GRICE ITALO A-Z V VA

 

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO; ossia, Grice e Vacca: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale dell’ala del silenzio – scuola di Bari – filosofia pugliese -- filosofia italiana – By Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Bari). Abstract. Keywords: solidario. solidarietà conversazionale. imperativo di solidarietà  conversazionale. Filosofo pugliese. Filosofo italiano. Bari, Puglia. Essential Italian philosopher. Grice: “My favourite of his books is “L’ala del silenzo” -- great title, from Alighieri about litotes and understatement. Si laurea in filosofia del diritto, discutendo una tesi sulla filosofia politica e giuridica di CROCE (vedasi). Dopo la laurea, collabora come redattore alla casa editrice Laterza, per dedicarsi in seguito prevalentemente alla ricerca. Ha sempre svolto una intensa attività politica e di organizzatore di cultura, culminata con l'impegno dedicato alla casa editrice De Donato. In questa attività si colloca anche la fondazione dell'Istituto Gramsci pugliese, alla quale V. da particolare impulso. Libero docente in storia delle dottrine politiche, vince la cattedra di tale disciplina presso Bari. Frequenta la London School of Economics, seguendo corsi di Storia economica degli USA e dell'URSS. Fa parte del Consiglio di Amministrazione della RAI. E' stato deputato nella 9a e 10a legislatura, eletto nel collegio Bari-Foggia nelle liste del PCI. È stato direttore della Fondazione Istituto Gramsci di Roma, della quale, da allora, è presidente. Ha ricoperto anche incarichi di partito in Puglia e a livello nazionale. Nei primi anni di ricerca V. studia l'idealismo e l'hegelismo italiano, con attenzione prevalente alla genesi del marxismo in Italia. Ha rivolto poi i suoi studi alla storia del marxismo contemporaneo. Quindi alla società italiana e in particolare alla cultura e alla politica del Novecento, soprattutto l'età repubblicana. Ha approfondito le trasformazioni dell'economia contemporanea alla luce della rivoluzione telematica, e su tale sfondo ha ri-esaminato alcuni aspetti fondamentali del caso italiano. Nella Direzione dell'Istituto Gramsci dedica particolare attenzione ai temi del Novecento. In questo contesto si collocano la fondazione degli Annali dell'Istituto, della rivista Europa Europe, prima, e poi del Rapporto annuale sull’integrazione europea, l'impulso alla ricerca che ha portato alla monumentale Storia dell'Italia Repubblicana edita da Einaudi, le numerose acquisizioni di nuovi documenti dagli archivi del Comintern e del Pcus a Mosca, l'acquisizione dell'intero archivio storico del PCI da parte della Fondazione Istituto Gramsci. Si tratta del più grande archivio privato sulla storia del Novecento esistente in Italia e di recente aperto alla consultazione. V. ha svolto e svolge un'intensa collaborazione a riviste, giornali periodici e quotidiani italiani e stranieri. Scritti suoi sono tradotti in tutte le principali lingue europee. Anche per la sua vasta attività di conferenziere, le sue opere e il suo pensiero sono ampiamente noti in Europa, nelle Americhe, in India e in Giappone. Deputato della Repubblica Italiana Legislature. Gruppo parlamentare Collegio Bari Partito Comunista Italiano, Partito Democratico della Sinistra, Partito Democratico Laurea in giurisprudenza e filosofia del diritto. Docente universitario. Si laurea in filosofia del diritto discutendo una tesi sulla filosofia politica e giuridica di CROCE. Svolge una intensa attività di organizzatore di cultura, culminata con l'impegno dedicato alla casa editrice De Donato. Membro del comitato centrale del Partito Comunista Italiano è poi stato nella direzione del Partito Democratico della Sinistra. Libero docente in storia delle dottrine politiche, vince la cattedra di tale disciplina a Bari. -- è stato nel consiglio di amministrazione della RAI. Deputato per il PCI nella IX e X Legislatura nella circoscrizione elettorale Bari-Foggia. In occasione delle elezioni comunali, si è candidato a sindaco con il sostegno della coalizione di centro-sinistra, ma è stato sconfitto da Abbrescia. Ha ricoperto incarichi di partito in Puglia e a livello nazionale. Ha rivolto poi i suoi studi alla storia del marxismo contemporaneo. Dirige la Fondazione Istituto Gramsci di Roma, diventandone poi Presidente. Membro del Cda dell’Istituto dell’Enciclopedia italiana presiede la Commissione scientifica dell’Edizione degli scritti di GRAMSCI. Professore di Storia delle dottrine politiche a Bari, si è occupato in particolare dell'idealismo novecentesco e dell'hegelismo italiano nella seconda metà del XIX secolo, con particolare riferimento alla genesi del marxismo in Italia. Saggi: “Politica e filosofia in SPAVENTA” (Bari, Laterza); Lukàcs o Korsch? (Bari, Donato); Marxismo e analisi sociale (Bari, Donato); Scienza, Stato e critica di classe. VOLPE (vedi) e il marxismo (Bari, Donato); Politica e teoria nel marxismo italiano, Antologia critica (Bari, Donato); PCI, Mezzogiorno e intellettuali. Dalle alleanze all'organizzazione, curatela (Bari, De Donato); Saggio su TOGLIATTI e la tradizione comunista (Bari, Donato); Osservatorio meridionale. Temi di politica culturale” (Bari, De Donato); Quale democrazia. Problemi della democrazia di transizione (Bari, Donato); Criticità e trasformazione. Korsch teorico e politico (Bari, Dedalo); Gl’intellettuali di sinistra e la crisi, curatela, Roma, Editori Riuniti, Comunicazioni di massa e democrazia, curatela, Roma, Editori Riuniti, L'informazione Roma, Editori Riuniti, Il marxismo e gl’intellettuali. Dalla crisi di fine secolo ai Quaderni del carcere, Roma, Editori Riuniti, Tra compromesso e solidarietà. La politica del PCI (Roma, Editori Riuniti); Gorbačëv e la sinistra europea, Roma, Editori Riuniti, Tra Italia e Europa. Politiche e cultura dell'alternativa (Milano, Angeli); “Gramsci e Togliatti” (Roma, Editori Riuniti); Dal PCI al PDS. Intervista (Bari, Delphos); Togliatti sconosciuto, Roma, l'Unità, Pensare il mondo nuovo. Verso la democrazia, Cinisello Balsamo, San Paolo, Per una nuova Costituente, Milano, PasSaggi Bompiani, Vent'anni dopo. La sinistra fra mutamenti e revisioni, Torino, Einaudi, Da un secolo all'altro. Mutamenti della politica nel Novecento, Milano, Bompiani, Appuntamenti con GRAMSCI: Introduzione allo studio dei Quaderni del carcere, Roma, Carocci,  GRAMSCI (Roma, Carocci); Presente futuro. Idee per lo sviluppo ecosostenibile della Puglia, Bari, Dedalo, X. Riformismo vecchio e nuovo, Torino, Einaudi, In tempo reale. Cronache del decennio, Bari, Dedalo, Ritorno in Puglia. Tre anni di volontariato politico, Bari, Palomar, Federalismo, sviluppo economico e coesione sociale in Puglia, e con Masella, Lecce. Martano, L'unità dell'Europa. Rapporto sull'integrazione europea, curatela, Bari, Dedalo, Roma, Nuova iniziativa editoriale,  Il dilemma euroatlantico. Rapporto della Fondazione Istituto Gramsci sull'integrazione europea, curatela, Roma, Nuova iniziativa editoriale, Dalla Convenzione alla Costituzione. Rapporto della Fondazione Istituto Gramsci sull'integrazione europea, a cura di, Bari, Dedalo,  I dilemmi dell'integrazione. Il futuro del modello sociale europeo. Rapporto sull'integrazione europea, e con Sausi (Bologna, Il mulino); “Il riformismo italiano: dalla fine della guerra fredda alle sfide future” (Roma, Fazi); “Gramsci tra MUSSOLINI e Stalin” (Roma, Fazi); cura di Gramsci, Nel mondo grande e terribile. Antologia degli scritti Torino, Einaudi, Studi gramsciani nel mondo.  e con Schirru, Bologna, Il mulino,  Perché l'Europa? Rapporto sull'integrazione europea, e con Sausi, Bologna, Il mulino, Studi gramsciani nel mondo. Gli studi culturali, e con Capuzzo e Schirru (Bologna, Il mulino) Le forme e la storia. Scritti in onore di Giovanni (vedi), e con Montanari e Papa, Napoli, Bibliopolis, Il Novecento di Garin. Atti del Convegno di studi, e con Ricci, Roma, Istituto della Enciclopedia Italiana. Studi gramsciani nel mondo. Gramsci in America, e con Kanoussi e Schirru, Bologna, Il mulino, Vita e pensieri di Gramsci.  Collana Storia, Torino, Einaudi, Collana ET Storia, Einaudi, Moriremo demo-cristiani? La questione cattolica nella ri-costruzione della repubblica, Roma, Salerno); “Il FASCISMO in tempo reale: studi e ricerche di Tasca sulla genesi e l'evoluzione del REGIME FASCISTA, con Bidussa (Milano, Feltrinelli); Togliatti e Gramsci. Raffronti, Pisa, Edizioni della Normale, Modernità alternative. Il Novecento di Gramsci, Torino, Einaudi, Togliatti, La politica nel pensiero e nell'azione, Scritti e discorsi, V. con Ciliberto, Bompiani, Milano  Quel che resta di Marx, Salerno Editore, Roma,  L'Italia contesa. Comunisti e democristiani nel lungo dopoguerra,  Marsilio, Venezia. V., su storia.camera, Camera dei deputati. Nome compiuto: Giuseppe Vacca. Beppe Vacca. Vacca. Keywords: solidarietà conversazionale, fascismo. Per H. P. Grice’s Play-Group, The Swimming-Pool Library, Villa Speranza. Vacca.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Vacca: la ragione conversazionale del deutero-esperanto – filosofia romana – filosofia italiana -- Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Genova). Filosofo italiano. Genova, Liguria. Abstract. Keywords: Deutero-Esperanto. Nacque, figlio di Federico e di Ernesta Queirolo. La madre, già vedova di Giulio Cesare dei marchesi da Passano – da cui non aveva avuto figli –, è genovese. Il padre, originario di Napoli – dove è stato segretario di Garibaldi – si era stabilito a Genova dopo aver ricevuto l’incarico di presidente della corte d’appello. Cresciuto nel capoluogo ligure, dopo la maturità classica V. si iscrive al corso di matematica a Genova. Dimostra precoce attitudine alla ricerca. Pubblica due articoli, uno dedicato alla mineralogia e l’altro alla matematica -- Sopra un notevole cristallino di vesuvianite, Rivista di mineralogia e cristallografia italiana; Intorno alla prima dimostrazione di un teorema di Fermat, Bibliotheca Mathematica. Durante gli anni dell’università si dedica anche all’impegno politico, assistendo Turati nella fondazione del Partito socialista italiano -- Petech. Si laurea in matematica con una tesi in mineralogia.  Il 1897 è per V. un anno importante: appena conseguita la laurea, subì la condanna al confino fuori da Genova per via della sua attività con il Partito socialista. Nel mese di agosto, in occasione del primo congresso dei matematici, tenutosi a Zurigo, conosce inoltre Peano, da cui riceve l’invito a trasferirsi a Torino come assistente alla cattedra di calcolo infinitesimale. Colpito dal pensiero del grande logico matematico e costretto a lasciare Genova, V. ne accettò la proposta. Inizia così la sua attività in seno alla scuola di Peano.  A Torino V. partecipa al lavoro di preparazione del Formulario di Peano, una vasta enciclopedia delle idee e dei concetti matematici che riserva ampio spazio alle fonti originali e alle note storiche e biografiche; è su queste ultime che si concentra in buona parte il suo contributo. L’interesse per le origini e lo sviluppo del pensiero logico e matematico lo porta inoltre a pubblicare in quel periodo numerosi articoli di ambito storico-scientifico, fra i quali: Sui precursori della logica matematica, Revue de mathématiques; Notizie storiche sulla misura degli angoli solidi e dei poligoni sferici, Bibliotheca mathematica La storia della matematica rimase uno dei campi di studio privilegiati di V., che pubblica, fra gli altri: La previsione delle eclissi lunari presso i Babilonesi, in Calendario del R. Osservatorio astronomico di Roma; Sul concetto di probabilità presso i Greci – Grice PROBABILITY – Sul concetto di probabile presso i Greci e presso Grice -- Giornale dell’Istituto italiano degli attuari; Origini della scienza. Tre saggi, Roma. V. conduce studi di rilievo sui manoscritti inediti di Leibniz – citato da Grice come l’inventore del dogma ‘analitico-sintetico’ -- Sui manoscritti inediti di Leibniz, Bollettino di bibliografia e storia delle scienze matematiche --, ispirando Couturat -- curatore di una raccolta di inediti leibniziani -- a proseguirne il lavoro -- Carruccio. Lascia il suo incarico a Torino per divenire assistente di mineralogia a Genova. Nel capoluogo ligure riprende anche l’attività politica: è difatti consigliere comunale fin quando torna brevemente a Torino, ancora in qualità di assistente di Peano. Tuttavia, egli comincia a dedicarsi con energia alla sinologia. È probabilmente con le ricerche su Leibniz che V. inizia a coltivare il suo interesse per la Cina. il filosofo e matematico di Lipsia si è infatti interrogato sull’eventualità che il sistema binario è stato in qualche modo intuito già nel Libro dei mutamenti -- Yi Jing, noto anche come I Ching --, uno dei più antichi testi classici cinesi, che la tradizione vuole composto alla fine del secondo millennio a.C.-- Lioi. Un incontro avuto con due missionari di ritorno dalla Cina, in occasione di una esposizione di arte sacra a Torino, contribuì forse ad alimentare ulteriormente la curiosità di V., che tenne al Congresso di scienze storiche un intervento Sulla storia della numerazione binaria, nel quale l’idea di Leibniz è ripresa e discussa. Decide di trasferirsi a Firenze per seguire le lezioni di Puini, docente di storia e geografia dell’Asia centrale nel R. Istituto di studi superiori, con l’intenzione di approfondire la conoscenza della lingua e della letteratura cinesi -- visto che mi riusciva abbastanza, come scrive egli stesso -- lettera al barone Guido Amedeo Vitale, in Lioi. A testimonianza del corso che intende dare ai suoi studi, usce il suo articolo Sulla matematica degli antichi cinesi, in Bollettino di bibliografia e di storia delle scienze matematiche. V, profuse il suo impegno nel reperire le risorse per un viaggio in Oriente: è sua convinzione che fosse necessario recarsi sul posto e rimanervi un certo periodo di tempo per avere una visione più chiara di quale fosse stata la storia del pensiero matematico in Cina. Non sfuggivano allo scienziato gli altri potenziali vantaggi che un simile progetto poteva comportare per l’Italia in generale. Fra gli obiettivi della sua spedizione egli elenca infatti anche lo studio del commercio in Cina e dell’influenza delle varie nazioni europee e del Giappone sul paese specialmente dal punto di vista degli interessi italiani -- lettera al professor Nocentini -- Lioi. Per realizzare il suo progetto, V. intende soggiornare per non meno di un anno in Cina, preferibilmente nell’interno del paese, lontano dalle influenze occidentali, convinto che soltanto con una lunga residenza in un luogo determinato sembra possibile il rendersi conto della vita del paese e poter raccogliere delle notizie connesse. Dopo aver ricevuto, non senza alcune difficoltà, l’appoggio economico – fra gli altri – dell’Accademia dei Lincei, della Società di esplorazioni commerciali di Milano e del ministero dell’Istruzione, V. salpa da Genova alla volta di Shanghai. Il viaggio in Cina dura circa un anno e mezzo. Arrivato a Shanghai, V. si sposta presto a Pechino, dove rimase per qualche mese; da lì si recò a Hankou, oltre 1000 km a sud, nella provincia di Hubei, poi – risalendo il Fiume Azzurro – a Yichang, 200 km a ovest, nella stessa provincia. Prosegue il percorso lungo il fiume in giunca, per oltre 450 km, fino ad arrivare – dopo quaranta giorni di navigazione – a Chongqing, nel Sichuan, da dove raggiunse finalmente la sua destinazione a Chengdu, 300 km più a ovest, dopo un viaggio di dodici giorni in portantina.  Rimase a Chengdu fino a quando ripartì alla volta di Xi’an, nella provincia di Shaanxi, dove giunse dopo un mese di viaggio; proseguì poi verso est fino a Pechino. Salpa per il viaggio di ritorno da Shanghai. Nonostante avesse pensato di intraprendere altri viaggi, V. non torna mai più in Cina. Divenne però un sinologo di grandissima importanza per lo sviluppo della disciplina in Italia. A lui si devono oltre sessanta pubblicazioni di carattere sinologico e orientalistico, fra cui – oltre al già citato Origini della scienza – è utile ricordare La scienza nell’estremo oriente, in Scientia, e L’Asia orientale ed i problemi dell’ora presente, in Atti della Società italiana per il progresso delle scienze.  Della sua esperienza in Oriente, lascia un diario e numerosi appunti. Una volta tornato in Italia, inoltre, si impegna a diffondere le conoscenze acquisite per mezzo di numerose conferenze e relazioni. Dai suoi scritti emerge la lucidità di pensiero di un osservatore libero da molti di quei preconcetti eurocentrici che affliggevano – è lo stesso V. a sostenerlo – molti viaggiatori occidentali; la Cina che si vede nei suoi resoconti è un Paese che attraversa una fase di grande trasformazione, ma ricco di potenziale e pronto ad aprire un’importante stagione di crescita.  Tale sviluppo era del resto auspicato da V.: «Per noi italiani soprattutto non v’ha dubbio che ci convenga di avere nella Cina una nazione forte, ricca ed indipendente. Lasciando anche da parte le considerazioni d’indole sentimentale, come le chiamano è nel nostro interesse materiale, cioè nell’interesse delle nostre industrie e dei nostri commerci, di avere un posto a lato delle altre nazioni più forti di noi, e questo posto possiamo averlo soltanto se la Cina è forte; perché, in caso di una divisione della Cina, all’Italia non spetterebbe nulla -- Lioi.  Più volte si riscontra, negli scritti di V., il rammarico per la scarsa presenza italiana in Cina: già in una lettera a Nocentini, scritta da Hankou – oggi parte della conurbazione di Wuhan –, osserva che «una sola cosa importante mi pare di aver potuto vedere finora, ed è cioè la deficienza dell’azione italiana. Qui c’è un piccolo gruppo, ma attivo, di negozianti che fanno bene, e faranno di più e molto quando saranno meglio aiutati. Ciò che tutti qui domandano è una linea di navigazione diretta con l’Italia. Il matematico genovese si mostra particolarmente amareggiato nel constatare l’insufficienza dell’azione missionaria cattolica, soprattutto quella condotta dagli italiani, in confronto all’agire dei missionari protestanti. Mentre questi fanno un’importante opera di diffusione della cultura europea, quelli fatte le debite eccezioni, non insegnano nulla, hanno vergogna di essere italiani e non conoscono l’italiano. Ancora molti anni dopo, V. scrive una lunga relazione al ministro della Pubblica Istruzione, invocando maggiore attenzione per la sinologia in Italia; fu anche grazie al suo operato che venne fondato l’Istituto italiano per il Medio ed Estremo Oriente.  V. ricevette l’incarico di insegnare storia e geografia dell’Asia orientale a Roma, dove rimane fino al 1922, allorché divenne ordinario del medesimo insegnamento presso Firenze, succedendo a Puini. Poco dopo fu trasferito nuovamente a Roma, mantenendo la cattedra come ordinario fino al raggiungimento dei limiti d’età. Sposa Virginia De Bosis, conosciuta presso la Scuola Orientale di Roma; dal matrimonio nacquero Ernesta e Roberto.  Muore a Roma.  Fonti e Bibl.: Gli scritti autografi di Giovanni Vacca sono in parte rimasti ai suoi eredi, ai quali va il merito di averli resi disponibili (si veda a questo proposito Lioi, 2016, p. XIII) mentre in parte sono confluiti in vari fondi: Città del Vaticano, Biblioteca apostolica Vaticana, Fondo Vaticano Estremo Oriente; Roma, Accademia dei Lincei, Carteggio G. Vacca-V. Volterra; Torino, Biblioteca speciale di Matematica, Fondo Peano-Vacca; Cuneo, Biblioteca civica, Fondo Giuseppe Peano. Il figlio di Giovanni Vacca, Roberto, ha inoltre raccolto molti materiali sul padre in Memi, libro pubblicato sotto forma di e-book nel 2010 (www.printandread.com, oggi non più consultabile).  L. Campolonghi, Il viaggio di uno studioso nella Cina, in Secolo XX, marzo 1909, pp. 233-242; G. Bertuccioli, Un sinologo scomparso, G. V., in L’Italia che scrive, XXXVI (1953), 4-5, p. 59; U. Cassina, G. V., in Archives internationales d’histoire des sciences, VI (1953), 23-24, pp. 300-305; Id., G. V., la vita e le opere, in Rendiconti dell’istituto lombardo di scienze e lettere - classe di scienze matematiche e naturali, LXXXVI (1953), pp. 185-200 (con bibliografia degli scritti matematici di Giovanni Vacca); W. Mackenzie - L. Fantappiè, G. V., in Responsabilità del sapere, VII (1953), pp. 89-91; L. Petech, G. V., in Rivista degli studi orientali, XXIX (1954), 1-2, pp. 153-157 (con bibliografia dei lavori di Vacca di ambito sinologico-orientalistico); E. Carruccio, G. V., matematico, storico e filosofo della scienza, in Bollettino dell’Unione matematica italiana, s. 3, VIII (1956), 4, pp. 448-456; G. Vailati, Epistolario 1891-1909, a cura di G. Lanaro, Torino 1971; Lettere di Giuseppe Peano a G. V., a cura di G. Osimo, Milano 1992; L’archivio storico dell’Università di Genova, a cura di R. Savelli, Genova 1993, p. 242; Lettera a G. V., a cura di P. Nastasi, Palermo 1995; E. Luciano - C.S. Roero, Peano e la sua scuola fra matematica, logica e interlingua. Atti del Congresso internazionale di studi (6-7 ottobre 2008). Deputazione subalpina di storia patria, Torino 2010, pp. 98-113 (con ampia bibliografia e informazioni biografiche); E. Luciano, G. V.’s contributions to the historiography of logic, in L&PS – Logic and philosophy of science, IX (2011), 1, pp. 275-283; T. Lioi, Viaggio in Cina 1907-1908. Diario di G. V., Roma 2016 (con ampia bibliografia).The phrase ‘Grice italo’ is meant as provocative. An Old-World philosopher like Vacca – or indeed Vaccarino --  would never have imagined to be compared to a tutor at a varsity in one of the British Isles, but there you are! It is meant as a geo-political reminder, too. Many Italian philosophers have been educated in a tradition that would make little sense of Vacca as a ‘Grice italo,’ but there you are. My note is meant as a tribute to both philosophers. Grice has been deemed an extremely original philosopher, and by Oxford canons he certainly was. He was the primus inter pares at the Play Group, the epitome of ordinary-language philosophy throughout most of the twentieth century. His heritage remains. Vacca’s place in the history of philosophy is other. But there are connections, and here they are. Filosofo italiano. A differenza del deutero-esperanto di Grice, non usato ma da Grice, il latino sine flexione è utilizzato anche da altri filosofi come VACCA (si veda), in Sphoera es solo corpore, qui nos pote vide ut circulo ab omne puncto externo, LAZZARINI (si veda), in Mensura de circulo iuxta Leonardo[VINCI (vedasi) Pisano, e PANEBIANCO (vedasi) che discute proprio della lingua internazionale nell'opuscolo “Adoptione de lingua internationale es signo que evanesce contentione de classe et bello” (Padova, Boscardini). Vedasi ALBANI, BUONARROTI. PANEBIANCO (vedasi) è anche un grande appassionato di Esperanto, tanto che è solito firmarsi "esperantista socialista". Quest'ultimo, come si evince anche dal titolo della sua opera, vede nella lingua internazionale un modo per mettere la parola fine ai contrasti internazionali, e in particolare al capitalismo spietato. Inter-linguista, quale que es suo opinione politico aut religioso es certo precursore de novo systema sociale. Isto novo systema, in que homines loque uno solo lingua magis facile, commune ad illos non pote es actuale systema de "homo homini lupus", sed es systema sociale in que toto homines fi socio. Per ben adempiere a un tale compito, la lingua perfetta di PANEBIANCO (si veda) deve seguire gli stessi principi di quella di P. Es evidente que essendo id sine grammatica, id es de maximo facilitate et simplicitate. Ergo, es per illo quasi impossibile ad fac ambiguitate, excepto ad praeposito [“As when the conversational maxim, ‘avoid ambiguity’ is FLOUTED for the purpose of bringining in a conversational implicature”]. Etiam es multo plus rapido compone et scribe in isto lingua que in proprio lingua nationale. Si capisce allora che egli auspica che il latino sine flexione assurga a lingua di comunicazione non solo internazionale, ma anche quotidiana, e forse i suoi auspici si spingono sì avanti che lo vorrebbe elevato a lingua naturale, lingua madre di tutti i popoli. Nome compiuto: Giovanni Vacca. Vacca. Keywords: Deutero-Esperanto, implicatura, ragione conversazionale. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Vacca,” The Swimming-Pool Library.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Vaccarino: all’isola -- la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale dell’errore del filosofo – scuola di Pace del Mela – filosofia siciliana -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Pace del Mela). Abstract. Keywors: costruzione. The phrase ‘Grice italo’ is meant as provocative. An Old-World philosopher like Vaccarino would never have imagined to be compared to a tutor at a varsity in one of the British Isles, but there you are! It is meant as a geo-political reminder, too. Many Italian philosophers have been educated in a tradition that would make little sense of Vaccaro as a ‘Grice italo,’ but there you are. My note is meant as a tribute to both philosophers. Grie has been deemed an extremely original philosopher, and by Oxford canons he certainly was. He was the primus inter pares at the Play Group, the epitome of ordinary-language philosophy throughout most of the twentieth century. His heritage remains. Vaccarino’s place in the history of philosophy is other. But there are connections, and here they are. Filosofo siciliano. Filosofo italiano. Pace del Mela, Messina, Sicilia. Essential Italian philosopher. Grice: “I appreciate his metaphor of the ‘chemistry of the mind,’ la ‘chimica del pensiero,’and the idea that philosophers commit only ONE mistake (“l’errore dei filosofi”)!” Flosofo Figlio del titolare di un importante saponificio. Laureato a Milano. Fonda “Sigma” pubblicata a Roma. Fonda “Methodos”, trimestrale di metodologia e di logica simbolica. Si occupa prevalentemente di logica ed epistemologia. Pubblica una serie di articoli sulla rivista Archimede su invito di GEYMONAT. Abilitato alla libera docenza in filosofia della scienza, ma assorbito dai suoi studi e da altre attività non si dedica all'insegnamento. Ha incarico di tenere il corso di storia della filosofia antica presso Messina. Riceve anche quello di filosofia della scienza. Nominato professore associato di filosofia della scienza, ma non ottenne mai la cattedra di ordinario. Partecipa a vari congressi. In quello di Amsterdam ha l'occasione di conoscere Bochenski e incaricarlo di dirigere la sezione di logica simbolica di Methodos. A quello di Parigi partecipa insieme con CECCATO (vedi), SOMENZI (vedi), e LANDI (vedi), con i quali era in stretti rapporti di amicizia. Contribusce alla fondazione della rivista Methodologia nata per iniziativa della Società di cultura metodologica operativa a Milano, presieduta da Accame. Molto vicino alle vedute filosofiche dei neo-positivisti, ma in seguito si capì che per dare soluzione ai problemi posti dalla tradizionale filosofia bisogna anzitutto effettuare un'indagine sul metodo scientifico onde spiegare perché è l'unico considerabile come valido. Sviluppa in questo senso sulla “Sigma” una teoria che chiama della "meta-conoscenza", in quanto ricondotta a una disciplina avente per oggetto la conoscenza. Successivamente si convince che per procedere in modo effettivamente scientifico bisogna eliminare ogni a-priorismo effettuando un'analisi sistematica dei significati di tutte le parole di cui ci avvaliamo e riconducendoli alle operazioni da cui sono costituiti. Sotto questo profilo i suoi interessi si incontrarono con quelli di CECCATO e della scuola opperativa. Ma mantenne una posizione autonoma, ritenendo che la ricerca di base deve puntare su una semantica e non su una ricerca di tipo cibernetico, come invece sostene CECCATO. Però accetta e condivide il concetto che bisogna occuparsi del modo come operiamo a livello mentale per descrivere i significati. Perciò respinge vedute allora in auge, come quelle della filosofia analitica, che riconducendo il SIGNIFICATO semplicemente all’USO che se ne fa parlando, li lascia in analizzati assumendoli implicitamente come prius, in quanto tali, dogmatici. Si dedica assiduamente a queste ricerche, pervenendo alla elaborazione di un metodo generale di analisi dei significati. Le sue ricerche conduce, tra l'altro, all'introduzione di una formulistica idonea alla definizione delle operazioni mentali, prospettando una sorta di chimica della mente. La vastità e la complessità delle sue indagini lo costringe a procedere a molti ripensamenti e revisioni.  Pubblica “La chimica della mente” (Carbone, Messina), in cui espone i principali risultati a cui e pervenuto. Vince il premio L'Inedito con il racconto “Lo sporco”, pubblicato da Marsilio. Prospetta ampliamenti e modifiche delle sue teorie nel saggio “Analisi dei significati” (Armando, Roma). Pubblica “Scienza e semantica costruttivista” (Cooperativa Libraria Universitaria del Politecnico, Milano) dedicato a una critica di correnti vedute professate da filosofi della scienza.  I suoi interessi si rivolgeno anche alla codificazione di una logica contenutistica in grado di fissare i criteri di compatibilità e incompatibilità tra i significati in riferimento alle loro operazioni costitutive. In tal modo la logica diviene una filiazione della semantica. La summa dei suoi lavori di semantica è pubblicata in “Dalle operazioni mentali alla semantica” (Ciddo, Rimini). Nella prefazione al volume Introduzione alla semantica edito da Falzea a Reggio Calabria, si lo considera l'ultimo dei grandi illuministi. Altri saggi: “L'errore dei filosofi” (D'Anna, Messina); “Introduzione alla semantica” (Falzea, Reggio Calabria); “Scienza e semantica” (Melquiades, Milano); “Prolegomeni”, “Lo sporco. Il pulito, duepunti edizioni. Repubblica  Semantica Filosofia della scienza  Centro Internazionale Di Didattica Operativa onlus, su ciddo. Methodologia on-line, su methodologia. «AGON» (ISSN 2384-9045), n. 11, ottobre-dicembre 2016   Giuseppe Giordano  GIUSEPPE VACCARINO:  UNO STORICO DELLA FILOSOFIA ANOMALO  ABSTRACT. Giuseppe Vaccarino è stato un pensatore originale, collocabile all’interno della  “Scuola Operativa Italiana”. Il lavoro prende in esame alcuni giudizi di Vaccarino sui filosofi  del passato – principalmente Idealisti e Neoidealisti – che permettono, proprio attraverso il  confronto storiografico, di chiarire meglio le posizioni filosofiche del pensatore siciliano.  ABSTRACT. Giuseppe Vaccarino was an original philosopher of the “Scuola Operativa  Italiana”. The essay analyses how Vaccarino judged other philosophers – e.g. German  and  Italian Idealists. Through an historiographical comparison, these judgements explain and  clarify the positions of the Sicilian philosopher.  Giuseppe Vaccarino è stato un punto di riferimento della Scuola Operativa  Italiana, un filosofo a pieno titolo, con un pensiero ricco di spunti originali1. Ma  nella sua attività è capitato si facesse pure “storico della filosofia”, anche se  certamente in maniera un po’ anomala. Infatti, tutto si può dire di Vaccarino, ma  non che sia uno storico della filosofia. Eppure, neanche questo è vero.  Due premesse: 1. la storia della filosofia è storia particolare, storia non di  “fatti”, ma di idee; essa non può essere proposta senza la guida di un “problema  filosofico”; 2. tutti i pensatori originali hanno sentito la necessità di porre il  1Già questo giustificherebbe l’interesse storiografico per il suo pensiero; ma il 2016 è stato  l’anno della scomparsa di Vaccarino, e ha segnato anche il quarantaquattresimo anno  dell’istituzione dell’insegnamento di Filosofia della scienza presso la Facoltà di Lettere e  Filosofia (ora Dipartimento di Civiltà Antiche e Moderne) dell’Università di Messina;  insegnamento voluto dal filosofo crociano Raffaello Franchini proprio per Giuseppe  Vaccarino, che lo avrebbe tenuto poi fino al pensionamento.   40  «AGON» (ISSN 2384-9045), n. 11, ottobre-dicembre 2016   proprio pensiero al banco di prova del passato per segnare la propria  innovazione teoretica e illuminarla nel confronto con i precedenti, in una  versione storiografica dello spinoziano omnis determinatio est negatio.  Vaccarino non si sottrae a tutto ciò; anzi, la sua originalità filosofica, il suo  sforzo di pensiero, emerge ancor più quando si confronta con i filosofi del  passato, quando si fa, in certa misura, storico della filosofia. Ovviamente, le  pagine di Vaccarino in cui il pensatore si confronta con la storia della filosofia  occidentale non costituiscono, a rigore, vera storiografia filosofica, sono delle  carrellate, dei giudizi concisi e argomentati, rapidi ancorché puntuali. Piuttosto –  si parva licet componere magnis –, come Husserl nelle pagine della Crisi delle  scienze europee, Vaccarino storico della filosofia guarda il passato alla luce  esclusiva del suo problema e della sua soluzione.   Vaccarino ritiene la filosofia tradizionale giunta a un punto di non ritorno,  incapace di dare risposte valide di carattere universale; e questo perché è  convinto che il compito della filosofia sia, come la scienza tradizionale, di  fornire soluzioni universali e definitive agli interrogativi che l’uomo pone.  Il cuore del problema è la questione della conoscenza, che va trattata e  affrontata alla radice. La scelta di Vaccarino – che segue in ciò l’orientamento  41  «AGON» (ISSN 2384-9045), n. 11, ottobre-dicembre 2016   della Scuola Operativa Italiana – è quella di un nuovo approccio: «Sono  convinto che per uscire dalle difficoltà bisogna sostituire un punto di vista  operazionistico-costruttivistico a quello che presuppone la ricezione da parte  dell’uomo di entità che sarebbero già per conto loro presenti in un mondo  precostituito»2.  L’operazionismo italiano non ha nulla a che vedere con quello del fisico  Percy W. Bridgman3, per il quale il concetto va “semplicemente” tradotto in  operazioni di misura4, in quanto questo operazionismo non ha interessi per una  semantica fondamentale, per la ricerca cioè della costituzione, dai fondamenti,  della conoscenza. L’approccio operativo di Vaccarino è invece proprio una  semantica che deve occuparsi dell’analisi delle operazioni mentali costitutive dei  significati: «La semantica, nel senso da me inteso, è la scienza che analizza le  operazioni costitutive dei significati ed in particolare quelle mentali. Essa perciò  ha il compito di occuparsi delle singole parole e delle loro correlazioni, ma deve  2G. VACCARINO, La nascita della filosofia, Società Stampa Sportiva, Roma 1996, p. 5.   3Cfr. P. W. BRIDGMAN, La logica della fisica moderna [1927], introduzione e trad. di V.  Somenzi [1965], Boringhieri, Torino 1984.   4Riandando alle vicende del primo incontro con l’operazionismo di Bridgman e come Silvio  Ceccato subito sgombrasse il campo dall’equivoco di una identità di vedute, Vaccarino  ricorda come «l’impegno operazionista, nel senso della Scuola Italiana, impone, giusto  all’opposto [delle tesi di Bridgman o di quelle del Wittgenstein delle Ricerche Filosofiche] la  ricerca delle operazioni costitutive di tutti i significati, distinguendo, tra l’altro, i mentali, dai  fisici e dagli psichici» (G. VACCARINO, Analisi dei significati, Armando, Roma 1981, p. 10).   42  «AGON» (ISSN 2384-9045), n. 11, ottobre-dicembre 2016   anche intervenire in specifici campi, ad esempio quelli della logica, della  matematica, ecc., quando ci si occupa dei cosiddetti “fondamenti”. Infatti si  tratta in tutti i casi di significati da analizzare con un metodo che deve essere  univoco se effettivamente in grado di descrivere come si svolge l’attività  mentale»5.  Comincia già a intravedersi un distacco netto da tutta la precedente  tradizione filosofica, segnata dal non avere capito in che cosa deve consistere e  di che cosa si deve occupare la ricerca. I filosofi hanno sbagliato perché non  hanno colto lo scopo delle loro indagini: «Si tratta di analizzare cosa fa la nostra  mente […] quando costituiamo i significati corrispondenti ai significanti delle  espressioni linguistiche invece di identificarli con pretesi oggetti o concetti per  conto loro presenti nella realtà. In questo senso parlo di “errore dei filosofi”»6.  Quello che viene qui segnalato è quell’errore dei filosofi – a cui Vaccarino  dedicherà un volumetto sul quale ci soffermeremo più avanti7 – definito da  Silvio Ceccato il “raddoppio conoscitivo”8. «In sostanza» – dice Vaccarino – «si  5G. VACCARINO, Analisi dei significati, cit., p. 7.   6G. VACCARINO, La nascita della filosofia, cit., p. 5.   7Cfr. G. VACCARINO, L’errore dei filosofi, D’Anna, Messina-Firenze 1974.   8 Cfr. S. CECCATO, Un tecnico fra i filosofi, vol. I: Come filosofare; vol. II: Come non  filosofare, Marsilio, Padova 1964 e 1966. Sull’errore del “raddoppio conoscitivo” e sul suo  43  «AGON» (ISSN 2384-9045), n. 11, ottobre-dicembre 2016   pensa che quando si vede, ad esempio, un foglio posto davanti, i fogli siano due,  l’originale nella “realtà” fisica e una copia nella mente. Avremmo una diretta  cognizione della copia che è dentro di noi e da essa verremmo a “conoscere”  come è fatto l’originale»9.  La filosofia tradizionale si è sempre posta nella prospettiva di un conoscere  che fosse, con declinazioni diverse, una adæquatio rei et intellectus.  L’operazionismo, invece, costituisce un punto di vista che si pone «in netta  opposizione con quello di gran parte della filosofia tradizionale, che già a partire  dal mondo greco ha assunto alcuni o tutti i significati come manifestazione di  una “realtà”, di cui l’uomo sarebbe passivo spettatore»10.  I nomi non appartengono naturaliter alle cose; «bisogna partire dall’analisi  dei significati per rendersi conto di come sono costituiti e quindi passare da essi  alle parole»11. Il filosofo semanticista, allora, «deve trovare come costruiamo i  significato oggi, alla luce, ad esempio, di teorie come quelle sui neuroni-specchio, si veda S.  LEONARDI, Il raddoppio conoscitivo, in www.mind-consciousness-language.com (2009).   9G. VACCARINO, Analisi dei significati, cit., p. 22.   10 G. VACCARINO, La nascita della filosofia, cit., p. 8.   11 G. VACCARINO, Analisi dei significati, cit., p. 16.   44  «AGON» (ISSN 2384-9045), n. 11, ottobre-dicembre 2016   significati operando mentalmente e non già considerare come essi possano  provenire da pretese relazioni che li precedano»12.  L’analisi dei significati si pone a un livello basilare, di costituzione “pura”,  universale, che solo poi avrà concretizzazione in parole; siamo quindi a un  livello unitario al di sopra delle singole lingue. È per questa via che, secondo  Vaccarino, si può fare una “scienza della filosofia”13, universale e non  condizionata in maniera contingente. Si tratta, ovviamente, di un “sogno della  ragione”, di una forma sofisticata di riduzionismo (fatto che deve essere tenuto  presente, leggendo poi certi giudizi sui filosofi del passato). È infatti  convinzione di Vaccarino che, «passando da una lingua all’altra si riscontra che:  a) la maggior parte delle parole hanno un corrispettivo univoco […]; b) in  generale i termini linguistici hanno un significato corrispondente passando da  una lingua all’altra […]; c) di conseguenza risulta inaccettabile l’ipotesi di  Sapir-Whorf secondo la quale ogni lingua sarebbe caratterizzata da una  metafisica interiore già al livello del significato delle singole parole e perciò  comporterebbe una visione del mondo peculiare»14.  12 Ivi, p. 15.   13 Egli osserva infatti che, per rendere efficace e concreta la filosofia, «quel che occorre non è  una “filosofia della scienza”, ma una “scienza della filosofia”» (ivi, p. 21).   45  14 Ivi, p. 18.   «AGON» (ISSN 2384-9045), n. 11, ottobre-dicembre 2016   L’approccio operativista di Vaccarino – che ha avuto riconoscimenti anche  presso studiosi non italiani15 – si colloca quindi in un orizzonte di senso  antistoricista16 e, soprattutto, radicalmente riduzionista. Se è vero, infatti, che il  filosofo di Pace del Mela vuole «fornire un’alternativa costruttivista al  tradizionale realismo, sia esso fisicalista che ontologico»17, è anche vero che egli  vuole “costruire” uno schema universale e definitivo delle modalità costitutive  della semantica del conoscere18.  In un libro degli anni Novanta del secolo scorso, La nascita della filosofia,  Vaccarino fa una dichiarazione importante ai fini del suo rivolgersi alla storia  della filosofia. Scrive: «Avverto di non essere uno storico e che mi occupo  15 Cfr., ad esempio, H. VON FOERSTER–E. VON GLASERSFELD, Come ci si inventa. Storie,  buone ragioni ed entusiasmi di due responsabili dell’eresia costruttivista [1999], trad. di T.  Lelgemann, Odradek, Roma 2001, in particolare p. 36.   16 Vaccarino arriva a scrivere: «Non considero infatti il passato madre e nutrice del presente,  ma ad esso mi rivolgo solo in quanto mi porta a contatto con autori le cui vedute hanno ancora  interesse. Altrimenti non ci sarebbe alcun motivo per riesumare il loro pensiero» (G.  VACCARINO, La nascita della filosofia, cit., p. 6).   17 Ibidem.   18 Per un’idea più chiara delle tesi di Vaccarino, oltre ai testi citati, rinvio a: La mente vista in  operazioni, D’Anna, Messina-Firenze 1974; La chimica della mente, Carbone, Messina 1977;  Scienza e semantica costruttivista, Clup, Milano 1988; Prolegomeni, voll. I e II, Società  Stampa Sportiva, Roma 1998 e 2000; Scienza e semantica, Melquiades, Milano 2006. Per  l’elenco completo delle opere di Vaccarino rimando al Supplemento n. 2 a “Illuminazioni” n.  14 (ottobre-dicembre 2010), pp. 153-156, consultabile al sito http: //compu.unime.it.   46  «AGON» (ISSN 2384-9045), n. 11, ottobre-dicembre 2016   dell’ermeneutica degli antichi testi solo alla luce di quanto da essi può essere  ricavato alla luce della mia semantica»19.  La prospettiva che si dischiude è allora quella di una lettura della filosofia  passata sulla base esclusiva della constatazione della sua erroneità rispetto alle  proposte costruttiviste e operazioniste del nostro.  Ritorniamo così all’errore dei filosofi, a cui Vaccarino ha dedicato, come si  diceva, un breve ma denso lavoro. È a questo libro che adesso mi affiderò,  cercando di seguirne l’argomentazione e analizzarne alcuni passaggi relativi alla  filosofia moderna e contemporanea, segnatamente all’Idealismo tedesco e al  Neoidealismo italiano.  Il punto di partenza è la denuncia, appunto, di un generale “errore  filosofico”, cioè «la credenza che in una metaforica “realtà” si trovi presente  quanto proviene dall’attività mentale costitutiva»20. La storia della filosofia  sarebbe segnata dal perpetuarsi di questo errore e dall’avvertire il disagio del  “raddoppio conoscitivo”, senza peraltro proporre il giusto rimedio: l’analisi della  semantica costitutiva. Scrive Vaccarino: «La filosofia, in quanto prende per  oggetto di studio l’attività mentale od un particolare pensiero, si trova  19 G. VACCARINO, La nascita della filosofia, cit., p. 5.   20 G. VACCARINO, L’errore dei filosofi, cit., p. 7.   47  «AGON» (ISSN 2384-9045), n. 11, ottobre-dicembre 2016   costantemente nella necessità di dover giustificare od aggirare l’errore. Ne segue  che, se da una parte la mettiamo sotto accusa, dall’altra dobbiamo riconoscere  che è stata l’unica disciplina ad averne avuto sentore costituendo i precedenti  storici cui collegare l’analisi dell’attività mentale. Non suoni perciò irriverente  la domanda: “I filosofi commisero un errore?”. Senza le loro geniali ricerche,  oggi non saremmo in grado di proporre una scienza del pensiero»21.  La filosofia nasce, dunque, segnata dal fardello della contraddizione interna  del raddoppio conoscitivo; cioè quella contraddizione che «comporta che il  contenuto del “conoscere” anteceda il “conoscere” da cui proviene»22. E il  problema della conoscenza è uno dei primi a sorgere in ambito filosofico proprio  per le difficoltà avvertite a causa del raddoppio conoscitivo23. Sorgono le  questioni sul significato dei termini (si pensi a “verità” o “conoscere”), che  finiscono per essere adoperati metaforicamente anziché “operativamente”24; fino  21 Ibidem.   22 Ivi, p. 9.   23 Cfr. ibidem.   24 Osserva Vaccarino: «Ad esempio, si intese con “verità” l’adeguazione del percepito interno  a quello esterno, mentre correntemente questa parola significa solo che, ripetendo un certo  operare, i risultati ottenuti sono uguali ai precedenti. L’equivoco si ha già per il termine  “conoscere”. Nel linguaggio corrente esso indica semplicemente che si è in grado di fare una  cosa in quanto già fatta e ricordata, cioè che la stessa attività si rende ripetibile nel tempo. Si  dice in questo senso che si “conosce” il latino, si “conosce” Parigi, si “conosce” il signor  Rossi, ecc. Invece nell’uso filosofico il “conoscere” venne a designare il contraddittorio  48  «AGON» (ISSN 2384-9045), n. 11, ottobre-dicembre 2016   ad arrivare, al culmine della filosofia moderna, ad esempio con Kant, a tentare,  per contrastare la contraddittorietà del “raddoppio”, «di sostituire alla “realtà”  data l’attività della mente o di un suo surrogato. […] Ci si limitò ad attaccare la  datità del fisico per sostituirla con qualcosa di mentale, che perciò veniva  necessariamente distorto, facendo intervenire metafore irriducibili»25.  Prima  di passare ai giudizi di Vaccarino sui filosofi Idealisti e Neoidealisti – caso esemplare che voglio riportare – è opportuno vedere le vesti assunte  dall’errore filosofico. Detto in altri termini, Vaccarino individua le fattispecie  dei fraintendimenti che la filosofia ha compiuto dell’attività mentale costitutiva  (dei significati), mostrando le erronee posizioni che ne derivano. Le tre forme  principali di filosofia frutto dell’“errore” sono il realismo, lo spiritualismo e  l’ontologismo26, i quali (a seconda che si riconducano alla sfera fisica, psichica o  mentale) generano e si presentano come: realismo, fisicalismo,  rapporto tra il percepito interno e l’esterno, tra il cognito e l’incognito. Si parla di  “adeguazione” ma il confronto tra un termine presente e uno assente è ineseguibile. I filosofi,  adoperando la parola “conoscere”, hanno preteso di approfondire il suo significato corrente,  invece l’hanno resa irriducibilmente metaforica» (ivi, pp. 10-11).   25 Ivi, p. 11.   26 Cfr. ivi, p. 22.   49  «AGON» (ISSN 2384-9045), n. 11, ottobre-dicembre 2016   comportamentismo; spiritualismo, antropomorfismo, psicologismo-empirismo positivismo; ontologismo, idealismo, fenomenologia27.  Sulla base di questo schema, Vaccarino percorre tutta la storia della  filosofia28, segnalando, da una parte, il perdurare dell’errore, ma sottolineando,  dall’altra, i meriti di certi filosofi, come ad esempio Cartesio, che avrebbe capito  che il raddoppio conoscitivo «non può aversi per il pensiero, perché di esso  siamo “introspettivamente” consapevoli»29; o Berkeley, che arriverebbe quasi a  eliminare il raddoppio conoscitivo, ma non riesce a riconoscere l’attività  costitutiva del mentale (a prescindere da come lo chiami)30.  Vaccarino – per tornare o andare finalmente ai giudizi sull’Idealismo  tedesco e il Neoidealismo italiano – asserisce che l’idealismo, come riduzione  del fisico al mentale, ha le sue radici sì in Kant31, ma anche nel razionalismo e  27 Cfr. ivi, pp. 22-23.   28 Mostra una particolare attenzione, però, al pensiero antico, forse perché è attraverso  l’insegnamento della filosofia antica che è entrato, tardivamente, nei ranghi universitari, e alla  filosofia antica dedica, come già ricordato, il volume La nascita della filosofia. Per delle  notizie sulle vicende biografiche di Vaccarino rinvio a C. MENGA, Introduzione a G.  VACCARINO, Prolegomeni, vol. I, cit., e a F. ACCAME, Prefazione a G. VACCARINO, Scienza e  semantica, cit.   29 G. VACCARINO, L’errore dei filosofi, cit., p. 78.   30 Cfr. ivi, p. 85.   31 Cfr. ivi, p. 77.   50  «AGON» (ISSN 2384-9045), n. 11, ottobre-dicembre 2016   nell’empirismo precedenti, ai suoi occhi vere e proprie forme di idealismo.  Rileva infatti che, se «in senso etimologico idealismo è ogni soluzione filosofica  che attribuisce la datità alle “idee”», allora idealismo è «quello che cerca nella  mente le “idee”, considerandole innate, cioè come datità, per così dire “interne”.  Si tratta della strada tentata da Cartesio, Leibniz ecc., che correttamente si  definisce razionalismo». Ma idealismo è anche «quello che cerca sì le “idee”  nella mente, ma ritiene che si formino in essa in seguito alle sensazioni. Si tratta  dell’empirismo psicologistico di Locke, Berkeley, Hume ecc.»32.  Kant ha avuto il grande merito di avere compreso che l’attività mentale può  essere analizzata in modo specifico33, ma «non si libera […] del pregiudizio  dell’empirismo che il contenuto della conoscenza ci venga dato esclusivamente  dai sensi»34. La “cosa in sé” è del resto, in questa prospettiva, pesante indicatore  della presenza di un, pleonastico, raddoppio conoscitivo.  È qui che si innestano i giudizi sugli Idealisti “classici”. La posizione di  Fichte, ad esempio, è quella di «un idealismo soggettivistico, che si differenzia  da quello di Berkeley in quanto, auspice Kant, attribuisce la priorità al mentale  32 Ivi, pp. 76-77.   33 Cfr. ivi, p. 96.   34 Ivi, p. 97.   51  «AGON» (ISSN 2384-9045), n. 11, ottobre-dicembre 2016   invece che allo psichico»35. Vaccarino rileva che non importa che Fichte parli di  “io” anziché di “mentale”; il suo difetto sarebbe, piuttosto, di non mostrare  attenzione alle modalità operative dell’estrinsecarsi dell’ “io”36, cioè di non  prendere in considerazione l’attività costitutiva del mentale nel suo effettivo  operare.  Schelling e Hegel, poi, vengono accomunati dal fatto di ritenere che uno  Spirito sia artefice di tutto, in uno svolgimento dialettico articolato; ma proprio  l’attenzione a questo svolgersi farebbe trascurare loro le operazioni mentali  costitutive37.  Hegel, secondo Vaccarino, avverte la necessità di studiare l’attività  mentale, ma rimane invischiato nella metaforicità dello schema dialettico38. Si  rende conto dell’errore del raddoppio conoscitivo, rimasto nel pensiero di Kant,  che separa il soggetto dalle cose, interponendo il pensiero39. Infatti, con grande  acume Hegel rileva che «il carattere contraddittorio del raddoppio conoscitivo  rimane anche quando, come duplicato, si assume la cosa in sé, destinata a restare  35 Ivi, p. 113.   36 Cfr. ivi, p. 114.   37 Cfr. ivi, p. 119.   38 Cfr. ivi, p. 122.   39 Cfr. ibidem.   52  «AGON» (ISSN 2384-9045), n. 11, ottobre-dicembre 2016   al di là dei contenuti del nostro conoscere»40. È la soluzione che, per Vaccarino,  non funziona; il ritenere, cioè, che il raddoppio conoscitivo si elimini con il  «trasferire nell’in sé uno “spirito” creatore, attribuendo ad esso la costituzione di  tutte le cose»41.  Hegel avrebbe di fatto operato una ontologizzazione di tutto il mentale42,  considerando lo spirito una “supermente cosmica” che costituisce tutto43. Agli  occhi di Vaccarino, l’avere Hegel “mentalizzato” la realtà costringe il filosofo a  farsi storicista; cioè secondo il Nostro, «mancando quale oggetto di ricerca il  pensiero come attività, ci si rivolge al pensato, che, in quanto si riscontra già  fatto prima, viene considerato storico»44. Quello che è sembrato a molti  interpreti il merito di Hegel – avere congiunto ragione e storia – è indice, per  Vaccarino, del fatto che Hegel consegnerebbe la filosofia all’inutilità: «Se Hegel  avesse ragione, la filosofia si ridurrebbe alla riesumazione di un errore, quello  del raddoppio conoscitivo, e perciò giustamente meriterebbe l’indifferenza, in  cui oggi spesso viene tenuta. Ma se ha torto, come siamo convinti, si può fare  40 Ibidem.   41 Ibidem.   42 Cfr. ivi, p. 123.   43 Cfr. ivi, p. 124.   44 Ivi, p. 127.   53  «AGON» (ISSN 2384-9045), n. 11, ottobre-dicembre 2016   tesoro della consapevolezza di quest’errore, per introdurre finalmente lo studio  scientifico del pensiero. Non bisogna allora dimenticare che alla storia  appartiene l’irripetibile per i momenti temporali con cui è collegato; alla scienza  il ripetibile, che consente la riprova e l’univocità delle soluzioni»45.  È l’idea di filosofia che è diversa: per Hegel, essa è la comprensione per via  di ragione di ciò che lo spirito ha fatto, la filosofia «è il tempo di essa appreso in  pensieri»46; per Vaccarino deve farsi “scienza” (in senso classico) di  acquisizioni universali, statiche e ripetibili. Ecco allora contrapporsi gli  Operazionisti, che vogliono ottenere un vocabolario e una grammatica per  descrivere le operazioni costitutive della mente, e Hegel, che invece vuole una  enciclopedia che racchiuda tutti i contenuti secondo la logica dialettica47.  Secondo Vaccarino, Hegel ha un merito palese: quello di volere ricondurre  nel “mentale” categorizzazioni come “spazio”, “tempo”, ecc., che gli empiristi  attribuiscono, sulla scia della scienza galileiana, agli “osservati”48.  Naturalmente, nella prospettiva del filosofo operazionista, del “chimico della  45 Ibidem.   46 G. W. F. HEGEL, Lineamenti di filosofia del diritto [1821], a cura di G. Marini, Laterza,  Roma-Bari 1990, p. 15.   47 Cfr. G. VACCARINO, L’errore dei filosofi, cit., p. 128.   48 Cfr. ivi, pp. 132-133.   54  «AGON» (ISSN 2384-9045), n. 11, ottobre-dicembre 2016   mente”, «che le sue analisi siano sbagliate è un fatto, ma che si tratti di categorie  mentali e non di risultati di ricerche naturalistiche, è un punto sul quale ha  perfettamente ragione»49.  Anche nei confronti degli Idealisti tedeschi Vaccarino procede  riconoscendo loro il merito di avere percepito la presenza dell’“errore dei  filosofi”, del raddoppio conoscitivo, ma accusandoli di avere sempre sbagliato la  soluzione proposta al problema. A conti fatti, agli Idealisti «manca la  concezione della mente come attività costitutiva»50.  Il tono non cambia quando Vaccarino affronta gli Idealisti italiani, Croce e  Gentile.   Benedetto Croce si rende conto dei limiti di una dialettica che fagocita  nella razionalità filosofica tutto il reale, «perciò» – dice Vaccarino –  «ridimensiona le pretese dell’idealismo tedesco, ma contemporaneamente lo  impoverisce»51.  Come è noto, Croce sostituisce alla visione cuspidale hegeliana quella del  circolo dei distinti; egli cioè contrappone all’unità logico-filosofica dello spirito  49 Ivi, p. 133.   50 Ivi, p. 136.   51 Ibidem.   55  «AGON» (ISSN 2384-9045), n. 11, ottobre-dicembre 2016   hegeliano, la complessità articolata di uno spirito che è logica, estetica, morale e  utilità. Questa volta, allora, l’obiezione di Vaccarino rivela nettamente la sua  impostazione, in un certo senso, kantiana, nel ritenere cioè la mente unitaria e  definita rigidamente nelle sue strutture. Osserva infatti: «Come questa partizione  si possa conciliare con la personalità unitaria degli uomini non è chiaro»52.  In tale prospettiva diventa erroneo collocare la scienza e i suoi concetti  nella sfera pratica, frutto, secondo Vaccarino, del fatto che il mondo  naturalistico era rimasto fuori dall’attività spirituale, e tuttavia Croce «non vuole  neanche abbandonare completamente la tesi idealista dello “spirito”  onnicomprensivo»53. Così Croce finisce con l’essere, agli occhi di Vaccarino  (come di larga parte della cultura italiana) un antiscientista radicale54.  Torniamo, però, alla critica di Croce a Hegel. Quello che Vaccarino  sottolinea, dal suo punto di vista, è che nel passaggio dai momenti contraddittori  52 Ibidem.   53 Ibidem.   54 La questione del posto delle scienze nella filosofia crociana è ormai viziata da ondate di  luoghi comuni, che hanno scagliato e continuano a scagliare, per questo tema, “anatemi” sul  filosofo napoletano. Vaccarino, con argomenti propri, si colloca sul versante dei critici di  Croce. Per un quadro storiograficamente fondato e una ricostruzione intellettualmente onesta  del posto delle scienze nella visione di Croce rinvio al fondamentale studio di G. GEMBILLO,  Filosofia e scienze nel pensiero di Croce. Genesi di una distinzione, Giannini, Napoli 1984,  ma anche a G. GIORDANO, Ancora sulla svalutazione crociana delle scienze, in “Diacritica”,  anno II, 2016, fasc. 1 (7), 25 febbraio 2016, pp. 29-40 (consultabile al sito http://diacritica.it/).   56  «AGON» (ISSN 2384-9045), n. 11, ottobre-dicembre 2016   di Hegel ai distinti, se vi è una “correzione” del filosofo tedesco, che faceva  sparire la diversità delle forme dello spirito, vi è però un impoverimento, perché  sembrerebbe scomparire totalmente l’attività costitutiva55: lo spirito si  muoverebbe tra i suoi momenti, ma non se ne vedrebbe la ragione profonda.  Il raddoppio conoscitivo, poi, rientra in Croce attraverso il suo storicismo.  Osserva Vaccarino: «Lo “spirito” di Croce è caratterizzato anch’esso da  un’interpretazione storicista. Egli attinge oltre che alla tematica hegeliana anche  alla Scienza Nuova di Vico. La storia, a suo avviso, diviene depositaria della  teoresi. Per sfuggire all’inevitabile antinomia, vuole distinguere la “storia” quale  “realtà” operante, dalla “storiografia” fatta dallo storico. Ma così cade nel  raddoppio conoscitivo, distinguendo la vera storia da quella degli storici»56.  La distinzione tra storia come pensiero e storia come azione, anziché  proporre il circolo vitale di conoscenza e prassi, metterebbe allora in evidenza  ancora una volta la presenza erronea del raddoppio conoscitivo.  La critica si fa ancora più incalzante e serrata con il motivare la mancanza  del mentale (o spirituale) costitutivo in Croce. Quando il filosofo napoletano  parla di intuizione o concetti che non possono essere non espressi, mostra –  55 Cfr. G. VACCARINO, L’errore dei filosofi, cit., p. 137.   56 Ibidem.   57  «AGON» (ISSN 2384-9045), n. 11, ottobre-dicembre 2016   secondo Vaccarino – di non distinguere «l’attività mentale dalla sua  semantizzazione»57. Eppure, in Croce c’è un presentimento dell’attività primaria  costitutiva, e risiederebbe nell’idea crociana di “universale-concreto”, che  sembrerebbe mostrare «l’intuizione che le categorie devono prima essere  ottenute per potere essere applicate»58. Ovviamente, questo è valido se non  cogliamo che “universale-concreto” non è una unione in scansione di  successione temporale, ma un vincolo reciproco in unità, per dirla con Edgar  Morin, una unitas multiplex.  Se Croce appariva antiscientista, nel quadro di Vaccarino Gentile è  anticonoscitivista59. Da Hegel a Gentile l’Idealismo ha chiuso la sua parabola. Il  filosofo siciliano si avvede della presenza del raddoppio conoscitivo nel  postulare un pensiero concreto e un pensato astratto. È per questo che Gentile  «sostiene che il pensante deve essere ricondotto a semplice “atto”, che non  riporti a sé alcun contenuto, cioè a un “atto puro” (“attualismo”). Il soggetto può  essere concreto solo nell’atto di porsi, perché altrimenti si avrebbe la  trascendenza del contenuto a cui si rivolge. In questo senso, a suo avviso, ogni  57 Ivi, p. 138.   58 Ibidem.   59 Cfr. ibidem.   58  «AGON» (ISSN 2384-9045), n. 11, ottobre-dicembre 2016   pensato si degrada in astrazioni. Bisogna decidere, per così dire, se il pensiero  debba essere tutto o nulla. Hegel lo vuole come tutto, artefice oltre che del  mentale anche del fisico. Gentile, consapevole forse dell’inevitabile naufragio  dell’idealismo, se tenta di spiegare i fenomeni fisici, in quanto non dipendono da  chi li osserva, inclina a considerarlo nulla, cioè un “atto puro”»60.  Con Gentile finisce la filosofia del conoscere. E Vaccarino afferma che  «l’idealismo costituisce l’ultimo tentativo della filosofia tradizionale di  esorcizzare il raddoppio conoscitivo, illudendosi di potere eliminare la cosa in  sé»61.  Il grande merito di Gentile è, allora, avere portato all’estremo l’idealismo,  mostrando di fatto che la radice dell’errore del raddoppio conoscitivo è nel  problema stesso del conoscere, come è stato posto sin dall’inizio della storia  della filosofia62. Avere fatto emergere ciò è anche il segno della possibilità di  prendere la “retta via”, perché – è la conclusione di Vaccarino – «se i filosofi  hanno commesso un errore, possono però anche correggerlo»63.  60 Ivi, p. 139.   61 Ivi, pp. 139-140.   62 Cfr. ivi, p. 140.   63 Ibidem.   59  «AGON» (ISSN 2384-9045), n. 11, ottobre-dicembre 2016   Arrivati alla fine del nostro percorso, alcune brevi considerazioni.  Vaccarino è un pensatore di sconfinate letture, ma non uno storico della filosofia  (in senso professionale). Si sarà notato che i giudizi da lui formulati sono stati  presentati, ma poco o nulla commentati. Questo perché la sua lente teoretica è  molto distorcente e forza la lettura nella sua specifica direzione. Sarebbe stato  inutile discutere i giudizi in chiave storico-filosofica; mentre è illuminante  leggerli per capire, e contrariis, il suo pensiero.  In Vaccarino, in fondo, manca (volutamente) proprio il senso della  prospettiva storica; ma è presente l’ansia di un ricercatore innovativo che vuole  ben marcare la sua pretesa di originalità in un confronto con il passato.  Quella che emerge è, dunque, la prospettiva teoretica e, come dicevo  all’inizio, anche la storia della filosofia, per avere un senso, deve essere  ricostruita alla luce di una problematizzazione filosofica. Altrimenti essa non è  che una “filastrocca di opinioni”. Tutto si potrà dire delle pagine in cui  Vaccarino ripercorre, dal suo punto di vista, la storia del pensiero occidentale,  ma non che si tratti di un mero accostamento materiale di “medaglioni”, di una,  appunto, “filastrocca di opinioni”. Tali pagine sono, piuttosto, un esempio di  filosofia militante che per affermarsi non può non fare, con grande onestà  intellettuale, i conti con il passato.  Nome compiuto: Giuseppe Vaccarino. Vaccarino. Keywords: costruzione prammatica. Per il H. P. Grice’s Play-Group, The Swimming-Pool Library, Villa Speranza.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO; ossa, Grice e Vaccaro: all’isola -- la ragione conversazionale e l’implicatura come eteropia – la scuola di Palermo – filosofia siciliana -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Palermo). Abstract. Keywords: signification. The phrase ‘Grice italo’ is meant as provocative. An Old-World philosopher like Valiati would never have imagined to be compared to a tutor at a varsity in one of the British Isles, but there you are! It is meant as a geo-political reminder, too. Many Italian philosophers have been educated in a tradition that would make little sense of Vaccaro as a ‘Grice italo,’ but there you are. My note is meant as a tribute to both philosophers. Grie has been deemed an extremely original philosopher, and by Oxford canons he certainly was. He was the primus inter pares at the Play Group, the epitome of ordinary-language philosophy throughout most of the twentieth century. His heritage remains. Valiati’s place in the history of philosophy is other. But there are connections, and here they are. Filosofo siciliano. Filosofo italiano. Palermo, Sicilia. Essential Italian philosopher. Grice: “My favourite of his books is ‘eteropie,’ a pun on homotopos.”  Si laurea a Palermo, inizia l'attività di docenza presso lo stesso ateneo prima come professore a contratto, poi come ricercatore e come professore associato. Titolare del corso di filosofia politica e supplente di scienza politica nella facoltà di scienze della formazione dell'ateneo palermitano.  -- è pro-rettore a Palermo per la politiche di solidarietà sociale e di co-operazione per lo sviluppo. Inoltre è condirettore della collana “Eterotopie” dell'editore Mimesis di Milano, membro fondatore della Società italiana di filosofia politica” e del Centro interdisciplinare in Bio-politica, Bio-economia e Processi di Soggettivazione a Salerno. Vicepresidente dell'ONG palermitana della Cooperazione Internazionale Sud-Sud. I suoi ambiti di ricerca si orientano sulla teoria critica (soprattutto Adorno e Benjamin della Scuola di Francoforte) e sulla decostruzione post-strutturalista francese (principalmente Foucault e Deleuze) dai quali ricava strumenti di analisi da mettere alla prova nel campo della globalizzazione, della governance e dei diritti umani. Saggi: “Decostruzione di una realtà macchinica”, in Il camaleonte e l'iscrizione, Palermo, Ila Palma); “Il capitalismo regolato statualmente”, curatela con Riccio e Caruso (Milano, Angeli); “Oltre la pace” -- saggi di critica al complesso politico militare, curatela con Magno (Milano, Angeli); “Adorno e Foucault: congiunzione disgiuntiva” (Palermo, ILA Palma); “Il pensiero (check) anarchico (Verona, Demetra); “Il secolo deleuziano” (Milano, Mimesis Edizioni); “Il pianeta unico” (Milano, Elèuthera); “Anarchismo e modernità” (Pisa, BFS); “CruciVerba: lessico per i libertari” (Milano); “Zero in condotta, Globalizzazione e diritti umani” (Milano, Mimesis); “Biopolitica e disciplina” (Milano, Mimesis); “Lo sguardo di Foucault” (Roma, Meltemi); “Governance e democrazia” (Milano, Mimesis). Vaccaro. Prof. Salvatore delegato alle politiche di solidarietà sociale e di co-operazione per lo sviluppo, su Università degli Studi di Palermo.  Mimesis Edizioni: collane. Archiviato Palermo: scheda docente., su scienze formazione.unipa. Biblioteca nazionale di Firenze: catalogo autore., su opac. bncf.firenze..  Foucault: scheda autore., su portail-michel-foucault.org. La sfida anarchica nel Rojava Santi, Vaccaro 2019 ii Contents 1 Come le idee di mio padre hanno aiutato i curdi a creare una nuova democrazia Debbie Bookchin 2 L’eccedenza anarchica in Kurdistan Salvo Vaccaro 3 Confederalismo democratico Una pratica di lotta e organizzazione Raùl Zibechi 4 Visita nel Kurdistan siriano, maggio 2014 Zaher Baher 5 La trincea vergognosa 6 Kurdistan? G.D. & T.L. 7 La democrazia e la Comune: la prima e la seconda Paul Simons 8 Kurdistan I paradossi della liberazione Janet Biehl 9 Dilar Dirik e la rivoluzione delle donne curde a cura di Norma Santi 10 Rivoluzionari o pedine dell’Impero? Marcel Cartier 11 Intervista ai/le compagn* del DAF (Azione rivoluzionaria an- archica) a cura della redazione di «Meydan» ili 15 23 31 43 53 61 71 79 87 93 iv CONTENTS 12 Conversazione con un anarchico volontario delle YPG a cura della redazione del sito Rojavan Poulesta 99 13 Conversazione con le combattenti YPJ di Kobane a cura di Eleonora Corace 107 14 Conversazione con i compagni dell’IRPGF a cura di Enough is enough 113 15 Non per il martirio di CrimeThinc 117 16 All’interno della rivoluzione curda Intervista con due anarchici 133 17 Siria, anarchismo e Rojava Intervista con David Graeber, 2 luglio 2017 147 18 Postfazione 155 Chapter 1 Come le idee di mio padre hanno alutato 1 curdi a creare una nuova democrazia Debbie Bookchin Un mite giorno di primavera, nel Vermont nell’aprile del 2004, stavamo chi- acchierando con mio padre, lo storico e filosofo Murray Bookchin, come face- vamo quasi quotidianamente. Si parlava di tutto e di tutti: amici, familiari e pensatori da Karl Marx e Karl Polanyi (che ammirava) all’allora presidente George W. Bush (chi non l’ha fatto) e George Smiley, il personaggio immagi- nario di John Le Carré con cui si identificava e amava. Si fermò, e di punto in bianco rivelò quello che sembrava una strana notizia: «Apparentemente», disse, «i curdi hanno letto il mio lavoro e stanno cercando di mettere in prat- ica le mie idee». Lo disse in modo così casuale e disinvolto che era come se non ci credesse davvero. Mio padre, all’epoca ottantatreenne, aveva passato sessant’anni a scrivere centinaia di articoli e ventiquattro libri articolando una visione anticapitalista di una società ecologica, democratica ed egualitaria che avrebbe eliminato il dominio dell'umano da parte dell’umano e avrebbe portato l'umanità in armonia con il mondo naturale, un corpo di idee che chiamò «ecolo- gia sociale». Sebbene il suo lavoro fosse ben noto all’interno dei circoli anarchici e della sinistra libertaria, il suo nome era pressoché familiare. Inaspettatamente, quella settimana, aveva ricevuto una lettera da un intermediario che scriveva a nome dell’attivista curdo incarcerato Abdullah Òcalan, capo del Partito dei lavoratori del Kurdistan (PKK). Come suo co-fondatore, unico teorico e leader indiscusso, Ocalan aveva una reputazione straordinaria, ma nulla della sua ide- ologia sembrava in alcun modo assomigliare a quello di mio padre. Fondato nel 1978 come organizzazione marxista-leninista rivoluzionaria, il PKK aveva combattuto per trent'anni una guerra di rivolta per conto dei circa 15 milioni di 2CHAPTER 1. COME LE IDEE DI MIO PADRE HANNO AIUTATO ICURDI A CREARE UNA N curdi che vivevano in Turchia e che hanno subito una lunga storia di violenza. Per decenni, la Turchia ha proibito ai curdi di parlare la loro lingua, di indos- sare gli abiti tradizionali, di usare i nomi curdi, di insegnare la lingua curda nelle scuole o persino di suonare la musica curda. I curdi sono stati regolar- mente arrestati e torturati per qualsiasi espressione della loro identità culturale o opposizione all’ideologia della Turchia, un popolo, una nazione, che ha avuto origine all’inizio del XX secolo, che ha trovato piena espressione nel kemalismo e ha subito il governo autoritario del presidente Recep Tayyip Erdogan e il suo partito islamista. Come gli altri movimenti di liberazione nazionale degli anni ‘70, il PKK fu originariamente fondato per conquistare uno stato indipendente curdo. Ha cercato di unire i curdi, la cui patria di cinque millenni, una striscia di terra conosciuta come Kurdistan, era stata arbitrariamente divisa tra Turchia, Iran, Iraq e Siria all’indomani della prima guerra mondiale. Nei decenni suc- cessivi, è sembrato spesso come se questi quattro paesi si fossero distinti per la competizione nell’infliggere maggiore sofferenza alla sua popolazione curda. La violenza spasmodica, simile a un pogrom a cui questi “nuovi” stati nazione hanno sottoposto i curdi, incluse le gassazioni chimiche, i bombardamenti, i trasferi- menti forzati, le devastazioni ecologiche e la demolizione di interi villaggi. Nei decenni trascorsi, dal 1984, quando il PKK ha inziato la lotta armata, sono state uccise circa 40.000 persone, la maggior parte dei quali erano curdi. Per tutti quegli anni di lotta, Ocalan è stato il leader ideologico e organizzativo del PKK. Nel 1999, Ocalan fu catturato in Kenya dopo essere stato costretto a lasciare la Siria, dove aveva vissuto per vent’anni. Trasportato nella remota isola turca di Imrali, nell’entroterra del Mar di Marmara, Ocalan fu processato e condannato con l’accusa di tradimento. La sua condanna a morte è stata commutata in ergastolo perché la Turchia stava cercando di entrare nell’Unione europea, che si oppone alla pena capitale. Da allora, Òcalan è stato rinchiuso in una cella di Imrali, sorvegliato da centinaia di guardie, con pochi, se non nessuno, altri prigionieri sull’isola. Nonostante il suo isolamento — non è stato visto dal mese di aprile 2016, e dal 2011 è stato negato l’accesso ai suoi avvocati — Òcalan è rimasto la chiara guida del movimento di liberazione curdo in Turchia e Siria e, per i suoi numerosi sostenitori, nella diaspora curda. L’intermediario di Òcalan, un traduttore tedesco di nome Reimar Heider, scrisse a mio padre nel 2004 e gli disse che il leader curdo stava leggendo le traduzioni turche dei libri di mio padre in carcere e si considerava un «bravo studente» di mio padre. Infatti, Heider continuò: "Ha ricostruito la sua strategia politica intorno alla visione di una “società democratica-ecologica” e ha sviluppato un modello per costruire una società civile in Kurdistan e nel Medio Oriente [...] Ha raccomandato i libri di Bookchin a tutti i sindaci di tutte le città curde e ha voluto che ognuno li leggesse." Si è scoperto che dopo il suo arresto, Òcalan ha avuto accesso a centinaia di libri, tra cui traduzioni turche di numerosi testi storici e filosofici provenienti dall’Occidente. Gli furono concessi questi libri mentre tentava di escogitare una strategia legale per la propria difesa durante il processo per tradimento e gli appelli successivi: mirava a spiegare le sue azioni come rivoluzionario, esami- nando il conflitto turco-curdo nel XX secolo, all’interno di un’analisi completa dello sviluppo dello stato-nazione, a partire dall'antica Mesopotamia. Òcalan ha iniziato a scrivere quella che sarebbe diventata una storia in più volumi, in cui ha cercato di proporre una soluzione democratica alla “questione curda” che non solo liberasse il popolo curdo ma stabilisse anche un rapporto armonioso tra turchi e curdi e, in effetti, tra tutti i popoli del Medio Oriente. Nel corso di questo lavoro, Òcalan fu influenzato da un certo numero di pensatori, tra cui Ferdinand Braudel, Immanuel Wallerstein, Maria Mies e Michel Foucault. Inoltre, Ocalan aveva ascoltato e nutrito le voci di una generazione di donne curde guidate da Sakine Cansiz, una co-fondatrice del PKK e una figura leggen- daria sopravvissuta a anni di indicibili torture nelle carceri turche negli anni °80, incoraggiata da Òcalan a scrivere le sue memorie (Cansiz è stata assassi- nata da un agente turco a Parigi nel 2013, insieme ad altre due donne curde.) Cansiz ha influenzato centinaia di donne curde in prigione e campi di addestra- mento del PKK, incluso il co-sindaco recentemente arrestato nella città turca di Diyarbakir, Giiltan Kisanak, che era stato anche torturato in carcere negli anni ‘80. Impressionata dal sacrificio e dall’indipendenza di donne come queste, Òcalan aveva già iniziato, negli anni ’90, ad avviare una drammatica transizione nel PKK da un’organizzazione militante, patriarcale, impegnata a conquistare il potere statale lungo le linee marxiste-leniniste a un’organizzazione che metteva l’accento sui valori del femminismo e ha cercato una forma di socialismo molto diversa da quella associata all’ex Unione Sovietica. Tuttavia molte delle carat- teristiche che definiscono la filosofia politica che Òcalan ha iniziato a sposare negli anni 2000 sono fermamente radicate nell’idea di mio padre di ecologia sociale e della sua pratica politica: il «municipalismo libertario» o il «comunal- ismo». Mio padre vedeva i problemi ecologici come problemi intrinsecamente sociali — di gerarchia e dominio — che dovevano essere risolti in ordine per affrontare la crisi ambientale. «Forse il fatto reale più convincente che i radicali nella nostra epoca non hanno affrontato adeguatamente», scrisse, «è il fatto che il capitalismo oggi è diventato una società, non solo un’economia». Il cambiamento sociale, ha insistito, avrebbe dovuto affrontare il saccheggio del capitalismo dello spirito umano e dell’ambiente partendo dallo smantellamento dei rapporti umani ger- archici e decentralizzando la società in modo che possano prosperare le forme di organizzazione democratica di base. Questa teoria sociale di Bookchin, as- sorbita e amplificata da Òcalan sotto il nome di «confederalismo democratico», sta ora guidando milioni di curdi nella loro ricerca di costruire una società non gerarchica e una democrazia basata sul consiglio locale. Mentre la guerra civile siriana entra nel suo ottavo anno, la maggior parte degli occidentali ha famil- iarità con le immagini degli uomini e delle donne delle Unità di autodifesa del popolo curdo con in spalla i kalashnikov, conosciuti rispettivamente come YPG, che è per lo più di sesso maschile, e YPJ, le unità di sole donne. Queste milizie hanno combattuto e sono morte a migliaia nei campi di battaglia della Siria come Unità principali delle Forze democratiche siriane (SDF), la forza mul- tietnica sostenuta dagli Stati Uniti nella campagna contro l’ISIS. Meno spesso 4CHAPTER 1. COME LE IDEE DI MIO PADRE HANNO AIUTATO I CURDI A CREARE UNA N riconosciuto è ciò per cui stanno combattendo: la possibilità di raggiungere non solo l’autodeterminazione politica, ma anche una nuova forma di democrazia diretta in cui ogni membro della comunità ha voce in capitolo nelle assem- blee popolari che affrontano le questioni dei loro quartieri e città - cioè, una democrazia senza uno stato centrale. A causa della repressione in Turchia, queste idee sono arrivate al loro pieno com- pimento nel nord-est della Siria, storicamente curdo. Nel 2012, le truppe del governo siriano del presidente Bashar al-Assad si sono ritirate da questa regione per concentrarsi sulla lotta contro gli insorti altrove. I curdi siriani stavano os- servando i loro fratelli implementare alcune delle idee di Òcalan in villaggi e città in gran parte curde come Diyarbakir, oltre il confine nel sud-est della Turchia; e si erano preparati per la loro occasione. Hanno iniziato a mettere in pratica le stesse idee in tre “cantoni” in Siria, Cizre, Kobani e Afrin, che ospitano circa 4,6 milioni di persone, inclusi 2 milioni di curdi siriani, oltre a piccole popolazioni di arabi, turkmeni, Siriaci e altre minoranze etniche. In questi cantoni dominano le assemblee multietniche di quartiere e l’ethos prevalente evidenzia un’eguale divisione del potere tra donne e uomini, una prospettiva non gerarchica, non settaria e chiaramente ecologica, e un’economia cooperativistica costruita su principi anticapitalisti. La gente di questi cantoni ha fatto queste riforme di fronte a grandi sfide, che includono il raddoppio della popolazione sotto forma di rifugiati di guerra da altre parti della Siria, e embarghi su cibo e scorte dalla Turchia a nord e dal Kurdistan iracheno all’Oriente, dove il leader tribale curdo Masoud Barzani ha supervisionato per più di un decennio uno staterello capi- talista che dipende dalla Turchia per il commercio. Nel 2014, i tre cantoni hanno stabilito la propria autonomia come Federazione Democratica della Siria settentrionale, che è comunemente conosciuta come Ro- java, la parola curda per “Occidente” (la Siria è la parte più occidentale del Kurdistan più grande). Sebbene siano ancora noti informalmente come Rojava, i curdi hanno ufficialmente abbandonato il nome nel 2016, in riconoscimento della natura multietnica della regione e del loro impegno per la libertà per tutti, non solo per il popolo curdo. La Federazione democratica (o DFNS) è fondata su un documento chiamato Carta del contratto sociale, il cui Preambolo dichiara l'aspirazione a costruire «una società libera da autoritarismo, militarismo, cen- tralismo e l’intervento dell’autorità religiosa negli affari pubblici». Inoltre «ri- conosce l’integrità territoriale della Siria e aspira a mantenere la pace nazionale e internazionale», una rinuncia formale da parte dei curdi siriani all’idea di uno stato separato per il loro popolo. Invece, prevedono un sistema federato di co- muni autodeterminate. Nei novantasei articoli che seguono, il Contratto garantisce a tutte le comunità etniche il diritto di insegnare e di essere istruito nelle proprie lingue, abolisce la pena di morte e ratifica la Dichiarazione universale dei Diritti umani e conven- zioni analoghe. Richiede che le istituzioni pubbliche lavorino verso la completa eliminazione della discriminazione di genere, e richiede per legge che le donne costituiscano almeno il 40% di ogni corpo elettorale e che esse, e le minoranze etniche, fungano da co-presidenti a tutti i livelli dell’amministrazione pubblica. Il Contratto Sociale promuove anche una filosofia di gestione ecologica che guida tutte le decisioni sull’urbanistica, l'economia e l’agricoltura, e gestisce tutti i set- tori, ove possibile, secondo i principi collettivi. Il documento garantisce anche i diritti politici agli adolescenti. Tra le molte sfide che la Federazione democrat- ica deve affrontare è che il suo esperimento si trova in una zona di guerra. La città di Kobane e la zona circostante sono state pesantemente danneggiate dagli attacchi aerei statunitensi contro l’ISIS, prima che le YPG e YPJ sconfiggessero la milizia jihadista lì dopo una battaglia di sei mesi nel 2014. Gli Stati Uniti e i loro alleati forniscono aiuti militari alla SDF ma nessun aiuto umanitario, e la ricostruzione di Kobane, e di molte altre parti della Federazione devastate dalla guerra, è stata molto lenta. Mentre gli aspetti utopici del Rojava hanno attirato un paio di centinaia di volontari civili internazionali che stanno lavorando su questioni relative ai ri- fiuti ambientali e piantano 50.000 alberelli nel tentativo di “rendere nuovamente verde il Rojava”, la regione soffre di una carenza d’acqua inflitta dalla Turchia, che ha costruito enormi dighe che hanno deliberatamente rallentato il flusso dei fiumi Tigri ed Eufrate a un rivolo, così come gli insediamenti storici allagati sul lato turco del confine. Sullo sfondo di un’intera società mobilitata per lo sforzo bellico, sono state con- testate denunce di bambini soldato, abitanti di villaggi arabi sradicati e altre violazioni dei diritti umani nelle aree ora controllate dai curdi. Internamente, c’è la sfida di resistere alla rigidità ideologica che spesso si scontra con i movimenti, con un portavoce carismatico con le élite che rivendicano il mantello del capo a scapito delle opinioni dissenzienti. Forse in modo cruciale, resta da vedere se la Turchia, che ha dichiarato il suo desiderio di cancellare il progetto Rojava, sarà portata in tilt o dato il via libera da una combinazione delle tre potenze mondiali — Russia, Iran e Stati Uniti — in lizza per esercitare il controllo sulla Siria. L'intenzione del Contratto sociale, tuttavia, è chiara: costruire una soci- età costruita dalla base, democratica e decentralizzata del tipo che mio padre e Abdullah Òcalan hanno entrambi immaginato. Nato nel Bronx nel 1921, la prima influenza di Murray Bookchin fu la nonna Zeitel, una rivoluzionaria russa che emigrò negli Stati Uniti all’indomani della Rivoluzione del 1905. Come mio padre in seguito ha descritto le difficoltà di sua nonna e dei suoi compagni: "Sotto queste bandiere rosse, sognando l'emancipazione umana, avevano l’ideale di una società senza classi, libera dallo sfruttamento, e questo era il loro mito, la loro visione e la loro speranza. Vivendo in questo mondo preindustriale in cui le famiglie erano sostanzialmente famiglie allargate, con reciproco senso di fiducia, hai avuto un’intensa vita comunitaria segnata dall’aiuto reciproco, contrasseg- nato da una forte sensibilità culturale, caratterizzata da una visione culturale radicale." I Bookchins avevano lotte per conto loro. La madre di mio padre era stata abbandonata dal marito quando Murray era un ragazzino; dopo la morte della nonna, quando aveva nove anni, vivevano spesso in povertà. Nello stesso peri- odo, nel 1930, divenne membro dei Young Pioneers of America, un’organizzazione 6CHAPTER 1. COME LE IDEE DI MIO PADRE HANNO AIUTATO I CURDI A CREARE UNA N giovanile comunista. A tredici anni fu “co-optato” nella Lega dei Giovani comu- nisti. Anche i membri più giovani del partito “sono stati trattati come adulti”, ha ricordato. Dovevano aver letto il Manifesto dei comunisti e molti altri testi; furono mandati nelle strade a vendere il giornale del partito; hanno sostenuto gli sforzi sindacali. La Crisi del 1929 intensificò la “coscienza di classe” di mio padre e il suo impegno per il cambiamento sociale: più di una volta, lui e sua madre furono sfrattati dagli appartamenti nel Bronx. Da giovane radicale, ha affinato le sue abilità oratorie nel crogiolo di dibattito di Crotona Park. Mio padre in seguito ricordò quella volta negli anni ’30 come «un periodo profonda- mente tumultuoso»: "È molto difficile darvi un’idea della misura in cui quasi ogni giorno si sen- tiva qualcosa di nuovo, che qualcosa di politicamente eccitante stava accadendo e in un certo senso pericoloso. Ad esempio, abbiamo avuto continui incontri agli angoli delle strade, passando da un angolo ad un altro per incontrare i miei am- ici. E alla fine ho iniziato a parlare effettivamente da quelli che oggi chiamereste palchi. Nel frattempo ho cercato di guadagnarmi da vivere vendendo giornali e trasportando il gelato sulle spalle a Crotona Park in un’enorme scatola isolata per mantenere fresco, inseguito dalla polizia, tra l’altro, perché a quei tempi era illegale vendere gelati: era il privilegio principalmente di piccoli stand e conces- sioni che il dipartimento del parco dava alla gente. Così, fin dall’età di tredici e quattordici anni, come operaio, ho iniziato a guadagnare il mio pane e il mio formaggio." Pur essendo rigorosamente istruito nei punti più sottili della teoria marxista dal Partito Comunista, non fu mai vincolato dalle ortodossie; lasciando il Par- tito Comunista dopo la firma del Patto Hitler-Stalin, prese una svolta prima come trockista, e poi divenne un anarchico, che è ciò che rimase per quasi quat- tro decenni tra gli anni ‘60 e ’90. Alla fine, ha messo da parte quel termine, anche, sostenendo che l’anarchismo finiva troppo facilmente in una politica che si concentrava sull’esercizio personale della libertà a spese del duro lavoro nec- essario per costruire istituzioni politiche capaci di realizzare un cambiamento sociale duraturo. Mio padre non ha mai frequentato il college e, come autodidatta, forse non si è mai sentito confinato da nessun particolare percorso di ricerca intellettuale. La sua lettura variava ampiamente e profondamente, da materie come la biolo- gia e la fisica alla storia naturale e alla filosofia. La sua esperienza di lavoro industriale-pendolarismo a Bayonne, nel New Jersey — in una fonderia dove ver- sava l’acciaio liquido — confermò la sua simpatia per il progetto socialista. Più tardi, però, il suo incarico come organizzatore sindacale per gli United Electrical Workers gli insegnò che il proletariato americano, preoccupato com'era di ques- tioni di pane e burro e riforme frammentarie, era improbabile che fosse l’agente rivoluzionario che Marx aveva predetto. Cominciò a discutere con gli altri prin- cipi del marxismo, inclusa la sua enfasi sull’autorità statale centralizzata e la sua insistenza sulla «inesorabilità delle leggi sociali». Gli era anche apparso chiaro, dalla fine degli anni ‘40 e dai primi anni ’50, che lo sviluppo capitalista era in profonda tensione con il mondo naturale. L’inquinamento atmosferico e idrico, le radiazioni, il problema dei residui di pesticidi negli alimenti e l’impatto sulle città di incalzanti progettazioni urbane come richiesto da Robert Moses, sosteneva, una rivalutazione degli effetti del capitalismo che tenevano conto dell'ambiente come delle preoccupazioni eco- nomiche. Tra la fine degli anni ’50 e l’inizio degli anni ‘60, Bookchin parlava della devas- tazione ecologica come un sintomo di problemi sociali profondamente radicati, idee che elaborò in un saggio del 1964 intitolato Ecology and Revolutionary Thought (Ecologia e pensiero rivoluzionario), che stabilì l'ecologia come con- cetto politico e lo fece salvando l’ambiente come parte integrante del progetto di trasformazione sociale. In contrasto con Marx, che credeva che fosse la scar- sità della natura a condurre alla sottomissione umana, Bookchin sostenne che la nozione di dominare la natura era preceduta e derivata dal dominio dell’umano da parte dell’umano e che solo eliminando le gerarchie sociali - di genere, razza, orientamento sessuale, età e status, avremmo potuto iniziare a risolvere la crisi ambientale. Sosteneva, contro Marx, che la vera libertà non sarebbe stata real izzata semplicemente eliminando la società di classe; comportava l’eliminazione di tutte le forme di dominio. «Tragicamente», osservò in seguito, "il marxismo praticamente mise a tacere tutte le precedenti voci rivoluzionarie per più di un secolo e mantenne la storia stessa nella morsa gelida di una teo- ria dello sviluppo notevolmente borghese basata sul dominio della natura e sulla centralizzazione del potere." Mio padre ha iniziato a elaborare queste idee in una serie di articoli a metà degli anni ‘60 con titoli come Post-Scarcity Anarchism (L’anarchismo nell’età dell'abbondanza, Milano 1979), Toward a liberatory technology (Verso una tecnologia liberatoria) e Listen Marxist (Ascolta, marxista!); saggi che hanno guidato una giovane generazione di attivisti contro la guerra verso una com- prensione più profonda dei mali sociali che chiedevano un nuovo ordine sociale. Durante questo periodo, ha discusso con e influenzato molte figure significative a sinistra, da Eldridge Cleaver e Daniel Cohn-Bendit a Herbert Marcuse e Guy Debord. Ha spinto i rivoluzionari francesi degli eventi del maggio 1968 a non arrendersi agli sforzi del Partito comunista per corrompere il movimento stu- dentesco; ha spinto i leader del Partito della Pantera Nera come Cleaver e Huey Newton ad abbandonare la loro adesione al dogma maoista che le rivoluzioni sono fatte da quadri disciplinati guidati da una leadership centralizzata; e in- contrò Marcuse per esortare il veterano teorico critico marxista ad abbracciare una più profonda coscienza ecologica. Nel corso degli anni, alcune delle teorie di Bookchin sui gruppi di affinità, le assemblee popolari, l’eco-femminismo, la democrazia di base e la necessità di eliminare la gerarchia furono riprese dalla campagna antinucleare, dagli attivisti antiglobalizzazione e, infine, dal movimento Occupy. Questi gruppi hanno in- corporato le idee di mio padre - spesso inconsapevoli della loro origine, forse - perché offrivano modi di agire e di organizzazione che prefiguravano il cambia- 8CHAPTER 1. COME LE IDEE DI MIO PADRE HANNO AIUTATO I CURDI A CREARE UNA N mento sociale che cercavano. Negli anni ’80, il suo lavoro stava influenzando i movimenti verdi in Europa. Oggi, un movimento «municipalista» basato sulle sue idee sta prendendo piede nelle città di tutto il mondo. Prima del Rojava, tuttavia, il nome di Murray Bookchin veniva raramente menzionato nelle notizie mainstream. Mio padre si trasferì dal Lower East Side di New York al Vermont nel 1971. Aveva cinquant’anni. Lui e Beatrice, mia madre, avevano divorziato dopo dod- ici anni di matrimonio, ma continuò a vivere con lei per molti anni e rimase il suo compagno politico e confidente per il resto della sua vita. Nel Vermont, divenne attivo nel movimento antinucleare, mentre guidava l'opposizione agli sforzi dell’allora sindaco di Burlington, Bernie Sanders, per mettere un enorme sviluppo commerciale sul lungomare di Burlington. Insieme, i miei genitori hanno iniziato i Burlington Greens, uno dei primi movimenti comunalisti negli Stati Uniti. Ed è stato nella loro casa di Burlington che ha scritto il suo magnum opus, The Ecology of Freedom (L’ecologia della libertà, Milano 1986), pubbli- cato nel 1982 e tradotto in turco dodici anni dopo. In esso, mio padre ha tracciato il disastro della gerarchia dalla preistoria al pre- sente, esaminando l’interazione tra ciò che ha definito l’ «eredità del dominio» e l’«eredità della libertà» nella storia umana. Accanto alla tendenza della civiltà umana a diventare più socialmente stratificata, che ha creato grandi disug- uaglianze e ha dato potere indebito agli stati nazionali, ha sostenuto, che esisteva una ricca tradizione di libertà, dalla sua prima apparizione come una parola in tavolette cuneiformi sumeriche, al suo utilizzo da filosofi come Agostino e la sua comparsa nell’anti-statalista, pensiero utopistico radicale di pensatori come Charles Fourier. Quel lascito di libertà offre una visione parallela del potenziale sviluppo dell’umanità che sfida la saggezza accettata da Marx che lo stato e il capitalismo erano «storicamente necessari» per il progresso della società verso il socialismo. Non solo erano inutili, sosteneva mio padre, ma la classica cre- denza marxiana nel ruolo storico “progressista” del capitalismo aveva ostacolato la formazione di una sinistra veramente libertaria. Ocalan legge The Ecology of Freedom e concorda con la sua analisi. Nel suo libro In Defense of the People, pubblicato in tedesco nel 2010 (di prossima pub- blicazione in inglese) ha scritto: "Lo sviluppo dell’autorità e della gerarchia prima ancora che emergesse la soci- età di classe è una svolta significativa nella storia. Nessuna legge della natura richiede che le società naturali si trasformino in società gerarchiche basate sullo stato. Al massimo potremmo dire che potrebbe esserci una tendenza. La cre- denza marzista che la società di classe è inevitabile è un grosso errore." Illustrando gli esempi di egualitarismo e mutuo appoggio che caratterizzavano le società primitive, mio padre sostenne che il capitalismo non era l’inevitabile prodotto finale della civiltà umana. Ha suggerito che un recupero degli impulsi verso la cooperazione, l’aiuto reciproco e la sostenibilità ecologica potrebbe es- sere raggiunto in una società moderna costruendo un’economia morale ed ecolog- ica basata sui bisogni umani, promuovendo tecnologie in grado di decentralizzare le risorse, come l’energia solare ed eolica, e costruire assemblee democratiche di base che responsabilizzino le persone a livello locale. L’enfasi di mio padre sulla gerarchia divenne un aspetto distintivo degli sforzi di Òcalan per ridefinire il problema curdo. In The Roots of Civilization, il primo volume pubblicato di scritti carcerari di Òcalan, anche lui ha tracciato la storia delle prime società comunitarie e la transizione al capitalismo. Come Bookchin, ha celebrato la formazione delle società primitive in Mesopotamia, la culla della civiltà e la culla dell’arte, la lingua scritta e l’agricoltura. Ci ha ricordato che i potenti legami di parentela che restano un elemento fisso della vita familiare curda — i rapporti tradizionali di famiglie allargate e cultura popolare — possono fornire le basi per una nuova società etica che fonde i migliori aspetti dei valori dell’Illuminismo con una comunalista ed ecologica sensibilità. Ocalan va oltre a Bookchin nel significato che attribuisce al patriarcato. Mio padre aveva esaminato il modo in cui le gerarchie provenivano dal bisogno degli anziani nella società di conservare il loro potere mentre invecchiavano istituzion- alizzando il loro status sotto forma di sciamani e in seguito di sacerdoti, un pro- cesso che includeva il dominio delle donne da parte degli uomini. Òcalan, tut- tavia, vede il patriarcato come una caratteristica distintiva della civiltà umana. «La storia di civiltà di 5.000 anni è essenzialmente la storia della schiavitù della donna», ha scritto in un opuscolo intitolato Liberating Life: Woman’s Revolu- tion (pubblicato in inglese nel 2013). «La profondità della schiavitù della donna e il mascheramento intenzionale di questo fatto sono quindi strettamente colle- gati all’ascesa all’interno di una società di potere gerarchico e statalista». An- nullare questi consolidati rapporti istituzionali e psicologici di potere, a giudizio di Ocalan, richiede una nuova visione di società. E una profonda resa personale da parte degli uomini. L'interesse di Òcalan per la liberazione delle donne precedette il suo tempo a Imrali e non fu mai semplicemente una questione teorica. Alla fine degli anni 80 e all’inizio degli anni ’90, le donne curde provenienti dalla Siria e dalla Turchia, dove stavano subendo una repressione particolarmente dura da parte dello stato turco, si stavano unendo al PKK in numero crescente. Lasciando i loro villaggi e città per recarsi nei campi di addestramento del PKK nella Valle della Bekaa in Libano e nelle montagne Qandil dell'Iraq, queste donne hanno contribuito a gonfiare le fila dei combattenti del PKK a 15.000 entro il 1994, con donne che rappresentano circa un terzo della forza. In linea con la spinta del PKK sullo studio e l’istruzione, queste donne, mentre si allenavano come guerrigliere, leggevano anche testi femministi e altri testi radicali. Ocalan, che stava già rivalutando il problema della personalità del “maschio dominante” nel PKK, ha sostenuto le loro richieste di uguali diritti, un’organizzazione separata della milizia e le proprie istituzioni. Come spiega Meredith Tax nel suo recente libro A Road Unforeseen: Women Fight the Islamic State, la creazione di unità PKK interamente femminili è stata fondamentale per «dare alle donne la fidu- cia e l’esperienza di leadership per fare il salto in un corpo armato femminile completamente separato». Come Bookchin anni prima, Òcalan si era anche disilluso del socialismo di stato. «Non guardare l'Unione Sovietica come il Dio del socialismo e l’ultimo Dio in 10CHAPTER 1. COME LE IDEE DI MIO PADRE HANNO AIUTATO I CURDI A CREARE UNA questo», ha detto a un intervistatore nel 1991. «Il sogno di un’utopia socialista non è solo marxista-leninista. È vecchio come l’umanità». Sempre più per- suaso che lo stato stesso fosse il problema, iniziò a riconsiderare l’obiettivo del suo movimento non come una nazione curda ma come un'entità democratica autonoma e auto-governata all’interno di una federazione che dava una simile autonomia a tutti i suoi gruppi di soggetti: un tipo di sistema politico molto diverso da quelli finora esistenti in Medio Oriente o quasi ovunque. «Lo stato-nazione ci rende meno che umani», ha scritto Bookchin nel suo saggio del 1985 Ripensare l’etica, la natura e la società. "Ci tormenta, ci blocca, ci disimpegna, ci beve della nostra sostanza, ci umilia e spesso ci uccide nelle sue avventure imperialiste [...] Noi siamo le vittime dello stato-nazione, non i suoi costituenti, non solo fisicamente e psicologicamente ma anche ideologicamente." Ocalan è venuto a condividere questo punto di vista; nel 2005, ha emesso una Dichiarazione secondo cui «la radice politica della soluzione della nazione demo- cratica è il confederalismo democratico della società civile, che non è lo stato». Piuttosto, deve essere basato sulla «unità comune», un sistema ecologico, sociale e la costruzione economica che non «mira a fare profitto», ma piuttosto soddisfa i bisogni collettivamente determinati delle persone che vivono lì. Il documento è servito come una visione che sperava sarebbe stata abbracciata da tutto il Kurdistan, compresi i 6 milioni di curdi in Iran e un numero simile in Iraq. Qui, Ocalan ha fatto eco al programma di mio padre in The Rise of Urbanization and the Decline of Citisenship (in seguito intitolato Urbanizzazione senza città [??]), che Ocalan aveva letto in prigione e raccomandato ai sindaci del Bakur nel sud-est della Turchia. In questo volume, mio padre ha tracciato la storia della megalopoli urbana, da Atene alla Comune di Parigi e oltre, nel tentativo di “riscattare la città, di visualizzarla non come una minaccia per l’ambiente ma come un uomo unicamente umano, etico, e la comunità ecologica "che potrebbe essere reclamata come il luogo di una nuova politica di democrazia dell’assemblea; un’arte in cui ogni cittadino è pienamente consapevole del fatto che la sua comunità affida il suo destino alla sua probità morale e alla sua razion- alità." «La città», ha scritto, deve essere "concepita come un nuovo tipo di unione etica, una forma umanamente ridimen- sionata di empowerment personale, un sistema partecipativo, anche ecologico di processo decisionale, e una fonte distintiva di cultura civica." E sosteneva che praticando una politica radicale basata sulla municipalità, le persone possono, in effetti, creare una nuova società democratica all’interno del guscio del vecchio controllo del retroscena dallo stato centrale. Queste idee «comunaliste» sono state messe in pratica nei villaggi e nelle città della Federazione democratica della Siria settentrionale. Un elaborato sistema di democrazia dei consigli comincia a livello della «comune» (insediamenti che 11 comprendono tra le trenta e quattrocento famiglie). La comune invia delegati al consiglio del quartiere o del villaggio, che a sua volta invia i delegati al livello del distretto (o città) e infine alle assemblee regionali. I cittadini fanno parte di comitati per la salute, l’ambiente, la difesa, le donne, l’economia, la politica, la giustizia e l’ideologia. Tutti hanno il diritto di dire. E in linea con le idee di Ocalan su questioni relative alle donne, i consigli delle donne hanno il potere di scavalcare le decisioni prese da altri consigli quando la questione riguarda specificamente gli interessi delle donne. Sebbene il PKK rimanga la principale forza di opposizione per la maggior parte dei curdi che si oppongono alle politiche del presidente Erdogan in Turchia, vi sono state divisioni all’interno del movimento, in particolare a metà degli anni 2000, quando Òcalan iniziò ad applicare sul serio il confederalismo demo- cratico. Eppure è una testimonianza del carattere della sua leadership, che ha sopportato quasi due decenni di prigionia, e una grande maggioranza del popolo curdo ha seguito la strada che ha tracciato. Nonostante ciò, il PKK rimane sulle liste nere terroristiche mantenute dagli Stati Uniti e dall'Unione Europea, e i media occidentali inspiegabilmente persistono nel chiamare Òcalan e il «marxista-leninista» del PKK più di un decennio dopo che l’ideologia è stata formalmente rinunciata, sia in pratica che in migliaia di pagine degli scritti di Ocalan. Al momento delle elezioni della Turchia del giugno 2015, il PKK aveva dichiarato un cessate il fuoco unilaterale e le prove del suo impegno per la democrazia di base erano in piena fioritura nei villaggi e nelle città curde della Turchia sud- orientale, dove le donne lavoravano come co-sindaci e prestavano servizio in tutte le aree dell’amministrazione della città. Nelle elezioni, il partito HDP a guida curda ha vinto il 13% dei voti, diventando così il terzo partito più grande del parlamento turco. Riassumendo, Erdogan ha fermato i negoziati di pace iniziati con Ocalan nel 2013 e ha lanciato un assalto duraturo nella regione curda. La campagna militare e la resistenza del PKK hanno portato alla morte di centi- naia di persone, con altre migliaia di detenuti, tra cui Selahattin Demirtas, il leader carismatico dell’HDP, che ora sta concorrendo per presidente dalla sua cella in prigione nell’elezione improvvisa chiamata da Erdogan per il 24 giugno. Il 24 maggio, il Tribunale dei popoli, con sede a Roma, istituito nel 1979 per continuare il lavoro del Tribunale Russell (che aveva indagato sui crimini di guerra in Vietnam), ha stabilito che il PKK non era un gruppo terroristico ma combattente in un «Conflitto armato non internazionale» e ha dichiarato Er- dogan personalmente colpevole di crimini di guerra contro il popolo curdo per non aver aderito alle Convenzioni di Ginevra per un periodo di diciotto mesi tra il mese di giugno 2015 ed il gennaio 2017. In una decisione annunciata al Parlamento europeo in Bruxelles, il tribunale ha anche dichiarato la Turchia colpevole di operatività sotto falsa bandiera, «assassini mirati, esecuzioni ex- tragiudiziali, sparizioni forzate», distruggendo le città curde e spostando fino a 300.000 civili, e «negando al popolo curdo il diritto all’autodeterminazione imponendo l’identità turca e reprimendo la sua partecipazione alla vita politica, economica e culturale del Paese». Il Tribunale ha sollecitato l’immediata ripresa dei negoziati di pace con i curdi in Turchia e ha anche invitato la Turchia a in- 12CHAPTER 1. COME LE IDEE DI MIO PADRE HANNO AIUTATO I CURDI A CREARE UNA terrompere tutte le operazioni militari contro i curdi in Siria. L’insistenza della Turchia sul fatto che anche i curdi siriani siano «terroristi» a causa della loro appartenenza ideologica a Òcalan ha costretto gli Stati Uniti a camminare su una linea sottile, sostenendo le YPG e YPJ come parte delle forze democratiche siriane, e negando i loro legami con il PKK, pur sostenendo che il PKK in Turchia è un gruppo terroristico. Il risultato è stato che mentre i fun- zionari militari statunitensi supportano i curdi come “i nostri migliori partner sul terreno” nella lotta contro l’ISIS, in Siria, il Dipartimento di Stato ha chiuso un occhio sulle inesorabili violazioni dei diritti umani di Erdogan, riecheggiando la sua retorica che il PKK dev'essere distrutto, una politica che il popolo curdo dice essere un’approvazione tacita di una guerra contro tutti i curdi. Questa politica statunitense, insieme al quasi-silenzio dei leader americani ed europei sull’assalto del governo turco contro i suoi cittadini curdi tra il 2015 e il 2017, potrebbe aver incoraggiato Erdogan a inviare le sue forze e le milizie dell’ex esercito libero siriano — inclusi jihadisti ed ex Combattenti dell’ISIS — nel can- tone di Afrin in Siria il 20 gennaio. Circa 170.000 persone sono state sfollate da Afrin; molti sono senzatetto e dormono all’aria aperta. Quello che un tempo era un paradiso di pace e multiculturalità, un luogo in cui le donne detenevano il 50% degli uffici pubblici, è ora sotto assedio. Vi sono state segnalazioni di rapimenti di donne e ragazze, di espulsione di curdi dalle loro case e attività commerciali, e della parziale imposizione della legge della Sharia. In questo, la Turchia ha ricevuto il tacito sostegno dagli Stati Uniti, che si sono rifiutati di opporsi a Erdogan a nome dei suoi alleati curdi. La devastazione che ne deriva è stata tristemente sottovalutata dai media americani. Mio padre è morto il 30 luglio 2006, all’età di ottantacinque anni, circa due anni dopo che gli intermediari di Òcalan l’avevano contattato. L’artrite gli aveva reso impossibile di sedersi davanti a un computer e digitare, quindi la sua corrispon- denza con Ocalan finiva dopo lo scambio di un paio di lettere da entrambe le parti. Nella sua ultima lettera, mio padre ha inviato i suoi migliori auguri a Ocalan e ha scritto: "La mia speranza è che il popolo curdo possa un giorno essere in grado di creare una società libera e razionale che permetta al loro splendore ancora una volta di prosperare. Hanno la fortuna di avere un leader del talento di Ocalan per guidarli." Alla morte di Murray Bookchin, il PKK pubblicò una dichiarazione di due pagine che lo chiamava «uno dei più grandi scienziati sociali del ventesimo secolo». «Ci ha introdotto al pensiero dell’ecologia sociale, e per questo verrà ricordato con gratitudine dall’umanità», hanno scritto gli autori della dichiarazione. «Ci im- pegniamo a far vivere Bookchin nella nostra lotta. Metteremo questa promessa in pratica come la prima società che stabilisce un tangibile confederalismo demo- cratico». Se mio padre fosse vissuto per vedere le sue idee realizzate in Rojava e nel sud-est della Turchia, sarebbe stato profondamente commosso nel sapere che il suo spirito rivoluzionario era rinato tra una generazione del popolo curdo. Avrebbe preso a cuore il fatto che la Rojava fosse un altro esempio storico del 13 desiderio di libertà che lui stesso sentiva così profondamente e al quale ha ded- icato la sua vita. 14CHAPTER 1. COME LE IDEE DI MIO PADRE HANNO AIUTATO I CURDI A CREARE UNA Chapter 2 L’eccedenza anarchica in Kurdistan Salvo Vaccaro Quando David Graeber, noto intellettuale anarchico, fine antropologo e at- tivista nei movimenti sociali americani di Occupy Wall Street, ha presentato su «The Guardian» dell’8 ottobre 2014 [1] l'esperimento rivoluzionario nel Ro- java degno di paragone con la rivoluzione spagnola del 1936-37, avendone tratto l’insegnamento da suo padre che vi combatté in condizioni, queste sì, veramente analoghe con la guerra nel Kurdistan, ci siamo chiesti se si trattava di un ab- baglio da troppa distanza o da troppa vicinanza simpatetica, e anche se tale appello militante era all’origine del movimento solidale che ha mosso i corpi e le menti di tanti anarchici e anarchiche che da ogni parte del mondo si sono recati, e spesso hanno perso la vita, in Rojava per contribuire non solo e non tanto alla resistenza kurda contro Daesh prima, e poi contro i turchi, quanto e soprattutto per apportare il loro sostegno fattivo alla rivoluzione in corso. È fuor di dubbio infatti la presenza anarchica nel Kurdistan e nel Bakur, seg- nata doppiamente dalla volontà combattente nelle milizie kurde da un lato, e dall’idea di comprendere in maniera solidale e partecipata le dinamiche del Confederalismo democratico i cui processi locali, i cui ideali di trasformazione antiautoritaria della società sono diventati patrimonio collettivo, a prescindere — si direbbe — dal reale grado di rottura rivoluzionaria impressa nel corpo vivo dell’esistenza associata degli uomini e delle donne kurde in Rojava, anche a causa del duro conflitto che ne ha minato gli sforzi e forse ridimensionato gli esiti, visto che l’esperimento innovativo si è dispiegato in condizioni non certo favorevoli, in cui ogni errore poteva essere fatale a costo della vita [2]. Ovviamente qualcosa stride e sollecita una interrogazione critica seppur solidale. E non si tratta della difficile coniugazione tra sperimentazione rivoluzionaria e guerra, visto che l'esempio spagnolo a noi molto caro ci restituisce l’analogia in modo più chiaro e già affrontato in sede critica nelle innumerevoli inchi- 15 16CHAPTER 2. L’ECCEDENZA ANARCHICA IN KURDISTANSALVO VACCARO este storiche, nelle ricostruzioni a posteriori condotte dagli stessi protagonisti di allora. No, quel che stride è il fatto che tanti anarchici e anarchiche hanno considerato il Confederalismo democratico molto vicino all’ideale anarchico e libertario, ben prima di una ricognizione sul campo; e stride ancora il fatto che, a differenza della simpatia con lo zapatismo a cavallo di millennio in Chiapas oggi la presenza in Rojava è visibile e numerosa, mentre pochi si sono adden- trati nelle foreste del meridione messicano per riunirsi e radicarsi tra gli indi- geni, nonostante i raduni, i convegni e le “tournée” in Chiapas di tanti attivisti di mezzo mondo negli anni d’oro del sub-comandante Marcos e dei caracoles indigeni [3]. In effetti, ciò che l’appello di Graeber trascurava nel raffronto più o meno plausibile tra Spagna ’36 e Rojava ‘14 — ma i confronti storici sono sempre artifici retorici per motivare l’oggi, più che per leggere il passato — era la lunga tradizione anarchica e libertaria nella penisola iberica sin dalla penetrazione della 1 Internazionale sotto il segno dell’influenza bakuniniana che poi diede luogo alla nascita del potente sindacato della CNT cui si affiancò il movimento specifico della FAI; solo in tal modo si può capire l’insurrezione rivoluzionaria del luglio ’36 a Barcelona e dintorni, la resistenza contro il fascismo locale e il nazi-fascismo europeo, nonché contro lo stalinismo interno ed esterno, non solo con le armi ma con l’autogestione operaia, la collettivizzazione delle terre, l'emancipazione femminile, e via dicendo. Insomma, decenni di penetrazione di idee anarchiche e di pratiche libertarie confluiscono nella rivoluzione spagnola del 1936-37 che resiste al golpe e attua un sommovimento nelle vite quotidiane di milioni di spagnoli. Tutto ciò non è avvertibile nella tradizione kurda, almeno per il livello di conoscenza che abbiamo dello stile comunitario dei villaggi, né nel percorso politico delle frange più combattive del popolo kurdo, attorno al PKK del leader ancora oggi osannato “Apo” Ocalan. Peraltro pesa su tale condizione la frammentazione della popolazione, della nazione kurda come la si immagi- nava politicamente per tutto lo scorso secolo, in tanti stati (Siria, Turchia, Iraq, Tran) all'indomani del primo conflitto mondiale, quando le potenze vincitrici si sono spartite le spoglie dell’Impero ottomano riconfigurando il dominio nell’area geopolitica medio-orientale tramite i Mandati coloniali, a eccezione della Turchia che con Ataturk eredita il cuore dell’impero diventando uno stato laico nazionale e quindi ostile alla compresenza di altre nazionalità quali i kurdi. Presi in giro nel 1920 a Sèvres, i kurdi si ritrovano con i Trattati di Losanna nel 1923 separati e divisi, assoggettati a mandati differenti e, in prospettiva, con l’indipendenza post-coloniale seguita al secondo conflitto mondiale, dominati da stati nazion- ali diversi e considerati sempre scomodi, disomogenei alla nazionalità egemone, pericolosi perché potenzialmente secessionisti, combattuti in ogni modo negando loro ogni libertà e ogni diritto: facoltà linguistica, capacità costruttiva di una propria identità, mezzi di comunicazione comune, forza politica, rappresentanza e voce sia pure locale [4]. Il nazionalismo kurdo così si ergeva a bandiera dell’emancipazione della nazione, là dove élites locali non riuscivano a integrarsi trovando un accomodamento con i leader politici nazionali egemoni, ritagliandosi un minimo di autonomia ter- ritoriale da tutelare con la forza delle armi e del compromesso politico, specie 17 in Iraq, in Iran e in Siria, ma affatto in Turchia, dove la repressione è sempre stata feroce. L'emergenza del PKK sotto la carismatica leadership di Ocalan e delle forze di guerriglia è avvenuta all’insegna dei movimenti di liberazione nazionale tipici degli anni 60 e ‘70 del XX secolo, ispirati al socialismo reale della madre-patria esemplare, ossia l’URSS, che elargiva soldi, armamenti e mezzi di autodifesa, nonché un apparato ideologico di salvaguardia che fungeva da spina dorsale della rigida organizzazione marxista-leninista del PKK stesso (con incursioni nel maoismo). Questo mondo, questa forma di istanza nazionale indipendentista, gravata dal fallimento reiterato dappertutto e alimentata dalle divisioni în seno alle forze politiche kurde, ormai fratturate in linea con le frammenfazioni statuali di rifer- imento (specialmente in Iraq, in Iran e in Turchia), è venuto meno clamorosa- mente e fragorosamente nel giro di un biennio, dalla caduta del muro di Berlino nel novembre del 1989 alla scomparsa della bandiera rossa sovietica a fine dicem- bre 1991. A questo punto Ocalan capisce che è venuto il momento di mutare strategia, di cercare un dialogo con le autorità turche rinunciando al sogno della riunificazione nazionale dei kurdi, nonché abbandonando la guerriglia. Il suo arresto nel 1999 gli è fatale, l’invasione americana in Iraq nel 2003 acuisce le divisioni tra i peshmerga iracheni e filo-iraniani che ricevono un simbolico riconoscimento nell’Iraq post-Saddam, mentre il PKK resta isolato e sempre più represso in Turchia. Ma è soprattutto il collasso ideologico a preoccupare Ocalan, capendo come senza ideologia (leninista) la ferrea organizzazione che dirige anche dalla galera sarebbe destinata a collassare. È in questa acuta congiuntura storica e post-ideologica che Ocalan incontra Bookchin, o meglio i suoi testi, nel frattempo tradotti in turco per via della crescente influenza libertaria e anarchica in Turchia, anche veicolata dallo stesso Bookchin negli anni in cui girava le sedi anarchiche e libertarie europee negli anni ‘90 dello scorso secolo. La compagna di allora, Janet Biehl, ci ha narrato i tentativi mediati di contatto tra Ocalan e Bookchin stesso da vivo, senza al cun successo per via delle precarie condizioni di salute dell’anziano intellettuale americano, nonché il tributo alla sua morte dato dal Congresso del PKK nel 2006 [5]. La lettura di Bookchin da parte di Ocalan segna l’opportunità per il cambio di strategia ideologica e politica del PKK, impossibilitato ormai ad appoggia- rsi a potenze estere per una tutela peraltro rivelatasi effimera — mentre altri leader kurdi non esistano a cambiare cavallo e a legarsi più o meno da vassalli all’egemonia unipolare statunitense — e bisognoso di trovare un altro collante ideologico per un partito e un’area di riferimento orfani del marxismo-leninismo. Il municipalismo libertario di Bookchin si offre così alla riscrittura di Ocalan in termini di Confederalismo democratico, in termini di autogoverno locale in as- senza di una aspirazione di indipendenza nazionale, in termini di autogestione della vita collettiva in senso orizzontale e virtualmente anti-autoritario, in ter- mini di emancipazione della donna in quanto al ruolo politico da giocare ben al di fuori dalla liberazione dal focolare domestico e dal paternalismo autoritario della famiglia tradizionale. Questa conversione di 180 gradi o giù di lì, dettata dalla galera nell’isola di Imrali in numerosi opuscoli e libri che ben presto vengono tradotti in inglese e 18CHAPTER 2. L’ECCEDENZA ANARCHICA IN KURDISTANSALVO VACCARO veicolati ben oltre l’isolamento in cui la questione kurda era relegata a inizio di millennio, viene effettuata e irradiata dal leader "maximo" sino all’ultimo dei militanti con presa altrettanto ferrea da parte del carisma di “Apo”, anche se at- tutita dal progressivo rilascio della forma-partito tipica del marxismo-leninismo e dall’affermazione di esperienze organizzative locali che innovano la classica gerarchia di partito per dare spazio a forme orizzontali di attivismo politico e soprattutto sociale. E il bello è che in tutti gli scritti di Ocalan, il nome di Bookchin non compare mai, né la definizione originaria di municipalismo liber- tario (ritradotta appunto con Confederalismo democratico), e men che meno il lemma di anarchia, di anarchismo [6].... Bisogna allora dedurre che il libertarismo espresso più o meno solidamente in Rojava è frutto di mero tatticismo politico da parte del PKK e del suo leader? Sarebbe sufficiente replicare che a passare per libertari, storicamente, non ci si guadagna granché o niente... È plausibile, da un lato, che la posizione anarchica o meglio, più sfumatamente libertaria, rinvenibile non tanto nelle dichiarazioni e negli scritti di “Apo”, quanto nelle pratiche sociali e politiche nel Kurdistan e nel Bakur in fiamme, risulti a inizio del XXI secolo come quella proposta po- litica, di emancipazione sociale, di ideale collettivo, meno usurata dal tempo, meno contaminata dalla corruzione, più idonea ai tempi attuali, più aperta alle aspettative diffuse in buona parte del mondo, maggiormente coerente con le ansie e le speranze di popoli già sin da troppo tempo oppressi e sfruttati, e pertanto desiderosi di investire le proprie energie in direzione di una libertà e di una libertà di segno anarchico. Anche senza conoscere nulla di anarchismo in quanto dottrina politica. Dall’altro, in questi ultimi cinquant’anni, dal ’68 in poi per intenderci, le pratiche libertarie in campo sociale, nella dimensione organizzativa della politica, nell'immaginario collettivo, nelle contro-istituzioni (scuola, sanità, urbanizzazione, agricoltura, ecc.), esprimono quanto di meglio e ulteriormente perfezionabile l’inventività umana ha saputo rinvenire per rendere coerente i mezzi di liberazione con la voglia “estrema” di libertà sotto qualunque latitudine e in qualunque contesto di civiltà in cui essa si declina, anche senza assumere il nome di anarchia. E quindi anche in Kurdistan oggi, come ieri in Chiapas. Le donne sono spesso l’agente sociale prioritario per veicolare tali rotture verso tradizioni inveterate, tanto in campo sociale, quanto nelle forme stereotipate della politica quotidi- ana. Indubbiamente, l’eguaglianza delle donne non si risolve con l’opportunità data ad esse di formare il proprio esercito, per così dire, “di genere”, giacché la militarizzazione mal si declina con la vita, ben al di qua della parità di genere eventualmente prevista anche ai vertici, consapevoli che militarismo e patriar- cato condividono una forte genealogia comune [7]. Scontando pure il fatto del culto della personalità di “Apo” ancor oggi rintrac- ciabile tra i kurdi le cui speranze convergono in quel nome proprio, occorre considerare la misura e il limite di tale culto nell’affermazione di pratiche lib- ertarie; è probabile che la guerra incida più del culto, almeno a breve termine, mentre sarebbe preoccupante se a lungo termine l’egemonia del leader supremo intacchi le forme orizzontali e decentrate che caratterizzano i movimenti e gli organismi di base concepiti e attualizzati, tra mille difficoltà, nel Rojava, per 19 ripristinare una filiera di leadership di partito. Date le condizioni prossime alla sconfitta del modello sperimentale di confederalismo democratico da parte delle potenze belliche, non è ingeneroso sospendere il giudizio, senza attenuare la spia di rilevamento dell’insidia e senza pre-giudicare aprioristicamente le eventuali evoluzioni della sperimentazione sociale su scala. A rafforzare tali auspicabili evoluzioni, a oggi pessimisticamente percepibili, può soccorrere la solidarietà internazionale verso l’afflato libertario che indi- rettamente si richiama al pensiero e agli scritti di Murray Bookchin, seppure praticati su un territorio diverso dal New England americano sul quale riponeva il proprio modello di municipalismo libertario l’attivista anarchico. È ovvio che quella proposta di Bookchin può funzionare laddove il decentramento am- ministrativo e politico si salda con una tradizione di autonomia de facto, se non minimamente de jure, cosa che può avvenire negli usa in cui la distanza tra la capitale e la periferia si misura non tanto in migliaia di miglia, quanto in universi sociali e politici, nonché in termini di relazione politica tra centro e periferia ben diversa dal modello accentrato europeo, dove, ad esempio, un modello di municipalismo libertario applicato al contesto italiano (e francese) dovrebbe fare immediatamente i conti con la figura del prefetto, rappresentante del e controllore per conto del governo centrale dei limiti di compatibilità di una politica locale autonoma rispetto al quadro normativo nazionale. Certo, in un contesto di frantumazione di un ordine politico, in presenza di eventi più o meno rivoluzionari, o almeno di conflitto acceso e di ribellione sociale, quell’idea di Bookchin può trovare fertile adattamento anche in contesti diversi e con forme realizzative appositamente declinate. Indubbiamente questa prima considerazione gioca un ruolo importante nella scelta compiuta da tanti compagni e compagne anarchiche e non solo di accor- rere in Rojava a mettere in gioco la propria esistenza per un ideale, per così dire, spendibile altrove rispetto al baricentro delle loro vite. Non capita spesso di assistere al collasso, implosivo o esplosivo secondo i casi, di un ordine politico che si presta alla costituzione di un campo sociale in tensione su cui investire en- ergie rivoluzionarie, accanto insieme ad altre forze invece conservatrici e persino reazionarie. Si apre un immaginario radicale che trova uno spiraglio di con- cretezza altrove non dato. La provenienza della solidarietà fattiva internazionale è indicativa in effetti non solo della capacità di attrazione che il campo kurdo esercita nel momento rivoluzionario e bellico insieme, ma anche della cupezza dei tempi e delle condizioni sociali e storiche dalle parti per così dire occiden- tali, in cui l'immaginario sovversivo, pur presente, è tuttora condannato alla ineffettività, dopo il decennio cosiddetto no-global la cui onda lunga sembra es- sersi chiusa con i movimenti civici degli Indignados spagnoli (anteriori alla scelta elettoralistica di Podemos) e di Occupy Wall Street. In altri termini, il Rojava libertario ci dice di più in relazione al resto del mondo, all’occlusione neoliberale degli orizzonti di libertà e di eguaglianza, al ripiegamento neo-individualistico o addirittura solipsistico che contrassegna non solo l’homo oeconomicus, ma oggi addirittura l’umanità delle società neoliberali, la biopolitica necrofila che tanto osserviamo nella cronaca nera degli omicidi-suicidi, dei femminicidi, della vio- lenza giovanile sotto forma di bullismo, in cui l’arroganza e la brutalità cela una 20CHAPTER 2. L’ECCEDENZA ANARCHICA IN KURDISTANSALVO VACCARO fragilità di fondo dettata in buona sostanza dalla recisione di ogni legame sociale e dalla gettatezza del singolo di fronte a un percorso accidentato e precario che mina ogni certezza psicologica individuale, deprivata del sostegno collettivo. Riscoprire il momento collettivo, recuperare la propria singolarità nell’ambito di una relazione plurale che è costitutiva del nostro essere al mondo (banalmente, senza necessità di scomodare Hannah Arendt!), riprendere le sorti della pro- pria vita in uno spazio pubblico denominato politica, tutt’affatto identificato e identificabile con la corruzione e la concussione, il malaffare e l’immoralità per- manente, la conquista del potere e la pratica dell’emarginazione discriminante dell’avversario, ecco ciò che viene a valorizzarsi nell'evento rivoluzionario, sia pure in un quadro fortemente condizionato dalla messa a rischio della vita. Beninteso, la sperimentazione collettiva che a livello sociale e non solo isti- tuzionale si gioca in Rojava mal si concilia, come detto, con il culto della per- sonalità di “Apo” che catalizza le speranze dei kurdi verso quel totem magico che rassicura della bontà del percorso sperimentale perché sorto non solo per necessità geopolitiche e per sensibilità verso i tempi che urgono in direzione di metodologie libertarie e orizzontali, ma anche e soprattutto perché sospinto dal leader supremo dell’intera popolazione kurda. Anche se l’orizzonte della nazione sembra ridimensionarsi, almeno tatticamente nel breve e nel medio periodo. Certo, per qualcuno l’investimento nel Kurdistan e nel Bakur rappresenta un training personale chissà quando utilizzabile in un futuro che magari auspica- bilmente non si rinvia a un lontano futuro. Una sorta di palestra per ulteriori momenti, chissà mai si dovesse replicare in “patria" quanto sta accadendo fuori patria. E in questa evenienza, si insinua una certa mistica delle armi e della violenza rigenerativa e “vincente”, insomma quella “giusta” perché dalla parte giusta della storia, verso la quale l’adrenalina che indubbiamente scorre quando si mette in gioco in prima persona la propria vita non ne facilita l'immunità criticamente acquisita negli anni nel corso delle innumerevoli tappe del conflitto sociale. Ossia il difficile tentativo, teorico e soprattutto pratico, di considerare l’inevitabilità della violenza nella sua massima illegittimità, senza legittimarla mai. Ovviamente non è certo in discussione la difesa tout court dai fondamental- isti dello Stato islamico o dagli eserciti regolari dello stato turco o siriano o di qualunque altro stato che usa la potenza militare quale leva da utilizzare, in caso di successo, per legittimare e legalizzare il proprio operato. Né è in discus- sione l’irruzione della forza di una società o di una comunità che voglia istituirsi senza farsi istituire dalla sfera separata della politica statuale, come ci insegna Castoriadis. È necessario quindi distinguere forza e violenza, potenza statuale e potenza collettiva e diffusa e pertanto preoccuparsi dell’insidioso slittamento in una dimensione palingenetica persino di segno rivoluzionario in cui la narrazione rarefatta della violenza quale levatrice della storia, si presume benefica, ben si coniuga con i corpi trucidati, le vite spezzate, qualunque sia il segno sotto cui la qualità della vita dell’umano dovrà interrompere la lunga catena omicida e genocidiaria che caratterizza la violenza statuale. Ma si sa, è facile criticare il feticcio del kalashnikov quando si riflette a migliaia di chilometri, e si sa altret- tanto che laddove il kalashnikov è stato l’unico strumento di agitazione, libertà 21 ed uguaglianza non sono mai stati conseguiti. Nel momento in cui stiamo terminando questo libro, gli eventi rivoluzionari in Rojava e nel Bakur, già travagliati date le circostanze, si ritrovano rinchiusi nei propri orizzonti, ottenebrati dalla violenza militare tesa non solo a sconfiggere per l’ennesima volta le rivendicazioni di libertà e di autonomia dei kurdi, ma anche a sradicare da una pur minima fetta di terra quei germogli di libertà ed eguaglianza che, se lasciati sbocciare potrebbero risultare fecondamente conta- giosi per altre popolazioni, per altre terre, per altre istanze libertarie, appunto ciò che il dominio statuale, qualunque sia la sua bandiera, non potrà mai toller- are, temendo giustamente di venire sepolto dallo spirito anarchico. 22CHAPTER 2. L’ECCEDENZA ANARCHICA IN KURDISTANSALVO VACCARO Chapter 3 Confederalismo democratico Una pratica di lotta e organizzazione Raùl Zibechi Quando riceviamo notizie della resistenza kurda a Kobane e negli altri due can- toni autonomi nella regione del Rojava, in un angolo della memoria e della coscienza esse ci riportano alla guerra e alla rivoluzione spagnole. Le comuni egualitarie dell’ Aragona, le dignitose barricate e l’autogestione a Barcellona, il grido di Buenaventura Durruti nella difesa di Madrid: «Portiamo dentro di noi un mondo nuovo; e quel mondo sta crescendo in questo stesso istante». Ritrovo varie similitudini, che sono il nucleo di molti processi di cambiamento: il popolo in armi, organizzato in battaglioni popolari; il ruolo di spicco delle donne in tutti gli ambiti e a tutti i livelli dell’azione collettiva; l’autogoverno con ampia partecipazione; il fatto che questi cambiamenti emergano durante una guerra, ovvero in una situazione estremamente critica per la sopravvivenza. Verso luglio-agosto del 2012 nel Rojava, la regione a fianco della Turchia, il regime siriano crolla, quando la primavera araba, iniziata nel 2011, è duramente repressa dal governo di Bachar al Assad, originando un conflitto interno con appoggi regionali e globali. Le grandi potenze sostengono diversi gruppi armati (generalmente integrati da mercenari) che combattono contro il regime siriano, appoggiato a sua volta da altre potenze, come l’Iran. Il popolo kurdo è la più grande nazione del mondo senza stato. I quasi 40 milioni di kurdi vivono in quattro paesi: Siria, Irak, Iran e Turchia. Occupano un’area di circa 400.000 chilometri quadrati: quasi 200.000 sono nel Kurdistan turco per circa 15 milioni di abitanti, 125.000 chilometri quadrati in Iran per 13 milioni di abitanti, 60.000 chilometri quadrati in Iraq per otto milioni di abitanti e circa 12.000 chilometri quadrati in Siria con più di due milioni di abitanti. 23 24CHAPTER 3. CONFEDERALISMO DEMOCRATICOUNA PRATICA DI LOTTA E ORGANIZ I kurdi furono vittime delle potenze coloniali che all’inizio del xx secolo firmarono un accordo segreto per dividersi l’Impero Ottomano. Il 16 maggio 1916, nella fase finale della Prima Guerra mondiale, sir Mark Sykes come rappresentante della Gran Bretagna e Francoise George-Picot come rappresentante della Fran- cia, si accordarono sulla divisione del Medio Oriente una volta terminata la guerra. Ciò che oggi è Siria, Libano e il sud della Turchia restarono sotto il do- minio francese, mentre quello che ora è Giordania e Iraq fu affidato alla tutela britannica. Nello stesso periodo, si emanò la Dichiarazione di Balfour (2 novembre 1917) nella quale il Regno Unito decideva di sostenere la creazione di «un territorio nazionale ebreo» in Palestina. Si trattò di una lettera del Ministro degli esteri britannico, Arthur Balfour, al banchiere Lionel Walter Rothschild, un leader della comunità ebrea in Gran Bretagna, allo scopo di ottenere l'appoggio della Federazione sionista di Regno Unito e Irlanda. Fino ad oggi le vecchie potenze, alle quali si unirono, dopo il 1945, gli Stati Uniti e, in minor misura, l'Unione Sovietica, svolgono un ruolo dominante nel Medio Oriente dove hanno la prece- denza per intervenire nelle loro antiche colonie. Anche se l’accordo Sykes-Picot, fallì per quanto riguarda la sua applicazione in Turchia, dove Kemal Ataturk guidò la guerra d’indipendenza, il resto del trat- tato si applicò nella forma prevista dagli imperi coloniali, assicurò il dominio francese e britannico, ma procurò altresì le condizioni degli attuali conflitti. Lo stato kemalista proibì l’uso del vocabolo Kurdistan, e della sua lingua. I kurdi si dispersero in tutta la Turchia perché la loro terra fu espropriata attraverso il Trattato di residenza forzata del 1930. Il popolo kurdo fu considerato da Ankara come “turchi di montagna”, ossia turchi con tratti particolari dati dal loro habitat montuoso. Nel nord della Siria, durante la guerra civile scoppiata nel 2011, si formarono le milizie armate dette Unità di protezione del popolo (YPG) sotto il comando del Comitato supremo kurdo per controllare le zone abitate dai kurdi. Nel luglio 2012, le YPG conquistarono la città di Kobane e una decina di altre città dove il Partito dell’unione democratica (PYD) e il Consiglio nazionale kurdo (KNC) diedero avvio a un’amministrazione congiunta, Solo due città importanti a mag- gioranza kurda, Hasaka e Qamishli, continuarono a essere controllate dal gov- erno di Damasco. Alcuni mesi dopo, nel gennaio del 2013, i cantoni di Jazira, Kobane e Efrin proclamano la loro autonomia. Si tratta di tre piccole unità territoriali alla frontiera con la Turchia, in totale alcune decine di migliaia di abitanti, dove convivono diversi gruppi etnici e religiosi, circondati dall’esercito turco e dallo Stato islamico. Sono tre enclave non contigue, separate da centi- naia di chilometri e da migliaia di uomini armati che vogliono distruggerle. I movimenti e i partiti di sinistra in Turchia nacquero negli anni Settanta in risposta ai crimini dello Stato turco contro le sue 30 nazionalità. I turchi infatti sono una minoranza in Turchia, un paese di 70 milioni di abitanti di cui circa 15 milioni di kurdi oltre a siriani, greci, armeni, gitani... Ma la sinistra ancora non aveva una risposta per queste “minoranze". Nel 1978, si fonda il Partito dei lavoratori del Kurdistan (PKK), di orientamento marxista-leninista, con l’obiettivo di formare un Kurdistan indipendente. La 25 lotta del popolo kurdo stava crescendo dal 1973, e la formazione del Partito fu la conseguenza di questo lungo processo di autoaffermazione delle comunità del Kurdistan. Il colpo di stato del 1980 ad Ankara (con l'appoggio della NATO e degli Stati Uniti, suo alleato strategico che dispone di varie basi militari contro la Russia) si proponeva di frenare questo processo, di reprimere sia i kurdi sia le altre “minoranze”, così come di attaccare la sinistra e i nuovi movimenti. La maggioranza dei dirigenti del PKK si rifugiarono nei campi palestinesi in Libano, nella valle della Bekaa, e strinsero alleanze con il Fronte popolare per la liberazione della Palestina diretto da George Habash. Qui ricevettero adde- stramento militare e parteciparono alla lotta del popolo palestinese nella quale rimasero vittime più di trecento militanti kurdi, che furono uccisi o incarcerati. Nel 1984, il PKK lanciò la lotta armata in Kurdistan perché considerava che sotto la dittatura non ci fosse altra forma possibile di azione. Il PKK raccoglie la lunga resistenza kurda: tra il 1920 e il 1940 ci furono ben 27 rivolte contro il potere turco. Con la sconfitta dell’insurrezione di Dersim, nel 1938, si completò l'occupazione turca del Kurdistan e iniziò un lungo periodo di assimilazione at- traverso le scuole e la proibizione di usare la lingua kurda. Durante la guerra, iniziata dal PKK, ci furono circa 5.000 assassini extrag- iudiziali, varie migliaia di kurdi furono incarcerati e centinaia di villaggi rurali distrutti. Il partito guadagnò appoggi molto ampi, non solamente tra i kurdi, bensì anche tra gli altri popoli colpiti dal potere turco, come gli armeni. La svolta del PKK cominciò all’inizio degli anni Novanta, quando cadde il so- cialismo reale. Questo fatto provocò un confronto interno sulle strade da seguire nella nuova situazione internazionale. E il dibattito interno si radicalizzò nella preparazione del VI Congresso che portò il PKK a adottare, nel 1998, una nuova strategia chiamata «Confederalismo democratico», che spinse l’organizzazione ad abbandonare il marxismo-leninismo e l’obiettivo di creare uno Stato-nazione kurdo. Per lo Stato turco, gli Stati Uniti e Israele (oltre che per le burocrazie arabe dominanti) la trasformazione del PKK è una sconfitta inedita. Fino a quel mo- mento si trattava di una guerriglia nazionalista che si scontrava con l’esercito in montagne remote. Ma, a partire dall'adozione del Confederalismo democratico, il PKK inizia ad avere un progetto assai ampio che coinvolge molteplici attori e riflette i cambiamenti delle società nel Medio Oriente. All’inizio di questa svolta il Partito cominciò a intrattenere relazioni con le lotte dei popoli oppressi di tutta la regione. La proposta del Confederalismo democratico raccoglie, da un lato, icambiamenti demografici della popolazione kurda. Dei 13 milioni di abitanti di Istambul, 6 milioni sono kurdi, 4 milioni emigrarono in Europa e ciò fa sì che la maggior parte di kurdi non vivano in Kurdistan. Pertanto la lotta principale non è più nazionale, bensì sociale. Numerosi giornalisti e militanti occidentali attribuiscono l’adozione del Confed- eralismo democratico alla prigionia di Abdullah Ocalan e all’influenza del pen- satore e militante statunitense, Murray Bookchin, storico fondatore dell’Ecologia Sociale. Non serve dire che si tratti, in fin dei conti, di una visione colonialista. Altri ancora parlano della “svolta libertaria” del PKK. E sono moltissimi coloro 26CHAPTER 3. CONFEDERALISMO DEMOCRATICOUNA PRATICA DI LOTTA E ORGANIZ che credono che sia in realtà un trucco del partito stalinista per raccogliere ap- poggi più ampi in Occidente. Al contrario, la popolazione kurda, come gli indigeni latinoamericani, si costi- tuisce attorno a comunità contadine che determinano la sua identità e la sua cultura. Ha difatti una lunga e feconda storia, che è la sua principale referenza culturale e politica. L’attuale proposta del Confederalismo Democratico è an- corata al recupero delle tradizioni della Mesopotamia perché si considera che la civilizzazione non iniziò con i greci, così come la rivoluzione francese non è il punto di partenza delle lotte per l'emancipazione. Il nuovo orientamento del PKK provocò la furibonda reazione degli Stati Uniti e dei suoi alleati che decisero di definirlo come “terrorista” e di perseguire il suo dirigente, Abdullah Ocalan, che si trovava in Siria e che fu espulso in Russia per pressioni della Turchia. Nemmeno il governo russo lo tollerò e lo espulse verso l’Italia. Quando, allontanato anche dall’Italia, si dirigeva verso il Sudafrica, Ocalan fu sequestrato in Kenia dal Servizio segreto israeliano (Mossad) e con- segnato alla Turchia. Alla fine presidente del PKK fu condannato alla pena di morte, poi commutata in ergastolo ed è tuttora rinchiuso da solo in un'isola nel mar di Marmara. Il PKK costituisce un problema per l’imperialismo perché ora possiede una pro- posta per tutti i popoli del Medioriente. Il Confederalismo Democratico esprime quattro critiche allo Stato-nazione. La prima è che qualsiasi Stato, sia capitalista che socialista, si fonda sul dominio di una classe minoritaria sulle classi popo- lari. Inoltre lo Stato-nazione suppone il dominio di un gruppo etnico religioso sopra gli altri, come d’altronde succede in altra forma in tutti gli Stati. La terza questione è che tutti gli Stati si appoggiano sul patriarcato, cioè la dominazione degli uomini sulle donne. In quarto luogo, lo Stato ha necessità per sostenersi di una società produttivista che distrugga la madre terra. I kurdi autonomisti affermano che non si può farla finita con il capitalismo senza eliminare lo Stato e che non possiamo liberarci dello Stato senza liberarci dal patriarcato. Quando il conflitto tra l’opposizione e il governo di Damasco si trasformò in guerra aperta, la popolazione kurda non appoggiò nessuna delle due parti e cercò la propria strada, attraverso l’autogoverno. In quel momento scoprì che il Confederalismo democratico era la miglior forma di convivenza in una regione dove 180% sono kurdi e il 20% appartiene ad altri gruppi etnici. I tre cantoni della zona del Rojava, che si autodefiniscono delle comunità au- tonome democratiche, e quindi Efrin, Jazira e Kobane, sono una Confeder- azione di kurdi, arabi, aramaici, turcomanni, armeni e ceceni. Redassero una Costituzione, diffusa nell’ottobre del 2014, denominata Carta costituzionale del Rojava. Il preambolo “proclama un nuovo contratto sociale, basato sulla con- vivenza, l’intesa reciproca e la pace tra tutti i fili della società. Protegge i diritti umani e le libertà fondamentali, riafferma il diritto dei popoli alla libera au- todeterminazione”. Le Unità di protezione del popolo (YPG) sono l’unica forza militare dei tre cantoni e hanno il compito di proteggere e difendere la sicurezza delle comunità autonome e delle loro popolazioni. Le YPC formarono il Movimento per una società democratica (Tevgera civaka demokratik, conosciuto con la sigla Tev- 27 Dem), che è il vero promotore dei cambiamenti in atto. Tra questi le Unità di protezione delle donne (YP.J) che dispongono di 10.000 combattenti e svolgono un ruolo decisivo nella difesa del Rojava. Così come l’Asayish, una forza di polizia per il controllo delle zone autonome con circa 4.000 agenti, un quarto dei quali sono donne. Questa “polizia” non vuole essere chiamata così perché afferma di servire la società e non lo Stato. I capi di quei corpi armati vengono eletti e, oltre l’uso delle armi e la disci- plina militare, imparano la storia del Kurdistan, l’etica, la meditazione e la cultura popolare. La nuova amministrazione (quella precedente crollò nel 2012) è governata dai comuni o dai municipi sulla base di assemblee rionali aperte e settimanali, che dispongono di unità proprie di autodifesa, oltre che di consigli dedicati all'economia, all’educazione, alla salute, ai servizi pubblici, ai giovani e alle donne. Sono dotate inoltre di un consiglio al quale partecipano i delegati eletti in ogni rione. La costruzione di questa struttura di potere fu possibile grazie al lavoro del Tev- Dem, una grande coalizione di entità tra le quali figurano partiti come il PYD (Partito dell’Unione Democratica), cooperative, gruppi di giovani e di donne, centri culturali e accademici. In base ai principi dell’autogoverno, la nuova am- ministrazione espropriò le terre statali (pianure dedicate alla monoctultura del grano) e le consegnò alle cooperative già create che stanno tentando di diversi- ficare la produzione di alimenti. Inoltre continuano a estrarre un po’ di petrolio che raffinano per le necessità locali. La creazione di comunità autogestite avviene nel pieno della guerra, creando un certo sconcerto, come si apprende dai reportage pubblicati in Europa, tra chi si interroga sui seguenti punti: perché non iniziarono un processo così interes- sante in condizioni normali di pace e lo cominciano quando vengono assassinati a centinaia da guerriglieri e in particolare dal genocida Stato islamico? Come succede di solito, la domanda svela il modo di pensare di chi la formula. La risposta è che non sarebbe potuto succedere in un altro momento. La storia delle rivoluzioni ci insegna questo. Tutte nacquero all’interno di una guerra quando la sopravvivenza dell’umanità era a rischio, quando era necessario or- ganizzarsi assieme ad altri e altre per dar loro una certa continuità di vita. Le rivoluzioni nascono dalla necessità, non dalle bibbie (e poco importa se quelle bibbie sono marxiste, anarchiche, cristiane o socialdemocratiche). La rivoluzione spagnola, quella russa e quella cinese, oltre alle molte che ci sono state, cioè la creatività umana collettiva che chiamiamo rivoluzione, non sono scelte filosofiche ma frutto della necessità. Inoltre c’è un altro dato fondamentale. Se il potere dello Stato siriano non si fosse collassato nel Rojava, lasciando ampi territori rurali e urbani alla mercè dei guerriglieri dello Stato islamico (degli eserciti turco e siriano e delle milizie che guerreggiano tra di loro per appropriarsi del petrolio), l’autogestione sarebbe stata un sogno da filosofi impegnati. Crollando lo Stato, il capitalismo e il Pa- triarcato rimasero senza protezione alcuna. Lo Stato è il difensore armato dello sfruttamento e dell’oppressione che, senza il suo appoggio, hanno molta diffi- coltà a replicarsi. Non esiste impero, non esiste quindi determinismo. I kurdi del nord della Siria 28CHAPTER 3. CONFEDERALISMO DEMOCRATICOUNA PRATICA DI LOTTA E ORGANIZ non incontrarono le tesi del Confederalismo democratico del PKK per caso. C’è una pratica previa, molto più importante delle tesi di Ocalan, anche se queste sono di grande valore, perché ne sono ispirate. Le idee non sono ciò che cambia il mondo, bensì l’azione umana collettiva spesso pregna di frammenti di quelle idee. Non dovremmo cadere nella trappola colonialista di credere che il resto e la parola, come quelle che imposero i coloni spagnoli in America, siano la chiave di un qualsiasi cambiamento. Al contrario di ciò che ritengono alcuni, le ide- ologie sono molto meno decisive dell’attività sociale collettiva. Molto prima dell’esperienza autonomista del Rojava, i militanti del PKK e quelli del Tev- Dem impresero un’ampia strutturazione conosciuta come Congresso della soci- età democratica, dove si articolavano più di 500 organizzazioni sociali, sindacati e partiti. Quando sopraggiungono catastrofi naturali e sociali e la routine quotidiana si spezza, le persone attingono alla memoria delle loro esperienze collettive accu- mulate nelle proprie vite, qualcosa che potremmo chiamare come cultura politica o modi di codificare abitudini e stili di vita. Se conoscono solamente una cul tura, quella egemonizzante, gerarchica, patriarcale, golpista, statal/capitalista, non potranno mai uscire dall’eteronomia. Se invece hanno mantenuto vive le proprie tradizioni comunitarie, autonomiste, non capitaliste e non patriarcali, per ridotti che siano stati quelli spazi e i tempi nei quali si praticavano, la storia può cambiare. Per questo, l’importante nei periodi “normali” non è quanta gente sia coinvolta in queste modalità di azione che chiamiamo ‘alternative’. Ciò che è decisivo è che esistano, che un settore attivo e dinamico, anche se minoritario, le pratichi e le diffonda. Nella nostra società tutti sanno che ci sono forme più sane di alimentarsi, metodi non allopatici né mercificati di prendersi cura della salute, spazi non di mercato come lo shopping e i supermercati, modi di vita diversi e piccole organizzazioni che li sostengono. Quando sopraggiungano situazioni drammatiche, alcune di quelle esperienze si moltiplicano, com’è successo tante volte. Rojava è la doppia conseguenza della guerra civile siriana e dell’esteso lavoro del PKK e di altre organizzazioni kurde. Degno di nota è il fatto che si tratta di un partito di origine marxista-leninista che è stato capace di promuovere un distacco da quei valori. Non trovò ispirazione nelle tesi anarchiche, bensì nelle tradizioni libertarie del popolo kurdo. Ispirarsi alle tradizioni comunitarie e lib- ertarie, che risiedono in tutti i popoli, è un buon antidoto contro i dogmatismi di ogni tipo. È evidente che ci sono delle similitudini tra la rivoluzione zapatista e kurda. Ci sarà stato un incontro segreto tra Marcos e Ocalan? Tra i comandanti dell’EZLN e quelli del PKK? Esiste una bibliografia che presenta le cospirazioni come filo conduttore delle lotte sociali e che ha una forza simile alle letture ideologiche. Entrambe non comprendono il dato fondamentale: la storia è fatta dai popoli, con le loro lotte, ma anche il loro accordo. Il conflitto cambia il mondo così come la conciliazione, anche se la nostra iconografia militante è solita occuparsi delle azioni eroiche, pure se sono state sporadiche e casuali nella storia. 29 Penso che di comune tra l’una e l’altra esperienza siano le radici, ciò che si trova di più profondo nei popoli. Il subcomandante Marcos giunse, con un piccolo gruppo di militanti guevaristi sconfitti, nella selva Lacandona e lì non ebbe al- tra scelta che “arrendersi” alla logica delle comunità. Un noto resoconto spiega che l’impianto della sua teoria politica risultò ammaccato dal contatto con gli esseri umani reali e che, grazie a queste ammaccature, poté cominciare a girare per le comunità fino a diventare un cerchio. O qualcosa di simile. Il punto in comune fra i due processi è l’impegno nel cambiare il mondo e com- prendere che le modalità ereditate non sono le più adeguate. La gente sa, e possiamo avere fiducia in lei. Noi non sappiamo molto e dobbiamo imparare da altri e altre del popolo: loro sono i nostri maestri. Dobbiamo seguire un'etica dell’umiltà, della disponibilità a fare insieme e di non imporre ciò che portiamo negli zaini. Non è importante se in un luogo si chiamino «giunte del buon governo» e in un altro siano «consigli locali o di cantone». In entrambi i casi si può apprezzare un passaggio del centro di gravità ai popoli organizzatie la fiducia che questi popoli siano i soggetti capaci di fare ciò che occorre fare. Ma cosa fare? Quello che i popoli decidano, in ogni momento, secondo le loro convinzioni. È impossibile conoscere in anticipo il futuro della rivoluzione kurda. Nel mezzo di una guerra atroce, nella quale sono implicate grandi potenze, feroci dittature e gruppi terroristici, sarà molto difficile che la rivoluzione sopravviva a una dis- truzione così enorme. I recenti attacchi della Turchia e dello Stato Islamico possono essere degli esempi di ciò che riserva il futuro immediato, In ogni caso, ciò che hanno fatto finora è sufficiente per provocare il migliore entusiasmo, la più grande ammirazione, la più ampia solidarietà in ogni angolo del mondo degli oppressi. I grandi processi storici devono essere considerati per le intenzioni dei protag- onisti, non per una pragmatica misura dei risultati. Per questi motivi, Rojava merita tutta la nostra attenzione, tutto il nostro appoggio e la disposizione d’animo a imparare. È il poco che possiamo fare alla distanza dove siamo. Sti- amo attraversando una fase particolare della storia, molto simile a quella delle due guerre mondiali, quando vari imperi furono distrutti, quando giunsero le grandi rivoluzioni, ma pure la ripartizione di questi imperi tra le potenze colo- niali. Con lo sguardo rivolto al passato, Eric Hobsbawn metteva in evidenza l’importanza della rivoluzione spagnola, diventata un fronte cruciale della battaglia contro il fascismo. Secondo la sua opinione, fu la causa più nobile del secolo trascorso, come scrisse nella sua Storia del secolo breve. Egli affermò: «Per molti di coloro che siamo sopravissuti, la lotta del 1936 è l’unica causa politica che, anche vista retrospettivamente, ci sembra così pura e convincente». È ciò che di meglio si possa dire di una rivoluzione. 30CHAPTER 3. CONFEDERALISMO DEMOCRATICOUNA PRATICA DI LOTTA E ORGANIZ Chapter 4 Visita nel Kurdistan siriano, maggio 2014 Zaher Baher Ciò che il lettore leggerà è l’esperienza della mia visita, di un paio di settimane, nel maggio 2014, a nord-est della Siria o del Kurdistan siriano (Kurdistan oc- cidentale), con un mio caro amico. Durante la visita abbiamo avuto totale libertà e l’opportunità di vedere e parlare con chi volevamo, ossia con donne, uomini, giovani e partiti politici. Esistono più di 20 partiti, da quelli curdi a quelli cristiani, cui alcuni fanno parte della Democratic Self Administration (DSA) o Democratic Self Management (DSM) di Al Jazera: una delle tre regioni (o cantoni) del Kurdistan occidentale. Ab- biamo incontrato anche i partiti politici curdi e cristiani che non appartengono al DSA o al DSM. Inoltre, abbiamo incontrato i vertici del DSM, i membri di diversi comitati, gruppi localie comuni, nonché imprenditori, commercianti, la- voratori, persone al mercato e persone che stavano semplicemente camminando per la strada. La cornice Il Kurdistan è una terra di circa 40 milioni di persone che dopo la Prima guerra mondiale fu diviso tra Iraq, Siria, Iran e Turchia. Storicamente, i curdi hanno patito massacri e genocidi per mano dei regimi successivi, soprat- tutto in Iraq e in Turchia. Da allora hanno costantemente sofferto e sono stati oppressi dai governi centrali dei paesi a cui il Kurdistan fu annesso. Nel Kur- distan iracheno; sotto il regime di Saddam Hussein, il popolo curdo ha subito attacchi di armi chimiche durante l'Operazione Anfal. In Turchia, fino a poco tempo fa, i curdi non avevano nemmeno il diritto fondamentale di parlare nella propria lingua. Storicamente, sono stati riconosciuti come “i turchi che vivono in montagna” (un riferimento alla regione del Kurdistan e di come ci siano così tante montagne). In Siria, la situazione dei curdi era migliore che in Turchia. 31 32CHAPTER 4. VISITA NEL KURDISTAN SIRIANO, MAGGIO 2014ZA HER BAHER In Iran hanno alcuni diritti fondamentali e sono riconosciuti come parte di una nazione diversa dai persiani, ma non hanno una propria autonomia. Dopo la prima guerra del Golfo nel 1991, il popolo curdo in Iraq è riuscito a creare il proprio governo regionale, il Governo Regionale del Kurdistan (KRG). Dopo l’invasione e l'occupazione dell’Iraq nel 2003, il popolo curdo ha approf- ittato di questa situazione per rafforzare il proprio potere locale ed è riuscito a ottenere il diritto ad avere la propria amministrazione, il proprio bilancio, un proprio parlamento e un proprio esercito. Sono stati tutti riconosciuti dal gov- erno iracheno e, in una certa misura, sono sostenuti dal governo centrale. Ciò ha incoraggiato e ha avuto un impatto positivo sulle altre parti del Kurdistan, in particolare Turchia e in Siria. Nello stesso anno dell’invasione dell’Traq (2003), il popolo curdo in Siria ha is- tituito il proprio partito, il Democratic Union Party (PYD), pur in presenza di un certo numero di altri partiti e organizzazioni curde nella regione. Alcuni di loro erano così vecchi che risalivano al 1960, ma erano inefficaci rispetto al PYD che si è sviluppato e diffuso rapidamente tra il popolo curdo. La primavera araba La primavera araba raggiunse la Siria all’inizio del 2011 e, dopo un breve pe- riodo di tempo, si diffuse anche nelle regioni del Kurdistan siriano: Al Jazera, Kobane e Afrin. La protesta del popolo curdo in questi tre cantoni fu molto forte ed efficace causando, in un certo senso, il ritiro dell’esercito siriano dai cantoni curdi eccetto che da alcune zone di Al Jazera, di cui vi parlerò più oltre. Nel frattempo, la popolazione, con il supporto del PYD & PKK, formò il Tev- Dam, (il Movimento della Società Democratica), che ben presto diventò molto forte e popolare nella regione. Una volta che l’esercito e l’amministrazione siri- ana si furono ritirati, la situazione diventò molto caotica (vi spiegherò perché). Ciò costrinse il Tev-Dam ad attuare propri piani e programmi senza ulteriori ritardi prima che la situazione si fosse aggravata. Il programma del Tev-Dam era molto inclusivo coprendo ogni singolo problema nella società. Furono coinvolte molte persone di diverso ordine e provenienza, tra cui curdi, arabi, musulmani, cristiani, assiri e Yazidi. Il primo compito fu quello di stabilire una serie di gruppi, comitati e comuni nelle strade, in quartieri, villaggi, contee e nelle piccole e grandi città. Il loro ruolo fu quello di essere coin- volti in tutti i problemi che deve affrontare la società. I gruppi furono istituiti per esaminare una serie di questioni, tra cui: il genere, l'economia, l’ambiente, l’istruzione, le questioni sanitarie, il supporto e la solidarietà, i centri per le famiglie dei martiri, il commercio e le imprese, le relazioni diplomatiche con i paesi stranieri e tanto altro. Esistono pure gruppi specifici per conciliare le controversie tra persone o fazioni diverse cercando di evitare di far finire queste dispute in tribunale a meno che questi gruppi siano incapaci di risolverle. Questi gruppi di solito tengono le proprie riunioni ogni settimana per parlare dei problemi che le persone devono affrontare là dove vivono. Hanno un loro rappresentante nel gruppo principale dei villaggi o delle città chiamate “Casa del Popolo”. Il Tev-Dam, a mio parere, è l’organo di maggior successo in quella società e potrebbe raggiungere tutti gli obiettivi che gli sono stati assegnati. Credo che 33 le ragioni del suo successo siano: 1. La volontà, la determinazione e il potere delle persone che credono di poter cambiare le cose. 2. La maggior parte delle persone crede nel lavoro volontario in tutti i livelli di servizio per rendere l’evento / esperimento un successo. 3. Essi hanno creato un esercito di difesa composto da tre parti differenti: le Unità di Difesa Popolare (Peoples Defence Units, PDU), le Unità di Difesa Fem- minile (Womens Defence Units, WDU) e la Asaish (una forza mista di uomini e donne presente nelle città e in tutti i posti di blocco esterni per proteggere i civili da qualsiasi minaccia). Oltre a queste forze, esiste un’unità speciale per sole donne, per affrontare questioni di stupro e di violenza domestica. Da ciò che ho visto, il Kurdistan siriano ha preso una strada diversa (e, a mio parere, unica) dalla “primavera araba” e le due non possono essere confrontate. Ci sono un paio di importanti differenze. 1. Ciò che è successo nei paesi che facevano parte della "primavera araba” sono stati grandi eventi e in molti di essi la tirannia è stata sconfitta. La “primavera araba”, nel caso dell'Egitto, ha prodotto uno Stato islamico e poi una dittatura militare. Altri paesi se la sono cavata un po’ meglio. Questo dimostra che le persone sono forti e possono essere gli eroi della storia in un momento parti- colare, ma che non sono state in grado di ottenere ciò che volevano per molto tempo. Questa è una delle principali differenze tra la “primavera araba” e la “primavera curda” nel Kurdistan siriano, in cui essa ha potuto ottenere ciò che voleva da lungo tempo, almeno finora. 2. Nel Kurdistan siriano le persone erano preparate e sapevano quello che vol evano. Esse credevano che la rivoluzione dovesse partire dal basso della società e non dalla cima. Doveva essere una rivoluzione sociale, culturale, educativa e politica. Doveva essere contro lo Stato, il potere e l’autorità. Dovevano essere le persone nelle comunità ad avere le responsabilità sulle decisioni finali. Questi sono i quattro principi del Movimento della Società Democratica (Tev-Dam). Doveva essere dato credito a chi era dietro a queste grandi idee e agli sforzi compiuti per metterli in pratica, che si trattasse di Abdulla Ocalan e i suoi compagni o chiunque altro. Inoltre, le persone nel Kurdistan siriano istituirono numerosi gruppi locali sotto nomi diversi per far funzionare la rivoluzione. Negli altri paesi della “primavera araba”, le persone non erano preparate e sapevano solo che volevano sbarazzarsi del governo attuale, ma non del sistema. Inoltre, la stragrande maggioranza delle persone pensava che l’unica rivoluzione fosse quella dall’alto. L’impostazione dei gruppi locali non fu intrapresa se non per una piccola minoranza di anarchici e libertari. La Democratic Self Administration (DSA) Dopo molto duro lavoro, dis- cussioni e pensieri, il Tev-Dam giunse alla conclusione che aveva bisogno di un DSA in tutti e tre i Cantoni del Kurdistan (Al jazera, Kobane e Afrin). A metà del mese di gennaio 2014, 1’ Assemblea popolare elesse il proprio DSA, autonoma- mente, per implementare ed eseguire le decisioni della “Casa del Popolo” (com- 34CHAPTER 4. VISITA NEL KURDISTAN SIRIANO, MAGGIO 2014ZA HER BAHER missione principale del Tev-Dam) e assumersi una parte del lavoro dell’amministrazione nelle organizzazioni dell’autorità, dei comuni, dei dipartimenti dell’istruzione e della sanità, del commercio e degli affari locali, dei sistemi di difesa e di quello giudiziario, ecc. La DSA è composta da 22 uomini e donne, ognuna delle quali ha due vice (un uomo e una donna). Quasi la metà dei rappresentanti sono donne. È organizzata in modo che possano partecipare tutte le persone di di- versa provenienza, nazionalità, religione e genere. Questo creò un’atmosfera di pace, fratellanza/sorellanza, soddisfazione e libertà. In poco tempo, quest’amministrazione fece un sacco di lavoro ed emanò un con- tratto sociale, delle leggi sui trasporti, sui partiti e un programma o piano del Tev-Dam. Nel Contratto Sociale, la prima pagina afferma: "Le aree di democrazia autogestita non accettano i concetti di nazionalismo statale, militare o di religione o di gestione centralizzata o di regole centrali, ma sono aperte a forme compatibili con le tradizioni della democrazia e del plural- ismo, sono aperte a tutti i gruppi sociali e alle identità culturali della democrazia ateniese e di espressione nazionale attraverso la loro organizzazione." Ci sono molti decreti nel Contratto Sociale. Alcuni sono estremamente im- portanti per la società, tra cui: A. La separazione tra Stato e religione; B. Il divieto dei matrimoni al di sotto dei 18 anni; C. Il riconoscimento, la tutela e l’incremento dei diritti delle donne e dei bam- bini; D. Il divieto della circoncisione femminile; E. Il divieto della poligamia; F. La rivoluzione deve avvenire dal basso della società ed essere sostenibile; G. Libertà, uguaglianza, pari opportunità e non discriminazione; H. Parità tra uomini e donne; I. Tutte le lingue devono essere riconosciute e arabo, curdo e siriano sono le lingue ufficiali di Al Jazera; J. Fornire una vita decente ai prigionieri e rendere il carcere un luogo per la riabilitazione e il recupero; K. Ogni essere umano ha il diritto di chiedere asilo e rifugio e non può essere restituito senza il suo consenso. La situazione economica nel cantone di Al Jazera La popolazione di Jazera è di oltre un milione di persone. Questa popolazione è costituita da curdi e arabi, cristiani, ceceni, yazidi, turkmeni, assiri, caldei e armeni. L’80% della popolazione è curda. Ci sono molti villaggi arabi e yezidi e sino a 43 vil laggi cristiani. La dimensione di Al Jazera è più grande di Israele e della Palestina uniti. Nel 1960, il regime siriano ha attuato una politica nella zona curda chiamata “Green- belt” che il partito Ba’ath ha continuato ad attuare quando salì al potere. Ciò 35 determinò che le condizioni per i curdi sarebbero state peggiori rispetto a quelle del popolo siriano per quanto riguarda la vita politica, economica e sociale e anche per l’educazione. Il punto principale della Greenbelt fu quello di portare gli arabi di diverse aree a stabilirsi in zone curde e di confiscare le terre curde per essere poi distribuite tra gli arabi appena giunti. In breve, i cittadini curdi sotto Assad divennero i terzi, dopo arabi e cristiani. Un altro criterio fu che Al Jazera dovesse produrre solo grano e petrolio. Ciò significava che il governo faceva in modo che non ci fossero fabbriche, società o industrie nella zona. Al Jazera produce il 70% del grano siriano ed è molto ricca di oli, gas e fosfati. Così la maggior parte delle persone furono coin- volte nell’agricoltura nelle piccole città e nei villaggi, e come commercianti e negozianti nelle città più grandi. Inoltre, molte persone vennero impiegate dal governo nell’istruzione, nella sanità e negli enti locali, nel servizio militare da soldati e come piccoli imprenditori nei comuni. Dal 2008, la situazione è peggiorata in quanto il regime di Assad ha emesso un apposito decreto per vietare la costruzione di grossi edifici, giustificato dalla situazione derivante dalla guerra (riferendosi alla guerra continua nella regione), e anche perché la zona è lontana e sul confine. Attualmente, la situazione è neg- ativa. Ci sono sanzioni imposte sia dalla Turchia sia dal governo regionale del Kurdistan (KRG) nel Kurdistan iracheno (lo spiegherò più avanti). La vita ad Al Jazera è molto semplice e standard di vita sono molto bassi, ma non c’è povertà. La gente, in generale, è felice dando la priorità a quello che ha ottenuto per avere successo. Alcune delle necessità di cui ogni società ha bisogno per sopravvivere esistono nel Kurdistan occidentale, almeno per il momento, per non morire di fame, cam- minare con le proprie gambe e resistere ai boicotaggi da parte della Turchia e del KRG. Tali esigenze comprendono avere un sacco di grano per fare il pane e dolci. Di conseguenza, il prezzo del pane è quasi libero. La seconda cosa è che il petrolio è anche a buon mercato e, come si dice, “il suo prezzo è come il prezzo dell’acqua”. Le persone usano petrolio per tutto; in casa, per i veicoli e per fare un po’ di attrezzatura necessaria per una vasta gamma di industrie. Per facilitare questa dipendenza dal petrolio, il Tev-Dam ha riaperto alcuni dei pozzi petroliferi e depositi di raffinazione. Al momento, si sta producendo più petrolio di quanto la regione ne abbia bisogno in modo da esportare un po’ e anche immagazzinare un eccesso. L’elettricità è un problema perché la maggior parte è prodotta nella vicina re- gione sotto il controllo dell’Isis o Stato islamico. Pertanto, le persone hanno solo energia elettrica per circa 6 ore al giorno. Ma è gratis e le persone non pagano. Ciò è stato in parte risolto dal Tev-Dam con la vendita di diesel, a un prezzo molto basso, a chiunque abbia un generatore privato, a condizione che fornisca energia ai residenti locali a un tasso a buon mercato. In termini di comunicazione telefonica, tutti i telefoni cellulari utilizzano la linea KRG o la linea della Turchia; dipende dove siete. Le linee di terra sono sotto il controllo del Tev-Dam & della DSA e sembrano funzionare bene... Ancora una volta, è gratuito. I negozi e i mercati nelle città sono normalmente aperti dalle prime ore del mat- 36CHAPTER 4. VISITA NEL KURDISTAN SIRIANO, MAGGIO 2014ZA HER BAHER tino fino alle 11 di sera. Molte delle merci provenienti dai paesi limitrofi sono di contrabbando nella regione. Altri beni provengono da altre parti della Siria, ma sono costosi a causa di pesanti tasse imposte dalle forze siriane o dai gruppi terroristici che consentono il flusso merci nella regione di Al Jazera. La situazione politica di Al Jazera Come accennato, la maggior parte dell’esercito di Assad si è ritirata dalla regione, ma alcune truppe sono rimaste ancora in un paio di città in Al Jazera. Il regime ha ancora il controllo in più della metà della principale città (Hassaka), mentre l’altra metà è nelle mani del PDU ( Unità di Difesa Popolare). Le forze governative sono rimaste nella seconda città della regione (Qamchlo), dove controllano una piccola area al cen- tro. Tuttavia, nella zona occupata, la stragrande maggioranza delle persone non utilizza gli uffici e i centri di servizi. Il numero delle forze del regime in questa città è tra i 6 e i 7000 e hanno solo il controllo dell’aeroporto e dell’ufficio postale. Entrambe le parti sembrano riconoscere la posizione, il potere e l’autorità dell’altro e si astengono da scontri o confronti. Chiamo questa situazione, la politica di “nessuna pace, nessuna guerra”. Ciò non significa che non ci siano stati scontri ad Hassaka o a Qamchlo. Gli scontri causano la morte di molte persone da entrambe le parti, ma, finora, il capo delle tribù arabe rende possibile la co- esistenza di entrambe. Entrambe le parti hanno approfittato del ritiro dell’esercito siriano, e non com- battere i manifestanti curdi e le sue forze militari, fa risparmiare un sacco di costi e di spese. Inoltre, il governo non deve proteggere l’area da altre forze di opposizione, cosa che le forze curde devono fare. Inoltre, con il ritiro dalle terre curde, Assad ha liberato forze che possono essere usate altrove contro al- tri nemici. In secondo luogo, dopo il ritiro delle forze di Assad, il Kurdistan è protetto e difeso dal popolo curdo. Infatti, le unità che difendono il popolo e le donne proteggono il proprio popolo da qualsiasi attacco di qualsiasi forza, compresa la Turchia, molto meglio dell’esercito siriano. Il popolo curdo ne ha beneficiato nei seguenti modi: 1. Ha smesso di combattere il governo e questo ha protetto le loro terre e le loro proprietà, salvando molte vite e lasciando la gente in pace e in libertà. Questo ha creato l’opportunità per tutti di vivere in pace e senza paura quando si svolge la propria attività. 2. Il governo paga ancora i salari dei suoi vecchi dipendenti anche se quasi tutti, al momento, stanno lavorando sotto il controllo della DSA. Ciò aiuta ovvia- mente la situazione economica. 3. Questa situazione ha permesso alle persone di gestire la propria vita e pren- dere le proprie decisioni. Ciò significa anche che le persone possono vivere sotto l’autorità del Tev-Dam e della DSA. Più dura così e più possibilità hanno di consolidarsi con fermezza e diventare più forti. 4. Questo dà l’opportunità al People's Defence Units e al Women's Defence Units di combattere i gruppi terroristici, in particolare Isis / IS, come e quando è necessario. 37 Ad Al Jazera, ci sono più di venti partiti politici tra il popolo curdo e cristiani. La maggior parte di loro sono in contrasto con il PYD, il Tev-Dam e la DSA (tornerò oltre su questo punto), in quanto non vogliono aderire al Tev-Dam o alla DSA. Tuttavia, essi hanno totale libertà di svolgere le loro attività senza alcuna restrizione. L’unica cosa che non possono avere è combattenti o milizie sotto il loro controllo. Le donne e il ruolo delle donne Non vi è dubbio che le donne e i loro ruoli siano stati notevolmente accettati e abbiano occupato posizioni alte e basse nel Tev-Dam, nel PYD e nella DSA. Hanno un sistema chiamato "Joint Leaders" e "Joint Organizers”. Ciò significa che il vertice di qualsiasi ufficio, amminis- trazione o sezione militare deve includere le donne. Inoltre, le donne hanno le proprie forze armate. C'è la parità totale tra donne e uomini. Le donne sono una forza importante e sono fortemente coinvolte in ogni sezione della Casa del Popolo, dei comitati, dei gruppi e dei comuni. Le donne nel Kurdistan occi- dentale non formano solo metà della società, ma sono quella metà più efficace e importante, nella misura in cui se le donne smettessero di lavorare o si ritirassero dai tali gruppi, la società curda potrebbe crollare. Ci sono molte donne pro- fessioniste nella politica e tra i militari del PKK che sono state sulle montagne per molto tempo. Sono molto dure, molto determinate, molto attive, molto responsabili ed estremamente coraggiose. L’importanza della partecipazione paritaria delle donne nella ricostruzione della società e in tutte le questioni è stata presa sul serio da Abdulla Ocalan e il resto dei leader del PKK / PYD in modo che le donne nel Kurdistan occiden- tale (Kurdistan siriano) sono considerate sacre. È di Ocalan l’idea, il sogno e la convinzione che, se si vuole vedere il meglio della natura umana, allora la società deve tornare allo stato della società matriarcale, ma, ovviamente, in una fase avanzata. Anche se questa è la posizione delle donne e anche se hanno la libertà, l’amore, il sesso e le relazioni tra le donne coinvolte nella lotta sono estremamente rare. Le donne e gli uomini con cui abbiamo parlato credono che questi aspetti (amore, sesso, relazioni) non siano appropriati in questa fase, in quanto sono coinvolte nella rivoluzione e devono dare tutto per il successo della rivoluzione. Quando ho chiesto cosa succederebbe se due persone in servizio militare o posizioni sensibili avesse una relazione, mi è stato detto che, ovviamente, nessuno può impedirlo, ma essi devono essere spostati a posizioni o sezioni più adatte. Questo può essere difficile da capire per gli europei. Come si può vivere senza l’amore, il sesso e le relazioni? Ma per me, è perfettamente comprensibile. Credo che sia la loro scelta e, se le persone sono libere di scegliere, allora devono essere rispettate. Tuttavia, vi è un’interessante osservazione che ho fatto, al di là del servizio militare, del Tev-Dam e di altre fazioni. Non ho visto una sola donna che lavora in un negozio, in un distributore di benzina, in un market, in un bar o in un ristorante. Ma, le donne e le questioni femminili nel Kurdistan siriano sono chilometri avanti al Kurdistan iracheno dove hanno avuto 22 anni di pro- 38CHAPTER 4. VISITA NEL KURDISTAN SIRIANO, MAGGIO 2014ZA HER BAHER prie regole e molte più opportunità. Detto questo, non posso dire ancora che c’è un movimento speciale o indipendente delle donne nel Kurdistan siriano. Le Comuni Le Comuni sono le cellule più attive nella Casa del Popolo, e furono create dappertutto. Tengono la loro riunione periodica settimanale per discutere i problemi da affrontare. Ogni Comune ha un proprio rappresentante nella Casa del Popolo e nel quartiere, paese o città in cui si forma. Questa che segue è la definizione della Comune tratta dal manifesto del Tev-Dam tradotto dall’arabo: “Le Comuni sono le cellule più piccole della società e le più attive in essa. Esse si formano in pratica nella società, vi è la libertà delle donne, l’ecologia e la democrazia diretta. Le Comuni si formano sul principio della partecipazione diretta delle persone nei villaggi, per le strade, nei quartieri e per le città. Questi sono i luoghi in cui le persone si organizzano volontariamente con le loro opinioni, creano il loro libero arbitrio, danno vita alle loro attività in tutte le aree residenziali e aprono la porta alla discussione su tutte le questioni e sulle loro soluzioni. Le Comuni lavorano sullo sviluppo e la promozione dei comitati. Discutono e cercano soluzioni per le questioni sociali, politiche, per l’istruzione, per la sicurezza e per l’autodifesa e l’auto-tutela dal proprio potere, non da quello dello Stato. Le Comuni creano il proprio potere attraverso la costruzione di un’organizzazione sotto forma di comuni agricole nei villaggi e inoltre di co- muni, cooperative e associazioni nei quartieri. Formare le Comuni per la strada, i villaggi e le città con la partecipazione di tutti i residenti. Le Comuni tengono un incontro ogni settimaha. Nella riunione le Comuni prendono tutte le decisioni apertamente con persone che sono nella Comune e che sono di età superiore ai 16 anni". Siamo andati a una riunione di una delle Comuni con sede nel quartiere di Cor- nish nella città di Qamchlo. C’erano 16-17 persone. La maggior parte di loro erano giovani donne. Abbiamo fatto una profonda conversazione riguardo le loro attività e le loro mansioni. Ci hanno detto che nel loro quartiere hanno 10 Comuni e ogni Comune ha 16 persone. Ci hanno detto: “Noi agiamo nello stesso modo dei lavoratori della comunità con incontri tra individui, con la partecipazione alle riunioni settimanali, verificando eventuali problemi nei posti in cui siamo, proteggendo le persone nella comunità e chiarendo i loro problemi, raccogliendo la spazzatura nella zona, proteggendo l’ambiente e partecipando alla riunione plenaria per riferire ciò che è successo nell’ultima settimana". In risposta a una delle mie domande, hanno confermato che nessuno, nemmeno i partiti politici, interviene nel loro processo decisionale e che prendono tutte le decisioni collettivamente. Hanno citato un paio di cose su cui avevano preso recentemente una decisione. Ci hanno detto: "Una riguardava un grosso pezzo di terra in una zona residenziale che abbiamo voluto utilizzare per un piccolo parco. Siamo andati dal sindaco della città per esporgli la nostra decisione e 39 abbiamo chiesto un aiuto finanziario. Il sindaco ci ha detto che andava bene, ma avevano solo $ 100 da offrirci. Abbiamo preso i soldi e raccolto altri $ 100 da gente locale per costruire un bel parco”. Ci hanno mostrato poi il parco: “Molti di noi hanno lavorato collettivamente per finirlo senza bisogno di ulteriori soldi”. In un altro esempio, ci hanno detto: “Il Sindaco ha volute avviare un progetto nel quartiere. Gli abbiamo detto che non potevamo accettarlo fino a quando non avessimo ottenuto pareri da parte di tutti. Abbiamo avuto un incontro in cui ne abbiamo discusso. La riunione l’ha respinto all’unanimità. C'erano persone che non potevano venire all’incontro così siamo andati a trovarli nelle loro case per ottenere il loro parere. Tutti nella Comune hanno detto di no al progetto”. Mi hanno chiesto delle Comuni e dei gruppi locali a Londra. Gli ho detto che abbiamo molti gruppi, ma purtroppo non siamo uniti come loro, uniti, progres- sisti e impegnati. Gli ho detto che sono miglia davanti a noi. Dai loro volti ho potuto vedere la loro sorpresa, delusione o frustrazione per la mia risposta. Posso capire i loro sentimenti, perché pensano come, in un mondo molto ar- retrato come il loro, possano essere più avanti di noi, mentre noi viviamo nel paese che ha avuto la Rivoluzione industriale secoli fa!! I partiti di opposizione curdi e cristiani Prima ho detto che ci sono più di 20 partiti politici curdi. Alcuni hanno aderito alla DSA, ma altri sedici non l’hanno fatto. Alcuni si sono ritirati dalla politica, mentre altri si sono uniti per creare un gruppo più grande. Ora ci sono dodici partiti costituiti sotto il nome collettivo Assemblea Patriottica del Kurdistan in Siria. Quest’organizzazione condivide più o meno gli stessi obiettivi e le stesse strategie. La maggioranza dei partiti sotto questo nome collettivo sono sostenuti da Massoud Barzani, il Presidente del Governo Regionale del Kurdistan (KRG), che è anche il leader del Partito Democratico del Kurdistan (KDP) nel Kurdistan iracheno. Una storia sanguinosa tra il KDP e il PKK risale sin dal 1990. Ci furono pesanti combattimenti tra i due gruppi nel Kurdistan iracheno che causarono migliaia di morti da entrambe le parti, una ferita che deve ancora essere rimarginata. Devo dire che il governo turco diede una mano nei combattimenti al KDP, aiutandoli nell’attacco al PKK al confine tra Iraq e Turchia. Esiste poi un’altra disputa tra Barzani e la sua famiglia con l’ex capo del PKK, Abdullah Ocalan, per la posizione del leader curdo come leader nazionale curdo. Mentre il popolo curdo in Kurdistan occidentale (Kurdistan siriano) è riuscito a organizzare collettivamente la società, proteggendola da guerre e creando una propria DSA, esso non è ancora in buoni rapporti con il KDP. Il PKK e il Demo- cratic Union Party (PYD) sono stati molto favorevoli ai cambiamenti avvenuti nel Kurdistan siriano. Ma ciò non è certamente vantaggioso per la Turchia o per il KRG. Nel frattempo, la Turchia e il KRG rimangono estremamente vicine. Quanto detto sopra è una spiegazione della ragione per cui il KDP nel Kurdistan iracheno è scontento di quello che è successo nel Kurdistan occidentale, oppo- nendosi sia alla DSA che al Tev-Dam. Il KDP guarda a ciò che vi è accaduto come a un grande business e, tanto se questo business non dovesse funzionare 40CHAPTER 4. VISITA NEL KURDISTAN SIRIANO, MAGGIO 2014ZA HER BAHER affatto quanto se avesse successo, il KDP dovrà averne la quota maggiore. Il KDP aiuta ancora alcuni curdi nel Kurdistan occidentale finanziariamente e con donazioni di armi, nel tentativo di istituire milizie per alcuni dei partiti politici al fine di destabilizzare la zona e i suoi piani. L'Assemblea patriottica del Kur- distan in Siria, istituita con i dodici partiti politici citati prima, è molto vicina al KDP. Il nostro incontro con i partiti di opposizione è durato per oltre due ore e vi erano presenti la maggior parte di essi. Abbiamo iniziato chiedendo loro a che punto sono con il PYD, la DSA e il Tev-Dam. Sono liberi? Qualcuno dei loro membri o sostenitori sono stati pedinati o arrestati dalla PDU e WDU? Sono liberi di organizzare persone, dimostrazioni e organizzare altre attività? Sono state poste molte altre domande. La risposta a ogni singola domanda è stata positiva. Non sono stati effettuati arresti, restrizioni alla libertà o alle orga- nizzazioni di dimostrazioni. Ma tutti loro hanno condiviso il punto che non vogliono partecipare alla DSA. Hanno tre punti di attrito con il PYD e la DSA. Essi ritengono che il PYD e il Tev-Dam abbiano tradito il popolo curdo, anche per il fatto che la metà di Hassaka è sotto il controllo del governo e che le forze del governo sono ancora nella città di Qamchlo, pur ammettendo che tali forze sono inefficaci e controllano solo una piccola parte di territorio. Il loro punto di vista è che costituisca un grosso problema e il PYD e il Tev-Dam siano compro- messi con il regime siriano. Abbiamo detto loro che devono pensare che il PYD e la politica del Tev-Dam sono la politica del “Né pace, né guerra” per bilanciare la situazione, con successo e beneficio per tutti nella regione, compresi tutti i partiti di opposizione per i motivi già citati in precedenza. Abbiamo anche detto che dovrebbero sapere meglio di noi che è stato semplice per il PYD cacciare le milizie di Assad da entrambe le città con il sacrificio di alcuni dei loro miliziani ma cosa accadrà dopo?!! Abbiamo detto loro che sappiamo che Assad non vuole rinunciare ad Hassaka e, quindi, la guerra ricomincerà con morti, persecuzioni, bombarda- menti e distruzione di città e di villaggi. Inoltre, questo apre una porta per l’Isis / IS e Al-Nusra per lanciare un attacco contro. Ci sarebbe la possibilità che l’esercito di Assad, l’esercito siriano libero e il resto delle organizzazioni ter- roristiche si combattano l’un l’altro nella regione, con la conseguenza di perdere tutto ciò che è stato raggiunto finora. Non ci hanno dato alcuna risposta. L'opposizione non vuole unirsi alla DSA e le prossime elezioni di questo corpo si svolgeranno tra pochi mesi se la situazione rimane la stessa. Le loro ragioni sono, in primo luogo, l’accusa verso il PYD di cooperare con il regime, anche se non hanno alcuna prova per dimostrare questa tesi. In secondo luogo, le prossime elezioni non saranno libere perché il PYD non è un partito democratico, bensì un partito burocratico. Ma sappiamo che il PYD ha quasi gli stessi numeri e posizioni di qualsiasi altro partito della DSA, tale affermazione è pertanto scorretta. Abbiamo detto loro che se credono nel processo elettorale devono partecipare se vogliono vedere un’amministrazione con più democrazia e meno burocrazia. Hanno replicato che il PYD si è ritirato dalla Conferenza Nazionale Curda del KRG, che ha avuto luogo lo scorso anno a Irbil, per discutere la ques- tione curda. Ma successivamente, quando abbiamo verificato questo fatto con 41 gente del PYD e del Tev-Dam, ci è stato riferito di un documento scritto che dimostra di essersi impegnati al patto, ma che l'opposizione non si è impegnata. L'opposizione vuole creare un proprio esercito, ma non sono autorizzati dal PYD. Quando abbiamo posto la questione al PYD e al Tev-Dam ci hanno detto che l'opposizione potrebbe avere i propri combattenti, ma devono essere sotto il controllo delle unità del People's Defence Units e del Women's Defence Units. Essendo la situazione molto delicata e tesa, ciò potrebbe provocare un ulteriore scontro interno, che costituisce una grande preoccupazione non potendo perme- tterselo. Il PYD ha semplicemente detto che non vuole ripetere gli stessi falli- menti del Kurdistan occidentale. Con fallimento, si riferiscono all'esperimento del Kurdistan iracheno nella seconda metà del XX secolo, che durò fino alla fine del secolo scorso, quando ci furono tanti scontri tra le diverse organizzazioni curde. Alla fine, il PYD e il Tev-Dam ci hanno chiesto di tornare dai partiti di opposizione, con il mandato di offrire loro, a nome del PYD e del Tev-Dam, tutto, tranne il permesso di avere forze militari sotto il proprio controllo. Pochi giorni dopo abbiamo avuto un altro incontro durato quasi tre ore a Qam- chlo con i capi dei tre partiti curdi: il Partito democratico del Kurdistan in Siria (Al Party), il Partito curdo per la democrazia e l’uguaglianza in Siria e il Partito per la democrazia patriottica curda in Siria. Nel corso della riunione, hanno più o meno ripetuto i motivi dei loro colleghi nel corso della riunione precedente, ossia le ragioni per cui non si integrano nella DSA e nel Tev-Dam per costruire e sviluppare la società curda. Abbiamo avuto una lunga discussione, cercando di convincerli che, se volevano risolvere la questione curda, avere una forza potente nel Paese per evitare la guerra e la distruzione, allora avrebbero dovuto essere indipendenti dal KRG e dal KDP e non lavorare nell’interesse di nessuno se non del popolo del Kurdistan occidentale. Il più delle volte sono rimasti silenziosi e non hanno risposto alle nostre proposte. Pochi giorni dopo abbiamo incontrato anche rappresentanti di un paio di partiti politici cristiani e l'Organizzazione Giovanile Cristiana a Qamchlo. Nessuno di questi partiti ha aderito alla DSA o al Tev-Dam per propri motivi, ma hanno ammesso che si trovano bene con la DSA e il Tev-Dam concordando con le loro politiche. Hanno apprezzato anche che la loro sicurezza, e la protezione dall’esercito siriano e dai gruppi terroristici era dovuto alle forze del Peoples Defence Units o del Women's Defence Units che hanno sacrificato la loro vita per realizzare tutto ciò che è stato conquistato per tutti nella regione. Tuttavia, i membri dell’Organizzazione Giovanile Cristiana a Qamchlo non erano in armo- nia con la DSA e il Tev-Dam. Il problema era di non avere abbastanza energia elettrica, per cui che cercheranno un’alternativa alla DSA e al Tev-Dam e, se la situazione rimarrà la stessa, allora non avranno altra scelta che emigrare in Europa. Il capo di uno dei partiti politici, presente alla riunione ha risposto loro dicendo: "Di cosa stai parlando, Figlio? Siamo nel bel mezzo di una guerra, riesci a vedere cosa è successo nel resto delle principali città della Siria? Riesci a vedere quante donne, uomini, anziani e bambini vengono uccisi ogni giorno?! L'energia in questa particolare situazione non è molto importante; possiamo usare altri 42CHAPTER 4. VISITA NEL KURDISTAN SIRIANO, MAGGIO 2014ZA HER BAHER mezzi, invece. Ciò che è importante in questo momento è: sedere a casa senza paura di essere uccisi, lasciando i nostri figli per le strade a giocare senza paura che vengano rapiti o uccisi. Possiamo fare funzionare le nostre attività come al solito, nessuno ci assalta, ci limita o ci insulta... c'è pace. c’è libertà, e c’è giustizia sociale.“ I membri degli altri partiti politici hanno concordato e ammesso tutto ciò. Prima di lasciare la regione, abbiamo deciso di parlare con negozianti, imprenditori, proprietari delle bancarelle e persone al mercato per ascoltare le loro opinioni, che per noi erano molto importanti. Ognuno sembrava avere un parere molto positivo della DSA e del Tev-Dam. Erano felici per l’esistenza della pace, della sicurezza e della libertà e di mandare avanti la propria attività, senza alcuna interferenza da eventuali fazioni. Chapter 5 La trincea vergognosa L’anno scorso il governo iracheno e il KRG hanno concordato, presumibilmente per ragioni di sicurezza, di scavare una trincea lunga 35 km, profonda oltre due metri e larga circa due metri, sul confine iracheno / siriano del Kurdistan. La trincea separa Al Jazera nel Kurdistan occidentale dal Kurdistan iracheno, nel sud. Il fiume Tigri copre cinque chilometri di questo confine, quindi non c’era bisogno di una trincea. I dodici chilometri successivi sono stati costruiti dal KRG, e gli ultimi diciotto chilometri costruiti dal governo iracheno. Sia il KRG che il governo iracheno affermano che la trincea era una misura necessaria a causa dei timori per la pace e per la sicurezza nei territori iracheni, tra cui la regione del Kurdistan. Ma si sollevano tanti interrogativi su tali preoccu- pazioni. Quali timori? Da chi? Dall Isis / Is? È impossibile per gruppi come l’Isis /Is arrivare in Iraq o nel KRG attraverso quella parte della Siria che è stata protetta dalle forze del PDU e del WDU, e inoltre Al Jazera é stata rip- ulita completamente dall’Isis/Is. Tuttavia, la maggioranza dei curdi sanno che ci sono un paio di motivi per scavare la trincea. In primo luogo, impedire ai siriani che fuggono dalla guerra di raggiungere il Kurdistan iracheno. Inoltre, il capo del KRG, Massoud Barzani come già detto, è preoccupato per il PKK e per il PYD e quindi lui e il KRG vogliono impedire a loro o chiunque altro della DSA di entrare in questa parte del Kurdistan. In secondo luogo, la trincea aumenterà l'efficacia delle sanzioni utilizzate contro il Kurdistan occidentale, nel tentativo di strangolarlo e di costringerlo a un punto di resa, in modo da cadere nelle condizioni poste dal KRG. Tuttavia, in caso di scelta tra la resa e la fame per i curdi nel Kurdistan siriano, sento che sceglierebbero la fame. Questo è il motivo per cui la maggior parte dei curdi, ovunque vivano, chiama la trincea la "vergognosa trincea”... Non vi è dubbio che le sanzioni hanno paralizzato la vita curda ad Al Jazera, le persone hanno bisogno di tutto, medicine, soldi, medici, infermieri, insegnanti, tecnici ed esperti delle aree industriali, soprattutto nel settore dei giacimenti petroliferi e di raffinazione per farli funzionare. Ad Al Jazera, hanno migliaia di tonnellate di grano che essi sarebbero felici di vendere da $ 200 a $ 250 a tonnellata al governo iracheno, ma esso preferisce pagare dai $ 600 ai $ 700 per 43 44 CHAPTER 5. LA TRINCEA VERGOGNOSA ogni tonnellata di grano acquistato altrove. Ci sono persone nel Kurdistan occidentale che non capiscono perché il KRG, come governo autonomo curdo, e il suo presidente, Massoud Barzani, (che si dice essere un grande leader curdo) vogliano far morire di fame il proprio popolo in un’altra parte del Kurdistan. A Qamchlo, il Tev-Dam ha chiamato una grande manifestazione pacifica sabato, 9 maggio 2014. Alcune migliaia di persone hanno preso posizione contro chi ha scavato la trincea vergognosa. Ci sono stati molti discorsi forti da parte di persone e organizzazioni diverse, tra cui la Casa del Popolo e molti altri gruppi e comitati. Nessuno dei loro discorsi ha creato tensione. Le persone si sono concentrate nei loro discorsi principalmente sulla fratellanza, le buone relazioni e la cooperazione tra i due lati del confine, la riconciliazione tra tutte le parti in conflitto e la pace e la libertà. Alla fine è diventata una festa di strada con gente che ballava felicemente e cantava, in particolare inni. Aspettative e timori È molto difficile sapere quale direzione prenderà il movimento di massa del Kurdistan occidentale, ma ciò non ci esonera da aspet- tative e dall’analizzare ciò che può influenzare la direzione di questo movimento e il suo futuro. Il completo successo o fallimento di questo grande esperimento che la regione, almeno per un lungo periodo di tempo, non ha mai registrato, dipende da tanti fattori che possono essere suddivisi in fattori interni (questioni interne e problemi all’interno del movimento stesso e con il KRG) e fattori es- terni. Tuttavia, qualunque cosa accada, alla fin fine dobbiamo affrontarlo, ma ciò che è importante è: la resistenza, la sfida e lo stimolo, non arrendersi, la fiducia e credere nelle trasformazioni. Rifiutare il sistema attuale e cogliere le opportunità è più importante, a mio parere, della vittoria temporanea, perché tutti questi sono i punti chiave necessari per raggiungere l’obiettivo finale. I fattori esterni La direzione della guerra e l’equilibrio delle forze all’interno della Siria. Era abbastanza evidente all’inizio della rivolta popolare in Siria, che essa sarebbe andata a beneficio del popolo siriano, dopo la fine tanto attesa del regime di Assad e che non sarebbe durata a lungo una volta che le persone si fossero unite sia all’interno che all’esterno del paese. Tuttavia, dopo un po’ di tempo, i gruppi terroristici furono coinvolti e cambiarono la direzione della rivolta del popolo, come abbiamo visto tutti ancora vediamo attraverso i media. Ciò è accaduto perché Assad è stato molto abile nella realizzazione di un paio di politiche che hanno colpito direttamente l’indirizzo della rivolta del popolo rafforzando il suo regime. In primo luogo, ha ritirato tutte le sue forze dalle tre regioni curde di Afrin, Kobane e Al Jazera, eccetto poche migliaia nella regione di Al Jazeera, come già accennato. Ovviamente, una parte del motivo del ritiro era dovuto alla pressione dei manifestanti curdi. In secondo luogo, ha aperto il confine con la Siria a organizzazioni terroristiche consentendo loro di fare quello che volevano. Ormai sappiamo tutti ciò che è accaduto dopo. In questo modo, 45 Assad è riuscito a indebolire e a isolare i manifestanti contro il regime e ha anche inviato un messaggio alla cosiddetta “comunità internazionale” secondo cui non c’era alternativa a lui e al suo regime, tranne i gruppi terroristici. Vol evano veramente gli Stati Uniti, il Regno Unito, i paesi occidentali e il resto del mondo tutto ciò? Naturalmente, in una certa misura, la risposta è no. Tutto dipende dai loro interessi. Queste strategie politiche hanno funzionato molto bene e hanno completamente cambiato la direzione della guerra. Quindi, si è aperta la possibilità per Assad di rimanere al potere, almeno per un breve periodo di tempo dopo aver negoziato con gli Stati Uniti, le Nazioni Unite, il Regno Unito e i loro agenti sino alle prossime elezioni. In quel caso, avrebbe potuto imparare una lezione per cambiare la sua politica nei confronti del popolo curdo, ma alle sue condizioni e non nel modo in cui avrebbe voluto il popolo curdo. Se Assad venisse sconfitto nella guerra con i gruppi terroristici con l'appoggio degli Stati Uniti, Regno Unito, UE e la “comunità Internazionale”, e questi andassero al potere, di certo non ci sarebbe alcun futuro per la DSA o il Tev-Dam. Se le forze moderne, come i partiti o le organizzazioni che com- pongono l’Esercito Libero della Siria (FSA) non sono ancora al potere, allora ci sono ben poche possibilità per il popolo curdo in quanto non hanno una buona soluzione per la loro questione, abbandonati qualora salgano al potere. Natu- ralmente, ci sono altre possibilità di porre fine al potere di Assad, con il suo assassinio o con un colpo di stato militare... Il ruolo e le influenze dei paesi limitrofi della regione La gente comune in Siria ha cominciato la rivolta a causa della repressione, dell’oppressione, della mancanza di libertà e di giustizia sociale, della corruzione, della discriminazione, della mancanza di diritti umani, e per alcun diritto per le minoranze etniche quali curdi, turcomanni e altri. La vita per la maggioranza delle persone era terribile; redditi bassi, il costo della vita in continuo aumento, senza-tetto e la disoccupazione sono serviti da ispirazione per la “primavera araba”. Tuttavia, le proteste, le dimostrazioni e le rivolte dal basso sono state dirottate dai governanti vicini in una guerra delegata tra l'Arabia Saudita, il Qatar e la Turchia con il sostegno degli Stati Uniti e dei paesi occidentali da un lato e il regime di Assad, l’Iran e Hezbollah sull’altro. Il governo iracheno non ha annunciato il suo sostegno al regime di Assad, ma voleva, e vuole ancora, As- sad al potere a causa della stretta relazione tra sciiti e alawiti e anche perché l'Iran è il più stretto alleato dell’Irag, e l’Iran è anche molto vicino alla Siria. Ciò che resta dei paesi vicini è stato la posizione del KRG verso ciò che accade in Siria, a causa della vicinanza del KRG, e, soprattutto, del suo presidente, Massoud Barzani, alla Turchia. Il KRG ha annunciato, sin dall’inizio, il suo sostegno all’opposizione siriana al regime di Assad. Qui dobbiamo notare la doppia morale e l’ipocrisia del KRG in quanto, da un lato, è contro Assad pur sostenendo l’opposizione, ma, d’altra parte, è contro i curdi in Siria e il loro movimento di massa popolare che rappresenta una delle principali e più costruttive forze contro Assad. 46 CHAPTER 5. LA TRINCEA VERGOGNOSA Ovviamente ogni Paese ha un grande impatto in quanto alcuni stanno soste- nendo il regime di Assad mentre altri sostengono l'opposizione siriana. Ciò che è importante sapere è che nessuno di questi paesi sono amici o vicini della nazione curda in qualsiasi parte del Kurdistan, tanto nel Kurdistan siriano, iracheno, iraniano quanto nel Kurdistan turco. Non hanno mai avuto un giudizio fa- vorevole alla questione curda e mai, sinceramente, hanno voluto risolvere questo problema, pur tenendo un giudizio positivo sui partiti politici curdi nazionalisti quando questi partiti lavoravano e combattevano nei loro interessi. Tl ruolo della Cina e della Russia Anche se la Russia è diventata molto più piccola e meno potente di prima, ha ancora peso e potenza, in concorrenza con gli Stati Uniti e i paesi occidentali. Non è una sorpresa vedere ora che la Russia non riesce a raggiungere un accordo con l’Occidente sul regime di Assad. Gioca anche il fatto che la Siria, quando il padre di Assad era al potere, si schierava sempre con il campo sovietico. A ciò si aggiunge che la Russia è vicino all’Tran, principale alleato della Siria. Per quanto riguarda la Cina, anche lei ha i propri interessi nella regione, in par- ticolare in Iran. Pertanto, la Cina cerca di proteggere tale interesse in quanto non torna a suo vantaggio vedere Assad cacciato perché sa che il prossimo sarà l’Iran. Così gli interessi della Russia e della Cina e il loro sostegno alla Siria rendono la guerra più lunga di quanto ci sì aspettasse. Da quanto detto, pos- siamo vedere come due paesi potenti dovrebbero affrontare la questione curda in Siria, in particolare con la DSA e il Tev-Dam. A mio parere, gli affari e i profitti decideranno, alla fine, se sosterranno o meno il popolo curdo in futuro. Allo stato attuale, non vi è alcun supporto alla DSA e al Tev-Dam dalla Cina, dalla Russia, dagli Stati Uniti o dai paesi occidentali, mentre i curdi in Siria sono la principale opposizione contro le forze terroristiche come l’Isis / IS, gra- zie alle milizie della PDU e WDU. Queste unità sono costantemente in lotta contro questi gruppi terroristici nelle regioni curde di Al Jazera e di Kobane. Possiamo osservare la doppia morale e l’ipocrisia degli Stati Uniti e dei paesi oc- cidentali. Hanno lanciato una guerra contro il terrorismo, ma mentre il popolo curdo in Siria è l’unico che combatte seriamente le organizzazioni terroristiche, questi paesi non li appoggiano. Le principali ragioni, a mio parere, sono: 1. Non sono seri nella lotta contro i terroristi e il terrorismo perché essi stessi o i loro alleati li hanno creati e appoggiati. 2. Combattono le persone che credono nell’Islam, piuttosto che combattere la religione stessa e il suo libro sacro, il Corano. 3. Possono avere bisogno di questa organizzazione in futuro. 4. Essi non vogliono cambiare o rivedere la loro politica estera. 5. Gli Stati Uniti e il Regno Unito supportano, finanziariamente e moralmente, tutte le fedi reazionarie sotto il nome delle pari opportunità, della libertà e riconoscendo le diverse culture. Possiamo già contare più di un centinaio di tribunali della sharia in Gran Bretagna. 6. Il punto principale è che il movimento democratico di massa nel Kurdis- 47 tan siriano, tra cui la DSA, non ha creato religioni o un potere nazionalista o liberale. Sanno che in questa parte del mondo, hanno dato vita al potere del popolo, dimostrando che essi stessi possono governare attraverso la democrazia diretta senza governo e sostegno da parte degli Stati Uniti, dei paesi occiden- tali e delle istituzioni finanziarie internazionali, quali il FMI, la BM e la Banca centrale europea. I fattori interni Con fattori interni intendo qualunque cosa possa accadere all’interno del Kurdistan occidentale, tra i quali il seguente scenario: La guerra civile del popolo curdo. Non intendo solo una guerra tra i partiti politici all’interno del Kurdistan occidentale, ma la guerra tra il KRG nel Kur- distan iracheno e le forze della PDU, WDU e PKK. C'è un rapporto molto stretto tra il PKK e il PYD che sorregge questo esperimento nel Kurdistan siri- ano con grande aiuto. Ho detto in precedenza che c’è stata una storia di sangue tra il PKK e il KDP e anche una forte controversia sulla leadership curda. Tut- tavia, per qualche tempo, Abdullah Ocalan, in recenti libri, testi e messaggi, ha denunciato e rifiutato lo Stato e l’autorità. Ma fino a ora non ha respinto la pro- pria autorità e denunciato chi ancora si riferisce a lui come un grande leader o chi lavora duramente pet dargli una posizione sacra. L'atteggiamento di Ocalan non può essere corretto se non rifiuta anche la propria autorità e leadership. Al momento, la situazione sta peggiorando e il rapporto del KRG con il PYD e PKK sta deteriorando, quindi c’è una possibilità di scontro interno, special mente dato che il KRG è, giorno dopo giorno, sempre più vicino alla Turchia. Una volta avviata questa guerra non c’è dubbio che Isis / IS e altri parteciper- anno al combattimento dalla parte del KRG e della Turchia. L’unico modo per evitare che ciò accada è con proteste di massa, manifestazioni e occupazioni di massa nel Kurdistan iracheno e altrove da parte degli amici dei curdi siriani. Il Tev-Dam si indebolisce Come spiegato in precedenza, è il Tev-Dam che ha creato questa situazione, con i suoi gruppi, comitati, comuni e con la Casa del Popolo che è l’anima e la mente del movimento di massa. Il Tev-Dam è stata la forza principale nella creazione della DSA. In generale, è il Tev-Dam che fa la differenza nel forzare il risultato di ciò che potrebbe accadere rap- presentando fonte di ispirazione per il resto della regione. È difficile per me vedere l’equilibrio tra il potere del Tev-Dam e della DSA in futuro. Ho avuto l’impressione che nella misura in cui il potere della DSA accrescerà, la forza del Tev-Dam diminuirà e viceversa. Ho sollevato questo punto con i compagni del Tev-Dam. Sono in disaccordo e credono che più la DSA diventerà forte, e più il Tev-Dam diventerà potente. La loro ragione in tal senso consiste nella considerazione che la DSA è un organo esecutivo, che esegue e attua le decisioni prese dal Tev-Dam e dai suoi organi. Tuttavia, non posso essere d’accordo o in disaccordo con loro perché il futuro mostrerà la direzione che prenderà tutta la società e il movimento. 48 CHAPTER 5. LA TRINCEA VERGOGNOSA Il PYD e le sue strutture di partito Il PYD, l’United Democratic Party e il PKK si pongono a sostegno del movimento democratico di massa e sono partiti politici con tutte le condizioni di cui un partito politico ha bisogno in quella parte del mondo: l’organizzazione gerarchica, leader per comandare le persone, e tutti gli ordini e i comandi dei leader arrivano dall’alto in basso alle parti partito. Non c’è stata molta consultazione con i membri quando si trattava di prendere una decisione su grandi temi. Sono molto ben disciplinati, hanno regole e ordini da seguire, segreti e relazioni clandestine con diversi partiti, in diverse parti del mondo, tanto al governo, quanto non. D’altra parte, posso considerare il Tev-Dam esattamente il suo contrario. Molti all’interno di questo movimento non sono stati membri del PKK o del PYD. Essi credono che la rivoluzione deve partire dal basso della società e non dall’alto, non credono nei poteri dello Stato e dell’autorità e si riuniscono in incontri per prendere le proprie decisioni in merito, ciò che vogliono e a tutto ciò che è nel migliore interesse delle persone. Dopo di che, chiedono alla DSA di eseguire le loro decisioni. Ci sono molte differenze tra il PYD e il PKK e il Movimento della Società Democratica, il Tev-Dam. La domanda è: dati compiti e natura del Tev-Dam e data la struttura del PYD e del PKK, come può esserci un compromesso? Il Tev-Dam segue il PYD e il PKK o essi seguono il Tev-Dam, ovvero chi controlla chi? Si tratta di una domanda a cui non posso rispondere e devo aspettare e vedere. Tuttavia, credo probabilmente che la risposta sia in un prossimo futuro. La paura dell’Ideologia e degli ideologi che possono divenire sacri L'ideologia è una visione. Guardare o vedere tutto dal punto di vista ideologico può essere un disastro in quanto ti dà una soluzione o una risposta pronta, ma che non si connette con la realtà della situazione. Per la maggior parte del tempo, gli ideologi cercano una soluzione nelle parole di vecchi libri che sono stati scritti molto tempo fa, mentre quei libri non sono rilevanti per il problema o la situazione attuale. Gli ideologi possono essere pericolosi quando vogliono imporre le loro idee prese da ciò che è stato scritto in libri vecchi, nella situ- azione attuale. Sono molto gretti, molto insistenti, bastonano con le loro idee e sono fuori dal mondo. Non hanno rispetto per chi non condivide la loro stessa opinione, in breve, gli ideologi credono che l’ideologia, o il pensiero, creano le insurrezioni o le rivoluzioni, ma per i non-ideologi, come me è vero il contrario. È davvero un peccato aver scoperto molti ideologi tra il PYD e i membri del Tev-Dam, soprattutto quando si trattava di discussioni sulle idee di Abdullah Ocalan. Questi individui sono molto legati ai principi di Ocalan, e fanno riferi mento ai suoi discorsi e libri nelle nostre discussioni. Hanno fede in lui e, in un certo senso, è sacro. Se questa è la fede che le persone hanno messo nel loro capo provandone timore è molto spaventoso e le conseguenze non saranno positive. Per me, nulla deve essere sacro e tutto può essere criticato e respinto se ce n’è 49 bisogno. Peggio di così, c’è la Casa dei bambini e i Centri giovanili. Nella Casa dei Bambini e nei Centri giovanili, ai bambini vengono insegnate nuove idee, tra cui la rivoluzione e molte altre cose positive che i bambini hanno bisogno di acquisire per essere membri utili della società. Tuttavia, ai bambini viene inoltre insegnata l’ideologia e le idee e i principi di Ocalan e la sua grandezza in quanto leader del popolo curdo. A mio parere, i bambini non dovrebbero essere portati a credere in un’ideologia. Non dovrebbero avere lezioni sulla religione, nazionalità, razza o colore. Essi dovrebbero essere liberi fino a quando diven- teranno adulti e potranno decidere da soli per se stessi. Il ruolo delle Comuni Nei paragrafi precedenti ho spiegato le Comuni e i loro ruoli. I compiti delle Comuni devono essere modificati in quanto non possono semplicemente essere coinvolte nei problemi dei posti dove esistono e prendere decisioni sulle cose che vi succedono. Le comuni devono accrescere i loro ruoli, compiti e poteri. È vero che non ci sono fabbriche, né aziende e né distretti industriali. Ma Al Jazera è un cantone agricolo che coinvolge molte persone in villaggi e piccole città e il grano è il suo prodotto principale. Questa regione è anche molto ricca di petrolio, gas e fosfati, anche se molti giacimenti petroliferi non sono in uso a causa della guerra e della mancanza di manutenzione, anche da prima della rivolta. Quindi per le Comuni queste sono ulteriori aree da in- cludere nel loro controllo, nel loro utilizzo e nella distribuzione di prodotti per le persone secondo le loro libere necessità. Qualunque cosa rimanga, dopo la dis- tribuzione, i membri della Comuni possono decidere e accettare di commerciarle, venderle, scambiarle per le esigenze primarie della popolazione oppure semplice- mente conservarle per dopo quando sarà utile. Se le Comuni non eseguono tali compiti fermandosi a quanto fanno adesso, le loro funzioni ovviamente rester- anno incompiute. La conclusione e le mie parole finali Ci sono così tanti diversi punti di vista e opinioni di destra, di sinistra; separatisti, trockisti, marxisti, comunisti, socialisti, anarchici e libertari sul futuro dell’esperimento nel Kurdistan occi- dentale, che, in realtà, meriterebbero più spazio. Io, da anarchico, non vedo gli eventi in bianco o nero, non ho una soluzione pronta per loro e inoltre non ritornerò mai su vecchi libri per trovare le soluzioni agli eventi in corso o per i loro sbocchi perché credo che la realtà, gli eventi stessi e le situazioni creano le idee e i pensieri, non il contrario. Li osservo con una mente aperta e li collego a tanti fattori, e alle ragioni del loro verificarsi. Tuttavia, devo dire un paio di cose circa ogni rivolta e rivoluzione, perché sono molto importanti per me. In primo luogo, la rivoluzione non sta esprimendo rabbia, non viene creata dietro un ordine o un comando, non è qualcosa che può accadere nel giro di ventiquattro ore e non è un colpo di stato militare, o bolscevico o la cospirazione di politici. Inoltre non è solo lo smantellamento delle infrastrutture economiche della società e l’abolizione della classe sociale. 50 CHAPTER 5. LA TRINCEA VERGOGNOSA Ciò che ho appena detto rappresentano tutti i punti di vista e le opinioni della sinistra, dei marxisti e comunisti e dei loro partiti. Queste sono le loro definizioni di rivoluzione. Guardano alla rivoluzione in questo modo perche sono dogmatici e vedono i rapporti di classe in atto in modo meccanicistico. Per loro, quando accade una rivoluzione e viene abolita la società di classi, è la fine della storia e il socialismo può determinarsi. A mio parere, anche se la rivoluzione ha successo, ci saranno ancora possibilità di un desiderio per l’autorità, nelle famiglie, nelle fabbriche e nelle aziende, nelle scuole, nelle università e in molti altri luoghi e is- tituzioni. Aggiungiamo poi le restanti differenze tra uomini e donne e l’autorità degli uomini sulle donne all’interno del socialismo. Inoltre, rimarrà una cultura avida ed egoista, e l’uso della violenza insieme a tante altre cattive abitudini esistenti nella società capitalista. Non possono scomparire o dissolversi in breve tempo. In realtà, resteranno con noi per un lungo, lungo tempe e potrebbero minacciare la rivoluzione. Così, cambiando l’infrastruttura economica della società e raggiungendo la vit- toria sulla società di classe non si può né offrire alcuna garanzia che la rivoluzione sia compiuta, né che possa mantenersi per lungo tempo. Quindi, credo che ci debba essere una rivoluzione nella vita sociale, nella nostra cultura, nell’istruzione, nella mentalità degli individui e nei comportamenti individuali e di pensiero. Le rivoluzioni in queste sfere non sono solo necessarie, ma anzi devon darsi prima o insieme al cambiamento dell’infrastruttura economica della società. Non credo che sia finita, dopo la rivoluzione nell’infrastruttura economica della società. Si deve riflettere in ogni aspetto della vita della società e dei suoi membri. Per me, le persone risentono del sistema attuale e credono nel cambiamento di esso. Hanno la tendenza alla ribellione, la coscienza di essere usati e sfruttati e, inoltre, una propensione di resistenza, cose estremamente importanti per mantenere la rivoluzione. Come posso collegare queste considerazioni all'esperimento del popolo del Kurdistan occidentale? In risposta, dico che questo esperimento esiste da oltre due anni e ci sono generazioni che ne sono testimoni. Sono ribelli o già hanno la tendenza alla ribellione, vivono in armonia e un’atmosfera libera e sono abituati a nuove culture: una cultura del vivere insieme in pace e libertà, una cultura di tolleranza, del dare non solo del prendere, una cultura dell’essere molto fiduciosi e ribelli, una cultura di fede nel lavorare volontariamente e per il bene della comunità; una cultura di solidarietà e di vivere per l’altro e una cultura in cui tu sei il primo e io sono il secondo. Nel frattempo, è vero che la vita è molto difficile, vi è una mancanza di molte risorse primarie e neces- sarie e il tenore di vita è basso, ma la gente è piacevole, felice, e allo stesso momento, sorridente e vigile, molto semplice e umile, mentre il divario tra ricchi e poveri è minimo. Tutto ciò ha, in primo luogo, aiutato le persone a superare le difficoltà nella loro vita con i loro disagi. In secondo luogo, gli eventi, la loro storia personale e l’attuale ambiente in cui vivono ha insegnato loro che, in futuro, non si sottometteranno a una dittatura, resisteranno alla repressione e 51 all’oppressione, cercheranno di mantenere ciò che avevano prima, uno spirito di sfida e provocazione, senza accettare più che altri prendano decisioni per loro. Per tutte queste ragioni, il popolo resiste senza arrendersi, sta di nuovo sulle proprie gambe, lotta per i propri diritti e resiste al ritorno della cultura prece- dente. La seconda considerazione riguarda quanto alcuni ci dicono: questo movimento ha alle sue spalle Abdullah Ocalan, il PKK e il PYD, perciò, se qualcuno cercherà di deviare questo esperimento, esso si concluderà o un dittatore prenderà il potere. Certo, questo è possibile e può accadere. Ma anche in questa situ- azione, non credo che il popolo in Siria o nel Kurdistan occidentale potrà più tollerare una dittatura o un governo di stampo bolscevico. Credo che siano passati i giorni in cui il governo in Siria poteva massacrare 30.000 persone nella città di Aleppo, nel giro di pochi giorni. Anche il mondo è cambiato e non è più come prima. Tutto ciò che resta da dire è che quanto è successo nel Kurdistan Occidentale non è stata un’idea di Ocalan, come molti affermano. In realtà questa idea è molto vecchia e Ocalan ha elaborato queste idee in carcere, familiarizzando con loro attraverso la lettura di centinaia e centinaia di libri, senza smettere di pensare e analizzando le esperienze dei governi naizonalisti, comunisti e dei loro governi nella regione e nel mondo nonché le ragioni per cui essi sono tutti falliti e non potevano conseguire ciò che essi pur sostenevano. La base di tutto è che si sia convinto che lo Stato, qualunque sia il suo nome e la sua forma, è uno Stato e non può sparire quando viene sostituito da un altro Stato. Per questo, Abdullah Ocalan merita credito. Zaher Baher fa parte dell’Haringey Solidarity Groupe del Kurdistan Anarchists Forum. Traduzione italiana di Stefano F. 52 CHAPTER 5. LA TRINCEA VERGOGNOSA Chapter 6 Kurdistan” G.D.& T.L. Ci sono periodi in cui non si può nulla, salvo non perdere la testa (Louis Mercier-Véga, La Chevauchée anonyme) Quando i proletari sono costretti a prendere in mano i loro affari per assicu- rarsi la sopravvivenza, essi aprono la possibilità di un cambiamento sociale. I curdi sono costretti ad agire nelle condizioni che trovano e che tentano di crearsi, nel mezzo di una guerra internazionale poco favorevole all’emancipazione. Non siamo qui per giudicare. Né per perdere la testa. Auto(difesa) In diverse regioni del mondo, i proletari sono portati ad un au- todifesa che passa attraverso l’autorganizzazione: «Una vasta nebulosa di “movimenti" - armati e non, oscillanti tra il banditismo sociale e la guerriglia organizzata — agisce nelle zone più disgraziate dell’immondezzaio capitalistico mondiale, presentando tratti simili a quelli del PKK attuale. Essi, in una maniera o nell’altra, tentano di resistere alla distruzione di economie di sussistenza ormai residuali, al saccheggio delle risorse naturali o minerarie locali, oppure all’imposizione della proprietà fondiaria capitalistica che ne limita o im- pedisce l’accesso e/o l’utilizzo; a titolo di esempio, possiamo citare alla rinfusa i casi della pirateria nei mari di Somalia, del MEND in Nigeria, dei Naxaliti in India, dei Mapuche in Cile. [...] È essenziale cogliere il contenuto che li acco- muna: l’autodifesa. |...] Ci si auto-organizza sempre sulla base di ciò che si è all’interno del modo di produzione capitalistico (operaio di questa o quella im- presa, abitante di questo o quel quartiere, ecc.), mentre l’abbandono del terreno difensivo (“rivendicativo”) coincide col fatto che tutti questi soggetti si interpen- etrano reciprocamente e che le distinzioni vengono meno, poiché inizia a venir 53 54 CHAPTER 6. KURDISTAN? G.D. & T.L. meno il rapporto che le struttura: il rapporto capitale/lavoro salariato». [8] Nel Rojava, l’autorganizzazione ha portato (o può portare) da una necessità di sopravvivenza a un rovesciamento dei rapporti sociali? È inutile ritornare qui sulla storia del potente movimento indipendentista curdo in Turchia, Iraq, Siria e Iran. Le rivalità tra questi paesi e la repressione che vi subiscono, lacerano i curdi da decenni. Dopo l’esplosione dell’Iraq in tre entità (sunnita, sciita e curda), la guerra civile ha liberato in Siria un territorio dove l'autonomia curda ha preso una forma nuova. Un’unione popolare (vale a dire transclassista) si è costituita per gestire questo territorio e difenderlo contro una minaccia militare: lo Stato Islamico ha funzionato da elemento di rottura. Nella resistenza si intrecciano antichi legami comunitari e nuovi movimenti, in parti- colare di donne, attraverso un’alleanza di fatto tra proletari e classi medie con la «nazione» a fare da collante: dopo un soggiorno in Rojava alla fine del 2014, Janet Biehl, pur ritenendo che vi si stia sviluppando una rivoluzione, scrive che "la trasformazione che si attua nel Rojava riposa in una certa misura su un’identità curda radicale e su una forte partecipazione delle classi medie che, a dispetto di un discorso radicale, mantengono sempre un certo interesse alla perpetuazione del capitale e dello Stato." [9] Una rivoluzione democratica? In politica, molto sta nelle parole: quando il Rojava elabora la sua costituzione e la chiama Contratto sociale, si tratta di un’eco dei Lumi del XVIII secolo. Dimenticati Lenin e Mao, gli attuali dirigenti curdi leggono Rousseau, non Bakunin. Il Contratto sociale proclama «la coesistenza e la comprensione reciproca e paci- fica di tutti gli strati sociali» e riconosce «l’integrità territoriale della Siria»: è ciò che dicono tutte le costituzioni democratiche, e non c’è da attendersi né l’apologia della lotta di classe, né la rivendicazione dell’abolizione delle fron- tiere, dunque degli stati [10]. È il discorso di una rivoluzione democratica. Anche nella Dichiarazione dei diritti dell'Uomo e del Cittadino del 1789, il diritto di «resistenza all’oppressione», esplicitamente previsto, si accompagnava a quello di proprietà. La libertà era completa ma definita e limitata della legge. Nel Rojava, allo stesso modo, la «proprietà privata» è un diritto del quadro della legge. Malgrado opti per la qualificazione di «regione autonoma» il Contratto sociale prevede un’amministrazione, una polizia, delle prigioni, delle imposte (dunque un potere centrale che raccoglie denaro). Ma oggi siamo all’inizio del XXI secolo: il riferimento a «Dio onnipotente» va di pari passo con lo «sviluppo durevole», la quasi parità (40 % di donne negli organi rappresentativi]) e «l'uguaglianza tra i sessi» (sebbene legata alla «famiglia»). Aggiungiamo la separazione dei poteri, quella tra chiesa e Stato, una magis- 55 tratura indipendente, un sistema economico che deve assicurare «il benessere generale» e garantire i diritti dei lavoratori (tra cui quello di sciopero), la limi- tazione del numero dei mandati politici, ecc.: un programma di sinistra repub- blicana. Se alcuni in Europa e negli Stati Uniti vedono in tali obiettivi l'annuncio di una rivoluzione sociale, ciò dipende senza dubbio dal «relativismo culturale». A Parigi, un simile programma sarebbe motivo di sfottò nel milieu radicale, ma «laggiù, è già non male...». Chi paragona il Rojava alla rivoluzione spag- nola deve confrontare il Contratto sociale al programma adottato dalla CNT nel maggio 1936 (nonché il modo in cui è stato nei fatti tradotto un paio di mesi dopo). Un nuovo nazionalismo Come ogni movimento politico, un movimento di liberazione nazionale si dà le ideologie, i mezzi e gli alleati che può, e li sostitu- isce quando gli conviene. Se l’ideologia [del PKK] è nuova, è perché riflette un cambiamento d’epoca: Non si può comprendere il divenire attuale della questione curda, né la trai- ettoria delle sue espressioni politiche — PKK in primis — senza prendere in considerazione la fine del periodo d’oro dei “nazionalismi dal basso” — socialisti o “progressisti” — nelle zone periferiche e semi-periferiche del sistema capitalis- tico, e le sue cause [11]. Il PKK non ha rinunciato all’obiettivo naturale di ogni movimento di liber- azione nazionale. Benché eviti ormai di usare una parola che suonerebbe troppo autoritaria, è alla creazione di un apparato di gestione e decisione politica su un territorio dato che aspira, oggi come ieri. E non c’è parola migliore di Stato per designare questa entità. La differenza, al di là alla definizione amministra- tiva [<regione autonoma»] è che esso sarebbe talmente democratico, talmente controllato dai suoi cittadini, da non meritare più il nome di Stato. Questo, per quanto riguarda l’ideologia. In Siria, il movimento nazionale curdo (sotto l’influenza del PKK) ha dunque sostituito la rivendicazione di uno Stato a pieno titolo, con un programma più modesto e «di base»: autonomia, confederalismo democratico, diritti dell’uomo e della donna, ecc. Al posto dell’ideologia modellata su un socialismo diretto da un partito operaio-contadino che sviluppa l’industria pesante, al posto dei riferimenti «di classe» e «marxisti», ciò che viene proposto è l’autogestione, la cooperativa, la comune, l’ecologia, l’antiproduttivismo e, in primo luogo, il genere. L'obiettivo di una forte autonomia interna accompagnata da una vita demo- cratica di base non è assolutamente utopico: diverse regioni del pacifico vivono in questo modo, dal momento che i governi lasciano ampi margini di auto- amministrazione a popolazioni delle quali nessuno si interessa (salvo che non siano in gioco interessi minerari: allora si manda l’esercito). In Africa, il So- maliland ha tutti gli attributi di uno Stato (polizia, moneta, economia) tranne 56 CHAPTER 6. KURDISTAN? G.D. & T.L. per il fatto che nessuno lo ha riconosciuto. Gli abitanti del Chiapas (al quale molti paragonano il Rojava) sopravvivono in una sorta di semi-autonomia re- gionale che salvaguarda la loro cultura e i loro valori, senza che siano in molti ad esserne infastiditi. L’insurrezione zapatista, la prima dell’era altermondialista, non mirava d’altronde a ottenere un’indipendenza o a trasformare la società, ma a preservare un modo di vita tradizionale. I curdi, quanto a essi, vivono nel cuore di una regione petrolifera bramata, lacer- ata da conflitti senza fine e dominata da dittature. Questo lascia poco margine al Rojava... ma forse, in ogni caso, un piccolo posto: malgrado la sua vita eco- nomica sia debole, essa non è del tutto inesistente grazie a una piccola manna petrolifera. L’oro nero ha già creato Stati fantoccio come il Kuwait, e permette di sopravvivere al mini-Stato Curdo iracheno. Allo stesso modo, il futuro del Rojava dipende meno dalla mobilitazione dei suoi abitanti che dal gioco delle potenze dominanti. Se il rigetto del progetto di stato nazionale da parte del PKK è reale; allora occorre domandarsi cosa diverrebbe una confederazione di tre o quattro zone autonome su almeno tre paesi, attraverso i confini, giacché la coesistenza di diverse autonomie non abolisce la struttura politica centrale che le racchiude. In Europa, le regioni transfrontaliere (ad esempio, intorno all’Oder-Neisse) non riducono il potere statuale. Un’altra vita quotidiana Come accade in molti casi, la solidarietà contro un nemico comune ha provocato una cancellazione provvisoria delle differenze sociali: gestione dei villaggi da parte di organismi collettivi, legami tra combat- tenti (uomini e donne) e popolazione, diffusione del sapere medico (abbozzo di un superamento dei poteri specialistici), condivisione e gratuità di certe derrate nei momenti peggiori (i combattimenti), trattamenti innovativi per i disturbi mentali, vita collettiva praticata dagli studenti e dalle studentesse, giustizia amministrata da un comitato misto (eletto da ciascun villaggio) che dirime i conflitti e decide le pene, cercando di reinserire e riabilitare, integrazione delle minoranze etniche della regione, uscita delle donne dal focolare domestico at- traverso la loro autorganizzazione [12]. Si tratta di una «democrazia senza Stato»? Nostra intenzione non è quella di contrapporre una lista delle cose negative a quella delle cose positive sbandierate dagli entusiasti: bisogna invece vedere da dove provenga questa auto-amministrazione e come possa evolvere. Perché non si è ancora visto lo Stato dissolversi nella democrazia locale. Una struttura sociale immutata Nessuno sostiene che l’insieme «i curdi» avrebbe il privilegio di essere il solo popolo al mondo che vive da sempre in armonia. I curdi, allo stesso modo di tutti gli altri popoli, sono divisi in gruppi definiti da interessi contrapposti, in classi, e se «classe» suona troppo marxista, divisi in dominanti e dominati. Ora, si legge talvolta che una «rivoluzione» sarebbe in corso o si starebbe preparando nel Rojava. Sapendo che le classi 57 dominanti non cedono mai volentieri il loro potere, come e dove sono state scon- fitte? Quale intensa lotta di classe ha dunque avuto luogo in Kurdistan per innescare questo processo? Di questo non ci viene detto nulla. Se gli slogan e i grandi titoli parlano di rivoluzione, gli articoli affermano che gli abitanti del Rojava combattono lo Stato Islamico, il patriarcato, lo Stato e il capitalismo... ma, rispetto a quest’ultimo punto, nessuno spiega come e sotto quali aspetti il PYD-PKK sarebbe anticap- italista... e nessuno sembra notare questa «assenza». La cosiddetta rivoluzione del luglio 2012 corrisponde di fatto alla ritirata delle truppe di Assad dal Kurdistan. Essendosi dileguato il precedente potere ammin- istrativo o securitario, un altro ne ha preso il posto, e un «auto-amministrazione» definitasi rivoluzionaria ha preso il controllo della situazione. Ma di quale «auto- » si tratta? Di quale rivoluzione? Se si parla volentieri di presa del potere da parte della base e di cambiamenti all’interno della sfera domestica, non è mai questione di trasformazioni nei rap- porti di scambio e di sfruttamento. Nel migliore dei casi, ci vengono descritte delle cooperative, senza il minimo indice di un abbozzo di collettivizzazione. Il nuovo stato curdo ha rimesso in funzione alcuni pozzi petroliferi e raffinerie e produce elettricità: nulla ci viene detto su chi ci lavora. Commercio, artigianato, mercati funzionano, il denaro continua a svolgere la propria funzione. Citiamo Zaher, un osservatore e ammiratore della «rivoluzione» curda: «Prima di lasciare la regione, abbiamo parlato al mercato con alcuni com- mercianti, uomini d’affari e altre persone. Tutti avevano un’opinione piuttosto positiva della DSA [l’auto-amministrazione] e del Tev-Dem [coalizione di orga- nizzazioni di cui il PYD costituisce il centro di gravità]. Erano soddisfatti della pace, della sicurezza e della libertà, e potevano gestire le loro attività senza subire l’ingerenza di un partito o di un gruppo». [13] Finalmente, un rivoluzione che non fa paura alla borghesia. Soldatesse Basterebbe cambiare i nomi. Molte delle lodi rivolte oggi al Ro- java, inclusa la questione di genere, erano rivolte intorno al 1930 ai gruppi di pionieri sionisti insediatisi in Palestina. Nei primi kibbutz, oltre l’ideologia spesso progressista e socialista, erano le condizioni materiali (precarietà e neces- sità di difendersi) che obbligavano a non privarsi della metà della forza-lavoro: anche le donne dovevano partecipare alle attività agricole e alla difesa, il che implicava la loro liberazione dai compiti «femminili», in particolare attraverso l’allevamento collettivo dei bambini. Nessuna traccia di tutto ciò nel Rojava. L'armamento delle dea non è tutto (Tsahal insegna). Zaher Baher testimonia: «Ho fatto un’osservazione curiosa: non ho visto una sola donna lavorare in un negozio, una stazione di servizio, un mercato, un bar o un ristorante». I campi profughi «autogestiti» in Turchia sono pieni di donne che si occupano dei bambini, mentre gli uomini vanno alla ricerca 58 CHAPTER 6. KURDISTAN? G.D. & T.L. di un lavoro. Il carattere sovversivo di un movimento o di un’organizzazione non si misura attraverso il numero delle donne in armi. E nemmeno il suo carattere femminista. Sin dagli anni ’60, in tutti i continenti, la maggior parte dei movi- menti guerriglieri hanno comportato o comportano l'arruolamento di un gran numero di donne combattenti, ad esempio in Colombia. Questo è ancor più vero per la guerriglia di ispirazione maoista (Nepal, Perù, Filippine, ecc.) che applica la strategia della «guerra popolare»: l’uguaglianza uomo-donna deve contribuire a spezzare le strutture tradizionali, feudali o tribali (sempre patri- arcali). É proprio nelle origini maoiste del PKK-PYD che si trova l’origine di ciò che gli specialisti definiscono «femminismo marziale». Ma perché le combattenti passano da simbolo di emancipazione? Perché vi si vede facilmente una immagine di libertà, sino a dimenticare per che cosa com- battono? Se una donna armata di un lancia-razzi può comparire nella copertina del «Parisien-Magazine» o di un giornale militante, la ragione è che si tratta di una figura classica. Essendo il monopolio dell’uso delle armi un tradizionale appannaggio maschile, il suo ribaltamento deve dimostrare l’eccezionalità e la radicalità di uno scontro o di una guerra. Da qui le foto delle belle miliziane spagnole. La rivoluzione in cima al Kalashnikov... impugnato da una donna. A tale visione si aggiunge talvolta quella, più “femminista” della donna armata e vendicatrice che mette nel mirino gli stupratori, i trucidi. Va notato che lo Stato islamico e il regime di Damasco hanno costituito unità militari interamente al femminile. Ma non mettendo in discussione la distinzione di genere, contrari- amente alle YPJ-YPG non sembrano impiegarle in prima linea, relegandole a missioni di supporto o di polizia. Alle armi! Durante le manifestazioni parigine in favore del Rojava, lo striscione del corteo anarchico unitario richiedeva «armi per la resistenza curda». Dal mo- mento che il proletario medio non possiede fucili d’assalto o granate da inviare clandestinamente in Kurdistan, a chi chiedere le armi? Bisogna fare affidamento sui trafficanti internazionali o sulle spedizioni di armi della NATO? Queste ul- time sono prudentemente iniziate, ma gli striscioni anarchici non c'entrano. A parte lo Stato Islamico, nessuno pensa alla formazione di nuove Brigate Inter- nazionali. Allora, di quale appoggio armato si parla? Si tratta di chiedere più bombardamenti aerei occidentali con le conseguenti «vittime collaterali»? Evi- dentemente no. È dunque un formula vuota, ed è forse questo l’aspetto peggiore di tutta la faccenda: questa pretesa rivoluzione serve da pretesto a mobilitazioni e slogan dai quali nessuno si attende seriamente che possano produrre degli ef- fetti. Siamo nel bel mezzo della politica, come rappresentazione. Ci si stupirà meno che gente sempre pronta a denunciare il complesso militare- industriale vi faccia ora appello, se ci ricordiamo come già nel 1999, durante la guerra nel Kosovo, alcuni libertari abbiano sostenuto i bombardamenti della NATO... per impedire un «genocidio». 59 Libertari Più che le organizzazioni che hanno sempre sostenuto i movimenti di liberazione nazionale, ciò che rattrista è che questa esaltazione tocca un mi- lieu più ampio compagni anarchici, occupanti di case, femministe o autonomi, e talvolta amici solitamente più lucidi. Se la politica del male minore penetra questi ambienti, è perché il loro radical ismo è invertebrato (il che non esclude né l’energia né il coraggio personale). È tanto più facile entusiasmarsi per il Kurdistan (come ventanni fa per il Chia- pas) quanto più oggi è Billancourt a far disperare i militanti: «laggiù», almeno, non ci sono proletari rassegnati, che sbevazzano, votano Front National e non sognano altro che di vincere al lotto o di trovare un impiego. «Laggiù», ci sono dei contadini (benché la maggioranza dei curdi viva in città), dei montanari in lotta, pieni di sogni e di speranze... Questo aspetto rurale-naturale (quindi eco- logico) si mescola ad una volontà di cambiamento qui ed ora. Finito il tempo delle grandi ideologie e delle promesse di Sol dell’Avvenire, oggi si costruisce «qualcosa», «si creano legami», malgrado la povertà dei mezzi, si coltiva un orto o si realizza un piccolo giardino pubblico (come quello di cui parla Zaher Baher). Tutto ciò fa eco alle ZAD [14] : rimbocchiamoci le maniche e facciamo qualcosa di concreto, qui, «nel nostro piccolo». È ciò che fanno «laggiù», AK 47 in spalla. Certi testi anarchici evocano il Rojava soltanto sotto l’aspetto delle realizzazioni locali e delle assemblee di quartiere, quasi senza parlare del PYD, del PKK, ecc. Come se si trattasse semplicemente di azioni spontanee. È un po’ come se, per analizzare uno sciopero generale, non si parlasse che delle assemblee degli sci- operanti e dei picchetti, ignorando i sindacati locali, le manovre dei loro vertici, le trattative con i padroni e lo Stato... La rivoluzione è sempre più considerata una questione di comportamenti: l’autorganizzazione, l’interesse per il genere, l’ecologia, la creazione di legami, la discussione, gli af- fetti. Se vi si aggiunge il disinteresse, l’indifferenza nei confronti dello Stato e del potere politico, è logico che si possa scorgere realmente nel Rojava una rivoluzione, o addirittura una «rivoluzione di donne». Dato che si parla sempre meno di classi, di lotta di classe, cosa importa se queste sono assenti anche dal discorso del PKK-PYD? Quale critica dello Stato? Se ciò che mette a disagio il pensiero radicale rispetto alla liberazione nazionale, è l’obiettivo di creare uno Stato, basterebbe rinunciare a quest’ultimo e considerare che in fondo, la nazione — purché sia priva di uno Stato — è il popolo: e come essere contro il popolo? Il popolo dopotutto siamo un po’ noi tutti, o quasi: il 99 %. No? L’anarchismo ha come caratteristica la sua ostilità di principio verso lo Stato (è il suo pregio). Ciò detto, e non è poco, la sua debolezza risiede nel fatto di considerare lo Stato innanzitutto uno strumento di coercizione e senza dubbio lo è — senza chiedersi come e perché giochi questo ruolo. Di conseguenza, è suf- ficiente che scompaiano le forme più visibili dello Stato perché alcuni anarchici (non tutti) ne concludano che la sua estinzione sia avvenuta o sia comunque 60 CHAPTER 6. KURDISTAN? G.D. & T.L. prossima. Per questa ragione, il libertario si trova spiazzato di fronte a ciò che assomiglia troppo al suo programma: essendo sempre stato contro lo Stato ma per la democrazia, il confederalismo democratico e l’autodeterminazione sociale otten- gono naturalmente il suo favore. L’ideale anarchico è appunto di sostituire lo Stato con migliaia di comuni (e di collettivi di lavoro) federati. Su questa base, è possibile per l’internazionalista sostenere un movimento nazionale, per poco che questo pratichi l’autogestione generalizzata, sociale e politica, ri- battezzata oggi «appropriazione del comune». Quando il PKK pretende di non volere più il potere, ma un sistema in cui tutti condivideranno il potere, è facile per un anarchico riconoscervisi. Prospettive Il tentativo di rivoluzione democratica nel Rojava, e le trasfor- mazioni sociali che l’accompagnano, sono stati possibili solo in ragione di con- dizioni eccezionali: l’implosione degli stati iracheno e siriano, e l’invasione ji- hadista della regione; minaccia che ha avuto l’effetto di favorire radicalizzazione. Sembra oggi probabile che, grazie all’appoggio militare occidentale, il Rojava possa (a immagine del Kurdistan iracheno) sopravvivere in quanto entità au- tonoma al margini di un caos siriano persistente ma tenuto a distanza. In tal caso, questo piccolo Stato, per quanto democratico si voglia, normalizzandosi non lascerà intatte le conquiste e i progressi sociali. Nella migliore delle ipotesi, sopravviveranno un po di auto-amministrazione locale, un insegnamento pro- gressista, una stampa libera (a condizione di non essere blasfema), un Islam tollerante e, certamente la parità. Nient’altro. Ma comunque abbastanza per- ché coloro che vogliono credere a una rivoluzione sociale continuino a credervi, desiderando evidentemente che la democrazia si democratizzi sempre di più. Quanto a sperare in un conflitto tra le forme di autorganizzazione di base e le strutture che le controllano, equivale a immaginare che esista nel Rojava una situazione di «doppio potere», significa dimenticare la potenza del PYD-PKK, che ha dato esso stesso impulso a questa auto-amministrazione e che conserva il potere reale, politico e militare. Per tornare al confronto con la Spagna, nel 1936, le «premesse» di una rivoluzione furono divorate dalla guerra. Nel Rojava, c’è innanzitutto una guerra e, sfor- tunatamente, niente annuncia che una rivoluzione «sociale» sia sul punto di nascere. Traduzione italiana a cura della redazione del blogspot Il Lato Cattivo Chapter 7 La democrazia e la Comune: la prima e la seconda Paul Simons Democrazia: "un sistema di governo in cui tutti i cittadini di uno stato o di una comunità politica [...] sono coinvolti nel prendere decisioni sui propri aftari, in genere votando per le elezioni di rappresentanti in un parlamento o assemblea simile”; (a) “governo da parte del popolo; in particolare: a regola della maggio- ranza”; (b) “un governo in cui il potere supremo è attribuito al popolo e esercitato da esso direttamente o indirettamente attraverso un sistema di rappresentazione che solitamente coinvolge elezioni libere periodicamente tenute" (Oxford English Dictionary). Odio la democrazia. E odio le organizzazioni, specialmente i comuni. Tut- tavia, io sono a favore dell’organizzazione delle comuni democratiche. La prima La democrazia è sempre basata sulla mediazione. Se separa il soggetto dal processo decisionale, separa il soggetto da sé o funziona come una scusa per la corruzione e la frode. La democrazia si pone di fronte all’individuo, blocca la comunicazione non mediata imponendo le esigenze della struttura: un risultato, una decisione. E quando viene raggiunta una decisione, arriva solita- mente il metodo più banale e spietato mai inventato: il voto — la tirannia della maggioranza. L’anarchismo ha avuto una storia mista di critiche riguardo alla democrazia. Étienne de La Boétie nel suo Discorso esprime una prima linea di indagine chiedendosi perché la gente si è lasciata governare del tutto; e mentre esplora il problema, egli sottolinea che non importa se un tiranno viene scelto con la forza delle armi, per successione o per voto. 61 62CHAPTER 7. LA DEMOCRAZIA E LA COMUNE: LA PRIMA E LA SECONDAPAUL SIMONS Poiché essi arrivano al trono per vie diverse, ma il loro modo di regnare è pressoché identico. Quelli eletti dal popolo lo trattano come un toro da domare, i conquistatori come una preda, i successori pensano di farne i propri schiavi naturali [15]. E a questo si aggiunge che la popolazione soggetta ad un tale abuso non pone domande né una minima contestazione. Il trattato di de La Boétie è vera- mente prezioso; scritto (approssimativamente) nel 1553, completato 250 anni prima dell’emergere dello stato-nazione moderno, contempla esattamente il tipo di guerra sfrenata, di oppressione e di terrore che i governi democraticamente eletti hanno scatenato sulle popolazioni assoggettate e tra di loro. Il potere non può esistere in stasi: esso si esercita da risultato di flussi all’interno e tra le istituzioni e gli individui. I monarchi d’Europa impararono duramente questa lezione nel corso delle rivolte del 1848 osservando i rispettivi regimi dis- integrarsi uno dopo l’altro. Con la democrazia è venuto il calcolo dello scambio — un minimo di potere al cittadino attraverso il voto — e la concentrazione di una grande quantità di potere nel legislativo, nell’esecutivo e nel giudiziario. Non sorprende che i sistemi politici avessero cominciato ad applicare equazioni di potere e di scambio nello stesso momento in cui nella sfera economica il cap- itale stesse introducendo equazioni simili per usurpare il tempo di lavoro negli scambi per la sopravvivenza. Inoltre, un tale scambio lega la popolazione a tutto quanto è più vicino ai governanti. Vaneigem illustra così il dispositivo: Gli schiavi non vogliono essere schiavi a lungo se non sono compensati per la loro sottomissione con un briciolo di potere: ogni sottomissione comporta il diritto a una misura di potere e non esiste un potere che non incarni un grado di sottomissione [16]. Fu Proudhon ad avere un rapporto più variegato con la democrazia, tanto teorico quanto pratico. La sua carriera registra la scrittura a la pubblicazione di testi di analisi critica che denunciavano la democrazia, poi la candidatura alle elezioni, quindi la sua appartenenza all’ Assemblea Nazionale durante la Rivoluzione del 1848 e, infine, il ritorno al suo originale rifiuto del voto e della rappresentanza. Egli ha invitato di volta in volta i propri lettori ad astenersi dal voto, poi a votare, poi ad astenersi dal voto (ancora) e, infine, a mettere nelle urne schede bianche per protestare contro la votazione. Proudhon ha sciorinato una serie di critiche alla democrazia. I toni critici che ha usato variano da quelli puramente psicologici a quelli empirici, e gli obiettivi delle sue battute taglienti hanno spazi- ato dall’intera moltitudine delle banalità democratiche della sovranità al mito de "Il popolo” sino alla realpolitik di come funzionano le legislature. La sua analisi critica del processo decisionale democratico stesso è interessante per il modo in cui analizza il meccanismo del voto e del suo risultato, in particolare la regola della maggioranza: La democrazia non è altro che la tirannia delle maggioranze, più feroce di tutte, perché non si basa sull’autorità di una religione, né su una nobiltà di sangue, 63 né sulle prerogative della fortuna: ha il numero da base, e per maschera il nome del popolo [17]. Ma Proudhon non si ferma qui, denunciando che coloro che sono in minoranza sono costretti dalle circostanze a seguire la volontà della maggioranza; una situ- azione che trova insostenibile, non solo per la coercizione esplicita, ma anche perché la minoranza è costretta ad abbandonare le proprie idee e credenze a favore di coloro che le si oppongono. Questo, osserva sarcasticamente, ha senso solo quando le opinioni politiche sono così debolmente tenute dagli individui da non essere degne di nota. Analizzando lo stesso scenario, William God- win dichiarava che «nulla può contribuire più direttamente alla privazione della comprensione e della dignità umana» quanto richiedere alle persone di agire in contrasto con la propria ragione. Una conclusione sperimentata empiricamente quando si compie persino l’analisi più banale del governo rappresentativo e dei suoi effetti sull’umanità nel corso degli ultimi 250 anni. In conclusione: per me, la democrazia — come sistema di autogoverno, come strumento decisionale, come ideale — è assolutamente privo di valore emancipa- tivo. Funziona da maschera della coercizione, rende l’orrore accettabile, produce infinite conseguenze per l’individuo, per la specie e per il pianeta. Un vicolo cieco. La seconda È a questo punto che la maggior parte degli anarchici e dei teorici tri rapidamente (come Bookchin). Storicamente, i teorici hanno offerto una critica aspra della democrazia per poi regredire immediatamente, affermando che la forma rappresentativa della democrazia nella forma concepita dalla so- cietà borghese (o socialista) non è veramente democrazia. La vera democrazia si riflette in qualche altra forma - per Proudhon, la democrazia delegata, per Bookchin, le città-stato greche o la Confederazione elvetica. L'argomento che emerge allora è che la democrazia può (e dovrebbe) essere recuperata dalla sin- istra nella sua forma efficace [18]. La mia stessa critica si indirizza ferocemente su questo punto, essendo stato spinto dall’osservazione empirica di una forma alternativa di pratica democrat- ica. Recentemente sono tornato dalla regione autonoma curda della Siria set- tentrionale, conosciuta come Rojava, dove ho avuto l’opportunità di osservare una forma unica di democrazia attuata da un movimento sociale rivoluzionario libertario. Alcuni contesti teorici: nel 1999, Abdullah Ocalan, capo della Partiya karkerèn kurdistané (PKK, Partito dei lavoratori del Kurdistan) è stato catturato dalle forze di sicurezza turche, con l’assistenza della CIA del Mossad di Israele. Sfio- rando un plotone di esecuzione, è stato infine condannato all’ergastolo duro; ed è qui che le cose si fanno interessanti. Invece di fare targhe o di lavorare in lavanderia, Ocalan ha iniziato il lungo lento viaggio intellettuale dal nonsense marxista-leninista ad una teoria anarchica più a lungo sostenibile. Alla fine ha 64CHAPTER 7. LA DEMOCRAZIA E LA COMUNE: LA PRIMA E LA SECONDAPAUL SIMONS pubblicato le sue idee in diverse opere tra cui Il Confederalismo Democratico, Guerra e Pace in Kurdistan e un tomo a più volumi sulla civiltà, in particolare il Medio Oriente e le religioni abramitiche. Nei suoi scritti, Ocalan fa quello che nessuno nell’attuale ambiente anarchico nordamericano è persino disposto a pensare: costruisce, seppure vagamente, un progetto per una società liber- taria. Questo semplice esercizio, a prescindere dai contenuti, è incredibile. Il suo impegno assomiglia molto più al progetto socialista utopico dell’inizio del XIX secolo, di una qualsiasi teoria coniugata con la contestazione sociale, in particolare il marxismo e l’anarchismo operaio; anzi, il suo silenzio sull’analisi di classe, la teleologia marxista, il materialismo storico e il sindacalismo è as- sordante. Ocalan è chiaro nel suo compito quando afferma, in "I principi del confederalismo democratico", che il Confederalismo Democratico è un paradigma sociale non statale. Non è con- trollato da uno stato. Allo stesso tempo, il confederalismo democratico è il progetto culturale organizzativo di una nazione democratica. [19]. Come sottinteso nel nome, c’è una grande fiducia nei processi democratici nel sis- tema conosciuto come confederalismo democratico. Eppure, Ocalan è silenzioso sulla definizione di democrazia — non ne offre mai una - e sulla sua attuazione: non la discute mai dettagliatamente. Infatti, la democrazia è presentata come un dato, come un processo decisionale, come un approccio all’amministrazione e poco altro. Non esiste alcuna preferenza nei confronti dei modelli fondati sul voto o sul consenso, né descrive in nessun modo o in alcun livello (comunali, cantonali, regionali) le forme che prevede per l’affermazione della democrazia. Ad esempio, Confederalismo democratico «può essere chiamato un’amministrazione politica non statale o una democrazia senza uno stato. I processi decisionali democratici non devono essere con- fusi con i tipici processi della pubblica amministrazione. Gli Stati gestiscono soltanto [sic], mentre le democrazie governano. Gli Stati si fondano sul potere; le democrazie su un consenso collettivo.» Ocalan si dilunga su ciò che intende con «processi decisionali» in "I principi del confederalismo democratico": «Il confederalismo democratico si basa sulla partecipazione di base. I suoi processi decisionali sono con le comunità». Bene. Allora come funziona tutto questo in Rojava? In altre parole, come vengono tradotte le idee di Ocalan in istituzioni rivoluzionarie? Ho avuto la mia prima visione della democrazia in Rojava su un piatto di hum- mus e pita nel centro di Kobanî. Ero seduto con Shaiko, un rappresentante del Tev-Dem (Tevgera civaka demokratik, Movimento per una società democratica) in un pomeriggio caldo e polveroso, tre giorni dopo aver partecipato a una ri- unione comunale. In quella riunione, del consiglio della comune di Sehid Kawa C, Shaiko aveva sollevato la questione dei confini comunali e da lì forse per pas- sare a richiedere quanta gente stava rientrando in una Kobane ridotta a sacre macerie. Dopo un po’ di dibattito, Shaiko ha lasciato la riunione, richiedendo 65 una telefonata per sapere cosa si fosse deciso. «Allora» ho chiesto a Shaiko «cosa è successo con la comune? Hanno chiam- ato?». «No, ancora nessuna decisione». «Oh, hanno bisogno di prenderne una?». «No, decideranno quando saranno pronti. Così funziona». Shaiko mi guardò sopra i suoi occhiali con un sorriso e poi tornò al piatto di pita e hummus. Questa è palesemente una visione opposta del processo decisionale democratico, in cui nessun risultato concreto è una risposta altrettanto valida di un "sì" o di un “no”. Mentre ho visto questo aggiustamento al processo decisionale demo- cratico in funzione solo un paio di volte, sembra essere abbastanza comune, specialmente con le persone del TEV-DEM la cui attività sta implementando il confederalismo democratico. Si tratta anche di una "correzione" interessante applicata alla questione dei processi decisionali. In un certo senso, essa nega il processo democratico a favore del discorso, dell’argomentazione e dell’impegno, senza la necessità contestuale di un risultato. La risposta dei rivoluzionari alla tirannia della regola di maggioranza è stata strutturale piuttosto che direttiva. Ocalan descrive le proprie opinioni su una società plurale e illustra come intende indebolire o integrare la regola di maggioranza: «Contrariamente a un concetto centralista e burocratico dell’amministrazione e dell’esercizio del potere, il confederalismo pone un tipo di auto-amministrazione politica in cui tutti i gruppi della società e tutte le identità culturali possono esprimersi in riunioni locali, convegni e consigli generali [...|. Non abbiamo bisogno di grandi teorie, ciò che serve è la volontà di dare espressione ai bisogni sociali rafforzando l’autonomia degli attori sociali in modo strutturale e creando le condizioni per l’organizzazione della società nel suo complesso. La creazione di un livello operativo in cui tutti i tipi di gruppi sociali e politici, le comunità religiose o le tendenze intellettuali possono esprimersi direttamente in tutti i processi decisionali locali può anche essere chiamata democrazia partecipativa.» Quindi, per i rivoluzionari, la formazione, la crescita e la proliferazione di tutti i tipi di "attori sociali" — le comuni, i consigli, gli organi consultivi, le organiz- zazioni e perfino le milizie — vanno accolte e incoraggiate. Questo risuona in Rojava in un mosaico di organizzazioni, interessi, collettivi locali, credenti reli- giosi e... bandiere. Ad esempio, TEV-DEM, l’organizzazione ombrello incaricata di implementare un’autonomia democratica, è in realtà un complesso di diverse organizzazioni più piccole e rappresentanti di partiti politici. Queste diverse organizzazioni comprendono gruppi che si dedicano allo sport, alla cultura, alla religione, alle questioni delle donne e altro ancora. Ad esempio, nel dicembre del 2015 è nata una nuova organizzazione sotto il sistema TEV-DEM; TEV-CAND Jihn, che si concentra sulle donne e sulla produzione culturale. Questa nuova organizzazione è parallela alla generica TEV-CAND; che si concentra sulla so- cietà, in generale, e sulla produzione culturale. Per evitare i problemi con la regola maggioritaria, i rivoluzionari hanno introdotto una condizione strutturale che consente agli individui di trovare un’organizzazione adatta alle loro esigenze, attraverso la quale la loro voce può essere ascoltata nella società. Si noti che 66CHAPTER 7. LA DEMOCRAZIA E LA COMUNE: LA PRIMA E LA SECONDAPAUL SIMONS TEV-DEM e altri organismi non hanno cercato di illudere sui veri sistemi di funzionamento o di decisione di una comune o di un’organizzazione. Piuttosto, si è cambiato l’ordine sociale in modo tale che se un individuo rifiuta di seguire una decisione da parte di un gruppo, una comune o un consiglio, ha sempre la possibilità di uscire e trovate una assemblea più congeniale. Queste innovazioni sembrano buoni primi passi per trasformare la democrazia da un’antichità senza valore in un principio operabile all’interno della teoria anarchica. Come tali, dovrebbero essere incoraggiati e studiati. La prima Il mio saggio relativo alla forma organizzativa e ai suoi vari mo- menti di dominio, The Organization’s New Clothes, è stato pubblicato per la prima volta nel febbraio del 1989 (e ripubblicato nel 2015), e non vedo alcun motivo per ritirare alcuna parte di essi [20]. Quella critica, dunque, risuona per tutta la discussione che segue, anche se il tempo e lo spazio vietano di usarlo in qualche altro modo se non da prisma critico. La comune è un termine ambiguo. Le sue origini si trovano nella più piccola en- tità amministrativa in Francia, il comune, che corrisponde approssimativamente a un municipio. La parola stessa deriva dal latino medievale del XII secolo, communia, che significa un gruppo di persone che vivono una vita comune o condivisa. Questo è un punto di partenza interessante in quanto, anche allora, il concetto implicava un certo grado di autonomia, sia politica che economica. Fu comunque la Comune di Parigi durante la Rivoluzione Francese (1789-1795) che iscrisse il termine in grandi lettere rosse nel libro della rivoluzione. In quella prima grande esplosione, i/le Comunarde si distinguevano per la loro intransi- genza e le loro richieste di abolire la proprietà privata e le classi sociali, alla fine conquistandosi il soprannome les enragés (“i furiosi”). La comune rivoluzionaria, quindi, ha una natura sovversiva. È pericolosa. È sempre pericoloso quando gli umani interagiscono oltre il rerreno del capitale e dello Stato, o in opposizione a essi. Nel XIX secolo, al di fuori della rete amministrativa della Francia, la parola comune è stata associata a esperimenti socialisti e comunisti e, in un senso più evidente, a tutti i tipi di progetti e comunità utopici: Owen, Fourier, Oneida, Amana, Modern Times. C’è stato un crollo lungo alcuni decenni nella prima parte del XX secolo, e poi, per confondere ulteriormente le cose, sono arrivati gli anni ‘60. La definizione della parola «comune» finisce per molti nordamericani da qualche parte nel 1972, in un turbinio di cattivo acido al mandarino, di amore libero e della famiglia Manson. Ciò non significa che non ci sono stati alcuni progetti importanti. Tra i più interessanti, troviamo i Kommune I (1967-1969) a Berlino Ovest e il contributo dell’utopia Dreamtime Village nel Winsconsin. Ci sono state migliaia (probabilmente decine di migliaia) di comuni durante i due secoli passati: comunità intenzionali, collettivi, cooperative, ognuno con il pro- prio “collante”, ciò che ha riunito le persone e "attaccato” le une alle altre. Nella maggior parte dei casi, questo collante è stata un mix di politica, anarchismo, comunismo, utopismo, sentimenti religiosi (di solito eccentrici), forme di vita, 67 bisogno, droga, sesso o semplicemente un mero detestare la cultura dominante. Quindi, cosa è esattamente una comune? Chi diavolo lo sa? Il problema non è la vaghezza con cui la Comune è compresa; piuttosto, è la mancanza di teoria (e esperienza) che fornirà sfumature a questa vaghezza. L’idea di comune si è persa o si è diluita come risultato di un travagliato contesto storico e quindi facilmente recuperabile nelle forme recentemente assunte. Infine, proprio come la democrazia, la comune sembra un relitto sbiadito e vetusto nel museo della teoria anarchica, catalogato sotto la V di vecchiume. La seconda Come sopra, così sotto. Il mio rapporto con la Comune copre diversi articoli sugli eventi di Parigi del 1871 e comprende il mio impegno con- tinuo con l’enigma dell’organizzazione anarchica. Tutte le mie interazioni con il concetto di organizzazioni che operavano in un contesto rivoluzionario erano avvenute sulla carta — ossia in teoria — finché non ho attraversato la regione autonoma curda. Poi le cose sono cambiate. Le riunioni del comune e del consiglio cui ho partecipato variano ampiamente, a partire da un incontro ad hoc di una squadra dì miliziani YPG Vicino al confine turco del cantone di Kobanî ad un consiglio del comune di Sehid Kawa C, a una cerimonia e incontro tra rappresentanti TEV-DEM nei cantoni di Kobani e Ciziré. In ogni caso, ricordo una serie di impressioni simili. In primo luogo, ogni incontro è stato caratterizzato da un senso di obiettivo, di significato. Ai parte- cipanti sembrava chiaro che ciò in cui erano impegnati, il semplice compito di riunirsi insieme - come un comune, come un gruppo di combattenti YPG - por- tava dentro di sé un seme, un futuro possibile, per la Siria settentrionale, forse per il pianeta. Molte persone hanno commentato in tal senso quando chiedevo loro le opinioni su queste forme politiche. Una donna che ho incontrato a Pa- rigi in un incontro HDP ha fatto del suo meglio: «Stiamo qui reinventando la politica, nei fatti il mondo». Questa percezione, che potrebbe facilmente fa- vorire l’arroganza, sembrava invece produrre una mentalità di determinazione silenziosa in questi partecipanti. Queste persone non erano ricche, lavoravano duramente in un’area dove c’era poco lavoro. I volti degli uomini erano tesi e scavati per le lunghe ore trascorse sotto il duro sole del Medio Oriente. Le mani delle donne erano al tempo stesso delicate e ruvide: con calli e ferite, ma anche con lavanda e profumo. Le voci, i gesti e i volti dei rivoluzionari durante gli incontri erano intensi, concentrati, seri. C’era gentilezza, abbracci per un giovane adulto disabile allo sviluppo, un momento trascorso con una madre che aveva, perso un figlio nell’assedio di Kobanî, e rispetto; come se ognuno parlasse in occasione del corteo funebre delle silenziose ceneri dei loro coetanei. C’era anche la speranza, una quantità che la storia ha tanto negato agli anarchici e che alcuni di noi hanno recuperato — non come eventualità — ma come diritto di nascita. Questa gente credeva di poter cambiare la propria vita, la pro- pria comunità; molti credevano che potessero cambiare (e stare per cambiare) il mondo. Infine, e soprattutto, in ognuno di questi incontri c’era un senso schiac- ciante dell’ordinario. Quando citavano l’autorità cantonale, queste persone ne 68CHAPTER 7. LA DEMOCRAZIA E LA COMUNE: LA PRIMA E LA SECONDAPAUL SIMONS parlavano in modo laconico come anti-governo o anti-regime. Avevano visto e partecipato a grandi cambiamenti sociali e alla sperimentazione, e nel corso di questo processo era diventato comune, come un pranzo. Questo non vuol dire che non ci fosse gioia, tutt'altro. Piuttosto, ciò che era assente veramente era la paura, e in questo senso si può dire veramente che la rivoluzione sociale nel Rojava era transitata in una fase di maturità e stabilità: l’unica condizione a breve termine era la sconfitta di Daesh. Alcuni teorici avevano sopravanzato l’idea di comune, da direzioni eccentriche, post-sinistre. Peter Lamborn Wilson in TAZ e Utopie pirate sottolinea le ques- tioni del tempo e del fallimento/successo in rapporto alla comune, rifiutando nettamente, come doveroso, il ragionamento tecnocratico secondo il quale più la comune dura, più avrà successo. In TAZ, offre una formulazione specifica di una nuova idea di comune, un incontro temporaneo — ore, forse minuti — segnato dalla gioia e dalla convivialità. Un incontro autonomo perché indipendente e libero per quanto possibile dai vincoli del capitale e dello stato. È importante da capire: la comune è conflittuale, non sottomessa, ecco la base della sua au- tonomia. Invece di delimitare il concetto di comune o di cercare di ridefinirla, io credo sia una strategia più corretta sfocarne il concetto. Vorrei dire che non importa se sia un falansterio con tutta la fauna fourierista al completo oppure un incontro tra amici per rivivere i vecchi momenti o crearne di nuovi, sempre comune è. Perché delimitare qualcosa, perché abbellirla se si presenta come un modello praticabile di organizzazione? Priva di definizione, invece, possiamo avanzare a piccoli passi come un bambino in direzione di una comprensione del modo in cui funziona e di cosa sia inutile nel modello di comune. Mi sembra un passo potenzialmente più promettente verso un impegno di sperimentazione sociale e al contempo di forte contestazione sociale. Infine, su un macro-livello, può ritornare una teoria del federalismo. Se il mod- ello di comune ha un qualche significato, allora il federalismo non è poi così lontano. Ciò riconduce l’anarchismo alle sue radici filosofiche, in particolare Proudhon, ma anche a Pi y Margall e Bakunin. Il potenziale insurrezionale del federalismo sembra notevolmente sottovalutato. Il movimento per dividere la società in unità più piccole e più piccole, la federazione di queste unità per comune accordo e il potenziale di cooperazione economica e di autodifesa condi- visa, rendono il federalismo uno strumento potenzialmente scoraggiante, sebbene piuttosto spuntato. Si noti che l’attuale uso del federalismo — l’accumulo di potere, ricchezza e sapere da parte dello Stato-nazione al fine di controllare e dominare le popolazioni sottomesse — è proprio l’opposto della definizione storica standard del concetto. È stato Pi y Margall, il nonno non-anarchico dell’anarchismo spagnolo, nel suo lavoro del 1854 La Reaccion y la Revolucion, a dare la parola finale alle potenzialità del federalismo: «La costituzione di una società senza potere è l’ultima delle mie aspirazioni rivoluzionarie: dividere e suddividere il potere [per] distruggerlo». [21] La formazione di comuni sembra anche una strategia vitale del mondo reale in quanto realizza due funzioni immediate. In primo luogo, possono agire da supporto, da spina dorsale per il movimento dei militanti da utilizzare rapida- 69 mente in aree dove potrebbero essere richieste le loro attività. In questo modo possono funzionare tanto come hanno fatto negli Stati Uniti le librerie, gli infos- hop e gli spazi alternativi nell'ambiente anarchico degli ultimi decenni, o come i comuni a Kobani durante l’assedio. Le loro risorse possono aiutare nella forni- tura di riparo, di cibo, di assistenza medica e di comfort per i combattenti. Le comuni possono inoltre fornire un’informazione preziosa sulle condizioni locali, sull’applicazione delle leggi e contribuire a identificare quegli obiettivi partico- larmente più pericolosi per la comunità. Detto nell’attuale gergo militare, un tipo di comune può non essere un’arma, ma può funzionare come piattaforma d’armi per i dinamici combattenti anarchici. In secondo luogo, le Comuni offrono ai membri sedentari del giro un laboratorio, un ambiente dove sperimentare nuove idee, nuove forme, piantando, in forma protoplasmatica, i semi delle istituzioni rivoluzionarie ancora da venire. Le co- muni sono vivai dove si instaurano le insurrezioni in erba. Analogamente, ma non meno importante, vi è la possibilità che le comuni contribuiscano a com- pensare l’attrito che ha afflitto l’anarchismo fin dalla nascita come movimento politico. Una vita dedicata alla libertà è difficile da sostenere, e la maggior parte degli anarchici [che possono] alla fine subiscono la chiamata di Cthulhu di auto nuove, grandi case e vite sperperate. All’età di 55 anni ho visto migliaia di anarchici che vanno e vengono; solo i troppo testardi o anti-sociali, come i miei amici e me, sembrano rimanere. Le comuni possono sopportare questa deriva producendo un ambiente sociale adeguato alle varie difficoltà del tipo di personalità anarchica e distribuendo risorse per l’assistenza alle vere questioni planetarie quali cibo, tetto, parto e allevamento, solitudine, malattia, vecchiaia e morte. La comune è un verbo. Il comune è una questione. L’altra cosa L’anarchismo è andato alla deriva sin dalla fine della seconda guerra mondiale. Con poca comprensione delle sue radici, della storia e delle lotte, la maggior parte di noi ha fatto il meglio che potevamo con quello che potevamo rintracciare. Non c'erano organizzazioni da criticare o cui aderire; era abbastanza difficile trovare anarchici a New York nel 1984. Eravamo orfani. La situazione è cambiata: ci sono più anarchici, sono più facilmente contattati e l’esplosione delle informazioni ci ha riportato la nostra storia. Inoltre, le notizie dalla Grecia, dal Rojava, dall’Europa, insomma da quasi ovunque, sembrano andare nella nostra direzione. Chi si trova al loro interno ha quindi alcune scelte da fare su dove riporre energia, dove investire tempo e sforzo, ovvero: che fare? Ci sono almeno tante possibili risposte a questa domanda poiché ci sono anarchici ormai vivi. Come mia risposta, suggerisco: Formare le comuni democratiche. Federarle. Essere pronti. T0CHAPTER 7. LA DEMOCRAZIA E LA COMUNE: LA PRIMA E LA SECONDAPAUL SIMONS Chapter 8 Kurdistan I paradossi della liberazione Janet Biehl Dal 2014 attivisti, indipendenti di sinistra e operatori sanitari hanno attraver- sato il fiume Tigri per conoscere meglio quello che avveniva nel Rojava, l’enclave multietnica indipendente nella Siria settentrionale. Là il popolo curdo, le cui as- pirazioni erano state calpestate da generazioni in tutto il Medio Oriente, stanno costruendo una società con una struttura istituzionale basata sulla democrazia assembleare/conciliare e un impegno per la parità di genere. Il fatto più rile- vante è che tutto è realizzato in uno stato di guerra brutale (la società si difende contro i jihadisti da Al Nusra al Daesh) e si trova sotto un embargo economico e politico (da parte della Turchia a nord). Chiunque aspiri a un’utopia sulla terra è destinato a finire deluso, data la natura degli esseri umani. Ma gli osservatori arrivati nel Rojava, che ammirano le notevoli conquiste realizzate in quei luoghi, notano subito qualche aspetto che molti trovano inquietante: tutti gli spazi interni (con la rilevante eccezione degli edifici dell’autogoverno) espongono alle pareti un’immagine di Abdullah Ocalan, il leader in carcere del PKK (Partito dei lavoratori del Kurdistan). Il disagio nasce dai ricordi dei vari dittatori del secolo scorso — Stalin, Hitler, Mao Ze- dong — i cui ritratti erano dappertutto nei vari paesi che avevano tormentato. Soprattutto i visitatori che avevano vissuto di persona una tirannia sì sono trovati a disagio. Un delegato di origine cubana, nel corso della mia visita nell’ottobre 2015, disse che quelle immagini gli ricordavano i ritratti di Castro, mentre i delegati libici avevano in mente le onnipresenti immagini di Gheddafi. Quel disagio può acuirsi perché gli ospiti lodano spesso Ocalan. Una dei diri- genti del Tev-Dem (Movimento della società democratica del Rojava), Aldar Xelil ha dichiarato: «La filosofia della nostra amministrazione si basa sulle idee e la filosofia del nostro leader Ocalan. I suoi libri sono un riferimento fonda- mentale per noi». Pamyan Berri, co-direttore dell’Accademia della letteratura e 71 72CHAPTER 8. KURDISTANI PARADOSSI DELLA LIBERAZIONEJANET BIEHL della lingua curda di Qamishli, ha detto alla mia recente delegazione: «Ocalan è la personalità più importante. Noi ricorriamo ai suoi libri per insegnare la storia, la lingua, tutto». I suoi testi fanno parte del piano di studi di quella e di altre accademie, come chiamiamo gli istituti scolastici qui (il calendario scolastico in queste accademie prevede solo poche settimane o pochi mesi di fre- quenza, insufficienti per una ricerca approfondita, una valutazione o una critica, ma sufficiente per inculcare un sistema fideistico. Si tratta di istruzione o di in- dottrinamento? ci si inizia a chiedere). Uno dei delegati continuava a chiamare le numerose citazioni delle idee di Ocalan «proclami emanati». Un sistema dal basso creato dall’alto Questa generale riverenza sorprende soprattutto a causa dell’impegno per l’autogoverno democratico del Rojava. Ma allora, il padre di quella democrazia dal basso è lo stesso Ocalan che l’ha con- cepita in carcere e l’ha proposta al movimento curdo, che dopo vari anni di dibattito l’ha accettata e ha cominciato ad attuarla in Siria come in Turchia. Si tratta di un sistema di gestione dal basso generato dall’alto: è un paradosso che finora fa girare la testa agli osservatori. Ma il sincero idealismo della gente di questa piccola comunità assediata offre al visitatore anche un momento di pausa. Non si vede nessun segno tangibile di dittatura, di gulag, anzi, l’ideologia prevalente, quella prescritta da Ocalan, aborre lo Stato in quanto tale. Al “Vertice del Nuovo Mondo” svoltosi a Derik nell’ottobre del 2015, la governatrice di Cizire, Hadiya Yousef, ha così sinte- tizzato per noi l’ideologia dominante: rifiuto della modernità capitalista che fa prevalere il denaro e il potere sul popolo, poiché la classe dei suoi padroni schi- avizza la maggioranza e disgrega la comunità con lo sfruttamento e il dominio. Il suo messaggio è «contro la comunità, per l’individualismo, il denaro, il sesso e il potere». È il Leviatano, ci ha detto, il mostro. Ha poi continuato, spiegando come partendo dal fatto che la vita umana è in- delebilmente sociale, il Rojava cerca di costruire un’alternativa. Contro il Levi- atano si mobilita il popolo perché si gestisca da solo. Contro l’individualismo e l’anomia dell'Occidente valorizza la solidarietà comunitaria; contro il colo- nialismo e il razzismo sostiene l’autodeterminazione dei popoli e l’inclusività. Contro lo Stato (comprese le repubbliche costituzionali e le sedicenti “democra- zie’ rappresentative) insegna le pratiche della deliberazione e della scelta demo- cratica; contro la competizione capitalistica insegna la cooperazione econom- ica. Contro la «riduzione in schiavitù» (come l’ha chiamata) capitalistica delle donne, insegna la parità dei sessi. E in effetti le donne svolgono un ruolo straordinario nella rivoluzione, in campo sociale, politico e organizzativo; la leadership è sempre doppia, di un uomo e di una donna, in ogni ruolo, e le assemblee hanno il 40% di quorum di genere. I centri delle donne nei villaggi e nei centri urbani mostrano come tutte le donne in questa società non siano soggette al dominio patriarcale; il sistema (che ha tre lingue ufficiali, curdo, arabo e assiro) accoglie mussulmani e cristiani, arabi, curdi, siriani e altri. L’altro governatore del cantone di Cizire, Sheikh Humeydi 73 Denham, che porta in capo la kefiah bianca e rossa, nel corso del vertice ha dichiarato di accettare le «diversità culturali e religiose» e che «questa ammin- istrazione è la salvezza per noi e per tutta la regione». Alle radici di questa gestione emancipatrice in una società molto circoscritta c’è l’ideologia proposta da Ocalan, che è la forza motrice della rivoluzione. Dato che il Rojava è completamente tagliato fuori dal mondo a causa dell’embargo e della guerra, la stessa rivoluzione è un trionfo della volontà sulle circostanze. È un’attestazione di quello che è possibile realizzare con la sola forza di volontà. Quello che al Rojava manca in termini economici viene compensato dalla co- scienza, dalla volontà e dall’ideologia — o dalla «Filosofia», come la chiama Yousef. L’immagine dell’ispiratore e la sua Filosofia incarnano l’impegno condiviso della società nei confronti del nuovo sistema. «I ritratti negli altri paesi non sono come da noi», spiega Yousef. «Per noi non sono un legame con lui come persona e come individuo. Sono un legame con la Filosofia, la mentalità per rifondare la società». Certo, la gente rispetta la lotta personale di Ocalan, ma è stato anche grazie a lui «che siamo riusciti a far progredire la nostra società e a difendere noi stessi e la nostra autonomia. È stato possibile solo grazie alle sue idee». La decisa convinzione ideologica della società, ha osservato di recente un ricer- catore di Cambridge, Jeff Miley, dà forza alla mobilitazione militare. Il coman- dante dell Unità di Protezione Popolare (YPG), Hawar Suruc, afferma che nella difesa di Kobane nel 2014-15 gli attacchi aerei della coalizione guidata dagli Stati Uniti «sono stati di aiuto, ma |...] la filosofia e lo spirito del leader Apo (soprannome di Ocalan, ndr) è l’espressione più alta della resistenza di Kobane. È stata la lealtà dei martiri verso il movimento e verso Apo» che ha fatto in modo che le forze della difesa sconfiggessero Daesh. L'efficacia di una rivoluzione etica Dunque la coscienza è un prerequisito di ogni rivoluzione. Non inevitabile, al contrario, per generazioni di marxisti: saranno le forze sociali storicamente determinate a spingere necessariamente in avanti il cambiamento sociale fondamentale, mentre la gente sta seduta ad as- pettare. «I più importanti sviluppi storici», come ha osservato lo stesso Ocalan, «sono il frutto di idee e mentalità efficaci». La coscienza che rende possibile la rivoluzione del Rojava è per di più una coscienza etica, che cerca di riformare il modo di pensare e il comportamento delle persone, in linea con le elevate aspi- razioni sociali e politiche della Filosofia. La quale è così necessariamente anche una forza morale, come ci ha detto Yousef, e indica «i criteri in base ai quali si devono decidere tutte le questioni». In questo riecheggia il pensiero di Ocalan, che nell’edizione inglese del suo libro dal titolo Roots of Civilization, ha scritto: «Serve una nuova etica per un nuovo inizio [...]. Si devono riformulare nuovi cri- teri morali, che vanno istituzionalizzati e fissati per legge» (p. 256). L'aspetto più interessante è che la Filosofia è una forza morale contro il capitalismo. Mur- ray Bookchin, il teorico radicale americano che ha influenzato Ocalan, un tempo aveva auspicato un’«economia morale» contro l’economia di mercato, identifi- T4ACHAPTER 8. KURDISTANI PARADOSSI DELLA LIBERAZIONEJANET BIEHL cando etica e socialismo. Ocalan concorda: «Il socialismo va visto come qualche cosa da applicare nel momento come massimo stile di vita etico e politico |...]. Il socialismo |...] è l'ideologia di una libertà etica e collettiva». Per questo a Rojava, come spiega Yousef, «la vita comune e comunitaria costituisce la base morale della società». Il sistema scolastico», ci ha detto, «punta a stabilire uno spirito comunitario». AIl’Accademia curda di Qamishlo, ho visto un libro di testo per gli otto-nove anni che istilla i valori comunitari società: l’importanza della considerazione reciproca, per la natura, per le donne. Ovviamente, per riformare il popolo secondo linee morali, si deve cominciare dai bambini. Pochi giorni dopo la mia partenza da Rojava, mentre ero a Londra, ho conosciuto Boris, un giovane della Bielorussia, e gli ho parlato di quel libro di testo. Boris mi ha detto che nell’ultimo decennio del secolo scorso era cresciuto con testi sco- lastici di taglio morale come quello, rimasti così dai tempi dell’Unione Sovietica — e che l’avevano convinto a essere l’esatto opposto di quello che intendevano. Infatti la natura umana è intricata e complessa e una volontà consapevole porta facilmente sulla strada sbagliata. Programmi con le migliori intenzioni di rifor- mare il popolo sono naufragati, come mi ha ricordato la storia di Boris, contro gli scogli di conseguenze non volute. In realtà gli ordini sociali costruiti secondo ideologie politiche si sono per lo più allontanati della visione originale, spesso trasformandosi nel contrario. Lo attestano i vari esiti tirannici dell’originale visione emancipatrice del marxismo; lo attesta l’idea individualista, che era un’idea di liberazione ai tempi di John Locke, e che oggi prende la forma di un egoismo rapace e amorale; lo attesta l’ideale di Adam Smith di un libero mer- cato entro limiti morali che ha prodotto un’enorme baratro tra ricchi e poveri. Quanto a insegnare l’etica, non sembra che sia una proposta facile. Qualcuno l’accetterà con entusiasmo, da Vero credente, qualcuno l’avvallerà, qualcuno l’accetterà passivamente, qualche altro non sarà d’accordo, ma resterà zitto, ma altri esprimeranno apertamente il proprio dissenso. Perfino in una società utopica ci sarà chi non vuole accettare la realtà del consenso e secondo me sarà suo diritto dissentire. Per questo qualsiasi società che si organizzi in base all’ideologia comunitaria deve affrontare la questione dell’autonomia individuale rispetto alla comunità nel suo insieme. Come fa una società collettiva a gestire la libera volontà e il dissenso degli individui? È evidente che società edificate seguendo ideologie emancipatrici si sono rivelate profondamente illiberali. Un filosofo polacco del secolo scorso, Leszek Kolakowski, aveva addirittura scritto: «Il diavolo [...] ha inventato gli Stati ideologici, cioè quelli la cui legittimità si fonda sul fatto che i loro detentori sono detentori della verità». Infatti, «se tu ti opponi a uno Stato del genere e al suo sistema, sei un nemico della verità» (in Modernity on Endless Trial, p. 189). Nel Rojava, se l’ideologia di Ocalan è considerata la verità, che cosa succede a chi non è d’accordo? Yousef, per esem- pio, mette la comunità davanti a tutto, presumibilmente prima dell’autonomia individuale. «Nella vita umana non c’è niente di più importante della comu- nità», afferma, con un tono che sembra quello dei Veri credenti. «Rinunciare alla comunità significa rinunciare alla propria umanità». Per lei, «gli individui aderiscono al comune con la propria libera volontà nella misura in cui ha un valore morale». Secondo lei libera volontà significa scegliere liberamente di sot- 15 tomettersi alla comunità. Un dubbio sulla libertà di stampa Ho avuto un altro momento di dubbio nel corso di una discussione sull’attività editoriale, che sta appena nascendo nel Rojava. Il nuovo editore ha pubblicato l’anno scorso un libro di poesia în curdo che non avrebbe mai visto la luce sotto il regime. Sono in corso di stampa altri due titoli, ci ha detto la ministra della cultura di Cizire, Berivan Xalid, e qualche altro è in programma per l’anno prossimo, con tirature di un migliaio di copie ognuno. Ma leggendo un libro che conteneva le norme recenti (preso nella sede del consiglio legislativo di Cizire) mi è capitato di leggere una norma sull’editoria, che dice che tutti gli editori devono avere un’autorizzazione, che una commissione del ministero della Cultura deve decidere quali libri pubblicare, e che la commissione deciderà «l’idoneità dei libri alla diffusione e la compati- bilità alle norme di legge e l’adeguatezza alla morale della società». Che vuol dire «morale della società»? Me lo chiedo, ricordando che la Filosofia alla base del Rojava è una filosofia morale. Ero accanto alla ministra Xalid, così le ho chiesto il significato di quella frase. Mi ha risposto che non si può pubblicare nessun libro che favorisca il sesso tra adolescenti prima del matrimonio. «È la nostra cultura», mi ha spiegato. Ma la frase non parla esplicitamente di sesso tra adolescenti, e così le ho anche domandato se qualcuno potrebbe pubblicare un libro che sostiene che «lo Stato è buono» o che «il capitalismo è buono». Mi ha risposto (attraverso l’interprete, ovviamente): «Noi dobbiamo rispettare le tradizioni della nostra società. Gli adolescenti non possono andare a letto insieme. Non si promuove il sesso tra minorenni prima del matrimonio». Las- ciando perdere la questione del sesso tra minori, io penso che la rivoluzione del Rojava si rafforzerebbe chiarendo il significato di quella norma oppure eliminan- dola. È potenzialmente una scappatoia per sopprimere l'autonomia individuale degli scrittori e quindi quella dei singoli e il dissenso. Secondo me, si dovrebbe lasciare spazio alla critica. Lasciamo che si pubblichino libri sul capitalismo — come altri libri che lo criticano. Lasciamo che il dissenso sia ammesso e au- torizzato. Il paradosso è che la via verso la solidarietà democratica passa dalla legittimazione del dissenso. Lasciamo che il Rojava accetti il pluralismo e la di- versità, non solo sul piano etnico, ma a quello minimo dell’individuo. Ma forse il mio è un giudizio presuntuoso e la mia preoccupazione è esagerata. Lo Stesso Ocalan quando scriveva in prigione si è dichiarato favorevole all’individualismo. Nel suo testo citato si lamenta che da tempo immemorabile le religioni hanno perseguitato e ucciso chi pensava liberamente. "Rafforzare l’individualità — e così affermare un giusto equilibrio tra indi- viduo e società — può liberare notevoli energie. Energie che possono avere un ruolo rivoluzionario e liberatorio in tempi nei quali le società conservatrici e reazionarie, che soffocano l’individuo, si stanno disgregando. È questa la po- sizione giustificata dell’individualismo, di progresso nella storia (p. 191)." T6CHAPTER 8. KURDISTANI PARADOSSI DELLA LIBERAZIONEJANET BIEHL Nemmeno la Filosofia di Ocalan è sempre coerente. Negli anni che ha trascorso in prigione, ha cambiato opinione su molti aspetti. Nel suo libro, per esempio, ha perfino lodato il capitalismo: «Nonostante queste caratteristiche negative, dobbiamo ammettere la superiorità della società capitalistica. Il suo contesto ideologico e materiale ha superato tutti i sistemi del passato» (p. 197). Inoltre: "Malgrado tutti i suoi vistosi difetti, il capitalismo è stato chiaramente preferito al socialismo [si intende il socialismo reale] proprio in ragione della sua atten- zione per i diritti del singolo e per i criteri consolidati di libertà individuale (p.238)." To penso che la presenza di queste incongruità nella Filosofia di Ocalan sia vantaggiosa per il Rojava come società. Un’ideologia che contraddice sé stessa più difficilmente si trasformerà nel diavolo di Kolakowski, perché vi possono trovare conferma opinioni differenti e perché entrambe le parti possono citare i suoi scritti, le persone devono riflettere sulle varie questioni, discuterle e svis- cerare le proprie differenze come individui autonomi. La diversità politica del Rojava Non posso fare a meno di osservare che al- cuni importanti esponenti dell’autogoverno democratico del Rojava non sono del tutto d’accordo con la Filosofia come la presenta Hadiya Yousef. Nel corso delle mie due visite, ho sentito due personalità ufficiali parlare di economia in termini che non sono del tutto anticapitalisti. Nel dicembre 2014 Abdurrahman Hemo, allora consulente per lo sviluppo economico di Cizire, ha dichiarato alla del- egazione accademica che i cantoni avevano bisogno di investimenti dall’esterno per sopravvivere. À norma di legge, ha spiegato, quell’investimento dovrebbe conformarsi alle norme dell’economia sociale e arrivare alle cooperative. Ma funzionerebbe in pratica? Ho qualche dubbio. Lo scorso ottobre Akhram Hesso, il primo ministro di Cizire, ha dichiarato alla delegazione del vertice che il Rojava ha un’economia «mista», «con attività pri- vate e pubbliche nello stesso tempo». È come l’economia «sociale di mercato» in Germania, ha detto con un tono di approvazione, con una parità tra pro- prietari di fabbriche e operai. Stranamente questa economia ideologicamente anticapitalista ha almeno un dirigente che non è d’accordo con il programma contro il capitalismo. Che Hesso faccia parte dell’ENKS (Assemblea nazionale curda della Siria), la coalizione di opposizione, e non del PYD, in linea con la Filosofia, è un’altra prova della diversità politica del Rojava. Senza dubbio nei prossimi anni l’economia del Rojava e molte altre questioni saranno messe in discussione, all’interno e all’estero. La mia speranza è che la stima della società nei confronti di Ocalan sia anche la stima per affermazioni come questa: «Uno degli elementi importanti della democrazia contemporanea è l’individualità — il diritto di vivere come individuo libero, libero dal dogmatismo e dalle utopie, pur conoscendone la forza» (p. 260). E spero che la gente del Rojava, come pure chi visita quei luoghi, consideri le immagini di Ocalan sui muri e ripensi TT al suo appello per «una discussione aperta sulla contraddizione tra individuo e società», senza la quale «non è possibile risolvere la crisi in corso della civiltà», e la sua affermazione della necessità di «trovare un equilibrio tra questi due poli» (p. 207). Citare Ocalan a favore della libertà individuale al dissenso: è une dei più sconcertanti paradossi del Rojava. Traduzione italiana di Guido Lagomarsino per «A, Rivista anarchica», n. 411, novembre 2016 78CHAPTER 8. KURDISTANI PARADOSSI DELLA LIBERAZIONEJANET BIEHL Chapter 9 Dilar Dirik e la rivoluzione delle donne curde a cura di Norma Santi Nelle prime due settimane di Marzo, la sociologa curda Dilar Dirik, ha tenuto diverse conferenze presso alcune università italiane sviluppando alcuni aspetti del movimento di liberazione curdo, con particolare attenzione al movimento delle donne curde e alla jineologia, scienza 0 paradigma delle donne. In occa- sione di questo viaggio ho incontrato — a Roma il 12 marzo 2016 — Dilar che, prima di partire, ha lasciato un suo contributo poi pubblicato in due puntate su «Umanità nova». Dilar Dirik è ricercatrice al Dipartimento di Sociologia presso l’Università di Cambridge. Laureata in Storia e Scienze politiche, seconda laurea in Filosofia, ha scritto una tesi in Studi internazionali în cui ha confrontato il sistema dello stato nazione e del confederalismo democratico, dal punto di vista della liber- azione delle donne, con uno sguardo alle diverse linee politiche in tutto il Kur- distan e monitorando la rivoluzione in Rojava. Traduzione in italiano a cura di Irene Sirchia. Quando parliamo di tentare di destabilizzare un sistema Quando par- liamo di tentare di destabilizzare un sistema, cosa che sarebbe liberatoria per molte parti della società, è importante rendersi conto che, prima di ogni al tra cosa, dobbiamo iniziare una rivoluzione mentale poiché possiamo constatare come il sistema educativo, la meccanicizzazione dei nostri pensieri e del loro flusso, siano strutturati per generare oppressione, patriarcato e diverse forme di violenza persino istituzionalizzate nella nostra mentalità. Violenza e oppressione sono via via diventate naturali, interiorizzate e normal izzate nelle nostre menti, per questa ragione tutto questo ha avuto inizio. Pos- siamo constatare che oggi le istituzioni dominanti contribuiscono a perpetuare 79 80CHAPTER 9. DILAR DIRIK E LA RIVOLUZIONE DELLE DONNE CURDEA CURA DI NOR) forme di oppressione come razzismo, sessismo e differenza di classe e non sono state concepite per consentire di analizzare criticamente e invertire il mecca- nismo di oppressione, guerra, povertà, morte e ingiustizia. In questo senso il movimento delle donne curde crede in particolar modo che si debba formulare un nuovo paradigma di lotta che non è solo orientato a essere contro qualcosa, come ad esempio capitalismo e stato, ma anche a lavorare su costruire e per qualcosa. Qual è l’alternativa che costruiremo al posto dello stato, del capital- ismo e così via? In tal senso abbiamo bisogno di qualcosa che abbia lo stesso meccanismo della scienza, ma che sia contrario a come l’attuale scienza sociale lavora. Deve fon- damentalmente cambiare il modo in cui noi comprendiamo la società perché non possiamo usare la stessa epistemologia e le stesse categorizzazioni per costruire un mondo nuovo che ha bisogno di un processo creativo prima di tutto ed è difficile immaginarlo specialmente in paesi di tradizione capitalista. La sinistra fallisce nell’organizzazione perché cè una mancanza di immaginazione di come potrebbe apparire un mondo nuovo. Prendiamo l’esempio del femminismo, che nell'Accademia è diventato così astratto, così centrato sulla destrutturazione che in realtà non fornisce alcun sostegno nella vita di molte donne della comunità perché persino il linguaggio è inaccessibile e i concetti sono così astratti e teorici che in pratica non fanno molto per la giustizia sociale come invece faceva orig- inariamente la lotta femminista. Come possiamo avere dunque un nuovo tipo di linguaggio e femminismo, che possa essere coinvolgente e avere impatto sulla vita, ad esempio, di mia nonna, della mia vicina, della donna che muore di fame per strada o che ha dieci figli? L'Accademia purtroppo è concepita per tenere sotto controllo i pensieri di sinistra e radicali. L’idea di democrazia, ad esempio, è stata data in mano a poche persone che sono molto distaccate dalla società e dalla comunità. A tale proposito, con la Jineologia, noi vogliamo rendere visibile un nuovo approccio alla scienza, un nuovo paradigma su come la scienza sociale può funzionare, che può non solo capire la società ma analizzare veramente la complessità della società stessa e i meccanismi che la rendono così com'è, pi- uttosto che concentrarsi solo sull’interpretazione di classe o l’interpretazione di genere. Come possiamo davvero capire la società e soprattutto come possiamo costruire una nuova società? Ad esempio il femminismo tende a destrutturare il genere. Ma su quale modello? Quale potrebbe essere l’alternativa? Questo analizzando i collegamenti non solo ontologici ma anche jineologici tra gerarchia e stato, democrazia, concetto di proprietà e il collegamento tra potere e conoscenza e come questo impatta, soprattutto sulle donne, la Natura, le comunità indigene e i poveri. Il movimento delle donne curde ha iniziato ad approcciare in maniera diversa alla scienza con attenzione alla Jineologia. “JiN” in curdo vuol dire donna e la jineologia non è una nuova scienza ma piuttosto un nuovo paradigma di come noi pensiamo alla scienza, come lo facciamo, che metodo possiamo usare, quale può essere la metodologia in un sistema che usa questo stesso metodo per creare più ingiustizia. Come possiamo decolonizzare il sistema che utilizza l’attuale scienza sociale, come possiamo dare valore a ogni fonte di conoscenza? Perché oggi noi vediamo istituzioni come le università, edifici quadrati nei quali 81 la conoscenza può essere venduta, quindi tu vai lì, paghi e ottieni la conoscenza, ottieni un lavoro e diventi parte del sistema capitalista. Ma noi pensiamo che un’idea di scienza e conoscenza che può essere venduta e acquistata sia la prima fonte di problemi. Cos'è la conoscenza, come possiamo considerare la conoscenza? Per il nostro attuale sistema è soltanto costituita da fatti che pos- sono essere misurati, che possono essere articolati in numeri, lettere o formule quindi questa è la verità, questa è la realtà, perché posso misurarla, uno più uno fa due ma, in realtà, la vera conoscenza è fatta di saggezza. Faccio ancora l'esempio di mia nonna che vive in un villaggio in montagna e altre persone che hanno trascorso la loro vita per secoli qui rendendola via via migliore. Le cose che lei vive e fa e pensa e sente sono anch’esse fonti di conoscenza ma a queste noi non diamo valore. Vediamo il folklore come qualcosa che semplice- mente non è serio perché non contribuisce a questa idea lineare di come la storia dovrebbe funzionare. Ad esempio la storia delle nazioni è il risultato di una corrente di pensiero che crede che fondamentalmente la scienza debba essere un percorso lineare e lo stato, la nazione sia il culmine dell’evoluzione e fine di questo percorso, che lo stato sia il progresso, la civilizzazione, la fede e la più alta espressione del progresso umano. Questo è il frutto anche della divisione soggetto e oggetto, di un dualismo, secondo cui, l’uomo è soggetto e la natura è oggetto. L’uomo specialmente nell’era moderna, legittimato da pensatori come Francis Bacon e René Descartes, incrementa questo pensiero dicotomico per cui l’uomo è la mente, soggetto, e la donna è il corpo, l’oggetto; la mente è il soggetto, l'emozione è l’oggetto: lo stato è il soggetto e la comunità, la soci- età sono l’oggetto. Questo genere di dicotomia che implica fondamentalmente una gerarchia, in pratica, legittima la dominazione e la schiavitù e naturalizza questi concetti facendo sì che, molti movimenti, incluso il PKK, siano arrivati a pensare che lo stato significa libertà, che essere uno stato significa progredire, svilupparsi, significa la fine della nostra oppressione. Questa sorta di pensiero ha portato a convincerci che siamo oppressi perché non abbiamo uno stato, quando, in realtà, è lo Stato il problema. Dunque quando sono stati uniti i concetti di comunità e stato, nazione e stato, libertà e stato, indipendenza e stato, è nato il primo problema della società. Possiamo dunque constatare come l’idea che ab- biamo di storia e il modo di pensare il nostro lavoro sociale siano frutto di questo meccanismo di pensiero. Quindi il nostro approccio con il progetto di Jineologia è un nuovo modo di pensare, un esperimento, un nuovo metodo di discussione. Non crediamo di avere una nuova scienza rivoluzionaria, abbiamo solo un nuovo modo di interpretare la scienza, di dare valore alla conoscenza, di riarticolarla cercando di sovvertire il meccanismo gerarchico che le unisce al potere. Cosa possiamo fare in pratica. Ad esempio noi ascoltiamo tutti, promuoviamo ogni interazione tentando di avere un linguaggio accessibile che non significa un lin- guaggio povero perché non ragioniamo in termini di basso e alto, ma vogliamo che persone come mia nonna, che io amo molto, capiscano cosa diciamo e che vogliamo acquisire conoscenza e imparare ad queste persone. Quindi cerchiamo di sovvertire la gerarchia di chi sa qualcosa su chi non la sa, cerchiamo di rendere il flusso di conoscenza più organico e orizzontale. Vogliamo dare valore a ogni esperienza e a ogni voce non in un'ottica di relativismo culturale per cui questa 82CHAPTER 9. DILAR DIRIK E LA RIVOLUZIONE DELLE DONNE CURDEA CURA DI NOR) è un opinione e questa è un’altra, ma ci basiamo sull’idea che alcuni principi non debbano essere messi in discussione come ad esempio la liberazione delle donne, ecologia e razzismo. La nostra scienza è dunque connessa anche al tipo di società che vorremmo creare. Noi non ci limitiamo a parlare, categorizzare o analizzare, questo infatti è il problema della scienza sociale attuale che si limita a spiegare, evidenziare un fenomeno, farci ciò che vuole, renderlo gradevole e venderlo 0, meglio ancora, metterci sopra un brevetto. No, noi questo non lo vogliamo. Noi vogliamo venire fuori anche con delle alternative unendo tutte le nostre esperienze perche pensiamo che si debbano includere tutte le persone che sono state escluse dal produrre e riprodurre conoscenza perché la conoscenza è stata loro rubata e poi venduta e loro, in ogni caso, non hanno mai avuto accesso a essa. Questo approccio più egalitario alla produzione, riproduzione e allocazione della conoscenza è un principio fondamentale per una democrazia perché solo se ogni forma di conoscenza viene valorizzata per la sua unicità pos- siamo costruire una società basata su ogni indviduo. Se l’esperienza, la vita di una persona indigena non è valorizzata allo stesso modo di quella di persone all’interno delle università non possiamo neppure avere un’idea di democrazia perché abbiamo già escluso dalle decisioni le persone che contano. Crediamo che ogni tipo di interazione tra esseri umani debba arrivare nell'Accademia perché vogliamo riappropriarci del mondo. Le accademie non dovrebbero essere luoghi fissi, accessibili solo a persone che hanno i soldi e il privilegio per andarci. Noi crediamo che ogni giardino e parco, ogni angolo di strada, ogni stanza, ogni casa possano essere un luogo per auto-educarci, generare conoscenza e utilizzarla per creare una nuova società. "Immaginare un nuovo mondo" Ci sono molte donne nel nord del Kur- distan, così come in Rojava. Stanno aumentando e attirando molta attenzione che dà alle donne nuova felicità ed energia. Ci sono ad esempio le donne che vogliono partecipare alle nuove strutture e alla ricostruzione del Rojava, alle case delle donne, alle comuni, ai consigli o altro, ma anche combattenti sia uomini che donne che ora vengono educati anche alla jineologia. Credo sia interessante sapere come le persone, che combattono contro il sistema del Daesh basato sul fondamentalismo che utilizza la violenza sessuale e lo stupro come motivo di pro- paganda, stiano articolando la libertà attraverso donne che riportano la scienza sociale. Essi vedono in questo il più grande strumento di autodifesa, non le armi che usano dunque bensì un metodo sociologico. In un area molto conservatrice come il medioriente, in un contesto di eserciti di stato e non, è fondamentale la questione della posizione politica, che tipo di pensiero e metodo si vuole pro- porre nella società che si vuole creare. Per questo anche gli uomini vengono educati alla jineologia da donne, e il modo in cui è strutturata, l’educazione, è più una sorta di discussione, di dibattito. C’è generalmente una persona che facilita il processo, ma è una discussione perché è questa che dovrebbe es- sere il metodo principale e sostituire il metodo frontale di trasmissione della conoscenza. Il docente dovrebbe essere anche discente e il discente può essere 83 docente. Nell’Accademia sociale della Mesopotamia a Qamishlo in Rojava le persone non si rapportano tra loro come insegnanti e studenti, ma come amici o compagni, sempre. Questo è importante, a proposito della gerarchia di chi ha conoscenza e chi la riceve, perché è un processo orizzontale. Magari oggi io insegno una cosa perché la conosco e tu no. Ad esempio io non parlo italiano e posso impararlo da una persona che lo parla e questo non significa che io sia in- feriore, ma che posso condividere cose con voi e voi potete condividere cose con me. Questo approccio è una questione di mentalità, di come si percepiscono gli altri, come uguali o meno, di come si possa usare o meno la propria conoscenza come strumento di potere o di abuso di potere. Altri strumenti che utilizziamo sono la critica e l’autocritica, alla fine di ogni lezione, elemento caratterizzante dello spirito della jineologia. L'insegnante viene criticato dicendo, ad esempio, che un fatto esposto non era molto calzante e se ne potrebbe utilizzare un altro. Questa critica non va intesa come qualcosa di negativo, ma di buono e necessario e va accetta non come motivo di abuso ma di collettività, come se ci vengano offerte soluzioni per migliorare. Non ci limitiamo a criticare la persona, ma le offriamo uno strumento per crescere. Facciamo anche autocritica, ed è difficile. Può sembrare semplice, ma criticare le proprie riflessioni è qualcosa che manca totalmente, specie nel sistema capitalista. Questi sono meccanismi di un sistema più democratico. Un altro strumento è il linguaggio. Ho partecipato, ad esem- pio, a una lezione di ecologia all’accademia delle donne. Erano presenti donne giovani e anziane, e qui si delinea la questione delle generazioni. Si parlava di come non si abbia coscienza dell’ecologia perché il popolo non ha possesso del luogo in cui vive, lo stato si impadronisce di tutto e le persone non si sentono parte di un ecosistema. Non si curano di una foresta perché lo stato dice che quella foresta appartiene allo stato e non appartiene al popolo. È perciò difficile di parlare di ecologia in questo posto, ma trovo interessante come l’insegnante abbia chiesto cosa noi pensassimo fosse l’ecologia, cosa significasse per noi. Og- nuno ha detto cosa pensava e questo ha generato un insieme di opinioni diverse ma con tratti comuni e universali. Qui la questione delle generazioni diventa im- portante perché la società, specie capitalista, tende a scartare gli anziani, perché inabili al lavoro, ma ha anche, allo stesso tempo, una tendenza a sottovalutare le parole dei giovani. In entrambi i casi c'è una discriminazione ed è interes- sante notare come al potere ci siano persone appartenenti alla stessa fascia di età. È necessario democraticizzare l’età perché è naturale che ci siano anziani e giovani, chiunque è stato giovane e sarà vecchio. L’idea è quella di valorizzare l’esperienza degli anziani come una fonte di saggezza acquisita con il passare degli anni e valorizzare i giovani come persone che subiscono pressioni differ- enti e hanno idee e prospettive differenti. Non si dovrebbe utilizzare l’età come strumento di potere. Democraticizzare l’età è dunque importantissimo. Noi tentiamo di integrare anche questo, nel nuovo approccio al processo educativo, per renderlo accessibile a tutti attraverso il linguaggio e usando questa nuova relazione con la conoscenza quale fondamento della democrazia. L'obiettivo fi- nale del progetto implementato in Rojava e Bakur è quello di creare una società critica che non abbia bisogno di affidarsi a legge, polizia o stato per rafforzare il concetto di giustizia, ma è essa stessa che genera concetti e idee su come la 84CHAPTER 9. DILAR DIRIK E LA RIVOLUZIONE DELLE DONNE CURDEA CURA DI NOR) giustizia dovrebbe funzionare, prendendo decisioni basate su valori e morale. Anche il concetto di morale ormai fa pensare a qualcosa di negativo perché col- legato drettamente allo stato, alla chiesa o alla famiglia. La parola "morale" è diventata una parola sporca, ma anche lottare per la giustizia e l'uguaglianza e contro le discriminazioni sono questioni morali. Questo è l’aspetto etico. AL tro aspetto importante è l’aspetto politico. L’intento è creare una società che non sottomette la sua volontà alle elites burocratiche. Andare ogni quattro o cinque anni alle elezioni pensando sono una persona democratica perché vado a votare, ho fatto il mio dovere, ho votato significa sottomettere completamente allo stato la mia volontà e tutto ciò che riguarda la mia vita e la mia interiorità. Questo conduce a una società lontana dalla politica. L’unico modo in cui oggi le persone percepiscono la politica è quello di andare a votare, ma questa non è politica. La politica ha ben altro intento, ossia organizzare una società giusta e meravigliosa. Dunque unenedo queste due cose, politica ed etica, possiamo avere una società nuova e rivoluzionaria. Noi non crediamo che la rivoluzione sia una rottura nella storia imposta un partito o da uno stato poiché uno stato non può essere fonte di giustizia. La maggior parte delle forme di oppressione negli ul timi 5000 anni della civiltà moderna sono stati creati dal concetto di stato, molti meccanismi di sottomissione nascono con l’emergenza degli stati. Il primo stato come concetto fu in Mesopotamia. I Sumeri costruirono le ziqgurat, strutturate come una piramide molto gerarchica e organizzata. In quel momento avvenne un enorme cambiamento, una transizione, una rottura storica; in quel momento sacerdoti uomini presero il monopolio della conoscenza si costituì il primo es- ercito, le donne furono cancellate dalla scena, in quel momento, la proprietà privata iniziò a distruggere la morale e l’etica del sistema. Possiamo vedere come patriarcato, stato e concetto di proprietà privata si alimentino a vicenda e chi possedeva la conoscenza ha giocato un ruolo fondamentale. È interes- sante notare come, contemporaneamente, 4300 anni fa, si sviluppava la prima parola che ha espresso il concetto di libertà, amargi. Perché questo concetto di amargi si è sviluppato proprio quando l’oppressione è diventato un sistema, un’ istituzione? Perché le persone bramano immensamente qualcosa e il desiderio dell’essere umano di esprimersi in libertà è una meravigliosa lotta così antica e parte della natura umana e ha molti diversi aspetti. Se guardiamo alla lotta delle persone in ogni parte del mondo, agli esempi che possiamo aver visto anche qui in Italia, questi sono connessi a ciò che sta accadendo in Kurdistan. La lotta ha tanti diversi aspetti, ma possiamo vedere che, andare contro lo status quo, il sistema attuale, sia la linea comune perché esso è fonte di povertà, distruzione e guerra che hanno sempre la medesima origine, Ocalan parla di due forme di civiltà, non riguardo la comunità, il linguaggio, eccetera, ma riguardo il sistema. Egli dice che con lo stato sumero la civiltà degli oppressori, quella dominante si è sviluppata, che più o meno è lo stesso concetto di capitalismo e patriar- cato, basato su gerarchia, dominazione e abuso di potere. Di contro, però, si è sviluppata una civiltà democratica fatta da donne, poveri, artisti, esclusi, indi- geni, una civiltà naturale e comunitaria. Queste persone hanno sviluppato una civiltà alternativa rispetto alla corrente dominante. La corrente dominante si è stabilizzata e universalizzata, ma allo stesso modo anche la resistenza è sempre 85 esistita. Forse si espletava in maniera diversa ma è sempre esistita. Possiamo dunque dire che la jinealogia è la vendetta della civiltà democratica contro la tendenza dominante. Questo può essere un modo di guardare alla storia, non in termini di questa o quella cultura, ma di quali siano i tratti che riguardano il patriarcato e le relazioni sociali sui quali possiamo lavorare. Credo che questo sia necessario per mobilizzare la lotta, per vedere nella propria lotta specchiarsi la lotta di qualcun altro. In tal senso ritenianmo che nella produzione e ripro- duzione della conoscenza debbano giocare un ruolo fondamentale le donne per la creazione di una nuova società. Molte donne in Rojava dicono che la loro vera autodifesa è l’educazione, è la rivoluzione sociale, forse un intento comune è più efficace di un kalashnikov. Le persone devono difendersi anche fisicamente, ma il nostro concetto di autodifesa non è solo fisico, non è solo la pietra che puoi lanciare per sopravvivere fisicamente, specie in un territorio in cui per Daesh è normale violentare e stuprare, è autodifesa politica, l'educazione è au- todifesa, avere una società etica che sa organizzarsi, perché fondamentalmente la libertà deriva dall’auto-organizzazione. Il problema è che noi colleghiamo l’autodeterminazione al concetto di stato. Questo è il pensiero che dobbiamo assolutamente sovvertire, un ordine di idee che dobbiamo abbandonare, perché lo stato non può essere la soluzione per un problema di libertà che ha una so- cietà. Perché noi non abbiamo il problema di non avere uno stato, abbiamo un problema di libertà. Posso dire che la jineologia ha dato molto alle donne in Kurdistan e anche oltre, e il loro numero sta crescendo. Ho parlato con molte donne in giro per il mondo di questo argomento e loro danno interpretazioni diverse a metodologie, reli- gioni, scienze a seconda di dove vivono, del loro contesto, della loro voce e la jineologia dà moltissimo valore a questo. Le donne hanno compreso che abbiamo bisogno di un approccio fondamentalmente diverso dal nostro modo di pensare e di sentire il diritto. Dobbiamo fare pratica e nella pratica che utilizziamo nel nostro sistema educativo e nel nostro approccio alla politica dobbiamo includere questo pensiero teoretico, ma anche il vissuto di ognuno e il nostro concetto di democrazia perché l’autodifesa non sia solo fisica ma anche sociale e politica. È questo che molte donne ora affermano che stiamo combattendo questa battaglia contro Daesh, ma che la nostra autodifesa è soprattutto politica, perché è un dato di fatto che ora possiamo leggere e scrivere e organizzarci sotto forma delle comuni o quant’altro e che chi, nella nostra stessa casa, non ci lasciava neppure uscire deve ora accettarci come uguali e in grado di prendere decisioni. Questo è fondamentalmente il modo in cui possiamo immaginare e pensare un mondo nuovo. 86CHAPTER 9. DILAR DIRIK E LA RIVOLUZIONE DELLE DONNE CURDEA CURA DI NOR) Chapter 10 Rivoluzionari o pedine dell'Impero? Marcel Cartier L’attivista curda Hawzhin Azeez ha dichiarato: Come ha scritto Becky, questa occidentale femminista «antimperialista», «le YPJ avrebbero dovuto scegliere una degna decapitazione, gli stupri di gruppo e i massacri di tutte le donne, dei curdi e dei popoli della Siria settentrionale piuttosto che accettare le armi degli sporchi imperialisti per difendersi contro Daesh!!!». Il suo dito insiste a mettere il punto esclamativo al fine di sotto- lineare la sua opinione, mentre sorseggia un delicato latte di soia al gusto di fragola e crema Frappuccino prima di ricominciare a picchiettare con il suo iPad 7. «Così le avrei senza dubbio sostenute! Ma ora non più!». Scruta con lo sguardo la cameriera messicana che porta il suo ordine — camembert, cheese- cake mirtillo e mascarpone — interrompendola nella sua fondamentale analisi politica rivoluzionaria della Siria. All’esterno, la pioggia scroscia. Becky si siede comodamente in un angolo del suo caffè Starbucks. Per un attimo ignora il suo iPhone, che improvvisamente squilla per ricordargli di cambiare l’ora della sua classe di "hot yoga" in modo che non coincida con l’appuntamento del suo barboncino al Salone del cane. Infine conclude il suo status, con un sorriso di auto-soddisfazione, con questa frase: «La schiavitù per le strade di Ragga e Aleppo, anche sessuale, sarebbe stata meglio delle armi degli imperialisti! Questo è il genere di femminismo che sostengo, per le donne arabe, musulmane, nere e indigene del mondo!». Sembra il paradosso dei paradossi. Gli Stati Uniti e i loro alleati occidentali sono impegnati in una guerra spietata e implacabile conto il governo siriano di Damasco, proprio questi cosiddetti difensori della democrazia e della libertà che sostengono una delle più spregevoli organizzazioni terroristiche e reazionarie mai 87 88CHAPTER 10. RIVOLUZIONARI O PEDINE DELL’IMPERO?MARCEL CARTIER viste nella storia recente. Poco tempo addietro, il presidente Donald Trump, per la prima volta, è intervenuto militarmente contro le forze governative siriane: una batteria di missili Cruise il cui effetto è stato quello di aiutare quei gruppi che operano nella scia ideologica di Al Qaeda, nel nord-ovest, del paese. E questo non è l’ultimo paradosso. Dopo tutto, il sostegno americano ai gruppi legati o vicini all’estremismo salafita e wahhabita non ha nulla di nuovo: mai dimenti- care l’appoggio degli Stati Uniti ai “mujaheidin" in Afghanistan negli anni ’80. Ancor più paradossale è che gli Stati Uniti stiano fornendo supporto militare a un’organizzazione, nel nord della Siria, che non solo non è reazionaria, ma sostiene di essere socialista e femminista, pur nutrendo legami ideologici con il Partito dei lavoratori del Kurdistan, il PKK: quel PKK in guerra con il secondo esercito della NATO, la Turchia, da oltre tre decenni. Il fatto che il Partito dell’Unione Democratica (PYD) e la sua componente armata, le Unità di protezione del popolo e delle donne (YPG e YPJ), con- ducano una vera rivoluzione sociale nel bel mezzo del caos siriano è fuor di dubbio. Il mese che ho trascorso in viaggio attraverso le zone sotto il loro con- trollo è stato più che sufficiente per convincermi dell’unicità di questa esperienza rivoluzionaria, oltre ogni immaginazione, offrendo una vasta dimensione demo- cratica e socialista. Sono stato costantemente impressionato da ciò che ho visto: dalle strutture comunaliste alle cooperative, delle organizzazioni delle donne alle fiorenti accademie culturali e artistiche. Mi hanno colpito l’onestà e l’apertura del movimento verso le numerose contraddizioni che si sono presentate durante un processo di trasformazione radicale della società. Posso anche dire che per la prima volta nella mia vita, nonostante tutti i viaggi nei paesi impegnati a vari livelli nella costruzione del socialismo (Venezuela, Cuba e Corea del Nord ), ho toccato l’esistenza di una società profondamente vibrante, democratica e popolare, che avevo sempre immaginato potesse — e dovesse — nascere un giorno. Ma la sensazione di grande contraddizione non mi ha mai lasciato veramente. Mi ha disturbato. Non sapevo cosa fare con quello che le YPG/J definivano una “cooperazione militare tattica” con gli Stati Uniti. Come chiunque abbia raggiunto la maturità politica dopo aver frequentato le scuole del marxismo e dell’antimperialismo rivoluzionario, avevo imparato a guardare con la mas- sima diffidenza tutto ciò che proveniva anche minimamente dal Pentagono o dalla CIA, e per buone ragioni. Gli Stati Uniti, infatti, non hanno l’abitudine di sostenere le vere rivoluzioni che si svolgono nei quattro angoli del pianeta. Dopo aver concluso che il progetto portato avanti dalla Rojava ha effettivamente sus- citato un’autentica rivoluzione sociale — nel quadro di quel che pensavo fosse un’operazione di cambiamento del regime, sostenuta dagli Stati Uniti, contro un governo, quello di Damasco, che si era rifiutato di svolgere le regole del neoliberismo globale — ho disperatamente sentito la necessità di ottenere dell risposte alle mie domande: sono le YPG/J che usano gli Stati Uniti? O gli Stati Uniti che utilizzano le YPG/J? Questi curdi non stanno oggettivamente aiutando l'imperialismo americano, se guardiamo al contesto più ampio? O, visto lo scenario complesso del con- flitto, l’imperialismo americano sostiene consapevolmente un processo socialista 89 rivoluzionario? Oppure la verità si trova da qualche parte in mezzo? Ci sono elementi di risposta in ciascuna delle possibili risposte, o non è possibile oggi avere un risposta chiara? Ancora meglio, le mie domande sono corrette o riflet- tono uno status privilegiato e i pregiudizi occidentali? Durante e dopo Kobane È stato durante la fase finale delle YPG/J a Kobané, all’inizio del 2015, che la coalizione a guida Usa ha accettato — sotto l’enorme pressione internazionale — di sostenere le forze curde utilizzando at- tacchi aerei per respingere lo Stato Islamico. Da allora, gli Stati Uniti non hanno mai esitato a dire quanto grande fosse stato il loro ruolo nella liberazione di Ayn al Arab, anche se i miei colloqui con le combattenti YPG/J, in quella città, mi ha permesso di capire che non è andata esattamente così! La loro sensazione gen- erale? La rabbia contro gli Stati Uniti, che incolpano di non essere intervenuti prima e di aver chiuso un occhio sulle sofferenze della popolazione nelle mani di Daesh. Ciò basta per convincerli che il loro intervento era funzionale solo ai propri obiettivi geostrategici, senza costituire un reale sostegno per le YPG/J. Le parole dell’attivista e studiosa kurda Dilar Dirik sono molto illuminanti su questo punto. Recentemente ha scritto un articolo nelle colonne di ROAR in- titolato Radical Democracy: The Frontline Against Fascism in cui solleva la questione dell’incapacità di una parte significativa della sinistra occidentale di sostenere le YPG/J, in particolare a causa del sostegno aereo statunitense du- rante la seconda battaglia di Kobane: L’immagine pubblica delle forze armate di Rojava è improvvisamente cambi- ata agli occhi delle sezioni della sinistra dopo la liberazione di Kobane. Sebbene innegabilmente una battaglia storica, vinta da una comunità organizzata e dal potere delle donne libere, la simpatia diffusa di cui avrebbero dovuto godere sarebbe crollata dal momento che le forze terrestri hanno ricevuto il sostegno aereo della coalizione sotto il comando americano. Dopo essere stati da lungo tempo tra le vittime più colpite dell’imperialismo in Medio Oriente, i curdi e i loro vicini non hanno più bisogno di essere illuminati sui mali dell’impero. Sono ancora freschi i ricordi dei massacri e dei genocidi subiti con il supporto delle forze imperialiste. Le visioni dogmatiche del mondo e le critiche semplicistiche e binarie non offrono alcuna risposta a coloro che lottano per la vita sul terreno. Ancora più importante, non risparmiano vite. Sostegno militare, ma non politico È da ormai oltre due anni che i fascisti [di Daesh] sono stati cacciati da Kobane. Gli Stati Uniti continu- ano a sostenere le forze curde ed hanno esteso il loro ombrello militare sotto forma delle Forze Democratiche Siriane (SDF), mentre all’inizio di maggio [2017] l’amministrazione di Trump ha dato il via libera per l’invio di armi pesanti. Le Forze Democtatiche Siriane includono milizie arabe che stanno combattendo 90CHAPTER 10. RIVOLUZIONARI O PEDINE DELL’IMPERO?MARCEL CARTIER anche per la creazione di strutture democratiche ispirate al successo delle am- ministrazioni multietniche e delle comuni istituite in Rojava. Gli Stati Uniti non solo hanno iniziato a fornire l’SDF di armi pesanti: ci sono quasi 1.000 forze speciali americane che operano al loro fianco sul terreno, oltre ad un disp- iegamento di marines. Sono queste milizie che combattono nell’SDF gli agenti controrivoluzionari su cui gli Stati Uniti hanno puntato, dopo il crollo dei gruppi reazionari dell'Esercito Siriano Libero (FSA) che la Turchia sembra a tutti i costi voler far rinascere? Non possiamo fornire una risposta definitiva a questa do- manda, ma è importante segnalare che se gli Stati Uniti sostengono militarmente l’avanzata dell’SDF a Ragga, la capitale di Daesh, con l’operazione “Wrath of Euphrates”, Washington ha fatto di tutto per mantenere il PYD - il braccio politico delle YPG/J - lontano dai negoziati di pace di Ginevra. Inoltre, il sistema federale messo in atto dal PYD e il Movimento per una Società Demo- cratica del Rojava (TEV-DEM) non ha ricevuto alcun sostegno, né uno sguardo di considerazione dagli Stati Uniti che hanno costantemente sottolineato che “il federalismo ad hoc” non è incoraggiato da Washington. La Russia si è spesso mossa in opposizione alla posizione statunitense sul Ro- java. Mentre Mosca è generalmente considerata il braccio militare del gov- erno Ba’athist [di al-Assad|, questi stessi russi hanno recentemente proposto l’istituzione di una nuova costituzione per la Siria fondata, almeno in parte, sul federalismo invocato dal PYD e sul rispecchiamento del carattere multietnico del paese (suggerendo in questo caso di cambiare il nome da “Repubblica Siriana Araba” a “Repubblica Siriana”). La Russia ha anche sostenuto l’inclusione del PYD nel terzo ciclo di colloqui a Ginevra - una proposta non accolta dagli Stati Uniti. Inoltre, il primo ufficio del PYD aperto all’estero è stato a Mosca nel febbraio 2016, e lo stato russo ha facilitato i colloqui tra il governo siriano e il PYD su una soluzione del conflitto che potrebbe portare alla pace tra le forze coinvolte. più recentemente, la Russia si è impegnata a lavorare militarmente con YPG/J per stabilire nella città di Afrin per fine di marzo [2017] una base di addestramento delle forze curde e dell’SDF, e infine per creare una zona cus- cinetto che impedisca alle forze turche di attaccarla. Sembra che Mosca abbia scommesso su di loro, non solo per le ripetute vittorie militari, ma anche per il successo del progetto politico e la resistenza di Rojava. Nemici ideologici La necessità elementare e pragmatica di sopravvivenza è più che sufficiente per spiegare la ricerca da parte delle YPG/J della cooper- azione militare con gli Stati Uniti, rifiutata da alcuni guerrieri della tastiera occidentale e da altri attivisti della poltrona per via della formula molto sem- plicistica di “ballare con il diavolo". Dopo tutto, perché i socialisti rivoluzionari si dovrebbero congiungere con gli Stati Uniti, a meno che, naturalmente, non siano rivoluzionari? Le mie osservazioni mi hanno fatto ricredere che queste forze siano, in realtà, veramente rivoluzionarie. Durante tutto il mio soggiorno, sono stato ossessionato da individuare opinioni divergenti tra i gruppi delle YPG o nelle organizzazioni politiche su come affrontare questa cooperazione 91 con gli Stati Uniti definita "Inherent Resolve”, condotta contro Daesh. Cosa fanno questi radicali delle motivazioni di Washington, con Barack Obama o con Donald Trump, per lavorare fianco a fianco? Come ho scritto in un precedente articolo sulle diverse tendenze della politica curda, un comandante delle YPG, Cihan Kendal, ha affermato all’inizio di quest’anno che «l’ America vorrebbe che noi fossimo il loro alleato principale, ma sa che non è possibile: dal lato militare, ci capita di collaborare, ma, ideologicamente, siamo nemici». È una opinione che Cihan Kendal mi ha ripetuto quando lo incontrai nel nord della Siria ribadendo di essere "Impegnati in una rivoluzione democratica, ma questa rivoluzione è guidata da un partito socialista, quindi, ovviamente, è una rivoluzione socialista. Per- tanto, ovviamente, gli Stati Uniti non la sosterranno mai." Un altro comandante YPG che ho incontrato a Kobane non ha dosato le sue parole: "Ci sono coloro che sostengono che, siccome stiamo lavorando tatticamente con gli Stati Uniti, non si tratta di una vera rivoluzione. Ma dimmi, come dovremmo sconfiggere Daesh e difendere la nostra rivoluzione senza armi pesanti? Sappi- amo che ci daranno armi per prendere Ragga ma, allo stesso tempo, non vogliono che noi governiamo Raqgqa a modo nostro. Sappiamo che una volta raggiunti i loro obiettivi strategici, ci abbandoneranno." Pochi giorni dopo sono stato abbastanza fortunato da incontrare un altro ideol- ogo importante che, con i suoi compagni, ha dimostrato di avere una conoscenza approfondita della storia dei movimenti rivoluzionari. Sul muro, alle sue spalle, un ritratto di Abdullah Ocalan, sotto, un altro di Lenin che arringa le masse di San Pietroburgo nel 1917. Guardando al poster di Lenin, ha dichiarato: "Ecco un uomo che un secolo fa ha accettato di ottenere un treno corazzato imperialista tedesco per tornare in Russia e guidare la rivoluzione bolscevica. Dovremmo oggi considerarlo un agente dell’imperialismo tedesco?" Capire se tale confronto sia veramente corretto è già un interrogativo non da poco, ma il punto sollevato dal comandante ha colpito il bersaglio: «Non siamo pedine o pupazzi degli Stati Uniti. Siamo innanzitutto e soprattutto rivoluzionari». Opportunisti estremisti o veri rivoluzionari? La questione di come finirà la cooperazione militare tra la superpotenza più sanguinaria e i rivoluzionari più radicali del mondo è lungi dall’essere risolta oggi; sarebbe assurdo pensare che i rivoluzionari del movimento di liberazione kurda, un movimento forte di quattro 92CHAPTER 10. RIVOLUZIONARI O PEDINE DELL’IMPERO?MARCEL CARTIER decenni di lotta contro questi stessi imperialisti, improvvisamente dimenticas- sero i loro vizi. Alcuni nella sinistra occidentale possono respingere le YPG/J come estremisti di sinistra che si legano alle forze dell’Impero per opportunismo. Questa analisi non corrisponde alla realtà. È necessario pensare più profonda- mente sulle parole di Dilar Dirk: "Per le persone le cui famiglie sono state massacrate dallo Stato Islamico, la facilità con cui la sinistra occidentale sembra sostenere un rifiuto degli aiuti mil- itari, a favore di nozioni romantiche quali la purezza rivoluzionaria, è incompren- sibile. A dir poco. Questa promozione di un anti-imperialismo incondizionato, staccato dalla reale esistenza umana e dalle realtà concrete, è un lusso che solo chi vive lontano dal trauma della guerra può permettersi. Pur consapevole del pericolo di essere manipolati dalle grandi potenze per poi essere abbandonati, ma stretta tra l’incudine e il martello, ’SDF innanzitutto aveva e ha la priorità di sopravvivere, e di mettere fine alla maggior parte delle minacce immediate alla stessa vita per centinaia di migliaia di persone negli ampi territori che controlla." Di nuovo in Europa, questi testi mi hanno colpito. È incredibilmente facile - se non vergognoso, in un certo senso — sedersi nel comfort delle nostre case occidentali e criticare il “tradimento” di un movimento per via della sua “col- laborazione” con l’imperialismo, quando le vite di così tante persone è letteral- mente in gioco; non appena ci prendiamo del tempo per indagare sul campo e vedere cosa stanno affrontando le YPG/J - un blocco combinato da parte della Turchia, di Daesh e dei nazionalisti del Partito Democratico Kurdo (KDP) in Iraq — dovrebbe emergere una nuova immagine. Il rivoluzionarismo e la solida- rietà della poltrona, condizionati in modo esclusivo dalle nozioni di "purezza", non hanno senso nel mondo reale. Osservando la ragione - e il mondo - come se non fosse altro che un gioco di scacchi, si può facilmente arrivare alla politica del "nemico del mio nemico è mio amico”: una politica profondamente deficitaria e pigra, che può portare a sostenere movimenti estremamente reazionari e non quelli che conducono effettivamente il tipo di politica che vorremmo vedere nei nostri paesi. Le parole del secondo dei comandanti YPG, che ho conosciuto e che hanno risposto alle mie preoccupazioni sugli Stati Uniti, hanno risuonato in me una volta tornato a casa. "Certamente, sarebbe utile se Trump ci mandasse due Humvees, ci serivreb- bero chiaramente nella nostra lotta contro Daesh. Ma ricorda che uno degli F-16 venduti da Trump in Turchia potrebbe annientare questi veicoli in un sec- ondo. Sappiamo dove si collocheranno gli Stati Uniti se dovranno scegliere, e non sarà certo dalla nostra parte." Chapter 11 Intervista ai/le compagn* del DAF (Azione rivoluzionaria anarchica) a cura della redazione di «Meydan» Da due anni a questa parte le fondamenta della rivoluzione sociale sono in fase di sviluppo in Rojava, il Kurdistan occidentale. Sostenendo questo, è difficile igno- rare il fatto che alla base dell’attacco contro Kobané ci sono gli interessi politici dello Stato Turco e del capitalismo globale. Abdulmelik Yalcin e Merve Dilber di Azione anarchica rivoluzionaria, erano nella regione di Suruc, al confine con Kobané, sin dal primo giorno della resistenza contro i tentativi di oscurare la rivoluzione del popolo, in solidarietà con il popolo della regione. Noi li abbiamo intervistati riguardo alla Resistenza di Kobané e alla Rivoluzione della Rojava. Fin dall’inizio della Resistenza di Kobané, avete organizzato molte proteste e fatto volantini e manifesti. Avete anche partecipato alla “catena umana di guardia del confine” che era organizzata nel villaggio di Suruc, vicino al confine con Kobané. Con quale scopo siete andati laggiù? Potete dirci quello che avete vissuto là? M.D.: A causa della Rivoluzione della Rojava i confini tra le parti del Kurdistan che si trovavano all’interno del territorio della Siria e della Turchia hanno iniziato a dissolversi. Lo Stato Turco ha pure provato a costruire un muro per distruggere questo effetto della rivoluzione. Nel bel mezzo della guerra e degli interessi del capitalismo globale e degli stali nella regione, il popolo curdo in Siria ha fatto un passo lungo il sentiero che porta alla rivoluzione sociale. Grazie a questo passo è emerso un fronte reale che porta alla libertà del popolo e, a Kobané, un 93 94CHAPTER 11. INTERVISTA AI/LE COMPAGN* DEL DAF (AZIONE RIVOLUZIONARIA AN attacco totale contro la rivoluzione è iniziato per mano dell’ISIS, l’onda violenta prodotta dal capitalismo globale. Quando noi, come anarchici rivoluzionari, abbiamo valutato la situazione a Kobané e nella Rojava, è stato impossibile per noi non essere direttamente coinvolti in essa. Considerando che i confini tra gli stati sono stati aboliti, è vitale essere solidali con coloro che resistono a Kobané. Noi siamo al quindicesimo mese della Rivoluzione della Rojava. In questi quindici mesi, abbiamo organizzato molte proteste unitarie e abbiamo fatto volantinaggi e attacchinaggi. Allo stesso modo, durante l’ultima ondata di attacchi contro la rivoluzione a Kobane, abbiamo fatto molti volantinaggi e attacchinaggi e abbiamo anche organizzato molte proteste in strada. Dovevamo comunque andare al confine di Kobané per salutare la lotta del popolo curdo per la libertà, contro glì attacchi dell’orda dell’ISIS. Nella notte del 24 settembre siamo partiti da Istanbul per il confine di Kobané. Abbiamo incontrato i nostri compagni che sono arrivati un poco prima e insieme abbiamo iniziato la nostra catena umana a guardia del confine nel villaggio di Boydé, a ovest di Kobané. C'erano cetinaia di volontari come noi che venivano al confine da diverse parti dell'Anatolia e della Mesopotamia, formando una catena umana lungo i 25 km della linea di confine nei villaggi di Boyde, Bethé, Etmanké e Dewsan. Uno degli obiettivi della catena umana era fermare il supporto di uomini, armi e logistica per l’ISIS da parte dello Stato Turco, il cui appoggio all’ISIS è conosci- uto da tutti. Nei villaggi di confine la stessa vita si è trasformata in vita comune, nonostante le condizioni di guerra. Un altro obiettivo della nostra attività di guardia del confine era intervenire in solidarietà con la popolazione di Kobané, che era dovuta fuggire dall’attacco contro Kobané, e che era trattenuta al con- fine per settimane e che veniva pure attaccata dalla polizia militare turca (jan- darma). Nei primi giorni delle nostre azioni di guardia del confine, abbiamo tagliato le recinzioni e abbiamo raggiunto Kobané insieme alle persone venute da Istanbul. Potete dirci cosa è successo dopo che avete attraversato il confine verso Kobane? A.Y.: Nel momento in cui abbiamo passato il confine, siamo stati salutati con enorme entusiasmo. Nei villaggi di confine di Kobané, tutti, giovani e anziani, erano nelle strade. I guerriglieri delle YPG e YPJ hanno salutato sparando in aria la nostra eliminazione dei confini. Abbiamo manifestato per le strade di Kobané, Più tardi abbiamo avuto una conversazione con la popolazione di Kobané e con i guerriglieri delle YPG/YPJ che difendono la rivoluzione. È molto importante che i confini che gli Stati hanno eretto tra i popoli siano dis- trutti in questo modo. Questa azione che è avvenuta in condizioni di guerra mostra una volta di più che le sollevazioni o le rivoluzioni non possono essere fermate dai confini degli stati. Sono circolate molte notizie riguardo ad attacchi da parte della polizia militare e di poliziotti regolari contro le persone che hanno partecipato alla "catena umana di guardia del confine” e contro la popolazione rurale vicino al confine. Cosa cerca di ottenere lo Stato Turco con queste prepotenze sul confine? Cosa pensate di questo? 95 A.VY.: SÌ, è vero che la politica dello Stato Turco è quella di attaccare tutti coloro che sono coinvolti nella guardia del confine e che vivono nei villaggi di confine, e tutti coloro che da Kobané provano ad attraversare confine. Qualche volta gli attacchi accadono frequentemente e a volte durano per giorni. È ovvio che ogni attacco ha una propria giustificazione e ha un proprio scopo. Abbi- amo osservato che durante quasi tutti gli attacchi dei militari (gendarmeria), i camion trasportano qualche cosa dall’altra parte del confine. Non siamo si- curi dell’esatto contenuto di questì trasporti verso l’ISIS. Comunque, abbiamo potuto capire dalla potenza degli attacchi che a volte si trattava di lasciar at- traversare il confine a persone che volevano unirsi all’ISIS, a volte si trattava di inviare armi e altre volte ancora di fornire all’ISIS le sue necessità quotidiane. Questi trasporti spesso sono caricati su veicoli con numeri di targa riconducibili alle autorità e altre volte da bande che fanno “traffici" protetti dallo stato. In- oltre queste bande protette dallo stato hanno usurpato le proprietà delle persone di Kobané che aspettano al confine. La polizia militare d’altra parte lascia le persone attraversare il confine con una tariffa di commissione del 30 %. Le politiche dello stato contro la popolazione locale sono rimaste le stesse negli anni. A causa delle condizioni di guerra, questa politica è diventata ora molto più visibile. Gli attacchi al confine sono condotti con il proposito di intimidire le persone che prendono parte alle azioni di guardia del confine e la popolazione dei villaggi di confine. Nonostante lo Stato Turco lo neghi, è abbastanza noto il suo supporto all’ISIS. In ogni caso voi dite che adesso, pure le persone che attraversano il confine per unirsi all’ISIS possono essere viste facilmente. Quindi in questa regione non è un segreto che lo Stato Turco supporti l’Isis. Come funziona questo supporto al confine? M.D.: Lo Stato Turco ha insistentemente negato il suo supporto all’ISIS. Ad ogni modo, ironicamente, ogni qual volta ha fatto una dichiarazione di smentita, un nuovo trasporto veniva organizzato al confine. Molti di questi trasporti sono abbastanza grandi da essere osservati facilmente. Per esempio: diversi veicoli portano "pacchi di aiuti" al confine. Siamo stati testimoni del fatto che decine di "veicoli di servizio" con vetri oscurati attraversavano il confine. Nessuno si domanda seriamente cosa ci sia in questi veicoli. Noi tutti sappiamo che le ne- cessità dell’ISIS sono soddisfatte attraverso questo canale. Potresti per favore spiegarci quale sia, sul piano storico come si quello contem- poraneo, l’importanza per gli anarchici rivoluzionari di abbracciare la Resistenza di Kobané e la rivoluzione di Rojava, soprattutto în un periodo come questo? A.Y.: La Resistenza di Kobané e la Rivoluzione della Rojava non deve essere considerata in modo separato dalla lunga storia della lotta del popolo Curdo per la libertà. Nella terra in cui viviamo, la lotta del popolo curdo per la lib- ertà è chiamata “il problema curdo”. Per anni è stato rappresentato in modo errato come un problema causato dal popolo e non dallo stato. Noi lo diciamo ancora: questa è la lotta del popolo curdo per la libertà. L’unico problema qui è lo stato. Il popolo curdo ha combattuto una lotta di esistenza contro la 96CHAPTER 11. INTERVISTA AI/LE COMPAGN* DEL DAF (AZIONE RIVOLUZIONARIA AN politica di distruzione e di negazione della Repubblica Turca per anni, e per centinaia di anni contro altri poteri politici in queste terre. Questa lotta contro lo stato e il capitalismo è espressa dal potere organizzato del popolo. Nello slo- gan “il PKK è il popolo, il popolo è qui”, è chiaro chi sia questo agente politico, che si definisce in ciascuno individuo, e dunque chi sia questo potere organiz- zato. Da quando abbiamo fondato nella lotta la nostra analisi, in differenti contesti, la nostra relazione con individui curdi, la societa e le organizzazioni del popolo curdo, è stata di solidarietà reciproca. Noi basiamo questa relazione sulla prospettiva della lotta dei popoli per la libertà. Nella lotta del popolo per la libertà, i movimenti anarchici sono sempre stati dei catalizzatori. Nell’epoca in cui il Socialismo non poteva uscire dall’Europa, quando non esistevano teorie sul “Diritto della nazioni a scegliere il proprio destino”, il movimento anarchico ha assunto forme diverse in diverse regioni del mondo, come la lotta del popolo per la libertà. Per capire questo, è sufficiente vedere l’influenza dell’anarchismo sulle lotte popolari in un’ampia gamma dall’Indonesia al Messico. Inoltre, né la rivoluzione in Rojava, né la lotta degli Zapatisti in Chiapas si adatta alla definizione della classica lotta di liberazione nazionale. La Nazione come ter- mine politico per sua definizione chiaramente comprende lo stato. Quindi men- tre si considera la lotta popolare per l’autorganizzazione senza stato, dobbiamo prendere le distanze dal concetto di nazione. D’altra parte il nostro approc- cio non comprende paragoni e similitudini tra la Resistenza di Kobané e altri esempi storici. Attualmente differenti gruppi citano differenti periodi storici e paragonano la Resistenza di Kobané a questi esempi. Tuttavia, bisogna sapere che la Resistenza di Kobane è la Resistenza di Kobane stessa, che la Rivoluzione del Rojava è la Rivoluzione della Rojava stessa. Se qualcuno vuole associare a qualcosa la Rivouzione della Rojava, che ha creato le basi per la rivoluzione sociale, può studiare la rivoluzione sociale che venne realizzata in Spagna. Nonostante la resistenza a Kobane stia avvenendo al di fuori dei confini dello Stato Turco, manifestazioni di solidarietà hanno luogo in ogni angolo del mondo. Qual'è la vostra valutazione degli effetti della Resistenza di Kobane - pure della Rivoluzione della Rojava -in particolare nell’Anatolia ma anche nel Medio Ori- ente e anche a livello globale? Quali sono le vostre previsioni in relazione a questi effetti? M_.D.: Gli appelli alla serhildan (parola curda che significa rivolta) hanno trovato risposta in Anatolia, in particolare in città del Kurdistan. Sin dalla prima notte (di manifestazioni) tutti nelle strade hanno salutato la Resistenza di Kobané e la rivoluzione della Rojava contro le bande dell’isis e lo Stato Turco che le sostiene, specialmente nelle città del Kurdistan, lo stato ha attaccato la ser- hildan del popolo con la sue forze di polizia e con sicari paramilitari. Lo stato ha terrorizzato il Kurdistan uccidendo 43 dei nostri fratelli attraverso i sicari di Hizbulkontra (un gioco di parole che unisce i termini Hizbullah, orga- nizzazione paramilitare turca sunnita, e Contra, in riferimento alle tattiche di contro-insorgenza. Quindi se Hizbullah significa “partito di dio” Hizbulkontra significa "partito del contra”). Questi massacri stanno indicando quanto lo Stato Turco tema la rivoluzione della Rojava e la possibilità che tale rivoluzione possa 97 anche generalizzarsi nel suo territorio. Attaccando con la disperazione generata dalla paura, lo Stato Turco e il capitalismo globale hanno un’altra paura, che è ovviamente legata alla regione del Medio Oriente. Nel Medio Oriente, nonos- tante tutti i piani, il saccheggio e la violenza prodotta: la rivoluzione riesce ancora a emergere. Questo ha fatto saltare tutti i piani del capitalismo globale e degli stati della regione. Questo è un cambiamento radicale tale che, nonos- tante tutte le efferatezze, la rivoluzione sociale potrebbe emergere nella Rojava. Questa rivoluzione è la risposta a tutti i dubbi riguardo alla possibilità di una rivoluzione in questa regione e su scala globale. Ha rafforzato la fiducia nella rivoluzione, in particolare per le persone di questa regione ma anche a livello globale. Il proposito di tutte le rivoluzioni sociali nella storia è stato quello di raggiungere una rivoluzione socializzata su scala globale. In questa prospettiva noi facciamo appello ai gruppi anarchici a livello inter- nazionale ad agire in solidarietà con la Resistenza di Kobane e la Rivoluzione della Rojava. Con il nostro appello alla solidarietà anarchici da diverse parti del mondo in Germania, come ad Atene, a Bruxelles, a Amsterdam, a Parigi e a New York hanno tenuto manifestazioni. Noi salutiamo ancora una volta ogni organizzazione anarchica che ha recepito il nostro appello, che ha organizzato manifestazioni a partire dal nostro appello, e coloro che sono stati qui con noi nella catena di guardia del confine. Fin dai primi giorni dell’attacco dell’ISIS, i media sostenuti dallo Stato Turco hanno prodotto un sacco di notizie che affermavano che Kobane stava per cadere. Comunque, dopo più di un mese hanno capito questo: Kobane non cadrà! Sì, Kobané non è caduta e non cadrà. Noi, come giornale Meydan, salutiamo la vostra solidarietà con Kobané. C'è qualcos'altro che volete aggiungere? M. D.: Noi, come anarchici rivoluzionari, abbiamo visto, abbiamo vissuto e stiamo ancora vivendo l’invincibilità della fiducia nella rivoluzione: pure nelle circostanze di guerra nella nostra regione. Quello che sta accadendo nella Ro- java è una rivoluzione sociale! Questa rivoluzione sociale, dove i confini sono aboliti, gli stati vengono resi impotenti, i piani del capitalismo globale sono stati messi in difficoltà, si generalizzerà anche nella nostra regione. Noi inviti amo ogni individuo oppresso a vedere le cose dal punto di vista degli oppressi. Con questa coscienza noi li invitiamo anche a sostenere la lotta organizzata per la rivoluzione sociale. Questa è la sola strada per rendere fertili i semi che sono stati piantati nella Rojava e per far vivere la rivoluzione sociale in più ampie regioni. Viva la Resistenza di Kobané! Viva la Rivoluzione della Rojava! Articolo pubblicato nel numero 22 (ottobre 2014) del giornale «Meydan». Fonte: https://meydangazetesi.org/gundem/2014/10/devrimci-anarsist-faaliyet-ile-kobane- uzerine-roportaj-dehaklara-karsi-kawayiz/ poi pubblicato su «Umanità nova» del 13 novembre 2014. Traduzione a cura della Commissione relazioni internazionali della FAI (CRInt- FAI) 98CHAPTER 11. INTERVISTA AI/LE COMPAGN* DEL DAF (AZIONE RIVOLUZIONARIA AN Chapter 12 Conversazione con un anarchico volontario delle YPG a cura della redazione del sito Rojavan Poulesta Cosa ti ha portato a Rojava e ad aderire alle YPG? Diversi motivi, tutti legati, per me, come per gli altri, alle nostre radici storiche - in particolare all’antifascismo e all’internazionalismo rivoluzionario. Sei stato nel battaglione internazionale? Non sono stato in nessun battaglione internazionale, solo con i battaglioni curdi YPG / YPIJ principalmente composti da curdi (ma anche da stranieri). C'è anche il Battaglione Internazionale Libertà, integrato nella struttura YPG / YPJ, in cui partecipano vari volontari, socialisti o comunisti. Personalmente, non avevo alcun contatto con loro. Sono principalmente marxisti-leninisti. Quali sono le posizioni politiche del confederalismo democratico nelle YPG? Ci sono gruppi molto diversi all’interno delle YPG. I giovani del Rojava, ad es- empio, stanno portando nuove idee al centro dei recenti progressi, ma non sono ancora molto consapevoli della politica o di una prospettiva globale: riman- gono nazionalisti. I curdi del Bakur o di Qandil, d’altra parte, sono già molto rivoluzionari - la maggior parte di loro mostra un alto livello di consapevolezza politica e di capacità analitiche. Puoi parlarci della vita quotidiana delle YPG e della sua struttura di comando? La vita quotidiana delle unità di difesa kurda è diversa da quella che si può 99 100CHAPTER 12. CONVERSAZIONE CON UN ANARCHICO VOLONTARIO DELLE YPGA CI vedere in altri eserciti. Si arriva anche a dimenticare che è una guerra gra- zie all’amicizia, alla gioia... e alla danza! La sensazione della rivoluzione è veramente viva! Le unità attribuiscono grande importanza alle relazioni comu- nitarie basate sul confederalismo democratico. In questo modello, l’idea è che la forza di difesa non sia un esercizio, ma una milizia popolare, una forza guer- rigliera. La struttura dei comandi è una responsabilità collettiva. Il Komuran (“comandante”) è dunque l’unico rango esistente. Si dovrebbe piuttosto dire “co- comandante" perché questa funzione, a un livello superiore a quella del gruppo, è condivisa un uomo e una donna. Che tu sia il comandante di un gruppo di 5 persone o di un tabur, questo è concepito come un compito da adempiere tra gli altri. Gli amici seguiranno le vostre scelte e il vostro consiglio perché esiste un rispetto per la struttura. Hai questa posizione a causa del consenso e perché hai esperienza; sei riconosciuto come la persona più capace di svolgere questo compito. Il komutan è la base, il fondamento della struttura, perché rappresenta il legame, l’articolazione tra il corpo e il cervello del collettivo. Essere komutan è una responsabilità enorme, indipendentemente dal numero di amici sotto il tuo comando. Ciò spiega perché la sua figura è così rispettata e non ha nemmeno bisogno, in linea di principio, di dare ordini diretti. Non è necessario. Devono, almeno, dar prova di etica e di disciplina, di intelligenza e di coraggio nella battaglia. I loro ordini saranno seguiti in combattimento; tutti partecipano anche al Tekmil, l'assemblea di autocritica militare, per discutere di tattiche da intraprendere e degli errori commessi. Naturalmente, gli amici- comandanti sono umani... e possono commettere errori. Questo è il momento di far cambiare loro posizione o dare loro riposo per studiare l’ideologia e la strate- gia. Questa organizzazione militare, dalle scuole di guerriglia curda di Qandil, è la più avanzata nella storia della guerriglia e della rivoluzione in materia di arte della guerra. Inoltre, non v’è alcuna manifestazione formale di gerarchia, come le decorazioni o il saluto: il solo uso in vigore è la parola “amico” prima del nome di ciascuno, perché ci ricorda che noi siamo, prima di tutto, tutti amici. Ci rispettiamo gli uni con gli altri e risolviamo i nostri conflitti con l'amicizia. Cosè l'assemblea militare, il Tekmil? È un’assemblea dedicata alla critica: una critica amichevole e costruttiva al suo comandante o ad altri nella sua unità. Si può anche praticare la propria autocrit- ica. Ma, soprattutto, riceviamo critiche, che dobbiamo essere in grado di capire e di integrare per migliorare. Il ruolo del Tekmil è quello di esaminare le situazioni problematiche, evitare i conflitti personali o i piccoli problemi comportamentali che possono degenerare in conflitto. Ho visto poche punizioni o misure repres- sive. Se c’è un conflitto, dà luogo a molte discussioni. Naturalmente, questo è un modello. La maggior parte degli amici in Rojava si confrontano per la prima volta con tutto questo; è il loro primo contatto con la messa in pratica di idee politiche. Ma possiamo dire ciò che vogliamo affrontando chiunque vogliamo al Tekmil. Il suo scopo essenziale è quello di permettere a tutti di proporre il proprio punto di vista al dibattito e di allontanarsi dal proprio ego. Enun- ciare una critica risulta essere una grande responsabilità, per sé stessi e per la 101 persona a cui si rivolge. Ciò comporta la ricerca di una soluzione e quindi la responsabilità. Questo è molto simile al tipo di critica che si rivolge presso il Tev-Dem, l'assemblea dell’autogoverno, dove una questione pratica porterà a una discussione filosofica. È qui che possiamo davvero misurare l'evoluzione del movimento curdo. Cosa hai pensato quando sei entrato nelle YPG? A quale corso hai parteci- pato? L'Accademia delle YPG pone un’importanza particolare alla formazione ideolog- ica, politica e storica. Include anche corsi di filosofia e di “gineology”, la scienza delle donne. Funziona esattamente come una scuola. La formazione può essere breve o lunga, dipende. Sono rimasto lì un mese e mezzo. La formazione fornita all’accademia militare è essenzialmente pratica. Si concentra sulla vita quotidi- ana: come vivere in un gruppo e lavorare insieme - quindi sull’autodisciplina - come mantenere le armi. Ci sono anche accademie specializzate in alcune abilità militari, come sabotaggio o fuoco d'elite. Hai passato tutto il tempo in unità di combattimento? Hai partecipato a un aspetto rivoluzionario dell’organizzazione sociale? No. Ma è difficile collocare il confine tra strutture "civili" e "sociali” in una situazione rivoluzionaria. Ognuno è sottoposto a un processo di formazione e di autodifesa per costruire gli strumenti dell’autogoverno. Ogni istituzione ha una propria autonomia e in alcuni casi perfino degli interessi specifici. Potrebbe sem- brare un gigantesco caos pieno di contraddizioni: ma grazie al sistema confed- erale esiste un’autoregolamentazione. La Tev-Dem e l’autodifesa popolare, HPC (Hèza Parastina Cewheri), sono, a mio avviso, i due aspetti più rivoluzionari dell’organizzazione: forniscono alla gente gli strumenti per difendersi, a volte anche contro l’interesse delle YPG, delle istituzioni del cantone o del suo gov- erno. Hai assistito a una riunione del Tev-Dem? Sì, ma non ho partecipato. To ero piuttosto coinvolto nelle assemblee del Tekmil, nel contesto militare. Il modello di autogoverno dell’assemblea è in procinto di dare una base veramente solida alla Rivoluzione. Come si forma un’assemblea? Quando si presenta un problema, o un nuovo gruppo sociale o di interesse, si deve formare un’assemblea. Se viene visualiz- zato un nuovo argomento o un problema, è possibile creare un’assemblea in seno alla prima. L'assemblea deve anche rispettare le quote di genere e l’uguaglianza delle donne è presente in tutti gli aspetti della società. Quando un gruppo so- ciale, una tribù o un villaggio crea un’assemblea, dipende dal coordinamento del cantone - per esempio per la gestione di una cooperativa. Devono inoltre convocare un’assemblea delle donne in modo da tenere conto del loro punto di vista in materia. La persona responsabile della creazione dell’assemblea non deve essere da sola: era il ruolo del patriarca prima della Rivoluzione; ora c’è la co-leadership di un uomo e di una donna. C’è anche una direzione condivisa per i co-delegati, dove la donna rappresenta il movimento autonomo delle donne 102CHAPTER 12. CONVERSAZIONE CON UN ANARCHICO VOLONTARIO DELLE YPGA CI locali. Incoraggiare le persone in un sistema di assemblee per risolvere i propri problemi è il modo migliore per pensare alla Rivoluzione... E questo li allontana dalla televisione! Si dice che la costruzione di una società ecologica è una delle principali questioni della rivoluzione di Rojava. Cosa hai osservato a questo proposito? Non granché da quello che ho visto. Il popolo delle montagne o il Bakur sa cosa significa agire ragionevolmente nella conservazione della natura, non tanto in Rojava, né in Siria in generale. Ho sentito spesso "Rojava è bello!” mentre si vedono i sacchetti di plastica che bruciano. Qamislo ha un vero e proprio pro- getto di sovranità alimentare e Kobane diverse proposte e diverse esigenze. Ma non hanno volontari. Hanno bisogno di persone! Non solo coloro che vengono a vederli, ma che conducono progetti seri e sviluppano proposte per costruire una nuova società e nuove infrastrutture. Detto questo, molte persone del Bakur e Iran si mobilitano per sostenere progetti sociali ed ecologici a Rojava. E il movimento dell’economia cooperativa? Hai visitato fattorie cooperative, fabbriche o luoghi di lavoro? Ho notato che i grandi proprietari di terre erano fuggiti per sfuggire al regime [di al-Assad], allo Stato islamico o a Barzani [presidente del governo regionale del Kurdistan in Iraq]. Le loro terre sono state collettivizate dalla YPG/YPI. Ciò include alcune gigantesche fabbriche di cemento dirette da società straniere turche e francesi, che impiegavano i lavoratori siriani delle parti occidentali del paese. Faceva parte del programma di arabizzazione delle regioni curde sotto il regime siriano. Ci sono anche villaggi vuoti; le organizzazioni curde hanno invitato i rifugiati a non fuggire in Europa ma a stabilirsi per diventare pro- prietari cooperativi della propria terra e del proprio lavoro. Ma tutte queste esperienze sono limitate. Non ci sono abbastanza persone e la guerra scon- volge tutto;: l'embargo ha interrotto tutti gli investimenti nelle infrastrutture; manca personale qualificato e dedicato, come tecnici e ingegneri volontari; il suolo è indebolito da anni di monocoltura intensiva; la gente stessa è distrutta socialmente e culturalmente... E poi ci sono interessi divergenti all’interno della realtà "curda". Qualche tempo fa ho letto un testo su internet, una specie di invito all’azione per aiutare i curdi a formare, studiare e mettere in pratica di- versi modelli di socializzazione storica o politica. Non ricordo se provenisse da un'unione socialista o anarcosindacalista. I movimenti e le strutture “rivoluzionarie” tradizionali considerano gli avven- imenti in Kurdistan da lontano; non sono pienamente coinvolti perché è un paradigma di rivoluzione sociale completamente nuovo. Ho sentito molte critiche dell’economia “mista” in Rojava, del capitalismo e degli interessi di classe che dovrebbero guidare la Rivoluzione per diventare una rivoluzione. Ci sono molti socialisti e anarchici di diverse correnti o tendenze che ne parlano sui forum e nelle riunioni, ma pochissimi vanno a lavorare con loro per costruire il social- ismo. Anche se le persone di Rojava non hanno bisogno di socialisti stranieri per insegnare loro cosa fare! Invece, hanno bisogno di costruire la propria realtà per conto loro. Non esiste più un’economia socialista in Rojava che la gente che ci 103 vive non voglia - ne fanno parte le cooperative che funzionano come delle comu- nità socialiste. I governi cantonali e le organizzazioni armate non sono in grado di imporre la socializzazione della produzione e dell'economia. Non possono farlo e non vogliono farlo. Con ciò in mente, possiamo avere un’idea migliore della realtà in Rojava. Esistono molti regolamenti nell’economia e programmi di pianificazione sociale; ma se le persone persistono nel desiderare di vivere relazioni capitalistiche, non ci sono tante altre possibilità se non l’intervento educativo per cambiare i loro punti di vista. Vi è l'emergere di un interesse cooperativo e collettivo a cui la Rivoluzione fornisce il sostegno. Siamo solo all’inizio di un processo di istruzione e di costruzione di nuovi rapporti sociali. Forse sarà necessario attendere cinquant’anni di lotte per vedere che questi semi producano frutti. Il movimento curdo dimostra grande rispetto per i suoi martiri. Cosa ne pensi? Martiri e martirio fanno parte della vita quotidiana per il popolo curdo e per i rivoluzionari. Anche se è andato perduto in Europa, in Medio Oriente la con- cezione filosofica che i martiri non muoiono è viva nello spirito comune. Perché i martiri hanno sacrificato la loro vita per tutti; si sono sacrificati per la vita e la libertà di tutti. È sacro ed è spirituale perché va oltre l’interesse materi- ale dell’individuo. Molti mostrano il loro rispetto per i martiri, mostrando una loro immagine nelle riunioni e li evocano durante i saluti. So che è sconvol- gente per le nostre menti individualiste; preferiamo prestare attenzione ai nostri glutei... La nozione di martire ci sembra coincidere con il fanatismo. Non è pro- prio la più alta distinzione che una persona può rivendicare, diciamocelo. Ma è vero che i nostri martiri non muoiono e che il loro sangue non tocca mai la terra! Ma è davvero così perfetto in Rojava? Hai qualche critica da fare sul processo rivoluzionario in corso? Oggi, guardando indietro, sembra l’ideale. Ma possiamo anche osservare una re- altà difficile e fatta di molte contraddizioni. Talvolta si può avere l’impressione che ci siano più propaganda e progetti aleatori rispetto ai veri risultati. C'è un processo alimentato da intenzioni lodevoli, ma che affronta molte difficoltà di fronte alla realtà. La nostra percezione della realtà è stata scioccata a Rojava. Siamo arrivati lì con una borsa piena di visioni idealistiche e romantiche della Rivoluzione: in realtà essa resta da costruire, se questo è ciò che vogliamo e che a volte implica l’accettazione che tutti intorno a te non hanno la stessa idea della Rivoluzione - a volte la gente non capisce nemmeno perché sei venuto a combattere. Siamo impegnati in una rivoluzione democratica, nel senso che nes- suno intende imporre nulla a nessuno. Ciò va totalmente contro una concezione di rivoluzione che implica una “dittatura del proletariato", sicuramente. Questa concezione democratica permette di lavorare con altre tendenze, spesso con- trarie fortemente alla nostra concezione della Rivoluzione o che hanno pratiche contrarie alla nostra etica. Sì, le bande di Stato di Daesh e turche sono persone cattive, tutti sono d’accordo, ma c’è anche un comportamento razzista nei con- fronti degli arabi. E ci sono tutte queste “alleanze circostanziali” di un giorno, con gli Stati Uniti, con la Russia e il regime siriano. E alcuni sono destinati a 104CHAPTER 12. CONVERSAZIONE CON UN ANARCHICO VOLONTARIO DELLE YPGA CI posizioni di potere, come ovunque nel mondo... Il confederalismo democratico si oppone al nazionalismo... ma l’idea nazional- ista resta viva per la maggioranza del popolo curdo. Ciò non riguarda solo i diritti nazionali dei curdi (che devono essere rispettati e difesi), ma anche po- sizioni e punti di vista che non possono essere importati dalle realtà e dalle lotte degli altri. Un’altra critica è l’uso opportunistico del capitalismo e la cosiddetta “economia mista”, ma non so quale altro sistema economico sarebbe possibile in questa situazione. Se voglio citare questa critica, è perché abbiamo compagni che vi insistono. È anche importante capire che l’organizzazione armata dei curdi, derivata da una tradizione stalinista, è stata oggetto di un’autocritica collettiva approfondita. È impegnata in un processo che porta a un'etica lib- ertaria, grazie all’idea confederale e alla cultura della critica - ma è un lungo processo. E anche se una gran parte del movimento non è più conforme al modello stalinista, è ancora presente in alcune pratiche: come il gusto per la gerarchia o alcune precedenze. Pensi di ritornare? No, ma chi lo sa... La situazione a Rojava non è confortevole, è una guerra dura. Devi avere le tue motivazioni per metterti in gioco. Avevo bisogno di andare lì per trovare un orizzonte e un significato per le nostre lotte e le nostre vite, ma ora è giunto il momento per gli altri di farlo. Abbiamo bisogno di una generazione con nuove prospettive poiché i nostri movimenti e le nostre cerchie hanno da tempo perso tutti gli orizzonti. Molti amici curdi mi hanno detto la stessa cosa, in situazioni diverse: «Torna alla tua gente e continua la stessa lotta come qui. Non abbiamo bisogno di martiri occidentali, abbiamo bisogno di una rivoluzione nei paesi occidentali!». Dunque, ora che ho personalmente benefici- ato dell’apprendimento e dell’esperienza del Rojava, è tempo di vedere cosa sta succedendo nei nostri paesi occidentali di fronte alla crescita del razzismo e del fascismo. Puoi dirci qualcos'altro sui volontari internazionali - c’erano molte donne tra di loro? Molti stranieri privi di idee politiche, o anche ex soldati, diventano rivoluzionari. È utile ricordare che la gente può diventare consapevole di queste idee una volta nel bagno della rivoluzione e che quindi possono combattere per loro e per dif- fonderla. Alcune donne straniere vengono a combattere, ma personalmente non ne ho vista nessuna. Ma rispetto a quello degli uomini, il loro numero è molto piccolo, aneddotico. C’è una donna internazionalista martire, una marxista afro-europea che ha combattuto nel battaglione internazionalista. E ci sono cer- tamente molte altre provenienti da paesi non occidentali: per esempio, turche, arabe o iraniane. Questo è un punto debole per il femminismo "bianco occiden- tale": non c'è abbastanza impegno da parte sua nella rivoluzione delle donne, purtroppo... Cosa pensi della jineologia e del femminismo? La scienza sociale della jineologia dimostra come l’umanità ha perso a causa 105 delle società gerarchiche e della rottura con la vita delle comunità — uomini diventati soldati, preti, operai, ecc. — come gli schiavi, d’altronde, che sono rimasti tuttavia padroni della loro casa e della loro mogli. La jineologia sp- iega che l’umanità è stata in grado di recuperare la propria natura attraverso la liberazione delle donne e della vita della comunità. Tuttavia, è un problema per cui non sono molto portato. È molto complesso, ma molto interessante da studiare e discutere. Questa è una nuova idea per l’umanità. Abbiamo conosci- uto la storia come quella dell’uomo e la sociologia come la scienza sociale di una società patriarcale. Ma oggi, dopo anni di studio e di dibattito nelle mon- tagne guidato dall'Unione delle Donne Libere, emerge un nuovo strumento per comprendere l’evoluzione del potere nella storia, e il ruolo tenuto dalle donne. La jineologia è uno strumento di liberazione perché la storia è anche la storia della resistenza delle donne, che dobbiamo conoscere e imparare. La jineologia è una rottura con la tradizione del femminismo liberale occidentale. Coloro che sono ispirati dalla jineologia sono in contrasto con il femminismo occidentale perché, per loro e le altre, la jineologia va molto più in là nella sua analisi: non è di parte e non ha tendenze, diverse interpretazioni o gruppi di interesse ma è integrale e universale. Un altro fattore importante è che la jineologia è praticata da organizzazioni di donne autonome e attraverso la co-delegazione nella gestione politica e amministrativa delle comunità. È una vera pratica so- ciale, non la tesi di qualche intellettuale borghese o lo stile di vita di giovani edonisti. La jineologia e il movimento delle donne curde in Rojava criticano così il femminismo occidentale perché è stato costruito all’interno della modernità e del positivismo, perché ha interrotto i legami con la vita della comunità per diventare individualista. Penso che la jineologia sia un buon strumento, in grado di provocare una ristrutturazione del femminismo occidentale — liberale e rad- icale — in particolare perché nessuna nuova idea è apparsa negli ultimi decenni sulle donne e sulla rivoluzione. Abbiamo compagne femministe rivoluzionarie, ma il femminismo stesso non è più rivoluzionario. È la pratica reale che è rivoluzionaria, molto più che le idee o l’estetica. A questo si deve aggiungere che il Movimento delle Donne Libere del Kurdistan testimonia una consapev- olezza politica molto più elevata nell’analisi radicale della civiltà gerarchica e del dominio maschile, rispetto agli uomini del Movimento. E grazie allo studio della jineologia e all’esempio della guerriglia guidata da donne curde. Tuttavia, il movimento delle donne curde deve apprendere meglio il femminismo moderno, soprattutto per quanto riguarda l’individualità e la liberazione sessuale. C'è una repressione sociale in questo settore poiché, credo, sia uomini che donne hanno dovuto costruire un’organizzazione militare rivoluzionaria che doveva difendersi contro gli interessi individualisti e la dominazione sessuale in Medio Oriente. Ma in determinate situazioni, a mio parere e con tutto il dovuto rispetto, essi riproducono dei tabù religiosi del Medio Oriente in termini di corpo e sesso. Il testo originale è apparso il 8 marzo 2017 sul sito Rojavan Puolesta, con il titolo Experiences in Rojava. Interview with an anarchist YPG volunteer, e poi tradotto in francese da Jean Ganesh per www.revue-ballast.fr 106CHAPTER 12. CONVERSAZIONE CON UN ANARCHICO VOLONTARIO DELLE YPGA CI Chapter 13 Conversazione con le combattenti YPJ di Kobane a cura di Eleonora Corace Dopo vari giorni di attesa a Kobané, finalmente, si creano le condizioni per poter incontrare le donne combattenti, in lotta contro Isis. Entriamo nella loro "casa", nella loro base operativa, luogo in cui condividono emozioni, organiz- zano le battaglie. Presenti con noi due traduttori. Veniamo accolti in una piccola sala riscaldata, allestita con foto di martiri donne e uomini. Chiediamo: “chi è?”, indicando una gigantografia di un volto femminile combattente. Una YPJ risponde “È una nostra martire, di qualche anno fa. Di lei mostriamo solo l’immagine”. Ci sediamo a terra, in cerchio, e iniziamo a parlare. Inizialmente sono presenti cinque donne. Tre di loro più eloquenti; in due rimarranno fino alla fine dell’incontro. Questa è la testimonianza scritta e ciò che resta di questo incontro, sperando che possa rendere, almeno in piccola parte, la potenza di questa breve ma intensa esperienza. Perché hai fatto questa scelta di entrare nelle YPJ? Perché le donne sono sofferenti. Vediamo la sofferenza delle donne non solo qui ma anche nei vostri Paesi. Noi lottiamo per tutte le donne del mondo. To in particolare sono nata in Germania, sono stata in giro per l’Europa e in uno di questi Paesi ho fatto giorni di reclusione in prigione per motivi politici. Poi ho deciso di venire qui in Kurdistan e anche le mie amiche sono tutte venute qui. Ho letto gli scritti di Ocalan e dopo ciò ho assunto uno sguardo più globale. Perché sei venuta in Kurdistan? Perché voglio la rivoluzione. Cosa intendi per rivoluzione e perché pensi che il Kurdistan sia particolarmente 107 108CHAPTER 13. CONVERSAZIONE CON LE COMBATTENTI YP.JDIKOBANEA CURA DII significativo da questo punto di vista? "Conoscete forse qualche altro movimento nel mondo che chieda la libertà per il popolo curdo?” La tua famiglia? Come ha accolto questa scelta? To ho 28 anni. Combatto da sette anni. La mia famiglia è venuta con me quando ho deciso di partire e ora è qui. To in questo momento non ho nessun contatto con la mia famiglia. Ma quando ho preso questa decisione loro hanno approvato, perché era una scelta per tutte le donne e per una umanità sofferente. Ci sono donne non di Kobané nelle YPJ in questo momento? Tra le combattenti ci sono donne da tutta l’Europa: Germania, Inghilterra, Italia... Anche dalla Colombia. Ma in questo momento non combattono a Kobané. Come hai conosciuto le YPJ? Quando è iniziata la rivoluzione in Rojava ho saputo di questa parte speciale del movimento. Questa parte presente in tutto il movimento curdo. Anche lì dove ci sono i peshmerga, nonostante la loro presenza, li è persino più forte il movimento combattente femminile. Cosa pensi delle relazioni lesbiche? Come vivi il fatto di non avere relazioni? Se scegli di entrare nelle YPJ scegli di abbandonare le tue personali relazioni d’amore. Le relazioni lesbiche sono anch'esse relazioni d’amore. Se ami la per- sona con cui stai puoi anche scegliere di abbandonarla per amore dell’umanità tutta, per amore delle persone oppresse. Questa è la parte militare del movi- mento. Se scegli di combattere è impossibile farlo mentre pensi “Cosa farà la persona che amo se io muoio?”. Per questo stesso motivo la maggior parte di noi sceglie anche di non avere figli. Secondo voi perché tra le persone che attualmente combattono in Kurdistan ci sono più YPJ che YPG? Tra le donne c’è il sentimento materno. Vedere i bambini di tutto il mondo sof- frire ci rende più forti e coraggiose, a differenza degli uomini che non possiedono questo specifico istinto. Hai mai avuto dubbi rispetto alla voglia di essere madre? No. Noi non abbiamo mai perso la voglia di essere madri, ma questa maternità, questo amore, è per tutti i bambini, per l'umanità. Non è mai successo che una YP.J cambiasse idea, e avesse voglia di uscire dal movimento e avere dei figli. Oggi le donne in Kurdistan stanno scrivendo la storia, è importante fare domande su questo. Cosa pensate quando siete in prima linea a combattere, insieme agli uomini? Noi in prima linea non combattiamo solo contro il nemico, ma anche contro il 109 dominio dell’uomo sulle donne e contro il capitalismo. Dunque siamo insieme agli YPG e se ci sono delle incomprensioni si risolvono dopo con dei meeting, non appena c’è l’opportunità. Avete percezione del fatto che ciò che fate è una spinta per il movimento fem- minile in tutto il mondo? Certamente. Ci sono particolari momenti nella vostra vita da combattenti in prima linea di cui volete parlare? È difficile spiegare il nostro spirito quando si è al fronte. Noi non vogliamo uccidere persone. Ma, mentre combattiamo, sappiamo cosa fanno i daesh; ucci- dono senza motivo. Noi lottiamo per l’umanità. Sappiamo che se non li uccidi- amo noi ci uccidono loro. Ma il momento della battaglia non si può descrivere a parole: solo standoci si può capire veramente cosa si prova. Conoscete il rac- conto delle quattro farfalle? Quattro farfalle volavano attorno al fuoco, la prima più distante capì che il fuoco era vita, e tornò dalle altre a riferirlo. La seconda, incuriosita, si avvicinò attratta dalla luce e scoprì che il fuoco dava luce, e tornò a riferirlo alle altre. Anche la terza andò verso il fuoco, sempre più vicino, e scoprì che dava calore; e lo riferì. La quarta voleva comprendere fino in fondo lo spirito del fuoco: si avvicinò, dunque, talmente tanto che morì arsa dalle fiamme. È mai i capitato che parlaste col nemico nel momento combattimento ? No. È capitato che i daesh parlassero attraverso le ricetrasmittenti per tentare di deprimerci psicologicamente, ad esempio fingendo di avere tra le mani una nostra compagna e descrivendo gli abusi e le torture su di lei. La nostra risposta era: "Perderete". Solitamente dopo questo morivano. Avete visto combattenti daesh visibilmente drogati? Sì, sappiamo che assumono ecstasy ma sul fronte li abbiamo visti spesso ini- ettarsi in vena nelle braccia sostanze di cui non sappiamo l’origine. Il loro corpo, una volta morti, diventava come di plastica. Durante il combattimento è necessario colpirli più volte alla testa per ucciderli. Solitamente i loro corpi si decompongono molto più lentamente. Sospendiamo la conversazione: è ora di pranzo e alcune di loro hanno cuci- nato per tutti. Dunque mangiamo insieme e una volta finito continuiamo a conversare. Cosa pensi della situazione politica e sociale in Europa? Pensi che sia pos- sibile un movimento ugualmente forte anche lì? L’Europa sta attraversando un momento molto complesso. È urgente che an- che lì sorga un movimento forte, ma non sarà mai uguale a quello curdo. Ogni movimento ha bisogno di rintracciare e scoprire una propria specifica identità. A questo punto è una di loro a porre una domanda: “Pensi che in questo mo- 110CHAPTER 13. CONVERSAZIONE CON LE COMBATTENTI YP.J DIKOBANEA CURA DII mento le donne in Italia o in Europa siano libere?” No. Dunque è urgente e necessario che le donne si sveglino in tutto il mondo. Il patriarcato storicamente è stato ed è tutt’ora oppressione degli uomini sulle donne. Questo rafforza il sistema capitalistico. Dunque un movimento è forte se a risvegliarsi e a lottare inizia la parte oppressa. Il movimento contro il pa- triarcato è forte se a lottare sono le donne in prima linea. Ci siamo mai chiesti perché non ci siano state mai singole donne alla guida di un movimento o di una rivoluzione? Perché ogni qualvolta questo accadeva il potere le reprimeva. Per questo motivo è importante studiare e conoscere la storia dell’umanità, e delle donne come, ad esempio, Rosa Luxemburg... Per rendere un movimento forte e sempre in grado di migliorarsi, è necessaria la pratica dell’autocritica: criticare e autocriticarsi è fondamentale per costruire relazioni alla pari e superare i problemi che si pongono. Ricevere una critica non deve suscitare rabbia. Nel criticare e autocriticarsi riconosco i miei amici e questo mi aiuta ad essere una persona sempre migliore. In tutto questo, gli uomini cosa fanno? Se il movimento è forte ed è in atto una rivoluzione antipatriarcale gli uomini “supportano”. Non bisogna mai credere nell’esistenza di una rivoluzione solo perché qualcuno lo dice. Così come non esiste vittoria senza dolore e sofferenza. Hai mai amato un uomo? Ho avuto varie relazioni quando ero più piccola ma nessuna rispondeva a quel che sentivo profondamente; fin quando ho deciso di abbandonare tutto questo e iniziare a combattere. In molti modi il capitalismo ci allontana dall’essere veramente noi stesse. Anche indossare accessori o piercing o cambiare il colore dei propri capelli è un modo per allontanarci da quello che siamo, perché se non ci fossero le fabbriche che producono i prodotti per il makeup, non sentiremmo questo tipo di esigenza. Ma talvolta uno stile stano può rappresentare, in certi contesti, una rottura degli schemi preimpostati, delle forme di immagine dominanti. Sì, siamo consapevoli di questo. Esistono anche culture ancestrali come quella degli aborigeni, che usano molto agghindare il proprio corpo con oggetti di vario tipo, metalli o tatuaggi. Queste culture hanno un fortissimo legame con la terra e con la natura, vivono in armonia con essa: "con" e non “contro”. Ma il presidente australiano ha fatto un appello per la salvaguardia di questa popo- lazione aborigena che è in via di estinzione. Il capitalismo la sta piano piano distruggendo. Secondo voi è possibile uscire dal sistema capitalistico restando in un contesto urbano ? No. È necessario ristabilire il contatto con la natura, dunque bisogna uscire dalla città, per poi anche tornarci. Ma è necessario recarsi nei luoghi della natura. 18 febbraio 2015 tratto da www.dakobaneanoi.noblogs.org 111 112CHAPTER 13. CONVERSAZIONE CON LE COMBATTENTI YP.J DIKOBANEA CURA DII Chapter 14 Conversazione con 1 compagni dell’IRPGE a cura di Enough is enough Un paio di giorni fa abbiamo ricevuto la comunicazione della creazione delle IRPGF. Non è il primo gruppo guerrigliero che opera in Rojava. Qual è la dif- ferenza tra l'International Antifascist Tabur e le IRPGF? Per prima cosa, IRPGF è un progetto esplicitamente anarchico che ha una se- rie di obbiettivi specifici per far progredire la causa dell’anarchismo, non solo in Rojava ma in tutto il mondo. In tal senso, avere inserito il termine “Inter- nazionale” nel nostro nome è significativo per due motivi: il primo e più ovvio è che il nostro battaglione comprende compagni provenienti da varie parti del mondo; il secondo è che la lotta contro il dominio è una lotta senza confini e che ci accomuna, e che naturalmente implica le ribellioni (in curdo serhildans) in ogni quartiere del mondo. Pertanto, IRPGF non è solo un gruppo militante di anarchici che si sono uniti alla guerra contro Daesh, ma è anche un gruppo che ha creato delle infrastrutture che permettono agli anarchici e alle anarchiche di partecipare e imparare come portare avanti la lotta nei propri paesi di orig- ine una volta tornati a casa. I membri del IRPGF sono consapevoli che una rivoluzione abbraccia la sfera militante e sociale della vita; per questo motivo, crediamo che sia cruciale che gli anarchici e le anarchiche vengano in Rojava ad acquisire esperienza sia nell’ambito combattente che in quello civile, se lo desiderano, al fine di sviluppare una concezione più completa di ciò che significa una rivoluzione che parte realmente dal basso. Per questo motivo ci proponi- amo anche di sviluppare progetti civili a cui gli anarchici possono partecipare. Queste sono solo due delle principali caratteristiche che definiscono l’unicità delle IRPGF. Secondo voi, qual'è il ruolo che la rivoluzione in Rojava gioca nella lotta transnazionale degli anarchici e delle anarchiche? 113 114CHAPTER 14. CONVERSAZIONE CON I COMPAGNI DELL’IRPGFA CURA DIENOUGHI. La rivoluzione in Rojava è una lotta indigena contro lo stato, il capitale, il colonialismo e il fascismo. Inoltre, pone la liberazione della donna e la dis- truzione del patriarcato come obbiettivi prioritari della lotta, perché si è con- vinti che la dominazione dell’uomo sull’uomo e sulla natura non può essere fermata se la dominazione sulla donna rimane intatta. Così anche se non è una rivoluzione anarchica, sicuramente ha in sé molti aspetti libertari e per questo è una rivoluzione che tutti gli anarchici e le anarchiche dovrebbero sostenere. Come è naturalmente necessario per gli anarchici e le anarchiche sostenere le lotte dei più oppressi ovunque si trovino. Il Rojava è importante per la lotta a transnazionale perché mette in luce come una rivoluzione potrebbe essere re- alizzata e mantenuta. Dall’organizzare, ad esempio, le assemblee di quartiere, alla formazione dei gruppi di autodifesa militante che possono resistere contro i fascisti nelle strade, abbiamo già visto come la rivoluzione ha ispirato e addirit- tura fornito un modello per gli anarchici e le anarchiche su come far sviluppare e progredire i movimenti, in particolare in Occidente. Ribadiamo che il IRPGF vede tutte queste lotte collegate tra loro e importanti per la rivoluzione in tutto il mondo, noi ci impegniamo per questo e facciamo un appello affinché tutti gli anarchici e le anarchiche vengano sia ad aiutare sia a imparare dalla rivoluzione. Nel comunicato è stato scritto che le IRPGF stanno lavorando “per difendere le rivoluzioni sociali del mondo, per combattere apertamente contro il capitale e lo stato e far avanzare la causa dell’anarchismo.” Nei giorni successivi abbiamo letto le vostre dichiarazioni di solidarietà alla Bielorussia e agli squat in Atene. Le IRPGF stanno lavorando per il collegamento delle lotte? Noi crediamo che lotte contro la dominazione e l’autorità siano già collegate semplicemente per loro natura. Ciò che vogliamo fare è far rivelare e rafforzare tali connessioni at- traverso atti simbolici e pratici di solidarietà. In più, come si è detto, l’aspetto internazionale del nostro approccio si sviluppa in due modi, pertanto ci impegni- amo a sostenere e dare impulso alle lotte internazionali che possono poi portare a delle vere e proprie rivoluzioni internazionali. Per farlo abbiamo naturalmente bisogno di mettere in luce e rafforzare le connessioni esistenti tra tutti e tutte noi nella lotta per la libertà. Nel documento di posizionamento è stato scritto che "per le IRPGF, i metodi pacifici non sono în grado di affrontare e distruggere lo stato, il capitalismo e tutte le forme di potere clericale. Anzi, nei fatti agiscono in modo inverso.” Potete spiegarci perché a vostro parere î metodi pacifici non possono sconfiggere il capitalismo? È abbastanza chiaro storicamente che qualsiasi movimento di resistenza contro il dominio basato strettamente su "metodi pacifici" solo non riuscirà a favorire un cambiamento significativo ma al contrario servirà a chi detiene il potere come mezzo per convogliare il legittimo slancio potenzialmente rivoluzionario in qual- cosa di inefficace, non pericoloso e stagnante. Considerando il numero di lettori della pubblicazione, non pensiamo che sia opportuno discutere questo fatto in modo dettagliato; tuttavia, vogliamo ricordare a tutti la diagnosi di Ward LeRoy Churchill sulla patologia del pacifismo, considerato delirante, razzista e suicida. 115 L’attivista politico afferma, inoltre, che “con delle attività che si auto-limitano a una fascia relativamente stretta di forme rituali, gli attivisti pacifisti sacrifi- cano automaticamente gran parte della loro (potenziale) flessibilità di fronte allo Stato. All’interno di questa stretta fascia, le azioni diventano del tutto preved- ibili piuttosto che valorizzare l’effetto sorpresa. L'equilibrio nell’uso della forza, che sta alla base di questa concezione, rimane inevitabilmente ed essenzialmente all’interno della sfera statale, e pertanto la possibilità di trasformazione sociale liberale si esaurisce, riducendosi a un livello di non-esistenza. Esempi di questo tipo si possono riscontrare anche all’interno della storia della guerra civile siri- ana stessa. Omar Aziz era un anarchico, o almeno così si auto-definiva, che attuava prettamente una resistenza non-violenta. Questo tipo di impegno ha avuto come solo risultato l’incapacità del suo movimento di difendersi contro la repressione di stato, i suoi consigli locali non sono mai riusciti a raggiungere il loro pieno potenziale e lui stesso è morto in prigione. D'altra parte, YPJ e YPG, che sono nati dai gruppi di difesa armata che si sono formati in risposta ai tumulti avvenuti a Qamislo nel 2004, hanno dimostrato di essere l’unica forza sul terreno capace di resistere al fascismo e all’egemonia dello Stato. I metodi pacifici hanno come unico effetto il mantenimento dello status quo e/o la morte di quelli che li utilizzano — quindi, o prendete la pistola e partecipate alla re- sistenza armata ora o preparatevi a essere in grado di farlo quando arriverà il momento. Sempre nel documento è scritto “Noi crediamo che la terza guerra mondiale sia già avviata e che i conflitti in Siria, in Ucraina e in altre parti del mondo siano solo l’inizio. Il sistema capitalista, avvicinandosi alla sua fine e dopo aver saccheggiato il mondo spogliandolo delle sue risorse, sta affrontando una delle sue crisi più acute" Come pensate che si svilupperà tale situazione? Le IRPGF credono che i conflitti, soprattutto nel sud del mondo, stiano diven- tando e diventeranno sempre più complessi e contorti, con la messa in campo di rapporti tra attori statali e non statali che trascendono i confini ideologici. Questo fatto si può riscontrare già nelle guerre in Siria e Ucraina. Unito a questo fattore, c’è il fatto che le popolazioni rurali sono (semi)proletarizzate, si stanno riversando nelle città già sovraffollate, per esempio in Cina, e la crescente quantità di baraccopoli e favelas porterà a esplosioni spontanee e insurrezioni da parte di chi viene emarginato o addirittura escluso dal sistema capitalistico. Vale a dire che il sistema capitalistico stesso, non essendo in grado di includere ampie fasce della popolazione, porta a una crisi dovuta al surplus di manodopera e a una sempre crescente classe operaia informale. Le IRPGF non pensano che una futura rivoluzione sia una certezza. Infatti, può non accadere o non nei ter- mini che desideriamo. Tuttavia, si verificheranno insurrezioni contro l’autorità e il capitale senza precedenti nella storia. Noi saremo lì con la gente per le strade e nelle montagne per combattere questo sistema di oppressione e perme- ttere ai quartieri e alle comunità di emergere come entità libera, autonoma e auto-organizzate. L’anarchismo non è una garanzia per il futuro, né ci consid- eriamo missionari di una sacra dottrina. Le IRPGF saranno lì a combattere e operare all’interno delle rivoluzioni sociali, mantenendo alcuni principi che rite- 116CHAPTER 14. CONVERSAZIONE CON I COMPAGNI DELL’IRPGFA CURA DIENOUGHI, niamo imprescindibili per una vita liberata. Le rivoluzioni e le insurrezioni sono disordinate, ma noi siamo pronti a sporcarci le mani. E tu? tratto dal sito itsgoingdown.org Interviews With IRPGF Comrades “The IRPGF Will be There to Fight and Work Within Social Revolutions Around the World”. Pubblicato su «Umanità nova», 16 aprile 2017. Chapter 15 Non per il martirio di CrimeThinc Alla fine di marzo 2017 si è diffusa la notizia che in Rojava si è andato formando una nuova formazione guerrigliera anarchica, l'International Revolutionary Peo- ples Guerrilla Forces (IRPGF). Il loro stato di emergenza ha rilanciato le dis- cussioni sulla partecipazione anarchica alla resistenza curda e alla lotta armata vista per il cambiamento sociale. È stato difficoltoso comunicare con i compagni in Rojava, dato che stanno operando in condizioni di guerra e circondati da ne- mici su ogni lato. Perciò siamo molto emozionati nel presentarvi la discussione più completa e critica mai apparsa sulle IRPGF, che esplora il contesto com- plesso della guerra civile Siriana e le relazioni tra lotta armata, militarismo e trasformazione rivoluzionaria. Gli sviluppi della situazione siriana ci stanno portando verso un futuro in cui la guerra non sarà più limitata a specifiche zone geografiche ma diventerà una condizione pervasiva. Gli attori statuali e non sono stati ineluttabilmente coin- volti nei conflitti, che ora si estendono ben oltre i confini siriani; oggi in molti paesi che non vedono la guerra sui propri suoli da oltre 70 anni si è ricominciato a pensare alla guerra civile. Le guerre su procura, che un tempo erano geografi- camente contenute, si sono ora diffuse in tutto il mondo, mentre le confessioni religiose, le etnie, le nazionalità, i generi e le classi economiche divengono esse stesse i mandatari nei vari conflitti tra le ideologie e le elite. Fino a che il capitalismo genererà crisi economiche ed ecologiche sempre più pesanti, questi conflitti saranno inevitabili. Ma mentre ci offrono nuove opportunità di sfidare il capitalismo e lo stato, difficilmente riescono a focalizzarsi sulle relazioni di coesistenza pacifica e di mutuo appoggio che gli anarchici desiderano creare. È possibile per gli anarchici prendere parte a questi conflitti senza abbandonare i nostri principi e i nostri valori? È possibile coordinarsi con forze che perseguono agende diverse riuscendo a preservare la nostra integrità e autonomia? Come dovremmo approcciare queste situazioni senza trasformarci in una macchina da guerra militarizzata? Dagli osservatori privilegiati di Europa e Stati Uniti siamo 117 118 CHAPTER 15. NON PER IL MARTIRIO DI CRIMETHINC in grado di sviluppare analisi limitate su queste posizioni, anche se è necessario riuscire a formare il nostro pensiero critico. Siamo grati per aver avuto la pos- sibilità di conversare con i combattenti in Rojava e speriamo in futuro di avere altre opportunità simili con chi sta sui fronti caldi e sulle linee di battaglia in tutto il mondo. Per anni le forze Kurde hanno chiesto sostegno internazionale per combattere al loro fianco. Come fa questa chiamata a realizzarsi in pratica? Vi considerate partecipanti equi e autonomi sia nelle battaglie che nella trasformazione sociale? O ritenete di essere degli alleati a supporto della loro difesa? Per prima cosa è importante sottolineare come non tutti i sostenitori inter- nazionali vengano in Rojava, o comunque più in generale in Kurdistan, per gli stessi motivi. Come di certo saprete, per decenni c’è stato un grosso flusso di volontari internazionali che si sono uniti alle fila del Partito kurdo dei lavoratori (PKK). Inoltre il supporto internazionale è giunto anche dai paesi confinanti e da altri partiti e gruppi guerriglieri come l’Organizzazione per la liberazione della Palestina (OLP) e l'Esercito segreto armeno per la liberazione dell’ Armenia (ASALA). In tempi più recenti comunque, i volontari internazionali sono giunti nella regione principalmente per la crescita di Daesh (Isis) e dei suoi rapidissimi attacchi in Iraq e in Siria. Qualche anno fa, quando erano in corso la battaglia di Kobané e la campagna genocida di Daesh in Rojava e Shengal, arrivarono a combattere molti individui e gruppi di volontari, per le ragioni più disparate. Ad esempio, i Leoni del Rojava attrassero coloro i quali avevano motivazioni ideologiche e prospettive di tipo militarista, destrorso e religioso. Allo stesso tempo arrivarono anche i militanti delle sinistra turca, segnatamente del Par- tito comunista marxista-leninista (MLKP) e del Partito comunista marxista- leninista turco (TKP/ML), che successivamente inclusero le United Freedom Forces (BOG) che si formarono dopo i fatti di Kobane. Queste forze hanno aderito alla lotta armata nello sforzo di sostenere le forze Kurde non solo in Rojava, ma anche a Bakur (Kurdistan del Nord, Turchia) e in Turchia. Così, durante quei mesi chiave a Kobane, erano presenti contemporaneamente fonda- mentalisti cristiani, fascisti e islamofobi che si trovarono a combattere fianco a fianco con comunisti turchi e internazionali, socialisti e perfino qualche anar- chico. Questo non vuol dire che tutti i combattenti occidentali erano o fascisti o di sinistra. Al contrario, molti volontari internazionali si sono semplicemente identificati come antifascisti, sostenitori delle battaglie Kurde, femministe liber- ali, sostenitori della democrazia e persone affascinate dal progetto di confederal- ismo democratico che si stava svolgendo in Rojava. La situazione è cambiata sul terreno e molti destrorsi e fondamentalisti religiosi non combattono più con le Unità di protezione del popolo e con le Unità di difesa delle donne (YPJ/YPG}), mentre c’è sempre un mix eclettico e niente affatto monolitico di volontari in- ternazionali. In pratica, i sostenitori sono stati piazzati in vare unità secondo determinati criteri. Ad esempio, il personale con precedente esperienza militare che arriva può avere accesso alle unità Kurde che non sarebbero accessibili a chi questa precedente esperienza militare non ce l’ha. Tra queste persone vi sono ad es- 119 empio cecchini (suikast) e unità di sabotaggio (sabotaj taburs). Chi giunge qui con motivazioni ideologiche, anarchismo, comunismo o socialismo, può scegliere di andare in una delle basi dei partiti turchi per addestrarsi e combattere come membro aggiunto nelle unità di guerriglia. La maggior parte dei volontari internazionali comunque si unisce a qualche unità curda interna alla YPJ e alla YPG e combatte insieme a Kurdi, Arabi, Yezidi, Armeni, Assiri e altri gruppi all’interno delle Forze democratiche siriane (SDF). La posizione sociale dei volontari internazionali in relazione ai membri indigeni delle forze militari è per forza di cose complessa. Per gli abitanti del Rojava, e più in generale per il movimento di liberazione curdo, è un onore avere dei supporti inter- nazionali che vengono a difenderli quando per almeno un secolo si sono sentiti abbandonati dalla comunità internazionale nella loro lotta per l’autonomia e l’autodeterminazione. Tuttavia, attorno a certi occidentali che vengono qui a combattere si crea un’atmosfera che li rende quasi delle celebrità, senza contare che alcuni elementi dell’establishment politico e militare locale contribuiscono a creare attorno a questi volonarl un’aura paternalistica e a farli diventare dei simboli. Naturalmente queste cose dipendono anche dalle ragioni per le quali i volontari vengono in Rojava, Ad esempio, alcuni provano un enorme piacere a mostrare i loro volti, posano con le armi in pugno e gongolano dei loro suc- cessu. Altri preferiscono nascondere le loro facce, per motivazioni sia pratiche che politiche. Non c’è dubbio che alcuni volontari internazionali abbiano us- ato il conflitto in Rojava come veicolo per farsi pubblicità, che fa un po’ parte della logica dell’età dei selfie e dei social media. Questo ha permesso ad al cuni di loro di guadagnare piccole fortune scrivendo libri e usando la rivoluzione per i loro guadagni personali. Questa è la peggiore forma di avventurismo e di opportunismo. Sia chiaro che questi rimangono una piccola percentuale dei combattenti internazionali e non sono in nessun modo rappresentativi delle motivazioni e delle azioni della maggior parte dei foreign fighters. Mentre c’è molto apprezzamento per coloro i quali sono riusciti a portare il conflitto e la rivoluzione all’attenzione di un pubblico più ampio, non va sottovalutato il fatto che chi combatte qui può, in molti casi, dimenticarsi del conflitto e poter avere il privilegio di tornare al comfort delle loro vite. Arrivano anche dei turisti della guerra, che vengono perché attratti dai conflitti e dai combattimenti. Si compiacciono delle loro esperienze militari, e molti hanno servito nella Legione straniera francese. Quando vengono interpellati, esprimono spesso il deside- rio di andare in Ucraina o in Myanmar per continuare a combattere una volta lasciata l’area. Questo ci porta a una importante posizione teoretica che ab- biamo assunto come IRPGF. A nostro avviso, crediamo che la maggior parte dei volontari internazionali, soprattutto occidentali, riproducano i loro privilegi e le loro posizioni sociali in Rojava. Vorremmo ora introdurre il concetto di "conflitto sicuro”. Poiché questa guerra è sostenuta dagli Stati Uniti e dalle potenze occidentali, è abbastanza sicuro combattere il nemico senza affrontare le ripercussioni di essere un’organizzazione ideologicamente Apoista (Apo è il nomignolo affettuoso di Abdullah Ocalan, tra i fondatori del PKK) e legata quindi a un’organizzazione dichiarata terrorista. Non si hanno vere e proprie sanzioni se si viene a combattere in Rojava, a meno che non ci si unisca a qual 120 CHAPTER 15. NON PER IL MARTIRIO DI CRIMETHINC cuno dei gruppi più radicali. Ad esempio, i cittadini turchi che combattono qui, vengono dichiarati terror- isti dallo stato turco e perfino i compagni del Partito marxista-leninista (ri- costruzione comunista) sono stati arrestati e incarcerati e i loro uffici in Spagna chiusi con l’accusa di avere contatti con il PKK. A parte questi, che sono casi ec- cezionali, la stragrande maggioranza dei volontari internazionali che vengono a combattere Daesh e ad aiutare i Kurdi sono al sicuro dalle azioni penali nei loro paesi. Inoltre, in alcuni casi, qui viene riprodotto l’esempio di attivisti e intellet- tuali occidentali pronti ad applaudire un conflitto che si svolge oltre le frontiere dei propri paesi ma non disposti a sacrificare la loro comodità e i loro privilegi portandosi le lotte in casa. Alcuni vengono e fanno i rivoluzionari per sei mesi o un anno, si possono applaudire, si fanno i complimenti a vicenda e tornare poi alla normale esistenza. Non sono la maggioranza, ma qui sono visti come un problema. Capiamoci: non vogliamo degradare o ridicolizzare chi viene a com- battere per qualche mese o un anno, anche perché qualunque volontario mette a rischio la propria vita semplicemente scegliendo di entrare in una zona di guerra, D’altro canto però i sostenitori internazionali mentre rischiano la vita imparano nuove tecniche e si aprono loro nuove prospettive e quando ritornano a casa potrebbero continuare la lotta in diversi modi. Alcuni volontari internazionali hanno perfino cambiato le loro posizioni ideologiche. La maggior parte lo ha fatto positivamente vedendo la liberazione e l’autodeterminazione delle donne come componenti per una vita più liberata. Una piccola minoranza ha matu- rato invece delle posizioni negative, dichiarando che i Kurdi sono combattenti incompetenti, che la rivoluzione sta fallendo o fallirà presto e che l’esperienza in Rojava non ha fornito loro combattimenti sfrenati come avrebbero desiderato. Ci domandiamo cosa succederà in prospettiva? Cosa succederà quando le forze internazionali gireranno le spalle al progetto in Rojava e non saranno più utili per le forze rivoluzionarie? I sostenitori internazionali avranno la forza di com- battere contro l’esercito turco 0, per dire, quello americano? Staremo a vedere. A differenza dei sostenitori internazionali appena citati, ci sono coloro i quali sono arrivati con analisi profonde e chiare delle loro ideologie politiche, della geopolitica regionale e della guerriglia. La miscela, la qualità e la quantità di guerriglieri comunisti, socialisti e anarchici non ha pari in nessuna parte del mondo. Questo ci offre nuove opportunita e ci consente di essere innovativi, come nella creazione della Brigata internazionale per la libertà (IFB) o delle operazioni di formazione congiunta, ma evoca anche lo spettro della storia che si ripete. Tirando le fila, crediamo che coloro i quali sono giunti qui per motivi ideologici o per supportare le genti del Rojava e le loro lotte partecipino egual mente sia alle battaglie sia al processo di trasformazione sociale, mentre gli altri, una crescente minoranza, che sono venuti come esperti militari o come turisti di guerra non hanno questa attitudine, dato che pretendono di sapere più cose della guerra rispetto alle forze locali sul terreno. Questo ha comportato anche degli scambi piuttosto duri e talvolta scontri fisici e intimidazioni. Noi come IRPGF siamo allo stesso tempo partecipanti autonomi allo scontro e alleati per la difesa popolare. Non li vediamo come capi separati ed esclusivi. Però in 121 qualche modo la nostra autonomia è limitata dal fatto di far parte di un fronte ampio di battaglia con strutture militari, combattiamo sotto le YPG, il che significa essere parte delle SDF che in questo momento cooperano con le forze militari statunitensi e di altri passi occidentali che stanno combattendo Daesh. La nostra è una posizione basata sul pragmatismo, che non ci fa cambiare opin- ione sul fatto che gli Stati Uniti, come Daesh e come qualsiasi altro stato siano nostri nemici. Riconosciamo anche che sono state proprio le politiche estere statunitensi a creare in qualche modo Daesh e quindi ora devono assumersi la responsabilità di combatterlo. A parte queste complesse alleanze internazion- ali, questa lotta contiene sia caratteristiche indigene che internazionali che ne rende più importante la difesa. Ciò su cui ci stiamo ora interrogando e che sti- amo imparando attraverso l’autocritica, la teoria e la pratica è la relazione dei rivoluzionari internazionalisti anarchici con una lotta indigena che vede sé stessa come parte di un movimento rivoluzionario internazionalista che si diffonderà ben oltre i confini di tale lotta. Siccome la maggior parte delle nostre energie è incentrata sulla lotta armata, al momento abbiamo progetti limitati per ciò che concerne la società civile. Attualmente stiamo lavorando nel supporto di attività anarchiche nella società civile. Anche se la trasformazione sociale non è l’unico progetto che bisogna affrontare. Ad esempio, gli abitanti dei villaggi arabi nelle vicinanze della nostra base sono venuti quotidianamente per darci latte e yogurt che producono, mentre in cambio noi gli forniamo zucchero o altri beni che loro non avevano in una sorta di mutuo appoggio. Tutto ciò ha creato legami di solidarietà e di vita collettiva. Abbiamo anche buone relazioni con un piccolo numero di famiglie armene nella regione. I soli semplici atti di bere chai insieme o di baciarci sulla guancia per salutarci sono i primi passi fatti insieme per costruire relazioni che a lungo termine possono contribuire a porre le basi per dei progetti che portano alla trasformazione sociale. I combattenti internazionali, segnatamente gli anarchici e i comunisti, per qualche tempo si sono organizzati separatamente in Rojava. Come mai? Qual è la vos- tra relazione con le altre strutture kurde? Come già accennato prima, la maggior parte dei combattenti internazionali anar- chici, apoisti, socialisti e comunisti, oltre a quelli che più generalmente si definis- cono antifascisti e antimperialisti, hanno tentato di organizzarsi separatamente. Fino a qui nulla di nuovo. Per rispondere alla domanda bisognerebbe fornire una descrizione della situazione storica della sinistra turca e dei numerosi gruppi armati operanti in zona. Per ciò che concerne la sinistra turca e specialmente quella parte coinvolta nella lotta armata e che mantiene unità guerrigliere, la relazione tra vari gruppi è una cosa che è cambiata e si è adattata nel corso degli anni. Ci fu un tempo in cui i partiti della sinistra turca si vedevano ne- mici l’un l’altro, molto più di quanto considerassero nemico lo stato turco o il sistema capitalista. Questo ha portato a violenze interpartitiche e perfino alla morte di alcuni militanti. Intanto, come la storia ci ha dimostrato, lo stato turco si è dimostrato molto più forte e resistente di quanto ci si sarebbe mai immaginati. In precedenza la maggioranza della società turca non ha promosso la lotta, a differenza dei partiti, in quanto essendo tradizionalmente marxista- 122 CHAPTER 15. NON PER IL MARTIRIO DI CRIMETHINC leninista credeva dogmaticamente che tutto si sarebbe svolto come risultato di una necessità storica. Nei fatti, con l’avvicinarsi del referendum in Turchia e con Erdogan praticamente sicuro di una vittoria del sì, i partiti hanno avvertito la necessità di unirsi e di lottare insieme. Ciò non significa che non lo avessero già fatto in precedenza. Infatti la maggior parte dei partiti, il più grande dei quali era il PKK, hanno collaborato nei gruppi di guerriglia nella vasta regione montagnosa della Turchia, condividendo risorse e adestramento e perfino effet- tuando operazioni congiunte. È solo il 6 Marzo 2016 però che si è fatta la storia, con la formazione del movimento rivoluzionario unitario del popolo (Halklarin birlesik devrim hareketi). Questo fronte unitario comprende dieci del maggiori partiti impegnati nella lotta armata e li lega sotto la stessa struttura e la stessa bandiera nella lotta contro il governo di Erdogan e lo stato tutco. Bisogna poi guardare più in generale alla storia del medio oriente per capire in che modo i vari partiti turchi agivano nei vari paesi e partecipavano ai vari conflitti. Ad esempio il Partito comunista di turchia/marxista-leninista (TIKKO), ASALA e il PKK operarono in Libano (nella valle di Begaa) e si addestrarono insieme all’OLP e ad altri gruppi guerriglieri palestinesi, libanesi e internazionali, conducendo an- che operazioni congiunte. In Siria il PKK costruì dei quartier generali e aprì sedi di partito e strutture di formazione in Rojava dagli anni ’80 fino alla metà degli anni ‘90. Abdullah Ocalan fu libero di operare in tranquillità con il supporto del regime siriano, che vedeva la Turchia come un nemico. Le crescenti tensioni turco-siriane e la minaccie di guerra costrinsero Hafiz Al-Assad a tagliare tutti i ponti con Ocalan e a espellerlo dal territorio siriano. Il collasso dell’Unione So- vietica costrinse molti gruppi guerriglieri turchi e internazionali a nascondersi e a limitare mobilità, risorse, addestramento e operazioni. La guerra civile siriana e la rivoluzione in Rojava fornirono un’altra occasione ai partiti turchi illegali clandestini e nascosti sulle montagne a spostarsi in Rojava e creare basi e oper- azioni per supportare la lotta, organizzarsi e poter comunicare più liberamente ed efficacemente. Ciò ha portato molti partiti ad aprire dei quartier generali (karargahs) in Rojava. Quando il conflitto in Rojava si è intensificato e i partiti hanno avvertito la necessità di condividere risorse, intelligence e operazioni mili- tari questi, sotto la guida del MLKP, hanno formato la Brigata Internazionale di Liberazione. Questo esperimento di condivisione di comando e gestione che ha unificato i vari partiti e gruppi sotto una bandiera per combattere, fu il primo di questo tipo in Rojava, precedendo la formazione del movimento rivoluzionario unitario del popolo (HBDH). L'esperimento diede risultati altalenanti. Ad es- empio, l’IFB era gestito secondo i principi del centralismo democratico con i quali noi del IRPGF non siamo d’accordo. Preferiremmo essere completamente orizzontali e rispettare l’uguaglianza per tutti i gruppi e i membri. Inoltre, la stragrande maggioranza dei gruppi, dei partiti e dei combattenti all’interno dell’TFB sono turchi, per cui il carattere prettamente internazionale del gruppo veniva compromesso. Perfino le forze curde si riferiscono all’IFB chiamandoli cepé turk, sinistra turca. Detto questo, dobbiamo soostenere che il gruppo ha avuto un valore positivo e simbolico e ha riscosso diversi successi militari. Ha dimostrato che i vari gruppi e partiti, incluso l’IRPGF, possono lavorare, ad- destrarsi e combattere insieme contro un nemico comune, unendo le energie e 123 le forze per raggiungere e vittoria sia in combattimento che all’interno della società civile. Sebbene la Brigata Internazionale per la Libertà ricada sotto il comando della leadership congiunta dei vari gruppi e partiti che afferiscono in essa, in ultima analisi fa parte dell’YPG e quindi delle SDF. Quindi mentre siamo autonomi per ciò che concerne strutture militari, organizzazioni di unità e movimenti individuali, attendiamo ordini e direttive direttamente dall’YPG circa la nostra posizione e i nostri movimenti sul campo di battaglia, esatta- mente come il resto della IFB. Questo ci colloca direttamente sotto il comando dell’YPJ/YPG e quindi anche noi condividiamo alleanze e campi di battaglia con tutti quelli che conducono le operazioni congiunte. Tuttavia i gruppi e i partiti mantengono la loro autonomia come entità separate al di fuori dalla struttura della IFB e possono dissentire con le posizioni delle forze Kurde e perfino criticare certe politiche e certe decisioni. Allo stesso tempo, in quanto parte di IFB facciamo molta attenzione a esprimere posizioni, punti di vista e prospettive quando operiamo col nome e nelle strutture di IFB stessa. Ultima- mente IFB si è rivelata un laboratorio e un esperimento unico che attrae persone di estrema sinistra e radicali di tutti i colori e li persuade a combattere in una stessa unità e sotto un’unica struttura di comando. Considerando che l'alleanza tra gli eserciti kurdîi e statunitensi non durerà per sempre non permetterà di creare spazi per progetti radicali in Rojava, come si posizionano gli anarchici in questo conflitto? Riuscite a mantenere una certa autonomia nelle decisioni prese da altre parti coinvolte in questa alleanza? Il termine alleanza può essere molto fuorviante, è una parola forte e assoluta. Gli Stati Uniti e i loro alleati, per ragioni politiche ed economiche assolu- tamente indipendenti, hanno messo in piedi un progetto di eliminazione del gruppo armato di Daesh, dal quale la rivoluzione si deve difendere e che anche le YP.J/YPG vorrebbero eradicare. Quindi le YPJ/YPG stanno sullo stesso campo di battaglia degli americani. Data la condivisione di un comune nemico e dato che l’antagonismo politico, ideologico ed economico tra le due parti è lontano dall’accendersi per una certa priorità nel combattere ISIS, la cooper- azione militare non è sorprendente. Non c’è nessuna alleanza politica tra gli Stati Uniti e i rivoluzionari del Rojava. Infatti noi riteniamo che la cooper- azione tra i rivoluzionari e gli USA non possa durare. Naturalmente anche qui esistono forze che vorrebbero costituire uno stato-nazione o che utilizzano sen- timenti nazionalisti per stimolare il sostegno americano. Appena fuori dalla porta di casa abbiamo il Governo regionale kurdo (KRG) di Masoud Barzani, che è un ennesimo pupazzo degli Stati Uniti nella regione. Barzani e il KPD sono visti da miolti come traditori per essersi alleati con la Turchia a spese dei Kurdi e degli Yezidi di Shengal. Inoltre il KRG cerca di mescolare le carte, sia politicamente con gruppi quali il Consiglio nazionale kurdo (ENKS) e il KPD all’interno del Rojava, sia militarmente con i peshmerga del Rojava. I nemici di questa rivoluzione sono innumerevoli. È abbastanza noto che pensatori anarchici come ad esempio Murray Bookchin hanno contribuito in maniera rilevante alla rivoluzione sociale, con posizioni che hanno portato Abdullah Ocalan a muoversi dal marxismo-leninismo fino a creare la teoria del Confederalismo democratico. 124 CHAPTER 15. NON PER IL MARTIRIO DI CRIMETHINC Indipendentemente dalla precisione di questo dato, è un fatto che oggi gli anar- chici possano avere un forte impatto sulla rivoluzione, sia nella lotta armata che nella società civile. Attraverso il dialogo e i progetti congiunti, oggi possiamo lavorare con le comunità locali e sviluppare relazioni che possono ulteriormente rafforzare gli utili della rivoluzione e spingerla in avanti. Con più gli anarchici e la loro filosofia influenzeranno il dialogo con le persone e le strutture sociali in Rojava, con più ci sarà la possibilità di costruire insieme qualcosa di nuovo e di concentrarci sulla trasformazione, non solo in Rojava, ma nel mondo intero. Qui sta l’importanza di connettere le lotte tra loro, come già facemmo in pas- sato con Bielorussia, Grecia e Brasile. La battaglia in Rojava è la battaglia di ogni quartiere oppresso, di ogni comunità. È la battaglia per una vita liberata ed è qui che gli anarchici possono avere un impatto devastante. Come anar- chici siamo senza ombra di dubbio contro tutti gli stati e le autorità. Questa cosa non è negoziabile. Mentre riconosciamo pienamente il ruolo dei vari par- titi nelle lotte e nelle battaglie per liberare il territorio sia in Rojava che nella più vasta regione montuosa del Kurdistan, crediamo che la solidarietà critica ci permetta di lavorare, lottare e anche morire accanto ai partiti, pur mante- nendo l’autonomia di restare critici verso le loro ideologie, le loro strutture, le mentalità feudali e molte delle loro politiche. Mantenere l’autonomia significa che possiamo essere in disaccordo con le loro posizioni o scegliere di non com- battere se le alleanza delle forze rivoluzionarie vanno oltre la sopravvivenza e le pragmatiche necessità geostrategiche. In ultima analisi, se le forze rivoluzionarie dovessero formare alleanze formali con le potenze statali e facessero diventare il Rojava stessa un’entità statuale, anche se questo stato fosse socialdemocratico, le IRPGF abbandoneranno la lotta e sposteranno le loro basi operative ovunque si continui una lotta realmente rivoluzionaria. I progetti anarchici intrapresi nella società civile sarebbero comunque in grado di funzionare e continuare fino a che ci sarà la volontà di portarli avanti, ma è probabile che ai gruppi guer- riglieri anarchici e comunisti non sarà più consentito di operare in Rojava. Avete avvertito della tensione tra l'impegno nella lotta armata e lo sviluppo di progetti sociali in Rojava? In che modo questi due aspetti si compenetrano e si rinforzano l’un l’altro? E in che modo sono in contraddizione? Il nostro gruppo ha appena iniziato a sviluppare progetti sociali in Rojava. Per un’unità è difficile organizzare e portare avanti progetti sociali quando è impegnata nella lotta armata e manca di risorse in termini di personale e in- frastrutture. Servirebbero più persone; dobbiamo raggiungere la massa critica necessaria per sviluppare un progetto che abbia successo. Alcuni nostri com- pagni prima di venire qui hanno lavorato nella società civile e sono stati attivi nel creare nuove iniziative che siano al contempo sostenibili e fattibili. Questo ci consentirà di impegnarci nei nostri rispettivi impegni nella lotta armata e nella rivoluzione sociale. La guerra in Rojava ha sottoposto altre strutture sociali ai suoi imperativi? Es- istono degli spazi o delle sfere dell’esistenza poste sotto il controllo dei gruppi militari, determinando di fatto relazioni gerarchizzate? In una comunita in 125 guerra, come si prevengono le priorità militari che determinano chi detiene il potere in quelle situazioni? Sicuramente la guerra in Rojava e le guerre civili in Siria e Iraq hanno drasti- camente cambiato le relazioni tra civili e militari. Ciò che ora sta accadendo in Rojava può essere descritto e caratterizzato come “comunismo di guerra”, secondo la definizione di alcuni compagni (hevals). La situazione attuale ha sot- tomesso gran parte dell’economia e della società civile allo sforzo bellico. Questo non ci sorprende. Il Rojava è circondato da nemici che cercano di distruggere questo nascente esperimento rivoluzionario. Daesh è un attore parastatale es- tremamente letale ed efficace, con ingenti risorse finanziarie e militari e delle forze sul campo che si misurano in decine di migliaia. E come tale è una delle minacce più brutali e abili per la Rojava. Se non fosse stato per gli enormi sforzi bellici di grandi segmenti della società, in particolare della resistenza di Kobane la successiva vittoria che è stata un punto di svolta fondamentale, Daesh sarebbe uscito vittorioso e avrebbe continuato la sua rapida espansione. Con la guerra e con Daesh che ora opera in Iraq e in Siria, la Turchia è entrata nel conflitto cercando di soffocare gli sforzi di YPJ/YPG per garantire la contigu- ità tra i cantoni di Kobane e Afrin. Bisogna essere consci del fatto che quasi quotidianamente l’esercito turco ai confini del Rojava bombarda uccidendo sia civili che militari. Allo stesso modo a est, in Iraq, il Governo regionale kurdo (Bashur) con la leadership di Masoud Barzani e il Partito Democratico Kurdo (KPD) continuano a imporre un embargo virtuale sul Rojava oltre ad attaccare con i Peshmerga le Forze di difesa popolare (HPG) e le Unità di resistenza di Sinjar (YBS) a Shengal. Infine Barzani e il KPD colludono con Erdogan e il fascista Partito per la giustizia e lo sviluppo-Partito del movimento nazionalista (AKP-MPH) e con lo stato turco condividendo intelligence, risorse e conducendo operazioni militari congiunte. Senza dubbio la guerra conduce di fatto a relazioni gerarchizzate e ostacola se- riamente le relazioni orizzontali e il potere delle comunità. Nei fatti esistono numerosi livelli di relazioni gerarchizzate. Ci sono gerarchie interne alle strut- ture di partito che permeano le strutture sociali e si estendono più in generale nella società civile. Possono esser di diverso tipo, ad esempio riguardano il fatto se un aderente è un qadro o no, da quanto tempo si è nel movimento, la formazione e le conoscenze ideologiche, la loro esperienza, i contatti e l’abilità in combattimento. Tutto ciò può essere percepito come un sistema di rango, privilegio e avanzamento. E in realtà è così, ma è un qualcosa che opera in contrasto con un partito che è critico su questo e con un’ideologia che cerca di trascendere queste relazioni nel bel mezzo di una rivoluzione sociale realmente esistente. Mentre i qadri dei gruppi militarizzati hanno una posizione sociale più elevata rispetto ad altre persone della società, questi invece servono le per- sone attraverso la struttura comune e nel contesto più ampio della Federazione Nord-Siriana. In definitiva, queste relazioni gerarchiche esistono come necessità militari nel mezzo di una guerra brutale. Come anarchici le vediamo e capi- amo come mai siano necessarie, sebbene critichiamo la loro esistenza cercando di sfidare queste relazioni centralizzate di autorità e di controllo. È possibile criticarle attraverso il Tekmil (un’assemblea di democrazia diretta per criticare 126 CHAPTER 15. NON PER IL MARTIRIO DI CRIMETHINC un comandante o altri gerarchi nelle unità), una pratica vitale di critica, auto- critica e autodisciplina che trae le proprie origini dal Maoismo. Le relazioni di potere gerarchiche, sebbene a volte necessarie per esigenze militari e priorità di combattimento devono esistere come qualcosa che vogliamo e desideriamo l’un l’altro per permettere a tutti di agire in modo efficace. Quando è tempo di deliberare, possiamo discutere, criticare, e prendere decisioni collettive. In com- battimento ci si aspetta una guida immediata, istruzioni, protezione, certezze e responsabilità dai compagni più esperti e meglio informati, perché ci sono molte decisioni da prendere e compiti che ricadono sul gruppo e che non si possono prendere da soli o essere gravati da tali compiti. Ciò vale anche per le fasi di formazione e reclutamento. Ma queste relazioni possono avere il potenziale per minare la natura autonoma, orizzontale e autorganizzata delle comunità se non vengono intese e praticate secondo altri principi ideologici. Come possiamo noi anarchici e membri dell’IRPGF prevenire le relazioni gerarchiche in questa serie di contesti sovrapposti? La complessità di questa domanda rivela inoltre un problema intrinseco al come viene inquadrata la questione. Vale a dire che in qualche modo le priorità militari o la difesa della comunità sono faccende sep- arate dalla comunità stessa: faccende imposte dal di fuori, da qualche attore che non vive nella comunità. Sebbene sia vero che a volte le priorità militari sono imposte alla comunità, ad esempio quando si tratta di evacuare dei villaggi che si vengono a trovare sulla linea del fronte, sotto pericolo di attacchi e con le abitazioni che temporaneamente vengono utilizzate come avamposti militari, è vero pure che in Rojava le comunità locali, di quartiere, quelle etno-religiose sono responsabili della loro stessa difesa. Non è un fatto nuovo. Tornando ai disordini di Qamishlo del 2004 (una rivolta di Kurdi siriani nel Nord Est), ricordiamo che si erano venute a creare delle iniziative di difesa comunitaria che precorrevano quelle che sarebbero diventate le YPG. Per proteggersi con- tro la più grande struttura difensiva, le YPG appunto, nel caso queste avessero imposto la propria volontà con un colpo di mano militare che avrebbe tolto il potere alla comunità, le comunità stesse crearono le loro unità di difesa, le HPC (Hézén parastina cewherî). Mentre le YPG rappresentano l’esercito popolare guerrigliero in Rojava, ci sono anche organizzazioni più piccole, ad esempio il Consiglio militare siriaco, che è formato da cristiani Siriaci e mira a proteggere quella comunità. La difesa stessa è decentralizzata e confederata ma allo stesso tempo mantiene la capacità di schierarsi rapidamente, di richiamare le truppe e perfino di coscrivere, qualora fosse necessario. Crediamo e riaffermiamo che le comunità in guerra debbano essere responsabili della loro stessa difesa. Tut- tavia, con grandi stati, attori parastatali e non statuali che attaccano queste comunità per eliminarle, c’è necessariamente bisogno di forze militari più in- genti. Ciò può richiedere dei processi che in tempo di guerra possono ridurre l'autonomia di una comunità. Questa realtà è quella in cui siamo costretti a vivere. Fondamentalmente c’è una dicotomia e una tensione palpabile tra le co- munità in guerra e le forze militari che affrontano nemici molto più numerosi di loro. Noi, per quanto possibile, ci impegniamo a garantire che le comunità con- servino la loro autonomia nei processi decisionali mentre contemporaneamente cerchiamo di proteggerli e garantire loro la sopravvivenza. Ripetiamo che le co- 127 munità doverebbero comunque essere le responsabili ultime della loro sicurezza; quando ce n’è la necessità, tutte le comunità dovrebbero unirsi per formare una forza militare più grande per la loro protezione collettiva. Ciò significa che ogni comunità costituisce una componente fondamentale della forza il cui compito è la protezione di tutte le comunità. Insomma, questa tensione tra la comunità e l’apparato militare non è altro che un altro aspetto della tensione filosofica che intercorre tra il particolare e l’universale. Il nostro compito è garantire che questo squilibrio venga ridotto al minimo, per consentire alle comunità di ri- manere autonome e, in ultima analisi, avere l’ultima parola sulle loro priorità e sulla loro difesa. Cosa distingue le formazioni e le strategie di lotta armata anarchiche da altri esempi di lotta armata? Se vi opponete a eserciti permanenti o a gruppi rivoluzionari calcificati, ma poi asserite che la lotta armata può essere necessaria fino a che diventerà impossibile imporre istituzioni gerarchiche a chiunque, qual è la differenza metodologica che possa preservare sul lungo termine le forze di guerriglia anarchiche dal funzionare allo stesso modo di un esercito permanente o di un gruppo rivoluzionario calcificato, concentrando cioè il potere sociale? Una cosa che ci viene spesso chiesta è in che modo ci differenziamo dagli altri gruppi armati dell’estrema sinistra. E quali sono i nostri tratti caratteristici. Come formazione di lotta armata anarchica, come altri gruppi anarchici in tutto il mondo, ci battiamo per la liberazione individuale e delle comunità che si basi sui principi fondamentali dell’anarchismo. Non siamo né dogmatici né ortodossi nel concepire l’anarchismo, ma sempre iconoclasti e innovatori. L’anarchismo è un’ideologia sempre in movimento e in crescita che è impossibile separare dalla vita stessa. Mentre altri gruppi di sinistra non anarchici potrebbero volere una sorta di socialismo o di comunismo; noi ci distinguiamo per il modo in cui inten- diamo l’autorità, sia all’interno del gruppo che all’esterno. Non abbiamo leader. Non abbiamo culti della personalità né nostri ritratti appesi ai muri. Prendi- amo esempio dagli Zapatisti che coprono i loro volti per focalizzarci meglio sul collettivo e non sull’individuo, perché noi, come collettivo di individui, rappre- sentiamo identità e posizioni sociali uniche. Prendiamo decisioni per consenso; quando siamo sul campo di battaglia ci accordiamo affinché uno o più compagni divengano responsabili dell’operazione. Non esiste una struttura di comando permanente nelle IRPGF. Le posizioni di responsabilità ruotano, la nostra log- ica non vuole riprodurre quella dei ranghi militari o delle strutture di classe tecnocratiche. Le formazioni armate anarchiche non sono una novità. Ad esem- pio vi sono gruppi anarchici in tutto il mondo, come la Cospirazione delle Cellule di fuoco, la FAT-IRF (Federazione anarchica informale - Fronte rivoluzionario in- ternazionale) o Lotta Rivoluzionaria. Non siamo necessariamente d’accordo con tutte le posizioni dei membri di questi gruppi. Non cerchiamo di essere elitari o di essere dei guerriglieri di montagna che escono dal mondo e si concentrano solo sulla guerra popolare, anche se questo è un aspetto importante della lotta. Cerchiamo di portare le montagne nelle città e viceversa. È importante cercare di connettere tutte le battaglie, in quanto esse sono già intimamente intercon- 128 CHAPTER 15. NON PER IL MARTIRIO DI CRIMETHINC nesse dalla natura dei vari sistemi di oppressione e di dominio esistenti. Anche noi "caghiamo su tutte le avanguardie rivoluzionarie del mondo” come il Subco- mandante Marcos. Non ci vediamo come avanguardia anarchica. Siamo tutto fuorché quello. Le IRPGF ritengono necessario stare in mezzo alla gente e capire il carattere sociale del processo rivoluzionario. Non esiste rivoluzione senza la partecipazione di comunità, villaggi e vicinato. Non cerchiamo di glorificare le armi che possediamo, ma piuttosto le vediamo come un veicolo per la liberazione collettiva. Ma la liberazione non si può ottenere senza una rivoluzione sociale. Non siamo un ennesimo gruppo di guerriglia urbana che cerca solo di distruggere senza costruire qualcosa di sociale e comune. Ovviamente possedere armi e uti- lizzarle in battaglia porta con sé un’enorme responsabilità e un grande pericolo, non solo per noi stessi, ma per il potere che possediamo. Concordiamo con quei guerriglieri che ripetono spesso il principio Maoista secondo il quale non dobbi- amo sottrarre nemmeno uno spillo alle persone. Siamo rivoluzionari guidati da dei principi, non una gang di ladri mercenari. Queste sono le basi sulle quali, come IRPGF, cerchiamo di sviluppare un'etica collettiva e una comprensione della lotta armata. Sapendo bene che le lotte armate possono durare anni, se non decenni e sapendo anche con il passare del tempo le strutture divengono sempre più trincerate e rigide, ci preoccupiamo per la creazione di determinate dinamiche di gruppo che possono portare alla formazione di gerarchie e a una concentrazione del potere ovunque ci si trovi. Per minimizzare il rischio, cre- diamo non solo che bisogna essere rivoluzionari di professione a tempo pieno, ma nel contempo anche membri di una comunità. Significa che dobbiamo essere parte attiva sia delle lotte locali sia dei progetti della società civile. Laddove un esercito permanente o un gruppo rivoluzionario cementificato vedono che il loro compito è un lavoro professionale o una dedizione alla lotta, allo stesso tempo mantengono le distanze dalla comunità e dalla vita quotidiana. I gruppi guer- riglieri anarchici devono rimanere entità orizzontali e resistere alla tentazione della necessità strutturale di centralizzare e concentrare il potere. Così fecendo fallirebbero, non sarebbero più né anarchiche né liberatrici secondo noi. Come IRPGF, capito questo pericolo, sentiamo che la maniera migliore per resistere alla creazione di gerarchie sociali sia lo sviluppo dei progetti e delle relazioni con la società civile. È un processo che potrebbe essere pregno di errori e di con- traddizioni. Eppure è proprio attraverso queste contraddizioni e queste carenze, accoppiate con i meccanismi di autocritica e a una struttura autorganizzata orizzontalmente che si combatte la creazione di un gruppo rivoluzionario ossifi- cato che centralizza la propria autorità e concentra il potere. Come avete detto, i conflitti in Siria, in Ucraina e in altre parti del mondo rappresentano solo l’inizio di quello che sarà un periodo di crisi globale lungo e caotico. Quale pensate che sia la relazione corretta tra lotta armata e rivoluzione? Credete che gli anarchici debbano cercare di iniziare le lotte armate entro un pro- cesso rivoluzionario al più presto oppure cercare di rimandare più che si può? E come possono gli anarchici rimanere fedeli a loro stessi sul terreno della lotta armata quando molto dipende dal come ottenere le armi, il che di solito significa stringere accordi con attori statali o parastatali? 129 Per prima cosa non esiste una formula generale per capire quanto sia neces- saria la lotta armata per iniziare e far avanzare il processo rivoluzionario, e nemmeno a che punto dovrebbe iniziare. Come IRPGF riconosciamo il fatto che ogni gruppo, comunità o quartiere debba decidere in autonomia quando si debba iniziare la lotta armata, che deve essere contestuale alla situazione e alla posizione specifica. Ad esempio, mentre lanciare una molotov contro la polizia è quasi normale a Exarchia ad Atene, farlo negli Stati Uniti potrebbe costare la vita all’esecutore del gesto. Ogni contesto locale ha una soglia differente sul livello di violenza ammessa dallo stato. Questa ovviamente non deve essere una scusa per l’inazione. Crediamo che la lotta armata sia fondamentale. In defini- tiva le persone devono essere disposte a sacrificare la propria posizione sociale, i propri privilegi e se necessario anche le proprie vite. Naturalmente non stiamo chiedendo a nessuno di lanciarsi in missioni suicide per cui si richiede l’estremo sacrificio. Questa non è una battaglia per il martirio, ma per la vita. Qui in Rojava e in Kurdistan, che saranno parte del conflitto armato e del processo rivoluzionario quando si disvelerà, ci saranno dei martiri. Il conflitto armato non crea necessariamente le condizioni per la rivoluzione e ad alcune rivoluzioni potrebbe bastare un conflitto minimo o addirittura nullo. Sia la lotta armata che la rivoluzione possono essere atti spontanei o pianificati da anni. Tuttavia le rivoluzioni locali e nazionali, che in alcuni casi sono state pacifiche, non creano le condizioni né per la rivoluzione mondiale, né tantomeno sfidano l’egemonia del sistema globale capitalista. Ciò che rimane della domanda quindi è: quando si dovrebbe iniziare una lotta armata? Per cominciare, bisogna che ognuno sia in grado di analizzare la situazione e il contesto locali. La creazione di forze di difesa formate dalle comunità locali e di quartiere che siano palesemente armate rappresenta un primo passo importante per assicurare autonomia e autopro- tezione. Questo è un atto profondamente simbolico che certamente attirerà l’attenzione dello stato e dei suoi apparati repressivi. L’insurrezione dovrebbe avvenire ovunque e contemporaneamente, non necessariamente con le armi spi- anate. In ultima analisi, la lotta armata deve sempre avere una correlazione con la comunità, cosa che preverrà la formazione e lo sviluppo di avanguardie e di posizioni sociali gerarchizzate. Le rivoluzioni non sono cene di gala e, cosa ben peggiore, non siamo noi a scegliere gli ospiti delle cene. Come possiamo noi anarchici rimanere fedeli ai nostri principi politici quando dovremmo affidarci a enti statali, parastatali e anche non statali per ottenere armi e altre risorse? Iniziamo a pensare che non esistono lotte armate o rivoluzioni ideologicamente pure e intonse. Le nostre armi sono state fabbricate nei paesi ex comunisti e ci sono state date da partiti politici rhia, usa, irpgf, rivoluzionari. La base in cui ci troviamo, le vettovaglie e le risorse che riceviamo arrivano direttamente dai vari partiti attivi in zona e direttamente dalla gente. Chiaramente noi anarchici non abbiamo liberato il tipo di territorio del quale avremmo bisogno per operare per conto nostro. Dobbiamo stringere patti. E la questione diventa la seguente: che principi debbono seguire questi patti? Abbiamo relazioni con partiti politici rivoluzionari comunisti, socialisti e apoisti. Combattiamo contro lo stesso ne- mico ora e i nostri sforzi congiunti possono soltanto favorirci in battaglia. Poi rimane inteso che la nostra alleanza e solidarietà con loro è sempre di tipo 130 CHAPTER 15. NON PER IL MARTIRIO DI CRIMETHINC critico. Siamo in disaccordo sulle loro mentalità feudali, le loro posizioni ideo- logiche dogmatiche e la loro visione di come prendere il potere statale. Sia noi che loro siamo coscienti del fatto che un giorno potrebbero conquistare il potere statale, e in tal caso diventeremmo nemici. Ma per ora non siamo solo alleati, ma compagni di lotta. Questo non significa che abbiamo sacrificato i nostri principi. Al contrario, abbiamo aperto un dialogo sull’anarchismo e criticato le loro po- sizioni ideologiche, mentre abbiamo trovato e affermato i principi e le posizioni teoretiche che abbiamo in comune. Questo dialogo ha trasformato entrambe le parti, in quello che pare essere stato una sorta di processo dialettico: la neces- sità sia della teoria che della pratica per fare avanzare sia la lotta armata che la rivoluzione sociale. Per l’IRPGF, fare accordi con altri gruppi della sinistra rivoluzionaria per trovare un terreno comune d’azione è una prassi che viviamo quotidianamente. Però dobbiamo ammettere che la maggior parte delle strut- ture guerrigliere delle quali facciamo parte stringe accordi con gli stati. Quindi, mentre riaffermiamo con la forza la nostra posizione contro tutti gli stati, che non è negoziabile, la nostra struttura stringe accordi pragmatici proprio con gli stati per cercare di sopravvivere a un altro giorno di battaglie. Per il momento tutte le nostre forniture e risorse provengono dai partiti rivoluzionari con i quali siamo alleati, che a loro volta fanno patti e accordi con enti statali e non statali. Sappiamo di essere in contraddizione, ma è dura la realtà delle nostre condizioni attuali. A seconda del contesto e della situazione, gli anarchici devono scegliere quali tipi di patti possono stringere e con chi. Potrebbero avere la necessità di essere pragmatici e stringere patti con stati, associazioni parastatali o non statali per acquistare armi, per tenere il terreno su cui operano o semplicemente per sopravvivere e un giorno saranno criticati e attaccati per tutto ciò. Saranno i collettivi e le comunità a decidere sul come avanzate nel processo rivoluzionario e come usare i vari attori statali e parastatali a loro vantaggio, con l’obiettivo di non avere più bisogno di loro e distruggerli. In definitiva, la lotta armata è necessaria per il processo rivoluzionario e le varie alleanze che stringiamo le riteniamo necessarie per raggiungere il nostro obiettivo di un mondo liberato. L’IRPGF crede e afferma il concetto proveniente dalla Grecia secondo il quale le uniche battaglie perse sono quelle che non si combattono. Prima o dopo ogni rivoluzione si divide nelle sue parti costitutive che neces- sariamente entrano in conflitto. Questi conflitti determinano il risultato finale della rivoluzione. In Rojava è già iniziata questa fase? E se si, come la hanno affrontata gli anarchici? Se invece ancora non è iniziata, come preparerete i compagni sparsi în tutto il mondo alla situazione che si verrà creando quando i conflitti interni alla rivoluzione arriveranno in superficie e sarà necessario capire le posizioni differenti delle forze in campo? Alcuni compagni al di fuori del Ro- java non sono certi di comprendere alcune relazioni provenienti dall’interno, perché nella nostra esperienza vi sono sempre conflitti intestini, anche nei peri- odi più floridi di rivoluzione sociale e le persone che parlavano dell’esperimento in Rojava erano molto titubanti nello spiegare quali erano questi conflitti. Capi- amo bene che dovrebbe essere necessario non parlare apertamente di questi scon- tri, ma ogni prospettiva che ci potete offrire, anche in astratto, sarà molto utile 131 per comprendere la situazione. La risposta più semplice è sì, questi conflitti sono già iniziati in Rojava. All’interno di una struttura confederale sono emerse le contraddizioni delle diverse fazioni. Ci sono coloro i quali vorrebbero portare pienamente a compimento la rivoluzione e altri che sono pronti a scendere a compromessi su alcuni aspetti della rivoluzione per mettere in sicurezza le conquiste fatte finora. Ci sono coloro i quali ancora sognano un Kurdistan marxista-leninista e altri pronti ad aprirsi all’occidente e alle forze democratiche. All’interno della lotta armata vi sono coloro i quali vorrebbero scatenare una guerra con tutti gli effettivi, mentre altri sostengono che la fine della lotta armata si sta avvicinando e che lentamente si debbano cessare le ostilità. All’interno di questa arena politica caotica, con una serie di acronimi praticamente infiniti, come ci muoviamo noi dell’IRPGF in queste acque torbide e pericolose? Come anarchici navighiamo nelle complessità e nelle contraddizioni con l’obiettivo di cercare di fare guadagnare più terreno possibile all’anarchismo. Ci allineiamo con quei partiti e quelle fazioni della rivoluzione che sono più vicini a noi. Le alleanze che forgiamo sono quelle che più ci facilitano e che meno richiedono assimilazione. Cerchiamo di tenerci lon- tani dall’assimilazione sia come ideologia che come gruppo. Essere in uno spazio autonomo che supporta i nostri obiettivi ci offre enormi opportunità. Esiste uno spazio libero che il partito lascia ai gruppi come il nostro per la formazione, per sviluppare progetti utili alla sperimentazione rivoluzionaria. Più anarchici arrivano in Rojava per aiutarci a costruire strutture anarchiche, più saremo influenti e avremo la possibilità di tramutare i nostri obiettivi in realtà. Per esempio, i giovani, estremamente critici sul loro passato feudale e tradizionale, si pongono all’avanguardia di enormi cambiamenti e progressi sociali. Vogliamo lavorare con i giovani per formare una cooperazione educativa e, da anarchici, focalizzarci sulle nostre teorie e sulle questioni inerenti il queer, il gender e la sessualità (LGBTQ+) che qui sono tabù per la maggior parte delle persone. C’é un vasto spazio per costruire e sperimentare strutture anarchiche che con- tinueranno a rivoluzionare la società e liberare tutti gli individui e le comunità. Crediamo che il nostro lavoro di anarchici, sia nella lotta armata che nella so- cietà civile del Rojava, sarà valido per l’intera comunità anarchica mondiale. Speriamo di poterne condividere i risultati, grazie alla solidarietà continua di tutti e agli anarchici che si uniranno a noi venendo qui. Traduzione di Luca Felisetti 132 CHAPTER 15. NON PER IL MARTIRIO DI CRIMETHINC Chapter 16 All’interno della rivoluzione curda Intervista con due anarchici a cura di due membri di una rete anarchica internazionale Il movimento di resistenza curdo, dal successo della difesa di Kobané contro Daesh nel 2014 — In particolare ’YPG (la milizia degli uomini) e l'YPJ (la milizia elle donne) — ha catturato l’attenzione dei media internazionali. Du- rante questo stesso periodo, la loro esperienza nella costruzione di una società apolidia, nei cantoni autonomi del Rojava (Kurdistan occidentale), ha affasci- nato gli anarchici di tutto il mondo. Tuttavia, per comprendere la resistenza curda del Rojava, è necessario avere una visione più ampia delle lotte per la libertà e l'autonomia nella regione. Nel rapporto di un’intervista del 2015 in Germania con due membri di una rete anarchica internazionale, che hanno trascorso del tempo in Bakur (nel Kurdis- tan settentrionale), permettendo loro di saperne di più sulle lotte in corso. La loro narrazione inizia con un ricordo storico dell'emergenza del movimento curdo e del “nuovo modello” adottato dal PKK nell’ultimo decennio. Poi descrivono come le loro esperienze in Kurdistan hanno cambiato la loro comprensione delle lotte anarchiche in altre parti del mondo. Potresti darci il background storico dell’emergenza del movimento curdo e descri- vere le lotte che si stanno verificando oggi in Bakur (Kurdistan settentrionale)? Bene, la storia inizia molto tempo fa con persone sedute attorno al fuoco nell’alta Mesopotamia. Circa quattromilatrecento anni fa, una nuova struttura sociale cominciò a emergere in Medio Oriente, una forma molto vigorosa di organiz- zazione sociale che minò le strutture comunitarie già consolidate: lo stato dei sacerdoti sumeri. Il processo storico che ha portato alla rivoluzione del Rojava non può essere compreso senza il riconoscimento della lunga tradizione di re- 133 134CHAPTER 16. ALL’INTERNO DELLA RIVOLUZIONE CURDAINTERVISTA CON DUE AN. sistenza e insurrezioni nelle aree curde attorno alle catene montuose di Zagros e Tauros. Probabilmente è la prima regione a essere stata colonizzata dal sistema statale poi in formazione, le cui radici si trovano nella Bassa Mesopotamia (ora nel nord dell’Traq, e che è anche l’antenato dello stato come lo conosciamo oggi in Occidente). Il PKK e il movimento curdo fanno parte di questa lunga tradizione di resistenza anti-governativa e si definiscono la 29a insurrezione curda nella storia. Le re- gioni curde sono sempre state ai margini di potenti imperi e sono state attaccate da quasi tutte le strutture imperiali che sono emerse nella regione per alcune migliaia di anni. Grazie al terreno montagnoso e all’organizzazione sociale de- centralizzata, adottata dai villaggi dai curdi, queste regioni non sono mai state totalmente conquistate o assimilate. Di conseguenza, per millenni hanno dovuto affrontare il peso delle potenze straniere per conquistare il loro territorio e nom- inare delle élite curde feudali per assicurare l'obbedienza e prevenire (o almeno isolare) qualsiasi forma di ribellione. Spostandoci rapidamente nel ventesimo secolo, vediamo che queste dinamiche sono ancora rilevanti quando è emerso il sistema degli stati nazione. Lo stato turco fu fondato nel 1923 a seguito del crollo dell’impero ottomano, che aveva dominato i territori curdi verso est, ma garantiva loro l’indipendenza culturale e persino politica. Durante la prima guerra mondiale, gli ottomani si erano alleati con gli im- peri centrali, stabilendo particolari legami politici e ideologici con la Germa- nia, legami che esistono ancora oggi. Dopo la sconfitta degli Imperi Centrali e il crollo dell’Impero ottomano, i gruppi nazionalisti turchi combatterono per il proprio stato. Fin dalla sua fondazione, l’ideologia di questo nuovo stato era ultranazionalista. Proclamarono la Turchia come stato per tutti i turchi e definirono la gente che viveva all’interno dei suoi confini come parte della grande nazione turca, collegando così lo stato a un senso di superiorità etnica. Di con- seguenza, tutte le persone che rivendicavano diverse origini o identità etniche, siano essi Assiri, Armeni, Curdi o altri, sono stati trattati come traditori e ter- roristi separatisti. Fino agli anni ‘90, il curdo e altre lingue diverse dal turco erano ufficialmente bandite in Turchia; non solo nell’apparato statale ma anche nella sfera privata. Ci riferiamo a tutta questa storia perché è importante comprendere la durezza delle condizioni in base alle quali è stato fondato il Partiya karkeren kurdistan (PKK), il Partito dei lavoratori del Kurdistan. Il movimento curdo contem- poraneo è emerso durante la rivolta giovanile turca del 1968, dove il principio rivoluzionario si è diffuso attraverso organizzazioni socialiste, studenti radicali, lavoratori e contadini. Negli anni ’70 un gruppo di amici curdi e turchi si riunì ad Ankara attorno ad Abdullah Ocalan, Kemal Pir, Haki Karer e al- tri; questi amici iniziarono a discutere la questione curda attraverso un prisma rivoluzionario. Una delle loro idee principali era che il Kurdistan era una colonia interna e doveva essere liberato dall’oppressione coloniale per creare un’utopia socialista. Il PKK fu fondato nel 1978 e fu organizzato intorno ai precetti dalla teoria marxista-leninista. Sotto questo "vecchio principio” come lo chia- mano oggi, il PKK mirava a stabilire un avanzamento politico e iniziare una 135 guerra rivoluzionaria per liberare i territori curdi e stabilire uno stato curdo, che sarebbe poi stato usato per stabilire il socialismo. Nel clima altamente oppressivo della Turchia negli anni ‘70, molti stavano solo aspettando la possibilità di combattere per una vita migliore, e la strategia e la convinzione del PKK si diffusero rapidamente. Nel 1984, iniziarono una guer- riglia che si trasformò in una violenta guerra civile. La guerriglia ha ottenuto un notevole sostegno all’interno della società e inoltre, in molte aree non era possi- bile separarla dalla popolazione nel suo complesso. In risposta, l’esercito turco, la polizia militare e i servizi segreti hanno organizzato campagne di rappresaglia per combattere i ribelli e intimidire la popolazione. Sotto l’egida del programma anti-comunista “Gladio” sostenuto dalla NATO, hanno distrutto quattromila vil- laggi e ucciso più di 40.000 persone. In seguito a questo spargimento di sangue, il movimento di liberazione curdo ha iniziato un processo di riflessione e autocritica nei primi anni Novanta. Oltre a doversi confrontare con la repressione violenta da parte dello stato e dei gruppi paramilitari, i guerriglieri furono minati da problemi interni, con alcuni leader del PKK che agivano come signori della guerra con una logica militare basata su una sanguinosa vendetta. Era diventato chiaro che una semplice lotta militare non avrebbe risolto nulla. Il "vecchio principio” aveva portato a una guerra im- placabile e non avrebbe mai potuto rispondere ai problemi sociali nei territori curdi o difendersi efficacemente dalle minacce esterne. Il PKK ha dichiarato unilateralmente un cessate il fuoco nel 1993, interrompendo la guerra civile per creare lo spazio affinché il movimento formulasse un nuovo concetto che avrebbe portato a una trasformazione sociale. Il movimento curdo ha affrontato molte battute d’arresto e sfide durante questo processo di riflessione: ci sono stati ripetuti interventi dello stato turco per provocare situazioni che avrebbero po- tuto condurre a una nuova guerra civile, il rapimento e l’imprigionamento del leader del PKK Abdullah Ocalan e l’ascesa di partiti curdi con un modo di fun- zionamento feudale, come il clan Barzani nel nord dell’Iraq. Nonostante queste sfide, tra il 1993 e il 2005, il movimento curdo ha sviluppato quello che ora chiamano il “nuovo principio”, che cambierebbe profondamente la strategia e gli obiettivi del movimento curdo. Un duro colpo per un processo di cambiamento interno è venuto dal movimento delle donne curde. Migliaia di donne si unirono alle forze di guerriglia durante la guerra civile. Spesso si sono trovate in conflitto con i comandanti ormai sor- passati che hanno cercato di tenerle in ruoli di genere tradizionali e non furono trattate allo stesso modo. In risposta le donne curde, hanno stabilito completa- mente dei gruppi autonomi di guerriglia, che era un atto piuttosto rivoluzionario nel loro contesto culturale, si sono prese il diritto di combattere in battaglia e si sono organizzate, all’interno del movimento, ma in modo da prendere le proprie decisioni in modo indipendente. Come i nostri amici ci hanno detto, cera anche una differenza nel loro modo di combattere: negli uomini o unità miste, il comportamento competitivo persisteva come eredità dalle generazioni della società gerarchica, che, fino a oggi, è rimasto un problema. Le dinamiche delle combattenti erano meno competitive rispetto ai loro colleghi maschi; in tal senso possiamo vederne le prove nel numero di caduti combattenti. La maggior 136CHAPTER 16. ALL’INTERNO DELLA RIVOLUZIONE CURDAINTERVISTA CON DUE AN. parte delle vittime ci sono state durante le missioni, dove l’atteggiamento di sfrontatezza e l’orgoglio di vincere tra i combattenti di sesso maschile era molto comune. Tuttavia, nelle unità delle donne, la cui vigilanza tendeva a essere a lungo termine, le combattenti hanno dimostrato di essere meno vulnerabili a causa di questo eccesso di fiducia degli uomini che potenzialmente gli è stato fatale. Oltre alle unità militari autonome, le donne curde hanno formato comitati sociali e politici per discutere i problemi dell’oppressione patriarcale. Oggi, l’organismo principale del movimento delle donne è la Komalen jinen Kurdistan (JK) la con- federazione delle donne del kurdistan, che fa parte del KCK, la confederazione generale, ma prende le decisioni in modo indipendente. Inoltre, il movimento delle donne è in possesso di un diritto di veto sulle decisioni prese dai gruppi di uomini o le assemblee generali. Sotto la loro influenza, il movimento curdo ha sfidato i modelli patriarcali e gerarchici insiti nei loro modelli organizzativi da lungo tempo. Il processo di cambiamento verso un nuovo paradigma è stato portato avanti da un’ala ideologica nel PKK formata intorno al loro presidente Abdullah Ocalan, che ha avanzato l’idea di confederalismo democratico dopo aver intrapreso un’approfondita analisi storica del sistema gerarchico del mediooriente o anche oltre questo ter- ritorio. Ha sottolineato che i problemi di potere, oppressione e violenza sono emersi dal processo storico della civiltà stessa, a partire dagli antichi sacer- doti, che inizialmente hanno sfidato l’adozione di forme egualitarie precedenti, spesso matriarcali, di organizzazione sociale. I problemi dell’oppressione, della guerra e della ricerca del potere sono legati all’istituzionalizzazione delle re- lazioni patriarcali nelle strutture statali e nel sacerdozio. Il sistema capitalista, lo stato-nazione e l’industrialismo sono concetti che si sono evoluti in questi modi gerarchici e sono stati dominati dai modi di pensare maschili. Ocalan ha anche evidenziato le idee dell’anarchico americano Murray Bookchin che ha condotto un’analisi del potenziale utopico di confederalismo democratico che ha sotto- lineato l’importanza di adottare un nuovo paradigma ecologico, democratico e liberato dai ruoli di genere tradizionali. Centrale per la progettazione di questo “nuovo paradigma” del PKK era l’idea di comunalismo, dove ogni settore della società dovrebbe organizzarsi e raccogliersi in una confederazione comunalista decentrata. Ispirato da questo nuovo paradigma, il Komalen ciwaken Kurdistan (KCK), la confederazione delle società del kurdistan, è stata fondata nel 2005. Si ritrova, alla sua base, un sistema di consigli nei quartieri, villaggi e città, che ha dato impulso al contro-potere per favorire lo sviluppo dell'autonomia dallo stato- nazione e dall’economia capitalista. Il KCK costituisce il nucleo del sistema dei consigli in Kurdistan, compresi i delegati di tutte le regioni curde parte- cipanti. Essi eleggono un organo esecutivo, incaricato di lavorare su questioni importanti per tutte le regioni, come la rappresentanza diplomatica globale, le proposte ideologiche e strategiche e le questioni riguardanti la difesa. Inoltre amministrano le Forze di difesa popolari (HPG) incluse le ali armate di tutte le parti del movimento. Nell’ultimo decennio, nonostante le pesanti condizioni di repressione e di guerra, il movimento nel Kurdistan settentrionale ha creato 137 strutture per una società democratica ed ecologica, priva dei tradizionali ruoli di genere. Come il KCK, che comprende le strutture di autonomia democratica in Kur- distan, il Demokratik toplum kongresi (DTK), Il Congresso della Società demo- cratica, comprende un sistema di consigli nella regione del Bakur nel nord del Kurdistan, che rientra nei confini dello stato nazionale turco. La struttura fed- erata del DTK inizia al livello più basso del villaggio o del quartiere, cioè il distretto, la città e, infine, la più grande regione di Bakur. AT livello più alto della federazione, l’assemblea DTK, si trovano i delegati re- vocabili da più di cinquecento organizzazioni della società civile, i sindacati e i partiti politici, con una quota di genere del quaranta per cento, nelle assemblee dei posti sono riservati alle minoranze religiose, così come un sistema di posti dove uno è riservato a un uomo e l’altro a una donna. Nel modulo standard di base, i partecipanti cercano dì risolvere i problemi a livello locale e solo se non riescono a trovare una soluzione, passano al livello successivo. Le persone non curde prendono parte ad alcuni dei raggruppamenti, compresi i membri delle comunità azera e aramaica, Inoltre, i giovani si organizzano, sia all’interno di queste strutture che in parallelo, con lo slogan "Il capitalismo è un uomo - siamo un movimento che ha creato poteri unificati di donne e giovani" e questo sen- timento ha sottolineato l’importanza dei giovani e l’organizzazione delle donne per superare l’eredità della gerarchia radicata nella società curda, ma riflette an- che la filosofia che la gioventù non è davvero una questione di età, ma piuttosto uno stato mentale molto simile allo slogan zapatista preguntando caminando, ossia, avanzare mentre ci si interroga. Questa struttura federata di assemblee e di organizzazioni civili è stata cre- ata per risolvere i problemi comuni e sostenere l’auto-organizzazione dell’intera popolazione attraverso processi democratici dal basso verso l’alto. Quindi, anziché essere definito unicamente in termini di etnia o territorio, il concetto di autonomia democratica propone strutture locali e regionali attraverso le quali le differenze culturali possono essere liberamente espresse. Di conseguenza, c’è una varietà colorata di organizzazioni educative, culturali e sociali e di esperienze con cooperative che si sviluppano intorno al Kurdistan settentrionale. Vale la pena di mettere in evidenza le commissioni di mediazione, che mirano a trovare un consenso tra le parti in conflitto e quindi un accordo a lungo termine, piut- tosto che rinviare il problema attraverso la punizione. Questo porta spesso a lunghe discussioni, ma riflette anche un concetto di responsabilità collettiva, in cui gli imputati non dovrebbero essere esclusi con le sanzioni o la detenzione, ma devono essere messi nella condizione di venire a conoscenza dell’ingiustizia e del male che ha causato il suo comportamento. Ciò ha reso i tribunali di stato superflui in molti campi del movimento di liberazione curdo. Accanto a questi comitati di mediazione e altre proposte, si possono trovare centri sociali per i giovani e le donne a tutti i livelli della società, con attività che vanno dai corsi di lingua curda e seminari politici a gruppi di musica e teatro. È in questo contesto che dobbiamo capire il successo della rivoluzione in corso in Rojava. Il movimento curdo può guardare indietro a quaranta anni di lotta radicale, con fallimenti, riflessioni e progressi. 138CHAPTER 16. ALL’INTERNO DELLA RIVOLUZIONE CURDAINTERVISTA CON DUE AN. Sebbene la formazione dell’autonomia democratica nel Kurdistan settentrionale si sia dimostrata molto più caotica, ingarbugliata con le vecchie strutture statali, lottando per una guerra sociale ed ecologica piuttosto che militare, è comunque meno rilevante rispetto ai processi attualmente in corso in Rojava. Una domanda che gli anarchici si stanno ponendo di questa lotta è di sapere come la recente direzione antiautoritaria della lotta curda — comprese le strut- ture del confederalismo democratico, i principi della liberazione delle donne e così via — sia venuto dall’alto verso il basso, a partire da Abdullah Ocalan, verso la direzione del PKK. Ci sarebbe un’apparente contraddizione se una rivoluzione antiautoritaria fosse stata diretta dall’alto! Qual è il tuo punto di vista sulla re- lazione tra l’ideologia dei leader di queste organizzazioni e la trasformazione delle relazioni e delle strutture sociali in Kurdistan? Questo è un punto piuttosto importante su cui abbiamo molto discusso e che, al meno in Germania, è legato ad alcune paure derivanti da brutte esperienze nelle lotte rivoluzionarie. Certamente, la questione della leadership e dell’iniziativa è una delle più difficili quando ci occupiamo di auto-organizzazione ed è anche difficile per il movimento curdo. Le vere domande sono: come può esserci un cambiamento radicale rivoluzionario nella società? Chi valuta la necessità? Chi prende le decisioni sull’orientamento? La risposta deve essere: tutti, per tutto, sempre. Forse l’evoluzione del movimento curdo e del PKK può offrire un esem- pio utile, che deve ancora essere pienamente compreso nel mondo occidentale, Ocalan e il PKK non agisce soltanto da un motivo ideologico o un sistema dog- matico fisso, come unica vera via del marxismo leninismo asserito dagli ex stati socialisti. Quando non guardiamo oltre l’immagine e non approfondiamo ulte- riormente, forse l’immagine del socialismo rivoluzionario - del leader barbuto e oscuro, del guerrigliero disinteressato — ci inganna. Quello che vediamo oggi in Kurdistan, sia nel Rojava che nel nord, è un nuovo ap- proccio attraverso il quale tutta la società è sulla strada per arrivare a un nuovo stato di coscienza. Se si considera la persistenza dello stato e dell’oppressione patriarcale come un problema di persone che rimangono incoscienti dalle pos- sibilità di resistenza, si vede l’importanza di attivare la coscienza della società. In tutte le parti del Kurdistan, dove è organizzato il movimento di liberazione, troviamo comitati di formazione che si chiamano accademie. Un’accademia può assumere molte forme diverse, ma possiamo facilmente comprenderla come uno spazio collettivo per formare una coscienza comune. Alcuni potrebbero essere semplici focus group che si riuniscono una volta alla settimana, ma ci sono an- che quelli più intensivi e a lungo termine, a cui partecipano tutti gli attivisti (e negli ultimi anni tutti i membri di collettivi che vogliono partecipare possono aderire). Le accademie sono sempre collegate ad altre organizzazioni sociali; i gruppi giovanili e il movimento delle donne hanno le loro accademie, mentre altri gruppi organizzano accademie generali per tutti. Ciascuno di questi gruppi enfatizza l’autoemancipazione e in queste istituzioni le proposte avanzate da Ocalan e dal PKK sono intensamente discusse e criticate. Questi leader non sono gli unici a suggerire proposte: ogni istituzione, ogni comitato e ogni indi- viduo può propagare le proprie idee. 139 Questa pratica si è sviluppata sulla base del processo di educazione politica all’interno dell’ex PKK, in cui lo standard per ogni militante e combattente della guerriglia doveva ricevere l’addestramento sia militare che ideologico. Con il nuovo paradigma emergente, divenne chiaro che l’obiettivo non era solo quello di creare un’avanguardia filosofica ben istruita come nel vecchio sistema di strut- ture leniniste, ma anche di liberare la coscienza di ogni persona che prendeva parte al processo di formazione della nuova società. Coloro che vogliono auto- organizzarsi devono riflettere sulla loro relazione con il mondo, il che significa un approfondimento della loro esplorazione filosofica. Un metodo spesso usato in queste accademie è quello che potremmo chiamare analisi associativa. Nello studio di un certo argomento, ognuno lo propone alle proprie associazioni; attraverso un processo in cui ogni persona condivide le proprie impressioni ed esperienze, mentre gli altri ascoltano attentamente e cer- cano di capire l’argomento. Nessuno, allora potrà formare un consenso. A livello teorico, questo approccio altera la possibilità di “oggettività” e crea una forma di soggettività multiple. Quando identificate la vostra posizione su una deter- minata tesi, includendo sia la vostra volontà di agire che le paure che sorgono in voi, allora ciò che è necessario diventerà più chiaro in termini strategici. Oggi, il ruolo e la posizione degli attivisti del PKK e del PAJK (il partito delle donne) sono cambiati rispetto agli anni 80 e ‘90: la loro immagine di sé è diven- tata più vicina a ciò che può considerarsi una personalità militante anarchica: lottare per la propria autodeterminazione e l’aiuto reciproco. Sotto il vecchio paradigma, l’attivista doveva essere disinteressato e dare prova di abnegazione. Sebbene questa concezione non sia completamente scomparsa, sta cambiando e le discussioni all’interno del movimento rigettano tale dicotomia e sostengono, allo stesso tempo, la lotta per un approccio individuale all’autotrasformazione così come per la bellezza e la forza collettiva. Quando il disegno del ruolo degli attivisti è cambiato, hanno respinto l’idea ormai superata di diventare un’avanguardia. Invece, si limitano a vivere sotto forma di una vita secolare e ascetica ben organizzata basata sull’idea che combattere per i nostri amici e per la rivoluzione è il modo migliore per vivere una vita. Quali lezioni hai imparato dal tuo tempo in Kurdistan per le lotte radicali in Germania e oltre? In primo luogo, il mio coinvolgimento con il movimento dì liberazione curdo come una lotta storica e di società in rivolta, mi ha permesso di credere ancora una volta non solo che questo mondo è assolutamente inaccettabile, ma anche la possibilità di lottare per un altro mondo. Mi piacerebbe chiamare questa riconquista il potere dell’immaginazione, che ha innescato un enorme senso di motivazione ma anche un certo senso di gravità in molti dei nostri amici. È stupefacente vedere la grande coscienza collettiva nella società curda. Guardando indietro alla vita metropolitana occidentale, sembra ovvio che il patriarcato e il capitalismo si siano diffusi in ogni ambito della nostra vita. Penso che abbiamo fatto enormi passi avanti nella comprensione della nostra storia e della nostra società, attraverso discussioni con i nostri amici del movi- mento giovanile curdo. In particolare, l’enfasi sulla filosofia e l’auto-percezione 140CHAPTER 16. ALL’INTERNO DELLA RIVOLUZIONE CURDAINTERVISTA CON DUE AN. ha chiaramente dimostrato quanto noi, anarchici o sinistra radicale, siamo os- tacolati dal moralismo. Abbiamo imparato a basare le nostre azioni su queste nozioni di buono/cattivo, vero/falso, e la colpa/pietà e siamo stati rasserenati attraverso la religione, il mondo accademico e la teoria, piuttosto che attraverso i nostri attaccamenti veri ed etici comuni, come le nostre amicizie. Per iniziare il processo di liberazione di noi stessi, dobbiamo superare la person- alità liberale borghese e il comportamento capitalista e superare lo stato interno suscitato da questa mentalità. D'altra parte, in Germania e più ampiamente in Occidente, ci troviamo di fronte all’individualismo e al liberalismo interiorizzati, non solo nella società in gen- erale, ma anche nella nostra “scena” politica - una scena con una tendenza generale verso stili di vita nichilisti e politiche basate sull’identità. Nella mia osservazione, la maggior parte degli attivisti nella nostra scena po- litica, così come la maggioranza dei giovani liberali, danno la priorità assoluta alla “libertà” dell’individuo, semplicemente seguendo le inclinazioni che vengono loro, in un ambiente in cui tutto è permesso. Allo stesso tempo, c’è una sen- sazione di sottomissione e quindi di accettazione di un ambiente immutabile predeterminato. Ciò porta spesso, da una parte, un senso di paralisi, pessimismo, disperazione e depressione e, in secondo luogo, una ri-radicamento di colpa la cui identità è alimentata dalle strutture di potere che criticano (bianco, di classe media, privilegiato) e la immersione in varie forme di forme di vita commercializzate (punk, hardcore, sinistra radicale, “anarchico”)... che insieme sono il risultato di questo individualismo dilagante. Penso che potrebbe essere interessante analizzare l’impatto delle ribellioni gio- vanili del 1968 perché ha dato un forte impulso a questo sviluppo. Siamo di fronte a masse di persone intorno a noi che danno la colpa dell’incoscienza alla società, ai politici, ai poliziotti o fascisti spaventapasseri, ma hanno completa- mente perso la loro presa sulla realtà e sotto la propria responsabilità e ordine del giorno. Invece, molti di noi continuano a vivere il mito liberale del successo economico e della pensione, fuggendo verso studi, lavoro, ricreazione, attivismo politico privatizzato, vacanze, feste, droghe, consumo, suicidio! La linea è sottile tra la concezione occidentale dell’anarchismo e del liberal ismo. Anche se gli anarchici classici come Emma Goldman hanno riconosciuto l’importanza della libertà positiva, "libertà per" il liberalismo sottolinea la lib- ertà negativa, o “libertà”, l’idea che le persone sono libere nella misura in cui non sono vincolati da leggi e regolamenti. Questa comprensione della libertà scivola facilmente nella filosofia dell’individualismo, la proprietà privata e il capital ismo, negando completamente il rapporto dialettico tra l’individuo e la società, e il fatto che gli esseri umani hanno sempre vissuto in comunità come individui sociali, vincolati da regole e valori comuni. Noi pensiamo che i valori umani sono socialmente determinati e che le norme e i regolamenti sociali per la difesa non rappresentano delle restrizioni a certa libertà preesistente, ma fanno parte delle condizioni di una vita libera, che devono comprendere le singole e collettive delle libertà. Come contro-esempio alla “libertà” liberale degli anarchici in scena della sinistra radicale in Occidente, vale la pena ricordare che il movimento dei 141 giovani curdo è in lotta seriamente rigorosa contro l’uso e l’abuso di droghe perché lo stato turco chiaramente sta cercando di distruggere il movimento non solo con i gas lacrimogeni e arresti, ma anche con tutti i mezzi disponibili alla contro-insurrezione moderna, incluso il supporto per il traffico di droga e della prostituzione. Noi crediamo che ci deve essere una riflessione collettiva su come il consumismo, l’individualismo e altre forme di agire del liberalismo agiscono come funzioni di contro insurrezione e di sapere come li abbiamo interiorizzati nella nostra mente e nel nostro comportamento. Abbiamo bisogno di organizzare un auto-difesa contro gli attacchi delle ideologie capitaliste che ci riducono a niente di più che dei consumatori e degli imprendi- tori / lavoratori autonomi, intrappolati. A differenza di tali illusioni liberali, le nostre esperienze con i compagni del movimento curdo ci hanno dato una prospettiva sull'importanza di risolvere questa polarizzazione a Ovest tra l’individuo e la società, concentrandosi sui valori piuttosto che sui punti di vista politici e identitari. Ispirati dall’esempio del movimento curdo, penso che dovremmo studiare e ot- tenere la nostra storia nel processo di sviluppo di auto-consapevolezza per ri- solvere il dilemma che in occidente abbiamo di fronte. Grazie alla critica della civiltà e all’analisi del nostro patrimonio comunalista e democratico, possiamo sviluppare consapevolezza storica e fiducia in ciò che facciamo. Ocalan ha provato,nei suoi scritti in carcere, di aver scavato abbastanza in pro- fondità nel contesto storico della lotta dei curdi, in modo da avere la possibil ità di confrontarlo con le precedenti esperienze di lotta rivoluzionarie. Diversi membri del PKK sono emersi oggi da quella storia per fare una riflessione crit- ica sulla loro ideologia e le strategie, l’integrazione nel loro processo di auto- interrogazione e la creazione della propria filosofia della liberazione, che è forse una mitologia rivoluzionaria. Allo stesso tempo, non significa indulgere nella nostalgia. Invece, dobbiamo es- sere ispirati dalla forza innovatrice della gioventù, che va sempre avanti mentre si mette in discussione. Non aver paura dell’auto-sviluppo; sii aperto alle critiche e impara dai tuoi stessi errori e da quelli degli altri. Lascia che il processo rivoluzionario di cambiamento inizi con te stesso. Forse è anche una buona cosa per gli anarchici europei ricordare: il processo rivoluzionario non è mai qualcosa al di fuori di te; deve essere identico al tuo progresso verso la libertà, così da diventare una parte simbiotica di una società libera. Penso che ogni attivista anarchico dovrebbe accettare la nostra responsabilità storica e l'opportunità di raccogliere e organizzare il nostro potere collettivo per costruire e difendere una società basata sulla creatività, sulla diversità e sull’autonomia. Ma questo sig- nifica che dobbiamo vivere secondo il modo in cui pensiamo e parliamo. Quindi, dobbiamo spazzare le nostre idee liberali nella spazzatura della storia. Solo così potremo andare oltre un comune accordo teorico e poter “cambiare tutto” come dici tu! Il legame tra l’anarchico e sinistra radicale e la lotta di liberazione curdo sembra essere forte in Germania, con molti anarchici attivi negli interventi di solidari- 142CHAPTER 16. ALL’INTERNO DELLA RIVOLUZIONE CURDAINTERVISTA CON DUE AN. età che in gran parte guardano al Rojava e altrove in Kurdistan. Puoi parlare della storia di questi legami di solidarietà? Quali sono le forme concrete che questa solidarietà potrebbe prendere? All’inizio, i gruppi di solidarietà emersero dal movimento degli squats in Ger- mania. Dagli anni ’90, i compagni tedeschi si sono uniti alla lotta di guer- riglia. Alcuni di loro sono morti in guerra, come Shehid Ronahi (Andrea Wolf). Doveva scomparire perché era perseguitata dallo stato tedesco per le sue azioni nella Frazione dell’Armata Rossa, era entrata nel PKK e aveva combattuto come internazionalista. Diversi militanti tedeschi si sono uniti alla lotta armata curda e quindi ci sono compagni più anziani che possono condividere le loro esperienze e riflettere sugli errori commessi in quel momento. Negli anni ’90, c'erano molti problemi, da entrambe le parti, tra la sinistra tedesca e il movi- mento curdo. Da un lato, il PKK era ancora radicato nel vecchio paradigma e una forte attenzione sulla lotta in Kurdistan, con l’esclusione di ogni altra cosa, assicurandosi che era difficile stabilire un rapporto reale amicizia. D'altra parte, i tedeschi hanno mantenuto i nostri modelli classici di tenere a bada, crit- icando senza capire e dimostrando l’arroganza della metropoli. Quando Ocalan fu arrestato e il movimento lottò per sopravvivere, questa tenue solidarietà si spezzò. Fortunatamente, quando il nuovo paradigma ha iniziato a emergere, è iniziato un nuovo processo di apprendimento, anche se si stava delineando molto lentamente e timidamente per molto tempo. Alcuni compagni tedeschi hanno visitato di nuovo il Kurdistan e sono stati in contatto con organizzazioni della diaspora, mentre altri si sono uniti alla lotta di guerriglia. Il PKK si consid- era internazionalista e considera il fatto che i collegamenti internazionili sono rinforzati in quanto di grande valore per tutte le parti. È sempre stato difficile organizzarsi con le comunità curde nella diaspora e, onestamente, rimane un grosso problema fino a oggi. Sebbene ci siano molti curdi che vivono in Europa, i legami tra loro e altri radicali europei non sono molto forti. Ci sono diversi motivi per questo: uno di questi è il fatto che la società tedesca è molto razzista e che molte comunità di migranti sono organizzate solo tra la propria gente come una sorta di meccanismo di autodifesa. Inoltre, il nazionalismo tende a essere più forte tra i curdi della diaspora, e la società della diaspora è ancora spesso organizzata lungo le linee feudali. Negli anni ’90 c'erano manifestazioni comuni e oggi i tedeschi e i gruppi curdi camminano di nuovo insieme. D'altra parte, a livello di auto-organizzazione comune, siamo ancora deboli. Dopo l’attacco dello scorso anno a Shengal e l’assedio di Kobané, l’attenzione è stata immediatamente ripresa e tutta la scena radicale della Germania ha reag- ito. Da allora, le cose hanno iniziato a muoversi lentamente, sempre più persone hanno cercato di tornare al Rojava e alcuni si sono uniti ai ranghi del YPG / YPI. Quali suggerimenti daresti agli anarchici altrove su come imparare e mostrare solidarietà alla lotta per la liberazione curda? Crediamo che gli anarchici debbano considerare la lotta della liberazione curda come la propria lotta, come una lotta internazionalista. Trarre beneficio dai compagni del Kurdistan può aiutarci a superare le illusioni liberali che abbiamo discusso. 143 Ci deve essere riconoscimento, consapevolezza della responsabilità sul dilemma del Medio Oriente. L’apertura e la volontà di impegnarsi filosoficamente e teori- camente con l’ideologia del movimento è importante, in modo che possiamo esprimere queste possibilità in molte lingue e colori. Ciò richiede di sostenere anche la lotta per i problemi di comunicazione, che può essere uno dei molti modi per supportare a livello tecnico. Inoltre, c'è sempre stato un caloroso invito a visitare il Kurdistan per imparare, criticare e affinare le idee sull’organizzazione locale e internazionale. Come hanno ripetutamente sottolineato i nostri amici curdi, sono coloro che vivono nella metropoli occidentale che devono costruite i propri movimenti rivoluzionari: questo è il più grande supporto che possiamo dare loro perché è un’opportunità per la difesa reciproca. Da quanto possiamo sentire, è necessario un aiuto pratico su diversi argomenti: conoscenze ingegner- istiche, rimedi medici e ogni genere di cose pratiche possono essere utili. Puoi darci un aggiornamento sulla recente repressione da parte dello Stato anti- curdo che si svolge in Turchia? In che modo il movimento curdo risponde a questa violenza? Attualmente siamo in una situazione di escalation. In risposta alla pesante sconfitta elettorale del suo partito alle elezioni parlamentari del 7 giugno 2015, il presidente turco, Erdogan ha dichiarato guerra contro la popolazione curda e così è finito il processo di pace avviato da Ocalan nel 2013. Dalla strage che ha ucciso 34 giovani dei gruppi curdi e turchi, nella città di confine di Suruc, sulla strada per Kobané, alla fine del mese di luglio, ci sono stati migliaia di arresti e bombardamenti sui campi dei guerriglieri del PKK, sia in Bakur (Nord Kurdistan / Turchia sud-orientale) e nei territori di Medya difesa Bashur (Sud Kurdistan / Iraq del Nord). Il conflitto militare è aumentato, con molti militanti e civili uccisi dallo Stato, mentre gli attacchi, pogrom contro i curdi e gli altri movimenti sociali hanno avuto luogo per settimane nel nord del Kurdistan e tutta la Turchia. Più di recente, l’esercito turco ha assediato la città di Cizre per una settimana, mentre ultranazionalisti turchi hanno attaccato i curdi e gli uffici della HDP (un partito politico curdo) nel paese. Molti negozi curdi sono stati incendiati dai sostenitori del AKP, il partito di Erdogan, oltre che da membri di organiz- zazioni fasciste come i lupi grigi, un’organizzazione giovanile fascista del Partito del movimento nazionalista. Attacchi simili contro i curdi e altri oppositori della guerra ha avuto luogo in Europa negli ultimi giorni, mentre il governo tedesco tace sugli attacchi da parte di nazionalisti turchi, attivisti curdi sono stati crim- inalizzati e arrestati. Di fronte a questa violenza, il movimento ha sviluppato un modello chiamato teoria dell’autodifesa o teoria della rosa. È una metafora basata sull’idea che ogni essere vivente deve difendere la propria bellezza lottando per sopravvivere. Tutti gli esseri devono creare metodi dì autodifesa secondo il loro modo di vivere, crescere e legarsi con gli altri e, dove non si mira a distruggere il proprio nemico, ma piuttosto a costringerlo a cambiare la sua intenzione di andare all’attacco. I guerriglieri parlano di questa strategia difensiva in senso militare, ma lavorano anche su altre scale. In sostanza, possiamo considerarlo come un metodo di 144CHAPTER 16. ALL’INTERNO DELLA RIVOLUZIONE CURDAINTERVISTA CON DUE AN. auto-emancipazione. Per molto tempo i guerriglieri del PKK non fecero nulla, dando per scontato che lo stato turco avrebbe continuato i negoziati, perché sapevano che non potevano sconfiggerli militarmente. Se sei abbastanza forte e segui la tua strada, la violenza non sarà necessaria; diventa semplicemente una questione di organizzazione. Anche questa comprensione dell’autodifesa fa parte del nuovo paradigma. Dato il complesso contesto geopolitico della lotta curda tra i diversi stati ostili e le forze armate, credi che una vera rivoluzione anti-autoritaria possa davvero radicarsi e diventare l’ultima nella regione? Bene, come abbiamo imparato dallo studio di altre rivoluzioni nel corso della storia: l’unica opportunità di durare per una rivoluzione è quella di diffondere, allargare i propri orizzonti e superare tutte le frontiere stabilite per per con- tenerlo. Come spiegano i nostri compagni curdi, ci sono due pilastri della lotta rivoluzionaria. Il primo e più importante è il processo di costruzione dell’autonomia democratica; si riferisce alla semplice domanda su come vogliamo vivere, come organizzare la nostra vita quotidiana. Al momento, è difficile con- centrarsi su questo problema perché l’intera regione viene incendiata e coinvolta nella guerra. Questo è il motivo per cui il secondo pilastro è l’autodifesa con tutti i mezzi necessari. Entrambi sono essenziali e devono essere applicati a diversi livelli. Le esperienze rivoluzionarie nel corso della storia, in Europa e altrove, dove l’uno o l’altro di questi pilastri è stato trascurato, sono stati in- evitabilmente sconfitti. È davvero importante rafforzare la posizione rivoluzionaria in Kurdistan, non solo militarmente, ma anche sviluppando la comunicazione con i compagni di tutto il mondo. Mentre il sollevamento rivoluzionario in Turchia e il sostegno all’interno dell’Occidente sta crescendo, c'è meno spazio per le altre potenze regionali per attaccare il movimento curdo. Inoltre, per ampliare la nostra prospettiva, dobbiamo riconoscere l’enorme potenziale che l’esperienza di questo movimento ci offre. Fin dall’inizio si sono organizzati in una situazione che era più disperata della nostra e tuttavia hanno avuto successo. Direi che è, in un certo modo, trattando con un pericolo concreto che li ha resi così forti. Inoltre, sarebbe molto produttivo scambiare esperienze. I metodi e gli strumenti dei movimenti anarchici occidentali sono molto creativi e potrebbero offrire molto supporto su questioni specifiche di auto-organizzazione. Troviamo nel Medio Oriente, al momento, una strana situazione di relativo equi- librio di poteri, con il Rojava posizionato nell’occhio del ciclone. Questa è la grande visione della politica dell’islam sunnita, spinta principalmente dai gov- erni di Turchia e Arabia Saudita, ci sono anche stati sciiti dell’Tran, dell’Iraq e dei resti del regime di Assad in Siria. Infine, c’è la NATO, di cui la Turchia è membro e dove afferma i propri interessi, nel centro, troveremo anche lo Stato Is- lamico (Daesh), un esercito di zombie che non può essere controllato da nessuno, anche se è stato probabilmente creato e sostenuto per schiacciare la resistenza curda e il regime di Damasco. Quindi, in questa situazione caotica, il Rojava è ancora per esempio, perché è l’unica opzione locale affidabile che è in grado di infliggere una sconfitta a Daesh. Quindi sì, il Rojava è in qualche modo bloc- 145 cato tra tutte queste potenze militari. D'altra parte, come abbiamo imparato in molte rivoluzioni, la guerra non riguarda solo la matematica. E più legato a un certo modo di combattere e a una questione di coscienza. Dovremmo imparare da ciò. Ci puoi spiegare cosa si intende per “come combattere”, o forma specifica di coscienza nella lotta armata, che è il carattere distintivo della resistenza curda? Lasciatemi condividere una storia che un amico mi ha detto una volta. Ha preso parte alla guerra nelle montagne Qandil nel 2011. In quel tempo, c’era un’alleanza pragmatica tra la Turchia e l’Tran e il movimento curdo temeva che le capacità militari a disposizione del guerriglieri fossero un problema. Qandil forma l’estremità meridionale della difesa dei territori di Mediya , le montagne controllate dai guerriglieri nelle regioni di confine dell’Iran, Iraq e Turchia. Mi ha raccontato di una situazione in cui un migliaio e mezzo di IRGC, i reggimenti di fanteria dell’Iran, hanno cercato di prendere d’assalto la collina dove i guer- riglieri si nascondevano. C’erano solo trenta compagni che difendevano la loro montagna. Ha spiegato che ciò che l’esercito iraniano ha cercato di usare contro di loro sono state solo le loro munizioni e la paura della punizione da parte dei loro comandanti. Così le IRGC corsero alla cieca verso la cima e furono sconfitti. Non avevano convinzione, nessuna energia, nessuna amicizia tra loro. D'altra parte, mi ha detto, quando i suoi compagni hanno difeso la loro posizione, non hanno semplicemente usato le armi. Hanno combattuto per i loro villaggi sac- cheggiati, le loro famiglie spezzate, tenendo presente i loro amici caduti e di essere consapevoli del fatto che l’esercito che stava attaccando avrebbe bruciato le montagne e le foreste dietro di loro e avrebbero distrutto la natura della loro terra. Hanno combattuto per coloro che erano troppo deboli per stare da soli, per tutti i membri della società che si sono levati in piedi dietro di loro e li hanno sostenuti in cambio. Forse è difficile capire se non lo senti da solo. La loro energia è stata alimentata da una lunga serie di amici, dalla oppressione stori- camente condivisa, dalla difesa reciproca - amore per la vita e convinzione di credere in se stessi. Tutte queste cose vengono prima di tutto, dice, quando ti siedi accanto ai tuoi amici nella posizione di guardia e alzi le tue armi per difenderti: la tua fiducia nei tuoi compagni, la tua gratitudine verso coloro che credono in una società libera che vive nelle valli e coltiva gli orti e vi nutre, la tua tristezza per gli orrori che lo stato ha inflitto ai tuoi amici e alle tue famiglie. E alla fine, c’è il proiettile che spari a quelli che arrivano nella tua direzione. Come potrebbero vincere? ha chiesto con un sorriso. Anche il combattente oggettivamente più debole può produrre una grande forza, se combatte per il suo bene e per coloro che possiedono il suo cuore, senza essere spinto in una direzione o da un’ideologia, o avere fretta di fare qualcosa che non vuole fare. Coloro che combattono per la loro società e le relazioni simbiotiche che hanno protetto e nutrito tra loro sconfiggeranno sempre metodi convenzion- ali basati sulla distruzione o interessi egemoni e strategie basate sull’ostilità. Mi ha ricordato le parole che amici filosofici in Occidente avevano già detto una 146CHAPTER 16. ALL’INTERNO DELLA RIVOLUZIONE CURDAINTERVISTA CON DUE AN. volta: la realtà collegata ai propri desideri ha un significato rivoluzionario. Se sai veramente per cosa combatti, se percepisci gli elementi essenziali della situ- azione in cui ti trovi, puoi metterlo in relazione con la tua volontà dì vivere, che ti darà bellezza anche oltre la morte. Questa guerriglia mi ha insegnato che si considerano i guardiani della vita, usando le proprie capacità per proteggere la vita della loro società. Mi ha impressionato molto. Egli pone anche la domanda: da dove verrà l’energia rivoluzionaria per l'Occidente? Comprendiamo a malapena la nostra situazione, spinta da decisioni pragmatiche basate su un complesso sistema di dipendenze. Forse questa è la lezione che dob- biamo imparare per noi stessi: qual è la realtà della nostra situazione comune che dobbiamo prima capire? Questa è la vera ragione per cui nessun altro esercito al momento può respin- gere le forze di Daesh in Siria. Nel difendere Kobané, l’YPG/YPJ ha basato la sua difesa su questa stessa coscienza. Nessuno poteva credere che avrebbero liberato la loro città; va oltre il razionalismo. Si basa più sulla fede in te stesso e sulla credenza nella tua energia rivoluzionaria, che si evolve dal tuo desiderio di vivere. È questa cosa che è stata quasi evacuata da te se fossi cresciuto nel capitalismo occidentale. Un altro amico ha aggiunto che se vuoi davvero creare una nuova società basata su relazioni non oppressive, stai cercando di costruire qualcosa che ancora non esiste. Qualcosa che fa parte di un nuovo mondo, di un altro mondo. Come hai potuto capire razionalmente dal tuo punto di vista oggi? Non è scritto nei libri. Dovresti impazzire per rompere lo status quo; devi essere convinto dalla tua immaginazione e dal tuo desiderio. Questo è il tuo problema in Europa, ha concluso: hai dimenticato come farlo. Tradotto da: @cetautremoi_mia Fonte: Info Rojava-Kurdistan Chapter 17 Siria, anarchismo e Rojava Intervista con David Graeber, 2 luglio 2017 a cura di Real Media David Graeber: Sono stato in Siria una volta. Sono stato nel sud della Turchia. Sono stato in Iraq. Sono stato in svariate aree all’interno dei territori curdi che stanno sperimentando la democrazia diretta. Intervistatore: Puoi parlarmi di che cosa ti ha portato là, e certamente fin dal vero e proprio inizio? Più che averli trovati io, sono loro che hanno trovato me. Ci sono persone im- pegnate nel Movimento curdo per la libertà che ... è cominciato ... è emerso dal PKK, che all’origine è un gruppo guerrigliero piuttosto convenzionale, marxista- leninista. Ma qualcosa riguardante [incomprensibile] lo ha portato in questa direzione radicalmente nuova e molto di questo cambiamento è arrivato da un processo interno di donne guerrigliere che in un certo qual modo hanno affermato sé stesse, introducendo il femminismo come un tema forte. Parte di ciò ha avuto a che fare con la particolare evoluzione intellettuale del loro leader [Ocalan] che è divenuto questo ... dal suo arresto e detenzione in questa isola-prigione in Turchia, ha letto molto di Murray Bookchin e molto della teoria femminista e in un certo modo è arrivato a una posizione più anarchica, fondamentalmente. Hanno deciso che anziché pretendere uno stato proprio volevano semplicemente rendere irrilevanti i confini e dissolvere interamente gli stati. Cosa piuttosto sensata per gente di quella parte del mondo: ricorda che i curdi sono una popo- lazione divisa tra Iran, Iraq, Siria e Turchia. L’idea che da ciò si costruiscano un governo pare improbabile. E loro anche fanno piuttosto ... un punto di cui si sente parlare molto, in realtà; la gente dice: «Beh, sapete, in questa parte del mondo siamo arrivati a renderci conto che chiedere un paese proprio è fondamentalmente la stessa cosa che “chiedere il 147 148CHAPTER 17. SIRIA, ANARCHISMO E ROJAVAINTERVISTA CON DAVID GRAEBER, 2 Li diritto di essere torturato da uno della polizia segreta che parla la mia stessa lin- gua”». Non è granché come rivendicazione. Così hanno cambiato idea arrivando a quella di una democrazia diretta dal basso e di una specie di eliminazione dei confini come modo migliore per poter arrivare a qualcosa di simile a un Kurdis- tan che abbia senso. Dunque quello è il posto? Posso addirittura dire che il posto è là? C’è un luogo fisico cui accenni. Kurdistan. Sono stato in Rojava. Il Rojava è — o il Kurdistan occidentale — è la parte siriana del Kurdistan. È una vasta parte della Siria settentrionale lungo il confine turco, e circa due milioni di persone sono impegnate in quello che ritengo considerato uno dei grandi esperimenti storici. Mio padre ha com- battuto nella guerra civile spagnola, dunque in un certo senso sono cresciuto in un luogo in cui erano molto vivide le memorie di ciò che accadde in Spagna nel ’36, 37, ‘38. Dunque un motivo per cui sono arrivato a essere anarchico è perché, dico sempre, la maggior parte delle persone non ritiene che l’anarchismo sia una cattiva idea. Pensano sia una follia. Niente polizia e la gente comincia ad ammazzarsi a vicenda. Nessuno ha in realtà mai organizzato le cose senza capi. E, di fatto, mio padre era a Barcellona quando la città era gestita secondo un principio anarchico. Si liberarono semplicemente dei colletti bianchi e, poco ma sicuro, scoprirono che si trattava di cazzate, come lavori; che non faceva alcuna differenza se non esistevano. Dunque, essendo cresciuto così capisco che è possibile, ma da allora non ci sono stati esperimenti di dimensioni simili a quanto accaduto in Spagna e nell’area controllata dai Repubblicani, e specialmente nelle aree controllate dagli anar- chici curdi, perché tutti sono così terrorizzati dal fatto che sia il popolo a gestire le cose. Non importa tanto che la gente dica «vi odio, voglio rovesciarvi», quanto che dica «voi ragazzi siete ridicoli e non necessari». È questo che realmente temono. Dunque i nemici che piacciono sono quelli che cercano di sostituire i marxisti, fondamentalmente. Quando i marxisti arrivano, la polizia ci sarà ancora. Prob- abilmente ce ne sarà di più, vero? Arrivano gli anarchici e l’intera struttura sarà cambiata. Alla gente sarà detto che è del tutto superflua. Dunque è di quel genere di esperimento che hanno davvero paura. Tendono a estirparlo prima possibile. Così questa è la prima volta, penso, dopo la Spagna che si ha una vasta area di territorio sotto il controllo di persone che cercano di far questo; cercano di creare una democrazia diretta dal basso senza uno stato. Dove altro è stato tentato? Voglio dire, è stato tentato dovunque nel mondo per gran parte della storia umana e ha funzionato bene. Ma nelle condizioni industriali moderne ci sono stati vari tentativi. Nella storia più rivoluzionaria si parla della Comune di Pa- rigi, avevano [incomprensibile]; si parla di [incomprensibile] in Ucraina. Ci sono stati tentativi. Ma solitamente tutti, su ogni schieramento compresa la sinistra, li attaccano e cercano di sopprimerli. 149 Dunque, quali sono le cose minime di base che occorre organizzare o che... Amministrano le città. È un paese di economia reale; è povero e sono sotto embargo. Ma ci sono automobilisti, c'è un codice stradale, ci sono officine e fabbriche che producono cose, ci sono fattorie. Fanno tutte le cose che ci sono in una società normale. Occorre provvedere alla manutenzione delle strade. Ma essenzialmente quello che hanno fatto è creare ... è molto interessante. Ho detto... l’ho descritto come una situazione di potere duale, ma questa è la prima volta nella storia umana, penso, in cui si ha una situazione di potere duale in cui la stessa persona ha creato entrambe le parti. Così hanno qualcosa che appare come un governo; hanno un parlamento, hanno ministri; approvano leggi. Ma hanno anche la struttura dal basso. La struttura dal basso è ciò che chia- mano «confederalismo democratico». Ogni quartiere ha un’assemblea, e ogni assemblea ha un gruppo di lavoro. Si tratta di persone che si occupano di speci- fici problemi; ad esempio problemi sanitari o problemi di sicurezza. E ciascuno di questi gruppi, ogni assemblea e ogni gruppo di lavoro, ha anche un gruppo di donne. Devono avere il 40 per cento di donne oppure non avranno un quorum, ma hanno anche un gruppo interamente di donne con diritto di veto. Dunque deve essere ... tutto è bilanciato a livello di genere. Tutte le cariche sono duplici: un uomo e una donna in ogni cosa. Anche l’esercito è così. È per questo che hanno tutte quelle famose immagini di donne con le armi, ma anche questo è politico. Lo dicono molto esplicitamente; dicono: «Beh, guardate, noi siamo anticapital- isti. Siamo sempre stati anticapitalisti. Ma ...» Io penso, hanno detto, «che la lezione della storia riteniamo sia che non ci si può liberare dal capitalismo senza liberarsi dallo stato. E non ci si può liberare dallo stato senza liberarsi dal patriarcato». Bene, come ci si libera del patriarcato? Beh, assicurandosi che tutte le donne abbiano accesso alle armi automatiche è un punto da cui partire. Non si pos- sono maltrattare le persone se sono armate. E hanno anche la loro polizia delle donne ... Così hanno una democrazia diretta e ciò parte da questi consigli di quartiere e tali consigli si confederano in consigli regionali e poi municipale e tutti inviano delegati, non rappresentanti, per prendere decisioni insieme in un sistema vasto ed elaborato. Ma la chiave è che c’è questo sistema dall’alto e questa struttura dal basso. Beh, quello che dicono è che questo non è uno stato chiunque abbia un’arma è tenuto a rispondere alle strutture dal basso e non a quelle dall’alto. In questo modo quelli che stanno in alto non possono costringere nessuno a fare qualcosa che non vuole. C’è un’eccezione e si tratta dei diritti delle donne. Così hanno leggi come l’abolizione dei matrimoni infantili, o roba simile, e di- cono che alcuni di questi villaggi probabilmente li ripristinerebbero se fosse loro permesso. Ma ciò è interdetto. E hanno un meccanismo per far rispettare il divieto, ma si tratta di una polizia interamente delle donne che fa valere questa regola specificamente relativa alle donne. Da quanto vanno avanti così? 150CHAPTER 17. SIRIA, ANARCHISMO E ROJAVAINTERVISTA CON DAVID GRAEBER, 2 Li Tre o quattro anni ormai. E quale è stata l’ispirazione? Quel signore che hai citato nel ... Ocalan. Abdullah Ocalan. La sua immagine è dovunque. È interessante perché, parlando in generale, aggirano in larga misura il problema del culto della person- alità. In effetti non hanno mai immagini di nessun vivente, eccetto lui. Hanno immagini di morti, dunque ci sono immagini di martiri delle guerre dovunque. Ma non mostreranno mai un’immagine di qualcuno ancora in circolazione per- ché sarebbe antidemocratico rendere qualcuno un leader carismatico. Lui è l'eccezione, ma è perché è in carcere per il resto della sua vita, dunque è il leader e tutti lo accettano come tale. Ma il fatto è che la Turchia stava per giustiziarlo ma voleva anche entrare nella UE a quel punto; così non ha potuto farlo. E in conformità alla legge egli ha potuto presentare ogni testimonianza relativa al suo reato, ha avuto il diritto di scrivere ogni cosa. Così ha deciso che al fine di spiegare e contestualizzare il suo reato avrebbe dovuto scrivere dodici libri diversi, compresa una storia del Medio Oriente in tre volumi. E così questo lavoro è uscito in continuazione ed è utilizzato come una sorta di fondamento per il dibattito all’interno del movimento curdo. E lui ha fatto tutte quelle dichiarazioni: «Dobbiamo uscire dal modello della lotta puramente di classe e capire che l'oppressione delle donne è la cosa più primordiale e immediata con la quale dobbiamo fare i conti. Dobbiamo capire che l’ecologia è ugualmente importante per lo sfruttamento.» Così sono diventate questa specie di esercito ecologico femminista basato su principi di democrazia diretta. Le sue opere sono disponibili in inglese? Oh sì. Non tutte, ovviamente, ma escono volumi in continuazione. E, sai, da un punto di vista anarchico, in un certo grado è un po’ sospetto. Vai là e ci sono tutte quelle immagini del grande leader; sono arrivato a chiamarlo Zio Eoj, come Zio Joe al contrario [allusione non chiara; probabilmente allo “zio Joseph” (Stalin)]. Lui è l’opposto perché è come il leader autoritario che dice a tutti di leggere dell’anarchismo e smettere di essere autoritari. E mette gli autoritari vecchio stile in un impaccio terribile perché devono fare tutto ciò che il leader dice. Il motto del leader recita di pensare con la propria testa. Ovviamente i giovani sono molto entusiasti. Non sono anarchici ma abbracciano un mucchio di idee anarchiche; leggono sull’anarchismo. Sono contro lo stato, cosicché il nome che si danno davvero non conta da un punto di vista anarchico, fintanto che uno è contro lo stato e contro il capitalismo. Come proteggono il territorio? Credono nel concetto di autodifesa. Beh, il fatto è che sono i combattenti migliori in Siria. 151 Qual è la differenza tra lo stato e quello che stanno facendo loro? Perché hanno un loro territorio e così sicuramente ... Consiste nel proteggere la società. Loro dicono che ... la tesi che hanno è... Non si tratta comunque di una differenza semantica? Beh, loro pensano di no, perché quello che direbbero è che poiché lo stato è un monopolio dell’uso legittimo della forza, ovviamente, nel territorio, loro non hanno un simile monopolio. È un’organizzazione democratica dal basso. Non c’è alcuna istituzione che possa fare ciò, Così allora loro dicono: «Beh, ogni istituzione deve difendersi, tutto in natura deve difendersi». La difesa è una ... ma si tratta di condurre guerre aggressive, attaccare [sic] ... Perciò il loro esercito si chiama Unità di difesa del popolo. Ed è anche democratico; eleggono i loro capi. Ogni sera discutono le decisioni e le criticano [incomprensibile] le cancellano 0 così è tutto in larga misura un esperimento di democrazia. E si penserebbe che sia, tipo, «Splendido. Non appena avranno bisogno di un es- ercito vero, vediamo che cosa succede». Beh, loro vincono sempre. Sono andati sistematicamente sconfiggendo l’Isis sul campo e al momento stanno marciando sulla capitale dell’ISIS. Dunque si tratta di «Ci copriamo le spalle l’un l’altro»? E quella loro atmos- fera? Quella è la loro idea e hai detto che stanno marciando su ... Raqga. Gli statunitensi sono nell’ironica posizione di dover appoggiare un branco di anarchici. Sono le sole persone che sono bravi combattenti militari nella regione e che cercano realmente di eliminare i fascisti. Ho pensato che era molto strano; arrivando qui pensavo che avrei potuto fare domande a David sul project management, considerato il tuo lavoro sulla buro- crazia e î lavori del cazzo. Ma in un certo modo queste persone esemplificano una specie di buon project management, vero? Oh sì. La gente fraintende; pensa che si sia contro ... che gli anarchici siano contro tutte le forme di qualsiasi cosa che abbia appena l’apparenza di una buro- crazia; qualsiasi forma di amministrazione, qualsiasi forma di gestione; persino qualsiasi forma di organizzazione. Questo è ... sono sicuro che ci siano persone così. Ma come soleva indicare Malatesta: «Se dici che gli anarchici sono sem- plicemente dei matti che sono contro qualsiasi cosa, tutti quelli che sono matti e contro qualsiasi cosa cominceranno a definirsi anarchici». Ciò non significa davvero molto a proposito di ciò che diranno altri che si definiscono sempre anarchici. L’anarchismo non è contro l’organizzazione. Significa che le persone non devono essere obbligate a organizzarsi. In realtà credono nell’organizzazione più di chi- unque altro. D'accordo, perché in realtà la cosa su cui mi interrogavo era: quali sono le 152CHAPTER 17. SIRIA, ANARCHISMO E ROJAVAINTERVISTA CON DAVID GRAEBER, 2 Li tue ciliegine a proposito di ... le tue dritte riguardo al project management? Beh, penso che il dovere di rispondere sia la chiave. Se hai un sistema in cui tutti possono dire quel che vogliono, dovrai emergere e nessuno può essere obbligato a fare qualcosa. È ovviamente stupido. Dovrai renderlo buonsenso. Ad esempio il processo del consenso, Tutti ne parlano come se fosse un insieme complesso di regole, come le Roberts Rules of Order [22], che si devono imporre. Ma si sbagliano. L’idea è che nessuno dovrebbe essere costretto a fare qualcosa cui si oppone violentemente. Se non hai i mezzi per far questo, qualsiasi cosa tu faccia sarà un consenso perché dovrai ascoltare ciò che pensano gli altri, e dovrai arrivare a una posizioni che nessuno trovi violentemente obiettabile, il che è ciò che fondamentalmente è il consenso. Ma che cosa succede quando viene detto: “Non abbiamo abbastanza tempo per ascoltare tutti”? Beh, allora dipende dalla situazione. Se qualcosa deve essere fatto, allora va bene dire: d’accordo, per le prossime tre ore Tizio è a capo. Non c’è nulla di sbagliato in questo se tutti sono d’accordo. Oppure si improvvisa. Ma il consenso è la modalità predefinita e tutto ciò in cui credo è accettare quel principio fondamentale che se non si può costringere le persone a fare cose che non vogliono o che considerano assolutamente sbagliate o idiote, allora si dovrà sviluppare una struttura di ascolto delle persone. È la sola cosa su cui non accetterei compromessi. Tutto il resto riguarda quale sia il modo più efficace per fare questo. Ad esempio in Kurdistan sono in effetti venuti fuori con una soluzione molto interessante e creativa a questo. Dicono che fanno una distinzione tra questioni tecniche e questioni morali o politiche. E dicono che nelle questioni tecniche si può procedere a maggioranza. «Ci riuniremo alle quattro o alle cinque?» Si alzano le mani. Se si tratta di «Dovremmo essere violenti o non violenti?», beh, allora si deve arrivare all'unanimità. E poi naturalmente la questione è ovviamente chi decide qual è una questione morale e quale una tecnica. Così qualcuno potrebbe dire: «Beh, la questione delle quattro o delle cinque pesa sui disabili, ed è una questione morale». Cosic- ché la cosa diventa un po’ una partita a calcio. Ci sono sempre cose da discutere e punti di tensione. Ma ciò nonostante si può essere efficienti quando si deve, ma si è efficienti nel caso di cose in cui l’efficienza è più importante della posta in gioco. Una volta ti ho chiesto della burocrazia nei circoli attivisti, se ne avevi mai vista. E mi hai detto che avresti probabilmente potuto parlarne all’infinito. Ma se potessi giusto parlarmene ... È esattamente ciò di cui sto parlando. Ora, quelli che non capiscono che questo è un insieme di regole intorno alle quali si può improvvisare e trovare ciò che è meglio per un particolare gruppo di persone e per una particolare cosa che si sta cercando di fare, tenderanno ad agire come se tutto sia un insieme di regole cui bisogna obbedire. E questo è così frustrante per me. 153 Spesso nel movimento Occupy ho avuto a che fare con persone che erano con- vinte che io fossi il tizio che pretendeva che ci fosse un manuale di regole sul consenso, perché io aborro il consenso. Voglio dire, io non sono per l’unanimità assoluta, per il consenso modificato. Deve sempre esserci qualcosa [incompren- sibile] Ci sono sempre una o due persone matte o irragionevoli o qualcosa del genere. Dunque tutto deve essere nell’ambito della ragione, compresa la ra- gionevolezza. Ma ciò nonostante ci saranno alcuni che pensano che io sono il tizio del manuale delle regole e altri che affermano che sono l’anarchico matto contro tutte le re- gole, e forse questo dimostra che sto colpendo il punto giusto nel mezzo. Ma sì, c'è una tendenza alla burocratizzazione strisciante e ci sono diversi motivi per questo ... una delle cose che mi ha interessato considerare nel libro è perché ciò accade. La lingua è un grande esempio di questo. Da un lato le lingue cambiano in con- tinuazione. Non c’è lingua sulla terra che sia la stessa di cent’anni fa. Perché? Beh, alle persone piace trastullarsi. Tutti quelli che ... fanno le cose in modo leggermente diverse, si divertono un po’ con questo. E gradualmente le cose ... non importa che uno sia in Svezia o in Nuova Guinea o in Ecuador o in qualsiasi altro posto. Alla gente piace divertirsi. Si trastulla con la lingua. Ma d’altro canto, se dici alle persone che sbagliano, ti crederanno. Così se prendi un manuale di regole su com'era la lingua nel 1910 e dici: «Guardate, guardate. Avete corrotto la lingua», loro diranno: «Oh Dio mio, hai ragione. Insegnaci come parlare bene». Useranno il gergo e batteranno la fiacca e verranno fuori con nuovi modi divertenti di parlare e poi ti crederanno se dirai che non dovreb- bero fare così. E in un certo modo questo è il dilemma fondamentale che rende possibile la burocrazia. Dunque intendi dire, ad esempio, che il linguaggio è qualcosa che cambia e se qualcuno si presenta a dire [incomprensibile] ... Ma le regole cambiano in continuazione. Giusto. Pensi che semplicemente ci piace essere dominati? Non so se è così. Voglio dire, alcuni ovviamente sì. A volte si tratta di pigrizia; semplicemente non vogliono avere la responsabilità di dover decidere in contin- uazione. Uno dei motivi per cui ci piace essere dominati è perché in quel modo possiamo incolpare qualcun altro quando le cose vanno storte. C’è un certo peso di responsabilità quando costantemente devo partecipare a ... la persona che prende la decisione. Voglio dire, gli aspetti del potere che sono piacevoli sono bilanciati dagli aspetti del potere che fanno paura e per alcuni decisamente l’idea è che valga il rischio e godono le parti piacevoli molto più di quanto siano spaventati da quelle pau- rose, e per altri vale il contrario. E questa è una cosa che consente al potere di emergere. Voglio dire, sento con grande forza che la partecipazione obbligatoria alla democrazia diretta sia semplicemente tanto sbagliata quanto non permettere alle persone 154CHAPTER 17. SIRIA, ANARCHISMO E ROJAVAINTERVISTA CON DAVID GRAEBER, 2 Li di partecipare. In ogni esempio di democrazia riuscita di lungo termine che conosco alcuni non si presentano. Solitamente, in realtà, il quorum è forse un terzo delle persone in un kibbutz o qualcosa di simile. Sono i fanatici della procedura. Sono i politici. Ma agiscono nella consapevolezza che se fanno qualcosa che non piace alle per- sone, quelle si presenteranno alla riunione successiva, indipendentemente da quanto siano state pigre in precedenza. Così in un certo modo devono tenere ... avere presenti gli interessi di tutti perché non hanno il diritto di rappresentarli. Da ZNetitaly — Lo spirito della resistenza è vivo www.znetitaly.org Fonte: https://zcomm.org/znetarticle/syria-anarchism-visiting-rojava/ Originale: The Real Media traduzione di Giuseppe Volpe Chapter 18 Postfazione di Norma Santi L’abolizione degli eserciti e l’autodifesa, le comuni e i consigli di quartiere fanno parte del progetto rivoluzionario nel Rojava e, anche non trattandosi di una rivoluzione anarchica, tuttavia ha in sé gli aspetti di una rivoluzione sociale at- tualmente basata su una democrazia senza stato che ha costruito una struttura autogestionaria dal basso comunalista e ecologica e che, soprattutto non intende diventare rappresentativa come lo è invece, la democrazia creata secondo il mod- ello statuale e neoliberale. Tutto ciò ha aperto un’altra finestra sul mondo e ha rilanciato una sfida verso l’utopia per alcune generazioni che, mettendosi in gioco, stanno cercando di arginare gli effetti catastrofici del capitale e del patriarcato con la lotta, la soli- darietà, l’azione diretta e stanno sostenendo il sistema confederato nel Rojava, in una prospettiva libertaria, nelle regioni del kurdistan come in altre regioni del mondo. Il Rojava, l'occidente, ha tolto tra l’altro un po’ di granelli di polvere dal tavolo della memoria, non troppo lontana, dove sono conservati e non archiviati alcuni racconti orali e scritti della Resistenza difficili da redimere, nonostante l’impegno revisionista e negazionista di una parte della nostra popolazione e, ancor di più, questa rivoluzione sociale ha attualizzato il dibattito italiano aperto e mai con- cluso su cos'è lo stato, il capitale, la nazione, la guerra di indipendenza nazionale e con un coraggioso volo pindarico sta attraversando il tema del federalismo lib- ertario arricchito oggi di altri saperi e accadimenti storici che hanno attraversato gli ultimi due secoli. [23] La coalizione in alcune aree tra l’esercito usa e i partigiani e le partigiane delle Unità di autodifesa del popolo e delle donne curde, sono documentate, in diversi comunicati e interviste, in cui è spiegato che queste alleanze, negli ultimi anni, sono state di tipo tattico e non strategico e che questa temporaneità non avrebbe inciso sulla continuità dei principi della rivoluzione sociale nel Rojava. Di fatto tale coalizione è venuta meno in diverse situazioni e le Unità di autodifesa sono state le sole a difendere la popolazione civile. 155 156 CHAPTER 18. POSTFAZIONE L'osservazione di alcuni dati e le recenti traduzioni del libro di M. Bookchin e articoli letti in relazione agli scritti di A. Ocalan, mi hanno fatto inciampare nella semantica del lemma inglese radical una parola importante, che assume un significato più grande quando parliamo di rivoluzione, sia essa socialista o comunista libertaria o anarchica, sores, in curdo. L’attenzione si è posata sul dettaglio che, nel XXI secolo in occidente, si è con- tinuato a parlare di radicale ma, affinché questa definizione non sottintenda unicamente, un’interpretazione edonistica liberale o banalmente progressista di livello marginale e astratta, l'immaginario libertario, alternativo al sistema at- tuale, è sensibilmente scivolato nella responsabilità di non escludere le cause che hanno determinato alcuni effetti indesiderati, apparentemente non sostanziali e a tratti poco raffinate, ma la cui considerazione aiuta a riflettere e tra queste il fatto che, negli ultimi decenni, il passaggio a una società ipertecnologica ha reso più facile ad alcuni esseri umani il superamento della fatica ma, coincidendo tutto ciò con la diffusione e il controllo della massa attraverso la diffusione di una cultura conformista e paternalistica, è evidente come la coscienza, per molti e molte, si stia rivelando a tratti intorpidita e distratta dal regime, dalle scelte del consumo e della rivalsa sociale. Negli ultimi decenni sono state molte le iniziative radicali, a livello globale, pro- mosse per arginare o contrastare la disgregazione sociale e rendere possibile la realizzazione di una vivibilità alternativa sottratta alla sopraffazione dominante, all’astrazione o alla temporaneità degli eventi di protesta e al parrocchialismo, tuttavia è venuta meno la continuità e la creatività nella lotta vissuta dal basso e realmente nel sociale per una meno spettacolarizzata prospettiva libertaria per tutte e tutti. La frammentazione sociale in atto è oltremodo incrementata dalla propaganda emergenziale e di pari passo si va diffondendo la cultura della guerra di stampo neocoloniale, e nel nostro paese ne sono un esempio, l’aumento negli ultimi anni, delle spese militari e delle cosiddette “missioni di pace” in Africa e in altre re- gioni del mondo dove protagonisti sono unicamente l’esercito e il profitto per i produttori di armi mentre le fasce di povertà e le diseguaglianze sociali, nel nos- tro territorio, si sono ampliate sempre di più e le scelte dei governi, che si sono succedute, si sono rivelate tutt’altro che di ricerca di uguaglianza e benessere per tutte e tutti [24]. I confini mutevoli degli stati nazioni, resi variabili dalle guerre, le guerre civili, così come le alleanze bipolari degli stati, meccanismo bellico del quale anche lo stato italiano è partecipe, sono stati utili all’accumulazione delle ricchezze solo per alcuni, rendendo la variabile geografica e demografica dell’emisfero terrestre ancor più irrispettosa della dignità degli individui e delle comunità che sono mi- grate per secoli e, mentre le guerre si vanno aggiungendo alle guerre, nel mese di aprile 2018, anche lo stato francese ha calato la maschera dell’esportatore “democratico” nascosto dietro le mentite spoglie pacificatrici dell’uguaglianza e della fraternità e, inseguito al bombardamento e all’utilizzo di armi chimiche a Douma in territorio siriano, il presidente della repubblica francese Macron, ha affermato nel suo discorso: «Non abbiamo dichiarato guerra, difesi i nostri valori». 157 Le dichiarazioni di Macron hanno posto l’accento semantico sul vecchio lemma guerra, che nonostante il goffo tentativo del presidente di dividerla in generi, pur considerando le diverse circostanze in cui la guerra si esplica, sia essa di invasione o civile, interna o esterna, dichiarata o non dichiarata, purtroppo la realtà concreta ha dimostrato che essa non ha subito cambiamenti, sia nella forma che nella sostanza, poichè non risultano esistere guerre “buone” e, a oggi, non risulta ci siano state invenzioni per migliorare i suoi effetti cruenti contro la popolazione né che esistano nella realtà eserciti, a qualsiasi genere di stato essi appartengano, che non abbiano obiettivi di offensiva o di dominio, tantomeno risulta nella realtà che le industrie delle armi, nelle diverse nazioni, abbiano abbandonato le finalità di profitto o che gli stati abbiano rinunciato a investire nell’industria bellica. Insomma la dichiarazione jupiterien di Macron sembra superare di soli quattro centimetri, considerando de facto la differenza di statura tra i due, le parole che il guerrafondaio Bonaparte usava per istigare il suo esercito: «C’est l’argent qui fait la guerre» e monsieur le president sprofonda a piè pari nel baratro proto- canonico di cui oltremodo è stato anche ufficialmente insignito. Attualmente le vostre guerre, i nostri morti sono gli unici risultati dettati dal vecchio gioco costruito sulle alleanze bipolari tra gli stati nazione, compreso lo stato francese, che stanno continuando a intrecciare accordi e a perpetuare i massacri in medioriente e lo stato turco secondo questo paradigma, il 20 gennaio scorso con il suo esercito ha invaso Afrin, enclave curda (Rojava) in territorio siriano, per un accordo tra la Turchia, la Russia e l’Tran. L'esercito turco così ha bombardato per settimane Afrin e il 13 febbraio, quando Erdogan è arrivato in Italia, come se nulla stesse accadendo in Turchia, è stato accolto dal papa in Vaticano, dal presidente della repubblica Mattarella e dal capo di governo Gentiloni al fine di consolidare i loro accordi economici e la città di Roma per 48 ore è stata blindata e è stata dichiarata una green zone con l’interdizione per ogni tipo di manifestazione [25]. Nonostante il sostegno di Erdogan allo Stato islamico, il petrolio venduto dalle milizie del terrore allo stato turco e passato poi nelle mani di imprenditori ital- iani (JETCO “Joint Economic and Trade Commission" e SACE “Sezione per l'Assicurazione del Credito all’Esportazione”) e europei (accordo UE-Turchia per i migranti), i suoi programmi di espansione stanno continuando in accordo con l’alleanza saudita, approvati da usa, Russia e dall’UE, con gli invii di armi anche italiane con la quale è stata bombardata Afrin, cercando così di minare il cuore della rivoluzione sociale nel Rojava. In genere togliere il velo dagli occhi aiuta a vedere meglio, a uscire dall’indifferenza e con lo sguardo rivolto al presente e al sé, abbracciando una visione solidaris- tica internazionalista, non si può che accogliere l’invito e “restare umani”, molto diffuso negli ultimi anni, tuttavia nel fare proprie queste parole, non si dovrebbe escludere o sottovalutare che, una parte del genere umano, storicamente, non va sottraendosi dal farsi protagonista, nel fascismo come in democrazia, dal farsi complice o essere indifferente alle barbarie, dal farsi schiavo o fautore di strutture e apparati egemonici a sostegno di una cultura gerarchica di dominio e sopraffazione, anche sulla natura, e soprattutto non si può non tener conto 158 CHAPTER 18. POSTFAZIONE soprattutto del fatto che, negli ultimi due secoli, lo sviluppo industriale, non ha messo a disposizione i mezzi produttivi, organizzativi e comunicativi a rutto il genere umano che vive sul pianeta così come nei singoli paesi celebrati come “sviluppati”. Infatti, come alcuni dati sostengono, secondo questo modello, solo lo 0,5% della popolazione su quasi 8 miliardi sta detenendo la ricchezza globale, 40 milioni di persone, cioè sta utilizzando più del 50% delle risorse e dei mezzi produttivi tecnologici e comunicativi mondiali. Tenendo conto che tutto ciò sta avvenendo sfruttando il resto degli altri esseri umani, la natura e tutte le sue specie animali e vegetali, c'è da osservare poi che, tra questi 8 miliardi c’è un’altra percentuale, 800 milioni di persone, che non sono ricche come lo 0,5% ma sono definite comunque privilegiate rispetto al resto e vivono in Europa, Nord America e in alcuni paesi dell’estremo oriente come il Giappone e la Corea del sud. Da questi dati si evince che, mentre una consistente parte del genere umano è stato quasi del tutto privato degli strumenti di conoscenza e sussistenza pri- maria, un’altra parte del genere umano, definita privilegiata, possiede solo teori- camente una piccola e media padronanza dei saperi, dei beni primari e di con- sumo [26]. Escludendo i ricchi che comprendono solo lo 0,5% ciò significa che, una parte del genere umano, considerato privilegiato, a livello locale e globale, si accontenta delle informazioni offerte, in termini di una presunta razionalità e va inoltre mas- simizzando la sua soddisfazione e utilità, conforme all’efficienza del mercato e va perseguendo i suoi desideri senza porsi la domanda dell’utilità o inutilità, che si tratti di pane o escrementi, l’importante è che si acquisti al prezzo migliore. A tutto ciò si aggiunge che una parte della popolazione non è più interessata al valore del suo lavoro, cioè non può concedersi di fare la differenza se si tratta di un’opera effettivamente utile e di cura della persona, svilita e sottopagata dal sistema come lavoro di merda o se si tratta di lavori completamente inutili e che non hanno cioè alcun tipo di utilità pratica per il genere umano, come ad esempio i lavori manageriali o di super visione, definiti bullshit jobs dal punto di vista antropologico, sulla quale si basa buona parte del controllo dell’attuale lavoro sfruttato, considerato da questo modello comunemente di prestigio, elo- giato e ben pagato [27]. Tale smantellamento della ragione in nome di una presunta rivalsa e “benessere” sociale si è protratto per tutto il XXI secolo ed è avvenuto attraverso l’informazione e l'omologazione di massa, ha rotto gli argini degli schermi, ha inondato gli spazi privati e, analizzando gli strumenti della comunicazione mediatica di massa, è assai difficile oggi non comprendere il motore di ricerca Google, una delle più importanti aziende informatiche a livello globale, i suoi fatturati e come questi monopolizzino i saperi e chissà che non stiano già influenzando l’agire e la consapevolezza di alcuni umani, accompagnati per mano nel vicolo cieco della filosofia del «crescere o morire». Per tutto il Novecento, durante il fascismo come in democrazia, la classe piccola e media, che era venuta ad ampliarsi, per certi aspetti si è rivelata, una gran di crescita in termini di denaro, politico, e sociale aprendosi a un’era di relazioni fondata su un insieme di nazioni sul modello dello stato nazione europeo e il 159 connesso controllo demografico delle masse che è andata di pari passo alla mili- tarizzazione di corpi e luoghi. L’agire di alcuni umani, positivo o negativo che sia, è stato utilizzato nell’applicazione dell’egemonia esercitata da una parte della popolazione sull’altra e sull'ambiente e l’organo o apparato anatomico, tra i più significativi usati dal dominio statuale, è stata la sua mano militare con cui ha cercato di cancellare da sempre qualsiasi tipo di dissenso e opposizione sociale e la nazionalizzazione e il nazionalismo; il centralismo, la globalizzazione e la razializzazione si sono rivelate, anche oggi, le vecchie terapie adottate per mantenere la nota mentalità del profitto, dello sfruttamento, della discriminazione, dell’ingiustizia e delle diseguaglianze sociali e geografiche egemoniche su cui si tiene in piedi la macchina “capitale”. Parlando della rivoluzione nel Rojava, osservandola in maniera tridimensionale locale, è pressoché impossibile slegare gli attacchi contro di essa dal contesto em- bolico del sistema globale e, allo stesso tempo e in contemporanea, non vedere le relazioni con ciò che accade nelle altre regioni del Kurdistan, Bashur, Bakur e Rojhelat, o ignorare la sua posizione nella Mesopotamia nord orientale, che sia la terra tra il Tigri e Eufrate, o il fatto che questa regione sia abitata in prevalenza dai curdi ma anche da altri popoli quali gli assiri, gli arabi, i turcomanni, gli armeni, gli azeri, i ceceni, i circassi e i tartari oppure non far caso e non riuscire a mettere a fuoco, con i dati in possesso, che il medioriente è stato da sempre un’area strategica politica e militare importante e accaparrarsene l'egemonia ha significato, per gli stati nazione, pretenderne il controllo compreso quello delle risorse energetiche e idriche. Non si può non osservare inoltre che i curdi sono circa 35 milioni e attualmente è il popolo più grande a vivere senza stato, e, nel caos della guerra permanente, potrebbe essere utile considerare la rivoluzione nel Rojava un progetto che si sta difendendo, il cui risultato è indefinibile ma inequivocabile nella rielaborazione dei contenuti, nella partecipazione e soprattutto nel tentativo di sviluppare dal basso la solidarietà internazionalista per autodifendersi e soprattutto prendere atto che il Rojava come una farfalla, con il battito delle sue ali dal basso, ha generato una catena di movimenti di altre molecole fino a scatenarne delle altre più complesse e caotiche, e con la sua modesta variazione di dati in ingresso sta andando a ripercuotersi evidentemente sulla soluzione, in maniera esponenziale. La presenza del pensiero anarchico oggi nel Rojava è da attribuirsi ai gesti e alle rielaborazioni teoriche ma anche alle lotte e alle risorse libertarie ed è la testimonianza della vitalità di un pensiero che nelle varie declinazioni si è riv- elato storicamente disinteressato alla «presa del potere» o alla creazione di un «contropotere», basti pensare alle esperienze comunarde e autogestionarie nella rivoluzione spagnola del 1936, un pensiero che nella sua rielaborazione libertaria non ha abbandonato l’utopia concreta di un’autorganizzazione sociale dal basso, senza stato, governo, sfruttamento e gerarchie, di un pensiero senza dogmi ed es- erciti, leaders o guru, un pensiero ispirato alle esperienze e agli scritti di Bakunin e Malatesta, Virginia Bolten, Louise Michel ed Emma Goldman, tanto per fare alcuni esempi, le cui proposte e azioni sono state descritte, condivise, spiegate e giunte utili alla nostra attualità. Negli anni Ottanta e Novanta la maggior parte degli attivisti curdi erano ar- 160 CHAPTER 18. POSTFAZIONE restati e le donne hanno svolto il lavoro di autorganizzazione dal basso, fino alla rielaborazione della loro autodifesa e questi sono diventati oggi alcuni prin- cipi essenziali per il Movimento delle donne libere curde attive sulle montagne di Qandil e nel Rojava dove sono numerose le case delle donne e il loro nome ha ricordato l’esperienza libertaria delle Mujeres Libres e attualmente stanno applicando il principio della doppia carica, nelle comuni, nei consigli, nelle com- missioni con la compresenza di un uomo e una donna e tutto ciò sta avvenendo nella società civile e politica, dove la presenza delle donne è stata determinante. [28] La filosofia di Ocalan e Cansiz in quegli anni hanno assunto un ruolo decisivo e i loro metodi, per restituire dignità, alle donne sono diventati basilari per la costruzione di una nuova società. La presenza attiva delle donne nell’esperienza rivoluzionaria c’era sempre stata ma assicurare la loro autorganizzazione ha fatto si che assumessero la responsabilità delle proprie vite e, diventate capaci di prendere le proprie decisioni, hanno osservato e teorizzato i modi in cui il sistema patriarcale di dominazione stava mantenendo il suo potere dividendo e isolando le une dalle altre, gli uni dagli altri. Nel Rojava è stato abbandonato il progetto di costruzione di uno stato e è venuta a determinarsi una rielaborazione teorica di critica radicale al potere, all’egemonia e alla gerarchia allontanandosi così dall’idea di costruire una nazione e il paradigma denominato Confederalismo democratico, dove si riconoscono i contributi sostanziali del pensiero socialista utopista, comunista libertario e an- archico, è basato su una democrazia diretta di tipo assembleare, a differenza del concetto occidentale di democrazia rappresentativa, statuale, neoliberale e neocoloniale. L’analisi del movimento di liberazione curdo si è allontanato dalla necessità dello stato tenendo conto anche dell’analisi storica, sociologica e antropologica del suo territorio uscendo dalla centralità del materialismo storico che aveva le sue radici nell’industrializzazione sviluppatasi nell'Europa dell’ottocento e quindi quasi del tutto estranea all’organizzazione economica e sociale che aveva caratterizzato quei popoli e quella regione nel corso dei secoli. Importante per il movimento di liberazione curdo è stato il ruolo del partito dei lavoratori del kurdistan, di A. Ocalan e Sakine Cansiz, un’organizzazione con la struttura gerarchica marxista leninista del partito che, nei primi anni di costituzione scelse la strada della lotta armata e dell’avanguardismo, una forma centralizzata legata a forme classiche di liberazione nazionale, abbandonata in seguito intorno al 2000. Le donne curde inoltre hanno riconfigurato la loro etica ed estetica ridefinendo i loro valori in contrasto con la cultura patriarcale e riconfigurando la loro arte e cultura e si sono fatte promotrici di una loro ricerca la Jineologia (Ji in curdo significa donna), che sta arricchendo di contenuti, dati e riflessioni la scienza dal punto di vista della schiavitù antiegemonica. I comitati delle donne solidali alle curde si stanno autorganizzando anche in Italia e nel resto d’Europa per portare la solidarietà ma anche per condividere forme e contenuti della rivoluzione in atto nel Rojava in tutto il territorio del kurdistan e nei paesi vicini, e questo sta influenzando il pensiero femminista 161 ortodosso per le sue rielaborazioni antigerarchiche e anticapitaliste. Per quanto riguarda l’economia nel Rojava la chiusura della frontiera nel 2012 dello stato turco ai commerci, attraverso l’embargo sostenuto dal re e la chiusura al mercato internazionale, ha permesso alle autoproduzioni locali di svilupparsi attraverso le cooperative per una economia comunalista integrando le strutture tradizionali in una nuova e alternativa economia sociale. Tale sistema è nato dalle analisi dei dibattiti nel Tev dem basato su un sistema partecipativo, soste- nendo le risorse naturali che ha come obbiettivo la società. Il progetto di un sistema economico, politico e sociale basato sul comunalismo e municipalismo ha visto il determinarsi di fatto di un’organizzazione sociale non più piramidale di tipo gerarchica dove la base è costituita da un sistema assembleare e fino ai più grandi villaggi l'economia è basata sull’agricoltura nelle zone pianeggianti e sulla pastorizia nelle colline. Le terre, che erano dello stato sotto il regime siriano, sono passate alle comuni che le hanno distribuite alla cooperative agricole. Un sistema di cooperative è stato creato anche nelle città e quindi la produzione locale è decentralizzata e ci sono cooperative gestite solo da donne. Il controllo della produzione è affidato alle comuni, sulle quali si basa il sistema consiliare del MGRK. Il Contratto sociale insieme alla dichiarazione di autonomia della Federazione Democratica della Siria del nord nel mese di marzo 2014, è stato il risul tato di 50 organizzazioni e partiti radunate insieme che hanno disconosciuto lo stato-nazione e il regime centralizzato, e riconosciuta l’uguaglianza di genere, l’ecologia sociale e non hanno attribuito una particolare supremazia ai curdi rispetto agli altri popoli. Il clamore della resistenza nel Rojava ha raggiunto i paesi vicini e oltre dunque non solo per l’autodifesa dallo stato islamico ma per la caparbietà del popolo curdo e dei popoli che vivono in queste regioni a non sottomettersi alla strategia delle superpotenze neocoloniali e capitaliste neoliberiste le cui spartizioni hanno legalizzato e sancito un genocidio, sostenuto e strumentalizzato per tutto il nove- cento, durante e dopo la prima e seconda guerra mondiale, la guerra fredda, la guerra del golfo e le attuali guerre neocoloniali. L’antimilitarismo e l’abolizione degli eserciti secondo il modello statalista è sp- iegato oggi nel Rojava con la teoria della rosa basata sul concetto di legittima autodifesa. Senza essere militarista, la società si sta astenendo dall’imitare i concetti statuali di forza, interiorizzando l’etica dell'amore per la comunità pi- uttosto che fare affidamento, come stanno facendo gli eserciti statuali, sulle leggi applicate dallo stato capitalista e dal suo apparato di polizia. Come le rose con le spine hanno sviluppato i loro sistemi di autodifesa non per attaccare ma per proteggere la vita così l’autodifesa sta lottando contro il sistema patriarcale militarista ma anche per creare insieme un sistema alternativo per una vita au- todeterminata più giusta e più libera per tutte e tutti. I saggi di questa antologia narrano alcune testimonianze, esperienze maturate, suggestioni e frammenti di vita di comunità e individualità che hanno dato il loro contributo al dibattito aperto negli ultimi anni in merito alle scelte sociali e politiche libertarie attualmente operate in Kurdistan. Uscendo dai confini esclusivamente teorici e critici dello spettatore domestico gli 162 CHAPTER 18. POSTFAZIONE autori e autrici di questa antologia si sono confrontati senza dogmi e pregiudizi con le esperienze rivoluzionarie sociali e radicali dal basso, scevre dal timore di toccare e mostrare le contraddizioni e i limiti appartenenti alla vita reale, nel cammino per l’autodeterminazione e l'emancipazione sociale, politica, econom- ica ed etica. È un’antologia che include osservazioni, saperi e riflessioni, sudore e bellezza, rabbia e amore. Il nativo digitale ha superato la soglia della tastiera e ha sciolto la struttura unicamente nozionistica e riappropriandosi del corpo ha ripreso vitalità con la responsabilità dei risultati raggiunti e degli errori, delle vittorie e delle sconfitte, includendo entusiasmo e delusioni e ha usato il media della tastiera per trasmet- tere la ricerca, per comprendere attraverso l’approfondimento e la verifica dei dati concreti o delle fonti e, aprendosi alla realtà, è uscito dallo stato ipnotico dell’indifferenza e dell’illusione liberale omologativa, attraversando le pareti de- boli e transcalari della segregazione abitativa. Il libro/oggetto in genere è il prodotto di ricerca e assemblaggio di fonti recu- perate e vissute da altri, in altre circostanze, epoche e luoghi. Altro metodo è attraversare l’argomento e portare un contributo all’analiticità associativa della ricerca e al dibattito dialettico senza aspettative di conferme identitarie. Nella trama non ci sono tutte le realtà e le emozioni che hanno accompagnato le cronache e le analisi anarchiche prodotte fino a oggi, tuttavia gli articoli, le conversazioni e le testimonianze raccolte in questo libro hanno dipinto un pae- saggio dove la rivoluzione sociale nel Rojava oggi è un villaggio in memoria del futuro, lo scrigno beffardo in cui è racchiusa la sfida libertaria disillusa di avere in tasca le soluzioni per una vittoria. Bibliography [1] [2] 13] [4] [5] [6] D. Graeber, Perché il mondo sta ignorando I rivoluzionari curdi?, trad. it. in Rojava, Una democrazia senza stato, a cura di D. Dirik et al., Milano, Eleuthera, 2017. Dilar Dirik sottolinea la forza attrattiva della rivoluzione curda (Rojava: il coraggio di immaginare), mentre Bill Weinberg evoca ad- dirittura il No pasaran! spagnolo (La rivoluzione curda: elementi anarchici e sfida solidale, entrambi ivi, p. 170 e p. 77). Cfr. R. Yassin-Kassab, L. AT-SHAMI, Burning Country. Syrians in Revo- lution and War, London, Pluto Press, 2016; M. Knapp, A. Flach, E. Ay- boga, Revolution in Rojava, London, Pluto Press, 2016; L. Declich, Siria, la rivoluzione rimossa, Roma, Alegre, 2017; CollettIvo IDRISI, Prima che parli il fucile. Omar Aziz e la rivoluzione siriana, a cura di Lorenzo Declich e Caterina Pinto, Messina, Mesogea, 2017. David Levi Strauss sostiene che Ocalan abbia letto in carcere «gli scritti del subcomandante Marcos», oltre Bookchin, Foucault, Clastres, Anderson Benjamin, Walletstein, Braudel e di altri autori (Rojava. Una democrazia senza stato, cit., p. 63). Cfr. J. Tawfik Mustafa, Kurdi. Il dramma di un popolo e la comunità internazionale, Pisa, BFS, 1994. Cfr, J. Biehl, Bookchin, Ocalcan, and the dialectics of democracy, «New compass». 16 febbraio 2012; Impressions from Rojava, 15 dicembre 2014; Thoughts on Rojava. An Interview with Janet Biehl, «ROAR Magazine», January 13, 2016; Una giustizia dal basso, in Rojava. Una democrazia senza stato, cit. Un confronto tra il municipalismo libertario di Bookchin e il confederalismo democratico è rintracciabile in R. Taylor , Revolucion social en el Kurdistan, «Tierra y libertad», n. 316, noviembre 2014. Mi sia consentito infine rinviare a S. Vaccaro, Communalism e la terza rivoluzione , Prefazione a M. Bookchin , Democrazia diretta, Milano, Eleuthera, 2015; Uno stimolatore di riflessioni, in Dossier Bookchin, «A rivista anarchica», n. 413, febbraio 2017. Il che non impedisca a Peter Lamborn Wilson di considerare Ocalan «un anti-autoritario fautore della democrazia diretta radicale» (Abdullah Ocalan, in Rojava. Una democrazia senza stato, cit, p. 98) 163 164 7] [8] [9] [10] [11] [12] [13] [14] [15] [16] [17] [18] [19] [20] [21] BIBLIOGRAPHY Cfr. le ambivalenti considerazioni di Evren Kocabicak nell’intervista con- cessa a lsyandan.org (Rojava. Una dmeocrazia senza stato, cit., pp. 143- 154). Il lato cattivo, «Questione curda», Stato Islamico, USA e dintorni, http://illatocattivo.blogspot.it /. BECKY, A REVOLUTION IN DAILY LIFE, http://peaceinkurdistancampaign.com. Le citazioni virglettate sono tratte dal Contratto sociale del Rojava. Il Lato Cattivo, «Questione curda», Stato Islamico, USA e dintorni, cit. Eclissi relativa delle disparità sociali, poiché i curdi più ricchi si sono dis- pensati dal partecipare all’auto-amministrazione dei campi rifugiandosi in paesi dove le condizioni sono più confortevoli. Z. Baher, «Vers l’autogestion au Rojava?», Ou en est la revolution Rojava?, n. 1, luglio-novembre 2014, p. 21; https://www.infokiosques.net /. ZAD (zone a defendre): neologismo militante che sta ad indicare l’occupazione di un’area (solitamente a cielo aperto) volta ad impedire la realizzazione di un progetto di devastazione del territorio. In particolare, si designano in questo modo le occupazioni di terreni presso Notre-Dame-des- Landes, nei dintorni di Nantes, dove dovrebbe sorgere un nuovo aeroporto (ndt). E. De La Boétie, Discorso sulla servitù volontaria, Milano, Chiarelettere, 2011, p. 20. R. Vanegeim, The revolution of Everyday Life, Rebel Press, London, 1994. P. J. Proudhon, Oeyvres completes de P.J. Proudhon, Paris, A. Lacroix, Verboeckhoven & Cle, 1867-1870. Il recupero è un concetto elaborato dai Situazionisti per descrivere il pro- cesso in cui le idee e strategie che un tempo erano funzionali ad una agenda rivoluzionaria, sono riappropriate dal capitale e dallo stato per conservare lo status quo. A. Ocalan, Democratic Confederalism, Transmedia Publ., Londra-Colonia, 2011 P.Z. Simons, The Organization’s New Clothes, in Black Eye: Pathogenic and Perverse, Ardent Press, Berkeley, 2015. F. Pi y Margall, La reacciòn y la revoluciòn: estudios politicos y sociales, Barcelona, Anthropos, Editorial de l’hombre, 1982, (Reaction and revolu- tion, in Anarchism. A Documentary History of Libertarian Ideas, vol. 1, Montreal. Black Rose Books, 2015). BIBLIOGRAPHY 165 [22] [23] [24] Le Robert’s Rules of Order costituiscono uno schema standard di facil itazione dei processi deliberativi e decisionali collettivi, che assumono i diritti della maggioranza e della minoranza, dei singoli individui, nonché degli eventuali assenti, usati prevalentemente nelle procedure parlamentari americane (NdC). Workers Solidarity Movement, Turkey, Ankara: report of funeral of Anarcho-syndicalist Alì Kitarci, ottobre 2015, wsm.ie — R. Zibechi ha paragonato la rivoluzione nel Rojava al grido di Buenaventura Durruti nella difesa di Madrid; «Portiamo dentro di noi un mondo nuovo; e quel mondo sta crescendo in questo stesso istante» (Una pratica di lotta e organizzazione, «Umanità nova», 6 marzo 2016) - DEVRIMCI ANAR- SIST FAALIYET IL KOBANE UZERINE ROPORTAJ, Dehaklara Karsi Kawayiz, Report di AZIONE ANARCHICA RIVOLUZIONARIA (DAF) dal titolo Contro le divinità del 22 ottobre 2014, meydangazetesi.org — ID., Siamo tutti Kawa contro Dehak, settembre 2014, pubblicato in ital iano su «Umanità nova», 10 ottobre 2014 - D. GRAEBER, No, questa è un’autentica rivoluzione, in D, Dirik ET AL., Rojava. Una democrazia senza stato, Milano, Elèuthera, 2017, p. 95, intervistato da Pinar Ogiing, Graeber afferma che «nel Rojava è un’autentica rivoluzione»,pag 95 — M. Israet, membro dell’TWW di Sacramento (usa), morto il 24 novembre 2016 in seguito a un attacco aereo turco nei pressi di Manbij, nel suo profilo facebook afferma, il 10/agosto 2016 che «la lotta del Rojava è il movi mento rivoluzionario più dinamico e rivoluzionario del nostro tempo» — D. GRAEBER, Pensando la Resistenza: distruggendo le burocrazie (trad. in italiano dal video del 14-15-16 aprile 2017, Università di Amburgo Au- dimax) nella terza conferenza ha affermato che «Ia rivoluzione nel Rojava è probabilmente la cosa più importante che accade su questo pianeta dalla Spagna del 1930. Questa è una magnifica opportunità e la rivoluzione nel Rojava è ormai durata più a lungo della rivoluzione spagnola» — Tev Dem ECONOMIC COMMITTEE, The experience of cooperative Societes in Ro- java, www.libcom.org, gennaio 2016 -M. KNAPP, A. Flach, E. Ayboga, Revolution in Rojava, London, Pluto Press, 2016 — L. D Lembo, Il feder- alismo libertario e anarchico in Italia: del Risorgimento alla seconda Guerra Mondiale, Livorno, Sempre avanti, 1994. A. Ocalan, Bir Halki Savunmak, 2004, traduzione in italiano Oltre lo stato, il potere e la violenza. Scritti dal carcere, Milano, Punto Rosso, 2016 — J. Biehl, Bookchin, Ocalan, and the Dialectics of Democracy, May 24, 2017, workshop for international study, critical analysis for collective action — Id., Bookchin, Ocalan, and the The following speech was delivered at the “Challenging Capitalist Modernity: Alternative concepts and the Kurdish Question’ conferenza in Amburgo, febbraio 3-5, 2012 — S. Vaccaro, Non mi- tizziamo Bookchin, Volontà», aprile-giugno 1986 — M. Bookchin, Per una società ecologica, Milano, Elèuthera, 1989 — Id., La prossima rivoluzione. Dalle assemblee popolari alla democrazia diretta, Pisa, BES, 2018, «leftists e radicals due termini che non è sempre possibile tradurre in italiano», p. 166 [25] BIBLIOGRAPHY 19 — S. Varengo La rivoluzione ecologica, Milano, Zero în condotta, 2007- E. Castanò, Ecologia e potere, Milano, Mimesis, 2011 — M. Foucautt, Le parole e le cose: un’archeologia delle scienze umane, Milano, Rizzoli, 1967, pp. 310-311, «Le lingue, sapere imperfetto, costituiscono la memoria fedele del suo perfezionarsi» p.103—Id., Nascita della biopolitica. Corso al Collège de France (1978-1 979), a cura di M. Senellart, Milano, Feltrinelli, 2005. pp. 47-48. In queste pagine Foucault apre anche una parentesi a proposito del radicalismo inglese, datandone la nascita tra la fine del XVII e l’inizio del XVIII secolo. Il termine radicale si riferiva a coloro che volevano far valere i propri diritti — originari (quelli dei popoli anglosassoni prima dell’invasione normanna) contro gli abusi di potere reali o possibili del sovrano. Il filosofo continua dicendo che allo stato attuale la parola radicale si è caricata di una nuova valenza stando a indicare l’opposizione alla governamentalità in nome della sua utilità o inutilità. MILEZ, Le spese militari nella 17 legislatura, —www.milex org/2018/03/28/spesemilitari=17legislatura . Campagna d’Africa, «Left», maggio 2018. Defense Technical Information Center, RTO Technical report 71, Research and technology organisation, Urban Operations in the year 2020 (Operations en zone urbaine en l’an 2020) - April 2003; è il rapporto finale del gruppo di studio sas-030 nelle operazioni urbane nell’anno 2020. In questo studio vengono fornite raccomandazioni a RTA e NATO ed esaminato il futuro ambiente urbano, sottolineando la crescente importanza delle operazioni urbane e le capacità derivate necessarie a livello operativo per operare con successo in tale ambiente Nello studio è stata analizzata la struttura concettuale usect (Understand Shape, Engage, Consolidate, Transition) e sono stati sviluppati e selezionati concetti operativi futuri e più tradizionali. Sulla base delle capacità a livello Operativo, sono stati sviluppati nuovi concetti dì sistema e queste soluzioni materiali sono state analizzate durante un Wargame sul Seminario Urbano in cui sono state esaminate anche soluzioni non materiali. Durante lo studio la valutazione estesa è stata utile per determinare i concetti di sistema più promettenti e altre soluzioni, www.rto.nato.int — sipri, ‘(Stockholm International peace research institute) Trends in world military expenditure, 2017, Relazione stilata nel 2017 è affermato che il settore militare italiano sviluppa un volume di ricavi pari a circa 15 miliardi e impiega almeno 40.000 addetti. Più dell’80% del fatturato viene realizzato da Finmeccanica S.p.A, holding industriale controllata al 30,2% dallo stato attraverso il ministero dell'Economia e posizionata nella classifica 2011, all’ottavo posto fra le più grandi società produttrici di armamenti nel mondo, www.sipri.org — D. PHILIPS, Research paper: Isìs-Turkey Links, Columbia University, New York, 2014; è un’indagine svolta alla Columbia University dagli Stati Uniti, dall’Europa e dalla Turchia dove è descritto nei dettagli come il governo turco ha fornito all’isis: cooperazione militare, armi, supporto logistico, assistenza finanziaria e servizi medici. È tratta da www.humanrightscolumbia.org/publications /research-paper-isis-turkey- BIBLIOGRAPHY 167 [26] links— L. Longo, Come Colpire il petrolio per fermare l’isis. Secondo questa relazione, pubblicata sul MIT Technology Review nel 2015, la voce maggiore del “Prodotto interno lordo” dello stato islamico è stata la vendita di petrolio che sta passando attraverso i confini con Turchia e Giordania a prezzi minori di quelli di mercato, 2015 — “Global action for Kobane on 1 November”, ottobre 2014 — N. Chomsky, Vergognosa l’Europa su Siria e Turchia, «L’insoddisfazione verso le istituzioni negli usa è estesa. L’unica istituzione che sembra essere sempre rispettata è quella militare» ha dichiarato Noam Chomsky a Virginia Tofani il 15.09.2016. Noam Chomsky fu ospite del convegno «Dice2016» organizzato dall'Università di Pisa e il Comune di Rosi- gnano «Spacetime-Matter- Quantum Mechanics», www.ilmanifesto.it, 4 novembre 2018 — Another attack repelled in Afrin, www.anfenglish.org 20 january 2018 — AA. Du Buisson, A geopolitical primer on the Afrin Crisis, A, january 2018, www.theregion.org — Id., A blood-soaked olive: what is the situation in Afrin today, october 2018, www.theregion.org Turchia -A Istanbul prima riunione Jetco, www.esteri.it, febbraio 2017 — Erdogan not welcome), www.umanitanova,org, 5 febbraio 2018 — ZEROCALCARE, Questo è un paese dove per farti ascoltare devi farti spaccare la testa in piazza, novembre 2017, intervista per www.radiocittàdelcapo.it Bologna — Protest against Turkish invasion of Afrin on Labour Day in Europe, www.anfenglish.org, maggio 2018 — Statement IWW - Anna Campbell - Rest in Power Fellow Worker 19th March 2018, Anna Campbell, «O andrò a casa e abbandonerò la vita come rivoluzionaria o mi manderai ad Afrin. Ma non lascerei mai la rivoluzione, quindi andrò ad Afrin» aveva detto Anna Campbell quando la Turchia e le forze armate turche hanno lanciato un assalto alla città di Afrin. Anna trascorse i suoi primi mesi nel paese combattendo nelle Unità di autodifesa delle donne (YPJ) a Deir ez-Zor, l’ultima roccaforte dell’isis. Femminista ed ecologista è stata una delle pricipali organizzatrici del gruppo IWOC dell’TWW, essendo anche coinvolta con il collettivo Empty Cages, Smash IPP e Bristol ABC, www.iww.org.uk ANSA, Davos: Oxfam, 1% Paperoni come 99% mondo, www.ansa.it, 22 gennaio 2018 - ISTAT, Documenti con tag: disuguaglianza, la vita delle donne e degli uomini in europa - Un ritratto statistico, www.istat.it, ottobre 2018 — Id., La povertà in Italia, giugno 2018; Indagine su reddito e condizioni di vita (EU-SILC), aprile 2018; Con- dizioni di vita, reddito e carico fiscale delle famiglie, dicembre 2017; Disuguaglianze , distribuzione della ricchezza e delle risorse finanziarie, luglio 2017, www.istat.it - G. Di Francesco, M. AMENDOLA, S. MT- NEO, low skilled in Italia, Evidenze dall’indagine Piaac sulle compe- tenze degli adulti, Osservatorio Isfol, vi (2016), n. 1-2, pp. 53-67 Isfol OA, www.isfoloa.isfol.it /handle/123456789/1262; anche Tullio De Mauro, nel 2011, considerando alcuni dati pubblicò varie interviste in merito all’analfabetismo di ritorno in Italia e non solo - D.M, Gotp, Review: Noam 168 [27] [28] BIBLIOGRAPHY Chomsky Focuses on Financial Inequality, in Requiem for the American Dream, «New York Times», gennaio 2016; R. ZisecHI, Le nuove frontiere della società estrattivista, http://comune-info.net /2016/10/lestrattivismo- come-cultura, 31 ottobre 2016. Graeber, Bullshit jobs. A theory, Milano, Garzanti, 2018 — S. Boni, Homo confort. Il superamento tecnologico della fatica e le sue con- seguenze, Milano, Eléuthera, 2014 — E Galimberti, Nobel per l'economia a Richard Thaler, studioso delle scelte (da correggere) dei risparmiatori, «Il Sole 24 Ore», 9 ottobre 2017 — M. Lieberman, The Digital-Native debate, www.insidehighered.com/digital-learning/article/2017/08/09/are- digital-natives-more-tech-savvy-their-older-instructors — M. PRENSKY, La mente aumentata. Dai nativi digitali alla saggezza digitale, Trento, Er- ickson, 2013; S. Cansiz, Tutta la mia vita è stata una lotta, vol. n1, gennaio 2018, Neuss (D), Mezopotamia Verlag; E. Vega, Pioniere e rivoluzionarie. Donne anar- chiche in Spagna (1931-1975), Milano, Zero in condotta, 2017 — M. Knapp, A. FLACH, E. AYBOGA, Revolution in Rojava, cit. - M, Cicek, Terra de Nadie. Perspectivas feministas sobre la indipendencia, Gatamaula, Pollen Edicions, 2018; D. Dirik, Kurdish women radical self-defence: armed and political, www.internationalistcommune.com, july 2015. — Wozrer weav- ing in the future, Conferenza Francoforte 6/7 ottobre 2018 — Nadia Mu- rad e Denis Mukvege, Parliamo di stupri di guerra, Conferenza, Casa in- ternazionale delle donne, Roma, 26 ottobre 2018 A.P. Platonov, Da un villaggio in memoria del futuro, Roma, Theoria, 1990Nome compiuto: Salvatore Vaccaro. Salvo Vaccaro. Vaccaro. Keywords: congiunzione e disgiunzione. Per H. P. Grice’s Play-Group, The Swimming-Pool Library, Villa Speranza.

 

Luigi Speranza --  GRICE ITALO; ossia Grice e Vailati: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale della semantica filosofica di Peano– la scuola di Crema – filosofia lombarda -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Crema). Abstract. Keywords: formalists and neo-traditionalists. Grice: Why Vailati, in a typically Italian fashion, does not QUITE fit!” -- The phrase ‘Grice italo’ is meant as provocative. An Old-World philosopher like Valiati would never have imagined to be compared to a tutor at a varsity in one of the British Isles, but there you are! It is meant as a geo-political reminder, too. Many Italian philosophers have been educated in a tradition that would make little sense of Valiati as a ‘Grice italo,’ but there you are. My note is meant as a tribute to both philosophers. Grie has been deemed an extremely original philosopher, and by Oxford canons he certainly was. He was the primus inter pares at the Play Group, the epitome of ordinary-language philosophy throughout most of the twentieth century. His heritage remains. Valiati’s place in the history of philosophy is other. But there are connections, and here they are. Filosofo lombardo. Filosofo italiano. Crema, Cremona, Lombardia. Essential Italian philosopher. an important figure in the history of formal semantics, influenced by PEANO, who in turn influenced Whitehead and Russell, and thus Grice. V. è, per certi aspetti, una figura anomala nel panorama della filosofia italiana. Matematico, allievo di Peano, aderisce a una forma di pragmatismo sovente caratterizzata come ‘pragmatismo logico’, che si ispira al pensiero del filosofo Peirce. Pensatore asistematico, V. è stato assimilato a Socrate per la capacità di dialogare con i principali protagonisti della cultura internazionale. Fautore di una filosofia che si deve sviluppare in stretto rapporto con la scienza, ritene essenziale che anche le discipline scientifiche dovessero tener conto della storia del pensiero scientifico. Dopo avere studiato a Monza e a Lodi presso Istituti dei padri barnabiti, s’iscrive alla facoltà di Matematica dell’Università di Torino. Pur laureandosi in ingegneria e matematica, coltiva una straordinaria quantità d’interessi che vanno dalla filosofia alla storia della scienza, dalla psicologia alla pedagogia e all’economia. Su proposta di Peano, diventa assistente di calcolo infinitesimale presso Torino e viene nominato assistente di geometria proiettiva e quindi assistente onorario di Volterra. Tiene corsi liberi di storia della meccanica, poi abbandona l’università per entrare nella scuola secondaria. Le ragioni di questa scelta sono probabilmente molteplici: desiderio d’indipendenza, consapevolezza delle difficoltà intrinseche al conseguimento di un posto di ruolo all’università, ma soprattutto la presa di coscienza di possedere un temperamento che mal si adatta ad applicarsi esclusivamente allo studio di un’unica disciplina. Così, sebbene continui a insegnare matematica nei licei -- prima a Pinerolo e poi a Siracusa -- e negli istituti tecnici -- a Bari, a Como e, infine, a Firenze --, si applica con sempre maggiore intensità a coltivare la filosofia, che diverrà ben presto un interesse totalizzante. Si può dire, infatti, che le sue incursioni in altri settori della cultura -- per es., economia e psicologia -- hanno tutte l’impronta di una personale riflessione filosofica.  In Sicilia, V. conosce Brentano, con il quale, in seguito, si mantene in rapporto epistolare, mentre a Firenze incontra Papini e Prezzolini, allora direttori della rivista «Leonardo», ai quali si legherà di sincera amicizia. Inizia a collaborare al «Leonardo», e continua a pubblicare su riviste accademiche dei più svariati settori disciplinari. Il suo trasferimento all’Istituto tecnico Galileo Galilei di Firenze coincide con un incarico presso l’Accademia dei Lincei di Roma per curare l’edizione nazionale delle opere di Torricelli. È nominato membro della Commissione Reale per la riforma delle scuole medie e ciò lo impegna a trasferirsi a Roma. A un convegno di psicologia che si tiene a Monaco di Baviera, conosce Calderoni, con il quale inizia un sodalizio che lo porterà a scrivere insieme i primi due capitoli di un saggio sul pragmatismo rimasto incompiuto -- con l’aggiunta postuma di un terzo capitolo portato a termine da Calderoni. Mentre si trova a Firenze, si ammala. Successivamente, si reca a Roma, dove spera di rimettersi, ma la malattia si aggrava e lo porta alla morte. Nel corso della sua vita, V. partecipa a numerosi congressi in Europa, mantenendo rapporti epistolari con alcuni dei principali filosofi e scienziati del tempo e sviluppando una corrispondenza di mole ragguardevole -- Epistolario, a cura di Lanaro. Scrive soltanto saggi e recensioni, che pubblica soprattutto in riviste e che, nella quasi totalità, sono raccolti in un volume postumo edito a cura di Calderoni, Ricci e Vacca -- Scritti. La stampa fu resa possibile da una sottoscrizione internazionale, alla quale aderirono numerose personalità come Brentano, Duhem, Enriques, James, Mach, Russell, oltre a Croce e Gentile. V. si distacca dalla maggior parte dei filosofi suoi contemporanei per alcuni tratti peculiari, primo fra tutti l’uso di una lingua italiana terso ed essenziale, che rifugge da qualsiasi orpello retorico. Egli ha, inoltre, un’idea estremamente moderna del lavoro filosofico, inteso come un’attività di analisi concettuale che attribuisce grande rilievo alla lingua italiana e che si sviluppa in stretto rapporto con i risultati della ricerca scientifica.  La conoscenza come attività costruttiva Una delle caratteristiche salienti della proposta filosofica di V. consiste nell’intento di valorizzare le «attività costruttrici e anticipatrici dell’intelletto umano rispetto a quelle puramente ricettive e, per così dire, classificatorie -- Scritti. Ciò è in accordo con la prospettiva d’ispirazione pragmatista, che egli mutua, in gran parte, dai filosofi Peirce e James. Sulla scorta di Peirce, anche V. riconduce a Berkeley l’idea guida del pragmatismo:  Come è noto, Berkeley mostra, o cerca di mostrare, che quando noi diciamo, per esempio, “il tale oggetto esiste” noi non intendiamo dire, né possiamo intendere di dire, in ultima analisi, se non questo: che, se noi, o degl’esseri simili a noi, si trovassero in determinate circostanze, essi proverebbero determinate esperienze o sensazioni. In altre parole, che tanto il termine “realtà”, come gli altri analoghi “sostanza”, “materia”, ecc., non indicano che determinate “possibilità di sensazioni” -- Scritti filosofici, a cura di G. Lanaro.  In quest’idea di Berkeley, osserva V., a Peirce sembra di riconoscere l’esemplificazione di un procedimento più generale, caratterizzabile nei termini seguenti. Il solo mezzo di determinare e chiarire il senso di una asserzione consiste nell’indicare quali esperienze particolari si intenda con essa affermare che si produrranno, o si produrrebbero date certe circostanze.  Le esperienze in questione non devono essere intese nel senso di una dipendenza attuale dalle nostre azioni. Può trattarsi – Grice, “Negation and privation,” “Personal identity” -- anche di una dipendenza puramente “virtuale”, atta a diventare attuale solo nel caso che si verifichino certe condizioni, il cui verificarsi potrebbe anche non dipendere dalla nostra volontà.  L’adesione al principio metodico richiamato da Peirce implica, secondo V., una revisione del concetto di proprietà. Di solito, quando ci riferiamo agli ‘oggetti’ che incontriamo nella nostra esperienza, li pensiamo come qualcosa di statico, determinato da caratteristiche stabili, che sono chiamate, appunto, proprietà. La parola proprietà, tuttavia, è soltanto un nome per indicare la nostra aspettativa in base alla quale l’oggetto, che diciamo possedere una determinata proprietà, si comporta nella tale o tal altra guisa determinata, allorquando sia assoggettato a date manipolazioni -- in senso largo. Epistolario. Così, rappresentarsi le proprietà possedute da un corpo, non equivale a rappresentarsi dei fatti presenti, bensì dei fatti, che avverranno, o che avverrebbero, se tale corpo venisse posto in tali o tali altre circostanze -- Scritti.  Questa concezione dinamica della realtà implica un riferimento essenziale sia alle aspettative del soggetto conoscente sia alla sua capacità di concepire scenari ideali, capaci di descrivere gl’effetti, sotto determinate condizioni, delle proprietà delle ‘cose’ e dei fenomeni considerati. A conferma di ciò, V. osserva che anche in fisica, con il nome di legge non s’intende tanto riferirsi a quel che avviene effettivamente, quanto piuttosto a quel che tende ad avvenire, vale a dire a quel che avverrebbe se fossero verificate certe circostanze che raramente o mai sono suscettibili di trovarsi perfettamente realizzate. V. interpreta il principio adombrato da Berkeley come una regola da usare per determinare il significato degli enunciati. L’esser vero o falso di un dato enunciato dipende, in primo luogo, dal fatto che esso effettivamente significhi qualcosa oppure no. Il ricorso all’esperienza è riguardato dai pragmatisti come un mezzo, non soltanto di verificare o provare una teoria, ma anche di determinare o mettere in evidenza quella parte di essa che può essere oggetto di proficua discussione.  La questione di determinare che cosa vogliamo dire quando enunciamo una data proposizione, non solo è una questione affatto distinta da quella di decidere se essa sia vera o falsa. Essa è una questione che, in un modo o in un altro, occorre che sia decisa prima che la trattazione dell’altra possa essere anche soltanto iniziata -- Scritti filosofici. Le riflessioni sul significato iniziate da V. verranno sviluppate, dopo la morte di questi, dall’allievo e amico Calderoni, il quale, tenendo conto degli appunti dello stesso V. e delle discussioni che avevano condotto insieme, mostra di avere ben chiaro quali siano le condizioni affinché un termine o una proposizione ha un significato:  Ci è molte volte non meno impossibile di precisare che cosa significhi una intera frase, facendo astrazione dall’insieme, o dai vari insiemi di frasi di cui fa parte, che di precisare che cosa significhi una singola parola – Grice, “shaggy” -- o termine all’infuori della frase o delle frasi in cui il termine stesso figura.  Prescindendo, infatti, da un piccolissimo numero di parole – per esempio quelle che i grammatici chiamano interiezioni – i vocaboli della nostra lingua italiana -- nomi, aggettivi, verbi ecc. -- non bastano affatto, enunciati isolatamente, ad esprimere uno stato di animo determinato od una determinata opinione di chi li pronuncia. Essi non possono servire a tale scopo se non comparendo raggruppati gli uni insieme agli altri in modo da dar luogo ad una frase o proposizione – V., Metodo e ricerca, a cura di Loré. Vero e utile Nei riguardi della verità, V. rifiuta fermamente l’idea che per un pragmatista sia l’utilità di una proposizione a renderla vera. Egli distingue, in primo luogo, il fatto che una determinata proposizione ha un significato dal fatto che ha un significato praticamente importante per noi -- per un certo gruppo di persone. Affinché una proposizione ha un significato praticamente importante, si rende necessario che sia capace di indicare cosa avverrebbe se si verificassero certe condizioni -- vale a dire: si richiede che ha un significato -- e che, inoltre: sia alla nostra portata la realizzazione di tali condizioni; le conseguenze implicite in esse dono da noi desiderate o temute: che cioè il loro verificarsi, o non verificarsi, sia un fine al quale noi attribuiamo qualche importanza. Se non è questo il caso, la proposizione potrà bensì avere un significato pratico ma non un’importanza pratica -- Scritti.  Analogo discorso si applica alle proposizioni vere. Alcune sono importanti dal punto di vista pratico, mentre altre non lo sono, ma la loro verità non dipende dal loro essere utili. Il fatto che una proposizione vera serva a un dato scopo, per quanto importante, non basta a renderla vera -- né in fatto né in diritto, cioè né in psicologia né in logica -- Epistolario. Unica possibile eccezione sono le proposizioni che esprimono nostre convenzioni sul mondo:  Per una sola classe di affermazioni mi pare si puo concedere che esse sono vere o false a seconda degli scopi, e queste sono quelle che esprimono delle nostre convenzioni sul modo di rappresentare ciò che indaghiamo o vogliamo comunicare agli altri. Riguardo alla parola vero V. osserva che tra gl’aggettivi che usiamo nella lingua italiana comune se ne possono distinguere due tipi: quelli che indicano certi effetti che un dato oggetto esercita sui nostri sensi -- per es. bianco, nero, esplodente; e quelli che indicano certi effetti che un dato oggetto eserciterebbe sui nostri sensi, date determinate condizioni -- tali sono, per esempio, buon conduttore del calore, solubile nell’acqua, esplosivo, ecc.. L’aggettivo ‘vero’, secondo V., appartiene al secondo tipo, non al primo. Io ritengo cioè che, tanto nel caso dell’aggettivo “vero” applicato ad un’opinione, come nel caso dell’aggettivo “esplosivo” o “solubile” applicato ad un corpo, l’unica definizione che possiamo esigere è che ci si indichi qual è il fatto o l’insieme di fatti il cui aver luogo è da noi -- a ragione o a torto -- preveduto o aspettato quando diciamo: “La tale opinione è vera”; “Il tale corpo è esplosivo o “solubile”, etc. Nell’Epistolario, discutendo con Prezzolini, V. riconosce il carattere puramente formale -- ‘privo di contenuto’ -- della definizione di verità e distingue chiaramente il fatto che una proposizione è vera, dai metodi impiegati per l’accertamento della sua verità. In una lettera, per es., replicando a un’osservazione critica del suo corrispondente, scrive. Se dicendo che il significato che io vorrei attribuire alla “verità” è contraddittorio, intendi dire che da esso non risulta come si dovrebbe fare ad accertarsi se una data opinione è vera sì o no, tu dici cosa che anche a me pare vera.  Quel che conta per V. è il come si accerta la verità, quali siano i metodi cui si ricorre per render conto della verità di una data proposizione.  Di conseguenza, la tradizionale definizione ‘statica’ di verità che troviamo in Aristotele, AQUINO (vedasi) e così via, intesa come corrispondenza – “with reservations” – H. P. Grice -- di una proposizione ai fatti che essa descrive, è accettata senza problemi da V. È da notare inoltre che, col dire che la verità è un adattamento o una corrispondenza tra le idee – credenze -- e i fatti, non si pre-giudica affatto la questione dei mezzi coi quali tale adattamento o corrispondenza possono essere ottenuti o accresciuti, né si esclude menomamente che tra tali mezzi possa, o debba, aver posto, oltre all’osservazione e alla contemplazione dei fatti -- spontanei o provocati --, anche l’esercizio di quelle attività organizzatrici ed elaboratrici dell’esperienza, le quali, pur semplificando, impoverendo, schematizzando artificialmente la realtà, non hanno tuttavia altro fine che quello di rendere possibile la rappresentazione e il possesso più completo di essa -- Scritti.  La concezione tradizionale è dunque compatibile con una visione meramente strumentale delle teorie scientifiche, vale a dire con l’idea che le teorie scientifiche non siano tanto descrizioni adeguate, fissate una volta per tutte, della realtà quale si offre nell’esperienza, quanto piuttosto il risultato di attività organizzatrici ed elaboratrici, che ci fanno intervenire sulla realtà medesima, modificandola. Nelle scienze deduttive, quel che conta è il nesso, e quindi la verità della dipendenza, di determinate conclusioni da premesse date. E la verità di tale dipendenza è compatibile tanto con la verità come con la falsità delle premesse o delle conclusioni, e sussiste da qualunque punto la si consideri. Nel caso delle scienze non deduttive, è l’accordo o il disaccordo con il ‘dato’ -- presente o futuro -- della coscienza, come la chiama H. P. Grice, a costituire la verità o falsità delle nostre affermazioni: è la conformità di queste a ciò che effettivamente la nostra coscienza – come la chiama H. P. Grice -- ci presenta -- o ci presenterà --  che costituisce quella qualità che noi intendiamo attribuire loro, quando diciamo che esse sono vere. Epistolario. Ciò spiega, secondo V., in che senso si possa parlare – impropriamente --  di relatività della verità: a esser relativa non è la verità, bensì la diversa utilità delle proposizioni che vengono riconosciute vere. A proposito del relativismo – cf. H. P. Grice, utterer-relative significance --, V. osserva:  La parola “relativismo” non mi pare abbastanza espressiva delle caratteristiche di esso, tra cui la principale è quella di considerare le teorie come dei mezzi (per il raggiungimento di dati fini, non escluso quello della “previsione” pura e semplice).  Le verità nascono e muoiono -- cioè sono rilevate, enunciate, ricordate, trasmesse -- secondo l’importanza e l’interesse che presentano per dati scopi individuali e collettivi. In questo senso, vi sono verità che sono riconosciute come utili fino a un certo momento storico e che poi cessano di esserlo. Poiché la verità, sia nel caso deduttivo sia in quello di scienze non deduttive, ha sempre un carattere contestuale, relativamente ai metodi e alle tecniche per accertarla, è evidente che, all’interno di un determinato contesto, una particolare proposizione, se vera, non può diventare falsa. A cambiare sono i contesti di riferimento; e i ‘contesti’ vengono determinati in base alla loro utilità ed efficacia pratica. Gli scienziati, infine, fanno come i bugiardi con le loro invenzioni. Gettano via le teorie che non servono più, e ne adottano altre appena si accorgono che sono migliori. Ricordare a uno scienziato una vecchia teoria è come ricordare ad un bugiardo una sua vecchia menzogna: lo si fa arrossire -- Scritti filosofici. Grice: “My view, on the other hand, is that in theory-theory, all rejected theories must be kept – call me a hoarder!” -- Nonostante V. osservi esplicitamente che non è necessario che s’introduca il più piccolo cambiamento nella definizione tradizionale di verità, ritiene, tuttavia, che in luogo di parlare di corrispondenza o di adattamento delle idee ai fatti sia più opportuno parlare di corrispondenza delle credenze ai fatti, intendendo così che ci si riferisca non soltanto a fatti anteriori o co-esistenti con le credenze in questione ma anche, e soprattutto, a fatti futuri, preveduti o anticipati da esse -- Scritti. La sostituzione del termine ‘idea’ con ‘credenza’ mette ulteriormente in luce il tentativo, da parte di V., di dare un’immagine attiva della conoscenza: avere una credenza significa avere un’aspettativa, assumere un atteggiamento ‘aperto verso il mondo’, non limitarsi a farsene una rappresentazione, a possederne un’immagine inerte. Al tempo stesso, egli sottolinea fermamente che la verità è indipendente dal fatto che qualcuno la creda:  Dico che la verità d’una data proposizione sussiste anche se nessuno vi crede, quando la proposizione è tale che, se fosse creduta da qualcuno, ingenererebbe in lui delle aspettative che non sarebbero deluse -- Epistolario.  V. ritiene infine che, entro certi limiti, siamo noi stessi a creare la verità alla quale crediamo. Più spesso di quanto pensiamo, la presenza delle nostre convinzioni è tra le circostanze che contribuiscono a determinare il fatto di cui esse affermano l’esistenza. Tutte le nostre azioni volontarie, infatti, sono prodotte dalla nostra previsione delle loro desiderabili conseguenze o dal fatto di poter essere impedite dalla nostra previsione che tra tali conseguenze ve ne siano alcune che ci dispiacciono sufficientemente -- Scritti. Grice: “Exactly my view! “Intention and uncertainty”, “Probability, and Desirability”.  Carattere (tendenzialmente) contingente dei principi della conoscenza Un’ulteriore conseguenza dell’impiego del termine credenza -- o opinione --, invece del più filosoficamente blasonato idea, nel definire la verità, è quella di suggerire una prospettiva fondamentalmente soggettiva al problema della conoscenza. Nella vita quotidiana, come nell’indagine della natura, gli esseri umani si trovano a gestire un insieme di credenze suscettibili di essere cambiate in qualsiasi momento, di fronte al tribunale dell’esperienza. In tal senso, V. rifugge dall’idea critica di Kant  dell’esistenza di concetti e principi a priori della conoscenza validi in ogni tempo e in ogni situazione storica. V. ha sempre mostrato, nei confronti di Kant e del kantismo o criticismo -- assai diffuso all’epoca, non solo tra i filosofi ma anche tra gli scienziati --, un’aperta ostilità. A suo giudizio, Kant scambia, per es., come condizioni universali e permanenti di ogni attività mentale quelle che non sono che limitazioni, o costruzioni, o artifici di rappresentazione, proprii a un determinato stadio di cultura -- Scritti. La stessa legge di causalità non sarebbe altro, in accordo con il modello proposto da Hume, che il risultato del fissarsi di un’abitudine. Anche in questo caso, quel che V. contesta a Kant è l’avere insistito sulla mera certezza e apriorità della nozione di causa, più che sulla sua fecondità e capacità di produrre conoscenza. Secondo V.  La legge di causalità non è semplicemente l’espressione di una convinzione salda, o di una generica credenza, all’esistenza di cause per tutto ciò che avviene e alla regolarità di andamento di fenomeni naturali. Essa è anche, o anzi soprattutto, la enunciazione di un modo di procedere che a noi è utile e spesso necessario seguire nell’avanzarci dal noto verso l’ignoto. Essa cioè è importante, non in quanto asserisce che di ogni avvenimento o fatto esista una causa, ma in quanto ci spinge a cercarla e ci indica come una buona via per trovarla, nel caso che esista, il cominciare a supporre che essa debba esistere e il regolare le nostre indagini sopra questa supposizione.  Con la legge di causalità, in altre parole, noi non formuliamo un dogma ma caratterizziamo un metodo di ricerca; un metodo che, semplificando, si potrebbe riassumere dicendo che, «per accrescere la nostra conoscenza delle leggi naturali, è necessario supporre che leggi fisse dominino anche là dove noi non siamo ancora riusciti a scorgerle. La legge di causalità assume in questo modo i connotati di un ideale regolativo della ricerca, somigliando più a un’idea nel senso kantiano (come quella di mondo) che non a un concetto appartenente alle condizioni a priori dell’esperienza. Di nuovo, quel che interessa a Vailati è l’aspetto dinamico, ‘esposto verso il futuro’ dell’indagine scientifica della natura. Nel caso specifico della legge di causalità, la sua importanza deve essere ricercata più nella sua fecondità che nella sua certezza.  Rifacendosi all’empirismo classico, prekantiano, Vailati vede nell’attribuzione di necessità a schemi mentali o a leggi fisiche un prodotto dell’abitudine:  la maggior parte delle nostre pretese “necessità mentali” (analogamente a molte delle nostre necessità fisiche) non sono che un prodotto dell’abitudine e […] in tale qualità, non provano quindi altro che la presenza costante nella nostra esperienza passata di dati caratteri o aggruppamenti costanti atti a farle sorgere -- Epistolario.  Contro Kant, V. difende, come metodo di ricerca, lo historical plain method proposto dall’amato John Locke:  In tutte le direzioni, dalla psichiatria allo studio delle società animali, dalla storia delle scienze a quella delle religioni, dalla filologia e dalla semantica alla filosofia del diritto, i metodi che si son manifestati più fecondi ed efficaci sono quelli basati sulla comparazione, sul confronto, sulla ricerca delle analogie, delle connessioni genealogiche e storiche (Scritti, cit., p. 634).  Analogamente, in ambito morale, Vailati sente più affine un atteggiamento ‘consequenzialista’, ispirato a John Stuart Mill, che non il rigorismo kantiano: dire, con Kant che un dato modo di comportarsi è morale quando è tale da poter essere esteso a norma universale per tutti gli uomini conviventi in una data società, non differisce affatto dal dire che, per giudicare se una azione è morale o no, ciò a cui conviene badare sono le conseguenze alle quali porterebbe il fatto che altre azioni simili venissero ripetute dai singoli componenti la società stessa. È quindi solo apparentemente che Kant riesce a scartare dal suo sistema di morale la considerazione dei fini, o della tendenza delle azioni a produrre determinati risultati.  V., tuttavia, non approva completamente l’approccio utilitarista e, tra i fini, egli ritiene di dar maggior rilievo a quelli connessi alla stabilità e conservazione della convivenza sociale, invece che a quelli che riguardano i vantaggi e le soddisfazioni individuali dei singoli consociati.  Il rapporto con il marxismo Tra i molteplici interessi culturali di Vailati, quello per l’economia teorica e le scienze sociali in generale ha un ruolo importante. Buon conoscitore dei classici del pensiero economico (i fisiocratici, Smith, Ricardo), V. si schiera decisamente a favore della teoria marginalista, che aveva preso ad affermarsi nella seconda metà dell’Ottocento. Egli saluta come un progresso l’introduzione, nell’analisi economica, del concetto di ‘utilità marginale’:  Si potrebbe dire, a questo riguardo, che l’introduzione del concetto di “utilità marginale” rappresenta nella trattazione delle teorie economiche un progresso d’indole analoga a quello rappresentato in meccanica dal concetto matematico di “accelerazione” -- Scritti.  Un aspetto sul quale Vailati insiste è che non bisogna farsi fuorviare dall’espressione utilità marginale: di per sé, dal punto di vista della teoria economica che su di essa si fonda, non si tratta di valutare utilità o piaceri (un equivoco all’epoca piuttosto diffuso) «ma di porre a confronto l’attitudine che una differente quantità di diverse merci può avere a determinare le scelte da parte di un dato individuo o di date classi di individui.  Del marxismo, V. critica perciò, prima di tutto, la teoria del valore-lavoro, l’idea che nella società capitalistica il valore di scambio delle merci sia determinato dalla quantità di lavoro umano in esse incorporato. Nella teoria dell’utilità marginale egli vede, in contrapposizione alla concezione di Karl Marx, un potente strumento unificante; e non è da escludere che Vailati abbia spinto Calderoni a estendere il concetto di utilità marginale all’ambito della stessa morale.  Se cerchiamo un elemento unitario nelle critiche che Vailati rivolge al marxismo, questo risiede nel rimprovero di unilateralità. Il marxismo, secondo V., riconduce la spiegazione dei fenomeni sociali a un’unica causa: l’economia; e indica nel solo conflitto di classe la vera causa dei mutamenti nella costituzione della società. Il progresso, inoltre, è inteso dai marxisti unicamente come sviluppo delle forze produttive e non anche come progresso morale e spirituale. A proposito della concezione materialistica della storia, V. afferma:  Questa si fa da molti consistere nel riguardare le condizioni economiche come i soli fattori efficaci dello sviluppo e delle trasformazioni sociali, e nel qualificare tutte le altre manifestazioni della vita collettiva, e in particolare le più elevate, come semplici superstrutture o riflessi ideologici di quelle, prive per se stesse di qualunque efficacia o impulso direttivo -- Scritti filosofici.  Contro i sostenitori di siffatta teoria, V. osserva che, comunque, ammettere l’influenza preponderante dei rapporti economici «nella formazione e nello sviluppo delle singole specie di attività cui dà luogo la convivenza umana, non implica che queste ultime non possano alla lor volta agire come cause modificatrici della struttura e della vita stessa economica delle società in cui si manifestano. Anche in questo caso, però, occorre usare con grande cautela la parola causa: più che di un rapporto di causa ed effetto, si tratta di un rapporto di mutua dipendenza.  Sensibile all’importanza del linguaggio e al ruolo delle definizioni in filosofia e nelle argomentazioni in genere, V. denuncia anche, in certe tesi fondamentali della concezione marxista, una sostanziale ambiguità tra momento descrittivo e momento normativo, che sovente risultano sovrapposti e confusi. Così, a proposito della frase di Marx: «Due merci sono di egual valore quando la loro produzione esige uno stesso numero di ore normali di lavoro», V. osserva che è intesa qualche volta come una definizione del valore di scambio, tal altra volta come un’asserzione relativa alle circostanze dalle quali la ragione di scambio di due merci dipende, tal altra volta, infine, come l’affermazione d’un criterio che dovrebbe essere adottato per determinare le proporzioni in cui le merci si devono scambiare, in una società nella quale ciascun membro abbia diritto al “prodotto integrale” del suo lavoro.  Il punto di maggior distanza di V., rispetto alle posizioni del marxismo, risiede nel ruolo attribuito all’individuo e alle scelte individuali nella storia e nella società. Sebbene fosse ostile alla concezione di un homo oeconomicus incentrato esclusivamente su se stesso e sui propri bisogni egoistici, Vailati vede nell’individuo, nelle sue aspettative e credenze, il centro da cui muovere per svolgere le proprie riflessioni in qualsiasi settore dell’attività umana. Isolato nel suo tempo e poi pressoché dimenticato, Vailati sarà comunque, nel secondo dopoguerra, proprio per questo aspetto peculiare del suo pensiero, una fonte d’ispirazione per Bruno De Finetti, ormai riconosciuto unanimemente come uno dei pensatori e scienziati italiani più influenti del Novecento (Parrini 2004; Parrini 2011).  Opere Scritti, a cura di M. Calderoni, U. Ricci, G. Vacca, Firenze-Leipzig 1911.  Il metodo della filosofia, a cura di F. Rossi-Landi, Bari 1957.  Epistolario 1891-1909, a cura di G. Lanaro, introduzione di M. Dal Pra, con un “Ricordo di Giovanni Vailati” di L. Einaudi, Torino.  Scritti filosofici, a cura di G. Lanaro, Napoli 1972.  Metodo e ricerca, prefazione di M. Calderoni, nuova ed. a cura di B. Loré, Lanciano 1976.  Bibliografia «Rivista critica di storia della filosofia», 1963, 18, fasc. 3 dedicato a Vailati, pp. 275-523.  G. Lolli, Le forme della logica: Giovanni Vailati, in Id., Le ragioni fisiche e le dimostrazioni matematiche, Bologna 1985, pp. 107-32.  I mondi di carta di Giovanni Vailati, a cura di M. De Zan, Milano 2000.  P. Parrini, Dal pragmatismo logico di Vailati al probabilismo radicale di de Finetti, in Filosofia e scienza nell’Italia del Novecento. Figure, correnti, battaglie, Milano 2004, pp. 33-55.  P. Parrini, Pragmatisme logique et probabilisme radical dans la philosophie italienne du XXe siècle, «Revue de synthèse»,  2011, 132, pp. 191-211.Si laurea a Torino. Insegna a Torino, dopo aver lavorato come assistente di PEANO e VOLTERRA. Lascia il suo posto universitario e così puo proseguire i suoi studi in modo indipendente, e si guadagna da vivere insegnando matematica. Scrive saggi e recensioni che toccano un'ampia gamma di discipline. La sua opinione nei confronti della filosofia è che essa fornisse una preparazione e gli strumenti per il lavoro scientifico. Per questa ragione, e perché la filosofia dove essere neutrale fra opposte convinzioni, concezioni, e strutture teoriche, il filosofo evita l'uso di un linguaggio tecnico specialistico, ma usa il linguaggio che la filosofia adotta in quelle aree in cui è interessata. Ciò non vuol dire che il filosofo debba soltanto accettare qualunque cosa egli trovi. Un termine del linguaggio ordinario potrebbe essere problematico, ma la sua carenza e corretta piuttosto che sostituite con qualche nuovo termine tecnico. La suo filosofia sulla verità e sul significato e influenzato da filosofi come Peirce e Mach. Con cautela, distinse fra SIGNIFICATO e verità. La questione di determinare che cosa vogliamo dire quando enunciamo una data proposizione, non solo è una questione affatto distinta da quella di decidere se essa sia vera o falsa. Tuttavia, dopo aver deciso cosa si vuole dire, l'azione di decidere se ciò è vero o falso è cruciale. V. ha una filosofia positivista moderata. La tattica adottata dai pragmatisti in questa loro guerra contro l'abuso delle astrazioni e delle unificazioni consiste nel proporre che, anche nelle questioni filosofiche si esiga, da chiunque avanzi una tesi, che egli sia in grado di indicare quali siano i fatti che, nel caso che essa fosse vera, dovrebbero, secondo lui, succedere o esser successi, e in che cosa essi differiscano dagli altri fatti che, secondo lui, dovrebbero succedere o essere successi, nel caso che la tesi non fosse vera. Le influenze e i contatti di V. sono molti e vari, e spesso e etichettato come "l'italiano pragmatista". Deve molto a Peirce e James – V. è uno dei primi a distinguere i loro pensieri --, ma subì anche l'influenza di Platone e Berkeley -- che egli vide come precursori importanti del pragmatism -- Leibniz, V. Welby-Gregory, Moore, Russell, PEANO e Brentano. V. corrispose con molti dei suoi contemporanei. La prima parte della sua filosofia comprende scritti sulla logica matematica. In questi saggi, focalizza l'attenzione sul suo ruolo in filosofia e distinguendo fra logica, psicologia ed epistemologia. La dottrina recente pone V. e il suo allievo CALDERONI (vedi) nella categoria storiografica del pragmatismo analitico italiano.  I suoi principali interessi storici riguardarono la meccanica, la logica e la geometria. Egli da un importante contributo in molti campi, compreso lo studio della meccanica post-aristotelica, dei predecessori di GALILEI (vedi), della nozione di definizione e del suo ruolo nell'opera di Platone e Euclide, delle influenze matematiche sulla logica e sull'epistemologia, e sulla geometria non-euclidea di SACCHERI. S’interessa particolarmente  ai modi in cui quelli che potrebbero essere visti come gli stessi problemi sono inquadrati e trattati in periodi differenti. Il suo lavoro di storico della scienza e strettamente connesso con quello filosofico. Per le due attività, infatti, utilizza gli stessi pensieri e metodologie di fondo. Vede lo studio storico e lo studio filosofico come differenti nell'approccio ma non nell'argomento. Crede, inoltre, che dovesse esserci cooperazione fra filosofi e scienziati nell'approfondimento degli studi storici. Ritene anche che una storia completa richiedesse che si tenesse in conto anche il background sociale pertinente. Il superamento delle teorie scientifiche, grazie a nuovi risultati, non comporta la loro distruzione, perché la loro importanza aumenta proprio per il fatto di essere superate. Ogni errore ci indica uno scoglio da evitare mentre non ogni scoperta ci indica una via da seguire. La posizione di V. sulla storia della scienza ricalca quella di una serrata critica al positivismo, in un contesto teorico dove il pragmatismo ammette nuovi strumenti di comprensione e anche di valutazione della scienza, come mostrano anche le vicende di CALDERONI (Pozzoni, Il pragmatismo analitico italiano di Calderoni, Roma, IF Press) e di PEANO, il quale vanta certe affinità con il pensiero filosofico del periodo (Rinzivillo, V., Storia e metodologia delle scienze in Una epistemologia senza storia, Roma, Nuova Cultura, e PEANO, Contributi invisibili in Una epistemologia senza storia, Pozzoni, Il pragmatismo analitico (Villasanta, Liminamentis); PEANO, In Memoriam, Bolletino di matematica,  Pozzoni, Cent'anni di V.” (Liminamentis, Villasanta); Zan, “La formazione di V.” (Congedo, Galatina); Sava, La psicologia tra V. e Brentano, in "Il Veltro", Roma, Giordano, V., filosofo della scienza (Firenze, Le Lettere); Pozzoni, Il pragmatismo analitico italiano di V., Liminamentis Editore, Villasanta,  Ronchetti, L'archivio in Quaderni di Acme, Bologna, Cisalpino, Scritti filosofici. Treccani Enciclopedie on line, Istituto dell'Enciclopedia Italiana; Enciclopedia Italiana, Istituto dell'Enciclopedia Italiana; giovanni-vailati.net. Fondo archivistico e librario conservato presso Milano, Il contributo italiano alla storia del Pensiero: Filosofia, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Couturat  e Leau, Histoire  de  la  langue  universelle  Paris,  Hachette. Rivista  Filosofica. Non è solo pel fatto di contenere un’esposizione accurata e particolareggiata dei numerosi progetti di  lingua universale che si sono succeduti a cominciare dai primi di cui si ha notizia (Urchard, Dalgarno, Wilkins) fino a H. P. Grice che la storia di Couturat e Leau  ha il diritto d’intitolarsi una ‘storia’ della questione della lingua internazionale. Il saggio merita tale titolo anche in un altro e più  importante senso, in quanto i suoi autori riescono con esso a provare che la serie di tentativi d’essi  presi in considerazione, lungi dal presentare l’aspetto d’una successione di sforzi  indipendenti e incoerenti, lascia trasparire le traccie d’una graduale evoluzione verso uno schema il cui carattere generale è già fin d’ora suscettibile d’un’approssimata determinazione, el e cui linee fondamentali vengono in certo modo a sovrapporsi a quelle segnate dal processo spontaneo che porta irresistibilmente, per quanto lentamente, le nazioni civili ad aumentare sempre più il  patrimonio di vocaboli e d’espressioni che possiedono in comune e persone, anche colte, che non hanno avuto occasione di riflettere sull’argomento non si fanno facilmente un’idea esatta della quantità di parole nter-naziona1 che esse adoperano, e della parte sempre crescente che queste vengono ad occupare, non dico nei dizionari compilati dai letterati o dai puristi ma nel dizionario  reale ed effettivo dell’uso corrente – “the little Oxford dictionary,” nelle parole di Austin rapportate da Grice --, nella lista cioè dei vocaboli del CUI significato s’esige e si  presuppone la conoscenza anche in chi non conosca altra lingua che la propria – cf. Crusoe’s Friday. Così, per esempio, nessun italiano può addurre la sua ignoranza del gallo o del tedesco, come  giustificazione del  suo non conoscere il SIGNIFICATO (o senso) di parole come le seguenti: òuffet, bureau, chèque, club, hotel, itufiresario, meeting, menu, metier, bete noire, restaurant, rdclame, record, reporter revolver, sport toilette, traimvay, tunnel, etc. Il che vuol dire che, se si prende come criterio dell’italianità o cruscacita d’una parola il fatto ch’essa è usata e intesa agl’italiani – cf. H. P. Grice, “native speaker of English,” William James Lecture V -- (e non si vede quale altro criterio si puo prendere – sta nella Crusca? --,  da chi a meno non sia disposto a negare che siano ITALIANE anche le parole alcool, ze-7itth, ovest, gas pel fatto ch’esse ci provienneno dallarabo o dall’olandese, i vocaboli sopra riportati hanno ben più diritto a essere qualificati come  ITALIANI , se non romani, di quanto n’abbiano tanti altri che i dizionari registrano solo perchè usati da scrittori di qualche secolo fa  -- i don’t give a hoot what the dictionary says – Grice to Austin : come,  per esempio,  allotta, arrogi ,  < gttagnele, millanta,  etc. Ne al fatto  he alcune delle suddette parole contengono lettere o sillabe  venti valore fonetico diverso da quello che loro spetterebbe nella nostra  ortografia può essere ormai attribuita molta importanza dal momento che tale circostanza non è più considerata come un ostacolo alla trascrizione esatta dei nomi proprii stranier,  com’Erberto,  di luogo e di persona. Oxford, vade vobis. L’esigenze pratiche s’alleano ora al senso estetico per trattenerci dallo scrivere Stoccarda o Conisberga invece di Stuttgart e di Konigsberg. E se a  molti non ripugna ancora lo scrivere Volfango invece di Wolfgang, o Mabetto invece di Macbeth, a nessuno verrebbe certo ora in mente d’imitare il obtuso napoletano VICO (si veda) citando Renee Descartes sotto il nome di Renato delle Carte, quando Chomsky preferisce Cartesio! Un esempio caratteristico di creazione di nuove parole internazionali mediante un espresso accordo  tra  gl’interessati c’è fornito dal sistema di unita C. G. S. adottato e promulgato dal congresso  degl’elettricisti tenuto a Parigi  e le cui denominazioni sotto forma invariabile, volt, ampire, ohm, etc., sono ora adoperate dagli scienziati e dagl’elettrotecnici di ogni nazione europea, e non solo la Gallia. La  gran maggioranza tuttavia  delle parole che possono praticamente essere riguardate  come già in effetto internazionali non è costituita da quelle che figurano nelle varie lingue sotto forma assolutamente identica, ma bensì da quelle che vi si trovano leggermente modificate, sopratutto nella desinenza, a seconda dell’indole dei rispettivi linguaggi, come avviene ad esempio pelle parole: caffè, cioccolata, tabacco, garanzia, posta, vagone, consolato, oasi, concerto, etc. E in  questa categoria che rientrano i numerosi termini tecnici, di scienze, d’arti, di sostanze chimiche, di strumenti, di malattie, etc., derivati dal greco, come chirurgo, estetica, ossigeno, fonografo, emicrania, etc. A projiosito dei quali giova notare come parecchie radici o prefissi greci. come  —logo,  —grafo,  z=.geno,  fono—,  termozzz,  baro=,  archi—,  end—,  anti—,  i^o —, filo —, geo—,  etc., pure non figurando, sotto qualsiasi forma, come parole isolate, nel dizionario d’alcuna lingua, tuttavia pel solo fatto di trovarsi ripetutamente adoperati, econ un senso ben determinato, nella composizione di parole appartenenti a ogni linguaggio civile, finiscono per essere correttamente interpretate anche da chi si trovi sprovvisto di qualsiasi conoscenza della lingua dalla  quale provengono --  cf. Hare, a good phylostysometre. La stessa osservazione si può ripetere per quei VOCABOLI LATINI che, pure non potendo essere qualificati come internazionali nel senso che essi appartengano ad altre lingue oltre che alle  romanze o neo-latine, lo sono tuttavia nel senso che le lingue romanze o neo-latine non sono le sole nelle quali esse figurano come elementi  di parole composte. Cosi per esempio le parole romane o latine navts, oculus, currere, secretum, ovum, pubblicus, annus, etc. non possono essere riguardate come del tutto estranee a un britannico o a un tedesco dal momento che a sue lingue appartengono le parole oculist, concurrence, secretary, ovai, Publizist, Annalen, etc. E specialmente in virtù di questa circostanza che i più recenti  progetti di lingua universale – il deutero-esperanto di H. P. Grice, o il basic latin di Ogden --, quanto più deliberatamente si propongono di costruire il dizionario in base al criterio pratico della massima effettività internazionale delle singole parole o radici, criterio che viene a essere naturalmente imposto dalla necessità di ridurre al minimo gli sforzi richiesti dall’apprendimento di  parole interamente nuove da parte di chi conosca già qualcuna delle lingue civib''europee, -- cf. Grice’s and Austin’s Eskimo implicatdures -- e dalla convenienza di rendere il dizionario della lingua internazionale quanto più è possibile utile per facilitare l'eventuale apprendimento delle lingue civili europee da parte di chi non ne conosca alcuna. tanto più si trovano condotti ad attribuire  una parte preponderante all’elemento LATINO tratto da Peano, sine flessione! La maggior parte di tali progetti finiscono anzi per differire tra loro assai meno di quanto possano differire due dialetti – toscano e genovese -- di una stessa lingua – la toscana -- , e per avvicinarsi anche senza volerlo, per ciò almeno che riguarda il dizionario, ai progetti avanzad dai fautori d’un ritorno  all’uso  internazionale del LATINO, in quanto anche questi sono costretti ad ammettere i neo-logismi indispensabili per esprimere cose e concetti moderni, e a rinunciare quindi a qualunque pretesa puristica e letteraria. Come è naturale, il latino più ricco d’elementi internazionali non è quello classico di CICERONE (si veda) o di  TACITO (si veda), ma quello usato dagli scolastici come Aquino da Roccasecca a Parigi, e dagli scienziati del medio evo; non quello, per esempio, in cui il ministero della pubblica istruzione sarebbe chiamato Summus moderator studiorum, ma quello in cui verrebbe semplicemente indicato come  mnister  publicae instructionis o, anche meglio, de publica instructione. Ma a rendere difficile un completo accordo tra i fautori d’un latino  comunque modernizzato e semplificato – il SYMBOLO di Austin --, e quelli che propongono la costruzione d’una lingua affatto artificiale, per quanto costruita con materiali tolti in gran parte dal latino, si presentano le questioni relative alla grammatica o morfo-SINTATTICA. Benché gl’uni  e gl’altri si trovino d’accordo nel riconoscere che le difficoltà inerenti all’adozione del latino  come lingua internazionale puo venir notevolmente diminuite coll’introdurre nella sua grammatica delle modificazioni semplificatrici d’indole analoga a quelle che si sono spontaneamente prodotte ne le lingue neo-latine, pure essi non cessano per ciò di differire grandemente nell’apprezzamento dei criteri da seguire in tale semplificazione. Vi è chi si contenterebbe di regolarizzare le  declinazioni o le coniugazioni, togliendo la loro inutile molteplicità e permettendo, per esempio, che si dicesse ati t o e legebo come si dice amabo e monebo, o loqtiivi, currivi invece di locutus  S2tm  e di  czicurn. Altri abolirebbero senz’altro ogni declinazione dei nomi indicando invece i vari casi colle preposizioni come fanno le lingue neo-latine 1 armenti sopprimerebbero le varie  flessioni dei verbi corrispondenti alle persone, bastando, per distinguere queste, l’impiego dei pronomi. Anche per indicare i diversi tempi dei verbi v’è chi propone s’abbandoni l’impiego di speciali desinenze o modificazioni adottando invece l’artificio dei verbi ausiliari  -- Grice, Socrates whatted in Athens? Drank hemlock -- anche pel futuro.  Un passo piu avanti è fatto da quelli che  propongono si’abolisca la distinzione tra i generi dei nomi e tutte le regole di concordanza ad essa relative, indicando solo, quando occorra, il sesso con  uno speciale prefisso – aquilo -- come si fa in inglese: he-goat, she-goat, he-bitch. Ne qui SI arrestano le proposte di semplificazioni, tra le quali la più radicale è rappresentata dal Latino sine flexione di PEANO (si veda), riattaccantesi  a un ordine di ricerche il cui primo impulso risale non a Grice ma a Leibniz. Già questi osserva che, allo stesso modo come l’uso delle proposizioni rende inutili, pei nomi, le flessioni corrispondenti ai differenti casi, così anche l’uso delle congiunzioni potrebbe sostituire, per i verbi, le flessioni indicanti i differenti modi, modes, not moods – Grice – Follesdall – Stanford – Moravsik.  Così,  per esempio, la differenza di SIGNIFICATO (O SENSO) tra l’indicativo e il soggiuntivo è già sufficientemente espressa dalla sola presenza, pel secondo, delle congiunzioni: ut, quod,  “si,” (if) – cf. H. P. Grice, “Indicative Conditionals” --,  etc. La ragione perche Boezio non vuole parlare di preghiere! Non occorre quasi notare che anche il modo imperativo –il primo secondo Vico: I, FAC, STA, DA,   non ha affatto bisogno di venire indicato d’alcuna modificazione del verbo, bastando a ciò premettere, o far seguire, a questo l’indicazione del comando o del desiderio, opto,  peto,  quaeso,  etc – the door is closed, please -- Hare., come già del resto si pratica in più d’una lingua  (PLEASE – R. M. Hare: “The door is closed, please” --,  bitte,  s’il  vous  plait,  etc.. Un’idea più ardita, suggerita pure da Leibniz a PEANO (si veda), è quella dell’inutilità di qualsiasi flessione per indicare il plurale dei nomi  -- sheep, shep -- {videtnr  pluralis inutilis in lingtia rationali – Warnock, Tigers are dangerous – Metaphysics and logic. La distinzione tra singolare e plurale sembra a PEANO (si veda) puo essere sufficientemente espressa dal semplice  premettere al nome, quando occorra, un aggettivo numerale – Me Tarzan You Jane You You DUE Jane,  U7tus, aliqtds, omnis, plurcs, duo, diversi, etc. – Altham, the logic of plurality – aleoethetca, pleonethica. Geach Occam. A questa stessa conclusione è pure antecedentemente venuto anche un altro filosofo che s’occupa molto a fondo delle questioni relative alla grammatica razionale, BELLAVITIS, di  Padova, di cui l’importante saggio, portante il titolo “Pensieri sopra una lingua universale e su alcuni argomcnli  analoghi,” Memorie  dell’I.  R. Istituto Veneto, è sfuggito, tipico d’un gallo orgoglioso, all’attenzione di Couturat. Tra l’altre proposte originali e suggestive che il saggio di BELLAVITIS (si veda) contiene è da notare quella relativa all’adozione di una speciale preposizione anche per  distinguere il soggetto (“Fido”) dal predicato (“is shaggy” – Grice) – Strawson Subject and predicate in logic and grammar, Irvine – Grice – d’una proposizione, d’adoperare, s’intende, solo quando ve ne è bisogno. Tale è il caso, per esempio, quando si tratti d’una proposizione il cui soggetto (“Fido”) o attributo (“shaggy”) è rappresentato d’un  pronome relativo, il quale, per ragione di chiarezza [Grice, DESIDERATUM OF CONVERSATIONAL CLARITY: “Be perspicuous [sic]”. -- non può venire troppo allontanato dal precedente nome cui si riferisce, e non può  quindi  indicare, per mezzo della sua posizione rispetto al verbo, se dove essere inteso come il suo soggetto o il suo predicato.  Quest’osservazione  di BELLAVITIS (si veda) non è priva anche d’una certa importanza filosofica in quanto costituisce in sostanza una critica della distinzione tra verbi transitivi e intransitivi e di quella tra verbi attivi e passivi. Essa mira infatti a sottoporre non solo l’accusativo (o CAUSATIVO, strettamente -- come già avviene in alcune lingue, p. e. nella  spaglinola), ma anche il nominativo a norme analoghe a quelle  che reggono gl’altri casi, sopprimendo l’inutile complicazione della  costruzione [Atti  della  R.  Accademia  di  Scienze  di  Torino; Leibniz [citato da Grice – “one of the greats”]. Opusculcs el Fragnicnt inédils publiés par Couturat. BELLAVITIS (si veda)  ha su questo punto dei precursori fra gli scolastici, in CAMPANELLA e Occam [cf. il sermone mentale – discusso da Geach e Grice e Leibniz – PARIDE AMA ELENA -- e Alberto di Sassonia. L’apprezzamento espresso su quest’ultimo da Prantl – lesso da LAMENTANI (si veda) nella sua Storia  della Logica, precisamente a questo proposito, è da deplorare come erroneo e ingiusto. COUTURAT  E L.  LEAU,  HISTOIRE  DE  LA  LANGUE  UNIVEKSELLE] passiva – Strawson, “The exhibition was visited by the King of France” --,  ed emancipando nello stesso tempo la frase d’ogni restrizione relativa alla collocazione delle sue varie parti rispetto al verbo. Anche sull’uso dell’articoli e delle  particelle dimostrative l’osservazioni di BELLAVITIS (si veda) apportano un contributo prezioso alla soluzione delle controversie che ancora si dibattono tra gl’autori di vari progetti di  GRAMMATICA RAZIONALE, come il Deutero-Esperanto di Grice. Un concetto dominante sul quale egli ritorna frequentemente è questo che  l’adozione di date preposizioni o congiunzioni  o articoli  -- “voci  grammaticali,” come egli le chiama -- per indicare date relazioni tra le parti d’una frase non implica che tali voci devono essere sempre adoperate per  esprimerle. Esse  possono e devono invece essere omesse ogni qualvolta la loro assenza non produce ambiguità – cf. Grice, “Avoid ambiguity” – Me Tarzan, You Jane. Blake, “Love that never told can be”. Tutte queste semplificazioni, le quali, del resto, potrebbero applicarsi, come al LATINO, anche a qualsiasi altra lingua, finisceno, come si vede, per far capo al concetto d’una lingua suscettibile di venir  compresa e adoperata indipendentemente dalla conoscenza di qualsiasi regola grammaticale – O. P. Wood, The Rules of Language, The Aristotelian Society, read by Austin and Grice on a Saturday morning. E in fondo l’ideale che si presenta già alla mente di CARTESIO – the rules of discourse, Grice -- [vide Grice, “Descartes on Clear and Distinct Perception”] in quella sua lettera a Mersenne nella quale, discutendo un progetto d’ignoto filosofo chiamato ERBERTO GRICEUS HARBONIENSIS che ritiene aver costruito una lingua  (“Deutero-Esperanto”) atta a essere interpretata e scritta col solo aiuto d’un dizionario – Grice: “The Little Oxford Dictionary? Austin hated it! --  conclude che ce n’est pas mcrvetlle que les esprits vulgaires apprennent en moins de  six heures à composer en cette langue. – cf. Prince Maurice’s Pirot -- Cartesio, Opere, edit. Tannery e Adam). Ed e questa stessa idea d’una lingua ARTIFICIALE [Deutero-Esperanto], costruita, per quanto riguarda il dizionario, con materiali tolti alle lingue viventi e sottoposta  invece, per quanto riguarda la grammatica – strettamente, morfo-SINTASSI --,  alla massima semplificazione  razionale – cf. RULES OF FORMATION OF SYSTEM G-HP di MYRO], che Rcnouvler sembra avere in vista in quella frase, da Wilkis, quasi profetica, che appunto Couturat riporta a questo proposito. La langue universelle doti ciré empiriquc par son vocabulairc o LEXICON, et  PHILOSOPHIQUE, logica, ragionata, PAR SA SINTASSIS, ou grammaire. (ReNOUVlER, De la question de la langue  universelle, Revue. Non voglio chiudere il  presente cenno senza richiamare l’attenzione su un altro saggio italiano sul soggetto della lingua universale, del quale pure, ma tipicamente d’un orgoglioso e miope gallo, non è fatta menzione nel volume di cui parliamo. Esso è pubblicato a Roma col titolo, “Riflessioni intorno all’istituzione  d’una lingua  universale,” -- lettera di Glice Ceresiano a Giotto fllo  Eugenio.  L’autore  ne  è il filosofo SOAVE (della Svizzera, si veda), il quale si propone in esso d’esaminare un progetto di lingua universale da Kalmar. Questo è tutto ciò che mi ò riuscito di sapere sul contenuto del detto opuscolo, che finora non sono stato in grado di rintracciare  e che conosco solo dalla menzione  che ne è fatta in un’altra  opera italiana, pure ignorata, com’e d’aspettare di un miope orgoglioso gallo come lui e,  da Couturat -- FERRARI (si veda), Monoglottica, Modena. Di quest’ultima V. ha conoscenza per mezzo di MERIGGI (si veda), appassionato cultore di questi studi e autore lui pure d’un progetto di cui sono segnate le traccio in un volumetto  pubblicato  a Pavia, Frat. Fusi.  Como. Grice: “My favourite Vailati is an essay cited by Peano (I wouldn’t have heard of it otherwise). It is concerned with the Italian counterparts to “non,” and the ‘congiunctioni’: “e”, “o”, and “se”. La  Grammatica  dell  Algebra.   iRivisla  di  Psicologia  Applicata,  A Parlare dell’algebra come d’una linguag. In che senso ^ f Quali  sentii  corrispondmio tn  al~   e d’una sua  speciale  J.  Come  si  presenti in algebra la distin-   gcbra ai verbi. Loro  carcittere  r . V-   l'altra, ad ussa corrispondente, tra  ìionè tra verbi transiti e verbi  Dei verbi molteplice-  nomi  (o aggettivi, shaggy)  relativi,  e gH^izioni  Carattere grammaticale dei segni mente transitivi, e dell  / caratteristiche dei segni d’uguaglianza j • fiirtincri e oarlando d’essa come di uno spe-  LParlando  d’algebra  a dei  attribuire, alla  pa- ciale  lingua, devo  pregarli d, P ^ essi  le  attribuì- rola  . lingua  >. astrazione d’un scono ordinariamente. di  studiano  — i quali tutti hanno per loro  carattere  comune  ai ^^ttendomi  d’applicare lo stesso nome anche elementi delle parole – L. PARABOLA, Grice word-meaning P^^  rivolgono ad altri sensi che non sono ad altri SISTEMI DI SEGNI eh, f„n7inni  dei lingue propriamente dette,  radilo, adempiono wttavia  alle  tCTfpo^J^   e„  „r„SS'e  ^.-—nLròne,  piò   pir"arhVL“rr^ « UpÓ  . Ideo^radoo  nel,uall  le  ooae [11  .ommario e le pari.,  che,u  „„p„ve  ..ella  Xmsh  *'  «to-  parentesi quadre, non sono mclus carte di V., che a lu.  serve pella comunicazione da  lu  p • grammalicali  e SINTATTICI della lingua delle  Scienze  (Firenze)  sotto  il ti  . Rivista di Scienza  algebrico, e che in parte è riprodotto in una  i^Algèbre  ati  point de vue Hngui-   ., intitolata: PiiLr  it^de  de  l’Algebre  ? ^ stiquei\  ai cui si voleva comunicare  Jos^'dvano  il  nome  nel  Un-   scura alcun riferimento ai gruppi d,  suoni  che ne lingua parlata rappresentati, di quei rapporti Per indicare il sussistere, tra  g i ogg  proposizioni, le scrit- che dalle lingue parlate sono espressi in principio ad espe-   ture di questa seconda specie dovetter affatto dienti, alterazioni nella forma, nell ordine  g > preposizioni, analogo a quello che, nella lingua parlata  etc.  ai segni di PREDICAZIONE (“... is shaggy” – GRICE),  d ;Jggiare  interesse per quei  sistemi di  L’esame di tali espedienti presenta panico  ^ „,,iea. ve- notazioni ideografiche che, come  cs-  g ordinaria, subiscono in certo nendo impiegati contemporaneamente alla  ^ avrebbero finito per  soc   .nodo la cencorreusa di questa,  p.eferibill  per  1 partico- combere se qualche speciale carattere no lari uffici ai quali sono applicati – cf. Grice, ONTOLOGICAL MARXISM: If they work, they exist d.. dell’algebra, la ragione di  Dire che, nel caso che ora  c,  Jgg,or brevità e pre- tale preteribilltà stia  nclPattltudlne sua  a j ancora  rlsob cislone le proposizioni relative a. numer  determinare da quali vere la  questione.  04  che  Importa dipendano: Uno a che  circostanze le suddette  proprietà  del  >”^8,  geografiche al posto delle punto cioè esse si riconnettano  f ‘j; ‘7^'®°„gÌ„o  .“orso, fatto dall’algebra,;role. e per  nurdrpontTltguag parlata, per dare senso alle  Afferenti combinazioni dei esempio caratteristico  sto. non certo nel  fatto che le cifre sia  P ^,e„e  attribuita  ^alrmrrrsrrg^Sa"^  della posizione che esse occupano in hT  prop™^^  f rrti soprattutto d’attribuire  i strumento di ricerca e di dimostra- che come mezzo  di  ^a  avere indotto uno dei piu grandi  zione. Tali  vantaggi sono  rivolgere  modestamente a sè  stesso una   ^a^  cbe  è rivolta da Schiller a un poeta  presuntuoso, in quei noti versi . pi confronto  tra  i “cTriuogo'*!’ impiego  dei segni derivano dall’impiego delle  . q un’altra distinzione importante dell'algebra,  si  P""“  ehe occorre fare tra i sistemi di notazione  ^;:.'lomTa;;unT:df’e  de, .'aritmetica,  o le note  musleaii [AND GRICE WOULD PLAY THE PIANO AT CLIFTON – la notation della pavanne de Ravel – MEISTERSINGER is for children – He loved MAHLER, Song of the Earth --,  hanno solo  I uf-    La grammatica – morfo-sintassi -- DELL’ALGEBRA mnorre nei loro elementi, dati gruppi di sensazioni  fido di descrivere,  e di decom  ^ ^pp^nto  il   0 di azioni complesse, e queg,, chimica, si presentano come capaci  caso dell’algebra  o '5'“'  ^, in  parole e frasi del definirla o caratterizzarla  m modo  f perrtlirco'nicio chiunque abbia coll’algebra una sufficiente -f;:Ìadiffierenzachesiba--   à^e   potr^rcorr  'linana, le proposizioni relative ai numeri e alle loro proprietà. differenza equivale ad ammettere implicitamente che Il riconoscere una tale differenz espressione e come strumento la speciale efficacia  ^°^t^ibuire,  non tanto all’impiego che in essa di ricerca e di  "arposto^ parole della lingua  or-  dintio!  q^a^P^uttostra  delle  particolarità  d’indole SINTATTICA. meren i  "Esamffiar'e  iTche cosa gua algebrica, ricercare e propriamente dette: que-  riscontrano, in maggiore o minor  grad  J . sembrano bene degne  di Tra le distinzioni, che si trovano ‘‘I,elle  che si  riferiscono rittcair;‘:.rc:ot^Una  frase  spesso ripetuta dai filosofi della lingua, colla quale essi tentano di precide ciò che costituisce il tratto caratteristico d’una vera lingua  -- cf. COMPOSITIONALITY AND THE ESSENCE OF LANGUAGE – H. P. Grice, “Meaning Revisited” – open-endeness, finite means, potentially infinite utterances>,  hi opposizione alle forme meno perfette  d’ESPRESSIONE ISTINTIVA [natural groan – Grice] di stati d amm  .  qualf  si riscontrano anche negli stadi inferiori di sviluppo della vita animale – Romolo e i fanciulli.' la  «pcriiente  • « la lingua comincia dove l’interiezioni (GROANS AND FROWNS, MOANING AND MEANING) finiscono. Se noi ci domandiamo, alla nostra volta, in che cosa differiscano effettivamente l’interiezioni – Grice’s GROAN -- da quelle che i filosofi della lingua chiamano le  altre parti del discorso, ci accorgiamo subito che esso sono le sole parole che,  anche  enun-  flTLàtalnte, bastano, per sé stesse, a esprimere  -^^Ye  Qualche  opinione, di chi le pronuncia, mentre l’altre specie  d .   i nomi  eli aggettivi (shaggy),  i verbi, etc., non possono, d’ordinario, servire  a a e p  se  non  comparendo  raggruppate [TERZA ARTICOLAZIONE] l’une insieme  all’altre,  in modo da dar luogo a una frase o a una proposizione – GRICE: UTTERER’S MEANING, SENTENCE MEANING, WORD MEANING]. Quando emettiamo [UTTER – GRICE], per esempio, il suono  brr,  (ho freddo) o il suono  " • ^  abiamo bisogno d’aggiungere altre parole per fare  intendere  a  ^Ze  che sentiamo del freddo, o che desideriamo che egli non faccia nimore. SeTnvece  pronunciamo, per esempio, il nome d’un oggetto  --a accompagnarlo con qualche parola o GESTO, che  indica cosa vogliamo dire d’esso  -  fhe  diefiii cioè: se vogliamo dire che lo vediamo, o che lo desideriamo, o fotmilmo,; che ne aspettiamo la comparsa etc. aifatto alcuna nostra opinione, o disposizione d’animo, ma al  piu segnaliamo  -- SIGNIFICAMO, SEGNALARE -- che  stiamo pensando a quell’oggetto, senza dire nulla di ciò che ne pen segue  --Fido, ... is shaggy -- che l’interiezioni possono qualificarsi come quelle, tra le parole della nostra lingua, che hanno PIÙ SIGNIFICATO (“more meaning”) di tutte le akre, e in certo modo, come le sole che n’abbiano, quando sono prese a se.  mentre altre sono soltanto capaci d’acquistarne, nel caso che siano  assunte a far parte una frase che n’abbia. L’affermazione riferita sopra equivale, dunque, a dire che la vero lingua comincia colla prima introduzione di  parole (shaggy, brr. Ah, ouch -- che, prese per se stesse NON hanno alcun SIGNIFICATO, e che di tanto una lingua e °  più rilievo hanno in esso le parole –shaggy -- che si trovano in questo caso, di front litro che, anche enunciate isolatamente, esprimono qualche opinione d’animo – shaggy, hairy-coated --, di chi le PRO-NUNCIA. Si ha una conferma di ciò nel  fatto che le parole che  hanno MENO SENSO delle altre  - quelle cioè alle quali è necessario aggiungere un piu grande numero d’altre parole per ottenere una frase che voglia sono apppunto quelle che compaiono piu tardi – non da da, ma ma -- ,  tanto  nello sviluppo storico della lingua che Romolo e Remo sono segnalato dalla lupa capitolina, quanto nel processo individuale o gemmelli del loro apprendimento della lingua del Lazio.  Tra tali parole sono da porre, in primo luogo, le pre-posizioni (via va, Grice, to Roma d’Albalonga) in quanto esse hanno l’ufficio d’indicare le varie specie di relazioni che possono sussi-  fi) La trovo citata tra gl’altri da ZOPPI (si veda), nella sua Filosofìa della  Grammatica  (Veron), che trovato pieno d’osservazioni suggestive sull’argomento qui trato.] stere tra gl’oggetti di cui si parla. Esse infatti, appunto per questa ragione, non indicano assolutamente nulla se non sono accompagnate dalle parole che denotano gl’oggetti tra i quali s’asserisce aver luogo la relazione che ad esse  corrisponde. Così, quando pronunciamo, per esempio, le parole: accanto, sopra,  dopo, etc.,  -- cf. Grice, ‘betwen’, not aequivocal, and ‘the sense of ‘to’ senseless  -- senza indicare quali siano le cose di cui INTENDIAMO (GRICE M-intending) affermare che runa è accanto all’altra, sopra l’altra,  etc., -- zu zu Jew -- noi non comunichiamo a chi ci ascolta alcuna determinata  INFORMAZIONE (si veda FLORIDI) sulle cose di cui parliamo. A considerazioni analoghe si presta il confronto delle varie specie di verbi e, in particolare, la distinzione espressa comunemente coll’opporre i verbi transitivi ai verbi intransitivi, col porre in contrasto, cioè, i verbi che, come per  esempio: desidero,  respingo,  nascondo,  indico,  etc., richiedono che alla loro enunciazione segua l’indicazione di qualche oggetto al quale si riferiscono, coi verbi che invece, come per esempio:  dormo, cresco,  rido,  muoio,  etc., non hanno bisogno d’alcuna ulteriore determinazione o specificazione di tal genere. Qui è tuttavia d’osservare che la suddetta distinzione, in quanto è stabilita dai grammatici in base al criterio puramente formale consistente in ciò ch’il verbo esiga, o non esiga, ciò ch’essi chiamano un  complemento diretto, non coincide esattamente con quella che,  pel nostro scopo, è opportuno è posta in rilievo. A nessuno certo può venire in mente di dar torto ai grammatici quando essi si preoccupano di distinguere i casi nei quali l’indicazione dell’oggetto, a cui si riferisce l’azione espressa d’un verbo – il causato o accausato – accusativo -- avviene  per mezzo della semplice aggiunta del nome di tale oggetto, come quando si dice per esempio: desidero la tal cosa  -- wants to marry Mary — dai casi nei quali invece è necessario che, tra il verbo e il nome, sia interposta una preposizione, come quando si dice per esempio, di certi nomi come quelli che abbia'mo sopra citati, è ordinariamente indicato col qualificarli come nomi relativi. Della connessione tra i nomi  relativi e i verbi transitivi si ha una  chiara manifestazione anche  nella possibilità, frequentissima, di tradurre frasi, in cui a un dato oggetto, o persona, è applicato un nome esprimente una relazione, in  altre  si, equivalenti, nelle quali figura invece un verbo transitivo. Non vi è,  per esempio, differenza tra il SIGNIFICATO (O SENSO) – ma si dell’implicatura -- delle  frasi, il tale  è nemico del tale altro,  o il tale oggetto c più alto del tale altro, e le  altre: a tal persona odia la tal altra,  o il tale oggetto supera, o sopramnza, il tale  altro,  etc.  Peirce [su cui Grice insegna a Oxford], che più d’ogni altro s’è occupato dell’analisi e della classificazione delle varie specie di relazioni, è stato portato dalle sue ricerche a stabilire una distinzione tra i verbi o nomi ed aggettivi transitivi, a seconda che essi esigano l’aggiunta d’un solo o di più  nomi per acquistare un SIGNIFICATO (O SENSO) determinato, per diventare cioè capaci d’affermare qualche cosa degl’oggetti e delle persone  a cui vengono ap-  LEIBNIZ PARIDE AMA ELENA, Sono, per esempio, verbi doppiamente transitivi, o bivalenti diadici, come si potrebbero chiamare con una opportuna immagine tolta dal linguaggio della chimica, comportanti cioè l’aggiunta di due nomi – he fell on his sword -- i verbi seguenti: insegnare  qualche cosa a qualche persona,  dare qualche cosa a qualche persona, e i corrispondenti  nomi:  maestro di qualche cosa a qualcheduno, donatore – VARRONE derivativo -- di qualche cosa a qualcheduno,  etc. Sarebbe forse più proprio chiamarli tri-valenti o triadici, in quanto anche il soggetto rappresenta una  valenza. Sarebbero allora bi-valenti i verbi  semplicemente  transitivi,  uni-valenti  i verbi  intransitivi – it rains, what is ‘it’? --,  e nulli-valenti o privi di  valenza  gli impersonali come  piove, nevica  etc.  – “As Srawson once asked me, “it is raining – what is ‘it’?” – Grice. Gl’impersonali latini come  pudet  me   piget  me  mihx  tur  etc. sono bi-valenti  come  i verbi transitivi. Come  esempio di verbi a quattro valenze tetradici si potrebbe citare il verbo scambiare  wife-swap nel senso commerciale -- il tale scambia colla tal  persona, la tal cosa colla tal altra, o più semplicemente, le tali due persone si scambiano fra loro le tali due cose – their pairs of socks. Esempi di verbi  tri-valenti  capaci cioè, o esigenti, di venire  o comperare, vendo  un oggetto A a una  persona  B, per un prezzo C, compro un oggetto A d’una  persona B, per un prezzo C. Nel caso di questi verbi  pluri-valenti polliadici,  o molteplicemente transitivi, si scorge chiaramente quale sia l’ufficio che hanno le preposizioni, in quanto servono quasi d’organi connettivi, per applicare a ciascun verbo ordinatamente  i rispettivi complementi, pare ordenato. Quanto più cresce il numero  delle valenze tanto più cresce naturalmente il bisogno di speciali segni o particelle destinate ad evitare le’ambiguità  nell’assegnazione di diversi complementi a uno stesso verbo. Servono a tale scopo, nel linguaggio ordinario, le preposizioni o le flessioni corrispondenti ai diversi casi dei  nomi.  Finché il verbo, pur essendo a più valenze, è tale che, come avviene per esempio in quelli  sopra citati, i diversi nomi richiesti per completarne il SIGNIFICATO (O SENSO) appartengono a categorie cosi distinte da rendere impossibile qualsiasi equivoco –you gave Mary to the book? -- o confusione tra loro; quando, per esempio, come nel caso del verbo dare, l’un complemento deve indicare una persona, e l’altro un oggetto, può parere sempre superfluo l’impiego di  qualsiasi  preposizione. Si tende infatti ad abolire queste in tutti quei casi in cui s’ha particolare interesse a fare ECONOMIA [principle of economy of rational effort – GRICE] di  parole – avoid prolixity of expression [sic],  come per esempio nei telegrammi, negl’indirizzi, negl’avvisi economici delle quarte pagine dei giornali. Se si telegrafa, per esempio spedite plico segretario nessun  dubbio  può nascere che il plico è la cosa spedita e il segretario la persona a cui la spedizione è fatta, e non viceversa – give dog bone send package secretary].  – cf. PECCAVI – Grice. Ma quando, invece, i diversi complementi d’un verbo appartengono tutti a una medesima classe, quando sono, per esempio, tutti nomi di persone, come per esempio nelle frasi, dico male di Tizio a Caio,  dico  male  a Caio  di  Tizio, l’omettere le preposizioni equivarrebbe a togliere ogni mezzo a chi ascolta di distinguere le diverse relazioni in cui i diversi nomi stanno col verbo, e a esporsi quindi a esser capiti a rovescio. Se, tenendo presenti le considerazioni svolte sopra, ci proponiamo di determinare quali siano gli speciali caratteri grammaticali  e SINTATTICI o mortfosintattici per  i quali  il linguaggio algebrico si distingue da quello ORDINARIO, un  primo fatto notevole che ci si presenta è l’assenza, nel  linguaggio algebrico, di qualsiasi specie di verbi, cioè  l’eguaglianza  e e oro aree, resta, per ciò solo, precluso il suo simultaneo impiego per esprimere qualsiasi altra relazione tra figure, come per esempio, quella d’egualanza propriamente detta  o sovrapponibilità,  quella di similitudine,  etc. I inconvenienti ai quali, in casi di questo genere, potrebbe dare occasione l’impiego d’uno stesso segno, per indicare relazioni affatto diverse puo essere evitati in algebra  ricorrendo, come, infatti, qualche volta si fa, all’introduzione di nuovi segni che, accanto a quelli  d’eguaglianza  e di diseguaghanza, assumessero l’ufficio che, nel LINGUAGGIO ORDINARIO, spetta alle diverse specie di verbi transitivi, il tale edificio è eguale all’altro in altezza ; i tali due cliL si’equivalgono per salubrità, etc.  ner  T Preposizìone è, per così dire, accidentale; in greco,  cusatir^Tn  questione, posto  All’accusativo, in LATINO s’adopera l’ABLATIVO. Ma v’è anche un altra forma che possono assumere le proposizioni del tipo suddetto, ed e quella che si presenta nelle frasi: la statura della tal persona eguale a quella della tale altra,  l’altezza del tale edificio   e.u^le  a    0 Sull’opportunità di ricorrere a questo espediente, nel caso delle relazioni tra gl’enti geometrici considerati nel calcolo vettoriale,  s’è molto discusso recentemente al congresso tenuto a Roma a proposito della relazione presentata su tale soggetto da FORTI (si veda), dell 'accademia militare di  Torino, e LONGO, di Messina. i ormo;  e aiarcoqtiella del tale altro, la salubrità del tale clima à eguale  a q^lella  del  tale  altro,  etc. Queste espressioni, nelle quali figurano al posto del soggetto e del predicato, i nomi, non più degl’oggetti [GRICE, obble] di cui si parla, ma delle qualità [GRICE, SHAGGY] d’essi – where is Banbury’s disinterest? -- e dei caratteri rispetto ai quali essi sono posti a confronto, corrispondono precisamente all’espressioni che compaiono nel linguaggio algebrico o ARIMMETICO o matematico o FORMALE quando, per esprimere, per esempio, che due angoli, a e b, hanno uno stesso seno, si scrive, “sen  a = sen b,  o quando,  per indicare o significare che  i triangoli  ABC e DEF  hanno una stessa area, si scrive: “area  ABC  = area  DEF.” I due  esempi citati, quello del seno e quello dell’area, possono servire a mettere in luce una differenza che è importante segnalare. Mentre dell’affermazione che un angolo ha un dato seno si può definire perfettamente il SIGNIFICATO (o SENSO) anche senza considerare alcun altro angolo oltre quello di cui si parla, per il caso, invece, dell’AREA, il  SIGNIFICATO (O SENSO) della  frase o proposizione, ‘La tal figura ha una data area,’ non può venire determinato se non  ricorrendo, o riferendosi, direttamente o indirettamente, a quell’operazioni di confronto tra  l’AREA  di’una figura e l’area d’un’altra  -- la quale altra può anche essere, per esempio, quella che si è scelta per unità di misura dell’aree  -- il metrodi Witters -- che sono richieste per riconoscere se due date figure hanno, o non hanno, una stessa area. In altre parole, mentre nel caso del SENO d’un angolo si può prima dichiarare o definire che cosa esso sia,  e poi passare a riconoscere se il seno d’un dato angolo sia eguale, o maggiore, o minore del seno d’un altro,  nel caso  dell’AREA,  invece, tali due procedimenti sono inseparabili,  e non possono neppure essere concepiti indipendentemente  l’uno  dall’altro. II modo ordinariamente impiegato per distinguere i casi dell’una specie dai casi dell’altra consiste nel dire che, mentre, nei casi analoghi a quello del SENO, si definisce  *ESPLICITAMENTE* un nuovo SEGNO di FUNZIONE. Nei casi invece analoghi a quello  dell’AREA, il SIGNIFICATO (O SENSO) del nuovo nome introdotto è determinato soltanto, non esplicitamente, ma IMPLICITAMENTE, o, come anche si dice, per mezzo d’una definizione per astrazione. Il più antico esempio che di definizione per astrazione ci presenta la storia del linguaggio matematico è la definizione della parola RAPPORTO (logos), che si trova posta a base della trattazione sulla PROPORZIONE a:b::c:d nell’Elementi d’Euclide. Questa definizione, che la tradizione fa risalire ad Eudosso, consiste infatti soltanto nel determinare esattamente sotto una forma applicabile anche al caso delle quantità incommensurabili il SIGNIFICATO (O SENSO) della frase o proposizione, ‘Le tali due grandezze hanno lo stesso RAPPORTO (logos) delle tali altre due.’ Oppure: il RAPPORTO (logos) tra tali due quantità è eguale a (=) (o  maggiore (a>b), o minore  (a<b) di)  quello tra le tali altre due quantità. Per mezzo d’un tale procedimento, una relazione tra quattro grandezze    la relazione cioè che s’esprime dicendo che esse  formano la PROPORZIONE a:b::c:d    viene a poter essere espressa sotto forma d’una  eguaglianza fra due termini, in ciascuno dei quali  figura uno STESSO nome, o SEGNO,  di FUNZIONE (tra due VARIABILI). Mentre della parola ‘RAPPORTO’ (logos) non è data, e non occorre  c e s, altra definizione oltre quella che consiste nell’attribuire un determinato alle frasi in  cui si parla d’eguaglianza  o di diseguaglianza tra rappor quantità. Sui numerosi esempi che del suddetto genere di definizioni ci presentano ! diversi rami della matematica  e le varie scienze nelle quali essi trovano  apph- C3^ion0 non  c oni il Cciso di fcrnicirsi. Si presenta opportuno invece il domandarsi quali siano le condizioni da cui dipende l'applicabilità del procedimento descritto sopra; il domandarsi, cioè, in quali  circostanze una definizione per astrazione è possibile, e in qua casi è lecito,  o conveniente, introdurre un nuovo SEGNO DI FUNZIONE per  mezzo di  6SS6  j. Ciò equivale a domandarsi quali sono le  proprietà di cui deve essere dotata una  relazione  o una corrispondenza tra oggetti di una data classe perche il suo sussistere, tra due oggetti e à di  tale  classe,  può venire espresso per mezzo d’eguaglianze del  tipo:/«=:/^.  ove del  SEGNO – o dispositivo formale --  / non e finizione oltre quella  che risulta dal SIGNIFICATO (O SENSO) che s’attribuisce alla forra condizione indispensabile pell’applicazione d’un tale procedimento è, anzitutto, questa: che la relazione di cui si tratta ha in comune colla relazione d’eguaglianza la proprietà che, pel caso di quest’ultima, viene espressa d’un ASSIOMA. Se a è uguale  a e -5 è uguale a r, anche a e ugna  e a c. Se infatti questa condizione non si verifica  — se, cioè, la relazione in questione è tale che, dal suo sussistere tra due oggetti  a e -5,  e tra due altri,   e et non derivas senz’altro il suo sussistere tra  a e r -, il servirsi d’una  espressione del  tipo; fa—fb,  per indicare il fatto che essa si verifica tra due oggetti  a e b, porta alla conseguenza assurda  -- o, ad ogni  modo, incompatibile con una proprietà,  fondamentale, del segno d’eguaglianza, usato da Peano e Grice (x=y) che, ^lle  eguaglianze : fa±ifb,  e fb—fc.  non si può dedurre l’altra. Per una ragione analoga, la relazione di cui si parla dove anche godere d’un’*altra* proprietà. Essa dove cioè essere tale, che, dal suo sussistere tra due oggetti « e à, si può sempre concludere che essa sussiste pure, all’inverso, tra  b ed a. Altrimenti  si dove ammettere che, dalla  formula  fa  =/à,  non si può passare all’altra fb—fa, contrariamente a un’altra delle proprietà caratteristiche dell’eguaglianza. Soddisfano a questa condizione, per esempio, le relazioni di perpendicolarità e di parallelismo, mentre non vi soddisfa, per esempio, la relazione di divisibilità. Dall’essere un numero  n1 divisibile per un altro  n2 non deriva  certamente ch’il secondo n2 sia divisibile pel primo n1. Il  nome di definizioni per astrazione è stato introdotto da  PEANO – e usata da Grice nel suo metodo di psicologia razionale alla Ramsey. Il riconoscimento dell’importanza del procedimento che conduce ad esse, risale a Grassmann, AUSDEHNUNGslehre. Un notevole contributo alla loro analisi è apportato  da PADOA (si veda), Atti del sfi Congresso della SOCIETÀ ITALIANA DI FILOSOFIA, Parma. Le relazioni che, pur soddisfacendo alla prima delle due condizioni sopraccennate – cioè, a quella che chiamo ‘TRANSITIVITÀ sillogistica’, non soddisfacciano alla seconda, possono, per ciò solo, venir rappresentate d’uno qualunque dei due segni di DIS-UGUAGLIANZA (a>b e a<b), poiché tanto pell l’uno  come  pell’altro d’essi si verifica appunto la prima, e non la seconda delle due condizioni  suddette. Le due condizioni enunciate sopra, oltre che necessarie, sono anche sufficienti perchè è lecito il ricorso a una definizione per astrazione, e all’introduzione, per tal via, d’un nuovo nome o d’un nuovo SEGNO DI FUNZIONE. La sola obiezione che qui può presentarsi è quella che  consiste nel dire che, venendo il SEGNO DI FUNZIONE così introdotto a essere definito solamente in quanto figura in espressioni d’una data forma -- cioè, in espressioni del tipo fa—fb  --, esso rimane privo d’ogni significato in tutti i casi in cui si voglia adoperarlo isolatamente, o combinato diversamente con altri segni della stessa o diversa di specie. A questa obiezione si può rispondere  osservando che, allo stesso modo come s’è attribuito un SIGNIFICATO (O SENSO) all’espressioni  del  tipo  fa  —fb,  così nulla vieta di determinare ulteriormente anche il SIGNIFICATO (O SENSO) d’altr’espressioni nelle quali, d’un lato, o d’ambedue i lati, d’un SEGNO D’UGAGLIANZA (Grice: x = y),  figurano, non già dei termini isolati, come fa o fb, maf dei determinati  aggruppamenti d’essi, come per esempio  f a ^ /^, composti interponendo determinati segni d’operazione. Perchè ciò può farsi occorre, naturalmente, che la relazione di cui si tratta soddisfisce a un certo numero d’altre condizioni, in aggiunta a quelle che, come s’è visto, sono richieste perchè il fatto che essa sussiste tra due oggetti  a e b può venire espresso d’una formula  del  tì^o: f a f b. Quali sono queste condizioni risulta in ogni caso dall’esame delle proprietà che caratterizzano le diverse operazioni i cui segni figurano nelle formule da definire. Il caso che si presenta più frequentemente è quello di relazioni tali che, mediante esse, si può attribuire un SIGNIFICATO (O SENSO), oltre che alle formule del  tipo    yo!  — fb, anche a quelle del  tipo: fa  fh  + f c,  e per conseguenza anche a quelle del  tipo;  fa—fb  — fc, nonché a quelle del tipo;  fa  — kfb,  ove  “k” rappresenta un numero – cf. il sufisso di H. P. Grice, “VACUOUS NAMES”.  Si ha un esempio d’una relazione appartenente a questa categoria, nel linguaggio tecnico della FISICA, in quella relazione che s’esprime dicendo, di due dati corpi, ch’essi hanno una stessa massa  (‘m’),  o due masse che stanno fra loro in un dato rapporto – cf. Ramsey, Bridgman, The language of physics. Un altro esempio c’è fornito da tutto un altro ordine di rapporti, da quelli, cioè, riferentisi al valore di scambio delle merci. Mentre infatti gl’econo-  [Posso rimandare il lettore, che desidera maggiori schiarimenti, a un saggio che recentemente pubblicato su questo soggetto, nel Nuovo  Cimento, ‘Sul  miglior modo di DEFINIRE  la MASSA nella meccanica – in “Opere” Sul  miglior modo di definire la Massa in una trattazione elementare della  meccanica. Nuovo  Cùnento. La via comunemente seguita, nei testi di Fisica in uso presso le nostre scuole secondarie, per arrivare al concetto di massa è, com’è  noto, la seguente:  Enunciata la legge d’inerzia, e definite le  forze come le cause che tendono a modificare lo stato di  moto o di quiete d’un corpo, s’accenna anzitutto al modo di confrontarne e misurarne l’intensità per mezzo dei loro effetti statici. Si passa poi ad enunciare, come  ^®®®lerazione volte più  Come un fatto sperimentalmente constatahiio  .i-  chio,  Mach indica poi anche questombelf  ‘'‘PP-®-   c se, a un corpo di massa; rispetto  £>te  Mechanik  in  ihrer  Enlwìcke lituo- hi  et ,, risc/i.krtlisch  dargeslelU.  Leipzig,  Brockliaus,   SUL MIGLIOR MODO DI DEFINIRE LA MASSA  8oi   a un dato corpo, se ne aggiunge un altro di massa /«',  essi, presi insieme, si comportano come un corpo di massa  m + nC .  Per ben chiarire la distinzione tra peso e massa, Mach consiglia poi di ricorrere direttamente alla  considerazione delle diverse resistenze che  oppongono, al cambiamento del loro stato di moto o di quiete, apparecchi nei quali, come, ad esempio, un volante, o una carrucola da cui pendano eguali pesi dalle due parti, i vari pesi che si muovono siano disposti in modo da controbilanciare i propri effetti. Le differenze sostanziali tra la via seguita da Mach, Leitfaden  der  Phy-  sik,  per  stabilire il concetto di massa, e quella che, con qualche differenza di dettaglio, è seguita in pressoché tutte l’ordinarie trattazioni della meccanica pelle scuole secondarie, possono quindi ridursi alle due  seguenti; Invece di definire la  massa d’tm corpo,  Mach definisce il rapporto della massa di due corpi; si limita cioè a precisare il senso delle frasi: Il tal corpo ha massa doppia, tripla,  etc., d’un altro. Tale definizione è da lui effettuata ricorrendo ad un’esperienza nella quale i due corpi in questione sono fatti agire l’uno sull’altro; nella quale cioè le forze uguali, che sono constatate imprimere ad essi accelerazioni diverse, sono rappresentate dalla tensione d’un filo che li congiuiige l’uno all’altro. E da notare che questi due caratteri della trattazione di Mach sono  affatto indipendenti l’uno dall’altro, nel senso che si potrebbero immaginare altre trattazioni le quali avessero con essa comune il primo carattere e non il secondo. Ciò è tanto più interessante a rilevare in quanto, tra gl’inconvenienti che presenta il metodo ora ordinariamente impiegato, parecchi, e non dei meno gravi dal punto di vista didattico, dipendono unicamente dal fatto che in  questo, a differenza di quanto si fa da Mach, si ricorre, pella prima determinazione del concetto di massa, al confronto delle diverse velocità, o accelerazioni, che un dato corpo assume col variare delle forze di cui subisce l’azione, invece di ricorrere al confronto tra le diverse velocità, o accelerazioni, che diversi corpi sono capaci d’assumere sotto l’azione d’una data forza.  Ora è fuori  di dubbio, come è stato osservato nel corso della discussione da BONETTI, che sono i fatti e le esperienze di questa seconda specie, e non quelle della prima, che sono particolarmente atte a dare un contenuto concreto al concetto che si vuol fare acquistare dall’alunno.  Che una spinta, data a una barca scarica, la faccia muovere con più velocita, o la fermi con più facilità, che non la  stessa spinta data alla stessa barca quando sia carica; che, in generale,  per citare letteralmente la proposizione come si trova già enunciata  nella Fisica d’Aristotele, una data forza sia capace di fare acquistare, alla metà d’un corpo, una velocita doppia di quella che, a parità di condizioni, farebbe acquistare al corpo  (M Non mancano però eccezioni. Il procedimento seguito, ad esempio,  nel testo di PITONI s’avvicina molto a quello che più innanzi  propongo. intero; queste e l’altre analoghe esperienze costituiscono la prima sorgente, o il primo nucleo, attorno al quale il concetto più preciso e rigoroso di massa può gradatamente formarsi e organizzarsi nella mente dell’alunno, come si è gradatamente formato e organizzato nella storia della scienza.  Per convincersi  della scarsa connessione che sussiste, invece, tra l’esperienze relative al diverso modo di comportarsi d’uno stesso corpo, sotto l’azione di forze differenti, e il concetto di, basta semplicemente pensare che questo ultimo conserverebbe tutta la sua importanza teorica e pratica anche in un universo pel quale la  legge di proporzionalità tra le forze, STATICAMENTE misurate, e le  accelerazioni d’esse rispettivamente impresse a un dato corpo, cessasse affatto d’aver vigore, purché, in tale universo, i rapporti tra l’accelerazioni, che le varie forze, agendo per un dato tempo, impritnono rispettivamente ai vari corpi, restassero fìssi (indipendenti cioè, per esempio, dalla direzione e intensità delle forze, dalle posizioni presentemente e antecedentemente occupate dai  corpi, dal tempo pel quale questi sono stati tenuti in riposo, dalle velocità loro, dalle forze che su essi contemporaneamente agiscono, etc. Come  giustamente è stato osservato, Clifford,  The  Commo7i  Sense  of  thè  cxact  Sciences,  London, ciò che dà importanza alla nostra conoscenza della massa dei corpi è semplicemente questo: che, d’essa, noi siamo messi in grado d’applicare  la nostra eventuale conoscenza degl’effetti che date circostanze, tensioni, urti, pressioni, etc., producono sul modo di muoversi anche d’un solo corpo, per determinare gl’effetti che le stesse circostanze produrrebbero sul movimento di  q7ialu7ique altro corpo. Ma se, pel primo dei sopraindicati due caratteri, la forma d’esposizione proposta da Mach si presenta, a mio parere, come  preferibile a quella seguita nella trattazione ordinaria della massa nei testi pelle scuole secondarie, ben diverso mi sembra il caso pel’altro carattere che resta da considerare, quello cioè che concerne la scelta degl’apparecchi e dell’esperienze su cui basare la  prÌ77ia  co7istatazio7ie  del diverso modo d’accelerarsi di corpi diversi sotto l’azione di forze uguali. Il ricorrere, per questo  scopo, ad esperienze in cui le forze uguali considerate sono rappresentate dall’azioni che due corpi esercitano l’uno sull’altro, sia che queste vengano provocate per mezzo dell’apparato a forza centrifuga descritto  sopra, sia con altre disposizioni. per  esempio, come  propone  Love,  Si ritrova questa stessa proposizione, e sotto questa stessa forma, anche nei manoscritti di VINCI  (Cfr.  l’edizione  di Ravaisson-Mollien.  Paris.  Cioè,  per servirmi d’una locuzione, opportunamente introdotta d’Enriques, Problemi della Scienza,  Bologna, 1’importanza del concetto di massa non sta solo nel suo designare una data specie di sosliluibililà, o equivalenza, dei corpi, ma nel fatto d’indicare come differisca il comportarsi, rispetto alle forze che su essi agiscano, di due corpi  meccanicamente noti sostituibili. Come Mach gentilmente m’informa, egli stesso non è perfettamente soddisfatto di questa parte del suo procedimento. A ricorrere all’esperienze con quell’apparato a forza cen-  facendo urtare tra loro due corpi elastici appesi a due fili, e confrontando l’altezze da cui si sono lasciati cadere con quelle a cui risalgono dopo l’urto, sembra a me presentare  dal lato didattico dei gravi inconvenienti.  L’esperienze, alle quali in tal modo si viene a fare appello, esigono, per essere interpretate e riconosciute adeguate allo scopo a cui sono rivolte, una quantità d’ipotesi e di cognizioni preesistenti, la cui considerazione, anche se non offre speciali difficoltà, tende però a distrarre l’attenzione dell’alunno, e a rendergli più difficile il chiaro  apprendimento del principio che si tratta d’illustrare e di  provare. Il condensare e il far quasi coincidere, come vorrebbe Mach, in un solo enunciato, da provare e verificare con una stessa serie d;esperienze,  due principii così  diversi, a primo aspetto, come, d’una parte, quello dell’uguaglianza dell’azione alla  reazione, e, dall’altra parte, quello della costanza del rapporto tra l’accelerazioni prodotte d’una stessa forza su corpi di diversa massa, se corrisponde a un’ideale altamente apprezzabile di trattazione teorica, non mi sembra affatto raccomandabile  come espediente didattico. Ciò di cui ha soprattutto bisogno l’alunno, nella prima fase di studio della meccanica, è d’avere a propria portata dei tipi d’esperienze che, anche senza prestarsi a verifiche quantitative rigorose, gl’offrono dell’illustrazioni immediate e dirette delle singole proposizioni su cui la trattazione si basa. E, per quanto riguarda la massa, sembra a me che l’esperienze  che meglio soddisfano a questa condizione siano: in primo luogo, quelle in cui si confrontano le velocità ch’assumono dei corpi mobili (per es. carrelli su guide, galleggianti, etc.) in un piano orizzontale (naturalmente in condizioni d’eliminare più che sia possibile l’attrito) sotto l’azione di date spinte o trazioni, rappresentate da dati urti, o pesi; in secondo luogo, quelle in cui le velocità  che si confrontano sono quelle ch’assumono, su due piani diversamente inclinati, due gravi i cui pesi siano prima stati constatati esser tali da produrre una stessa tensione su due fili paralleli ai rispettivi piani, da cui essi prima pendevano; in terzo luogo, l’esperienze colla macchina d’Atwood, o con altri analoghi  apparati in cui, per esempio, i due gravi, pendenti dalle due parti della  carrucola, possano esser fatti muovere lungo piani diversamente inclinati, etc. Della difficoltà, o impossibilità, di rimuovere l’influenza perturbatrice degl’attriti, non si dovrebbe qui preoccuparsi più di quanto si faccia, per esempio,  nelle prime esperienze relative alle condizioni d’equilibrio delle macchine semplici. essere stato indotto dall’obbiezioni che,  al suo modo di far dipendere  il concetto CI  massa da quello d’azione reciproca tra due corpi, erano state mosse d’alcuni suoi eg I tra gl’altri Boltzmann, i quali asserivano che il definire la massa in tal modo implica la considerazione di’azioni a distanza. dell’inconvenienti didattici, notati nel corso della discussione d’Ascoli, zamend*^ Prematuro della macchina d’Atwood sono interessanti l’osservazioni e gli  apprez-  «w/ "i" rapporto sull’insegnamento della meccanica elementare, negl’Atti del Jirtixsh Association Meeting, Johannesburg. Solo in seguito, quando l’alunno abbia bene afferrato il SIGNIFICATO dei principii fondamentali, potrà esser conveniente guidarlo, per successive approssimazioni, a tener conto dei vari ordini di cause perturbatrici, e ad apprezzarne anche quantitativamente  l’influenza. Tenendo presente quest’ultima osservazione si potrebbe anche procedere ad un altro ordine d’esperienze: quelle cioè che si riferiscono alla caduta dei corpi in liquidi di diversa densità. Porre l’alunno davanti a un apparecchio in cui figurino, pendenti dalle due parti d’una carrucola, due corpi d’ugual forma, i cui diversi pesi siano scelti in modo d’equilibra/  1 quando l’uno  e l’altro dei detti corpi vengano rispettivamente immersi in^^itic dati liquidi di diversa densità, e invitarlo a prevedere quale dei due corpi scenderebbe con maggior velocità se ciascuno fosse lasciato libero nel rispettivo liquido, e a rendersi ragione del fatto che il più pesante scenderebbe, in tal caso, più lentamente del più leggero, pare a me costituisca un ottimo mezzo per indurlo a riflettere sul SIGNIFICATO  e sulla portata della distinzione tra peso e massa. E da notare che è appunto per questa via, e attraverso considerazioni di questa specie, relative cioè a campi di forze in cui gravi si muovono sotto l’azione d’una parte soltanto della forza rappresentata dal loro peso, che, nella storia della meccanica, il concetto di massa si è svolto ed elaborato come distinto  da quello di peso. É molto interessante a questo proposito il seguente brano che trascrivo dalla prefazione di BALIANI alla sua De motu gravitivi, nel quale la suddetta distinzione si trova esplicitamente formulata, e applicata al caso della libera caduta – H. P. GRICE FREE FALL -- dei gravi, con parole poco diverse da quelle che furono, più tardi, adoperate da Newton, spesso  erroneamente citato, a tale riguardo, come il primo cui si debba un’espressa definizione del concetto di massa. E fui condotto a pensare che, mentre il peso, gravitas, si comporta com’un agente, la materia si comporta invece come un paziente, e che quindi i gravi si muovono secondo la proporzione dei loro pesi alla loro materia, onde se cadono senza impedimento verticalmente, si  devono muovere tutti colla stessa velocità, poiché quelli che hanno più peso hanno anche più materia o quantità, di materia, plus materiae, seti materialis quantitatis. Quando invece vi sia qualche impedimento o resistenza, il moto si regola secondo l’eccesso della virtù che agisce sulle resistenze e sugl’impedimenti al moto, secundum excessum virtutis agentis super resistentiam passi,  seti impedientia motum; in altre parole, secondo il valore di quella parte, o componente, del loro peso che può effettivamente agire, e che è rappresentata dallo sforzo che si dovrebbe esercitare, in direzione contraria al moto, per trattenere il grave dal cadere).]. economisti utilitarii – futilitarii citati da Grice -- possono, e devono, determinare e definire esattamente il SIGNIFICATO (O SENSO) di frasi come le seguenti. IL VALORE della tal merce è UGUALE al valore della tale altra.IL VALORE MONETARIO della tal merce è UGUALE alla SOMMA dei valori delle tali due altre. Etc. Essi non hanno alcun bisogno, e neppure alcuna possibilità, a meno di cadere in tautologie, di definire isolatamente la parola “VALORE.” E tale impossibilità non dà luogo, nè qui, nè negli altri casi analoghi, ad alcun inconveniente o ambiguità. Precisamente, come nessun  inconveniente deriva nel  LINGUAGGIO ORDINARIO (GRICE, ORDINARY LANGUAGE PHILOSOPHY) dal fatto che noi NON siamo in grado di dire che cosa significhino [SIGNIFICA] isolatamente le parole “stregua,” “solluchero,” “josa,” “zonzo,” “acchito,” “chetichella,” “vanvera,” etc., bastandoci del tutto conoscere il SIGIFICATO (O SENSO) di tutte le frasi in cui tali parole compaiono – cioè, delle FRASI: “giudicare a una data STREGUA,” “andare in SOLLUCHERO,” “averne  a  JOSA,” “andare  a ZONZO,” “di  primo  ACCHITO,” etc. – CHETICHELLA. VANVERA. STREGUA – GIUDICARE A UNA DATA STREGUA – SOLLUCHER –ANDARE IN SOLLUCHERO – JOSA – AVERNE A JOSA – ZONZO – ANDARE A ZONZO – ACCHITO – DI PRIMO ACCHITO – CHETICHELLA – VANVERA -- [to judge by a given standard, to go delighted, to have joy, to go for a round, at first glance. -- Il frequente impiegò che è fatto, nei vari rami della matematica, di locuzioni – the meaning of ‘and’ or ‘if’--, o segni di funzione, il cui SIGNIFICATO (O SENSO) è determinato solo per mezzo di definizioni per astrazione, viene a confermare ciò che già è stato asserito indietro, quando s’assegna come uno dei tratti caratteristici del linguaggio algebrico – utterer’s meaning, sentence-meaning, and word-meaning -- di fronte al LINGUAGGIO ORDINARIO [informalists di Grice], il maggior rilievo e la maggiore  importanza ch’assumono in esso i segni i quali, non avendo, quando siano considerati isolatamente, alcun SIGNIFICATO (O SENSO) – what is the meaning of ‘of’? Is ‘between’ ambiguous? The meaning vs. The use of ‘if’ -- separatamente enunciabile, sono capaci di venire definiti solo in modo IMPLICITO – cioè, solo coll’indicare il SIGNIFICATO (O SENSO) d’intere espressioni (utterer’s meaning) -- o formule -- in cui il segno da definire compaia associato con altri segni. Il riconoscere come affatto legittimo l’impiego di segni o parole, che si trovano in questo caso, e come affatto irragionevole l’esigenza, per essi, d’una definizione – o analiai in termine di condizioni necessari e sufficienti -- ESPLICITA, non è privo d'importanza, teorica o pratica, anche fuori  del campo delle scienze matematiche. Basta dare uno sguardo alle prime pagine degl’usuali libri di testo, o ai manuali elementari di qualsiasi ramo d’insegnamento, dalla grammatica al diritto costituzionale, dall’elettrotecnica alla  musica, per convincersi del grave danno che deriva alla chiarezza e alla intelligibilità, e nello stesso tempo anche alla precisione e al rigore, dell’esposizione  dalla tendenza dei trattatisti a riguardare come unico mezzo, pella determinazione del SIGNIFICATO (O SENSO) dei termini tecnici, il ricorso alle DEFINIZIONE *propriamente dette*.  Che il procedimento ordinario di definizione, quello cioè secondo il quale, prendendo in considerazione la nozione da definire, isolatamente e indipendentemente dalle frasi nelle quali essa dove poi  essere adoperata per DIRE – dictive content --  qualche cosa, si mira a decomporla nei suoi elementi – utterer’s meaning, sentence-meaning, word-meaning, facendola comparire, in certo modo, come il risultato dell’intersezione d’altre  nozioni più  generali  — [il fratendimento di Mrs. Jack sul reduzionismo di H. P. Grice, “to mean” “to intend”, asymmetricalista -- può essere, in dati  casi, utile e anche necessario, non è da porre in dubbio. Ma, anche senza tener conto del fatto che, anche seguendo tale procedimento, si dove pure arrivare, presto o tardi, a nozioni che non possono essere in tal modo ricondotte ad altre più generali – il punto essato di Grice quando preferisce dare una definizione IMPLICITA di ‘willing’ – cf. ‘shaggy’ x is shaggy, Fido is shaggy--, anche senza tener conto, dico, di questa circostanza, ch’espone gl’elementi di qualunque scienza o rama della filosofia – Grice definition of izzing and hazzing -- non dove mai trascurare di domandarsi, ogni volta che si tratti d’introdurre un  nuovo segno, e di spiegarne il SIGNIFICATO (O SENSO),  se, tra i due modi, visti sopra, di procedere alla determinazione di questo  - tra quello,  cioè, che consiste nel darne una definizione – o analisi -- propriamente detta, e l’altro invece che consiste nel precisare semplicemente il senso di determinate frasi – valori di verita o satisfattoriera -- nelle quali il termine da definire – analysandum --figura  -, sia più conveniente il primo o il secondo. Se, per esempio – cf. Grice on psychological laws --, quei concetti (più generali di  quello che si vuol definire – the is and the ought, the legal and the moral), ai quali deve essere fatto appello quando si proceda nel primo modo, siano poi veramente più chiari e piu facilmente apprendibili, dagli alunni o dai lettori, di quanto non sia il concetto stesso (‘mean’) che si vuol definire,  e se, ad ogni modo, quest’ultimo non possa essere più facilmente d’essi acquistato mediante  la diretta osservazione dei fatti e delle relazioni che esso dovrà poi servire ad esprimere. Grice on Squaarel Toby EATING --  Le discussioni interminabili sul tempo, sullo spazio, sulla sostanza – izzing hazzing --,  sull’infinito, etc„ che occupano tanta parte in certe trattazioni filosofiche, forniscono numerosi e caratteristici esempi delle varie specie di questioni fittizie alle quali può dar  luogo la pretesa di dare, o di ricevere, definizioni propriamente dette –cf, Robinson citato da Grice --, in quei casi in cui le parole o nozioni delle quali si tratta di determinare il SIGNIFICATO (O SENSO) O ANALYSANS sono di tal natura da non poter essere definite – glory: a nice knowckodwn argument, impenetrability: let’s change the topic --  se non ricorrendo a procedimenti  analoghi  a quelli rappresentati, in algebra, dalle definizioni per astrazione. [Si è parlato fin qui dei mezzi che l’algebra ha a disposizione per esprimere proposizioni isolate. Ma quando si discute, o si cerca, o si dimostra, si ha altresì bisogno di  poter collegare le proposizioni l’une coll’altre. Si ha cioè bisogno di mezzi per esprimere i rapporti di dipendenza o d’indipendenza che  sussistono, o che si vogliono stabilire, tra esse. A tale scopo servono, nel LINGUAGGIO ORDINARIO, quelle particelle che i grammatici distinguono col nome di “congiunzioni”.  E piu facile spiegare ‘p v q’ che il SENSO di ‘o’ – in fatto, suona straneo di questionare per il SIGNIFICATO O SENSO di “o” o “a” (to) – Grice.  L’ufficio di queste, rispetto alle  pro-posizioni, si può  paragonare a quello ch’adempiono le pre-posizioni – il ‘to’ di Grice -- rispetto ai nomi. Allo stesso modo come una pre-posizione, posta tra due  nomi, dà luogo a una locuzione atta a esercitare l’ufficio di un nuovo nome – “Jones e tra Williams e Smith” – CHE SENSO? FISICO, MORALE? --, così anche una congiunzione – il ‘o’ di Grice --, posta tra due asserzioni, o ordimi-- da  luogo a una nuova asserzione o ordine – feed the creature and she’ll bite you,  la cui verità o falsità – o satisfiattorieta -- può anche essere indipendente dalla verità o falsità  o satisfattorieta -- di ciascuna di esse.  Per una scienza a tipo deduttivo, come e appunto 1’algebra, le piu importanti congiunzioni sono naturalmente quelle che servono a indicare che, di due date asserzioni, l’una è conseguenza dell’altra. Al posto delle molteplici particelle, o perifrasi, che sono adoperate a tale scopo nel linguaggio ordinario  -- “dunque”,  “quindi,” “perciò,” “donde,” “di  qui,” “per  cui,” “se,” (Grice, if); “quando,” “in  caso  che...,”  “ne  deriva,” “ne  consegue,” “ne  risulta,” etc. -- non si ha bisogno – tonk plonk -- in algebra che d’avere a disposizione un solo segno, il horseshoe.   Altre congiuzioni assolutamente indispensabili in qualsiasi trattazione algebrica, che non è una semplice raccolta di formule, sono le seguenti. Una per indicare ch’una proposizione enunciata non è vera, un  segno cioè corrispondente al “non” del linguaggio ordinario – cf. Grice, “Negation and privation” – “We may do without ‘not’ but we would need to introduce one of the strokes, making our conversational moves go against the maxims”). Altre due, corrispondenti, rispettivamente,  all’ “e”  e all’”o” del  linguaggio ordinario, per indicare che due date  proposizioni sono simultaneamente vere, o che d’esse una, e una sola può essere vera.  L’avere introdotto quattro speciali segni per indicare i suddetti quattro rapporti tra le proposizioni, e l’aver riconosciute le  curiose analogie che sussistono tra le proprietà di tali segni e quelle degl’altri segni già adoperati in algebra, e merito di Leibniz e dei fondatori della cosiddetta logistica, scelti  e costruiti deliberatamente in vista degli scopi ai quali devono servire, e il cui sviluppo non è soggetto a leggi o uniformità del genere di quelle che lo studio comparato permette di riconoscere e di formulare per  i linguaggi  “naturali,” non mi pare ha gran peso. Alla distinzione stessa tra lingue “naturali” e lingue  “artificiali” – formale – formalisti di Grice -- mi sembra difficile che dagli stessi glottologi può venire attribuito alcun senso preciso e scientifico, quando essi ammettono che nella formazione e nello sviluppo di qualsiasi linguaggio, per quanto “naturale” (lay) e non colto (learned, blue-collar),  una parte non trascurabile è pur sempre d’attribuire ai fattori volontari e individuali o idiosincratici che ne determinarono i successivi adattamenti alla sua funzione di strumento per esprimere e comunicare determinati sentimenti  o idee – Austin. Grice to Warnock: How clever language is! For it had done for us distinctions we needed. And who needs ‘visa’? Influencing and being influenced by others -- È strano del resto che mentre l’obiezione dell’ARTIFICIALITÀ NON è considerata valida per escludere dal campo della glottologia e della SEMASIOLOGIA lo studio dei gerghi propri delle classi più infime della società – il ploari --, essa dove aver vigore soltanto pel caso di  quelli che, nella peggiore  ipotesi, ci contenteremmo di veder classificati  come dei gerghi ideografici – le parole sonodi CROCE (si veda), propri ai cultori delle più progredite tra le scienze].  Accenno infine a una considerazione, d’indole tutto aflfatto pratica e attuale, che mi ha fatto parere tanto più opportuno richiamare l’attenzione dei filologi sui caratteri, per così dire, linguistici dell’algebra. Va diventando sempre più un luogo comune – Grice’s commonplace --,  nelle discussioni sull’ordinamento degli studi nelle nostre scuole secondarie, il lamento sui danni derivanti, allo studio delle lingue antiche o moderne, dall’impiego di metodi  troppo “grammaticali” o “filologici”,  -- Grice insegna greco a Rossall per un periodo -- dalla troppa  parte, cioè, che  è fatta ordinariamente, nei  primi stadi dell’insegnamento, all’enumerazione delle regole grammaticali, in confronto allo scarso tempo e alla minor cura dati invece agl’esercizi d’interpretazione e di conversazione. A questo che si ritiene comunemente essere un difetto particolare dell’insegnamento delle  lingue, fanno riscontro, a mio parere, dei difetti, non solo analoghi, ma addirittura identici in quella parte dell’insegnamento scientifico che ha per scopo di  fare acquistare agl’alunni la capacità di servirsi delle notazioni dell’algebra. Promuovere un chiaro riconoscimento di questa specie di solidarietà tra due rami d’insegnamento che la tradizionale distinzione delle “materie” in letterarie e scientifiche – Snow’s two cultures -- tende a far riguardare come eterogenei e privi di qualsiasi rapporto tra loro equivale a render possibile, tra i cultori  dei due ordini di disciplina, uno scambio d’idee che non mancherebbe di riuscir fecondo d’eguali vantaggi per ambedue le parti. Nome compiuto: Giovanni Vailati, Vailati. Keywords: Peano. Refs.: Luigi Speranza, "Grice e Vailati: la semantica filosofica," The Swimming-Pool Library, Villa Grice, Liguria, Italia.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Valdarnini – scuola di Castiglion Fiorentino – filosofia toscana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library  (Castiglion Fiorentino). Filosofo italiano. Bologna. Abstract. Keywords: category. The Play Group worked their slow and meticulous way through it during the autumn of 1959. Austin, in particular, was extremely impressed.  Grice characterised and perhaps parodied him as revering Chomsky for his sheer audacity in taking on a subject even more sacred than phi-losophy: the subject of grammar. Grice's own interest was focused on theory formation and its philosophical consequences. Chomsky was taking a new approach to the study of syntax by proposing a general theory where previously there had been only localised description and analysis. He claimed, for instance, that ideally 'a formalised theory may automatically provide solutions for many problems other than those for which it was explicitly designed'. Grice's aim, it was becoming clear, was to do something similar for the study of language use. Meanwhile, ordinary language philosophy itself was in decline. As for any school of thought, it is difficult to determine an exact endpoint, and some commentators have suggested a date as late as 1970. However, it is generally accepted that the heyday of ordinary language philosophy was during the years immediately following the Second World War. The sense of excitement and adventure that characterised its beginning began to wane during the 1950s. Despite his professed dislike of disci-pleship, Austin seems to have become anxious about what he perceived as the lack of a next generation of like-minded young philosophers at Oxford. It became an open secret among his colleagues that he was seriously contemplating a move to the University of California, Berkeley? No final decision was ever made. Austin died early in 1960 at the age of 48, having succumbed quickly to cancer over the previous months. Reserved and private to the last, he hid his illness from even his closest colleagues until he was unable to continue work. His death was certainly a blow to ordinary language philosophy, but it would be an exaggeration to say that it was the immediate cause of its demise. Grice, who seems to have been regarded as Austin's natural deputy, stepped in as convenor of the Play Group, which met under his leadership for the next seven years. Individuals such as Strawson, Warnock, Urmson and Grice himself continued to produce work with recognisably 'ordinary language' leanings throughout the 1960s. Grice's interests at this time were not driven entirely by philosophical trends in Oxford and America; he was also turning his attention to some very old logical problems. In particular, he was interested in questions concerning apparent counterparts to logical constants in natural language. For instance, in the early 1960s he revisited a theme he hadfirst considered before the war, when he gave a series of lectures on 'Negation' . In these, he concerns himself with the analysis of sentences containing 'not', and with the extent to which this should coincide with a logical analysis of negation. Consideration of a variety of example sentences leads him to reject the simple equation of 'not' with the logical operation of switching truth polarity, usually positive to negative. He argues that 'it might be said that in explaining the force of "not" in terms of "contradictory" we have oversimplified the ordinary use of "not"! In another lecture from the series he suggests that the lack of correspondence between 'not' and contradiction 'might be explained in terms of pragmatic pressures which govern the use of language in general'® Grice was hoping to find not just an account of the uses of this particular expression, but a general theory of language use capable of extension to other problems in logic. He would have been familiar enough with such problems. The discussion of some of them dates back as far as Aristotle, in whose work he was well read even as an undergraduate. In Categoriae, Aristotle describes not just categories of lexical meaning, but also the types of relationships holding between words. To the modern logician, the use of terms in the following passage may be obscure, but the relationship of logical entailment is easily recognisable. One is prior to two because if there are two it follows at once that there is one whereas if there is one there are not necessarily two, so that the implication of the other's existence does not hold reciprocally from one.' The relationship between 'two' and 'one', or indeed between any two cardinal numbers where one is greater than the other, is one of asymmetrical entailment. 'Two' entails 'one', ', but 'one' does not entail 'two' A similar relationship holds between a superordinate and any of its hyponyms, or between a general and a more specific term. To use Aristotle's example: 'if there is a fish there is an animal, but if there is an animal there is not necessarily a fish.'º The asymmetrical nature of this relationship means that use of the more general term tells us nothing at all about the applicability of the more specific. Aristotle also considers the relative acceptability of general and specific terms, and in doing this he goes beyond a narrowly logical focus. For if one is to say of the primary substance what it is, it will be more informative and apt to give the species than the genus. For example,it would be more informative to say of the individual man that he is a man than that he is an animal (since the one is more distinctive of the individual man while the other is more general)." Applying the term 'animal' to an individual tells us nothing about whether that individual is a man or not. Therefore, if the more specific term 'man' applies it is more 'apt', because it gives more information. This same point arises in a discussion of the applicability of certain descriptions later in Categoriae. Aristotle suggests that: 'it is not what has not teeth that we call toothless, or what has not sight blind, but what has not got them at the time when it is natural for it to have them.'2 A term such as 'toothless' is only applied, because it is only informative, in those situations when it might be expected not to apply. Here, again, the discussion of what 'we call' things goes beyond purely logical meaning to take account of how expressions are generally used. Logically speaking a stone could appropriately be described as toothless or blind; in actual practice it is very unlikely to be so described. Grice's self-imposed task in considering the general 'pragmatic pressures' on language use was, at least in part, one of extending Aristotle's sensitivity to the standard uses of certain expressions, and examining how regularities of use can have distorting effects on intuitions about logical meaning. He was by no means the first philosopher to consider this. For instance, John Stuart Mill, in his response to the work of Sir William Hamilton, draws attention to the distinction between logic and 'the usage of language', 13 He reproaches Hamilton for not paying sufficient attention to this distinction, and suggests that this is enough to explain some of Hamilton's mistakes in logic. Mill glosses Hamilton as maintaining that 'the form "Some A is B" ... ought in logical propriety to be used and understood in the sense of "some and some only" ' 14 Hamilton is therefore committed to the claim that 'all' and 'some' are mutually incompatible: that an assertion involving 'some' has as part of its meaning 'not all'. This is at odds with the observations on quantity in Categoriae and indeed, as Mill suggests, with 'the practice of all writers on logic'. Mill explains this mistake as a confusion of logical meaning with a feature of 'common conversation in its most unprecise form'. In this, he is drawing on the extra, non-logical but generally understood 'meanings' associated with particular expressions. In a passage that would not be out of place in a modern discussion of lin-guistics, Mill suggests that:If I say to any one, 'I saw some of your children to-day,' he might be justified in inferring that I did not see them all, not because the words mean it, but because, if I had seen them all, it is most likely that I should have said so. 15 Mill draws a distinction between what 'words mean' and what we generally infer from hearing them used. In what can be seen as an extension of Aristotle's discussion of 'aptness', he argues that it is a mistake to confuse these two very different types of significance. A more specific word such as 'all' is more appropriate, if it is applicable, than a more general word such as 'some'. Therefore, the use of the more general leads to the inference, although it does not strictly mean, that the more specific does not apply. 'Some' suggests, but does not actually entail 'not all'. Besides his interest in logical problems with a venerable pedigree, Grice was also concerned with issues familiar to him from the work of recent or contemporary philosophers. In both published work and informal notes he frequently lists these and arranges them in groups. Part of his achievement in the theory he was developing lay in seeing connections between an apparently disparate collection of problems and countenancing a single solution for them all. For instance, in Concept of Mind, Ryle argues that, although the expressions 'voluntary' and 'involuntary' appear to be simple opposites, they both require a particular condition for applicability, namely that the action in question is in some way reprehensible. If they were simple opposites, it should always be the case that one or other would be correct in describing an action, yet in the absence of the crucial condition, to apply either would be to say something 'absurd'. Similarly, although if someone has performed some action, that person must in a sense have tried to perform it, it is often extremely odd to say so. In cases where there was no difficulty or doubt over the outcome, it is inappropriate to say that someone tried to do something: so much so that some philosophers, such as Wittgenstein, have claimed that it is simply wrong. Another related problem is familiar from Austin's work; it is the one summed up in his slogan 'no modification without aberration'. For the ordinary uses of many verbs, it does not seem appropriate to apply either a modifying word or phrase or its opposite. Austin was therefore offering a gen-eralisation that includes, but is not restricted to, Ryle's claims about 'voluntary' and 'involuntary'. For many everyday action verbs, the act described must have taken place in some non-standard way for anymodification appropriately to apply. Austin offers no theory based on this observation, and indeed Grice was unimpressed by it even as a gen-eralisation; he claimed in an unpublished paper that it was 'clearly fraudulent'. 'No "aberration" is needed for the appearance of the adverbial "in a taxi" within the phrase "he travelled to the airport in a taxi"; aberrations are needed only for modifications which are corrective qualifications. 16 Grice's general account of language, conceived with the twin ambitions of refining his philosophy of meaning and of explaining a diverse range of philosophical problems, gradually developed into his theory of conversation. Like his project in 'Meaning', this draws on a 'common-sense' understanding of language: in this case, that what people say and what they mean are often very different matters. This observation was far from original, but Grice's response to it was in some crucial ways entirely new in philosophy. Unlike formal philosophers such as Russell or the logical positivists, he argued that the differences between literal and speaker meaning are not random and diverse, and do not make the rigorous study of the latter a futile exercise. But he also differed from contemporary philosophers of ordinary language, in arguing that interest in formal or abstract meaning need not be abandoned in the face of the particularities of individual usage. Rather, the difference between the two types of meaning could be seen as systematic and explicable, following from one very general principle of human behaviour, and a number of specific ways in which this worked out in practice. In effect, the use of language, like many other aspects of human behaviour, is an end-driven endeavour. People engage in communication in the expectation of achieving certain outcomes, and in the pursuit of those outcomes they are prepared to maintain, and expect others to maintain, certain strategies. This mutual pursuit of goals results in cooperation between speakers. This manifests itself in terms of four distinct categories of behaviour, each of which can be sum-marised by one or more maxims that speakers observe. The categories and maxims are familiar to every student of pragmatics, although in later commentaries they are often all subsumed under the title 'maxims' Category of Quantity Make your contribution as informative as is required (for the current purposes of the exchange). Do not make your contribution more informative than is required. Category of Quality Do not say what you believe to be false. Do not say that for which you lack adequate evidence. Category of Relation Be relevant. Category of Manner Avoid ambiguity of expression. Avoid ambiguity. Be brief. Be orderly.!7 Grice uses the simple notion of cooperation, together with the more elaborate structure of categories, to offer a systematic account of the many ways in which literal and implied meaning, or 'what is said' and what is implicated', differ from one another. In effect, the expectation of cooperation both licenses these differences and explains their usually successful resolution. Speakers rely on the fact that hearers will be able to reinterpret the literal content of their utterances, or fill in missing information, so as to achieve a successful contribution to the conversation in hand. The noun 'implicature' and verb 'implicate' (as used in relation to that noun) are now familiar in the discussion of pragmatic meaning, but they were coined by Grice, and coined fairly late on in the development of his theory. In early work on conversation he suggested that a 'special kind of implication' could be used to account for various differences between conventional meaning and speaker meaning. He ultimately found this formulation inadequate, together with a host of other words such as 'suggest', 'hint' and even 'mean', precisely because of their complex pre-existing usage both within and outside philosophy. H. P. Grice’s Play-Group at Oxford works their slow and meticulous way through it. Austin, in particular, is extremely impressed. Grice characterises and perhaps parodies Austin as revering Chomsky for his sheer audacity in taking on a subject even more sacred than philosophy: the subject of grammar – as in “grammar school,” a derogativeterm at Oxford. Grice's own interest is focused on theory formation and its philosophical consequences. Chomsky us allegedly taking and self-promoting an approach to the study of syntax by proposing a general theory where previously there had been only localised description and analysis. Chomsky allegedly claims, for instance, that ideally ‘a formalised theory may automatically provide solutions for many problems other than those for which it is explicitly designed'. Grice's aim, it is becoming clear, is to do something similar for the study of language use. Meanwhile, ordinary-language philosophy itself is in decline, especially in the eyes of those who never made it to Oxford! As for any school of thought, it is difficult to determine an exact end-point, and some commentators have suggested a date as late as 1970 – “around Christmas” (Mark de Bretton Platts, ‘when sobre’) However, it is generally accepted that the hey-day – to use Grice’s cliché -- of ordinary-language philosophy is during the years immediately following what Flanagan echoing Chamberlain calls “The Phoney War.” The sense of excitement and adventure that characterised its beginning begins to wane – “Always the same! Each blooming Saturday morning” – Grice never complaid. Despite a professed dislike of discipleship, Austin seems to have become anxious about what he perceives as the lack of a next generation – ‘knock knock knocking on the door,’ as Grice hummed -- of like-minded philosophers at Oxford. It becomes an open secret among his colleagues that Austin is seriously contemplating a move to Berkeley ‘just to prove that ‘westward the empire strikes its way,’ Grice adds. No final decision is ever made. Austin dies, succumbing quickly to cancer over two months. Reserved and private to the last, Austin hides his illness from even his closest colleagues until he is unable to continue work. Austin’s death is certainly a blow to ordinary-language philosophy – “if ever there was one” (Grice) --, but it would be an exaggeration to say that it is the immediate cause of its demise. Grice, who seems to have been regarded as Austin's natural deputy, steps in as convenor of Saturday-Morning Play-Group, which meets under his leadership. Grice – now the senior – and his colleagues, former pupil Strawson, Urmson, and Warnock, Urmson, to name just a few, continue to produce work with recognisably 'ordinary language' leanings. Grice's interests are not driven entirely by philosophical trends in Oxford – as he had been (as he SHOULD) as a pupil at Corpus. Grice is also turning his attention to some very old philosophical problems. Having taught logic to Strawson for a term, Grice seemed particularly interested in this or that question concerning this or that apparent or alleged counterpart to this or that so-called logical ‘constant’ a language like Greek, Latin, or English – “Not to mention Italian” he would add. He revisited a trick of an ontological theme that he had first considered before this Phoney war, when he gives a series of lectures – or classes – in a ‘seminar’ on, just, 'Negation' In these, Grice develops his two example sentences of his previous essays – “This is not red” – and a variation on an example by Ian Gallie, “Someone is not hearing a noise” -- concerns himself with the analysis of sentences containing 'It is not the case that…', and with the extent to which this should coincide with a conceptual analysis of negation – the Fregean ‘sense’, as he calls it. Consideration of a variety of example sentences, in his typical manner, slightly out of context, and with a peculiar type of peculiar addressee of the Oxonian type in mind – a ‘pupil,’ usually -- leads him to reject the simple and simplistic equation of 'It is not the case that…' – as Strawson has it in “Introduction” – never an – to Logical Theory -- with the logical operation of switching truth polarity, usually positive to negative. Grice in fact argues that 'it might be said that in explaining the force – OR SENSE -- of "not" in terms of "contradictory" we have oversimplified the ordinary use – OR IMPLICATA -- of "not"! In another lecture or class from the series or seminar Grice suggests that the lack of a strict – ‘sillily Peanonian’ -- correspondence between 'It is not the case that…' and contradiction 'might be explained in terms of this or that PRAGMATIC pressure which governs the use of language in general.’ Strawson recalls: “Grice could feel pressuerised at times – especially by me!” --. Grice is hoping to find not just an account of the uses of this particular expression, Strawson’s “It is not the case that…” -- but a general theory of language use capable of extension to other problems in logic, but more importantly – since he never saw logic as a part of philosophy but a lower division for ‘blue-collared practitioners’, as he called them. Surely Grice was more than familiar enough with any such problem! The discussion of some of them dates back, in the proper Oxonian fashion, not to Kant, or Giambattista Vico, but as far as Aristotle – whom Ryle had turned into Oxford’s Guardian Angel – ‘Cambridge has Plato,” Ryle said – referring to Cudworth but scorning Bosanquet, Bradley, Wollaston, Pater – and the GENERATIONS of Hegelians who would have had Plato any day --. Grice: “Aristotle cannot be understood without Plato, so that’s a relief!” -- , in whose work he was well read even as an pupil of Hardie – for all terms but one (The tutor who tutored Grice for that one term would compalin to Hardie about Grice’s ‘obstinacy to the point of perversity.’ Grice: “Hardie later explained to me that that was a good example of two non-substantials packed into one!”. In Categoriae, Aristotle describes not just categories of lexical signification or meaning – Grice’s ‘way of words’ to echo Locke’s way of things and way of ideas -- , but also the types of relationships holding between words, phantasmata, or pragmata. To some Cantabrian philosopher, Grice notes, the use of terms in the following passage may be obscure, but the relationship of logical Moore’s ‘entailment’ is easily recognisable. ‘One’ is prior to ‘two,’ because: if there ARE two, it follows at once that there is one. Whereas: if there IS one, there are not necessarily two – think testicles: “My ball itches” --, so that the implication or implicature of the other's existence does not hold reciprocally from one. Grice: “My pupil Acrkill translated this for HIS pupils – whereas it should have best left UN-translated. What’s the use of learning the Ancient Languages, if your tutor is to offer his gross rendering of this or that passage?” -- The relationship between 'two' and 'one', or indeed between any two cardinal numbers where one is greater than the other, is one of what Moore – “‘playing the logician,’ being Irish, for one” – Grice comments -- asymmetrical ‘entailment.’ To use Moore’s coinage – Grice: “Not really a coinage, since’entail’ entails a long history in Norman England! --, 'Two' entails 'one', ', but 'one' does NOT entail – or indeed means (although perhaps it implicates, pace Humpty Dumpty – One cannot, but perhaps two can -- -- 'two' A similar relationship holds between a super-ordinate and any of what Aristotle confusingly calls a hypo-nyms – Grice: “What’s wrong with homo-nym – aequi-vox --?” -- or between a ‘general’ – Grice: “Strawson despises my use of ‘universal’ to mean almost the universe!” -- and a more specific – Grice: “Or indeed, ‘particular’ versus ‘total’ as Hamilton would have it -- term. To use Aristotle's example: ‘If there is a fish there is an animal.’ Rendered by Urmson: “If there is an animal in the backyard, I usually do not mean an ant, or my aunt – but a middle-size MAMMAL” – “But if there is an animal, there is not necessarily a fish.' Grice calle this an example of “ichtyological necessity”. The asymmetrical nature of this predication relationship – Grice: “I will say as much as this: all of Owen’s existential ARE ultimately predication relations!” -- means that use of the more general term – what Grice symbolizes as G in “Aristotle on the multiplicity of being” -- tells us nothing at all about the applicability of the more specific. – What again Grice symbolizes as S in that same essay. Aristotle also considers the relative acceptability of general (Grice’s Gs) and specific (Grice’s Ss) terms – Grice adds the D of DIFFERENTIA, rendering Wiggins’s DIAPHORON – Wiggins’s essay on Plato --, and in doing this Aristotle goes beyond a narrow ‘focus’ (Owen: pro-hen). For if one is to say of the primary substance (prote ousia) WHAT it is – “or IZZES, as I prefer” – Grice --, it will be more informative and apt – cf. Urmson, “Intensionality,” Aristotelian Society, the principle of aptness – and Urmson’s Duckworth Dictionary of Greek Philosophical Terms -- to give the species (Grice’s S) than the genus (Grice’s G). For example, it would be more informative – Grice: “Acrkill’s for some obscure Hellenism” -- to say of the individual man that he is a man than that he is an animal – Grice: “or brute” -- (since the one is more distinctive of the individual man while the other is rather of a more general application. That’s logic for you! Oxford logic – as Tweedledum said to Tweedledee! Applying the term 'animal' to an individual tells us nothing about whether that individual is a man -- or not. I. e. if it fails to be man. The Tortoise to Achilles: “Why should I FAIL to be a man?” --. Therefore, if the more specific (Grice’s S) term 'man' applies, it is more 'apt' – Grice: “Or ‘apter,’ as Ackrill prefers” -- , because it gives you – or thee -- more information. This same point arises in a discussion of the applicability of this or that description. Aristotle suggests that: 'it is not what has not teeth that we call toothless, or what has not sight blind, but what has not got them at the time when it is natural for it to have them.' Grice: “My point exactly in my ‘Negation and Privation’ – Cicero needed to distinguish the phenomena lexically, as did the wise Ancient Greeks!” A term – TERMINVS, horos, DE-FINITIO -- such as 'toothless' is only applied, because it is only informative, in those situations when it might be expected NOT to apply. Here, again, the discussion of what 'we – the few and wise, not the many of the LEGOMENA -- call' things goes beyond pure ‘signification’ or meaning to take account of how an expression is generally used. Strictly speaking – Grice: “And Austin was such a literalist!: -- a stone could appropriately and truthfully be described as toothless -- or indeed blind. In actual practice, except at Oxford – the land of Humpty Dumpty -- it is very unlikely to be so described. Grice's self-imposed task in considering this or that general 'pragmatic pressure' on language use is, at least in part, one of extending the typically didascalian Oxonia Aristotle's – not Plato’s – Grice: “Plato couldn’t care less. He was upper-class enough to know that the Many never learn!” -- sensitivity to the standard uses of this or that expression, and examining how a regularity of use may have a distorting effect on what Mrs Julie Jack once described to Grice as ‘her intuitions’ about ‘signification’. Grice was by no means the first Oxford ordinary-language philosopher member of the Satuday-Morning Play Group of Post-War Oxford to consider this. For instance, Mill – Grice: “an autodidact – more Grice to your Mill?” --, in his response to the work of Hamilton, draws attention to the distinction between ‘signification’ and 'the usage of language.’ Mill reproaches Hamilton – Grice: “As Aristotle of the Lycaean dialectic had reproached Plato, of the Academian dialectic” -- for not paying sufficient attention to the distinction, and suggests that this is enough to explain some of Hamilton's fatal mistakes in logic. Grice: “They led him to the grave alright!” .. Mill glosses Hamilton as maintaining that 'the form "Some A is B" ... ought, in – Varronian, if not Ciceronian -- propriety to be used and understood as "some and some only" – Grice: “Id est, NOT NOT TOTVM”. Hamilton is therefore committed to the claim that 'all' (x) TOTVM and 'some' (Ex) PARS are mutually incompatible: that an assertion, or more generally, utterance – as Grice: “What is necessary is possible” -- featuring 'some' has as part of its ‘signfiication’ 'not all'. This is at odds with Aristotle’s observations on quantity in Categoriae and indeed, as Mill suggests, with 'the practice of anyone with a brain'. Mill explains this mistake as a confusion of ‘signification’ – Grice: “Typical of Hamilton” -- with a feature of 'common conversation in its most unprecise form'. In this, Mill – Grice: “You still want more Grice to the Mill?” -- is drawing on the generally understood 'signification’ – implicitly conveyed -- associated with his or that expression. In a passage that would “not be out of place at Cambridge even!” -- Grice-- , Mill suggests that: If I say to any one, 'I saw some of your children to-day,' my addressee *might* be justified in inferring – never implying! -- that I did not see them all, not because the expression signifies THAT, but because, if I had seen them all, it is most likely that I should have explicitly conveyed so by way of what Varro has as a proloquium. Mill, like Humpty Dumpty – vide Sutherland, Language and Lewis Carroll – Mouton -- draws a distinction between what this or that expression ‘signifies’ and what Humpty-Dumpty and Alice generally – vide “Impenetrability” -- infer from witnessing an expression proferred. In what may be seen as an extension of Aristotle's – “And indeed Urmson’s – Grice -- discussion of 'aptness', Mill is arguing, with Dodgson, that it is a very gross – Grice: “even vulgar, by implicature” -- mistake to confuse these two very different types of significance, or ‘signification.’ A more specific, more informative, “Stronger” (Grice) expression such as 'all' may be more appropriate, if it is applicable, than a more general, less informative – “LESS STRONG” (Grice) word such as 'some'. Where is your wife? B: In some room. Where are we going? B: To somewhere in the South of France. He saw a woman? “Yes, his own wife!” -- Therefore, the use of the more general – Grice’s G -- leads to the inference, although it is not the case that the expression – Grice: “If you’re stuck with ascribing ‘signification’ to an expression’ ‘signifies’, that the more specific – Grice’s S -- does not apply. 'Some' suggests, hints, ‘means’ (vaguely) but does not actually entail or say – as Varro’s proloquim is one’s DICTUM -- 'not all'. Besides his interest in such crucial problems with a venerable Graeco-Roman pedigree, Grice is also concerned with issues familiar to him from the work – Grice: “usually laughable” -- of recent or contemporary philosophers – Grice: “That I happene to interact with at Oxford – not that I would even READ their silly essays!” In both published work – notably in that brilliant list in that LONG Excursus on ‘Implication’ at the Aristotelian symposium with A.R. White at Cambridge under the patronage of R. Braithwaite -- and informal notes Grice frequently lists these and arranges them in groups – Grice: “When I can.” Part of his achievement in the theory Grice develos lies in seeing connections between an apparently disparate – “to the Cambridge brain,” he adds -- collection of problems and countenancing a single solution for them all – “and more!” he adds. For instance, in The Concept of Mind, Ryle argues alla Austin and Hart-Hamphhire – especially the latter three, since Grice interacted with them on Saturday mornings -- that, although the expressions 'voluntary' and 'involuntary' appear to be simple opposites, they both require a particular condition for applicability – an appropriateness condition, as Grice in deliberate pompous idiom puts it -- , namely that the action in question is in some way reprehensible. If they were simple opposites, it should always be the case that one or other would be correct in describing an action, yet in the absence of the crucial condition, to apply either would be to say something 'absurd,’ – Grice: “Ryle thought, as Austin, and Hart and Hampshire should have NOT!” -- Similarly, although if someone has performed some action, that person must in a sense have tried to perform it – “unless you’re exercising your muscles against a wall, as Pears often does in the Meadow!” – Grice -- it is often extremely odd to say so. In cases where there is no difficulty or doubt over the outcome, it is inappropriate to say that someone tried to do something: so much so that some philosophers, such as Witters, have claimed that it is simply wrong – Grice: “if not FALSE – whatever the German Viennese idiom of his choice would have been!” – Grice. Another related problem is familiar from Austin's work; it is the one summed up in his slogan 'no modification without aberration'. For the ordinary uses of many verbs, it does not seem appropriate to apply either a modifying word or phrase or its opposite. “I do not believe it is a goldfinch. I KNOW t is!” “I truly know it is!” --. Austin was therefore offering a generalisation that includes, but is not restricted to, Ryle's claims about 'voluntary' and 'involuntary'. For many everyday action verbs, the act described must have taken place in some non-standard way for any modification – without aberration, the tea party -- appropriately to apply. Austin offers no theory based on this observation, and indeed Grice was unimpressed by it even as a generalization. Indeed Grice claims that it is 'clearly fraudulent on Austin’s part.’ 'No "aberration" is needed for the appearance of the adverbial "in a taxi" within the phrase "he travelled to the airport in a taxi.’ Aberrations are needed only for modifications which are corrective qualifications. Grice's general account of language, conceived with the twin ambitions of refining his philosophical theory and analysis of ‘signification’ or meaning and of explaining a diverse range of philosophical problems, gradually develops into his theory of conversation. Like his project in 'Meaning', this theory of conversation draws on a 'common-sense' understanding of language: in this case, that what people say and what they mean are often very different matters. This observation is far from original, but Grice's response to it was in some crucial ways entirely new on the Saturday mornings of the Oxford of his time. Unlike formal philosophers such as Russell or the logical positivists, Grice argues that the differences between literal signification – Grice: “Or dictum, as I prefer” -- and speaker ‘signification’ are not random and diverse, and do not make the more or less rigorous – Grice: “to the extent that a philosopher can be rigorous – philosophy ain’t a science, nor are my pupils LEARNING it!” -- study of the latter a futile – or ‘futilitarian’ as Grice preferred mocking Bergmann’s accent -- exercise. But Grice also differs from other members of his Saturday-morning Play Group -- philosophers of ordinary language, in arguing that a more or less moderte interest in formal or abstract – ‘Aristotelian’ or ‘categorial’ – sgnification in terms of ‘universalis’ – or meaning need not be abandoned in the face of the particularities of individual Oxonian usage. Grice: “I met the Warden of a college who kept referring to his dog as a cat!” -- Rather, the difference between the two types or ‘categories’ of ‘significatdion’ or meaning may be seen as eschatologically systematic and explicable, following from one very general principle of human behaviour – Grice: “Whatever Haugeland thinks of computers” --, and a number of specific ways in which this works out in practice. In effect, the use of language, like many other aspects of human behaviour, is an end-driven endeavour. People engage in communication in the expectation of achieving certain outcomes, and in the pursuit of those outcomes they are prepared to maintain, and expect others to maintain, certain strategies. This mutual pursuit of goals results in cooperation between speakers. This manifests itself in terms of four distinct categories of behaviour or experience – Grice: “Oakeshott went overboard!” --, each of which can be summarised or encapsulated by one or more maxims that convesationalists are expected to observe --- Grice: “At least in public”. The categories and maxims are not unfamiliar to every student – Grice: “Always bear in mind that only the poor learn at Oxford” --, although in later commentaries they are often all subsumed under the title 'maxims' . Category of Quantity. Make your contribution as informative as is required (for the current purposes of the exchange). Do not make your contribution more informative than is required. Category of Quality Do not say what you believe to be false. Do not say that for which you lack adequate evidence. Category of Relation Be relevant. Category of Manner Be perspicuous [sic]. Avoid ambiguity of expression. Avoid ambiguity. Be brief. Be orderly. “Add: “Frane what you say” and you get the ten commandments, almost!” Grice: “Or the Conversational Immanuel, as I may call it1” -- Grice uses the simple notion of cooperation, together with the more elaborate structure of this or that category – the four Kantian SUPER-categories: “strictly, the categories are 12 in Kant, geometrical as his spirt was!” – Grice --, to offer a systematic account of the many ways in which literal or explicit and implied or implicit ‘sgnification’ or meaning, or 'what is said' – or dictiveness – Varro’s proloquium -- and what is implicated', differ from one another. Grice: “I hope Hare is happy that his phrastic and neustic survived his Oxford examination – where he used ‘dictum’ and ‘dictor’!” Grice: “In fact, Hare was not, and went on to multiply sub-atomic particles of logic beyond necessity: the phrastic, the neustic, the tropic, and the clistic! Once you start! I tol him!” -- In effect, the expectation of cooperation both licenses these differences and explains their usually successful resolution. Speakers rely on the fact that hearers will be able to re-interpret the literal content of their utterances, or fill in missing information, so as to achieve a successful contribution to the conversation in hand. The noun 'implicature' – Grice: “I borrow from Sidonius” -- and verb 'implicate,’ as used in relation to that noun, are now not unfamiliar in the discussion of pragmatic ‘signification’ or meaning – Grice: “I always found ‘semantic signification’ a pleonasm!” -- , but they were coined by Sidonius – and later borrowed by Grice – but never returned – Grice: “In fact, Sidonius NEVER coined implicatura: it is a productive – analogous – exit of ‘implico’, as Varro would have it!” --, and coined fairly late on in the development of his theory. In early work on conversation Grice implicated or suggested that a 'special kind of implication' – Grice: “Sidonius’s implicatura implicates entanglement! –” could be used to account for this or that difference between conventional ‘signfiication’ or meaning and ‘signification’ as ascribed to the utterer or speaker meaning. Grice ultimately found this formulation inadequate, together with a host of other words such as 'suggest', 'hint' and even 'mean', precisely because of their complex pre-existing usage both within and outside Oxonian philosophy. Grice: “Witness Humpty-Dumpty!”. Filosofo toscano. Filosofo italiano. Castiglion Fiorentino, Toscana. Profesore di filosofia, BOLOGNA. V. di Castiglioni, professore in Bologna di Alpini PERCORSO: Fatti, personaggi, documenti ed oggetti testimoni di vita e di storia > questa pagina Alpini ringrazia il geometra Rossano Gallorini che l’offre la possibilità, tramite due lettere del suo archivio personale, di approfondire un ulteriore aspetto della famiglia di V. per anni docente di filosofia teoretica a Bologna. V. proviene d’una modesta famiglia di lavoratori della terra, ma, nonostante ciò riusce a studiare prima presso gli Scolopi in Castiglion Fiorentino, poi a Pisa dove consegue la laurea. Dopo aver insegnato in vari licei vince la cattedra presso la prestigiosa Bologna ove insegna CARDUCCI (vedasi) e PASCOLI (vedasi). V. è un tenace assertore dell'esistenza obiettiva d’una realtà assoluta e infinita, dell'anima e di Dio. Il confronto con il positivismo lo conduce ad affermare la supremazia della metafisica sulla scienza, anche se, secondo V., la metafisica dove essere critica e positiva ravvivata dal progresso delle scienze sperimentali e dalle altre discipline. V. ricordato a Castiglion Fiorentino, dall'associazione Spazio aperto", con l'evento, Il percorso umano e culturale di V: dall'amata Castiglioni alla dotta Bologna. Narrazione e mostra documentaria” V. partecipa attivamente alla vita politica della sua città natale e ne è sindaco nelle file del partito veramente monarchico e veramente democratico. Nel primo dopoguerra fonda, sulla scia di PASCOLI (si veda) e CORRADINI (si veda), a Castiglion Fiorentino l'Associazione Nazionale, ma quando questa, si fuse con il Fascismo troviamo V. segretario del fascio locale. Dal matrimonio con Vittoria Tocci erano nati ben sette figli. I due maschi, Corrado e Virgilio, muoroo in modo prematuro. Le figlie: Valeria, Virginia, Clara, Ida e Giorgina ereditano dal padre un cospicuo patrimonio composto da diversi poderi, due case in Castiglion Fiorentino ed una villa a Cegliolo in comune di Cortona e titoli bancari. Valeria, la più grande, vive a Modena ed sposa un Tavernari. Le altre sorelle viveno a Castiglion Fiorentino. Ida che sposa un Ferrari è nominalmente la responsabile delle sorelle V. delle quali una aveva forti problemi di salute. Nel dopoguerra le condizioni economiche sono peggiorate e non navigano in buone acque, ma, nonostante ciò le sorelle cercano di mantener fede ai desideri del padre che ha espresso questo desiderio nel suo testamento di rimanere unite. Probabilmente la sorella che vive a Modena è quella che se la passa meglio e quindi speravano in un suo aiuto concreto. Valeria ospita per circa un mese alcune sorelle, ma non poteva lesinava aiuti concreti. Di ciò se ne duole Ida in una lettera che non abbiamo. Nella risposta che abbiamo a questa missiva appaiono chiaramente le prime crepe ed i primi dissapori. Anche il nipote Vittorio che, probabilmente ha un buon stipendio in quanto dipendente di una Compagnia di Navigazione, nell'inviare dei soldi, fa pesare il sacrificio che gli costa il farlo e esterna i sacrifici che deve fare stando lontano da casa per mesi. Oggi vivono a Castiglion Fiorentino solo parenti lontani che hanno partecipato attivamente al ricordo che l'Associazione Culturale "Spazio Aperto" ha organizzato con il titolo "V.: dall'amata Castiglioni alla dotta Bologna. Narrazione e mostra documentaria". Nell’Istituto Superiore di Magistero ^kmmiwilp: in jlox* FIRENZE COI TIPI DI M. CULLIMI E C. alla Galileiana Oli esemplari di questo libro non muniti della firma originale dell’Amore si riterranno falsili a 0 i n lore procederà contro I ralsiflcnlnn. FILOSOFIA. SULLA TEORICA DELLA DIANA CONOSCENZA E DELLA MORALE IN RELAZIONE COLLE DOTTRINE DI ARISTOTELE E DI KANT. Argomento o sua opportunità. Nozione del Vero e del Bene. Loro fondamento reale. Principali facoltà conoscitive o morali dell'uomo. Leggi razionali e legge morale. Loro fondamento c valore. Senso, intelletto e ragione pura speculativa secondo, il Kant, ed ufficio loro. Valore c limiti della ragione para speculativa. Tre ordini di cognizioni umane. Differenza tra la Ma¬ tematica, la Fisica e la Metafisica, secondo il Kant. Distinzione kantiana del fenomeno dal noumeno. In qual senso vero può ammettorsi tal distintone. Teorica della relatività della conoscenza umana. Conno sul Neokantismo. Cenno sul nuovo Criticismo o Realismo tedesco ed inglese. L’ inconoscibile di Spencer. In qual senso c dentro quali confini la conoscenza umana si può e si deve ammettere come relativa, -r- Obbietto o valore della ragiono pratica o morale, secondo il Kant. Vi li a contraddizione fra la Critica della ragione pui a eia Critica della ragione pratica? Giudizj opposti di varj filosofi. Due criterj, secondo noi, per risolvere il quesito. Criterio soggettivo : Secondo 1 intendimento del Kant vi è contraddizione fra quello due Critiche? Breve raffronto delle tro Critiche di lui. Criterio oggettivo: Le ideo morali sono assolute ed oggettive anche pel Kant, oppure sono relative e soggettive? La ragione umana può scindersi in duo facoltà, in ragione speculativa e in ragione morale, opposte fra loro? L’intoresse teorico può egli separarsi dall'interesse pratico della ragione? Le dottrine di Kant sulla conoscenza umana o sulla Morale, considerate oggettivamente, non isfuggono alla contraddizione. La relatività della conoscenza umana e dolla scienza, nell'odierno significato, implica logicamente una Morale affatto relativa. Nostra dottrina sulle relazioni oggettive, necessario o naturali fra il conoscere o l'operare umano, o però tra il Vero ed il Bene. Tre fatti notabili ed importanti nell’ordine filosofico e scientifico e nell’ordine morale mi paro dovrebbero fermare oggidì l’attenzione dello studioso e del pensatore. Questi fatti sono: La moderna teoria della relatività della conoscenza umana-, il ritorno di parecchie menti, specie in Germania, alla filosofia speculativa e pratica del Kant; una tendenza quasi generale presso gli odierni scienziati c filosofi a porre in discussione la Morale ed a cercarne nuovi fondamenti, considerandola alcuni come reiva instabile ed evolutiva, altri come assoluta oggettiva, universale ed iucrolkbil» • sistemi scientifici e filosofici. Di quei tre fatti mi propongo d’esaminare con brevità nel presente lavoro i primi due segnatamente, e di vedere così qual relazione logica c naturale corra fra il sapere o il conoscere e l’operare umano, e se il Kant cadesse o no in contraddizione co’suoi principj teoretici diversi da quelli morali. Determinato così il campo di queste indagini, non debbo nè voglio qui esaminare i varj sistemi morali antichi e moderni: i quali ultimi, come accennai in altro mio lavoro (Studj critici di Filosofia morale e sociale, Firenze), possono ridursi principalmente alla Morale razionalista ed assoluta, alla Morale indipendente, alla Morale dei Positivisti e alla Morale evoluzionista; mentre la Morale spiritualista e la teologica son comuni sì all’evo antico e sì al moderno. Il Vero ed il Bene sono concettiuniversali. Universali, perchè gli uomini tutti, anche i meno civili e colti, hanno un certo sentimento ed una certa nozione della Verità e del Bene, come si ravvisa- altresì nei loro discorsi e giudizj e nell'azioni loro. Universale il concetto di Vero, perchè la mente nostra l’applica agli esseri tutti che vengano in qualche modo in attinenza con lei ; anzi l’applica alle stesse operazioni dello spirito, e quindi a’sentimenti, a’pensieri, alle cognizioni, a’giudizj, ai ragionamenti, alla scienza, all’arte, agli stessi atti della libera volontà. Dunque così al gran mare dell’essere come a tutto l’ordine del conoscere e, sotto un certo rispetto, all’ordine dell'operare si estende il concetto di Vero. Universale il concetto di Bene, perchè la mente nostra riconosce c giudica buone le cose tutte, che siano quello che debbono essere por natura loro, che sieno amabili o per intrinseche perfezioni, o per Tatile e pel diletto che ci procurano ; e perche a tutti gli atti umani, in quanto procedono dalla ragione c dalla volontà libera, e sono conformi alla legge inorale, si applica dalla mente il concetto di Buono.-Se pertanto il Vero ed il Buono hanno il carattere dell’universalità, in che troveranno il loro fondamento? Non possono averlo, quali concetti, nello spiritò umano, anzi in veruna mente finita, perchè le menti finite sono contingenti e individuali, non necessario ed universali, c perchè non possono fave a meno di usare, fra gli altri, quei due concetti. Non possono averlo in alcuna delle cose mondiali, perche l’individuale e il particolare non può mai scambiarsi coll’universale. Il vero fondamento del Uro e del Beno non può ravvisarsi che nella natura medesima degli enti in universale -, e però il ero ct i,i Bene hanno il carattere dcll’obbiettività. »2"T iemm » « i. nota ad altro * r* ° l0tlavÌ!l 'l ue3t l esser quindi giudicarla ver, o fll |,, duna . 0Ma > 0 intanto, la cosa in .a * 3 '’ uona 0 catt ' va 1 ma, v»a o no» vi“1"““'’ T"° C ',e a !"*» ’ bU0 ” a 0 ”™ ^ona, indipcnden- dell’umana conoscenza e della modale 7 temente dal giudizio è dal volere delle menti finite. V'ha pertanto il Vero oggettivo universale, come il Bene oggettivo universale, fondati sulla stessa natura degli enti. Anzi il concetto universale che noi abbiamo del Vero e del Bene conserva questo carattere di universalità, perchè fondato in una necessità non formale, nè soggettiva, si materiale od ontologica ed oggettiva. D’altra parte', il Vero ed il Bene oggettivi possono stare disgiunti da ogni intelligenza e da ogni volontà? No, perchè' il Vero suppone una mente che lo' conosca, e il Bone suppone una volontà che l ami e che lo voglia conseguire. Le cose tutte, vere od intelligibili, o buone od amabili, richiedono pertanto una relazione naturale coll’Intelligenza e colla Volontà. Inoltre, gli esseri finiti corno avrebbero in sè stessi, e specie gli enti irragionevoli, il carattere della verità e della bontà, senza una Monte ed una Volontà infinita che li abbia appunto creati e veri e buoni? E questa Mente e Volontà assoluta non potrebbesi concepire se non come essenzialmente vera e buona in sè stessa. Il Vero ed il Bene, benché fondati sulla natura degli esseri, hanno dunque attinenza naturale e necessaria coll’Intelletto e colla Volontà. Ora, nell’uomo esistono diverse facoltà deputate a conoscere il Vero, ad amare ed operare il Bene. Ogni entità, come ha natura e leggi sue proprie, così ha un fine speciale ; ogni funzione ed atto ha un termine proprio : e io : e però termine, fine, oggetto immediato- della Intelligenza è il Vero ; termine, fine, oggetto immediato della Volontà il Bene. Qui non mi fermo- a dimostrare le intime relazioni da una parte fra il Vero ed il Buono, dall’altra fra il concetto di fine e il concetto di Bene, avendone discorso a lungo ne’ miei Elementi scientifici di Etica c Diritto (Roma). Diconsi intellettuali, conoscitive, razionali tutte quelle facoltà onde l’uomo intende, conosce o scuopre il Vero; diconsi morali quelle facoltà ond’egli ama, vuole c pratica il Bene. Quattro sono le facoltà principali dello spirito umano : il Senso, l’Intelletto, la Ragione e la Volontà. Le prime tre appartengono all’ordine della conoscenza, l’ultima all’ordine della moralità. Il Senso ha immediata relazione con gliobbiettisensibili e porge all’intelligenza la materia del conoscimento. L Intelletto apprende le cose sensibili ed intp.llio-i'hn; dell’umana conoscenza e della morale !) ha . leggi suo proprio. Ciò. posto, quali sono le leggi dell’Intelligenza e della Volontà umana, e qual fondamento e valore hanno esse? Poiché l'Intelligenza e la Volontà sono due facoltà diverse, come diverso è l’obbictto loro, cioè il Vero ed il Bene, anco le rispettive leggi dovranno essere differenti. Queste due facoltà umane non potrebbero varcare dalla potenza all’atto e conseguire il fine loro, senza una regola, una norma, una legge che le indirizzasse alla vespettiva mèta. Ora, le leggi che governano la Intelligenza nel conoscimento e nel possesso del Vero diconsi razionali, c ne tratta di proposito la Logica ; la legge che governa la Volontà nella pratica del Bene dicesi morale, c ne parla espressamente l’Etica. In queste leggi dello spirito umano c segnatamente nelle razionali, va distinto l’elemento formale dall’elemento materiale . L’elemento formale risguarda più direttamente l’intelligenza, forma del conoscimento ; l’elemento materiale risguarda più diretta- mente Soggetto, la materia del conoscimento. Dico più direttamente, non esclusivamente, perchè ogni conoscenza suppone due termini distinti ma inseparabili, cioè un soggetto intelligente ed un obbietto inteso in atto o capace di essere inteso. E quindi non può darsi una Logica puramente formale, come non può darsi una Logica puramente materiale. Imperocché le nozioni, i concetti, i giudizj, iraziocinj sono atti ed operazioni della mente ; la forma nel giudizio, nel raziocinio ed' in ogni ragionamento è posta dalla mente nostra ; i giudizj, i raziocini son governati da leggi proprie : ma intanto, lo nostre idee, le nozioni, i concetti sono vuoti d'ogni contenuto, non sono oggettivi, non hanno cioè alcuna rispondenza colla natura degli obbietti? L’csperien- za e la ragiono dimostrano che vi ha naturale rispondenza ed armonia fra i concetti nostri, le idee c gli obbietti. Ove non esistesse questa relazione, potrebbesi domandare: Come c donde la mente nostra formerebbe le idee, i concetti, .le cognizioni tutte? Ogni giudizio, poi, ed ogni raziocinio ha la rispettiva materia, oltre la forma; c la varietà dei nostri giud'izj e raziocini dipende non tanto dalla mente unica clic li forma, quanto dalladiversità della materia onde risu.l ; tano. Lo leggi logicali ed i priucipj della ragione hai), no, pertanto, un fondamento reale ed un valore oggettivo, perchè fondati sulla reale attinenza fra la mente nostra e le cose intelligibili, è perchè mostrammo già che .1 Vero e oggettivo ed universale. Può cHi darsi- JW ‘T' C,1,! SÌS ° Mri U " senza la' Z “ lT" eS “ dmi una qua-, PC “v 60s,anza ? »«. poo formo : .>C d ir caosaiì,a • «• ~ -» D’altra parte Finteli cd apoditticamente, la C ausr;“ tt0 PU C ° nCC P Ìrc »tto senza È logicamente imponibile .\ S ° 3tan “’ e vicCT ersa? Je ggi razionali hanno un fi» i^® 1 P r,nci PJ « le ore oggettivo, C però u„. nda “ 5ato rca le, un va- Se questa ò la nnt .. * CCI tezza assoluta. !eggi razionai; che diw taLT* 10 et U Valore de,lc della legge morale ? Come le leggi razion ali non sono fondate esclusivamente sulla forma della conoscenza o sulla mente nostra, ma principalmente sull’essenza degli obbietti intelligibili, e però sul Vero oggettivo ; così la legge morale non ha il suo fondamento sulla volontà umana, ma sulla natura stessa degli enti amabili e rispettabili, c però sul Bene oggettivo. E come la natura delle cose intelligibili e il Vero oggettivo servono all’uomo di criterio c di norma nelle sue cognizioni e ne’suoi giudizj ; così la natura degli enti amabili e rispettabili c il Bene oggettivo gli sono di criterio e di norma nelle sue libere azioni. Può l’uomo disconoscere il Vero c non seguire le leggi naturali del pensiero nell'ordine della conoscenza ; può ribellarsi alla legge morale, non praticare il Bene e giudicare non rettamente le sue azioni e quelle degli altri : ma restano sempre il Vero ed il Bene oggettivi, ma non si distruggono per questo le leggi eterne ed immutabili del pensiero e della volontà. E come gli errori di alcuni uomini, i sofismi e lo scetticismo di altri uonlianno alterate, non che distrutte, le leggi del pensiero limano, nè abbattuta la Verità oggettiva ; così le prave azioni di alcuni e le false dottrine morali di altri non hanno cambiata la legge morale assoluta, non hanno abbattuto il Bene oggettivo, nèsradicata dal mondo la moralità. Tuttavia l’errore torna sempre funesto nella speculazione e nella pratica, e conviene quindi adoperarsi a tutt’uomo a fuggirlo ed a combatterlo. Fermate tali verità, passo ad esaminare brevemente le dottrine speculative e morali del Kant in SULLA TEORICA relazione colle teorie moderne delle relativi* delle conoscenza umane, 1» quel teorie mene log,cernente ad una Morale soggettiva e relativa. \r Il Kant è generalmente considerato non solo qual fondatore del Criticismo filosofico, sì anche quale autore della moderna teoria della relatività della conoscenza umana. E ciò nondimeno, tutti riconoscono che non v’ha sistema filosofico morale più rigido ed assoluto di quello dol Kant ! Come si spiega questo fatto? Il Kant non ammise relativa, nell’odierno significato, la conoscenza umana, oppure nella Morale si contraddisse fondandola su principi assoluti ed oggettivi ? Ecco il quesito che dobbiamo esaminare, gettando un rapido sguardo sulla filosofia kantiana. So negli scritti del filosofo di Ivo— nigsberga la chiarezza della forma e la coerenza logica, in senso formale o materiale, fossero pari alh novità dei concetti, alla profondità e all' acutezz; dell ingegno critico c speculativo di cui dette provi l’autore segnatamente nelle tre Critiche, io pensi che nessun filosofo antico o moderno potrebbe ugua ! “ Kimt Ma “mnquo vogliasi giudicaro on può negarsi che la filosofia c la scienza in gc 2“™ Smunte del nuov K il fT,'* 6 *«*»» s P ccu lczione 4 stata considerata unallndc rl*^ P '" &iandc Introduzione alla Filosofia pura ed alla Scienza in generale, come dissi altrove (Principio, intendimento c storia della classificazione delle umane conoscenze secondo Francesco Bacone. Parte terza, capo XI, 2 a edizione, Firenze, 1880). Come gli antichi supponevano che il sole e gli astri girassero intorno alla terra, così il Kant nella Critica della Ragionpura volle far girare gli obbietti intorno allo spirito umano per ricercare e determinare le leggi dell’umana conoscenza. Ma se in Àstronorniail sistema Tolemaico fu abbattuto, perchè falso, da quello di Copernico, potrebbe avere ugual sorte nella Filosofia speculativa il sistema del Kant? Crediamo di no, benché questo sistema non possa accettarsi, per gli errori, ond'ò viziato, qual canone certo, inconcusso e definitivo della mente, e quale sulstratum della Filosofia e della Scienza. Che posso io conoscere e sapere ? Che devo io fare? Che posso io sperare? Ecco le tre domande che il Kant rivolse a sè stesso nella Critica della Ragion pura, e nelle quali sta il germe di tutta, la Filosofia speculativa e pratica di lui. Alla prima domanda non si poteva rispondere senza esaminare 1 origine e il valore delle nostre cognizioni, c le attinenze loro con le facoltà del nostro spirito e con gli obbietti. Nelle nostre cognizioni ravvisa il Kant due elementi : uno formale, soggettivo, a priori, puro, necessario, permanente; l'altro materiale, oggettivo, a posteriori, contingente, mutabile. Il primo elemento è fornito dallo spirito, il secondo dagli obbietti distinti da noi e fuori di noi. Il tempo o lo spazio, le rapprosentazioni o intuizioni, i concetti puri o le categoria sono gli elementi a priori, formali, necessarj, universali, della nostra conoscenza. Ma da chi e in qual modo si conoscono gli obbietti ? Tre sono pel Kant le principali facoltà umane conoscitive: Senso, Intelletto e Ragione. Dico principali, perchè egli, dopo aver distinto recisamente il Senso dalla Intelligenza, suddivide quest’ultima in Intelletto, Giudizio c Ragione. Il Senso porge all'Intelligenza l'elemento materiale, molteplice c variabile delle cognizioni sperimentali. L'Intelletto è la facoltà dei concetti puri, apriori, o categorie, che non hanno per sè alcun . \alore nè reale nè oggettivo, nelle quali però consiste 1 elemento formale, necessario ed universale della conoscenza. L Intelletto prende i suoi materiali dal Senso e li ordina secondo alcuni de'suoi concetti puri che costituiscono la forma di tutti i giu- d.zj Dcdici, com'è noto, sono i concetti puri, a pluralità! ! ? atCS ° nc clementar i e sono: unità, L* 11 ’ re>lli ' . ne 8. MÌ0M > ‘imito; sostanza, Quest'’T'r a ’ possiljlllt à, esistenza, necessità. «sto trm puri ° c * tcsoHc cic - categoric comnles alle c l uattr o grandi *««® c di modaiS. r nt ; tà> di quaiità; di rcia_ dall’esperienza m ° a e ^ or * e non derivano qual modo ? sotto nonlT 0 ! re ? dono Possibile. In 1 fenomeni alle cate e chepcrò tra- gettivo, non ci dà un v Spazi0 ’ non ha valore og- dl cui parla non li pos J° Sapere ) lacchè gli obbietti fotal b le colonne d’K rc ^ m °i U “ in essenziali ed uccido t v m Generatesi distinguono L o Valiti. essenziali foriti’“““ ° “ c01 ' ;1 " 1 ' io forme o leggi del * ° T® Ìn S ° lo cate S oric > applicare ai fenomeni nSlCr ° ^ blS0 ° na solamente Occorre appena osservare el,o 1 >c che la prova diretta dell’umana conoscenza e della MODALE rJ della relatività della conoscenza sarebbe valida solamente quando fosse dimostrato vero e fondato il Criticismo, clic tutta la realtà vuol ridurre ad un mero fenomeno, ed i nostri concetti e le leggi del pensiero a mere forme dello spirito, vuote d’ogni valore oggettivo e reale. La prova indiretta, poi, risguarda il metodo seguito dal Kant e le conclusioni a cui egli giunse nella Critica della ragion pura, allorché tolse in esame le tre massime idee della ragione e tento di conoscere la essenza intima dell’/o, dell Universo e di Dio, applicandovi le sue categorie! GRICE: “I LIKE THAT!” Aristotle: “To say ‘anima’, when you mean ‘man’ you are being less informative thn is required. Categoria – da: kata, agorein – against, speaking to the assembly. Oxonian dialetic, Athenian dialetic – CATEGORY – Kant’s derivative use of Aristotle’s categories -- I noumeni, le cose in sò medesime, sono adunque inconoscibili ; e quindi la scienza degl intelligibili o Metafisica non ha un valore oggettivo, anzi non è possibile. E tuttavia il Kant colle sue distinzioni tra il fenomeno e il noumeno, fra la intuizione sensibile c la intuizione intellettuale, fi a le puve idee, le cose di fatto e le coso di coscienza, fra il sapere teorico e il sapere pratico, e quindi avendo ammesso come fatto certo e primitivo la legge morale, non rannicchiava tutta la coscenza umana nel puro sensibile, nel fenomeno ; o almeno, lasciava aperto qualche sentiero alla ragione pei penetrare nel mondo intelligibile e delle cose in sè. Beu diversa, e sotto alcuni aspetti assai più ristretta, è la teorica della relatività della conoscenza nei principali rappresentanti del nuovo Criticismo e Realismo tedesco ed inglese. Dico sotto alcuni aspetti, perchè il nuovo Criticismo e Realismo ha dato al fenomeno un valore diverso da quello kantiano, ma per altri riguardi, e nulla tuona della conoscenza e soprattutto nella Morale, ò rimastodi gran lunga inferiore al Kant. IX. Gl’immediati successori del Kant, movendo dalla pura intuizione intellettiva o trascendentale che permetteva di cogliere il nuomeno e l’assoluto, cercarono di penetrare l'essenza intima delle cose e di ricostruire così tutta la Metafisica, oltre dare un valore oggettivo alla Morale ed ai tre postulati kantiani. Ma il Comte in Francia e l’FTamilton in Ingkiltera si opposero recisamente all’ Idealismo trascendentale e ad ogni Metafisica, dichiarando vana la ricerca delle cause prime e finali, e propugnando la relatività della conoscenza. Visto bensì che il mero Positivismo non dava ragione di tutti gli elementi della conoscenza, nè valeva a spiegare * datamente l'origine e la natura de' varj ordini e di* S C r L C Vedut0 COme,e dottri ne di Ilerbart travano molta Caduto ^egelianismo, incon- e scienziati 1 avore 5 in Smania alcuni filosofi elative del GH ' alle dottrine S P 0 ' cerearono negli C ° me 1,HeImholtz ' della raoio* - k ntlam anteriori alla Critica ' 80fi -CCall% fil .r fia n ^;edifilo- ch lari re e consolidare W ra 9 ion P ura P er ela fi losofia critica. VvÌ ttnna della conoscenza tengono conto dei nr e °l vantia ni da una parte wi -^p;cr:^,rr“ sperimOT - uct0 sapere umano deriva dal pensiero, non potendosi concepire il mondo senza il pensiero. Principali rappresentanti del Neokantismo filosofico in Germania sono il LaDge, il Liebmann e lo Schultze (1). Secondo il Lange, la coscienza e la sensazione sono il limite d’ogni cognizione; il mondo non c che una nostra idea. Difatti, la realtà o la cosa ò un gruppo di fenomeni che noi concepiamo uniti per astrazione di ulteriori nessi e di mutamenti interni ; la forza è quella proprietà della cosa clic abbiamo conosciuto per determinati effetti su altre cose ; la materia ò ciò che, in una cosa, poniamo come base dello forze conosciute e che indi non possiamo sciogliere in altre forze (2). Dunque materia e forza, egli conclude coU’Helmholtz, sono astrazioni nostre dal reale. Ma esiste questo reale, ed abbiamo noi conoscenza della cosa insè? Il fenomeno ci mena per fermo al concetto d’un che problematico c che dobbiamo ammettere come causa del fenomeno. Ma intanto la cosa in se, il noumeno, è una mera creazione della nostra mente, ed ignoriamo se abbia (1) Lange, Gcschichte des Materialismus, 18 74 - Liebmann, Kantvnd die Ejpigonen, 1865. Zar Analysis der Wirhlichlceit, ISSO. - Schultze, Kant und Darwin, 1S75. Philosophie der Natunoissenschafl, 1881-S2. (2) Vedi G. Cesca, Storia e dottrina del Criticismo, 1884. - Vedi pure duo pregevoli scritti di Barzellotti : La nuova Scuola del Kant e la Filosofia scientifica contemporanca in Germania, 1880-, o Le condizioni presentì della Filosofia c il problema della Morale, un significato fuori della nostra esperienza ! - Alle medesime conclusioni e venuto il Liebmann. I pi in* cipj a priori, leggi della ragione, son necessarj (egli dice) per osservare, sperimentare c pensare. Bensì tutto il nostro mondo è un fenomeno ; più, tutta la realtà è fenomenica od empirica, dacché noi non possiamo uscire dalla sfera sensibile delle nostre rappresentazioni. Tempo, spazio, moto, causalità, per noi sono concetti puramente soggettivi. E però il Liebmann ammette solo una realtà empirica, non riconosce alcuna realtà assoluta e nega ogni valore alla cosa in sé. Anche lo Schultze concorda in sostanza con Kant e arriva alle stesse conclusioni del Lange c del Liebmann. Salvochò lo Schultze nsguarda il tempo e lo spazio non quali ' concetti ma quali intuizioni a priori, ed ammetto la causalità quale unica categoria. Ciò posto, tutte le nostre rappresentazioni, egli dice, hanno un carattere sog- Sciti™, l lerellè " m Vha rappresentazione senza coscienza, ne questa senza quella. E però noi,ttal * in 86 ’ raa,] " alc carico e e.seil„zl:: h ;~ Ì0 “;- H °" a ° ouali fon,..., • r, 1 uca son P 01 la stessa cosa, Idi che? della cosa h, ”oe possiamo noTreTcsiT™ 0 la . natara ’ ma di cui rebbo la base dM ì 1S enza ' altrimenti mauebe- Vicn d ^que ammem dallo Scrk 00 ' La ^ ** rispetto alla nostro, Schultzo come ipotetica, alo,,. ... * D0Stra c °Sn.zione. E però egli non dà alcUD valore oggettivo* ^otafisica ed ai tre dell’umana conoscenza e della morale 33 massimi concetti di Dio, dell’Anima e della Materia, perchè non sono obbietti della nostra intuizione, ma nostri meri concetti. Dal fenomenalismo de'più recenti Kantiani in Germania diversifica il nuovo Criticismo tedesco ed inglese, il quale pone e riconosce alcun che di reale nelle nostre cognizioni. Diamo un cenno, a questo proposito, delle teoriche di Helmholtz, Wundt, Goring e Riehl, di Spencer e Lewes (1). L'Helmholtz ammette la causalità come una legge a priori ; ma all’intuizione dello spazio dà un'origine sperimentale, come pure agli assiomi di Geometria. Quanto alla sensazione e alla percezione, vi distinguo l’elemento soggettivo dall’oggettivo. La sensazione, nell’aspetto fisico, è un effetto della qualità esterna sopra uno speciale apparato nervoso ; c riguardo alla nostra rappresentazione, ella fe un segno di riconoscimento della qualità oggettiva. Le nostre intuizioni o rappresentazioni, poi, sono l'effetto che gli obbietti percepiti o rappresentati han cagionato sul nostro sistema nervoso e sulla nostra coscienza, e però sono segni o simboli delle cose. - Il IlroLiinOLTZ, Pkysiologischc Optile, 18G7. Die Tkatsachen in dcr Walirnchmung. Wundt, Dogi!:, ISSO. Grundxiigc dcr physiologische Psychologie. GoRING, Sistcm dcrkritUche Pkilosophic, .IIieul, Derphilosopische Krilictsmus. Spencer, First Principici. Principici of Psychology. Lkwes, Problema of life and Mind. Gcschichtc der neucrcn Philosopkie (trad. tcd.). Wandt non mena buono al Kant che spazio e tempo siano forme a priori della sensibilità. Lo spazio,, per lui, oltre non essere a priori, sarebbe un concetto e non già una intuizione. Vero ed unico principio a priori è il pensiero logico co’suoi caratteri di spontaneità evidenza ed universalità. Il pensiero logico, postulato d’ogni nostra esperienza, segue, operando, alcune leggi che derivano dalla sua stessa natura, quali sono gli assiomi d’identità, di contraddizione, di ragion sufficiente. Da queste leggi del pensiero provengono lo categorie di sostanza, db causa e di fine. Le categorie, per la stessa origine loro, hanno un valore non assoluto ma relativo, perchè si applicano entro i limiti della nostra esperienza. Così, il concetto di forza c la causalità supposta inerente alla materia; il concetto di materia- ha un carattere ipotetico; il concetto di spirito doma da una nostra illusione' TI n- • i a differenza dei .. TT, 11 Ge gnoseologica.,5* ZZng*** V ual ° ci PJ pari a priori JclK ' “8"’™"°-1 P"«- essere scoperti dallo cenza non potendo dogmaticamente quali n' M ’ bÌS ° Sna ammetterli tenta di mostrl-e c ' 11 Rio H invece, Kant s’asconde il rca i- 10 10, 11 fonora cnalismo del cognizione oggettiva C .'° ren“ ooe - II tempo ò la, V, 1 tcm P° 0 lo spazio- coscienza- lo ^ a ^ re * az ‘ on i colla nostra esterne colli m!/ 210 ° ' a coes ' ste nza delle relazioni dotto delle nostre^ n ° Stra ’ Dicesi materia 51 F 0 ' o consisto esistenti che oppongono resi- dell' umana conoscenza e della morale 37 stenza ed occupano lo spazio. Dai concetti di materia, di spazio e di tempo non può andar separato il moto, il quale è una sintesi dall’esperienze di forza, di tensione muscolare e cambia continuamente di posizione. Ora si domanda: Questi concetti e fenomeni, realtà, tempo, spazio, materia, moto, hanno essi un valore puramente soggettivo, od anche un valore oggettivo? Sono essi realtà unicamente per noi, o sono realtà in se medesimi? Questi fenomeni, non essendo un mero prodotto della nostra coscienza, hanno anche per Spencer una realtà oggettiva. E tuttavia egli tiene fermo più che mai sulla relatività della conoscenza. Imperocché se Spencer ammette una causa reale assoluta di tutti questi reali relativi, cioè una realtà, un tempo, uno spazio, una materia, un moto ed una forza assoluti, compresi tutti nella formula dell’Assoluto inconoscibile; egli però conclude che le nostre cognizioni non hanno alcuna attinenza con l’Assoluto inconoscibile, e che indi questa Realtà assoluta è ignota ed inconoscibile alla mente umana. Segni o manifestazioni di questa medesima Realtà ignota ed inconoscibile sono pure la Materia e lo Spirito. - Accennata così la dottrina di SpcDcer, potremmo, fra molte altre obbiezioni, rivolgergli questa : Se tutto le nostre conoscenze sono relative, conforme voi ammettete, con qual diritto asserite che in noi e fuori di noi ci sono certe relazioni assolute? Il realismo di Spencer, fondato sui segni o simboli delle cose sentite e percepite, e che cerca gg SULLA TEORICA di comporre il dissidio tra realisti e idealisti, è un realismo trasfigurato. Il Lewes non va pienamente d'accordo con lo Spencer e fonda il realismo ragionato (nasonaded Roalistnus). Perche realismo ragionato? Perchè afferma la realtà di ciò che vien dato in ogni fatto o negli stati di coscienza, e perchè giustifica quest’affermazione. Il Lewes, pertanto, muove dalla coscienza, che ci rende certi di due fatti, cioè del me e del non-ms, uniti fra loro. Di- fatti, non possiamo negare la sensazione e l’esistenza del mondo esterno. La psicogenia mostra che l’ordine esterno determina l’interno, e non viceversa. Gli idealisti, per negare la realtà dell’oggetto, son costretti a dividere colla riflessione il soggetto dal- 1 oggetto •, la qual divisione non accade nò può farsi nel|a sensazione. Ma la distinzione fra il soggetto e 1 oggetto comincia nella percezione. Questa, pel Lewes, non è un simbolo dell’azione esterna, ma una gitante che non altera il reale: il simbolo cS™ ri4 “- La dell» persi 6,7 “ un * «pM°a ma il ;r os T wtra ' ^ «w™. 0 b °uo, r cose come nosco la realtà ■ ■ meutre d Lewes rico- fisima della Combatte uomeno e noum Pnn 1 .’ La dlst,nzi one tra fe- e Può ammettersi so^am^'t ^ ha valore oggettivo, nazione: i n ta l caso •. “ 6 Come art ificio di clas- in rel azio ne colla mc'nt» . ’ 1 l>uvo fenomeno. Errano giqdealist° Ve SÌ, fermin0 al e PWa idea non possi™ W Wtl ’ perche dalla sola Posino varcare alla realtà, o perchè dell'umana CONOSCENZA E DELLA .MUIIALE la scienza non può fondarsi a priori. Errano i Soggettivisti, perchè i concetti e le idee hanno attinenza non pure col soggetto intelligente, si anche e in modo principale con gli obbietti ch'esse ci rappresentano. Errano quindi i seguaci del puro fenomalismo, perchè il fenomeno stesso, vuoi interno (stato della coscienza) vuoi esterno, è una realtà, perchè il fenomeno implica l'esistenza e la natura della cosa in cui esso appare, l’esistenza e la natura del soggetto senziente ed intellettivo al quale appare. E che tutto non sia fenomeno venne già dimostrato dallo scienze sperimentali e segnatamente dalla Geologia, la quale dimostra che un tempo gli esseri sensitivi ed i ragionevoli, cioè i bruti c l’uomo, non esistevano sulla Terra, eppure questa già esisteva con le sue qualità, con le sue forze e le sue leggi ! Errano i nuovi Realisti, perchè, esagerando la parte soggettiva nella sensazione o nella percezione, o togliendo il suo reale fondamento all’ astrazione, alcuni riducono a mero simbolo il sentire, il percepire e il concepire, altri dicono non potersi mai e in vcrun modo conoscere le cose in sè stesse, cioè le naturali e vere loro qualità. La diversità delle nostre percezioni c sensazioni, dei nostri stati di coscienza, non che la varietà dei nostri concetti e delle nostre idee, implica la diversità naturale dogli obbietti sensibili e intelligibili da noi percepiti, sentiti e intesi, c distinti da noi. Certo, la facoltà di sentire o di percepire è nostra, come nostre sono le sensazioni e le percezioni ; certo, chi pone forma nei nostri giudizi e la mente nostia . ma, d’altra parte, le nostre sensazioni e percezioni, i nostri giudizi mutano col mutarsi degli obbietti, o dei modi in clic gli obbietti a noi si palesano. E che il Senso e l’Intelligenza non s’ingannino, nè clic si foggino a loro talento le cose, ne abbiamo una conferma luminosa e certa, quando l’esperienza ci mostra (per cagiond’esempio)che le coso reali,gii percepite, conosciute c giudicate da noi, se poi misurate c pesate, decomposte ed analizzate, corrispondono ora esattamente, ora approssimativamente ai nostri modi di percepire e sentire, di conoscere c giudicare. Dunque, materia, spirito, realtà assoluta, sostanza, cause, forze, leggi, c va dicendo, non sono meri fenomeni, nè mere nostre astrazioni, ma sono realità in sè stesse e relazioni oggettive d’esse realità colla natura e con le leggi dello Spirito nostro. Ma dunque, mi sichiederà, la conoscenza umana è relativa od assoluta? Relativa, rispondo io. Relativa c non assoluta, perchè limitata, imperfetta, relativa è men f nostra ’ la 1 uale non avendo create le cose, p o conoscerle in modo perfetto ed assolato, come “il" * T‘° ‘ nfìllìU 0 Piattissima. Relativa, t Attiva o natalo 't,“r T 8 1““* k* oggettiva. ^^^°rt“ oi r,igìfai ' : ^ rohè fattive dell? mi X f lM1 T 00110 ss, «lai «mo 50 im Mlo ‘ “°™ ««^ien- assorge alla scienza e dii • daUarte spontanea a pratica, in armonia io dell’umana conoscenza e della morale collo spirito e colla natura! Relativa, perchè la forma e la materia del conoscere hanno intima relazione fra loro. Relativa, infine, perchè ha persilo immediato fondamento la coscienza nostra, non solitaria, ma con tutte, le sue relazioni, con sò stessa, con gli enti ragionevoli, coll’universo sensibile e con Dio : relazioni che bisogna riconoscere talquali, perchè poste da natura ed inseparabili. Fermato ciò, sensazioni, percezioni, idee, giudizi,ragionamenti, verità, scienza hanno valore oggettivo e reale; materia, anima ed assoluto non sono mere astrazioni ; e la mente umana può cogliere, entro certi confini, la natura delle cose valendosi dcH’csperienza e della ragione: quindi è possibile una scienza degl’intelligibili, la vera Metafisica. XI. Dalla ragione pura speculativa il Kant distingue la ragione pratica o morale. È noto che nella Critica della ragione pura egli esaminò le condizioni ed i limiti della ragiono teoretica, por rispondere alla sua dimanda : (Rie posso io sapore? Invece nella Critica della ragion pratica e nei Fondamenti della Morale esamina l’obbietto e il valore della ragione pratica, per rispondere alle altre due dimande : Che devo io fare ? Che posso io sperare ? Ufficio della ragione pratica non ò veramente lo speculare, ma l’operare, ed ha per obbietto suo il Bene, l’attuazione del dovere colla virtù. Il Kant aveva già distinto profondamente il mondo della Natura dal. mondo della Libertà inorale, per riservare quest’ ultimo alla ragione pratica ed assegnarle un primato sullaragionc speculativa. Esiste la legge morale, come fatto primitivo, certo ed universale:ecco il punto dal quale muove tlVO, Certo eU UU1 Versali;.UUUU II («uiu uu-i mnui c il Kant. La legge morale comanda e obbliga assoluta- mente, è un imperativo categorico (Katcgorisches Imperati?). Ma a chi comanda essa? Comanda agli enti ragionevoli che sono fine in sè stessi ccl a sè medesimi. Chi l’effettua ? II Volere buono, che ha un valore assoluto e supremo. Questo Volcresi determina da sè e per sè, è autonomo e libero essenzialmcnte.Macomelibero essenzialmente e come autonomo, e che indi opera solo pel rispetto alla legge o non per altri motivi, il Volere buono e libero appartiene al mondo sovrasscnsi- bile, non a quello sensibile o fenomenico. E cosi Ragionepratica pura, Volontà pura, Legge morale sono inseparabili nel regno dei noumeni c dei fini. Ma uomo aqnal mondo egli appartiene’Pcl ICant, l’uomo appartiene al mondo sensibile, come fenomeno, e al mondo intelligibile, come noumeno. Adunque l’uomo nel pnmo rispetto nou è libero, perehò sottoposto allo •oggi e alla causalità della Natura sensibile ; nel se- nd„ r, sp0tto 6 libero . Pe r divenire buono ed acqui- doveritLT ^ a " Ch ' I ’“° m0 «"»P̰ro il lc.ge morale “ pratloare 11 kt " s por la stima della A PW “ llri Ma intanto l’uomo, modo conseguirla? V^^ falioità ’ In I ™ 1 disinteressalo alla ?| 0Ì! Co1 ris P olt!> do moralmente sè si ’ 0 ln d I porfezionan- La Boralo cosi con “ al Bene sommo. 51 “"«P’ta, affinché abbia iU„ 0 pieno dell’ umana conoscenza e della morale 47 e vero compimento, esige tre postulati : la libertà, Y immortalità dell’anima e l'esistenza di Dio. Senza libertà, come il volere potrebbe uniformarsi alla leggo morale ? Ove lo spirito non fosse immortale, come attuare il sommo Bene e conseguire nella vita presente la santità o la massima perfezione morale ? Senza Dio, creatore e Legislatore morale del mondo' e giusto Giudice, come attuare il Bene sommo e quindi armonizzare la felicità vera colla virtù ? È chiaro che la Ragiono pratica ha un valore assoluto anche pel Kant, perchè ella non si contenta del fenomeno, ma parte dal noumeno, cioè dalla Legge morale assoluta ed universale ; cd esige, qual suo termine e compimento, il noumeno, cioèitrc postulati morali. “ In questi postulati la Ragione pratica, vincendo tutti gli ostacoli, ci porge dello affermazioni, alle quali la Ragione teoretica non poteva autorizzarci; ed infatti coll’asseverare l’immortalità dell’anima scioglie un problema nel quale laRagiono teoretica non trovava che paralogismi; coll’ammettere la libertà e il mondo intelligibile al quale noi, come soggetti liberi, apparteniamo, stabilisce un principio in cui la Ragione teoretica non trovava che antinomie; c finalmente col porre nc\\’ Ideale della Ragiono (in Dio) la condizione dclsommoBcne, riesce per suo proprio uso a determinarlo quanto basta, mentre la Ragion pura lo doveva lasciare affatto indeterminato n (Cantoni, E. Kant, voi. II, p. 191). E qui sorge un quesito tanto grave quanto difficile : Vi ha non dubbia contraddizione fra la dottrina speculativa c la dottrina morale del Kant, fra la Critica della ragion pura e la Critica della ragion pratica? I giudizj d'uomini insigni non sono concordi su questo punto, anzi gli uni opposti agli altri. I più ammettono che vi sia contraddizione ; pochi altri affermano il contrario. Per esempio, Cou- sin, B. Saint-Hilaire, Renouvier, Barni, Conti, Fouil- lée direttamente, e il Rosmini indirettamente vi ravvisano contraddizione ; il Cantoni e il Fiorentino (1) vi riscontrano anzi conciliazione ed armonia. Preferiamo di accennare la difesa e poi diremo l’animo nostro. Il Cantoni più volte nega vi sia contraddizione ed osserva: u Kant avverte nel modo più esplicito e risolato che i principj e i concetti morali, riguardanti nella Ragione pratica il mondo nouraenico, non hanno e non possono avere nessun valore perla Ragione teoretica, e non valgono in nessun modo ad allargare il **'!■ ™>; ni, r.403). sto nlnnun 11 • * *' raon ^° intelligibile, rima- “ r “ s,0M Eretica, s ; dischiude alla «toliic, 185G. - R>’vr\irTr, ; ' e / a 'U>ne alla Morale d’Ari- 1859. -Barxi, Examen, rfc ^ ri tique générale, 18M - ■t'OSTl; Storia della Pi rUl bene su- l’uomo si pronono n c con dizionc soggettiva onde- filale consiste il bene mmo è la ^cità, nella «“'e fdicitìi dipoiT m ° «.«io- dsli'armooia dollVono c„n °®f CÌ ° 6,a v ‘rtù. Ora nu cstp 1 eg S c borale mediante 1 Kt ° dM “Risicai, necessarie por dell’umana conoscenza e della modale ò 3 conseguire il fine ultimo prescritto dalla legge morale, non le vediamo unite c armonizzate dalle cause della natura : dunque per la libertà si richiede un’altra causa, Dio, affinchè la Morale abbia il suo compimento. Quest’armonia esiste, dunque Dio esiste necessariamente. Ecco il nesso, da una parte, fra la Critica del giudizio e la Critica della ragion pratica e, dall’altra, fra la Morale, la Teologia morale o la Religione ; sebbene il Kant si adoperasse di continuo a voler mantenere autonoma la Morale, cioè indipendente non pure dalla Religione, sì anche dalla Teologia razionale. XIII. Ora lasciamo i criterj soggettivi del Kant, gl’in- •tcndimenti suoi, per fermo retti e nobili, e consideriamo oggettivamentele sue dottrine speculative e morali. Ecco, secondo me, il vero criterio per risolvere il quesito posto qua sopra. 1 ® I concetti puri dell’ intelletto vedemmo esser privi, pel Kant, d'ogni valore oggettivo e reale, ed acquistarlo soltanto applicati, nelle intuizioni sensibili, non alle cose in sè, ma ai fenomeni : le tre massime ideo della ragione, l’Io, il Mondo, Dio, non avere alcun valore oggettivo, ma essere solo principj regolativi non costitutivi della ragione nelle sue speculazioni. Dunque i concetti e le idee non hanno pel Kant valore oggettivo ; o se pure, ne acquistano uno ristretto e relativo, applicati al mondo fenomenico. Ciò posto, le idee morali come le risguarda il Kant? Che SULLA TEORICA valore assegna loro ? Alla legge morale, ammessa anco da lui come certa, dà un valore oggettivo, assoluto e universale. Dunque l’idea della legge morale non c un puro concetto, una categoria deH’intelletto nostro, c ancor meno una forma della.sensibilità ; e quindi è un’idea oggettiva, assoluta, necessaria anco pel Ivant. L’idea della legge morale implica le altre di volere puro buono, di sommo bene, e quelle di libertà, di Dio, d’immortalità, per avere il suo compimento c la sua efficacia. Ora tutte queste idee morali non sono relative e soggettive, ma hanno caratteriopposti, non dipendenti dalla nostra intelligenza. 2° Legge morale, libertà pura, fine, Bene, e va dicendo, sono anche pel Kant noumeni o fenomeni? Sono cose in se, noumeni, non fenomeni. Ma se la Ragione speculativa non può trascendere il mondo sensibile e fenomenico, poteva il Kant entrare colla sua ragione nel mondo intelligibile, dei noumeni, al- meno p er aver l’idea di Legge morale, del dovere categorico ed assoluto ? calativi"^ V “ l8 ' 111 ' Iisli ” 2Ì0n0 fra la legione spe- P à „ i S T r‘“ : '» —« Ragione *. T m suiie Terit “ moraii - Tanto i voto elio i| Kan, ” Mrl teorici. speculativa e sì l a • ‘‘ ama pura s * la Ragione distingue la Filosofia C?- 81 ?' I ^ oltrG . c gli stesso ™ro(i moral ° s “P e ‘ Morale, Critica della P • ^ meta Mù della corale elementare 0 a '^ l0n P rat ^ ca ) e in Dottrina e - Oia la scienza morale non va eoo- Òl> fusa coll’aWe, colla pratica della moralità. Quindi il Rosmini osservava giustamente: u La filosofia è una specie di dottrina, non è azione. Quando si dice filosofia pratica, non vuole intendersi che la filosofia sia attiva ; ma solo, clic quella parte di dottrina c ordinata a dirigere l’azione della vita .,. 4° Del rimanente, si accetti pure la distinzione: ma va notato elio altro è distinguere, altro separare e contrapporre. Kant non si restringe a distinguere la Ragione speculativa dalla pratica, ma contrappone l’una all’altra: imperocché, mentre la prima si ferma al fenomeno, nulla sa di certo intorno al noumeno e però intorno alla legge morale, alla libertà, all’anima, all’universo, a Dio ; la seconda, invece, ammette come certa la legge morale, ed esige il valore oggettivo e reale, sia pure nell’interesse pratico, dcl- l’idce di libertà, della vita oltremondana e di Dio. Qui, adunque, non v’ò più. mera distinzione o subordi- nazioue, ma vera contrapposizione di due facoltà, che sostanzialmente sono identiche formando nell’uomo la stessa e unica Ragione 1 5° Similmente, non può ammettersi la separazione del fine o interesse teorico da quello pratico dacché questo supponga quello e anzi ne dipenda, secondo l’aforisrao: Nil volitum qninpraecognitum. E il Ivant stesso diceva, che ogni interesse della ragiono é finalmente pratico. Nou vale pertanto distinguere il sapere teorico da quello pratico, dacché la pratica o l’arte riflessa richieda per necessità la teorica •, c 2 'Jg perchè, ad ogni modo, il sapere pratico non deve mai trovarsi in opposizione col sapere teorico. Esaminato così il quesito nei suoi veri aspetti e però con criterj oggettivi, non si può negare che fra le dottrine speculative del Kant e quelle morali, come risulta dall'esame comprensivo della Critica della Ragion pura e della Critica della Ragion gnat ica, non siavi contraddizione. XIV. Poiché il sapere pratico suppone lo speculativo, e la pratica viene preceduta o illuminata dalla teorica, il principio della relatività della conoscenza umana, nell odierno significato, implica per necessità una Molale soggettiva o relativa. Ogni nostra cognizione, la verità, la scienza sono relative ? Or bene, le idee e le venta morali c la scienza morale saranno parimente ic ative pei la mente nostra, per la mente di ciascun omo. e i elativa è la conoscenza, se questa non può ma. coglier» la natura dell» coso, vice a mncar0 il or, «rio assduto, oggettivo, nulvctsaledd Vero. Ma non La' e " 0 °86 ctli ™, assoluto del Vero, Mt™ assT!”?,n PPm a otitoi ° «turale, og- bruivo, assoluto del Bene F ■,, . illuminata e preceduta dall ^ ? * V ° l0ntà °P era =»"«tti, principj » V*» ■relative non mro • - J teoricl rel ativi saranno 1 «MfcJ SU cu** “T m0ra,i «uomo, si anello *“ Potranno non aow"''ii° 8 '‘ prItlei P.i morali re 11 cara ttere della relatività :ì7 dell’ umana conoscenza e della morale •e quindi un carattere soggettivo, contingento c mutabile. Nè si opponga, per avventura, che i concetti •ed i principj morali costituiscono il sapere pratico c sono indipendenti dalle speculazioni della mente e dalle opinioni scientifiche, perchè abbiamo visto qua sopra non potersi ammettere questa separazione. E volendo anche far tale concessione, volendo per esempio ammettere col Kant clic l’uomo sia certo a priori, naturalmente, della legge morale e dei suoi caratteri, resterebbe sempre la difficoltà di sapere scegliere tra beni e beni conosciuti, di attenersi a un partito anziché a un altro, di confrontar bene l’azioni colla legge morale e però di giudicarle rettamente. Inbuonalogica, la relatività della conoscenza mena dritto dritto alla relatività della Morale. E difatti, Erberto Spencer nei Dati della Morale non discorre egli d’una morale relativa e di una morale assoluta? La morale relativa governa la condotta delle presenti società umane, imperfetto nell’esser loro, e che hanno cognizioni relative ; la morale assoluta potrà effettuarsi, egli dice, •quando l’uomo e la società avrauno conseguita, pei legge di evoluzione, la loro perfezione vera : allora l’Etica assoluta formulerà la condotta ideale dell’uomo e della società. Ma che significato e valore attribuisce Spencer alla morale assoluta ? La morale assoluta per lui consiste nell’ideale della condotta che, sotto le condizioni derivate dall’unione sociale, dev’essere attuata per assicurare a ciascun uomo ed a tutto il • consorzio civile la massima felicità. Dunque 1 assoluto (dice il Guyau stesso nella Morale inglese contemporetnea), vagheggiato dall’Etica evolutiva eli Spencer/ è semplicemente il limite a cui tende l’evoluzione della vita. Altra conferma l’abbiamo in Kant stesso. Egli ammise la Morale assoluta, necessaria,universale, non particolare, contingente c relativa: bensì per fondare questa Morale, non si attenne più a’suoiprincipj speculativi, alla relatività della conoscenza e al fenomeno, ma partì da un principio morale certo ed universale, penetrò e rimase nel mondo intelligibile o dei noumeni. Questa contraddizione logica e metafisica nel sistema del Kant gli salvò la sua Morale, formalistica o astratta se vuoisi, ma nobile, pura, elevata. Spencer, invece, propugna una Morale evoluzionista, con- ■orme alla relatività della conoscenza umana : ma egli pure non evita ogni contraddizione, quando nel- l^meny le dimenila affatto la EeaL assohUcl Z"«‘ mmCSa Pt!TO P 01 ' meta Usi le qua,, che, osserva giustamente il Fouiilée (li- nan Z1 al concetto d’uoa Tto„n-, uce, ai nere indifferente il monisti ! P ° tCSS ° al quesito su\wiócc'° l j ‘,l | r ’ l0S 'j fo ° '° SM " zia ' gnisioni, e però il divento modellT' * T"* °°' l'crso^'UomoeDio haun'effi ° 0MeI,irc rUn! - neHascienza rnotai,, 0 nella^““«lutareopemiciosa La dottrina sulla cono^ * a pnvata e pubblica. garsi dai Principj morali ^ Umana Q on può segrego c dentro quali ' ’ Abblam ° Mostrato in qual a conoscenza umana r ’ ^ ° relaliva anche per noi ““«^iuoènni iirr’ 50 ‘ "*»; U con- * ° l'altro di rda- oO siona, perchè l’ordine sta nell’armonia di relazioni. Queste relazioni sono reali e ideali, onde gli enti sono ordinati fra loro, e questi hanno relazione colla nostra coscienza e colla mente nostra mercè le idee che li rappresentano. La coscienza non è mero fenomeno, ma realtà sostanziale ; non vive solitaria, ma in attinenza col mondo c con Dio. Il Vero e il Bene sono oggettivi perchè fondati sulla natura e sul fine degli enti : le leggi del pensiero e la legge morale hanno un valore oggettivo, non sono mero creazioni della mente, pure nostre astrazioni. Fra il senso, l’intelletto e gli obbietti sensibili ed intelligibili passano naturali e necessarie relazioni, come pure fra la volontà e la legge morale assoluta. Come dalle particolari nozioni e da’giudizj dell’uomo va distinta la verità oggettiva, universale; una; cosila legge morale c il Bene oggettivo ed assoluto vanno distinti da’liberi atti e da’giudizj morali degli uomini. Negato il valore oggettivo alla Verità c al Bene, tolte le reali e necessarie attinenze tra le facoltà dello spirito nostro e gli esseri ; la cognizione, la verità, la scienza, la moralità, la coscienza, l’universo, Dio, ci parrebbero illusioni o meri fenoneni : sicché avrebbe avuto ragione il Leopardi quando cantava l ’infinita vanita del tutto ! Ogni linguaggio veramente umano, clic sia capace di esprimere un certo grado d’incivilimento d’un popolo intero, ha vocaboli proprj e distinti per signifare oggetti non pii materiali, come Anima, Spirito, -f, Zo Cesctenca, Pensiero, Dio. E questi vocaboli, pefatonars, dei linguaggi e eoi progredire deliri ■ornila non 81 cancellano nò dal volgo né dal dotti óTsSr,:; dclla sc!enM ™.r«;r:r i, ' mMiodivCT “-” ra P iic,e - P°to. m mono oerto è querfXf°tt b °°“ ^ T ^ le cose più car e l v ‘ 10 fatto universale, clic avvi una parte • enerato del genere umano sparisco al senso ^ ^T 81 ’ C, ' e n ° n ® cor P° e non J a coscienza l'iò ;i C pur esiste e si sente, vi llere umano ha semnro ^ ° Sp,rito - E come il ge- gando altari e terjp qUalche divinità, eri- “ ik “-liver:itai'r tMnd0 "» • bigioni, u 'o: abbia mo infatti la Rei ' CI ” P ® v mirabili pro- coltào, se vuoisi,^stTfatt POtUt ° T ’ subentrano due altre seienzeTp t UmanÌ ' AU ° rft fisica, per ricerca™, ? Psicolo G ia e la Meta- di ciò che dimandai !| rminare n ° n ° he la natura i! fine della Materia ^ raSÌOne stcssa ed 13 lnor e an ma ed organata. E così GO dalla nozione scientifica della Materia passiamo alla ricerca della nozione scientifica dell’Àniina umana. Como si è rinnovata profondamente la Fisica, non può non rinnovarsi la vecchia Psicologia o l’antica Metafisica, perchè nell’uomo corpo e spirito sono congiunti, perchè nell’universo ci sono esseri matcrn-vli, sensitivi o ragionevoli, e perchè le scienze tutto hanno parentela più o meno stretta fra di loro. Abbiamo già detto in che consisteva l’antico e il moderno Spiritualismo. Conviene ora esaminare la nuova dottrina scientifica intorno all’Anima umana. La scienza positiva contemporanea ha un metodo suo proprio, il metodo d’osservazione, analatico ed oggettivo, opposto al metodo deduttivo, psicologico e soggettivo, tanto caro allaMctafisica ed alla Psicologia tradizionale. E non si contenta l’odierna Scienza positiva di osservare ed analizzare il mondo corporeo, ma vuol descriver fondo a tutti gli esseri mondiali, spiegare le cause, le leggi, lo attinenze, l’ordine, l’essenza, l’origine ed il fine delle cose tutto ^ insomma, vuole surrogarsi alla vecchia Metafisica, che ritiene orinai non solo spodestata, si anche morta c seppellita! In qual maniera studia essa latto l'uomo? Lo studia valendosi dell'osservazione esterna, dell’esperienza sensibile, c dell’analisi fisica e fisiologica : quasi che nell’uomo non ci sia altro che una massa di materia organata, un sistema di forze meccaniche c fisiologiche. di moti meccanici e vitali, di organi c fanzioni, da sottoporsi direttamente o ai sensi esterni,. o ai nuovi e mirabili strumenti dell'osservazione c dell’analisi sperimentale, come il dinamometro, il microscopio, la bilancia chimica, il termometro, il coltello anatomico, e somiglianti !La nuova Psicologia scientifica o sperimentale crede di spiegar tutti i fatti dell’uomo, i sensitivi, gl’intellettuali ed i morali, mercè l’osservazione esterna c l’analisi fisiologica, facendoli tutti generare dal puro nostro organismo. Vediamolo brevemente. Noi siamo capaci, come gli animali bruti, di sensazioni e di moto ; ed infatti il corpo nostro ha distinti organi per sentire e per muoversi. Che anzi, recenti esperienze hanno scoperto organi della percezione esterna distinti da quelli della sensazione. Così, tagliando i lobi cerebrali, si perde subito la facoltà di \edeie, mentre il nervo ottico ò ancora- eccitabile, sensibile la rètina, mobilissima l’iride. Non solamente alla facoltà di percepire e dì sentire, si an- ff a " e allr .° «Mollo Olle avrebbero per sede • ° 801150 0 1 istinto anima li cervelletto i cem- CGri l 1 ' 1 mediani clic riuniscono ’ ° Mf i *.a« 0 va dicendo ili sansa lì La Vita sociale spirituale, l’immaginazione, il pensiero, la volontà e quindi tutti i sentimenti morali, tutti gli atti razionali e volitivi, risederebbero nei centri superiori o nei lobi cerebrali. Quanto alla coscienza, la Fisiologia non è giunta a scoprirne la causa vera ed efficiente, ma ne può determinare l’organo e la condizione. Secondo l’Her- tzen, l’attività mentale, di cui è tipo la coscienza, seguo i cambiamenti della forza nervosa \ cresce o decresce conformo i cambiamenti d'innervazione o d’enervazione che subisce la temperatura vitale. La integrazione della forza nervosaòcondizione organica della coscienza. E già Claudio Bernard aveva dimostrato che ogni fenomeno della vita, dalla più semplice funzione vitale sino ai fatti più elevati dell’iutelUgenza e della volontà, ha per causa un lavorìo d’organamento, e per effetto un lavorìo disgregativo d’elementi fisici e chimici. I progressi ed irisultamenti analitici della Fisiologia c della Psicologia sperimentale hanno certo giovato a rischiarare le tenebre da cui era avvolta la vecchia e tradizionale Psicologia, quando presumeva di spiegare l’unione fra l’anima ed il corpo, e di stabilire le attinenze fra il morale ed il fisico della vita umana. Ma la nuova Psicologia è riuscita, almeno finora, a spiegare la natura dell’uomo, le cause tutte e le leggi del senso, della intelligenza e della volontà? Ha potuto essa fornirci co’suoi metodi una nozione esatta e scientifica della coscienza e dello spirito? No, dacché il filosofo e la comune degli uomini non possono certo appagarsi di queste definizioni : Il pensiero è un moto o una trasformazione della sostanza cerebrale ; lo spirito è un polipaio d'imagini; la virtù ed il vizio sono meri prodotti come il vetriolo ; il genio è il predominio d'una facolta organica sulle altre; l’attività dell’intelligenza è una danza continua delle cellule cerebrali; il me o la coscienza è un gruppo di fatti organici. A dimostrare false scientificamente queste definizioni valga esaminare un sol fatto dello Spirito. Se il pensiero fosse un moto cerebrale, e quindi se fosse materia per le sue rispettive proprietà, noi saremmo incapaci di fare qualunque giudizio, e di poterlo analizzare e spiegare, dacché il confronto di due idee (soggetto e predicato) c il giudizio ricavatone, sono attributi del pensiero che ripugnano assolutamente con a impcnctiabilità, 1 estensione e la divisibilità e a materia c con le prerogative del moto. Rife- mm„ gl. argomenti addotti dalli cigno modico 0 no- 2,? «T° fa ' ini fan» con notrèbb r “ I>1 "' K0 ",ati ™ «idea !>, perché Parimente il moto |,llla ' lca percezione ? 4d giudizio, si polrobbo PMt,0e !l ra W >rescntativ0 4ai moti dolio pai-ticoilo A '°7 re,ldor re e dimostrate delle scienze positive, ha rimesso in onore l’osservazione interna ed ha rinnovato il metodo psicologico e metafisico. In ogni epoca i grandi pensatori hanno distinto il scuso intimo dai sensi esterni, l’esperienza sensibile dall'ospericnza interiore, il metodo induttivo psicologico c storico, dal metodo induttivo lisico. Per quali ragioni ? Perchè due sono gli ordini dei fatti che a noi si manifestano, i fatti del mondo esteriore c del corpo nostro, ed i fatti della coscienza o dello spirito, i quali ultimi non possono essere spiegati dalla mera osservazione esterna -, perchè due sono gli ordini delle realità mondiali, la realtà fìsica e la realtà dell’io negli esseri pensanti-, e infine, perchè nelle cose tutto bisogna distinguere l’elemento sensibile dall’elemento intelligibile o, pausare la lingua della scuola di Kant, il fenomeno dal noumeno. L’esperienza interna o la coscienza non pure sente e indaga gli atti spirituali, ma ne spiega le cause, lo facoltà e le leggi, distinguendo ciò che spetta all’organismo da ciò che spetta alito, allo spirito, e coglie finalmente la realtà stessa dell io. Se pci- tanto ha un gran valore l’esperienza clic indaga i fatti dell’universo materiale, compresivi quelli del corpo nostro, non ha minor valore positivo lossena- zione interna che ci fa conoscere quest altro ordino di fatti c ci rivela l’essenza eia realtà dell io. Che anzi, l’osservazione interiore illumina c perfeziona l’esperienza esterna, applicando i principj universali di causalità e di finalità ai fenemeni del mondo sensibile e materiale. Affermando ciò non intendo ammettere con qualche filosofo esagerato che tutto nel mondo sia spirito : come falso o il materialismo universale, così falso è l’idealismo e lo spiritualismo universale. In ogni nostra cognizione vi è l’idea, fatto dell'intelligenza, ma vi ha la sua parte anche il senso ; nell'universo esiste la materia sotto mille forme, ma v’è anche lo spirito, che si palesa in noi ed a noi come senso, come pensiero, come volontà, come amore, come coscienza. Impcrtanto il nuovo Spiritualismo scientifico, valendosi dei risultamenti e progressi delle discipline positive, e rimettendo in uso ed onore il microscopio della coscienza, fa della Psicologia una scienza veramente induttiva e si travaglia nella soluzione dei grandi problemi metafisici, riponendo nel- 1 esperienza interiore, come già praticarono Aristotile, san Tommaso, i più insigni e migliori Cartesiani, il oibnitz cd altri, il principio fondamentale ed il me- concCn- COmPÌUt0 de " C SUC Ì,UlaSÌ,1Ì 6 dcll ° SU ° unioni* è ^ ; neI1 ’ uomo vi « mei tà. Ecco i risulf 6 1 S ° StaUZe ’ ma vera e propria un Positiva modem^Ifatr ^ C ° nclusÌ0ni dclla Scienz fenomeni del covn * ' S P Illtuad ‘ son o congiunti ; dirsi, a tutto rie-nr •* le * azi onc. E se non pi dell’anima hanno i Tìm^-’ ^ h SÌnsolc faco11 esempio che alla facoltà d r/sni CerQhrali > 1 5( 1 onda esattamente que la data parte del cervello, alla facoltà B il cervelletto, alla facoltà C i lobi cerebrali, alla facoltà D i corpi striati} il fatto si c che da un lato .varie sono le potenze dell’anima, c dall’altro vediamo nel corpo nostro organi diversi, e che ogni fatto spirituale viene accompagnato da un fatto fisiologico. Vero ò che la Psicologia scientifica sperimentale non ammetto nell’uomo facoltà distinte, quali il senso, la intelligenza, la volontà ; riconosce solamente i fenomeni psichici, vale a dire le sensazioni, i pensieri, le volizioni. E lo stesso Hcrbart impugnava la vecchia distinzione e pluralità di potenze originarie nell’ anima nostra. Eccettoehò si potrebbe osservare che una è certamente l’essenziale energia dello spirito umano 5 ma la varietà irriducibile de’suoi atti implica la varietà delle sue potenze, pur non cessando d’essere una nel fondo suo. Comunque sia, queste correlazioni tra i fatti della coscienza ed i fenomeni del corpo, questa rispondenza fra lo attività dello spirito c la struttura del corpo e segnatamente del cervello, questa medesima unità della vita umana, portano forse scientificamente e logicamente a concludere che materia organata ed Ànima sono in fondo cosa identica, c che però gli organi cerebrali generano le facoltà dette spirituali 0, se vuoisi, che i fatti psichici non diversificano sostanzialmente dai fenomeni fisiologici ed hanno in questi la loro causa vera, unica cd efficiente ? Ecco quello che, stando pure alla scienza nei confini dell’osservazione, non può menar buono neanche lo Spiritualismo scientifico moderno. Il fisiologo osserva le funzioni del corpo vivente e distingue gli organi rispettivi ; analizza gli clementi della vita, procede man inano dal semplice al complesso, dalla vita locale alla centrale, dalla varietà dei fenomeni vitali all’unità apparente delle cause della vita stessa. Ora, il metodo puramente fisiologico vale come analisi sperimentalo, ma non può valere come sintesi ove presuma di ricercare e stabilire la causa vera, il principio di tutti i fatti della coscienza. E, a buon conto, la sintesi fisiologica vi darà sempre un’unità fìsica, cioè un’unità apparente, non reale, non vera, ma sempre composta c molteplice, perchè materiale ; vi darà insorama la risultante di più funzioni organiche e nicnt altro. Con questi metodi non si può dunque analizzare i fatti veri dello spirito, quali sono le idee, i pensieri, i sentimenti, gli affetti, le volizioni, e ancor meno si può i icci'carc c stabilire il principio unifi- utoie di tutti quei fatti, perchè la coscienza ci attesta la semplicità, l’unità, l’identità, l’attività e la berta delh o.U q Uestc sono vane par0, 0 destituite ogm valore oggettivo, ma sono fatti reali, inconcussi, quantunque siano fatti rio . •coi sensi esterni d potcrsi P ei ’ ce P irc io i temi; Rechiamone alcune prove. |loÌa hanT StarC . Ch ° nè ]a Flsica > ^ la Fi- ^ della inteUigLta cldl trar ? he ^ ^ M 8 ° n “ effetto di causo o v r ° a Volonta sono un mero che, non può rev ^ ^,Ucccanicllc e fisiologi- ?SÌchic o, 8e ^aziontTensie n ro dUb r°- veQ ga e sia da noi aJL ' V ° llz,one > Perchè av vento spiegato, esige non solamente la condizione organica, ma un soggetto uno q indivisibile, non materiale, che senta, pensi, voglia, ed abbia coscienzadei rispettivi sentimenti e pensieri e delle sue volizioni. Ora, questa unità reale e indivisibile, sensitiva, intelligente e volitiva, consapevole di se e degli atti suoi, e quindi personale, domandasi appunto me, io } spirito. Altri la chiami pure Causa o Forza, ma è sempre una Forza vivente e reale, non astratta c però inerente ad un soggetto \ una Forza spirituale, cioè sensitiva, intelligente e volitiva, non meccanica nè fisiologica come le altre forze della Natura o del corpo nostro. 2° Mentre nel corpo vivente non si dà vera unità, ma unione soltanto, ed i fatti fisiologici non possono tutti ridursi ad un solo principio ; invece il me unifica, nel senso stretto della parola, tutti i fatti del sentire, del conoscere e del volere. Il che dimostra che 1-Jo è davvero uno e impartibile nell’csser suo, e che si mantiene identico a se stesso in mezzo a tanta varietà di fatti clic genera ed unisce, c dei quali ha coscienza. 3° Crii atti più elevati e cospicui dell’animo nostro oltrepassano evidentemente nell’obbietto, nella durata, nel fine, nel valore, ogni fatto del corpo vi - vento. Certi affetti, certi sentimenti spirituali, certo idee, certe volizioni possono,.attuate, cambiare la vita d’un uomo, decidere le sorti d’una nazione, dare impulso ad una nuova civiltà. Il principio, la causa vera di essi fatti, non può dunque trovarsi nel corpo nostro e negli obbietti sensibili, ma nel pensiero, nella volontà, nella coscienza. E di fatti, Keplero, Newton e Faraday non confessarono d’aver dovuto ad una rivelazione interiore lo loro più mirabili scoperte scientifiche ? Nò va dimenticato ciò che scrisse Colombo uc’suoi Bicordi: u Quand’io stava a meditare solitario lungo il mare, la voce delle onde accorda- vasi alla segreta voce dell’anima mia per parlarmi di questa nuova terra 4° Il principio di causalità domina tutti gli esseri materiali e sensitivi: nel mondo corporeo signoreggia il determinismo. Anche gli atti del pensiero e della volontà umana hanno le rispettive cause e leggi. ma con questa differenza, che ogni essere della natura obbedisce o ciecamente o istintivamente alle cause ed alle leggi prefisse e costanti dell’universo ; mentre la ragione e la volontà dell’uomo ora trasgrediscono, almeno in parte, queste leggi; ora pongono da se certi motivi diversi da quelli della materia el senso, e si propongono altri fini nei loro atti ; a».r,loUau°al S e„so ed * mater!, „ sm 1 evento. Ad„„ que il «, ollre aTW oirasc „, ZZ rrr*,iWo 0 «“onomo,almenoentro 5,j “ a malcna inorganica ed organata, le cause fin ^ ° i’ lnto ' oomc 'diligenza, comprende perfezionando sé rii n UmvcmIe del Bene, ignorando e tra’sfor m a T eSSen Umani P ensanti> sensibile che 1 Dd ° in Parte lo stesso mondo ossi, insieme con gli *- - utto armonioso e perfettibile in sommo grado. Ecco quello che riconosce ed ammette lo Spiritualismo scientifico moderno. La scienza positiva contemporanea non può negare queste verità, che diversamente invaliderebbe i suoi principj fondamentali e, oso dire, il metodo e la maggior parte delle sue conclusioni. Il nuovo Realismo scientifico ammette le cose in sè, oltre i fenomeni. L’esperienza testimonia che ogni realtà è una nella sua varietà, molteplice nell’unità sua. La scienza positiva ammette il processo evolutivo, insenso di perfezionamento, delle cose tutte mondiali, crede non perituralamateria, ma solo trasformabile. Or bene, lo Spiritualismo scientifico moderno, facendo tesoro della stessa scienza positiva, riconosce lanaturaela realtà deH’io, oltre distinguere i fatti dello spirito da quelli del corpo vivente ; mantiene l’unità dell’io pur ammettendo la varietà de’suoi atti; proclama l’anima umana perfettibile indefinitamente ; non la separa dal corpo e dal mondo, ma le riconosce proprietà e leggi sue particolari ; la considera come una forza ed una causa, ma qual forza e causa personale. E seia materia, come realtà e forza, ò indistruttibile, non avrà diritto anche lo Spiritualismo scientifico mo— derno, ch’è un progresso della Filosofia perenne, di credere indistruttibile ed immortale, perchè consape • vole di sè, quest’altra forza e realtà dell’universo, l ’anima umana ? Il vero Spiritualismo scientifico moderno non può adunque consentire, in nome della stessa scienza positiva, con certi insigni cultori dellaPsicologia fisiologica, quali il Taine ed il Ferrière, che l’anima umana sia una. pura individualità vitale, una risultante di forze organiche; che l’istinto e la volontà siano il risultato dell’azione riHessa dei nervi ; che la volontà ecl il pcusicro umano vengano sottoposti alle cause ed alle leggi fatali, costanti, generali del mondo corporeo; che non esistano le cause finali nell’Universo ; che Dio sia la pura legge di tutte le forze cosmiche onde si genera l’armonia universale. Ammessi questi principi) natura umana c l’universo intero sono inesplicabili, quando si voglia proprio indagare il midollo c non la sola corteccia delle cose, quando si voglia ricercare c stabilire le cause, le ragioni, le leggi, l’ordine supremo di tutto il reale. Vi. ila il nuovo Spiritualismo, oltre essere in ar-, ”',odo 6 Wwi certi c positivi dell) STt'. 1 * dÌ fa “° ° civili e po- La differenzatrarr... uu i tì C1 010410 S0(:i età animali a o* «indo, essenziale, fra la vera soci et; umana, capace di progresso indefinito, e le parziali ed imperfette associazioni di alcune specie di animali, ci fanno subito arguire una radicale differenza tra l’uomo ed i bruti. Nò si opponga che questo divario trova la sua ragione, nell’essere l'uomo il più perfetto degli animali. Sì, l’uomo è il più perfetto dogli animali, ma non tanto per il suo organismo e per il senso, quanto per la sua intelligenza e per la sua volontà, che lo fanno consapevole di se, che lo costituiscono persona, che lo sottraggono in parte alle cause e leggi fatali dell’universo materiale, che formano insomma il suo spirito. La vita umana sociale può dirsi non abbia confini, perchè dalla famiglia si estende a tutta l’umanità consociata, e perchè le presenti società civili sono figlio delle generazioni e società umane ora spente, come noi prepariamo le future società civili. La perfezione graduata della vita sociale consta di più o diversi clementi, quali sono: verità e scienza, linguaggio e letteratura, economia privata •e politica, moralità, doveri e diritti sociali, consuetudini morali e giuridiche, istituzioni civili e religiose, arti manuali cd arti belle, e per ultimo lo Stato. Questi ed altri elementi della vita sociale non sono dati dal puro organismo e dal senso dell’uomo, ma sono effetto principalmente della nostra intelligenza e volontà, sono prodotti dello spirito umano. Il corpo nostro perisce, ma le opere dello spirito sono immortali ; tramontano le generazioni umane, ma sopravvive sotto mille forme la loro civiltà; cade la potenza materiale delle nazioni, ma restano in piedi le sane loro istituzioni civili. Così, la Grecia fa domata eolie anni dar Romaui; ma la Filosofia, la Letteratura, le Ai ti Belle, produzioni dello spirito greco, dominarono poi le menti romano. Che resta oggi del Partenone e dell’Acropoli di Atene ? Poche rovino ; ma la Scienza, la Poesia e l’Arte greca hanno trionfato sulla matcriae sul tempo. L’impero romano, opera segnatamente delle armi conquistatrici, non c più da secoli ; ma il Diritto civile romano vive c vivrà perpetuo. La vita sociale umana è dunque armonia di varj elementi, come armonia di elementi varj è la civiltà che ne deriva. Questi elementi non possono affatto segregarsi dal corpo e dal senso, nè possono recarsi ad atto senza l’aiuto del corpo vivente; ma intanto sono vera opera dellaniraaraziooale,non delcorponèdel scuso. Inoltre, la eh iltà ed il piogresso umano tengono arcanamente unite le presenti generazioni colle passate, non tanto per le memorie, gli affetti, le tradizioni dei nostri cari, quanto per la scienza, la letteratura, le arti liberali, le istituzioni civili, politiche e religiose, cose tutte che costituiscono .1 fondo o la parto essenziale della mila presente. Aneto il mondo raa(erÌ!ll mantiene salde CCCì M S!0V “ ri00rin0 ’ cI ’ e 0 segnatamene 1 °r> ' ‘ UlCCu le Scienze Naturali enctemente k B„ta nicia ^ (0 Orni, ptrij., v, l, c Iv 8 nuove piante, precorse Linneo ed altri insigni botanici moderni in una sistematica e razionale cassazione dei vegetabili, divinò per esperienza e per ragionamento la grande circolazione del sangue ; e quindi precorse l’ITarvcy, come in Fisica ed Astronomia Copernico aveva preceduto Galilei, come questi precorse il Newton, e come nei principii del Diritto internazionale applicati alla guerra ed alla pace un altro grande Italiano, contemporanco del Cesalpino, vo’dirc Alberico Gentile, col suo trattato Dejure belli aveva preceduto Ugonc Grozio. Ma questa, per ordinario, c la sorte dell’ingegno italiano, novatore per eccellenza ; il quale o resta dimenticato per alcuni secoli, come avvenne a G. B. Vico, o gli stranieri no usurpano e gli contendono le sue vere scoperte. Bastona, infatti, c’inscgnachepiù volte gl’italiani hanno- seminato i più peregrini e fecondi prodotti dell'ingegno ; ed i forestieri li hanno poi mietuti, vagliati c spacciati come propri ! In secondo luogo, il Cesalpino non fu un gretto commentatore di Aristotile ed un seguace servile del- Peripato, ma riusci egli pure novatore nelle Scienze Naturali, senza l’aiuto del microscopio, inventato 17 anni dopo la sua morte, e privo di tutti quei mirabili ed efficaci strumenti de’quali dispongono gli scenziati dei tempi nostri ; e tuttavolta in più rami dello scibile sgombrò la via a’suoi successori, quali furono Marcello Malpighi, Harvey, Grcw, Tournefort, Linneo, Pristlcy, Morgagni ed altri. Continuando l’indirizzo positivo che Leonardo- '.ili Ali da Vinci aveva salpino facevasi •a dato alle Scieuzc sperimentali, il Ce- isi forte dell’autorità di Aristotile nel metodo induttivo, ma spesso ne abbandonava le orme dove non poteva seguirlo, come nella Fisica •, e però coglieva il meglio dei libri logici dello Stagirita ed attingeva largamente alla Storia dagli animali, lodata assai dal Buffon c dal Cuvier. Non intendo dire con questo che al nostro fflosofo naturalista non deb- .basi imputare alcun errore nello studio della Natura inorganica ed organata, e che rispetto al metodo sperimentale Francesco Bacone c il Galilei non facessero .clic perfezionare il metodo seguito dal Cesalpino. Intendo solo dire ch’egli cooperò moltissimo a rimettere in onore l’osservazione e l’esperienza, soffocate dalle ascetiche idealità del Medio Evo, dalle minute distinzioni e dai sillogismi della Scolastica \ e quindi richiamò le Scieuze sperimentali al retto loro' sen- tieio. Il senso e 1 esperienza non debbono essere di- gel, il più ardito metafisico del secol nostro, seguendo le dottrine fisiche di Platone affermava, verso la fine dell’agosto 1801, dovervi essere una lacuna tra Marte e Giove : mentre il nostro Piazzi circa otto mesi prima aveva scoperto Cerere ! Adunque il Cesalpino, non solo per le sue mirabili scoperte nella Mineralogia, nella Chimica, nella Botanica e nella Fisiologia, ma ancora pel metodo sperimentale da lui seguito, per l’uso razionale dell’autorità scientifica e per taluni concetti nuovi, come dimostreremo più avanti, segua il principio dell’età moderna. Onde scrisse il Mamiani nel Rinnovamento dell'antica Filosofia italiana : l£ Se faremo studio profondo nel Cesalpino...., vedremo quanta sapienza riluce dentro quel senno, e come la Filosofia odierna sperimentale in Italia si appicca al filo delle opinioni che aristoteliche si addimandarono. „ Il Cesalpino lo chiainamrnoqua sopra novatore e filosofo. È novatore non solo per le sue stupendo e utili scoperte scientifiche già note, sì anche pel metodo onde vi giunse : e questa novità di dottrine e di metodi la sente egli stesso e ne discorre apertamente. Come il Machiavelli nel proemio a’suoi Discorsi immortali dice d’essereentrato pcruna vianou ancora battuta da alcuno rispetto alla Scienza politica; come Alberico Gentile fin dal principio del suo famoso trattato Dejure belli dichiara d’intraprendere un'opera ra e difficile, quella cioè (li stabilire le leggi alla ... t • _,11 miftefA mnn fi n nuova -- ww disumana di questo mondo, alla guerra ; così il Cesalpino nella dedica o prefazione* delle principali sue opere accenna d’essere novatore e filosofo.-Non panni cosa sterileillibrochesonoperpub- blicare, dopo avere studiato Filosofia per molti anni, dim in philosophice studiis versor multosjam annos, egli premette alle Questioni peripatetiche. Ài nostri tempi, scrive nella prefazione alle Questioni mediche, sono stati ritrovati rimedj nuovi ed ottimi ( nova qui- dem remedia atque optima ) ignoti agli antichi. Per essere utile agli studiosi, aggiunge nel proemio al trattato sulle Piante, mi sono ingolfato in un vasto mare : ingrcssus autem sum gurgitem vastum. Ed ivi prosegue nel chiarire il fine ed il metododella sua nuova classazione delle piante, cassazione conforme non pure ai dettamidellasanalogica,sìanchealle qualità essenziali deivegetabili.“ Ogni scienza, egli dice, consistendo nell’unire lo cose somiglianti e nel distinguere le dissimili tra loro, mi sono studiato di fare nella storia universale delle piante una distribuzione di esse per generi e per classi o specie, secondo lo differenze desunte dalla natura stessa 5 sccundim uxgerentias rei naturavi indicantes. „ Bensì alla partizione universale delle piante era egb armato mercè l’induzione, ebe ha da precedere a divisione. Tre, pel filosofo Aretino, sono ! processi peir I ' i “ ellcll ° toccare la divisione P 1 P 1 °gressu.„. perfectionem CESALPINO FILOSOFO 97 attìngimus : inductione scilicet, divisione, definii ione. Colla induzione vediamo la somiglianza e la convenienza ; colla divisione, la dissomiglianza e la differenza ; colla definizione, la sostanza propria di ciascuna cosa. L’induzione va dal singolare all’universale e porge alla mente ogni materia intelligibile; la divisione trova la differenza degli universali tendendo a quegli enti che nella specie sono individui; la definizione poi risolve le specie nei loro principii fino agli elementi, cominciando dal singolare. Imperocché siapiù facile, a mo’d’csempio, definire l’uomo che l’animale. E quindi Aristotile insegnò doversi ascendere dal singolare all’universale (1) ; e dove non arrivano i sensi vi supplisca l’analogia (2). Nè diversamente aveva PÀlighicri concepito l’induzione, quando stabiliva che la natura delle cose e delle potenze loro non può conoscersi che per gli effetti : Ogni forma 9ustanzial, che scita È da materia, ed è con lei unita, Specifica virtude ha in sò colletta, La qual senza operar non è sentita, Nè si dimostra ina’chc per effetto, Come per verdi frondo in pianta vita (3). Ed eccoci entrati nel campo vero della Filosofia speculativa del Ccsalpino. (1) Qincst. pcrip., 1, 1. Appendìx ad Quccst. perip., c. V. (3) Purgatorio in. S’illuderebbe chi nelle opere del Cesalpino volesse ritrovare un sistema rigoroso e compiuto di Filosofia razionale. Come le regole logicali del Galilei vannno desunte dai varj suoi scritti c specialmente dal Saggiatore ; così lo dottrine filosofiche del Cesal- pino bisogna ricercarle soprattutto nello Questioni peripatetiche e ne\Y Appendice allo medesime, pubblicata l’anno stesso della sua morte 1603 e nou facile a trovarsi dovunque. Il metodo, la filosofia prima e la scienza, gli universali, Dio e le sue relazioni col mondo, l'uomo e le sue facoltà, non che l’ultima sua destinazione, formano anche pel Cesalpino il subbietto della Filosofia ; le quali materie mi accingo ad esporre e ad esaminare brevemente. Stabilito cheilsensoel’intclletto sono le due facoltà necessarie alla conoscenza umana, e che il corpo non è necessario alle operazioni del senso e dell’intelletto, perchè le cose sensibili ed intelligibili ricevonsi nell’anima senza la materia, quantunque gli organi del senso non possano stare senza materia (1) ; egli fissa \ Chej SeC ° ndo 1 P recetti di Aristotile negli 1, a . 1C1 P os ^ et ù°ri, deve usare la mento umana e a ricerca del vero e nella formazione della scienza. •He 0086 Daturali dobbiamo elevarci al soprassensi. Perip-, c. IV. (1) Appendix ad Quceet. bile per via naturale (via naturali), che consiste nel muovere eia quello che a noi è più noto, per quanto all’uomo è dato di sapere. E quali cose a noi sono più note ? Le cose individuali e sensibili ; queste poi si rendono intelligibili, astratte le condizioni della materia ; e così abbiamo l'universale che forma l’obbietto della intelligenza : unde universale consurgit. quod est obiectum intellectus (l).L’operazio- ne dell’intelletto, poi, non è quiete, ma un certo moto. La Filosofia Prima è scienza universale : quod prima philosophia universali sit scienlia (2). La Filosofia Prima, fondamento di tutte le altre scienze, non si vale della dimostrazione, nè della definizione: primam philosophiam ncque demonstradone, ncque definitine uti (3). Per qual ragione ? Perchè si fonda su’prirai principii o questi sono superiori all’intelletto umano e da esso indipendenti '.prima principia non in nostra sunl potestate. La Filosofia Prima tratta del primo genere della sostanza *, dovecchè l’Astro- logia tratta del corpo sensibile ed eterno : de corpore sensibili et (eterno agii; le Matematiche hanno per ob- bietto le sostanze incorruttibili ; le Scienze Naturali riguardano le sostanzo corruttibili (4). E manifesto che il Cesalpino distingueva le scienze secondo i gene- Appendi® ad Quasi, perip. Quoeat. pcrip. ri della sostanza, e però mirava ad una classificazione obbiettiva del sapere umano ; come nell’appendice alle Questioni peripatetiche ammetteva le idee in senso oggettivo ed universale, aventi cioè un essere proprio [smini esse habent in se) e quali note od ioiagini delle cose che rappresentano tutti gii obbietti della stessa natura. E così evitava gli errori del soggettivismo, che mena facilmente allo scetticismo negando la naturale relazione fra l’intelletto nostro e le cose intelligibili mercè l’idea, fra la mente e lo cose. Infine, ogni scienza dipende da principii notissimi, tali sarebbero quelli di sostanza e di causalità, approvati dall'universale consentimento: oranis enim scien- tia pendet ex principia notissimis omnium consensu approbalis. Se la sostanza è un principio, e se la Filosofia Prima tratta del primo genere della sostanza, che intendeva mai per questa il filosofo Aretino ? Sostanza c ciò che sussiste per sè, c non aderisce ad altra cosa: Substantia dicitur qua per se subsistit, non enim inest alteri(2). Or qui vuoisi notare che le definizioni della sostanza date posteriormente da Cartesio e da Spinoza non differiscono da quella del Cesalpino, salvo- e a cu ma, diversa e meno chiara, tale insomma da ingenerare il sospetto di Panteismo reale. Giusta i pi’incipii del nostro filosofo, la sostanza si spiega per quello che sia e indi risguarda l'essenza ; mentre gli accidenti, che non esistono fuori della sostanza, si riferiscono alla quantità, alla qualità, insomma si riferiscono alle altre nove categorie o predico menti, secondo ladottrina Aristotelica. Inoltre, la sostanza non riceve il più ed il meno, perchè è indivisibile ed immateriale : quea sine, maleria est. La sostanza prende anche il nome di forma, a cui si contrappone la materia. La forma, secondo Aristotile, veniva prima della materia, perchè l’atto semplice è prima della potenza: onde l’atto puro ammet- tevasi come principio di tutte le cose e costituiva la sostanza. La materia poi non era sostanza per sè, ma in virtù dell’atto § della forma (1). Movendo da questa teorica il Cesalpino considerava pur la sostanza come fine c come perfezione degli esseri : finis cnim et perfectio substantia est ; ed aggiungeva sapientemente che il fino di ciascun ente si conosce dallo sue operazioni (2), come dall’effetto si arguisce la causa. Dalla sostanza o forma indivisibile, immateriale, una, dipendono le sostanze finite o, com’ci le chiama, le forme naturali, che sono certe partecipazioni del sommo Bene, o come tali non sono divisibili la definì : per subslanliam intellign id, qnod in se est et per se concìpitur. (1) Appendi.* ad Qucest. perip. I nò materiali ; ma si dividono accidentalmente, in quanto cioè sono ricevute nella materia, per cui la natura corporea ad esse tutte si rende necessaiia . solum natura corporea omnibus necessaria est. Adunque, le forme naturali o sostanze finite vanno a individuarsi, per così dire, nella materia ; ma questa alla sua volta non può del tutto separarsi dalla forma : quia omnino Materia separari nequit a Forma. E qui non ti sembra di ravvisare nel Cesalpi- no il precursore di Spinoza? Io sono propenso a crederlo ; ma con questo divario : che il filosofo olandese, oltre non aver distinto la sostanza infinita dalle sostanze finite, e quindi non far cenno aperto della creazione sostanzialo, libera, ad extra, perchè tutti gli esseri mondiali, così estesi come pensanti, non erano che modi di due attributi infiniti, dell’estensione e del pensiero divini : in quel cambio il filosofo di Arezzo non pure distingue la sostanza o forma dalla materia, e però la sostanza infinita da quelle finite, ma distingue chiaramente l'Intelletto divino dal- 1 umana intelligenza, che si moltiplica secondo la mol- ìtudine degli uomini ; oltre il pensiero ammette an- « • aiurnubbu i che il senso non dorìva+A/Un» • i. ., Avpendix Qmst. per i p., c . L seri tutti, e quindi anche la materia, in quanto le cose tutte scorrono da Lui 5 ed ora sembra che si avvicini aU'Emanatismo spirituale, come quando afferma che ogni anima ripete la sua prima origine dal cielo, c che il lume, interiore, cioè l’intelletto onde l’uomo conosce le cose, gli viene partecipato dalla sostanza immateriale che sola genera la scienza \ ed ora pare si accosti al Dualismo aristotelico, ammettendo da una parto Dio, intelletto infinito ed eterno, e dall’altra la Materia prima, non generabile e indeterminata ( 3 ); non bisogna al tempo stesso dimenticare che nella prima del quinto delle Questioni peripatetiche aveva distinto la successione degli esseri nel tempo per leggi c cause naturali dalla prima creazione di tutti gli animali c degli altri esseri per efficienza dcH’Entc primo : cum alia sit prima omnium animalium et cceterorum entium creatio, guce a primo Ente in principio ejjluxit ; alia eorundem successio. Ed altrove accenna alla conservazione e provvidenza del mondo per opera dell’Ente uno e supremo : ab Uno igitur sunt omnia et conservantur (4). D'altra parte, il Cesalpino dmmise la generazione spontanea degli esseri organati, in vii tù del (1) Appendix ad Quaist. perip., c. V. u Nos igitur dicimua primain Materiata ultiranm esse Bubiectumin quod resolvuntur trasmutabilm quatenus trasmutabilia sunt-, neque componi amplius actu otpotentia, esset enim generabili n. Qucest. perip., IV., V. (4) Appendix ad Quasi, perip., c. I. calore e dell’azione del sole ; disse che ogni generazione si eflettua nel tempo j che bisogna pai tiie da ciò ch’ò meno perfetto per avere ciò cli’è più perfetto, anche secondo Aristotile ; che la prima generazione degli animali perfetti procede dal verme ; e. da ultimo, asserì non potersi dare altre sostanze fuorché le animate e le parti degli esseri animati. Laonde a taluni è parso di ravvisare nel Cesalpino il precursore di Lamarck e di Darwin rispetto alla dottrina dell’Evoluzione o del trasformismo delle specie. Non può negarsi una certa analogia fra queste proposizioni dell’insigne nostro Naturalista ed alcuni punti fondamentali della teorica Darwiniana. Ma, dopo le cose da noi esposte, come sarebbe non conforme a verità cd a giustizia accusare il Cesalpino d aver negato assolutamente la creazione dell' Universo, ed accusarlo anche d’ateismo e d’empietà, come piacque al Taurel (1) cd al Parker (2), e non dargli tutto ciò che gli spetta qual fisiologo e filosofo naturalista, nel che sbagliò lo stesso Puccinotti; così rato n vuole che non si possa a tutto rigore considerare qua e antesignano dell'odierna teorica dell’EvoIu- zione, perche il Cesalpino nelle Questioni perita- “ m,so "»» s «'» videniia divina. e le forme naturali non si fanno nò si corrompono: spe- cies autem et forma neque fit neque corrumpitur (1); e quindi affermò lespecie essere eterne, e solo corrompersi in qualche tempo gl’individui (2). E nella prefazione al trattato sulle Piante aggiunse che la natura non produce nuove forme, nò dà vita a nuove bellezze delle cose : non quod natura novas edat formas, aut novas rerum pulchritudines ejjingat. Il qual pronunciato senza dubbio pecca di esagerazione ; ma intanto ò chiaro che si oppone all’odierno trasformismo. Piuttosto conviene ammettere che il Cesalpino, medico insigne e filosofo ad un tempo, accennasse qua e là meglio di tutti i suoi predecessori e contemporanei la stretta relazione tra il corpo vivente, il senso, l’intelletto e il mondo esteriore, e quindi precorresse l’odierna Psicologia sperimentale, senza però confondere una cosa coll’altra, e senza cadere nel materialismo e nel sensismo. Imperocché s'egli errava nel- l’insegnare che tutta l’anima sensitiva risieda nel cuore, peraltro distingueva gli organi corporali dal senso, dimostrava tutte le sensazioni esser provate ed unificate dall’anima ; la ragione essere differente dal senso ed a questo superiore ; l’anima umana essere immortale. Quanto alla conoscenza, distingueva le sensazioni dalle idee che sono oggettive, ammet- Quasst. perip., IV, 8. • c °me Carlo Alberto, Maz- Gioberti, M a miani t0 M O a EUlanUele, ManZOnÌ ’ •«co, nè filosofo della storia* 011 ^ ^ St °” P^ò i diritti del futuro pi *’ ® anC ° r men ° USUr ' del nostro politico e mn, ® dd futur0 0mei '° •di Mamiani ® d 1 menti filosoficl Questo nome suona caro e venerato all’animo nostro. Rari in ogni tempo e presso qualunque nazione sono stati gli uomini che coll’ingegno, coll’ani- mo, coll’operosità, col carattere, coll’esempio, abbiano saputo e voluto nobilitare l’uomo, il cittadino, la patria, il mondo delle nazioni, la scienza, la filosofia, la civiltà umana. Il più grande fra tutti gli elogj d un uomo preclaro è sempre la verità : ed io pure mi atterrò al vero, sicuro che al Mamiani non potrà venirne danno nè macchia, a lui che del vero fu sempre amante passionato, e ricercatore acuto e indefesso. IL L’ingegno, l’animo e la vita del Mamiani furono sempre dominati o ispirati da due nobili sentimenti, da duo eccelsi ideali, cioè dalla patria nostra diletta c dalla filosofia. Egli vagheggiava un modello perfettissimo del cittadino e del sapiente ; onde ricordava con ammirazione Socrate e Platone, Varrone, Maico Tullio e Boezio, Dante, Michelangelo e Campanella, c l’antico popolo di Reggio e di Metaponto, popolo di filosofi, morti por la libertà e per la sapienza. Miserande erano le condizioni politiche e civili d’Italia, e non liete nè prospere le sorti della Filosofia nazionale nel primo quarto del secol nostro. La Patria serva e divisa 5 la Religione cristiana fr&ntesa da molti, che pareva la volessero nemica di libertà -, laFilosofia speculativa imbevuta del sensismo di Con- diUac. Ora, la potenza 0 la grandezza dell’antica Roma signora di sè ] gli splendori e la libertà dei nostri Comuni ; l’antica purezza e 1 efficacia moiale del Cristianesimo, religione divina in se ma essenzialmente umana e civile ne’suoi effetti ; le glorie della Filosofia italiana dalla scuola Pitagorica fino a G. B. Vico, e quindi il primato civile e intellettuale d'Italia già venuto meno : queste rimembranze, al cospetto delle miserie ed umiliazioni italiane dopo i nefandi trattati del 1815o dopo i moti infelici del 21, dovevano straziare l'animo del giovine Mamiani, nato a cose grandi. Ma egli non disperò : la Storia gl’in- segnava che il popolo italiano cadde più volte, ma non perì mai e risorso più tardi con forze nuovo e gagliarde. E però una fede invitta e perseverante nei futuri destini della Patria animava l'ingegno c il cuore del nostro giovine patriota, poeta, letterato, pensatore, filosofo. L Italia è sacra e starà eterna! Ecco il motto fatidico che ripeteva sovente il Mamiani agli oppressori e agli oppressi, nella patria sua e fuori durante il lungo esilio. La suamente, robusta e moltiforme per natura, nudrìtadi studj svariatissimi e profondi, vagheggiava unaquintaenuovaepocadiciviltà italiana,chetornasso a splendore c profitto dclfuniverso mondo civile. La nuo\a foima della nostra civiltà doveva soprattutto essere incarnai ndJa indipendenza e libertà d’Italia; ne a distinzione dell'Autorità spirituale dalla Potestà i e e P°^| ca * a Loma stessa.Fin dalla sua gioventù, T ani ? a men ^ cet Ll cuore, il pensiero e il senti- en o, apoesiaekscienza, il cittadino eilfilosofo cooi- onevano una stupenda armonia ed unità. E queste doti e qualità diverse sono appunto necessario a concepire un alto ideale, ad avvisarne i mezzi per attuarlo, a porsi davvero all’opera per dagli almeno le prime fattezze, lasciando ad altri, fossero pure gli avvenire, il compimento q la perfezione dell’opera grande. Napoleone I disse che nel mondo sociale vi sono due forze poderoso ed efficaci, la spada e lo spirito ; ma soggiunse che lo spirito vince finalmente la spada. Al risorgimento politico, intellettuale e morale Italia, e però ad iniziare la nuova epoca di nostra civiltà, il Mamiani reputava esser necessarie quelle due grandi forze, la spada e lo spirito, le armi o il pensiero. E della necessità di contcmperarc alle armi gli studj abbiamo esempj antichissimi in casa nostra, nelle città famose di Metaponto, Crotcme, Taranto, Locri eReggio, famiglie e collegj di filosofi e di guerrieri. Ma lo spirito, vale a dire la intelligenza e l’animo, la letteratura, l’arte, la scienza, la filosofia, insomma la rigenerazione intellettuale e morale degl’italiani dovevano, secondo lui, precedere edaccompagnare le armi, perchè bene apparecchiata, illuminata, compiuta e durevole fosse la vittoria di queste, e indi perchè alle imprese guerresche potesse e dovesse soprastare la opera feconda della civiltà vera. E qui appare tutta la nobiltà del conte Mamiani, come patriota, cittadino e uomo di Stato. Già fino dal 1838, assai prima di Cavour, l’esule Mamiani inculcava ne’suoi scritti doversi abituare « le menti, e sopratutto le giovanili, a scorgere ed a riverire nell’eccelsa Roma la sola e legittima città capitale d’Italia E sul cadere del 47 vaticinava prossima e solennemente giurava la salvezza dell'Italia intera. M Cademmo per le discordie e la corruttela (egli diceva ai Perugini), e per li soli con- trarj loro noi potremo risorgere. Inebriamoci, a così dire, della carità cittadina, e un qualche tempo almeno viviamo dimentichi di noi stessi e ricordevoli unicamente della patria comune : cd io vel giuro per gli spiriti sacri e immortali dei martiri della libertà, noi salveremo l’Italia, e tutta la salveremo o per sempre „. E ancor dopo le italiche vittorie e le sconfitte del 48 e 49, gloriose le une, non umilianti le altre ; dopo la caduta di Roma e di Venezia c la sconfitta di Novara, egli non disperò delle sorti d’Italia, e ripeteva in Genova sopra la fredda e venerata spoglia di Carlo Alberto : L’Italia farà da sè. HI. Ma quali furono gli atti più cospicui del Mamia- m come patriota e statista, e quali mezzi ravvisava eg cconcj ed opportuni a rigenerare politicamente «ralente l'Italia ? Nato a Pesaro il !0 settembre Eom ''7' “ nlara a K> e " a 22 anni ed era studente a ^ -do avvennero ipr ìmi ffioti UboraU nol _ mtramonr° r n ‘ ltttori Principali » fileno » fa- tatti d'aver 1 -a ^ pr ' s ‘ oni delio Spielbergo, rei Sol i no tr! Cra ‘° k Ub “ a dd 'a patria In nostro giovine patrizio non solo attendeva a larghi studj letterarj, filosofici e storici, ma s’ispirava insieme alle glorie passate di Roma e d’Italia; e non tardò guari ad esprimere, in una certa sua poesia, concetti e sentimenti liberali. Onde il padre suo, conte della Rovere, lo richiamò a Pesaro, dove fioriva in allora la scuola classica marchigiana del Pcrticari, del Leopardi, del Cassi e di altri minori, e che fu anche patria del principe dei musicisti italiani, dell’immortale Rossini. Chi non percorre la nostra bella Italia non può conoscerla nò amarla degnamente ; clic quanto più si conosce c si pregia una cosa, e tanto più si ama. Dal 1826 al 30 il Mamiani percorre l’Italia media e la superiore, e ritorna più volte alla nativa Pesaro. Nel 26 conobbe in Firenze i principali scrittori dcl- l'Antologia fondata dal Vieusscux, quali erano Gr. Capponi, Tommaseo, Niccolini, Giordani, Poerio, Collctta : ingegni tutti liberali, robusti ed eletti, che non potendo in allora e da soli bandire e combattere una guerra di nazionale indipendenza intendevano col pensiero c colla penna a rigenerare la Penisola serva e divisa. Più tardi lo vediamo a Torino, dove insegna per due anni le patrie lettere nell’Accademia militare. Ma il primo periodo d'intellettuale e civile preparazione pel giovine patriota ò oramai finito. Mentre il Mamiani attende in Pesaro a dar compimento, degna e classica forma a’suoi Inni sacri perchè meglio ritraggano i suoi nuovi ideali civili, politici e religiosi, ne viene distolto dai moti liberali del 31 nelle Romagnc c nell’Italia media. Risponde lieto c volenteroso all’appello della patria ; eletto a deputato di Pesaro, siede poi a Bologna ministro dell’Interno c però membro del Governo 'provvisorio ilelle provincia unita italiane. M’avvicinarsi delle truppe austriache, solo il Mamiaui corre animoso dal generale Zucchi scongiurandolo a resistere colle poche milizie cittadine. Ma prevalse londa straniera invadente e il Governo provvisorio dovè trasferirsi ad Ancona. Dopo il fatto d’ariuc, non inglorioso, di Rimini, disperando oramai di potere più a lungo tener fronte alle agguerrite e soverchiane forze straniere, il Governo provvisorio venne a patti col cardinale Benvenuti, stabilendo di concedere amnistia generale agli insorti, c di restaurare il Governo pontificio. Ma al giovine o delicato Mamiani non parve dignitoso quell’atto c rifiutò sdcgnoeamcntc di firmarlo, anteponendo l’esilio volontario all’amnistia 1 Sul ponte del vascello che portava lui con altri pri- gonicu italiani a Venezia, il cugino del Leopardi, pieno di fede nei destini d'Italia, nonostante i fatti dolorosi e la realtà del presente, concepì l’inno stupendo ai Patriarchi. Dalla prisca civiltà, dalla storia del popolo italiano sempre risorgente c dall’eccelsa natu- a c uomo Egli traeva gli auspicj perle sorti non 1 e o piogressive del genere umano e segnata- nente della stirpe latina: XItalia è sacra c starà eterna ! Ma ogni fede, c però anche la fede del cittadino ta c snrrptt^T’if ' ana ’ c l uan ^° non sia accompagnala c sorretta dalle onpm T,’’ • P c. L Mamiani si accinse subito a corroborare la sua fedo di patriota ed a colorire il suo ideale col pensiero, colla penna, coll'esempio, coll'azione, colla vita intera. Da Venezia fu condotto a Marsiglia, dove gli fu comunicata la sua condanna all'esilio perpetuo. Dal 31 al 47 visse dignitosamente a Parigi, dedicandosi tutto all'avvenire della patria, al culto delle lettere, al rinnovamento della filosofia in Italia. Considerando tutte le reali condizioni della nostra penisola e d’Europa non gli sembrava guari fattibile il disegno ardito c vasto di Mazzini, esule egli pure fino dal 31. E però dopo un breve carteggio col fervido ed eloquente apostolo dell’italica democrazia, il Mamiani, pur concorde con lui nel fine supremo, di far cioè libera e indipendente l’Italia, opinava si dovesse battere altra via. E così di fronte alla Giovine Italia si costituì un Comitato nazionale presieduto in Parigi dal Mamiani. Pensiero ed azione; Dio e popolo : ecco il motto assennato e pratico dell’apostolo civile genovese. Pensiero, concordia ed azione ; rigenerazione intellettuale e morale degli Italiani; miglioramento economico del popol minuto, osservanza e fiducia nel medesimo per liberare l’Italia : ecco le massime fondamentali che dal canto suo predicava e inculcava il Mamiani. E poiché l’azione dev’essere preceduta e illuminata dal pensiero, così la letteratura, la poesia, la storia, la filosofia sono principalmente rivolte dall’esule Pesarese a rivendicare la libertà c indipendenza della patria. Compone \'Ausonio, c vi canta patrii e civili sentimenti. Scrive il Rinnovamento dell’antica Filosofia italiana, e (oltre dedicarlo alla sua città natale) vi pone in maggiore evidenza il pensiero speculativo e insieme pratico degl Italiani j con esso libro richiama alla mente de’ suoi connazionali e fa meglio conoscere agli stranieri il nome, le dottrine, il metodo scientifico d’ingegni nostrani, quali furono il Pomponaccio, il Cremonini, lo Zaba- rella, il Cardano, il Eizolio, il Telesio, il Della Porta, il Valla, il Bruno, il Campanella, e Andrea Cesal- pino, ingegno sommo, inventivo e acutissimo non pure nelle fisiche ma eziandio nelle metafisiche discipline. E così il Mamiani accennava ad altri la via per fare nuove ed impensate ricerche. Ma non contento di questo, chiude il suo libro col vivo desiderio ed augurio che sorga presto nella nostra patria una scaola novella da cui si pigli ad ereditare con franco animo l’antica sapienza speculativa e le antiche arti metodiche. In progresso medita i Dialoghi dx Scienza prima, ove distilla il succo nutritivo oave della sua mente profonda, e vi raccomanda, speme per l’Italia, una filosofia alta e piena di vita, Um / aCC - lUd M let ? raassime Perfezioni dell’essere 0106 ll - pens, ’ ero s ùnte, la fede incrollabile . t ZI 6 li offre nel 46 al Popolo TÌZT maiPerÌtUr °’ ÌQ 8 e S Q0 d ’ a *ore immenso e ui sublime speranza. tesse avvenire^ ^ nsor81mento politico italiano po- aal a Q escogitarne i mezzi pratici e morali. Come Dante per ritornare a civile grandezza l’Italia, già donna di provinole, mirava prima col suo divino poema a rigenerare moralmente l'uomo e la società civile e religiosa ; cosi il Mamiani credeva necessaria la rigenerazione delle menti e degli animi italiani perchè indi risorgessero politicamente. Di qui il suo concetto dell’educazione morale e intellettuale del popolo, dei modi per attuarla, dei doveri e diritti delle moltitudini: cose tutte esposte è determinate magistralmente nei Documenti pratici, che seguono al Parere dello stesso Mamiani sulle cose italiane, e che meritano d’essere anche ai nostri giorni attentamente considerate. Dalla pubblicazione di quei pratici Documenti alla proclamazione delle varie Costituzioni italiane nel 48 corse appena un decennio ! Il pensiero e gli studj precedevano dunque le riforme civili e le armi, e ne assicuravano le prime vittorie. Anche le solenni riunioni dei dotti italiani nelle più colte e principali città della Penisola giovarono assai a maturare il risorgimento politico della Nazione. Ora vuoisi notare che la prima idea dei nostri congressi scientifici si deve al Mamiani, avendone egli accennata la utilità e convenienza ne’ suoi Documenti pratici. Del primo congresso di Pisa nel 39 non potè il nostro esule partecipare ; ma nel 73 convocò sul Campidoglio la XI di queste riunioni e potè bandire al mondo civile che oramai u libero il pensiero, una la patria, il congresso degli scenziati italiani scioglieva in Roma l’antico voto n . Ma riprendiamo o seguiamo rapidamente gli eventi. Per opera di Carlo Alberto, il Mamiani aveva nel 47 rimesso piede in Italia, ospitato prima a Torino, poi a Genova. Ma ne a Pc3aro, nè a Roma volle far ritorno se non dopo la promulgazione dello Statuto pontificio, avendo giurato che sarebbe rientrato in patria solo pa' la povta dell’onora ! A Genova fonda il giornale politico la Lega italiana, il cui vasto e nobile programma, mentre era una conferma delle sue idee intorno alla rigenerazione intellettuale e morale degl’italiani, rivelava le doti eminenti del pubblicista ed i sani principi sulla vera missione della stampa, detta oggidì il quarto potere dello Stato ; come pure faceva palese le nobili aspirazioni del cittadino c del filosofo a ricollocare nel primo seggio la sapienza civile degl’italiani. E sotto questo ì ispetto 1 opera del Mamiani si riannodava alle idee dell’autore del Primato o del Rinnovamento civi e d Italia. Eletto a deputato di Pesaro e poi nominato Ministro dell'Interno, propone all’Assemblea romana liberali e savie riformo d’ordine politico ed amministrativo ; parla nobile c franco a Pio IX, mira 6 empre, come deputato e ministro, col pensiero, colla esilV:f 1 :, att, ',H 1,UnÌV - a ltalia > e s P osa a ^ e reali della civili et P ° ^ et * tl 1 ficozza e pre- IbnTdf *T r “ "" KC ° vera .iniani Non 1 6 ancora si s P in S e il Ma- Non solo ammetto la > reaRj^obbietUva u _^lle j- AtX idee, ma pare voglia conciliare l’esperienza interna ed esterna con {'intuito delle idea, intuizione che non è più sentimento nè percezione. E dopo aver propugnato che ogni idea universale è ante rem, mentre ogni nostra cognizione è post rem, conclude reciso : “ O credete all’idee, ovvero disperate di mai salire a certezza c universalità di scienza „. Ne’ Dialoghi di Scienza prima scrisse che Dio era conosciuto dalla mente nostra non quale oggetto immediato d'intuito, ma sotto la relazione comune dell’essere. Invece nei Principj d’Ontologia non pure fa consistere l a pietra angolare di tutta la scienza n el reale sussistere dell'Assolu to, ma propugna che la mente umana intuisce l’Assoluto, cioè il Vero, il Bello, il Buono, il Santo. Onde quel contatto marginale della nostra mente coll’ Assoluto e la famosa teorica degl’m- flitssi divini, che vogliamo compendiare colle stesse parole del Mamiani: “ L’a zione occ ulta dell’Assoluto sull’animo nostro ha cinque forme originali e diverse, e cioè la creativa, la in telle ttiva, la estetica, la morale c la re ligio sa. Per la prima aziono l’uomo esiste, per la seconda egli afferma, per la terza ammira, perla quarta ap prov a, per l’ultima adora „. Certo,queste dottrine filosofiche sono ardite ed esagerate. Ma chi potrebbe dire che non abbiano alcun fondamento, clic siano false tutte c di sana pianta, ove si consideri tutti gli elementi neccssarj a formare la conoscenza umana, ove scrutiamo a fondo Tesser nostro in sè e nelle suo relazioni, ne’suoi concetti più elevati e sentimenti più nobili, ove infine si badi alla natura purissima della scienza clic rispecchia nella mente nostra finita ed imperfetta, la realtà, la grandezza e la perfezione dell’universo? Del rimanente, ogni gran pensatore e novatore ha sempre qualcosa di manchevole e di erroneo accanto ai suoi peregrini concetti ed alle sue verità. Por esempio, al Vico, creatore della Filosofia della Storia, fu contestata la teoria dei corsi storici ; al Leibnitz, autore del famoso trattato sulle Monadi e che avea chiarito da pari suo ed applicato universalmente il concetto di forza, venne a buon conto rimproverata l’armonia prestabilita. Ma l'ingegno filosofico del Mamiani spicca alto c sicuro il volo nei Principj di Cosmologia, là ove segnatamente discorre della vita e del fine nell’Universo, e dove stabilisce e compie la nuova teorica del Progresso. Tesoreggiando la parte inventiva, sana e vera delle dottrine del Leibnitz circa l’origine, la natura e l’ordinamento dell’Universo, o giovandosi dei mirabili progressi delle scienze sperimentali, due grandi nostri filosofi hanno scrutato a fondo c con novità di concetti l’essenza intima, la prima origino, le correlazioni supreme, l'armonia e l’ordine, nonché il fine ultimo dello cose tutte: >1 Mamiani nei detti Principj di Cosmologia, e più taici il Conti nell Armonia della cose. Io penso che mora nessuno li abbia superati su questo subbietto capita issirno della Filosofia, trattato da essi con acume e larghezza di vedute, con sapere consumassimo e, specie del Mamiani, con analisi fine perciò che risguarda i principj causali c formativi, le relazioni supreme e finali così della vita vegetativa ed animale, come della vita umana e razionale. La teorica dell'umano progresso non è nuova; si deve segnatamente al Turgot, al Condorcet, al- l’Herder, al Kant e al Fichte. Ma il nostro Mamiani ha dimostrato con novità di prove razionali c sperimentali la necessità del progresso indefinito non sulla Terra unicamente, ma nell’Universo intero mercè la vita razionalo c morale degli esseri .intelligenti e liberi. E quanto al progresso umano sociale, questo dovrà alla perfine condurre alla massima civiltà, armonizzando le forme parziali di progresso e d’incivilimento dei varj popoli, che tutte possono ridursi a sei, cioè l’attività, la scienza, la libertà, l'arte, lo Stato e la moralità. E poiché il risultamento- finale e durevole del progresso e perfezionamento di molte nazioni non può esser mai l’opera esclusiva di ciascuna di esse, come la Storia dimostra ; esso vuol essere attribuito a certo organismo occulto di tutte, che si svolge e si perfeziona per disegno e lavoro ma- raviglioso della natura. E così il Mamiani rinnovava e compivalaTeorica del Progresso, e stabiliva l’Unità organica del mondo delle nazioni. Questa cd altre dottrine del Mamiani, come la sua teorica della Percezione, hanno davvero fattezze native e indole schiettamente nazionale, e basterebbero da sole a far glorioso il nome d'un uomo e a dar vita ad una Scuola filosofica italiana, teista spiritualista civile e liberale ad un tempo. Il Mamiani credo Valdarninì 9 TERENZIO ATAMANI nc fosse internamente persuaso; onde vi tornava sopra più volte c sotto diversi aspetti nelle «altre sue opere, c segnatamente nella Rivista di Filosofia delle scuole Udirne da Ini fondata e diretta per 15 anni. V. Ma la filosofia del Mamiani fu non meno speculativa e profonda, elio pratica c civile : a nessuno dei più gravi problemi sociali del nostro secolo rimase straniera. Tutte le questioni sociali si possono in fondo ridurre a quattro : religiosa, morale, economica (l), politica. ÀI Mamiani parve ornai risoluto presso di noi il problema politico, ritenendo egli sufficienti c sicure le nostre guarentigie costituzionali, e stimandola libertà più c meglio che un diritto, un dovere. Al problema religioso rivolse egli la mente «no dalla sua gioventù, mirando ad una religione pura, ottima, universale, conforme alla natura razionale O religiosa dell'uomo, o olio fosso ad un tempo eminentemente civile o morale. A questo idealo egli mirò »« vai;, suo, scritti,dagl'/,,,,; sacri „ W|, r 1" ^•"‘l’oMvae^tua id D 0 .° n ^ cm P 0 > lordine morale, l’ordine giuiùdico e or me economico ? L’ingegno umano e la scienza, ani ™ ancora ns P 03t ° a questa formidabile do- * . SC . P Urc Un Scorno arriveranno il pensa sti nrp* ^ SC ‘ enZa . ad armonizzare quei tre ordini fiJLT 6 r dÌVCrSÌ elementi sociali, dubitiamo V aVUa prati0a 8i «"* -empre e do- daiia mmie acuta»! ‘ h “ "r7- KMt ’ cne * ra * e arti umane due sono le più difficili : l’arte d'educare e quella di governare, gli uomini. Quindi ogni secolo ha avuto gravi problemi sociali da risolvere. Di questi problemi alcuni sono di indole generale perchè riguardano il mondo delle nazioni o l’umanità consociata, tal sarebbe il riconoscimento pratico e giuridico de’diritti naturali degli uomini ; altri sono particolari, riguardanti cioè una sola nazione, tal sarebbe il modo di conciliare l'unità c la integrità dell’impero Austro-Ungarico col principio d’autonomia e di libertà delle varie schiatte e popolazioni che oggi formano quell’impero. A quattro possiamo ridurre le principali questioni sociali dei tempi nostri e sono le infrascritte. 1° La questione morale, non tanto per la varietà e moltiplicità dei sistemi scientifici morali che oggi più che mai si contendono il campo, quanto per lo scadimento pressoché universale del senso etico. Quindi convien ricercare le cagioni tutte di questo fatto, ravvivare e rinvigorire negli uomini il sentimento morale, e praticare nelle relazioni vuoi private vuoi pubbliche i sommi principj di moralità e onestà e di equità naturale. 2° La questione religiosa, non solo pei doveri dell’uomo verso Dio e nell’interesse della sua destinazione oltremondana, ma per istabilire e mantenere in modo più sicuro l’unità morale fra gli uomini tutti. Ai nostri tempi, invece, non solo permane la diversità delle religioni positive che possono dar ésca a divisioni di popoli e fomentare guerre sterminatrici e da barbari, ma sempre più vivo si palesa il conflitto fra la ragione e la fede,, tra il domina e l’esperienza illuminata, fra la scienza c la religione. In qual modo comporre il dissidio tra i principj della scienza e i diritti della ragione da un lato, fra le verità di senso comune e le aspirazioni dell'anima umana dall’altro, essendo l’uomo costituito dalla natura animalo religioso ? La questione politica, la quale risguarda non tanto la forma di Governo, lo più sicure ed ampie guarentigie costituzionali, quanto e meglio la libertà civile e politica, che le democrazie moderne vorrebbero portare col fatto all’ultima sua espressione. Oia ognun vede che siffatto problema presenta gravissimo difficoltà, ove specialmente si riconosca cs- • sere la libertà per gli uomini particolari e per le nazioni, pei governati e per gli stessi governanti, non solo un diritto ma un dovere. 4° La questione economica, vale a dire la ricchezza d, pochi e la quasi indigenza dei proletari che cosi,tu,senno i quattro quinti del genere umano! Il rim to d, proprietà individuale e le condizioni miser- r k > Ìl Capi ‘ ale e U “"0 «peeial- fii T„ ", ”T° ' 1Uasi in aperto co,, - „ lìr r r p0n '° “«evolute « ™io. alla nel’ itt0 ' d,e tla U«"i » spinto «no Può il°.e 0 ', 0 ' ° dlntt0 1,1 Possedere c di testare? pili "° S . lro -P'-omettar.i di risolvere il Ln Z) m (00me il 0 nella »™‘'“»‘a Ma sorbir M salario e quindi nella reale a compita emancipazione del quarto stato ? Lo quattro grandi questioni sociali si riducono in sostanza a due : al problema morale cd a quello economico sociale, che hanno carattere di universalità vera e propria, riguardando essi il genere umano nell’ampio giro del tempo o dello spazio sulla Terra. Noi ci occupiamo qui della sola questione economica sociale e del modo di risolverla praticamente in Italia, secondo le dottrine c gli espedienti del Mamiani, desumendo lo une c gli altri dai varj scritti di lui. Ma prima diamo un cenno storico della questione medesima. II. La questione economica non c nuova nè moderna, ma può dirsi rimonti alle prime società civili. Ogni epoca e ogni grande Istituzione sociale, come lo Stato c la Chiesa, han tentato di risolvere o a modo loro o in conformità dei tempi l’arduo c complicato problema. Ma è stata sempre una soluzione parziale e provvisoria, mai totale, generale o definitiva, sia per la natura dei mezzi adottati, sia per la stessa nativa diseguaglianza degli uomini c per le nuove esigenze della civiltà progrediente. La istituzione delle caste nell’antico Oriente, la divisione legale fra i liberi e gli schiavi nella Grecia c nel mondo romano, le corporazioni religiose istituite dalla Chiesa, il sistema feudale nel medio evo. le stesse corporazioni d’arti e mestieri appo i nostri Comuni c le nostre Repubbliche, si credettero spc- dieuti efficaci a risolvere la questione economica so- cialc, e quindi furono adottati per Scongiurare il pericolo. Ma nè il Paganesimo che negava agli schiavi ed ai servila personalità morale e giuridica, nè il Cristianesimo che riconosceva nei volghi servili la personalità umana c l’eguaglianza morale, e predicava ai ricchi la carità, ai poveri la rassegnazione, nè le istituzioni sociali del medio evo in Italia ed altrove, riuscirono a risolvere la questione economica, ma ol’aggiornarono semplicemente, o la indirizzarono per una nuova strada. I nuovi principj del Cristianesimo neppure nel medio evo valsero ad appagare sempre lo plebi, a distoglierle dai beni presenti esortandole a restar povere e tranquille. u I pensieri c gli affètti dell'uomo staccati a forza dalla vita presente, nondimeno di tratto in tratto vi tornavano, c il sentimento della vita irrompeva fortemente e violentemente. È questo sentimento che in Italia nel 1035, al tempo della lega dei valvassori minori contro i maggiori, faceva cospirare anc ie gli uomini di servii condizione contro ipadroni, e darsi giudici, ragioni e leggi. Parimente nel 1387 vediamo nel Canavcsc, Vercellese e Vallese, nella mna e Tarantasia e in altre parti, il popolo i nnViT 10 a^ 6 t0lrc 0 ca «)pagna sollevarsi contro mm-P ì tl * vast ‘ mot i dei contadini misero a ru- di li fn eBta “ Ìa - la ricchezza c la povertà. Col sistema dello p.ccolc industrie, l’operaio poteva sce- :r c tra ; d,vcrsi P adl '°"i quello che gli faceva mi- ST COnd ' Z10 "' ; 11 Ch0 «« “'-va di stimolo a rcn- *«*“» “1 ambita Papera m Si voro V),. 0,- e ’i " n C ° rt ° ei l ailibrio tr a capitalo e 1»- AtomtVoll b ° n °| ZJ n °" Si 1WSSOno P iil avcr0 001 « s“ V-'; ° Ì,,dUSl, ' !a - » * 'intedia co- -i caoitalist' asolanti, PCi-cU alla lega di questi P'tabst, possono contrapporre la propria eoa piti HI sicura e pronta efficacia. Venendo meno le piccole- industrie e scomparendo gradatamente il ceto medio, alla perfine il cajiitale e il lavoro si troveranno l’uno di fronte all altro. JE già il conflitto è cominciato qua e la in più luoghi e sotto aspetti diversi : vi è un cumulo di odii mal repressi che anelano la vendetta o almouo la rivincita. Tantoché, ove non si pensi in tempo ai firnedj, vi è da temere uno sconvolgimento sociale nell’ordine politico ed economico. Ma quali rimedj adottare e come prevenire un rivolgimento sociale, clic potrebbe essere il più terribile nella storia del genere umano ? Ecco l’arduo- problema economico sociale, ecco la sfinge moderna, che preoccupa la mente del filosofo, del filantropo,, dell’economista e dell’uomo di Stato. Alla pratica soluzione di questo formidabile problema in Italia il nostro compianto Mamiani involse per oltre quarant’anni (1S3S-.1SS2) la mente, il cuore, gli studj suoi ampj e consumati. “ Quella comunanza di uomini (egli scriveva fino dal 1838) elio non sa- trovar modo, o non vuole, di schermire dalle necessità estreme della vita gl’indigenti onesti e d’ogni fatica volonterosi, non può dirsi con proprietà sa- piente e civile, ma sotto apparenze molto contrarie è- barbara e insipiente tuttavia. Le genti educate ed agiate sono dalla natura e da Dio costituite madri e tutrici delle infime plebi, e di queste hanno a. render conto molto severo sì innanzi alle società urnane e sì innanzi a Dio padre dei poveri „ (1). Fermato ciò, il Mamiani rigettando le strambe utopie dei Comunisti e dei Socialisti moderni perchè ingiuste e non attuabili, e scegliendo quelle riforme e quei miglioramenti sociali che erano o che gli parevano possibili e praticabili in Italia, esule a Parigi segnò ne’ suoi Documenti pratici intorno alla rigenerazione morale intellettuale ed economica degli Italiani, alcune linee di quel vasto disegno onde il secol nostro intendeva e intende a migliorare le condizioni del popol minuto. I mezzi da lui proposti per soddisfare ai diritti che riguardano la sussistenza sono gl’infrascritti. 1° Abolire i dazj c le imposte d'ogni natura che gravano più propriamente sull’infimo popolo. 2° Francarlo dalle viete tasse parrocchiali assegnato all’ adempimento di certi atti solenni, civili e religiosi. •j° Moltiplicare e perfezionare gli ospedali, i ìicovcri, i monti di pietà c simili altri istituti di pubblica beneficenza. Propagare il più che si può tali istituti anche per i villaggj e le campagne, c imitare da per tutto esempio d alcuni Comuni rurali, che a loro spese provvedono i contadini di medico e medicine. ò Rifornì are ed ampliare le leggi e i regolamenti circa ai patti e alle mutue relazioni tra i fab- Scritti politici, edizione renze, Le Monnicr. ordinata dall’autore. - Fi e la questione economico- soci a Lubricanti, capomastri e bottegai da un lato, e gli operai, giornalieri, manuali e apprendisti dall.’altro, porgendo a tutti i secondi guarentigia e soccorso nei termini dell equità, e contro l'egoismo e la durezza dei primi. G° Istituire in ogni città, dove gli operai sovrabbondino, due sorte di lavorerìe pubbliche permanenti : 1 una pei rozzi braccianti, l'altra per gli operai delle arti comuni. 7° Tali istituti ordineranno per guisa i rego- menti c le discipline proprie, c con si fatta misura proporzioneranno le loro mercedi, da non sopraffare in nulla le industrie de’privati; mentre toglieranno a queste l’arbitrio di soverchiare gli operai in nessuna cosa. • 8° In tali lavorerìe ed officine pubbliche non debbono gli operai nè esser costretti a vivere rinchiusi, nè perdere alcuna porzione di quella indipendenza, di atti c pensieri che la civile libertà concede ad ogni uomo onesto. I lavori, poi, scelti e ordinati in quelle saranno volti con provvidenza ed accorgimento alla pubblica utilità, e segnatamente a quella del popol minuto. 9° L’ammissione a tali opificj sarà concessa ad ogni operaio il quale darà prova di aver offerto invano l’opera sua nelle officino privato. E il pericolo della soverchia c non strettamente necessaria frequenza degli operai in quelle lavorerìe sarà evitato, con fare strette più dell’uso ordinario le discipline, le quali poi debbono esser pensate c trovate con ingegnò SÌ fatto da convertirle in buoni e quotidiani metodi educativi. Tutto ciò richiede che il tesoro arricchisca abbondevolmente per altre vie. Nuova fonte di ricchezza pubblica può divenire la tassa detta progressiva, ed una sull’eredità trasversali proporzionata al grado più o meno stretto di parentela, e il rendere mobili e circolanti i beni immobili c camerali, o per ultimo il fare sparmio di tutta l’immensa moneta che inghiottono e scialacquano i grossi eserciti stanziali, i gran favoriti di corte, i doganieri, e mille altre specie di ufficiali e di salariati o perniciosi o superflui. 11° Con molto valsente tenuto in. riserbo, si ovvierà a quegli accidenti imprevisti che turbano a un tratto 1 economie delle industrie e del lavoro quotidiano. Così gl’italiani, antichi fondatori delle Case di lavoro, perfezioneranno conforme ai bisogni dell età nostra il pietoso trovato degli avi loro. 12 Riguardo alle campagne, bisogna in primo luogo riformare ed ampliare il codice forese od agrario, perchè si tutelino con più efficacia i patti e le relazioni giornaliere fra i possidenti e i coloni, migliorando le condizioni di questi ultimi, e mallevatole contro ogni ingiustizia e sopruso. 13 In secondo luogo, bisogna istituire in ogni P noia compagnie di assicurazione (sovvenute dal mune) contro i danni delle gragnuole, delle carestie, jpizoozie ed inondazioni, affinchè i contadini si veg- accertato ogni anno il frutto del loro sudore. E quando il raccolto sarà favorevole ed abbondante, i contadini concorreranno per la lor quota al pagamento della tassa di assicurazione. 14° Un Consiglio superiore, aiutato dai succursali delle provincie, prenda in cura speciale lo studio e la vigilanza degl’interessi del popol minuto. A questo Consiglio saranno ascritti molti uomini pratici e versati in dottrine particolari relative ai fini proposti, e tutti splenderanno di specchiata probità o di zelo grande verso i poveri. 15° Una parte del Consiglio medesimo prov- vederà specialmente alla vita sana del popolo, promovendo le società di temperenza felicemente iniziate in America e in Inghilterra, ed esaminando l’interno delle officine, la materia e la qualità dei lavori, i cibi quotidiani, gli alloggj, le vesti e simili obbietti. E sarà bene imitare Leopoldo I di Toscana, il quale a spese dell’erario fece murare in luogo arioso gran numero di casette decenti ed acconce per l’infimo popolo. Questi pagherebbe una modica pigione. 16° L’altra parte del Consiglio veglierà gli andamenti del popolo, la qualità delle sue industrie e de’suoi negozj. Vedrà pure ilConsiglio quel che sia da ristorare degli antichi Statuti delle arti e quello che sia da aggiungervi : ad ogni modo, promoverà le congregazioni e consorterie legali degli operai, dei ca- pomastri e d'ogni specie di artieri, con l’intento di accrescere ad ognuno i mezzi di produzione, e se- gnatamentelo spirito di fratellanza e disciplina. Similmente, il Consiglio promoverà con zelo perseverante le anioni e consorterie dei piccoli proprietarj e dei fittajoli, compensando per tal guisa i danni e gl’inconvenienti dei poderi troppo angusti. Veglierà, infine, sulle pubbliche mostre, sui comizj agrarj, sugl’incoraggiamenti e sui premj da assegnare ; studierà il valore de’ nuovi ritrovati e degli ultimi perfezionamenti, ed agevolerà ai poveri artieri lo smaltimento de’ rispettivi lavori, contro il monopolio dei troppo ricchi, cd a freno degl’ incettatori e rivenditori. Il Consiglio procaccerà di mettere in buono accordo fra loro gl’ istituti di carità e beneficenza, facendo che si accostino tutti a certa unità di massime direttrici, e che l'opera dell’ uno v P rcndo a chiarire e ad inculcar! cono circa la questione sociale. Mentre il essa Lettera esaminava il Mamiani se la nuova Ke- pubblica francese potesse fornir lavoro quotidiano agli operai che ne mancassero, tornava a raccomandare la istituzione di lavorerìe pubbliche, ma con lo infrascritte cautele affinchè non divenissero perniciose allo Stato c non turbassero 1’ operosità economica dei privati. 1° Lo pubbliche officine debbono istituirsi universalmente c poco meno che in qualunque grosso Comune, per evitare una soverchia accumulazione di popolo in quelle sole città dove fossero pubbliche lavorone. Converrà, inoltre, cercar compensi nuovi e gagliardi, noll’istituiro officine in tutto lo Stato a favore dell'agricoltura, affinchè i contadini non siano indotti a lasciar la villa e ricoverarsi nelle città. 2° Bisogna decretare che nello officine dello Stato sicno raccolti solamente quegli operai a’quali nessuna privata industria ha potuto fornir lavoro. Imperocché le lavorerìo pubbliche sono costituite per supplire e riparare alla insufficenza delle industrie private, dalle quali ricevono limitazione e misura. 3° Il Governo procaccerà, per non rovinare molte industrie private, elio i lavori molteplici e svariati da lui condotti siano di qualità da non potersi dai privati cittadini imprendere con profitto. Il che importa che le manifatture pubbliche quanto più crescono, e tanto più costino e siano a maggiore scapito del tesoro. 4° Avviata la generale istituzione degli opificj •comuni, il prezzo della mano d’opera non potrà sminuire tanto e sì presto, quanto si vede ne’paesi dove il numero delle braccia soverchia il bisogno. Però, tutte quelle industrie le quali competono con gli stranieri, mercè del buon mercato e del potere scemare' fino all’ultimo estremo i salarj, cesseranno e si annulleranno. Dalla teoria conviene a suo tempo scendere all’applicazione. E così fece il Mamiani. Divenuto Ministro costituzionale sotto Pio IX, nel giugno 1848- il Mamiani compilò e sottopose all’Assemblea romana una proposta di legge per la istituzione di un .Ministero speciale di pubblica beneficenza . È pregio dell’opera riferire, tralasciando le funzioni speciali e straordinarie del nuovo Ministero, le sue funzioni generali non tanto per far conoscere la natura e la. missione di esso Ministero, quanto perchè ci sembra, che quelle funzioni ed attribuzioni generali possano anche oggidì servir di lume per la riforma e il riordinamento dello nostre Opere pie. 1 II Ministro di pubblica beneficenza procura in genere la riforma, il perfezionamento e la moltiplicazione degl’ istituti e delle opere di beneficenza c ie sono in atto, e la fondaz ione e 1’avviamento detuzionc cd ogni opera rivolta all’educazione morale e intellettuale delle infime classi. 2° Procura con mezzi mediati o immediati di approssimare le opere tutto di beneficenza a certa unità e collegamento, affinchè se ne aumenti da ogni lato l'efficacia, e non ne siano gli effetti o troppo parziali o manchevoli. 3° Promuove presso i Consigli deliberanti le leggi c gli ordinamenti giovevoli alle classi indigenti c al popolo minuto. 4° Sopraintende agl’istituti laicali di beneficenza da lui fondati o dal Governo posseduti, e a qualunque disegno e impresa *da lui o dal Governo attuata, e la quale intende al sollievo e all’educazione delle classi inferiori. 5° Sopraintende similmente a quegli istituti e opere laicali di beneficenza e di educazione popolare, le quali sono posto dai fondatori sotto il riguar- damento e la cura immediata di chi governa. G° S’ingerisce, d’accordo coi Municipj o coi Rettori privati, nel regolamento di quegli istituti ed opere coraunitativc o private, alle quali viene in soccorso il Governo con il denaro pubblico, o con altra maniera efficace e ragguardevole di ajuto. Quanto alle fondazioni e congregazioni, o similmente a qualunque specie ed atto di pubblica beneficenza, dipendenti al tutto dai Municipj o dalla carità di privati, c che si rimangono esclusi dalle tre dette categorie, il Ministro ne piglia cognizione esatta e particolareggiata, ed esige copia autentica degli statuti c dei regolamenti. Invigila clic non contravvengano in nulla alle leggi universali dello Stato. Promove e propone in seno de Consessi legislativi quei provvedimenti c quelle cautele che impediscono alle beneficenze d’istituto municipale o privato di fuorvia.e c corrompersi. Risponde ai consigli richiesti, e invita per via officiosa a modificare, migliorare, propagare e in ogni guisa perfezionare l’opera della beneficenza. Similmente invita e procura la colleganza e reciprocazione degli ufficj ed aiuti fra l'uno istituto e l’altro, o in genero favorisce e caldeggia per ogni modo l'azione loro. Occorre appena far notarle che il Mamiani, mettendo così in pratica le sue nuove dottrine sociali, tentava di dare all’opera del Governo quell’ampiezza e quell efficacia che si accorda generalmente con le libei tà co privati, e con ogni trasformazione c progresso nello spirito di associazione e di civile consorzio. Sulla quale Istituzione egli ritornò più. tardi nei Saggi di Filosofia civile. Ma è noto che il Ministero di pubblica beneficenza non ebbe fortuna negli Stati Romani, mentre alle idee del Mamiani si fece m sostanza buon viso in Toscana, dove al Ministero ella Istruzione pubblica fu aggiunto l’ufficio di tubare c dirigere la pubblica beneficenza. lennpir/ il Mamiani fece a tutti manifesto so sociali D i eC0 6U ° P on ^ crato volume sulle Qucstion ’ ° ° ln mczzo a tante vicende politiche italiane ed europee dal 48 in poi, in mezzo a’ suoi profondi studj filosofici cd alle sue occupazioni di statista, non aveva perduto d’occhio i progressi teorici e le fasi pratiche della questione economica sociale nelle diverse parti d’Europa. Girando l’occhio della mente nell’essenza profonda e nelle attinenze della questione sociale, c pur tenendo conto dei suggerimenti dell'esperienza e della riflessione por oltre quarantanni, nella suddetta opera Egli esaminò acutamente i due massimi problemi dell’età nostra, fra loro distinti ina non separati, cioè il problema inorale c quello economico. Intorno al secondo problema, ecco in breve le dottrine o le proposte che il Mamiaui professava e additava per risolvere in Europa e segnatamente in Italia la questione sociale. L’autore delle Questioni sociali ammette legittimo il diritto della proprietà individuale ; affer- * ma, contro certi Economisti, che il lavoro non crea, ma presuppone la proprietà ; rigetta le strambe teoriche di Proudhon e le altre nò giuste nò praticabili dei moderni Comunisti c dei Socialisti esagerati; reputa non assoluto il diritto al lavoro. Ma, d’altra parte, egli deplora gli effetti della libera concorrenza che ritiene sia causa dell’ anarchia economica ; è seriamente preoccupato dal fatto che i quattro quinti del genere umano formano la classe intera dei pro- letarj : e quindi pensa e propone un sistema di riforme rivolte ad armonizzare la produzione e il capitale, gl’interessi e le sorti del proletario, sistema che si compendia nelle seguenti proposte : Istituire un magistrato speciale col nome di Tribuni del popolo, eletto dal corpo intero dei lavoranti, il quale tuteli ed invigili i diritti e gl’interessi del proletario. 3° Abolizione del dazio consumo. 2° Fondazione di colonie per riparare all’ eccedenza annua della popolazione, secondo la teorica di Malthus. 4° Favorire e proteggere 1’ emigrazioni volontarie, quando pure al Governo apparisse nè difficile nò dispendioso il tragittare i nostri emigranti da una provincia interna ad un' altra, per esempio in Sardegna, nelle campagne romane, in più parti disabitate ed incolte della Sicilia c della Puglia. 5° Proteggere ed allargare le Società cooperative, nelle quali il lavorante, oltre alla sua mercede, divida coi socj il modesto lucro ricavato dalle pioduzioni, e pelò sia nel tempo stesso comproprie- taiio. Quanto si dilateranno questo società, tanto più effettuabile apparirà la Cassa di pensioni per i 1600 i e gl invalidi, alimentata da quoto versatevi a ogni libera corporazione di artigiani, e da elargizioni del Governo in proporziono delle somme risparmiate o dai singoli membri o da una intera • norT A 1 i rtÌerÌ ’ C CU ‘ amm i Q istrazione però °" “ ai i» mano del Governo. del l a T? com P r °P r ^ario anche il lavoratore del fondo da lui coltivato. oc ni Gn | are 1° imposte ai contadini proprietari. on are Scuole governative professionali, lo3 cioè di arti e mestieri, in unione con le Provincie ed i Comuni quanto alle spese ; nelle quali scuole sarebbero accolti i figli dei lavoranti, compiuta 1' istruzione elementare. 9° Riformare le Scuole tecniche, adattandole ai mestieri ordinarj ; e quanto alle grosse borgate c alla campagna, ammaestrarvi i contadini suburbani negli clemeuti di agricoltura e di pastorizia. 10° Provvedere ad un Manuale popolare di agraria. Dove manchi l'insegnamento elementare, supplirvi con le scuole dette ambulanti. 12° Prestazioni al buon colono per ajutarlo a divenire comproprietario ; e dono degli utensili al giovine proletario, ghà prestatigli quando entrò nelle officine urbane e noi fondi rustici in possesso ed uso dello Stato. Dall’ attuazione di queste riforme e proposte il Mamiani si riprometteva la graduata cessazione della servitù del salario e quindi la emancipazione reale a compita del quarto stato. Ma in qual modo lo Stato avrebbe provveduto a quello nuove ed incessanti spese ? Con le infrascritte riforme, secondo il Mamiani, oltre al provento delle consuete imposte. 1° Cancellazione dell’ esercito stanziale. 2° Imposta prediale e mobiliare temperatamente progressiva. 3° Incameramento dell’ eredità trasversali dal terzo grado in giù. Sbassamento della rendita pubblica dal quattro al tre e al due e mezzo, secondo luoghi e tempi. 5° Amministrazione disimplicata e scemamente di ufficiali e di paghe. 6° Ogni legatario pagherà una volta soltanto il decimo del valsente legatogli.. 7° Monopolio delle miniere. VII. Non tutte le riforme c le proposte sociali messe innanzi dal Mamiani sono guari praticabili, nè tutte collimano con la inviolabilità del diritto naturale di proprietà individuale, oltre accordare un soverchio ingerimento allo Stato moderno nelle materie economiche. Noi non potremmo quindi accettare senz’ alcuna restrizione e temperamento tutte e singole le dottrine economiche e sociali del Mamiani, nè crediamo che si possa mai giungere a pienamente e stabilmente risolvere il problema conomico sociale, come ci studiammo dimostrare a suo uogo in due nostri libri, negli Elementi scientifici di Etica e Diritto o nella Filosofia morale e sociale (1). Ma intanto, nobile, alto, eminente- ” e -i°iT,le • Gd . Umanitario « il fine a cui rivol- rifnrm anai ^ n * 1° su La disciplina o educazione ci fa passare dallo stato di animale a quello d’uomo. Un animale è pel suo istinto medesimo tutto ciò che può essere ; una ragione a lui superiore ha preso anticipatamente per esso tutte lo cure necessarie. Ma l’uomo ha bisogno della sua propria ragione. Costui non ha istinto, c conviene che formi da so stesso il disegno della sua condotta. Ma, siccome non ne possiede la immediata capacitò, e viene al mondo nello stato selvaggio, ha bisogno dell’aiuto altrui. La specie umana c obbligata a cavare a grado a grado da sò stessa colie proprie sue forze tutte le qualità naturali che appartengono all’umanità. Una generazione educa l'altra. Se ne può cercare il primo principio in uno stato selvaggio o in uno stato perfetto di civiltà -, ma, nel secondo caso, bisogna pure ammettere che l’uomo sia poi ricaduto nello stato selvaggio c nella barbane. La disciplina impedisce all’uomo di lasciarsi deviare dal suo destino, dall'umanità, pur Io sue inclinazioni animali. Occorro, por esempio, oh essa lo moderi, perché egli non si gotti noi porle» o corno no animalo feroce, 0 come uno stordito^ a dina è puramente negativa, perche si resinose soovliarc l'uomo della sua selvatichezza; 1 istruzione, ^ ° -nèh parte positiva dell’educazione. “ir ™ ioho- coiste nell' indipondeoza da,, • T a disciplina sottomette 1’ uomo alle r Lvfmou» e lincia a fargli sentirò la E, l'autorità dolio leggi stesse. Ma ciò dovesse. Valdarnini la pedagogia di e. kant fatto per tempo. Così, maudansi per tempo i bambini alla scuola, non perchè vi apprendano qualcosa, ma perchè vi si avvezzino a restare tranquillamente seduti e ad osservare puntualmente ciò che loro vien comandato, affinchè in progresso di tempo sappiano cavar subito buon partito da tutte le idee che verranno loro in mente. Ma l'uomo è così portato naturalmente alla libertà che, quando vi abbia preso una lunga abitudine, le sacrifica tutto. Ora questa è la precisa ragione onde conviene per tempo ricorrere alla disciplina ; chè altrimenti sarebbe troppo difficile di cambiar poi il carattere di lui, e seguirà allora tutti i suoi capriccj. Parimente, si vede che i selvaggj non si abituano mai a vivere come gli Europei, quantunque restino per lungo tempo ai servigj loro. Il che non deriva già in essi, come opinano Rousseau ed altri, da una nobile tendenza alla libertà, ma da una certa rozzezza, perchè l'uomo appo essi non si è ancora spogliato in qualche maniera della natura animale. E però dobbiamo avvezzarci per tempo a sottometterci ai precetti della ragione. Quando all uomo si è lasciato seguire la piena sua volontà pei tutta la gioventù c non gli si è mai resistito in nulla, ci conserva una certa selvatichezza per tutta la vita. Rè alcuna utilità reca ai giovani un affetto materno esagerato, dacché più tardi si pareranno loro dinanzi ostacoli da tutte le parti, c troveranno dovunque contrarietà quando piglieranno parte agli affari del mondo. Un vizio, nel quale ordinariamente si cade ncl1’educazione dei grandi, e quello di non opporre loro alcuna resistenza nella loro gioventù, perché son destinati a comandare. Nell’ uomo la tondenza alla libertà richiedo ch’egli deponga la sua rozzezza : nell’animale bruto, al contrario, questo non e necessario per l’istinto di lui. L’uomo ha bisogno di sorveglianza e di cultura. La cultura abbraccia la disciplina e l'istruzione. Nessun animale, che noi sappiamo, ha bisogno di quest’ultima ; imperocché veruno di essi apprendo alcun che da’ suoi antenati, salvo quegli uccelli clic imparano a cantare. Infatti, gli uccelli sono ammaestrati nel canto dai loro genitori ; ed è mirabil cosa il vedere, come in una scuola, i genitori cantare con tutte le proprie forze davanti ai loro nati e questi'adoperarsi a cavare gli stessi suoni dalle loro tenere gole. Se taluno volesse convincersi che gli uccelli non cantano per istinto, ma clic imparano a cantare, basta ne faccia la prova ed è questa : levi ai canarini la metà delle uova loro e vi sostituisca uova di passero ; ed ancora coi piccoli canarini mescoli insieme passeri giovanissimi. Li metta in una gabbia donde non possano udire i passeri di fuori ; essi impareranno il canto dai canarini e così avremo passeri cantanti. Nò meno stupendo e il fatto, che ogni specie d’uccelli conserva m tut e le generazioni un certo canto principale; cosi la tradizione del canto è la più fedele nel mondo L’ uomo non può diventare vero uomo che per educazione ; egli e ciò eh essa, lo fu. \ uolsi notai e eh’ egli può riceverò questa educazione soltanto da altri uomini, che l’abbiano egualmente ricevuta dagli altri. Quindi la mancanza di disciplina e d’ istruzione in certi uomini li rende assai cattivi innesti i dei loro allievi. Se un essere di natura superiore si prendesse cura della nostra educazione, vedrebbesi allora ciò che noi possiamo divenire. Ma siccome l’educazione, da una parte, insegna qualcosa agli uomini, e, dall’altra, non fa che svolgere in loro certe qualità, non si può sapere fin dove portino le nostre disposizioni naturali. Se almeno si facesse una esperienza coll’ aiuto dèi grandi e col riunire le forze di molti, ciò ne illuminerebbe sulla questione di sapere fin dove l’uomo può arrivare per questa via. Ma una cosa tanto degna di osservazione per una mente speculativa quanto triste per un amico dell’ umanità si è il vedere, clic la più parte dei grandi non pensano che a se stessi e non pigliano alcuna parte alle interessanti esperienze sulla educazione, per fare avanzare di qualche altro passo verso la perfezione la natura umana. 3. - Non vi ha alcuno clic, essendo stato trascurato nella sua gioventù, siaincapaco di ravvisare nell’età matura in elio venne trascurato, vuoi nella disciplina, vuoi nella cultura (poiché si può chiamar cosi la istruzione).Chi non possicdecultura di sorta e bruto pollinoli Ita disciplina o educazione e selvaggio. La mancanza di disciplina è un male peggioro della mancanza di cultura, perche a questa si può ancora rimediare più tardi, mentre non si può più mandar via la selvatichezza e correggere un difetto di disciplina. Forse l’educazione diverrà sempre migliore, e ciascuna delle generazioni venture farà un passo di più verso il perfezionamento dell’ umanità ; imperocché il gran segreto della perfezione della natura umana dimora nel problema stesso dell’educazione. Si può camminare oramai per questa via ; difatti, oggidì si principia a giudicare esattamente e a vedere in modo chiaro in clic proprio consiste unabuoua educazione. E reca dolce conforto il pensare che la natura umana sarà sempre più e meglio dispiegata e migliorata dall’educazione, e che si può arrivare a darle quella torma che veramente le conviene. In ciò consiste la prospettiva della felicità avvenire della specie umana. L’abbozzo d'una teorica dell’educazione è un ideale nobilissimo, c che non tornerebbe punto nocivo, quando anche non fossimo in grado di effettuarlo. Non bisogna considerare un’idea come vana e ritenerla come un bel sogno, perchè certi ostacoli ne impediscono l’effettuazione. Un ideale altro non è ohe il concetto d una per- lezione che non si ò riscontrato ancora noU'esporicnza : tal sarebbe, per esempio, l'idea 4 una repubblica perfetta, governata secondo le regole dell» g.nst.z.a. Si dirà dunque impossibile? Basta,,u pruno nego, Che la nostra idea non sia falsa; in seconde lungo, ohe non sia impossibile assolutamente d, vincere luti, „u ostacoli per tradurla in atto. Se, poniamo cascano mentisse, la veracità sarebbe per questo una chimera ? L’idea eli una educazione clic dispieghi nell'uomo tutte le sue disposizioni naturali è vera assolutamente. Con l’educazione presente l'uomo non consegue appieno il fine della sua esistenza. Imperocché quanta diversità non corre tra gli uomini nel loro modo di vivere ! Ne tra loro può essere uniformità di vita se non in quanto essi operino secondo gli stessi principj e questi principj divengano per loro come una seconda natura. Noi possiamo almeno lavorare intorno al disegno d’una educazione conforme all’intento che dobbiamo proporci, e lasciare istruzioni agli avvenire che potranno a grado a grado metterle in pratica. Osservate, per esempio, i fiori detti orecchi di orso: quando li tiriamo dallo radici, hanno tutti il medesimo colore •, quando invece se no pianta il seme, otteniamo colori tutti differenti e svariatissimi. La natura ha dunque riposto in loro certi germi del colore, e basta, per isvilupparvcli, seminare e piantare convenientemente questi fiori. Il somigliante accade nell’uomo ! Vi sono molti germi nell'umanità, e spetta a noi svolgere con debita proporzione le nostre disposizioni naturali, dare all’umanità tutto il suo dispiegamento, e adoperarci a conseguire la nostra destinazione. Gli animali compiono il loro destino spontaneamente e senza conoscerlo. L’uomo, al contrario, e obbligato a cercar di conseguire il fine suo ; il che non può egli fare se prima non ne ha un’idea. L’individuo umano non può compiere da se questa destinazione. Se ainmettesi una prima coppia del genere umano realmente educata, bisogna sapere altresì com’essa ha educato i suoi figli- I primi genitori danno ai loro figli un primo esempio ; questi lo imitano, e così dispiegansi alcune disposizioni naturali. Ma tutti non possono esser educati a questo modo, giacché ordinariamente gli esernpj si offrono ai bambini secondo l’occasione. In altri tempi gli uomini non avevano alcuna idea della perfezione onde la natura umana è capace ; noi stessi non l’abbiamo ancora in tutta la sua purezza. È corto del pari che tutti gli sforzi individuali, clic hanno per fine la cultura dei nostri allievi, non potranno mai far sì che costoro giungano a conseguire la loro destinazione. Questo fine non può esser dunque conseguito dall’uomo singolo, ma unicamente dalla specie umana. L’educazione c un’arte, la cui pratica ha bi- sogno d’essere perfezionata ila più generazioni. Ciascuna generazione, provvedala delle conoscenze dello precedenti generazioni, è sempre pii in grado di arrivare a una educazione che in una giusta piopoi- zionc c in conformità Sol loro fine svolga tutte le nostre disposizioni naturali e cosi guidi tutta la spc- eie umana alla sua destiuazionc. - La Provvidenza ha voluto ohe l'uomo fosse obbligato a cava™ da se stesso il bene, 0 in qualche modo gli dice Edia nel mondo. Io ho mosso in te ogni speco d. alt tudin. porilbcno. Ora a te solospcttasvilupparlcpcr,1 bene; e quindi la tua felicità 0 la tua infelicità dipende da te ., Cosi il Creatore potrebbe parlare agli nomini ! L'uomo deve innanzi tutto svolgere le sue attitudini per il bene ; la Provvidenza non lo ha messe in lui bcll’e formate, ma come semplici disposizioni, c però non vi è ancora distinzione di moralità. Render se stesso migliore, educare se medesimo, e, s’egli è cattivo, svolgere in sè la moralità, ecco il dovere dell'uomo. Quando vi si rifletta consideratamente, si vedo quanto ciò sia difficile. L'educazione, pertanto, c il più grande e il più arduo problema che ci possa esser proposto. Di fatti le cognizioni dipendono dall’educazione, e questa dipende alla sua volta da quelle. Onde non potrebbe l'educazione progredire elio di mano in mano ; e noi possiamo arrivare a farcene un’idea esatta solo in quanto ciascuna generazione trasmette le sue spe- rienze e le sue cognizioni alla generazione posteriore clic vi aggiunge qualcòsa di suo c le tramanda così aumentate aqucllachele succede. Qual cultura e quale sperienza dunque non suppone questa idea? E però essa non poteva sorgere che tardi, e noi stessi non 1 abbiamo ancora innalzata al suo più alto grado di purezza. Si tratta di sapere se l’cducazionc nell’uomo singolo debba imitare la cultura che l’umanità in gcnciale ricevo dalle suo diverse generazioni. -Lia le umane scoperte ve ne ha duo difficilissime, e sono l’arte di governare gli uomini e l’arto di educarli ; c però si disputa ancora su queste idee. Ora, donde principieremo a svolgere le naturali disposizioni dell’uomo ? Bisogna muovere dallo stato barbaro o da auo stato già culto ? Non è agevol cosa il concepire uno svolgimento partendo dalla barbarie (per la difficoltà somma di farci un’idea del primo uomo) ; e noi vediamo che, ogni qualvolta si sono prese le mosse da questo stato, 1 uomo è ricaduto nella selvatichezza, e che però sono stati sempre necessari nuovi sforzi per uscirne. Anche nei popoli assai civili ritroviamo un avanzo di barbarie, attestato dai più antichi monumenti scritti a noi tramandati ; e qual grado di cultura non suppone già la scrittura stessa ? E da questo punto, cioè dalla invenzione della scrittura, si potrebbe anzi far cominciare il mondo, rispetto alla civiltà. Poiché le nostre disposizioni naturali non si svolgono da sè stesse, ogni educazione è un’arte. - La natura non ci ha dato per questo hnc alcun istinto. - L’origine, come il suo relativo progresso, dell’arte educativa, è o meccanica, senza disegno sottoposta a date circostanze, o ragiona « L«to •d’educare non risulta meccanicamente dalle caco . stanze in che apprendiamo per esperienza se una data cosa ci è dannosa od utile. Ogni arte di questo -onere clic sarebbe puramente meccanica, con i s „ 1-ioune perche non seguirebbe f b0 m0lt ' Cn oln-c “ia’nto Che l’arte delMn- alcnna norma. 0 1 W caziono 0 1» P f*°” io „,J, or,„odo d» con- nata ” 0 d « linnzion m I genitori, ebe hanno sognuo I. educazione, sono gin 3i rcgoinnoirr,i.Mn ..or rendere LA PEDAGOGIA DI E. KANT questi migliori, è necessario di fare uno studio della Pedagogia ; diversamente nulla se ne può sperare, e l’educazione viene affidata ad uomini educati non bene. Al meccanismo nell’arte educativa bisogna sostituire la scienza, altrimenti ella non sarà clic uno sforzo continuo, cd una generazionepotrebbe distruggere quanto un’altra avesse edificato. Un principio di Pedagogia, al quale dovrebbero mirare segnatamente gli uomini che propongono norme di arte educativa, ò questo : Che non devc- si educare i fanciulli secondo lo stato presente della specie umana, ma secondo uno stato migliore, possibile nell’avvenire, cioè secondo l'idea dell’umanità o della sua intera destinazione. Questo principio 6 d’una importanza tragrande. I genitori educano per 10 più i loro figli per la società presente, sia puro corrotta. Dovrebbero, al contrario, dar loro una educazione migliore, perche un miglioro stato ne possa venir fuori nell’avvenire. Ma qui si parano dinanzi due ostacoli : 1° I genitori non si curano per ordinario che di una cosa sola, ed è che i figli loro facciano buona figura nel mondo ; 2° I principi ri- sguaidano i proprj sudditi oomc strumenti dei loro disegni. I genitori pensano alla casa, i principi allo Stato, fxli uni e gli altri non si propongono per fine ultimo 11 bene generale e la perfezione a cui è destinata 1 umanità. Le basi fondamentali d’uu disegno d’educazione fa d uopo che abbiano un carattere mondiale. Ma il bene generale è un’idea che possa tornar dannosa al nostro bene particolare? Niente affatto ! Imperocché, quantunque sembri che gli si debba sacrificare qualcosa, veniamo cosi a lavorar meglio pel bene del nostro stato presente. E allora quante nobili conseguenze ! Una buona educazione è proprio la sorgente d’ogni bene nel mondo. I germi che sono riposti nell’uomo debbono svilupparsi ognor di vantaggio ; imperocché nelle disposizioni naturali dell uomo non v’ha principio di male. La sola causa del male sta nel non sottoporre a norme la natura. Nell uomo non vi sono che i germi per il bene. Da chi dee provenire il miglioramento dello stato sociale? Dai principi o dai sudditi? Conviene clic questi si migliorino prima da sé stessi, 0 facciano la metà di strada per andare incontro a go verni buoni ? Se, invece, devo partire dai principi questo miglioramento, si cominci dunque a riformare la loro educazione; poiché si é commesso per lungo tempo questo grave sbaglio, di non resistere „vii stessi principi nella loro gioventù. Un albero°cho rosta isolato in mozzo ad un campo pei de la sua dirittura nel crescere c stendo lungi . suo. rami ' al contrario, quello elio cresco nel mezzo una foresta si mantiene diritto, per la reste» a ohe «li oppongono gli alberi vicini, e cerea al di- olio 0 i opp j A vviene lo stesso nei ffirn- ^-“rnvale a Meglio siano educati da qua,- ouno dei tafsudditi che dai loro pari. Non si può attendere il bene doli-alto so prima non vi sava migliorata l’edncazionel Qui bisogna dunque con- 23G la pedagogia, di i:. kant tare più sugli sforzi dei privati che sul concorso dei principi, come hanno giudicato Basedow ed altri ; dacché l’esperienza c’insegna che i principi nell’educazione badano meno al bene del mondo che a quello del loro Stato, c vi scorgono solo un mezzo per giungere ai loro fini. Se col denaro soccorrono la educazione, si riservano il diritto di stabilire le norme che loro convengano. Lo stesso va detto per tutto ciò che risguarda la cultura dello spirito umano c l’incremento dello umane conoscenze. Questi due risultamenti non sono procurati dal potere c dal •denaro, ma solo facilitati ; bensì potrebbero procurarli ove lo Stato non prelevasse le imposto unicamente nell’interesse del suo erario. Ncppur le Accademie li hanno dati finora, ed oggi più che mai non si scorge alcun segno ch’esse comincino a darli. La direzione delle scuole dovrebbe pertanto dipendere dal senno di persone competenti ed illustri. Ogni cultura comincia dai privati e da questi poi si diffonde. La natura umana non può avvicinarsi di mano in mano al suo fine che per gli sforzi di persone dotate di generosi e grandi sentimenti, le quali s’interessano al bene del mondo sociale e sono in grado di concepire uno stato migliore, come possibile, nell’avvenire. Intanto alcuni potenti riguardano il loro popolo come, in certa guisa, una parte del regno animale, e mirano solamente alla propagazione. Al più desiderano ch’esso abbia una certa abilità, ma solo a fine di potersi giovare dei proprj sudditi come di strumenti più acconcj ai loro disegni. I privati devono certamente badare al fine della natura fisica, ma devono soprattutto curare lo svolgimento della umanità, e far sì ch’ella diventi non solo più abile, ma ancora più inorale \ da ultimo, cosa molto più difficile, adoperarsi a elio i posteri arrivino ad un più alto grado di perfezione. L’educazione, pertanto, deve : Disciplinare gli uomini. Disciplinarli vuol dire cercar d’impedire clic la parte animale non soffochi la parte veramente umana, così nell’umano individuo come nella società. Dunque la disciplina consiste semplicemente nello spogliar l’uomo dc.la. sua selvatichezza. D evc coltivarli La cultura abbraccia la istruzione ed i varj insegnamenti &sa fornisce labilità : 0 questa è il possesso d un attitud,ne sufficiente a tutti i lini elio possiamo proporci. Lss. dunque non determina da sé alcun tino ma lascia dunque • . costjinzC . Alcune arti sono utili questa cura comc sarebbero le arti in ogni cinp ^ nitro non sono buone elio di loggoi l’arte della musica, elio in riSpCt, ° v,H J itTfe possiede. L'abilità 6 in rende M** ° M molti fini elio certo modo infinita, et Jovn altresì enrarc che l'uomo divenga „ crrt autorità. Questa dicesi propriamente civiltà. Essa richiede certi modi cortesi, gentilezza c quella prudenza onde possiamo giovarci degli altri uomini pei nostri fini ; e si regola secondo il gusto mutabile di ogni secolo. Così amiamo ancora, dopo alcuni anni, le cerimonie in società. 4° Deve, finalmente, curare nell’uomo la moralità. Ed invero, non basta che l’uomo sia capace di ogni sorta di fini ; occorre altresì clx’ ci sappia farsi una massima di scegliere tra quelli soltanto i buoni. Diconsi buoni que’ fini clic sono necessariamente approvati da ognuno e che pouno essere al tempo stesso i fini di ciascuno. 9. - L’uomo può essere guidato, disciplinato, istruito in modo affatto meccanico, ed illuminato •veramente. Si guidano i cavalli, i cani, e si può guidare anche gli uomini. Ma non basta guidare i fanciulli ; preme soprattutto eli’ essi imparino a pausare. Occorre badare ai principj dai quali derivano tutte le azioni. È dunque manifesto quante cose richiede una vera educazione! Ma ncH’educazionc privata la quarta condizione, che è la più importante, viene per lo più assai trascurata; poiché insegnasi ai fanciulli ciò che stimiamo essenziale, e intanto si lascia la morale al predicatore. Ma non ò forse importante d’insegnare ai fanciulli a odiare il vizio, non per la semplice ìagione che Dio l’ha proibito, ma perchè di natura sua è spregevole ! Altrimenti e’ si lasciauo indurre nel vizio, pensando che il male potrebbe esser lecito se Dio non l’avcsse vietato, c clic si può far benissimo una eccezione a favor loro. Dio, ch'e l’essere sovranamente santo, non vuole se non ciò cb’ò buono. Egli vuole che noi pratichiamo la virtù per il suo valore intrinseco e non perchè Ei lo esiga. Noi viviamo in un’epoca di disciplina, di cultura e di civiltà, ma che non è ancora quella della moralità vera. Nelle presenti condizioni si può dire che la felicità degli Stati cresce di pari grado colla infelicità degli uomini. E non si tratta ancora di sapere se noi saremmo piu felici nello stato di bai- barie, dove non esiste tutta questa nostra cultura, che nello stato presente. Come si può, difatti, render felici gli uomini, se non li rendiamo morali e savj ? La quantità del male appo essi non verrà così diminuita. Bisogna fondare scuole sperimentali prima di poter creare quelle normali. L’educazione e l’istruzione non debbono essere puramente meccaniche, ma riposare su principj. Tuttavia non hanno da fondarsi sul puro ragionamento, ma in un certo senso anche sul meccanismo. L’Austria non ha guari che scuole normali, istituite giusta un disegno contro il quale si sono a buon diritto sollevate molte obbiezioni, ed al quale si poteva rimproverare un cieco meccanismo. Tutte le altre scuole dovevano regolarsi su quelle, e si negava altresì un ufficio pubblico a chi non avesse frequentato quelle scuole Tali prescrizioni dimostrano quale e quanta parte abbia in certe cose il Governo ; e non e possie di arrivare a qualcosa di buono con sbatti ordinamenti. Si crede da’ piu che non sia necessario di fare spcricnzc in materia di educazione, e che si può giudicare con la sola ragione se una cosa sara buona o cattiva, ila qui sta un grave errore, c l’esperienza ne insegna clic i nostri tentativi hanno spesso dato risultamcnti opposti affatto a quelli che ci attendevamo. È dunque chiaro clic, sondo qui necessaria l'esperienza, nessuna generazione d uomini può fare un disegno compiuto d’educazione. La sola scuola sperimentale clic abbia finora incominciato in qualche modo a battere questa via c stato l’Istituto di Dessau. Nonostante parecchi difetti che gli potremmo rimproverare, ma che del rimanente si riscontrano in tutti i primi sperimenti, bisogna concedergli questa gloria, ch’esso non ha cessato di spronare a nuovi tentativi. In un certo modo esso è stato l’unica scuola dove i maestri avessero libertà di lavorare secondo i prò* prj metodi c disegni, e dove fossero uniti fra loro c si mantenessero in relazione con tutti i dotti della Germania. L’educazione comprende le cura necessarie ai bambini c la cultura. La cultura c: 1° negativa, come disciplina clic si restringe ad impedire le colpe ; 2° c positiva, come istruzione c direziono ( Anfilhrung ), c sotto questo rispetto merita il nome di cultura. La direziona serve di guida nella pratica di ciò clic si vuole apprendere. Di qui la differenza tra il precettore, che è semplicemente un maestro, e il governatore [Hofmeister), che è un direttore. Il primo dà soltnnto l’educazione della scuola; il secondo, quella della vita. II primo periodo dell’ educazione è quello in cui l’allievo deve mostrare soggezione ed obbedienza passiva ; il secondo, quello in cui gli si permette far uso della sua riflessione e della sua libertà, ma purché sottometta l’una e l’altra a certe leggi. Nel primo periodo il costringimento è meccanico, nel secondo è morale. L'educazione b privata o pubblica. Quest’ ultima si riferisce all' insegnamento che può sempre rimaner pubblico. La pratica dei precetti si lascia all’educazione privata. Un’educazione pub - blica compiuta è quella che riunisce ad un tempo la istruzione c la cultura morale. Il suo line consiste nel promuovere una buona educazione privata. Una scuola dove si pratichi questo si chiama un Istituto di educazione. Di somiglianti Istituti non può esservi gran copia, né potrebbero essi ammettere un gran numero di allievi ; imperocché sono costosissimi, e la semplice istituzione di questi Collegi richiede molte spese. Lo stesso va detto degli ospedali. Gli edifizj loro necessarj, il trattamento dei direttori, dei sorveglianti o dei domestici assorbiscono la metà decentrate : ed è oramai provato che se si distribuisse questo denaro ai poveri nelle ispettive loro case, e’sarebbero curati assai meglio. - ^difficile ancora di ottenere che i ricchi mandino i loro figliuoli negl’istituti educativi. Fine di questi Istituti pubblici e il perfezionamento dell’educazione domestica. Se i genitori o quelli che li assistono nell’educare i loro figli avessero ricevuto una buona educazione, la spesa degli Istituti pubblici potrebbe non esser più necessaria. Quindi bisogna farvi delle prove e formarvi persone adatte, affinchè ci possano dare in progresso una buona educazione domestica. L’educazione privata è data dai genitori stessi, o, se per caso non ne abbiano il tempo, la capacità o il gusto, da altre persone che li aiutano in ciò, mediante una ricompensa. Ma questa educazione data così da persone ausiliarie ha il gravissimo difetto di dividere l’autorità fra i genitori ed il precettore. Il fanciullo deve regolarsi secondo i precetti dei suoi maestri, e deve in pari tempo seguire i capricci de’suoi genitori. E necessario che in questo genere di educazione i genitori depougano tutta la loro autorità in mano dei maestri. Ma fin dove l’educazione privata è preferibile alla educazione pubblica, o questa a quella ? L’ educazione pubblica, in generale, sembra più vantaggiosa dell educazione domestica, non solamente in rispetto all abilità, si anche in rispetto al vero carattere di cittadino. L’educazione domestica, oltre non correggere i difetti appresi in famiglia, li aumenta. Quanto tempo deve durare l’educazione ? Fino a che la natura ha voluto che l’uomo si governi da se stesso, fino a che si svilpppi in lui l’istinto del sesso, fino a che egli può divenire padre cd esser tenuto di educare alla sua volta, ossia fino al- . 1 età di circa 1G anni. Decorsa quest’età, si può ricoiiere a maestri clic proseguano a coltivarlo, e sottoporlo ad uua celata disciplina, ma la sua educazione regolare é finita. La soggezione dell’allievo è positiva o negativa. Positiva, in quanto ei deve fare ciò che gli viene comandato, non potendo ancora giudicare da se c non avendo ancora appreso l’arte d’imitare. Negativa, in quanto l’allievo dee faro ciò che desiderano gli altri, se vuole ch’essi dal canto loro facciano qualcosa che gli torni piacevole. Nel primo caso egli è esposto ad essere punito; nel secondo, a non ottenere ciò elio desidera : o qui, benché possa oramai riflettere, ei dipende dal suo piacere. Uno dei più grandi problemi dell’educa zione si ò di poter conciliare la sommissione all autorità legittima coll’uso della libertà, Imperocché l'autorità é necessaria! àia in qual modo coltivare la libertà per mezzo dell’àutorità ? Bisogna che io avvezzi il mio allievo a soffrire che la sua libertà venga sottoposta all’autorità altrui, c che in pati tempo io gl’insegni a far retto uso della sua libertà. Senza questa condizione, in lui non vi sarebbe che puro meccanismo ; l’uomo sfornito di vera educazione non sa far uso della sua libertà. Fa duopo ch’egli senta per tempo la resistenza inevitabile della società, perché impari a conoscere quanto o difficile di bastare a sé stesso, di tollerare le privazioni c di acquistare quanto basti a rendersi indipendente. \, Cui devesi por mente alle infrascritte regole. 1» Bisogna lasciar libero il fanciullo fino dalla sua prima età c in tutti i suoi movimenti (salvo in quelle occasioni in cui può farsi del male come, per esempio, se prendesse in mano uno strumento tagliente), a patto bensì di non impedire la libertà altrui, come quando grida, o manifesta il suo brio in modo troppo l’umoroso e da recar disturbo agli altri. 2 11 Gli si deve mostrare ch’ei può conseguire i suoi lini, a patto bensì ch’egli permetta agli altri di conseguire i loro proprj •, ad esempio, non si farà niente di piacevole per lui s’ei non fa ciò clic desideriamo, come d’imparare ciò che gli viene insegnato e via dicendo. 3° Bisogna provargli che l’autorità, il costringimento a cui si sottopone, ha per fine disegnargli ad usar bene della sua libertà, che lo educhiamo ed istruiamo affinchè possa un giorno esser libero, cioè fare a meno del soccorso altrui. Questo pensiero sorge assai tardi nella mente dei fanciulli, poiché non riflettono nei primi anni che dovranno un giorno provvedere da se stessi al loro mantenimento. Credono che la cosa andrà sempre come nella casa paterna, cioè ch’essi avranno da mangiare e da bere senza darsene alcun pensiero. Ora senza questa idea, i fanciulli, segnatamente quelli dei ricchi ed i figli dei principi, restano per tutta la vita, come gli abitanti di Otahiti. L’educazione pubblica ha qui manifestamente i più grandi vantaggj : vi s’impara a conoscere la misura delle proprie forze ed i limiti che c impone il diritto altrui. Non vn si gode alcun privilegio,poiché vi sentiamo dovunque la resistenza, e ci eleviamo sopra gli altri solo per merito proprio. Questa educazione pubblica e la migliore immagine della vita del cittadino. Resta ancora una difficoltà clic non vuol essere qui dimenticata, e riguarda la cognizione anticipata del sesso, .a fine di preservare i giovinetti dal vizio prima dcll’elà matura. Vi ritorneremo sopra più innanzi. La Pedagogia, o scienza dell’educazione, si’ distingue in fisica e in pratica. L'educazione fisica c- quella che l'uomo ha comune con gli animali, c ri- sguarda le cure della vita corporea. L’educaziom pratica o morale (si chiama pratico tutto quello che si riferisce alla libertà) c quella che risguarda la cultura dell’uomo, perche costui possa vivere come ente libero. Quest’ultiraa è l’educazione della persona, 1 educazione d’un ente libero, che può bastare- a sè stesso e tenere il suo vero posto in società, ma. che altresì è capace d’avere per sè un valore intrinseco. % Quindi 1 educazione consiste: 1° nella cultura scolastica o meccanica, che risguarda l’abilità ; essa pertanto è didattica (e sta nell’opera del maestro) ' r “° ne ^ a ^ura prammatica, che si riferisce alla prudenza (e sta nell’opera del governatore) ; 3° nella cultura morale, e si riferisco alla moralità. L uomo ha bisogno della cultura scolastica o ella istruzione, per mettersi in grado di conseguire tutti i suoi fini. Essa gli dà un valore come in— re che La disciplina non tratti i fanciulli come schiavi,, e far sì ch’e’sentano sempre la loro libertà, ma in guisa tale da non ledere quella degli altri: ne segue pertanto che conviene abituarli alla resistenza. Parecchi genitori ricusano tutto a’ioro figliuoli per esercitare così la loro pazienza, esigendo da questi più che da se stessi. Ma è una crudeltà. Dato al bambino quanto gli abbisogna, e poi ditegli : Tu nc hai abbastanza. Ma è assolutamente necessario che questa sentenza sia irrevocabile. Non fato alcuna attenzione alle grida dei bambini e non credete loro, quando credano di ottenere qualcosa per questa via; ma se lo dimandano con dolcezza, date ai medesimi ciò che loro torna utile. Si avvezzcranno'così ad essere sinceri; e, come non importuneranno alcuno colle grida, ciascuno sarà, in compenso, benevolo]con essi. La Provvidenza pare veramente abbia dato ai fanciulli un aspetto piacevole per incantare lo persone adulte. Nulla v’ha di più funesto per essi che una disciplina ostinata e servile, intesa a piegare la loro volontà. Per ordinario si grida ai medesimi: Eh via! non ti vergogni, questa cosa c indecente ! e somiglianti espressioni, le quali non dovrebbero mai adoperarsi nella prima educazione. Il bambino non ha ancora idea alcuna di vergogna e di convenienza ; non ha di che arrossire, non deve arrossire ; e diventerà solamente più timido. Si troverà impacciato dinanzi agli altri, e fuggirà volentieri la loro presenza. Quindi nasce in lui una riservatezza male intesa cd una molesta dissimulazione. Non osa più dimandar dell’educazione fisica 261 nulla, mentre dovrebbe poter dimandar tutto;nasconde i proprj sentimenti, e si mostra sempre diverso da quello che è, mentre dovrebbe poter dire tutto francamente. Invece di star sempre appo i suoi genitori, li evita c si getta nello braccia dei domestici più compiacenti. Nè meglio di questa educazione irritante giovano la burla c le continue carezze, d ulto ciò rende tenace il fanciullo nella sua volontà, lo rende fìnto, •e, manifestandogli una debolezza ne suoi genitoii, gli toglie il rispetto dovuto ai medesimi. Ma, se viene educato in modo clic nulla possa ottenere con le grida, egli diverrà libero senza essere sfacciato, o modesto senza essere timido. Non si può tollerare un insolente. Certi uomini hanno un aspetto così insolente da far sempre temere qualche villania ; ve n’ha degli altri, .all’opposto, che al solo vederli si giudica suino incapaci di dire una villania a qualcuno. Possiamo sempre mostrarci aperti e franchi, purché vi si unisca una •certa bontà. Si sente dire spesso che i grandi hanno un aspetto veramente regale; ma questo m essi al ro non 6 die un certo sguardo insolente, a cu. s, abl- -tuarono da giovani, non avendo trovato alcuna ics, 5t °° Tutto ciò riguarda solamente Mutazione negativa. Difatti, molte debolezze delfuomo non prò- vengono da quanto non gli insegna, ma » q«c tanto che gli comunicane le false «F-, W d'esempio, lo jmbùoi parlando dei ragni, dei rospi, bambini potrebbero certamente prendere i ragni,, come pigliano le altre cose. Ma, siccome le nutrici, veduto un ragno, palesano nella faccia il loro spavento, questo si comunica al bambino con una certa simpatia. Molti lo conservano per tutta la vita e, sotto questo rispetto, rimangono sempre fanciulli. Imperocché i ragni sono certamente dannosi allo mosche, e il loro morso è per esse velenoso, ma l’uomo non ha di che temerne. In quanto al rospo, è un animale innocuo al pari di una rana verde- o di qualunque altro animale. 32. - La parte positiva dell’educazione fisica è la cultura ; per questa l’uomo si distingue dal bruto. La cultura consiste principalmente nell’esercizio delle facoltà dello spirito. Quindi i genitori debbono porgerne ai figli occasioni favorevoli. La prima cd essenziale regola è di fare a meno, per quanto e possibile, d’ogni strumento. Bisogna dunque abolire 1 uso delle dande e delle girelle, lasciando che il bambino si trascini per terra finché impari a camminare da sé, giacché a questo modo camminerà più sicuramente. Gli strumenti riescono dannosi alla abilità naturale. Così, ci serviamo d’una corda per misurare una certa estensione, ma si può fare ugualmente colla semplice vista ; ricorriamo ad un oriolo pei determinare il tempo, ma basterebbe guardare la posizione del sole ; ci serviamo d'un compasso per conoscere in qual regione é situata una foresta, ma si può anche sapere osservando il sole se di giorno e le stelle se di notte. Aggiungiamo che--dell’educazione fisica 263 invece di servirci di una barca per passare nell'acqua, si può nuotare. Il celebre Franklin si maravigliava che l’esercizio del nuoto, cosi piacevole ed utile, non fosse appreso da ognuno : e ne indicava così il modo facile per apprenderlo. Si lasci cadere un uovo in un fiume dove, stando tu ritto e toccando co’ piedi il fondo, la testa almeno ti rimanga fuori dell’acqua. Cerca allora quell uovo. Nell’abbassarti, fa risalire i piedi in alto, e, perche l’acqua non ti entri in bocca, solleva la testa sulla nuca, ed avrai così la giusta posizione necessaria a nuotare. Allora basta mettere in moto le mani, e si nuota. — L’essenziale sta nel coltivare 1 abilita naturale. Il più delle volte basta una semplice indicazione; spesso il fanciullo stesso è fecondo d’invenzioni, e si crea da se gli strumenti. - Ciò che bisogna osservare nell’educazione fisica, e però in quella del corpo, si riferisce o all’uso del moto volontario, o all’uso degli organi e senso. Nel primo caso il fanciullo deve semprei am- tarai ila sè. Quindi ha bisogno di fora», d, ab.», di colorita, di sicurezza. Egli devo. P«' e J • poter traversare luoghi stretti, sabre su altezze a piceo, donde si scorge l'abisso dinanzi c no, ca^ r ; i, . «:ii„Tifi Se un uomo non può minare su palchi vac.llan . cte far tutto questo, egli aoi . T) es . potrebbe essere. Pache ['Istituto Mantrop «* sau ne ha dato l'esempio. imi.b siicu stìtati . genere sono stati fatti co, fa-°" ndo 00me gli Restiamo assai meravigliati m ie a Svizzeri sino dall’infanzia si avvezzino a salire sulle montagne e fin dove li spinga la propria agilità, con. quanta sicurezza traversino i luoghi più stretti e saltino al di là dei precipizj, dopo aver giudicato con un’occhiata di potervi riuscire senza pericolo. Sia la più parte degli uomini han paura d’una cadu- tapresentata loro dalla immaginazione; e questa paura ne paralizza talmente le membra che por essi ci sarebbe davvero pericolo disaltare oltre. Questa paura cresce ordinariamente coll’età, c si riscontra in specie negli uomini che hanno molte occupazioni mentali. Simili sperimenti nei fanciulli in realtà non sono i più pericolosi. Per l’età loro, il corpo è meno pesante del nostro, cnon cadono tanto gravemente.Di più, non hanno le ossa nè cosi fragili, nò cosi dure come sono quelle degli adulti. I fanciulli sperimentano da se stessi le loro forze. Ad esempio, li vediamo spesso arrampicarsi senza un fino determinato. La corsa è un moto salutare c clic fortifica il corpo. Saltare, alzar pesi, tirare, lanciare, gettar sassi verso una mira, lottare, correre, e tutti gli escrcizj di questo genere sono eccellenti. La danza regolare non pare convenga ancora ai fanciulli. Il tiro a segno, vuoi per la distanza vuoi per colpii e il bersaglio, esercita pure i sensi e particolarmente la vista. Il giuoco della palla è uno dei migliori pei fanciulli, perchè richiede una corsa salutare. In generale i migliori giuochi sono quelli che, oltio s\ilupparc labilità, sono ancora esercitazioni pei sensi; ad esempio, quelli clic esercitano la vista nel giudicare esattamente la distanza, la grandezza e la proporzione, nel trovare la posizione dei luoghi secondo le regioni, il che si può fare coll'aiuto del sole, e via dicendo. Tutti questi esercizj sono eccellenti. Assai, vantaggiosa ò pure la immaginazione locale, ossia l’abilità di rappresentarci tutte le cose nei rispettivi luoghi dove si sono vedute j ossa da, per esempio, la soddisfazione di ritrovarci in una foresta, osservando gli alberi vicino ai quali siamo prima passati. Dicasi lo stesso della memoria locale, onde sappiamo non solamente in qual libro si è letta una cosa, ma altresì in qual parte del libro stesso. Così, il musico ha il tasto in mente, onde non ha più bisogno di cercarlo. È del pari utilissimo di coltivare l’orecchio dei fanciulli, e d’insegnar loro a discernere se una cosa c lontana o vicina ed in qual direzione. Il giuoco alla mosca cicco elei fanciulli era già noto appo 1 Greci. In generale, i giuochi dei fanciulli seno pressoché universali. Quelli noti o praticati m Germania ritrovansi anche in Inghilterra, in Francia ed altrove. Hanno lo propria origino da una corto naturaleinclinaaionc dei fanciulli! ilgiu.coal .mosco cicca, per esemplo, nasce in css, dal i sapore corno potrebbero aiutarsi so fossero pm.d un senso. La trottola é nn giuoco particolare ma -,u- sorte di giacchi da bambini foro, seon g— argomento di riflessimi 1 ultcriouj,so^ ^ esmpilJj casiono d'importanti scopei °, questo scrisse una dissertazione sulla t.otio, i poi fornì ad un capitano di vascello inglese 1 ’ occasione d’inventare uno specchio, col quale si può misurare sopra un vascello l’altezza delle stelle. I fanciulli amano gli strumenti rumorosi, come le piccole trombette, i piccoli tamburi, e cose simili. Ma questi strumenti non hanno alcun valore, perchè i bambini stessi li rendono disadatti. Meglio sarebbe che imparassero da sè medesimi a tagliare una canna, dove potrebbero soffiare. Anche l'altalena è un buon esercizio ; può giovare alla salute dei fanciulli e anco delle persone adulte ; ma i fanciulli han qui bisogno d’essere sorvegliati, perchè il moto che vi cercano può essere molto rapido. L’aquilone è un giuoco innocentissimo 5 serve a coltivare la destrezza del corpo, stantecliè il sollevarsi in aria dell’aquilone dipende da una certa posizione riguardo al vento. Pigliando interesse a questi giuochi il fanciullo rinunzia ad altri bisogni, e così a grado a grado si avvezza a privarsi di altro cose di maggiore importanza. Di più, acquista l’abito a star sempre occupato, ma i suoi giuochi debbono avere anche un fine. Imperocché, più il suo corpo si fortifica e s’indurisce in questa guisa, più e’ divien sicuro contro le conseguenze corruttive della mollezza. La ginnastica stessa deve ristringersi a guidar la natura; non deve procurare grazie forzate. Alla disciplina, e non alla istruzione, spetta il primo passo. Educando il corpo deifanciulli, non va però dimenticato che li formiamo per la società. Rousseau dice : u Non arriverete mai a formare dei savj, se prima non fate dei monelli „. Ma da un fanciullo svegliato si caverà piuttosto un uomo dabbene, che da un impertinente un cameriere- discreto. Il fanciullo non ha da essere importuno in società, ma non deve mostrarsi neppure insinuante. Verso quanti lo chiamano a se, deve mostrarsi familiare, senza importunità; franco, senza impertinenza. Per ottenere questo da lui, bisogna non guastarlo in niente, non ispirargli idee di decoro, che varranno solo a renderlo timido e selvaggio, o che, d’altra parte, gli suggeriranno il desiderio di farsi valere. In un fanciullo niente v’ha di più ridicolo che una prudenza senile, od una sciocca presunzione. Nel secondo caso è nostro dovere di far maggiormente sentire al fanciullo i suoi difetti, ma procurando insieme di non fargli troppo sentire la nostra superiorità ed autorità, perchè egli si formi da so stesso, come un uomo che- dee vivere in società ; perocché se il mondo è abbastanza grande per lui, dev’essere non meno grande anche per gli altri. _^ Toby, nel Tnstram Shandy, dice a una mosca] oh» l’avo™ molestato per tango tempo o oh. lasca soapparc dalla finestra: « Va’, catt.vo ammalo .1- mondo h abbastanza grande per me e pe. e. „ Ciasouno potrebbe pigliare questo detto per dms . Non dobbiamo renderei importa», gl. um «gb il mondo è abbastanza glande P ei *, . 34,-SiamoeosU^ta.U^Unrm. tl «a dalla Liberti,. Altra eosa b dar leggi alla libertà, ed altra coltivar la natura. La natura del corpo e quella dell’anima si accordano in questo : coltivandole devcsi cercare d'impedir loro che si guastino, e l’arte aggiunge ancora qualcosa alla natura del corpo ed a quella dell'anima. Si può dunque, in un certo senso, dimandar fisica la cultura dell’anima quanto quella del corpo. Ma questa cultura fisica dell’anima si distinguo dalla cultura morale, poiché 1’ una si riferisce alla ^Natura, l’altra alla Libertà. Un uomo può essere coltissimo fisicamente; può avere ornatissimo lo spirito, ma esser privo di cultura morale, ed essere un cattivo uomo. Bisogna distinguere la cultura jisica dalla cultura pratica, che è prammatica o morale. Quest’ul- tima si propone di render l’uomo più morale clic colto. Divideremo la cultura Jisica dello spirito in cul- tuia libera e in scolastica. La cultura liberà si riduce, sto per dire, ad uno svago; mentre la cultura scolastica è cosa seria. La prima è quella che ha luogo naturalmente nell’allievo; nella seconda, egli può essere considerato come soggetto ad un obbligo. Anche nel giuoco possiamo essere occupati, il clic si chiama occupare i nostri ozj ; ma possiamo essere obbligati ad occuparci, e questo dicesi lavorare. La cultura scolastica sarà dunque un lavoro pel fanciullo, c la cultura libera uno svago. Sono stati proposti varj sistemi di educazione per cercare, cosa davvero lodevolissima, il miglior metodo educativo. Si è pensato, fra gli altri, di lasciare clic i fanciulli apprendano tutto come un divertimento. Lichtenberg, in una puntata del Magazzino di Gottinga, deride l’opinione di quanti vogliono che si tenti di lasciar fare ogni cosa ai fanciulli come un divertimento, mentre dovrebbero essere abi tuati per tempo a serie occupazioni, dovendo essi entrare un giorno nella vita scria del mondo. Quel metodo produce un effetto detestabile. Il fanciullo devo giuncare, aver le sue ore di ricreazione, ma deve anche apprendere a lavorare. È bene certamente di esercitare la sua abilità e di coltivare il suo spirito,, ma a queste due sorte di cultura vogliono esser dedicate ore diverse. La tendenza alia infingaida 00 ine costituisce per l’uomo una grande infelicità; e piu egli è abbandonato a questa tendenza, più gli torna poi difficile di mettersi al lavoro. Nel lavoro l’occupazione non è piacevole per se stessa, mas’ intraprende per un altio fine. L°c cupazione nello svago è piacevole in se, nò qumc c’c bisogno di proporsi alcun fine. Se vogliamo passeggiare, la passeggiata stessa ò fine, c quinci p lunga è la strada fatta, più ci « Le distrazioni non devono osser mai tollerato, almeno nella senola, porctó finiscono per degenerare in una certa tendenza, in una corta abitudine. An che le più bolle qualità dell'ingegno si perdono in un uomo so-ctto alla distrazione. Quantunque . fan- ossi non i— metà, rispondono in senso contrario, non sanno quei che leggono, c somiglianti. La memoria devesi coltivare per tempo, procurando bensì di coltivare insieme anche la intelligenza. Si coltiva la memoria : 1° facendole ritenere i nomi che trovansi nelle narrazioni ; 2° merce la lettura e la scritt ura, esercitando i fanciulli a leggere- attentamente e senza bisogno di compitare ; 3° conio studio delle Lingue, che i fanciulli debbono capire, avauti di passare a leggerne qualcosa. Quello clic di- cesi il mondo dipinto (’orbis pictus), quando sia descritto convenientemente, rende i più grandi scrvigj, e possiamo incominciarlo dalla Botanica, dalla Mineralogia e dall a Fisica generale. Per descriverne gli obbietti, fa mestieri d’imparare a disegnare e a modellare, e quindi vi abbisognano le Matematiche. Lo prime cognizio ni scientifiche debbono soprattutto aver per obbietto la Geografia così matematica come fisica. I racconti di viaggj, spiegati per via d’incisioni e di carte, condurranno poi alla Geografia politica. Dallo- stato presente della superficie della terra si risalirà, al suo stato primitivo, e si arriverà alla Geografia antica, alla Storia antica, e via dicendo. Leli istruzione del fanciullo bisogna cercare di •anirc a grado a grado il sapere e il potere. Fra tutte le scienze la Matematica pare sia la più adatta a far conseguile questo fine. Inoltre, bisogna unire la- scienza e la parola (la facilità del dire, l’eleganza eloquenza). Ma occorre altresì che il fanciullo impari a distinguere perfettamente la scienza dalla mp ice opinione e dalla credenza. A questo modo ouncià in lui una mente retta, e un gusto giusto dell’educazione fisica 275 se non /ne o delicato. Il gusto da coltivarsi sarà prima quello dei sensi, degli ocelli specialmente, e infine quello delle idee. Vi debbono essere norme per tutto ciò che pu^ coltivare l’intelletto. È anche utilissimo di astrarle, affinchè l’intelletto non proceda in modo puramente meccanico, ma abbia coscienza della regola che segue. Riesce ancora di grande utilità l’esprimere le norme con una certa formula c tramandarle così alla memoria. Se abbiamo in mente la regola e ne dimentichiamo l’uso, non si pena molto a ritrovarla. E qui si domanda : Convicn principiare dallo studio delle regole astratte, o le si devono apprendere dopo averne fatto uso, oppure conviene far procedere i pad passo lo regole e il rispettive uso? Quest ultimo è il solo partito conveniente : nell alito caso l’uso rimane incertissimo finché non stame arrivai, alle regole. Occorre altresì, ove s, presenti 1 occasione, ordinare per classi le regole; e necessarieHuano unite fra loro. Dunque, sotto questo diversa dalla cultura P^^'^^gna alcun che rxtrsrr--— dello spirito. Essa e fisica ^ m ^ S a) Nella cultura/ ^ fano gll 0 non ha bisogno tica c dalla disciplina c ‘ di conoscere alcuna massima. È cultura passiva pel discepolo, che deve.seguire l’altrui direzione. Altri pensano per lui. b) La cultura morali si fonda sulle massime, e non sulla disciplina. Tutto e perduto, quando la si voglia fondare sull'esempio, sulle minacce, sulla punizione, e via dicendo. Sarebbe allora una pura disciplina. Bisogna fare in modo che l’allievo operi bene secondo le proprie sue massime e non p#r abitudine, e che non faccia solamente il bene, ma che lo faccia perchè è bene in sè. Imperocché tutto il valore morale delle azioni risiede nelle massime del bene. Tra l’educazione fisica e l’educazione morale corre questo divario : la prima è passiva per 1 allievo, mentre la seconda è attiva. Fa d’uopo ch’egli veda sempre il principio fondamentale dell’ azione e il vincolo che la rannoda all’ idea del dovere. 2° Cxiltura particolare dello facoltà dello spirito. Questa cultura risguarda l’intelligenza, i sensi, la imaginazione, la memoria, l’attenzione e lo spirito (Witz) come qualità peculiare. Abbiamo già parlato della cultura dei sensi, per esempio della vista. I 11 quanto alla immaginazione, devesinotare una cosa ed è, che i fanciulli son dotati di una immaginazione potentissima, e però non ha bisogno d’ essere sviluppata ed estesa con favole e novelle. Piuttosto dev'essere frenata e sottoposta a regole, senza lasciarla però disoccupata del tutto. Le carte geografiche sono una grande attrattiva per tutti i fanciulli, anche pei bambini. Benché stanchi d’ogni altro stadio, essi imparano ancora qualcosa per mezzo delle carte. Questa pei fanciulli è una distrazione eccellente, dove la immaginazione, senza divagar troppo, trova da fermarsi su certe ligure. Onde si potrebbe far loro incominciare gli stu- dj dalla Geografia, cui sarebbero unite figure di animali, di piante, eccetera, destinate a vivificare la Geografia stessa. La Storia dovrebbe venire più tardi. Riguardo all’attenzione, vuoisi notare ch’essaba bisogno et d’essere fortificata in generale. Unire fortemente i nostri pensieri ad un oggetto meglio che una prerogativa è una debolezza del nostro senso interiore, il quale si mostra indocile in questo caso e non si lascia applicare dove noi vogliamo. Nemica d'ogni educazione si c appunto la distrazione. La memoria suppone l’attenzione. 2S. - Ora passiamo alla cultura delle facoltà superiori dello spirito, che sono l’intelletto, il giu mio « 1» ragione. Si può cominciare dal formare in quaò- chemodo passivameli tel’iiitollotto, chiedendogli esernpj che si applichino all. regola, o al centrano I. dinon "P 8tel °“°“ oltane certe cose che por ammencì senea capirle! E fi — ‘ PriMÌPÌÌ - bisogna por lente ohe 9 «i si tratta d’una ragione non ancora diretta o educata. Essa pei tanto non deve sempre voler ragionare, ma badare di non ragionar troppo su quanto è superiore alle nostre idee. Qui non si parla ancora della ragione speculativa, ma della riflessione su ciò che avviene secondo la legge degli effetti e delle cause. V’ha una ragione pratica sottoposta al suo impero ed alla sua direzione. Il miglior modo di coltivare le facoltà dello spirito consiste nel far da se tutto quello che si vuol fare; per esempio, mettere in pratica la regola grammaticale che abbiamo imparata. Si capisce segnata- mente una carta geografica, quando possiamo eseguirla da noi. Il miglior mezzo di comprendere è quello di fare. Quello che s’impara e si ritiene più stabilmente e meglio è appunto ciò che s’impara in qualche maniera da noi stessi. Ma pochi sono gli uomini che siano in grado di far da maestri a se medesimi. Questi chiamansi grecamente autodida- scali (a, j~c5'.5icx“oi). Isella cultura della ragione bisogna praticare il metodo di Socrate. Costui infatti, che chiamava so stesso 1 ostetricante della intelligenza de’suoi uditori, ne suoi dialoghi, conservatici in qualche maniera da Platone, ci dà esempj del come si può guidare anco le persone d’età matura a tirar fuori certe idee dalla loro propria ragione. Su molti punti non ò necessario che i fanciulli esercitino la mente loro. Non devono ragionare su tutto. Non hanno bisogno di conoscere le ragioni di quanto può conferire alla loro educazione ; ma quando si tratta del dovere, necessita dell’educazione fisica farne loro conoscere i principj. Tuttavia si deve in generale fare in modo da cavar da loro stessi le cognizioni razionali, piuttosto che d’introdurvcle. Il metodo socratico dovrebbe servir di norma al metodo catechetico. Esso è certamente un po'lungo ; e torna difficile il condurlo in maniera tale da fare imparare agli altri qualcosa, mentre si cavano le •cognizioni dalla mente d’uno. Il metodo meccanicamente catechetico giova pure in molte scienze, come nell’insegnamento della religione rivelata. Nella religione universale, al contrario, devesi praticale il metodo socratico. Ma per tutto ciò che dev essere insegnato storicamente, si raccomanda il metodo meccanicamente catechetico. 39. - Dobbiamo qui trattare anche la cultura del sentimento del piacere o del castigo. Dev essere negativa; il sentimento non dev’essere effeminato. La inclinazione alla effeminatezza c pei 1 uomo il più funesto di tutti i mali della vita. Dunque preme sommamente d’avvezzare per tempo i gio\ani a punto all’ altro, per cada loro qualcosa di sinistro. Il padre, invece, che li sgrida, che li picchia quando non sieno stati buoni, li conduce talvolta in campagna, e quivi li lascia, correre, giuocare c divertirsi a loro posta, conforme alla loro età. Si crede di esercitare la pazienza de’giovinetti facendo loro attendere una cosa per lungo tempo. Il che non dovrebbe essere punto necessario. Ma essi hanbisognodipazienza nellemalattio einaltre contingenze della vita. Di due sorta è la pazienza: consiste o nel rinunziare ad ogni speranza, o nel prendere nuovo coraggio. La prima non c necessaria, quando si desideri unicamente il possibile; e si può aver sempre la seconda, quando non altro si desideri che il giusto. Ma tanto funesto è il perdere la speranza nelle malattie, quanto è favorevole il coraggio al ristabilirsi della salute. Chi ò capace di mostrarne ancora nel suo stato fisico o morale, non rinuncia alla speranza. Non bisogna render più timidi i fanciulli. Que- sto accade principalmente quando ci rivolgiamo ad essi con parole ingiuriose e quando si umiliano spesso. Conviene pertanto biasimare quelle parole che molti genitori indirizzano ai loro figli : Eh, non ti vergogni ! Non vedesi di che i fanciulli potrebbero vergognarsi, quando, per esempio, mettono in bocca il loro dito. Si può dir loro che ciò non sta bene, questo non essendo l’uso: ma dobbiamo dir lo*' 0 che si vergognino solamente quando mentono. La natura ha dato all’ uomo il rossore della vergogna, perchè si palesi quand'egli mente. Se dunque i genitori parlassero di vergogna ai loro figli solamente quando mentono, essi conserverebbero fino alla morte questo rossore per la menzogna. Ma se li facciamo arrossire di continuo, si darà loro una timidezza che non li abbandonerà più. Come abbiamo detto qua sopra, non devesi piegare la volontà dei fanciulli, ma dirigerla per modo- che ella sappia cedere agli ostacoli naturali. Sulle prime il fanciullo deve obbedire ciecamente. Non è conforme a natura eh’ egli comandi con le sue grida, e che il forte obbedisca al debole. Dunque non va mai ceduto alle grida dei fanciulli c dei bambini stessi, perchè ottengano così ciò che vogliono. Qui i genitori per lo più &’ ingannano, e credono di poter rimediare al male più tardi ricusando ai loro figli quanto dimandano. Ma e assuido i negar loro senza ragiope quello eh’ essi' attenti on dalla bontà dei genitori, coll’unico intento vogip ie du r T ii"Tr::r la loro volontà ed i un trastullo ordinariamente sino « o do Jn cui co _ pei genitori segna et ind J enZ a reca loro minciano a parlare. L’opposizione ai conoscere come debbono governarsi. — Importante la regola da praticarsi coi bambini è questa : andare a soccorrerli quando gridano e si teme che non accada loro qualche male, ma lasciarli gridare quando lo fanno per cattivo umore. E una somigliante condotta bisogna costantemente tenere più tardi. La resistenza che in questo caso trova il bambino è affatto naturale e propriamente negativa poiché rifiuta semplicemente di cedere a lui. Molti figliuoli, invece, ottengono dai loro genitori quello che desiderano, mercé le preghiere. Ove si lasci ottenere loro ogni cosa con le grida, essi divengono cattivi ; ma se ottengono tutto con le preghiere, diventano dolci. Bisogna dunque cedere alla preghiera del fanciullo, salvo che non ci sia qualche potente ragione in conti ario. Ma quando ci siano queste ragioni per non cedere, non bisogna lasciarsi più commuovere da molte preghiere. Ogni rifiuto dev’essere irrevocabile. Ecco un mezzo certo per non ripetere così di frequente il rifiuto. Supponete che vi sia nel fanciullo (cosa da potei si ammettere assai di rado) una tendenza naturale alla indocilità; il miglior partito si è, quando egli non faccia niente per rendersi a noi piacevole, di non fai niente per lui. — Piegando la sua volontà, t, ispiriamo sentimenti servili ; la resistenza naturale, al contrario, genera la docilità. 40. La cultuì a morale vuoisi fondare su certe massime, non sulla disciplina. Questa impedisce i - 5 1 ucllc formano la maniera di pensare. Bisogna fare in modo che il fanciullo si avvezzi ad operare secondo le massime, e non secondo certi motivi. La disciplina non genera che gli abiti, i quali svaniscono con gli anni. Necessita che il fanciullo impari ad operare secondo certe massime, di cui veda egli stesso la convenienza. Non occorre dimostrare come sia difficile di ottenere questo dai bambini, e come la cultura morale richieda molte cognizioni da parte dei genitori e dei maestri. Quando un fanciullo mente, per esempio, non si deve punire, ma trattarlo con disprezzo, dirgli che in avvenire non gli crederemo più, e somi glianti. Ma se lo castighiamo quando fa male, e Io ricompensiamo quando fa bene, egli a b° ia a * bene per essere ben trattato ; e quanc o piu a entrerà nel mondo dove le cose procedono altnmcn >, dove cioè egli può fare il bene ed il male senza riceverne ricompensa o castigo, non penserà mezzi per conseguire il suo fine, e sarà buono o cattivo secondo 1’ utile proprio. Le massime della coadotta amaca vanno "tesante dall' nomo stesso. Dcvcsi ceicaic p d'inculcare ai fanciulli, mediante 1.• l'idea di ciò che ò bene o male. S.^-^ dare la moralità, non bisogna punire. ^ ' è qualcosa di così santo c sn ^appari colla abbassare a questo P»"‘° ° |M „1 C deb- disciplina. I primi sfora' ., qualo consiste buco tendere a fermare .1^ • ’ imc . Queste nell’abito d’operare secondo cerio dapprima sono le massime della scuola e poi quelle dell' umanità. Sul principio il fanciullo obbedisce a certe leggi. Anche le massime sono leggi, ma personali o soggettive, perchè derivano dall’ intelligenza stessa dell’uomo. Niuna trasgressione alla legge della scuola deve restare impunita, ma la pena vuol essere sempre proporzionata alla colpa. Quando si vuol formare il carattere dei fanciulli preme assai di mostrar loro in tutte le cose un certo disegno, certe leggi, che essi ponno seguire fedelmente. Quindi, a ino’ d’esempio, si stabilisce loro un tempo per dormire, per lavorare, per ricrearsi; questo tempo, stabilito che sia, non devesi più nè allungare nè abbreviare. Nelle cose indifferenti si può lasciare l’elezione ai fanciulli, a patto bensì che poi osservino sempre la legge che han fatto a sè stessi. — Non bisogna tentare, per altro, di dare a un fanciullo il ca- ìatteie di un cittadino, ma-quello di un fanciullo. Gli uomini che non si sono proposti certe regole non potrebbero inspirare molta fiducia; spesso ci accade di non poterli comprendere, nè mai sappiamo da qual verso conviene pigliarli. Vero è che non di rado si biasima la gente che opera sempre secondo certe i e^olc, come un tale che ha sempre un'ora cd un tempo stabilito per ogni azione ; ma sovente questo biasimo è ingiusto, e quella regolarità è una favorevole disposizione al carattere, benché sembri una tortura. Elemento essenziale del carattere d’un fanciullo, e segnatamente d'uno scolare, è soprattutto l'obbedienza. Questa è di due sorte: prima, un’obbedienza alla volontà assoluta di cbi dirige -, seconda, un’obbedienza ad una volontà riguardata coma ragionevole c buona. L’obbedienza può venire dal costringimento, dall'autorità, e allora è assoluta ; o dalla fiducia, c in questo caso è volontaria. Importantissima è la seconda-, ma anche la prima è assolutamente necessaria, perchè questa prepara il fanciullo al rispetto delle leggi che dovrà più tardi osservare come cittadino, quand’anche non gli andassero a genio. Si deve dunque sottoporre i fanciulli ad una certa legge di necessità. Ma questa legge, dev’essere universale, e bisogna averla sempre dinanzi al a mente nello scuole. Il maestro non devo mostrare alcuna predilezione, alcuna preferenza pei un a ° cl tra molti : chè diversamente la legge cessele universale. Quando il tannilo vedo> d». tu», gli alivi non sono sottoposti alla medesima legge nomo lui, diviene ostinato. presentata in Si dico sempre che ogni cosa P . clin£lzion e. modo tale ai fanciulli che la faccl ‘™ P ma pareC chic Il che in molti casi è c J 0 dove ri. E ciò cose vogliono esser loio p . tutta la vita, in progresso tornerà loro ^ funz ioni unite Imperocché nei servizj p u > ^ solo pu ò alle cariche, ed in molti a Ove supponessimo guidarci c non la indinone. ^ sare bbe che il fanciullo non compien . c d ’ a ltra parte sempre meglio di forniig ienC f - u ii 0 quantunque egli sa che ha doveri come veda più difficilmente d’averne come uomo. Se comprendesse ancor questo, il che solo con gli anni è possibile, l'obbedienza sarebbe ancor più perfetta. Ogni violazione d’un ordine pel fanciullo è un mancare di obbedienza, che porta seco una punizione. Ma non è inutile di punire anche una semplice negligenza. La pena è fisica o morale. La pena è morale quando si attutisce la nostra inclinazione ad essere onorati cd amati, due aiuti, della moralità, come quando si umilia, o si accoglie freddamente il fanciullo. Tale inclinazione dev’essere, finche si può, conservata. Ora questa sorta di pena è la migliore, perchè aiuta la moralità; per esempio, se un fanciullo ménte, castigo sufficiente ed il migliore per lui è un’occhiata di disprezzo. La pena fisica consiste o nel ricusai’e al fanciullo ciò che desidera, o nell’infliggergli una certa punizione. La prima sorta di pena si avvicina a quella morale, ed è negativa. Le altre pene vanno adoperate con precauzione, affinchè non generino disposizioni servili (indoles servilis). Non conviene dar ricompense ai fanciulli, perchè ciò li rende intei essati e genera in essi disposizioni mercenarie (indoles mercenaria). Inoltre. 1 obbedienza risguarda ora il fanciullo, 01 a il giovinetto. Il mancare d’obbedienza deve sempio avere la sua pena. Questa punizione, che si merita l’uomo per la sua condotta, o è affatto naturale, come sarebbe la malattia che si procura il fanciullo quando mangia troppo ; e questa specie di pena è la migliore, perchè l’uomo la subisce non solamente nella infanzia, ma per tutta la vita. 0 la pena è artificiale. Il bisogno di essere stimati ed amati è un espediente sicuro per rendere i castighi durabili. Le pone fisiche vanno adoperate solo come rimedio alla insufficienza delle pene morali. Quando il castigo morale non ha più efficacia e si ricorre alla pena fisica, bisogna rinunziare per sempre a formare con questo mezzo un buon carattere. Ma sulle prime la pena fisica serve a riparare la man canza di riflessione nel fanciullo. Non approdano i castighi inflitti con segni manifesti di collera. I fanciulli non vi scorgono allora che gli effetti della passione altrui, e considerano sè stessi come vittime di questa passione. In o ene rale, bisogna fare in modo che i fanciulli stessi ve dano come il fine vero e ultimo delle pepe inflitte sia il loro miglioramento. È assurdo pietendere c e : fanciullo da voi punito vi renda grazie, ^i ac mani, e via dicendo -, sarebbe un volerne ai schiavo. Quando le pene fisiche sono c i lC fl ripetute, formano caratteri ‘“Egoismo quando i genitori puniscono 1 fig P . „ Lo, non fanno cberonderlUncorapmcgo ^«n sono sempre i pm cattivi qrxo facilmcntc intrattabili, ma questi spesso * con le buone maniere. i nuella L'obbodionna de, giovinetto o -ve- del fanciullo, e sta nel sottomette- », v dovere, l'aro una eosa per dovere eqn.vale bedirc la ragione. Parlar di dovere ai fanciulli è fiato sprecato; essi alla fin fine concepiscono il dovere come una cosa da farsi sotto pena di essere fiustati. Unicamente dai suoi istinti potrebbe esser guidato il fanciullo ; ma, quando cresce, gli necessita 1 idea del dovere. Parimente, non dcvesi cercare di mettere innanzi ai fanciulli il sentimento della vergogua, ma riserbarlo alla età giovanile. .Difatti non può aversi tal sentimento se prima non siasi radicata la nozione dell’onore. Una seconda qualità, cui bisogna soprattutto mirare nella formazione del carattere del fanciullo, è la veracità. Questo infatti è il tratto principale e l’attributo essenziale del carattere. Un uomo che mónte non ha carattere, c 6e v’ha in lui qualcosa di buono lo deve al suo temperamento. Molti fanciulli hanno una tendenza alla menzogna, che spesso deriva unicamente da una talquale vivacità d’immaginazione. Ù dovere dei padri segnatamente di badare che i figli non contraggano questo abito, poiché le madri non vi annettono per ordinario che niuna o poca importanza ; se pure esse non vi trovino una prova lusinghiera delle attitudini e dello capacità superiori dei loro figli. Qui torna opportuno di ricorrere al sentimento della vergogna, poiché il fanciullo in questo caso lo comprende benissimo. In noi si manifesta il rossore della vergogna quando mentiamo, ma questa non ò sempre una prova di aver mentito o di mentire. Sovente arrossiamo della impudenza onde altri ci accusa d’una colpa. Non devesi cercare a ve- mn costo di trai’ di bocca ai fanciulli la verità per via di punizioni, avesse pure a cagionare qualche danno la loro menzogna : e’saranno allora puniti per questo danno. La sola pena che ai mendaci convenga è la perdita della stima. Possiamo dividere le pene ancora in negative o in positive. Le negative si applicherebbero alla infin- gardia, o alla mancanza di moralità o almeno di gentilezza, come la menzogna, il dispetto di cortesia, la insocialità. Le pene positive sono riservate alla malvagità. Preme sommamente di non tener rancoio verso i fanciulli. Una terza qualità del carattere del fanciullo c la socialità. Egli deve pur conservare con gli altri relazioni di amicizia, e non vivere sempre c tutto per sè. Parecchi maestri, c vero, sono contrarj a questa idea; ma è ingiustissimo. I fanciulli debbono cosi prepararsi al più dolce di tutti i piaceri della vita. 2 dovesse oggi pagare il suo creditore, « T\ Itf “suo creditore, farebbe cosa gia- occorre sia libeio eia 0 meritoria ■ ma pa- correndo un povero foJ. mi0 . Si domando- “n'oTtro se l’a necessiti. ' pud giustificare la tÌloX 'Sdì certo I non si potrebbe concep.re un solo caso in cui potesse ciò scusarsi, almeno davanti ai fanciulli; clic altrimenti essi piglierebbero la più lieve cosa por una necessità e si permetterebbero spesso di mentire. Se ci fosso un libro di questo genere, gli si potrebbe consacrare con grande utilità un’ora ogni di, per insegnare ai fanciulli a conoscere ed a pigliare a cuore i diritti degli uomini, che sono ' eccitamento posto da Dio sulla terra. In rispetto all’obbligo di essere benefici, questo ò un dovere imperfetto. Occorre meno affievolire che eccitare l’animo dei fanciulli per renderlo sensibile alle sventure altrui. Che il fanciullo sia tutto penetrato non dal sentimento, ma dall’idea del dovere! Molte persone son divenute realmente dure di cuore perchè, altre volte essendosi mostrate compassione- voli, furono di sovente tratto in inganno. E inutile di voler far sentire a un fanciullo il lato meritorio delle azioni. I preti commettono assai volte l’errore di presentare gli atti di beneficenza come qualcosa di meritorio. Anche senza riflettere che, agli occhi di Dio, non possiamo far mai che il nostro dovere, si può dire che adempiamo semplicemente 1’ obbligo nostro beneficando i poveri. Difatti, la disuguaglianza del benessere tra gli uomini deriva da mere condizioni accidentali. Dunque, se posseggo beni di fortuna li debbo a quelle circostanze che han favorito me o chi mi ha preceduto, c però devo pensaro anco alla società di cui sono membro. Si eccita l’invidia in un fanciullo avvezzandolo a stimare sè stesso giusta il valore degli altri. Deve, al contrario, stimar se giusta le ideo della sua ragiono. Cosi l’umiltà vera e propria è un confronto del nostro valore colla perfezione morale, La religione cristiana, per esempio, comandando agli uomini di paragonar sò medesimi al modello sovrano della perfezione, li rendo umili piuttosto che insegnar loro la umiltà. Far consistere l'umiltà nello stimar se meno degli altri c assurdo. — Vedi come questo o quel fanciullo si porta bene! e somiglianti espressioni. Parlar così ai fanciulli non c certo il modo d’inspirar loro nobili sentimenti. Quando l’uomo stima sè, giusta il valore degli altri, cerca o di elevarsi sopra loro, o di abbassarli. Il secondo caso c proprio dell' invidia. Allora non si pensa che a trovar difetti negli altri-, solo a questa condizione si reggo al confronto, c si riesce superiori. Lo spirito di emulazione applicato non bene produce l’invidia. Quando volessimo persuadere alcuno che una cosa 6 fattibile, qui l’emulazione potrebbe giovare : come, puta caso, quan o esigo da un fanciullo un certo compito e gli mostro che altri han potuto farlo. A un fanciullo non va permesso di umiliare gli nitri in qualsiasi modo. Conviene ndoprarsi a soffocare ogni superbia fondata sui vantaggi na. Ma bisogno fondare m pari tempo a ^ cioè una modesta fiducia in tó “f*'” 0 . r",:^rro g auro,obestane, non curarsi affatto dc’giudizj altrui. Tatti i desiderj umani sono o formali (libertà c potere), o materiali (relativi ad un oggetto,) cioè desiderj d’opinione o di piacere -, o, lilialmente, riguardano la semplice durata di queste due cose, come clementi della felicita. Son desiderj della prima specie quelli degli onori, del potere e delle ricchezze. Appartengono alla seconda specie i desiderj del piacere sessuale (voluttà), delle cose (benessere materiale) c della società (conversazione). Sono, infine, desiderj della terza specie l’amore della vita, della salute, delle comodità (il desiderio d’essere scevro di cure nell’avvenire). I vizj sono quelli o di malignità, o di bassezza, o di grettezza d’animo. Alla prima specie appartengono la invidia, la ingratitudine e la gioia per la sventura altrui -, alla seconda, la ingiustizia, la infedeltà (falsità), il disordine, vuoi nel dissipare le proprie sostanze, vuoi nel rovinarsi la salute (intemperanza) e la propria reputazione ; alla terza specie, la durezza di cuore, l'avarizia c la infingardi (effeminatezza). Le virtù sono o di puro merito, o di obbligò' sione stretta, o d 'innocenza. La prima classe comprende la magnanimità (che consiste nel domare se stesso, vuoi nella collera, vuoi nell’amore del benessere materiale e delle ricchezze), la beneficenza, il dominio sopra sè stesso. Spettauo alla seconda classe l’onestà, la decenza e la dolcezza’, alla terza infino, la buona fede, la modestia e la temperanza. Si domanda : l’uomo è moralmente buono o cattivo per sua natura ? Io rispondo : egli non è moralmente buono nò cattivo, perchè non ò un essere morale per natura ; ©'diviene morale quando innalza la sua ragione fino alle idee del dovere e della legge. Si può dir tuttavia che l’uomo racchiudo in sè tendenze originario per tutti i vizj, avendo inclinazioni ed istinti che lo spingono da una parte, mentre la sua ragione l’attira dalla parte opposta. Egli dunque potrebbe divenire moralmente buono solo in grazia della virtù, ossia d’una forza esercitata sopra se stesso, quantunque possa rimanere innocente finche non si destano le suo passioni. La maggio.' parte dei vizj dorivano dallo stato di civiltà quando fa violenza alla natura; c c.ò nond.- meno la nostra destinazione corno uomini « 4. usci dal puro stato di natura dove non cor» d.fle.on» tra noi o gli animali bruti. L'arto perfetta ..teina alla natura. p .i Nell’ educazione tutto dipendo, a . ‘ g[ ò: si stabiliscano dovunque buoni P ri “ W facciano comprender bene od Questi debbono imparare a sos . uue U d.o 1 ..cedi tutto surdo ; il timore dclh P P stima di sò degli «“ ini istori.™ JPepini». *«™i; medesimi o la le c la condotta a. il pregio ìntrinseo a, sentimento ; una moti del cuore, l inre “ *» devozione mesta, pietà serena odi animo boto a una de cupa e selvaggia- Ma bisogna anzitutto preservare i giovani dal pericolo di stimar troppo i meriti della fortuna ( merita fortunaà). Se togliamo ad esame l’educazione dei fanciulli nella sua attinenza colla Religione, la prima questione da risolvere c questa : Si può inculcare per tempo ai fanciulli idee religioso? Ecco un punto di Pedagogia sul quale si è molto disputato. Le idee religiose suppongono sempre qualche Teologia. Ora, come insegnare una Teologia alla prima gioventù, che non conosce ancora il mondo, c neppure se stessa ? I fanciulli, che non hanno ancora la nozione del dovere, come potrebbero capire un dovere immediato verso Lio ? Ciò che v’ ha di certo si è, che se potesse avvenire che i fanciulli non fossero mai presenti ad alcun atto di venerazione verso 1 Ente supremo, e non udissero mai pronunziare il nome di Dio, sarebbe allora conforme all’ ordine delle cose d attirare prima la loro attenzione sulle cause finali e su quanto si addice all’ uomo, di esercitarvi il loro giudizio, d’istruirli sull’ordine e sulla bellezza de’ fini della natura, di aggiungervi poi una cognizione più estesa e perfetta del sistema dell universo, e di venir così alla idea d’ un Ente upiemo, d un Legislatore. Ma siccome ciò non e possibile nello stato presente della società, come non 1 o \ietaisi che i fanciulli non odano pronunziare i nome di Dio e non siano presenti ad atti di de- ìonc veiso di Imi, se volessimo attendere per insegnar loro qualcosa intorno a Dio, ne deriverebbe dell’educazione PRATICA nel loro animo o una grande indifferenza per la divinità, o una idea falsa, come il timore della potenza divina. Ora, poiché bisogna evitare che questa idea metta radice nella immaginazione dei fanciulli, devesi cercare per tempo d’inculcar loro idee religiose. Il che, per altro, non vuol essere un mero esercizio di memoria, nè una pura imitazione affettata, ma devesi al contrario seguir sempre a via naturale. I fanciulli, pur non avendo ancora 1 idea astratta del dovevo, dcll'obbligazione, della condotta buona o cattiva, capiranno esservi una leggo del dovere, o ch'cssa non consisto noi piacere, nell ut.le o in altri simili considerazioni elle la ma in qualcosa di generalo che non s. fonda sm • capriccj umani. Bensì il maestro medesimo d toi p q r;sit;e tutto riferire a Dio nella indura, e attribuire ancor questa a Lui. lei ]a mostrerà in primo por Lequilibrio loro, ma ind^rcttameute^ancbe^per 1’ uomo affinchè possa rendersi felice. fin a* principio un’idea La miglior via pe m .. a o- 0 nare per ana- chiara di Dio sarcb c que^ ^ m paJre 0, ie logia il concetto di . cosi fclieemento abbia cura di no,1““^ onere nn,ano corno nna a concepire 1 unita sola famiglia., Tfeliffione ? La re- ° b °’ aÌ "T;Sr^2ei, inquanto ligione è la legge che risied riceve da un legislatore c da un giudice l'autorità che ha su noi ; è la morale applicata alla cognizione di Dio. Se la religione non si unisce alla inorale, essa altro non è che una maniera di sollecitare il favore celeste. 1 cantici, lo preghiere, il frequentare lo chiese, tutto ciò deve servire unicamente a dare all' uomo nuove forze ed un nuovo coraggio per diventare migliore ; altro non deve essere che la pura espressione di un cuore animato dall’ idea del dovere ; tutto ciò c preparazione al bene, ina non costituisce il bene in se. Non possiamo piacere all’Ente supremo se non diventando migliori. Ai fanciulli conviene anzitutto insegnare la legge che hanno entro di loro. L’uomo ò dispregevole agli stessi occhi suoi quando cade nel vizio. Questo disprezzo ha la sua ragione in sò, e non già nella considerazione che Dio ha proibito il male ] imperocché non è necessario che ogni legislatore sia nel tempo stesso autore della legge. Così un principe può vietare il furto ne’ suoi Stati, e nondimeno egli potrebbe non essere 1’ autore della proibizione del furto. Quindi 1 uomo riconosce che la sua buona condotta può solo renderlo degno della felicità. La legge divina deve nel tempo stesso apparire come una legge naturale, poiché non c arbitraria. La religione rientra dunque nella moralità. Ha non bisogna cominciare dalla Teologia. La religione elio sia fondata semplicemente sulla Teologia, non può contenere alcun che di morale. Essa non ispirerà altri sentimenti clic il timore da una dell’educazione pratica 30S parto e la speranza del premio dall'altra ; e quindi produrrà un culto superstizioso. La Morale deve pertanto venir prima della Teologia. E così abbiamo la Religione. Dimandasi coscienza la legge considerata in noi. La coscienza è veramente 1’ applicazione dello nostre azioni a questa legge. I rimorsi della coscienza resteranno inefficaci, ove non li consideriamo come rappresentanti di Dio, il cui trono sublime è fuori c sopra di noi, ma che ha pure stabilito in noi un tii- bunale. D’ altra parte, quando la religione non è accompagnata dalla coscienza morale resta inefficace. La religione senza la coscienza morale, come abbiamo detto, è un culto superstizioso. Si pretende servire Dio con lodarlo, per esempio, col celebrarne la potenza e la sapienza, senza curarsi di osservare lo leggi divine, senza neppur conoscere e studiare a sapienza e potenza di Lui. Taluni cercano in quelle lodi una sorta di narcotico per la loro coscienza, o una sorta di cuscino sul quale sperano riposare tran- non * i» g-* «.-*» lo idee religiose, me posiamo tuttavia loro alcune ; queste bensì debbono essere piuttosto negative efaL positive. È inutile d. ar re tare ^ mole ai fanciulli 1 questo non pub dar loro eh u idea falsa della pietà. La vera sta nell'opera,-e secondo 1» volontà d Ln. . e massimale si devo i^— terossc loro ed anche nosti, I ^ nome di Dio non sia profanato così spesso. Invocarlo nei desiderj e negli augurj, sia pure con intendimento pietoso, è una vera profanazione. Ogni qualvolta gli uomini pronunziano il nome Dio, e’ dovrebbero essere tutti compresi di rispetto ; dovrebbero pertanto farne uso di rado e mai leggermente. Il fanciullo deve imparare a riverire Dio, prima come signore della sua vita e dell'universo, poi come protettore o provvidente deH’uomo, e finalmente come suo giudice. Dicesi che Newton si raccogliesse uu momento ogni qualvolta pronunziava il nomo di Dio. Unendo e rendendo ciliare nella mente del fanciullo ad un tempo le nozioni di Dio c del dovere, gl’insegniamo a rispettar meglio le cure provvidenziali di Dio verso le sue creature, e lo preserviamo dalla tendenza alla distruzione ed alla crudeltà, che in tanti modi si compiace di tormentare i piccoli animali. Si dovrebbe nello stesso tempo istruire la gioventù a scoprire il bene nel male, mostrandole, per esempio, modelli di nettezza e di operosità negli animali di rapina e negli insetti. Essi fan ricordare agli uomini cattivi il rispetto della legge. Gli uccelli che danno la caccia ai vermi, sono i difensori de’giardini ; c così prosegui. Bisogna pertanto inculcare ai fanciulli certe nozioni intorno all’Ente supremo, affinchè quand/cssi vedono gli altri pregare, sappiano a chi o perchè si fanno quelle preghiere. Ma poche hanno da essere tali nozioni e, come dicemmo qui sopra, puramente negative. Devesi cominciare ad imprimerle fin dalla dell’educazione pratica 301 prima età neH’animo dei fanciulli, ma insieme badare ch’essi non istimino gli uomini secondo la pratica della rispettiva religione ; imperocché, nonostante la diversità dei culti religiosi, trovasi dovunque unità di Religione. Aggiungeremo, per concludere, alcune osservazioni, rivolte particolarmente ai fanciulli che entrano nellagiovinezza.Aquest’età il giovinetto principia a fare certe distinzioni che non faceva prima. Viene ili luogo la differenza dei sessi. La natura ha in qualche modo gettato là sopra il velo del segreto, come se la ci fosse qualcosa di meno decente per l’uomo e che per lui fosse un mero bisogno della vita animale. Essa ha cercato d unirlo con ogni sorta di moralità possibile. Gli stessi popoli selvaggi conservano su questo punto una specie di pudore e di ritegno. I fanciulli curiosi fanno talvolta certe dimando su questa materia alle porsone adulte, per esempio : Donde nascono i bambini ? Ma possiamo contentarli facilmente o dando risposte insignificanti, o dicendo loro che ia dimanda è propi io da barn ini Meccanico è lo svolgimento di questo tendenze nel giovinetto; e, come in tutti gl'istinti che si dispiegano in lui, non ha bisoguo di conoscerne prime^ oggetto- È dunque impossibile di mantener qui, g panetto nella ignoranza e nella innocenza o i compagna. Il silenzio non fa che aggravalo li male; Dna prova ci è fomitadall'edncaz.ono dei noeta “ 0 nati. Secondo l'educazione dell'età nostra giustamente che di queste cose bisogna pollare «, vinetto senz’ambagi, in modo chiaro o preciso. Per fermo si tocca un tasto delicato, poiché non so ne fa volentieri soggetto di conversazione pubblica. Ma tutto sarà ben fatto se gli parliamo di ciò in modo serio e conveniente, e se penetriamo nelle sue inclinazioni. L’età dei 13 o dei 14 anni è e quella ordinariamente in cui la tendenza per il sesso dispiegasi ne' giovinetti (se avviene prima, vuol dire che i fanciulli sono stati corrotti e perduti da cattivi escm- pj). A quell’età il giudizio loro si ò già formato, c la natura l’ba provvidamente preparato affinchè possiamo allora discorrere di tal oggetto con essi. Non v’ò cosa che tanto fiacchi lo spirito e il corpo quanto la specie di voluttà che l’uomo consuma sopra sè stesso ; non occorre diro ch'essa è contraria alla natura umana. E quindi non si deve più tener celata al giovinetto. Bisogna mostrargliela in tutto l’orrore suo, e dirgli elio si rende cosi disadatto alla propagazione della specie, che rovina le sue forze fisiche, che si prepara una vecchiaia precoce, che consuma il suo spirito, e va dicendo. Per fuggire le tentazioni di questo genere bisogna stare occupati sempre e non concedere al letto ed al sonno altre ore che le necessarie. A questo modo il giovinetto caccerà via dalla mente i pensieri cattivi 5 poiché, sebbene l'oggetto esista nella pura immaginazione, egli usa ancora la forza vitale. Quando la inclinazione si porta sull’altro sesso, almeno s’incontra sempre qualche resistenza; ma quando è rivolta sopra DELL’EDUCAZIONE l'UATlCA l’individuo stesso, può ad ogui momento essere appagata. Rovinoso ò l’effetto fisico’, ma le conseguenze morali sono ancor più funeste. Qui si varcano i confini della natura, e la tendenza non è mai sazia, perchè non trova mai alcuna soddisfazione reale. Rispetto ai giovani, alcuni precettori han posto la qui- stione : Può ad un giovane permettersi di formare unione con una persona di sesso diverso? Sebisognasse scegliere uno di questi duo partiti, il secondo sarebbe certamente migliore. Nel primo caso il giovane opere- rebbe contro natura -, ma nel secondo, no. La natura ia destinato a diventare uomo, e quindi anche a propagare la specie umana, appena è in grado di proteg gere sè stesso; ma i bisogni, a’quali deve necessariamente sottostare l’uomo nella società civile non gli consentono di poter ancor» allevare .suor SgU. Qui pertanto egli va contro l'ordine ernie. U n,^' partito pel giovane, e questo k per In. «ohe u vere, sta nell'attenderc ohe sia in grado d uni... regolarmente in matrimonio. P“ ra “ 0 ^ btl on mostrerà non solo uomo dabbene, s. cittadino. tempo a dimostrare alla Il giovine apprenda pe. ^mp ^ mMÌlMn0 donna tutto il rispetto c 0 ^ j, epararsi così la stima con lodevole operosità, ed a piepa all'onore d’nna ““ il gi»™* 110 ’ La seconda diff corainc ia a porre e oramai ad entrare nel dei ceti e ladisu- quella che risguarda la fanciullo, non guaglianza degli uomini. Finche bisogna fargli notare questa differenza. Non gli si deve permettere di comandare ai domestici. S’egli osserva che i suoi genitori comandano ai domestici, gli si può sempre dire : Noi li manteniamo, e però essi ci obbediscono. I fanciulli ignorano del tutto questa differenza, se i genitori non ne porgono loro l’idea. Convien dimostrare al giovinetto come la disuguaglianza degli uomini sia un ordine di cose derivato dai vantaggj onde certi uomini hanno cercato di distinguersi dagli altri. La coscienza dell’eguaglianza degli uomini, nonostante la disuguaglianza civile, può essergli inspirata a poco a poco. 45. - Fa mestieri di avvezzare il giovine a stimar se giusta il proprio valore, c non secondo il valore altrui. La stima degli altri, in tutto ciò clic non costituisce affatto il valore dell’uomo, è vanità. Bisogna, inoltre, insegnare al giovine a fare ogni cosa coscenziosamente, ed a porre ogni cura non tanto di parere, quanto di essere. Avvezzatelo a far sì che in ogni contingenza della vita, presa ch’egli abbia la sua risoluzione, questa non resti vana ; meglio sarebbe di non venire in alcuna deliberazione, e di lasciar sospesa la cosa. Insegnategli la moderazione ne’suoi rapporti col mondo e la pazienza nel lavoro : Sustine et abetine ; insegnategli la temperanza nc’ piaceri. Quando l’uomo non desidera unicamente i piaceri, ma sa ancora essere paziente nel lavoro, diviene un membro utile alla società e si preserva dalla noia. Conviono pure istruire il giovine a mostrarsi DELL'EDUCAZIONE 1MIAT1CA festevole e di buon umore. La serenità dcH’anirao deriva naturalmente dalla coscienza tranquilla. Raccomandatogli pertanto di conservare lo stesso temperamento. Con l’esercizio egli può arrivare amo- ■ strarsi sempre di buon umore in società. Abituatelo a considerare molto cose come doveri. Un’azione dev'essere pregevole, non perche si accorda colla mia inclinazione, ma perche nel farla io compio il mio dovere. Bisogna educare il giovine all’amore verso gh altri c poi a tutti i sentimenti verso l’umanità. Nell’animo nostro v’ha qualcosa che vuole c'interessiamo di noi stessi, di coloro coi quali siamo cresciuti non dio educati, o del bene universale. Va rose fam.liaro questo interesse ai fanciulli perchè riscaldi le anime loro. Essi debbono gioire del bene universale, quando anche non torni a vantaggio della patria o d, ‘“ 0d Conviene abituarli ad nneordare una mediocre stima al godimento de'piaoen ndln vi• • nirè i, timore puerile Eseguire strare ai giovani che il P ia ciò ohe promette. loro atten2 ;„ne Bisogna, per ultime, torma a „ U a ii -i* ri! rpndorsi conto 0 o m o sulla necessita di rende ine de n a vita pos- propria condotta, perdi • * acq ùistato. sano stimare debitamen Chi esaminasse con occhio diligente, acuto od imparziale tutte le cagioni e tutti gli umani individui che in un modo o nell'altro concorrono al progresso ed al perfezionamento della specie umana, vedrebbe che alla donna spetta non picciola parte di gloria in questo progresso indefinito. Anzi tutte, come osservò uno storico nostro contemporaneo, se 1 uomo incontra spesso la morte per la salvezza della patria, la donna corre pericolo della vita ogni qualvolta mette alla luce una creatura umana. Onde il Leopardi (Canto notturno di un pastore errante del' l'Asia ) scrive: Nasce l’uomo a fatica, Ed è rischio di morte il nascimento. Dalla cuna alla tomba, dalle più modeste cure della famiglia a'più alti e gloriosi ufficj dello Stato, dai primi rudimenti del sapere e del viver civile alle più nobili manifestazioni del pensiero ed al più squisito incivilimento cui sieno pervenuti gli umani consorzj, nella prospera e nell’avversa fortuna, in pace ccl in guerra, nelle arti, nelle scienze e nelle lettere, in ogni tempo e presso le nazioni tutte, per via più o meno diretta, in modo ora occulto ora palese, vi scorgi sempre l’opera e l’efficacia della donna ne vaij- suoi ufficj di sorella, di figlia, di amante, di sposa, di madre, di cittadina, di cultrice d’ogni arte liberale od ispiratrice de’più nobili sentimenti, d’eroina del dovcree,seoccorre,di martire del sacrifizio. Senza la donna, oltre non potersi' conservare o perpetuare il genere umano, l’opera divina della creazione non sarebbe stata compiuta, non avi ebbe avuto i più bello e vero coronamento. IL Sollevata dal Creatore ad un grado sì nobile, destinata a sì alto ufficio, la donna non fu m » tempo c debitamente pregiata dagli uomini, n ellastessa o non volle sempre corrispondere al a sua missione. Nel paganesimo essa o fu tenu a s • j o fu considerata del tutto inferiore all’uomo e qual mero strumento di voluttà. Pei atio un 8V0 iaero basso e misero stato, se ufficio, tutte le sue facolta e compì umana non mancò affatto nel progresso della -v ^ l’opera di lei, giacché la natuia s . res trin- di quando in quando i calpes a i invano prò- le donne si volevano appa ^ Qultara in^ cacciavasi loro una buon tellettualc, chi nei più aspri pericoli della patria, nelle arti e nelle lettere faccvasi tuttavia sentire l’impulso animatore della donna greca. Infatti; dii non ricorda come la giovinetta, la sposa e la madre inspirassero animo forte alla greca gioventù, che prima della battaglia acconciavasi la bella persona, quasi .traesse a convito e alla danza? Chi non ricorda come Socrate rassomigliasse il suo modo di filosofare all’arte della madre sua Fenarete ? Chi non ricorda le ispirazioni di un'Aspasia, c il valore poetio dell’infelice Saffo, molti versi della quale possono reggerò al confronto di quelli più affettuosi d’Anacreonte? E questi non imitò poi la fanciulla di Lesbo ? - Invano l’antica lloma negava alla donna ogni personalità giu- 'ridica, che ivi pure non mancavano stupendi esempi di amor patrio c di senno. Chi non ricorda infatti la pacò fra i Romani ed i Sabini, stipulata (checche ne pensi la critica moderna) per int.crcessiono delle rispettive donne? E, per tacere dello influsso della ninfa Egeria su Nuraa Pompilio, la storia non ha essa glorificato l'eroismo di Clelia ; le preghiere, ispirate da vivo amor patrio, della madre e della sposa di Coriolano ; il sacrifizio di Virginia ; la rettitudine e l’anuegazione delle madri dei Gracchi e degli Scipioui, esempio rinnovato ai nostri giorni dall’eroica madre dei fratelli Cairoli ? L’opera della donna non fu adunque del tutto manchevole od impotente nella civiltà pagana, e presso le schiatte che abitavano al mezzodì c all’occidente del mondo antico. Rinobilitata dal Cristianesimo e tenuta in.maggiorc stima appo i vigorósi popoli del settentrione, La clonna ; ritornò man mano signora di sò, fu proclamata degna o ■ inseparabile compagna dcH’uomo. Èssa allora comprese tutta la nobiltà della sua natura, andò via via perfezionandosi, e cooperò efficacemente a rialzare la stessa dignità umana, e a far progredire la civiltà. Lasciati gli Dèi falsi c bugiardi, abbracciata la religione di Cristo, la donna se uc fa la più valida sostenitrice c propagatine©, come ci,testimonia la madre di Agostino il santo, la imperatrice Eletta madre di Costantino; Teodolinda regina dei Longobardi, c' molte altre rioordate dall’istoria. Nel medio evo i più intrepidi c cortesi cavalieri cingono la spada-in difesa della donna e della fede; un Abelardo,'famoso disputatore nelle più aride c nelle pm alte questioni di filosofia e teologia in Paii D i ne colo XH, ò attratto dalla bellezza c dall’ingegno d'Eloisa, nobile creatura (dico il Cousin) che amo come santa Teresa e scrisse talvolta come eneca " . donna ispira il canto dei trovatori, e porgo ra alle’ lingue romanze ; Beàtnce si 6 che sia stare l’ingegno più universal l . a]la vissuto nei tempi di mezzo al Ugnato Papato, lo richiama a a LA .MISSIONE DELLA DONNA suo vero ufficio. Instigatrice a nobili imprese, la donna piglia non di rado la lira, ne trae suoni armoniosi e delicati, come Gaspara Stampa, Veronica Gambara e Vittoria Colonna. Altre maneggiano con onore il* pennello, come SofonisbaAnqùisciola, Barbara Longhi e Teodora Danti, pittrice c matematica insigne; e talune maneggiano perfinolo scalpello, come a'dì nostri la ' egregia e valenteAmaliaDuprè. Moltissime poiriesco- no eccellenti nella musica. Una Margherita illuminae rende civile la Scozia ; più tardi Maria Teresa c Caterina II a governano sapientemente due più temuti Imperi d’Europa. In tempi a noi più vicini la signora di Stiicl predicava la Comunione intellettuale dei popoli; Albertina-Necker scriveva di Pedagogia, ed in molte osservazioni sullo sviluppo della intelligenza e degli affetti del bambino fu più acuta di Emanuele Kant. La signora Swetchino, oriunda della Russia, onorava gli uomini più illustri della Francia contemporanea e alla sua volta era da essi meritamente onorata. In Ginevra tenne cattedra di lettere italiane la nostra Caterina Ferrucci, e poi scriveva un insigne trattato smW Educazione morale della donna italiana. Taccio poi gl’illustri nomi dello signore De Spuches Galati, Milli, Fuii Fusinato, Alinda Brunamonti ed altre, per ricordare quello della perugina marchesa Florenzi, che a nostri giorni coltivò con onorato successo una delle più difficili e la più universale delle discipline razionali, vo dire la Filosofia. Ecco ricordati, in questi pochi csempj, i meriti insigni del gentil sesso. NELLA SOCIETÀ ODIERNA ni A questi meriti la donna moderna può e deve aggiungerne degli altri, adempiendo sempre il suo nobile mandato, perfezionando sè stessa, e cooperando efficacemente ai multiformi aspetti della civiltà e dell’umano progresso. Poiché la uatura della donna non cambia, e poiché dal Cristianesimo é stata sollevata al suo più alto c vero grado, ella ha sempre c dovunque il medesimo fine da conseguire. Ma m gran parte variano i modi per adempiere sì alta missione, secondo che mutano le condizioni politiche, intellettuali e morali della società in mezzo alla quale, vive la donna. Questa, inoltre, si é perfettibile e non perfetta, né può sottrarsi, in mezzo agli sp e della civiltà nostra, alle leggi che governano il graduato avanzamento del genere umano, osi, po in oggi la donna ispirare animo al guerr.ero pei la stessa idea e per le stesse cagioni onde Io ispira tempi di meco ? E le sole doti mota!., da Ima conveniente cattura intellettuale sainbb no oggidì sufficienti a .cadere, non diri. spettata la donna, “‘.^““notanefieo o potente congiunture della vita tatto influsso negli nomini «1» consistere il Vediamo, portante, >n ‘ ^ nelIa 80 „ietà vero e compiuto ufficio d ^ ^ cavat teri odierna, tenendo fermi da ™ giuste o essenziali, e dall’ altro tenendo con razionali esigenze dei nostii temp Nel suo librò La dolina e là scienza -1' onorevole SalvatdreMorelliassegnavaun triplice scopo alla donna, cioè di partorire 1’ uomo, di educarlo, di muoverlo o dirigerlo al bene. E per l’illustre professore ginevrino, Ernesto Naville, il véro ufficio della donna consiste in opere di educazione, di pietà e di misericordia (Il Dovere: discorso alle signore di Ginevra c di Losanna). E sta bene: ma noi'vogliaiio considerare la donna in modo più esplicito c sotto qualche altro aspetto, vale a dire in tutte le sue più affet- tuose e più solenni manifestazioni. Cominciamo a riguardare la donna come sorella. Dopo il rispetto che il figlio deve ai genitori, viene quello verso la sorella. Ah ! chi può mai comprendere tutta la dolcezza e la soavità di questo meno ? I più gentili e nobili sentimenti clic poi fanno caro e degno di stima 1-' uomo in società, egli deve apprenderli ed esercitarli in famiglia e specie con le sorelle. Queste, per ordinario pazienti, soavi, graziose, capaci di profondo c puro affetto fraterno, destano rispetto ed amore, raddolciscono l’animo, fanno più miti le correzioni dei genitori, formano a piu bella e fida compagnia del fratello. Quando esse lasciano la casa c il nome del padre per assii- meie quello d un altro uomo, o quando inesorabile morte le rapisco anzi tempo, la casa paterna pare cnenga un deserto. È la sorella Paolina che, nel primo caso, inspira al Leopardi uno dei più belli suoi canti. È la buona Manétta Pellico che rinunzia alle gioie torrone, si ritira in un chiostro e prega pel fratello Silvio prigioniero allo Spielbergo; e quel- 1' atto magnanimo ispira versi affettuosi all’ amico di lui, all’intrepido Maroncelli ! “ La sorella è all’uomo la prima compagna, la prima amica, quella che all’ uomo fa presentire le dolcezze innocenti del1’amore di donna. L'ineguaglianza degli anni e la severità de’ modi pone tra genitori e figliuoli certa distanza che accresce 1 affetto vero rinforzandolo co rispetto, ma clic richiede come a ristoro altri eser- cizj del cuore. Col fratello ogni cosa comune: la memoria, le gioie, i patimenti, i piccoli enoii.... n luoghi di pochi e poveri e sovente divisi, abitanti la famiglia è patria e universo. La sorella in que ire tenaci infonde qualche parola di amoie . lo sguardo, le lagrime di donna ritemprano, per fiera che sia, la virile durezza, e a generosi a spengono. Onde sorella è dolce e poetico nomerò di questo nome si rapilo nel 1874 all'Italia, alle lettere, alla V. a „ annsa la donna ha un Se poi diviene amante P > opGr0 sità. più vasto campo dove eterei ai ^ . zi È il- forte adopra o pensa. E voi specialmente, donne italiane, abbiatevi: pure questo vanto, o sappiate ognor più meritarvelo : a vostro senno molte fiate pensa ed opera il letterato, l’artista, l’uomo di scienza, e talvolta anche l’uomo di Stato ! Per citarvi un solo esempio, senza l’impulso, il conforto e l’approvazione di due egregie- donne, la contessa Balbo e la siguora Pellico madre di Silvio, questi avrebbe egli scritto e reso di pubblica ragiono Le mie Prigioni, libro che ha fatto palpitare tanti cuori, che noi da giovinetti leggevamo piangendo e fremendo, e che ha cooperato, più di molte battaglie, alla libertà e indipendenza d'Italia?' Sicché la donna, oltre poter da so coltivare non senza gloria lo lettere ed alcune razionali discipline, e divenire eccellente nelle arti liberali, può c deve inspirare il letterato c l'artista, animare lo scienziato, c può altresì correggerlo quando certe suo- teorie pugnino con i più nobili sentimenti dell’animo e col senso comune, che il più delle volte lasciando parlar la natura, diceva il Mamiani, fa- la spia della verità. Infatti, se il Rousseau avesse pensato a sua madre o se avesse potuto interrogarla, avrebbe egli scritto quel terribile voto, che i figli non dovessero mai conoscere i loro parenti ?' E se alcuni oggidì, oltre dover meglio badare alla prova certa e compiuta dei fatti e alle sane regole «ella logica, pensassero alla nobiltà dell’uomo e interrogassero il cuore profetico della donna, verrebbero essi a certe conclusioni c teorie che proclamano non punto dissimilo da quella dei bruti la discendenza di nostra progenie ? Quanto alle lettere, tanta c l’efficacia della donna, che se ad una letteratura moderna rimangono estranee le donna, e’vuol dire eh’essa non ha vita. l>en è vero che la donna, soggiungo quel dottissimo ed acuto ingegno del Bonghi, devo entrare in una letteratura più come direttrice clic come operaia 5 allora col suo criterio lino c giusto, con quella sua delicata spontaneità di sentire, con quella sua attitudine a scovrire le pieghe del cuore,.... con quel suo vivere nel presente, colla sua inclinazione a non accontentarsi, secondo l’indole, se non o d un pensiero ben circoscritto 0 d’un affetto infinito 0 col potere tutto suo di sancire col sorriso e colla grazia il giudizio ch’esprime, ha un influsso potente ed utile nella letteratura d’un popolo moderno. Oltre di clic, per il suo posto nella fami glia e nella società, la donna è lo -strnmen 0 pm adatto e più sicuro della diffusione della^ coltuia 0 por la natura dolio suo ocoupao.cn, P°^bbe fcr niro il maggior numero do’lcttcr. d'un l.bro (R. Boa 6K iwS lu Matura italiana non *.***.• in Italia. Lotterà prima). donna Dieeva egregia^ diretammt0 dello scoraggiamento. Infelice quell'uomo che, tutto assorto nelle questioni politiche, non ha poi un conforto nel seno della famiglia ! E quanto l’aspre e continue battaglie della politica .snervino l’uomo, noi già lo vedemmo negli ultimi anni e nella fine del compianto deputato Civinini: l’amorevoli curo della madre c il pensiero dei figli non furono più capaci a salvarlo da morte immatura! Non vi dirò poi come gli affetti domestici e la soavità della donna possano informare a pacatezza ed a maggiore equità l’animo del legislatore e dell'uomo di Stato, poiché la vita umana dev’essere, tutta un’armonia. Così una saggia economia domestica ottenuta per cura della donna, può servire di norma, fatte le debite pro- . P orz ‘oni, a chi deve amministrare il tesoro del Comune, della Provincia, dello Stato. IX. Ove poi consideriamo la donna come prima educati ice de figli, essa deve infondere per tempo nell'animo del giovinetto non solo i precetti morali, ma può eziandio, secondo l’opportunità, fargli conoscere alcuno massime di prudenza e di saviezza politica. E non si creda che sia questo un mero sogno, un vano parto della mia fantasia. No, era il Tommaseo stesso che raccomandava d’iniziare per tempo, ilici cò 1 educazione, i giovinetti alla conoscenza c ‘ a pratica di quelle norme che si riferiscono al viver civile e politico. Mi sia concesso, pertanto, di riferire 1’ autorevoli parole di quell’ uomo illustre, clic non fa alieno dalla vita politica, ma che anzi ebbe tanta parte nel risorgimento della nostra nazione. u Ed io tengo per vero (scriveva egli nel trattato sulla Donna) che la politica nostra sia cosi piena di miserie c di passioni e di pericoli, appunto porche troppo tarda disciplina è a’figliuoli nostri; appunto perchè primi maestri di politica sono ad essi le tragedie dell’Alfieri e i giornali di Francia ; appunto perchè il nome di patria suona loro nella mente innanzi che nel cuore, o suona come figura vettorica Sicché la donna può e deve giovare all uomo in tutto, non pure nella scienza come abbiamo accennato, ma talvolta anco nelle dispute filosofiche e religiose. Narra inflitti S. Agostino che la madie, i lui entrò nella stanza dov’egli con un amico ragionava di filosofia, c i dialoghi si scrivevano di mano in mano : si scrissero anche lo d, lo. ; al le Monica mostrando di mcrav.gliarsi, disse j ? esser olla sapiente: « E peschi, non saro o, * jL italiane oggi non manca, salvo pocio ®° modo di apprendere siffatta.educazionee^ ^ ^ Nò voglio dire con c i ueS \ ‘ Uo occupazioni rinunziare, per lo studio, a fi ^ c j ob proprie della sua indole, de ^Jdrc’di famiglia; s’addicono alla donna di ca, ‘ d bban fare un nè presumo che le donne m K alunn i di corso di studj, come viene pi dell’Università: u» Liceo, „ donna in che allora tanto vaueb scenziato, in ingegnere, in avvocato, in medico, letterato di professione. È noto che il Boccaccio fu tra i primi col suo libro De clarìs mulieribus ad illustrare 1’ ingegno femminile. Più tardi, uno scrittore del Quattrocento volle dimostrare la preminenza della donna in tutte le facoltà e in tutte le doti, nell’intelletto, nella bellezza, nella nobiltà, nel conversare (Vedi E. Magliani, Storia letteraria delle Donne italiane). Altri hanno sentenziato, come Francesco Coccio nel libro sulla Nobiltà della Donna, aver la donna sortito da natura, al pari dell’uomo, forte ragione, mente c favella, e tendere ad uno stesso fine. Invece il Lamennais, il Cousin ed altri negarono alla donna prerogative intellettuali. Noi certamente non siamo dello stesso parere •, anzi manteniamo elio se qualcuna di esse, fornita di non comune ingegno, avrà tempo agio e voglia di attendere a studj speciali o di coltivare qualche parte nobilissima dell’umano sapere, ciò non le sarà nè dovrebbe esserle vietato dagli uomini e dalla società, vuoi per intolleranza, vuoi per invidia. E ne abbiamo prove luminose nei due recenti Istituti superiori di Magistero femminile in Roma e Firenze, dove si dà una istruzione quasi universitaria alla donna e dove parecchie alunne hanno conseguito con felice successo il diploma supcriore nelle discipline letterarie, storiche, morali e pedagogiche. Ma io intendeva parlare di quella soda e retta cultura intellettuale e morale, di cui oggi piu che mai abbisogna non pure la giovinetta delle classi piivilegiatc dalla fortuna o di nobile linguaggio, sì anche la donna del ceto medio o della bor- NELLA SOCIETÀ ODIERNA gbesia, salvo le debite differenze. E per conseguire questo intento, basta che da un lato si riordini le nostre scuole femminili, segnatamente le Scuole normali, che per cultura e nel fine pedagogico sono inferiori a quelle tedesche; dall’altro, chela donna comprenda meglio il suo ufficio, e quindi sprechi meno tempo e danari nelle mode ricercate, nel lusso c in certe frivolezze che la fanno apparire più/unwwioc ìe donna. In quanto all’istruzione media femminile, invece di fare apprendere alle nostre giovinetteuu po di grammatica c di far loro pronunziarealla meglio qual- che centinaio di vocaboli francesi ed inglesi, tanto per mostrarsi dotte o brioso in alcune società, non sarebbe più utile insegnare prima alle medesimo a parlare c scrivere convenientemente Inaiano? invece di tenerle per lungo tempo rinchiuse fra quattro mura d'un monastero o d'un Istitutoi no, sempre arioso ed igienico e tenerlo occ*to per molto ore al pianoforte, ai ricami e a a 11 femminili, non sarebbe più vantaggioso cond I • respirare le pure auro dell'aperta campagna del giardino, e cogliere il destro d' insegnar 1™ ^giene menti di scienze fisiche d, stoua^na^^ Ma domestica, e somiglian M dell’Istoria ritrarrebbe la donna dal P ^jjjg, ariosamente antica e moderna, piuttos mani? di leggere ogni — ignoro Io non nego la beata ‘ cs, ere coltivata; ma che l’immaginazione pu p rome ssi Sposi, i buoni romanzi, a comiuci si contano sulle dita, e l’immaginazione dev' essere governata dalla ragione, come il cuore dev’essere illuminato dall’ intelletto. Or bene, dirò io alle donne italiane : Siete voi disposte a rinunziare ad ogni frivolezza che vi renda meno perfette o meno degne di stima ? Siete voi disposte ad arricchire, anche a patto di qualche an- negazione, il vostro intelletto di sode ed utili cognU zioni? In caso affermativo, come ne ho fiducia piena, voi mostrerete di comprendere l’alto ufficio che vi spetta nella società odierna, potrete compierlo degnamente, c sarete stimate dagli uomini probi ed .assennati 5 diversamente, oltre venir meno alla vostra missione, voi non otterrete che il plauso dell’uomo fiivolo 0 dell idiota, e troverete chi v’aduli, non mai chi vi stimi e vi ami d’un affetto sincero e duraturo. L qui voi potreste accusarmi di troppa franchezza, non mai (lo spero) di poca lealtà e di poco rispetto e interesse per la vostra dignità e pel vostro avvenne. Ma questa è la sola ricompensa ch’io at- -tendo dalle gentili mie legatrici c dal cortese lettore. XI. Un altro dovere incombe oggi alla donna, se uo tutelare la propria dignità, se vuol meglio garantire la sua indipendenza entro i confini del convenevole, se ama di aver qualche parte nella pubica vita 0 di concorrere, al pari dell’uomo, ad a ^ CLlnc ^ unz i°ni ' per esempio quelle del 1 ico insegnamento, ed altre simili più confacenti alla natura di essa. Alla donna insomma, a qualunque ceto appartenga, occorre una professione. Ed invero, si trova ella in una condizione non pnnto o non molto agiata ? E ragion vuole che provveda onestamente alla propria sussistenza. La fortuna le concesse un avito censo ? Ma chi prevede tutti i casi della vita ? E quindi è prudente consiglio apparecchiarsi per tempo*, onde la comune sentenza: Impara l'arte a mettila da piarle. Nè alla donna agiata e di non oscuro liguaggio mancheranno vie, secondo le sue naturali tendenze, dove spiegare la sua attività : come le lingue, la musica, le lettere, la pittura, 1 piu delicati c squisiti lavori femminili ; non occorre poi dire che ogni specie di lavoro onesto ha la sua no biltà, o almeno il suo pregio. • Quanto al proprio stato, la donna s amaca a- ruomo par formare la famiglia? E m tal caso eli davo concorrerà colla sua abilità, mossone quand, abbia suadenti beni di fortuna, « rendere mano non gravi residenze del matrimonio. 0 la donna, sia pei elezione ^ non vuole o non può 1. divenire sp0 sa assumere quello d'un altro uomo 0 “™“ ?„ il 0 madre? E allora si fa “ >“ fa su» bisogno di provvedere on ' s ‘““°“ slrel, a da necessitò sussistenza. 0, senza css i n _ economiche, desidera di dipendente dall'uomo, e 1 P* ^ ? £, ori d on to clic modo agli uffici dc ”“ moltOT i in grado di oc- in tal caso la donna, cuparo degnamente quei tali uffici e però di ap- parecchiarvisi con sufficiente istruzione, deve pur anco esser capace di esercitarli con tutte quelle virtù che sono richieste dalla vita civile e dalla natura stessa di quel dato ufficio. E qui pure giova ricordare la grave autorità del Tommaseo, il quale, dopo aver raccomandato che tutte le donne abbiano alle mani una professione che, occorrendo, possa loro campare la vita, scrive queste formali parole : lt A taluno dei più facili esercizj civili si addestrino ; e affrettino il tempo quando la donna potrà vivere la vita indipendente daU’uomo, potrà seco trattare da pari a pari, e per amore e per ragione e per dovere gli cederà, non per legge iniqua o per necessità ferrea 5 quando in molte funzioni della privata e della pubblica vita la donna potrà tenere le veci dell’uomo, ed essergli aiutatrice ed amica nel pieno significato del nobilissimo nome ; quando il tempo di fare il bene le mancherà, non le vie {La Donna). „ XII. E sia questa e non altra, 0 Donne italiane, la vostra più alta e vera emancqyazìona. Chi di voi andasse in cerca di altri privilegj, od agognasse uno stato ben diverso da quello destinatovi dalla natura e nobilitato dal Cristianesimo, e volesse di donna convertirsi in uomo, verrebbe meno alla sua missione, snaturerebbe se stessa e comprometterebbe la sua dignità. E quei pochi tra gli uomini che van predicando 1’ assoluta vostra emancipazione o la vostra eguaglianza in tutto e per tutto coll' uomo, o essi non hanno un giusto concetto della donna, o non sta loro a cuore la dignità e il vero perfezionamento di lei. Quella donna, infatti, che presumesse tener le veci dell uomo in ogni disciplina razionale, in tutta l’interminabile scala degli ufficj civili e politici, e in ogni pubblica rappresentanza, dovrebbe innanzi tutto abbandonare le pacate care della famiglio, rinunziare ai più dolo, affetti di madre, e quindi sottoporsi a lunghi e severi studj, temprare l'animo ed il gracile corpo a duro fatiche, allo quotidiane ed aspro battaglie della pubblica vita. Oh! se sapeste quanto ma, costone cari agli uomini-certi onori, certi elog), «rie glorie non sempre durature; oc sapeste quanta prudenze quanto sapere, quanti sacrifici, quanti trav gli t chiedono certe incombenze onorevoli e - A » «J* della pubblica vita, e qual cumulo 1 P, >1 .. nitro chi disconosca od ignori seco ! Non v a, P c ’ yogtra immaginazione quanto possauo esalta, titoli, come certi gradi sociali, alcune igm £ su premo, di Prefetto, di Magistrato>, d i P di Deputato, di Sen f*°”' to \ Q difficoltà di ben go- Ma avete ma. °°“ 81 un tumulto, di prevernare un popolo, innocue tutte " ^ -Si 0 :—^' ti ° politici P Avete le conseguenze deg agitazioni della di- mai considerato la g» plomazia, le controv - pu bblica stampa, le d’ una critica smoda a go Vàldarn%n\ la missione della donna ire dei partiti politici, le difficoltà della tribuna, gli odj segreti, le basse invidie, la guerra sovente implacabile c sleale di chi vuole occupare quel posto eminente o lucroso ? E, al postutto, clic mai significa donna emancipata ? Significa donna francata da ogni giogo, che ha x'igettata l’obbedienza di figlia, la dolcezza di amante, la dipendenza di sposa, la nobile servitù di madre •, in una parola l’onore stupendo del sacrifizio ! Una donna che oltre ripetere uguaglianza di diritti.coll’uomo, vuol con esso comunanza di ufficj ; una donna insomma che nelle pagine inalterabili dell’ indole sua, che nelja storia della sua gentilezza, che nello specchio del suo cuore, che nei decreti dell’Archetipo eterno legge assolutamente a rovescio di quel che sta scritto sulla missione di di lei (A. Alfani : La Donna). Ora, non è questa l’emancipazione che deve cercare la vera donna, cioè la donna, onesta ed assennata. Noi pure vogliamo l’emancipazione di lei; vogliamo ch’ella si emancipi dall’ignoranza, da certi pregiudizj religiosi e sociali, da ogni frivolezza, dal- l’imitare certe mode o corrompitrici del buon costume o rovinatrici d’ogni patrimonio, dal ripetere c spesso praticare quella sciocca e superba sentenza: Oggi si fa cosi! Per amor del cielo, griderò io pure con Paolo Ferrari, non emancipatevi, gentili Signore! Appena emancipate cessereste di essere così utili apostoli delle nobili e caritatevoli imprese; perchè appena emancipate cessereste di comandare. Senza crnan.- cipazione, noi uomini crediamo di comandare noi ! E voi nel segreto confidente de’vostri amabili ci- caleggj, ridete pianino pianino della nostra maschia e gloriosa dabbenaggine, per la quale crediamo di comandare, c si obbedisce ! La vostra potenza morale c fisiologica sta ncH’osscre donne: se diventaste uomini (s’intende per quella finzione giuridica che chiamano emancipazione), ogni prestigio vostro svanirebbe. Ma finche siete e volete esser donno e vi consacrato all’esercizio delle vostre qualità caratteristiche, la grazia, l’amore, la carità, chi governa il mondo siete voi. Noi andiamo solennemente a deporro i nostri voti in un'urna; ci accogliamo c deliberiamo intorno ai destini della patria ; ordiniamo una guerra, una pace, un'alleanza, o pettoruti decantiamo l’energia maschile, l’attività del senno dell’uomo! No ; dentro di noi in ognuno di quei supremi momenti fremeva un pensiero i o un pensiero di amante, di sposa di figha d «wj* «Ita. .a gio, nel sottoscrivere quel trattato ( conferenze pel Collegio di Amsu Milano). • della donna deve pertanto La vera 61 ° Q iorr n£ n te rispettare ed amare consistere nel farsi m oa te dentro i con- dall'uomo, nel fa '*di sopra, fini e noi modo che » > > 0j se occorro, al reale progresso. lft aocietà civile, che a salvare o almeno raddrizzare li a il suo principio e fondamento nella famiglia, di- cui Ja donua è guida e conforto. Solo per questa via e mediante l’istruzione e l’educazione, ripeterò col brioso ed arguto scrittore G. Hamilton Cavalletti, le donne potranno rimettersi sul capo la loro corona di regine, attirando intorno a se il genio, il talento, l’onestà e il coraggio. Sia la loro amicizia il premio di .ogni nobile sentimento, sia la loro stima il guiderdone di ogni nobile fatto, sia la loro intimità il compenso di ogni nobile fatica. Non è adunque sognando emancipazioni assurde dove non esiste mancipio, non è aspirando alle naturali preminenze dell’uomo, non è coll'addottorarsi nelle scienze giuridiche, filosofiche o naturali, che le donne rialzeranno il vero loro stato sociale ; sì, al contrario, coll’ aumentare il loro valore, col forzarci .ad amarle e stimarle di più, col rendersi ognor più degne del caro nome di spose, del santo nome di madri. Ma (prosegue il Cavalletti) finche al pensatore esse preferiranno un uomo che non ha altro merito che di avere un bravo cavallo da corsa, ed è spesso un mediocrissimo cavaliere; finche al poeta esse anteporranno l'uomo clic sa farsi meglio il nodo della cravatta; finche allontaneranno dalla loro società un uomo che ha il torto di anteporre una forma di cappello ad un’altra ; finche all’uomo sincero, leale, integro preferiranno un uomo che sappia fare i daddoli e le moine ; finché i sentimenti piaceranno loro sulla bocca dell’uomo c non cureranno quelli del cuore ; finchc un uomo volgare con il nnczzo milione di patrimonio sarà più certo di ottenere le loro grazie che un cuore nobile, un animo elevato con cinquantamila lire; finché un babbuino sentimentale riceverà il dolce deposito dello loro confidenze, ed uno schietto galantuomo avrà appena un cenno di saluto ; finché esse saranno una lotteria nella quale troppo spesso i vincitori sono gl imbecilli... ; lo stato morale e sociale della donna non si eleverà certamente: la società si avvierà al decadimento ; le donne pian piano più non saranno che femmine. Ed ora mi pare utile di far l'epilogo delle cose •dette fin qui. Abbiamo accennato dapprima la na- tura e 1’ ufficio della donna, senza la qua P klh creazione non sarebbe stata compiuta, ne po- trebbesi conservare e FPOt«il^ Poi, esaminando in ° volgarc, abbiamo donna presso i P a S ani c ^ dlC la donna, provato colla .tona a anche quando, esercito in gran pa • s, cbbe in coato 7 C r Pa "tedila voluttà; afidi schiava o quale quan t a parte biamo veduto, l’umano progresso ed in- abbia preso a do . dal Cl . ls tianesimo richiamata civilimcnto, dopoché ftlt0 ufficio- E quan- cd elevata al suo ' cl ° c^ sia ] a stessa na- tunque in lei 8 « n P r ° ® abbiana0 detto che i mezzi itura.e lo stesso fino» P per compiere la sua missione doveauo mutare secondo la civiltà, secondo le condizioni politiche, intellettuali, religiose e morali. E però, accennato- l’ufficio che le assegnano il Morelli e il Naville, noi abbiamo considerato la donna in tutte le sue principali attinenze e nelle sue più nobili manifestazioni, vale a dire come sorella, come amante e sposa, come madre, come educatrice ed institutricc, come cittadina, come ispiratrice d’ogni- nobile sentimento all' artista, all* uomo di scienza o di lettere, non che all’uomo di Stato. Abbiamo poi dimostrato la necessità d’ una conveniente cultura nella donna ai tempi nostri, affinchè possa meglio compiere quell’ufficio tanto nobile e così complesso; ed abbiamo dimostrato eziandio la necessità o la convenienza nella donna di apprendere in oggi una professione sì per soddisfare meglio ed in ogni congiuntura all’ esigenze della vita, si per incominciare la sua più razionale o giusta emancipazione c rendersi, dentro certi confini, indipendente dall'uomo. Abbiamo combattuto, per altro, l’assoluta e falsa emancipazione della donna, perchè contraria alla natura e al nobilissimo fine di lei, non che al bene della società ed al progresso del genere umano. Tanta e 1 efficacia delle donne, che da esse vennero sovente grandi ajuti, o grandi impedimenti non solo alla libertà d’un popolo, sì anche al bene- od al male dell' uomo singolo, delle famiglie e dello Stato. La donna è per sua natura la ispiratrice, o, se vuoisi, la regina dell’uomo e della società. Ma. ili suo regno, piuttosto che sconfinato ed assolato, vuole essere un regno di pace, d’ispirazione, di nobili sentimenti; insomma Indonna (siami permessa questa similitudine) a guisa de’principi costituzionali, deve regnare e non governare. — Ma Voi, donne italiane, vorrete appunto regnare, non governare ; Voi, come ' foste di grande ajuto al nostro risorgimento politico, sarete altresì di grande stimolo ed ajuto al nostro risorgimento •intellettuale e morale, che dipende in parte da Voi. In .peata grata Mieta, non saprò, scegliere più acconce od autorevoli parole cito qttd c dell'illustre Tommaseo, per chiudere il P 10S0 “ discorso. La donna italiana, d' sapiente dell'ubbidire, 80 P'“" 1 ® ^ “ d desfas . occorra, c guarentigia a noi di men La creazione di due Istituti superiori di Magistero femminile inltalia, uno a Roma e l’altro a Firenze, in virtù della legge 25 giugno 1882, e l’ordinamento delle discipline scientifiche e letterario che vi sono e vi debbono essere insegnate, secondo il Regolamento organico 19 novembre 1882, ci porgerebbero materia a molte e svariate considerazioni non prive d’interesse speculativo e pratico. Qui non intendiamo di enumeiarle e di svolgerle tutte, ma non possiamo astenerci dall'acccnnarne le più rilevanti e dal pigliare in esame particolare il come nei due nuovi Istituti letterarj e scientifici femminili debbono esseie insegnate alcune materie importantissime, quali sono appunto la Filosofia teoretica, la Morale e la Pedagogia. I. E prima di tutto dimandiamo : Era necessaria in Italia la creazione di due Istituti superiori di Magistero femminile, mentre abbiamo non pure le Scuole normali femminili, ma alle donne stesse non, è vietato dalla legge Casati sull’istruzione pubblica di frequentare i Ginnasj, i Licei, le Università, e di addottorarsi in qualunque disciplina ? Posto così il quesito, non sarebbe giustificata la creazione di quei due Istituti superiori femminili. Ove però si consideri che la missione della donna nella famiglia e nella civile società si palesa chiaramente ben diversa, da quella dell’uomo ; che gli studj femminili debbono esser rivolti essenzialmente alla cultura della donna come madre di famiglia, com’cducatrice ed istitutrice, e non all’esercizio di elevate e gravi professioni sociali, come quelle di avvocato, di medico, d’ingegnere, di capitano, c va discorrendo; che quasi tutto 1 insegnamento nelle Scuole normali femminili ora viene xm^ tito dagli uomini; ed infine, cheidue nuovi Istitutimon sono equiparati interamente alle prime Universitari Regno: la fondazione'loro apparisce »noo«^ tamonte necessaria, certo conveniente ed joituna. Vero è che alcuno j^dìritti^degli uomini m parte, si viene a lede e ^ # pcdag0 _ laureati in Lett ° rc . C e d 16 hanno scelto la car- già, o in altre disciph, _ . u dotto ri piu riera lucrosa dell'insegna p0sto nelle difficilmente d'ora i^ anzl fcmmin ili, avendo per Scuole normali e secondario ^ ^ Istltutl competitrici le donne a ‘‘ ^ italian e, della Storia all’ insegnamento delle Uet Lingue e Geografia, della Pedagogia o ^ tcdesca . E moderne straniere, franooso, m B un’osservazione eli questo genere non sarebbe destituita di fondamencnto ; ma starebbe sempre il fatto clic l’uomo, laureato in qualcuna di esse discipline, ha una più larga ed elevata carriera dinanzi a se. E poi, come negare alla donna questo diritto in una società liberale e civile, che non pure vuol rialzata la condizione intellettuale e migliorata la condizione economica della donna, ma che tende ogni giorno a dilatare una certa eguaglianza civile e giuridica della donna stessa ? Altri, invece, potrebbe osservare che le donne in generale o non sono portate a lunghi e severi studj, o che esse non hanno capacità mentale ed attitudine didattica pari a quelle dell’uomo. La quale obbiezione certo non reggerebbe dinanzi a fatti storici e ad esetnpj particolari, e dinanzi al fine stesso di quei due Istituti, il quale consiste nel compiere e rinvigorire l’istruzione secondaria della donna, e nel formare abili insegnanti in alcune materie (qui sopra ricordate) per le Scuole normali e secondarie femminili. Ad ogni modo, la più elementare prudenza consiglierebbe di attendere nuove prove e nuoA'i risultainenti di questa prima istituzione italiana. E diciamo nuove prove e nuovi risultamene, perchè quelli già dati in questi tre anni da ambedue gl’istituti sono favorevolissimi e confortanti. Le allieve che vi studiarono e vi ottennero il diploma, ora sono direttrici abili di Educandati e Istituti femminili, o insegnano con valore nelle Scuole normali femminili, inferiori e superiori. Alcune di esse alunne mostrarono attitudine anche ai gravi studj filosofici e pedagogici, c si segnalarono, in specie all’Istituto superiore di Roma, negli esami di Stato pel diploma in Lettere italiane, m Pedagogia e Morale, e in Storia. In quanto a noi, che abbiamo sempre avuto un alto concetto della donna c della sua nobile missione sociale, noi vogliamo anzi riguardare la.fondazione di questi due Istituti superiori femminili non solo come opportuna c conveniente pei le accennai - gioni, ma altresì come uno dei tanti mezzi ondo avviarci alla pratica colazione della »«“*: che da ogni parto minaccia d’irrompere fimo»",d. sommergere quanto le si pari dinanz,. Imporoe * noi siamo d’avviso cho la quest,ono somalo va con sidorata sotto vario forme o sotto ir™» ’ Additiamo di volo ipriaeipali. sono probi tive famiglie onde si compone la nazione P e morigerati, oppure si fanno s ° ostu ™ ‘ ]o ha viva to morale della questione sociale Un P P c giusto, e quindi amme °° vit j O itrcmonda- una giustizia soprannatura e mate ria e del na; oppure non va piu. ia ^ ^ caIc0 l 0 e all’utile senso, tutto per lui si J e y a questione- bone inteso ? È l'aspo»» g oye rao ch’è adat- sociale. Scelta quella forma e morali, ta alle sue condizioni civi i, ^ forma, esercita una data nazione si contenta senza ne . saviamente la libertà e 1 V ^ ^ |£ e parlavo de gare i suoi doveri ; opp ul 348 sull’ordinamento degl’ istituti superiori suoi diritti, vorrebbe la libertà spinta all’eccesso, è desiderosa di novità rendendo instabile ogni reggimento politico e tutte le altre istituzioni clic ne dipendono ? E l’aspetto politico della questione sociale. In quella stessa nazione, mantenendosi l'armonia fra i diversi ordini della cittadinanza e vivo il rispetto del diritto di proprietà individuale e collettiva, si stabilisce un’equa proporzione di mercede e d'utilità fra 1' operaio e il capitalista ; e nelle famiglie si •consuma e si spende in proporzione almeno dell’entrata e del guadagno : oppure, inimicatesi fra loro le diverse classi sociali, il capitalista non si cura di far lavorare o non ricompensa equamente il lavoro, svogliato è l’operaio, vede nel proprietario il suo mortale nemico e ritiene essere una ingiustizia, anzi un furto la proprietà individuale? E nelle famiglie non abbienti o poco agiate l'entrata è minore dell’uscita, o non si pensa coi modesti risparinj al dimani ? Ecco l’aspetto economico della quistione sociale. In tale stato di cose, la donna colla sua spedalo missione nella famiglia e nella civile società, c come esempio vivente di pace e di rassegnazione, o come educatrice ed istitutrice, e come massaja e, nel caso nostro, come professionista, può efficacemente con- tiibuire o a risolvere in parte l’ardua c complicata quistione sociale, o ad attenuarne gli effetti, quando a lei non fosse dato nè di risolverla parzialmente, nò di ritardarla o di arrestarla. Ma perchè la donna sia capace di quest'opera altamente morale civile -ed utilissima, in lei che cosa si richiede ? Nella vera donna, di cui intendiamo parlare, si richiede moralità a tutta prova ed in tutta l’estensione del termine, non disgiunta da un puro ed elevato sentimento religioso; si richiede una soda cultura, in cui entrino anche lo nozioni elementari circa lo Stato e l’economia; si richiede un’attitudine speciale, studio molto e singoiar valore nell’insegnamento, quando voglia o debba esercitare questo nobile ufficio ; si riduce e, infine, costante dignità o modestia, condito di soavità c di grazia, evitando così ogni frivolezza nel dire, nel fare e nel vestire, come ogni presunzione e verso l’uomo o verso lo altro donne forse lei mn non per questo meno degno d. stima.Tutelò supera le forse naturali della donna inette da sana 0 vigorosa educamene ed tstrumone da un sentimento c da un elevato conre 0^ ^ dimand ar sioue sulla terra ai „ e au „„ esiger troppo troppo alla donna. Ano i vodia, e da lei, purché essa V0 ^,a ^ tC " aCe a ” te del ]’ a o.no in senza ch’ella presuma di * 1 ^ alcune società e di emanciparsi, tota ’ ÌMm egua- donno vorrebbero bramando ali ' 1Um » glianza di diritti, non badando esse « “o, dei diritti implica l’eguagbansa Jet do^ ^ ^ Premesse c chiarite queste co » Magistero dinamento dei due Istituti sU P conducente al' femminile sia in tutto c pei fine da noi vagheggi^ 0. IL la uno Stato libero e civile come il nostro, ogni Istituto educativo e d’istruzione secondaria, sia tecnica sia classica, deve mirare (secondo me) a tre principalissimi fini inseparabili tra loro, a voler eh’ esso riesca utile davvero e sia bene ordinato. l°Deve impartire agli alunni, destinati a diventare .liberi cittadini, una buona cultura generale, sia pure elementare, tanto letteraria quanto scientifica. 2° Deve preparare convenientemente agli studj su- riori. 3° Deve poter avviare alle professioni manuali cd agli impieghi minori quegli alunni che non potessero o non volessero proseguire gli studj. A questo triplice fine dovrebbero pertanto mirare non solo gl’ Istituti tecnici, i Licci, e le Scuole normali maschili e femminili, ma la stessa Scuola tecnica. Le Università e gli altri Istituti superiori in generale hanno, invece, o debbono avere per fine speculativo .la ricerca del vero e il progresso della scienza, e per fine pratico le professioni liberali e le carriere superiori negli ufficj dello Stato. I due Istituti superiori di Magistero femminile, non essendo equiparati in tutto e per tutto ailc Università, ed essendo destinati alle donno esclusivamente, dovrebbero mirare direttamente a compiere c rinvigorire la cultura letteraria o scientifica della •donna, e a x-enderla capace d’insegnare nelle Scuole normali e secondarie femminili. E questo, invero, •c stato il duplice fine che ha guidato la mente del legislatore nel coordinare la quantità e la qualità delle materie di studio nei due Istituti superiori femminili. A tutte le alunne, pertanto, corre obbligo di apprendervi Lettere italiane, Geografia e Storia generale, Storia d’Italia, antica medievale e moderna, Elementi di Logica e Psicologia, Morale e Pedagogia, Istituzioni d’igiene, Matematica, Elementi di Fisica e di Chimica, Storia Naturale e Geografia fisica, Lingua e letteratura francese, inglese e tedesca, Disegno e Lavori femminili. Ciò per la cultura superiore della douna. le quanto alla professione loro di maestre, le future insegnasi! hanno facoltà di scegliere ed approfondire nel secondo biennio quegli studj che debbono metterle in grado di conseguire il diploma d-insegnamento o nello Letttere italiane, o nella Storia e Geografi*ella Pedagogia e Morale, 0 nelle Lingue mo niere e sono francese, inglese c te,, Non possiamo ohe lodare . legislatore da.ve, mantenuti obbligatorj 1 Uvon faccia questi Istituti superiori, pur la maestra, non ces P . uj a i] a donna guida principale delta pressoché quo- occorre speciale abilita Digean0 poi, si rende tidiano in siffatti iavon.• don ° neschi pi ù squisiti necessario per gli > stessl vido consiglio di met- e delicati-, e pero e s a p jf c il 0 studio delle terlo fra le materie obbh ° ‘ to anche alle isti- Scienze sperimentali sl, e oeuza di questa di luzioni d’igiene, perche la cono 3o2 sull’ordinamento degl’istituti superiori sciplina nella sua applicazione risguarcla tutti, e segnatamente chi deve attendere alla famiglia ed alle cure domestiche, e chi deve educare la prima gioventù, come appunto è la donna; che anzi, l’Igiene fa parte dell’educazione fisica, quantunque Alessandro Bain opini il contrario. La Matematica, gli Elementi di Fisica c di Chimica, la Storia Naturale, gli Elementi di Logica e la Psicologia, parrebbe dovessero alla donna servire di mera cultura superiore, o di sussidio e di complemento allo studio di certe altre materie. Imperocché, secondo il Regolamento organico di quei due Istituti, non può l'alunna essere abilitata legalmente ad insegnare Matematiche, Fisica, Chimica e Storia naturale. Clic alla donna siasi negato il diploma di magistero in Matematica e nelle Scienze spcrimeutali, la cosa spiegasi facilmente perchè nei due nuovi Istituti non si dà ora un corso compiuto e superiore di quelle scienze, e porche nelle Scuole normali o in quelle superiori femminili l’insegnamento delle Scienze fisiche e naturali tiene un posto secondario o dcv'esscrvi impartito in modo elementarissimo. Inoltre, quelle Scienze non riguardano direttamente la prima e vera missione educatrice della donna, nè sono le più confacenti alle naturali inclinazioni della donna in generale, segnatamente la Matematica e la Chimica. Ma qui pure abbiamo notevoli eccezioni, perchè talune allieve hanno mostrato singolare attitu - dine allo studio delle Matematiche e delle Scienze fisiche. Il Governo, poi, suole affidare l’insegnamento elementare anche di queste materie nello Scuole preparatorie o inferiori normali alle giovani che in uno de’due Istituti superiori conseguirono il Diploma o in Lettere, o in Storia, o in Pedagogia! Non sarebbe adunque più logico ed opportuno concedere addirittura il diploma nelle Scienze fisiche e ila- tematiche, ed ampliarne il relativo insegnamento ? ni. Ci resta da esaminare il modo in che l’insegnamento delle materie filosofiche propriamente dette e della Pedagogia viene ordinato cd affidato nei due nuovi Istituti. A tutte le alunno è fatto obbligo di studiare per un anno nel primo biennio gli elementi di Logica e di Psicologia, e la Morale nel 2‘ biennio. Più, nel secondo biennio tutte debbono seguire un corso di Pedagogia. Finalmente, le S*™.. dm amano d'cssorc abilitato « 11 -iosegn.mento. tirila P* dagogia teorica c pratica debbono stod,a,c pe. 00 T°ti P dftdt F int°rodòt.a anche negl. dell' intelletto. Ma non s »PP‘ a filosofiche, ossia le ragioni per cui tutte e a Pcdago gia deb- Logica, Psicologia e Mora e gsbre! q uì l'onorc- bono essere affidate ad un s Q poteva e può volo Ministro Baccelli, al qua e Oberali e buona negare elevato ingegno, 8 ® atl “ rQZ i 0 ne in Italia, volontà di migliorare la pubblica ist ^non fu ben corrisposto da chi ebbe il mandato di fare nuo schema di Regolamento organicopercoordinarvi anche le materie filosofiche e pedagogiche, c di stabilire il modo in che l’insegnamento di queste discipline doveva essere affidato c distribuito. E lo dimostriamo brevemente. Il professore di Filosofia c di Pedagogia sarebbe tenuto a fare non meno di undici lezioni per settimana nei respettivi corsi ! E noto che i professori •di Filosofia ne’Licei fanno da sei ad otto lezioni la settimana, e tre lezioni i professori di Università. Come presumere seriamente clic un Professore dia con zelo ed efficacia non meno di dodici lezioni per settimana in materie difficili, disparate c soltanto affini tra loro? Diciamo in materie dispaiale, poiché la Logica e la Psicologia sono ben differenti dalla Morale e più ancora dalla Pedagogia. Nè si dica, per avventura, che ivi trattasi di dar nozioni elementari sii quelle scienze ; imperocché, oltre restare il fatto che le son materie ben diverse, la istituzione elementare risguarda soltanto la Logica. materia nuova per lo alunne, ma non risguarda la Psicologia e ancor meno la Pedagogia e la Morale, già studiate elementarmente dalle giovani o nelle Scuole normali o nelle Scuole secondarie e preparatorie all’ Istituto superiore femminile. Chi vuole ottenere il diploma in Pedagogia, deve seguire un corso speciale di Psicologia : ma ognun sa che questa ultima scienza ai nostri giorni ha fatto progressi notevoli, nè può essere affatto separata dallo studio delle scienze sperimentali, come per esempio la Fisiologia. Che anzi, noi troviamo un altro difetto nell’ordine delle materie obbligatorie per conseguire il diploma in Pedagogia. Ivi ò detto che 1’ alunna potrà scegliere un corso di Matematica, o di Fisica, o di Storia Naturale. Non sarebbe stato più razionalo di prescriverle addirittura il corso speciale di Storia Naturale, in mancanza d’ uno studio a parte su la Biologia e la Fisiologia ? Ritornando alla Morale ed alla Pedagogia, queste due scienze, fra loro assai differenti, non possono nò debbono essere insegnate in modo elementare nei due Istituti femminili superiori. La Morale pura e applicata, individuale e sociale, e c c 8U PP 0 "® cognizione di altre scienze affini, quali sono le discipline giuridiche e sociali, ò molto vasta e complicata, fi i> ità d’ un solo docente. L inse ° n qecon dario, non può servire.di meio aj ^ cittadino si i Doveri .;i ^“ormali secondarie, perni» studiano già nelle oc obbligate a le alunne de’due Istituti supei‘ 0 ro hò infine studiar l’Etica nel secon o » anche ]a Scieu- il diploma di Pedagogia compren za Morale. i a Morale come So poi si volesse eonsidciare s „ p8 . deile materie di P uia ragione del- una riore, allora non ragione de,- 336 sull'ordixajiento degl'istituti superiori l’assoluta dimenticanza d’ogni più elementare istituzione di Economia sociale e di Diritto. Come ! in un Istituto superiore d’ educazione e d’istruzione femminile si prescrive’l’insegnamento dell’Igiene e della Chimica, e non si fa parola de’ primi rudimenti d’Economia e di Diritto positivo, mentre in uno Stato libero, coni’ e il nostro, si affida legalmente alla donna il nobile mandato di fornire la prima educazione ed istruzione ai futuri cittadini d’Italia, di educare ed istruire le future maestre e madri di famiglia, oltre la missione propria di ciascuna donna, cioè di farsi ella stessa educatrice dei proprj figli e savia amministratrice dell’ azienda domestica? Anzi, ritornando al nostro concetto (esposto qua sopra) intorno al giovamento grande clic può la donna fornire nella soluzione pratica della complicata e formidabile quistione sociale, anche nell’aspetto fioUtico ed economico, a noi parrebbe necessario clic nei duo Istituti superiori femminili dovesse pur trovar luogo l’insegnamento comune delle prime nozioni di Economia sociale e di Diritto, segnatamente del Diritto civile e privato e del Diritto costituzionale. Veniamo alla Pedagogia. Le giovani tutte, che amino dedicarsi all’ insegnamento privato o pubblico, hanno da apprender bene l’arte difficilissima di educare e d’istruire; e molto più devono attendere a questa scienza ed a quest’arte le alunne clic vogliono abilitarsi all’ insegnamento della Pedagogia stessa. Ora, è noto che secondo i più recenti prògramini governativi. i maestri c le maestre per conseguire la patente elementare di grado supcriore, i maestri per essere dichiarati idonei all Ispettorato scolastico, son obbligati a sostenere, fra le altic prove, un esame di Pedagogia storica, teoretica ed applicata. E questo largo, elevato e compiuto insegnamento della Scienza pedagogica, teoretica, pratica c storica, viene oggidì propugnato anche in Italia da valorosi c dotti pedagogisti ; i quali pensano clic la Pedagogia teoretica, so vuole uscire dal campo delle generalità e cessare di ridursi ad una metodica astra ta o formalo, non possa fare « mono d. mollc scienze affini, quali sono la Biologia» fisica, In Psicologia o la Logica, la Morale h Sociologia c la Filosofia politica. Ma sottoponili US a^u» tara considerevole questa smnma ; scienze «ffini troppo elevala, o nducendo 1 ms» mento pedagogico nei fino entro più modesti limiti, P » ^,„ torario o monto elio deve “ 8S ™“| 0 d Minano pur seni- filosofici,e università, tale insomma pre una sci^ tutto il sapere o tutta da richiedere tutto i "‘o o l’operosità d’ un solo piofcssoi convcl . 1 . e bbc divi- Pcr queste principali ragi » sup6 rio- doro, anello «O »^ "^„o delle tre re, l'insog, lamento della. » posologia, Logica e disciplino pura, non o 1 aUr0 „ duo professori. Morale, affidando 1 una e 3o8 sull’ordinamento degl’ istituti superiori E allora si potrebbe anco estendere a tre anni l’insegnamento teorico e pratico della Pedagogia per le alunne che amassero di prendervi il diploma : ove tale insegnamento si volesse mantenere per soli due anni, il professore di Pedagogia dovrebbe insegnare anche la Psicologia applicata alla Scienza pedagogica. Gli studj superiori di Lettere italiane, di Storia, di Filosofia, di Pedagogia e della stessa Botanica, a voler che riescano scrj e fecondi, richiedono la conoscenza della lingua e letteratura latina. E però ameremmo clic presso i due Istituti superiori femminili fosse istituita una cattedra di Lettere latine, come pare no abbia intendimento 1’ on. ministro Coppino. Ma altre innovazioni bisognerebbe fare nei due Istituti, fissando e ripartendo nell’infrascritto modo le discipline sia per la cultura generale, sia per gli studj speciali in attinenza co’ varj diplomi di abilitazione. Discipline comuni da studiarsi nel primo biennio : Lettere italiane, Storia generale, Psicologia e Logica, Fisica e Chimica, Storia naturale e Geografia fisica,Matematiche, Lingua latina, Lingue moderne straniere, Disegno, Istituzioni d'igiene, Lavori femminili. I diplomi speciali dovrebbero essere cinque : 1° Diploma di Lettere italiane 5 2° di Storia c Geografia; 3° di Pedagogia e Morale; 4° di Lingue stra- DI .MAGISTERO FEMMINILE nicrc, francese, inglese e tedesco ; 5° di Scienze fisiche e Matematiche. GT insegnamenti speciali per otteuere ciascuno di questi Diplomi di abilitazione sarebbero ripartiti nel seguente modo: Pel diploma in Lettera italiane: Lettere italiane, Letteratura greca e latina comparata coll’italiana; Storia d’Italia, antica, mediocvale e moderna -, Morale; Pedagogia; Lingua c letteratura latina; Due lingue e letterature straniere moderne a scelta de - l’alunna. ... Pel diploma in Storia a Geografia : Le discipline identiche a quelle pel diploma in Lettere italiane, ad eccezione della Letteratura greca c latina comparata coll’ italiana, alla quale sarebbero sostituite la Fisica terrestre e la Etnografia. Pel diploma in Pedagogia e Morale: Pedago teoretica e pratica; Filosofia morate-. Ps.colog ; Fisiologia umana; Igiene aPP 1 ^ 3, “ nt *J e mo der- Lcttere italiane; Storia i « ‘ > j; n °„j ese e tedesca Le italiane; Let, età,una “„^i» ««- contpanateoon.aLe»».^-^. iia, antica e moderna, = „ Pel diploma m j Cosmo grafia ; Fisica; Chimica; Geometria c Trigonome- Storia Naturale; Al D eb 360 sull’ordlnauento degl'istituti superiori ecg. (ria; Igiene e Chimica fisiologica; Disegno; Contabilità domestica; Lettere italiane; Pedagogia; Morale ; Lingua latina. Non occorro dimostrare che l’attuazione di questo largo disegno di studj femminili superiori esigerebbe la riforma parziale delle nostre Scuole normali femminili. Come son ordinate presentemente, massime per ciò che si attiene all’insegnamento letterario, morale e didattico, le nostre Scuole normali, oltre non essere coordinate bene con i due Istituti superiori femminili, non corrispondono adeguatamente al fine loro speciale, c si rimangono inferiori alla Scuola normale tedesca (Das Lehrerseminar) dove si preparano i veri educatori del popolo. Koi siamo fermamente persuasi che una riforma e un riordinamento, di studj, come abbiamo a larghi tratti delineato qui sopra, tornerebbe di grande utilità e decoro al fine speculativo c pratico dei due Istituti superiori di Magistero femminile, creazione ancor questa dell’Italia nuova che molto si ripromette dall opera salutare e benefica della donna. So**»»». - I. E.gta- rf to. — Ginnasio c Liceo ; buio la teem leoni». Loro somiglianze e rione secondarie classica e Iconica in 111 >’ J" 6 ìin /ìniii. «àcuolc secondarie in Geimanit • nata con quella delle - ^ 8trat ‘ v0 Distratti da questioni P ‘ deraro i problemi finanziarie, non avvezzi a co pedagogici e gli ordinamenti delle scuole sott’ogni loro aspetto, morale intellettuale ed economico, gl’italiani in generale poco o punto badano al modo in clic viene ordinata c impartita la pubblica istruzione. Lo stesso Parlamento non crede necessario di spendere molto tempo e cure speciali in questo ramo di pubblica amministrazione ; bensì il Ministro dell’Istruzione pubblica va soggetto egli pure alle vicende politiche, alle crisi parlamentari e ministeriali ; e non di rado la politica invado anche il tempio pacifico di Minerva, e fa sentire i suoi influssi al personale insegnante. Eppure si tratta di formare gl Italiani stessi \ trattasi del modo in che debba essere educata ed istruita la crescente generazione ; si tratta del come e quando i novelli cittadini ed i futuri governanti d’Italia debbano compiere i loro studj ; si tratta di stabilire quanti anni debbano consumarvi e quanta spesa vi occorra ! La sarebbe dunque una questione di alto interesso morale ed economico, teorico e pratico, privato c pubblico. Il Paese, invece, poco opunto vi bada: ed ceco una dello principali cagioni per cui l’istruzione pubblica incendale, e segnatamente l’istruzione secondaria classica e tecnica, letteraria e scientifica, non ha avuto ancora presso di noi un ordinamento stabile e razionale. E poiché ogni Ministro che sale al potere, come ci ammaestra 1 esperienza di questi ultimi anni, fa o pi omette innovazioni nel pubblico insegnamento secondario ; c poiché i lamenti nel pubblico non sono cessati, e gli esami di licenza tecnica c liceale (ma soprattutto liceale) non sempre corrispondono alla viva espettazione del Governo e del Paese ; stimo esser cosa utile ed opportuna il ripigliare qucst’ardua questione di vivo e grande interesse nazionale,dibattuta più volto, sebbene per altri fini e rispetti, in pregiati periodici e specialmente nella Nuova Antologia, da uomini insigni quali sono il Villari, il Luzzatti, il Ferri, il Gabelli, il Barzcllotti, ed altri. Come insegnante, io non parlerò qui della capacità intellettuale, letteraria scientifica o didattica, dei nostri professori nelle scuole secondarie, delle norme e cr.terj nelle nomine e promozioni del corpo delle condizioni economiche fette da o - > Provincie e dai Comuni ni professor, anched f ut egli nitri pubblici ufficiali ; ne istituita gu paragone tra i nostri insegnanti e M-tdolla Gc nanfa, dell' Impero Anstro-Unganeo, do a I ...» o di altre nazioni. Ma facendo tesoro;«£££. lunquc siasi esperienza da me acqui, gnamento liceale, tecnico o «“P'™. ' onte ordina- sè Btesso e nei suoi effetti socia i letteraria mento della nostra istruzione sei} manEcne re tal c scientifica, per vedere so ‘ Q quale, ovvero se debba essere mod n. • s’ rltslln. le"ge Casati 13 uo È notorio che in vir u 0 secon daria in vcmbre 1859, la istruzione ; n Massica e in . Italia si distingue indue g iaI ^ nuindi abbiamo tecnica o industriale e professici quattro sorte d’istituti: GINNASIO E LICEO, Scuola tecnica c Istituto tecnico, aventi ciascuno un essere proprio, e dai quali istituti gli alunni escono forniti d’una licenza o diploma. Bensì il Ginnasio serve nel tempo stesso di fondamento e di preparazione al Liceo, •come la Scuola tecnica agl’istituti tecnici professionali c industriali. Difatti, nel Ginnasio s’insogna oggigiorno italiano, latino e greco, storia antica, geografia, matematica, storia naturale c disegno ; nel Liceo poi lettere italiane, latine c greche, storia e geografia, matematica, filosofia, storia naturale, fisica e le prime nozioni di chimica. Ideila Scuola tecnica gli alunni sono ammaestrati in italiano, storia c geografia, matematiche c contabilità, calligrafia c disegno, francese, elementi di fisica c di storia naturale, doveri c diritti del cittadino. Dell’Istituto tecnico, secondo 1’art. 275 della legge Casati, s insegnavano : letteratura italiana, storia c geogiafia, lingua inglese c tedesca, istituzioni di diiitto amministrativo c di diritto commerciale, economia pubblica, materia commerciale, aritmetica sociale, chimica, fisica c meccanica elementare, algebra, geometria piana e solida, c trigonometria rettilinea, disegno ed elementi di geometria descrittiva, agronomia e storia naturale. E con 1’ ultimo Decreto furono stabilite le infrascritte materie, suddivise nelle rispettive cinque sezioni dell' Istituto : Agraria, Calligrafia, Chimica, Computisteria, Costruzioni, Diritto civile, commerciale ed amministrativo, Disegno, ELEMENTI DI LOGICA E DI ETICA, Economia, Estimo, Fisica, Geografia, Lettere italiane, Lingua francese, inglese e tedesca, Legislazione rurale, Matematica, Merciologia, Ragioneria, Storia civile, Storia naturale, Statistica e Scienza finanziaria, Topografia. Ognun vede qual notevole differenza corre fra gl’istituti classici o letterari e gl’istituti tecnici o- professionali : in questi prevalgono le scienze positive, in quelli le lettere. I primi servono, in modo speciale, di gradino nll'Cniversitlt; i secondi avviano 'alle professioni ed agli uiliej minoiine o . ta o mitre, lo Scuole classiche e le Scuole tecniche hanno questo di comune: Che sì lo uno corno le altre danno ài giovani una cultura generale, fondamento degna altro studio, e corrodo necessario ad ogm vern o. tadino che sia degno di tal nome, che e.o togli» rendersi conto dei propri doveri socia i et bene i suoi diritti civili e politici. ni. per quello clic si rifcriacea fonnQ ^ g,. 8tu dj. e al modo in che s’insegna uberalo vorrebbe Fortunatamente, nessun > • ‘ ^ naz ^ on alità e imitare il sistema tedesco m ‘ r j amc ntari, quale di franchigie costituziona i e p ^ ^ Bismarck. viene inteso e praticato e a ^ ^ ^ quintessenza dei Ma quanto agli studj, P aie metodi educativi e didattici e del sapere umano si ritrovi in Germania, e solo in Prussia la si possa apprendere : il cervello del mondo prima era Parigi, oggi è Berlino! Confrontiamo adunque l’istruzione secondaria tedesca con la nostra, che già conosciamo. In Prussia l’insegnamento secondario viene impartito in tre specie d’istituti nazionali: ne’Ginnasj, corrispondenti al nostro Ginnasio e al nostro Liceo riuniti, onde in alcune parti della Germania il Ginnasio è detto anche Liceo •, nelle Scuole Reali ( Beai- schulen ) di moderna istituzione, le quali hanno una certa somiglianza colla nostra Scuola tecnica ed Istituto tecnico uniti*, nei Proginnasj e nelle Scuole borghesi ( Biirgerschulen ), che servono di preparazione quelli al Ginnasio, queste alla Scuola Reale, o sono strettamente coordinati gli uni a’Ginnasj superiori, le altre alle Scuole Reali superiori. Le Scuole borghesi della Germania (una specie delle nostre Scuole tecniche) hanno per fine, considerate in sò stesse, più una cultura generale inferiore, che un insegnamento pratico o professionale. Vi si compie generalmente il corso intero in 6ei anni, e in qualcuna s’insegna anche il latino. Ma le discipline comuni a tutte le Scuole borghesi tedesche sono le infrascritte: Religione, tedesco, francese, inglese, geografia, storia, matematiche, fisica, storia naturale, disegno c •calligrafia. Ora, qual fine educativo e scientifico si propongono i Ginnasj tedeschi e le Scuole Reali, c quali materie vi sono insegnate? u Fine diretto del GINNASIO G(dice Pullè nella sua erudita relazione sulla Istruzione secondaria in Germania) c quello di preparare per lo studio scientifico delle Università. L’istruzione clic vi viene impartita però, nel suo contenuto c nella sua forma, c ordinata in modo da rendere la monte atta e fornita dei mezzi necessari per raggiungere qualunque grado e specie di coltura intellettuale. Il centi o di gravità degli studj ginnasiali c l’insegnamento linguistico, e si fonda pei Ginnasj tedeschi sulle tre lingue letterarie che rappresentano la vita delle tre più grandi famiglie umane, attrici della storia c della civiltà europea : la greca, la latina e la tedesca. “ Il concetto informatore del programma deg 1 studi ginnasiali si ò : nella conoscenza dello lingue, aprire al pensiero lo spirito dell’antmhità e le forme dell’espressione ; abbracciare nella stona 1 con ■ dell’umanità e del progresso civile e nel a s o tararia formare l'idea nazionale. Nella geogr ^ storia, naturale, nella fisica e nella «nata» ^ prender le relazioni dell'uomo eolia naturi ^ di quello colle forze di questa : • ' amca to all’esattezza del ealcoloedeig.^^“ dei mezzi pratici e delle necessda posavo. _ ^ a contemplare dalla elevatezza . iuoven( j 0 da un comprendendoli nel loro spiri ° ^ dcl]c CO sc. Colle ■criterio morale, P roCoa ° V ®', ivor8e materie, messe in cognizioni acquistate 0 ' da]la disciplina sco- contatto c collegate dal consapevolmente . letica, l'intelletto giovanile s, v. abituando e si conquista questo liberalissimo modo di pensare, che poi applicherà o ai suoi studj futuri o alla pratica della vita.“ Lo Scuole Reali invece, conforme alla loro origine, hanno un fine più limitato c più direttamente pratico. Esse sono destinate a fornire una generale coltura scientifica, come preparazione a quelle professioni, per le quali gli studj universitari non sono richiesti. La loro principale differenza dai Ginnasj consiste in ciò, clic l’insegnamento classico scema, e di altrettanto cresce in suo luogo quello delle materie scientifiche. Il latino vi c mantenuto, ma ridotto a due terzi dell’orario settimanale nelle classi inferiori, alla metà incirca in quello superiori. Il greco n’ò escluso del tutto : invece si dà un posto maggiore alle lingue moderne; il tedesco c il francese hanno un orario più ricco clic non nei Ginnasj; vi s’insegna l’inglese nello treclassisuperiori, ed in alcuni casi, facoltativamente, lo spagnolo o l'italiano. Questo ricco apparato linguistico però non viene trattato, come nei Ginnasj, da un punto di vista scientifico, ma solamente da quello pratico, per l’uso moderno e del commercio. ., E però nel Ginnasio tedesco s’insegna: Religione, tedesco, latino, greco, storia e geografia, matematiche, storia naturale, fisica ; e in alcuni Ginnasj superiori della Prussia, come nel Ginnasio Federico Guglielmo, si aggiunge l’insegnamento del disegno, del francese c dell’inglese. Le stesse materie s’insegnano nella Scuola Reale, fuorché il greco che viene sostituito dal francese, inglese o spagnolo. Ecco pertanto gl’inscgiramenti che si danno nel Ginnasio e nella Scuola Reale superiori, uniti insieme : Religione, tedesco, latino, greco, francese, inglese, ebraico, storia c geografia, aritmetica e matematica, storia naturale, fisica e chimica, disegno c calligrafia. Più tardi, in alcune città della Germania sorsero scuole industriali per soddisfare a certi bisogni e tendenze locali 5 coinè tra noi, per cagione d'esempio, e sorta la Scuola industriale e professionale di Vicenza che ha surrogato quell’istituto tecnico, perchè più vantaggiosa a coloro che, a poca distanza, a Schio lavorano nel grandioso e prospero stabilimento industriale del benemerito seuatorc A. Rossi. Presso la Scuola industriale nel centro di Berlino s'insegna: Religione, tedesco, francese, inglese, storia e geografia, aritmetica, materna- tica pura ad applicata, fisica c chimica, chimica pratica nel laboratorio, storia naturale, calhgia ., disegno a mano libera c disegno geometrico. Il Ginnasio superiore tedesco, con 1 esame b sturila o di licenza, schiude le Porte dol^ versità; c le Scuole Reali di l u ‘ m01 J degl’inge- loro licenziati di passare ai IL/ W” *- . . *V gneri, di essere ammessi ^^o'di’volontariato, di tare e a godere i benefi ‘ nci Ministeri. E qui gio- aspirare alla carriera u ‘ . licenziati dai nostri va ricordare che anche a * ;1 benefizio del Licei ed Istituti Aitare, sono am- volontariato quanto , i;ce{iU) e a n a facolta di messi all’Università (t sezione fi s i c0 -ma- matematiebe quelli (tecni .) tematica ; inoltre possono tutti aspirare ai pubblici uffizj minori, come nelle Poste, nelle strade ferrate, nelle Prefetture, nelle Intendenze di finanza e nei Ministeri. . Ed orapotrebbesi domandare: Perchè nei Ginnasi tedeschi non è compresa la filosofia, e nelle Scuole Reali non s’insegna economica politica, statistica, diritto positivo, computisteria c ragioneria, estimo ed agraria, che troviamo invece presso i nostri Istituti tecnici, ne’quali bensì manca il latino ? Nei Ginnasj tedeschi (eccettuati alcuni pochi dove si studia la logica formalo, o la propedeutica filosofica) non avvi l’insegnamento della filosofia per due ragioni: 1° perchè, a differenza d’Italia per il contrasto e la separazione fra la chiesa e lo stato, là si mantiene vigoroso l’insegnamento della religione, sia cattolica sia protestante, secondo la confessione religiosa degli alunni; perchè i giovani, oramai bene apparecchiati c riflessivi, apprendono la filosofia nelle Università ordinate diversamente dalle nostre: di fatti nelle Università tedesche la facoltà filosofica comprende altresì quella filologica e storica, quella fisico-matematica e di storia naturale. Per altro, se ai nostri Istituti tecnici manca il latino, onde i giovani licenziati (eccetto quelli della sezione matematica) non sono ammessi all’Università, e in fatto di cultura letteraria sono generalmente inferiori ai licenziati dal Liceo; le Scuole Reali tedesche, paragonateagl’Isti- tuti tecnici italiani, hanno il capitale difetto di non apparecchiare direttamente gli animi alle lotte nobilia feconde della vita pratica sociale ed agli ufficj amministrativi, perchè non vi si danno le principali nozioni di scienze morali o sociali, come la morale, l’economia politica, la statistica, il diritto, la computisteria, e somiglianti. I nostri G-innasj e Licei non hanno subito notevoli e sostanziali cambiamenti, almeno in ciò che riguarda la natura e il numero delle materie d’insegnamento. Non così gl’istituti tecnici, dalla loro creazione: e però giova esaminare i principali mutamenti introdotti in essi coi programmi. Nei programmi non si provvedeva sufficientemente alla cultura letteraria e morale de giovani ; non si distingueva un doppio orine 4. stadi negl'istituti, studj penerai, c teorie, da un, V Mi . pratici dall'altro; infine la temone fis,=o-ma, ematici era unita a quella industnalo A que* inconvenienti si procuri di rimodare dal Mistero d’agricoltura industria e commercio ( pendevano allora “Mastico, grammi al principio d de p a circolare precedati dalle relative is ruz ^ sanzionat ; con ministeriale del 17 otto re ’ l’onorevole R. Decreto del 30 marZ °,? 8 '^ iglio superiore per Domenico Berti, a nome Qtta relazione al l’istruzione tecnica nella ™ r neva ques te savie Ministro riforme: P Ripartizione della sezione di meccanica c costruzioni in sczìodc fisico—matematica, c in sezione industriale; 2 a Prolungamento del corso delle sezioni negl’istituti; 3 a Ampliamento o miglior distribuzione della cultura generale c scientifica, c della cultura speciale ; 4 a Riordinamento dei programmi d’insegnamento; 5 a Connessione degl’ Istituti tecnici con le Scuole superiori, c nonno per l’attuazione del riordinamento degl’istituti. In ordine a tali riforme, il corso degli studj tecnici da tre fu portato a quattro anni : gli studj del primo anno comuni a tutte le sezioni, giusta il Regolamento del 18G5, furono estesi a tutto il primo biennio in comune e determinati nelle seguenti materie : Lettere italiane, storia c geografia, lingua francese, inglese o tedesca, matematiche elementari, storia naturale, fisica, nozioni generali di chimica, c disegno ornamentale. Clic anzi, per rinforzare la cultura letteraria e morale, alcuni insegnamenti di cultura generale, come l’italiano, la storia c la geografia, vennero protratti nelle varie sezioni per tuttala durala del corso tecnico ; agli studj lettcrarj si volle aggiunto ed unito lo studio della Psicologia c delle principali nozioni ed applicazioni della Logica, restringendo ilprimoalle facoltà essenziali dell'anima, alloro svolgimento e al destino immortale di essa, il secondo alla teorica del giudizio e del raziocinio, e alle norme fondamentali dell’ arte critica. Imperocché il Consiglio superiore di istruzione tecnica é d’avviso (diceva 1’ esimio relatore Berti) u clic nulla tanto giovi a restaurare gli studj letterari e all’ incremento della cultura generale quanto i buoni studj filosofici. Speriamo clic il tempo ci concederà d’introdurre noi nostri Istituti un vigoroso insegnamento di morale, che, oltre al servire di preparazione o di aiuto alle diverse discipline giuridiche ed economiche, tornerà eziandio di vantaggio all’educazione dell’animo, alla quale si deve mirare negli Istituti tecnici non meno operosamente clic nelle altro scuole Finalmente, le sezioni degl' Istituti furono divise in cinque : seziono fismo- matcmctica, industriale, agronomica, commerciale, c quella di ragioneria ; lo prime quattro da compiersi ciascuna in quattro anni, 1 ultima in un . dopo aver conseguita la licenza nella sezione coin mordale., Ma pii. notevoli c piofonde mno^.on sul» Menzioni sai piograni™ bcllcmc,iti delle Commissione «I ^ jc larevisione scienze sperimenta, g j u dj Z io e al- dei programmi stessi ’ ”,priore distriuione V approvamene del C°™=> ctl n »ovi programmi, tecnica le opportune n j> Decreto u n0 ~ gVIs,itati farete ai «se riforme, . Ilcco 1 l . paragonate con quelle c c Fu ristretta al solo primo anno la cultura generale, comune a tutte le Sezioni, facendo prevalere nei tre anni successivi la cultura speciale- tecnica. 2° A chigavesse ottenuto la licenza ginnasiale o di scuola tecnica, fu data facoltà di iscriversi al. secondo anno d’istituto, purché avesse prima superato l'esame nelle materie del primo. Fu ristretto rinsegnamento delle matematiche per la sezione fisico-matematica 5 ma vi faaggiunta la trigonometria sferica, che non s’insegna nelle Università^cui debbono presentarsi gli alunni dell’Istituto col diploma di licenza, anche senza lo studio del latino, prima di essere ammessi alle Scuole di applicazione. 4° La sezione agronomica fu distinta in due, con nuova distribuzione di materie c con indirizzo- più pratico : in sezione di agronomia, destinata a formare gli amministratori rurali c i direttori di p aziende agrarie ; in sezione di agrimensura, per co lmo clic si danno alla professione di periti stimatori di fabbriche, e di periti misuratori di campi. 5° Alla sezione commerciale fu riunita quella di ragioneria, da compiersi in quattro anni perchè 1 esperienza fatta in alcuni Istituti aveva già dati buoni risultamenti. G° In quest’ultima seziono la statistica fu unita all economia politica ajiplicata, avendo sempre cura di far prevalere nell’Istituto la parte applicata alla teoretica. Bensì mentre nei programmi del 1871 il diritto amministrativo era obbligatorio nella sezione di ragioneria, in quelli del 1816 non se ne parla affatto ! 7° L’economia politica teoretica, qual parte della cultura generale scientifica, fa estesa a tutte le sezioni. 8 ° Infine, s’introdusse un nuovo insegnamento comune a tutte le sezioni, e che nell’anno scolastico 1S77-7S fu reso obbligatorio in tutti gl'istituti tecnici del Regno, cioò gli Elementi scientifici di Etica civile c Diritto, con doppio intendimento : di prepa- rare lo menti allo stadio del Dirittoposavo e del- l'economia politica, o di temperare .1 cara, o de giovani formando non solo « abita profe^—,, ma cittadini degni per virtù moral. e emù E - il nobile desiderio acconnato lino da presidente del Consiglio snpenore ca, onorevole Berti, venne urc dal il ministro Calatabiano irebbe lodo P Consiglio stesso e dai P 1 ’ 0 ^^ ^alfeta grande- gli uomini imparziali . della crescen te mente a cuore l’cducazion generazione. . v i 1077, ecco per- Secondo i nuovi program*speciali, tanto la distribuzione delle male ^ Lettere Insegnamenti comuni a a o-QQtrrafiii., matemati- italianc, lingua francese, sitera, b ° natur ale ; che, disegno, fisica, chinu ca » ^^ cnt - scientifici. di economia politica teoietic., dalle nozioni di etica civile e di diritto, P lC 370 sulla riforma de’ licei psicologia c di logica. Seguono le materie speciali delle cinque sezioni (oltre le materie in comune) nel- •J’ordine infrascritto : Sezione fisico-matematica : Lingua inglese e tedesca. Sezione di agrimensura: Costruzioni, geometria pratica, agraria, estimo, diritto privato positivo. Sezione agronomica : Costruzioni, geometria pratica, diritto privato positivo, agraria, estimo, chimica applicata all’agricoltura. Sezione di commercio c di ragioneria : Diritto privato positivo, teoria della statistica ed ccouomia politica applicata, computisteria c ragioneria. Sezione industriale : Teoria della statistica ed economia politica applicata. Ritornati gl’ Istituti tecnici sotto la dipendenza del Ministero dell’Istruzione pubblica pel Decreto leale del 26 dicembre 1S77, si pensò j)iù volte in questi ultimi anni a riordinare la istruzione tecnica di primo c di secondo grado. Il Ministro Baccelli aveva nominata una Commissione per la riforma della Scuola tecnica c dell’ Istituto tecnico. L’ on. Ministro Ceppino ha fatto tesoro delle proposte di netta Commissione ] c quindi abbiamo la recente riforma degli studj tecnici, approvata con Decreto reale del 21 giugno 1SS5. Alla Scuola tecnica si è conservato il suo duplice line teorico e pratico, cioè di preparare i giovani all’Istituto e di fornire “ una certa istruzione reale e pratica ai giovani che volessero darsi al piccolo traffico, agli umili ufficj pubblici ed alla milizia E però nel terzo ed ultimo anno gli alunni si dividono in due sezioni, con diverso programma di studj e con metodi di csercizj convenienti e prò- prj, sccondochè intendono di passare all’Istituto, o di sottoporsi all'esame di licenza per entrare nella vita pratica del lavoro utile. Per 1’ ammissione al- V Istituto tecnico si richiede l’esame m queste materie : Calligrafia, Disegno, Geografia, Lingua francese, Lingua italiana, Matematica (Aritmetica razionale e Geometria), Storia antica, orientalo e gioca, Storia d'Italia, Dovari a Diritti dal rioni di Storia naturala. Por ffr* 1» ““tannica si richiede olirà lo’ io ‘ 8 teria- (salvo la Storia antica), 1 esame 1, t i Un Escrcizj di Lingua franaata, no. . di Aritmetica, nelle Lozioni di Mineralogia. . on o conservate Riguardo all’Istituto toc» co, s “° la sc . le cinque vecchie sezioni, sue l '* . Commcrc io c zione industriale in due lami, „-. n0c Ragioneria Ragioneria privata, diAmniinis sezione pubblica. Gli studj dal . tutti gli Fisico-matematica si sono 1 s tadj speciali alunni dell’Istituto, de terni nn q . 0 ^ cr ciascuna tecnici e pratici ncl^ sCC ° UC . 1 ° in( | 0 i e s ua particolare, sezione, secondo il fi nc e . vo n’cbbc a for- Ondo la soriana Fisino-matamatic marcii Liceo scientifico moderno, e le altre Sezioni altrettante Scuole professionali. Ecco, pertanto, le materie comuni a tutte lo sezioni : Chimica generale ed clementi di Chimica organica ; Disegno ornamentale geometrico c a mano libera; Fisica elementare; Geografia Lettere; italiane; Lingua francese; Matematica (Algebra e Geometria) ; Storia generale ; Storia naturale. Materie speciali per le rispettive Sezioni. Sezione Fisico-matematica : Chimica (esercitazioni) ; Disegno di applicazioni ornamentali c di architettura ; Elementi di Logica e di Etica ; Fisica complementare ; Lettere italiane ; Lingua inglese o tedesca ; Matematica (complementi c Trigonometria) ; Storia complementare. Sezione di Agrimensura : Agronomia, Agricoltura ed Economia rurale ; Chimica (esercitazioni) ; Costruzioni e Disegno relativo ; Estimo ; Fisica (Meccanica e Idraulica) ; Legislazione rurale ; Lettere italiano ; Matematica (Trigonometria ed esercitazioui, Geometria descrittiva c Disegno relativo) ; Topografia e Disegno relativo. Sezione di Agronomia : Agronomia, Agricoltura ed Economia rurale ; Tecnologia rurale e Zootecnia ; Chimica agraria ed esercitazioni ; Elementi di Topografia e di Costruzioni, e Disegni relativi; Fisica (Meccanica, Idraulica o Meteorologia) ; Legislazione rurale ; Lettere italiane; Storia naturale applicata all’Agricoltura. Sezione di Commercio e Ragioneria: Calligrafia ; Computisteria e Ragioneria (parte generale e speciale); Scienza economica, e degl’istituti TECNICI IN ITALIA 37S> Economia applicata, Statistica e Scienza finanziaria; Elementi di Diritto civile, commerciale ed amministrativo ; Merciologia ed esercitazioni ; Lettere italiane; Lingua francese, inglese o tedesca;Storia complementare (delle colonie o delle industrie c dei com- merej). Sezione Industriale : Chimica; Disegno 01 - namentale ; Fisica elementare ; Geografia ; Lettele italiane ; Lingua francese; Matematica; Storia generale ; Storia naturale. Questa riforma segna certamente un notevole progresso nell’ordinamento generale dei nostri s u ] Liei di primo e' di secondo grado. *£» ^ ohe sia una riforma compiuta c e ' pare davvero : ansi nella Beiamone al He si fa co ^ prendere che dallo stesso Ministero «sente_ desiderio di ulteriori modificamo»! e '‘"Jf della nefica intorno all’assetto “'S 1 * 01 ® °. n p attuale istruzione tecnica secondaria. > te0 _ Scuola tecnica e bene Cù0Vcl |^ a S cu|Ìc pre nci alle Scuole di arti 6 “ Cb ’ iftndi? La seziono fessionali inferiori, per „i e or dinaria- Fisico-matematica dell'f 8tlt ^ j vcrH ità, come può mente prepara i 8 * ova ?'^ moderno, so non vi si dirsi un vero Liceo scic ^ ^ noto c he in Ger- studia affatto la lingua latina. gQ ]ft Scuo i a mania il latino si studia ano ^ ^ i#| e re- Rcalc. Perchè abolire le no della Logica e stringere l’insegnamento e ^. o _ roa t e matica? Dcl- dell’Etica alla sola sezione i alcan bisogno la Logica e delia Morale no» ha»»gli scolari delle altre quattro sezioni, i quali poi lasciamo affatto gli studj ? Infine, perché abolire gli elementi scientifici del Diritto razionale, mentre questo è fondamento del Diritto positivo c della stessa Economia sociale ? Il presente ordinamento della Scuola c dell’ Istituto tecnico non ha dunque raggiunto il suo ideale. VI. Ma dall’altro lato, si può egli diro che l’istruzione classica da noi sia perfetta sott’ogni rispetto? I nostri Ginnasj e Licei sono in piena armonia coll’esigenzc de’buoni metodi, coll’avanzamento delle lettere c dello scienze, coi bisogni e collo nuove condizioni della società odierna? E tutte lo nostre Scuole secondarie mirano esse ad un fine principale, ad infondere nell’animo della gioventù una sana o vigorosa educazione morale c civile? Ognuno si troverebbe fortemente impacciato a rispondere a queste domande : il che significa, clic molto ci rosta ancora da fare per le nostre Scuole secondarie, classiche c tecniche. Vero è che un compiuto c razionale ordinamento della istruzione secondaria presenta non poche c serie difficolta per natura sua ; e difficilmente presso qualunque nazione può essere opera d’un solo periodo di tempo c d un legislatore solo. Quindi non deve recar meiaviglia so nell’Italia nuova, tenendo conto ancora delle sue condizioni politiche, intellettuali c morali, il giavissimo problema d’un compiuto c stabile assetto delle Scuole secondarie non ha avuto fin qui la migliore ed ultima soluzione. Quattro, secondo me, sono i principali quesiti a cui deve rispondere un razionale fecondo e stabile ordinamento dei nostri Istituti se- condarj vuoi lotterarj o classici, vuoi tecnici o professionali : a) Cultura generale degli alunni. I) Metodi in armonia con lo svolgimento graduato delle facoltà umane, e in pari tempo con 1 progressi e fini della scienza. Relazioni fra i Ginnasj, i Licei c le Universi,, fra lo Scuole tecniche, gl'Mtutì e la Un,ver- sitò, i Politecnici od altro scuole saperlo,,. Attinenze dello nostre scuole s“™ d ”' c0 ° ' la vita pratica c con gli uffici minor. «1 “ Statm^ Ed ora esaminiamo brevemente 1 qua ^ per vedere poi quali rimedj principali oceor.aco . nostre scuole. a; Quali materie si dovranno tn*&* ciascun istituto secondai io P‘^ ss nell’Istituto? nasio e nel Liceo, nella Scuo a ec ” . ò e3S3r c La scelta eia quantità di osso matouc,^^ arbitraria, oppure deve cs.cic ^ ^ v ; debbon me, a criterj ben definiti . ^ definiti, i q uab essere certe norme, anzi cn ^ gtcss0 c he si prosi desumono principalmente a ^ ^ogni sociali pone il legislatore, vero interpre ^ ^Hoscuole, nell’istituire o nel riordinare cia finc immediato Ogni istituto ha due fini esscn cioè di provvedere alla cultura generale della crescente gioventù studiosa e dei futuri cittadini ; un fine mediato, che sta ora allappateceliiare le menti a studj superiori, ora nell’abilitare a certe professioni, o a certi ufficj minori nello Stato, e all’amministrazione delle proprie sostanze. La cultura generale cambia secondo i progressi dello scibile umano e secondo le peculiari condizioni della società civile. Trent’ anni fa, per esempio, dalla classe più numerosa dei veri cittadini, dalla borghesia, in Italia non si sentiva il bisogno di apprendere certe cognizioni politiche e scientifiche, perchè allora la borghesia aveva minore importanza sociale di fronte al clero e all’ aristocrazia, e perchè mancavano al paese istituzioni liberali, che portan seco nuovi diritti c doveri. A voler compiere ed esercitar bene questi doveri e diritti sociali, richieggonsi opportune cognizioni c un più alto grado di cultura intellettualo. Come pure dalle nuove condizioni sociali è sorta la convenienza di rendere più colta ed istruita la donna, senza cadere per questo nell’opposto eccesso. Ma la vera c soda cultura d’un popolo non deve consistere soltanto nell istruzione della mente, si anche e principalmente nella retta educazione dell’ animo, come richiedono la natura e il fine dell’ uomo considerato e in sè stesso, e in relazione colla famiglia e colla società, senza qui entrare nel campo religioso. L’istruzione non è fine a sè stessa e all’ umana società, ma piuttosto e mezzo all’ educazione morale e civile. La prima ha per fine diretto la conoscenza del vero -, la seconda mira alla pratica del bene. Ciò posto, se le materie clic oggidì s’insegnano nelle nostre scuole secondarie soddisfano in generale ai bisogni della mente e alle nuove condizioni sociali, per ciò che attiene al sapere, non sono pero le piu adatte, considerate fra loro c da sole, ad invigorire il scuso morale, a prodarre mia 0 educazione, che torni vantangiosa alle singole famiglie o all' intero consorzio civile. He. da°*ogici e scientifici, in buona parte della stampa a “liberalo, nel Parlamento e ne. paese pressai generali o frequenti sono le "ri « sècot rizzo educativo delle nostro scucem» darle. AU’ insegnamento. re ìgm mim care c razionalmente impaitito, tare come in nessun grado delUi— 9Ì ‘ giudicano molti uomini i us ii secondarie voluto o saputo contrapporre mo ingegnamen to in generale un vigoroso stadj CODS iderati morale, coordinandovi pu» | . q molta parte della nell’aspetto educativo. d eleva to sentimento nostra gioventù manca 1 P, no bili, l’affetto del bene, l’entusiasmo pei e c s j t i retti, il ca- disinteressato, la fermezza n rattere morale. Vili. n0 arduo ed importante b) Altro quesito non m ^ sapcre inse di è quello del metodo, non gnaro quanto nel coordinare le materie di studio: quesito che non si può risolvere convenientemente, ove non si badi al graduato e armonico svolgimento delle facoltà umane. Con qual ordine si svolgono le facoltà dell’uomo ? Prima il senso, la fantasia c la mo- moria ; poi la immaginazioncintellettiva e la ragione, colle sue varie operazioni o facoltà secondarie, come l’attenzione, la riflessione, l’astrazione, l’analisiclasin- tesi, la comparazione ; per ultimo, la volontà libera. Ora, queste facoltà non sono l’una dall’altra separato, come l'esperienza o la ragione ci attcstano ; ma sono invece strettamente congiunto, perchè tutte dipendono dallo stesso ed unico principio che in noi sente, intende e vuole. Bensì 1’ una prevale sull’altre nelle diverse età dell’uomo, e secondo la natura degli obbietti a cui son rivolte le operazioni intellettive e morali di lui. A questo naturale c graduato di- spiegarsi delle facoltà umane, a quest’ armonia loro meravigliosa, deve sempre corrispondere l'ordinamento degli studj e un acconcio metodo d’insegnamento nelle nostre scuole, dalle prime classi elementari all’ Università. Per chiarire meglio le nostre ideo, gioverà qui fare un’osservazione’ pratica. In virtù del R. Decreto 22 settembre 187G, la filosofia s’insegnava in tutti e tre i corsi liceali ; mentre prima cominciavasi a studiare nel second’anno di Liceo. E nella Relazione che precedeva quel R. Decreto diccvasi che nel prira’anno liceale l’insegnamento della filosofia dovesse consistere segnatamente nella lettura e nello studio di luoghi filosofici Latini, e nella spiegazione della nomenclatura filosofica, di cui tanta parte si chiarisce colla lingua greca. — Senza disconoscere le intenzioni più che rette del legislatore, a noi pare (confortati in ciò dall’esperienza) che sarebbe stato miglior partito ritornare alle vecchie disposizioni, cioè principiare lo studio della filosofia nel secondo anno di Liceo, perchè le menti de giovani sono allora più riflessive e mature, ed hanno acquistato nuove e più sode cognizioni di letteratura, di storia e di matematica nel primo anno liceale, dalle quali trarranno poi giovamento nello studio della filosofia stessa. Vediamo infatti che in Austria s insegna la propedeutica filosofica solo nella classe Vili, od ultimo anno del Ginnasio-liceo ;, e no Gmnasj di Boltzen o di Klangcnfilrt la logica /orma studia nello ultimo duo classi, comspondentmdfecondo e terzo anno del nostro Liceo In Trace . poi, ««ero corso di l'ultimo anno d. Liceo ' ; l nostri otto ore d'insegnamento P« “ ge . alunni, appena usciti a un ver o insc- ncralmente ben prepara liceale, sia per gnamento di filosofia sa perficiali la tonerà età, sia pei aWtuatialla n- cognizioni, sia per no poteva giovare flessione e al ragionamen o - - m0 co rso liceale gran, fatto spendere tutte » 1 p. oso fica, che si nell’ insegnar loro la nom p 0 studio delle può di mane in mano apprendere singolo parti della filosofia elementare 5 e ancor meno avrebbe giovato spenderlo per intiero nella lettura o nello studio di luoghi filosofici latini, por esempio nel De OJJiciis e nel Da Leyibus di Cicerone, perchè tali studj c letture presuppongono un corso ordinato, già compiuto, di filosofia razionale e morale. Più tardi l’insegnamento liceale filosofico si restrinse a soli due anni, cominciando lo studio della Psicologia e della Logica nel secondo, e riservando al terzo la Morale. Ma con P. Decreto del 23 ottobre 1884 l’insegnamento filosofico è stato di nuovo esteso a tutti e tre i corsi liceali, assegnando al primo lo studio della parte più generale della Logica. - Per le ragioni suddette, converrebbe tornare al vecchio sistema, cioè principiai’e addirittura lo studio della filosofia elementare nel secondo corso liceale, e compierlo in due soli anni. Siffatto ordinamento c siffatto metodo converrà poi che nelle scuole secondarie si trovi in armonia perfetta con i progressi della scienza o con i fini dell’ insegnamento. Lo studio della Filosofia e dello •Scienze naturali, a cagion d’ esempio, deve esser fatto in modo ben diverso da quello in che facevasi venti anni addietro : e qui siamo già incamminati per la retta via. La Storia greca e romana dovrà essere insegnata nel Ginnasio e nell’Istituto tecnico in modo differente, per la diversità del fine di esso studio nei due Istituti ; all’ insegnamento della Chimica non potrà darsi nel Liceo quell’ estensione o profondidà che deve avere presso l’Istituto tecnico. Governo e professori debbono pertanto aver di mira questi quattro punti essenzialissimi : 1° Lo svolgimento armonico di tutte le facoltà umane; 2* La •cultura generale degli alunni; 3° Il progresso dello scibile ; 4° Il fine pratico della scuola. IX. c) Come le scuole inferiori od elementari, oltre avere un fine proprio, debbono servire di fondamento e di preparazione agl’istituti secondarj, così questi vogliono essere coordinati razionalmente allo scuole superiori e di perfezionamento. E però i nostri Licei ed Istituti tecnici, specialmente in alcune seziom, come in quella fisico-matematica e di a S ron0 “ ia ’debbono avere stretta relazione col or inam .degli studi nelle Universi.!., «M*-*** Scuole superiori di per la stessa ragione, i G. J ^ tcomcho ag Ii legati strettamente a U, 1 ha m flM Istituti professionali, be U rog i on di più speculativo che pratico, S ® . P ge ins ° mm a à mezzo die di fine, a ' 0S ^ip er il Liceo, parrebbe destinato a preparale g j s6 avere un fine che anche la Scuola tecnic re p arar e le più speculativo ch ® ^Jistìtuto tecnico, anziché menti a studj super io fes9 i 0 ni, per quanto presumere di abilitare a ^, ione precoce super umili sieno, e di dare un * s ^ dimostrato non Sciale inefficace, che 1 es P erI v uon0 risultamento. .condurre da sola a verna pratico e Ma se la Scuola tecnica, com’era prima ordinata, non corrispondeva nè al suo fine speculativo, cioè di dare una conveniente cultura generale, o di. preparar bene gli alunni all’Istituto, nè al fine pratico, ossia di abilitare a’più modesti ufiicj nella vita privata e pubblica; anche il Ginnasio, il Liceo e l’Istituto, nelle attinenze loro cogli studj superiori, hanno i loro difetti. Così, nel Ginnasio si dovrebbe insegnare la lingua francese, materia non solo di cultura generale, ma eziandio necessaria agli studj successivi nel Liceo e nelle Scuole superiori ; c lasciar da parte la Storia Naturale, che viene ripresa nel Liceo in modo più esteso e profondo. Inoltre, come studiar bene le Scienze naturali senz’aver prima studiatola Fisica ? Nel LiRco, poi, hanno troppa estensione alcune materie, come la matematica, le scienze fisicochimiche ed il greco, dacché queste materie, spinta oltre i debiti confini, non sono d'interesse generale,, non danno per se un risultamcnto pratico, si riprendono quasi daccapo nelle rispettive Facoltà università) ic, richiedono molto tempo nel corso liceale con grave scapito delle altre materie. Tale inconveniente non ha luogo negl’istituti classici della Germania. Ecco quello che scriveva in proposito l’egregio professor Pullè nella citata sua i dazione: “La parte più importante ve l’hanno l'aritmetica e la matematica ( elementare, come si vede dai piogrammi) per far vero il principio, che le lingue, classiche e la matematica sono il centro dello studio ginnasiale. Yicn dopo lamica, quindi la storia natuvale. La chimica e per sè, o perchè ancora troppo poco è venuta a scientifiche conclusioni, ed è tuttavia da riguardarsi come in via di sviluppo, non viene, nei Ginnasj almeno, accettata come materia obbligatoria. Così anche alla storia naturale non si dà una sostanziale importanza : anzi per regola, dove manchi un buon maestro per questo insegnamento, nella classo IV c V le due ore vanno impiegate per l'aritmetica eia geografia. A questo punto va fatta un’ osservazione importante. L’insegnamento delle scienze positive nei Ginnasj o Licei c ordinato non tanto ad un fine pedagogico, quanto acciò che il .giovane, che vi compio la sua educazione, ne esca con una generale coltura, sappia qual posto occupa ciascuna scienza nell’ insieme dello scibile e si avvezzi a liberamente pensare. Per questo vai tanto m e- gnamento realistico per coloro che -n d Una ti a professioni giuridiche, alle V ÌnSCSnan,e ^° m“ peTqueste ultime, quel tanto che scienze esatte Ma per q ^ ^ do, tutt0 se ne apprende nel L la fisica, lachi- insuffieientc, poiché al rfetfa mat6 . mica, la storia naturale, e &U ? a n ^ llcipio e ripetute matica, vengon riprese quasi calzallte è quello quasi alla lettera. L’ esempio P ^ anni ne l della fisica generale, che appi ‘ ^ bienna le al- Liceo, viene ripresa pei un a, ti tem po eia l'Università. Or» per Ucw, o lo fatica sono irrornss, talmente p» sono all’ Università. Ad ogni modo, chi volesse approfondirsi nelle matematiche elementari e nel greco, per indi proseguire i medesimi studj nelle Facoltà di scienze fisico-matematiche e di lettere, potrebbe frequentare alcune lezioni facoltative da stabilirsi nell’ ultimo anno dei nostri corsi liceali. Nell’ Istituto tecnico, poi, converrebbe insegnare la lingua latina nella sezione fisico-matematica, essendo questa direttamente coordinata all’Università. X. d) Finalmente, un compiuto e razionale ordinamento degli studj liceali e tecnici deve provvedere non solo alla cultura generale degli alunni e ad apparecchiare le giovani menti e studj superiori, quando esse vogliano e possano dedicarvisi, ma deve altresì avere un fine pratico, abilitando i giovani a certi ufficj minori presso le società private o presso 10 Stato, e fornire tutte quelle cognizioni che fanno 11 buon cittadino. Non tutti i giovani ch’escono dai nostri Licei sono in grado, per le condizioni economiche della famiglia o per altri motivi, di proseguire i loro studj nell’Università e negl’istituti superiori. Essi pertanto cercano un’occupazione negli Ufficj postali, comunali e provinciali, nelle Prefetture, nelle Intendenze di finanza, nei Ministeri, nelle Strade ferrate, nelle Biblioteche, c via dicendo. Coloro poi che frequentano gl Istituti tecnici si dànno tutti, meno quelli della sezione fisico-matematica ed altri pochi fortunati acl una professione libera, come i periti agrimensori; o ad un impiego presso le Amministrazioni private o pubbliche, secondo i lori studj e la capacità. Inoltre, il diploma di licenza tecnica o liceale, conferisce loro certi diritti pubblici, non solo il diritto al voto politico, sì anche 1 altro di essere giurati (a 25 anni) presso la Corte d’Assise. Or bene, come potranno adempiere convenienteinentesì gravi doveri ed esercitar bene sì nobili diritti quei giovani, che, secondo l’attuale ordinamento dei nostri Licei, non vi hanno apprese nè vi apprendono le nozioni piu •elementari del diritto pubblico interno, e che (potendo anche sedere nei Consigli amministrativi del Comune e della Provincia) non. sanno mente d. Economia politica c d’Amministraz.on= ? So pò. cacano un modesto collocamento nello Poa *®> letture, nelle Intenderne di finanza, nelleStradefer rate, nei Ministeri, come potranno sostenere, gl, am, j; „nn avendo appreso nel Uinnasiu senza nuovi studj 1 ^ n *u contabilità c la enei Liceo ne ^ itiv0 ? E quindi, o computisteria, 1 dovran no sostenere questi nuove spese o fatiche ^ classiclie> od avremo giovani licenziati . f Quanto ag u alunni dei- in società altri sjjos • _ diritto amministra- l’Istituto tecnico, le sezioni* 1 come nel tivo vanno estese aim ento, a tutte le se- furono estesi, con savi I economia teoretica, ziom dell fstitnto g ^ di etica civile e dii ut SULLA RIFORMA DE’ 1ICEI Ed ora concludiamo. Quali pronti cd efficaci riraedj vanno recati ai nostri Istituti secoudarj classici e tecnici? A mio parere, eccoli brevemente : Si metta obbligatorio lo studio del francese nel Ginnasio, e si tolga la storia naturale. 2° Si restringa il programma di matematica, di fisica e chimica, e del greco nel Liceo per quegli alunni, che non si danno poi nell’Università alle matematiche, alle lettere ed alla filosofia. 3° Nella terza classe liceale si* stabiliscano corsi superiori facoltativi di matematica e di greco pecchi ha interesse di approfittarne. 4° Vi si insegnino pure le nozioni elementari di economia politica e di diritto amministrativo. Quanto agli studj tecnici : Si coordini nettamente e definitivamente la Scuola tecnica all'Istituto tecnico nel terzo anno. 2° Si renda più. pratica la Scuola tecnica per i licenziandi, collegandola altresì alle Scuole professionali inferiori o di arti e mestieri. 3 Si metta obbligatorio il latino per conseguile la licenza nella sezione Fisico-matematica dell Istituto. 4° Si estendano a tutte le sezioni dell’Istituto gli Elementi di Logica c di Etica. Si icnda obbligatorio lo studio dell’Economia teoretica sociale a tutte le Sezioni, eccetto a quella Fisico-matematica. G° Si ristabilisca il corso elementare di Diritto razionale. Si porti a cinque anni il corso compiuto dell Istituto, quando non si credesse meglio di stabilirò in quattro anni il corso teorico o pratico della Scuola tecnica. A questo modo, mi pare che i nostri Licei ed Istituti tecnici possano davvero rispondere al fine loro speculativo e pratico, alla ragione dei tempi e alle condizioni del nostro paese, e riuscire superiori o migliori dei Ginnasj tedeschi, e delle Scuole reali e borghesi della Germania. Comunque sia, in ogni riforma de’nostri Istituti mezzani e superiori, classici e tecnici, non dimentichiamo la massima che inculca Mamiani ne'suoi Documenti pratici intorno alla rigenerazione intellettuale e morale degl’italiani: u Gli studj che mirano a poco alto fine e versano sopra materie futili ne emano di nudrirsi di scienza profonda, snervano 1 intelletto e l’animo. GENTILE E IL DIRITTO INTERNAZIONALE. Allicricus ilio fuit, qucra non Brilannia modo, seti et tota Europa pracccplorom in Jure suum eolil et agnoscit »• Jl. PrecuiD, Elogio di Scipione Ganlue. Fra tante e nobili glorie italiane fin qui dimenticate v’era il nome di un insigne Marchigiano, che. più d'ogni altro meriterebbe di far parte quella storia, « magnifica e peenhare de,U Ita liani fuori d'Italia, che Cesare Balbo m fine gin nani jwn* « » . connazl0 nali. vissinri «itti nato a San- Questa gloria italiana m0 rto ginesio (provincia di Macerata) nel UM esule in Inghilterra a 19 e t “"j” a metà del Visse dunque ABonc» e la se» secolo XVI, che fu una dell epoc P ^ religiosa. E questo Q Bran0 e di Cam- Francesco Bacone, i Elisa betta : epoca famosa, panella, di Filippo II e di JM per grandi avvenimenti politici e religiosi, per ingegni preclari e fortissimi caratteri. Matteo Gentile, valente medico, venuto in sospetto d’avere abbracciato la riforma religiosa, esulò dalla patria conducendo seco il giovine Alberico e l’altro figlio minore Scipione. Alberico, ebe avea già studiato la scienza del diritto nell’Università di Perugia ed avea tenuto l’ufficio di magistrato in Ascoli Piceno, non poteva non essere amato e pregiato nella culta Germania, dov’erasi rifugiato col fratello e col padre, che fu protomedico in Carniola. Il duca di Wiirtemberg, l’Elettore Palatino e tutte le Università dei loro Stati tennero in alto pregio il nostro Alberico per il suo ingegno e per la molta sua dottrina. Più tardi, Matteo ed Alberico si recarono nella dotta ed ospitale Inghilterra, mentre Scipione rimase in Germania ; e, stimato egli pure e di forte ingegno, divenne successivamente professore di Diritto nelle Università di Heidelberga, di Altorf e di Norimberga, dove morì a 53 anni nel 1016. Matteo fu archiatro della regina Elisabetta, e morì a Londra nel 1602. In grazia d’un suo eloquente discorso che salvò da morte l’ambasciatore spagnolo nella corte di Elisa- betta, Alberico Gentile fu eletto dal re di Spagna ad avvocato della Corona e dei connazionali dimoranti in Inghilterra. Fu inoltre professore al Collegio di San Giovanni Battista in Oxford, l’Atene d’Inghilterra, e in appresso fu lettore primario di Giurisprudenza in quella celebre Università, che in occasione della festa anniversaria fu visitata, com’è noto, da un altro insigne italiano, da Giordano Bruno. Onde a vcrun altro, meglio che ai tre Gentili, ma soprattutto ad Alberico s’attagliano quelle splendide parole clic C. Balbo lasciò scritte nel Sommario delle cose d’Italia : “ Mirabile ingegno italiano che, chiusagli una via, ne trova altre ed altre infinite ; che, chiusagli la patria ad operare, opera fuori, corca, trova campi in tutti i paesi, in tutte lo colture ! „ IL Se non che, somma ed universale gloria si ac- smistò Gentileper le sue opere e spcoialmente pel suo famoso trattato Dejwre belli. Non meno d. quaranta sono gli scritti fin qui conosciuti deU illu- stre Marchigiano. Primeggiano su tutti le ha oji lutato universalmen ditfeoGrozio, autore Mica dirilto, e quale P" ccurù /pradier-Fodóró ael De jvre Belli et scrisse che (Grotius et son temjps), a ^ . mcgnasse u leggi Gentile fu ^ P quello ohe dice su della pace e della guerra . Ecco q tal proposito Eraerico Amari nella Critica di una scienza delle Legislazioni comparate (cap. IV, art. ir, in nota), opera non conosciuta degnamente, come avviene spesso di altri libri italiani : lt Sebi bene il titolo dell’opera di Gentili sia solamente De jure belli, pure io dico avere fondato la scienza del diritto della guerra e della pace, sì perchè il libro III di quello tratta interamente delle paci, come perchè in altri due trattati, l’uno De Legationibus e l’altro De armis Eomanis in due libri, nel primo dei quali tratta delle guerre ingiuste, c nel secondo delle giuste dei Komani, copiosamente parla del gius delle genti della pace ; laonde in queste tre opere tutto il diritto internazionale è compreso. Lo stesso Grazio, quantunque per debolezza d’amor proprio d’autore ne abbassi il merito, pure per candore di scienziato confessa essersene non raramente giovato; e chi confronti le opere di questi due grandi uomini, vedrà che Grazio non esagerò gli obblighi suoi col nostro Gentili Che altri ingegni italiani avessero trattato della Guerra e qualcuno di loro avesse per avventura tentato di applicare la scienza delle leggi all’uso della guerra prima di Alberico Gentile, ciò non viene impugnato dallo stesso autore del De jure belli o dal Grazio, e lo attestano il Tiraboschi, £. Amari e P. S. Mancini. Ma prima di Alberico nessuno e rasi elevato sì alto ; ond’egli stesso rivendica a sè questo primato fin dal principio del suo trattato famoso : Magnam atque difficilem rem aggredior. Non baleni libri illi de hoc jure, non olii vili, qui cxtcnt. Non ti sembra egli che quelle prime parole trovino un degno raffronto in queste altre, onde il Machiavelli, restauratore della scienza politica in Italia, palesa c attesta la novità del suo metodo e dell'opera sua ? lt Ho deliberato entrare per una via la quale, non essendo stata per ancora da alcuno pesta se la mi arrecherà fastidio c difficulta, mi poti ebbe ancora arrecare premio, mediante quelli che umanamente di queste mie fatiche considerassero {Discorsi, I) „• Agl’intelletti novatori non può man- care la consapevolezza dell’opera loro, come non mancava al grande contemporaneo del nostro Gentile, all’autore del Nuovo Organo, il quale sapeva di additare alle scienze sperimentali un metodo veto, ma nuovo e non ancora praticato fuor, d Italia : • quac via vera est, sed intentata. Mirabile potenza dell’ingegno italiano, nevato e speculativo e pitico ad un tempo! Cocce .. m PÌ ^ÌTn7^:r S rMe “cono 1 Fimi. P" alla mente enciclopedica. dj^ ^ di rÌ3 a- taneo del Gen * lle ’ D ° albeggi delle leggi (leges lire alle fonti del 111 ’ trattat ° S Tilla Giustizia um- legum) e di scrivere ^ ^ dovea C om- versale. Ma delle cinq tratt ò c he della prima, porsi l’opera sua, per aforismi, che risguarcla la certezza delle leggi nella loro intimazione (1). ni. Ma veniamo senz’altro a dare un cenno dell opera insigne di Alberico, Dejure belli. Questo trattato, che fu dall’autore dedicato a Roberto conto d’Es- sex, è diviso in tre libri. Rei primo, data la nozione della Guerra, si esamina in chi risiede l'autorità di muover guerra, e per qual fine s’intraprende ; poi si dice quando la difesa è necessaria, quando utile c quando onesta; infine si esamina le cause che spingono alla guerra, che vicn fatta ora per necessità, ora per utilità, ora per cause naturali ed umane-, e si conclude che, dovendosi anteporre l’onesto all’utile (III, c. 12), la guerra vuol esser fatta per una causa onesta. Il secondo libro tratta del come e quando si dichiari la guerra, dell’inganno e degli strattagemmi ; e qui l'autore detto clic “ fondamento della giustizia è la fede vuole con Marco Tullio che il giuramento e la fede sicno rispettati anello dai combattenti: tueri inter bella fiderà. In progresso tratta delle regole che vanno osservate verso i belligeranti, verso i parlamentarj, verso i prigionieri, verso quelli che hanno deposto le armi \ e infine Vedi i nostri due libri: F. Bacone e la Classificazione delle scienze. Firenze. Elementi scientifici di Etica c Diritto, Roma] parla degli assedj, del come vogliono essere trattati i non combattenti, del rispetto cioè verso i supplichevoli, le donne e i fanciulli, della facoltà di dar sepoltura ai morti in battaglia, la violazione del qual diritto da parte dei nemici sarebbe improba ed empia. E termina questa seconda parte •con fervide parole a Dio, perchè si rimuova dalle guerre la barbarie, la crudeltà, l’odio inestinguibile; e perchè non le genti cristiane dai barbari, ma questi da quelle apprendano le leggi ed i modi più equi ed umani di guerreggiare. Il terzo libro c •tutto consacrato al fine vero ed ultimo delle guerra, vo'dire alla pace, ai modi più equi nel ristabilirla, All’amicizia ed alleanza tra Stato e Stato. Questo breve cenno mi pare sia sufficiente a dimostrare la grave importanza di tale r,Opera : onde ai spiega facilmente perchè tutti i P m insigni trattatisti moderni del pubblico diritto ricordino con molte lodi il nome e la dottrina di Gentile. CI se iù quel suo trattato egli non sempre indaga, ? * metodo rigorosamente scientifico, le a fondo, e co eminenti del giure ragioni supreme e le le OD 1 universale di gu*»» ^ esemp j 0 con mirabile erudizi,^ . occorre tener autorevoli e n vivesse il nostro Gentile, e -"In prto» ad « ltore ^ *°. de “ 0 ° fcui ^mirava, questo il concetto -fine altissimo a cui e nobilissimo pei’ cui il nome di Alberico va associato ai nostri tempi e vivrà immortale. Non pago di u^ eie stabilite e di volere applicate le leggi alluso della guerra, non pago di aver raccomandato clic la guerra sia fatta sempre per cause oneste e giuste, quel forte e magnanimo intelletto invoca dal Padre del— l’eterna giustizia, clic voglia rimuovere ogni motivo di contrasto fra i popoli, che cessi ogni guerra, sia pur mossa da cause giuste :Tu pater justitiae, Deus „ eliam has lolle causas nobis, tolle bellum omne : eia, Domine, paceni in diabus nostris, da •pacava (I, e. 25). Nò si creda che Alberico, esule della patria, e che viveva in un secolo pieno di persecuzioni e tristamente famoso per tante guerre politiche e religiose, abbia invocato una pace transitoria, la pace solo per l’età sua e per i suoi contemporanei !No ; egli, am¬ maestrato dalle discordie e dai gravissimi danni di molto e diverse guerre, dai mali che esso arrecano •all'umanità, dal ritardo e dagli ostacoli clic ne provengono alla civiltà ed al progresso dell’umana fami¬ glia, invocava, precorrendo ai magnanimi tentativi di Leibnitz e di Kant Disegno di pace perpetua fra le nazioni ed allo aspirazioni di molte anime generose del secolo XIX, la pace perpetua ed uni¬ versale, con quelle memorande parole onde chiudeva il suo trattato : u Deus autem optimus maximus faciat, principes imponeva bellis omnem Jìnem, et jura pacis ac foederum colera sanctc. JEtiaiU Deus, etiam impone tu bellis finem : tu nobis pa- cem effi.ee n . e ir. Diurno internazionale Chi può, adunque, negare la importanza tra¬ grande di quest’ Opera e la sua opportunità ? Sono ornai decorsi circa tre secoli da che fu scritto il Da jurahdli, ma le crudeltà della guerra non sono affatto cessate, ed anche a’nostri giorni ne abbiamo avuto tristi esempi in conflitti memorabili ; nè ancora tutta Europa sembra disposta a custodire santamente i diritti della pace e dei popoli. Bensì il Diritto internazionale, che può dirsi fondato dal grandeMarchi- giano, ha progredito non poco, e gli ultimi congressi europei ne sono stati la più solenne testimonianza, e, se non compiuta, certo la più retta ed umana applicazione. Quanto all’epoca d’una pace universale e perpetua, clic sì ardentemente invocava il nostro Alberico, se per ora appare assai lontana, giova per altro ricordare lo splendido e solenne trionfo che  riportò in Ginevra il principio delUròifrafo Muterà la sua indi- omaI, ‘Coiaio, u proclamatasi «tomento pondon» od unita- * olto3tM .u dinaosi al di ordine 4. cavdt ^, cbi primo formuli, mondo mteiolas.it 0 „ acrra c d invocò il diritto dolio g0"*> la pace universale. Il Romagnosi fu il primo a dire- che l’Italia doveva rendere ad Alberico la debita giustizia. Questo voto fu accolto dall’illustre professore P. S. Mancini e dal Municipio di Sanginesio, quando seppe clic Tommaso Erslcine Holland, pio- fossore di Diritto internazionale nella celebre Oxford, aveva in un pubblico discorso- rivendicato gl’insigni meriti del suo immortale pre¬ cessore, Alberico Gentile. Ma la gloria d’aver dato corpo e vita, per così dire, a questo nobile desiderio, spetta all’operoso e fervido pubblicista Pietro Sbar¬ baro, mentre insegnava Filosofia del Diritto nel¬ l’Ateneo di Macerata. Di fatto, il Consiglio accademico di quella Università, convocato in adunanza straordinaria, udita una bella relazione dello stesso prof. Sbarbaro, unanime de¬ liberava di esprimere pubblicamente il voto che si costituisse, sotto la presidenza dell’ insigne giure¬ consulto P. S. Mancini, un Comitato internazionale per erigere in Italia un monumento a Gentile. Questa nobile iniziativa fu encomiata universalmente. Osiamo dire che forse mai somiglianti proposte ebbero un successo più splendido. Tutti i più autorevoli periodici d’Italia vi fecero plauso, o la proposta fu bene accolta anche dalla stampa estera, specialmente in Inghilterra, Germania, Francia e Belgio. Parecchie Università e le principali Accademie scientifiche c letterarie del Jlcgno aderirono alla proposta dell’Ateneo maceratese. I più insigni uomini (l’Italia in ogni ramo del sapere, illustri statisti e scienziati stranieri, tra’ quali vanno qui ricordati Bismarck e Gladstone, Holtzendorff, Er- skine Holland. Laurent e il compianto Laboulaye, o accettarono di far parte del Comitato Merita d’essere riferita per intiero la seguente lettera, che in quciroccasiono scrisse al prof. Sbarbaro, segretario del Comitato internazionale, l’eminente giureconsulto, storico c pubblicista E. Luboulayc. Mon elici- Profcsseur, a Versailles. L’ idée d' honorcr la mdmoiro à'Alberico Gonidi est oxcellcntc; jc m* y associerai bica volonticrs. Alberico a ctd le précurseur do Grotius, et à ec t.tre .1 ménte qu o lo tiro de T ombre où on 1’ a laissd trop longtemps .i 1 on pouvait donnei: un. boa». ddi.lo» d. »» Jur, MU «J rdunir dea documenta sur sa vie, et des lett c, esiste, on lui roudrait lo plus parfait Uommago que puu^ désiror uu bomme de lettrcs apres sa tcmps dori vaine, qui sommes ravement pensée s dcrèto et cn notre pays,, '°^ av0 " s 01 | ;P ] U3) n os iddes sewi- qu’un jour, quand nous n j rumnn itd. C’est eetto rout la cftUSe d ° 1 ’faìt dddftìgncr la fortune, Ics placcs et illusion qui nous fait dd 6 C3 tdans l’aventi-. tout co que lnfoule cn ' ic ’^ sa tom bc, ne sernit-il paa Gcr Si Gentili pouvnit sortii: do cc ^ a to «td pour de penso.- qu’on se aei-ico Ma- gistero f0 “ ” aegii ìstitaH Tecnici Sulla riforma de Licei o b . in Italia.. Gentile c A.pp© udicC- il Diritto internazionale. DELLO STESSO AUTORE. Elementi scientifici di Etica e di Diritto. Filosofia Morale e Sociale. La Teodicea di A. De Margerie, con una Prefazione di Conti. Principio, intendimento e storia della classificazione dell’umane conoscenze secondo Bacone. Dottrina dell’Evoluzione e sue conseguenze teoriche e pratiche. Discorso Accademico. Elogio funebre di Ile Vittorio Emanuele II. Opuscolo. Esposizione critica del sistema filosofico di Wahltuch. Opuscolo. Critiche varie. In corso di pubblicazione: Elementi scientifici di Psicologia e di Logica. Nome compiuto: Angelo Valdarnini. Valdarnini. Keywords: semantica, semein, significare, io significo, ego significo. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Valdarnini,” pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library, Villa Speranza.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Valent: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale della forma della lingua – la scuola di Treviso – filosofia veneta -- filosofia italiana – By Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Treviso). Abstract. Keywords. forma. Filosofo veneto. Filosofo italiano. Treviso, Veneto. “Some like Vitters, but Valent’s my man.”Grice. Grice: “Valent wrote the only legible introduction to Vitters’s thought!” Essential Italian philosopher. Insegna a Catania e Venezia. Si occupa di ontologia, logica dialettica, linguaggio, storia e interpretazione delle grandi categorie della filosofia. Dai primi studi sull'empirismo-scetticismo, sulla filosofia e sull'analisi del linguaggio (Wittgenstein), è giunto ad indagare attorno alla teoria della negazione e del divenire in chiave dialettica. Sulla base di tali premesse, che orientano verso una rilettura dei canoni e dei presupposti del rapporto ragione-follia, si è impegnato a ri-disegnare, insieme con un gruppo di psichiatri e psicologi del centro psico-sociale di Orzi nuovi cresciuti nel solco dell'esperienza critica inaugurata da BASAGLIA, un modello della psiche adeguato alla comprensione e alla cura della malattia mentale, dando vita a quello che è stato definito l'approccio dialettico-relazionale. Collabora con il gruppo teatrale Scena Sintetica nella messa in scena di testi filosoficamente rilevanti (VELIA, VELINO, Eraclito, Melville, SEVERINO, GALIMBERTI). Presso Moretti l'edizione delle sue opera. La sua filosofia muove da un'originale riformulazione di alcune questioni legate alla filosofia di SEVERINO (vedi), alla tradizione neo-idealistica italiana (GENTILE) ma anche neo-scolastica (BONTADINI), e dipendenti dalla riconsiderazione speculativa del concetto del negativo. Descrivendo la sua formazione si define resciuto a una scuola filosofica di ispirazione ontologica, screziata da un netto disegno dialettico e pungolata dallo scrupolo fenomenologico. Analizzando le implicazioni concettuali e pratiche della negazione così com'è stata pensata in uno dei punti più alti e rilevanti della tradizione dialettica, ovvero nella “Scienza della logica” di Hegel, critica l'idea intellettualistica della negazione intesa come esclusione, proponendo al contrario una negazione come inclusione e una filosofia animata dal principio di ospitalità. Il "no" della negazione, lungi dal dar vita a una realtà separata, è ciò che innerva il reale nella sua essenza metamorfica e vitale, nella sua splendida apertura alla novità, alla trasformazione e al cambiamento di cui il filosofo è appassionato investigatore. A questo scopo e in evidente autonomia rispetto all'impianto destinale della filosofia della necessità di SEVERINO, esplora la categoria modale della possibilità, cercando di mettere in discussione sia l'opposizione frontale tra realtà e irrealtà, sia la priorità assoluta della positività del reale nonostante la negatività dell'irreale. L'esserci e non l'essere è, per V., che legge Hegel con Wittgenstein, la determinatezza semantica e sintattica, il plesso grammaticale e vitale che ricongiunge l'esperienza intesa come luogo dell'emergere della differenza e dell'incalzare degli eventi con la teoria della razionalità quale analisi del permanere e della necessità. Ecco che di contro all'ontologia fondamentale di Severino si fa largo l'idea di una micro-ontologia intesa non come una “ontologia del piccolo”, bensì, piuttosto, nel senso che non c'è nessun evento che non si disponga per virtù propria in una peculiarità di significato, nel vigore elementare e insieme metamorfico di un qui. Ma micro-ontologia anche come ontologia del remoto, dell'avverso-diverso, dell'improbabile, dell'anonimo, del folle: di tutto ciò che insieme si ritiene minore nella capacità di realtà. Con la proposta di una micro-ontologia intendeva sottolineare l'autonomia e la resistenza del diamante della dialettica come principio di determinazione semantica fondato sulla relazione-negazione inclusiva e situato nella prospettiva strategica propria dell'esserci, rispetto al rischio delle ricadute nella mistica dell'essere e di quella totalità assoluta che, in quanto tale, appare separata e isolata, esercitando la sua imposizione distruttiva al di fuori della logica della relazione e dell'inclusione. Di contro all'autentico totalitarismo di questa idea di totalità assoluta propone la ripresa del detto eracliteo del Panta δια pánton, ossia di quel tutto attraverso il tutto che è la forma radicale della illacerabile relazionalità della vita. Solo se ogni differenza tra gli umani è un modo differente di essere il tutto allora le discriminazioni tra piccolo e grande, forte e debole, femmina e maschio, nero e bianco, ricco e povero, sano e malato, non avranno ragione d'essere (se non in quanto differenti manifestazioni dell'identico, invece che differenze di principio e di valore. Saggi: “Verità e prassi” (Vannini, Brescia); “La forma del linguaggio: studio sul Tractatus logico-philosophicus” (Francisci, Abano Terme, Padova), Invito a Wittgenstein, Mursia, Milano; “Asymmetron, Quaderni de "Il Palazzo della Grande Utopia", Milano; Dire di no. Filosofia Linguaggio Follia, Teda, Castrovillari (Cosenza); Dire di no. Scritti teorici, Opere (Moretti, Bergamo); “Asymmetron: micro-ontologie della relazione. Scritti teorici in Opere di V., a c. di Tagliapietra, Moretti e Vitali, Bergamo. Panta διαpánton. Scritti teorici su follia e cura, in Opere di V., a c. di Tagliapietra, Moretti e Vitali, Bergamo. La forma del linguaggio. Studio sul "Tractatus logico-philosophicus. Scritti su Wittgenstein, Sophón. Aforismi per l'anima, a. c. di Valent, con un saggio di Tagliapietra, Moretti e Vitali, Bergamo. Opere. La filosofia, prima di ogni altra definizione dotta, è amore per la realtà. In ricordo, in "XÁOS. Giornale di confine", Dire di no. Scritti teorici, Panta διαpánton. Scritti teorici su follia e cura. Nome compiuto: Italo Valent. Valent. Keywords: la forma del linguaggio. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Valent”, The Swimming-Pool Library. Valent.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Valenti (Roma). Filosofo italiano. Insegnante di filosofia e storia nei licei e artista italiano. È il creatore della filosofia di strada: lezioni di filosofia nelle piazze delle città.  È stato:  creativo pubblicitario nelle maggiori agenzie pubblicitarie di Milano (DDB, Saatchi&Saatchi, Leo Burnett, Tita), vincendo vari premi nazionali e internazionali.  Artista visivo, presso la galleria di Lino Baldini con due personali che hanno suscitato numerose polemiche: “Dog is a palindrome” e “mafia, un altro mondo”.  Mostre collettive in Italia e all’estero: 5° Biennale di Praga, Factory Art Gallery (Berlino), Festarte Videoart festival (MACRO, Roma), Farm Cultural Park (Favara, Agrigento), Famiglia Margini (Milano), Palazzo Farnese (Piacenza). Museo Zauli (Faenza), Fondazione Bevilacqua La Masa (Venezia). Ha vinto il premio speciale residenza d’artista al premio internazionale Arte Laguna e il premio Yicca, International Contest of Contemporary Art, finalista al Festarte Videoart festival, Roma. Studia e pratica i principali percorsi spirituali e di crescita personale. Nome compiuto: Davide Valenti.

 

Luigi Speranza --- GRICE ITALO!; ossia, Grice e Valentino: la ragione conversazionale a Roma e l’implicatura conversazionale di Romolo divino -- filosofia italiana – By Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Roma). Abstract. Keywords: eschatology. Filosofo italiano. He moves from elsewhere to Rome where he created a sect called ‘The Valentinians’, who Valentino described as being the only ones who would save themselves. Grice: “Eschatological!” -- Ippolito di Roma did not like him. Nome compiuto: Valentino. Keywords: Roma antica, Ippolito. Per H. P. Grice’s Play-Group, The Swimming-Pool Library, Villa Speranza.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Valeri: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale dello spazio tra sè e sè – l’antropologia filosofica come ricerca dell’inter-soggetivo – la scuola di Somma Lombardo – filosofia lombarda -- filosofia italiana – By Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Somma Lombardo).  Abstract. Keywords: il me di Grice, il noi della conversazione. He argues in these lectures that thinking seriously about context means thinking about conversation; this is the setting for most examples of speaker meaning. He proposes, therefore, to compile an account of some of the basic properties common to conversations generally. His method of limiting his hand was to result in certain highly artificial simplifications, but he made these simplifications deliberately and knowingly. For instance, the relevant context was to be assumed to be limited to what he calls the 'linguistic environment': to the content of the conversation itself. Conversation was assumed to take place between two people who alternate as speaker and hearer, and to be concerned simply with the business of transferring information between them.  A number of the lectures include discussion of the types of behaviour people in general exhibit, and therefore the types of expectations they might bring to a venture such as a conversation. Grice suggests that people in general both exhibit and expect a certain degree of helpfulness from others, usually on the understanding that such helpfulness does not get in the way of particular goals, and does not involve undue effort. If two people, even complete strangers, are going through a gate, the expectation is that the first one through will hold the gate open, or at least leave it open, for the second. The expectation is such that to do otherwise without particular reason would be interpreted as deliberately rude.  The type of helpfulness exhibited and expected in conversation is more specific because of a particular, although not a unique, feature of con-versation; it is a collaborative venture between the participants. At least in the simplified version of conversation discussed in these lectures, there is a shared aim or purpose. However, an account of the particular type of helpfulness expected in conversation must be capable of extension to any collaborative activity. In his early notes on the subject, Grice considers  'cooperation' as a label for the features he was seeking to describe. Does  'helpfulness in something we are doing together'  ', he wonders in a note,  equate to 'cooperation'? He seems to have decided that it does; by the later lectures in the series 'the principle of conversational helpfulness' has been rebranded the expectation of 'cooperation'.  During the Oxford lectures Grice develops his account of the precise nature of this cooperation. It can be seen as governed by certain regu-larities, or principles, detailing expected behaviour. The term 'maxim' to describe these regularities appears relatively late in the lectures.  Grice's initial choices of term are 'objectives', or 'desiderata'; he was interested in detailing the desirable forms of behaviour for the purpose of achieving the joint goal of the conversation. Initially, Grice posits two such desiderata: those relating to candour on the one hand, and clarity on the other. The desideratum of candour contains his general principle of making the strongest possible statement and, as a limiting factor on this, the suggestion that speakers should try not to mislead.  The desideratum of clarity concerns the manner of expression for any conversational contribution. It includes the importance of expectations of relevance to understanding and also insists that the main import of an utterance be clear and explicit. These two factors are constantly to be weighed against two fundamental and sometimes competing demands. Contributions to a conversation are aimed towards the agreed current purposes by the principle of Conversational Benevolence. The principle of Conversational Self-Love ensures the assumption on the part of both participants that neither will go to unnecessary trouble in framing their contribution.  Grice suggests that many philosophers are guilty of inexactness in their use of expressions such as 'saying', 'meaning' and 'use'  ', applying  them as if they were interchangeable, and in effect confusing different ways in which a single utterance can convey information. For instance, Grice refers back to the discussion at a previous class he had given jointly with David Pears, when the exact meaning of the verb 'to try' was discussed. This, of course, was one of the specific philosophical problems he was interested in accounting for by means of general principles of use. Stuart Hampshire had apparently claimed that if someone, X, did something, it is always possible to say that X tried to do it. This was challenged; in situations when there is no obvious difficulty or risk of failure involved it is inappropriate to talk of someone's trying to do something. Grice's answer had been that, while it is always true to say that X tried to do something, this may sometimes be a misleading way of speaking. If X succeeded in performing the act, it would be more informative and therefore more cooperative to say so. Therefore, an utterance of 'X tried to do it' will imply, but not actually say, that X did not succeed.  In his consideration of the desiderata of conversational participation, Grice initially compiles a loose assemblage of features. By the later lectures these appear in more or less their final form under the categories Quantity, Quality, Relation and Manner (or, sometimes, Mode). Inarranging the desiderata in this way, Grice was presumably seeking to impose a formal arrangement on a diverse set of principles. But it seems that he had other motives: semi-seriously to echo the use of categories in such orthodox philosophies as those of Aristotle and Kant, and more importantly to draw on their ideas of natural, universal divisions of experience. The regularities of conversational behaviour were intended to include aspects of human behaviour and cognition beyond the purely linguistic. Grice's collaborative work with Strawson had been concerned with Aristotle's division of experience into 'categories' of substances.  Aristotle's original formulation of the list of such properties allows that they can take the form of 'either substance or quantity or qualification or a relative or where or when or being-in-a-position or having or doing or being-affected'.38 He concentrates mainly on the first four, and these received most attention in subsequent developments of his work. They were the starting-point for Kant's use of categories to describe types of human experience, and his argument that these form the basis of all possible human knowledge. In the Critique of Pure Reason, Kant proposes to divide the pure concepts of understanding into four main divisions:  'Following Aristotle we will call these concepts categories, for our aim is basically identical with his although very distinct from it in execu-tion. '39 These are categories 'Of Quantity', 'Of Quality', 'Of Relation' and  'Of Modality', with various subdivisions ascribed to each. Kant's claims for both the fundamental and the exhaustive nature of these categories are explicit:  This division is systematically generated from a common principle, namely the faculty for judging (which is the same as the faculty for thinking), and has not arisen rhapsodically from a haphazard search for pure concepts, of the completeness of which one could never be certain.  40  Kant goes so far as to suggest that his table of categories, containing all the basic concepts of understanding, could provide the basis for any philosophical theory. These, therefore, offered Grice divisions of experience with a sound pedigree and an established claim to be universals of human cognition.  Early in 1967, Grice travelled to Harvard to deliver that year's William James lectures, the prestigious philosophical series in which Austin had put forward his theory of speech acts 12 years earlier. Grice's entitled his lectures 'Logic and conversation'. He was presenting his current thinking about meaning to an audience beyond that of his students andimmediate colleagues and was clearly aware of the different assumptions and prejudices he could expect in an American, as opposed to an Oxford, audience. 'Some of you may regard some of the examples of the manoeuvre which I am about to mention as being representative of an out-dated style of philosophy', he suggests in the introductory lecture, 'I do not think that one should be too quick to write off such a style.'41 Addressing philosophical concerns by means of an attention to everyday language was still a highly respectable, even an orthodox approach in Oxford. In America it was seen by at least some as belonging to an unsuccessful, and now rather passé, school of thought. In pleading its cause, Grice argues that it still has much to offer: in this case, the possibility of developing a theory to discriminate between utterances that are inappropriate because false, and those that are inappropriate for some other reason. Despite the difficulties inherent in such an ambitious scheme, and the well-known problems with the school of thought in question, he does not give up hope altogether of 'system-atizing the linguistic phenomena of natural discourse'.  Grice's ultimate aim in the lectures is ambitious and uncompromis-ing; his interest 'will lie in the generation of an outline of a philosophical theory of language' 4 He argues for a complex understanding of the significance of any utterance in a particular context; its meaning is not a unitary phenomenon. Conventional meanin g has a necessary, but by no means a sufficient role to play. Indeed conventional meaning is itself not a unitary phenomenon. Some aspects of it involve the speaker in a commitment to the truth of a certain proposition; this is  'what is said' on any particular occasion. Other aspects may be associated by convention with the words used, but not be part of what the speaker is understood literally to have said. The examples 'She was poor but honest' and 'He is an Englishman; he is, therefore, brave' convey more than just the truth of the two conjuncts, more than would be conveyed by 'She was poor and honest' or 'He is an Englishman and he is brave'.  '. An idea of contrast is introduced in the first example and one of consequence in the second. These ideas are attached to the use of the individual words 'but' and 'therefore', but do not contribute to the truth-conditions of the sentences. We would not want to say that the sentences were actually false if both conjuncts were true, but we did not agree with the idea of contrast or of consequence. We might, rather, want to say that the speaker was presenting true facts in a misleading way. These examples demonstrate implicated elements associated with the conventional meaning of the words used, elements Grice labels  'conventional implicatures'There is another level at which speaker meaning can differ from what is said, dependent on context or, for Grice, on conversation. In 'con-versational implicatures' meaning is conveyed not so much by what is said, but by the fact that it is said. This is where the categories of conversational cooperation, and their various maxims, play their part.  The onus on participants in a conversation to cooperate towards their common goal, and more particularly the expectation each participant has of cooperation from the other, ensures that the understanding of an utterance often goes beyond what is said. Faced with an apparently uncooperative utterance, or one apparently in breach of some maxim, a conversationalist will if possible 'rescue' that utterance by interpreting it as an appropriate contribution. In this way, Grice offers a more detailed account of the idea he explored in 'Meaning', and in his notes from that time: that there are three 'levels' of meaning, or three different degrees to which a speaker may be committed to a proposition. His model now includes, 'what is said', 'conventional meaning' (including conventional implicatures) and 'what is conversationally implicated'.  The presentation of the norms of conversational behaviour in the William James lectures is rather different from Grice's handling of them in his earlier work. The maxims, or the categories they fall into, are no longer presented as the primary forces at work. Instead, all are assumed under a general 'Principle of Cooperation'. The principle appeared late in the development of Grice's theory. It enjoins speakers to: Make your conversational contribution such as is required, at the stage at which it occurs, by the accepted purpose or direction of the talk exchange in which you are engaged.'43 The name 'Cooperative Principle' was even later; it was added using an omission mark in a manuscript copy of the second William James lecture. Grice may well have been attempting to give a name, and an exact formulation, to his previously rather nebulous idea of cooperation or 'helpfulness'. However, the effect was to change what was presented as a series of 'desiderata', features of conversational behaviour participants might expect in their exchanges, to something looking like a powerful and general injunction to correct social behaviour.  In the development of his theory of conversation, Grice was much exercised by the status of the categories as psychological concepts. He questioned whether the maxims were the result of entering into a quasi-contract by engaging in conversation, simply inductive generalisations over what people do in fact do in conversation, or, as he suggested in one rough note, just 'special cases of what a decent chap should do'.  He remained undecided on this matter throughout the development ofthe theory, content to concentrate on the effects on meaning of the maxims, whatever their status. By the time of the William James lectures, however, he seems to be closer to an answer. He is 'enough of a rationalist' to want to find an explanation beyond mere empirical generalisation.  4 The following suggestion results from this impetus:  So I would like to be able to show that observation of the Cooperative Principle and maxims is reasonable (rational) along the following lines: that anyone who cares about the goals that are central to conversation/communication (such as giving and receiving information, influencing and being influenced by others) must be expected to have an interest, given suitable circumstances, in participation in talk exchanges that will be profitable only on the assumption that they are conducted in general accordance with the Cooperative Principle and the maxims.45  This is a wordy explanation, and also a troublesome one. It seems to create a loop linking the aim of explaining cooperation to an account of conversation as dependent on cooperation, a loop from which it does not successfully escape. The link between reasonableness and cooperation is far from explicit. Nevertheless, this passage offers Grice's account of his own preferences in seeking an answer to the question over the status, and hence the motivation, for the Cooperative Principle. His preference, particularly his reference to 'rational' behaviour, was to prove important in the subsequent development of his work.  However derived, the maxims operate to produce conversational implicatures in a number of different ways. In many cases, they simply  'fill in' the extra information needed to make a contribution fully coop-erative. A says 'Smith doesn't seem to have a girlfriend these days' and B replies, 'He has been paying a lot of visits to New York lately'. B's remark does not, as it stands, appear relevant to the preceding remark.  But it is easy enough to supply the missing belief B must hold for the remark to be relevant. B conversationally implicates that Smith has, or may have a girlfriend in New York.46  In other cases the speaker seems to be far less cooperative, at least at the level of 'what is said'. In order to be rescued as cooperative contributions to the conversation, such examples need to be not so much filled out as re-analysed. Because of the strength of the conviction that the speaker will, other things being equal, provide cooperative contri-butions, the other participant will put in the work necessary to reach such an interpretation. In perhaps his most famous example of con-versational implicature, Grice suggests the case of a letter of reference for a candidate for a philosophy job that runs as follows: 'Dear Sir, Mr X's command of English is excellent, and his attendance at tutorials has been regular. Yours, etc! The information given is grossly inadequate; the writer appears to be seriously in breach of the first maxim of Quan-tity, enjoining the utterer to give as much information as is appropri-ate. However, the receiver of the letter is able to deduce that the writer, as the candidate's tutor, must know more than this about the candidate.  There must be some reason why the writer is reluctant to offer the extra information that would be helpful. The most obvious reason is that the writer does not want explicitly to comment on Mr X's philosophical ability, because it is not possible to do so without writing something socially unpleasant. The writer is therefore taken conversationally to implicate that Mr X is no good at philosophy; the letter is cooperative not at the level of what is literally said, but at the level of what is impli-cated. In examples such as this a maxim is deliberately and ostentatiously flouted in order to give rise to a conversational implicature; such examples involve exploitation.  These examples, and others Grice discusses in the second William James lecture, are all specific to, and entirely dependent on, the individual contexts in which they occur. Grice labels all such example  'particularised conversational implicatures'. There are other types of conversational implicature in which the context is less significant, or at least can operate only as a 'veto' to implicatures that arise by default unless prevented. These are implicatures associated with the use of particular words. Unlike conventional implicatures, they can be cancelled: that is explicitly denied without contradiction. These 'generalised conversational implicatures' account for many of the differences between the logical constants and the behaviour of their natural language counterparts. In effect, Grice claims that there simply is no difference between, say '', 'n', 'v' and 'not', 'and', 'or' at the level of what is said.  The well-known differences are generalised conversational implicatures often associated with the use of these expressions, implicatures determined by the categories and maxims he has established.  Part of Grice's motivation for this proposal was the desire for a simplification of semantics. The alternative to such an account was to posit a semantic ambiguity for a wide range of linguistic expressions. Grice argues against this, proposing a principle he labels 'Modified Occam's Razor', which would rule against it in decisions of a theoretical nature.  The principle states that 'senses are not to be multiplied beyond neces-sity' 47 Grice's reference was to William of Occam, or Ockham, thefourteenth-century philosopher credited with the dictum 'entities are not to be multiplied beyond necessity'. This is known as 'Occam's razor' although it is not clearly attributable to any of his writings, and it is not at all uncommon for philosophers to discuss it in isolation from Occam's actual work. It is taken as a general injunction not to complicate philosophical theories; the best theory is the simplest theory, invoking the fewest explanatory categories. The preference for simple philosophical theories that do not add complex and potentially unnecessary categories was one with an obvious appeal to philosophers of ordinary language. Indeed, when Gilbert Ryle published his collected papers in 1971, he commented on the 'Occamising zeal' particularly apparent in the earlier articles. Another contemporary philosopher to draw on an Occam-type approach to discussions of meaning was B. S.  Benjamin, whose article 'Remembering' is referred to in the first William James lecture. He does not draw an explicit comparison to Occam's razor, but he does pose himself the question of whether the verb  'remember' should be analysed as multivocal or univocal. For Benjamin, a 'universal core of meaning is preserved in its use in different contexts'.49  Grice himself did not develop the connection between conversational implicature and the logical constants in any great depth, either in the William James lectures or elsewhere. This is perhaps surprising, given that he introduces his theory in terms of the question of the equiva-lence, or lack of equivalence, between certain logical devices and expressions of natural language. The implications of this question, together with the specific answers offered by conversational implicature, are treated in detail by others.5° A. P. Martinich has suggested that the initial concentration on, and subsequent abandonment of, the logical particles is a serious flaw in the construction of the second, and most widely read, of the William James lectures. In a book aimed at describing and promoting good philosophical writing, Martinich identifies this as 'one of the greatest articles of the twentieth century', but argues that the more general theory of 'linguistic communication' ought to have been made the focus from the outset. He comments that on first reading Grice's article he was unimpressed by what he saw as an unacceptably complex mechanism to solve a very particular logical problem: 'Once I realised that the solution was a minor consequence of his theory I was awed by its elegance and simplicity.'51  Grice's discussion of logic is mainly restricted to the fourth William James lecture, which he later labelled 'Indicative conditionals' after the chief, but not the only, logical constant it discusses. Indicative condi-tions had been a central theme of some lectures on logical form Grice delivered at Oxford while working on his theory of conversation. There he had commented extensively on Peter Strawson's treatment of this topic in his 1952 book Introduction to Logical Theory. Grice does not mention Strawson at all in this fourth William James lecture. In an Oxford seminar which, for one, he gave on his own, on ‘Conversation,’ – which had followed one with Strawson on ‘Meaning’ -- Grice argues that thinking seriously about context means thinking about CONVERSATION. This is the setting for most examples of utterer’s meaning – when ‘mean’ is ascribed to the utterer, never to the expression. Grice proposes, therefore, to compile an account of some basic properties common to ‘conversation’ generally. Grice’s method of limiting his hand is to result in certain pretty artificial – but never to Oxonian ears – simplifications. Grice makes this or that simplifications deliberately and knowingly. For instance, the relevant CONVERSATIONAL context – or OF CONVERSATION, if you want to sick with the substantial type -- is to be assumed to be limited to what Grice calls the 'linguistic environment': to the content of the conversation itself. Conversation is assumed to take place between TWO people who alternate, as in a board game – in their roles as utterer and addressee – or recipient --, and to be concerned simply with the business of INFLUENCING EACH OTHER by transferring information between them with a view to a shared common goal that was assumed caeteris paribus – “Why not just leave off otherwise?”  A number of Grice’s lectures include discussion of the types of behaviour people in general exhibit, and therefore the types of expectations – alla Parsons or Weber -- they might bring to a venture such as a conversation. Grice suggests that people in general both exhibit and expect a certain degree of helpfulness from the other co-conversationalist -- usually on the understanding that such helpfulness does not get in the way of thi or that particular goals that the person may be wishing to reach, and does not involve undue Samaritan effort. If two people, even complete strangers, at Oxford, are going through a gate – not Bishop’Gare in London, where people are so rude --, the expectation is that ‘the one of the pair that happens to be first one through’ HOLDS the gate open -- or at least leave the gate open, for the second – unless you are Austin, and it’s the gate to your front yard! The expectation is such that, to do otherwise, without a particular reason, would be interpreted, at Oxford – not its suburbs where Austin lived -- as deliberately rude (“At London, rudeness is caeteris paribus assumed,” Grice dictates.)  This type of helpfulness exhibited -- and expected to be exhibited -- in conversation is more specific because of a particular, although not a unique, feature of conversation. It is a collaborative – etymologically, the co-labour of love “as when we call a Party the Labour Party,” Grice indoctrinates -- venture between the two participants. At least in the simplified version of a conversation discussed in the seminar – or ‘lectures’: as one attendee remembers: “Grice was lecturing about the maxims! And we were supposed to be TESTED on them!” -- , there is a shared aim or purpose. However, an account of the particular type of helpfulness expected in conversation must be capable of extension to any collaborative – again, etymologically, as in the Co-Labour Party -- activity. Grice considers  the rather pompous noun 'cooperation' – co-operation, or co-operation with an umlaut -- as a label or tag or keyword for the features he is seeking to describe. Does  'helpfulness IN something WE – il me di Grice, il noi della conversazione -- are doing together,’ Grice wonders, equate to 'cooperation,’ co-operation, or co-operation with an umlaut? Grice seems to have decided that it more or less does – as far as investing on label things for the sake of one’s pupils at Oxford. By the later lectures in the series belonging to this seminar – classified by the Oxford syllabus as being on ‘Conversation,’ -- 'the principle of conversational helpfulness' has been rebranded the expectation of 'cooperation'.  During the Oxford lectures, Grice develops his account of the precise nature of this cooperation. This co-operation can be seen or conceived as being ‘governed’ by, or displaying, certain obvious regularities, imperatives, or principles – he would use ‘principle’ in the plural on occasion --, detailing the expected – by the addressee – behaviour – of the utterer. The term 'maxim' to describe such a regularity appears relatively late in the lectures, but it stuck! Grice's initial choices of term is 'objective' – rather than the more obvious ‘imperative’ --, or 'desideratum'.  Grice is interested in detailing the desirable – indeed DESIRED – he took ‘desideratum’ etymologically -- forms of behaviour for the purpose of achieving some joint goal of this or that conversation. Initially, Grice posits two such desiderata: those relating to candour on the one hand, and clarity on the other. The desideratum of candour contains Grice’s general principle of making the strongest possible ‘statement,’ or ‘move,’ as he would often say,  and, as a limiting factor on this, the suggestion that a conversationalist should try not to mislead – via equivocation, or other. The desideratum of clarity – a pun on Lewis, Clarity is not enough -- concerns the manner of expression for any conversational contribution, or, again, move. This desideratum of clarity – ‘Be perspicuous [sic]’, as his ‘maxim’ ran! -- includes the importance of expectations of relevance to understanding, and also insists that the main import – ‘gist,’ as he parodies Winch – ‘not the truth’ -- of an utterance, or move, be clear and explicit, or ‘explicatory’ – making fun of Byron: “His explication would require another explication”. These two factors are constantly to be weighed against two fundamental, yet sometimes competing, demands. A contribution – or move -- to a conversation is aimed towards the agreed current purpose by a principle, that Grice ironically pompously, tages The Principle of Conversational Benevolence. The principle of Conversational Self-Love, a similarly deliberately pompous tag meant to make fun of Reverend Butler --ensures the assumption, on the part of EACH of the two participants, that neither will go to unnecessary trouble – do not let trouble trouble you until it troubles you -- in framing their contribution. The verb ‘to frame’ re-appears as commandment 10 – frame your response in the most appropriate manner --. Grice suggests that many philosophers, English and Oxonian, too – “unlike Benedetto Croce, who is a purist” -- are guilty of inexactness in their use of expressions such as 'saying' – CICERONE: dictiveness -- , 'meaning' – Aristotle, semein, translated by BOEZIO as ‘signare’ or ‘significare’ -- and 'use'  ', applying them as if they were interchangeable, and in effect confusing different ways in which conversationalists mutally influence themelves his addressee by exchanging information – that each ‘conveys’. For instance, Grice refers back to the discussion at a previous class – lecture in the seminar – ‘You can call the ‘classes’ -- he had given jointly with Pears, when the alleged exact meaning of the verb 'to try' is discussed. He was exercising his muscles, so he pushed the wall, not trying to topple it, of course. This, of course, is one of the specific philosophical problems Grice is interested in accounting for by means of general principles of use. Stuart Hampshire had apparently claimed that if someone, X, did something, it is always possible to say that X tried to do it. This was challenged; in situations when there is no obvious difficulty or risk of failure involved it is inappropriate to talk of someone's trying to do something. Grice's answer had been that, while it is always true to say – for his pupils about to earn a degree in PHILOSOPHY – within Lit. Hum. -- that X tried to do something, this may sometimes be a misleading way of speaking. If X does succeed in performing the act, it would be more informative and therefore more cooperative – or helpful -- to just say so. “But of course, when exercising your muscles, you can hardly succeed unless you are Hercules with the Pillars --. Therefore, by uttering an utterance of 'X tried to do it', the utterer – unless he is referring to Hercules at the Pillars -- will imply, or implicate, or hint, or convey indirectly or implicitly, but not actually say, via dictiveness -- that X did not succeed.  “I won’t say ‘fail to succeed,’ becauseI fail to understand why silly people use this periphrasis when they haven’t even TRIED!” In his consideration of the desiderata of conversational participation, Grice initially compiles a somewhat loose – as most Oxonian pupils prefer – only the poor learn at Oxford -- assemblage of features. By the later lectures these appear in more or less their final, ‘if still imperfect’, Grice allows -- form under the categories Quantity, Quality, Relation and Manner (or, sometimes, Mode – a big joke on Kant!. “One pupil was especially annoyed by the fact that Kant was never so mannered!” Inarranging the desiderata in this way, Grice is presumably seeking to impose a formal, taxonomic, systematic, scholastic, ‘even Cantabrian, I would go as far as to say’ -- arrangement on a diverse set of principles – ‘Again: I can use ‘principle’ in the plural, but YOU do not dare!”. But it seems that Grice had other motives. Semi-seriously: to echo the use of the idea of a category – indeed a ‘conversational category’ as he prefers -- in such orthodox philosophies as those of Aristotle and Kant – especially KANT as he goes on to provide a weak transcendental justification of the set of maxims in terms of universability – ‘but Aristotle came first!’ --, and, more importantly, to draw on both Aristotle’s and Kant’s ideas of natural, universal divisions of experience. The regularities of conversational behaviour are intended to include aspects of human behaviour and cognition beyond the purely linguistic. Grice's collaborative work with Strawson had been concerned with Aristotle's division of experience into 'categories' of substances. Aristotle's original formulation of the list of such properties allows that they can take the form of 'either substance or quantity or qualification or a relative or where or when or being-in-a-position or having or doing or being-affected'. Aristotle concentrates mainly on the first four, and these received most attention in subsequent developments of his work. They were the starting-point for Kant's use of categories to describe types of human experience, and his argument that these form the basis of all possible human knowledge. In the Critique of Pure Reason, Kant proposes to divide the pure concepts of understanding into four main divisions:  'Following Aristotle we will call each of these concepts a ‘category,’ for our aim is basically identical with his although very distinct from it in execution. 'These are three categories of judgements of– TOTVM PARS NVLLUM – under 'Of Quantity'; three categories of judgements of AFFIRMATIO, NEGATIO, INFINTVM -- 'Of Quality', -- THREE categories of judgements – CONJUNCTIO, DISJUNCTIO, CONDITIONALITY -- 'Of Relation'; and three categories of judgements – NEUTRAL NECESSARY POSSIBLE -- 'Of Modality', with systematically THREE subdivisions, as we have listed ascribed to the four groupings. The categories for Kant are strictly then TWELVE, with the subdivisions, and FOUR without tem. Kant's claims for both the fundamental and the exhaustive nature of these categories are explicit: This division is systematically generated from a common principle – an ancestor of Grice’s principle of conversational helpfulness, which deliberately equivocates on Kant’s categoric imperative in the Critique of Practical Reason – but here in the Critique of PURE reason being, namely the faculty for judging (which is the same as the faculty for thinking), and has not arisen rhapsodically from a haphazard search for this or that pure concept, of the completeness of which one could never be certain. Kant goes so far as to suggest that his table of four fundamental categories – twelve if the subdivisions count -- , containing all the basic concepts of understanding, provides, in Abbott’s translation that Grice used for the entertainment of his pupils -- the basis for any philosophical theory. These, therefore, offer Grice a division of experience – conversational experience, now -- with a sound pedigree and an established claim to be a universal of human cognition. Grice had been entitlig his lectures – or seminar – ‘class’ is a term of abuse at Oxford – just ‘Conversation'. Pupils would get from other pupils that ‘he was the one obsessed with ‘meaning’’--. Grice was presenting his current thinking about meaning to an audience beyond that of his students and immediate colleagues and is clearly aware of the different assumptions and prejudices he could expect in, say, a Sorbonne, as opposed to an Oxford, audience. 'Some of you may regard some of the examples of the manoeuvre which I am about to mention as being representative of an out-dated style of philosophy', Grice suggests in the introductory lecture, 'I do not think that one should be too quick to write off such a style.' Addressing philosophical concerns by means of an attention to every-day language is still a highly respectable, even orthodox, approach at Oxford – not La Sorbonne, or Bologna! Grice would have been seen by at least some as belonging to an unsuccessful, and now rather passé, school of thought, to whose tenets they had NO INTEREST in subscribing! In pleading its cause, Grice argues that Oxonian ordinary-language philosophy still has much to offer – ‘even if you are not an Englishman at Oxford’: in this case, the possibility of developing a theory to discriminate between this or that utterance that is inappropriate because it is is ‘plain false,’ and this or that utterance that is inappropriate for some other, more obscure, even political, reason. Despite the difficulties inherent in such an ambitious scheme, and the well-known problems with the school of thought in question, Grice would hardly give up hope altogether – the obduarate he was -- of 'systematising the linguistic phenomena of natural discourse'.  Grice's ultimate aim in the lectures is ambitious and uncompromising. His interest “will lie in the generation of an outline of a philosophical theory of language, of the type of which Varro and Cicero only dreamed!” Grice argues for a complex understanding of the ‘significance’ – “as Cicero would have it – I signify, I make signs” -- of an utterer by his uttering this or that utterance in a particular context. The utterer’s ‘signification’ or meaning is hardly a unitary phenomenon, “even for the Roman displaying th most grave of gravitas!” Conventional ‘signification’ or meaning has a necessary, but by no means a sufficient role to play. Indeed conventional ‘signification’ – what the utterer SIGNIFIES -- or meaning is itself not a unitary phenomenon. Some aspects of so-called ‘conventional’ signification involve the speaker in a commitment to the truth of a certain proposition – “or as Varro has it, proloquium”. This is  'what is said' – the DICTVM that Grice Englishes as ‘dictiveness’-- on any particular occasion. Other aspects of meaning – “Or ‘ways of meaning,’ if you want to use silly Platts’s silly redundancy!” -- may be associated by this or that convention with this or that words used – “The Italians are good at this!” --, but not be part of what the ‘utterer’ or ‘proferrer’ is understood literally to have said: the dictum he is putting forward. The examples from the Great-War ditty – an utterer uttering: “'She was poor but she was honest, and her parents were the same, till she met a city fella, and she lost her honest name' and Jill saying of Jack having witnessing the cracking of the crown -- 'He is an Englishman; he is, therefore, I trust brave, or courageous enough' – in these two utterances, each utterer conveys more than just the truth of the two conjuncts, more than would be conveyed by 'She was poor AND she was honest' – which still scans -- or 'He is an Englishman, AND he is brave'.  An idea of contrast is introduced in the Great-War ditty – a Tommy tun -- and one of consequence in the second. These ideas are attached to the use of the individual word -- 'but' or 'therefore' -- but do not contribute to the truth-conditions of each utterance. We would not want to say that the utterances are actually false if both conjuncts are true, but the utterer does not agree with the idea of contrast or of consequence. We might, rather, want to say that the utterer is presenting true facts in a Oxford-type misleading way. – “At Oxford, you are supposed to teach your pupil to ARGUE – not to philosophise about freedom! Everyone can do the latter!” -- These examples demonstrate implicated – or ‘implied’ – “Implicate” as in ‘She was implicated in the scene of the crime – cf. Sidonius on implicatura -- elements associated with the conventional meaning of the words used, elements Grice labels a 'conventional – and therefore Uninteresting -- implicature’. There is another level at which what the utterer means or SIGNIFIES (more properly, for a classicist like Grice and his pupils --  can differ from what is said – the dictum or dictiveness --, dependent on context or, for Grice, on conversation. In a 'conversational implicature – “my cup of tea,” Grice said – but his pupils: “Implicature happens --, meaning is conveyed not so much by what the utterer says, but by the fact that it is said. “This would have perplexed Austin!” This is where the categories of conversational cooperation, or strictly, of CONVERSATIONAL reason -- and their various maxims – as counsels of prudence, now --, play their part.  The onus on a participant in a conversation of the Griceian – “I like that spelling of my surname!” --  to co-operate towards their common goal, and more particularly the expectation each participant has of cooperation from the other, ensures that the understanding of an utterance often goes beyond the utterer says or EXPLICITLY conveyes. Faced with an apparently uncooperative utterance, or one apparently in breach of some maxim, a conversationalist will if possible 'rescue' that utterance by interpreting it as an appropriate contribution. In this way, Grice offers a more detailed account of the idea he explored in 'Meaning' – with the appeal to the category of RELATION in the final paragraph --, and in his notes from that time: that there are at least THREE 'levels' of meaning upon which an Oxford pupil may be expected to be tested by Grice --, or three different degrees to which this or that utterer may be committed to a proposition, or prosloquium “as I may say to echo Varro.” Grice’s model now includes, 'what is said', 'conventional meaning' (including any attending conventional implicature) and 'what is conversationally implicated'.  The presentation of the norms of conversational behaviour in different lectures is typically rather different from Grice's handling of them in his earlier work. “I have to amuse myself – since there is hardly anyone else to foot the bill, to echo Wilde.” The maxims, or the categories they fall into, are no longer presented as the primary forces at work. Instead, all are assumed under a general 'Principle of Cooperation'. The principle appears late in the development of Grice's theory. “It was a Thursday afternoon,” a pupil recalls – “I know because I was taking the late train to London!” -- It enjoins speakers to: Make your conversational contribution such as is required, at the stage at which it occurs, by the accepted purpose or direction of the talk exchange in which you are engaged.' – which echoes of course the ‘Be strong’ of his “The Causal Theory of Perception.” The name 'Cooperative Principle' is even later – “even if more grammatically incorrect!” --; it was added using an omission mark in a manuscript copy of a lecture. Grice may well have been attempting to give a name, and an exact formulation, to his previously rather nebulous idea of cooperation or 'helpfulness'. However, the effect is to change what is presented as a series of 'desiderata', features of conversational behaviour participants might expect in their exchanges, to something looking like a powerful and general, ‘authorative, Kantian, and anti-Oxford!” -- injunction to correct social behaviour.  In the development of his theory of conversation, Grice is much exercised by the status of a ‘category’ as a psychological concepts. Grice questions whether each maxim is the result of entering into a quasi-contract – the Conversational Immanuel, as he called it -- by engaging in conversation, simply inductive generalisations “over functional states” -- over what people do in fact do in conversation, or, as Grice suggests in one rough note, just 'special cases of what a decent chap at Oxford is expected that he should do'. Grice remained pretty undecided on this matter throughout the development of the theory, content as he was, qua representative of The School of ordinary-language philosophy,’ as he amused himself to describe hisemf -- to concentrate on the effects on ‘signification,’ or meaning of the maxims, whatever their ‘friggin’’ one Cockney pupil put it -- status. By the time of the lectures, however, Grice seems to be closer to an answer. He describes, after mocking Kant, to feel like being 'enough of a rationalist' to want to find an explanation beyond mere empirical generalisation. The following suggestion results from this impetus: So I would like to be able to show that observation of the Cooperative Principle and maxims is reasonable (rational) along the following lines: that anyone who cares about the goals that are central to conversation/communication, such as giving and receiving information, influencing and being influenced by others, must be expected to have an interest, given suitable circumstances, in participation in talk exchanges that will be profitable ONLY ON  -- hence the weak transcendental justification --  the assumption that they are – not possible, but appropriate – if they are conducted in general accordance with the Cooperative Principle and the maxims.This may a wordy explanation, if not by Grice’s and the Griceians’s standards -- and also a troublesome one to some! It seems to some to create a loop linking the aim of explaining cooperation to an account of conversation as dependent on cooperation, a loop from which it may not successfully escape, but of course it does by the canons of what he describes as ‘metaphysical’ or transcendental argument. The link between reasonableness and cooperation is far from explicit, when being explicit would be being boring. Nevertheless, the passage offers Grice's account of his own preferences in seeking an answer to the question over the status, and hence the motivation, for the Cooperative Principle. Grice’s preference, particularly his reference to 'rational' behaviour, is to prove, as it should, pretty important, if not crucial, in the subsequent development of his work. However derived, the maxims operate to produce conversational implicatures in a number of different ways. In many cases, a maxim simply ‘fills in' the extra information – or gist -- needed to make a contribution fully cooperative – if ‘really cooperative’ sounds a bit of a trouser word. A says 'It does not seem to be the case that Smith – or Hampshire -- has a girlfriend these days' and B replies, 'He has been paying a lot of visits to New York lately', or ‘Paris,’ as the case may be. B's remark does not, as it stands, appear relevant to the preceding remark.  But it is easy enough to supply the missing belief B must hold for the remark to be relevant. B conversationally implicates that Smith – or Hampshire, as Mrs. Warnock’s rendition goes -- has, or may have a girlfriend in New York, or Paris. In other cases the conversationalist seems to be far less cooperative, at least at the level of 'what is said'. In order to be rescued as cooperative contributions to the conversation, such cases need to be not so much filled out as re-analysed. Because of the strength of the conviction that conversationalists will, other things being equal, provide cooperative contributions, your co-convresationalist will put in the work necessary to reach such an interpretation. In perhaps Grice’ most famous example of conversational implicature, ‘He has beautiful handrwiring’ -- Grice suggests the case of a letter of reference for a candidate for a philosophy job that runs as follows: 'Dear Sir, Mr X's command of English is excellent, and his attendance at tutorials has been regular. Yours, etc! The information given is grossly inadequate; the writer appears to be seriously in breach of the first maxim of Quantity, enjoining the utterer to give as much information as is appropriate. However, the receiver of the letter is able to deduce that the writer, as the candidate's tutor, must know more than this about the candidate. There must be some reason why the writer is reluctant to offer the extra information that would be helpful. The most obvious reason is that the writer does not want explicitly to comment on Mr X's philosophical ability, because it is not possible to do so without writing something socially unpleasant. The writer is therefore taken conversationally to implicate that Mr X is no good at philosophy; the letter is cooperative not at the level of what is literally said, but at the level of what is implicated. In examples such as this a maxim is deliberately and ostentatiously flouted in order to give rise to a conversational implicature. Such examples involve exploitation. These examples, and others Grice discusses in the lectures, are all specific to, and entirely dependent on, the individual contexts in which they occur. Grice labels all such instantiations of a  'particularised conversational implicature'. There are other types of conversational implicature in which the context is slightly less significant, or at least can operate only as a 'veto' to implicatures that arise by default unless prevented. These are implicatures associated with the use of this or that particular word. Unlike an instantiation of a conventional implicature, they can be cancelled: that is, explicitly denied without contradiction. “Implicatures are not factive”. The phenomenon of the 'generalised conversational implicature' accounts for many of the differences between the logical constants and the behaviour of their natural-language counterparts. In effect, Grice claims that there simply is no difference between, say '', 'n', 'v' and 'not', 'and', 'or' at the level of what is said. The well-known differences are generalised conversational implicatures, often associated with the use of these expressions, implicatures determined by the categories and maxims he has established. Part of Grice's motivation for this proposal is the desire for a simplification of ‘semantics,’ to use Cicero’s rendition of Aristotle’s ‘signification.’. The alternative to such an account is to posit a ‘semantic’ ambiguity for a wide range of linguistic expressions. Grice argues against this, proposing a principle he labels 'Modified Occam's Razor', which would rule against it in decisions of a theoretical nature. The principle states that 'Fregeian – “as I may call them” -- senses are not to be multiplied beyond necessity'. Grice's reference is to a village in Surrey, properly Latinised, whence hailed a failed pupil at Oxford – The Ockham Society is still the name of a pupils’s organization in the City of the Dreaming Spires -- credited with the dictum 'entities are not to be multiplied beyond necessity'. This is known as 'Occam's razor' or navicular -- although it is not clearly attributable to any of his writings – one in which he speaks of the beard of Plato may be relevant --, and it is not at all uncommon for philosophers to discuss it in isolation from Occam's actual work, unless you are Zipf – and cf. Hazell, who makes the razor Grice’s own. It is taken as a general injunction not to complicate philosophical theories; the best theory is the simplest theory, invoking the fewest explanatory categories. The preference for simple philosophical theories that do not add complex and potentially unnecessary categories was one with an obvious appeal to some philosophers of ordinary language, unless you were Austin, Strawson, Hart, of whom Grice liked to make fun. Indeed, when Gilbert Ryle published his collected papers, he commented on the 'Occamising zeal' particularly apparent in the earlier articles. Another contemporary philosopher to draw on an Occam-type approach to discussions of meaning was a colonial that Grice cared to read, Benjamin, whose article 'Remembering' – only because he quoted Broad that Grice had used in  his ‘Personal identity’ -- is referred to in a lecture. This colonial does not draw an explicit comparison to Occam's razor, but he does pose himself the question of whether the verb  'remember' should be analysed as multivocal or univocal, equivocal, plurivocal – “or what not”. Grice is amused. For Benjamin, a 'universal core of meaning is preserved in its use in different contexts'.  Grice himself did not develop the connection between conversational implicature and the logical constants in any great depth, either in the William James lectures or elsewhere. This is perhaps surprising, given that he introduces his theory in terms of the question of the equiva-lence, or lack of equivalence, between certain logical devices and expressions of natural language. The implications of this question, together with the specific answers offered by conversational implicature, are treated in detail by others.5° A. P. Martinich has suggested that the initial concentration on, and subsequent abandonment of, the logical particles is a serious flaw in the construction of the second, and most widely read, of the William James lectures. In a book aimed at describing and promoting good philosophical writing, Martinich identifies this as 'one of the greatest articles of the twentieth century', but argues that the more general theory of 'linguistic communication' ought to have been made the focus from the outset. He comments that on first reading Grice's article he was unimpressed by what he saw as an unacceptably complex mechanism to solve a very particular logical problem: 'Once I realised that the solution was a minor consequence of his theory I was awed by its elegance and simplicity.'51  Grice's discussion of logic is mainly restricted to the fourth William James lecture, which he later labelled 'Indicative conditionals' after the chief, but not the only, logical constant it discusses. Indicative condi-tions had been a central theme of some lectures on logical form Grice delivered at Oxford while working on his theory of conversation. There he had commented extensively on Peter Strawson's treatment of this topic in his 1952 book Introduction to Logical Theory. Grice does not mention Strawson at all in this fourth William James lecture.Filosofo lombardo. Filosofo italiano. Somma Lombardo, Varese, Lombardia. Essential Italian philosopher. Grice: “I especially like his idea of anthropology, alla Kant, as the search for the subject.” “Tra se e se.” Si laurea in filosofia a Pisa, quale allievo pure della scuola normale superiore, discutendo una tesi sul pensiero di Lévi-Strauss, con relatore BARONE (vedi), si rivolse agli studi di antropologia, conseguendo un dottorato di ricerca a Pisa. Le sue ricerche riguardarono molti argomenti, fra cui, i sistemi politici, la parentela e il matrimonio, la ritualità, così come l'antropologia sociale ed economica, la storia comparata degli usi e costumi dei popoli, che condusse lungo la linea di pensiero del suo maestro Lévi-Strauss. Gl’è stato assegnato per i suoi studi e le sue ricerche di antropologia culturale, il premio ”Guggenheim Fellowship“ per le scienze sociali.  Fra i molti suoi saggi, cura pure diverse voci antropologiche per l'Enciclopedia Einaudi.  Tra le sue molte saggi, il saggio “Uno spazio tra sé e sé. L'antropologia come ricerca del soggetto” (Roma) può considerarsi una sua autobiografia intellettuale. Ghiaroni, "Società, soggetto, sacrificio. La teoria del sacrificio di V.", in Studi e materiali di storia delle religioni, Ghiaroni, ”Società, Soggetto, Sacrificio. La teoria del sacrificio di Valerio Valeri tra Hawaii e Indonesia“, Studi e materiali di storia delle religioni. Natura e cultura: introduzione alla teoria dello scambio e della parentela di Levi-Strauss, Pisa. Per notizie biografiche più esaustive, riferirsi alle  xxvii-xix dell'opera: in merito alla rilevanza di V. come studioso e ricercatore. Nome compiuto: Valerio Valeri. Valeri. Keywords: antropologia. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Valeri” per H. P. Grice’s Play-Group, The Swimming-Pool Library, Villa Speranza.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!: ossia, Grice e Valeriis: implicatura, categoriology – By Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Venezia). Abstract. Keywords, categorie – Definizione escatologia in Grice.  Some time ago the idea occurred to me that there might be two distinguishable disciplines each of which might have some claim to the title of, or a share of the title of, Metaphysics. The first of these disciplines I thought of as being categorial in character, that is to say, I thought of it as operating at or below the level of categories. Following leads supplied primarily by Aristotle and Kant, I conceived of it as concerned with the identification of the most general attributes or classifications, the summa genera, under which the various specific subject-items and/or predicates (predicate-items, attributes) might fall, and with the formulation of metaphysical principles governing such categorial attributes (for example some version of a Principle of Causation, or some principle regulating the persistence of sub-stances). The second discipline I thought of as being supracategorial in character; it would bring together categorially different subject-items beneath single classificatory characterizations, and perhaps would also specify principles which would have to be exemplified by items brought together by this kind of supracategorial assimilation. I hoped that the second discipline, which I was tempted to label "Phil-osophical Eschatology," might provide for the detection of affinities between categorially different realities, thus protecting the principles associated with particular categories from suspicion of arbitrariness. In response to a possible objection to the effect that if a pair of items were really categorially different from one another, they could not be assimilated under a single classificatory head (since they wouldbe incapable of sharing any attribute), I planned to reply that even should it be impossible for categorially different items to share a single attribute, this objection might be inconclusive since assimilation might take the form of ascribing to the items assimilated not a common attribute but an analogy. Traditionally, in such disciplines as theology, analogy has been the resort of those who hoped to find a way of comparing entities so radically diverse from one another as God and human beings. Such a mode of comparison would of course require careful examination; such examination I shall for the moment defer, as I shall also defer mention of certain further ideas which I associated with philosophical eschatology. For a start, then, I might distinguish three directions as being ones in which a philosophical eschatologist might be expected to deploy his energies: The provision of generalized theoretical accounts which unite specialized metaphysical principles which are separated from one another by category-barriers. Fulfillment of such an undertaking might involve an adequate theoretical characterization of a relation of Affinity, which, like the more familiar relation of similarity, offers a foundation for the generalization of specialized regularities, but which, unlike similarity, is insensitive, or has a high degree of insensitivity, to the presence of category-barriers. To suggest the possibility of such a relation is not, of course, to construct it, nor even to provide a guarantee that it can be constructed An investigation of the notion of Analogy, and a delineation of its links with other seemingly comparable notions, such as Metaphor and Parable. Can this list be expanded? At this point I turn to a paper by Judith Baker, entitled "Another Self': Aristotle On Friendship" (as yet unpublished). On the present occasion my concern is focused on methodological questions; so I propose first to consider the ideas about methodology, in particular Aristotle's methodology, which find expression in her paper, and then to inquire whether these ideas suggest any additions to the prospective subject matter of philosophical eschatology. (1) Judith Baker suggests that Aristotle's philosophical method, which is partially characterized in the Nicomachean Ethics itself as well as in other works of Aristotle, treats the existence of a common consensus of opinion with respect to a proposition as conferring atleast provisional validity (validity ceteris paribus) upon the proposition in question; in general, no external justification of the acceptance of the objects of universal agreement is called for. This idea has not always been accepted by philosophers; to take just one famous ex-ample, Moore's attachment to the authority of Common Sense seems to be attributed by Moore himself to the acceptability of some principle to the effect that the Common Sense view of the world is in certain fundamental respects unquestionably correct. Unfortunately Moore does not formulate the principle in question, nor does he identify the relevant aspects. If my perception of Moore is correct, he would in Aristotle's view have been looking for an external justification for the acceptance of the deliverances of Common Sense where none is required, and so where none exists. (2) Though no external justification is required for accepting the validity of propositions which are generally or universally believed, the validity in question is only provisional; for a common consensus may be undermined in either of two ways. First, there may be a common consensus that proposition A is true; but there may be two mutually inconsistent propositions, B, and B, where while there is a common consensus that either B, or B, is true, there is no common consensus concerning the truth of B, or the truth of By; there are, so to speak, two schools of thought, one favoring B, and one favoring B,. Furthermore (we may suppose), the combination of B, with A will yield C,, whereas the combination of B, with A will yield Cz; and C, and C, are mutually inconsistent. In such a situation it becomes a question whether the acceptability of A is left intact; if it is, a method will have to be devised for deciding between B, and B2. (The preceding schematic example is constructed by me, not by Aristotle or Judith Baker.) Second, to cope with problems created by the appearance on the scene of conflicts or other stumbling blocks the theorist may be expected to systematize the data which are vouched for by common consensus by himself devising general propositions which are embedded in his theory. Such generalities will not be directly attested by a consensus, but their acceptability will depend on the adequacy of the theory in which they appear to yield propositions which are directly matters of general agreement. When an impasse (aporia) arises, the aim of the theorist will be to eliminate the impasse with minimal disturbance to the material regarded as acceptable before the impasse, including the theoretical generalities of the theorist. Judith Baker claims that a typical example of such an impasse is recognizedby Aristotle as arising in connection with friendship; the threefold proposition that in the good life no good is lacking, that the good life is self-sufficient, and that the possession of friends is a good, each element in which is a matter of general agreement. This seems to validate the inconsistent proposition that the good life both will and will not involve the possession of friends. It is Judith Baker's suggestion that Aristotle's characterization of a friend as another self (another me) is a serious theoretical proposal which is designed to eliminate the impasse with minimal disturbance. (3) Judith Baker mentions also a certain kind of criticism, an example of which, leveled at Socrates's treatment of justice in The Re-public, was produced about twenty years ago by David Sachs. Sachs complained that in response to a request from Glaucon and Adeiman-tus to show that the just life is a happy life, Socrates first recharacter-izes the just life in terms of the conception of a soul in which all elements maximally fulfill their function and then argues that a life so characterized will be a happy life. This response on the part of Socrates is guilty of an ignoratio elenchi; what Glaucon and Adeimantus want Socrates to show to be happy is the just life as understood to be the life to which the word "just" applies in its ordinary sense, but what Socrates does is in effect to redefine the notion of the just life as that life which exemplifies justice where justice is defined in terms of fulfillment of function. But that the just life is happy is not what Socrates was asked to show; what is wanted from him is a demonstration not that the just life is happy but that the just life is happy; and this he fails to provide. There seems plainly to be something wrong with this line of criticism; Sachs calls Socrates to task for exhibiting in his rejoinder just those capacities which have earned him his reputation as an eminent ethical theorist, which are indeed the very capacities the presence of which has marked him out as a specially suitable person to respond to the skepticism of Thrasymachus. Surely he cannot be debarred from using just those talents which he has been more or less invited to use. There is the further point that the mode of criticism with which Sachs assailed Socrates could be adapted for use against any theorist of a certain very general kind, which could embrace many theorists who have no connection at all with philosophy; in fact, I suspect that any theorist whose theoretical activity is directed toward rendering explicit knowledge which is already implicitly present would be vulnerable to this kind of charge of having "changed the subject." So it seems to me that a detailed anal-ysis of the illegitimacy of this kind of criticism would be both desirable and at the same time by no means easy to attain. The reflections in which I have just been engaged, then, suggest to me two further items which might be added to a prospective subject matter of philosophical eschatology, should such a discipline be allowed as legitimate. One would be a classification of the various kinds of impasse or aporia by theorists who engaged in the Aristotelian undertaking of attempting to systematize material with which they are presented by lay inquirers, together with a classification of the variety of responses which might be effective against such im-passes. The other would be a thoroughgoing analysis of the boundary between legitimate and illegitimate imputations to a theorist of the sin of "having changed the subject." Beyond these additions I have at the moment only one further suggestion. Sometimes the activities of the eschatologist might involve the suggestion of certain principles and some of the material embodied in those principles might contain the potentiality of independent life, a potentiality which it would be theoretically advantageous to explore. This further exploration might be regarded as being itself a proper occupation for the eschatologist. One example might be a further examination of the theoretical notion of an alter ego, already noted as a notion which might be needed to surmount an impasse in the philosophical theory of friendship. Another example might be the kind of abstract development of such notions as movement, that which moves, and that which is moved, which is prominent in Book 1 of Aristotle's Metaphysics, which forms a substantial part of what is thought of as Aristotle's Theology. I shall not, however, at this point attempt to expand further the shopping list for philosophical eschatology. I shall turn instead to a different but related topic, namely the possibility that in Plato's Republic we find a discussion of justice which does as it stands, or would after a certain kind of reconstruction, serve as an example of an application of philosophical eschatology. I shall first develop this idea, and then at the conclusion of my presentation furnish a summary account of its argument. The idea occurred to H. P. Grice that there might be at least two somewhat competing distinguishable sub-disciplines, each of which might have some claim to the title of -- or a share of the title of – what Russell calls Stone-Age Metaphysics. The first of these two sub-disciplines Grice thinks of as being ‘categorial’ in character – “Most things were categorial in Grice’s life,” his Oxfor pupil Strawson complained --, that is to say, Grice thinks of this sub-discipline of CATEGORIALOGY as operating at, or below, the level of any given category. Following leads supplied primarily by Aristotle and Kant –on which Grice had a mandate to teach at Oxford, often with his pupil Strawson --, Grice ends up conceiving of CATEGORIOLOGY as concerned with the identification of the most general attributes, predicates – like ‘shaggy’ -- or classifications – where ‘class’ is taken alla Peano --, the summa genera, under which the various specific subject-items and/or predicates -- predicate-items, attributes -- might fall, and with the formulation of metaphysical principles governing such categorial attributes – e. g. some version of a Principle of Causation, or some other principle regulating the persistence of substances. A second sub-discipline Grice thinks of as being SUPRA-categorial in character – by which Grice means that ‘It’s bound to go over Strawson’s head’. SUPRACATEGORIALOGY would bring together categorially *different* -- C1 and C2 -- subject-items, beneath a single UNIFIED classificatory characterisation, and perhaps would also specify this or that principle which would have to be exemplified by those (at least two) items brought together by this kind of supra-categorial assimilation. Grice hopes that this second sub-discipline, SUPRA-CATEGORIOLOGY -- which he was tempted – and indeed yielded to the temptation -- to label philosophical eschatology, would provide for the detection of this or that affinity between at least two categorially different realities, thus protecting a principle associated with a particular category from suspicion of arbitrariness – or rather adhocess. In response to a possible objection to the effect that if a pair of items ARE categorially different from one another, they ARE not to be be assimilated under a single classificatory head. The anti-supra-categorialogist would argue that such two items would be incapable of sharing any attribute or property, Grice plans to reply that even should it be impossible for two categorially different items to share a single attribute or property, this objection is not inconclusive. SUPRA-CATEGORIOLOGICAL assimilation may take the form of ascribing to the two items assimilated not a common attribute or property but an ANALOGY. The items would be ANALOGICALLY united. Traditionally, in such disciplines as theology – that Grice’s father detested --, analogy has been the last resort of those, like Vio – whom the Catholic Italians call Saint Cajetan -- who hope to find a way of comparing entities – like Plotinus, did, too, when it came to ‘life’ and ‘soul’ -- so radically diverse from one another as God – or IL DIVINO, as Cicero prefers since we don’t know His Gender -- and the class of human beings – or HUMANS. Such a mode of comparison – as oppose to METAPHOR or SIMILE or ALLEGORY or PARABLE -- would of course require careful examination. Such examination temporarily defers, as he also defers mention of certain further ideas which Grice associates with eschatology. For a start, then, Grice wishes to distinguish three directions as being ones in which the eschatologist might be expected to deploy his energies – Grice counts Judith Baker as ‘he’ --. The provision of a generalised theoretical account which would unite at least two specialised metaphysical principle which are separated from one another by this or that category-barriers. Fulfillment of such an undertaking involves an adequate theoretical characterisation of a relation of ‘affinity’ – as in “Spots ‘mean’ measles” “His remark meant that he meant that he couldn’t continue to exist without his spouse” -- which, like a more familiar relation of *similarity* -- as in SIMILE: She is like the cream in his coffee --, offers the foundation for the generalisation of such specialised regularities, but which, *unlike* similarity, is insensitive, or has a high degree of insensitivity, to the presence of a blunt category-barrier. To suggest the possibility of such a qualified relation of ‘affinity’ – say between Rachmanichov and Ravel -- is not, of course, to construct it, nor even to provide a guarantee that it can be constructed/ Then, there’s the investigation of the notion of ‘analogy’ itself, and a delineation of its links with other seemingly comparable notions, such as Metaphor, Simile, Allegory, and Parable – all good old Ciceronian terms. Can this list be expanded? Sure it can! At this point Grice turn to JOACHIM on Aristotle on PHILIA, as presenting an aporetic logically developing series. Grice’s concern is focused on methodological questions; so he proposes to consider the ideas about methodology, in particular the methodology of that branch of Athenian dialectic that Grice calls Lyceal Dialectic – as opposed to Accademic Dialectic, that Aristotle originally practicsed on the other edge of Athens, until it bored him to tears --, which find expression in JOACHIM, and then to inquire whether JOACHIM’s ideas suggest any additions to the prospective subject matter of eschatology. JOACHIM suggests that Aristotle's philosophical method, which is partially characterized in the Nicomachean Ethics itself as well as in other works of Aristotle, treats the existence of a common consensus of opinion (ta legomena) with respect to a proposition – what Varrone has as a prosloquium -- as conferring at least provisional validity -- validity caeteris paribus, or defeasible, weak, not undefeatable strong validity -- upon the proposition in question. In general, no external justification of the acceptance of the objects of universal – within the LYCAEUM -- agreement is called for. This idea has not always been accepted by philosophers who do NOT come from Stagira. To take just one very infamous example from GRICE’s Other Place, Cambridge: Moore's attachment to the authority of Common Sense seems to be attributed by Moore himself – he was Irish -- to the acceptability of some principle to the effect that the Common Sense view of the world is in certain fundamental respects unquestionably correct. R. M. Hare has used Irishism to qualify the exact opposite thesis – “a calm storm”. Unfortunately, Moore, being Irish, does not formulate the principle in question, nor does he identify its relevant aspects. If Grice’s perception of Moore is more or less correct – “I have no blood of Irishness in me, unlike my colleague Warnock, whom I refer to as ‘Irish’!” -- , Moore would, in Aristotle's view, have been looking, in a congenial Irish sort of way, for an external justification for the acceptance of the deliverances of Common Sense where none is required, and so where none exists. Though no external justification is required for accepting the validity of a proposition which is generally or universally believed, the validity in question is only provisional. A common consensus may be undermined in either of two ways. First, there may be a common consensus that proposition A (Peacement is a good thing – Chamberlain --) is true. But there may be two mutually inconsistent propositions, B, and B, where while there is a common consensus that either B, or B, is true, there is no common consensus concerning the truth of B, or the truth of B2 (Churchill: Apeacement is silly). There are, so to speak, two schools of thought, one favouring B, and one favouring B2. Grice: “I know because I suffered it, as I was drafted to the Navy!” – Furthermore, we may suppose, the combination of B, with A will yield C1, whereas the combination of B, with A will yield C2; and C1 and C2 are mutually inconsistent – as Hitler well knew! In such a situation. it becomes a question whether the acceptability of A is left intact. If it is, a method will have to be devised for deciding between B1 and B2. The preceding schematic example is constructed by Grice, not by Aristotle or Joachim, whose thoughts on ‘logically developing series’ were posthumously published by Rees. Second, to cope with problems created by the appearance on the scene of conflicts or other stumbling blocks, the theorist may be expected to systematise the data which are vouched for by common consensus by *himself* devising a general proposition which is embedded in his theory. Such a generality – a bit like a third-degree Kneale generalization, as he attempts in his essay on Induction -- will not be directly attested by a consensus, but its acceptability will depend on the adequacy of the theory in which it appears to yield this or that proposition which is directly matters of general agreement. When an impasse or aporia arises – as it often happens – at Oxford, where there is such a thing as J. L. Austin – You don’t like that argument? I’ll give you another! -- , the aim of the theorist – Grice, or someone who sympathises strong enough with him -- will be to eliminate the impasse with minimal disturbance to the material regarded as acceptable before the impasse, including the theoretical generalities of the theorist. JOACHIM claims that an instance of such an impasse is recognized by Aristotle as arising in connection with the Greek word ‘philia’: the threefold proposition that in the GOOD life no good is lacking, that the GOOD life is self-sufficient, and that the possession of a friend – for GOOD, not pleasure or utility -- is a GOOD -- each element in which was a matter of more or less general agreement at the Lycaeum – originally a gym, you know – The Italians spell it LIZIO. This seems to validate the inconsistent proposition that the GOOD life both will and will not involve the possession of a friend, philos, for GOOD. It is Joachim's suggestion that Aristotle's characterization of a friend AMICVS as another self -- another me, alter ego -- is a serious theoretical proposal which is designed to eliminate the impasse with minimal disturbance. Joachim mentions also a certain kind of criticism, an example of which, leveled, not at Aristotle, for whom ‘just’ or dikaios’ is ANALOGICALLY unfied – but at Socrates's treatment of justice in The Republic, was produced. Joachim complained that in response to a request from Glaucon and Adeimantus to show that the JUST life is a happy life, Socrates first re-characterizes the JUST life in terms of the conception of a soul ANIMVS ANIMA in which all elements maximally fulfill their function or metier and then argues that a life so characterized will be a happy life. This response on the part of Socrates is guilty of an ignoratio elenchi; what Glaucon and Adeimantus want Socrates to show to be happy is the JUST life as understood to be the life to which the word "just" applies in its ordinary use. What Socrates does is in effect to change the subject and re-define the notion or CONCEPT of the JUST life as that life which exemplifies the just where the just is now defined in terms of fulfillment of function or metier. But that the JUST life is happy is not what Socrates is asked to show. What is wanted from him is a demonstration not that the JUST-2 life is happy but that the JUST-1 life is happy; and this he fails to provide. There seems plainly to be something wrong with this line of criticism. JOACHIM calls Socrates to task – a task not that perfectly performed by Aristotle either with his relapse to quantity in his qualitative account of JUST in terms of merit and demerit -- for exhibiting in his rejoinder just those capacities which have earned Socrates his reputation as an eminent ethical theorist, which are indeed the very capacities the presence of which has marked him out as a specially suitable person to respond to the scepticism of Thrasymachus. Surely Socrates – or Plato, let’s be honest -- cannot be debarred from using just those talents which he has been more or less invited to use. There is the further point that the mode of criticism with which Joachim assails Socrates could be adapted for use against any theorist of a certain very general kind, which could embrace many theorists who have no apparent connection at all with philosophy; in fact, Grice suspects that any theorist whose theoretical activity is directed toward rendering explicit knowledge which is already implicitly present would be vulnerable to this kind of charge of having "changed the subject." (Think of The Pope!). So it seems to Grice that a detailed analysis of the illegitimacy of this kind of criticism by JOACHIM would be both desirable if at the same time by no means easy to attain. The reflections in which Grice has just been engaged, then, suggest to Grice two further items which might be added to a prospective subject matter of eschatology – or SUPRA-CATEGORIOLOGY _-, should such a discipline be allowed as legitimate. One would be a classification of the various kinds of impasse or aporia by theorists who engaged in the Aristotelian undertaking of attempting to systematize or unify material with which they are presented by this or that lay inquirer, such as Moore’s ‘ordinary-language speaker’ endowed caeteris paribus with common sense, together with a classification of the variety of responses which might be effective against such impasses. The other would be a thoroughgoing analysis of the boundary between legitimate and illegitimate imputations to a theorist of the sin of having “changed the subject." Beyond these additions Girce has one further suggestion. Sometimes the activities of the eschatologist or SUPRA-CATEGORIOLOGIST -- might involve the suggestion of a certain principle and some of the material embodied in that principle might contain the potentiality of independent life, a potentiality which it would be theoretically advantageous to explore. This further exploration might be regarded as being itself a proper occupation for the eschatologist. One example might be an examination of the theoretical notion of an alter ego, already noted as a notion which might be needed to surmount an impasse in the philosophical theory for the explanation of the word ‘philos’. Another example might be the kind of abstract development of such notions as movement, MOTVS, that which moves, and that which is moved, MOTVM, which is prominent in Aristotle's Metaphysics, which forms a substantial part of what is thought of as Aristotle's theology, or the science of the DIVINE. Grice does not, however, at this point attempt to expand further the shopping list for philosophical eschatology. Grice turns instead to a different but related topic, namely the possibility that in Plato's Republic we find a discussion of justice or THE JUST which does, as it stands, or would after a certain kind of reconstruction, serve as an example of an application of eschatology. Grice first develops this idea, and then at the conclusion of his presentation furnishes a summary account of its argument. L'immagine dell'albero delle scienze – e della filosofia come regina scientiarum, nelle parole di H. P. Grice, non a caso ripresa da Bacone e da Cartesio, è particolarmente fortunata, ma, soprattutto, agisce a lungo nella filosofia d’Europa l'aspirazione verso un corpus organico e unitario del sapere, verso una sistematica classificazione degl’elementi della realtà – H. P. GRICE, REALIA – Lectures on language and reality, Meaning Revisited: Language, Thought, and Reality. Non mancano, certo, suggestioni derivanti d’altre fonti e da altri ambienti di cultura, ma Lefèvre d’Etaples e Bovillus, Gregoire e l’italiano veneziano V., Alsted e Leibniz fanno preciso riferimento, affrontando questi problemi, ai testi di Lullo e a quelli del lullismo. A conclusioni griceane giunge il patrizio veneto V. che, nell’“Opus aureum,” riprende, modificandolo e integrandolo, il progetto dell'arbor scientiarum – H. P. Grice on FILOSOFIA REGINA SCIENTIARVM. Nel testo di V. il problema dell'albero delle scienze viene presentato come strettamente connesso con quello della formulazione delle regole della combinatoria. V. tratta la cognizione necessaria al raggiungimento della conoscenza degl’alberi. Sono gl’alberi dalla cui conoscenza dipende l'intera conoscenza degl’enti e che V. illustra con esempi. L’arte generale vada ridotta a questa impresa d’insegnare a moltiplicare i concetti e gl’argomenti all'infinito, mescolando le radici con le radici, le radici con le forme, gl’alberi con gl’alberi, e le regole con tutti questi e molti altri modi. L'interpretazione che vienne data delle figure dell'arte appare fortemente influenzata dal commento d’Agrippa e anche dalle tesi di BRUNO (si veda) nei suoi saggi mnemo-tecnici. Più che ad Agrippa e a BRUNO (si veda), V. si richiama tuttavia più volte a Scoto e allo scotismo -- de aliorum dictis non curamus, Scotum praeceptorem sequimur -- introducendo una dottrina dei PREDICATI (Grice: ‘shaggy’) assoluti e RELATIVI (Grice: “want”). L'esigenza di un'arte aurea nasce in ogni modo, anche in questo caso, dalla constatazione del carattere pluralistico e caotico dell'orbe intellettuale, della povertà delle cognizioni umane, dal bisogno d’un singulare ac mirabile artificium mediante il quale fosse possibile rendersi conto dell'ordine del cosmo al di là di una caoticità apparente e dar luogo ad una situazione nella quale gl’uomini, dopo infinite fatiche, potessero riposare perpetuamente e sicuramente all'ombra degli alberi della scienza -- Nec sine maximis incommoditatibus et multis vigiliis id perfecimus ut philosophiae imbuti valeant se aliquando ab infinitis ambagibus liberare et viri in scientiis consumati post infinitos labores peracti possint sub felici harum arborum umbra perpetuo et secure quiescere. Anche per V. le radici degl’alberi coincidevano con i principi dell'arte, mentre lo stesso ordine di successione dei vari principi vienne presentato come dipendente dalla natura. Magnitudo vero, quae est secunda radix, non fortuito primam sequitur, sed maximo naturae consilio. È proprio la scala naturae che forniva inoltre il criterio cui far ricorso nella difficile applicazione delle radici o principi dell'arte ai subiecta. Nell’uniforme applicazione di queste radici ai sudiecta è da impiegare la più grande diligenza bisogna osservare la scala della natura e tutto ciò che, nel grado inferiore, denota una perfezione priva di imperfezione, dev'essere attribuito al grado superiore. L'operazione attribuita alla PIETRA, che occupa il gradino infimo, dev'essere attribuita anche ai vegetali che occupano il secondo grado della scala naturale. Ciò che comporta una imperfezione, se conviene all'inferiore, non è da attribuire ad ogni superiore. Ne deriva che la contrarietas e la minoritas non devono essere attribuite al divino, anche se convengono alle cose inferiori. Il divino ordina secondo nove soggetti ed alberi la scala della natura. Colui che desidera sapere molte cose in ogni discilina si formi questa scala. Su V. cfr. CarrERAS y ARTAU, La filos. cristiana. Per la prima edizione dell'opera si veda RocenT Duran, Bibliografia. La citazione riportata nel testo dall'opus aureun: in quo omnia breviter explicantur quac Lullus tam in scientiaruni arbore quam arte generali tradit è ricavata dalla edizione ZETZNER. Orbum aerum. AUREUM SANE OPUS, IN QUO EA OMNIA BREVITER EXPLICANTUR, QUÆ SCIENTIARVM. V. Ex bibliolhcca majori Coll. Rom. Societ. Jesu AVREVM SANE OPVS, IN QVO EA OMNIA BREVITER EXPLICANTVR. QVffi scicnti*arumommuin Parcii«, LvLLVs, cam m fcicntiarum arbore, cp artc Krali AVTORE V. M, D, AVGVSTA VINDELICO-rum imprimebat Miclutcl ^ Mangcr» Coffl gratia et Priuilcgio S^CseCMay* ILLVSTRI ET CieN&KOSO BARONl DOMINO Antonio Fuggcro» Domino Kirchbergx di VVnnTenhoTni, Autorpcri pecuarobfrruaiuix er» g6 de dicai, 7: L.LVSTR . ET GENB- rofc vir, Mccognas perpetuo Iionore colcndc; quod tempua cranscgi Augufta > libcraliori' bus Citrrcuacionibus dandum cxi(limaui: quod piicarcm cflc curpifsimum ; G, quac c!a- baturcommendandi occafioi amc ncgligc^ rccun Ergo Ray mundi Lulli craditioncs ad- huc SchoIii$ brcvibus illuftravi : racus quip- pc, quod rcs, dignifsimam cflc ciufccmodi lcicquz digna efc cof^nicione fui. i Vaferif. Eu^anex dulcilsimagtona gencis. Prllege.quod fummz e(l dexcericacis,oput. Ha6Venus in cjrca iacuic caligine Lullus. in Uicem reuncacquem labor hi(cc novut* Hunc npc|legeris my Reria magna videbit, Quar nunquamdo^itvifa fucre prius« Addr quod tngenuas gremio comple(5licur artCi^ i Arcuquz verenomenhaberequeunt» Aucori mericas igicur perfolvico graces: £(rc Dcimunusnemonegarepocert« i (lNpiLVLLANy£ AR. * tiS R ARx^ EXPLICA- tioncm Valcri) dc Valc lijs VcninV M^xfma pirs iuhUit* nuva cm»fcifnt?a Lulli Raymfidi rxf.^^ac: pars quocp magna ncga^ Eccittcfrra ndfsfR, tradido^martt vlum; V jt Mcndacis ficriDzmonts arrf frtufir* '* Spiritus hos agirat cundlos c rroris aman'; Qut lovar cf mnunt optima dona facri« Pauca olim LuUus nobis pnrcf pta rcliquirs Volvlf quarafsidu^do^a catcrva manu: Hancctiam docuit Bruno lordanusad Albim ^ Irriguum, gratusquimibi doAorfrat» Tradidit at mctius, mihi crcdc, ValcriusiHc: Itala qucm gcnuit> Tcutona, tcrra. favcr« Maximushimc vfutdocurtcommittcrcprarfot Quar prodf quf nnc iam tibi doS» cohort*. Artc ncc c(l vfus Rc gts phlcgcthont is dC aftu ; AuAornon Darmon, (cd Drutarcitcric» £t liCiC f minf ac nuHut fplf ndor^ dccus^ Rcs tamcn c(l vcrbit antcfcrcnda bonit* Ert^o non duhica.quinccrca (cicnria rradi Raymundi pofsic: quaro capc, volvc>IC(;C Lf^(o lcAa placcc, lc ^am rraduciro adv fum* ^dgrauc ptinciphim; fru^hit amicusciib (> • - 1 AD LECTOREM. NOuiquidem, amice Lecflor.intereot quofdam eflTc qui fe fapientes cxiftimat, qui verborum potiu$,eIe^ •\tjam, quam al- Cifsimos fenfus curant« f^uni verb res ipfae ponderandse potius quam verba fuere* Mo- re etenim fcholafticorum quod vnico verbo cxplicare potui libentifsime feci^nec verbo' rum concinnitatem curauu Non fuit ociuoi crrata corrigendi. Candida igitur meor cc ipfe corrige, ac impreiroht currenti manui Hmul igQofcc^Valc» .M3;iOrD3JUA 1.lii ccl . -TJTrn m^: .. .. h INTENTIO AVTORIS EXPLICATVR, IXIT ANNIS ABHINC Raym»„. circiter irtccntii tnpgnii quidam Vir fummx e- Lullus uditionkdc fapientije,nccmi/iorii (Brfdn) fdn- fepp^ 6htdtis. nomine Raymundui tuUws, qui maxi^ ecqualisfu \ndm difficulatem in fcientijs quihuscunc^, confti* crit. ^tutam admirdns, dc edrundem inter fe uarietd^ ♦Duos l\. temcontempldnsyhominis miferidmdef>lorauit,quod longo tempo bros Lull» rislhdtioperdeuidfcientiarumerrdndo, uixtandem oh immenfum *c'^'pfif.ad laboremi non mmus confujdm quam exiguam rerum cognitionem aj- ., fequnetur: Cupiensq; Uterarum cultores db ooc feruitutls wg) /i» paradas. berdre^ dc breui temporis curriculo in fummdm omnium fcientiarum Qija re pau noticiam deducere : nefcio quo diuino dfflatui furorcy inter cxtctd ci ad noti- 9duos Ubros ddomncs fcientias djjequenddf confcripfit : quoruunum ciam artiu breucmdrtcm, dlterumucrbgcnerakmdppcUdt, cx quo poileriori "V. priorcm coUcgit.Veriim ob lon^m cxpcricntiam deindc cognofccns jjjyg^jJJJj* pdUcosddiUdrum cognitiottem deucnirt, tnm propter fin^Urc dc ^ arboa ddmirabilcdrtificium, quoda>ntincnt ; tiim ctim ob prxceptorum rcm rcien? pducitdtem,quibuiimmenfum fcientiarum chaos impUcatur, uoUiit tiaruiti clas mclariwi fentcntidm fuam cxpUcare; tdU amcn modo nc fdCra dpro- rui s _ L u 1 1 i phdnif contdmindripoffent, cr non nifi fummdlnffniddrcanorum •'■'^'ctu cx penetrdUddeguitdrcnc. Ad quod pcrdgendum Librum cdidit, quem nominarc uoUtit thrborcm fcientidrum, nec immcrito : quoniam ea cnciaru no omnid»qu4e db omnibui fcientijs unipoffuntcoprxhcdi, LihcriUe imeriro ra. qudtuordccim tintum arboribws di^inShts miro modo confiderat. lis dicicur. Q£icumddmdnusnofiriudeuencrit,curduimui mdiori, quam fieri Intetio Au poterdtffdciUtAtCteimUbrifenfumdperirc^a-circahoc unumton «hoiis clr^ noflrd mtctttioHcrfdtur. Qu^ddm cnim inutilid fubtrdximut i aU- ci^^od > qud ucrb uddcncccjfdrU ddiidunut;[lcutilpdrjim m toto opcre tcr» QuxprjB^ mpoteflyCt potijiimu in primaetquartx pttrtCy'mquaruprimi,pir^' cipuein pri ter animJtducrllonesin totoLuRiartificio siimc nccijjaridis fabricd' mx ct quar ^j-^j^ Catc^rias,ucL,ut uulg» intcUi^t prddicamcn qu£ cnti* AiK*-'fiiu coucnirc pofjunt, quxcuq-fint iflj fiucrcali4,fiueab iih- addira. tcUcCht fibricata.fluecrcatd ucl incrcatd.*Adiccimu^ mfupcr in fc Qnibusca- cunda parte arboriunicuic^proprixs formaSy ea omnia brcuitcrcx* regorixno pUcando^qux ad arborcmquamcunc^ rcducipotcrant. Intcrtiaut* ftrx conue j-o p^rte cr quarta proprio lAartemulta dcfumpfimuiy «t i«grnw/2 . cognofcere potcrunt: NecfJne maximis incommoditatibm cTmultis funHn*ia^ wgrZ/yj id pcrfecimus. ut VUlofophit imbuti ualcant fe aliquando ab nteaddira*. infinitis ambagibus libcrareya' Viriin fcicntijs confumati pofl infi* Quarchoc nitoslaborcs pcrxBcs pofsint fubfclictharumarBorum umbra per» opus Aut: petub CT fccure quicfccre. Isonrcprthcndant nosEloqucnti£ culto* cdcrcvolu resfirudi Mincrua in fcribcndo ufi fumuty quoniam fatis trit (ut ar» "j^*, bitramur) fi fub rudi cortice DoA Eloqucntcs fua ^loqucntid tie* Bonreprx* crgM^?4rf poftrint. Hi>«r ^Morww prxcognitio neccffaria c/? ad confequendam In fccuda, ftrbortmcognitioncm. infccundapartequatuordtcim arborum n4« turam icclarabimuSy ex quarum notitia tota entium cognttio depen» In tertia, dct^ I n tcrtia exemplis iUvftrabimus qu£ tum in prima quam in fet In 4ta.quf cuniapdrtetraduntur* In quirta uerb ct ultima moiumo^endt^ doccaniur p,^,^^ fpf^ gencralis ars Kaymundi adhoc opus fit rcduecndai cgrcgu, iQcdidoulteriiis multiplicare fcrme m infinitum conceptui» rfrgir* mnU utt cuiuscunq; dUctiut gentrk cmf>Uxd tim pro piYtc un4 quimfalpitmifceniordiiccscumridicibui, ndiccs cunformift dr^ bores cum arboribut CT rcgulM cum hii omtnbus^ CdUjsmuUiS De primaepartis divifione» PRtm4 pirs in quinq; partcs fubdiuiditur, in quarum primdrd* Principall». dicum ndturd arborts cuiuscunq; oflcnditur, Infecundd arbo ^^P^ ^jj rumfDLidnumerdntur,dcdccldrdntur, In tcrtid fvrmdrumcf [tntid expUcdtur^ In qudrtd qudJUonum uel reguUrum quidiitdi dc et * numcrui (locetuK. In quinta ucro cr uUimd animaduerfionesqud* ^t* ptc tuor prxccdentium.pdrtium ponuntur,qu4rumnoticidddLuUio mniu fecretiord intcUigenda c{t neccOfaridf ' " ponuncau ^ lecrcraLul DE R ADICIB VS in Communi» liinucaiga da. LOquuturi de principijs iUk uniuerfdUoribus qu£ quodUbct cn ti/s gemps circunda nt dtq; infcnfibilitcr pcnctrant, ncmpe dc Bo^ Enum erai nitdtc,Mdgnitudine, Duratiofie,Fotc(tdtc, Sdpientid uel cognitione.VoluntdteuiU^petitu, VirtUtCy Veritdtc» G/orw, D»^-* 5^,^- rcntidyConcorddntid^Contrdrietdtc, Principioy McH/o, Fwe, Miff^emid^ Concorddntid dc ContrdrietAtc» cum tribus pnmk rd- iicibm dbfolutis concordet : quid ficuti BonitM notdt effenlidmy Md" gnituio perjeBionem rei efjentidlem, cr Durdtio tiusitm rti fxi- S^entidmuel fubft^entidm, ficper Concoridntidm cr Diffrrtntidm habeturiettrminans cr ieterminjbilt tx quibu* unAconiunfbsrti cxifientidpeniet dc perfcCho. Cwttrdrietsiutro Durdtioni reffton» det, quonidm res extrd caufdm fudm exi^entcs Udrijs paj^ionibui af' ficiuntur,qudrum ratione uarijs quoq; oppofltionibm funt futie^^*. Stcuniuitriingulws qiti e{lie Principio, Meiio dc Fiiit cum tribu$ pofttrioribus rdiicibM optime conutmt, quid poffe operari quoi Foteftdtidifcribitur. Principiumrequirit^ quodeftauthor operdti- onfs. Cum Medio fsmbolum habet mdximum Sdpientid uel cognitio» O* t conutrfo, quid utluti Mtdium intcr duos limitts conftitutum tft, itd cr Sapicntid, inttr potentidm cognofctnttm cr cogmtuw obie» Oummeiiat.Tinlsutrodpprimi Appttitui ucl Voluntdti propor* tionatur. quia nihiiiefiieraturnifxob aliquem finem. Tertius cr ul. timus tridn^lu4 ie Sidioritdtt, Atqualitdte cr lAinoritdtt opti' mdmhabttSymmetridm,cumultimis tnbus raiictbus priork arii* nis. qudmfic ofieniitnui : Cum Virtute S\diorit4x mdximi conuenire iicitur.quid Virtuf eit fons ^ ortgomultirumoperdtionum.qu£ iuo maioritatem qudnidm infinudnt: Vcritati Atqualitds ti^iunfbl cum VeritMfitditqudtioquxidm uclsqudUtMeffentit di fuam i» iedm. Etdeniq;Gloridueldeleditiocumab ommbu4 non ^qualiter ftt pdrticipdtd,fed d quibufddm m mdiorigrddu (fifds tftfic bquiy Vdk cr ab alijs in minori, ah aUquihm proptic CT e&iuisjicuti cr uicifum iUa dc bonitate ^ ^*' (imo quodUbet dc quolibet cr de omnibut prxdicari dicitur) ideo efl iUis ratio cur bona. uocentur cr quatenui talia bonum producere pof* fint, Omnes igitur arbores acearum partes qu£cunq; d Bonitate ge- neraltbonjc dicuntur^a-ficutibonitas ffneralifefi fui ipfiut picnA^ cr cttenrum partium : (ic BonitM particulark datur. qut fui ipfi* B oniras q '/^ P^^' ^ aliarum partium, Tunc ^nerilis Bonitdt cfi fuiipfiut modo fit plcns, protit concernit bonificatiuum, bonipcare, crbonificabile^ plena fuii- Tunc uero diiirum partium pleuA exiflit, quanio per mgnituii* pfius. nem r magnA, per Durationem durans, atq; per cxterat radices td^ Bonitasqii Hf^i^ffndicaturdcBonitateinparticulari^s. Trunci, Brancharum aijar u m -^yy^ arborum partium. ConfimiUter quoq; dc unaquaq} radi* liulicplea. ^j^^^ j^ncenimfuiipfiuiplena erit, quando potcntiam proximant p proximm iffndi, a^m dc corrcUtmm connotihit» fcd exterarum partium, quinio 46 dijs earum limdituiinem fufcipiet^ JEjJent ipfi* ui Boniatis qudmpLurtm^ proprieaxtes defcribenix.quM Pythd^* rj(y Arijio : t^umeniusPUtonicuf, MercuriusTrime^ftMi P^' Dialo: fo> cr pUto enumerant, mter qu4s tlercu : Trim : ai Tatium loquens^ nouem dj^ignAt, quonidm txlium proprietdtum notio plurimum proi deji pro txornAniis conceptibus dcmeiijsdrgumentorum muenien* iiSy iequibu/idlidsuerbdfdciemws.VdriM uerb Boniatis iiuifiones tu ipfe ooUigito ex iiuajd drborum iiflm^one : ii^ poterk obfer* UdreicdUjsrdiicibus» De Magnftudinc» MAgnituio efl ens rdtione cuius omnes rdiices funt mkgnt dc q^\^ (Jj c£terd entid. Cuiui iefinitionis pdrtes confwiili moiofunt Mzgnhii» explicdnixyjicuti m Bomafff iefinitione explicdtx funt. do. t(.cf}dt tintum ofleniere plures mdgnituiinls dcceptiones,quje tres Variz ma- funt nempCy uirtutky moliSyVoperdtiomim, qud^ LuUm optbneco gnitudinis gnouitium lnquit» Mdgnituio cfl ambiens omnes extremiates ef. ^cccpiio- ftnii, pcr qux ucrbd inmit triplex effe^f effcntit cr fpiritudle^ cui conuenit primum mdgnitudinis grnw icquoabunic dicctur m Cdte* ^rid QUdntititis : aliuiefl efje ccrporeumy cuimagmtuio molis ac uirtutiscompetit. Tertiumefieffcm d6kperoperdtioncm, cui re* lj)onietoperdtionummdgnituio. Et h£c ultimd magnitudo multif moiis uariatur, flcuti cr udrix funtoperdtionum jf>ccics, rcalcs, in Va rix ope^ tentionAles j immanenteSy trdnfeuntes : ndturdlcs^ dcciicntalcs : rationum proprit, dppropridt£ : re^it, refiexjc : fj>irituales, corporalcs % ^P^cics, necclfdri£y contmffntes : inftdntdnex, cr in tempore faiit i fj mlt£ diix qut Philofophis cr Thcologts funt nott, De Duratione, c l^urdtio Daratioqd T^Vrj^io eftensy per quoi rddices cmnesdcrdiquientUda* (i u I J rdnt: V multiplex efi. Qu^eddm enim uocdtur timput conttp Multiplex nuum, qud res fuccefiiu^e dimcfurdntur^ utmotui omnes.Mid duratio» jfQcafur Aeuum, qud fj>iritudles fubftdntix finita nec non corpore£, absc^ udridtione fuccefiiud conJiderdt£ mefurdntur. Vltimd uerb Ae* ternitds dppeUdtur, qut foU Deo compctit, nec fucce^ionem dlU qudmuclmutxtioncmflgnificdt. liec eft cenfendum Deum menfurd- f.li:sntiar. ridurdtionedliqudycummenfurd menfurdtoflt prior digniate uel i.q.dift: - HAturd :atq; finitis folum conueniens ut mquit Cdpreolus^Et Ucet dim Quomodo cdtur,€ternitdtemT:>eieffemenfuram,ficdicituryquid Deusa nobk ^ternitas^ 4pprffc««eciefu4 titu aftiuo conferudndd. Ex quibus uerbis pdtet eum mtcUigerc dc ddiuoi intelligai. quem omnid entidhdbent,quidindliqucm finemtendunt. £t ndtU' rdUs cft, qui ndturdlcm pr/fupponit cognitionemy qut longe melius Cognitio Dirigentis cognitio potcft nomindriDci f benediBi omnid, in fuos Dirigctis. p^^^ perduccntk. Sic homo. m fuum finem tendens^ ndturdUm hdbet dppetitum, idemdcbrutisdicds, licctddutilidprofcquendd, crno- ciuduitdndd in hominedcbrutodUus dppetitus uigcdt didusq; fen* In h oiet ret ^n^s cum his, qui Voluntdjs dicitur eft in eodem homine, quo •ppctitui. ^^p^^ .^p,^ j^^^^ utendK, cr Htitur f-utndis^ Dc Virtute ANDREIA Vlrtusellori^unionkridicumomnium. Et orituruirtwthjtc Qu\d Virt» A rciunitxteyqudtcnut dClum proprium rcs cAdemuirtuose ^ ^ndc o- producit.EtutprobcinteUi^s. tiibiLaliudejl uirtus (qum intcUismui)qudmfacultdfilld innAtxrei,qu4 eliciuntur operatiof yj^j,^ nes conformes. Et dilHnguiturdPotejldte optrdtiomm, de qud fuf j^u^j^ ^jj prdloquutifumuiyquidPotefldsantumdicit non rcpugnjjitidm ai ftinguicur. operdndum : Virtus uero toUit utiq; rcpugndntidm, cr prxtercd co. notitm opcrdntehdbiliatemuelproprieatem qudnddm fccundum qudm conjimiUs operdtio producitur. Nim^J prolixui clfemlimultas tiirtutkJpeciesdcfcriberem.Tuipfcdifcurre per drbores omnes dc per omnium drborum pdrtes, v^cudrids diftm^bones.dc mfinitum mmerum proprieatum hdrum^ uel uirtutum inuenies. Difcrimen timenfdcito mterinnAtds uirtutesdcquifitM, cr infufds^ Dc Vcritate* VEritd/Sy efl id quoduerum e{l de rddicibuff cr de omnibus enti» Qutd Vcri. bws. Qtt£ueritdi uclref^icitreiexiftentidm, uel eiusdem ef^ tai. fentidm. Siextjlemidmy tunchdbetur ueritds cont'mffns:cr Veritas qe- iftomodo propolifiones de fecundo ddidcente fintuerje cr etidm de >£»ltciiiiam tertio ddiacente in contivffnti mdterid : fi ii notit propofttio quod d p p ^ j j, pdrtereifuit ueleft. Si dutcm effentiam ueritds rejficit, tuncneceffd- ^^^^ xiAeftcumeffcntis ed notet, qux tjliterfuntuniti.quoiunumline cundo et glio cjfe nonpo^it, V unum eftdceffentiddlterimcrdmbounum tcnio vcr£* tertium conftituunU Dc Gloria vel Dckflatione* Lorid eft ipfd deleSkLtioy in qua rddices omnes cr cxterd en- ^.^V* tid duiefcunt, Notxre oportet, quoddc rdtiont Gloric duo S -* funtJciUcctquodquiefcdt,cr delea&tmem prxbedt, quo» ^tio^gio. nmdUcrumfiremoutbisGlori^mnoncognofcef.lidm Lapif fur fj, coSdd. C > fmn und^ G fum detentuf ((uiefcit cettejei non dcle^tur. Hkceli^ quod fton efi gloriofut* Homines quoe^ muninnif deUdantur^quU tnmeneorum Cloria im - appetitut non efi fitUTy iieo glorioji non funt^ Clorid boc m looo Droprieco proprieconliierdturyfcilicct pro qudcunt^ completa, dcle^tiont, hdctzi hic rciconueniente, feicum quictej quAomnidfruuntur. VropriA autem Gloria pro Gbrid duplex c/?, qutediam »«cre4ta, qua Deui bedtuicj} fruenio fem pria cft du- jrfircri uerb crwt» dicitur^ qudtenwt m cretturd recipitur, «b P wcrcdto tmen Dfo, prmcipdliter in uolunntem proiuih» cr a>/w EpUog* cs r^^*^'^^^ totim dnima rffentidm rdtiomiH credtura. Ef fic hd' orum qux besnouemdbfolut44rdiices,qu4rumprimatresdrboribufCTedrum diCtk (Unt. pdrtibuf tribuunt cffentidm, perfe&ionem efjentix, CT Durdtionem Utl e%ifltntidm,Tres uerohdx immeiidte fequentes, potentidm ope» rdniiyiuplicioperdniimodoqudUficdam fignificint, uiieUcet ru^ turdli, quiper Cogtutionem inteUi^tur, c^Libero, qui per dppeti- tuM expiicdtur. Per ultimds dutemy Gloridm, f cr que edm prace*. iunt, inteUigefinemt Seidirejpe£hud(rdiices efl ieuemenium,qu£ Arboribm extrirtfecum effe Ur^untur, z^multum fdciuiH di cognot'^ ftenidm Mturm cuiuscunq; rei, De Differcntia* Quid DiU T^TCplicdtkdcdteUrdlkdbfohitkrdiicibuf^refidt ul idrtjffe*. fercntia. f^jSiudrum iecUrdtionem ieuenidmut. ?riu* amen quaidn prrmittere uolumat qut fumme fluiiofi obfcrudre iebent. \Ha Kota, ter omnid hoc prtcipuum efl^ ne rdiices iflx fumdntur pro dbfolHtB edrum effe^ dlids mdximd fidtim oriretur confufio, mter prioret CT hMrdiices,qu£Confuflocdufdr€tur, quoineq; reindturdexplicdri poffet, necminut m probdnio, iocenio, uel confuttnio iuuenk fuum Qualitcr confequereturpropofitum. Confidereturigitiir Diffvrentidnonpf Diffcretia dbfolutoiUo,quo abfoluaresdbdliddiffrrt,fiuehoc Jf>e&tddiiffi^ fit confidc- rentidmcommunem, propridmyCrjpecificdm ifedpro reUtione iU U, qu£ m bkfuni4t«r, cr ii(m inteii^tur dt Concorddntid, Coit* tftm* m ff trdrieate icatijs. Ex quibui pdtim errormdttiftfiaidppdutliettri- Ettot €iComelij Agnpp£,quirddicesiUdiUtlpr'mci{>id,fubdbfolutoelfe g''PP»» confiderdt.Vir ijle do^j^imut.qudndo de Mdgnitudine loquitur,qu€ ^eopdriterwmittAtur dbfolutum principium iUdm difiinguit, in uirtudlemy m corp&redm ; qu£ dicitur Mdgnitudo molky cr m iUdm qujt m opcrdtionibui rcperitur.VirtudUs Mdgnitudoiex D.Augufli li.'^.dcTifc nifententid i nobis m cdp : dt Magnitudine dUe^a^nibildUud eji,q ♦ perfeBio fffentit^ qud perfrBione dliquod unum db dlioejfentiiUter diffrtt qu£ dUo nomine fi>ecificd uel DifjircHtid magis proprid, uo* cdtur, qudm idemmet Agrippd mcdpide Difftrentid fub rdtionet' ddem quoq;confid(rdt.dum diuidit Dijfrrentidm incommunem,pro* pridm» cr magls propridm:quod fuperfluum efl CT uitium^cum prx» dicdtihxccr priordhdbedntoppoflamnuturdmy V eonfequenter oppofltum conftderdndi modum» hoc etidm contrdintentionem ^ y^. huUi omnino uidetttr, qui dumdeflnitDiffrrentuim, inquit,Diffr» grippx, eft retidefiid, rdtioecuiHfBomtM,Mdgnitudoetc;funtrdtiones incon^ contraLui fuf£. SiinteUigeret ipfenonde reldtione,fed de re dbfobtd,no diceret: lum. Bifjrretid efl idyrdtioecuiusBonitd/t etc:funtrdtionesincdfuf£f AnU Animad- mdduertendus quo^ efi ordo fuprddfiigndtusycuius cognitionon pd. Tum efl utilfs ddfoluendum drgumentit Kec minus principid hxcy o* mnibut tX quibufcun^ entibus conueniunt, qudm dbfolua» li£ccuM dignd fcitu dc necefftrid effedrbitnremur, omittere nokimu^, ne i- gnordntit uelnegUffnti^e ttotd reSnrdtione nos fludiofl crimindri foflent, Modo expUcemus Diffcrentidw, Diffrrentid efl idy rdtiont DifferelU cuius rddices omnes cr cxterd entid funt inconfufd CT diflindi.Quid quid! fddix ifld efl fummte utilitdtis utter entid omnid^ i qud omnk ornd* tusdcpulchritudo mdximd, dtpendet: nonpiffbit eius Utifiimdm nd* turdm oflendere, ut difcrimen omne uel diuerfltdtem inter res omnes ^dre cr perff>icue cognofcdtur. Totd DiffvrentiiC ndturd dd h£c cd» DtfTeretrx pitd reducitur ^f dd DiMi/io/iew, DiflinHioncm cr No« identitdtem* ^ ca pica» Etifidtridflcddinuicmfunt ordindtdy quod fecundumefl fuperiui ^rdo. it Quare di- y?{„(ffoy ab aUjs duabus pcrfonts, crtamennon elidiuifusabiUis; uiliono fit quiidiuijiofempcro' in quocunq; reperiatur, notat imperjiBio* in diuinis. ^cctidm in corporcis tantum inucnitur cuiufmodinon efl Deus^ difiindiouerojiperji^ionemdUqudmnon lignificdt neq; imptrfe^ Noniden aionem^l\omdentitisuerb,efidddifiin(iioncmfuperior, quid qus liutis rta funtinttrfedijUnihyparittrfunt^ noneadem:nontamcn ftquitur: tura& in q f^qu£funtnoneddem,effediflin{bi,qHoniam KonidentitM repcri* b»inueu£. ^^^ pojitiud,uehfjirmdtiud,dutucrdentid, fcde- tim hdbct locum inttrentia, quorum unum tjlajjlirmdtiuum CT aU* ud nt^tiuum, ut intcr tffe c non cffe : unum pojitiuum cr aliud pri' udtiuum, ueluti inter uifum CT cxcitdtem ; unum ucrum cr dliud fi» {btium, jicuti inttrPetrumcChimxrdmiCretim mtercd, quo* rum unum dChiaUter txijlit, aUerum dutem nequdquam, qucmdd* modum mtcr Pctrum, quinunc efi, cr Antichriflum creandum, fei D*ninaio hkreperitur, quorum quodlibet pofitiuum efi, utputd ubi fic. i^'»* ^ftrum tT Paulum. Ef Ucet pro ne^tio noflro, tam diuifio quam dijiindio, fy nonidentitdf fint neceffdrid : dttdmen dijimdio mdiorcm exhibet oommodititem, quid de rdroentidne^tiua, imt poj^ibtUd dd exifiere, cr priudtiud ueniunt confidcrdndd,qut ptr nonidentitdtem poffunt feiunp, ideode Difimdione cr eiu4 Jpeciea bus loqudmur. Si tamen dUjs partibus uti erit opiis, earum naturd 4C OCto difli- '/^'"^'^«'^cb/f qu£di(kifunt manijrfij reUnquitur. Ododiftinaio* ftionu ge- numffnerj,crtotidemidentitdtum,ATheolo^rum omnium Vrm» nera. cipe fubtiUj^imo Scoto funt exco^tatd: quorum ufus m fcientijs quii bufcunqx tft udlie necrffnrius pro ueritate inds^nid CTfdlfitdte co$ gnofcendd. Dediftindiombus ftjtim erit fermo fed de identitatibuf, Primu ge», in fequentibus, ubitrdMitur dc Concorddntid. Vrimm Diftinfiio» nhffnus t7 tiUffnm uocdtur diHm^ordtionkiqut irdtmAli pottntUori^* ntm ducit, m quantum tandem rtm ab ilUmet di'iinguity ftcunduni gUum er dlium conftdtrdndimodum. Ctrtum tft» quod bomo m pro^ pofltiont dUqud confidtrdtus ut fubijciturt ut prttdicdtur.dfei^ pfodiflm^itur, qutmddmodumcrpricdicdtumJifuhit^h i non rtt gUdi/lm&ionttquididemAftipfo rtalittr diuidi non pottfl, i^tur fdtiondUy quonidm tsUf di/lmfbo folum rdtionH bcntfcio tfi mutn* m^Stcundumffnuttlly diftm(ho txnAturdrei:queinttriUdmuf • mtur,dtquU>us contrddiBorii pr^dicaa utri prxdicdntur,uel ndti funtpradicdri^nuUomttUt^concurrcnte, qbtorum tiltm n^tu* rdm,Pcutipottfldici(inquiuntScDtift4tcbtntydt InttUt^ Dti, crVoUintxtt* inttUt^UiStnimDticumtfftntiddiuinAdd ¥iUj ^nt* IntcIIc£luf rdtiontm concurrit, cr non uoluntM : cr concurrcrt» cr non wncur* ^* rtrt funt contrddidorid : inttr inttUe^m igitur cr uoluntdtem, di ^^[J,* pinHio tx ttAturd reioonfurgit. \dtm dicunt dt ffftntid diuinA cr r« Essetifbci Utionibui perfonAUbut ; quiddutinA tjjentid tribut diuinis ptrfonk 4 rcUtioiii- tommunit txiftit^ non duttm rtUtionts ptrfonAUs, erg) tx rti UAtu- but diftiiu. rd iUd db his dtftinguitur.Ntedtfunt incrtdtk infinitd txtmpU. qu£ ^^0* trtuitdtis gratuomittimut. Ttrtium grnwcft, diftinSho /ormaUs : 3™' S^" • CinteriUdeft^quorumunumdliudnonincUidit in primo modo di» ctndi ptr ft, cr hocmodo fuptrius quodUbttibinfrrioritftdiftinm ibimiCnoni contrd j utl iUa, qut habtne diutrfxf dtfin> tiones, dt- . fcriptionts, uel uarios conctptus k parte reiy hac difiin^bont funt dif ftin^.ftcutihomo O" fuarifibiUtis. Quartum gf/J«4c/^, dtftindio 4111 gen% modaliSyqu£oriturinttrtlJentUmrtiaUcuiui,Gr fuummodum in* irinftcum: quxdcfaciU pottft inueniri inter aWedinis cffcntimt CT 'grddus eiuidtm ptrfiSbonaUs: utlinter effentUm caUditatls,CT fuos grddus : utl inter Dti effentiam cr infinitatem (fcoc uerum prdfup» ponendo.quodinfinitds fit modm intrinfecw in Dro, ut omnts fire Scotifiit parioonftnfu affirmdnt) utl inter unum modum intrinfccum cr dUum, uti inutnitur inttr grddut dWtdinis CT tiut txifttntiam» Cmintumffnuitft dijlinibo rcdUSfqujcconfurgittxrt cr rt. Rts ^m.gen*. D in proi tt m propoPto dccipitur pro eo omm, quod poteft corrumpi cr defiru^ alio remancnte cr ccontrd, ut dlbedot qu£ potefl deflrui fubie^ mdnente,reaUterifubie£hdif}in^itury idem dtcatur de nigredin» tyalijsaccidentibuiy cr deomnibus fubflantijs primit. lUa quoc^ res nominantury quorum unum cft ffnerans,cr aliud genitum^ cr hoc li : prim 0 "» tiocdtW.fedinahliritShyUt nifjvrentU ultimd Vttri» eli VetreitM, if{£ dijlindiones omne genut entis circundgnt, omnesq; prtter penuUimdm conueniunt (fuo modo) entibut d ratione fabri ^^^^ ecies confiituit, fgntiz fpci quarum priorrepe^itur intcr fenfudle cr fcnfudle, quemddmodum LuWo afi> inter Uominem cr Afinum. Secundam confittuit inter fenfuale cr w« ngn»cH expUcdt£ continentur, qufrftt- tuendum. Optimatdmeneflintcr 'tnteUc(fuale cr inteUeftudle con* corddntid, ueluti dc intcUe^bt cr uoUintdte poteft cognofci, qu£ cb eorum lf>iritudlem nAturam nontdntum in cffcntid conueniunt.fedf tidm in operdtionibu/ty quid quod uoUintas acceptdtvel refutat, idtm inteUeduscognouit. Hoc femper animdduertendo : quod frnfudledC» cipitur pro iUd re.qMC fenfu priM cognofcitur, cr inteU edti pojieri* us : fed per inteUeii Udle id tdntum conpderatur : quod ab inteUedu ^uocUnq; modo cognofcitur. Adhas concorddnridx uel fccundum Lul - lum dPignAtdSy uelfecundum Scotifldrum fubtiUtdtes, concordanti^ f. omnes proculdubio reducuntur : uerum fi numerum infinitum hdrum ?rkadiin'/ identHdtumtibicompdrdreuolueris,poterhhoc utH medio', difcur^ finitasidci rendo uideticet per quvnq; prxdicdbiUdy per decem prtdicdmentd^ dtates« pcr oMecim prfdicdtd uel rddices Lwlli, cr demum per formds : i« iemobferudrepoterii dd muUipUcdndum quoicunq; prtdicdtam^ tamdbfolutumqttdmrejpe^liuumyrecurrendoetidm dd nouem fub* ie^ cr reguUs uel quxftiones, DcContrarictate vcl Oppofitionc^ NOn efl oput muUd expendere in iecldranio quiifit oppofltioi cum A Difjvrentid uel Di{iin(iione, ic qud fuprd locutifumws, nonmuUumfltiiucrfd^nonmUdtdmcn diiucemus ut huiui Contrarie- ^i^ ^i fi^^' ^ontrdrietd* fk iefinitun Us quid ? Zontrsrietd/i f quorunidm mutua reflflentid. Pro cuius iefimtiontt expUcdtione fcirc opottet : hic non lo^ui nos ie contrdrietdte iUd, proprid^ 1 »3 pTopriiy qu£intcr qudtuor primM qualitdtts inucnitur : quoniamin de (^ua co- ommbas cnt^us, nmpc rdtiondlibui dc rcdlibuflocumhdhcrcnon tf*iictate potc{t,nc(^ de cd inuUigcndum ciitdc qu^Antoniut Andredt loqui* Ij!^ tur:cuifcxproprictdtesconucnirctcit4tur,qudmq;ftridjim oppo^ taph?* Q 6 fitioncm ucl contrdrictdttm uocdt* Scdbic Contrdrictdf confidcrdn^ • *i* • dd pro qudcunqi oppofitionc, qudtenus unum dlteri opponitur ; fiuc mcdidtc ucLimmcdidtc : compLcxc uel incomplcxc^ ticc imdgind* ridcbes tdndcm cffercmcum Dtffcrcntid: quid Diffirtntim confi- "nttio r r ^ n contrarics dcrdmi'4yUtpcr cdm enttd inconiu^ rcmdncant ; Oppofitioncm jjjj, ^ ^jj^; autcmutnonfolum rcs dijlingiidntur» fcd ctidm intcr fc qudnddm fcrcntia» pugndm hdbcdnt, Secus ctenim rdtiondlUdif confidcrdtur ; pro ut db irrdtiondlitdtc diiiinffiitur ; CT qudtcnm irrdtionalitdti opponitur, quid oppofitio rcpugndntiam dicit, cr nc^t, id pojje ficri,quod eS' dem rcs fccundum idcm cr fimul oppofitd in fc habeat ; diilin^io ttc- rbineodemacjlmulinucniripoteit.lnfuperoppolitio ucra interea cjfe dicitur^ qu Ex multorum dccidentim com» Inultrq.Ii: munimcognitioncuirtutcintcMuidifcurrentiiydeuenitur in cot i. PoHc ^nitionm alicuim proprij, quodq; m fu£ caufe notitidm ducit, dtf» fircntue uidelicet effcntialis, eciem reptjefentdtum, cum tddem potentid conneBit, Medium dUud dicitur menfurt, de quo R4>: hxcponit exempld, mquiens: Sicut centrum. quod eft m me» dio loco circuU; cr cdUftcere., quod eii in medio calefdcientis CT cc* E X citi xt uesdiciturTink nt^tionk : quo iUd tfu^percorruptionem quomm docunq; confideratdm fuum ejje ptrdunt, finiutttur. Tertia CT uUit Wd nomindtury priuattonkt quid priudtiofub ratione finis termtndt» Zthocmododdc£ciatemuifuitermindtur^ Cr dd furditdtem dudi» twtt Hkq; tribut /peciebuf Fink» uel und dut dudbui^ tntid omnid tetm mindntur, ut difcurrenti per arbores omnes dc tdrumpdrtesfdtk poteflpdtert. De Maioritate, VdmuU dUquod unum ens dlio mdiwt dici pofiit^ rdtiont dlh quot prxdicdtorum abfolutorum^ uclrrfpeiliuorum,dut forp 'marumy ueldeniq^ultimi fubie^ii, fub quo nouem dccidentif prxdicdmentd continentury tres tdmen Mdioritatk J)>ecies dfignarc tres Maio- poffumus, ddquas omnes dUjereduci poffunt. Maioritas quxdam in»' nutisrpes. uenitur mter fubfiantidmdcfubftantiam.quxdttenditur penes wi- iorem cr minorem effcntix perfidionem : ty fic Homo t{t Afino mdior. Pdid interfubftdntidmtjdccidens i quemadmodum ejl intet Hominem dc eiut qudntitdtem. Et qu^dam dlid inter dccidens cr 4C# cidens ddtur, ficutitxempUficaripoteft de omniquaUtatt per com» pdrdtionem dd qudntitdtem, cr de omni dccidente /piritudU refpedm MaToritat corporei. ^iecdUudeji Mdioritdt, qulm ratiOy qud dUquo di&crum quid ? modorum unum ejl aUo maiwt^ ucl pluribm. Et hoc in loco fubflanti4 dccipiturnon tdntum pro corporea, fed ttidm ^iritudUdc infinits» DeJEqualitate» *ICQttdUtdfin hoc toco dccipitur^ non ut tfl pafiio qujntitdtk prxdicdmetttdlk, fedqudtenus cum ente conucrtitur trdnfcen» dtntifiimo: cr in hoc diffirt x Concorddntid : quid A equdUtds efl eiu4 ^qualitaj finis. AequdUtat inuenitur inter fubflantiam cr fubflantiam ; ficuti auuir""*'* '«^«•'«4iwe^uis rddicibui omnes entium f^ecies cir» €uit. In diuinis amen nec Mdioritdi nec^ Minoritds bcum bdbet,qui4 iftorum uter^ imperfifhonem mdximdm pgnificdt, Hxc dc rddici^ bus tm dbfoUitis qum rejpe^uis dida fint, DE NOVEM CATEGORIIS transcendencibus -- H.P. GRICE J L AUSTIN CATEGORIAE -- D^^cUrdtis principijs dbfolutk cr reJpeHiuky qu£ m uha qudq^ drbcMre pro rddicibui funt prmda^ reftdt ut fecundo U>* co de folijSy qux omnibui drboribuf pro fiuQuum conferudti* cnty dc totiui arboris oruAmento funt communidy pertrddnnus. Et ^?.^^^J^ Ucet dUqudntulum d trdmitcLuUidecUnauerimus itt modo trddendo, ciinau quotmcredtis quAm diuinis drboribus htc omnia. filid oonuenire popint: qu4C dpud Peripdteticos nouem dccidentis prttdicdment» ho« €Mtur : ignofcdnt t^men nobis LuUimatoreSj quidii obftrudre «0* Qnire Aii- luimui,ut conceptuum dr^imentOYumlonglor ftticfUi qudcUn^ thora Lul ntdtcridhabcretur. Hjecetcnim trdnfcendentifiimd confiderarc n*. lo dcclincc ^^jp, . p^^^ realiquolibet Ente CT rdtiondU prxdicdri co^dcrari^ poj^wf. qutre/pe^h Entis trdnfcendentipimi mfrriordfunt; fed dt dcbcat iftx principijsquoq; tdmabfolutis qudmrefpediuls, qux cum Ente iHo CJitcgo rix. conuertuntury CT dequibut fstis fuprd egimm. Quibut prdmi^^, di unmcuiuAq^ contempUtioncm ueniendum efl. De Quantitatetranfccnclcntiffima* Quantita- Vdntitecies ponimus, quarum primd continud nomindturt tjnuactd^i- dUerd difcrea^ Contimd quidem efl in quintum perfiHio copuUt «• fcreta. napotentidm proximam, aShimy correUtiuum ;utifl quis homi- Continaa nis cfJentUlem perfeftionem contempletury de qud efl pr^fens nodrd quid Gc. conflderdtioyfl fldtim ddaiium reducdtur, potentUm proximdm uo- eamui, eddem ucro proximd potentU in ddum dedu^bi» dum efl m uiiddbominis produiiionem, diius uocdtur^ cr ipfum produdutn dppeUdre debemui terminum potentitt» uel producentis correUti- uum. Qtit trU 4 LkDo iccipiunturmiUe in locis pro 1 VO, ARE CT Quid fcet BILE ; quorum primum refpondet potentix proximxj fecundum ds luu, Afc,6c fiui. cr tertium correUtiuo. Difcretx auttm Quantit^ nafcitur d difftrentUyquteflinterperfrdionemuniusentiscr dUeritn. Cuius n^^^nStll^ rei ddbimut excmpUimt m his, quibut hiccqudntitss repugnare uide qn]^ (^^. tury ut LuUifbidiofws tuto pof^U unicuiq; enti appUcare. Diuinuit i»* Exemplu teUe^uiCTUoUtntdS tiUs funtnaturx, quod fldefiniripofftnt^alUm de difcrct* fhrmilem inteUe^atrationemhabtrct, cr aUdmuoLuntM : fcd quU Quatitaia definitione nequcunt d nobU intcUigiy eorum tamen d£tus neceffarij aUud fatii decUrdnt cr mdnifefldnt ; quorum unu^ tfl Filij generatio, £ 4 quim* duarein- quimttUefiulconuenitidUtruerh, Spirimfdniii fpintio, qul tcllea* Dei yi„^uolunntidttribuitur : quitmtniiiutlicproprid determindn^ no ficprin- py^„cipid cum effentid requirunty ut «nw, nempe, generdre, k di &uSlG^ uoluntdtc,Grdlter fc:fpirdre, dbinteUeaunonpojiit ejjc. Nec dli' taigeiicra- dmrdtioncminuenircquispotcrit, niPquiddiuiniintclle{iut cr tto- di. luntAtisdlid^dlideflrdtiotcrtn hdcdiftindioncdifcretdqudntitM Quantitas confiftit. \dem dc tribwidiuinu pcrfonis cenlcd^^qux Ucet cd ratto^ diicrcta in ffg^qu^incffentidconucniuntynonftntdifcrct^ : tdmen in qudntum dTuinas"" pernotiondlefpropricatesdiftinguuntur.difcrctd qudntitdx cisco* pericur. P'^*^ • P^** continuidiuifionemcdufdturyjicutipr^dicdmcn- Latittlao tdUsJedunumquodq; ensndturdlittrfequitur. Ethactfttdntxld* quatiuiis. titudinis, ut cr qudntitdti ipft prxdicdmcntdU conucnire dicdtur: fed pr£dicdmentdlis,finitis tdntum a^Umitdtis rebmy de qud kri&l uidcinprxdicdmentis, De Qualitate» POftQudntitdtisconfidehitionem fequitur QUdUtdtis conteMi pldtio.quam ftc dcfcribcrc pldcet^ Qu^Utdfcft uniuscuiusi^ " entislecunddridperfraio,fiu€ proprU, fiuc dpproprUtd. U quid huiwi defcriptionitpdrtesdecldrdtioneeffnt, id fdcercnon pU pbit, Dicitur perfcd.io fecunddrid^ ut Qudlitdtis CT QUdntitdtit difcrimencognofcdtur Sdtisemmexdidisin cdpite dc Qudntitdte pdtetj ibi efftntidlm perfrdionem confiderdH : hic dutem iUdmyqux Diam* inco, fcd pnite crcdttt, drborum rd^ dicibws,ut rddiccs funt itruncis uero ut potcntid funt brdnch£, rd» mi, foUd, fiores v fiuilus^ Sed dd Keldtionem fermonem rftr/^m w. R Dc Rclatione^ l£ldtionumcognitiofdtkdifficiUscli\quidoh cdrum debilcm DeRclatTo cffentiamfunddmenturcquirut,dquohdbentxffciet terminu, f^^nda- quofuumcomplctum cfjewnfequuntur, quitcrminusinfub "^cco&tcr f Jldntijs 34 jiintijs cr abfolutk non ejl cotrtUtiuumy fcd abfolufumy In quo cor* rcUtiui reUtio funddtwr : qu£ dcfdciU non a>gnofcumur, cr ipfnm ReUcionis yeUtionemqualiobfcurdnt. Scd iaiReUtioadqujtiCunq;reUtioncs dcfiniuo. communii dejinitur^ ReUtio eftratio, qua unum ad aliud refertur, ut de paternitdteo' fiUationc oftenditur :hje etenim dux reUtiones faciunty quodfuppojitum uel perfona um. aliam rej^iciat^ \t abfo* DiuiHo re- pa i ls iJJiud filij per paternitatemy cr fiUj abfoUitum reiie piratio Patri cr Ftlio in tffeconfii^ tutis (quajiyaducHiens, c:rji>iratiopaj?iua qua Spiritus fanQus i» effeperfonAUconjiituitur, jujlinendocum D. ihoma Franc* Mayi Scoto, pcrfonof diuinas reUtiua ZT non abfoUta proprietate in idaS in*^' ^lJ^P^f''*^ Siih reaU quoq; reUtionc conjidxrantur re> concincli^ idftoncfiH^, quadogici conjiderant atq; dijiingiiunt m reUtiones p h -^ca ^^c ^* ^'^^ membrum primx diuijionfs Adaiiqd. iccipiatur, quddam pariter in Deo repcriuntur, dc quibut fuprx Quare rela memionemjvcimu4, incapitedc Quantitatc ;qux ideo non dicuntur tiones rois ReUtionesrationif,quiaab mteU€^fabricantur: fcd quia non o- inDconnt mnes conditiones eis conueniunt, qux ad realem funt requijitx^ Dc Kclaiion ^"^* matcria,jicupls arcanA cognofarcy Scotijiaf confulc. Qjjxdam creac«, ^'^^ f**^ creats, qu£ ab inteUc&isa^bi dcpendcnc, ut identitas imdem adfcipfum ; cr dijlin^o eiusdem afeipjo, prout idcm in pro* pofitionc Apartc fubieSU vprxiicdti concipitur at^ prxiicatunt Relationii a fubicSh cfl dijiinChimtBtharumreUtionum cognitio cfl ualde «r# ncfclT^*^ c^fi/rfrWj quia meriiante KeUtione cr habitudine (quam r^ices cu» itttcunq; arbork habentadtruncum^crtrunciadbranchai, crbran- ch£ ad ramos ; cr/?c dc ommbus arborum partibw) carundem cjjen» lU cognofcitur, Df A&oiu^ l i1 De Adionc^ VT didiuin^A crhumdndx optrationtt, immdnentes ucl trdns- euntes confcendcre pof^k: banc breuem ipfiws aBionis notato defcriptionem, aHio efi refpeCks operantis di operitum: \Ci\oU de- nondicimui dffmis 4d pdffum.ite Utijiimui aShonis ^nsin riuulum fcriptio o- tuaiat. Affns emm cum pafjum rcjj>iciatt cf tn DtonuUumjit paf pJim** fum, cum imperfvdiotum arguat^ ncc a^ntis ai paffum rejpe^ks 'tffe potefi : cr tamen funt ibi operationes ac produSbones : operati' 'ones quiiemy prout Deus effentiam inteUi^t, cr taniem fumme d* Ptdt : proiu&iones uero in quantum iiem Dews, ut fuppofitum notat, tdlesoperationesproiucit: quxficproiu^l£,aLtera uocatur filiuSy cr dlterd fi>iritw! fandus. Proiucit quoq; Deu6 ab eeterno credturax ^^^^ ^ in effe cognito et uoUto, nec tdmen ptffum poffum dici, cum idem fint tg ^ n o p ro* redliterquodDeus, Etut latiorem differendi campum habeas, non ducitcrca- tdntum relpcBiueipfam aRionem confidcrare pottris : fed etim ab- turas. folute,ficuti crnosconfiierauimus, ium ie proiu^lionibus cr ope* rationibui uerba faceremus^ diflingiicndo de adione immanente cr iranfeunte tXm in diuinis quam creatis : iUo tamen fublato in buiwt» tnodidHionibut. ut Deo dttribuuntur, quod imperfvdionm notat : dependentti uideUcet, d^ntis ad aihm cr e contra ; CT fi quid dUui ejl quod imperfr^ionem notet* Necdiuerfd ddionum ^ncra notabi' mus,utlo^cicrphyficipdndunt : fed tdntum iUui dnimaiuetten' 4um putduimus : nuUum iari etts,cui ddio dUqud non conutnidt. Nullu da{ l\dteri£ emm prims ddio conuenit, cr aU/s boc ente iebiUortbus.fi ^(k\o nonrealis, faUem intentionAlis, prout obiciii rationcm hdbet. Et "^? quintum profit huiui tranfcenientis cognitio breuibus expUcari poffe haui puto,cum d latif^imk iUis raiicibui, de quibus fupra cm Hionismcdio,pcromnespartescuiuscttnq;arboris dijfufje, inde ai^ mirabiUsjruihtSj tam creati, quam incrcati, puUuUnt, DePafsionc» N: ' On erit Uhoriofum, per ed» ^U£ ie A^iont fiint expUcdtd, CT ruturam pa^ionis mamfrfljire ; cum mutuo a^io cr pajiio fe refpiciant^ de qua non multa dtihri, fic eam defcribimUs, Pafiionis Va^io elirejpcihis opcrantls adoperatum ; cr pafiio htc» fifiu efi, defcripuo. ut pdjiio nomincturydiuinis nonrepugnAt : quia produ^x perfon^ Pafsio p'*f prodMcentemuelproducentesrefpiciuntjUt fatis notum cfl : fine td^ uinisno fnendependentiaaliqui. ApudLuRumadio pcr Aif^E notatur, CT ^ " A^^fo &C ^ Bl LE, per bontficare» botutatis adio habetur^ CT pet bot. Dafiio a- nificabile magnitudinis^ duritionisueLaUcuiu^aUeriu^radicis habc pud Lullu. magnitudinis cr durationls pa^io* Uec minoris ejl utilitatis paf» fionis cognitiot quamadionis, cum per iUam^ res uario modo deter* ninAtas, uel quafi quaUficataSy cognofcere pof^imus : cr inde muUos conceptut fabricare* QU£ de adione didn funt CT de pafiione pro» portione quadam poffunt dicitjic crgp tot erunt jpecics ucl pafiiooii f^nerd, quot ddionis^ De Habim* V^lutireUqud prjedicamentd dd omnidcommunij^imd conjide^ rauimuiiitdcr habitum conjiderare oportet, Habituser^ non efl habitus ad habituatum rejpe^lus, ut in Cdte^rijs tn» Habit^qd ? quiunt Logici ;fed uniuicuiusq; rei proprietas.qua habituatum ordi- ^uk^tAi'^^ n dnffLo CT homini conueniunt : quonidm uoUtntdx in dffn» dointeUe^mprtffuppomtyquidmLuoHtumnilicdgnUumy cr mc morid 'mteUe6hmcr uoluntdtem ; mteUe^my ut potentidm pro* dudiudm» fed uoLuntdtem ut pdrentem cum prolc copuLdre po^it. 1/1 crtdtis quoq; corporets,mdterid form^prafupponitury quum nd* Sit» in crc^ turd fdtem priui eft perjrBibUe ipfo perficiente, tT in C£teris cor^ atisr pore exptrtibut : compofltis tdmen ex dChi cr potentia, ueL ex grnc* re V differentid^ueLex pofitiuo et priudtiuo,fituf cr ordoreperitur: W confufto, qudm Hdturd pdti nequity ddmittdtur, Hmc Kijmundo A ni mad- deuotioptimednimdduertdntyttecumconfullonequdddmy prmcipid, uctfio» uel radices rtbui applicent j quonidm,ficuti ab t tr ddmirdbiii ordinc funt defcriptdy ut uLtimum primum pr^efuppondty qudmais unum cum dLio dUquo modo conuertdtur :itd V ipfl cuftodidnty w quodU* Ut prmcipium fluc dd ^robdndum fiue dd improbdndum, in- ^ F j dijfhtiuer 5« dtfjrrcnttTdffumdnt.QUdlkdtttcmllt intcr principid iUd ordo, tx hi/f qu£ ic rddicibws dida funt, fdtis confiAty dtq; in commcntarijs nofhU m nrtcm brcucm Idtiut dccUrdbimu*. Nec multoi ordinis mO' doicxplicdrcmodooportcty quii in cnumcrdndis formis, omnibm tntibus communifiimis, intcr quds ordo numcrdturt idfictt. H DcTempore» » 'i On potefl fdhc djiignAri tcmput rcdlc quibitscunq; entibtH conucmcns, cum eorum tdntum fxtmcnfurd, quacontinue in^, P ftdbilitdti funt fubic^y dc corruptioni obnoxid : intcr qu^ o rcpucnat dnnumcrdri uerc potcfl, mli didboUca mrnj, ip/?j?i* mo Didbolo nequiory id non minus impie,qudm irrdtiondbiUtcr dc ftuUecogitdret, cm CT crcdtur^ qtt^ddm in entium ordtne repcri» antur, qu£ tempordncx mutdtioni mimmc fubiaccnt. AnffU uiitU» cct ac rationalcs animx i corporibus proprijs exutsc, Quomodo n*- ^ affcqui potcrimui intcntum nofirum^ quiuoluunus ommbus enti* bus hdf nojirM latifiimds catc^rias conuenire i DicimuSy ipfa expe^ Tcp*omni rientidnobisinjinudnte,fecundummodumnoflrum cognofcendi, dd» b' couenit ritempwsquoddamommbusentibu* indifjrrens. Et ne impofiibiUd fecundum uii(amu/t affcrere, de Dco differendo tcmpuA noflrum conuenirc fic m od u n o oHendimus, Certum efi diijvrentes operationes ad intrd rffcv dtcr» flru m coO- ^j^^j ^^ ji cathoUcus expUcare contendit. fub ratione prxte» derandu ^.^^y^^ p^^^ffj f^^m tempofis, expUcabit ; inquiendo, Dc* ut Dcum^nuitcrffnerdbit. Deus Antichrillum ab dterno cogno' vit4 Et undc hoc i propter inteUeihs noflri imbeciUitatemy qui ma« dofuoresdiuittdscognofcityCrnonftcutifunt, Tempus igiturquoi fccundum modum nofirum concipichdi res (quafi) menfurat : in nu* merum trdnjcendcntiumponimus^ DeLoco» Kottejl NOri efl ddinoium difficile oftendcrCf non tdntum credturdi corporcM in loco fjfe, uerum etidm Jj>iritudlcs fubfldntids tdmfinitdff qudm infinitd/sJicetdiuerfomodozTUdldetequi- uoce. \mpofiibUe dutem fire putOydUqudm loci defcriptionem dfiig Qu-^g fQ.» ndre,propterudriosmodos(\Jendi\li: dt quibwin j\.,Vhyf: Arifl. dcfcribino trdBitfV propter oppofitu modum ejfendi in locojDeo cr crcdturt pofiiu conueniens ; quum credturd fit in loco^ ut contineturJi loco. Deut du* tem ut locum continenSfCy conferudns. Sed fdt erit cognofcerecor^ Corpora^ pordeffcinbcoperfeyUeldimenfurdlitery circumfcriptiue, occupd ^*"^ tiucy cr repletiue ; qujc omnid idem fignificdnty pdrtesq; eorum inte- ° grdntesy cr dccidentid^ per dccidens : pdrtes autem effentidles dumfunt^a^potentidtdntum funt pjtrteSy dicuntur e(fe per fe in lo» co. EthocdiciturobdnimdminteUeftudmpdrtem hominis cffentid' lem,qu£cumccorporemigrdty'dtq;tdntumpotenti4Us pdrs effich tur^ tunc inloco efi, cr eo modo quo Angeli, quifunt in locOydefini* Angeli sut tiue.Eteffeinlocotdlipd^hefteffcinloco^O' nonoccupdre /oc«w, inloco dc^ in uno nuncy quod nonindliotnifidliterdiuinduirtut dijj>enfa- Anitiue. ret : nec locus femper compdrdtione dd Angelum pro fuperficie fu- mitury cum cr in pun^ pofiit definitiuc exifiere. Deus uero immens o. liueinomnilocoefi.dtqiomncmlocumv locdtd confcrudt. Sdcrd^ ^° * * tifiimum dutcm Chrifti fdludtoris noftri corpus cft inhoftidfdcrd' chriflicor inentdUttr, crfichdbesdiuerfosmoioscffcndiin loco, conuenientes p^quomo- exiftintibus uelfubfiftenttbus. hd uerd qu£ tdntum rffe effentit uel do (it in lo5 cognitum hdbenty proprtc non funt in loco : poffunt tdmen dui in ios co,prout ihdnimdconferudnturyfi funtJffecicsinteUi^biles, dCks '^? inteUigendi uclhdbitus : p uero uniuerfdUd inteUe{ks operdtionem a^determindntidydicdXCdiffeininteUe^hobieBiuCy dt inconcduo tf,^ quomo orbisLun£obcoruminflMitdtcmtdnqumin loco, ubi cr flulto* do fint in rum cogitdtiones qi^iefitint. Hxc funt qu£ de Cdte^rijs trdnfcent loco, dentifiimis proponereuoluimuSyUt dptior ftudiofus fteret in dppli- cdtione cuiuscunq^ dd quoicunc^ : qu£ fi optime contemplabitur, non exigiidm utiUtdtcm confequetur, F 4 Drcii' 4» D tor forma» husentibusconuenirepoffunt : nec inconfuUo id obferuduimwSy ne^ td, qutfud nAturd fum trdnfcendentijiimd,fierentminws ^nerdUd ; *^P^* unicate» tdte^udet: qut nomin&ripotefi identitdtis unitdi, quid per ipfdm dttribua omnid, ncc non cr proprictita omnes in dmnAm trdnfeA unt efjentidnu Dc Pluralitatr», EXft/f qus diSti funt de unitnte facile erit diiudicdre de ippt plurdUtdte: unumtxntum idobferudre prxcipimu/s, quodplup YdUtds trdnfcendcns i» rddicibw cr pdrtibus drborum efi femi*- mti, m qudntum efi fuiipfiui plend^.f cum proximd potentid dd d* ^him fibicomenientem, cumd^ cr fuo correlatiuo : qut nomindn^ turplurificdtiuum,plurificdre cr plurificdbile, Quot enumerdui* Qug pliira- mmunitdtismodos.tot funtplutdUtdtis. inDeouero efi pUtraUtds Jitas in Dc- pnfondrum, dc etiam dttributorum^ qutexnatura rti funt dtfiinih. ut optim (UiHcmt Scotifit, 3. D( Sim 5, DcSimplicitace. j PKout quMet drbor inuifibilm fubjldntidm Ji radicibuf flmt plicibui\recipit,flmplcxnomiudtury crfecundum fc toam *^£)gqua fitn qudmlibet fuipdrtem : necioquiintendimwsdeedpmplicitdtet pijcicatc qux opponitur plurdliati, quid titem plurdliatem hic immedidte ^[QiQf^^jj^f^ fuprd concefiimut :fed de iUd qu£ non pdtitur compofltioncm exdli* quo potentidU cr x^dli : dlittrfvrmd hxc drbori diuittdli non con- uenirety qut nuUdm prorfut hdbet compofltionem. Exquo fequitur^ qu6dcompofltio,qujt pLurium tintum pofltionem nont^ potefl mter formds hdAce locum hdberc. \n dlijsuero drboributy qu£ pro crcdtk rebus funt condituttj compofltio ex ddu cr potentid etid reperitur* 4^ Dc Forma* FCtmno ut perficiens.fedut kt efjerc tdntumconflituityin qud' pQr,„jo,„. cunq^drborepotejlinueniri, quid nec diuinx effentis ^«"pM^* nib**arbori ndt, qu£ cum diftindis proprietitibus reUtiuis, perfonds dif bus conuc- ^finfhs conflitvit. Mdteridm dutem omnino remouemuxj quid m dr niens fir. bore diuindli inumri non potefl,licet Henrico non uidedturinconuet M^feria k nien s,Effentidm diuindm cffe qujfl materidm in diuinis produBioni* ^^' hws, ut fubtilifiimus Scotus recitdt in fecundd q diit : ^.primifen Suh:\[[ril' Untidrum, m' Scoruf. ' DeAbftracflo* Iii qudlibet drbore funt dbftrd^, f rjdices : Verum cum ipfje ^^^jj^gj fubftdntidm fudm tribudnt quibuflibet drboris pdrtibas., dtq; fujuabftra- njturdm iUdrum indudnt: nec dmpUm bonitds uH mdgnitudo flm {i^^ qj^i,„^> pUciterdicuntur, fedcumddditione. Vtfuntin trunco, nomindntur ionitdfuelmdgnitudotrunci,cridem dicdtur ut funt in brdnchis, rdmifj/olijSyfloribuscrfi-uihbuii . G 2 ^.DeCott. 44 6^ DcConcrcto, Q: VU ut di^.um cft fuprd, dum de plurdUtdte dgtbdmut* wuf qu£q; Tddix in qudmcunq; drboris pdrtm defcendity ut ejl m proxtmd potentid dd diium^ cum ddu v ]uo correUtiuo, quorum primum cr ultimuminconcreto fumuntur .f. pro IVO CT . BILE, ideo tdUd concretd per omtusdrborei funt diJPerfd dc femis c6creta^^n "^"''» dumddexercitumddum uenimutMcendo : omnib*ar Tntncus e{l bonus,mdgnus CTc; Brdnchtt funt boiue, mdgnx CTc: borib^ pa^ frudus funt bonijmdgni (jc: fic demedijsdrboris pdrtibus difcut' exerci rendof tum. 7* DcGcncratione» Qwariterge Enerdtiofeiun^dmutdtione lic conftderdtury qu£ Tddici* neratio co ^J"f>Mf omnibus dttribuitur, ut undconuentdnt dd uniuSt uei pUt* Bderctur. ^-^^^ produikonem: eo modo, quo produccre poffunti c hoc Suppofitii pUcuit dicere, quid tdntum fuppofitk produiho proprie conuenit :tm produ?,, ., / ri i • r (Xio coueit* ^""'^ dutcm ueL qu£ dd moium formdrum [e hdbenty m tdttone folu principij formdUs iobbdnc foUm cdufdm Thcologi non dffirmdre notadedi' dudent^dttiindmeffcntidm generare ucl Jpirdrej ncq^ gencrari uel uinaefsen- J^trdri^crqu^efintrdtiones.uidedpudSootuin i,q, ^,di^:primi. tta* Dc Plcnitudinc* \Lenitudo,utmquitLuUus,el!generdU principium m drbort qudcunq; femindtumy cr dcriudtur drddictbuSt non tdntumut rddixundcitfctpfdplend,fcdetidm ut fimiUtudo dUdrum rd» Forma h dicum pdrtictpdt icrdebis pUnitudinibus totd drbor c/i plend. Sec kphi ralira^ formd htc efi eddem cum plurdUtdte, quid effentiales pdrtes pUrdU» le dift ing u i f ^ tjntum re/picit ucl integrdntes : hxc uerd cr iUdf, cr dlurum mmumfimiluudinemt uddUqudrum^ p; ^ DeTotalitatc* TOtsiliUi hic conlidtrdtur, in qudtttum drboret totdm fudm ndturdm i ffnerdU omnium radicum infiuxu confequuntur, qudm quidem totsiUtxtem trunci brdnchtSt brdnchx rdmk, CT rdmi/oLifS, floribw cr fruBibut communicdnt. huius rei txempUim m quaUbet drbore defdcUi potefl muemri : de drbore txmen diuinds UexempUficabimufyCuiminus totiUtdx conuenire uidttur. Kddices Excplu de mbdcarbore funtbonitM» mdgnitudo arc: contrdrietxte excepa, totalicatep C aU£quximptrJr8ionemarguHnt,qu£ m totnmtruncittAturdm arbore di- Deifcifubfldntiam mfluuntyproutfuntfub mfiniti rationt dc ptr- "^^*^*» frHione.confidtrdts: non quod rddicts fint ipfo trunco priortSy dc d^ UquU mrdtioneprincipij m Deiefftntiaminfludnty cum rddicts i- Radices in ft^tquxmDtojunt perfiSionts, d diuimx puUultnt tffcntid : ftd Oiuina ar- quid mttUtiiwsnofltrcognofcitDeum cr creaturdm cotmenire m borcqmo- tranfcendentiyratione bonititis ^mdgnitudinis^ durxtionfs, potefld- y°'^jJJ"*^* tiSy CT dUjs tranfiendentibusj qut conuenientid uel confhrmitdi non poteflefje ddaUquod mfrriws, quid dd mfrriordefidiffrrentiaier^ maUquofuperioriytyfuptriu^ femper infiuentiam babet dUquam,, ddmfvriora : fi cfl fuptriuf m tfjindoy babet mfiuentidm realem : fi gj^^jQgjjJJ ht pnedicdndo^rationxlemfc: ptrmodum prjtdicandi. Truncufutro pjj(jicado. branchis fuam totxUtxtem coinmunicdt, cr brdncbx rdmis, per iden- titdtem fdUem. Ex diSis pdtet non ejje confiderationem de totxUta,- tt, ut efl rdtio, qud aUquid proprie totum dicatur, fei improprii^ to» DePartialitate*. VAiicit^ Obicdum uero extra di' citur,quoddBiudpotentidnonrelpicittdnqudm correUtiuum pro» prium, fedextrdneumy utmdgnitudo, duratio CTc: qu£ d potentid Obie^lu ex dHiud bonitdtk tdntum extrinflce afpiciuntur. Verum tdmen efi quoi tra (itiira. obie^um extru^fitobie^umddintrd, quando uirtute potentijt a&i* U£ iUud inproprUm fui naturdm conuertit dgens, ut in motu gene* Tdtionis cr dugmcnti mdnifcite dppdret, ip Df A^». ACtusdupUcirdtioneconlidcr4tur:primomodo pro operati' ^Q^^, ^ one, qux i potentia aShud procedit, qui m omnibus arbori ^ bui locum habet : fed dlio modo pro aih.quo res prius in po* tentii exiftenSj fit m 4c7a, qui entibws iUis conuenit tantum, qux muationidlicuifubidcent.Perd^impriorem radicum mfluxuf, d* lidrumqidrborum pdrtium cogiofcuntur : dt per fecundum formdm Yei uel ejjentidm in credtis inteUi^mus» " io^ DePriontate» QVidinteromnesformdfVrioritdscrPollerioritds funt prt-^ poncriorfJ cipux,cumdb ipfis totusrerum ordo pendeat, mdiori egtiu ras.funtp^ mquiptioneMeoplurcsmodos prioriatk dfiigttAbimus, ut cipux. probccognofcdmfludiofi^quomodo indpplicatione huius formx fe Nora ufq; debednt ^bernAre; ne impofiibilid Deo dUqudndo dttribudnt, cr ^J^^^' qu£diuinfsconuemunt,repugttAreopinentur, Quinq;modosprioi di^^?' rititis Scotiflx in fuis firmdUatibus afiigttAnt,quorum prior eft pri Prfmus"*' oritdf perfr^onis^ zrfic in quoUbet gpncre entium ddtur unum pri- mum, quod rdtionem mcnfurx habet, inteUis^ndo de menfurd perfvt. ihonif, Vt in genere fubfldntix pro menfurd extrinfeca Deus afig^ Dc' eft m ci mtur:fedpro intrinfecd oonuenientcr dj^ignxre poffcmus Luci(et exaiii rumyquo ddfudndturdUd.quid in perfiSboneyquamcunqi creatu* 'p liquidcommumcatur^utaliquidpariterretribuaty quodcunq-, fit iU lud, Et ab his nAturalibui conditionibui exeuntartificiales, quibm t» mentes C ueadentes, ac cxtcri quotidie utuntur, 2$* Delntentione* Ibltentio rdtio c/?, per qudm res operantur ob finem aliquem, ]gt Intetio ^d? nk dando acri fuam caliditatem^ hdc mtentione ducitur, ut bonu/t cognofcatur, quia fe ipfum diffundit, Volendo aittcm deftruere aquam, quic imer aerem terrammediatyhocideo factt, ut maio' rem cum terrx habeat concordantiam ad recipiendum ipfim ficcita- - f rw, quod non fatk commode fieri potej}, proptcr aqux fripditd* tem^ impedientem. QU£ intentio dupUx efl : primd fc: C7 fecunda. ^"^^^* Vrimd eft finis ultimui rei: Secunda uero, efl finisfub fine, 'Et exrur-^ ^^* turaUbus intentionibMy artipcialesoriuntur, 29. De Ordinatione* P^ErordinAtionemresfuntinconfuf^cr diflindie, qux ordita Perordlna tionontdntumrequiritur interdrborumpartes,fed etiam m- tioncm ter rddices, tTnon folum in effendo, fed m operdndo quoq; . Ex ? ndturdlibut ordindtionibus homines dcceperunt drtificidles,qu£ mo" tes, operdtioncs cr tdlid ordinant, Plures funtmodi ordmis, qui fub ttomine prioritdtis fuprd funt expUcdtit. 3 o. De Operatione» EN/w cum nonfint ociofa, ttdturales fuds hdbent operdtionef, quibm Udrios producunt ejfiCks. Ncc dluui enti dene^tur o- ptrdtio dUqudfUel reaKs uel mtentiondlis^l Intetiodu- p 5J» Dclnnucntia» lcrinftuentidm res jlmilituiinemfum rebufdlijscommttmcdttt^ Vnde rddices in Truncum infiuunty cr Truncu* in Brdncbdt: flc inducendouiq;ddindmiduainclullue,(lU£in dlid infiuunt, ut direfie feipfd.uel indireae confcruetu^ ^x. DcRcfluentiaf HAccformdAConditionedifJvrt, Per conditionem,ut diximut^ dliquid fuo communicdntiy iUe cui fit communiedtio, ""l *yrJ"^ reddit \flue iUudfuidemcum co, quod communicdns trddi». acoditioc. ^f pf^cnonl fedRefiutntUrell^icitin correUtiiio fuum reUtiuum, Qdrcrpict ftcundum edm fbrmdm. qudm correldtiuum d reUtiuo dccepit, C«u« au m exemplum trddere non efl oput, cum hdnc KefiuetUidm quotidic in his perJpicidmM, qui ntdlum pro mdlo redduntJ;oniiq; pro bono^ 33. DcProdudiione^ Vid perOpcrdtionem nonrequiritur, ut dliquod tertium re» fultet,utpdtetdeimmdnente,fedin produ^onc requiritur, 'ideointer fe du£ iflx /ormx funt difiin^tx, tdnqudm mdgis cr Diffcrentis minuicommunes.Diffvrtquo(i;h£cf6rmdAffnerdtione, de qud di* inrcr Pro ximut, quU efl opuf ndturs, ?roiu£ho dutem eflUtior. Dicimus es duaioncm sptnV«T« f^n^um produci, non tdmen ^nerdri. Diffvrentidm ct gcneutis j^n^ ddmodum notdre oportet, ne wu confunddntur^ ^"^"^* cr edrum ndturd ignoretur, Vonit Kdyl LuUui duju formds, fc, Ori' De oricinc ^nemcrExHum,qu£cumpojiiHtdefdciUconfufioncmcjufdre wd- et cxitu. ximdm in litc9u cuimcuuq;,ob conuementidm qudm hdbent cum his uiielicet Generdtione, Augmctitdtione, Conditione^ Operdtione, Itifiuentidy t^efluetitU, VroduiHonecrdlijs, ideo ei^ omittimus* Sei fi fubtdis uolucrit hds quoq; cognofcere, h£c pducd, fi' Orico qd? bi fufficiint. Ori^ ponitur pro operdtione iUd, qud fuhU^m E itusad? quodltbet proprUmpdfiionemproducit. ExitM uerb d{hii dccom» ' moidttir ; qui ib d^ud potentU efl, non compdrdnio ipfum dd term. mituim^ q; 5r mmmy^luUtunctlfctutlffturdtio, uclproiuiHo, utl tUi^ud aUs opcrAtiot 34, DeSeparabilitace* Llcct uidcmr, quod ifld formd flt adcm cum cxterioritdte^udU j^. ^^y^^ jj j detdmcndifjvrunty quiacxtcrioritdf cfiinteriUd, qu£ aliquo ^^^^ modo intcr fefunt dijlinddy fepirabilitdf ucro tdntum in hH repcritur, qux fecundum exiftentiam funt dif\in6h^ ut, Pdter, FUi* ut, tirborcrfru^s.quinoneflindrbore. Et quid flc hdnc fort Hxcforma mdm confidcrdndo nonomnibM entibu4 potcfl conucnire, quid tdli ^ difiinBioneentu omnid nonfunt diftiniai,ideo pofjumwdicere, ed tib»conue- cffcf(pardtd,quorum unum cognitum eflr, aliud non. In homine nircpofsiu quidcmcflbonitdia' mdgnitudo, quem fl conflderauero ut bonut tdntum, tunc in eo bonitj^ cr magmtudo crunt fcpdrdts», 3^» De Infeparabilitate* ^p\Er cd, qu£ de fuperiori immedidtd formddiSh funt^ huim fatif erit notd efjcntid, oppofltum meditdndo^ Et ueluti eam duplicimodo confldcrauimut, realiter fc: CT rdtiondUtcrx itd^yhancijsdcmmodii contemplar! dcbcmut, \flx dux firmx in homine funt idcm rcaUtcr fc: Bo/»>quxinmUoent€inuemturjCum ndturam deftrtut^ prd* ter qu4m in chim^rdi q^m ima^ndtio noftrd ex impofibiltbut ftbricat. Hxc omnia funt impojitbiUdy uidcUcet : Bonitdt non eft md» gnd : Bonitds non eft in Deo : Bonitds non eft in credturd, Et per omnes drbores eft ne^tiuc dijperfd* De Similitudine – GRICE: ANALOGIA, METAFORA, SIMILITUDINE, ALLEGORIA, PARABOLA --. Secundum Teripdteticorum fententidm, propric ftmiUtudo in qudUtdte funddtur, non eft tdmen inconueniens, ut Urge pmiUtudinem dccipicndo cr in qudntitdte dc fubftdntid fit ; quid cr identitdx uel diuerfttOitt qux in fubftdntid proprie lib:io.Me funddtur,interentidq. *cunq;inueniturJefteArift,quiinquit^ taph : tcx. mneensomnienticpmpdrdtum, eftidemuel diuerfum. Q|f4fc»Mecietin ffnere conueni» tntid funt dc flmiUd» V qu^e numero difjvruntyin fj^ecie dj^imiUntur» 39. DcDirsimilitudinc. REsomnes, qu£ diflinSbishdbent ndturdx^ inter fe dif?imiles nuncupdntur. Ethsc difimiUtudo dttenditur penes quam- cunq^ diffrrentidm, quemddmodum a" fimiUtudo pcnes omnc conuenientUm uel identitd tem» 40» DcNatura. NAturd in omni drbore eft neceffxrU, propter Udridt ^nerdti* ones uel produStiones in iUit repertdx, qu£ fieri minime pof» funt dbsq^ ndtur^beneficio, quid principium eftdUcuius fir* }n£dbfoUtt£» 4 Dc Pundualitatc» NOriw»««f metipljorUehocin loco dcerpntuf pun^dUtjt, quimlonfttudo. Utitudo CT profunditds, dc quibus fuprd didumejl. Vimc efitquodpunChdlitM efl d^s, fub rdtionf 'mdiuifibiUoittt confldcritut, quimedidtmterrelatiuum dliquod CT correUtiuum fuum, ucluti bonilicdrey quod mediurc uidcmut inter bonificdntem cr bonificdbile^ Delnftrumcntalitatc* QVdmuk h£c formd \n unA qudq; drborelocum hdhedt pecuU' drem, utuidcbimut : ftincrt nccfibirepugn&t, ut etim dlijt drborum pjrtibui fe communicet, quid nihil dliud efl^ q^m potenttj (ubdShiopcrdndiacccpti;qu£ddinftar 'Ml}ramenti drti» fcidlitpropinquioreftfuofflT^hti^quim^etredd effvShtm ordinX' tx . Cuiui reifl exemplum dcfldcrdty fume pottntum uifludm fubdCh fuo, qu£ mflrumcntum dppelUtur uiflonis, 4j» DcNccefsitate» NOn efftt htc formd omnibui rebuicit operationemM Diffirt ^oq^ d potentiaa^ua, quia h£c af> iUa fupponitur, nec efl idem cum Virtute de qua fupra loquutum efl, ^uia ibi uirtws m effe quieto confideratur, hic autem fub adu. Q» Utijiimdm iUdi rum ttAturdm und alijs omnibui eommunis r/?, quemadmodum de ri* dicibui fuprd diximMi quodLuUidrtipciu generdUhoc txpojluUtk p: Dc Qua!ftionc VTRVM. I Er hdnc (jutftionem de rei cffe quxritur, fccundum omnes f f w pork difftrentids ; cr regidjLtur pcr pof^ibilitatem. Eiut fpeciei tresfuntjejle LuUo^ in prlncipio quartr pdrtis principalit HzC qu«s Artis fu£ generaliSy uidelicet DubitdtiOy JKffirmatio CT Nfgafw; flio tres ha qudrumpriorrcjpe^ueorum ef},qu£ ddutrumltbct dicuntur,ucl qu£ becfpecies* contingeatU funt. Secunda ucro de his quxrit, qujt neceffarid cognom fcuntur. Tertii dutem efl de impoj^tbdibus: dd quas rejpondendunt efl per dffirmdtionem uel ne^tionem^ dut per po^ibilitdtem, contin^ gentidmy impofiibilitdtem uel neccfitdtem.flcuti mdgis expediens €# Noca« rit: id tdmen obferudndo, ne per rejponfionem principid deffruantur^ ideligendo quodrdtionon difbit^ Si enim fidt quxfiioy Nmm knti» chriflus flt credndM i fldtim per priticipid uel rddices tdm db^olutdi, quim refpeEhuis difcurrere neceffdrium efi, c id concedere quod tnagis Bonitdti, Mdgnitudini, Diffvrentije, Concordantix CT dlijt rddicibusconfonat. Toterisquoq^arbores uel fubic^ contempUrif quibusflnonrepugnabityfubfeidcontineredequo motd eflqutfiiot tunc eligendum crit, Quid f rg) non inconuenit honitdti dc dlijs rddi* €ibu4 ddbominem conflituendumy ut unidntur fimul, ideo Anticbri» flw homo, crednduA efi. Diuinx quoq; ^onitdti, hldgnitudini cr Po* tefidtinondduerfdtur Antichriftum credre, ut fatis pdteie potefK Ncqf; ArborihumdndUrepugndt hunc fufium producere, cum ndtu» tdfu4bonusPt,UcetprdU4UoUtntdte fceUJlipimus : ob\id dUqudnda trit.Si trit. Siuero decie:necminu*perregiiUsueLqu£ftiones dtfcur^ fendOjdUqudpolJunt mueniri,pcrqu£ Chimtrje dtfinitio oftcndd- tur.Perbdncrepildmdefinitio mdi^rinonpotellt cum de rci efjfe Quarc pet ^U£r4t^ quod m definitione (juacunq; fupponitur. y^^^U 'd^e' DcQuxRioncQyiD. ^(1^'"' QV^^io hfCf qu£ per Quidditntem, ^ffentidmt Ndturim dc B^edlitdtem reguldtur^ qudtuor hdbet j^ecies prmcipdles, fub quibuA plures dlue cotitineri poffunt» Primd Jpecies eft de defi' Prima fpe^ nitione cr dcfintto, quomodocunq; fumdturdefinUio,fiue fit quiddit> cics» titiudcrpcr mtrmfecdffiuequietdtiud cr per extrmfecd muentd, dummodo cum fuo definito aonuertxtur : CT huiusmodi definitiones poterk multiplicdre, recurrendo dd Topicdm Arifto: Secundum hdnc primdm fpeciem fumuntur definitiooes rddicum, dum dicimus, Boni» tM eft rdtio qud Mdgnitudo^ Durdtio dc cxtene rddices bonx funt, uel Bcnitds eft, cui competit bonificdrexfuo modo de quibufcunc^ ent tibu/sdicendumeft. Kecdtfinitionesiftt ineptx funt, ut inepti qui» ddm opituntur^ quid multx funt,qu£ ffnere cr diffcrentid cdrent, ex quibui dcftnitia confidtun ueluti funt trdnfcendentid omnid dc gcnet rdUfimd generd^ qux fi definire uoUteris^ bdc meUorem nunqudm in- uenieSyqudmLuUus docet. Secunddfpecieseft, qudndo de re Secudatfpt quxritur, quid hdbedt in fe nAturdUter dc effentidUter : cr rcfpon- Cici» dendum eft per edyfine quibut res effe non potefty ut puti per IVVM, ARE, cr BILE. crfic Bonitdx CT dUtrddiceshdbent plurd coeffen» tidUd uelconnAturdUd. Etmodus ifte definiendi eft Udlde tutMf cum per mtimd reidf^ignetur^ udletq; dd confbruend^is dcmonftrdtiones ic tdtiones neceffdrinf, InteUiff timen per I VVM, ARE, cr BILE non l l qudtenm quitenwiiiUidwtt, quU hoc efl per Accidenf t ]cd uthrc trii indifjvrenter fe habent dd omnid, cr hoc ijfentiale cfi». Vluribwtdlijs modisaUquid mfeaUud hdbere dicitur, quos rcciart nonexpedit, acfi^Uitim lUorum unumquemcj; defcrtbere j hoc cxnt tum tibi fatHflt cogMfeerty entid m feaUquid babere,altquo tfiorum modorumueLpluributtUideUceteminenttr. uirtualitcr m ejje reaU, Plures mo uirtuaUter m efje cognito, potentiaUter, aduaUter, identice» uniti' di habcdi. immenjiue, per domimum, per mjiuxum, per mixtionem,per mot dum U>ci tim communif quam proprijy uel ptr modum pcrficientk^ fiue fubflantiaUtcr flue dcctdentaUter, uel aU/s modit de quibui ubit^ Arif}o:dif[erity quosq; defaciU mucntre pottrif,dtfcurrendo per Rtf # Tertii fpc; dices, Arbores, partesq; lUarum. Per tertiam jfpeaem qu^ritUTf Qvidfit res in alio { Et uarijs modis ad hanc quxjUonem rej^ondat» dumefiyquiavdiuerfimodcunacr^adem res potefi cffe m aUquo uel m pluribwt. Bonitas entm uel i>\agnttudo dtcuntur tn aUquo effe^ quatenus iUud efl habituatum, ut fecundum BonitAtem ud Magnitun dinem a^t uel patiatur. Hanc Jpeciem poterls muUtpUcare eo modo, quofecunda f^tciesmuUipUcaa efl, difcurrcndo ettam per fubteibk omnia, radices, acregulM. OuaUteruerb definuiones fumend^ fint, n «rta r unicoexemplomanifrfiabitur.cumdereetilis omnibm tradatum e» ^ rit. Ouarti fpecies efi^qua quxritur, Quidres in jUohaheatjf cuirc* Jpondendum efi per ea, qut aBionem uel pafiionem flgmftcant ; ut wteUe^ts m obieBc c/?, tUud mteUigendo,atq; in jpecie inteUigibUi^ quia eam recipiendo patitur Deu^ in tredtis ommbiu ptr faptenti- am^potentiamcT effentim i^reatA uero in co reperiuntur, quis eonferuantur tj diriguntur. De Qua?flione DE QVO* Af c qu£flio,per materialem rationem in rehuA impUcatm rc ^Latur, quoniamdehis qutrit, qutad rem aUquam confli' tiundtimfuntncceffxriA/flueiUa mtranufint ucl extrancA: jCriibetdrtsffecies. Vrimdpetit unie ueUCTregnuntKegiS4 Huius fj^eciei quxftiones pof* Hxc qnio (unt muLtipUcari, difcurrendo per omnia, qut refbedum aLiquem q"o»podo DeQuxftioneaVARB» ^ Hkecqu£ftiOy interro^tderei ejjentia, quatemts ad exiHere uel operari ordinatur: iieo huiuf qu£fiti du£ funt fpecies» Per exiftere nonmteUi^mut (ffeextra caufam fuam, aliter pcr cxiftcv dd entia omnia qu^ftio h£c non effet uniuerfalk, fedmdifjvrenterac' rc quid in>. dpitur pro quocun^ effe,fiue reaU.fiue cognito, Sipcr primam ft[>e$ iclligatui» tiemieinteUe(luqu£ratur^quareexiftati reff>ondendum eft, quia »'Q>ccics«. hoc i, proprid pLenitudine habet, nempe ab inteUefhuo^ inteUigere cr intcUi^bili, tum quia ptrBonitxtemy Magnitudinem ac c£terM radices^ fuum effe confcquutus e{i. Per operationem uer6eH,utin* ». fpecicf* teUi^t cr cognofcdt fuum finem^ aliorumqi entium naturam, CT ut per eam,homines uarios fcientiarum habituf acquirant, Dc Qu2cflionc> cufus rcgula eil QVANTITAS. SecundumtuUumihmus qu^flionk iu£ funt fhecics gentralet^ P°*, Af* I 4 wMat, fccundum hanc qut- rendi furmulam^nequdquam quxrere uel dubitiire poffemus 'Xonjidc q qo jj, retur erg) hic temporalitMjpro duratione quacunq;,uel eo modo,quo j „ tepora» d nobk in Cate^rijsdeclaratum eft j cr tothabet /pecieSy quot fc lica» hicco cunda, tertidt >w«a, cr decima quxftiones habent. Sub ijs uerb j^eci*^ lidcrctur. tbui diuijiones fumere poterfs, diuidendo durationes per /ignd uel m* ftantidy fl aliam diuijlonem nequiuerint admittere, quemadmodum Aetemitas cr Aeuum, facilefatifeft,peraliarum quxftionum ft>eci' ts.huiutqutftionis ^eciesquoq; inda^re : exemplum tamen dabi' mus quomodo ftnt petendx d fecundo quxfltOyUt promptiorftt ftudi' _ '^|^ j ofusadreliqua mquirenda^Si quxratur per primam ft>ecicm iUius fpccfcbui! quxflti. Qttando eft homo f tunc effe debemm fateriy quando iUius ef* fentia fubfiftit^ Per fecundam Jpeciemitunc eft homoy quando fuan partes effentiales habet. ?er tertiam . f quid ftt In alio ecies,quotaj^ignAuimui,fed mdiffirentcr cr omnit do loc* (ii busiUismod(t,quihusresunAmaliapoteftef[e,flue fecundum deter cofidcrad* minAtum quoddam ffnm ucl j^edem» aut fecundum tranfcendens ali» i K quoi^ Exc U fc exmpUy qudittr perfpeciei aUqu^tyhiteUei^ cundu ua- ^^^fit ln locoy utlociefjentu magk cognolcatur, qux defcrtbcreuo- liat fpccici luimus, Pcrprimam Jpecicm fccundLe qtuej}iontfyinteUe{ks efl inubi jiue loco, quia ejl m fud effentia.* Pcr fecundam ejl in feipfo, JicuH partcs m fuo toto. Per tcrtiam eji m alio, quia in anima Jiue homU nc. Per quartameft in ilLa uirtutCyfecundum qium habethabitumfci»^ endi. Per primam Ipeciem terti biliSyfed per 'mteUie^im cognofcibiUs folum* Perfecundam, fua fifft» ra uijibilif O" imaginxbiUs cft, non q^o ad effemiam. Per tertiam lo» CMe{lcoUocatipa}^idcntislocum,licut caUfaChim poj?id(t caUdit%^ ttm, ipjo habituato caUdLnte Et fubiun^t LuUus^ quod^pcrhas tres- ^ecies attin^tur ejfendaloci per mteUiftre tanium i ita quodlocm- particularis m fubie^ fuftentato eft diffufus, cr dcriuatur a loca uniuerfaU in fubieSh uniuerfaU fuftentato» Quilocu4 uaiuerjaUs Iop cat omnia locata^ftcut omnLi caUda funt caUda, ptr uniuerfalem c^ Uditatem* Per primam Jpeciem nont quxftionis,loci nAtura cogno» fciturinAmptrhocquodparseft in parte,ftcutignis 'm acre,tttpa^ tet in elementato, Jorma m materia C7 amnes partes mfuo toto^ ^ e conuerfo, fic unus locus ed in aUo per accidens, ty omnia loca par^ Ucularia mloco uniuerfaU. Locus ulteriut a)g*iofcitur per fecundam ln' 4. par: Jpeciemiquiaeft iiiftrumentttmfhbftdntix,quolocdtpartem in par^ principali. ^ j^^^^^ j^^^ Vbitradit LuUus, in Arte fuaffneraUi Dc Qujcftionc OyO MODO» cuius icguiacn MODALLTAS. huii*"''ft"* A ^) innumer£ tmett nis ifit fpc- jfj^P^IP*"^ 'B^-> T^^^i^fs omnest dc prddicamenta omnid acm ClQ9^ cidentaUd cum fuis ffneribut, Jpeciebm^ dc proprietatibuf confideratdfUnamquami^ rcpt faUm crcdtdm poffunt modificdrt^ ^7 ^teicumeUte m^dificdtioiik, fjfccies huius qujejiti confurgunt* Sed quxPntiUtquituorJpeciesquMRjjy^tndit* rejlit uiiere. Pnwrf I. fpccttf» eih, quando de re aUqus qutritur, Quomodo jit in fe f qut [i appU» ledu qu^rituryCXaofff^^^^o fit in aUoyU- iUud idem in ipfof cui hoc modo fatisfAciendum efl.f intcUe^um in uoUtntatehabere fuum effe, ipfac^ in eo exiflere^quatcnus cum memoria animam rationAlem con» ftituunt, Tcrtia petit» Quomodo intcUe^lus rft in partibus fuiSy par* j> tesq;iniUof adquamrcjjfondcrepoteriSyhocideo effcy quia per e- dndcmmetnaturamquaipfcconflatex proprio inteUcBiuo^ inteUi gt biU, cr intcUi^e, fic cr hrc trid eius partes dicuntur, Qtfarta au- 4, tem inquirit. Qjtomodo inteUe^us fuam fimiUtudincm ad extrd tranfmitterr pofiU f Et huic dubitationi brcutbus fatkfacerc quis po» tcrU, fi eundcm inteUe^lum aUquo habitu infDrmatum confidi rauerit gxtranea inteUiffre, Dc Quxftione C VM QV O, cuiiis Rc gidAcft lNSTRVMENTALITAS. HAecqu^eflioqutrUdcinflrumcntPs CT medijSy quibus res in Notioptlf fulsoperationibusutunturyfiueiUa effentiaUa fint. quemad*^^* modum anima rationalis infirumcntum c^t, quo homo ii:tctti' git, uuU cr memoratur ; fiuc paj^iones uel proprictatcs, /icutiin jir' roe{i grauit4f, cr in igne lcuitas ;aut fint accidentia communiay fe» tundum qujt fubflantije operantur, uclutifunt noucm acciicntis prtt. Mcamenta ; cr deniq; qutflio hxc petit de omnibus accidentibus mo' raUbuSyft^quibusuirtutcsomncsacuitia contincntur, ac etijm de iUis corporibus quibus lAccanici in diuerfis eorum artibus utuntur, B.ay'.autcmquatuor J}>eciesiUlsbaudabfimUts,enum(rat qu£ im^ mcdiateprioriqu£fitofuntappUcat£, ?er primam quxritur. Cum f. fpccies ^uo inteUcdus c anims^ars t Et rej^onderi dcbet, quod cum Boni K i tMte^ tatCy TiiffircntU^ ConcorddniU dc omnihus radicihuty contrarieUfe txcepta. perfecundam^ Cum quo inteUtilus alia a fe inttUi^tf Di- CAtur, quodinteUi^one. pertertism. Cum quo inteUedus cil uni* niuerfaLis ud particuUris { R ejpondeatur, quod ratione Ipecttrum, quicji uaiuetlalium funt^ uniutrlalis fit, Ji particuUrium^ particw Urif, Per quartam, Cum quo inteUc^us extra fe, fuam mittit fimiU" tudmemt Potellrejponderi,quodcum proprio inteUe^iuo, inteUi» gibtU,acinteUiffre,cumquibusfacitJpecicscUe inteUe^inSy CT prr j^^^^ nemoriam recoUbiLesacetijm peruoluntatcm amatiles* Et e£ quf fiiones omnes, intcr fe non funt tam diucrjx ac dijparatJty quod uns deijs,qu£ad omncs aUas rejponfum fft, quarcre ucL dubitare non pofiit; imo oh earum maximam ^neralitatem funt tam connex£^ quod de una quaq; datd rtjponjione, fccundum omnes, homo potefi ueritdtem inuejli^rc. Modusfumendi Dcfinitionescx QuxHionibus* ^^omiflmus exemplis odendcre, qualiterrei uniuscuiusq; deftm nitiones quamplurimx, ualeanrfabricariex qux/}ionibus,quo(i Jlatim obferuarecurabimus, de AngeLo id manijcjlandot Dixi» ■,Definit|o^ mus,primam quiejlionem non ejje ad propojitum huius ne^tij, quo» b^'fh ^dl' '*^'*"'*PA^''" 'J(7^?"^» ^*^^'^ dcfinttiontbus fupponitur; ptr lumprz. ' TcliquM igitur intcmum noflrum explicabimus : Ptr primam Jpeci» £x fcc u da. fecundx qurJ}ionis AngeLus definiri potejl, AngcUs eit tUd creA" turdy qute magis r DeoJimiLis. Per fecundam. AngeLus e{i, quihd' bet partes fuds effentUleSj tanqudm conjiitucntes eius tjfe, per tertii dm. quodddfbonem^ AngeUis eit, qui id agit, quod fud uoluntM uulttinteUcdus inteUigit, acmemorU memordttir, cr hoc jine fuc- cefiionc crfantdfmdte ddiuuante. Quo adpafionem AngcLus bonat cft » qui A Deo recipit immediate infiuentiM. Angelus uero mdLus iUe f ft, quidh extrd recipit pdjiiones, qudndonequit homines ad peccdtt' dmindnctrtfUelquidDcoptT grdtidm dbeJi,fuo fine Jrujlrdtus^ Per^uurtiiMU F Terqudrtimy Bonuihabctm Deoglorimy in tnferionSui pott* Ex\» ftutem, MdlM ucro panam^Fer primam fpcciem tertijequx/l. An- gf/w eft A Dto creatuSy non dcmateria aUqua*. Pcr fccundam,eft de omnibuf radicibui uet prmcipijs^m ejje /piritualiac compLeto confti» tutui. Pertertiam., tftDei creatura cum bcnedi£bone cr gloria, fl bonui tft iftmaluieft^ utiq; Deicreatura dicitur, cum eonlradi£ho' neydoloreacpariA Per primamjpeciemquartx qujrftionky eodem 5x4. nodo dcbet definirit ficuti deftnitus ed in fecunda jpecie tertix qu^t' ftionit.Perfecundamucro idco efty ut Deum mteUi&t ac dili^t, prxbendo obfequia hominibut, Per quinam qux{iionem,Anffluf «n. Ex f ♦ tui efty quant^funt eius partes tffentiales,fiue dtfcretx jint, uel con* tinux. Perfextam qutftionem^ quoadqualitates proprias. An^lui Ex tit.cuiui mteUiffrecrueUe efh efjicacijiimum, uel qui m tcmpore impcrceptibilimaximum tranfxt fpaciumyUclquinoneft nAtwi uniri corpori. Secundum uerb appropriitax qualitateSy An^lui eft fecun- diim diuer/os habitui in inteUeiht uel uoluntate fubiedatoSy logicuty grammaticuiyUel philofophwf iaut fapiens., prudenSy bonuif humi' lis,fideUi,mitiiy patienSy cr uerax.ft bonus r/f, fl uero maUUy quo ai ta qu£ ad uoluntatem fpeibt, oppofitum conjiderd*. Per feptimam Ex/» qu£ftionemyqu£ eft de tempore, AageUa e{l, cuius effe in xuiternita* te exifttt. perhuiui qu£{iionis jjfecies difcurrere poterk* Ver oAl- Ex8. uam quxfiionemy AngeLui eft UAtura completa, in loco exiftens, non tamenlocum occupans» Perprimam fpeciem nonx qurftionts» An Ex 9, geluieftfubiiamiaqutdamfpiritualif^cuiuitffeeft per fcy cr non cum aUqua re coniunCium. Per fecundam, Angelwi eft in CaloyUt mo* tor, calumq^ in eo ratione poteSiatis. Per tertiamy Angelui eft in fuk partibui efJentiaUbut.per propriam naturam utl tfjentiam, partes^ w eo reperiuntury eadem de eaufa^ per quartamyAngeluseit^ qui uoluntate fua ac potentia exequutiua, uarijs modis operatur. Per primamfpeciemqu^ftionisdecimg^ Angeltti eiiyquicum^Bonitateac Ex 10» dUjsradicibu4 exidityContrarietate excUtfa. Perfecundamy AngeUts t&, cum fuk prmipijs innatis cr naturaUbuft aUx funt buiut qu£* K 5 fliotik dionli fPecicSy de tjuibut exmpU tion ddducufUur, C[U£ tdmcn quiWt bctinuemredcfdcilipotcrityli optimc JpccuUbitur, Poffunt quot^; res definiripcr rddiccs omnes, ac udrijs alijs modiSy quos aliqudnio ttuimcrabimus (Deo concedente) fcd pro nunc contentut eflo» ANlMADVERSIONES pro - Radkibus. PKincipdlis prims partk hjec pars quintd critUimd, pdued qui^ dcm continett fcd admodum neceffdrU fcitUy quonUm in hac explicdmur qu£ db drte LuUi omnem ambi^titdtcm toUurit, Ani mad- ^ rdiicibm igitur dujpicaturi, hxc crit primd dnimdduerjio, non rd » uerdo t* dicibwt folum accommoddndd, fcdetidm Cdte^rijs dcTormls Quod liccth^comnid natura fud fint trdnfcendcntifiimd, tdmcn qudndo fubfldntijs pdrticuUribuidppUcdntin-per prxdicdtionem, ucl acci* dcntibws, tunc pdrticuUrU fiuiU; nec dmpUus cdndcm obtinent fa* cuUdtem,qudtrdnfcendentifiitncconfidcrdtd,ndtd funt frui; ncmpt ut rddix mid ucl dUquid tdU,dc dUerd in dbftrach prjcdicdri pofiit^ Vndc propofitiones ifitfdifs funt, donitd^ petriy eft Mdgnitudo Pc- tri» Mdgnitudo Pctri, efi Durdtio Petri; quid dbihdikm de dbdri^ £kncquxqudmpr£dicdripotefi,nijiqudndodmbofunt infinitd poi fitiue uel permij^iue, ucl fxUcm dUcrum iUorum ; quod de prxdicatk iUis ucrificdrinonpotcfl ad Petrum compdrdtis;fecui erit fi incom creto fumdtuur. De hdc mdtcrid pUrimd omittOy qux pofjunt uidcri In dirt apudiUumindtum MayMijectdmcnpropofitiouerdeR. Bonitd/sPe» fui Coflat' tri, eih Mdgtiitudo, uel Mdgnitudo Petri, fft Durdtio ; quid prtedi- tdtum non fumitttr UmUdtc, fed trdnfcendentifiimc ; CT fecutidum buncmodumoptimedcUmitdtofubieSh prjcdicdri potefi ; quia Ucct pofitiue formalUer noninfitiitum fit,tdmen pcrmif^iuc, quonidtn DeopotefidppUcdri>quiJormdUterefiinfinitus4 Nec /r«/?rub ^>fcrimtnintcrriiiias4crtU,iu,i,^r,, rm(M Aai/i;,,. " "i^n». ?«« w i, Diffi. 7. ^""iriridicumnituritHrrru^«A, /• ''^oppofl.ofuonon.pp^Zur l^t ' L" ANIMADVERSIONESpro uiickctt itiideliathit Cdte^oriit /^tcimtrddererddicibus dc firmff, ftcun- dm qudt pojjunt ales nomindri. BonitAS etenimf Vnitd/s uel 2lurd* UtMylicetfpeciemqudnddmrecipiantAfubiedis iUis quibws dppli* cdnturf ddbuc tAmennefciturquii determinAte fint, nifi dd Cdtc- goriM tecurrdtur. Scio quidem undm C edndcm rem plures hdbere Ydtiottes, fecundum quM diflMe concipipotefl ; quam fi confidcrd* uero bondm ucl mugn^m, qudteniu eft homo uel bpis, nec ddkuc o» ptimdm iUius boniatis uel mdgnitudinis noticidm habtbo ; prout tBonitdsconuenireadxqudtedicituriUirei* Si ucro rm edndem fc' cundum Cdte^riM ordinduero^ tunc per dpplicationcm rjdicum uel formdrum, in hdnc deuenidmcognitionemfciUcet.dlidmejfe homi- nis uel Upidis effentidlem boniatem, dliam fecundum qudlitntcm proprixmuel dppropridtim, CT dlidm fecundum Cdtcgorids reli» quds, diuidendo dc fubdiuideiJo ommbui modis pofibilibus. Ntc ncs '^muihxc pariter drddicibu^ uelfhrmif jf>ecificiri, quii dque funi trdnfcendentifiimd. Vicifiim igitur J^ecificdntur, fcd ab ijs omnibus, drboresKTfubicOn^ Admirdbilemutilitdtemconfequeris^fihtcpridicdmentd dij^o* u fucrfs eo modo, quo rddices dijponumur,• cd dliqudndo confiderdndo A d m i rabi* dbfolute,dliqudndorefpeitiue, cr ex iUis quatuor figiirds confiitu- ^** utiHus. €ndo4 Vrimdm, qud omnid hic dbfolute confiderentur, cr unum dc Noca» 4iUopr£dicetur,imoomniddc uno, Secunidm, m qud Qbdntitxs^ Q^dlitdSyCTHdbitu^ordincnturproprimo tridngulo. A^Ho, Re« IdtiOyCr Pdfiio pro fecundo. VbiQudndocTSitus pro tertio, mif»- cendounum tridngulum uel dngulum cum dlio, rc^c, obtiquc, CT irdnfuerfaliter. Tertid fi^rd, unJi hds duM fiourds connedct, camc» Tds trigmtd fexconfiituendo i c fecundumundm qujmq; cdmtram duodecim propojitiones elicies dc uiginti qudtuor qujefiiones, uti LuUus hoc de rddicibuspoffefieridocuit* Inqudrti uer6, poterft primdm,fecunddm CT tertidm figunt comun^re, dtq; mjximdm tdbuldmoonftruere.qud infinitdsrdtiones ucl dr^menix conficiet» Qu« onmA itt qmu pdrteprincipdU cUriora fient, per ed quje de L qudtu&t n qujtuorp.gurk iLuUo hmnlU eicplicAhttntur. jlt dupUcdtm b4ftbi6 LuUiartem. Bxc proCati^riJs tibt fufficiAnt. ANIMADVERSIONES pro Formis. i.Anknad Q^Olita fudiitffnij per/f^icdcitate LuUus /Drmas inuenityUt e^runt uerllo. ^^mediomagis atqimagis m rei cognitionem inttUe^s deuenire pojbit i cx cteninty cum nibU aUudfint quan rerum proprietatef^ quieareidtffrrehtia uel modo intrinftco emanAntt ipjis cognitis^ V Tci (jjentid cognofcitur j cr hunc modum cognofcendi ubiq; mon» In li: pofl Ar. CiModaufcmfcoc/itwcrMm, ttmco exmplo uideamui. Ar#. Metaph: 7 in Ubris pbificorum^ fubie^ totiui nAturalis phdofopbiirilualt ueUtm Drttw de 'cnbtrty hxc utiq^ dtfcriptio inanls efjtt, quia An* ^loo" dinmjcrationaUac Jpccicbut inttUigibiUbut competere pom tefl. Siuerodicam* Dm cfl necrffariuiomninoimmobilifabomniq^ compofitione fcgrc^tusi htc utiq; defcriptio bona. exiftimabUuK Dicet aUquis, I Ua fanc defcriptio bona eft, fed unde habeatuTy nefci^^ ^ ^ Nofti optime qu£ fequuntkry^fcies. Quando aUcuiws reiignoran' Adhabeda tur paj^iones proprix, ftatim ad iUiui oppofiti naturam recurren* pafsi^oriu m ' ^*""* P- poliefiorutn in Uli fcdU indi^re pipionis, et qudf^u^ ccgnitione, tiwi de quo cupis, pcrrejpedus unrios, pdfiionesco^nolies. Qudrt* do Deum defcripfhficmifuprd pstet, credtunm contempUtut fum, quje m rdtione diuiiionis entif Deo opponitur, cuiu^ pafliones prx' xipu£, cum fintcontinffntid, mobilitd^ cr compojitioy oppojivm Heoconutnireconjidcrduiytdeooptimedefcripji. Plurd pojfem di» tere,fed fubtiles fubtilid qu^erdut. ANlMADVERSIONES pro Quxnionibut. EKijsqu£ieQU£j}ionibws di6k funtyfdtk edrum dnimdduer»i, Animad fionesfuntnotx:nonnuUdtdmenmdnijrlldre non piffbit, dt ucrCo. cum breuioite. frimumdnimdduerteredcbes* QJidndodered' liqud quxjitum erit ; licet perpropridm quxjlionem rej^onjio fujji» cienselicietur^huic txmen comunffre potertt rejponjionemy qudm iUd qujeflio expofiuldt, qutdb hdc originem ducit: mutuo enim fe iebent ddiuudre, ut ref^onjio cUriorjit, Secundum ejl, utcdueds m j^; . dcfinitionibut d quecict ^ oes inteUigibiUs.uThabit* etiu reaUu; de hoc quoq; in Arbore huanaU tradit ((Kdtione originis temporalisi crftc habetur Arbor (Credto comjtAdternalis.ubideCloriofiftimdVir^nt Mdridsa |lfl» l iunikm ^bundediffeiitur, [^^^'J [^dtionehypoftatici cffeide quo miro modo traSkt ) inarborc Chriftianalif diuivaU tt humanjU ftmuU [IncrtdtumtAmuidequgArhoTuUim diuinalis lateo' digitsem^ 7» NOnttcoiilutUt mict tfbis mdnifvfti fi- unt pcr formis, dc quibm m primd pdrtc di^m cfi, dcctidmdiCcfur.cumHcmcntaUs drbor cxpUcdbi0 ^cgctdntis J turyplurcs numcrdndo j ucrius amcn pergenerdti^ ctrboris pdr 1 onem, corruptionem^ priudtioncm cr rcnoudtio^ US, ncm, quim per reUquds firmdf, FoUd funt mucm dccidentis prtdicdmcntd, Florcshuiusdrborfsfunt mjlrumcntx qutddm, qutex tribusfuntcon(}itut%.fcx potcntidy obic^ cr OuyUt fruCbtmgencrdtioncmucl tffe gcnitu, rcj^i0 ciunt, Tru^s funt uegctintid omnid pdrticuldridy qu£ di qudtuor cldffes poffunt reduci, ficuti cr qudtuoY funt elcmentd qux in ipfis hdbcnt doniimm^ iuxti fhccicrum udrictdtcm^ DB I DE ARBORE SENSVALI QV^ecunq; in hdc drhore conflderantury priws ca rdtione quA fenfudlid funty conftderdri dtbent^ cr demde qudtenm dud* rum prxcedentium drborum ndturdmpdrticipdnt. 'Kddiccs, e£dem penitm funt, qut \n prioribuf drhori» bmfuntconftitut£, TruncwSyC^ uniuerfdlechdos, omnid fenfudlid conti» nens. Brdnchx, funt fex fenfut exteriores .f uifu/S, duditws» td^Sj giiftuiy odordtws C7 dffutu^t. Arhork Rdmi,funtfenfualismembrd interiord CT exteriord; fenfudif ^ interiora, ut cor, epar, f^len, cr pulmo ; exteriors partes funt uero, caput, pedes, crura cc. ¥oUa,funt eadem» dequibm inprioribus diihm eft, fuh triplicitamen ratione confiderda, F/orcj, funt operationes fenfudlis corporh, ficuti uidc» re, dudire, ^ftdre CTC. ?Tu6hiS. funt omnid dnimdntia. qudtenuf fenfuaUd^ we- fftxntiatO^elcmentAtifunt. DE ARBORE IMAGINALI. IK hac arbore fimiUtudines cr idola eorum omnium qux in drbori» bwi fenfuaU,uefftiU ZT elementaU cotttinentur, coiifiitrandd ft offrrunt.Etptrimaginatiuam,noneamuntum potentiam dcci* pere debemu«,qu£ fenfuscommunk/pecics confiruat, fcd potentiat omnes interiores ; nempefenfum communem, ima^nAtiuam, xftima- tiuamyUelcogitdtiudmy phantaflam ac fenfualem memoriami qu£ firte,TAtione diucrfdrum operatioimm dtfiinguuntur, cr non in ef. fentid* M ArboT^ \ r» 'RaiiccSyfuiU e£dem,qux In trihat drhoribm funtcan* pdcrutje, pro ut potentix alicui mtcriori uel omni» I bui,per Jpeciem reptjefentantem funt prxfentef,, Truncut^ eftllmilitudo trucicuiutlibet arborls priori^, I alicui potentix mteriori obbta, Mbork I' \Branch£,funtpmilitudinesbranchdrumdrborumpri* ma^nAlis { oru,i* ritualtm, ia c pars quxUbet arboris fjwitw, fecunium hanc dupUcem nxturam confiierania efli corporea dutem quairu* pUciierationeexaminAnidreimquitury^f quatenws efl elemetalif, uefftdnSyfenfualiscrimdginAlis* Ex quibuicoUigitur,quaUbet huius arboris partem, quinqi moiis efjeconpicrdniam, fRdiices iUxmet funt, ie quibu^ fuprd» quinq; moifs conflicrdtie, TruncuSyefl^ecieshuntdnAuelchdos, m quahomine$ omnes funt contenti, Erdnchx huiui drborls corporex funt cr prjtcipuc arboris Ima^nAlis^ folia,funt uouem dccidentid» ex quibus uirtutes funt orndtjc. FloreSy funtuirtutum mcritHy crmtdtipUcdntur dduir- tutum multiplicationem. Fr«(ff««. funt mtritorum mercedes^crnt Deui honorc* tur uirtuose^dc eiferuiitut, M 2 Artor Arhork mordlls uU tes lunt. Arbor Vitiorum»'Kd^ttm hdcarbore^qu^ddm funt principilioret, qutdd uero minui prmcipdUs ; prmcipdliores funt, ^\dlitidyStultitid,Fdlfitdi,a' Priudtto finis; qui" hws ex minus principdUs funt connex^, uidelicet Udgnitudo, DurdtiOy ?ote(id^, Voluntd^y DeUih^ tio, DiffirentidfConcorddntidy ContrdrietdSyVrm* cipium^ Uiedium, Mdioritds^ Aequdlitds dc Mi/w* ritd4» ' Truncu^yefl confufio ffnerdlis, in qud funt omniJpdrti^ culdrid uitid contentd* Brdnch£dlijefuntprincipdUs,dli£dbijs originem fu*' dm trdhentes ; principdUs funt Guld, Audritid, L«- xurid,SuperbiayAccidid, Inuidid C7 Ird j reliqu^ dutem funt Iniuridy Indiffretio, Debilitds cordis, lft# temperdntid^ InfideUt^, Dejj^erdtio, Crudelitds, Trdditio, Homicidium, l^trocinium, Mendacium^ MdUdidio, Impdtientid, inconfldntid, Immundici^t^ fdlfitds, Vigritid, incuridlitds cr Inobcdientidt \ Rdmid Brdnchk oriridicuntur, c funt iUd quibus uiti» orum hdbitus ffnerdnttsr, cr oppojitx uirtutet re» ifciuntur* FoUd,funtdccidentidnouem,quibus uitid funt qudUft* Cdtd» lloreSi funt culpt iuitijs mdndnteu JeruduSffuntpocn^, oh mtia peccitoribm hfHdf^ DE ARBORE IMPERIALl •f IKhdcdrboreeaomnUconliderdntur, qutdd regimen unmerfUc Ipe^redicuntur» qudtenwt tileregimenejltempordleuelfeculd* re. Nfc hoc in Locoyimperatorid MaieftiU txntum ejl confideritnddy fedetidm cuiuiuis dlteriui perfonjedominium, inqudntum legibu4 im* perdtorijsfuUiturdc refpedum hdbet dd Impcrdtorem. Et htc drbor m duM pdrtes diuiditur^ primd quarum rejpondct prioriparti drbo» ris moraliSy cr fecunda fecundic i hinc eji quodiRdrum duarum pdrti--^ um debet fieri m omnibm huic drbori dpplicdtio, fecundum uirtuo^ fum effe aut mtiofum,lmptrdtoris^ 'Kddices,funtiU£,qu£inprioribufdrboribus funt con- jidtrdtsc. Truncu«,eft commune regimen f£culdre,quodlignificdt communem perfondm imperdtoris^ Brdnchjtyfuntdecem .f Bdrones, MiliteSy Burffnfer^ ConfiliarifjProcurdtoreSyludices, Aduocdti, Nwi- cijyZonfejfariwi zilnquifitores^ Arbork\m palts par- ^Kami,funtijdem quilttmoraliarbore funt conlideratt, tes funt cr pr£ter hos, feptem quoq; dj^ignAntur f luftitia^ Amor^ Timor, SapientUf Poteflasy Honor ac JLi» bertax, ¥olia, funt nouem accidentia, de quibus fupra^ Tlores, funt Imperatork iudicia ac fuorunt miniflroru. TruChsy efl pax ffntium, ut ht pace Deum dili^re poft l fint. n $ DEAR* DE ARBORE APOSTOLICALl EA omnid qutt hominem di Datm ordindnt, hdc m drbore confl* dcrdmur, ty Ufrfxtur circaperfonds cr res eccUfidfticdx Qu * dd Truncum cr BranchM,potrfi conjiierari ommbut moin qui hut drbores prxceitntes funt conjiierdtjey prster Imperidlemy qu£ pdriterpriores omnes continet,fdUem,quo di Truncum cBrdncbdf^ 'B.diices,funt Virtutes Theologics CT CdriindleSy qud* tenuf d rdiicibui uniucrfalioribus funt w/ormdtx^ Truncuf.efi perfonA ^neralk, qut iicitur fummw Po« tifrx, fuccrffor Pe^hnt dd GLORIOSISSIMAM CT SANCTISSLMAM DEI HOMI» NlSqi MATREM, ViRGINEM MARIAM, qu£ Mund0 feperit h^undi Sdludtorem, fRddices, funt pnes hominum recredtorumy qudtenui l gencrdlioribuf principijs [unt injvrmdta dc orndt^, Truncutt eft hdbitut quiddm generdlPSy rdtionc cuiui VIRGO M ARI A dicitur refugium efje peccdtorii, Brdnch^y funt dux uAturx, uidelicet diuind arhumdnd, ArhorUmd qu^iUud diuinum fuppofltum conflitucrunt^ cuiut terndtkpdr « VtRGO mdterfuit, Virgine permdnentct Uifutit Kdmiy funt SpatFietdS^dHocdtiotUumibtdScryirf ginitM^ FlorcSy funt dignitdtum M ATRIS DEI. TruChsyeflmvscH¥dSTVS,ciiiutcruore, 4' tnortt ^ Uber^tifmmi DEAIU DE ARBORE CHRISTIANALI. Il^illd.drboreeA conflderdri debcnt, qux dd vncdrndtum diuinum Vcrbum jpe^bint : cuim drbork du£ fitnt partes prkicipdliores .f. Diuind cr huntdnd, ficuti cr m Chrifto du£ funt natur£; cr fecurt' dum utrdmq; eft cxdimittAndd i rdtione bumdniatiSt pdrtes omncs ar» boris funtytlementtilcst Vcfftdntcs^ Scnfitiux, Imdgindtiut ^dtin onales irdticncuero DeitdtiSf pdrtes proportione qudddm funtfn* mendjc» fRddices, funtgenerdlii principid diuindchumdnSt I J Truncus, eftlESVS CUKlSTVS ; qui truncws unitt tfi j rdtione bypoftdfls, fcd duplex rdtione ndturdrum^ hrdncb£, funt du£, uidclicet ndturd diuind. cr humdnA. Krboris Rrfwt, funt rcfpe^ks, quos ift£ du£ ndtur£ hdbcnt, »»- Chriftiddlis ecificdri CT determindri;ideo qudndo confidcrdntur drbori* "f-Qj^^j^ bus trddcre cffe, neceffmum ejl iUjK confidcrdre dformis prius udrio modo informdtdt CTptrfr^s : ex qudrum pcrfiBione drborum pdr- tibus inefl quoq-, pcrfe^o. Berddicibuspducd ddmodum infequenti* bus dicemus, quid proUxitdlem CT inutiles eiusdcm rei repetitionet uitire intendimus. H/c igitur qu£ de ijsdiximusobfcrud^C pur^ mente contempUrc» N 3 Dr Truncou J»4 DE TRVNCO. V, . nr^R««cwfr dutem dcbedt inteUi^y in mixto eUmeutd ejfe ; unicuianriai mumm terminum ; cr h£c duplex eft f pcrmancnscr fuccefiua ; ^^J,'^"' ^ permdncnsycuius psrtes quxshabet funtjimuli fucccj^iud autem, cu» fucceUiu» ius pirtes non funtftmul ; quod dcbet in utrdq; qudniitatfs dcfimtiot qu id. ne intcUigi.noude pjrtibus effentUUb'J4, fed tdntum mltgnnti. fcw orqudnrititiuts Difcreta cft, cuiui pjirles un.i pcr tirmintm dU 'crefa quem communem nonconiunguntur, QUic ut cdptafdaUordftnt, \n ^u*'^^»^**» m9dm drborh dij^ofuimut^ Qudntitdi4 * U4 ^q6 'Lined fjutefl logitudotdnm tmn, Superfiaes, qu^pr^terlon^ ^Venmnens^ gitudmem habet Utitudmc^ I Corpui. quoiefllongumM' [ tum, profunduwq;. (Continud l f lAotut,cT cjl aOtis etif,qu4> I tenui in pjtetnid. I \Juccepiud ^TempufyCreflnumeruimoA tm jecundum prius cr pot fteriut* fOrdtio, (juatenut eiui fyUabx menfurdn» j tur breuitate uel longitudme» iw pro* Difcretd i mnctando. I (Effentidlit.utdigitui drticu» (V^ejpefhu^.utpdr^ Accide-i pdnter pdr, pdri' tdlis \ tertmpar^c. \^QSdlitdtiumcrefi tUe quiimportdt pguriyUt affcret^ fbbi.pararelli.pt' des crc. Pf op rlu m Qniiuitdtk efl proprium.ut fecundm ipfam res £qudLes uel mxqud^ Omnls oualitas ry^rqudlitdtemresqudlesdicunturiut per iuflitidm homini m# nat fubie Xr^''''* Hccqud- du. ct qiia^^ denomindtfubiedum m quo efl, mp in eo fit utenfd; !€• . blttcefi DE dVALITATE. r t4tisfuntqua\ tHor \ tol hmcefl(juoidqudtepidjne(li edUdd neq; frigidi poteft flmpliciter nomuun i retiuiri^ur quoicidnt,*uelquodddc6* Propria rc uertentUm de feip/is prxdicentunquod jint flmui naturd ^i. na- latiuoru, turali inteUigentid j CT quod uno pofito, dlttrum ponatur» cr *f*>gnani, deflru^, deflruatur^ Non mc Idtet, mdteriam hdnc effeddmodm dtfficilem, plurai^ expoflulare j hxc tdmen procompendio fufjiciat^ DE ACTIONE ACfio non dcbet confiderdri pro formd dih, uel mdteridUter, .. fcdfvrmaliter CT pro rej^eOu ; cr mhil dliud efl quxm refpe. fi u5- {ks quidam, quo dgens reftrtur ddpdffum.^ropriumefid' fidcrandal (tionif, ut jit rdtio qu4 pdjiio iiifirdtur. DE PASSIONE EX diihs hic immcdidte fuprd> fatis crit paj^ionls ndturd manifr^ fid } dejinitur tamenjic, Paj?io ejl rejpe^ius pdtientis ddagens^ Proprim c{h huiusy ut injirdturdb dSHone^ DEPOSlTIONEudSlTV. POjitiOy efl ordo pdrtium dlicuiustotius ddipfumtotuniy CTdd ^oCulo ab locum-y cr w hoc po(itiodbubidiffhrt,quidubijigndttdntum "^i^ii^cru rej^eiium ddlocum, pofuio dutem prxtcr hunc^ dlium denotdt, utpdtet» DE HABITV. HAbitus hoc in /oto, non dccipitur jicuti inprimo qudlitdtit moio dccipicbatur ; fed pro rejpedu rei dlicuius^ db extrinfe- co dltcrirciddidcens^ pcrmodum orndtus uel deorndtus: fiu$ totum uel pdrtcs multas rejpicidt iutrejpe^usintcrulxddeumqui td ejl indutus i fiue minimam pdrtem ; ut anuU re^eiiusdddigiM. tum, DE VBI ucl LOCO* VBi, tj} rejpeaus lo€' citfdjiigndt P(trus hy^dnus, qu£ nuUius funt momenti^ O 4 JDEQt^do^ DE QVANDO» QVdndo^ellrefpeCknemporkddrmtempordUm j ut rtjf>i$ L%s huiu4 bor^j dd rem tali tempore exHlentem, cuiui operd' tiouelmotui menfuratur. Duplex quoqipotefttlfe.aaiuutfi Uideliceta-pdj^iuum^licutcrubi, \demde bdbitu dia poffet. Huiuf dccidcntistresaj^ignAnturproprietdtet, quarum cognitto cum non ddmodm im6 parum uel fvrfan nihil profit, fcribere non curauimw^ Hjtc de fvlijs omuibw! corporek rebus conuenienttbM, dida \ufj\ci*^ 4tvt Q^ndo igiturdere aUqud materiaU traihbitur, poterit luUi Pndtofuipnhtc accidentid edm fdtit ornare, poteritq; Cate^riat nofirM non folum reijppUcdrcfedetiam cuicunq; horum dccidentui. DE FLORIBVS. AJ^dmis foUd generantur v fiorts ;de /vlijs di&in efljed dt fionbm aqmbw frudusdcpendenty rcfiatut nonnuUa uidea* mwi4 F los hic dccipitur pro re iUd qut fruOui uel efjviiui e(l Flos quali p^^^i„i^^. mfhrumentum dicitur quo res dcquirit tffe. ?ere4 rcr accipu defaciUdignolci,quidperi>\f\ru* Dubia Lul mentumuelfiosueUt;uidcturetenimquodpro mfhumtnto optratij li fenteru onmdccipiat,^ tamenremabaUomotamquandoq;proeodem ca» defloribusy|4(|.4f. t« uero brcuiter nobtfcum poterii afjirmare; principaUus Opcratio e ^Hfumentum operationem cjfe, quia fruCkiuatdeeit proxima: ftcUM. ^*^^ tipdtetdifciirrenttperomnet motuf ff>eciesi remotum ucro iUui mcntum. ^ difpontt, ut mdefequaturfi-u^hisificuti ignifcahr» quid calore combufiibtU uel caUfj^bile dt)j>onnur» ut formam ignis fufcipiat : dUud remotijiimum datur, quod motum ab dUo recipit : CT duplex f f nAturale CT drtificidle ; ndturale ut minui. pesO-c: dr- uficiAeut funttUd qutbus tAechanici CT aUj utuntur.Et omntbuf ijt tnodis mjirumentHm uelfiospotej} accipi, ftd jecundum LunHnten» tum (ut m fequentib^4A patebit) uerius optrationef fiorts uel infiru» mtntd dicuntur, quJim cttera quxnmirauimM. Hoc quoq; fidcmfd. cit,qui4 tit,quU in(hmenU duobut uUimk modk conjldcrdtA, dut funt qud» litdtes dijj>onenteSy qux cum elementit cor^iderantHr iUel fuiH tl^ menatA^ qu£ pro jruShbui dccipiuntur, > DE FRVCTIBVS» Flnts cr compUmentum rddicumy Brdncdrumy rdmorvmy foUo- rum cr deniq; florum,frui^s funt ; qui per eminentiam quant flu^^i^^*^^ damomnesarbbrk pdrtes continenc^nec unquam partes arbo' ° rlf quiete fruuntur, mji quando fru^is fuumcffeconfequutifunt» pK«(f?wy huiiuarboris funttUmentiL omnid(feclufiseUmentis com^ pofitiSy qux pro rais funt accepn) quxcuq; fint iUayfiue perfiet&^ fiue imperfida, de quibu^ in quatuorUbris Meteororum d^U Philofo' phut. tion eflprxfentis ne^^tij de ifs traShreyfedqujc finc numtrd* bimui faUemy cr nonnuUd forfan deiUis diccmus. D«o funtmixtorum generayquorum primumimperfe^rum dtcitun quoniam tefte Ari- flo: in primo Meteororum, fecundum naturam minus ordinationm Duo mix- fiuntyquJim reUqud corpord ; uel quia fubito mifcenturac ffnerantur, " gcnc- Etfubhoc mixtorum ffnere meteorica omnis imprrj?io contmetury " 9"«fint UtUquetuidereex fcquentiarbore. AUcrum mixtorumpnut perfit ^4"*^» {htm efiyfub quo lUa omnia comprxhenduntur, qux in terrx uifctri- hut generantunqux fnnt difjicilis mixtionis, ffnerationis, ac ccrru^ ptionis i de quibtu Ar: traibAt m 4 Ub Mettororum, cr funt Upi^ deSy metxUayfales cr fimiUa. Ab imperftEhs aujpicaturi ; qu£ cr uu ffnerationis perjvdiora prxceduntyhanc tmprcj^ionum omniumad' uotduimus diuifionm j utfdciUus qux fittt, cognofca tur, y P Omnfc OmnkMtte oricd imprcft fo cdufatur utl flno^UiLSphxrd.utGaUxi^ Sine upore, vfubit^tuf { \n acre, cr tx radiorum folk refie^ aut [^xiom fiti ut Hnlo, Irif, Pdnhelif^ (Comdt4 fSteUd i Bdrbdti I Colu^ [cduidti In fupremd dtrlt j nxpyrmidAles» *Sicco cdli' do CT m-* fldmmdto Vdpore 'Simplici^ I regione,ut fune « lii medid^ ut inmfima,ut CdndeU drdctes Lance£ ardetes, Titioyquidicituf Afub» 'Cdprt fdltdntes ec'iem ^rit lapidfs vellutidccodi: qui defcendendocorponquantumuis durd pcrcutit ac eucrtit. Si uipor cleuatus efl mixtu* fulphtire uelargento uiuo ; tunc ex dccodione v infiuxu coclefti, -quaodoq; infiuftumfcrriucl chalibls conuertitur. Venti turbink ong) abaqueanuht; (fl,quite' Deuenio nus contincttcrreflrcm uaporcm i ex nubis fradione vaporiUc tcn* ^urbinii. dit maximo cum impetu terram uerfus, crd tcrra repercvlfus^ fecum trahit quxinuenit, DeimprcfsionAus gcmtis no cx iiaporibus, fed ex reBsxione folis uel Lunxauc ScelUrum. DVm dcr uentorum impetu non molcflelur, folct aliquando ap^ og Halo- pirere circultu albu4, circd folem aut lunam ud fteUam ; qui ne, Lorond Ldiinc, cr Udlo grxcc iiomindtur ; crgencniurflc^ Quando I fi4 Qudndo hmni£ui ttdparfurfum dcudtof cjl, nec tmtn attigitmtd^ Amaeris regioitm^ ritionerdritatis fuxoptimcluminis (fi fufctptu- mt» GT migii in medio quim in cxtrcmitatibus,* quii co m loco tft intcnfion corpuiq; lucidumuaporH ccntrum diamctralitcrradifsfuig iUuminatiSyhumidiat*mdeftruiti qiut ciccntro rtccdcns ai pcriphf rit partcs conftkgit, cr bocpu^ fit circuhu j qui cum tUuminetuTt nobis albut apparett quia ntc adhuc uapor m nubtm denfam cft con» DeTride. ucrfas. \ris gmcratur cx reftexionc radiorum foLarium uclalicuittt dlttriui ttflny m dupliciroratione cr nube detifay tx oppoftto foOiS dut altcrim aftri conftitutis ; pcr duplicem rorationcm mtcUigc im* brcm dupliccm^ fubtiltorcm ./*♦ cr crafsiorcm, Quando nubcs denfd cr aquofa cum duplici iUd roratione Soli ucl altcri aftro e regione opponitur>adeo ut radij oblique incidant itt camt nec petietrare ua- Uantt tunc fitradiorum refttxio^ m qua rtftxxioncy carporisluminoll ima^ (^fedimpcrfrilc) reprcfcntatur: cr quia talif rcprefcntatio fit fecundum arcuaUm ftgiiram»ideo iris nominAtur^ Colores in Iri- de caufanturuirij^exuarictxte fubic(ht m quo fubic^bitur. Tcrru prlsenimuapor uel nubes denftfsima, nigrum colorcm prxbet ifT quanto magis accedit ad terreftreitatcm cr denfitatem ucLrecedit» tanto magk colot adnigredinem uel albcdinem dccedcns cdufatut^ Multa effcnt dicendd tam dc pluralitate Iridis quim cius figurddrcn^ Ofc P:iahe alicrcoloribus, qux omittimuscaufabrcuititis* ParabcUj, funt Sa« ^i**- lis jimiUtndims, quicaufantutex rtftexione radiorum folis in nube dquofa ualdc denfa dc rotunda AUtere foUs txiftcme ifi plurcs con» jimilcs nubes aUtere folis mueninntur» CT plures parabclij caufdtu tur. Ex tranfitu radioruw Solis in tiube non continud fcd pcrforatdt udin.aUqiubiM partibtts rarior^ ftib foU tamtn pcrpcndicularitcr rxU [icnte, folent nobis apparcrc cordt virg^^ diucrfls coloribtM-or» Calaxiaq nat£; cr ij colorcs ex tranfituradiorum pcr nubem caufantur* Efl modo ge aUerd impref^io qud-tiecm uaporibut fubiefkitur, neq; ex uapori' ncrctur. conftat, cr eft GaUxia, qurfic caufatur, 1« o^ua Sph^ra md^ tte funt PeUs^ aUqux uifu notabtUs, cr aUqute non i qud cwn Uicid^ flnt . Tiiios emittuitty fcd ex minhnd dd inuicm litUdrum iUdYum di* ftdntix rjdi/rcfnnguntur^circulMq^fummealbuicaufatur, quird* tione t^ntx glbcdinis ladcus dicitur. Hunccirculum Vulgwt appeUdt uittm fin9i Ucobi^ qud mortuorum dnim£ priusqudmcoclumcoti- fcendjnt, iUuc perueniunt, Dc MenUis cr reliquiSt ^U£ in terrd uel Urrxuifceribuigenerantur, mt fumus di^ri, ut Alcbimiflis [obiidiud^ dd firmdfciicntdcni» fd^dU. potentiaU, dd£qudtum. mddtqudtum^ fixmdU. prxmdrivofu ftcunddrium* [InffiUre* uniuerfiU^ Itntitdtiuui, qwus txtUcdufmfum ttiHii^ txt fperji^onk, I originif, topriotitds ^ndtur€» dignitAtk» ordink, Stcundarioritmi TertioritM» f pcr iuxtipojitioncm illc dugetur iofl^ tio 1 f Vroprie tdS t,6Vropor> tio 17 Coditio s8 mttntio I propriiy cr repcritur (KdtionaliSy C tH interiUd qu£ und comuni inttr qudniUdtcsi menfurd mcnfurdntur^utbicubitum uel tri* cubitum, qu£ cubito mtnfurantur^ CTina- fn&turdlk» ritbmeticis numeri omnts^ quid comunimc' ^ furd >f unitdtc dimcntiuntur* [drtijicidlif, [irrdtionAlis^c^f^ft intcriUd, qut und co^ nunimcnfurd ncqudqudm pojfunt mcnftu 'primdrU, rari, mlt^ funt tdm rdtiondiis qulm ir^ rationaHsqudntitttif JpccicSt qu£ dpui fecmddrid» UUtbemdticos pojjuiu uidcri. ip Ordiua^ tlf I tcmporis» Ordinxtio\originiS0 \jxcrcitM» (morditer, (bona^ 3 o Opndtio ^ [entitdtiur» I f mordliur* [mdld^ [cntitdtiua fbonl^ f rtdUSf eciesdptitudine :fT gicu cc phi \ Jduplex eft, phificum c logicum j phiflco ffntrt ^udent que* lic u «^uid ? cunq; ex §aiem mdteria funt conftitutx, ut corporalia omni^ fic ^ruplex corrupttbilid. Genuslogiciimduplexeft.f generalifiimum cr fubal» logtcum» ffYtium ;generalij?imum fkpra quod aliudgenui non daturylicet tran^ fcendcns po^it ddri:fubalternum, quod rcfpeShi fuperiorum eft Jjfti Quare ge^ des,injtriormiter6 genw. Genut logicum eflunumdequinq-pre^ C^^inu^de ^''" quatcnus de pluribus dijfrrentibut ft>ecie ac numer» bnq- ^5di prtdicatunfedobbdnc C4ufdm, cr prtterta, quid tdntum parten^ CAblliblll. s ^cnti4ef}>ecichuicotmunicdt:& i /^cie difftirt, ^nU hdc iotm ScotizjU rJJentUm mdiuiiuis Urgitur^ De Specie Secies est qu£ Jub fe plurd mdiuidud tdntum continet, ucl ttAtd efi contincre. HMabsci; conliderdtione pofuimus in hacff^ecicidcfia, Notl» nitione hM p^icaiix, uil wt(a eft contincft, quidfumquxddm JPecies,cChimi prior m iUk corporibui rcperi* turyquitndjx funtaeterkcorporibuiUuioribus fupereminere^ pcundd ucro m iUk qu£ grduioribut utroq^ modo, 13» DcPondcrofitatc uel grauitatc. GKduitdt cfl rdtia, qud corpord ndtd funt dcorfum tendere j qutdupUx cfiy jimpUcitcr cr per rcjpe^umi primo modo corpord iUd fum grduid» qux infimum omnium locum ndt4 funt occupdre^ fccundo dutcm modo qu£ fuprd hxc tdntum Locumjibi uendicdnt. i4^DeMotii» VThreuibui Idnc/Drmdmdcfiniendomeexpedidm, motum td' tioncm tffc dico, qud crcdtd cundn mouentur. Ldrge motum Accipiendogaitrdtioui cr corruptioniconuenit, dc quihm /»- &. 5 quuti quuiifumut ; hic tdmen firi^ie oDn/lderArevoUimui^ Motui (^eclet muUgfuntfUtftdtimtibidemonflrabuur. j Augmentdtio^ O" efi augmentum qudntitatk» 2 Dimtnutio,creJldecrementumquantitattf, ) Altetdtio, cr efi mutatio de und qudlitite in dUdm, 4 Loci mutntiOf CT ofitk tribuit, nepUtribut m rdtio* ne fuperiork fc communictnt. AfsignAntnr diuerfa indiuidu» Qrum f l ' WMgtntrd iitempe, flgtutUm iniiuiiuum^ ex demoftftrdtiotie, ud* gKf», cr tx hypotbeji. Qtiod horum jit difcrimetiy Logid trddunt^ ji» Dc Attrafpeciesobiedcrufuorum4ttrahut, 3 2* De Contingentia» OMne id quod i cdfuueljortundeuenitthocmodocontingent efl, Sihomo templum uolensddire, d iapide deorfum cadente ' in capitc Udatur» contingens efl, Si tripoix cadens e fupremo \ locojfiat aptx fcdcs, contingensefl. Behaccontingentia fub nomine in 2« phi0» cdfut dutjhrtunx mteUiffttda, pr^eclara Mo: tradit. , Dc Imperfeflionc» Ih^iperfr^o pcrfr^Honk ef} oppofitum, ideo quot perjrBionU Jj>f« ciesexplicanturuclexpUcaripoffuntttot cr imperfiihonk* Iw* pcrfeBio e/? rattOy qua aUqtdd non habet effe completum. Sic ho9 mo A ndtiuitdte caccus aut furiws ucimancuf, imperje^s efi, 34. DeColore* r ^dndis cft colortm uis, quonidm eorum medio m cognitionem [ qudmplurimarum rerum dcucnitur. Plura etenim corpora re» I periuntur colore uel lumine affc^y quitn aUjs quaUtatibus ut f fatis notum reUnquitur de coelo. Cobr igitureflratio,qua mixta funt colorata ; nota wtxf», quomam elementi quaUtdtibus fecundis carct, 3^,DeSono» SOnui efl tmiucrfale quoddam ad otnnes fonos^Moc Ln loco fotuim izcipe et quatcus icorponbus fottatibui proccdit,et ct ut efi qu4- S i Uidii «« Utds qu£ddm vn derm imprrlJj, ipfumci: ptrcutiens, ie quo eonllde^ Ydtur et^Um m dtbore fenjudUjed per dccidcns.ubi dc pottntijsfenji» tiuis exterioribut obie£hstrdditur notitid, FVmdUs eudpordtionts i corporibus odorifiris excuntes^ dcrc^ mouenteseumdUcrdndoyddor^num olfdCks dtueniuntyquoi in dudbut nirium cdrunculis conjifiity crjlc ptrcipiunturodo» tes* iUcuit breuitcr oRendtre olfdciendi modum i tu dutem in fe odo» resconflderdf cr ([Udtenus dd potentidm ordindntur^ .Dc Saporc» _ . 1"^^ Sdpore muUd effent diccnddt brcuitdte tdmen ^udenteSy macen^^" 1 J tangrmus. Saporis mdterid fubU^h, tjl bumidum^ cui ddmixtum efi flccum terre/lrc i humidd enim tdntum^ non _ . funt fdpiddt quid nimfs fubtiUd ; neq; flccd tdntum, ut dc finiUo ' * '^"^** ^ bMtM4W0({i fdtif dppdrct. Hocmodoftpor potefl definirL Sdpor efl humidi pdflio iJUtd iflcco tcmftri, quod a cdUdo pdtitur i unde perhumidum,receptiuum faporis txpUcdtur ;ptrflccum ttrre» arepalJum, efficiens propinquum ; pcrcdidum m ficcum dgenSt tffi» ciensremotum. Sdporlt muUxfunt J^ecies. 1 Dulck, confldt ex cdUditdte cr humiditdte mgroffd fubfldntidi medidtq; eius compUxio intercdUditdtem G" fiigidudtem^ 2 Suduky ex cdUditdtedchumidUdtemfubtiUfubfldntid; eiutq; com^ plexio efl medid*. 3 Pinguist ex cdUiUdte dc humiiitdte in fubfldntid mediocri ;eflmf dixcompUxioniSt 4lnflpiduf, exfrigUitdte ; eU quoq; meiix compUxionkt^ f Sdlfus,excdliditdtevflccUdteinfubfldntidmediocri; compUxi^ tdcdUidt 6 Amdrus» txcdUiitdte cficcitdtc in^xoff^i i compUxi^ efi tdiem eumprdceienti. 7 AcutMy ex cdlidiute CT ficcitite In fubtili s complexio efi eddem, t A cetofwsy ex frigiditate cr jiccitite m fubftamia fubtili ffnetdtur t tomplexio efi frigidd. 5> Stipticui, exfrigidintecrflccitite «t mediocriiedde eflcopUxio^ 1 o Ponticuty exfrigidiate c^liccitdteingroljd j crefteundem co' plexionls cum Stiptico Acetofoq;, Korum fdporum multdt poffcm ajiignAre operdtioncsccdufu opc^ rdtionumf ^udx conJiderundM rclin^uimut Medick» jS^DeScnfu» HAncformdm uult huUui fub fe ^flum bL^muc contincre, fiy Recitantut cutiexeiuiuerbiscoUigiLlnquitcnim^SenfuteflfemittAtusm Lulli vec- drbore elementdli^ qui diJf>ofitui cfl rdtionc fenfUiux mfert£ ba. in elementdtiud ej ue^tdtiud^ quod ex tUod^s nMurdle dnimdtunt htd{hmdeducdtperfentire,cdloremdUtfrigiditdtem,fdmem v fi* tim dc tuihtm» Non effet tamen mconutnientf hdnc fotmdm dccipert fudtenut cuilibet fenfui efl dpplicdbilis. 3 9. Dc Conceptionc» * PErhdncformdm mteUigendx funt conceptioaesndturdtefy qu£ Concepti* ddffnerdtioncmfenfitiuiucL uegetdtiui ordinAntur. Ali^lunt ones naies etidmconceptiones.f mentdlcs, quarum pdrtui func cxplicdti eimetales* 9ncs qux fcripturd» nutibut dut uerbis fiune. DcDormitionc4. Dormitio uel fomnut efi dnimdUs perfeib uel impcrfeBi pdf^io; ficuti ey uigilis^ hhic efl quodcd qu£ fenlibiit cdrent, ijs quoq; cdrere ncccfje efl. Somnusdtiimdntibudnccefptriut efi dupUdS on* quk" decdufdi primo ut uirtutes nAturdUs quibut uti nequdquam pofju^ reaniman- mutfineiUdrumfdti^tionCyinterdumquiefcdnti fecundo ob uirtu^ ccffariui"* tcs ue^tdtiudty qu£ continuo motu k fuis operdtionibut impediun* turiCT hocuerum efje ex efftibbut cernitur ; exptrimurenim bomi- ms JludiofoStmultum^ fenfibus utcntes non admodum efje pinguer, S> ) obmA*- 1 M4 ob ntdldm nutritionem (jux m t:h ft i ex oppojlto ucro quidm kuH uiuntur ignuuit^ ocio, fomnodediti^quitdmpinguesfunt^quoi Somni gc nilfuprd.Generdturautemfomnutbocmodo. Obciborumdecodio- neratio* nemyd corde uapores eleudntur, cerebrumq^ petunt, qui Ji nimid ctre* brijri^ditdtecondenfantury replentq^ uenM dcmedtun, quibui d cem rebroor^nii uirtutfenfitiud communicatur j C2r fic ItQ^ntur orQind uel impediuntur ne pofiint fenjationcs fudf exerctret 4J* De Vjgilia. DE uigilid oppofitum eiuf quod de fomni ndturd di(km efl, con» jiderandum reimquitun conuenit pariter uigilid dnimdntibun cr nihil dliud efi, qum folutio fcnfuum ad exteriores d^is, per cdlork ndturdlis reiicrjlonem ab mterioribuf dd extiriord, *De Somnio* Definitar T) txplicdturi quid fomnium fit, dicimm effe dppdritiom fomnium. J^nem quanddm exrecurfulimuUchrorum a phdr^tjfldyptr com* pofittonem ucl diuifionem uario modoconfiitutamy ad jenfum communem j quibu^ phantafmatibiu homini dormimific effe ad ex* trd uideturut ipfa mouent, nu Uo cxtrinfeco agente in ftn [unu per re* prxfentdntk modum : non jine caufa pofuimui hdt pdrticula^ (per reprxfentantif modum) quonim per modum excUantk exirinfecs qu^dam ad fomniorum caufationem rcquiruntur. Corpora enim cae» leftta concurrunt adhoc; cum pbanthajid dccttert mteriorts pote* ti£materialesfint,dcmdtcrijles obit6hrum ff>ecies retincdnt^ qu4t Coeli &E_ mfiuxuf ccelcflk funt rcccptiute» Elcmentorum quoq; qualitates di lcmentoru fonmiumefjliciendumopcranturdc conducunt; ndm corpork pdrtes. ad ro'nii*iri "''^'P^^^W"'^ pariter afficiunt quali» concurrut, ^'' '^^> hinceH quodfidormicntii manw uel pcdes m aqium fri* Nota. gidam ponatur, ftjtim fe in dqufedere fomnidbit. Mult£ funt fom* fiiorumfj^eciesqud/srcUnquimmt, ,DeGaudio» GAuiium fink tft potcnturum fire omnium : dppetit dnimalt timtt, irdfcitur, proftquituraliquid, CTdliuiuitdttob dcUdi» tioncm CT ^uiium, qudtenut did^s tttles iire^ie uel indire' Ae fequitur^ucloppolitumeiusuitatur. Efl^tiiium rdtio qud 4nu tudl ic bono ddepto uel ddipifcendo, dut mdlofugiendo Utdtur» 44^Delra# IKdex concupifccntid oritur, dt4*, 41 Hrfcrogcnritaf. 42 Ingroffdtio, 4 3 liltgMdlrt/ffif. 44 IncoAo. 4 f Imprepibilitdit 4d IncodguLi t(0. 47lffii' 4 7 uil^h^ €p Penetrdth» 4.8 mjiammitio^ 7 o Kemifiio» 4p inquiMtio, 7 r Rtjpiratio» 5 o InfclubilitM» 7 2 RctfflMaf 5 i U d Putrtdo^ 8 8 VniuerfalitdS, 67 Putrcfd Hio» S ^ VioUnidtio, 6 8 PorrofltdS, p o VflibilitdS» Tlures formdt fdbricire poterts m undqudq; drbore, fl pjrtes omnes 4rboris conflderduerk dc indd^ucris edrum partium proprietdtes, ^udtlocoformdrumpoterkhAberei quid Mt dixi dliqudndo, form^ iooo proprietdtumafiignAntur, qut meliusm reicognitionem ducunt qudm cetetd txtrinfeci prxdicdOi* Dedimus modum fMcdndimul tis formdSt Sdt uolmm de /ormis dixiffe, dc de primd drborc. T DEAR. R ^> f ^ DE ARBORE VEGETALL ris demc^ contempUtiodrbor(sutffalifyquonum fccundum nttur^ or» talis ad ve- dinempoftlimpUxclfcquoirebwtconuenit.fcquituruiucrt.quo getancem. melfcncbiUonconftituunturinec altiorcm gndum poffunt corpo» rea cntii unqu4m coafequi, nifi ue^tans uitj prxfupponatur. Inh^c drborcomnufumconliderandafub dupUci rationcy uideUcet qudte* nwi habent effetf^enhxtiuum CT uegctitiuum, boc ettnim lUud prr» fupponit» DE RADICIBVS. AdiceshuiMarborkeiedem penitns funt, qute pro etementsU arborc funt firiitatXi aquibus omnes arbork Jpartes fuum effe dccipiunt : nec aUquidradicibtM oonuenity qum arborum par* tibut fccundario conucnidt. DE TRVNCO, TKuncu/s efi qttoddm uninerfale corpWy m quo potentiaUttr particularestrunciwntinenturdcreliqua omnia, qu£ iruncu fequuntur. Nam uirtutenAturaUumaffntium qu£ m eo jun^ potenttaUterada^mdeducuntur* DB BRANCHIS. BKancl£ funt quatuory fciUcet potentidappetitiudydigejUHd^ retcntiudy cr expulfiud. Per appetitiudmquodconueniense^ pctitiua uefftantibwfy defideratur, dc beneficio nAtur£ fruitur^ ?rouid4 uelatcia£li HAturd diuerfls diMerfat trddidit uirtutes, quibwt conuenientiddttr^ bunturut m effe conferuentur, Quoniam uero quod dttrd^m e/J, ad attrahentis membra roboranday qu£ nAturalH calorls ui ac MrtM- te debiUoitA fuere, nunquam efl aptum, nift membrk nutriendls flmile fiat; ob id opm efl difffiiua^ qua alimentum concoquaturyac digem. rantnr ea qu£ f^eciem cr formam membrornfufcipere noo apta funt^ £tioc TEt Idcalimcntum tfuodih extrinfeco ucnit, quii m tcmpdrc impcr* ^ ccptibilinonpotcjltranfmutdri ac conucrti in aliti fubfldntiiMyoh mbcciUcmtr>insmutantif aibonemcicpafircfiflcntiam: idco ncccft farid cfl quicdam rctcntiuafacultast qua nutrimcntum tamdiii rctinc' Reteatiui^ dtury quoaduiq; nutritio fiat, At propter impuritatcs abifcicndas, qu£mrtutc digcfliux pottntix, d purioribusfubtilioribwsucfuntfc- g«gifno ; qutdam inquiunt, effe cor, aOj controuer- neruum^nonnuUic^rne ;cum omnibus idem pottris afferereiinteUii notadui* 'jgendo cor effe radicale orginum, non ta^us folum fcd aliarum etiam * potentiarum ; neruus uerb efl or^nnm defirens ff>ecies j caro fufcipi* ens per tnflrumenti moium i caro deniqi ncruofa eft totale or^num^ Veeius quoqiUniateuelmultiplicititemultx funt lites, qud/t fic po Oeunitate .Uris fedare. Plnres funt uSus non raiione diuerfarum formarum et plurali* fubftanlialiumy fedrjtione diuerforum contemperamentorum quali^ tateta£tus« tatum ; aliud enim eil contemperamentum faciens ad percipiendam ealiditxtemcr frigiditatem, aliudreffyedu humiditatis cr ficcitxtit, Affatus (mquit LuUus) eftiUe fenfus, per quem mMifeftatio fit t» Dc Affatu» fermone,quieftintraconceptmtCrd4texempU» Sicut homoquilo' quituriUudquodcogitat, CT 4ttw flmiUter i ficut ttiam ^Uinaqus tUmatxdfiUosfuos^ DE RAMIS 4 RAmihuius drboris triplicis funt natur^, ut fupra oftenfiim e^ de qudUbet huius arboris parte ;crfutu membra unimaUum tam mteriora qulm exteriora, m quibus Ht renouatio perut*, getatiuam potentUm, compofitit per elementaiem ndturum, com municitio uero idfenfus omesper fenfitiuam uirtutem^ T 4 DEIO DE FOLIIS, FOlid funt ediem dccidentU qu^CTin prioribus drhorihus rept* riuntur, fub triplici tdmtn rjitmeconfiierdtdicrhocrjttioni fubicdi A quo icnomindtionem dliqudm recipiunt i cum igitvr • gnimdliatriplicis[intitAturx,Pc&dcciientidiniUk fubie(htdcon^ Jimilif nxtura fiunt. Non ignormus hdnceontemplttioncmfatis effc impropridm, fei fcquimur Frxceptorem^ DE FLORIBV8» OVerdtiones omnes qu£ db dnimdliprouenirepolfunt^qudte' nus hdbct fffe,uiutre vfcntire extrinfccumy flores iicuntur» Nfc plura ii^bit rdtio ut ie ijs iicamus, can in qudcunq^ /fre 4rbore,optrdtion€sloco florum hdbcdntur. DE FRVCTIBVS Quituora Tn»ai«ffttf funt dnimdntid omnid fuh qudirupliciratione conflit* nimalium h^r^fi, quorumqutidm funt igned quid inigneuiuunt^ dliquddk'» rpccics, red^quonism tdUlocofruuntuT^nonnuUd ttrrcflrid.vqudijm 4qued;ii(iinguunturigiturinqudtuorcUlfef. No« eltprafcntitne* gocij dnimdUumfpeciesnumerdredc eoruniem proprietdtcs oflen» dere,Q^iieijsmuUdcognofcerecupit,le^t Ariftot inUbris ie porid, ie pdrtibus^ CT ie generdtione dnimdUum, DE FORMIS. ItHter formdx dnimantibus conuenientes ifl£ qud^modoielinidhh muslocumhdbent,qudrumcognitiononpdrum utilis erit*. Bt ne iiipLex fit Ubor nofler, formds unJi coniungere uvlumus, qu£ ^nimdUconueniunt, qudtenus e(t exterioribus fenfibus dc intcrmi» bus fenjitiuum* l Apprxhenfio. ' /^AflutU, 1 n ppetitus fenjltiuus, ^ Auidcid. 5 Alfenfus, 6Affmsd^Ut, 7 AeflimA* Hf tf Atdiittdtios 28 Intdgindri, S Auditiu diiut» 2p inffnium. 9 0 lrecies in fenfucommuni recipiuntur Uuiut fenfus ncccjiitM efly ut de fcn fmm exttriorum fft^ ciebui iudicium fucidtiUndm ab dlid diftinguendo^ dtq; ut fit dUqus potentid que cognofcdtuifum uiderCt duditum dudire, cr fic de reU^ quiffenlibui;ipftenim ob eorum mdteridUtdtem nequeunt fuprd fc ipfos uel proprias optrdtiones d^m habere rrflexiuum ; qui tdmin De im.igii= fcnfuicommuninonrepugtuLt. Imd^nAtiud ftnfum communem ftdtitn ^^^offi^io^ /f ^ Mi>«r, cMiwi pro^nnm f/? cj« db eodim jenfureceptdsconfcr» ^ * uirezrretinereinAm fenfusconmuntis t^ntwn retinet ^ecies exti4 riorum fenfuum dum m obieiU tendune, inimdgindtiuddutemdM conferudntur^ Aeliimdtiud hoc hdbet priuilevium ut imdsinAtiudtn ClUlUelCOf^ r r ^ n t • • r gitatiua e P^q^ ^ttiiiinonidrtturtirumj^tcierutn conferudtricem^qux dh tfiimd* tXHd uel phdntafid funt fabricdtx» ideodlid potentid ddri necej[drium eji, qu£ dppcUdri pottfi Mtmorid fenfitiud ; qu£ non ejl eddtm cum De Memo- inieUediud utquiddm fdtk inefjicdcittr probdnt^ dc txiftimdnt. Et 'ia fcnfici- flccompletus eflordoudldcddmirdbiUfinttrhdfcepotentidf. Dcrc' minifctntidynihil omnino dicere uolumm»cum dmemorid non diffvrdtt nifi in qudntum memorit funt proprix jpecies^ rtminifctnti£ utro dUtn£. Stcundum hdt pottntids td qux in pritcedentibu* drboribut eontintntUTj confidtrdri pottrunt DB RADICIBVS. Slmilitudintsrddicumrtdlium drborum pr£ctdtntiumthuiui drt horis funt rjidices, ut tdlesfimilitudines fbrmdliter ueluirtudlitcr u°? interioribuf potentijs obie{h ofleniuntt J^diere hds pirticuldf U|*tuau"cc ntceffariumfuit,f. fvrmdlittr utl uirtudliter, qutd non omnes rddicts^ jcn cat, propridfbdbtntJpecieseMreprxfentdnttSjfcd uirtutt dlidrum notx fiunt ; ut pofjumus dt bonitdtty ucritdtt, cr dlijs dicere. Hoc idem de Rclati oncf quibufddm dlijs inttUiffrepottrlty ntmpt dt reldtiotiibut tdm intrin- qaom od o fecui dduenientibui qum txtrinfecm i qu£ rdtiont funddmtntorum^' titftum cognofcuntur. DE TRVNCO- A^borlsimsgindistruncufexfuif rdiicibus confiat ; dtq; tfl fimilitiido coiifufd truncorum reliquarum drbortm ic quibut trdd^iuimas : in quo funtjimilitudines truncorum pjtrticuU* rium.Quifintilii trunci ptrhuncrcprxftntdtinon efioput rep^erc^ atm fupn bis falttm hoc minififldium fit. DB BRANCHIS. R dnchx ifiiM drboris funt fimilitudines brdnchdrum drhorUm, ie quibu^ fuprd Ohonim ucro nyn omnes iU t brdnchje fuam poffunt ciufdrclimtUtuiintm, ut p^ttt de potenti^ uiflui, audi- V 2 tiudM B 14^ tiud» guftdtiud» trd^ud^ cr dlijs in drhort fcnfudli nttmerdtts cr dt0 cUratift dc etidtn de brdncbis uefftdntisi quid interiores potenti^ obie^ potentidrum exteriorum cognofcunt, non dutem ipf^s pottn*. tMU,nili per opentiones CT dCiusiiieodddiiusMlddtdUdiritudUm fecundum ordinem fupe* riui obferudtum mdnifrlldbimut, oficndendo quds pdrtes flbi conuc* nianf. DE RADICIBVS» HViws ndtunerddices/ffiritudles funty cumcripfx/lt J}>iritud- Inter hui* Lis ; intcr quM txmen non efi dnnumerandd ContrartctM, pro* *f borislra- priecontrdrict%tcmdccipicndoy quid m cdnec qudUoLtesrc* c5crar?crat periuntur, in quibut funidtunSiuero contrdrietds confideretur pro ouiic^ repugndntid dliquorum iuorum aiiquoi tertium diuidentium, ibi uti^ ^ repentur, dc m omnibus qu£ fub ente continentur ; cr ueritu in ijs qu£rdtionc difjrrcntidrum V nonmoiorum intrinfecorum ai Wio* cem pugndnt, DE TRVNCO. TKuncuiefl qu^ddm fubfldntid gencralis CTconfufdy qux plu* ParticuT» rimat fubHantiat parttcularcs ac Jpirituales, fed corponbus explicaict ndtasconiun^ ln ratione /vrmx in^rmantiSyiiciturpotentid* definitio- luer continerc. tion absq; ratione m hdc definitione plures particuU ncm» €XpUcdtiu£ funt pofitx, ut magis buius trunci adtun cognofcatur, ac difaimen buiits dtrunco drboris dngeUcalis. DB BRANCHIS. N^turdh^c ff>iritualls tribus brdnchis confidt, qudrum prior int(Ue^tseft,poftecie inteUigibili. R huUus dehk tnbus branchis differendo ek applicat formas conuenientes^ quam proUxitatemuitamuSyCum modum appUcanii formas entibus omnibusttm pcranimaduerfiones tum per expUcationem traiiit' rimus. DE RAMIS. RAmi iy?iKf natur£ funt concreta effentiaUa brdncharum . f in- Ra m i cn teUediuumy inteUigerCy cr inteUigibtlc ipfius inteUe^us ; uot meraQCur, Utiuum uelnoUtiuum, ueUeuelnoUc^ uoUibUeuelnoUibile,uo» tuntdtts; memarue uero memoratiuum, memorariy memorabile, Su6 iflif expUcatdrum poteniiarum concrctk effentiaUbuSj omnid entid continentury in rationt obiedcrum, a&u^ potentid propinqitdy CT remotd, i pprxbenfibiUum. DE FOLIIS. SVomoiondturtiftifoUd, €onueniunt,qu4e fuptd dlifs drboribus conuenire iocuimus ; uerum tamen eft, quoi absq; labore uUo o" t meUus cathc^rix a nobis traiitx potcrunt appUcdri^ Siper c4» the^rias Ariftotelis ie JpirituaU ndtura finitd cr Umitdtd iifferert volueri/s^qudntitdtem tibi fume difcretam, quaUtxtem innatam uel dcquifitam^ reldtionem dd principium eius produibuum dut con» feruatiuum uel etidm dd operationes diutrfdf qudm operdtur, dHioi nem pcrmouentis vinformdntk modum, dutmouentk tdntum; pdf* fhnem qudtenus primi principif recipit inteUe8ionem ; cr fic dt dUjsfuomodo. Siuero peromnes iUds cdthe^rids nequdqudm pott* rk difcurrere dd propriM confugito, Kdy: LuUus hdnc drborem ex^ ninando per cdte^rids omnes, ubi de babitu differit artes mecbdni* CM dcfcientidf enumera^t i cr rdtioqux mouitipfum dd pertrdfkw dum de ijs hoc in loco, ej non in cate^ria de quaUtattf r/?, quia fa» V 4 cultdtes o Artes ct U', fuluta iftje qu4s ftib brcuitdte tdrtffmns in finchuius opnts, plum cuitaKS o. AdiUiigtndo,quiif Pigrippdinlib. dcVdnitdttfcientiarum cnumerdt, mnci Ju :.i i^tiruiiuntdrtificidles^quiA ndturaUbus cmdndnt. Holo difcutere pitc !li 1^ fiiij}fn(Yit uel mdle f cr dn eius rdtio udlcdtf ficaisignlt Secundum udrict4tem hdrum fdcultdtum uel habituum edruiidemip ^prii ob- proprictdtummultse fDrmxpoterunthuicdrboridfiigndri, qudtcnus iccia^ jiu furd corpordli dclpirituali confldt. Hdbitus iflifire omnes, homi- ni conuetiiunt non rdtione dnim£ tdntum, fcd coniun^i^ DE FLORIBVS4 Verdtionesdb dnimd rdtionaliprodeuntesflbiqi peculidres fT \nonconin^ijfunthMUS4rboTisfiores quodddlterjm pdrtcrn cotifiderdtx* At operdtiotics qus dmmdconcurrentedccon porcy funt fiorcs drboris humdndlis ex corpored iyf}>iritudlindturd €onftitut£, DE FRVCTIBVS. NHcefJe efi hicfiuChisconfiderdre,utdb drbore hdcexutrd^ ndturd confiitutd proueniuntj quonidm rdtionefj>iritUdlis nd* ma anima turtfiv^lus nuUi ddri pofjunt in effe fimpliciter produSlu non gcnc- qni^^tiimddtimdmtiongenerdtnec producit, ob immdteridUtdtem '^^* qud feperpetuo confcrudre polefi m mdiuiduo, Tiunt etenim m cor# ruptibiUbui generdtiones ut tdUd in tcuum confiruentUTyfaUem \n 'ff>ede. Generdt tdmcn dnimd fccundum quid, qudtcnus obit^lum quodpotcntiderdtinteUigibile, diUgibile CT recoUbile, fit ddu tdle uirtute inteUc^ius, tioluntd tlSy ucl memoride, qudrum uirtiulem fdUi m imginem gerit, dd mfitr fiuiim refj^edu fut cduft uel drborls. ¥ru* t Luiii* €endd/fiproUxiatemnonuirxrtmus^ hoctimen fcire decety eleSHo* nem tintummodo ex oonfequenti prudenti£ conuenirey mqudntum iUHiontm ptr conliUum diri^t. Oihfunt pdrtes prudentidm 'mtt' Oflo^^tcf grdntes,qudruvtquinq;fibiconueniuntutell cognofcitiud .f memo. prudctiac f M, rdtioy inteUe(lu4y dociUtM dc folertid^ tres uero ut prtcipit .f prouidentid» circumJpeBio^vcautio, dequibu/s trdfkt D. 'ShomM ^^J,/^ m fecundd fecundx, TortitudofectmdumLuUumeflhdbitu^a' uirtufy per qudm ho» OeFoititO mines funt fortes contrd uitid, cr nituntur dd Uicrdndum uirtutes» dinc» Hi/ic definitioni dUudit TuUj defcriptiojnquientir^ Tortitudo efl con» fiderdtd periculorum fufceptio,KJ Uborum perpefiioMiCc uirtus md^ gts d potefldte perficitur qudm ab dlijs radicibus, quii prmcipdUor eiwtd^isellimmobiUterjiftere m pericuUt,quod poteftdtem mdxit ndm dicityunde CT Arifto. uuU quod in fuftmendo triftid mdximd,ll 3. Ethl. aUquifortcsdicdntur fedminus prmcipdUter; tion omnk firtitudo tftcardinAlHuirtm.quidfipro fortitudine dccipidtur firmitdx quX' dim dnimi^ tunc conditio eft qutedam omnium uirtutum qudrum pro» j jg, q, prium eft firmittr ty immobiUter operdriut inquit D. Tho: 1 2 j, ai: i^. Ver tmperjntidm repriinuntur conatpifcenti^cTdele^tionef, pcTepcri- non qu£ funt fecundum rationem, fed qu£ rdtioni dduerfantur, CT qudtenu^taUsdeUfbitionesfuntcdrnAleSyUndelfidorufdity Tempe Hb. Etym. rantid eft qudUbido concupifcentidfi;refiendtur, cr Ar: uuU tempet 3» Ethi* Tdntiam tjje delc6htionem a{his moderdtiudm^ Nw ed qu£ JtD. AHgM. dicunturhis refia^ntur, quando ait. Temperdntideflmcoer^ j^qj! g^^j. cendisifsqu£nosduertuntdU?tDei,quonidmibi loquitur de tem* ca. ij^» perdntid, qut cfl ftnerdlis uirtus cr non JpecUlis. Certum ndmeCiueorumqua eiui capacitdtem excedun^ ddquietdmenordtHAturi quddam ei quoq; debent conuenire, quibui Humana ilU pofiit dttinffre» Qjtx humandm excedunt fdcultdtemeft ipjeDem facultate,^ acbedtitudoy wteUeik cr uoluntdte dttingibtLid,quatenut inteUe» excedecia. ^utperfidem iv/ormdtur, ut ed qu^e lumine nAturdli percipi ne^ queuntyUerd effe creddt, CT uoluntdf per Jpem m Deum mouedtur, dc Virtutes percbdritatemeofiudtur. Hdc dicere uoluimus ad oftendendam «ir* •^* od^o Te theologicdUum fufficientidm,fed quid qudUbetfit modo oftenm excedat 6c '*'* ^^deSyJpes v charitas ideo theologic£ uirtutes dicuntur, quom, non* theologicum obie^m re/piciunt, nempe Deum fuper omnid be* nedi^umy C hi hoc tmUdm hter fe hdbent maioritdtem uel minori* tdtem,Uceted ratione qud und propinqutoreftDeodlid, fecufoplM^ 4undum fit;ndm chdritdf qux dmdto dmans coniun^t, fidedcjpe perfi8ior eft,cum ift£ quandam diftantiam figntficent, iUd uero con». iun(bonem, propter quod deipfd dicitur. Qui mdnet m chdritdte, m i, loan. 4« mdnety cr Deut m ro» LulUi6 n 6 fidcs,ut ait LuUuty eft uirtut qut compeUit inteUedum dd dffir^ tccipicfide mandum ud ne^ndum pofitUte lUd qu£ uerdfunt. HicLuUuinon pcoprie. confiderdt fidem theologicam, fed indiffcrentem dd acquifttam cr fttfam i quonidm de omnibw quje uera funt non eft fides mfufdy fcd dc Deo tdntum, tanquam de obtedo formdU. CT de trdditk m fdcra fcri» pturd Mt de obiedo mdteridli^ Fidcm igitur U€rdm CT mfufam optimc D. P4lf« i>. Pdulitfdepnit qudndo hquit, Tiics efi fublldntia ff>erdnddrum AdHeb. f f rerumy ar^imentum non dpparentium ; ndm ut dit D.ThoXum ddwt »x.q.4» fideifitcreiereexuoiuntdtisimpcrioy debet fignificdre ordinem dd obieiium InteUe^ui cr uoluntdtk ; obiedum uoluntdtk efi res ff>erd* tdyfidei ucro non uifx: qu£ duo obie&a, explicanturycum dicitur: Sub» fidntid .1. primd Inchodtio rerum fperdnddrum in nobls per afjenfum fideii cr drgumentum non dpparentium . i, eorum quibiis firmiter af- fentiendo ddhtremw. Quid uerb ex frequentdtk ddibui credendiy Fides.rpcf, /}>erdhdidcdUiff-ndiDeum»hdbitu5'iUis ddibus confvrmes generdn ficcharitai tur.ideoprjeterinfufMhdfceuirtuteSjdcquifitdsquoq^ in homineeffc *cquifii«. affirmaredebemits* SpescumexfententidD, Augufi^fltfoUusboniardninondddlium Enchir. fed aife pertinentH, ideo ad uoluntdtem pertinet, cuius proprium ^^?* ? ' in ente fub ratione bonifcrri ; cr non in quocunq^ ente bonoy fed in ^** iUo quoi omnem habet bonitatem cr perfe^ij^imo modo.hince^ Spcs quj^j quod LuUu^ fpem definitns, dit. Spes eff uirtu^ qut ait Aut alterius ': quoi perhoc uelit inteUigere in ratione p nts, fed in ratione excitdntfs, cii- iusmodifunt dnfflicufloies, cr boni homines^iuelprafupponentfs, quidfiiesprarequiriturfperdntiiundea' ClolfafuperiUud Math^ j . Abraham^nuitlfaac: inquit.i. Fidesfpem. EtquodRay. loqud' D. Tho, la tur{dcuerdJpe,patet,quandodit,Adquemuenirecreditplusper po- »/• iefldtem crc« quam fuam. 7» Chdritat di uoluntxtem quoq- pertinet, cum eius obiedum flt De* q y^^^ us fub ratione diligibilitdtlSy uel proximum ut in Deo. Kdnddtum hd* tatc tfcmus i DtoydTt lodn, qui diligitBeum, dili^t fratrem fuum. Per hanc enim uirtutem utfupra diximus, homo Deo coniungitUTy c ob iduirtutumomr^iumeflexceUentiflimdy ut ttidmD^ Vdulus teftdtur |, Qqj tiki inquit, mior horm efl chdtitM, Nfc dUqud uirtus fimpliciter * ' X 4 ueri too Mrru flne chdritdte tlfcpoteli, ut iicm fdtduteoiem loco dit. U l^t connt- Ihibuerofyf^CbdritcLtemvc. nihUmilnprodcft.Rdy: LuUus con$ xione vir- neiiit qudmltbet uirtutem cdrdinAlem cumqualibet cdrdinali dc tht* tutum srh ologicdy qudtenucunddUdm infDrmdtiquodutmeliuscognofcj^jexc' Lullu vidc quxdam fubijcerepldcuit. DeluftitidO' Prudentid dit. Frudem excmp 4. ^.^ iijponit iuftitix obiedd fud,in qudntum inquirit licitd cr iUicitd» quideftoperdtiointeUe£lus,quiiUdinteUigit* De Tortitudine c lu* fiitid.Fortituioiuftitidmfortificdtcontrd iniuridm tunccum bomi" nes fvrtitudine utuntur. Sicut iudex cum tentdtur ut ob pecunidm det fdfum iudicium, ipfeconfiderdtfDrtituduiem multipUcdtdm ex boni^ tdte,mdgnitudine,fdpientidyUoluntdte, uirtute,ueritdt€ CT gloridB qu£ meliord funt qudm pecunix, cr tunc contrddicit iniurix cr fortts remdnetijifuoiudicio. De\u(litid(jlide. Vult iuftitidquodinteUe» Hus feip fum in crcdendo utrd cr dltd cdptiuet, licet ed non wfcD/gtf * D« luftitid cr fpe. Uftitid prxparat ffiei fud obie3tk,in quantum iu* flum e{i,quod homines mdtorem Jjjcm bibcdnt in poteftdte Det,cr in eius bonitdte,mdgnitudine,a' uoluntdte, quim in poteftdte credtd». Fer horum cognitionem tu ipfe poterk per omnes uirtutes difcurrert conneikndo qudmlibet cum omnibus. Trdiiat LuUus de quibusddM alijs uirtutibus mordUbus qut numero funt 1 6 cr dprioribus depetu dent, de quibus breuijlimis uerbls dUqud dicemus, 1 Sdn^itdf eft iUduirtus, per qudm fdn^i funt innocentes CT 4 ptc» cdtis mundi» . z ?dtientid eft uirtuSy perqudm homo pdtienteromnid fuftinet^ 5 fibftinentid eft, per quam homo db lUicitk cibH fe dbftinet* 4 WumiUtM eft, perquam homo propter Deum fc nihil effe reputdt.. 5 ?ietdf eft uirtuSyqud cordlt bona afjv^io fe extenditdd parentes CT patriam, cuUum eis exhibendo. 6 Caftitds eft uirtuSy per quam concupifcentid 4 rdtione cdfti^tur» • Ldrgitds uel UberdUtds eft uirtus, qut confiftit in medietdte qudda^ circd pecunids uel diuitids. 8 Le^Utdx uel jideUtdiS eft uirtus, qu£ id obferudre fdcit quoi pro • miffum rft« p Prr cotu y Ver conftdntUm.homo pttfcuctit in hom pVopofttol I o pcr dUi^ntimt ju^ chariatis funt homines qu^ruiU ae pigrU tim peUunt, I I SumtMhominesti^tchdritAtkumcuto, ut pdtientidm cr hu* miliatem dmple^tiinturt. 1 z ConfcientUt, ntione timork ii cdufttf ut homines hnum fdciint milumq; uitent* I 3 Timoriifljicit,neDeum dut diipsuoriinAtdlomines ofjvnidt». 1 4 Conlritio ejl iolor perfeChs ie peccdtk commifis, cum propoJU to non peccdniidmplimt. 1 5 Vcrecuniidy licet non fit proprie uirtuf, tnmen ejl pdfio qujtidm Iduidbilis, qud homo turpituiinem timet, Obeiicntid eftuirtus, qud homo liberfe dlietim uoluntitifubijcit propterDeum, DE RAMIS. PEr Tdmos dUdrum drborum potefi hdberi cognitio rdmorum huiuf drboris, fei potij^imum per rdmos drboris imdginAlis^ QuosjiiijlinBiuscognofcere cupls, hdbeds potentidtuirtuti* hustnformdtdf, d quibus conftrmes prouenidnt operdtioneSytcrmf nenturq; di obieih qu£idm ; crjic habchis uirtuoft drboris rdmos, qui di uirtutum muUipUcdtionem pdriter multipUcdri iebent^ DE FOLIIS. FOlidyfuntdeciientidiequibus fuprd muUotics loqiiuti fumutp conformiter uirtutibus dppUcdtd. Non icbes imagijuLri uirtu» tcm pofitionem locumq; hdbere propric, cumfit Jpirittidle quoi* ddm dcciicns ih£c tdmen hdbet eomoio quo in Cdte^rijs trdttft cendentij^imis expUcdtum efi, DE FLORIBVS» FLoresuirtutum funt meritddcquifltd;crdiuirtutum iillin^» oncm fequiturmeritorum Helfiorum ii(lin^iO ; imo rdtione rdt X dicum. t4» dicum, qu£ udrib modo uirt)tl^s pnpciuHt, flous diutrp pofjuni coUi^idb urtAcadmqi uirtutc puUuUntcs. DE FRVCTIBVS.DVogenera funt fruCkum huiut arborls, frimum efl merctt mentorum, qu£ uariatur ad uariationcm uirtutum, fecun» dum eft feruitui ac honor Deo exhibitus uirtuosc. ARBOR VITIORVM. Itihacarboreconftderantur uitia utrtutiBu^ oppofita priuatLUe; quorum cognitiononparum proderit ad uirtutes cognofcendast^ dequibu^aCbmefi: nam oppofuum inoppojiticognitionemaU» ^uam»deducitf DE RADICIBVS. HVitw arborts radices prmcipaliores quatuor funt, uiielicet malitia qut bonitati opponitur, ftultitia lapientue, faljitas ueritatiypriuatiofiniSifinipoJitiuo; qu£ tamen ab alijsrd' iicibm exceptk bonitatCi fapientia, ueritatCy cr fine mfbrmantury ac tas mformant unde non minus uerum eft dicerc. Stultitia magna>du» rans,appetibil{s,cognofcibtlis,fyc: quam magnitudo {^ulta,falfki nia[a,acfinepriuata:di(currcndo per radices omnes tamablolutoi quam ref^eChuax,huic arbori conutnientes. TRuncus ex radicibus fuis conftat,qui diciturmos confufu/icT generalis fed prauus, m quo particularia uitia funt potentiali* ter contenta, qu£ perlibtrum affns ad aChim reducuntur, pro Ut tfoluntas inordinAta id quod deberet refutare» eligit^ DE BR/VNCHIS. PFr ea qu£ de branchk arboris uirtuofe di^ funt.habetittum dentiam fatis cUram, qux de hHiui arboris brmhis pojjunt di* ci^curm. ti, cum oppofito moio fint eonfiderdnii. Septem prmipdiores bri» chx dfiign^ntur, uidelicet GuU.cuiabjlinentix opponitur ikudritii Numerai cuiLiberalitM uelUrgitas aduerfatur ; Luxuria qujt ptr continentiam ^ toUttur j Superbid pcr humiUtatem deflruitur ; Accidia per diUgenti gj'-^ oppo- «wi ; inuidia percharitatem ; CTlr^ per manfuetudinem uel fuauitdt tem ; de quibwt omnibui poterk difcurrere conne6kndo quodUbet ui* tium cum quoUbety quemadmodum de uirtutibm di^him efl. Ab bis puUulant ac emanant uitia aliay qu£ nominare placetcum fuif oppO' fltkt Iniuria eficontra iuflitiamy mdifcretio contri prudentiam^ de* biUtix cordi^ contra fortitudinem, intemperantiacontratemperam iidmt mfideUtaf fideUtatiopponitur, dej^eratiofj^ei^crudeUtan chd* titatiytraditio defrnlioniyhomicidium diUBioni proximi, Utrocini' m UberaUtdti uel temperantijey quia per guUm ut plurimum tatrocinium committitur, mendacium ueritati, maUdiBio charitati^ impatientU patientix, mconflantU prudentix cr /Drtitudini, im^ tmindicid fxn^litati, pigritU diUgentije, cr mobcdientU obedientie* DE RAMIS, RAmitfunteffentLiUd correUtiud uitiorumy quibut uitid gentc rantur iflcuti^iU rdmi, funt adiuus mordinAtm appetitu/s comedendi, d^uiy cr correUtiuum ific crde reUquisuUijs fenticndum efl, DE FOLIIS. FOlU funt nouemdccidentUyUitijs coouenienter dppUcata ; quo' rumnonnuUd cr uitij naturdm foUnt dUffre dtq;mutare^t reum ante iudicem uocarty ac etiam punire, iuxa iudicl/s uel \n:pera0 torts decretum. Tnquifltores ut inquirantt an a miniftrts utl alijs bferui» d£ conftitutiones^t poftea tim ex parte uendetis qum cmcntis snmd prxcij pro quatit4te;pro qualitMe^bonitat rtiucdit£ dtq; pecumarUi Yj proreldA pro reUtione mplor C ueniitory ftc de dlljs lolijf cohpicrdniA DeFlorib' flores funtiudicixlmperdtoris fuorumq^minijiroruny omnesq; \ms perdLtoris ddiones dc operdtiones reUt£dd fuipopuU utilintem^ uet regimentjiores quoq; pojfunt dici, idem cenfedtur deceptio» Diffdmdtio, Turtum*. iMxurid*. Proditiot Vomicidium, Blafphemid* Inobcdientid* Menddciumt. Indiffntid, fortunA. Voluntdrium, Ignordntidt^ Obliuio» Libertdt* Seruitut, Vrtefumptio^ DE ARBORE APOSTOLICALI. QVs indrborei/lu fintconlidcrandd, mdnifrlla reUnquuntur cx bis i qux in typo arborum ntdmfiftdta funt, DE RADICIB VS, Trunco, et Ramis» RAdices funtCdrdinAlesuirtutes dc TheologicXt infimtdtxi rddicibuiunius,bonicxte,f mdgnitudincy CT dlijs omnibut. Supra mdnifrftdtum eft quod eodem modo rddices non funt omnibufdrboribufdpplicdndtfcd fecundum exigentidm ed* rumaieo non eft opws repetere. TKVSCVS eft perfond generdlis, Tdtione /piritudlis poteftdtiSy cr eft fummus Vontijixy ?etri j/wccf jjor C lefu Cbrifti Vicdrius j wt quo cxttrx dignitdtes eccleftdftict conti- Hentur potentidUtcryreducunturq; dd d^bim per optimum rddicum ufumfummiPontificlf. Hic truncus potcft confiderdri qudtenus eft bonus uel mdUu, cui CT conformes rddices funt appUcandx; non quoi ttdturd fuiunqudm pofiinteflemjlje,fedrdtione prduiufus.^KAii* CHAE funt CdrdiiidleSy Pdtridrchx, Archiepifcopi, Epifcopi, Ab» bdteSy PrioreSt Miniftri. CT dlit perfonx communes eccUfidfticx^ quorum officium eft, curdm torm ffrere qui fibi creditifunt, E/i optimd brancdrum cr trunciconcorddntid, qua medidnte, inter bxc duo confur^t pcrfi6ho reUqujrum rddicum^ contrdrietdte exceptj» hocfuppofitoquodconcorddntidfitbond. RAMI funt qudmplurimi, inter quos etidm funt iUifeptem quos in drbore imperidU expUcaui* musy proprij uero funt decem prxctptJi decdhgi .f Vnum DeHmco- Prxcepra lere^Sdbbdtum fdnibficare, Komen Deimuanumnon dffumere» Va dccalogu rentes uenerdri^Teftimoniumfjlfun non perhiberetNonfurdri,tion occidert.Kon luxurijrit Non dcfiderdre dUeriwt uxoremy Neq; rent proximi, Worum prxceptorum fufficientidm optime mdnififtdt Ec ]i. ^.sntiar* cUjix doBcr cr CdrdinaliA D. Jionduenturd Nrfm cum prxceptd (fu ^ ift ^ 7. q. 1 pUcid fint uidelicet primx tabulx cr fecundx tabulx i. quxdam re ^"fiiciecia fi>e(lu Dci, CT nonnuUa rej^eik bominumi omnia adu perficiuntur; j^^i^ Y 4 quid^ui t6t quiA^sfi er^lifmelltunedHutdicifuroptfk uet orls dut eof^ dls;lioperishdb(!turddordtionispr£ctptum,llork, iUui quo pro* libetur Dciudnd vmocdtioifidutc cordis, dliui bdbctur ic Sdbbdthi fan(hficdtione. Siuero tdlis dftus efl f rga homines, dUt tft fecundum inuocentiam dut bcneficid cxhibcnid,fihocmodoypr£ccptum dc\pd» rcntum reuerentia hAbetunft primo moio, uel eft fecundum diium cordiSy oris dut opcrisifi tcrtio modo,dut cft pro confcrudtionc pro* ximi» cr tunc habcturpraccptum de non occidendo, ucl fpccici, ejflc prohibctur luxurid, ucl dcniq; opcris priccptum eft de bonorum co» fcrudtione dc polfefiionc, ut eft iUud No« fiirdri } fi oris eft^ iUud habctur, Konfalfum tcftimonium perhibcbis,* ji iuxtdcordit De prxcep ^^iinuclcftdenonconcupifccndddltcriitfuxoreyuclre, Etflccftcx* tis uctctis plctu*numcrusdcnariuspr£ceptorum4Aliter Kdy, trddit pr^ccpm lcgif ♦ torumfufficicntiam quam pro nunc omittimus. In uetcrilegc fucrunt ccremonialid cr iuiitialid prxcepta, qutcpoft Chrifti pafiionent fuc» runt cuacuata, diucrdmoie tamcn : priord flc,quoinonfolumfunt mortud, fci ctidm obfcrudntibus mortiftrd, fed poftcriord utiq; mor* tudfuntnontdmcnmortifird,niflfubditiiulfu Principis iUd obfcrf uarcnt tdnqudm hdbentid uim obfcrudtionis ex uctcris lcgls inftituth oncy quid tunc etidm mortifird tffent^ In uetcri quoq; teftdmcnto multd funtfcriptd cr trdiita prxceptd, qu^mordlid uocdntur, qus Deut: 18, adcddccdlo^rcducunturyflcutiliquetuidcrc in pluribus fcripturs 34^ ! /.12. i^^jg^ ^j^^ funtobferudnda non cxui inftitutionis,ficuti iudicidUd CT 19?! * ^ M ^uid hdbcnt cfficdcidm ex diOA» Exo. 2*3. ' ^in^i^^^^dlisrdtionvs DE FOLIIS. HVius drhoris folid qu£iam funt proprid crqurddm eommu* nid } proprid funt feptem EccUfix fxcrdmentd cr regtiU omncs in iure cdnonico fcript£, communid ucro eadcm funt de quibui in dlijs drboribus diiium cfi, Uon concediturut diutius Augu». p£ mdne* Ildmdncm, pr6pterimpedimentiqu£d4m quibtu fum agCks iter Quare aa-* umperc* Dico i^tur quodpropterbteccoaCiusfumbrcuibuf boc o- torin fe- puis dbfoLuerc, atq; propru uoUtnati morem nongcrere, Si boc aon ^ "cntibus effcty de Sdcramentn muLn cr quidem digna, tradcrcm, ZT m reUqUH J^jj^ fcntentiamLulLifufiu^explicarem} diutna tamen adiuuante grdtia, brcui tempore Uiorumdcjideriomeoq; fatHfactamy ubi artem brcucmcxpUcauero, Ecclefix Idcramenta funt fcptem, qu^ tantum ^ ffominabot v dd quid jint ittjlituOL ojicndma, Bdptifmu6 ordt^ *'1 MtM efl ad toUendum pcccatum originale^ Confirmdtio in remcdium 5. a m . ifUbiUatk fj^iritualis.hucbanfliacontra faciUtitcm ad pcccandum^ De Sacra- xPanitentiacontrapeccatumA^hiale. Extrcma un^o contra peeca» mencii* Jtorum rcUquiaSi Ordo contra dijfoUitionem muUitudinifi p" l\Atri* momum contra carnaUm conwptfccntiam DE FLORIBVS&Fruiflu. jT^Lorcs^ funt quatuordceim articklinoflr^e fxdei^ m Symbclodpof Quatuor- jH^JloLorum explicati, quorum feptem pcrtincnt ad duanitatem, CT dccim arti ^ feptem ad mcarnationts myficrium, Priora funt btc ♦/ de unitx- culi fidei* tt Df I, de pcrfonarum trinitatCt tribut articulls expUcata, de creatit pneydcfan^bficatione^ de refurreihone CT ^teruA uia Poficriord uero funt de Lhrifii conccptione,natiuitate, pajiionCy morte, fepul» tura, de defcenfu ad mftroSy derefurrcBioneydeafcenjlone CT de adt uentu ad iudicium, Sub uniatecT omnipotcntia omnia dudnd attrit huta contUtentur. Nr c iticonueniens eji, ut quampLurima naturali ra* tione cognofcantttr, nt de fapientia, bonitate cr ali/s notum eft, f^onitd(, Mdgnituda, CT c£ttr*t ContrAtie» «f» TXCfpti, quoniam catcfiid aorpoYd dlicuiw qudititd con 'ifUptitt£nonfuntfufceptifnUd.Tr«ncmrftqaoddm corput commu^ ni : o ff T .1 > ndtum dd motum cirenlirm ac ptrpxtuumyntqudqudm corrupth jp .idci(r2^ hordrumy quo motuc^teriorbes mouentur. Cfcrjr* Firmame M^^^^ ratione perf^icuitdtk dc trdnfpartnti£ flc dicitur, quci tum. f^Yirmdmentum uero fieUk fixk CT mnumerk abuodati . quodAflronomiprimummobileuocdnt^ BRANCH^ . IMdgindti funt Afironomt m coelefii Jf>hardy pr^ter multipUcn circulos edm itqudiiter uct in^qudUter diuidentes, circulum efje Zudiaci» qucnddmedndtm in pdrtes ^quales diuidentemy obUqwe tdmen^ cuifolum Idtitudo adfcribifur. Duodtcim efi gru duum, quorum fex ti Delineae. reUquk difiingtiuntur perUnem qudnddm, qu* ^cUpttcd uocdtwtti clyptica. quix foie cr Iwid per hdnc moucntibus etUpfis cdufdtur ; uocdtur eti» muid folk^quonidm nuUut planetdrum i fole, potefl totum fuum motm W hdcUntdperficere. }flf iiem cinidns lcngitHdinem bdkct iuoictimlignorum^quorum quodUhet tri^ntd gfiduunt hngituii^ mmpojitict. titc ligm^ nomim fumpftr^ qHorunlim animantium, ctflteUarum muLtarwi uxrim di/politionem.qu^diMltdriUorum ^q^^^\^9 gnimdUum funt m cocLo Appdrentu ; dut rjtione iiutrfarum quaiitd^ nommcn£ tum, quM mhsc mfhiord mjiumt, qujeconlpiciunturbjbcredU' quoi m buimmodidnimintibwtdjminium Horum fignorum nomirtA slUnimut i qut uero numerum flellarum ex qmbu4 mtcgrdntur, cw fUcognofcerc^dcproprietdtes, mfluxui, cr fimiUd; confuldtbuiu4 m perttos. Anrr, Tdurm, Gmini, Cdncer, Lro, Virgp, drticd fimt, ^ntun ^uid contigud fitnt fiolo drtico. Librd^ ScorpiiM, Sdgittdruu» Cdpri- cornut, Aqudriws, cr Pt/ccf, dntdrticd func, « pob dntdrtico fic U» GtL Q»r omnU jignd bww drboris fwubrdncb*» k trunco origincm trdbentet. ^ De R AMIS, FoliK floribus R friK^^ibus. RAmi funt ftptcm piinetx, qui ntione motws quem mllgnk Dc Satuf- Zoiiaciperficiunty db ilHi tdnquam Jt brdnchk depenieht* "o» Vrimws omnium efi Sdturnui, qui ndturd fud mdleuolui eft, dc wciuus, cum ficct dc jrigiitpt compUxionis, m quibu4 uitt priud- j tio con(iitua. efl, Huic fucceiit lupiter totw heneuolws, cuidifcri* ^unturcdUiitdi cr bumiditis, uit£ conferudtrices, l/?t uerb proximus j^ajtj tfi Mjrj, quiUcetnoxiws fitrdtione ficcitdtii, cdUiicxte tdmendU iqudntuLum malitidm fuam tempcrjt. inter quos Ifummo opifice « . diwconfiitvtweft \upuer.,utria^c^; mdUtium temperdns. Mdrti S6l ° ^ fucceiit, dquotaim fupcriin-csqudmmfirtorespLdnetx fuum hjbent yencrc Umen ihuic cilor uitdli^tZy^ re^c quiiem,dttribmtur. Veneri uero qux folem fiucoriente fiue occidente, fempcr comitdtur, conufnire 4icitur humor uitdllt, in quibui duobus viid conjiflit ; hinc efl quod in Jfoetdrumfdbulnhdbetur.,SoUm yeneremq; mdijfMiU mdtrimo* nio Deum coniunxiffe.^x quibui proLcs innuml l\ercuriiU niturd fud nes arborit fchemdtcdiximutyconfiderdrt memnria, I oportct,duodbrdnchxinhdcruturddicuntur tfje pcrjhicdcio» oC voluufl p. rct audm m hominibttf i duas compdrare poterit ad Deum, ncl funt bran quantitdtem difcretdm dc contmtu hunianali. am cum c^teris prxdicdmetUis confidcrabis, Operdtiones utra i brdnchif exeuateSy uel qudtenits txUs,U£Lpro ut rddicibm pcrficiun* tur.tibifiorestrddunt. i^eUqua mfchcmdte confiderd, Dcdinius moa. dum formds conficiendi, iUum obfcrua cr multas inuenies». DE ARBORE ^VITBRNALL Bde hk^ qu£ m huiuf drborft breui dercriptione diximui, me^ ritA dcquifitd uel demerita, per humdnatis drboris brdncas mo* ralit cr dn^Ucalls ^numerum radicum complercy ex quibm tTuncuiconfurgit,qtacft meritorum uel demeritorum duratio pet* petud, qu£ udriarinon poteft, cum nonampiiut deturpanitendif^d- cium.Depdrddifodtq;HifhnonuUutambigit, cum Deus fit ipfdiu* ftitidy qu£ pro iuftis prxmium uutt, pro irtiuftis poenam ac tormentd. A bruncd pdudiji tres rdmi exennt, ^uorum prior iufiitue rdm ut r/l, qui4 ^id Dfi« bonum probono opetdtortddit j cT i^ujtenui mttitu bo, A branct 'mm reiditqudmcxpofcantmeritAjfecunduibabctMr,quigf^ijc di* P^f^diH q iitun tertiui improprie pafiionum dicitwTy quu abagentc Deo,ik^ '^*'?' dondconfvrunturyquibmreUtionemhabetddaffns- AbrancamRr* - m rdmuiiufhti£exit,icpd)itonum ; crproprie hocm toco accipitwr fgjjjj quj^ pdjhoyUidxLicet pro dobre in eorpore pofi iudicij diem,cr tn animtl iriflUia.QupniAbedtoruma^s er^Deum funtgloria vUMipo^ tentijs mteUe^halibus cxeuntesy fecundum aibts ucL operdtiones bo» ndrum rddicum; ideo fiores xuiterndlis bontt arboris funt; rejpe^lu malorum,oppol{tumdic, Frudui qui afiore procedit, 'm bedtis[efi quies fumma potentUrum ac radicum ; nam ficuti m fummo inteUigi^ hili, dtUgibiUacrecolibiUyquie[cuntmemoria,uoluntd« CTinteUeiius; ficmfummqbonificdbiUymdgnificdbiUq^iefcunt bonitat CT magnitudo; per reUqu^tt rddices difcurre, Oppojitumconfiderddefruilu iamnatorum : qui proprio fiiu ob maUtUm CT reliquM prduds radi^ ces fruflrati,finem dUum ddeptifunt^quo cod^c perpetuo debentfrui DE ARBORE MATERNALI. POf} primi pdrentis Upfum, mxti diuin£UoUintdtis xternum de» cretumy¥iUj Dei incarnatio bominum faUtandorum finis fuit, Cum uero buius fdcratijlimx mcarndtionls medium fuerU G/ori» ofd Virgp suridy ipfd quoc^ eorundem fink cenfenda efi^ quitdkeh priori fubordindtur. hic finis licet m fe unicui fit^ amen rdtione eo* rm qui hunc finem intuentuTymuUipUx efl, quem fidtuo m bdc drbo* ft pro radicibM, quatenuA kbonitatemagnitudine acalijsmformd* tur. Dt TruncD hi fcbemate fttts habes* hrtuichx^f diuiiia cr humd* na natura hoc m lococonfiderantury quatenus in uno fuppofito funt, tui natiuitsx attribuitur ; ndturis enim ndfcinon competit. SpeSy Pic- AduocdtiOyrdmifuntyfiuein Gbriof(tVirgutecottcipUntur,fiu€ ht peccdtoribusy quatenm ad edfn confugiunt. HumiUtas uero cr «ir» ginitdt in Virgine Mdrid rdmifunt; in rdtione exempli. \n fchemdte nrboTUbumnonfuntpofitd folU (nefcio cuiux mcurU) qtke eaden Z 5 ejfecom- •m tffi conpieTdhlfy ([U£ slijt iriorihm fttnt dtifihtttd. A^lr omneS fd* dicumAcuUqudrumdtgnitatumdGUriofd Virgine exeunteSy qu^* ttnm Mjtcr efi Dd» lunt hum drbork floret. DE ARBORE CHRlSTiANALL Atione humdn£ naturt didfunt Chriffo dttribuenid, VT dlis rdtione diuimetdiuerflmode quo(^ tonflderdtd Secundum f nV orem confiderdtionem Chriflo omnid conueniunt, eibt et quxda bedtitudinii dnim^e conuenientis, Ucct dUter fit quo dd /}>em de cor« alix - forisglorificdtione. Timor quoq; qudtenusignordntiam prdfuppo» D'\utc!lii\ ^^^* ^ CbW/?o remouetur, dc etiam Contritio. Kdtione ^ui ne ndturA td omnid Chriflo conueniunt, qur in arborts diuiniUs fchemdte diStk fant. Br4«rhe^sdiuinx naturjeyddhumdnaminChrifioyfy humdU£ dd diui^ tuimi fecundum omnes potentiof dc uires in humdnd ; cr in diuind quo etdinteUigere uejle,prxdi diflia* mire ad Spiritum fan£lum : cr intcUigimus de termino ad^quatofj S"*"** monfomaU i quoniam utriusq^ proiuihonit formalis ttrminus eft 4km,tfftntiauidelicetdiuind. Dealicrum diihs non curamus, Seo* ium ptxccptorem fcquimur. Tolia funt nt^tiones catr^riarum Af mftotclis, uelnoftrarum afjirmationes* Floresptnt probationesdiu^- Mdrum produShonum, dtfumptdt aradicibus, Bonitof enimdiuina ff fUfidum inteUciium CT uoluntatem fe ad itttra communicat: Sic fk eommunicare eft magnum ; v cum ab £tecies efl, CT ffnuf eius ignorofi uelad Jpeciem.fi indiuiduum efi; nec erit impojii* bUebocobferuarerecurrendoadarbores,uelper enth omnem dmi* lionemulq;ddgenufproximumuel fpeciem defcendendo; fl /f>eciem non cognouerity recurre ad propriat paj^iones ueladnaturaletrei dOus, qu£ cum a diffcrentia magts proprid emanenty te w j}>eciei c(h ^tionemdeducent,qu£exffnerecrdiffvrentia magis propria im tegratur;deindeuer6priorcsnouemradtces .f, abfoUta prmcipid^ fum,equxcumrei effentiam notem, uel qu£ immediatc eam confe* ^ntur, priw rei conueniunt; ey per omnia iUaprincipia difcurreru do uariM dcftnitiones fumes,iuxta. prdcepa in prima parte knoblt obferudta;dum definiebamus rddices;boc tamen obferuando, netrafm ^edidris naturam generls uel fpeciei, ad qux fubkihmreduciturt ^uodoptimc poteris obferuare^ quiaut dixmus in traSkitu de radU tibm ; perbonitatem CT cxtera prtncipia inteUiqit LuUm rei mtrit^ ftcdy quje non femper eddem funt^fed dd uariattonem fubiefh ipfk quoq; udridntur. Pofied quodUbet principiumabfolutum,cum quoU^ het abfoWto et refpeihuo, cu quaUbet formd.dc f^ecie quefiionis cu* iusUbet definiendum efi, quod cr obfcruari dcbet m definitiont etiam fkbieSifUel rrjpedini prmcipij, aut formje uel quxflionis alicuittt» Inde recurre ad refpcibua, deinde ad formaSy pofiea ad accidentia.cf dtwicfi adqurfiiones CT qiuefiionum ff>ecies. Simagis conceptus muU tipUcare uoUteris, refolutre poterls rc in principid fua, cr ^ibct rt» Uuipirmcipiumut iUius cfiJefinire;peromna radius.formas, acei» dcntia V quxfiioes difcurrcd; ucl rcfolucre poteris in ea omuia,qit€ * - de ipf4 1 dc ipfa pYddicdtttur, qudtenut futk iim fuhie^, cr quodUBet iUorii omnibM diais modts muUipUcare. mUipUcabis oonccptus m infini^ tum^flpdrsaUcuiut arbork omnibui arboribut comparabk, educe/u doconcordantiMUcldiffrrcntiai, aut maioritAtcs, uel minoriatett dutomnidflmuLH£cfiobfcrudutrif/mfinitosdcundquaq;re babt^ bit conceptut. Obfcrud mfupcr dnimaduerflonet noftrat, cr uti diU. ffntU in continud appUcatione, cr cognofcts td praxk prdfiare, ^£ nobis.impofiibiUa uidcntur. OtAtuUi generalis ars conflftit in quatuor figurlt, nouem fuh^ leas, ac eorum cognitione. Primam figuram ex noucm prmci» pt/sdbfoUitlsfabricatyqudfuntpriores nouemradiccs. Swm- dam conftituit ex nouem rcfl>cault, qu^funtpoftcrioresradiccs^ Tcrtiam a prima crfccunda dcducit, cr quarcxm ex prima» fccundd» a-tcrtUclicit.UabcsfigurMcx radicibus. Habcbis fubic^d nouct£ P confldcrabk ea qu£ m drboremoraU,impcrUU,apoftoUcaU,cr mdternaU, ut taUsfunt; cffc accidcntU qu£dam, ncmpc rcUtioncsfu» pcrioritatkydignititis,crhonorls,qu£ ad mftrumcnt^tiuam rcdum cuntur; ucldi homincm; quatenut h£c omnU circahomincm fiunt. AeuitcrnaUt quoq;arhor adhomincmy ucl ad anfflumrcducitur: o* C hriftUnalit adDeum, qui cft primumfubieCkm i LuUo ordindtum^ Hk notxtity de figiirit nonnuUa diccre pUcct. Vrima figiira qu£ abfolutorum eft, noucm hahet cJimcrat : cr cft circuUris, quU quodUbct abfoUuum rcf^eChi cuimUhct, habct ratioM. nem fubicm cr pr^dicati. Necfolum huiut figurt prmcipU de fcipfls pr£dicantur, fcd dc omnibut quo^ txtrdneis,qu£cuttq; flnt iUd dum- modo non flnt horum oppofltd. * Secunda rejpeaiuorum eli, cr totidcm hahet camerat, eodcm mo» do dijj^ofltas.quo primaicuiomnU coueniHt qux de priori diOnfunt. TertU cx duabm dfiignatit conftat, cr habct oOuaginta crundm cdmerdXyquarumqu£UbetduatUterdtcontinet, qu£ notxm prmci* piorum abfoLutorum ac rc/peaiuorum naturam, per Uterdi flgnificd* tiinotantq; uUcriut qu£ftiones UtcrH rc}j?ondcntes, Caufttur cx A4 rcuol»$ L. 9tuolutianecdmerjLrumpfim£p^rf,ful>und fccnndr, fr mnium fccuniUfubunaprimje. LuUui Umcn tantum trigintd fcx cmcxdx dcccptAt^ut uiiebk in fcquenti fchcmdte iquoniam propofitiones nt e^uibm idem de feipfo pr^cdicatur, non faciunt ad nc^cium pro de» monflrationibM, m quihut debent tffe tres tcrmini diuerft, quod nott poteft effc,P idem ucL Inmaioriuelmminoridefeipfoprtdicetur: hQcautemaccideretifi omncs camerof acceptaret. Etut cognofcat quibu4 literis jignentur prmcipia uel quicftioneSt^ fequcns fchemd confiderd» Scheaabrolucoiu. Schea refpediuoru* Schema qusftionu» C Magnituinj. D Duratiot EPoteftof, F Sapientid^ GVoluntaxt KQlorid^ BDifjirentia^ C Concordantid. D Oppofitio, E Frmcipium^ F VLedium^ Gfink^ H Maioritdi. I Aequalitas,. KUi inoritM, Figuia cerCia* B V^rKW. C Quid^ D De quo^ E Quare. fQuantum. CcXEale* KQuando» ivbi^ K Qjiomodo etCuft^,. he be ci ce hh ch hi ci hk ck de dZ dh di dk eh et ek h fh fi hi hk i% Ex qualibet cdmera duodecim eliciuntur propofitiones, cr uiginth quatuorquicfiiones. fropofitiones ftcbabentur. Accipe primam c4* merm *f b crfiic e, 4eb, pncdicetHrquo 4d fua SIGNIFICATA cr eeontr^: e contrd.cr <juodetidm .h. de feipfo,fccunium dliui Pgnificdtum^dh iSo pro quo ejl fubiedum.c; jic tres propofitiones hdbebif ; quid ucc fo UterdquxUbctduohabet Hgnificdtd . f . dbfolutum cr rejpeSUuu^ er du£ funt Uterx, rrg) qudtuor erut pgnificdU-y qut fi tripUcctuff. refuLtdt numerm duodendriut. CuiUbet uero propofitioni ji dfiigrtM' uerif qusfliones, per iUiwi cdmer/e Uterat fignificdtdSy hdbebis Qudrtd figurd ex tribm dfiigndtis con/idt,qu4ecummdximdm tdbuidm producdty dtq; difficilis fdtisfit,crlon^ effdtdecUrdtione^ dt ed uerbd fdciemus m expofttionedrtlsbreuis LuUiiibi^ dd pleimm mnijeftdbimus, qux hic tdntum tetigimut, De fcicnciarum arcrum^obic6!i'f. NOnpermittitdnffi^idtcmporkyUtfitftus de fcientidrum o5. iedis txdihmus, dc eorum numero;ideo htc pducdnotdnd^ proponimufAnreUquis uideHenricum CorneUum AgrippS^ in eo Ubro, qui de udnitdte fcitntidrum intituUtur. Crdmmdticxobiedumyeft ens rdtionitf quod m ordtiwte pinddttt, qudtenus congrud eft uelincongrud^ (datum^ B^ethoricx,ens pdriterrdtionis,inordtioneomdtdUel inorndtd funt^ Vogic£,SyUogifmuiunwerldUterdcceptntt fecundum Scotuminft* cundd q. uniuerfdUum* philofophix ndturdUSy forpm ndturdU* Kietdphiftc^Ci ens qudtenus ens*. Theobgije, Deui fub rdtione deitdtk» „^ — Ceometrixt CXUdntitdi continudi mdterid dhftr^Stu . . V iirtthmetKt,Uumerux a mdterid legreQitm, ^ ^lgLW-^^S ^^ KuficeSy Kumerus fonoruA, AftrohgLf, qudntitds cotitinud, qudtenus mobdisi Ipo PANDIMIGLIO AFR. c t 4 V. Nome compiuto: Valerio de Valeriis. Valeriis. Keywords: implicatura. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Valeriis,” pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library, Villa Speranza.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; osia, Grice e Valerio: la ragione conversazionale a Roma e l’implicatura conversazionale della morale togata – il gentiluomo romano-- filosofia italiana – By Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Roma). Abstract. Keywords. Filosofo italiano. A philosopher of little originality, and a notorious flatterer of TIBERIO (vedi). He is best known for producing his IX books of memorable doings and sayings – the work is designed primarily as a resource for moral education by means of examples – showing how virtue is rewarded and vice punished. It preserves many otherwise lost snippets taken from a variety of sources – including newspapers. His ‘saggi’ are not much regarded today, but they were bestsellers throughout the dark ages and the Italian renaissance, “and I do find them incredibly amusing on a lazy after-noon,” – Grice. Morale pretesto. Ed Shackleton, Loeb. Skidmore, “Practical ethics for Roman Gentlemen”. DEI DETTI ET FATti Memorabili. Traiotti di inToscmoiU Ditfl Fiorctino, '.OTPC/ ROMA r. BREVE DESCRITTIO della vita di V. tradotta in lingua toscana. Nato in Roma HobilSiUtgue, cr deU^ ordine Patritio consume la maggior parte della sua giouinezza nelli studij delle let tirecT arti liberali. Quindi prefoU ^Toga Vinleip diede alia militiajioue tgli(fecondo che p afferma') andatof’ 9^ Di quelli, che dalla nobiltà del padre hanno degenerai to* cap* r* _Deglihuomini eccellenti, che nel uefliretrapaffarono il cojlume della citta. Della confidenza, di f e medepmot Della cojiantia Della moderafione decimammo, Di quelU^ che diinitnictdiueètarono amici. Della AslinenzacT continenza – H. P. GRICE AKRASIA --, Della poverta. Della Verecundia. Dell’amore tra moglie e marito. Dell’amicitia – H. P. Grice on the logically developing series of philia -- Della liberalità. Dell’umanita. Della gratitudine. Della ingratitudine. Della pietà. Della pietà verso i frateUL Della pudicitia. Delle cose che fon fiate dette 0 fatte a la Ubera. Della severita.De i detti e fatti con guattita. Della giuslitia – H. P. GRICE, justice in Plato’s republic, Aristotle on ‘just’ as analogical. Della fede publica. Della fede de mogU^ verso i mariti c. A 4- r* 6. 7* iti 177 ij. r A\ Pf?j feJe dei Cervì ucrfoi padroni. Dique% che mutarono jìa tOj er di qiit ( che^i mutarono di costumi. Di qn eUi.,ch c d: baffo grad 0 Jonuenutiìn grande jhto etrtputatione. Dell’acciden:icr mutamen ti uarij di fortuna. Della felicita – H. P. GRICE, NOTES ON HAPPINESS Acrkill eudaimonia --. Dei detti e fatti saviamenti. Dei detti e fatti aflutamente. pfi.i Stratagftm. Delle Rep ilfe. Deaaneajfta De tejhmcntiyckefuron fatti e di poi anu "ati.c.y, De tefUmcn, che furono ap ,puatiper bcfatii.c.S.2^ 2 Veqlli che furono fati bere dì conaFopìone d^ognuo. Degli iiuominiw fami, che accufap furon P,o ajf aiuti, o condannati,:; perche cagione. -}4 QvdM tt jìen 0 gran digli effetti dell' arte, 2r> Di certe cose che l'arte non puo espnmere. che agli' uno s'intende bene dell'arte sua: cr rendene buon contOè Dellaueuhiezza Della cupidità della Gloriq» - «S* zSo co Umézo^fyil cognome. Delle prerogatiue(T premi de Ufìmil\enobi c.\ nentiedegltbuoì c A G*^topocta. Della suontuosua CT deVea Ji\ Adriano tura del vivere. czSó A fframa moglie di Licinio. Della crudeltà. Bruttione. Dell’ira, et dell’odio.- Qafsilinad ^ Cavalieri Ronta f 0.1 68 Catone maggiore Sj.iou 2^ Catone minore y6» yy* j. 5>f* . 114.117» I2J.i82.227«24»*4 cfpriotti Ciro %6,2^t ckereiocancetlien 127 cintone t6f 207 ciwW 3*7 cinna , 70 crifippo 241 contd 272 coriolano t^o 160 cadrò K$ / ^^9 Cornelio R'fpilo Cornelio Scipione Corneliogaflo C omdio mertda ComclioBdbo Cornelù t3t avola 22 2U 1S7 Démodé 292 Dcmocnto ' 292 Dìonijìofiracufttno 234 ?6,2o8 125* "Diomedonte DiJTroijmi ColÌ4ntÌ4 deUi AmbafcU* Dione firacu fano dori Romani 49 us* CojlumideLicij 5*9 Diogene oìHume antico dei Roma Dtfilo ni arcagli fpettacoU, fz DripetinadiMitridaie 45 2tr 248 16 z6 40 109 224 Cote ouer codro Clodia Clodio Cotta Curioni Curione D Dafida Damajtppo V4mone loj Di duoi Spartani 104 2rS di una donna »8^ 299 diuno Ateniefe 22$ 258 di un Vecchio 25* j 2($8 di un condannato 240 29 7 [l’d wor d^un padre uem fo il figliuolo 219 4j dipintore 2^7 272 diunochemeffefuoconel 158 Tempio di diana 262 DdHo 8S,ifj. 1^4.220 donne Romane non beeuo 260 no nino 46 23 donneindiane 60 46 donne Aff ricane 60 260 donne romane ■ 267 295* done morte d'alegrezaz^t 1J7 donnapracufana i8> Dandone Deiotaro DeaViriplaca DedmoBruto Decio bruto Decimo Lelio DemoHene 9 5* 2 21 247 donna milanefe 299 T A V del figliuolo di mxrc’anto* tuo di due pulzelle Sirocofane 9Ì duoidiArciiU ?7 duoi fratelli 1^5.289 druf 7 germanico 1 2 o E Ubucia moglie di menennio Agrippd Efilate »o8 ZgUfamio 42 Bgnatio metéUo 18S pioTuberone 226 ÌE^ pretore 167 Bliomantiu >8; Elia famiglia 127 Emilia uergine masjtmai 4 Epaminunda 89.103 Epimenidegnopo 260 Epil 260 Equitio 298 Ero panfilo 42 Efchtlo poeta 29^ Efchine 2fr Etiopi 2> 6 Eumene re (Papa 47 Euripide poeta 9 5'«29 3 f Vabritio 39 O t A Eacritio tuòno 7^ ♦ > 2 1 idiicw Fo^^om'o 183 Eabiomatpmo 14 ^4.81» jor.»>«4o.i5'»-2o;.2j8 2,-8.276 , Eabio rutiliano 1 70 Eabio masfimo feruilianot 17S Eabio Gurgite 96.122 Fabio pittore 122*20$- Fabio dorfo Fcrenice 266 Filemone 234 Figliuoldicrefo >64 Ftg/ttt oi di P. if do * 6 7 Filippo Re 41* 214 Fileni/r 284 G. Vario «• 1 80 G^ fimbria . 28$ GMeluio china ' 285* G.cofsio 21*78286 G-T uranio 286 GgaUio 180 ^ G Sempronio 81 . g.Fabritio 126 g,Fefcenino 179 g,V alieno 1S7 g.Vlautio *?* G.Bloftò 124 g,VlotinopUnco 201 gTettio ^ g.SeruiUo 24? g.Licinio ‘ zpz galli T9 gratiiio 285 gneo martio 120 gn.Domitioi ^5* 268.282 gn, Deciano 259 gnScipione 127 gn Popdio Untiate gn.Lentulo 18^.297 gn.cornelio Scipione afina 20 5'>-2o> f* Hippone Homero Horatiococle Horatio Hor4^^o PttpfSfo 297 Hortenfio 244 274^72 lentulo Spintcr 74 278 2J4 Hortenpo cartione lettorio MS' Hortenpa 243 lelio 272 licinia )88 I licinio fimbria 2>0 licinio detto Ho^omaco UfonePereo 42 247 ^ ìafone 287 licim'o Bruttionc 242 ìunioBru.ìS2 22yt ì66 ucli ìulio Cc/244 M- 1 Pi fané 2J7 M4. Platone. 7. «f. 2 ij 248. 217# petilio 42 PeHilenz7 6 Rmetenzu de i Giouani rem. Publio meuio • 178 uerfoiVecdn 46 Tubilo Ventidio 204 Pionudo 22b.8o Tubilo Vdio 2^0 Roma t97>*99 Tubilo Scrudio *^4- Romani *ÌK 187 Q. Ro/c(0 QSatulo 70. 20}, 2tf5'*R«6rw 271 247 *99 B r A V SdcerdoteKo^ 216 Saguntini 19S Sar:firc. 289 Satelliti Utollunia» 2S6 Samij. 26 Saturnio Vetullione» 1 19 Sporta. Spartani, 1^7, 192 Statua di Vulcano d*Atcame . ne* V 2,-(J Statua di Venere 2f6 StafippoTegeate, 1,5 Sempronio fofo» »Sp Senato Romano, 17, J42. 14?.^^ «S'4. lyj. 194. i9f* f9^ 228. Sergio Galbu, 2^5'* 24Z 5^10 Or4^ ' Scleuco, 24 U7 SeftoPompeio ijp 'htjioTarqidno. 22y SettitU. «. 2^2 ' Sette fauL ' SerpentetnarauigUc{o, 44 SeruiotulUo, 26 9^ ■ i^tempronia, io4 semiramtf. : 228 OLA sfTMo i( ìSiOrc^ Antonio, *99 terno di Mario, 200 seruodi Plotino, 200 terno di Panopione 202 i ternìo fulpitio 14 27 GSo 2,’7. *5^ 207» 277 227. 261* 271* 275 Scipione maggiore. Zi 69. 74 uu 177^ 193 20) 2to 217, 260 2»9 2S4 Scipione figliuolo dtimig giare, 97. '27, Sfipioneminore, 60 6^, 6p, 112. U9.97« S2 200, i8u Scipione^ Emiliano 77% \6, 12), 190 Scipione Ajmco, »>> , Scipione Nafica, 8j, 10^ .id , Hh T ‘Wpione suocero di Pom* Teopompo Terenna(tì cicerone aoS Terentioue/rone 42« 129.24.5. Terentio Culeo 108* Tefeo Tcnj ìSof le 1 5” 8 . 15^. 207 ; . 214. 2ii 219 Tinwite dipintore» 2^6 . " Tim:ipteo 9U 212 i>8 124 170 .. peto siface [fimonide tOCTAte 192 solone ' 2^» soMe 29} soldati di poinpeio ; 466 2S4 soldati di stlU ' soldati d^albino ' tpurini 130 spurio Caff o ■ spurio Melio T . T acquino fuperbo L Tarquino Pri/co Tolete Taciofubino TerentiaEmilta TertU Erutta Teramene Tcogene Teodoro IO ti7 iv8 17 in Teosofo C»rcne« i8>- 20 Ttbcriocifarc Tiberio gracco.t q. 22 J t2, nS.1^4. ijf. «86.19 4r Tttogracco 28^ TAubtleo Capuano »8? titinio cenlunone 286 tBarrulp ^ 254 A'ftoSe(!p ^ 2^9 t. Celio ,, iqì t.Eterio 292 t.^ufdio .204 9^ t^ublio ruttilo 204 »4 tiVeturio 179 ioìommeo Re tPZgkto ' ^4 270.:^o;274 199 tolommeo re di c^ril ^9 179 89 tofcani 27^ 92 tomirircg^na] 287 i86 B U Tmohu f9 194 286 225 Traphuìo» Traccnp, TrehciioCaUo» Tribuni della^lebe^ Tribù PoUia, TuUoHoftdio, 9J 291 TuUo capuano dcVolfcLiii Turulio, TuUio Hannah» 239 TuUkdiTarquino» TuUtaVtrgineVeshli. 2? 6 TufcuUni. 2.22, 28 6 TurU moglie diLucrctio, »99. V Valerio Pubìicola» 19 110. 12^. 2 >2 Vatefio» 5'j Valeno cornino» 80» 2^, 2Ó4 VaUriomefsaU» 71* Vj/w'o fc'Ucco» Ss'» 296 Vendetta d^ApoUo 7 Ventidio 232 Vecchio Ateniefe» » 1 ® VibioAfCO» 85*, 297 Virgmio» *78 Vo(/crt4» 2,70 VnccrfoRe* 21 3 Vflo cbe fi faceua fratello (POtauia» 299 V«o cfee J?/4cc«4 figliuolo diSertorioO' un'altro di Gn»Ajsidione» 299 XenocT4ff« 77 * 2.4 17^* Xenofilo Calcidiefe* 25*9 Xcr/e^ 270 281 29 f z Zeleucotocrenfe» Zenone VELIA VELINO Eleate Zenone» 92 Zt«|i Dipintore^ 102 li u qualunque altrofplenééfsimo ey omatif" urne oa rro triomfJe. NDÌGaio PabioDorfo, Bl medesimo tempo cT trauaglideUa republicd^' Cdo fabio Dorfodiededijeun memorabile efjfempio circa l^offiìuanzadeìla religionCiimperoche ejfertdo dai franzeii ujfediato il campidoglio , CT uenuto il di che la famiglia de Fubddoueua fare certo faoificio faH monte ^uirinde^coBui^pernon pretermettere corale cerimonia ueftitotiin habito Gabino^ CT portando in mano CTÌnfn le /palle le cofe necejfarieaì facrifido^paffo pel mez o del campo de inemicitO' si condujfef alno fuH detto monte^ [hH duale fatto folennemente le debite cerimonie, cr du poi fatto riuerentia alle uincitriciatmi dt romulo^ non aU trimenti,chefe e fujfe fiato uincitore, ritorno falnó in Campidoglio, Di P,CorneUo,iDionifioSiracufano. R fi w ««4 Siracufa,diean JLV hjif^^f degii or rubamenti , che noi trouiamo esfer Mfftdaki,feglipafsòfempreco face « CT rtdteuUJacendofi beffe della Religione. Egli più C iit miermente hduendo rubato i l Tempio di Proferpina de. i Locrenfìjpartitojì dipoi con PamatayCr hauendo fem» preiluentoinpoppa,uoUatojì ai compagni dijjeriden^ do. Vedete uoi come gli iddìi mandono buon uento a chi gli ruba. "Et pmilmente nella citta di Anania , hauendù tratto didojfo alla Statua di Gioue Olimpio nelfuo Tem^ piOyUn Màtelletto (Poro di molto pef », donatogli da Hie rone Tiranno di Sicilia, qud hebbe da Scipione delle fpo/ glie de Cartaginep , et mejpjgUin cabio di quello un^aliro di panno lano,dijfe,che quello che era d'oro , la State era grane, CT l'inuerno teneua freddo , ma che quel di Lana erabuonOyneU'una,vnetCaltrapagione. InEpidana ro citta PAcaia fece leuar la barba alla datua di Efadam pio che era Poro, dicendo che e non Pana bene che Apoi lo fuo padre f affé fenza barba , cr egli con la barba , Togliendo ancora de Tempii, tauole d'oro CT d'argen* to, chep confagrauono agli iddìi, nellequali, perche f e* condo laufonza de Greci era fcritto,queUi ejfere beni de gli Iddiiydijfe quiuiapopolo,chep udeua del bene de gli iddìi: Leuandopmilm^nte di detti Tempii certe pguret» . te d'oro, che rapprefentauanolaDea Vittoria ,^7 c^te Tazze , CT Corone pur Poro ,chep ufauano offerire , O’ porre in mano alle HaJtue di quelli Iddii, diffe , che non le rubaua , mache porgendognene ejft iddii le accettaua, uolendo pgnipcare, che tenèdole quelli con le maniffor teUnnanzi, gliele porgeuono , cr per tale argumento affermaua,ejfèr cofada Poltinon prendere quei beni,che afono porti da coloro,che noi preghiamo,che ce gli dia* no. Et benché Tlionipo non riceueffe in uita pago con* ' ueniente alle fue fceleratezejio riceue nondimeno doppo . I . io morti con U miferk cr calamita di Diom^io fuo figliuo* lojl quale , poco dipoi [cacciato del Regno ,p condujfe doppo molte infelicità a uiuere molto uituperofamen» te . imperoche L* I R A degli iddìi ,non corre a furià d uendicarfi , ma ricompenfa Pindugio con lagrauezza dellapena. Di Timafìteo Principe di Lipari^ Ma Timafìteo Principe de Liparotti, per non incor ' rere nelfira degli iddìi . con fomma prudèntia prò uide a fe iìeffo , er con utile effempio a t fuoi Cittadini^ Perchehauendo efsi, andando in corfo^prefe in Mare certi Ambafciadori R ornarti Se erano mandati a Delfo al Tèpio d" Apollo ad offerirliuna Tazza (Coro di gran pef 5 , per la decima delle fpoglle de Veienti , botatcdidé Cammillo nella prefa di Veio,tolfero loro dettaTaz* za,cr facendofipoi tra la moltitudine molta inftantia, che la preda fi diuideffe^come Timafìteo intefe che i Rò« mani Vhaueuon o edificata ad ApoHo,lafece f ubilo re{H* tuire agli Ambafciatori, liberandoli, accio che poteffero andare a fodisfare il boto» Di Cerere. C Brere MUefìa^effendo la Citta di Mdeto prefa da Aleffandro,cr entratii Soldati per f orza nelTem pio di quella per faccheggiarlo , fece apparire un Lampo di Fuoco , che rinuerberato loro negli occhigli accecò, DePerfi. ICerp^effendo per forza di uenti [pinti neWifola di Deio con una armata di mille Vlaui, [montarono in terra,ZT uifitando ilT empio di Apollo^gli donarono piu prejlo Se gli rapijjero cofa alcuna* C iiii , ^ De gli Atenicfi, GIÀ Ateniefi cacàarouo uia Diagora Vilofofo , per^e che hebbe ardire difcriuere primieramente che nofi fapeuafe erano gli lddii,appreffo [egli erano, quali e jìif fero. Condannarono ancora a morte Socrate, paren* do loro che e uolejfe introdurre una nuoua Religione» I medejìmi,dicendofidia,chelajlatuadi Minerua ftaua meglio a farla di marmo che d’auorio,attefo chela bian* ebezzacr il lujhro del marmo ft conferuauapiu lungam mente,gUpreliarotto orecchi, ma foggiugnendo , perche ancorailmarmo era di manco jfef a, gli comùdaronoche taceffe» DiDiomedonte. D\omedonte(juno di queUidieci Capitani, cheinuna medejìma battapia a gli Ateniefi acquiftarono U uittoria,et a loro fief fi procacciarono la morte per hauet combattuto contro aUo editto dd Senato") fendo menai» a morire,non dijfe mai cofa dcuna,fe non che ricordo lo^ rOfChefujfero contentifodisf^e quei boti , che gli haue» ria fatti par fdute dello efercito» DI qjelli che per EFFET- tuare i lor dif igni fiferuirono della Refi* gionc» Cap» ni. Vma Pompilio, fecondo Re de Ro^ mani, perche il Popolo Romano ap pUcajfe ben Panano alle cofe diurne, gli daua ad intendere , che di notte p ritrouaua con la Dea Egeria, cr che per conpglio di quella , ordinauà PRIMO. 2f quei ficrìficìjyùìe fujfero accetti agli Iddij immortali^ Di Scipione A ffricano . Non andana mai Scipione A ffricano a far facendo 0 pubUche 0 priuate^che prima non dimoraffe aU quanto foto nella cella diGioue capitolino ^fingendo di non far cofa alcuna ,/e non con Vautorita er configHo di quello . Ef per quefta cagione fi credeua che efuffefigU» uoldiGioue^ Dii, Siila. LVeio Siila , ogniuolta che eglifi proponeua diuoler combattere,perinnanimireifuoifoldati,eauauafuo ri una immaginetta di Apollo tolta già a Delfi , cr quella nel confpetto de fuoi [ oldati imbracciando , pregaua che gliacceler^ele^omeffe^comefeda quello glifuffejìa^ to promejfo la tùttoria . Di Q^Sertorio. Q Vinto Sertorio, porgli afprimonti di Portogallo, menaua feco una Cerna bianca,dicendo, chimera da ‘quella auuertito,qualicofefujferodafare, CT quSdaa^enerfene. DE GLI ESTERNI. DilAinosRediCandu. VSauaMinosKedi Candia entrare ogni none anni foto, dentro una certa cauema molto profondarci per antica religione confagrata. Etdimoratotdunpez^ ZO i quafi che ejfo parlaffe con Giove, di cui fi diceua esser nato,recaua una certa premtnentia er autorità alle leg gi, che egli dona a quei popoli, come fe da quello Vhaueft [ericeuute* Di Pifijìrato Tiranno d" Atene. r ìpfirdtOfper ricuperare in Atene la perduta HrannU ^ dCyCojìderato che Minerua era in quella citta in gran difsima ueneratìone, ueftiin habito di ejfa Dea una donna quiui non conofciuta^ chiamata ?ta, grande di ftatura, dr nello afpettouenerandaiCT fattala entrare dentro atU citta in fu un carro cop ornata ,facendolagridare ad alta uoccyche rendejfero a Pipflrato il principato, crfmgen* do di ejfer da lei condotto nella rocca della città , con quc fio ingann o ottenne quello che egli depderoua * DiLigurgo» p T Ugurgo^ diede ad intendere a i Lacedemoni, che ^ le leggi, che gli haueuadate loro cop rigide CT fe» uere,le haueua compojk col conpglio di Apollo , Di Seleuco, S Elenco ancora apprejfoi Locrenp di Grecia ,fù tenti to prudenti fimo, come quello che daua nome di con pgliarp in ogni co fa con la D ea lAin erua, Et FacuUa Sa* cerdote,con direcPeffeme fiato auuertitoda gli Idd^, tolfe uia Fufanza di celebrare di notte le fefie di Eacco , riducendole d giorno, auuenga che fujfe tanto oltre fcor fo con la sfrenata licentia ,che era pericolo non ne feguif* fe qudche dif ordme » DEGL’AVSPICII. , UH. Di Luttatio, Luttatio , che dette fine alla prima guerra de Romani cotro a i Cottagi nep ,fu prohibito dd Senato, Ugo* uemarp fecondo gU aufpicijcT tre* fponp della DeaFortuna de i Prene - Primo, la flifff, giudickndo che e f uff e bene reggere cr anmmfflrm cr feliciaufpicijfi haueffe a tranf mutare nel no meVeientano^ey' Vhonore CT lo splendore di cofi chiara uittoria dello acquijio di Yeio^s'haueffeai ofcurare cr fommergere tra le rouine (Cuna città guada cf def alata . Et CammillOjche di fi rara er eccellente opera fu Auto» refiubitando forf e, che di co tanto acqui fio , gli iddij non hauefferoinuiiiad popolo Romano, alzad gli occhi al cielo ,gli prego , che fe alcun di loro portaua muidiaaìla troppa felicita deRomani,ifogaffero tutto dmdef opra di lui. Et detto quefloyfi éce^cbe fubito cadde in terra , il qud fegno cr annutio parue che dipoi in Uà fi uerificajje, quando fu mandato in Efìlio.Etpero fi éfputauaqud fujfein un tanto huomo maggiore, 0 la laude di quella uit toria,mediantelaqude fi accrebbe affò, lo imperio Ro/ man 0, o de pietofifsim i prieghifatti,che il mde ch^opra fiauaallapatria,nepropr'ij danni fuoi, fi conuertijjcy I LIBRO DcL. Patio cr Terentidfud pgUuotà Et che diremo noi di do che atuennc a Ludo Paolo Confalo , tanto degno di memoeia f Egli hauendo fortito Vefpeditione contro al KePerfa,tornatofene di Senato a cafa , er baciando una fua pgliuolina chiamata Terentia, la trono tutta mal contenta^v con le lacbrime fu gli ocà)i , cr domandatogli la cagione perche la jieffe cop mePa,rifpofe,perche Perfa è morto, éae era il nome iCm fuo cagnolino , cheg^i era morto ilquale effa tanto haueua caro,che fempre fe lo teneua in coUo.Prefe adun que Paulo per un buono annuntio le parole dette a cafo da quella fua figliuola promettendo^ quap al certo fd^bé uere a tornare uittoriof o da quella imprefa . Di Cecilia moglie di Metello, Ma Cedila Moglie di Metello Jendo andataamez* za notte in un Tempio , cr poH la Romani Jei mila fatti prigioni, cr uentimila mefsi in fu* ga,etr il Confalo ancora ui rimafe morto il corpo del qua le,per comandamento di Hannibale fu fatto cercare per fé pelirlo , tlqual Conf olo , in quanto à fejhaueua feppelito VimperioRommo, Oppo il temerario ardire di Gaio Flamminio feguita la oftinatione cr pazzia di Gaio HoiUlio Manci* nOyilqualeejfendoConfolo, t^douendo andareinlffia* gna ^imprefa di Numantia,gli occorfe, che uolendofar f acrifido à Lanuuio,i Polli,dal beccar de quali (ì haueua i prendere Vagurio , canati fuori del poHéo, fuggirono in una felua quiui uidna,ne per diligentia che uifi ufa[fe,fi po teron mai ritrouare» Et fendo fi dipoi imbarcato à Monaco, doue à piedi fi eracondotto ,fenti una uocejenza ue* dere ondeVufcijfe, chediffe, Viandno fermati , Egli aUhora fpauentato, dato uolta indietro, fe ne uenne 4 GenouayCr quiui entrato in una Scafa uidde apparire in un fublto una Serpe grandifsima, V’inun fubito ffiar^ uia , cr non hauetido egli tenuto conto alcuno di queU&, Di GaioHoftilio, D mi che egli dccetutttitio quefii tre prodigi} , gli aeri fico con d trettante calamita, con hmer perduta la guerra, con haue^ re accordato, co i Kummtini uituperofamente, CT con h efferp dato a loro difcretione , il che fu cagione della fu4 morte,auuengacbe il Senato fenzere. Per il che, auuertito Marcello a non toccare imprefa alcuna teme* raria mente afsicurcUop nondimeno,per il troppo fuo ar^ dire ondo la notte feguente con pochi caualli, afpecuìare intorno al campo dei nimìci,CT dato nelle loroinfidie, cr circ ondato da gran numero di quelli, fu ammazzato» laqual cofa non manco dolore che danno arr ecco alla pa* tria fua» Di Ottauio Confalo» HEbbeOttauio Qonfolo grandifsima paura di qud lo che ad ogni modo gli auuenne ♦ Perche effendofì da per f e f piccato ilcapoallaStatuacPApoUo,zr nel co* [care fittafi in terra (Uforte,che nonp poteua cauare,fe^ cecomettura,checio non uolejfe altro pgnif icore, chela fua morte , ritrouandop mafsime aUhora in difcordia , CT uenuto alVarmi con Cinna fuo compagno nelConfolato» che era Efule . Et coji auuenne che il f ofpettofn che egli fiaua ,fi chiari col finemiferOyC infelice della fua uita . LIBRO Terche entriti 0 Cinnain Komainpeme con Mario jio mazzoyCT fattoli leuare il capo dal buHo^ lo fece porre in Ringhiera y crii capo della Statua iP A pollo, che prima non s* era potuto finuottere dif otterrayitilhora p potette ca uareageuolmente. Di Marco Crajfo, Arco Crajfoydegno ueramente di ejfer connimera» ÀV Ito, tra quei cittadmiyche furono digrandtfsimo dan^ noafRomano imperiOynonmilafda tacer di lui, poi che Iftauentato ùinanziper molti [egni euidentifsimi,non uoU Icynonàmenoritrarp daHaimprefa, che fu cagione delU rouinafua,cr di quella della Kepublica . Hauendo addun* que à condurtefercito da Carra,cotro ài Parti, gli fu data Uuepe,chepf oleua dorerò bianca , ò dtpurpura à tutti gli lmperadoricrCapitaniycheufciuonoinguerra,(Pun colo re negro crfmorto. l Soldati ancora, della feconda fcbie* ra,che per ordine antic o, eronf oliti farp innanzi nella pri* ma baldanzof amente, cr con uoci cr grida dlegr ecciti cr mePi entrarono nella zuffa. Delle due Aquile che fi por tauano in guerra per injegna dello eferdto , Puna appena che la p poteffe canore di terra doue Vera tra/altra,con fa ticagrande cauatane,nellofcuoter delPhaPe,puenne igi^t rare,cr.riuoltorp indietro.Qrandiueramente furono que Pifegni,ma molto maggior cofafu,à uedere Pocciponc di tantejìoritij sime legioni, tante infegne tolte da i nemici, tantoffplendore cr ornamento delk R omana mìlitia ofcn rato cr guaflò dMacaualleria de barbari, uedere ancora i lacH nop occhi di effo Graffo , nel conf petto del quale era fiat 0 ammazzato Craffo /ito pgliuolojgiouanetto di otti* ma e[pettatione.juedere pndmenteil corpo di effo impera I PRIMO. 50 éore^tra i monti de morti dmenuto preda crpaHo de gli uc teìU, cz delle f duatice fiere . 1 0 uorreij di copftUta ca» Umitàypoter parlarne meno acerbamente^ ma la uerita mi [brigneà parlamein quefto modo.Cop addunque indirà* no glilddij cantra quelli che p fan beffe di loro difprez* Xando la religione,cop fongapigati coloro , cheilor uard conpgli prepongono a quelli degli ìddij. Di Gneo Vompeio» GNfo Pompeio ancora, era Pato affai manife^amen* te auuertito dal Sommo Gioue, che non uolefsi far con Cefarein guerra , Vidtima prona della Fortuna . Ha* uendo effe Gioue con le fue f nette fulminato le fquadre di quello neWufcir di Durazzo, ofeurando CJ" togliendola uiBa delle infegne dello ef erato , con gli [dami delle Pec/ chieder con hauere ripieni gli animi defuoiSoldatidi fubi* tameffitia cr maninconia, mediante la paura fcr il terrore di piu fegni nello eferdto dinotte apparp , cr pnalrnen* tehauendo fatto fuggire da gU altari le uittime che egli uoleua facrìfware. Mai Fati che fono ineuitabili, non lafdarono aPompeio, che in tutte Vdtrecofeera ffato prudentifsimo , efaminare, CT rettamente conpderare, diche importanza piffero cotali f egni cr prodigij. Egli addunque per far poca ftima delPautorita cr grandez^ za di Ce fare , che era uenuta a tanto , che Pecedeuail gra* do di priuato cittadino , in un folgiorno perde tutto Vho » note CT larepututione , che pno dagiouanetto p haueua acquijlato,tale che non fologlibuomni^ma ancora gli id* éj gnenehaueuono inuidia . Ondcc manifeÙodn alcu* tu Templi ejferptrouate le jìatue de gli \ddij, che da per I LIBRO toro fi erano riuoUateindietro.Et neUa atta di Antioch'4 cr di Tolmaida , ejfetjì udito un rumore di Soldati , CT jhrepito d^armiytanto grande ^che quelli della terra erano corjiaìlemurap difenderle , A Eergamo^efferft [entità^ neluoghifecreti de Templi , un fuono diTamburi^ Età TraUe,nel Tempio deìLt Vittoriafottola fatua di Cefa* re^ejfernataytrale comettiture delle pietre del pauimento del detto Tépio una palma uerde cr di buona gràdezz^ Et tutti queìii fegni apporfero per diuinaprouidenùa^ accio che e fuj]emanifcilo,gli iddifhaueruolutof onori* re la grandezza di Cefare^ej a Popào dimoiare la fua fallacia . lo adunque, o Diuo lutto, con quella humilta et riuerenza,ehe fi ricerca inuerfo ituoi altori,^^ facratisfi* miT empii, ti prego che benigno cr fauoreuole ,uogli4 degnarti, che gli errori et lerouine di tanti huomini eccd lenti,fi ricuoprino fatto la ombra del tuo efiemplo» Per* che noihabbUmointefo,che il gjiorno (nel quale ornato di porpora fopra il feggio d’oro nel Senato ti rapprefen* taiii,folo per dimolirare,che tu non dijfrezzuui quello honore cr quel fupremo grado, che dal Senato, con tan^ tof onore ti era Jiato conceJfo)auanti che comparufi al co Jfetto del popolo, che tanto defideraua di uederti, attenm dejìi prima al diuin culto, nel quale tu ancora doueui effe* re adorato cr reuerito . Et fatto ammazzare nel facri* fido un bellifsimo Toro,cT non trouando nelle interiorct. il cuore, domandato lo ArufpiceSpurinna, quel che do uolejfefigni ficare, ti rifpofe, nel cuore confiàerelapru* dentia cr la ulta delThuomo, Onde era necejftrio che tu ti hauefii cura, cr ti fapefsi bengouernare . Q«/»di poi fucceffelo impetuofo patriadio di quelli, la cui intentio* PRIMO. fi ne fu di Iettarti del numero degli huomini , CT tra gli id* dij ti collocarono. Termini adunque ndtuo effemplo ^ la naratione de proiigij domerà, accio che neluoler pài oltre in quellicjbndermijo nonfuf li meritamente ripte» f t>, trappaffando contro al douere , dalle cofe diuine alle human e. Toccherò adunque breuemente de gli efiernr^ iqualibenche apprejfo deiLuini, non habbino moltocre dito,noémeno p la uarteta recherano altrui dilettatione, DE GLI ESTERNI. Di una Qaualla che partorì unaL epre» •p Cofamanifefta.jnelloeferdto di'Xerfe^ che egli con* ^ dujjein Grecia, una Caualla hauer partorito una Le* prejaqual cofa tanto moftruofa lignifico Vefito di fi gran de preparamento , perche coftui che baueua ricoperto il Mare di legni , la terra di Soldati, fu conjiretto dalla paura,no altrimenti che fugace CT timido ammalerà ritor ttarfì nel fuo regno . Al medefimo ancora, pajfato il mo te Ato acanto a ida, atlantiche e dis facete la città d^Ate* ne,tr aitando di andare ad affalire Sparta,gU occorfe, me tre che eglicenaua,un marauigUofo prodigio , che facen* dofi dar bere duino nella fua tazza, fi conuerti in Sàgue, C3T quefio non foto la prima, ma la feconda, cr terzauol ta,Onde egli domandato di do d parere de Magi dil?er* fta,come ottimi hiterpetri et indouini lo auuertirono, che firitracfsi dalla dcfìinataimpre fa contro a gli Spartani^ Et fe in lui fiftiffe trcuato punto di fenno,o di prudentia, boria fchifato il danno cr la uergogna grandifiima che eglineriporto,hauendo medianted ualore di Leonida et de compagni di quello,potuto chiaramente comprendere ilfucceffo di quellaimpreja* ‘ • r» I .LIBRO DiMida, Al Rr IAidd,fotto U cui imperio uenne la frigia ef fendo fanciulto,zT dormendo, furon portate dai leFormiche alquantegronelladigrano in bocca, tTdom mandato [uo padre glt indouini,quel chedofìgnificauo^ rifpoftro,Mida douer auanzaredi ricchezze tuttigli aU tn hu omini, ne fu nano quedo pronoftico, perche ejfo fo' io di ricchezze CT di danari, aiianzb quajì Vhauerc di tut ti gli aUri Re , CT crebbero in tanto le [ve f acuita, C7 /« tanta la abbodàtia deWoro CT argento che egliaccumula che largamente fi uenne a uerifìcare,quel che gli idd^, co tal prodigio,gU haueuono nella fua pueritia promefjo • Di Platone, P Armi cof a ragioneuole, il preporre alle Formiche di Midalo Pecchie di Platone , Quejie a Pilone , fendo infafce CT dormendo, portarono il mele in bocca, ilche fufegno éperpetuacT eterna feliciti. Quelle,di , cof e fragili a‘caduche,Etgliinterpetri,diuulgatafi la co fa delle Pecchie,dijfero che della bocca di Platone ne ufci rebbe una fingulare et fuauifima eloquetia. Quejie,come , injligatedalleMufe,parechefuecialfero,noifoauietodo riferi fiori del monte Himeto,ma de colli d^Heliconafiio^ riti d*ogni fortedt dottrina,^ dipoi nel grande o’pro* fondo ingegno di Platone jiiUafiero idolcifsimi liquori dalla fapientia, DE yOGNI. CAP. Vii Auendo io tocco breuemente delle ricchezze di Mida, CT della fapien* tiadt Platone,annutiate loro dorme t do, narrerò al prefente di quante fpe PRIMO. tic dij ogni A gli huomini fon o occorp cr uerificatip: Nc mi pure poter fare principio migliore^che dalla facratifsH ma memoria del diuo AuguHo . Dirò adunque , come ad Artorio medico di effo AuguHoJUnotte auanti^ebe pfu/ ceffe il fatto d^ arme tra Augufto cr Marcanto* nio ne campi Filippici^dormcdojapparfe infogno la Dea Minerua laquale gli comandò che facejfeintédere a Cefi re che era grauem ente amalato^che per do nò reiiajfe, di non ptrouare al fatto d*arme , ìlche fendo da Artorio à Cefare referitofi fece portare nella battagUain letticaxet métre che egli jlaua tutto intento alla uittoria^ifuci allog giamentifuron prep dallo ef trcUo di Bruto . Che pofsU mo noi adunque penfare altro, fe non che do fujfe fatto per prouidentk diurna, aedo che il capo di Cefar e già de* pinato aUaimmortalità,non fentijfela uiolentia della For tuna, indegna,ueramente di offendere uno fpirito diuinof , Ma lo ef empio frefeo di luUo Cefare infegnò ad AguUo Cqu^nque egÙperil naturai uigore delVanimofuo, an* tiuedejfe fottilméte tutte le cof e) ubbidire al fogno di Ar torio. Perche gli haueuaudito ére,che Calfurnia moglie di tulio Cefare fuo padre,in quella notte , chefù l^uhma che egUdimorajfem terra, haueafognato,Cefure giacerli ingrembo pien o diferite,Gr fpauentatapgrandemtnte p cop horribdefogno,non huuer mancato di pregarlo, che il di feguente non uoleffe andare in Senato,Ma che egli p noip^eredircfhreperun fogno diunadonna,derauo luto andare in ogni mcdo,doue affalito da i congiurati. fu co molte ferite ammazzato, Certaméte ira tulio Ceja^e et Agufb» fuofigliuolo,nÒ é lecite far diff^etia o cÒpura* rione dcunahauédoamédui cÒfeguitatoil fórno grado di Ifefeacl fc fSS. LIBRO diuM, perche Vuno di già, con lefue operegloriofe ,/i hmeud aperta laftrada di falire al Cielo, aWaltro rejhua ancorain terra a fare molte opere egregie cr uirtuofe. Per lagnai cofa,uollono gli iddij immortali, che lulio Ce fare cognofceffe , che ^a era uehutoil tempo di mutarla uita mortale conia gloria immortale. Ma che Augujio nonfcUmentelocognofcelfe,maancoralodfjferijfe,4C» fioche il cielo fi godejfe Pano di qaefti duoi ornamenti, CrPaltro infuturo fi promettejfe» Di P. Decio cr Mallio Torquato. rV ancora affai marauigliof o cr eludente ilfogn o,che in una medefimanotte fecero Publio Decio cr Tito Mallio Torquato Confoli, eT Capitani .fendo accampati^ uicinoalmonteVefuuióin quellagucrra contro a iloti ni tanto importante, pericolo f i. Erojìo,chegli erail crudele cr trijlo Fato di Sicilia cr di Italia , cr che fcioUo che egli fuffe sfarebbe la rouina dimolte Citta,dqual fogno il difeguente fu dalei diuulgatojper tutta Stracufa,cr coft poi che la F ortuna,con traria alla liberta di Siracufa,CT nemica de i buoni,oppof e allatranquilUta CT pace di quella Cittailf opradetto Dio* nipOffcioUo delle celcHi Catene cr come un folgore uenu* to in Terra,fubito , che Himeralo uide entrare nella Citta tra la m oltitudme di quelli della terra, che lo accompagna^ uano,cr correuono a ucderlo,grido, lui ejjer quello che et tain fogno haueuauijlo Alche intefo Dionifto , ordinò fé* gretoììiente ,che la fu ffe ammazzata* Fiufìcuro addunque fu il fogno della Madre di effo Diompo,laqude portando* lo ancora nel uentre,gli parue hauer partorito un Satirett^ to,cT ricercato uno interpetre,che tal fogno gli dichiar af* fe,glifitr€fpoiio^che quello chela partomebb€,farebbed Primo. 57 piufmof [),er il piu potente buomo ^ GrecùfComefi td» de poi con gli effetti. Di Amilcare, AMilcare Capitan 0 de Cartagineff,campeggiando S» racufajgli paruein fogno udóre una uoce che écejjè che egli il difeguente cenerebbein Siracufa , rallegratofi dunque^come fe diurnamente gli fu ff e jlata promejfa la uùm tona , cr mettendo per ciò in ordine lo ef eretto percom* batterla, nacque difeordia in quello^tra i cartaginejì CT SU cilianLOndeiStracufaniufciti fuori della Citta cr affalitili in un fubitoyprefero i loro alloggiamenti cr dentro ne me naron 0 prigione Amilcare, ilquale ingannato piu dalla fua falfa credenza che dal fogno,cenò prigione inSiracufa,cr non uinatoreycome egUs^erapromeff'o, DiAJdbiade, ALcibiade anqpr9 Zd piegare ò ritìrarp un paffo^furono uiSHC^fiorcfr Poi luce prendere h parte de i Romani^ ^udi roppero ddtut to cr és fecero l'eferato inimico. Slmilmente ynet tempo della guerra contro al Re Pefy fa^Publio Vatinio Prefetto di Rieti, uenendo di notte . 4Rom4, uideuenirjt incontro duoigiouarùdi bellifsimo af petto [opra duoi Ùanchi CauallL^qUiiU gli dettero nuoue comeil didauanti,ilRe Perfaerajìato prefo da Paulo Emì tiojllche bauendo referito al Senato ,fu meffoin Carcere, I - - - - w 9 » / Per fa in quel di era flato pref o ,non fedo fu liberato di Caf cere,ma ancora gli fu donato una poffefsione , cr fu fatto efente da tuttelegrauezzc. E ancora manife^Oyche Ca^o recT Pollucelìeronouigilantiperfalute dell'imperio Ko manOyollhora che fkdèti loro,cT i Caualbfurono uijii rin» frefearfi CT bagnarfi infìeme con quelli, nel Lago di lutur* nOyCT l^ porte del Tempio loro , che e uicmo al fonte del detto Lago fi làdero per lor medefime ejferfi aperte. Ryf A per dimoHrare, quanto ancoragli M iddijfujfea 1 Vi rofauoreuoli a quejìa nofhra Otta, dico che ejfendo élatagia tre annila pejie in effajne uedendop ,ò per jiitdna mifericordia.oper rimedifhumani^n che maniera fi potè/ fepor fine a tanta, CT cop lunga calamita, pofto(co« me ne auuertironoi Sacerdoti ) mente a t libri Sibillini trouarono, chenonpoteuono altrimenti purgare il cor^ Di Publio Vatinio. Della Pepilentié, LIBRO roto aere tfe e nonfaceuonouenire EfcuUpio da Epidate ro , Per il che ui mandarono Ambafctadori , prometten* dofì conti f onore (htale iddio Cpcrladeuotione,chegia di lui per tutto era grandissima') potere impetrare tal grò tia . Ne/« uatna tale oppinione^uenga che con la mede pmafedefù loro promejjo CT attenuto il foccorfo , con laquale efsi lo domandarono . Arriuati adunque che fu* tono i detti Ambafciadori , incontinente, dalla città di Epidauro,furono codotti al Tempio di EfcuLpio, ebbero cinque miglia lontano, Et quiuigUinuitarono humanifsi* mamente a prendere,^ portar uia a lor piacere del det* to Tempio , tutto do che penf afferò doiter^ejfere alla lor patria falutif eroda cui prontezza CT hberalita,fu anco* ra accompagnata dalla benignità dieffo iddio , approuan . , do le promcjfe di qucQt con metterle in efeculione, pero eh e, quel Serpente,che rade uolte era f olito dimofìrarfe . Qafiio adunque ( dt cuinonmà fi deue par, lare,fenza prima hauerlo chiamato publicopatnciday ri. ^ trouandofi nellaguerra Earfdica,CT combattendo fero^ cifsinupnente , gli parue uedert ,che Cefare in habito cr, - forma,chehatieuapiu del diurno che deWhumano ,gU «e niffe incontro uefiito diPorporaconuolto minacceuole corredo a tutta brigUaionde fpauentatofi diede a fuggire 4icettdOychepofs*iofar ffiuije Vhauerlo mortonon bafio^ j- P R I OT et, 41 fXafappio C4^o^cìt€tnnon ÀìnazTCifUOefare^perchc itett fì può in alcun modo uccidere la diuinita^ ina hauenm dolo tu offefoy mentfeche egli informa humana era tra . noi , merUmente , dipoi che gUara fatto iddio , Vbauefl. per crudele inimico, ' DiL,Lentulo, T ^5*0 Lentulo , colieggiando il lito del Mare^ doue . 4-^ co certi pezzi d'una fcafa rotta p ardèùa il corpo di ^ompeio magno à tradimento fatto morire dadKeTo torneo, zr uedendo.una pamma talché fapenda.cbe den . tro uiardeuacofOfdi chela fortunaphoueadauergogna f£^dijfe a iftÙH Soldati.Chifa fe dentro i quel fuoco ui p i obbruaa il corpo di eneo Pompeio.Le cui parole diurna*, Wtente mandate fuora,ppojfono ueramente metter nel numero pe miracoli: ufeirono qu^e di bocca (Punhuo tno,ma queUo che al prefente diremo ufd di bocad^Apot' lo,ondep conobhelamorte di Appio,fecondo che da ef*i fo erapato predetto, Coftui nella guerra oiuiU quando[ Gneo Pompeo,confuarouina, et danno della Kepublica^ p ^oppe con Cefare,depderando di intendere lo euentó éd oop importante motiuo, perche atPhora eraprepoflo con , hefcrcito alla Acda,coprinfe per forzala Sacerdotejfa, principale, del tempio ApoUineDelpco'^chehaueualà^ cura del luogo fccretó delio oraculo, a fetndere neUa piu profondaparte deljfeco /aerato dtejfo lddio,nelqualeJi. comep dauano i re&onp piu certi,a chiglidomandaua,cù. pper ejferele dette uergini troppo ripiene del diuinojfi* nto lepiuttolte ne periuono.Lauergine adunque inpanui mata di profetico furore con noce horribde , mentre che eUaofcuramentclecofe future preéceua, manifePò 4Ì t IB R O Appio U fui morteécendoli^Tu nonhii ò Komxno che fare in quejiaguerriyò terrai li Cella di Euboea. Egli ere deniojì per uolere di AppoHo ejfer*auuertito,che egUfug gijfe quel pericojoje n'andò in quella regione,che è poflj tra Rannunti^nobile parte del contado Ateniefe,CT tra Carijio^uicìno al mare dt Calcidia,chiamataEuboeay nel/ qual luogo amaUndojì m ori iana'izi alla guerra farfalla caye3‘ cojìhebbe quelluogo per fepoUur4t che da quello Iddio glier~a Ihato pridetto. Poffonp ancora connumerare tra i tAiracohyche ejfendo arf o U fagreSHa de Sacerdoti di Marte chiamati Salij,no fi ntrouò alcuna cofa intera fe no laTromba torta di Romulóy^ ancora effendó arfodTc pio della Èortuna,la Statua diferuio TuUfonmiftinuioU tayCT finulmentelafiatua diQSiauiwJiqualeera pofté nello andito del Tempio di M arte ejfendo due uolte quel Tépio arf o,una nel confai ito di P. N tfica Scipione,cr L; Be^iyValtra di M.Seruilio^ CT L . Lamia^ rimafe fopra U fuabafoyfenzacjferedalfuocó ojfefa» Di Attilio, . ' D Ette anchora qualche ammirationeaUanodra Cit tà il corpo d'Attilio AuioU , quando fu abruciato fecondo il cojlume anticOydquale giudicato morto da i me diciyCr fuoi familiari pilette alquanto difpacio dijiefo in terraydipoiprefo ex pojlo f oprali fuoco come egli fenti il caloreygridò'jthe erauiuo ,chiamandó in aiuto il fuo pe/ dagogOyilqudequki jolo erarimalio^magiacircundato dàa fiamma non potette riceuere alcun foccorfoalfim* le fi dice ejfer' accaduto 4 iMcio Lamia, che era fiato Ere* tore, Degli Esterni. ‘ ^ 1 Duo miracoli fopra djtti, paiono meno marauigliofi ; per quél che duenune di Ero Panfilio > ilquale ferme PU tone, che ejfendo [opra molti altri morti'Jn battaglÙL x.giomi ri mafto come morto^ey duoigiorni doppò , che dùjuiui era Unto leuato poflo [opra il foco , rifufeitò , CT narrò cof e marauigliofe^che egli hauea in quel tempo ue* dute.Vnhuomo anchora dottifsimo in Atene hauendo ri* ceuuto unafjjfattanel capo^ con tanto dif piace* ¥e la doU^z^a di quelli» » DcUa moglie di iìaufiment,CT di Egle Samio, p lumarauigliofaenondinienolanarratione delcà fofégue'nie. La moglie di iJaufiméne Ateniefe,ab* batkhdofì a ued&e il figliuolo con la figliuola camalmen te ufae,offefa neWanimo da cofa fi uituperofa, CT fuori ét ogni oppinione,perche lanon potejfeaUhora cruedarfe ne,ne dipoi parlarne diuentò mutola,CT loro fpontanea* mente ammazzandofi pagomo le pene della commejfa Jceleratezzaietcofi lacrudelFortunaaUamadre tolfeiì parlar a i figliuoli la uitadaquale a Egle Samiogiuca* tor di lottai mutolo fu propitia»crfauoreuole, perche ejfendo fiato uincitore in tal giuocQ'^ gli fu uoluto torre il j^emio^et Vhonore^he eglifihauena acquijiato, et tante F /i . . tfl't R O fitio [degno ^che egli nè pref z^che e n^dcquijiàla fmelUt Di Gorgid Epirotcu . . V ancora marmgliofo il nascimento di Gorgia di Epi F rocche fu dipq\perfo^arara,cr ecceUente^ilquaUu* [ci del uentreddla madre mentre che Verauina (VmacafOypercheritroUandofi 4 et nain cafa di Scopai» Cranone,cbe e un Camello di Teffa gtia,glifu detto, che alla porta,erono duigiouani ^ che lo pregauano,che eifujfecontento uenir [ubilo fino 4 baffo, che glihaueuono da parkre,egUf abito uenuto alla porta, cr ufeitofuora non ai trouo negano, ma in queUo inUan Hrouinò kfala»doifecenauano,cr ucOfe Scopa con tuta èo il reBo de conujhti^ nellaqua leuag'ianoa;jH.gUfaceitonoptrlarepinterpreti,Et do uoleuonofì offeruajje^nofolo nella deta diRoma,maan cera in Grecia et in Apaper quelli che e mandauano a go uerno delle Prouincie^accioche la lingua Latina co piu ho nore cr riputatione per tutto il mondo p dilataffeEtq tr fio uoleuono^no perche e non fuffero dotti et bine inerti ti nella lingua Greca co me negli altri Pudijy ma perche pé reua loro che i Greci douejjero effère in ogni conto infe* rion aiRomanhEtche e fu jfe co fa ì legna et intollerabde che la gràdezza et riputatatioe del R ornano impiojì def fein preda, et p tafdajfe pigliare dagli aUetamétiy cr dalla fuauità cr dkcezzei di ql parlare efquiptOyCt artificiofo, P Di G. Mano, Eriaqual cofaftu,o Gèo Mmo^non debbieffer ri . Lil B R O prefq ne hUjìmato della tuarozezz^t cr rigidità, U hauendo due uolte trionfato, per la uittoria ottenuta di ìugurta in Affrica, per quella de Cimbri T euton ici a picdeWalpi , ncn uoleiii , che la tua uecchiezz^ ornata ìdidoppio Allojrp,ji rendeffepiu calta CT piu ornata «te* diante la eloquentia di quei Popoli, che da te crono itati f aggiogati? Perf udomi eh e tu ilfacefsi,accioche nel culti tiare et efercitare lo ingegno al coftume delle genfiftrane, non parejje che,come ferito fuggitiuo tifuffialloiitaiudQ da i coflumi cr ordini della tua Patria, Che fu adtinque il primoyche ne i tempi nofiri, aperfela porta del fenato al la lingua Greca,Onde bora le orecchie de Senarori i^or/‘ 4ano in udire i fatti occorrenti de i Greci, Certo non- fii oltricheM olone Apollonio_,maejlro deWarte Oratq>»> ria sfotto ilquale Cicerone diuennedottifsimq yferchee- ntanifejlo che coflui fuil primo f or ejiicre chefujfe udito parlare in Senato fenz Je da CauaUoyCome era debito raprefentandop dauàtiad un Cofolotnon p mojfe.di che accortopil pgliuolo,glim4 dò f abito 4 co madare per un o Littore che fmotaffe. Fabio aUbora ubbidiente, f cefo da cauaUo,p apprrfentò d contt fpetto del pgliuolo dicendoli. Io non ho fatto quePo,per n on rendere alla dignità à co folate il debito honore, ma peruedere, fe tu fapeui ejfer Cofolo. Et fo bene qual p4 il debito del figliuolo uerfo il Padre, ma cotd debito et riucrenza no debbe ejfer àgli ordini publiciantepojia. Della conjìantia di certi Ambafeiado* ri Romani. DOppo tl laudabile ef empio di Fabio Mafsimo , mi fi ojferifce la conpontiagrandiftima de gli Ambafciait doriRomani,che furono mandati dalSenato à Tarento 4 recuperare certe Kaui cariche digrano, che da i Tarenti ni crono Paté prefe. QuejH ejfendo fiatiin quelluogo mot to ingiuriati cr uihpepjettraglialtri,e[fendo fiato gettato deU* orina addojfo ad un o di loro, codotti ( fecodo la ufan Z D' un certo ordine,cbeerainMarfilia* Ma pèriornarealkOttadiMarplia,dcn(feio n^x ra p'artit&. Non u oglion o i Marfiliani , che ninna entri nella Terra con arme,ma le fanno lafdare alla por* ta,doue è deputato chi le riceuei crollo ufcire le rende lo ro,perchefi come e fono f oliti di rìceuere cortefemente i forejìien^cojì uogHon o effere patri da loro, D^una certa ufanza de Gdli, V Setto della Citta di Marplia, mi prapprefenU quella antica ufanzn de GaUi,iquaU Cfecondo che p troua prittoy ufauano prefiar danari die perfone, per rihauemealcrettantt nelV altro mondò effendo fatolor perfuafo Camma e jf ere immortale, io gli chiamerei Bolit fe pitragord òefugreco,non hauuej]e haute la medep* ma oppimone dicoPoro^che erano Frahzcp» De Cimbri CT Celnberi. La Tìlof ofìa de Galli era fondata foppra Vaudritia et fopra leufure^ma quella de Cimbri f3‘ de Celtibt^ ri , par che hauejfe per obietto la baldanza crfoftezXd LIBRO'' acìTdnhno: perche quando fi ritroudfuno é combàttertp ty ne i maggior pericoli della »i morto il marito uègono a contéfa et dipoi a giuditio qual eUloro babbi piu fuifceratamente amato il Maritoiit quel Id y che piu amoreuole è giudicata sfacendone molta ìefià onne,che non ha^ neuon modo da maritarfi,nel Tp4 rendo loro coja conuemente^ebe colui chepritrouainrt gale altezzu,per mantenerp in piu grado cr riputadone^ debba aHenerp da quelle ufanze, che uolgamente p ufo tiopnodagliinfimi et plebei, Delladifciplinamilitare, Cap, lì. Erremo bora a trattare del principila leornamento,etfoPegnodel Romd no imperio che pno ad oggi confabi teuole perfeueranza de i Romanifi e mantenuto pneero cr inuiolato. Que Hoeilfeuerocrrigido offeruamen* to degli ordini della militia , nel cuifeno , O" fotto U cui protettionejì conferua ilferen o cT tranquillo Poto dellé > beata pace. Di Scipione minore, PVblio Cornelio Scipione,quello alqualefu commef fa Pukima guerra contro ai Cartaginep « Onde f secondo; 6t eomeVAuolo ttedcquifto il cognome di Affrìcdno^effenm do ConfolOjCr mandato in Spagna Capitano dello efer^ cito R ornano, per isbattere cr reprimere gli inf denti ani mi dei Numàtini,infuperbiti per colpa di quelli, che aum ti a lui cieron fiati mandati Capitanijubito che egli arriuò in Campo,mandò bandi, che fufierà leuate uia dello efer cko,tutttle co/enon neceffarie,cT che ui eron fiate con* dotte per dar piacere ai Soldati; O’ mandò uia tutte le b ocche difutili . Onde fgombrarono (come è manifefioy di quefio efercito mjìeme con un gran numero diriuendi* toricr Saccomanni, dumUa Meretrici, Et cofi lo efercito R oman o purgato cr n etto di cotale brutta cr difutile ge neratione,^ che poco auanti per afi>rejfa uilta cr codar dia fi era fuergognato,medianteil dishonefio CT làtupe* rofo accordo fatto co i Humantini , riprefe la fua prifiina uirtu,1 bemgnan i loto antichi nel tempo della gmra Tarentina-cònf (TMtigfi SECONDO. 6S h toriófo di dupi de gli inimici y cr ne riportajfe le fpoglie* Eglino adduuquettrouandop legaticon pdureeT ufpfé conditioni,come che poco auantifuffero Pati uile et abiet to dono del Re Pirro , gli dùtentarono crudéipimi inimici . La medepmd ira fulmino d Senato contro é coloro y che ndU rotta di Canne abbandonarono U RepubUca , perche hauendo il Senato con afpritpme conditioni y cT piu horribili che la morte conpnatili ih SiciliUy CT hauendo dipoi riceuuto lettere da lAarm co Marcello c che era pàto mandato in queWlfola d^- ta efpugnationedi Siracufa) perlequali ricercauadSe^ nato y che gli dejfe Ucentia di potere in quellaimprefi feruirp de i detti conpnati* Rifpofe àie e non crono degni di effere accettati nello eferàtoRomanOypure che èra contento yche e faceffe in ciò tutto quellOy che giu* iticdM Htdeèlty efpedienteper laRepublica yconqu^ . LI B R O pero j che dafcuno di efii fuffe del cottrìnouo occupdtp fenz^ mai ftare in otiojn qualche eferdtio^o" cheenon poteffero riceuere premio o dono alcuno , ne 'tornare in, Italifty fedai nimicinon fuffe Hata occupata . Tate è aduh que Vodio, che portano i Forti et ualorop^a i timidi etpof planimiE ancora d4 conjìderare^quantofàgrandeil di* fpiacere^cheil Senato pre/e, hauendo intefo^che Quinto PetilfoConfoloy mentre che egli ualórofamente coni tigurUomhatteuOyfuffejlato daifuoiabbcfndpnato , CT hfd^oinpredadeinemidi,che l'ammazz O. * Degli ordini del Triomfare, Cap, III. Lcuni Capitani Kontaniydtfidtrand*^ che e fujjcl oro [latuito il Trièfo, per cof e piccole et leggieri sfatte da loro, furon cagione che il Senato prouide^ per leggijcheniuni) Capitano poteffè triomfareje m una fola battaglid,nS haueua morti almeno fei mila de inemiciumperocheino Briantichigiudtcauonoychelo ^lendorefj^^l^ornamento della citta,conlilìef[e,non nella moltitudine de Triom/?^ ma nella grandezza dello acqmùo.'Et perche a queflaleg ge copncbilejtion fi potere in alcuna maniera contraffa» re per la troppa cupidità di triomfare lafortificarono eS lo appoggio d’unalira Itggicjp) cpo/ìa da Ludo Mario CT Marco catone tribuni della plebe ^perlaquale fi punì» \cono quelli capitani, che in alcun modo ardif ceno dfp* gnificarealSenato,fa1famente lini mero dei nemtcìue/ af,cr de cittadini H emani morti , Et uuole che /ubilo, che e temono in Roma giurino dauanti a i Camarlinghi della citta, di hauere fcritto al Senato, il uero numero de morti,fi de i ntmici come de ih emani . Doppc hauer parlato à quefi leggi, non faro fuori di propàfito far mentione in quefo luogo (Tutta fententia,che fu data fo pra il fatto del triomlare,trattata cr difa jja tra perfo» ne eccellenti. HauendoLucianoccnfolofy Quinto Va ierto pretore rotto cr /confitto in Mare una belUsfma ormata de Cétaginep,o’ hauendo perdo U Senato deter mmatoilTriomfo a Luttatio,et procurando Valerio di ottenerlo anchoraegli,Luttatiop oppofe,dicèdo che no I (rit t I B R 0/ r èrd conuemhte , che in cotale honore, il Prétofehdueffe andare ara^udglio del Cónfólo : etiieituta la cofaingranr difsime contefe , Valerio ójferfea Luttatio di prouargli^ , che e non poteua domandare il Triomfo, effendo egli Hi to queUo , chehaueua rotto tarmata deCartaginepy CT Luttatio accettò offerendoli diprouargliin contrario,cf“ dWcordo eletto Attilio Calatino^ giudice in queHaloro' d^erentia : Valeriojl primo parlò , cr ejpofe dauanti al Qmdìce,come il Cònf olo^quando fi fece lafattionefi trai uaua nel Letto amalato ^Ondea lui era tocco a fare inte ramète Vtffficio del Capitano, Calatino allhora,prima che Luttatio comindaffe ad efporre le ragioni fue^ dijf : cofi^ Dimmi VateriOife tra te et il Conf :>lo fi fujfe confuUato^ [egli era hene combattere o »ò,ef i pareri tra uoi f afferei fiati diuerfi,qual parere era cagioneu oleiche fuffe apprò uato^C^ meffo in effecUtione il tuoo quello del C onfolof Rifpofe Valerio, che non negma che il parere del Confo Io,no« haueffe andare innanzi a tutti gli altri,Hor dimmi ancora dijfè Calatino ,fe Vuno CT Vdtro di uoi haueffe prefigli Aufpiàj^etf afferò Hatidiuerp, fecondo quali eroi egli douere, che uoi piu tójlo ui rif oluefsi, fecondo i tuoi 6 fecondo quelli del Confalo i Riffof e Valerio, fecondo quelli del Confolo,Hor ifeDio nuaiuti) diffe Cal N D O, 7* imitale due uolte era flato confola O’utMUoUa^ Dittato* rf,cr in tutte q te^e degnita p hmeua acquiPato grandif pmarìputationeyfudalui priuato della dignità Senatoria perche egli hmeua comperato certi uap (Pargento, che pc fauono dieci libbre parendoli che un tale ejfempiofupè atto a corrompere la parpmoniacT pmplicita Romana» Pomi uedere che le lettere del no(lro fecolop riempano di (lupare cr* di marauigliathauendop ad accomodare ad efprimere efempU tanto rigidi cr feueri , CT che le Piano h dubbio, fe gli e da cr^dere,che nella citta noPra pano n temenute quelle cofe,chein fecontengono,che appena c credtbile,che dentro alle medepme mura, lo hauere il ma do a comperare dieci libbre d^ argento recajf ; altrui carim cOfSr lo ejfer pouerofuffe per cofa uiUftima reputato, DiM.A«^onlo crL.F/dcco. - ■ MArco Antonio, O' Lucio F lacco ccnf ori, rimoffe* 1-0 del Senato Duronio , perche ejfendo Tribuno della PiebeJjaitéua propojio,ehe efujfe annidato la prom uipone ey l^gg«(t miarfio ‘Éìùf"^ ^1 ' ’”>?"■«*' /«io for Vaiolo etPMo Smpronioin Siti. fpnó oejf ctonie gUpruiarono deauM del Publito ^ P^^P^^^AttHioKtgidoett.Pmo. £S^C2Sesss6 K t I B R O hftueuond4tQ Ufedcdianiirfene fèco ^'ahhindond* re Italia» TuttiqueUianchorayche neUi medtjima rotta rimajii prigioni di Hannibale.cr mandati dipoi da ìui am* bafciadorid Senato Romano, per conto di permutare i prigioni^non hauendo do ottenuto , non ritornarono ad HannibJe altrimenti,furono da efsi Cenforì feueramen* te puniti cr condannati , fi perche al [angue Romano apparteneua mantenere la fede fi anchora perche Mar co Attilio Regalo molto afpramente procedeua contro a I* mancatori di fede. Era co^i figUuolo di quello At* tilio Regulo,che uoUe piu tojio morire con ajprifsimi et crudeliffimitormenti,che mancare a i Cartagineft delU promeffa fede, C ofi adunque l* autorità de Cenf ori tra* pajfo daUadtta nello efercitoJUqualenb uoleua,nc com* ’poTtauOycht il nemico fu jfe ne temuto ne ingannato. Se* guitono duoi efemplifimdi,fopraiqualidarenfinea^è* &atnateriel medeimo Catone» : \ ^ S Tondo il medefimo a ueder lefejle, chififaceuonó{ in honore della DealFlordylequaUM.efsio Edile foé è^eua celebrare Jl Popolo fiuergogno in prefetiÈùt4i Cam tonerà domandare^che queUe,che talfefta raprefentauom nOyfifpogUdjfero nude fecondo il confueto, BeUbe fett dpauertito daF.auonio amiàfsimo fuorché glifedeuaalm iato^fi parti del Tedtropernonimpedire conia fuaprem fenzdyVnfanza di queìùfelia.Et quando il Popolo uide,^ «. che eglifen^andauOjp leuo tutto a romore, CT facendone molta fejla cr allegrezzajeguitarono di celebrarti cbitComeficollumduatdimoJlrandoptaltattOycbeepor/ tauon piu rifpetto ZT riuerenzaa Catone foloyche a tutti lor altriyche uierono pref mti. Hor qiudiruchezzctqualì ItnpprijyZr quabTriomji furon mai in tanto pregio ap/ prèjfoil PopolofHaueuaCatonepiccole facultOyeracon tinentijjìmoynon fi cura che lacafa fuayfpogliataiTogpi ambùioneyfuffe molto frequentatajolo uno tra i fuoi an tichirìfplendeua,Èranella fronte ouflerOyMa la uirtu fu4> fu compiuta cTperfettajin tutte le partiy onde f e alcuno- Huol denotare un buomo dabency CT unuirtuofo Cutadi noybafia cb e egli dicaegli e un Caton e» u . DE G Li*l ESTERNI. ' n . . • Di Harmodio p^ Ariftogitonct * * J ; 5 -. . I 77 ELbtfopta,chenoiin qu^iU mdtmifAcdm parte aiuora agli cfierntyAcciocbe trai domejlici mcfco* . latiporghinoy per tale uarieta^ai leggenti magf^ porMetto.llRe-SQerfc.fuperatdU citta di Atene ytoU (eie JhauediArmodiocrdtAriftogitoneycbe Mbronm Zo erano ji^e pojìe loro da gli Ateniefi ,jper la forza dìe ferpnù di liberar la patria dalla T irantùde,CJ' portare nelfuo Regno.cr moltianni dipoi SeUuco ordì* no che le f afferò riportate la onde Vertuto jbUe leuate. Et t Rodiottrbauendo tocco Ulor porto queUi^cbele ripor* tauano^gU inuitarono cr riceuerono in uno aUoggumert to dal publico ordinato JCT le Hatue. finche quiui dimora*, fònoytennero tra'queUe de gli iddifEt qual memoria piu febee dt quefia : che rapprefentatain un poco di bronzo, ^ fndaogtVunohoHUtainfigrandetten^atione, . I DiXenocrotr. ^ yf A quanto ancora fuVbonorefattoin Atene a1^* nocratehuomo cT perfapientia cr per fantitadi cofbtmi^ raro cr ecceUante i fZofiui effendo citato af unacertate(bmDmanzAyt!T ^^^(iatofi (fecondo il cojM me) allo AltarcyperdarpnmailgiuramentOytuttiigiuà*^ d unitamente fi leuarono in piedi,gfidando,dìe non giu* ^ raffe,parendo loro cheaXenocrate perla fua bontà CT > fincentafi doueffe concedere il non giurarcycofa che non tróntper concedere aloro medefimi , iquali ai^tiy che e defferolefententie,eronftmilmentetenutiagiurare» * DetVapparenz inuenarttìioutyperAfptrfiiii»»^ Uore.RomuMtiWffimdtikb^ iUlfoprilìinteperi(xlo,cojicomeglier44emito,pgeM nel Teuere,ercertmentegU iddij rifgUirdindoUmt» trfortezZidMoriUogUfuronofiUoreuoW^^^^^ faimoperiretpercheegUneperVaUezXiddfiitottq coOitofunepirtigmezzddeaWmmfrintofi,^ morM’icqmingUottito,nefin^entedii^ iiognilmiagU erano linaitt,offe[o,nomdopeoduf fedwentroUeitt4.Cofiuifoloaduque,ttuolfa^^occhiditìHciudmiRomini,&ditito:numero^din auelUyCon ilupore cr m4rMÌglU,quettibor4cojittegret li hòucÓ timore rifguurdUolo.Ueghfoh^ne , coft fituproui^fpertireduoieflercitic^fF^^^^^^ i«Gemippccati,l’unocolreprmerloJuUr^^^ Mo.^gUpndmeHtefu Ji unto SiolumeiùofoH con il fuo feudo, itti n0Pucitt4,quMtoilreumconUfu4 m ^ben dire.tioiuiiKem motuttii Ranmi, enmfol Ra minojiamtinoù i ‘ DeUiVerginca^^ ' r ,, L ^irergiwCldir.MHf**P di^enticftre id mio proponmmo,^ràicndmedcfmùtmpo cr nd  8o medepm o fiume cr contro al n etnico medejimo ufo gran difsima uirtu cr ardtre,Ejfendo co^ei infieme con molte ^ dtt't pulzelle R omane^dJta per ijlatici al Re Porf :nnd^ , ufcttafì dì notte del luogo, doue Veruno tenute in guardia^ cr montata foprajm cauàUo,d primo che gli diede tra nu nojpacciatamentf co quello pajfo il fiume a rmoto entro di Roma , ìlche fu cagione non folodi liberar la patria dado affedio,ma i cittadini ancora ddla paura . Petmna u$ ramente,perlafuauirtudegnrimo,cbeintaliéòdl timentijp acquiftajje pregio, cr honore, cr Goffo nonfe • ce poco dcqui^o^ che andò in do imitando le uepigiedi Komulo, Di M, Marcello, A ^giugneremoancoraaquePicop chiari e/cmpH, JiX. quello di Marco MarceUoJlcmualore CT animo intrepido fu tal e, che glihafto la uifla, con pochi caualli af [altare fu larwa del Po il Ke de Galli ^ che quiuicon un graffo efercito fi rùrouauacT quello ammazzato ^ CT (pog'iato,dedico le fpoglte a Gioue Yeretrio, DiT^MalUoyValerio Coruino,& Sdpione, ' Sarono in quello modo di combattere la medefì* mauirtu.Tito Mallio Torquato, Valerio Comi* no,CT Sdpione Emiliano . Cofiorotuttiatre chUmatta combatter e dai capitani dei nemici, gliucciderono, ma • perche do era occorf o fotta lo aufpido de conf oli , non conf cerarono le fpoglìe acquiflate,a Gioue Eeretrio, Sci* pione emiliano pmiknente militando in Spagna fatto Lu cullo capitano dello efercUo,e:^ hauendo affediata Inter cada terramolto forte,fu il primo, che montajfe [opra la tnuraglia,ne era in quello tfercito dcuno,che piu di lui dg ueffe conferuarfì cr rifpiarmarfi,p perla nobiltà cr uir* tu,che ih lui appariuafi ancorap la fperàza grandifsima^ 'che col tempo di lui fihaueua,ma Sora igiouaniRoma* ni,quanto piu erano nobili , tanto piu fi affSeauano. , et metteuanfì ne pericoh,per difendere Upatria^o per am* plìayeVimperio,fiputandòfiauergogna, efferediuirtu auanzati dàqueHi,che per nobiltagli crono inferiori. Et pero Emiliano domando al Confolo,quellafattìonc,cbe dagli THRZÒ ■ , . ia gli dtrìeomc difficile cr pericolcfi era iUtdrecufatd» j" DÌM.T«Ì/Ì0» IN trdgli altri efempli di fortezza, tnife ne offerim fcewìoÀdco et marduigliofùA Komani effendoflati rotti cr mefsi infuga^dallo eferdto franzef f,cr forza* tt a rttrarfì in Campid aglio ,cr nella R occa,er no fendo il luogo per tutti capace, cofìretti dalla necefsita , pref on per partito dilafciare iuecchi ne piano della Citta,perche igiouani piu comodamente poteffero flore a difendere, quel coUe che fola refiaua in poter loro, Ma la citta ancor ehe condotta in tale miferia CT calamitd,non per ciò fi di* mentico della antica fua uirtu, peròe quei uecchi che gf4 trono Sati di magiflrato, apertele porte delle lor cafe^p pofero a f tdere f opra le f ìdie curuU,con le infegne intor nOfCr con tutti gU ornamenti dei magidrati cr officijfa* eerdotali^che già baueuono amminiftrato, aedo che hauB do a morire, ritenejferopnoallamorte, la Maie^a cf lo fplendore,de i loro anni paffati ,cral Popolo cr alla Plebe defsino ardire s uenireinpoter di quello, procacciatali Poccafìone iillk morte,uenne apurgare ogniinfamiazr difhonorc.pc// àie egli con la bacchetta da caudeare, mentre che gli era menato prigionecauo un occhio ad un di quelli Barbari, Uqude pel dolore s^accefein tanta ira, che con un pugna le paffb i fianchi a Crajfo,zr amazzoUo. Et cofi neluen dicarfi,uenneinfieme a liberare il capitano Romano dal éfhonore della perduta mdejia»Et Crajfo per quefio uer fo mofiro dia fortuna quanto indegnamente ,Vbaueua uoluto offendere,ZT dìjhonorareun tde huomo, cr che con la fua prudentia (^ fortezza haueua faputo rompe re'iUcci,cbe per farlo feruotefe gli haueua, alquanto at mantenere ilgrado,o‘ la digttitafua, ricuperare f e me d^mo già dcjlinato preda di Arifionico, - - ' . . j '• Li  • * Di Scipione, ' • La medefmafortezzà et ref olutione^ufoin f e ^jjfo Sdpionejuocero diQneo Pompeio.llquale,uinuti fuperatiin A^cad Pompeiani in éfefu de quali egli fi n ' trouo^ndàdofene in ìfpagna.con V armata, et foprag^ to da i Qefariani,come e idde effere prefa da loro la N4r ue, doueuain pre ^0 U uirtu, uolle ejfere in uerf 0 di te,ey de i i/^cr da!^ leparolegrato conofeitore ,hauendoti dipriuato « feUto Centurione, Di L,Sicimo Dentato, PAmi che ìmcìo Sicimo De tato, per quoto s'afpetta d ualore dei forti cobeUtitori, meritamente debba effer pofto in quefto luogo ^ per Pultimo dei Romani efempije cui eccellenti opere, cTglihonori, (y'premij quindiriportatine,ppotriagiudicare,chepajf afferò il fe» gno delùueritiffe damQltifcrittori,degni di fede crfpe dalmenteda Marco Varronenonfufferotejìificati,alfer mando coPui, cento uenti uolte efferp trouato infatti d^arme,er con tanta fortezza per conto della Kebellione, cr fendoU intra tanto fiate, prefentate lettere del Senato , che gli oriinauano , che non douejfe piu oltre procedere contro a i condannati^ uenne alla prefentia fua Tito lubelio uno de i condannati . cr con uocepiu chiara CT ifpedita,chegUfu pofnbile,gli dtffe. Foi fin tu hai o F ululo tanta fete cr auwdita itlfott , TERZO. SS Cdptmo , pèrche indugi 4 farmi tdgUàr U tefìa > con -quella (aire , che di già e macchiata del [angue de gU diri no^faccioche tu poffagloriartidi hauer fatto morire un huomo cr piu forte cr piu cofìantedite.Etrifpondendo ii PuIuiOfCheda luinonrejìerebb€,fe le lettere del Sena* to non glie Phauejfero prohibito.RifpofeTito-Horpor* rat mente ame^alqude non e fiato comandato cofa dcu* na del SenatOychefaro «n*o pera grata agli occhi ft#o»,CT maggiore che tu non penfj. Et dette quejie parole, inconti nente in prefenzadiFuluio ammazzo la moglie eri fi* gUuoliyòeeronoquiuiprefentiy CT dipoi ammazzo fe fiejfoycon un coltello medejìmo.tìor che fortezza d*ani mOyCr che coilantia penjìamo noi^chefuffe in cofiui f il* qude con la morte dei fuoi piu cari, er di [eBejfo,ublè dimoflrareydihauer piutofìo uoluto fegnare la crudeltà di Fuluio,cbe uderjì della clementia CT benignità del Seà nato DE GLI ESTERNI* DiDario, HOr conpderiamo quanto fuffe lo ardore^cy taf or* tezza deir animo di Dario yilqude mentre chegU era alle mani di liberare i Perfi dalla crudele tiranni de de i Magi cr hauendo gittata in terra in un certo luogo buio uno di detti tiranniyey'falitogU [opra cr mfragtten* doloyuenne uno de i congiurati^per darli con la fpada ma dubitando di non dare aDariOyritenneilbracdo,ZT Drf* riogUdilfe,enonbifognachepermio rtfpettOyturcjlidi ferirlo an cor che tu ci paffafsi amendui con la fpada , pur ' ckequedo tiranno muoia preflo, " . .. Di Leonidaf*' > - ^ ' l A, £ LIBRO RAppfefeHtmijì in queftóluogo lo Spartano L ^ta et fuperata Pantiqua gloria della loro dtta,CT /penta c meom ra mediantei pro/peri fuccefst ,hauutiapprejfo Leuttra cr IJlantineaJia uirtu di quel popolo, che permpno a tU^ho rauiuitti/simas^eraconferuata allapne papato d^un alan da, crfentendoft mancar gU/piriti, per VidfondantL t del f angue, ehe gli u/ciua della feritOydomando afuoi eh e,gU ftauanodatornoaconfortarlo,feil/uo feudo era /» duo, apprepofei nemici crono rottiinteramente, cr e/jfe/ ido* gUrifpojio dip/oggitmfe. Questo 0 Soldati, CT con tpa» gnimiei,noncUJme della mia uita,ma e un prindpio di ui ta migliore cr piu felice,perchehora na/ce il uojiro Epa mtnunda,morendo egli cop, loueggiolanoPra l^^ebe ePcr fatta capo della Grecia,per opera et prouidetia mia, cr la atta di sporta tanto forte cr inuitta,dalle noP re a mi abbattuta. Veggio la Grecialiberata dallaacerba T i* tanntie de Lacedemone Et fe bene io non bopglè foli, non pero muoio fenzajafdaado due beUifsime pgln H TERZO ‘ 9? Ito della Piazza fpadaignuda^comando a tutti i Citta dini^che a duoia duoUombatteffero injìeme , con qucjìo fiicU perditore fu jfe tagliata la teiìacrgittatoilfuo cor po in quelfuocOyOnde ejjendo in quefia guifa morti tutti^ alleiamo non rejìando mo altri che lui, da f e ilejfofi ^itto nel fuoco. ' JDelUmogVe 4U Afdruhale. m yf A per raccontare quello ,che o^corfenelU deBrut ,ÌV1 tionediun^'alra dttanon meno inimica d popolo R ornano. Effendoprc fa Cartagine, cr hauendo Afirua éaleimpetrota graHa deUauita daScipione,fdegnatapU mogUe,0' rimproueratoU laimpictaufatauerfo àlei,et dei fuoi fìgliuoUspernonhauereun(o,perlorointercef» fo ,gU ptefe per man tutti a tre, cr condottolifeco in, un luogo nleuato delUcùta,contenti dimorile inpmecon Idp precipitarono nel fuoco,cbe ahbruciaua Cartagine» Di due pulzelle Stradi fané. Aquefto bellifsmo ejfempio di femminile fortezd, n'aggiugnero uh"altro,no men forte di quello,co,neidetellabiliraccontamenn delle guerre ciuiliybd [landò hauer tocco foljmen te quefi duoi^cbe cont eng o no te lode di due nobil'fsime famigUe,cT non cofa alcund dipublicameùitio^affero agli efempli degli Ejiernù \ \ DiPompeio, -  it-cr :: T . ^ ^ ‘ DcgliEliernL ’ : **rimr^ CT I piu n oblìi fitnciuUi della citt'a, dfertfirlo,Vn de 1 QVELLI CHE DI bassa CONDIR tiene fon pervenuti ad Altezza^ c • t Cap. mi. V i i , DiTuHoHoflilio» ^ \ Acque TuUo Uofiilfo itima Capata cr jìmilmentefu nella fuagiouinez za Paflore^ dipoiperuenuto alla eU piu matura, gouerno cr accrebbe V imperio KomanOyCrncUafuauec iruetmedfommo grado di degniti. Ma quejto Tulio nantunque itfuo accrefcerfiy&‘inalzarfii,fia fiato gran^ p,C2T marauigliofo,nondwtetto,perche e fu RotnanOjC anco da marauigliarf ene, DiTarouinoPrtfco, rtKZOl 94- L ATorhmdtoiutulJe Tarquinio PrìfcoìnKomoypef farlo Rejlquak tanto eralontano da p fatta grani» dezZntll>afu» perdio Demojlenei PI OyELLI CHE. DALLA NOBILTÀ dii pddrehannò degenerato» Cap» V* Erutteremo bora Poltra pai^ede^ promejfi no(ird,corrifpondentealle ofcurate memorie de gUhuomìniim I fìri,pchenoipc(rleremodi(luemqua I li come M oliti nella nobilta,per le lo ro Brutte et uituperofe opere degent f trono dalla uirtu de i loro Progenitori Di Scipione figliuolo deWaffrtcano» C» He cofa mai ejùta piufmilead un mo{tro,cheScteoja r4A gioneuole, che ùoi mi accompagniatein CampidogUo,4 rend^ ^a tic agli iddii. Le cui parole tanto ejficaci jubito furoti 0 mandate ad effetto, perche inuiandop lui in uerfo il Campidoglio al Tempio di Gioue,tutto il fenato. i ^ uaUieri,0‘ le Plebe lo feguitarono ,non reftaua altro, fe n oh che ejfo Tribun 0, eh e Phau eua chiamato mgiudidOi con grandifsimo fuo carico rimajìo quiui in piazza fole» dipendejfePaccufa controa Scipione: ma egli aneborap euttare fi fatta uergognayfe gli auto dietro in CampidoM glìo.crdoue gliera uenuto per dccufarlo CT uituperarlOi fi condujfe cogli altri a reuerirlo , CT honorarlo^ Dì Scipione Emiliano. SCìpioneEmiliano,fucceffore eccellentifiimo delgà nerofo fpintodel fuo auolo,hauendopo{io Pafje* dio ad una atta fortifma, CT configlkndoio alcuni^ ebe terzo ioa intorno atte mura di queHd.fpargel[e Trìboli diferrOy ef per tuttiiluoghìfdoue il fiume fi poteua guadare yfaccjje mettere tauolc di Piombo prenidi chiodi acutifsimi cole punte uolte allo infuyoccio che gUauuerf arii ,non poteffe roaJfaUreilnojiro efercrto dia fprouedutOyRifpofe lo^ rOfChe un Capitano non poteua nel mcdijìmo injìante iiincere,cj’ hauer paura d el nemico» Di Scipione trofica, DOuunqueio mi riuolgOy pertrouare e/empi degni di memoria^ ouoglio o no^micouienedardi pet to negli SapiOHi. Et chi potrebbe mai in quejto luogo tra paffar cofiUntio Scipione Naficatilqualeyohredlo hauer motìrograndifiima confidentiOydijp ancora una eofa me morabile.Crefcendo ognidipiulaCoreWamKomayGa io Curatio Tribuno della PÌebe^attiuenirei Confoli dam uantialpopolo/aceua loro grandi filma infiantiaychee proponejjeroin Senato,di far prouifione di Granii cr/o pra do deputaffero Commiffariiper mandar fuora a cotti perarglLAirhoraScipioneNaficayperìmpedtrey che e no fi introducete tale ujfunzOyCome pemitiofa alla R epubli ' cOyComindoa parlare in contrano»cJ‘ facendonela Pie beungran remore CT bìsbigUoydijfe, Pernoièra fe,Ko^ inani &ate cheti^perche io fo meglio di noi, quello chefia il bif ygno della Kepublica , dia qual uoce congrandifiim ma reuer enza tutti fi r acchetar onoy hauendo piu rifpet* to alla autorità di cc^ùycbe allafamey dalla quale crono eppref Ff* De Ltuio Salmatore» \/ GgUamo ancora far mentiont ' del generofo animo • di Limo Sdinatoreflqualefhaucdo nell' Vmbria dif fattoci rottolo efferato de A/drubale^ C2T quello de ì . M liti l LIBRO- Cartiigìnelì^et fendoU refertto^che i GaUt CT i Liguri Jett zu capifdni cr fcnztt infsgnefe n^andauano alU sfilata ft fi pqtsuono,con pochi foldati opprimere, rifpofcy chegU era pene perdonarla loro, accio che nere(ì^>jfe (pualcuno^ cheportajfe.lanuoua della gran rotta, chegU haucuono nceuUto» •' ^ Di P, Furio Filo, - D'ìmoflro iiuio SSiatore \n guerra^ lafua generojt ' ta cr grandezza d'animo, ma non meno fidimo^ jirogenerofo ^ prejlafite,PubUo Furio Fdojtìcl Sena* to Impero che egli cofh'hi fe evinto JMeteUo , cr C^uin* sto PpmpdohuominicofoUriad andar feco per legati in • ìfpagna ja^uale amminijlratione gUeru tocca in forte^V (juc$ fr ono fu oigrandifsimi inim\ci,ej ad ognipo* co gh rimprouerauono Vambitione , che gli haueua duna /[rato in dejiderare quel Gouemo,neUa qual conjidentia, fi dim oRro non f olamentc di grande animo,ma ancora te merario,ejfendoJì ajficurato di metterfì ut mezt> cr generofitagit ritraffe da quello oflinato propojìtOycheglibaueua di^eguitarlo^ Di Marco Scaurp. , . , INteruenne il fimile a Marco Scauro^elfendogìq confé lui molto vecchio ex robuflp.CT con la medepma grd dezz^iPanimo.Percbe efjendo accufato dinaìzi^popo' lo cheglihaueua prefo danari dal Re Mitridate per tradii re la Repùblxafi difef e con quefte parole , N on par cofa giufla 0 R omani che io habbia a dar conto dcUa mia aita d coloro , che non eron nati a- tempo delle mie attieni, pi* gliero nondimeno confidentia di interrogar uoi, ancor U maggior parte non fi fia potuta trouare ne ejfer prefente quando io fon {lato in magijìraro,o adoperato, perla Re publica.Vario Sucronenfedice, che Marco Emilio Scau* ro , corrotto con danari, ha uoluto tradire URcpublxa, fiLarco Emilio Scaurortfponde-icheenon e uero,tXche non ha mai fatto tale mancamento , ditemi a chi credete . uoipiu toàoiDaUe cui parole commojfo il popolo eogrd _ m * t / L tB R O difshtre^d^ diede falla ucce ayarby^fecionlo depfr re da quellaimprefa tanto infoiente ej temeraria; Di M.. Antonio, MArco Antonio,quello eloquentifsipmo ,perU con trario jnon ricujando Vhauerp agiufif icore appref fo al popolo y dimcPro l\nnocentufua. Egliandando^ ^ejhre deWApayCr ejfendogia a Brindifì , gli furono prefentate lettereycomegli era fiato in K orna accufatOytt citato a comparir dauati a hucio Crajfo Prctore,per adui tirò, da cui rcfidenza.per ejfer quello tanto rìgido cr fe* uerOyCra chiamata lofcoglioydoue pcoteuono i mah fatto- rb‘et potendo egli far di non comparire,p uirtu della leg ge M emia,che non u oUuOyche le querele & accufe pojlè a coloroyche erano ajfentiyper conto della Kepublicafuf fero accettate, noiimeno tomo in k orna agiujlificarfiyet cop per quefia fua larghezz tro rimedio, che il promettere di andare a foldo di Pont * pelo genero di ejfo Scipione fenza temere di cofa dama I rifpofe, IO tiringratio o Scipione della tua humanita CT « cortefia, ma amenon torna bene accettare la ulta con cà fi tefiaconditione. Gaio Meido fimdmente Centurione del i Dwo augujlo di fangueignobile, nelquale fi ritrouaua U n wedefima nobiltà c coSantia (Patiimo, hauendo piu uoU H te neUa guerra contro a lAarco Antonio fatto di b eUifsi* mepmoue,aUa fine dato nelle infidie de i nemici, cr cofi f dotto a Marcantonio in Alefiandria,Et dicendogli Mar* [i tantonio che habbiam noia far de fatti tuoi, rifpuofefant ì, ini fcannare,perchene col prometter di donarmi la uita, X ne col minacciar di tormela ,farcih mai , che io lafdafd II ecfore , per te. Cofiuiadunque quanto p.'u c.:Bantemen* te mofiro di noti curar la uUajtanto piu ageuolmite la im petro, perché Marco Antonio hauendo rifpetto allauir* o ni LI B R Ò . iufuii’ glieli dono . de GLI ÈSTÈRNI. DiBlaJjo Salapino, ' ^ Skrtbhonci anchoramolttjsimiejfempUidelld Roì manu CoHantU^ma mi pare che e non Cfa dal infjftidi rei leggenti^cr pero pajfercmo alle cofe eterne, tralci quali faruil primo Blafw Salapino ,iiquale di fermezzd cr cojiantia inanimo auanzo ogh’ altro, C oflui depderan dolche Salapia fua patria, occupata cr guardata dai Car« taginefi,ritorn alfe /otto la giuriditione de i Komam,prè f e ardire, mojfo piu dallo ardente de fiderio di condurre tale imprefa,che da/peranz^^che egli ci hauejfe,di tenti re Inanimo di Dafio, ilquale era molto contrario alla fué oppinionene i c^i della Kepublica,cr aderiuainteramett te alle parti di Cannibale , ma egli fenza lui non poteué mandare ad effetto queflo fuo difegno,Grcoft conferitali Ìaco/a,Dapo incontinente, andò ^ referilÌoadtìanntf> bale,aggiungnendoui molte altre cofe, per acquiftarfi piti il fauorecr la gratiadi quello,^' metter Val^óin mag* gior disgratioyfurono adunque amendui citati da Hanni^ baie, l'uno per prònareVaccu/a, l'altro pergiuftificarp^ Ettrattandofi lacaufadauanti al fuo Tribunale^crjli do chiunque eraiuiprefente intento a tale efamina,metrif che per uentura fiattendeuaad un'altro n^ocio di mdg gioreimportantia,BlaJìo cop chenon pareua fuo fattà^ /■otto noce comincio a perfuadere Dafio,che uoteffej^U prepo pigliar la parte de i Romani, che quella de iCair tdghiep, Dapo all'bora comincio ad alzarla.ucce.dicen* do,chc Blapo haùeua anco ardire in pr^entìaài ejfo . f\ibaleii JtimUarlo a pigliar la piffte^dei Romani, SAap TERZO 10^ non Vhduer fentito altrt^che lutane hduendo U cofd puné to del ueriJìmile,per/uadendoJÌ ogn^un o , che egli Io fct» tejfe,permaligmta^maUuolcnza,nonfu dato fedeà ^uel che in fatto era ueroyMa tanta fu la coJìantiaCT per feueranza di Blajìo,chenon molto dipoifecep^cheetiro Dapo alla uogliafuayCT oparonoinpeme di manieraychc ' cr lacittadisMpiajOr cinquecento iiumidiycheuiero/ nodentroaguardia,uennero inpoteredei Romani» Di F odane, Ateniefununa imprefago* uernati contro d fuo conpgUoyZ^ fuccedendo dipoi lacofaprofperamenteytantofuperfeuerante CT coPan* te in defenderelafua oppinioneycheparlàdoin publico, dijje che p rallegraua ddabona Fortnatorójma che qUo chegPhaueua conpgliatOyfarebbe fiato miglior partito^ f^onuoUegia biapmarequet cheerafuccejfoabeneyper che gli Ateniep peron gouernati bene in quello,chedtt altri èrano fiati mal conpgliati,affermando cfce lo efpedii te,cheprefo haueatio era fiatò ptu fortunato, che da bua mini prudenti, et che quello che haueua egli conpgliato, farebbe fiato partito piu fauio , auuenga che U piu delle uoltela Fortuna aiutai temeranj, cóme quella che fenim pre fauorifcepiu i maliconpgli,che t buoni, ey per pò fer e unaltra u olta m aggiorni en te' nuocer e,aiu fa dtrui dò uee manco f per anza di f alate, Fu quefio Phociónedind tura molto quieta, benigna, cr liberale,^ nel pratticare^ modefio,intero,cr trattabile,Et pero fu da tutti i Qut^ dilli Ateniep giudicato degno di ejfer chiamato ilBuonò Fodoe. Et copia codàtia , che naturafinete appare afpra € rigida>p ritrouo nel petto dicofiui piaceuole et màfueta. LIBRO '‘s , , . . ' Di Socrate. LO animo di Socrate,armato di fortezza etiaril té, netdimojirarela fuacoHannafu Alquanto piueccet lente, perche il popolo Ateniefe traportato daWimpeto cr furore , hauendo condannato a morte quelli dieci Crf pitani,cheapprejfodi krginufa haueuono rotto l^arma* ià dei Lacedemoni,et ritrouandopperuentura Socrate^ nelmagijìratOjche era f òpra V ordine cr approuarelede liberationi della Plebe, parendoli cofa molto iniqua,che tanti Cittadini, et che fi erono portati tanto bene per U Republicafolfero atorto dagli inuidi CT maligni codot ti amorte fi fece feudo con \a fuacoBantia , contro alU incónfideratamoltituéne ne lo poterono coftringere ne con romori ne con minaccie , che eglimai acconfenteffe Hi fottofaiuerfi a quel temerario giudicio popolare, et cé fi laPlebe,opponendofi lui, non potendo perula ordina tia procedere, fi leuo tumultuariamente contro a ifopra detti et ammazzòiK^^fpauentopunto Socrate Pejjerfì pofto a pericolo dimetteruilauita, et ejfer tra quelli Pun decimo. Dì Efilate. LOefempio,ttenuta nella prouinda di ejfo Saìinatore,Ma ep può di* re che egli ancora triofajfe f enzu queUapompa,il cui trio fo fu ancoro piu eccellente cr magnifico deWdtro , pche ^ di Salinatore era f diamente lodata la uittoria , di Nerone era celebrata inpeme la uittoriac^ la modelHa* Deiminore Ajfricano» il minore Affrcxno uuole , che noi lotrapafsiamo con plentiojlquale ejfendo Cenfore ,crf accendo U defcrittioneuniuerfale del popolo Romano cr redtand$ prima i. . / M QVARTO iiif f>rìm4Ìlc4ncelliereJecondo era foUto^nel facrifieio alm ’ m ucrfi, feriti nelle publiche TauoU,nei quali fi pregaua- no glt ìdJii mmortali^che profperajfero cr agumentajfe l^olecofedei Romantydijje Scipione. Lo flato de i Ro^ titanieprofperocr ampliato affa, CT pero io prego gli ìddij ychelo mantenghino nellagrandezzctin cheegli fi truoua^er cojì fece incontinente racconciare quel uerfo nelle TmioU publiche in quella fententia, laqual modera tione di Prieghiyufarono dipoi tutti iCenfori. Conobbe prudentemente Scipione^che aWhora fi haueua a domcrp pofe in animo,qudntunque efuf* fe Pretore, Gmdice^ec teHimone cantra dilui,trattarlo da amico,non oPante,che e p uedeffe donanti il tempio della Dea Vepa,dentro alquale depderando colui , mediante fi brutta dccufa,rouinarlo et farlo mal capitare., haueua con dfprifsime cr uenenofe parole parlato contro di luù DiCaninio Gallo, CAninio Gallo cop nello ejfere accufato , come nel* Vaccufare altri,p porto marauigliofamente,pàglian do per moglie la figliuola di Antonio,che ejjò haut ua condannato, CT faccenda Proccuratore delle cofefuc Marco Colonio,dalquale era dato condannato» . ^ DiCelioKuffo» S' Wl Q.V AR T O. I come idishonejìicojìumi di Ciglio Kuffo furono fom marne te dabiifimare,cop la compafsione,chegli heb^ be inuerf 7 (^nto Pompeio^merita di effere grandemen telodata^ilqualedaluiin co fa pertinente alla Republica accufato^et fatto mandarein ElUio,glifcrijfeper trouarfì in tale trauaglio,chefujfe contento di pigliare la fuapro* tettione contro a Come Ita madre de i Gracchi,crfuaTu tricejaquolchauendoamminiihratole fue poffefsionino uoleua refiùuirgnene. Celio adunque fece molto caldamé te quanto daejfo PompeiogU era {lato ferino, cr p muo Mere piu i Giudici a compafsione di lui lejfe loro una letle^ ra da quello fcrittagli, per laquale appariua,come egli fi ri trouaua in ejiremanecefsita,cr que^fu cagione di farli ottenere la hte contro alla infatiabile auaritia di Cornelia, T ale opera odunqueMnehe lafujfe d'una per fona uitio* fa qual fu Celio, nondimeno merita di effere commenda^ ia,pche in effafi uene a cognofeere gràdfsima humanité^ DELLA ASTINENTIA, ET Continentia, Cap, 1 1 1. On grande jludio{y diligenza e da narrarequanto gli huominiiOuflrili sforzaffero di difcacciare deipetti loro gU empiti della Auaritia cr del la Libidine fimili ad unfurore,tem* -p . pcrandofi cr gouernandoficol frem no ej cofiglio della ragioneJSi nel uero,queUecafe,quel le Citta,quei regni perpetudlmenteficonferuono , doue non può ne P Auaritia ne la Libidine,perche oue penetro no quefle duepejli deWhumanageneratione,quiuifignott jreggianole ingiurie cr regna la infamUMeremo adun LIBRO detfuo nmico Apatico ytnd egli haucnio prima giurétol che non p era riconciliato con gli Sàpioni^reàto appref* fo il decreto fatto da lui in quefto modo,Parmi cofaindem gnacj" molto aliena dalla Maefta del popolo Romano, che Lucio Cornelio Scipione pa mejfo in carcere, doue egli trionfando ha fatto metterei Capitani de i nemici con dotti dauantialfuo carro Trionfale prigioni dentro a que Pa Citta^GT per do non fono per comportarlo , in modo alcuno, il popolo Romano aWhora hebbe molto caro de effere rimafo ingannato della fua oppinione^ej con debi te G’ conuenienti lodemagnifico lagrandezz^C^ mode {Ha deWammo di Tiberio, Di G,Claudio Nerone^ GAìo Claudio Nerone,debbe ancora effere connumea rato tra color o,che hanno dato effempi digrandifsim mamoderanz EraPato partecipe della gloria é Liui^ Salinatore nello ammazza fAfdtiibale cr rompere lo efercto Cartaginefe^ondimenouoUe piu topo accom* pugnare con gli altri a cauaUo effo Uuio Trionfante, che Jederli accatto fopra il carro Trionfale come compa* gno di tal uittoria ffecondo che dal Senato era Poto oriti* nato.Laqual modejìia uoUe u fare ^per che tal uittoria p era ottenuta nella prouincia di effo Salinatore,Kla ep può iti* re che egli ancora triòfaffe fcnzn quetUpompa^l cui trio fo fu ancoro piu eccellente cr magnifico deWaltro , pche di Sidinatore era f diamente lodata la uittoria , di No’Offf tra celebrata infume la uittoria cr la modetiia* Del minore Affricano, • U minore Affreano uuole , che noi lo trapafsiamo ^ con plentiojlquale effendo Cenf ore , CT f accendo la defcrittioneunmrfaU del popolo Romano cr recitando prima / Q_V ARTO 11^ pnmdilcdtttcéUiereJcconio era folito,nel [acrifieio alm ' ni uerjìjcriti nelle publicheTauoU.nei quali fipregaua. no gli ìdJii ^tnmortali^che profperajfero cr agumentajfe foleeofedei Komaniydtjje Scipione. Lo flato de i Ro/^ inani e pr of pero o* anipliato affai, Cf pero io prego gli ìddij ychelo mantenghino nelUgrundezzain che egli fi truoua^cr cofi fece incontinente racconciare quel uerfo nelle T juole publiche in quella fententia^ laqual modera tione di Prieght , ufarono dipoi tutti i Cenfori. Conobbe prudentemente Scipione^che aWhora fi baueua a domane dare lo accrefeimento del Romano imperio^quan'do i co fini de i Romani non fi diflmdeuonopiu^che fette miglia intorno cr come gl: era cofa troppo ingorda cr ambitio* fa,poffedendo i Roma:n quaft la maggior parte del Ma do^iefiderare d pojfederepiu oltre, parendogli che lafen licita di quelli fuffe grande abbafianza ogni laolta, che e non perdeffero dello acquiftatoMofiro ancora la medefi ma moder anza,mentre che eifaceua far lar^egna cr la modra de i CauallLperd)ehauendo uiflopafjare Gaio Li mio Sacerdote,che era Boto letto ercitato,diffecbefa* peua,che ghhaueuagiurato ilfalfo maUùo fornente pero che era per farne tefiimonanza a qualunche lo uenif fe adaccufare, ma non andando neffuno ad accuftrlojuol top a Licinio gli diffe,paffa uia col tuo cauaUo,G‘ metdin tonto d'uuanzi quefìa condannagione,che io non uoglio, che tppoffu dtre,cheSapionefta fiato contro di te nel me depmo tempo accufatore,tefhmone,Qenfore,ej giudice^ Di Sceuola. La medepma modeBia fu ancora notatain Qww^o Sceuola huomo raro cr eccellente. Perche chiama^ P 15 1 IB R Or to àfar tcBimonanzfen zadanariricchifimOyO' fenzafamiliarhda moltiaccom pagnato:perche lo faceua ricco, ncnU pojf edere ajfaùma il depderar poco^ Et cop la fua cafa p come Fera uota del SUme dell^ Argento cT deUi Schiaui che i Sanniti gli b4e CL - LIBRO Uf4n mindato t cop fu ripiena églorÌ40c fui uedendo chiaramente quanto egliuennea pcjfedere in uita,poi che in morte non fi trono tanto ,chefi potejfe, far le efequie. Di lAenennio Agnppa. F'Acdmente poffiamo comprèndere di quanta, au* tonta fujfe Menennio Agrippa nella nojlra Cita taypoiche egli fu eletto dal Senato, cr dalla Plebe orbi*. ti. CLV ARTO* I2tf trodcomporrclelorodtf cordie, Qumto eaddunqueid fiim Bifolchi Di Attilio C (datino, HAuendo il Senato fatto Capitano deWef ercito, Af# tilio CahainoJ^u trottato da quelli jche f ir on man* dati a chtamairlo,che e fcmìnaua,ma quelle mani cd tofeercottf limate dallo AratrOjCr dalla Zappafermo* ronocrIiabiUrono P imperio Roman o,et melerò in rat ta ilpotentifstmo efercito deinemici,eT le mtàefvme, che poco auimtihaueuono guidato ilgiogo degli orantiBuoi, rejfero il freno detcarritrionfalijnep uergognarono,de pojio lo f cetra eburneo, ripigliare il manicodello Aratro,, Vojfonoi poueri con lo ef empio d* Attilio racconfolarp^ ma molto piu i ricchi deuriano imparare , quantopano di foperchio CT pieni d*anpetagli acquipi delle ricchezze A ehi brama arricchirpdelUueragloriay cr omarpd*un4 perpetua laude, ■ Di Attilio Regalo: ATtilioRegulo del medepmo nome CT del medep* mofangue, gloria della primaguerra contro a i cor tagmepyes’ di quelli prima dejìruttionejhauendo in Affri ca con molte uittorie abbajfato,cr indebilito l e inf olentif pme forze de i cartaginep,o‘ intef » come il SenatOy per tenerp di lui ben f erutto lo baueua rajfermo,perPànofe* guentejfcriffeaiconfoli}cheilUuoratore, che etenettain unfuopoderetto di fette lugeri, in Pupinia, eramorto Cera un lugero tanto terreno quanto Uuorauain Un di, un péodeBuoù ey'cheun^altro, che gUhaueua condotto 4 opereperaaniuto con D/o,cir portatone certi ferramen ti da uUlajperogli pregauo^che efujfero contenti màdarli QJV ARTO. 127 lofc4mbio,percbe rimanendo (odo Upodere;non haueuà 4i che fomentare la moglie CT ifiglmolLìlcbe intefo dal Se natOyOrdino fubitOyche eglifuffe trouatom lattora^ore, crcheafpefeddpublicolamogUe cri figliuoli fujfero prouiUidiao che giihaueuono dibifognOy tr i ferrameli ti ricoperati.tiealtro cojio alnoUro Erario L uirtu d^Atm tdioydel-cuiefempioKomappotragloriarementre , che la fiara in piedi Di Quinto Cinannatc « NOn furono maggiorii poderi di Lucio Q^ntio cm cinnatOydi quelli di Attilio yperche egUancora foto fi ritrouaua fette \ugeri di terrenOyde i quah fu forzuto af fegnarne tre alilo Erario per pagare la cSdànagione ’<>nofecttoffmomuonPidrcuorfoUM P^d,euno ft tfuip grunU er ^iorénurit : cr Mjgutu parche li n heobtanqueccmo mdi.fu cognominiti li Dotiti. U Senato ineoa ccmeUbcnlc dudeli Doti éifigliuoi U i, Fibnth Lucino CTiquclli di Scipione, perche non biueutno iltro che redare de t Pairiloro eccetto il buon n^ecrUncn gloria. Di H. Sauro. 'J^rUircoSciuro,qu^tifufegrinJeURe i-/teni,eglillelJoloriferijéenel primo libro chegli a ualj mtedi trctacìnque mda tiumLEt due* fUf orono lencch^zte con lequéifu nutrito quel chiaro vumo aduque porci d^uàti agli occhi quefH efempi^etco tfn coJoUrci,not dico^che no facciamo altro,che ramati* aarà delle piccole f acuita pche bora noi no ueggiamo nei le caf r il poco argéto.d pie o/o numero de U Schtaui/fette iugert di ondo terreno,! bifogm delle cafe,i Mortori pza idanortfleFiduUefé^a dotCjpta uegtatno bnglihonoroioU LIBRO Conf oliti Je m^mgliofe Dittature^ ttionfifenzd nmt ro. perche aduque ci i ogliamo noi tutto dì della noBrapo uertaicomefe niunaltro male magior di quejio fi ritrou^f /f,cr pure ha quefia pouertd nutrito fedelmente ^f e bene parcamente i Publicoli^U EmiliiyiFabritii,icurii ,gli Scù pioniygli SicauriyCr tanti altri ualorofi huomini fimigliait ti a quejlifoUeuiamo /adunque gli animinojlriy cr conti memoriadi quefliatitichi efempirecreiamogUfpbritiinde ' bili daUe tanto defiderate ricchezza • Cheiouigiuroper tapìccolacafadiKomulo y peri bafsiedificii deWantico Campidoglio yC:S‘ per li eterni fuochi della Dea V^iyche ancora ne i uafi di terra fi conferuonoyóe tutte le ricòez ze del mondo non fi pojfono agguagliare dUa pouerta dà quejhhuominiecceUentU DELLA VERECVNDIA. Cap, V. Armi che il pajfare dalla pouerta aUa VerecundkyUenga bora molto a prò pofitoyconciofiayche queita habbiain fegnato a gli huomini buoni o* giuJH, deprezzare le f acuita priuateyCr fat togli f oUiciti in accre fiere quelli del ptt tlico.Degna ueramenteychein fuo honore fieno edificati I TempliyCT conf aerati gli Altari non dtrimenti,che in ho tiore di efsi iddu, perche ella e madre d^ogni honejìo confi gh'o, Protettrice dei buoni CT neri officiiyMaejlra deWin* nocentiaycUa e cara al profsimoyaccetta agli firaniyeUa fi* talmente in ogniluogo cf tempo fi dimojìraa ciafiuno benigna CT fauoreuole. Del Popolo Romano* T]J, T peruenire doppo-le lode a gli effetti di quella.Dé .XZi laedifkationedi Romayfineal Conjolato di Scipio ne Q^V ARTO. , 129 ne Affricuno^z^ Tiberio longojedeuti il Settàto zxUpo polo jfenzd dama didintione di gradi a uedergU Spettai coU,non dimeno ninno vUbeop trono md^ che nfaffe di porfi a federe di f opra a i Senatori, tanto fu la honefta V'il rifpetto del popolo in uerlo le pcrfone honorate,ll thè ficognobbcpw chiaramente ùi quel. di,nel quale Lic- cio plàminto p pofea federe neJdmpàno luogo del Tea* trOjj^er ejfere Rato prinato deWordine Senatorio da Mar co worte cr Lucio Placco cen[ori,zT perche gli era già Poto confalo,^ era fratello di Tito Plamminio Vincita* ■ re della Macedonia CJ" del Re ¥ilippo,tuttHo forzaron no a paffàre a federe in quel lnogo,che era al fuo graia ^ tomcniente. Di Terentio Varrone, '"1^ Erentio Vairone per il fatto (forme , chcgtiappicco a Canne tanto temerariamete fece cafear le braccia alla Republica,\lmedepmo poi non uolendo accettare la Dittatura conferitdi dd S enatq f:;' dal popolo unitamen " te,uenneptd rifpetio C2T henePa apurgare la colpadelU^ rotta crudcUpima^he gli fu dataiet copfece^chetdemo ^ dePia fu attribuita alla fua buona natura, cr il danno del , la rotta alTira er crudeltà de gliiddij. Onde piu chiaro fia i il fregio della fua imagine,doue apparirà la rccufota Dit* ' tatura,che qu^o , chef ut ornato delle prone di quei, che ' V accettarono^ Di G,Sctpione,c;‘ Cicereio Cancelliere^ H Or paPumo piu oltre aduna opera molto egregia della uerecundiaLa Eortuna congrandfsimo fuo aarico,nella creatione dd Pretore ,conduffe in capo Mar rio Gneo Scipione figliuolo del primo Affricano,Cf Cicc reio Cancelliere,onde ella come troppo infoiente era bia fimata cr lacerata dd molgo^ che l'baueffe fatto compe K i: I B R o teretdntdnobiltddi fongucyconunaperfond p ignobile^ non dimeno Cicereio conuerti quel bidjìmo della fortu* nainloiedi lemciepmo,perchecomeègUuideinqtieUs creationCychegU era da tutto Hpopolo preferito a Scipio nejcef e a baffo^ CT cauatopUuejle candida, con la quale fi compariua, comincio nel popolo a procacciar fauorip detto fao Competitore, parendoli che e fujfe piu conue* niente in tdedegnìta hauer rif petto dia memoria dello Affricano,che a fe medepmo.Et quantunche Scipione fuf fè quello, che mediante la cortepa et mode^ di Cicereio hàueua ottenuto quella degnita , non dimeno il popolo piu ajfdp rallegro con Ocereio che con Scipione» DiLucio Crajfo, 'pT per non ci partire coptojio di campo Martio , Im* ^cio Crajfo dejìderando (Ve jfer fatto Con[olo, et ejfen dò forzato nel domUarlo ai andare a tornoccomepco flumaua'ìcon la uejìe candida indolfo,a pregameli popo ìo,non p potete mai recare afarp in cotalguifa uedere,d U ptefentia di Quinto Sceuola fuo fuoeero,huomodi grandifsimofapere CT riputatione, CT pero lo prego, che fuffeconteiUo partir fi di quid fino a tanto,cheglihaueffe fatto quella cofi inetta cerimonia, uergognàdo fi piu di far tdcofarifpettoaUadignitaiel fuocero , che rif petto dU H>abito,colqude fi doueuarappre/entare. Di Pompeio magno, T Pompeio} Magno entrando in Lariffa il di dipoi e che e fu uinto da Cefare nel fatto d*arme di Forfè tia,cr effendoli uenuto in contro tutto il popolo di quella terra, dijfe loro,Andate,CT quejlo honore, che uoi fate a ne fate lo d Vindtorctlo ardirci di dire,ebePom Q V A R T 6 t jo pdo non era degno di effer mto^fe Cefarenon fujfejia to egli il Vincitore.Uianel nero Pompeio fi dimojlromo defló affai in tanta calatnita , perche n on potendo uolerji deUagrandezZf cr dignità fua,p udlfe della uerecun^ dia^ ■ Di G. tulio Qefare, Q Vanto qaeda uirtufuffe ancora eceeUenfein Gaio Qefare jì vide molte uolte per ifperìentiay come an torà chiaramenteapparfeneWuìtimo di della fuauita IW peroche ejfendoPato affalito da i congiurati, non bebbem roforzauentitre ferite da queUt riceuute, di farlo fmar rire, che egli mentre,cheil fuo éuinofpiritoeraper fey psrarp dal mortai corpo , non fi ricordaffe della uerecu dia, auuenga che con Vuna CT Inoltra mano fi mandaffeU Toga a baffo, aedo chele parte inferiori del corpo nel cafeare m terra ueniffero ricoperte. No» fongiafoliii gli huomini di morire in cotdgùifa» ma pbfne gltlddif immortali ditornarfene in Oelo* i l •• D E G L I E 5 T E R« 1 K. ni diSpurina, LOefempio,chefeguitaper effer feguito auantichei Tofeani fuffero fattiCittaéniKomanilo mettere* mo tra gli Ejierni , In Tof zana , fu un Giouane (U afpet to bM fiimo chiamato Spurina,ilquale perla fuamara uigliof a bellezza, molte nobilifiime donne del fuoamo reaccendeua,la onde accorgendofìlui,che iloro mari ti et paréti ne erano gelop diuenuti , co molte ferite che egli nel j^lto fi diede, guajlo qUa beUezzd et leggiadria eheinejfoappariua,eteleffepiuprelio,cheadisformato uoUo facete fede della fua bota, che e no uoUe.che la [ua • t I B R O ; (>eUezZii4ccendej[cgli altrui dishonelkdppetitL Di m certo uecchiq Ateme f , IN Atene ejfenio uno già codòtto alTulUìtt^uecchiez za andato a uederele feSle,chendTeatro jì cele* hrauanocrnpntd ejfendo alcMnoy chegli facejfe ìuogp .4 federe, fi condujfe per uentura in (Quella partendone [c deuano gUAn^afciadori de LacedemoniìquaUmofsidal ia età di queluecchip fi rizzarono tx fecioii reuerenza a gli anni a fuoi canuti capelli^ cr coj? lo pofero tra lo* roa federe nel piu honorato luogo.ilcbehauendoilpo* polo conjìderatOnConil fegno^che fece diaUegrezza,di mcftro efferliliatograto cr accetto il rifpetto^die bebbe ro__queiforeàleriad un lor cittadino^ Dicefi, che dl*hofa modi detti Ambafciadori di(fe,AqueJlo modo gli Ate nlejì conofconqil bene,0’ non lo fanno fare, . I? E I. L O A M Q R E, T R A moglie cir lAartio, Cap, vi, . j' [Afferemo bora da unfaffetto d*animo l^ceuole et quieto ad un*altro nome kno boneflo di quello^ ma alquan^ piu [ardente cr impetuofo ,cr porremo 1 dauantiagli occhi de i leggenti non al itrimenti che certe immagini da fpec» cbiarui/i dentro con graniifsima uener adone alcuni ef m pidicijlo cr legittimo amore yUarrando fucàntamente della fede cojiantifsimaofferuata tra moglie eT marito, cofa neramente difficile ad imitare , ma molto utile a co^ nofcerla^perche colui che legg e cr confiderà le opere ec cellentiffime,cop degU buomini come delle donneffie aU meno nonfisfQrzain qualcheparte dtimitarle,conuiene^ Q^V ARTO' i^f thturrofàfat^&nonpAfii fenza fuocxrìco CT ucrgo». ~ gna, I9i T. Gracco^cT Cornelia fua moglie^ IN cafa diTiBerio Gracco ejfendo flato prefo due Set pe il mafchio cr la femmina^ CT domandati gli Art# /pici quel che do uolejfe pgnificarejlo aumfarono^cheU fciando andare il majchiola moglie fua frapoco p morm rebbcyC^ taf dando la femminajtoccherebbe a lui a mori refende egli^che amauapiula falute della mogfie.che U propria.comando^chela Serpe femmina fujfelafciataoJt dare^cT il mafchio uccifo. Etcop nel fare uccidere il mà fchio in prefenza della moglie^uenneinpeme a dimoftrai^ lische uoleuapiu preflo m orir egli^che f apportare di uea derleimorire.Ond^ionon fo feio mi debba direte ome Ua ejfere fiata piu felice per hauer hauuto un marito tan io amoreuolcio piu mìferaperhauerloincotalguifap& àuto* Di AmetoRedi Teffaglia. Ma tuo Ameto re di Teffaglia: che rifpondendo Vo racolo d^ Apollo Calquale mandafli per fapereilfi ne della tuagrauijsima maMd) che allhora fanerejU: che qualcuno per te alla morte p efponeffejopportafli di per mutare la tua morte con quella deUa tua moglie, er poi che ella per dare a tela ulta p eleffeuolontaria morte, tt pati ancor Vanimo diuiuere,zr fé,che prima haueui ten^> tato Vanimo de tuoi parenti cr de gli amici per far proua fe alcuno diloro per te uoleuamorire,cT ninno pnalmc te trouaili tanto amoreuole^e tanto fedelein uerfo di te quanto la tua moglie. Di Gaio Plautio, Gaio Plautio ì^umidaiancorcheefuffe ddV ordine Senatorio, funon dimeno dimàco riputatione affai R (il LIBRO' di Tiberio Gracco, quanto allo amore in uerfo la ft$4 moglie non meno di Lii amore noie, auuenga che egli an coradiueniffeuittima della iniqua Fortuna, perche fendo li fiata pgnificatalà morte della moglie^ fu da tanto do lare afjalito^che non potendo piufofienerlo fi diede (Ttm coltello nel Petto, ma fopraggiuntodaqueidi cafanon potette dar fine al fuo proponimento ,iquali lo fecero medicare, ma fubito che egliuidel'occafione,lhrappatoft^ con le proprie mani le fafce , con lequali haueua legata laferita,cr con gfrandifiima cofiantia, quella sbranando con molto pianto ej dolore mando fuorilo fpirito.te* flificando per cefi fatta morte, che ardore CT quali fiam me fieffero racchiufe dentro al [uo mifero petto,cbe dd maritale amore accefo Vhaueano* BiM.Plautio. MAreo Plautiocofi come gli hebbe ilmedefimo co gnome cofi non meno fuifceratamente amola fua moglie, imperoche effondo luiandato per ordine del fenato a ricondurre in Afia una armata di feffanta nauide i confederati dei Komani,zT hauendo tocco a TarantOjOrefiilla fuamoglie , che [eco haueuamenata^ quid ammalondofi fi mori, onde egli fattoli Vefequie, xy pollo il corpo fuo nel luogo doue e fi haueua ad arde re,mentre che fecondo il cofiumelaungeuacrbaciaua, pref 0 d pugnale fi ammazzo. Gli amici airhora,cofi to* gato CT ueHito come gli era,congiunfero il corpo fuo co quello della moglie O" appicatoil Fuoco infiemegliarde rono,nel qual luogo fu fatto un fepolcroadambi duci, che ancor oggi ui fi uide, nel quale fu f dritto in Greco Tonfdonton,cioedi duoi amanti, QndHomi rendo cer Qjr A R r e quello, che non Vhauefje tenuto c;' [a Vdite quejle pa roUytalefuUaliegrezZt* » cheinfperatamente prefe gli animi di coloro^che ogn^uno da pnnapio fi tacque, come fe e nonfufjeueroychegli bauejj'ero udito quel, che udito haueano,ma replicato appreffo il banditore le parole me* defime,riempierono l^aere,di fi alte grida cr romori, che fi dice per cofauera,che gli uccelli , cheaUhora perl^aere uoUuano,cafcoronoaterrasbalorditùSatiaflatacofjpur affai generofa cr liberale fe a tanto numero d^homini fuf fe flato renduto la liberta,quante furono aHhora le Citta nobilifsime cr ricchif$ime fatte libere dal popolo R omae no,AAacuÌNìaiefiaficonuienc iadema,cbeeglibaueuagittatain terra,cr impojìoU cer te conditioni lo rejìitui nel fuo ftato,parendoli ejfer cofa cofi honoreuole renderlo fiato ad un Re come torglielo» Et quanto e chiaroloef empio di Pompeio per cofi fai* ta humanita ufata in uerf o di TigraneiBt quanto fu mife rabileichegUbauejfe dipoi a defiderareperil fuo fcam* poValtrui humanita c;' clementiaf perche quello,cbeha ueua ricoperto con la C orona R egale il capo di Tigrane, uedendofidel fuoleuare tre Corone trionfaUneWulti* me regioni del mondo fulafciato fenza Sepoltura, et la fua tefia fenza honore cr fenza ejequie fu mandata dal traditore di Egitto a farne un donoaluincitore,ch€ fu ancora cofiretto ad haueme compafsione, perche fubi toiche Cefare lo uide,dìméticatop della inimicitia hauuU conPompriOyComeSuoceropianfe non foloperfe^ma ancoraperla fua figliuola,p crudele tT fceleratamorte^ freon infiniti cr pretiofif simi odori fece ardere quella honorata ttftOfCbe fe Vatimo di queQo Prmpt nonfi^ Q.V I N T O »47 felldto tilmedepmOsche non fu mai da huomo det mondo fuperato,ejfendoli forza cedere alla natura cr aUafortunaschelo oppreffe,quantunche già aggrauato dalla forza del uelenojn letto p fentijfe mancare ^non dimeno f o Ueuatop ^quanto fuUe gomita porfe la dePra à tutti queiyche glie la uolfero toccare , cr chi faria fiato quello, che non Vhaueffeuoluto toccare cr baciare, poi che già uidnaaUa morte.piu per forzai d^humanita. I N T O 14S éìt per W^OY naturale tanto p mantenne,che la fece con tutti queifche uollono,la dipartenza^ Di Pipdrato, PPiHeremo dprefente dellihuntanita di PipPrato Tiranno d* Atene^nellaquale fe bene non apparfe queluigoreiche in quella di Alepandrojneritanon dime nocche e fe ne faccia mentione.Era Pipftrato moltopj* molato dalla mogUe^che e face jfe morire un GiouanettOy ilqualeiaccefo grandemente dello amore della figliuolat nelrifcontrarp Phaueua nel mezodella^radabaceiata, Cr egli finalmente èffe alla moglie: fe uoiupamo crudel ta uerf 0 di queUi:che ci portano affettione,chefarè noia queUi^che ci portano odiof Non metitono parole tanto humanetche e p dicJycheteu/ciffero di bocca di uoiTira no.Cop adunque f opporlo Pip^ato Vingiuriafatta aUa figliuola^ma con piu fua laude f opporlo quell ajche in fe proprio riceuette. Perche ependo molto a/pramente ad un conuitoidi parole ingiuriato Trapppo fuoamicoino fece pure minimo cenno di fdegnarfene: mati Marco Coriolanos Et per cominciare dalle cofepubliche.Faccèdo Marm co Cori alano ogni sforzo di opprimere la patria fua,CT ejfendo uenuto fino [etto le mura di quella con un grande efercito diVolfci^minacciando tutta uia di dijirug gere cr rouinare ^imperio Komano.Veturiafua madre, cr Volumna fua moglie andate fuori a trouarlo cygittam tofegliaipi€yconleloro pietofe preghiere placandolo^ non lafciaronfeguirecofi crudele cr federata imprefa* Onde il Senato in honorloro lUuflro Verdine delle Mam trone,CT gentil donne con moltihonori cr priuilegij» P« roche fece una legge, che gli huomini nel nfcontrgm re le donne dejfero lorolajirada, in tal modoconfefm fandOylaKepublica eff ere fiata allhorafaluatapiuper epe radeUe donnesche per uirtu de glihuomini» Et conoejfe / LIBRO toro, eh t oltre aigioielU et ortutmentiycheper priutle^o dittico leportduano agUorecchi,portajferoancorainte* fld una nuoud maniera di benda cr dcconeiatura,accioche le nobili fujf ero daWaltrediffcrentiatCjZT ftmilmenteche ìepotejfero ueWre diporpora^CT portare collane cr mi niglie d'^Oro.Oltra diquejio in quel luogojoue CorioU* no era élato placatogli Senato fece edificare un tempio, co uno altare alla Dea della Fortuna Muliebre,per tejlificare conqueBaoperareligiofa , la gratitudine del fuo animo uerfo di quelle,per il beneficio da effericeuuto. Dimoftro ancora la mede firn a gratitudine al tet^o della fecondi guerra contro a i Cartaginefi, perche ejjendo loro affedii ti in Capua da Quinto Fuluio, CT ritrouandofi due donne CapuaneJLequali ritennero fempre ne gli animi loro la he neuolentia uerfo il popolo romano , Vuna dellequali eri madre di Famiglia chiamata Vedia Oppida , laquale ogni éfaceua facrificio per falute del roman o efercito.Valtra Meretrice,chiamataCluuiaFacula, laquée non manco mai portar da mangiare ai romani,che eron dentro diCi pua prigioni.il Senato come Capua fu racquijlata refiitui ìalibertaaduedonneinfieme conilor beni offerendofi ancora aconceder loro ogn^altragratia, che Pbauefjfero domandato.fu certamente cofanotabile,chei Senatori He Vallegrezza di fi fatta uittoria,non folamente dimofhraf* f ero hauer grato il beneficio nceuuto da due femmine uU li cr abiette, ma che ancora le remuner afferò. Della Giouentu Romana. C^Hifi porto mai tanto gnUamente,quanto quelligio* •uaniromani,iquali Cai tempo diQjnntio cT tio Confalo ) per dar aiuto crfoccorfoaiTufculanico» r Q_V t N T O. ifl trodgUEquicoli, che haueuonooccupittoi loro conjvd t'offerfero cr con giuramento fi obligarono fpontanea^ mente di andare a queUaimprefa,perche pochi mefi auoft tifi Tufculani con molta codantia cr ualore haueuono dU fefo Vimperio RomaneX olì adun quei che no s^udi mai piu) Ve[erdtoKomano,perdimofir areiche U patria loro nonmancauaàgratudine, s’ondo a fare fcriuereperft medefimo. DiFahioMafsimo» JN Fabio Mafsimo fi conobbe chiaramente ^ quanta fujfelagnuitudine del popolo Komanoypche ejfen^ io Uduenuto amorte doppo cinque conf olatifelicemen^t te cr con folate della republica da lui amminifirati,fece il popolo agora a portar danari,accioche le fue efeqme con maggiore cr piu honorata pompa fi celebrajferoXbinem gheraadunqueipremij della uinUfnon ejfer grandi, confi derato che i corpi m orti degU huomini uirtuofi fon piu ho norati et hauutiin pregio fChe no fono i uiui et pufillanimL Di Hinutio M.aeHro de Caualieri FV ancora ufata non poca gratitudine a Fabio KlafsU mo mentre, che egli uiueua,imperoche ejfendo fato^ to Dittatore neUaguerra contro ad Hmnibale in San DÌo,er fendoli dipoi per deliberatione della plebe dato p compagno Minutio Maefiro de caualteri Ccofa non md p Vaddietro ufatap) fi diuifonointra loro lo efercito,cr cfit fendo Minutio uenuto die mani con HannibalefCon lafua parte dello e jer cito, accorge dofi Fabio del trifta fine, che era perfeguire di quella battaglia,per ejf nrui andato co* luimolto temerariamente,ZT che già fiauaper andare in rotta,lofoccorfec;‘trajfefduodi quel pencolo» Onde e^Uriconofcédo il beneficio Jio chiamo padre, et comodo \ oogl LIBRO « tutti i SolJuti che crono [otto di lutjcheglì faceffero ri « I J LIBRO biuerfo di Hfì trajje di te{h,cr rizzo/si in pie, O" dtrà U0U4 ancor J uiHolo uenire f monto da cauaUo^ er diffc in prefenz^Hala Seruilio, Et Mola SeruiliOy che haueua ucdfo Spurio Vielio Maejìro de cauaUeriiche afpiraua allaTirannide.pa gole pene dello hauerconferuato in liberta i fuoi crtfj/ dini, con Pejfer mandato in efilio* Hora fi come noi dobbiamo paffarcela di leggieri a biafimare il furorcì trPhnpeto del Seaató & del popolo: agitatotcomed Mare da tempeflofi uenti jcofipojfidmo piu liberamene é'sfogareil hojiro sdegno contro (dlaingratitudine de » priuati 'y CT dì quelli maffime,che prudenti CT di giu* dicio reputati, hanno prrpofto la fceleratezzl corfofuo co/lrrt/o . morir, ii. in carcere in luogo del morto paire.Puo/siaJ»gue glori dreil feliolo d’uno ecceBiliftimo Capuano, etchcancor eoli era fi jfcéifo-e al medefmogrado.dt baaer nceuto p reditapaternafolo la pngioneer le efene. D, Anjlide. A RilWe fimilmenle,che da tutta la Greetaper^jip A lìmo ecelebrato,crtenutoancoraano fpeccbioiU c5tinenza,fucojlrcttopercomMamentode^^ ni a partirfi della citta et idarfene tn efilio. febei Athemefi fepriuatilìdicolluipotcrontrouareun altro cofibuon» cramoreuolecittadino dellapatriafua,Muenga cheinjte me co Ariftidc partiffe ancora, guanta bota era in Atene, DiTemiftocle, Et Temiflocle^rarifsimo efempio tra quelli iqualiprom Q_^V I N T O. 1^9 MéTono td itigratiludine deUd.pdtrid , hduendoU contd mrtufua 4sicuratii,dmplUtd CT illujlratd,Qr fattola anco r gh hauejferp,fece portare Ufuo corpo uicino agUalloggiamenti^Gr‘ copertoio d^una prea tiofa uejlelo pofefoprad R^ogo^dipoiappìccatouiilfuo^ co, incontinente con U medeftmafpada con lacuale batea ammazz^ito il fratello jì pajf ) da un canto a Pdtroo" git tatofì f opra il corpo di quello uolle-ardereinpeme co luì, Poteua coftui con lafcufa di non l^hauer conofciuto,fen^ za fuo carico con feruarp in uita^mAuoUe piu tojio ufar^ un tale atto di pieta,che { eruirp di una tede feufa , per far compagnia ancorain morte al fratello, DELLA PIETÀ VER50 LA l^atria, Cap, V L A fatUfatto fino a quila pietddigra* di piu flretti cr piu propinqui di con fanguinita,rePdihora afdtisfare aU la patria , alla cui maefta cede ancora la pietà inuerfo il padre cr la madre, che fi agguagliaa quella, che dobbùu mo hduereuerfo degltìddij,cedelidncorduolentierikc4 ritd frdterna,e:f certo con ragionegranéfsima, perche ro uinata una ca/arefla qualche uolta in piedi laRepublicd, ma la rouina della citta di necefsita fi tira dietro la rouind di tutte le cafe de i priuatiMa che bif ogna multiplicare in parole fopra queàa materia,ejJendo la forza della pietà in uerfo la patria tanto grande,che alcuni con la ulta pro/ priaVhànno dimoflro. Di8ruto,primo Confalo,^ . D Kuto il primo Conf olo, che fujfe fatto in Roma, co battendo per la patria contro a i Tarquini Jì affron^ to con Aronte figliuolo di Tdrquinio fuperbo^ crfu fin contro di forte, che Vuno cr Inoltro mortdmente ferito Q^V I N T O. 167 cdfco in terra morto. Votrebbejì meritamente dire al pon polo RomanOfChe per la motte dico(lui,gUcofldjfe mol/ to cara la liberta. Di Curtio» ESf mdo in R orna nel mezo della piazza apertop in un fkbito il terreno crfattofi una buca molto larga cr profonda^niandarono i Romani allo Oracolo tPApol lojl^uale houendo dato per rifpojia,cheuolendOyche la (i tìchiudejjè per euifar quel pericolo^era neceffmogittarui dentro quella cofa^ che nella Republica Romana era di maggior pregio cr udoretCurtio allhora di [angue et (ta nimo nobtlifsimogiouanettojbauendofrafejìcjfo penfan losche qllo in chela nojira citta ualeua piu,et era piu eccel lente erqno Pormi , armatofi tutto da capo a pie monto 4 Cauallo,zT [pronatolo^GT correndo a tutta briglia , ui p getto dentrOji cittadini allhora per honorarlo , a gara gli gittaronfo^a dimolte biade^cr incontinente la buca p ti dìiu[ f,cr ritorno il terren 0 nelPeffer dx prima.Seguirono dopo Curtio molti alari huominieccellèti orhamèti della nopra citta, nodimeno non p legge ef empio piu chiaro di quejlo de la pietà uerfo la patria,alquale,come quellò,che inqueftafpetiediuìrtu tiene il principato ^ foggiugnerq unpmile* DiGenì io Cippo Pretore, • AQenitio Cippo Pretoreatfeendofuor di R ornane* aito cr ornato dacapitano,occorfeun cafo molto nuouo negtamai udito^llacquero a coflui in un fubito co* me due cornain tefia ergUfu dato per ri/pofta dallo Ora coloychefe ritornaua detro a la citta n e diuerrebbeRe.il che accioche non p neri ficaffe, uolontariamente p elejfe Bplioperpetuo.Opietaimmenfacr inepimabile, degna uermentcdiejfer preferita quanto alla gloria ai fettere \ LIBRO di R0WM.L4 fe/lrf di coib4Ì^perfniafu difcacciata daLettimio Matcntiiiico^^ comeuoghonoalcun*altrida Herafjlrato Medico^ pchc {tondo lui a federe apprejfo ad Antioco^o" accortofì,che all^entrare di Stratonicam camera^ ilgiouane arofiuo cf ripigliaua uigore,cr aWufcirfene,impalidiua c^fofpiro^ uojondo con maggior curo offeruandolo^cr cofiuennea Htr cuore Vorigme del fuo male, perche prefolopUbrac do ad arte:conobbe,che ne lo entrare di colà in camera,il polfo batteuapiuforte^etnelporttrpqualild tuttofino* jcondeuoOndeccfìuiincotinétematiifeflo a Seleuco lo co glene di quellainfirmitd.'El effo intefo la cofo,non bebbe rtfpetto alcuno a cocederlt Stratonico, quale egìifommo* mente amaua,incolpando la mala forte, r.heil Giouane dì cotale amore accefo fifuffe, et a la bota et riueréz^ di ql lo attribuédo,Phauer più tofto eletto di morire, che mani fefiarlo. Hora ponghiamoci dauÒti agli occhi un Keuee* chio,€thamorato,hauercoceffo in tal modo la moglie,et potremo conofeere, quoto i Paterni affetti fianopotcti a kìctre ognidifficulta» Di AnobarzonerediCapadocùu COneeJfe Seleuco alfigliuolola moglieima Ariobar* zane in prefenzd di Popeio,coceffe al fuo il R egno, hrafalito Ario barzanefopra il tribunale di Popeio,& inuitato da lui a federe fopra la fedia Curule,et hauédo ut fio il figliuolo ejferfi polio in quella parte de lo eferdto, doue eiail CÒcellieryio pitto coueméte al grado fuo,non potette esportare di uederlo in luogo inferiore a lui, ma fubito fcefo di fieda fi leuo la Diadema di capo, et lapofe , in capo alfigliuoloiefortàdolo a porfi a federeionde egli sWa leuato , Vennero giu le lacrime a\ Giouane,uenneli ancora menotrj nel cadetegli cafeo di telala Biada X Itti LIBRO w C^AjfiO imitando lo ef empio diBruto,perche il fuo fi Jgliuolo, quando era Tribuno de la Plebe, fu il prL ino, che proponcffela legge Agraria con molti altri mezzi fi ora ambiti ofamete obligato gli animi delpopo ■ Q_V I N T O • 17^ lo,finito che gli hebbe il m4gi(hrato,raguno in cafafua tut ti gli miciu" parenti, cr pref 0 U parere di ciaf cuna, con* danno il detto fuo figliuolo per hauer^afpirato alla Tirati tùdeyCr fattolo battere,cr dipoi ammazzare,confagro 4 Cerere luti 0 il fuo hauere. Di MaUio T orinato» Tito lAallio TorquatOjper molte fue opere ualorom fe,rarocT ecceUente^O" dotifsimo in leggi ciuili^ cr pontificali fn una cofa fimigfiante a queUa,non gli par ue già dadomondame il parere ne dei parenti, ne de gli amici.Peroche hauendo i macedoni mandato Ambaf :ia* dorial Senato a far molte querele contro a Dedo Stilano fuo figliuolo,che era (lato agouerno di quella. prouinda, prego il Senato,che non uolejfe deliberare di cofa alcuna, prima che e nonfujje bene informato della differézdjche era tra i Macedom,cr il detto fuo figliuolo. Dipoi con co fenfo di queUo,CT de i detti Amhafciadori,pref 0 a giudi* care la lite jfi fece la refìdenza in cafa^ey folo duoi diala fila diede udienza a Vuna cr l'altra parteAl terzo di, ha* uendo a baftanza cr diligentemente ef minato iTeÌHmo niydiede la fententk in quefto modo.Hanno prouatoiMa cedoni SiUan 0 miofigbuolo hauer pref 0 danari da i cofe der^^ di lettere ancora ornatojafciatop tirare da i cattiui conpt* gli nella amicitia di Catiltna cr andando per ciò inconpde ratamente aritroudrlo nel fuo efercito fopraggiunto dal padre amezoil cammino 'fu da quello ammazzato,dicen do prima che ciofacejje,che e non Fhaueua generato,per che e uenijfein compagnia di Catilina contro alla patria, ma perche efuffe defenf ore della patria contro a Catilina poteua ¥uluio,mentre che duraua quellaguerra ciuile,con tenerlo rinchiuf 0 , proibirli tale andata , ma [egli hauejfe fatto copjarebbepato cauto CT prudente, CT non rigido cr f eueroMa accioche Vaf prezza cr rigidità de i { opra detti p uenga alquanto a temperare con la clementia di quei padri,ch e furono di natura più dolci et manfuetijog giugneremo alla rigorofa punitione di [opra narrata , la facilita del perdonare DELLA TEMPERANZA DE P adri imtrf 0 de i figliuoli. Cap, IX. Di L.GeUio. VClO GELLIO, chedaCen fore infuori era Pato di tutti gli é* tri Nlagtprati , hauendo apaimanit* f ePo inditio , il figliuolo hauer ufa • to carnalmente con la Matrigna, cr cerco ancora di ammazzarci lui, no perciò p moffe cop a furia agapigaHo , ma confuUatala LIBRO cofa,qu"-e zr lu Dea Minerà ua,chetuttoil male chedoueua auuenir e f oprati Popolo Komano,lo uolgefferofopra de la cafa mia,Vanno adun cheUcofe profperamente: perche fendo^ti efaudiHi mieiprieghi,hanno quelli operato diforte,cheuoiui hauè te piu tojlo a doler mec ode la mia auuerpta , che io habm biaapiangere de lauof^a.Soggiugnero ancora un^altro degli effempi domeftM,cr entro dipoine le cofe efiemo DiQ^iiiarioKe, LIBRO Q vìnto Vidrtio Ke,compdgno nel ConfoUtodelpri moCdtone^rimafepriuod' un figliuolo molto re* „„ent'i&‘mormokuerfcmi,nclìudehMm^» difsinM(peranz La libertà del parlare,che ufo la donna, che apprefiti racconteremo fu non foto di grande animo, maanco rabebbe molto ddpiaceuoletCojìeicondottap a Vejhre* mode Ufua uecchiezza CT pregando tutti gli altri di Si* racufagli iddij,che Dionifio tiranno moriJJe,lt per la cru dele natura fuafi ancora per le grauezze infopportabili, che egUponeua hrò'yejfa fola ogni mattina al far dd gior no pregaua lddio,chelocònferuaffe fono cT fatuo» ìlche hauedo là intej o ZT marattigUatofi de la bencuoleza,dje codei gli portaua la fece chiamare afe,:iiala punitionCychedi copmfu prefa fare una legge , per Uqiiale p prouedeuoi che ninno patritio potere habuare ne la Rotea o in Cam pidogUoyperche quePó Malliohaueuala cafain CumpiV dogUoidoue bora ueggiamo il Tempio de la Moneta, Di Spurio Cajpo / Slmile fu lo sdegno de i Romani contro a Spurio Cafsio,alquale nacque piu il fofpetto yche s%eb* he di lui cbc e non cercajfe di farp Tiranno y che non gligiouarono tre honoratipimtconfoUtiy ejduoibel* Ufimi trionfi perche il Senato cr il popolo Roma* no non comento à hauerU toholauitay gli fece anco* rafpianarle Cafe per affliggerlo an.or p:u conia de* ffruttione de i fuoi idéj famigliari y cr w edifico fo* pra U Tempio della Dea Tellurcy CT cofì quel luo* go, che era flato prima habùatione di un huomo tanto grande CT potente y e bora una perpetua memoria ^u* nareUgioja feuetita. A A ii r • L I B R O T>ì Spurio Melio. Pmo nello hiuendo tentato difareil medejìmo Jja milmentefu in tal modo punito jO" il piano che rima fe de U fuÀ cjfa ronitiAtayatcìoche la f tueragiujtitia^chc jt erafatcadiluijujfea i Pofleripmmanifejht, fi* chiama* to Equim dio. Di Fiacco Satumin o. Q Vanto gli antichi portajfero odio intrin fao a i nemi ^^cidelalibertajlo manifcjUronOyCon Urouinedel* le cafe di quelli, cf" perdo tagliathche furono a pezzi. Marco Fiacco, CT" Ludo Saturnino , huomini f editiojìjfi* mi, furono [pianate le lorcafe fino a i fondamenti, cT ' ejfendoiltcrrenodoue eralacafa di Fiacco fiato un tem pofenz* efferuijt edificato alcuno edificio, fuaV ultimo ornata da QJZatulo,deUe f paglie cr Trofei de CimbrL Di Tiberio o‘G.Gracco. LK nohilta CT^lo fplendore di Tiberio CT Gdo Groc cbfugrandifimo ne la nojlta dtea,cr fi hebbe di lo fo un tempo ottima fperanza,ma hauendo per ma di fe* dittoni con ogni sforzo tentato di rouinare lo fiato de la Republica, furono mordi tT i corpi loro laf ciati fenza fcpòltura,rimaf ero ancora fenzma nonhameno di grafiifa^queU a che fi e ufata per co feruar e la dignità^ cri buoni ordini de la KepublicaiDet te il Senato in poter de Corfi Marco Clodio^ per hauer fatto con loro una pace éihcnorcuole, crnon bauendo quellt uolutolo accettar edo fece morire in prigione. Hot ateditn quanti m odi il Senato fu feuero uenécatore de U fuàira contro acofluiiper bauer foto unauoUa offefoU Macfia del imperio Romano, i^on approuo Raccorda, che gli haueuafatto^tolfegli la hberta,priuoUo delauita, fecelifare incarcere uitupcrpfa morte , CT poiché e fu morto jlo fece precipitare d terra de le f cale Cemonianet CT ce) tamente ccjìui ncnnieritaua minor punitipnedd Senato. I^iCorneìio Scipione, A/t ^ Cornelio iapione figliuolo di Hifpalofu 1 VJ punito dal Senato primaicbe egli lo meritaffeiper* tbe JendoU tocco per forteil^uerno de la Spagnajfeat ce unpartitoiche e ncnutandaJje^aUegàdo cheenon tra fufficiente adamminifirarU, Onde Cornelio perla fda inhoneHa uito^ancor che e non fu jfe andato al gouern o di quella ptcuinciainon dùuenp. fM condannato comefee A A Hi LIBRÒ Vh^ueffe male amminidrdtayUcetto foto, cheenon heb^ beadarcontodelaammtnijirationc. Di G Varìcnù, Non manco il Senato di procedere ancora feucrami te contro a Gaio Vatieno^ilqualepernon ejfercos pretto a trouarp n c la guerra Italica p taglio le diti de U mano pmlirajil perche conpfeato i /uoiòenijocondari* no a carcere perpetua,Onde copiò, che non hauea uolu* toin guerra morirehonoratamenteiconfumoU fuauita ne le catent,xongrandipmo uituptrio cr dishonore» DiM. curio Confalo, l" A ntedepntafeuerita del Senato ondo imitando Marcò ^ Curio confolóulquéeeffendo corretto a far gente co grande celerità contro alKe Pirro, cr non hauendo alcu no de ipVigioiiani ne lo fcriuerelo ejfercito uoluto dare il nomeime jfe tutti inomidele Tribuinun uafoaUefor a,CTlapnma,cheufcijfefulaTribu PoUiaiquindi poi co minciato a ìrarreiufci il primo un Giouanettoiqualefece fubito chia'màre,cr non rifpondendo,feceuendereifuoi benialo incanto,t3‘ come il Giouane Vintefe.ricorfefu* hito donanti al Tribunale de C onfoli,a' scappello a i Tri bum\AWhora Marco Curio diffe, chela Republica noli ueabifognodiquei cittadiniichenon uoleuano ubbidire, cr cop uende ancora luiaWmcàtopnpemecon ifuoibea ni. Dii, Vomitio Pretore, Non fu mcn duro cr opinato nel fuo propopto tu cioOomitioJlquale (jfendo Pretore della Sicilia Cr ejféndoli prefentato un Cinghiale di fmifiirata granr dei^tUìfece iteuìre a fe il pallore, che lo hauea ammaz* s t sr o, iss Zàto,f3‘ diìHeOìicitohcon checofahduejfe ocàfoftgran hejhay cr troudto che e l*haueu4 ammazz,^ "y' Qgliamo eptiquefìi efempicogiungere ancora qucÈnf dipubUo Sempronio Sofoydqnalerepuào la moglie^ non per altro che, perche VhaHeuahaij^Q. ftr dire di onda LIBRO re a Ufejte fenzd fitd faputa^ar co fi mentre che i Romd4 chtt Camerini p poterono rallegrare della rouinaloro^ i quali in queflo modo uennero come arinaf cere* Quello èie io per infino a qui ho referito, non fi diftefe oltre a i confiniyCr luobgi conuicìni della citta di R oma,ma quel* lo èe feguita fi fparfe per tuttoil mondo, Delmedefimo.cr difabritio T*Ìmocare (PAmbraciap offerta Pabritio confolo di fareauuelenare ri R e Pirro dal figliuolo,che lo fer* uiua per Coppiere^ llcbe fendo referito al SenatOyO' ri* cordandofiche effendo la citta di Koma edificata daKo mulofigltuol di Marteje guerre fi haueuonoafar con Varmtc" non col Veleno^mando fubito Ambafeiadoria Pirro auucrtendoloychephaueffe diligente curada fimi* liinpdie cr tradimenti.Hon uoUe giail Senato in ciò no* minar Timocare, cr cop neWuna cr V altra cofa dimojìró la fua retta cr giufia intentione , non hauendo uolutone tradire il nemico, ne far male a colui, che haueua cerco di far lor bene. Di Quattro Tribuni della Plebe, Vìdep ancora nel medepmo tempo un grandijfimó effetto digiufUtia in Quattro Tribuni de la Plebe, per che hauendo L.Hortenfio pmilmente Tribuno chia* maio dauantial popoloLudo Atracino,fottoilquale,ef^ fendo lui capitano de Veferdto R ornano cobra a i Volfd, epi Tribuni appreffo d lago Perrugineremediarono in* fieme con tutto il refto de la Caualìeria,che le no/lre gen/ ti chegiacominciauono allegare, non andaffero in rotta: giurarono dauanti alpopoloiche ereno per ifiar tutti di mala uoglia,fin che Atradno lor capitano flaua in quel pe ricolo iPeffer condànato. No» esportarono Giouatp mrtuofi et ecceUetùtrouàdofi tribm,di uedere entro la dt t I B R O tiUcondotto 4 pericolo deUuit4,coluichein gUefTàhdue , uono col [angue con le ferite difefo CT fuluato *Ondc tutto ilpopolo comrfiojfo daWe^uitadeUeofa^collrinfe Uortenpo 4 torfi da quellaimpref ijne dirimenti, fi odo* pero nel caf 0 fegu ente. Di T. Gracco cr Claudio ^ HPiuendoTiberioGraccoGr G.Claudio Cenfori,per c^afi portati troppo rigidaméCe in tal magistrato, efafperato,quafituttaUcitta:^arcoPompdioTrtbuno de la Piebegli chiamo dauantialpopoloagiuJlijicarfi,fen do inqmfitiyCome rebelh et inimici de la Patria,moffb non f Diamente da hgrauiinglurie che efaceuanoa lo unìuerm [de^ma ancora da fuo [degno particulare, (perche gli ha ueuono coÉtretto RutiUo[uo parente arouinare un muro de la[ua ca[a,che toccaua di quel publicoynel qualgiudi* ciò, perche molte Centurie de la prima Clajfe condannai t^ono apertamente effo Claudio, pareuacheuniuer[M tnente tutte , accon[enteJf^o ad ajjoluere Gracco, effo giuro,checfa[cunolo [enei,che[ein quelle co[e doue glie rainteruenuto in compagnia di Claudio era aggrauato piu Claudio: che luì,ejJendo la colpa equale,[en^an(hebi in eJUìo infieme con lui. Bt cofi mediante quejia equità di Gracco uennero amendui liberati da fi urgente motiuo. Perche il popolo affolue Claudio cr ULPompilionopro cede piu oltre con Vaccu[ar queWaltro. Del Collegio de Tribuni Riporto ancora gràdifiima laude quella mano di Tri buniylaquale,non uotendo un di loro,cbe[u L. CoC ta.pagdre chi haueuabouer da hi, rifiiando(ì,che mentre, Veglierà di quel magiiiraionon poteuaefierJireUo da S E 5 T O I lefcentia cr nel tempo de lafecondaguerra contro a t Carta ginefi fu molto dedUo a la moUtie er delicatura, ma fatto Sacerdote da Publio Licinio pontefice maffimo^ perche e fi hauejfe piu ageuolmentea rtirarre da quella ut ta,applico di modo Panano a la cura de le facre cerim onie che hauendo U religione per if corta de la continenza lequali non émeno nonimpedirono , cheenon diuenijfe col tempo il principd Cittadino de la nojira citta , cr che il fuo nome nonrifplendejfe CT" appariffe nel piurileuatoluogho del Campici aglio, cr conùfuauirtunon ifpegnejje laguerra amie uenuia fu con grandijftma rabbia cr furore. Vdo Siila per fin che e fu fatto Q^efiore fectuna Di QJEabio Maffimo, modicoSluinelafua uecch ezza. DiQJZatulo, 5 E 5 T O* 104 UÙd molto Idfàud cr lujfuriofd,come quello, che erdtuU '■ to dedito al uentre cr d libidine, a fejie CT giuochi, doue ferui ancora d prezzo per H'jìrione. il perche ft dice, che Gao Nlahoieffendo Confolo hebbe molto per male, che la forte gli haueffe dato d*hauerjì a feruire ne la imprefa deW Affrica d^ un Quejlore tanto moUecT effemminato, quale era SiUa.Ldwrtu poi del med^mo édUd,comtfe Vhdueff r rotto i legami cr la prigione de la nequitezz^t che Vhaueudin preda, prefe prigione tsr meffelt catene a lugurta,T enne a freno Mitridatejlibero la patria da la ca lamtta de laguerra Sociale,fpenfe la Tirannide di Cinna, V'cofhnnfealandarinEfìUo Mario in quella Prouinda, ne laquale da lui era dato dìfprezzato per Quejlorede^ quali cofe tanto diuerfe. cr tanto contrarie Vuna da VaU tra,fe alcuno le uoglia diligentem ente conpderare cr an darle f eco fiejfo efaminando,crederainun foto foggetto efferedato dueperfoneMoeun SiUagiouaneuituperofo, cr un'altro, che nella età matura ardirei di dire, che e me ritajje d'ejfer cognominato ualorofoje egli per fe mede fimo non haueffipiu prejìo uoluto Felice cognominarfi. Di Q.VELLI CHE DI BASSO gyado fon uenutiin grande flato erri putatione, Cap, X. I come noi habbiamoauuertito quetU che, fon nati nobilmente , che rauuedu tifi de i lor trijii portamenttihabbino ri guardo alaloro nobiltà, cojì uoglia* mo bora parlare di queUi,che hanno bauuto ardire di afpirare a cofe piu al* $e,chenon comportaua lo fiato loro. CC iiii LIBRO "DiTito Aufidio, t sfendo Tito Aufidiogia uno abbieto rifcotitore irmdcufd,pri fatto cinquanta Talenti,cr cojt uollela Yortuna^cbeco* luiyche era V ornamento cr lo fplendore del mondo,den tro ad una Fufta di un Corfalejujfe coftretto a rifcattarji fi piccola fomma di dannari.Che bifogna adunche rammà riarp piu deli Fortuna, poi che non pure a gli altri , ma ne anco a coloro la perdona,che non altrimenti,che quel la fi fia, f on dagli huomini deificatiMa quel diurno fpi* rito fi uendico de la ingiuria riceuuta,perchefra poco tem po dipoi Jendoli dato ne le mani quejìi Corf digli fece fu bito portuttiin croce.Habbiam fatto mentione dele cofe domefiiche con molto affetto etattendone,entreremo ho rain quelle degli Bfierni,cr conpdu pofato animo Iettar reremo* , DE GLI ESTERNI» Di PolemoneFilofofo* POlemone Ateniefe fu giouane molto lafciuto CT lu[furiofo,ne folamente fi dilettaua di fare il male, mapigliauaancorpiacere,chefi rifapeffecrd^effer infa maio per àshoneéo.Cofluieffendo jiatoadun contato tutto un é c/ tutta una notte, nel tornarfene a cafa hauendouifio apertala Scuola di y^enocrate Filofofo, cofi come glìera caldo ancoYadelVmo,tuttoprofumma to cr pieno di unguenti odoriferi,con la Ghirlanda in te* fiacT molto fontuo fornente uefiito entrala dentro,doue fi ritrouaua gran numero di huomini da bene ^diofi, CT ' litterati,negh bailo quefioyche e fi pofe ancora afeder tra loro fenzarifpetto o riuerenzaalcuna,non per aUro cheperifchernire CT sbeffare con quei fuoimodi lafdui cr d^ubriacOyìl parlare eloquentiffimo cr igrauiffimi pre celti di quel Filofofo,Et come che tutti quelli, che erano J E 5 T O * 207 pref enti, come par cofaragioneuole, fe nefdegnajferau yienocratefolo non fi turbo, ne fi cambio in uolto in mo do alcuno.Ma laf ciato andare lamateria, /opra lagnale egUparlaua,comindo a trattare ielaMoiefiia O'de la temperanzaicon tantagrauita CT facundia,che Polemom ne forzato in un certo modo a tornare infe medefmo^ primieramente trattop di tefia la ghirlanda, lagitto in ter fa , appreso fi ricoperfccol mantello lebraccia,nemol* to fette, che eglicomincio tutto acambtarpinuolto,non parendo queUo.chedalconuUo erauenuto.Vindmente de poponon foloVhabito, ma ancora ognipenpero lafciuo CT dishonefoyCT hauendo con quel fdurì fero rimedio del parlare di 'Kenocrate racquUlatolafanita,di Putta* niere uituperofo ZT infame,ne diuenne grandijpmo filo* fofo,Cop,V animo di co{ìui,comepertranfìto cammino per la uia de le fceleratezz^yCr nonuip fermo * DiTemifiocle» SAmmimatedi haueread entrare ne lagiouinezzctStftato. M Andando il Senato Claudi j Verone cr Lucio Saìt natore ConfoU^concro ad Hannibute^cr ueggendo che come gli crono diuirtu apuli ^cosi crono acerbisfìs mi inimici luno de VaItro,glinconcil'o ir.sicme , accioche perlelorodifcordiela Kcpublicanon iu ntj^ca patire in quella ammmiliratione^pcr che quando V autorità e diui* faintraduoUnon fendo tra loro concordia ,fempre acca deschi rimo cerca piu digiia[iare i fatti ddraltrOyche dW conciare i fuoi^ma doue l*odio e ojiinato zj grande Juno e piu inimico aialtro, che luno cr Ultro non fono inimici allo auuerfario.U Senato ancora per fuo decreto libero luno laltro(,ejfendo àccufatida Gneo Bebio Tribuno della Plebe dauantialpopolo per ejfersi portati troppo af ìpramente n ella loro Cenfura") di non haucre a compa* rire CT tifponderedle accufe Icr fatte, ajfoluendoda ognipregiudicioguelmagiftratocr quella dignità, che era dialo ordinata, per riuedere il conto ad altri cr non pcrdar conto dife.Hon meno prudentemente fece anco rail fenato in quedlo,in punire er far morire Tiberio ■ Gracco Tribuno della Plebe, perche hatieua hauuto adire di proporre la legge Agrai ia,cr dipoi per un bel decreto fece che per tre diputati, fecondo quella legge si diuidejfe quelcontudo al Popolo,C7' cosi nel medesimo tempotol •Je uta CT autore CT la cagione di quella prjìifera feditio ne. Quanto prudentemente si porto egli dipoi col Re Mafsiniffe.pcrchehaiiendofelotrouato proniifsimo con tro ai Cartaginesi, C" conofeendo, che gliera destderofo ^diaccrcfcere CT agnmentared fuo Regno, fece far una leggi-, per làquale 0) dinaua,che Mafsiiiijja nonfujfefot SETTI M O 2i2 iopojio in cofd alcuna al Komano imperio , "Et m guejìo modo Jt mantenne fempre Vamicitia di coluiyddquaie era fiato benignamente feruito,CT uenne ancora alenar jt da ' uanti . cr liberarjì dai contmout fajUdij de t^umidi CT : Mauritani , CT deWaltre genti Barbare CT efferate loro I uicinc,chenon maiyne fono lapacencfotto altre condii ' tioniyfì quietauonoMancherebbemiiltempofeio piu dU I morasft rn raccontare efempi dei Romani , perche il no^ I {ho Imperio fi mantenne ar accrebbe non tanto per for I d^arme^quanto per uirtu cr uigor d\iimOy Trapajfe* i remo aidunque con tacita ammtrationela maggior para I te delle co je prudentemente f aite da lorOy per entrare ne I gli efempi ejìerni [oprala medefima materia. DE GLI ESTERNI. Di Socrate Eilofofo. S Ocrate ^quafi un trrrefire Oraculo deWhumana fa* pienzaygiudicauanon efferda domandar altro a gli D'ijfe nonychecidesfmo del bene,perche loro fìnalmena te fapeuono quelche era util a ciafcuno.ajfermandoyche noi molte uolte domandiam loro quelle co[e,che farebbe meglio non Phauereimpetrateypche egli diceua. O mete de mortali in ofcurisjìme tenebre inuoltu,Quanti fon grà dicr manife^Ugli errori ne iquali tu cieca incórri con le tue doUe preghiere,Tu defideri ricchezza « lequalifono fiate la rouina di molti^Tu appetifaglih onori, che infini tihanno condotto alfondo,Tu ud ad ogn'hora riuclge doti per la fantapa R egni cr principati , il fin dequali fpejfeuoltep uede miferabile,Tu tiintrometti negli fple didimatrimoniijqualip come alcuna uoltalecaf e iìhìbra no cofi benefpefjo le diftrugono etinteramete rouinanc^ DD a li f LIBRO Pon fine adiunquc o jìoltacr infuna, drJeJtdcrare ctuidaa mente queUecofe,comefeUcisfìine,chepojJono ejferca^ gione della tua infelicità rimettiti interamente nella diurna prouidenz‘t^pcrche gli iddij, chef oìio per natura molto facili cr benigniin concedere ilbenejanno ancora moU to meglio eleggere queRo,che fa al proposto nofìro . il medefimo diceua,che quelli huomini per uia corta cr ifpe ditaperu€muonoallagloria,chefi sforzauono d’efjere infatto,quali d'ejfer tenuti in apparenza s'ingegnauano, con le quali parole manifejiamente ci ammaejìraua , che gli huowini cercajfero piu prejìo di acquijlarji ej^a uirtu, cbeueHirji deWombra di quella, il medefimo domandato da ungiouanettoje e lo conjìgliaua a ter ìnoglie,o no,ri^ fpofe,che o pigliandola o non la pigliando fe ne pentireb be, dicendo, f e tu non lap'gktu muerai/olo^non haraifi» g\[uoli.fpegnercaUcafatua,rcderaituoi beniuno jiraa no. Btfetula piglt,liarai in continua anfietajin contmuoi rimbrotti cr rammarichìi , faratti rimprouerata la dot* ta , i parenti faranno teco in fui grande Jiarai la feccag* gine dcUa Suocera intorno a gli orecchi , farai in gelo fa di coloro , chegliuanno da torno . Ne farai per que fo certo à^hauer figliuoli. N on uoUe Socrate , con ha* uerli ordinatamente prepofodcommodo cr Vmeommo dolche quelgiouanef rifcluc jje co fi prefo in cofa di tan taimportanza,come dolina cofapiaceuole .1/ medefmo» hauendologli Atenief,per laloro federata pazzm mi* quamète condannato a mor/e,er hauendo pref o dimano del Carnefice con uolto intrepido, cciiante la beuadi del VenenOydai Giudici fatuitali,ey’ gridando cr pian* genio la fua M.ogUe Santippa , che egli digia s^er apofo SETTIMO ^Bicchiere a bocca con dire che e lo ammazzarono u tot to^gli dijfe. Aduque tu uorrejìi che io come colpeucle mo ri/si a ragione? Ograndfjf mia fapienzadi Socrate Jaqiu le non ft potette dimenticar di lui per injìno al punto de la morte. Di Solone. Vanto era prudente quel detto dì Solone ? ilqtiale ^giudicaua, ìAiuno^mentre che egli uiueua , d ouerjì chiamar beato,perche diceuaVhuomo ejferfottopcjìout (ino aW ultimo di de la fua ulta agli acciden ti uarij cr ftra boccheuoh di fortuna.La morte adunche e queUayche dir» chiara fe Vhuomo debbe ejfer chiamato felice^ 0 nOyla^ quale chiude il paffo a tutti i mali. 1 1 mede fimo, Uedeudo uno de luci amici grauementeattrijìarpylo condujfeneU laKoccad’ Atene,Qy di jfeliicbe guardaci tutti i cafamen ti, che crono dutorno,^ poi che eglil'hebbe fatto,dif^ fe,Penfahora teco medefvno, quanti affanni cr miferie ft ritrouino [otto quejii tetti, cr quanti giauifcne for» no ritrouatiyCT quanti per Vhauuenircfono perritrouar fenCyCr fahoramai fine di piangere, come tuoi proprij incomiuodi communi CTumuerfali . Et con questo modo di confolarlo uoUe dimoftrare, che le Citta erano alber* ghimiferabdi,de le calamita cr affl'ttioni deglihucmini. il meiepmo dìceuaje tutti glthuominiragunajfero aafcu noi fuoi maliin un\medepmoluogo:ne conjeguirebbe, che ciafeuno fe ne uorrebbepiu tofo riportare ^ Juoi a cafa,cheparticiparecon gli altri per rata. Pertiche con-» Jhiudeua,cheglihuomininondoueuano dolerp degliacct fidenti di Fortuna,come di cofa dura cr mfopportabile. BCiiB'ante Pneneo. lante,hauendo i nemid ajfdito lajua Patria Priene^ LIBRO CT tutti quelli jchc hunean potuto euitareiìpe ricolo de U morte^portandone con loro le cofedimctgs gior pregio CT ualorejendo dimandito.perche e^U/ug^ gendoliiniìemecongiialtri,nonlportaiu [eco cofaalcu na de i fuo: betn, rifpofe. Io ancoraìporto tuttii miei beni con cffo mcco,0' ben dijje il nero , perche i [noi beni gli dortaua dentro J petto,non [opra lefpaUeiey non fjpo tetton uedere con gli occhicorporali^majì bene con quel li de U mente fi patena comprendere quali e fi; jfero^per che^coDocati cr racchiup dentro a Inanimo, non poteuo* no ejferguajh ne rapiti da le mani degli huomini ne anco rada quelle delli ìddi[z7 p come e fono pròti c ama no di chi ne la fuu patriddimora^ cop ancora non ab ban donan oiquando l'huomo e corretto di quella a dipartirp. Di Platone Yilofofo. M otto hrcue cr tif oluta^nia di grandijjima fujìanzto,di ufarprma con unapublìca Meretrice, ale età prc* ghiere, hauendo il giouanetto ubbidi^o^ cr hauendo p ciò sfogato queli^impeto cr quello ardore,che labbrucciaua, ^ . prima con colei,con laqud e a fua pofa poteua ufare,aué ga che gli andajfe a trouar Paltra,gia [atto crripucco^ poco a poca uenne afpegnerfi in luiPardentifsimo amore f'kc e\jog!i portaucu , ‘ i ^ 220 I ^ SETTIMO f '• t Di uno che andana con PApno, ^auhjiato auuertUo AlejfandroKe de Macedoni j dàW^raculo^che nelPu jicir de la porta de la citta fa i reffe am mazziere il primo^che egli rijconiraua^ peruentu 1 rad primo ^che egliri/contro,fuuno:cheguidauaun Afi ( tiojcbmando adunche^che efujfe prefo per ammazz pf dando molto di quel mandato, non giirifpof e cofaal» > cunà,màmenatolofeco nell’orto con una bacchetta , che : ^thaueuain mano andana [mozzicando cr gittando d - rtJTd tutti i capi di quei Papaueri,cht tròno piu alti j che' gli altri, ilche referiló algiouanetto dal mandato , n'onp:- toPohebbeintefotalcofa,cheecomprefequel che il pa^ dreuoleuapgnipcare.CT conobbe,che e lo conpgliaua;o a sbandire, 0 a far morire tutti i principali della terra ^ Ef; copfece,ondehauendofpogliato quella citta di coloro,^ che erano piu atti a difendcrlaja dette in poter del padre\ poco mancOfche con le man legate;' ' • 5 ; Df RoTOrf/JÌ . . FV ancora con maturo conpglio , cr con profpero e^ uento proueduto da i noflri antichi, che haucdo ifri cefi prefo la citta cr affediata la fortezza del Carnpidom gm,&'conofcendo,cheloro foto per fame penfauano di efpugharla,uf orno un tratto aPutispmo,che moilràdó diuolerp tenere ctpfcuerare nel diféierp,da piu parte de larocafecionogitarpatienelo eferdto de nemiciidella* ! SETTIMO 124 qnahofd Ibipi fottìi nemici^ CT crcdendop , che ai noflri aiunzaff ! grdti copia df uettouagliefuro corretti a ueni* re a gliraecordi.Certamcte^che alhora Gioue hebbecom puipon e deUa uirtu i e i romxni,iquali rie or f tro p foccor fo allaaliutia^Uedédo^chein quella firettezz^ cr necetpM ta di uiuere.gittÀuan 0 il pane a i nc wici,cr cop diede faln tiferò euen to a quél partito Jlquée no fu manco aftuto, che pencolofo.il medepmo Gioue dipoi fu femprefauo* reuoleagli a^lutiprouedimenti cr auuip de noUri prePà tifpmi capitani y per che gujjhmdo Hannibale un fianco de la Italia^ty V altro hauedo A5drubaleaffalito,acctocbe àccozzandop inpeme Vuno cr Inoltro efercito^non def* fero il tracollo a le forze nofirejequali crono molto fiac. chejy indeboUte, prolùdono a do Claudio neronecolfuo gnmedere da una banda cr Uuio Salìnatore delPaltra co lafua rara prudenza, perche Serone bauendonei Luca* ni ridotto in un luogo jhretto Veferdto di Hannibale , cr dipoi partitofidt campo con gran celerità cr fecretùpma mente,tdeche Hannibale p perfuadeua,che efujfe nello efercitoC perche laragion della guerra gh haueuaa far creder cop") ondo a dar foccor fo al compagno, che era molto lontano da Imì,0" Salìnatore trouandofi neWVm^ briauicino al fiume Nletauro,^ il difequente , hauendo ad ejfer alle mani co i nemici con graudispma arte riceuè dinotte Heronein càpo,hauédo ordinato,che i Tribuni da t tribuni, i centurioni da i ecturioni , i cauaJli da i Ca* ualli,c^ i Fanti apie da i Fanti a piefojfero aafeuno fenm ZaPrepito riceuuti,ej quel terreno,doue gli erono atten dati,che affatica era capace per unfoloef erdto. Henne 4 metterfene un'altro in corpotonde auuenne,cbe Hafdru* LIBRO hdenon feppe prima di haucr a fare con duoi p uaìenA Capitanijche egli prono con fno donnola uirtu delTuno cr deWétro,v cop raftutia Cartaginefe tanto nominata per tutto il Mondo, fu airhorafcornatadalla prudentia romana,hauendo dato in preda diUerone HannibaleyCr • Afdrubde,diSahnatore. BiQMetello confalo, u - Emorabile e ancora lo ef pediente , che prefe quinto ^^metellOyilquale^effendo Vtceconfolo in ifpagna, guereggjiaua co i Celtiberi,cr non potendo ef pugnare la citta di Trebia,capo di quelUj>rouincia,penfato cr ripe fato longamentefeco medepmo,che manieragli hauePe a tenere allapne trono modo di mandare ad ejfetto ilfuo dif egno, con quepiPratagemLFaceuacoPui marciar l e* ferdto^conducendolo borain quefio bora in quell altro paefejboraoccupMaquedi monti bora quegli aUrùOn^ deniunonedelVamicinedelliinimicipoteuadi do penajfo conVe* fercito in Affrica, per reprimer e la paura con U paura, . erlauiolenzaconlamolenza^crnonfufenza effetto, perche fmaritip i cartaginep perlafuauenuta a Vimpro^ uifOfUolcntieri ricomperarono fe medepmi con l iherare ì nemici,o‘ conuennero,cbe nel mcdtfmoiftante i Sicilia ni fi partijfero d^ Affrica, CT gli Affricani di Sicilia ,Cbe fe Agatoclefuffe fiato fermo in Siracufaadifenderp,Si* racufa farebbe fiata oppreffa dalla calamita della guerra, Cr Cartagine fi farebbe goduta in pace CT tranquilita,mà nel muouer guerra a quelli ebe a lui mojfa Vbaueano , cr nel andare ad offender piu prefio gli altri , che é fendere femedcpmo,quantoeglipiufaalmenteprifoluealafcia re il proprio Kegno , tanto piu ficuramente lo uenne 4 ^ ricuperare » DiUannibale» CHe diro io di Hannibale.Uqude hauendo molto be nefpeculato lo ef eretto de Romani prima che egli ueniffecon loro alle mania canne ,con molte c^utie CT lacciuoli inuilupdtilijgli conduffe a quella efirema calami^ tOylmperocbe ejfo primieramente prefe il uantaggio del Sole, tenendo m odo, che quello, cr la poluere c che qui' uiingran quótttaperil tirar de iVentie folata dialzarp) FF I L I B fi O f «cnrjjc 4 dnfnd uif o.aiK ontani , appreffo ordino , che parte del fuo efercito quando la zuffa era appiccata , in pruoua fi meUeffeinfuga,onde partendop. una banda del lo efercito Romano per dar loro addoffo^gUconduffea dare in una imbofcatOyche quiui uicina haueua fatta, dalla quale tutti furono ammazati,cr pnalmente mando quat trocento cauatlijquah.fingendo d'efjerp fuggiti da Ha* nibalcyp rapprefentarono al confolo R ornano, CT com4 dato loro, che fecondo il coirne defuggitiut ,depoPe Varmcfieffcro nell’ultimo della battaglia, loro prep cer* ti colteOiychegli haueuono afcop tra la camicia er la co'* razza andauono tagliando dì dietro lecoggiunture delle ginocchia a i Romani mentre che e combatteuono , Que He furono le prodezza C ualenterie de Cartaginep or* mate diinganni,aftutie,cr tradimentiyìlche e grande fcufa ala uirtu dei Romani d’effere Rati in tal modo aggirati con inganni, perche nel uero p può dire,che e f afferò piu prePo ingannati che uinti, .DELLE REPVLSE, Cap, V. L diàìUrare qualpa la natura del po polo nel dijkibuire i magiRrati , nel campo Martio,fara un preparare gli animi d coloro,chep danno alla am bùione cT gouerno della Republica afopportarepatientementefecopfa almente non otterrann o alcunauolta , quello che gli ha* •ueffero addomandato,perche poPo loro dauonti a gli oe cUhuominieccellentispmiefferepati recufatic nbattu ti, conofcendo ^ehee non ne può auuenìr loro maggior SETTIMO 226 ilishonore,ehe a questi fi fia ctuuent4to fi come gli andran . no piu rattenuti cr piu aiuti nello addimandare^cofi anco ra terranno in memoria non efferfuor deWhoneflo , che datuttiinfieme fia dinegato adun folo qutdche cofa, ha* uendo molte uoltegUhuomini priuati giudicato ejfer le* iitOyche un foto fi opponga aU a uolonta di tutti yfa^en* do ancoraychefi debbe cercare di ottenere con la patien Z^tqueUOfchenonfiepotuto ottenere con f onore» Vinto E/ro Tuberone,pregato da Quinto fabio^ (he nel conuito^che egÙfaceua al popolo R orna* • no per la memoria di Publio Africano fuo zio uoleffe parareil luogo del conuito,prefe Lettaci alla Cartagine* fe^ej gli coperfe difopra con pelli di CaurettOyCT in cam bio diVafi d* Argento orno la Credentiera di uafi di ter* fOyilquale ordine cofi uilecr abbietto dette tanto nel Nd* /o alla moltitudine,cheejJèndo egli per altro tenuto huo mo fplendido cr generofoyCT comparendo in capo Mar tio, nello hauerfi a creare il Prctore^a domandare infieme con alcuni altri tal dignità, fondatofi nello fplendoredi tucio Paulo fuo Auolocrdipublio Affricano fuo zio materno, fe ne parti fcomato cr affrontato,percheino* fri antichifficomeglieranoin priuato parchi CT continen tiycofi in publico teneuongran conto di comparire fplen didicT magnifici. Onde la citta nofira,non reputando, che foto quel numero de conuitatifuffe feduto foprale pelli di cauretto ma tutta la citta infieme,fi uendico di quel la uergogna con lo fcom o,che Vhebbe dipoi a fare in ca po martio a Quinto Elio Tuberone, Di Q^Elio Tuberone. Di P. Scipione Ncfica» FF a LIBRO PVtflio Scipione napcahuomo pred Della Citta di R orna» A L tempo, che Gèo Mario cr Gneo Carbone erano ^Confcli,& tra loro cr Ludo Siila fi combattcua, nel qual tempo non fi ccrcauaconlauittoria di far acquifto a la Kepublica,ma effaKepub, era il premio del uincito re,per partito del Senato fi fonderonotuttiiuafid*Qro cr di Argento,che crono ne templi fiacri, perche non mà Caffiero le Paghe ai Soldati.i^eluero VunaCT Valtrapar te haueuagiufi a cagione di/pogUare i Templi dellt Iddij, per poter dipoi. future la fina auddtaconilcondamiare ' CT torre i bentai lor CutadinuÌ!ion furono adunchei Senéoriicbe fiironodiftender e quel Decretotmafu [enti t 1 6 R O to per cotiMiiamento de U atrocijfmd et crudelijftm ne cejfttiL Del Diuo ìulio, LO eferàto deldiuo Iulio,cioe lainuittadefìradelo in uitijfimo CapitanoJìMendo con le fue forze chiufd intorno cr affedUta U citta di Nlunda in ìfpJgna.O" ntan candoU materia da fare gU Argini er i Badioni^prefe i cor pi morti de inemicif er podoh Vun (opra V altro gli alzo da terra tanto quanto euoUetcr mancandoli Pali gagìiar dhper ficcare intorno aidettiripan cr fortificarli a gui fadijieccatofi feruideVarmiinhada^aU RomanacT4 la Pranzefe. De la cui nuoua maniera di fortiftcatione la N ecejfitanefu Cap o maefiro, DelDiuo Agudo. Et perfoggiugnerelaDiuinamemoriadel figliolo a quella delfuo celefie padre ^uedendofì che Phrate re dePartiyfìauatuttauiaperifcorrerecr ajfaliréi Paeftet le Prouincie /ottopode alnojlro imperio, cr ejj'endo an ‘ cora tutti fottof opragli altri Paejì a quejle conuicini per haiserpre/entitocoft fubiti tumulti armouimenti di guer ra^uenne tanta careftia di uettuaglie lancio ftretto hof/o rano,che iluafodeWolio puendeua feimila danari per ogni Medio di Frumento fìdauauno Schiauearin» contro , mala diligenza di Agujio\fotto la cui tutelati Mondo all’hora figouernaua,prouide a quella grandijjì* macarejìU DE GLI ESTERNI. DeCretenfì» *^f On hebbero quejio foccorfo i Cretenpjqualihaue doliMeteUoajjmvicrcondottiaPultima necejjf ta,conUloro orinaci con quella de le Giumente no mi 5 J r T 1 M O tigitròno UfctrMd per parUr piu correttméteUafpreg giarono cr incruieUrono^perchehauendo paura dincn elferutnti^fopportaron quello^cheUuincitorenon bareb he fatto lor f apportare. De Sumantinl, Ifjumantinicircundatidagli Argini CT dagU Steccati à Scipionejìiumdo coifumato tutte quelle cofe^co lequali fi erano potuti cauar lafameyalVultimocomirm ciaronoa feruirfi per Cibo deU came'humana:ondefcn dogiaprefalaCitta^fene trouoron molti co i pezzi in terra di quella maniera . Ala fu cagione quefto /peetacolOfCbe Leto Tribuno de la Plebe, con tl cenfen» GG ini LIBRO fo di tutti^cotttitndOychiGalriniofuff'e abolito CT litew tiatotdcctoche e fujfe effttnpio AgU aUn^che ne te profp^ r ita nò Jtlafdafjerouinceredalafupfrhia'.O’ neleoMier fìta nò jÌAhbandonajTeroAlche ancora pcrUnarratione^ che fegiùta parimente fi mamfe^A. Di Appio CUudiQ» Appio Claudio ,nd qudenon fo qual debba ejfer reputato mag^ior^òil difpreggto , che egli fece de Ia religione, 0 la perdita,chegb arreco ala Patrunperche quanto a la religione j difpregmi coftume antìdrjfimo di queHd,qiwito a la patria perde una bcllijjìma armatale f « j_endp accufato datutniial popolo,cbe ejruforteméte iae* guato contro diluL,allborA,checiafcuKo penfauA,cbe.eHQ la poteffe campareyamodo alcano,uenne da cieloin unfit bìtounagrofsaacquatUqudefu cagionetchee fuf$e kbe ratoipercheànterrottaper aÌihòra,Uc$faì tfPU upUfirp» poi metterai piu (e mamtcome /epròptiogli iddij gU ha* uefseimptditt. Et cofi cglui iLqualebttempejia del mare hi ìtcua condotto dauantialpopoloa fentètiarp, quellàdel eieiolo libero da quel pericolo», • Di Tutta Vergine Vefl^e» j • • » I «Tvl fimil maniera fu liberata T utiay ' Vólto flauio efjcndo aerato donanti d popolo . Gaio Valerio Edile tCr condannato da quat ióriiciTtibu.grido che era fententiato a tortO iélqude Valerio medéjimamettte gridando rifpofe , che a lui int/ portano poco fee tnonua a torto o a diruto pur che emo jaffe^Lceuicoft afprecruiUe iie parole gli feton uolt'àe in f onore tutte PaltreTribu.creofi coiìui bauendoabbat , luto £T sitato in terrailucmcOyUoleiidoU porre il pi^ r.3 iéinfuUgoUjfti cagiont,chc ejjo fi rthebbtyfsr Vaci^^odtUauittoriarmafeptrdiiorg, DiG.Co/conio. . •pT ancora Gaio cofconio accufàto per laUggc Seruilia per infiniti CT rui dentisfimi [mi delitti fcnzà alcun duhiocotpeuoleju difefo dateniutrfi di Valerio Valé tmo,cht rhaucuaaccufato,iqudli furono recitati dauanti ji igluéci , doue con fintione poetick fi conteneva effere fiato corrotto da lui un giovanetto cr unauergme nobili avvenga che ai givdiuparejfe cofamoltoiniqva,attribui telau\ttoria a colvubenon meritava riportarne Vhono redellldtrvifpogUeyma che altri di Ivi le ripórtaffe . • F» addunque tpaggiqre la condatmagione di Valerio per effere fiato ajfolvto Cofconioychenonfv l'affolutioheé CofconÌOycbemeritauad!*effcrcendannato. Vi Aulo Attilio Calatine, ^ Arler o ancora di coloro, iqvah meritando la m orto peri loro delitti CT fceleratezze , furono ajjoluH per lo fpleiidore er chtarezzvdei Parenti.Avlo Attilio calatiho,per haucr tradita la citta di Sera, accvfato O' ili tupcratogratìdemente,flando per efjere condannatbfu affoluto , mediante alcune parole, che furono ufate da quinto fabio masfimo fuo juocero ,ilquale diffe , chefe glihauejfe creduto, che fi fuo generò haueffe copimeffo ■ un fimileecceffo, bar ebbe disfatto f eco il Parentado. Bt cofi il popQlotche di gita haueua deliberato CT fermo nel Inanimo fuo di condannar lojfiando fene foloólpareredi '^Quinto, lo afjolue, giudicando cofaindegnanoh darfede a le parole di colui ,alquale , egli fi ricordava , ne i rnagm gior travagli dtUaKepvbhca,hauer con faluudi^elU OTTAVO 2jS còtnmèffoil fuo tftrcùo. Di M. Emiho Scmro, • MArco Etmlio Scauro ancoraacckfatOyporhauer dato mal conto itila Juaammin^firationcycon fi deboli et fredde ragioni compari ingiuduio a difender fitchc dicendoli Caccufato're^che egli poteua produr con* tro cento ueTUitejhmoni fecondo chela legge ordinaua, et che era contentOjche efujfe ajfolutojc egli ne produ ceuaaltrettantiin fauor fuorché dice jfero cr ttjbfiiaffe rocche e non haueuarubato cof a alcuna nella prouinaay non hebbef acuita ne modo di poterfi ualere di quei buon pattiycheglifaceua Vauucrfatio ,fu nondimeno affoluto per l^antua nobiltà fua^v per la buona C fitefea me moria del padre. .. Di Cotta, MAyp comelofplcndore degli huomini eccellenti hebbe grandisfima forza in àfender quelli, che fi trouauano accufoti per lor difetti cr mancamenti , cefi non hebbe mo Ita autorità nel fare, che cf afferò gajliga* ti,anzilohauer loro acerbamente proceduto contra di quelli fu cagione molte volte dtfajitaffoluere,Luao Sci* pooneEmilianoaccufo cotta daumti al popolo, ^ben* chetale accufafaffe di grandisfima efficacia contro al De Imquente ( per ejfer èatii portamenti é quello molto fc Aerato cr che taf afe Hata fette uolte differita CT prò lungatam fuo prcgiudicio ,non dimeno Pottaua 'uoUa, che compari dauanti ai Giudici fu affoluto, pcr^ che etfi dubitauano condannandolo ,chce non paref* [e^heeVbauefferofattoa compiacimento dcU*Aecufa* torepeffercgbpfona di grande autorità, immagmomi LIBRO che esjì pudici parlafjero netl^animaloro in colai ^uif,fu manfueto giudice, V Sergio Galba,\ j E sfendo accufato Sergio Gdba cr con pungenti, & efficadpurole molto aggrauato dauàtial popolo dà Libone tribuno de la Plebe,cbe effendo Pretore in ifpam giiahaUeUàìnorto. fitto la.fedeun grandiffimo numero, de Portoghepycbe figli erondati, cr bauendo f opra tal acca fa parlato Catone,cbeeragiauecchio cr conforma* top con Poppinione de i Tribuni cr qaeUa approuando, come ^gh nel libro de le [uè origuù affermo, conofeendo Sergio nenhauer remedio alcuno del tutto abbandona* tofì, piangendo comincio a raccomandare 'alpopoloifuoi piccioli figlinoli, CT il fi&tuàio di Gaio Stilpitio Gallo, juo nipotc.cnde mitigc^o d popolo,cT uenuto in. copafu •V OTTAVO 23^ flòne dìiuiìftr ejferjì tanto humiliato^Cf' Tàccomandato'^ que^OfChe negli animi de lo uniuerf ale eradigUfenten ttato a mortetHon trouo quajì alcuno^cbe no gli fujfe nel rendere il partito fauoreuele. fu adunche in fauor di GaU banon Iagwftitia,ma la mferuordta^chefu quellatcle lo dtfefe, perche non potendo ragioneuclmente ejfereaffo» tuto^per ejjtr colpeucle^fu liberato perla compaffione, che fi hebbe de fuoi figliuoli CT n ipotu Quello che feguità e molto conforme al fopradetto. Di Aulo Gabmio, AVlo Gabmio accufato da Goto Memmioper grauif fimi delitti^ty trouandofi a dif erettone del popolo^ iche Vhaueua a giudicar e,tr a già quafi del tutto difpercUOf perche l*o€cUjh^che gli era fattacontro ,era fondata fp* fra gagUardifiime cr ualidtff mi ragioni,cr quelle che ef fo adduceuain fuadefenfione crono molto deboli crint» ferme^tr quelli che haueuono adare la fententia , aceefi da grande ifdegno centra di lui,pareualor miPannidi co dannarlo.Haucua aduncheil mifero dauaiuia gliocchijl Crppo,c7 la Mannata^quando eccola Tot tana fauorem kole^cbeio Ubero in un lubtto da tutti quefii fofpetti CT pericoli, perche SifennafigÌMolo di ejfo Gabiniouintù 'dalàpaffionediuedereil padrein pericolo de lauitOyCO* me una cofa pazza vfuriofa^figittogmocchioni,ai pie diMemmio,pertrcuaruenìacr cempa/sione perii Pam dri appreffo dicotm^che di tutto d male era fiato cagione, HiaPauuer fario tutto turbato nel uolto^con tantafuperm bialo nbutto,che ne lo fcuoter de le maniglt ufd PAnet* lo dt dito,et f DpportOychcil pouero Ciouaneftelfelm grà ' pezze in terra di quella maniera . Ma fu cagione quefto fpettacolOyche lelto Tribuno de la Plebe, con il confetta G'G fili d: LIBRO fo dituttiycomàndoycht Gabiniofuffe ajfoluto crtkeM tiiUotdccioche e fujfe cjfempio agli altn^cbe ne pzofpc rlta noflla/ciajjtro uincere di U fup^rbiaicy ne le a^uer (ita no fi abbindonajf&o.llche ancora ptrlanarration^^ che feguita parimente fi ntamfeila. JDi Appio CUudiQ» * A CWio ,ml qiidtnon fo quai debba effer reputato mag^ior^ó il difpregpo , che egli fece de Urcligione,o la perdita^djegli arreco a la Patriaiperche quanto a la religione, difpregioii cofiunte anticlrffimo di queUa,qtWito a la patria perde unahdliffma artnata^ej^ fendo accufato damanti al popolo^cbe eruf orteméte tae^ guato contro dtlm,r tgUfd^ Vdc^ijìt^dtUauittoriarimafepirditore» * DiG.Co/ccnio, . •pT ancor A Gaio cofconio accufàto per la legge SeruilÌ4 ' per infiniti & euidentisjìmifuoi delitti fcnzà alcun dubio colpeuoleju difefoda cfniuerjt di Valerio Valè tino,Sé rhaueuaaccufatQ,iquali furono recitati dauanti A igluéci , doue con fintiqne poetick fi conteneva effere , fiato corrotto da luì un gi ouanetto cr una uergme nobili auucngacbe ai giudici pareffc cof amolto miqua/atribui reta vittoria a coluUhenon meritava riportarne Vhono redeWaltruifpoglie,ma che altri di lui le tiportaffe . • F» addutique maggiorejacondannagione di Valerio per ijfere fiato ajfoluto Cofconioychenonfu l^affolutione di CofconiOjchemeritouaiPejfcrcendannato, ‘-r w* ViAuloAUiiioCalatino, ' Aria 0 ancora di coloro, iqùali meritando la morto t periloro delitti fceleratezze ^furono ajjoluH per lo fpleudore cr chiarezzadeiParcnU.Aulo Attilio calatino.per hauer tradita la citta di Sera, accufato CT iti tupcratograndemenie,tìando per ejjere condannatbfu ajfcluto j mediante alcune parole, che furono ufate da quinto Pfibio masfimo fuo Juocero,tiqualediffe , chefe gli hauejfe creduto , che fi fuo genero hauejfe co^fimeffo unfimile ecce jfojhar ebbe disfatto f eco il Parentado, Bt cofi il popolesche di gjia haueua deliberato CT fermo nel Inanimo fuo di condannarlojfiando fene f olo al parere di '^Quinto, lo afjolue, giudicando cofaindegnanoH darfede a le parole di colui ,alquale , egli fi ricordava , ne i tnag* gior trauaghdtUaKepubhca, hauer con faluudi^elU r OTTAVO 2jS cdtnmkifoilfuoefercito, DiM.EmìltoScauro» MArco Emilio Scauro ancora acckfatOy per hautr dato mal conto della Juaammin^fiirationcyCon fi deboli cr fredde ragioni compariingiuduio a éfender finche dicendoli Vaccufatore^che egli poteua produr conm troxento uentitejìimoni fecondo chela legge ordinaua^ Cr che era contento, che efujfe affolutoje egli ne produ celta altrettannin faaor fuorché dice jfero cr ttjbficajfe rocche enon haueuarubato cofaalcunanella prouincta, non he bbe facilita n e modo di poterjì ualere di ^uei buon pattt,cheglifaceua Vmuerfano ,fu nondimeno ajfoluto per PanUca nobiltà [ua^ej per la buona V frefca me mona del padre, DiCotta, MA,P comelofplendorc degli huomini eccellenti hebbe grandispmaforza m éfender quelli , che fi trouauano accufati perlor difetti es" mancamenti , cefi non hebbe molta autorità nel fare, che efujfero gajUgam titanzi lo hauer loro acerbamente proceduto cantra di quelli fu cagione molte volte dtfarkaffolu€re,lMao Scim pione Emiliano accufo cotta dauantt er Lucio seftdio. OTTA Via 240 VoWoyCT iMdo ScjhUoTrimtdrt\per elfer eórp tardU ft^gnere il fuoco ,chef\ era appiccato neOa uiafacrJy fm do fiati citati dauanti al popolo dd Tribuno della ‘ /ubito che e comparirono furono condannati , » Di Publio Biblio Triunuiro, - ' ^imilmentePublio Bdio uno dei tre deputati a far U guardie la notte per la citta.accufato da P. Aquilio Tri buno della Plebey^ dalpopolo condannato, perche era fiato negligente nel far le Cerche la notte per la citta» Di M.Bmdio Porcina, F V égrandisftma feuerita quet iùdido del popolò, cheeffendpaccufatò n.Bamlio PorcinadaU Casfto di bauere edificato nel contado Alfino una cafa in luogo ^oppo rdeuatp , la condanno in grànditjìma fomma di danari, DiunCondann^iUo, On e da trapajjar con plentio la condannatone di coluiyilquale amando troppo ardentemente m fuo ragazzOfpregato da lui in Viila,chefacejfe apparee chiare a cenaun Lamprcdotto di Bue , non fi f accendo c^eM Bue in uicinàza,nefece ammazzare unó di q/iet U che arauono il podere, per contentarlo , cr per tal cém gionefu accufato cr con.dawiato,cr ciò gli auuenne^er effer nato in quei tempi alla antica, che hoggi di^nfe ne /crebbe tenuto conto alcuno, Di una donna, che ammazzo . o li Madre, -à \ j^t^chorp parlare di queU i,che cafcatiin pena della uU td^on furono neajjoluti,ne condannati, fuacufiua dì uàzl^ Mirco popilio lennatePretorcuna certa donna, che co un pezzo dilegne baueua morto la maire,dtìla^ fiV r. , is>rB R. o . iófanon fi diede fenHntu ne in prò ne in contnr, perché era manifedo^che noffitdd dolore de ifi^uoli,che dd* Umdrefua^p^r cdtv,^eUteneuafeco erano flatiauUc lenatiÌhaueu4MeùMc^o)hmÀ, fceUratezz^i conMdtral Vuno deiquaUdcìitiifugiudioàto indegno ejjfcrt affolfé tà cf Vétro d^ejJerpunUaìf^i'ì ‘ ^ ^ P , . . . - • « ^ . -V •V ■ tTj ^ Dimà Dottna^'mmazz^ ’ xM .-r. .v.MU-marUo-^ X T^pmdeckfòf^t,cbeDolobelUvicenifòl^^ ' V VAjtayhauendone n'dtr fententUfietto^é^nto con VanimofofpefchVpa matronadi Smirnehanea nfor* toiLmmto cr d figfiteold,perbauer ritrotMtOy che da h ro era flato occifo unfmfiglittóh;gióuane mtnóf cf • dèotfinrsifpparenz^éje Vbóueuahamto del pròno nta^ rùa^ioptd coJatappOTma dottanti à DolobelU la rime/ fein Atene dgiudùiodcgUArCopagitUpereheegltnon firifobteua diajfoluere éoiei^khe hmeffecmmlJh duoi homiàdt,ne iadtrahanda punirla, battendone hauutofi giaflacagione.Dolobella in uefo'coìne Viceconfolo cr Konmo,procedeintdeafò molto eonfideratamenteo’ tontnmfttetttdine,manemor4fgli Areopagitip gouàra narono in do manco prudenteniente,iqudi conpierató cr difcujfodcafOyintpoféroAltré^ era la accu fata,che dì qém a cento aftnitorhajfero a loro mosfi dd inedefimo affetto,chcDfi i^uHacr V a^a 'parte trottò maniera diìwnhattère a dare una tdfentén* ìcatT>dobelU conrimetterla agii AriopogUi Et gli Ario 'pagàkol differirU ^ ^ * - degmiid o T T A O 24t DE GJVDICII PRIVATI. ' Cdp. II, ‘ ^ Di CLmdio CenturriAlo, ,) I QiucUcij publici aggtugneremoi prim u Op. III. DiAmtfia ^ Ataccre non e ancora di quelle Don ne lequM audacemente dauand a i Magijtrati difefero in perfona le lor ragionici d*altri,non bauen* do ri/petto ne dVefser Donne, ne al* IhoneBa , che a la StoUa,che in dofio portauano,fìruercaua- Amefìaaccufata dal Pretore dtf e felefueragionicongrandifsimo concorfo dipopolo da* uantiai Giuàci, che efso pretore Ludo Titiodauantial fuo tribunale haueua fatto ragunare^ZT hauendo animo* famente,cr con grande artificio u/ato tutti igeili ermo di di diretchefi ncercauano qr importauono alafua dife fa,fuafsolutaalprimo,ne hebbe qfi alcuno diquei^udi ci in disfauorè. Et pche ella rapprefentaua in habito di Do naVàio uirileiera chiamata Andtogtne,che uuoldire una DonaMafehia» Di A ffraniamog, di Liei Bruttionc» G Ma Affranta moglie di Licinio Bruttioe: molto prò taa littgare,difefe fempre le fu e ragioni perfe me* defimadauàti al pretore, no perche gli mancajsero Auuo eatiftna perche era molto ardita cr fenza uer gogna, perdo mettendo ogni giornoa romorei Tribunali,diuc neil fuo nome di maniera irf^me, che uolendo ancor og gi dire aduna femitM,che L^esfauiita etfenza uergogna, /egli dK€,Gaia AjframaMoricojietaltempo di Gaio Cc fare la terza uoitOtCife e fufattoConfolo,ZT da Seruilioz fkefy lafecondOfCbee par molto pm conuenietUe dar no I OTTAVO 24^ titìd dd tempo^ che mori un jimil M ojko, che del ternm poin che egli nàcque^ Di Hortepa figlio. di Q^Horté. Et HprtenpafigliuoUdi Quinto Hortenpoxeffendo le gétil Donne Romane da grandiffune grauezz^ opprejje da i Triunum,ne bauendo ardire perfona alcu* na di prendere la loro protettione, parlo ej[a in perf ona donanti a effiTrmuiriindifefafua cr deWaltre molto animofamente^cr con grandiffma efficacia , perche fen^ dop in lei riconofciuta l^eloquentia del padreiottennegra tia de la maggior parte de danari.che crono fiati loro im* pofii. Quinto Hortenpouennea refufcitare in perfona de la iigliuolayCrgli diede lo fpirito cr le parole, ma la eloquenza degli Hortenpi,termmo inpeme con Voratio* ne di cofiei. llche non farebbe feguitoife i defcendètid^n tato Oratorchauejfero uoluto imitare le uejh'gic di qllo' DELLE ESAMINE ET , - inquiptionù Cap, 1 1 1 1. ^ ; »Tf er parlare apieno di quefia materia 'iudiciaìe,parleremo di coloro a i quali: lefaminati, no e fiato creduto dai Ciudi jcijCr di qUi ancora a iquali e fiato creda Ito fenza copderationeJcua.Ad un fer }uo di Mar, Agrio,Argé,fu oppojto che gli hauia tnprtoAlefferuo di Tito Fmio,etptal cagione tprmetuato dal Padrone, confejfo cr raffermo cop effer. la ueritOyOnde datolo in potere diPanniofugiuftittatoi et di quìuiapoco tempo colui,chepenfauano ejfcre fiato da lui ammazzuto,torno a cafSfti Di P. Craffo, E S fendo pubUo Graffo andato in Afia capitano, a de* bellare il Re Ari/ionico, fi diede tanto a la intelligen za de la lingua greca,cheparlandofi quella in cinque mo di in tutte le m, miere Vapprefe benisfìmojaqual co fa gli acquifio affai di beneuolenza tra i Confederati del popots lo Romano^perchein quella lingua che e ueniuonodaud tialfuo Tribunale a domandar ragione, nellamedefima rifpondeua cr daua ifuoi decreti DiRofciOp uogliamo trar del numero di quefU, ancora R 0* fcio,f empio chiarisfimo deVarte Scenica,Uquale non mà hcbbe ardire di ufare ogefìo 0 atto alcuno di perfont in prefenza del popolo, fe egli prima non s'era pronità in cafa.Onde queSi^arte non nobilito Rofcio,ma effo no* bilito Parte,CT non f olamente s^acqutdo il fauor del po^ polo,ma ancora Pamicitia de principali della citta, Que* fiifono ipremij di chi e aUento,foUecÙo,cr perfeueran* te in talifb*dij,mediante iquah non fora fiata prefuntione che uno Hifirionepsiameffonelnumero disi fatti huo* mini, T>egliEfiemi.diDemofiene, j^Rdgioneuole,cbe la induca de Greci per hauer gio* *^uato affai alla nofira,gu^H ancora il frutto deHelan» ncl€Uer€,Demofien€Ctl cui nomcperuenuto M orcc* OTTAVO ^8 iictro^deUquide fette poteffe uenire a cdpo^ehe egli et nel tempo, che fi conueniua,cr conpreHezz Di Appio - - Direi, che lofpatìo de la uUa (eAppiùfujjeJtatotait to^lianto egliuijfefenzd ejferpnuodeHume de gk ccchi^ddquale flette priuato una infinita j I ^ : L I B R O ro profejfionejiqudli nonprefmnmono di fc medepmì^ cr che di fe parlando moderatamenteyO' quando hanno a parlare d^dtri lo fanno con rijpetto cr prudentemète. Di Platone fdofofo , : I L mede fimo pUe tenne PlatonejUqudCy fendo ueniUi * * a configUarpfeco coloro^che haueuonó prefo afabri careilfacro Altare, del modello^ cr forma di cjfo,éjfe loro,^€ andaffero ad Euclide Geometra,K!T coptienneà cedere alla Scienza anzi a la profejfione di EucUde, • DeUi Atèniep,^^ difione» D AUegrap Atene ddfito Arfanée, or meritamente, . ^^perche un tale edipcìo, et per la bellezza CTper la fpefa,che ui ua dentro, e cofa marauigliofa. Varchìtetto» re del quale chiamato Pilone p éce,che nel Teatro rende ragione deldifegno di quepafuaopera con tantagraHaet eloquenzat^he quel popolo, ilquale naturalmente e elom quente,attribui,non manco laude alafua eloquenza, che aH^arte, Diuncerto Artepce, 1^ Arauigliofamente ancor arifpofc ApeUe,che foppor ^to patientemente tPeffer riprefoda un Calzolaio de le Pianelle crfibbie,d^unaimagine, cheglihaueuadipìn* ta,cr uolcndoil medepmo riprenderete gambe ancora • di ejfa pittura,gli dijfe,chealui non$*apparteneua parlm piufuychedelefcarpe Della uecchiezza* Cap,XIIIh A uecehiezza ancora condotta aU^ul* timo fuo termine, p e uifia in quePa me depma opera tra dquantiefempU di queUi huominiecceUentifp orlando de lainduPria,trattereme ,non dimeno ancora in quello luogo parttculannen OTTAVO 1^8 ie^acaochee non ffoia,che noi hMUm micato di far mi éonodi quella part€:allaqualc gli ìddij furono tanto pro^ pitij crfiuorxuoU cr per darli ancora con lafperanza di potere fempr e utuere piu qualche anno , come un ba&on cr fojlegno di ejjauecchiezza,ai quali appoggiandoli^ cr cotfiderando ala felicita de gli antichi uecchi fi um con piu contento cr aOegrezza.Et per cóh fermare anco ra la tranquilita dein ojirofec olo^delquale in fin o a qui niu noejlatopiubeatoycon quella fperanzachegUha cheti n ojiro ottimo principe habbia con [akte de la no^ra CiN talungo tempo auiuert yprofperando fetnpre dibenein meglio. ^iM.ValerioCormo, MArco Valerio Cornino fini il centepmo anno cr tra il primo cr il Sejiofuo Confolato uifu quanti annxjcj' nonfolamente gU baflarono gagliardamente t$ forze delcorpo intere CT fané ad ammiiujirar le coft piu importane de la Kepublica^ma ancora a.cultiuare diHgen tijjimamentele fue pojjefsioni; efempio certamente defi» dcraPiUfC^ quanto a lo ejfer Cittadino cr quanto a lo ef fer padre di famiglia. • Di Metello. Vlffe il medefimo [patio di tempo , M etello,et quat Uro anni époi,chegU erajiato Confolo cr Capita uoifeudo (iato creato già molto uecchio pontefice majfi/ mo^hebbe laCura de le cerimonie cr celebratiohide gli diuimuciuiduqt anni f mantenendo fempr e la uoce chiara cr e/pedituMe inaigli tremarono le maiune lo axn tnini^rare Le cofe pertinenti ai [acrifiaj,' QDi Qjcabio Majfimo, Vnito Fabio Majfimo ef eretto Fuficio Sacerdo* KIC il i • ^ LIBRO tiJedtrU Auguri fejfantaduoi anni hauendo ottenuto tal égnita che glieragia ne Veta uirile, tale che connumerm do et coput^oinjìeme Vuno e^Valtrof patio di tempo, uerranno a fommare quajtil numero à Cento anni, ■ ] Di M, Perpenna, C He. diro io di Marco Perpenna^che foprauiffeatul ti quelli Senatori^ che al tempo del fuo Conf alato fi crono ntrouati aconfultar [eco ne lefacende de la Re» puBlica,crdatui erono dati dimandati del lor pareremo’ Setteuide folamente ejjer rejiattuiuidi quelli che furon da lurclettiSenatoritquandofu Cenforeinpeme con Lum cioFilippo, onde lafuauitautnnead ejjer piu lunga di quella ditutto il refto degli altriSenatori,che crono mor ti Di Appio - -- Direi, che lo [patio de la uita Appio fujfe fiato tan toqiumto egli uijfe fenzd ejfer priuo dellume de gli ccchijddquale flette priuato una infinita (Pannhfe egìi,an cor che t'fiiffe condotto in quella calumita^non hauejfe ua toro/amètite retto CT gouemato quattro figliuoli mafchi CT cinque femmine^zT ungran numero di fuoi partigiani €T CbientuUfCr la Republica ancora . Pw oltre,trouan* dofigia aggrauato dagli anni,p fece portarein Lettica nel Senato per dijfuadere lapace uituperofa , chealhorà fi trattaua con Pirro Et chifaraqueUo,che chiami Appio Cieco^chefi dalungeuide queUo,che a la patria era utile cr honefio,etfu cagione cheefsauiprouedefsallcheper femedepmanonuedeua, ^ Di Liuia móglie di Kutilio,diTerentia moglie di Ci ^ M cerone, ér di Clodia figliuola (P Aulo, Olte donne ancora uifsero longo tempo, ma farle roSycioe de la Senettu, doue afferma , che il Re de Latini uijfe ottocento anni.Et acciocbe e non pareffe,chefuo pa drefuffe trattato fcar[amente,gliconfegno in [uà parie fecento anni, DELLA CVPIDITA DELLA Gloria, Cap, X V, Nrfe habbia origine la gtorÌ4,cr qua U ellapa^o perche ui fi debba acquiti ftarla,a’fegli e fi meglio non ne te* ner conto , come cofa Ma uirtu non necejfarta , penfinui coloro Jquali co , f^^uno il tempo nella fpaculatione ima cofano- a t quali ancora e fiato conceffo dipotere KK Hit LIBRÒ eonelo fi uentffe a fpegnere, imicàdo lo esèpio di Fi l ia , che nello feudo di minerua ut comejfe la jua effigie, di maniera,chefcomcttcdoft,fiuem ua a feometere tutto lo feudo. Degli eflernidi temiiiocle, 1^ A poi che egli fi dilettaua di andare altrui immitàdo, ^piu prudentemente harebbe fatto ad imitare l^ardoa re diTemiHocle,ilquale dicono, che agitato cr traua^ to dallo {limolo deuagloria.Et per do non pofandomd la notte,cr domandato, perche cofi a quell ^horafuffefuo ra di cafa,rifpoje. Perche itriomfi di milciade mi tolgono il f onno. N on e dubio,che Maratone Artemifia cr Salo* mina,chedoueuano dipoi ejfereiUuIìrate con fi h onorate uittorie,cr in mare CT in terra tacitamente lo innanima* nano cr accendeuono.il medefimo andando uerfo tlTed tro,per ueder celebrare lefefie Sceniche , cr domandato qualuoce di coloro,che haueuono a recitare, credeuache fu jf t piu per aggraiirli,rifpof eaHhora: Quella che me* / / OTTAVO 2(52 gUo cantandoli fapeffecfprimereVdrte^che io ho tenuta CT la prudenzajche io ho ufata inguerra,cr nelgouerno dcUaRepublica.Etcojì uenn'e quapyCome cofa lodeuole, a render gloriofa la dolcezza > che Vhuotno ha della gloria . DìAlelfandro magno. L* Animo (VAlejJandro magno fu neramente infatÙM bilenche referendoli Anajjarcofuo compagno^ alle gando V autorità di Democrito fuo maeftro , che ci erano ancora oltre a quello^che noi ueggiamo un gran numero di mondiJiffe.O poueroame^cheancora^un foto non tai fon potuto mpgnorire . Parue ad un huomp m ortale piccola cofapojjeiere un mondarla cui capacita e baHan* te a riceuere tuttigli iddif immortali. Di Arijiotilc fìlofofo. ^Oggiugneremoallaardentispma cupidità d^uno,cht ^ era giouane crKeJafete infatiabile,che hebbe Ari* Potile deWhonorez:rd€llagloria.Haueuacolh4 donato * a T codette fuo iif cepola i libri da lui compoJU delParte j Or atorUyperche effo gli mandajfefuora in fuonome^dif prezzare. t>\a in qualtique modo jÌ4 da interpretare la disfmulatone di quejhtaliyeUa certame te e piu tollerabile yChe la professane dfcolqrOyiqudi pu rCyche e posfmo ppetuareilnome loro ^ no hàno hauuto rifpetto ad acqmjlarf do ancora con le fceleratezze Ne/ numero de quali non fo fe paufania tengati principato^ perche hauendo domandato Hermocle,in che maniera egli potejje in un fubito acquiliarfì nome^ar rifpondcdo hychefeglianmazzaiia qualche perfona iUu[he CT ho* norata,che tutta laglonadicoluiuerebbeinltiia tranfc* rirp. andò incontinente cr ammazzo FilippOy cr ne con feguito quel che egli defìieraua , perche quanto Unome di FilfppOymcdiente la fua uirtu era per uiuere illullre ap^ prejjo deiposleriytanto eraforza^cheper hiuerlo mor* toutuejfe ancora il nome di pauf anta. Di unoyche per acquijiarp nome uoUe met* • : - ter fuoco nel tempio di Diana» FV bene facrilega la cupidità della gloria di coM, ilqua le uolle meter fuoco nel Tcpio di diana efefìa,aàoche mediante lo incédio di un tèpio tanto celebratOylafuafa* ma p tutto il mondo ji diuolgajfcyp come egli dipoiyePen do torment:UOyConfejfoMagli efepydepderando , che il nome di cofui in tutto pfpegneffeyhauean prefo buono ìfpedientefacccdo un DecretOypilquds: probibiuono ai ogn^uno il farne mètioeyfeTeopopo homo digràdispmo ingegnOyCt cloquèza no Vhauejfepopo nelle fue hiftorie. \ I OTTAVO ' 26^ delle prerogative et premi- nentie de gli huomitu eccelUnti.Cap.KVì. Gli animi purgati cr ftnceri, fu fem* pre digràdtsjìmo piacere yilueder e il* lujkaticr magnificatijecodo t ìor me riti gli huominiuirtuofi or eccelle ti, p che debbono ejfere jìimatigìi honori pari a meriti di ejfa Virtu.Et par che naturalmétegU huomini f empire fene ratlegrinOyaoeyche I uirtuofì cerchino (fejfereyCy fieno honoratiMa quanti queiofentadmio animo in quefio luogo tutto acce ierji CJT infiàmarfi a celebrare la cafa di Aguflo , tepio d^ogni honoreet Uberalitayno dimeno piuapropoftto mi pare d raffrenarloycociofiajehe fe bene in terrai* attribuifca ho norigridisfimiacoloro,che fi hòno fatto dar luogo in eie io, no dimeno non fi puoméaggiiugnereai meriti loro, T>ell*Affricano maggiorOyO' del primo Catone, FV fatto confolo l* Affricano maggiore innanzi al te po dalle leggi determinatOypcheVefercito Romano pgnfieo alSenato ejfer cofit necejfmo.Ondc e mal ageu o le agiudicare, qualcofaglirecaffe magi ore bonore,olau tonta de i padn f enatori,che lo eleffiro , 0 il Gndicio de 1 foldatiychelo domàdarono,pchelaTogalo creo tapita* no coirà a Cartaginefi, cr Vatmilo propofero , quelli^ h on ori, che in uitaglifuron 0 f atti gràdisfimi,far ebbe co* fdlungail raccontarli,p effer. numero infuuto,cr no necef fono al farne metione,p haueme difopranarratila mag giorparte.Etperofoggiugneroquellololamete,cheintra tutti gli ètri ancor a oggi dilui fi celebra come cofa hono reuoUsfima,E po^a lajfuaStacm nella ctlla digme otti* , Libro no majtmOfCr ogni uolta.che detU Gente ComeKd , o per magillrdto cr dignità ottenuta o per altra honoreuol cagioeft ha a celebrare qualche feftaye tolta di quel luogo cr codotta a tale celebratione er a lui folo il capidoglio ferue in cabio di palazzo fi come ancora laJlatuadiCato ne maggiore fi trahe dellaCurìaper il medepmo conto. Grato certamente fu ilf enato in uerfo di Catoncychenol le che quel cittaiinoyche fu tanto utile alla Repubucayrtc co di tutte le uirtUyCr piu p ifuoi meriti che per beneficio dellafortuna, grande, GT reputatOydelcontinouofeco ha bitajfe.Dal cui c onfiglio caTtaginefu opprejfa prtma,chc dalParmidi Scipione. Di Scipione iìafica. -C Ancora Scipione Uaftea un chiaro fpecchiodihon ore ^percheilfenatof come ^Oracolo d^Apollme pitto auertito Vhauea,uolle che per le fue mani , non fendo lui^ ancoraftatoQiu^llorefufericeuutalaD^ da pesfmonte, perche dal medefimo Oracolo s^ramtefo, che Ci eleggeìTe il migliore er il piufatito cittadino di Ro ma per rieuerlacon quelle cerimpnie,che s^apparteneua no fpiegacrriuolgituttigU Aniiali,pontidauantugU oc chituttiicarritriomfali,che non trouerrai nelle preroga tiue di tanti huomini eccellenti alcun oychelo trapaf ri. Di Scipione Emiliano. Ad ogni poco ci SI rappref entono gli Scipioni , aedo chemtuttiiluoghisia fatto da noi mentione della lorcuramrtua-eccamz-t. il popolo Romito, do. mMdjndo SdpioneEimlmo EdiU.lo fece confolo,0‘dipoiun'dtruuoludomMdondodteiierf4. to Qiie&ore , er bollendo per competitpre aw»f o mofsim figlmlodelfrdtUoJu à miouo folto confalo. l OTTAVO 2^4 il Senato ancora gl', diede per lo flraoriùnario l^ammini^ Granone cr gouerno prima dell^A jfrìca^dipoi dellaSpa gna.^^ ninna di quejie dignitadi ottenne come cupido ciC fadinOyO come ambitiofofenatoreyft come dimofiro chia ramente non folo il corfo feuenspmo della fua iòta , ma ancora la morte, che a tradimento CT per inpcke gli fu data. Di M.. Valerio. FV ancor a Marco Vaia io parimente bonorato da gUhuominicr dagli iddijcon duoifegni euidentisji mi,gliiddii,mandando miracolofamente un Coruo,com» battendo ejfo con unfrancefe, chein quel Duello l^m* tafieconfeguirlauittoriail romani,facendolo confalo di uentUre anniOndein memoria del fatore,cheallBorari ceue dagli iddìi la cafa antichispma cr nobile dei Vale»^ rmp fanno, dal cognome di ejfo V(deno,àìiamareiCorM uiniyCr nel beneficio crfauore riceuuto dal popolarsi re pula a grande honore,PeJfereinnanzitempo illor Valem rio fatto confolo,zy"Veferejìato il primo che introdu» eejfe in cafa loro tale degnila. E la gloria ancora di Qinnto Scéltola ,che hebbe' per compagno nel Coufolato Lucio Crajfo,fupo^ co illudre cr honorata, ilquale tant fe rouine,ancora la citta di V olf maJEra abbondati* tisfìma,tra ornata di cojiumi cr di leggi era tenuta il capo della Tofcana^ma poi che la Jt comincio a dare alle deli* tiecr alùiLujJuriacafco nel profondo del uituperiocT delle miferie^tale che ella fu tiranne^iatafin dalliSchia uhde iquali pochisfimo numero prejero ardire^ da princi pio di occuparci luoghi de Senatori, dipoi occuparono tutta la R epublica uoleuono,che i T eUamenUftfacejfero a uoglialoro3prohibiuano,aUa nobiltà il ritrouarfì injiem me a conuiti,o adallre ragunate,pigliauano per moglie le figliuole dei lor padroniylEmlmente f crono una legge, che efuffe lor lecito fuergognare cr uiolare cop le Vedo ucycome le maritate fenza pregiudido alcuno, CT che niuna Vergine nobile n^andajfe a marito , [e prima dadi* cun diloro non erajlata manqmefia» Di Xerfe, XlàrfegranMspmo ostentatore delle factdtaKegaU p compiacque tanto nella Lujfuria, cr nella Ubim dincycbeaqual puoglia,che hauejfe ritrouato qualche nuoua maniera di piaceri ,haueua ordinato per publico bando, che gli fuffe pagato un tanto, ma mentre che egli fi lafcio troppo trafcorrereinquefiefue delitie , nefegui la rouina di quello imperio^laquale fopra ad ongn^altra fu grandispma» Di Antioco re di Siria» Amtioco ancoraKe della Siria don meno incontiné te cr iMfiuriofo di Xerfe,imèando il/uo efercitp- LIBRO UciecddTÌnfdtutLuffuria di quello Jtà ntdg^or piL, Siila, VdoSdlaJlqualenonfipuomai abboBanzaloda* ' re 0 uituperare, perche neW^tcqdfìar l e uittorie rap prefento Sdpione al popolo romano^nel ualerfene rap* prefento Rannibaleyperche^poi cbegli bebbe egregkme tediffefoleparti della nobiltaffece crudelmente correre per la citta di roma^cr per tutta la Italia i fiumi del fan* gue ciuile/ece ammazzare quattro legioni della fottio ne contraria,che sperono afficurate fottólafede fua^in una cafa,che era del publico in campo Martio,aUaq^e non ualfe il raccommandarfia quella defira,chebauea mancato deUa^omeffafedeJccuilamentcuolifiridaper I libro umercncUetrmMthrecciie4(IUalU,^3Teune SMcofottoilgrMe pe/o JìeronoJl4tiJime«o/oIopercleer rofi}>aue«^o uno , chegU referma qual fujfno tutte le ÌuoneBorfe,ondepottjfe cauar danari. Volfeft ancora monUfuacrudeUacontroaìledonne,non gh parendo l4«er fatto 4ainello DiHannibale, JL Capitano di cofloro Hannibale, c la uirtu del quale confijleua la maggior^ parte ne la crudeltà^) fatto de 1 eorpiKomani un. ponte foprailFiume Gdoatifece paf* ' fiffcifuo efercito fOccioéelaicrrafperimentaffe lafse* MM LIBRO ter4t4 paffotd de Io efercito terrejire Cartdgtnefr,p come Hettuno hauea fperimètata queUa del m^e. li medepmo, hauendo prima {tracco cr affaticato i prigioni Romani da ipaepyche cponeuono loro addoffo, CT dal cammino , uenen^ doli édopoUcredione de i Confoli molti atroua o a cafa per dimandargli conpgUoUutti ne gli mandoidicen doiVoifapete ben dimandare conpglio,ma hon fapde già eleggere,chiui configli cr prouegga a i fatti uojtru Hebbe quefo detto in fegrauita ; cr non fu detto f e non a ragione , non dimeno farebbepato aìquuntomeg che non l'hauejfe detto, I De Patriùj Romani, Mperochechie quello che giudamente pojfaadia MM iùi libro fàffi colpopolo KotnuftofEt pero non Tneritono todeUi queUiyche al pre/ente narrcr:mo,bcche quello che eferonojtancoperto dato fpUndore de la nobiltà loro, équalhperche Gneo Elauio huomo di bajfa cr utl conditio nehmua ottenuto U Vretura, ìndignatifene gli traffono dt ditto le Aneila , cr cauorono ancorale briglie a i fuoi CauaHifT le gettarono nel mezo de laftrada.Etcofinon potendo predominare ale lor pafftoniyia piagnere in fuo ra,ne ferono ogn^ altra demojiratione. QueltimoiiuiQ 1 ra coft impetuofìjfurono di perf one parliculari, o dipo» chi contro a tutto il popolo,nta quelli che appreffo narre» remo furono di tutto il popolo contro a i nobili cr princi pali» Di Giouani Romani, di MaUio Torquato, Fabio Majfmo» Ritornando MaUio Torquàtoin Roma, crwpor* tondone la uittoria de i Latini,cr de i Capuani, fa cendofeli incontro tutti j uecchi pieni diaUegrezzatdei Giouani non gnen^ando incontro alcuno, perche baueua fatto ammazzare il figliuolo:perh(Mer contro al fuo co mandumeuto combattuto udorofamente coi nemici, CT riportai one la uittorit Hebbero compaffione queigioua» ni di uno detta età loro tanto rigorojaméte punito,ne per quejìo affermo, che quello : che efeceroifujfc ben fatto, ma dim oUro quaU ftano le forze detterà ùquale hebbe forza di dividere Veta cr’gli ajf ettiinetta medcfima»CUta, La medcjìma ira hebbe ancora tanto di potere,che ejfen* do tuttala Cauatteriadel po.Ro, mudata daFabio Con folo et capitano alla coda de i nemici,potcdo qttafaciliné tc et ficuraméte r5perli,ncordàiojì che il detto fabio era NOMO 37 7 undiquelUychehiUiM impeditola legge Agraria ^no9 uoU e combattere* Di Appio Claudio* LAmedepmairarendendo odiofo Appio So eferd to per effere (tato il padre molto acerbo inimico del la plebe,in fauor della nobiltà cr del SenaiofecCycbe uo ' lontariamenie fi mejfeinfuga per non fot e acquifiare U ustoria cr d triomfo al fuo capitano* Qu^te uolte adì» dunque uenne ad effer Vira mncitnce delia uittorialPrima nonlafciandoìGtouani romani andata fi a rSegrarecon Torquato del triomfo de i Latini cr capuani ,0“ a Fabio togliendo la piu bella occapone,chegli haue jfe bauuto in uincere U nemicOyCT ad Appio [accendo uolgere'jn fuga tutto lo efercito* Del popolo Romano, Aquanta fulauiolenz cr crudeleiuenne fenz Paceua Haunibale profefsione diguerreggiare contro a i Romanùcr tuffa jtaUa,magouernandop nei modifopradcttt\no uenn'eglì i(combatterepiutopQcontro ad effa Pede^pigliadop pia» cere delle menzogne cr dei tradimenti^come un'altro fa tebbe (Tuna bella Sdtnz^ o d^una fingulare mtu • Onde K O M O ^ ^ ndcque^cU douegU era per Ufciar Hfe lafao in dubio qual fuffe maggiore , o ùgrandezKn del fuo nomerò la fua trt^ùU cr maluagjta, DELLA VIOLENZA ET SBDI- tione, Cap. VII, el popolo Roma. A per raccontare le Seditiom et lào lenti: feguite^ no folamente dentro aBaCitta*ma ancora nello efercUo, Ludo Equitio Uquale fi focena figlio lo di Gracco , cr dimandano ^ejfer fatto tribuno mfieme con Ludo Som tuminOf contro a quello, che difponeuano le leggi , pofto . iti prigione da Mano:gia la quintauolta Confolo.fu catta iodi prigione dalpopolo,ilqaale hauendo rotto la carco-. re,neloportouia di pefocon grandjfimafejia CToRe* grezz4.ll medefimonon uolendo Quinto MeteUo Cen^ ■ fare pigliare il Cenfo da e ffoicome figliuolo delfopradet to Gracco jcerco di farlolapidare, perche il detto Metdm lo affermauOfChe Gracco hauea hauutdfolo tre figliuoli, de qualuuno era alfoldo ì SardignatPaltro a,Preneile a Ba ' lia, il terzo, doppo la morte dd padre era morto in Rom ma:cr che non era ragioneuole, che fintili perfone uili KT abiette cercajfero annidiarfi tra lefamigUenobi!i,auuena^ gacheintraqueflealtercationila incon/ìderota temerità cr pazzia del popolo fi leuajje contro al C onf jlo,zx ^ tro alCenfore molto imprudentemente cr con grande audacia,cr non la/dajjè indietro co fa alcuna arrogante et , profuntuofaiche la non ufajfe contro a i fuoi principali et NN Hi I LIBRO magpori Fu quejld fediHone deUa Plebe R ornimi [ol(b» mente temerma^mi quelli che mene ipprejfo fu ancori fanguinofaiperche il popolo primamente caccio fuor di cafa fui cr dipoi ammazzo lAumio competitore di Satur nino, hiuendo gii creatinoue Tribuni , arrecandoli foto duoiCompetitori perildedmo,acciochecon lo ammaz zare un Cittadino tanto buono, fi defsefaculta ai un tri» fio cr fcelerato di confeg Atare il Tribunato» Di certi creditori,cr di UCafsio ♦ JL furore cr impeto di certi, che crono Creditori di puf perf one in un fubito Ituo in capo contro a Sem» pronio AfeUione pretore Vrbano,iÌquale perche haueua pref 0 la parte de i debitori irritati da Lucio Cafsio Tribù» no della Plebe, Pandarono atrouare furiofamentein Pia za donanti al Tempio dela Concordia,doue eghfacripca uOyCr cofirettoloafuggirefuor di Piazzalo perfeguùa fono fin dentro ad unaBottega, doue egli s* era n^co» fOyCT quiui lo tagliarono a pezzi- E cofa certamente de^ teiiabilache quel luogo, doue fi tiene giujiina cr ragione^ fufsefottopojìoa takinconuenknti,mafe noi ciuoltere monile feditioni dello eferàto molto maggiormente ci perturberemo. De Soldati di L.SiUa,cr della morte di Gratidto» E Sfendo la Prouincia deWkfia , per la legge Sulpitia data ingouemo a Gèo Mario aVhora priuato,pfar Vimpref a contro a Mitridate, cr hauendo fpedito Grati* dio fuolegcUo a Lucio SiHa Confalo per condurrete le» gioni, fu tagliato a pezzi dai Soldati ^fiegnati d*hauerc auenirefouo Ì*ubiieìenza i^un priuato^O" leuarfida \ NONO 284 ^ueUd di un Confolo,Md chifoppùrteramà^che i 5o^ tt bambino a correggere conU morte de i Mcmdatarij i den creti del popolo fio efercitofece quelli uiolez^t perPbo fiorccr conferuationedel Confolo,m4 quel che [eguiU fu contro al Confalo. De Soldati é Gneo Pompeio,cr della mor tedi Quinto Pompeio. PjErche Quinto Pompeio compagno diSilUnetConm folata ycfsendo mandato dal Senato fuccef sore aUo ef eretto che comandaua Gneo Pompeio, Uquale piu che non permetteuono gli or MnideUa Citta z!r contro aUauo^ glia de i Cittadini ne era (lato Capitano ,fu afsaltato da i SoldatitCorrottidaUelupnghedeUo ambidofo Capitano appunto che haueua cominciato a facrificarcj cr co/i 4 gmfadi Vittima lo ammazzorono: cr U SeM^o, che in .quello confefso cedere al furore dello ^eràtó^mi^o di non accorgere di tanta sceleratezz^ ■ h - *• 1 Come Gaio Carbone fu moro ' ’ todaiSoldatU r * A Ucorafubruttaier federatala molentia di queUé ' A efercito, ilquale ammazzo Gaio Carbone , fratem lodi quel Carbone^ che era fiata tre uoUe confolo^eT qfio,p hauer lui uohto ridurli fiotto la difciplina militare troficorfaper le guerre ciutli,cr raffrenare ancora la lo ro licenàoyUn poco troppo rigidamente f EtccfiuoUelo efercito piu tojìo macchiarjì con quella fi grande fceleraa^ tezza f che correggere i fiuoi corrotti ’o" abbomineuoti coftmLl • NN itti ’ / \ • r, \ /\ DELLA TEMERITÀ Cap, Vili. Ono ancora gUimpetiicUaTmt^ rita cofi /ubiti, come uehementijd le punture de tquakpercojfe le méd deglihuominiytion cono/cono ne ì pericoli,loro,ne poffon rettamente giudicare altrui opere» Del maggiore A jfricano» Q Vanto fu temerario V Affncano,che diSpjgna con due^ QMnquereme pajjoin Affrica al Re S^ace,ri* mettendo alla dtferelione di quel Re pieno di fronde , CT diinfidie la fua falute,€r quella della patria , CT co fi nel metterli a pericolo di effer fatto prigione o morto da ejfo Siface,mejfe ancora in un medejimo tempo a pericolo tul io lo Stato della Republica» Di Gaio Cefare» Ma parlando di Gaio Cefare,cT del pericolo alquà le egli fi meffe,ancorà)e e fujje difefo CT guarda to da i cel^i lddij,pure io noi pojjo refertre f enza tutto raccapricdarmiiChenon potendo ajpettar piu lo indugio di quelle genti , che haueuono a pafiar da Brindifi in Ap* poUoniattnolìrando di fentirfi in dijpo^o fi leuo da tono* Ìa,CT firaueèitofi agm/a d^un Seruidore monto [oprauna BarcOyCrgiu pel fiume {^addirizzo alle bocche del mare ’AdriaticOyCr nonoftantecbe efu/seunagran,tempefta^ comando fubito al Padron della barca, che fi mette/se in mare.ll perche dato un pezzo aUa dura a coneraftdre co Vonde CT co t uenti,cede alla fine necefsttato , cr quando e uide non poter far altro» NONO i8^ T^efoldati di Albino capitano, A incora fu crudele ZT furiofaUtemcrita di queifoU datìJUqualéfu cagione , che Aulo albino cittadino egregio per nobilta^per cofiumi, cr per hauer ottenuto nella citta tuttigU honoricT degnita per uane vfalfe fu fpitionifulfe in campo lapidato dallo efercito , delquale era capi lan o. Et quel che fu piu crudele dogn' altra cofano che raccomandandojt lui cr pregando di potere gium ftificarfi^cr direkfue ragioni, non gli fu mé uoluto concedere. DE GLI ESTERNI* Di nmnibde, O^dedte^o manco mi maxauigUo che HannibaU fendo di animo feroce cr crudelejnon lafàafie di* fenierfi,ne ditele fue ragioni ad un gouematore della . fua amata di mare^dìe fi trouaua innocente. Egli partito fi di petiUa con tarmata per pajfare in Affrica, cr ariua* to al faro àtAespna,non credendo,cbef Italia CT Usici liafuffero fpiccate Vuna da ValtrOyammazzo U detto Go uernatore,chiamato Peloro,per/uadendop^che e Vhauef f e uoluto tradir e.Et dipoi conpderOta meglio cr con piu dtligenzalaueruadeUacofagli perdono quando non u'e ra piu rimedio, faluo che farli una bella honoranza.Et co - fi UP^a di quello fopra quel promontorio di Sici* liaCche di qmfu clamato peloro^uoltainuerfo lo Pret* to, laquale a quelli , che nautgano innanzi CT indietro ,fi rapprefenta donanti agli occhinon folo per memoriadi ejjo Peloro,maanchoradelfurorecr beffialita mbale . Degli Ati nifi, t- i I t I B R Ò Kinésfifnafu ancòraU temerità degli Ateniepj qudefu cagione, che gU ammazz poteuonoalfùjiondiedcmaivfidodlcuno,4 quelli detm f ìatribupoUla^quandoincampomartiocopariuano adom . , • mandarlo,per non farehonore rie f onore a coloro > haueuoncerco di torUiatdta,che per quanto fafpettoua • ad ejfa Tribu,erano ^ati fpogUatì della (dtacr della liher \ I ta.laqual umdettaper confenfo del Senato^O" di ogn^um I nofuapprouata. « VcUanendettaderomanì contro ad Adriano, ^ A Drianohauendo mal trattato i cittadini romantg ' che erano in Vtica,cr per tal cagione ejfcndolU^ to da loro abbrucciatouiuo, no fene fece in romane quc rclOfiiefegno alcuno di pufUtia, DegleftcrnideUareginatmof%v*heremce, . L*una cr Valtra regina, timori^ cr Berenice , honorem . uolmente p uendicarono.Tomiriferuandop della tc fta di Ciro cilquale epa haueua occifo, in uendetta del firn gUuolo }perbcreìn cambio di tazza con dirli, S A N*i G V E ptipiytT io difangue t*empio.Ét Berenice j altrié menti Laodice, per efferp grandemente f degnata, che A fuo figliuolo Ariarate era^toatradimento morto, per ordine é mitridate fuof rateilo, monio fopra un carro,ar matOfO'perfeguitando quel Satellite ddre^chiamato par I LIBRO nome Ceneo.chc er4^perchey efsen* do dipoi per comandamento é detto Mario, mediante le difeordie CiuiH,cofUretto a morir sintonico la fua Carne ra tutta di frefoc cr accef oui dipoi un gran fuoco di Cor* boni ui fi rinchiuf e dentro onde offefodal uaporeeyfu* modi efti in queUahumidita; incontinente fimorù Uebe fudigrandifsima uerogna a Mario in quel fuo trionfo: che un tale huomo fufse condotto afurudelenecefsUadi morire. NONO ‘ Di Lucio Cornelio Merula» NEiquali franagli della Reputlica ludo Comelté Menila, che era flato Confolo cr Sacerdote di Gio ue,pernon epere il giuoco a- lo fcherzo di fi crudeli er infoienti uincitori^tagliatojì le uenenel Tempio di Gioun fchfola morte uitupcrofa^ chedatnemiàgh eraftatuap» parecchiata,cr co fi gli antichi filini fuochi di quello li* diofuron o imbrattati del f angue del fuo Sacerdote» Di Hcrcnnio Siciliano» AN cera fu animof o cr forte tifine di Herennio Sicì liano.delquale Gaio Gracco,come amico ffì era fer Ulto per Arufpice. ìmperoc he fendo menato in carcere fot to il nome di cotale amicitia , neU^en trar dentro fi batte il capo di forte ncUo pipite deUa prigione , che fubito cafeo mortoichcfc gli andana piu oltre un pafso dona nelle mam rt i del Carnefice^che lo doueua uccidere» Di Gaio L/cimp. TA/c, nclÌ*ammazznprequePoPilein^ardarekfuaperfona:Egli,leua itti (dintorno tuttiifuoi amici, elefe alla fua guardia huo mmi diferocifsima natione,er Schmirobudifsimi, tratti delle Cafedeipiunobilidi queUa citta. Et anchora per paura de i Barbieriinfegno radere aHe/uefigUuole^et pOi Libro cfce Verone crefeiute^non fidando ancora aloro il ferro in mano,arrouentauaigufci dinoce,cr delle GhiandCiCt sifaciua con quelli a bronzare i peli della barba^ej i ca* pelli. He si fido piu delle fig^uoUyche di due mo^ie , che gli haueua una di Siracufa chiamata Aridomache , Valtra locrenfe,chiamata Doride con lequaUnon ufo maifepri ma non Vhauea fatte per tutto diUgentemente cercare fe Vhaueuono armùoUra di quefio fece fare unfojfo molto largo intorno al fuo letto non altrimenti,che si faccia in^ tomo ad un^efercito accampato,hauendoui fatto ancora il ponte a leuatoio. tenendo alla porta di fuora le guardie Cr di dètroferandola di fuo mano molto bene a ftanga* Di quelli che nel uolto CT fattezze del corpo sifomigliarono, Cap. XV» VeUiyChe fono di piu profonda fden tia piu fottilmente deputano di colo rocche nei liniamenti del uolto et fot tezzedel corpo sifomigliarono ; de iquali alcuni fono d^opennione tche talsimiglionza nafea tra quelli: che fon del medesimo fangue:& hanno la medesima origine: ptgliandotpernon piccolo argumento: lo effempio degli altri onimaliuquali nafeon quasifempre simili a chi gli ba generati. Altnniegono do auuenire per ordineejlegge deUanatura: maloattribuifconoal cefo ZT alla fortuna, affermando di qui nafeere : che molte uolte si uede iVu^^ b eWhuomo naf cerne una brutta creaturaicr iunOicheltf ^ ìlKegifiro . • « abcDefghiklmnopqrstvxyz. A A BB CC DD EE FF GG HH li KK LL MMNNOOPP. Tutti fono Quatemi eccetto pp che duerno» in Vine^a Del M D L I. I %»> R. S1LVA."E7ZA' RcSTAU^O Zia Val S3 Tal. Qj3.22^ f. Nome compiuto: Valerio Massimo. Keywords: Roma antica. Per H. P. Grice’s Play-Group, The Swimming-Pool Library, Villa Speranza.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Valerio: la ragione conversazionale alla villa di Roma – filosofia italiana – By Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Roma). Abstract. Keywords: il filosofo alla villa. Grice: “Unlike most of us, Austin preferred to spend his weekends alone in his Oxfordshire villa!” -- Filosofo italiano. He has a statue erected in his honour in his own villa (‘Ain’t that cute?’). Nome compiuto: Publio Avianio Valerio. Keywords: Roma antica. Per il H. P. Grice’s Play-Group, The Swimming-Pool Library, Villa Speranza.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Vallauri: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale dell’interpretazione giuridica – la scuola di Roma – filosofia romana – filosofia lazia -- filosofia italiana – By Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Roma). Abstract. Keywords. Implicatura, IVSTVM. Ross's suggestion about 'good' would, moreover, be at best only a description of one special case of analogical unification, and would not give us any general account of such unification. I might add that little supplementary assistance is derivable from those who study general semantic concepts; such persons seem to adhere to the principle that silence is golden when it comes to discussion of such questions as the relation between analogy, metaphor, simile, allegory and parable.  So far as Aristotle himself is concerned it seems fairly clear to me that tie primary notion behiad the concept of analogy is that of 'proportion'.  This notion is embodied, for example, in Aristotle's treatment of justice. where one kind of justice is alleged to consist in a due proportion between return (reward or penalty) and antecedent desert (merit or demerit) but it remains a mystery how what starts life as, or as something approximating to, a quantitive relationship gets converted into a not-quantitive relation of correspondence of allinity. It looks as if we might be thrown back upon what we might hope to be inspired conjecture.  I take as my first task the provision of an example, congenial to Aristotle, of the unification by analogy of the application to a range of objects of some epithet. I shall expect this to involve the detection of analogical links between the exemplifications of the varicty of universals which the epithet may be used to signify. My chosen specimen is the verb grow. Filosofo romano. Flosofo lazio. Filosofo italiano. Essential Italian philosopher. “Italians, especially noble ones, love a long surname, so this is Luigi Lombardi Vallauri. I say: if he wants to keep the Vallauri, that’s what he’ll go with by!” Grice: “He favours animal rights, as I do.” Professore universitario italiano. È stato Professore di filosofia del diritto a Milano e Firenze. Insegna all'Università degli Studi dell'Insubria e all'Università degli Studi di Sassari, dalla quale è stato chiamato per chiara fama. Nipote del predicatore gesuita Riccardo Lombardi, cugino del direttore della Sala stampa vaticana Federico Lombardi, nonché nipote di Gabrio Lombardi, si avvia alla formazione teologica alla Gregoriana di Roma. Si laurea in giurisprudenza col massimo dei voti a Roma, suo maestro è stato BETTI. Dopo la laurea perfeziona gli studi giuridici in Germania e vince molto presto il concorso per la libera docenza. Diviene professore in filosofia del diritto a Firenze, dove ha insegnato anche argomentazione giuridica e filosofia del diritto. Ottiene la cattedra in filosofia del diritto a Milano. Dopo il collocamento a riposo insegna presso le Como e Sassari. Massimo esperto di teoria dell'interpretazione giuridica, già direttore dell'Istituto per la documentazione giuridica del CNR e presidente della Società italiana di filosofia giuridica e politica -- è autore di saggi filosofico-giuridici. Con il suo Terre: Terra del Nulla, Terra degli uomini, Terra dell'Oltre ha aperto un nuovo filone della sua ricerca, dedicato alla filosofia della religione e della spiritualità. Al saggio Nera Luce, V. ha consegnato la sua critica serrata ai dogmi del cattolicesimo e l'approdo all'apofatismo. I suoi interessi recenti riguardano la tutela giuridica dei diritti degl’animali. È vegano. Fonda e conduce, un gruppo di meditazione teso a esplorare le possibilità di una vita contemplativa all'altezza del sapere moderno. Il suo libro traduce in scrittura il seguitissimo corso di meditazioni tenuto dall'autore per Radio Tre Rai, propone una mistica laica, ossia una mistica che prescinde da rivelazioni soprannaturali coniugando il pensiero scientifico occidentale con le tecniche di meditazione tipiche delle filosofie orientali.  Allontanamento dall'Università Cattolica. Insegna filosofia del diritto presso l'Università cattolica di Milano. Tiene una conferenza a Bari e all'inizio decide di sedersi in terra, giustificandosi presso l'uditorio con la frase. Del Dio che emoziona non mi sento di parlare seduto su una sedia, quindi, mentre parlerò di questo Dio, starò seduto in terra». Sospeso dall'attività didattica a causa del suo insegnamento ritenuto eterodosso rispetto alla dottrina della chiesa cattolica. Fra i punti problematici secondo le autorità ecclesiastiche, un giudizio di V. sul dogma dell'inferno, da lui definito:  incostituzionale in quanto nessun atto per quanto grave può meritare una pena eterna e perché è contraria ai princìpi più avanzati del diritto, e specificamente del diritto influenzato dal cristianesimo, una pena che in nessun modo tenda alla rieducazione/riabilitazione del condannato. Il professore ha affermato in seguito. Quando i giudici ecclesiastici mi hanno cacciato fuori dall'Università Cattolica non riuscivano a formulare l'accusa ed io ho detto. Ve la do io, il papa è quasi infallibile nell'errare. Dopo l'esito negativo dei ricorsi giudiziari interni, si è rivolto alla corte europea dei diritti dell'uomo.  La corte si è pronunciata a favore del ricorrente, ritenendo che fossero stati lesi i suoi diritti alla libertà di espressione (per il provvedimento adottato dalla cattolica senza contraddittorio) e a un equo processo (per il rifiuto a pronunciarsi opposto dagl’organi giurisdizionali amministrativi), entrambi garantiti, rispettivamente, dagli articoli della convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali.  Nei suoi corsi e libri V. si è occupato di varie tematiche: filosofia del diritto, critica dei riduzionismi, filosofia della mente, misticismo, buddismo, sessualità, meditazione, diritti degli animali. Riassumeva la situazione storica attuale tramite la seguente formula: [E = (m+e) + i (ab) + fd + oid] -> [N.O.] -> [(N. e/ax/es)] + (I.P.)]  La prima parte è l’equazione del riduzionismo ontologico. L’essere è riducibile alla somma di materia, energia e informazione. L’informazione è di due specie: algoritmica e biologica. Il riduzionismo diventa poi scientismo tecnologico, con l’aggiunta di un fattore di dominazione, ossia la teoria baconiana del conoscere per dominare, e dell'organizzazione industriale del dominio portata dalla rivoluzione industriale. Le conseguenze dello scientismo sono il nichilismo ontologico, ossia la scomparsa di ogni tipo di spirito (dio angeli anima), il quale può avere due esiti antitetici: le filosofie del soggetto assoluto e quelle della morte del soggetto. L’ultima conseguenza del processo è il nichilismo etico assiologico ed esistenziale, ossia la negazione di norme e valori oggettivi. Esso genera un vuoto, che nella nostra epoca viene occupato dall’individualismo possessive, ossia la credenza che gli unici beni sono ricchezza successo e potere. Occorre dunque articolare una risposta filosofica al riduzionismo, individuando quali realtà si sottraggano alle sue pretese. L’oggetto principale che sfugge alla riduzione è la mente. Saggi: “Saggio sul diritto giurisprudenziale” (Milano); “Amicizia, carità e diritto” (Milano); Corso di filosofia del diritt (Padova); Cristianesimo, secolarizzazione e diritto moderno (Milano) Terre: Terra del Nulla, Terra degli uomini, Terra dell'Oltre, Milano. Il Meritevole di tutela, Milano, Logos dell'essere Logos della norma, Bari, Nera luce (Firenze); Riduzionismo e oltre: Dispense di filosofia per il diritto, Padova, Trattato di Bio-diritto. La questione animale, Milano,  Meditare in Occidente. Corso di mistica laica, Firenze,  Scritti animali. Per l'istituzione di corsi universitari di diritto animale, Gesualdo,  Note. Magister, L'inferno? Una vergogna, L'Espresso. Guadagnucci; Scritti Animali. Per l'istituzione di corsi universitari di diritto animale, in Visionari, Gesualdo (AV) (Gesualdo, Guadagnucci); Bosco, Cristo o l'India, Verona, Fede e Cultura, Guadagnucci. Sullo scarso fondamento dei fondamentalismi, Nuovamente. V., Neuroni, mente, anima, algoritmo: quattro ontologie, Lettura magistrale al VI congresso della Società italiana di neuroscienze,  Guadagnucci, Il filosofo degli animali, in Restiamo animali: Vivere vegan è una questione di giustizia, Milano, Terre di mezzo,  Meditare in occidente Corso di mistica laica, ciclo di trasmissioni radiofoniche su Radio3 Rai. Meditare in occidente Corso di mistica laica, ciclo di trasmissioni radiofoniche su Radio3 Rai, Meditare in occidenteL'anima di paesaggio, ciclo di trasmissioni radio-foniche su Radio3 Rai, edizione. Conferenza/lezione tenuta dal titolo: Non-violenza e Animali: un tema antico come le montagne e sempre più ricco di futuro. Evento organizzato da Progetto Vivere Vegan,   Interviste Sì agli interventi che aiutano i nascituri, intervista di Perna, LIBERO, l'Unità, Firenze, e Rassegna stampa sul "Caso V." I Nuovi Inquisitori, di Pace, a Repubblica, A dialogo con V., di Pollastri, Phronesis, Note, di Franza, Officina sedici. Luigi Lombardi Vallauri. Vallauri. Keywords: implicatura, IVSTVM. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Vallauri” – The Swimming-Pool Library. Vallauri.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Valle: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale della volutta – la scuola di Roma – filosofia lazia -- filosofia italiana – By Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Roma). Abstract. Keywords. Cicerone, dialettica, rettorica, la filosofia del linguaggio ordinario, ordinary Latin language philosophy, ordinary Italian language philosophy, H. P. Grice, Athenian dialectic, Oxonian dialectic, Roman dialectic, dialettica atenese, dialettica romana, dialettica fiorentina, dialettica oxoniensis – boves vedum OX-FORD. Filosofo romano. Filosofo lazio. Filosofo italiano. Essential Italian philosopher. Umanista. M. Roma. Di famiglia piacentina, studiò a Roma, dove il padre era avvocato concistoriale. Nel 1429 lasciò Roma per Pavia: qui insegnò eloquenza sino al 1431; due anni dopo, lo scandalo destato tra i giuristi dello Studio dalla sua Epistola de insigniis et armis lo costrinse ad abbandonare la città. Peregrinò allora per diversi luoghi, finché nel 1437 si stabilì a Napoli, segretario di re Alfonso di Aragona, che costantemente lo protesse. Deferito all'Inquisitore in seguito a una sua polemica con frate Antonio di Bitonto sull'origine del Credo, fu salvato appunto dall'intervento del re. Da varie accuse si difese presso il papa con l'Apologia adversus calumniatores (1444); tuttavia solo nel 1448 poté stabilirsi definitivamente nell'amata Roma, scrittore e, sotto Callisto III, segretario apostolico e insegnante di eloquenza a titolo privato e all'università. Complessa e significativa figura del Quattrocento italiano, V. esprime la più matura cultura umanistica per la connessione posta tra le humanae litterae e la vita civile, per la polemica contro i barbarismi della cultura scolastica, per l'impegno filologico e storico. Nel suo De voluptate (titolo della prima redazione, 1431, nuova redazione col titolo De vero bono) egli svolge una vivace polemica contro l'etica stoica e l'ascetismo cristiano, in difesa della natura, ministra di Dio; di qui la celebrazione di una morale che è impegno e gioia di vivere, ricerca di piaceri giustamente equilibrati secondo il loro minore o maggiore valore. Ma dove più forte appare l'influenza dell'etica epicurea (V. rifiuta però l'atomismo e la fisica di Epicuro) si inserisce senza contrasto l'insegnamento etico cristiano: anche questo indirizza al conseguimento del piacere, del più alto e più puro che si realizza nella vita futura presso Dio, ma che non è necessariamente in contrasto con il godimento di beni terreni; questa posizione ispira l'assidua polemica antiascetica e la celebrazione del piacere sino alla divina voluptas. Nello scritto posteriore De libero arbitrio (1439), è in primo piano la polemica contro la ragione dialettica e sofistica, per celebrare il primato della fede, sulla scorta dell'insegnamento di s. Paolo. Il bersaglio è Aristotele e la teologia scolastica aristotelica, soprattutto il tomismo. Sulla linea della polemica antiaristotelica si svolgono anche le Dialecticae disputationes (1439), dove si ribadisce la condanna di Aristotele per la sua astrattezza, per l'incapacità di offrire insegnamenti validi nella vita associata, nelle scienze pratiche; ma la polemica si allarga contro il dogmatismo, contro le futilità della logica, contro un sistema che sostituisce le parole alle cose. Sullo sfondo della polemica antiscolastica si comprendono meglio la difesa della lingua come strumento di comunicazione e di conoscenza, la difesa della grammatica e della retorica come scienza del pensiero e del linguaggio. Le Elegantiae linguae latinae (1435-44) sono da questo punto di vista un testo esemplare: la lingua latina offre, nella sua purezza, lo strumento per conoscere quello che è il patrimonio di cultura più elevato della storia umana e un mezzo di comunicazione e trasmissione dei valori proprî di quella cultura. Ma soprattutto in V. lo strumento linguistico si presenta come strumento critico e storico: di qui l'importanza delle sue Annotazioni sul testo del Nuovo Testamento (1444; pubbl. da Erasmo nel 1505) e del De falso credita et ementita Constantini donatione in cui V. dimostra, con ragioni filologiche e storiche, la non autenticità (del resto già sostenuta da Niccolò da Cusa) del documento che avrebbe comprovato la donazione di territorio fatta da Costantino alla Chiesa, e quindi il diritto dei pontefici al potere temporale. Polemico contro gli ecclesiastici è il De professione religiosorum (1442; pubbl. 1869). Acuto critico della tradizione anche storiografica, non fu però egli stesso storiografo eccelso: i tre libri Historiarum Ferdinandi regis Aragoniae (1444-45; pubbl. 1521) sono, più che una storia del regno, una biografia aneddotica del re, padre di Alfonso. Tutta l'attività di V. e le sue aspre polemiche (con Antonio da Rho, con B. Fazio, col Panormita e soprattutto quella con Poggio Bracciolini) significarono l'affermazione d'un metodo filologico e storico, in stretta connessione con le esigenze di una nuova comprensione del mondo latino e della elaborazione di strumenti idonei a una vita nella città terrena.Nato da genitori di origini piacentine -- il padre era l'avvocato Luca DELLA VALLE -- riceve la sua prima educazione a Roma e Firenze, imparando il greco da Aurispa e Aretino. Lo guida lo zio Scribani, un giurista funzionario in Curia. Il suo primo saggio e il “De comparatione CICERONIS Quintilianique” in cui elogia Quintiliano a scapito di CICERONE (vedi), andando contro all'idea corrente e mostrando già in questo primo saggio il suo gusto per la provocazione. Quando muore lo zio, spera di ottenere un impiego nella curia pontificia. Ma i due autorevoli segretari, Loschi e Bracciolini, ferventi ammiratori di CICERONE, si opponeno all'assunzione. Grazie all'aiuto di Beccadelli, detto il panormita, e chiamato ad insegnare retorica a Pavia, succedendo al maestro bergamasco BARZIZZA. Questi anni furono fondamentali per lo sviluppo della sua filosofia. Pavia e infatti un vivo centro culturale e puo approfondire le sue conoscenze giuridiche, osservando inoltre l'efficacia del procedimento di analisi critica dei testi, che lo studio pavese applica con rigore. Acquire una grande reputazione con il dialogo “Della volutta”, nel quale si oppone fermamente alla morale del Portico e all'ascetismo, sostenendo la possibilità di conciliare la morale ricondotto alla sua originarietà, coll'edonismo dei filosofi dell’orto, recuperando così il senso della filosofia di LUCREZIO (vedi), che sottolinea come tutta la vita dell'uomo è fondamentalmente volta alla volutta, intesa non come istinto, ma come calcolo dei vantaggi e svantaggi conseguenti ad ogni azione – alla GRICE: Morality cashes in interest. A conclusione del “Della volutta”, sottolinea, però, come per l'uomo la suprema voluttà e la ricerca spirituale. Si tratta di un saggio considerevole. Per la prima volta, una tendenza filosofica che è rimasta confinata nell'ambito della filosofia romana classica e ri-valutata. Le polemiche che seguirono alla pubblicazione del “Della volutta”, gli costringe a lasciare Pavia. Da allora passa da un luogo all’altro, accettando brevi incarichi e tenendo lezioni in diverse città. Fa la conoscenza d’Alfonso V al cui servizio entra. Il re ne fa il suo segretario, lo difende dagl’attacchi dei suoi nemici e lo incoraggia ad aprire una scuola a Napoli. Durante il pontificato di Eugenio IV, pubblica sulla falsa donazione di COSTANTINO, “De falso credita et ementita Constantini donatione". In esso, con argomentazioni storiche e filologiche, dimostra la falsità della donazione di Costantino, documento apocrifo in base al quale i cattolici giustificano la propria aspirazione al potere temporale. Secondo questo documento, infatti, e lo stesso COSTANTINO, trasferendo la sede dell'impero a COSANTINO-POLI, a lasciare al pontifice massimo di ROMA il restante territorio del principato. La dimostrazione di V. è accettata e lo scritto è datato all'VIII secolo o IX secolo. “Quid, quod multo est absurdius, capit ne rerum natura, ut quis de CONSTANTINOPOLI loqueretur tanquam una patriarchalium sedium, que nondum esset, nec patriarchalis nec sedes, nec urbs nec sic nominata, nec condita nec ad condendum destinata?” “Quippe privilegium concessum est triduo, quam CONSTANTINUS esset effectus christianus, cum Byzantium adhuc erat, non Constantinopolis.” V. dimostra che anche la lettera ad Abgar V attribuita a Gesù e un falso e, sollevando dubbi sull'autenticità di altri documenti spuri e ponendo in discussione l'utilità della vita monastica e mettendone in luce anche l'ipocrisia nel “De professione religiosorum” suscita l'ira delle alte gerarchie ecclesiastiche. E obbligato, pertanto, a comparire davanti al tribunale dell'inquisizione, alle cui accuse riusce a sottrarsi soltanto grazie all'intervento del re. Visita Roma, dove i suoi avversari sono ancora molti e potenti. Riusce a salvarsi da morte certa travestendosi e ritornando a Napoli. Vengono divulgati gli “Elegantiarum libri sex”. Il saggio raccoglie una serie straordinaria di passi desunti dai più celebri scrittori latini – CICERONE, LIVIO, VIRGILIO -- dallo studio dei quali occorre codificare i canoni linguistici, stilistici e retorici della lingua latina. Il saggio costitue la base scientifica del movimento umanista impegnato a riformare il latino sullo stile di CICERONE. In le "Emendationes sex librorum Titi LIVII" discute, col suo modo di scrivere brillante e caustico, correzioni ai libri di LIVIO in opposizione ad altri due intellettuali della corte napoletana Panormita e Facio che non avevano il suo stesso spessore filologico. Con la morte del re, la sua fortuna inizia a volgere in meglio. Recatosi nuovamente a Roma, e ricevuto da Niccolò V. Assume il ruolo a lui più consono di professore di retorica, ma non perde nemmeno il suo spirito caustico e inizia a criticare la Vulgata, facendo confronti con l'originale greco sminuendo il ruolo di traduttore di GIROLAMO (vedi) e DONATO e giudica spuria la corrispondenza tra SENECA e Paolo. Sotto Callisto III raggiunse il culmine della carriera, divenendo segretario apostolico. È quasi impossibile farsi un'idea precisa della sua vita privata e di suo carattere, essendo i documenti nei quali vi si fa riferimento sorti in contesti polemici e, pertanto, fonte più di esagerazioni e calunnie che di testimonianze attendibili. Appare comunque come persona orgogliosa, invidiosa e irascibile, caratteristiche cui però si affiancano le qualità di elegante umanista, critico acuto e scrittore pungente nella sua continua e violenta polemica sul potere temporale dei cattolici. -- è un personaggio di eccezionale importanza soprattutto quale rappresentante del più puro umanesimo. Con le sue spietate critiche ai cattolici e un precursore di LUTERO contro VIO, ma è anche il promotore di molte revisioni di testi. La sua filosofia si basa su una profonda padronanza della lingua latina e sulla convinzione che è proprio un'insufficiente conoscenza della lingua latina la vera causa della lingua ambigua – piena d’implicature -- di molti filosofi. V. e convinto che lo studio accurato e l'uso corretto della lingua e l'unico mezzo di acculturazione feconda e comunicazione efficace. La grammatica e un appropriato modo di esprimersi sono a suo modo di pensare alla base di ogni enunciato e, prima ancora, della stessa formulazione intellettuale. Da questo punto di vista, la sua filosofia e tematicamente coerente, in quanto ciascuna delle parti si sofferma innanzitutto sulla lingua latina, sul suo impiego rigoroso e sull'individuazione delle applicazioni erronee della grammatica latina. Il profondo distacco storico ci permette di distinguere la sua filosofia in due filoni, quello filologico e quello critico. Sebbene sa mostrare eccezionali doti di storico negli saggi critici, questa capacità non è però riscontrabile nell'unico saggio definito storico, cioè nella biografia di Ferdinando d'Aragona, tutto sommato un modesto elenco di aneddoti. Il principato romano inizia a tramontare, il che si palesa non solo nell'indebolimento delle forze politiche e militari, ma anche nello sfaldamento dell'ordinamento interno e soprattutto nell'imbarbarimento della cultura. La crisi generale e l'accettazione di molte genti non italiche tra i cittadini romani provocano un lento ma significativo allontanarsi dalla lingua latina verso forme dialettali e meno eleganti, come l’italiano. Si evidenzia la necessità di uno sviluppo della lingua latina che presuppone la canonizzazione della parlata popolare e della sua semplice grammatica. Sono i primi sintomi della nascita del volgare, che necessita di un millennio per svilupparsi pienamente. Durante questa lunghissima transizione, in tutta l’Italia ci è un'enorme incertezza linguistica. Il romano classico cede lentamente il posto ad una mescolanza di nuovi idiomi che combatteno pella supremazia. Gl’effetti di questo periodo di passaggio sono ben visibili soprattutto nelle traduzioni che via via nasceno dal romano verso l'italico, poché la linea di demarcazione tra il romano e il volgare e fluttuante e nessuno dei traduttori puo dirsi un vero esperto in materia. E il primo a stabilire un limite alla volgarizzazione, decidendo che un cambiamento oltre tale limite e già parte del processo di sviluppo. In questo modo, riusce non solo a salvaguardare la purezza del romano, ma pone anche le basi pello studio e la comprensione del volgare nato dal romano. Si pone tra i maggiori esponenti dell'umanesimo non solo per il suo costante apporto di punti di vista umanistici, bensì anche per la sua annosa avversione alla cultura scolastica. È indicativa ad esempio la sua tesi in “Della volutta” sugl’errori de PORTICO praticato dagli asceti che non avrebbero preso in debita considerazione la legge naturale. La morale consiglia infatti, a suo avviso, un'esistenza allegra e godereccia che non preclude in alcun modo l'aspirazione alle gioie del paradiso. Analogamente, nelle “DIALECTICAE DISPUTATIONES”, confuta il dogmatismo di Aristotele e del LIZIO e la sua arida logica che non offre insegnamenti o consigli, bensì discute solo di parole senza raffrontarle con il loro significato nella vita reale. Altrettanto critico si dimostra nelle “Adnotationes in Novum Testamentum” quando usa la sua profonda padronanza della lingua latina per provare che sono state le traduzioni maldestre di alcuni passi del Nuovo Testamento a causare incomprensioni ed eresie. È a lui dedicata una fondazione che in collaborazione con Mondadori, pubblica la collana dei romani i in cui vengono proposte edizioni critiche di testi classici. L'arte della grammatica, Casciano (Milano, Mondadori); “La falsa donazione del principe Costantino”, Pepe, Firenze, Ponte alle Grazie, Scritti filosofici e religiosi, Radetti, Firenze, Sansoni, Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, “Repastinatio dialectice et philosophie” (Padova, Antenore). Treccani enciclopedia, Il Contributo italiano alla storia del Pensiero: Filosofia) ; Garin, "La letteratura degl’umanisti", in Cecchi-Sapegno Letteratura italiana (Milano, Garzanti); Basilica Papale SAN GIOVANNI IN LATERANO, su Vatican. Pubblicate per la prima volta da Erasmo da Rotterdam. Antonazzi, “V. e la polemica sulla donazione di Costantino, Roma; Camporeale, Valla. Umanesimo e teologia, Firenze, Istituto Nazionale di Studi sul Rinascimento, Fink, Laffranchi, “Dialettica e filosofia in V.” Milano, Vita e Pensiero; Mancini, “Vita di V.”, Firenze, Sansoni; Regoliosi, “V.. La riforma della lingua latina, della lingua italiana, e della logica, Atti del convegno del Comitato Nazionale, Prato; Firenze, Polistampa, Donazione di Costantino. Dizionario di storia, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, Enciclopedia Italiana, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, Rita Pagnoni Sturlese. Su treccani. in Il contributo italiano alla storia del pensiero Filosofia, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, La falsa donazione di Costantino, su classic italiani. La tomba su Penelope uchicago. LAVRENT Ad uetenm denuo codicum fidem ab loarnie Rtnerio emendata omnia. Kjran i APVD SEB. GRYPHI VM IVGDVNI, 4 o* STVDIOSO LECTORI S. Hd£« /etfor optime hos elegdntidru libros multo quum diu tehdcurtqudm prodierint,emdculdtioref,loanis Rtcnerij opc- ' rd,cu/m nonnullis dnnotdtionibus, tibi hdudpdrum profuturis , ab eodem in mdrgine ddditis. Veterum dutem dutorum cxem- pld,qu / V d/c lcttor,Rjcnerijqi ld- ’boribus fuere. 1 1 .«jiiJDiO I lOANNI TORTELLI r9. Aretino , cubiculario Apoflolico,Theologo* nat iUam dignitatem,quam ab ida ornetur. Nec ego minus ueneror cius uirtutes apud me, quam datas a Deo Apoftolicas claues , d(aues,quum pro: fert im [cientia [aerarum literarum.ilauis ud* cetur,ab eodem Deo tributa,qux apcrit,cr nano claudit: cf ait* dit,cr nemo aperit, Jftuj utraq manu clauei gcflat,[apientix altera,altera potejhtis. Quare ( ut libere quod fentio dicam) uel magis mihi lxtnndum,atq; gloriandum erit, fi a taminte * gro,tm fan (tortam fapienti uiro,quamfid fummo Pontifice, laudabor. Summi enim Pontifices imlti fuerunt, [e d qualis hic, uix unus,aut alter : quem ab fit ut emerendi fauons gratia im* penfius iaudauerim, quippe qui fciant er me improbaturos ho mines, fi mentiar.ej illum talem effe,qui nec feipfum ignoht,' crteflimonia fuarurn laudum malit in pettoribus efje,quam itt* linguis. Neq; uelim te hanc ei epiflolam oflendere. I n qua etft laudatur, id tamen non ideo fit, ut has laudes ipfe, fed ut exteri legant:cr (quod ad nos attinet ) magna [ane honori tuo , ac meo fiet accefiio ex hac Nicolai pontificis commemorationes Etenim fi in arcubus triumphalibus ,cr columnis,cxteinsq; id genus operibus in honorem aliquorum cxtruttis,qu6 fintau * guftiora,cernimus interdum alicumDci,aut D eo finuhs imaginem [uperpofitamicur ipfe naputem mihi ficiundu/m,ut huic mex columna (non aufim dicere arcui ) duodecim paffus alta, quam ego opifex tibi ob fingularem eruditionem, fummarn beneuolentiam,maxima in me merita dicaui , imaginem ‘ N icolai fummi Pontificis mea manu fcalptam in cui mine collocem, ut operis decori quadam etiam , ex ipfo prxfidc maieflas accedat { ita er noflra in illum reuerentia ,ac £ -* religio , cr illius in nos ” fauor , fylendorque ! conflabit. Vale. 4 i LAV £ A  PATRI TII ROMAni , er de LINGUA LATINA bene meriti , in fex Elegantiarum libros elegans , er do= admodum prafutio. WM fepemecwm noflrorum maiom res gc{l as, aliorum# uel regum , uel po * pulorum con fidero , uidentur nuhi non modo ditionis noftri homncs,uerum etia lingua: propagatione exteris omnibus anteceUuifie. N P er fas quide, M edos , Afiyrios,Grxcos,aliosq ; permultos lon* ge,late# rerum potitos effe:quofdam etiam,ut aliquanto infi* nusquam Romanorum fidt,itx multo diuturnius imperium te nuijfe conflatinuUos tamen ia linguam fuam ampliare, ut no* firi ficeruntiqui (ut oram illam 1talia: , qua magna olim Gracia dicebaturiut Siciliam, qua Graea etiam fuitiut omnem I tt* liam aceam ) per totum pene Occidentem , per Septentrionis , per Aphrica non exiguam partem , breui Jpatio linguam Ro= manam (qua eademhatina a Latio,ubi RoHia^hdicitur) celebrem,zr quaji reginam effecerunt,^ (quod adif)fas prouftt , cias attinet ) uclut optimam quandam frudem moralibusnd fu* ciendam f 'ementem prabuerutiopus nimirum multo praclariui , multo# Jf>eciofius,quam ipfum imperiti propagajfe.Qui enim imperium augent, magno illi quidem honore affici folcnt,at $ imperatores nomindtur.qui autem beneficia aliqua in homines contulerunt ,ij non humana, fed diuina potius laude celebran* tur : quippe qui non fua tantum urbis amplitudini, ac glori a confulant, fed publica quo# hominwm utiliatl,ac faluti. lai # noflri maiores rebus bellicis, pluribus# laudibus exteros horni* nes \ PRAEFATIO, 7 tics fuperaruntjingux uero fu£ ampliatione feipfis fuptriores fuerunt,tanquam relido in terris imperio,confortium Deorurtt . in ccclo confcQUti. An uero ( Ceres quod p'umenti,Liber quod * tHniyMinerud quod olei inuentrix putatur , multify alij ob ali*t quam huiufmodi bencficctiam in Deos repojiti funt) Unguant Latinam nationibus didribuijfc minus erit , optimdm frugem, e r uere diuinam , nec corporis, fed animi cibum i H £c cninf. gentes idos , populos qj omnes omnibus artibus, qu£ liberale i. uocantur,instituit:h£c optimas leges edocuit:h£c uid ad omne fapientiam muniuit : hxc deniq ; prxft itit , ne barbari ampliUf - dici pojjent. Quar? quis £quus rerum aftimator non eos pro* firat,qui facra hterarum colentes,ijs,qui bella horrida geren* teSydari fuerunt i illos enim regios homines,hos uero diuinqs iuflifiime dixeris, d quibus non (quemadmodum ab hominibus debet, fit) auftn rcfpublica ejl,maie;}asq; populi Romani folum,fed (.quemadmodum a dijs ) fallis quoq; orbis terrarum: eo^quidem magis,qu6d qui imperium noftrum accipiebant, fuum amitte* re , er (quod acerbius efl) libertate fpoliari fe exidimabanty — nec fortajfe iniuriaiex fermone autem Latino non fuum immi* nui , fed condiri quodammodo intelligebant : ut uinirn pofte* riusinuentum,aqu£ ufum non excufiitmec fcricum,lanam,li* numq; : nec aurim,c£tcra metalla dcpojfcfiione eiecit,fed re * tiquis bonis accefiionem adiujixit. Et ficu t gemma aureo adi* gata anulo non deornamento cfl,fe ' ELEGANTIARVM. ' Ex quo oftendit cr Mifitw» , cr /rw#u cffe declinatio * nis, genere aute diffirre.Ego uero reperio ancipite apud Mar* tialem fcripturd,cr frequentius fic, «t cr ipfe puto feribendu: .Cum dixi ficos, rides quafi barbara uerba. Et dici ficus Cacilianciubes. Dicemus ficus,quas fcimus in arbore nafei. Dicemus ficos Caciliane tuos. Ante omnia,cur ille ridffet Martialem, quod diceret ficus? An non reperitur ficus,faltem pro arbore,atq ; etiam pro frttttu, in numero fingularii Non hoc ergo iUe ridebat. Quid ergo? quod genere abuteretur?ne hoc quidem. Quippe cum dico ficus,quo genere utar, nono intcUigit. Certe ridebat quod alia declina* tione uteretur, qumea,qua debebat, ut ex fecundo uerfu, in quo mutata efl declinatio , apparet. Quod fi igitur Cacilianus de declinatione agebat , non de gencre,debuerat Martialis ad, declinationem , non ad genus refpondere,ut efl putandum:atq; adeo neceffe efl eum rcfpondiffe. Siquidem ( ut o flendi) iUe re * prehcnderat,quod hic ficos diceret , non ficus. Qua reprehen* fio fi ueraefl, ut Prifciano uidetur,qui uult ficus magis effe quarta , que tandem modehia poeta fuiffet,eum qui refte ad* moneat, tam execrabili,etiam uero crimine inceffere? ergo con* iunxit accufationem imperitia cum accufatiotte flagitij per io* cum,cr dicacitatcm,ut moris fui efl,quod ille adeo flolidus,non folum nequam ejfet,ut negaret ficos reperiri, quos fetum, fem* per, cr quidem cum dolore gefhret : quod minime mirum efl reperiri,quum profruftu , ad cuius fimilitudinem morbus ap* peUatus efl,in fecunda declinatione, cr ( ut opinor) in genere mafculino non modo apud poetas, fed apud oratores quoq ; pro* hatifiimos reperiatur.ut Horatius, Pinguibus cr ficis paflum iecur anferis albi. Et Plinius ad Oflnuiwm Rufum, Qua nunc cum ficis,cr hole * Lib.i.epi* tis certamen nondum habet. Et Cicero de Sene£lute,Ex tantulo grano ii.3 Scr. i.faty.J. v* 7 14 Lib.i. Satyra io. LAVRENTII VALLAE grano fici. Quidam grammaticorum recentium3idefl3imperl U torum,aiunt pro fruttu quarta , pro arbore fecunda effe decli - nationis3quum pro arbore fit fapius quartaiut idem de Orato * re : V x orem fuam fujfcndijfe fe de ficu. Seciida autem ut apud luuenalem : -Ad qua Difcutienda ualent flcrilis mala robora fici. 8atur«}.cx. ip, Macrobius er ipfe in fecunda declinatione femper fire utitur, er plurimos ueterum oftendit ufos. Prifrianus uero uult pro fruticer morbo quarta ejfe3cr hoc autor itote Martialis. Hem . que ego inficior ultimum illum uerfum poffe fic legi , ut recitot Prifcianus-.fed id ioco magis 3qukm ferio a poeto accipimus effe dittum.Neq-y enim feipfum3quod ficos dixifjet3fed illius er ne* quitiam3zr imperitia reprehendere uoluitmon ignorans ficos & Latine 3Fd“uldm potm,qum fretus cithara, fideculdm dndlogU exigit . De dutoriMc fdtisfecerit Tetius S fe atraT f °mpeuts,iufcribenst Udes genus cithara,diae,quod ttntm int"Je chord* *»*?“«■» inter homines fides, concordent. fiSL”S. p£ arr TVT fidi1cuUt™g‘‘* fides, fleut sedicula ab ahidiius , nat tdesjedteula a fides , cedicula i cedestnon edeculaSedecula, ** iambos dius mafculina,in eda faminina,in cllu neutra.Culter cultellus . Liber libellus.Puer puellus . T ener,tenera tenerum,tcnellus,te* nella,tenettu:mifer,mfera, mtferfrmifeUus, mifeUa.mifeUu :facer% facra/acrum,facellus/acella}faccllu. unde hoc facellu,pro tem* pio modico.Hinc fidum eft, utfceminina quoq ; fubjhntiuom eodem modo,quo adicdiuoru,ficeret diminutiua. Caper,capra, capella. Puer,puera,puella.Liber, libra,libcUa:licet multo aliud libra,qud liber (ignificct.Hac diminutiua in cUus, et eda exeut. *> Sunt quada m iUus , illa, interea aute priora Prifcianus ponit Ala,uultq; ficere diminutiuu afcclla: Cicero tamc inter pofterio Cic.de Onto* ra. Duo enim mafculina , totideq j foetninina donat hoc genere ?td* * ■ terminatiois:Palus,paxillus:Talus,taxilliis: M ala maxilla: Ala, axilla. Sunt tamen cr alia in hanc uocem exeuntia. T T L.k 4U0% diminutiua, que finiunt in afler, imitationem po * A tius,qum diminutione fignificant: necfc enim ea ratione di* b citur *t> • LAVRENTII VALLAE citur Oleader,Pinaftcr,Apiadrum,Menthadru, Siliquadrwntp quod/it parua olca,parua pinus, partium dpirn , parua mttha, ' parua pliquaifcd quod fylueftria,oleam, pinum,dpiu,methdm, ftliquam imitantia : cr,quo quidam utuntur pliader pro priui* gno,non paruus filius eft, fed imitatis filiumtcr parafttafter,no Pdruuf paraptus ( aliter enim no diceretur a Comico, parada* aft*cimVaiu fler paruulus ) fed imitator paraptorumiut apud M. TuUiu pro Tuu.pro Vjjre yareno,Erucius hic noder Antoniadcr cft.Et ad Atticum lib. |i. ).>.|us (Sora X I i. Omnino folet effe E uluiadcr .id eft, Antonij, F uluify imi* f*01^ i.uc au- totor.EthincAMgujhtuu appdlat pbilofophadrum:non(ut pu* defidtratur, to)paruum philofophum yfed imitatorem philofophorwm : nifi SeSSScS ^cas iwtotionem effe diminutionem quanddm perftftiontf * nuib. 7.ciZis\ushUyuri\ pro fuflU gatione. Carnarium non locus , ubi caro falfa fuff cuditur , fed caro ipfamifi contentum pro continente accipiatur . Donaria, Ser.fn illud %. no lacus repofitorius donoru , fed ipfa donailicet Seruius dicat, ribS8di'^osai ubi dona oblata funt:ficut leftifternia dicutur,ubi homines fede u ad donaria ye in templo confucucrut. ita in exteris adbibenda efl in fimiliu &c% nominum fignificatione accuratio. EijM^ftmmiisTWtinwthi ' n f culina, fcxtmn in a,cr communia,ofjicia homimm,qualmtcmq. ; fignificant. Caprarius,faltuarius , camparius, horrearius, clafiia* riusicuflos exercitorue caprarum, faltus,campi , horrei, clafiis. Sagarius, lintearius, uefliarius : uenditor fagorwm , linteoum, , ucfliu. Proprietarius, Fruduariits,vfuarius:cuius efl proprietas prxdij, cuius fruftus, cuius ufusiqux omnia fignificant a&ione, t # ■ ELEGRANTI ARVM LI3. I. « poffcfiionanq;,numero quidem incomprehenpbilid.Vauca dutc qu£ papiui- acciptitur:Legdttrius,Comoddarius,Depcptirius, Benepciarius, lideicommiffarius: qui legatum , commodatum, i ■. depojitum, beneficium , pdeicommiffum accepit , e r fiqudfuttt * e tiam nomina quadam re * rum,Calana, Sulphuraria: ubi calx coquitur, er fidphur fit. Atque hac a nominibus fere proficifcuntur: dia uero magis 4 uerbis,ucl a tierbabilibus in or, ^msinrta^drium, dftionem pgnipcantia,accufatorius,pd^ortUs, depnforius,p* deiuflmus,inftitutorius , exercitorius , tributorius. N am T rU butarius uenit a tributm,Tributorius a tributor , peut depop* tmus 4 depojitum , Depop tortus a depoptor. Signipcat itaque Tributarius, qui foluendo tributo obnoxius ejl: ut Stipendia* rius,qui foluendo ftpendio-.cr Depoparius,qui reddedo depo* pto: ut Munerarius , qui dat munera populo , gladiatoribus in arena exhibenda. 1 deofa uas efcariwm dicimus,^ uas potoriu : quia hoc a nomine uerbali uenit, illud non uenit. P rator, fena* tor,holitor, littor,no opinor dcfcedere a uerbisifed quia uocem uerbale obtinet,pcut cenfor,cr qua8or,pc formaucrut fua dea nominatiua pratorius, fenatorius, holitorius,Uftoriiis,ceforw, C quaftcrius. Holitor autetn , cft qui horti holeru exercet, que nonnulli hortulamm uocant.Ep er holus,unaqu£^herba,qua ucfcirmr.Namfhrt^x^iivrii rmhvIftTl^^dyrWrib^ conp ti,cr uoluptatis gratia comparati: ut horti Salluftiani,Pompes iani,LUculliani,Claudiani.Lidor, minifter confulis,proconfu * lis,prinetum,uepretm,fimdia^ : tamen dicimus fenticetu, non fentetum. DccucntUjiuflTujpcrmKrUjiugwo. c a p . vir, EVentus in fingulari generis mafculini, er dcclinatiois quot tt eft:cuius plurali M . Tullius fiepifiime in neutro genere , C r declinatione fecunda utitur:ut de Oratore , Ex aliorum fa* &is,aut di(tis,aut eventis, l dem de Diuinatione:Si eventu qux * *”£-«*•* rimus, qux exquiruntur extis .Et ad Luceium : Tabulam reru, euentorumfy mcorum.Et ad Atticum: Sempcr enim cauf!lh feLEGANTIARVM LIB. I, *3 hiffu,er pcrmiffu tuo,quorum pluralia funt potitu fecunda de* clinationis, injingulari fire nunquam . Necjj cnimdicerc fole* : ■ pius iuffo tuo,fed iujfu:non permiffo tuo,fed pcrmiffu . Horatius tomen, V ttr permiffo - id eft, re permijfa , no mrte permifiioemec p1, *• dixijet permiffo tuo, nec iufiibus , permifiibusq; tuis/ed iufiis, pernufaq; tuis:ncc iujfm,pcrmiffusqi tuos/cd iuffa,permijfaq; Eclog>g CT in eodem opere: Na uolucri ferro tindilc uirus inefl. T onfile buxeti, er tofilcs oles legimus,qu6d tofe funt , er in orbem,ac comam putatce . E t hac nomina in participium pafiuu rcfoluutur,qua pafiuu habef.qua uero pafiuo carent , in prafcntis participiu , qualia funt neutra: ut anima uolatihs, quafi uolasicr quidam uolatilia uolucres uocdt, quia uoldt: ut altilia animalia,qua alutur.Sefilcs laduca , quafi fcdetes,quod licet a participio non ueniat,tame eiufde natura efl , cum in fi= gnificatione confentiat,cr d fupino nafcatur.Vmbratilis uide* twr couenire cum catcris,quafi umbratus:ut uita umbratilis , er ires umbratiles: id efl, uita, umbra er opaco marcefcens :er res per inuolucra,er inanitatem,qualis umbra efl,duda,umbrati* les appellantur. V erfatilis quoq; fcetia uidetur fgnificare,quod uerfaturhuc, er idue, no quod uerfaaefl:cr axis ucrfatilis,cr gladius angeli uerfatihs,qu6d uerfatur. Quidam autem uerjilis fccna,cr dudilts dicunt: uerfilis quidem quod quum tota machi tiis quibufdam conuertebatur, aliam pidura faciem ojlenderet: D udiUs uero,quum tradis tabulatis hdc,atq; idac,Jpecies pi= dura nudabatur interior . Plicatilis crijh upupa , quod plica* tur,non quod plicata efl:& nauis plicatilis,qua plicatur, quuto foda efl cx corijs . Eifilis arbor , fi file lignum , fi file robur y tum quafi fiffum cuneis , tum quia finditur , quafi fifibile : ut ap.fi. Plinius libro x v i. H ac maxime fi filia,alia frangi celeriora , quam findi, idem paulo pofl: NutUsfy fi file rimis hoclignum. Dehac foiutiii id cfl,fifim . Solutilis etiam nauis dicitur ( qualis nauis in qua pinx&iuu^- ASnPP,n4 * Nerone filio per infidias pofita , naufragium gio , uide Su«t. ficit) quafi folubilis , qua facile foluipofjet. Ego uero malint & CoriTaci folutilem dicere folutm , er non fideliter confutam . E t f 'edi * itb;i4. lc porrum legimus , non tam fedibile ( quid enim non esi fe* dibilcf ELEGANTIARVM LIB J. tj flibileOquam fettum,cr fua /ponte concifum,cr [eftu intror* fum.¥utiUs,uanus,uel inutilis: uel a futio futo, unde effutio effu tisiuel 4 fuo futum:uel per apocopen ab alio fupino,quod ab a* '*Fnioiom fntd I ijs diurnari malo,qum a me profari . Aquatihs}a nonune3uel u«bi futuo, 4 uerbo3animal in aqua degens. Saxatilis, incola faxorii Pifcis fluuiatilis , incola fluuij , nonmans , aliarumue aquarum pifcis. Pluuiatilis aqua, 4 pluo3uel magis a pluuia. Deadie&iuis inbundus. cap. ix. PKifcianus libro quarto inquit: In &«n Unis fkftmivr pdnis triticeus,hordaceusue, non exfolo triti* co,bordco'ue copofitus cft,fcd ex aqua quoq;,licct triticeus utri ; ufq; harwm,dc quibus loquor, firmarim uideri pofiit, er magi/i idius,cuiusfunt creteus, arundinem, er fimlia.Namtriticaceus J icere deberet, nifi dicimus euphonU caufa,ca,fyUabamcffe fub * latm:quod mihi ita uidctur efje , quia dijiuntfa eft ftccies eoru, qii£ exeunt in ceus,cr eorum qu£ exeunt in eus. Huius generis ^"pj^aanto eftuinaceus,quum ejl adicftiuu: ut,uitiaceo grano legimus que- rciib.^c^.a* damfuffocatum. pro acino uu£.et uinacea fubjhntiuum plurale pro granis uu£ iam preffie. Dicimus tame mons terrenus potius, quamtcrreus,aut tcrraceus. Sunt item nomina finita in itius,de * fcendentia ab habentibus t,in ultima fyllaba: crfid nominibus quidem, fi gnificant materiam: fi a fupinis uero,pafiionem quan * dam:ut,Cratitius,Stramcntitius, Lateritius, C & ,Mmor comparatiua funt per imminutionem. Eft enim Sic. tt in iiiud fcnior non fatis fenex , iunior non fatis iuuenis , intra iuuenem, Jd«UrefSSat ficut pMpwior intra paupercmihoc autem dicit varro in libris pefote nocc*. fuisad Ciceronem : quam rem a Vdrrone trafttum conprmat etid Plinius:Hac Seruius.Si uero hoc varro , e r Plinius ait, quis non cernit pbijpp repugnare rationemhancfEft enim naturi comparatiui fuperare in ea qualitate , quam obtinet poptiuus, quafuperatio quoties incolumis e p,no pofiis tunc dicere fidi effe imminutionem. Ponamus exemplum huic rei pmilimu/nu. Antiquior te ego fum: id efl, maior te natu fum. ttem,adolefu* tior tcfumiid caminor natu te fumiita, iunior te fum: id cft,mis fioris a tatis quam tu}uiJiliuifawWtymtfHpwnlh:quc in modum accipitur illo in loco Scruij . Ergo no per imminutione, fed proprie. Quare ut in iunior fallitur, itaet in fcnior falli dicU dus e p :qu£ tamen omniaCut fentio)pro pofitiun accipi folent. quemadmodum etiam ocyus,pro ocyter.Tftmus pro non,jempcr'+Z~f ftre accipitur : pequentifime tamen iundm cum pn , aut cum quo, pro ut. Sin minus,id cfl, p non: Quo minus, id ejhut non: ficut,Quo fecius , etiam pro ut non. Quid de hoc comparatiuo minus pei mentionem, aliquid etiam de ipfo dicam. Placet aute mihi non modo d paruum uenire , fed etiam d parum : ut parum pecunu habco,no autem paruum pecunU:ergo minus pecuniA dd parum pecunu potius, quam ad paruum pecunu uideturre PriiUib.jj. ferri. Addam aliquid econtrario demagis. Ait idem P rifeianus, omnia comparatiua mittere aduerbia pmilia ueutro generi . Atqui ELEGANTIARVM LIB. I. 5» Atqui magis, non in us exit more diorum, fed in is: quod coma paratiuim ejfe er uis ipfa huius uocis indicat, er multo poft ( nefeio quomodo)fatetur hic autor. Pr* tereo quod a maius nui Ium aliud aduerbiu eji , er aliquod ejfe debet. Dicimus enim iu* ftius queror, melius feribo, peius canto, plus gaudeo, minus do* leo unaius gaudeo non dicimus, fed magis, quod a magnum po* fitiuo compar atiuum ejfe uelhinc palam efl,quod omnes fic lo* equimur: magis poterat Pompeius, quam Cte Jar, fed poftea mda jc ime omnium potuit Cafar. Ex quo apparet eiufdem pofitiui, quod eji magnum, comparatiuum ejfe magis, cuius fuperlatiuu eji maxime, mutata u in g:er appofita i. Qjqod quum ita jit, cur per magis er pojitiuum refolui comparatiuum Prifcianus uo* luit,taccns de ceteris que eundem ufm prejhnt* fortior, plus fbrtis,uebementius fortis, ualidius fortis , er que funt eiufmodu Opinor quod non putabat hoc ejfe comparatiuum , ut quod 4 uocc compar at iui recejferat-.aut fi putabat,abfurdum uidebatur comparatiuum per comparatiuum refolui cum pofitiuo, quum prefertim ipfum magis , more aliorum comparatiuorum rcfoU uendum fit, quod fieri nequit. Quod fi refolui nequit, ne' aliud quidem poterit. Quale cfl fi dicam,quod efliflorum mdius edi* ficium,dut quod ualidius i abftirdum ( ut dixi ) quibufdam uU deri pofiit, fi refoluatur magis magnum , er ualidius ualidum * Adde quod ficut refoluit comparatiuum per magis , ita debuit refoluere fuperlatiuum per maxime : forti fimus Grecorm A* chilles,maxime fortis Grecoru,no aute fuper oes Grecos fortis . hoc modo fuprafe fortis erit, quod fieri nequit. Item fine appofito,fbrtifiimunon longior, medius.Horatius,0' maior iuuenum- in cpift.Mcd. ln4M,t : d£* *uos cmw p*fones patrem, filium# feribebat. OuU ad iaf. * dius in perfona Medea, qua duos' filios habuit , Quum SJ ELEGA NT IARVM  Qnm minor ex pueris iujfus, Jludiofy uidendi Conjtitit ad gemin £ limina prima foris. Et Cecfar,fiue alius pro C£farc,in comentario x i.intejkmen* toPtolemei patris, Haredes erant feripti ex duobus filijsma* 3 uebcUiua. ior,e? ex duabus ea,qu£ etate antecedebat . ideo maior A iax, CT ntinor.ille Telamonis,hic Oilei filius. Maior,et minor Atri = des:iUe Agamemnon , hic M enelaus. M aior Cato , er minor , * JVI aior,*? minor Scipio, de duobus A pbricanis. Maior Cyrus , er minor.fiue fuperior,*? pofterior : nam tepus fignificamus, non dignitate maiore,minorcm'uc.De malis tame non maior, c? minor dicimusiut, Dionyfius fuperior, er Dionyfius infirior* Qui numerus quu fuperat,non per coparatiuu, fed per pofitU uum,aut per fuperlatiuu loquinutrut , Magnus A lexader, M a* gnus Pompeius, Fabius Maximus, Valerius Maximus. E tb tu es doftior fenibus , iuuenum c longe k 34 LAVRENTII VALLAE longe do ftifiimus. Gr.|. poft quafi imprudens , quod negauerat , conjtjfus ejly prior re- ferri ad unum, primus ad plura ( quod antea Diomedes, Dona* tus,cr Seruius dixerant ) ideoq; illud iungi ablatiuo more com * paratiuoru , hoc autem genitiuo more fuperlatiuoru. Qua: non fignijicant melior, & optimus ( quemadmodum ipfe uult) jicut nec potifiimu,optimum,in Phormione apud Terentium:vbi tu Aft.i/ce,». dubites, quid fumas potifiimu,fed in his omnibus principalior, c 3. pritt  principdlifiimus3zr printipalifiimm. Quod quum ita fit (ut irt fumma colligdm , cr brcuitcr dicam 3 ut d principio inftitui ) compar atiuum inter duo cjfe,fupcrlatiuum inter plurd3fi modd tria funt imparia : ueluti fi in duas parteis duitas diuifa ejl , ut beilo ciuili P ompcij,er C£faris3rcfte dicas3maior pars Quiri « tiumfequcbatur Pompeiim^minor C qum fordidetur.Plaut.in Cdptiui duo: Ego qui tuo moerore macaor,macefco,cofenefco,cr txbefco mi fer.Tro codc pene decipit maceror *er macefcomifi quod mace * rordd dnimum magis pertinet, quafi affhgor.macefco magis ad «orpus. Videtur autem ratio dici uelle potius maaefco , ut ni* fefcOypigrefco,ccgrefco : fcd etiam dici potejl macefcOyUt ace* |co. Crebre fco tamen potius dixerim, quam crebefco. Verum dd rem. Ediuerfo Vergilius: Gcorg.T. -Maria incipiunt agitati tumefeae. -Et iterum: Acncid.7. Elutius ubi primo coepit cum albefcere uento * Et iterum: Georg.3. sin in proceffu coepit crudcfcerc morbus. Vbi quid opus erat dicere,quod incipiant res twmefcere, albe * fcercycrudcf : er e -quum fatis , imo magis proprium fuiffet dicere, quod tumefcebant,albefcebant,audefcebat:id ejl , quod incipie * bantyfiue inchoabant tumere , albere , flue audere. Quid ago fignificant uaba inchoatiuaf N empc(ut breuiter finiam) quod uabd compofm a fioycalefioftigefioyfordcfiojnualefioyccgre* fioyCT arde fio: qu£ ideo in ufu non funt , quia fupcruacuum cf* . fetyduas nos uoces habae idcmfignificanteSynec nift ubi altau deficityaltaius prafidio utinutr. Calefies, pro cdlefiens utimur: cr pdtcfcenSypro patejiens,quanquam utrunq j reperiatur , pa* tefcoy cr patefio : quoniam ne infimplici quidem fuo reperitur ... fiens,nec quod ab hoc formaretur fiedus.Dicemus itaq cadefces, cr calefaciendus.Hec defunt qui fiens utantur ,fid in eo,de quo loquor fignificatomt in pfalmo x x 1. Etfdtitm efl cor meum , tanqua cera liquefies in medio uentris mei.Quum in alia tranf* latione dicatur liquefiens.Ex quo liquet eiufde utrunq ; ejje fi* gnificationis.ldiomate quoq ; Italico, atq; Hifi>ano(quod ex I tx lico oriundu ejl) adfiipuldte , apud quod pene L dtina uoce h£C uerba pronuncidntur3cr cate in hunc , quem ego dico finfum: quale '•H. ELEGANTIAR VM LIB. f. 'ff quale efl hoc,ogni di magrifco.hoc efl,omm die maere fco : per quod,incrcmentwm afiiduum,atcfc cotinuwm declaratur , no in* choatio. Quod fi quid inter huiufmodi uerba in fco , er in fio , intererityhoc efje arbitror , quod hac in fco pafiionem in fe ha* bentyiUa uero extrinfecus allatam. Vt in Aegypto Corfar quum C3tt* hoffes fugeret , elata Leua natabat, ne libelli , quos tenebat, madefierent : melius , quam madef cerent. E t quum fores ape * riuntur , melius patefiunt dicitur , quam patefeunt . At quum quis in balneo fudore irrigatur, er fores fua fpote aperiuntur, magis ille madefeit, quam madefit : er h£ magis patefeunt, quam patefiunt. I nchoatiuorum autem dicuntur prateria ea * dem ejfe,qu£ printitiuorum : tamen paucifiimis cur £ eft digno i fcere,quando a primitiuis funt,quando'ue ab inchoatiuis , quo* rwn multum differt fignificatio , licet crebrior fit ida inchoa * tiuorim:ut,pinguit, macruit, frixit, caluit : idem efl quod pin* guis fidus eflfnon autem pinguis fuit : macer fidus e(l,cr fii * giduSyCr calidus fidus , non autem macer , fiigidus,cr calidus fuit. Nam pinguet,idem eft quod pinguis efl:macret, friget ,ca* letyidem quod macer eft, frigidus eft,calidus efl: quorum prate* ritu funt pinguit,macruit,frixit, caluit : uix unquam in hoc fi* gnificato,pinguis,macer,frigidus , calidus fuit: fed in illo, pin* guis, macer , frigidus , calidus fidus efl , ut etiam in hoc aper * tius patebit exemplo : Tam cito macruidi f tam fero pingui * fii f non id fignifico, quod tam cito macer, aut tam fero pinguis fuifli , quafi nunc talis non fis,Ced quod pinguis , aut macer fi* dus es , atque etiam talis es , fiue tunc eras , fi de alio tempore loquimur. Qg£ prateria quia a prinutiuis non veniunt (.ut fignificatio indicat ) neceffe efl ueniant a deriuatiuis in fco. Vnde probatur etiam inchoatiua non fignificare inchoatio * fio». Quare Seruius uiderit,qui his uerbis prateritwm non tri = Scrufus in Do- buit, quorwm frequentius efl,quam fuorum primitiuorum. Nam ntum‘ quod ait, quia inchoatiua funtjdeo carere proteritis, cafja ratid eft, quum > E eft,quum hoc ucrbum inchoo etiam prxteritum habeat. V erunt hcc uerba nec inchoatiua funt, fiue calefit , quafi mcditt.tur.id efi, ut calcat exercetur. Terent. ».fcc.i. Hunc nide utrum uis argentum accipere , an caufam meditari tuam ) ea in fo inchoatiua , hotius,aut no ai^ryman".0 men,quum inquit:$wuhter etiam accujatiuo cafu utimur,quu ad G qu* dic. nolumus abfolutam jacere elocutionem^ per gerudij modum aliquid dicere : ut. Petendum nubi cjl cquum,codicem,uinim. Hinc Verg. -Pacem Troiano ab rege pete dum. N am fidixc* ris, petendus cjl codex,iam non per gerundij modum, fed par * ticipialiter loqueris. Hoc non aliter participium cjl, fcu nome , quam iUud,pctendum efl mihi iumctwm,prTfcrnm qudd'geru* ^WTnorc^^ pafriuKfed attiuc, .  fatiuo:ut,eo ad falutundun r fi-atrem,ad fatuandam fororeni,a4 — ' fatuandum fidus,ad fatuandos fratres,ad fatuandas forore 9, ad fatuanda fidera. Quod elegantius dicitur,quam cwm regi * nune:ut,eo ad fatuandum fratres, ad falutddum fororcs,ad fa* luandii fidera.P er alias quoq ; prxpofitioncs jimliter:ut inter, fed raro habet cum gerundio fubslantiuu , rarius regimen. Li* uiusame lib.i. Etipfc inter Jf otiandum corpus holiis ueruta pcrcuffus. E t iterumilnter accipiedas de fuis comodis rogatio * nes. De ante,nuUum ale imprcefentiarum exemplum occurrit . I n ablatiuo fine pr£pofitione:ut , fit iniuria domino fundi ud defringedo ramo,ud ligno iticidendo:res eunt ordine lite aut cate ufi* txte dicamuSypro eo quod eft , cupio filiam meam nuptum ire , er nos fidum ire: cupio filiam meam nupturum effe, & nos fidurwm effe: quum dicendum fit nupturi effe,erfiduros effe • dico aliud effe oratum ireter oraturum effe. Ego quidem cce* tiaturus fumynon tamen eo canatum,uel ad ccenadum. Etfcio te coenaturu effeyfed no protinus ire cocnatu}uel ad ccenadum . Nam participium futuri cu uabo fubdantiuo no habet adio * ttem illam,er motwm,quem habet uabum eo. Atqui in pafiiuo fuerat uaifimilius , fi dixiffet (quo etiam frequenta utuntur autores) idem effe , damnandum effe er damnatum iri. Nam eodem loco dicae poffumus,aedo peccatu meum refcifcedu/m effe,er refeitu iri. ItemjnteUigo , fcio9uideo,opinor,exidimo pecca .lir ELEGANTIARVM LIB. I. ?f peccatum meum patefaciendum effe,uelpatcfaftum iri:& ca* ter a uerba huiufmodi. I lia autem qua ad faturum rejf>iciunt,ut timeo,metuOyUereor,jf>ero,cupio,non idem faciut, quibus ma* ior difjvrentia ejl cu. pafiiuo participio faturiiut ucreor peccd* tum meum patefactum iri, magis quam patefaciendum eJfe.Cu* pio culpam meam celatum iri,potius quam celandam effe. 1 tcm timeo peccatu meum patefactum iri. Et pro iUo modo per pafa fi uu participiu faturi fubflituimus huiufmodi : timeo peccatu meum ncpatefidt,uel ut patefiat: quod fieri nequit in alijs uer * bis. Non enim licet dicer c,fcio peccatum:, ut refcifcatur,fed re* fcitum iriiuel refcifcendum effe. Denty (ut eo rcuertar , unde egrejfus fum) ut femcl Prifciano rejponded, non idem effe ora * tum ire,cr oraturum effe,dterum prafentis temporis e ji,ut ui* deo te accufatum ire mc,id cfl,nunc:alterum faturi,ut uideo te accufaturum effe mc:zr tamen accufatum iri me abs te uideo , accipitur pro eo quod eft,uideo te uel accufatum ire me,ucl ac* cufaturmn ejfe me,uel abs te accufandum effe me. Dc Supino in tu. ‘ c a p. x x i x. ID em autor , er in eodem,quod fuprd dixi,opufculo,ita ait : Hoc intercfi inter amando ,er amatu: quod amddo ejl in ipfo amore,amatu uero pro amatione,uel pro amoreiid efi,pro ipfa re accipitur. Et hoc manifijht ipfa etiam interpretatio Graea. Sed an hac difjvrentia uer a fi\t,eftu,quu/m dft icitur: crfiqua funt alia. At homo fuperbus ditto , er diftis,non di * tiu.Seuus JaClo,e? JaCtis,no jattu:id eft, quum dicit,non quum dicitur: quum Jacit, non quum jit. R es uerof*uafattu,z?dus fiu,id eft, quum fit,aut dicitur, non quia Jacit, aut dicit. Scipio clam adminiflratione bellorum dicitur ,*? adminiftratu beUo* rum,quando eft ablatiuus, id eft, admini&ratione. Cato dignus ddminiftratione Rcipub.cr adminifiratu, eodem modo. At Re* Jpub. digna eft adminiftratu,uerbum eftiid eft,ut adminiftrctur, nip addendo genitiuum Jaciat nomen , adminifiratu Catonis. Quare in illo vergiliano,quod P rif nanus affert: N ec uifu facilis, nec diftu effabilis ulli: _ ‘u quandoquide abeft genitiuus,non eft nomen,ut ille uult,pro ui* ^ fwne,cr diftionr.fed uerbum , pro eo , quod eft ad uidendm, Macrobtin6, uel dicendum. Nec ignoro a multis legi ajfabilis,non effabilis, Ssuw,ap.»« quod putatur fumptum ex illo ucrfu Accij in P hilo flete: Quem neq; tueri contra,net jj affari queas. Quod p ita eft , nomen effc* confttebimur,fed tamen nequaquam fupinum. Multi fcripferuf de cultu agroru,nomen eft:id eft , de cultione,*? cultura agro* rum.Locus autem faxofus non eft dignus cultu, nempe ut cola * tur,uel dignus coli. Homo dignus amatu,puer dignus doftufti* ber dignus leftu:id eft,qui ametur,doceatur,legatur. I deo# quii ex omnibus uerbis paftiuis liceat uti talibus fupinis, raro tamen . eifde tw cibus utimur loco norninu. Quis enim dicat,tu es priua v tus amatu meo,exclufus adoftu ntco,dofluspne leftu meofpro* feflo T *  - — *— fitto nemo. Ex quoapparet,quu in ufu uulgatifiimo fintpr 9 uerbis,ut ille liber ejl dignus leftu,no poffe inter nomina nwmc rari. E d. tamen qu£ ambiguum ufum habent uerbi, er nominis, dnimaduertendum ejl utram in partem accipi debeant:ut,tu es dignus gubernatu : fi pro gubernatione, nomen erit: fi pro eo quod ejicit guberneriSyUel dignus gubernari,uerbum : feino» mini accommodare folcmus,aut etiam debemus genitiuu:ucrbo nec debemus , nec folemus. Deniq ; ex duobus fupinis alterum aftiuo uerbo dare popis , alterum pafiuoiut amatum fit ab amo, amatu ab amor. De Participio praeteriti temporis fignificante aeftus,ConfiJeratus, D ifer* tus,Cautus,T utus,ignotus,Argutus,Falfus,Contctus, Tacitus , Profufus , Fluxus, Scitus,cr quo nonnulli utuntur, Difcretus. Circumjfettus ejl, non qui circumjicitur, que folemus appeU lare cojicmmff d qui circumjicit ,er in omnem partem more lanijcftntihoc cjl,prudens,cr fagax. Cbfideratus,inconfide 3 • ratusq;,qui agenda con fi der at, aut fecus:non qui confideratur, aut non cofideratur. Difertus,qui probe dijferit, non qui diffe* :> ritur. Cautus,qui fcit fibi cauere,non cui cauetwr. N onnuquant tamen res cui caueturiut pro Cecinna Cicero, Quo res mulieri effet cautior. Tutus portus , tua urbs, quod tueatur alios , non quod ab alijs defindatur. Tamen fepepafiiue in hominibusiut , tutus fim ab hoftibus , quod munitus , cr fine periculo furit, t>*dun.s, jgnotus etiam fiepe attiue,ut Quintilianus: Ne quis amen er a ret ignotus, non eftfilij mei nouerca,fed mater. Ignotus dixit pro ignordns,cr pro hojite,cr alieno,non pro ignorato. Ar» gutus,qui ejl acutu quadd,cr accuraa folertia, quafi acute ar* rnAnto.aA.1. &ucn*iGr Mftig4tts,non aute ab altero acute intetlettus,cr ue* fcc*. * fligatus. Falf ts,qui fallit;ut Taitius;Cenfeny ullum me uerbum potuijfe 77 ELEGANTIARVM LIB. I. petuiffc proloquti Aut ullam caufam ineptam faltem,falfdrn,ini* quamt Aliquando etiam pafliur.ut idem , Falfits es:id efl, dece* f"c J1* * ptuses,ait Pamphilus C drino. Et SaUuflius: Nec ed res mcfil- fim habuit. Contentus,qui continet,quod animo fatisfdcit,non qui continetur. Tacitus homo, tacitum as: qui tacct,non qui ta* cctur. Vergilius tamen pofuit pafiiue: Quis te magne Cato tacitum,aut te Coffe relinqudtt Rtn.6. Profufus,er fluxus dftiue apud SaIluftim:Alicni appetensfui lnCadl* profufus.quafl profufor. Namdiuitiaru , er forma: gloria flu * xa,cr fragilis habetur. Scitus qui fciens eft, er argutusiunde fcita Platonis interrogationes dicutur,afluta,er uafra,ac cum In magna arte compoflta.Vt apud Terentium quoq Scitu her* f«.*. cie homine,hic homines prorfus cx fluitis infanos jacit. N ifi ac* cipere uelimus pafliur.ut apud eundem , - Scitus puer natus efl f"Tt,tn ** P amphilo.quafi fleite , er dofte natus. Difcretus, qui qualitates pcrfonarum,er rerum momenta difeernit, non qui di) cernitur, Compldcitus autc ab aftiua uoce fleut fluxus uenit , habetq, fl* gnifledtione nec aftiua planc,ncc pafliuam, fleut fluxus , er in* ueteratus,quod er ipfum ab aftiua uoce defcendit,inueterafco C neutralis enim uerbi,er aftiui una uox cft, fleut pafliui, et de * ponentis, atq; communis) cui flmile efl iuratus aiuro. luratos enim iudices dicimus , qui iurarunt : er excretos hocdos apud Grorgo.Mtd- Vergilium,ab excrefco. E t exoletus ab exolefeo , quod dum efl JJUJUSJJS fubfhntiuim,flgnificat fcortum mafculum , er pracipue iam «ibus haedo*. adultimidm efl adieftium , fignificat adultu , fed raro repe = . ritur.ut apud Plautum,Keliqui domi exoletam uirginem.AduU Prifc tus ab adolefco. Defiftus quoque qui deficit. V t Martialis: »ib.9. Dulcia defcftfi modulatur carmina lingua Lib* 1 ,,cpt77‘ Cantator cygnus funeris ipfe fui. Quintilianus, Deftftnq-, labore feneftus,magna pars mortis ni * hil mihi reliquit,ni(i diligentiam. E t hac quidem flgnificationis aftiua in uoce pafliuatpattciora funt in aftiua pafliua.Euidens nego .Ii 78  negotium dicitur,quod uidetur aperte, er inteHigitur.no quoi Dedm! «o* I ndulgentior Jacies apud Quintilianu pro * pulchra,no qu£ dijs indulgeat,fed cui alij indulget. Ide in dio trib«4t Theb. loco : Fili indulgentifiime uidi te,nec femel uidi. Vnde Statius: Pulchrior haud ulli trifte ad diferimen ituro * Vultus, cr egregie tanta indulgentia jbnne. Pr£terel honorificentifiimos , magnificentifiimos, munificent tifiimos ludos quum dicimus , uidemur pafiionem fignificare in participio prefentis teporis:ab honorifices enim,magnificens, munificent ueniunt , ubi ficcns pro Jaciens dicitur : uel certe 4 tnagnificus,munificus,honorificus : que a facio componuntur, quod eft attiuuycr tamen ita accipiuntur,quafi honori fice, mu* mfice,magnifice Jatii,non aute facietes. Sed caufa efijquod h£C ipfaa Jacio copofitatam atiiue,qumpafiiue fignifiedt. Siquit dem uocamus homine magnificu,cr opus magnificuiiUum qui * dem magnanimiter Jacientem , hoc uero magnanimiter futium* Participium prxfentis temporis pro praeterito poni, c a p. x x x 1. Solent autores nonnunqudm pro pr£teriti participio fubfii* tuere iUud pr£fentis:nec folum Latini,qui carent participia pr£teriti atiiui,fed Gr£ci quoq^qui non carent. Cicero in Bru Dedar. Orat» toiQuwm e Sicilia decedens R hodum uenijjem. N on enim quis lopctoc. difcedens applicat. Multum inter principium uie,cr finem in* terefi.Vrimiim difcedimus,potiquam uero difcefiimus , nauigd* mus,uel iterfacimusipotiea quo tendimus,peruenimus. Quoma do ergo dixit decedes e Sicilia ueni Rhodu! nempe utens pre* fentis participio loco pretcriti,quod deefi. Quod probatur per diquod uerbum , cui non defit huiufmodi participium : quale e fi proficifcor . N eque enim dixijjet , quum e Sicilia profici* fcens,fed profitius.vt idem de Officijs libro tertio:Si exempli caufa uir bonus Atexandriaprofitius, magnum frumenti nu* merum Rhodum aduexcrit. Nec tamen quis in omnibus uer a,pr Lconardi Aretiniiquoru alter G race legens doyalter Latine feribendo ingenium extitxuit meum : ille pra* cephris(unUnim mihi legcbat)hic emendatoris, uterq f,- paretis apudmclocu obtinens. Ad quos quum feparatim depropofito dnimi mei rctulifiem,deguJkitionemq; quaedam operis demon* fo-a f]e)n,uterq>profe,ut pergerem,horutus efl,cr utfeautore edere ,iufiit:ut iam integru nuhi non ejjet illoru autoritati repu* gnare,ft repugnare uoluijfem. Sed currente (ut dicitur) incia= runt.0" uiros omni laude dignifiimos. O' de literis,ac de Utera* tis optime meritos. Non ueremini,nc alii eo,quo peruenijhs (li* cct perquam arduum fit) perueniant: Jedhortamini,incenditis9 er quafi de alto manu [candenti porrigitis. Quare quarentU bus,atq; mirantibus audaciam meam , ito rejfonftm uelim , me fummis uiris fiuadentibus hoc opus er condidiffe, er edidijje. . ; / Quanquam (quod ad cupiditate meam attinet) qua tonde fo* cordiytq; ignauiamea extitijfct,fi commififfiemyut alius hanc laude mihi qualemcuq; prariperett Sunt enim qui nonnulla ho* ru,qua d me pracipiutur,uel de me,uel de auditoribus meis au* ' dito(nunqudm enim ijh fupprefii)in opera fiua retulerint,fffti* Jiantq} edere,ut ipfi priores inuenijje uideatur. Sed res ipfa de * prehedetycuius domini uere fit hac pojfefiio. Q uoru unius libeU los quofdampro amicitia quum tegendos eo prafiente cepiffem , deprehedi quadam meater qua me amifijfe nefciebd,furto nuhi fubUa cognouiPdrco mius nomini, Erat aute locus de per,zr f * quam 94 Prifc.lib.iti Prifc.Ub.i3* Prifc.lib.i7* LAVRENTII VALLAE quam in compofitione,de qua re proximo libro dijputaui:er de quifq;,quum aiiungitur fuperlatiuo. N cgligenter ille quidem , CT infeite trafhtuv.ut feires aliunde deccrptuynon cxfeprola* tum:cr auditumynon excogitatu ejfe. Conturbatum tamen fum , CT inquam homini: Hanc ego elegantiam agnofeo , er manci * pium meum affcroytcq; plagiaria lege conuenirepojfum.At ille erubefeens , ioco tamen atq ; urbanitate elufit y qued diccrctyuti rebus amicent licereyut [tus. At islud,inquam,abuti efl,non uti. N ibit enim mihi reliqui fit , ubi tu huim rei,in qua ipfe laboret* ui, palmam fauci occupaueris. Tum ille etiam urbaniui ,quod malui parens ej]emyqui filios, quos genuiffem , er educafjemye contubernio eijcere:ipfe tim mifericordia, tum amicitia noftra. ad fe domum fuam colligeret , atq; educaret pro fuis. Deftiti in illum ftomachariyintclligens multo magis nuhi bona mea negli '* gentiyquam illi bona ab ahjs neglcffa colligenti , uitio dandum ejfe. Quare quis non uidet,non inhoneflum ejjcyea me mandare literis ex me inuentayqu£ alij ne furto quidem fublatayturpe fibi ducunt faiptis fuis infcrcre ? Adduttus fum igitur ad hoc opus componendum non modo magnorum honunum confilio , fed etiam ncccfi itate. Nunc ad inceptum redeundum eft. De tribus pronominibus, Mei,Tui, Sui. c a p. i* V L T 1 S in locis P rifeianus tefhtur nihil intereffe , an utamur primitiuo , an deriudtiuo in illis pronotninibusymeiytuiycr fui. Quid eft, inquit y meus eft filius , nifi mei filius t Et alibi: mei ager cfl,zr mei agri inftrmcntu : crymei agro dedit:crymei agrum colo:pnuliter,mei agriygr mei agro* rum,cr mei agros dicimusifinuliter tui agrii , er tui agrosifui agrum,?? fui agros: no ftri agrii,?? noftri agros : ueflriagfu , er ueflri agros. Et alibi: Amat iUefuwm filiim,?? amat fui fi* lium:benedicitfuo filio,?? benedicit fui filio:petit a me ut pro * fim fui filio , er projimfuo filio : er in alijs adhuc locis . Nifi hac 8* ELEGA NTIARVM L I B. II* hacratione,utipfius utar ucrbis , STtffa tmefypojjcfaio in pof= Sifpfa rtmeiu fetiore faciat tran(itioncm,non ejl conor uu uti genitiuo primi- &c. Pnfdani tiui pro poffefaiuo,quta unn habet copojiti Gracuut, Cico-oni ,7 1 i - i * i • r • ecs omnes mea cdufd,ut me unum expleat f Et plduu quidem idm ft cimus, tres iubcat,u5 mei. gcnitiuos mci,tui,fui,pajHuc femper poni:mcus,tuus, fuus,ple* runque poffcfiiue. ldcoq ; cum utendum efl ilhs primitiuorum gcnitiui5,i7uinri fonumdei, ind. Nunc dliqitd dddcnddfunt de his diftionibus,qu£ legitime coniunguntur cum huiufmodi pronominum genitiuis:nec enim omnes poffunt. AUU' fuo fuftinet:ut , fili noli dos mo recedere rcjpeftu mei patris. Quod non txm pldcuijfe Pri* fcidno reor,qum per imprudentium effc Idpfum , quum dicit , Prifc.iib.j’. Mei Prifcidni cges,tui P rifeiuni egeo. Et alibi: Ego Va-gilius, tu V crgiliuSfiUe Vergilius, mei Vcrgilij,tui Vcrgilij,illiusVer gilij.H£c enim ordtio declarat mcu Frifcidnu^Vergiliumfa, aut tuuminon me Prif :ianum,V ergilium 'ue,aut te : non aliter quum fi dicas, eges mcipatns,egeo tui domini. Quod profcfto non ejl primitiuorum, ab eo quod efl ego, er tu : fed deriudti* uorum,ab eo quod efl meus,cr tuus. Neq; diferime facit, quod hic dppeUdtiuum nomen ejl,ibi proprium. Vergilius : Si qua tui Cory donis habet te cura,ucnito. Et alibi: Aenc.c mihi cur/t tui- Lucanus : A enctcq; mei. Qua a mcus,tuus,non ab e go,tu,ueniunt.Itu$ fic emendemus Prifcianm,qui quum de lingua Latina compo nit,antiquitxtm omnmrrs^^^i^^^ml>atine proh qui nefciuitiMei qui fum Prifcianus cgcs:turtgco,qui Prifcid nus cs:ucl3me P rifeiano egesite Prifciano egeo.Ndm illud apo ftoli Bdog.7. flen.r* Lib.9. ELEGANTIARVM LIB. II. 11 ftoli ad Corinthios,Salutatio mea manu Pauli,e Grxeo efl flm* ptum : « omti&fibi tS \fi» x«f* Tertium uero exemplum , quod idem protulit,illius Prificiani eget , refte dicitur. Non ha* bent enim extera pronomina ancipitem naturam,ut illa tria, de quibus diximus. A deoty uerum eft,hos ipfos genitiuos refluere confortiwm fiubjhntiui , ut ne in poffiejtiuortm quidem firma illud pati uclint. V idimus licere dicere,meam unius operam,tuu folias Jludium : non trnen dicemus , meum Laurentij Jludium, futim P rifeiani prxdium : fed meum Jludium , qui fum Lauren* tiusiprxdium fuum, qui ejl Prifcianus. Ne tamen ob id exclu * do,ft genitiuos hos pafiiue accipiamus , eo modo quo exempla rgennwurr ponemus. alterum aftiue, alterum pafitue pofitum uulemus una iungiiut, lnCat.Maio» Quid de P. Licinij Crafiiiuris er ciuilis , er pontificij fludio loquar' \ta fit in pronomine , ut idem autor ad Atticum : Mihi fuit er laudis noftrx gratuldtio tua iucunda , er timoris confio* latio graca.Et iterum : Vehementerq; tua fiui memoria dclcftfc tur. Quod Ji igitur hxc pronomina , fiue in genitiuo pafiiue , flue mutata in uocem pojfefiiuorum adiue non admittunt geni* tiuos fubfantiuoi tmjwiquid ddimmwrimmit Mmtiiwtt* ' No opinor.fied proprie fioloruparticipioru participialiucp ge* rundioru , cr frequentifiime illorum trium(ut quidam uolunt ) prono>ninu,unius,foliits,ipJius,zr fiqua alia,qux rara fiunt , de quibus mox dicam. Per genitiuum cum participio : Cicero ai Lentulu, quocunq; tempore nuhi potejhs prxfientts tui fuerit * P er focmininum , fied cum gerilndio. o uidius Heroidum: Sit modo placandx copia parua tui . Ep{ accn( ja Per uocem mutatam in pojfiefliuuiut ad Ciceronem Cato:Liben = udip. ter facio,ut tuam uirtutcm,innoccntiam, diligentiam cognitam ^a£llb* 'St in maximis rebus domi togati,armati fons pari induftria admi- nistrare gaudeam. Cicero de Oratore: L. CraJJum quaji colli * gendifiui caufiafe in T uficulanm contulijfie. Sed hoc gerundiis g efl. ,3 4 efl.E t ea exempla,qulud caput, ijh manus,\Jh ciuitastdc tertia, aute perfo* na illud caput,illa manus,i!la duitas. Cicero in Antoniu:Remo* uc paulijper islos gladios. Et in eodem lib. T u iftis faucibus, iftti lateribus, ijh gladiatoria totius corporis firmitate tantum uini in Hippia: nuptijs exhauferas , ut tibi neceffeeffet in con* Jpettu populi Ro. uomere pojh-idic. H ocefi, iftis tuis faucibus, ifiis tuis latcribis , ijh tua firmitate. Vnde nafcuntur aduerbia Epl. lo.ii.i.fa. iftic, iflinc,ijhc,iftuc,iflorfum,i>ld. vt idem ad Valerium iu* rifconfultum : Qui iflinc huc ucniunt, partim te fuperbum effe dicunt, crc.id e fi, qui ab ijh prouincia,in qua agis, huc,id eft , 'in Italiam , Romarnty ucniunt. Aliquando fdmeti tfic accipitur pro hic:ut idem , er in eundem Anto. Cum ifio tempore fient cum gladijs amati.Et Quintilianus: I uuenis ifie,de quo fumma in rebus humanis monfira gignuntur. Et iterum: I uuenis ifie patris fui hares folus inuentuseft.lUcquoq; nonnunquamper dignitatem , aut per eminentiam ponitur , indicans ejfe, quod omnes debeant nojfc : ut, Alexander ille Magnus.lUe Cenforius fce.j. ELEGANTI ARVH LIB. II. No» potuijfeituaq; animam hanc effundar dextra! nec Vcrgil. Ad T erentid aute C icero : Meti e ntiferu in tantas te calamitates mea culpa incidiffeiEt itera in Bruto:Tum B ru= tus admiratus, tantamne fuiffe obliuionc iri quit, in fcripto.pr£= fertim,ut ne legem quide fenferit,quantuflagitij comifijfet! ln bis oibus placet mihi fubintelligiyuere^c ita. efl,me non pojfe d* uertere Italia rege T eucrorutcr cetera . Plinius J unior ad A- Epi.3.ub.4. drianim : Homincm'ne Komanu td Grxce loquifid efl,uerc'ne itaejli uel oportuitne , jiuc oportet! f Terentius in Andria : Seruon 9 fortunas meas mecommififiefiitilit DeEn} eafu iu gitur.ut ide,Ecce tibi jhtus nojler.Cu a(to aute no memini me apud ordtores legijfe, fcd ne apud poetas quide. N a iUud apud T ere t.in Eunucho, Ecce aute altcru nefeio qd de amore loqtur, Alter feribi dcbet,no alteru,Donato qttoq; probate. Sed demus aliquddo reperiri,ut fcntcl apud Plaut.in Bacchidibus , Opus ne erit tibi aduocato trifli,iracudofEcce mc.Eccu,eccd,cccos, cc* (OftelluyeUdyeUos^^ab ecce copofmfunt, et fecu uidetur ge* rereca* Acn.i. : Aco.»»* 5 LAVRENTII VALLAE rerc cafum,fcd no gerutiqux Prifcidnus ita refoluit,Ecce eu,ec* ce cam,ecce cos,ccce eas.eccc i'Uu,ccce iUam,ecce illos ,cccc illas . Sergius quo «j; commcntmns Dondtum ait,mbil Jignijicat ellumy ttiji ccceiium.Pduloqi pofliQuum ago ellum fu cccc illum,cr ellam eccc illam, nihil pojjiimus dicere, nifi magis dcmoslraiiue. Sed pace Prif ciani,Sergqq; ,cr alioru,hoc nec uerum,nec con= ueniens fignificatuef.Nam inter ecce eum,ej ccce iHum,quii inter cjk Potius diccdum eratieccum, eccc hunc: eccos,eccc hos , de quibus agimus.Tahs erat couenicntior intcrprctatio,fed qu£ nec uera foret. Refoluuntur enim hxc per aducrbid,no per pro* nomina: cccum,ecce hic,fubinteiligc uirum , de quo agebamus . eccam,ecce hic,fubintelligc fxnunam,de qua metio erat.EUum , cilii, eccc illic uiru,fxminam'ue, fubinteliige, de quo, de quaue agebatur. N am ut de hoqgne,qui ante conjpeftum nojlru adeft , refte dicas, ccce ille,ucl ccce ego,Jiue ecce illum, uel eccc me : it% male loquaris, ellum hominem,uel ellum mc:er rurfum de longe, pofito ,eccu. T erit. Eccu Pamcnotic:.ciccro:ia iungetis,ut ncueaftere concurrantjieue M* Lib.i Mucantur.Lucanus fine compofitionc aliqua: JSec quenquam iam firre potefi Ccefa/ue priorem, ' Pompeiusuc parem-id efi,non potejl iam aut C nefiar fiuperiore firrc,aut Pompeius parem . An er ne, coniun6i folentpro an, quod magis poeticum cfkut apud tcmulos Vergihj, Dic nubi Damoca,cuim pecus, an 'ne Latinumi illud Cice* roms multi ia legunt : Quo nubi etiam indignius uidetur ob* trctt&tu ejfe,Gabinio dicd,anne Pompeio, anne ulrityidquod efi uerius.sinc interrogatione durum uideturiut Vergilius, Gcorg.it -Vrbes'ne inuifere Cxfiar, An deus intmenfi ucnias maris,ac tua nauMygre. Anne nouwm ardb fydus te menfibus addasi ‘ ideo dixi durum , quia per interrogationem quiddam urgen * titis,cr injhntius cjt in hac genunationc an'ne,quam in idafint pliciate an,quod hic non fit,ut ex alijs compofitts elucebit: Vcrg.cdog.s* NoMnC feit jatitu trifies Amaryllidis iras, AtqyfiiperbaparifaSliditinoniiefAcnalcami V«rg. j.cdogt Non'ne ego te uidi D antoms (pefiime) caprum Excipere infidijst- ^ Y 1 n hac interrogatione non id agitur , ut rejpondeas neficienti, fed cogaris ajfcntiri fidenti. Nec alia uis orationis efi, qudmji s • diceres an non, quod magis urget, quam fiolii nonjicet er hoc fiolum pro Hio compofito accipi f oleat . Alia copofia (fi modo compofia fiunQhrc funt:lane:crgo'nc:qu£ interrogando re* JJjonfionem non poficunt, fcdaffenfium extorquent. De Nedum , 3c non folum^Non modo, dC non tantum, c a p. x v i i i, N Edum , duobus modis periti uti fiolent . V no modo em utranq ; fiententiam eodem claudimus uerbo : altero,quum fiuum utriq: fiententk uerbm damus.Primo modo fic : tonde* rem ELE GANTIARVM LIB. II. fij ierem pro te fanguine,nedim pecuniamSecudo fle: funderem pro te fanguine , nedum pecuniam tibi crederem .er hoc affirs matiuc.Ncgdtiue fic: Non perdere pro te obolum,nedum fans guinem.ltem,Non crederem tibi obolm,nedtm pro te fundes rcmfanguinem. A tq; in affirmando, id quod plui eji , maioriscfc momenti in prima parte eji ponendum:in negddo , id quod mu iioris.Pluscjt,er magis momentofim, fundere f anguine , quam pecuniam:er minus efl,er leuius,perdere, aut credere obolum% quam perdere, aut fundere fanguine.lmperiti uero hanc dittio* nem decipiunt pro non foliimfflc dicentesiNedwm laborem pro tc fufcipere,fed etiam morte, quod fic dicedum erat. Morte pro te fufciperem,nedum labore. Aut per non folum ( nam cotrarm modus efl per no folum, er non modo,ei ir 4 X E DeNifi. c a p. xix. Nlfi,quoties principium fen tenti* cft3 indicatiuum dcfide* rdt , dius etiam fubiunftiuum. Cicero pro Milone: Nifi . forte putamus dementem P. Scipionem Africanum fidffc , qui quum per feditione a C. Carbone interrogaretur,quid de Ty* berij Gracchi morte fentirct,reft>ondit , iitre fibiaefum uideri. Et Quintilianus : Nifi forte imperatorem quis idoneum cre* dit in prcelijs quidem flrcnuum , er fortem , er omnium qua : , pugna pof :it artificem, fcd neq; dclcttus agerc,nec copidis con* trdbcre,dtq; infirucre , nec pro[J> icere comeatus , nec locum ca* pere cdftris fcientem.?r£ter principia autem fentcntidrum,fic: l VdpulabiS,nifi caucs:uel,nifi caneas. In illo fuperiore,nifi adefl uerbum principale,hic non adefl. De coniunftione Quod. c a p. x x. aVod feribas gaudeo:cr,quod feribis gaudeo:utrocj; mo* do dicitur. Volo quod ferib as :non autem , quod feribis. Illius fuperioris haefimdia funt,credo,opinor,puto,Letor,uo* luptxtem capiOyZT reliqua. Huius pofterioris hac , mando , iu- beoJmperOjexigo, poftulo,cr reliqua. I n illo tamen fuperiorc caucndum efi, ne diucrforum modorum uerba copulemustqua = le foret illud T erentij,qitod nonnulli fic legunt: An quod uidm ignordnt , an quod iterperfirre nequeant i Cum fit dicendum aut fic: An quod uiam ignoret , an quod iter perferre nequeantf dut fic,An quod uiam ignorat, an quod iter perferre nequeunt? Tmat^b Eu- illud aliud efi apud eundem: -Nihil quum efi, nihit fce,*, V. \ ' defit tmen.quum fit potius legendum defit,non defit, ut bonis autoribus placet. Et in prooemio Ciceronis ad Hcrennimfic quidam legunt : E tfi negotijs familiaribus impediti , uix fatis otium ftudio fuppeditare pofiimus,cr idipfum quod datur otij9 libentius in philofophia confumere confueuimus. quum fit po= tius legendum poffwmus,ut modi cocordent , quuopula medici coniunguntur: quanqum crfotw ipfc, utpotc in curfii medio periodi , ELEGANTIARVM * II.' it S periodi^ commentior efi in pojfimus , qudm in pofiimus. E fi etiam diti caufa7cur hoc non liceat,quam modo fubiungam. DcEtfi,Quanqudn),Quamuis,5^Ltccc. cap. xxi. ET fi3quanqu4m7quamuis,licet7eiufdcm fignificationis funt9 aliquid in utendo difcriminis habentia. N dm mdior qu£* dam. dignitas data ejl primis duobus7qu ii8 LAVRE^TI I VALLA-E rari , ttwn maxime in his fludijs,qu£ fero admodum expetiti fit hanc duitatem 'e Gracia tranflulcrunt. idcrn autor opus de Natura deorum pe inchoat , quod quidam deprauare folent, dicentes pnt , profunt : Cum mult£ res in philofophia nequam quam fatis adhuc explicata; functum perdifficilis Brute (quod tu minime ignoras) quaftio cft de natura deorum. Prifcianus quoque uix grammatice locutus eft in prooemio magni operit, er quidem in prima didione , atque adeo in prima fyUabd, dicens : Cum omnis eloquentia; doflrinam , er omne fluctio* rum genus fapientia lucc prxfulgens a Gr£corum fintibui deriuatum, Latinos proprio fermone ihuenio cclebraffe. CT catera , qu£ tinti funt pr£cedcntia uerbtm principale, ut non modo Dcmodhenes , qui contenti uoce , er uno fpiritu com* plures uerfus pronunciabat , aut Hercules, qui flncreffiiratio* ne unum fhdium decurrebat , fed nejnouettus quidem Tor * quatus Mediolancnps,qui uno ffiiritu tres uini congios flccd* bat,poJJet illam fententiam , atq; periodum unauocis conten* tionc pronunciarc. Tandem uerbum principale fubiungit : Conatus fum pro uiribusrem arduam quidem, fed officio pro * feflionis non indebitam fupra nominatorum uirorum pr£ce* -.io,e,n sed quantum ego f mtio , in rebus paribus : ut Quint. N ec in* dignetur Herodotus £quari flbi T. Liuium , tum iti narran* , do mir£ iucundititis , clariflimiq jjj candoris , tum in concioni * + bus, fupra quam enarrari potefl , eloquentem , iti dicuntur omnia tum rebus , tum perfonis accommodati . Taceo de eo ' modo quando accipitur pro aliquando : ut, tum hoc,tumiI2ud .. dicas : id cfl , aliquando hoc , aliquando ittudiuel , modohoc, modo illud - dc ELJEGANTIARVM L I B huius, minas. E t alibi: -Si hoc celetur, . ak j.fce.4.0”'* in metu : fin patefit , in probro fiem. N onnunquam fin unum . Inbd.iug. reperitur, fed quod fecundi loci uicem obtineat.ut Sallullius , lmperat,ut pretio ,ficuti multa conficerat,infidiatores Mafi* nifia: paret , ac maxime occulte : fin id parum procedat , quo « uts modo N umidam inter ficiat.id efi , fi potefl,occulte:fin non potefttUtciwfy Quorudam tamen ufus eft}ut dicant,fin autem , , ■ .. i r / ELEGANTIARVM  IT. «•it? + " *_■ • • ' v- pro to quod ejl, fi non, quafi in firt , aut in autem Jit negatio. Mirar er de uulgo,nifi id dpud quofddm prxftdteis uiros rc * perjre. Qttdle ejl illud in ApocalypfiiSin aute,uenid tibi cito , CT mouebo cddelabru tuu. Quii prctfertim paulo pofldi cdtur , Si minus,uenia. Ego uero in utroqi dixijjem fin minusiuct, fin aliter. Et inEudgelio:Si ibi fuerit filius pacis,requiefcet fu per illu pax ueftra:fin autc,ad uos reuertetur. Et alibi , Si qui * de ficerit jrudie.fi n aute,fiuccides illa. In qbus omnibus Grxce negatio adefi. Seruius uult nonunq fi accipi pro fiquidciut ibi, -Tua fi tibi M xnala curte, quod mihi tninime placet. Gcorg.x, De Quippe, V epote, Profe&d, V tiq^Ncmpe, Nimis rum,Sane,Ccrt£ c a p. x x v i i. avippe,cr utpote, prcftfto,er utiq nempe, er nimiru, fane,er certe,uel certo, fimiliorafunt quidem in fignifis ’ cato , quam illud quod modo dixi (de p quidem loquor) fed ad hoc ipf m proxime accedunt prtefertim duo, quippe, er utpo* te:qux licet uulgo accipiantur pro certe, cui non omnino equi* dem repugno,tamen malim accipere pro caufatiuisiut Quintis lianus,Ealfa enim ejl qucrcla,paucifiimis hominibus uim percis ub.r.cap.»*' piendi qutc tradantur,ejjc conceffam,plerofq ; uero laborem,dc tempora tarditate ingenij perdere: N am cotra,plures reperias , ' er faciles in excogitando,er ad difccndum promptos.Quippe id ejl homini naturale. Ac ficut aues ad uolatu,equi ad curfrn , ad fteuitiam firx gignuntur.ita propria nobis ejl mentis agitas ] tio,atq i folertia,undc origo animi coelcfUs creditur. Atq ; licet huiufmodi diftiones eodem tendant , tamen ufu difiident, er quafi diuerfo itinere ad idem perueniunt.Vt enim pro quippe hoc in loco rette dicam fiquidem,ucl nam,aut nanq;,uel enim, aliqua difiionc antecedente , ad hunc modum : ici enim ejl homininaturale : ita rarius per Quoniam , qucapiIf in nefirio crimine,& fraude capitali effet ponendum. Quintii, dta pria. Non autem ut quicquid praecipue neceffitrium ejl , fic ad cfji = ciendum oratorem maximi protinus erit momenti. E t iterirn: Ne dut prateriti aut futuri.Pr£teriti pc:Pridic quam intrarem ma* rejux ferena julpt. Futuri pc : Pridie quam intres patriam , fa» cripcium jacito. id cft,die pr£cedcnti}quo aut mare intrafli,atxt patriam intrabis. ltem,Poftridie quam pater mortem obijt}eptt lum fici.Et,Poflridie quam uxorem duxero, nauigandm mihi efl.Vcl eugenitiuope: Pridie illius dici.CT, poflridie illius diei, quo dut hxc fvci,uel jaciam. Vel pne quam,cr pne diei,ftc:Ve * nit ad me Chremes poPridie clamitans, fupple illius diei: quo hjtc gejh funt.Et , Ctwn intraui urbcm,audiui hominem pridie receptjjc. Dicimus tamen. Quum has Uteros dabam, erat pridie Calendas Augufti:ucl,poflridie Nonos : er hodie eft pridie lu* dorum Circenptm: cras erit poflridie nundinarum. Refirtur enim afe teinpus non ad hodiernum , craftinumq j diem, fed ad alium quendam, ueluti ad eum, quo hslitene legentur. Jdeoq; errauit,qui ferippt pciQuum R omx domum eius loquendi grd tia adijfem,orauit me,dicens, Poflridie ad me redeas: Dicendum erat, cras: aut pc,poRridie ut redirem orauit. Rurfusnon refte dixijfeipcicras ut redirem orauit, fed poflridie. Atque ut non dicimus nudtuffecundus,ita nec fecundo Calendos, fecundo No* tios,fecudo' Idus: fed pridie Calendas, pridie Nonas,pridielctifo Item, ut non dicimus nudiusprimus , ita ne primo quidem Calpt das,primo Nonas,primo idmfed C alendis, Nonis,ldibus.Pr£x tereaexhis duobus alterum firmat ex fe denominatiuum,altc* rwfi uero minime. Ex pridie flt pridianus, ex po&ridie non pt poflridianut, aut in ufu non efl: fed pro.eo abutimur cra&inus, per quod pgnificatur no modd dies fequens hodiernum, fed etH quemlibet alium. V ergilius G eorgicorum primo: Sin uero adfolem rapidum, lunosq ; fequentes Ordine refyicies, nunquam te craft MfiUet Hora, ' ELEGANTIARVM L I B. II, Horc^neq; injidijs nodis cupiere ferent. Eodem quoq; modo abutimur hedernus pro pridianM.Terent. -Ex iure beflerno panem atrum uorent. Cicero: Vide* tn Eoftaft,/; re uideor alios intrantes , alios exeuntes , quofdam ex uino ua * fcabeamer,dum culem,in quem cotis ieflus dejvrrctur,compararetur.Terent. Ego tc memn ejfe dici fnHcautont. txntijfer uolo,Dum quod te dignum ejl, facies.Sunt tamen qui pro t&ntmodo accipiant. Sunt qui etiam pro interea. Q ater a quoq; fic a per copofita,ad teporis breuitatem referutur: Parus per,paulijfer,aliqudtijfer. Sunt qui per imperitiam hac accis piut pro fuis primitiuis,que funt paru,paulm,aliquantulm . Dc Fer Temere. c a p. xlix. FEre fignificationem habet non omnibus notam,niji quan * do fignificat pene, cuius fignificatio efl,paulu abfuit quin: Ut,pene, fiue fere in manus boftiu incidi, id cfl,paulum abfuit , quin in manushoitium incidere. Altera fignificatio efl , qutm fubintelligitur aliqua uniucrfalitas:ut Qtfint. Ha funt fere eme date loquediyfcribendiq ; partcs.id efl,jere omnes. Ideoq} fere omnes adiungitur.ut idem,Nam in omnibus fere minus ualent pracepta,qum experimeta.Similiter de loco,de tepore, fimdis busq^.utjUtor fere hac ucflc in faciedis facris.id efl,in omni fere I k trnpo icia,an me fcqui pofiit, fiam, uariant# dicam,subindc refyicio, Cicero autem diceret identidem. Nam n£urJ* subinde uti no folct,ne aequales quidem eius,varro,Salluilius, Ccefar.licet iUi utantur nouifiimo pro ultimo,multiqi alij,qucd Cicero no facit. I tidem, er l tem, fignificant id,quod fimiliter. H * urinator mirifice natxt,duraiqi fubter dqudm, - 1 De Sicut,lta,lucp,SC Sic. c a p. lui i. Slcut,habet nonnunquam uenujhtem magnam,dt. » ELEGANTI ARVM LIB. II. iit De Iterum, Antehac3Pofthac5Dcinceps,•« ualeas,mecj; mutuo diligas.hoc cfl,rmhi in amore refpondeas. De Srilicet,ero,cr opto) non lcgulei,fed iu * rifeon fulti euadent. Quod ad meum aute hoc opus attinet , non fraudabo iuris conditores debita laude. Tantum igitur deberi puto huius facultatis libris , quantum illis olim qui Capitolium ab armis Gallorum, atq; infidijs defenderunt : per quos jaftum cftyUt non modo tota urbs non amitteretur, uerum etiam ut to * ta reditui poffet. Itaque per quotidianam lettionem Digedo* rum,cr femper aliqua ex parte incolumis , atq ; in honore fuit lingua Romana, er breui fuam dignitatem , atque amplitudi* nem recuperabit. Sed ad reliqua pergamus. Dc T anti,• uerfam conuicimus naturam effe : er prater hac unum, cuius, l»b.«, cuia , cuiwm : quod a ueteribus non inter nomina , fed inter pronomina numerabatur, ut meus mea meum. N ec Graci relatiuum , unde hoc nomen defeendit inter nomina, fed in * ... /1 ter articulos codocant: er nos pronomina quadam articularia ^ folemus appedare. i deoq;,ut dicimus, mea eft, tua eft , Jua eft: er mea, tuafia intereftiita cuia eft, er cuia intereft. P lau* tus in Epidico : Ego dium conueniam , atque adducam ad te, cuia eft fidicina, Cicero pro MurxnaiEa cades potiftimum cri * l mini / j. tU ^AVRENTIIVAtLAE , Atini datur ei, cuia interfuit: non ei, cuid nihil interfuit. Igitur j intcrrogatiiCuius hominis cjl hoc opus i rejpondcbimusmewn, non mei.Cuius domini hic fundus: tuus3aut fuusmon tui,dutfut . Rtirfiim, Meurnnc fundum pofidcs,an tuumf rcfpondcbo neu* triusyucl illius. Interrogamus adhuc, rcfpondcmusq ; pcruanos fdfus:Meum'ne prrdiuefl, an illius: rcjpondcbofeUi uscerte, non tuum* Similiter de Cuius nominatiui cafus, ad quod nuqyatn re* , , ' fbondcM per eu dem cafum, nifi in tribus pronominibus deriua* — tiuisiut, cilium pecusfrejpondcas meum ,-ucl illius. Interrogatur ?. ctfa m per diuerfos cafusiut, cuium pecusftuum nc,an Meliboei? fcd per talem diftionem nunquam rcjpondctunnifi dicas,ejt eu* ium ejl:uel,eft cuittm ejfe debet .er fi quid efl firnlc. C A P. I*1* f De Tanti, Quanti, MagnijPjruijCum interelt E Adcm mti,eciemq; non pofuit. Septuageno,ii ejl,feptuaginta coitibusj>er fingulas nodes. Nam ita h£c nomi* na exponuntur.ut creabantur olim bini confules.id eft,per fttt* gulos annos duo. vtuntur ergo oratores legitima j ignificatio * ne horum nominum: binus enim,jiue binqfignificdt fingulis • duo:ternus,fwe terni,finguhs tres:quaternus,fiue quaterni,fin* ‘gulis quatuor. At poctx non ita. Septenus enim gurges non ejb fingulis feptem/ed feptem tantu uni flumini Nilo. Nec in jingt* lari modo flgnificdtione hac abutuntur ,uerumetiam in plurali ^£eorg.u yt Vergilius: Per duodena regit mundi f )t aureus afbrd. Prifcjib.». aftr^pro duodecim adra.At hoc fepteno , Prifcianut exponit feptenario:quod nubi non placet , quum inauditwm fit flutnen aliquod habere feptenarim alueum , zr fontem edere feptenarium riuum. Siquidem haec nomina numerum aliarum rerum qu£ non nomindtur,indicant,non multiplicationem fui *^ ipforumiuty lapis centenarius,non quod jit centuplus lapis, fed ' centum librartm:homo centenarius,non quod fit centum gemi* nus}fcd quod habet centum annos: grex centenarius , non quod jfint centum gregestfcd grex centum capitum. Rurfus non dici* mus centenariam libram,fed centuplammec centenarium annu , fed centuplum annorum.T amen dicimus centenarium,feptena * rium, duodenarium numerum. Siquidem numerus omnia com* plebitur, flue centenarius, flue decenarius, fiue alius quiuis nu * merui ELEGANTI A R V M LIB. III. U-j fcwriw c£teraru reruf^^aru, annorumfwulify. ldecq; rctlc dicimus ceimnariu umerum anttoru ingrejjus ejhnon autem, centenarium ann titfWfjr* 9tulenanum numeru portat pondo: no autem, nulcndrid pondo. Potuijfict igitur P rifeianus commodiui cxponerc,fcptcno gurgite, pro feptenarij mmeri gurgite.Qua expofitione utifolnnus in illis numeralibus, qua ultimu numeri cius fignificant:dccimM,undccimM, cete fimus, mdcjhnus,id efi, qui ultimus cjl ^ decem, ex undecim,ex centu,ex mile.Aliquan = do etiam fjc:hoc aruu dttulit centefimum, illud ucrofcxagejhnu, tuum ucro trige fimum frudumiid ejl,cetenarij numai,fcxage= tiarij, tricenarii fruftum,uel centuplum, fexagentuplu,triccntu^ plum.vhnitfs lib.x v 1 1 i.Admifcetur huicfkr,ut mitiget ama- Cap.i6, rjtudinem cius, er tamen fic quoq; ingratifiimmn cjl uentrv.na = fcitur qualicunq; folo cum centefimo grane: ipfumq •, pro latx= ' — * — ine.efl.Non ultimum granu/m e centenario numero intellexit % ’ fcd grana centenarij numeri, fiue granu cetuplum, fiue ccntcnu, eo modo quo idem autor dixit uiceno.Hac etiam ratione appcl c lata cjl quadrage fi ma, quod quadraginta dies continet: quo uo * cabulo eloquentifiimi Cbridianorum utuntur. Quidam etiam quinquagefima, fexagefima, feptuagefima. Atq; ( ut ad ranxc= deam ) utiniur fuperioribus illis nominibus crebrius in plurali numero, finguli,bini, terni.Tnnum igitur cum habeat fin gula* — ,y , — , rem numerum, apparet non efjc natura iftorwm. Quinimo non memini compcrijfe mc illud in plurali, licet cr fingularc parra * furnfit. , ut trinum nundinum. Promulgari enim debebat antis quitus rogatio apud Romanos trinonundinoiqubdCut opinor ) aut tribus in locis uno die , aut tribus diebus uno in loce celebra batwr.ut trimus triu annorum, ita trinus trium dierum, aut triu locoru. Prijcianus autem ait trinundinum pro trinundinarum, prffCiijb>7, Ciceronis ex emplo pro Cornelio : Primo ex promulgatione tri = ^ C} i nundinum dies ad ferendum potejhsq; ucnijjct. Quod fi ita efi* ^ — /cf,4 tris compofitum eJJet,non a trinum,ut ait Prijcianus, ficut l 4 trinodium : i6t  —fc», trinodium:fcd ferfan per apocopen dicimus trinundinum, prd Cap.4. trinum nundinum , aut plane trinundinum. Quintilianus libro ^ fecundo,Siue no trino forte nundino promulgati, /tue non ido* ~~ neo die,ftue contra inter ccfiionc,uel aujficia, aliud ue quod le* gibus obdet, dicitur lati ejfc , ucl ferri. T itus Liuiuf libro tertio: oftquam uero comitia decemuiris creandis in trinundinum in» didafunt.l dem libro quinto,nife editioni meda inefe,ait:Antei — ^ trina loca cum cotentione fumma patritios cxj^crc folitos, huc ~~ iam oftoiuzcs ad imperia obtineda ire. Donatus tamen hoc no* mine utitur, er difcipulus eius, non tamen magiftro indodior, Hieronymus,cum alibi,tum ad MarceUamiEt Trinam negatio* ne,trina poftea confefeione deleuit. idefe,triplici. Catcri quotfc eodem nomine Utuntur. Vnde didi ejl trinius, trium perjona* rum una diuinitis.Seruiusfuper illud vergilianum, tib.8. AenriV* -fer na arma mouenda:ait,¥igura poctica:Nd trina debuit di* cerc. Arma enim funt tantum numeri pluralis. Sed hac ratio Ser* uij,qu'am fit efficax, ipfe uidcrit,qui uult hoc nomen^aptum effe nominibus numeri pluralis : quod etiam reperimus coniundum eum nominibus fingularem numerum habentibus. Et quid prae* terea dixiffet,fi apud Vergilium feret quaterna armat nunquii legendum effet quatrinaf V erum non ejl trinum de numero eo* rum de quibus dijfeutauimus, quorum fingularem non frequen* tari ab oratoribus diximus , fcd a poetis , er quidem improprie . Etiam nonnunquam improprie pluralem, quod aliquando ipft quoque oratores faciunt , fcd nccefiitatc in his nominibus qua fingulari carent, ut codicilli (licet I uftinianus utatur)ut liberi, ut pugillares, ut nuptia, ut arma, ut cadra. Aut fi non carent, funtej; uel diuerfi generis , ut nundinum, er nundinajcli cium, er delicia, ucl diuerfie fignificationis , ut haejedes , er ha ades: uel diuerfi er generis, er fignificati, ut epulum, er epu* ie. Neceffarium efl autem dicere binos codicillos . er ternos > C r quaternos, non duos, tres, quatuor, ratione di dante. Quid enim ELEGANTIARVM LIB. IU. enim fi de diuerfis codicillis dicendum mihi fit , quomodo di* cam,duos codicillos fcripfit patcr,umm ad me,alterumad uxo remiiUud enim unim,& illud alterum ad quid referturi ad co * dici'dum,quod non reperitur i Dicendum efl ergo unos . Quod fi unos,ergo er binos dicendum erit, quod ex Cicer . exemplo liquebit. Duplices finulitudines effe debent , uiue rerum, alter« Diruit^dificatymutat quadrata rotunda. Dc Liberi, Pugillares. cap. viii. I beri profihjs fingularem non agnofeit, cuius natura a fu * /perioribus dijfentit.Na ut dicam , Lego Titio ternas ades, unas in jvro,altcras in J atiiculo , tertias in Suburra:ita no dica , ex ternis liberis meis,unos,alteros,tertios : fed ex tribusliberis meis unum in alienam familiam dedi yalterum abdicaui , tertium haeredem injlituiXuius rei caufa ejl, quod quum dico unum,aU tcrum,tcrtium3adiungi folet filium: er tres liberos , quafi tres filios: quod ita non fit in ades , cr in Uteros , nifi fubintelligas domum , cr cpifiolam. Sei quid facies in caterisf ut in nuptias , Cr in pugillares i ab furdum fit dicere,unam nuptiamyunum pu * gillarem.Pugillares aute fignificat tabellas cereas , jiue ligneas. Apud Mode- fiue Acrius mater is >in quibus Jtylo feribimus . Liberum tamen ninu dt.de Pac. pro filio cr apud Quintilianu,cr apud P.Ut>.)6. aempUrU bdbcit iuodcmpntiolymfuic.llm proximo li« bro: Atque adeo duodequadragenum pedum l.ucullei marmo* ris i» atrio Scauri collocati. Duodequadragenum , pro duode * quadragenorum. T. Littius libro primo : Buodequadragcpmo ferwc anno, ex quo regnare coeperat T arquinius. Dc Domus. c a p. x genitiuos fatos habet, unum fccund£, alteru quarta \ ) declinationis, domiyCr domus. Sei ptior fignificat locum , ubi quis manet.poRerior corpus ipfuin,atq ; e,fumm,nc dicam fceleratm,cr im* pm C otior. &,Vrudens, ne dicam fapienshcmo. N am fipo* tumui in accufatiuo,perquam abfurdm fvret:fic,Crudclis,ne dicam [celeratum, cr impium Casicrcm.cr,Prudcns,ne dicam fapietem hominem. In priore enim modo fubintcUigitur eumz fic, Crudelis Catior, ne dicant eum f 'celeratum , e r impium. 1 n alijs cafibui non efi hoc nety diuerfm,neq. ; caufa-.ut idem, An jperajjet hoc uiuo Milone, nc dica Cbfuletuel fic,An fccraffet hoc uiuo,ne dicam Confule Milonef Illud eiufdcm in libris ad H crinium neq; difiimlchis , neq ; ufqiicadeo funde efi : Obfuit plurimum eo tepore Rcip.confulum jiue malitiam, fiue ftulfitii dicere oportet, fiue potius utrunq;. N ani ubi erit ftippofitumi certe deefi. illud nanq ; uerbum quod intericftm efi, de nomi * natiuo mutxuit in accufatiuum.Sed ficut in Luripo,aut Sicilio ) l damtli tfreto inflata uento ucla,aquaru impetui retroire cogitiia ora * donem lege grammatica euntem autoritxs ipfa, confuetudofe inhibet,ac repeUit. V erum (ut grdmaticoru expctfntioni fatis * fidam) fic erit cotiruendumiaut Jlultitia cojulum, aut malitia, aut potius utriiq; obfuit plurimum eo tepore Reipub. fiue illud fftum confulum dicere oportet Jlultitiam, fiue malitiam, fiue potius utrunque-.uel pc,objitit plurimum Reipub. eo tempore confulum fftum , fiue illud malitiam , fiue Jlultitiam eorum j fiue utrunque dicere oportet. Dc infinitiuo ud incerienu * mero,er gcnere:ut,Ego illum de fuo regno,iUe me de no * jlraKep. percontatus eft. Dtio fuppofia funt,ego,cr iUe,quo * ru/m utriqi uerbum accommodatur. Sed fequenti palam,ante* cedenti per fubinte!ledione:ut Jit,Ego illum de fuo regno per* conatus E. L EGANTIARVM . III. t9f tontatus fium,iUe mede noAra R epub. per cotatus eft. Conuerte ordinem perfionarum , fimul perfionam uerbimutaueris:fic,lUe me de no Ara R epub. ego illum de fuo regno percontatu s fwm ♦ genus fic.cgo illam de fuo regno,illd me de noAra R ep„ percotm eft. Muta numeros ficiego illosjlkiuedefuo regno, iUi ilhc'ue mede no Ara R epub. percontati, pcrcontat^ue funt: er item econtrario. fu i.ijjuh fvrmkm llon cadit , quo- tics per compdrationein}dutyjMilitudincm loquimur,quale ejh Melius ego iAud,quam uos , jrftffcnunon autem,quam uos fi* cifictis. Hoc ille ita prudenter,ut ego,ficijfiet:non autem,ut ego JiciJJem. Hic enim fubinte!Iigitur,Jtc:Hoc ille ita prudenter,ut '-r-cgofeciyW ipfieficifiet. Melius ego iAud,qum uos ficiAis,fi* cijfem.Vcrbum enim principale debet efferri, fubinteUigiaute quod non ejl principale. Vbi collocandum Gc adfaftiuum. c a p. x x v. ADieftiuo,quum praceditydcbent obfequi fubftantiud,ali* teruitiofum cftiuthoc modo,Nulld uirgo eft dicenda cor*t~* rupto uel animOyUel corpore. Dic pro animo mente : jie. Nulla uirgo dicenda eft corrupta uel mente,uel corporr.autyconuptor* uel corpore,uel mente,non erit Latinum. Q uodeontra jit aut 90 ffafedente fubJhntiuo,aut reicAo in finem adie£liuo:fic,Nul la uirgo dicenda efl,uel mente corrupta, uel corpore : aut , uel corpore corrupto,uel mente. J tem,uel mente , uel corpore cor* ruptoiautyucl corporeyUel mente corrupta. Similiter in plurali ( uariabo exempla ad euitandum fislidium) Nemo diues eft, uel ualetudine infirma,uel fenfibus:aut,uelfenfibus infirmis,uel todetudine. item , nento filix ejl uel conficientia , uel membris affvAis:autyUel membris, uel conficientia ajfida. Cicero tamen in Philippicis inquitiOptima fiunt er mente, er uiribus. Ne * fcio an culpa librariorum fit,qui ita ficripfierunt , pro eo quod cfi , cr mente optima fiunt, zr uiribusmel,optbna fiunt mente . & uiribus. Qgti o LAVRENTII VALLAE Quid momenti faciat c5iunctio,aducrbium£g difiunr* Aiuum ex collatione. c a p. xxvi, EX his qux tradidimus,palm efl,ncquaquam refte dici,cor rupto uel corpore, uel mcnte.Debet enim adtefiiuum idui ad utrunq; fubfhntiuum applicari in gencrc,zr numero. N eq; de Vel tantumodo intclligo , fcd de exteris quoq j coniunftioni * bus.per Et,ut modo ex CiccrOneattuli ex c pium : per Nf c,per Siue,per extera huiufmodiuieqi hoc folum ubi adefl fubjhnth uum cum adiefiiuoffcd etid fine eo,quale hoc efl:Tu nec fice» res,nec ego permittere. N on efl hic fermo Latinus. Dicendum ndnqi erat,nec tu faceres, nec ego permitterem: aut fic,Tunec faceres, nec a me facere pcrmitterens.'l on rflfWOMTto det a prima dittione. I tem,potcs cognofcere partim ex aliom fermone,partim te docebit ipfe abeUd)‘ius:no ejl Latinum:fed fic, Partim potes cognofcere ex aliorum fermone,partim ex tx» bellar io. i tem,puto tum ex fuperioribus literis te omnia inteU ■ lexijfe,tum ex his intelligere potes : dicendum erdt,tum ex his intelligere pofje. I tem, paratus fis uel pugnare, fi qui te lacef» funt,uel fi qui no funt,nc recufes facere paceidicedwm erat aut fine illo,ne recufes: aut fic, uel paratus fis pugnare. Ex his quae dixi,uideor reprehendere legem illam duodecim tabularumiLi» *■ * > beri parentes in egefhtc aut alant,aut uinciantur.quafi diccn» dum fuerit,liberi aut parentes in egefiate alant, aut uincidtur » Sed no efl uetufias illa reuoedda ad hanc regulam,qux confiat ex ufu eoru,qui more illo uetufio non funt locutiuametfi haud dubie opinor priimm Aut, a quibufdam adicfttm ,■ legiq ; ia in uetufiifimo quodam codice Declamationum Senecx:Liberi parentes alant, aut uinciantur.Huius etiam loci illud efl,nc hoc modo uerba commifceamus diuerfam naturam habentia , quale efl, ille mihi nec nocuit unquam , nec adiuuit : ego nec offendi em,nec profuiidicedunt erat,iUe mihi nec nocuit unquam,nec profiitiaut fic, ille nec nocuit mihi unqud, necadiuuit:ego nec offendi ELEGANTIARVM LIB. III. t9t effindi cum,nec adiuui:aut,ego nec offendi eu,nec eide profui. De ufu negationis, cap, x x v i i, TRes aliquando negationes no plus efficiut quam du fed ne luna quidem ad folcm ferudt Jp lendore fiuu,rette dicitur . 1 tem hoc modo rcttc:N on modo nulla jlclLc, fed ne luna qui * dem,cr ca ter a. At quoties diftionibus quadam adefl cotrarie * tas,no pofiis tollere alteram negatione, ut hoc modo: No modi fteUa no apparent , fed etid luna ad folcm obfcuratur. Sine ne * ■gatione geminata no rette loquaris. I tem, no modo no dbfoluo hunc , fed ne leui quidem poena cum eo tra figendum effeputo » Quidam tume nuper fcripfit:Non modo abfoluedum huncjed nec etiam grauiter puniedum puto:quum dicere dcbuijJct,non modo no abfoh6‘ tuere,defende,ama,ncrclinque.Hic nos Quintilianus admonet, ne pro illo,ne feceris,dicamus,non feceris:quia alterum negans, di efl, alterum uetandi. ideoq ; ne cum prima perfona fingula = ris numeri nunquam coniunttum inuenimus , ob eadem caufiam propter quam imperatiuum caret prima perfona in fi ngulari, quia nemo fibifoli imperat, aut uetat. Vnde jrequeter legimus, ne timuaimus,ne timeas, ne timutritis,ne timeant . Nunquam autem ne timeam,nifi ne pro ut non:fed non timeam,no aufim, non fperem,non timuerim, non fperaucrim,non crediderim : id efl, timere, audere, ffeerare,credere,non pojjum: aut non debeo: n ita in t ita in aliis perfonis:ut idem Quintilianus, Non expcdcs,ut fk* tim prati# agat, qui fanatur inuitus. id ejl, expedire non de* bes Non enim eo modo hoc dixit, quo dicere folemus,quum ue* tamus,ne me expedes amplius . Hic enim negatio ejl, nonueta* tio. I a, N on expedMens,cr ue expefauens, q uorwm alterm praeteriti temporis ejl,ncgat$:alterm futuri , c r ucat, c A P. XXIX. De lepore Si non,« Nifi.cum aliis uerbis. HOcattodadbucdc negatione fubijciam,ad[otamclegaiu tim dicendi pertinet: quod quale /it. fdwlhs ««P“ Dedam... per feapparebit. Quintilianus: Non ejl difia e ut maritum uxor occtdntjjtno ejl difficili* ut filius patre. tdeM^eo cauf- fm dimttimus.ut no fit abfoluedus adolefcens, ntjt etta lauda* im. I dnt-.Quare non pclit,«t tmfertt putetis.mfi er «»“«" V*-'"-'- &crit:non petit, ut afflidum alleuetis, nijt cr ) lnfiliciorem,qu6d patrem amifit,quam quod oculos, Serum ... «tuloitiucAt itero malum ejl liberos -«attere. Malum.mfi boej fptfl*'4- peius fit, Sic Mfcrrc, V pnpdi. Samius: Tamtediotmul in.Catij. PLt|1|’t p Jc pudicitia, fifimafua,fi dijs,aut honumbus an.) nuam «ili pepereit. Ignojiite Cethegi adelefcentuinifiltenm patria bellum ficit. TitatLiate libro trigrjtmoprimo: Nant a»6i «a ea attinet, qua nobis obtecif,m/i gloria digna jmt, pu teor ea defendi non pofje.0uidius lib. deennotertto Meantor. Nec omen hac feries in caufam projtt Acbitn, Si «abi eam magno non ejl communis Achille. Huic finale eji, quale apud eundem, hb. i i.eiufdem operis: Mentior obfcurum nifi quum nox fecerit orbem, Nuper honoratas fumnto mea uulnera eoclo videritis ftellas- Et Quintilianum: Mentior.ni/t 4«utn pere» erinatio mea nos aia«eeref, maluit effe cum matre. Et iterum. Allidere enim, cibos miniftrare, manum pom gere cjutlibetpo» terat, mentior nifi /udum ejl, idem uerbumapud Atnbrojmm ELEGANTIARVM . Jl'l. t9S fode modo pofitu,tum in libris Officioru,tum Hexameron,tim in alijs reperies. Et apud Cyprianum ad Donatum : Mentior , nifi alios qui talis ejl , increpat : turpes turpis infamat. De V ter V tri,Altep Alteri, Neuter Neutri,36 Quis Cui. c a p. xxx. VT er utrum accufat Latine dicitur.ut C icero pro M ilonf, Vter utri infidias ficerit, Vterq; utriq; uix aufim dicere. Heuter neutri omnino no dixerim.Teretius in Phormione inqt: A&rJctj' Quia uterq ; utriq ; ejl cordi . In duodecimo quoque comentario rertt a Cafare gejhru,fiuc ab Hirtio,fiue ab Oppio ( nam inccr CjeCIib ftngidiyCr tamen per hoc idem compdrdtiuum loquimur.ut uo * cdui te prior,percufii te potierior,fupple quam tu me.Nonuqua unus hinc efl, illinc plures:ut , uocdui uos prior , fupple qudm uos me:uocduimus te priores,fupple quum tu nos. Ide de fuper ldtiuo,ubi mula mcbrafuntiut primi nos uenimus,uos potierio res, ille ultimus:primus ego intrdui uaUu,tu ferior, iUi ardifiinu. Dc regimine nominum Criminalium,S£ Poenalium. c a p. x x x i i. SI quis furetur rem fdcrdmde prophano , teneturne fderile* gij,dnfurti,dn utroq;fnon dutem,dn utriufq; . Qui futiule* rit rem fuam de fdcro,furti'ne tcnetur,dn facrilegij , dn neutroi non dutem,dn neutrius. Accuftre hunc potes uel furti,uel facri * legij,uel de utroque,uel de ambobus : non autem utriufque, aut amborum. C ondemndrc non licet de utroq; , fed de altero, uel furti, uel fderilegifinon autejed dltcriui,uel parti, uel facrilegij. Cur itu fit, ut demus uarios cafus eidem uerbo, prxfertim fiub coniunftionibus,quecide,fed in his etiam qu A» Cedo, non mitius hominem ipfum,qum ius commune defenfum uelU tis.Quintilianus:An iitcidijje in fordidum nomen,non eo con « temptum hominis,quem dedrudum uolebat,auxiffe. C A P* ' L. PropoGtiones, rationes c£ interdum mifcerl o Nam aio LAVRENTII VALLAE NAm ubi uitici neceffe e ft,ex pedit cedere: (tue plura funt de quibus qujeritur , ficilior erit in ca-teris fides : fiue unum , mitior poena f olet irrogari uerecudi£. M ifcuit hoc loco Quina til. propofitiones,rationcsq;,quum fit ufitatifiimum fic dicere: Siue plura funtje quibus queeritur, fiue unum. Si enim plura , ficilior erit in cectens fides: fin umt,mitior poena folet irrogari tfb.i.capA uerccundU. Atq; iterum : Firmis aute iudicijs,iamqi extra pe a riculum pofitis,fuaferim er antiquos legere ( ex quibus fi ajfiu* i matur folida,cr uirilis ingenij tus , deterf o rudis feculi fqualo* re, tum hic nofter cultus clarius enitefeet ) er nouos, quibus er ipfis multa uirtus adefi. Alius dixijfet,fuaferim er antiquos,cr nouos -.antiquos quidc,cr c£tera:nouos uero,zrc. Cic.in Ana Philip.*» toniu : o' te miferu, fiue illa tibi noti no funt ( nihil enim boni nofli) fiue funt,qui apud tales uiros tam imprudeter loquare. . De ufu uemifto uerbi V ideor. c a p. li. NOn uidetur tibi quod bene ficiam: cr,ntihi non uidetur- quod beneloquaris. Sicut uobis uidetur quod male ficta mus,iti nobis uidetur quod maleficitis : uidetur tibi quod iUe bene fcribat,ej uidetur mihi quod isli bene arent. Rufticanus hic fermo eft,er agrestis. Eruditi enim fic loquuntur:^ on uia deor tibi bene ficere : w,tu non uiderismihi bene loqui. Sicut uobis uidemur male ficere , ita nobis uos uidemini : lUe uidetur tibibene fcriberacr,ifti mihi uidentur bene arare. De uulgari quodam ufu Mihi3 De h; ELEGANTIARVM LIB. JIT. zij De Id quod; cum alio antecedente, c a p. l x i r. Xr I deo te amatorem fiudiorum , quod me maxime iuuaf.uel, V qua res me maxime iuuat:uel,id quod me maxime iuuat, amator es fiudiorum.item,uideo teyquod me maxime iuuaf.uel qua res me maxime iuuatiuel , id quod me maxime iuuat,ama* torem fiudiorumiqua exempla fibi quifq - conquirat . Dc Aliquis^uifqu^Quifpia^ VIIus. c a p. LXIII, AUqutstquifquam , quijpiam , ullus idem fignificant , diffi* runt(h d quidam,ut in alio opere ( quod de dialectica pro* pediem edemus) obtendetur. vUus tamen quodammodo claudi * cat3nec fere citra negationem,quafi citra baculum ingredi po * tejl,niji interrogatiue:ut , uocat me udustaut fubiunftiue:ut,fi idlus me uocat. N unquam plane affirmat iue,jicut ida fuperiora. De eadem perfona tanquam alia, c a p. lxiiU.^. A/T Eoccuputo adminihratione magiftratus , nudum tem* A. 1 pusfeponere adjludendum poteram. V el,me o ccupato in adminisbratione magiftratus , nudum tempus mihi reliquu erat. Rarifiime Latini fic locuti funt, Graci frcqucter,fed hoc modo potius:Occupatus in adminisbatione magiftratus, nudum tem * pusfeponere ad ftudia poter am:uel , Occupato in adtmniftra* tione magiftratus,nudwm mihi tempus ad fludia reliquum erat. Dixi rarifiime,non tme nunqudminam quidam fic locuti funt* ut Horatius de Arte poetica : . ~ - Laudator temporis afti Se puero,cenfor,caftigatorq; minorum. Quintus Cicero ad T yronem : N on potes effugere huius culpa EpHlpcnuit. poena te patrono, Marcus efi adhibendus. fubintedige,pro ipfo ,ib-,6*'pi£a* p atronus.Simile quiddam fapit per,qualeejt apud McTuttium: DeOnto.U,«. Quum cr per meipfum cgijfem,etper Drufum fiepe tentxffem. illud enim per,fignificare folet mediu quendd,ahuq j intercefio * re. Ni uc uero quis queat medius effe inter fe er aliufcr tume fic uulgo loquimr,per meipfum rogaui , per teipfum obtinuifti. o i Auxit 218 LAVRENTII VALLAE Auxilium do,fcroc^:Opem fero cantum, e a p. l x v. AVxilium do,fero(f; dirimat . Opem do non di cimus, fed fi* ro:unde Opitulor,quod T uUianuuerbu. cjje Seneca autor eft: quo txmen er Sallufhus utitur,cr Plautus,^ alij nonnuHL De A\Ex,5cri,cr nifi de uia feffus effet , continuo ad nos uenturum fuifje . Quafi de labore uic I Qtjintilianus, «ledani... Ub.9tcap.i7* ELEGANTIARVM LIB. IIL xt9 D( In diem,In diesjn horam,In JjoraSjPropediem, ac Propemodum. c a p. ixvii.i, IN diem aliud multo efi3qum in dies. lUud plcrunq; cm hoc ucrbo uiuit jungitur, vt Quintilianus : Non ut fere noluere prafentu modo cibi memores in diem uiuunt, duratum hyeme reponitur uiftus. Aliquando,fed raro3cum alio iungitur uerbo ; ut Salluftius3Panem in diem mercari, quafi dicat,prafcntis diei fnlugutt, habere ratione, nihilfy cogitare $ craftino. 1 n dies idc ejl quod quotidiefed proprie cum quodam incremento : ideotfc plerunfy cum comparatiuo : ut , Quum in dies malum arftius premeret . Et, Quum in urbe infinitum malum ferperet , idq ; manaret in Cic.Phiiip,t. . dies latius.Etiam fine coparatiuo3fed tamen per uerbum figni* ficans incrementum : ut Liuius , Crefcente in dies multitudine ► Quod non liceret dicere, concurrente in dies multitudine , fed quotidie:aut in dies magisiquum tamen liceat fuperiora exepla dicere per quotidie : quum quotidie malu arftius premeretis, quum in urbe infinitum malum ferperetjdcfc manaret quotidie latius. Et per in fingulos diesiut Cicero ad Atticum,Quotidie , uel potius in dies fingulos 3 brcuiores ad te literas mitto, id ejl, non modo quotidie brcuiores ,[ed etiam in dies.Nam ha quoti * diana Utera funt brcuiores his3quas antea mittere foleba : qua poterant ejfe omnes pari brcuitate.Atqui ha quas in diesfingu los,fiue in dies mitto breuior es, tales funt, ut hodierna fint bre* uiores hefiernis, er craftina hodiernis , er perendina craftU nis: er ita afiidue. Et peftilentia in dies fit maior , er quotidie fit maior : fic pojjunt uidcri hac duo differre, quod in hoc pof* funt hodie fupra numerum hefternum decefiiffe quatuor, quum heri decefferint decem fupra numerum eorum , qui deceffe* rant nudiuftertius . Non ita in illo , ubi ultimus qui fque dies maxime increfcit : ut fi nudiuftcrtius decefferint duodecim, hc* ri quatuordecim , hodie ncceffe ejl decedant faltem decem er feptem ieras faltem unus er uiginti, perendie faltem fex er uigintL no  E uigintuEandem difjlenentiam habent in hora,cr in horas,quant Phiiipp.fi in dientyGT in dies. Cicero in Vhtoppicis:Hgoty,«ocor in Jpem, ingredior in fpemmo tantum fpeifir* ' mitAtefignificat,quatum, colloco in tcjpc,c? repono in te fpe. OeOtaUib.i, cicero; I n quibus tum fpem maiores natu dignitatis fu£ collos carant. Quin tilianus:In quo fpem unica fenettutis reponebam. De uerbis ad recordationi per tinctibus, c a PriStxxifryj- I Umentem uenit mihi, occurrit mihi, fuccvrrit mihi,fubit -5r mihi , pro eodan accipi folent. Sei hoc ultimum frequentet* quoque admiferationem. Quin tilianus:N obis uero natura ais uerfus exanimes ingenuit non folum miserationem ( qu£ cogis tationi noftr* fubit ) fed etiam religionem, vbi non ita decuifs ftcncid.*. fet, fuccurrit , occurrit , in mentem uenit.Vergil -Subijt chori genitoris imago. Aea.*. -Subijt defert a Crcufd. vbi nequaqud decuiffet,in mente uenit mihi dc choro genitere, er de C reufa deferta. Jungitur etia hoc ' Lib.j. uerbu cum accufatiuoiut Curtius , Sera pcenitetia fubijt regem. Dc uerbis ad uifionem pertinentibus, c a p.lxxxiii. VI deas,uiderc licet,licet cernere : apud quofdam etiam cers nere efl,pro eodem decipiuntur. V t, ltaq; uideos iuftos ins • iufHs rebus maxime dolere , imbecillibus fortes , moderatos ims • modeflis. Licet uidere nonnullos tanta ftultitio,ut uix differant, d natura brutorum. Licet ora cernere iratorum3uti mutentur. Offl.*. Ciceronis hcquus,uchiculu,Jignificdt potius id quod uehitur, qui ejl homo. CiceroiTame er fummi gubernatores in magnis tepcjkb 6. ue^orj(fUf admoneri folet. Quintii. Sic in nauimfilij mei male permutatus ueftor imponor. Non tamen ueftorc accipias pro nauta.Hinc efe quod inuenimus nonunqud diftu , nautas er ueftores. Sunt enim ueftores , qui pretio in aliena naui uehutur, lde Quintii. Cur infeanatis equis ueftor infedetf N onunqudnt pro ei qui uehit,ut Seneca in Hercule infano: Tyria per undas ueftor Europa nitet, lde in Hippolyto: Pro fua ueftor timidus rapina. Q uu deeode tauro,eadeq $ Europa loqueretur. N a ca * tera fere qua d fupitns ueniunt, tm aftiue, quam pafiiue accipi folet.ut accufatio Marci TulUj,aftiuc:accufatio v erris,pafiiue: donatio mariti,aftiue:donatio uero bonoru,pafiiuc: er catera. De Bene 3C Male, cum uerbis. g a. p. lxxxvii.. Ale iuiico, male cenfeo , male pronuncio , male opinor male fer, t io , male exislimo , hoc male ad meipfum re * in Cato .M aio. fertur ,erroremq; meum declarat. Male cogito, ad alterum re * fertur, fignificatq ; perniciem , non erroremiut CiceroiCartha* ginimale iam diu cogitanti bellum inferatur, multo ante de* nuncio, de qua non ante ucreri defenam,quam excifam cogno «* uero. M ale cogitantem , uidelicet mala in alterum, perniciemq ; cogitantem , non autem feipfam fwdentem. J tem male dico tibi , male opto , male precor tibi , male, imprecor. Hw nonnihil fe* irulia funt , male de tefentio , male tu deme exiftimas , mede de iUo Mi *• H | ELEGANTIARVM  III. illo iudicamus.Non error hic fientientis,exiflimanti>,iudicatiscfc innuitur,fied uitium dc quo indicamus , ex iHimamus ,fientimus. Male quocfr audio , id ejt , infamor crinuna mea audiens , cum contrarium efi,male dico.Sallufiius in Ciceronem: R effiondebo tibiyUt fi quam male dicendo uoluptatcm cepifti , eam male au * die do amittas . Bene quoq ; maxima ex parte huic finule ejl: ut, de te bene fientio,bene tibi precor, bene de te mereor . Dc Loco patris, dC In locum patris,& fimilibus. LOco patrn,loco fratris , loco filij te habeo , non ita accipU tur,quod ubi illa antea erant , ibi tu nunc apud me fis , fed quod in ea ckariatc qua idi , aut fuerunt , aut funt , aut effient, aut efifie debent: ut Chry fis Pamphilo apud Terentium loquU tur:Si te in germani fratris dilexi loco, Cicero in Verrem : In parentum loco quafloribus fiuis pratores effie oportere. lUaau» tem fiententia in locum potius , quam in loco, requirit tale alia quod uerbwmyquoie ejl apud QuintiL N am quomodo pugnant ineuntibus tot fimul metus laborum, dolorum, postremo mortis ipfim e xciderut, nifi in eorum loeu pietas, er fortitudo ,er ho= nefti prsfiens imago JuccejfierinttEt f alibi: Non perdidit filium quifquis occiditxxplicat a dolore patre, quod fibi uidetur freifi Je re maximam, er iuuenis in loeu amifii , fiubfiituit de uanitate folatium.Ergo ita dicitur ,ubi aliud erat, aliud fiuccefiit. quee die uerfia afiupcriori fiententia ejl . Loco uoluptatis mihi cfl,loco tur pitudinis,loco honoris:id efl,uoluptuofiim,turpey honorificum ~ Illud autem hac in patre competit,ut dicamus,non recordari me an ufiqud repererim genus illud fiermonis , quo Ecclefiaflici pafie fim utuntur : Ego habeo te in patrem : tu es mihi in filium:ace cipio te in fratrem. Dicunt fnim ucteres, habeo te loco patris, tu es mihi loco filij, accipio te loco fratris:uel,habeo te pro pae tre, tu es mihi pro filio, accipio te pro fratre.cr nonnullis alijs modis.Atqucbic uidetur aliquid non uti$ tale effie, fied perinde p * 4JZ **?  cjfc, ac fi tale foret.ldeocfs expofi dones noftrx locum habet, ubi loam 19. ale aliquid non ejl, ut dixi,ficd pro tali habctur.ut in illo, Ex iU U hora accepit eam dificipulus tn fiuam. quod liceret dicere, ac* cepit eam loco matris, ucl pro matre,fiucpro fua:non autem in in illo,quod pro uero accipi debet: Ego ero illi in patre er ipfe erit mihi in filium. 1 icuijfit ergo dicere, id cfl,dixijjcnt ueteret, ego ero illi pater,ipfe trit mihi filitis:fied more Grxconm, unde hxc fimpa fiunt , noflris ccclefiafiias ia loqui placuit. Ude ue* teres qui illo modo locuti no fiunt, fic amc loquebatur: reuertor in patrem,tibi redij in amicum: fiedhic uerbumejl fignificans motum.Quintilianiis:Et pojl exitum anuci reuertor in patrem . QuintilCurdus lib. v. igitur rex arci Babyloni t Agadcen in "... . prxfidemefifieiufiit. CAP, txxxix. De uerbis ad autoricatem pertinentibus. MOre maioru. comparatu ejl, legibus ia coparattm efijegi bui itxconfiitutu eft,ia natura comparatum efi,ia natu * ra confiitutm ejl , ia natura prxficriptum. Hoc nobis ipfia na* tura prxficribit, nobis natura datum ejl, ut periclinntes aUcue* mus.liocrado ipfia pr- De Memoria,& Memor iter,cuin alqs uerbis. . MEmorid teneo, non memoriteriprotiuntio memcriter,non ntemoria.de. Memoria teneo bello Marfico cum Quin* Dc Amfci to Otfauio. idem: Quintus Mutius AugurSciuola mula nor = prfnc# rare de C.Latio focero fuo memoriter cr iucude folebat.Rcpeto memoria, & memoriter. Quintii. Si logior coplcttcnda mano * tto.t , c3p ,t, na fuerit oratio, proderit p partes cdifccre. dc. Copleflebatur ' memoriter , diuidebat acute. Quintii. Mcmoriarepeto couiftos Lib.i.cap. to. d me , qui reprehendere erant attfi. , quod hoc uerbo pepigi ufus effem. Terent.- Cognofcitne i C. ac memoriter. Aliud amen efl ille ablatiuus,qudm illud aduerbim. M emoria enim quid flgnu fcne.^un0 aA,f* ficat,apparet. Memoriter uero efl , quod literdtorcs noftri im= periti dicunt,corde tenus,mente tenus. Apud Vliniim amen ad Ep&ti- Kb.*. Romanum tego : Tu facilime iudicabis, qui am manoriter te* nes,ut ern hac conferre popis, fi rette fieferiptum efl, redefle dici iudicabo. c a p. x c 1 1 1 1. De Fado tibi iniuriam:&,Afficio teinitiria. FAcio tibi iniuriam:cr,ficio tibi contumeliam. A fjkio te in * + iuria : cr, afficio te contu/melia. Rado tibi molestiam, non p i ia «,o LAVR. ELEG. LIB. III. * ia libenter dixerim ut, afficio te moletiia. De ucrbo Impono. c a p„ x c v. IM pono tibi hoc onerts,notu efl quid fignificet.lmpono tibiy ide quod decipio tc. Quintilianum: Quid quod hocipfum tm placide, am quieti ficit, qua fi captet imponeref Etalibr.Fcftl* lit te ingenitu* honejhs animis glori a amor, f es tibi perpetua laudis impofuit.vnde impotiores dicuntur,qui alios uerbis ma* gna pollicentibus , incantatio nibusq; feducut,ac decipiunt. Pau* l mitem aleatores, er uinarios non contineri editto, quofdam yejpondijfe Pomponius aitiqucmadmodwm nec gulofos , nec im* potiores , aut mendaces , aut litigiofos. vlpianur: Non tamen fi incantauit , fi imprecatus efl, fi ( ut uulgari ucrbo impotioris utar ) exorctzauit ,jton funt ifh medicina genera, txmetfi fint qui hos fibi profuiffe cum pradicationc affirment. De uerbo Speftac. c a p. x c v i. AD me Jpetfnt.id efl, ad me pertinet. Admortem fefint. ii ejt, ad mortem quafi reficiendo tendit. Cicero Officiorum libro tertio : Ad extremm fi ad perniciem patria res feftte pedam. i/. bit, patria falutem anteponet faluti patris. Quinti* ; lianusin Paupere amatore :Et quod ad pcf* fimum feflnt euentum , miferabilis fis oportet , ut amator effe uidearis. i i?¥ Z \ ‘ , • \ • • • * '• *r -V *« . -• • . . ‘ i ,1 E IN C^VARTVM L 1= B' R V M E L £ GAN* TIARVM PRAEFATIO» C I O ego nonnullos, eorum prxfertim qui fibi [aniliores , er religio (iores uidentur , aufuros meum infiitutumboc,laborem $ reprehendere , ut indignum chrisliano homine , ubi adhortor exteros ad librorum fecularium lettionci quo * ?um,quod Jhdiofior cjfet Hieronymus , cxfumfe flagellis ad tri bunal Dei fuijje confitctur,accufatimq; quod Ciceronianus fb* tione correpti fuijjcnt. N eque enim una omnibus medicina con * uenit,vr alios aliud decet. N eque femper, er ubique idem aut permittitur, aut uctatur : neque ille hoc alijs uetare aufus efl ne. ficerenticontraq; plurimos laudauit tum fupcriorum,tum fuo » rm temporm eloquentes, verum quid /mitis agimusiQuii Hieronymo ipfo cloquentiusiquid magis oratorium i quid ( li > cet iUefxpc difiirmlare uelit)bcne dicendi folicitius,fiudio(ius,- obferuantiusfQuidiquod ne difii/mlabat quidem {nam obijei * ente fibi hoc fomnium Rufino , hominem deridet ) planeq ; fi» tetur fe lettitarc opera gentilium , er leftitarc debere, l dq; cum in alijs multis locis ( quanquam etiam fine confifiione pa * lam efi) tm uero. cpiflola illa ad magnm Oratorem. I nunc, C r uerere,ne aliena accufatio tibi obfit,quum illi non obfuerit fua:cr non audeas jacere , quod ille refeiffa pattiotic facere na timuit. Tametfi non defunt, qui credant em puerili xtate illa percepijje,femperqi poflea memoria tenuijje. O' ridiculos horni nes. ELEGANTIARVM LIB. Illi. xtf ties, & omnis dottrin # imperitos , qui opinentur em tantam rerm copiam,ac [cientiam,qua nulli chrijiianorum cedit , aut, tam cito potuiffe di[cere,aut tandiu non potuiffe dedifcere3 quu er rarifinu reperiantur , qui centefimam partem [cienti# illius affequi popint3cr non nunore labore (ut antiquitus dUtu efl), h#c facultas retineatur ,qudm paretur.Et tamen quantulum in* terejl inter furdri, & furtum non rcdderef Quid prodeft alijs, fiirtwm prohibere,ne furentur, fi tu furto tuo palam potiris! Si non debemus difcere eloquentiam, nec uti certe, fi didicimus Quid quod libros gentilium [#pe in teflimpniu afimit! quos > fi no licet legere,minus profitto legedos exhibere:^ fi nos de*, hortaretur d lettione gentiliu(quod non facit ) magis intuendi i. putarem,quid ipfe ageret ^quam quid agendm ahjs diceretiue* runtamen femper ipfe idem dixit , er ficit. Nam poftqudm te * neram iUam #tatem faluberrimo [aerarum [cripturarm alimen to pauit,ac in ea quam dcfpcdm habuerat, [cientia fibi uires ficit, iamq; extra periculm pofitus, ad leftionem gentilium rcdijt,fiue ut illinc eloquetiam mutuaretur, fiue ut illorm bene difln probans,male diftn reprehenderetiquod exteri omnes ha* tini,Gr#ciq ; ficerunt,HildrM,Ambrofi,us,Auguftinus,Ldtfan*. tius,Bafilius,Gregorius,(jhry[oflomus,alijq ; plurinti,qui inom ni #tate pretio fas illas diuini eloquij gemmas, auro argento ^ eloquenti# uejlierunt, neq; alteram propter alteram [dentiam reliquerunt. Ac mea quidem fententia,fi quis ad [cribendum in theologia accedat,parui refirt an aliquam aliam facultatem afjt rat an non:nihil enim fire extera confirunt:At qui ignarus elo * quetix efl,huc indignu prorfus qui de theologia loquatur, exi * fiimo.Et certe [oli eloquetes , quales ii quos enumeraui, colunx ecclefix [unt, etiam ut ab apofloUs ufq j repetas , inter quos mi* hi Paulus nulla alia re enunere,qu 'am eloquentia uidetur. Vides igitur ut in contrarium res ipja recidit. Non modo non re* prehendendum ejl fiudere eloquenti#, utrum etiam reprehen * dendu. zj6 dendwm,non fiudere.Etego ftc ago, unquam eloquenti* cotrd c almniantes patrocinium prteflem , quod efi maius propofito meo. Non enim de hac , fed de elegantia lingu £ Latina: feribi* mus,ex qua omen gradu* fit ad ipfam eloquentia, v erum fi. quis eloquens non fit, ita demum no erit caftigandu*,fi talis non po* tuit euaderc,no fi hunc laborem effugit. Qui uero elegater lo* qui ncfcityZr cogitationes fuis literis madat, in theologia pr** fcrtim,impudentifimi* efi, er fi id confulto jacere feait , infx* ttifiimusiquanquam nemo efi qui nolit eleganter ,er facunde di * cere:quod quum ipfis no contingit,uidcri uolunt ( ut funt pera, uerfi ) nolle, aut certe non debere fic dicere . 1 deoq; aiunt gena tiles hoc modo locutos effe, non decere eodem loqui C hristia* nos:quafi illi,quos nomnaui,more iftorim locuti fint , er non more Ciceronis,c*terorumq ; gentilium : qui qualiter loquatur nec cognitum ifii,nec expertum habentmon lingua gentilium,, non grammatica , non rhetorica , non dialeftica , c*tcr*g4mi«, cuius libertusi non autem cuius libertinus. Rcftodeturfyejl libertus meus,aut tuus,aut iU lius,aut Catonis taut nullius. Atque libertus fine patrono, patro* naue non e fl, liber tinus effepoteft, quamuis necejfe eft eum ali* quando habuijje : quo fdftm ejl , ut dicamus colliberti , collis berteqi,quemagri ad arandum idonei. Idem in eifdem: Quid poffefliones datas3quid ereptas proferam, i I dem de Oratore : Tot locis jefi Lfb.t, fiones gymnajiorum. id efl,tot fedilia.Ea tamen,qu£ funt in us, pro perfoms accipi folent. Conttentus non efl couentioyfed ho= mines, qui unum inlocum conuencrunt. Confeffus non efl con* fefiioyfed homines uno inloco confidentes. Obferuatio,&Ob(eruanria. c a p. 1 1 1. OBferuatio,cr obferuantia fimdi quodam modo , ut accef* fittygr acceflio differunt. Obferuo nanqueduo fignificat: unum efl quod cu&odio aliquid oculis,animoq ; in modum Ibe * culatoris,ne nos fllentio,tacitoq; pr£tercat:ut obferua tranfe* untes. Obferua filium,quid agat, quid cum illo conjilij captet . quafi cuftodiyCr adnota. Et hinc jit obferuatio , quafi annota* Tct&.inAnfc tio, cr animaduerfio. item obferuo non Jpeculantts modo, fed aA•I•rce•,• ‘ ddmirantiSyUcneranttsq-y c r id tantum in homines , non in res, quoties quem ucluirtutc,uel dignitate fufcicimus, cr colimus: unde fit obferudtia,qu£ efl ueneratio qu£dam, cr honoris ex* bibitio. Quare melius obferuadonem, quam obferuantiam hi, qui nominantur fi atres,fuum inflitutum nominarent . * Potus,3£Porio. c A P. I Ii i. POtu* , er potio non differunt nipob huiufmodi caufam. Potus enim uini,aqu£ flnuliumq ; dicitur. Potio uero d me. * dicis datur £grotanti,quod Gr£ce dicitur fxf/uzHsp. N onnun* quam tome potio,pro potus accipitur. Seneca de tranquillitatr. Aliquando uefatio , iterq ; , er mutata regio uigorem dabunt, conuittusfycr liberalior potio, Cicer.in Tufculan. Quid quod 4 ne - ^ • »*9  cj]e, ac fi ale foret, ideoy cxpofitiones noBra locum habet,uhi loan* is. ale aliquid non eft, ut dixi/cd pro ali babctur.ut in ilio, Ex iU U hora accepit eam difcipulut in fuam. quod liceret dicere , ac* cepit eam loco matris, uel pro matre,fiucprofua:non autem ia in tio,quod pro uero accipi debet : Ego ero illi in patre er ipfe erit ) rabi in filium . 1 icuiftfct ergo dicar, id cfi,dixijfent ueteres , ego ero illi pater,ipfe irit mihi filius: fed more Grxcorm, unde bsc fmpafunt , noBris ecclefiafiias ia loqui placuit, lide ue* teres qui illo modo locuti no funt,fic amc loquebatur : reuertor in patrem,tibi redij in amem: fed hic uerbum eft fignificans tnotum.Quintilianus:Et poft exitm amci reuertor in patrem. Quintii Curtius lib. v. igitur rex arci Babyloni x Agaticen in prxfidemeffeiufiit, De uerbis ad autoricatem pertinentibus. MO re maioru comparatu eft, legibus ia coparatm eft, tegi bus iaconftitutu eft,ia natura comparatum eft,ia natu * ra conftitutm eft > natura prxfcriptm. Hoe nobis ipfa na* tura prxfcribit, nobis natura datum eft , ut periclitantes alleue* mus.Hoc ratio ipfa preftu,ficut per patroniLldeccfr libertinus adieftiuu efi, ficut ingenuus ajS  E ingcnuus:eoY inoa- Et hinc fit obferuatio , quaflnnnot^ Tna.fafa* tio,cr ammaduerfio. i tem obferuo non fteculantis modo fed adnurams9ucnerantisqi9 er id tantum in homines , non in res quoties quem ucl uirtute9uel dignitate fu ft icimus, er colimu s: unde fit obferudtia,qu£ efl ueneratio qwedam, er honoris ex- hibitio. Quare melius obferuationan, quam obferuantiam hi qui nominantur fratres, fuwm inflitutum nominarent. Potus,& Potio. CAP. 1 1 1 1, p Otus , er potio non differunt nifiob huiufmodi caufant. MT Fotus enim uim,aqu£ finuliumq; dicitur. Potio uero d mea dias datur £grotanti,quod Grace dicitur N onnun* quam tme potio9pro potus accipitur. Seneca de tranquillitate- Aliquando ucfatio 9 iterq; , er mutata regio uigorem dabunt \ tonuittusfycr liberalior potio. Cicer. in Tufculan. Quid quod q ne Ut  ne mente quidem rette uti pofJumus,multo cibo,cr potione re* In Cato Ma. plctifEt alibi: Tantum cibi, cr potionis adhibcndum,ut refi* ciantur uircs,non opprimantur. Senes, Veter es3& Antiqui. c a p. v. SE «a uocantur, quantum ad priuatzm ipforum uit&m, qubi ufq; ad fenilem anatem uixerunt. V cteres , quantum ad pu* blicum tempus,qucd alia dcfote uixerunt, etiamfi ad fcniu/m non pcruenerunt.vnde quidam iuniores fiicrunt fcniores ueteribus . Antiqui utriq ; dicuntur,fed magis ucteres,qu.mfenes. Defeftus,Culpa,e lucri : cuius ft>ei caufa plcriquc ludunt, ideoq; ludum talarium dicimus, non lu* fum: er ludum ale.*. quum inquit: Hoc in ludo non pracipitur , fociles enim caufe ad pueros deferuntur. Et Jhtim pojl:Hac ejl in ludo cauftrum fore formula. Nam,ut inquit Quintilianus,Rbetores [uas pars Lib.i.cap.»* tes omiferuntyC? grammatid alienas occupauerunt. Siquidem grammatici Latini , rhetoricam etiam docent , quod indicant ipjius quoque Ciceronis uerba , quum pueros,non iuuenes nos nunat. Ejl cr ludus armorum, qui idem (ut[entio) gladiato* rius dicitur, ubi difeunt gladiatores : ut apud Quintilianum, Quod me diu pirata in carcere retentum , quia diuitemiUius promiferam patrem,in ludum uendiderunt , tanquam decepti. Et iterum: Et inter debita noxa mancipia contcptifiimus tyro gladiator, ut nouifiime perderem calamitatis mea innocentiam, difccbam quotidie [celus. Ludos tamen gladiatorios frequetius , qudm ludum dicimus,quotics unum , pluraue paria gladiato • rim ad fpeftnculum pugnatura producuntur. Qua res , mu * nus gladiatorium appeUatur,quia populo tanquam munus do* natur. Et qui donat , munerarius : er qui fomliam gladiato * rum habet , gladiatoresq • domi in difciplina , er (ut dixi) in ludo exercet , ac postea uendit, L anifta. V ocantur autem Ludi gladiatorij , jicut Ludi Apollinares , Ludi Circenfos , Ludi q 1 focu * 4 ZSO  V Ait AE feculares. N am fficft&cula publica utique in honorem Deorum ludos antiqui uocabant : ut non abfurdum fit folenniatan in natali die fanttorum,pr£fcrtim cum apparatu illo, cr pompa, ludos uocari. Nam quo alio nomine uocemus illam fcefta culi exhibitione, qualis fit in multis I talia: ciuitxtibus,cr ( ut audio ) in multis alijs prouincijs f Hutxre,que ple * runq; fiillax efi, er in primis ( nifi fideli fundamento nitatur') friuoLa.vicinia autem non tm homines , qui eundem incolunt uicu/m , fignificat,quam qui prope domum tuam habiant.Vi * cinitas autem no homines, fied propinquiatem:proprie quidem uicinorwm,abufiuc uero etiam ceteraru rerum. Nonnunquam eotinens pro cotento:ut,laudanda,uel potius amanda uieinitts. Commentarium. c a p. x x i. C Ommentari] nemen quid fignificet,tertio Declamationum libro Seneca declarat,quum dicit: Sine commentario nun* quam dixit, fied commentario contentus erat , in quo nuche res ponuntur. E t Cicero in Bruto: Non efi oratio,fied capita reru , cr orationis comentxrium paulo plenius. Et Quintii. Pleruncfc gjfctoaap, autem mula agentibus accidit, ut maxime neceffaria , er utiq; initia t}4  initid fcribant:c£tera qux domo affirunt,cogitatione comple '* fantur, fubitis ex tempore occurranf.quod ficiffe M. Tullium fuis commentaris apparet. Sed feruntur er aliorum quoty, & inuenti forte,ut eos difturus quifq ; compofuerat, er in libros digerar caufaru,qu£ funt afa a Seruio Sulpitio,cuius tres orationes extant. Sed hi,de quibus loquor, commentarij, ita funt, exadi,ut ab ipfo mihi in memoriam pofteritatis uideantur effe compofiti. Per hac Quintiliani uerba colligitur , non modo id quod dicebam, fimulq; in plurali hoc nomen effe generis ma* f 'culini,quwmin fingulari fit neutri, de quo mox etiam dicam : Herum etiam commentarios idem effe quod libros iquod Cicero confirmat,tum tertio libro de ¥ inibus , dicens : Tuipfe quum tantum libroru habeas,quos hic tandan requiris comcnttriost quofdam inquam Ariito teli cos. tum fecundo de Oratore : Tres patris Bruti de iure ciuili libellos tribus legedos dedit, ex libro primo forte eucnit,ejc. Ac jhtim pofhvbi funt hi fundi B ru* te,quos tibi pater publicis commentarijs confignatos reliquitf quod ttifi pubere te iam haberet, quartum librum copofuiffet, er fe in balneis locutum cum filio feriptum reliquifiet : E cce eandem rem tribus uocabults Cicero declarauit , libeUis,libris, commentarijs. Quare ia fentio, omnes comentarlos libros effe, ' ^ fed non continuo libros comentarios. Nanq; ubi res funt late, difjfufeqi explicata, er non breuius,quam potexant,trafatx , libri tantum funt,non comcn tarij. Vnde Ca faris commentarij, in quibus ad exequendam kiftoriam alijs uidetur fubieciffe ma* teriairr.quifi fuerint finguli,commentarim,uel commentarius, uel liber dicitur. Liuius lib.x l v i i i. Quari iufiit ab eo, quem de his rebus comentarium a patre acccpifiet. Quum re * ffondiffet accepiffe fe, nihil prius,nec potius uif m effe, quam regis ipfius de fingulis rejfonfa accipercjibrum popofcerunL Si plures,primus,cr fecudus comentarius,non primu , er fecit* 4m comcnt&imiut Hirtius, fine Oppius, quiacccfiionc adie * cit E^EGA NTIARVM LIB. IIII. i/J c it Ccfaris comrnentarijs,ait:Proximus,alter'ue commentarius, tiunqum commentarium. 1 ta nuhi in magnis autoribus uideor annotaffe. Quidam tamen aliter faciunt,utique in alia flgnifu cationc,qu£ eft (ut fentio) expofltio ,er interpretatio autoru, titroq; genere pronufcue utctesiutAul GeUius,Efl adeo Probi grammatici commentarius fotis curiose faftus.Et it erum: Non* nulli grammatici,qui commentaria in Vergilium compofuerut. Iterum quoque: No fler Scaurus in primo commentariorum , quos in Gorgiam Platonis compofuit, feriptum reliquit . Boe* thius:Quod in his commentarijs diligentius expediuimus , qui a nobis in eiufdcm Ciceronis Topica feripti funt. Et iterum: Quo autem modo de his diale dicis locis djft>utetur,in his com* mentarijs , quos in Ariflotehs Topica d nobis translata con* fcripfimusycxpeditum eft. Quidam etiam talia huiufmodi ope * ra commentum uocauerunt.ut Nigidius , Donatus,Prifcianus , edijqi nonnulli. Seruius commentarium , commentarios $ pro rniiiud.Defeift homine accipere uidetur,quum inquit in v i uAeneid. Dicit Htfperiam,& quidam commentarius,conueft& legendum.Etin Georgicorum primum: Superfluo mouent qweflionem commentari].' Fu aiud.prf* Coenaculum,# Carnario. ca p. x x i i. Cenaculum locus ad coenadum in loco fuperioti:ccendtio ««mm, _ locus ad cocnandiMyfed in imo potius, luuen. . tem rapiat cocnatio folem. Veruntmen coenaculum non tam *** pro loco cccnandi,qum pro parte domus fuperiore accipitur , qu£ frequenter hoftitibus ad habitandum locari folet , qui to * tam domum conducere non pojjunttcr parte inferiore, flue illa taberna, flue officina fl t,non habent opus. Cuius rei proferrem exempla,nifl abunde Varro fufficeret,dicens : vbi ccenabant Ub.de coenaculum uocitabant. Poftqttam in fuperiore parte cocnitarc ^s* €ccperut,fluperions domus uniucrfa cotnacula difia,pdfl quam ubi coe nabant, plura facere coeperunt* EpuL*JEpulum,# Dapes, cap, x x i i i. EP uU [unt cibi minifterio hominum , er in noftrum ufum comparati. Epulum , folenniores quadam epula , er pro * prie publicum cbuiuium in propatulo uniuerjis ciuibus exhi * Miww, fiue in dedicatione templi alicuius, fiue in honore De o* rum,uel in magnificentia; oftenationem , fiuc in funere magni alicuius uiri. Cui fimde eft,quod hoc tepore fit , quum publice pafeimus pauperes ,ut in mortibus propinquoru.Quod idem efl pene quod paretare,fi Hieronymo credimus,qui ita tertio libro in Hicremiam inquit: Mos aute lugentibus,frrre cibos,& pro:* parare couiuiu,qu£ Graci ntfu /lama uocat,CT dmoftris uulgo appellantur parentalia,eo quod a parentibus ijh celebrantur Dapes uolunt effe uel Deoru,uel noflras in facrificijs Deoru . Sementis, & Melsis. c a p. x x t i i i. S Ementis efl fatioy(iue (ut fic dicam ) f rminatio. L iuius: C am pani [ementem facere poffent. Miror quare quum in alijs locis apud Hieronymum plurimis, tum in Genefeos principio [ementis pro femine pofitu efl. Mefiis tum ipfa mefiio efl, tum LDm. [eges iam matura. Cicero de Oratore : vt [ementem f iceris , in metes. Seges,& Fruges. c a p. x x v. _cs efl eorum [cminum9ex quibus coficitur pamsynodtm • demeffa. Nonunquam cotcntum pro cotinente ufurpantes, ipfam humu ad accipieda [emina fubaflnm , fegetem uo camus, Gcorg.i. ut Vergilius: I Ua [eges demum uotis refpondet auari AgricoLe,bis qua: [olem,bis frigora fenfit „■ F ruges uero quicquid ex firuftu terne in alimoniam uertimus. Liuius:Eam gentem tradit fama dulcedine frugu,maxime uini, noua tamen uoluptate captam, idem: Non arbore frugifera, i. tf>c*p.u non -n jpm ydiftif' Plinia titulum dedit de naturis ar * borum frugiferarum. Malleolus, & Sarmentum, c a p» x x v i. MalUo CE ges &deme\ Mi ELE6ANTIARVM LIB, IIII. tfj ' AUeolus a fomento fic dijht,ut pars a toto. E fl enim md Jeolus(ut placet Colimcllx ) in modum mallei roftrd ha= Ubixapt, bens,aptus plantationi Quando autem arefitfo farmenta funt . cum malleolis igni referuata , indifferenter uocantur. Nam er ^ Annibalemjegimus farment&cornibus boum alligajje , eaq; in * ccndiflhyUt koftes fideret. Et nonnullis ciuibus Romanis, qubd$^?t0 domos haberent plenas malleorum , ad Capitollj , uel urbis in- riu J,emint* cendia,fraudi fuit. Arbor 3C Frutex. cap. x x v i r. (0~mk R hor a frutice itn differt,ut frutex ab herba. E fi enim fu* tex,qui ad iuflrn magnitudinem arboris non ajfurgit , cr flatura flmdis efl multis herbis, fcd non demoritur , neq; arefeit ut herba, fed perenis efl. I nter frutices eflfoboles quoq- illa ars borum,zr plantula.Ab hac fruticari uerbutn,quap futicem res nafei ex arbore. Marcus Tullius Ad Atticum : E xcifa efl enim arbor,non euulfc.itxq; quam fruticetur uides. Nam illud, quod fepe legimus fruticari pilum,translatum efl. Acinus , Bacca t Pomum , 8C Nux. . ^ — X Cinos inter er baccas hoc intereffe puto, quod acini inb J\fruttus minutiores arborum , fruticumuc.denflus nafcuns turibaccr uero dijperflus,?? rarius. Inter acinos enim numera* . tur grana uu£,grana hederr, grana fambuci, grana cbuli,grd* na mali punici,addo etiam moru, «- nitjylueftris enim,?? pallio porcorum efl . Cafhnea in nuces fimafylua/v* reflrtmunde Verg . Cajhneasq • nuces - peut pinus,corylus, gjjj* flue a loco aucllana,amygdalus, iuglans,cr fi qua funt his pmi r lia, non Z)I lid,non poma dicuntur,fid nuces. Nonnunquam acini,CT boo* C£ indifferenter ponunturiut Vergilius , E4qb-1?* Sanguinas ebuli bacas, minio q; rubentem . c a p. xxix. Crepitus,S crepicus3Fremitus,xw. I ugulus anterioryunde uoxyhdlitusq; procedit. Collum omnes partes infolidu coplettitur.Et quonia nerui, qui corpua erettuyrigidumq ; faciutyin ceruice funt collocatiydicimus horni * nc durx ceruiasyquafi indomdbilcymore ferocium bou.ucl quod qui ceruice erettay%r rigida cttycotmaciam quandayzr rigore mentis pr Hunquid dij erant comites Troianorum , atque Aeneae , an duces i certe dij penates comites erant , confcfiione tum Aenea , tum ipforum quoque deorum . Nam libro primo Aeneas ait: - Raptos qui ex hode penates Claffeueho mcctm . Et in tertio dij aiunt: N os te,Dardania incenfa,tuaq ; amafecuti : Nos tumidum fub te permenfi clafiibus aquor. Sub te,id eft,te duce : er te fecuti fumus : id efl,tui comites fui* \ , mus . j dem quoq ; de Gracis dicendum efl , er de eorum deis . Idem etiam de Sibylla , er de Aenea, quanqudm modo hic,mo* do illa dux erat,aut comes : tamen quiafequebatur Aenea uo* tuntate Sibylla,cr quafi miniflrd fe prabcbat,comes erat. Quid uero ducebat pramondrds iter, e? declaras ca qua ignorabat, dux • -* e£fatio:ut,o'' Jpeftnculum ntifcrm, atfy acerbum . gt»- Vttr( ELE GANTIARVM LIB. 1III. [em promontorijs. I dem x l v. Adiunftaq; infula Euboea, er excurrente in altum, uelut promontorium, Attica terra fit*. Officina, 8C Taberna. c a p. x l i i i r. Officina,ejl ubi opera fiunt. Taberna ubi opera ipfa, cate* raq; merces uenditantur.officina ejl Jhtuarij, fuforis,fla * toris,calatoris,excuforis,uitrearij, f ut om, fibri : qui multiplex ejl,li gnarius, er hic no unius generis ".ferrarius, nec hic fimplex: lapidarius , qui cr ipfc in multas diuiditur jpecics. Taberna uo catur uinanajanaria, olearia , er mille huiufmodi:unde opifi* ces,cr tabcrnaAj uocantur.Cicero pro Lucio flacco: Opifices, er tabernarios,atqi omnem illant ficem ciuitatu,quid ejl negotii concitare: Nec negauerim aliquando unum , eundemqj loeu of * ficinam,cr tabernam effe, ut futrina,in qua calcei c? fiunt, er uenduntur. Quadam igitur artificia ( quanqudm fola artificia funt opificum) catera quaftus,zr opera dicuntur : fed quadam huiufmodi femper habent fuum nomen , ut hac ipfa futrina fu* toris,cy lignari j proprie fibrica,aurificis aurificina, cauponis caupona-.tamen er eam, qua uinum uenditat , cauponam uoca* mus. Quidam malunt dicere cauponam , pro loco. Argentarij argentaria,quod nomen quidam,pro artificio ,cr argentarium , pro artificelqui idem ejl aunfixjaccipiunt : atq; ita ejl in Hir * remia.Titus autem L iuius, C icero, Quintilianus,cateraq; omnis antiquitas pro his accipit, qui campfores uulgo dicuntur , non illos dico minutos, qui nummularij , er menfarij a nobis, xs- Ac&s-ai d Gracis dicuntur,qui ijdem trapezita uocari poffent. Nam colybisla trapezas habent. Sed Elautus in Curculione tret peditam, er argentarium pro eodem accipit, Auis,ertilionem,qui utroque caret , quatuor enim pedes ha* bet,zr (emimus ejl. Volucris ejl quacunque uolat, nec auis fo* lim,fed illa bestiola quoque minutiores, ut apes , uejfia, culex , tabanus xyx Dedam. >}• laCato.Maio. tib.3. Ub.i.decad.1. Ub.j. Lib.i.decad.3. f LAVRENTII VALLAE tabanus , locujh,mufca,cicada.Siquidem Quintilianus apes uo* lucres uocat. Et Plinius non femcl hoc Jignat, undecr Cupido uolucer dicitur. Indoles. c a- p. x l v i. IN doles ejl nonfolum in pueris, er adolefcetibus jignificdtio futura uirtutis: ut apud Quintilianum , ln prinus annis lau* daretur indoles. Cicero : Vtenim adolefcentibus bona indole praditis fapientes fenes delebantur. Et Valerius titulum de in* dole jecit ynon tantum puerorum, ddolefcentiumcfc exemplarepe tens, fed etiam in uiris , er quidem prafentis uirtutvs ,ut idem Cicero deOjficijsiln quibus ejl uirtutis indoles, commouentur . idem pro Calio:Si quis iudices hoc robore animi , atefc hac in* dole uirtutis, cr continentia: juit. Liuius de Lauinia iam matre , er pojl mortem Aenea res adminijlrantc inquit : Tanta in ea uirtutis indoles juit . Lucanus: indole fi dignum Latia,) i [anguine prifeo Robur inejt animis- lndolc quafi generojiate quadam uirtutti,dtq; dnimi.liuius ai malam quoq; partcm,cr ad muta, atq; inanimata transfert, lo* quens de Annibdle,fic: Cum hac indole uirtutum, cr uitiorum trienio fub Hafdrubale imperatore meruit. Et alibi: Sicut in jru gibus , pccudibusq ; non tantum femina ad feritandam indolem ualent, quantum terrae proprietas, ccclity fub quo alutur : gene* rojius in fua quicquid fed re unam legem, fed ab infiniti* interpretibus legum , infinitus leges effe iudicantes. Etiam titulum de uerborwm fignificatio* ne non legem imo leges appellant: quo quid abfurdiusi AccruuSjStrueSjStrages, 8C Sarcina, cap, xlix. Ceruus minutarum proprie rerum congeries efl, ut firu*. .menti,cr leguminis, ut [alus, interdum aliquanto etiam Vetgii. Aen.s_. maiorum,ut aceruus fcutorum apud Vergilium :er fire gene* JnilaVadem rdlc ad omnia efl. Strues aute proprie lignorum. Strages uero r seft pauper ue,aut inter hos medius.Ego fim pofitus in hac coditio * ne:id eft, fortuna, ac forte. CicerorO' miferd conditione admini* ftradi cofulatus. Huic figni ficato illud pene par eft,quwm inter plura eligeda fortis eft oblati eleftio:ut apud M ar. Fabiu, O b* lati eft 'aiuuenibus tyranno coditio , ut dimitteret alteru ad ui* fendam matrcm3ad diem praftitutum reuerfurumfiti ut nifi ac*, cur 14  curriffct ad diem , de eo , qui rejlitcrat , poena f 'umeretur . Dici* mus igitur offvro conditionem, uelfiro , ud pono conditionem. Hunquam fere per aliud uerbum. Q ue conditio dum placuit , u etiam fere femper dicimus,accipio conditionem. Vb apud Te* rentiu/m , amatores C hry fidis tulerunt muluri conditionem,ft uellet cis more gerere, fe daturos iUi pretium , liberalem $ mer* cedem. I pfa itero accepit conditionem.boc efl,paftioni,promif* fioniq; ajJenfit.Ab illo jignificdto non longe abfunt,offi:ro cie* dio n an, do optione. H ac time folent efje inter plura,illud uerd in uno frcquentius:ut,ojjiro elettione utru uelis eligedi: ej,do optionem,quod udis potifiimum optandi:dcinde tu aut digere te dicis,aut optare.Ofjvro conditionem Chryfidi,unam fcilicet. Frondes, 8C Folia. cap. lxviii. FR ondes arborum funt tantum. Folia autem er arborum , er herbdrum,cr florum quoque. Excubiae,# Vigiliae. cap. l x i x. EXcubie diurne , er noftume. vigilie tantummodo no* fturrit c. Suffragia. cap. l x x. OiVffragid funt ( ut fic dicam) uoces , qua dicebantur ad co * & mitia, in tabeHa'uc feribebantur , quibus fuam quifq ; decla* raret uoluntatem de aliquo eligendo in mdgidratum: qualis cjl hoc tempore cie ftio fummi pontificis, er eius quem Cefdrem Augudum chridiani non crubefcunt appellare,a damnatis no* minibus tyrannorum,qui nonmodo oppreffere Rempublicam, ut nemo iam pofiit uocari rex Romanorumjed fub eorum gle* dio, rex uerus cocli , er terre occifus eft. E t pedea idi infa* ni,CT nodre religionis immemores, uocant diuum Augufhm, diuum Claudium,diuum Traianum,quafi uulgus, atque horni* nes pofiint principes referre in deos. Sed hec omittamus , hoc tantum dicentes, Romanos non agnefeere regem aliquem. Et quum cetere gentes in libertate fc ajferuerint , hoc multo me* gis ELEGANTJARVM  1 1 1. i*S gis nobis licere, Suffragia igitur(ut dicebam ) funt uoces in ele* dionibusiquod fufiragium,quia cuiprjejhmus , nimirum eidem gratum facimus,hinc fddu ejl,ut fuffragium pro auxilio fepe ponamus : er fuffr agor, pro auxilium fero. Refragor repugno, proprie quidem in didisjed nonnunquam er in fidis. Catulus,Pullus,Hinnulus,5C Foetus, c a p. l x x i. CA tuli funt feraru fiue immitium,fiue mitium. Nam er ca* tulos murium legimus. Pulli uero pecudum. Foetus auium, er pifcium:quanquam er hoc generalius nomen eJl.V nde foe* tificare , pro panre: er fcetura pro partu , ad omnia animalia muti pertinet. C eruor um hinnulos dicimus,capreolorum quo * quc3caprearum,damarum9leporum,jhndiumqi. Catulos quoq; f'erpentum,ut Vergilius de colubro: -Catulos tedis,atq; oua relinquens. Immaniumq, pifcium,qui Geore>i» non edunt oua.Propric tamen catuli funt filioli canum . Vergi* £ . lius: Sic canibus catulos finules- 8,4 C icero de Diuin. Erat autem mortuus catellus eo nomine, Lfl>. u Lucs,& Peftis, c a p. ixxn, LVtf,cr pefiis hoc differunt , quo genus , er ffecies. Nam ' quum in urbe,aut in agro fibrisyaliud'ue genus morbi fie* uit,fiue folos homineSyfiuefola pecora,fiue utrofq ; corripiens, lues dicitur: interdum etiam fi arbores , ac fati. Pedis uero aut cito occiditydut cito abit ab co,qucm inuafit3quer hominem corpulentum potius,quam (ut aliqui loqutin * tur) carnofum. Quintilianus in fexto : Corpulento litigatori, cuius aducrftrius item puer circa iudices erat , ab aduocato la* t tus,quid faciami te ego baiularc no pojfum.ltem in primo:Offa detegunt: qux ut effe er aflringi nems fuis debent, fic corpore o perien * - zt6 t * o perienda funt.ldem in quinto,Neruis^illis,quibus caufa eoius tinetur,adijciunt,indufti fuper corporis frecietn. Et alibiiHf* ret aftrifta nudatis ofiibus cutis , er in fame fua homine cofum *= BpHLt7.iib.7. pto iam membra fine corporc.Cicero ad Gallunr.Ego hic cogi* to commorari , quoad me reficiam. N am er uires , er corpus anufi.Sedfi morbum depulero , facile (utfrero) illa reuocabo • Qjjod etiam fignificauit M artiahs , 7«adCcf. Viucbant laceri membris jlillantibus artus, V 'inqi omni nufquam corpore corpus erat. » Videlicet quod in corpore illius non erat caro, * Lamina, 8c Braftea. cap. l x x i i t i. LAminam tum farream , aream, plumbeam , fhnneam, quam auream,argenteam,eleftream,orichalceamdicimus:Brafte* am potius ex his poflcrioribus. Aut certe braftea tenuis efl,cr fua fronte plicabilisiL arnina ucro crafiior,ex qua armatura co* ficitur,er qua incenfa olim homines torquebanturmec erepi * tat, ut braftea pr,«# proprie, afjvftum dicimus, illa igitur (ut ego quidem fentio ) af* ap,u feftio Grace dicitur, quam noRrates philofophi in Lati * num uertentes appellant dijpofitionem. Aliquibus tamen uide* ri pojjet definitio illa Ciceronis hunc quoq; fignificatim , qui efl arao©- complefti. Quibus, quia ad rem non imltu/m attinet, non fune repugno: cum pr£fertim omnes fere iurifconfulti, os mnesq • ecclefiaftici feriptores ajjvttione pro affcdu accipiant . Efl autc affvttus pars illa anim£ qualitatis,qu£ e regione ratio* nis efl, Quicquid enim in anima, pr£ter parte illam memori*, ratio non efl, affvdus efl : er rurfus , quicquid non ejl affvftus, ratio. Ab hoc fit affvdo,quo etiam Cicero ipfefepe utitur in li* bris ad Herennium : Non tam affectanda, quam ill£ fuperiores, L}Jj fed tamen adhibenda nonunquam.Apud eundem nunquam(nifi me incuriafefederit,aut memoria fidat ) legi afje£hitionem,fre * quenter apud Quintilianum ,er c£teros,ut ibi : Nihil odiofius dffe&ttione,id efl,afjvRu, conatuq; £tmlandi alterius uirtute , quam ajfequi nequeas refragante naturaiuel nimio afjvftu, ni * mioq \ conatu alterius uirtutem amulandiiitt ut turpe fit,ac de * forne, fic auide £muldri. Latebrar,& Latibula, cap. l x x i x. LA tebr£, hominum proprie dicuntur : Latibula , ferarum. Quintilianus ; Et quamuis odio euerforis noRri euocatus Dedam.», t i latebris x9o  E U.i.de offif, c latebris fuis populusjubfellia non implet . Cicero: Videant, ne quxratur latebra periurio.id ej},excufatio periurij.LatibuU no ^ nunquam hominunr.Latcbrx etiam fer arum. Liuiuslib. xlyii. Jnter uepres in latebris ferarum nodem unam delituit. De Luce,& tcnebris:Die,ac nofte, c a p. l x x *♦ LV cc,er tcncbns,pro die,ac node accipere folemus. Differt tamen prima luce, d prima dic. Nam ibi intelligitur prima pars diei, er quafi diluculumihic autem prima dies. Ita primis tenebra, er prima node, ibi de prima parte noda loquimur 9 hic de node ipfd. ldcoq; ante lucem melius dicimus quam ante diem,fi diluculum figmfecumtu, Nam ante diem, pro ante tem * pus, dici foletipratcrquam fe de certo dic loquamur.ut , ante dii flerim um:ucltar.te fextm calendarum Noucmbriu:idcfi9fcxto die ante calendas Noucmbm. 1 n quo loco praecptum Pauli in* ferere non inutile fuerit, qui ait: Ante diem decimum cakndaru* C 7 pojl diem decimum calcndarum,£quc utroq ; fermonc unde* cima dies fegnifecatur. Verum non quemadmodum ante lucem tndius,quam ante diem, pro diluculo dicimus: fic ante tenebra^ quam ante nodc,pro crepufculo.fcd cdiuerfo potius. Keperitur autc luci pro luce } ut uefyeri pro uefe>cre,cr ruri pro rure. C ice Philip. « »;eros,crp qua funtpmilia. vtrunq ; tamen aliquan do recipit exceptioncm.Nam er non fcmel legimus projpcram alicuius ud letudinem:ut Suetonius de C affare, Tuiffccum prcftcrdualetu* g £♦£ dine.id eftybond,cr quapplici.Et de T yberio,ualctudinc pro* fi>errima ufum eum effe ait. Salluflius : Sed pofi quam res ciui= jn catiL bus,mwris,agris fdtis aufolyfdtisqy proftera uifa efi. Rurfus V er gilius:Sis ftlix,noflrum^ leucs,quacun% laborcm.Vro eo quod Aca.u efl,ps profl>era,cr benigna . Saluber }& Sanus, c a p. txy vitt. SAluber, pue ( quod ufitatius cft ) falubris, dicitur der, cibus, potus,locusymulaq ; huiufmodiiidcm fire quod falutiprypue falutaris.Sanus homo dicit ur,c£t er aty animalia.Res falubris prat bet fanit*tcmyhomo uero recipit : qui poteft er praberc , tunc# faluber,quap falutifer dici. Sed in utroque etiam aliqua reperis tur exceptio. Siquidem fanum aere, fanum cibu/m , fanum tocum t 4 uocamui i »JJ x9(' lavrentii vallae uocamus,quaji falubrem ,er praebentem fanitotem. Contra flaltt* lalugurth* bns profano. Salluflius:Gcnusbcminufalubri corpore, uelox , patiens laboru,plerosq; feneftus dijfloluit.Liuius : Grauiore tem pore anni iam circimafto , dcfunflfo. morbis corpora falubriori cjfe coepere. Martialis dm deferibit uitom beatm,inquit: Lt10.cpig.46. ^ jj nunquam,tom rara, mens quieta. Vires ingenu£,jalubre corpus. p rudens pmplicitos,pares amici. Hi tres quos produxi loci, idem nomen habent coniunflm cum corpore. Quare non auflm dicerc,ut dixit Boethius in transla* tionibus fuis. Aeger an faluber.Nam de aequali fuo Cafiiodoro , qui apud nonnullos in pretio e fl , nunquam ideo jacio mentio * nem , quia cum regibus fuis Theodorico , c r A larico, quorum feriba Juit,Gotthicum fonat,zr barbarum. Iucundusi& Gratus. c a p. lxxxix, IVaiduSjCr gratus pc differunt, quod iucudus proprie in pro * fteris. Gratus in aduerps. lucundu uoco no qui Utus efl, fed qui Utitije efl alteriiut projfer,ac falubcr.vfqueadeo potefl qs trishs,mocflusq; effle, er tamc iucudus: ueluti quu hofhs meus in dolore efl,tucnuhi iucudus efl: er ego gaudens, fu/m idi minimt EpilW.ii.4. fc. q uarc n3 locutus efl,q ait , I ucudos nos jaciat fu quod bonum honestum, fed idem quod benignitas, a' primo fit bonus uir,bo* nus feruusybonus iudexiid ejl,iujlus, er exequens offici j fui de* bitum : ab hoc bonus pater , bonus dominus , bonus deus,bonus Acncai:hoc ejl,bcnignus,cr clemens , qua altera infliti£ parte cjfc conslituuiu,uocantcs eandem beneficentiam . Nam iuslitia partiuntur in duas partes:lusUtiam,quargo humi flores: CT flcrno lettum p allio :pro eo quod efl, flerno pallium lefto, Acqualis, libidinemq j decla* rantytum iniurUmmam er proterud, petulantemq, ; eodem loco dc inhonejh focmina apud Ciceronem legimus pro Calio:Si uU diu libere yproterua petulanterydiues ejfusc,libidinofa meretrU cio more uiucrct.Proterudm minore gradu, quam petulante fi * gnifecauit.PetulanSypro libidinofojdfciuoq j accipi notu ejl:ut, -P etulansq; iuuenta. E t O uidius: Quinetiam ut peffem uerbis petulantius uti. Non fcmel ebrietas efl fvmlatx nubi. Id ejlylafciuius , er licentius . Procaces quoq; meretrices legi * mus, qualis Bacchis Terentiana , catera:# impudica: mulieres, quae pudori fuo(qu£ una dos fpeminarm eft)ite uerbis quidem mordacibiiSyfbml er turpibus parcunt, dfeipfis ,fuccq; condi* tionis [amittis capientes principium.ProteruiaJeuior quxdam contumelia , Procacitas maior. Petulantia maxima. Cicero in Sadu&iwm-.Nein idem incidam uitium procacitatis , quod huic obijeio. Et iterum : Non enim procacitate lingua ,uita fordes eluuntur. Atq; iterunr.Nam quod ijh inufitata rabie pctuldntcr in uxorem, filiam# meam inudfifti,Et iterum in eadem : D efine bonos ELEGANTIARVM LI B. IIIL 30 $ bonos petulantifiima itifcftari lingua : define morbo procacia* tis itio uti. SaUuJliusin Ciceronem:Grauiter,cr iniquo animo malcdiftn tua paterer Marce Tulli , fi te f cirem iudicio animi magts,qum morbo, petulantiaijh uti. Et iterum:Bibulu/m pe= k***» tulantifiimus uerbis Udis. Hac eadem nomina in fittis quoque nonnunquam reperiunturutfi quis ambulans per impotentiam mentus,obuium cubito .feriat , aut cum contumelia fibi cedere cogat , hunc proteruum dicimus. E t Vergilius Aufiros proca* Verg.t.Aea, ces uocat. Et ab eodem : -Har diq; petulci floribus infultent - diftum efi,quod hoedi foleant iniuriam facere , per animo fio* procacibus au- tem quandam tranfeendendo fepes,zr in alia loca penetrando: Seorg.*, qua iniuria petulantia ejl. Orbus, dc Coelebs. c a p. cvr, ORbus,eJl quicunq; aliqua re chara priuatuseft. Proprie autem parens amifiis liberis , quafi anujja luce oculorum . V nde illud frequens, Parens liberorwm,4n orbus fit , plurimum difht. Et hinc orbitus, qua ejl illa qualitas patrum pofl amifios liberos , ut uxoris uiduitas poft amiffum nutritum. Quintilia * Qs*n‘»'UJb.r. nus de patribus, in ipfos loquens pro uxoribus,ait : Non habet cap*,0• orbitas ueftra lacrymas fuper ardentes rogos , tenetis incon* cuffam , rigidamq ; faciem. Contrarium huic ejl, quum dicitur crbus,quafi orphanus,ut apud Teretium: Orba,qui fint gene* inPhorm. a& re proximi , H is nubant .- E t hinc orbitas apud Marcum Tui * *•&on furum inuaferunt.Vr ucl ab* fente patrc,ucl mortuo, filia (ut qua eamte^atq^ adeo ea me* te Jit) prostet. Sufficiant igitur huic operi quatuor fuperiord Uolumma,quintuml £ hoc de uerbis , accedente [exto de notis autorum. Quod fi etiam plura feribendi facultas, tepusep, fup* peteretynefeio an jaciendum putarem : ciim fciam , ea qua uel optima3atqi pulcherrima funt,niji compendij gratia iuuentur, ut pontificales olim cccn£3 longitudinis futtidio laborare : fi* mulqi huius, de qua loquor, materia, neminem (de prudentibus loquor ) uniuerfim corpus aggredi effe aufum,fuam fibi unuf* quififc particulam ad feribedum delegit,fiue ne longiore opere legentibus faftidium mouerct (quod enim uocabuhm no fuam habet in fignificando elegantiam r) fiuc immenfitatem , in fini* tatemq, uoluminum ucritus. Quibus rebus me quoq • motu fuiffc futeor,cum mea Jponte,tum illorum exemplo maxime,ne [em* per imperfc{hm,ne femper inclufum habere,ne femper efflagi * tantibus opus negare uideamur:ne'ue quibus obfequi,crd qui * bus laudim fujjragia nancifci cupimus , cifdem iufta querela , iuslaq j uituperationi/s materia pr abeamus. T um eo quod in fi * diatores , er fures re expertus (ut fecundo libro dixi ) cauerc debeo,quos nunc multo plures effc,ac fore amici oflendut:quai caufa P rifeiano (ut ipfc testatur) fuit,ut ftftinantius opus iU ru, ^ P lud de arte grammatica ederet. Hac eadem nos caufa,c? cate* rif, quas enumer animus , fumus adatti non modo ut fiftinan* ( ELEGANTIARVM LIB. V. 3 IS tmlibros noSlros,uerwmetiam ut pauciores ederemus. Et illi tentum xmulorum infidit nocebant , mihi etiam prxter extera fii(crum,atq; amatium ftudia nocent. Tradatur ergo aliqua * do uiro puella, contenta hac (quantulacunfy) dote. N on enim fdrmofam effe credibile eft,qux maritum,nifi magnitudine do* tis conciliant e^non inuenerit,uirgo prxfertim. Maritum autem puellx catum literatorwm intelligimus,a quo fanftitatem uxo * ris,pudorem'q j CT custoditum effe cupimus,?? cuStodiri debe* re tcftamur. Sed ai promifiam uerborm diffutationem ( cuius hoc libro locutu tt eft) defeendamus. C A P. I. / DiicoJEdifco,Dediico,Dedoceo,5c Inftruo* I SCO, er edifeo maniftSte differunt. Nam difccre eft,ut inteUigas: edifeere uero , ut me * moriter coplcdaris. ldcoq; caput apud tilianum , quod inferibitur de edifccndo , i incipit: illud ex cofuetudine mutandum fus exiStimo in his,de quibus nuc differimus xtatibus,ne ot qux fcripferint edifcant,e? certa,ut moris eft, die dicant . difco,quod didici,obliuifcor. Dedoceo te,oStendo fulfum effe, quod doftus eSydocens quod uerum eji : ut apud eundem in fe* cundo,Et quidem dedocendi grauius,ac prius , quam docendi lllud,quo quidam utuntur, InStruo ( quale eft , inStruam te in uia hac,qua gradieris ) nobis apud idoneos autores incomper ** tum eft . Dicimus enim InStruo clafiem, inStruo aciem , inStruo caufam, inStruo militem : non autem difcipulum , aut mentem alicuius,nifi eo modo,quo inStruimus ea,qux dixi. Excogito , Reperio , Inuenio , Offendo. Naftusfum. c Excogitare, eft per cogitationem inuenire , idefc tum incorporeas pertinet:ut , excogitauit argumenta , tiones. 3t* LAVRENTII VALLAE tiones,figuras,cdufas. E flergo excogitare,^ inuenire , con * Ub. «.Metam, flUjireperire uero fortuna. VndcOuid. -Tu non inuenta,re* perta es. Sed iam ufus obtinuit,ut idem fit reperio , quod in * uenio. E fl dutan inuenire ucl confilio,uel cdfu , fiue corporea, fiue incorporea repcrire.offvndo fere quodrcperio,nefy folurit reuertendoicrad jbtum rerum publicarum, uel priuataru per * Oc.in Som. tinet:ut,offrndes republicdm perturbatam cofilijs nepotis mei: p* Verumetid fine his,ut idem CiceroiSed tme. nemine tm mate ficum offendi , qui illum negaret A ntonij dignu fenatu. N dftuf fum etid pro inueni , feu reperi frequeter accipitur.Vt idem in - PdradoxisiEum tu homine terreto , fi que eris ndftus,iftis mor* iis, aut exilij minis.Et de Senefiutr. Vitis quidem, qua natura caduca efl,cr nifi fulta efl, fertur dd terrdm,eadem ut fe erigat, clauicuhs quafi manibus,quicquid efl na£h,complettitur. Defipio,Defipifco,# Refipifco. c a p. ur. . D Efl pio , fiue defipifeo fignificat,uel quod aliquid a com* muni fenfu, f apientia $ minus habeo,uel quod d meo f en * fu deftituor. Quod fere uitiim aut ex aetate uenit,dut ex mor* bo,auttimore,autamore,dut finuli aliquo affvttu. Cuius con* trarium efl refipifcerc:cr fenes quidem iam demetes nunquam refipifcuntycateri autem refipifeere, id efl,dd priorem mentis Jhtum,uel ad meliorem mentem redire folent. Terentius : fnHeaoto*. - Multo omnium nunc me fortunatifiimum Faftum putoeffe gnate,quum te intelligo R efipiffe. Prohibeo,# Inhibeo. c a p. 1 1 1 1; - T3 Ro^,^co uel Zenerqu£fcilicet peti debentmon aute de appetendi s: ex quo deriuatur appetitusyqui irmcnfa, cr immoderata cupis ditas dicitur. Quare qui dixit , Omnia bottrn quoddam appe * tere uidenturymiUem dixifjet expetere. Vendico,li - E ode modo dicimus , tulit filium,ut fuftulit.Suctonius in Domitiani uia:Deinde uxorem Domitia * ni, ex qua in fecundo confulatu fuo filium tulerat ,repudiauit. Alia duo fignificatx notiora funt,quorum alterum efi,fmr.mo= uijfe,ut Vergilius: -lubetcr fublatt reponi Pocula. - Alte* Acn-8» ru,in altu, tuliffe: ut idem:-Et fublatum alte cofurgit in enfem. Qu£ duo declarantur ex illo in Neronem epigrammate r Su«o.in Nero Quis neget Aenea magna de ftirpe Neronemf cap. j>. ' Suftulit hic matrem,fu8ulit ille patrem. # Hic fuflulit matre, quia occidit, cr de medio abjlulit. lUe fufiu* Iit patre.id efl,fupra humeros fumpfit, er ab incendio eripuit . Prouoco,3£ Laccflo. oap, x i i i i. -J PRouoco,in mala partem dicitur ,er in bona. De mala notii cfi.Debona uero,Cicero adBrut . Tuisliteris amatifiimis fum prouocatusXaceffo plerunq ; in malum:ut idem , Sed iufti= om*h tia primu munus ejl , ne cui quis noceat, nifi lacefiitus iniuria. Sed nonunquam in bonuiut idem quinto Tufcul.Tuis me ama * tifiimis libris lacefiifii.Et ad Atticum lib. xm. Cum ipfe ho* mo nunquam me lacefiiffet.id efl,nunqudmme libris fuis prouo cajfet ad refrondendum.E fi autem prouocare,cr lacejfere,tcn* tureadpugnam,er ad concertationem . HHiOjHifco,& Dehifco. c a p. x v. lare ejl aliquid fua fronte, er externa aliqua ui diffinde * ' * j re,ut S x6 LAVRENTII VALLAE re , ut tellus uel in comparatione fui.Et alibi:Pr£ fe utilitatem gerit. E t alU biiTamen iniuriam a te in me fittmjcmper ante me duxL cap, xviii. r Rationem habeo, & Ratio condat. RAtionem habeo , idem eft quod rejfteftum habeo , fed tan* ttmmodo in bonum:ut, habenda eji ratio falutis, ratio ho* nom,ratio rei f miliaris : non autem infirmitatis , turpitudinis , incommodorum , ut quofdam annotaui feribentes . er, tu ficis contra rationem ualetudinis. id eft , non habes reffieftum uale * .tudinisfanitatis inquamtnon aegritudinis : qu£ duo , hoc fi gn i* ficat nomen. Q u£ exempla , quia pafiim inueniuntur , omit* toXicero ad Marium inquit inufitatius : Pudori tamen malui , Epift.j.iib.6* fimteq j cedere, quam falutis mea: rationem ducere . Et in fecun* ^«P** do Officiorum : Siue ratio conJhnti in 3jo in animo Ciceronem ad Cs forem mittere.lUud uero,eft delcShtf, Dc Amic. (ypUcet.Vt idemiUaque non tm me ijh fapientis,quam modo Fan nius commemorauit , fima deleftat, jalfa prafertim ,quam quod ffero amicitis noftrs memoria fempiterna foreiidq ; mihi eo magis e fi cordi , quod ex omnibus fecuLs uix tria , aut qua* tuor numerantur paria amicoru.Quo in genere fferare uideor in And aft. * Scipionis amicitiam er LsHj,nota>n pofteriati fire.id eft , eo ice... * *’ magis me dele£ht,cr placet. Terentius: Aut tibi nuptis hsfunt ai" 1 fcfc™* C0Y^ E f uter(b utriciue eft cor^ > l ,4a cunds funttibiyCT uterq; alterum amat. Inuerco, creditoribus uendebdtur.De quibus magna apudLiuiu fit men* tio.Et Addiftus mort^dcilinatus dicitur. Cicero de Off.lib.uu Et is, qui morti addiftus ejfct, paucos fibi dies commendandoru fuoru cauftpoflulaffct3udS faftus efi diter. Aliquado (ine aufti* - one fit licitatioiut apud Curtiu de Dor io, qui pollicebatur pre * Lib*^ tium pro capite A lexddri, fi quis eu. dolo occidi(fet, ita inquit: Et quum habeatis arma, licitamini hoftim capita. Si quid tome inter liceri3cr licitari differt , id efi, quod liceri uidetur aut fine reffeftu effe diorum emere uolentium3aut tantum fcmcl deferre pretium» 354 lavrentii vallae pretium. Licitari ucro cum mitis, er fepius augere pretium» ut emere uolentes deterreas ab emendo. Audio ,5^ Exaudio:Oro,• exaudita deorum Vota precesq; me Ingredior. c a p. x x x i x. INgrcdior componitur quidem exintfed diucrfa ratione: nunc ad locu/m,ut ingredior fbrwm , ucl in forum. Qui mo^^ dus loquendi nenuni ignotus eft. Nunc in loco,quod eft ambu * to,cr incedo. Vergilius: Georg.j. Continuo pecoris generop pullus inaruis Altius ingreditur,^ mollia crura, reponit. Cicero libro quinto ad Atticu : Si dormis,expergifcerr.p fhs9 EptfUj.Ub.f ingredere : p ingrederis, curre : p curris, aduola. idem eft ergo ingrederis hoc loco,quod graderistquod eft ambulas. y 4 Con 144 Confulo te,SC ribi.ConfuIco,Confulcor,ConfuU tus,& Inconfultus. c a p. xu COnfulo te,confilium peto k te,uel interrogo , er inquiro « QuintiL Quid per fidem facere uultis i luuenem quem de parricidio confuluit pater iile feruatus,miror hercule (non di* Ubto.cap.i. xiffe uolui ) fum ueneficus , /ion parricida. 1 dem:Ergo primum e)i,ut quod imitaturum eft,quifq ; intettigat,cr quare boriu. fit, fciat:tum in fufcipiedo onere cofiulat fuas uires.Et iterum:Ego aures cofiulens meas. Confulo tibi , cofilium do tibi,uel proui* deo tibi:fed hoc frequetius,et magis proprie in rebus:ut,cofule uit£ tu£,cofule ualetudiniycofulc dignitati, cofule [aluti,cbfiule rebus tuis:adeo frequetifiime,ut quii dicitur cofiulere uolo mihi, er liberis meis,intelligatur potius de corpore ,er de rebus ex* ‘ , tcrnis,qukm de animo. In plurali aute numero interdum repe* ritut,finc appofito tame:ut,confiulunt fenatoresiquod ficque* tius dicimus,cbfultant.id eft,deliberant. N ifi enim ddfit qui co* filium petat, er qui confilium det,non ait deliberatio, fiue co* fultatio. Atq; ut confidunt dicimus,pro confiuhant,hoc efi,quod altaa pars petit, altaa dat confilium : ita econtrario nonnun* quam confultare efi unius,non plurium partium, fed ita fi apud fe duas partes fuftinet, fecumq; delibaat.Hinc duo nomina na fcuntur,confultor,zr confultus.Confultor fire pro eo,qui aliti confiulit,dccipi foletinonunquam tamen pro eo,qui alij cofulit. SaUuftius in lugurthaiSimul ab eo petiuit, uti fautor, conful * . . . torq; fibi ddfit. Etiterum:lta cupidine,atq ; ira,pefiimis cbfut* toribus,grdffari,neq; j afto,neq -, ditto abftinere. Con fultus , efi ■ homo prudens, ac [ciens, dignusq, ; a quo confilium petas. C£* terum non occurrit mihi ubi repererim,nifi aut participium:ut ,B ^Oufntn* Mi, Con fulti medici dixerunt eundem efje languoran. Aut no* nten pro iurifconfiulto,ut Horatius lib.u Serm. Saty. i. uif "S,u° -Em 'M“' moJf mles> , reddere iut«. Mercator,tu eonfultus,modo rufticut- Qtfin ELEGA NTIARVM L I B. V, 34 3 Q« intilianus in feptimo: Scripti , er uoluntxtis frequenti fima inter co fultos quajlio efl L iuius tme libro primo , ait de Nma Pomplio: Con fulti fimus uir,ut iUaquifqua £txte ejfe poterat, omnis diuini , atq; humani iuris.Et in decimo: Cadidos, filer* tesq; iuris,atq; eloquetia confultos. Horatius primo C arminu: Parcus deorum cultor, cr infrequens, I nf tnientts dum fapientu Confultus erro- . t I n compojitione frequens efr,fed ddiettiuuiut apud Quintii. o' **’ incon fultam tmliebre femper amcntiam.id efl, imprudenti, in* €onfideratm,cr nudius confrlij. Alterum quoti; compofrtum,p compojitu efl , iurifconfultus,quod etiam dici [olet iureco fultus. Honnunquam in fimplicirut Quidius primo de Arte amandi: Sit tibi credibilis fermo,confultaq; uerba. ' Ago gratias. Habeo, Refero, ac Recido gra* . furnum £que,atq; faciendo. P Uncus dd C icer.oncm : I mmortates t9‘ dgo tibi gratus, agamq^dum uiudm: ndm relaturum mc, affar* mare non poffim. Tantis enim tuis officijs non uideor ituhi re * Jpondcrc poffe. E ccc refpondcrc officijs , cr fatis facere bene fi* cijs,eft gratias referre. Catcrum fa-cquentius ejl refiro gratiam , quam habeo gratia, item frequentius habeo gratiam, quam ago * gratiam. V ix enim audiuimus ago gratiam,fcd gratias. E t raro refiro gratias, fed gratiam. Cuius rei tefiimoniu ejl illud in libro x l v i. Titi Liuij:Satiatusqi tandem complexu filij, Renucia* te,inquit,gratias regi mc agere, refirre gratia aliam nunc non poffe,quam ut fuadeam,non an.te in aciem defeendat, quam ut incaflra me redijffe audierit. Dicimus item ago grates, fcd fe* pius apud pocas,qui necefiitate uerfus,ago gratias dicere noti In Somnio Sd- poffunt. Nonnuquam etiam apud oratorcs,ut Ciceronem: Ali* pionis. quantoq; pofi fu jf ex it ad codum,cr, Grates tibi , inquit,ago fumme Sol, uobisqi reliqui calitcs. N ifi legendum ejl gratias* CT non grates,pro eode fignificato , fiue pro eo quod cjl,reddo , grates.Seneca in tragoedia, qu£ inferibitur Agamcmnon,dixit i Reddunt grates tibi grandceui,Lafii fenes compote uoto. . Reddunt grates , id e fi (ut ego interpretor') agunt gratias . Quis enim refirre pofiit gratiam Deot quod etiam fando nun* quam cognitum ejl,praterquam apud quofdam recentes,nihil tiifi barbare loqui fcicntcsifcd gratias agimusjarb etiam.Grd* tiam dijs habere dicimur,quoties agnofeimus, apud q; nofipfos AA 4*fcc*4« fatcrmr ^ Mis beneficium accepi} fc , citra fpem gratiam refi* rendi:ut in Andria Terentius: -D ijs pol habeo gratias, Cum in p oriundo aliquot afj uerunt libera \ Gratulor,# Grator. c a p. x l i t. GRatulariJfi uerbo tejkri te gaudere fortuna,dc filicitxte alterius apud eum ipfum , qui affaftus ejl filicitatc. Non^ it unqud apud teipfm ob tuam filiciatem^ldeo % firc poflulat dati > 547 ELEGANTIARVM LIB. V. iatiuum:ut gratulor tibi ob tuam praturam adeptam: gratulor manibus meis,quibus ut te contingerent, datum efl. Quintilia = nws:Non efficiet tamen infandum prafentis reatus,indignumq; difcrimcyUt mifcra puella non gratuletur jibi , quod ipfam pau* peraccufarc iampotefl. Poeta nonnunquam pratcreunt dati* uum,utiq; quum fuerit pronomen , qua fuit caufd , ut quidam exiftimarcnt,quorwm eflApuleiusJjocuerbum idem fgnifca* re, quod gaudeo . Ouidius in Heroidibus : Gratulor Oechaliam titulis accedere noeris. Gratulor inquam tibi,ucl mihi,uelno * bis. Idem tertio de Arte amandi: Prifca iuuent alios , ego me nunedeniq; natum.Gratulor - GratulorfubinteUige , rmhi. Et interdum etiam oratores. Quintilianus in P afto cadauere:Gra* tulemur iam,quod nulla duitas fame laboret.fubintellige nobis. Verba autem Apuleij hac funt in apologia , de magia : Eo in tempore,quo me non negabunt in Getulia mediterraneis mon * tibus fuifje , ubi pifces per Deucalionis diluuia reperiantur. Quod ego gratulor nefeire i&os,lcgifJe me, ere. Pratermifit datiuum:aut gratulor,pro gaudeo accepit. Quod tantum abejt Ut approbem,ut pofit gratulari quis, quum minime gaudeat , atq; adeo doleat: quod frequenter ufu uenit, utique inter falfos amicos, quum alter inuidus,atqs atmlus tacite quidem dolens , quod alter honoribus auttus fit,tamen ili gratulatur. Torte er Apuleius fubinteUexit mihi. I n eadem fgnifcatione accipitur grator,fcd poeticum, hifloricumq; efl. Vergilius: 1 nueni germana uiam,gratarc f irori. Titus Littius libro v i i.Twam fequeptes currum,louti optimi maximi templum gratantes,ouantesq ; adire. Dicimus ahquado gratulari pro eo quod efl,gratias agere: fed no fere nifi dijs im* mor talibus, ldcoq; proprie idc efl, quod fupplicarc. Siquide tri* umphantes in Capitolium afeendebant, I oui optimo maximo , ca tcrisqs dijs gratulatum.Eiufdcm quoque jignificationis for * tufis ejl grator,quod fgnificatLiuius lib . x. dices: Itxcfe prator extern Dedam, i;» Epift.Dcian* adHcrcul. Dcclam.ui 4. Aeneii. extemplo edixit ,uti aditui LAVRENTII VALIAE At in rebus incorporeis frequentius, ut crefcant. Quintilianum Sed alere fdcundiam,uires augere eloquentia pofiit. Perinde ac fi dixiffet, Augere facundiam , augere uires eloquentia pofiit . Cic. Sed nec illa extinttt t funt , aluntur jk potius , er augentur cogitatione ,er memoria.Coniunxit er tpfe h ^uoh,uel ad illius, qui eligitur dignitatem. De* . v legit fibi fpararc e& antea parare pbi,qur utilia funt,autfbre credit . Appara* re}ad dignitatem quandam,ac uerius pompam, ideofy oratores pr£parant,quibus obtinere caufam pofint . At proatmum ap » paratum reprehenditur , quod plus pomp£, atq j odcncationis, quam utilitatis habere uideatur. Cicero Officiorum primo:? aci* le totius curfum uit£ uidet , ad eannj; degendam praeparat res neccf) ariat, ut pajlum,ut latibula, ac alia generis eiufdem.ldcm de Oratore tertio : illa qu£ in apparatu ffiri appellantur inp * gnia. Quanquam apparatus uidetur interdii pgnificarc utru ut apparatus belli,quap praeparatio . Sed ut dicimus naues non modo indrudas,fed etiam ornatas , quod quo res inflrudiorcs ad bcUu/m,eb pulchriores funt,itt apparatum belli uocamus,ubi inftrumenta bellica etiam adornata funt. Praefum,# Praelideo. cap. lxv. PRccfim er prspdeo dipvrut.Ab hoc pt prtfcs,pcut a de* p deo defes,d repdeo rcfes.Ab illo uero prtefens , quod afuo uerbo inpgnipcato recedit : de quo ante diximus. P rateffie, eft preepoptu epe rei cuipiam gcrend£,atqiie adminiPrandtf.Vra pdcrc,cp ad opem prafiwdam prcceffe,quam proprie prtjhnt .. homines iniuriam quidc patientibus,aut in diferimen addudis: dij uero benepeentiam puoremcp, inuocantibus.Aliquddo tame Cap,6‘ indijfirenter.Suctonius de T yberio:Vr£fcdit er Adiaas ludis, quap dixiffiet,pr£piit.Cic.pro Sylla: Noli animos eorum ordi * num,qui pr£funt iudicijs,oj]r;ndere.ldem pro eodem:Quam ob rem uos dij,cr patri] pendtes,qui huic urbi,atque imperio prae* pdctis.ldcm pro Milone : Vos inuidi , er in ciuis inuidi peri * culo centuriones, ateu milites ,uobis non modo infoctkintibus, fc ante tabernam fcilicet , uel ante cum locum, in quo negociatio exercetur, non in loco remoto ,fed euidenti : literis Groccis,an hatinistputo fecundum conditione, ne quis caufari popit igno rantiam Uterorum. E t alibi: Caufari tempeflatem,ac uim flumi* num.vbi liceat dicere,excufare ignorantiam literarum,ej ex* cufaretempcPatem,ac uim fluminum. Mando,Praedpio,Iubeo, Impero, Edko,em,mctum'ue tibi oftendo,ut foliata* re plebem: uel inquicto,cr tibi curam inijeio. Gratum facio,& Gratificor, cap. l x x v r. G Ratum facio, .ij.epig.»f I pfe ego,quem dixi, quid dentem dente iuuabit Rodere! carne opus ejl,fi fatur ejfe uelis . Ne perdas operam,qui fe mirantur, in illos V irus habe,nos hac nouimus effe nihil. Se mirantur dixit , quafi fibi placent, uel de fe magnifice ' fentiunt. ' • • A i Moror Sr 57* Moror te,6C Manco te. cap,. xcin. MOror te,er maneo te, a quibufdam exponuntUr,pro ex* pedo. Sed mea tamen fententia , magis poetice , qudrm Anu io. oratorie . Verg. Et tua progenies moralia demoror arnuf. Terentius: Quem hic manes i Oratores potius accipiunt, mo* ror te, pro retineo te,cr in mora teneo. I dcocfc hac duo uerbd fapeiunguntur,ut apud Quintii. Quid me adhuc pater deti» ttestquid moram abeuntemi Manco pro eo,quodeJi, futurum Awu6* efi,ut ipfe accipio,apud ipfos interdum etiam poetas. Ve rg. Te quoq? magna manent regms penetralia noftris. Philip... ldejiytibi futura funt.Cicero:Cuiws quidem tefatu,ficut C.C u rione manet.hoceft,cuius fatu tibi futuru cft,ficut fuit Curioni . cap. x c 1 1 1 1. r Conflaui, Contraxi, & Diflolui aes alienum. COnflaui hoc eiufdem fit exemplum: N on imprecamur debili* totes,naufragiajnorbos:paupcr fit,cr amet quueunq ; meretri * cem,cr amare no def nat. Quod crebrius accipitur in malum. Habeo orarionem^Fario termonem.- c a h>. xcvii. HAbui orationem, non feci orationem. Feci fermonentpo * tius,quam habui,nonunquam etiam habui.Cic.de Seneft. Cyrus quidem in eo fcrmone,quem moriens habuit,quum ad* modum fenex efflet, negat fe unquam fcnfiffle feneftutem fuant imbecilliorem ju£fam,quam in adolefcentia fuiffet. PolliccriJConuenirc,r ^ te>eft diquid in te cofvro : fi bcncficif quidem, lyibene mereri de te dicor.Jtn autem ofjvnfoms,male de te '• mereri. ELEGANTIARYM LIB. V. |Sr matri, N onnunquam utrunq ; reticemus , fed in ambiguum fen fum:ut,quid dc te fu/m meritusi N onnunquam per negatione: fic,honunes nihil de me meriti. id eft, qui nihil in me beneficij , aut officij contulcrunt.Quibus exemplis omnes AI. Tullij libri fcatent. Demereor quoq; pro bene de aliquo mereor , accipi* tur,fed cumaccufatiuoiut Ouidius Heroid. Dic nuhi,quid fecLnifi nonfapienter amauii *" Ph>-1- Crwune te potui demeruijfc meo. Et Quintilianus: simul ut pleniore obfequio demererer ama-, in proom.ii.i tifiimos mei. E mereor,idcm pene eft quod mereor , prxteritum Ll^t* eius emeritus.vnde emeriti ftipcdia,qui militia perjuntti funt , nominantur. Et in fignificatione pafiiua , ftipendia emerita . ut idem,Emeritis huic bello Jlipcndijs.Et per translatione a Ver * gilio emeriti boues dicuntur , er qu£dam alia : Emeriti autem fenesfolent habere eos , qui pro fe laborent , qui dicuntur pro alio opus agere. Quintii, de apibus inquit: Habebam qui pro Deciam, fj. me opus agerent. Refero,S£Fcro. c a p. c. RE tulit Pompeius ad Senatunuid eft , confuluh. I n eadem tamen fententia Pompeius ad populum tulit. Ex illo fit Senxtufco fultum, ex hltem,pr£ clare tecum agitur, optime cum iUts agitur :melius cum hominibus ageretur , p pdruo contenti ej[ent.ia,male DeAmic. necum agitur,®* peius, incommodius'ue , er pefiime. C icero: Cum illo uero quis neget attum ejfe praclare , mecum inconus modius? Nonunquam aftiue.valerius Max.libro quinto:Bcne egijfent Athenienfes cum Miltiade , p cum poft trecenta milia Perfarum in Marathone deuifta,in exilium protinus mipjfenf, ac non in carcerc ,er uincuks mori cocgiffent.Attum eft,fem* per in malam partem accipitur:ut,Aftm efa deRepublica,id efl,rejpublicd ex tinfld,dcjpcraa, cr perdia efl. Salio,# Salto. c a p. . c 1 1 1. SAlio,undc [altus, pro eo,quodep [altum facio. Salto, tripli* dio:unde [datio. interdii [alio pro [alto.Verg. 1 1. Georg. Mollibus in pratis unttos faliere per utres . Quid aute diftet [altus,et [dlatio,notu eft. Saltus enim eft qua* lis cerufiri4,leporuq;:fdlatio uero,itla hominu id6buio,qua uuU go tripudiu uocat.Et licet f ‘alio pro [alto accipiatur,no amen [altus pro f alatio , [dlatus'ue, qua eiufde pgnipedtionis funt. Lflj»i,abutb. i_iU Ycrrc,dc per urbe ire cum tripudijsjolenniq ; falatu iufiit. Abdico, & Exhsercdo. c a p. c 1 1 1 1. Bdicare,efl expellere d bonis plim,dum uiuit patcr.Ex* .haredare uero,pofi morte. Sed abdicare efl grauius,quod etiam in [e exheredationem continet . aVIMTI LIBRI FINIS. JIJ IN ELBGANTIARVH lingua Latina Librim fextwm , qui de Notis autorum infcribitur , prooemium . V L P I T I V S ille Seruiusyeuius quanti in iure ciuili fuerit autoritasyplurimorum monu * menti tcftantur , fiue aliorum exemplo, fiue priuato conplio fretusynon exiftimauit turpe fibi ad famam fbre,ut librum de N otis Scauo * a confcriberet,non modo antiftitis in ea /ncultate,ati £ omniti principis 3uerum etiam praceptoris fui. Cogitabat enim neq;ii poffe fibiuitio dari , quod publica utilitatis caufa fufciperet, neq; iniuriam illi fieri, qui reprehenderetur yp modo rite repre * bendatur,quod infe frijfet ipfe fkdurus , p errata fua animal * uertijfct. Probe iaq, Sulpitius,cr ingenue , ac uere Romane. Quin ipfe quoq ; populus prudenter,cr grato inuicem animo, qui fidum huius non reprchenpone, fed laude dignu e r gloria putauit. Nec minore uolumen hoc,quam catera , honore pro* fecutuscft . Nam pracepta aliqua dodrina tradere , cuilibet mediocribus faltem literis imbutoypromptum efr. Errores ma * ximorum uirorum deprehenderejd uero cum dodifrimibomi • nis eftytum opus utilipimum ,er quo nullum dici pofiit utilius. Quis enim dubitet,non minus agere3qui aurum 3argentum3ca • teracfc metalla expurgatyquam qui illa ejfoditfqui triticu mun* datyquam qui metittqui pinus}amygdaiaycaterss(p nuces feli * gityquam qui eafdcm legit 1 1 ta emyqui emedat ( nip paucifii * mafuntyqua emedat) no inferiorem existimare debemus, quint ipfum iUum inuentorem , nec minorem ab iUo , quam ab hoc percipi frudum. Infuperq ; non modo huic ex idius castigatio* ne nudum damnum affrrri, atfy iaduram»uerum etiam pretw, aedi 384 LAVRENTII VALLAE ac digniatem}pcrinde atq; auro,dc C£teris,qu£ modo comme* moraui,qudtum corpori purgatio ipfa detrahit,antum rejiduo pretij C ut dixi ) cr dignitate accrefcit. Adeo plui utilitatis in parte ejl , qU£ fuperat , quam qu£ fuerat in f 'olido . Quare fi quis apud inferos Sc£uoU de Sulpitij fatto fcnfus fuit (qu£ eratiUi £quias,cr iufliti£ amor) aufim affirmare fuiffegaui * fum, fecumq ; pr£clare aftwm effe dixiffe,quod fudrum libroru aurum ab omni fcoria efferae fece copurgatum : nihilq ; foreir per quod conciucs fui per eius f cripta ) illi poffent. N eq; irrne* Bpifl.ij.iib.3. ritb Plinius I unior ad amicu ia feribit : I a enim magis credam c£terd tibi placere, fi quxdam dijflicuiffe cognouero. Quomo do igitur non fit beneficium id offtrre,quod folet beneficij lo * co populari i Quod fi hoc non praftatur aut iam defunttis}dut tale beneficium rejfuetibus,profift6 his pricijs,charo datus ibat alumno . Dure nimis (ne dicam inerudite ) uirfane eruditus expofuit9 quafi nefeiamus non domini mortem a feruo,ucl comite Vergi * lium freiffe deplorari, fed quod ejl plustquam fi ucl E nuder ip * fe fuiJfet occifuSydc multo trijlius ab altore , fiue nutritio morte eius quem aluerat , cr quem loco filij habebat : qualis Phoenix ille Homericus in Achillem fuit , quem quoniam educajfct , fU B lium 2Hr* 58 6 lium femper appellaturo alumno .Et certe armigeri mdgttorX principum femper cr ipfi magni uiri fuerunt. Siquidem (ut eu ceamde Phoenice qui bonx parti Myrnudonm imperabat) Patroclus auriga Achillis , princeps erat : er Sthelenus Cdpa* nei regis filius auriga Diomedis : er Meriones inter primos duces Crctenjium auriga llionei : er Hettori aliquis fratrum fere aurigabatur currum. T ahs fuerat Acctes Euandro . Ergo non eratfcruus,aut feruo f inulis apud Euandrum , multo minus apud fHiutn,fcd patri findis , cr pro patre , prxfertim iUo ab» fente. Duo autem hjec nomina , qu£ ab eadem litera incipiunt , armiger,?? aujpicium, qu£ apud Vergilium modo legimus, no nota omnibus etiam explicemus. Armiger cft,qui in pr nequaqua cotra hoc, quod prxeipio jacit. Na fwrno fupplidu,fmo poena, na in me, B | fd „o fed a me,in alium infligi inteUigitur . I deotfc adiungitur abld* tiuiu cum prapofitione dc.Cicero : De iUo paulo pcjl fiuppliciu In argum fimitur. Quintilianus:V t nifi occurriffiet ad diem,de eo qui re* drim u,I# abunde tantum foli , ut releuare caput , reficere oculos , reptare per limitem, unam femitam terere, omnesq ; uiticulas fuas nofje, • er numerare arbufculas pofiint. idem: Frcquentior currentis bus,quam reptantibus lapfus efi. T erentius in Adelphis: P«r= reptaui ufq; omne oppidum, ad portam, ad lacwtfi,Qup noni - Ln eundem,de Carpere. c a p. v r. Arpere,inquit,pro attenuare,?? aperire. Verg. Georg.w \*-JNecnofturna quidem carpentes penfa puelle. . . HocnepueUdC quidem ipf£ dicerent. Nam ut carpimus linum virens ex humo,quum udlimus:ita puelle fmiftra manitdc colo penfum trahentes, fenfimq; u edentes carpunt. Et ut decerpimus rofam primis digitis,fic puelle primis er ipfe digitis decerpunt particulatim linum, lanam ue. Iterum carpere, celeriter pretes rire. Vt Verg.- Et acri Georg.j» Carpere prata fuga. Et in eodem: Carpere mox gyrum incipiat. Quafi in primo non celeritas ida magis intedigatur per hoc , quod dixit fuga , qui efl celer curfus,quam per idud , carpere. Et in fecundo fignificetur ues lociter preterire. Aliud nanque efl ire in gyrum , aliud pr!cc minus in- icrcabarbas.in canaij? menta. Saty.s.libro »♦ Sermo. Cap. 13. Georg.3- Gcorg.3. IjAVRE NTI I VALLA E accufando. Quid autem dcincufandof Certe fi illud non efide maiore in minorem , neefc hoc erit de minore in maiore : er alio « qui nullo unquam in indicio auditum e fi nomen incufationis: quid porro extra iudiciumf V ergilius inquit: Quem non incuf tui amens hominum'ue,detm 'uci . Dij quidem maiores Aenea funt,bonuncs uero Troiani duntu Xdt minores. At ejl apud Terentium pater ad filium loquens: -Quid me incufas Clitiphof Hoc enim ifli exemplum ponunt, ceterorum exempla onuttunt,que contra eos Jaciunt, que fiunt infinianut Cefar Commentario primo , H ec quum animaducr* tijfct Cefiar,conuocato confilio,omniumq [j ordinum ad id con* filium adhibitis centurionibus, uchemcnter eos incufauit. Sed (ne multis morer) accufarc,efi uel apud iudices uel apud alium quemis,etiam apud illum ipfium,quem accufcs , fignificare, at* queofiendere aliquem peccajfc-.lncufiare uero reprehendere mo res alterius, cr pleni impexis induruit horrida barbis, magis dc hominibus didum ejl,qum de hircis. E t illud: Nec minus interea barbas, incanaqi menta Cyniphij tondent hirci.- ad multos hircos refirtur , perinde ac fi diceremus caudas, quum tmen fingule fingults hircis jint, 1 ita cr ELEGANTIARVM LIB. VI. 40% i« er barba.Sunt etiam er barba alioru quam quadrupedum: ut Plinius in x x x.q uum Genunos tranfit fol,cri£Us)Cr auri* Cap.n. busyGT unguibus gallinaceorum. Si luna , rafis barbis eorum . In eundem, de Nuntius,# Nuntium. c a p. x/v! NVntius, inquit idem,eft qui nuntiatiquod autem nutiatur9 licet neutro dicatur , tamen inuenitur er mafculino. Mi* ror cur ita dixerit. Ego quidem nufquam hoc nuntium legi : at tte ip[equidem}ut opinor ^quum EeUus Pompeius uetuSHor eo autorjtx fcribat: Nuntius er res ipfd,er perfona dicitur. In eundem, de Arceo, Abigo, Abigeus , AbaAor, Abigeatus. c a p. x v i. A R cere idem ait ejfe prohibere. Sed mihiuidetur potius effe hm r\uetare,ne accedant hi , qui ueniunt. 1 unofeptem tantum ESfrSS' annos arcuit Troianos ab 1 talia,quam ubi contigerunLno ar- 'ffiprohtbebit.Tnnsfirtur (ut pfoap de corporeis ad incorporea. Cic.in Paradoxis • nU£ Tum«w. m enim ejl,qu£ magis arceat homines ab improbitate r fy,ui,/*u/f- fenferint nullum in deliais cjfe difcrimentCotrariwm huicueL  " bo 4 ibtgerejuod ftgmjtat i loco fugire.itq, expdlcre.ut, tbtgamfcss i ficte meifcrtbcntis-.ibige cane, i popim tui- dngcfiumosfonitu i uinei.Quintil.lbo inlittmrnifcr,pUn. (hbiUiuesibtgim.De pecoribus uero idem, quod de citeris inimMusueapteim efkquafi nobis oiiofifunt, ibigimus. ousx“Pr«4*os,ib bortisfi uinctis , i futu. Qsqjfi ta non fit, fed furto toSUmus, utiq; oretstim abigere ibudfigmficitfid e fi, furto tollere , iut etism litroci. nto-Mt ipud eundem. Adhuc (folii trinfcuntium.o- ibidi pe- corum greges fub hoc titulo defindebintur.Vnde ibidore, mcsnturpecuirtoru immitium fitres,Utrunculi'ue. Hos qui . dsm ibtgeostiocit. V Ipiinus iutem inquit : Abigei proprii hi bibentur, qut pecori ex pifcuis,ttel ex irmentis fubtr ibunt er quodimtutb depndintur.v ibigedifludiu qttifi irte exer = C ccnt. 40 & cent,equos de armcntis,uel oucs de gregibus abducentes. C Archimedes ille geomctricus,globum ad fmlitudinem coeli fi * bricatus cjl,in quo effigies coeli aderat, magnitudo non aderat . * I dem fit de tibula illa depifh ad finvlitudinc orbis ter)'dru,qud noaufm dicere depifhm itiftar orbis terraru. Ncg- alia mula huiuf nodi:ut,insbar Antonij ambulas, in flar patris fcribis,m - jhr languidi fedes:fed ad fimlitudincm , uel in fimilitudinem, uel in modum,ucl in morem,uel ficuti,zr fimilia. In flar potius jignificat ad *quiparatione,uel ad mefurd : ut apud Vergiliu, Argolici clypei,aut Vhceb** lampadis inflor. Cicero : Hc= Acnrfd.,. xamctroru injhr uerfuit . N am illud apud eofdcm : I njhr mor- n nfr ... tis putant:cr ,turbinis Marifignificat ecquiparatione doloris Vcrg. a™. in morte, impetus ex turbine. Quod siquando reperiatur h°lat-a1!irar# proxime accedere ad fignificationem pmilitndinis , admoniti ’ funus, ut nimiam utedi licentiam deuitemus. Nrfjw ego fic auderem uix uti,ut Seruij fimiliarifimus M acr obius a:mfquiim generaliter.Hocenim fignificat,omnia fimul , quxfub genere funt,amplcftendo:illud uero pcrfingula genera, feu maghper fingulas ftecics. Siquide frccies genera uacamus:ut,quot fiunt Georg.*. genera arbor um,uitiu, potius, quam quot funt jfecies. V erg. -Genaatim difeite cultus. Varro: Non in uolucribus gener atim feruatur analogia. Non ex aquilis aquiU,neq; ex turdis procreantur turdi. Sic ex reli* quis fui quifty genens. An alita hoc fit,quam in acre,quam in aqua: non hic conch£ inta fc genaatim innumerabili numao finules.Ecdem modo,ut genaatim perfingula genaa dicimus , ita fummatim pa fingulas fummas: aliquando dicimus fimma * tim,cr genaatim,non pa fingulas fummas,genaaq; , fed pa unam,untim'uc:ut,dic4 dc hac re fummatim. Cicaodc Oratore lib. 1 1. 1 n finitum mihi uidetur id dicae , in quo aliquid gene* ratim quxritur,hoc modo:cxpetedane effiet eloquctiafexpete* ELEGANTIARVM LIB. VI. 40 S di'nc honores i Caterum quomodo differat ab illis adfummam , infumma3po§tca reddam.v iritim3pcr jingula capita uirorum: utyGracchus diuidebat uiritint fex modios frmenti.T amcn de uno ahquado dicimusiut apud Curtii i , Si quis uiritim dimicare Ub.7, - ueUet,prouocauit.Nomnatim,per nomina fingulorum:ut3afii* gnati funt coiurati nominatim cuftodi carceris.Et de uno etid: utyAlte extollens M. Brutus cruentum pugionem3nominatim phiiipp.i, Ciceronem clamauit. Membratim,per membra. c,3«cap.4« Lib. 10» c .»9* ELEGANTIARUM LIB» VU 407 TA tidcm idem disponi non necefiititis , fed ornatus caufd, s fte&tbit id folwm , ad quod accingitur. E t alibi: 1 acebat haec infomnis,inquicta,quum diceret, iam jhtimappas rebit,iam Jhxtim ueniet,nunquam tamen tardius uenit. Mifcram me fili, proxima node iam ucncras.Ecce iam medios fidera tes nent curfus,indignor,irafcor.lta mihi demu fatisfufies, fi apud tib.io.c.»4* patre fuifti. ideo autem dixit folum,(iue omnino, quod Plinius uidetur accipere pro omnino de hirudine dicens: Ea demu foU auiu,no nifi uolatu depafeitur. Q uidd uolut ab is er demu cos Omd.Eicg.Rue pom' Quid.pro demu,pofuit deniq;,libro tertio fine titulo : gu°‘! ‘3‘ *" Si qua metu dempto cafta e fl,ea denty coda ejl. . . r . I» 40f • ELEGANTIARVM LIB. VI. In Macrobium,de Stella,& Sidus, cap, x x i i. QlTeflacr fidus differunt, fi Macrobio aedimus,ita fcribenti: O N tmcuideamus,qu£ fint duo h Neqfte ELEGANTI A RVM LIB. VI. 4» N-eque folum deprecari cjl uocc , fed etiam per ea , qua injfar uoas obtinere folcnt,uultum, geflumq-. Etenim Bucephalum, qui prata unum Alexandrum omnem alium recufabat fefio* rem,non inepte dixeris deprecari alios fefiores prata regem. Denique deprecor magis fignificat uel difto , uel fafto recufo , quam illa qua Aulus G ellius attigit . In Pri(cianum,de Situs. cap. x x v. Situs (Frifcianus inquit) dicitur pro negligentia,ut Vergil P^drcafln» Acneid.j. Sed te uitfn fitu,ueriq ; effoca fenettus. Sed non ia efi,potiusq ; fordes illa , er illuuies , qualis nafeitur inter opaca domus , qua diu non repurgatur. V nde inquit M. Lib.i,cap.3. Fabius, E xcianda mens , er attollenda femper eft, qua in hu* yiufmodi feaetis aut languefcit,cr quendd uelut in opaco fitum ducitiaut contra,tumefcit inani perfiuafione. Huiufmodi igitur quidam fitus fedet in uultu,capite , tototy corpore uetularm, er habitUyprafertim inopum , qualem illum Vergilius inteUi * ^ 6 git,cr Lucanus de malefica anu ait: Foeda fitu macies - Quod ' 4 • etiam padorem poffumus appellare:ut idem Lucanus , Lib.». -Longusq; in carcerc pador . Et Cicero in Tufculanis: P adores muliebres. Et iterum: Barba padorc horrida. Miror Prifcianum hoc in loco eciale uero neftus effe.Cic.in Rhetor icis,cr libris ad Hercnn.cr alibi fepe ait: Veneno necatus. Quintii in m r. Hinc adulter loris ctcfus efl,fkme necatus. Nec unqua neftus di * citur,fine certo genere mortisiut, E neftus fiti Tantalus. Nec td mortuus,q propemodwm mortuus:ficut exanimatus pro eo, qui jinuhs efl mortuo:ut fime, fiti enefti. qu£ plurima funt exepld. DeNaejSS Nc. c a p. x x i x. VT Ae pro ualde idem dixit, nec tume [olus. Terentius in An= I N dria: N£ illa iUum haud nouit. - Mihi uidetur idem apud nos fignificare, quod apud Gr n«ifOK?it xsaap» ajftxo Sttioidlp. Cicero ad Atticum indicatiuo huius uerbi ufus efl, dices: E i faU ucbis a meo Cicerone.Vlautus in Truculento in prima pofitio * ne utitur:Salue. fatis efl mihi tua: falutis , nihil moror , non faU ■ - HfO* ELEGANTJARVM LIB. VI. 4tj Ueo. Martialis etiam dixit,ualebis: Quum pinguis mihi turtur er it, lactuca ualebis, Llb . 1 1 » epig. Et cochleas tibi habc,pcrdcre nolo famem. C tctcrum (ut ad inflitutum redeam ) qui, ualeant, pro exeera* tione acceperunt , forfian hoc argumento indutti funt, quod nonnunquam hoc uerbum languorem fignificat : ut idem de Cratorc,Sicut medico diligenti prius , quam conetur agro ad= ub.t. hibere mcdicinam,non folum morbi cius , cui mederi uolet , fed etiam confuetudo ualcnttf,zr natura corporis cognofcenda efi. V nde ualetudo pro languore frequetifime accipitur: er tejles iialetudinarij nominantur, idem ad Terentiam : Valetudinem tuam cura diligenter.hoc cJl,languorem,cr infirmitatem. Alibi pro fanitate:Sed nunc ualetudini tribuamus aliquid.Frcquenter tamen apponimus adieftiuum,uel fiujlum,uel infhuflum,ad dU fiinguendum Jhtum corporis: fi quidem indifferenter fignificat more fui primitiui. Dicimus enim,ut uales * quomodo uduijli* . 5 : qualiter ualet filius* Sic,qua ualetudine es i’ qua ualetudine ejl filius: Refpott debis,infirma,aduetf t, mala ualetudineiuel con* tra,bona,incolumi,optima. In V arronem,dc Vas ,8C Obfcs. c a p. x x x r. Lib f 4 _ VAs,inquit V arro, appellatus ejl , qui pro altero uadimoniu Latini * *' promittebat. Confuetudo erat , quu reus pa.ru effet idoneus inceptis rebus, ut pro fc alteru daret. V ideturV arro (ignificare vadem eum effe,que fidciuficre uocamusicr uadimonium,fide* iufiionem. N os hoc negare ita e jjequi poffumus, cum varro omnium cofenfu jit Romanoru eruditifimus,cr lingua Latina periti fimus* qui Latinas liter as fecit cr Latiniores , er Utera* tiores * Qua quam multi funt, qui cum quibufda in locis repre * henddt:qu£ jaculas praecipue difcipulis Quintii adeffetjonge Varrone doftioris, atque eloquentioris. Verum ego non aufittt reprehendere, fed antiim affirmare , me non legiffe (dunaxat quatm aut recoriorfaut intelligo) uade cm effe^ui uadimo* * tiim 4itf LAVRENTII VALLAE niumpro altero dat (fi uadimonimfignificatfideiufiionem ) fed eum , qui Jfconfor efl alterius in capitii periculo , fiue idem fupplicium fubiturus,fiue pecuniam foluturusiut apud Quin» tiliarium in Declamatione , qu£ infcribitur , A truci uades . Et apud Ciceronem libro quinto Tufculanarm Queeflionm de Pythagorea amicaiquorum alteri quum tyrannus diem mortis dixijjet , alter pro anuco ad uifendam matrem ituro uas fk&ut Lib.i.ab urbe efl.Et apud Titu/m Liuium de Ca fone capitis reo, ita dicentem: condio. j n uifjculj conijci uetant.Sifli rem , pecuniamq ; ( nifi fijhtur ) populo promitti placere pronunciant,fummam pecunia: quan» tam de -r\Ecuriones,inquit idem,primi fingularum decuriarm di* Ung.Lat. JJ qUQ(} profrat Temperamus ille apud Titm hiuim9 quod 'S ELEGANTJARVM LIB. VI. 4T7 quod & ipfe approbat fehus. idcmq; ait : Decuriones appeU lantur , qui denis equitibus prafunt. Ejl ergo di diu decurio 4 decem , ut centurio a ceu im. N am(ut aitPadianus)dccuria funt nobUiorum,ccnturia inferiorum. Quidam uolunt ( quorum ejl fronto ) decurionan pracffe turma, qua conjht ex duobus CT triginta equitibus. Ncq; belli folum , fed domi quocp decurio dU eitur,nome quoddam prapoptura pgnificansiut Suctcnitis in Domitiani uita,Saturius decurio cubiculariorum.!: t hoc quidem CaP*r» apud R omanosiin municipijs autem ( ut mihi quidem uidetur ) idem ejl decurio,qui Roma fenator. N am qui in Senatu,zr co * filijs reipublic £ municipalis interejje poterant. Decuriones erant. C icero pro Sextio : Qua de caufa e? tum conuentus iUe Capua huic P. Sextio apud mc maximas gratias egit , er hoc tempore beneficium, fidemq; hominis teflimonio declarant, pe* s riculum deprecantur fuo decreto. Recita quafo , P .Sexti, quid decreuerunt Capua decuriones. Quod autem diffzrant decurio Romanus, c r decurio municipalis, ex epiflola quadam P linij p ** 1 unioris e primo libro declaratur,dicentis:Effe autem tibi centu milium cenfum fatis indicat,quod apud nos decurio es. Igitur ut te no decurione foliim , uerum etid equite R omano perfruamur , offero tibi* ad implendas equitis Romani facultates, trecenta mi* tia nummum. Non dicitur itaque decurio, aut quod decem pra* pt militibus ( ut quidam uolunt ) quem Graci uocant, ? quum decurio pt maior equite, eques ecnturione,eenturio de * carcho, ut ex ftipendioru magnitudine datur in multis libris in telligi:aut in municipijs , qui decem equitibus praefi, quum pt equite duntaxat Romano minor. An quia decem prafit equitU hus municipalibusfaut hoc erit dicendum, aut P omponij J urif* confulti opinio fequenda , dicentis -.Decuriones quidem di flos diunt eo,quod in initio quum colonia deduceretur,dccima pars eorum, qui deducerentur,conplij publici gratia confcribi fclita pt* Quare eum , quem nunc militem appellamus, aut falfa dU D gnatione 4 uidetur band.e, aut orndnd£ cdufd , qu£ pgnipcdtio nota cfi omnibus . Vndc pars probationis uocatur ab exemplis , er in elocutione omifif iu hoc cxanplum inter ornamenta numeratur. «c^ariu^i- In Bocthium,dc Perfona. c a p. xxxiiii, dum efl: Bcrt- -ryz.rfona eft ( inquit Boethius ) incommutabilis natur£,in* meem alteram, J "fdiuidua fubjhntia: existimans fe argumentatione colle* gijfe, quare non pt qualitas , nec aliud prwdicamentum uUm , fcd fubfhntia. Sed huic homini Romano oftedam Romane lo* qui ncfcire.Verfona ndnfy non eft in D eo magis,quam in bruto, peut humanitas, peut alia plura. Sed demus, ut in deo etiajnpt perfonatquxro, quamobrem ea non pt qualitas, pue de homine toquimw,pue de deo f Nam in homine quidem perfona pgnift* cat qualitatem,qua alius ab alio differimus , tum in animo, twm in corpore, twm in extra poptis , qu£ a rhetoricis enumerantur in attributis pfon£.Animi:'ut quo ftudio fe exerceat, medicinx, an iuris ciuilis,an militU.Et qua mcteiiracudus, an moderatus : auarus,an Uberalis.Corporis:iuuenis,anfenex:pulcher,an defir mis:firtis,an imbeciUis:mas,anfamina.Extra poptorm: diues , an pauper:darus,an obfcurus:maritus,an coelebs : parens libe * rorum,an orbus:*? his pmilia.ldeoq i pgur£, er pgilla qu£dd, qu£ roflris , aut alia corporis parte aquam fontanam emittunt , quia ELEGANT! ARVM L1B. Vl. quia repratfcntant uarios hominum uultu s , er gcHus, pcrfonrtis,diuitis,nobilis, er interdum contraria. Nam ad fors tifiimm,pulcherrimm,ditifiimm,nonfumfortis,nec pulcher, nec diuesfcd imbecillis,defbrmis,pauper. Alia ituq; ad huc per * fonafm, quam ad em cui in his omnibus dntccello.Et ad P ria mum fum perfona filij , ad AftyanaCb perfona patris ,adAn * dromacham perfona uiri,ad Varidem perfona fratris, ad Sarpe * donem perfona amici,ad Achillem perfona inimici. Quo fit, ut adfitmihi multiplex perfona ac diuerfa,fed una tantum fub* fkintia.ln deo autem perfonam ponimus,uel quod nullum aliud uocabulum quadrat : non natura , quo ueteres utebantur : non fubjhntia,quo Graci utuntur : uel quod uere in deo triplex efl qualitas. Atqui hic mihi os comprimet Boethius , neq, uocem prodire permittet , dicens qualitatem eam effe , qua: pofiit etiam abejfelpmer fubietti corruptionem. Hanc ego definitionem (ut Grceculam , er ineptam ) derideo:Dico lucem,uibrationem, calorem infoleeffe qualitates , er hoc dico Latine omnibus, qui unquam Latine locuti funt, confentientibus , quanquam de hac re fuo loco in no&ro opere de dialectice dijferuimus. Tales qualitates fhtuo in deo , er has dico effe perfonas , qux ab eo abeffe non poffunt,ej qualitatem fignificare , nonfubflantiam, ut Boethius uoluit, qui nos barbare loqui docuit. Hinc enim fbrfitan adduttum uulgus,utfic loquatur , tres perfon cim exirent antea in mcn,ut ueflimenycalccamcnjnunU nten, lenimen , nutrimen,fiiramcn,medicamcnyuelameny quibus adieftn tum, fit mummentum,lcnimenttmynutrimentm,Jptra* mcntumymedicamentmyuefiimcntumyuclamcntm,calceamcn* tumiitt tejhmen addita fyllaba tum, fit tejhmcntum.Qupd fi 4 mente defeenderet tefimentm, tefimetia diceremus, quernadm modum dementia,cr amentia. Nihil habet magis ridiculu hac, de qua loquimur fcictia,quam ctymologiam,in qua ipfe quo$ Varro er lufit?cr lufus efi. In Donatu,de Syncerum. cap, x x x v i i. QYncerum(Donatusinquit) quafi fine cera,mel fimplex , Cf O purum , er fine fico, l mo cum cera potius. Syncerum a componitur non a fineyqua nunquam compofitionem admittit , quod ipfa etiam feriptio declar at, qua y, habet , non i. E fi enim ex duobus Grxcis compofitm,ex ovp er cera,qua ab illis dici * turxHfh , uel d oVvxKf©- conuertimus. Quo magis uenujh, at$ apta huius auroris etymologia efifindicatur etymologia pleruck fiUaccm ejje: quia figmficatio hac non ita abfoluta, er uera efi. Quid uenufiius atefi aptius dici potefiyqudm fide ideo uocatm, quia fiat quod dicitur i Quam etymologia fallace effe declarat, quod hoc nomen chordam infirwmetimufici fignificat.Et tamc licet dicere fyncerum , quali cum cera mei , quod integrum efi, C r fclidum,cr nulla fui parte fi audat\m:ut fi diuidere frudum communium alueariorum cum focio uclim , partemq ; tantim t mellis afiignem» nimirum non ago fyncere , quod fine cera meU la dedi. In Iurifconfulcosjde Mulier, cap. x x x v r i u Mvlitru appellatione ( Laius inquit)etiam uirgo uiripo» tens continetur ; vlpianus autem quodam loco ita ait: Quod ELEGANTIARVM LIB. VI. Quod fi ego me uirginem emere puarem,quu effet mulierem* ptio non ualebit.Hic mulierem appeUat,qu£ uirgo non cfl : ille etid qua uirgo cfl.Et vlpiani qmde locutio reda, ejl, Ciceronis Qst^1*1**6* tcftimonio,qui obiurgantibus , quod fcxagcnorius Popilia uir* ginemduxiJjet,Cras mulier erit,inquit. Sed Caij quoty defini* tio locu habet aliquando:ut fi quis uidens decem focminas,qua* rm aliqua uirgo fit, £ tate tamen qua mulier ejfe pofiit , dicat, uidi decem mulieres . Quo modo etiam in Euangelio dicitur : Quid mihi9er tibi eft mulieri Sed ex Gr£Co fumptum ejl uel 6S\vitquo fignificatur uel foemindyuel mulier , 1 dem quoq ; Vlpianus inquit: Mulierem ia axftamjut mulier fieri no pofiit , fana no uideri conjhxt. E ande dixit er muliurem,CT no mulic* remiprimm pro ea,qu£ eftfixmina: fecundum pro corrupta, lneofdem,de Munu$,5cDonu. c a p. xxxix, Mvnus^Paulus inquit)tribus modis dicitur. Vno donu,cr inde munera dici dari,mittu:e. Altero onus, quod quii re * nuttitur9uocationem militi£,muneriS(fc pr£jht: inde immunita tem appellari. Tertio dicitur officium , unde munera miliaria, C r quofiam milites munificos uocari . I gitur municipes dici, quod munera ciuilia capiant. Idem alibi: Municipes intelligen* di funt er ij9qui in eodem municipio nati funt.vlpianus: Mu* nicipes quidem proprie appellantur muneris participes9recepti inciuiatem ut munera nobifeum facerent. Sed nuncabufiue municipes dicimus fu£ cuiufq ; ciuiatis dues, utputa Cdpanos, Puteolanos. Pomponius ia ait:M unus publicwm,efl officiu pri* uati hominis, ex quo commodwm ad fingulos,uniuerfosq j ciucs, remq; eorum imperio magiftratus extra ordine peruenit. Mar* cusautem fir.Munus proprie eft,quod necejfario fubimus,tege, more, imperio ue eius,qui iubendi habet potefhtem. Dona autc proprie funt,qu£ nulla necefiiate, aut iuris officio ,fed fronte pr£jhntur:qu£ fi non praftentur, nulla reprehenfio ejl, cr fi prxftentur, plerum £ laus ejl. Sed in hoc uentwm ejl , ut non D f quod f 4ii LA.VRE NTII VALLA E quodcunfy munus fidcmfy donu, decipiatur. At quod donu fbf* rit,id retre mutiut decipiatur . Quomodo hi iurifconfulti inter fe conucnidnt , cr dn aliquid defit alicui horum , Accurfiut cu/nt B artholo, B aldoq; confultct,dumq; mihi ( ut more ipforim lo* quamur)ambo,tres'uc rejfondeant, afjirmentcp, quod Marcum ait , donum ejfe Jjeciem,rmnus ucro genus. Idemq ; contrarium, ejfe lierbis V Ipiani dicentis:! nter donu,ej munus hoc intereft , quod inter genus, e* ifantim , fient facrilegium rerum facrarm . Inde depeculor , quod quidam ad facrilegium etiam transferunt. In eofdc,de,Fudus,Ager,V iUa,Praediu. cap.xli, Fvndus,Vlpianut ita finit,Locus eflno fundusfed portio fun di aliqua.Fundus autem aliquid integru efi.Plerunq; fundu fine uiUa accipimus. I dem alibi: Ager efl locus , qui fine uiUa e fi . lAodejlinus uero fic.Quaftio effindat d pojfefiione,ueldgro, ucl praedio quid diftet. Fundus efl omne quicquid folo contine* tur. Ager eflfiecies fundi , qu£ ad_ ufirn hominis paratur . P ojfefiio ab agro iuris proprietate difht . Quicquid enim apprehendimus , cuius proprietas ad nos non pertinet , aut ne* quit pertinere , hoc poffefiionem appellamus. P ojfefiio ergo ufus , ager proprietas loci efl. Nam c r ager , er poffefiio huius appellationis ftccies funt . Florentinus: Fundi appellatione omne aedificium , er omnis ager continetur . Sed in ufu urba * na itia, horrea in urbe.Cicero in Philip . Poffeftiones notabat er urbanas ,er rufticas . Puto non tantum pradia , fed er c£teta , qua immobilia uulgo appellantur . Addamus ad hac aliquid de hoc fundum, quod an a fundo fundas , an potius fiindo afundu, fiue a fundus ueniat ambigi poteft. Quidam fundus a funda dici uolunt.Cic.in quodam ioculari libello: Eundum varro uocat, quem poftit mittere funda, Ni Id elegantiarvm LIB. VI. 4JX N i lapis exciderit, qud caua funda patet. Hifi hac fentcntid fit, tam paruum illum fuifjc fundum , utjun * da prehendi,® in morem lapidis iaci pojfet.Fundum igitur efl ima pars rei,proprie aliquid liquoris intra fe continens, aut ai continendum fudi ut dolium,ut nauis,ut alueus , uel fluminis , uel lacus, uel jhgni,uel maris. Na fundit turris( ut quidam feri* pferut)ipfe no dicerc.Fundametu(ut omnibus liquet ) aliud efl, quam funndum : ® tamen fundare magis ad fundamentum, quam ad fundum pertinet. Fundamus enim domwminon naucm aut doliim:ut Verg. 1 Ue urbem Argyripam patria cognomine gentis, Aea. i V iftor Gargani fundabat 1 apygis aruis. Nam fundamentxre non reperiturmec fundare quidem efl fane frequens,nifi per translationem. Quintii . in Gladiatore : Hoc Ded3m‘9t fundatam paternis,auitisq j opibus domum exhaurit . E fl enim flequentius iacere fundamenta,etiam per translationemiut idem libro primo , N am inde er contemptus operis innafeitur , er p • • fundamenta iaciuntur impudenti*,®- (quod efl ubiq-, pernicio = fiflimum)prauenit uires flducia.Et Ciceroil n quo templo(qud * twm in me fuit) ieci fundamenta pacis .Sine translatione , Sue * tonius de uitx C aij: ln arce Capitolina noua domus funda* menta iecit.Caterim hoc differunt fundare , er fundamenta ia* cere,quod fundare efl ualidis fundamentis fulcire . Fundamenti iacere, quafi qualiacunq} fundamenti facere, er quodammodo dare rei principium . N eq; ucro fleut reperitur fundus,® fun * dwm,ia reperitur punttus, er pun dum . Errant q; philofopbi, quujpundus,® linea dicunt. Nam de pundu,quod efl breuif* fmu ^ pus, nulla lis efh ut T cretius in Phormione, —Tu teporis mihi pun dum Ad hanc rem efl- Pro eo aute fenfu in que utun = tur philofophi,Cicero pro Vlancio:Nd quod queftus es, plures te tedes habere de Velina, quam quot in ea tribu pundi tule * ris. Quidam momentupro E L E G A N TyI ARVM LIB. VI. 4SJ metitus fit , qti£ ad libri fcripturam fiujficerent : ut puti quum haberet Homerii totum in uno uolumine,non quadraginaofto libros compuabimus,fed hoc unum Homeri uolumen pro libro accipiendum eft. vlpianus Homeri opus nunc unum librum , nunc quadraginttofto libros nominat. N ec tamen ait librum duo fignificarc,ipfum opus,cr ceram operis partem. Pratcrcd opus,fiue opera Homeri librum appeUat,ZT uolumen, quorum utrunque inauditum e fi. Vergilij Aeneis, non liber efi,fed duo* decimlibri. Georgica, non fiunt itemliber ,fcdlibri quatuor. Bucolica, unus fiber efi,idemq; unum uolumen. Georgica,qua* tuor uolumina: Aeneis,duodecim. Ouidius: DcTrn n Sunt quoq ; muat£ ter quinq ; uolumina firme. *lcs' 3’ Sed quid exemplis agimus,quum nufqua plura afferri pofiint i At vlpianus puat etiam fi omnia opera Didymi, quo nano plura fcripfit,in unum codicem conglutinarentur , tinum tan* tum debere uolumen appellari,quod nemo neepoffet euoluere, nec firre uellet.Efi enim uolumen uel a uolo, quod in libris uo * lunas apparet,uel ( quod magis fcquerer ) a uoluo,quod uolui * . tur, quales libros hodie Hebra;i quofdam habent , qualesq; in ueteri,cr nouo tejhmento leftiamus fiiffe. Et Romani,qui in libris arborim,id eft,corticibus fcribcbant-.quod libellos illos , quo firrent commodius,complicabant,uolumina firte appella* uerut.laq; uolumina libellis fimiliora fucre,qtum libris.Qtiod ex eo quoq; loco apparet, ubi Plinius de libris auunctili loqitcs, Epiftjjftj ait: Studiofi (fcilicet libri) tres in fex uolumina propter am * plitudinem diuifi.quafi dicat in fex minores libros, ut fintuo * lumina aliquanto mnora,qum libri. Quod etymologia quoq ; nonnihil probat, ut oftcndi.Vndc adhuc durat uerbum euoluere libros , pro eo quod efi aperire libros leftiandi gratia , quafi rem complicaam explicare: quemadmo du reuelare,eft rem uela* tam detegere. Ni fi dicamus euolui libros propter numeru pa* ginaru. Accipitur autem nunc euoluere libros, fiue autores,pro E eo 434 LAVREMTII VALLAE Subdi titia runt e0 quo,ingerut probra, £gre abilinent quin ca * fira oppugnent. Q u£ duo nomina tanqud fimilia eode loco Ci* cero coiunxit in Catone Maiore: Mihi uero,ej flacco neuti * quam probari potuit tam fiagitiofa , cr tam perdita libido,qu£ cum probro priuato coniungeret imperij dedecus. P r£tered nc jinulc quidem efi fane probru opprobrio. Non enim Latine di * Scijfet C icerc:qu£ cum opprobrio priuato coniungeret imperij deiccas:qucmxdmodm in Sallufiium dixit: Itaq; timens ne fa* cinoracius clam nobis ejjcnt, quum omnibus matribus familias ueflris opprobrio ejfet3confijfiis efi uobis audientibus adulteriu* BLEGANTIARVM LIB. VL 4i$ Ejl autem opprobrium aliquando fallo, fed frequentius uerbo . Ham Sallufiius ( utuult Cicero) uel exeo quod quibus cum fenum s habuiffet ufum,erat notum : uel quod ipfe illis uulgo impudicitiam obqcieb at, opprobrio erat. Horatius: Satyra,»; Sic teneros animos aliena opprobria fepe 6crm* Abfierrent uitijs— Quintilianus: toodo maledittis , opprobrijsq} uulgi , modo crebra riualium D(dam contentione pulfatus,abigi tmcn,compefci$ non pojfet . Op= probrijs dixit,quafi exprobrationibus,atqi conuitijs. Et alibi: Solebat indignatio uefira , conuitia noftra frrre non pojfe: er D*dajB‘I* matronalis indignatio dicere uidebatur, Non parcis erga me marite uerbis , nullam habet nodri tuus fcrmo reuerentiam,fii* cile prorumpis in opprobria , facile quodlibet obijcis. Pro eo* dem fere pofuit opprobria ,cr conuitia. Nec inficias eo , non* nunquam hoc modo accipi probrum, ut Liuij proximum exem* plum,cr Ciceronis ad Atticum:EpiRoUs mihi legerunt plenas Ep™ _ « omnium in me probrorii Sed de hoc fignificato vlpianus non P ‘ intellexit. A' probro unum uerbum componitur , quod e fi ex* probro,quod fignificat tum qualemcunq; culpam impropeto9 ut apud Ouidium libro x u i.Metomorphofeos: Scit bene Tytides,qui nomine fepe uo catum C orripuit,trepidoq; jugam exprobrauit amico . Tum ingratitudinis, ut Terentius in Andria. -Nrfw ihhac commemoratio Quafi exprobratio efiimmemoris beneficij.Sed pro hoc fignificato frequenter nos uitij alieni nomen apponi* mus: frequenter etiam nomen no fori meriti Cicer.de Amicitia: Quorum plerique aut queruntur femper aliquid,aut etiam ex* probrant,eo$ magis fi habere fe putant,quod officiose,et ami* ce,cr cum labore aliquo fuo fattum queant dicere. Odiofim fane genus hominum officia exprobrantium. Exprobrare ergo beneficia fua,eft immemore beneficij accepti inculpare. Impu* ttte ucro frequenter ad fignificationem exprobratis acccdit,fed E * citra ■ ’ * **.. ' V V ' _.^'v " -Sr ^ ‘ v'"'- SJsS®55 - / 4l6 lavrentii vallae citri rcprehenfionemiquod an apud Ciceronem fit , nefcio. I n Dedam.». posterioribus ucro creberrimum ejliut Quintilianus, Neutatio,ad ea quae euidenter falfa funt,perducatur.Hoec duo s bus in locis vfpianus. C. autem inquit: Si calwmnietur,ej mo* retur, er frujlretur. Inde calumniatores appellati funt,qui per fraudem , e r frufkationem alios uex arent litibus. Inde er cau uillatio didb ejl. Caius nullam fecit mentionem de euiden* ter uens,dut euidenter falfis , nec de breuitate. Nec puto faci * endam fuijje , quum plerunque cauillatio jit tcftn, cr infrdio» fa,multisq;,dc longis frequenter ambagibus utens , er quae uix db acutis deprehendatur. Quare cauillatio ejl fubdola ratio, quam nos confcij nobis mendacij , uincendi tamen caufa pro*, ferimus. I n hunc fenfum femper iurifco fulti ufi funt,cr Quin * Siliani frre feculum. Cicero autem pro genere quodam jace* tiarim , er hunc imitatus Aulus Gellius : Titus Liuius utroque modo. 441 ELECANTI ARV JM LIB. VI. mode. I pfe quoq; Cicero definit libro fecundo de Ordtore,din cens:Etenim quum duo Jint genera facctiarum,a\terim aquae liter in omni fermone falfum,alterum perdeutum er breueifue perior cauillatio, altera dicacitas nominata ef. Catarum C dius uidetur fentire,idem effe cdlimnidri er cauiUari. Quod no feri tit Mdrtianus,tantum dccufdtori tribuens calumniariiquii ait, Cdlimnidri ejfefdlfa crimind intendere : quod per legem iUdm decldrdtur x 1 1. tibuUrum:Cdlmnidtor idem patiatur,quod reus, fi conuittus effet. In cofdem5de Pr aeuaricator,T ergiuerfator,,er translatiue munere accufandi defungitur, eo quod proprias quidem probationes difiimularct, falfas uero excufationes ad * mitteret. Quod nos quidem ueru fatemur ejfe,legemq; antiqui * tus de prxuaricatoru poena fuiffe,ut Cic.Philipp.lib. i i.Vfreor Patres Cdfcripti,ne ( quod turpifiimu ejl) prxuaricatorc mihi eppofuijfe uidear. Catcrum (ut prxtered,quod Cicero idem in U i Parti 44* LAVRENTII VABLAE Partitionibus ait,pr£uaricatione definiri nunc ab accufatore » nunc a reo corruptelam effe iudicip reperio nonunquam pr£* tutricatore ex parte rei quofyneq; perfidia tantum,ac malitia, fed imprudentia etiam ,er negligentia peccdtem. Quintilianus infeptimo:Vtin prxuaricationum criminibus , ut abfoluatur reus, aut innocentia ipfius fit,aut interueniente aliqua potefta* te,aut ui,aut corrupto iudicio,aut difficultate probatioms,aut prxuaricatione.nocentcm fiijfe confiteris,nulla poteAas obfi* fiit, nulla utiicorruptwm iudicium non querem,mdla probddi difficultas fuit.Quid fupcrejt , nifi ut praruaricatio fuerit ? Hic pro perfidia accufatoris accipit, alibi ticro aliter. Sed dcuiu caufa loqui fuperuacuum ejl. Ego in uniuerfm neq j oratorii puto cjje unquam prtuaricarimccfc litem intclligo,m qua pars utraqi idemuelit. ldeoq. ; praruaricatcrcm appellamus,quicil(fc 4 prarferipto officij fui deflexerit, atq; aberrauerit. Phn.libro Cap.19. x v 1 1 1. Arator nifi incumts,pr£tiaricatur.Tlinius lunicr ai flpiftao.iibw, comelim Tacitum: Alioqui prauaricatio efitranflre diceda. Prtuaricatio ejl etiam brcuiter,cr cttrflm attingerc,qti£ funt inculcanda, infigenda,repetenda. Et Adam praiutricatu fuiffc dicimus. T ergiuerfari uero non ejl (quantm ego intclligo) ab accufdtione defi flere. Illi uidentur ex hoc trahere fignificatio « nem, quod qui terga uertunt,d pugna defiflunt. Verutimen no protinus,qui terga uertunt,d pugna dejiflunt,utPmhi. Itacfc quiuertentes terga,adhuc tamen pugnant, nec rationibus uo* utnt fcuiftos agnof fignificat idemyquod inuitoyno obtiatyquum a fuo quoq $ finu» plici,qucd eft uitoyinfignificatione magis ditietyqudm conuU tium d fuoyfiue illud fit uito , fiue uitium. Ipfa quoq ; con pra* pofitio in bonamycr malam rem accipi folet , ut conficio , pro perficiOyCr pro eoyquod eft confauciando trucido, inde coft* tiores ftrarum. Conuitium igitur , d uitiim , uel potius d uito defcendityut uitupero:txjnetfi no omnino repugne feribi per c, ut quibufdam placet9non per t. Et hoc quidem de etymologia, qua fi pro Labeoneyvlpianoq;ynon pro me fdceretytmen dea finitioni repugnare audercm3nufqu non licet . ldeoq; femper difiinifa hac duo repcrimus,cr femper addi ait erum (de uejlitu loquor)quia alterum,quod efl uiftus,hoc etiam fignifi* catum no compleftitur.alioqui na diceretur uittus,er uefiitus. Significat etiam uittus genus uita, quantum ad mores , ut qui * buscrn quis uiuat, er a quibus infiituatur,er quibus moribus. At neq ; de penu lurifconfultis affentior , multa qu« dixijfe etiam faneris. Nec tamen, ut ei credamus , exemplo pro* bauit.Quid quod ex frigus fHgoris fit refrigero i quid quod ex ■ tempus temporis fit tempero f ex littus littoris fit oblittero f ex penus penoris (ut fentio ) fit penctroi additu t , quafi ad locum * F * penoris ■y 41* LAVRENTII VALLAE penoris intro.Tam enim penus, quam penetro breui primd fyU laba ejl.Aut mihi quidc propria, & aera pignoris ftgnificdtio effe ei uidctwr , unde ucrbd deriuantur . N ihil enim illi alij /i* gni ficato cum his uerbis : e rfilij ( ut fentio ) non alia ratione appellati funt pignora,nifi quod pignus quoddam inter coniu* ges funt, tum uinculi , ne aliter forte diuortium fieret, tum cha * ritatis. Cuius rei argumentum efi , quod legimus fepe pignord Cap.7. fUioru , ut apud Suetoniu in Tyberij uita:Comuni$ filij pigno * fo Augu(U.»i ra.Etiterum:Tdmmarium,quam faminarum pignora. In eo(clem,de Ferrumino* c a p. l v i i i. F'Erruminatio,Caius apud Paulum ait , per eandan materia facit confufionemipUmbaturd non cfficit.lde fentire uide « tur Pomponius,dicerts:Si tuum fcyphum alieno plumbo pium * baueris^lienouc argento fbruminaucris,non dubitatur fcypku c tuum effe,ej a te refte uedicarLScyphu enim argenteu intolle* '1p‘n* xit.Cum ijs pleriq; no fentiunt,quoru efl Plinius, qui libro de * cimo 4ir:Nd(T; furculo fuper bina oua impofito,ac ferruminato alui glutino,j ub dita ceruice medio, aqua utrinq; libra, depor* txnt alio.Ferruminato dixit,quafi agglutinato materia illa. 1 de Cap.37. x i.E t medulla ex eodem uidetur in iuuenta rubens,in fenedute albefccsinon nift cauis hac opibus, nec cruribus iumentoru, aut cammiquare fradn non ferruminatur . Quaft non glutinatur , Cap.7. nec codlcfcit,cr colligatur.] dem x x x 1. Carrhis Arabia op* pido,rmros,domos(p, mafiis falis faciunt aqua ferruminantes . Cip,,y* quaft glutindtes.lde x x x v. Calas quoq; ufum bitume pra * Cap.tj. buit,ita ferruminatis Babylonis muris. Ide x x x v i.E amaxU me caufa,quod fulto calcis fine ferrumine fuo camcta coponun* Cap.t6. tur.Quafi dicat glutino. er in eodetvitrum fulphuri concodu ferruminatur in lapides, quaft conglutinatur in forma lapidis. Cap.*. ide x x x v 1 1. Infefhntur plurimis uitijs , fcabro ferrumine, maculofa nube,occulta aliqua uomica,praduro, fragiliq j cetro. quaft glutino,*? comiffura, fiuc iundura,ftue ligatura . Ergo ferruminatio 45| ELEGANT1ARVM L1B. VI. ferruminatio non ubiq; per cande materiam facit confufionenty fed interdii quoque per alid.Plumbatura per folu plumbu efju cit confufione,ut ipfm indicat nome , fi bxc cofufio diceda efl. In eofdem,de Vcterator,S£ Nouitius. cap, lix. SEruus,ut cft apud v enuleiu/m,tzsn ueterator , quam nouitius dicipotefhfed ueteratorem no ffiatio feruicditfcd gcnere,GT caufa effe utxre,ubi infinita fuppediant . Dixi A turba fieri turbo , cuius genitiuu grammatici quidam uolunt effc pro ludicro iUo infir umento, turboms , quod uel ex hoc fiU fm effi, documentum efi, quod firmam acumine fiftigiato uo * camus turbinatam, ad fimilitudinem ligni illius.Falluntur igitur gramatici in turbo turbonis, quomodo in cardo cardonis, quod nec ipfum inuenitur. In eofdem,de Exautoro. c a p. lxh. IGnominiofa autem mifiio ( fi luliano credimus ) toties efi, quoties is qui mittit , adijeit nominarim ignominia fe caufa ntittere.fempcr enim debet imperator addere, cur miles mittatur . Sed fi em exautoraueritfinter infimes efficit , licet non addi* F 4 dijfet x . V 4S6 J dijfet ignominia caufa eum exautoraJfe.Pace tam en J uliani,ex* autorare,cJl ducem ab imperio fuo dimittere , uel rniffum milite Dedam. 3. ficcre,illumq; donare mifiionc militia plerunq ut apud Quin * tilianuin Milite M ariano, Pater huic cmerius bello flipendijs, tum,cum totafubnixum Numidia fregimus lugurtham , exau * foratas armis manus, agrefli labori fubegit. Titus Liuius ab ur* be condita Ub. xx x v. Volonum quoqx exercitus , qui uiuo Graccho fumnta fide fhpcdia fecerat , uelut exautoratus morte duas a /ignis difcefit.Et in x x i x.vbi hoc modo exautoratu equite cu gratia Imperatoris uiderut, fe quifq; excufare,ej ui* cariu accipere.Et in l x i i. vbi is uenijfet,omnes nulites ex * autorati domum dimitterentur,prater quinq; milia focium bis9 quos obtineri circa Ariminum prouinciam fatis ejfc. ) dem lib. xxxv. Fosi ero die cocione aduocata de rebus a fegcslis , er de iniuria Tribuni bello alieno fc illigatis , ut fua uirtoriafrw * rtu fe fraudar et, quum defer uijfet nulitcs,exautcratos dimifit. In eoOcir^de Depectus. c a p. lxiii. DEpertus(fi vlpidno credimus) dicitur turpiter partus.Mi hi aute pro JimpUci potius accipi uidetur id,quod in muU tis fit,ut,demiror,deambulo,defumo,dcmonJlro,dcofculor, de * pingo,dcpofco,dcuito,dcguflo,di moror, deprecor , demulceo. Quod jt quando reperiatur pro turpiter partus(quodnon me* nuni legijfe mc)id fit no magis ui prapofitionis, qua hoc uerbu cdponitur,qudm ui ipfius uerbi,quod citra compofitionem no* nunquam turpem partione fgnificat.Cic.in Paradoxis: Si quo tidie fraudas, decipis, pofeis, pacifceris, aufers, eripis, fi focios ffolias,arariu expilas,fi tejhmetx amicoru expertas, ac ne ex* pertas quidc,atqi ipfe fupponts: hac utru abudantis, an egetis figna funttExcmplu uero,quod depertus no fignificat turpiter , partus, fed tantum partus,apud T eren.in Phormione: ltamcdij bene amct,ut mhi liceat txndiu, quod amo, frui ,1 am dcpecifci A A. ijtct^morte cupio,- T alc efl hoc T erentianu, quale efl illud Vergilij , Vi ELEGANTIARVM LIB. VI. -Vf$tm$ uolunt pro laude pacifici. iRud quocj; apud M.T udium,ficcundo Rhetoricorum: Quidam cum circunfedcretur,neq; effugere ullo modo pojfiet,depetius ejl cum hotiibut,ut arma,w impedimenta rclinquerct,nulites edu * ceret, lttfy ficif.armis, cr impedimentis amifiis,prxter ]}cm mU lites confieruauit. Non eft accipiendu pro turpiter pdttusabdu tore ejfe pofitu. Quippe qui caufdm narrat, de qua controuer* fia eft,an ille turpiter patius fit : non autem fatim hominis da* mnatio' aliquoties futium hoc,paulo pofi pdtiionem uocat.Et in libris ad Herennium hanc eandem rem gejhm ia exponitiut quod erat fui officij nefy accufiet,ne $ excufct, fed antwmmodo patium inter Pompilium , er Gallos ia fuijfie fignificet: hanc# controuer fia ab accufatore , atq; ab reo declamddam proponat . In eofdem,de Gemma, Sc Lapillus. cap. l x ii i i. GEmmas,lapidosq; vlpianus fic dijlinguit, dicens: Gemma: funt perlucida materia : quas ( ut refert Sabinus ad V itcU lium ) Seruius 'a lapidis fic ditiinguebat,ed quod gemma effient perlucida materia,ucluti Smaragdi, ChryfioUti,AmcthyfU: la* piUi contraria fiuperioribus tidtura,ut Abfidni,Neuctani.Mdr* garias autem nec gemmis, nec lapidis contineri fiatis confiitiffie idem Sabinus ait:quia concha apud rubrum mare er crefcit,zr coaleficit. Murrhina autem uafia in gemmis non efific Cafiius fieri bit.Hoc falfium ejfe, pace horum quatuor lurificofifiultorwm,cum omnes autores probant, quoru titulum Plinius degemms non translueetibus ficit,cr murrhina in gemmis numerat ,er omnes lapides precicfios,prater Margaritam ( cui unio nomen , quod tantum lingua Latina habet ) gemmas appedar.tum ipfia ratio. N am quis non uidct,lapidus,quod generale nomen ejt omnium paruorum lapidu,fied fiubintedetiione pretiofius,idem efific quod gemmula: Nam gemmas etiam accipimus multorum cubitorum inueniri:quas ut uere lapides, non lapidos appedarc pofiumus , ita quum mlnuU fuerint , lapidos appellare debemus. Quod fi F i lapides 411 Acndd.jt Ub.j7* Plin.U.9.c.3f« Jr* 4it LAVR. ELEG. LI B. VL Upides tam grandes translucidi non fuerint , fiue perlucidi,queritis,oratoribus,quatiim deniq ; omnibus fermone utetibus conducit rerum, uerborumq; interpretxtio,quod proprium e fi eloquentia i Certe hoc, cuius uim, iusq; interpretamur, tanti Jaciendum ejl inter extera uo- cabula,quanti Pluton inter reliqua numina triwm maximorum deorum er unus,er frater tertius.Kides uicifiim comparationis hyperbolen. T u uero uel per me licet rideas, tccum etiam rifu* Ub.Semui. rum,quum(ut inquit Horatius)ridetcm dicere ucrum Nil uetxt. Rideas inquam, non derideas. Nam er propius ad ueritate ac* cedet mea fuperlatio ridicula, quam tua cum detraftionc deri* fio. Nec nihil bella, nec inconcinna, nec inepta fane comparatio erit. Siquidem quemadmodum tres filij Saturni(fi uetujhti crc* dimus)omnia inter fe diuifereiut J upiter calum„Ncptunus ma* ria,Pluton infrros fortiretur. ita tria pronomina er inter fe ger mana,cr inter teteras uoces primaria,tum omnem perfonarum numerum complebuntur ( Ego finule loui,cuius prima ejl dU gnitas:Tu finule Neptuno,cuiusfecuda:Sui finulePlutoni,cuiui tertianum omnia dcriuatiua per totidem cafus fingula fibi uen dicant. Nam quid efr,quod non meum,auttuum, aut fuum dici que at i er licet fui non contineat tertiam omnino perfonam, ta* men illius ueluti fons ejl, perq ; ipfum ea tota nuncupatur , ditius nimirum ac locupletius utroq ; aliorwm: quoniam plures uoces po fidet tertia perfona,qukm reliqu£. Et hinc quoq; Plutoni co parandum,qui Dis k diuitijs,cr eadem caufa Grtce Pluton ap* pellatur. Et eo quidem magis, quod ficut Pluton defrbum lucis fentit,eiusq ; imperium omne ex alieno pefidet orbe, quod hinc iUuc aninu defcendunt,finc quibus non exifterct illius regnum: DE RECIPROC. SVI ET SVVS. ia SHf,er defcttim nominatiui habet , er ttiji regime cius aliun de pendcat, nequit fubfiftereizr ( quod ad rem maxime facit) qucadmodum Plutone prae fide bene , maleq; fittoru iudicia ex * erccntur,(ic in ufu diftioms,huius bene , maleq; loquentes prx* cipue iudicantur: ut qui ex hoc iudicio abfoluti difcefferint, ij optimo iure anquam ad Elyjiim eant , cu/mq; Vergiliano An * chifa dicant : Quifq; fuos patimur mancsiexinde peramplum Mittimur Elyfium, er pauci Lea arua tenemus. Quare fi pronomen ijlud anto Deo comparari potefl, cur eius trachtio perexigua, perq; exilia exiflimeturf Libuit iocariloan nes , dum no flram materiam (munus uidelicet in te meum) non effe antoperc contemnendam oflcndere uoluimus. Sedidipfa trachtio planum fkciet,me'q; non modo potuijJeiUam Labyrin tho coparare,fed forafiis etiam intus Minoaurtm,id efl, dejpe* rationem habenti.De cuius natura,zr ufu cum alij ueteres grd* matici nonnulla,tum Pnfcianus(cui inter caeteros ftre tribuitur pa\ma)permula pr£cipit , er haud fcio an ulla de re diligetius , ut nurcr liclapfam loquendi confuetudinem defluxijfe de uia. Noy huiufmodi erroris caufas (ut aberrantes reducamus in uia) quoad facultas fbrct,diligentius tradere conabimur. In quo dident Sui, I temq; pro his duobus apud cofdem aliud pronomen , id c% wmi, oii^,o&o70f» , ufurpari: quod proprie eji ipfius ipfi ipfu/m ipfo:uel ex utrofy compofitum , Wn>5 , e rc. Et licet nonnihil difjerant,tamen crebro illud pro hoc poni , ut uixfcias, quid in * ter ipfa interfit. Neq± me fugit dd figndndam differentiam illud afpirare folere , quum pro hoc ponitur : fed nefcio dn omnes id fcriptores obferudrint. Certe nec omnes editiones feruatu/m habent, c r qux habent,uix ubiq;: er fi ubify haberent , non fit* mem in totum lingu£ Latin £ refponderet. Pneterea hoc ipfunt compofitum prims, fecumUq; perfon £ accommodari , non fo= tum tertU , ut xfo/txfy wlpSoujTvii, apud nos ( fi uerbum fit e uerbo ) abfurdif.imwm , attendite nobis fibi, fiuc nobis fibijpfis: cum tantundem fignificet nobifipfis.Poftremo apud Homerum, er fi qui funt alij,fexcentn in locis reperiri oS.oi.l, hoc efl, fui , ftbi,fe:pro eius,ei,eum,eo:fiue pro illiui,illi, illum, illo:cuius au= toritatcm imitatum noftrum inuenio ncminem.Uacrfuam natu = ram interdum deferit hoc pronomen , er in locum fuum aliud fuccedere pdtitur.Quod nobis adeo denegatum efl,ut ficuti mei er meus , tui er tuus:ia fui er fuus nequeant alterum pro aU tero poni, quum non Ldtina jit , fed barbara oratio , ego amo amicum mci,uel tui, hic amat filium fui,pro meum, tuum, fuum: cr,hc me credit omnia facere amore meo , odio tuo , inuidia fua, pro mei, tui, fui, qu£ apud Gr£cos non efl differentia. Si* quidem ( ut alibi probduimus ) fui,ut mei,tui,noftri, er ueftri, pafiiue femper dccipitur.Suus u ero, ut meus, tuus, noftrum, ue* fbrwm,nosler,uefler,pofiefiiue,uel dftiuc.quod Prifcianu igno * raffe ob Grxcam fbrfitan imitationem quam mirum , tam ueruM eft.Quum ergo tot fint quibus d Gr£ca noftrd diffentit oratio, non quidflli dixerint efl intuendum,ne in eundem in quem no* nulliificut olendam ) errorem incidamus: fed quid noftri,quo * rurn autoritatem imitamur : Non t DE RECIPROC. SVI ET SWS. 463 Non efle tria genera conftruAionis praediftorum pronominum, fed reciprocationem fufficere, c a p. ii. HAec prafutus,ad rem ipfam uenio, cuius Prifcianus triage* ner a facit. Vnum , quod, uocdt reciprocum , quum pronos men in feipfum refleftitur.ut , Cato amdt fe. Alterum quod uo* cat tranjitionem,quum per deriudtiuum eius loquimur: ut,Cd* to amat fuum filium , fiue Catonem amat fuus filius. Tertium , quod uocat retrdnfitionem , quum accedit alterum uerbum : uel in primitiuo, fic:Cato precatur me, ut fui nuferear.Vel in deris uatiuo,fic: Cato precatur me,ut fuifilij mifcrear.Sed optimum fuerit eius ad literam fubijccrc uerba , cdq; aliquanto longius repetita ( quoniam non in unius tantum quajlionis ufum repes tentur ) quahaefunt: Poffefiiua uero modis con&ruuntur tribus, quum uerba uel a poffefiore in pojfefiionem , uel a pojfefiione in poffefiorem, uel extrinfecus trans firuntur. A' poffefiore in poffefiioneiut, doceo meum filium,doces tuum difcipulum,docct Ulc fuum auditorem. A' pojfefiione uero in poffefforemiut paret mihi meus filius, pa* ret tibi tuus cliens , paret Uli fuus feruus. Extrinfecus : ut doces tu, uel ille meum filium,doceo ego , uel ille tuum filium , doceo ego,uel tu fuum, uel illius filium. Sed melius hoc per tranfitio * nem:ut,rogat ille me,ut doceam fuum filiwm.Quum enim fuum jitrelatiuum , exigit, ut prius cognofcatur perfona poffeffom fui,ad quam referatur. Et fciendu quod omnia poJfefiiua,poffef» fons quidem perfonam fecundu primitiuu fignificant. P offefiio uero ipfa tertia ejl perfona,utmeus,tuus,fuus,quomodo er nos tnina quibus iunguntur:ut,mcus pater,tuus filiusiexcepto uoca * tiuo,qui folus in prima perfona poffcfiiuis inuenitur, quum f ex- eunda copulatur perfonaiut , mi pater, 6 mea Tullia , 6 noficr Chremes. Omnia tamen poffefiiua in genitiuos primitiuorum, non [olm nominibus 3fcd etiam uerba tranfitm fociata, pof* I 4 64 funt rcfolui:ut,amicwm meum moneo,pro amicu mei: er E Udtts drium filium Turnui interjecit , pro Eudndri filium : er Ddu* nius filius ab Aened uiftus eji , pro Dduni filius. Hoc dutcm in * terefl inter poffefiiuum pronomen , ut meus,tuus,fuus,cr primi * tiuwm mei, tui,fui,quod uoce poffefiiui genus, er cdfus, er nu* merus ipfius poffefiionis obtenditur , er fubjhntiud quide uerbd poffefiiuis coiunttUdd poffefores refiruntur. ut, tuus fim filius , C r mei« pdter es,ej fuus efl illius feruus. Et aliquanto poflc* rius.Nos uero primitiuis quidem , id eft,fui , fibi, fe,a fe, uel per rcciprocdtionemiut, fui potitur,(ibi indulget : uel perretranfis tionem utimur: ut, hortatur me iUe, ut fui potidr.ro gat te iUe,ut fibi indulgeds. Poffefiiuis uero quum in ed poffefiiuorum fidt trdnfitio:ut, fui ferui miferetur , er fuo feruo prodeft , er fuum feruum diligit. Nec dliter tamen poteft fupradiflum poffefiiuum tertis perfons con&rui cum alijs extrinfecus perfonis , ni fi per trdnfitionem(quomodo er primitiuum eius ) id efl, nifi prius a poffeffore eius proficifcdtur in dlidm uerbi perfondm: er fic db iild rurfus dd pofiefiione tertis , ficut er dd fe:ut,rogdt me idc, ut fuus feruus miniflret mihi uel tibi : precatur me ut fui patris ntifercdr.petit te ut fuo profis filio:obfecrat Cicero Vdrronem, ut fuum erudiat gnatum. Et notandum quod quum a tertia in tertiam fit tranfitio perfondm ,in dubium venit , poffcfiio di quam pertineat earum:ut , rogat ifle iUum ne fuo noceat filio, ambiguum, cuius filio fuo,iftius,dn illius: id efl,an rogantis , an eius qui rogatur : quomodo er apud Grscos, srofansTv? ita«- tcov« Ae/so[tAHjci»« Tfljv WtoU ondijfct,etidm:crgo,inqudm, etiam ueslro testimonio dici debet Aristoteles, non AriSlotiles,ut fieri pofiit Ariftotelicus. jn deriuatiuo autem quod cofequens eft,quum hoc fit eiufdem natur£,quodilli tamquam genitori,ucl domino , ucl duci non licet yid huic uel filio,uel feruo,uel militi non licere. Prima caufa,cur Sui,# Suus abutamur pro Eius, ucl Ipfius,ucl Illius, c a p. v. V Erum hic quijpiam,neq; hac mea ratione contentus,neefi p rifeiano fatis fidei habens, aget nobifem autoritatibus. DE RECIPROC. SVI ET SVVS. 4*7 opponetq; V ergilianum iUud: Reaeid.i» Tumbreuitcr Barcen nutricem affata Sichxi , Nrfiftft fuam patria antiqua cinis ater habebat. Quod haud dubie iUi fitmlt eft,Seruus fuusminiBrat mihi:fiue, feruu fuum uidi,cr extera qux protuli paulo ante per omnes cafus exempla. vbi,etfi abefi ad quod referatur fuus , id tamen fubauditur.nemo enim dicit fuus,nifi de eo, cuius habita jit me * tioiut fi roganti,ubi efl Titus f rejf>ondeos,nefcio , feruusfuus efl hic,uel feruu fuum nidi. I n quo fi folcecifmus eft,cr in uer* fu Vergiliano fit neceffe eft. Sin in hoc non erit, falso ait P ri* fcianus in illo effe. Q uid igitur ad hoc dicemus f Si Vergilium damnamus,tantuuirtm,er poetarum Latinorum longe prin* cipem,quis ferat fer non eius autoritatem qualibet ratione po* tiorem exiftimetfSin Prifcianum,iam omnis huius rei ars fub * uerteretur,nullamq;,aut fuperuacud maximorum autoru juiffe dicamus obferuationem oportet.Ego etfi uideo Prifcianum (fi modo animaduertit) hoc difiimulaffe,tamen ipfe nondifiimu* labo,aut iam non difiirmlaui potius : quippe qui fuperioribus exemplis fimile effe confiffus fum. Seduel poeticam licentiam excufandam reor,uel operis imperfittionem. Etenim credere libet Vergilium,quum talem quendam uerfum faceret, Nanq; fuam patria liquerat tellure fepultam, impeditum prima fyUaba uerbi longa,mutaffe formam dicedi: atqj ita in foloccifmum ( fi diftu fas efl ) incidiffe. An non illud huic ex fuperiore libro,etfi non perfimile , tamen non difiinule prorfus ejlf V iuite filices, quibus efl fortuna perafta I am fua- Arndd, j. Pro ueftra,pofitum efl fua. Quod fi quis dicat pofitum effe pro propria,refteq; hoc dici:ut id refte diceretur, V iuite filices, quibus efl fortuna perafin I am propria , hic nihil dicit , quum fuum etiam pro proprio acceptum naturam tertix perfonx no mutet , nemoq; fic loquatur : efl mihi , aut efl tibi fuus feri * bendi mos, qum tamen dicamus , efl tnihi, aut efl tibi pro* G z prius r-4*» I JUndd.6. i EpiftPendop. adVljf. Acadd.7» JUneid.». LAVRENTI! VALLAE prius fcribcndi mos. N am in illo huius eiufdem poeta uerfu : Quifq; fuds patimur manes : non refertur id fuosad primam perfonam,quia jic refoluenda cfl oratio : nos patimur manes , fed quifii noslrum fuos. Eiufmodi pafiim reperiuntur exenu pla:ut,quum in bibliotheca nos ad fuum quifq; ftudium libros euolueremus. Non ejl autem huic V ergiliano,de quo dijfuta- mus,Ouidianum illud finule: Refficc Laerten,ut iam fua lumi * na condasivbi nonnihil rationn eft,quod utrunq j uerbum cis dem fuppojito [eruit. Hac igitur Vergilij autorit&s (er fi qu4 funt eiufmodi apud alios loca,quorum nonnulla pofterius at * tingam ) prima extitit caufa (ut iam caufts enumerare inci» piam) uulgaris erroris. Secunda eiufdem caufa. c a p. vi. AL tera,quod nonnulli* in locis fiue hominum , fiuc tempo* rum culpd,libri corrupti funt: ut apud Ciceronem in SaU lucium. Quod fiiftius uia memoriam uiccrit , aliam V utres Confcripti,non ex oratione, fed ex moribus futi fteftttre de* betis. Quem locum (nifi emendetur) non confido me expofi * turum. At qui fe exponere poffe confidunt,ut in toafententia, fic in uerbo fuis,quid ratio pofcat , non rejficiunt. N cc folum communis ejl huiufmodi menda librorum , fed etiam priuaa in fuis cuiufq ; codicibus. Nec aliunde /ittum ejl, ut refiram hac omnia fuis locis,ac temporibus,non eorum. Caufa cur Eius> Ipfius, Illius, abutamur pro Suus. c a p. IX. A T que ex ijs quidem qua: comrnemoraui,non modo fi&um a\eft,ut multi pro eius, fiue ipfius, fiue illius , uterentur fuus: uerum etiam ut econtrario pro hoc illis abuterentur ( de quo foloccifmo nullam facit Prif cianus mentionem) qualia fiunt mea proxima exempla:ut,uideo columbam triftem in periculo puU G i lorum 474 LAVRENTII VALLAE Ioni eius,uel columba luget pullos eius,cr quale Donati gram* matici (ut grammaticos potifimu fua artis admoneam, fi moda Donati grammatici libellus cjl dc uita Vergilij,in quo alterius quoq; genens uitia reprehendas)ait enim loquens de V ergilioz Voluit etiam eius offa Neapolim trans fvrri,ubi diu er fuauifii* me uixerat. Ac paulo pcfi: Translata igitur iuffu Augufii eius offa (prout Jhtuerat) Ne apolim, fuere fepula uia Puteolana intra lapidem fecundum,fuoq; fepulchro id diftiebon, quod fe* cerat,infcriptum e]}. Et iterum: J tem rogauit , quo patio quis alam, feli cemq ; eius fortuna [eruar e poj] et. Superius uerc:Quod quum magi»ler Jhbuli A ugujlo reciaj)'et,duplicari fibi in mer* cedent panes iuftit. Et alibi aliquoties fibi , uel fuo pro eius,cr eius pro fuo, uel fibi. Verum e Graea quoq ; figura non mini* mum caufc accefit huic crrori,id quod me pollicitus fum ofte* furum. Nam quum pro uno oir liceat dicere tum fuus,tum eius, tum ipfius,tum illius ( non tamen quodlibet femper) tardus,aut indiligens interpres quando hoc,cr quado illud competat, non difpicit. Quo uitio in interpretatione quidem ecclejiaflicorum librorum omneis interpretes decepit lingua peregrina. Sed nos indigni reprehenfione , qui maioribus aedimus : illi uero digni , qui maioribus fas credere noluerunt. Quo magis exijs pro* cipue uitiofadme funt exempla proferenda , ut errorem no* flrum,ubi fontem eius agnoucrimus,dcuitemus : quum tamen ex hoc nec contum clia ulla fiat libris ccclefiaflicis,H ebraa tantum, aut Graea lingua loquentibus (nefeio an honor potius habea* tur)ncc magna eorum traductoribus: fi modo dignitatis horum ratio habenda eft, qui uel incerti funt , uel ignoti , uel inter fc di fident es. Hoc mihi difi/nulandum non fiat, uel ob id,ne quis nubi iCtorum obijeeret autoritatem. lnpfulmis igitur (quos Hieronymus certe non tranflulit ) ubi pleraq; huiufmodi refte translata funt, illud non refte : A' gloria eorum expulfi funt: pro a gloria fua. Et iterum : Qui exacuerunt ut gladium lin* gUM DE RECIPROC. SVI ET SVVS. 47* gi las eorum: pro linguas fuas. Et iterum:Sdturdti funt filijs,zr dimiferunt reliquias paruuhs eorum:pro fuis.Et iterum: Peric* runt propter iniquitatem eorum:pro fudm . Neque uero me Id* tet,in quibufdam codicibus refte legi,fua , fuas , fuis,fuam. fed ego rcm,non hominem noto.Nccnon ibi:E t abjlulit jicut oues populum eius:quod melius alibi legitur fuum: Jicut ibi quoque : Sicut locutus ejl per os fanttoru fuorum,qui a feculo funt,pro* phetarum cius: alibi melius , Per os fandoru prophetarum fuo* rum,qui a feculo funt. In his omnibus Gr£ce ejl genitiuus «««£, cuunsiOujT&p, ille pluralis ,hic Jingularis . Aliquando etfi eiusfeu ipfius,feu illius tolerari potefl,tamcn Latinius ejl fuus:ut in eif* dem pfdlmis, N eq; defcendctcim eo glorid eius, pro fud:tametji aliqui non legunt eius.Et itcru:Defidcrium cordis cius tribuifti > et, er uoluntate labiorum eius nonjraudajli em : pro fui , er fuorm.Et iterum:Brachium eoru non faluauit eos , pro fuum . Et itenm:Benedicite domino omnes dngeli eius,benedicite do* ntino omnes uirtutes eius,b en edicite domino omnia opera eius t pro fui, fu£,fua: quale ejl illud in Apocalypji: Opera enim iUo= rum fequuntur illos: quod ego citius dixijfem , opera enim fua. Huius tamen genens non ejl,ji interuenit ucrbum,ad hunc mo * dm:Quod pater non amarit te , Jiuc patre non amaffe te,pro* bat ipfius tejhmentu, potius quam fuum:ut ejl apud Quintilia* num libro primo. Quomodo er ipfum er Vergilium quoque fcripjijfe manus eorum docent. Nam in itio apud pfalm. Omnia a teexpcdztnt,ut des illis cibum in tempore, dante te illis colli * gent : illis pro fibi pojitum ejl:de fecundo,illis , magis loquor , quod fibi quoq; translatum inuenio.Suo autem pro cius ( quod fuperioris generis uitium ejl) illic: Ad nihilum deduftus ejl in conjpedu fuo malignus.Et itent: Si autem dereliquerint filij fui legem meam.quanquamlego in quibufdam editionibus utrobi * que eius. Et iterum : Anima autem mea exultabit in domino, er deleftnbitur fuper falutari fuo: nam id fuo ? ad dominum refirtur,non ad animam: quemadmodum Gwc owr. At ibi nec fcias an uarieate gauifus interpres Jit , an conjilio uutaueritz Quoniam fecundum altitudinem coeli d terra corroborauit mi » fericordiam fuam fuper timentes fe. Quomodo mferetur pater filiorum,mifertus e jl dominus timentibus fe. Et in eodem pfaU mo paulo pcfliMifericordia domini ab xterno,cr ufifcin xter * num fuper timentes /e: er iujlitia illius fuper filios filiorum, his qui feruant tejhmentum eius.Et: Memores funt mandato* rum ipjlus.Pro his quinque noflris, fuam , fe, cius3ipfius,illius, unum e Jl pronomen Grxce cfav,ofoity,o2uni. idem, quod modo dixi,quod nunc ajpiretur necne, non attinet dicere , ut aceam raris in codicibus pj almorum reperiri hanc diligentiam . NdWf exterorum ecclejiafiicorum librorum in nullis adhuc reperi , nec eam ( iudicio meo) fatis exa£hm.V ter tamen fermo melior , fuper timentes fe,an fuper timentes eum, lucis dunaxat gratia, fuper timentes eum,uel ipfius interpretis teflimonio, qui prio* rem quodammodo pofteriore correxit : nifi uarieatts gratia ii frcit.Huius genens ille quoq ; locus efh Stabunt iujli in magna conjhntia aduerfus eos, qui fe anguftiauerunt : quod fi dixijfet aduerfus eos, qui ipfos angufiiauerunt,obfcuriatem deuiajfet. Ut taceam quod magis ad uerbum etiam tranfiulijfet. Quomodo uidecur amphibolia in Sui, 8C Suus. c a p. x. ENimu quomodo manus er DE RECIPROC. $V! ET SVVSi 4*S ipfius er Vergili) docent cos fcripfiffe. Sed hoc tranfeo,cr c 4.85 Aleator , Aleare , Alea ludere 1.6 Aliquantifrcr ».48 Aliquanto m* Aliquis i.6.cr 3*1* Alius x.itf.crj.5^ Aliter tii6 A Ueuo 5*8i Allocutio prmatura 4.107 Alludere 4.16 Alo 1.46 Alter alterum accufat 3.30 Alter 3-59 Alfi/tf i.s Aluearim 1,6 Alumnus 6.1 Amamus nos inuieem , mutuo , er parifer 3.74 Amator 7.37 Amatorium 1.6 Ambitio, AmbitUS 4.19 Ambitiojits ibidem Ambulo ' 7.79 Amicus, Amica 5.17 Amiculum 1.5 Amo • 5.37 D fc X. Amor 4.^8 Amorem conciliare 5.5 » Amoueomanm 5.9° An,Anne 1.17 Anacreon poeta 1,11 Andromeda . 5.* AnguiUalubrica 4.101 Animaduerto $.69 Animofus i.xc. Anniuerfarius 4.108 Anniculus 1.5 Annona 4.35 Annuatim 6.60 Ante uim habet comparatiui 1.16 Antecedetis a relatiuo difeor * dantia uenujh 3.19 Anfe dic ucnire,adej[e 4.80 A n tebae, ante illud x.76 Antiqui 4.5 Aper 4.4* Apertm,Apcrtile r.8 Apes non apis dicendum ».5 Apparatus belli 7.64 Apparo ibidem Appellationis uerba 3.9» Appendo 5.8* AppetitutyAppeto '5.7 Apud te - 6.14 Aquatilis r.8 Antf io 4.» H 5 Artor . I N E » E X. Arbor 4.*7 At «ero 1*14. Arceo 6.16 A uttio,Autliondri 4.3* . ArcejJo,cr Accerfo T.Zi Audis ibidem Architriclinus 4-34 Audiens fm tibi 3.4*. Ardi mulier 6.38 Audio te, er tibi 7**9 . Area 4.33.z?6.4i Audiui a patre , de patre , er Argentarius 4.4*.cr 44 ex pdfre 3.0* Argutus 1^30 Audire habeo 3.9* Armamentmm , Armarium Auditorim J.6 J.6 Autor 4.3*.er 5.3® Armenta,Armentarm 4.4* Autoramentm , Autorare Armiger 6.1 4.3* Arra, Arrabo 0.77 Autoritas 3. 8 8. er 4.3* Artificia. 4.44 Auerfor • 3. 80 J • --•«y Arum 4.77.er0.4i Aucrfus,Auerto . 7.90 Afcijco . 7.80 Aue 4.3P Afcribo 347 Auis \ _:;(4f47-. Afcriptitius X,K Aula 4.34 AjfcdAri 5.77 Auricula,Auris Attentor 6.66 Aufculto 3.4* Affeuero 3*7 Aufficdri,Auff>ex,Aufbicim AfiidcOjAfiido 3* 6. 1 / .v; . 1 Ajinus 4.4* Aut x.xi Afylm' 6. 19 Autem, Autem non iy*4 - Ajl *.i7 Auxilium do,cr fero 3.0* Ajier,Aftrm 6.z.i b Ajfmo 0.3 pA«i( *.*8 Affurgo - 3. 1* X3b^4,B4T^ 0.14 AtyAttaiuen i.*7 Beatitudo,Beatus » • 4.04 Atej; *.78 Bd Im 4.04 Atramentarium f.4 Bene *.7*.CT3*87 * * » Bene I N D 'E X. Bene cenfeo3Benc precor3Be* Calmniator,Cii Capio Jpem de te 5.81 Bimus ».7 Capio,Cdpior oculis «3 B inoftiiM *.33 Capitalis 4.109 Binm}Bini codicilli 3.7 Captus *.3 Bis centum,Bis nulle 3.4 Cardo : 6.61 Blandior 7.$* Car eo 7.87 B ombarda *. 3 4 Caritas,Charitas 4.4* Bona corporalia,!? incorpo = Carnarium x.tf ralut 4.98 Carnofus,Caro 4.73 Bonrt Decrcui3Decretm efi i.*4 D ecuru 6.Ji Decurio , Decurio municipa * lisDccurio Romanus ibide Decus3Decoro 4.’ti Dedecus3Dedecoro ibidem Dedere nox£ &}} Dcdititius I.II DedifcoyDedoceo ** Deduco •5.77 De)aiigatus3Defkiigor 4-99 Defeftio3Deficere 4> Defedus x.}o:& 4* Defendo 6.i4 Defero 7.44 D eftffut 1 4.5»? Deficio ' > , 4* £ De/ore rrt6 Defimgor3DeJunftus 2.7. 4 er 44 Dehifco Deinceps ±.)6 Delabor 1-19 Deliber aui 2.*4 a e x. V- - * Deliberatum ejl mihi ibidem Diligo3Deleftm agere 1.60 Dementia 3.36 Demereor 2-9? Demigro 7-9* pemwm cu compofuis 6.ZZ Denic/i t - ibidem Deorfum ' *-77 Depeftus 6.63 Depeculor 6.40 DepofitiriiM , D epofitoriut r A Deprecor 4.t4 De repetundis pecunijs i.x-4 Defcendo 7.J* Defcifco 2.$* DefcSyDefideo 762 Defideratiuauerba 7.*3 Definetmcter quo cu coparatiao t .n er s. 66 Epitiola j.6 Exanimatus 6.t$ Epulum 4.z} Exaudio i.z9 Epula: ibidem E xautoro 4.6 z Eques 6.jz Excandefio 6. ix Ev renibus 1.19 Excedo 7.97 Ergo z.4i Excogito l.i.er 10 Ergo'nc x.17 Excretus 1.30 Eripio 1. 83 Excubite 4.69 Errabundus 1.9 Excw/o 7,^7 E/c4 4.75 Exemplar,Exmplum 6. 53 Ejfi cordi, er in animo i,zz Exemplarium ibidem I Exequor INDEX. Exequor iujft *.6s Ex ufuyUtilitite ibidem Ex £quo 3- 1 9 F Exhanredo 5.104 T^kbrica 4.44 Exhibeo negotium 5-88 17 Fdccfio T.ZJ.CT5.88 Exhorreo 5.101 Facies 4.rj Exigo 5.* 4 Facile i.xS Eximius 3. i ) Facio certiorcm,iafturd3cre. Exiflimo J.zo 3.6) Existimatio 3.8 6 Facio dele fi; um 3.60 ExiftityExto 3.3 i Facio gradum *.** ExitialiSyExitidbilis 6.i s Facio gratum 3.76 Exoletus t.jo Facio copiam 4.63 E xfomnis i.zo Facio potefhtem ibidem Ex, cr inter cum interroga* Facio inuidiam r.zt tione i. iz Facio paria 5.74 Exoro 3.2.9 Facio tibi iniuriam 3.94 Expedit 3.49 Facio iter,cruiam , *** Expendo j.8z Facio negotium 3.88 Expeto 3.7 Facio potejhtem 4.18 Explicit 3.4r Facio fermonem 5-97 Explodo 3.9 Facio ftipendia 4.1*0 Exploratum ejl mihi , Expio* F acio ut *.*7 raui 3.t4 Fafiio 4.6i Exploratores ibidem F ador 4.3*- E xpoStulo 3.3 S Fdl/itf I. 30 Exprobro 6.44 Fallit me 3.80 Expugno 3.62. Fama 4.7 Ex fententia habere 3.70 Fama mea^zT mei z.t Ex tempore3ExteporaUs ). *9 Famofus}FamoJa mulier r.zi Exturbo 3.89 Fafces 4.84 Ex uinculis 3,19 Fdftidiofus V I.** **. I N fafiidium mem,cr mei x. i fatigatu* 4.99 fatuus 4.1x3 febris annua ,cr quotidiana 4.108 felix 4.87.0“ tt4 felicitas 4.«4 Femen, Ff»K>w,Frfflor4 4.77 femoraliOjfeminalia ibidem fex 6.61 ferx 4.41 Fere x.49 Fero, Fero f/M acceptu/m 7.100 Fero conditionem 4.61 fero auxilium,zr opem 3.67 ferox,ferus 4.97 ferre fententiam , cr legem 7.48 Ferri 4. 71 ferruminatio , Tenit/mino 6. 78 ferrumen ibidem fejfus 4 .99 fejh Scptimontdia 4.43 fcjliuuSyfeJlus 4.ji’ finitius, fiditis 1.8 ficus,ficulnus 1.4 fides pro tormentis 1.7 fides 7.30 fides non fidis, fidicula x.7 D E X. Fiw* no» tiicifwr r.i* filiafier ».7 filius 3.70 finis,et propofiti uerba 3-87 finitionis uerba 3.78 fihgo Fio'; 7.43 I.XX Fio tibi obuius 3.77 fifiihs 1.8 flageUayflageUare «.47 flagitiwm 4.78 flagito 7.78 fleo 7.7X fluuiatilis 1.8 fluxus 1.30 f ceneratitius i.ir Fanero,Faneror 7.*7 f oenus 4.79 fcctificare^foetura 4.7« foetuofus l.XI fatus , fatura, Fatifi> 4.71 care folia 4.68 F ore,et Ejf/e cu copo/itis t.z6 Formidolofus Ut frago nauim,cr finulia 3-77 fremitus 4.3-9 frequens, Frequentia 4.96 frondes 4.68 . fruges 4.3 7 fruor 77 I x frumen f N D E X. frumenti pramtaturd 4.107 Gejh 4.9 frumenti copia 4-7> Geflus,Geflio 4.Z frutex,Fruticari 4.* 7 Glans 4.^8 fuga 6. i Gladiatorium munus 4.1* fundus, Fundum 6.41 Gloriofus *.» X. 4** fundare , Fundanis tum ibidem Gradum Jacio er iacio 3.** fungor 3.} Grammatici audaces er fu* fustigare 6.47 percilioji z.x futilis 1.8 Gratiam ago , refero , habeo , futurum comunttiui, quo di- er reddo 3-4* fcct a proterito ciufdcm mor Gratiam ineo non dici 1.U di 3.18 Gratificor 3.7* futurum participij 1.33 Grator,Grdtulor 3.4i . G Gratum Jacio 2.7* 5.6 Gratus 4.89 ^~JGaudeo,Gaudiim 6.it GrauiSfGrduidus *. 80 Gemma 6.6 4 Gregatim 6.1 0 Gemo 2-4* Greges 4.4* Gena 4 .3* Gremium 4.37 G eneratim,G ener alit er 6,2.0 Tuvi 4.38 Genitworwm Jignificdtio z.i H Genitiui er ablatiui affinitas t tA beo ad uo tum 5.70 > 3.17 llHd&eo 4 patre 1 manda* Genitor, Genitrix 3.70 tum 1.1I Genuinus dens 4.?i Habeo cum gerundiis 1.1* Genuino rodere ibidem Habeo copias omnium rerum Gerundiorum Jignificdtio er 4.05 ufui 1.6.3. Habeo audire er't>7 Habeo conuenire ibidem Gertmculum Habeo dclettum 3.60 Habeo I N D E X. Habeo fident 5.60 Homo manfuet a er betue con Habeo gratiam 5.4 1 ditionis 4.67 Habeo in animo *.*5 Homo maturus , er primatu* Habeo iter 5.7* rusmlitu 4.1C7 Habeo orationem 5.97 Hortus t .«.er 3.9 H abeo rationem 7.18 HcJpcs,HoJpitim 4. Si Habeo polliceri 59» Hofpiales ibidem Habeo fermonem 5-97 Huc *57 Habeo te excufatum 7.67 Huc ades, pro adjis 55* H abeo te loco patris, er fimi* Hypotheca 0.37 lia 3.88 1 Haud aufyicato 4.1 T Actre fundamenta, 4.4* Hei X. 11 llacHre gradum 5-*5 Hem x.r5 laculariyldculm 6.5 Heri,Heflernwt X.ii lamtlanuam X 47 Herba 4.17 lamdiu i. 35 He fler no dic 4. 8r lamdudum ibidem Heu X.II lamuero x.x4.er47 Hic *5 lamolim 35 Hic nubi gloriaturae. 3.5* Iampridem x.34 Hic non ejl cum illo compa* lam ueniet , er wm pr I N D Igitur x.43 Ignominio fa tnifiio 6.62. Ignorans,! gnoranter 4.9+ Ignotus 1.30 ilis terminata nomina 1.8 lUaborotim *.*9 lUe x.4 Ittuc x.7 7 1 mago mea €T mei x.r Immigro 7-9* immunias 4.39 lmpendens,lmpendeo *.4X impendo 3.4*.CT2.sx lmperiofus . r.xi Impero 7. 48 lmperatiuo deejt pnma per* fona J.xS Imperfonaliwm quorudam re* gimennouim 3.44 Impertio *«33 Impertior pafiium er depo * nens ibidem Impleo 3.33 Imploro Imponoylmpoftor 3*9* Imprecor 2.96 er 4.x 4 Improbare 4.44 Imprudens 4.94 Imprudenter non dici 3 fed per imprudetiamjiue per igno* E X. rantiam 1 ibidem Impugno *.4x Imputo 4.44 Mycumuerbis 3.37 lnagendo,lnccena 3.?* I n animo ejt *.xx mannos 4.40 In auro, in tes 3.t* Incedo *.79 lncefio 1.4* Inceflus 4.4* Inchoatiuauerba I.XX lncidoin(Cs,uelin(erc 3.1* I ncifim 4,io Incola 4»*4 Inconfideratus I.JO Inconfultus *.40 Incorporeus 4.9* Increpare 4.2-9 Incumbo 3.44 Incuria r.xf I ncufo 4.IJ Indico, Indiftum *.68 indiem 3.48 Indoles 4.44 Indulgens pafiiuc fumptum 1.30 I ndulgentia,Indulgeo 4.1* I nduftrius i.xt lnclaboratm *** Ineo Ineo gratum lnefl rei er in rc lnfrnfus,lnfiftus lnfijhre Inficiatis fhtus N D E X. 2.24 I nfeiens,! nfeienter jeci 4.94 2. 32 t.zo 6.18 4.1* 6.44 }.*4 2-t 6.3.0 6.4 i.ij 39* 3.42 Infigitis 4.m Infomnis ibidem lnfhr 6.9 I n&itutt,! nftitutiones 1 nfi cias ire, I nficidtor ibidem I nftrattm 1 njidus 4. 1 0 3 I nftruft* ndues I n finit iuorm effc er fore dif= I nslruo firentid 1.3.6 lnfummd lnfinitiuum interiettum , uel lntendo,lntcntio posipofitum 3. zi Infer Infinitiuo ubi utendum 1.3.3 Inter aftionem l nfinitiuus loco fuppofiti ibid. Inter dgendrn, Inter ccendn * lnfrd 1.2 3 dum ibidem Ingenium pratcox 4.107 Intercedit 3-73 Ingenuus 4.1 Intercludo 2.69 I ngredior 3. 19 Interdico 3.39 Ingredior in ffiem 3.81 interim i. 49 Ingurgito 3.33 lnterefi cum fuppofito x.r Inhibeo 3. 4 lnterrogdtio cr refbonfio in lnhoram,In horas 3.68 diuerfis cdfibus *.2<> lnitim,lniens 3.34 Interrogo 2.61 In loco, In locum 3.88 Interfepio 2.6 9 ln mdnibus 2.3 4 Interunto 2.*3 In mentem uenit 3. s z Intimus *. r.17 ln morem 4. n lntrd *.23 lnnocuus,lnnoxius 6.17 lntrocludo 2.69 ln primis 3.71 Intueor te,cr in te 3.29 inquilinus 4.24 lnuenio 2.* inremprtefentem 4,n* lnucrto 2.i2 Inue I 4 T /“ I N D inueftigo J.4J inucteratus r.30 Inuicem 2-.J9.cr 3.74 I nuidia, I nuidiofus j. x 1 I ocufylocdriy I ocularia 4.1* Ipfe x.i 15 x.J Is demunt o.xr I#e ow» dduerb. iftic er dlijs x.4 Itu comparatum fcuconjlitu* tumcjl 3.89 I tt ciwn fupcrldtiuo 1. 1 j Ittrejponfiuum x.jo Itaproualde x. J4 Ifcwie i.17 x.J4 J ter ficere,zr hdbere 5.7* Item>ltidem x.jo Iterum x.jo Iterum conful 3.J9 luteo J.68 Jubendi uerbd j.xs Jucundus 4.89 ludicij uerbd 3.9X Iugtrum 1.7 lugulus,iugulum petere 4.3 * lugum 4.43 Iunftus 1.30 Iu**, luris naturalis fpecies 4.48 E X. Iurifconfultus ibidem lurijperitus nemo nifi Utera* rum peritus 3 .inpraf. 1 uri fcon fultus J.40 lurijperitus 4.48 I m* ndturdle , Iu* ciuile ibidem lujfus 1.7 luftitium J.* luudt 3.4* luucntA,luuentus 4.4o L LkbdfcOyhdbo J.J9 L dbor9eris. Labor , orts ibidem L deertofus Ldccjfo Lalifio L dmentor Lamina Ldnijkt Lapidare Lapillus LdpfuS Ldjfus LdtebrSyLatibula 4.79 Lauo,eius (fc deriuatiua r.x Luxus 4.99 L egutio pr amatura 4.107 Lege* 4.48 Legibus comparatum feucott Jlitutum ejl 3. 89 Lego i.xt X.X3.CT J.i4 4.4X J.J* 4.74 4.1^ ** 4.64 4.99. er J.J9 4.99 index: Lego,cr pertego j.SO Lucrum j.i * Lenticula 1.6 Lufluofus I.*C Ldeabundus 1.9 Luflus 4.60 Ltctor,L£tUS 6. i* Lucus 4.7* Leues 6.8 Ludere 4.16 Leuo ?.8l Ludibundus 1.9 Liberari 6. 43 Ludicrum 'i.* Libere loqui 4.17 Ludus 4.16 Liberi 3.8 Lues 4.7* Litor i ingenui 4.110 Lupus 4.4* Libera 4.1 LufiOyLufus 4.16 Liberas 4.17 M Libertinitas 4.1 A yr Aeetium 4.1S Libertinus,Libertus ibidem i.* X Maceror, Macef. I.i* Libra pro pondo 3 .1} Magis I.I* Licentia 4.17.CT 18 Magi fler, Mdgiflra 4.38 Liceor,Licitor 7.X8 Magiflratus officium 4.10 Licet Z.1T Magna autoriate uir 3**7 Liflor, Li florius . , Lintearius Magnificens 1. 30 i .6 Magni intercfl 33 Literd,Liter£,arum 3 .6 Mdgniloquens,cr fud compd Loco patris 3.8S ratiud,z? fuperlatiua : r.io Locorum quorundam nomina Maior, Maius i.ii 4.87 Minor,Mdximus ibidem Locus celebris et jr eques 4.96 Maiores 6. 77 L ombardia 4.87 Mala 4.7* Longe M7. CT 18 Male i.4i.CT3.87 Lotium X.i Malcdiflum 6.7* Lubricus 4-tor Malcdicentiffimus T.IO Luculentus 4.91 Malleolus 4.»-6 Luce, Luci 4.80 Malum 6.41 I 7 Mando I N D Mdtldo Maneo te 3.93 Mango 4.no.c T6$9 Manipulatim 6.x o Marinus, Maritimus 4.9 i Margariti 6.64 Mater j.7o.eT4.38 Materia 4-3S.c T6.3z Materies 4.38 Matuta dea 4.107 Maturi' er P rxmaturc ibide M aturef :o, M at uro ibidem Maturrimus, Maturus ibidem Maxilla 4.;x- M ea x.i.er i.x Me cum infinitiuo er accufa * tiuo z.14 Meditatiua uerba r,x4 Meiytui, fui, pronomina x.r Membrum 6. 10 Membratim 6. ro. er x o Membranee Vergamen £ 4.8 j ■Mone x.x Memini 3,39 Memoria mea er mei x.r MemoridyMemoriter ■ 3. $>3 Menda 4.6 Moenia 4.8 Meno,Mcntio 3,2$ Men; , Mentu/m , Mentior, Menti ibidem E X. ’ Menfarius 4.1 4 Mentula i.i Meo dormienti/s x.r Meoiure 6.3 Meo nomine z.49 Me occupato, er fimilia 3.64 Mereor 4.110 . er 2.99 Merere 4. no M er itor ius puer, M eretrix0.4 th Mefiis 3.14 Metuo 3.X7 M cww er mei differunt x. r Meam folius ibidem Migro 3.9$ Mihi 3.3Z Miles r.T4.er <>.}x Miles frequens Jfcflntor prolintidm ».3* N«fo 7.84 Olus 3.4 Omni 4.4 x INDEX. Omnium rerrn copias habeo o uis 4.6$ P Onager 4.4* ”r\A bulum 4.33 Opcmfiro 3 .6$ JT Pacatus fum. Pacificatus Opcra,ne,Opencpretiu 4.7 6 fum 3.7 5 Opcrofus i.xi P’ 4.3* Vefiime i.7*. Pocmtet 3.4^.CT4.i8 PeftilentidyPeftri m4.7* Polliceri habeo *.98 Petere iuguhrn 4.36 Poma cruda 4.ii4 Peto 7.78 Pomtf pra cocta , prmaturOy Petulans 4.107 zrferotina 4.107 Petulantia ibidem Pomarium i.4 QxfUciYSp 4.4 Pomeridiamm ibidem Philomela 6.x 0 Pomum 4.X8 Pompa t I Pompa Pondo Pono conditionem Populabundus Populnus Populus faequens Porcus Porro Fora Forari Portitor, Portorium Pofco Pojjcfio Pojfet te pigere N D E X. 4.J9 Prduum Prae,in compofitione P roecepa, praeceptiones Praecipio Procclarus,Prxclare Praecoquus Praecox Praeditus Praedium P raegnans Praelium Praematurus F rae me fero 3*5 4.67 1*9 1.4 4.96 4.4*' X.14 4.8 6.7* 1.6 7-78 6.4 * 3.46 F racparo 6.40 J.Jt 4.» 7.68 4.9* 4.I07.CT 7.J* 6.40 M* 4.64 4.107 7.17 7.64 Ppjfcfiiua nominum quorundd Pracpofitiones accufatiuo , er locorum 4.67 abUtiuo iunftac i.ty Poti,uim habet comparatiui Praeripio 7.68 Praefcribit ratio s.69 6.77 Prae fe fcrt,Prac fe ducit 7.17 ibidem Prae jxrt,Prae fe gerit ibidem 3.31 Praefens I.33.CT 4.11X' i.76 Proefenaneum 4.11*. x.xo.cr 33 Praefes, Prae fi deo 7 .67 4.107 Praefidcs hoies,Praefidiu 7 .66 7.78 Praejhns 4.111 z.i P rtjhre 6.16 4.4 Praetiofum 7.71 3.34 Pracful,Praefum,Pro:Jid. 7.67 6. x? Praeterquam 3.74 x.x Prtffor,Pr.*7 Prudens fici 4.94 Pudor 4.107 Pueri catamiti 4. no Pueri meritorij Pugillares Pugna PuUaftra Pullus Pulfare,Pulfatio ibidem 7.8 4.^4 i.7 4.^7* /i» PUrt « I N D P unftum 6. 41 Punftim 6.xo Punio Pupillus 4,3, Q. aV adringeni , Quadrin* genti, Quadragefi* nui 37 Q uadrimus t.f Quadrinoftio a.jj Qualitas *.J4 Quam pro quantum 1.17 Quam, ubi deceat 3.74 Quam pridem , Qum dudum - ^.34 QM4m cum gradibus 1.1-7. er is Quammfub diftione, tamen, fubintelligi i.40 Q«4m ut, quam qui, quam pro 1.17 Quamobrem 3.43 Quamuis X.XI Quando, Quandoquidem z.4 z. Quando utimur nominatiuo pro uocatiuo 3.zX Qua pietate es 3.74 Qjtanqudm x#iI Qy^4 Qttid interejl inter prateri* tum er futurum coniuntti* uimodi , r8 r.,7 K x Qki ' I N D e Qyiddm J.I6.CT zi QjiiihQuinetUm 4. 4 5 Quippe a'*1'7 Quippidm il6 quis quis er i/i in parcnthcji 5.84 Quis cui proponendum 3-i° Quifquts,Quicun^ i.rf Quijpiam,Quiplum 3.65 Quifq; x*14 q uifque cm uerbo , dut par* ticipio 3.60 Qiiodypro quo res 3 QU0,O~cb i.i5.CTi.37 Quod autem , Quod uero 4.55 Quod comitio *. 40. er 39 Quod feribis gaudeo , et quod fer ibas gdudeo 2..10 Quodeunefc 3>l6 Quodq ; *•*! quo mnM,Qup fecius 1.14 Qjtomodo 4.5 4 Quoniam 4.47 Quoquo 3* 16 Quoquo uerfus 4.8 Quoqj dblatiuus ».*4 Q tjpq; 4.5S E X. q uorundam locorum nomi,* nd, 4.8* Quotannis 6.60 Quotidiana febris 4.108 Quotidianus ibidem Quoties 4. 49 Quot modis iubemus 3. 4* QUOtUS 1-14 Qwwn M* R RApio J.8j RdptMI 6.ZO Rdjlltf 1.8 R dtio 6.36 Rationemhdbere , Rdfto coris jht,Rationem ducere 5.18 Rationum, er propojitiontm inculcatio 3*2° Re 2.3* Recompofta 5.^3 Recaludsler ».* Recerfo 5.?/ Receptor 4.84 Reciprocatio fvl. 47 ^cap. 3 Recludo 5.63 Reconcilio 3*14 Recordationis uerba 3-84 R ccrudefco 4."* R eddo,pro do -4.56 Reddo gratias 3.41 "R ^ /fm 'INDEX Redeo zj6 Reputo 6.44. Reditui parenthefes 3.11 Refcifco 6.1 3 Reduco j.77. R cfyojtdeo 3.45 Refero ad Senatum ?.roo Rcjpondeo fubaudittm 3.47 Referogratias ?.4r Refes,Refideo i.6f Refero tibiycr ad te 3.38 Refipifco 7.5 Refert cwm fuppofeto x.i Refegno,retego,retcxo iM Refertio, Refertu* 3.33 Rewrrfor Refigo j.6} RbeginenfeSyRhegini 4.87 Refi-agor 4.70 Rfcftor 4.81 Regimen nominum crimina = t«w»,er poenalium Regimen uerboru cwm diuerfa eorum fegnifecatione 3.4* Regionatim <>.10 Relatiui cwm antecedente di * f cor dia elegans 3*9 Religiofws Mr Remaneo 2*3 Remigro 2*2 Reperio 7. i Repeto 2**3 Repetundarum , Repetundis M4 Repignero *.27 RepOjRepto *2 Reporto *.2r Repofco 7.63 Repono intejfeem 3.?r Repofitoriwm Repurgo 2-31 Riditulus i.f Rixa 6.61 Rogatione s 4.43 Rogatos uelim r.2.7 Roma urbs Septicollis 4.43 Rofarium,Rofctum 1.6 Rumor 4,7 R«rt , 4.S0 Rurfus xj6 S SAccIluiJaJum r.$ Sacrarium x.6 Sacrilegum 6. 4 7. 67 Salto , Sit/ttfio , Salto J.IOf Saltus ibidem ,cr 4.7* SalubcTybris 4.33 Salue3Saluebis *.3o SaluctOySaluco, Salutare ibide Salutifer 4.88 K j Saltem I N D E X. Saltem}Sane z.17 Sedicula t.7 Sanus 4.98 Seditio 4.63 Sarcina , Sarcinam compone* Seges 4.*f re9uel colligere 4.49 S eget es promatur £ 4.107 Sarmentum 4 ,16 Semel rf.10 Satio uerbum, Saturo j.78 Sementis 4. »4 Saxatilis 1,8 Scmindrim 1.6 Scala ■3.13 Semifomnus 1.10 Scaturio 1.14 Sentfor 4.84 Sciens fici 4.94 Senatorius i.j.er Scilicet Scifcitor 7.6r Senatus frequens 4.9* Scitus 1.30 S cnatufconfultum 7.100 Scomma ?.io SeneSkjSenedus 4.40 Scribo 5.30 Senes 4.7 Sculptile 1.8 Senilis otas matura 4.107 Scurra 4.ji Senium 4.40 Secunda uiceconful 3.J9 Senpbilis9Senplis Secius j.it Sentina 6.61 Sedile i.s Separatim 6.ZO Sedor j.t Sepulchra 4.77 Secundm propoptio z. 46 Septicollis urbs Roma 4-43 Secundus 1.16 Septingem9Septingetem 3-7 Secus uim habet comparatiui Septimonmajejh 4.43 J.16 Series 4.03 3*a5 Triumphale 4.84 Vbi primum W7 Triumphdtor ibidem vbify 6.19 Triuiahs feientid 4.16 ve x.17 TudyTudinterejl 3,2, veflntio,Veflor 3.8* Tui i.i vefligal 4.59 Tum z.zz vel z.17 Tum uero z.z 4 VelutyV eluti *.39 ViUd 6.4* Vindico,vindiftA 2.S Vir 3.70 Vir mdgnx, purus, mediocris conditionis 4.^7 Virgo 6.38 Viritim 6.10 Virtuofus non dicitur MI Virtutis,?? uitij indolei 4 .46 Vifo • • I.A| Viabundus : * ' *.9 Vitium 4.*. er 2.8 Vitium cdpiale 4.109 Viuarium 1.6 Vitro citrocu A. J 7 VUus 3*3 E X. Vmbr utilis r.8 Vnu A.Jl vnio 6.64 Vnus 3-*7 Vnusaut alter 4.19 Vnufquifquc - 1.14 vocaiiui in nommatium mu tatio 3.1A Vocare in inuidiam r.ir Vocaui te a uti, e uti, , de uti 3 .66 Vociferor 2.2 a Vocor in fecm 3.81 Volatilis X.8 V olitxre,V olatus *.2 Volo 3.49 Volucris 4.42 Volumen 6.43 Vcluptuofus 1.1* Vrbani uiri 4.AO VrbsRoma ibidem Vrbs, frequens 4.9* Vrbs Septicollis Roma 4.43 vfquam - 6.19 Vfy a. e.& • 4.11A vfqueadeo A. 44 vfqucco ibidem vfurpo 220 vfus 2.2 Vfus nominatiui, pro uoedtis uo,z? contra 3.ai index. V fus pluralis, pro jingulari 3.ii Vfus nominatiui , pro accufa= tiuo 3.4} Vfus negationis 3.47 Vtc£tcros 3. xi Vtc£tcri ididem Vt, cum facio,?? committo i. 33 Vffr, er Q uis}cum interroga tione 1. r 3 Vter Kfraw accufit 1.30 Vtcrque cum uerbo,uel partU cipio 3.60 V f,er I ftt,cu fuperlatiuo 1 1 5 Vti *.36 Vtileeft 3.4 9 x.x7 Vtpote ibidem Vtor i.i Vt primum j.tj Vt , pro quam, ucl quantum ibidem Vt?pro quippe , feu utpote z, 18.36.cr ^4 Vtquia *. 3 7 Viqttod ibidem Vtroq^ uerfus x.s Vfrum i.ij V t,fuperlatiuo iunttum i.ij Vt tamen, abijeitur ab oratio = «e z. 40 Vuaceus i.it Vu£ pr£coces, er ferotime 4.107 Vftlftw 4.13 Z Zf«gm4 3.44 FINIS. t 'il SEBASTIANV GRYPHIVS GER# M A N V S EXCV* D H B A T L V= * G D V N I, annl m4 d4 xxxx. Nome compiuto: Laurentius Vallensis. Lorenzo Valla. Valla. Keywords: Cicerone, Virgilio, Quintiliano, Livio, rinascimento, grammatica, dialettica e rettorica, elegantia linguae latina. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Valle” – Luigi Speranza, “Valle e Grice,”per la Fondazione Lorenzo Valla, The Swimming-Pool Library, Villa Grice, Liguria, Italia.

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