GRICE ITALO A-Z V VA
Luigi Speranza – GRICE ITALO; ossia, Grice e Vacca:
la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale dell’ala del
silenzio – scuola di Bari – filosofia pugliese -- filosofia italiana – By Luigi
Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Bari). Abstract. Keywords: solidario.
solidarietà conversazionale. imperativo di solidarietà conversazionale. Filosofo pugliese. Filosofo italiano. Bari,
Puglia. Essential Italian philosopher. Grice: “My favourite of his books is
“L’ala del silenzo” -- great title, from Alighieri about litotes and
understatement. Si laurea in filosofia
del diritto, discutendo una tesi sulla filosofia politica e giuridica di CROCE
(vedasi). Dopo la laurea, collabora come redattore alla casa editrice Laterza,
per dedicarsi in seguito prevalentemente alla ricerca. Ha sempre svolto una
intensa attività politica e di organizzatore di cultura, culminata con
l'impegno dedicato alla casa editrice De Donato. In questa attività si colloca
anche la fondazione dell'Istituto Gramsci pugliese, alla quale V. da
particolare impulso. Libero docente in storia delle dottrine politiche, vince
la cattedra di tale disciplina presso Bari. Frequenta la London School of
Economics, seguendo corsi di Storia economica degli USA e dell'URSS. Fa parte
del Consiglio di Amministrazione della RAI. E' stato deputato nella 9a e 10a
legislatura, eletto nel collegio Bari-Foggia nelle liste del PCI. È stato
direttore della Fondazione Istituto Gramsci di Roma, della quale, da allora, è
presidente. Ha ricoperto anche incarichi di partito in Puglia e a livello
nazionale. Nei primi anni di ricerca V. studia l'idealismo e l'hegelismo
italiano, con attenzione prevalente alla genesi del marxismo in Italia. Ha
rivolto poi i suoi studi alla storia del marxismo contemporaneo. Quindi alla
società italiana e in particolare alla cultura e alla politica del Novecento,
soprattutto l'età repubblicana. Ha approfondito le trasformazioni dell'economia
contemporanea alla luce della rivoluzione telematica, e su tale sfondo ha ri-esaminato
alcuni aspetti fondamentali del caso italiano. Nella Direzione dell'Istituto
Gramsci dedica particolare attenzione ai temi del Novecento. In questo contesto
si collocano la fondazione degli Annali dell'Istituto, della rivista Europa
Europe, prima, e poi del Rapporto annuale sull’integrazione europea, l'impulso
alla ricerca che ha portato alla monumentale Storia dell'Italia Repubblicana
edita da Einaudi, le numerose acquisizioni di nuovi documenti dagli archivi del
Comintern e del Pcus a Mosca, l'acquisizione dell'intero archivio storico del
PCI da parte della Fondazione Istituto Gramsci. Si tratta del più grande
archivio privato sulla storia del Novecento esistente in Italia e di recente
aperto alla consultazione. V. ha svolto e svolge un'intensa collaborazione a
riviste, giornali periodici e quotidiani italiani e stranieri. Scritti suoi
sono tradotti in tutte le principali lingue europee. Anche per la sua vasta attività
di conferenziere, le sue opere e il suo pensiero sono ampiamente noti in
Europa, nelle Americhe, in India e in Giappone. Deputato della Repubblica
Italiana Legislature. Gruppo parlamentare Collegio Bari Partito Comunista
Italiano, Partito Democratico della Sinistra, Partito Democratico Laurea in
giurisprudenza e filosofia del diritto. Docente universitario. Si laurea in
filosofia del diritto discutendo una tesi sulla filosofia politica e giuridica
di CROCE. Svolge una intensa attività di organizzatore di cultura, culminata
con l'impegno dedicato alla casa editrice De Donato. Membro del comitato
centrale del Partito Comunista Italiano è poi stato nella direzione del Partito
Democratico della Sinistra. Libero docente in storia delle dottrine politiche, vince
la cattedra di tale disciplina a Bari. -- è stato nel consiglio di
amministrazione della RAI. Deputato per il PCI nella IX e X Legislatura nella
circoscrizione elettorale Bari-Foggia. In occasione delle elezioni comunali, si
è candidato a sindaco con il sostegno della coalizione di centro-sinistra, ma è
stato sconfitto da Abbrescia. Ha ricoperto incarichi di partito in Puglia e a
livello nazionale. Ha rivolto poi i suoi studi alla storia del marxismo
contemporaneo. Dirige la Fondazione Istituto Gramsci di Roma, diventandone poi
Presidente. Membro del Cda dell’Istituto dell’Enciclopedia italiana presiede la
Commissione scientifica dell’Edizione degli scritti di GRAMSCI. Professore di
Storia delle dottrine politiche a Bari, si è occupato in particolare
dell'idealismo novecentesco e dell'hegelismo italiano nella seconda metà del
XIX secolo, con particolare riferimento alla genesi del marxismo in
Italia. Saggi: “Politica e filosofia in SPAVENTA” (Bari, Laterza); Lukàcs
o Korsch? (Bari, Donato); Marxismo e analisi sociale (Bari, Donato); Scienza,
Stato e critica di classe. VOLPE (vedi) e il marxismo (Bari, Donato); Politica
e teoria nel marxismo italiano, Antologia critica (Bari, Donato); PCI,
Mezzogiorno e intellettuali. Dalle alleanze all'organizzazione, curatela (Bari,
De Donato); Saggio su TOGLIATTI e la tradizione comunista (Bari, Donato); Osservatorio
meridionale. Temi di politica culturale” (Bari, De Donato); Quale democrazia.
Problemi della democrazia di transizione (Bari, Donato); Criticità e
trasformazione. Korsch teorico e politico (Bari, Dedalo); Gl’intellettuali di
sinistra e la crisi, curatela, Roma, Editori Riuniti, Comunicazioni di massa e
democrazia, curatela, Roma, Editori Riuniti, L'informazione Roma, Editori
Riuniti, Il marxismo e gl’intellettuali. Dalla crisi di fine secolo ai Quaderni
del carcere, Roma, Editori Riuniti, Tra compromesso e solidarietà. La politica
del PCI (Roma, Editori Riuniti); Gorbačëv e la sinistra europea, Roma, Editori
Riuniti, Tra Italia e Europa. Politiche e cultura dell'alternativa (Milano,
Angeli); “Gramsci e Togliatti” (Roma, Editori Riuniti); Dal PCI al PDS.
Intervista (Bari, Delphos); Togliatti sconosciuto, Roma, l'Unità, Pensare il
mondo nuovo. Verso la democrazia, Cinisello Balsamo, San Paolo, Per una nuova
Costituente, Milano, PasSaggi Bompiani, Vent'anni dopo. La sinistra fra
mutamenti e revisioni, Torino, Einaudi, Da un secolo all'altro. Mutamenti della
politica nel Novecento, Milano, Bompiani, Appuntamenti con GRAMSCI:
Introduzione allo studio dei Quaderni del carcere, Roma, Carocci, GRAMSCI (Roma, Carocci); Presente futuro. Idee
per lo sviluppo ecosostenibile della Puglia, Bari, Dedalo, X. Riformismo
vecchio e nuovo, Torino, Einaudi, In tempo reale. Cronache del decennio, Bari,
Dedalo, Ritorno in Puglia. Tre anni di volontariato politico, Bari, Palomar, Federalismo,
sviluppo economico e coesione sociale in Puglia, e con Masella, Lecce. Martano,
L'unità dell'Europa. Rapporto sull'integrazione europea, curatela, Bari,
Dedalo, Roma, Nuova iniziativa editoriale, Il dilemma euroatlantico. Rapporto della
Fondazione Istituto Gramsci sull'integrazione europea, curatela, Roma, Nuova
iniziativa editoriale, Dalla Convenzione alla Costituzione. Rapporto della
Fondazione Istituto Gramsci sull'integrazione europea, a cura di, Bari, Dedalo,
I dilemmi dell'integrazione. Il futuro
del modello sociale europeo. Rapporto sull'integrazione europea, e con Sausi (Bologna,
Il mulino); “Il riformismo italiano: dalla fine della guerra fredda alle sfide
future” (Roma, Fazi); “Gramsci tra MUSSOLINI e Stalin” (Roma, Fazi); cura di Gramsci,
Nel mondo grande e terribile. Antologia degli scritti Torino, Einaudi, Studi
gramsciani nel mondo. e con Schirru,
Bologna, Il mulino, Perché l'Europa?
Rapporto sull'integrazione europea, e con Sausi, Bologna, Il mulino, Studi
gramsciani nel mondo. Gli studi culturali, e con Capuzzo e Schirru (Bologna, Il
mulino) Le forme e la storia. Scritti in onore di Giovanni (vedi), e con Montanari
e Papa, Napoli, Bibliopolis, Il Novecento di Garin. Atti del Convegno di studi,
e con Ricci, Roma, Istituto della Enciclopedia Italiana. Studi gramsciani nel
mondo. Gramsci in America, e con Kanoussi e Schirru, Bologna, Il mulino, Vita e
pensieri di Gramsci. Collana Storia,
Torino, Einaudi, Collana ET Storia, Einaudi, Moriremo demo-cristiani? La
questione cattolica nella ri-costruzione della repubblica, Roma, Salerno); “Il
FASCISMO in tempo reale: studi e ricerche di Tasca sulla genesi e l'evoluzione
del REGIME FASCISTA, con Bidussa (Milano, Feltrinelli); Togliatti e Gramsci.
Raffronti, Pisa, Edizioni della Normale, Modernità alternative. Il Novecento di
Gramsci, Torino, Einaudi, Togliatti, La politica nel pensiero e nell'azione,
Scritti e discorsi, V. con Ciliberto, Bompiani, Milano Quel che resta di Marx, Salerno Editore,
Roma, L'Italia contesa. Comunisti e
democristiani nel lungo dopoguerra, Marsilio, Venezia. V., su storia.camera,
Camera dei deputati. Nome compiuto: Giuseppe Vacca. Beppe Vacca. Vacca. Keywords:
solidarietà conversazionale, fascismo. Per H. P. Grice’s Play-Group, The Swimming-Pool
Library, Villa Speranza. Vacca.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Vacca: la ragione
conversazionale del deutero-esperanto – filosofia romana – filosofia italiana
-- Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool
Library (Genova). Filosofo
italiano. Genova, Liguria. Abstract. Keywords: Deutero-Esperanto. Nacque,
figlio di Federico e di Ernesta Queirolo. La madre, già vedova di Giulio Cesare
dei marchesi da Passano – da cui non aveva avuto figli –, è genovese. Il padre,
originario di Napoli – dove è stato segretario di Garibaldi – si era stabilito
a Genova dopo aver ricevuto l’incarico di presidente della corte d’appello.
Cresciuto nel capoluogo ligure, dopo la maturità classica V. si iscrive al
corso di matematica a Genova. Dimostra precoce attitudine alla ricerca. Pubblica
due articoli, uno dedicato alla mineralogia e l’altro alla matematica -- Sopra
un notevole cristallino di vesuvianite, Rivista di mineralogia e
cristallografia italiana; Intorno alla prima dimostrazione di un teorema di
Fermat, Bibliotheca Mathematica. Durante gli anni dell’università si dedica
anche all’impegno politico, assistendo Turati nella fondazione del Partito
socialista italiano -- Petech. Si laurea in matematica con una tesi in
mineralogia. Il 1897 è per V. un anno
importante: appena conseguita la laurea, subì la condanna al confino fuori da
Genova per via della sua attività con il Partito socialista. Nel mese di
agosto, in occasione del primo congresso dei matematici, tenutosi a Zurigo,
conosce inoltre Peano, da cui riceve l’invito a trasferirsi a Torino come
assistente alla cattedra di calcolo infinitesimale. Colpito dal pensiero del
grande logico matematico e costretto a lasciare Genova, V. ne accettò la
proposta. Inizia così la sua attività in seno alla scuola di Peano. A Torino V. partecipa al lavoro di
preparazione del Formulario di Peano, una vasta enciclopedia delle idee e dei
concetti matematici che riserva ampio spazio alle fonti originali e alle note
storiche e biografiche; è su queste ultime che si concentra in buona parte il
suo contributo. L’interesse per le origini e lo sviluppo del pensiero logico e
matematico lo porta inoltre a pubblicare in quel periodo numerosi articoli di
ambito storico-scientifico, fra i quali: Sui precursori della logica
matematica, Revue de mathématiques; Notizie storiche sulla misura degli angoli
solidi e dei poligoni sferici, Bibliotheca mathematica La storia della
matematica rimase uno dei campi di studio privilegiati di V., che pubblica, fra
gli altri: La previsione delle eclissi lunari presso i Babilonesi, in
Calendario del R. Osservatorio astronomico di Roma; Sul concetto di probabilità
presso i Greci – Grice PROBABILITY – Sul concetto di probabile presso i Greci e
presso Grice -- Giornale dell’Istituto italiano degli attuari; Origini della
scienza. Tre saggi, Roma. V. conduce studi di rilievo sui manoscritti inediti
di Leibniz – citato da Grice come l’inventore del dogma ‘analitico-sintetico’
-- Sui manoscritti inediti di Leibniz, Bollettino di bibliografia e storia
delle scienze matematiche --, ispirando Couturat -- curatore di una raccolta di
inediti leibniziani -- a proseguirne il lavoro -- Carruccio. Lascia il suo
incarico a Torino per divenire assistente di mineralogia a Genova. Nel
capoluogo ligure riprende anche l’attività politica: è difatti consigliere
comunale fin quando torna brevemente a Torino, ancora in qualità di assistente
di Peano. Tuttavia, egli comincia a dedicarsi con energia alla sinologia. È
probabilmente con le ricerche su Leibniz che V. inizia a coltivare il suo
interesse per la Cina. il filosofo e matematico di Lipsia si è infatti
interrogato sull’eventualità che il sistema binario è stato in qualche modo
intuito già nel Libro dei mutamenti -- Yi Jing, noto anche come I Ching --, uno
dei più antichi testi classici cinesi, che la tradizione vuole composto alla
fine del secondo millennio a.C.-- Lioi. Un incontro avuto con due missionari di
ritorno dalla Cina, in occasione di una esposizione di arte sacra a Torino,
contribuì forse ad alimentare ulteriormente la curiosità di V., che tenne al
Congresso di scienze storiche un intervento Sulla storia della numerazione
binaria, nel quale l’idea di Leibniz è ripresa e discussa. Decide di
trasferirsi a Firenze per seguire le lezioni di Puini, docente di storia e
geografia dell’Asia centrale nel R. Istituto di studi superiori, con
l’intenzione di approfondire la conoscenza della lingua e della letteratura
cinesi -- visto che mi riusciva abbastanza, come scrive egli stesso -- lettera
al barone Guido Amedeo Vitale, in Lioi. A testimonianza del corso che intende
dare ai suoi studi, usce il suo articolo Sulla matematica degli antichi cinesi,
in Bollettino di bibliografia e di storia delle scienze matematiche. V, profuse
il suo impegno nel reperire le risorse per un viaggio in Oriente: è sua
convinzione che fosse necessario recarsi sul posto e rimanervi un certo periodo
di tempo per avere una visione più chiara di quale fosse stata la storia del
pensiero matematico in Cina. Non sfuggivano allo scienziato gli altri
potenziali vantaggi che un simile progetto poteva comportare per l’Italia in
generale. Fra gli obiettivi della sua spedizione egli elenca infatti anche lo
studio del commercio in Cina e dell’influenza delle varie nazioni europee e del
Giappone sul paese specialmente dal punto di vista degli interessi italiani -- lettera
al professor Nocentini -- Lioi. Per realizzare il suo progetto, V. intende
soggiornare per non meno di un anno in Cina, preferibilmente nell’interno del paese,
lontano dalle influenze occidentali, convinto che soltanto con una lunga residenza
in un luogo determinato sembra possibile il rendersi conto della vita del paese
e poter raccogliere delle notizie connesse. Dopo aver ricevuto, non senza
alcune difficoltà, l’appoggio economico – fra gli altri – dell’Accademia dei
Lincei, della Società di esplorazioni commerciali di Milano e del ministero
dell’Istruzione, V. salpa da Genova alla volta di Shanghai. Il viaggio in Cina
dura circa un anno e mezzo. Arrivato a Shanghai, V. si sposta presto a Pechino,
dove rimase per qualche mese; da lì si recò a Hankou, oltre 1000 km a sud,
nella provincia di Hubei, poi – risalendo il Fiume Azzurro – a Yichang, 200 km
a ovest, nella stessa provincia. Prosegue il percorso lungo il fiume in giunca,
per oltre 450 km, fino ad arrivare – dopo quaranta giorni di navigazione – a
Chongqing, nel Sichuan, da dove raggiunse finalmente la sua destinazione a
Chengdu, 300 km più a ovest, dopo un viaggio di dodici giorni in
portantina. Rimase a Chengdu fino a quando
ripartì alla volta di Xi’an, nella provincia di Shaanxi, dove giunse dopo un
mese di viaggio; proseguì poi verso est fino a Pechino. Salpa per il viaggio di
ritorno da Shanghai. Nonostante avesse pensato di intraprendere altri viaggi, V.
non torna mai più in Cina. Divenne però un sinologo di grandissima importanza
per lo sviluppo della disciplina in Italia. A lui si devono oltre sessanta
pubblicazioni di carattere sinologico e orientalistico, fra cui – oltre al già
citato Origini della scienza – è utile ricordare La scienza nell’estremo
oriente, in Scientia, e L’Asia orientale ed i problemi dell’ora presente, in
Atti della Società italiana per il progresso delle scienze. Della sua esperienza in Oriente, lascia un
diario e numerosi appunti. Una volta tornato in Italia, inoltre, si impegna a
diffondere le conoscenze acquisite per mezzo di numerose conferenze e
relazioni. Dai suoi scritti emerge la lucidità di pensiero di un osservatore
libero da molti di quei preconcetti eurocentrici che affliggevano – è lo stesso
V. a sostenerlo – molti viaggiatori occidentali; la Cina che si vede nei suoi
resoconti è un Paese che attraversa una fase di grande trasformazione, ma ricco
di potenziale e pronto ad aprire un’importante stagione di crescita. Tale sviluppo era del resto auspicato da V.:
«Per noi italiani soprattutto non v’ha dubbio che ci convenga di avere nella
Cina una nazione forte, ricca ed indipendente. Lasciando anche da parte le
considerazioni d’indole sentimentale, come le chiamano è nel nostro interesse
materiale, cioè nell’interesse delle nostre industrie e dei nostri commerci, di
avere un posto a lato delle altre nazioni più forti di noi, e questo posto
possiamo averlo soltanto se la Cina è forte; perché, in caso di una divisione
della Cina, all’Italia non spetterebbe nulla -- Lioi. Più volte si riscontra, negli scritti di V.,
il rammarico per la scarsa presenza italiana in Cina: già in una lettera a
Nocentini, scritta da Hankou – oggi parte della conurbazione di Wuhan –,
osserva che «una sola cosa importante mi pare di aver potuto vedere finora, ed
è cioè la deficienza dell’azione italiana. Qui c’è un piccolo gruppo, ma
attivo, di negozianti che fanno bene, e faranno di più e molto quando saranno
meglio aiutati. Ciò che tutti qui domandano è una linea di navigazione diretta
con l’Italia. Il matematico genovese si mostra particolarmente amareggiato nel
constatare l’insufficienza dell’azione missionaria cattolica, soprattutto
quella condotta dagli italiani, in confronto all’agire dei missionari
protestanti. Mentre questi fanno un’importante opera di diffusione della
cultura europea, quelli fatte le debite eccezioni, non insegnano nulla, hanno
vergogna di essere italiani e non conoscono l’italiano. Ancora molti anni dopo,
V. scrive una lunga relazione al ministro della Pubblica Istruzione, invocando
maggiore attenzione per la sinologia in Italia; fu anche grazie al suo operato
che venne fondato l’Istituto italiano per il Medio ed Estremo Oriente. V. ricevette l’incarico di insegnare storia e
geografia dell’Asia orientale a Roma, dove rimane fino al 1922, allorché
divenne ordinario del medesimo insegnamento presso Firenze, succedendo a Puini.
Poco dopo fu trasferito nuovamente a Roma, mantenendo la cattedra come
ordinario fino al raggiungimento dei limiti d’età. Sposa Virginia De Bosis,
conosciuta presso la Scuola Orientale di Roma; dal matrimonio nacquero Ernesta e
Roberto. Muore a Roma. Fonti e Bibl.: Gli scritti autografi di
Giovanni Vacca sono in parte rimasti ai suoi eredi, ai quali va il merito di
averli resi disponibili (si veda a questo proposito Lioi, 2016, p. XIII) mentre
in parte sono confluiti in vari fondi: Città del Vaticano, Biblioteca
apostolica Vaticana, Fondo Vaticano Estremo Oriente; Roma, Accademia dei
Lincei, Carteggio G. Vacca-V. Volterra; Torino, Biblioteca speciale di
Matematica, Fondo Peano-Vacca; Cuneo, Biblioteca civica, Fondo Giuseppe Peano.
Il figlio di Giovanni Vacca, Roberto, ha inoltre raccolto molti materiali sul
padre in Memi, libro pubblicato sotto forma di e-book nel 2010 (www.printandread.com,
oggi non più consultabile). L.
Campolonghi, Il viaggio di uno studioso nella Cina, in Secolo XX, marzo 1909,
pp. 233-242; G. Bertuccioli, Un sinologo scomparso, G. V., in L’Italia che
scrive, XXXVI (1953), 4-5, p. 59; U. Cassina, G. V., in Archives
internationales d’histoire des sciences, VI (1953), 23-24, pp. 300-305; Id., G.
V., la vita e le opere, in Rendiconti dell’istituto lombardo di scienze e
lettere - classe di scienze matematiche e naturali, LXXXVI (1953), pp. 185-200
(con bibliografia degli scritti matematici di Giovanni Vacca); W. Mackenzie -
L. Fantappiè, G. V., in Responsabilità del sapere, VII (1953), pp. 89-91; L.
Petech, G. V., in Rivista degli studi orientali, XXIX (1954), 1-2, pp. 153-157
(con bibliografia dei lavori di Vacca di ambito sinologico-orientalistico); E.
Carruccio, G. V., matematico, storico e filosofo della scienza, in Bollettino
dell’Unione matematica italiana, s. 3, VIII (1956), 4, pp. 448-456; G. Vailati,
Epistolario 1891-1909, a cura di G. Lanaro, Torino 1971; Lettere di Giuseppe
Peano a G. V., a cura di G. Osimo, Milano 1992; L’archivio storico
dell’Università di Genova, a cura di R. Savelli, Genova 1993, p. 242; Lettera a
G. V., a cura di P. Nastasi, Palermo 1995; E. Luciano - C.S. Roero, Peano e la
sua scuola fra matematica, logica e interlingua. Atti del Congresso
internazionale di studi (6-7 ottobre 2008). Deputazione subalpina di storia
patria, Torino 2010, pp. 98-113 (con ampia bibliografia e informazioni
biografiche); E. Luciano, G. V.’s contributions to the historiography of logic,
in L&PS – Logic and philosophy of science, IX (2011), 1, pp. 275-283; T.
Lioi, Viaggio in Cina 1907-1908. Diario di G. V., Roma 2016 (con ampia
bibliografia).The phrase ‘Grice italo’ is meant as provocative. An Old-World philosopher like Vacca – or indeed Vaccarino
-- would never have imagined to be
compared to a tutor at a varsity in one of the British Isles, but there you
are! It is meant as a geo-political reminder, too. Many Italian philosophers
have been educated in a tradition that would make little sense of Vacca as a
‘Grice italo,’ but there you are. My note is meant as a tribute to both
philosophers. Grice has been deemed an extremely original philosopher, and by
Oxford canons he certainly was. He was the primus inter pares at the Play
Group, the epitome of ordinary-language philosophy throughout most of the
twentieth century. His heritage remains. Vacca’s place in the history of
philosophy is other. But there are connections, and here they are. Filosofo italiano. A differenza del deutero-esperanto di Grice,
non usato ma da Grice, il latino sine flexione è utilizzato anche da altri
filosofi come VACCA (si veda), in Sphoera es solo corpore, qui nos pote vide ut
circulo ab omne puncto externo, LAZZARINI (si veda), in Mensura de circulo
iuxta Leonardo[VINCI (vedasi) Pisano, e PANEBIANCO (vedasi) che discute proprio
della lingua internazionale nell'opuscolo “Adoptione de lingua internationale
es signo que evanesce contentione de classe et bello” (Padova, Boscardini). Vedasi
ALBANI, BUONARROTI. PANEBIANCO (vedasi) è anche un grande appassionato di
Esperanto, tanto che è solito firmarsi "esperantista socialista".
Quest'ultimo, come si evince anche dal titolo della sua opera, vede nella
lingua internazionale un modo per mettere la parola fine ai contrasti
internazionali, e in particolare al capitalismo spietato. Inter-linguista,
quale que es suo opinione politico aut religioso es certo precursore de novo
systema sociale. Isto novo systema, in que homines loque uno solo lingua magis
facile, commune ad illos non pote es actuale systema de "homo homini
lupus", sed es systema sociale in que toto homines fi socio. Per ben
adempiere a un tale compito, la lingua perfetta di PANEBIANCO (si veda) deve
seguire gli stessi principi di quella di P. Es evidente que essendo id sine
grammatica, id es de maximo facilitate et simplicitate. Ergo, es per illo quasi
impossibile ad fac ambiguitate, excepto ad praeposito [“As when the
conversational maxim, ‘avoid ambiguity’ is FLOUTED for the purpose of
bringining in a conversational implicature”]. Etiam es multo plus rapido compone et scribe in isto
lingua que in proprio lingua nationale. Si capisce allora che egli auspica che
il latino sine flexione assurga a lingua di comunicazione non solo
internazionale, ma anche quotidiana, e forse i suoi auspici si spingono sì
avanti che lo vorrebbe elevato a lingua naturale, lingua madre di tutti i
popoli. Nome compiuto: Giovanni Vacca. Vacca. Keywords: Deutero-Esperanto,
implicatura, ragione conversazionale. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Vacca,”
The Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Vaccarino:
all’isola -- la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale dell’errore
del filosofo – scuola di Pace del Mela – filosofia siciliana -- filosofia
italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The
Swimming-Pool Library (Pace
del Mela). Abstract.
Keywors: costruzione. The phrase ‘Grice italo’ is meant as provocative. An
Old-World philosopher like Vaccarino would never have imagined to be compared
to a tutor at a varsity in one of the British Isles, but there you are! It is
meant as a geo-political reminder, too. Many Italian philosophers have been
educated in a tradition that would make little sense of Vaccaro as a ‘Grice
italo,’ but there you are. My note is meant as a tribute to both philosophers.
Grie has been deemed an extremely original philosopher, and by Oxford canons he
certainly was. He was the primus inter pares at the Play Group, the epitome of
ordinary-language philosophy throughout most of the twentieth century. His
heritage remains. Vaccarino’s place in the history of philosophy is other. But
there are connections, and here they are. Filosofo siciliano. Filosofo italiano. Pace del Mela, Messina,
Sicilia. Essential Italian philosopher. Grice: “I appreciate his metaphor of the ‘chemistry of
the mind,’ la ‘chimica del pensiero,’and the idea that philosophers commit only
ONE mistake (“l’errore dei filosofi”)!” Flosofo Figlio del titolare di un importante saponificio. Laureato a Milano.
Fonda “Sigma” pubblicata a Roma. Fonda “Methodos”, trimestrale di metodologia e
di logica simbolica. Si occupa prevalentemente di logica ed
epistemologia. Pubblica una serie di articoli sulla rivista Archimede su
invito di GEYMONAT. Abilitato alla libera docenza in filosofia della scienza,
ma assorbito dai suoi studi e da altre attività non si dedica all'insegnamento.
Ha incarico di tenere il corso di storia della filosofia antica presso Messina.
Riceve anche quello di filosofia della scienza. Nominato professore associato
di filosofia della scienza, ma non ottenne mai la cattedra di ordinario.
Partecipa a vari congressi. In quello di Amsterdam ha l'occasione di conoscere
Bochenski e incaricarlo di dirigere la sezione di logica simbolica di Methodos.
A quello di Parigi partecipa insieme con CECCATO (vedi), SOMENZI (vedi), e
LANDI (vedi), con i quali era in stretti rapporti di amicizia. Contribusce alla
fondazione della rivista Methodologia nata per iniziativa della Società di cultura
metodologica operativa a Milano, presieduta da Accame. Molto vicino alle vedute
filosofiche dei neo-positivisti, ma in seguito si capì che per dare soluzione
ai problemi posti dalla tradizionale filosofia bisogna anzitutto effettuare
un'indagine sul metodo scientifico onde spiegare perché è l'unico considerabile
come valido. Sviluppa in questo senso sulla “Sigma” una teoria che chiama
della "meta-conoscenza", in quanto ricondotta a una disciplina avente
per oggetto la conoscenza. Successivamente si convince che per procedere in
modo effettivamente scientifico bisogna eliminare ogni a-priorismo effettuando
un'analisi sistematica dei significati di tutte le parole di cui ci avvaliamo e
riconducendoli alle operazioni da cui sono costituiti. Sotto questo profilo i
suoi interessi si incontrarono con quelli di CECCATO e della scuola opperativa.
Ma mantenne una posizione autonoma, ritenendo che la ricerca di base deve
puntare su una semantica e non su una ricerca di tipo cibernetico, come invece
sostene CECCATO. Però accetta e condivide il concetto che bisogna
occuparsi del modo come operiamo a livello mentale per descrivere i
significati. Perciò respinge vedute allora in auge, come quelle della filosofia
analitica, che riconducendo il SIGNIFICATO semplicemente all’USO che se ne fa
parlando, li lascia in analizzati assumendoli implicitamente come prius, in
quanto tali, dogmatici. Si dedica assiduamente a queste ricerche, pervenendo
alla elaborazione di un metodo generale di analisi dei significati. Le sue
ricerche conduce, tra l'altro, all'introduzione di una formulistica idonea alla
definizione delle operazioni mentali, prospettando una sorta di chimica della mente.
La vastità e la complessità delle sue indagini lo costringe a procedere a molti
ripensamenti e revisioni. Pubblica “La chimica della mente” (Carbone,
Messina), in cui espone i principali risultati a cui e pervenuto. Vince il premio
L'Inedito con il racconto “Lo sporco”, pubblicato da Marsilio. Prospetta
ampliamenti e modifiche delle sue teorie nel saggio “Analisi dei significati” (Armando,
Roma). Pubblica “Scienza e semantica costruttivista” (Cooperativa Libraria
Universitaria del Politecnico, Milano) dedicato a una critica di correnti
vedute professate da filosofi della scienza. I suoi interessi si rivolgeno
anche alla codificazione di una logica contenutistica in grado di fissare i
criteri di compatibilità e incompatibilità tra i significati in riferimento
alle loro operazioni costitutive. In tal modo la logica diviene una filiazione
della semantica. La summa dei suoi lavori di semantica è pubblicata in “Dalle
operazioni mentali alla semantica” (Ciddo, Rimini). Nella prefazione al volume
Introduzione alla semantica edito da Falzea a Reggio Calabria, si lo considera
l'ultimo dei grandi illuministi. Altri saggi: “L'errore dei filosofi” (D'Anna,
Messina); “Introduzione alla semantica” (Falzea, Reggio Calabria); “Scienza e
semantica” (Melquiades, Milano); “Prolegomeni”, “Lo sporco. Il pulito, duepunti
edizioni. Repubblica Semantica Filosofia
della scienza Centro Internazionale Di
Didattica Operativa onlus, su ciddo. Methodologia on-line, su methodologia. «AGON»
(ISSN 2384-9045), n. 11, ottobre-dicembre 2016
Giuseppe Giordano GIUSEPPE
VACCARINO: UNO STORICO DELLA FILOSOFIA
ANOMALO ABSTRACT. Giuseppe Vaccarino è
stato un pensatore originale, collocabile all’interno della “Scuola Operativa Italiana”. Il lavoro prende
in esame alcuni giudizi di Vaccarino sui filosofi del passato – principalmente Idealisti e Neoidealisti
– che permettono, proprio attraverso il
confronto storiografico, di chiarire meglio le posizioni filosofiche del
pensatore siciliano. ABSTRACT. Giuseppe Vaccarino
was an original philosopher of the “Scuola Operativa Italiana”. The essay analyses how Vaccarino
judged other philosophers – e.g. German
and Italian Idealists. Through an
historiographical comparison, these judgements explain and clarify the positions of the Sicilian
philosopher. Giuseppe Vaccarino è stato un punto di riferimento
della Scuola Operativa Italiana, un
filosofo a pieno titolo, con un pensiero ricco di spunti originali1. Ma nella sua attività è capitato si facesse pure
“storico della filosofia”, anche se
certamente in maniera un po’ anomala. Infatti, tutto si può dire di
Vaccarino, ma non che sia uno storico
della filosofia. Eppure, neanche questo è vero.
Due premesse: 1. la storia della filosofia è storia particolare, storia
non di “fatti”, ma di idee; essa non può
essere proposta senza la guida di un “problema filosofico”; 2. tutti i pensatori originali
hanno sentito la necessità di porre il
1Già questo giustificherebbe l’interesse storiografico per il suo
pensiero; ma il 2016 è stato l’anno
della scomparsa di Vaccarino, e ha segnato anche il quarantaquattresimo
anno dell’istituzione dell’insegnamento
di Filosofia della scienza presso la Facoltà di Lettere e Filosofia (ora Dipartimento di Civiltà
Antiche e Moderne) dell’Università di Messina;
insegnamento voluto dal filosofo crociano Raffaello Franchini proprio
per Giuseppe Vaccarino, che lo avrebbe
tenuto poi fino al pensionamento.
40 «AGON» (ISSN 2384-9045), n.
11, ottobre-dicembre 2016 proprio
pensiero al banco di prova del passato per segnare la propria innovazione teoretica e illuminarla nel
confronto con i precedenti, in una
versione storiografica dello spinoziano omnis determinatio est
negatio. Vaccarino non si sottrae a
tutto ciò; anzi, la sua originalità filosofica, il suo sforzo di pensiero, emerge ancor più quando
si confronta con i filosofi del passato,
quando si fa, in certa misura, storico della filosofia. Ovviamente, le pagine di Vaccarino in cui il pensatore si
confronta con la storia della filosofia
occidentale non costituiscono, a rigore, vera storiografia filosofica,
sono delle carrellate, dei giudizi
concisi e argomentati, rapidi ancorché puntuali. Piuttosto – si parva licet componere magnis –, come
Husserl nelle pagine della Crisi delle
scienze europee, Vaccarino storico della filosofia guarda il passato
alla luce esclusiva del suo problema e
della sua soluzione. Vaccarino ritiene
la filosofia tradizionale giunta a un punto di non ritorno, incapace di dare risposte valide di carattere
universale; e questo perché è convinto
che il compito della filosofia sia, come la scienza tradizionale, di fornire soluzioni universali e definitive
agli interrogativi che l’uomo pone. Il
cuore del problema è la questione della conoscenza, che va trattata e affrontata alla radice. La scelta di
Vaccarino – che segue in ciò l’orientamento 41
«AGON» (ISSN 2384-9045), n. 11, ottobre-dicembre 2016 della Scuola Operativa Italiana – è quella
di un nuovo approccio: «Sono convinto
che per uscire dalle difficoltà bisogna sostituire un punto di vista operazionistico-costruttivistico a quello che
presuppone la ricezione da parte
dell’uomo di entità che sarebbero già per conto loro presenti in un
mondo precostituito»2. L’operazionismo italiano non ha nulla a che vedere
con quello del fisico Percy W.
Bridgman3, per il quale il concetto va “semplicemente” tradotto in operazioni di misura4, in quanto questo
operazionismo non ha interessi per una
semantica fondamentale, per la ricerca cioè della costituzione, dai
fondamenti, della conoscenza.
L’approccio operativo di Vaccarino è invece proprio una semantica che deve occuparsi dell’analisi
delle operazioni mentali costitutive dei
significati: «La semantica, nel senso da me inteso, è la scienza che
analizza le operazioni costitutive dei
significati ed in particolare quelle mentali. Essa perciò ha il compito di occuparsi delle singole
parole e delle loro correlazioni, ma deve
2G. VACCARINO, La nascita della filosofia, Società Stampa Sportiva, Roma
1996, p. 5. 3Cfr. P. W. BRIDGMAN, La
logica della fisica moderna [1927], introduzione e trad. di V. Somenzi [1965], Boringhieri, Torino
1984. 4Riandando alle vicende del primo
incontro con l’operazionismo di Bridgman e come Silvio Ceccato subito sgombrasse il campo
dall’equivoco di una identità di vedute, Vaccarino ricorda come «l’impegno operazionista, nel
senso della Scuola Italiana, impone, giusto
all’opposto [delle tesi di Bridgman o di quelle del Wittgenstein delle
Ricerche Filosofiche] la ricerca delle
operazioni costitutive di tutti i significati, distinguendo, tra l’altro, i
mentali, dai fisici e dagli psichici»
(G. VACCARINO, Analisi dei significati, Armando, Roma 1981, p. 10). 42
«AGON» (ISSN 2384-9045), n. 11, ottobre-dicembre 2016 anche intervenire in specifici campi, ad
esempio quelli della logica, della matematica,
ecc., quando ci si occupa dei cosiddetti “fondamenti”. Infatti si tratta in tutti i casi di significati da
analizzare con un metodo che deve essere
univoco se effettivamente in grado di descrivere come si svolge
l’attività mentale»5. Comincia già a intravedersi un distacco netto
da tutta la precedente tradizione
filosofica, segnata dal non avere capito in che cosa deve consistere e di che cosa si deve occupare la ricerca. I
filosofi hanno sbagliato perché non
hanno colto lo scopo delle loro indagini: «Si tratta di analizzare cosa
fa la nostra mente […] quando
costituiamo i significati corrispondenti ai significanti delle espressioni linguistiche invece di
identificarli con pretesi oggetti o concetti per conto loro presenti nella realtà. In questo
senso parlo di “errore dei filosofi”»6.
Quello che viene qui segnalato è quell’errore dei filosofi – a cui Vaccarino dedicherà un volumetto sul quale ci
soffermeremo più avanti7 – definito da
Silvio Ceccato il “raddoppio conoscitivo”8. «In sostanza» – dice Vaccarino
– «si 5G. VACCARINO, Analisi dei
significati, cit., p. 7. 6G. VACCARINO,
La nascita della filosofia, cit., p. 5.
7Cfr. G. VACCARINO, L’errore dei filosofi, D’Anna, Messina-Firenze
1974. 8 Cfr. S. CECCATO, Un tecnico fra
i filosofi, vol. I: Come filosofare; vol. II: Come non filosofare, Marsilio, Padova 1964 e 1966.
Sull’errore del “raddoppio conoscitivo” e sul suo 43
«AGON» (ISSN 2384-9045), n. 11, ottobre-dicembre 2016 pensa che quando si vede, ad esempio, un
foglio posto davanti, i fogli siano due,
l’originale nella “realtà” fisica e una copia nella mente. Avremmo una
diretta cognizione della copia che è
dentro di noi e da essa verremmo a “conoscere”
come è fatto l’originale»9. La
filosofia tradizionale si è sempre posta nella prospettiva di un conoscere che fosse, con declinazioni diverse, una
adæquatio rei et intellectus.
L’operazionismo, invece, costituisce un punto di vista che si pone «in
netta opposizione con quello di gran
parte della filosofia tradizionale, che già a partire dal mondo greco ha assunto alcuni o tutti i
significati come manifestazione di una
“realtà”, di cui l’uomo sarebbe passivo spettatore»10. I nomi non appartengono naturaliter alle
cose; «bisogna partire dall’analisi dei
significati per rendersi conto di come sono costituiti e quindi passare da
essi alle parole»11. Il filosofo
semanticista, allora, «deve trovare come costruiamo i significato oggi, alla luce, ad esempio, di
teorie come quelle sui neuroni-specchio, si veda S. LEONARDI, Il raddoppio conoscitivo, in
www.mind-consciousness-language.com (2009).
9G. VACCARINO, Analisi dei significati, cit., p. 22. 10 G. VACCARINO, La nascita della filosofia,
cit., p. 8. 11 G. VACCARINO, Analisi
dei significati, cit., p. 16. 44 «AGON» (ISSN 2384-9045), n. 11,
ottobre-dicembre 2016 significati
operando mentalmente e non già considerare come essi possano provenire da pretese relazioni che li
precedano»12. L’analisi dei significati
si pone a un livello basilare, di costituzione “pura”, universale, che solo poi avrà
concretizzazione in parole; siamo quindi a un
livello unitario al di sopra delle singole lingue. È per questa via che,
secondo Vaccarino, si può fare una
“scienza della filosofia”13, universale e non
condizionata in maniera contingente. Si tratta, ovviamente, di un “sogno
della ragione”, di una forma sofisticata
di riduzionismo (fatto che deve essere tenuto
presente, leggendo poi certi giudizi sui filosofi del passato). È
infatti convinzione di Vaccarino che,
«passando da una lingua all’altra si riscontra che: a) la maggior parte delle parole hanno un
corrispettivo univoco […]; b) in
generale i termini linguistici hanno un significato corrispondente
passando da una lingua all’altra […]; c)
di conseguenza risulta inaccettabile l’ipotesi di Sapir-Whorf secondo la quale ogni lingua
sarebbe caratterizzata da una metafisica
interiore già al livello del significato delle singole parole e perciò comporterebbe una visione del mondo
peculiare»14. 12 Ivi, p. 15. 13 Egli osserva infatti che, per rendere
efficace e concreta la filosofia, «quel che occorre non è una “filosofia della scienza”, ma una
“scienza della filosofia”» (ivi, p. 21).
45 14 Ivi, p. 18. «AGON» (ISSN 2384-9045), n. 11,
ottobre-dicembre 2016 L’approccio
operativista di Vaccarino – che ha avuto riconoscimenti anche presso studiosi non italiani15 – si colloca
quindi in un orizzonte di senso
antistoricista16 e, soprattutto, radicalmente riduzionista. Se è vero,
infatti, che il filosofo di Pace del
Mela vuole «fornire un’alternativa costruttivista al tradizionale realismo, sia esso fisicalista
che ontologico»17, è anche vero che egli
vuole “costruire” uno schema universale e definitivo delle modalità
costitutive della semantica del
conoscere18. In un libro degli anni
Novanta del secolo scorso, La nascita della filosofia, Vaccarino fa una dichiarazione importante ai
fini del suo rivolgersi alla storia
della filosofia. Scrive: «Avverto di non essere uno storico e che mi
occupo 15 Cfr., ad esempio, H. VON
FOERSTER–E. VON GLASERSFELD, Come ci si inventa. Storie, buone ragioni ed entusiasmi di due
responsabili dell’eresia costruttivista [1999], trad. di T. Lelgemann, Odradek, Roma 2001, in particolare
p. 36. 16 Vaccarino arriva a scrivere:
«Non considero infatti il passato madre e nutrice del presente, ma ad esso mi rivolgo solo in quanto mi porta
a contatto con autori le cui vedute hanno ancora interesse. Altrimenti non ci sarebbe alcun
motivo per riesumare il loro pensiero» (G.
VACCARINO, La nascita della filosofia, cit., p. 6). 17 Ibidem.
18 Per un’idea più chiara delle tesi di Vaccarino, oltre ai testi
citati, rinvio a: La mente vista in
operazioni, D’Anna, Messina-Firenze 1974; La chimica della mente,
Carbone, Messina 1977; Scienza e
semantica costruttivista, Clup, Milano 1988; Prolegomeni, voll. I e II,
Società Stampa Sportiva, Roma 1998 e
2000; Scienza e semantica, Melquiades, Milano 2006. Per l’elenco completo delle opere di Vaccarino
rimando al Supplemento n. 2 a “Illuminazioni” n. 14 (ottobre-dicembre 2010), pp. 153-156,
consultabile al sito http: //compu.unime.it.
46 «AGON» (ISSN 2384-9045), n.
11, ottobre-dicembre 2016 dell’ermeneutica
degli antichi testi solo alla luce di quanto da essi può essere ricavato alla luce della mia
semantica»19. La prospettiva che si
dischiude è allora quella di una lettura della filosofia passata sulla base esclusiva della
constatazione della sua erroneità rispetto alle
proposte costruttiviste e operazioniste del nostro. Ritorniamo così all’errore dei filosofi, a
cui Vaccarino ha dedicato, come si
diceva, un breve ma denso lavoro. È a questo libro che adesso mi
affiderò, cercando di seguirne
l’argomentazione e analizzarne alcuni passaggi relativi alla filosofia moderna e contemporanea,
segnatamente all’Idealismo tedesco e al
Neoidealismo italiano. Il punto
di partenza è la denuncia, appunto, di un generale “errore filosofico”, cioè «la credenza che in una
metaforica “realtà” si trovi presente
quanto proviene dall’attività mentale costitutiva»20. La storia della
filosofia sarebbe segnata dal
perpetuarsi di questo errore e dall’avvertire il disagio del “raddoppio conoscitivo”, senza peraltro
proporre il giusto rimedio: l’analisi della
semantica costitutiva. Scrive Vaccarino: «La filosofia, in quanto prende
per oggetto di studio l’attività mentale
od un particolare pensiero, si trova 19
G. VACCARINO, La nascita della filosofia, cit., p. 5. 20 G. VACCARINO, L’errore dei filosofi,
cit., p. 7. 47 «AGON» (ISSN 2384-9045), n. 11,
ottobre-dicembre 2016 costantemente
nella necessità di dover giustificare od aggirare l’errore. Ne segue che, se da una parte la mettiamo sotto
accusa, dall’altra dobbiamo riconoscere
che è stata l’unica disciplina ad averne avuto sentore costituendo i
precedenti storici cui collegare
l’analisi dell’attività mentale. Non suoni perciò irriverente la domanda: “I filosofi commisero un
errore?”. Senza le loro geniali ricerche,
oggi non saremmo in grado di proporre una scienza del pensiero»21. La filosofia nasce, dunque, segnata dal
fardello della contraddizione interna
del raddoppio conoscitivo; cioè quella contraddizione che «comporta che
il contenuto del “conoscere” anteceda il
“conoscere” da cui proviene»22. E il
problema della conoscenza è uno dei primi a sorgere in ambito filosofico
proprio per le difficoltà avvertite a
causa del raddoppio conoscitivo23. Sorgono le
questioni sul significato dei termini (si pensi a “verità” o
“conoscere”), che finiscono per essere
adoperati metaforicamente anziché “operativamente”24; fino 21 Ibidem.
22 Ivi, p. 9. 23 Cfr.
ibidem. 24 Osserva Vaccarino: «Ad
esempio, si intese con “verità” l’adeguazione del percepito interno a quello esterno, mentre correntemente questa
parola significa solo che, ripetendo un certo
operare, i risultati ottenuti sono uguali ai precedenti. L’equivoco si
ha già per il termine “conoscere”. Nel
linguaggio corrente esso indica semplicemente che si è in grado di fare
una cosa in quanto già fatta e ricordata,
cioè che la stessa attività si rende ripetibile nel tempo. Si dice in questo senso che si “conosce” il
latino, si “conosce” Parigi, si “conosce” il signor Rossi, ecc. Invece nell’uso filosofico il
“conoscere” venne a designare il contraddittorio 48
«AGON» (ISSN 2384-9045), n. 11, ottobre-dicembre 2016 ad arrivare, al culmine della filosofia
moderna, ad esempio con Kant, a tentare,
per contrastare la contraddittorietà del “raddoppio”, «di sostituire
alla “realtà” data l’attività della
mente o di un suo surrogato. […] Ci si limitò ad attaccare la datità del fisico per sostituirla con
qualcosa di mentale, che perciò veniva
necessariamente distorto, facendo intervenire metafore irriducibili»25. Prima
di passare ai giudizi di Vaccarino sui filosofi Idealisti e Neoidealisti
– caso esemplare che voglio riportare – è opportuno vedere le vesti assunte dall’errore filosofico. Detto in altri
termini, Vaccarino individua le fattispecie
dei fraintendimenti che la filosofia ha compiuto dell’attività mentale
costitutiva (dei significati), mostrando
le erronee posizioni che ne derivano. Le tre forme principali di filosofia frutto dell’“errore”
sono il realismo, lo spiritualismo e
l’ontologismo26, i quali (a seconda che si riconducano alla sfera
fisica, psichica o mentale) generano e
si presentano come: realismo, fisicalismo,
rapporto tra il percepito interno e l’esterno, tra il cognito e
l’incognito. Si parla di “adeguazione”
ma il confronto tra un termine presente e uno assente è ineseguibile. I
filosofi, adoperando la parola
“conoscere”, hanno preteso di approfondire il suo significato corrente, invece l’hanno resa irriducibilmente
metaforica» (ivi, pp. 10-11). 25 Ivi,
p. 11. 26 Cfr. ivi, p. 22. 49
«AGON» (ISSN 2384-9045), n. 11, ottobre-dicembre 2016 comportamentismo; spiritualismo,
antropomorfismo, psicologismo-empirismo positivismo; ontologismo, idealismo,
fenomenologia27. Sulla base di questo
schema, Vaccarino percorre tutta la storia della filosofia28, segnalando, da una parte, il perdurare
dell’errore, ma sottolineando,
dall’altra, i meriti di certi filosofi, come ad esempio Cartesio, che
avrebbe capito che il raddoppio
conoscitivo «non può aversi per il pensiero, perché di esso siamo “introspettivamente” consapevoli»29; o
Berkeley, che arriverebbe quasi a
eliminare il raddoppio conoscitivo, ma non riesce a riconoscere
l’attività costitutiva del mentale (a
prescindere da come lo chiami)30.
Vaccarino – per tornare o andare finalmente ai giudizi
sull’Idealismo tedesco e il Neoidealismo
italiano – asserisce che l’idealismo, come riduzione del fisico al mentale, ha le sue radici sì in
Kant31, ma anche nel razionalismo e 27
Cfr. ivi, pp. 22-23. 28 Mostra una
particolare attenzione, però, al pensiero antico, forse perché è
attraverso l’insegnamento della
filosofia antica che è entrato, tardivamente, nei ranghi universitari, e
alla filosofia antica dedica, come già
ricordato, il volume La nascita della filosofia. Per delle notizie sulle vicende biografiche di
Vaccarino rinvio a C. MENGA, Introduzione a G.
VACCARINO, Prolegomeni, vol. I, cit., e a F. ACCAME, Prefazione a G.
VACCARINO, Scienza e semantica,
cit. 29 G. VACCARINO, L’errore dei
filosofi, cit., p. 78. 30 Cfr. ivi, p.
85. 31 Cfr. ivi, p. 77. 50
«AGON» (ISSN 2384-9045), n. 11, ottobre-dicembre 2016 nell’empirismo precedenti, ai suoi occhi
vere e proprie forme di idealismo.
Rileva infatti che, se «in senso etimologico idealismo è ogni soluzione
filosofica che attribuisce la datità
alle “idee”», allora idealismo è «quello che cerca nella mente le “idee”, considerandole innate, cioè
come datità, per così dire “interne”. Si
tratta della strada tentata da Cartesio, Leibniz ecc., che correttamente
si definisce razionalismo». Ma idealismo
è anche «quello che cerca sì le “idee”
nella mente, ma ritiene che si formino in essa in seguito alle
sensazioni. Si tratta dell’empirismo
psicologistico di Locke, Berkeley, Hume ecc.»32. Kant ha avuto il grande merito di avere
compreso che l’attività mentale può
essere analizzata in modo specifico33, ma «non si libera […] del pregiudizio dell’empirismo che il contenuto della
conoscenza ci venga dato esclusivamente
dai sensi»34. La “cosa in sé” è del resto, in questa prospettiva,
pesante indicatore della presenza di un,
pleonastico, raddoppio conoscitivo. È
qui che si innestano i giudizi sugli Idealisti “classici”. La posizione di Fichte, ad esempio, è quella di «un idealismo
soggettivistico, che si differenzia da
quello di Berkeley in quanto, auspice Kant, attribuisce la priorità al
mentale 32 Ivi, pp. 76-77. 33 Cfr. ivi, p. 96. 34 Ivi, p. 97. 51
«AGON» (ISSN 2384-9045), n. 11, ottobre-dicembre 2016 invece che allo psichico»35. Vaccarino
rileva che non importa che Fichte parli di
“io” anziché di “mentale”; il suo difetto sarebbe, piuttosto, di non
mostrare attenzione alle modalità operative
dell’estrinsecarsi dell’ “io”36, cioè di non
prendere in considerazione l’attività costitutiva del mentale nel suo
effettivo operare. Schelling e Hegel, poi, vengono accomunati
dal fatto di ritenere che uno Spirito
sia artefice di tutto, in uno svolgimento dialettico articolato; ma
proprio l’attenzione a questo svolgersi
farebbe trascurare loro le operazioni mentali
costitutive37. Hegel, secondo
Vaccarino, avverte la necessità di studiare l’attività mentale, ma rimane invischiato nella
metaforicità dello schema dialettico38. Si
rende conto dell’errore del raddoppio conoscitivo, rimasto nel pensiero
di Kant, che separa il soggetto dalle
cose, interponendo il pensiero39. Infatti, con grande acume Hegel rileva che «il carattere
contraddittorio del raddoppio conoscitivo
rimane anche quando, come duplicato, si assume la cosa in sé, destinata
a restare 35 Ivi, p. 113. 36 Cfr. ivi, p. 114. 37 Cfr. ivi, p. 119. 38 Cfr. ivi, p. 122. 39 Cfr. ibidem. 52
«AGON» (ISSN 2384-9045), n. 11, ottobre-dicembre 2016 al di là dei contenuti del nostro
conoscere»40. È la soluzione che, per Vaccarino, non funziona; il ritenere, cioè, che il
raddoppio conoscitivo si elimini con il
«trasferire nell’in sé uno “spirito” creatore, attribuendo ad esso la
costituzione di tutte le cose»41. Hegel avrebbe di fatto operato una
ontologizzazione di tutto il mentale42,
considerando lo spirito una “supermente cosmica” che costituisce
tutto43. Agli occhi di Vaccarino,
l’avere Hegel “mentalizzato” la realtà costringe il filosofo a farsi storicista; cioè secondo il Nostro,
«mancando quale oggetto di ricerca il
pensiero come attività, ci si rivolge al pensato, che, in quanto si
riscontra già fatto prima, viene
considerato storico»44. Quello che è sembrato a molti interpreti il merito di Hegel – avere
congiunto ragione e storia – è indice, per
Vaccarino, del fatto che Hegel consegnerebbe la filosofia all’inutilità:
«Se Hegel avesse ragione, la filosofia
si ridurrebbe alla riesumazione di un errore, quello del raddoppio conoscitivo, e perciò
giustamente meriterebbe l’indifferenza, in
cui oggi spesso viene tenuta. Ma se ha torto, come siamo convinti, si
può fare 40 Ibidem. 41 Ibidem.
42 Cfr. ivi, p. 123. 43 Cfr.
ivi, p. 124. 44 Ivi, p. 127. 53
«AGON» (ISSN 2384-9045), n. 11, ottobre-dicembre 2016 tesoro della consapevolezza di quest’errore,
per introdurre finalmente lo studio
scientifico del pensiero. Non bisogna allora dimenticare che alla
storia appartiene l’irripetibile per i
momenti temporali con cui è collegato; alla scienza il ripetibile, che consente la riprova e
l’univocità delle soluzioni»45. È l’idea
di filosofia che è diversa: per Hegel, essa è la comprensione per via di ragione di ciò che lo spirito ha fatto, la
filosofia «è il tempo di essa appreso in
pensieri»46; per Vaccarino deve farsi “scienza” (in senso classico)
di acquisizioni universali, statiche e
ripetibili. Ecco allora contrapporsi gli
Operazionisti, che vogliono ottenere un vocabolario e una grammatica
per descrivere le operazioni costitutive
della mente, e Hegel, che invece vuole una
enciclopedia che racchiuda tutti i contenuti secondo la logica
dialettica47. Secondo Vaccarino, Hegel
ha un merito palese: quello di volere ricondurre nel “mentale” categorizzazioni come “spazio”,
“tempo”, ecc., che gli empiristi
attribuiscono, sulla scia della scienza galileiana, agli
“osservati”48. Naturalmente, nella
prospettiva del filosofo operazionista, del “chimico della 45 Ibidem.
46 G. W. F. HEGEL, Lineamenti di filosofia del diritto [1821], a cura di
G. Marini, Laterza, Roma-Bari 1990, p.
15. 47 Cfr. G. VACCARINO, L’errore dei
filosofi, cit., p. 128. 48 Cfr. ivi,
pp. 132-133. 54 «AGON» (ISSN 2384-9045), n. 11,
ottobre-dicembre 2016 mente”, «che le
sue analisi siano sbagliate è un fatto, ma che si tratti di categorie mentali e non di risultati di ricerche
naturalistiche, è un punto sul quale ha
perfettamente ragione»49. Anche
nei confronti degli Idealisti tedeschi Vaccarino procede riconoscendo loro il merito di avere
percepito la presenza dell’“errore dei
filosofi”, del raddoppio conoscitivo, ma accusandoli di avere sempre
sbagliato la soluzione proposta al
problema. A conti fatti, agli Idealisti «manca la concezione della mente come attività
costitutiva»50. Il tono non cambia
quando Vaccarino affronta gli Idealisti italiani, Croce e Gentile.
Benedetto Croce si rende conto dei limiti di una dialettica che
fagocita nella razionalità filosofica
tutto il reale, «perciò» – dice Vaccarino –
«ridimensiona le pretese dell’idealismo tedesco, ma contemporaneamente
lo impoverisce»51. Come è noto, Croce sostituisce alla visione
cuspidale hegeliana quella del circolo
dei distinti; egli cioè contrappone all’unità logico-filosofica dello spirito 49 Ivi, p. 133. 50 Ivi, p. 136. 51 Ibidem.
55 «AGON» (ISSN 2384-9045), n.
11, ottobre-dicembre 2016 hegeliano, la
complessità articolata di uno spirito che è logica, estetica, morale e utilità. Questa volta, allora, l’obiezione di
Vaccarino rivela nettamente la sua
impostazione, in un certo senso, kantiana, nel ritenere cioè la mente
unitaria e definita rigidamente nelle
sue strutture. Osserva infatti: «Come questa partizione si possa conciliare con la personalità
unitaria degli uomini non è chiaro»52.
In tale prospettiva diventa erroneo collocare la scienza e i suoi
concetti nella sfera pratica, frutto,
secondo Vaccarino, del fatto che il mondo
naturalistico era rimasto fuori dall’attività spirituale, e tuttavia
Croce «non vuole neanche abbandonare
completamente la tesi idealista dello “spirito”
onnicomprensivo»53. Così Croce finisce con l’essere, agli occhi di
Vaccarino (come di larga parte della
cultura italiana) un antiscientista radicale54.
Torniamo, però, alla critica di Croce a Hegel. Quello che Vaccarino sottolinea, dal suo punto di vista, è che nel
passaggio dai momenti contraddittori 52
Ibidem. 53 Ibidem. 54 La questione del posto delle scienze
nella filosofia crociana è ormai viziata da ondate di luoghi comuni, che hanno scagliato e
continuano a scagliare, per questo tema, “anatemi” sul filosofo napoletano. Vaccarino, con argomenti
propri, si colloca sul versante dei critici di
Croce. Per un quadro storiograficamente fondato e una ricostruzione intellettualmente
onesta del posto delle scienze nella
visione di Croce rinvio al fondamentale studio di G. GEMBILLO, Filosofia e scienze nel pensiero di Croce.
Genesi di una distinzione, Giannini, Napoli 1984, ma anche a G. GIORDANO, Ancora sulla
svalutazione crociana delle scienze, in “Diacritica”, anno II, 2016, fasc. 1 (7), 25 febbraio 2016,
pp. 29-40 (consultabile al sito http://diacritica.it/). 56
«AGON» (ISSN 2384-9045), n. 11, ottobre-dicembre 2016 di Hegel ai distinti, se vi è una
“correzione” del filosofo tedesco, che faceva
sparire la diversità delle forme dello spirito, vi è però un
impoverimento, perché sembrerebbe
scomparire totalmente l’attività costitutiva55: lo spirito si muoverebbe tra i suoi momenti, ma non se ne
vedrebbe la ragione profonda. Il
raddoppio conoscitivo, poi, rientra in Croce attraverso il suo storicismo. Osserva Vaccarino: «Lo “spirito” di Croce è
caratterizzato anch’esso da
un’interpretazione storicista. Egli attinge oltre che alla tematica
hegeliana anche alla Scienza Nuova di
Vico. La storia, a suo avviso, diviene depositaria della teoresi. Per sfuggire all’inevitabile
antinomia, vuole distinguere la “storia” quale
“realtà” operante, dalla “storiografia” fatta dallo storico. Ma così
cade nel raddoppio conoscitivo,
distinguendo la vera storia da quella degli storici»56. La distinzione tra storia come pensiero e
storia come azione, anziché proporre il
circolo vitale di conoscenza e prassi, metterebbe allora in evidenza ancora una volta la presenza erronea del
raddoppio conoscitivo. La critica si fa
ancora più incalzante e serrata con il motivare la mancanza del mentale (o spirituale) costitutivo in
Croce. Quando il filosofo napoletano
parla di intuizione o concetti che non possono essere non espressi,
mostra – 55 Cfr. G. VACCARINO, L’errore
dei filosofi, cit., p. 137. 56
Ibidem. 57 «AGON» (ISSN 2384-9045), n. 11,
ottobre-dicembre 2016 secondo Vaccarino
– di non distinguere «l’attività mentale dalla sua semantizzazione»57. Eppure, in Croce c’è un
presentimento dell’attività primaria
costitutiva, e risiederebbe nell’idea crociana di “universale-concreto”,
che sembrerebbe mostrare «l’intuizione
che le categorie devono prima essere
ottenute per potere essere applicate»58. Ovviamente, questo è valido se
non cogliamo che “universale-concreto”
non è una unione in scansione di
successione temporale, ma un vincolo reciproco in unità, per dirla con
Edgar Morin, una unitas multiplex. Se Croce appariva antiscientista, nel quadro
di Vaccarino Gentile è
anticonoscitivista59. Da Hegel a Gentile l’Idealismo ha chiuso la sua
parabola. Il filosofo siciliano si
avvede della presenza del raddoppio conoscitivo nel postulare un pensiero concreto e un pensato
astratto. È per questo che Gentile
«sostiene che il pensante deve essere ricondotto a semplice “atto”, che
non riporti a sé alcun contenuto, cioè a
un “atto puro” (“attualismo”). Il soggetto può
essere concreto solo nell’atto di porsi, perché altrimenti si avrebbe
la trascendenza del contenuto a cui si
rivolge. In questo senso, a suo avviso, ogni
57 Ivi, p. 138. 58 Ibidem. 59 Cfr. ibidem. 58
«AGON» (ISSN 2384-9045), n. 11, ottobre-dicembre 2016 pensato si degrada in astrazioni. Bisogna
decidere, per così dire, se il pensiero
debba essere tutto o nulla. Hegel lo vuole come tutto, artefice oltre
che del mentale anche del fisico.
Gentile, consapevole forse dell’inevitabile naufragio dell’idealismo, se tenta di spiegare i
fenomeni fisici, in quanto non dipendono da
chi li osserva, inclina a considerarlo nulla, cioè un “atto
puro”»60. Con Gentile finisce la
filosofia del conoscere. E Vaccarino afferma che «l’idealismo costituisce l’ultimo tentativo
della filosofia tradizionale di
esorcizzare il raddoppio conoscitivo, illudendosi di potere eliminare la
cosa in sé»61. Il grande merito di Gentile è, allora, avere
portato all’estremo l’idealismo,
mostrando di fatto che la radice dell’errore del raddoppio conoscitivo è
nel problema stesso del conoscere, come
è stato posto sin dall’inizio della storia
della filosofia62. Avere fatto emergere ciò è anche il segno della
possibilità di prendere la “retta via”,
perché – è la conclusione di Vaccarino – «se i filosofi hanno commesso un errore, possono però anche
correggerlo»63. 60 Ivi, p. 139. 61 Ivi, pp. 139-140. 62 Cfr. ivi, p. 140. 63 Ibidem.
59 «AGON» (ISSN 2384-9045), n.
11, ottobre-dicembre 2016 Arrivati alla
fine del nostro percorso, alcune brevi considerazioni. Vaccarino è un pensatore di sconfinate
letture, ma non uno storico della filosofia
(in senso professionale). Si sarà notato che i giudizi da lui formulati
sono stati presentati, ma poco o nulla
commentati. Questo perché la sua lente teoretica è molto distorcente e forza la lettura nella
sua specifica direzione. Sarebbe stato
inutile discutere i giudizi in chiave storico-filosofica; mentre è
illuminante leggerli per capire, e
contrariis, il suo pensiero. In
Vaccarino, in fondo, manca (volutamente) proprio il senso della prospettiva storica; ma è presente l’ansia di
un ricercatore innovativo che vuole ben
marcare la sua pretesa di originalità in un confronto con il passato. Quella che emerge è, dunque, la prospettiva
teoretica e, come dicevo all’inizio,
anche la storia della filosofia, per avere un senso, deve essere ricostruita alla luce di una
problematizzazione filosofica. Altrimenti essa non è che una “filastrocca di opinioni”. Tutto si
potrà dire delle pagine in cui Vaccarino
ripercorre, dal suo punto di vista, la storia del pensiero occidentale, ma non che si tratti di un mero accostamento
materiale di “medaglioni”, di una,
appunto, “filastrocca di opinioni”. Tali pagine sono, piuttosto, un
esempio di filosofia militante che per
affermarsi non può non fare, con grande onestà
intellettuale, i conti con il passato.
Nome compiuto: Giuseppe Vaccarino. Vaccarino. Keywords: costruzione
prammatica. Per il H. P. Grice’s Play-Group, The Swimming-Pool Library, Villa
Speranza.
Luigi Speranza – GRICE ITALO; ossa, Grice e Vaccaro:
all’isola -- la ragione conversazionale e l’implicatura come eteropia – la
scuola di Palermo – filosofia siciliana -- filosofia italiana – Luigi Speranza,
pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Palermo). Abstract. Keywords: signification. The phrase ‘Grice
italo’ is meant as provocative. An Old-World philosopher like Valiati would
never have imagined to be compared to a tutor at a varsity in one of the
British Isles, but there you are! It is meant as a geo-political reminder, too.
Many Italian philosophers have been educated in a tradition that would make
little sense of Vaccaro as a ‘Grice italo,’ but there you are. My note is meant
as a tribute to both philosophers. Grie has been deemed an extremely original
philosopher, and by Oxford canons he certainly was. He was the primus inter
pares at the Play Group, the epitome of ordinary-language philosophy throughout
most of the twentieth century. His heritage remains. Valiati’s place in the
history of philosophy is other. But there are connections, and here they are. Filosofo
siciliano. Filosofo italiano. Palermo, Sicilia. Essential Italian philosopher.
Grice: “My favourite of his books is ‘eteropie,’ a pun on homotopos.” Si
laurea a Palermo, inizia l'attività di docenza presso lo stesso ateneo prima
come professore a contratto, poi come ricercatore e come professore associato. Titolare
del corso di filosofia politica e supplente di scienza politica nella facoltà
di scienze della formazione dell'ateneo palermitano. -- è pro-rettore a Palermo
per la politiche di solidarietà sociale e di co-operazione per lo sviluppo. Inoltre
è condirettore della collana “Eterotopie” dell'editore Mimesis di Milano,
membro fondatore della Società italiana di filosofia politica” e del Centro
interdisciplinare in Bio-politica, Bio-economia e Processi di Soggettivazione a
Salerno. Vicepresidente dell'ONG palermitana della Cooperazione Internazionale
Sud-Sud. I suoi ambiti di ricerca si orientano sulla teoria critica
(soprattutto Adorno e Benjamin della Scuola di Francoforte) e sulla
decostruzione post-strutturalista francese (principalmente Foucault e Deleuze)
dai quali ricava strumenti di analisi da mettere alla prova nel campo della
globalizzazione, della governance e dei diritti umani. Saggi: “Decostruzione
di una realtà macchinica”, in Il camaleonte e l'iscrizione, Palermo, Ila Palma);
“Il capitalismo regolato statualmente”, curatela con Riccio e Caruso (Milano,
Angeli); “Oltre la pace” -- saggi di critica al complesso politico militare,
curatela con Magno (Milano, Angeli); “Adorno e Foucault: congiunzione
disgiuntiva” (Palermo, ILA Palma); “Il pensiero (check) anarchico (Verona, Demetra);
“Il secolo deleuziano” (Milano, Mimesis Edizioni); “Il pianeta unico” (Milano,
Elèuthera); “Anarchismo e modernità” (Pisa, BFS); “CruciVerba: lessico per i libertari”
(Milano); “Zero in condotta, Globalizzazione e diritti umani” (Milano,
Mimesis); “Biopolitica e disciplina” (Milano, Mimesis); “Lo sguardo di
Foucault” (Roma, Meltemi); “Governance e democrazia” (Milano, Mimesis). Vaccaro.
Prof. Salvatore delegato alle politiche di solidarietà sociale e di co-operazione
per lo sviluppo, su Università degli Studi di Palermo. Mimesis Edizioni: collane. Archiviato Palermo:
scheda docente., su scienze formazione.unipa. Biblioteca nazionale di Firenze:
catalogo autore., su opac. bncf.firenze..
Foucault: scheda autore., su portail-michel-foucault.org. La sfida
anarchica nel Rojava Santi, Vaccaro 2019 ii Contents 1 Come le idee di mio
padre hanno aiutato i curdi a creare una nuova democrazia Debbie Bookchin 2
L’eccedenza anarchica in Kurdistan Salvo Vaccaro 3 Confederalismo democratico
Una pratica di lotta e organizzazione Raùl Zibechi 4 Visita nel Kurdistan
siriano, maggio 2014 Zaher Baher 5 La trincea vergognosa 6 Kurdistan? G.D.
& T.L. 7 La democrazia e la Comune: la prima e la seconda Paul Simons 8
Kurdistan I paradossi della liberazione Janet Biehl 9 Dilar Dirik e la
rivoluzione delle donne curde a cura di Norma Santi 10 Rivoluzionari o pedine
dell’Impero? Marcel Cartier 11 Intervista ai/le compagn* del DAF (Azione
rivoluzionaria an- archica) a cura della redazione di «Meydan» ili 15 23 31 43
53 61 71 79 87 93 iv CONTENTS 12 Conversazione con un anarchico volontario
delle YPG a cura della redazione del sito Rojavan Poulesta 99 13 Conversazione
con le combattenti YPJ di Kobane a cura di Eleonora Corace 107 14 Conversazione
con i compagni dell’IRPGF a cura di Enough is enough 113 15 Non per il martirio
di CrimeThinc 117 16 All’interno della rivoluzione curda Intervista con due
anarchici 133 17 Siria, anarchismo e Rojava Intervista con David Graeber, 2
luglio 2017 147 18 Postfazione 155 Chapter 1 Come le idee di mio padre hanno
alutato 1 curdi a creare una nuova democrazia Debbie Bookchin Un mite giorno di
primavera, nel Vermont nell’aprile del 2004, stavamo chi- acchierando con mio
padre, lo storico e filosofo Murray Bookchin, come face- vamo quasi
quotidianamente. Si parlava di tutto e di tutti: amici, familiari e pensatori
da Karl Marx e Karl Polanyi (che ammirava) all’allora presidente George W. Bush
(chi non l’ha fatto) e George Smiley, il personaggio immagi- nario di John Le
Carré con cui si identificava e amava. Si fermò, e di punto in bianco rivelò
quello che sembrava una strana notizia: «Apparentemente», disse, «i curdi hanno
letto il mio lavoro e stanno cercando di mettere in prat- ica le mie idee». Lo
disse in modo così casuale e disinvolto che era come se non ci credesse
davvero. Mio padre, all’epoca ottantatreenne, aveva passato sessant’anni a
scrivere centinaia di articoli e ventiquattro libri articolando una visione
anticapitalista di una società ecologica, democratica ed egualitaria che
avrebbe eliminato il dominio dell'umano da parte dell’umano e avrebbe portato
l'umanità in armonia con il mondo naturale, un corpo di idee che chiamò «ecolo-
gia sociale». Sebbene il suo lavoro fosse ben noto all’interno dei circoli
anarchici e della sinistra libertaria, il suo nome era pressoché familiare.
Inaspettatamente, quella settimana, aveva ricevuto una lettera da un
intermediario che scriveva a nome dell’attivista curdo incarcerato Abdullah
Òcalan, capo del Partito dei lavoratori del Kurdistan (PKK). Come suo
co-fondatore, unico teorico e leader indiscusso, Ocalan aveva una reputazione
straordinaria, ma nulla della sua ide- ologia sembrava in alcun modo
assomigliare a quello di mio padre. Fondato nel 1978 come organizzazione
marxista-leninista rivoluzionaria, il PKK aveva combattuto per trent'anni una
guerra di rivolta per conto dei circa 15 milioni di 2CHAPTER 1. COME LE IDEE DI
MIO PADRE HANNO AIUTATO ICURDI A CREARE UNA N curdi che vivevano in Turchia e
che hanno subito una lunga storia di violenza. Per decenni, la Turchia ha
proibito ai curdi di parlare la loro lingua, di indos- sare gli abiti
tradizionali, di usare i nomi curdi, di insegnare la lingua curda nelle scuole
o persino di suonare la musica curda. I curdi sono stati regolar- mente
arrestati e torturati per qualsiasi espressione della loro identità culturale o
opposizione all’ideologia della Turchia, un popolo, una nazione, che ha avuto
origine all’inizio del XX secolo, che ha trovato piena espressione nel
kemalismo e ha subito il governo autoritario del presidente Recep Tayyip Erdogan
e il suo partito islamista. Come gli altri movimenti di liberazione nazionale
degli anni ‘70, il PKK fu originariamente fondato per conquistare uno stato
indipendente curdo. Ha cercato di unire i curdi, la cui patria di cinque
millenni, una striscia di terra conosciuta come Kurdistan, era stata
arbitrariamente divisa tra Turchia, Iran, Iraq e Siria all’indomani della prima
guerra mondiale. Nei decenni suc- cessivi, è sembrato spesso come se questi
quattro paesi si fossero distinti per la competizione nell’infliggere maggiore
sofferenza alla sua popolazione curda. La violenza spasmodica, simile a un
pogrom a cui questi “nuovi” stati nazione hanno sottoposto i curdi, incluse le
gassazioni chimiche, i bombardamenti, i trasferi- menti forzati, le
devastazioni ecologiche e la demolizione di interi villaggi. Nei decenni
trascorsi, dal 1984, quando il PKK ha inziato la lotta armata, sono state
uccise circa 40.000 persone, la maggior parte dei quali erano curdi. Per tutti
quegli anni di lotta, Ocalan è stato il leader ideologico e organizzativo del
PKK. Nel 1999, Ocalan fu catturato in Kenya dopo essere stato costretto a
lasciare la Siria, dove aveva vissuto per vent’anni. Trasportato nella remota
isola turca di Imrali, nell’entroterra del Mar di Marmara, Ocalan fu processato
e condannato con l’accusa di tradimento. La sua condanna a morte è stata
commutata in ergastolo perché la Turchia stava cercando di entrare nell’Unione
europea, che si oppone alla pena capitale. Da allora, Òcalan è stato rinchiuso
in una cella di Imrali, sorvegliato da centinaia di guardie, con pochi, se non
nessuno, altri prigionieri sull’isola. Nonostante il suo isolamento — non è
stato visto dal mese di aprile 2016, e dal 2011 è stato negato l’accesso ai
suoi avvocati — Òcalan è rimasto la chiara guida del movimento di liberazione
curdo in Turchia e Siria e, per i suoi numerosi sostenitori, nella diaspora
curda. L’intermediario di Òcalan, un traduttore tedesco di nome Reimar Heider,
scrisse a mio padre nel 2004 e gli disse che il leader curdo stava leggendo le
traduzioni turche dei libri di mio padre in carcere e si considerava un «bravo
studente» di mio padre. Infatti, Heider continuò: "Ha ricostruito la sua
strategia politica intorno alla visione di una “società democratica-ecologica”
e ha sviluppato un modello per costruire una società civile in Kurdistan e nel
Medio Oriente [...] Ha raccomandato i libri di Bookchin a tutti i sindaci di
tutte le città curde e ha voluto che ognuno li leggesse." Si è scoperto
che dopo il suo arresto, Òcalan ha avuto accesso a centinaia di libri, tra cui
traduzioni turche di numerosi testi storici e filosofici provenienti
dall’Occidente. Gli furono concessi questi libri mentre tentava di escogitare
una strategia legale per la propria difesa durante il processo per tradimento e
gli appelli successivi: mirava a spiegare le sue azioni come rivoluzionario,
esami- nando il conflitto turco-curdo nel XX secolo, all’interno di un’analisi
completa dello sviluppo dello stato-nazione, a partire dall'antica Mesopotamia.
Òcalan ha iniziato a scrivere quella che sarebbe diventata una storia in più
volumi, in cui ha cercato di proporre una soluzione democratica alla “questione
curda” che non solo liberasse il popolo curdo ma stabilisse anche un rapporto
armonioso tra turchi e curdi e, in effetti, tra tutti i popoli del Medio
Oriente. Nel corso di questo lavoro, Òcalan fu influenzato da un certo numero
di pensatori, tra cui Ferdinand Braudel, Immanuel Wallerstein, Maria Mies e
Michel Foucault. Inoltre, Ocalan aveva ascoltato e nutrito le voci di una
generazione di donne curde guidate da Sakine Cansiz, una co-fondatrice del PKK
e una figura leggen- daria sopravvissuta a anni di indicibili torture nelle
carceri turche negli anni °80, incoraggiata da Òcalan a scrivere le sue memorie
(Cansiz è stata assassi- nata da un agente turco a Parigi nel 2013, insieme ad
altre due donne curde.) Cansiz ha influenzato centinaia di donne curde in
prigione e campi di addestra- mento del PKK, incluso il co-sindaco recentemente
arrestato nella città turca di Diyarbakir, Giiltan Kisanak, che era stato anche
torturato in carcere negli anni ‘80. Impressionata dal sacrificio e
dall’indipendenza di donne come queste, Òcalan aveva già iniziato, negli anni
’90, ad avviare una drammatica transizione nel PKK da un’organizzazione
militante, patriarcale, impegnata a conquistare il potere statale lungo le
linee marxiste-leniniste a un’organizzazione che metteva l’accento sui valori
del femminismo e ha cercato una forma di socialismo molto diversa da quella
associata all’ex Unione Sovietica. Tuttavia molte delle carat- teristiche che
definiscono la filosofia politica che Òcalan ha iniziato a sposare negli anni
2000 sono fermamente radicate nell’idea di mio padre di ecologia sociale e
della sua pratica politica: il «municipalismo libertario» o il «comunal- ismo».
Mio padre vedeva i problemi ecologici come problemi intrinsecamente sociali —
di gerarchia e dominio — che dovevano essere risolti in ordine per affrontare
la crisi ambientale. «Forse il fatto reale più convincente che i radicali nella
nostra epoca non hanno affrontato adeguatamente», scrisse, «è il fatto che il
capitalismo oggi è diventato una società, non solo un’economia». Il cambiamento
sociale, ha insistito, avrebbe dovuto affrontare il saccheggio del capitalismo
dello spirito umano e dell’ambiente partendo dallo smantellamento dei rapporti
umani ger- archici e decentralizzando la società in modo che possano prosperare
le forme di organizzazione democratica di base. Questa teoria sociale di
Bookchin, as- sorbita e amplificata da Òcalan sotto il nome di «confederalismo
democratico», sta ora guidando milioni di curdi nella loro ricerca di costruire
una società non gerarchica e una democrazia basata sul consiglio locale. Mentre
la guerra civile siriana entra nel suo ottavo anno, la maggior parte degli
occidentali ha famil- iarità con le immagini degli uomini e delle donne delle
Unità di autodifesa del popolo curdo con in spalla i kalashnikov, conosciuti
rispettivamente come YPG, che è per lo più di sesso maschile, e YPJ, le unità
di sole donne. Queste milizie hanno combattuto e sono morte a migliaia nei
campi di battaglia della Siria come Unità principali delle Forze democratiche
siriane (SDF), la forza mul- tietnica sostenuta dagli Stati Uniti nella
campagna contro l’ISIS. Meno spesso 4CHAPTER 1. COME LE IDEE DI MIO PADRE HANNO
AIUTATO I CURDI A CREARE UNA N riconosciuto è ciò per cui stanno combattendo:
la possibilità di raggiungere non solo l’autodeterminazione politica, ma anche
una nuova forma di democrazia diretta in cui ogni membro della comunità ha voce
in capitolo nelle assem- blee popolari che affrontano le questioni dei loro
quartieri e città - cioè, una democrazia senza uno stato centrale. A causa
della repressione in Turchia, queste idee sono arrivate al loro pieno com-
pimento nel nord-est della Siria, storicamente curdo. Nel 2012, le truppe del
governo siriano del presidente Bashar al-Assad si sono ritirate da questa
regione per concentrarsi sulla lotta contro gli insorti altrove. I curdi
siriani stavano os- servando i loro fratelli implementare alcune delle idee di
Òcalan in villaggi e città in gran parte curde come Diyarbakir, oltre il
confine nel sud-est della Turchia; e si erano preparati per la loro occasione.
Hanno iniziato a mettere in pratica le stesse idee in tre “cantoni” in Siria,
Cizre, Kobani e Afrin, che ospitano circa 4,6 milioni di persone, inclusi 2
milioni di curdi siriani, oltre a piccole popolazioni di arabi, turkmeni,
Siriaci e altre minoranze etniche. In questi cantoni dominano le assemblee
multietniche di quartiere e l’ethos prevalente evidenzia un’eguale divisione
del potere tra donne e uomini, una prospettiva non gerarchica, non settaria e
chiaramente ecologica, e un’economia cooperativistica costruita su principi
anticapitalisti. La gente di questi cantoni ha fatto queste riforme di fronte a
grandi sfide, che includono il raddoppio della popolazione sotto forma di
rifugiati di guerra da altre parti della Siria, e embarghi su cibo e scorte
dalla Turchia a nord e dal Kurdistan iracheno all’Oriente, dove il leader
tribale curdo Masoud Barzani ha supervisionato per più di un decennio uno
staterello capi- talista che dipende dalla Turchia per il commercio. Nel 2014,
i tre cantoni hanno stabilito la propria autonomia come Federazione Democratica
della Siria settentrionale, che è comunemente conosciuta come Ro- java, la
parola curda per “Occidente” (la Siria è la parte più occidentale del Kurdistan
più grande). Sebbene siano ancora noti informalmente come Rojava, i curdi hanno
ufficialmente abbandonato il nome nel 2016, in riconoscimento della natura
multietnica della regione e del loro impegno per la libertà per tutti, non solo
per il popolo curdo. La Federazione democratica (o DFNS) è fondata su un
documento chiamato Carta del contratto sociale, il cui Preambolo dichiara
l'aspirazione a costruire «una società libera da autoritarismo, militarismo,
cen- tralismo e l’intervento dell’autorità religiosa negli affari pubblici».
Inoltre «ri- conosce l’integrità territoriale della Siria e aspira a mantenere
la pace nazionale e internazionale», una rinuncia formale da parte dei curdi
siriani all’idea di uno stato separato per il loro popolo. Invece, prevedono un
sistema federato di co- muni autodeterminate. Nei novantasei articoli che
seguono, il Contratto garantisce a tutte le comunità etniche il diritto di
insegnare e di essere istruito nelle proprie lingue, abolisce la pena di morte
e ratifica la Dichiarazione universale dei Diritti umani e conven- zioni
analoghe. Richiede che le istituzioni pubbliche lavorino verso la completa
eliminazione della discriminazione di genere, e richiede per legge che le donne
costituiscano almeno il 40% di ogni corpo elettorale e che esse, e le minoranze
etniche, fungano da co-presidenti a tutti i livelli dell’amministrazione
pubblica. Il Contratto Sociale promuove anche una filosofia di gestione
ecologica che guida tutte le decisioni sull’urbanistica, l'economia e
l’agricoltura, e gestisce tutti i set- tori, ove possibile, secondo i principi
collettivi. Il documento garantisce anche i diritti politici agli adolescenti.
Tra le molte sfide che la Federazione democrat- ica deve affrontare è che il
suo esperimento si trova in una zona di guerra. La città di Kobane e la zona
circostante sono state pesantemente danneggiate dagli attacchi aerei
statunitensi contro l’ISIS, prima che le YPG e YPJ sconfiggessero la milizia
jihadista lì dopo una battaglia di sei mesi nel 2014. Gli Stati Uniti e i loro
alleati forniscono aiuti militari alla SDF ma nessun aiuto umanitario, e la ricostruzione
di Kobane, e di molte altre parti della Federazione devastate dalla guerra, è
stata molto lenta. Mentre gli aspetti utopici del Rojava hanno attirato un paio
di centinaia di volontari civili internazionali che stanno lavorando su
questioni relative ai ri- fiuti ambientali e piantano 50.000 alberelli nel
tentativo di “rendere nuovamente verde il Rojava”, la regione soffre di una
carenza d’acqua inflitta dalla Turchia, che ha costruito enormi dighe che hanno
deliberatamente rallentato il flusso dei fiumi Tigri ed Eufrate a un rivolo,
così come gli insediamenti storici allagati sul lato turco del confine. Sullo
sfondo di un’intera società mobilitata per lo sforzo bellico, sono state con-
testate denunce di bambini soldato, abitanti di villaggi arabi sradicati e
altre violazioni dei diritti umani nelle aree ora controllate dai curdi.
Internamente, c’è la sfida di resistere alla rigidità ideologica che spesso si
scontra con i movimenti, con un portavoce carismatico con le élite che
rivendicano il mantello del capo a scapito delle opinioni dissenzienti. Forse
in modo cruciale, resta da vedere se la Turchia, che ha dichiarato il suo
desiderio di cancellare il progetto Rojava, sarà portata in tilt o dato il via
libera da una combinazione delle tre potenze mondiali — Russia, Iran e Stati
Uniti — in lizza per esercitare il controllo sulla Siria. L'intenzione del
Contratto sociale, tuttavia, è chiara: costruire una soci- età costruita dalla
base, democratica e decentralizzata del tipo che mio padre e Abdullah Òcalan
hanno entrambi immaginato. Nato nel Bronx nel 1921, la prima influenza di
Murray Bookchin fu la nonna Zeitel, una rivoluzionaria russa che emigrò negli
Stati Uniti all’indomani della Rivoluzione del 1905. Come mio padre in seguito
ha descritto le difficoltà di sua nonna e dei suoi compagni: "Sotto queste
bandiere rosse, sognando l'emancipazione umana, avevano l’ideale di una società
senza classi, libera dallo sfruttamento, e questo era il loro mito, la loro
visione e la loro speranza. Vivendo in questo mondo preindustriale in cui le
famiglie erano sostanzialmente famiglie allargate, con reciproco senso di
fiducia, hai avuto un’intensa vita comunitaria segnata dall’aiuto reciproco,
contrasseg- nato da una forte sensibilità culturale, caratterizzata da una
visione culturale radicale." I Bookchins avevano lotte per conto loro. La
madre di mio padre era stata abbandonata dal marito quando Murray era un
ragazzino; dopo la morte della nonna, quando aveva nove anni, vivevano spesso
in povertà. Nello stesso peri- odo, nel 1930, divenne membro dei Young Pioneers
of America, un’organizzazione 6CHAPTER 1. COME LE IDEE DI MIO PADRE HANNO
AIUTATO I CURDI A CREARE UNA N giovanile comunista. A tredici anni fu
“co-optato” nella Lega dei Giovani comu- nisti. Anche i membri più giovani del
partito “sono stati trattati come adulti”, ha ricordato. Dovevano aver letto il
Manifesto dei comunisti e molti altri testi; furono mandati nelle strade a
vendere il giornale del partito; hanno sostenuto gli sforzi sindacali. La Crisi
del 1929 intensificò la “coscienza di classe” di mio padre e il suo impegno per
il cambiamento sociale: più di una volta, lui e sua madre furono sfrattati
dagli appartamenti nel Bronx. Da giovane radicale, ha affinato le sue abilità
oratorie nel crogiolo di dibattito di Crotona Park. Mio padre in seguito
ricordò quella volta negli anni ’30 come «un periodo profonda- mente
tumultuoso»: "È molto difficile darvi un’idea della misura in cui quasi
ogni giorno si sen- tiva qualcosa di nuovo, che qualcosa di politicamente
eccitante stava accadendo e in un certo senso pericoloso. Ad esempio, abbiamo
avuto continui incontri agli angoli delle strade, passando da un angolo ad un
altro per incontrare i miei am- ici. E alla fine ho iniziato a parlare
effettivamente da quelli che oggi chiamereste palchi. Nel frattempo ho cercato
di guadagnarmi da vivere vendendo giornali e trasportando il gelato sulle
spalle a Crotona Park in un’enorme scatola isolata per mantenere fresco,
inseguito dalla polizia, tra l’altro, perché a quei tempi era illegale vendere
gelati: era il privilegio principalmente di piccoli stand e conces- sioni che
il dipartimento del parco dava alla gente. Così, fin dall’età di tredici e
quattordici anni, come operaio, ho iniziato a guadagnare il mio pane e il mio formaggio."
Pur essendo rigorosamente istruito nei punti più sottili della teoria marxista
dal Partito Comunista, non fu mai vincolato dalle ortodossie; lasciando il Par-
tito Comunista dopo la firma del Patto Hitler-Stalin, prese una svolta prima come
trockista, e poi divenne un anarchico, che è ciò che rimase per quasi quat- tro
decenni tra gli anni ‘60 e ’90. Alla fine, ha messo da parte quel termine,
anche, sostenendo che l’anarchismo finiva troppo facilmente in una politica che
si concentrava sull’esercizio personale della libertà a spese del duro lavoro
nec- essario per costruire istituzioni politiche capaci di realizzare un
cambiamento sociale duraturo. Mio padre non ha mai frequentato il college e,
come autodidatta, forse non si è mai sentito confinato da nessun particolare
percorso di ricerca intellettuale. La sua lettura variava ampiamente e
profondamente, da materie come la biolo- gia e la fisica alla storia naturale e
alla filosofia. La sua esperienza di lavoro industriale-pendolarismo a Bayonne,
nel New Jersey — in una fonderia dove ver- sava l’acciaio liquido — confermò la
sua simpatia per il progetto socialista. Più tardi, però, il suo incarico come
organizzatore sindacale per gli United Electrical Workers gli insegnò che il
proletariato americano, preoccupato com'era di ques- tioni di pane e burro e
riforme frammentarie, era improbabile che fosse l’agente rivoluzionario che
Marx aveva predetto. Cominciò a discutere con gli altri prin- cipi del
marxismo, inclusa la sua enfasi sull’autorità statale centralizzata e la sua
insistenza sulla «inesorabilità delle leggi sociali». Gli era anche apparso
chiaro, dalla fine degli anni ‘40 e dai primi anni ’50, che lo sviluppo
capitalista era in profonda tensione con il mondo naturale. L’inquinamento
atmosferico e idrico, le radiazioni, il problema dei residui di pesticidi negli
alimenti e l’impatto sulle città di incalzanti progettazioni urbane come
richiesto da Robert Moses, sosteneva, una rivalutazione degli effetti del
capitalismo che tenevano conto dell'ambiente come delle preoccupazioni eco-
nomiche. Tra la fine degli anni ’50 e l’inizio degli anni ‘60, Bookchin parlava
della devas- tazione ecologica come un sintomo di problemi sociali
profondamente radicati, idee che elaborò in un saggio del 1964 intitolato
Ecology and Revolutionary Thought (Ecologia e pensiero rivoluzionario), che
stabilì l'ecologia come con- cetto politico e lo fece salvando l’ambiente come
parte integrante del progetto di trasformazione sociale. In contrasto con Marx,
che credeva che fosse la scar- sità della natura a condurre alla sottomissione
umana, Bookchin sostenne che la nozione di dominare la natura era preceduta e
derivata dal dominio dell’umano da parte dell’umano e che solo eliminando le
gerarchie sociali - di genere, razza, orientamento sessuale, età e status,
avremmo potuto iniziare a risolvere la crisi ambientale. Sosteneva, contro
Marx, che la vera libertà non sarebbe stata real izzata semplicemente
eliminando la società di classe; comportava l’eliminazione di tutte le forme di
dominio. «Tragicamente», osservò in seguito, "il marxismo praticamente
mise a tacere tutte le precedenti voci rivoluzionarie per più di un secolo e
mantenne la storia stessa nella morsa gelida di una teo- ria dello sviluppo
notevolmente borghese basata sul dominio della natura e sulla centralizzazione
del potere." Mio padre ha iniziato a elaborare queste idee in una serie di
articoli a metà degli anni ‘60 con titoli come Post-Scarcity Anarchism
(L’anarchismo nell’età dell'abbondanza, Milano 1979), Toward a liberatory
technology (Verso una tecnologia liberatoria) e Listen Marxist (Ascolta,
marxista!); saggi che hanno guidato una giovane generazione di attivisti contro
la guerra verso una com- prensione più profonda dei mali sociali che chiedevano
un nuovo ordine sociale. Durante questo periodo, ha discusso con e influenzato
molte figure significative a sinistra, da Eldridge Cleaver e Daniel Cohn-Bendit
a Herbert Marcuse e Guy Debord. Ha spinto i rivoluzionari francesi degli eventi
del maggio 1968 a non arrendersi agli sforzi del Partito comunista per
corrompere il movimento stu- dentesco; ha spinto i leader del Partito della
Pantera Nera come Cleaver e Huey Newton ad abbandonare la loro adesione al
dogma maoista che le rivoluzioni sono fatte da quadri disciplinati guidati da
una leadership centralizzata; e in- contrò Marcuse per esortare il veterano
teorico critico marxista ad abbracciare una più profonda coscienza ecologica.
Nel corso degli anni, alcune delle teorie di Bookchin sui gruppi di affinità,
le assemblee popolari, l’eco-femminismo, la democrazia di base e la necessità
di eliminare la gerarchia furono riprese dalla campagna antinucleare, dagli
attivisti antiglobalizzazione e, infine, dal movimento Occupy. Questi gruppi
hanno in- corporato le idee di mio padre - spesso inconsapevoli della loro
origine, forse - perché offrivano modi di agire e di organizzazione che
prefiguravano il cambia- 8CHAPTER 1. COME LE IDEE DI MIO PADRE HANNO AIUTATO I
CURDI A CREARE UNA N mento sociale che cercavano. Negli anni ’80, il suo lavoro
stava influenzando i movimenti verdi in Europa. Oggi, un movimento
«municipalista» basato sulle sue idee sta prendendo piede nelle città di tutto
il mondo. Prima del Rojava, tuttavia, il nome di Murray Bookchin veniva
raramente menzionato nelle notizie mainstream. Mio padre si trasferì dal Lower
East Side di New York al Vermont nel 1971. Aveva cinquant’anni. Lui e Beatrice,
mia madre, avevano divorziato dopo dod- ici anni di matrimonio, ma continuò a
vivere con lei per molti anni e rimase il suo compagno politico e confidente
per il resto della sua vita. Nel Vermont, divenne attivo nel movimento
antinucleare, mentre guidava l'opposizione agli sforzi dell’allora sindaco di
Burlington, Bernie Sanders, per mettere un enorme sviluppo commerciale sul
lungomare di Burlington. Insieme, i miei genitori hanno iniziato i Burlington
Greens, uno dei primi movimenti comunalisti negli Stati Uniti. Ed è stato nella
loro casa di Burlington che ha scritto il suo magnum opus, The Ecology of
Freedom (L’ecologia della libertà, Milano 1986), pubbli- cato nel 1982 e
tradotto in turco dodici anni dopo. In esso, mio padre ha tracciato il disastro
della gerarchia dalla preistoria al pre- sente, esaminando l’interazione tra
ciò che ha definito l’ «eredità del dominio» e l’«eredità della libertà» nella
storia umana. Accanto alla tendenza della civiltà umana a diventare più
socialmente stratificata, che ha creato grandi disug- uaglianze e ha dato
potere indebito agli stati nazionali, ha sostenuto, che esisteva una ricca
tradizione di libertà, dalla sua prima apparizione come una parola in tavolette
cuneiformi sumeriche, al suo utilizzo da filosofi come Agostino e la sua
comparsa nell’anti-statalista, pensiero utopistico radicale di pensatori come
Charles Fourier. Quel lascito di libertà offre una visione parallela del
potenziale sviluppo dell’umanità che sfida la saggezza accettata da Marx che lo
stato e il capitalismo erano «storicamente necessari» per il progresso della
società verso il socialismo. Non solo erano inutili, sosteneva mio padre, ma la
classica cre- denza marxiana nel ruolo storico “progressista” del capitalismo
aveva ostacolato la formazione di una sinistra veramente libertaria. Ocalan
legge The Ecology of Freedom e concorda con la sua analisi. Nel suo libro In
Defense of the People, pubblicato in tedesco nel 2010 (di prossima pub-
blicazione in inglese) ha scritto: "Lo sviluppo dell’autorità e della
gerarchia prima ancora che emergesse la soci- età di classe è una svolta
significativa nella storia. Nessuna legge della natura richiede che le società
naturali si trasformino in società gerarchiche basate sullo stato. Al massimo
potremmo dire che potrebbe esserci una tendenza. La cre- denza marzista che la
società di classe è inevitabile è un grosso errore." Illustrando gli
esempi di egualitarismo e mutuo appoggio che caratterizzavano le società
primitive, mio padre sostenne che il capitalismo non era l’inevitabile prodotto
finale della civiltà umana. Ha suggerito che un recupero degli impulsi verso la
cooperazione, l’aiuto reciproco e la sostenibilità ecologica potrebbe es- sere
raggiunto in una società moderna costruendo un’economia morale ed ecolog- ica
basata sui bisogni umani, promuovendo tecnologie in grado di decentralizzare le
risorse, come l’energia solare ed eolica, e costruire assemblee democratiche di
base che responsabilizzino le persone a livello locale. L’enfasi di mio padre
sulla gerarchia divenne un aspetto distintivo degli sforzi di Òcalan per
ridefinire il problema curdo. In The Roots of Civilization, il primo volume
pubblicato di scritti carcerari di Òcalan, anche lui ha tracciato la storia
delle prime società comunitarie e la transizione al capitalismo. Come Bookchin,
ha celebrato la formazione delle società primitive in Mesopotamia, la culla della
civiltà e la culla dell’arte, la lingua scritta e l’agricoltura. Ci ha
ricordato che i potenti legami di parentela che restano un elemento fisso della
vita familiare curda — i rapporti tradizionali di famiglie allargate e cultura
popolare — possono fornire le basi per una nuova società etica che fonde i
migliori aspetti dei valori dell’Illuminismo con una comunalista ed ecologica
sensibilità. Ocalan va oltre a Bookchin nel significato che attribuisce al
patriarcato. Mio padre aveva esaminato il modo in cui le gerarchie provenivano
dal bisogno degli anziani nella società di conservare il loro potere mentre
invecchiavano istituzion- alizzando il loro status sotto forma di sciamani e in
seguito di sacerdoti, un pro- cesso che includeva il dominio delle donne da
parte degli uomini. Òcalan, tut- tavia, vede il patriarcato come una
caratteristica distintiva della civiltà umana. «La storia di civiltà di 5.000
anni è essenzialmente la storia della schiavitù della donna», ha scritto in un
opuscolo intitolato Liberating Life: Woman’s Revolu- tion (pubblicato in
inglese nel 2013). «La profondità della schiavitù della donna e il
mascheramento intenzionale di questo fatto sono quindi strettamente colle- gati
all’ascesa all’interno di una società di potere gerarchico e statalista». An-
nullare questi consolidati rapporti istituzionali e psicologici di potere, a
giudizio di Ocalan, richiede una nuova visione di società. E una profonda resa
personale da parte degli uomini. L'interesse di Òcalan per la liberazione delle
donne precedette il suo tempo a Imrali e non fu mai semplicemente una questione
teorica. Alla fine degli anni 80 e all’inizio degli anni ’90, le donne curde
provenienti dalla Siria e dalla Turchia, dove stavano subendo una repressione
particolarmente dura da parte dello stato turco, si stavano unendo al PKK in
numero crescente. Lasciando i loro villaggi e città per recarsi nei campi di
addestramento del PKK nella Valle della Bekaa in Libano e nelle montagne Qandil
dell'Iraq, queste donne hanno contribuito a gonfiare le fila dei combattenti
del PKK a 15.000 entro il 1994, con donne che rappresentano circa un terzo
della forza. In linea con la spinta del PKK sullo studio e l’istruzione, queste
donne, mentre si allenavano come guerrigliere, leggevano anche testi femministi
e altri testi radicali. Ocalan, che stava già rivalutando il problema della
personalità del “maschio dominante” nel PKK, ha sostenuto le loro richieste di
uguali diritti, un’organizzazione separata della milizia e le proprie
istituzioni. Come spiega Meredith Tax nel suo recente libro A Road Unforeseen:
Women Fight the Islamic State, la creazione di unità PKK interamente femminili
è stata fondamentale per «dare alle donne la fidu- cia e l’esperienza di
leadership per fare il salto in un corpo armato femminile completamente
separato». Come Bookchin anni prima, Òcalan si era anche disilluso del
socialismo di stato. «Non guardare l'Unione Sovietica come il Dio del
socialismo e l’ultimo Dio in 10CHAPTER 1. COME LE IDEE DI MIO PADRE HANNO
AIUTATO I CURDI A CREARE UNA questo», ha detto a un intervistatore nel 1991.
«Il sogno di un’utopia socialista non è solo marxista-leninista. È vecchio come
l’umanità». Sempre più per- suaso che lo stato stesso fosse il problema, iniziò
a riconsiderare l’obiettivo del suo movimento non come una nazione curda ma
come un'entità democratica autonoma e auto-governata all’interno di una
federazione che dava una simile autonomia a tutti i suoi gruppi di soggetti: un
tipo di sistema politico molto diverso da quelli finora esistenti in Medio
Oriente o quasi ovunque. «Lo stato-nazione ci rende meno che umani», ha scritto
Bookchin nel suo saggio del 1985 Ripensare l’etica, la natura e la società.
"Ci tormenta, ci blocca, ci disimpegna, ci beve della nostra sostanza, ci
umilia e spesso ci uccide nelle sue avventure imperialiste [...] Noi siamo le
vittime dello stato-nazione, non i suoi costituenti, non solo fisicamente e
psicologicamente ma anche ideologicamente." Ocalan è venuto a condividere
questo punto di vista; nel 2005, ha emesso una Dichiarazione secondo cui «la
radice politica della soluzione della nazione demo- cratica è il confederalismo
democratico della società civile, che non è lo stato». Piuttosto, deve essere
basato sulla «unità comune», un sistema ecologico, sociale e la costruzione
economica che non «mira a fare profitto», ma piuttosto soddisfa i bisogni
collettivamente determinati delle persone che vivono lì. Il documento è servito
come una visione che sperava sarebbe stata abbracciata da tutto il Kurdistan,
compresi i 6 milioni di curdi in Iran e un numero simile in Iraq. Qui, Ocalan
ha fatto eco al programma di mio padre in The Rise of Urbanization and the
Decline of Citisenship (in seguito intitolato Urbanizzazione senza città [??]),
che Ocalan aveva letto in prigione e raccomandato ai sindaci del Bakur nel
sud-est della Turchia. In questo volume, mio padre ha tracciato la storia della
megalopoli urbana, da Atene alla Comune di Parigi e oltre, nel tentativo di
“riscattare la città, di visualizzarla non come una minaccia per l’ambiente ma
come un uomo unicamente umano, etico, e la comunità ecologica "che
potrebbe essere reclamata come il luogo di una nuova politica di democrazia
dell’assemblea; un’arte in cui ogni cittadino è pienamente consapevole del
fatto che la sua comunità affida il suo destino alla sua probità morale e alla
sua razion- alità." «La città», ha scritto, deve essere "concepita
come un nuovo tipo di unione etica, una forma umanamente ridimen- sionata di
empowerment personale, un sistema partecipativo, anche ecologico di processo
decisionale, e una fonte distintiva di cultura civica." E sosteneva che
praticando una politica radicale basata sulla municipalità, le persone possono,
in effetti, creare una nuova società democratica all’interno del guscio del
vecchio controllo del retroscena dallo stato centrale. Queste idee
«comunaliste» sono state messe in pratica nei villaggi e nelle città della
Federazione democratica della Siria settentrionale. Un elaborato sistema di
democrazia dei consigli comincia a livello della «comune» (insediamenti che 11
comprendono tra le trenta e quattrocento famiglie). La comune invia delegati al
consiglio del quartiere o del villaggio, che a sua volta invia i delegati al
livello del distretto (o città) e infine alle assemblee regionali. I cittadini
fanno parte di comitati per la salute, l’ambiente, la difesa, le donne,
l’economia, la politica, la giustizia e l’ideologia. Tutti hanno il diritto di
dire. E in linea con le idee di Ocalan su questioni relative alle donne, i
consigli delle donne hanno il potere di scavalcare le decisioni prese da altri
consigli quando la questione riguarda specificamente gli interessi delle donne.
Sebbene il PKK rimanga la principale forza di opposizione per la maggior parte
dei curdi che si oppongono alle politiche del presidente Erdogan in Turchia, vi
sono state divisioni all’interno del movimento, in particolare a metà degli
anni 2000, quando Òcalan iniziò ad applicare sul serio il confederalismo demo-
cratico. Eppure è una testimonianza del carattere della sua leadership, che ha
sopportato quasi due decenni di prigionia, e una grande maggioranza del popolo
curdo ha seguito la strada che ha tracciato. Nonostante ciò, il PKK rimane
sulle liste nere terroristiche mantenute dagli Stati Uniti e dall'Unione
Europea, e i media occidentali inspiegabilmente persistono nel chiamare Òcalan
e il «marxista-leninista» del PKK più di un decennio dopo che l’ideologia è
stata formalmente rinunciata, sia in pratica che in migliaia di pagine degli
scritti di Ocalan. Al momento delle elezioni della Turchia del giugno 2015, il
PKK aveva dichiarato un cessate il fuoco unilaterale e le prove del suo impegno
per la democrazia di base erano in piena fioritura nei villaggi e nelle città
curde della Turchia sud- orientale, dove le donne lavoravano come co-sindaci e
prestavano servizio in tutte le aree dell’amministrazione della città. Nelle
elezioni, il partito HDP a guida curda ha vinto il 13% dei voti, diventando
così il terzo partito più grande del parlamento turco. Riassumendo, Erdogan ha
fermato i negoziati di pace iniziati con Ocalan nel 2013 e ha lanciato un
assalto duraturo nella regione curda. La campagna militare e la resistenza del
PKK hanno portato alla morte di centi- naia di persone, con altre migliaia di
detenuti, tra cui Selahattin Demirtas, il leader carismatico dell’HDP, che ora
sta concorrendo per presidente dalla sua cella in prigione nell’elezione
improvvisa chiamata da Erdogan per il 24 giugno. Il 24 maggio, il Tribunale dei
popoli, con sede a Roma, istituito nel 1979 per continuare il lavoro del
Tribunale Russell (che aveva indagato sui crimini di guerra in Vietnam), ha
stabilito che il PKK non era un gruppo terroristico ma combattente in un
«Conflitto armato non internazionale» e ha dichiarato Er- dogan personalmente
colpevole di crimini di guerra contro il popolo curdo per non aver aderito alle
Convenzioni di Ginevra per un periodo di diciotto mesi tra il mese di giugno
2015 ed il gennaio 2017. In una decisione annunciata al Parlamento europeo in
Bruxelles, il tribunale ha anche dichiarato la Turchia colpevole di operatività
sotto falsa bandiera, «assassini mirati, esecuzioni ex- tragiudiziali,
sparizioni forzate», distruggendo le città curde e spostando fino a 300.000
civili, e «negando al popolo curdo il diritto all’autodeterminazione imponendo
l’identità turca e reprimendo la sua partecipazione alla vita politica,
economica e culturale del Paese». Il Tribunale ha sollecitato l’immediata
ripresa dei negoziati di pace con i curdi in Turchia e ha anche invitato la
Turchia a in- 12CHAPTER 1. COME LE IDEE DI MIO PADRE HANNO AIUTATO I CURDI A
CREARE UNA terrompere tutte le operazioni militari contro i curdi in Siria.
L’insistenza della Turchia sul fatto che anche i curdi siriani siano
«terroristi» a causa della loro appartenenza ideologica a Òcalan ha costretto
gli Stati Uniti a camminare su una linea sottile, sostenendo le YPG e YPJ come
parte delle forze democratiche siriane, e negando i loro legami con il PKK, pur
sostenendo che il PKK in Turchia è un gruppo terroristico. Il risultato è stato
che mentre i fun- zionari militari statunitensi supportano i curdi come “i
nostri migliori partner sul terreno” nella lotta contro l’ISIS, in Siria, il
Dipartimento di Stato ha chiuso un occhio sulle inesorabili violazioni dei
diritti umani di Erdogan, riecheggiando la sua retorica che il PKK dev'essere
distrutto, una politica che il popolo curdo dice essere un’approvazione tacita
di una guerra contro tutti i curdi. Questa politica statunitense, insieme al
quasi-silenzio dei leader americani ed europei sull’assalto del governo turco
contro i suoi cittadini curdi tra il 2015 e il 2017, potrebbe aver incoraggiato
Erdogan a inviare le sue forze e le milizie dell’ex esercito libero siriano —
inclusi jihadisti ed ex Combattenti dell’ISIS — nel can- tone di Afrin in Siria
il 20 gennaio. Circa 170.000 persone sono state sfollate da Afrin; molti sono
senzatetto e dormono all’aria aperta. Quello che un tempo era un paradiso di
pace e multiculturalità, un luogo in cui le donne detenevano il 50% degli
uffici pubblici, è ora sotto assedio. Vi sono state segnalazioni di rapimenti
di donne e ragazze, di espulsione di curdi dalle loro case e attività
commerciali, e della parziale imposizione della legge della Sharia. In questo,
la Turchia ha ricevuto il tacito sostegno dagli Stati Uniti, che si sono
rifiutati di opporsi a Erdogan a nome dei suoi alleati curdi. La devastazione
che ne deriva è stata tristemente sottovalutata dai media americani. Mio padre
è morto il 30 luglio 2006, all’età di ottantacinque anni, circa due anni dopo
che gli intermediari di Òcalan l’avevano contattato. L’artrite gli aveva reso
impossibile di sedersi davanti a un computer e digitare, quindi la sua
corrispon- denza con Ocalan finiva dopo lo scambio di un paio di lettere da
entrambe le parti. Nella sua ultima lettera, mio padre ha inviato i suoi
migliori auguri a Ocalan e ha scritto: "La mia speranza è che il popolo
curdo possa un giorno essere in grado di creare una società libera e razionale
che permetta al loro splendore ancora una volta di prosperare. Hanno la fortuna
di avere un leader del talento di Ocalan per guidarli." Alla morte di
Murray Bookchin, il PKK pubblicò una dichiarazione di due pagine che lo
chiamava «uno dei più grandi scienziati sociali del ventesimo secolo». «Ci ha
introdotto al pensiero dell’ecologia sociale, e per questo verrà ricordato con
gratitudine dall’umanità», hanno scritto gli autori della dichiarazione. «Ci
im- pegniamo a far vivere Bookchin nella nostra lotta. Metteremo questa promessa
in pratica come la prima società che stabilisce un tangibile confederalismo
demo- cratico». Se mio padre fosse vissuto per vedere le sue idee realizzate in
Rojava e nel sud-est della Turchia, sarebbe stato profondamente commosso nel
sapere che il suo spirito rivoluzionario era rinato tra una generazione del
popolo curdo. Avrebbe preso a cuore il fatto che la Rojava fosse un altro
esempio storico del 13 desiderio di libertà che lui stesso sentiva così
profondamente e al quale ha ded- icato la sua vita. 14CHAPTER 1. COME LE IDEE
DI MIO PADRE HANNO AIUTATO I CURDI A CREARE UNA Chapter 2 L’eccedenza anarchica
in Kurdistan Salvo Vaccaro Quando David Graeber, noto intellettuale anarchico,
fine antropologo e at- tivista nei movimenti sociali americani di Occupy Wall
Street, ha presentato su «The Guardian» dell’8 ottobre 2014 [1] l'esperimento
rivoluzionario nel Ro- java degno di paragone con la rivoluzione spagnola del
1936-37, avendone tratto l’insegnamento da suo padre che vi combatté in
condizioni, queste sì, veramente analoghe con la guerra nel Kurdistan, ci siamo
chiesti se si trattava di un ab- baglio da troppa distanza o da troppa
vicinanza simpatetica, e anche se tale appello militante era all’origine del
movimento solidale che ha mosso i corpi e le menti di tanti anarchici e
anarchiche che da ogni parte del mondo si sono recati, e spesso hanno perso la
vita, in Rojava per contribuire non solo e non tanto alla resistenza kurda
contro Daesh prima, e poi contro i turchi, quanto e soprattutto per apportare
il loro sostegno fattivo alla rivoluzione in corso. È fuor di dubbio infatti la
presenza anarchica nel Kurdistan e nel Bakur, seg- nata doppiamente dalla
volontà combattente nelle milizie kurde da un lato, e dall’idea di comprendere
in maniera solidale e partecipata le dinamiche del Confederalismo democratico i
cui processi locali, i cui ideali di trasformazione antiautoritaria della
società sono diventati patrimonio collettivo, a prescindere — si direbbe — dal
reale grado di rottura rivoluzionaria impressa nel corpo vivo dell’esistenza
associata degli uomini e delle donne kurde in Rojava, anche a causa del duro
conflitto che ne ha minato gli sforzi e forse ridimensionato gli esiti, visto
che l’esperimento innovativo si è dispiegato in condizioni non certo favorevoli,
in cui ogni errore poteva essere fatale a costo della vita [2]. Ovviamente
qualcosa stride e sollecita una interrogazione critica seppur solidale. E non
si tratta della difficile coniugazione tra sperimentazione rivoluzionaria e
guerra, visto che l'esempio spagnolo a noi molto caro ci restituisce l’analogia
in modo più chiaro e già affrontato in sede critica nelle innumerevoli inchi-
15 16CHAPTER 2. L’ECCEDENZA ANARCHICA IN KURDISTANSALVO VACCARO este storiche,
nelle ricostruzioni a posteriori condotte dagli stessi protagonisti di allora.
No, quel che stride è il fatto che tanti anarchici e anarchiche hanno
considerato il Confederalismo democratico molto vicino all’ideale anarchico e
libertario, ben prima di una ricognizione sul campo; e stride ancora il fatto
che, a differenza della simpatia con lo zapatismo a cavallo di millennio in
Chiapas oggi la presenza in Rojava è visibile e numerosa, mentre pochi si sono
adden- trati nelle foreste del meridione messicano per riunirsi e radicarsi tra
gli indi- geni, nonostante i raduni, i convegni e le “tournée” in Chiapas di
tanti attivisti di mezzo mondo negli anni d’oro del sub-comandante Marcos e dei
caracoles indigeni [3]. In effetti, ciò che l’appello di Graeber trascurava nel
raffronto più o meno plausibile tra Spagna ’36 e Rojava ‘14 — ma i confronti
storici sono sempre artifici retorici per motivare l’oggi, più che per leggere
il passato — era la lunga tradizione anarchica e libertaria nella penisola
iberica sin dalla penetrazione della 1 Internazionale sotto il segno
dell’influenza bakuniniana che poi diede luogo alla nascita del potente
sindacato della CNT cui si affiancò il movimento specifico della FAI; solo in
tal modo si può capire l’insurrezione rivoluzionaria del luglio ’36 a Barcelona
e dintorni, la resistenza contro il fascismo locale e il nazi-fascismo europeo,
nonché contro lo stalinismo interno ed esterno, non solo con le armi ma con
l’autogestione operaia, la collettivizzazione delle terre, l'emancipazione
femminile, e via dicendo. Insomma, decenni di penetrazione di idee anarchiche e
di pratiche libertarie confluiscono nella rivoluzione spagnola del 1936-37 che
resiste al golpe e attua un sommovimento nelle vite quotidiane di milioni di
spagnoli. Tutto ciò non è avvertibile nella tradizione kurda, almeno per il
livello di conoscenza che abbiamo dello stile comunitario dei villaggi, né nel
percorso politico delle frange più combattive del popolo kurdo, attorno al PKK
del leader ancora oggi osannato “Apo” Ocalan. Peraltro pesa su tale condizione
la frammentazione della popolazione, della nazione kurda come la si immagi-
nava politicamente per tutto lo scorso secolo, in tanti stati (Siria, Turchia,
Iraq, Tran) all'indomani del primo conflitto mondiale, quando le potenze
vincitrici si sono spartite le spoglie dell’Impero ottomano riconfigurando il
dominio nell’area geopolitica medio-orientale tramite i Mandati coloniali, a
eccezione della Turchia che con Ataturk eredita il cuore dell’impero diventando
uno stato laico nazionale e quindi ostile alla compresenza di altre nazionalità
quali i kurdi. Presi in giro nel 1920 a Sèvres, i kurdi si ritrovano con i
Trattati di Losanna nel 1923 separati e divisi, assoggettati a mandati
differenti e, in prospettiva, con l’indipendenza post-coloniale seguita al
secondo conflitto mondiale, dominati da stati nazion- ali diversi e considerati
sempre scomodi, disomogenei alla nazionalità egemone, pericolosi perché
potenzialmente secessionisti, combattuti in ogni modo negando loro ogni libertà
e ogni diritto: facoltà linguistica, capacità costruttiva di una propria
identità, mezzi di comunicazione comune, forza politica, rappresentanza e voce
sia pure locale [4]. Il nazionalismo kurdo così si ergeva a bandiera
dell’emancipazione della nazione, là dove élites locali non riuscivano a
integrarsi trovando un accomodamento con i leader politici nazionali egemoni,
ritagliandosi un minimo di autonomia ter- ritoriale da tutelare con la forza
delle armi e del compromesso politico, specie 17 in Iraq, in Iran e in Siria,
ma affatto in Turchia, dove la repressione è sempre stata feroce. L'emergenza
del PKK sotto la carismatica leadership di Ocalan e delle forze di guerriglia è
avvenuta all’insegna dei movimenti di liberazione nazionale tipici degli anni
60 e ‘70 del XX secolo, ispirati al socialismo reale della madre-patria
esemplare, ossia l’URSS, che elargiva soldi, armamenti e mezzi di autodifesa,
nonché un apparato ideologico di salvaguardia che fungeva da spina dorsale
della rigida organizzazione marxista-leninista del PKK stesso (con incursioni
nel maoismo). Questo mondo, questa forma di istanza nazionale indipendentista,
gravata dal fallimento reiterato dappertutto e alimentata dalle divisioni în
seno alle forze politiche kurde, ormai fratturate in linea con le
frammenfazioni statuali di rifer- imento (specialmente in Iraq, in Iran e in
Turchia), è venuto meno clamorosa- mente e fragorosamente nel giro di un
biennio, dalla caduta del muro di Berlino nel novembre del 1989 alla scomparsa
della bandiera rossa sovietica a fine dicem- bre 1991. A questo punto Ocalan
capisce che è venuto il momento di mutare strategia, di cercare un dialogo con
le autorità turche rinunciando al sogno della riunificazione nazionale dei
kurdi, nonché abbandonando la guerriglia. Il suo arresto nel 1999 gli è fatale,
l’invasione americana in Iraq nel 2003 acuisce le divisioni tra i peshmerga
iracheni e filo-iraniani che ricevono un simbolico riconoscimento nell’Iraq
post-Saddam, mentre il PKK resta isolato e sempre più represso in Turchia. Ma è
soprattutto il collasso ideologico a preoccupare Ocalan, capendo come senza
ideologia (leninista) la ferrea organizzazione che dirige anche dalla galera
sarebbe destinata a collassare. È in questa acuta congiuntura storica e
post-ideologica che Ocalan incontra Bookchin, o meglio i suoi testi, nel
frattempo tradotti in turco per via della crescente influenza libertaria e
anarchica in Turchia, anche veicolata dallo stesso Bookchin negli anni in cui
girava le sedi anarchiche e libertarie europee negli anni ‘90 dello scorso
secolo. La compagna di allora, Janet Biehl, ci ha narrato i tentativi mediati
di contatto tra Ocalan e Bookchin stesso da vivo, senza al cun successo per via
delle precarie condizioni di salute dell’anziano intellettuale americano,
nonché il tributo alla sua morte dato dal Congresso del PKK nel 2006 [5]. La
lettura di Bookchin da parte di Ocalan segna l’opportunità per il cambio di
strategia ideologica e politica del PKK, impossibilitato ormai ad appoggia- rsi
a potenze estere per una tutela peraltro rivelatasi effimera — mentre altri
leader kurdi non esistano a cambiare cavallo e a legarsi più o meno da vassalli
all’egemonia unipolare statunitense — e bisognoso di trovare un altro collante
ideologico per un partito e un’area di riferimento orfani del marxismo-leninismo.
Il municipalismo libertario di Bookchin si offre così alla riscrittura di
Ocalan in termini di Confederalismo democratico, in termini di autogoverno
locale in as- senza di una aspirazione di indipendenza nazionale, in termini di
autogestione della vita collettiva in senso orizzontale e virtualmente
anti-autoritario, in ter- mini di emancipazione della donna in quanto al ruolo
politico da giocare ben al di fuori dalla liberazione dal focolare domestico e
dal paternalismo autoritario della famiglia tradizionale. Questa conversione di
180 gradi o giù di lì, dettata dalla galera nell’isola di Imrali in numerosi
opuscoli e libri che ben presto vengono tradotti in inglese e 18CHAPTER 2.
L’ECCEDENZA ANARCHICA IN KURDISTANSALVO VACCARO veicolati ben oltre l’isolamento
in cui la questione kurda era relegata a inizio di millennio, viene effettuata
e irradiata dal leader "maximo" sino all’ultimo dei militanti con
presa altrettanto ferrea da parte del carisma di “Apo”, anche se at- tutita dal
progressivo rilascio della forma-partito tipica del marxismo-leninismo e
dall’affermazione di esperienze organizzative locali che innovano la classica
gerarchia di partito per dare spazio a forme orizzontali di attivismo politico
e soprattutto sociale. E il bello è che in tutti gli scritti di Ocalan, il nome
di Bookchin non compare mai, né la definizione originaria di municipalismo
liber- tario (ritradotta appunto con Confederalismo democratico), e men che
meno il lemma di anarchia, di anarchismo [6].... Bisogna allora dedurre che il
libertarismo espresso più o meno solidamente in Rojava è frutto di mero
tatticismo politico da parte del PKK e del suo leader? Sarebbe sufficiente
replicare che a passare per libertari, storicamente, non ci si guadagna granché
o niente... È plausibile, da un lato, che la posizione anarchica o meglio, più
sfumatamente libertaria, rinvenibile non tanto nelle dichiarazioni e negli
scritti di “Apo”, quanto nelle pratiche sociali e politiche nel Kurdistan e nel
Bakur in fiamme, risulti a inizio del XXI secolo come quella proposta po-
litica, di emancipazione sociale, di ideale collettivo, meno usurata dal tempo,
meno contaminata dalla corruzione, più idonea ai tempi attuali, più aperta alle
aspettative diffuse in buona parte del mondo, maggiormente coerente con le
ansie e le speranze di popoli già sin da troppo tempo oppressi e sfruttati, e
pertanto desiderosi di investire le proprie energie in direzione di una libertà
e di una libertà di segno anarchico. Anche senza conoscere nulla di anarchismo
in quanto dottrina politica. Dall’altro, in questi ultimi cinquant’anni, dal
’68 in poi per intenderci, le pratiche libertarie in campo sociale, nella
dimensione organizzativa della politica, nell'immaginario collettivo, nelle
contro-istituzioni (scuola, sanità, urbanizzazione, agricoltura, ecc.),
esprimono quanto di meglio e ulteriormente perfezionabile l’inventività umana
ha saputo rinvenire per rendere coerente i mezzi di liberazione con la voglia
“estrema” di libertà sotto qualunque latitudine e in qualunque contesto di
civiltà in cui essa si declina, anche senza assumere il nome di anarchia. E
quindi anche in Kurdistan oggi, come ieri in Chiapas. Le donne sono spesso
l’agente sociale prioritario per veicolare tali rotture verso tradizioni
inveterate, tanto in campo sociale, quanto nelle forme stereotipate della
politica quotidi- ana. Indubbiamente, l’eguaglianza delle donne non si risolve
con l’opportunità data ad esse di formare il proprio esercito, per così dire,
“di genere”, giacché la militarizzazione mal si declina con la vita, ben al di
qua della parità di genere eventualmente prevista anche ai vertici, consapevoli
che militarismo e patriar- cato condividono una forte genealogia comune [7].
Scontando pure il fatto del culto della personalità di “Apo” ancor oggi
rintrac- ciabile tra i kurdi le cui speranze convergono in quel nome proprio,
occorre considerare la misura e il limite di tale culto nell’affermazione di
pratiche lib- ertarie; è probabile che la guerra incida più del culto, almeno a
breve termine, mentre sarebbe preoccupante se a lungo termine l’egemonia del
leader supremo intacchi le forme orizzontali e decentrate che caratterizzano i
movimenti e gli organismi di base concepiti e attualizzati, tra mille
difficoltà, nel Rojava, per 19 ripristinare una filiera di leadership di
partito. Date le condizioni prossime alla sconfitta del modello sperimentale di
confederalismo democratico da parte delle potenze belliche, non è ingeneroso
sospendere il giudizio, senza attenuare la spia di rilevamento dell’insidia e
senza pre-giudicare aprioristicamente le eventuali evoluzioni della
sperimentazione sociale su scala. A rafforzare tali auspicabili evoluzioni, a
oggi pessimisticamente percepibili, può soccorrere la solidarietà
internazionale verso l’afflato libertario che indi- rettamente si richiama al
pensiero e agli scritti di Murray Bookchin, seppure praticati su un territorio
diverso dal New England americano sul quale riponeva il proprio modello di
municipalismo libertario l’attivista anarchico. È ovvio che quella proposta di
Bookchin può funzionare laddove il decentramento am- ministrativo e politico si
salda con una tradizione di autonomia de facto, se non minimamente de jure,
cosa che può avvenire negli usa in cui la distanza tra la capitale e la
periferia si misura non tanto in migliaia di miglia, quanto in universi sociali
e politici, nonché in termini di relazione politica tra centro e periferia ben
diversa dal modello accentrato europeo, dove, ad esempio, un modello di
municipalismo libertario applicato al contesto italiano (e francese) dovrebbe
fare immediatamente i conti con la figura del prefetto, rappresentante del e
controllore per conto del governo centrale dei limiti di compatibilità di una
politica locale autonoma rispetto al quadro normativo nazionale. Certo, in un
contesto di frantumazione di un ordine politico, in presenza di eventi più o
meno rivoluzionari, o almeno di conflitto acceso e di ribellione sociale,
quell’idea di Bookchin può trovare fertile adattamento anche in contesti
diversi e con forme realizzative appositamente declinate. Indubbiamente questa
prima considerazione gioca un ruolo importante nella scelta compiuta da tanti
compagni e compagne anarchiche e non solo di accor- rere in Rojava a mettere in
gioco la propria esistenza per un ideale, per così dire, spendibile altrove
rispetto al baricentro delle loro vite. Non capita spesso di assistere al
collasso, implosivo o esplosivo secondo i casi, di un ordine politico che si
presta alla costituzione di un campo sociale in tensione su cui investire en-
ergie rivoluzionarie, accanto insieme ad altre forze invece conservatrici e
persino reazionarie. Si apre un immaginario radicale che trova uno spiraglio di
con- cretezza altrove non dato. La provenienza della solidarietà fattiva
internazionale è indicativa in effetti non solo della capacità di attrazione
che il campo kurdo esercita nel momento rivoluzionario e bellico insieme, ma
anche della cupezza dei tempi e delle condizioni sociali e storiche dalle parti
per così dire occiden- tali, in cui l'immaginario sovversivo, pur presente, è
tuttora condannato alla ineffettività, dopo il decennio cosiddetto no-global la
cui onda lunga sembra es- sersi chiusa con i movimenti civici degli Indignados
spagnoli (anteriori alla scelta elettoralistica di Podemos) e di Occupy Wall
Street. In altri termini, il Rojava libertario ci dice di più in relazione al
resto del mondo, all’occlusione neoliberale degli orizzonti di libertà e di
eguaglianza, al ripiegamento neo-individualistico o addirittura solipsistico che
contrassegna non solo l’homo oeconomicus, ma oggi addirittura l’umanità delle
società neoliberali, la biopolitica necrofila che tanto osserviamo nella
cronaca nera degli omicidi-suicidi, dei femminicidi, della vio- lenza giovanile
sotto forma di bullismo, in cui l’arroganza e la brutalità cela una 20CHAPTER
2. L’ECCEDENZA ANARCHICA IN KURDISTANSALVO VACCARO fragilità di fondo dettata
in buona sostanza dalla recisione di ogni legame sociale e dalla gettatezza del
singolo di fronte a un percorso accidentato e precario che mina ogni certezza
psicologica individuale, deprivata del sostegno collettivo. Riscoprire il
momento collettivo, recuperare la propria singolarità nell’ambito di una
relazione plurale che è costitutiva del nostro essere al mondo (banalmente,
senza necessità di scomodare Hannah Arendt!), riprendere le sorti della pro-
pria vita in uno spazio pubblico denominato politica, tutt’affatto identificato
e identificabile con la corruzione e la concussione, il malaffare e
l’immoralità per- manente, la conquista del potere e la pratica
dell’emarginazione discriminante dell’avversario, ecco ciò che viene a
valorizzarsi nell'evento rivoluzionario, sia pure in un quadro fortemente
condizionato dalla messa a rischio della vita. Beninteso, la sperimentazione
collettiva che a livello sociale e non solo isti- tuzionale si gioca in Rojava
mal si concilia, come detto, con il culto della per- sonalità di “Apo” che
catalizza le speranze dei kurdi verso quel totem magico che rassicura della
bontà del percorso sperimentale perché sorto non solo per necessità
geopolitiche e per sensibilità verso i tempi che urgono in direzione di
metodologie libertarie e orizzontali, ma anche e soprattutto perché sospinto
dal leader supremo dell’intera popolazione kurda. Anche se l’orizzonte della
nazione sembra ridimensionarsi, almeno tatticamente nel breve e nel medio
periodo. Certo, per qualcuno l’investimento nel Kurdistan e nel Bakur
rappresenta un training personale chissà quando utilizzabile in un futuro che
magari auspica- bilmente non si rinvia a un lontano futuro. Una sorta di
palestra per ulteriori momenti, chissà mai si dovesse replicare in
“patria" quanto sta accadendo fuori patria. E in questa evenienza, si
insinua una certa mistica delle armi e della violenza rigenerativa e
“vincente”, insomma quella “giusta” perché dalla parte giusta della storia,
verso la quale l’adrenalina che indubbiamente scorre quando si mette in gioco
in prima persona la propria vita non ne facilita l'immunità criticamente
acquisita negli anni nel corso delle innumerevoli tappe del conflitto sociale.
Ossia il difficile tentativo, teorico e soprattutto pratico, di considerare
l’inevitabilità della violenza nella sua massima illegittimità, senza
legittimarla mai. Ovviamente non è certo in discussione la difesa tout court
dai fondamental- isti dello Stato islamico o dagli eserciti regolari dello
stato turco o siriano o di qualunque altro stato che usa la potenza militare
quale leva da utilizzare, in caso di successo, per legittimare e legalizzare il
proprio operato. Né è in discus- sione l’irruzione della forza di una società o
di una comunità che voglia istituirsi senza farsi istituire dalla sfera
separata della politica statuale, come ci insegna Castoriadis. È necessario
quindi distinguere forza e violenza, potenza statuale e potenza collettiva e
diffusa e pertanto preoccuparsi dell’insidioso slittamento in una dimensione
palingenetica persino di segno rivoluzionario in cui la narrazione rarefatta
della violenza quale levatrice della storia, si presume benefica, ben si
coniuga con i corpi trucidati, le vite spezzate, qualunque sia il segno sotto
cui la qualità della vita dell’umano dovrà interrompere la lunga catena omicida
e genocidiaria che caratterizza la violenza statuale. Ma si sa, è facile
criticare il feticcio del kalashnikov quando si riflette a migliaia di
chilometri, e si sa altret- tanto che laddove il kalashnikov è stato l’unico
strumento di agitazione, libertà 21 ed uguaglianza non sono mai stati
conseguiti. Nel momento in cui stiamo terminando questo libro, gli eventi
rivoluzionari in Rojava e nel Bakur, già travagliati date le circostanze, si
ritrovano rinchiusi nei propri orizzonti, ottenebrati dalla violenza militare
tesa non solo a sconfiggere per l’ennesima volta le rivendicazioni di libertà e
di autonomia dei kurdi, ma anche a sradicare da una pur minima fetta di terra
quei germogli di libertà ed eguaglianza che, se lasciati sbocciare potrebbero
risultare fecondamente conta- giosi per altre popolazioni, per altre terre, per
altre istanze libertarie, appunto ciò che il dominio statuale, qualunque sia la
sua bandiera, non potrà mai toller- are, temendo giustamente di venire sepolto
dallo spirito anarchico. 22CHAPTER 2. L’ECCEDENZA ANARCHICA IN KURDISTANSALVO
VACCARO Chapter 3 Confederalismo democratico Una pratica di lotta e
organizzazione Raùl Zibechi Quando riceviamo notizie della resistenza kurda a
Kobane e negli altri due can- toni autonomi nella regione del Rojava, in un
angolo della memoria e della coscienza esse ci riportano alla guerra e alla
rivoluzione spagnole. Le comuni egualitarie dell’ Aragona, le dignitose
barricate e l’autogestione a Barcellona, il grido di Buenaventura Durruti nella
difesa di Madrid: «Portiamo dentro di noi un mondo nuovo; e quel mondo sta
crescendo in questo stesso istante». Ritrovo varie similitudini, che sono il
nucleo di molti processi di cambiamento: il popolo in armi, organizzato in
battaglioni popolari; il ruolo di spicco delle donne in tutti gli ambiti e a
tutti i livelli dell’azione collettiva; l’autogoverno con ampia partecipazione;
il fatto che questi cambiamenti emergano durante una guerra, ovvero in una
situazione estremamente critica per la sopravvivenza. Verso luglio-agosto del
2012 nel Rojava, la regione a fianco della Turchia, il regime siriano crolla,
quando la primavera araba, iniziata nel 2011, è duramente repressa dal governo
di Bachar al Assad, originando un conflitto interno con appoggi regionali e
globali. Le grandi potenze sostengono diversi gruppi armati (generalmente
integrati da mercenari) che combattono contro il regime siriano, appoggiato a
sua volta da altre potenze, come l’Iran. Il popolo kurdo è la più grande
nazione del mondo senza stato. I quasi 40 milioni di kurdi vivono in quattro
paesi: Siria, Irak, Iran e Turchia. Occupano un’area di circa 400.000
chilometri quadrati: quasi 200.000 sono nel Kurdistan turco per circa 15
milioni di abitanti, 125.000 chilometri quadrati in Iran per 13 milioni di
abitanti, 60.000 chilometri quadrati in Iraq per otto milioni di abitanti e
circa 12.000 chilometri quadrati in Siria con più di due milioni di abitanti.
23 24CHAPTER 3. CONFEDERALISMO DEMOCRATICOUNA PRATICA DI LOTTA E ORGANIZ I
kurdi furono vittime delle potenze coloniali che all’inizio del xx secolo
firmarono un accordo segreto per dividersi l’Impero Ottomano. Il 16 maggio
1916, nella fase finale della Prima Guerra mondiale, sir Mark Sykes come
rappresentante della Gran Bretagna e Francoise George-Picot come rappresentante
della Fran- cia, si accordarono sulla divisione del Medio Oriente una volta
terminata la guerra. Ciò che oggi è Siria, Libano e il sud della Turchia
restarono sotto il do- minio francese, mentre quello che ora è Giordania e Iraq
fu affidato alla tutela britannica. Nello stesso periodo, si emanò la
Dichiarazione di Balfour (2 novembre 1917) nella quale il Regno Unito decideva
di sostenere la creazione di «un territorio nazionale ebreo» in Palestina. Si
trattò di una lettera del Ministro degli esteri britannico, Arthur Balfour, al
banchiere Lionel Walter Rothschild, un leader della comunità ebrea in Gran
Bretagna, allo scopo di ottenere l'appoggio della Federazione sionista di Regno
Unito e Irlanda. Fino ad oggi le vecchie potenze, alle quali si unirono, dopo
il 1945, gli Stati Uniti e, in minor misura, l'Unione Sovietica, svolgono un
ruolo dominante nel Medio Oriente dove hanno la prece- denza per intervenire
nelle loro antiche colonie. Anche se l’accordo Sykes-Picot, fallì per quanto
riguarda la sua applicazione in Turchia, dove Kemal Ataturk guidò la guerra
d’indipendenza, il resto del trat- tato si applicò nella forma prevista dagli
imperi coloniali, assicurò il dominio francese e britannico, ma procurò altresì
le condizioni degli attuali conflitti. Lo stato kemalista proibì l’uso del
vocabolo Kurdistan, e della sua lingua. I kurdi si dispersero in tutta la
Turchia perché la loro terra fu espropriata attraverso il Trattato di residenza
forzata del 1930. Il popolo kurdo fu considerato da Ankara come “turchi di
montagna”, ossia turchi con tratti particolari dati dal loro habitat montuoso.
Nel nord della Siria, durante la guerra civile scoppiata nel 2011, si formarono
le milizie armate dette Unità di protezione del popolo (YPG) sotto il comando
del Comitato supremo kurdo per controllare le zone abitate dai kurdi. Nel
luglio 2012, le YPG conquistarono la città di Kobane e una decina di altre
città dove il Partito dell’unione democratica (PYD) e il Consiglio nazionale
kurdo (KNC) diedero avvio a un’amministrazione congiunta, Solo due città
importanti a mag- gioranza kurda, Hasaka e Qamishli, continuarono a essere
controllate dal gov- erno di Damasco. Alcuni mesi dopo, nel gennaio del 2013, i
cantoni di Jazira, Kobane e Efrin proclamano la loro autonomia. Si tratta di
tre piccole unità territoriali alla frontiera con la Turchia, in totale alcune
decine di migliaia di abitanti, dove convivono diversi gruppi etnici e
religiosi, circondati dall’esercito turco e dallo Stato islamico. Sono tre
enclave non contigue, separate da centi- naia di chilometri e da migliaia di
uomini armati che vogliono distruggerle. I movimenti e i partiti di sinistra in
Turchia nacquero negli anni Settanta in risposta ai crimini dello Stato turco
contro le sue 30 nazionalità. I turchi infatti sono una minoranza in Turchia,
un paese di 70 milioni di abitanti di cui circa 15 milioni di kurdi oltre a
siriani, greci, armeni, gitani... Ma la sinistra ancora non aveva una risposta
per queste “minoranze". Nel 1978, si fonda il Partito dei lavoratori del
Kurdistan (PKK), di orientamento marxista-leninista, con l’obiettivo di formare
un Kurdistan indipendente. La 25 lotta del popolo kurdo stava crescendo dal
1973, e la formazione del Partito fu la conseguenza di questo lungo processo di
autoaffermazione delle comunità del Kurdistan. Il colpo di stato del 1980 ad
Ankara (con l'appoggio della NATO e degli Stati Uniti, suo alleato strategico
che dispone di varie basi militari contro la Russia) si proponeva di frenare
questo processo, di reprimere sia i kurdi sia le altre “minoranze”, così come
di attaccare la sinistra e i nuovi movimenti. La maggioranza dei dirigenti del
PKK si rifugiarono nei campi palestinesi in Libano, nella valle della Bekaa, e
strinsero alleanze con il Fronte popolare per la liberazione della Palestina
diretto da George Habash. Qui ricevettero adde- stramento militare e
parteciparono alla lotta del popolo palestinese nella quale rimasero vittime
più di trecento militanti kurdi, che furono uccisi o incarcerati. Nel 1984, il
PKK lanciò la lotta armata in Kurdistan perché considerava che sotto la
dittatura non ci fosse altra forma possibile di azione. Il PKK raccoglie la
lunga resistenza kurda: tra il 1920 e il 1940 ci furono ben 27 rivolte contro
il potere turco. Con la sconfitta dell’insurrezione di Dersim, nel 1938, si
completò l'occupazione turca del Kurdistan e iniziò un lungo periodo di
assimilazione at- traverso le scuole e la proibizione di usare la lingua kurda.
Durante la guerra, iniziata dal PKK, ci furono circa 5.000 assassini extrag-
iudiziali, varie migliaia di kurdi furono incarcerati e centinaia di villaggi
rurali distrutti. Il partito guadagnò appoggi molto ampi, non solamente tra i
kurdi, bensì anche tra gli altri popoli colpiti dal potere turco, come gli
armeni. La svolta del PKK cominciò all’inizio degli anni Novanta, quando cadde
il so- cialismo reale. Questo fatto provocò un confronto interno sulle strade
da seguire nella nuova situazione internazionale. E il dibattito interno si
radicalizzò nella preparazione del VI Congresso che portò il PKK a adottare,
nel 1998, una nuova strategia chiamata «Confederalismo democratico», che spinse
l’organizzazione ad abbandonare il marxismo-leninismo e l’obiettivo di creare
uno Stato-nazione kurdo. Per lo Stato turco, gli Stati Uniti e Israele (oltre
che per le burocrazie arabe dominanti) la trasformazione del PKK è una
sconfitta inedita. Fino a quel mo- mento si trattava di una guerriglia
nazionalista che si scontrava con l’esercito in montagne remote. Ma, a partire
dall'adozione del Confederalismo democratico, il PKK inizia ad avere un
progetto assai ampio che coinvolge molteplici attori e riflette i cambiamenti
delle società nel Medio Oriente. All’inizio di questa svolta il Partito
cominciò a intrattenere relazioni con le lotte dei popoli oppressi di tutta la
regione. La proposta del Confederalismo democratico raccoglie, da un lato,
icambiamenti demografici della popolazione kurda. Dei 13 milioni di abitanti di
Istambul, 6 milioni sono kurdi, 4 milioni emigrarono in Europa e ciò fa sì che
la maggior parte di kurdi non vivano in Kurdistan. Pertanto la lotta principale
non è più nazionale, bensì sociale. Numerosi giornalisti e militanti
occidentali attribuiscono l’adozione del Confed- eralismo democratico alla
prigionia di Abdullah Ocalan e all’influenza del pen- satore e militante
statunitense, Murray Bookchin, storico fondatore dell’Ecologia Sociale. Non
serve dire che si tratti, in fin dei conti, di una visione colonialista. Altri
ancora parlano della “svolta libertaria” del PKK. E sono moltissimi coloro
26CHAPTER 3. CONFEDERALISMO DEMOCRATICOUNA PRATICA DI LOTTA E ORGANIZ che
credono che sia in realtà un trucco del partito stalinista per raccogliere ap-
poggi più ampi in Occidente. Al contrario, la popolazione kurda, come gli
indigeni latinoamericani, si costi- tuisce attorno a comunità contadine che
determinano la sua identità e la sua cultura. Ha difatti una lunga e feconda
storia, che è la sua principale referenza culturale e politica. L’attuale
proposta del Confederalismo Democratico è an- corata al recupero delle
tradizioni della Mesopotamia perché si considera che la civilizzazione non
iniziò con i greci, così come la rivoluzione francese non è il punto di
partenza delle lotte per l'emancipazione. Il nuovo orientamento del PKK provocò
la furibonda reazione degli Stati Uniti e dei suoi alleati che decisero di
definirlo come “terrorista” e di perseguire il suo dirigente, Abdullah Ocalan,
che si trovava in Siria e che fu espulso in Russia per pressioni della Turchia.
Nemmeno il governo russo lo tollerò e lo espulse verso l’Italia. Quando,
allontanato anche dall’Italia, si dirigeva verso il Sudafrica, Ocalan fu
sequestrato in Kenia dal Servizio segreto israeliano (Mossad) e con- segnato
alla Turchia. Alla fine presidente del PKK fu condannato alla pena di morte,
poi commutata in ergastolo ed è tuttora rinchiuso da solo in un'isola nel mar
di Marmara. Il PKK costituisce un problema per l’imperialismo perché ora
possiede una pro- posta per tutti i popoli del Medioriente. Il Confederalismo
Democratico esprime quattro critiche allo Stato-nazione. La prima è che qualsiasi
Stato, sia capitalista che socialista, si fonda sul dominio di una classe
minoritaria sulle classi popo- lari. Inoltre lo Stato-nazione suppone il
dominio di un gruppo etnico religioso sopra gli altri, come d’altronde succede
in altra forma in tutti gli Stati. La terza questione è che tutti gli Stati si
appoggiano sul patriarcato, cioè la dominazione degli uomini sulle donne. In
quarto luogo, lo Stato ha necessità per sostenersi di una società produttivista
che distrugga la madre terra. I kurdi autonomisti affermano che non si può
farla finita con il capitalismo senza eliminare lo Stato e che non possiamo
liberarci dello Stato senza liberarci dal patriarcato. Quando il conflitto tra
l’opposizione e il governo di Damasco si trasformò in guerra aperta, la
popolazione kurda non appoggiò nessuna delle due parti e cercò la propria
strada, attraverso l’autogoverno. In quel momento scoprì che il Confederalismo
democratico era la miglior forma di convivenza in una regione dove 180% sono
kurdi e il 20% appartiene ad altri gruppi etnici. I tre cantoni della zona del
Rojava, che si autodefiniscono delle comunità au- tonome democratiche, e quindi
Efrin, Jazira e Kobane, sono una Confeder- azione di kurdi, arabi, aramaici,
turcomanni, armeni e ceceni. Redassero una Costituzione, diffusa nell’ottobre
del 2014, denominata Carta costituzionale del Rojava. Il preambolo “proclama un
nuovo contratto sociale, basato sulla con- vivenza, l’intesa reciproca e la
pace tra tutti i fili della società. Protegge i diritti umani e le libertà
fondamentali, riafferma il diritto dei popoli alla libera au-
todeterminazione”. Le Unità di protezione del popolo (YPG) sono l’unica forza
militare dei tre cantoni e hanno il compito di proteggere e difendere la
sicurezza delle comunità autonome e delle loro popolazioni. Le YPC formarono il
Movimento per una società democratica (Tevgera civaka demokratik, conosciuto
con la sigla Tev- 27 Dem), che è il vero promotore dei cambiamenti in atto. Tra
questi le Unità di protezione delle donne (YP.J) che dispongono di 10.000
combattenti e svolgono un ruolo decisivo nella difesa del Rojava. Così come
l’Asayish, una forza di polizia per il controllo delle zone autonome con circa
4.000 agenti, un quarto dei quali sono donne. Questa “polizia” non vuole essere
chiamata così perché afferma di servire la società e non lo Stato. I capi di
quei corpi armati vengono eletti e, oltre l’uso delle armi e la disci- plina
militare, imparano la storia del Kurdistan, l’etica, la meditazione e la
cultura popolare. La nuova amministrazione (quella precedente crollò nel 2012)
è governata dai comuni o dai municipi sulla base di assemblee rionali aperte e
settimanali, che dispongono di unità proprie di autodifesa, oltre che di
consigli dedicati all'economia, all’educazione, alla salute, ai servizi
pubblici, ai giovani e alle donne. Sono dotate inoltre di un consiglio al quale
partecipano i delegati eletti in ogni rione. La costruzione di questa struttura
di potere fu possibile grazie al lavoro del Tev- Dem, una grande coalizione di
entità tra le quali figurano partiti come il PYD (Partito dell’Unione
Democratica), cooperative, gruppi di giovani e di donne, centri culturali e
accademici. In base ai principi dell’autogoverno, la nuova am- ministrazione
espropriò le terre statali (pianure dedicate alla monoctultura del grano) e le
consegnò alle cooperative già create che stanno tentando di diversi- ficare la
produzione di alimenti. Inoltre continuano a estrarre un po’ di petrolio che
raffinano per le necessità locali. La creazione di comunità autogestite avviene
nel pieno della guerra, creando un certo sconcerto, come si apprende dai
reportage pubblicati in Europa, tra chi si interroga sui seguenti punti: perché
non iniziarono un processo così interes- sante in condizioni normali di pace e
lo cominciano quando vengono assassinati a centinaia da guerriglieri e in
particolare dal genocida Stato islamico? Come succede di solito, la domanda
svela il modo di pensare di chi la formula. La risposta è che non sarebbe
potuto succedere in un altro momento. La storia delle rivoluzioni ci insegna
questo. Tutte nacquero all’interno di una guerra quando la sopravvivenza
dell’umanità era a rischio, quando era necessario or- ganizzarsi assieme ad
altri e altre per dar loro una certa continuità di vita. Le rivoluzioni nascono
dalla necessità, non dalle bibbie (e poco importa se quelle bibbie sono
marxiste, anarchiche, cristiane o socialdemocratiche). La rivoluzione spagnola,
quella russa e quella cinese, oltre alle molte che ci sono state, cioè la creatività
umana collettiva che chiamiamo rivoluzione, non sono scelte filosofiche ma
frutto della necessità. Inoltre c’è un altro dato fondamentale. Se il potere
dello Stato siriano non si fosse collassato nel Rojava, lasciando ampi
territori rurali e urbani alla mercè dei guerriglieri dello Stato islamico
(degli eserciti turco e siriano e delle milizie che guerreggiano tra di loro
per appropriarsi del petrolio), l’autogestione sarebbe stata un sogno da
filosofi impegnati. Crollando lo Stato, il capitalismo e il Pa- triarcato
rimasero senza protezione alcuna. Lo Stato è il difensore armato dello
sfruttamento e dell’oppressione che, senza il suo appoggio, hanno molta diffi-
coltà a replicarsi. Non esiste impero, non esiste quindi determinismo. I kurdi
del nord della Siria 28CHAPTER 3. CONFEDERALISMO DEMOCRATICOUNA PRATICA DI
LOTTA E ORGANIZ non incontrarono le tesi del Confederalismo democratico del PKK
per caso. C’è una pratica previa, molto più importante delle tesi di Ocalan,
anche se queste sono di grande valore, perché ne sono ispirate. Le idee non
sono ciò che cambia il mondo, bensì l’azione umana collettiva spesso pregna di
frammenti di quelle idee. Non dovremmo cadere nella trappola colonialista di
credere che il resto e la parola, come quelle che imposero i coloni spagnoli in
America, siano la chiave di un qualsiasi cambiamento. Al contrario di ciò che
ritengono alcuni, le ide- ologie sono molto meno decisive dell’attività sociale
collettiva. Molto prima dell’esperienza autonomista del Rojava, i militanti del
PKK e quelli del Tev- Dem impresero un’ampia strutturazione conosciuta come
Congresso della soci- età democratica, dove si articolavano più di 500
organizzazioni sociali, sindacati e partiti. Quando sopraggiungono catastrofi
naturali e sociali e la routine quotidiana si spezza, le persone attingono alla
memoria delle loro esperienze collettive accu- mulate nelle proprie vite,
qualcosa che potremmo chiamare come cultura politica o modi di codificare
abitudini e stili di vita. Se conoscono solamente una cul tura, quella
egemonizzante, gerarchica, patriarcale, golpista, statal/capitalista, non
potranno mai uscire dall’eteronomia. Se invece hanno mantenuto vive le proprie
tradizioni comunitarie, autonomiste, non capitaliste e non patriarcali, per
ridotti che siano stati quelli spazi e i tempi nei quali si praticavano, la
storia può cambiare. Per questo, l’importante nei periodi “normali” non è
quanta gente sia coinvolta in queste modalità di azione che chiamiamo
‘alternative’. Ciò che è decisivo è che esistano, che un settore attivo e
dinamico, anche se minoritario, le pratichi e le diffonda. Nella nostra società
tutti sanno che ci sono forme più sane di alimentarsi, metodi non allopatici né
mercificati di prendersi cura della salute, spazi non di mercato come lo
shopping e i supermercati, modi di vita diversi e piccole organizzazioni che li
sostengono. Quando sopraggiungano situazioni drammatiche, alcune di quelle
esperienze si moltiplicano, com’è successo tante volte. Rojava è la doppia
conseguenza della guerra civile siriana e dell’esteso lavoro del PKK e di altre
organizzazioni kurde. Degno di nota è il fatto che si tratta di un partito di
origine marxista-leninista che è stato capace di promuovere un distacco da quei
valori. Non trovò ispirazione nelle tesi anarchiche, bensì nelle tradizioni
libertarie del popolo kurdo. Ispirarsi alle tradizioni comunitarie e lib-
ertarie, che risiedono in tutti i popoli, è un buon antidoto contro i
dogmatismi di ogni tipo. È evidente che ci sono delle similitudini tra la rivoluzione
zapatista e kurda. Ci sarà stato un incontro segreto tra Marcos e Ocalan? Tra i
comandanti dell’EZLN e quelli del PKK? Esiste una bibliografia che presenta le
cospirazioni come filo conduttore delle lotte sociali e che ha una forza simile
alle letture ideologiche. Entrambe non comprendono il dato fondamentale: la
storia è fatta dai popoli, con le loro lotte, ma anche il loro accordo. Il
conflitto cambia il mondo così come la conciliazione, anche se la nostra
iconografia militante è solita occuparsi delle azioni eroiche, pure se sono
state sporadiche e casuali nella storia. 29 Penso che di comune tra l’una e
l’altra esperienza siano le radici, ciò che si trova di più profondo nei
popoli. Il subcomandante Marcos giunse, con un piccolo gruppo di militanti
guevaristi sconfitti, nella selva Lacandona e lì non ebbe al- tra scelta che
“arrendersi” alla logica delle comunità. Un noto resoconto spiega che
l’impianto della sua teoria politica risultò ammaccato dal contatto con gli
esseri umani reali e che, grazie a queste ammaccature, poté cominciare a girare
per le comunità fino a diventare un cerchio. O qualcosa di simile. Il punto in
comune fra i due processi è l’impegno nel cambiare il mondo e com- prendere che
le modalità ereditate non sono le più adeguate. La gente sa, e possiamo avere
fiducia in lei. Noi non sappiamo molto e dobbiamo imparare da altri e altre del
popolo: loro sono i nostri maestri. Dobbiamo seguire un'etica dell’umiltà,
della disponibilità a fare insieme e di non imporre ciò che portiamo negli
zaini. Non è importante se in un luogo si chiamino «giunte del buon governo» e
in un altro siano «consigli locali o di cantone». In entrambi i casi si può
apprezzare un passaggio del centro di gravità ai popoli organizzatie la fiducia
che questi popoli siano i soggetti capaci di fare ciò che occorre fare. Ma cosa
fare? Quello che i popoli decidano, in ogni momento, secondo le loro
convinzioni. È impossibile conoscere in anticipo il futuro della rivoluzione
kurda. Nel mezzo di una guerra atroce, nella quale sono implicate grandi
potenze, feroci dittature e gruppi terroristici, sarà molto difficile che la
rivoluzione sopravviva a una dis- truzione così enorme. I recenti attacchi
della Turchia e dello Stato Islamico possono essere degli esempi di ciò che riserva
il futuro immediato, In ogni caso, ciò che hanno fatto finora è sufficiente per
provocare il migliore entusiasmo, la più grande ammirazione, la più ampia
solidarietà in ogni angolo del mondo degli oppressi. I grandi processi storici
devono essere considerati per le intenzioni dei protag- onisti, non per una
pragmatica misura dei risultati. Per questi motivi, Rojava merita tutta la
nostra attenzione, tutto il nostro appoggio e la disposizione d’animo a
imparare. È il poco che possiamo fare alla distanza dove siamo. Sti- amo
attraversando una fase particolare della storia, molto simile a quella delle
due guerre mondiali, quando vari imperi furono distrutti, quando giunsero le
grandi rivoluzioni, ma pure la ripartizione di questi imperi tra le potenze colo-
niali. Con lo sguardo rivolto al passato, Eric Hobsbawn metteva in evidenza
l’importanza della rivoluzione spagnola, diventata un fronte cruciale della
battaglia contro il fascismo. Secondo la sua opinione, fu la causa più nobile
del secolo trascorso, come scrisse nella sua Storia del secolo breve. Egli
affermò: «Per molti di coloro che siamo sopravissuti, la lotta del 1936 è
l’unica causa politica che, anche vista retrospettivamente, ci sembra così pura
e convincente». È ciò che di meglio si possa dire di una rivoluzione. 30CHAPTER
3. CONFEDERALISMO DEMOCRATICOUNA PRATICA DI LOTTA E ORGANIZ Chapter 4 Visita
nel Kurdistan siriano, maggio 2014 Zaher Baher Ciò che il lettore leggerà è
l’esperienza della mia visita, di un paio di settimane, nel maggio 2014, a
nord-est della Siria o del Kurdistan siriano (Kurdistan oc- cidentale), con un
mio caro amico. Durante la visita abbiamo avuto totale libertà e l’opportunità
di vedere e parlare con chi volevamo, ossia con donne, uomini, giovani e
partiti politici. Esistono più di 20 partiti, da quelli curdi a quelli
cristiani, cui alcuni fanno parte della Democratic Self Administration (DSA) o
Democratic Self Management (DSM) di Al Jazera: una delle tre regioni (o
cantoni) del Kurdistan occidentale. Ab- biamo incontrato anche i partiti
politici curdi e cristiani che non appartengono al DSA o al DSM. Inoltre,
abbiamo incontrato i vertici del DSM, i membri di diversi comitati, gruppi
localie comuni, nonché imprenditori, commercianti, la- voratori, persone al
mercato e persone che stavano semplicemente camminando per la strada. La
cornice Il Kurdistan è una terra di circa 40 milioni di persone che dopo la
Prima guerra mondiale fu diviso tra Iraq, Siria, Iran e Turchia. Storicamente,
i curdi hanno patito massacri e genocidi per mano dei regimi successivi,
soprat- tutto in Iraq e in Turchia. Da allora hanno costantemente sofferto e
sono stati oppressi dai governi centrali dei paesi a cui il Kurdistan fu
annesso. Nel Kur- distan iracheno; sotto il regime di Saddam Hussein, il popolo
curdo ha subito attacchi di armi chimiche durante l'Operazione Anfal. In
Turchia, fino a poco tempo fa, i curdi non avevano nemmeno il diritto
fondamentale di parlare nella propria lingua. Storicamente, sono stati
riconosciuti come “i turchi che vivono in montagna” (un riferimento alla
regione del Kurdistan e di come ci siano così tante montagne). In Siria, la
situazione dei curdi era migliore che in Turchia. 31 32CHAPTER 4. VISITA NEL
KURDISTAN SIRIANO, MAGGIO 2014ZA HER BAHER In Iran hanno alcuni diritti
fondamentali e sono riconosciuti come parte di una nazione diversa dai
persiani, ma non hanno una propria autonomia. Dopo la prima guerra del Golfo
nel 1991, il popolo curdo in Iraq è riuscito a creare il proprio governo
regionale, il Governo Regionale del Kurdistan (KRG). Dopo l’invasione e
l'occupazione dell’Iraq nel 2003, il popolo curdo ha approf- ittato di questa
situazione per rafforzare il proprio potere locale ed è riuscito a ottenere il
diritto ad avere la propria amministrazione, il proprio bilancio, un proprio
parlamento e un proprio esercito. Sono stati tutti riconosciuti dal gov- erno
iracheno e, in una certa misura, sono sostenuti dal governo centrale. Ciò ha
incoraggiato e ha avuto un impatto positivo sulle altre parti del Kurdistan, in
particolare Turchia e in Siria. Nello stesso anno dell’invasione dell’Traq
(2003), il popolo curdo in Siria ha is- tituito il proprio partito, il
Democratic Union Party (PYD), pur in presenza di un certo numero di altri
partiti e organizzazioni curde nella regione. Alcuni di loro erano così vecchi
che risalivano al 1960, ma erano inefficaci rispetto al PYD che si è sviluppato
e diffuso rapidamente tra il popolo curdo. La primavera araba La primavera
araba raggiunse la Siria all’inizio del 2011 e, dopo un breve pe- riodo di
tempo, si diffuse anche nelle regioni del Kurdistan siriano: Al Jazera, Kobane
e Afrin. La protesta del popolo curdo in questi tre cantoni fu molto forte ed
efficace causando, in un certo senso, il ritiro dell’esercito siriano dai
cantoni curdi eccetto che da alcune zone di Al Jazera, di cui vi parlerò più
oltre. Nel frattempo, la popolazione, con il supporto del PYD & PKK, formò
il Tev- Dam, (il Movimento della Società Democratica), che ben presto diventò
molto forte e popolare nella regione. Una volta che l’esercito e
l’amministrazione siri- ana si furono ritirati, la situazione diventò molto
caotica (vi spiegherò perché). Ciò costrinse il Tev-Dam ad attuare propri piani
e programmi senza ulteriori ritardi prima che la situazione si fosse aggravata.
Il programma del Tev-Dam era molto inclusivo coprendo ogni singolo problema
nella società. Furono coinvolte molte persone di diverso ordine e provenienza,
tra cui curdi, arabi, musulmani, cristiani, assiri e Yazidi. Il primo compito
fu quello di stabilire una serie di gruppi, comitati e comuni nelle strade, in
quartieri, villaggi, contee e nelle piccole e grandi città. Il loro ruolo fu
quello di essere coin- volti in tutti i problemi che deve affrontare la
società. I gruppi furono istituiti per esaminare una serie di questioni, tra
cui: il genere, l'economia, l’ambiente, l’istruzione, le questioni sanitarie,
il supporto e la solidarietà, i centri per le famiglie dei martiri, il
commercio e le imprese, le relazioni diplomatiche con i paesi stranieri e tanto
altro. Esistono pure gruppi specifici per conciliare le controversie tra
persone o fazioni diverse cercando di evitare di far finire queste dispute in
tribunale a meno che questi gruppi siano incapaci di risolverle. Questi gruppi
di solito tengono le proprie riunioni ogni settimana per parlare dei problemi
che le persone devono affrontare là dove vivono. Hanno un loro rappresentante
nel gruppo principale dei villaggi o delle città chiamate “Casa del Popolo”. Il
Tev-Dam, a mio parere, è l’organo di maggior successo in quella società e
potrebbe raggiungere tutti gli obiettivi che gli sono stati assegnati. Credo
che 33 le ragioni del suo successo siano: 1. La volontà, la determinazione e il
potere delle persone che credono di poter cambiare le cose. 2. La maggior parte
delle persone crede nel lavoro volontario in tutti i livelli di servizio per
rendere l’evento / esperimento un successo. 3. Essi hanno creato un esercito di
difesa composto da tre parti differenti: le Unità di Difesa Popolare (Peoples
Defence Units, PDU), le Unità di Difesa Fem- minile (Womens Defence Units, WDU)
e la Asaish (una forza mista di uomini e donne presente nelle città e in tutti
i posti di blocco esterni per proteggere i civili da qualsiasi minaccia). Oltre
a queste forze, esiste un’unità speciale per sole donne, per affrontare
questioni di stupro e di violenza domestica. Da ciò che ho visto, il Kurdistan
siriano ha preso una strada diversa (e, a mio parere, unica) dalla “primavera
araba” e le due non possono essere confrontate. Ci sono un paio di importanti
differenze. 1. Ciò che è successo nei paesi che facevano parte della
"primavera araba” sono stati grandi eventi e in molti di essi la tirannia
è stata sconfitta. La “primavera araba”, nel caso dell'Egitto, ha prodotto uno
Stato islamico e poi una dittatura militare. Altri paesi se la sono cavata un
po’ meglio. Questo dimostra che le persone sono forti e possono essere gli eroi
della storia in un momento parti- colare, ma che non sono state in grado di
ottenere ciò che volevano per molto tempo. Questa è una delle principali
differenze tra la “primavera araba” e la “primavera curda” nel Kurdistan
siriano, in cui essa ha potuto ottenere ciò che voleva da lungo tempo, almeno
finora. 2. Nel Kurdistan siriano le persone erano preparate e sapevano quello
che vol evano. Esse credevano che la rivoluzione dovesse partire dal basso
della società e non dalla cima. Doveva essere una rivoluzione sociale,
culturale, educativa e politica. Doveva essere contro lo Stato, il potere e
l’autorità. Dovevano essere le persone nelle comunità ad avere le
responsabilità sulle decisioni finali. Questi sono i quattro principi del
Movimento della Società Democratica (Tev-Dam). Doveva essere dato credito a chi
era dietro a queste grandi idee e agli sforzi compiuti per metterli in pratica,
che si trattasse di Abdulla Ocalan e i suoi compagni o chiunque altro. Inoltre,
le persone nel Kurdistan siriano istituirono numerosi gruppi locali sotto nomi
diversi per far funzionare la rivoluzione. Negli altri paesi della “primavera
araba”, le persone non erano preparate e sapevano solo che volevano sbarazzarsi
del governo attuale, ma non del sistema. Inoltre, la stragrande maggioranza
delle persone pensava che l’unica rivoluzione fosse quella dall’alto.
L’impostazione dei gruppi locali non fu intrapresa se non per una piccola
minoranza di anarchici e libertari. La Democratic Self Administration (DSA)
Dopo molto duro lavoro, dis- cussioni e pensieri, il Tev-Dam giunse alla
conclusione che aveva bisogno di un DSA in tutti e tre i Cantoni del Kurdistan
(Al jazera, Kobane e Afrin). A metà del mese di gennaio 2014, 1’ Assemblea
popolare elesse il proprio DSA, autonoma- mente, per implementare ed eseguire
le decisioni della “Casa del Popolo” (com- 34CHAPTER 4. VISITA NEL KURDISTAN SIRIANO,
MAGGIO 2014ZA HER BAHER missione principale del Tev-Dam) e assumersi una parte
del lavoro dell’amministrazione nelle organizzazioni dell’autorità, dei comuni,
dei dipartimenti dell’istruzione e della sanità, del commercio e degli affari
locali, dei sistemi di difesa e di quello giudiziario, ecc. La DSA è composta
da 22 uomini e donne, ognuna delle quali ha due vice (un uomo e una donna).
Quasi la metà dei rappresentanti sono donne. È organizzata in modo che possano
partecipare tutte le persone di di- versa provenienza, nazionalità, religione e
genere. Questo creò un’atmosfera di pace, fratellanza/sorellanza, soddisfazione
e libertà. In poco tempo, quest’amministrazione fece un sacco di lavoro ed
emanò un con- tratto sociale, delle leggi sui trasporti, sui partiti e un
programma o piano del Tev-Dam. Nel Contratto Sociale, la prima pagina afferma:
"Le aree di democrazia autogestita non accettano i concetti di
nazionalismo statale, militare o di religione o di gestione centralizzata o di
regole centrali, ma sono aperte a forme compatibili con le tradizioni della
democrazia e del plural- ismo, sono aperte a tutti i gruppi sociali e alle
identità culturali della democrazia ateniese e di espressione nazionale
attraverso la loro organizzazione." Ci sono molti decreti nel Contratto
Sociale. Alcuni sono estremamente im- portanti per la società, tra cui: A. La
separazione tra Stato e religione; B. Il divieto dei matrimoni al di sotto dei
18 anni; C. Il riconoscimento, la tutela e l’incremento dei diritti delle donne
e dei bam- bini; D. Il divieto della circoncisione femminile; E. Il divieto
della poligamia; F. La rivoluzione deve avvenire dal basso della società ed
essere sostenibile; G. Libertà, uguaglianza, pari opportunità e non
discriminazione; H. Parità tra uomini e donne; I. Tutte le lingue devono essere
riconosciute e arabo, curdo e siriano sono le lingue ufficiali di Al Jazera; J.
Fornire una vita decente ai prigionieri e rendere il carcere un luogo per la
riabilitazione e il recupero; K. Ogni essere umano ha il diritto di chiedere
asilo e rifugio e non può essere restituito senza il suo consenso. La
situazione economica nel cantone di Al Jazera La popolazione di Jazera è di
oltre un milione di persone. Questa popolazione è costituita da curdi e arabi,
cristiani, ceceni, yazidi, turkmeni, assiri, caldei e armeni. L’80% della
popolazione è curda. Ci sono molti villaggi arabi e yezidi e sino a 43 vil
laggi cristiani. La dimensione di Al Jazera è più grande di Israele e della
Palestina uniti. Nel 1960, il regime siriano ha attuato una politica nella zona
curda chiamata “Green- belt” che il partito Ba’ath ha continuato ad attuare
quando salì al potere. Ciò 35 determinò che le condizioni per i curdi sarebbero
state peggiori rispetto a quelle del popolo siriano per quanto riguarda la vita
politica, economica e sociale e anche per l’educazione. Il punto principale
della Greenbelt fu quello di portare gli arabi di diverse aree a stabilirsi in
zone curde e di confiscare le terre curde per essere poi distribuite tra gli
arabi appena giunti. In breve, i cittadini curdi sotto Assad divennero i terzi,
dopo arabi e cristiani. Un altro criterio fu che Al Jazera dovesse produrre
solo grano e petrolio. Ciò significava che il governo faceva in modo che non ci
fossero fabbriche, società o industrie nella zona. Al Jazera produce il 70% del
grano siriano ed è molto ricca di oli, gas e fosfati. Così la maggior parte
delle persone furono coin- volte nell’agricoltura nelle piccole città e nei
villaggi, e come commercianti e negozianti nelle città più grandi. Inoltre,
molte persone vennero impiegate dal governo nell’istruzione, nella sanità e
negli enti locali, nel servizio militare da soldati e come piccoli imprenditori
nei comuni. Dal 2008, la situazione è peggiorata in quanto il regime di Assad
ha emesso un apposito decreto per vietare la costruzione di grossi edifici,
giustificato dalla situazione derivante dalla guerra (riferendosi alla guerra
continua nella regione), e anche perché la zona è lontana e sul confine.
Attualmente, la situazione è neg- ativa. Ci sono sanzioni imposte sia dalla
Turchia sia dal governo regionale del Kurdistan (KRG) nel Kurdistan iracheno
(lo spiegherò più avanti). La vita ad Al Jazera è molto semplice e standard di
vita sono molto bassi, ma non c’è povertà. La gente, in generale, è felice
dando la priorità a quello che ha ottenuto per avere successo. Alcune delle
necessità di cui ogni società ha bisogno per sopravvivere esistono nel
Kurdistan occidentale, almeno per il momento, per non morire di fame, cam- minare
con le proprie gambe e resistere ai boicotaggi da parte della Turchia e del
KRG. Tali esigenze comprendono avere un sacco di grano per fare il pane e
dolci. Di conseguenza, il prezzo del pane è quasi libero. La seconda cosa è che
il petrolio è anche a buon mercato e, come si dice, “il suo prezzo è come il
prezzo dell’acqua”. Le persone usano petrolio per tutto; in casa, per i veicoli
e per fare un po’ di attrezzatura necessaria per una vasta gamma di industrie.
Per facilitare questa dipendenza dal petrolio, il Tev-Dam ha riaperto alcuni
dei pozzi petroliferi e depositi di raffinazione. Al momento, si sta producendo
più petrolio di quanto la regione ne abbia bisogno in modo da esportare un po’
e anche immagazzinare un eccesso. L’elettricità è un problema perché la maggior
parte è prodotta nella vicina re- gione sotto il controllo dell’Isis o Stato
islamico. Pertanto, le persone hanno solo energia elettrica per circa 6 ore al
giorno. Ma è gratis e le persone non pagano. Ciò è stato in parte risolto dal
Tev-Dam con la vendita di diesel, a un prezzo molto basso, a chiunque abbia un
generatore privato, a condizione che fornisca energia ai residenti locali a un
tasso a buon mercato. In termini di comunicazione telefonica, tutti i telefoni
cellulari utilizzano la linea KRG o la linea della Turchia; dipende dove siete.
Le linee di terra sono sotto il controllo del Tev-Dam & della DSA e
sembrano funzionare bene... Ancora una volta, è gratuito. I negozi e i mercati
nelle città sono normalmente aperti dalle prime ore del mat- 36CHAPTER 4.
VISITA NEL KURDISTAN SIRIANO, MAGGIO 2014ZA HER BAHER tino fino alle 11 di
sera. Molte delle merci provenienti dai paesi limitrofi sono di contrabbando
nella regione. Altri beni provengono da altre parti della Siria, ma sono costosi
a causa di pesanti tasse imposte dalle forze siriane o dai gruppi terroristici
che consentono il flusso merci nella regione di Al Jazera. La situazione
politica di Al Jazera Come accennato, la maggior parte dell’esercito di Assad
si è ritirata dalla regione, ma alcune truppe sono rimaste ancora in un paio di
città in Al Jazera. Il regime ha ancora il controllo in più della metà della
principale città (Hassaka), mentre l’altra metà è nelle mani del PDU ( Unità di
Difesa Popolare). Le forze governative sono rimaste nella seconda città della
regione (Qamchlo), dove controllano una piccola area al cen- tro. Tuttavia,
nella zona occupata, la stragrande maggioranza delle persone non utilizza gli
uffici e i centri di servizi. Il numero delle forze del regime in questa città
è tra i 6 e i 7000 e hanno solo il controllo dell’aeroporto e dell’ufficio
postale. Entrambe le parti sembrano riconoscere la posizione, il potere e
l’autorità dell’altro e si astengono da scontri o confronti. Chiamo questa
situazione, la politica di “nessuna pace, nessuna guerra”. Ciò non significa
che non ci siano stati scontri ad Hassaka o a Qamchlo. Gli scontri causano la
morte di molte persone da entrambe le parti, ma, finora, il capo delle tribù
arabe rende possibile la co- esistenza di entrambe. Entrambe le parti hanno
approfittato del ritiro dell’esercito siriano, e non com- battere i
manifestanti curdi e le sue forze militari, fa risparmiare un sacco di costi e
di spese. Inoltre, il governo non deve proteggere l’area da altre forze di opposizione,
cosa che le forze curde devono fare. Inoltre, con il ritiro dalle terre curde,
Assad ha liberato forze che possono essere usate altrove contro al- tri nemici.
In secondo luogo, dopo il ritiro delle forze di Assad, il Kurdistan è protetto
e difeso dal popolo curdo. Infatti, le unità che difendono il popolo e le donne
proteggono il proprio popolo da qualsiasi attacco di qualsiasi forza, compresa
la Turchia, molto meglio dell’esercito siriano. Il popolo curdo ne ha
beneficiato nei seguenti modi: 1. Ha smesso di combattere il governo e questo
ha protetto le loro terre e le loro proprietà, salvando molte vite e lasciando
la gente in pace e in libertà. Questo ha creato l’opportunità per tutti di
vivere in pace e senza paura quando si svolge la propria attività. 2. Il
governo paga ancora i salari dei suoi vecchi dipendenti anche se quasi tutti,
al momento, stanno lavorando sotto il controllo della DSA. Ciò aiuta ovvia-
mente la situazione economica. 3. Questa situazione ha permesso alle persone di
gestire la propria vita e pren- dere le proprie decisioni. Ciò significa anche
che le persone possono vivere sotto l’autorità del Tev-Dam e della DSA. Più
dura così e più possibilità hanno di consolidarsi con fermezza e diventare più
forti. 4. Questo dà l’opportunità al People's Defence Units e al Women's
Defence Units di combattere i gruppi terroristici, in particolare Isis / IS,
come e quando è necessario. 37 Ad Al Jazera, ci sono più di venti partiti
politici tra il popolo curdo e cristiani. La maggior parte di loro sono in
contrasto con il PYD, il Tev-Dam e la DSA (tornerò oltre su questo punto), in
quanto non vogliono aderire al Tev-Dam o alla DSA. Tuttavia, essi hanno totale
libertà di svolgere le loro attività senza alcuna restrizione. L’unica cosa che
non possono avere è combattenti o milizie sotto il loro controllo. Le donne e
il ruolo delle donne Non vi è dubbio che le donne e i loro ruoli siano stati
notevolmente accettati e abbiano occupato posizioni alte e basse nel Tev-Dam,
nel PYD e nella DSA. Hanno un sistema chiamato "Joint Leaders" e
"Joint Organizers”. Ciò significa che il vertice di qualsiasi ufficio,
amminis- trazione o sezione militare deve includere le donne. Inoltre, le donne
hanno le proprie forze armate. C'è la parità totale tra donne e uomini. Le
donne sono una forza importante e sono fortemente coinvolte in ogni sezione
della Casa del Popolo, dei comitati, dei gruppi e dei comuni. Le donne nel
Kurdistan occi- dentale non formano solo metà della società, ma sono quella
metà più efficace e importante, nella misura in cui se le donne smettessero di
lavorare o si ritirassero dai tali gruppi, la società curda potrebbe crollare.
Ci sono molte donne pro- fessioniste nella politica e tra i militari del PKK
che sono state sulle montagne per molto tempo. Sono molto dure, molto
determinate, molto attive, molto responsabili ed estremamente coraggiose.
L’importanza della partecipazione paritaria delle donne nella ricostruzione
della società e in tutte le questioni è stata presa sul serio da Abdulla Ocalan
e il resto dei leader del PKK / PYD in modo che le donne nel Kurdistan occiden-
tale (Kurdistan siriano) sono considerate sacre. È di Ocalan l’idea, il sogno e
la convinzione che, se si vuole vedere il meglio della natura umana, allora la
società deve tornare allo stato della società matriarcale, ma, ovviamente, in
una fase avanzata. Anche se questa è la posizione delle donne e anche se hanno
la libertà, l’amore, il sesso e le relazioni tra le donne coinvolte nella lotta
sono estremamente rare. Le donne e gli uomini con cui abbiamo parlato credono
che questi aspetti (amore, sesso, relazioni) non siano appropriati in questa
fase, in quanto sono coinvolte nella rivoluzione e devono dare tutto per il
successo della rivoluzione. Quando ho chiesto cosa succederebbe se due persone
in servizio militare o posizioni sensibili avesse una relazione, mi è stato
detto che, ovviamente, nessuno può impedirlo, ma essi devono essere spostati a
posizioni o sezioni più adatte. Questo può essere difficile da capire per gli
europei. Come si può vivere senza l’amore, il sesso e le relazioni? Ma per me,
è perfettamente comprensibile. Credo che sia la loro scelta e, se le persone
sono libere di scegliere, allora devono essere rispettate. Tuttavia, vi è
un’interessante osservazione che ho fatto, al di là del servizio militare, del
Tev-Dam e di altre fazioni. Non ho visto una sola donna che lavora in un
negozio, in un distributore di benzina, in un market, in un bar o in un
ristorante. Ma, le donne e le questioni femminili nel Kurdistan siriano sono
chilometri avanti al Kurdistan iracheno dove hanno avuto 22 anni di pro-
38CHAPTER 4. VISITA NEL KURDISTAN SIRIANO, MAGGIO 2014ZA HER BAHER prie regole
e molte più opportunità. Detto questo, non posso dire ancora che c’è un
movimento speciale o indipendente delle donne nel Kurdistan siriano. Le Comuni
Le Comuni sono le cellule più attive nella Casa del Popolo, e furono create
dappertutto. Tengono la loro riunione periodica settimanale per discutere i
problemi da affrontare. Ogni Comune ha un proprio rappresentante nella Casa del
Popolo e nel quartiere, paese o città in cui si forma. Questa che segue è la
definizione della Comune tratta dal manifesto del Tev-Dam tradotto dall’arabo:
“Le Comuni sono le cellule più piccole della società e le più attive in essa.
Esse si formano in pratica nella società, vi è la libertà delle donne,
l’ecologia e la democrazia diretta. Le Comuni si formano sul principio della
partecipazione diretta delle persone nei villaggi, per le strade, nei quartieri
e per le città. Questi sono i luoghi in cui le persone si organizzano
volontariamente con le loro opinioni, creano il loro libero arbitrio, danno
vita alle loro attività in tutte le aree residenziali e aprono la porta alla
discussione su tutte le questioni e sulle loro soluzioni. Le Comuni lavorano
sullo sviluppo e la promozione dei comitati. Discutono e cercano soluzioni per
le questioni sociali, politiche, per l’istruzione, per la sicurezza e per
l’autodifesa e l’auto-tutela dal proprio potere, non da quello dello Stato. Le
Comuni creano il proprio potere attraverso la costruzione di un’organizzazione
sotto forma di comuni agricole nei villaggi e inoltre di co- muni, cooperative
e associazioni nei quartieri. Formare le Comuni per la strada, i villaggi e le
città con la partecipazione di tutti i residenti. Le Comuni tengono un incontro
ogni settimaha. Nella riunione le Comuni prendono tutte le decisioni
apertamente con persone che sono nella Comune e che sono di età superiore ai 16
anni". Siamo andati a una riunione di una delle Comuni con sede nel
quartiere di Cor- nish nella città di Qamchlo. C’erano 16-17 persone. La
maggior parte di loro erano giovani donne. Abbiamo fatto una profonda
conversazione riguardo le loro attività e le loro mansioni. Ci hanno detto che
nel loro quartiere hanno 10 Comuni e ogni Comune ha 16 persone. Ci hanno detto:
“Noi agiamo nello stesso modo dei lavoratori della comunità con incontri tra
individui, con la partecipazione alle riunioni settimanali, verificando
eventuali problemi nei posti in cui siamo, proteggendo le persone nella
comunità e chiarendo i loro problemi, raccogliendo la spazzatura nella zona,
proteggendo l’ambiente e partecipando alla riunione plenaria per riferire ciò
che è successo nell’ultima settimana". In risposta a una delle mie
domande, hanno confermato che nessuno, nemmeno i partiti politici, interviene
nel loro processo decisionale e che prendono tutte le decisioni
collettivamente. Hanno citato un paio di cose su cui avevano preso recentemente
una decisione. Ci hanno detto: "Una riguardava un grosso pezzo di terra in
una zona residenziale che abbiamo voluto utilizzare per un piccolo parco. Siamo
andati dal sindaco della città per esporgli la nostra decisione e 39 abbiamo
chiesto un aiuto finanziario. Il sindaco ci ha detto che andava bene, ma
avevano solo $ 100 da offrirci. Abbiamo preso i soldi e raccolto altri $ 100 da
gente locale per costruire un bel parco”. Ci hanno mostrato poi il parco:
“Molti di noi hanno lavorato collettivamente per finirlo senza bisogno di ulteriori
soldi”. In un altro esempio, ci hanno detto: “Il Sindaco ha volute avviare un
progetto nel quartiere. Gli abbiamo detto che non potevamo accettarlo fino a
quando non avessimo ottenuto pareri da parte di tutti. Abbiamo avuto un
incontro in cui ne abbiamo discusso. La riunione l’ha respinto all’unanimità.
C'erano persone che non potevano venire all’incontro così siamo andati a
trovarli nelle loro case per ottenere il loro parere. Tutti nella Comune hanno
detto di no al progetto”. Mi hanno chiesto delle Comuni e dei gruppi locali a
Londra. Gli ho detto che abbiamo molti gruppi, ma purtroppo non siamo uniti
come loro, uniti, progres- sisti e impegnati. Gli ho detto che sono miglia
davanti a noi. Dai loro volti ho potuto vedere la loro sorpresa, delusione o frustrazione
per la mia risposta. Posso capire i loro sentimenti, perché pensano come, in un
mondo molto ar- retrato come il loro, possano essere più avanti di noi, mentre
noi viviamo nel paese che ha avuto la Rivoluzione industriale secoli fa!! I
partiti di opposizione curdi e cristiani Prima ho detto che ci sono più di 20
partiti politici curdi. Alcuni hanno aderito alla DSA, ma altri sedici non
l’hanno fatto. Alcuni si sono ritirati dalla politica, mentre altri si sono
uniti per creare un gruppo più grande. Ora ci sono dodici partiti costituiti
sotto il nome collettivo Assemblea Patriottica del Kurdistan in Siria.
Quest’organizzazione condivide più o meno gli stessi obiettivi e le stesse
strategie. La maggioranza dei partiti sotto questo nome collettivo sono
sostenuti da Massoud Barzani, il Presidente del Governo Regionale del Kurdistan
(KRG), che è anche il leader del Partito Democratico del Kurdistan (KDP) nel
Kurdistan iracheno. Una storia sanguinosa tra il KDP e il PKK risale sin dal
1990. Ci furono pesanti combattimenti tra i due gruppi nel Kurdistan iracheno
che causarono migliaia di morti da entrambe le parti, una ferita che deve
ancora essere rimarginata. Devo dire che il governo turco diede una mano nei
combattimenti al KDP, aiutandoli nell’attacco al PKK al confine tra Iraq e
Turchia. Esiste poi un’altra disputa tra Barzani e la sua famiglia con l’ex
capo del PKK, Abdullah Ocalan, per la posizione del leader curdo come leader
nazionale curdo. Mentre il popolo curdo in Kurdistan occidentale (Kurdistan
siriano) è riuscito a organizzare collettivamente la società, proteggendola da
guerre e creando una propria DSA, esso non è ancora in buoni rapporti con il
KDP. Il PKK e il Demo- cratic Union Party (PYD) sono stati molto favorevoli ai
cambiamenti avvenuti nel Kurdistan siriano. Ma ciò non è certamente vantaggioso
per la Turchia o per il KRG. Nel frattempo, la Turchia e il KRG rimangono
estremamente vicine. Quanto detto sopra è una spiegazione della ragione per cui
il KDP nel Kurdistan iracheno è scontento di quello che è successo nel
Kurdistan occidentale, oppo- nendosi sia alla DSA che al Tev-Dam. Il KDP guarda
a ciò che vi è accaduto come a un grande business e, tanto se questo business
non dovesse funzionare 40CHAPTER 4. VISITA NEL KURDISTAN SIRIANO, MAGGIO 2014ZA
HER BAHER affatto quanto se avesse successo, il KDP dovrà averne la quota
maggiore. Il KDP aiuta ancora alcuni curdi nel Kurdistan occidentale
finanziariamente e con donazioni di armi, nel tentativo di istituire milizie
per alcuni dei partiti politici al fine di destabilizzare la zona e i suoi
piani. L'Assemblea patriottica del Kur- distan in Siria, istituita con i dodici
partiti politici citati prima, è molto vicina al KDP. Il nostro incontro con i
partiti di opposizione è durato per oltre due ore e vi erano presenti la
maggior parte di essi. Abbiamo iniziato chiedendo loro a che punto sono con il
PYD, la DSA e il Tev-Dam. Sono liberi? Qualcuno dei loro membri o sostenitori
sono stati pedinati o arrestati dalla PDU e WDU? Sono liberi di organizzare
persone, dimostrazioni e organizzare altre attività? Sono state poste molte
altre domande. La risposta a ogni singola domanda è stata positiva. Non sono
stati effettuati arresti, restrizioni alla libertà o alle orga- nizzazioni di
dimostrazioni. Ma tutti loro hanno condiviso il punto che non vogliono
partecipare alla DSA. Hanno tre punti di attrito con il PYD e la DSA. Essi
ritengono che il PYD e il Tev-Dam abbiano tradito il popolo curdo, anche per il
fatto che la metà di Hassaka è sotto il controllo del governo e che le forze
del governo sono ancora nella città di Qamchlo, pur ammettendo che tali forze
sono inefficaci e controllano solo una piccola parte di territorio. Il loro
punto di vista è che costituisca un grosso problema e il PYD e il Tev-Dam siano
compro- messi con il regime siriano. Abbiamo detto loro che devono pensare che
il PYD e la politica del Tev-Dam sono la politica del “Né pace, né guerra” per
bilanciare la situazione, con successo e beneficio per tutti nella regione,
compresi tutti i partiti di opposizione per i motivi già citati in precedenza.
Abbiamo anche detto che dovrebbero sapere meglio di noi che è stato semplice
per il PYD cacciare le milizie di Assad da entrambe le città con il sacrificio
di alcuni dei loro miliziani ma cosa accadrà dopo?!! Abbiamo detto loro che
sappiamo che Assad non vuole rinunciare ad Hassaka e, quindi, la guerra
ricomincerà con morti, persecuzioni, bombarda- menti e distruzione di città e
di villaggi. Inoltre, questo apre una porta per l’Isis / IS e Al-Nusra per
lanciare un attacco contro. Ci sarebbe la possibilità che l’esercito di Assad,
l’esercito siriano libero e il resto delle organizzazioni ter- roristiche si
combattano l’un l’altro nella regione, con la conseguenza di perdere tutto ciò
che è stato raggiunto finora. Non ci hanno dato alcuna risposta. L'opposizione
non vuole unirsi alla DSA e le prossime elezioni di questo corpo si svolgeranno
tra pochi mesi se la situazione rimane la stessa. Le loro ragioni sono, in
primo luogo, l’accusa verso il PYD di cooperare con il regime, anche se non
hanno alcuna prova per dimostrare questa tesi. In secondo luogo, le prossime
elezioni non saranno libere perché il PYD non è un partito democratico, bensì
un partito burocratico. Ma sappiamo che il PYD ha quasi gli stessi numeri e
posizioni di qualsiasi altro partito della DSA, tale affermazione è pertanto
scorretta. Abbiamo detto loro che se credono nel processo elettorale devono
partecipare se vogliono vedere un’amministrazione con più democrazia e meno
burocrazia. Hanno replicato che il PYD si è ritirato dalla Conferenza Nazionale
Curda del KRG, che ha avuto luogo lo scorso anno a Irbil, per discutere la
ques- tione curda. Ma successivamente, quando abbiamo verificato questo fatto
con 41 gente del PYD e del Tev-Dam, ci è stato riferito di un documento scritto
che dimostra di essersi impegnati al patto, ma che l'opposizione non si è
impegnata. L'opposizione vuole creare un proprio esercito, ma non sono
autorizzati dal PYD. Quando abbiamo posto la questione al PYD e al Tev-Dam ci
hanno detto che l'opposizione potrebbe avere i propri combattenti, ma devono
essere sotto il controllo delle unità del People's Defence Units e del Women's
Defence Units. Essendo la situazione molto delicata e tesa, ciò potrebbe
provocare un ulteriore scontro interno, che costituisce una grande
preoccupazione non potendo perme- tterselo. Il PYD ha semplicemente detto che
non vuole ripetere gli stessi falli- menti del Kurdistan occidentale. Con
fallimento, si riferiscono all'esperimento del Kurdistan iracheno nella seconda
metà del XX secolo, che durò fino alla fine del secolo scorso, quando ci furono
tanti scontri tra le diverse organizzazioni curde. Alla fine, il PYD e il
Tev-Dam ci hanno chiesto di tornare dai partiti di opposizione, con il mandato
di offrire loro, a nome del PYD e del Tev-Dam, tutto, tranne il permesso di
avere forze militari sotto il proprio controllo. Pochi giorni dopo abbiamo
avuto un altro incontro durato quasi tre ore a Qam- chlo con i capi dei tre
partiti curdi: il Partito democratico del Kurdistan in Siria (Al Party), il
Partito curdo per la democrazia e l’uguaglianza in Siria e il Partito per la
democrazia patriottica curda in Siria. Nel corso della riunione, hanno più o
meno ripetuto i motivi dei loro colleghi nel corso della riunione precedente,
ossia le ragioni per cui non si integrano nella DSA e nel Tev-Dam per costruire
e sviluppare la società curda. Abbiamo avuto una lunga discussione, cercando di
convincerli che, se volevano risolvere la questione curda, avere una forza
potente nel Paese per evitare la guerra e la distruzione, allora avrebbero
dovuto essere indipendenti dal KRG e dal KDP e non lavorare nell’interesse di
nessuno se non del popolo del Kurdistan occidentale. Il più delle volte sono
rimasti silenziosi e non hanno risposto alle nostre proposte. Pochi giorni dopo
abbiamo incontrato anche rappresentanti di un paio di partiti politici
cristiani e l'Organizzazione Giovanile Cristiana a Qamchlo. Nessuno di questi
partiti ha aderito alla DSA o al Tev-Dam per propri motivi, ma hanno ammesso
che si trovano bene con la DSA e il Tev-Dam concordando con le loro politiche.
Hanno apprezzato anche che la loro sicurezza, e la protezione dall’esercito
siriano e dai gruppi terroristici era dovuto alle forze del Peoples Defence
Units o del Women's Defence Units che hanno sacrificato la loro vita per
realizzare tutto ciò che è stato conquistato per tutti nella regione. Tuttavia,
i membri dell’Organizzazione Giovanile Cristiana a Qamchlo non erano in armo-
nia con la DSA e il Tev-Dam. Il problema era di non avere abbastanza energia
elettrica, per cui che cercheranno un’alternativa alla DSA e al Tev-Dam e, se
la situazione rimarrà la stessa, allora non avranno altra scelta che emigrare
in Europa. Il capo di uno dei partiti politici, presente alla riunione ha
risposto loro dicendo: "Di cosa stai parlando, Figlio? Siamo nel bel mezzo
di una guerra, riesci a vedere cosa è successo nel resto delle principali città
della Siria? Riesci a vedere quante donne, uomini, anziani e bambini vengono
uccisi ogni giorno?! L'energia in questa particolare situazione non è molto
importante; possiamo usare altri 42CHAPTER 4. VISITA NEL KURDISTAN SIRIANO,
MAGGIO 2014ZA HER BAHER mezzi, invece. Ciò che è importante in questo momento
è: sedere a casa senza paura di essere uccisi, lasciando i nostri figli per le
strade a giocare senza paura che vengano rapiti o uccisi. Possiamo fare
funzionare le nostre attività come al solito, nessuno ci assalta, ci limita o
ci insulta... c'è pace. c’è libertà, e c’è giustizia sociale.“ I membri degli
altri partiti politici hanno concordato e ammesso tutto ciò. Prima di lasciare
la regione, abbiamo deciso di parlare con negozianti, imprenditori, proprietari
delle bancarelle e persone al mercato per ascoltare le loro opinioni, che per
noi erano molto importanti. Ognuno sembrava avere un parere molto positivo
della DSA e del Tev-Dam. Erano felici per l’esistenza della pace, della
sicurezza e della libertà e di mandare avanti la propria attività, senza alcuna
interferenza da eventuali fazioni. Chapter 5 La trincea vergognosa L’anno
scorso il governo iracheno e il KRG hanno concordato, presumibilmente per
ragioni di sicurezza, di scavare una trincea lunga 35 km, profonda oltre due
metri e larga circa due metri, sul confine iracheno / siriano del Kurdistan. La
trincea separa Al Jazera nel Kurdistan occidentale dal Kurdistan iracheno, nel
sud. Il fiume Tigri copre cinque chilometri di questo confine, quindi non c’era
bisogno di una trincea. I dodici chilometri successivi sono stati costruiti dal
KRG, e gli ultimi diciotto chilometri costruiti dal governo iracheno. Sia il
KRG che il governo iracheno affermano che la trincea era una misura necessaria
a causa dei timori per la pace e per la sicurezza nei territori iracheni, tra
cui la regione del Kurdistan. Ma si sollevano tanti interrogativi su tali
preoccu- pazioni. Quali timori? Da chi? Dall Isis / Is? È impossibile per
gruppi come l’Isis /Is arrivare in Iraq o nel KRG attraverso quella parte della
Siria che è stata protetta dalle forze del PDU e del WDU, e inoltre Al Jazera é
stata rip- ulita completamente dall’Isis/Is. Tuttavia, la maggioranza dei curdi
sanno che ci sono un paio di motivi per scavare la trincea. In primo luogo,
impedire ai siriani che fuggono dalla guerra di raggiungere il Kurdistan
iracheno. Inoltre, il capo del KRG, Massoud Barzani come già detto, è
preoccupato per il PKK e per il PYD e quindi lui e il KRG vogliono impedire a
loro o chiunque altro della DSA di entrare in questa parte del Kurdistan. In
secondo luogo, la trincea aumenterà l'efficacia delle sanzioni utilizzate
contro il Kurdistan occidentale, nel tentativo di strangolarlo e di
costringerlo a un punto di resa, in modo da cadere nelle condizioni poste dal
KRG. Tuttavia, in caso di scelta tra la resa e la fame per i curdi nel
Kurdistan siriano, sento che sceglierebbero la fame. Questo è il motivo per cui
la maggior parte dei curdi, ovunque vivano, chiama la trincea la
"vergognosa trincea”... Non vi è dubbio che le sanzioni hanno paralizzato
la vita curda ad Al Jazera, le persone hanno bisogno di tutto, medicine, soldi,
medici, infermieri, insegnanti, tecnici ed esperti delle aree industriali,
soprattutto nel settore dei giacimenti petroliferi e di raffinazione per farli
funzionare. Ad Al Jazera, hanno migliaia di tonnellate di grano che essi
sarebbero felici di vendere da $ 200 a $ 250 a tonnellata al governo iracheno,
ma esso preferisce pagare dai $ 600 ai $ 700 per 43 44 CHAPTER 5. LA TRINCEA
VERGOGNOSA ogni tonnellata di grano acquistato altrove. Ci sono persone nel
Kurdistan occidentale che non capiscono perché il KRG, come governo autonomo
curdo, e il suo presidente, Massoud Barzani, (che si dice essere un grande
leader curdo) vogliano far morire di fame il proprio popolo in un’altra parte
del Kurdistan. A Qamchlo, il Tev-Dam ha chiamato una grande manifestazione
pacifica sabato, 9 maggio 2014. Alcune migliaia di persone hanno preso
posizione contro chi ha scavato la trincea vergognosa. Ci sono stati molti
discorsi forti da parte di persone e organizzazioni diverse, tra cui la Casa
del Popolo e molti altri gruppi e comitati. Nessuno dei loro discorsi ha creato
tensione. Le persone si sono concentrate nei loro discorsi principalmente sulla
fratellanza, le buone relazioni e la cooperazione tra i due lati del confine,
la riconciliazione tra tutte le parti in conflitto e la pace e la libertà. Alla
fine è diventata una festa di strada con gente che ballava felicemente e
cantava, in particolare inni. Aspettative e timori È molto difficile sapere
quale direzione prenderà il movimento di massa del Kurdistan occidentale, ma
ciò non ci esonera da aspet- tative e dall’analizzare ciò che può influenzare
la direzione di questo movimento e il suo futuro. Il completo successo o
fallimento di questo grande esperimento che la regione, almeno per un lungo
periodo di tempo, non ha mai registrato, dipende da tanti fattori che possono
essere suddivisi in fattori interni (questioni interne e problemi all’interno
del movimento stesso e con il KRG) e fattori es- terni. Tuttavia, qualunque
cosa accada, alla fin fine dobbiamo affrontarlo, ma ciò che è importante è: la
resistenza, la sfida e lo stimolo, non arrendersi, la fiducia e credere nelle
trasformazioni. Rifiutare il sistema attuale e cogliere le opportunità è più
importante, a mio parere, della vittoria temporanea, perché tutti questi sono i
punti chiave necessari per raggiungere l’obiettivo finale. I fattori esterni La
direzione della guerra e l’equilibrio delle forze all’interno della Siria. Era
abbastanza evidente all’inizio della rivolta popolare in Siria, che essa
sarebbe andata a beneficio del popolo siriano, dopo la fine tanto attesa del
regime di Assad e che non sarebbe durata a lungo una volta che le persone si
fossero unite sia all’interno che all’esterno del paese. Tuttavia, dopo un po’
di tempo, i gruppi terroristici furono coinvolti e cambiarono la direzione
della rivolta del popolo, come abbiamo visto tutti ancora vediamo attraverso i
media. Ciò è accaduto perché Assad è stato molto abile nella realizzazione di
un paio di politiche che hanno colpito direttamente l’indirizzo della rivolta
del popolo rafforzando il suo regime. In primo luogo, ha ritirato tutte le sue
forze dalle tre regioni curde di Afrin, Kobane e Al Jazera, eccetto poche
migliaia nella regione di Al Jazeera, come già accennato. Ovviamente, una parte
del motivo del ritiro era dovuto alla pressione dei manifestanti curdi. In
secondo luogo, ha aperto il confine con la Siria a organizzazioni terroristiche
consentendo loro di fare quello che volevano. Ormai sappiamo tutti ciò che è
accaduto dopo. In questo modo, 45 Assad è riuscito a indebolire e a isolare i
manifestanti contro il regime e ha anche inviato un messaggio alla cosiddetta
“comunità internazionale” secondo cui non c’era alternativa a lui e al suo
regime, tranne i gruppi terroristici. Vol evano veramente gli Stati Uniti, il
Regno Unito, i paesi occidentali e il resto del mondo tutto ciò? Naturalmente,
in una certa misura, la risposta è no. Tutto dipende dai loro interessi. Queste
strategie politiche hanno funzionato molto bene e hanno completamente cambiato
la direzione della guerra. Quindi, si è aperta la possibilità per Assad di
rimanere al potere, almeno per un breve periodo di tempo dopo aver negoziato
con gli Stati Uniti, le Nazioni Unite, il Regno Unito e i loro agenti sino alle
prossime elezioni. In quel caso, avrebbe potuto imparare una lezione per
cambiare la sua politica nei confronti del popolo curdo, ma alle sue condizioni
e non nel modo in cui avrebbe voluto il popolo curdo. Se Assad venisse
sconfitto nella guerra con i gruppi terroristici con l'appoggio degli Stati
Uniti, Regno Unito, UE e la “comunità Internazionale”, e questi andassero al
potere, di certo non ci sarebbe alcun futuro per la DSA o il Tev-Dam. Se le
forze moderne, come i partiti o le organizzazioni che com- pongono l’Esercito
Libero della Siria (FSA) non sono ancora al potere, allora ci sono ben poche
possibilità per il popolo curdo in quanto non hanno una buona soluzione per la
loro questione, abbandonati qualora salgano al potere. Natu- ralmente, ci sono
altre possibilità di porre fine al potere di Assad, con il suo assassinio o con
un colpo di stato militare... Il ruolo e le influenze dei paesi limitrofi della
regione La gente comune in Siria ha cominciato la rivolta a causa della
repressione, dell’oppressione, della mancanza di libertà e di giustizia
sociale, della corruzione, della discriminazione, della mancanza di diritti
umani, e per alcun diritto per le minoranze etniche quali curdi, turcomanni e
altri. La vita per la maggioranza delle persone era terribile; redditi bassi,
il costo della vita in continuo aumento, senza-tetto e la disoccupazione sono
serviti da ispirazione per la “primavera araba”. Tuttavia, le proteste, le
dimostrazioni e le rivolte dal basso sono state dirottate dai governanti vicini
in una guerra delegata tra l'Arabia Saudita, il Qatar e la Turchia con il
sostegno degli Stati Uniti e dei paesi occidentali da un lato e il regime di
Assad, l’Iran e Hezbollah sull’altro. Il governo iracheno non ha annunciato il
suo sostegno al regime di Assad, ma voleva, e vuole ancora, As- sad al potere a
causa della stretta relazione tra sciiti e alawiti e anche perché l'Iran è il
più stretto alleato dell’Irag, e l’Iran è anche molto vicino alla Siria. Ciò
che resta dei paesi vicini è stato la posizione del KRG verso ciò che accade in
Siria, a causa della vicinanza del KRG, e, soprattutto, del suo presidente,
Massoud Barzani, alla Turchia. Il KRG ha annunciato, sin dall’inizio, il suo
sostegno all’opposizione siriana al regime di Assad. Qui dobbiamo notare la
doppia morale e l’ipocrisia del KRG in quanto, da un lato, è contro Assad pur
sostenendo l’opposizione, ma, d’altra parte, è contro i curdi in Siria e il
loro movimento di massa popolare che rappresenta una delle principali e più
costruttive forze contro Assad. 46 CHAPTER 5. LA TRINCEA VERGOGNOSA Ovviamente
ogni Paese ha un grande impatto in quanto alcuni stanno soste- nendo il regime
di Assad mentre altri sostengono l'opposizione siriana. Ciò che è importante sapere
è che nessuno di questi paesi sono amici o vicini della nazione curda in
qualsiasi parte del Kurdistan, tanto nel Kurdistan siriano, iracheno, iraniano
quanto nel Kurdistan turco. Non hanno mai avuto un giudizio fa- vorevole alla
questione curda e mai, sinceramente, hanno voluto risolvere questo problema,
pur tenendo un giudizio positivo sui partiti politici curdi nazionalisti quando
questi partiti lavoravano e combattevano nei loro interessi. Tl ruolo della
Cina e della Russia Anche se la Russia è diventata molto più piccola e meno
potente di prima, ha ancora peso e potenza, in concorrenza con gli Stati Uniti
e i paesi occidentali. Non è una sorpresa vedere ora che la Russia non riesce a
raggiungere un accordo con l’Occidente sul regime di Assad. Gioca anche il
fatto che la Siria, quando il padre di Assad era al potere, si schierava sempre
con il campo sovietico. A ciò si aggiunge che la Russia è vicino all’Tran,
principale alleato della Siria. Per quanto riguarda la Cina, anche lei ha i
propri interessi nella regione, in par- ticolare in Iran. Pertanto, la Cina
cerca di proteggere tale interesse in quanto non torna a suo vantaggio vedere
Assad cacciato perché sa che il prossimo sarà l’Iran. Così gli interessi della
Russia e della Cina e il loro sostegno alla Siria rendono la guerra più lunga
di quanto ci sì aspettasse. Da quanto detto, pos- siamo vedere come due paesi
potenti dovrebbero affrontare la questione curda in Siria, in particolare con
la DSA e il Tev-Dam. A mio parere, gli affari e i profitti decideranno, alla
fine, se sosterranno o meno il popolo curdo in futuro. Allo stato attuale, non
vi è alcun supporto alla DSA e al Tev-Dam dalla Cina, dalla Russia, dagli Stati
Uniti o dai paesi occidentali, mentre i curdi in Siria sono la principale
opposizione contro le forze terroristiche come l’Isis / IS, gra- zie alle
milizie della PDU e WDU. Queste unità sono costantemente in lotta contro questi
gruppi terroristici nelle regioni curde di Al Jazera e di Kobane. Possiamo
osservare la doppia morale e l’ipocrisia degli Stati Uniti e dei paesi oc-
cidentali. Hanno lanciato una guerra contro il terrorismo, ma mentre il popolo
curdo in Siria è l’unico che combatte seriamente le organizzazioni
terroristiche, questi paesi non li appoggiano. Le principali ragioni, a mio
parere, sono: 1. Non sono seri nella lotta contro i terroristi e il terrorismo
perché essi stessi o i loro alleati li hanno creati e appoggiati. 2. Combattono
le persone che credono nell’Islam, piuttosto che combattere la religione stessa
e il suo libro sacro, il Corano. 3. Possono avere bisogno di questa
organizzazione in futuro. 4. Essi non vogliono cambiare o rivedere la loro
politica estera. 5. Gli Stati Uniti e il Regno Unito supportano,
finanziariamente e moralmente, tutte le fedi reazionarie sotto il nome delle
pari opportunità, della libertà e riconoscendo le diverse culture. Possiamo già
contare più di un centinaio di tribunali della sharia in Gran Bretagna. 6. Il
punto principale è che il movimento democratico di massa nel Kurdis- 47 tan siriano,
tra cui la DSA, non ha creato religioni o un potere nazionalista o liberale.
Sanno che in questa parte del mondo, hanno dato vita al potere del popolo,
dimostrando che essi stessi possono governare attraverso la democrazia diretta
senza governo e sostegno da parte degli Stati Uniti, dei paesi occiden- tali e
delle istituzioni finanziarie internazionali, quali il FMI, la BM e la Banca
centrale europea. I fattori interni Con fattori interni intendo qualunque cosa
possa accadere all’interno del Kurdistan occidentale, tra i quali il seguente
scenario: La guerra civile del popolo curdo. Non intendo solo una guerra tra i
partiti politici all’interno del Kurdistan occidentale, ma la guerra tra il KRG
nel Kur- distan iracheno e le forze della PDU, WDU e PKK. C'è un rapporto molto
stretto tra il PKK e il PYD che sorregge questo esperimento nel Kurdistan siri-
ano con grande aiuto. Ho detto in precedenza che c’è stata una storia di sangue
tra il PKK e il KDP e anche una forte controversia sulla leadership curda. Tut-
tavia, per qualche tempo, Abdullah Ocalan, in recenti libri, testi e messaggi,
ha denunciato e rifiutato lo Stato e l’autorità. Ma fino a ora non ha respinto
la pro- pria autorità e denunciato chi ancora si riferisce a lui come un grande
leader o chi lavora duramente pet dargli una posizione sacra. L'atteggiamento
di Ocalan non può essere corretto se non rifiuta anche la propria autorità e
leadership. Al momento, la situazione sta peggiorando e il rapporto del KRG con
il PYD e PKK sta deteriorando, quindi c’è una possibilità di scontro interno,
special mente dato che il KRG è, giorno dopo giorno, sempre più vicino alla
Turchia. Una volta avviata questa guerra non c’è dubbio che Isis / IS e altri
parteciper- anno al combattimento dalla parte del KRG e della Turchia. L’unico
modo per evitare che ciò accada è con proteste di massa, manifestazioni e
occupazioni di massa nel Kurdistan iracheno e altrove da parte degli amici dei
curdi siriani. Il Tev-Dam si indebolisce Come spiegato in precedenza, è il
Tev-Dam che ha creato questa situazione, con i suoi gruppi, comitati, comuni e
con la Casa del Popolo che è l’anima e la mente del movimento di massa. Il
Tev-Dam è stata la forza principale nella creazione della DSA. In generale, è
il Tev-Dam che fa la differenza nel forzare il risultato di ciò che potrebbe
accadere rap- presentando fonte di ispirazione per il resto della regione. È
difficile per me vedere l’equilibrio tra il potere del Tev-Dam e della DSA in
futuro. Ho avuto l’impressione che nella misura in cui il potere della DSA
accrescerà, la forza del Tev-Dam diminuirà e viceversa. Ho sollevato questo
punto con i compagni del Tev-Dam. Sono in disaccordo e credono che più la DSA
diventerà forte, e più il Tev-Dam diventerà potente. La loro ragione in tal
senso consiste nella considerazione che la DSA è un organo esecutivo, che
esegue e attua le decisioni prese dal Tev-Dam e dai suoi organi. Tuttavia, non
posso essere d’accordo o in disaccordo con loro perché il futuro mostrerà la
direzione che prenderà tutta la società e il movimento. 48 CHAPTER 5. LA
TRINCEA VERGOGNOSA Il PYD e le sue strutture di partito Il PYD, l’United
Democratic Party e il PKK si pongono a sostegno del movimento democratico di
massa e sono partiti politici con tutte le condizioni di cui un partito
politico ha bisogno in quella parte del mondo: l’organizzazione gerarchica,
leader per comandare le persone, e tutti gli ordini e i comandi dei leader
arrivano dall’alto in basso alle parti partito. Non c’è stata molta
consultazione con i membri quando si trattava di prendere una decisione su
grandi temi. Sono molto ben disciplinati, hanno regole e ordini da seguire,
segreti e relazioni clandestine con diversi partiti, in diverse parti del
mondo, tanto al governo, quanto non. D’altra parte, posso considerare il
Tev-Dam esattamente il suo contrario. Molti all’interno di questo movimento non
sono stati membri del PKK o del PYD. Essi credono che la rivoluzione deve
partire dal basso della società e non dall’alto, non credono nei poteri dello
Stato e dell’autorità e si riuniscono in incontri per prendere le proprie
decisioni in merito, ciò che vogliono e a tutto ciò che è nel migliore
interesse delle persone. Dopo di che, chiedono alla DSA di eseguire le loro
decisioni. Ci sono molte differenze tra il PYD e il PKK e il Movimento della
Società Democratica, il Tev-Dam. La domanda è: dati compiti e natura del
Tev-Dam e data la struttura del PYD e del PKK, come può esserci un compromesso?
Il Tev-Dam segue il PYD e il PKK o essi seguono il Tev-Dam, ovvero chi controlla
chi? Si tratta di una domanda a cui non posso rispondere e devo aspettare e
vedere. Tuttavia, credo probabilmente che la risposta sia in un prossimo
futuro. La paura dell’Ideologia e degli ideologi che possono divenire sacri
L'ideologia è una visione. Guardare o vedere tutto dal punto di vista
ideologico può essere un disastro in quanto ti dà una soluzione o una risposta
pronta, ma che non si connette con la realtà della situazione. Per la maggior
parte del tempo, gli ideologi cercano una soluzione nelle parole di vecchi
libri che sono stati scritti molto tempo fa, mentre quei libri non sono
rilevanti per il problema o la situazione attuale. Gli ideologi possono essere
pericolosi quando vogliono imporre le loro idee prese da ciò che è stato
scritto in libri vecchi, nella situ- azione attuale. Sono molto gretti, molto
insistenti, bastonano con le loro idee e sono fuori dal mondo. Non hanno
rispetto per chi non condivide la loro stessa opinione, in breve, gli ideologi
credono che l’ideologia, o il pensiero, creano le insurrezioni o le
rivoluzioni, ma per i non-ideologi, come me è vero il contrario. È davvero un
peccato aver scoperto molti ideologi tra il PYD e i membri del Tev-Dam,
soprattutto quando si trattava di discussioni sulle idee di Abdullah Ocalan.
Questi individui sono molto legati ai principi di Ocalan, e fanno riferi mento
ai suoi discorsi e libri nelle nostre discussioni. Hanno fede in lui e, in un
certo senso, è sacro. Se questa è la fede che le persone hanno messo nel loro
capo provandone timore è molto spaventoso e le conseguenze non saranno
positive. Per me, nulla deve essere sacro e tutto può essere criticato e
respinto se ce n’è 49 bisogno. Peggio di così, c’è la Casa dei bambini e i
Centri giovanili. Nella Casa dei Bambini e nei Centri giovanili, ai bambini
vengono insegnate nuove idee, tra cui la rivoluzione e molte altre cose
positive che i bambini hanno bisogno di acquisire per essere membri utili della
società. Tuttavia, ai bambini viene inoltre insegnata l’ideologia e le idee e i
principi di Ocalan e la sua grandezza in quanto leader del popolo curdo. A mio
parere, i bambini non dovrebbero essere portati a credere in un’ideologia. Non
dovrebbero avere lezioni sulla religione, nazionalità, razza o colore. Essi
dovrebbero essere liberi fino a quando diven- teranno adulti e potranno
decidere da soli per se stessi. Il ruolo delle Comuni Nei paragrafi precedenti
ho spiegato le Comuni e i loro ruoli. I compiti delle Comuni devono essere
modificati in quanto non possono semplicemente essere coinvolte nei problemi
dei posti dove esistono e prendere decisioni sulle cose che vi succedono. Le
comuni devono accrescere i loro ruoli, compiti e poteri. È vero che non ci sono
fabbriche, né aziende e né distretti industriali. Ma Al Jazera è un cantone agricolo
che coinvolge molte persone in villaggi e piccole città e il grano è il suo
prodotto principale. Questa regione è anche molto ricca di petrolio, gas e
fosfati, anche se molti giacimenti petroliferi non sono in uso a causa della
guerra e della mancanza di manutenzione, anche da prima della rivolta. Quindi
per le Comuni queste sono ulteriori aree da in- cludere nel loro controllo, nel
loro utilizzo e nella distribuzione di prodotti per le persone secondo le loro
libere necessità. Qualunque cosa rimanga, dopo la dis- tribuzione, i membri
della Comuni possono decidere e accettare di commerciarle, venderle, scambiarle
per le esigenze primarie della popolazione oppure semplice- mente conservarle
per dopo quando sarà utile. Se le Comuni non eseguono tali compiti fermandosi a
quanto fanno adesso, le loro funzioni ovviamente rester- anno incompiute. La
conclusione e le mie parole finali Ci sono così tanti diversi punti di vista e
opinioni di destra, di sinistra; separatisti, trockisti, marxisti, comunisti,
socialisti, anarchici e libertari sul futuro dell’esperimento nel Kurdistan
occi- dentale, che, in realtà, meriterebbero più spazio. Io, da anarchico, non
vedo gli eventi in bianco o nero, non ho una soluzione pronta per loro e
inoltre non ritornerò mai su vecchi libri per trovare le soluzioni agli eventi
in corso o per i loro sbocchi perché credo che la realtà, gli eventi stessi e
le situazioni creano le idee e i pensieri, non il contrario. Li osservo con una
mente aperta e li collego a tanti fattori, e alle ragioni del loro verificarsi.
Tuttavia, devo dire un paio di cose circa ogni rivolta e rivoluzione, perché
sono molto importanti per me. In primo luogo, la rivoluzione non sta esprimendo
rabbia, non viene creata dietro un ordine o un comando, non è qualcosa che può
accadere nel giro di ventiquattro ore e non è un colpo di stato militare, o
bolscevico o la cospirazione di politici. Inoltre non è solo lo smantellamento
delle infrastrutture economiche della società e l’abolizione della classe
sociale. 50 CHAPTER 5. LA TRINCEA VERGOGNOSA Ciò che ho appena detto
rappresentano tutti i punti di vista e le opinioni della sinistra, dei marxisti
e comunisti e dei loro partiti. Queste sono le loro definizioni di rivoluzione.
Guardano alla rivoluzione in questo modo perche sono dogmatici e vedono i
rapporti di classe in atto in modo meccanicistico. Per loro, quando accade una
rivoluzione e viene abolita la società di classi, è la fine della storia e il
socialismo può determinarsi. A mio parere, anche se la rivoluzione ha successo,
ci saranno ancora possibilità di un desiderio per l’autorità, nelle famiglie,
nelle fabbriche e nelle aziende, nelle scuole, nelle università e in molti
altri luoghi e is- tituzioni. Aggiungiamo poi le restanti differenze tra uomini
e donne e l’autorità degli uomini sulle donne all’interno del socialismo.
Inoltre, rimarrà una cultura avida ed egoista, e l’uso della violenza insieme a
tante altre cattive abitudini esistenti nella società capitalista. Non possono
scomparire o dissolversi in breve tempo. In realtà, resteranno con noi per un
lungo, lungo tempe e potrebbero minacciare la rivoluzione. Così, cambiando
l’infrastruttura economica della società e raggiungendo la vit- toria sulla
società di classe non si può né offrire alcuna garanzia che la rivoluzione sia
compiuta, né che possa mantenersi per lungo tempo. Quindi, credo che ci debba
essere una rivoluzione nella vita sociale, nella nostra cultura,
nell’istruzione, nella mentalità degli individui e nei comportamenti
individuali e di pensiero. Le rivoluzioni in queste sfere non sono solo
necessarie, ma anzi devon darsi prima o insieme al cambiamento
dell’infrastruttura economica della società. Non credo che sia finita, dopo la
rivoluzione nell’infrastruttura economica della società. Si deve riflettere in
ogni aspetto della vita della società e dei suoi membri. Per me, le persone
risentono del sistema attuale e credono nel cambiamento di esso. Hanno la
tendenza alla ribellione, la coscienza di essere usati e sfruttati e, inoltre,
una propensione di resistenza, cose estremamente importanti per mantenere la
rivoluzione. Come posso collegare queste considerazioni all'esperimento del
popolo del Kurdistan occidentale? In risposta, dico che questo esperimento
esiste da oltre due anni e ci sono generazioni che ne sono testimoni. Sono
ribelli o già hanno la tendenza alla ribellione, vivono in armonia e
un’atmosfera libera e sono abituati a nuove culture: una cultura del vivere
insieme in pace e libertà, una cultura di tolleranza, del dare non solo del
prendere, una cultura dell’essere molto fiduciosi e ribelli, una cultura di
fede nel lavorare volontariamente e per il bene della comunità; una cultura di
solidarietà e di vivere per l’altro e una cultura in cui tu sei il primo e io
sono il secondo. Nel frattempo, è vero che la vita è molto difficile, vi è una
mancanza di molte risorse primarie e neces- sarie e il tenore di vita è basso,
ma la gente è piacevole, felice, e allo stesso momento, sorridente e vigile,
molto semplice e umile, mentre il divario tra ricchi e poveri è minimo. Tutto
ciò ha, in primo luogo, aiutato le persone a superare le difficoltà nella loro
vita con i loro disagi. In secondo luogo, gli eventi, la loro storia personale
e l’attuale ambiente in cui vivono ha insegnato loro che, in futuro, non si
sottometteranno a una dittatura, resisteranno alla repressione e 51
all’oppressione, cercheranno di mantenere ciò che avevano prima, uno spirito di
sfida e provocazione, senza accettare più che altri prendano decisioni per
loro. Per tutte queste ragioni, il popolo resiste senza arrendersi, sta di
nuovo sulle proprie gambe, lotta per i propri diritti e resiste al ritorno
della cultura prece- dente. La seconda considerazione riguarda quanto alcuni ci
dicono: questo movimento ha alle sue spalle Abdullah Ocalan, il PKK e il PYD,
perciò, se qualcuno cercherà di deviare questo esperimento, esso si concluderà
o un dittatore prenderà il potere. Certo, questo è possibile e può accadere. Ma
anche in questa situ- azione, non credo che il popolo in Siria o nel Kurdistan
occidentale potrà più tollerare una dittatura o un governo di stampo
bolscevico. Credo che siano passati i giorni in cui il governo in Siria poteva
massacrare 30.000 persone nella città di Aleppo, nel giro di pochi giorni.
Anche il mondo è cambiato e non è più come prima. Tutto ciò che resta da dire è
che quanto è successo nel Kurdistan Occidentale non è stata un’idea di Ocalan,
come molti affermano. In realtà questa idea è molto vecchia e Ocalan ha
elaborato queste idee in carcere, familiarizzando con loro attraverso la
lettura di centinaia e centinaia di libri, senza smettere di pensare e
analizzando le esperienze dei governi naizonalisti, comunisti e dei loro
governi nella regione e nel mondo nonché le ragioni per cui essi sono tutti
falliti e non potevano conseguire ciò che essi pur sostenevano. La base di
tutto è che si sia convinto che lo Stato, qualunque sia il suo nome e la sua
forma, è uno Stato e non può sparire quando viene sostituito da un altro Stato.
Per questo, Abdullah Ocalan merita credito. Zaher Baher fa parte dell’Haringey
Solidarity Groupe del Kurdistan Anarchists Forum. Traduzione italiana di
Stefano F. 52 CHAPTER 5. LA TRINCEA VERGOGNOSA Chapter 6 Kurdistan” G.D.&
T.L. Ci sono periodi in cui non si può nulla, salvo non perdere la testa (Louis
Mercier-Véga, La Chevauchée anonyme) Quando i proletari sono costretti a
prendere in mano i loro affari per assicu- rarsi la sopravvivenza, essi aprono
la possibilità di un cambiamento sociale. I curdi sono costretti ad agire nelle
condizioni che trovano e che tentano di crearsi, nel mezzo di una guerra
internazionale poco favorevole all’emancipazione. Non siamo qui per giudicare.
Né per perdere la testa. Auto(difesa) In diverse regioni del mondo, i proletari
sono portati ad un au- todifesa che passa attraverso l’autorganizzazione: «Una
vasta nebulosa di “movimenti" - armati e non, oscillanti tra il banditismo
sociale e la guerriglia organizzata — agisce nelle zone più disgraziate
dell’immondezzaio capitalistico mondiale, presentando tratti simili a quelli
del PKK attuale. Essi, in una maniera o nell’altra, tentano di resistere alla
distruzione di economie di sussistenza ormai residuali, al saccheggio delle
risorse naturali o minerarie locali, oppure all’imposizione della proprietà
fondiaria capitalistica che ne limita o im- pedisce l’accesso e/o l’utilizzo; a
titolo di esempio, possiamo citare alla rinfusa i casi della pirateria nei mari
di Somalia, del MEND in Nigeria, dei Naxaliti in India, dei Mapuche in Cile.
[...] È essenziale cogliere il contenuto che li acco- muna: l’autodifesa. |...]
Ci si auto-organizza sempre sulla base di ciò che si è all’interno del modo di
produzione capitalistico (operaio di questa o quella im- presa, abitante di
questo o quel quartiere, ecc.), mentre l’abbandono del terreno difensivo
(“rivendicativo”) coincide col fatto che tutti questi soggetti si interpen-
etrano reciprocamente e che le distinzioni vengono meno, poiché inizia a venir
53 54 CHAPTER 6. KURDISTAN? G.D. & T.L. meno il rapporto che le struttura:
il rapporto capitale/lavoro salariato». [8] Nel Rojava, l’autorganizzazione ha
portato (o può portare) da una necessità di sopravvivenza a un rovesciamento
dei rapporti sociali? È inutile ritornare qui sulla storia del potente
movimento indipendentista curdo in Turchia, Iraq, Siria e Iran. Le rivalità tra
questi paesi e la repressione che vi subiscono, lacerano i curdi da decenni.
Dopo l’esplosione dell’Iraq in tre entità (sunnita, sciita e curda), la guerra
civile ha liberato in Siria un territorio dove l'autonomia curda ha preso una
forma nuova. Un’unione popolare (vale a dire transclassista) si è costituita
per gestire questo territorio e difenderlo contro una minaccia militare: lo
Stato Islamico ha funzionato da elemento di rottura. Nella resistenza si intrecciano
antichi legami comunitari e nuovi movimenti, in parti- colare di donne,
attraverso un’alleanza di fatto tra proletari e classi medie con la «nazione» a
fare da collante: dopo un soggiorno in Rojava alla fine del 2014, Janet Biehl,
pur ritenendo che vi si stia sviluppando una rivoluzione, scrive che "la
trasformazione che si attua nel Rojava riposa in una certa misura su
un’identità curda radicale e su una forte partecipazione delle classi medie
che, a dispetto di un discorso radicale, mantengono sempre un certo interesse
alla perpetuazione del capitale e dello Stato." [9] Una rivoluzione
democratica? In politica, molto sta nelle parole: quando il Rojava elabora la
sua costituzione e la chiama Contratto sociale, si tratta di un’eco dei Lumi
del XVIII secolo. Dimenticati Lenin e Mao, gli attuali dirigenti curdi leggono
Rousseau, non Bakunin. Il Contratto sociale proclama «la coesistenza e la
comprensione reciproca e paci- fica di tutti gli strati sociali» e riconosce
«l’integrità territoriale della Siria»: è ciò che dicono tutte le costituzioni
democratiche, e non c’è da attendersi né l’apologia della lotta di classe, né
la rivendicazione dell’abolizione delle fron- tiere, dunque degli stati [10]. È
il discorso di una rivoluzione democratica. Anche nella Dichiarazione dei
diritti dell'Uomo e del Cittadino del 1789, il diritto di «resistenza
all’oppressione», esplicitamente previsto, si accompagnava a quello di
proprietà. La libertà era completa ma definita e limitata della legge. Nel
Rojava, allo stesso modo, la «proprietà privata» è un diritto del quadro della
legge. Malgrado opti per la qualificazione di «regione autonoma» il Contratto
sociale prevede un’amministrazione, una polizia, delle prigioni, delle imposte
(dunque un potere centrale che raccoglie denaro). Ma oggi siamo all’inizio del
XXI secolo: il riferimento a «Dio onnipotente» va di pari passo con lo
«sviluppo durevole», la quasi parità (40 % di donne negli organi
rappresentativi]) e «l'uguaglianza tra i sessi» (sebbene legata alla
«famiglia»). Aggiungiamo la separazione dei poteri, quella tra chiesa e Stato,
una magis- 55 tratura indipendente, un sistema economico che deve assicurare
«il benessere generale» e garantire i diritti dei lavoratori (tra cui quello di
sciopero), la limi- tazione del numero dei mandati politici, ecc.: un programma
di sinistra repub- blicana. Se alcuni in Europa e negli Stati Uniti vedono in
tali obiettivi l'annuncio di una rivoluzione sociale, ciò dipende senza dubbio
dal «relativismo culturale». A Parigi, un simile programma sarebbe motivo di
sfottò nel milieu radicale, ma «laggiù, è già non male...». Chi paragona il
Rojava alla rivoluzione spag- nola deve confrontare il Contratto sociale al
programma adottato dalla CNT nel maggio 1936 (nonché il modo in cui è stato nei
fatti tradotto un paio di mesi dopo). Un nuovo nazionalismo Come ogni movimento
politico, un movimento di liberazione nazionale si dà le ideologie, i mezzi e
gli alleati che può, e li sostitu- isce quando gli conviene. Se l’ideologia
[del PKK] è nuova, è perché riflette un cambiamento d’epoca: Non si può
comprendere il divenire attuale della questione curda, né la trai- ettoria
delle sue espressioni politiche — PKK in primis — senza prendere in
considerazione la fine del periodo d’oro dei “nazionalismi dal basso” —
socialisti o “progressisti” — nelle zone periferiche e semi-periferiche del
sistema capitalis- tico, e le sue cause [11]. Il PKK non ha rinunciato
all’obiettivo naturale di ogni movimento di liber- azione nazionale. Benché
eviti ormai di usare una parola che suonerebbe troppo autoritaria, è alla
creazione di un apparato di gestione e decisione politica su un territorio dato
che aspira, oggi come ieri. E non c’è parola migliore di Stato per designare
questa entità. La differenza, al di là alla definizione amministra- tiva
[<regione autonoma»] è che esso sarebbe talmente democratico, talmente
controllato dai suoi cittadini, da non meritare più il nome di Stato. Questo,
per quanto riguarda l’ideologia. In Siria, il movimento nazionale curdo (sotto
l’influenza del PKK) ha dunque sostituito la rivendicazione di uno Stato a
pieno titolo, con un programma più modesto e «di base»: autonomia,
confederalismo democratico, diritti dell’uomo e della donna, ecc. Al posto
dell’ideologia modellata su un socialismo diretto da un partito
operaio-contadino che sviluppa l’industria pesante, al posto dei riferimenti
«di classe» e «marxisti», ciò che viene proposto è l’autogestione, la
cooperativa, la comune, l’ecologia, l’antiproduttivismo e, in primo luogo, il
genere. L'obiettivo di una forte autonomia interna accompagnata da una vita
demo- cratica di base non è assolutamente utopico: diverse regioni del pacifico
vivono in questo modo, dal momento che i governi lasciano ampi margini di auto-
amministrazione a popolazioni delle quali nessuno si interessa (salvo che non
siano in gioco interessi minerari: allora si manda l’esercito). In Africa, il
So- maliland ha tutti gli attributi di uno Stato (polizia, moneta, economia)
tranne 56 CHAPTER 6. KURDISTAN? G.D. & T.L. per il fatto che nessuno lo ha
riconosciuto. Gli abitanti del Chiapas (al quale molti paragonano il Rojava)
sopravvivono in una sorta di semi-autonomia re- gionale che salvaguarda la loro
cultura e i loro valori, senza che siano in molti ad esserne infastiditi.
L’insurrezione zapatista, la prima dell’era altermondialista, non mirava
d’altronde a ottenere un’indipendenza o a trasformare la società, ma a
preservare un modo di vita tradizionale. I curdi, quanto a essi, vivono nel
cuore di una regione petrolifera bramata, lacer- ata da conflitti senza fine e
dominata da dittature. Questo lascia poco margine al Rojava... ma forse, in
ogni caso, un piccolo posto: malgrado la sua vita eco- nomica sia debole, essa
non è del tutto inesistente grazie a una piccola manna petrolifera. L’oro nero
ha già creato Stati fantoccio come il Kuwait, e permette di sopravvivere al
mini-Stato Curdo iracheno. Allo stesso modo, il futuro del Rojava dipende meno
dalla mobilitazione dei suoi abitanti che dal gioco delle potenze dominanti. Se
il rigetto del progetto di stato nazionale da parte del PKK è reale; allora
occorre domandarsi cosa diverrebbe una confederazione di tre o quattro zone
autonome su almeno tre paesi, attraverso i confini, giacché la coesistenza di
diverse autonomie non abolisce la struttura politica centrale che le racchiude.
In Europa, le regioni transfrontaliere (ad esempio, intorno all’Oder-Neisse)
non riducono il potere statuale. Un’altra vita quotidiana Come accade in molti
casi, la solidarietà contro un nemico comune ha provocato una cancellazione
provvisoria delle differenze sociali: gestione dei villaggi da parte di
organismi collettivi, legami tra combat- tenti (uomini e donne) e popolazione,
diffusione del sapere medico (abbozzo di un superamento dei poteri
specialistici), condivisione e gratuità di certe derrate nei momenti peggiori
(i combattimenti), trattamenti innovativi per i disturbi mentali, vita
collettiva praticata dagli studenti e dalle studentesse, giustizia amministrata
da un comitato misto (eletto da ciascun villaggio) che dirime i conflitti e
decide le pene, cercando di reinserire e riabilitare, integrazione delle
minoranze etniche della regione, uscita delle donne dal focolare domestico at-
traverso la loro autorganizzazione [12]. Si tratta di una «democrazia senza
Stato»? Nostra intenzione non è quella di contrapporre una lista delle cose
negative a quella delle cose positive sbandierate dagli entusiasti: bisogna
invece vedere da dove provenga questa auto-amministrazione e come possa
evolvere. Perché non si è ancora visto lo Stato dissolversi nella democrazia
locale. Una struttura sociale immutata Nessuno sostiene che l’insieme «i curdi»
avrebbe il privilegio di essere il solo popolo al mondo che vive da sempre in
armonia. I curdi, allo stesso modo di tutti gli altri popoli, sono divisi in
gruppi definiti da interessi contrapposti, in classi, e se «classe» suona
troppo marxista, divisi in dominanti e dominati. Ora, si legge talvolta che una
«rivoluzione» sarebbe in corso o si starebbe preparando nel Rojava. Sapendo che
le classi 57 dominanti non cedono mai volentieri il loro potere, come e dove
sono state scon- fitte? Quale intensa lotta di classe ha dunque avuto luogo in
Kurdistan per innescare questo processo? Di questo non ci viene detto nulla. Se
gli slogan e i grandi titoli parlano di rivoluzione, gli articoli affermano che
gli abitanti del Rojava combattono lo Stato Islamico, il patriarcato, lo Stato
e il capitalismo... ma, rispetto a quest’ultimo punto, nessuno spiega come e
sotto quali aspetti il PYD-PKK sarebbe anticap- italista... e nessuno sembra
notare questa «assenza». La cosiddetta rivoluzione del luglio 2012 corrisponde
di fatto alla ritirata delle truppe di Assad dal Kurdistan. Essendosi dileguato
il precedente potere ammin- istrativo o securitario, un altro ne ha preso il
posto, e un «auto-amministrazione» definitasi rivoluzionaria ha preso il
controllo della situazione. Ma di quale «auto- » si tratta? Di quale
rivoluzione? Se si parla volentieri di presa del potere da parte della base e
di cambiamenti all’interno della sfera domestica, non è mai questione di
trasformazioni nei rap- porti di scambio e di sfruttamento. Nel migliore dei
casi, ci vengono descritte delle cooperative, senza il minimo indice di un
abbozzo di collettivizzazione. Il nuovo stato curdo ha rimesso in funzione
alcuni pozzi petroliferi e raffinerie e produce elettricità: nulla ci viene
detto su chi ci lavora. Commercio, artigianato, mercati funzionano, il denaro
continua a svolgere la propria funzione. Citiamo Zaher, un osservatore e
ammiratore della «rivoluzione» curda: «Prima di lasciare la regione, abbiamo
parlato al mercato con alcuni com- mercianti, uomini d’affari e altre persone.
Tutti avevano un’opinione piuttosto positiva della DSA [l’auto-amministrazione]
e del Tev-Dem [coalizione di orga- nizzazioni di cui il PYD costituisce il
centro di gravità]. Erano soddisfatti della pace, della sicurezza e della
libertà, e potevano gestire le loro attività senza subire l’ingerenza di un
partito o di un gruppo». [13] Finalmente, un rivoluzione che non fa paura alla
borghesia. Soldatesse Basterebbe cambiare i nomi. Molte delle lodi rivolte oggi
al Ro- java, inclusa la questione di genere, erano rivolte intorno al 1930 ai
gruppi di pionieri sionisti insediatisi in Palestina. Nei primi kibbutz, oltre
l’ideologia spesso progressista e socialista, erano le condizioni materiali
(precarietà e neces- sità di difendersi) che obbligavano a non privarsi della
metà della forza-lavoro: anche le donne dovevano partecipare alle attività
agricole e alla difesa, il che implicava la loro liberazione dai compiti
«femminili», in particolare attraverso l’allevamento collettivo dei bambini.
Nessuna traccia di tutto ciò nel Rojava. L'armamento delle dea non è tutto
(Tsahal insegna). Zaher Baher testimonia: «Ho fatto un’osservazione curiosa:
non ho visto una sola donna lavorare in un negozio, una stazione di servizio,
un mercato, un bar o un ristorante». I campi profughi «autogestiti» in Turchia
sono pieni di donne che si occupano dei bambini, mentre gli uomini vanno alla
ricerca 58 CHAPTER 6. KURDISTAN? G.D. & T.L. di un lavoro. Il carattere
sovversivo di un movimento o di un’organizzazione non si misura attraverso il
numero delle donne in armi. E nemmeno il suo carattere femminista. Sin dagli
anni ’60, in tutti i continenti, la maggior parte dei movi- menti guerriglieri
hanno comportato o comportano l'arruolamento di un gran numero di donne
combattenti, ad esempio in Colombia. Questo è ancor più vero per la guerriglia
di ispirazione maoista (Nepal, Perù, Filippine, ecc.) che applica la strategia
della «guerra popolare»: l’uguaglianza uomo-donna deve contribuire a spezzare
le strutture tradizionali, feudali o tribali (sempre patri- arcali). É proprio
nelle origini maoiste del PKK-PYD che si trova l’origine di ciò che gli
specialisti definiscono «femminismo marziale». Ma perché le combattenti passano
da simbolo di emancipazione? Perché vi si vede facilmente una immagine di
libertà, sino a dimenticare per che cosa com- battono? Se una donna armata di
un lancia-razzi può comparire nella copertina del «Parisien-Magazine» o di un
giornale militante, la ragione è che si tratta di una figura classica. Essendo
il monopolio dell’uso delle armi un tradizionale appannaggio maschile, il suo
ribaltamento deve dimostrare l’eccezionalità e la radicalità di uno scontro o
di una guerra. Da qui le foto delle belle miliziane spagnole. La rivoluzione in
cima al Kalashnikov... impugnato da una donna. A tale visione si aggiunge
talvolta quella, più “femminista” della donna armata e vendicatrice che mette
nel mirino gli stupratori, i trucidi. Va notato che lo Stato islamico e il
regime di Damasco hanno costituito unità militari interamente al femminile. Ma
non mettendo in discussione la distinzione di genere, contrari- amente alle
YPJ-YPG non sembrano impiegarle in prima linea, relegandole a missioni di
supporto o di polizia. Alle armi! Durante le manifestazioni parigine in favore
del Rojava, lo striscione del corteo anarchico unitario richiedeva «armi per la
resistenza curda». Dal mo- mento che il proletario medio non possiede fucili
d’assalto o granate da inviare clandestinamente in Kurdistan, a chi chiedere le
armi? Bisogna fare affidamento sui trafficanti internazionali o sulle
spedizioni di armi della NATO? Queste ul- time sono prudentemente iniziate, ma
gli striscioni anarchici non c'entrano. A parte lo Stato Islamico, nessuno
pensa alla formazione di nuove Brigate Inter- nazionali. Allora, di quale
appoggio armato si parla? Si tratta di chiedere più bombardamenti aerei
occidentali con le conseguenti «vittime collaterali»? Evi- dentemente no. È
dunque un formula vuota, ed è forse questo l’aspetto peggiore di tutta la
faccenda: questa pretesa rivoluzione serve da pretesto a mobilitazioni e slogan
dai quali nessuno si attende seriamente che possano produrre degli ef- fetti.
Siamo nel bel mezzo della politica, come rappresentazione. Ci si stupirà meno
che gente sempre pronta a denunciare il complesso militare- industriale vi
faccia ora appello, se ci ricordiamo come già nel 1999, durante la guerra nel
Kosovo, alcuni libertari abbiano sostenuto i bombardamenti della NATO... per
impedire un «genocidio». 59 Libertari Più che le organizzazioni che hanno
sempre sostenuto i movimenti di liberazione nazionale, ciò che rattrista è che
questa esaltazione tocca un mi- lieu più ampio compagni anarchici, occupanti di
case, femministe o autonomi, e talvolta amici solitamente più lucidi. Se la
politica del male minore penetra questi ambienti, è perché il loro radical ismo
è invertebrato (il che non esclude né l’energia né il coraggio personale). È
tanto più facile entusiasmarsi per il Kurdistan (come ventanni fa per il Chia-
pas) quanto più oggi è Billancourt a far disperare i militanti: «laggiù»,
almeno, non ci sono proletari rassegnati, che sbevazzano, votano Front National
e non sognano altro che di vincere al lotto o di trovare un impiego. «Laggiù»,
ci sono dei contadini (benché la maggioranza dei curdi viva in città), dei
montanari in lotta, pieni di sogni e di speranze... Questo aspetto
rurale-naturale (quindi eco- logico) si mescola ad una volontà di cambiamento
qui ed ora. Finito il tempo delle grandi ideologie e delle promesse di Sol
dell’Avvenire, oggi si costruisce «qualcosa», «si creano legami», malgrado la
povertà dei mezzi, si coltiva un orto o si realizza un piccolo giardino
pubblico (come quello di cui parla Zaher Baher). Tutto ciò fa eco alle ZAD [14]
: rimbocchiamoci le maniche e facciamo qualcosa di concreto, qui, «nel nostro
piccolo». È ciò che fanno «laggiù», AK 47 in spalla. Certi testi anarchici
evocano il Rojava soltanto sotto l’aspetto delle realizzazioni locali e delle
assemblee di quartiere, quasi senza parlare del PYD, del PKK, ecc. Come se si
trattasse semplicemente di azioni spontanee. È un po’ come se, per analizzare
uno sciopero generale, non si parlasse che delle assemblee degli sci- operanti
e dei picchetti, ignorando i sindacati locali, le manovre dei loro vertici, le
trattative con i padroni e lo Stato... La rivoluzione è sempre più considerata
una questione di comportamenti: l’autorganizzazione, l’interesse per il genere,
l’ecologia, la creazione di legami, la discussione, gli af- fetti. Se vi si
aggiunge il disinteresse, l’indifferenza nei confronti dello Stato e del potere
politico, è logico che si possa scorgere realmente nel Rojava una rivoluzione,
o addirittura una «rivoluzione di donne». Dato che si parla sempre meno di
classi, di lotta di classe, cosa importa se queste sono assenti anche dal
discorso del PKK-PYD? Quale critica dello Stato? Se ciò che mette a disagio il pensiero
radicale rispetto alla liberazione nazionale, è l’obiettivo di creare uno
Stato, basterebbe rinunciare a quest’ultimo e considerare che in fondo, la
nazione — purché sia priva di uno Stato — è il popolo: e come essere contro il
popolo? Il popolo dopotutto siamo un po’ noi tutti, o quasi: il 99 %. No?
L’anarchismo ha come caratteristica la sua ostilità di principio verso lo Stato
(è il suo pregio). Ciò detto, e non è poco, la sua debolezza risiede nel fatto
di considerare lo Stato innanzitutto uno strumento di coercizione e senza
dubbio lo è — senza chiedersi come e perché giochi questo ruolo. Di
conseguenza, è suf- ficiente che scompaiano le forme più visibili dello Stato
perché alcuni anarchici (non tutti) ne concludano che la sua estinzione sia
avvenuta o sia comunque 60 CHAPTER 6. KURDISTAN? G.D. & T.L. prossima. Per
questa ragione, il libertario si trova spiazzato di fronte a ciò che assomiglia
troppo al suo programma: essendo sempre stato contro lo Stato ma per la
democrazia, il confederalismo democratico e l’autodeterminazione sociale otten-
gono naturalmente il suo favore. L’ideale anarchico è appunto di sostituire lo
Stato con migliaia di comuni (e di collettivi di lavoro) federati. Su questa
base, è possibile per l’internazionalista sostenere un movimento nazionale, per
poco che questo pratichi l’autogestione generalizzata, sociale e politica, ri-
battezzata oggi «appropriazione del comune». Quando il PKK pretende di non
volere più il potere, ma un sistema in cui tutti condivideranno il potere, è facile
per un anarchico riconoscervisi. Prospettive Il tentativo di rivoluzione
democratica nel Rojava, e le trasfor- mazioni sociali che l’accompagnano, sono
stati possibili solo in ragione di con- dizioni eccezionali: l’implosione degli
stati iracheno e siriano, e l’invasione ji- hadista della regione; minaccia che
ha avuto l’effetto di favorire radicalizzazione. Sembra oggi probabile che,
grazie all’appoggio militare occidentale, il Rojava possa (a immagine del
Kurdistan iracheno) sopravvivere in quanto entità au- tonoma al margini di un
caos siriano persistente ma tenuto a distanza. In tal caso, questo piccolo
Stato, per quanto democratico si voglia, normalizzandosi non lascerà intatte le
conquiste e i progressi sociali. Nella migliore delle ipotesi, sopravviveranno
un po di auto-amministrazione locale, un insegnamento pro- gressista, una
stampa libera (a condizione di non essere blasfema), un Islam tollerante e,
certamente la parità. Nient’altro. Ma comunque abbastanza per- ché coloro che
vogliono credere a una rivoluzione sociale continuino a credervi, desiderando
evidentemente che la democrazia si democratizzi sempre di più. Quanto a sperare
in un conflitto tra le forme di autorganizzazione di base e le strutture che le
controllano, equivale a immaginare che esista nel Rojava una situazione di
«doppio potere», significa dimenticare la potenza del PYD-PKK, che ha dato esso
stesso impulso a questa auto-amministrazione e che conserva il potere reale,
politico e militare. Per tornare al confronto con la Spagna, nel 1936, le
«premesse» di una rivoluzione furono divorate dalla guerra. Nel Rojava, c’è
innanzitutto una guerra e, sfor- tunatamente, niente annuncia che una
rivoluzione «sociale» sia sul punto di nascere. Traduzione italiana a cura
della redazione del blogspot Il Lato Cattivo Chapter 7 La democrazia e la
Comune: la prima e la seconda Paul Simons Democrazia: "un sistema di
governo in cui tutti i cittadini di uno stato o di una comunità politica [...]
sono coinvolti nel prendere decisioni sui propri aftari, in genere votando per
le elezioni di rappresentanti in un parlamento o assemblea simile”; (a)
“governo da parte del popolo; in particolare: a regola della maggio- ranza”;
(b) “un governo in cui il potere supremo è attribuito al popolo e esercitato da
esso direttamente o indirettamente attraverso un sistema di rappresentazione
che solitamente coinvolge elezioni libere periodicamente tenute" (Oxford
English Dictionary). Odio la democrazia. E odio le organizzazioni, specialmente
i comuni. Tut- tavia, io sono a favore dell’organizzazione delle comuni
democratiche. La prima La democrazia è sempre basata sulla mediazione. Se
separa il soggetto dal processo decisionale, separa il soggetto da sé o
funziona come una scusa per la corruzione e la frode. La democrazia si pone di
fronte all’individuo, blocca la comunicazione non mediata imponendo le esigenze
della struttura: un risultato, una decisione. E quando viene raggiunta una
decisione, arriva solita- mente il metodo più banale e spietato mai inventato:
il voto — la tirannia della maggioranza. L’anarchismo ha avuto una storia mista
di critiche riguardo alla democrazia. Étienne de La Boétie nel suo Discorso
esprime una prima linea di indagine chiedendosi perché la gente si è lasciata
governare del tutto; e mentre esplora il problema, egli sottolinea che non
importa se un tiranno viene scelto con la forza delle armi, per successione o
per voto. 61 62CHAPTER 7. LA DEMOCRAZIA E LA COMUNE: LA PRIMA E LA SECONDAPAUL
SIMONS Poiché essi arrivano al trono per vie diverse, ma il loro modo di
regnare è pressoché identico. Quelli eletti dal popolo lo trattano come un toro
da domare, i conquistatori come una preda, i successori pensano di farne i
propri schiavi naturali [15]. E a questo si aggiunge che la popolazione soggetta
ad un tale abuso non pone domande né una minima contestazione. Il trattato di
de La Boétie è vera- mente prezioso; scritto (approssimativamente) nel 1553,
completato 250 anni prima dell’emergere dello stato-nazione moderno, contempla
esattamente il tipo di guerra sfrenata, di oppressione e di terrore che i
governi democraticamente eletti hanno scatenato sulle popolazioni assoggettate
e tra di loro. Il potere non può esistere in stasi: esso si esercita da
risultato di flussi all’interno e tra le istituzioni e gli individui. I
monarchi d’Europa impararono duramente questa lezione nel corso delle rivolte
del 1848 osservando i rispettivi regimi dis- integrarsi uno dopo l’altro. Con
la democrazia è venuto il calcolo dello scambio — un minimo di potere al cittadino
attraverso il voto — e la concentrazione di una grande quantità di potere nel
legislativo, nell’esecutivo e nel giudiziario. Non sorprende che i sistemi
politici avessero cominciato ad applicare equazioni di potere e di scambio
nello stesso momento in cui nella sfera economica il cap- itale stesse
introducendo equazioni simili per usurpare il tempo di lavoro negli scambi per
la sopravvivenza. Inoltre, un tale scambio lega la popolazione a tutto quanto è
più vicino ai governanti. Vaneigem illustra così il dispositivo: Gli schiavi
non vogliono essere schiavi a lungo se non sono compensati per la loro
sottomissione con un briciolo di potere: ogni sottomissione comporta il diritto
a una misura di potere e non esiste un potere che non incarni un grado di sottomissione
[16]. Fu Proudhon ad avere un rapporto più variegato con la democrazia, tanto
teorico quanto pratico. La sua carriera registra la scrittura a la
pubblicazione di testi di analisi critica che denunciavano la democrazia, poi
la candidatura alle elezioni, quindi la sua appartenenza all’ Assemblea
Nazionale durante la Rivoluzione del 1848 e, infine, il ritorno al suo
originale rifiuto del voto e della rappresentanza. Egli ha invitato di volta in
volta i propri lettori ad astenersi dal voto, poi a votare, poi ad astenersi
dal voto (ancora) e, infine, a mettere nelle urne schede bianche per protestare
contro la votazione. Proudhon ha sciorinato una serie di critiche alla
democrazia. I toni critici che ha usato variano da quelli puramente psicologici
a quelli empirici, e gli obiettivi delle sue battute taglienti hanno spazi- ato
dall’intera moltitudine delle banalità democratiche della sovranità al mito de
"Il popolo” sino alla realpolitik di come funzionano le legislature. La
sua analisi critica del processo decisionale democratico stesso è interessante
per il modo in cui analizza il meccanismo del voto e del suo risultato, in
particolare la regola della maggioranza: La democrazia non è altro che la
tirannia delle maggioranze, più feroce di tutte, perché non si basa
sull’autorità di una religione, né su una nobiltà di sangue, 63 né sulle
prerogative della fortuna: ha il numero da base, e per maschera il nome del
popolo [17]. Ma Proudhon non si ferma qui, denunciando che coloro che sono in
minoranza sono costretti dalle circostanze a seguire la volontà della
maggioranza; una situ- azione che trova insostenibile, non solo per la
coercizione esplicita, ma anche perché la minoranza è costretta ad abbandonare
le proprie idee e credenze a favore di coloro che le si oppongono. Questo,
osserva sarcasticamente, ha senso solo quando le opinioni politiche sono così
debolmente tenute dagli individui da non essere degne di nota. Analizzando lo
stesso scenario, William God- win dichiarava che «nulla può contribuire più direttamente
alla privazione della comprensione e della dignità umana» quanto richiedere
alle persone di agire in contrasto con la propria ragione. Una conclusione
sperimentata empiricamente quando si compie persino l’analisi più banale del
governo rappresentativo e dei suoi effetti sull’umanità nel corso degli ultimi
250 anni. In conclusione: per me, la democrazia — come sistema di autogoverno,
come strumento decisionale, come ideale — è assolutamente privo di valore
emancipa- tivo. Funziona da maschera della coercizione, rende l’orrore
accettabile, produce infinite conseguenze per l’individuo, per la specie e per
il pianeta. Un vicolo cieco. La seconda È a questo punto che la maggior parte
degli anarchici e dei teorici tri rapidamente (come Bookchin). Storicamente, i
teorici hanno offerto una critica aspra della democrazia per poi regredire
immediatamente, affermando che la forma rappresentativa della democrazia nella
forma concepita dalla so- cietà borghese (o socialista) non è veramente
democrazia. La vera democrazia si riflette in qualche altra forma - per
Proudhon, la democrazia delegata, per Bookchin, le città-stato greche o la
Confederazione elvetica. L'argomento che emerge allora è che la democrazia può
(e dovrebbe) essere recuperata dalla sin- istra nella sua forma efficace [18].
La mia stessa critica si indirizza ferocemente su questo punto, essendo stato
spinto dall’osservazione empirica di una forma alternativa di pratica democrat-
ica. Recentemente sono tornato dalla regione autonoma curda della Siria set-
tentrionale, conosciuta come Rojava, dove ho avuto l’opportunità di osservare
una forma unica di democrazia attuata da un movimento sociale rivoluzionario
libertario. Alcuni contesti teorici: nel 1999, Abdullah Ocalan, capo della
Partiya karkerèn kurdistané (PKK, Partito dei lavoratori del Kurdistan) è stato
catturato dalle forze di sicurezza turche, con l’assistenza della CIA del
Mossad di Israele. Sfio- rando un plotone di esecuzione, è stato infine
condannato all’ergastolo duro; ed è qui che le cose si fanno interessanti.
Invece di fare targhe o di lavorare in lavanderia, Ocalan ha iniziato il lungo
lento viaggio intellettuale dal nonsense marxista-leninista ad una teoria
anarchica più a lungo sostenibile. Alla fine ha 64CHAPTER 7. LA DEMOCRAZIA E LA
COMUNE: LA PRIMA E LA SECONDAPAUL SIMONS pubblicato le sue idee in diverse
opere tra cui Il Confederalismo Democratico, Guerra e Pace in Kurdistan e un
tomo a più volumi sulla civiltà, in particolare il Medio Oriente e le religioni
abramitiche. Nei suoi scritti, Ocalan fa quello che nessuno nell’attuale
ambiente anarchico nordamericano è persino disposto a pensare: costruisce,
seppure vagamente, un progetto per una società liber- taria. Questo semplice
esercizio, a prescindere dai contenuti, è incredibile. Il suo impegno
assomiglia molto più al progetto socialista utopico dell’inizio del XIX secolo,
di una qualsiasi teoria coniugata con la contestazione sociale, in particolare
il marxismo e l’anarchismo operaio; anzi, il suo silenzio sull’analisi di classe,
la teleologia marxista, il materialismo storico e il sindacalismo è as-
sordante. Ocalan è chiaro nel suo compito quando afferma, in "I principi
del confederalismo democratico", che il Confederalismo Democratico è un
paradigma sociale non statale. Non è con- trollato da uno stato. Allo stesso
tempo, il confederalismo democratico è il progetto culturale organizzativo di
una nazione democratica. [19]. Come sottinteso nel nome, c’è una grande fiducia
nei processi democratici nel sis- tema conosciuto come confederalismo
democratico. Eppure, Ocalan è silenzioso sulla definizione di democrazia — non
ne offre mai una - e sulla sua attuazione: non la discute mai dettagliatamente.
Infatti, la democrazia è presentata come un dato, come un processo decisionale,
come un approccio all’amministrazione e poco altro. Non esiste alcuna
preferenza nei confronti dei modelli fondati sul voto o sul consenso, né
descrive in nessun modo o in alcun livello (comunali, cantonali, regionali) le
forme che prevede per l’affermazione della democrazia. Ad esempio,
Confederalismo democratico «può essere chiamato un’amministrazione politica non
statale o una democrazia senza uno stato. I processi decisionali democratici
non devono essere con- fusi con i tipici processi della pubblica amministrazione.
Gli Stati gestiscono soltanto [sic], mentre le democrazie governano. Gli Stati
si fondano sul potere; le democrazie su un consenso collettivo.» Ocalan si
dilunga su ciò che intende con «processi decisionali» in "I principi del
confederalismo democratico": «Il confederalismo democratico si basa sulla
partecipazione di base. I suoi processi decisionali sono con le comunità».
Bene. Allora come funziona tutto questo in Rojava? In altre parole, come
vengono tradotte le idee di Ocalan in istituzioni rivoluzionarie? Ho avuto la
mia prima visione della democrazia in Rojava su un piatto di hum- mus e pita
nel centro di Kobanî. Ero seduto con Shaiko, un rappresentante del Tev-Dem
(Tevgera civaka demokratik, Movimento per una società democratica) in un pomeriggio
caldo e polveroso, tre giorni dopo aver partecipato a una ri- unione comunale.
In quella riunione, del consiglio della comune di Sehid Kawa C, Shaiko aveva
sollevato la questione dei confini comunali e da lì forse per pas- sare a
richiedere quanta gente stava rientrando in una Kobane ridotta a sacre macerie.
Dopo un po’ di dibattito, Shaiko ha lasciato la riunione, richiedendo 65 una
telefonata per sapere cosa si fosse deciso. «Allora» ho chiesto a Shaiko «cosa
è successo con la comune? Hanno chiam- ato?». «No, ancora nessuna decisione».
«Oh, hanno bisogno di prenderne una?». «No, decideranno quando saranno pronti.
Così funziona». Shaiko mi guardò sopra i suoi occhiali con un sorriso e poi
tornò al piatto di pita e hummus. Questa è palesemente una visione opposta del
processo decisionale democratico, in cui nessun risultato concreto è una
risposta altrettanto valida di un "sì" o di un “no”. Mentre ho visto
questo aggiustamento al processo decisionale demo- cratico in funzione solo un
paio di volte, sembra essere abbastanza comune, specialmente con le persone del
TEV-DEM la cui attività sta implementando il confederalismo democratico. Si
tratta anche di una "correzione" interessante applicata alla
questione dei processi decisionali. In un certo senso, essa nega il processo
democratico a favore del discorso, dell’argomentazione e dell’impegno, senza la
necessità contestuale di un risultato. La risposta dei rivoluzionari alla
tirannia della regola di maggioranza è stata strutturale piuttosto che
direttiva. Ocalan descrive le proprie opinioni su una società plurale e
illustra come intende indebolire o integrare la regola di maggioranza:
«Contrariamente a un concetto centralista e burocratico dell’amministrazione e
dell’esercizio del potere, il confederalismo pone un tipo di
auto-amministrazione politica in cui tutti i gruppi della società e tutte le
identità culturali possono esprimersi in riunioni locali, convegni e consigli
generali [...|. Non abbiamo bisogno di grandi teorie, ciò che serve è la
volontà di dare espressione ai bisogni sociali rafforzando l’autonomia degli
attori sociali in modo strutturale e creando le condizioni per l’organizzazione
della società nel suo complesso. La creazione di un livello operativo in cui
tutti i tipi di gruppi sociali e politici, le comunità religiose o le tendenze
intellettuali possono esprimersi direttamente in tutti i processi decisionali
locali può anche essere chiamata democrazia partecipativa.» Quindi, per i
rivoluzionari, la formazione, la crescita e la proliferazione di tutti i tipi
di "attori sociali" — le comuni, i consigli, gli organi consultivi,
le organiz- zazioni e perfino le milizie — vanno accolte e incoraggiate. Questo
risuona in Rojava in un mosaico di organizzazioni, interessi, collettivi locali,
credenti reli- giosi e... bandiere. Ad esempio, TEV-DEM, l’organizzazione
ombrello incaricata di implementare un’autonomia democratica, è in realtà un
complesso di diverse organizzazioni più piccole e rappresentanti di partiti
politici. Queste diverse organizzazioni comprendono gruppi che si dedicano allo
sport, alla cultura, alla religione, alle questioni delle donne e altro ancora.
Ad esempio, nel dicembre del 2015 è nata una nuova organizzazione sotto il
sistema TEV-DEM; TEV-CAND Jihn, che si concentra sulle donne e sulla produzione
culturale. Questa nuova organizzazione è parallela alla generica TEV-CAND; che
si concentra sulla so- cietà, in generale, e sulla produzione culturale. Per
evitare i problemi con la regola maggioritaria, i rivoluzionari hanno introdotto
una condizione strutturale che consente agli individui di trovare
un’organizzazione adatta alle loro esigenze, attraverso la quale la loro voce
può essere ascoltata nella società. Si noti che 66CHAPTER 7. LA DEMOCRAZIA E LA
COMUNE: LA PRIMA E LA SECONDAPAUL SIMONS TEV-DEM e altri organismi non hanno
cercato di illudere sui veri sistemi di funzionamento o di decisione di una
comune o di un’organizzazione. Piuttosto, si è cambiato l’ordine sociale in
modo tale che se un individuo rifiuta di seguire una decisione da parte di un
gruppo, una comune o un consiglio, ha sempre la possibilità di uscire e trovate
una assemblea più congeniale. Queste innovazioni sembrano buoni primi passi per
trasformare la democrazia da un’antichità senza valore in un principio operabile
all’interno della teoria anarchica. Come tali, dovrebbero essere incoraggiati e
studiati. La prima Il mio saggio relativo alla forma organizzativa e ai suoi
vari mo- menti di dominio, The Organization’s New Clothes, è stato pubblicato
per la prima volta nel febbraio del 1989 (e ripubblicato nel 2015), e non vedo
alcun motivo per ritirare alcuna parte di essi [20]. Quella critica, dunque,
risuona per tutta la discussione che segue, anche se il tempo e lo spazio
vietano di usarlo in qualche altro modo se non da prisma critico. La comune è
un termine ambiguo. Le sue origini si trovano nella più piccola en- tità
amministrativa in Francia, il comune, che corrisponde approssimativamente a un
municipio. La parola stessa deriva dal latino medievale del XII secolo,
communia, che significa un gruppo di persone che vivono una vita comune o
condivisa. Questo è un punto di partenza interessante in quanto, anche allora,
il concetto implicava un certo grado di autonomia, sia politica che economica.
Fu comunque la Comune di Parigi durante la Rivoluzione Francese (1789-1795) che
iscrisse il termine in grandi lettere rosse nel libro della rivoluzione. In
quella prima grande esplosione, i/le Comunarde si distinguevano per la loro
intransi- genza e le loro richieste di abolire la proprietà privata e le classi
sociali, alla fine conquistandosi il soprannome les enragés (“i furiosi”). La
comune rivoluzionaria, quindi, ha una natura sovversiva. È pericolosa. È sempre
pericoloso quando gli umani interagiscono oltre il rerreno del capitale e dello
Stato, o in opposizione a essi. Nel XIX secolo, al di fuori della rete
amministrativa della Francia, la parola comune è stata associata a esperimenti
socialisti e comunisti e, in un senso più evidente, a tutti i tipi di progetti
e comunità utopici: Owen, Fourier, Oneida, Amana, Modern Times. C’è stato un
crollo lungo alcuni decenni nella prima parte del XX secolo, e poi, per
confondere ulteriormente le cose, sono arrivati gli anni ‘60. La definizione
della parola «comune» finisce per molti nordamericani da qualche parte nel
1972, in un turbinio di cattivo acido al mandarino, di amore libero e della
famiglia Manson. Ciò non significa che non ci sono stati alcuni progetti
importanti. Tra i più interessanti, troviamo i Kommune I (1967-1969) a Berlino
Ovest e il contributo dell’utopia Dreamtime Village nel Winsconsin. Ci sono
state migliaia (probabilmente decine di migliaia) di comuni durante i due
secoli passati: comunità intenzionali, collettivi, cooperative, ognuno con il
pro- prio “collante”, ciò che ha riunito le persone e "attaccato” le une
alle altre. Nella maggior parte dei casi, questo collante è stata un mix di
politica, anarchismo, comunismo, utopismo, sentimenti religiosi (di solito
eccentrici), forme di vita, 67 bisogno, droga, sesso o semplicemente un mero
detestare la cultura dominante. Quindi, cosa è esattamente una comune? Chi
diavolo lo sa? Il problema non è la vaghezza con cui la Comune è compresa;
piuttosto, è la mancanza di teoria (e esperienza) che fornirà sfumature a
questa vaghezza. L’idea di comune si è persa o si è diluita come risultato di
un travagliato contesto storico e quindi facilmente recuperabile nelle forme
recentemente assunte. Infine, proprio come la democrazia, la comune sembra un
relitto sbiadito e vetusto nel museo della teoria anarchica, catalogato sotto
la V di vecchiume. La seconda Come sopra, così sotto. Il mio rapporto con la
Comune copre diversi articoli sugli eventi di Parigi del 1871 e comprende il
mio impegno con- tinuo con l’enigma dell’organizzazione anarchica. Tutte le mie
interazioni con il concetto di organizzazioni che operavano in un contesto
rivoluzionario erano avvenute sulla carta — ossia in teoria — finché non ho
attraversato la regione autonoma curda. Poi le cose sono cambiate. Le riunioni
del comune e del consiglio cui ho partecipato variano ampiamente, a partire da
un incontro ad hoc di una squadra dì miliziani YPG Vicino al confine turco del
cantone di Kobanî ad un consiglio del comune di Sehid Kawa C, a una cerimonia e
incontro tra rappresentanti TEV-DEM nei cantoni di Kobani e Ciziré. In ogni
caso, ricordo una serie di impressioni simili. In primo luogo, ogni incontro è
stato caratterizzato da un senso di obiettivo, di significato. Ai parte-
cipanti sembrava chiaro che ciò in cui erano impegnati, il semplice compito di
riunirsi insieme - come un comune, come un gruppo di combattenti YPG - por-
tava dentro di sé un seme, un futuro possibile, per la Siria settentrionale,
forse per il pianeta. Molte persone hanno commentato in tal senso quando
chiedevo loro le opinioni su queste forme politiche. Una donna che ho
incontrato a Pa- rigi in un incontro HDP ha fatto del suo meglio: «Stiamo qui
reinventando la politica, nei fatti il mondo». Questa percezione, che potrebbe
facilmente fa- vorire l’arroganza, sembrava invece produrre una mentalità di
determinazione silenziosa in questi partecipanti. Queste persone non erano
ricche, lavoravano duramente in un’area dove c’era poco lavoro. I volti degli
uomini erano tesi e scavati per le lunghe ore trascorse sotto il duro sole del
Medio Oriente. Le mani delle donne erano al tempo stesso delicate e ruvide: con
calli e ferite, ma anche con lavanda e profumo. Le voci, i gesti e i volti dei
rivoluzionari durante gli incontri erano intensi, concentrati, seri. C’era
gentilezza, abbracci per un giovane adulto disabile allo sviluppo, un momento
trascorso con una madre che aveva, perso un figlio nell’assedio di Kobanî, e
rispetto; come se ognuno parlasse in occasione del corteo funebre delle
silenziose ceneri dei loro coetanei. C’era anche la speranza, una quantità che
la storia ha tanto negato agli anarchici e che alcuni di noi hanno recuperato —
non come eventualità — ma come diritto di nascita. Questa gente credeva di
poter cambiare la propria vita, la pro- pria comunità; molti credevano che
potessero cambiare (e stare per cambiare) il mondo. Infine, e soprattutto, in
ognuno di questi incontri c’era un senso schiac- ciante dell’ordinario. Quando
citavano l’autorità cantonale, queste persone ne 68CHAPTER 7. LA DEMOCRAZIA E
LA COMUNE: LA PRIMA E LA SECONDAPAUL SIMONS parlavano in modo laconico come
anti-governo o anti-regime. Avevano visto e partecipato a grandi cambiamenti
sociali e alla sperimentazione, e nel corso di questo processo era diventato
comune, come un pranzo. Questo non vuol dire che non ci fosse gioia,
tutt'altro. Piuttosto, ciò che era assente veramente era la paura, e in questo
senso si può dire veramente che la rivoluzione sociale nel Rojava era
transitata in una fase di maturità e stabilità: l’unica condizione a breve
termine era la sconfitta di Daesh. Alcuni teorici avevano sopravanzato l’idea
di comune, da direzioni eccentriche, post-sinistre. Peter Lamborn Wilson in TAZ
e Utopie pirate sottolinea le ques- tioni del tempo e del fallimento/successo
in rapporto alla comune, rifiutando nettamente, come doveroso, il ragionamento
tecnocratico secondo il quale più la comune dura, più avrà successo. In TAZ,
offre una formulazione specifica di una nuova idea di comune, un incontro
temporaneo — ore, forse minuti — segnato dalla gioia e dalla convivialità. Un
incontro autonomo perché indipendente e libero per quanto possibile dai vincoli
del capitale e dello stato. È importante da capire: la comune è conflittuale,
non sottomessa, ecco la base della sua au- tonomia. Invece di delimitare il
concetto di comune o di cercare di ridefinirla, io credo sia una strategia più
corretta sfocarne il concetto. Vorrei dire che non importa se sia un
falansterio con tutta la fauna fourierista al completo oppure un incontro tra amici
per rivivere i vecchi momenti o crearne di nuovi, sempre comune è. Perché
delimitare qualcosa, perché abbellirla se si presenta come un modello
praticabile di organizzazione? Priva di definizione, invece, possiamo avanzare
a piccoli passi come un bambino in direzione di una comprensione del modo in
cui funziona e di cosa sia inutile nel modello di comune. Mi sembra un passo
potenzialmente più promettente verso un impegno di sperimentazione sociale e al
contempo di forte contestazione sociale. Infine, su un macro-livello, può
ritornare una teoria del federalismo. Se il mod- ello di comune ha un qualche
significato, allora il federalismo non è poi così lontano. Ciò riconduce
l’anarchismo alle sue radici filosofiche, in particolare Proudhon, ma anche a Pi
y Margall e Bakunin. Il potenziale insurrezionale del federalismo sembra
notevolmente sottovalutato. Il movimento per dividere la società in unità più
piccole e più piccole, la federazione di queste unità per comune accordo e il
potenziale di cooperazione economica e di autodifesa condi- visa, rendono il
federalismo uno strumento potenzialmente scoraggiante, sebbene piuttosto
spuntato. Si noti che l’attuale uso del federalismo — l’accumulo di potere,
ricchezza e sapere da parte dello Stato-nazione al fine di controllare e
dominare le popolazioni sottomesse — è proprio l’opposto della definizione
storica standard del concetto. È stato Pi y Margall, il nonno non-anarchico
dell’anarchismo spagnolo, nel suo lavoro del 1854 La Reaccion y la Revolucion,
a dare la parola finale alle potenzialità del federalismo: «La costituzione di
una società senza potere è l’ultima delle mie aspirazioni rivoluzionarie:
dividere e suddividere il potere [per] distruggerlo». [21] La formazione di
comuni sembra anche una strategia vitale del mondo reale in quanto realizza due
funzioni immediate. In primo luogo, possono agire da supporto, da spina dorsale
per il movimento dei militanti da utilizzare rapida- 69 mente in aree dove
potrebbero essere richieste le loro attività. In questo modo possono funzionare
tanto come hanno fatto negli Stati Uniti le librerie, gli infos- hop e gli
spazi alternativi nell'ambiente anarchico degli ultimi decenni, o come i comuni
a Kobani durante l’assedio. Le loro risorse possono aiutare nella forni- tura
di riparo, di cibo, di assistenza medica e di comfort per i combattenti. Le
comuni possono inoltre fornire un’informazione preziosa sulle condizioni
locali, sull’applicazione delle leggi e contribuire a identificare quegli
obiettivi partico- larmente più pericolosi per la comunità. Detto nell’attuale
gergo militare, un tipo di comune può non essere un’arma, ma può funzionare
come piattaforma d’armi per i dinamici combattenti anarchici. In secondo luogo,
le Comuni offrono ai membri sedentari del giro un laboratorio, un ambiente dove
sperimentare nuove idee, nuove forme, piantando, in forma protoplasmatica, i
semi delle istituzioni rivoluzionarie ancora da venire. Le co- muni sono vivai
dove si instaurano le insurrezioni in erba. Analogamente, ma non meno importante,
vi è la possibilità che le comuni contribuiscano a com- pensare l’attrito che
ha afflitto l’anarchismo fin dalla nascita come movimento politico. Una vita
dedicata alla libertà è difficile da sostenere, e la maggior parte degli
anarchici [che possono] alla fine subiscono la chiamata di Cthulhu di auto
nuove, grandi case e vite sperperate. All’età di 55 anni ho visto migliaia di
anarchici che vanno e vengono; solo i troppo testardi o anti-sociali, come i
miei amici e me, sembrano rimanere. Le comuni possono sopportare questa deriva
producendo un ambiente sociale adeguato alle varie difficoltà del tipo di
personalità anarchica e distribuendo risorse per l’assistenza alle vere
questioni planetarie quali cibo, tetto, parto e allevamento, solitudine, malattia,
vecchiaia e morte. La comune è un verbo. Il comune è una questione. L’altra
cosa L’anarchismo è andato alla deriva sin dalla fine della seconda guerra
mondiale. Con poca comprensione delle sue radici, della storia e delle lotte,
la maggior parte di noi ha fatto il meglio che potevamo con quello che potevamo
rintracciare. Non c'erano organizzazioni da criticare o cui aderire; era
abbastanza difficile trovare anarchici a New York nel 1984. Eravamo orfani. La
situazione è cambiata: ci sono più anarchici, sono più facilmente contattati e
l’esplosione delle informazioni ci ha riportato la nostra storia. Inoltre, le
notizie dalla Grecia, dal Rojava, dall’Europa, insomma da quasi ovunque,
sembrano andare nella nostra direzione. Chi si trova al loro interno ha quindi
alcune scelte da fare su dove riporre energia, dove investire tempo e sforzo,
ovvero: che fare? Ci sono almeno tante possibili risposte a questa domanda
poiché ci sono anarchici ormai vivi. Come mia risposta, suggerisco: Formare le
comuni democratiche. Federarle. Essere pronti. T0CHAPTER 7. LA DEMOCRAZIA E LA
COMUNE: LA PRIMA E LA SECONDAPAUL SIMONS Chapter 8 Kurdistan I paradossi della
liberazione Janet Biehl Dal 2014 attivisti, indipendenti di sinistra e
operatori sanitari hanno attraver- sato il fiume Tigri per conoscere meglio
quello che avveniva nel Rojava, l’enclave multietnica indipendente nella Siria
settentrionale. Là il popolo curdo, le cui as- pirazioni erano state calpestate
da generazioni in tutto il Medio Oriente, stanno costruendo una società con una
struttura istituzionale basata sulla democrazia assembleare/conciliare e un
impegno per la parità di genere. Il fatto più rile- vante è che tutto è
realizzato in uno stato di guerra brutale (la società si difende contro i
jihadisti da Al Nusra al Daesh) e si trova sotto un embargo economico e
politico (da parte della Turchia a nord). Chiunque aspiri a un’utopia sulla
terra è destinato a finire deluso, data la natura degli esseri umani. Ma gli
osservatori arrivati nel Rojava, che ammirano le notevoli conquiste realizzate
in quei luoghi, notano subito qualche aspetto che molti trovano inquietante:
tutti gli spazi interni (con la rilevante eccezione degli edifici
dell’autogoverno) espongono alle pareti un’immagine di Abdullah Ocalan, il
leader in carcere del PKK (Partito dei lavoratori del Kurdistan). Il disagio
nasce dai ricordi dei vari dittatori del secolo scorso — Stalin, Hitler, Mao
Ze- dong — i cui ritratti erano dappertutto nei vari paesi che avevano
tormentato. Soprattutto i visitatori che avevano vissuto di persona una
tirannia sì sono trovati a disagio. Un delegato di origine cubana, nel corso
della mia visita nell’ottobre 2015, disse che quelle immagini gli ricordavano i
ritratti di Castro, mentre i delegati libici avevano in mente le onnipresenti
immagini di Gheddafi. Quel disagio può acuirsi perché gli ospiti lodano spesso
Ocalan. Una dei diri- genti del Tev-Dem (Movimento della società democratica
del Rojava), Aldar Xelil ha dichiarato: «La filosofia della nostra
amministrazione si basa sulle idee e la filosofia del nostro leader Ocalan. I
suoi libri sono un riferimento fonda- mentale per noi». Pamyan Berri,
co-direttore dell’Accademia della letteratura e 71 72CHAPTER 8. KURDISTANI
PARADOSSI DELLA LIBERAZIONEJANET BIEHL della lingua curda di Qamishli, ha detto
alla mia recente delegazione: «Ocalan è la personalità più importante. Noi
ricorriamo ai suoi libri per insegnare la storia, la lingua, tutto». I suoi
testi fanno parte del piano di studi di quella e di altre accademie, come chiamiamo
gli istituti scolastici qui (il calendario scolastico in queste accademie
prevede solo poche settimane o pochi mesi di fre- quenza, insufficienti per una
ricerca approfondita, una valutazione o una critica, ma sufficiente per
inculcare un sistema fideistico. Si tratta di istruzione o di in-
dottrinamento? ci si inizia a chiedere). Uno dei delegati continuava a chiamare
le numerose citazioni delle idee di Ocalan «proclami emanati». Un sistema dal
basso creato dall’alto Questa generale riverenza sorprende soprattutto a causa
dell’impegno per l’autogoverno democratico del Rojava. Ma allora, il padre di
quella democrazia dal basso è lo stesso Ocalan che l’ha con- cepita in carcere
e l’ha proposta al movimento curdo, che dopo vari anni di dibattito l’ha accettata
e ha cominciato ad attuarla in Siria come in Turchia. Si tratta di un sistema
di gestione dal basso generato dall’alto: è un paradosso che finora fa girare
la testa agli osservatori. Ma il sincero idealismo della gente di questa
piccola comunità assediata offre al visitatore anche un momento di pausa. Non
si vede nessun segno tangibile di dittatura, di gulag, anzi, l’ideologia
prevalente, quella prescritta da Ocalan, aborre lo Stato in quanto tale. Al
“Vertice del Nuovo Mondo” svoltosi a Derik nell’ottobre del 2015, la
governatrice di Cizire, Hadiya Yousef, ha così sinte- tizzato per noi
l’ideologia dominante: rifiuto della modernità capitalista che fa prevalere il
denaro e il potere sul popolo, poiché la classe dei suoi padroni schi- avizza
la maggioranza e disgrega la comunità con lo sfruttamento e il dominio. Il suo
messaggio è «contro la comunità, per l’individualismo, il denaro, il sesso e il
potere». È il Leviatano, ci ha detto, il mostro. Ha poi continuato, spiegando
come partendo dal fatto che la vita umana è in- delebilmente sociale, il Rojava
cerca di costruire un’alternativa. Contro il Levi- atano si mobilita il popolo
perché si gestisca da solo. Contro l’individualismo e l’anomia dell'Occidente
valorizza la solidarietà comunitaria; contro il colo- nialismo e il razzismo
sostiene l’autodeterminazione dei popoli e l’inclusività. Contro lo Stato
(comprese le repubbliche costituzionali e le sedicenti “democra- zie’
rappresentative) insegna le pratiche della deliberazione e della scelta demo-
cratica; contro la competizione capitalistica insegna la cooperazione econom-
ica. Contro la «riduzione in schiavitù» (come l’ha chiamata) capitalistica
delle donne, insegna la parità dei sessi. E in effetti le donne svolgono un
ruolo straordinario nella rivoluzione, in campo sociale, politico e
organizzativo; la leadership è sempre doppia, di un uomo e di una donna, in
ogni ruolo, e le assemblee hanno il 40% di quorum di genere. I centri delle
donne nei villaggi e nei centri urbani mostrano come tutte le donne in questa
società non siano soggette al dominio patriarcale; il sistema (che ha tre
lingue ufficiali, curdo, arabo e assiro) accoglie mussulmani e cristiani,
arabi, curdi, siriani e altri. L’altro governatore del cantone di Cizire,
Sheikh Humeydi 73 Denham, che porta in capo la kefiah bianca e rossa, nel corso
del vertice ha dichiarato di accettare le «diversità culturali e religiose» e
che «questa ammin- istrazione è la salvezza per noi e per tutta la regione».
Alle radici di questa gestione emancipatrice in una società molto circoscritta
c’è l’ideologia proposta da Ocalan, che è la forza motrice della rivoluzione.
Dato che il Rojava è completamente tagliato fuori dal mondo a causa
dell’embargo e della guerra, la stessa rivoluzione è un trionfo della volontà
sulle circostanze. È un’attestazione di quello che è possibile realizzare con
la sola forza di volontà. Quello che al Rojava manca in termini economici viene
compensato dalla co- scienza, dalla volontà e dall’ideologia — o dalla
«Filosofia», come la chiama Yousef. L’immagine dell’ispiratore e la sua
Filosofia incarnano l’impegno condiviso della società nei confronti del nuovo
sistema. «I ritratti negli altri paesi non sono come da noi», spiega Yousef.
«Per noi non sono un legame con lui come persona e come individuo. Sono un
legame con la Filosofia, la mentalità per rifondare la società». Certo, la
gente rispetta la lotta personale di Ocalan, ma è stato anche grazie a lui «che
siamo riusciti a far progredire la nostra società e a difendere noi stessi e la
nostra autonomia. È stato possibile solo grazie alle sue idee». La decisa
convinzione ideologica della società, ha osservato di recente un ricer- catore
di Cambridge, Jeff Miley, dà forza alla mobilitazione militare. Il coman- dante
dell Unità di Protezione Popolare (YPG), Hawar Suruc, afferma che nella difesa
di Kobane nel 2014-15 gli attacchi aerei della coalizione guidata dagli Stati
Uniti «sono stati di aiuto, ma |...] la filosofia e lo spirito del leader Apo
(soprannome di Ocalan, ndr) è l’espressione più alta della resistenza di
Kobane. È stata la lealtà dei martiri verso il movimento e verso Apo» che ha
fatto in modo che le forze della difesa sconfiggessero Daesh. L'efficacia di
una rivoluzione etica Dunque la coscienza è un prerequisito di ogni rivoluzione.
Non inevitabile, al contrario, per generazioni di marxisti: saranno le forze
sociali storicamente determinate a spingere necessariamente in avanti il
cambiamento sociale fondamentale, mentre la gente sta seduta ad as- pettare. «I
più importanti sviluppi storici», come ha osservato lo stesso Ocalan, «sono il
frutto di idee e mentalità efficaci». La coscienza che rende possibile la
rivoluzione del Rojava è per di più una coscienza etica, che cerca di riformare
il modo di pensare e il comportamento delle persone, in linea con le elevate
aspi- razioni sociali e politiche della Filosofia. La quale è così
necessariamente anche una forza morale, come ci ha detto Yousef, e indica «i
criteri in base ai quali si devono decidere tutte le questioni». In questo riecheggia
il pensiero di Ocalan, che nell’edizione inglese del suo libro dal titolo Roots
of Civilization, ha scritto: «Serve una nuova etica per un nuovo inizio [...].
Si devono riformulare nuovi cri- teri morali, che vanno istituzionalizzati e
fissati per legge» (p. 256). L'aspetto più interessante è che la Filosofia è
una forza morale contro il capitalismo. Mur- ray Bookchin, il teorico radicale
americano che ha influenzato Ocalan, un tempo aveva auspicato un’«economia
morale» contro l’economia di mercato, identifi- T4ACHAPTER 8. KURDISTANI
PARADOSSI DELLA LIBERAZIONEJANET BIEHL cando etica e socialismo. Ocalan
concorda: «Il socialismo va visto come qualche cosa da applicare nel momento
come massimo stile di vita etico e politico |...]. Il socialismo |...] è
l'ideologia di una libertà etica e collettiva». Per questo a Rojava, come
spiega Yousef, «la vita comune e comunitaria costituisce la base morale della
società». Il sistema scolastico», ci ha detto, «punta a stabilire uno spirito
comunitario». AIl’Accademia curda di Qamishlo, ho visto un libro di testo per
gli otto-nove anni che istilla i valori comunitari società: l’importanza della
considerazione reciproca, per la natura, per le donne. Ovviamente, per
riformare il popolo secondo linee morali, si deve cominciare dai bambini. Pochi
giorni dopo la mia partenza da Rojava, mentre ero a Londra, ho conosciuto
Boris, un giovane della Bielorussia, e gli ho parlato di quel libro di testo.
Boris mi ha detto che nell’ultimo decennio del secolo scorso era cresciuto con
testi sco- lastici di taglio morale come quello, rimasti così dai tempi
dell’Unione Sovietica — e che l’avevano convinto a essere l’esatto opposto di
quello che intendevano. Infatti la natura umana è intricata e complessa e una
volontà consapevole porta facilmente sulla strada sbagliata. Programmi con le
migliori intenzioni di rifor- mare il popolo sono naufragati, come mi ha
ricordato la storia di Boris, contro gli scogli di conseguenze non volute. In
realtà gli ordini sociali costruiti secondo ideologie politiche si sono per lo
più allontanati della visione originale, spesso trasformandosi nel contrario.
Lo attestano i vari esiti tirannici dell’originale visione emancipatrice del
marxismo; lo attesta l’idea individualista, che era un’idea di liberazione ai
tempi di John Locke, e che oggi prende la forma di un egoismo rapace e amorale;
lo attesta l’ideale di Adam Smith di un libero mer- cato entro limiti morali
che ha prodotto un’enorme baratro tra ricchi e poveri. Quanto a insegnare
l’etica, non sembra che sia una proposta facile. Qualcuno l’accetterà con
entusiasmo, da Vero credente, qualcuno l’avvallerà, qualcuno l’accetterà
passivamente, qualche altro non sarà d’accordo, ma resterà zitto, ma altri
esprimeranno apertamente il proprio dissenso. Perfino in una società utopica ci
sarà chi non vuole accettare la realtà del consenso e secondo me sarà suo
diritto dissentire. Per questo qualsiasi società che si organizzi in base
all’ideologia comunitaria deve affrontare la questione dell’autonomia individuale
rispetto alla comunità nel suo insieme. Come fa una società collettiva a
gestire la libera volontà e il dissenso degli individui? È evidente che società
edificate seguendo ideologie emancipatrici si sono rivelate profondamente
illiberali. Un filosofo polacco del secolo scorso, Leszek Kolakowski, aveva
addirittura scritto: «Il diavolo [...] ha inventato gli Stati ideologici, cioè
quelli la cui legittimità si fonda sul fatto che i loro detentori sono
detentori della verità». Infatti, «se tu ti opponi a uno Stato del genere e al
suo sistema, sei un nemico della verità» (in Modernity on Endless Trial, p.
189). Nel Rojava, se l’ideologia di Ocalan è considerata la verità, che cosa
succede a chi non è d’accordo? Yousef, per esem- pio, mette la comunità davanti
a tutto, presumibilmente prima dell’autonomia individuale. «Nella vita umana
non c’è niente di più importante della comu- nità», afferma, con un tono che
sembra quello dei Veri credenti. «Rinunciare alla comunità significa rinunciare
alla propria umanità». Per lei, «gli individui aderiscono al comune con la
propria libera volontà nella misura in cui ha un valore morale». Secondo lei
libera volontà significa scegliere liberamente di sot- 15 tomettersi alla
comunità. Un dubbio sulla libertà di stampa Ho avuto un altro momento di dubbio
nel corso di una discussione sull’attività editoriale, che sta appena nascendo
nel Rojava. Il nuovo editore ha pubblicato l’anno scorso un libro di poesia în
curdo che non avrebbe mai visto la luce sotto il regime. Sono in corso di
stampa altri due titoli, ci ha detto la ministra della cultura di Cizire,
Berivan Xalid, e qualche altro è in programma per l’anno prossimo, con tirature
di un migliaio di copie ognuno. Ma leggendo un libro che conteneva le norme
recenti (preso nella sede del consiglio legislativo di Cizire) mi è capitato di
leggere una norma sull’editoria, che dice che tutti gli editori devono avere
un’autorizzazione, che una commissione del ministero della Cultura deve
decidere quali libri pubblicare, e che la commissione deciderà «l’idoneità dei
libri alla diffusione e la compati- bilità alle norme di legge e l’adeguatezza
alla morale della società». Che vuol dire «morale della società»? Me lo chiedo,
ricordando che la Filosofia alla base del Rojava è una filosofia morale. Ero
accanto alla ministra Xalid, così le ho chiesto il significato di quella frase.
Mi ha risposto che non si può pubblicare nessun libro che favorisca il sesso
tra adolescenti prima del matrimonio. «È la nostra cultura», mi ha spiegato. Ma
la frase non parla esplicitamente di sesso tra adolescenti, e così le ho anche
domandato se qualcuno potrebbe pubblicare un libro che sostiene che «lo Stato è
buono» o che «il capitalismo è buono». Mi ha risposto (attraverso l’interprete,
ovviamente): «Noi dobbiamo rispettare le tradizioni della nostra società. Gli
adolescenti non possono andare a letto insieme. Non si promuove il sesso tra
minorenni prima del matrimonio». Las- ciando perdere la questione del sesso tra
minori, io penso che la rivoluzione del Rojava si rafforzerebbe chiarendo il
significato di quella norma oppure eliminan- dola. È potenzialmente una
scappatoia per sopprimere l'autonomia individuale degli scrittori e quindi
quella dei singoli e il dissenso. Secondo me, si dovrebbe lasciare spazio alla
critica. Lasciamo che si pubblichino libri sul capitalismo — come altri libri
che lo criticano. Lasciamo che il dissenso sia ammesso e au- torizzato. Il
paradosso è che la via verso la solidarietà democratica passa dalla
legittimazione del dissenso. Lasciamo che il Rojava accetti il pluralismo e la
di- versità, non solo sul piano etnico, ma a quello minimo dell’individuo. Ma
forse il mio è un giudizio presuntuoso e la mia preoccupazione è esagerata. Lo
Stesso Ocalan quando scriveva in prigione si è dichiarato favorevole
all’individualismo. Nel suo testo citato si lamenta che da tempo immemorabile
le religioni hanno perseguitato e ucciso chi pensava liberamente.
"Rafforzare l’individualità — e così affermare un giusto equilibrio tra
indi- viduo e società — può liberare notevoli energie. Energie che possono
avere un ruolo rivoluzionario e liberatorio in tempi nei quali le società
conservatrici e reazionarie, che soffocano l’individuo, si stanno disgregando.
È questa la po- sizione giustificata dell’individualismo, di progresso nella
storia (p. 191)." T6CHAPTER 8. KURDISTANI PARADOSSI DELLA LIBERAZIONEJANET
BIEHL Nemmeno la Filosofia di Ocalan è sempre coerente. Negli anni che ha
trascorso in prigione, ha cambiato opinione su molti aspetti. Nel suo libro, per
esempio, ha perfino lodato il capitalismo: «Nonostante queste caratteristiche
negative, dobbiamo ammettere la superiorità della società capitalistica. Il suo
contesto ideologico e materiale ha superato tutti i sistemi del passato» (p.
197). Inoltre: "Malgrado tutti i suoi vistosi difetti, il capitalismo è
stato chiaramente preferito al socialismo [si intende il socialismo reale]
proprio in ragione della sua atten- zione per i diritti del singolo e per i
criteri consolidati di libertà individuale (p.238)." To penso che la
presenza di queste incongruità nella Filosofia di Ocalan sia vantaggiosa per il
Rojava come società. Un’ideologia che contraddice sé stessa più difficilmente
si trasformerà nel diavolo di Kolakowski, perché vi possono trovare conferma
opinioni differenti e perché entrambe le parti possono citare i suoi scritti,
le persone devono riflettere sulle varie questioni, discuterle e svis- cerare
le proprie differenze come individui autonomi. La diversità politica del Rojava
Non posso fare a meno di osservare che al- cuni importanti esponenti
dell’autogoverno democratico del Rojava non sono del tutto d’accordo con la
Filosofia come la presenta Hadiya Yousef. Nel corso delle mie due visite, ho
sentito due personalità ufficiali parlare di economia in termini che non sono
del tutto anticapitalisti. Nel dicembre 2014 Abdurrahman Hemo, allora
consulente per lo sviluppo economico di Cizire, ha dichiarato alla del-
egazione accademica che i cantoni avevano bisogno di investimenti dall’esterno
per sopravvivere. À norma di legge, ha spiegato, quell’investimento dovrebbe
conformarsi alle norme dell’economia sociale e arrivare alle cooperative. Ma
funzionerebbe in pratica? Ho qualche dubbio. Lo scorso ottobre Akhram Hesso, il
primo ministro di Cizire, ha dichiarato alla delegazione del vertice che il
Rojava ha un’economia «mista», «con attività pri- vate e pubbliche nello stesso
tempo». È come l’economia «sociale di mercato» in Germania, ha detto con un
tono di approvazione, con una parità tra pro- prietari di fabbriche e operai.
Stranamente questa economia ideologicamente anticapitalista ha almeno un
dirigente che non è d’accordo con il programma contro il capitalismo. Che Hesso
faccia parte dell’ENKS (Assemblea nazionale curda della Siria), la coalizione
di opposizione, e non del PYD, in linea con la Filosofia, è un’altra prova
della diversità politica del Rojava. Senza dubbio nei prossimi anni l’economia
del Rojava e molte altre questioni saranno messe in discussione, all’interno e
all’estero. La mia speranza è che la stima della società nei confronti di
Ocalan sia anche la stima per affermazioni come questa: «Uno degli elementi
importanti della democrazia contemporanea è l’individualità — il diritto di
vivere come individuo libero, libero dal dogmatismo e dalle utopie, pur
conoscendone la forza» (p. 260). E spero che la gente del Rojava, come pure chi
visita quei luoghi, consideri le immagini di Ocalan sui muri e ripensi TT al
suo appello per «una discussione aperta sulla contraddizione tra individuo e
società», senza la quale «non è possibile risolvere la crisi in corso della
civiltà», e la sua affermazione della necessità di «trovare un equilibrio tra
questi due poli» (p. 207). Citare Ocalan a favore della libertà individuale al
dissenso: è une dei più sconcertanti paradossi del Rojava. Traduzione italiana
di Guido Lagomarsino per «A, Rivista anarchica», n. 411, novembre 2016
78CHAPTER 8. KURDISTANI PARADOSSI DELLA LIBERAZIONEJANET BIEHL Chapter 9 Dilar
Dirik e la rivoluzione delle donne curde a cura di Norma Santi Nelle prime due
settimane di Marzo, la sociologa curda Dilar Dirik, ha tenuto diverse
conferenze presso alcune università italiane sviluppando alcuni aspetti del
movimento di liberazione curdo, con particolare attenzione al movimento delle
donne curde e alla jineologia, scienza 0 paradigma delle donne. In occa- sione
di questo viaggio ho incontrato — a Roma il 12 marzo 2016 — Dilar che, prima di
partire, ha lasciato un suo contributo poi pubblicato in due puntate su
«Umanità nova». Dilar Dirik è ricercatrice al Dipartimento di Sociologia presso
l’Università di Cambridge. Laureata in Storia e Scienze politiche, seconda
laurea in Filosofia, ha scritto una tesi in Studi internazionali în cui ha
confrontato il sistema dello stato nazione e del confederalismo democratico,
dal punto di vista della liber- azione delle donne, con uno sguardo alle
diverse linee politiche in tutto il Kur- distan e monitorando la rivoluzione in
Rojava. Traduzione in italiano a cura di Irene Sirchia. Quando parliamo di
tentare di destabilizzare un sistema Quando par- liamo di tentare di
destabilizzare un sistema, cosa che sarebbe liberatoria per molte parti della
società, è importante rendersi conto che, prima di ogni al tra cosa, dobbiamo
iniziare una rivoluzione mentale poiché possiamo constatare come il sistema
educativo, la meccanicizzazione dei nostri pensieri e del loro flusso, siano
strutturati per generare oppressione, patriarcato e diverse forme di violenza
persino istituzionalizzate nella nostra mentalità. Violenza e oppressione sono
via via diventate naturali, interiorizzate e normal izzate nelle nostre menti,
per questa ragione tutto questo ha avuto inizio. Pos- siamo constatare che oggi
le istituzioni dominanti contribuiscono a perpetuare 79 80CHAPTER 9. DILAR
DIRIK E LA RIVOLUZIONE DELLE DONNE CURDEA CURA DI NOR) forme di oppressione
come razzismo, sessismo e differenza di classe e non sono state concepite per
consentire di analizzare criticamente e invertire il mecca- nismo di
oppressione, guerra, povertà, morte e ingiustizia. In questo senso il movimento
delle donne curde crede in particolar modo che si debba formulare un nuovo
paradigma di lotta che non è solo orientato a essere contro qualcosa, come ad
esempio capitalismo e stato, ma anche a lavorare su costruire e per qualcosa.
Qual è l’alternativa che costruiremo al posto dello stato, del capital- ismo e
così via? In tal senso abbiamo bisogno di qualcosa che abbia lo stesso
meccanismo della scienza, ma che sia contrario a come l’attuale scienza sociale
lavora. Deve fon- damentalmente cambiare il modo in cui noi comprendiamo la
società perché non possiamo usare la stessa epistemologia e le stesse
categorizzazioni per costruire un mondo nuovo che ha bisogno di un processo
creativo prima di tutto ed è difficile immaginarlo specialmente in paesi di
tradizione capitalista. La sinistra fallisce nell’organizzazione perché cè una
mancanza di immaginazione di come potrebbe apparire un mondo nuovo. Prendiamo
l’esempio del femminismo, che nell'Accademia è diventato così astratto, così
centrato sulla destrutturazione che in realtà non fornisce alcun sostegno nella
vita di molte donne della comunità perché persino il linguaggio è inaccessibile
e i concetti sono così astratti e teorici che in pratica non fanno molto per la
giustizia sociale come invece faceva orig- inariamente la lotta femminista.
Come possiamo avere dunque un nuovo tipo di linguaggio e femminismo, che possa
essere coinvolgente e avere impatto sulla vita, ad esempio, di mia nonna, della
mia vicina, della donna che muore di fame per strada o che ha dieci figli?
L'Accademia purtroppo è concepita per tenere sotto controllo i pensieri di
sinistra e radicali. L’idea di democrazia, ad esempio, è stata data in mano a
poche persone che sono molto distaccate dalla società e dalla comunità. A tale
proposito, con la Jineologia, noi vogliamo rendere visibile un nuovo approccio
alla scienza, un nuovo paradigma su come la scienza sociale può funzionare, che
può non solo capire la società ma analizzare veramente la complessità della
società stessa e i meccanismi che la rendono così com'è, pi- uttosto che
concentrarsi solo sull’interpretazione di classe o l’interpretazione di genere.
Come possiamo davvero capire la società e soprattutto come possiamo costruire
una nuova società? Ad esempio il femminismo tende a destrutturare il genere. Ma
su quale modello? Quale potrebbe essere l’alternativa? Questo analizzando i
collegamenti non solo ontologici ma anche jineologici tra gerarchia e stato,
democrazia, concetto di proprietà e il collegamento tra potere e conoscenza e
come questo impatta, soprattutto sulle donne, la Natura, le comunità indigene e
i poveri. Il movimento delle donne curde ha iniziato ad approcciare in maniera
diversa alla scienza con attenzione alla Jineologia. “JiN” in curdo vuol dire donna
e la jineologia non è una nuova scienza ma piuttosto un nuovo paradigma di come
noi pensiamo alla scienza, come lo facciamo, che metodo possiamo usare, quale
può essere la metodologia in un sistema che usa questo stesso metodo per creare
più ingiustizia. Come possiamo decolonizzare il sistema che utilizza l’attuale
scienza sociale, come possiamo dare valore a ogni fonte di conoscenza? Perché
oggi noi vediamo istituzioni come le università, edifici quadrati nei quali 81
la conoscenza può essere venduta, quindi tu vai lì, paghi e ottieni la
conoscenza, ottieni un lavoro e diventi parte del sistema capitalista. Ma noi
pensiamo che un’idea di scienza e conoscenza che può essere venduta e
acquistata sia la prima fonte di problemi. Cos'è la conoscenza, come possiamo
considerare la conoscenza? Per il nostro attuale sistema è soltanto costituita
da fatti che pos- sono essere misurati, che possono essere articolati in
numeri, lettere o formule quindi questa è la verità, questa è la realtà, perché
posso misurarla, uno più uno fa due ma, in realtà, la vera conoscenza è fatta
di saggezza. Faccio ancora l'esempio di mia nonna che vive in un villaggio in
montagna e altre persone che hanno trascorso la loro vita per secoli qui
rendendola via via migliore. Le cose che lei vive e fa e pensa e sente sono
anch’esse fonti di conoscenza ma a queste noi non diamo valore. Vediamo il
folklore come qualcosa che semplice- mente non è serio perché non contribuisce
a questa idea lineare di come la storia dovrebbe funzionare. Ad esempio la
storia delle nazioni è il risultato di una corrente di pensiero che crede che
fondamentalmente la scienza debba essere un percorso lineare e lo stato, la
nazione sia il culmine dell’evoluzione e fine di questo percorso, che lo stato
sia il progresso, la civilizzazione, la fede e la più alta espressione del
progresso umano. Questo è il frutto anche della divisione soggetto e oggetto,
di un dualismo, secondo cui, l’uomo è soggetto e la natura è oggetto. L’uomo
specialmente nell’era moderna, legittimato da pensatori come Francis Bacon e
René Descartes, incrementa questo pensiero dicotomico per cui l’uomo è la
mente, soggetto, e la donna è il corpo, l’oggetto; la mente è il soggetto,
l'emozione è l’oggetto: lo stato è il soggetto e la comunità, la soci- età sono
l’oggetto. Questo genere di dicotomia che implica fondamentalmente una
gerarchia, in pratica, legittima la dominazione e la schiavitù e naturalizza
questi concetti facendo sì che, molti movimenti, incluso il PKK, siano arrivati
a pensare che lo stato significa libertà, che essere uno stato significa
progredire, svilupparsi, significa la fine della nostra oppressione. Questa
sorta di pensiero ha portato a convincerci che siamo oppressi perché non
abbiamo uno stato, quando, in realtà, è lo Stato il problema. Dunque quando
sono stati uniti i concetti di comunità e stato, nazione e stato, libertà e
stato, indipendenza e stato, è nato il primo problema della società. Possiamo
dunque constatare come l’idea che ab- biamo di storia e il modo di pensare il
nostro lavoro sociale siano frutto di questo meccanismo di pensiero. Quindi il
nostro approccio con il progetto di Jineologia è un nuovo modo di pensare, un
esperimento, un nuovo metodo di discussione. Non crediamo di avere una nuova
scienza rivoluzionaria, abbiamo solo un nuovo modo di interpretare la scienza,
di dare valore alla conoscenza, di riarticolarla cercando di sovvertire il
meccanismo gerarchico che le unisce al potere. Cosa possiamo fare in pratica.
Ad esempio noi ascoltiamo tutti, promuoviamo ogni interazione tentando di avere
un linguaggio accessibile che non significa un lin- guaggio povero perché non
ragioniamo in termini di basso e alto, ma vogliamo che persone come mia nonna,
che io amo molto, capiscano cosa diciamo e che vogliamo acquisire conoscenza e
imparare ad queste persone. Quindi cerchiamo di sovvertire la gerarchia di chi
sa qualcosa su chi non la sa, cerchiamo di rendere il flusso di conoscenza più
organico e orizzontale. Vogliamo dare valore a ogni esperienza e a ogni voce
non in un'ottica di relativismo culturale per cui questa 82CHAPTER 9. DILAR
DIRIK E LA RIVOLUZIONE DELLE DONNE CURDEA CURA DI NOR) è un opinione e questa è
un’altra, ma ci basiamo sull’idea che alcuni principi non debbano essere messi
in discussione come ad esempio la liberazione delle donne, ecologia e razzismo.
La nostra scienza è dunque connessa anche al tipo di società che vorremmo
creare. Noi non ci limitiamo a parlare, categorizzare o analizzare, questo
infatti è il problema della scienza sociale attuale che si limita a spiegare,
evidenziare un fenomeno, farci ciò che vuole, renderlo gradevole e venderlo 0,
meglio ancora, metterci sopra un brevetto. No, noi questo non lo vogliamo. Noi
vogliamo venire fuori anche con delle alternative unendo tutte le nostre esperienze
perche pensiamo che si debbano includere tutte le persone che sono state
escluse dal produrre e riprodurre conoscenza perché la conoscenza è stata loro
rubata e poi venduta e loro, in ogni caso, non hanno mai avuto accesso a essa.
Questo approccio più egalitario alla produzione, riproduzione e allocazione
della conoscenza è un principio fondamentale per una democrazia perché solo se
ogni forma di conoscenza viene valorizzata per la sua unicità pos- siamo
costruire una società basata su ogni indviduo. Se l’esperienza, la vita di una
persona indigena non è valorizzata allo stesso modo di quella di persone
all’interno delle università non possiamo neppure avere un’idea di democrazia
perché abbiamo già escluso dalle decisioni le persone che contano. Crediamo che
ogni tipo di interazione tra esseri umani debba arrivare nell'Accademia perché
vogliamo riappropriarci del mondo. Le accademie non dovrebbero essere luoghi
fissi, accessibili solo a persone che hanno i soldi e il privilegio per
andarci. Noi crediamo che ogni giardino e parco, ogni angolo di strada, ogni
stanza, ogni casa possano essere un luogo per auto-educarci, generare
conoscenza e utilizzarla per creare una nuova società. "Immaginare un
nuovo mondo" Ci sono molte donne nel nord del Kur- distan, così come in
Rojava. Stanno aumentando e attirando molta attenzione che dà alle donne nuova
felicità ed energia. Ci sono ad esempio le donne che vogliono partecipare alle
nuove strutture e alla ricostruzione del Rojava, alle case delle donne, alle
comuni, ai consigli o altro, ma anche combattenti sia uomini che donne che ora
vengono educati anche alla jineologia. Credo sia interessante sapere come le
persone, che combattono contro il sistema del Daesh basato sul fondamentalismo
che utilizza la violenza sessuale e lo stupro come motivo di pro- paganda,
stiano articolando la libertà attraverso donne che riportano la scienza
sociale. Essi vedono in questo il più grande strumento di autodifesa, non le
armi che usano dunque bensì un metodo sociologico. In un area molto
conservatrice come il medioriente, in un contesto di eserciti di stato e non, è
fondamentale la questione della posizione politica, che tipo di pensiero e
metodo si vuole pro- porre nella società che si vuole creare. Per questo anche
gli uomini vengono educati alla jineologia da donne, e il modo in cui è
strutturata, l’educazione, è più una sorta di discussione, di dibattito. C’è
generalmente una persona che facilita il processo, ma è una discussione perché
è questa che dovrebbe es- sere il metodo principale e sostituire il metodo
frontale di trasmissione della conoscenza. Il docente dovrebbe essere anche
discente e il discente può essere 83 docente. Nell’Accademia sociale della
Mesopotamia a Qamishlo in Rojava le persone non si rapportano tra loro come
insegnanti e studenti, ma come amici o compagni, sempre. Questo è importante, a
proposito della gerarchia di chi ha conoscenza e chi la riceve, perché è un
processo orizzontale. Magari oggi io insegno una cosa perché la conosco e tu
no. Ad esempio io non parlo italiano e posso impararlo da una persona che lo
parla e questo non significa che io sia in- feriore, ma che posso condividere
cose con voi e voi potete condividere cose con me. Questo approccio è una
questione di mentalità, di come si percepiscono gli altri, come uguali o meno,
di come si possa usare o meno la propria conoscenza come strumento di potere o
di abuso di potere. Altri strumenti che utilizziamo sono la critica e
l’autocritica, alla fine di ogni lezione, elemento caratterizzante dello spirito
della jineologia. L'insegnante viene criticato dicendo, ad esempio, che un
fatto esposto non era molto calzante e se ne potrebbe utilizzare un altro.
Questa critica non va intesa come qualcosa di negativo, ma di buono e
necessario e va accetta non come motivo di abuso ma di collettività, come se ci
vengano offerte soluzioni per migliorare. Non ci limitiamo a criticare la
persona, ma le offriamo uno strumento per crescere. Facciamo anche autocritica,
ed è difficile. Può sembrare semplice, ma criticare le proprie riflessioni è
qualcosa che manca totalmente, specie nel sistema capitalista. Questi sono
meccanismi di un sistema più democratico. Un altro strumento è il linguaggio.
Ho partecipato, ad esem- pio, a una lezione di ecologia all’accademia delle donne.
Erano presenti donne giovani e anziane, e qui si delinea la questione delle
generazioni. Si parlava di come non si abbia coscienza dell’ecologia perché il
popolo non ha possesso del luogo in cui vive, lo stato si impadronisce di tutto
e le persone non si sentono parte di un ecosistema. Non si curano di una
foresta perché lo stato dice che quella foresta appartiene allo stato e non
appartiene al popolo. È perciò difficile di parlare di ecologia in questo
posto, ma trovo interessante come l’insegnante abbia chiesto cosa noi
pensassimo fosse l’ecologia, cosa significasse per noi. Og- nuno ha detto cosa
pensava e questo ha generato un insieme di opinioni diverse ma con tratti
comuni e universali. Qui la questione delle generazioni diventa im- portante
perché la società, specie capitalista, tende a scartare gli anziani, perché
inabili al lavoro, ma ha anche, allo stesso tempo, una tendenza a sottovalutare
le parole dei giovani. In entrambi i casi c'è una discriminazione ed è interes-
sante notare come al potere ci siano persone appartenenti alla stessa fascia di
età. È necessario democraticizzare l’età perché è naturale che ci siano anziani
e giovani, chiunque è stato giovane e sarà vecchio. L’idea è quella di
valorizzare l’esperienza degli anziani come una fonte di saggezza acquisita con
il passare degli anni e valorizzare i giovani come persone che subiscono
pressioni differ- enti e hanno idee e prospettive differenti. Non si dovrebbe
utilizzare l’età come strumento di potere. Democraticizzare l’età è dunque importantissimo.
Noi tentiamo di integrare anche questo, nel nuovo approccio al processo
educativo, per renderlo accessibile a tutti attraverso il linguaggio e usando
questa nuova relazione con la conoscenza quale fondamento della democrazia.
L'obiettivo fi- nale del progetto implementato in Rojava e Bakur è quello di
creare una società critica che non abbia bisogno di affidarsi a legge, polizia
o stato per rafforzare il concetto di giustizia, ma è essa stessa che genera
concetti e idee su come la 84CHAPTER 9. DILAR DIRIK E LA RIVOLUZIONE DELLE
DONNE CURDEA CURA DI NOR) giustizia dovrebbe funzionare, prendendo decisioni
basate su valori e morale. Anche il concetto di morale ormai fa pensare a
qualcosa di negativo perché col- legato drettamente allo stato, alla chiesa o
alla famiglia. La parola "morale" è diventata una parola sporca, ma
anche lottare per la giustizia e l'uguaglianza e contro le discriminazioni sono
questioni morali. Questo è l’aspetto etico. AL tro aspetto importante è
l’aspetto politico. L’intento è creare una società che non sottomette la sua
volontà alle elites burocratiche. Andare ogni quattro o cinque anni alle
elezioni pensando sono una persona democratica perché vado a votare, ho fatto
il mio dovere, ho votato significa sottomettere completamente allo stato la mia
volontà e tutto ciò che riguarda la mia vita e la mia interiorità. Questo
conduce a una società lontana dalla politica. L’unico modo in cui oggi le
persone percepiscono la politica è quello di andare a votare, ma questa non è
politica. La politica ha ben altro intento, ossia organizzare una società
giusta e meravigliosa. Dunque unenedo queste due cose, politica ed etica,
possiamo avere una società nuova e rivoluzionaria. Noi non crediamo che la
rivoluzione sia una rottura nella storia imposta un partito o da uno stato
poiché uno stato non può essere fonte di giustizia. La maggior parte delle
forme di oppressione negli ul timi 5000 anni della civiltà moderna sono stati
creati dal concetto di stato, molti meccanismi di sottomissione nascono con
l’emergenza degli stati. Il primo stato come concetto fu in Mesopotamia. I
Sumeri costruirono le ziqgurat, strutturate come una piramide molto gerarchica
e organizzata. In quel momento avvenne un enorme cambiamento, una transizione,
una rottura storica; in quel momento sacerdoti uomini presero il monopolio
della conoscenza si costituì il primo es- ercito, le donne furono cancellate
dalla scena, in quel momento, la proprietà privata iniziò a distruggere la
morale e l’etica del sistema. Possiamo vedere come patriarcato, stato e
concetto di proprietà privata si alimentino a vicenda e chi possedeva la
conoscenza ha giocato un ruolo fondamentale. È interes- sante notare come,
contemporaneamente, 4300 anni fa, si sviluppava la prima parola che ha espresso
il concetto di libertà, amargi. Perché questo concetto di amargi si è
sviluppato proprio quando l’oppressione è diventato un sistema, un’
istituzione? Perché le persone bramano immensamente qualcosa e il desiderio
dell’essere umano di esprimersi in libertà è una meravigliosa lotta così antica
e parte della natura umana e ha molti diversi aspetti. Se guardiamo alla lotta
delle persone in ogni parte del mondo, agli esempi che possiamo aver visto
anche qui in Italia, questi sono connessi a ciò che sta accadendo in Kurdistan.
La lotta ha tanti diversi aspetti, ma possiamo vedere che, andare contro lo
status quo, il sistema attuale, sia la linea comune perché esso è fonte di
povertà, distruzione e guerra che hanno sempre la medesima origine, Ocalan
parla di due forme di civiltà, non riguardo la comunità, il linguaggio,
eccetera, ma riguardo il sistema. Egli dice che con lo stato sumero la civiltà
degli oppressori, quella dominante si è sviluppata, che più o meno è lo stesso
concetto di capitalismo e patriar- cato, basato su gerarchia, dominazione e
abuso di potere. Di contro, però, si è sviluppata una civiltà democratica fatta
da donne, poveri, artisti, esclusi, indi- geni, una civiltà naturale e
comunitaria. Queste persone hanno sviluppato una civiltà alternativa rispetto
alla corrente dominante. La corrente dominante si è stabilizzata e
universalizzata, ma allo stesso modo anche la resistenza è sempre 85 esistita.
Forse si espletava in maniera diversa ma è sempre esistita. Possiamo dunque
dire che la jinealogia è la vendetta della civiltà democratica contro la
tendenza dominante. Questo può essere un modo di guardare alla storia, non in
termini di questa o quella cultura, ma di quali siano i tratti che riguardano
il patriarcato e le relazioni sociali sui quali possiamo lavorare. Credo che
questo sia necessario per mobilizzare la lotta, per vedere nella propria lotta
specchiarsi la lotta di qualcun altro. In tal senso ritenianmo che nella
produzione e ripro- duzione della conoscenza debbano giocare un ruolo fondamentale
le donne per la creazione di una nuova società. Molte donne in Rojava dicono
che la loro vera autodifesa è l’educazione, è la rivoluzione sociale, forse un
intento comune è più efficace di un kalashnikov. Le persone devono difendersi
anche fisicamente, ma il nostro concetto di autodifesa non è solo fisico, non è
solo la pietra che puoi lanciare per sopravvivere fisicamente, specie in un
territorio in cui per Daesh è normale violentare e stuprare, è autodifesa
politica, l'educazione è au- todifesa, avere una società etica che sa
organizzarsi, perché fondamentalmente la libertà deriva
dall’auto-organizzazione. Il problema è che noi colleghiamo
l’autodeterminazione al concetto di stato. Questo è il pensiero che dobbiamo
assolutamente sovvertire, un ordine di idee che dobbiamo abbandonare, perché lo
stato non può essere la soluzione per un problema di libertà che ha una so-
cietà. Perché noi non abbiamo il problema di non avere uno stato, abbiamo un
problema di libertà. Posso dire che la jineologia ha dato molto alle donne in
Kurdistan e anche oltre, e il loro numero sta crescendo. Ho parlato con molte
donne in giro per il mondo di questo argomento e loro danno interpretazioni
diverse a metodologie, reli- gioni, scienze a seconda di dove vivono, del loro
contesto, della loro voce e la jineologia dà moltissimo valore a questo. Le
donne hanno compreso che abbiamo bisogno di un approccio fondamentalmente
diverso dal nostro modo di pensare e di sentire il diritto. Dobbiamo fare
pratica e nella pratica che utilizziamo nel nostro sistema educativo e nel
nostro approccio alla politica dobbiamo includere questo pensiero teoretico, ma
anche il vissuto di ognuno e il nostro concetto di democrazia perché
l’autodifesa non sia solo fisica ma anche sociale e politica. È questo che
molte donne ora affermano che stiamo combattendo questa battaglia contro Daesh,
ma che la nostra autodifesa è soprattutto politica, perché è un dato di fatto
che ora possiamo leggere e scrivere e organizzarci sotto forma delle comuni o
quant’altro e che chi, nella nostra stessa casa, non ci lasciava neppure uscire
deve ora accettarci come uguali e in grado di prendere decisioni. Questo è
fondamentalmente il modo in cui possiamo immaginare e pensare un mondo nuovo.
86CHAPTER 9. DILAR DIRIK E LA RIVOLUZIONE DELLE DONNE CURDEA CURA DI NOR)
Chapter 10 Rivoluzionari o pedine dell'Impero? Marcel Cartier L’attivista curda
Hawzhin Azeez ha dichiarato: Come ha scritto Becky, questa occidentale
femminista «antimperialista», «le YPJ avrebbero dovuto scegliere una degna
decapitazione, gli stupri di gruppo e i massacri di tutte le donne, dei curdi e
dei popoli della Siria settentrionale piuttosto che accettare le armi degli
sporchi imperialisti per difendersi contro Daesh!!!». Il suo dito insiste a
mettere il punto esclamativo al fine di sotto- lineare la sua opinione, mentre
sorseggia un delicato latte di soia al gusto di fragola e crema Frappuccino
prima di ricominciare a picchiettare con il suo iPad 7. «Così le avrei senza
dubbio sostenute! Ma ora non più!». Scruta con lo sguardo la cameriera
messicana che porta il suo ordine — camembert, cheese- cake mirtillo e
mascarpone — interrompendola nella sua fondamentale analisi politica
rivoluzionaria della Siria. All’esterno, la pioggia scroscia. Becky si siede
comodamente in un angolo del suo caffè Starbucks. Per un attimo ignora il suo
iPhone, che improvvisamente squilla per ricordargli di cambiare l’ora della sua
classe di "hot yoga" in modo che non coincida con l’appuntamento del
suo barboncino al Salone del cane. Infine conclude il suo status, con un
sorriso di auto-soddisfazione, con questa frase: «La schiavitù per le strade di
Ragga e Aleppo, anche sessuale, sarebbe stata meglio delle armi degli
imperialisti! Questo è il genere di femminismo che sostengo, per le donne
arabe, musulmane, nere e indigene del mondo!». Sembra il paradosso dei
paradossi. Gli Stati Uniti e i loro alleati occidentali sono impegnati in una
guerra spietata e implacabile conto il governo siriano di Damasco, proprio
questi cosiddetti difensori della democrazia e della libertà che sostengono una
delle più spregevoli organizzazioni terroristiche e reazionarie mai 87
88CHAPTER 10. RIVOLUZIONARI O PEDINE DELL’IMPERO?MARCEL CARTIER viste nella
storia recente. Poco tempo addietro, il presidente Donald Trump, per la prima
volta, è intervenuto militarmente contro le forze governative siriane: una
batteria di missili Cruise il cui effetto è stato quello di aiutare quei gruppi
che operano nella scia ideologica di Al Qaeda, nel nord-ovest, del paese. E questo
non è l’ultimo paradosso. Dopo tutto, il sostegno americano ai gruppi legati o
vicini all’estremismo salafita e wahhabita non ha nulla di nuovo: mai dimenti-
care l’appoggio degli Stati Uniti ai “mujaheidin" in Afghanistan negli
anni ’80. Ancor più paradossale è che gli Stati Uniti stiano fornendo supporto
militare a un’organizzazione, nel nord della Siria, che non solo non è
reazionaria, ma sostiene di essere socialista e femminista, pur nutrendo legami
ideologici con il Partito dei lavoratori del Kurdistan, il PKK: quel PKK in
guerra con il secondo esercito della NATO, la Turchia, da oltre tre decenni. Il
fatto che il Partito dell’Unione Democratica (PYD) e la sua componente armata,
le Unità di protezione del popolo e delle donne (YPG e YPJ), con- ducano una
vera rivoluzione sociale nel bel mezzo del caos siriano è fuor di dubbio. Il
mese che ho trascorso in viaggio attraverso le zone sotto il loro con- trollo è
stato più che sufficiente per convincermi dell’unicità di questa esperienza
rivoluzionaria, oltre ogni immaginazione, offrendo una vasta dimensione demo-
cratica e socialista. Sono stato costantemente impressionato da ciò che ho
visto: dalle strutture comunaliste alle cooperative, delle organizzazioni delle
donne alle fiorenti accademie culturali e artistiche. Mi hanno colpito l’onestà
e l’apertura del movimento verso le numerose contraddizioni che si sono
presentate durante un processo di trasformazione radicale della società. Posso
anche dire che per la prima volta nella mia vita, nonostante tutti i viaggi nei
paesi impegnati a vari livelli nella costruzione del socialismo (Venezuela,
Cuba e Corea del Nord ), ho toccato l’esistenza di una società profondamente
vibrante, democratica e popolare, che avevo sempre immaginato potesse — e
dovesse — nascere un giorno. Ma la sensazione di grande contraddizione non mi
ha mai lasciato veramente. Mi ha disturbato. Non sapevo cosa fare con quello
che le YPG/J definivano una “cooperazione militare tattica” con gli Stati
Uniti. Come chiunque abbia raggiunto la maturità politica dopo aver frequentato
le scuole del marxismo e dell’antimperialismo rivoluzionario, avevo imparato a
guardare con la mas- sima diffidenza tutto ciò che proveniva anche minimamente
dal Pentagono o dalla CIA, e per buone ragioni. Gli Stati Uniti, infatti, non
hanno l’abitudine di sostenere le vere rivoluzioni che si svolgono nei quattro
angoli del pianeta. Dopo aver concluso che il progetto portato avanti dalla
Rojava ha effettivamente sus- citato un’autentica rivoluzione sociale — nel quadro
di quel che pensavo fosse un’operazione di cambiamento del regime, sostenuta
dagli Stati Uniti, contro un governo, quello di Damasco, che si era rifiutato
di svolgere le regole del neoliberismo globale — ho disperatamente sentito la
necessità di ottenere dell risposte alle mie domande: sono le YPG/J che usano
gli Stati Uniti? O gli Stati Uniti che utilizzano le YPG/J? Questi curdi non
stanno oggettivamente aiutando l'imperialismo americano, se guardiamo al
contesto più ampio? O, visto lo scenario complesso del con- flitto,
l’imperialismo americano sostiene consapevolmente un processo socialista 89
rivoluzionario? Oppure la verità si trova da qualche parte in mezzo? Ci sono
elementi di risposta in ciascuna delle possibili risposte, o non è possibile
oggi avere un risposta chiara? Ancora meglio, le mie domande sono corrette o
riflet- tono uno status privilegiato e i pregiudizi occidentali? Durante e dopo
Kobane È stato durante la fase finale delle YPG/J a Kobané, all’inizio del
2015, che la coalizione a guida Usa ha accettato — sotto l’enorme pressione
internazionale — di sostenere le forze curde utilizzando at- tacchi aerei per
respingere lo Stato Islamico. Da allora, gli Stati Uniti non hanno mai esitato
a dire quanto grande fosse stato il loro ruolo nella liberazione di Ayn al
Arab, anche se i miei colloqui con le combattenti YPG/J, in quella città, mi ha
permesso di capire che non è andata esattamente così! La loro sensazione gen-
erale? La rabbia contro gli Stati Uniti, che incolpano di non essere intervenuti
prima e di aver chiuso un occhio sulle sofferenze della popolazione nelle mani
di Daesh. Ciò basta per convincerli che il loro intervento era funzionale solo
ai propri obiettivi geostrategici, senza costituire un reale sostegno per le
YPG/J. Le parole dell’attivista e studiosa kurda Dilar Dirik sono molto
illuminanti su questo punto. Recentemente ha scritto un articolo nelle colonne
di ROAR in- titolato Radical Democracy: The Frontline Against Fascism in cui
solleva la questione dell’incapacità di una parte significativa della sinistra
occidentale di sostenere le YPG/J, in particolare a causa del sostegno aereo
statunitense du- rante la seconda battaglia di Kobane: L’immagine pubblica
delle forze armate di Rojava è improvvisamente cambi- ata agli occhi delle
sezioni della sinistra dopo la liberazione di Kobane. Sebbene innegabilmente
una battaglia storica, vinta da una comunità organizzata e dal potere delle
donne libere, la simpatia diffusa di cui avrebbero dovuto godere sarebbe
crollata dal momento che le forze terrestri hanno ricevuto il sostegno aereo
della coalizione sotto il comando americano. Dopo essere stati da lungo tempo
tra le vittime più colpite dell’imperialismo in Medio Oriente, i curdi e i loro
vicini non hanno più bisogno di essere illuminati sui mali dell’impero. Sono
ancora freschi i ricordi dei massacri e dei genocidi subiti con il supporto
delle forze imperialiste. Le visioni dogmatiche del mondo e le critiche
semplicistiche e binarie non offrono alcuna risposta a coloro che lottano per
la vita sul terreno. Ancora più importante, non risparmiano vite. Sostegno
militare, ma non politico È da ormai oltre due anni che i fascisti [di Daesh]
sono stati cacciati da Kobane. Gli Stati Uniti continu- ano a sostenere le
forze curde ed hanno esteso il loro ombrello militare sotto forma delle Forze
Democratiche Siriane (SDF), mentre all’inizio di maggio [2017]
l’amministrazione di Trump ha dato il via libera per l’invio di armi pesanti.
Le Forze Democtatiche Siriane includono milizie arabe che stanno combattendo
90CHAPTER 10. RIVOLUZIONARI O PEDINE DELL’IMPERO?MARCEL CARTIER anche per la
creazione di strutture democratiche ispirate al successo delle am-
ministrazioni multietniche e delle comuni istituite in Rojava. Gli Stati Uniti
non solo hanno iniziato a fornire l’SDF di armi pesanti: ci sono quasi 1.000
forze speciali americane che operano al loro fianco sul terreno, oltre ad un
disp- iegamento di marines. Sono queste milizie che combattono nell’SDF gli
agenti controrivoluzionari su cui gli Stati Uniti hanno puntato, dopo il crollo
dei gruppi reazionari dell'Esercito Siriano Libero (FSA) che la Turchia sembra
a tutti i costi voler far rinascere? Non possiamo fornire una risposta
definitiva a questa do- manda, ma è importante segnalare che se gli Stati Uniti
sostengono militarmente l’avanzata dell’SDF a Ragga, la capitale di Daesh, con
l’operazione “Wrath of Euphrates”, Washington ha fatto di tutto per mantenere
il PYD - il braccio politico delle YPG/J - lontano dai negoziati di pace di
Ginevra. Inoltre, il sistema federale messo in atto dal PYD e il Movimento per
una Società Demo- cratica del Rojava (TEV-DEM) non ha ricevuto alcun sostegno,
né uno sguardo di considerazione dagli Stati Uniti che hanno costantemente
sottolineato che “il federalismo ad hoc” non è incoraggiato da Washington. La
Russia si è spesso mossa in opposizione alla posizione statunitense sul Ro-
java. Mentre Mosca è generalmente considerata il braccio militare del gov- erno
Ba’athist [di al-Assad|, questi stessi russi hanno recentemente proposto
l’istituzione di una nuova costituzione per la Siria fondata, almeno in parte,
sul federalismo invocato dal PYD e sul rispecchiamento del carattere
multietnico del paese (suggerendo in questo caso di cambiare il nome da
“Repubblica Siriana Araba” a “Repubblica Siriana”). La Russia ha anche
sostenuto l’inclusione del PYD nel terzo ciclo di colloqui a Ginevra - una
proposta non accolta dagli Stati Uniti. Inoltre, il primo ufficio del PYD
aperto all’estero è stato a Mosca nel febbraio 2016, e lo stato russo ha
facilitato i colloqui tra il governo siriano e il PYD su una soluzione del
conflitto che potrebbe portare alla pace tra le forze coinvolte. più
recentemente, la Russia si è impegnata a lavorare militarmente con YPG/J per
stabilire nella città di Afrin per fine di marzo [2017] una base di
addestramento delle forze curde e dell’SDF, e infine per creare una zona cus-
cinetto che impedisca alle forze turche di attaccarla. Sembra che Mosca abbia
scommesso su di loro, non solo per le ripetute vittorie militari, ma anche per
il successo del progetto politico e la resistenza di Rojava. Nemici ideologici
La necessità elementare e pragmatica di sopravvivenza è più che sufficiente per
spiegare la ricerca da parte delle YPG/J della cooper- azione militare con gli
Stati Uniti, rifiutata da alcuni guerrieri della tastiera occidentale e da
altri attivisti della poltrona per via della formula molto sem- plicistica di
“ballare con il diavolo". Dopo tutto, perché i socialisti rivoluzionari si
dovrebbero congiungere con gli Stati Uniti, a meno che, naturalmente, non siano
rivoluzionari? Le mie osservazioni mi hanno fatto ricredere che queste forze
siano, in realtà, veramente rivoluzionarie. Durante tutto il mio soggiorno,
sono stato ossessionato da individuare opinioni divergenti tra i gruppi delle
YPG o nelle organizzazioni politiche su come affrontare questa cooperazione 91
con gli Stati Uniti definita "Inherent Resolve”, condotta contro Daesh.
Cosa fanno questi radicali delle motivazioni di Washington, con Barack Obama o
con Donald Trump, per lavorare fianco a fianco? Come ho scritto in un
precedente articolo sulle diverse tendenze della politica curda, un comandante
delle YPG, Cihan Kendal, ha affermato all’inizio di quest’anno che «l’ America
vorrebbe che noi fossimo il loro alleato principale, ma sa che non è possibile:
dal lato militare, ci capita di collaborare, ma, ideologicamente, siamo
nemici». È una opinione che Cihan Kendal mi ha ripetuto quando lo incontrai nel
nord della Siria ribadendo di essere "Impegnati in una rivoluzione
democratica, ma questa rivoluzione è guidata da un partito socialista, quindi,
ovviamente, è una rivoluzione socialista. Per- tanto, ovviamente, gli Stati
Uniti non la sosterranno mai." Un altro comandante YPG che ho incontrato a
Kobane non ha dosato le sue parole: "Ci sono coloro che sostengono che,
siccome stiamo lavorando tatticamente con gli Stati Uniti, non si tratta di una
vera rivoluzione. Ma dimmi, come dovremmo sconfiggere Daesh e difendere la
nostra rivoluzione senza armi pesanti? Sappi- amo che ci daranno armi per
prendere Ragga ma, allo stesso tempo, non vogliono che noi governiamo Raqgqa a
modo nostro. Sappiamo che una volta raggiunti i loro obiettivi strategici, ci
abbandoneranno." Pochi giorni dopo sono stato abbastanza fortunato da
incontrare un altro ideol- ogo importante che, con i suoi compagni, ha
dimostrato di avere una conoscenza approfondita della storia dei movimenti
rivoluzionari. Sul muro, alle sue spalle, un ritratto di Abdullah Ocalan,
sotto, un altro di Lenin che arringa le masse di San Pietroburgo nel 1917.
Guardando al poster di Lenin, ha dichiarato: "Ecco un uomo che un secolo
fa ha accettato di ottenere un treno corazzato imperialista tedesco per tornare
in Russia e guidare la rivoluzione bolscevica. Dovremmo oggi considerarlo un
agente dell’imperialismo tedesco?" Capire se tale confronto sia veramente
corretto è già un interrogativo non da poco, ma il punto sollevato dal
comandante ha colpito il bersaglio: «Non siamo pedine o pupazzi degli Stati
Uniti. Siamo innanzitutto e soprattutto rivoluzionari». Opportunisti estremisti
o veri rivoluzionari? La questione di come finirà la cooperazione militare tra
la superpotenza più sanguinaria e i rivoluzionari più radicali del mondo è
lungi dall’essere risolta oggi; sarebbe assurdo pensare che i rivoluzionari del
movimento di liberazione kurda, un movimento forte di quattro 92CHAPTER 10.
RIVOLUZIONARI O PEDINE DELL’IMPERO?MARCEL CARTIER decenni di lotta contro
questi stessi imperialisti, improvvisamente dimenticas- sero i loro vizi.
Alcuni nella sinistra occidentale possono respingere le YPG/J come estremisti
di sinistra che si legano alle forze dell’Impero per opportunismo. Questa
analisi non corrisponde alla realtà. È necessario pensare più profonda- mente
sulle parole di Dilar Dirk: "Per le persone le cui famiglie sono state
massacrate dallo Stato Islamico, la facilità con cui la sinistra occidentale
sembra sostenere un rifiuto degli aiuti mil- itari, a favore di nozioni
romantiche quali la purezza rivoluzionaria, è incompren- sibile. A dir poco.
Questa promozione di un anti-imperialismo incondizionato, staccato dalla reale
esistenza umana e dalle realtà concrete, è un lusso che solo chi vive lontano
dal trauma della guerra può permettersi. Pur consapevole del pericolo di essere
manipolati dalle grandi potenze per poi essere abbandonati, ma stretta tra
l’incudine e il martello, ’SDF innanzitutto aveva e ha la priorità di
sopravvivere, e di mettere fine alla maggior parte delle minacce immediate alla
stessa vita per centinaia di migliaia di persone negli ampi territori che
controlla." Di nuovo in Europa, questi testi mi hanno colpito. È
incredibilmente facile - se non vergognoso, in un certo senso — sedersi nel
comfort delle nostre case occidentali e criticare il “tradimento” di un
movimento per via della sua “col- laborazione” con l’imperialismo, quando le
vite di così tante persone è letteral- mente in gioco; non appena ci prendiamo
del tempo per indagare sul campo e vedere cosa stanno affrontando le YPG/J - un
blocco combinato da parte della Turchia, di Daesh e dei nazionalisti del
Partito Democratico Kurdo (KDP) in Iraq — dovrebbe emergere una nuova immagine.
Il rivoluzionarismo e la solida- rietà della poltrona, condizionati in modo
esclusivo dalle nozioni di "purezza", non hanno senso nel mondo
reale. Osservando la ragione - e il mondo - come se non fosse altro che un
gioco di scacchi, si può facilmente arrivare alla politica del "nemico del
mio nemico è mio amico”: una politica profondamente deficitaria e pigra, che
può portare a sostenere movimenti estremamente reazionari e non quelli che
conducono effettivamente il tipo di politica che vorremmo vedere nei nostri
paesi. Le parole del secondo dei comandanti YPG, che ho conosciuto e che hanno
risposto alle mie preoccupazioni sugli Stati Uniti, hanno risuonato in me una
volta tornato a casa. "Certamente, sarebbe utile se Trump ci mandasse due
Humvees, ci serivreb- bero chiaramente nella nostra lotta contro Daesh. Ma
ricorda che uno degli F-16 venduti da Trump in Turchia potrebbe annientare
questi veicoli in un sec- ondo. Sappiamo dove si collocheranno gli Stati Uniti
se dovranno scegliere, e non sarà certo dalla nostra parte." Chapter 11
Intervista ai/le compagn* del DAF (Azione rivoluzionaria anarchica) a cura della
redazione di «Meydan» Da due anni a questa parte le fondamenta della
rivoluzione sociale sono in fase di sviluppo in Rojava, il Kurdistan
occidentale. Sostenendo questo, è difficile igno- rare il fatto che alla base
dell’attacco contro Kobané ci sono gli interessi politici dello Stato Turco e
del capitalismo globale. Abdulmelik Yalcin e Merve Dilber di Azione anarchica
rivoluzionaria, erano nella regione di Suruc, al confine con Kobané, sin dal
primo giorno della resistenza contro i tentativi di oscurare la rivoluzione del
popolo, in solidarietà con il popolo della regione. Noi li abbiamo intervistati
riguardo alla Resistenza di Kobané e alla Rivoluzione della Rojava. Fin
dall’inizio della Resistenza di Kobané, avete organizzato molte proteste e
fatto volantini e manifesti. Avete anche partecipato alla “catena umana di
guardia del confine” che era organizzata nel villaggio di Suruc, vicino al
confine con Kobané. Con quale scopo siete andati laggiù? Potete dirci quello
che avete vissuto là? M.D.: A causa della Rivoluzione della Rojava i confini
tra le parti del Kurdistan che si trovavano all’interno del territorio della
Siria e della Turchia hanno iniziato a dissolversi. Lo Stato Turco ha pure
provato a costruire un muro per distruggere questo effetto della rivoluzione.
Nel bel mezzo della guerra e degli interessi del capitalismo globale e degli
stali nella regione, il popolo curdo in Siria ha fatto un passo lungo il
sentiero che porta alla rivoluzione sociale. Grazie a questo passo è emerso un
fronte reale che porta alla libertà del popolo e, a Kobané, un 93 94CHAPTER 11.
INTERVISTA AI/LE COMPAGN* DEL DAF (AZIONE RIVOLUZIONARIA AN attacco totale
contro la rivoluzione è iniziato per mano dell’ISIS, l’onda violenta prodotta
dal capitalismo globale. Quando noi, come anarchici rivoluzionari, abbiamo
valutato la situazione a Kobané e nella Rojava, è stato impossibile per noi non
essere direttamente coinvolti in essa. Considerando che i confini tra gli stati
sono stati aboliti, è vitale essere solidali con coloro che resistono a Kobané.
Noi siamo al quindicesimo mese della Rivoluzione della Rojava. In questi
quindici mesi, abbiamo organizzato molte proteste unitarie e abbiamo fatto
volantinaggi e attacchinaggi. Allo stesso modo, durante l’ultima ondata di
attacchi contro la rivoluzione a Kobane, abbiamo fatto molti volantinaggi e
attacchinaggi e abbiamo anche organizzato molte proteste in strada. Dovevamo
comunque andare al confine di Kobané per salutare la lotta del popolo curdo per
la libertà, contro glì attacchi dell’orda dell’ISIS. Nella notte del 24
settembre siamo partiti da Istanbul per il confine di Kobané. Abbiamo
incontrato i nostri compagni che sono arrivati un poco prima e insieme abbiamo
iniziato la nostra catena umana a guardia del confine nel villaggio di Boydé, a
ovest di Kobané. C'erano cetinaia di volontari come noi che venivano al confine
da diverse parti dell'Anatolia e della Mesopotamia, formando una catena umana
lungo i 25 km della linea di confine nei villaggi di Boyde, Bethé, Etmanké e
Dewsan. Uno degli obiettivi della catena umana era fermare il supporto di
uomini, armi e logistica per l’ISIS da parte dello Stato Turco, il cui appoggio
all’ISIS è conosci- uto da tutti. Nei villaggi di confine la stessa vita si è
trasformata in vita comune, nonostante le condizioni di guerra. Un altro
obiettivo della nostra attività di guardia del confine era intervenire in
solidarietà con la popolazione di Kobané, che era dovuta fuggire dall’attacco
contro Kobané, e che era trattenuta al con- fine per settimane e che veniva
pure attaccata dalla polizia militare turca (jan- darma). Nei primi giorni
delle nostre azioni di guardia del confine, abbiamo tagliato le recinzioni e
abbiamo raggiunto Kobané insieme alle persone venute da Istanbul. Potete dirci
cosa è successo dopo che avete attraversato il confine verso Kobane? A.Y.: Nel
momento in cui abbiamo passato il confine, siamo stati salutati con enorme
entusiasmo. Nei villaggi di confine di Kobané, tutti, giovani e anziani, erano
nelle strade. I guerriglieri delle YPG e YPJ hanno salutato sparando in aria la
nostra eliminazione dei confini. Abbiamo manifestato per le strade di Kobané,
Più tardi abbiamo avuto una conversazione con la popolazione di Kobané e con i
guerriglieri delle YPG/YPJ che difendono la rivoluzione. È molto importante che
i confini che gli Stati hanno eretto tra i popoli siano dis- trutti in questo
modo. Questa azione che è avvenuta in condizioni di guerra mostra una volta di
più che le sollevazioni o le rivoluzioni non possono essere fermate dai confini
degli stati. Sono circolate molte notizie riguardo ad attacchi da parte della
polizia militare e di poliziotti regolari contro le persone che hanno
partecipato alla "catena umana di guardia del confine” e contro la
popolazione rurale vicino al confine. Cosa cerca di ottenere lo Stato Turco con
queste prepotenze sul confine? Cosa pensate di questo? 95 A.VY.: SÌ, è vero che
la politica dello Stato Turco è quella di attaccare tutti coloro che sono
coinvolti nella guardia del confine e che vivono nei villaggi di confine, e
tutti coloro che da Kobané provano ad attraversare confine. Qualche volta gli
attacchi accadono frequentemente e a volte durano per giorni. È ovvio che ogni
attacco ha una propria giustificazione e ha un proprio scopo. Abbi- amo
osservato che durante quasi tutti gli attacchi dei militari (gendarmeria), i
camion trasportano qualche cosa dall’altra parte del confine. Non siamo si-
curi dell’esatto contenuto di questì trasporti verso l’ISIS. Comunque, abbiamo
potuto capire dalla potenza degli attacchi che a volte si trattava di lasciar
at- traversare il confine a persone che volevano unirsi all’ISIS, a volte si
trattava di inviare armi e altre volte ancora di fornire all’ISIS le sue
necessità quotidiane. Questi trasporti spesso sono caricati su veicoli con
numeri di targa riconducibili alle autorità e altre volte da bande che fanno
“traffici" protetti dallo stato. In- oltre queste bande protette dallo
stato hanno usurpato le proprietà delle persone di Kobané che aspettano al
confine. La polizia militare d’altra parte lascia le persone attraversare il
confine con una tariffa di commissione del 30 %. Le politiche dello stato
contro la popolazione locale sono rimaste le stesse negli anni. A causa delle
condizioni di guerra, questa politica è diventata ora molto più visibile. Gli
attacchi al confine sono condotti con il proposito di intimidire le persone che
prendono parte alle azioni di guardia del confine e la popolazione dei villaggi
di confine. Nonostante lo Stato Turco lo neghi, è abbastanza noto il suo
supporto all’ISIS. In ogni caso voi dite che adesso, pure le persone che
attraversano il confine per unirsi all’ISIS possono essere viste facilmente.
Quindi in questa regione non è un segreto che lo Stato Turco supporti l’Isis.
Come funziona questo supporto al confine? M.D.: Lo Stato Turco ha
insistentemente negato il suo supporto all’ISIS. Ad ogni modo, ironicamente,
ogni qual volta ha fatto una dichiarazione di smentita, un nuovo trasporto
veniva organizzato al confine. Molti di questi trasporti sono abbastanza grandi
da essere osservati facilmente. Per esempio: diversi veicoli portano
"pacchi di aiuti" al confine. Siamo stati testimoni del fatto che
decine di "veicoli di servizio" con vetri oscurati attraversavano il
confine. Nessuno si domanda seriamente cosa ci sia in questi veicoli. Noi tutti
sappiamo che le ne- cessità dell’ISIS sono soddisfatte attraverso questo
canale. Potresti per favore spiegarci quale sia, sul piano storico come si
quello contem- poraneo, l’importanza per gli anarchici rivoluzionari di
abbracciare la Resistenza di Kobané e la rivoluzione di Rojava, soprattutto în
un periodo come questo? A.Y.: La Resistenza di Kobané e la Rivoluzione della
Rojava non deve essere considerata in modo separato dalla lunga storia della
lotta del popolo Curdo per la libertà. Nella terra in cui viviamo, la lotta del
popolo curdo per la lib- ertà è chiamata “il problema curdo”. Per anni è stato
rappresentato in modo errato come un problema causato dal popolo e non dallo
stato. Noi lo diciamo ancora: questa è la lotta del popolo curdo per la
libertà. L’unico problema qui è lo stato. Il popolo curdo ha combattuto una
lotta di esistenza contro la 96CHAPTER 11. INTERVISTA AI/LE COMPAGN* DEL DAF
(AZIONE RIVOLUZIONARIA AN politica di distruzione e di negazione della
Repubblica Turca per anni, e per centinaia di anni contro altri poteri politici
in queste terre. Questa lotta contro lo stato e il capitalismo è espressa dal
potere organizzato del popolo. Nello slo- gan “il PKK è il popolo, il popolo è
qui”, è chiaro chi sia questo agente politico, che si definisce in ciascuno
individuo, e dunque chi sia questo potere organiz- zato. Da quando abbiamo
fondato nella lotta la nostra analisi, in differenti contesti, la nostra
relazione con individui curdi, la societa e le organizzazioni del popolo curdo,
è stata di solidarietà reciproca. Noi basiamo questa relazione sulla
prospettiva della lotta dei popoli per la libertà. Nella lotta del popolo per
la libertà, i movimenti anarchici sono sempre stati dei catalizzatori. Nell’epoca
in cui il Socialismo non poteva uscire dall’Europa, quando non esistevano
teorie sul “Diritto della nazioni a scegliere il proprio destino”, il movimento
anarchico ha assunto forme diverse in diverse regioni del mondo, come la lotta
del popolo per la libertà. Per capire questo, è sufficiente vedere l’influenza
dell’anarchismo sulle lotte popolari in un’ampia gamma dall’Indonesia al
Messico. Inoltre, né la rivoluzione in Rojava, né la lotta degli Zapatisti in
Chiapas si adatta alla definizione della classica lotta di liberazione
nazionale. La Nazione come ter- mine politico per sua definizione chiaramente
comprende lo stato. Quindi men- tre si considera la lotta popolare per
l’autorganizzazione senza stato, dobbiamo prendere le distanze dal concetto di
nazione. D’altra parte il nostro approc- cio non comprende paragoni e
similitudini tra la Resistenza di Kobané e altri esempi storici. Attualmente
differenti gruppi citano differenti periodi storici e paragonano la Resistenza
di Kobané a questi esempi. Tuttavia, bisogna sapere che la Resistenza di Kobane
è la Resistenza di Kobane stessa, che la Rivoluzione del Rojava è la
Rivoluzione della Rojava stessa. Se qualcuno vuole associare a qualcosa la
Rivouzione della Rojava, che ha creato le basi per la rivoluzione sociale, può
studiare la rivoluzione sociale che venne realizzata in Spagna. Nonostante la
resistenza a Kobane stia avvenendo al di fuori dei confini dello Stato Turco,
manifestazioni di solidarietà hanno luogo in ogni angolo del mondo. Qual'è la vostra
valutazione degli effetti della Resistenza di Kobane - pure della Rivoluzione
della Rojava -in particolare nell’Anatolia ma anche nel Medio Ori- ente e anche
a livello globale? Quali sono le vostre previsioni in relazione a questi
effetti? M_.D.: Gli appelli alla serhildan (parola curda che significa rivolta)
hanno trovato risposta in Anatolia, in particolare in città del Kurdistan. Sin
dalla prima notte (di manifestazioni) tutti nelle strade hanno salutato la
Resistenza di Kobané e la rivoluzione della Rojava contro le bande dell’isis e
lo Stato Turco che le sostiene, specialmente nelle città del Kurdistan, lo
stato ha attaccato la ser- hildan del popolo con la sue forze di polizia e con
sicari paramilitari. Lo stato ha terrorizzato il Kurdistan uccidendo 43 dei
nostri fratelli attraverso i sicari di Hizbulkontra (un gioco di parole che
unisce i termini Hizbullah, orga- nizzazione paramilitare turca sunnita, e
Contra, in riferimento alle tattiche di contro-insorgenza. Quindi se Hizbullah
significa “partito di dio” Hizbulkontra significa "partito del contra”).
Questi massacri stanno indicando quanto lo Stato Turco tema la rivoluzione
della Rojava e la possibilità che tale rivoluzione possa 97 anche
generalizzarsi nel suo territorio. Attaccando con la disperazione generata
dalla paura, lo Stato Turco e il capitalismo globale hanno un’altra paura, che
è ovviamente legata alla regione del Medio Oriente. Nel Medio Oriente, nonos-
tante tutti i piani, il saccheggio e la violenza prodotta: la rivoluzione riesce
ancora a emergere. Questo ha fatto saltare tutti i piani del capitalismo
globale e degli stati della regione. Questo è un cambiamento radicale tale che,
nonos- tante tutte le efferatezze, la rivoluzione sociale potrebbe emergere
nella Rojava. Questa rivoluzione è la risposta a tutti i dubbi riguardo alla
possibilità di una rivoluzione in questa regione e su scala globale. Ha
rafforzato la fiducia nella rivoluzione, in particolare per le persone di
questa regione ma anche a livello globale. Il proposito di tutte le rivoluzioni
sociali nella storia è stato quello di raggiungere una rivoluzione socializzata
su scala globale. In questa prospettiva noi facciamo appello ai gruppi
anarchici a livello inter- nazionale ad agire in solidarietà con la Resistenza
di Kobane e la Rivoluzione della Rojava. Con il nostro appello alla solidarietà
anarchici da diverse parti del mondo in Germania, come ad Atene, a Bruxelles, a
Amsterdam, a Parigi e a New York hanno tenuto manifestazioni. Noi salutiamo
ancora una volta ogni organizzazione anarchica che ha recepito il nostro
appello, che ha organizzato manifestazioni a partire dal nostro appello, e
coloro che sono stati qui con noi nella catena di guardia del confine. Fin dai
primi giorni dell’attacco dell’ISIS, i media sostenuti dallo Stato Turco hanno
prodotto un sacco di notizie che affermavano che Kobane stava per cadere.
Comunque, dopo più di un mese hanno capito questo: Kobane non cadrà! Sì, Kobané
non è caduta e non cadrà. Noi, come giornale Meydan, salutiamo la vostra solidarietà
con Kobané. C'è qualcos'altro che volete aggiungere? M. D.: Noi, come anarchici
rivoluzionari, abbiamo visto, abbiamo vissuto e stiamo ancora vivendo
l’invincibilità della fiducia nella rivoluzione: pure nelle circostanze di
guerra nella nostra regione. Quello che sta accadendo nella Ro- java è una
rivoluzione sociale! Questa rivoluzione sociale, dove i confini sono aboliti,
gli stati vengono resi impotenti, i piani del capitalismo globale sono stati
messi in difficoltà, si generalizzerà anche nella nostra regione. Noi inviti
amo ogni individuo oppresso a vedere le cose dal punto di vista degli oppressi.
Con questa coscienza noi li invitiamo anche a sostenere la lotta organizzata
per la rivoluzione sociale. Questa è la sola strada per rendere fertili i semi
che sono stati piantati nella Rojava e per far vivere la rivoluzione sociale in
più ampie regioni. Viva la Resistenza di Kobané! Viva la Rivoluzione della
Rojava! Articolo pubblicato nel numero 22 (ottobre 2014) del giornale «Meydan».
Fonte: https://meydangazetesi.org/gundem/2014/10/devrimci-anarsist-faaliyet-ile-kobane-
uzerine-roportaj-dehaklara-karsi-kawayiz/ poi pubblicato su «Umanità nova» del
13 novembre 2014. Traduzione a cura della Commissione relazioni internazionali
della FAI (CRInt- FAI) 98CHAPTER 11. INTERVISTA AI/LE COMPAGN* DEL DAF (AZIONE
RIVOLUZIONARIA AN Chapter 12 Conversazione con un anarchico volontario delle
YPG a cura della redazione del sito Rojavan Poulesta Cosa ti ha portato a
Rojava e ad aderire alle YPG? Diversi motivi, tutti legati, per me, come per
gli altri, alle nostre radici storiche - in particolare all’antifascismo e
all’internazionalismo rivoluzionario. Sei stato nel battaglione internazionale?
Non sono stato in nessun battaglione internazionale, solo con i battaglioni
curdi YPG / YPIJ principalmente composti da curdi (ma anche da stranieri). C'è
anche il Battaglione Internazionale Libertà, integrato nella struttura YPG /
YPJ, in cui partecipano vari volontari, socialisti o comunisti. Personalmente,
non avevo alcun contatto con loro. Sono principalmente marxisti-leninisti.
Quali sono le posizioni politiche del confederalismo democratico nelle YPG? Ci
sono gruppi molto diversi all’interno delle YPG. I giovani del Rojava, ad es-
empio, stanno portando nuove idee al centro dei recenti progressi, ma non sono
ancora molto consapevoli della politica o di una prospettiva globale: riman-
gono nazionalisti. I curdi del Bakur o di Qandil, d’altra parte, sono già molto
rivoluzionari - la maggior parte di loro mostra un alto livello di
consapevolezza politica e di capacità analitiche. Puoi parlarci della vita
quotidiana delle YPG e della sua struttura di comando? La vita quotidiana delle
unità di difesa kurda è diversa da quella che si può 99 100CHAPTER 12.
CONVERSAZIONE CON UN ANARCHICO VOLONTARIO DELLE YPGA CI vedere in altri
eserciti. Si arriva anche a dimenticare che è una guerra gra- zie all’amicizia,
alla gioia... e alla danza! La sensazione della rivoluzione è veramente viva!
Le unità attribuiscono grande importanza alle relazioni comu- nitarie basate
sul confederalismo democratico. In questo modello, l’idea è che la forza di
difesa non sia un esercizio, ma una milizia popolare, una forza guer- rigliera.
La struttura dei comandi è una responsabilità collettiva. Il Komuran (“comandante”)
è dunque l’unico rango esistente. Si dovrebbe piuttosto dire “co-
comandante" perché questa funzione, a un livello superiore a quella del
gruppo, è condivisa un uomo e una donna. Che tu sia il comandante di un gruppo
di 5 persone o di un tabur, questo è concepito come un compito da adempiere tra
gli altri. Gli amici seguiranno le vostre scelte e il vostro consiglio perché
esiste un rispetto per la struttura. Hai questa posizione a causa del consenso
e perché hai esperienza; sei riconosciuto come la persona più capace di
svolgere questo compito. Il komutan è la base, il fondamento della struttura,
perché rappresenta il legame, l’articolazione tra il corpo e il cervello del
collettivo. Essere komutan è una responsabilità enorme, indipendentemente dal
numero di amici sotto il tuo comando. Ciò spiega perché la sua figura è così
rispettata e non ha nemmeno bisogno, in linea di principio, di dare ordini
diretti. Non è necessario. Devono, almeno, dar prova di etica e di disciplina,
di intelligenza e di coraggio nella battaglia. I loro ordini saranno seguiti in
combattimento; tutti partecipano anche al Tekmil, l'assemblea di autocritica
militare, per discutere di tattiche da intraprendere e degli errori commessi.
Naturalmente, gli amici- comandanti sono umani... e possono commettere errori.
Questo è il momento di far cambiare loro posizione o dare loro riposo per
studiare l’ideologia e la strate- gia. Questa organizzazione militare, dalle
scuole di guerriglia curda di Qandil, è la più avanzata nella storia della
guerriglia e della rivoluzione in materia di arte della guerra. Inoltre, non
v’è alcuna manifestazione formale di gerarchia, come le decorazioni o il
saluto: il solo uso in vigore è la parola “amico” prima del nome di ciascuno,
perché ci ricorda che noi siamo, prima di tutto, tutti amici. Ci rispettiamo
gli uni con gli altri e risolviamo i nostri conflitti con l'amicizia. Cosè
l'assemblea militare, il Tekmil? È un’assemblea dedicata alla critica: una
critica amichevole e costruttiva al suo comandante o ad altri nella sua unità.
Si può anche praticare la propria autocrit- ica. Ma, soprattutto, riceviamo
critiche, che dobbiamo essere in grado di capire e di integrare per migliorare.
Il ruolo del Tekmil è quello di esaminare le situazioni problematiche, evitare
i conflitti personali o i piccoli problemi comportamentali che possono
degenerare in conflitto. Ho visto poche punizioni o misure repres- sive. Se c’è
un conflitto, dà luogo a molte discussioni. Naturalmente, questo è un modello.
La maggior parte degli amici in Rojava si confrontano per la prima volta con
tutto questo; è il loro primo contatto con la messa in pratica di idee
politiche. Ma possiamo dire ciò che vogliamo affrontando chiunque vogliamo al
Tekmil. Il suo scopo essenziale è quello di permettere a tutti di proporre il
proprio punto di vista al dibattito e di allontanarsi dal proprio ego. Enun-
ciare una critica risulta essere una grande responsabilità, per sé stessi e per
la 101 persona a cui si rivolge. Ciò comporta la ricerca di una soluzione e
quindi la responsabilità. Questo è molto simile al tipo di critica che si
rivolge presso il Tev-Dem, l'assemblea dell’autogoverno, dove una questione
pratica porterà a una discussione filosofica. È qui che possiamo davvero
misurare l'evoluzione del movimento curdo. Cosa hai pensato quando sei entrato
nelle YPG? A quale corso hai parteci- pato? L'Accademia delle YPG pone
un’importanza particolare alla formazione ideolog- ica, politica e storica.
Include anche corsi di filosofia e di “gineology”, la scienza delle donne.
Funziona esattamente come una scuola. La formazione può essere breve o lunga,
dipende. Sono rimasto lì un mese e mezzo. La formazione fornita all’accademia
militare è essenzialmente pratica. Si concentra sulla vita quotidi- ana: come
vivere in un gruppo e lavorare insieme - quindi sull’autodisciplina - come
mantenere le armi. Ci sono anche accademie specializzate in alcune abilità
militari, come sabotaggio o fuoco d'elite. Hai passato tutto il tempo in unità
di combattimento? Hai partecipato a un aspetto rivoluzionario
dell’organizzazione sociale? No. Ma è difficile collocare il confine tra
strutture "civili" e "sociali” in una situazione rivoluzionaria.
Ognuno è sottoposto a un processo di formazione e di autodifesa per costruire
gli strumenti dell’autogoverno. Ogni istituzione ha una propria autonomia e in
alcuni casi perfino degli interessi specifici. Potrebbe sem- brare un
gigantesco caos pieno di contraddizioni: ma grazie al sistema confed- erale
esiste un’autoregolamentazione. La Tev-Dem e l’autodifesa popolare, HPC (Hèza
Parastina Cewheri), sono, a mio avviso, i due aspetti più rivoluzionari
dell’organizzazione: forniscono alla gente gli strumenti per difendersi, a
volte anche contro l’interesse delle YPG, delle istituzioni del cantone o del
suo gov- erno. Hai assistito a una riunione del Tev-Dem? Sì, ma non ho
partecipato. To ero piuttosto coinvolto nelle assemblee del Tekmil, nel
contesto militare. Il modello di autogoverno dell’assemblea è in procinto di
dare una base veramente solida alla Rivoluzione. Come si forma un’assemblea?
Quando si presenta un problema, o un nuovo gruppo sociale o di interesse, si
deve formare un’assemblea. Se viene visualiz- zato un nuovo argomento o un
problema, è possibile creare un’assemblea in seno alla prima. L'assemblea deve
anche rispettare le quote di genere e l’uguaglianza delle donne è presente in
tutti gli aspetti della società. Quando un gruppo so- ciale, una tribù o un
villaggio crea un’assemblea, dipende dal coordinamento del cantone - per esempio
per la gestione di una cooperativa. Devono inoltre convocare un’assemblea delle
donne in modo da tenere conto del loro punto di vista in materia. La persona
responsabile della creazione dell’assemblea non deve essere da sola: era il
ruolo del patriarca prima della Rivoluzione; ora c’è la co-leadership di un
uomo e di una donna. C’è anche una direzione condivisa per i co-delegati, dove
la donna rappresenta il movimento autonomo delle donne 102CHAPTER 12.
CONVERSAZIONE CON UN ANARCHICO VOLONTARIO DELLE YPGA CI locali. Incoraggiare le
persone in un sistema di assemblee per risolvere i propri problemi è il modo
migliore per pensare alla Rivoluzione... E questo li allontana dalla
televisione! Si dice che la costruzione di una società ecologica è una delle
principali questioni della rivoluzione di Rojava. Cosa hai osservato a questo
proposito? Non granché da quello che ho visto. Il popolo delle montagne o il
Bakur sa cosa significa agire ragionevolmente nella conservazione della natura,
non tanto in Rojava, né in Siria in generale. Ho sentito spesso "Rojava è
bello!” mentre si vedono i sacchetti di plastica che bruciano. Qamislo ha un
vero e proprio pro- getto di sovranità alimentare e Kobane diverse proposte e
diverse esigenze. Ma non hanno volontari. Hanno bisogno di persone! Non solo
coloro che vengono a vederli, ma che conducono progetti seri e sviluppano
proposte per costruire una nuova società e nuove infrastrutture. Detto questo,
molte persone del Bakur e Iran si mobilitano per sostenere progetti sociali ed
ecologici a Rojava. E il movimento dell’economia cooperativa? Hai visitato
fattorie cooperative, fabbriche o luoghi di lavoro? Ho notato che i grandi
proprietari di terre erano fuggiti per sfuggire al regime [di al-Assad], allo
Stato islamico o a Barzani [presidente del governo regionale del Kurdistan in
Iraq]. Le loro terre sono state collettivizate dalla YPG/YPI. Ciò include
alcune gigantesche fabbriche di cemento dirette da società straniere turche e
francesi, che impiegavano i lavoratori siriani delle parti occidentali del
paese. Faceva parte del programma di arabizzazione delle regioni curde sotto il
regime siriano. Ci sono anche villaggi vuoti; le organizzazioni curde hanno
invitato i rifugiati a non fuggire in Europa ma a stabilirsi per diventare pro-
prietari cooperativi della propria terra e del proprio lavoro. Ma tutte queste
esperienze sono limitate. Non ci sono abbastanza persone e la guerra scon-
volge tutto;: l'embargo ha interrotto tutti gli investimenti nelle
infrastrutture; manca personale qualificato e dedicato, come tecnici e
ingegneri volontari; il suolo è indebolito da anni di monocoltura intensiva; la
gente stessa è distrutta socialmente e culturalmente... E poi ci sono interessi
divergenti all’interno della realtà "curda". Qualche tempo fa ho
letto un testo su internet, una specie di invito all’azione per aiutare i curdi
a formare, studiare e mettere in pratica di- versi modelli di socializzazione
storica o politica. Non ricordo se provenisse da un'unione socialista o
anarcosindacalista. I movimenti e le strutture “rivoluzionarie” tradizionali
considerano gli avven- imenti in Kurdistan da lontano; non sono pienamente
coinvolti perché è un paradigma di rivoluzione sociale completamente nuovo. Ho
sentito molte critiche dell’economia “mista” in Rojava, del capitalismo e degli
interessi di classe che dovrebbero guidare la Rivoluzione per diventare una
rivoluzione. Ci sono molti socialisti e anarchici di diverse correnti o
tendenze che ne parlano sui forum e nelle riunioni, ma pochissimi vanno a lavorare
con loro per costruire il social- ismo. Anche se le persone di Rojava non hanno
bisogno di socialisti stranieri per insegnare loro cosa fare! Invece, hanno
bisogno di costruire la propria realtà per conto loro. Non esiste più
un’economia socialista in Rojava che la gente che ci 103 vive non voglia - ne
fanno parte le cooperative che funzionano come delle comu- nità socialiste. I
governi cantonali e le organizzazioni armate non sono in grado di imporre la
socializzazione della produzione e dell'economia. Non possono farlo e non
vogliono farlo. Con ciò in mente, possiamo avere un’idea migliore della realtà
in Rojava. Esistono molti regolamenti nell’economia e programmi di
pianificazione sociale; ma se le persone persistono nel desiderare di vivere
relazioni capitalistiche, non ci sono tante altre possibilità se non
l’intervento educativo per cambiare i loro punti di vista. Vi è l'emergere di
un interesse cooperativo e collettivo a cui la Rivoluzione fornisce il
sostegno. Siamo solo all’inizio di un processo di istruzione e di costruzione
di nuovi rapporti sociali. Forse sarà necessario attendere cinquant’anni di
lotte per vedere che questi semi producano frutti. Il movimento curdo dimostra
grande rispetto per i suoi martiri. Cosa ne pensi? Martiri e martirio fanno
parte della vita quotidiana per il popolo curdo e per i rivoluzionari. Anche se
è andato perduto in Europa, in Medio Oriente la con- cezione filosofica che i
martiri non muoiono è viva nello spirito comune. Perché i martiri hanno
sacrificato la loro vita per tutti; si sono sacrificati per la vita e la
libertà di tutti. È sacro ed è spirituale perché va oltre l’interesse materi-
ale dell’individuo. Molti mostrano il loro rispetto per i martiri, mostrando
una loro immagine nelle riunioni e li evocano durante i saluti. So che è
sconvol- gente per le nostre menti individualiste; preferiamo prestare
attenzione ai nostri glutei... La nozione di martire ci sembra coincidere con
il fanatismo. Non è pro- prio la più alta distinzione che una persona può rivendicare,
diciamocelo. Ma è vero che i nostri martiri non muoiono e che il loro sangue
non tocca mai la terra! Ma è davvero così perfetto in Rojava? Hai qualche
critica da fare sul processo rivoluzionario in corso? Oggi, guardando indietro,
sembra l’ideale. Ma possiamo anche osservare una re- altà difficile e fatta di
molte contraddizioni. Talvolta si può avere l’impressione che ci siano più
propaganda e progetti aleatori rispetto ai veri risultati. C'è un processo
alimentato da intenzioni lodevoli, ma che affronta molte difficoltà di fronte
alla realtà. La nostra percezione della realtà è stata scioccata a Rojava.
Siamo arrivati lì con una borsa piena di visioni idealistiche e romantiche
della Rivoluzione: in realtà essa resta da costruire, se questo è ciò che
vogliamo e che a volte implica l’accettazione che tutti intorno a te non hanno
la stessa idea della Rivoluzione - a volte la gente non capisce nemmeno perché
sei venuto a combattere. Siamo impegnati in una rivoluzione democratica, nel
senso che nes- suno intende imporre nulla a nessuno. Ciò va totalmente contro
una concezione di rivoluzione che implica una “dittatura del
proletariato", sicuramente. Questa concezione democratica permette di
lavorare con altre tendenze, spesso con- trarie fortemente alla nostra
concezione della Rivoluzione o che hanno pratiche contrarie alla nostra etica.
Sì, le bande di Stato di Daesh e turche sono persone cattive, tutti sono
d’accordo, ma c’è anche un comportamento razzista nei con- fronti degli arabi.
E ci sono tutte queste “alleanze circostanziali” di un giorno, con gli Stati
Uniti, con la Russia e il regime siriano. E alcuni sono destinati a 104CHAPTER
12. CONVERSAZIONE CON UN ANARCHICO VOLONTARIO DELLE YPGA CI posizioni di
potere, come ovunque nel mondo... Il confederalismo democratico si oppone al
nazionalismo... ma l’idea nazional- ista resta viva per la maggioranza del
popolo curdo. Ciò non riguarda solo i diritti nazionali dei curdi (che devono
essere rispettati e difesi), ma anche po- sizioni e punti di vista che non
possono essere importati dalle realtà e dalle lotte degli altri. Un’altra
critica è l’uso opportunistico del capitalismo e la cosiddetta “economia
mista”, ma non so quale altro sistema economico sarebbe possibile in questa
situazione. Se voglio citare questa critica, è perché abbiamo compagni che vi
insistono. È anche importante capire che l’organizzazione armata dei curdi,
derivata da una tradizione stalinista, è stata oggetto di un’autocritica
collettiva approfondita. È impegnata in un processo che porta a un'etica lib-
ertaria, grazie all’idea confederale e alla cultura della critica - ma è un
lungo processo. E anche se una gran parte del movimento non è più conforme al
modello stalinista, è ancora presente in alcune pratiche: come il gusto per la
gerarchia o alcune precedenze. Pensi di ritornare? No, ma chi lo sa... La
situazione a Rojava non è confortevole, è una guerra dura. Devi avere le tue
motivazioni per metterti in gioco. Avevo bisogno di andare lì per trovare un
orizzonte e un significato per le nostre lotte e le nostre vite, ma ora è
giunto il momento per gli altri di farlo. Abbiamo bisogno di una generazione
con nuove prospettive poiché i nostri movimenti e le nostre cerchie hanno da
tempo perso tutti gli orizzonti. Molti amici curdi mi hanno detto la stessa
cosa, in situazioni diverse: «Torna alla tua gente e continua la stessa lotta
come qui. Non abbiamo bisogno di martiri occidentali, abbiamo bisogno di una
rivoluzione nei paesi occidentali!». Dunque, ora che ho personalmente benefici-
ato dell’apprendimento e dell’esperienza del Rojava, è tempo di vedere cosa sta
succedendo nei nostri paesi occidentali di fronte alla crescita del razzismo e
del fascismo. Puoi dirci qualcos'altro sui volontari internazionali - c’erano
molte donne tra di loro? Molti stranieri privi di idee politiche, o anche ex
soldati, diventano rivoluzionari. È utile ricordare che la gente può diventare
consapevole di queste idee una volta nel bagno della rivoluzione e che quindi
possono combattere per loro e per dif- fonderla. Alcune donne straniere vengono
a combattere, ma personalmente non ne ho vista nessuna. Ma rispetto a quello
degli uomini, il loro numero è molto piccolo, aneddotico. C’è una donna
internazionalista martire, una marxista afro-europea che ha combattuto nel
battaglione internazionalista. E ci sono cer- tamente molte altre provenienti
da paesi non occidentali: per esempio, turche, arabe o iraniane. Questo è un
punto debole per il femminismo "bianco occiden- tale": non c'è
abbastanza impegno da parte sua nella rivoluzione delle donne, purtroppo...
Cosa pensi della jineologia e del femminismo? La scienza sociale della
jineologia dimostra come l’umanità ha perso a causa 105 delle società
gerarchiche e della rottura con la vita delle comunità — uomini diventati
soldati, preti, operai, ecc. — come gli schiavi, d’altronde, che sono rimasti
tuttavia padroni della loro casa e della loro mogli. La jineologia sp- iega che
l’umanità è stata in grado di recuperare la propria natura attraverso la
liberazione delle donne e della vita della comunità. Tuttavia, è un problema
per cui non sono molto portato. È molto complesso, ma molto interessante da
studiare e discutere. Questa è una nuova idea per l’umanità. Abbiamo conosci-
uto la storia come quella dell’uomo e la sociologia come la scienza sociale di
una società patriarcale. Ma oggi, dopo anni di studio e di dibattito nelle mon-
tagne guidato dall'Unione delle Donne Libere, emerge un nuovo strumento per
comprendere l’evoluzione del potere nella storia, e il ruolo tenuto dalle
donne. La jineologia è uno strumento di liberazione perché la storia è anche la
storia della resistenza delle donne, che dobbiamo conoscere e imparare. La
jineologia è una rottura con la tradizione del femminismo liberale occidentale.
Coloro che sono ispirati dalla jineologia sono in contrasto con il femminismo
occidentale perché, per loro e le altre, la jineologia va molto più in là nella
sua analisi: non è di parte e non ha tendenze, diverse interpretazioni o gruppi
di interesse ma è integrale e universale. Un altro fattore importante è che la
jineologia è praticata da organizzazioni di donne autonome e attraverso la
co-delegazione nella gestione politica e amministrativa delle comunità. È una
vera pratica so- ciale, non la tesi di qualche intellettuale borghese o lo
stile di vita di giovani edonisti. La jineologia e il movimento delle donne
curde in Rojava criticano così il femminismo occidentale perché è stato
costruito all’interno della modernità e del positivismo, perché ha interrotto i
legami con la vita della comunità per diventare individualista. Penso che la
jineologia sia un buon strumento, in grado di provocare una ristrutturazione
del femminismo occidentale — liberale e rad- icale — in particolare perché
nessuna nuova idea è apparsa negli ultimi decenni sulle donne e sulla
rivoluzione. Abbiamo compagne femministe rivoluzionarie, ma il femminismo
stesso non è più rivoluzionario. È la pratica reale che è rivoluzionaria, molto
più che le idee o l’estetica. A questo si deve aggiungere che il Movimento
delle Donne Libere del Kurdistan testimonia una consapev- olezza politica molto
più elevata nell’analisi radicale della civiltà gerarchica e del dominio
maschile, rispetto agli uomini del Movimento. E grazie allo studio della
jineologia e all’esempio della guerriglia guidata da donne curde. Tuttavia, il
movimento delle donne curde deve apprendere meglio il femminismo moderno,
soprattutto per quanto riguarda l’individualità e la liberazione sessuale. C'è
una repressione sociale in questo settore poiché, credo, sia uomini che donne
hanno dovuto costruire un’organizzazione militare rivoluzionaria che doveva
difendersi contro gli interessi individualisti e la dominazione sessuale in
Medio Oriente. Ma in determinate situazioni, a mio parere e con tutto il dovuto
rispetto, essi riproducono dei tabù religiosi del Medio Oriente in termini di
corpo e sesso. Il testo originale è apparso il 8 marzo 2017 sul sito Rojavan
Puolesta, con il titolo Experiences in Rojava. Interview with an anarchist YPG
volunteer, e poi tradotto in francese da Jean Ganesh per www.revue-ballast.fr
106CHAPTER 12. CONVERSAZIONE CON UN ANARCHICO VOLONTARIO DELLE YPGA CI Chapter
13 Conversazione con le combattenti YPJ di Kobane a cura di Eleonora Corace
Dopo vari giorni di attesa a Kobané, finalmente, si creano le condizioni per
poter incontrare le donne combattenti, in lotta contro Isis. Entriamo nella
loro "casa", nella loro base operativa, luogo in cui condividono
emozioni, organiz- zano le battaglie. Presenti con noi due traduttori. Veniamo
accolti in una piccola sala riscaldata, allestita con foto di martiri donne e
uomini. Chiediamo: “chi è?”, indicando una gigantografia di un volto femminile
combattente. Una YPJ risponde “È una nostra martire, di qualche anno fa. Di lei
mostriamo solo l’immagine”. Ci sediamo a terra, in cerchio, e iniziamo a
parlare. Inizialmente sono presenti cinque donne. Tre di loro più eloquenti; in
due rimarranno fino alla fine dell’incontro. Questa è la testimonianza scritta
e ciò che resta di questo incontro, sperando che possa rendere, almeno in
piccola parte, la potenza di questa breve ma intensa esperienza. Perché hai
fatto questa scelta di entrare nelle YPJ? Perché le donne sono sofferenti.
Vediamo la sofferenza delle donne non solo qui ma anche nei vostri Paesi. Noi
lottiamo per tutte le donne del mondo. To in particolare sono nata in Germania,
sono stata in giro per l’Europa e in uno di questi Paesi ho fatto giorni di
reclusione in prigione per motivi politici. Poi ho deciso di venire qui in
Kurdistan e anche le mie amiche sono tutte venute qui. Ho letto gli scritti di
Ocalan e dopo ciò ho assunto uno sguardo più globale. Perché sei venuta in
Kurdistan? Perché voglio la rivoluzione. Cosa intendi per rivoluzione e perché
pensi che il Kurdistan sia particolarmente 107 108CHAPTER 13. CONVERSAZIONE CON
LE COMBATTENTI YP.JDIKOBANEA CURA DII significativo da questo punto di vista?
"Conoscete forse qualche altro movimento nel mondo che chieda la libertà
per il popolo curdo?” La tua famiglia? Come ha accolto questa scelta? To ho 28
anni. Combatto da sette anni. La mia famiglia è venuta con me quando ho deciso
di partire e ora è qui. To in questo momento non ho nessun contatto con la mia
famiglia. Ma quando ho preso questa decisione loro hanno approvato, perché era
una scelta per tutte le donne e per una umanità sofferente. Ci sono donne non
di Kobané nelle YPJ in questo momento? Tra le combattenti ci sono donne da
tutta l’Europa: Germania, Inghilterra, Italia... Anche dalla Colombia. Ma in
questo momento non combattono a Kobané. Come hai conosciuto le YPJ? Quando è
iniziata la rivoluzione in Rojava ho saputo di questa parte speciale del
movimento. Questa parte presente in tutto il movimento curdo. Anche lì dove ci
sono i peshmerga, nonostante la loro presenza, li è persino più forte il
movimento combattente femminile. Cosa pensi delle relazioni lesbiche? Come vivi
il fatto di non avere relazioni? Se scegli di entrare nelle YPJ scegli di
abbandonare le tue personali relazioni d’amore. Le relazioni lesbiche sono
anch'esse relazioni d’amore. Se ami la per- sona con cui stai puoi anche
scegliere di abbandonarla per amore dell’umanità tutta, per amore delle persone
oppresse. Questa è la parte militare del movi- mento. Se scegli di combattere è
impossibile farlo mentre pensi “Cosa farà la persona che amo se io muoio?”. Per
questo stesso motivo la maggior parte di noi sceglie anche di non avere figli.
Secondo voi perché tra le persone che attualmente combattono in Kurdistan ci
sono più YPJ che YPG? Tra le donne c’è il sentimento materno. Vedere i bambini
di tutto il mondo sof- frire ci rende più forti e coraggiose, a differenza
degli uomini che non possiedono questo specifico istinto. Hai mai avuto dubbi
rispetto alla voglia di essere madre? No. Noi non abbiamo mai perso la voglia
di essere madri, ma questa maternità, questo amore, è per tutti i bambini, per
l'umanità. Non è mai successo che una YP.J cambiasse idea, e avesse voglia di
uscire dal movimento e avere dei figli. Oggi le donne in Kurdistan stanno
scrivendo la storia, è importante fare domande su questo. Cosa pensate quando
siete in prima linea a combattere, insieme agli uomini? Noi in prima linea non
combattiamo solo contro il nemico, ma anche contro il 109 dominio dell’uomo
sulle donne e contro il capitalismo. Dunque siamo insieme agli YPG e se ci sono
delle incomprensioni si risolvono dopo con dei meeting, non appena c’è
l’opportunità. Avete percezione del fatto che ciò che fate è una spinta per il
movimento fem- minile in tutto il mondo? Certamente. Ci sono particolari momenti
nella vostra vita da combattenti in prima linea di cui volete parlare? È
difficile spiegare il nostro spirito quando si è al fronte. Noi non vogliamo
uccidere persone. Ma, mentre combattiamo, sappiamo cosa fanno i daesh; ucci-
dono senza motivo. Noi lottiamo per l’umanità. Sappiamo che se non li uccidi-
amo noi ci uccidono loro. Ma il momento della battaglia non si può descrivere a
parole: solo standoci si può capire veramente cosa si prova. Conoscete il rac-
conto delle quattro farfalle? Quattro farfalle volavano attorno al fuoco, la
prima più distante capì che il fuoco era vita, e tornò dalle altre a riferirlo.
La seconda, incuriosita, si avvicinò attratta dalla luce e scoprì che il fuoco
dava luce, e tornò a riferirlo alle altre. Anche la terza andò verso il fuoco,
sempre più vicino, e scoprì che dava calore; e lo riferì. La quarta voleva
comprendere fino in fondo lo spirito del fuoco: si avvicinò, dunque, talmente
tanto che morì arsa dalle fiamme. È mai i capitato che parlaste col nemico nel
momento combattimento ? No. È capitato che i daesh parlassero attraverso le
ricetrasmittenti per tentare di deprimerci psicologicamente, ad esempio
fingendo di avere tra le mani una nostra compagna e descrivendo gli abusi e le
torture su di lei. La nostra risposta era: "Perderete". Solitamente
dopo questo morivano. Avete visto combattenti daesh visibilmente drogati? Sì,
sappiamo che assumono ecstasy ma sul fronte li abbiamo visti spesso ini-
ettarsi in vena nelle braccia sostanze di cui non sappiamo l’origine. Il loro corpo,
una volta morti, diventava come di plastica. Durante il combattimento è
necessario colpirli più volte alla testa per ucciderli. Solitamente i loro
corpi si decompongono molto più lentamente. Sospendiamo la conversazione: è ora
di pranzo e alcune di loro hanno cuci- nato per tutti. Dunque mangiamo insieme
e una volta finito continuiamo a conversare. Cosa pensi della situazione
politica e sociale in Europa? Pensi che sia pos- sibile un movimento ugualmente
forte anche lì? L’Europa sta attraversando un momento molto complesso. È
urgente che an- che lì sorga un movimento forte, ma non sarà mai uguale a
quello curdo. Ogni movimento ha bisogno di rintracciare e scoprire una propria
specifica identità. A questo punto è una di loro a porre una domanda: “Pensi
che in questo mo- 110CHAPTER 13. CONVERSAZIONE CON LE COMBATTENTI YP.J
DIKOBANEA CURA DII mento le donne in Italia o in Europa siano libere?” No.
Dunque è urgente e necessario che le donne si sveglino in tutto il mondo. Il
patriarcato storicamente è stato ed è tutt’ora oppressione degli uomini sulle
donne. Questo rafforza il sistema capitalistico. Dunque un movimento è forte se
a risvegliarsi e a lottare inizia la parte oppressa. Il movimento contro il pa-
triarcato è forte se a lottare sono le donne in prima linea. Ci siamo mai
chiesti perché non ci siano state mai singole donne alla guida di un movimento
o di una rivoluzione? Perché ogni qualvolta questo accadeva il potere le
reprimeva. Per questo motivo è importante studiare e conoscere la storia dell’umanità,
e delle donne come, ad esempio, Rosa Luxemburg... Per rendere un movimento
forte e sempre in grado di migliorarsi, è necessaria la pratica
dell’autocritica: criticare e autocriticarsi è fondamentale per costruire
relazioni alla pari e superare i problemi che si pongono. Ricevere una critica
non deve suscitare rabbia. Nel criticare e autocriticarsi riconosco i miei
amici e questo mi aiuta ad essere una persona sempre migliore. In tutto questo,
gli uomini cosa fanno? Se il movimento è forte ed è in atto una rivoluzione
antipatriarcale gli uomini “supportano”. Non bisogna mai credere nell’esistenza
di una rivoluzione solo perché qualcuno lo dice. Così come non esiste vittoria
senza dolore e sofferenza. Hai mai amato un uomo? Ho avuto varie relazioni quando
ero più piccola ma nessuna rispondeva a quel che sentivo profondamente; fin
quando ho deciso di abbandonare tutto questo e iniziare a combattere. In molti
modi il capitalismo ci allontana dall’essere veramente noi stesse. Anche
indossare accessori o piercing o cambiare il colore dei propri capelli è un
modo per allontanarci da quello che siamo, perché se non ci fossero le
fabbriche che producono i prodotti per il makeup, non sentiremmo questo tipo di
esigenza. Ma talvolta uno stile stano può rappresentare, in certi contesti, una
rottura degli schemi preimpostati, delle forme di immagine dominanti. Sì, siamo
consapevoli di questo. Esistono anche culture ancestrali come quella degli
aborigeni, che usano molto agghindare il proprio corpo con oggetti di vario tipo,
metalli o tatuaggi. Queste culture hanno un fortissimo legame con la terra e
con la natura, vivono in armonia con essa: "con" e non “contro”. Ma
il presidente australiano ha fatto un appello per la salvaguardia di questa
popo- lazione aborigena che è in via di estinzione. Il capitalismo la sta piano
piano distruggendo. Secondo voi è possibile uscire dal sistema capitalistico
restando in un contesto urbano ? No. È necessario ristabilire il contatto con
la natura, dunque bisogna uscire dalla città, per poi anche tornarci. Ma è
necessario recarsi nei luoghi della natura. 18 febbraio 2015 tratto da
www.dakobaneanoi.noblogs.org 111 112CHAPTER 13. CONVERSAZIONE CON LE
COMBATTENTI YP.J DIKOBANEA CURA DII Chapter 14 Conversazione con 1 compagni
dell’IRPGE a cura di Enough is enough Un paio di giorni fa abbiamo ricevuto la
comunicazione della creazione delle IRPGF. Non è il primo gruppo guerrigliero
che opera in Rojava. Qual è la dif- ferenza tra l'International Antifascist
Tabur e le IRPGF? Per prima cosa, IRPGF è un progetto esplicitamente anarchico
che ha una se- rie di obbiettivi specifici per far progredire la causa
dell’anarchismo, non solo in Rojava ma in tutto il mondo. In tal senso, avere
inserito il termine “Inter- nazionale” nel nostro nome è significativo per due
motivi: il primo e più ovvio è che il nostro battaglione comprende compagni
provenienti da varie parti del mondo; il secondo è che la lotta contro il
dominio è una lotta senza confini e che ci accomuna, e che naturalmente implica
le ribellioni (in curdo serhildans) in ogni quartiere del mondo. Pertanto,
IRPGF non è solo un gruppo militante di anarchici che si sono uniti alla guerra
contro Daesh, ma è anche un gruppo che ha creato delle infrastrutture che
permettono agli anarchici e alle anarchiche di partecipare e imparare come
portare avanti la lotta nei propri paesi di orig- ine una volta tornati a casa.
I membri del IRPGF sono consapevoli che una rivoluzione abbraccia la sfera
militante e sociale della vita; per questo motivo, crediamo che sia cruciale
che gli anarchici e le anarchiche vengano in Rojava ad acquisire esperienza sia
nell’ambito combattente che in quello civile, se lo desiderano, al fine di
sviluppare una concezione più completa di ciò che significa una rivoluzione che
parte realmente dal basso. Per questo motivo ci proponi- amo anche di
sviluppare progetti civili a cui gli anarchici possono partecipare. Queste sono
solo due delle principali caratteristiche che definiscono l’unicità delle
IRPGF. Secondo voi, qual'è il ruolo che la rivoluzione in Rojava gioca nella
lotta transnazionale degli anarchici e delle anarchiche? 113 114CHAPTER 14.
CONVERSAZIONE CON I COMPAGNI DELL’IRPGFA CURA DIENOUGHI. La rivoluzione in
Rojava è una lotta indigena contro lo stato, il capitale, il colonialismo e il
fascismo. Inoltre, pone la liberazione della donna e la dis- truzione del
patriarcato come obbiettivi prioritari della lotta, perché si è con- vinti che
la dominazione dell’uomo sull’uomo e sulla natura non può essere fermata se la
dominazione sulla donna rimane intatta. Così anche se non è una rivoluzione
anarchica, sicuramente ha in sé molti aspetti libertari e per questo è una
rivoluzione che tutti gli anarchici e le anarchiche dovrebbero sostenere. Come
è naturalmente necessario per gli anarchici e le anarchiche sostenere le lotte
dei più oppressi ovunque si trovino. Il Rojava è importante per la lotta a
transnazionale perché mette in luce come una rivoluzione potrebbe essere re-
alizzata e mantenuta. Dall’organizzare, ad esempio, le assemblee di quartiere,
alla formazione dei gruppi di autodifesa militante che possono resistere contro
i fascisti nelle strade, abbiamo già visto come la rivoluzione ha ispirato e
addirit- tura fornito un modello per gli anarchici e le anarchiche su come far
sviluppare e progredire i movimenti, in particolare in Occidente. Ribadiamo che
il IRPGF vede tutte queste lotte collegate tra loro e importanti per la
rivoluzione in tutto il mondo, noi ci impegniamo per questo e facciamo un
appello affinché tutti gli anarchici e le anarchiche vengano sia ad aiutare sia
a imparare dalla rivoluzione. Nel comunicato è stato scritto che le IRPGF
stanno lavorando “per difendere le rivoluzioni sociali del mondo, per
combattere apertamente contro il capitale e lo stato e far avanzare la causa
dell’anarchismo.” Nei giorni successivi abbiamo letto le vostre dichiarazioni
di solidarietà alla Bielorussia e agli squat in Atene. Le IRPGF stanno
lavorando per il collegamento delle lotte? Noi crediamo che lotte contro la
dominazione e l’autorità siano già collegate semplicemente per loro natura. Ciò
che vogliamo fare è far rivelare e rafforzare tali connessioni at- traverso
atti simbolici e pratici di solidarietà. In più, come si è detto, l’aspetto
internazionale del nostro approccio si sviluppa in due modi, pertanto ci
impegni- amo a sostenere e dare impulso alle lotte internazionali che possono
poi portare a delle vere e proprie rivoluzioni internazionali. Per farlo
abbiamo naturalmente bisogno di mettere in luce e rafforzare le connessioni esistenti
tra tutti e tutte noi nella lotta per la libertà. Nel documento di
posizionamento è stato scritto che "per le IRPGF, i metodi pacifici non
sono în grado di affrontare e distruggere lo stato, il capitalismo e tutte le
forme di potere clericale. Anzi, nei fatti agiscono in modo inverso.” Potete
spiegarci perché a vostro parere î metodi pacifici non possono sconfiggere il
capitalismo? È abbastanza chiaro storicamente che qualsiasi movimento di
resistenza contro il dominio basato strettamente su "metodi pacifici"
solo non riuscirà a favorire un cambiamento significativo ma al contrario
servirà a chi detiene il potere come mezzo per convogliare il legittimo slancio
potenzialmente rivoluzionario in qual- cosa di inefficace, non pericoloso e
stagnante. Considerando il numero di lettori della pubblicazione, non pensiamo
che sia opportuno discutere questo fatto in modo dettagliato; tuttavia,
vogliamo ricordare a tutti la diagnosi di Ward LeRoy Churchill sulla patologia
del pacifismo, considerato delirante, razzista e suicida. 115 L’attivista
politico afferma, inoltre, che “con delle attività che si auto-limitano a una
fascia relativamente stretta di forme rituali, gli attivisti pacifisti sacrifi-
cano automaticamente gran parte della loro (potenziale) flessibilità di fronte
allo Stato. All’interno di questa stretta fascia, le azioni diventano del tutto
preved- ibili piuttosto che valorizzare l’effetto sorpresa. L'equilibrio
nell’uso della forza, che sta alla base di questa concezione, rimane
inevitabilmente ed essenzialmente all’interno della sfera statale, e pertanto
la possibilità di trasformazione sociale liberale si esaurisce, riducendosi a
un livello di non-esistenza. Esempi di questo tipo si possono riscontrare anche
all’interno della storia della guerra civile siri- ana stessa. Omar Aziz era un
anarchico, o almeno così si auto-definiva, che attuava prettamente una
resistenza non-violenta. Questo tipo di impegno ha avuto come solo risultato
l’incapacità del suo movimento di difendersi contro la repressione di stato, i
suoi consigli locali non sono mai riusciti a raggiungere il loro pieno
potenziale e lui stesso è morto in prigione. D'altra parte, YPJ e YPG, che sono
nati dai gruppi di difesa armata che si sono formati in risposta ai tumulti
avvenuti a Qamislo nel 2004, hanno dimostrato di essere l’unica forza sul
terreno capace di resistere al fascismo e all’egemonia dello Stato. I metodi
pacifici hanno come unico effetto il mantenimento dello status quo e/o la morte
di quelli che li utilizzano — quindi, o prendete la pistola e partecipate alla
re- sistenza armata ora o preparatevi a essere in grado di farlo quando
arriverà il momento. Sempre nel documento è scritto “Noi crediamo che la terza
guerra mondiale sia già avviata e che i conflitti in Siria, in Ucraina e in
altre parti del mondo siano solo l’inizio. Il sistema capitalista,
avvicinandosi alla sua fine e dopo aver saccheggiato il mondo spogliandolo
delle sue risorse, sta affrontando una delle sue crisi più acute" Come
pensate che si svilupperà tale situazione? Le IRPGF credono che i conflitti,
soprattutto nel sud del mondo, stiano diven- tando e diventeranno sempre più
complessi e contorti, con la messa in campo di rapporti tra attori statali e
non statali che trascendono i confini ideologici. Questo fatto si può
riscontrare già nelle guerre in Siria e Ucraina. Unito a questo fattore, c’è il
fatto che le popolazioni rurali sono (semi)proletarizzate, si stanno riversando
nelle città già sovraffollate, per esempio in Cina, e la crescente quantità di
baraccopoli e favelas porterà a esplosioni spontanee e insurrezioni da parte di
chi viene emarginato o addirittura escluso dal sistema capitalistico. Vale a
dire che il sistema capitalistico stesso, non essendo in grado di includere
ampie fasce della popolazione, porta a una crisi dovuta al surplus di
manodopera e a una sempre crescente classe operaia informale. Le IRPGF non
pensano che una futura rivoluzione sia una certezza. Infatti, può non accadere
o non nei ter- mini che desideriamo. Tuttavia, si verificheranno insurrezioni
contro l’autorità e il capitale senza precedenti nella storia. Noi saremo lì
con la gente per le strade e nelle montagne per combattere questo sistema di
oppressione e perme- ttere ai quartieri e alle comunità di emergere come entità
libera, autonoma e auto-organizzate. L’anarchismo non è una garanzia per il
futuro, né ci consid- eriamo missionari di una sacra dottrina. Le IRPGF saranno
lì a combattere e operare all’interno delle rivoluzioni sociali, mantenendo
alcuni principi che rite- 116CHAPTER 14. CONVERSAZIONE CON I COMPAGNI
DELL’IRPGFA CURA DIENOUGHI, niamo imprescindibili per una vita liberata. Le
rivoluzioni e le insurrezioni sono disordinate, ma noi siamo pronti a sporcarci
le mani. E tu?
tratto dal sito itsgoingdown.org Interviews With IRPGF Comrades “The IRPGF Will
be There to Fight and Work Within Social Revolutions Around the World”. Pubblicato su «Umanità nova», 16 aprile 2017.
Chapter 15 Non per il martirio di CrimeThinc Alla fine di marzo 2017 si è
diffusa la notizia che in Rojava si è andato formando una nuova formazione
guerrigliera anarchica, l'International Revolutionary Peo- ples Guerrilla
Forces (IRPGF). Il loro stato di emergenza ha rilanciato le dis- cussioni sulla
partecipazione anarchica alla resistenza curda e alla lotta armata vista per il
cambiamento sociale. È stato difficoltoso comunicare con i compagni in Rojava,
dato che stanno operando in condizioni di guerra e circondati da ne- mici su
ogni lato. Perciò siamo molto emozionati nel presentarvi la discussione più completa
e critica mai apparsa sulle IRPGF, che esplora il contesto com- plesso della
guerra civile Siriana e le relazioni tra lotta armata, militarismo e
trasformazione rivoluzionaria. Gli sviluppi della situazione siriana ci stanno
portando verso un futuro in cui la guerra non sarà più limitata a specifiche
zone geografiche ma diventerà una condizione pervasiva. Gli attori statuali e
non sono stati ineluttabilmente coin- volti nei conflitti, che ora si estendono
ben oltre i confini siriani; oggi in molti paesi che non vedono la guerra sui
propri suoli da oltre 70 anni si è ricominciato a pensare alla guerra civile.
Le guerre su procura, che un tempo erano geografi- camente contenute, si sono
ora diffuse in tutto il mondo, mentre le confessioni religiose, le etnie, le
nazionalità, i generi e le classi economiche divengono esse stesse i mandatari
nei vari conflitti tra le ideologie e le elite. Fino a che il capitalismo
genererà crisi economiche ed ecologiche sempre più pesanti, questi conflitti
saranno inevitabili. Ma mentre ci offrono nuove opportunità di sfidare il
capitalismo e lo stato, difficilmente riescono a focalizzarsi sulle relazioni
di coesistenza pacifica e di mutuo appoggio che gli anarchici desiderano
creare. È possibile per gli anarchici prendere parte a questi conflitti senza
abbandonare i nostri principi e i nostri valori? È possibile coordinarsi con
forze che perseguono agende diverse riuscendo a preservare la nostra integrità
e autonomia? Come dovremmo approcciare queste situazioni senza trasformarci in
una macchina da guerra militarizzata? Dagli osservatori privilegiati di Europa
e Stati Uniti siamo 117 118 CHAPTER 15. NON PER IL MARTIRIO DI CRIMETHINC in
grado di sviluppare analisi limitate su queste posizioni, anche se è necessario
riuscire a formare il nostro pensiero critico. Siamo grati per aver avuto la
pos- sibilità di conversare con i combattenti in Rojava e speriamo in futuro di
avere altre opportunità simili con chi sta sui fronti caldi e sulle linee di
battaglia in tutto il mondo. Per anni le forze Kurde hanno chiesto sostegno
internazionale per combattere al loro fianco. Come fa questa chiamata a
realizzarsi in pratica? Vi considerate partecipanti equi e autonomi sia nelle
battaglie che nella trasformazione sociale? O ritenete di essere degli alleati
a supporto della loro difesa? Per prima cosa è importante sottolineare come non
tutti i sostenitori inter- nazionali vengano in Rojava, o comunque più in
generale in Kurdistan, per gli stessi motivi. Come di certo saprete, per
decenni c’è stato un grosso flusso di volontari internazionali che si sono
uniti alle fila del Partito kurdo dei lavoratori (PKK). Inoltre il supporto
internazionale è giunto anche dai paesi confinanti e da altri partiti e gruppi
guerriglieri come l’Organizzazione per la liberazione della Palestina (OLP) e
l'Esercito segreto armeno per la liberazione dell’ Armenia (ASALA). In tempi
più recenti comunque, i volontari internazionali sono giunti nella regione
principalmente per la crescita di Daesh (Isis) e dei suoi rapidissimi attacchi
in Iraq e in Siria. Qualche anno fa, quando erano in corso la battaglia di
Kobané e la campagna genocida di Daesh in Rojava e Shengal, arrivarono a
combattere molti individui e gruppi di volontari, per le ragioni più disparate.
Ad esempio, i Leoni del Rojava attrassero coloro i quali avevano motivazioni
ideologiche e prospettive di tipo militarista, destrorso e religioso. Allo
stesso tempo arrivarono anche i militanti delle sinistra turca, segnatamente
del Par- tito comunista marxista-leninista (MLKP) e del Partito comunista
marxista- leninista turco (TKP/ML), che successivamente inclusero le United
Freedom Forces (BOG) che si formarono dopo i fatti di Kobane. Queste forze
hanno aderito alla lotta armata nello sforzo di sostenere le forze Kurde non
solo in Rojava, ma anche a Bakur (Kurdistan del Nord, Turchia) e in Turchia.
Così, durante quei mesi chiave a Kobane, erano presenti contemporaneamente
fonda- mentalisti cristiani, fascisti e islamofobi che si trovarono a
combattere fianco a fianco con comunisti turchi e internazionali, socialisti e
perfino qualche anar- chico. Questo non vuol dire che tutti i combattenti
occidentali erano o fascisti o di sinistra. Al contrario, molti volontari
internazionali si sono semplicemente identificati come antifascisti,
sostenitori delle battaglie Kurde, femministe liber- ali, sostenitori della
democrazia e persone affascinate dal progetto di confederal- ismo democratico
che si stava svolgendo in Rojava. La situazione è cambiata sul terreno e molti
destrorsi e fondamentalisti religiosi non combattono più con le Unità di
protezione del popolo e con le Unità di difesa delle donne (YPJ/YPG}), mentre
c’è sempre un mix eclettico e niente affatto monolitico di volontari in-
ternazionali. In pratica, i sostenitori sono stati piazzati in vare unità
secondo determinati criteri. Ad esempio, il personale con precedente esperienza
militare che arriva può avere accesso alle unità Kurde che non sarebbero
accessibili a chi questa precedente esperienza militare non ce l’ha. Tra queste
persone vi sono ad es- 119 empio cecchini (suikast) e unità di sabotaggio
(sabotaj taburs). Chi giunge qui con motivazioni ideologiche, anarchismo,
comunismo o socialismo, può scegliere di andare in una delle basi dei partiti
turchi per addestrarsi e combattere come membro aggiunto nelle unità di
guerriglia. La maggior parte dei volontari internazionali comunque si unisce a
qualche unità curda interna alla YPJ e alla YPG e combatte insieme a Kurdi,
Arabi, Yezidi, Armeni, Assiri e altri gruppi all’interno delle Forze
democratiche siriane (SDF). La posizione sociale dei volontari internazionali
in relazione ai membri indigeni delle forze militari è per forza di cose
complessa. Per gli abitanti del Rojava, e più in generale per il movimento di
liberazione curdo, è un onore avere dei supporti inter- nazionali che vengono a
difenderli quando per almeno un secolo si sono sentiti abbandonati dalla
comunità internazionale nella loro lotta per l’autonomia e
l’autodeterminazione. Tuttavia, attorno a certi occidentali che vengono qui a
combattere si crea un’atmosfera che li rende quasi delle celebrità, senza
contare che alcuni elementi dell’establishment politico e militare locale
contribuiscono a creare attorno a questi volonarl un’aura paternalistica e a
farli diventare dei simboli. Naturalmente queste cose dipendono anche dalle
ragioni per le quali i volontari vengono in Rojava, Ad esempio, alcuni provano
un enorme piacere a mostrare i loro volti, posano con le armi in pugno e
gongolano dei loro suc- cessu. Altri preferiscono nascondere le loro facce, per
motivazioni sia pratiche che politiche. Non c’è dubbio che alcuni volontari
internazionali abbiano us- ato il conflitto in Rojava come veicolo per farsi
pubblicità, che fa un po’ parte della logica dell’età dei selfie e dei social
media. Questo ha permesso ad al cuni di loro di guadagnare piccole fortune
scrivendo libri e usando la rivoluzione per i loro guadagni personali. Questa è
la peggiore forma di avventurismo e di opportunismo. Sia chiaro che questi rimangono
una piccola percentuale dei combattenti internazionali e non sono in nessun
modo rappresentativi delle motivazioni e delle azioni della maggior parte dei
foreign fighters. Mentre c’è molto apprezzamento per coloro i quali sono
riusciti a portare il conflitto e la rivoluzione all’attenzione di un pubblico
più ampio, non va sottovalutato il fatto che chi combatte qui può, in molti
casi, dimenticarsi del conflitto e poter avere il privilegio di tornare al
comfort delle loro vite. Arrivano anche dei turisti della guerra, che vengono
perché attratti dai conflitti e dai combattimenti. Si compiacciono delle loro
esperienze militari, e molti hanno servito nella Legione straniera francese.
Quando vengono interpellati, esprimono spesso il deside- rio di andare in
Ucraina o in Myanmar per continuare a combattere una volta lasciata l’area.
Questo ci porta a una importante posizione teoretica che ab- biamo assunto come
IRPGF. A nostro avviso, crediamo che la maggior parte dei volontari
internazionali, soprattutto occidentali, riproducano i loro privilegi e le loro
posizioni sociali in Rojava. Vorremmo ora introdurre il concetto di
"conflitto sicuro”. Poiché questa guerra è sostenuta dagli Stati Uniti e
dalle potenze occidentali, è abbastanza sicuro combattere il nemico senza
affrontare le ripercussioni di essere un’organizzazione ideologicamente Apoista
(Apo è il nomignolo affettuoso di Abdullah Ocalan, tra i fondatori del PKK) e
legata quindi a un’organizzazione dichiarata terrorista. Non si hanno vere e
proprie sanzioni se si viene a combattere in Rojava, a meno che non ci si
unisca a qual 120 CHAPTER 15. NON PER IL MARTIRIO DI CRIMETHINC cuno dei gruppi
più radicali. Ad esempio, i cittadini turchi che combattono qui, vengono
dichiarati terror- isti dallo stato turco e perfino i compagni del Partito
marxista-leninista (ri- costruzione comunista) sono stati arrestati e
incarcerati e i loro uffici in Spagna chiusi con l’accusa di avere contatti con
il PKK. A parte questi, che sono casi ec- cezionali, la stragrande maggioranza
dei volontari internazionali che vengono a combattere Daesh e ad aiutare i
Kurdi sono al sicuro dalle azioni penali nei loro paesi. Inoltre, in alcuni
casi, qui viene riprodotto l’esempio di attivisti e intellet- tuali occidentali
pronti ad applaudire un conflitto che si svolge oltre le frontiere dei propri
paesi ma non disposti a sacrificare la loro comodità e i loro privilegi
portandosi le lotte in casa. Alcuni vengono e fanno i rivoluzionari per sei
mesi o un anno, si possono applaudire, si fanno i complimenti a vicenda e
tornare poi alla normale esistenza. Non sono la maggioranza, ma qui sono visti
come un problema. Capiamoci: non vogliamo degradare o ridicolizzare chi viene a
com- battere per qualche mese o un anno, anche perché qualunque volontario
mette a rischio la propria vita semplicemente scegliendo di entrare in una zona
di guerra, D’altro canto però i sostenitori internazionali mentre rischiano la
vita imparano nuove tecniche e si aprono loro nuove prospettive e quando
ritornano a casa potrebbero continuare la lotta in diversi modi. Alcuni
volontari internazionali hanno perfino cambiato le loro posizioni ideologiche.
La maggior parte lo ha fatto positivamente vedendo la liberazione e
l’autodeterminazione delle donne come componenti per una vita più liberata. Una
piccola minoranza ha matu- rato invece delle posizioni negative, dichiarando
che i Kurdi sono combattenti incompetenti, che la rivoluzione sta fallendo o
fallirà presto e che l’esperienza in Rojava non ha fornito loro combattimenti
sfrenati come avrebbero desiderato. Ci domandiamo cosa succederà in
prospettiva? Cosa succederà quando le forze internazionali gireranno le spalle
al progetto in Rojava e non saranno più utili per le forze rivoluzionarie? I
sostenitori internazionali avranno la forza di com- battere contro l’esercito
turco 0, per dire, quello americano? Staremo a vedere. A differenza dei
sostenitori internazionali appena citati, ci sono coloro i quali sono arrivati
con analisi profonde e chiare delle loro ideologie politiche, della geopolitica
regionale e della guerriglia. La miscela, la qualità e la quantità di
guerriglieri comunisti, socialisti e anarchici non ha pari in nessuna parte del
mondo. Questo ci offre nuove opportunita e ci consente di essere innovativi,
come nella creazione della Brigata internazionale per la libertà (IFB) o delle
operazioni di formazione congiunta, ma evoca anche lo spettro della storia che
si ripete. Tirando le fila, crediamo che coloro i quali sono giunti qui per
motivi ideologici o per supportare le genti del Rojava e le loro lotte
partecipino egual mente sia alle battaglie sia al processo di trasformazione
sociale, mentre gli altri, una crescente minoranza, che sono venuti come
esperti militari o come turisti di guerra non hanno questa attitudine, dato che
pretendono di sapere più cose della guerra rispetto alle forze locali sul
terreno. Questo ha comportato anche degli scambi piuttosto duri e talvolta
scontri fisici e intimidazioni. Noi come IRPGF siamo allo stesso tempo
partecipanti autonomi allo scontro e alleati per la difesa popolare. Non li
vediamo come capi separati ed esclusivi. Però in 121 qualche modo la nostra
autonomia è limitata dal fatto di far parte di un fronte ampio di battaglia con
strutture militari, combattiamo sotto le YPG, il che significa essere parte
delle SDF che in questo momento cooperano con le forze militari statunitensi e
di altri passi occidentali che stanno combattendo Daesh. La nostra è una
posizione basata sul pragmatismo, che non ci fa cambiare opin- ione sul fatto
che gli Stati Uniti, come Daesh e come qualsiasi altro stato siano nostri
nemici. Riconosciamo anche che sono state proprio le politiche estere
statunitensi a creare in qualche modo Daesh e quindi ora devono assumersi la
responsabilità di combatterlo. A parte queste complesse alleanze internazion-
ali, questa lotta contiene sia caratteristiche indigene che internazionali che
ne rende più importante la difesa. Ciò su cui ci stiamo ora interrogando e che
sti- amo imparando attraverso l’autocritica, la teoria e la pratica è la
relazione dei rivoluzionari internazionalisti anarchici con una lotta indigena
che vede sé stessa come parte di un movimento rivoluzionario internazionalista
che si diffonderà ben oltre i confini di tale lotta. Siccome la maggior parte
delle nostre energie è incentrata sulla lotta armata, al momento abbiamo
progetti limitati per ciò che concerne la società civile. Attualmente stiamo
lavorando nel supporto di attività anarchiche nella società civile. Anche se la
trasformazione sociale non è l’unico progetto che bisogna affrontare. Ad
esempio, gli abitanti dei villaggi arabi nelle vicinanze della nostra base sono
venuti quotidianamente per darci latte e yogurt che producono, mentre in cambio
noi gli forniamo zucchero o altri beni che loro non avevano in una sorta di
mutuo appoggio. Tutto ciò ha creato legami di solidarietà e di vita collettiva.
Abbiamo anche buone relazioni con un piccolo numero di famiglie armene nella
regione. I soli semplici atti di bere chai insieme o di baciarci sulla guancia
per salutarci sono i primi passi fatti insieme per costruire relazioni che a
lungo termine possono contribuire a porre le basi per dei progetti che portano
alla trasformazione sociale. I combattenti internazionali, segnatamente gli
anarchici e i comunisti, per qualche tempo si sono organizzati separatamente in
Rojava. Come mai? Qual è la vos- tra relazione con le altre strutture kurde?
Come già accennato prima, la maggior parte dei combattenti internazionali anar-
chici, apoisti, socialisti e comunisti, oltre a quelli che più generalmente si
definis- cono antifascisti e antimperialisti, hanno tentato di organizzarsi
separatamente. Fino a qui nulla di nuovo. Per rispondere alla domanda
bisognerebbe fornire una descrizione della situazione storica della sinistra
turca e dei numerosi gruppi armati operanti in zona. Per ciò che concerne la
sinistra turca e specialmente quella parte coinvolta nella lotta armata e che
mantiene unità guerrigliere, la relazione tra vari gruppi è una cosa che è
cambiata e si è adattata nel corso degli anni. Ci fu un tempo in cui i partiti
della sinistra turca si vedevano ne- mici l’un l’altro, molto più di quanto
considerassero nemico lo stato turco o il sistema capitalista. Questo ha
portato a violenze interpartitiche e perfino alla morte di alcuni militanti.
Intanto, come la storia ci ha dimostrato, lo stato turco si è dimostrato molto
più forte e resistente di quanto ci si sarebbe mai immaginati. In precedenza la
maggioranza della società turca non ha promosso la lotta, a differenza dei
partiti, in quanto essendo tradizionalmente marxista- 122 CHAPTER 15. NON PER
IL MARTIRIO DI CRIMETHINC leninista credeva dogmaticamente che tutto si sarebbe
svolto come risultato di una necessità storica. Nei fatti, con l’avvicinarsi
del referendum in Turchia e con Erdogan praticamente sicuro di una vittoria del
sì, i partiti hanno avvertito la necessità di unirsi e di lottare insieme. Ciò
non significa che non lo avessero già fatto in precedenza. Infatti la maggior
parte dei partiti, il più grande dei quali era il PKK, hanno collaborato nei
gruppi di guerriglia nella vasta regione montagnosa della Turchia, condividendo
risorse e adestramento e perfino effet- tuando operazioni congiunte. È solo il
6 Marzo 2016 però che si è fatta la storia, con la formazione del movimento
rivoluzionario unitario del popolo (Halklarin birlesik devrim hareketi). Questo
fronte unitario comprende dieci del maggiori partiti impegnati nella lotta
armata e li lega sotto la stessa struttura e la stessa bandiera nella lotta
contro il governo di Erdogan e lo stato tutco. Bisogna poi guardare più in
generale alla storia del medio oriente per capire in che modo i vari partiti
turchi agivano nei vari paesi e partecipavano ai vari conflitti. Ad esempio il
Partito comunista di turchia/marxista-leninista (TIKKO), ASALA e il PKK
operarono in Libano (nella valle di Begaa) e si addestrarono insieme all’OLP e
ad altri gruppi guerriglieri palestinesi, libanesi e internazionali, conducendo
an- che operazioni congiunte. In Siria il PKK costruì dei quartier generali e
aprì sedi di partito e strutture di formazione in Rojava dagli anni ’80 fino
alla metà degli anni ‘90. Abdullah Ocalan fu libero di operare in tranquillità
con il supporto del regime siriano, che vedeva la Turchia come un nemico. Le
crescenti tensioni turco-siriane e la minaccie di guerra costrinsero Hafiz
Al-Assad a tagliare tutti i ponti con Ocalan e a espellerlo dal territorio
siriano. Il collasso dell’Unione So- vietica costrinse molti gruppi
guerriglieri turchi e internazionali a nascondersi e a limitare mobilità,
risorse, addestramento e operazioni. La guerra civile siriana e la rivoluzione
in Rojava fornirono un’altra occasione ai partiti turchi illegali clandestini e
nascosti sulle montagne a spostarsi in Rojava e creare basi e oper- azioni per
supportare la lotta, organizzarsi e poter comunicare più liberamente ed
efficacemente. Ciò ha portato molti partiti ad aprire dei quartier generali
(karargahs) in Rojava. Quando il conflitto in Rojava si è intensificato e i partiti
hanno avvertito la necessità di condividere risorse, intelligence e operazioni
mili- tari questi, sotto la guida del MLKP, hanno formato la Brigata
Internazionale di Liberazione. Questo esperimento di condivisione di comando e
gestione che ha unificato i vari partiti e gruppi sotto una bandiera per
combattere, fu il primo di questo tipo in Rojava, precedendo la formazione del
movimento rivoluzionario unitario del popolo (HBDH). L'esperimento diede
risultati altalenanti. Ad es- empio, l’IFB era gestito secondo i principi del
centralismo democratico con i quali noi del IRPGF non siamo d’accordo.
Preferiremmo essere completamente orizzontali e rispettare l’uguaglianza per
tutti i gruppi e i membri. Inoltre, la stragrande maggioranza dei gruppi, dei
partiti e dei combattenti all’interno dell’TFB sono turchi, per cui il
carattere prettamente internazionale del gruppo veniva compromesso. Perfino le
forze curde si riferiscono all’IFB chiamandoli cepé turk, sinistra turca. Detto
questo, dobbiamo soostenere che il gruppo ha avuto un valore positivo e
simbolico e ha riscosso diversi successi militari. Ha dimostrato che i vari
gruppi e partiti, incluso l’IRPGF, possono lavorare, ad- destrarsi e combattere
insieme contro un nemico comune, unendo le energie e 123 le forze per
raggiungere e vittoria sia in combattimento che all’interno della società
civile. Sebbene la Brigata Internazionale per la Libertà ricada sotto il
comando della leadership congiunta dei vari gruppi e partiti che afferiscono in
essa, in ultima analisi fa parte dell’YPG e quindi delle SDF. Quindi mentre
siamo autonomi per ciò che concerne strutture militari, organizzazioni di unità
e movimenti individuali, attendiamo ordini e direttive direttamente dall’YPG
circa la nostra posizione e i nostri movimenti sul campo di battaglia, esatta-
mente come il resto della IFB. Questo ci colloca direttamente sotto il comando
dell’YPJ/YPG e quindi anche noi condividiamo alleanze e campi di battaglia con
tutti quelli che conducono le operazioni congiunte. Tuttavia i gruppi e i
partiti mantengono la loro autonomia come entità separate al di fuori dalla
struttura della IFB e possono dissentire con le posizioni delle forze Kurde e
perfino criticare certe politiche e certe decisioni. Allo stesso tempo, in
quanto parte di IFB facciamo molta attenzione a esprimere posizioni, punti di
vista e prospettive quando operiamo col nome e nelle strutture di IFB stessa.
Ultima- mente IFB si è rivelata un laboratorio e un esperimento unico che
attrae persone di estrema sinistra e radicali di tutti i colori e li persuade a
combattere in una stessa unità e sotto un’unica struttura di comando.
Considerando che l'alleanza tra gli eserciti kurdîi e statunitensi non durerà
per sempre non permetterà di creare spazi per progetti radicali in Rojava, come
si posizionano gli anarchici in questo conflitto? Riuscite a mantenere una
certa autonomia nelle decisioni prese da altre parti coinvolte in questa
alleanza? Il termine alleanza può essere molto fuorviante, è una parola forte e
assoluta. Gli Stati Uniti e i loro alleati, per ragioni politiche ed economiche
assolu- tamente indipendenti, hanno messo in piedi un progetto di eliminazione
del gruppo armato di Daesh, dal quale la rivoluzione si deve difendere e che
anche le YP.J/YPG vorrebbero eradicare. Quindi le YPJ/YPG stanno sullo stesso
campo di battaglia degli americani. Data la condivisione di un comune nemico e
dato che l’antagonismo politico, ideologico ed economico tra le due parti è
lontano dall’accendersi per una certa priorità nel combattere ISIS, la cooper-
azione militare non è sorprendente. Non c’è nessuna alleanza politica tra gli
Stati Uniti e i rivoluzionari del Rojava. Infatti noi riteniamo che la cooper-
azione tra i rivoluzionari e gli USA non possa durare. Naturalmente anche qui
esistono forze che vorrebbero costituire uno stato-nazione o che utilizzano
sen- timenti nazionalisti per stimolare il sostegno americano. Appena fuori
dalla porta di casa abbiamo il Governo regionale kurdo (KRG) di Masoud Barzani,
che è un ennesimo pupazzo degli Stati Uniti nella regione. Barzani e il KPD
sono visti da miolti come traditori per essersi alleati con la Turchia a spese
dei Kurdi e degli Yezidi di Shengal. Inoltre il KRG cerca di mescolare le
carte, sia politicamente con gruppi quali il Consiglio nazionale kurdo (ENKS) e
il KPD all’interno del Rojava, sia militarmente con i peshmerga del Rojava. I
nemici di questa rivoluzione sono innumerevoli. È abbastanza noto che pensatori
anarchici come ad esempio Murray Bookchin hanno contribuito in maniera rilevante
alla rivoluzione sociale, con posizioni che hanno portato Abdullah Ocalan a
muoversi dal marxismo-leninismo fino a creare la teoria del Confederalismo
democratico. 124 CHAPTER 15. NON PER IL MARTIRIO DI CRIMETHINC
Indipendentemente dalla precisione di questo dato, è un fatto che oggi gli
anar- chici possano avere un forte impatto sulla rivoluzione, sia nella lotta
armata che nella società civile. Attraverso il dialogo e i progetti congiunti,
oggi possiamo lavorare con le comunità locali e sviluppare relazioni che
possono ulteriormente rafforzare gli utili della rivoluzione e spingerla in
avanti. Con più gli anarchici e la loro filosofia influenzeranno il dialogo con
le persone e le strutture sociali in Rojava, con più ci sarà la possibilità di
costruire insieme qualcosa di nuovo e di concentrarci sulla trasformazione, non
solo in Rojava, ma nel mondo intero. Qui sta l’importanza di connettere le
lotte tra loro, come già facemmo in pas- sato con Bielorussia, Grecia e
Brasile. La battaglia in Rojava è la battaglia di ogni quartiere oppresso, di
ogni comunità. È la battaglia per una vita liberata ed è qui che gli anarchici
possono avere un impatto devastante. Come anar- chici siamo senza ombra di
dubbio contro tutti gli stati e le autorità. Questa cosa non è negoziabile.
Mentre riconosciamo pienamente il ruolo dei vari par- titi nelle lotte e nelle
battaglie per liberare il territorio sia in Rojava che nella più vasta regione
montuosa del Kurdistan, crediamo che la solidarietà critica ci permetta di lavorare,
lottare e anche morire accanto ai partiti, pur mante- nendo l’autonomia di
restare critici verso le loro ideologie, le loro strutture, le mentalità
feudali e molte delle loro politiche. Mantenere l’autonomia significa che
possiamo essere in disaccordo con le loro posizioni o scegliere di non com-
battere se le alleanza delle forze rivoluzionarie vanno oltre la sopravvivenza
e le pragmatiche necessità geostrategiche. In ultima analisi, se le forze
rivoluzionarie dovessero formare alleanze formali con le potenze statali e
facessero diventare il Rojava stessa un’entità statuale, anche se questo stato
fosse socialdemocratico, le IRPGF abbandoneranno la lotta e sposteranno le loro
basi operative ovunque si continui una lotta realmente rivoluzionaria. I progetti
anarchici intrapresi nella società civile sarebbero comunque in grado di
funzionare e continuare fino a che ci sarà la volontà di portarli avanti, ma è
probabile che ai gruppi guer- riglieri anarchici e comunisti non sarà più
consentito di operare in Rojava. Avete avvertito della tensione tra l'impegno
nella lotta armata e lo sviluppo di progetti sociali in Rojava? In che modo
questi due aspetti si compenetrano e si rinforzano l’un l’altro? E in che modo
sono in contraddizione? Il nostro gruppo ha appena iniziato a sviluppare
progetti sociali in Rojava. Per un’unità è difficile organizzare e portare
avanti progetti sociali quando è impegnata nella lotta armata e manca di
risorse in termini di personale e in- frastrutture. Servirebbero più persone;
dobbiamo raggiungere la massa critica necessaria per sviluppare un progetto che
abbia successo. Alcuni nostri com- pagni prima di venire qui hanno lavorato
nella società civile e sono stati attivi nel creare nuove iniziative che siano
al contempo sostenibili e fattibili. Questo ci consentirà di impegnarci nei
nostri rispettivi impegni nella lotta armata e nella rivoluzione sociale. La
guerra in Rojava ha sottoposto altre strutture sociali ai suoi imperativi? Es-
istono degli spazi o delle sfere dell’esistenza poste sotto il controllo dei
gruppi militari, determinando di fatto relazioni gerarchizzate? In una comunita
in 125 guerra, come si prevengono le priorità militari che determinano chi
detiene il potere in quelle situazioni? Sicuramente la guerra in Rojava e le
guerre civili in Siria e Iraq hanno drasti- camente cambiato le relazioni tra
civili e militari. Ciò che ora sta accadendo in Rojava può essere descritto e
caratterizzato come “comunismo di guerra”, secondo la definizione di alcuni
compagni (hevals). La situazione attuale ha sot- tomesso gran parte
dell’economia e della società civile allo sforzo bellico. Questo non ci
sorprende. Il Rojava è circondato da nemici che cercano di distruggere questo
nascente esperimento rivoluzionario. Daesh è un attore parastatale es-
tremamente letale ed efficace, con ingenti risorse finanziarie e militari e
delle forze sul campo che si misurano in decine di migliaia. E come tale è una
delle minacce più brutali e abili per la Rojava. Se non fosse stato per gli
enormi sforzi bellici di grandi segmenti della società, in particolare della
resistenza di Kobane la successiva vittoria che è stata un punto di svolta
fondamentale, Daesh sarebbe uscito vittorioso e avrebbe continuato la sua
rapida espansione. Con la guerra e con Daesh che ora opera in Iraq e in Siria,
la Turchia è entrata nel conflitto cercando di soffocare gli sforzi di YPJ/YPG
per garantire la contigu- ità tra i cantoni di Kobane e Afrin. Bisogna essere
consci del fatto che quasi quotidianamente l’esercito turco ai confini del
Rojava bombarda uccidendo sia civili che militari. Allo stesso modo a est, in
Iraq, il Governo regionale kurdo (Bashur) con la leadership di Masoud Barzani e
il Partito Democratico Kurdo (KPD) continuano a imporre un embargo virtuale sul
Rojava oltre ad attaccare con i Peshmerga le Forze di difesa popolare (HPG) e
le Unità di resistenza di Sinjar (YBS) a Shengal. Infine Barzani e il KPD
colludono con Erdogan e il fascista Partito per la giustizia e lo
sviluppo-Partito del movimento nazionalista (AKP-MPH) e con lo stato turco
condividendo intelligence, risorse e conducendo operazioni militari congiunte.
Senza dubbio la guerra conduce di fatto a relazioni gerarchizzate e ostacola
se- riamente le relazioni orizzontali e il potere delle comunità. Nei fatti
esistono numerosi livelli di relazioni gerarchizzate. Ci sono gerarchie interne
alle strut- ture di partito che permeano le strutture sociali e si estendono
più in generale nella società civile. Possono esser di diverso tipo, ad esempio
riguardano il fatto se un aderente è un qadro o no, da quanto tempo si è nel
movimento, la formazione e le conoscenze ideologiche, la loro esperienza, i
contatti e l’abilità in combattimento. Tutto ciò può essere percepito come un
sistema di rango, privilegio e avanzamento. E in realtà è così, ma è un
qualcosa che opera in contrasto con un partito che è critico su questo e con
un’ideologia che cerca di trascendere queste relazioni nel bel mezzo di una
rivoluzione sociale realmente esistente. Mentre i qadri dei gruppi militarizzati
hanno una posizione sociale più elevata rispetto ad altre persone della
società, questi invece servono le per- sone attraverso la struttura comune e
nel contesto più ampio della Federazione Nord-Siriana. In definitiva, queste
relazioni gerarchiche esistono come necessità militari nel mezzo di una guerra
brutale. Come anarchici le vediamo e capi- amo come mai siano necessarie,
sebbene critichiamo la loro esistenza cercando di sfidare queste relazioni
centralizzate di autorità e di controllo. È possibile criticarle attraverso il
Tekmil (un’assemblea di democrazia diretta per criticare 126 CHAPTER 15. NON
PER IL MARTIRIO DI CRIMETHINC un comandante o altri gerarchi nelle unità), una
pratica vitale di critica, auto- critica e autodisciplina che trae le proprie
origini dal Maoismo. Le relazioni di potere gerarchiche, sebbene a volte
necessarie per esigenze militari e priorità di combattimento devono esistere
come qualcosa che vogliamo e desideriamo l’un l’altro per permettere a tutti di
agire in modo efficace. Quando è tempo di deliberare, possiamo discutere,
criticare, e prendere decisioni collettive. In com- battimento ci si aspetta
una guida immediata, istruzioni, protezione, certezze e responsabilità dai
compagni più esperti e meglio informati, perché ci sono molte decisioni da
prendere e compiti che ricadono sul gruppo e che non si possono prendere da
soli o essere gravati da tali compiti. Ciò vale anche per le fasi di formazione
e reclutamento. Ma queste relazioni possono avere il potenziale per minare la
natura autonoma, orizzontale e autorganizzata delle comunità se non vengono
intese e praticate secondo altri principi ideologici. Come possiamo noi
anarchici e membri dell’IRPGF prevenire le relazioni gerarchiche in questa
serie di contesti sovrapposti? La complessità di questa domanda rivela inoltre
un problema intrinseco al come viene inquadrata la questione. Vale a dire che
in qualche modo le priorità militari o la difesa della comunità sono faccende
sep- arate dalla comunità stessa: faccende imposte dal di fuori, da qualche
attore che non vive nella comunità. Sebbene sia vero che a volte le priorità
militari sono imposte alla comunità, ad esempio quando si tratta di evacuare
dei villaggi che si vengono a trovare sulla linea del fronte, sotto pericolo di
attacchi e con le abitazioni che temporaneamente vengono utilizzate come
avamposti militari, è vero pure che in Rojava le comunità locali, di quartiere,
quelle etno-religiose sono responsabili della loro stessa difesa. Non è un
fatto nuovo. Tornando ai disordini di Qamishlo del 2004 (una rivolta di Kurdi
siriani nel Nord Est), ricordiamo che si erano venute a creare delle iniziative
di difesa comunitaria che precorrevano quelle che sarebbero diventate le YPG.
Per proteggersi con- tro la più grande struttura difensiva, le YPG appunto, nel
caso queste avessero imposto la propria volontà con un colpo di mano militare
che avrebbe tolto il potere alla comunità, le comunità stesse crearono le loro
unità di difesa, le HPC (Hézén parastina cewherî). Mentre le YPG rappresentano
l’esercito popolare guerrigliero in Rojava, ci sono anche organizzazioni più
piccole, ad esempio il Consiglio militare siriaco, che è formato da cristiani
Siriaci e mira a proteggere quella comunità. La difesa stessa è decentralizzata
e confederata ma allo stesso tempo mantiene la capacità di schierarsi
rapidamente, di richiamare le truppe e perfino di coscrivere, qualora fosse
necessario. Crediamo e riaffermiamo che le comunità in guerra debbano essere
responsabili della loro stessa difesa. Tut- tavia, con grandi stati, attori
parastatali e non statuali che attaccano queste comunità per eliminarle, c’è
necessariamente bisogno di forze militari più in- genti. Ciò può richiedere dei
processi che in tempo di guerra possono ridurre l'autonomia di una comunità.
Questa realtà è quella in cui siamo costretti a vivere. Fondamentalmente c’è
una dicotomia e una tensione palpabile tra le co- munità in guerra e le forze
militari che affrontano nemici molto più numerosi di loro. Noi, per quanto possibile,
ci impegniamo a garantire che le comunità con- servino la loro autonomia nei
processi decisionali mentre contemporaneamente cerchiamo di proteggerli e
garantire loro la sopravvivenza. Ripetiamo che le co- 127 munità doverebbero
comunque essere le responsabili ultime della loro sicurezza; quando ce n’è la
necessità, tutte le comunità dovrebbero unirsi per formare una forza militare
più grande per la loro protezione collettiva. Ciò significa che ogni comunità
costituisce una componente fondamentale della forza il cui compito è la
protezione di tutte le comunità. Insomma, questa tensione tra la comunità e
l’apparato militare non è altro che un altro aspetto della tensione filosofica
che intercorre tra il particolare e l’universale. Il nostro compito è garantire
che questo squilibrio venga ridotto al minimo, per consentire alle comunità di
ri- manere autonome e, in ultima analisi, avere l’ultima parola sulle loro
priorità e sulla loro difesa. Cosa distingue le formazioni e le strategie di
lotta armata anarchiche da altri esempi di lotta armata? Se vi opponete a
eserciti permanenti o a gruppi rivoluzionari calcificati, ma poi asserite che
la lotta armata può essere necessaria fino a che diventerà impossibile imporre
istituzioni gerarchiche a chiunque, qual è la differenza metodologica che possa
preservare sul lungo termine le forze di guerriglia anarchiche dal funzionare
allo stesso modo di un esercito permanente o di un gruppo rivoluzionario
calcificato, concentrando cioè il potere sociale? Una cosa che ci viene spesso
chiesta è in che modo ci differenziamo dagli altri gruppi armati dell’estrema
sinistra. E quali sono i nostri tratti caratteristici. Come formazione di lotta
armata anarchica, come altri gruppi anarchici in tutto il mondo, ci battiamo
per la liberazione individuale e delle comunità che si basi sui principi
fondamentali dell’anarchismo. Non siamo né dogmatici né ortodossi nel concepire
l’anarchismo, ma sempre iconoclasti e innovatori. L’anarchismo è un’ideologia
sempre in movimento e in crescita che è impossibile separare dalla vita stessa.
Mentre altri gruppi di sinistra non anarchici potrebbero volere una sorta di
socialismo o di comunismo; noi ci distinguiamo per il modo in cui inten- diamo
l’autorità, sia all’interno del gruppo che all’esterno. Non abbiamo leader. Non
abbiamo culti della personalità né nostri ritratti appesi ai muri. Prendi- amo
esempio dagli Zapatisti che coprono i loro volti per focalizzarci meglio sul
collettivo e non sull’individuo, perché noi, come collettivo di individui, rappre-
sentiamo identità e posizioni sociali uniche. Prendiamo decisioni per consenso;
quando siamo sul campo di battaglia ci accordiamo affinché uno o più compagni
divengano responsabili dell’operazione. Non esiste una struttura di comando
permanente nelle IRPGF. Le posizioni di responsabilità ruotano, la nostra log-
ica non vuole riprodurre quella dei ranghi militari o delle strutture di classe
tecnocratiche. Le formazioni armate anarchiche non sono una novità. Ad esem-
pio vi sono gruppi anarchici in tutto il mondo, come la Cospirazione delle
Cellule di fuoco, la FAT-IRF (Federazione anarchica informale - Fronte
rivoluzionario in- ternazionale) o Lotta Rivoluzionaria. Non siamo
necessariamente d’accordo con tutte le posizioni dei membri di questi gruppi. Non
cerchiamo di essere elitari o di essere dei guerriglieri di montagna che escono
dal mondo e si concentrano solo sulla guerra popolare, anche se questo è un
aspetto importante della lotta. Cerchiamo di portare le montagne nelle città e
viceversa. È importante cercare di connettere tutte le battaglie, in quanto
esse sono già intimamente intercon- 128 CHAPTER 15. NON PER IL MARTIRIO DI
CRIMETHINC nesse dalla natura dei vari sistemi di oppressione e di dominio
esistenti. Anche noi "caghiamo su tutte le avanguardie rivoluzionarie del
mondo” come il Subco- mandante Marcos. Non ci vediamo come avanguardia
anarchica. Siamo tutto fuorché quello. Le IRPGF ritengono necessario stare in
mezzo alla gente e capire il carattere sociale del processo rivoluzionario. Non
esiste rivoluzione senza la partecipazione di comunità, villaggi e vicinato.
Non cerchiamo di glorificare le armi che possediamo, ma piuttosto le vediamo
come un veicolo per la liberazione collettiva. Ma la liberazione non si può
ottenere senza una rivoluzione sociale. Non siamo un ennesimo gruppo di
guerriglia urbana che cerca solo di distruggere senza costruire qualcosa di
sociale e comune. Ovviamente possedere armi e uti- lizzarle in battaglia porta
con sé un’enorme responsabilità e un grande pericolo, non solo per noi stessi,
ma per il potere che possediamo. Concordiamo con quei guerriglieri che ripetono
spesso il principio Maoista secondo il quale non dobbi- amo sottrarre nemmeno
uno spillo alle persone. Siamo rivoluzionari guidati da dei principi, non una
gang di ladri mercenari. Queste sono le basi sulle quali, come IRPGF, cerchiamo
di sviluppare un'etica collettiva e una comprensione della lotta armata.
Sapendo bene che le lotte armate possono durare anni, se non decenni e sapendo
anche con il passare del tempo le strutture divengono sempre più trincerate e
rigide, ci preoccupiamo per la creazione di determinate dinamiche di gruppo che
possono portare alla formazione di gerarchie e a una concentrazione del potere
ovunque ci si trovi. Per minimizzare il rischio, cre- diamo non solo che
bisogna essere rivoluzionari di professione a tempo pieno, ma nel contempo
anche membri di una comunità. Significa che dobbiamo essere parte attiva sia
delle lotte locali sia dei progetti della società civile. Laddove un esercito
permanente o un gruppo rivoluzionario cementificato vedono che il loro compito
è un lavoro professionale o una dedizione alla lotta, allo stesso tempo
mantengono le distanze dalla comunità e dalla vita quotidiana. I gruppi guer-
riglieri anarchici devono rimanere entità orizzontali e resistere alla
tentazione della necessità strutturale di centralizzare e concentrare il
potere. Così fecendo fallirebbero, non sarebbero più né anarchiche né
liberatrici secondo noi. Come IRPGF, capito questo pericolo, sentiamo che la
maniera migliore per resistere alla creazione di gerarchie sociali sia lo
sviluppo dei progetti e delle relazioni con la società civile. È un processo
che potrebbe essere pregno di errori e di con- traddizioni. Eppure è proprio
attraverso queste contraddizioni e queste carenze, accoppiate con i meccanismi
di autocritica e a una struttura autorganizzata orizzontalmente che si combatte
la creazione di un gruppo rivoluzionario ossifi- cato che centralizza la
propria autorità e concentra il potere. Come avete detto, i conflitti in Siria,
in Ucraina e in altre parti del mondo rappresentano solo l’inizio di quello che
sarà un periodo di crisi globale lungo e caotico. Quale pensate che sia la
relazione corretta tra lotta armata e rivoluzione? Credete che gli anarchici
debbano cercare di iniziare le lotte armate entro un pro- cesso rivoluzionario
al più presto oppure cercare di rimandare più che si può? E come possono gli
anarchici rimanere fedeli a loro stessi sul terreno della lotta armata quando molto
dipende dal come ottenere le armi, il che di solito significa stringere accordi
con attori statali o parastatali? 129 Per prima cosa non esiste una formula
generale per capire quanto sia neces- saria la lotta armata per iniziare e far
avanzare il processo rivoluzionario, e nemmeno a che punto dovrebbe iniziare.
Come IRPGF riconosciamo il fatto che ogni gruppo, comunità o quartiere debba
decidere in autonomia quando si debba iniziare la lotta armata, che deve essere
contestuale alla situazione e alla posizione specifica. Ad esempio, mentre
lanciare una molotov contro la polizia è quasi normale a Exarchia ad Atene,
farlo negli Stati Uniti potrebbe costare la vita all’esecutore del gesto. Ogni
contesto locale ha una soglia differente sul livello di violenza ammessa dallo
stato. Questa ovviamente non deve essere una scusa per l’inazione. Crediamo che
la lotta armata sia fondamentale. In defini- tiva le persone devono essere
disposte a sacrificare la propria posizione sociale, i propri privilegi e se
necessario anche le proprie vite. Naturalmente non stiamo chiedendo a nessuno
di lanciarsi in missioni suicide per cui si richiede l’estremo sacrificio.
Questa non è una battaglia per il martirio, ma per la vita. Qui in Rojava e in
Kurdistan, che saranno parte del conflitto armato e del processo rivoluzionario
quando si disvelerà, ci saranno dei martiri. Il conflitto armato non crea
necessariamente le condizioni per la rivoluzione e ad alcune rivoluzioni
potrebbe bastare un conflitto minimo o addirittura nullo. Sia la lotta armata
che la rivoluzione possono essere atti spontanei o pianificati da anni.
Tuttavia le rivoluzioni locali e nazionali, che in alcuni casi sono state
pacifiche, non creano le condizioni né per la rivoluzione mondiale, né
tantomeno sfidano l’egemonia del sistema globale capitalista. Ciò che rimane
della domanda quindi è: quando si dovrebbe iniziare una lotta armata? Per
cominciare, bisogna che ognuno sia in grado di analizzare la situazione e il
contesto locali. La creazione di forze di difesa formate dalle comunità locali
e di quartiere che siano palesemente armate rappresenta un primo passo
importante per assicurare autonomia e autopro- tezione. Questo è un atto
profondamente simbolico che certamente attirerà l’attenzione dello stato e dei
suoi apparati repressivi. L’insurrezione dovrebbe avvenire ovunque e
contemporaneamente, non necessariamente con le armi spi- anate. In ultima
analisi, la lotta armata deve sempre avere una correlazione con la comunità,
cosa che preverrà la formazione e lo sviluppo di avanguardie e di posizioni
sociali gerarchizzate. Le rivoluzioni non sono cene di gala e, cosa ben
peggiore, non siamo noi a scegliere gli ospiti delle cene. Come possiamo noi
anarchici rimanere fedeli ai nostri principi politici quando dovremmo affidarci
a enti statali, parastatali e anche non statali per ottenere armi e altre
risorse? Iniziamo a pensare che non esistono lotte armate o rivoluzioni
ideologicamente pure e intonse. Le nostre armi sono state fabbricate nei paesi
ex comunisti e ci sono state date da partiti politici rhia, usa, irpgf,
rivoluzionari. La base in cui ci troviamo, le vettovaglie e le risorse che
riceviamo arrivano direttamente dai vari partiti attivi in zona e direttamente
dalla gente. Chiaramente noi anarchici non abbiamo liberato il tipo di
territorio del quale avremmo bisogno per operare per conto nostro. Dobbiamo
stringere patti. E la questione diventa la seguente: che principi debbono
seguire questi patti? Abbiamo relazioni con partiti politici rivoluzionari
comunisti, socialisti e apoisti. Combattiamo contro lo stesso ne- mico ora e i
nostri sforzi congiunti possono soltanto favorirci in battaglia. Poi rimane
inteso che la nostra alleanza e solidarietà con loro è sempre di tipo 130
CHAPTER 15. NON PER IL MARTIRIO DI CRIMETHINC critico. Siamo in disaccordo
sulle loro mentalità feudali, le loro posizioni ideo- logiche dogmatiche e la
loro visione di come prendere il potere statale. Sia noi che loro siamo
coscienti del fatto che un giorno potrebbero conquistare il potere statale, e
in tal caso diventeremmo nemici. Ma per ora non siamo solo alleati, ma compagni
di lotta. Questo non significa che abbiamo sacrificato i nostri principi. Al
contrario, abbiamo aperto un dialogo sull’anarchismo e criticato le loro po-
sizioni ideologiche, mentre abbiamo trovato e affermato i principi e le
posizioni teoretiche che abbiamo in comune. Questo dialogo ha trasformato
entrambe le parti, in quello che pare essere stato una sorta di processo
dialettico: la neces- sità sia della teoria che della pratica per fare avanzare
sia la lotta armata che la rivoluzione sociale. Per l’IRPGF, fare accordi con
altri gruppi della sinistra rivoluzionaria per trovare un terreno comune
d’azione è una prassi che viviamo quotidianamente. Però dobbiamo ammettere che
la maggior parte delle strut- ture guerrigliere delle quali facciamo parte
stringe accordi con gli stati. Quindi, mentre riaffermiamo con la forza la
nostra posizione contro tutti gli stati, che non è negoziabile, la nostra
struttura stringe accordi pragmatici proprio con gli stati per cercare di
sopravvivere a un altro giorno di battaglie. Per il momento tutte le nostre
forniture e risorse provengono dai partiti rivoluzionari con i quali siamo
alleati, che a loro volta fanno patti e accordi con enti statali e non statali.
Sappiamo di essere in contraddizione, ma è dura la realtà delle nostre
condizioni attuali. A seconda del contesto e della situazione, gli anarchici
devono scegliere quali tipi di patti possono stringere e con chi. Potrebbero
avere la necessità di essere pragmatici e stringere patti con stati,
associazioni parastatali o non statali per acquistare armi, per tenere il
terreno su cui operano o semplicemente per sopravvivere e un giorno saranno
criticati e attaccati per tutto ciò. Saranno i collettivi e le comunità a
decidere sul come avanzate nel processo rivoluzionario e come usare i vari
attori statali e parastatali a loro vantaggio, con l’obiettivo di non avere più
bisogno di loro e distruggerli. In definitiva, la lotta armata è necessaria per
il processo rivoluzionario e le varie alleanze che stringiamo le riteniamo
necessarie per raggiungere il nostro obiettivo di un mondo liberato. L’IRPGF
crede e afferma il concetto proveniente dalla Grecia secondo il quale le uniche
battaglie perse sono quelle che non si combattono. Prima o dopo ogni
rivoluzione si divide nelle sue parti costitutive che neces- sariamente entrano
in conflitto. Questi conflitti determinano il risultato finale della
rivoluzione. In Rojava è già iniziata questa fase? E se si, come la hanno
affrontata gli anarchici? Se invece ancora non è iniziata, come preparerete i
compagni sparsi în tutto il mondo alla situazione che si verrà creando quando i
conflitti interni alla rivoluzione arriveranno in superficie e sarà necessario
capire le posizioni differenti delle forze in campo? Alcuni compagni al di
fuori del Ro- java non sono certi di comprendere alcune relazioni provenienti
dall’interno, perché nella nostra esperienza vi sono sempre conflitti
intestini, anche nei peri- odi più floridi di rivoluzione sociale e le persone
che parlavano dell’esperimento in Rojava erano molto titubanti nello spiegare
quali erano questi conflitti. Capi- amo bene che dovrebbe essere necessario non
parlare apertamente di questi scon- tri, ma ogni prospettiva che ci potete
offrire, anche in astratto, sarà molto utile 131 per comprendere la situazione.
La risposta più semplice è sì, questi conflitti sono già iniziati in Rojava.
All’interno di una struttura confederale sono emerse le contraddizioni delle diverse
fazioni. Ci sono coloro i quali vorrebbero portare pienamente a compimento la
rivoluzione e altri che sono pronti a scendere a compromessi su alcuni aspetti
della rivoluzione per mettere in sicurezza le conquiste fatte finora. Ci sono
coloro i quali ancora sognano un Kurdistan marxista-leninista e altri pronti ad
aprirsi all’occidente e alle forze democratiche. All’interno della lotta armata
vi sono coloro i quali vorrebbero scatenare una guerra con tutti gli effettivi,
mentre altri sostengono che la fine della lotta armata si sta avvicinando e che
lentamente si debbano cessare le ostilità. All’interno di questa arena politica
caotica, con una serie di acronimi praticamente infiniti, come ci muoviamo noi
dell’IRPGF in queste acque torbide e pericolose? Come anarchici navighiamo
nelle complessità e nelle contraddizioni con l’obiettivo di cercare di fare
guadagnare più terreno possibile all’anarchismo. Ci allineiamo con quei partiti
e quelle fazioni della rivoluzione che sono più vicini a noi. Le alleanze che
forgiamo sono quelle che più ci facilitano e che meno richiedono assimilazione.
Cerchiamo di tenerci lon- tani dall’assimilazione sia come ideologia che come
gruppo. Essere in uno spazio autonomo che supporta i nostri obiettivi ci offre
enormi opportunità. Esiste uno spazio libero che il partito lascia ai gruppi
come il nostro per la formazione, per sviluppare progetti utili alla
sperimentazione rivoluzionaria. Più anarchici arrivano in Rojava per aiutarci a
costruire strutture anarchiche, più saremo influenti e avremo la possibilità di
tramutare i nostri obiettivi in realtà. Per esempio, i giovani, estremamente
critici sul loro passato feudale e tradizionale, si pongono all’avanguardia di
enormi cambiamenti e progressi sociali. Vogliamo lavorare con i giovani per
formare una cooperazione educativa e, da anarchici, focalizzarci sulle nostre
teorie e sulle questioni inerenti il queer, il gender e la sessualità (LGBTQ+)
che qui sono tabù per la maggior parte delle persone. C’é un vasto spazio per
costruire e sperimentare strutture anarchiche che con- tinueranno a
rivoluzionare la società e liberare tutti gli individui e le comunità. Crediamo
che il nostro lavoro di anarchici, sia nella lotta armata che nella so- cietà
civile del Rojava, sarà valido per l’intera comunità anarchica mondiale.
Speriamo di poterne condividere i risultati, grazie alla solidarietà continua
di tutti e agli anarchici che si uniranno a noi venendo qui. Traduzione di Luca
Felisetti 132 CHAPTER 15. NON PER IL MARTIRIO DI CRIMETHINC Chapter 16
All’interno della rivoluzione curda Intervista con due anarchici a cura di due
membri di una rete anarchica internazionale Il movimento di resistenza curdo,
dal successo della difesa di Kobané contro Daesh nel 2014 — In particolare ’YPG
(la milizia degli uomini) e l'YPJ (la milizia elle donne) — ha catturato
l’attenzione dei media internazionali. Du- rante questo stesso periodo, la loro
esperienza nella costruzione di una società apolidia, nei cantoni autonomi del
Rojava (Kurdistan occidentale), ha affasci- nato gli anarchici di tutto il
mondo. Tuttavia, per comprendere la resistenza curda del Rojava, è necessario
avere una visione più ampia delle lotte per la libertà e l'autonomia nella
regione. Nel rapporto di un’intervista del 2015 in Germania con due membri di
una rete anarchica internazionale, che hanno trascorso del tempo in Bakur (nel
Kurdis- tan settentrionale), permettendo loro di saperne di più sulle lotte in
corso. La loro narrazione inizia con un ricordo storico dell'emergenza del
movimento curdo e del “nuovo modello” adottato dal PKK nell’ultimo decennio.
Poi descrivono come le loro esperienze in Kurdistan hanno cambiato la loro
comprensione delle lotte anarchiche in altre parti del mondo. Potresti darci il
background storico dell’emergenza del movimento curdo e descri- vere le lotte
che si stanno verificando oggi in Bakur (Kurdistan settentrionale)? Bene, la
storia inizia molto tempo fa con persone sedute attorno al fuoco nell’alta
Mesopotamia. Circa quattromilatrecento anni fa, una nuova struttura sociale
cominciò a emergere in Medio Oriente, una forma molto vigorosa di organiz-
zazione sociale che minò le strutture comunitarie già consolidate: lo stato dei
sacerdoti sumeri. Il processo storico che ha portato alla rivoluzione del
Rojava non può essere compreso senza il riconoscimento della lunga tradizione
di re- 133 134CHAPTER 16. ALL’INTERNO DELLA RIVOLUZIONE CURDAINTERVISTA CON DUE
AN. sistenza e insurrezioni nelle aree curde attorno alle catene montuose di
Zagros e Tauros. Probabilmente è la prima regione a essere stata colonizzata
dal sistema statale poi in formazione, le cui radici si trovano nella Bassa
Mesopotamia (ora nel nord dell’Traq, e che è anche l’antenato dello stato come
lo conosciamo oggi in Occidente). Il PKK e il movimento curdo fanno parte di
questa lunga tradizione di resistenza anti-governativa e si definiscono la 29a
insurrezione curda nella storia. Le re- gioni curde sono sempre state ai
margini di potenti imperi e sono state attaccate da quasi tutte le strutture
imperiali che sono emerse nella regione per alcune migliaia di anni. Grazie al
terreno montagnoso e all’organizzazione sociale de- centralizzata, adottata dai
villaggi dai curdi, queste regioni non sono mai state totalmente conquistate o
assimilate. Di conseguenza, per millenni hanno dovuto affrontare il peso delle
potenze straniere per conquistare il loro territorio e nom- inare delle élite
curde feudali per assicurare l'obbedienza e prevenire (o almeno isolare)
qualsiasi forma di ribellione. Spostandoci rapidamente nel ventesimo secolo,
vediamo che queste dinamiche sono ancora rilevanti quando è emerso il sistema
degli stati nazione. Lo stato turco fu fondato nel 1923 a seguito del crollo
dell’impero ottomano, che aveva dominato i territori curdi verso est, ma garantiva
loro l’indipendenza culturale e persino politica. Durante la prima guerra
mondiale, gli ottomani si erano alleati con gli im- peri centrali, stabilendo
particolari legami politici e ideologici con la Germa- nia, legami che esistono
ancora oggi. Dopo la sconfitta degli Imperi Centrali e il crollo dell’Impero
ottomano, i gruppi nazionalisti turchi combatterono per il proprio stato. Fin
dalla sua fondazione, l’ideologia di questo nuovo stato era ultranazionalista.
Proclamarono la Turchia come stato per tutti i turchi e definirono la gente che
viveva all’interno dei suoi confini come parte della grande nazione turca,
collegando così lo stato a un senso di superiorità etnica. Di con- seguenza,
tutte le persone che rivendicavano diverse origini o identità etniche, siano
essi Assiri, Armeni, Curdi o altri, sono stati trattati come traditori e ter-
roristi separatisti. Fino agli anni ‘90, il curdo e altre lingue diverse dal
turco erano ufficialmente bandite in Turchia; non solo nell’apparato statale ma
anche nella sfera privata. Ci riferiamo a tutta questa storia perché è
importante comprendere la durezza delle condizioni in base alle quali è stato
fondato il Partiya karkeren kurdistan (PKK), il Partito dei lavoratori del
Kurdistan. Il movimento curdo contem- poraneo è emerso durante la rivolta
giovanile turca del 1968, dove il principio rivoluzionario si è diffuso
attraverso organizzazioni socialiste, studenti radicali, lavoratori e
contadini. Negli anni ’70 un gruppo di amici curdi e turchi si riunì ad Ankara
attorno ad Abdullah Ocalan, Kemal Pir, Haki Karer e al- tri; questi amici
iniziarono a discutere la questione curda attraverso un prisma rivoluzionario.
Una delle loro idee principali era che il Kurdistan era una colonia interna e
doveva essere liberato dall’oppressione coloniale per creare un’utopia
socialista. Il PKK fu fondato nel 1978 e fu organizzato intorno ai precetti
dalla teoria marxista-leninista. Sotto questo "vecchio principio” come lo
chia- mano oggi, il PKK mirava a stabilire un avanzamento politico e iniziare
una 135 guerra rivoluzionaria per liberare i territori curdi e stabilire uno
stato curdo, che sarebbe poi stato usato per stabilire il socialismo. Nel clima
altamente oppressivo della Turchia negli anni ‘70, molti stavano solo aspettando
la possibilità di combattere per una vita migliore, e la strategia e la
convinzione del PKK si diffusero rapidamente. Nel 1984, iniziarono una guer-
riglia che si trasformò in una violenta guerra civile. La guerriglia ha
ottenuto un notevole sostegno all’interno della società e inoltre, in molte
aree non era possi- bile separarla dalla popolazione nel suo complesso. In
risposta, l’esercito turco, la polizia militare e i servizi segreti hanno
organizzato campagne di rappresaglia per combattere i ribelli e intimidire la
popolazione. Sotto l’egida del programma anti-comunista “Gladio” sostenuto
dalla NATO, hanno distrutto quattromila vil- laggi e ucciso più di 40.000
persone. In seguito a questo spargimento di sangue, il movimento di liberazione
curdo ha iniziato un processo di riflessione e autocritica nei primi anni
Novanta. Oltre a doversi confrontare con la repressione violenta da parte dello
stato e dei gruppi paramilitari, i guerriglieri furono minati da problemi
interni, con alcuni leader del PKK che agivano come signori della guerra con
una logica militare basata su una sanguinosa vendetta. Era diventato chiaro che
una semplice lotta militare non avrebbe risolto nulla. Il "vecchio
principio” aveva portato a una guerra im- placabile e non avrebbe mai potuto
rispondere ai problemi sociali nei territori curdi o difendersi efficacemente
dalle minacce esterne. Il PKK ha dichiarato unilateralmente un cessate il fuoco
nel 1993, interrompendo la guerra civile per creare lo spazio affinché il
movimento formulasse un nuovo concetto che avrebbe portato a una trasformazione
sociale. Il movimento curdo ha affrontato molte battute d’arresto e sfide
durante questo processo di riflessione: ci sono stati ripetuti interventi dello
stato turco per provocare situazioni che avrebbero po- tuto condurre a una
nuova guerra civile, il rapimento e l’imprigionamento del leader del PKK
Abdullah Ocalan e l’ascesa di partiti curdi con un modo di fun- zionamento
feudale, come il clan Barzani nel nord dell’Iraq. Nonostante queste sfide, tra
il 1993 e il 2005, il movimento curdo ha sviluppato quello che ora chiamano il
“nuovo principio”, che cambierebbe profondamente la strategia e gli obiettivi
del movimento curdo. Un duro colpo per un processo di cambiamento interno è
venuto dal movimento delle donne curde. Migliaia di donne si unirono alle forze
di guerriglia durante la guerra civile. Spesso si sono trovate in conflitto con
i comandanti ormai sor- passati che hanno cercato di tenerle in ruoli di genere
tradizionali e non furono trattate allo stesso modo. In risposta le donne
curde, hanno stabilito completa- mente dei gruppi autonomi di guerriglia, che
era un atto piuttosto rivoluzionario nel loro contesto culturale, si sono prese
il diritto di combattere in battaglia e si sono organizzate, all’interno del
movimento, ma in modo da prendere le proprie decisioni in modo indipendente.
Come i nostri amici ci hanno detto, cera anche una differenza nel loro modo di
combattere: negli uomini o unità miste, il comportamento competitivo persisteva
come eredità dalle generazioni della società gerarchica, che, fino a oggi, è
rimasto un problema. Le dinamiche delle combattenti erano meno competitive
rispetto ai loro colleghi maschi; in tal senso possiamo vederne le prove nel
numero di caduti combattenti. La maggior 136CHAPTER 16. ALL’INTERNO DELLA
RIVOLUZIONE CURDAINTERVISTA CON DUE AN. parte delle vittime ci sono state
durante le missioni, dove l’atteggiamento di sfrontatezza e l’orgoglio di
vincere tra i combattenti di sesso maschile era molto comune. Tuttavia, nelle
unità delle donne, la cui vigilanza tendeva a essere a lungo termine, le
combattenti hanno dimostrato di essere meno vulnerabili a causa di questo
eccesso di fiducia degli uomini che potenzialmente gli è stato fatale. Oltre
alle unità militari autonome, le donne curde hanno formato comitati sociali e
politici per discutere i problemi dell’oppressione patriarcale. Oggi,
l’organismo principale del movimento delle donne è la Komalen jinen Kurdistan
(JK) la con- federazione delle donne del kurdistan, che fa parte del KCK, la
confederazione generale, ma prende le decisioni in modo indipendente. Inoltre,
il movimento delle donne è in possesso di un diritto di veto sulle decisioni
prese dai gruppi di uomini o le assemblee generali. Sotto la loro influenza, il
movimento curdo ha sfidato i modelli patriarcali e gerarchici insiti nei loro
modelli organizzativi da lungo tempo. Il processo di cambiamento verso un nuovo
paradigma è stato portato avanti da un’ala ideologica nel PKK formata intorno
al loro presidente Abdullah Ocalan, che ha avanzato l’idea di confederalismo
democratico dopo aver intrapreso un’approfondita analisi storica del sistema
gerarchico del mediooriente o anche oltre questo ter- ritorio. Ha sottolineato
che i problemi di potere, oppressione e violenza sono emersi dal processo
storico della civiltà stessa, a partire dagli antichi sacer- doti, che
inizialmente hanno sfidato l’adozione di forme egualitarie precedenti, spesso
matriarcali, di organizzazione sociale. I problemi dell’oppressione, della
guerra e della ricerca del potere sono legati all’istituzionalizzazione delle
re- lazioni patriarcali nelle strutture statali e nel sacerdozio. Il sistema
capitalista, lo stato-nazione e l’industrialismo sono concetti che si sono
evoluti in questi modi gerarchici e sono stati dominati dai modi di pensare
maschili. Ocalan ha anche evidenziato le idee dell’anarchico americano Murray
Bookchin che ha condotto un’analisi del potenziale utopico di confederalismo
democratico che ha sotto- lineato l’importanza di adottare un nuovo paradigma
ecologico, democratico e liberato dai ruoli di genere tradizionali. Centrale
per la progettazione di questo “nuovo paradigma” del PKK era l’idea di
comunalismo, dove ogni settore della società dovrebbe organizzarsi e raccogliersi
in una confederazione comunalista decentrata. Ispirato da questo nuovo
paradigma, il Komalen ciwaken Kurdistan (KCK), la confederazione delle società
del kurdistan, è stata fondata nel 2005. Si ritrova, alla sua base, un sistema
di consigli nei quartieri, villaggi e città, che ha dato impulso al
contro-potere per favorire lo sviluppo dell'autonomia dallo stato- nazione e
dall’economia capitalista. Il KCK costituisce il nucleo del sistema dei
consigli in Kurdistan, compresi i delegati di tutte le regioni curde parte-
cipanti. Essi eleggono un organo esecutivo, incaricato di lavorare su questioni
importanti per tutte le regioni, come la rappresentanza diplomatica globale, le
proposte ideologiche e strategiche e le questioni riguardanti la difesa. Inoltre
amministrano le Forze di difesa popolari (HPG) incluse le ali armate di tutte
le parti del movimento. Nell’ultimo decennio, nonostante le pesanti condizioni
di repressione e di guerra, il movimento nel Kurdistan settentrionale ha creato
137 strutture per una società democratica ed ecologica, priva dei tradizionali
ruoli di genere. Come il KCK, che comprende le strutture di autonomia
democratica in Kur- distan, il Demokratik toplum kongresi (DTK), Il Congresso
della Società demo- cratica, comprende un sistema di consigli nella regione del
Bakur nel nord del Kurdistan, che rientra nei confini dello stato nazionale
turco. La struttura fed- erata del DTK inizia al livello più basso del
villaggio o del quartiere, cioè il distretto, la città e, infine, la più grande
regione di Bakur. AT livello più alto della federazione, l’assemblea DTK, si
trovano i delegati re- vocabili da più di cinquecento organizzazioni della
società civile, i sindacati e i partiti politici, con una quota di genere del
quaranta per cento, nelle assemblee dei posti sono riservati alle minoranze
religiose, così come un sistema di posti dove uno è riservato a un uomo e
l’altro a una donna. Nel modulo standard di base, i partecipanti cercano dì
risolvere i problemi a livello locale e solo se non riescono a trovare una
soluzione, passano al livello successivo. Le persone non curde prendono parte
ad alcuni dei raggruppamenti, compresi i membri delle comunità azera e
aramaica, Inoltre, i giovani si organizzano, sia all’interno di queste strutture
che in parallelo, con lo slogan "Il capitalismo è un uomo - siamo un
movimento che ha creato poteri unificati di donne e giovani" e questo sen-
timento ha sottolineato l’importanza dei giovani e l’organizzazione delle donne
per superare l’eredità della gerarchia radicata nella società curda, ma
riflette an- che la filosofia che la gioventù non è davvero una questione di
età, ma piuttosto uno stato mentale molto simile allo slogan zapatista
preguntando caminando, ossia, avanzare mentre ci si interroga. Questa struttura
federata di assemblee e di organizzazioni civili è stata cre- ata per risolvere
i problemi comuni e sostenere l’auto-organizzazione dell’intera popolazione
attraverso processi democratici dal basso verso l’alto. Quindi, anziché essere
definito unicamente in termini di etnia o territorio, il concetto di autonomia
democratica propone strutture locali e regionali attraverso le quali le
differenze culturali possono essere liberamente espresse. Di conseguenza, c’è
una varietà colorata di organizzazioni educative, culturali e sociali e di
esperienze con cooperative che si sviluppano intorno al Kurdistan
settentrionale. Vale la pena di mettere in evidenza le commissioni di
mediazione, che mirano a trovare un consenso tra le parti in conflitto e quindi
un accordo a lungo termine, piut- tosto che rinviare il problema attraverso la
punizione. Questo porta spesso a lunghe discussioni, ma riflette anche un
concetto di responsabilità collettiva, in cui gli imputati non dovrebbero
essere esclusi con le sanzioni o la detenzione, ma devono essere messi nella
condizione di venire a conoscenza dell’ingiustizia e del male che ha causato il
suo comportamento. Ciò ha reso i tribunali di stato superflui in molti campi
del movimento di liberazione curdo. Accanto a questi comitati di mediazione e
altre proposte, si possono trovare centri sociali per i giovani e le donne a
tutti i livelli della società, con attività che vanno dai corsi di lingua curda
e seminari politici a gruppi di musica e teatro. È in questo contesto che
dobbiamo capire il successo della rivoluzione in corso in Rojava. Il movimento
curdo può guardare indietro a quaranta anni di lotta radicale, con fallimenti,
riflessioni e progressi. 138CHAPTER 16. ALL’INTERNO DELLA RIVOLUZIONE
CURDAINTERVISTA CON DUE AN. Sebbene la formazione dell’autonomia democratica
nel Kurdistan settentrionale si sia dimostrata molto più caotica, ingarbugliata
con le vecchie strutture statali, lottando per una guerra sociale ed ecologica
piuttosto che militare, è comunque meno rilevante rispetto ai processi
attualmente in corso in Rojava. Una domanda che gli anarchici si stanno ponendo
di questa lotta è di sapere come la recente direzione antiautoritaria della
lotta curda — comprese le strut- ture del confederalismo democratico, i principi
della liberazione delle donne e così via — sia venuto dall’alto verso il basso,
a partire da Abdullah Ocalan, verso la direzione del PKK. Ci sarebbe
un’apparente contraddizione se una rivoluzione antiautoritaria fosse stata
diretta dall’alto! Qual è il tuo punto di vista sulla re- lazione tra
l’ideologia dei leader di queste organizzazioni e la trasformazione delle
relazioni e delle strutture sociali in Kurdistan? Questo è un punto piuttosto
importante su cui abbiamo molto discusso e che, al meno in Germania, è legato
ad alcune paure derivanti da brutte esperienze nelle lotte rivoluzionarie.
Certamente, la questione della leadership e dell’iniziativa è una delle più
difficili quando ci occupiamo di auto-organizzazione ed è anche difficile per
il movimento curdo. Le vere domande sono: come può esserci un cambiamento
radicale rivoluzionario nella società? Chi valuta la necessità? Chi prende le
decisioni sull’orientamento? La risposta deve essere: tutti, per tutto, sempre.
Forse l’evoluzione del movimento curdo e del PKK può offrire un esem- pio
utile, che deve ancora essere pienamente compreso nel mondo occidentale, Ocalan
e il PKK non agisce soltanto da un motivo ideologico o un sistema dog- matico
fisso, come unica vera via del marxismo leninismo asserito dagli ex stati
socialisti. Quando non guardiamo oltre l’immagine e non approfondiamo ulte-
riormente, forse l’immagine del socialismo rivoluzionario - del leader barbuto
e oscuro, del guerrigliero disinteressato — ci inganna. Quello che vediamo oggi
in Kurdistan, sia nel Rojava che nel nord, è un nuovo ap- proccio attraverso il
quale tutta la società è sulla strada per arrivare a un nuovo stato di
coscienza. Se si considera la persistenza dello stato e dell’oppressione
patriarcale come un problema di persone che rimangono incoscienti dalle pos-
sibilità di resistenza, si vede l’importanza di attivare la coscienza della
società. In tutte le parti del Kurdistan, dove è organizzato il movimento di
liberazione, troviamo comitati di formazione che si chiamano accademie.
Un’accademia può assumere molte forme diverse, ma possiamo facilmente
comprenderla come uno spazio collettivo per formare una coscienza comune.
Alcuni potrebbero essere semplici focus group che si riuniscono una volta alla
settimana, ma ci sono an- che quelli più intensivi e a lungo termine, a cui
partecipano tutti gli attivisti (e negli ultimi anni tutti i membri di
collettivi che vogliono partecipare possono aderire). Le accademie sono sempre
collegate ad altre organizzazioni sociali; i gruppi giovanili e il movimento
delle donne hanno le loro accademie, mentre altri gruppi organizzano accademie
generali per tutti. Ciascuno di questi gruppi enfatizza l’autoemancipazione e
in queste istituzioni le proposte avanzate da Ocalan e dal PKK sono intensamente
discusse e criticate. Questi leader non sono gli unici a suggerire proposte:
ogni istituzione, ogni comitato e ogni indi- viduo può propagare le proprie
idee. 139 Questa pratica si è sviluppata sulla base del processo di educazione
politica all’interno dell’ex PKK, in cui lo standard per ogni militante e
combattente della guerriglia doveva ricevere l’addestramento sia militare che
ideologico. Con il nuovo paradigma emergente, divenne chiaro che l’obiettivo
non era solo quello di creare un’avanguardia filosofica ben istruita come nel
vecchio sistema di strut- ture leniniste, ma anche di liberare la coscienza di
ogni persona che prendeva parte al processo di formazione della nuova società.
Coloro che vogliono auto- organizzarsi devono riflettere sulla loro relazione
con il mondo, il che significa un approfondimento della loro esplorazione
filosofica. Un metodo spesso usato in queste accademie è quello che potremmo
chiamare analisi associativa. Nello studio di un certo argomento, ognuno lo
propone alle proprie associazioni; attraverso un processo in cui ogni persona
condivide le proprie impressioni ed esperienze, mentre gli altri ascoltano
attentamente e cer- cano di capire l’argomento. Nessuno, allora potrà formare
un consenso. A livello teorico, questo approccio altera la possibilità di
“oggettività” e crea una forma di soggettività multiple. Quando identificate la
vostra posizione su una deter- minata tesi, includendo sia la vostra volontà di
agire che le paure che sorgono in voi, allora ciò che è necessario diventerà
più chiaro in termini strategici. Oggi, il ruolo e la posizione degli attivisti
del PKK e del PAJK (il partito delle donne) sono cambiati rispetto agli anni 80
e ‘90: la loro immagine di sé è diven- tata più vicina a ciò che può
considerarsi una personalità militante anarchica: lottare per la propria
autodeterminazione e l’aiuto reciproco. Sotto il vecchio paradigma, l’attivista
doveva essere disinteressato e dare prova di abnegazione. Sebbene questa
concezione non sia completamente scomparsa, sta cambiando e le discussioni
all’interno del movimento rigettano tale dicotomia e sostengono, allo stesso
tempo, la lotta per un approccio individuale all’autotrasformazione così come
per la bellezza e la forza collettiva. Quando il disegno del ruolo degli
attivisti è cambiato, hanno respinto l’idea ormai superata di diventare
un’avanguardia. Invece, si limitano a vivere sotto forma di una vita secolare e
ascetica ben organizzata basata sull’idea che combattere per i nostri amici e
per la rivoluzione è il modo migliore per vivere una vita. Quali lezioni hai
imparato dal tuo tempo in Kurdistan per le lotte radicali in Germania e oltre?
In primo luogo, il mio coinvolgimento con il movimento dì liberazione curdo
come una lotta storica e di società in rivolta, mi ha permesso di credere
ancora una volta non solo che questo mondo è assolutamente inaccettabile, ma
anche la possibilità di lottare per un altro mondo. Mi piacerebbe chiamare
questa riconquista il potere dell’immaginazione, che ha innescato un enorme senso
di motivazione ma anche un certo senso di gravità in molti dei nostri amici. È
stupefacente vedere la grande coscienza collettiva nella società curda.
Guardando indietro alla vita metropolitana occidentale, sembra ovvio che il
patriarcato e il capitalismo si siano diffusi in ogni ambito della nostra vita.
Penso che abbiamo fatto enormi passi avanti nella comprensione della nostra
storia e della nostra società, attraverso discussioni con i nostri amici del
movi- mento giovanile curdo. In particolare, l’enfasi sulla filosofia e
l’auto-percezione 140CHAPTER 16. ALL’INTERNO DELLA RIVOLUZIONE CURDAINTERVISTA
CON DUE AN. ha chiaramente dimostrato quanto noi, anarchici o sinistra
radicale, siamo os- tacolati dal moralismo. Abbiamo imparato a basare le nostre
azioni su queste nozioni di buono/cattivo, vero/falso, e la colpa/pietà e siamo
stati rasserenati attraverso la religione, il mondo accademico e la teoria,
piuttosto che attraverso i nostri attaccamenti veri ed etici comuni, come le
nostre amicizie. Per iniziare il processo di liberazione di noi stessi,
dobbiamo superare la person- alità liberale borghese e il comportamento
capitalista e superare lo stato interno suscitato da questa mentalità. D'altra
parte, in Germania e più ampiamente in Occidente, ci troviamo di fronte
all’individualismo e al liberalismo interiorizzati, non solo nella società in
gen- erale, ma anche nella nostra “scena” politica - una scena con una tendenza
generale verso stili di vita nichilisti e politiche basate sull’identità. Nella
mia osservazione, la maggior parte degli attivisti nella nostra scena po-
litica, così come la maggioranza dei giovani liberali, danno la priorità
assoluta alla “libertà” dell’individuo, semplicemente seguendo le inclinazioni
che vengono loro, in un ambiente in cui tutto è permesso. Allo stesso tempo,
c’è una sen- sazione di sottomissione e quindi di accettazione di un ambiente
immutabile predeterminato. Ciò porta spesso, da una parte, un senso di
paralisi, pessimismo, disperazione e depressione e, in secondo luogo, una
ri-radicamento di colpa la cui identità è alimentata dalle strutture di potere
che criticano (bianco, di classe media, privilegiato) e la immersione in varie
forme di forme di vita commercializzate (punk, hardcore, sinistra radicale,
“anarchico”)... che insieme sono il risultato di questo individualismo
dilagante. Penso che potrebbe essere interessante analizzare l’impatto delle
ribellioni gio- vanili del 1968 perché ha dato un forte impulso a questo
sviluppo. Siamo di fronte a masse di persone intorno a noi che danno la colpa
dell’incoscienza alla società, ai politici, ai poliziotti o fascisti
spaventapasseri, ma hanno completa- mente perso la loro presa sulla realtà e
sotto la propria responsabilità e ordine del giorno. Invece, molti di noi continuano
a vivere il mito liberale del successo economico e della pensione, fuggendo
verso studi, lavoro, ricreazione, attivismo politico privatizzato, vacanze,
feste, droghe, consumo, suicidio! La linea è sottile tra la concezione
occidentale dell’anarchismo e del liberal ismo. Anche se gli anarchici classici
come Emma Goldman hanno riconosciuto l’importanza della libertà positiva,
"libertà per" il liberalismo sottolinea la lib- ertà negativa, o
“libertà”, l’idea che le persone sono libere nella misura in cui non sono
vincolati da leggi e regolamenti. Questa comprensione della libertà scivola
facilmente nella filosofia dell’individualismo, la proprietà privata e il
capital ismo, negando completamente il rapporto dialettico tra l’individuo e la
società, e il fatto che gli esseri umani hanno sempre vissuto in comunità come
individui sociali, vincolati da regole e valori comuni. Noi pensiamo che i
valori umani sono socialmente determinati e che le norme e i regolamenti
sociali per la difesa non rappresentano delle restrizioni a certa libertà
preesistente, ma fanno parte delle condizioni di una vita libera, che devono
comprendere le singole e collettive delle libertà. Come contro-esempio alla
“libertà” liberale degli anarchici in scena della sinistra radicale in Occidente,
vale la pena ricordare che il movimento dei 141 giovani curdo è in lotta
seriamente rigorosa contro l’uso e l’abuso di droghe perché lo stato turco
chiaramente sta cercando di distruggere il movimento non solo con i gas
lacrimogeni e arresti, ma anche con tutti i mezzi disponibili alla
contro-insurrezione moderna, incluso il supporto per il traffico di droga e
della prostituzione. Noi crediamo che ci deve essere una riflessione collettiva
su come il consumismo, l’individualismo e altre forme di agire del liberalismo
agiscono come funzioni di contro insurrezione e di sapere come li abbiamo
interiorizzati nella nostra mente e nel nostro comportamento. Abbiamo bisogno
di organizzare un auto-difesa contro gli attacchi delle ideologie capitaliste
che ci riducono a niente di più che dei consumatori e degli imprendi- tori /
lavoratori autonomi, intrappolati. A differenza di tali illusioni liberali, le
nostre esperienze con i compagni del movimento curdo ci hanno dato una
prospettiva sull'importanza di risolvere questa polarizzazione a Ovest tra
l’individuo e la società, concentrandosi sui valori piuttosto che sui punti di
vista politici e identitari. Ispirati dall’esempio del movimento curdo, penso
che dovremmo studiare e ot- tenere la nostra storia nel processo di sviluppo di
auto-consapevolezza per ri- solvere il dilemma che in occidente abbiamo di
fronte. Grazie alla critica della civiltà e all’analisi del nostro patrimonio
comunalista e democratico, possiamo sviluppare consapevolezza storica e fiducia
in ciò che facciamo. Ocalan ha provato,nei suoi scritti in carcere, di aver
scavato abbastanza in pro- fondità nel contesto storico della lotta dei curdi,
in modo da avere la possibil ità di confrontarlo con le precedenti esperienze
di lotta rivoluzionarie. Diversi membri del PKK sono emersi oggi da quella
storia per fare una riflessione crit- ica sulla loro ideologia e le strategie,
l’integrazione nel loro processo di auto- interrogazione e la creazione della
propria filosofia della liberazione, che è forse una mitologia rivoluzionaria.
Allo stesso tempo, non significa indulgere nella nostalgia. Invece, dobbiamo
es- sere ispirati dalla forza innovatrice della gioventù, che va sempre avanti
mentre si mette in discussione. Non aver paura dell’auto-sviluppo; sii aperto
alle critiche e impara dai tuoi stessi errori e da quelli degli altri. Lascia
che il processo rivoluzionario di cambiamento inizi con te stesso. Forse è
anche una buona cosa per gli anarchici europei ricordare: il processo
rivoluzionario non è mai qualcosa al di fuori di te; deve essere identico al
tuo progresso verso la libertà, così da diventare una parte simbiotica di una
società libera. Penso che ogni attivista anarchico dovrebbe accettare la nostra
responsabilità storica e l'opportunità di raccogliere e organizzare il nostro
potere collettivo per costruire e difendere una società basata sulla
creatività, sulla diversità e sull’autonomia. Ma questo sig- nifica che
dobbiamo vivere secondo il modo in cui pensiamo e parliamo. Quindi, dobbiamo
spazzare le nostre idee liberali nella spazzatura della storia. Solo così
potremo andare oltre un comune accordo teorico e poter “cambiare tutto” come
dici tu! Il legame tra l’anarchico e sinistra radicale e la lotta di
liberazione curdo sembra essere forte in Germania, con molti anarchici attivi
negli interventi di solidari- 142CHAPTER 16. ALL’INTERNO DELLA RIVOLUZIONE
CURDAINTERVISTA CON DUE AN. età che in gran parte guardano al Rojava e altrove
in Kurdistan. Puoi parlare della storia di questi legami di solidarietà? Quali
sono le forme concrete che questa solidarietà potrebbe prendere? All’inizio, i
gruppi di solidarietà emersero dal movimento degli squats in Ger- mania. Dagli
anni ’90, i compagni tedeschi si sono uniti alla lotta di guer- riglia. Alcuni
di loro sono morti in guerra, come Shehid Ronahi (Andrea Wolf). Doveva
scomparire perché era perseguitata dallo stato tedesco per le sue azioni nella
Frazione dell’Armata Rossa, era entrata nel PKK e aveva combattuto come
internazionalista. Diversi militanti tedeschi si sono uniti alla lotta armata
curda e quindi ci sono compagni più anziani che possono condividere le loro
esperienze e riflettere sugli errori commessi in quel momento. Negli anni ’90,
c'erano molti problemi, da entrambe le parti, tra la sinistra tedesca e il
movi- mento curdo. Da un lato, il PKK era ancora radicato nel vecchio paradigma
e una forte attenzione sulla lotta in Kurdistan, con l’esclusione di ogni altra
cosa, assicurandosi che era difficile stabilire un rapporto reale amicizia.
D'altra parte, i tedeschi hanno mantenuto i nostri modelli classici di tenere a
bada, crit- icando senza capire e dimostrando l’arroganza della metropoli.
Quando Ocalan fu arrestato e il movimento lottò per sopravvivere, questa tenue
solidarietà si spezzò. Fortunatamente, quando il nuovo paradigma ha iniziato a
emergere, è iniziato un nuovo processo di apprendimento, anche se si stava
delineando molto lentamente e timidamente per molto tempo. Alcuni compagni
tedeschi hanno visitato di nuovo il Kurdistan e sono stati in contatto con
organizzazioni della diaspora, mentre altri si sono uniti alla lotta di
guerriglia. Il PKK si consid- era internazionalista e considera il fatto che i
collegamenti internazionili sono rinforzati in quanto di grande valore per
tutte le parti. È sempre stato difficile organizzarsi con le comunità curde
nella diaspora e, onestamente, rimane un grosso problema fino a oggi. Sebbene
ci siano molti curdi che vivono in Europa, i legami tra loro e altri radicali
europei non sono molto forti. Ci sono diversi motivi per questo: uno di questi
è il fatto che la società tedesca è molto razzista e che molte comunità di
migranti sono organizzate solo tra la propria gente come una sorta di
meccanismo di autodifesa. Inoltre, il nazionalismo tende a essere più forte tra
i curdi della diaspora, e la società della diaspora è ancora spesso organizzata
lungo le linee feudali. Negli anni ’90 c'erano manifestazioni comuni e oggi i
tedeschi e i gruppi curdi camminano di nuovo insieme. D'altra parte, a livello
di auto-organizzazione comune, siamo ancora deboli. Dopo l’attacco dello scorso
anno a Shengal e l’assedio di Kobané, l’attenzione è stata immediatamente
ripresa e tutta la scena radicale della Germania ha reag- ito. Da allora, le
cose hanno iniziato a muoversi lentamente, sempre più persone hanno cercato di
tornare al Rojava e alcuni si sono uniti ai ranghi del YPG / YPI. Quali
suggerimenti daresti agli anarchici altrove su come imparare e mostrare
solidarietà alla lotta per la liberazione curda? Crediamo che gli anarchici
debbano considerare la lotta della liberazione curda come la propria lotta,
come una lotta internazionalista. Trarre beneficio dai compagni del Kurdistan
può aiutarci a superare le illusioni liberali che abbiamo discusso. 143 Ci deve
essere riconoscimento, consapevolezza della responsabilità sul dilemma del
Medio Oriente. L’apertura e la volontà di impegnarsi filosoficamente e teori-
camente con l’ideologia del movimento è importante, in modo che possiamo
esprimere queste possibilità in molte lingue e colori. Ciò richiede di
sostenere anche la lotta per i problemi di comunicazione, che può essere uno
dei molti modi per supportare a livello tecnico. Inoltre, c'è sempre stato un
caloroso invito a visitare il Kurdistan per imparare, criticare e affinare le
idee sull’organizzazione locale e internazionale. Come hanno ripetutamente
sottolineato i nostri amici curdi, sono coloro che vivono nella metropoli
occidentale che devono costruite i propri movimenti rivoluzionari: questo è il
più grande supporto che possiamo dare loro perché è un’opportunità per la
difesa reciproca. Da quanto possiamo sentire, è necessario un aiuto pratico su
diversi argomenti: conoscenze ingegner- istiche, rimedi medici e ogni genere di
cose pratiche possono essere utili. Puoi darci un aggiornamento sulla recente
repressione da parte dello Stato anti- curdo che si svolge in Turchia? In che
modo il movimento curdo risponde a questa violenza? Attualmente siamo in una
situazione di escalation. In risposta alla pesante sconfitta elettorale del suo
partito alle elezioni parlamentari del 7 giugno 2015, il presidente turco,
Erdogan ha dichiarato guerra contro la popolazione curda e così è finito il
processo di pace avviato da Ocalan nel 2013. Dalla strage che ha ucciso 34
giovani dei gruppi curdi e turchi, nella città di confine di Suruc, sulla
strada per Kobané, alla fine del mese di luglio, ci sono stati migliaia di
arresti e bombardamenti sui campi dei guerriglieri del PKK, sia in Bakur (Nord
Kurdistan / Turchia sud-orientale) e nei territori di Medya difesa Bashur (Sud
Kurdistan / Iraq del Nord). Il conflitto militare è aumentato, con molti
militanti e civili uccisi dallo Stato, mentre gli attacchi, pogrom contro i
curdi e gli altri movimenti sociali hanno avuto luogo per settimane nel nord
del Kurdistan e tutta la Turchia. Più di recente, l’esercito turco ha assediato
la città di Cizre per una settimana, mentre ultranazionalisti turchi hanno
attaccato i curdi e gli uffici della HDP (un partito politico curdo) nel paese.
Molti negozi curdi sono stati incendiati dai sostenitori del AKP, il partito di
Erdogan, oltre che da membri di organiz- zazioni fasciste come i lupi grigi,
un’organizzazione giovanile fascista del Partito del movimento nazionalista.
Attacchi simili contro i curdi e altri oppositori della guerra ha avuto luogo
in Europa negli ultimi giorni, mentre il governo tedesco tace sugli attacchi da
parte di nazionalisti turchi, attivisti curdi sono stati crim- inalizzati e
arrestati. Di fronte a questa violenza, il movimento ha sviluppato un modello
chiamato teoria dell’autodifesa o teoria della rosa. È una metafora basata
sull’idea che ogni essere vivente deve difendere la propria bellezza lottando
per sopravvivere. Tutti gli esseri devono creare metodi dì autodifesa secondo
il loro modo di vivere, crescere e legarsi con gli altri e, dove non si mira a
distruggere il proprio nemico, ma piuttosto a costringerlo a cambiare la sua
intenzione di andare all’attacco. I guerriglieri parlano di questa strategia
difensiva in senso militare, ma lavorano anche su altre scale. In sostanza,
possiamo considerarlo come un metodo di 144CHAPTER 16. ALL’INTERNO DELLA
RIVOLUZIONE CURDAINTERVISTA CON DUE AN. auto-emancipazione. Per molto tempo i
guerriglieri del PKK non fecero nulla, dando per scontato che lo stato turco
avrebbe continuato i negoziati, perché sapevano che non potevano sconfiggerli
militarmente. Se sei abbastanza forte e segui la tua strada, la violenza non
sarà necessaria; diventa semplicemente una questione di organizzazione. Anche
questa comprensione dell’autodifesa fa parte del nuovo paradigma. Dato il
complesso contesto geopolitico della lotta curda tra i diversi stati ostili e
le forze armate, credi che una vera rivoluzione anti-autoritaria possa davvero
radicarsi e diventare l’ultima nella regione? Bene, come abbiamo imparato dallo
studio di altre rivoluzioni nel corso della storia: l’unica opportunità di
durare per una rivoluzione è quella di diffondere, allargare i propri orizzonti
e superare tutte le frontiere stabilite per per con- tenerlo. Come spiegano i
nostri compagni curdi, ci sono due pilastri della lotta rivoluzionaria. Il
primo e più importante è il processo di costruzione dell’autonomia democratica;
si riferisce alla semplice domanda su come vogliamo vivere, come organizzare la
nostra vita quotidiana. Al momento, è difficile con- centrarsi su questo
problema perché l’intera regione viene incendiata e coinvolta nella guerra.
Questo è il motivo per cui il secondo pilastro è l’autodifesa con tutti i mezzi
necessari. Entrambi sono essenziali e devono essere applicati a diversi
livelli. Le esperienze rivoluzionarie nel corso della storia, in Europa e
altrove, dove l’uno o l’altro di questi pilastri è stato trascurato, sono stati
in- evitabilmente sconfitti. È davvero importante rafforzare la posizione
rivoluzionaria in Kurdistan, non solo militarmente, ma anche sviluppando la
comunicazione con i compagni di tutto il mondo. Mentre il sollevamento
rivoluzionario in Turchia e il sostegno all’interno dell’Occidente sta
crescendo, c'è meno spazio per le altre potenze regionali per attaccare il
movimento curdo. Inoltre, per ampliare la nostra prospettiva, dobbiamo
riconoscere l’enorme potenziale che l’esperienza di questo movimento ci offre.
Fin dall’inizio si sono organizzati in una situazione che era più disperata
della nostra e tuttavia hanno avuto successo. Direi che è, in un certo modo,
trattando con un pericolo concreto che li ha resi così forti. Inoltre, sarebbe
molto produttivo scambiare esperienze. I metodi e gli strumenti dei movimenti
anarchici occidentali sono molto creativi e potrebbero offrire molto supporto
su questioni specifiche di auto-organizzazione. Troviamo nel Medio Oriente, al
momento, una strana situazione di relativo equi- librio di poteri, con il
Rojava posizionato nell’occhio del ciclone. Questa è la grande visione della
politica dell’islam sunnita, spinta principalmente dai gov- erni di Turchia e
Arabia Saudita, ci sono anche stati sciiti dell’Tran, dell’Iraq e dei resti del
regime di Assad in Siria. Infine, c’è la NATO, di cui la Turchia è membro e
dove afferma i propri interessi, nel centro, troveremo anche lo Stato Is-
lamico (Daesh), un esercito di zombie che non può essere controllato da
nessuno, anche se è stato probabilmente creato e sostenuto per schiacciare la
resistenza curda e il regime di Damasco. Quindi, in questa situazione caotica,
il Rojava è ancora per esempio, perché è l’unica opzione locale affidabile che
è in grado di infliggere una sconfitta a Daesh. Quindi sì, il Rojava è in
qualche modo bloc- 145 cato tra tutte queste potenze militari. D'altra parte,
come abbiamo imparato in molte rivoluzioni, la guerra non riguarda solo la
matematica. E più legato a un certo modo di combattere e a una questione di
coscienza. Dovremmo imparare da ciò. Ci puoi spiegare cosa si intende per “come
combattere”, o forma specifica di coscienza nella lotta armata, che è il
carattere distintivo della resistenza curda? Lasciatemi condividere una storia
che un amico mi ha detto una volta. Ha preso parte alla guerra nelle montagne
Qandil nel 2011. In quel tempo, c’era un’alleanza pragmatica tra la Turchia e
l’Tran e il movimento curdo temeva che le capacità militari a disposizione del
guerriglieri fossero un problema. Qandil forma l’estremità meridionale della
difesa dei territori di Mediya , le montagne controllate dai guerriglieri nelle
regioni di confine dell’Iran, Iraq e Turchia. Mi ha raccontato di una
situazione in cui un migliaio e mezzo di IRGC, i reggimenti di fanteria
dell’Iran, hanno cercato di prendere d’assalto la collina dove i guer- riglieri
si nascondevano. C’erano solo trenta compagni che difendevano la loro montagna.
Ha spiegato che ciò che l’esercito iraniano ha cercato di usare contro di loro
sono state solo le loro munizioni e la paura della punizione da parte dei loro
comandanti. Così le IRGC corsero alla cieca verso la cima e furono sconfitti.
Non avevano convinzione, nessuna energia, nessuna amicizia tra loro. D'altra
parte, mi ha detto, quando i suoi compagni hanno difeso la loro posizione, non
hanno semplicemente usato le armi. Hanno combattuto per i loro villaggi sac-
cheggiati, le loro famiglie spezzate, tenendo presente i loro amici caduti e di
essere consapevoli del fatto che l’esercito che stava attaccando avrebbe
bruciato le montagne e le foreste dietro di loro e avrebbero distrutto la
natura della loro terra. Hanno combattuto per coloro che erano troppo deboli
per stare da soli, per tutti i membri della società che si sono levati in piedi
dietro di loro e li hanno sostenuti in cambio. Forse è difficile capire se non
lo senti da solo. La loro energia è stata alimentata da una lunga serie di
amici, dalla oppressione stori- camente condivisa, dalla difesa reciproca -
amore per la vita e convinzione di credere in se stessi. Tutte queste cose
vengono prima di tutto, dice, quando ti siedi accanto ai tuoi amici nella
posizione di guardia e alzi le tue armi per difenderti: la tua fiducia nei tuoi
compagni, la tua gratitudine verso coloro che credono in una società libera che
vive nelle valli e coltiva gli orti e vi nutre, la tua tristezza per gli orrori
che lo stato ha inflitto ai tuoi amici e alle tue famiglie. E alla fine, c’è il
proiettile che spari a quelli che arrivano nella tua direzione. Come potrebbero
vincere? ha chiesto con un sorriso. Anche il combattente oggettivamente più
debole può produrre una grande forza, se combatte per il suo bene e per coloro
che possiedono il suo cuore, senza essere spinto in una direzione o da
un’ideologia, o avere fretta di fare qualcosa che non vuole fare. Coloro che combattono
per la loro società e le relazioni simbiotiche che hanno protetto e nutrito tra
loro sconfiggeranno sempre metodi convenzion- ali basati sulla distruzione o
interessi egemoni e strategie basate sull’ostilità. Mi ha ricordato le parole
che amici filosofici in Occidente avevano già detto una 146CHAPTER 16.
ALL’INTERNO DELLA RIVOLUZIONE CURDAINTERVISTA CON DUE AN. volta: la realtà
collegata ai propri desideri ha un significato rivoluzionario. Se sai veramente
per cosa combatti, se percepisci gli elementi essenziali della situ- azione in
cui ti trovi, puoi metterlo in relazione con la tua volontà dì vivere, che ti
darà bellezza anche oltre la morte. Questa guerriglia mi ha insegnato che si
considerano i guardiani della vita, usando le proprie capacità per proteggere
la vita della loro società. Mi ha impressionato molto. Egli pone anche la
domanda: da dove verrà l’energia rivoluzionaria per l'Occidente? Comprendiamo a
malapena la nostra situazione, spinta da decisioni pragmatiche basate su un
complesso sistema di dipendenze. Forse questa è la lezione che dob- biamo
imparare per noi stessi: qual è la realtà della nostra situazione comune che
dobbiamo prima capire? Questa è la vera ragione per cui nessun altro esercito
al momento può respin- gere le forze di Daesh in Siria. Nel difendere Kobané,
l’YPG/YPJ ha basato la sua difesa su questa stessa coscienza. Nessuno poteva
credere che avrebbero liberato la loro città; va oltre il razionalismo. Si basa
più sulla fede in te stesso e sulla credenza nella tua energia rivoluzionaria,
che si evolve dal tuo desiderio di vivere. È questa cosa che è stata quasi
evacuata da te se fossi cresciuto nel capitalismo occidentale. Un altro amico
ha aggiunto che se vuoi davvero creare una nuova società basata su relazioni
non oppressive, stai cercando di costruire qualcosa che ancora non esiste.
Qualcosa che fa parte di un nuovo mondo, di un altro mondo. Come hai potuto
capire razionalmente dal tuo punto di vista oggi? Non è scritto nei libri.
Dovresti impazzire per rompere lo status quo; devi essere convinto dalla tua
immaginazione e dal tuo desiderio. Questo è il tuo problema in Europa, ha
concluso: hai dimenticato come farlo. Tradotto da: @cetautremoi_mia Fonte: Info
Rojava-Kurdistan Chapter 17 Siria, anarchismo e Rojava Intervista con David
Graeber, 2 luglio 2017 a cura di Real Media David Graeber: Sono stato in Siria
una volta. Sono stato nel sud della Turchia. Sono stato in Iraq. Sono stato in
svariate aree all’interno dei territori curdi che stanno sperimentando la
democrazia diretta. Intervistatore: Puoi parlarmi di che cosa ti ha portato là,
e certamente fin dal vero e proprio inizio? Più che averli trovati io, sono
loro che hanno trovato me. Ci sono persone im- pegnate nel Movimento curdo per
la libertà che ... è cominciato ... è emerso dal PKK, che all’origine è un
gruppo guerrigliero piuttosto convenzionale, marxista- leninista. Ma qualcosa
riguardante [incomprensibile] lo ha portato in questa direzione radicalmente
nuova e molto di questo cambiamento è arrivato da un processo interno di donne
guerrigliere che in un certo qual modo hanno affermato sé stesse, introducendo
il femminismo come un tema forte. Parte di ciò ha avuto a che fare con la
particolare evoluzione intellettuale del loro leader [Ocalan] che è divenuto questo
... dal suo arresto e detenzione in questa isola-prigione in Turchia, ha letto
molto di Murray Bookchin e molto della teoria femminista e in un certo modo è
arrivato a una posizione più anarchica, fondamentalmente. Hanno deciso che
anziché pretendere uno stato proprio volevano semplicemente rendere irrilevanti
i confini e dissolvere interamente gli stati. Cosa piuttosto sensata per gente
di quella parte del mondo: ricorda che i curdi sono una popo- lazione divisa
tra Iran, Iraq, Siria e Turchia. L’idea che da ciò si costruiscano un governo
pare improbabile. E loro anche fanno piuttosto ... un punto di cui si sente
parlare molto, in realtà; la gente dice: «Beh, sapete, in questa parte del
mondo siamo arrivati a renderci conto che chiedere un paese proprio è
fondamentalmente la stessa cosa che “chiedere il 147 148CHAPTER 17. SIRIA,
ANARCHISMO E ROJAVAINTERVISTA CON DAVID GRAEBER, 2 Li diritto di essere
torturato da uno della polizia segreta che parla la mia stessa lin- gua”». Non
è granché come rivendicazione. Così hanno cambiato idea arrivando a quella di
una democrazia diretta dal basso e di una specie di eliminazione dei confini
come modo migliore per poter arrivare a qualcosa di simile a un Kurdis- tan che
abbia senso. Dunque quello è il posto? Posso addirittura dire che il posto è
là? C’è un luogo fisico cui accenni. Kurdistan. Sono stato in Rojava. Il Rojava
è — o il Kurdistan occidentale — è la parte siriana del Kurdistan. È una vasta
parte della Siria settentrionale lungo il confine turco, e circa due milioni di
persone sono impegnate in quello che ritengo considerato uno dei grandi
esperimenti storici. Mio padre ha com- battuto nella guerra civile spagnola,
dunque in un certo senso sono cresciuto in un luogo in cui erano molto vivide
le memorie di ciò che accadde in Spagna nel ’36, 37, ‘38. Dunque un motivo per
cui sono arrivato a essere anarchico è perché, dico sempre, la maggior parte
delle persone non ritiene che l’anarchismo sia una cattiva idea. Pensano sia
una follia. Niente polizia e la gente comincia ad ammazzarsi a vicenda. Nessuno
ha in realtà mai organizzato le cose senza capi. E, di fatto, mio padre era a
Barcellona quando la città era gestita secondo un principio anarchico. Si
liberarono semplicemente dei colletti bianchi e, poco ma sicuro, scoprirono che
si trattava di cazzate, come lavori; che non faceva alcuna differenza se non
esistevano. Dunque, essendo cresciuto così capisco che è possibile, ma da
allora non ci sono stati esperimenti di dimensioni simili a quanto accaduto in
Spagna e nell’area controllata dai Repubblicani, e specialmente nelle aree
controllate dagli anar- chici curdi, perché tutti sono così terrorizzati dal
fatto che sia il popolo a gestire le cose. Non importa tanto che la gente dica
«vi odio, voglio rovesciarvi», quanto che dica «voi ragazzi siete ridicoli e
non necessari». È questo che realmente temono. Dunque i nemici che piacciono
sono quelli che cercano di sostituire i marxisti, fondamentalmente. Quando i
marxisti arrivano, la polizia ci sarà ancora. Prob- abilmente ce ne sarà di
più, vero? Arrivano gli anarchici e l’intera struttura sarà cambiata. Alla
gente sarà detto che è del tutto superflua. Dunque è di quel genere di
esperimento che hanno davvero paura. Tendono a estirparlo prima possibile. Così
questa è la prima volta, penso, dopo la Spagna che si ha una vasta area di
territorio sotto il controllo di persone che cercano di far questo; cercano di
creare una democrazia diretta dal basso senza uno stato. Dove altro è stato
tentato? Voglio dire, è stato tentato dovunque nel mondo per gran parte della
storia umana e ha funzionato bene. Ma nelle condizioni industriali moderne ci
sono stati vari tentativi. Nella storia più rivoluzionaria si parla della
Comune di Pa- rigi, avevano [incomprensibile]; si parla di [incomprensibile] in
Ucraina. Ci sono stati tentativi. Ma solitamente tutti, su ogni schieramento
compresa la sinistra, li attaccano e cercano di sopprimerli. 149 Dunque, quali
sono le cose minime di base che occorre organizzare o che... Amministrano le
città. È un paese di economia reale; è povero e sono sotto embargo. Ma ci sono
automobilisti, c'è un codice stradale, ci sono officine e fabbriche che
producono cose, ci sono fattorie. Fanno tutte le cose che ci sono in una
società normale. Occorre provvedere alla manutenzione delle strade. Ma
essenzialmente quello che hanno fatto è creare ... è molto interessante. Ho
detto... l’ho descritto come una situazione di potere duale, ma questa è la
prima volta nella storia umana, penso, in cui si ha una situazione di potere
duale in cui la stessa persona ha creato entrambe le parti. Così hanno qualcosa
che appare come un governo; hanno un parlamento, hanno ministri; approvano
leggi. Ma hanno anche la struttura dal basso. La struttura dal basso è ciò che
chia- mano «confederalismo democratico». Ogni quartiere ha un’assemblea, e ogni
assemblea ha un gruppo di lavoro. Si tratta di persone che si occupano di
speci- fici problemi; ad esempio problemi sanitari o problemi di sicurezza. E
ciascuno di questi gruppi, ogni assemblea e ogni gruppo di lavoro, ha anche un
gruppo di donne. Devono avere il 40 per cento di donne oppure non avranno un
quorum, ma hanno anche un gruppo interamente di donne con diritto di veto.
Dunque deve essere ... tutto è bilanciato a livello di genere. Tutte le cariche
sono duplici: un uomo e una donna in ogni cosa. Anche l’esercito è così. È per
questo che hanno tutte quelle famose immagini di donne con le armi, ma anche
questo è politico. Lo dicono molto esplicitamente; dicono: «Beh, guardate, noi
siamo anticapital- isti. Siamo sempre stati anticapitalisti. Ma ...» Io penso,
hanno detto, «che la lezione della storia riteniamo sia che non ci si può
liberare dal capitalismo senza liberarsi dallo stato. E non ci si può liberare
dallo stato senza liberarsi dal patriarcato». Bene, come ci si libera del
patriarcato? Beh, assicurandosi che tutte le donne abbiano accesso alle armi
automatiche è un punto da cui partire. Non si pos- sono maltrattare le persone
se sono armate. E hanno anche la loro polizia delle donne ... Così hanno una
democrazia diretta e ciò parte da questi consigli di quartiere e tali consigli
si confederano in consigli regionali e poi municipale e tutti inviano delegati,
non rappresentanti, per prendere decisioni insieme in un sistema vasto ed elaborato.
Ma la chiave è che c’è questo sistema dall’alto e questa struttura dal basso.
Beh, quello che dicono è che questo non è uno stato chiunque abbia un’arma è
tenuto a rispondere alle strutture dal basso e non a quelle dall’alto. In
questo modo quelli che stanno in alto non possono costringere nessuno a fare
qualcosa che non vuole. C’è un’eccezione e si tratta dei diritti delle donne.
Così hanno leggi come l’abolizione dei matrimoni infantili, o roba simile, e
di- cono che alcuni di questi villaggi probabilmente li ripristinerebbero se
fosse loro permesso. Ma ciò è interdetto. E hanno un meccanismo per far
rispettare il divieto, ma si tratta di una polizia interamente delle donne che
fa valere questa regola specificamente relativa alle donne. Da quanto vanno
avanti così? 150CHAPTER 17. SIRIA, ANARCHISMO E ROJAVAINTERVISTA CON DAVID
GRAEBER, 2 Li Tre o quattro anni ormai. E quale è stata l’ispirazione? Quel
signore che hai citato nel ... Ocalan. Abdullah Ocalan. La sua immagine è
dovunque. È interessante perché, parlando in generale, aggirano in larga misura
il problema del culto della person- alità. In effetti non hanno mai immagini di
nessun vivente, eccetto lui. Hanno immagini di morti, dunque ci sono immagini
di martiri delle guerre dovunque. Ma non mostreranno mai un’immagine di
qualcuno ancora in circolazione per- ché sarebbe antidemocratico rendere
qualcuno un leader carismatico. Lui è l'eccezione, ma è perché è in carcere per
il resto della sua vita, dunque è il leader e tutti lo accettano come tale. Ma
il fatto è che la Turchia stava per giustiziarlo ma voleva anche entrare nella
UE a quel punto; così non ha potuto farlo. E in conformità alla legge egli ha
potuto presentare ogni testimonianza relativa al suo reato, ha avuto il diritto
di scrivere ogni cosa. Così ha deciso che al fine di spiegare e
contestualizzare il suo reato avrebbe dovuto scrivere dodici libri diversi,
compresa una storia del Medio Oriente in tre volumi. E così questo lavoro è
uscito in continuazione ed è utilizzato come una sorta di fondamento per il
dibattito all’interno del movimento curdo. E lui ha fatto tutte quelle
dichiarazioni: «Dobbiamo uscire dal modello della lotta puramente di classe e
capire che l'oppressione delle donne è la cosa più primordiale e immediata con
la quale dobbiamo fare i conti. Dobbiamo capire che l’ecologia è ugualmente
importante per lo sfruttamento.» Così sono diventate questa specie di esercito
ecologico femminista basato su principi di democrazia diretta. Le sue opere
sono disponibili in inglese? Oh sì. Non tutte, ovviamente, ma escono volumi in
continuazione. E, sai, da un punto di vista anarchico, in un certo grado è un
po’ sospetto. Vai là e ci sono tutte quelle immagini del grande leader; sono
arrivato a chiamarlo Zio Eoj, come Zio Joe al contrario [allusione non chiara;
probabilmente allo “zio Joseph” (Stalin)]. Lui è l’opposto perché è come il
leader autoritario che dice a tutti di leggere dell’anarchismo e smettere di
essere autoritari. E mette gli autoritari vecchio stile in un impaccio terribile
perché devono fare tutto ciò che il leader dice. Il motto del leader recita di
pensare con la propria testa. Ovviamente i giovani sono molto entusiasti. Non
sono anarchici ma abbracciano un mucchio di idee anarchiche; leggono
sull’anarchismo. Sono contro lo stato, cosicché il nome che si danno davvero
non conta da un punto di vista anarchico, fintanto che uno è contro lo stato e
contro il capitalismo. Come proteggono il territorio? Credono nel concetto di
autodifesa. Beh, il fatto è che sono i combattenti migliori in Siria. 151 Qual
è la differenza tra lo stato e quello che stanno facendo loro? Perché hanno un
loro territorio e così sicuramente ... Consiste nel proteggere la società. Loro
dicono che ... la tesi che hanno è... Non si tratta comunque di una differenza
semantica? Beh, loro pensano di no, perché quello che direbbero è che poiché lo
stato è un monopolio dell’uso legittimo della forza, ovviamente, nel
territorio, loro non hanno un simile monopolio. È un’organizzazione democratica
dal basso. Non c’è alcuna istituzione che possa fare ciò, Così allora loro
dicono: «Beh, ogni istituzione deve difendersi, tutto in natura deve
difendersi». La difesa è una ... ma si tratta di condurre guerre aggressive,
attaccare [sic] ... Perciò il loro esercito si chiama Unità di difesa del
popolo. Ed è anche democratico; eleggono i loro capi. Ogni sera discutono le
decisioni e le criticano [incomprensibile] le cancellano 0 così è tutto in
larga misura un esperimento di democrazia. E si penserebbe che sia, tipo, «Splendido.
Non appena avranno bisogno di un es- ercito vero, vediamo che cosa succede».
Beh, loro vincono sempre. Sono andati sistematicamente sconfiggendo l’Isis sul
campo e al momento stanno marciando sulla capitale dell’ISIS. Dunque si tratta
di «Ci copriamo le spalle l’un l’altro»? E quella loro atmos- fera? Quella è la
loro idea e hai detto che stanno marciando su ... Raqga. Gli statunitensi sono
nell’ironica posizione di dover appoggiare un branco di anarchici. Sono le sole
persone che sono bravi combattenti militari nella regione e che cercano
realmente di eliminare i fascisti. Ho pensato che era molto strano; arrivando
qui pensavo che avrei potuto fare domande a David sul project management,
considerato il tuo lavoro sulla buro- crazia e î lavori del cazzo. Ma in un
certo modo queste persone esemplificano una specie di buon project management,
vero? Oh sì. La gente fraintende; pensa che si sia contro ... che gli anarchici
siano contro tutte le forme di qualsiasi cosa che abbia appena l’apparenza di
una buro- crazia; qualsiasi forma di amministrazione, qualsiasi forma di
gestione; persino qualsiasi forma di organizzazione. Questo è ... sono sicuro
che ci siano persone così. Ma come soleva indicare Malatesta: «Se dici che gli
anarchici sono sem- plicemente dei matti che sono contro qualsiasi cosa, tutti
quelli che sono matti e contro qualsiasi cosa cominceranno a definirsi
anarchici». Ciò non significa davvero molto a proposito di ciò che diranno
altri che si definiscono sempre anarchici. L’anarchismo non è contro
l’organizzazione. Significa che le persone non devono essere obbligate a
organizzarsi. In realtà credono nell’organizzazione più di chi- unque altro.
D'accordo, perché in realtà la cosa su cui mi interrogavo era: quali sono le
152CHAPTER 17. SIRIA, ANARCHISMO E ROJAVAINTERVISTA CON DAVID GRAEBER, 2 Li tue
ciliegine a proposito di ... le tue dritte riguardo al project management? Beh,
penso che il dovere di rispondere sia la chiave. Se hai un sistema in cui tutti
possono dire quel che vogliono, dovrai emergere e nessuno può essere obbligato
a fare qualcosa. È ovviamente stupido. Dovrai renderlo buonsenso. Ad esempio il
processo del consenso, Tutti ne parlano come se fosse un insieme complesso di
regole, come le Roberts Rules of Order [22], che si devono imporre. Ma si
sbagliano. L’idea è che nessuno dovrebbe essere costretto a fare qualcosa cui
si oppone violentemente. Se non hai i mezzi per far questo, qualsiasi cosa tu
faccia sarà un consenso perché dovrai ascoltare ciò che pensano gli altri, e
dovrai arrivare a una posizioni che nessuno trovi violentemente obiettabile, il
che è ciò che fondamentalmente è il consenso. Ma che cosa succede quando viene
detto: “Non abbiamo abbastanza tempo per ascoltare tutti”? Beh, allora dipende
dalla situazione. Se qualcosa deve essere fatto, allora va bene dire:
d’accordo, per le prossime tre ore Tizio è a capo. Non c’è nulla di sbagliato
in questo se tutti sono d’accordo. Oppure si improvvisa. Ma il consenso è la
modalità predefinita e tutto ciò in cui credo è accettare quel principio
fondamentale che se non si può costringere le persone a fare cose che non
vogliono o che considerano assolutamente sbagliate o idiote, allora si dovrà
sviluppare una struttura di ascolto delle persone. È la sola cosa su cui non
accetterei compromessi. Tutto il resto riguarda quale sia il modo più efficace
per fare questo. Ad esempio in Kurdistan sono in effetti venuti fuori con una
soluzione molto interessante e creativa a questo. Dicono che fanno una
distinzione tra questioni tecniche e questioni morali o politiche. E dicono che
nelle questioni tecniche si può procedere a maggioranza. «Ci riuniremo alle
quattro o alle cinque?» Si alzano le mani. Se si tratta di «Dovremmo essere
violenti o non violenti?», beh, allora si deve arrivare all'unanimità. E poi
naturalmente la questione è ovviamente chi decide qual è una questione morale e
quale una tecnica. Così qualcuno potrebbe dire: «Beh, la questione delle
quattro o delle cinque pesa sui disabili, ed è una questione morale». Cosic-
ché la cosa diventa un po’ una partita a calcio. Ci sono sempre cose da
discutere e punti di tensione. Ma ciò nonostante si può essere efficienti
quando si deve, ma si è efficienti nel caso di cose in cui l’efficienza è più
importante della posta in gioco. Una volta ti ho chiesto della burocrazia nei
circoli attivisti, se ne avevi mai vista. E mi hai detto che avresti
probabilmente potuto parlarne all’infinito. Ma se potessi giusto parlarmene ...
È esattamente ciò di cui sto parlando. Ora, quelli che non capiscono che questo
è un insieme di regole intorno alle quali si può improvvisare e trovare ciò che
è meglio per un particolare gruppo di persone e per una particolare cosa che si
sta cercando di fare, tenderanno ad agire come se tutto sia un insieme di
regole cui bisogna obbedire. E questo è così frustrante per me. 153 Spesso nel
movimento Occupy ho avuto a che fare con persone che erano con- vinte che io
fossi il tizio che pretendeva che ci fosse un manuale di regole sul consenso,
perché io aborro il consenso. Voglio dire, io non sono per l’unanimità
assoluta, per il consenso modificato. Deve sempre esserci qualcosa [incompren-
sibile] Ci sono sempre una o due persone matte o irragionevoli o qualcosa del
genere. Dunque tutto deve essere nell’ambito della ragione, compresa la ra-
gionevolezza. Ma ciò nonostante ci saranno alcuni che pensano che io sono il
tizio del manuale delle regole e altri che affermano che sono l’anarchico matto
contro tutte le re- gole, e forse questo dimostra che sto colpendo il punto
giusto nel mezzo. Ma sì, c'è una tendenza alla burocratizzazione strisciante e
ci sono diversi motivi per questo ... una delle cose che mi ha interessato
considerare nel libro è perché ciò accade. La lingua è un grande esempio di
questo. Da un lato le lingue cambiano in con- tinuazione. Non c’è lingua sulla
terra che sia la stessa di cent’anni fa. Perché? Beh, alle persone piace
trastullarsi. Tutti quelli che ... fanno le cose in modo leggermente diverse,
si divertono un po’ con questo. E gradualmente le cose ... non importa che uno
sia in Svezia o in Nuova Guinea o in Ecuador o in qualsiasi altro posto. Alla
gente piace divertirsi. Si trastulla con la lingua. Ma d’altro canto, se dici
alle persone che sbagliano, ti crederanno. Così se prendi un manuale di regole
su com'era la lingua nel 1910 e dici: «Guardate, guardate. Avete corrotto la
lingua», loro diranno: «Oh Dio mio, hai ragione. Insegnaci come parlare bene».
Useranno il gergo e batteranno la fiacca e verranno fuori con nuovi modi
divertenti di parlare e poi ti crederanno se dirai che non dovreb- bero fare
così. E in un certo modo questo è il dilemma fondamentale che rende possibile
la burocrazia. Dunque intendi dire, ad esempio, che il linguaggio è qualcosa
che cambia e se qualcuno si presenta a dire [incomprensibile] ... Ma le regole
cambiano in continuazione. Giusto. Pensi che semplicemente ci piace essere
dominati? Non so se è così. Voglio dire, alcuni ovviamente sì. A volte si
tratta di pigrizia; semplicemente non vogliono avere la responsabilità di dover
decidere in contin- uazione. Uno dei motivi per cui ci piace essere dominati è
perché in quel modo possiamo incolpare qualcun altro quando le cose vanno
storte. C’è un certo peso di responsabilità quando costantemente devo
partecipare a ... la persona che prende la decisione. Voglio dire, gli aspetti
del potere che sono piacevoli sono bilanciati dagli aspetti del potere che
fanno paura e per alcuni decisamente l’idea è che valga il rischio e godono le
parti piacevoli molto più di quanto siano spaventati da quelle pau- rose, e per
altri vale il contrario. E questa è una cosa che consente al potere di
emergere. Voglio dire, sento con grande forza che la partecipazione
obbligatoria alla democrazia diretta sia semplicemente tanto sbagliata quanto
non permettere alle persone 154CHAPTER 17. SIRIA, ANARCHISMO E ROJAVAINTERVISTA
CON DAVID GRAEBER, 2 Li di partecipare. In ogni esempio di democrazia riuscita
di lungo termine che conosco alcuni non si presentano. Solitamente, in realtà,
il quorum è forse un terzo delle persone in un kibbutz o qualcosa di simile.
Sono i fanatici della procedura. Sono i politici. Ma agiscono nella
consapevolezza che se fanno qualcosa che non piace alle per- sone, quelle si
presenteranno alla riunione successiva, indipendentemente da quanto siano state
pigre in precedenza. Così in un certo modo devono tenere ... avere presenti gli
interessi di tutti perché non hanno il diritto di rappresentarli. Da ZNetitaly
— Lo spirito della resistenza è vivo www.znetitaly.org Fonte:
https://zcomm.org/znetarticle/syria-anarchism-visiting-rojava/ Originale: The
Real Media traduzione di Giuseppe Volpe Chapter 18 Postfazione di Norma Santi
L’abolizione degli eserciti e l’autodifesa, le comuni e i consigli di quartiere
fanno parte del progetto rivoluzionario nel Rojava e, anche non trattandosi di
una rivoluzione anarchica, tuttavia ha in sé gli aspetti di una rivoluzione
sociale at- tualmente basata su una democrazia senza stato che ha costruito una
struttura autogestionaria dal basso comunalista e ecologica e che, soprattutto
non intende diventare rappresentativa come lo è invece, la democrazia creata
secondo il mod- ello statuale e neoliberale. Tutto ciò ha aperto un’altra
finestra sul mondo e ha rilanciato una sfida verso l’utopia per alcune
generazioni che, mettendosi in gioco, stanno cercando di arginare gli effetti
catastrofici del capitale e del patriarcato con la lotta, la soli- darietà,
l’azione diretta e stanno sostenendo il sistema confederato nel Rojava, in una
prospettiva libertaria, nelle regioni del kurdistan come in altre regioni del
mondo. Il Rojava, l'occidente, ha tolto tra l’altro un po’ di granelli di
polvere dal tavolo della memoria, non troppo lontana, dove sono conservati e
non archiviati alcuni racconti orali e scritti della Resistenza difficili da
redimere, nonostante l’impegno revisionista e negazionista di una parte della
nostra popolazione e, ancor di più, questa rivoluzione sociale ha attualizzato
il dibattito italiano aperto e mai con- cluso su cos'è lo stato, il capitale,
la nazione, la guerra di indipendenza nazionale e con un coraggioso volo
pindarico sta attraversando il tema del federalismo lib- ertario arricchito
oggi di altri saperi e accadimenti storici che hanno attraversato gli ultimi
due secoli. [23] La coalizione in alcune aree tra l’esercito usa e i partigiani
e le partigiane delle Unità di autodifesa del popolo e delle donne curde, sono
documentate, in diversi comunicati e interviste, in cui è spiegato che queste
alleanze, negli ultimi anni, sono state di tipo tattico e non strategico e che
questa temporaneità non avrebbe inciso sulla continuità dei principi della
rivoluzione sociale nel Rojava. Di fatto tale coalizione è venuta meno in
diverse situazioni e le Unità di autodifesa sono state le sole a difendere la
popolazione civile. 155 156 CHAPTER 18. POSTFAZIONE L'osservazione di alcuni
dati e le recenti traduzioni del libro di M. Bookchin e articoli letti in
relazione agli scritti di A. Ocalan, mi hanno fatto inciampare nella semantica
del lemma inglese radical una parola importante, che assume un significato più
grande quando parliamo di rivoluzione, sia essa socialista o comunista
libertaria o anarchica, sores, in curdo. L’attenzione si è posata sul dettaglio
che, nel XXI secolo in occidente, si è con- tinuato a parlare di radicale ma,
affinché questa definizione non sottintenda unicamente, un’interpretazione
edonistica liberale o banalmente progressista di livello marginale e astratta,
l'immaginario libertario, alternativo al sistema at- tuale, è sensibilmente
scivolato nella responsabilità di non escludere le cause che hanno determinato
alcuni effetti indesiderati, apparentemente non sostanziali e a tratti poco
raffinate, ma la cui considerazione aiuta a riflettere e tra queste il fatto
che, negli ultimi decenni, il passaggio a una società ipertecnologica ha reso
più facile ad alcuni esseri umani il superamento della fatica ma, coincidendo
tutto ciò con la diffusione e il controllo della massa attraverso la diffusione
di una cultura conformista e paternalistica, è evidente come la coscienza, per
molti e molte, si stia rivelando a tratti intorpidita e distratta dal regime,
dalle scelte del consumo e della rivalsa sociale. Negli ultimi decenni sono
state molte le iniziative radicali, a livello globale, pro- mosse per arginare
o contrastare la disgregazione sociale e rendere possibile la realizzazione di
una vivibilità alternativa sottratta alla sopraffazione dominante,
all’astrazione o alla temporaneità degli eventi di protesta e al
parrocchialismo, tuttavia è venuta meno la continuità e la creatività nella
lotta vissuta dal basso e realmente nel sociale per una meno spettacolarizzata
prospettiva libertaria per tutte e tutti. La frammentazione sociale in atto è
oltremodo incrementata dalla propaganda emergenziale e di pari passo si va
diffondendo la cultura della guerra di stampo neocoloniale, e nel nostro paese
ne sono un esempio, l’aumento negli ultimi anni, delle spese militari e delle
cosiddette “missioni di pace” in Africa e in altre re- gioni del mondo dove
protagonisti sono unicamente l’esercito e il profitto per i produttori di armi
mentre le fasce di povertà e le diseguaglianze sociali, nel nos- tro
territorio, si sono ampliate sempre di più e le scelte dei governi, che si sono
succedute, si sono rivelate tutt’altro che di ricerca di uguaglianza e
benessere per tutte e tutti [24]. I confini mutevoli degli stati nazioni, resi
variabili dalle guerre, le guerre civili, così come le alleanze bipolari degli
stati, meccanismo bellico del quale anche lo stato italiano è partecipe, sono stati
utili all’accumulazione delle ricchezze solo per alcuni, rendendo la variabile
geografica e demografica dell’emisfero terrestre ancor più irrispettosa della
dignità degli individui e delle comunità che sono mi- grate per secoli e,
mentre le guerre si vanno aggiungendo alle guerre, nel mese di aprile 2018,
anche lo stato francese ha calato la maschera dell’esportatore “democratico”
nascosto dietro le mentite spoglie pacificatrici dell’uguaglianza e della
fraternità e, inseguito al bombardamento e all’utilizzo di armi chimiche a
Douma in territorio siriano, il presidente della repubblica francese Macron, ha
affermato nel suo discorso: «Non abbiamo dichiarato guerra, difesi i nostri
valori». 157 Le dichiarazioni di Macron hanno posto l’accento semantico sul
vecchio lemma guerra, che nonostante il goffo tentativo del presidente di
dividerla in generi, pur considerando le diverse circostanze in cui la guerra
si esplica, sia essa di invasione o civile, interna o esterna, dichiarata o non
dichiarata, purtroppo la realtà concreta ha dimostrato che essa non ha subito
cambiamenti, sia nella forma che nella sostanza, poichè non risultano esistere
guerre “buone” e, a oggi, non risulta ci siano state invenzioni per migliorare
i suoi effetti cruenti contro la popolazione né che esistano nella realtà
eserciti, a qualsiasi genere di stato essi appartengano, che non abbiano
obiettivi di offensiva o di dominio, tantomeno risulta nella realtà che le
industrie delle armi, nelle diverse nazioni, abbiano abbandonato le finalità di
profitto o che gli stati abbiano rinunciato a investire nell’industria bellica.
Insomma la dichiarazione jupiterien di Macron sembra superare di soli quattro
centimetri, considerando de facto la differenza di statura tra i due, le parole
che il guerrafondaio Bonaparte usava per istigare il suo esercito: «C’est
l’argent qui fait la guerre» e monsieur le president sprofonda a piè pari nel
baratro proto- canonico di cui oltremodo è stato anche ufficialmente insignito.
Attualmente le vostre guerre, i nostri morti sono gli unici risultati dettati
dal vecchio gioco costruito sulle alleanze bipolari tra gli stati nazione,
compreso lo stato francese, che stanno continuando a intrecciare accordi e a
perpetuare i massacri in medioriente e lo stato turco secondo questo paradigma,
il 20 gennaio scorso con il suo esercito ha invaso Afrin, enclave curda
(Rojava) in territorio siriano, per un accordo tra la Turchia, la Russia e
l’Tran. L'esercito turco così ha bombardato per settimane Afrin e il 13
febbraio, quando Erdogan è arrivato in Italia, come se nulla stesse accadendo
in Turchia, è stato accolto dal papa in Vaticano, dal presidente della
repubblica Mattarella e dal capo di governo Gentiloni al fine di consolidare i
loro accordi economici e la città di Roma per 48 ore è stata blindata e è stata
dichiarata una green zone con l’interdizione per ogni tipo di manifestazione
[25]. Nonostante il sostegno di Erdogan allo Stato islamico, il petrolio
venduto dalle milizie del terrore allo stato turco e passato poi nelle mani di
imprenditori ital- iani (JETCO “Joint Economic and Trade Commission" e
SACE “Sezione per l'Assicurazione del Credito all’Esportazione”) e europei
(accordo UE-Turchia per i migranti), i suoi programmi di espansione stanno
continuando in accordo con l’alleanza saudita, approvati da usa, Russia e
dall’UE, con gli invii di armi anche italiane con la quale è stata bombardata
Afrin, cercando così di minare il cuore della rivoluzione sociale nel Rojava.
In genere togliere il velo dagli occhi aiuta a vedere meglio, a uscire
dall’indifferenza e con lo sguardo rivolto al presente e al sé, abbracciando
una visione solidaris- tica internazionalista, non si può che accogliere
l’invito e “restare umani”, molto diffuso negli ultimi anni, tuttavia nel fare
proprie queste parole, non si dovrebbe escludere o sottovalutare che, una parte
del genere umano, storicamente, non va sottraendosi dal farsi protagonista, nel
fascismo come in democrazia, dal farsi complice o essere indifferente alle
barbarie, dal farsi schiavo o fautore di strutture e apparati egemonici a
sostegno di una cultura gerarchica di dominio e sopraffazione, anche sulla
natura, e soprattutto non si può non tener conto 158 CHAPTER 18. POSTFAZIONE
soprattutto del fatto che, negli ultimi due secoli, lo sviluppo industriale,
non ha messo a disposizione i mezzi produttivi, organizzativi e comunicativi a
rutto il genere umano che vive sul pianeta così come nei singoli paesi
celebrati come “sviluppati”. Infatti, come alcuni dati sostengono, secondo
questo modello, solo lo 0,5% della popolazione su quasi 8 miliardi sta
detenendo la ricchezza globale, 40 milioni di persone, cioè sta utilizzando più
del 50% delle risorse e dei mezzi produttivi tecnologici e comunicativi
mondiali. Tenendo conto che tutto ciò sta avvenendo sfruttando il resto degli
altri esseri umani, la natura e tutte le sue specie animali e vegetali, c'è da
osservare poi che, tra questi 8 miliardi c’è un’altra percentuale, 800 milioni
di persone, che non sono ricche come lo 0,5% ma sono definite comunque privilegiate
rispetto al resto e vivono in Europa, Nord America e in alcuni paesi
dell’estremo oriente come il Giappone e la Corea del sud. Da questi dati si
evince che, mentre una consistente parte del genere umano è stato quasi del
tutto privato degli strumenti di conoscenza e sussistenza pri- maria, un’altra
parte del genere umano, definita privilegiata, possiede solo teori- camente una
piccola e media padronanza dei saperi, dei beni primari e di con- sumo [26].
Escludendo i ricchi che comprendono solo lo 0,5% ciò significa che, una parte
del genere umano, considerato privilegiato, a livello locale e globale, si
accontenta delle informazioni offerte, in termini di una presunta razionalità e
va inoltre mas- simizzando la sua soddisfazione e utilità, conforme
all’efficienza del mercato e va perseguendo i suoi desideri senza porsi la
domanda dell’utilità o inutilità, che si tratti di pane o escrementi,
l’importante è che si acquisti al prezzo migliore. A tutto ciò si aggiunge che
una parte della popolazione non è più interessata al valore del suo lavoro,
cioè non può concedersi di fare la differenza se si tratta di un’opera
effettivamente utile e di cura della persona, svilita e sottopagata dal sistema
come lavoro di merda o se si tratta di lavori completamente inutili e che non
hanno cioè alcun tipo di utilità pratica per il genere umano, come ad esempio i
lavori manageriali o di super visione, definiti bullshit jobs dal punto di
vista antropologico, sulla quale si basa buona parte del controllo dell’attuale
lavoro sfruttato, considerato da questo modello comunemente di prestigio, elo-
giato e ben pagato [27]. Tale smantellamento della ragione in nome di una
presunta rivalsa e “benessere” sociale si è protratto per tutto il XXI secolo
ed è avvenuto attraverso l’informazione e l'omologazione di massa, ha rotto gli
argini degli schermi, ha inondato gli spazi privati e, analizzando gli
strumenti della comunicazione mediatica di massa, è assai difficile oggi non
comprendere il motore di ricerca Google, una delle più importanti aziende
informatiche a livello globale, i suoi fatturati e come questi monopolizzino i
saperi e chissà che non stiano già influenzando l’agire e la consapevolezza di
alcuni umani, accompagnati per mano nel vicolo cieco della filosofia del «crescere
o morire». Per tutto il Novecento, durante il fascismo come in democrazia, la
classe piccola e media, che era venuta ad ampliarsi, per certi aspetti si è
rivelata, una gran di crescita in termini di denaro, politico, e sociale
aprendosi a un’era di relazioni fondata su un insieme di nazioni sul modello
dello stato nazione europeo e il 159 connesso controllo demografico delle masse
che è andata di pari passo alla mili- tarizzazione di corpi e luoghi. L’agire
di alcuni umani, positivo o negativo che sia, è stato utilizzato
nell’applicazione dell’egemonia esercitata da una parte della popolazione
sull’altra e sull'ambiente e l’organo o apparato anatomico, tra i più
significativi usati dal dominio statuale, è stata la sua mano militare con cui
ha cercato di cancellare da sempre qualsiasi tipo di dissenso e opposizione
sociale e la nazionalizzazione e il nazionalismo; il centralismo, la
globalizzazione e la razializzazione si sono rivelate, anche oggi, le vecchie
terapie adottate per mantenere la nota mentalità del profitto, dello
sfruttamento, della discriminazione, dell’ingiustizia e delle diseguaglianze
sociali e geografiche egemoniche su cui si tiene in piedi la macchina
“capitale”. Parlando della rivoluzione nel Rojava, osservandola in maniera
tridimensionale locale, è pressoché impossibile slegare gli attacchi contro di
essa dal contesto em- bolico del sistema globale e, allo stesso tempo e in
contemporanea, non vedere le relazioni con ciò che accade nelle altre regioni
del Kurdistan, Bashur, Bakur e Rojhelat, o ignorare la sua posizione nella
Mesopotamia nord orientale, che sia la terra tra il Tigri e Eufrate, o il fatto
che questa regione sia abitata in prevalenza dai curdi ma anche da altri popoli
quali gli assiri, gli arabi, i turcomanni, gli armeni, gli azeri, i ceceni, i
circassi e i tartari oppure non far caso e non riuscire a mettere a fuoco, con
i dati in possesso, che il medioriente è stato da sempre un’area strategica
politica e militare importante e accaparrarsene l'egemonia ha significato, per
gli stati nazione, pretenderne il controllo compreso quello delle risorse
energetiche e idriche. Non si può non osservare inoltre che i curdi sono circa
35 milioni e attualmente è il popolo più grande a vivere senza stato, e, nel
caos della guerra permanente, potrebbe essere utile considerare la rivoluzione
nel Rojava un progetto che si sta difendendo, il cui risultato è indefinibile
ma inequivocabile nella rielaborazione dei contenuti, nella partecipazione e
soprattutto nel tentativo di sviluppare dal basso la solidarietà
internazionalista per autodifendersi e soprattutto prendere atto che il Rojava
come una farfalla, con il battito delle sue ali dal basso, ha generato una
catena di movimenti di altre molecole fino a scatenarne delle altre più
complesse e caotiche, e con la sua modesta variazione di dati in ingresso sta
andando a ripercuotersi evidentemente sulla soluzione, in maniera esponenziale.
La presenza del pensiero anarchico oggi nel Rojava è da attribuirsi ai gesti e
alle rielaborazioni teoriche ma anche alle lotte e alle risorse libertarie ed è
la testimonianza della vitalità di un pensiero che nelle varie declinazioni si
è riv- elato storicamente disinteressato alla «presa del potere» o alla
creazione di un «contropotere», basti pensare alle esperienze comunarde e
autogestionarie nella rivoluzione spagnola del 1936, un pensiero che nella sua
rielaborazione libertaria non ha abbandonato l’utopia concreta di
un’autorganizzazione sociale dal basso, senza stato, governo, sfruttamento e
gerarchie, di un pensiero senza dogmi ed es- erciti, leaders o guru, un
pensiero ispirato alle esperienze e agli scritti di Bakunin e Malatesta,
Virginia Bolten, Louise Michel ed Emma Goldman, tanto per fare alcuni esempi,
le cui proposte e azioni sono state descritte, condivise, spiegate e giunte
utili alla nostra attualità. Negli anni Ottanta e Novanta la maggior parte
degli attivisti curdi erano ar- 160 CHAPTER 18. POSTFAZIONE restati e le donne
hanno svolto il lavoro di autorganizzazione dal basso, fino alla rielaborazione
della loro autodifesa e questi sono diventati oggi alcuni prin- cipi essenziali
per il Movimento delle donne libere curde attive sulle montagne di Qandil e nel
Rojava dove sono numerose le case delle donne e il loro nome ha ricordato
l’esperienza libertaria delle Mujeres Libres e attualmente stanno applicando il
principio della doppia carica, nelle comuni, nei consigli, nelle com- missioni
con la compresenza di un uomo e una donna e tutto ciò sta avvenendo nella
società civile e politica, dove la presenza delle donne è stata determinante.
[28] La filosofia di Ocalan e Cansiz in quegli anni hanno assunto un ruolo
decisivo e i loro metodi, per restituire dignità, alle donne sono diventati
basilari per la costruzione di una nuova società. La presenza attiva delle
donne nell’esperienza rivoluzionaria c’era sempre stata ma assicurare la loro
autorganizzazione ha fatto si che assumessero la responsabilità delle proprie
vite e, diventate capaci di prendere le proprie decisioni, hanno osservato e
teorizzato i modi in cui il sistema patriarcale di dominazione stava mantenendo
il suo potere dividendo e isolando le une dalle altre, gli uni dagli altri. Nel
Rojava è stato abbandonato il progetto di costruzione di uno stato e è venuta a
determinarsi una rielaborazione teorica di critica radicale al potere,
all’egemonia e alla gerarchia allontanandosi così dall’idea di costruire una
nazione e il paradigma denominato Confederalismo democratico, dove si
riconoscono i contributi sostanziali del pensiero socialista utopista,
comunista libertario e an- archico, è basato su una democrazia diretta di tipo
assembleare, a differenza del concetto occidentale di democrazia
rappresentativa, statuale, neoliberale e neocoloniale. L’analisi del movimento
di liberazione curdo si è allontanato dalla necessità dello stato tenendo conto
anche dell’analisi storica, sociologica e antropologica del suo territorio
uscendo dalla centralità del materialismo storico che aveva le sue radici
nell’industrializzazione sviluppatasi nell'Europa dell’ottocento e quindi quasi
del tutto estranea all’organizzazione economica e sociale che aveva
caratterizzato quei popoli e quella regione nel corso dei secoli. Importante
per il movimento di liberazione curdo è stato il ruolo del partito dei
lavoratori del kurdistan, di A. Ocalan e Sakine Cansiz, un’organizzazione con
la struttura gerarchica marxista leninista del partito che, nei primi anni di
costituzione scelse la strada della lotta armata e dell’avanguardismo, una
forma centralizzata legata a forme classiche di liberazione nazionale,
abbandonata in seguito intorno al 2000. Le donne curde inoltre hanno
riconfigurato la loro etica ed estetica ridefinendo i loro valori in contrasto
con la cultura patriarcale e riconfigurando la loro arte e cultura e si sono fatte
promotrici di una loro ricerca la Jineologia (Ji in curdo significa donna), che
sta arricchendo di contenuti, dati e riflessioni la scienza dal punto di vista
della schiavitù antiegemonica. I comitati delle donne solidali alle curde si
stanno autorganizzando anche in Italia e nel resto d’Europa per portare la
solidarietà ma anche per condividere forme e contenuti della rivoluzione in
atto nel Rojava in tutto il territorio del kurdistan e nei paesi vicini, e
questo sta influenzando il pensiero femminista 161 ortodosso per le sue
rielaborazioni antigerarchiche e anticapitaliste. Per quanto riguarda
l’economia nel Rojava la chiusura della frontiera nel 2012 dello stato turco ai
commerci, attraverso l’embargo sostenuto dal re e la chiusura al mercato
internazionale, ha permesso alle autoproduzioni locali di svilupparsi
attraverso le cooperative per una economia comunalista integrando le strutture
tradizionali in una nuova e alternativa economia sociale. Tale sistema è nato
dalle analisi dei dibattiti nel Tev dem basato su un sistema partecipativo,
soste- nendo le risorse naturali che ha come obbiettivo la società. Il progetto
di un sistema economico, politico e sociale basato sul comunalismo e
municipalismo ha visto il determinarsi di fatto di un’organizzazione sociale
non più piramidale di tipo gerarchica dove la base è costituita da un sistema
assembleare e fino ai più grandi villaggi l'economia è basata sull’agricoltura
nelle zone pianeggianti e sulla pastorizia nelle colline. Le terre, che erano
dello stato sotto il regime siriano, sono passate alle comuni che le hanno
distribuite alla cooperative agricole. Un sistema di cooperative è stato creato
anche nelle città e quindi la produzione locale è decentralizzata e ci sono
cooperative gestite solo da donne. Il controllo della produzione è affidato
alle comuni, sulle quali si basa il sistema consiliare del MGRK. Il Contratto
sociale insieme alla dichiarazione di autonomia della Federazione Democratica
della Siria del nord nel mese di marzo 2014, è stato il risul tato di 50
organizzazioni e partiti radunate insieme che hanno disconosciuto lo
stato-nazione e il regime centralizzato, e riconosciuta l’uguaglianza di
genere, l’ecologia sociale e non hanno attribuito una particolare supremazia ai
curdi rispetto agli altri popoli. Il clamore della resistenza nel Rojava ha
raggiunto i paesi vicini e oltre dunque non solo per l’autodifesa dallo stato
islamico ma per la caparbietà del popolo curdo e dei popoli che vivono in
queste regioni a non sottomettersi alla strategia delle superpotenze
neocoloniali e capitaliste neoliberiste le cui spartizioni hanno legalizzato e
sancito un genocidio, sostenuto e strumentalizzato per tutto il nove- cento,
durante e dopo la prima e seconda guerra mondiale, la guerra fredda, la guerra
del golfo e le attuali guerre neocoloniali. L’antimilitarismo e l’abolizione
degli eserciti secondo il modello statalista è sp- iegato oggi nel Rojava con
la teoria della rosa basata sul concetto di legittima autodifesa. Senza essere
militarista, la società si sta astenendo dall’imitare i concetti statuali di
forza, interiorizzando l’etica dell'amore per la comunità pi- uttosto che fare
affidamento, come stanno facendo gli eserciti statuali, sulle leggi applicate
dallo stato capitalista e dal suo apparato di polizia. Come le rose con le
spine hanno sviluppato i loro sistemi di autodifesa non per attaccare ma per
proteggere la vita così l’autodifesa sta lottando contro il sistema patriarcale
militarista ma anche per creare insieme un sistema alternativo per una vita au-
todeterminata più giusta e più libera per tutte e tutti. I saggi di questa
antologia narrano alcune testimonianze, esperienze maturate, suggestioni e
frammenti di vita di comunità e individualità che hanno dato il loro contributo
al dibattito aperto negli ultimi anni in merito alle scelte sociali e politiche
libertarie attualmente operate in Kurdistan. Uscendo dai confini esclusivamente
teorici e critici dello spettatore domestico gli 162 CHAPTER 18. POSTFAZIONE
autori e autrici di questa antologia si sono confrontati senza dogmi e
pregiudizi con le esperienze rivoluzionarie sociali e radicali dal basso,
scevre dal timore di toccare e mostrare le contraddizioni e i limiti
appartenenti alla vita reale, nel cammino per l’autodeterminazione e l'emancipazione
sociale, politica, econom- ica ed etica. È un’antologia che include
osservazioni, saperi e riflessioni, sudore e bellezza, rabbia e amore. Il
nativo digitale ha superato la soglia della tastiera e ha sciolto la struttura
unicamente nozionistica e riappropriandosi del corpo ha ripreso vitalità con la
responsabilità dei risultati raggiunti e degli errori, delle vittorie e delle
sconfitte, includendo entusiasmo e delusioni e ha usato il media della tastiera
per trasmet- tere la ricerca, per comprendere attraverso l’approfondimento e la
verifica dei dati concreti o delle fonti e, aprendosi alla realtà, è uscito
dallo stato ipnotico dell’indifferenza e dell’illusione liberale omologativa,
attraversando le pareti de- boli e transcalari della segregazione abitativa. Il
libro/oggetto in genere è il prodotto di ricerca e assemblaggio di fonti recu-
perate e vissute da altri, in altre circostanze, epoche e luoghi. Altro metodo
è attraversare l’argomento e portare un contributo all’analiticità associativa
della ricerca e al dibattito dialettico senza aspettative di conferme
identitarie. Nella trama non ci sono tutte le realtà e le emozioni che hanno
accompagnato le cronache e le analisi anarchiche prodotte fino a oggi, tuttavia
gli articoli, le conversazioni e le testimonianze raccolte in questo libro
hanno dipinto un pae- saggio dove la rivoluzione sociale nel Rojava oggi è un
villaggio in memoria del futuro, lo scrigno beffardo in cui è racchiusa la
sfida libertaria disillusa di avere in tasca le soluzioni per una vittoria.
Bibliography [1] [2] 13] [4] [5] [6] D. Graeber, Perché il mondo sta ignorando
I rivoluzionari curdi?, trad. it. in Rojava, Una democrazia senza stato, a cura
di D. Dirik et al., Milano, Eleuthera, 2017. Dilar Dirik sottolinea la forza
attrattiva della rivoluzione curda (Rojava: il coraggio di immaginare), mentre
Bill Weinberg evoca ad- dirittura il No pasaran! spagnolo (La rivoluzione
curda: elementi anarchici e sfida solidale, entrambi ivi, p. 170 e p. 77). Cfr.
R. Yassin-Kassab, L. AT-SHAMI, Burning Country. Syrians in Revo- lution and
War, London, Pluto Press, 2016; M. Knapp, A. Flach, E. Ay- boga, Revolution in
Rojava, London, Pluto Press, 2016; L. Declich, Siria, la rivoluzione rimossa,
Roma, Alegre, 2017; CollettIvo IDRISI, Prima che parli il fucile. Omar Aziz e
la rivoluzione siriana, a cura di Lorenzo Declich e Caterina Pinto, Messina,
Mesogea, 2017. David Levi Strauss sostiene che Ocalan abbia letto in carcere
«gli scritti del subcomandante Marcos», oltre Bookchin, Foucault, Clastres, Anderson
Benjamin, Walletstein, Braudel e di altri autori (Rojava. Una democrazia senza
stato, cit., p. 63). Cfr. J. Tawfik Mustafa, Kurdi. Il dramma di un popolo e la
comunità internazionale, Pisa, BFS, 1994. Cfr, J. Biehl, Bookchin, Ocalcan, and the dialectics
of democracy, «New compass». 16 febbraio 2012; Impressions from Rojava, 15
dicembre 2014; Thoughts on Rojava. An Interview with Janet Biehl, «ROAR
Magazine», January 13, 2016; Una giustizia dal basso, in Rojava. Una democrazia senza stato, cit. Un confronto
tra il municipalismo libertario di Bookchin e il confederalismo democratico è
rintracciabile in R. Taylor , Revolucion social en el Kurdistan, «Tierra y
libertad», n. 316, noviembre 2014. Mi sia consentito infine rinviare a S.
Vaccaro, Communalism e la terza rivoluzione , Prefazione a M. Bookchin ,
Democrazia diretta, Milano, Eleuthera, 2015; Uno stimolatore di riflessioni, in
Dossier Bookchin, «A rivista anarchica», n. 413, febbraio 2017. Il che non
impedisca a Peter Lamborn Wilson di considerare Ocalan «un anti-autoritario
fautore della democrazia diretta radicale» (Abdullah Ocalan, in Rojava. Una
democrazia senza stato, cit, p. 98) 163 164 7] [8] [9] [10] [11] [12] [13] [14]
[15] [16] [17] [18] [19] [20] [21] BIBLIOGRAPHY Cfr. le ambivalenti considerazioni
di Evren Kocabicak nell’intervista con- cessa a lsyandan.org (Rojava. Una
dmeocrazia senza stato, cit., pp. 143- 154). Il lato cattivo, «Questione
curda», Stato Islamico, USA e dintorni, http://illatocattivo.blogspot.it /.
BECKY, A REVOLUTION IN DAILY LIFE, http://peaceinkurdistancampaign.com. Le
citazioni virglettate sono tratte dal Contratto sociale del Rojava. Il Lato
Cattivo, «Questione curda», Stato Islamico, USA e dintorni, cit. Eclissi
relativa delle disparità sociali, poiché i curdi più ricchi si sono dis-
pensati dal partecipare all’auto-amministrazione dei campi rifugiandosi in
paesi dove le condizioni sono più confortevoli. Z. Baher, «Vers l’autogestion au
Rojava?», Ou en est la revolution Rojava?, n. 1, luglio-novembre 2014, p. 21;
https://www.infokiosques.net /. ZAD
(zone a defendre): neologismo militante che sta ad indicare l’occupazione di
un’area (solitamente a cielo aperto) volta ad impedire la realizzazione di un
progetto di devastazione del territorio. In particolare, si designano in questo
modo le occupazioni di terreni presso Notre-Dame-des- Landes, nei dintorni di
Nantes, dove dovrebbe sorgere un nuovo aeroporto (ndt). E. De La Boétie,
Discorso sulla servitù volontaria, Milano, Chiarelettere, 2011, p. 20. R. Vanegeim, The revolution of
Everyday Life, Rebel Press, London, 1994. P. J. Proudhon, Oeyvres completes
de P.J. Proudhon, Paris, A. Lacroix, Verboeckhoven & Cle, 1867-1870. Il recupero è un concetto elaborato dai
Situazionisti per descrivere il pro- cesso in cui le idee e strategie che un
tempo erano funzionali ad una agenda rivoluzionaria, sono riappropriate dal
capitale e dallo stato per conservare lo status quo. A. Ocalan, Democratic
Confederalism, Transmedia Publ., Londra-Colonia, 2011 P.Z. Simons, The
Organization’s New Clothes, in Black Eye: Pathogenic and Perverse, Ardent
Press, Berkeley, 2015. F. Pi y Margall, La reacciòn y la revoluciòn: estudios politicos y
sociales, Barcelona, Anthropos, Editorial de l’hombre, 1982, (Reaction and
revolu- tion, in Anarchism. A Documentary History of Libertarian Ideas, vol. 1, Montreal. Black Rose
Books, 2015). BIBLIOGRAPHY 165
[22] [23] [24] Le Robert’s Rules of Order costituiscono uno schema standard di
facil itazione dei processi deliberativi e decisionali collettivi, che assumono
i diritti della maggioranza e della minoranza, dei singoli individui, nonché degli
eventuali assenti, usati prevalentemente nelle procedure parlamentari americane
(NdC). Workers Solidarity Movement, Turkey, Ankara: report of funeral of
Anarcho-syndicalist Alì Kitarci, ottobre 2015, wsm.ie — R. Zibechi ha
paragonato la rivoluzione nel Rojava al grido di Buenaventura Durruti nella
difesa di Madrid; «Portiamo dentro di noi un mondo nuovo; e quel mondo sta
crescendo in questo stesso istante» (Una pratica di lotta e organizzazione,
«Umanità nova», 6 marzo 2016) - DEVRIMCI ANAR- SIST FAALIYET IL KOBANE UZERINE
ROPORTAJ, Dehaklara Karsi Kawayiz, Report di AZIONE ANARCHICA RIVOLUZIONARIA
(DAF) dal titolo Contro le divinità del 22 ottobre 2014, meydangazetesi.org —
ID., Siamo tutti Kawa contro Dehak, settembre 2014, pubblicato in ital iano su
«Umanità nova», 10 ottobre 2014 - D. GRAEBER, No, questa è un’autentica
rivoluzione, in D, Dirik ET AL., Rojava. Una democrazia senza stato, Milano,
Elèuthera, 2017, p. 95, intervistato da Pinar Ogiing, Graeber afferma che «nel
Rojava è un’autentica rivoluzione»,pag 95 — M. Israet, membro dell’TWW di
Sacramento (usa), morto il 24 novembre 2016 in seguito a un attacco aereo turco
nei pressi di Manbij, nel suo profilo facebook afferma, il 10/agosto 2016 che
«la lotta del Rojava è il movi mento rivoluzionario più dinamico e
rivoluzionario del nostro tempo» — D. GRAEBER, Pensando la Resistenza:
distruggendo le burocrazie (trad. in italiano dal video del 14-15-16 aprile
2017, Università di Amburgo Au- dimax) nella terza conferenza ha affermato che
«Ia rivoluzione nel Rojava è probabilmente la cosa più importante che accade su
questo pianeta dalla Spagna del 1930. Questa è una magnifica opportunità e la
rivoluzione nel Rojava è ormai durata più a lungo della rivoluzione spagnola» —
Tev Dem ECONOMIC COMMITTEE, The experience of cooperative Societes in Ro- java,
www.libcom.org, gennaio 2016 -M. KNAPP, A. Flach, E. Ayboga, Revolution in
Rojava, London, Pluto Press, 2016 — L. D Lembo, Il feder- alismo libertario e
anarchico in Italia: del Risorgimento alla seconda Guerra Mondiale, Livorno,
Sempre avanti, 1994. A. Ocalan, Bir Halki Savunmak, 2004, traduzione in
italiano Oltre lo stato, il potere e la violenza. Scritti dal carcere, Milano,
Punto Rosso, 2016 — J. Biehl, Bookchin, Ocalan, and the Dialectics of
Democracy, May 24, 2017, workshop for international study, critical analysis
for collective action — Id., Bookchin, Ocalan, and the The following speech was
delivered at the “Challenging Capitalist Modernity: Alternative concepts and
the Kurdish Question’ conferenza in Amburgo, febbraio 3-5, 2012 — S. Vaccaro,
Non mi- tizziamo Bookchin, Volontà», aprile-giugno 1986 — M. Bookchin, Per una
società ecologica, Milano, Elèuthera, 1989 — Id., La prossima rivoluzione. Dalle assemblee popolari alla democrazia
diretta, Pisa, BES, 2018, «leftists e radicals due termini che non è sempre
possibile tradurre in italiano», p. 166 [25] BIBLIOGRAPHY 19 — S. Varengo La
rivoluzione ecologica, Milano, Zero în condotta, 2007- E. Castanò, Ecologia e
potere, Milano, Mimesis, 2011 — M. Foucautt, Le parole e le cose:
un’archeologia delle scienze umane, Milano, Rizzoli, 1967, pp. 310-311, «Le
lingue, sapere imperfetto, costituiscono la memoria fedele del suo perfezionarsi»
p.103—Id., Nascita della biopolitica. Corso al Collège de France (1978-1 979),
a cura di M. Senellart, Milano, Feltrinelli, 2005. pp. 47-48. In queste pagine
Foucault apre anche una parentesi a proposito del radicalismo inglese,
datandone la nascita tra la fine del XVII e l’inizio del XVIII secolo. Il
termine radicale si riferiva a coloro che volevano far valere i propri diritti
— originari (quelli dei popoli anglosassoni prima dell’invasione normanna)
contro gli abusi di potere reali o possibili del sovrano. Il filosofo continua
dicendo che allo stato attuale la parola radicale si è caricata di una nuova
valenza stando a indicare l’opposizione alla governamentalità in nome della sua
utilità o inutilità. MILEZ, Le spese militari nella 17 legislatura, —www.milex
org/2018/03/28/spesemilitari=17legislatura . Campagna d’Africa, «Left», maggio
2018. Defense Technical Information Center, RTO Technical report 71, Research
and technology organisation, Urban Operations in the year 2020 (Operations en
zone urbaine en l’an 2020) - April 2003; è il rapporto finale del gruppo di
studio sas-030 nelle operazioni urbane nell’anno 2020. In questo studio vengono
fornite raccomandazioni a RTA e NATO ed esaminato il futuro ambiente urbano,
sottolineando la crescente importanza delle operazioni urbane e le capacità
derivate necessarie a livello operativo per operare con successo in tale
ambiente Nello studio è stata analizzata la struttura concettuale usect
(Understand Shape, Engage, Consolidate, Transition) e sono stati sviluppati e
selezionati concetti operativi futuri e più tradizionali. Sulla base delle
capacità a livello Operativo, sono stati sviluppati nuovi concetti dì sistema e
queste soluzioni materiali sono state analizzate durante un Wargame sul
Seminario Urbano in cui sono state esaminate anche soluzioni non materiali.
Durante lo studio la valutazione estesa è stata utile per determinare i
concetti di sistema più promettenti e altre soluzioni, www.rto.nato.int —
sipri, ‘(Stockholm International peace research institute) Trends in world
military expenditure, 2017, Relazione stilata nel 2017 è affermato che il
settore militare italiano sviluppa un volume di ricavi pari a circa 15 miliardi
e impiega almeno 40.000 addetti. Più dell’80% del fatturato viene realizzato da
Finmeccanica S.p.A, holding industriale controllata al 30,2% dallo stato
attraverso il ministero dell'Economia e posizionata nella classifica 2011,
all’ottavo posto fra le più grandi società produttrici di armamenti nel mondo,
www.sipri.org — D. PHILIPS, Research paper: Isìs-Turkey Links, Columbia
University, New York, 2014; è un’indagine svolta alla Columbia University dagli
Stati Uniti, dall’Europa e dalla Turchia dove è descritto nei dettagli come il
governo turco ha fornito all’isis: cooperazione militare, armi, supporto
logistico, assistenza finanziaria e servizi medici. È tratta da
www.humanrightscolumbia.org/publications /research-paper-isis-turkey-
BIBLIOGRAPHY 167 [26] links— L. Longo, Come Colpire il petrolio per fermare
l’isis. Secondo questa relazione, pubblicata sul MIT Technology Review nel
2015, la voce maggiore del “Prodotto interno lordo” dello stato islamico è
stata la vendita di petrolio che sta passando attraverso i confini con Turchia
e Giordania a prezzi minori di quelli di mercato, 2015 — “Global action for
Kobane on 1 November”, ottobre 2014 — N. Chomsky, Vergognosa l’Europa su Siria
e Turchia, «L’insoddisfazione verso le istituzioni negli usa è estesa. L’unica
istituzione che sembra essere sempre rispettata è quella militare» ha dichiarato
Noam Chomsky a Virginia Tofani il 15.09.2016. Noam Chomsky fu ospite del
convegno «Dice2016» organizzato dall'Università di Pisa e il Comune di Rosi-
gnano «Spacetime-Matter- Quantum Mechanics», www.ilmanifesto.it, 4 novembre
2018 — Another attack repelled in Afrin, www.anfenglish.org 20 january 2018 —
AA. Du Buisson, A geopolitical primer on the Afrin Crisis, A, january 2018,
www.theregion.org — Id., A blood-soaked olive: what is the situation in Afrin
today, october 2018, www.theregion.org Turchia -A Istanbul prima riunione
Jetco, www.esteri.it, febbraio 2017 — Erdogan not welcome),
www.umanitanova,org, 5 febbraio 2018 — ZEROCALCARE, Questo è un paese dove per
farti ascoltare devi farti spaccare la testa in piazza, novembre 2017,
intervista per www.radiocittàdelcapo.it Bologna — Protest against Turkish
invasion of Afrin on Labour Day in Europe, www.anfenglish.org, maggio 2018 —
Statement IWW - Anna Campbell - Rest in Power Fellow Worker 19th March 2018,
Anna Campbell, «O andrò a casa e abbandonerò la vita come rivoluzionaria o mi
manderai ad Afrin. Ma non lascerei mai la rivoluzione, quindi andrò ad Afrin»
aveva detto Anna Campbell quando la Turchia e le forze armate turche hanno
lanciato un assalto alla città di Afrin. Anna trascorse i suoi primi mesi nel
paese combattendo nelle Unità di autodifesa delle donne (YPJ) a Deir ez-Zor,
l’ultima roccaforte dell’isis. Femminista ed ecologista è stata una delle
pricipali organizzatrici del gruppo IWOC dell’TWW, essendo anche coinvolta con
il collettivo Empty Cages, Smash IPP e Bristol ABC, www.iww.org.uk ANSA, Davos:
Oxfam, 1% Paperoni come 99% mondo, www.ansa.it, 22 gennaio 2018 - ISTAT,
Documenti con tag: disuguaglianza, la vita delle donne e degli uomini in europa
- Un ritratto statistico, www.istat.it, ottobre 2018 — Id., La povertà in
Italia, giugno 2018; Indagine su reddito e condizioni di vita (EU-SILC), aprile
2018; Con- dizioni di vita, reddito e carico fiscale delle famiglie, dicembre
2017; Disuguaglianze , distribuzione della ricchezza e delle risorse
finanziarie, luglio 2017, www.istat.it - G. Di Francesco, M. AMENDOLA, S. MT-
NEO, low skilled in Italia, Evidenze dall’indagine Piaac sulle compe- tenze
degli adulti, Osservatorio Isfol, vi (2016), n. 1-2, pp. 53-67 Isfol OA,
www.isfoloa.isfol.it /handle/123456789/1262; anche Tullio De Mauro, nel 2011,
considerando alcuni dati pubblicò varie interviste in merito all’analfabetismo
di ritorno in Italia e non solo - D.M, Gotp, Review: Noam 168 [27] [28]
BIBLIOGRAPHY Chomsky Focuses on Financial Inequality, in Requiem for the
American Dream, «New York Times», gennaio 2016; R. ZisecHI, Le nuove frontiere
della società estrattivista, http://comune-info.net /2016/10/lestrattivismo-
come-cultura, 31 ottobre 2016. Graeber, Bullshit jobs. A theory, Milano, Garzanti,
2018 — S. Boni, Homo confort. Il superamento tecnologico della fatica e le sue
con- seguenze, Milano, Eléuthera, 2014 — E Galimberti, Nobel per l'economia a
Richard Thaler, studioso delle scelte (da correggere) dei risparmiatori, «Il
Sole 24 Ore», 9 ottobre 2017 — M. Lieberman, The Digital-Native debate,
www.insidehighered.com/digital-learning/article/2017/08/09/are-
digital-natives-more-tech-savvy-their-older-instructors — M. PRENSKY, La mente
aumentata. Dai nativi digitali alla saggezza digitale, Trento, Er- ickson,
2013; S. Cansiz, Tutta la mia vita è stata una lotta, vol. n1, gennaio 2018,
Neuss (D), Mezopotamia Verlag; E. Vega, Pioniere e rivoluzionarie. Donne anar-
chiche in Spagna (1931-1975), Milano, Zero in condotta, 2017 — M. Knapp, A.
FLACH, E. AYBOGA, Revolution in Rojava, cit. - M, Cicek, Terra de Nadie.
Perspectivas feministas sobre la indipendencia, Gatamaula, Pollen Edicions,
2018; D. Dirik, Kurdish women radical self-defence: armed and political,
www.internationalistcommune.com, july 2015. — Wozrer weav- ing in the future,
Conferenza Francoforte 6/7 ottobre 2018 — Nadia Mu- rad e Denis Mukvege,
Parliamo di stupri di guerra, Conferenza, Casa in- ternazionale delle donne,
Roma, 26 ottobre 2018 A.P. Platonov, Da un villaggio in memoria del futuro,
Roma, Theoria, 1990Nome compiuto: Salvatore Vaccaro. Salvo Vaccaro. Vaccaro. Keywords:
congiunzione e disgiunzione. Per H. P. Grice’s Play-Group, The Swimming-Pool
Library, Villa Speranza.
Luigi Speranza -- GRICE ITALO; ossia Grice e Vailati: la ragione
conversazionale e l’implicatura conversazionale della semantica filosofica di
Peano– la scuola di Crema – filosofia lombarda -- filosofia italiana – Luigi
Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Crema). Abstract.
Keywords: formalists and neo-traditionalists. Grice: Why Vailati, in a
typically Italian fashion, does not QUITE fit!” -- The phrase ‘Grice italo’ is
meant as provocative. An Old-World philosopher like Valiati would never have
imagined to be compared to a tutor at a varsity in one of the British Isles,
but there you are! It is meant as a geo-political reminder, too. Many Italian
philosophers have been educated in a tradition that would make little sense of
Valiati as a ‘Grice italo,’ but there you are. My note is meant as a tribute to
both philosophers. Grie has been deemed an extremely original philosopher, and
by Oxford canons he certainly was. He was the primus inter pares at the Play
Group, the epitome of ordinary-language philosophy throughout most of the
twentieth century. His heritage remains. Valiati’s place in the history of
philosophy is other. But there are connections, and here they are. Filosofo lombardo.
Filosofo italiano. Crema, Cremona, Lombardia. Essential Italian philosopher. an
important figure in the history of formal semantics, influenced by PEANO, who
in turn influenced Whitehead and Russell, and thus Grice. V.
è, per certi aspetti, una figura anomala nel panorama della filosofia italiana.
Matematico, allievo di Peano, aderisce a una forma di pragmatismo sovente
caratterizzata come ‘pragmatismo logico’, che si ispira al pensiero del
filosofo Peirce. Pensatore asistematico, V. è stato assimilato a Socrate per la
capacità di dialogare con i principali protagonisti della cultura
internazionale. Fautore di una filosofia che si deve sviluppare in stretto
rapporto con la scienza, ritene essenziale che anche le discipline scientifiche
dovessero tener conto della storia del pensiero scientifico. Dopo avere
studiato a Monza e a Lodi presso Istituti dei padri barnabiti, s’iscrive alla
facoltà di Matematica dell’Università di Torino. Pur laureandosi in ingegneria
e matematica, coltiva una straordinaria quantità d’interessi che vanno dalla
filosofia alla storia della scienza, dalla psicologia alla pedagogia e
all’economia. Su proposta di Peano, diventa assistente di calcolo
infinitesimale presso Torino e viene nominato assistente di geometria
proiettiva e quindi assistente onorario di Volterra. Tiene corsi liberi di
storia della meccanica, poi abbandona l’università per entrare nella scuola
secondaria. Le ragioni di questa scelta sono probabilmente molteplici:
desiderio d’indipendenza, consapevolezza delle difficoltà intrinseche al
conseguimento di un posto di ruolo all’università, ma soprattutto la presa di
coscienza di possedere un temperamento che mal si adatta ad applicarsi
esclusivamente allo studio di un’unica disciplina. Così, sebbene continui a
insegnare matematica nei licei -- prima a Pinerolo e poi a Siracusa -- e negli
istituti tecnici -- a Bari, a Como e, infine, a Firenze --, si applica con
sempre maggiore intensità a coltivare la filosofia, che diverrà ben presto un
interesse totalizzante. Si può dire, infatti, che le sue incursioni in altri
settori della cultura -- per es., economia e psicologia -- hanno tutte
l’impronta di una personale riflessione filosofica. In Sicilia, V. conosce Brentano, con il
quale, in seguito, si mantene in rapporto epistolare, mentre a Firenze incontra
Papini e Prezzolini, allora direttori della rivista «Leonardo», ai quali si
legherà di sincera amicizia. Inizia a collaborare al «Leonardo», e continua a
pubblicare su riviste accademiche dei più svariati settori disciplinari. Il suo
trasferimento all’Istituto tecnico Galileo Galilei di Firenze coincide con un
incarico presso l’Accademia dei Lincei di Roma per curare l’edizione nazionale
delle opere di Torricelli. È nominato membro della Commissione Reale per la
riforma delle scuole medie e ciò lo impegna a trasferirsi a Roma. A un convegno
di psicologia che si tiene a Monaco di Baviera, conosce Calderoni, con il quale
inizia un sodalizio che lo porterà a scrivere insieme i primi due capitoli di
un saggio sul pragmatismo rimasto incompiuto -- con l’aggiunta postuma di un
terzo capitolo portato a termine da Calderoni. Mentre si trova a Firenze, si
ammala. Successivamente, si reca a Roma, dove spera di rimettersi, ma la
malattia si aggrava e lo porta alla morte. Nel corso della sua vita, V.
partecipa a numerosi congressi in Europa, mantenendo rapporti epistolari con
alcuni dei principali filosofi e scienziati del tempo e sviluppando una
corrispondenza di mole ragguardevole -- Epistolario, a cura di Lanaro. Scrive
soltanto saggi e recensioni, che pubblica soprattutto in riviste e che, nella
quasi totalità, sono raccolti in un volume postumo edito a cura di Calderoni,
Ricci e Vacca -- Scritti. La stampa fu resa possibile da una sottoscrizione
internazionale, alla quale aderirono numerose personalità come Brentano, Duhem,
Enriques, James, Mach, Russell, oltre a Croce e Gentile. V. si distacca dalla
maggior parte dei filosofi suoi contemporanei per alcuni tratti peculiari,
primo fra tutti l’uso di una lingua italiana terso ed essenziale, che rifugge
da qualsiasi orpello retorico. Egli ha, inoltre, un’idea estremamente moderna
del lavoro filosofico, inteso come un’attività di analisi concettuale che
attribuisce grande rilievo alla lingua italiana e che si sviluppa in stretto
rapporto con i risultati della ricerca scientifica. La conoscenza come attività costruttiva Una
delle caratteristiche salienti della proposta filosofica di V. consiste
nell’intento di valorizzare le «attività costruttrici e anticipatrici
dell’intelletto umano rispetto a quelle puramente ricettive e, per così dire,
classificatorie -- Scritti. Ciò è in accordo con la prospettiva d’ispirazione
pragmatista, che egli mutua, in gran parte, dai filosofi Peirce e James. Sulla
scorta di Peirce, anche V. riconduce a Berkeley l’idea guida del
pragmatismo: Come è noto, Berkeley mostra,
o cerca di mostrare, che quando noi diciamo, per esempio, “il tale oggetto
esiste” noi non intendiamo dire, né possiamo intendere di dire, in ultima
analisi, se non questo: che, se noi, o degl’esseri simili a noi, si trovassero
in determinate circostanze, essi proverebbero determinate esperienze o
sensazioni. In altre parole, che tanto il termine “realtà”, come gli altri
analoghi “sostanza”, “materia”, ecc., non indicano che determinate “possibilità
di sensazioni” -- Scritti filosofici, a cura di G. Lanaro. In quest’idea di Berkeley, osserva V., a
Peirce sembra di riconoscere l’esemplificazione di un procedimento più
generale, caratterizzabile nei termini seguenti. Il solo mezzo di determinare e
chiarire il senso di una asserzione consiste nell’indicare quali esperienze
particolari si intenda con essa affermare che si produrranno, o si
produrrebbero date certe circostanze. Le
esperienze in questione non devono essere intese nel senso di una dipendenza
attuale dalle nostre azioni. Può trattarsi – Grice, “Negation and privation,”
“Personal identity” -- anche di una dipendenza puramente “virtuale”, atta a
diventare attuale solo nel caso che si verifichino certe condizioni, il cui
verificarsi potrebbe anche non dipendere dalla nostra volontà. L’adesione al principio metodico richiamato
da Peirce implica, secondo V., una revisione del concetto di proprietà. Di
solito, quando ci riferiamo agli ‘oggetti’ che incontriamo nella nostra
esperienza, li pensiamo come qualcosa di statico, determinato da
caratteristiche stabili, che sono chiamate, appunto, proprietà. La parola proprietà,
tuttavia, è soltanto un nome per indicare la nostra aspettativa in base alla
quale l’oggetto, che diciamo possedere una determinata proprietà, si comporta
nella tale o tal altra guisa determinata, allorquando sia assoggettato a date
manipolazioni -- in senso largo. Epistolario. Così, rappresentarsi le proprietà
possedute da un corpo, non equivale a rappresentarsi dei fatti presenti, bensì
dei fatti, che avverranno, o che avverrebbero, se tale corpo venisse posto in
tali o tali altre circostanze -- Scritti.
Questa concezione dinamica della realtà implica un riferimento
essenziale sia alle aspettative del soggetto conoscente sia alla sua capacità
di concepire scenari ideali, capaci di descrivere gl’effetti, sotto determinate
condizioni, delle proprietà delle ‘cose’ e dei fenomeni considerati. A conferma
di ciò, V. osserva che anche in fisica, con il nome di legge non s’intende
tanto riferirsi a quel che avviene effettivamente, quanto piuttosto a quel che
tende ad avvenire, vale a dire a quel che avverrebbe se fossero verificate
certe circostanze che raramente o mai sono suscettibili di trovarsi
perfettamente realizzate. V. interpreta il principio adombrato da Berkeley come
una regola da usare per determinare il significato degli enunciati. L’esser
vero o falso di un dato enunciato dipende, in primo luogo, dal fatto che esso
effettivamente significhi qualcosa oppure no. Il ricorso all’esperienza è
riguardato dai pragmatisti come un mezzo, non soltanto di verificare o provare
una teoria, ma anche di determinare o mettere in evidenza quella parte di essa
che può essere oggetto di proficua discussione.
La questione di determinare che cosa vogliamo dire quando enunciamo una
data proposizione, non solo è una questione affatto distinta da quella di
decidere se essa sia vera o falsa. Essa è una questione che, in un modo o in un
altro, occorre che sia decisa prima che la trattazione dell’altra possa essere
anche soltanto iniziata -- Scritti filosofici. Le riflessioni sul significato
iniziate da V. verranno sviluppate, dopo la morte di questi, dall’allievo e
amico Calderoni, il quale, tenendo conto degli appunti dello stesso V. e delle
discussioni che avevano condotto insieme, mostra di avere ben chiaro quali
siano le condizioni affinché un termine o una proposizione ha un
significato: Ci è molte volte non meno
impossibile di precisare che cosa significhi una intera frase, facendo
astrazione dall’insieme, o dai vari insiemi di frasi di cui fa parte, che di
precisare che cosa significhi una singola parola – Grice, “shaggy” -- o termine
all’infuori della frase o delle frasi in cui il termine stesso figura. Prescindendo, infatti, da un piccolissimo
numero di parole – per esempio quelle che i grammatici chiamano interiezioni –
i vocaboli della nostra lingua italiana -- nomi, aggettivi, verbi ecc. -- non
bastano affatto, enunciati isolatamente, ad esprimere uno stato di animo
determinato od una determinata opinione di chi li pronuncia. Essi non possono
servire a tale scopo se non comparendo raggruppati gli uni insieme agli altri
in modo da dar luogo ad una frase o proposizione – V., Metodo e ricerca, a cura
di Loré. Vero e utile Nei riguardi della verità, V. rifiuta fermamente l’idea
che per un pragmatista sia l’utilità di una proposizione a renderla vera. Egli
distingue, in primo luogo, il fatto che una determinata proposizione ha un
significato dal fatto che ha un significato praticamente importante per noi -- per
un certo gruppo di persone. Affinché una proposizione ha un significato
praticamente importante, si rende necessario che sia capace di indicare cosa
avverrebbe se si verificassero certe condizioni -- vale a dire: si richiede che
ha un significato -- e che, inoltre: sia alla nostra portata la realizzazione
di tali condizioni; le conseguenze implicite in esse dono da noi desiderate o
temute: che cioè il loro verificarsi, o non verificarsi, sia un fine al quale
noi attribuiamo qualche importanza. Se non è questo il caso, la proposizione
potrà bensì avere un significato pratico ma non un’importanza pratica -- Scritti. Analogo discorso si applica alle proposizioni
vere. Alcune sono importanti dal punto di vista pratico, mentre altre non lo
sono, ma la loro verità non dipende dal loro essere utili. Il fatto che una
proposizione vera serva a un dato scopo, per quanto importante, non basta a
renderla vera -- né in fatto né in diritto, cioè né in psicologia né in logica
-- Epistolario. Unica possibile eccezione sono le proposizioni che esprimono
nostre convenzioni sul mondo: Per una
sola classe di affermazioni mi pare si puo concedere che esse sono vere o false
a seconda degli scopi, e queste sono quelle che esprimono delle nostre
convenzioni sul modo di rappresentare ciò che indaghiamo o vogliamo comunicare
agli altri. Riguardo alla parola vero V. osserva che tra gl’aggettivi che
usiamo nella lingua italiana comune se ne possono distinguere due tipi: quelli
che indicano certi effetti che un dato oggetto esercita sui nostri sensi -- per
es. bianco, nero, esplodente; e quelli che indicano certi effetti che un dato
oggetto eserciterebbe sui nostri sensi, date determinate condizioni -- tali
sono, per esempio, buon conduttore del calore, solubile nell’acqua, esplosivo,
ecc.. L’aggettivo ‘vero’, secondo V., appartiene al secondo tipo, non al primo.
Io ritengo cioè che, tanto nel caso dell’aggettivo “vero” applicato ad
un’opinione, come nel caso dell’aggettivo “esplosivo” o “solubile” applicato ad
un corpo, l’unica definizione che possiamo esigere è che ci si indichi qual è
il fatto o l’insieme di fatti il cui aver luogo è da noi -- a ragione o a torto
-- preveduto o aspettato quando diciamo: “La tale opinione è vera”; “Il tale
corpo è esplosivo o “solubile”, etc. Nell’Epistolario, discutendo con
Prezzolini, V. riconosce il carattere puramente formale -- ‘privo di contenuto’
-- della definizione di verità e distingue chiaramente il fatto che una
proposizione è vera, dai metodi impiegati per l’accertamento della sua verità.
In una lettera, per es., replicando a un’osservazione critica del suo
corrispondente, scrive. Se dicendo che il significato che io vorrei attribuire
alla “verità” è contraddittorio, intendi dire che da esso non risulta come si
dovrebbe fare ad accertarsi se una data opinione è vera sì o no, tu dici cosa
che anche a me pare vera. Quel che conta
per V. è il come si accerta la verità, quali siano i metodi cui si ricorre per
render conto della verità di una data proposizione. Di conseguenza, la tradizionale definizione
‘statica’ di verità che troviamo in Aristotele, AQUINO (vedasi) e così via,
intesa come corrispondenza – “with reservations” – H. P. Grice -- di una
proposizione ai fatti che essa descrive, è accettata senza problemi da V. È da
notare inoltre che, col dire che la verità è un adattamento o una
corrispondenza tra le idee – credenze -- e i fatti, non si pre-giudica affatto
la questione dei mezzi coi quali tale adattamento o corrispondenza possono
essere ottenuti o accresciuti, né si esclude menomamente che tra tali mezzi
possa, o debba, aver posto, oltre all’osservazione e alla contemplazione dei
fatti -- spontanei o provocati --, anche l’esercizio di quelle attività
organizzatrici ed elaboratrici dell’esperienza, le quali, pur semplificando,
impoverendo, schematizzando artificialmente la realtà, non hanno tuttavia altro
fine che quello di rendere possibile la rappresentazione e il possesso più
completo di essa -- Scritti. La
concezione tradizionale è dunque compatibile con una visione meramente
strumentale delle teorie scientifiche, vale a dire con l’idea che le teorie
scientifiche non siano tanto descrizioni adeguate, fissate una volta per tutte,
della realtà quale si offre nell’esperienza, quanto piuttosto il risultato di
attività organizzatrici ed elaboratrici, che ci fanno intervenire sulla realtà
medesima, modificandola. Nelle scienze deduttive, quel che conta è il nesso, e
quindi la verità della dipendenza, di determinate conclusioni da premesse date.
E la verità di tale dipendenza è compatibile tanto con la verità come con la
falsità delle premesse o delle conclusioni, e sussiste da qualunque punto la si
consideri. Nel caso delle scienze non deduttive, è l’accordo o il disaccordo
con il ‘dato’ -- presente o futuro -- della coscienza, come la chiama H. P.
Grice, a costituire la verità o falsità delle nostre affermazioni: è la conformità
di queste a ciò che effettivamente la nostra coscienza – come la chiama H. P.
Grice -- ci presenta -- o ci presenterà -- che costituisce quella qualità che noi
intendiamo attribuire loro, quando diciamo che esse sono vere. Epistolario. Ciò
spiega, secondo V., in che senso si possa parlare – impropriamente -- di relatività della verità: a esser relativa
non è la verità, bensì la diversa utilità delle proposizioni che vengono
riconosciute vere. A proposito del relativismo – cf. H. P. Grice, utterer-relative
significance --, V. osserva: La parola
“relativismo” non mi pare abbastanza espressiva delle caratteristiche di esso,
tra cui la principale è quella di considerare le teorie come dei mezzi (per il
raggiungimento di dati fini, non escluso quello della “previsione” pura e
semplice). Le verità nascono e muoiono --
cioè sono rilevate, enunciate, ricordate, trasmesse -- secondo l’importanza e
l’interesse che presentano per dati scopi individuali e collettivi. In questo
senso, vi sono verità che sono riconosciute come utili fino a un certo momento
storico e che poi cessano di esserlo. Poiché la verità, sia nel caso deduttivo
sia in quello di scienze non deduttive, ha sempre un carattere contestuale,
relativamente ai metodi e alle tecniche per accertarla, è evidente che,
all’interno di un determinato contesto, una particolare proposizione, se vera,
non può diventare falsa. A cambiare sono i contesti di riferimento; e i
‘contesti’ vengono determinati in base alla loro utilità ed efficacia pratica.
Gli scienziati, infine, fanno come i bugiardi con le loro invenzioni. Gettano
via le teorie che non servono più, e ne adottano altre appena si accorgono che
sono migliori. Ricordare a uno scienziato una vecchia teoria è come ricordare
ad un bugiardo una sua vecchia menzogna: lo si fa arrossire -- Scritti
filosofici. Grice: “My view, on the other hand, is that in theory-theory, all
rejected theories must be kept – call me a hoarder!” -- Nonostante V. osservi
esplicitamente che non è necessario che s’introduca il più piccolo cambiamento
nella definizione tradizionale di verità, ritiene, tuttavia, che in luogo di
parlare di corrispondenza o di adattamento delle idee ai fatti sia più
opportuno parlare di corrispondenza delle credenze ai fatti, intendendo così
che ci si riferisca non soltanto a fatti anteriori o co-esistenti con le
credenze in questione ma anche, e soprattutto, a fatti futuri, preveduti o
anticipati da esse -- Scritti. La sostituzione del termine ‘idea’ con
‘credenza’ mette ulteriormente in luce il tentativo, da parte di V., di dare
un’immagine attiva della conoscenza: avere una credenza significa avere
un’aspettativa, assumere un atteggiamento ‘aperto verso il mondo’, non
limitarsi a farsene una rappresentazione, a possederne un’immagine inerte. Al
tempo stesso, egli sottolinea fermamente che la verità è indipendente dal fatto
che qualcuno la creda: Dico che la
verità d’una data proposizione sussiste anche se nessuno vi crede, quando la
proposizione è tale che, se fosse creduta da qualcuno, ingenererebbe in lui
delle aspettative che non sarebbero deluse -- Epistolario. V. ritiene infine che, entro certi limiti,
siamo noi stessi a creare la verità alla quale crediamo. Più spesso di quanto
pensiamo, la presenza delle nostre convinzioni è tra le circostanze che
contribuiscono a determinare il fatto di cui esse affermano l’esistenza. Tutte
le nostre azioni volontarie, infatti, sono prodotte dalla nostra previsione
delle loro desiderabili conseguenze o dal fatto di poter essere impedite dalla
nostra previsione che tra tali conseguenze ve ne siano alcune che ci
dispiacciono sufficientemente -- Scritti. Grice:
“Exactly my view! “Intention and uncertainty”, “Probability, and
Desirability”. Carattere
(tendenzialmente) contingente dei principi della conoscenza Un’ulteriore
conseguenza dell’impiego del termine credenza -- o opinione --, invece del più
filosoficamente blasonato idea, nel definire la verità, è quella di suggerire
una prospettiva fondamentalmente soggettiva al problema della conoscenza. Nella
vita quotidiana, come nell’indagine della natura, gli esseri umani si trovano a
gestire un insieme di credenze suscettibili di essere cambiate in qualsiasi
momento, di fronte al tribunale dell’esperienza. In tal senso, V. rifugge
dall’idea critica di Kant dell’esistenza
di concetti e principi a priori della conoscenza validi in ogni tempo e in ogni
situazione storica. V. ha sempre mostrato, nei confronti di Kant e del kantismo
o criticismo -- assai diffuso all’epoca, non solo tra i filosofi ma anche tra
gli scienziati --, un’aperta ostilità. A suo giudizio, Kant scambia, per es.,
come condizioni universali e permanenti di ogni attività mentale quelle che non
sono che limitazioni, o costruzioni, o artifici di rappresentazione, proprii a
un determinato stadio di cultura -- Scritti. La stessa legge di causalità non
sarebbe altro, in accordo con il modello proposto da Hume, che il risultato del
fissarsi di un’abitudine. Anche in questo caso, quel che V. contesta a Kant è
l’avere insistito sulla mera certezza e apriorità della nozione di causa, più
che sulla sua fecondità e capacità di produrre conoscenza. Secondo V. La legge di causalità non è semplicemente
l’espressione di una convinzione salda, o di una generica credenza,
all’esistenza di cause per tutto ciò che avviene e alla regolarità di andamento
di fenomeni naturali. Essa è anche, o anzi soprattutto, la enunciazione di un
modo di procedere che a noi è utile e spesso necessario seguire nell’avanzarci
dal noto verso l’ignoto. Essa cioè è importante, non in quanto asserisce che di
ogni avvenimento o fatto esista una causa, ma in quanto ci spinge a cercarla e
ci indica come una buona via per trovarla, nel caso che esista, il cominciare a
supporre che essa debba esistere e il regolare le nostre indagini sopra questa
supposizione. Con la legge di causalità,
in altre parole, noi non formuliamo un dogma ma caratterizziamo un metodo di
ricerca; un metodo che, semplificando, si potrebbe riassumere dicendo che, «per
accrescere la nostra conoscenza delle leggi naturali, è necessario supporre che
leggi fisse dominino anche là dove noi non siamo ancora riusciti a scorgerle.
La legge di causalità assume in questo modo i connotati di un ideale regolativo
della ricerca, somigliando più a un’idea nel senso kantiano (come quella di
mondo) che non a un concetto appartenente alle condizioni a priori
dell’esperienza. Di nuovo, quel che interessa a Vailati è l’aspetto dinamico,
‘esposto verso il futuro’ dell’indagine scientifica della natura. Nel caso
specifico della legge di causalità, la sua importanza deve essere ricercata più
nella sua fecondità che nella sua certezza.
Rifacendosi all’empirismo classico, prekantiano, Vailati vede
nell’attribuzione di necessità a schemi mentali o a leggi fisiche un prodotto
dell’abitudine: la maggior parte delle
nostre pretese “necessità mentali” (analogamente a molte delle nostre necessità
fisiche) non sono che un prodotto dell’abitudine e […] in tale qualità, non
provano quindi altro che la presenza costante nella nostra esperienza passata
di dati caratteri o aggruppamenti costanti atti a farle sorgere -- Epistolario. Contro Kant, V. difende, come metodo di
ricerca, lo historical plain method proposto dall’amato John Locke: In tutte le direzioni, dalla psichiatria allo
studio delle società animali, dalla storia delle scienze a quella delle religioni,
dalla filologia e dalla semantica alla filosofia del diritto, i metodi che si
son manifestati più fecondi ed efficaci sono quelli basati sulla comparazione,
sul confronto, sulla ricerca delle analogie, delle connessioni genealogiche e
storiche (Scritti, cit., p. 634).
Analogamente, in ambito morale, Vailati sente più affine un
atteggiamento ‘consequenzialista’, ispirato a John Stuart Mill, che non il
rigorismo kantiano: dire, con Kant che un dato modo di comportarsi è morale
quando è tale da poter essere esteso a norma universale per tutti gli uomini
conviventi in una data società, non differisce affatto dal dire che, per
giudicare se una azione è morale o no, ciò a cui conviene badare sono le
conseguenze alle quali porterebbe il fatto che altre azioni simili venissero
ripetute dai singoli componenti la società stessa. È quindi solo apparentemente
che Kant riesce a scartare dal suo sistema di morale la considerazione dei
fini, o della tendenza delle azioni a produrre determinati risultati. V., tuttavia, non approva completamente
l’approccio utilitarista e, tra i fini, egli ritiene di dar maggior rilievo a
quelli connessi alla stabilità e conservazione della convivenza sociale, invece
che a quelli che riguardano i vantaggi e le soddisfazioni individuali dei singoli
consociati. Il rapporto con il marxismo
Tra i molteplici interessi culturali di Vailati, quello per l’economia teorica
e le scienze sociali in generale ha un ruolo importante. Buon conoscitore dei
classici del pensiero economico (i fisiocratici, Smith, Ricardo), V. si schiera
decisamente a favore della teoria marginalista, che aveva preso ad affermarsi
nella seconda metà dell’Ottocento. Egli saluta come un progresso
l’introduzione, nell’analisi economica, del concetto di ‘utilità marginale’: Si potrebbe dire, a questo riguardo, che
l’introduzione del concetto di “utilità marginale” rappresenta nella
trattazione delle teorie economiche un progresso d’indole analoga a quello
rappresentato in meccanica dal concetto matematico di “accelerazione” -- Scritti. Un aspetto sul quale Vailati insiste è che
non bisogna farsi fuorviare dall’espressione utilità marginale: di per sé, dal
punto di vista della teoria economica che su di essa si fonda, non si tratta di
valutare utilità o piaceri (un equivoco all’epoca piuttosto diffuso) «ma di
porre a confronto l’attitudine che una differente quantità di diverse merci può
avere a determinare le scelte da parte di un dato individuo o di date classi di
individui. Del marxismo, V. critica
perciò, prima di tutto, la teoria del valore-lavoro, l’idea che nella società
capitalistica il valore di scambio delle merci sia determinato dalla quantità
di lavoro umano in esse incorporato. Nella teoria dell’utilità marginale egli
vede, in contrapposizione alla concezione di Karl Marx, un potente strumento
unificante; e non è da escludere che Vailati abbia spinto Calderoni a estendere
il concetto di utilità marginale all’ambito della stessa morale. Se cerchiamo un elemento unitario nelle
critiche che Vailati rivolge al marxismo, questo risiede nel rimprovero di
unilateralità. Il marxismo, secondo V., riconduce la spiegazione dei fenomeni
sociali a un’unica causa: l’economia; e indica nel solo conflitto di classe la
vera causa dei mutamenti nella costituzione della società. Il progresso, inoltre,
è inteso dai marxisti unicamente come sviluppo delle forze produttive e non
anche come progresso morale e spirituale. A proposito della concezione
materialistica della storia, V. afferma:
Questa si fa da molti consistere nel riguardare le condizioni economiche
come i soli fattori efficaci dello sviluppo e delle trasformazioni sociali, e
nel qualificare tutte le altre manifestazioni della vita collettiva, e in
particolare le più elevate, come semplici superstrutture o riflessi ideologici
di quelle, prive per se stesse di qualunque efficacia o impulso direttivo -- Scritti
filosofici. Contro i sostenitori di
siffatta teoria, V. osserva che, comunque, ammettere l’influenza preponderante
dei rapporti economici «nella formazione e nello sviluppo delle singole specie
di attività cui dà luogo la convivenza umana, non implica che queste ultime non
possano alla lor volta agire come cause modificatrici della struttura e della
vita stessa economica delle società in cui si manifestano. Anche in questo
caso, però, occorre usare con grande cautela la parola causa: più che di un
rapporto di causa ed effetto, si tratta di un rapporto di mutua
dipendenza. Sensibile all’importanza del
linguaggio e al ruolo delle definizioni in filosofia e nelle argomentazioni in
genere, V. denuncia anche, in certe tesi fondamentali della concezione
marxista, una sostanziale ambiguità tra momento descrittivo e momento
normativo, che sovente risultano sovrapposti e confusi. Così, a proposito della
frase di Marx: «Due merci sono di egual valore quando la loro produzione esige
uno stesso numero di ore normali di lavoro», V. osserva che è intesa qualche
volta come una definizione del valore di scambio, tal altra volta come
un’asserzione relativa alle circostanze dalle quali la ragione di scambio di
due merci dipende, tal altra volta, infine, come l’affermazione d’un criterio
che dovrebbe essere adottato per determinare le proporzioni in cui le merci si
devono scambiare, in una società nella quale ciascun membro abbia diritto al
“prodotto integrale” del suo lavoro. Il
punto di maggior distanza di V., rispetto alle posizioni del marxismo, risiede
nel ruolo attribuito all’individuo e alle scelte individuali nella storia e
nella società. Sebbene fosse ostile alla concezione di un homo oeconomicus
incentrato esclusivamente su se stesso e sui propri bisogni egoistici, Vailati
vede nell’individuo, nelle sue aspettative e credenze, il centro da cui muovere
per svolgere le proprie riflessioni in qualsiasi settore dell’attività umana.
Isolato nel suo tempo e poi pressoché dimenticato, Vailati sarà comunque, nel
secondo dopoguerra, proprio per questo aspetto peculiare del suo pensiero, una
fonte d’ispirazione per Bruno De Finetti, ormai riconosciuto unanimemente come
uno dei pensatori e scienziati italiani più influenti del Novecento (Parrini
2004; Parrini 2011). Opere Scritti, a
cura di M. Calderoni, U. Ricci, G. Vacca, Firenze-Leipzig 1911. Il metodo della filosofia, a cura di F.
Rossi-Landi, Bari 1957. Epistolario
1891-1909, a cura di G. Lanaro, introduzione di M. Dal Pra, con un “Ricordo di
Giovanni Vailati” di L. Einaudi, Torino.
Scritti filosofici, a cura di G. Lanaro, Napoli 1972. Metodo e ricerca, prefazione di M. Calderoni,
nuova ed. a cura di B. Loré, Lanciano 1976.
Bibliografia «Rivista critica di storia della filosofia», 1963, 18,
fasc. 3 dedicato a Vailati, pp. 275-523.
G. Lolli, Le forme della logica: Giovanni Vailati, in Id., Le ragioni
fisiche e le dimostrazioni matematiche, Bologna 1985, pp. 107-32. I mondi di carta di Giovanni Vailati, a cura
di M. De Zan, Milano 2000. P. Parrini,
Dal pragmatismo logico di Vailati al probabilismo radicale di de Finetti, in
Filosofia e scienza nell’Italia del Novecento. Figure, correnti, battaglie, Milano 2004, pp. 33-55. P. Parrini, Pragmatisme logique et
probabilisme radical dans la philosophie italienne du XXe siècle, «Revue de
synthèse», 2011, 132, pp. 191-211.Si laurea a Torino. Insegna a Torino, dopo aver lavorato come
assistente di PEANO e VOLTERRA. Lascia il suo posto universitario e così puo
proseguire i suoi studi in modo indipendente, e si guadagna da vivere
insegnando matematica. Scrive saggi e recensioni che toccano un'ampia gamma di
discipline. La sua opinione nei confronti della filosofia è che essa fornisse
una preparazione e gli strumenti per il lavoro scientifico. Per questa ragione,
e perché la filosofia dove essere neutrale fra opposte convinzioni, concezioni,
e strutture teoriche, il filosofo evita l'uso di un linguaggio tecnico
specialistico, ma usa il linguaggio che la filosofia adotta in quelle aree in
cui è interessata. Ciò non vuol dire che il filosofo debba soltanto accettare
qualunque cosa egli trovi. Un termine del linguaggio ordinario potrebbe essere
problematico, ma la sua carenza e corretta piuttosto che sostituite con qualche
nuovo termine tecnico. La suo filosofia sulla verità e sul significato e
influenzato da filosofi come Peirce e Mach. Con cautela, distinse fra SIGNIFICATO
e verità. La questione di determinare che cosa vogliamo dire quando enunciamo
una data proposizione, non solo è una questione affatto distinta da quella di
decidere se essa sia vera o falsa. Tuttavia, dopo aver deciso cosa si vuole
dire, l'azione di decidere se ciò è vero o falso è cruciale. V. ha una filosofia
positivista moderata. La tattica adottata dai pragmatisti in questa loro guerra
contro l'abuso delle astrazioni e delle unificazioni consiste nel proporre che,
anche nelle questioni filosofiche si esiga, da chiunque avanzi una tesi, che
egli sia in grado di indicare quali siano i fatti che, nel caso che essa fosse
vera, dovrebbero, secondo lui, succedere o esser successi, e in che cosa essi
differiscano dagli altri fatti che, secondo lui, dovrebbero succedere o essere
successi, nel caso che la tesi non fosse vera. Le influenze e i contatti di V. sono
molti e vari, e spesso e etichettato come "l'italiano pragmatista". Deve
molto a Peirce e James – V. è uno dei primi a distinguere i loro pensieri --,
ma subì anche l'influenza di Platone e Berkeley -- che egli vide come
precursori importanti del pragmatism -- Leibniz, V. Welby-Gregory, Moore,
Russell, PEANO e Brentano. V. corrispose con molti dei suoi
contemporanei. La prima parte della sua filosofia comprende scritti sulla logica
matematica. In questi saggi, focalizza l'attenzione sul suo ruolo in filosofia
e distinguendo fra logica, psicologia ed epistemologia. La dottrina recente
pone V. e il suo allievo CALDERONI (vedi) nella categoria storiografica del
pragmatismo analitico italiano. I suoi principali interessi storici
riguardarono la meccanica, la logica e la geometria. Egli da un importante
contributo in molti campi, compreso lo studio della meccanica post-aristotelica,
dei predecessori di GALILEI (vedi), della nozione di definizione e del suo
ruolo nell'opera di Platone e Euclide, delle influenze matematiche sulla logica
e sull'epistemologia, e sulla geometria non-euclidea di SACCHERI. S’interessa particolarmente ai modi in cui quelli che potrebbero essere
visti come gli stessi problemi sono inquadrati e trattati in periodi
differenti. Il suo lavoro di storico della scienza e strettamente connesso con
quello filosofico. Per le due attività, infatti, utilizza gli stessi pensieri e
metodologie di fondo. Vede lo studio storico e lo studio filosofico come
differenti nell'approccio ma non nell'argomento. Crede, inoltre, che dovesse
esserci cooperazione fra filosofi e scienziati nell'approfondimento degli studi
storici. Ritene anche che una storia completa richiedesse che si tenesse in
conto anche il background sociale pertinente. Il superamento delle teorie
scientifiche, grazie a nuovi risultati, non comporta la loro distruzione,
perché la loro importanza aumenta proprio per il fatto di essere superate. Ogni
errore ci indica uno scoglio da evitare mentre non ogni scoperta ci indica una
via da seguire. La posizione di V. sulla storia della scienza ricalca quella di
una serrata critica al positivismo, in un contesto teorico dove il pragmatismo
ammette nuovi strumenti di comprensione e anche di valutazione della scienza,
come mostrano anche le vicende di CALDERONI (Pozzoni, Il pragmatismo analitico
italiano di Calderoni, Roma, IF Press) e di PEANO, il quale vanta certe
affinità con il pensiero filosofico del periodo (Rinzivillo, V., Storia e
metodologia delle scienze in Una epistemologia senza storia, Roma, Nuova
Cultura, e PEANO, Contributi invisibili in Una epistemologia senza storia, Pozzoni,
Il pragmatismo analitico (Villasanta, Liminamentis); PEANO, In Memoriam, Bolletino
di matematica, Pozzoni, Cent'anni di V.”
(Liminamentis, Villasanta); Zan, “La formazione di V.” (Congedo, Galatina); Sava,
La psicologia tra V. e Brentano, in "Il Veltro", Roma, Giordano, V., filosofo
della scienza (Firenze, Le Lettere); Pozzoni, Il pragmatismo analitico italiano
di V., Liminamentis Editore, Villasanta,
Ronchetti, L'archivio in Quaderni di Acme, Bologna, Cisalpino, Scritti
filosofici. Treccani Enciclopedie on line, Istituto dell'Enciclopedia Italiana;
Enciclopedia Italiana, Istituto dell'Enciclopedia Italiana; giovanni-vailati.net.
Fondo archivistico e librario conservato presso Milano, Il contributo italiano
alla storia del Pensiero: Filosofia, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Couturat e Leau, Histoire de
la langue universelle
Paris, Hachette. Rivista Filosofica.
Non è solo pel fatto di contenere un’esposizione accurata e particolareggiata
dei numerosi progetti di lingua
universale che si sono succeduti a cominciare dai primi di cui si ha notizia
(Urchard, Dalgarno, Wilkins) fino a H. P. Grice che la storia di Couturat e
Leau ha il diritto d’intitolarsi una ‘storia’
della questione della lingua internazionale. Il saggio merita tale titolo anche
in un altro e più importante senso, in
quanto i suoi autori riescono con esso a provare che la serie di tentativi d’essi presi in considerazione, lungi dal presentare
l’aspetto d’una successione di sforzi
indipendenti e incoerenti, lascia trasparire le traccie d’una graduale
evoluzione verso uno schema il cui carattere generale è già fin d’ora
suscettibile d’un’approssimata determinazione, el e cui linee fondamentali
vengono in certo modo a sovrapporsi a quelle segnate dal processo spontaneo che
porta irresistibilmente, per quanto lentamente, le nazioni civili ad aumentare
sempre più il patrimonio di vocaboli e d’espressioni
che possiedono in comune e persone, anche colte, che non hanno avuto occasione
di riflettere sull’argomento non si fanno facilmente un’idea esatta della
quantità di parole nter-naziona1 che esse adoperano, e della parte sempre
crescente che queste vengono ad occupare, non dico nei dizionari compilati dai
letterati o dai puristi ma nel dizionario
reale ed effettivo dell’uso corrente – “the little Oxford dictionary,”
nelle parole di Austin rapportate da Grice --, nella lista cioè dei vocaboli
del CUI significato s’esige e si
presuppone la conoscenza anche in chi non conosca altra lingua che la
propria – cf. Crusoe’s Friday. Così, per esempio, nessun italiano può addurre
la sua ignoranza del gallo o del tedesco, come
giustificazione del suo non
conoscere il SIGNIFICATO (o senso) di parole come le seguenti: òuffet, bureau,
chèque, club, hotel, itufiresario, meeting, menu, metier, bete noire,
restaurant, rdclame, record, reporter revolver, sport toilette, traimvay,
tunnel, etc. Il che vuol dire che, se si prende come criterio dell’italianità o
cruscacita d’una parola il fatto ch’essa è usata e intesa agl’italiani – cf. H.
P. Grice, “native speaker of English,” William James Lecture V -- (e non si
vede quale altro criterio si puo prendere – sta nella Crusca? --, da chi a meno non sia disposto a negare che
siano ITALIANE anche le parole alcool, ze-7itth, ovest, gas pel fatto ch’esse
ci provienneno dallarabo o dall’olandese, i vocaboli sopra riportati hanno ben
più diritto a essere qualificati come ITALIANI
, se non romani, di quanto n’abbiano tanti altri che i dizionari registrano solo
perchè usati da scrittori di qualche secolo fa
-- i don’t give a hoot what the dictionary says – Grice to Austin :
come, per esempio, allotta, arrogi , < gttagnele, millanta, etc. Ne al fatto he alcune delle suddette parole contengono
lettere o sillabe venti valore fonetico
diverso da quello che loro spetterebbe nella nostra ortografia può essere ormai attribuita molta
importanza dal momento che tale circostanza non è più considerata come un
ostacolo alla trascrizione esatta dei nomi proprii stranier, com’Erberto,
di luogo e di persona. Oxford, vade vobis. L’esigenze pratiche s’alleano
ora al senso estetico per trattenerci dallo scrivere Stoccarda o Conisberga
invece di Stuttgart e di Konigsberg. E se a
molti non ripugna ancora lo scrivere Volfango invece di Wolfgang, o
Mabetto invece di Macbeth, a nessuno verrebbe certo ora in mente d’imitare il
obtuso napoletano VICO (si veda) citando Renee Descartes sotto il nome di
Renato delle Carte, quando Chomsky preferisce Cartesio! Un esempio
caratteristico di creazione di nuove parole internazionali mediante un espresso
accordo tra gl’interessati c’è fornito dal sistema di
unita C. G. S. adottato e promulgato dal congresso degl’elettricisti tenuto a Parigi e le cui denominazioni sotto forma
invariabile, volt, ampire, ohm, etc., sono ora adoperate dagli scienziati e
dagl’elettrotecnici di ogni nazione europea, e non solo la Gallia. La gran maggioranza tuttavia delle parole che possono praticamente essere
riguardate come già in effetto
internazionali non è costituita da quelle che figurano nelle varie lingue sotto
forma assolutamente identica, ma bensì da quelle che vi si trovano leggermente
modificate, sopratutto nella desinenza, a seconda dell’indole dei rispettivi
linguaggi, come avviene ad esempio pelle parole: caffè, cioccolata, tabacco,
garanzia, posta, vagone, consolato, oasi, concerto, etc. E in questa categoria che rientrano i numerosi
termini tecnici, di scienze, d’arti, di sostanze chimiche, di strumenti, di
malattie, etc., derivati dal greco, come chirurgo, estetica, ossigeno,
fonografo, emicrania, etc. A projiosito dei quali giova notare come parecchie
radici o prefissi greci. come
—logo, —grafo, z=.geno,
fono—, termozzz, baro=,
archi—, end—, anti—,
i^o —, filo —, geo—, etc., pure
non figurando, sotto qualsiasi forma, come parole isolate, nel dizionario d’alcuna
lingua, tuttavia pel solo fatto di trovarsi ripetutamente adoperati, econ un
senso ben determinato, nella composizione di parole appartenenti a ogni
linguaggio civile, finiscono per essere correttamente interpretate anche da chi
si trovi sprovvisto di qualsiasi conoscenza della lingua dalla quale provengono -- cf. Hare, a good phylostysometre. La stessa
osservazione si può ripetere per quei VOCABOLI LATINI che, pure non potendo
essere qualificati come internazionali nel senso che essi appartengano ad altre
lingue oltre che alle romanze o neo-latine,
lo sono tuttavia nel senso che le lingue romanze o neo-latine non sono le sole
nelle quali esse figurano come elementi
di parole composte. Cosi per esempio le parole romane o latine navts, oculus,
currere, secretum, ovum, pubblicus, annus, etc. non possono essere riguardate
come del tutto estranee a un britannico o a un tedesco dal momento che a sue
lingue appartengono le parole oculist, concurrence, secretary, ovai, Publizist,
Annalen, etc. E specialmente in virtù di questa circostanza che i più
recenti progetti di lingua universale –
il deutero-esperanto di H. P. Grice, o il basic latin di Ogden --, quanto più
deliberatamente si propongono di costruire il dizionario in base al criterio
pratico della massima effettività internazionale delle singole parole o radici,
criterio che viene a essere naturalmente imposto dalla necessità di ridurre al
minimo gli sforzi richiesti dall’apprendimento di parole interamente nuove da parte di chi
conosca già qualcuna delle lingue civib''europee, -- cf. Grice’s and Austin’s
Eskimo implicatdures -- e dalla convenienza di rendere il dizionario della
lingua internazionale quanto più è possibile utile per facilitare l'eventuale
apprendimento delle lingue civili europee da parte di chi non ne conosca alcuna.
tanto più si trovano condotti ad attribuire
una parte preponderante all’elemento LATINO tratto da Peano, sine
flessione! La maggior parte di tali progetti finiscono anzi per differire tra
loro assai meno di quanto possano differire due dialetti – toscano e genovese
-- di una stessa lingua – la toscana -- , e per avvicinarsi anche senza
volerlo, per ciò almeno che riguarda il dizionario, ai progetti avanzad dai
fautori d’un ritorno all’uso internazionale del LATINO, in quanto anche
questi sono costretti ad ammettere i neo-logismi indispensabili per esprimere
cose e concetti moderni, e a rinunciare quindi a qualunque pretesa puristica e
letteraria. Come è naturale, il latino più ricco d’elementi internazionali non
è quello classico di CICERONE (si veda) o di
TACITO (si veda), ma quello usato dagli scolastici come Aquino da
Roccasecca a Parigi, e dagli scienziati del medio evo; non quello, per esempio,
in cui il ministero della pubblica istruzione sarebbe chiamato Summus moderator
studiorum, ma quello in cui verrebbe semplicemente indicato come mnister
publicae instructionis o, anche meglio, de publica instructione. Ma a
rendere difficile un completo accordo tra i fautori d’un latino comunque modernizzato e semplificato – il
SYMBOLO di Austin --, e quelli che propongono la costruzione d’una lingua
affatto artificiale, per quanto costruita con materiali tolti in gran parte dal
latino, si presentano le questioni relative alla grammatica o morfo-SINTATTICA.
Benché gl’uni e gl’altri si trovino
d’accordo nel riconoscere che le difficoltà inerenti all’adozione del
latino come lingua internazionale puo
venir notevolmente diminuite coll’introdurre nella sua grammatica delle
modificazioni semplificatrici d’indole analoga a quelle che si sono
spontaneamente prodotte ne le lingue neo-latine, pure essi non cessano per ciò
di differire grandemente nell’apprezzamento dei criteri da seguire in tale
semplificazione. Vi è chi si contenterebbe di regolarizzare le declinazioni o le coniugazioni, togliendo la
loro inutile molteplicità e permettendo, per esempio, che si dicesse ati t o e
legebo come si dice amabo e monebo, o loqtiivi, currivi invece di locutus S2tm e
di czicurn. Altri abolirebbero
senz’altro ogni declinazione dei nomi indicando invece i vari casi colle
preposizioni come fanno le lingue neo-latine 1 armenti sopprimerebbero le
varie flessioni dei verbi corrispondenti
alle persone, bastando, per distinguere queste, l’impiego dei pronomi. Anche
per indicare i diversi tempi dei verbi v’è chi propone s’abbandoni l’impiego di
speciali desinenze o modificazioni adottando invece l’artificio dei verbi
ausiliari -- Grice, Socrates whatted in Athens?
Drank hemlock -- anche pel futuro. Un
passo piu avanti è fatto da quelli che
propongono si’abolisca la distinzione tra i generi dei nomi e tutte le
regole di concordanza ad essa relative, indicando solo, quando occorra, il
sesso con uno speciale prefisso – aquilo
-- come si fa in inglese: he-goat, she-goat, he-bitch. Ne qui SI arrestano le
proposte di semplificazioni, tra le quali la più radicale è rappresentata dal
Latino sine flexione di PEANO (si veda), riattaccantesi a un ordine di ricerche il cui primo impulso
risale non a Grice ma a Leibniz. Già questi osserva che, allo stesso modo come
l’uso delle proposizioni rende inutili, pei nomi, le flessioni corrispondenti
ai differenti casi, così anche l’uso delle congiunzioni potrebbe sostituire,
per i verbi, le flessioni indicanti i differenti modi, modes, not moods – Grice
– Follesdall – Stanford – Moravsik. Così,
per esempio, la differenza di SIGNIFICATO (O SENSO) tra l’indicativo e
il soggiuntivo è già sufficientemente espressa dalla sola presenza, pel
secondo, delle congiunzioni: ut, quod, “si,”
(if) – cf. H. P. Grice, “Indicative Conditionals” --, etc. La ragione perche Boezio non vuole
parlare di preghiere! Non occorre quasi notare che anche il modo imperativo –il
primo secondo Vico: I, FAC, STA, DA, non ha affatto bisogno di venire indicato d’alcuna
modificazione del verbo, bastando a ciò premettere, o far seguire, a questo
l’indicazione del comando o del desiderio, opto, peto,
quaeso, etc – the door is closed,
please -- Hare., come già del resto si pratica in più d’una lingua (PLEASE – R. M. Hare: “The door is closed,
please” --, bitte, s’il
vous plait, etc.. Un’idea più ardita, suggerita pure da
Leibniz a PEANO (si veda), è quella dell’inutilità di qualsiasi flessione per
indicare il plurale dei nomi -- sheep,
shep -- {videtnr pluralis inutilis in
lingtia rationali – Warnock, Tigers are dangerous – Metaphysics and logic. La
distinzione tra singolare e plurale sembra a PEANO (si veda) puo essere
sufficientemente espressa dal semplice
premettere al nome, quando occorra, un aggettivo numerale – Me Tarzan
You Jane You You DUE Jane, U7tus,
aliqtds, omnis, plurcs, duo, diversi, etc. – Altham, the logic of plurality – aleoethetca,
pleonethica. Geach Occam. A questa stessa conclusione è pure antecedentemente
venuto anche un altro filosofo che s’occupa molto a fondo delle questioni
relative alla grammatica razionale, BELLAVITIS, di Padova, di cui l’importante saggio, portante
il titolo “Pensieri sopra una lingua universale e su alcuni argomcnli analoghi,” Memorie dell’I.
R. Istituto Veneto, è sfuggito, tipico d’un gallo orgoglioso, all’attenzione
di Couturat. Tra l’altre proposte originali e suggestive che il saggio di
BELLAVITIS (si veda) contiene è da notare quella relativa all’adozione di una
speciale preposizione anche per
distinguere il soggetto (“Fido”) dal predicato (“is shaggy” – Grice) –
Strawson Subject and predicate in logic and grammar, Irvine – Grice – d’una
proposizione, d’adoperare, s’intende, solo quando ve ne è bisogno. Tale è il
caso, per esempio, quando si tratti d’una proposizione il cui soggetto (“Fido”)
o attributo (“shaggy”) è rappresentato d’un
pronome relativo, il quale, per ragione di chiarezza [Grice, DESIDERATUM
OF CONVERSATIONAL CLARITY: “Be perspicuous [sic]”. -- non può venire troppo
allontanato dal precedente nome cui si riferisce, e non può quindi
indicare, per mezzo della sua posizione rispetto al verbo, se dove
essere inteso come il suo soggetto o il suo predicato. Quest’osservazione di BELLAVITIS (si veda) non è priva anche d’una
certa importanza filosofica in quanto costituisce in sostanza una critica della
distinzione tra verbi transitivi e intransitivi e di quella tra verbi attivi e
passivi. Essa mira infatti a sottoporre non solo l’accusativo (o CAUSATIVO,
strettamente -- come già avviene in alcune lingue, p. e. nella spaglinola), ma anche il nominativo a norme
analoghe a quelle che reggono gl’altri
casi, sopprimendo l’inutile complicazione della
costruzione [Atti della R.
Accademia di Scienze
di Torino; Leibniz [citato da
Grice – “one of the greats”]. Opusculcs el Fragnicnt inédils publiés par
Couturat. BELLAVITIS (si veda) ha su
questo punto dei precursori fra gli scolastici, in CAMPANELLA e Occam [cf. il
sermone mentale – discusso da Geach e Grice e Leibniz – PARIDE AMA ELENA -- e
Alberto di Sassonia. L’apprezzamento espresso su quest’ultimo da Prantl – lesso
da LAMENTANI (si veda) nella sua Storia
della Logica, precisamente a questo proposito, è da deplorare come
erroneo e ingiusto. COUTURAT E L. LEAU,
HISTOIRE DE LA
LANGUE UNIVEKSELLE] passiva –
Strawson, “The exhibition was visited by the King of France” --, ed emancipando nello stesso tempo la frase d’ogni
restrizione relativa alla collocazione delle sue varie parti rispetto al verbo.
Anche sull’uso dell’articoli e delle
particelle dimostrative l’osservazioni di BELLAVITIS (si veda) apportano
un contributo prezioso alla soluzione delle controversie che ancora si
dibattono tra gl’autori di vari progetti di
GRAMMATICA RAZIONALE, come il Deutero-Esperanto di Grice. Un concetto
dominante sul quale egli ritorna frequentemente è questo che l’adozione di date preposizioni o
congiunzioni o articoli -- “voci
grammaticali,” come egli le chiama -- per indicare date relazioni tra le
parti d’una frase non implica che tali voci devono essere sempre adoperate
per esprimerle. Esse possono e devono invece essere omesse ogni qualvolta
la loro assenza non produce ambiguità – cf. Grice, “Avoid ambiguity” – Me
Tarzan, You Jane. Blake, “Love that never told can be”. Tutte queste semplificazioni,
le quali, del resto, potrebbero applicarsi, come al LATINO, anche a qualsiasi
altra lingua, finisceno, come si vede, per far capo al concetto d’una lingua
suscettibile di venir compresa e
adoperata indipendentemente dalla conoscenza di qualsiasi regola grammaticale –
O. P. Wood, The Rules of Language, The Aristotelian Society, read by Austin and
Grice on a Saturday morning. E in fondo l’ideale che si presenta già alla mente
di CARTESIO – the rules of discourse, Grice -- [vide Grice, “Descartes on Clear
and Distinct Perception”] in quella sua lettera a Mersenne nella quale,
discutendo un progetto d’ignoto filosofo chiamato ERBERTO GRICEUS HARBONIENSIS
che ritiene aver costruito una lingua (“Deutero-Esperanto”)
atta a essere interpretata e scritta col solo aiuto d’un dizionario – Grice:
“The Little Oxford Dictionary? Austin hated it! --
conclude che ce n’est pas mcrvetlle que les esprits vulgaires apprennent
en moins de six heures à composer en
cette langue. – cf. Prince Maurice’s Pirot -- Cartesio, Opere, edit. Tannery e Adam). Ed e questa stessa idea d’una
lingua ARTIFICIALE [Deutero-Esperanto], costruita, per quanto riguarda il
dizionario, con materiali tolti alle lingue viventi e sottoposta invece, per quanto riguarda la grammatica –
strettamente, morfo-SINTASSI --, alla
massima semplificazione razionale – cf.
RULES OF FORMATION OF SYSTEM G-HP di MYRO], che Rcnouvler sembra avere in vista
in quella frase, da Wilkis, quasi profetica, che appunto Couturat riporta a
questo proposito. La langue universelle doti ciré empiriquc par son vocabulairc o LEXICON,
et PHILOSOPHIQUE, logica, ragionata, PAR
SA SINTASSIS, ou grammaire. (ReNOUVlER,
De la question de la langue universelle,
Revue. Non voglio chiudere il presente
cenno senza richiamare l’attenzione su un altro saggio italiano sul soggetto
della lingua universale, del quale pure, ma tipicamente d’un orgoglioso e miope
gallo, non è fatta menzione nel volume di cui parliamo. Esso è pubblicato a
Roma col titolo, “Riflessioni intorno all’istituzione d’una lingua
universale,” -- lettera di Glice Ceresiano a Giotto fllo Eugenio.
L’autore ne è il filosofo SOAVE (della Svizzera, si veda),
il quale si propone in esso d’esaminare un progetto di lingua universale da
Kalmar. Questo è tutto ciò che mi ò riuscito di sapere sul contenuto del detto
opuscolo, che finora non sono stato in grado di rintracciare e che conosco solo dalla menzione che ne è fatta in un’altra opera italiana, pure ignorata, com’e
d’aspettare di un miope orgoglioso gallo come lui e, da Couturat -- FERRARI (si veda), Monoglottica,
Modena. Di quest’ultima V. ha conoscenza per mezzo di MERIGGI (si veda),
appassionato cultore di questi studi e autore lui pure d’un progetto di cui
sono segnate le traccio in un volumetto
pubblicato a Pavia, Frat. Fusi. Como. Grice: “My favourite Vailati is an
essay cited by Peano (I wouldn’t have heard of it otherwise). It is concerned
with the Italian counterparts to “non,” and the ‘congiunctioni’: “e”, “o”, and
“se”. La Grammatica
dell Algebra. iRivisla
di Psicologia Applicata, A Parlare dell’algebra come d’una linguag. In
che senso ^ f Quali sentii corrispondmio tn al~ e
d’una sua speciale J.
Come si presenti in algebra la distin- gcbra ai verbi. Loro carcittere
r . V- l'altra, ad ussa
corrispondente, tra ìionè tra verbi
transiti e verbi Dei verbi
molteplice- nomi (o aggettivi, shaggy) relativi,
e gH^izioni Carattere
grammaticale dei segni mente transitivi, e dell
/ caratteristiche dei segni d’uguaglianza j • fiirtincri e oarlando d’essa
come di uno spe- LParlando d’algebra
a dei attribuire, alla pa- ciale
lingua, devo pregarli d, P ^
essi le
attribuì- rola . lingua >. astrazione d’un scono ordinariamente. di studiano
— i quali tutti hanno per loro
carattere comune ai ^^ttendomi
d’applicare lo stesso nome anche elementi delle parole – L. PARABOLA,
Grice word-meaning P^^ rivolgono ad
altri sensi che non sono ad altri SISTEMI DI SEGNI eh, f„n7inni dei lingue propriamente dette, radilo, adempiono wttavia alle
tCTfpo^J^ e„ „r„SS'e
^.-—nLròne, piò pir"arhVL“rr^ « UpÓ . Ideo^radoo
nel,uall le ooae [11
.ommario e le pari., che,u „„p„ve
..ella Xmsh *'
«to- parentesi quadre, non sono mclus
carte di V., che a lu. serve pella comunicazione
da lu
p • grammalicali e SINTATTICI della
lingua delle Scienze (Firenze)
sotto il ti . Rivista di Scienza algebrico, e che in parte è riprodotto in
una i^Algèbre ati
point de vue Hngui- .,
intitolata: PiiLr it^de de l’Algebre ? ^ stiquei\
ai cui si voleva comunicare
Jos^'dvano il nome
nel Un- scura alcun riferimento ai gruppi d, suoni
che ne lingua parlata rappresentati, di quei rapporti Per indicare il
sussistere, tra g i ogg proposizioni, le scrit- che dalle lingue
parlate sono espressi in principio ad espe-
ture di questa seconda specie dovetter affatto dienti, alterazioni nella
forma, nell ordine g > preposizioni,
analogo a quello che, nella lingua parlata
etc. ai segni di PREDICAZIONE
(“... is shaggy” – GRICE), d
;Jggiare interesse per quei sistemi di
L’esame di tali espedienti presenta panico ^ „,,iea. ve- notazioni ideografiche che,
come cs-
g ordinaria, subiscono in certo nendo impiegati contemporaneamente
alla ^ avrebbero finito per soc
.nodo la cencorreusa di questa,
p.eferibill per 1 partico- combere se qualche speciale
carattere no lari uffici ai quali sono applicati – cf. Grice, ONTOLOGICAL
MARXISM: If they work, they exist d.. dell’algebra, la ragione di Dire che, nel caso che ora c,
Jgg,or brevità e pre- tale preteribilltà stia nclPattltudlne sua a j ancora
rlsob cislone le proposizioni relative a. numer determinare da quali vere la questione.
04 che Importa dipendano: Uno a che circostanze le suddette proprietà
del >”^8, geografiche al posto delle punto cioè esse si
riconnettano f ‘j; ‘7^'®°„gÌ„o .“orso, fatto dall’algebra,;role. e per nurdrpontTltguag parlata, per dare senso
alle Afferenti combinazioni dei esempio
caratteristico sto. non certo nel fatto che le cifre sia P ^,e„e
attribuita
^alrmrrrsrrg^Sa"^ della
posizione che esse occupano in hT
prop™^^ f rrti soprattutto d’attribuire i strumento di ricerca e di dimostra- che
come mezzo di ^a
avere indotto uno dei piu grandi
zione. Tali vantaggi sono rivolgere
modestamente a sè stesso una ^a^
cbe è rivolta da Schiller a un
poeta presuntuoso, in quei noti versi .
pi confronto tra i “cTriuogo'*!’ impiego dei segni derivano dall’impiego delle . q un’altra distinzione importante dell'algebra, si
P""“ ehe occorre fare
tra i sistemi di notazione
^;:.'lomTa;;unT:df’e de,
.'aritmetica, o le note musleaii [AND GRICE WOULD PLAY THE PIANO AT
CLIFTON – la notation della pavanne de Ravel – MEISTERSINGER is for children –
He loved MAHLER, Song of the Earth --,
hanno solo I uf- La grammatica – morfo-sintassi --
DELL’ALGEBRA mnorre nei loro elementi, dati gruppi di sensazioni fido di descrivere, e di decom
^ ^pp^nto il 0 di azioni complesse, e queg,, chimica, si
presentano come capaci caso
dell’algebra o '5'“' ^, in
parole e frasi del definirla o caratterizzarla m modo
f perrtlirco'nicio chiunque abbia coll’algebra una sufficiente
-f;:Ìadiffierenzachesiba-- à^e potr^rcorr 'linana, le proposizioni relative ai numeri e
alle loro proprietà. differenza equivale ad ammettere implicitamente che Il
riconoscere una tale differenz espressione e come strumento la speciale
efficacia ^°^t^ibuire, non tanto all’impiego che in essa di ricerca
e di "arposto^ parole della
lingua or- dintio!
q^a^P^uttostra delle particolarità
d’indole SINTATTICA. meren i
"Esamffiar'e iTche cosa gua
algebrica, ricercare e propriamente dette: que-
riscontrano, in maggiore o minor
grad J . sembrano bene degne di Tra le distinzioni, che si trovano
‘‘I,elle che si riferiscono rittcair;‘:.rc:ot^Una frase
spesso ripetuta dai filosofi della lingua, colla quale essi tentano di
precide ciò che costituisce il tratto caratteristico d’una vera lingua -- cf. COMPOSITIONALITY AND THE ESSENCE OF
LANGUAGE – H. P. Grice, “Meaning Revisited” – open-endeness, finite means,
potentially infinite utterances>, hi
opposizione alle forme meno perfette d’ESPRESSIONE
ISTINTIVA [natural groan – Grice] di stati d amm .
qualf si riscontrano anche negli
stadi inferiori di sviluppo della vita animale – Romolo e i fanciulli.' la «pcriiente
• « la lingua comincia dove l’interiezioni (GROANS AND FROWNS, MOANING
AND MEANING) finiscono. Se noi ci domandiamo, alla nostra volta, in che cosa
differiscano effettivamente l’interiezioni – Grice’s GROAN -- da quelle che i filosofi
della lingua chiamano le altre parti del
discorso, ci accorgiamo subito che esso sono le sole parole che, anche
enun- flTLàtalnte, bastano, per
sé stesse, a esprimere -^^Ye Qualche
opinione, di chi le pronuncia, mentre l’altre specie d . i
nomi eli aggettivi (shaggy), i verbi, etc., non possono, d’ordinario,
servire a a e p se
non comparendo raggruppate [TERZA ARTICOLAZIONE] l’une
insieme all’altre, in modo da dar luogo a una frase o a una
proposizione – GRICE: UTTERER’S MEANING, SENTENCE MEANING, WORD MEANING]. Quando
emettiamo [UTTER – GRICE], per esempio, il suono brr, (ho
freddo) o il suono " • ^ abiamo bisogno d’aggiungere altre parole per
fare intendere a
^Ze che sentiamo del freddo, o che
desideriamo che egli non faccia nimore. SeTnvece pronunciamo, per esempio, il nome d’un
oggetto --a accompagnarlo con qualche
parola o GESTO, che indica cosa vogliamo
dire d’esso - fhe
diefiii cioè: se vogliamo dire che lo vediamo, o che lo desideriamo, o
fotmilmo,; che ne aspettiamo la comparsa etc. aifatto alcuna nostra opinione, o
disposizione d’animo, ma al piu
segnaliamo -- SIGNIFICAMO, SEGNALARE -- che stiamo pensando a quell’oggetto, senza dire
nulla di ciò che ne pen segue --Fido,
... is shaggy -- che l’interiezioni possono qualificarsi come quelle, tra le
parole della nostra lingua, che hanno PIÙ SIGNIFICATO (“more meaning”) di tutte
le akre, e in certo modo, come le sole che n’abbiano, quando sono prese a
se. mentre altre sono soltanto capaci d’acquistarne,
nel caso che siano assunte a far parte
una frase che n’abbia. L’affermazione riferita sopra equivale, dunque, a dire
che la vero lingua comincia colla prima introduzione di parole (shaggy, brr. Ah, ouch -- che, prese
per se stesse NON hanno alcun SIGNIFICATO, e che di tanto una lingua e ° più rilievo hanno in esso le parole –shaggy
-- che si trovano in questo caso, di front litro che, anche enunciate
isolatamente, esprimono qualche opinione d’animo – shaggy, hairy-coated --, di
chi le PRO-NUNCIA. Si ha una conferma di ciò nel fatto che le parole che hanno MENO SENSO delle altre - quelle cioè alle quali è necessario
aggiungere un piu grande numero d’altre parole per ottenere una frase che
voglia sono apppunto quelle che compaiono piu tardi – non da da, ma ma -- , tanto
nello sviluppo storico della lingua che Romolo e Remo sono segnalato
dalla lupa capitolina, quanto nel processo individuale o gemmelli del loro
apprendimento della lingua del Lazio.
Tra tali parole sono da porre, in primo luogo, le pre-posizioni (via va,
Grice, to Roma d’Albalonga) in quanto esse hanno l’ufficio d’indicare le varie
specie di relazioni che possono sussi-
fi) La trovo citata tra gl’altri da ZOPPI (si veda), nella sua Filosofìa
della Grammatica (Veron), che trovato pieno d’osservazioni
suggestive sull’argomento qui trato.] stere tra gl’oggetti di cui si parla.
Esse infatti, appunto per questa ragione, non indicano assolutamente nulla se
non sono accompagnate dalle parole che denotano gl’oggetti tra i quali s’asserisce
aver luogo la relazione che ad esse
corrisponde. Così, quando pronunciamo, per esempio, le parole: accanto, sopra, dopo, etc., -- cf. Grice, ‘betwen’, not aequivocal, and
‘the sense of ‘to’ senseless -- senza
indicare quali siano le cose di cui INTENDIAMO (GRICE M-intending) affermare
che runa è accanto all’altra, sopra l’altra,
etc., -- zu zu Jew -- noi non comunichiamo a chi ci ascolta alcuna
determinata INFORMAZIONE (si veda
FLORIDI) sulle cose di cui parliamo. A considerazioni analoghe si presta il
confronto delle varie specie di verbi e, in particolare, la distinzione
espressa comunemente coll’opporre i verbi transitivi ai verbi intransitivi, col
porre in contrasto, cioè, i verbi che, come per
esempio: desidero, respingo, nascondo,
indico, etc., richiedono che alla
loro enunciazione segua l’indicazione di qualche oggetto al quale si
riferiscono, coi verbi che invece, come per esempio: dormo, cresco, rido,
muoio, etc., non hanno bisogno d’alcuna
ulteriore determinazione o specificazione di tal genere. Qui è tuttavia d’osservare
che la suddetta distinzione, in quanto è stabilita dai grammatici in base al
criterio puramente formale consistente in ciò ch’il verbo esiga, o non esiga,
ciò ch’essi chiamano un complemento
diretto, non coincide esattamente con quella che, pel nostro scopo, è opportuno è posta in
rilievo. A nessuno certo può venire in mente di dar torto ai grammatici quando
essi si preoccupano di distinguere i casi nei quali l’indicazione dell’oggetto,
a cui si riferisce l’azione espressa d’un verbo – il causato o accausato –
accusativo -- avviene per mezzo della
semplice aggiunta del nome di tale oggetto, come quando si dice per esempio:
desidero la tal cosa -- wants to marry
Mary — dai casi nei quali invece è necessario che, tra il verbo e il nome, sia
interposta una preposizione, come quando si dice per esempio, di certi nomi
come quelli che abbia'mo sopra citati, è ordinariamente indicato col
qualificarli come nomi relativi. Della connessione tra i nomi relativi e i verbi transitivi si ha una chiara manifestazione anche nella possibilità, frequentissima, di
tradurre frasi, in cui a un dato oggetto, o persona, è applicato un nome
esprimente una relazione, in altre si, equivalenti, nelle quali figura invece un
verbo transitivo. Non vi è, per esempio,
differenza tra il SIGNIFICATO (O SENSO) – ma si dell’implicatura -- delle frasi, il tale è nemico del tale altro, o il tale oggetto c più alto del tale altro,
e le altre: a tal persona odia la tal
altra, o il tale oggetto supera, o
sopramnza, il tale altro, etc.
Peirce [su cui Grice insegna a Oxford], che più d’ogni altro s’è
occupato dell’analisi e della classificazione delle varie specie di relazioni,
è stato portato dalle sue ricerche a stabilire una distinzione tra i verbi o
nomi ed aggettivi transitivi, a seconda che essi esigano l’aggiunta d’un solo o
di più nomi per acquistare un SIGNIFICATO
(O SENSO) determinato, per diventare cioè capaci d’affermare qualche cosa degl’oggetti
e delle persone a cui vengono ap- LEIBNIZ PARIDE AMA ELENA, Sono, per esempio,
verbi doppiamente transitivi, o bivalenti diadici, come si potrebbero chiamare
con una opportuna immagine tolta dal linguaggio della chimica, comportanti cioè
l’aggiunta di due nomi – he fell on his sword -- i verbi seguenti:
insegnare qualche cosa a qualche
persona, dare qualche cosa a qualche
persona, e i corrispondenti nomi: maestro di qualche cosa a qualcheduno, donatore
– VARRONE derivativo -- di qualche cosa a qualcheduno, etc. Sarebbe forse più proprio chiamarli tri-valenti
o triadici, in quanto anche il soggetto rappresenta una valenza. Sarebbero allora bi-valenti i
verbi semplicemente transitivi,
uni-valenti i verbi intransitivi – it rains, what is ‘it’? --, e nulli-valenti o privi di valenza
gli impersonali come piove,
nevica etc. – “As Srawson once asked me, “it is raining – what is
‘it’?” – Grice. Gl’impersonali
latini come pudet me
piget me mihx
tur etc. sono bi-valenti come i
verbi transitivi. Come esempio di verbi
a quattro valenze tetradici si potrebbe citare il verbo scambiare wife-swap nel senso commerciale -- il tale
scambia colla tal persona, la tal cosa
colla tal altra, o più semplicemente, le tali due persone si scambiano fra loro
le tali due cose – their pairs of socks. Esempi di verbi tri-valenti
capaci cioè, o esigenti, di venire
o comperare, vendo un oggetto A a
una persona B, per un prezzo C, compro un oggetto A d’una persona B, per un prezzo C. Nel caso di
questi verbi pluri-valenti polliadici, o molteplicemente transitivi, si scorge
chiaramente quale sia l’ufficio che hanno le preposizioni, in quanto servono
quasi d’organi connettivi, per applicare a ciascun verbo ordinatamente i rispettivi complementi, pare ordenato. Quanto
più cresce il numero delle valenze tanto
più cresce naturalmente il bisogno di speciali segni o particelle destinate ad
evitare le’ambiguità nell’assegnazione
di diversi complementi a uno stesso verbo. Servono a tale scopo, nel linguaggio
ordinario, le preposizioni o le flessioni corrispondenti ai diversi casi
dei nomi. Finché il verbo, pur essendo a più valenze, è
tale che, come avviene per esempio in quelli
sopra citati, i diversi nomi richiesti per completarne il SIGNIFICATO (O
SENSO) appartengono a categorie cosi distinte da rendere impossibile qualsiasi
equivoco –you gave Mary to the book? -- o confusione tra loro; quando, per
esempio, come nel caso del verbo dare, l’un complemento deve indicare una
persona, e l’altro un oggetto, può parere sempre superfluo l’impiego di qualsiasi
preposizione. Si tende infatti ad abolire queste in tutti quei casi in
cui s’ha particolare interesse a fare ECONOMIA [principle of economy of
rational effort – GRICE] di parole –
avoid prolixity of expression [sic],
come per esempio nei telegrammi, negl’indirizzi, negl’avvisi economici
delle quarte pagine dei giornali. Se si telegrafa, per esempio spedite plico
segretario nessun dubbio può nascere che il plico è la cosa spedita e
il segretario la persona a cui la spedizione è fatta, e non viceversa – give
dog bone send package secretary]. – cf.
PECCAVI – Grice. Ma quando, invece, i diversi complementi d’un verbo
appartengono tutti a una medesima classe, quando sono, per esempio, tutti nomi
di persone, come per esempio nelle frasi, dico male di Tizio a Caio, dico
male a Caio di
Tizio, l’omettere le preposizioni equivarrebbe a togliere ogni mezzo a
chi ascolta di distinguere le diverse relazioni in cui i diversi nomi stanno
col verbo, e a esporsi quindi a esser capiti a rovescio. Se, tenendo presenti
le considerazioni svolte sopra, ci proponiamo di determinare quali siano gli
speciali caratteri grammaticali e SINTATTICI
o mortfosintattici per i quali il linguaggio algebrico si distingue da quello
ORDINARIO, un primo fatto notevole che
ci si presenta è l’assenza, nel
linguaggio algebrico, di qualsiasi specie di verbi, cioè l’eguaglianza
e e oro aree, resta, per ciò solo, precluso il suo simultaneo impiego
per esprimere qualsiasi altra relazione tra figure, come per esempio, quella d’egualanza
propriamente detta o
sovrapponibilità, quella di
similitudine, etc. I inconvenienti ai
quali, in casi di questo genere, potrebbe dare occasione l’impiego d’uno stesso
segno, per indicare relazioni affatto diverse puo essere evitati in
algebra ricorrendo, come, infatti,
qualche volta si fa, all’introduzione di nuovi segni che, accanto a quelli d’eguaglianza
e di diseguaghanza, assumessero l’ufficio che, nel LINGUAGGIO ORDINARIO,
spetta alle diverse specie di verbi transitivi, il tale edificio è eguale
all’altro in altezza ; i tali due cliL si’equivalgono per salubrità, etc. ner T
Preposizìone è, per così dire, accidentale; in greco, cusatir^Tn
questione, posto All’accusativo,
in LATINO s’adopera l’ABLATIVO. Ma v’è anche un altra forma che possono
assumere le proposizioni del tipo suddetto, ed e quella che si presenta nelle
frasi: la statura della tal persona eguale a quella della tale altra, l’altezza del tale edificio e.u^le
a 0 Sull’opportunità di
ricorrere a questo espediente, nel caso delle relazioni tra gl’enti geometrici
considerati nel calcolo vettoriale, s’è
molto discusso recentemente al congresso tenuto a Roma a proposito della
relazione presentata su tale soggetto da FORTI (si veda), dell 'accademia militare
di Torino, e LONGO, di Messina. i
ormo; e aiarcoqtiella del tale altro, la
salubrità del tale clima à eguale a
q^lella del tale
altro, etc. Queste espressioni,
nelle quali figurano al posto del soggetto e del predicato, i nomi, non più
degl’oggetti [GRICE, obble] di cui si parla, ma delle qualità [GRICE, SHAGGY] d’essi
– where is Banbury’s disinterest? -- e dei caratteri rispetto ai quali essi
sono posti a confronto, corrispondono precisamente all’espressioni che
compaiono nel linguaggio algebrico o ARIMMETICO o matematico o FORMALE quando,
per esprimere, per esempio, che due angoli, a e b, hanno uno stesso seno, si
scrive, “sen a = sen b, o quando,
per indicare o significare che i
triangoli ABC e DEF hanno una stessa area, si scrive: “area ABC = area DEF.” I due
esempi citati, quello del seno e quello dell’area, possono servire a
mettere in luce una differenza che è importante segnalare. Mentre dell’affermazione
che un angolo ha un dato seno si può definire perfettamente il SIGNIFICATO (o
SENSO) anche senza considerare alcun altro angolo oltre quello di cui si parla,
per il caso, invece, dell’AREA, il SIGNIFICATO
(O SENSO) della frase o proposizione, ‘La
tal figura ha una data area,’ non può venire determinato se non ricorrendo, o riferendosi, direttamente o
indirettamente, a quell’operazioni di confronto tra l’AREA
di’una figura e l’area d’un’altra
-- la quale altra può anche essere, per esempio, quella che si è scelta
per unità di misura dell’aree -- il
metrodi Witters -- che sono richieste per riconoscere se due date figure hanno,
o non hanno, una stessa area. In altre parole, mentre nel caso del SENO d’un
angolo si può prima dichiarare o definire che cosa esso sia, e poi passare a riconoscere se il seno d’un
dato angolo sia eguale, o maggiore, o minore del seno d’un altro, nel caso
dell’AREA, invece, tali due
procedimenti sono inseparabili, e non
possono neppure essere concepiti indipendentemente l’uno
dall’altro. II modo ordinariamente impiegato per distinguere i casi
dell’una specie dai casi dell’altra consiste nel dire che, mentre, nei casi
analoghi a quello del SENO, si definisce
*ESPLICITAMENTE* un nuovo SEGNO di FUNZIONE. Nei casi invece analoghi a
quello dell’AREA, il SIGNIFICATO (O
SENSO) del nuovo nome introdotto è determinato soltanto, non esplicitamente, ma
IMPLICITAMENTE, o, come anche si dice, per mezzo d’una definizione per astrazione.
Il più antico esempio che di definizione per astrazione ci presenta la storia
del linguaggio matematico è la definizione della parola RAPPORTO (logos), che
si trova posta a base della trattazione sulla PROPORZIONE a:b::c:d nell’Elementi
d’Euclide. Questa definizione, che la tradizione fa risalire ad Eudosso,
consiste infatti soltanto nel determinare esattamente sotto una forma
applicabile anche al caso delle quantità incommensurabili il SIGNIFICATO (O
SENSO) della frase o proposizione, ‘Le tali due grandezze hanno lo stesso RAPPORTO
(logos) delle tali altre due.’ Oppure: il RAPPORTO (logos) tra tali due
quantità è eguale a (=) (o maggiore
(a>b), o minore (a<b) di) quello tra le tali altre due quantità. Per
mezzo d’un tale procedimento, una relazione tra quattro grandezze — la
relazione cioè che s’esprime dicendo che esse
formano la PROPORZIONE a:b::c:d
— viene a poter essere espressa
sotto forma d’una eguaglianza fra due
termini, in ciascuno dei quali figura
uno STESSO nome, o SEGNO, di FUNZIONE
(tra due VARIABILI). Mentre della parola ‘RAPPORTO’ (logos) non è data, e non
occorre c e s, altra definizione oltre
quella che consiste nell’attribuire un determinato alle frasi in cui si parla d’eguaglianza o di diseguaglianza tra rappor quantità. Sui
numerosi esempi che del suddetto genere di definizioni ci presentano ! diversi
rami della matematica e le varie scienze
nelle quali essi trovano apph- C3^ion0
non c oni il Cciso di fcrnicirsi. Si
presenta opportuno invece il domandarsi quali siano le condizioni da cui
dipende l'applicabilità del procedimento descritto sopra; il domandarsi, cioè, in
quali circostanze una definizione per
astrazione è possibile, e in qua casi è lecito,
o conveniente, introdurre un nuovo SEGNO DI FUNZIONE per mezzo di
6SS6 j. Ciò equivale a domandarsi
quali sono le proprietà di cui deve
essere dotata una relazione o una corrispondenza tra oggetti di una data
classe perche il suo sussistere, tra due oggetti e à di tale
classe, può venire espresso per
mezzo d’eguaglianze del
tipo:/«=:/^. ove del SEGNO – o dispositivo formale -- / non e finizione oltre quella che risulta dal SIGNIFICATO (O SENSO) che s’attribuisce
alla forra condizione indispensabile pell’applicazione d’un tale procedimento
è, anzitutto, questa: che la relazione di cui si tratta ha in comune colla relazione
d’eguaglianza la proprietà che, pel caso di quest’ultima, viene espressa d’un
ASSIOMA. Se a è uguale a e -5 è uguale a
r, anche a e ugna e a c. Se infatti
questa condizione non si verifica — se, cioè,
la relazione in questione è tale che, dal suo sussistere tra due oggetti a e -5,
e tra due altri, e et non
derivas senz’altro il suo sussistere tra
a e r -, il servirsi d’una
espressione del tipo; fa—fb, per indicare il fatto che essa si verifica
tra due oggetti a e b, porta alla
conseguenza assurda -- o, ad ogni modo, incompatibile con una proprietà, fondamentale, del segno d’eguaglianza, usato
da Peano e Grice (x=y) che, ^lle
eguaglianze : fa±ifb, e
fb—fc. non si può dedurre l’altra. Per
una ragione analoga, la relazione di cui si parla dove anche godere d’un’*altra*
proprietà. Essa dove cioè essere tale, che, dal suo sussistere tra due oggetti
« e à, si può sempre concludere che essa sussiste pure, all’inverso, tra b ed a. Altrimenti si dove ammettere che, dalla formula
fa =/à, non si può passare all’altra fb—fa,
contrariamente a un’altra delle proprietà caratteristiche dell’eguaglianza.
Soddisfano a questa condizione, per esempio, le relazioni di perpendicolarità e
di parallelismo, mentre non vi soddisfa, per esempio, la relazione di
divisibilità. Dall’essere un numero n1 divisibile
per un altro n2 non deriva certamente ch’il secondo n2 sia divisibile
pel primo n1. Il nome di definizioni per
astrazione è stato introdotto da PEANO –
e usata da Grice nel suo metodo di psicologia razionale alla Ramsey. Il
riconoscimento dell’importanza del procedimento che conduce ad esse, risale a
Grassmann, AUSDEHNUNGslehre. Un notevole contributo alla loro analisi è
apportato da PADOA (si veda), Atti del
sfi Congresso della SOCIETÀ ITALIANA DI FILOSOFIA, Parma. Le relazioni che, pur
soddisfacendo alla prima delle due condizioni sopraccennate – cioè, a quella
che chiamo ‘TRANSITIVITÀ sillogistica’, non soddisfacciano alla seconda,
possono, per ciò solo, venir rappresentate d’uno qualunque dei due segni di DIS-UGUAGLIANZA
(a>b e a<b), poiché tanto pell l’uno
come pell’altro d’essi si
verifica appunto la prima, e non la seconda delle due condizioni suddette. Le due condizioni enunciate sopra,
oltre che necessarie, sono anche sufficienti perchè è lecito il ricorso a una
definizione per astrazione, e all’introduzione, per tal via, d’un nuovo nome o
d’un nuovo SEGNO DI FUNZIONE. La sola obiezione che qui può presentarsi è
quella che consiste nel dire che,
venendo il SEGNO DI FUNZIONE così introdotto a essere definito solamente in
quanto figura in espressioni d’una data forma -- cioè, in espressioni del tipo
fa—fb --, esso rimane privo d’ogni
significato in tutti i casi in cui si voglia adoperarlo isolatamente, o
combinato diversamente con altri segni della stessa o diversa di specie. A
questa obiezione si può rispondere
osservando che, allo stesso modo come s’è attribuito un SIGNIFICATO (O
SENSO) all’espressioni del tipo
fa —fb, così nulla vieta di determinare ulteriormente
anche il SIGNIFICATO (O SENSO) d’altr’espressioni nelle quali, d’un lato, o d’ambedue
i lati, d’un SEGNO D’UGAGLIANZA (Grice: x = y),
figurano, non già dei termini isolati, come fa o fb, maf dei
determinati aggruppamenti d’essi, come
per esempio f a ^ /^, composti
interponendo determinati segni d’operazione. Perchè ciò può farsi occorre, naturalmente,
che la relazione di cui si tratta soddisfisce a un certo numero d’altre
condizioni, in aggiunta a quelle che, come s’è visto, sono richieste perchè il
fatto che essa sussiste tra due oggetti
a e b può venire espresso d’una formula
del tì^o: f a f b. Quali sono
queste condizioni risulta in ogni caso dall’esame delle proprietà che
caratterizzano le diverse operazioni i cui segni figurano nelle formule da
definire. Il caso che si presenta più frequentemente è quello di relazioni tali
che, mediante esse, si può attribuire un SIGNIFICATO (O SENSO), oltre che alle
formule del tipo •
yo! — fb, anche a quelle del tipo: fa
fh + f c, e per conseguenza anche a quelle del tipo;
fa—fb — fc, nonché a quelle del
tipo; fa
— kfb, ove “k” rappresenta un numero – cf. il sufisso di
H. P. Grice, “VACUOUS NAMES”. Si ha un
esempio d’una relazione appartenente a questa categoria, nel linguaggio tecnico
della FISICA, in quella relazione che s’esprime dicendo, di due dati corpi, ch’essi
hanno una stessa massa (‘m’), o due masse che stanno fra loro in un dato
rapporto – cf. Ramsey, Bridgman, The language of physics. Un altro esempio c’è
fornito da tutto un altro ordine di rapporti, da quelli, cioè, riferentisi al valore
di scambio delle merci. Mentre infatti gl’econo- [Posso rimandare il lettore, che desidera
maggiori schiarimenti, a un saggio che recentemente pubblicato su questo
soggetto, nel Nuovo Cimento, ‘Sul miglior modo di DEFINIRE la MASSA nella meccanica – in “Opere” Sul miglior modo di definire la Massa in una
trattazione elementare della meccanica.
Nuovo Cùnento. La via comunemente
seguita, nei testi di Fisica in uso presso le nostre scuole secondarie, per
arrivare al concetto di massa è, com’è
noto, la seguente: Enunciata la
legge d’inerzia, e definite le forze
come le cause che tendono a modificare lo stato di moto o di quiete d’un corpo, s’accenna
anzitutto al modo di confrontarne e misurarne l’intensità per mezzo dei loro
effetti statici. Si passa poi ad enunciare, come ^®®®lerazione volte più Come un fatto sperimentalmente
constatahiio .i- chio,
Mach indica poi anche questombelf
‘'‘PP-®- c se, a un corpo di
massa; rispetto £>te Mechanik
in ihrer Enlwìcke lituo- hi et ,, risc/i.krtlisch dargeslelU.
Leipzig, Brockliaus, SUL MIGLIOR MODO DI DEFINIRE LA MASSA 8oi a
un dato corpo, se ne aggiunge un altro di massa /«', essi, presi insieme, si comportano come un
corpo di massa m + nC . Per ben chiarire la distinzione tra peso e
massa, Mach consiglia poi di ricorrere direttamente alla considerazione delle diverse resistenze
che oppongono, al cambiamento del loro
stato di moto o di quiete, apparecchi nei quali, come, ad esempio, un volante,
o una carrucola da cui pendano eguali pesi dalle due parti, i vari pesi che si
muovono siano disposti in modo da controbilanciare i propri effetti. Le
differenze sostanziali tra la via seguita da Mach, Leitfaden der
Phy- sik, per
stabilire il concetto di massa, e quella che, con qualche differenza di
dettaglio, è seguita in pressoché tutte l’ordinarie trattazioni della meccanica
pelle scuole secondarie, possono quindi ridursi alle due seguenti; Invece di definire la massa d’tm corpo, Mach definisce il rapporto della massa di due
corpi; si limita cioè a precisare il senso delle frasi: Il tal corpo ha massa
doppia, tripla, etc., d’un altro. Tale
definizione è da lui effettuata ricorrendo ad un’esperienza nella quale i due
corpi in questione sono fatti agire l’uno sull’altro; nella quale cioè le forze
uguali, che sono constatate imprimere ad essi accelerazioni diverse, sono
rappresentate dalla tensione d’un filo che li congiuiige l’uno all’altro. E da
notare che questi due caratteri della trattazione di Mach sono affatto indipendenti l’uno dall’altro, nel
senso che si potrebbero immaginare altre trattazioni le quali avessero con essa
comune il primo carattere e non il secondo. Ciò è tanto più interessante a
rilevare in quanto, tra gl’inconvenienti che presenta il metodo ora
ordinariamente impiegato, parecchi, e non dei meno gravi dal punto di vista
didattico, dipendono unicamente dal fatto che in questo, a differenza di quanto si fa da Mach,
si ricorre, pella prima determinazione del concetto di massa, al confronto
delle diverse velocità, o accelerazioni, che un dato corpo assume col variare
delle forze di cui subisce l’azione, invece di ricorrere al confronto tra le
diverse velocità, o accelerazioni, che diversi corpi sono capaci d’assumere
sotto l’azione d’una data forza. Ora è
fuori di dubbio, come è stato osservato
nel corso della discussione da BONETTI, che sono i fatti e le esperienze di
questa seconda specie, e non quelle della prima, che sono particolarmente atte
a dare un contenuto concreto al concetto che si vuol fare acquistare dall’alunno. Che una spinta, data a una barca scarica, la
faccia muovere con più velocita, o la fermi con più facilità, che non la stessa spinta data alla stessa barca quando
sia carica; che, in generale, per citare
letteralmente la proposizione come si trova già enunciata nella Fisica d’Aristotele, una data forza sia
capace di fare acquistare, alla metà d’un corpo, una velocita doppia di quella
che, a parità di condizioni, farebbe acquistare al corpo (M Non mancano però eccezioni. Il
procedimento seguito, ad esempio, nel
testo di PITONI s’avvicina molto a quello che più innanzi propongo. intero; queste e l’altre analoghe
esperienze costituiscono la prima sorgente, o il primo nucleo, attorno al quale
il concetto più preciso e rigoroso di massa può gradatamente formarsi e
organizzarsi nella mente dell’alunno, come si è gradatamente formato e
organizzato nella storia della scienza.
Per convincersi della scarsa
connessione che sussiste, invece, tra l’esperienze relative al diverso modo di
comportarsi d’uno stesso corpo, sotto l’azione di forze differenti, e il
concetto di, basta semplicemente pensare che questo ultimo conserverebbe tutta
la sua importanza teorica e pratica anche in un universo pel quale la legge di proporzionalità tra le forze, STATICAMENTE
misurate, e le accelerazioni d’esse
rispettivamente impresse a un dato corpo, cessasse affatto d’aver vigore,
purché, in tale universo, i rapporti tra l’accelerazioni, che le varie forze,
agendo per un dato tempo, impritnono rispettivamente ai vari corpi, restassero
fìssi (indipendenti cioè, per esempio, dalla direzione e intensità delle forze,
dalle posizioni presentemente e antecedentemente occupate dai corpi, dal tempo pel quale questi sono stati
tenuti in riposo, dalle velocità loro, dalle forze che su essi
contemporaneamente agiscono, etc. Come
giustamente è stato osservato, Clifford,
The Commo7i Sense
of thè cxact
Sciences, London, ciò che dà
importanza alla nostra conoscenza della massa dei corpi è semplicemente questo:
che, d’essa, noi siamo messi in grado d’applicare la nostra eventuale conoscenza degl’effetti
che date circostanze, tensioni, urti, pressioni, etc., producono sul modo di
muoversi anche d’un solo corpo, per determinare gl’effetti che le stesse
circostanze produrrebbero sul movimento di
q7ialu7ique altro corpo. Ma se, pel primo dei sopraindicati due
caratteri, la forma d’esposizione proposta da Mach si presenta, a mio parere,
come preferibile a quella seguita nella
trattazione ordinaria della massa nei testi pelle scuole secondarie, ben
diverso mi sembra il caso pel’altro carattere che resta da considerare, quello
cioè che concerne la scelta degl’apparecchi e dell’esperienze su cui basare
la prÌ77ia co7istatazio7ie del diverso modo d’accelerarsi di corpi
diversi sotto l’azione di forze uguali. Il ricorrere, per questo scopo, ad esperienze in cui le forze uguali
considerate sono rappresentate dall’azioni che due corpi esercitano l’uno
sull’altro, sia che queste vengano provocate per mezzo dell’apparato a forza
centrifuga descritto sopra, sia con
altre disposizioni. per esempio,
come propone Love,
Si ritrova questa stessa proposizione, e sotto questa stessa forma,
anche nei manoscritti di VINCI
(Cfr. l’edizione di Ravaisson-Mollien. Paris.
Cioè, per servirmi d’una
locuzione, opportunamente introdotta d’Enriques, Problemi della Scienza, Bologna, 1’importanza del concetto di massa
non sta solo nel suo designare una data specie di sosliluibililà, o
equivalenza, dei corpi, ma nel fatto d’indicare come differisca il comportarsi,
rispetto alle forze che su essi agiscano, di due corpi meccanicamente noti sostituibili. Come Mach
gentilmente m’informa, egli stesso non è perfettamente soddisfatto di questa
parte del suo procedimento. A ricorrere all’esperienze con quell’apparato a
forza cen- facendo urtare tra loro due
corpi elastici appesi a due fili, e confrontando l’altezze da cui si sono
lasciati cadere con quelle a cui risalgono dopo l’urto, sembra a me
presentare dal lato didattico dei gravi
inconvenienti. L’esperienze, alle quali
in tal modo si viene a fare appello, esigono, per essere interpretate e
riconosciute adeguate allo scopo a cui sono rivolte, una quantità d’ipotesi e
di cognizioni preesistenti, la cui considerazione, anche se non offre speciali
difficoltà, tende però a distrarre l’attenzione dell’alunno, e a rendergli più
difficile il chiaro apprendimento del
principio che si tratta d’illustrare e di
provare. Il condensare e il far quasi coincidere, come vorrebbe Mach, in
un solo enunciato, da provare e verificare con una stessa serie d;esperienze, due principii così diversi, a primo aspetto, come, d’una parte,
quello dell’uguaglianza dell’azione alla
reazione, e, dall’altra parte, quello della costanza del rapporto tra l’accelerazioni
prodotte d’una stessa forza su corpi di diversa massa, se corrisponde a
un’ideale altamente apprezzabile di trattazione teorica, non mi sembra affatto
raccomandabile come espediente
didattico. Ciò di cui ha soprattutto bisogno l’alunno, nella prima fase di
studio della meccanica, è d’avere a propria portata dei tipi d’esperienze che,
anche senza prestarsi a verifiche quantitative rigorose, gl’offrono dell’illustrazioni
immediate e dirette delle singole proposizioni su cui la trattazione si basa.
E, per quanto riguarda la massa, sembra a me che l’esperienze che meglio soddisfano a questa condizione
siano: in primo luogo, quelle in cui si confrontano le velocità ch’assumono dei
corpi mobili (per es. carrelli su guide, galleggianti, etc.) in un piano
orizzontale (naturalmente in condizioni d’eliminare più che sia possibile
l’attrito) sotto l’azione di date spinte o trazioni, rappresentate da dati
urti, o pesi; in secondo luogo, quelle in cui le velocità che si confrontano sono quelle ch’assumono,
su due piani diversamente inclinati, due gravi i cui pesi siano prima stati constatati
esser tali da produrre una stessa tensione su due fili paralleli ai rispettivi
piani, da cui essi prima pendevano; in terzo luogo, l’esperienze colla macchina
d’Atwood, o con altri analoghi apparati
in cui, per esempio, i due gravi, pendenti dalle due parti della carrucola, possano esser fatti muovere lungo
piani diversamente inclinati, etc. Della difficoltà, o impossibilità, di
rimuovere l’influenza perturbatrice degl’attriti, non si dovrebbe qui
preoccuparsi più di quanto si faccia, per esempio, nelle prime esperienze relative alle
condizioni d’equilibrio delle macchine semplici. essere stato indotto dall’obbiezioni
che, al suo modo di far dipendere il concetto CI massa da quello d’azione reciproca tra due
corpi, erano state mosse d’alcuni suoi eg I tra gl’altri Boltzmann, i quali
asserivano che il definire la massa in tal modo implica la considerazione di’azioni
a distanza. dell’inconvenienti didattici, notati nel corso della discussione d’Ascoli,
zamend*^ Prematuro della macchina d’Atwood sono interessanti l’osservazioni e
gli apprez- «w/ "i" rapporto sull’insegnamento
della meccanica elementare, negl’Atti del Jirtixsh Association Meeting, Johannesburg.
Solo in seguito, quando l’alunno abbia bene afferrato il SIGNIFICATO dei
principii fondamentali, potrà esser conveniente guidarlo, per successive
approssimazioni, a tener conto dei vari ordini di cause perturbatrici, e ad
apprezzarne anche quantitativamente
l’influenza. Tenendo presente quest’ultima osservazione si potrebbe
anche procedere ad un altro ordine d’esperienze: quelle cioè che si riferiscono
alla caduta dei corpi in liquidi di diversa densità. Porre l’alunno davanti a
un apparecchio in cui figurino, pendenti dalle due parti d’una carrucola, due
corpi d’ugual forma, i cui diversi pesi siano scelti in modo d’equilibra/ 1 quando l’uno e l’altro dei detti corpi vengano
rispettivamente immersi in^^itic dati liquidi di diversa densità, e invitarlo a
prevedere quale dei due corpi scenderebbe con maggior velocità se ciascuno
fosse lasciato libero nel rispettivo liquido, e a rendersi ragione del fatto
che il più pesante scenderebbe, in tal caso, più lentamente del più leggero,
pare a me costituisca un ottimo mezzo per indurlo a riflettere sul SIGNIFICATO e sulla portata della distinzione tra peso e
massa. E da notare che è appunto per questa via, e attraverso considerazioni di
questa specie, relative cioè a campi di forze in cui gravi si muovono sotto
l’azione d’una parte soltanto della forza rappresentata dal loro peso, che,
nella storia della meccanica, il concetto di massa si è svolto ed elaborato
come distinto da quello di peso. É molto
interessante a questo proposito il seguente brano che trascrivo dalla
prefazione di BALIANI alla sua De motu gravitivi, nel quale la suddetta
distinzione si trova esplicitamente formulata, e applicata al caso della libera
caduta – H. P. GRICE FREE FALL -- dei gravi, con parole poco diverse da quelle
che furono, più tardi, adoperate da Newton, spesso erroneamente citato, a tale riguardo, come il
primo cui si debba un’espressa definizione del concetto di massa. E fui
condotto a pensare che, mentre il peso, gravitas, si comporta com’un agente, la
materia si comporta invece come un paziente, e che quindi i gravi si muovono
secondo la proporzione dei loro pesi alla loro materia, onde se cadono senza
impedimento verticalmente, si devono
muovere tutti colla stessa velocità, poiché quelli che hanno più peso hanno
anche più materia o quantità, di materia, plus materiae, seti materialis
quantitatis. Quando invece vi sia qualche impedimento o resistenza, il moto si
regola secondo l’eccesso della virtù che agisce sulle resistenze e sugl’impedimenti
al moto, secundum excessum virtutis agentis super resistentiam passi, seti impedientia motum; in altre parole,
secondo il valore di quella parte, o componente, del loro peso che può
effettivamente agire, e che è rappresentata dallo sforzo che si dovrebbe
esercitare, in direzione contraria al moto, per trattenere il grave dal
cadere).]. economisti utilitarii – futilitarii citati da Grice -- possono, e
devono, determinare e definire esattamente il SIGNIFICATO (O SENSO) di frasi
come le seguenti. IL VALORE della tal merce è UGUALE al valore della tale altra.IL
VALORE MONETARIO della tal merce è UGUALE alla SOMMA dei valori delle tali due
altre. Etc. Essi non hanno alcun bisogno, e neppure alcuna possibilità, a meno
di cadere in tautologie, di definire isolatamente la parola “VALORE.” E tale
impossibilità non dà luogo, nè qui, nè negli altri casi analoghi, ad alcun
inconveniente o ambiguità. Precisamente, come nessun inconveniente deriva nel LINGUAGGIO ORDINARIO (GRICE, ORDINARY
LANGUAGE PHILOSOPHY) dal fatto che noi NON siamo in grado di dire che cosa significhino
[SIGNIFICA] isolatamente le parole “stregua,” “solluchero,” “josa,” “zonzo,” “acchito,”
“chetichella,” “vanvera,” etc., bastandoci del tutto conoscere il SIGIFICATO (O
SENSO) di tutte le frasi in cui tali parole compaiono – cioè, delle FRASI: “giudicare
a una data STREGUA,” “andare in SOLLUCHERO,” “averne a JOSA,”
“andare a ZONZO,” “di primo ACCHITO,”
etc. – CHETICHELLA. VANVERA. STREGUA – GIUDICARE A UNA DATA STREGUA – SOLLUCHER
–ANDARE IN SOLLUCHERO – JOSA – AVERNE A JOSA – ZONZO – ANDARE A ZONZO – ACCHITO
– DI PRIMO ACCHITO – CHETICHELLA – VANVERA -- [to judge by a given standard, to
go delighted, to have joy, to go for a round, at first glance. -- Il frequente
impiegò che è fatto, nei vari rami della matematica, di locuzioni – the meaning
of ‘and’ or ‘if’--, o segni di funzione, il cui SIGNIFICATO (O SENSO) è
determinato solo per mezzo di definizioni per astrazione, viene a confermare
ciò che già è stato asserito indietro, quando s’assegna come uno dei tratti
caratteristici del linguaggio algebrico – utterer’s meaning, sentence-meaning,
and word-meaning -- di fronte al LINGUAGGIO ORDINARIO [informalists di Grice],
il maggior rilievo e la maggiore
importanza ch’assumono in esso i segni i quali, non avendo, quando siano
considerati isolatamente, alcun SIGNIFICATO (O SENSO) – what is the meaning of
‘of’? Is ‘between’ ambiguous? The meaning vs. The use of ‘if’ -- separatamente
enunciabile, sono capaci di venire definiti solo in modo IMPLICITO – cioè, solo
coll’indicare il SIGNIFICATO (O SENSO) d’intere espressioni (utterer’s meaning)
-- o formule -- in cui il segno da definire compaia associato con altri segni.
Il riconoscere come affatto legittimo l’impiego di segni o parole, che si
trovano in questo caso, e come affatto irragionevole l’esigenza, per essi, d’una
definizione – o analiai in termine di condizioni necessari e sufficienti -- ESPLICITA,
non è privo d'importanza, teorica o pratica, anche fuori del campo delle scienze matematiche. Basta
dare uno sguardo alle prime pagine degl’usuali libri di testo, o ai manuali
elementari di qualsiasi ramo d’insegnamento, dalla grammatica al diritto
costituzionale, dall’elettrotecnica alla
musica, per convincersi del grave danno che deriva alla chiarezza e alla
intelligibilità, e nello stesso tempo anche alla precisione e al rigore, dell’esposizione dalla tendenza dei trattatisti a riguardare
come unico mezzo, pella determinazione del SIGNIFICATO (O SENSO) dei termini
tecnici, il ricorso alle DEFINIZIONE *propriamente dette*. Che il procedimento ordinario di definizione,
quello cioè secondo il quale, prendendo in considerazione la nozione da
definire, isolatamente e indipendentemente dalle frasi nelle quali essa dove
poi essere adoperata per DIRE – dictive
content -- qualche cosa, si mira a
decomporla nei suoi elementi – utterer’s meaning, sentence-meaning,
word-meaning, facendola comparire, in certo modo, come il risultato dell’intersezione
d’altre nozioni più generali
— [il fratendimento di Mrs. Jack sul reduzionismo di H. P. Grice, “to
mean” “to intend”, asymmetricalista -- può essere, in dati casi, utile e anche necessario, non è da
porre in dubbio. Ma, anche senza tener conto del fatto che, anche seguendo tale
procedimento, si dove pure arrivare, presto o tardi, a nozioni che non possono
essere in tal modo ricondotte ad altre più generali – il punto essato di Grice
quando preferisce dare una definizione IMPLICITA di ‘willing’ – cf. ‘shaggy’ x
is shaggy, Fido is shaggy--, anche senza tener conto, dico, di questa
circostanza, ch’espone gl’elementi di qualunque scienza o rama della filosofia –
Grice definition of izzing and hazzing -- non dove mai trascurare di
domandarsi, ogni volta che si tratti d’introdurre un nuovo segno, e di spiegarne il SIGNIFICATO (O
SENSO), se, tra i due modi, visti sopra,
di procedere alla determinazione di questo
- tra quello, cioè, che consiste
nel darne una definizione – o analisi -- propriamente detta, e l’altro invece
che consiste nel precisare semplicemente il senso di determinate frasi – valori
di verita o satisfattoriera -- nelle quali il termine da definire – analysandum
--figura -, sia più conveniente il primo
o il secondo. Se, per esempio – cf. Grice on psychological laws --, quei
concetti (più generali di quello che si
vuol definire – the is and the ought, the legal and the moral), ai quali deve
essere fatto appello quando si proceda nel primo modo, siano poi veramente più
chiari e piu facilmente apprendibili, dagli alunni o dai lettori, di quanto non
sia il concetto stesso (‘mean’) che si vuol definire, e se, ad ogni modo, quest’ultimo non possa
essere più facilmente d’essi acquistato mediante la diretta osservazione dei fatti e delle
relazioni che esso dovrà poi servire ad esprimere. Grice on Squaarel Toby
EATING -- Le discussioni interminabili
sul tempo, sullo spazio, sulla sostanza – izzing hazzing --, sull’infinito, etc„ che occupano tanta parte
in certe trattazioni filosofiche, forniscono numerosi e caratteristici esempi
delle varie specie di questioni fittizie alle quali può dar luogo la pretesa di dare, o di ricevere,
definizioni propriamente dette –cf, Robinson citato da Grice --, in quei casi
in cui le parole o nozioni delle quali si tratta di determinare il SIGNIFICATO
(O SENSO) O ANALYSANS sono di tal natura da non poter essere definite – glory:
a nice knowckodwn argument, impenetrability: let’s change the topic -- se non ricorrendo a procedimenti analoghi
a quelli rappresentati, in algebra, dalle definizioni per astrazione. [Si
è parlato fin qui dei mezzi che l’algebra ha a disposizione per esprimere
proposizioni isolate. Ma quando si discute, o si cerca, o si dimostra, si ha
altresì bisogno di poter collegare le
proposizioni l’une coll’altre. Si ha cioè bisogno di mezzi per esprimere i
rapporti di dipendenza o d’indipendenza che
sussistono, o che si vogliono stabilire, tra esse. A tale scopo servono,
nel LINGUAGGIO ORDINARIO, quelle particelle che i grammatici distinguono col
nome di “congiunzioni”. E piu facile
spiegare ‘p v q’ che il SENSO di ‘o’ – in fatto, suona straneo di questionare
per il SIGNIFICATO O SENSO di “o” o “a” (to) – Grice. L’ufficio di queste, rispetto alle pro-posizioni, si può paragonare a quello ch’adempiono le pre-posizioni
– il ‘to’ di Grice -- rispetto ai nomi. Allo stesso modo come una pre-posizione,
posta tra due nomi, dà luogo a una
locuzione atta a esercitare l’ufficio di un nuovo nome – “Jones e tra Williams
e Smith” – CHE SENSO? FISICO, MORALE? --, così anche una congiunzione – il ‘o’
di Grice --, posta tra due asserzioni, o ordimi-- da luogo a una nuova asserzione o ordine – feed
the creature and she’ll bite you, la cui
verità o falsità – o satisfiattorieta -- può anche essere indipendente dalla
verità o falsità o satisfattorieta -- di
ciascuna di esse. Per una scienza a tipo
deduttivo, come e appunto 1’algebra, le piu importanti congiunzioni sono
naturalmente quelle che servono a indicare che, di due date asserzioni, l’una è
conseguenza dell’altra. Al posto delle molteplici particelle, o perifrasi, che
sono adoperate a tale scopo nel linguaggio ordinario -- “dunque”,
“quindi,” “perciò,” “donde,” “di
qui,” “per cui,” “se,” (Grice,
if); “quando,” “in caso che...,”
“ne deriva,” “ne consegue,” “ne risulta,” etc. -- non si ha bisogno – tonk
plonk -- in algebra che d’avere a disposizione un solo segno, il horseshoe. Altre congiuzioni assolutamente
indispensabili in qualsiasi trattazione algebrica, che non è una semplice
raccolta di formule, sono le seguenti. Una per indicare ch’una proposizione enunciata non è vera,
un segno cioè corrispondente al “non” del
linguaggio ordinario – cf. Grice, “Negation and privation” – “We may do without
‘not’ but we would need to introduce one of the strokes, making our
conversational moves go against the maxims”). Altre due, corrispondenti, rispettivamente, all’ “e”
e all’”o” del linguaggio
ordinario, per indicare che due date
proposizioni sono simultaneamente vere, o che d’esse una, e una sola può
essere vera. L’avere introdotto quattro
speciali segni per indicare i suddetti quattro rapporti tra le proposizioni, e
l’aver riconosciute le curiose analogie
che sussistono tra le proprietà di tali segni e quelle degl’altri segni già
adoperati in algebra, e merito di Leibniz e dei fondatori della cosiddetta
logistica, scelti e costruiti
deliberatamente in vista degli scopi ai quali devono servire, e il cui sviluppo
non è soggetto a leggi o uniformità del genere di quelle che lo studio
comparato permette di riconoscere e di formulare per i linguaggi
“naturali,” non mi pare ha gran peso. Alla distinzione stessa tra lingue
“naturali” e lingue “artificiali” –
formale – formalisti di Grice -- mi sembra difficile che dagli stessi
glottologi può venire attribuito alcun senso preciso e scientifico, quando essi
ammettono che nella formazione e nello sviluppo di qualsiasi linguaggio, per
quanto “naturale” (lay) e non colto (learned, blue-collar), una parte non trascurabile è pur sempre d’attribuire
ai fattori volontari e individuali o idiosincratici che ne determinarono i
successivi adattamenti alla sua funzione di strumento per esprimere e
comunicare determinati sentimenti o idee
– Austin. Grice to
Warnock: How clever language is! For it had done for us distinctions we needed.
And who needs ‘visa’? Influencing
and being influenced by others -- È strano del resto che mentre l’obiezione
dell’ARTIFICIALITÀ NON è considerata valida per escludere dal campo della
glottologia e della SEMASIOLOGIA lo studio dei gerghi propri delle classi più
infime della società – il ploari --, essa dove aver vigore soltanto pel caso
di quelli che, nella peggiore ipotesi, ci contenteremmo di veder
classificati come dei gerghi ideografici
– le parole sonodi CROCE (si veda), propri ai cultori delle più progredite tra
le scienze]. Accenno infine a una
considerazione, d’indole tutto aflfatto pratica e attuale, che mi ha fatto
parere tanto più opportuno richiamare l’attenzione dei filologi sui caratteri,
per così dire, linguistici dell’algebra. Va diventando sempre più un luogo
comune – Grice’s commonplace --, nelle
discussioni sull’ordinamento degli studi nelle nostre scuole secondarie, il
lamento sui danni derivanti, allo studio delle lingue antiche o moderne,
dall’impiego di metodi troppo “grammaticali”
o “filologici”, -- Grice insegna greco a
Rossall per un periodo -- dalla troppa
parte, cioè, che è fatta
ordinariamente, nei primi stadi
dell’insegnamento, all’enumerazione delle regole grammaticali, in confronto
allo scarso tempo e alla minor cura dati invece agl’esercizi d’interpretazione
e di conversazione. A questo che si ritiene comunemente essere un difetto
particolare dell’insegnamento delle
lingue, fanno riscontro, a mio parere, dei difetti, non solo analoghi,
ma addirittura identici in quella parte dell’insegnamento scientifico che ha
per scopo di fare acquistare agl’alunni
la capacità di servirsi delle notazioni dell’algebra. Promuovere un chiaro
riconoscimento di questa specie di solidarietà tra due rami d’insegnamento che
la tradizionale distinzione delle “materie” in letterarie e scientifiche –
Snow’s two cultures -- tende a far riguardare come eterogenei e privi di
qualsiasi rapporto tra loro equivale a render possibile, tra i cultori dei due ordini di disciplina, uno scambio
d’idee che non mancherebbe di riuscir fecondo d’eguali vantaggi per ambedue le
parti. Nome compiuto: Giovanni Vailati, Vailati. Keywords: Peano. Refs.: Luigi
Speranza, "Grice e Vailati: la semantica filosofica," The
Swimming-Pool Library, Villa Grice, Liguria, Italia.
Luigi Speranza – GRICE
ITALO!; ossia, Grice e Valdarnini – scuola di Castiglion Fiorentino – filosofia
toscana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool
Library (Castiglion
Fiorentino). Filosofo
italiano. Bologna. Abstract. Keywords: category. The Play Group worked their
slow and meticulous way through it during the autumn of 1959. Austin, in
particular, was extremely impressed. Grice characterised and perhaps
parodied him as revering Chomsky for his sheer audacity in taking on a subject
even more sacred than phi-losophy: the subject of grammar. Grice's own interest
was focused on theory formation and its philosophical consequences. Chomsky was
taking a new approach to the study of syntax by proposing a general theory
where previously there had been only localised description and analysis. He
claimed, for instance, that ideally 'a formalised theory may automatically
provide solutions for many problems other than those for which it was
explicitly designed'. Grice's aim, it was becoming clear, was to do something
similar for the study of language use. Meanwhile, ordinary language philosophy
itself was in decline. As for any school of thought, it is difficult to
determine an exact endpoint, and some commentators have suggested a date as
late as 1970. However, it is generally accepted that the heyday of ordinary
language philosophy was during the years immediately following the Second World
War. The sense of excitement and adventure that characterised its beginning
began to wane during the 1950s. Despite his professed dislike of disci-pleship,
Austin seems to have become anxious about what he perceived as the lack of a
next generation of like-minded young philosophers at Oxford. It became an open
secret among his colleagues that he was seriously contemplating a move to the
University of California, Berkeley? No final decision was ever made. Austin
died early in 1960 at the age of 48, having succumbed quickly to cancer over
the previous months. Reserved and private to the last, he hid his illness from
even his closest colleagues until he was unable to continue work. His death was
certainly a blow to ordinary language philosophy, but it would be an
exaggeration to say that it was the immediate cause of its demise. Grice, who
seems to have been regarded as Austin's natural deputy, stepped in as convenor
of the Play Group, which met under his leadership for the next seven years.
Individuals such as Strawson, Warnock, Urmson and Grice himself continued to
produce work with recognisably 'ordinary language' leanings throughout the
1960s. Grice's interests at this time were not driven entirely by philosophical
trends in Oxford and America; he was also turning his attention to some very
old logical problems. In particular, he was interested in questions concerning
apparent counterparts to logical constants in natural language. For instance,
in the early 1960s he revisited a theme he hadfirst considered before the war,
when he gave a series of lectures on 'Negation' . In these, he concerns himself
with the analysis of sentences containing 'not', and with the extent to which
this should coincide with a logical analysis of negation. Consideration of a
variety of example sentences leads him to reject the simple equation of 'not'
with the logical operation of switching truth polarity, usually positive to
negative. He argues that 'it might be said that in explaining the force of
"not" in terms of "contradictory" we have oversimplified
the ordinary use of "not"! In another lecture from the series he
suggests that the lack of correspondence between 'not' and contradiction 'might
be explained in terms of pragmatic pressures which govern the use of language
in general'® Grice was hoping to find not just an account of the uses of this
particular expression, but a general theory of language use capable of
extension to other problems in logic. He would have been familiar enough with
such problems. The discussion of some of them dates back as far as Aristotle,
in whose work he was well read even as an undergraduate. In Categoriae, Aristotle
describes not just categories of lexical meaning, but also the types of
relationships holding between words. To the modern logician, the use of terms
in the following passage may be obscure, but the relationship of logical
entailment is easily recognisable. One is prior to two because if there are two
it follows at once that there is one whereas if there is one there are not
necessarily two, so that the implication of the other's existence does not hold
reciprocally from one.' The relationship between 'two' and 'one', or indeed
between any two cardinal numbers where one is greater than the other, is one of
asymmetrical entailment. 'Two' entails 'one', ', but 'one' does not entail
'two' A similar relationship holds between a superordinate and any of its
hyponyms, or between a general and a more specific term. To use Aristotle's
example: 'if there is a fish there is an animal, but if there is an animal
there is not necessarily a fish.'º The asymmetrical nature of this relationship
means that use of the more general term tells us nothing at all about the
applicability of the more specific. Aristotle also considers the relative
acceptability of general and specific terms, and in doing this he goes beyond a
narrowly logical focus. For if one is to say of the primary substance what it
is, it will be more informative and apt to give the species than the genus. For
example,it would be more informative to say of the individual man that he is a
man than that he is an animal (since the one is more distinctive of the
individual man while the other is more general)." Applying the term
'animal' to an individual tells us nothing about whether that individual is a
man or not. Therefore, if the more specific term 'man' applies it is more
'apt', because it gives more information. This same point arises in a
discussion of the applicability of certain descriptions later in Categoriae.
Aristotle suggests that: 'it is not what has not teeth that we call toothless,
or what has not sight blind, but what has not got them at the time when it is
natural for it to have them.'2 A term such as 'toothless' is only applied,
because it is only informative, in those situations when it might be expected
not to apply. Here, again, the discussion of what 'we call' things goes beyond
purely logical meaning to take account of how expressions are generally used.
Logically speaking a stone could appropriately be described as toothless or
blind; in actual practice it is very unlikely to be so described. Grice's
self-imposed task in considering the general 'pragmatic pressures' on language
use was, at least in part, one of extending Aristotle's sensitivity to the
standard uses of certain expressions, and examining how regularities of use can
have distorting effects on intuitions about logical meaning. He was by no means
the first philosopher to consider this. For instance, John Stuart Mill, in his
response to the work of Sir William Hamilton, draws attention to the
distinction between logic and 'the usage of language', 13 He reproaches
Hamilton for not paying sufficient attention to this distinction, and suggests
that this is enough to explain some of Hamilton's mistakes in logic. Mill
glosses Hamilton as maintaining that 'the form "Some A is B" ...
ought in logical propriety to be used and understood in the sense of "some
and some only" ' 14 Hamilton is therefore committed to the claim that
'all' and 'some' are mutually incompatible: that an assertion involving 'some'
has as part of its meaning 'not all'. This is at odds with the observations on
quantity in Categoriae and indeed, as Mill suggests, with 'the practice of all
writers on logic'. Mill explains this mistake as a confusion of logical meaning
with a feature of 'common conversation in its most unprecise form'. In this, he
is drawing on the extra, non-logical but generally understood 'meanings'
associated with particular expressions. In a passage that would not be out of
place in a modern discussion of lin-guistics, Mill suggests that:If I say to
any one, 'I saw some of your children to-day,' he might be justified in
inferring that I did not see them all, not because the words mean it, but
because, if I had seen them all, it is most likely that I should have said so.
15 Mill draws a distinction between what 'words mean' and what we generally infer
from hearing them used. In what can be seen as an extension of Aristotle's
discussion of 'aptness', he argues that it is a mistake to confuse these two
very different types of significance. A more specific word such as 'all' is
more appropriate, if it is applicable, than a more general word such as 'some'.
Therefore, the use of the more general leads to the inference, although it does
not strictly mean, that the more specific does not apply. 'Some' suggests, but
does not actually entail 'not all'. Besides his interest in logical problems
with a venerable pedigree, Grice was also concerned with issues familiar to him
from the work of recent or contemporary philosophers. In both published work
and informal notes he frequently lists these and arranges them in groups. Part
of his achievement in the theory he was developing lay in seeing connections
between an apparently disparate collection of problems and countenancing a
single solution for them all. For instance, in Concept of Mind, Ryle argues
that, although the expressions 'voluntary' and 'involuntary' appear to be
simple opposites, they both require a particular condition for applicability,
namely that the action in question is in some way reprehensible. If they were
simple opposites, it should always be the case that one or other would be
correct in describing an action, yet in the absence of the crucial condition,
to apply either would be to say something 'absurd'. Similarly, although if
someone has performed some action, that person must in a sense have tried to
perform it, it is often extremely odd to say so. In cases where there was no
difficulty or doubt over the outcome, it is inappropriate to say that someone
tried to do something: so much so that some philosophers, such as Wittgenstein,
have claimed that it is simply wrong. Another related problem is familiar from
Austin's work; it is the one summed up in his slogan 'no modification without
aberration'. For the ordinary uses of many verbs, it does not seem appropriate
to apply either a modifying word or phrase or its opposite. Austin was
therefore offering a gen-eralisation that includes, but is not restricted to,
Ryle's claims about 'voluntary' and 'involuntary'. For many everyday action
verbs, the act described must have taken place in some non-standard way for
anymodification appropriately to apply. Austin offers no theory based on this
observation, and indeed Grice was unimpressed by it even as a gen-eralisation;
he claimed in an unpublished paper that it was 'clearly fraudulent'. 'No
"aberration" is needed for the appearance of the adverbial "in a
taxi" within the phrase "he travelled to the airport in a taxi";
aberrations are needed only for modifications which are corrective
qualifications. 16 Grice's general account of language, conceived with the twin
ambitions of refining his philosophy of meaning and of explaining a diverse
range of philosophical problems, gradually developed into his theory of
conversation. Like his project in 'Meaning', this draws on a 'common-sense'
understanding of language: in this case, that what people say and what they
mean are often very different matters. This observation was far from original,
but Grice's response to it was in some crucial ways entirely new in philosophy.
Unlike formal philosophers such as Russell or the logical positivists, he
argued that the differences between literal and speaker meaning are not random
and diverse, and do not make the rigorous study of the latter a futile
exercise. But he also differed from contemporary philosophers of ordinary language,
in arguing that interest in formal or abstract meaning need not be abandoned in
the face of the particularities of individual usage. Rather, the difference
between the two types of meaning could be seen as systematic and explicable,
following from one very general principle of human behaviour, and a number of
specific ways in which this worked out in practice. In effect, the use of
language, like many other aspects of human behaviour, is an end-driven
endeavour. People engage in communication in the expectation of achieving
certain outcomes, and in the pursuit of those outcomes they are prepared to
maintain, and expect others to maintain, certain strategies. This mutual
pursuit of goals results in cooperation between speakers. This manifests itself
in terms of four distinct categories of behaviour, each of which can be
sum-marised by one or more maxims that speakers observe. The categories and
maxims are familiar to every student of pragmatics, although in later
commentaries they are often all subsumed under the title 'maxims' Category of
Quantity Make your contribution as informative as is required (for the current
purposes of the exchange). Do not make your contribution more informative than
is required. Category of Quality Do not say what you believe to be false. Do
not say that for which you lack adequate evidence. Category of Relation Be
relevant. Category of Manner Avoid ambiguity of expression. Avoid ambiguity. Be
brief. Be orderly.!7 Grice uses the simple notion of cooperation, together with
the more elaborate structure of categories, to offer a systematic account of
the many ways in which literal and implied meaning, or 'what is said' and what
is implicated', differ from one another. In effect, the expectation of
cooperation both licenses these differences and explains their usually
successful resolution. Speakers rely on the fact that hearers will be able to
reinterpret the literal content of their utterances, or fill in missing
information, so as to achieve a successful contribution to the conversation in
hand. The noun 'implicature' and verb 'implicate' (as used in relation to that
noun) are now familiar in the discussion of pragmatic meaning, but they were
coined by Grice, and coined fairly late on in the development of his theory. In
early work on conversation he suggested that a 'special kind of implication'
could be used to account for various differences between conventional meaning
and speaker meaning. He ultimately found this formulation inadequate, together
with a host of other words such as 'suggest', 'hint' and even 'mean', precisely
because of their complex pre-existing usage both within and outside philosophy.
H. P. Grice’s Play-Group at Oxford works their slow and meticulous way through
it. Austin, in particular, is extremely impressed. Grice characterises and
perhaps parodies Austin as revering Chomsky for his sheer audacity in taking on
a subject even more sacred than philosophy: the subject of grammar – as in
“grammar school,” a derogativeterm at Oxford. Grice's own interest is focused
on theory formation and its philosophical consequences. Chomsky us allegedly
taking and self-promoting an approach to the study of syntax by proposing a
general theory where previously there had been only localised description and
analysis. Chomsky allegedly claims, for instance, that ideally ‘a formalised
theory may automatically provide solutions for many problems other than those
for which it is explicitly designed'. Grice's aim, it is becoming clear, is to
do something similar for the study of language use. Meanwhile,
ordinary-language philosophy itself is in decline, especially in the eyes of
those who never made it to Oxford! As for any school of thought, it is
difficult to determine an exact end-point, and some commentators have suggested
a date as late as 1970 – “around Christmas” (Mark de Bretton Platts, ‘when
sobre’) However, it is generally accepted that the hey-day – to use Grice’s
cliché -- of ordinary-language philosophy is during the years immediately
following what Flanagan echoing Chamberlain calls “The Phoney War.” The sense
of excitement and adventure that characterised its beginning begins to wane –
“Always the same! Each blooming Saturday morning” – Grice never complaid.
Despite a professed dislike of discipleship, Austin seems to have become
anxious about what he perceives as the lack of a next generation – ‘knock knock
knocking on the door,’ as Grice hummed -- of like-minded philosophers at
Oxford. It becomes an open secret among his colleagues that Austin is seriously
contemplating a move to Berkeley ‘just to prove that ‘westward the empire
strikes its way,’ Grice adds. No final decision is ever made. Austin dies,
succumbing quickly to cancer over two months. Reserved and private to the last,
Austin hides his illness from even his closest colleagues until he is unable to
continue work. Austin’s death is certainly a blow to ordinary-language
philosophy – “if ever there was one” (Grice) --, but it would be an
exaggeration to say that it is the immediate cause of its demise. Grice, who seems
to have been regarded as Austin's natural deputy, steps in as convenor of
Saturday-Morning Play-Group, which meets under his leadership. Grice – now the
senior – and his colleagues, former pupil Strawson, Urmson, and Warnock,
Urmson, to name just a few, continue to produce work with recognisably
'ordinary language' leanings. Grice's interests are not driven entirely by
philosophical trends in Oxford – as he had been (as he SHOULD) as a pupil at
Corpus. Grice is also turning his attention to some very old philosophical
problems. Having taught logic to Strawson for a term, Grice seemed particularly
interested in this or that question concerning this or that apparent or alleged
counterpart to this or that so-called logical ‘constant’ a language like Greek,
Latin, or English – “Not to mention Italian” he would add. He revisited a trick
of an ontological theme that he had first considered before this Phoney war,
when he gives a series of lectures – or classes – in a ‘seminar’ on, just,
'Negation' In these, Grice develops his two example sentences of his previous
essays – “This is not red” – and a variation on an example by Ian Gallie,
“Someone is not hearing a noise” -- concerns himself with the analysis of
sentences containing 'It is not the case that…', and with the extent to which
this should coincide with a conceptual analysis of negation – the Fregean
‘sense’, as he calls it. Consideration of a variety of example sentences, in
his typical manner, slightly out of context, and with a peculiar type of
peculiar addressee of the Oxonian type in mind – a ‘pupil,’ usually -- leads
him to reject the simple and simplistic equation of 'It is not the case that…'
– as Strawson has it in “Introduction” – never an – to Logical Theory -- with
the logical operation of switching truth polarity, usually positive to
negative. Grice in fact argues that 'it might be said that in explaining the
force – OR SENSE -- of "not" in terms of "contradictory" we
have oversimplified the ordinary use – OR IMPLICATA -- of "not"! In
another lecture or class from the series or seminar Grice suggests that the
lack of a strict – ‘sillily Peanonian’ -- correspondence between 'It is not the
case that…' and contradiction 'might be explained in terms of this or that PRAGMATIC
pressure which governs the use of language in general.’ Strawson recalls:
“Grice could feel pressuerised at times – especially by me!” --. Grice is
hoping to find not just an account of the uses of this particular expression,
Strawson’s “It is not the case that…” -- but a general theory of language use
capable of extension to other problems in logic, but more importantly – since
he never saw logic as a part of philosophy but a lower division for
‘blue-collared practitioners’, as he called them. Surely Grice was more than
familiar enough with any such problem! The discussion of some of them dates
back, in the proper Oxonian fashion, not to Kant, or Giambattista Vico, but as
far as Aristotle – whom Ryle had turned into Oxford’s Guardian Angel –
‘Cambridge has Plato,” Ryle said – referring to Cudworth but scorning
Bosanquet, Bradley, Wollaston, Pater – and the GENERATIONS of Hegelians who
would have had Plato any day --. Grice: “Aristotle cannot be understood without
Plato, so that’s a relief!” -- , in whose work he was well read even as an
pupil of Hardie – for all terms but one (The tutor who tutored Grice for that
one term would compalin to Hardie about Grice’s ‘obstinacy to the point of
perversity.’ Grice: “Hardie later explained to me that that was a good example
of two non-substantials packed into one!”. In Categoriae, Aristotle describes
not just categories of lexical signification or meaning – Grice’s ‘way of
words’ to echo Locke’s way of things and way of ideas -- , but also the types
of relationships holding between words, phantasmata, or pragmata. To some
Cantabrian philosopher, Grice notes, the use of terms in the following passage
may be obscure, but the relationship of logical Moore’s ‘entailment’ is easily
recognisable. ‘One’ is prior to ‘two,’ because: if there ARE two, it follows at
once that there is one. Whereas: if there IS one, there are not necessarily two
– think testicles: “My ball itches” --, so that the implication or implicature
of the other's existence does not hold reciprocally from one. Grice: “My pupil
Acrkill translated this for HIS pupils – whereas it should have best left
UN-translated. What’s the use of learning the Ancient Languages, if your tutor
is to offer his gross rendering of this or that passage?” -- The relationship
between 'two' and 'one', or indeed between any two cardinal numbers where one
is greater than the other, is one of what Moore – “‘playing the logician,’
being Irish, for one” – Grice comments -- asymmetrical ‘entailment.’ To use
Moore’s coinage – Grice: “Not really a coinage, since’entail’ entails a long
history in Norman England! --, 'Two' entails 'one', ', but 'one' does NOT
entail – or indeed means (although perhaps it implicates, pace Humpty Dumpty –
One cannot, but perhaps two can -- -- 'two' A similar relationship holds
between a super-ordinate and any of what Aristotle confusingly calls a
hypo-nyms – Grice: “What’s wrong with homo-nym – aequi-vox --?” -- or between a
‘general’ – Grice: “Strawson despises my use of ‘universal’ to mean almost the
universe!” -- and a more specific – Grice: “Or indeed, ‘particular’ versus
‘total’ as Hamilton would have it -- term. To use Aristotle's example: ‘If
there is a fish there is an animal.’ Rendered by Urmson: “If there is an animal
in the backyard, I usually do not mean an ant, or my aunt – but a middle-size
MAMMAL” – “But if there is an animal, there is not necessarily a fish.' Grice
calle this an example of “ichtyological necessity”. The asymmetrical nature of
this predication relationship – Grice: “I will say as much as this: all of
Owen’s existential ARE ultimately predication relations!” -- means that use of
the more general term – what Grice symbolizes as G in “Aristotle on the
multiplicity of being” -- tells us nothing at all about the applicability of
the more specific. – What again Grice symbolizes as S in that same essay.
Aristotle also considers the relative acceptability of general (Grice’s Gs) and
specific (Grice’s Ss) terms – Grice adds the D of DIFFERENTIA, rendering
Wiggins’s DIAPHORON – Wiggins’s essay on Plato --, and in doing this Aristotle
goes beyond a narrow ‘focus’ (Owen: pro-hen). For if one is to say of the
primary substance (prote ousia) WHAT it is – “or IZZES, as I prefer” – Grice
--, it will be more informative and apt – cf. Urmson, “Intensionality,”
Aristotelian Society, the principle of aptness – and Urmson’s Duckworth
Dictionary of Greek Philosophical Terms -- to give the species (Grice’s S) than
the genus (Grice’s G). For example, it would be more informative – Grice:
“Acrkill’s for some obscure Hellenism” -- to say of the individual man that he
is a man than that he is an animal – Grice: “or brute” -- (since the one is
more distinctive of the individual man while the other is rather of a more
general application. That’s logic for you! Oxford logic – as Tweedledum said to
Tweedledee! Applying the term 'animal' to an individual tells us nothing about
whether that individual is a man -- or not. I. e. if it fails to be man. The
Tortoise to Achilles: “Why should I FAIL to be a man?” --. Therefore, if the
more specific (Grice’s S) term 'man' applies, it is more 'apt' – Grice: “Or
‘apter,’ as Ackrill prefers” -- , because it gives you – or thee -- more
information. This same point arises in a discussion of the applicability of
this or that description. Aristotle suggests that: 'it is not what has not
teeth that we call toothless, or what has not sight blind, but what has not got
them at the time when it is natural for it to have them.' Grice: “My point
exactly in my ‘Negation and Privation’ – Cicero needed to distinguish the phenomena
lexically, as did the wise Ancient Greeks!” A term – TERMINVS, horos,
DE-FINITIO -- such as 'toothless' is only applied, because it is only
informative, in those situations when it might be expected NOT to apply. Here,
again, the discussion of what 'we – the few and wise, not the many of the
LEGOMENA -- call' things goes beyond pure ‘signification’ or meaning to take
account of how an expression is generally used. Strictly speaking – Grice: “And
Austin was such a literalist!: -- a stone could appropriately and truthfully be
described as toothless -- or indeed blind. In actual practice, except at Oxford
– the land of Humpty Dumpty -- it is very unlikely to be so described. Grice's
self-imposed task in considering this or that general 'pragmatic pressure' on
language use is, at least in part, one of extending the typically didascalian
Oxonia Aristotle's – not Plato’s – Grice: “Plato couldn’t care less. He was
upper-class enough to know that the Many never learn!” -- sensitivity to the
standard uses of this or that expression, and examining how a regularity of use
may have a distorting effect on what Mrs Julie Jack once described to Grice as
‘her intuitions’ about ‘signification’. Grice was by no means the first Oxford
ordinary-language philosopher member of the Satuday-Morning Play Group of
Post-War Oxford to consider this. For instance, Mill – Grice: “an autodidact –
more Grice to your Mill?” --, in his response to the work of Hamilton, draws
attention to the distinction between ‘signification’ and 'the usage of
language.’ Mill reproaches Hamilton – Grice: “As Aristotle of the Lycaean
dialectic had reproached Plato, of the Academian dialectic” -- for not paying
sufficient attention to the distinction, and suggests that this is enough to
explain some of Hamilton's fatal mistakes in logic. Grice: “They led him to the
grave alright!” .. Mill glosses Hamilton as maintaining that 'the form
"Some A is B" ... ought, in – Varronian, if not Ciceronian --
propriety to be used and understood as "some and some only" – Grice:
“Id est, NOT NOT TOTVM”. Hamilton is therefore committed to the claim that
'all' (x) TOTVM and 'some' (Ex) PARS are mutually incompatible: that an
assertion, or more generally, utterance – as Grice: “What is necessary is
possible” -- featuring 'some' has as part of its ‘signfiication’ 'not all'.
This is at odds with Aristotle’s observations on quantity in Categoriae and
indeed, as Mill suggests, with 'the practice of anyone with a brain'. Mill
explains this mistake as a confusion of ‘signification’ – Grice: “Typical of
Hamilton” -- with a feature of 'common conversation in its most unprecise
form'. In this, Mill – Grice: “You still want more Grice to the Mill?” -- is
drawing on the generally understood 'signification’ – implicitly conveyed --
associated with his or that expression. In a passage that would “not be out of
place at Cambridge even!” -- Grice-- , Mill suggests that: If I say to any one,
'I saw some of your children to-day,' my addressee *might* be justified in
inferring – never implying! -- that I did not see them all, not because the
expression signifies THAT, but because, if I had seen them all, it is most
likely that I should have explicitly conveyed so by way of what Varro has as a
proloquium. Mill, like Humpty Dumpty – vide Sutherland, Language and Lewis
Carroll – Mouton -- draws a distinction between what this or that expression
‘signifies’ and what Humpty-Dumpty and Alice generally – vide “Impenetrability”
-- infer from witnessing an expression proferred. In what may be seen as an extension
of Aristotle's – “And indeed Urmson’s – Grice -- discussion of 'aptness', Mill
is arguing, with Dodgson, that it is a very gross – Grice: “even vulgar, by
implicature” -- mistake to confuse these two very different types of
significance, or ‘signification.’ A more specific, more informative, “Stronger”
(Grice) expression such as 'all' may be more appropriate, if it is applicable,
than a more general, less informative – “LESS STRONG” (Grice) word such as
'some'. Where is your wife? B: In some room. Where are we going? B: To
somewhere in the South of France. He saw a woman? “Yes, his own wife!” --
Therefore, the use of the more general – Grice’s G -- leads to the inference,
although it is not the case that the expression – Grice: “If you’re stuck with
ascribing ‘signification’ to an expression’ ‘signifies’, that the more specific
– Grice’s S -- does not apply. 'Some' suggests, hints, ‘means’ (vaguely) but
does not actually entail or say – as Varro’s proloquim is one’s DICTUM -- 'not
all'. Besides his interest in such crucial problems with a venerable
Graeco-Roman pedigree, Grice is also concerned with issues familiar to him from
the work – Grice: “usually laughable” -- of recent or contemporary philosophers
– Grice: “That I happene to interact with at Oxford – not that I would even
READ their silly essays!” In both published work – notably in that brilliant
list in that LONG Excursus on ‘Implication’ at the Aristotelian symposium with
A.R. White at Cambridge under the patronage of R. Braithwaite -- and informal
notes Grice frequently lists these and arranges them in groups – Grice: “When I
can.” Part of his achievement in the theory Grice develos lies in seeing
connections between an apparently disparate – “to the Cambridge brain,” he adds
-- collection of problems and countenancing a single solution for them all –
“and more!” he adds. For instance, in The Concept of Mind, Ryle argues alla
Austin and Hart-Hamphhire – especially the latter three, since Grice interacted
with them on Saturday mornings -- that, although the expressions 'voluntary'
and 'involuntary' appear to be simple opposites, they both require a particular
condition for applicability – an appropriateness condition, as Grice in
deliberate pompous idiom puts it -- , namely that the action in question is in
some way reprehensible. If they were simple opposites, it should always be the
case that one or other would be correct in describing an action, yet in the
absence of the crucial condition, to apply either would be to say something
'absurd,’ – Grice: “Ryle thought, as Austin, and Hart and Hampshire should have
NOT!” -- Similarly, although if someone has performed some action, that person
must in a sense have tried to perform it – “unless you’re exercising your
muscles against a wall, as Pears often does in the Meadow!” – Grice -- it is
often extremely odd to say so. In cases where there is no difficulty or doubt
over the outcome, it is inappropriate to say that someone tried to do
something: so much so that some philosophers, such as Witters, have claimed
that it is simply wrong – Grice: “if not FALSE – whatever the German Viennese
idiom of his choice would have been!” – Grice. Another related problem is
familiar from Austin's work; it is the one summed up in his slogan 'no
modification without aberration'. For the ordinary uses of many verbs, it does
not seem appropriate to apply either a modifying word or phrase or its
opposite. “I do not believe it is a goldfinch. I KNOW t is!” “I truly know it
is!” --. Austin was therefore offering a generalisation that includes, but is
not restricted to, Ryle's claims about 'voluntary' and 'involuntary'. For many
everyday action verbs, the act described must have taken place in some
non-standard way for any modification – without aberration, the tea party --
appropriately to apply. Austin offers no theory based on this observation, and
indeed Grice was unimpressed by it even as a generalization. Indeed Grice
claims that it is 'clearly fraudulent on Austin’s part.’ 'No
"aberration" is needed for the appearance of the adverbial "in a
taxi" within the phrase "he travelled to the airport in a taxi.’
Aberrations are needed only for modifications which are corrective
qualifications. Grice's general account of language, conceived with the twin
ambitions of refining his philosophical theory and analysis of ‘signification’
or meaning and of explaining a diverse range of philosophical problems,
gradually develops into his theory of conversation. Like his project in
'Meaning', this theory of conversation draws on a 'common-sense' understanding
of language: in this case, that what people say and what they mean are often
very different matters. This observation is far from original, but Grice's
response to it was in some crucial ways entirely new on the Saturday mornings
of the Oxford of his time. Unlike formal philosophers such as Russell or the
logical positivists, Grice argues that the differences between literal
signification – Grice: “Or dictum, as I prefer” -- and speaker ‘signification’
are not random and diverse, and do not make the more or less rigorous – Grice:
“to the extent that a philosopher can be rigorous – philosophy ain’t a science,
nor are my pupils LEARNING it!” -- study of the latter a futile – or
‘futilitarian’ as Grice preferred mocking Bergmann’s accent -- exercise. But
Grice also differs from other members of his Saturday-morning Play Group --
philosophers of ordinary language, in arguing that a more or less moderte
interest in formal or abstract – ‘Aristotelian’ or ‘categorial’ – sgnification
in terms of ‘universalis’ – or meaning need not be abandoned in the face of the
particularities of individual Oxonian usage. Grice: “I met the Warden of a
college who kept referring to his dog as a cat!” -- Rather, the difference
between the two types or ‘categories’ of ‘significatdion’ or meaning may be
seen as eschatologically systematic and explicable, following from one very
general principle of human behaviour – Grice: “Whatever Haugeland thinks of
computers” --, and a number of specific ways in which this works out in
practice. In effect, the use of language, like many other aspects of human
behaviour, is an end-driven endeavour. People engage in communication in the
expectation of achieving certain outcomes, and in the pursuit of those outcomes
they are prepared to maintain, and expect others to maintain, certain
strategies. This mutual pursuit of goals results in cooperation between
speakers. This manifests itself in terms of four distinct categories of
behaviour or experience – Grice: “Oakeshott went overboard!” --, each of which
can be summarised or encapsulated by one or more maxims that convesationalists
are expected to observe --- Grice: “At least in public”. The categories and
maxims are not unfamiliar to every student – Grice: “Always bear in mind that
only the poor learn at Oxford” --, although in later commentaries they are
often all subsumed under the title 'maxims' . Category of Quantity. Make your
contribution as informative as is required (for the current purposes of the
exchange). Do not make your contribution more informative than is required.
Category of Quality Do not say what you believe to be false. Do not say that
for which you lack adequate evidence. Category of Relation Be relevant.
Category of Manner Be perspicuous [sic]. Avoid ambiguity of expression. Avoid
ambiguity. Be brief. Be orderly. “Add: “Frane what you say” and you get the ten
commandments, almost!” Grice: “Or the Conversational Immanuel, as I may call
it1” -- Grice uses the simple notion of cooperation, together with the more
elaborate structure of this or that category – the four Kantian
SUPER-categories: “strictly, the categories are 12 in Kant, geometrical as his
spirt was!” – Grice --, to offer a systematic account of the many ways in which
literal or explicit and implied or implicit ‘sgnification’ or meaning, or 'what
is said' – or dictiveness – Varro’s proloquium -- and what is implicated',
differ from one another. Grice: “I hope Hare is happy that his phrastic and
neustic survived his Oxford examination – where he used ‘dictum’ and ‘dictor’!”
Grice: “In fact, Hare was not, and went on to multiply sub-atomic particles of
logic beyond necessity: the phrastic, the neustic, the tropic, and the clistic!
Once you start! I tol him!” -- In effect, the expectation of cooperation both
licenses these differences and explains their usually successful resolution.
Speakers rely on the fact that hearers will be able to re-interpret the literal
content of their utterances, or fill in missing information, so as to achieve a
successful contribution to the conversation in hand. The noun 'implicature' –
Grice: “I borrow from Sidonius” -- and verb 'implicate,’ as used in relation to
that noun, are now not unfamiliar in the discussion of pragmatic
‘signification’ or meaning – Grice: “I always found ‘semantic signification’ a
pleonasm!” -- , but they were coined by Sidonius – and later borrowed by Grice
– but never returned – Grice: “In fact, Sidonius NEVER coined implicatura: it
is a productive – analogous – exit of ‘implico’, as Varro would have it!” --,
and coined fairly late on in the development of his theory. In early work on
conversation Grice implicated or suggested that a 'special kind of implication'
– Grice: “Sidonius’s implicatura implicates entanglement! –” could be used to
account for this or that difference between conventional ‘signfiication’ or
meaning and ‘signification’ as ascribed to the utterer or speaker meaning.
Grice ultimately found this formulation inadequate, together with a host of
other words such as 'suggest', 'hint' and even 'mean', precisely because of
their complex pre-existing usage both within and outside Oxonian philosophy. Grice: “Witness Humpty-Dumpty!”. Filosofo toscano.
Filosofo italiano. Castiglion Fiorentino, Toscana. Profesore di filosofia, BOLOGNA.
V. di Castiglioni, professore in Bologna di Alpini PERCORSO: Fatti, personaggi,
documenti ed oggetti testimoni di vita e di storia > questa pagina Alpini
ringrazia il geometra Rossano Gallorini che l’offre la possibilità, tramite due
lettere del suo archivio personale, di approfondire un ulteriore aspetto della
famiglia di V. per anni docente di filosofia teoretica a Bologna. V. proviene
d’una modesta famiglia di lavoratori della terra, ma, nonostante ciò riusce a
studiare prima presso gli Scolopi in Castiglion Fiorentino, poi a Pisa dove
consegue la laurea. Dopo aver insegnato in vari licei vince la cattedra presso
la prestigiosa Bologna ove insegna CARDUCCI (vedasi) e PASCOLI (vedasi). V. è
un tenace assertore dell'esistenza obiettiva d’una realtà assoluta e infinita,
dell'anima e di Dio. Il confronto con il positivismo lo conduce ad affermare la
supremazia della metafisica sulla scienza, anche se, secondo V., la metafisica
dove essere critica e positiva ravvivata dal progresso delle scienze
sperimentali e dalle altre discipline. V. ricordato a Castiglion Fiorentino,
dall'associazione Spazio aperto", con l'evento, Il percorso umano e
culturale di V: dall'amata Castiglioni alla dotta Bologna. Narrazione e mostra
documentaria” V. partecipa attivamente alla vita politica della sua città
natale e ne è sindaco nelle file del partito veramente monarchico e veramente
democratico. Nel primo dopoguerra fonda, sulla scia di PASCOLI (si veda) e
CORRADINI (si veda), a Castiglion Fiorentino l'Associazione Nazionale, ma quando
questa, si fuse con il Fascismo troviamo V. segretario del fascio locale. Dal
matrimonio con Vittoria Tocci erano nati ben sette figli. I due maschi, Corrado
e Virgilio, muoroo in modo prematuro. Le figlie: Valeria, Virginia, Clara, Ida
e Giorgina ereditano dal padre un cospicuo patrimonio composto da diversi
poderi, due case in Castiglion Fiorentino ed una villa a Cegliolo in comune di
Cortona e titoli bancari. Valeria, la più grande, vive a Modena ed sposa un
Tavernari. Le altre sorelle viveno a Castiglion Fiorentino. Ida che sposa un
Ferrari è nominalmente la responsabile delle sorelle V. delle quali una aveva
forti problemi di salute. Nel dopoguerra le condizioni economiche sono
peggiorate e non navigano in buone acque, ma, nonostante ciò le sorelle cercano
di mantener fede ai desideri del padre che ha espresso questo desiderio nel suo
testamento di rimanere unite. Probabilmente la sorella che vive a Modena è
quella che se la passa meglio e quindi speravano in un suo aiuto concreto.
Valeria ospita per circa un mese alcune sorelle, ma non poteva lesinava aiuti
concreti. Di ciò se ne duole Ida in una lettera che non abbiamo. Nella risposta
che abbiamo a questa missiva appaiono chiaramente le prime crepe ed i primi
dissapori. Anche il nipote Vittorio che, probabilmente ha un buon stipendio in
quanto dipendente di una Compagnia di Navigazione, nell'inviare dei soldi, fa
pesare il sacrificio che gli costa il farlo e esterna i sacrifici che deve fare
stando lontano da casa per mesi. Oggi vivono a Castiglion Fiorentino solo
parenti lontani che hanno partecipato attivamente al ricordo che l'Associazione
Culturale "Spazio Aperto" ha organizzato con il titolo "V.:
dall'amata Castiglioni alla dotta Bologna. Narrazione e mostra
documentaria". Nell’Istituto Superiore di Magistero ^kmmiwilp: in jlox*
FIRENZE COI TIPI DI M. CULLIMI E C. alla Galileiana Oli esemplari di questo
libro non muniti della firma originale dell’Amore si riterranno falsili a 0 i n
lore procederà contro I ralsiflcnlnn. FILOSOFIA. SULLA TEORICA DELLA DIANA
CONOSCENZA E DELLA MORALE IN RELAZIONE COLLE DOTTRINE DI ARISTOTELE E DI KANT.
Argomento o sua opportunità. Nozione del Vero e del Bene. Loro fondamento
reale. Principali facoltà conoscitive o morali dell'uomo. Leggi razionali e
legge morale. Loro fondamento c valore. Senso, intelletto e ragione pura
speculativa secondo, il Kant, ed ufficio loro. Valore c limiti della ragione
para speculativa. Tre ordini di cognizioni umane. Differenza tra la Ma¬
tematica, la Fisica e la Metafisica, secondo il Kant. Distinzione kantiana del
fenomeno dal noumeno. In qual senso vero può ammettorsi tal distintone. Teorica
della relatività della conoscenza umana. Conno sul Neokantismo. Cenno sul nuovo
Criticismo o Realismo tedesco ed inglese. L’ inconoscibile di Spencer. In qual
senso c dentro quali confini la conoscenza umana si può e si deve ammettere
come relativa, -r- Obbietto o valore della ragiono pratica o morale, secondo il
Kant. Vi li a contraddizione fra la Critica della ragione pui a eia Critica
della ragione pratica? Giudizj opposti di varj filosofi. Due criterj, secondo
noi, per risolvere il quesito. Criterio soggettivo : Secondo 1 intendimento del
Kant vi è contraddizione fra quello due Critiche? Breve raffronto delle tro
Critiche di lui. Criterio oggettivo: Le ideo morali sono assolute ed oggettive
anche pel Kant, oppure sono relative e soggettive? La ragione umana può
scindersi in duo facoltà, in ragione speculativa e in ragione morale, opposte
fra loro? L’intoresse teorico può egli separarsi dall'interesse pratico della
ragione? Le dottrine di Kant sulla conoscenza umana o sulla Morale, considerate
oggettivamente, non isfuggono alla contraddizione. La relatività della
conoscenza umana e dolla scienza, nell'odierno significato, implica logicamente
una Morale affatto relativa. Nostra dottrina sulle relazioni oggettive,
necessario o naturali fra il conoscere o l'operare umano, o però tra il Vero ed
il Bene. Tre fatti notabili ed importanti nell’ordine filosofico e scientifico
e nell’ordine morale mi paro dovrebbero fermare oggidì l’attenzione dello
studioso e del pensatore. Questi fatti sono: La moderna teoria della relatività
della conoscenza umana-, il ritorno di parecchie menti, specie in Germania,
alla filosofia speculativa e pratica del Kant; una tendenza quasi generale
presso gli odierni scienziati c filosofi a porre in discussione la Morale ed a
cercarne nuovi fondamenti, considerandola alcuni come reiva instabile ed
evolutiva, altri come assoluta oggettiva, universale ed iucrolkbil» • sistemi
scientifici e filosofici. Di quei tre fatti mi propongo d’esaminare con brevità
nel presente lavoro i primi due segnatamente, e di vedere così qual relazione
logica c naturale corra fra il sapere o il conoscere e l’operare umano, e se il
Kant cadesse o no in contraddizione co’suoi principj teoretici diversi da
quelli morali. Determinato così il campo di queste indagini, non debbo nè
voglio qui esaminare i varj sistemi morali antichi e moderni: i quali ultimi,
come accennai in altro mio lavoro (Studj critici di Filosofia morale e sociale,
Firenze), possono ridursi principalmente alla Morale razionalista ed assoluta,
alla Morale indipendente, alla Morale dei Positivisti e alla Morale
evoluzionista; mentre la Morale spiritualista e la teologica son comuni sì
all’evo antico e sì al moderno. Il Vero ed il Bene sono concettiuniversali.
Universali, perchè gli uomini tutti, anche i meno civili e colti, hanno un
certo sentimento ed una certa nozione della Verità e del Bene, come si ravvisa-
altresì nei loro discorsi e giudizj e nell'azioni loro. Universale il concetto
di Vero, perchè la mente nostra l’applica agli esseri tutti che vengano in
qualche modo in attinenza con lei ; anzi l’applica alle stesse operazioni dello
spirito, e quindi a’sentimenti, a’pensieri, alle cognizioni, a’giudizj, ai
ragionamenti, alla scienza, all’arte, agli stessi atti della libera volontà.
Dunque così al gran mare dell’essere come a tutto l’ordine del conoscere e,
sotto un certo rispetto, all’ordine dell'operare si estende il concetto di
Vero. Universale il concetto di Bene, perchè la mente nostra riconosce c
giudica buone le cose tutte, che siano quello che debbono essere por natura
loro, che sieno amabili o per intrinseche perfezioni, o per Tatile e pel
diletto che ci procurano ; e perche a tutti gli atti umani, in quanto procedono
dalla ragione c dalla volontà libera, e sono conformi alla legge inorale, si
applica dalla mente il concetto di Buono.-Se pertanto il Vero ed il Buono hanno
il carattere dell’universalità, in che troveranno il loro fondamento? Non
possono averlo, quali concetti, nello spiritò umano, anzi in veruna mente
finita, perchè le menti finite sono contingenti e individuali, non necessario
ed universali, c perchè non possono fave a meno di usare, fra gli altri, quei
due concetti. Non possono averlo in alcuna delle cose mondiali, perche
l’individuale e il particolare non può mai scambiarsi coll’universale. Il vero
fondamento del Uro e del Beno non può ravvisarsi che nella natura medesima
degli enti in universale -, e però il ero ct i,i Bene hanno il carattere
dcll’obbiettività. »2"T iemm » « i. nota ad altro * r* ° l0tlavÌ!l 'l ue3t
l esser quindi giudicarla ver, o fll |,, duna . 0Ma > 0 intanto, la cosa in
.a * 3 '’ uona 0 catt ' va 1 ma, v»a o no» vi“1"““'’ T"° C ',e a
!"*» ’ bU0 ” a 0 ”™ ^ona, indipcnden- dell’umana conoscenza e della modale
7 temente dal giudizio è dal volere delle menti finite. V'ha pertanto il Vero
oggettivo universale, come il Bene oggettivo universale, fondati sulla stessa
natura degli enti. Anzi il concetto universale che noi abbiamo del Vero e del
Bene conserva questo carattere di universalità, perchè fondato in una necessità
non formale, nè soggettiva, si materiale od ontologica ed oggettiva. D’altra
parte', il Vero ed il Bene oggettivi possono stare disgiunti da ogni
intelligenza e da ogni volontà? No, perchè' il Vero suppone una mente che lo'
conosca, e il Bone suppone una volontà che l ami e che lo voglia conseguire. Le
cose tutte, vere od intelligibili, o buone od amabili, richiedono pertanto una
relazione naturale coll’Intelligenza e colla Volontà. Inoltre, gli esseri
finiti corno avrebbero in sè stessi, e specie gli enti irragionevoli, il
carattere della verità e della bontà, senza una Monte ed una Volontà infinita
che li abbia appunto creati e veri e buoni? E questa Mente e Volontà assoluta
non potrebbesi concepire se non come essenzialmente vera e buona in sè stessa.
Il Vero ed il Bene, benché fondati sulla natura degli esseri, hanno dunque
attinenza naturale e necessaria coll’Intelletto e colla Volontà. Ora, nell’uomo
esistono diverse facoltà deputate a conoscere il Vero, ad amare ed operare il
Bene. Ogni entità, come ha natura e leggi sue proprie, così ha un fine speciale
; ogni funzione ed atto ha un termine proprio : e io : e però termine, fine,
oggetto immediato- della Intelligenza è il Vero ; termine, fine, oggetto
immediato della Volontà il Bene. Qui non mi fermo- a dimostrare le intime
relazioni da una parte fra il Vero ed il Buono, dall’altra fra il concetto di
fine e il concetto di Bene, avendone discorso a lungo ne’ miei Elementi
scientifici di Etica c Diritto (Roma). Diconsi intellettuali, conoscitive,
razionali tutte quelle facoltà onde l’uomo intende, conosce o scuopre il Vero;
diconsi morali quelle facoltà ond’egli ama, vuole c pratica il Bene. Quattro
sono le facoltà principali dello spirito umano : il Senso, l’Intelletto, la
Ragione e la Volontà. Le prime tre appartengono all’ordine della conoscenza,
l’ultima all’ordine della moralità. Il Senso ha immediata relazione con
gliobbiettisensibili e porge all’intelligenza la materia del conoscimento. L
Intelletto apprende le cose sensibili ed intp.llio-i'hn; dell’umana conoscenza
e della morale !) ha . leggi suo proprio. Ciò. posto, quali sono le leggi
dell’Intelligenza e della Volontà umana, e qual fondamento e valore hanno esse?
Poiché l'Intelligenza e la Volontà sono due facoltà diverse, come diverso è
l’obbictto loro, cioè il Vero ed il Bene, anco le rispettive leggi dovranno
essere differenti. Queste due facoltà umane non potrebbero varcare dalla
potenza all’atto e conseguire il fine loro, senza una regola, una norma, una
legge che le indirizzasse alla vespettiva mèta. Ora, le leggi che governano la
Intelligenza nel conoscimento e nel possesso del Vero diconsi razionali, c ne
tratta di proposito la Logica ; la legge che governa la Volontà nella pratica
del Bene dicesi morale, c ne parla espressamente l’Etica. In queste leggi dello
spirito umano c segnatamente nelle razionali, va distinto l’elemento formale
dall’elemento materiale . L’elemento formale risguarda più direttamente
l’intelligenza, forma del conoscimento ; l’elemento materiale risguarda più
diretta- mente Soggetto, la materia del conoscimento. Dico più direttamente,
non esclusivamente, perchè ogni conoscenza suppone due termini distinti ma
inseparabili, cioè un soggetto intelligente ed un obbietto inteso in atto o
capace di essere inteso. E quindi non può darsi una Logica puramente formale,
come non può darsi una Logica puramente materiale. Imperocché le nozioni, i
concetti, i giudizj, iraziocinj sono atti ed operazioni della mente ; la forma
nel giudizio, nel raziocinio ed' in ogni ragionamento è posta dalla mente
nostra ; i giudizj, i raziocini son governati da leggi proprie : ma intanto, lo
nostre idee, le nozioni, i concetti sono vuoti d'ogni contenuto, non sono
oggettivi, non hanno cioè alcuna rispondenza colla natura degli obbietti?
L’csperien- za e la ragiono dimostrano che vi ha naturale rispondenza ed
armonia fra i concetti nostri, le idee c gli obbietti. Ove non esistesse questa
relazione, potrebbesi domandare: Come c donde la mente nostra formerebbe le
idee, i concetti, .le cognizioni tutte? Ogni giudizio, poi, ed ogni raziocinio
ha la rispettiva materia, oltre la forma; c la varietà dei nostri giud'izj e
raziocini dipende non tanto dalla mente unica clic li forma, quanto
dalladiversità della materia onde risu.l ; tano. Lo leggi logicali ed i
priucipj della ragione hai), no, pertanto, un fondamento reale ed un valore
oggettivo, perchè fondati sulla reale attinenza fra la mente nostra e le cose
intelligibili, è perchè mostrammo già che .1 Vero e oggettivo ed universale.
Può cHi darsi- JW ‘T' C,1,! SÌS ° Mri U " senza la' Z “ lT" eS “ dmi
una qua-, PC “v 60s,anza ? »«. poo formo : .>C d ir caosaiì,a • «• ~ -»
D’altra parte Finteli cd apoditticamente, la C ausr;“ tt0 PU C ° nCC P Ìrc »tto
senza È logicamente imponibile .\ S ° 3tan “’ e vicCT ersa? Je ggi razionali
hanno un fi» i^® 1 P r,nci PJ « le ore oggettivo, C però u„. nda “ 5ato rca le,
un va- Se questa ò la nnt .. * CCI tezza assoluta. !eggi razionai; che diw
taLT* 10 et U Valore de,lc della legge morale ? Come le leggi razion ali non
sono fondate esclusivamente sulla forma della conoscenza o sulla mente nostra,
ma principalmente sull’essenza degli obbietti intelligibili, e però sul Vero
oggettivo ; così la legge morale non ha il suo fondamento sulla volontà umana,
ma sulla natura stessa degli enti amabili e rispettabili, c però sul Bene
oggettivo. E come la natura delle cose intelligibili e il Vero oggettivo
servono all’uomo di criterio c di norma nelle sue cognizioni e ne’suoi giudizj
; così la natura degli enti amabili e rispettabili c il Bene oggettivo gli sono
di criterio e di norma nelle sue libere azioni. Può l’uomo disconoscere il Vero
c non seguire le leggi naturali del pensiero nell'ordine della conoscenza ; può
ribellarsi alla legge morale, non praticare il Bene e giudicare non rettamente
le sue azioni e quelle degli altri : ma restano sempre il Vero ed il Bene
oggettivi, ma non si distruggono per questo le leggi eterne ed immutabili del
pensiero e della volontà. E come gli errori di alcuni uomini, i sofismi e lo
scetticismo di altri uonlianno alterate, non che distrutte, le leggi del
pensiero limano, nè abbattuta la Verità oggettiva ; così le prave azioni di
alcuni e le false dottrine morali di altri non hanno cambiata la legge morale
assoluta, non hanno abbattuto il Bene oggettivo, nèsradicata dal mondo la
moralità. Tuttavia l’errore torna sempre funesto nella speculazione e nella
pratica, e conviene quindi adoperarsi a tutt’uomo a fuggirlo ed a combatterlo.
Fermate tali verità, passo ad esaminare brevemente le dottrine speculative e
morali del Kant in SULLA TEORICA relazione colle teorie moderne delle relativi*
delle conoscenza umane, 1» quel teorie mene log,cernente ad una Morale
soggettiva e relativa. \r Il Kant è generalmente considerato non solo qual
fondatore del Criticismo filosofico, sì anche quale autore della moderna teoria
della relatività della conoscenza umana. E ciò nondimeno, tutti riconoscono che
non v’ha sistema filosofico morale più rigido ed assoluto di quello dol Kant !
Come si spiega questo fatto? Il Kant non ammise relativa, nell’odierno
significato, la conoscenza umana, oppure nella Morale si contraddisse
fondandola su principi assoluti ed oggettivi ? Ecco il quesito che dobbiamo
esaminare, gettando un rapido sguardo sulla filosofia kantiana. So negli
scritti del filosofo di Ivo— nigsberga la chiarezza della forma e la coerenza
logica, in senso formale o materiale, fossero pari alh novità dei concetti, alla
profondità e all' acutezz; dell ingegno critico c speculativo di cui dette
provi l’autore segnatamente nelle tre Critiche, io pensi che nessun filosofo
antico o moderno potrebbe ugua ! “ Kimt Ma “mnquo vogliasi giudicaro on può
negarsi che la filosofia c la scienza in gc 2“™ Smunte del nuov K il fT,'* 6
*«*»» s P ccu lczione 4 stata considerata unallndc rl*^ P '" &iandc
Introduzione alla Filosofia pura ed alla Scienza in generale, come dissi
altrove (Principio, intendimento c storia della classificazione delle umane
conoscenze secondo Francesco Bacone. Parte terza, capo XI, 2 a edizione,
Firenze, 1880). Come gli antichi supponevano che il sole e gli astri girassero
intorno alla terra, così il Kant nella Critica della Ragionpura volle far
girare gli obbietti intorno allo spirito umano per ricercare e determinare le
leggi dell’umana conoscenza. Ma se in Àstronorniail sistema Tolemaico fu
abbattuto, perchè falso, da quello di Copernico, potrebbe avere ugual sorte
nella Filosofia speculativa il sistema del Kant? Crediamo di no, benché questo
sistema non possa accettarsi, per gli errori, ond'ò viziato, qual canone certo,
inconcusso e definitivo della mente, e quale sulstratum della Filosofia e della
Scienza. Che posso io conoscere e sapere ? Che devo io fare? Che posso io
sperare? Ecco le tre domande che il Kant rivolse a sè stesso nella Critica
della Ragion pura, e nelle quali sta il germe di tutta, la Filosofia
speculativa e pratica di lui. Alla prima domanda non si poteva rispondere senza
esaminare 1 origine e il valore delle nostre cognizioni, c le attinenze loro
con le facoltà del nostro spirito e con gli obbietti. Nelle nostre cognizioni
ravvisa il Kant due elementi : uno formale, soggettivo, a priori, puro,
necessario, permanente; l'altro materiale, oggettivo, a posteriori,
contingente, mutabile. Il primo elemento è fornito dallo spirito, il secondo
dagli obbietti distinti da noi e fuori di noi. Il tempo o lo spazio, le
rapprosentazioni o intuizioni, i concetti puri o le categoria sono gli elementi
a priori, formali, necessarj, universali, della nostra conoscenza. Ma da chi e
in qual modo si conoscono gli obbietti ? Tre sono pel Kant le principali
facoltà umane conoscitive: Senso, Intelletto e Ragione. Dico principali, perchè
egli, dopo aver distinto recisamente il Senso dalla Intelligenza, suddivide
quest’ultima in Intelletto, Giudizio c Ragione. Il Senso porge all'Intelligenza
l'elemento materiale, molteplice c variabile delle cognizioni sperimentali.
L'Intelletto è la facoltà dei concetti puri, apriori, o categorie, che non
hanno per sè alcun . \alore nè reale nè oggettivo, nelle quali però consiste 1
elemento formale, necessario ed universale della conoscenza. L Intelletto
prende i suoi materiali dal Senso e li ordina secondo alcuni de'suoi concetti
puri che costituiscono la forma di tutti i giu- d.zj Dcdici, com'è noto, sono i
concetti puri, a pluralità! ! ? atCS ° nc clementar i e sono: unità, L* 11 ’
re>lli ' . ne 8. MÌ0M > ‘imito; sostanza, Quest'’T'r a ’ possiljlllt à,
esistenza, necessità. «sto trm puri ° c * tcsoHc cic - categoric comnles alle c
l uattr o grandi *««® c di modaiS. r nt ; tà> di quaiità; di rcia_
dall’esperienza m ° a e ^ or * e non derivano qual modo ? sotto nonlT 0 ! re ?
dono Possibile. In 1 fenomeni alle cate e chepcrò tra- gettivo, non ci dà un v
Spazi0 ’ non ha valore og- dl cui parla non li pos J° Sapere ) lacchè gli
obbietti fotal b le colonne d’K rc ^ m °i U “ in essenziali ed uccido t v m
Generatesi distinguono L o Valiti. essenziali foriti’“““ ° “ c01 ' ;1 " 1
' io forme o leggi del * ° T® Ìn S ° lo cate S oric > applicare ai fenomeni
nSlCr ° ^ blS0 ° na solamente Occorre appena osservare el,o 1 >c che la
prova diretta dell’umana conoscenza e della MODALE rJ della relatività della
conoscenza sarebbe valida solamente quando fosse dimostrato vero e fondato il
Criticismo, clic tutta la realtà vuol ridurre ad un mero fenomeno, ed i nostri
concetti e le leggi del pensiero a mere forme dello spirito, vuote d’ogni
valore oggettivo e reale. La prova indiretta, poi, risguarda il metodo seguito
dal Kant e le conclusioni a cui egli giunse nella Critica della ragion pura,
allorché tolse in esame le tre massime idee della ragione e tento di conoscere
la essenza intima dell’/o, dell Universo e di Dio, applicandovi le sue
categorie! GRICE: “I LIKE
THAT!” Aristotle: “To say ‘anima’, when you mean ‘man’ you are being less
informative thn is required. Categoria
– da: kata, agorein – against, speaking to the assembly. Oxonian dialetic,
Athenian dialetic – CATEGORY – Kant’s derivative use of Aristotle’s categories
-- I noumeni, le cose in sò medesime, sono adunque inconoscibili ; e quindi la
scienza degl intelligibili o Metafisica non ha un valore oggettivo, anzi non è
possibile. E tuttavia il Kant colle sue distinzioni tra il fenomeno e il
noumeno, fra la intuizione sensibile c la intuizione intellettuale, fi a le
puve idee, le cose di fatto e le coso di coscienza, fra il sapere teorico e il
sapere pratico, e quindi avendo ammesso come fatto certo e primitivo la legge
morale, non rannicchiava tutta la coscenza umana nel puro sensibile, nel
fenomeno ; o almeno, lasciava aperto qualche sentiero alla ragione pei
penetrare nel mondo intelligibile e delle cose in sè. Beu diversa, e sotto
alcuni aspetti assai più ristretta, è la teorica della relatività della
conoscenza nei principali rappresentanti del nuovo Criticismo e Realismo
tedesco ed inglese. Dico sotto alcuni aspetti, perchè il nuovo Criticismo e
Realismo ha dato al fenomeno un valore diverso da quello kantiano, ma per altri
riguardi, e nulla tuona della conoscenza e soprattutto nella Morale, ò
rimastodi gran lunga inferiore al Kant. IX. Gl’immediati successori del Kant,
movendo dalla pura intuizione intellettiva o trascendentale che permetteva di
cogliere il nuomeno e l’assoluto, cercarono di penetrare l'essenza intima delle
cose e di ricostruire così tutta la Metafisica, oltre dare un valore oggettivo
alla Morale ed ai tre postulati kantiani. Ma il Comte in Francia e l’FTamilton
in Ingkiltera si opposero recisamente all’ Idealismo trascendentale e ad ogni
Metafisica, dichiarando vana la ricerca delle cause prime e finali, e
propugnando la relatività della conoscenza. Visto bensì che il mero Positivismo
non dava ragione di tutti gli elementi della conoscenza, nè valeva a spiegare *
datamente l'origine e la natura de' varj ordini e di* S C r L C Vedut0 COme,e
dottri ne di Ilerbart travano molta Caduto ^egelianismo, incon- e scienziati 1
avore 5 in Smania alcuni filosofi elative del GH ' alle dottrine S P 0 '
cerearono negli C ° me 1,HeImholtz ' della raoio* - k ntlam anteriori alla
Critica ' 80fi -CCall% fil .r fia n ^;edifilo- ch lari re e consolidare W ra 9
ion P ura P er ela fi losofia critica. VvÌ ttnna della conoscenza tengono conto
dei nr e °l vantia ni da una parte wi -^p;cr:^,rr“ sperimOT - uct0 sapere umano
deriva dal pensiero, non potendosi concepire il mondo senza il pensiero.
Principali rappresentanti del Neokantismo filosofico in Germania sono il LaDge,
il Liebmann e lo Schultze (1). Secondo il Lange, la coscienza e la sensazione
sono il limite d’ogni cognizione; il mondo non c che una nostra idea. Difatti,
la realtà o la cosa ò un gruppo di fenomeni che noi concepiamo uniti per
astrazione di ulteriori nessi e di mutamenti interni ; la forza è quella
proprietà della cosa clic abbiamo conosciuto per determinati effetti su altre
cose ; la materia ò ciò che, in una cosa, poniamo come base dello forze
conosciute e che indi non possiamo sciogliere in altre forze (2). Dunque
materia e forza, egli conclude coU’Helmholtz, sono astrazioni nostre dal reale.
Ma esiste questo reale, ed abbiamo noi conoscenza della cosa insè? Il fenomeno
ci mena per fermo al concetto d’un che problematico c che dobbiamo ammettere
come causa del fenomeno. Ma intanto la cosa in se, il noumeno, è una mera
creazione della nostra mente, ed ignoriamo se abbia (1) Lange, Gcschichte des
Materialismus, 18 74 - Liebmann, Kantvnd die Ejpigonen, 1865. Zar Analysis der
Wirhlichlceit, ISSO. - Schultze, Kant und Darwin, 1S75. Philosophie der Natunoissenschafl, 1881-S2. (2) Vedi
G. Cesca, Storia e dottrina del Criticismo, 1884. - Vedi pure duo pregevoli
scritti di Barzellotti : La nuova Scuola del Kant e la Filosofia scientifica
contemporanca in Germania, 1880-, o Le condizioni presentì della Filosofia c il
problema della Morale, un significato fuori della nostra esperienza ! - Alle
medesime conclusioni e venuto il Liebmann. I pi in* cipj a priori, leggi della
ragione, son necessarj (egli dice) per osservare, sperimentare c pensare. Bensì
tutto il nostro mondo è un fenomeno ; più, tutta la realtà è fenomenica od
empirica, dacché noi non possiamo uscire dalla sfera sensibile delle nostre
rappresentazioni. Tempo, spazio, moto, causalità, per noi sono concetti
puramente soggettivi. E però il Liebmann ammette solo una realtà empirica, non
riconosce alcuna realtà assoluta e nega ogni valore alla cosa in sé. Anche lo
Schultze concorda in sostanza con Kant e arriva alle stesse conclusioni del
Lange c del Liebmann. Salvochò lo Schultze nsguarda il tempo e lo spazio non
quali ' concetti ma quali intuizioni a priori, ed ammetto la causalità quale
unica categoria. Ciò posto, tutte le nostre rappresentazioni, egli dice, hanno
un carattere sog- Sciti™, l lerellè " m Vha rappresentazione senza
coscienza, ne questa senza quella. E però noi,ttal * in 86 ’ raa,] " alc
carico e e.seil„zl:: h ;~ Ì0 “;- H °" a ° ouali fon,..., • r, 1 uca son P
01 la stessa cosa, Idi che? della cosa h, ”oe possiamo noTreTcsiT™ 0 la .
natara ’ ma di cui rebbo la base dM ì 1S enza ' altrimenti mauebe- Vicn d ^que
ammem dallo Scrk 00 ' La ^ ** rispetto alla nostro, Schultzo come ipotetica,
alo,,. ... * D0Stra c °Sn.zione. E però egli non dà alcUD valore oggettivo*
^otafisica ed ai tre dell’umana conoscenza e della morale 33 massimi concetti
di Dio, dell’Anima e della Materia, perchè non sono obbietti della nostra
intuizione, ma nostri meri concetti. Dal fenomenalismo de'più recenti Kantiani
in Germania diversifica il nuovo Criticismo tedesco ed inglese, il quale pone e
riconosce alcun che di reale nelle nostre cognizioni. Diamo un cenno, a questo
proposito, delle teoriche di Helmholtz, Wundt, Goring e Riehl, di Spencer e
Lewes (1). L'Helmholtz ammette la causalità come una legge a priori ; ma
all’intuizione dello spazio dà un'origine sperimentale, come pure agli assiomi
di Geometria. Quanto alla sensazione e alla percezione, vi distinguo l’elemento
soggettivo dall’oggettivo. La sensazione, nell’aspetto fisico, è un effetto
della qualità esterna sopra uno speciale apparato nervoso ; c riguardo alla
nostra rappresentazione, ella fe un segno di riconoscimento della qualità
oggettiva. Le nostre intuizioni o rappresentazioni, poi, sono l'effetto che gli
obbietti percepiti o rappresentati han cagionato sul nostro sistema nervoso e
sulla nostra coscienza, e però sono segni o simboli delle cose. - Il
IlroLiinOLTZ, Pkysiologischc Optile, 18G7. Die Tkatsachen in dcr Walirnchmung.
Wundt, Dogi!:, ISSO. Grundxiigc dcr physiologische Psychologie. GoRING, Sistcm
dcrkritUche Pkilosophic, .IIieul, Derphilosopische Krilictsmus. Spencer, First
Principici. Principici of
Psychology. Lkwes, Problema of life and Mind. Gcschichtc der neucrcn
Philosopkie (trad. tcd.). Wandt
non mena buono al Kant che spazio e tempo siano forme a priori della
sensibilità. Lo spazio,, per lui, oltre non essere a priori, sarebbe un
concetto e non già una intuizione. Vero ed unico principio a priori è il
pensiero logico co’suoi caratteri di spontaneità evidenza ed universalità. Il
pensiero logico, postulato d’ogni nostra esperienza, segue, operando, alcune
leggi che derivano dalla sua stessa natura, quali sono gli assiomi d’identità,
di contraddizione, di ragion sufficiente. Da queste leggi del pensiero
provengono lo categorie di sostanza, db causa e di fine. Le categorie, per la
stessa origine loro, hanno un valore non assoluto ma relativo, perchè si
applicano entro i limiti della nostra esperienza. Così, il concetto di forza c
la causalità supposta inerente alla materia; il concetto di materia- ha un
carattere ipotetico; il concetto di spirito doma da una nostra illusione' TI n-
• i a differenza dei .. TT, 11 Ge gnoseologica.,5* ZZng*** V ual ° ci PJ pari a
priori JclK ' “8"’™"°-1 P"«- essere scoperti dallo cenza non
potendo dogmaticamente quali n' M ’ bÌS ° Sna ammetterli tenta di mostrl-e c '
11 Rio H invece, Kant s’asconde il rca i- 10 10, 11 fonora cnalismo del
cognizione oggettiva C .'° ren“ ooe - II tempo ò la, V, 1 tcm P° 0 lo spazio-
coscienza- lo ^ a ^ re * az ‘ on i colla nostra esterne colli m!/ 210 ° ' a
coes ' ste nza delle relazioni dotto delle nostre^ n ° Stra ’ Dicesi materia 51
F 0 ' o consisto esistenti che oppongono resi- dell' umana conoscenza e della
morale 37 stenza ed occupano lo spazio. Dai concetti di materia, di spazio e di
tempo non può andar separato il moto, il quale è una sintesi dall’esperienze di
forza, di tensione muscolare e cambia continuamente di posizione. Ora si
domanda: Questi concetti e fenomeni, realtà, tempo, spazio, materia, moto,
hanno essi un valore puramente soggettivo, od anche un valore oggettivo? Sono
essi realtà unicamente per noi, o sono realtà in se medesimi? Questi fenomeni,
non essendo un mero prodotto della nostra coscienza, hanno anche per Spencer
una realtà oggettiva. E tuttavia egli tiene fermo più che mai sulla relatività
della conoscenza. Imperocché se Spencer ammette una causa reale assoluta di
tutti questi reali relativi, cioè una realtà, un tempo, uno spazio, una
materia, un moto ed una forza assoluti, compresi tutti nella formula
dell’Assoluto inconoscibile; egli però conclude che le nostre cognizioni non
hanno alcuna attinenza con l’Assoluto inconoscibile, e che indi questa Realtà
assoluta è ignota ed inconoscibile alla mente umana. Segni o manifestazioni di
questa medesima Realtà ignota ed inconoscibile sono pure la Materia e lo
Spirito. - Accennata così la dottrina di SpcDcer, potremmo, fra molte altre
obbiezioni, rivolgergli questa : Se tutto le nostre conoscenze sono relative,
conforme voi ammettete, con qual diritto asserite che in noi e fuori di noi ci
sono certe relazioni assolute? Il realismo di Spencer, fondato sui segni o simboli
delle cose sentite e percepite, e che cerca gg SULLA TEORICA di comporre il
dissidio tra realisti e idealisti, è un realismo trasfigurato. Il Lewes non va
pienamente d'accordo con lo Spencer e fonda il realismo ragionato (nasonaded
Roalistnus). Perche realismo ragionato? Perchè afferma la realtà di ciò che
vien dato in ogni fatto o negli stati di coscienza, e perchè giustifica
quest’affermazione. Il Lewes, pertanto, muove dalla coscienza, che ci rende
certi di due fatti, cioè del me e del non-ms, uniti fra loro. Di- fatti, non
possiamo negare la sensazione e l’esistenza del mondo esterno. La psicogenia
mostra che l’ordine esterno determina l’interno, e non viceversa. Gli
idealisti, per negare la realtà dell’oggetto, son costretti a dividere colla
riflessione il soggetto dal- 1 oggetto •, la qual divisione non accade nò può
farsi nel|a sensazione. Ma la distinzione fra il soggetto e 1 oggetto comincia
nella percezione. Questa, pel Lewes, non è un simbolo dell’azione esterna, ma
una gitante che non altera il reale: il simbolo cS™ ri4 “- La dell» persi 6,7 “
un * «pM°a ma il ;r os T wtra ' ^ «w™. 0 b °uo, r cose come nosco la realtà ■ ■
meutre d Lewes rico- fisima della Combatte uomeno e noum Pnn 1 .’ La dlst,nzi
one tra fe- e Può ammettersi so^am^'t ^ ha valore oggettivo, nazione: i n ta l
caso •. “ 6 Come art ificio di clas- in rel azio ne colla mc'nt» . ’ 1 l>uvo
fenomeno. Errano giqdealist° Ve SÌ, fermin0 al e PWa idea non possi™ W Wtl ’
perche dalla sola Posino varcare alla realtà, o perchè dell'umana CONOSCENZA E
DELLA .MUIIALE la scienza non può fondarsi a priori. Errano i Soggettivisti,
perchè i concetti e le idee hanno attinenza non pure col soggetto intelligente,
si anche e in modo principale con gli obbietti ch'esse ci rappresentano. Errano
quindi i seguaci del puro fenomalismo, perchè il fenomeno stesso, vuoi interno
(stato della coscienza) vuoi esterno, è una realtà, perchè il fenomeno implica
l'esistenza e la natura della cosa in cui esso appare, l’esistenza e la natura
del soggetto senziente ed intellettivo al quale appare. E che tutto non sia
fenomeno venne già dimostrato dallo scienze sperimentali e segnatamente dalla
Geologia, la quale dimostra che un tempo gli esseri sensitivi ed i ragionevoli,
cioè i bruti c l’uomo, non esistevano sulla Terra, eppure questa già esisteva
con le sue qualità, con le sue forze e le sue leggi ! Errano i nuovi Realisti,
perchè, esagerando la parte soggettiva nella sensazione o nella percezione, o
togliendo il suo reale fondamento all’ astrazione, alcuni riducono a mero
simbolo il sentire, il percepire e il concepire, altri dicono non potersi mai e
in vcrun modo conoscere le cose in sè stesse, cioè le naturali e vere loro
qualità. La diversità delle nostre percezioni c sensazioni, dei nostri stati di
coscienza, non che la varietà dei nostri concetti e delle nostre idee, implica
la diversità naturale dogli obbietti sensibili e intelligibili da noi
percepiti, sentiti e intesi, c distinti da noi. Certo, la facoltà di sentire o
di percepire è nostra, come nostre sono le sensazioni e le percezioni ; certo,
chi pone forma nei nostri giudizi e la mente nostia . ma, d’altra parte, le
nostre sensazioni e percezioni, i nostri giudizi mutano col mutarsi degli
obbietti, o dei modi in clic gli obbietti a noi si palesano. E che il Senso e
l’Intelligenza non s’ingannino, nè clic si foggino a loro talento le cose, ne
abbiamo una conferma luminosa e certa, quando l’esperienza ci mostra (per
cagiond’esempio)che le coso reali,gii percepite, conosciute c giudicate da noi,
se poi misurate c pesate, decomposte ed analizzate, corrispondono ora
esattamente, ora approssimativamente ai nostri modi di percepire e sentire, di
conoscere c giudicare. Dunque, materia, spirito, realtà assoluta, sostanza,
cause, forze, leggi, c va dicendo, non sono meri fenomeni, nè mere nostre
astrazioni, ma sono realità in sè stesse e relazioni oggettive d’esse realità
colla natura e con le leggi dello Spirito nostro. Ma dunque, mi sichiederà, la
conoscenza umana è relativa od assoluta? Relativa, rispondo io. Relativa c non
assoluta, perchè limitata, imperfetta, relativa è men f nostra ’ la 1 uale non
avendo create le cose, p o conoscerle in modo perfetto ed assolato, come
“il" * T‘° ‘ nfìllìU 0 Piattissima. Relativa, t Attiva o natalo 't,“r T 8
1““* k* oggettiva. ^^^°rt“ oi r,igìfai ' : ^ rohè fattive dell? mi X f lM1 T
00110 ss, «lai «mo 50 im Mlo ‘ “°™ ««^ien- assorge alla scienza e dii • daUarte
spontanea a pratica, in armonia io dell’umana conoscenza e della morale collo
spirito e colla natura! Relativa, perchè la forma e la materia del conoscere
hanno intima relazione fra loro. Relativa, infine, perchè ha persilo immediato
fondamento la coscienza nostra, non solitaria, ma con tutte, le sue relazioni,
con sò stessa, con gli enti ragionevoli, coll’universo sensibile e con Dio :
relazioni che bisogna riconoscere talquali, perchè poste da natura ed
inseparabili. Fermato ciò, sensazioni, percezioni, idee, giudizi,ragionamenti,
verità, scienza hanno valore oggettivo e reale; materia, anima ed assoluto non
sono mere astrazioni ; e la mente umana può cogliere, entro certi confini, la
natura delle cose valendosi dcH’csperienza e della ragione: quindi è possibile
una scienza degl’intelligibili, la vera Metafisica. XI. Dalla ragione pura
speculativa il Kant distingue la ragione pratica o morale. È noto che nella
Critica della ragione pura egli esaminò le condizioni ed i limiti della ragiono
teoretica, por rispondere alla sua dimanda : (Rie posso io sapore? Invece nella
Critica della ragion pratica e nei Fondamenti della Morale esamina l’obbietto e
il valore della ragione pratica, per rispondere alle altre due dimande : Che
devo io fare ? Che posso io sperare ? Ufficio della ragione pratica non ò
veramente lo speculare, ma l’operare, ed ha per obbietto suo il Bene,
l’attuazione del dovere colla virtù. Il Kant aveva già distinto profondamente
il mondo della Natura dal. mondo della Libertà inorale, per riservare quest’
ultimo alla ragione pratica ed assegnarle un primato sullaragionc speculativa.
Esiste la legge morale, come fatto primitivo, certo ed universale:ecco il punto
dal quale muove tlVO, Certo eU UU1 Versali;.UUUU II («uiu uu-i mnui c il Kant.
La legge morale comanda e obbliga assoluta- mente, è un imperativo categorico
(Katcgorisches Imperati?). Ma a chi comanda essa? Comanda agli enti ragionevoli
che sono fine in sè stessi ccl a sè medesimi. Chi l’effettua ? II Volere buono,
che ha un valore assoluto e supremo. Questo Volcresi determina da sè e per sè,
è autonomo e libero essenzialmcnte.Macomelibero essenzialmente e come autonomo,
e che indi opera solo pel rispetto alla legge o non per altri motivi, il Volere
buono e libero appartiene al mondo sovrasscnsi- bile, non a quello sensibile o
fenomenico. E cosi Ragionepratica pura, Volontà pura, Legge morale sono
inseparabili nel regno dei noumeni c dei fini. Ma uomo aqnal mondo egli
appartiene’Pcl ICant, l’uomo appartiene al mondo sensibile, come fenomeno, e al
mondo intelligibile, come noumeno. Adunque l’uomo nel pnmo rispetto nou è
libero, perehò sottoposto allo •oggi e alla causalità della Natura sensibile ;
nel se- nd„ r, sp0tto 6 libero . Pe r divenire buono ed acqui- doveritLT ^ a
" Ch ' I ’“° m0 «"»P̰ro il lc.ge morale “ pratloare 11 kt " s
por la stima della A PW “ llri Ma intanto l’uomo, modo conseguirla? V^^
falioità ’ In I ™ 1 disinteressalo alla ?| 0Ì! Co1 ris P olt!> do moralmente
sè si ’ 0 ln d I porfezionan- La Boralo cosi con “ al Bene sommo. 51
“"«P’ta, affinché abbia iU„ 0 pieno dell’ umana conoscenza e della morale
47 e vero compimento, esige tre postulati : la libertà, Y immortalità
dell’anima e l'esistenza di Dio. Senza libertà, come il volere potrebbe
uniformarsi alla leggo morale ? Ove lo spirito non fosse immortale, come
attuare il sommo Bene e conseguire nella vita presente la santità o la massima
perfezione morale ? Senza Dio, creatore e Legislatore morale del mondo' e
giusto Giudice, come attuare il Bene sommo e quindi armonizzare la felicità
vera colla virtù ? È chiaro che la Ragiono pratica ha un valore assoluto anche
pel Kant, perchè ella non si contenta del fenomeno, ma parte dal noumeno, cioè
dalla Legge morale assoluta ed universale ; cd esige, qual suo termine e
compimento, il noumeno, cioèitrc postulati morali. “ In questi postulati la
Ragione pratica, vincendo tutti gli ostacoli, ci porge dello affermazioni, alle
quali la Ragione teoretica non poteva autorizzarci; ed infatti coll’asseverare
l’immortalità dell’anima scioglie un problema nel quale laRagiono teoretica non
trovava che paralogismi; coll’ammettere la libertà e il mondo intelligibile al
quale noi, come soggetti liberi, apparteniamo, stabilisce un principio in cui
la Ragione teoretica non trovava che antinomie; c finalmente col porre nc\\’
Ideale della Ragiono (in Dio) la condizione dclsommoBcne, riesce per suo
proprio uso a determinarlo quanto basta, mentre la Ragion pura lo doveva
lasciare affatto indeterminato n (Cantoni, E. Kant, voi. II, p. 191). E qui
sorge un quesito tanto grave quanto difficile : Vi ha non dubbia contraddizione
fra la dottrina speculativa c la dottrina morale del Kant, fra la Critica della
ragion pura e la Critica della ragion pratica? I giudizj d'uomini insigni non
sono concordi su questo punto, anzi gli uni opposti agli altri. I più ammettono
che vi sia contraddizione ; pochi altri affermano il contrario. Per esempio, Cou-
sin, B. Saint-Hilaire, Renouvier, Barni, Conti, Fouil- lée direttamente, e il
Rosmini indirettamente vi ravvisano contraddizione ; il Cantoni e il Fiorentino
(1) vi riscontrano anzi conciliazione ed armonia. Preferiamo di accennare la
difesa e poi diremo l’animo nostro. Il Cantoni più volte nega vi sia
contraddizione ed osserva: u Kant avverte nel modo più esplicito e risolato che
i principj e i concetti morali, riguardanti nella Ragione pratica il mondo
nouraenico, non hanno e non possono avere nessun valore perla Ragione
teoretica, e non valgono in nessun modo ad allargare il **'!■ ™>; ni,
r.403). sto nlnnun 11 • * *' raon ^° intelligibile, rima- “ r “ s,0M Eretica, s
; dischiude alla «toliic, 185G. - R>’vr\irTr, ; ' e / a 'U>ne alla Morale
d’Ari- 1859. -Barxi, Examen, rfc ^ ri tique générale, 18M - ■t'OSTl; Storia
della Pi rUl bene su- l’uomo si pronono n c con dizionc soggettiva onde- filale
consiste il bene mmo è la ^cità, nella «“'e fdicitìi dipoiT m ° «.«io-
dsli'armooia dollVono c„n °®f CÌ ° 6,a v ‘rtù. Ora nu cstp 1 eg S c borale
mediante 1 Kt ° dM “Risicai, necessarie por dell’umana conoscenza e della
modale ò 3 conseguire il fine ultimo prescritto dalla legge morale, non le
vediamo unite c armonizzate dalle cause della natura : dunque per la libertà si
richiede un’altra causa, Dio, affinchè la Morale abbia il suo compimento.
Quest’armonia esiste, dunque Dio esiste necessariamente. Ecco il nesso, da una
parte, fra la Critica del giudizio e la Critica della ragion pratica e,
dall’altra, fra la Morale, la Teologia morale o la Religione ; sebbene il Kant
si adoperasse di continuo a voler mantenere autonoma la Morale, cioè
indipendente non pure dalla Religione, sì anche dalla Teologia razionale. XIII.
Ora lasciamo i criterj soggettivi del Kant, gl’in- •tcndimenti suoi, per fermo
retti e nobili, e consideriamo oggettivamentele sue dottrine speculative e
morali. Ecco, secondo me, il vero criterio per risolvere il quesito posto qua
sopra. 1 ® I concetti puri dell’ intelletto vedemmo esser privi, pel Kant,
d'ogni valore oggettivo e reale, ed acquistarlo soltanto applicati, nelle
intuizioni sensibili, non alle cose in sè, ma ai fenomeni : le tre massime ideo
della ragione, l’Io, il Mondo, Dio, non avere alcun valore oggettivo, ma essere
solo principj regolativi non costitutivi della ragione nelle sue speculazioni.
Dunque i concetti e le idee non hanno pel Kant valore oggettivo ; o se pure, ne
acquistano uno ristretto e relativo, applicati al mondo fenomenico. Ciò posto,
le idee morali come le risguarda il Kant? Che SULLA TEORICA valore assegna loro
? Alla legge morale, ammessa anco da lui come certa, dà un valore oggettivo,
assoluto e universale. Dunque l’idea della legge morale non c un puro concetto,
una categoria deH’intelletto nostro, c ancor meno una forma della.sensibilità ;
e quindi è un’idea oggettiva, assoluta, necessaria anco pel Ivant. L’idea della
legge morale implica le altre di volere puro buono, di sommo bene, e quelle di
libertà, di Dio, d’immortalità, per avere il suo compimento c la sua efficacia.
Ora tutte queste idee morali non sono relative e soggettive, ma hanno
caratteriopposti, non dipendenti dalla nostra intelligenza. 2° Legge morale,
libertà pura, fine, Bene, e va dicendo, sono anche pel Kant noumeni o fenomeni?
Sono cose in se, noumeni, non fenomeni. Ma se la Ragione speculativa non può
trascendere il mondo sensibile e fenomenico, poteva il Kant entrare colla sua
ragione nel mondo intelligibile, dei noumeni, al- meno p er aver l’idea di
Legge morale, del dovere categorico ed assoluto ? calativi"^ V “ l8 ' 111
' Iisli ” 2Ì0n0 fra la legione spe- P à „ i S T r‘“ : '» —« Ragione *. T m
suiie Terit “ moraii - Tanto i voto elio i| Kan, ” Mrl teorici. speculativa e
sì l a • ‘‘ ama pura s * la Ragione distingue la Filosofia C?- 81 ?' I ^ oltrG
. c gli stesso ™ro(i moral ° s “P e ‘ Morale, Critica della P • ^ meta Mù della
corale elementare 0 a '^ l0n P rat ^ ca ) e in Dottrina e - Oia la scienza
morale non va eoo- Òl> fusa coll’aWe, colla pratica della moralità. Quindi
il Rosmini osservava giustamente: u La filosofia è una specie di dottrina, non
è azione. Quando si dice filosofia pratica, non vuole intendersi che la
filosofia sia attiva ; ma solo, clic quella parte di dottrina c ordinata a
dirigere l’azione della vita .,. 4° Del rimanente, si accetti pure la
distinzione: ma va notato elio altro è distinguere, altro separare e
contrapporre. Kant non si restringe a distinguere la Ragione speculativa dalla
pratica, ma contrappone l’una all’altra: imperocché, mentre la prima si ferma
al fenomeno, nulla sa di certo intorno al noumeno e però intorno alla legge
morale, alla libertà, all’anima, all’universo, a Dio ; la seconda, invece,
ammette come certa la legge morale, ed esige il valore oggettivo e reale, sia
pure nell’interesse pratico, dcl- l’idce di libertà, della vita oltremondana e
di Dio. Qui, adunque, non v’ò più. mera distinzione o subordi- nazioue, ma vera
contrapposizione di due facoltà, che sostanzialmente sono identiche formando
nell’uomo la stessa e unica Ragione 1 5° Similmente, non può ammettersi la
separazione del fine o interesse teorico da quello pratico dacché questo
supponga quello e anzi ne dipenda, secondo l’aforisrao: Nil volitum
qninpraecognitum. E il Ivant stesso diceva, che ogni interesse della ragiono é
finalmente pratico. Nou vale pertanto distinguere il sapere teorico da quello
pratico, dacché la pratica o l’arte riflessa richieda per necessità la teorica
•, c 2 'Jg perchè, ad ogni modo, il sapere pratico non deve mai trovarsi in
opposizione col sapere teorico. Esaminato così il quesito nei suoi veri aspetti
e però con criterj oggettivi, non si può negare che fra le dottrine speculative
del Kant e quelle morali, come risulta dall'esame comprensivo della Critica
della Ragion pura e della Critica della Ragion gnat ica, non siavi contraddizione.
XIV. Poiché il sapere pratico suppone lo speculativo, e la pratica viene
preceduta o illuminata dalla teorica, il principio della relatività della
conoscenza umana, nell odierno significato, implica per necessità una Molale
soggettiva o relativa. Ogni nostra cognizione, la verità, la scienza sono
relative ? Or bene, le idee e le venta morali c la scienza morale saranno
parimente ic ative pei la mente nostra, per la mente di ciascun omo. e i
elativa è la conoscenza, se questa non può ma. coglier» la natura dell» coso,
vice a mncar0 il or, «rio assduto, oggettivo, nulvctsaledd Vero. Ma non La' e
" 0 °86 ctli ™, assoluto del Vero, Mt™ assT!”?,n PPm a otitoi ° «turale,
og- bruivo, assoluto del Bene F ■,, . illuminata e preceduta dall ^ ? * V °
l0ntà °P era =»"«tti, principj » V*» ■relative non mro • - J teoricl rel
ativi saranno 1 «MfcJ SU cu** “T m0ra,i «uomo, si anello *“ Potranno non
aow"''ii° 8 '‘ prItlei P.i morali re 11 cara ttere della relatività :ì7
dell’ umana conoscenza e della morale •e quindi un carattere soggettivo,
contingento c mutabile. Nè si opponga, per avventura, che i concetti •ed i
principj morali costituiscono il sapere pratico c sono indipendenti dalle
speculazioni della mente e dalle opinioni scientifiche, perchè abbiamo visto
qua sopra non potersi ammettere questa separazione. E volendo anche far tale
concessione, volendo per esempio ammettere col Kant clic l’uomo sia certo a
priori, naturalmente, della legge morale e dei suoi caratteri, resterebbe
sempre la difficoltà di sapere scegliere tra beni e beni conosciuti, di
attenersi a un partito anziché a un altro, di confrontar bene l’azioni colla
legge morale e però di giudicarle rettamente. Inbuonalogica, la relatività
della conoscenza mena dritto dritto alla relatività della Morale. E difatti,
Erberto Spencer nei Dati della Morale non discorre egli d’una morale relativa e
di una morale assoluta? La morale relativa governa la condotta delle presenti
società umane, imperfetto nell’esser loro, e che hanno cognizioni relative ; la
morale assoluta potrà effettuarsi, egli dice, •quando l’uomo e la società
avrauno conseguita, pei legge di evoluzione, la loro perfezione vera : allora
l’Etica assoluta formulerà la condotta ideale dell’uomo e della società. Ma che
significato e valore attribuisce Spencer alla morale assoluta ? La morale
assoluta per lui consiste nell’ideale della condotta che, sotto le condizioni
derivate dall’unione sociale, dev’essere attuata per assicurare a ciascun uomo
ed a tutto il • consorzio civile la massima felicità. Dunque 1 assoluto (dice
il Guyau stesso nella Morale inglese contemporetnea), vagheggiato dall’Etica
evolutiva eli Spencer/ è semplicemente il limite a cui tende l’evoluzione della
vita. Altra conferma l’abbiamo in Kant stesso. Egli ammise la Morale assoluta,
necessaria,universale, non particolare, contingente c relativa: bensì per
fondare questa Morale, non si attenne più a’suoiprincipj speculativi, alla
relatività della conoscenza e al fenomeno, ma partì da un principio morale
certo ed universale, penetrò e rimase nel mondo intelligibile o dei noumeni.
Questa contraddizione logica e metafisica nel sistema del Kant gli salvò la sua
Morale, formalistica o astratta se vuoisi, ma nobile, pura, elevata. Spencer,
invece, propugna una Morale evoluzionista, con- ■orme alla relatività della
conoscenza umana : ma egli pure non evita ogni contraddizione, quando nel-
l^meny le dimenila affatto la EeaL assohUcl Z"«‘ mmCSa Pt!TO P 01 ' meta
Usi le qua,, che, osserva giustamente il Fouiilée (li- nan Z1 al concetto d’uoa
Tto„n-, uce, ai nere indifferente il monisti ! P ° tCSS ° al quesito su\wiócc'°
l j ‘,l | r ’ l0S 'j fo ° '° SM " zia ' gnisioni, e però il divento
modellT' * T"* °°' l'crso^'UomoeDio haun'effi ° 0MeI,irc rUn! -
neHascienza rnotai,, 0 nella^““«lutareopemiciosa La dottrina sulla cono^ * a
pnvata e pubblica. garsi dai Principj morali ^ Umana Q on può segrego c dentro
quali ' ’ Abblam ° Mostrato in qual a conoscenza umana r ’ ^ ° relaliva anche
per noi ““«^iuoènni iirr’ 50 ‘ "*»; U con- * ° l'altro di rda- oO siona,
perchè l’ordine sta nell’armonia di relazioni. Queste relazioni sono reali e
ideali, onde gli enti sono ordinati fra loro, e questi hanno relazione colla
nostra coscienza e colla mente nostra mercè le idee che li rappresentano. La
coscienza non è mero fenomeno, ma realtà sostanziale ; non vive solitaria, ma
in attinenza col mondo c con Dio. Il Vero e il Bene sono oggettivi perchè
fondati sulla natura e sul fine degli enti : le leggi del pensiero e la legge
morale hanno un valore oggettivo, non sono mero creazioni della mente, pure
nostre astrazioni. Fra il senso, l’intelletto e gli obbietti sensibili ed
intelligibili passano naturali e necessarie relazioni, come pure fra la volontà
e la legge morale assoluta. Come dalle particolari nozioni e da’giudizj
dell’uomo va distinta la verità oggettiva, universale; una; cosila legge morale
c il Bene oggettivo ed assoluto vanno distinti da’liberi atti e da’giudizj
morali degli uomini. Negato il valore oggettivo alla Verità c al Bene, tolte le
reali e necessarie attinenze tra le facoltà dello spirito nostro e gli esseri ;
la cognizione, la verità, la scienza, la moralità, la coscienza, l’universo,
Dio, ci parrebbero illusioni o meri fenoneni : sicché avrebbe avuto ragione il
Leopardi quando cantava l ’infinita vanita del tutto ! Ogni linguaggio
veramente umano, clic sia capace di esprimere un certo grado d’incivilimento
d’un popolo intero, ha vocaboli proprj e distinti per signifare oggetti non pii
materiali, come Anima, Spirito, -f, Zo Cesctenca, Pensiero, Dio. E questi
vocaboli, pefatonars, dei linguaggi e eoi progredire deliri ■ornila non 81
cancellano nò dal volgo né dal dotti óTsSr,:; dclla sc!enM ™.r«;r:r i, '
mMiodivCT “-” ra P iic,e - P°to. m mono oerto è querfXf°tt b °°“ ^ T ^ le cose
più car e l v ‘ 10 fatto universale, clic avvi una parte • enerato del genere
umano sparisco al senso ^ ^T 81 ’ C, ' e n ° n ® cor P° e non J a coscienza
l'iò ;i C pur esiste e si sente, vi llere umano ha semnro ^ ° Sp,rito - E come
il ge- gando altari e terjp qUalche divinità, eri- “ ik “-liver:itai'r tMnd0
"» • bigioni, u 'o: abbia mo infatti la Rei ' CI ” P ® v mirabili pro-
coltào, se vuoisi,^stTfatt POtUt ° T ’ subentrano due altre seienzeTp t UmanÌ '
AU ° rft fisica, per ricerca™, ? Psicolo G ia e la Meta- di ciò che dimandai !|
rminare n ° n ° he la natura i! fine della Materia ^ raSÌOne stcssa ed 13 lnor
e an ma ed organata. E così GO dalla nozione scientifica della Materia passiamo
alla ricerca della nozione scientifica dell’Àniina umana. Como si è rinnovata profondamente
la Fisica, non può non rinnovarsi la vecchia Psicologia o l’antica Metafisica,
perchè nell’uomo corpo e spirito sono congiunti, perchè nell’universo ci sono
esseri matcrn-vli, sensitivi o ragionevoli, e perchè le scienze tutto hanno
parentela più o meno stretta fra di loro. Abbiamo già detto in che consisteva
l’antico e il moderno Spiritualismo. Conviene ora esaminare la nuova dottrina
scientifica intorno all’Anima umana. La scienza positiva contemporanea ha un
metodo suo proprio, il metodo d’osservazione, analatico ed oggettivo, opposto
al metodo deduttivo, psicologico e soggettivo, tanto caro allaMctafisica ed
alla Psicologia tradizionale. E non si contenta l’odierna Scienza positiva di
osservare ed analizzare il mondo corporeo, ma vuol descriver fondo a tutti gli
esseri mondiali, spiegare le cause, le leggi, lo attinenze, l’ordine,
l’essenza, l’origine ed il fine delle cose tutto ^ insomma, vuole surrogarsi
alla vecchia Metafisica, che ritiene orinai non solo spodestata, si anche morta
c seppellita! In qual maniera studia essa latto l'uomo? Lo studia valendosi
dell'osservazione esterna, dell’esperienza sensibile, c dell’analisi fisica e
fisiologica : quasi che nell’uomo non ci sia altro che una massa di materia
organata, un sistema di forze meccaniche c fisiologiche. di moti meccanici e
vitali, di organi c fanzioni, da sottoporsi direttamente o ai sensi esterni,. o
ai nuovi e mirabili strumenti dell'osservazione c dell’analisi sperimentale,
come il dinamometro, il microscopio, la bilancia chimica, il termometro, il
coltello anatomico, e somiglianti !La nuova Psicologia scientifica o
sperimentale crede di spiegar tutti i fatti dell’uomo, i sensitivi,
gl’intellettuali ed i morali, mercè l’osservazione esterna c l’analisi
fisiologica, facendoli tutti generare dal puro nostro organismo. Vediamolo
brevemente. Noi siamo capaci, come gli animali bruti, di sensazioni e di moto ;
ed infatti il corpo nostro ha distinti organi per sentire e per muoversi. Che
anzi, recenti esperienze hanno scoperto organi della percezione esterna
distinti da quelli della sensazione. Così, tagliando i lobi cerebrali, si perde
subito la facoltà di \edeie, mentre il nervo ottico ò ancora- eccitabile,
sensibile la rètina, mobilissima l’iride. Non solamente alla facoltà di
percepire e dì sentire, si an- ff a " e allr .° «Mollo Olle avrebbero per
sede • ° 801150 0 1 istinto anima li cervelletto i cem- CGri l 1 ' 1 mediani
clic riuniscono ’ ° Mf i *.a« 0 va dicendo ili sansa lì La Vita sociale
spirituale, l’immaginazione, il pensiero, la volontà e quindi tutti i
sentimenti morali, tutti gli atti razionali e volitivi, risederebbero nei
centri superiori o nei lobi cerebrali. Quanto alla coscienza, la Fisiologia non
è giunta a scoprirne la causa vera ed efficiente, ma ne può determinare l’organo
e la condizione. Secondo l’Her- tzen, l’attività mentale, di cui è tipo la
coscienza, seguo i cambiamenti della forza nervosa \ cresce o decresce conformo
i cambiamenti d'innervazione o d’enervazione che subisce la temperatura vitale.
La integrazione della forza nervosaòcondizione organica della coscienza. E già
Claudio Bernard aveva dimostrato che ogni fenomeno della vita, dalla più
semplice funzione vitale sino ai fatti più elevati dell’iutelUgenza e della
volontà, ha per causa un lavorìo d’organamento, e per effetto un lavorìo
disgregativo d’elementi fisici e chimici. I progressi ed irisultamenti
analitici della Fisiologia c della Psicologia sperimentale hanno certo giovato
a rischiarare le tenebre da cui era avvolta la vecchia e tradizionale Psicologia,
quando presumeva di spiegare l’unione fra l’anima ed il corpo, e di stabilire
le attinenze fra il morale ed il fisico della vita umana. Ma la nuova
Psicologia è riuscita, almeno finora, a spiegare la natura dell’uomo, le cause
tutte e le leggi del senso, della intelligenza e della volontà? Ha potuto essa
fornirci co’suoi metodi una nozione esatta e scientifica della coscienza e
dello spirito? No, dacché il filosofo e la comune degli uomini non possono
certo appagarsi di queste definizioni : Il pensiero è un moto o una
trasformazione della sostanza cerebrale ; lo spirito è un polipaio d'imagini;
la virtù ed il vizio sono meri prodotti come il vetriolo ; il genio è il
predominio d'una facolta organica sulle altre; l’attività dell’intelligenza è
una danza continua delle cellule cerebrali; il me o la coscienza è un gruppo di
fatti organici. A dimostrare false scientificamente queste definizioni valga
esaminare un sol fatto dello Spirito. Se il pensiero fosse un moto cerebrale, e
quindi se fosse materia per le sue rispettive proprietà, noi saremmo incapaci
di fare qualunque giudizio, e di poterlo analizzare e spiegare, dacché il
confronto di due idee (soggetto e predicato) c il giudizio ricavatone, sono
attributi del pensiero che ripugnano assolutamente con a impcnctiabilità, 1
estensione e la divisibilità e a materia c con le prerogative del moto. Rife-
mm„ gl. argomenti addotti dalli cigno modico 0 no- 2,? «T° fa ' ini fan» con
notrèbb r “ I>1 "' K0 ",ati ™ «idea !>, perché Parimente il
moto |,llla ' lca percezione ? 4d giudizio, si polrobbo PMt,0e !l ra W
>rescntativ0 4ai moti dolio pai-ticoilo A '°7 re,ldor re e dimostrate delle
scienze positive, ha rimesso in onore l’osservazione interna ed ha rinnovato il
metodo psicologico e metafisico. In ogni epoca i grandi pensatori hanno
distinto il scuso intimo dai sensi esterni, l’esperienza sensibile
dall'ospericnza interiore, il metodo induttivo psicologico c storico, dal
metodo induttivo lisico. Per quali ragioni ? Perchè due sono gli ordini dei
fatti che a noi si manifestano, i fatti del mondo esteriore c del corpo nostro,
ed i fatti della coscienza o dello spirito, i quali ultimi non possono essere
spiegati dalla mera osservazione esterna -, perchè due sono gli ordini delle
realità mondiali, la realtà fìsica e la realtà dell’io negli esseri pensanti-,
e infine, perchè nelle cose tutto bisogna distinguere l’elemento sensibile
dall’elemento intelligibile o, pausare la lingua della scuola di Kant, il
fenomeno dal noumeno. L’esperienza interna o la coscienza non pure sente e
indaga gli atti spirituali, ma ne spiega le cause, lo facoltà e le leggi,
distinguendo ciò che spetta all’organismo da ciò che spetta alito, allo
spirito, e coglie finalmente la realtà stessa dell io. Se pci- tanto ha un gran
valore l’esperienza clic indaga i fatti dell’universo materiale, compresivi
quelli del corpo nostro, non ha minor valore positivo lossena- zione interna
che ci fa conoscere quest altro ordino di fatti c ci rivela l’essenza eia
realtà dell io. Che anzi, l’osservazione interiore illumina c perfeziona
l’esperienza esterna, applicando i principj universali di causalità e di
finalità ai fenemeni del mondo sensibile e materiale. Affermando ciò non
intendo ammettere con qualche filosofo esagerato che tutto nel mondo sia
spirito : come falso o il materialismo universale, così falso è l’idealismo e
lo spiritualismo universale. In ogni nostra cognizione vi è l’idea, fatto
dell'intelligenza, ma vi ha la sua parte anche il senso ; nell'universo esiste
la materia sotto mille forme, ma v’è anche lo spirito, che si palesa in noi ed
a noi come senso, come pensiero, come volontà, come amore, come coscienza.
Impcrtanto il nuovo Spiritualismo scientifico, valendosi dei risultamenti e
progressi delle discipline positive, e rimettendo in uso ed onore il microscopio
della coscienza, fa della Psicologia una scienza veramente induttiva e si
travaglia nella soluzione dei grandi problemi metafisici, riponendo nel- 1
esperienza interiore, come già praticarono Aristotile, san Tommaso, i più
insigni e migliori Cartesiani, il oibnitz cd altri, il principio fondamentale
ed il me- concCn- COmPÌUt0 de " C SUC Ì,UlaSÌ,1Ì 6 dcll ° SU ° unioni* è ^
; neI1 ’ uomo vi « mei tà. Ecco i risulf 6 1 S ° StaUZe ’ ma vera e propria un
Positiva modem^Ifatr ^ C ° nclusÌ0ni dclla Scienz fenomeni del covn * ' S P
Illtuad ‘ son o congiunti ; dirsi, a tutto rie-nr •* le * azi onc. E se non pi
dell’anima hanno i Tìm^-’ ^ h SÌnsolc faco11 esempio che alla facoltà d r/sni
CerQhrali > 1 5( 1 onda esattamente que la data parte del cervello, alla
facoltà B il cervelletto, alla facoltà C i lobi cerebrali, alla facoltà D i
corpi striati} il fatto si c che da un lato .varie sono le potenze dell’anima,
c dall’altro vediamo nel corpo nostro organi diversi, e che ogni fatto
spirituale viene accompagnato da un fatto fisiologico. Vero ò che la Psicologia
scientifica sperimentale non ammetto nell’uomo facoltà distinte, quali il
senso, la intelligenza, la volontà ; riconosce solamente i fenomeni psichici,
vale a dire le sensazioni, i pensieri, le volizioni. E lo stesso Hcrbart
impugnava la vecchia distinzione e pluralità di potenze originarie nell’ anima
nostra. Eccettoehò si potrebbe osservare che una è certamente l’essenziale
energia dello spirito umano 5 ma la varietà irriducibile de’suoi atti implica la
varietà delle sue potenze, pur non cessando d’essere una nel fondo suo.
Comunque sia, queste correlazioni tra i fatti della coscienza ed i fenomeni del
corpo, questa rispondenza fra lo attività dello spirito c la struttura del
corpo e segnatamente del cervello, questa medesima unità della vita umana,
portano forse scientificamente e logicamente a concludere che materia organata
ed Ànima sono in fondo cosa identica, c che però gli organi cerebrali generano
le facoltà dette spirituali 0, se vuoisi, che i fatti psichici non
diversificano sostanzialmente dai fenomeni fisiologici ed hanno in questi la
loro causa vera, unica cd efficiente ? Ecco quello che, stando pure alla
scienza nei confini dell’osservazione, non può menar buono neanche lo
Spiritualismo scientifico moderno. Il fisiologo osserva le funzioni del corpo
vivente e distingue gli organi rispettivi ; analizza gli clementi della vita,
procede man inano dal semplice al complesso, dalla vita locale alla centrale,
dalla varietà dei fenomeni vitali all’unità apparente delle cause della vita
stessa. Ora, il metodo puramente fisiologico vale come analisi sperimentalo, ma
non può valere come sintesi ove presuma di ricercare e stabilire la causa vera,
il principio di tutti i fatti della coscienza. E, a buon conto, la sintesi
fisiologica vi darà sempre un’unità fìsica, cioè un’unità apparente, non reale,
non vera, ma sempre composta c molteplice, perchè materiale ; vi darà insorama
la risultante di più funzioni organiche e nicnt altro. Con questi metodi non si
può dunque analizzare i fatti veri dello spirito, quali sono le idee, i
pensieri, i sentimenti, gli affetti, le volizioni, e ancor meno si può i
icci'carc c stabilire il principio unifi- utoie di tutti quei fatti, perchè la
coscienza ci attesta la semplicità, l’unità, l’identità, l’attività e la berta
delh o.U q Uestc sono vane par0, 0 destituite ogm valore oggettivo, ma sono
fatti reali, inconcussi, quantunque siano fatti rio . •coi sensi esterni d
potcrsi P ei ’ ce P irc io i temi; Rechiamone alcune prove. |loÌa hanT StarC .
Ch ° nè ]a Flsica > ^ la Fi- ^ della inteUigLta cldl trar ? he ^ ^ M 8 ° n “
effetto di causo o v r ° a Volonta sono un mero che, non può rev ^
^,Ucccanicllc e fisiologi- ?SÌchic o, 8e ^aziontTensie n ro dUb r°- veQ ga e
sia da noi aJL ' V ° llz,one > Perchè av vento spiegato, esige non solamente
la condizione organica, ma un soggetto uno q indivisibile, non materiale, che
senta, pensi, voglia, ed abbia coscienzadei rispettivi sentimenti e pensieri e
delle sue volizioni. Ora, questa unità reale e indivisibile, sensitiva,
intelligente e volitiva, consapevole di se e degli atti suoi, e quindi
personale, domandasi appunto me, io } spirito. Altri la chiami pure Causa o
Forza, ma è sempre una Forza vivente e reale, non astratta c però inerente ad
un soggetto \ una Forza spirituale, cioè sensitiva, intelligente e volitiva,
non meccanica nè fisiologica come le altre forze della Natura o del corpo
nostro. 2° Mentre nel corpo vivente non si dà vera unità, ma unione soltanto,
ed i fatti fisiologici non possono tutti ridursi ad un solo principio ; invece
il me unifica, nel senso stretto della parola, tutti i fatti del sentire, del
conoscere e del volere. Il che dimostra che 1-Jo è davvero uno e impartibile
nell’csser suo, e che si mantiene identico a se stesso in mezzo a tanta varietà
di fatti clic genera ed unisce, c dei quali ha coscienza. 3° Crii atti più
elevati e cospicui dell’animo nostro oltrepassano evidentemente nell’obbietto,
nella durata, nel fine, nel valore, ogni fatto del corpo vi - vento. Certi
affetti, certi sentimenti spirituali, certo idee, certe volizioni
possono,.attuate, cambiare la vita d’un uomo, decidere le sorti d’una nazione,
dare impulso ad una nuova civiltà. Il principio, la causa vera di essi fatti,
non può dunque trovarsi nel corpo nostro e negli obbietti sensibili, ma nel
pensiero, nella volontà, nella coscienza. E di fatti, Keplero, Newton e Faraday
non confessarono d’aver dovuto ad una rivelazione interiore lo loro più
mirabili scoperte scientifiche ? Nò va dimenticato ciò che scrisse Colombo
uc’suoi Bicordi: u Quand’io stava a meditare solitario lungo il mare, la voce
delle onde accorda- vasi alla segreta voce dell’anima mia per parlarmi di
questa nuova terra 4° Il principio di causalità domina tutti gli esseri
materiali e sensitivi: nel mondo corporeo signoreggia il determinismo. Anche
gli atti del pensiero e della volontà umana hanno le rispettive cause e leggi.
ma con questa differenza, che ogni essere della natura obbedisce o ciecamente o
istintivamente alle cause ed alle leggi prefisse e costanti dell’universo ;
mentre la ragione e la volontà dell’uomo ora trasgrediscono, almeno in parte,
queste leggi; ora pongono da se certi motivi diversi da quelli della materia el
senso, e si propongono altri fini nei loro atti ; a».r,loUau°al S e„so ed *
mater!, „ sm 1 evento. Ad„„ que il «, ollre aTW oirasc „, ZZ rrr*,iWo 0
«“onomo,almenoentro 5,j “ a malcna inorganica ed organata, le cause fin ^ ° i’
lnto ' oomc 'diligenza, comprende perfezionando sé rii n UmvcmIe del Bene,
ignorando e tra’sfor m a T eSSen Umani P ensanti> sensibile che 1 Dd ° in
Parte lo stesso mondo ossi, insieme con gli *- - utto armonioso e perfettibile
in sommo grado. Ecco quello che riconosce ed ammette lo Spiritualismo
scientifico moderno. La scienza positiva contemporanea non può negare queste
verità, che diversamente invaliderebbe i suoi principj fondamentali e, oso
dire, il metodo e la maggior parte delle sue conclusioni. Il nuovo Realismo
scientifico ammette le cose in sè, oltre i fenomeni. L’esperienza testimonia
che ogni realtà è una nella sua varietà, molteplice nell’unità sua. La scienza
positiva ammette il processo evolutivo, insenso di perfezionamento, delle cose
tutte mondiali, crede non perituralamateria, ma solo trasformabile. Or bene, lo
Spiritualismo scientifico moderno, facendo tesoro della stessa scienza
positiva, riconosce lanaturaela realtà deH’io, oltre distinguere i fatti dello
spirito da quelli del corpo vivente ; mantiene l’unità dell’io pur ammettendo
la varietà de’suoi atti; proclama l’anima umana perfettibile indefinitamente ;
non la separa dal corpo e dal mondo, ma le riconosce proprietà e leggi sue
particolari ; la considera come una forza ed una causa, ma qual forza e causa
personale. E seia materia, come realtà e forza, ò indistruttibile, non avrà
diritto anche lo Spiritualismo scientifico mo— derno, ch’è un progresso della
Filosofia perenne, di credere indistruttibile ed immortale, perchè consape •
vole di sè, quest’altra forza e realtà dell’universo, l ’anima umana ? Il vero
Spiritualismo scientifico moderno non può adunque consentire, in nome della
stessa scienza positiva, con certi insigni cultori dellaPsicologia fisiologica,
quali il Taine ed il Ferrière, che l’anima umana sia una. pura individualità
vitale, una risultante di forze organiche; che l’istinto e la volontà siano il
risultato dell’azione riHessa dei nervi ; che la volontà ecl il pcusicro umano
vengano sottoposti alle cause ed alle leggi fatali, costanti, generali del
mondo corporeo; che non esistano le cause finali nell’Universo ; che Dio sia la
pura legge di tutte le forze cosmiche onde si genera l’armonia universale.
Ammessi questi principi) natura umana c l’universo intero sono inesplicabili,
quando si voglia proprio indagare il midollo c non la sola corteccia delle cose,
quando si voglia ricercare c stabilire le cause, le ragioni, le leggi, l’ordine
supremo di tutto il reale. Vi. ila il nuovo Spiritualismo, oltre essere in ar-,
”',odo 6 Wwi certi c positivi dell) STt'. 1 * dÌ fa “° ° civili e po- La
differenzatrarr... uu i tì C1 010410 S0(:i età animali a o* «indo, essenziale,
fra la vera soci et; umana, capace di progresso indefinito, e le parziali ed
imperfette associazioni di alcune specie di animali, ci fanno subito arguire
una radicale differenza tra l’uomo ed i bruti. Nò si opponga che questo divario
trova la sua ragione, nell’essere l'uomo il più perfetto degli animali. Sì,
l’uomo è il più perfetto dogli animali, ma non tanto per il suo organismo e per
il senso, quanto per la sua intelligenza e per la sua volontà, che lo fanno
consapevole di se, che lo costituiscono persona, che lo sottraggono in parte
alle cause e leggi fatali dell’universo materiale, che formano insomma il suo
spirito. La vita umana sociale può dirsi non abbia confini, perchè dalla
famiglia si estende a tutta l’umanità consociata, e perchè le presenti società
civili sono figlio delle generazioni e società umane ora spente, come noi
prepariamo le future società civili. La perfezione graduata della vita sociale
consta di più o diversi clementi, quali sono: verità e scienza, linguaggio e
letteratura, economia privata •e politica, moralità, doveri e diritti sociali,
consuetudini morali e giuridiche, istituzioni civili e religiose, arti manuali
cd arti belle, e per ultimo lo Stato. Questi ed altri elementi della vita
sociale non sono dati dal puro organismo e dal senso dell’uomo, ma sono effetto
principalmente della nostra intelligenza e volontà, sono prodotti dello spirito
umano. Il corpo nostro perisce, ma le opere dello spirito sono immortali ; tramontano
le generazioni umane, ma sopravvive sotto mille forme la loro civiltà; cade la
potenza materiale delle nazioni, ma restano in piedi le sane loro istituzioni
civili. Così, la Grecia fa domata eolie anni dar Romaui; ma la Filosofia, la
Letteratura, le Ai ti Belle, produzioni dello spirito greco, dominarono poi le
menti romano. Che resta oggi del Partenone e dell’Acropoli di Atene ? Poche
rovino ; ma la Scienza, la Poesia e l’Arte greca hanno trionfato sulla matcriae
sul tempo. L’impero romano, opera segnatamente delle armi conquistatrici, non c
più da secoli ; ma il Diritto civile romano vive c vivrà perpetuo. La vita
sociale umana è dunque armonia di varj elementi, come armonia di elementi varj
è la civiltà che ne deriva. Questi elementi non possono affatto segregarsi dal
corpo e dal senso, nè possono recarsi ad atto senza l’aiuto del corpo vivente;
ma intanto sono vera opera dellaniraaraziooale,non delcorponèdel scuso.
Inoltre, la eh iltà ed il piogresso umano tengono arcanamente unite le presenti
generazioni colle passate, non tanto per le memorie, gli affetti, le tradizioni
dei nostri cari, quanto per la scienza, la letteratura, le arti liberali, le
istituzioni civili, politiche e religiose, cose tutte che costituiscono .1
fondo o la parto essenziale della mila presente. Aneto il mondo raa(erÌ!ll
mantiene salde CCCì M S!0V “ ri00rin0 ’ cI ’ e 0 segnatamene 1 °r> ' ‘ UlCCu
le Scienze Naturali enctemente k B„ta nicia ^ (0 Orni, ptrij., v, l, c Iv 8
nuove piante, precorse Linneo ed altri insigni botanici moderni in una
sistematica e razionale cassazione dei vegetabili, divinò per esperienza e per
ragionamento la grande circolazione del sangue ; e quindi precorse l’ITarvcy,
come in Fisica ed Astronomia Copernico aveva preceduto Galilei, come questi precorse
il Newton, e come nei principii del Diritto internazionale applicati alla
guerra ed alla pace un altro grande Italiano, contemporanco del Cesalpino,
vo’dirc Alberico Gentile, col suo trattato Dejure belli aveva preceduto Ugonc
Grozio. Ma questa, per ordinario, c la sorte dell’ingegno italiano, novatore
per eccellenza ; il quale o resta dimenticato per alcuni secoli, come avvenne a
G. B. Vico, o gli stranieri no usurpano e gli contendono le sue vere scoperte.
Bastona, infatti, c’inscgnachepiù volte gl’italiani hanno- seminato i più
peregrini e fecondi prodotti dell'ingegno ; ed i forestieri li hanno poi
mietuti, vagliati c spacciati come propri ! In secondo luogo, il Cesalpino non
fu un gretto commentatore di Aristotile ed un seguace servile del- Peripato, ma
riusci egli pure novatore nelle Scienze Naturali, senza l’aiuto del
microscopio, inventato 17 anni dopo la sua morte, e privo di tutti quei
mirabili ed efficaci strumenti de’quali dispongono gli scenziati dei tempi
nostri ; e tuttavolta in più rami dello scibile sgombrò la via a’suoi
successori, quali furono Marcello Malpighi, Harvey, Grcw, Tournefort, Linneo,
Pristlcy, Morgagni ed altri. Continuando l’indirizzo positivo che Leonardo-
'.ili Ali da Vinci aveva salpino facevasi •a dato alle Scieuzc sperimentali, il
Ce- isi forte dell’autorità di Aristotile nel metodo induttivo, ma spesso ne
abbandonava le orme dove non poteva seguirlo, come nella Fisica •, e però
coglieva il meglio dei libri logici dello Stagirita ed attingeva largamente
alla Storia dagli animali, lodata assai dal Buffon c dal Cuvier. Non intendo
dire con questo che al nostro fflosofo naturalista non deb- .basi imputare
alcun errore nello studio della Natura inorganica ed organata, e che rispetto
al metodo sperimentale Francesco Bacone c il Galilei non facessero .clic
perfezionare il metodo seguito dal Cesalpino. Intendo solo dire ch’egli cooperò
moltissimo a rimettere in onore l’osservazione e l’esperienza, soffocate dalle
ascetiche idealità del Medio Evo, dalle minute distinzioni e dai sillogismi
della Scolastica \ e quindi richiamò le Scieuze sperimentali al retto loro'
sen- tieio. Il senso e 1 esperienza non debbono essere di- gel, il più ardito
metafisico del secol nostro, seguendo le dottrine fisiche di Platone affermava,
verso la fine dell’agosto 1801, dovervi essere una lacuna tra Marte e Giove :
mentre il nostro Piazzi circa otto mesi prima aveva scoperto Cerere ! Adunque
il Cesalpino, non solo per le sue mirabili scoperte nella Mineralogia, nella
Chimica, nella Botanica e nella Fisiologia, ma ancora pel metodo sperimentale
da lui seguito, per l’uso razionale dell’autorità scientifica e per taluni
concetti nuovi, come dimostreremo più avanti, segua il principio dell’età
moderna. Onde scrisse il Mamiani nel Rinnovamento dell'antica Filosofia
italiana : l£ Se faremo studio profondo nel Cesalpino...., vedremo quanta
sapienza riluce dentro quel senno, e come la Filosofia odierna sperimentale in
Italia si appicca al filo delle opinioni che aristoteliche si addimandarono. „
Il Cesalpino lo chiainamrnoqua sopra novatore e filosofo. È novatore non solo
per le sue stupendo e utili scoperte scientifiche già note, sì anche pel metodo
onde vi giunse : e questa novità di dottrine e di metodi la sente egli stesso e
ne discorre apertamente. Come il Machiavelli nel proemio a’suoi Discorsi
immortali dice d’essereentrato pcruna vianou ancora battuta da alcuno rispetto
alla Scienza politica; come Alberico Gentile fin dal principio del suo famoso
trattato Dejure belli dichiara d’intraprendere un'opera ra e difficile, quella
cioè (li stabilire le leggi alla ... t • _,11 miftefA mnn fi n nuova -- ww
disumana di questo mondo, alla guerra ; così il Cesalpino nella dedica o
prefazione* delle principali sue opere accenna d’essere novatore e
filosofo.-Non panni cosa sterileillibrochesonoperpub- blicare, dopo avere
studiato Filosofia per molti anni, dim in philosophice studiis versor multosjam
annos, egli premette alle Questioni peripatetiche. Ài nostri tempi, scrive
nella prefazione alle Questioni mediche, sono stati ritrovati rimedj nuovi ed
ottimi ( nova qui- dem remedia atque optima ) ignoti agli antichi. Per essere
utile agli studiosi, aggiunge nel proemio al trattato sulle Piante, mi sono
ingolfato in un vasto mare : ingrcssus autem sum gurgitem vastum. Ed ivi prosegue
nel chiarire il fine ed il metododella sua nuova classazione delle piante,
cassazione conforme non pure ai dettamidellasanalogica,sìanchealle qualità
essenziali deivegetabili.“ Ogni scienza, egli dice, consistendo nell’unire lo
cose somiglianti e nel distinguere le dissimili tra loro, mi sono studiato di
fare nella storia universale delle piante una distribuzione di esse per generi
e per classi o specie, secondo lo differenze desunte dalla natura stessa 5
sccundim uxgerentias rei naturavi indicantes. „ Bensì alla partizione
universale delle piante era egb armato mercè l’induzione, ebe ha da precedere a
divisione. Tre, pel filosofo Aretino, sono ! processi peir I ' i “ ellcll °
toccare la divisione P 1 P 1 °gressu.„. perfectionem CESALPINO FILOSOFO 97 attìngimus
: inductione scilicet, divisione, definii ione. Colla induzione vediamo la
somiglianza e la convenienza ; colla divisione, la dissomiglianza e la
differenza ; colla definizione, la sostanza propria di ciascuna cosa.
L’induzione va dal singolare all’universale e porge alla mente ogni materia
intelligibile; la divisione trova la differenza degli universali tendendo a
quegli enti che nella specie sono individui; la definizione poi risolve le
specie nei loro principii fino agli elementi, cominciando dal singolare.
Imperocché siapiù facile, a mo’d’csempio, definire l’uomo che l’animale. E
quindi Aristotile insegnò doversi ascendere dal singolare all’universale (1) ;
e dove non arrivano i sensi vi supplisca l’analogia (2). Nè diversamente aveva
PÀlighicri concepito l’induzione, quando stabiliva che la natura delle cose e
delle potenze loro non può conoscersi che per gli effetti : Ogni forma
9ustanzial, che scita È da materia, ed è con lei unita, Specifica virtude ha in
sò colletta, La qual senza operar non è sentita, Nè si dimostra ina’chc per
effetto, Come per verdi frondo in pianta vita (3). Ed eccoci entrati nel campo
vero della Filosofia speculativa del Ccsalpino. (1) Qincst. pcrip., 1, 1.
Appendìx ad Quccst. perip., c. V. (3) Purgatorio in. S’illuderebbe chi nelle
opere del Cesalpino volesse ritrovare un sistema rigoroso e compiuto di
Filosofia razionale. Come le regole logicali del Galilei vannno desunte dai
varj suoi scritti c specialmente dal Saggiatore ; così lo dottrine filosofiche
del Cesal- pino bisogna ricercarle soprattutto nello Questioni peripatetiche e
ne\Y Appendice allo medesime, pubblicata l’anno stesso della sua morte 1603 e
nou facile a trovarsi dovunque. Il metodo, la filosofia prima e la scienza, gli
universali, Dio e le sue relazioni col mondo, l'uomo e le sue facoltà, non che
l’ultima sua destinazione, formano anche pel Cesalpino il subbietto della
Filosofia ; le quali materie mi accingo ad esporre e ad esaminare brevemente.
Stabilito cheilsensoel’intclletto sono le due facoltà necessarie alla
conoscenza umana, e che il corpo non è necessario alle operazioni del senso e
dell’intelletto, perchè le cose sensibili ed intelligibili ricevonsi nell’anima
senza la materia, quantunque gli organi del senso non possano stare senza
materia (1) ; egli fissa \ Chej SeC ° ndo 1 P recetti di Aristotile negli 1, a
. 1C1 P os ^ et ù°ri, deve usare la mento umana e a ricerca del vero e nella
formazione della scienza. •He 0086 Daturali dobbiamo elevarci al soprassensi.
Perip-, c. IV. (1) Appendix ad Quceet. bile per via naturale (via naturali),
che consiste nel muovere eia quello che a noi è più noto, per quanto all’uomo è
dato di sapere. E quali cose a noi sono più note ? Le cose individuali e
sensibili ; queste poi si rendono intelligibili, astratte le condizioni della
materia ; e così abbiamo l'universale che forma l’obbietto della intelligenza :
unde universale consurgit. quod est obiectum intellectus (l).L’operazio- ne
dell’intelletto, poi, non è quiete, ma un certo moto. La Filosofia Prima è
scienza universale : quod prima philosophia universali sit scienlia (2). La
Filosofia Prima, fondamento di tutte le altre scienze, non si vale della
dimostrazione, nè della definizione: primam philosophiam ncque demonstradone,
ncque definitine uti (3). Per qual ragione ? Perchè si fonda su’prirai
principii o questi sono superiori all’intelletto umano e da esso indipendenti
'.prima principia non in nostra sunl potestate. La Filosofia Prima tratta del
primo genere della sostanza *, dovecchè l’Astro- logia tratta del corpo
sensibile ed eterno : de corpore sensibili et (eterno agii; le Matematiche
hanno per ob- bietto le sostanze incorruttibili ; le Scienze Naturali
riguardano le sostanzo corruttibili (4). E manifesto che il Cesalpino
distingueva le scienze secondo i gene- Appendi® ad Quasi, perip. Quoeat. pcrip.
ri della sostanza, e però mirava ad una classificazione obbiettiva del sapere
umano ; come nell’appendice alle Questioni peripatetiche ammetteva le idee in
senso oggettivo ed universale, aventi cioè un essere proprio [smini esse habent
in se) e quali note od ioiagini delle cose che rappresentano tutti gii obbietti
della stessa natura. E così evitava gli errori del soggettivismo, che mena
facilmente allo scetticismo negando la naturale relazione fra l’intelletto nostro
e le cose intelligibili mercè l’idea, fra la mente e lo cose. Infine, ogni
scienza dipende da principii notissimi, tali sarebbero quelli di sostanza e di
causalità, approvati dall'universale consentimento: oranis enim scien- tia
pendet ex principia notissimis omnium consensu approbalis. Se la sostanza è un
principio, e se la Filosofia Prima tratta del primo genere della sostanza, che
intendeva mai per questa il filosofo Aretino ? Sostanza c ciò che sussiste per
sè, c non aderisce ad altra cosa: Substantia dicitur qua per se subsistit, non
enim inest alteri(2). Or qui vuoisi notare che le definizioni della sostanza
date posteriormente da Cartesio e da Spinoza non differiscono da quella del
Cesalpino, salvo- e a cu ma, diversa e meno chiara, tale insomma da ingenerare
il sospetto di Panteismo reale. Giusta i pi’incipii del nostro filosofo, la
sostanza si spiega per quello che sia e indi risguarda l'essenza ; mentre gli
accidenti, che non esistono fuori della sostanza, si riferiscono alla quantità,
alla qualità, insomma si riferiscono alle altre nove categorie o predico menti,
secondo ladottrina Aristotelica. Inoltre, la sostanza non riceve il più ed il
meno, perchè è indivisibile ed immateriale : quea sine, maleria est. La
sostanza prende anche il nome di forma, a cui si contrappone la materia. La
forma, secondo Aristotile, veniva prima della materia, perchè l’atto semplice è
prima della potenza: onde l’atto puro ammet- tevasi come principio di tutte le
cose e costituiva la sostanza. La materia poi non era sostanza per sè, ma in
virtù dell’atto § della forma (1). Movendo da questa teorica il Cesalpino
considerava pur la sostanza come fine c come perfezione degli esseri : finis
cnim et perfectio substantia est ; ed aggiungeva sapientemente che il fino di
ciascun ente si conosce dallo sue operazioni (2), come dall’effetto si arguisce
la causa. Dalla sostanza o forma indivisibile, immateriale, una, dipendono le
sostanze finite o, com’ci le chiama, le forme naturali, che sono certe
partecipazioni del sommo Bene, o come tali non sono divisibili la definì : per
subslanliam intellign id, qnod in se est et per se concìpitur. (1) Appendi.* ad
Qucest. perip. I nò materiali ; ma si dividono accidentalmente, in quanto cioè
sono ricevute nella materia, per cui la natura corporea ad esse tutte si rende
necessaiia . solum natura corporea omnibus necessaria est. Adunque, le forme
naturali o sostanze finite vanno a individuarsi, per così dire, nella materia ;
ma questa alla sua volta non può del tutto separarsi dalla forma : quia omnino
Materia separari nequit a Forma. E qui non ti sembra di ravvisare nel Cesalpi-
no il precursore di Spinoza? Io sono propenso a crederlo ; ma con questo
divario : che il filosofo olandese, oltre non aver distinto la sostanza
infinita dalle sostanze finite, e quindi non far cenno aperto della creazione
sostanzialo, libera, ad extra, perchè tutti gli esseri mondiali, così estesi
come pensanti, non erano che modi di due attributi infiniti, dell’estensione e
del pensiero divini : in quel cambio il filosofo di Arezzo non pure distingue
la sostanza o forma dalla materia, e però la sostanza infinita da quelle
finite, ma distingue chiaramente l'Intelletto divino dal- 1 umana intelligenza,
che si moltiplica secondo la mol- ìtudine degli uomini ; oltre il pensiero
ammette an- « • aiurnubbu i che il senso non dorìva+A/Un» • i. ., Avpendix
Qmst. per i p., c . L seri tutti, e quindi anche la materia, in quanto le cose
tutte scorrono da Lui 5 ed ora sembra che si avvicini aU'Emanatismo spirituale,
come quando afferma che ogni anima ripete la sua prima origine dal cielo, c che
il lume, interiore, cioè l’intelletto onde l’uomo conosce le cose, gli viene
partecipato dalla sostanza immateriale che sola genera la scienza \ ed ora pare
si accosti al Dualismo aristotelico, ammettendo da una parto Dio, intelletto
infinito ed eterno, e dall’altra la Materia prima, non generabile e
indeterminata ( 3 ); non bisogna al tempo stesso dimenticare che nella prima
del quinto delle Questioni peripatetiche aveva distinto la successione degli
esseri nel tempo per leggi c cause naturali dalla prima creazione di tutti gli
animali c degli altri esseri per efficienza dcH’Entc primo : cum alia sit prima
omnium animalium et cceterorum entium creatio, guce a primo Ente in principio
ejjluxit ; alia eorundem successio. Ed altrove accenna alla conservazione e
provvidenza del mondo per opera dell’Ente uno e supremo : ab Uno igitur sunt
omnia et conservantur (4). D'altra parte, il Cesalpino dmmise la generazione
spontanea degli esseri organati, in vii tù del (1) Appendix ad Quaist. perip.,
c. V. u Nos igitur dicimua primain Materiata ultiranm esse Bubiectumin quod
resolvuntur trasmutabilm quatenus trasmutabilia sunt-, neque componi amplius
actu otpotentia, esset enim generabili n. Qucest. perip., IV., V. (4) Appendix
ad Quasi, perip., c. I. calore e dell’azione del sole ; disse che ogni
generazione si eflettua nel tempo j che bisogna pai tiie da ciò ch’ò meno
perfetto per avere ciò cli’è più perfetto, anche secondo Aristotile ; che la
prima generazione degli animali perfetti procede dal verme ; e. da ultimo,
asserì non potersi dare altre sostanze fuorché le animate e le parti degli
esseri animati. Laonde a taluni è parso di ravvisare nel Cesalpino il
precursore di Lamarck e di Darwin rispetto alla dottrina dell’Evoluzione o del
trasformismo delle specie. Non può negarsi una certa analogia fra queste
proposizioni dell’insigne nostro Naturalista ed alcuni punti fondamentali della
teorica Darwiniana. Ma, dopo le cose da noi esposte, come sarebbe non conforme
a verità cd a giustizia accusare il Cesalpino d aver negato assolutamente la
creazione dell' Universo, ed accusarlo anche d’ateismo e d’empietà, come
piacque al Taurel (1) cd al Parker (2), e non dargli tutto ciò che gli spetta
qual fisiologo e filosofo naturalista, nel che sbagliò lo stesso Puccinotti;
così rato n vuole che non si possa a tutto rigore considerare qua e antesignano
dell'odierna teorica dell’EvoIu- zione, perche il Cesalpino nelle Questioni
perita- “ m,so "»» s «'» videniia divina. e le forme naturali non si fanno
nò si corrompono: spe- cies autem et forma neque fit neque corrumpitur (1); e
quindi affermò lespecie essere eterne, e solo corrompersi in qualche tempo
gl’individui (2). E nella prefazione al trattato sulle Piante aggiunse che la natura
non produce nuove forme, nò dà vita a nuove bellezze delle cose : non quod
natura novas edat formas, aut novas rerum pulchritudines ejjingat. Il qual
pronunciato senza dubbio pecca di esagerazione ; ma intanto ò chiaro che si
oppone all’odierno trasformismo. Piuttosto conviene ammettere che il Cesalpino,
medico insigne e filosofo ad un tempo, accennasse qua e là meglio di tutti i
suoi predecessori e contemporanei la stretta relazione tra il corpo vivente, il
senso, l’intelletto e il mondo esteriore, e quindi precorresse l’odierna
Psicologia sperimentale, senza però confondere una cosa coll’altra, e senza
cadere nel materialismo e nel sensismo. Imperocché s'egli errava nel-
l’insegnare che tutta l’anima sensitiva risieda nel cuore, peraltro distingueva
gli organi corporali dal senso, dimostrava tutte le sensazioni esser provate ed
unificate dall’anima ; la ragione essere differente dal senso ed a questo
superiore ; l’anima umana essere immortale. Quanto alla conoscenza, distingueva
le sensazioni dalle idee che sono oggettive, ammet- Quasst. perip., IV, 8. • c
°me Carlo Alberto, Maz- Gioberti, M a miani t0 M O a EUlanUele, ManZOnÌ ’ •«co,
nè filosofo della storia* 011 ^ ^ St °” P^ò i diritti del futuro pi *’ ® anC °
r men ° USUr ' del nostro politico e mn, ® dd futur0 0mei '° •di Mamiani ® d 1
menti filosoficl Questo nome suona caro e venerato all’animo nostro. Rari in
ogni tempo e presso qualunque nazione sono stati gli uomini che coll’ingegno,
coll’ani- mo, coll’operosità, col carattere, coll’esempio, abbiano saputo e
voluto nobilitare l’uomo, il cittadino, la patria, il mondo delle nazioni, la
scienza, la filosofia, la civiltà umana. Il più grande fra tutti gli elogj d un
uomo preclaro è sempre la verità : ed io pure mi atterrò al vero, sicuro che al
Mamiani non potrà venirne danno nè macchia, a lui che del vero fu sempre amante
passionato, e ricercatore acuto e indefesso. IL L’ingegno, l’animo e la vita
del Mamiani furono sempre dominati o ispirati da due nobili sentimenti, da duo
eccelsi ideali, cioè dalla patria nostra diletta c dalla filosofia. Egli
vagheggiava un modello perfettissimo del cittadino e del sapiente ; onde
ricordava con ammirazione Socrate e Platone, Varrone, Maico Tullio e Boezio,
Dante, Michelangelo e Campanella, c l’antico popolo di Reggio e di Metaponto,
popolo di filosofi, morti por la libertà e per la sapienza. Miserande erano le
condizioni politiche e civili d’Italia, e non liete nè prospere le sorti della
Filosofia nazionale nel primo quarto del secol nostro. La Patria serva e divisa
5 la Religione cristiana fr&ntesa da molti, che pareva la volessero nemica
di libertà -, laFilosofia speculativa imbevuta del sensismo di Con- diUac. Ora,
la potenza 0 la grandezza dell’antica Roma signora di sè ] gli splendori e la
libertà dei nostri Comuni ; l’antica purezza e 1 efficacia moiale del
Cristianesimo, religione divina in se ma essenzialmente umana e civile ne’suoi
effetti ; le glorie della Filosofia italiana dalla scuola Pitagorica fino a G.
B. Vico, e quindi il primato civile e intellettuale d'Italia già venuto meno :
queste rimembranze, al cospetto delle miserie ed umiliazioni italiane dopo i
nefandi trattati del 1815o dopo i moti infelici del 21, dovevano straziare
l'animo del giovine Mamiani, nato a cose grandi. Ma egli non disperò : la
Storia gl’in- segnava che il popolo italiano cadde più volte, ma non perì mai e
risorso più tardi con forze nuovo e gagliarde. E però una fede invitta e
perseverante nei futuri destini della Patria animava l'ingegno c il cuore del
nostro giovine patriota, poeta, letterato, pensatore, filosofo. L Italia è
sacra e starà eterna! Ecco il motto fatidico che ripeteva sovente il Mamiani
agli oppressori e agli oppressi, nella patria sua e fuori durante il lungo
esilio. La suamente, robusta e moltiforme per natura, nudrìtadi studj
svariatissimi e profondi, vagheggiava unaquintaenuovaepocadiciviltà
italiana,chetornasso a splendore c profitto dclfuniverso mondo civile. La nuo\a
foima della nostra civiltà doveva soprattutto essere incarnai ndJa indipendenza
e libertà d’Italia; ne a distinzione dell'Autorità spirituale dalla Potestà i e
e P°^| ca * a Loma stessa.Fin dalla sua gioventù, T ani ? a men ^ cet Ll cuore,
il pensiero e il senti- en o, apoesiaekscienza, il cittadino eilfilosofo cooi-
onevano una stupenda armonia ed unità. E queste doti e qualità diverse sono
appunto necessario a concepire un alto ideale, ad avvisarne i mezzi per
attuarlo, a porsi davvero all’opera per dagli almeno le prime fattezze,
lasciando ad altri, fossero pure gli avvenire, il compimento q la perfezione
dell’opera grande. Napoleone I disse che nel mondo sociale vi sono due forze
poderoso ed efficaci, la spada e lo spirito ; ma soggiunse che lo spirito vince
finalmente la spada. Al risorgimento politico, intellettuale e morale Italia, e
però ad iniziare la nuova epoca di nostra civiltà, il Mamiani reputava esser
necessarie quelle due grandi forze, la spada e lo spirito, le armi o il
pensiero. E della necessità di contcmperarc alle armi gli studj abbiamo esempj
antichissimi in casa nostra, nelle città famose di Metaponto, Crotcme, Taranto,
Locri eReggio, famiglie e collegj di filosofi e di guerrieri. Ma lo spirito,
vale a dire la intelligenza e l’animo, la letteratura, l’arte, la scienza, la
filosofia, insomma la rigenerazione intellettuale e morale degl’italiani
dovevano, secondo lui, precedere edaccompagnare le armi, perchè bene
apparecchiata, illuminata, compiuta e durevole fosse la vittoria di queste, e
indi perchè alle imprese guerresche potesse e dovesse soprastare la opera
feconda della civiltà vera. E qui appare tutta la nobiltà del conte Mamiani,
come patriota, cittadino e uomo di Stato. Già fino dal 1838, assai prima di
Cavour, l’esule Mamiani inculcava ne’suoi scritti doversi abituare « le menti,
e sopratutto le giovanili, a scorgere ed a riverire nell’eccelsa Roma la sola e
legittima città capitale d’Italia E sul cadere del 47 vaticinava prossima e
solennemente giurava la salvezza dell'Italia intera. M Cademmo per le discordie
e la corruttela (egli diceva ai Perugini), e per li soli con- trarj loro noi
potremo risorgere. Inebriamoci, a così dire, della carità cittadina, e un
qualche tempo almeno viviamo dimentichi di noi stessi e ricordevoli unicamente
della patria comune : cd io vel giuro per gli spiriti sacri e immortali dei
martiri della libertà, noi salveremo l’Italia, e tutta la salveremo o per
sempre „. E ancor dopo le italiche vittorie e le sconfitte del 48 e 49,
gloriose le une, non umilianti le altre ; dopo la caduta di Roma e di Venezia c
la sconfitta di Novara, egli non disperò delle sorti d’Italia, e ripeteva in
Genova sopra la fredda e venerata spoglia di Carlo Alberto : L’Italia farà da
sè. HI. Ma quali furono gli atti più cospicui del Mamia- m come patriota e
statista, e quali mezzi ravvisava eg cconcj ed opportuni a rigenerare
politicamente «ralente l'Italia ? Nato a Pesaro il !0 settembre Eom ''7' “
nlara a K> e " a 22 anni ed era studente a ^ -do avvennero ipr ìmi
ffioti UboraU nol _ mtramonr° r n ‘ ltttori Principali » fileno » fa- tatti
d'aver 1 -a ^ pr ' s ‘ oni delio Spielbergo, rei Sol i no tr! Cra ‘° k Ub “ a
dd 'a patria In nostro giovine patrizio non solo attendeva a larghi studj
letterarj, filosofici e storici, ma s’ispirava insieme alle glorie passate di
Roma e d’Italia; e non tardò guari ad esprimere, in una certa sua poesia,
concetti e sentimenti liberali. Onde il padre suo, conte della Rovere, lo
richiamò a Pesaro, dove fioriva in allora la scuola classica marchigiana del
Pcrticari, del Leopardi, del Cassi e di altri minori, e che fu anche patria del
principe dei musicisti italiani, dell’immortale Rossini. Chi non percorre la
nostra bella Italia non può conoscerla nò amarla degnamente ; clic quanto più
si conosce c si pregia una cosa, e tanto più si ama. Dal 1826 al 30 il Mamiani
percorre l’Italia media e la superiore, e ritorna più volte alla nativa Pesaro.
Nel 26 conobbe in Firenze i principali scrittori dcl- l'Antologia fondata dal
Vieusscux, quali erano Gr. Capponi, Tommaseo, Niccolini, Giordani, Poerio,
Collctta : ingegni tutti liberali, robusti ed eletti, che non potendo in allora
e da soli bandire e combattere una guerra di nazionale indipendenza intendevano
col pensiero c colla penna a rigenerare la Penisola serva e divisa. Più tardi
lo vediamo a Torino, dove insegna per due anni le patrie lettere nell’Accademia
militare. Ma il primo periodo d'intellettuale e civile preparazione pel giovine
patriota ò oramai finito. Mentre il Mamiani attende in Pesaro a dar compimento,
degna e classica forma a’suoi Inni sacri perchè meglio ritraggano i suoi nuovi
ideali civili, politici e religiosi, ne viene distolto dai moti liberali del 31
nelle Romagnc c nell’Italia media. Risponde lieto c volenteroso all’appello
della patria ; eletto a deputato di Pesaro, siede poi a Bologna ministro
dell’Interno c però membro del Governo 'provvisorio ilelle provincia unita
italiane. M’avvicinarsi delle truppe austriache, solo il Mamiaui corre animoso
dal generale Zucchi scongiurandolo a resistere colle poche milizie cittadine.
Ma prevalse londa straniera invadente e il Governo provvisorio dovè trasferirsi
ad Ancona. Dopo il fatto d’ariuc, non inglorioso, di Rimini, disperando oramai
di potere più a lungo tener fronte alle agguerrite e soverchiane forze
straniere, il Governo provvisorio venne a patti col cardinale Benvenuti,
stabilendo di concedere amnistia generale agli insorti, c di restaurare il
Governo pontificio. Ma al giovine o delicato Mamiani non parve dignitoso
quell’atto c rifiutò sdcgnoeamcntc di firmarlo, anteponendo l’esilio volontario
all’amnistia 1 Sul ponte del vascello che portava lui con altri pri- gonicu
italiani a Venezia, il cugino del Leopardi, pieno di fede nei destini d'Italia,
nonostante i fatti dolorosi e la realtà del presente, concepì l’inno stupendo
ai Patriarchi. Dalla prisca civiltà, dalla storia del popolo italiano sempre
risorgente c dall’eccelsa natu- a c uomo Egli traeva gli auspicj perle sorti
non 1 e o piogressive del genere umano e segnata- nente della stirpe latina:
XItalia è sacra c starà eterna ! Ma ogni fede, c però anche la fede del
cittadino ta c snrrptt^T’if ' ana ’ c l uan ^° non sia accompagnala c sorretta
dalle onpm T,’’ • P c. L Mamiani si accinse subito a corroborare la sua fedo di
patriota ed a colorire il suo ideale col pensiero, colla penna, coll'esempio,
coll'azione, colla vita intera. Da Venezia fu condotto a Marsiglia, dove gli fu
comunicata la sua condanna all'esilio perpetuo. Dal 31 al 47 visse
dignitosamente a Parigi, dedicandosi tutto all'avvenire della patria, al culto
delle lettere, al rinnovamento della filosofia in Italia. Considerando tutte le
reali condizioni della nostra penisola e d’Europa non gli sembrava guari
fattibile il disegno ardito c vasto di Mazzini, esule egli pure fino dal 31. E
però dopo un breve carteggio col fervido ed eloquente apostolo dell’italica
democrazia, il Mamiani, pur concorde con lui nel fine supremo, di far cioè
libera e indipendente l’Italia, opinava si dovesse battere altra via. E così di
fronte alla Giovine Italia si costituì un Comitato nazionale presieduto in
Parigi dal Mamiani. Pensiero ed azione; Dio e popolo : ecco il motto assennato
e pratico dell’apostolo civile genovese. Pensiero, concordia ed azione ;
rigenerazione intellettuale e morale degli Italiani; miglioramento economico
del popol minuto, osservanza e fiducia nel medesimo per liberare l’Italia :
ecco le massime fondamentali che dal canto suo predicava e inculcava il
Mamiani. E poiché l’azione dev’essere preceduta e illuminata dal pensiero, così
la letteratura, la poesia, la storia, la filosofia sono principalmente rivolte
dall’esule Pesarese a rivendicare la libertà c indipendenza della patria.
Compone \'Ausonio, c vi canta patrii e civili sentimenti. Scrive il
Rinnovamento dell’antica Filosofia italiana, e (oltre dedicarlo alla sua città
natale) vi pone in maggiore evidenza il pensiero speculativo e insieme pratico
degl Italiani j con esso libro richiama alla mente de’ suoi connazionali e fa
meglio conoscere agli stranieri il nome, le dottrine, il metodo scientifico
d’ingegni nostrani, quali furono il Pomponaccio, il Cremonini, lo Zaba- rella,
il Cardano, il Eizolio, il Telesio, il Della Porta, il Valla, il Bruno, il
Campanella, e Andrea Cesal- pino, ingegno sommo, inventivo e acutissimo non
pure nelle fisiche ma eziandio nelle metafisiche discipline. E così il Mamiani
accennava ad altri la via per fare nuove ed impensate ricerche. Ma non contento
di questo, chiude il suo libro col vivo desiderio ed augurio che sorga presto
nella nostra patria una scaola novella da cui si pigli ad ereditare con franco
animo l’antica sapienza speculativa e le antiche arti metodiche. In progresso
medita i Dialoghi dx Scienza prima, ove distilla il succo nutritivo oave della
sua mente profonda, e vi raccomanda, speme per l’Italia, una filosofia alta e
piena di vita, Um / aCC - lUd M let ? raassime Perfezioni dell’essere 0106 ll -
pens, ’ ero s ùnte, la fede incrollabile . t ZI 6 li offre nel 46 al Popolo
TÌZT maiPerÌtUr °’ ÌQ 8 e S Q0 d ’ a *ore immenso e ui sublime speranza. tesse
avvenire^ ^ nsor81mento politico italiano po- aal a Q escogitarne i mezzi
pratici e morali. Come Dante per ritornare a civile grandezza l’Italia, già
donna di provinole, mirava prima col suo divino poema a rigenerare moralmente
l'uomo e la società civile e religiosa ; cosi il Mamiani credeva necessaria la
rigenerazione delle menti e degli animi italiani perchè indi risorgessero
politicamente. Di qui il suo concetto dell’educazione morale e intellettuale
del popolo, dei modi per attuarla, dei doveri e diritti delle moltitudini: cose
tutte esposte è determinate magistralmente nei Documenti pratici, che seguono
al Parere dello stesso Mamiani sulle cose italiane, e che meritano d’essere
anche ai nostri giorni attentamente considerate. Dalla pubblicazione di quei
pratici Documenti alla proclamazione delle varie Costituzioni italiane nel 48
corse appena un decennio ! Il pensiero e gli studj precedevano dunque le
riforme civili e le armi, e ne assicuravano le prime vittorie. Anche le solenni
riunioni dei dotti italiani nelle più colte e principali città della Penisola
giovarono assai a maturare il risorgimento politico della Nazione. Ora vuoisi
notare che la prima idea dei nostri congressi scientifici si deve al Mamiani,
avendone egli accennata la utilità e convenienza ne’ suoi Documenti pratici.
Del primo congresso di Pisa nel 39 non potè il nostro esule partecipare ; ma
nel 73 convocò sul Campidoglio la XI di queste riunioni e potè bandire al mondo
civile che oramai u libero il pensiero, una la patria, il congresso degli
scenziati italiani scioglieva in Roma l’antico voto n . Ma riprendiamo o seguiamo
rapidamente gli eventi. Per opera di Carlo Alberto, il Mamiani aveva nel 47
rimesso piede in Italia, ospitato prima a Torino, poi a Genova. Ma ne a Pc3aro,
nè a Roma volle far ritorno se non dopo la promulgazione dello Statuto
pontificio, avendo giurato che sarebbe rientrato in patria solo pa' la povta
dell’onora ! A Genova fonda il giornale politico la Lega italiana, il cui vasto
e nobile programma, mentre era una conferma delle sue idee intorno alla
rigenerazione intellettuale e morale degl’italiani, rivelava le doti eminenti
del pubblicista ed i sani principi sulla vera missione della stampa, detta
oggidì il quarto potere dello Stato ; come pure faceva palese le nobili
aspirazioni del cittadino c del filosofo a ricollocare nel primo seggio la
sapienza civile degl’italiani. E sotto questo ì ispetto 1 opera del Mamiani si
riannodava alle idee dell’autore del Primato o del Rinnovamento civi e d
Italia. Eletto a deputato di Pesaro e poi nominato Ministro dell'Interno,
propone all’Assemblea romana liberali e savie riformo d’ordine politico ed
amministrativo ; parla nobile c franco a Pio IX, mira 6 empre, come deputato e
ministro, col pensiero, colla esilV:f 1 :, att, ',H 1,UnÌV - a ltalia > e s
P osa a ^ e reali della civili et P ° ^ et * tl 1 ficozza e pre- IbnTdf *T r “
"" KC ° vera .iniani Non 1 6 ancora si s P in S e il Ma- Non solo
ammetto la > reaRj^obbietUva u _^lle j- AtX idee, ma pare voglia conciliare
l’esperienza interna ed esterna con {'intuito delle idea, intuizione che non è più
sentimento nè percezione. E dopo aver propugnato che ogni idea universale è
ante rem, mentre ogni nostra cognizione è post rem, conclude reciso : “ O
credete all’idee, ovvero disperate di mai salire a certezza c universalità di
scienza „. Ne’ Dialoghi di Scienza prima scrisse che Dio era conosciuto dalla
mente nostra non quale oggetto immediato d'intuito, ma sotto la relazione
comune dell’essere. Invece nei Principj d’Ontologia non pure fa consistere l a
pietra angolare di tutta la scienza n el reale sussistere dell'Assolu to, ma
propugna che la mente umana intuisce l’Assoluto, cioè il Vero, il Bello, il
Buono, il Santo. Onde quel contatto marginale della nostra mente coll’ Assoluto
e la famosa teorica degl’m- flitssi divini, che vogliamo compendiare colle
stesse parole del Mamiani: “ L’a zione occ ulta dell’Assoluto sull’animo nostro
ha cinque forme originali e diverse, e cioè la creativa, la in telle ttiva, la
estetica, la morale c la re ligio sa. Per la prima aziono l’uomo esiste, per la
seconda egli afferma, per la terza ammira, perla quarta ap prov a, per l’ultima
adora „. Certo,queste dottrine filosofiche sono ardite ed esagerate. Ma chi
potrebbe dire che non abbiano alcun fondamento, clic siano false tutte c di
sana pianta, ove si consideri tutti gli elementi neccssarj a formare la
conoscenza umana, ove scrutiamo a fondo Tesser nostro in sè e nelle suo
relazioni, ne’suoi concetti più elevati e sentimenti più nobili, ove infine si
badi alla natura purissima della scienza clic rispecchia nella mente nostra
finita ed imperfetta, la realtà, la grandezza e la perfezione dell’universo?
Del rimanente, ogni gran pensatore e novatore ha sempre qualcosa di manchevole
e di erroneo accanto ai suoi peregrini concetti ed alle sue verità. Por
esempio, al Vico, creatore della Filosofia della Storia, fu contestata la
teoria dei corsi storici ; al Leibnitz, autore del famoso trattato sulle Monadi
e che avea chiarito da pari suo ed applicato universalmente il concetto di
forza, venne a buon conto rimproverata l’armonia prestabilita. Ma l'ingegno
filosofico del Mamiani spicca alto c sicuro il volo nei Principj di Cosmologia,
là ove segnatamente discorre della vita e del fine nell’Universo, e dove
stabilisce e compie la nuova teorica del Progresso. Tesoreggiando la parte
inventiva, sana e vera delle dottrine del Leibnitz circa l’origine, la natura e
l’ordinamento dell’Universo, o giovandosi dei mirabili progressi delle scienze
sperimentali, due grandi nostri filosofi hanno scrutato a fondo c con novità di
concetti l’essenza intima, la prima origino, le correlazioni supreme, l'armonia
e l’ordine, nonché il fine ultimo dello cose tutte: >1 Mamiani nei detti
Principj di Cosmologia, e più taici il Conti nell Armonia della cose. Io penso
che mora nessuno li abbia superati su questo subbietto capita issirno della
Filosofia, trattato da essi con acume e larghezza di vedute, con sapere
consumassimo e, specie del Mamiani, con analisi fine perciò che risguarda i
principj causali c formativi, le relazioni supreme e finali così della vita
vegetativa ed animale, come della vita umana e razionale. La teorica dell'umano
progresso non è nuova; si deve segnatamente al Turgot, al Condorcet, al-
l’Herder, al Kant e al Fichte. Ma il nostro Mamiani ha dimostrato con novità di
prove razionali c sperimentali la necessità del progresso indefinito non sulla
Terra unicamente, ma nell’Universo intero mercè la vita razionalo c morale
degli esseri .intelligenti e liberi. E quanto al progresso umano sociale,
questo dovrà alla perfine condurre alla massima civiltà, armonizzando le forme
parziali di progresso e d’incivilimento dei varj popoli, che tutte possono
ridursi a sei, cioè l’attività, la scienza, la libertà, l'arte, lo Stato e la
moralità. E poiché il risultamento- finale e durevole del progresso e
perfezionamento di molte nazioni non può esser mai l’opera esclusiva di
ciascuna di esse, come la Storia dimostra ; esso vuol essere attribuito a certo
organismo occulto di tutte, che si svolge e si perfeziona per disegno e lavoro
ma- raviglioso della natura. E così il Mamiani rinnovava e compivalaTeorica del
Progresso, e stabiliva l’Unità organica del mondo delle nazioni. Questa cd
altre dottrine del Mamiani, come la sua teorica della Percezione, hanno davvero
fattezze native e indole schiettamente nazionale, e basterebbero da sole a far
glorioso il nome d'un uomo e a dar vita ad una Scuola filosofica italiana,
teista spiritualista civile e liberale ad un tempo. Il Mamiani credo Valdarninì
9 TERENZIO ATAMANI nc fosse internamente persuaso; onde vi tornava sopra più
volte c sotto diversi aspetti nelle «altre sue opere, c segnatamente nella
Rivista di Filosofia delle scuole Udirne da Ini fondata e diretta per 15 anni.
V. Ma la filosofia del Mamiani fu non meno speculativa e profonda, elio pratica
c civile : a nessuno dei più gravi problemi sociali del nostro secolo rimase
straniera. Tutte le questioni sociali si possono in fondo ridurre a quattro :
religiosa, morale, economica (l), politica. ÀI Mamiani parve ornai risoluto
presso di noi il problema politico, ritenendo egli sufficienti c sicure le
nostre guarentigie costituzionali, e stimandola libertà più c meglio che un
diritto, un dovere. Al problema religioso rivolse egli la mente «no dalla sua
gioventù, mirando ad una religione pura, ottima, universale, conforme alla
natura razionale O religiosa dell'uomo, o olio fosso ad un tempo eminentemente
civile o morale. A questo idealo egli mirò »« vai;, suo, scritti,dagl'/,,,,;
sacri „ W|, r 1" ^•"‘l’oMvae^tua id D 0 .° n ^ cm P 0 > lordine
morale, l’ordine giuiùdico e or me economico ? L’ingegno umano e la scienza,
ani ™ ancora ns P 03t ° a questa formidabile do- * . SC . P Urc Un Scorno
arriveranno il pensa sti nrp* ^ SC ‘ enZa . ad armonizzare quei tre ordini
fiJLT 6 r dÌVCrSÌ elementi sociali, dubitiamo V aVUa prati0a 8i «"* -empre
e do- daiia mmie acuta»! ‘ h “ "r7- KMt ’ cne * ra * e arti umane due sono
le più difficili : l’arte d'educare e quella di governare, gli uomini. Quindi
ogni secolo ha avuto gravi problemi sociali da risolvere. Di questi problemi
alcuni sono di indole generale perchè riguardano il mondo delle nazioni o
l’umanità consociata, tal sarebbe il riconoscimento pratico e giuridico
de’diritti naturali degli uomini ; altri sono particolari, riguardanti cioè una
sola nazione, tal sarebbe il modo di conciliare l'unità c la integrità
dell’impero Austro-Ungarico col principio d’autonomia e di libertà delle varie
schiatte e popolazioni che oggi formano quell’impero. A quattro possiamo
ridurre le principali questioni sociali dei tempi nostri e sono le
infrascritte. 1° La questione morale, non tanto per la varietà e moltiplicità
dei sistemi scientifici morali che oggi più che mai si contendono il campo,
quanto per lo scadimento pressoché universale del senso etico. Quindi convien
ricercare le cagioni tutte di questo fatto, ravvivare e rinvigorire negli
uomini il sentimento morale, e praticare nelle relazioni vuoi private vuoi
pubbliche i sommi principj di moralità e onestà e di equità naturale. 2° La
questione religiosa, non solo pei doveri dell’uomo verso Dio e nell’interesse della
sua destinazione oltremondana, ma per istabilire e mantenere in modo più sicuro
l’unità morale fra gli uomini tutti. Ai nostri tempi, invece, non solo permane
la diversità delle religioni positive che possono dar ésca a divisioni di
popoli e fomentare guerre sterminatrici e da barbari, ma sempre più vivo si
palesa il conflitto fra la ragione e la fede,, tra il domina e l’esperienza
illuminata, fra la scienza c la religione. In qual modo comporre il dissidio
tra i principj della scienza e i diritti della ragione da un lato, fra le
verità di senso comune e le aspirazioni dell'anima umana dall’altro, essendo
l’uomo costituito dalla natura animalo religioso ? La questione politica, la
quale risguarda non tanto la forma di Governo, lo più sicure ed ampie guarentigie
costituzionali, quanto e meglio la libertà civile e politica, che le democrazie
moderne vorrebbero portare col fatto all’ultima sua espressione. Oia ognun vede
che siffatto problema presenta gravissimo difficoltà, ove specialmente si
riconosca cs- • sere la libertà per gli uomini particolari e per le nazioni,
pei governati e per gli stessi governanti, non solo un diritto ma un dovere. 4°
La questione economica, vale a dire la ricchezza d, pochi e la quasi indigenza
dei proletari che cosi,tu,senno i quattro quinti del genere umano! Il rim to d,
proprietà individuale e le condizioni miser- r k > Ìl Capi ‘ ale e U
“"0 «peeial- fii T„ ", ”T° ' 1Uasi in aperto co,, - „ lìr r r p0n '°
“«evolute « ™io. alla nel’ itt0 ' d,e tla U«"i » spinto «no Può il°.e 0 ',
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risolvere il Ln Z) m (00me il 0 nella »™‘'“»‘a Ma sorbir M salario e quindi
nella reale a compita emancipazione del quarto stato ? Lo quattro grandi
questioni sociali si riducono in sostanza a due : al problema morale cd a
quello economico sociale, che hanno carattere di universalità vera e propria,
riguardando essi il genere umano nell’ampio giro del tempo o dello spazio sulla
Terra. Noi ci occupiamo qui della sola questione economica sociale e del modo
di risolverla praticamente in Italia, secondo le dottrine c gli espedienti del
Mamiani, desumendo lo une c gli altri dai varj scritti di lui. Ma prima diamo
un cenno storico della questione medesima. II. La questione economica non c
nuova nè moderna, ma può dirsi rimonti alle prime società civili. Ogni epoca e
ogni grande Istituzione sociale, come lo Stato c la Chiesa, han tentato di
risolvere o a modo loro o in conformità dei tempi l’arduo c complicato
problema. Ma è stata sempre una soluzione parziale e provvisoria, mai totale,
generale o definitiva, sia per la natura dei mezzi adottati, sia per la stessa
nativa diseguaglianza degli uomini c per le nuove esigenze della civiltà
progrediente. La istituzione delle caste nell’antico Oriente, la divisione
legale fra i liberi e gli schiavi nella Grecia c nel mondo romano, le
corporazioni religiose istituite dalla Chiesa, il sistema feudale nel medio
evo. le stesse corporazioni d’arti e mestieri appo i nostri Comuni c le nostre
Repubbliche, si credettero spc- dieuti efficaci a risolvere la questione
economica so- cialc, e quindi furono adottati per Scongiurare il pericolo. Ma
nè il Paganesimo che negava agli schiavi ed ai servila personalità morale e
giuridica, nè il Cristianesimo che riconosceva nei volghi servili la
personalità umana c l’eguaglianza morale, e predicava ai ricchi la carità, ai
poveri la rassegnazione, nè le istituzioni sociali del medio evo in Italia ed
altrove, riuscirono a risolvere la questione economica, ma ol’aggiornarono
semplicemente, o la indirizzarono per una nuova strada. I nuovi principj del
Cristianesimo neppure nel medio evo valsero ad appagare sempre lo plebi, a
distoglierle dai beni presenti esortandole a restar povere e tranquille. u I
pensieri c gli affètti dell'uomo staccati a forza dalla vita presente,
nondimeno di tratto in tratto vi tornavano, c il sentimento della vita
irrompeva fortemente e violentemente. È questo sentimento che in Italia nel
1035, al tempo della lega dei valvassori minori contro i maggiori, faceva
cospirare anc ie gli uomini di servii condizione contro ipadroni, e darsi
giudici, ragioni e leggi. Parimente nel 1387 vediamo nel Canavcsc, Vercellese e
Vallese, nella mna e Tarantasia e in altre parti, il popolo i nnViT 10 a^ 6
t0lrc 0 ca «)pagna sollevarsi contro mm-P ì tl * vast ‘ mot i dei contadini
misero a ru- di li fn eBta “ Ìa - la ricchezza c la povertà. Col sistema dello
p.ccolc industrie, l’operaio poteva sce- :r c tra ; d,vcrsi P adl '°"i
quello che gli faceva mi- ST COnd ' Z10 "' ; 11 Ch0 «« “'-va di stimolo a
rcn- *«*“» “1 ambita Papera m Si voro V),. 0,- e ’i " n C ° rt ° ei l
ailibrio tr a capitalo e 1»- AtomtVoll b ° n °| ZJ n °" Si 1WSSOno P iil
avcr0 001 « s“ V-'; ° Ì,,dUSl, ' !a - » * 'intedia co- -i caoitalist' asolanti,
PCi-cU alla lega di questi P'tabst, possono contrapporre la propria eoa piti HI
sicura e pronta efficacia. Venendo meno le piccole- industrie e scomparendo
gradatamente il ceto medio, alla perfine il cajiitale e il lavoro si troveranno
l’uno di fronte all altro. JE già il conflitto è cominciato qua e la in più
luoghi e sotto aspetti diversi : vi è un cumulo di odii mal repressi che
anelano la vendetta o almouo la rivincita. Tantoché, ove non si pensi in tempo
ai firnedj, vi è da temere uno sconvolgimento sociale nell’ordine politico ed
economico. Ma quali rimedj adottare e come prevenire un rivolgimento sociale,
clic potrebbe essere il più terribile nella storia del genere umano ? Ecco
l’arduo- problema economico sociale, ecco la sfinge moderna, che preoccupa la mente
del filosofo, del filantropo,, dell’economista e dell’uomo di Stato. Alla
pratica soluzione di questo formidabile problema in Italia il nostro compianto
Mamiani involse per oltre quarant’anni (1S3S-.1SS2) la mente, il cuore, gli
studj suoi ampj e consumati. “ Quella comunanza di uomini (egli scriveva fino
dal 1838) elio non sa- trovar modo, o non vuole, di schermire dalle necessità
estreme della vita gl’indigenti onesti e d’ogni fatica volonterosi, non può
dirsi con proprietà sa- piente e civile, ma sotto apparenze molto contrarie è-
barbara e insipiente tuttavia. Le genti educate ed agiate sono dalla natura e
da Dio costituite madri e tutrici delle infime plebi, e di queste hanno a.
render conto molto severo sì innanzi alle società urnane e sì innanzi a Dio
padre dei poveri „ (1). Fermato ciò, il Mamiani rigettando le strambe utopie
dei Comunisti e dei Socialisti moderni perchè ingiuste e non attuabili, e
scegliendo quelle riforme e quei miglioramenti sociali che erano o che gli
parevano possibili e praticabili in Italia, esule a Parigi segnò ne’ suoi
Documenti pratici intorno alla rigenerazione morale intellettuale ed economica
degli Italiani, alcune linee di quel vasto disegno onde il secol nostro
intendeva e intende a migliorare le condizioni del popol minuto. I mezzi da lui
proposti per soddisfare ai diritti che riguardano la sussistenza sono
gl’infrascritti. 1° Abolire i dazj c le imposte d'ogni natura che gravano più
propriamente sull’infimo popolo. 2° Francarlo dalle viete tasse parrocchiali assegnato
all’ adempimento di certi atti solenni, civili e religiosi. •j° Moltiplicare e
perfezionare gli ospedali, i ìicovcri, i monti di pietà c simili altri istituti
di pubblica beneficenza. Propagare il più che si può tali istituti anche per i
villaggj e le campagne, c imitare da per tutto esempio d alcuni Comuni rurali,
che a loro spese provvedono i contadini di medico e medicine. ò Rifornì are ed
ampliare le leggi e i regolamenti circa ai patti e alle mutue relazioni tra i
fab- Scritti politici, edizione renze, Le Monnicr. ordinata dall’autore. - Fi e
la questione economico- soci a Lubricanti, capomastri e bottegai da un lato, e
gli operai, giornalieri, manuali e apprendisti dall.’altro, porgendo a tutti i
secondi guarentigia e soccorso nei termini dell equità, e contro l'egoismo e la
durezza dei primi. G° Istituire in ogni città, dove gli operai sovrabbondino,
due sorte di lavorerìe pubbliche permanenti : 1 una pei rozzi braccianti,
l'altra per gli operai delle arti comuni. 7° Tali istituti ordineranno per guisa
i rego- menti c le discipline proprie, c con si fatta misura proporzioneranno
le loro mercedi, da non sopraffare in nulla le industrie de’privati; mentre
toglieranno a queste l’arbitrio di soverchiare gli operai in nessuna cosa. • 8°
In tali lavorerìe ed officine pubbliche non debbono gli operai nè esser
costretti a vivere rinchiusi, nè perdere alcuna porzione di quella
indipendenza, di atti c pensieri che la civile libertà concede ad ogni uomo
onesto. I lavori, poi, scelti e ordinati in quelle saranno volti con
provvidenza ed accorgimento alla pubblica utilità, e segnatamente a quella del
popol minuto. 9° L’ammissione a tali opificj sarà concessa ad ogni operaio il
quale darà prova di aver offerto invano l’opera sua nelle officino privato. E
il pericolo della soverchia c non strettamente necessaria frequenza degli
operai in quelle lavorerìe sarà evitato, con fare strette più dell’uso
ordinario le discipline, le quali poi debbono esser pensate c trovate con
ingegnò SÌ fatto da convertirle in buoni e quotidiani metodi educativi. Tutto
ciò richiede che il tesoro arricchisca abbondevolmente per altre vie. Nuova
fonte di ricchezza pubblica può divenire la tassa detta progressiva, ed una
sull’eredità trasversali proporzionata al grado più o meno stretto di parentela,
e il rendere mobili e circolanti i beni immobili c camerali, o per ultimo il
fare sparmio di tutta l’immensa moneta che inghiottono e scialacquano i grossi
eserciti stanziali, i gran favoriti di corte, i doganieri, e mille altre specie
di ufficiali e di salariati o perniciosi o superflui. 11° Con molto valsente
tenuto in. riserbo, si ovvierà a quegli accidenti imprevisti che turbano a un
tratto 1 economie delle industrie e del lavoro quotidiano. Così gl’italiani,
antichi fondatori delle Case di lavoro, perfezioneranno conforme ai bisogni
dell età nostra il pietoso trovato degli avi loro. 12 Riguardo alle campagne,
bisogna in primo luogo riformare ed ampliare il codice forese od agrario,
perchè si tutelino con più efficacia i patti e le relazioni giornaliere fra i
possidenti e i coloni, migliorando le condizioni di questi ultimi, e
mallevatole contro ogni ingiustizia e sopruso. 13 In secondo luogo, bisogna
istituire in ogni P noia compagnie di assicurazione (sovvenute dal mune) contro
i danni delle gragnuole, delle carestie, jpizoozie ed inondazioni, affinchè i
contadini si veg- accertato ogni anno il frutto del loro sudore. E quando il
raccolto sarà favorevole ed abbondante, i contadini concorreranno per la lor
quota al pagamento della tassa di assicurazione. 14° Un Consiglio superiore,
aiutato dai succursali delle provincie, prenda in cura speciale lo studio e la
vigilanza degl’interessi del popol minuto. A questo Consiglio saranno ascritti
molti uomini pratici e versati in dottrine particolari relative ai fini
proposti, e tutti splenderanno di specchiata probità o di zelo grande verso i
poveri. 15° Una parte del Consiglio medesimo prov- vederà specialmente alla
vita sana del popolo, promovendo le società di temperenza felicemente iniziate
in America e in Inghilterra, ed esaminando l’interno delle officine, la materia
e la qualità dei lavori, i cibi quotidiani, gli alloggj, le vesti e simili
obbietti. E sarà bene imitare Leopoldo I di Toscana, il quale a spese
dell’erario fece murare in luogo arioso gran numero di casette decenti ed
acconce per l’infimo popolo. Questi pagherebbe una modica pigione. 16° L’altra
parte del Consiglio veglierà gli andamenti del popolo, la qualità delle sue
industrie e de’suoi negozj. Vedrà pure ilConsiglio quel che sia da ristorare
degli antichi Statuti delle arti e quello che sia da aggiungervi : ad ogni
modo, promoverà le congregazioni e consorterie legali degli operai, dei ca-
pomastri e d'ogni specie di artieri, con l’intento di accrescere ad ognuno i
mezzi di produzione, e se- gnatamentelo spirito di fratellanza e disciplina.
Similmente, il Consiglio promoverà con zelo perseverante le anioni e
consorterie dei piccoli proprietarj e dei fittajoli, compensando per tal guisa
i danni e gl’inconvenienti dei poderi troppo angusti. Veglierà, infine, sulle
pubbliche mostre, sui comizj agrarj, sugl’incoraggiamenti e sui premj da
assegnare ; studierà il valore de’ nuovi ritrovati e degli ultimi
perfezionamenti, ed agevolerà ai poveri artieri lo smaltimento de’ rispettivi
lavori, contro il monopolio dei troppo ricchi, cd a freno degl’ incettatori e
rivenditori. Il Consiglio procaccerà di mettere in buono accordo fra loro gl’
istituti di carità e beneficenza, facendo che si accostino tutti a certa unità
di massime direttrici, e che l'opera dell’ uno v P rcndo a chiarire e ad
inculcar! cono circa la questione sociale. Mentre il essa Lettera esaminava il
Mamiani se la nuova Ke- pubblica francese potesse fornir lavoro quotidiano agli
operai che ne mancassero, tornava a raccomandare la istituzione di lavorerìe
pubbliche, ma con lo infrascritte cautele affinchè non divenissero perniciose
allo Stato c non turbassero 1’ operosità economica dei privati. 1° Lo pubbliche
officine debbono istituirsi universalmente c poco meno che in qualunque grosso Comune,
per evitare una soverchia accumulazione di popolo in quelle sole città dove
fossero pubbliche lavorone. Converrà, inoltre, cercar compensi nuovi e
gagliardi, noll’istituiro officine in tutto lo Stato a favore dell'agricoltura,
affinchè i contadini non siano indotti a lasciar la villa e ricoverarsi nelle
città. 2° Bisogna decretare che nello officine dello Stato sicno raccolti
solamente quegli operai a’quali nessuna privata industria ha potuto fornir
lavoro. Imperocché le lavorerìo pubbliche sono costituite per supplire e
riparare alla insufficenza delle industrie private, dalle quali ricevono
limitazione e misura. 3° Il Governo procaccerà, per non rovinare molte
industrie private, elio i lavori molteplici e svariati da lui condotti siano di
qualità da non potersi dai privati cittadini imprendere con profitto. Il che
importa che le manifatture pubbliche quanto più crescono, e tanto più costino e
siano a maggiore scapito del tesoro. 4° Avviata la generale istituzione degli
opificj •comuni, il prezzo della mano d’opera non potrà sminuire tanto e sì
presto, quanto si vede ne’paesi dove il numero delle braccia soverchia il
bisogno. Però, tutte quelle industrie le quali competono con gli stranieri,
mercè del buon mercato e del potere scemare' fino all’ultimo estremo i salarj,
cesseranno e si annulleranno. Dalla teoria conviene a suo tempo scendere
all’applicazione. E così fece il Mamiani. Divenuto Ministro costituzionale
sotto Pio IX, nel giugno 1848- il Mamiani compilò e sottopose all’Assemblea
romana una proposta di legge per la istituzione di un .Ministero speciale di
pubblica beneficenza . È pregio dell’opera riferire, tralasciando le funzioni
speciali e straordinarie del nuovo Ministero, le sue funzioni generali non
tanto per far conoscere la natura e la. missione di esso Ministero, quanto
perchè ci sembra, che quelle funzioni ed attribuzioni generali possano anche
oggidì servir di lume per la riforma e il riordinamento dello nostre Opere pie.
1 II Ministro di pubblica beneficenza procura in genere la riforma, il
perfezionamento e la moltiplicazione degl’ istituti e delle opere di
beneficenza c ie sono in atto, e la fondaz ione e 1’avviamento detuzionc cd
ogni opera rivolta all’educazione morale e intellettuale delle infime classi.
2° Procura con mezzi mediati o immediati di approssimare le opere tutto di
beneficenza a certa unità e collegamento, affinchè se ne aumenti da ogni lato
l'efficacia, e non ne siano gli effetti o troppo parziali o manchevoli. 3°
Promuove presso i Consigli deliberanti le leggi c gli ordinamenti giovevoli
alle classi indigenti c al popolo minuto. 4° Sopraintende agl’istituti laicali
di beneficenza da lui fondati o dal Governo posseduti, e a qualunque disegno e
impresa *da lui o dal Governo attuata, e la quale intende al sollievo e all’educazione
delle classi inferiori. 5° Sopraintende similmente a quegli istituti e opere
laicali di beneficenza e di educazione popolare, le quali sono posto dai
fondatori sotto il riguar- damento e la cura immediata di chi governa. G°
S’ingerisce, d’accordo coi Municipj o coi Rettori privati, nel regolamento di
quegli istituti ed opere coraunitativc o private, alle quali viene in soccorso
il Governo con il denaro pubblico, o con altra maniera efficace e ragguardevole
di ajuto. Quanto alle fondazioni e congregazioni, o similmente a qualunque
specie ed atto di pubblica beneficenza, dipendenti al tutto dai Municipj o
dalla carità di privati, c che si rimangono esclusi dalle tre dette categorie,
il Ministro ne piglia cognizione esatta e particolareggiata, ed esige copia
autentica degli statuti c dei regolamenti. Invigila clic non contravvengano in
nulla alle leggi universali dello Stato. Promove e propone in seno de Consessi
legislativi quei provvedimenti c quelle cautele che impediscono alle
beneficenze d’istituto municipale o privato di fuorvia.e c corrompersi.
Risponde ai consigli richiesti, e invita per via officiosa a modificare,
migliorare, propagare e in ogni guisa perfezionare l’opera della beneficenza.
Similmente invita e procura la colleganza e reciprocazione degli ufficj ed
aiuti fra l'uno istituto e l’altro, o in genero favorisce e caldeggia per ogni
modo l'azione loro. Occorre appena far notarle che il Mamiani, mettendo così in
pratica le sue nuove dottrine sociali, tentava di dare all’opera del Governo
quell’ampiezza e quell efficacia che si accorda generalmente con le libei tà co
privati, e con ogni trasformazione c progresso nello spirito di associazione e
di civile consorzio. Sulla quale Istituzione egli ritornò più. tardi nei Saggi
di Filosofia civile. Ma è noto che il Ministero di pubblica beneficenza non
ebbe fortuna negli Stati Romani, mentre alle idee del Mamiani si fece m
sostanza buon viso in Toscana, dove al Ministero ella Istruzione pubblica fu
aggiunto l’ufficio di tubare c dirigere la pubblica beneficenza. lennpir/ il
Mamiani fece a tutti manifesto so sociali D i eC0 6U ° P on ^ crato volume
sulle Qucstion ’ ° ° ln mczzo a tante vicende politiche italiane ed europee dal
48 in poi, in mezzo a’ suoi profondi studj filosofici cd alle sue occupazioni
di statista, non aveva perduto d’occhio i progressi teorici e le fasi pratiche
della questione economica sociale nelle diverse parti d’Europa. Girando
l’occhio della mente nell’essenza profonda e nelle attinenze della questione
sociale, c pur tenendo conto dei suggerimenti dell'esperienza e della
riflessione por oltre quarantanni, nella suddetta opera Egli esaminò acutamente
i due massimi problemi dell’età nostra, fra loro distinti ina non separati,
cioè il problema inorale c quello economico. Intorno al secondo problema, ecco
in breve le dottrine o le proposte che il Mamiaui professava e additava per
risolvere in Europa e segnatamente in Italia la questione sociale. L’autore
delle Questioni sociali ammette legittimo il diritto della proprietà individuale
; affer- * ma, contro certi Economisti, che il lavoro non crea, ma presuppone
la proprietà ; rigetta le strambe teoriche di Proudhon e le altre nò giuste nò
praticabili dei moderni Comunisti c dei Socialisti esagerati; reputa non
assoluto il diritto al lavoro. Ma, d’altra parte, egli deplora gli effetti
della libera concorrenza che ritiene sia causa dell’ anarchia economica ; è
seriamente preoccupato dal fatto che i quattro quinti del genere umano formano
la classe intera dei pro- letarj : e quindi pensa e propone un sistema di
riforme rivolte ad armonizzare la produzione e il capitale, gl’interessi e le
sorti del proletario, sistema che si compendia nelle seguenti proposte :
Istituire un magistrato speciale col nome di Tribuni del popolo, eletto dal corpo
intero dei lavoranti, il quale tuteli ed invigili i diritti e gl’interessi del
proletario. 3° Abolizione del dazio consumo. 2° Fondazione di colonie per
riparare all’ eccedenza annua della popolazione, secondo la teorica di Malthus.
4° Favorire e proteggere 1’ emigrazioni volontarie, quando pure al Governo
apparisse nè difficile nò dispendioso il tragittare i nostri emigranti da una
provincia interna ad un' altra, per esempio in Sardegna, nelle campagne romane,
in più parti disabitate ed incolte della Sicilia c della Puglia. 5° Proteggere
ed allargare le Società cooperative, nelle quali il lavorante, oltre alla sua
mercede, divida coi socj il modesto lucro ricavato dalle pioduzioni, e pelò sia
nel tempo stesso comproprie- taiio. Quanto si dilateranno questo società, tanto
più effettuabile apparirà la Cassa di pensioni per i 1600 i e gl invalidi,
alimentata da quoto versatevi a ogni libera corporazione di artigiani, e da
elargizioni del Governo in proporziono delle somme risparmiate o dai singoli
membri o da una intera • norT A 1 i rtÌerÌ ’ C CU ‘ amm i Q istrazione però
°" “ ai i» mano del Governo. del l a T? com P r °P r ^ario anche il
lavoratore del fondo da lui coltivato. oc ni Gn | are 1° imposte ai contadini
proprietari. on are Scuole governative professionali, lo3 cioè di arti e
mestieri, in unione con le Provincie ed i Comuni quanto alle spese ; nelle
quali scuole sarebbero accolti i figli dei lavoranti, compiuta 1' istruzione
elementare. 9° Riformare le Scuole tecniche, adattandole ai mestieri ordinarj ;
e quanto alle grosse borgate c alla campagna, ammaestrarvi i contadini
suburbani negli clemeuti di agricoltura e di pastorizia. 10° Provvedere ad un
Manuale popolare di agraria. Dove manchi l'insegnamento elementare, supplirvi
con le scuole dette ambulanti. 12° Prestazioni al buon colono per ajutarlo a
divenire comproprietario ; e dono degli utensili al giovine proletario, ghà
prestatigli quando entrò nelle officine urbane e noi fondi rustici in possesso
ed uso dello Stato. Dall’ attuazione di queste riforme e proposte il Mamiani si
riprometteva la graduata cessazione della servitù del salario e quindi la
emancipazione reale a compita del quarto stato. Ma in qual modo lo Stato
avrebbe provveduto a quello nuove ed incessanti spese ? Con le infrascritte
riforme, secondo il Mamiani, oltre al provento delle consuete imposte. 1°
Cancellazione dell’ esercito stanziale. 2° Imposta prediale e mobiliare
temperatamente progressiva. 3° Incameramento dell’ eredità trasversali dal
terzo grado in giù. Sbassamento della rendita pubblica dal quattro al tre e al
due e mezzo, secondo luoghi e tempi. 5° Amministrazione disimplicata e
scemamente di ufficiali e di paghe. 6° Ogni legatario pagherà una volta
soltanto il decimo del valsente legatogli.. 7° Monopolio delle miniere. VII.
Non tutte le riforme c le proposte sociali messe innanzi dal Mamiani sono guari
praticabili, nè tutte collimano con la inviolabilità del diritto naturale di
proprietà individuale, oltre accordare un soverchio ingerimento allo Stato
moderno nelle materie economiche. Noi non potremmo quindi accettare senz’
alcuna restrizione e temperamento tutte e singole le dottrine economiche e
sociali del Mamiani, nè crediamo che si possa mai giungere a pienamente e
stabilmente risolvere il problema conomico sociale, come ci studiammo
dimostrare a suo uogo in due nostri libri, negli Elementi scientifici di Etica
e Diritto o nella Filosofia morale e sociale (1). Ma intanto, nobile, alto,
eminente- ” e -i°iT,le • Gd . Umanitario « il fine a cui rivol- rifnrm anai ^ n
* 1° su La disciplina o educazione ci fa passare dallo stato di animale a
quello d’uomo. Un animale è pel suo istinto medesimo tutto ciò che può essere ;
una ragione a lui superiore ha preso anticipatamente per esso tutte lo cure
necessarie. Ma l’uomo ha bisogno della sua propria ragione. Costui non ha
istinto, c conviene che formi da so stesso il disegno della sua condotta. Ma,
siccome non ne possiede la immediata capacitò, e viene al mondo nello stato
selvaggio, ha bisogno dell’aiuto altrui. La specie umana c obbligata a cavare a
grado a grado da sò stessa colie proprie sue forze tutte le qualità naturali
che appartengono all’umanità. Una generazione educa l'altra. Se ne può cercare
il primo principio in uno stato selvaggio o in uno stato perfetto di civiltà -,
ma, nel secondo caso, bisogna pure ammettere che l’uomo sia poi ricaduto nello
stato selvaggio c nella barbane. La disciplina impedisce all’uomo di lasciarsi
deviare dal suo destino, dall'umanità, pur Io sue inclinazioni animali.
Occorro, por esempio, oh essa lo moderi, perché egli non si gotti noi porle» o
corno no animalo feroce, 0 come uno stordito^ a dina è puramente negativa,
perche si resinose soovliarc l'uomo della sua selvatichezza; 1 istruzione, ^ °
-nèh parte positiva dell’educazione. “ir ™ ioho- coiste nell' indipondeoza da,,
• T a disciplina sottomette 1’ uomo alle r Lvfmou» e lincia a fargli sentirò la
E, l'autorità dolio leggi stesse. Ma ciò dovesse. Valdarnini la pedagogia di e.
kant fatto per tempo. Così, maudansi per tempo i bambini alla scuola, non
perchè vi apprendano qualcosa, ma perchè vi si avvezzino a restare
tranquillamente seduti e ad osservare puntualmente ciò che loro vien comandato,
affinchè in progresso di tempo sappiano cavar subito buon partito da tutte le
idee che verranno loro in mente. Ma l'uomo è così portato naturalmente alla
libertà che, quando vi abbia preso una lunga abitudine, le sacrifica tutto. Ora
questa è la precisa ragione onde conviene per tempo ricorrere alla disciplina ;
chè altrimenti sarebbe troppo difficile di cambiar poi il carattere di lui, e
seguirà allora tutti i suoi capriccj. Parimente, si vede che i selvaggj non si
abituano mai a vivere come gli Europei, quantunque restino per lungo tempo ai
servigj loro. Il che non deriva già in essi, come opinano Rousseau ed altri, da
una nobile tendenza alla libertà, ma da una certa rozzezza, perchè l'uomo appo
essi non si è ancora spogliato in qualche maniera della natura animale. E però
dobbiamo avvezzarci per tempo a sottometterci ai precetti della ragione. Quando
all uomo si è lasciato seguire la piena sua volontà pei tutta la gioventù c non
gli si è mai resistito in nulla, ci conserva una certa selvatichezza per tutta
la vita. Rè alcuna utilità reca ai giovani un affetto materno esagerato, dacché
più tardi si pareranno loro dinanzi ostacoli da tutte le parti, c troveranno
dovunque contrarietà quando piglieranno parte agli affari del mondo. Un vizio,
nel quale ordinariamente si cade ncl1’educazione dei grandi, e quello di non
opporre loro alcuna resistenza nella loro gioventù, perché son destinati a
comandare. Nell’ uomo la tondenza alla libertà richiedo ch’egli deponga la sua
rozzezza : nell’animale bruto, al contrario, questo non e necessario per
l’istinto di lui. L’uomo ha bisogno di sorveglianza e di cultura. La cultura
abbraccia la disciplina e l'istruzione. Nessun animale, che noi sappiamo, ha
bisogno di quest’ultima ; imperocché veruno di essi apprendo alcun che da’ suoi
antenati, salvo quegli uccelli clic imparano a cantare. Infatti, gli uccelli
sono ammaestrati nel canto dai loro genitori ; ed è mirabil cosa il vedere,
come in una scuola, i genitori cantare con tutte le proprie forze davanti ai
loro nati e questi'adoperarsi a cavare gli stessi suoni dalle loro tenere gole.
Se taluno volesse convincersi che gli uccelli non cantano per istinto, ma clic
imparano a cantare, basta ne faccia la prova ed è questa : levi ai canarini la
metà delle uova loro e vi sostituisca uova di passero ; ed ancora coi piccoli
canarini mescoli insieme passeri giovanissimi. Li metta in una gabbia donde non
possano udire i passeri di fuori ; essi impareranno il canto dai canarini e
così avremo passeri cantanti. Nò meno stupendo e il fatto, che ogni specie
d’uccelli conserva m tut e le generazioni un certo canto principale; cosi la
tradizione del canto è la più fedele nel mondo L’ uomo non può diventare vero
uomo che per educazione ; egli e ciò eh essa, lo fu. \ uolsi notai e eh’ egli
può riceverò questa educazione soltanto da altri uomini, che l’abbiano
egualmente ricevuta dagli altri. Quindi la mancanza di disciplina e d’
istruzione in certi uomini li rende assai cattivi innesti i dei loro allievi.
Se un essere di natura superiore si prendesse cura della nostra educazione,
vedrebbesi allora ciò che noi possiamo divenire. Ma siccome l’educazione, da
una parte, insegna qualcosa agli uomini, e, dall’altra, non fa che svolgere in
loro certe qualità, non si può sapere fin dove portino le nostre disposizioni
naturali. Se almeno si facesse una esperienza coll’ aiuto dèi grandi e col riunire
le forze di molti, ciò ne illuminerebbe sulla questione di sapere fin dove
l’uomo può arrivare per questa via. Ma una cosa tanto degna di osservazione per
una mente speculativa quanto triste per un amico dell’ umanità si è il vedere,
clic la più parte dei grandi non pensano che a se stessi e non pigliano alcuna
parte alle interessanti esperienze sulla educazione, per fare avanzare di
qualche altro passo verso la perfezione la natura umana. 3. - Non vi ha alcuno
clic, essendo stato trascurato nella sua gioventù, siaincapaco di ravvisare
nell’età matura in elio venne trascurato, vuoi nella disciplina, vuoi nella
cultura (poiché si può chiamar cosi la istruzione).Chi non possicdecultura di
sorta e bruto pollinoli Ita disciplina o educazione e selvaggio. La mancanza di
disciplina è un male peggioro della mancanza di cultura, perche a questa si può
ancora rimediare più tardi, mentre non si può più mandar via la selvatichezza e
correggere un difetto di disciplina. Forse l’educazione diverrà sempre
migliore, e ciascuna delle generazioni venture farà un passo di più verso il
perfezionamento dell’ umanità ; imperocché il gran segreto della perfezione
della natura umana dimora nel problema stesso dell’educazione. Si può camminare
oramai per questa via ; difatti, oggidì si principia a giudicare esattamente e
a vedere in modo chiaro in clic proprio consiste unabuoua educazione. E reca
dolce conforto il pensare che la natura umana sarà sempre più e meglio
dispiegata e migliorata dall’educazione, e che si può arrivare a darle quella
torma che veramente le conviene. In ciò consiste la prospettiva della felicità
avvenire della specie umana. L’abbozzo d'una teorica dell’educazione è un
ideale nobilissimo, c che non tornerebbe punto nocivo, quando anche non fossimo
in grado di effettuarlo. Non bisogna considerare un’idea come vana e ritenerla
come un bel sogno, perchè certi ostacoli ne impediscono l’effettuazione. Un
ideale altro non è ohe il concetto d una per- lezione che non si ò riscontrato
ancora noU'esporicnza : tal sarebbe, per esempio, l'idea 4 una repubblica
perfetta, governata secondo le regole dell» g.nst.z.a. Si dirà dunque
impossibile? Basta,,u pruno nego, Che la nostra idea non sia falsa; in seconde
lungo, ohe non sia impossibile assolutamente d, vincere luti, „u ostacoli per
tradurla in atto. Se, poniamo cascano mentisse, la veracità sarebbe per questo
una chimera ? L’idea eli una educazione clic dispieghi nell'uomo tutte le sue
disposizioni naturali è vera assolutamente. Con l’educazione presente l'uomo
non consegue appieno il fine della sua esistenza. Imperocché quanta diversità
non corre tra gli uomini nel loro modo di vivere ! Ne tra loro può essere
uniformità di vita se non in quanto essi operino secondo gli stessi principj e
questi principj divengano per loro come una seconda natura. Noi possiamo almeno
lavorare intorno al disegno d’una educazione conforme all’intento che dobbiamo
proporci, e lasciare istruzioni agli avvenire che potranno a grado a grado
metterle in pratica. Osservate, per esempio, i fiori detti orecchi di orso:
quando li tiriamo dallo radici, hanno tutti il medesimo colore •, quando invece
se no pianta il seme, otteniamo colori tutti differenti e svariatissimi. La
natura ha dunque riposto in loro certi germi del colore, e basta, per
isvilupparvcli, seminare e piantare convenientemente questi fiori. Il
somigliante accade nell’uomo ! Vi sono molti germi nell'umanità, e spetta a noi
svolgere con debita proporzione le nostre disposizioni naturali, dare
all’umanità tutto il suo dispiegamento, e adoperarci a conseguire la nostra
destinazione. Gli animali compiono il loro destino spontaneamente e senza
conoscerlo. L’uomo, al contrario, e obbligato a cercar di conseguire il fine
suo ; il che non può egli fare se prima non ne ha un’idea. L’individuo umano
non può compiere da se questa destinazione. Se ainmettesi una prima coppia del
genere umano realmente educata, bisogna sapere altresì com’essa ha educato i
suoi figli- I primi genitori danno ai loro figli un primo esempio ; questi lo
imitano, e così dispiegansi alcune disposizioni naturali. Ma tutti non possono
esser educati a questo modo, giacché ordinariamente gli esernpj si offrono ai
bambini secondo l’occasione. In altri tempi gli uomini non avevano alcuna idea
della perfezione onde la natura umana è capace ; noi stessi non l’abbiamo
ancora in tutta la sua purezza. È corto del pari che tutti gli sforzi
individuali, clic hanno per fine la cultura dei nostri allievi, non potranno
mai far sì che costoro giungano a conseguire la loro destinazione. Questo fine
non può esser dunque conseguito dall’uomo singolo, ma unicamente dalla specie
umana. L’educazione c un’arte, la cui pratica ha bi- sogno d’essere
perfezionata ila più generazioni. Ciascuna generazione, provvedala delle
conoscenze dello precedenti generazioni, è sempre pii in grado di arrivare a
una educazione che in una giusta piopoi- zionc c in conformità Sol loro fine
svolga tutte le nostre disposizioni naturali e cosi guidi tutta la spc- eie
umana alla sua destiuazionc. - La Provvidenza ha voluto ohe l'uomo fosse
obbligato a cava™ da se stesso il bene, 0 in qualche modo gli dice Edia nel
mondo. Io ho mosso in te ogni speco d. alt tudin. porilbcno. Ora a te
solospcttasvilupparlcpcr,1 bene; e quindi la tua felicità 0 la tua infelicità
dipende da te ., Cosi il Creatore potrebbe parlare agli nomini ! L'uomo deve
innanzi tutto svolgere le sue attitudini per il bene ; la Provvidenza non lo ha
messe in lui bcll’e formate, ma come semplici disposizioni, c però non vi è
ancora distinzione di moralità. Render se stesso migliore, educare se medesimo,
e, s’egli è cattivo, svolgere in sè la moralità, ecco il dovere dell'uomo.
Quando vi si rifletta consideratamente, si vedo quanto ciò sia difficile.
L'educazione, pertanto, c il più grande e il più arduo problema che ci possa
esser proposto. Di fatti le cognizioni dipendono dall’educazione, e questa
dipende alla sua volta da quelle. Onde non potrebbe l'educazione progredire
elio di mano in mano ; e noi possiamo arrivare a farcene un’idea esatta solo in
quanto ciascuna generazione trasmette le sue spe- rienze e le sue cognizioni
alla generazione posteriore clic vi aggiunge qualcòsa di suo c le tramanda così
aumentate aqucllachele succede. Qual cultura e quale sperienza dunque non
suppone questa idea? E però essa non poteva sorgere che tardi, e noi stessi non
1 abbiamo ancora innalzata al suo più alto grado di purezza. Si tratta di
sapere se l’cducazionc nell’uomo singolo debba imitare la cultura che l’umanità
in gcnciale ricevo dalle suo diverse generazioni. -Lia le umane scoperte ve ne
ha duo difficilissime, e sono l’arte di governare gli uomini e l’arto di
educarli ; c però si disputa ancora su queste idee. Ora, donde principieremo a
svolgere le naturali disposizioni dell’uomo ? Bisogna muovere dallo stato
barbaro o da auo stato già culto ? Non è agevol cosa il concepire uno
svolgimento partendo dalla barbarie (per la difficoltà somma di farci un’idea
del primo uomo) ; e noi vediamo che, ogni qualvolta si sono prese le mosse da
questo stato, 1 uomo è ricaduto nella selvatichezza, e che però sono stati
sempre necessari nuovi sforzi per uscirne. Anche nei popoli assai civili
ritroviamo un avanzo di barbarie, attestato dai più antichi monumenti scritti a
noi tramandati ; e qual grado di cultura non suppone già la scrittura stessa ?
E da questo punto, cioè dalla invenzione della scrittura, si potrebbe anzi far
cominciare il mondo, rispetto alla civiltà. Poiché le nostre disposizioni
naturali non si svolgono da sè stesse, ogni educazione è un’arte. - La natura
non ci ha dato per questo hnc alcun istinto. - L’origine, come il suo relativo
progresso, dell’arte educativa, è o meccanica, senza disegno sottoposta a date
circostanze, o ragiona « L«to •d’educare non risulta meccanicamente dalle caco
. stanze in che apprendiamo per esperienza se una data cosa ci è dannosa od
utile. Ogni arte di questo -onere clic sarebbe puramente meccanica, con i s „
1-ioune perche non seguirebbe f b0 m0lt ' Cn oln-c “ia’nto Che l’arte delMn-
alcnna norma. 0 1 W caziono 0 1» P f*°” io „,J, or,„odo d» con- nata ” 0 d «
linnzion m I genitori, ebe hanno sognuo I. educazione, sono gin 3i
rcgoinnoirr,i.Mn ..or rendere LA PEDAGOGIA DI E. KANT questi migliori, è
necessario di fare uno studio della Pedagogia ; diversamente nulla se ne può
sperare, e l’educazione viene affidata ad uomini educati non bene. Al
meccanismo nell’arte educativa bisogna sostituire la scienza, altrimenti ella
non sarà clic uno sforzo continuo, cd una generazionepotrebbe distruggere
quanto un’altra avesse edificato. Un principio di Pedagogia, al quale
dovrebbero mirare segnatamente gli uomini che propongono norme di arte
educativa, ò questo : Che non devc- si educare i fanciulli secondo lo stato
presente della specie umana, ma secondo uno stato migliore, possibile
nell’avvenire, cioè secondo l'idea dell’umanità o della sua intera
destinazione. Questo principio 6 d’una importanza tragrande. I genitori educano
per 10 più i loro figli per la società presente, sia puro corrotta. Dovrebbero,
al contrario, dar loro una educazione migliore, perche un miglioro stato ne
possa venir fuori nell’avvenire. Ma qui si parano dinanzi due ostacoli : 1° I
genitori non si curano per ordinario che di una cosa sola, ed è che i figli
loro facciano buona figura nel mondo ; 2° I principi ri- sguaidano i proprj
sudditi oomc strumenti dei loro disegni. I genitori pensano alla casa, i
principi allo Stato, fxli uni e gli altri non si propongono per fine ultimo 11
bene generale e la perfezione a cui è destinata 1 umanità. Le basi fondamentali
d’uu disegno d’educazione fa d uopo che abbiano un carattere mondiale. Ma il
bene generale è un’idea che possa tornar dannosa al nostro bene particolare?
Niente affatto ! Imperocché, quantunque sembri che gli si debba sacrificare
qualcosa, veniamo cosi a lavorar meglio pel bene del nostro stato presente. E
allora quante nobili conseguenze ! Una buona educazione è proprio la sorgente
d’ogni bene nel mondo. I germi che sono riposti nell’uomo debbono svilupparsi
ognor di vantaggio ; imperocché nelle disposizioni naturali dell uomo non v’ha
principio di male. La sola causa del male sta nel non sottoporre a norme la
natura. Nell uomo non vi sono che i germi per il bene. Da chi dee provenire il
miglioramento dello stato sociale? Dai principi o dai sudditi? Conviene clic
questi si migliorino prima da sé stessi, 0 facciano la metà di strada per
andare incontro a go verni buoni ? Se, invece, devo partire dai principi questo
miglioramento, si cominci dunque a riformare la loro educazione; poiché si é
commesso per lungo tempo questo grave sbaglio, di non resistere „vii stessi
principi nella loro gioventù. Un albero°cho rosta isolato in mozzo ad un campo
pei de la sua dirittura nel crescere c stendo lungi . suo. rami ' al contrario,
quello elio cresco nel mezzo una foresta si mantiene diritto, per la reste» a
ohe «li oppongono gli alberi vicini, e cerea al di- olio 0 i opp j A vviene lo
stesso nei ffirn- ^-“rnvale a Meglio siano educati da qua,- ouno dei tafsudditi
che dai loro pari. Non si può attendere il bene doli-alto so prima non vi sava
migliorata l’edncazionel Qui bisogna dunque con- 23G la pedagogia, di i:. kant
tare più sugli sforzi dei privati che sul concorso dei principi, come hanno
giudicato Basedow ed altri ; dacché l’esperienza c’insegna che i principi
nell’educazione badano meno al bene del mondo che a quello del loro Stato, c vi
scorgono solo un mezzo per giungere ai loro fini. Se col denaro soccorrono la
educazione, si riservano il diritto di stabilire le norme che loro convengano.
Lo stesso va detto per tutto ciò che risguarda la cultura dello spirito umano c
l’incremento dello umane conoscenze. Questi due risultamenti non sono procurati
dal potere c dal •denaro, ma solo facilitati ; bensì potrebbero procurarli ove
lo Stato non prelevasse le imposto unicamente nell’interesse del suo erario.
Ncppur le Accademie li hanno dati finora, ed oggi più che mai non si scorge
alcun segno ch’esse comincino a darli. La direzione delle scuole dovrebbe
pertanto dipendere dal senno di persone competenti ed illustri. Ogni cultura
comincia dai privati e da questi poi si diffonde. La natura umana non può
avvicinarsi di mano in mano al suo fine che per gli sforzi di persone dotate di
generosi e grandi sentimenti, le quali s’interessano al bene del mondo sociale
e sono in grado di concepire uno stato migliore, come possibile, nell’avvenire.
Intanto alcuni potenti riguardano il loro popolo come, in certa guisa, una
parte del regno animale, e mirano solamente alla propagazione. Al più
desiderano ch’esso abbia una certa abilità, ma solo a fine di potersi giovare
dei proprj sudditi come di strumenti più acconcj ai loro disegni. I privati
devono certamente badare al fine della natura fisica, ma devono soprattutto
curare lo svolgimento della umanità, e far sì ch’ella diventi non solo più
abile, ma ancora più inorale \ da ultimo, cosa molto più difficile, adoperarsi
a elio i posteri arrivino ad un più alto grado di perfezione. L’educazione,
pertanto, deve : Disciplinare gli uomini. Disciplinarli vuol dire cercar
d’impedire clic la parte animale non soffochi la parte veramente umana, così
nell’umano individuo come nella società. Dunque la disciplina consiste
semplicemente nello spogliar l’uomo dc.la. sua selvatichezza. D evc coltivarli
La cultura abbraccia la istruzione ed i varj insegnamenti &sa fornisce
labilità : 0 questa è il possesso d un attitud,ne sufficiente a tutti i lini
elio possiamo proporci. Lss. dunque non determina da sé alcun tino ma lascia
dunque • . costjinzC . Alcune arti sono utili questa cura comc sarebbero le
arti in ogni cinp ^ nitro non sono buone elio di loggoi l’arte della musica,
elio in riSpCt, ° v,H J itTfe possiede. L'abilità 6 in rende M** ° M molti fini
elio certo modo infinita, et Jovn altresì enrarc che l'uomo divenga „ crrt
autorità. Questa dicesi propriamente civiltà. Essa richiede certi modi cortesi,
gentilezza c quella prudenza onde possiamo giovarci degli altri uomini pei
nostri fini ; e si regola secondo il gusto mutabile di ogni secolo. Così amiamo
ancora, dopo alcuni anni, le cerimonie in società. 4° Deve, finalmente, curare
nell’uomo la moralità. Ed invero, non basta che l’uomo sia capace di ogni sorta
di fini ; occorre altresì clx’ ci sappia farsi una massima di scegliere tra
quelli soltanto i buoni. Diconsi buoni que’ fini clic sono necessariamente
approvati da ognuno e che pouno essere al tempo stesso i fini di ciascuno. 9. -
L’uomo può essere guidato, disciplinato, istruito in modo affatto meccanico, ed
illuminato •veramente. Si guidano i cavalli, i cani, e si può guidare anche gli
uomini. Ma non basta guidare i fanciulli ; preme soprattutto eli’ essi imparino
a pausare. Occorre badare ai principj dai quali derivano tutte le azioni. È
dunque manifesto quante cose richiede una vera educazione! Ma ncH’educazionc
privata la quarta condizione, che è la più importante, viene per lo più assai
trascurata; poiché insegnasi ai fanciulli ciò che stimiamo essenziale, e
intanto si lascia la morale al predicatore. Ma non ò forse importante
d’insegnare ai fanciulli a odiare il vizio, non per la semplice ìagione che Dio
l’ha proibito, ma perchè di natura sua è spregevole ! Altrimenti e’ si lasciauo
indurre nel vizio, pensando che il male potrebbe esser lecito se Dio non
l’avcsse vietato, c clic si può far benissimo una eccezione a favor loro. Dio,
ch'e l’essere sovranamente santo, non vuole se non ciò cb’ò buono. Egli vuole
che noi pratichiamo la virtù per il suo valore intrinseco e non perchè Ei lo
esiga. Noi viviamo in un’epoca di disciplina, di cultura e di civiltà, ma che
non è ancora quella della moralità vera. Nelle presenti condizioni si può dire
che la felicità degli Stati cresce di pari grado colla infelicità degli uomini.
E non si tratta ancora di sapere se noi saremmo piu felici nello stato di bai-
barie, dove non esiste tutta questa nostra cultura, che nello stato presente.
Come si può, difatti, render felici gli uomini, se non li rendiamo morali e
savj ? La quantità del male appo essi non verrà così diminuita. Bisogna fondare
scuole sperimentali prima di poter creare quelle normali. L’educazione e
l’istruzione non debbono essere puramente meccaniche, ma riposare su principj.
Tuttavia non hanno da fondarsi sul puro ragionamento, ma in un certo senso
anche sul meccanismo. L’Austria non ha guari che scuole normali, istituite
giusta un disegno contro il quale si sono a buon diritto sollevate molte
obbiezioni, ed al quale si poteva rimproverare un cieco meccanismo. Tutte le
altre scuole dovevano regolarsi su quelle, e si negava altresì un ufficio
pubblico a chi non avesse frequentato quelle scuole Tali prescrizioni
dimostrano quale e quanta parte abbia in certe cose il Governo ; e non e possie
di arrivare a qualcosa di buono con sbatti ordinamenti. Si crede da’ piu che
non sia necessario di fare spcricnzc in materia di educazione, e che si può
giudicare con la sola ragione se una cosa sara buona o cattiva, ila qui sta un
grave errore, c l’esperienza ne insegna clic i nostri tentativi hanno spesso
dato risultamcnti opposti affatto a quelli che ci attendevamo. È dunque chiaro
clic, sondo qui necessaria l'esperienza, nessuna generazione d uomini può fare
un disegno compiuto d’educazione. La sola scuola sperimentale clic abbia finora
incominciato in qualche modo a battere questa via c stato l’Istituto di Dessau.
Nonostante parecchi difetti che gli potremmo rimproverare, ma che del rimanente
si riscontrano in tutti i primi sperimenti, bisogna concedergli questa gloria,
ch’esso non ha cessato di spronare a nuovi tentativi. In un certo modo esso è
stato l’unica scuola dove i maestri avessero libertà di lavorare secondo i prò*
prj metodi c disegni, e dove fossero uniti fra loro c si mantenessero in
relazione con tutti i dotti della Germania. L’educazione comprende le cura
necessarie ai bambini c la cultura. La cultura c: 1° negativa, come disciplina
clic si restringe ad impedire le colpe ; 2° c positiva, come istruzione c
direziono ( Anfilhrung ), c sotto questo rispetto merita il nome di cultura. La
direziona serve di guida nella pratica di ciò clic si vuole apprendere. Di qui
la differenza tra il precettore, che è semplicemente un maestro, e il governatore
[Hofmeister), che è un direttore. Il primo dà soltnnto l’educazione della
scuola; il secondo, quella della vita. II primo periodo dell’ educazione è
quello in cui l’allievo deve mostrare soggezione ed obbedienza passiva ; il
secondo, quello in cui gli si permette far uso della sua riflessione e della
sua libertà, ma purché sottometta l’una e l’altra a certe leggi. Nel primo
periodo il costringimento è meccanico, nel secondo è morale. L'educazione b
privata o pubblica. Quest’ ultima si riferisce all' insegnamento che può sempre
rimaner pubblico. La pratica dei precetti si lascia all’educazione privata.
Un’educazione pub - blica compiuta è quella che riunisce ad un tempo la
istruzione c la cultura morale. Il suo line consiste nel promuovere una buona
educazione privata. Una scuola dove si pratichi questo si chiama un Istituto di
educazione. Di somiglianti Istituti non può esservi gran copia, né potrebbero
essi ammettere un gran numero di allievi ; imperocché sono costosissimi, e la
semplice istituzione di questi Collegi richiede molte spese. Lo stesso va detto
degli ospedali. Gli edifizj loro necessarj, il trattamento dei direttori, dei
sorveglianti o dei domestici assorbiscono la metà decentrate : ed è oramai
provato che se si distribuisse questo denaro ai poveri nelle ispettive loro
case, e’sarebbero curati assai meglio. - ^difficile ancora di ottenere che i
ricchi mandino i loro figliuoli negl’istituti educativi. Fine di questi
Istituti pubblici e il perfezionamento dell’educazione domestica. Se i genitori
o quelli che li assistono nell’educare i loro figli avessero ricevuto una buona
educazione, la spesa degli Istituti pubblici potrebbe non esser più necessaria.
Quindi bisogna farvi delle prove e formarvi persone adatte, affinchè ci possano
dare in progresso una buona educazione domestica. L’educazione privata è data
dai genitori stessi, o, se per caso non ne abbiano il tempo, la capacità o il
gusto, da altre persone che li aiutano in ciò, mediante una ricompensa. Ma
questa educazione data così da persone ausiliarie ha il gravissimo difetto di
dividere l’autorità fra i genitori ed il precettore. Il fanciullo deve
regolarsi secondo i precetti dei suoi maestri, e deve in pari tempo seguire i
capricci de’suoi genitori. E necessario che in questo genere di educazione i
genitori depougano tutta la loro autorità in mano dei maestri. Ma fin dove
l’educazione privata è preferibile alla educazione pubblica, o questa a quella
? L’ educazione pubblica, in generale, sembra più vantaggiosa dell educazione
domestica, non solamente in rispetto all abilità, si anche in rispetto al vero
carattere di cittadino. L’educazione domestica, oltre non correggere i difetti
appresi in famiglia, li aumenta. Quanto tempo deve durare l’educazione ? Fino a
che la natura ha voluto che l’uomo si governi da se stesso, fino a che si
svilpppi in lui l’istinto del sesso, fino a che egli può divenire padre cd
esser tenuto di educare alla sua volta, ossia fino al- . 1 età di circa 1G
anni. Decorsa quest’età, si può ricoiiere a maestri clic proseguano a coltivarlo,
e sottoporlo ad uua celata disciplina, ma la sua educazione regolare é finita.
La soggezione dell’allievo è positiva o negativa. Positiva, in quanto ei deve
fare ciò che gli viene comandato, non potendo ancora giudicare da se c non
avendo ancora appreso l’arte d’imitare. Negativa, in quanto l’allievo dee faro
ciò che desiderano gli altri, se vuole ch’essi dal canto loro facciano qualcosa
che gli torni piacevole. Nel primo caso egli è esposto ad essere punito; nel
secondo, a non ottenere ciò elio desidera : o qui, benché possa oramai
riflettere, ei dipende dal suo piacere. Uno dei più grandi problemi dell’educa
zione si ò di poter conciliare la sommissione all autorità legittima coll’uso
della libertà, Imperocché l'autorità é necessaria! àia in qual modo coltivare
la libertà per mezzo dell’àutorità ? Bisogna che io avvezzi il mio allievo a
soffrire che la sua libertà venga sottoposta all’autorità altrui, c che in pati
tempo io gl’insegni a far retto uso della sua libertà. Senza questa condizione,
in lui non vi sarebbe che puro meccanismo ; l’uomo sfornito di vera educazione
non sa far uso della sua libertà. Fa duopo ch’egli senta per tempo la
resistenza inevitabile della società, perché impari a conoscere quanto o
difficile di bastare a sé stesso, di tollerare le privazioni c di acquistare
quanto basti a rendersi indipendente. \, Cui devesi por mente alle infrascritte
regole. 1» Bisogna lasciar libero il fanciullo fino dalla sua prima età c in
tutti i suoi movimenti (salvo in quelle occasioni in cui può farsi del male
come, per esempio, se prendesse in mano uno strumento tagliente), a patto bensì
di non impedire la libertà altrui, come quando grida, o manifesta il suo brio
in modo troppo l’umoroso e da recar disturbo agli altri. 2 11 Gli si deve mostrare
ch’ei può conseguire i suoi lini, a patto bensì ch’egli permetta agli altri di
conseguire i loro proprj •, ad esempio, non si farà niente di piacevole per lui
s’ei non fa ciò clic desideriamo, come d’imparare ciò che gli viene insegnato e
via dicendo. 3° Bisogna provargli che l’autorità, il costringimento a cui si
sottopone, ha per fine disegnargli ad usar bene della sua libertà, che lo
educhiamo ed istruiamo affinchè possa un giorno esser libero, cioè fare a meno
del soccorso altrui. Questo pensiero sorge assai tardi nella mente dei
fanciulli, poiché non riflettono nei primi anni che dovranno un giorno
provvedere da se stessi al loro mantenimento. Credono che la cosa andrà sempre
come nella casa paterna, cioè ch’essi avranno da mangiare e da bere senza darsene
alcun pensiero. Ora senza questa idea, i fanciulli, segnatamente quelli dei
ricchi ed i figli dei principi, restano per tutta la vita, come gli abitanti di
Otahiti. L’educazione pubblica ha qui manifestamente i più grandi vantaggj : vi
s’impara a conoscere la misura delle proprie forze ed i limiti che c impone il
diritto altrui. Non vn si gode alcun privilegio,poiché vi sentiamo dovunque la
resistenza, e ci eleviamo sopra gli altri solo per merito proprio. Questa
educazione pubblica e la migliore immagine della vita del cittadino. Resta
ancora una difficoltà clic non vuol essere qui dimenticata, e riguarda la
cognizione anticipata del sesso, .a fine di preservare i giovinetti dal vizio
prima dcll’elà matura. Vi ritorneremo sopra più innanzi. La Pedagogia, o
scienza dell’educazione, si’ distingue in fisica e in pratica. L'educazione
fisica c- quella che l'uomo ha comune con gli animali, c ri- sguarda le cure
della vita corporea. L’educaziom pratica o morale (si chiama pratico tutto
quello che si riferisce alla libertà) c quella che risguarda la cultura
dell’uomo, perche costui possa vivere come ente libero. Quest’ultiraa è
l’educazione della persona, 1 educazione d’un ente libero, che può bastare- a
sè stesso e tenere il suo vero posto in società, ma. che altresì è capace
d’avere per sè un valore intrinseco. % Quindi 1 educazione consiste: 1° nella
cultura scolastica o meccanica, che risguarda l’abilità ; essa pertanto è
didattica (e sta nell’opera del maestro) ' r “° ne ^ a ^ura prammatica, che si
riferisce alla prudenza (e sta nell’opera del governatore) ; 3° nella cultura
morale, e si riferisco alla moralità. L uomo ha bisogno della cultura
scolastica o ella istruzione, per mettersi in grado di conseguire tutti i suoi
fini. Essa gli dà un valore come in— re che La disciplina non tratti i
fanciulli come schiavi,, e far sì ch’e’sentano sempre la loro libertà, ma in
guisa tale da non ledere quella degli altri: ne segue pertanto che conviene
abituarli alla resistenza. Parecchi genitori ricusano tutto a’ioro figliuoli
per esercitare così la loro pazienza, esigendo da questi più che da se stessi.
Ma è una crudeltà. Dato al bambino quanto gli abbisogna, e poi ditegli : Tu nc
hai abbastanza. Ma è assolutamente necessario che questa sentenza sia
irrevocabile. Non fato alcuna attenzione alle grida dei bambini e non credete
loro, quando credano di ottenere qualcosa per questa via; ma se lo dimandano
con dolcezza, date ai medesimi ciò che loro torna utile. Si avvezzcranno'così
ad essere sinceri; e, come non importuneranno alcuno colle grida, ciascuno
sarà, in compenso, benevolo]con essi. La Provvidenza pare veramente abbia dato
ai fanciulli un aspetto piacevole per incantare lo persone adulte. Nulla v’ha
di più funesto per essi che una disciplina ostinata e servile, intesa a piegare
la loro volontà. Per ordinario si grida ai medesimi: Eh via! non ti vergogni,
questa cosa c indecente ! e somiglianti espressioni, le quali non dovrebbero
mai adoperarsi nella prima educazione. Il bambino non ha ancora idea alcuna di
vergogna e di convenienza ; non ha di che arrossire, non deve arrossire ; e
diventerà solamente più timido. Si troverà impacciato dinanzi agli altri, e
fuggirà volentieri la loro presenza. Quindi nasce in lui una riservatezza male
intesa cd una molesta dissimulazione. Non osa più dimandar dell’educazione
fisica 261 nulla, mentre dovrebbe poter dimandar tutto;nasconde i proprj
sentimenti, e si mostra sempre diverso da quello che è, mentre dovrebbe poter
dire tutto francamente. Invece di star sempre appo i suoi genitori, li evita c
si getta nello braccia dei domestici più compiacenti. Nè meglio di questa
educazione irritante giovano la burla c le continue carezze, d ulto ciò rende
tenace il fanciullo nella sua volontà, lo rende fìnto, •e, manifestandogli una
debolezza ne suoi genitoii, gli toglie il rispetto dovuto ai medesimi. Ma, se
viene educato in modo clic nulla possa ottenere con le grida, egli diverrà
libero senza essere sfacciato, o modesto senza essere timido. Non si può
tollerare un insolente. Certi uomini hanno un aspetto così insolente da far
sempre temere qualche villania ; ve n’ha degli altri, .all’opposto, che al solo
vederli si giudica suino incapaci di dire una villania a qualcuno. Possiamo
sempre mostrarci aperti e franchi, purché vi si unisca una •certa bontà. Si
sente dire spesso che i grandi hanno un aspetto veramente regale; ma questo m
essi al ro non 6 die un certo sguardo insolente, a cu. s, abl- -tuarono da
giovani, non avendo trovato alcuna ics, 5t °° Tutto ciò riguarda solamente
Mutazione negativa. Difatti, molte debolezze delfuomo non prò- vengono da
quanto non gli insegna, ma » q«c tanto che gli comunicane le false «F-, W
d'esempio, lo jmbùoi parlando dei ragni, dei rospi, bambini potrebbero
certamente prendere i ragni,, come pigliano le altre cose. Ma, siccome le
nutrici, veduto un ragno, palesano nella faccia il loro spavento, questo si
comunica al bambino con una certa simpatia. Molti lo conservano per tutta la
vita e, sotto questo rispetto, rimangono sempre fanciulli. Imperocché i ragni
sono certamente dannosi allo mosche, e il loro morso è per esse velenoso, ma
l’uomo non ha di che temerne. In quanto al rospo, è un animale innocuo al pari
di una rana verde- o di qualunque altro animale. 32. - La parte positiva
dell’educazione fisica è la cultura ; per questa l’uomo si distingue dal bruto.
La cultura consiste principalmente nell’esercizio delle facoltà dello spirito.
Quindi i genitori debbono porgerne ai figli occasioni favorevoli. La prima cd
essenziale regola è di fare a meno, per quanto e possibile, d’ogni strumento.
Bisogna dunque abolire 1 uso delle dande e delle girelle, lasciando che il
bambino si trascini per terra finché impari a camminare da sé, giacché a questo
modo camminerà più sicuramente. Gli strumenti riescono dannosi alla abilità
naturale. Così, ci serviamo d’una corda per misurare una certa estensione, ma
si può fare ugualmente colla semplice vista ; ricorriamo ad un oriolo pei
determinare il tempo, ma basterebbe guardare la posizione del sole ; ci
serviamo d'un compasso per conoscere in qual regione é situata una foresta, ma
si può anche sapere osservando il sole se di giorno e le stelle se di notte.
Aggiungiamo che--dell’educazione fisica 263 invece di servirci di una barca per
passare nell'acqua, si può nuotare. Il celebre Franklin si maravigliava che
l’esercizio del nuoto, cosi piacevole ed utile, non fosse appreso da ognuno : e
ne indicava così il modo facile per apprenderlo. Si lasci cadere un uovo in un
fiume dove, stando tu ritto e toccando co’ piedi il fondo, la testa almeno ti
rimanga fuori dell’acqua. Cerca allora quell uovo. Nell’abbassarti, fa risalire
i piedi in alto, e, perche l’acqua non ti entri in bocca, solleva la testa
sulla nuca, ed avrai così la giusta posizione necessaria a nuotare. Allora
basta mettere in moto le mani, e si nuota. — L’essenziale sta nel coltivare 1
abilita naturale. Il più delle volte basta una semplice indicazione; spesso il
fanciullo stesso è fecondo d’invenzioni, e si crea da se gli strumenti. - Ciò
che bisogna osservare nell’educazione fisica, e però in quella del corpo, si
riferisce o all’uso del moto volontario, o all’uso degli organi e senso. Nel
primo caso il fanciullo deve semprei am- tarai ila sè. Quindi ha bisogno di
fora», d, ab.», di colorita, di sicurezza. Egli devo. P«' e J • poter
traversare luoghi stretti, sabre su altezze a piceo, donde si scorge l'abisso
dinanzi c no, ca^ r ; i, . «:ii„Tifi Se un uomo non può minare su palchi
vac.llan . cte far tutto questo, egli aoi . T) es . potrebbe essere. Pache
['Istituto Mantrop «* sau ne ha dato l'esempio. imi.b siicu stìtati . genere
sono stati fatti co, fa-°" ndo 00me gli Restiamo assai meravigliati m ie a
Svizzeri sino dall’infanzia si avvezzino a salire sulle montagne e fin dove li
spinga la propria agilità, con. quanta sicurezza traversino i luoghi più
stretti e saltino al di là dei precipizj, dopo aver giudicato con un’occhiata
di potervi riuscire senza pericolo. Sia la più parte degli uomini han paura
d’una cadu- tapresentata loro dalla immaginazione; e questa paura ne paralizza
talmente le membra che por essi ci sarebbe davvero pericolo disaltare oltre.
Questa paura cresce ordinariamente coll’età, c si riscontra in specie negli
uomini che hanno molte occupazioni mentali. Simili sperimenti nei fanciulli in
realtà non sono i più pericolosi. Per l’età loro, il corpo è meno pesante del
nostro, cnon cadono tanto gravemente.Di più, non hanno le ossa nè cosi fragili,
nò cosi dure come sono quelle degli adulti. I fanciulli sperimentano da se
stessi le loro forze. Ad esempio, li vediamo spesso arrampicarsi senza un fino
determinato. La corsa è un moto salutare c clic fortifica il corpo. Saltare,
alzar pesi, tirare, lanciare, gettar sassi verso una mira, lottare, correre, e
tutti gli escrcizj di questo genere sono eccellenti. La danza regolare non pare
convenga ancora ai fanciulli. Il tiro a segno, vuoi per la distanza vuoi per
colpii e il bersaglio, esercita pure i sensi e particolarmente la vista. Il
giuoco della palla è uno dei migliori pei fanciulli, perchè richiede una corsa
salutare. In generale i migliori giuochi sono quelli che, oltio s\ilupparc
labilità, sono ancora esercitazioni pei sensi; ad esempio, quelli clic
esercitano la vista nel giudicare esattamente la distanza, la grandezza e la
proporzione, nel trovare la posizione dei luoghi secondo le regioni, il che si
può fare coll'aiuto del sole, e via dicendo. Tutti questi esercizj sono
eccellenti. Assai, vantaggiosa ò pure la immaginazione locale, ossia l’abilità
di rappresentarci tutte le cose nei rispettivi luoghi dove si sono vedute j
ossa da, per esempio, la soddisfazione di ritrovarci in una foresta, osservando
gli alberi vicino ai quali siamo prima passati. Dicasi lo stesso della memoria
locale, onde sappiamo non solamente in qual libro si è letta una cosa, ma
altresì in qual parte del libro stesso. Così, il musico ha il tasto in mente,
onde non ha più bisogno di cercarlo. È del pari utilissimo di coltivare
l’orecchio dei fanciulli, e d’insegnar loro a discernere se una cosa c lontana
o vicina ed in qual direzione. Il giuoco alla mosca cicco elei fanciulli era
già noto appo 1 Greci. In generale, i giuochi dei fanciulli seno pressoché
universali. Quelli noti o praticati m Germania ritrovansi anche in Inghilterra,
in Francia ed altrove. Hanno lo propria origino da una corto naturaleinclinaaionc
dei fanciulli! ilgiu.coal .mosco cicca, per esemplo, nasce in css, dal i sapore
corno potrebbero aiutarsi so fossero pm.d un senso. La trottola é nn giuoco
particolare ma -,u- sorte di giacchi da bambini foro, seon g— argomento di
riflessimi 1 ultcriouj,so^ ^ esmpilJj casiono d'importanti scopei °, questo
scrisse una dissertazione sulla t.otio, i poi fornì ad un capitano di vascello
inglese 1 ’ occasione d’inventare uno specchio, col quale si può misurare sopra
un vascello l’altezza delle stelle. I fanciulli amano gli strumenti rumorosi,
come le piccole trombette, i piccoli tamburi, e cose simili. Ma questi
strumenti non hanno alcun valore, perchè i bambini stessi li rendono disadatti.
Meglio sarebbe che imparassero da sè medesimi a tagliare una canna, dove
potrebbero soffiare. Anche l'altalena è un buon esercizio ; può giovare alla
salute dei fanciulli e anco delle persone adulte ; ma i fanciulli han qui
bisogno d’essere sorvegliati, perchè il moto che vi cercano può essere molto
rapido. L’aquilone è un giuoco innocentissimo 5 serve a coltivare la destrezza
del corpo, stantecliè il sollevarsi in aria dell’aquilone dipende da una certa
posizione riguardo al vento. Pigliando interesse a questi giuochi il fanciullo
rinunzia ad altri bisogni, e così a grado a grado si avvezza a privarsi di
altro cose di maggiore importanza. Di più, acquista l’abito a star sempre
occupato, ma i suoi giuochi debbono avere anche un fine. Imperocché, più il suo
corpo si fortifica e s’indurisce in questa guisa, più e’ divien sicuro contro
le conseguenze corruttive della mollezza. La ginnastica stessa deve
ristringersi a guidar la natura; non deve procurare grazie forzate. Alla
disciplina, e non alla istruzione, spetta il primo passo. Educando il corpo
deifanciulli, non va però dimenticato che li formiamo per la società. Rousseau
dice : u Non arriverete mai a formare dei savj, se prima non fate dei monelli
„. Ma da un fanciullo svegliato si caverà piuttosto un uomo dabbene, che da un
impertinente un cameriere- discreto. Il fanciullo non ha da essere importuno in
società, ma non deve mostrarsi neppure insinuante. Verso quanti lo chiamano a
se, deve mostrarsi familiare, senza importunità; franco, senza impertinenza.
Per ottenere questo da lui, bisogna non guastarlo in niente, non ispirargli
idee di decoro, che varranno solo a renderlo timido e selvaggio, o che, d’altra
parte, gli suggeriranno il desiderio di farsi valere. In un fanciullo niente
v’ha di più ridicolo che una prudenza senile, od una sciocca presunzione. Nel
secondo caso è nostro dovere di far maggiormente sentire al fanciullo i suoi
difetti, ma procurando insieme di non fargli troppo sentire la nostra
superiorità ed autorità, perchè egli si formi da so stesso, come un uomo che-
dee vivere in società ; perocché se il mondo è abbastanza grande per lui,
dev’essere non meno grande anche per gli altri. _^ Toby, nel Tnstram Shandy,
dice a una mosca] oh» l’avo™ molestato per tango tempo o oh. lasca soapparc
dalla finestra: « Va’, catt.vo ammalo .1- mondo h abbastanza grande per me e
pe. e. „ Ciasouno potrebbe pigliare questo detto per dms . Non dobbiamo
renderei importa», gl. um «gb il mondo è abbastanza glande P ei *, .
34,-SiamoeosU^ta.U^Unrm. tl «a dalla Liberti,. Altra eosa b dar leggi alla
libertà, ed altra coltivar la natura. La natura del corpo e quella dell’anima
si accordano in questo : coltivandole devcsi cercare d'impedir loro che si
guastino, e l’arte aggiunge ancora qualcosa alla natura del corpo ed a quella
dell'anima. Si può dunque, in un certo senso, dimandar fisica la cultura
dell’anima quanto quella del corpo. Ma questa cultura fisica dell’anima si
distinguo dalla cultura morale, poiché 1’ una si riferisce alla ^Natura,
l’altra alla Libertà. Un uomo può essere coltissimo fisicamente; può avere
ornatissimo lo spirito, ma esser privo di cultura morale, ed essere un cattivo
uomo. Bisogna distinguere la cultura jisica dalla cultura pratica, che è
prammatica o morale. Quest’ul- tima si propone di render l’uomo più morale clic
colto. Divideremo la cultura Jisica dello spirito in cul- tuia libera e in
scolastica. La cultura liberà si riduce, sto per dire, ad uno svago; mentre la
cultura scolastica è cosa seria. La prima è quella che ha luogo naturalmente
nell’allievo; nella seconda, egli può essere considerato come soggetto ad un
obbligo. Anche nel giuoco possiamo essere occupati, il clic si chiama occupare
i nostri ozj ; ma possiamo essere obbligati ad occuparci, e questo dicesi
lavorare. La cultura scolastica sarà dunque un lavoro pel fanciullo, c la
cultura libera uno svago. Sono stati proposti varj sistemi di educazione per
cercare, cosa davvero lodevolissima, il miglior metodo educativo. Si è pensato,
fra gli altri, di lasciare clic i fanciulli apprendano tutto come un
divertimento. Lichtenberg, in una puntata del Magazzino di Gottinga, deride
l’opinione di quanti vogliono che si tenti di lasciar fare ogni cosa ai
fanciulli come un divertimento, mentre dovrebbero essere abi tuati per tempo a
serie occupazioni, dovendo essi entrare un giorno nella vita scria del mondo.
Quel metodo produce un effetto detestabile. Il fanciullo devo giuncare, aver le
sue ore di ricreazione, ma deve anche apprendere a lavorare. È bene certamente
di esercitare la sua abilità e di coltivare il suo spirito,, ma a queste due
sorte di cultura vogliono esser dedicate ore diverse. La tendenza alia
infingaida 00 ine costituisce per l’uomo una grande infelicità; e piu egli è
abbandonato a questa tendenza, più gli torna poi difficile di mettersi al
lavoro. Nel lavoro l’occupazione non è piacevole per se stessa, mas’
intraprende per un altio fine. L°c cupazione nello svago è piacevole in se, nò
qumc c’c bisogno di proporsi alcun fine. Se vogliamo passeggiare, la
passeggiata stessa ò fine, c quinci p lunga è la strada fatta, più ci « Le
distrazioni non devono osser mai tollerato, almeno nella senola, porctó
finiscono per degenerare in una certa tendenza, in una corta abitudine. An che
le più bolle qualità dell'ingegno si perdono in un uomo so-ctto alla
distrazione. Quantunque . fan- ossi non i— metà, rispondono in senso contrario,
non sanno quei che leggono, c somiglianti. La memoria devesi coltivare per
tempo, procurando bensì di coltivare insieme anche la intelligenza. Si coltiva
la memoria : 1° facendole ritenere i nomi che trovansi nelle narrazioni ; 2°
merce la lettura e la scritt ura, esercitando i fanciulli a leggere-
attentamente e senza bisogno di compitare ; 3° conio studio delle Lingue, che i
fanciulli debbono capire, avauti di passare a leggerne qualcosa. Quello clic
di- cesi il mondo dipinto (’orbis pictus), quando sia descritto
convenientemente, rende i più grandi scrvigj, e possiamo incominciarlo dalla
Botanica, dalla Mineralogia e dall a Fisica generale. Per descriverne gli
obbietti, fa mestieri d’imparare a disegnare e a modellare, e quindi vi
abbisognano le Matematiche. Lo prime cognizio ni scientifiche debbono
soprattutto aver per obbietto la Geografia così matematica come fisica. I
racconti di viaggj, spiegati per via d’incisioni e di carte, condurranno poi
alla Geografia politica. Dallo- stato presente della superficie della terra si
risalirà, al suo stato primitivo, e si arriverà alla Geografia antica, alla
Storia antica, e via dicendo. Leli istruzione del fanciullo bisogna cercare di
•anirc a grado a grado il sapere e il potere. Fra tutte le scienze la
Matematica pare sia la più adatta a far conseguile questo fine. Inoltre,
bisogna unire la- scienza e la parola (la facilità del dire, l’eleganza
eloquenza). Ma occorre altresì che il fanciullo impari a distinguere
perfettamente la scienza dalla mp ice opinione e dalla credenza. A questo modo
ouncià in lui una mente retta, e un gusto giusto dell’educazione fisica 275 se
non /ne o delicato. Il gusto da coltivarsi sarà prima quello dei sensi, degli
ocelli specialmente, e infine quello delle idee. Vi debbono essere norme per
tutto ciò che pu^ coltivare l’intelletto. È anche utilissimo di astrarle,
affinchè l’intelletto non proceda in modo puramente meccanico, ma abbia
coscienza della regola che segue. Riesce ancora di grande utilità l’esprimere
le norme con una certa formula c tramandarle così alla memoria. Se abbiamo in
mente la regola e ne dimentichiamo l’uso, non si pena molto a ritrovarla. E qui
si domanda : Convicn principiare dallo studio delle regole astratte, o le si
devono apprendere dopo averne fatto uso, oppure conviene far procedere i pad
passo lo regole e il rispettive uso? Quest ultimo è il solo partito conveniente
: nell alito caso l’uso rimane incertissimo finché non stame arrivai, alle
regole. Occorre altresì, ove s, presenti 1 occasione, ordinare per classi le
regole; e necessarieHuano unite fra loro. Dunque, sotto questo diversa dalla
cultura P^^'^^gna alcun che rxtrsrr--— dello spirito. Essa e fisica ^ m ^ S a)
Nella cultura/ ^ fano gll 0 non ha bisogno tica c dalla disciplina c ‘ di
conoscere alcuna massima. È cultura passiva pel discepolo, che deve.seguire
l’altrui direzione. Altri pensano per lui. b) La cultura morali si fonda sulle
massime, e non sulla disciplina. Tutto e perduto, quando la si voglia fondare
sull'esempio, sulle minacce, sulla punizione, e via dicendo. Sarebbe allora una
pura disciplina. Bisogna fare in modo che l’allievo operi bene secondo le
proprie sue massime e non p#r abitudine, e che non faccia solamente il bene, ma
che lo faccia perchè è bene in sè. Imperocché tutto il valore morale delle
azioni risiede nelle massime del bene. Tra l’educazione fisica e l’educazione
morale corre questo divario : la prima è passiva per 1 allievo, mentre la
seconda è attiva. Fa d’uopo ch’egli veda sempre il principio fondamentale dell’
azione e il vincolo che la rannoda all’ idea del dovere. 2° Cxiltura
particolare dello facoltà dello spirito. Questa cultura risguarda
l’intelligenza, i sensi, la imaginazione, la memoria, l’attenzione e lo spirito
(Witz) come qualità peculiare. Abbiamo già parlato della cultura dei sensi, per
esempio della vista. I 11 quanto alla immaginazione, devesinotare una cosa ed
è, che i fanciulli son dotati di una immaginazione potentissima, e però non ha
bisogno d’ essere sviluppata ed estesa con favole e novelle. Piuttosto
dev'essere frenata e sottoposta a regole, senza lasciarla però disoccupata del
tutto. Le carte geografiche sono una grande attrattiva per tutti i fanciulli,
anche pei bambini. Benché stanchi d’ogni altro stadio, essi imparano ancora
qualcosa per mezzo delle carte. Questa pei fanciulli è una distrazione
eccellente, dove la immaginazione, senza divagar troppo, trova da fermarsi su
certe ligure. Onde si potrebbe far loro incominciare gli stu- dj dalla
Geografia, cui sarebbero unite figure di animali, di piante, eccetera,
destinate a vivificare la Geografia stessa. La Storia dovrebbe venire più
tardi. Riguardo all’attenzione, vuoisi notare ch’essaba bisogno et d’essere
fortificata in generale. Unire fortemente i nostri pensieri ad un oggetto
meglio che una prerogativa è una debolezza del nostro senso interiore, il quale
si mostra indocile in questo caso e non si lascia applicare dove noi vogliamo.
Nemica d'ogni educazione si c appunto la distrazione. La memoria suppone
l’attenzione. 2S. - Ora passiamo alla cultura delle facoltà superiori dello
spirito, che sono l’intelletto, il giu mio « 1» ragione. Si può cominciare dal
formare in quaò- chemodo passivameli tel’iiitollotto, chiedendogli esernpj che
si applichino all. regola, o al centrano I. dinon "P 8tel °“°“ oltane
certe cose che por ammencì senea capirle! E fi — ‘ PriMÌPÌÌ - bisogna por lente
ohe 9 «i si tratta d’una ragione non ancora diretta o educata. Essa pei tanto
non deve sempre voler ragionare, ma badare di non ragionar troppo su quanto è
superiore alle nostre idee. Qui non si parla ancora della ragione speculativa,
ma della riflessione su ciò che avviene secondo la legge degli effetti e delle
cause. V’ha una ragione pratica sottoposta al suo impero ed alla sua direzione.
Il miglior modo di coltivare le facoltà dello spirito consiste nel far da se
tutto quello che si vuol fare; per esempio, mettere in pratica la regola
grammaticale che abbiamo imparata. Si capisce segnata- mente una carta
geografica, quando possiamo eseguirla da noi. Il miglior mezzo di comprendere è
quello di fare. Quello che s’impara e si ritiene più stabilmente e meglio è
appunto ciò che s’impara in qualche maniera da noi stessi. Ma pochi sono gli
uomini che siano in grado di far da maestri a se medesimi. Questi chiamansi
grecamente autodida- scali (a, j~c5'.5icx“oi). Isella cultura della ragione
bisogna praticare il metodo di Socrate. Costui infatti, che chiamava so stesso
1 ostetricante della intelligenza de’suoi uditori, ne suoi dialoghi,
conservatici in qualche maniera da Platone, ci dà esempj del come si può
guidare anco le persone d’età matura a tirar fuori certe idee dalla loro
propria ragione. Su molti punti non ò necessario che i fanciulli esercitino la
mente loro. Non devono ragionare su tutto. Non hanno bisogno di conoscere le
ragioni di quanto può conferire alla loro educazione ; ma quando si tratta del
dovere, necessita dell’educazione fisica farne loro conoscere i principj.
Tuttavia si deve in generale fare in modo da cavar da loro stessi le cognizioni
razionali, piuttosto che d’introdurvcle. Il metodo socratico dovrebbe servir di
norma al metodo catechetico. Esso è certamente un po'lungo ; e torna difficile
il condurlo in maniera tale da fare imparare agli altri qualcosa, mentre si
cavano le •cognizioni dalla mente d’uno. Il metodo meccanicamente catechetico
giova pure in molte scienze, come nell’insegnamento della religione rivelata.
Nella religione universale, al contrario, devesi praticale il metodo socratico.
Ma per tutto ciò che dev essere insegnato storicamente, si raccomanda il metodo
meccanicamente catechetico. 39. - Dobbiamo qui trattare anche la cultura del
sentimento del piacere o del castigo. Dev essere negativa; il sentimento non
dev’essere effeminato. La inclinazione alla effeminatezza c pei 1 uomo il più
funesto di tutti i mali della vita. Dunque preme sommamente d’avvezzare per
tempo i gio\ani a punto all’ altro, per cada loro qualcosa di sinistro. Il
padre, invece, che li sgrida, che li picchia quando non sieno stati buoni, li
conduce talvolta in campagna, e quivi li lascia, correre, giuocare c divertirsi
a loro posta, conforme alla loro età. Si crede di esercitare la pazienza
de’giovinetti facendo loro attendere una cosa per lungo tempo. Il che non
dovrebbe essere punto necessario. Ma essi hanbisognodipazienza nellemalattio
einaltre contingenze della vita. Di due sorta è la pazienza: consiste o nel
rinunziare ad ogni speranza, o nel prendere nuovo coraggio. La prima non c
necessaria, quando si desideri unicamente il possibile; e si può aver sempre la
seconda, quando non altro si desideri che il giusto. Ma tanto funesto è il
perdere la speranza nelle malattie, quanto è favorevole il coraggio al
ristabilirsi della salute. Chi ò capace di mostrarne ancora nel suo stato
fisico o morale, non rinuncia alla speranza. Non bisogna render più timidi i
fanciulli. Que- sto accade principalmente quando ci rivolgiamo ad essi con
parole ingiuriose e quando si umiliano spesso. Conviene pertanto biasimare
quelle parole che molti genitori indirizzano ai loro figli : Eh, non ti
vergogni ! Non vedesi di che i fanciulli potrebbero vergognarsi, quando, per
esempio, mettono in bocca il loro dito. Si può dir loro che ciò non sta bene,
questo non essendo l’uso: ma dobbiamo dir lo*' 0 che si vergognino solamente quando
mentono. La natura ha dato all’ uomo il rossore della vergogna, perchè si
palesi quand'egli mente. Se dunque i genitori parlassero di vergogna ai loro
figli solamente quando mentono, essi conserverebbero fino alla morte questo
rossore per la menzogna. Ma se li facciamo arrossire di continuo, si darà loro
una timidezza che non li abbandonerà più. Come abbiamo detto qua sopra, non
devesi piegare la volontà dei fanciulli, ma dirigerla per modo- che ella sappia
cedere agli ostacoli naturali. Sulle prime il fanciullo deve obbedire
ciecamente. Non è conforme a natura eh’ egli comandi con le sue grida, e che il
forte obbedisca al debole. Dunque non va mai ceduto alle grida dei fanciulli c
dei bambini stessi, perchè ottengano così ciò che vogliono. Qui i genitori per
lo più &’ ingannano, e credono di poter rimediare al male più tardi
ricusando ai loro figli quanto dimandano. Ma e assuido i negar loro senza
ragiope quello eh’ essi' attenti on dalla bontà dei genitori, coll’unico
intento vogip ie du r T ii"Tr::r la loro volontà ed i un trastullo
ordinariamente sino « o do Jn cui co _ pei genitori segna et ind J enZ a reca
loro minciano a parlare. L’opposizione ai conoscere come debbono governarsi. —
Importante la regola da praticarsi coi bambini è questa : andare a soccorrerli
quando gridano e si teme che non accada loro qualche male, ma lasciarli gridare
quando lo fanno per cattivo umore. E una somigliante condotta bisogna
costantemente tenere più tardi. La resistenza che in questo caso trova il
bambino è affatto naturale e propriamente negativa poiché rifiuta semplicemente
di cedere a lui. Molti figliuoli, invece, ottengono dai loro genitori quello
che desiderano, mercé le preghiere. Ove si lasci ottenere loro ogni cosa con le
grida, essi divengono cattivi ; ma se ottengono tutto con le preghiere,
diventano dolci. Bisogna dunque cedere alla preghiera del fanciullo, salvo che
non ci sia qualche potente ragione in conti ario. Ma quando ci siano queste
ragioni per non cedere, non bisogna lasciarsi più commuovere da molte preghiere.
Ogni rifiuto dev’essere irrevocabile. Ecco un mezzo certo per non ripetere così
di frequente il rifiuto. Supponete che vi sia nel fanciullo (cosa da potei si
ammettere assai di rado) una tendenza naturale alla indocilità; il miglior
partito si è, quando egli non faccia niente per rendersi a noi piacevole, di
non fai niente per lui. — Piegando la sua volontà, t, ispiriamo sentimenti
servili ; la resistenza naturale, al contrario, genera la docilità. 40. La
cultuì a morale vuoisi fondare su certe massime, non sulla disciplina. Questa
impedisce i - 5 1 ucllc formano la maniera di pensare. Bisogna fare in modo che
il fanciullo si avvezzi ad operare secondo le massime, e non secondo certi
motivi. La disciplina non genera che gli abiti, i quali svaniscono con gli
anni. Necessita che il fanciullo impari ad operare secondo certe massime, di
cui veda egli stesso la convenienza. Non occorre dimostrare come sia difficile
di ottenere questo dai bambini, e come la cultura morale richieda molte
cognizioni da parte dei genitori e dei maestri. Quando un fanciullo mente, per
esempio, non si deve punire, ma trattarlo con disprezzo, dirgli che in avvenire
non gli crederemo più, e somi glianti. Ma se lo castighiamo quando fa male, e
Io ricompensiamo quando fa bene, egli a b° ia a * bene per essere ben trattato
; e quanc o piu a entrerà nel mondo dove le cose procedono altnmcn >, dove
cioè egli può fare il bene ed il male senza riceverne ricompensa o castigo, non
penserà mezzi per conseguire il suo fine, e sarà buono o cattivo secondo 1’
utile proprio. Le massime della coadotta amaca vanno "tesante dall' nomo
stesso. Dcvcsi ceicaic p d'inculcare ai fanciulli, mediante 1.• l'idea di ciò
che ò bene o male. S.^-^ dare la moralità, non bisogna punire. ^ ' è qualcosa
di così santo c sn ^appari colla abbassare a questo P»"‘° ° |M „1 C deb-
disciplina. I primi sfora' ., qualo consiste buco tendere a fermare .1^ • ’ imc
. Queste nell’abito d’operare secondo cerio dapprima sono le massime della
scuola e poi quelle dell' umanità. Sul principio il fanciullo obbedisce a certe
leggi. Anche le massime sono leggi, ma personali o soggettive, perchè derivano
dall’ intelligenza stessa dell’uomo. Niuna trasgressione alla legge della
scuola deve restare impunita, ma la pena vuol essere sempre proporzionata alla
colpa. Quando si vuol formare il carattere dei fanciulli preme assai di mostrar
loro in tutte le cose un certo disegno, certe leggi, che essi ponno seguire
fedelmente. Quindi, a ino’ d’esempio, si stabilisce loro un tempo per dormire,
per lavorare, per ricrearsi; questo tempo, stabilito che sia, non devesi più nè
allungare nè abbreviare. Nelle cose indifferenti si può lasciare l’elezione ai
fanciulli, a patto bensì che poi osservino sempre la legge che han fatto a sè
stessi. — Non bisogna tentare, per altro, di dare a un fanciullo il ca- ìatteie
di un cittadino, ma-quello di un fanciullo. Gli uomini che non si sono proposti
certe regole non potrebbero inspirare molta fiducia; spesso ci accade di non
poterli comprendere, nè mai sappiamo da qual verso conviene pigliarli. Vero è
che non di rado si biasima la gente che opera sempre secondo certe i e^olc,
come un tale che ha sempre un'ora cd un tempo stabilito per ogni azione ; ma
sovente questo biasimo è ingiusto, e quella regolarità è una favorevole
disposizione al carattere, benché sembri una tortura. Elemento essenziale del
carattere d’un fanciullo, e segnatamente d'uno scolare, è soprattutto
l'obbedienza. Questa è di due sorte: prima, un’obbedienza alla volontà assoluta
di cbi dirige -, seconda, un’obbedienza ad una volontà riguardata coma
ragionevole c buona. L’obbedienza può venire dal costringimento, dall'autorità,
e allora è assoluta ; o dalla fiducia, c in questo caso è volontaria.
Importantissima è la seconda-, ma anche la prima è assolutamente necessaria,
perchè questa prepara il fanciullo al rispetto delle leggi che dovrà più tardi
osservare come cittadino, quand’anche non gli andassero a genio. Si deve dunque
sottoporre i fanciulli ad una certa legge di necessità. Ma questa legge, dev’essere
universale, e bisogna averla sempre dinanzi al a mente nello scuole. Il maestro
non devo mostrare alcuna predilezione, alcuna preferenza pei un a ° cl tra
molti : chè diversamente la legge cessele universale. Quando il tannilo
vedo> d». tu», gli alivi non sono sottoposti alla medesima legge nomo lui,
diviene ostinato. presentata in Si dico sempre che ogni cosa P . clin£lzion e.
modo tale ai fanciulli che la faccl ‘™ P ma pareC chic Il che in molti casi è c
J 0 dove ri. E ciò cose vogliono esser loio p . tutta la vita, in progresso
tornerà loro ^ funz ioni unite Imperocché nei servizj p u > ^ solo pu ò alle
cariche, ed in molti a Ove supponessimo guidarci c non la indinone. ^ sare bbe
che il fanciullo non compien . c d ’ a ltra parte sempre meglio di forniig ienC
f - u ii 0 quantunque egli sa che ha doveri come veda più difficilmente
d’averne come uomo. Se comprendesse ancor questo, il che solo con gli anni è
possibile, l'obbedienza sarebbe ancor più perfetta. Ogni violazione d’un ordine
pel fanciullo è un mancare di obbedienza, che porta seco una punizione. Ma non
è inutile di punire anche una semplice negligenza. La pena è fisica o morale.
La pena è morale quando si attutisce la nostra inclinazione ad essere onorati
cd amati, due aiuti, della moralità, come quando si umilia, o si accoglie
freddamente il fanciullo. Tale inclinazione dev’essere, finche si può,
conservata. Ora questa sorta di pena è la migliore, perchè aiuta la moralità;
per esempio, se un fanciullo ménte, castigo sufficiente ed il migliore per lui
è un’occhiata di disprezzo. La pena fisica consiste o nel ricusai’e al
fanciullo ciò che desidera, o nell’infliggergli una certa punizione. La prima
sorta di pena si avvicina a quella morale, ed è negativa. Le altre pene vanno
adoperate con precauzione, affinchè non generino disposizioni servili (indoles
servilis). Non conviene dar ricompense ai fanciulli, perchè ciò li rende intei
essati e genera in essi disposizioni mercenarie (indoles mercenaria). Inoltre.
1 obbedienza risguarda ora il fanciullo, 01 a il giovinetto. Il mancare
d’obbedienza deve sempio avere la sua pena. Questa punizione, che si merita
l’uomo per la sua condotta, o è affatto naturale, come sarebbe la malattia che
si procura il fanciullo quando mangia troppo ; e questa specie di pena è la
migliore, perchè l’uomo la subisce non solamente nella infanzia, ma per tutta
la vita. 0 la pena è artificiale. Il bisogno di essere stimati ed amati è un
espediente sicuro per rendere i castighi durabili. Le pone fisiche vanno
adoperate solo come rimedio alla insufficienza delle pene morali. Quando il
castigo morale non ha più efficacia e si ricorre alla pena fisica, bisogna
rinunziare per sempre a formare con questo mezzo un buon carattere. Ma sulle
prime la pena fisica serve a riparare la man canza di riflessione nel
fanciullo. Non approdano i castighi inflitti con segni manifesti di collera. I
fanciulli non vi scorgono allora che gli effetti della passione altrui, e
considerano sè stessi come vittime di questa passione. In o ene rale, bisogna
fare in modo che i fanciulli stessi ve dano come il fine vero e ultimo delle
pepe inflitte sia il loro miglioramento. È assurdo pietendere c e : fanciullo
da voi punito vi renda grazie, ^i ac mani, e via dicendo -, sarebbe un volerne
ai schiavo. Quando le pene fisiche sono c i lC fl ripetute, formano caratteri
‘“Egoismo quando i genitori puniscono 1 fig P . „ Lo, non fanno
cberonderlUncorapmcgo ^«n sono sempre i pm cattivi qrxo facilmcntc
intrattabili, ma questi spesso * con le buone maniere. i nuella L'obbodionna
de, giovinetto o -ve- del fanciullo, e sta nel sottomette- », v dovere, l'aro
una eosa per dovere eqn.vale bedirc la ragione. Parlar di dovere ai fanciulli è
fiato sprecato; essi alla fin fine concepiscono il dovere come una cosa da
farsi sotto pena di essere fiustati. Unicamente dai suoi istinti potrebbe esser
guidato il fanciullo ; ma, quando cresce, gli necessita 1 idea del dovere.
Parimente, non dcvesi cercare di mettere innanzi ai fanciulli il sentimento
della vergogua, ma riserbarlo alla età giovanile. .Difatti non può aversi tal
sentimento se prima non siasi radicata la nozione dell’onore. Una seconda
qualità, cui bisogna soprattutto mirare nella formazione del carattere del
fanciullo, è la veracità. Questo infatti è il tratto principale e l’attributo
essenziale del carattere. Un uomo che mónte non ha carattere, c 6e v’ha in lui
qualcosa di buono lo deve al suo temperamento. Molti fanciulli hanno una
tendenza alla menzogna, che spesso deriva unicamente da una talquale vivacità
d’immaginazione. Ù dovere dei padri segnatamente di badare che i figli non
contraggano questo abito, poiché le madri non vi annettono per ordinario che
niuna o poca importanza ; se pure esse non vi trovino una prova lusinghiera
delle attitudini e dello capacità superiori dei loro figli. Qui torna opportuno
di ricorrere al sentimento della vergogna, poiché il fanciullo in questo caso
lo comprende benissimo. In noi si manifesta il rossore della vergogna quando
mentiamo, ma questa non ò sempre una prova di aver mentito o di mentire.
Sovente arrossiamo della impudenza onde altri ci accusa d’una colpa. Non devesi
cercare a ve- mn costo di trai’ di bocca ai fanciulli la verità per via di
punizioni, avesse pure a cagionare qualche danno la loro menzogna : e’saranno
allora puniti per questo danno. La sola pena che ai mendaci convenga è la
perdita della stima. Possiamo dividere le pene ancora in negative o in
positive. Le negative si applicherebbero alla infin- gardia, o alla mancanza di
moralità o almeno di gentilezza, come la menzogna, il dispetto di cortesia, la
insocialità. Le pene positive sono riservate alla malvagità. Preme sommamente
di non tener rancoio verso i fanciulli. Una terza qualità del carattere del
fanciullo c la socialità. Egli deve pur conservare con gli altri relazioni di
amicizia, e non vivere sempre c tutto per sè. Parecchi maestri, c vero, sono
contrarj a questa idea; ma è ingiustissimo. I fanciulli debbono cosi prepararsi
al più dolce di tutti i piaceri della vita. 2 dovesse oggi pagare il suo
creditore, « T\ Itf “suo creditore, farebbe cosa gia- occorre sia libeio eia 0
meritoria ■ ma pa- correndo un povero foJ. mi0 . Si domando- “n'oTtro se l’a
necessiti. ' pud giustificare la tÌloX 'Sdì certo I non si potrebbe concep.re
un solo caso in cui potesse ciò scusarsi, almeno davanti ai fanciulli; clic
altrimenti essi piglierebbero la più lieve cosa por una necessità e si
permetterebbero spesso di mentire. Se ci fosso un libro di questo genere, gli
si potrebbe consacrare con grande utilità un’ora ogni di, per insegnare ai
fanciulli a conoscere ed a pigliare a cuore i diritti degli uomini, che sono '
eccitamento posto da Dio sulla terra. In rispetto all’obbligo di essere
benefici, questo ò un dovere imperfetto. Occorre meno affievolire che eccitare
l’animo dei fanciulli per renderlo sensibile alle sventure altrui. Che il
fanciullo sia tutto penetrato non dal sentimento, ma dall’idea del dovere!
Molte persone son divenute realmente dure di cuore perchè, altre volte
essendosi mostrate compassione- voli, furono di sovente tratto in inganno. E
inutile di voler far sentire a un fanciullo il lato meritorio delle azioni. I
preti commettono assai volte l’errore di presentare gli atti di beneficenza
come qualcosa di meritorio. Anche senza riflettere che, agli occhi di Dio, non
possiamo far mai che il nostro dovere, si può dire che adempiamo semplicemente
1’ obbligo nostro beneficando i poveri. Difatti, la disuguaglianza del
benessere tra gli uomini deriva da mere condizioni accidentali. Dunque, se
posseggo beni di fortuna li debbo a quelle circostanze che han favorito me o
chi mi ha preceduto, c però devo pensaro anco alla società di cui sono membro.
Si eccita l’invidia in un fanciullo avvezzandolo a stimare sè stesso giusta il
valore degli altri. Deve, al contrario, stimar se giusta le ideo della sua
ragiono. Cosi l’umiltà vera e propria è un confronto del nostro valore colla
perfezione morale, La religione cristiana, per esempio, comandando agli uomini
di paragonar sò medesimi al modello sovrano della perfezione, li rendo umili piuttosto
che insegnar loro la umiltà. Far consistere l'umiltà nello stimar se meno degli
altri c assurdo. — Vedi come questo o quel fanciullo si porta bene! e
somiglianti espressioni. Parlar così ai fanciulli non c certo il modo
d’inspirar loro nobili sentimenti. Quando l’uomo stima sè, giusta il valore
degli altri, cerca o di elevarsi sopra loro, o di abbassarli. Il secondo caso c
proprio dell' invidia. Allora non si pensa che a trovar difetti negli altri-,
solo a questa condizione si reggo al confronto, c si riesce superiori. Lo
spirito di emulazione applicato non bene produce l’invidia. Quando volessimo
persuadere alcuno che una cosa 6 fattibile, qui l’emulazione potrebbe giovare :
come, puta caso, quan o esigo da un fanciullo un certo compito e gli mostro che
altri han potuto farlo. A un fanciullo non va permesso di umiliare gli nitri in
qualsiasi modo. Conviene ndoprarsi a soffocare ogni superbia fondata sui
vantaggi na. Ma bisogno fondare m pari tempo a ^ cioè una modesta fiducia in tó
“f*'” 0 . r",:^rro g auro,obestane, non curarsi affatto dc’giudizj altrui.
Tatti i desiderj umani sono o formali (libertà c potere), o materiali (relativi
ad un oggetto,) cioè desiderj d’opinione o di piacere -, o, lilialmente,
riguardano la semplice durata di queste due cose, come clementi della felicita.
Son desiderj della prima specie quelli degli onori, del potere e delle
ricchezze. Appartengono alla seconda specie i desiderj del piacere sessuale
(voluttà), delle cose (benessere materiale) c della società (conversazione). Sono,
infine, desiderj della terza specie l’amore della vita, della salute, delle
comodità (il desiderio d’essere scevro di cure nell’avvenire). I vizj sono
quelli o di malignità, o di bassezza, o di grettezza d’animo. Alla prima specie
appartengono la invidia, la ingratitudine e la gioia per la sventura altrui -,
alla seconda, la ingiustizia, la infedeltà (falsità), il disordine, vuoi nel
dissipare le proprie sostanze, vuoi nel rovinarsi la salute (intemperanza) e la
propria reputazione ; alla terza specie, la durezza di cuore, l'avarizia c la
infingardi (effeminatezza). Le virtù sono o di puro merito, o di obbligò' sione
stretta, o d 'innocenza. La prima classe comprende la magnanimità (che consiste
nel domare se stesso, vuoi nella collera, vuoi nell’amore del benessere
materiale e delle ricchezze), la beneficenza, il dominio sopra sè stesso.
Spettauo alla seconda classe l’onestà, la decenza e la dolcezza’, alla terza
infino, la buona fede, la modestia e la temperanza. Si domanda : l’uomo è
moralmente buono o cattivo per sua natura ? Io rispondo : egli non è moralmente
buono nò cattivo, perchè non ò un essere morale per natura ; ©'diviene morale
quando innalza la sua ragione fino alle idee del dovere e della legge. Si può
dir tuttavia che l’uomo racchiudo in sè tendenze originario per tutti i vizj,
avendo inclinazioni ed istinti che lo spingono da una parte, mentre la sua
ragione l’attira dalla parte opposta. Egli dunque potrebbe divenire moralmente
buono solo in grazia della virtù, ossia d’una forza esercitata sopra se stesso,
quantunque possa rimanere innocente finche non si destano le suo passioni. La
maggio.' parte dei vizj dorivano dallo stato di civiltà quando fa violenza alla
natura; c c.ò nond.- meno la nostra destinazione corno uomini « 4. usci dal puro
stato di natura dove non cor» d.fle.on» tra noi o gli animali bruti. L'arto
perfetta ..teina alla natura. p .i Nell’ educazione tutto dipendo, a . ‘ g[ ò:
si stabiliscano dovunque buoni P ri “ W facciano comprender bene od Questi
debbono imparare a sos . uue U d.o 1 ..cedi tutto surdo ; il timore dclh P P
stima di sò degli «“ ini istori.™ JPepini». *«™i; medesimi o la le c la
condotta a. il pregio ìntrinseo a, sentimento ; una moti del cuore, l inre “ *»
devozione mesta, pietà serena odi animo boto a una de cupa e selvaggia- Ma
bisogna anzitutto preservare i giovani dal pericolo di stimar troppo i meriti
della fortuna ( merita fortunaà). Se togliamo ad esame l’educazione dei
fanciulli nella sua attinenza colla Religione, la prima questione da risolvere c
questa : Si può inculcare per tempo ai fanciulli idee religioso? Ecco un punto
di Pedagogia sul quale si è molto disputato. Le idee religiose suppongono
sempre qualche Teologia. Ora, come insegnare una Teologia alla prima gioventù,
che non conosce ancora il mondo, c neppure se stessa ? I fanciulli, che non
hanno ancora la nozione del dovere, come potrebbero capire un dovere immediato
verso Lio ? Ciò che v’ ha di certo si è, che se potesse avvenire che i
fanciulli non fossero mai presenti ad alcun atto di venerazione verso 1 Ente
supremo, e non udissero mai pronunziare il nome di Dio, sarebbe allora conforme
all’ ordine delle cose d attirare prima la loro attenzione sulle cause finali e
su quanto si addice all’ uomo, di esercitarvi il loro giudizio, d’istruirli
sull’ordine e sulla bellezza de’ fini della natura, di aggiungervi poi una
cognizione più estesa e perfetta del sistema dell universo, e di venir così
alla idea d’ un Ente upiemo, d un Legislatore. Ma siccome ciò non e possibile
nello stato presente della società, come non 1 o \ietaisi che i fanciulli non
odano pronunziare i nome di Dio e non siano presenti ad atti di de- ìonc veiso
di Imi, se volessimo attendere per insegnar loro qualcosa intorno a Dio, ne
deriverebbe dell’educazione PRATICA nel loro animo o una grande indifferenza
per la divinità, o una idea falsa, come il timore della potenza divina. Ora,
poiché bisogna evitare che questa idea metta radice nella immaginazione dei
fanciulli, devesi cercare per tempo d’inculcar loro idee religiose. Il che, per
altro, non vuol essere un mero esercizio di memoria, nè una pura imitazione
affettata, ma devesi al contrario seguir sempre a via naturale. I fanciulli,
pur non avendo ancora 1 idea astratta del dovevo, dcll'obbligazione, della
condotta buona o cattiva, capiranno esservi una leggo del dovere, o ch'cssa non
consisto noi piacere, nell ut.le o in altri simili considerazioni elle la ma in
qualcosa di generalo che non s. fonda sm • capriccj umani. Bensì il maestro
medesimo d toi p q r;sit;e tutto riferire a Dio nella indura, e attribuire
ancor questa a Lui. lei ]a mostrerà in primo por Lequilibrio loro, ma
ind^rcttameute^ancbe^per 1’ uomo affinchè possa rendersi felice. fin a*
principio un’idea La miglior via pe m .. a o- 0 nare per ana- chiara di Dio
sarcb c que^ ^ m paJre 0, ie logia il concetto di . cosi fclieemento abbia cura
di no,1““^ onere nn,ano corno nna a concepire 1 unita sola famiglia.,
Tfeliffione ? La re- ° b °’ aÌ "T;Sr^2ei, inquanto ligione è la legge che
risied riceve da un legislatore c da un giudice l'autorità che ha su noi ; è la
morale applicata alla cognizione di Dio. Se la religione non si unisce alla
inorale, essa altro non è che una maniera di sollecitare il favore celeste. 1
cantici, lo preghiere, il frequentare lo chiese, tutto ciò deve servire
unicamente a dare all' uomo nuove forze ed un nuovo coraggio per diventare
migliore ; altro non deve essere che la pura espressione di un cuore animato
dall’ idea del dovere ; tutto ciò c preparazione al bene, ina non costituisce
il bene in se. Non possiamo piacere all’Ente supremo se non diventando
migliori. Ai fanciulli conviene anzitutto insegnare la legge che hanno entro di
loro. L’uomo ò dispregevole agli stessi occhi suoi quando cade nel vizio.
Questo disprezzo ha la sua ragione in sò, e non già nella considerazione che
Dio ha proibito il male ] imperocché non è necessario che ogni legislatore sia
nel tempo stesso autore della legge. Così un principe può vietare il furto ne’
suoi Stati, e nondimeno egli potrebbe non essere 1’ autore della proibizione
del furto. Quindi 1 uomo riconosce che la sua buona condotta può solo renderlo
degno della felicità. La legge divina deve nel tempo stesso apparire come una
legge naturale, poiché non c arbitraria. La religione rientra dunque nella
moralità. Ha non bisogna cominciare dalla Teologia. La religione elio sia
fondata semplicemente sulla Teologia, non può contenere alcun che di morale.
Essa non ispirerà altri sentimenti clic il timore da una dell’educazione
pratica 30S parto e la speranza del premio dall'altra ; e quindi produrrà un
culto superstizioso. La Morale deve pertanto venir prima della Teologia. E così
abbiamo la Religione. Dimandasi coscienza la legge considerata in noi. La
coscienza è veramente 1’ applicazione dello nostre azioni a questa legge. I
rimorsi della coscienza resteranno inefficaci, ove non li consideriamo come
rappresentanti di Dio, il cui trono sublime è fuori c sopra di noi, ma che ha
pure stabilito in noi un tii- bunale. D’ altra parte, quando la religione non è
accompagnata dalla coscienza morale resta inefficace. La religione senza la
coscienza morale, come abbiamo detto, è un culto superstizioso. Si pretende
servire Dio con lodarlo, per esempio, col celebrarne la potenza e la sapienza,
senza curarsi di osservare lo leggi divine, senza neppur conoscere e studiare a
sapienza e potenza di Lui. Taluni cercano in quelle lodi una sorta di narcotico
per la loro coscienza, o una sorta di cuscino sul quale sperano riposare tran-
non * i» g-* «.-*» lo idee religiose, me posiamo tuttavia loro alcune ; queste
bensì debbono essere piuttosto negative efaL positive. È inutile d. ar re tare
^ mole ai fanciulli 1 questo non pub dar loro eh u idea falsa della pietà. La
vera sta nell'opera,-e secondo 1» volontà d Ln. . e massimale si devo i^— terossc
loro ed anche nosti, I ^ nome di Dio non sia profanato così spesso. Invocarlo
nei desiderj e negli augurj, sia pure con intendimento pietoso, è una vera
profanazione. Ogni qualvolta gli uomini pronunziano il nome Dio, e’ dovrebbero
essere tutti compresi di rispetto ; dovrebbero pertanto farne uso di rado e mai
leggermente. Il fanciullo deve imparare a riverire Dio, prima come signore
della sua vita e dell'universo, poi come protettore o provvidente deH’uomo, e
finalmente come suo giudice. Dicesi che Newton si raccogliesse uu momento ogni
qualvolta pronunziava il nomo di Dio. Unendo e rendendo ciliare nella mente del
fanciullo ad un tempo le nozioni di Dio c del dovere, gl’insegniamo a rispettar
meglio le cure provvidenziali di Dio verso le sue creature, e lo preserviamo
dalla tendenza alla distruzione ed alla crudeltà, che in tanti modi si compiace
di tormentare i piccoli animali. Si dovrebbe nello stesso tempo istruire la
gioventù a scoprire il bene nel male, mostrandole, per esempio, modelli di
nettezza e di operosità negli animali di rapina e negli insetti. Essi fan
ricordare agli uomini cattivi il rispetto della legge. Gli uccelli che danno la
caccia ai vermi, sono i difensori de’giardini ; c così prosegui. Bisogna
pertanto inculcare ai fanciulli certe nozioni intorno all’Ente supremo,
affinchè quand/cssi vedono gli altri pregare, sappiano a chi o perchè si fanno
quelle preghiere. Ma poche hanno da essere tali nozioni e, come dicemmo qui
sopra, puramente negative. Devesi cominciare ad imprimerle fin dalla
dell’educazione pratica 301 prima età neH’animo dei fanciulli, ma insieme
badare ch’essi non istimino gli uomini secondo la pratica della rispettiva
religione ; imperocché, nonostante la diversità dei culti religiosi, trovasi
dovunque unità di Religione. Aggiungeremo, per concludere, alcune osservazioni,
rivolte particolarmente ai fanciulli che entrano nellagiovinezza.Aquest’età il
giovinetto principia a fare certe distinzioni che non faceva prima. Viene ili
luogo la differenza dei sessi. La natura ha in qualche modo gettato là sopra il
velo del segreto, come se la ci fosse qualcosa di meno decente per l’uomo e che
per lui fosse un mero bisogno della vita animale. Essa ha cercato d unirlo con
ogni sorta di moralità possibile. Gli stessi popoli selvaggi conservano su
questo punto una specie di pudore e di ritegno. I fanciulli curiosi fanno
talvolta certe dimando su questa materia alle porsone adulte, per esempio :
Donde nascono i bambini ? Ma possiamo contentarli facilmente o dando risposte
insignificanti, o dicendo loro che ia dimanda è propi io da barn ini Meccanico
è lo svolgimento di questo tendenze nel giovinetto; e, come in tutti gl'istinti
che si dispiegano in lui, non ha bisoguo di conoscerne prime^ oggetto- È dunque
impossibile di mantener qui, g panetto nella ignoranza e nella innocenza o i
compagna. Il silenzio non fa che aggravalo li male; Dna prova ci è
fomitadall'edncaz.ono dei noeta “ 0 nati. Secondo l'educazione dell'età nostra
giustamente che di queste cose bisogna pollare «, vinetto senz’ambagi, in modo
chiaro o preciso. Per fermo si tocca un tasto delicato, poiché non so ne fa
volentieri soggetto di conversazione pubblica. Ma tutto sarà ben fatto se gli
parliamo di ciò in modo serio e conveniente, e se penetriamo nelle sue
inclinazioni. L’età dei 13 o dei 14 anni è e quella ordinariamente in cui la
tendenza per il sesso dispiegasi ne' giovinetti (se avviene prima, vuol dire
che i fanciulli sono stati corrotti e perduti da cattivi escm- pj). A quell’età
il giudizio loro si ò già formato, c la natura l’ba provvidamente preparato
affinchè possiamo allora discorrere di tal oggetto con essi. Non v’ò cosa che
tanto fiacchi lo spirito e il corpo quanto la specie di voluttà che l’uomo
consuma sopra sè stesso ; non occorre diro ch'essa è contraria alla natura
umana. E quindi non si deve più tener celata al giovinetto. Bisogna
mostrargliela in tutto l’orrore suo, e dirgli elio si rende cosi disadatto alla
propagazione della specie, che rovina le sue forze fisiche, che si prepara una
vecchiaia precoce, che consuma il suo spirito, e va dicendo. Per fuggire le
tentazioni di questo genere bisogna stare occupati sempre e non concedere al
letto ed al sonno altre ore che le necessarie. A questo modo il giovinetto
caccerà via dalla mente i pensieri cattivi 5 poiché, sebbene l'oggetto esista
nella pura immaginazione, egli usa ancora la forza vitale. Quando la
inclinazione si porta sull’altro sesso, almeno s’incontra sempre qualche
resistenza; ma quando è rivolta sopra DELL’EDUCAZIONE l'UATlCA l’individuo
stesso, può ad ogui momento essere appagata. Rovinoso ò l’effetto fisico’, ma
le conseguenze morali sono ancor più funeste. Qui si varcano i confini della
natura, e la tendenza non è mai sazia, perchè non trova mai alcuna
soddisfazione reale. Rispetto ai giovani, alcuni precettori han posto la qui-
stione : Può ad un giovane permettersi di formare unione con una persona di
sesso diverso? Sebisognasse scegliere uno di questi duo partiti, il secondo
sarebbe certamente migliore. Nel primo caso il giovane opere- rebbe contro
natura -, ma nel secondo, no. La natura ia destinato a diventare uomo, e quindi
anche a propagare la specie umana, appena è in grado di proteg gere sè stesso;
ma i bisogni, a’quali deve necessariamente sottostare l’uomo nella società
civile non gli consentono di poter ancor» allevare .suor SgU. Qui pertanto egli
va contro l'ordine ernie. U n,^' partito pel giovane, e questo k per In. «ohe u
vere, sta nell'attenderc ohe sia in grado d uni... regolarmente in matrimonio.
P“ ra “ 0 ^ btl on mostrerà non solo uomo dabbene, s. cittadino. tempo a
dimostrare alla Il giovine apprenda pe. ^mp ^ mMÌlMn0 donna tutto il rispetto c
0 ^ j, epararsi così la stima con lodevole operosità, ed a piepa all'onore
d’nna ““ il gi»™* 110 ’ La seconda diff corainc ia a porre e oramai ad entrare
nel dei ceti e ladisu- quella che risguarda la fanciullo, non guaglianza degli
uomini. Finche bisogna fargli notare questa differenza. Non gli si deve
permettere di comandare ai domestici. S’egli osserva che i suoi genitori
comandano ai domestici, gli si può sempre dire : Noi li manteniamo, e però essi
ci obbediscono. I fanciulli ignorano del tutto questa differenza, se i genitori
non ne porgono loro l’idea. Convien dimostrare al giovinetto come la
disuguaglianza degli uomini sia un ordine di cose derivato dai vantaggj onde
certi uomini hanno cercato di distinguersi dagli altri. La coscienza
dell’eguaglianza degli uomini, nonostante la disuguaglianza civile, può
essergli inspirata a poco a poco. 45. - Fa mestieri di avvezzare il giovine a stimar
se giusta il proprio valore, c non secondo il valore altrui. La stima degli
altri, in tutto ciò clic non costituisce affatto il valore dell’uomo, è vanità.
Bisogna, inoltre, insegnare al giovine a fare ogni cosa coscenziosamente, ed a
porre ogni cura non tanto di parere, quanto di essere. Avvezzatelo a far sì che
in ogni contingenza della vita, presa ch’egli abbia la sua risoluzione, questa
non resti vana ; meglio sarebbe di non venire in alcuna deliberazione, e di
lasciar sospesa la cosa. Insegnategli la moderazione ne’suoi rapporti col mondo
e la pazienza nel lavoro : Sustine et abetine ; insegnategli la temperanza nc’
piaceri. Quando l’uomo non desidera unicamente i piaceri, ma sa ancora essere
paziente nel lavoro, diviene un membro utile alla società e si preserva dalla
noia. Conviono pure istruire il giovine a mostrarsi DELL'EDUCAZIONE 1MIAT1CA
festevole e di buon umore. La serenità dcH’anirao deriva naturalmente dalla
coscienza tranquilla. Raccomandatogli pertanto di conservare lo stesso temperamento.
Con l’esercizio egli può arrivare amo- ■ strarsi sempre di buon umore in
società. Abituatelo a considerare molto cose come doveri. Un’azione dev'essere
pregevole, non perche si accorda colla mia inclinazione, ma perche nel farla io
compio il mio dovere. Bisogna educare il giovine all’amore verso gh altri c poi
a tutti i sentimenti verso l’umanità. Nell’animo nostro v’ha qualcosa che vuole
c'interessiamo di noi stessi, di coloro coi quali siamo cresciuti non dio
educati, o del bene universale. Va rose fam.liaro questo interesse ai fanciulli
perchè riscaldi le anime loro. Essi debbono gioire del bene universale, quando
anche non torni a vantaggio della patria o d, ‘“ 0d Conviene abituarli ad
nneordare una mediocre stima al godimento de'piaoen ndln vi• • nirè i, timore
puerile Eseguire strare ai giovani che il P ia ciò ohe promette. loro atten2
;„ne Bisogna, per ultime, torma a „ U a ii -i* ri! rpndorsi conto 0 o m o sulla
necessita di rende ine de n a vita pos- propria condotta, perdi • * acq
ùistato. sano stimare debitamen Chi esaminasse con occhio diligente, acuto od
imparziale tutte le cagioni e tutti gli umani individui che in un modo o
nell'altro concorrono al progresso ed al perfezionamento della specie umana,
vedrebbe che alla donna spetta non picciola parte di gloria in questo progresso
indefinito. Anzi tutte, come osservò uno storico nostro contemporaneo, se 1
uomo incontra spesso la morte per la salvezza della patria, la donna corre
pericolo della vita ogni qualvolta mette alla luce una creatura umana. Onde il
Leopardi (Canto notturno di un pastore errante del' l'Asia ) scrive: Nasce
l’uomo a fatica, Ed è rischio di morte il nascimento. Dalla cuna alla tomba,
dalle più modeste cure della famiglia a'più alti e gloriosi ufficj dello Stato,
dai primi rudimenti del sapere e del viver civile alle più nobili
manifestazioni del pensiero ed al più squisito incivilimento cui sieno
pervenuti gli umani consorzj, nella prospera e nell’avversa fortuna, in pace
ccl in guerra, nelle arti, nelle scienze e nelle lettere, in ogni tempo e
presso le nazioni tutte, per via più o meno diretta, in modo ora occulto ora
palese, vi scorgi sempre l’opera e l’efficacia della donna ne vaij- suoi ufficj
di sorella, di figlia, di amante, di sposa, di madre, di cittadina, di cultrice
d’ogni arte liberale od ispiratrice de’più nobili sentimenti, d’eroina del
dovcree,seoccorre,di martire del sacrifizio. Senza la donna, oltre non potersi'
conservare o perpetuare il genere umano, l’opera divina della creazione non
sarebbe stata compiuta, non avi ebbe avuto i più bello e vero coronamento. IL
Sollevata dal Creatore ad un grado sì nobile, destinata a sì alto ufficio, la
donna non fu m » tempo c debitamente pregiata dagli uomini, n ellastessa o non
volle sempre corrispondere al a sua missione. Nel paganesimo essa o fu tenu a s
• j o fu considerata del tutto inferiore all’uomo e qual mero strumento di
voluttà. Pei atio un 8V0 iaero basso e misero stato, se ufficio, tutte le sue
facolta e compì umana non mancò affatto nel progresso della -v ^ l’opera di
lei, giacché la natuia s . res trin- di quando in quando i calpes a i invano
prò- le donne si volevano appa ^ Qultara in^ cacciavasi loro una buon
tellettualc, chi nei più aspri pericoli della patria, nelle arti e nelle
lettere faccvasi tuttavia sentire l’impulso animatore della donna greca.
Infatti; dii non ricorda come la giovinetta, la sposa e la madre inspirassero
animo forte alla greca gioventù, che prima della battaglia acconciavasi la
bella persona, quasi .traesse a convito e alla danza? Chi non ricorda come
Socrate rassomigliasse il suo modo di filosofare all’arte della madre sua
Fenarete ? Chi non ricorda le ispirazioni di un'Aspasia, c il valore poetio
dell’infelice Saffo, molti versi della quale possono reggerò al confronto di
quelli più affettuosi d’Anacreonte? E questi non imitò poi la fanciulla di
Lesbo ? - Invano l’antica lloma negava alla donna ogni personalità giu-
'ridica, che ivi pure non mancavano stupendi esempi di amor patrio c di senno.
Chi non ricorda infatti la pacò fra i Romani ed i Sabini, stipulata (checche ne
pensi la critica moderna) per int.crcessiono delle rispettive donne? E, per
tacere dello influsso della ninfa Egeria su Nuraa Pompilio, la storia non ha
essa glorificato l'eroismo di Clelia ; le preghiere, ispirate da vivo amor
patrio, della madre e della sposa di Coriolano ; il sacrifizio di Virginia ; la
rettitudine e l’anuegazione delle madri dei Gracchi e degli Scipioui, esempio
rinnovato ai nostri giorni dall’eroica madre dei fratelli Cairoli ? L’opera
della donna non fu adunque del tutto manchevole od impotente nella civiltà
pagana, e presso le schiatte che abitavano al mezzodì c all’occidente del mondo
antico. Rinobilitata dal Cristianesimo e tenuta in.maggiorc stima appo i
vigorósi popoli del settentrione, La clonna ; ritornò man mano signora di sò,
fu proclamata degna o ■ inseparabile compagna dcH’uomo. Èssa allora comprese
tutta la nobiltà della sua natura, andò via via perfezionandosi, e cooperò
efficacemente a rialzare la stessa dignità umana, e a far progredire la
civiltà. Lasciati gli Dèi falsi c bugiardi, abbracciata la religione di Cristo,
la donna se uc fa la più valida sostenitrice c propagatine©, come ci,testimonia
la madre di Agostino il santo, la imperatrice Eletta madre di Costantino;
Teodolinda regina dei Longobardi, c' molte altre rioordate dall’istoria. Nel
medio evo i più intrepidi c cortesi cavalieri cingono la spada-in difesa della
donna e della fede; un Abelardo,'famoso disputatore nelle più aride c nelle pm
alte questioni di filosofia e teologia in Paii D i ne colo XH, ò attratto dalla
bellezza c dall’ingegno d'Eloisa, nobile creatura (dico il Cousin) che amo come
santa Teresa e scrisse talvolta come eneca " . donna ispira il canto dei
trovatori, e porgo ra alle’ lingue romanze ; Beàtnce si 6 che sia stare
l’ingegno più universal l . a]la vissuto nei tempi di mezzo al Ugnato Papato,
lo richiama a a LA .MISSIONE DELLA DONNA suo vero ufficio. Instigatrice a
nobili imprese, la donna piglia non di rado la lira, ne trae suoni armoniosi e
delicati, come Gaspara Stampa, Veronica Gambara e Vittoria Colonna. Altre
maneggiano con onore il* pennello, come SofonisbaAnqùisciola, Barbara Longhi e
Teodora Danti, pittrice c matematica insigne; e talune maneggiano perfinolo
scalpello, come a'dì nostri la ' egregia e valenteAmaliaDuprè. Moltissime
poiriesco- no eccellenti nella musica. Una Margherita illuminae rende civile la
Scozia ; più tardi Maria Teresa c Caterina II a governano sapientemente due più
temuti Imperi d’Europa. In tempi a noi più vicini la signora di Stiicl
predicava la Comunione intellettuale dei popoli; Albertina-Necker scriveva di
Pedagogia, ed in molte osservazioni sullo sviluppo della intelligenza e degli
affetti del bambino fu più acuta di Emanuele Kant. La signora Swetchino,
oriunda della Russia, onorava gli uomini più illustri della Francia
contemporanea e alla sua volta era da essi meritamente onorata. In Ginevra
tenne cattedra di lettere italiane la nostra Caterina Ferrucci, e poi scriveva
un insigne trattato smW Educazione morale della donna italiana. Taccio poi
gl’illustri nomi dello signore De Spuches Galati, Milli, Fuii Fusinato, Alinda
Brunamonti ed altre, per ricordare quello della perugina marchesa Florenzi, che
a nostri giorni coltivò con onorato successo una delle più difficili e la più
universale delle discipline razionali, vo dire la Filosofia. Ecco ricordati, in
questi pochi csempj, i meriti insigni del gentil sesso. NELLA SOCIETÀ ODIERNA
ni A questi meriti la donna moderna può e deve aggiungerne degli altri,
adempiendo sempre il suo nobile mandato, perfezionando sè stessa, e cooperando
efficacemente ai multiformi aspetti della civiltà e dell’umano progresso.
Poiché la uatura della donna non cambia, e poiché dal Cristianesimo é stata
sollevata al suo più alto c vero grado, ella ha sempre c dovunque il medesimo
fine da conseguire. Ma m gran parte variano i modi per adempiere sì alta
missione, secondo che mutano le condizioni politiche, intellettuali e morali
della società in mezzo alla quale, vive la donna. Questa, inoltre, si é perfettibile
e non perfetta, né può sottrarsi, in mezzo agli sp e della civiltà nostra, alle
leggi che governano il graduato avanzamento del genere umano, osi, po in oggi
la donna ispirare animo al guerr.ero pei la stessa idea e per le stesse cagioni
onde Io ispira tempi di meco ? E le sole doti mota!., da Ima conveniente
cattura intellettuale sainbb no oggidì sufficienti a .cadere, non diri.
spettata la donna, “‘.^““notanefieo o potente congiunture della vita tatto
influsso negli nomini «1» consistere il Vediamo, portante, >n ‘ ^ nelIa 80
„ietà vero e compiuto ufficio d ^ ^ cavat teri odierna, tenendo fermi da ™
giuste o essenziali, e dall’ altro tenendo con razionali esigenze dei nostii
temp Nel suo librò La dolina e là scienza -1' onorevole SalvatdreMorelliassegnavaun
triplice scopo alla donna, cioè di partorire 1’ uomo, di educarlo, di muoverlo
o dirigerlo al bene. E per l’illustre professore ginevrino, Ernesto Naville, il
véro ufficio della donna consiste in opere di educazione, di pietà e di
misericordia (Il Dovere: discorso alle signore di Ginevra c di Losanna). E sta
bene: ma noi'vogliaiio considerare la donna in modo più esplicito c sotto
qualche altro aspetto, vale a dire in tutte le sue più affet- tuose e più
solenni manifestazioni. Cominciamo a riguardare la donna come sorella. Dopo il
rispetto che il figlio deve ai genitori, viene quello verso la sorella. Ah !
chi può mai comprendere tutta la dolcezza e la soavità di questo meno ? I più
gentili e nobili sentimenti clic poi fanno caro e degno di stima 1-' uomo in
società, egli deve apprenderli ed esercitarli in famiglia e specie con le
sorelle. Queste, per ordinario pazienti, soavi, graziose, capaci di profondo c
puro affetto fraterno, destano rispetto ed amore, raddolciscono l’animo, fanno
più miti le correzioni dei genitori, formano a piu bella e fida compagnia del
fratello. Quando esse lasciano la casa c il nome del padre per assii- meie
quello d un altro uomo, o quando inesorabile morte le rapisco anzi tempo, la
casa paterna pare cnenga un deserto. È la sorella Paolina che, nel primo caso,
inspira al Leopardi uno dei più belli suoi canti. È la buona Manétta Pellico
che rinunzia alle gioie torrone, si ritira in un chiostro e prega pel fratello
Silvio prigioniero allo Spielbergo; e quel- 1' atto magnanimo ispira versi
affettuosi all’ amico di lui, all’intrepido Maroncelli ! “ La sorella è
all’uomo la prima compagna, la prima amica, quella che all’ uomo fa presentire
le dolcezze innocenti del1’amore di donna. L'ineguaglianza degli anni e la
severità de’ modi pone tra genitori e figliuoli certa distanza che accresce 1
affetto vero rinforzandolo co rispetto, ma clic richiede come a ristoro altri
eser- cizj del cuore. Col fratello ogni cosa comune: la memoria, le gioie, i
patimenti, i piccoli enoii.... n luoghi di pochi e poveri e sovente divisi,
abitanti la famiglia è patria e universo. La sorella in que ire tenaci infonde
qualche parola di amoie . lo sguardo, le lagrime di donna ritemprano, per fiera
che sia, la virile durezza, e a generosi a spengono. Onde sorella è dolce e
poetico nomerò di questo nome si rapilo nel 1874 all'Italia, alle lettere, alla
V. a „ annsa la donna ha un Se poi diviene amante P > opGr0 sità. più vasto
campo dove eterei ai ^ . zi È il- forte adopra o pensa. E voi specialmente, donne
italiane, abbiatevi: pure questo vanto, o sappiate ognor più meritarvelo : a
vostro senno molte fiate pensa ed opera il letterato, l’artista, l’uomo di
scienza, e talvolta anche l’uomo di Stato ! Per citarvi un solo esempio, senza
l’impulso, il conforto e l’approvazione di due egregie- donne, la contessa
Balbo e la siguora Pellico madre di Silvio, questi avrebbe egli scritto e reso
di pubblica ragiono Le mie Prigioni, libro che ha fatto palpitare tanti cuori,
che noi da giovinetti leggevamo piangendo e fremendo, e che ha cooperato, più
di molte battaglie, alla libertà e indipendenza d'Italia?' Sicché la donna,
oltre poter da so coltivare non senza gloria lo lettere ed alcune razionali
discipline, e divenire eccellente nelle arti liberali, può c deve inspirare il
letterato c l'artista, animare lo scienziato, c può altresì correggerlo quando
certe suo- teorie pugnino con i più nobili sentimenti dell’animo e col senso
comune, che il più delle volte lasciando parlar la natura, diceva il Mamiani,
fa- la spia della verità. Infatti, se il Rousseau avesse pensato a sua madre o
se avesse potuto interrogarla, avrebbe egli scritto quel terribile voto, che i
figli non dovessero mai conoscere i loro parenti ?' E se alcuni oggidì, oltre
dover meglio badare alla prova certa e compiuta dei fatti e alle sane regole
«ella logica, pensassero alla nobiltà dell’uomo e interrogassero il cuore
profetico della donna, verrebbero essi a certe conclusioni c teorie che
proclamano non punto dissimilo da quella dei bruti la discendenza di nostra
progenie ? Quanto alle lettere, tanta c l’efficacia della donna, che se ad una
letteratura moderna rimangono estranee le donna, e’vuol dire eh’essa non ha
vita. l>en è vero che la donna, soggiungo quel dottissimo ed acuto ingegno
del Bonghi, devo entrare in una letteratura più come direttrice clic come
operaia 5 allora col suo criterio lino c giusto, con quella sua delicata
spontaneità di sentire, con quella sua attitudine a scovrire le pieghe del
cuore,.... con quel suo vivere nel presente, colla sua inclinazione a non
accontentarsi, secondo l’indole, se non o d un pensiero ben circoscritto 0 d’un
affetto infinito 0 col potere tutto suo di sancire col sorriso e colla grazia
il giudizio ch’esprime, ha un influsso potente ed utile nella letteratura d’un
popolo moderno. Oltre di clic, per il suo posto nella fami glia e nella
società, la donna è lo -strnmen 0 pm adatto e più sicuro della diffusione
della^ coltuia 0 por la natura dolio suo ocoupao.cn, P°^bbe fcr niro il maggior
numero do’lcttcr. d'un l.bro (R. Boa 6K iwS lu Matura italiana non *.***.• in
Italia. Lotterà prima). donna Dieeva egregia^ diretammt0 dello scoraggiamento.
Infelice quell'uomo che, tutto assorto nelle questioni politiche, non ha poi un
conforto nel seno della famiglia ! E quanto l’aspre e continue battaglie della
politica .snervino l’uomo, noi già lo vedemmo negli ultimi anni e nella fine
del compianto deputato Civinini: l’amorevoli curo della madre c il pensiero dei
figli non furono più capaci a salvarlo da morte immatura! Non vi dirò poi come
gli affetti domestici e la soavità della donna possano informare a pacatezza ed
a maggiore equità l’animo del legislatore e dell'uomo di Stato, poiché la vita
umana dev’essere, tutta un’armonia. Così una saggia economia domestica ottenuta
per cura della donna, può servire di norma, fatte le debite pro- . P orz ‘oni,
a chi deve amministrare il tesoro del Comune, della Provincia, dello Stato. IX.
Ove poi consideriamo la donna come prima educati ice de figli, essa deve
infondere per tempo nell'animo del giovinetto non solo i precetti morali, ma
può eziandio, secondo l’opportunità, fargli conoscere alcuno massime di
prudenza e di saviezza politica. E non si creda che sia questo un mero sogno,
un vano parto della mia fantasia. No, era il Tommaseo stesso che raccomandava
d’iniziare per tempo, ilici cò 1 educazione, i giovinetti alla conoscenza c ‘ a
pratica di quelle norme che si riferiscono al viver civile e politico. Mi sia
concesso, pertanto, di riferire 1’ autorevoli parole di quell’ uomo illustre,
clic non fa alieno dalla vita politica, ma che anzi ebbe tanta parte nel
risorgimento della nostra nazione. u Ed io tengo per vero (scriveva egli nel
trattato sulla Donna) che la politica nostra sia cosi piena di miserie c di
passioni e di pericoli, appunto porche troppo tarda disciplina è a’figliuoli
nostri; appunto perchè primi maestri di politica sono ad essi le tragedie
dell’Alfieri e i giornali di Francia ; appunto perchè il nome di patria suona
loro nella mente innanzi che nel cuore, o suona come figura vettorica Sicché la
donna può e deve giovare all uomo in tutto, non pure nella scienza come abbiamo
accennato, ma talvolta anco nelle dispute filosofiche e religiose. Narra
inflitti S. Agostino che la madie, i lui entrò nella stanza dov’egli con un
amico ragionava di filosofia, c i dialoghi si scrivevano di mano in mano : si
scrissero anche lo d, lo. ; al le Monica mostrando di mcrav.gliarsi, disse j ?
esser olla sapiente: « E peschi, non saro o, * jL italiane oggi non manca,
salvo pocio ®° modo di apprendere siffatta.educazionee^ ^ ^ Nò voglio dire con
c i ueS \ ‘ Uo occupazioni rinunziare, per lo studio, a fi ^ c j ob proprie
della sua indole, de ^Jdrc’di famiglia; s’addicono alla donna di ca, ‘ d bban
fare un nè presumo che le donne m K alunn i di corso di studj, come viene pi
dell’Università: u» Liceo, „ donna in che allora tanto vaueb scenziato, in
ingegnere, in avvocato, in medico, letterato di professione. È noto che il
Boccaccio fu tra i primi col suo libro De clarìs mulieribus ad illustrare 1’ ingegno
femminile. Più tardi, uno scrittore del Quattrocento volle dimostrare la
preminenza della donna in tutte le facoltà e in tutte le doti, nell’intelletto,
nella bellezza, nella nobiltà, nel conversare (Vedi E. Magliani, Storia
letteraria delle Donne italiane). Altri hanno sentenziato, come Francesco
Coccio nel libro sulla Nobiltà della Donna, aver la donna sortito da natura, al
pari dell’uomo, forte ragione, mente c favella, e tendere ad uno stesso fine.
Invece il Lamennais, il Cousin ed altri negarono alla donna prerogative
intellettuali. Noi certamente non siamo dello stesso parere •, anzi manteniamo
elio se qualcuna di esse, fornita di non comune ingegno, avrà tempo agio e
voglia di attendere a studj speciali o di coltivare qualche parte nobilissima
dell’umano sapere, ciò non le sarà nè dovrebbe esserle vietato dagli uomini e
dalla società, vuoi per intolleranza, vuoi per invidia. E ne abbiamo prove
luminose nei due recenti Istituti superiori di Magistero femminile in Roma e
Firenze, dove si dà una istruzione quasi universitaria alla donna e dove
parecchie alunne hanno conseguito con felice successo il diploma supcriore
nelle discipline letterarie, storiche, morali e pedagogiche. Ma io intendeva
parlare di quella soda e retta cultura intellettuale e morale, di cui oggi piu
che mai abbisogna non pure la giovinetta delle classi piivilegiatc dalla
fortuna o di nobile linguaggio, sì anche la donna del ceto medio o della bor-
NELLA SOCIETÀ ODIERNA gbesia, salvo le debite differenze. E per conseguire
questo intento, basta che da un lato si riordini le nostre scuole femminili,
segnatamente le Scuole normali, che per cultura e nel fine pedagogico sono
inferiori a quelle tedesche; dall’altro, chela donna comprenda meglio il suo
ufficio, e quindi sprechi meno tempo e danari nelle mode ricercate, nel lusso c
in certe frivolezze che la fanno apparire più/unwwioc ìe donna. In quanto
all’istruzione media femminile, invece di fare apprendere alle nostre
giovinetteuu po di grammatica c di far loro pronunziarealla meglio qual- che
centinaio di vocaboli francesi ed inglesi, tanto per mostrarsi dotte o brioso
in alcune società, non sarebbe più utile insegnare prima alle medesimo a
parlare c scrivere convenientemente Inaiano? invece di tenerle per lungo tempo
rinchiuse fra quattro mura d'un monastero o d'un Istitutoi no, sempre arioso ed
igienico e tenerlo occ*to per molto ore al pianoforte, ai ricami e a a 11
femminili, non sarebbe più vantaggioso cond I • respirare le pure auro
dell'aperta campagna del giardino, e cogliere il destro d' insegnar 1™ ^giene
menti di scienze fisiche d, stoua^na^^ Ma domestica, e somiglian M dell’Istoria
ritrarrebbe la donna dal P ^jjjg, ariosamente antica e moderna, piuttos mani?
di leggere ogni — ignoro Io non nego la beata ‘ cs, ere coltivata; ma che
l’immaginazione pu p rome ssi Sposi, i buoni romanzi, a comiuci si contano
sulle dita, e l’immaginazione dev' essere governata dalla ragione, come il
cuore dev’essere illuminato dall’ intelletto. Or bene, dirò io alle donne
italiane : Siete voi disposte a rinunziare ad ogni frivolezza che vi renda meno
perfette o meno degne di stima ? Siete voi disposte ad arricchire, anche a
patto di qualche an- negazione, il vostro intelletto di sode ed utili cognU
zioni? In caso affermativo, come ne ho fiducia piena, voi mostrerete di
comprendere l’alto ufficio che vi spetta nella società odierna, potrete
compierlo degnamente, c sarete stimate dagli uomini probi ed .assennati 5
diversamente, oltre venir meno alla vostra missione, voi non otterrete che il
plauso dell’uomo fiivolo 0 dell idiota, e troverete chi v’aduli, non mai chi vi
stimi e vi ami d’un affetto sincero e duraturo. L qui voi potreste accusarmi di
troppa franchezza, non mai (lo spero) di poca lealtà e di poco rispetto e
interesse per la vostra dignità e pel vostro avvenne. Ma questa è la sola
ricompensa ch’io at- -tendo dalle gentili mie legatrici c dal cortese lettore.
XI. Un altro dovere incombe oggi alla donna, se uo tutelare la propria dignità,
se vuol meglio garantire la sua indipendenza entro i confini del convenevole,
se ama di aver qualche parte nella pubica vita 0 di concorrere, al pari
dell’uomo, ad a ^ CLlnc ^ unz i°ni ' per esempio quelle del 1 ico insegnamento,
ed altre simili più confacenti alla natura di essa. Alla donna insomma, a
qualunque ceto appartenga, occorre una professione. Ed invero, si trova ella in
una condizione non pnnto o non molto agiata ? E ragion vuole che provveda
onestamente alla propria sussistenza. La fortuna le concesse un avito censo ?
Ma chi prevede tutti i casi della vita ? E quindi è prudente consiglio
apparecchiarsi per tempo*, onde la comune sentenza: Impara l'arte a mettila da
piarle. Nè alla donna agiata e di non oscuro liguaggio mancheranno vie, secondo
le sue naturali tendenze, dove spiegare la sua attività : come le lingue, la
musica, le lettere, la pittura, 1 piu delicati c squisiti lavori femminili ;
non occorre poi dire che ogni specie di lavoro onesto ha la sua no biltà, o
almeno il suo pregio. • Quanto al proprio stato, la donna s amaca a- ruomo par
formare la famiglia? E m tal caso eli davo concorrerà colla sua abilità,
mossone quand, abbia suadenti beni di fortuna, « rendere mano non gravi
residenze del matrimonio. 0 la donna, sia pei elezione ^ non vuole o non può 1.
divenire sp0 sa assumere quello d'un altro uomo 0 “™“ ?„ il 0 madre? E allora
si fa “ >“ fa su» bisogno di provvedere on ' s ‘““°“ slrel, a da necessitò
sussistenza. 0, senza css i n _ economiche, desidera di dipendente dall'uomo, e
1 P* ^ ? £, ori d on to clic modo agli uffici dc ”“ moltOT i in grado di oc- in
tal caso la donna, cuparo degnamente quei tali uffici e però di ap-
parecchiarvisi con sufficiente istruzione, deve pur anco esser capace di
esercitarli con tutte quelle virtù che sono richieste dalla vita civile e dalla
natura stessa di quel dato ufficio. E qui pure giova ricordare la grave
autorità del Tommaseo, il quale, dopo aver raccomandato che tutte le donne
abbiano alle mani una professione che, occorrendo, possa loro campare la vita,
scrive queste formali parole : lt A taluno dei più facili esercizj civili si
addestrino ; e affrettino il tempo quando la donna potrà vivere la vita
indipendente daU’uomo, potrà seco trattare da pari a pari, e per amore e per
ragione e per dovere gli cederà, non per legge iniqua o per necessità ferrea 5
quando in molte funzioni della privata e della pubblica vita la donna potrà
tenere le veci dell’uomo, ed essergli aiutatrice ed amica nel pieno significato
del nobilissimo nome ; quando il tempo di fare il bene le mancherà, non le vie
{La Donna). „ XII. E sia questa e non altra, 0 Donne italiane, la vostra più
alta e vera emancqyazìona. Chi di voi andasse in cerca di altri privilegj, od
agognasse uno stato ben diverso da quello destinatovi dalla natura e nobilitato
dal Cristianesimo, e volesse di donna convertirsi in uomo, verrebbe meno alla
sua missione, snaturerebbe se stessa e comprometterebbe la sua dignità. E quei
pochi tra gli uomini che van predicando 1’ assoluta vostra emancipazione o la
vostra eguaglianza in tutto e per tutto coll' uomo, o essi non hanno un giusto
concetto della donna, o non sta loro a cuore la dignità e il vero
perfezionamento di lei. Quella donna, infatti, che presumesse tener le veci
dell uomo in ogni disciplina razionale, in tutta l’interminabile scala degli
ufficj civili e politici, e in ogni pubblica rappresentanza, dovrebbe innanzi
tutto abbandonare le pacate care della famiglio, rinunziare ai più dolo,
affetti di madre, e quindi sottoporsi a lunghi e severi studj, temprare l'animo
ed il gracile corpo a duro fatiche, allo quotidiane ed aspro battaglie della
pubblica vita. Oh! se sapeste quanto ma, costone cari agli uomini-certi onori,
certi elog), «rie glorie non sempre durature; oc sapeste quanta prudenze quanto
sapere, quanti sacrifici, quanti trav gli t chiedono certe incombenze onorevoli
e - A » «J* della pubblica vita, e qual cumulo 1 P, >1 .. nitro chi
disconosca od ignori seco ! Non v a, P c ’ yogtra immaginazione quanto possauo
esalta, titoli, come certi gradi sociali, alcune igm £ su premo, di Prefetto,
di Magistrato>, d i P di Deputato, di Sen f*°”' to \ Q difficoltà di ben go-
Ma avete ma. °°“ 81 un tumulto, di prevernare un popolo, innocue tutte " ^
-Si 0 :—^' ti ° politici P Avete le conseguenze deg agitazioni della di- mai
considerato la g» plomazia, le controv - pu bblica stampa, le d’ una critica
smoda a go Vàldarn%n\ la missione della donna ire dei partiti politici, le
difficoltà della tribuna, gli odj segreti, le basse invidie, la guerra sovente
implacabile c sleale di chi vuole occupare quel posto eminente o lucroso ? E,
al postutto, clic mai significa donna emancipata ? Significa donna francata da
ogni giogo, che ha x'igettata l’obbedienza di figlia, la dolcezza di amante, la
dipendenza di sposa, la nobile servitù di madre •, in una parola l’onore
stupendo del sacrifizio ! Una donna che oltre ripetere uguaglianza di
diritti.coll’uomo, vuol con esso comunanza di ufficj ; una donna insomma che
nelle pagine inalterabili dell’ indole sua, che nelja storia della sua
gentilezza, che nello specchio del suo cuore, che nei decreti dell’Archetipo
eterno legge assolutamente a rovescio di quel che sta scritto sulla missione di
di lei (A. Alfani : La Donna). Ora, non è questa l’emancipazione che deve
cercare la vera donna, cioè la donna, onesta ed assennata. Noi pure vogliamo
l’emancipazione di lei; vogliamo ch’ella si emancipi dall’ignoranza, da certi
pregiudizj religiosi e sociali, da ogni frivolezza, dal- l’imitare certe mode o
corrompitrici del buon costume o rovinatrici d’ogni patrimonio, dal ripetere c
spesso praticare quella sciocca e superba sentenza: Oggi si fa cosi! Per amor
del cielo, griderò io pure con Paolo Ferrari, non emancipatevi, gentili
Signore! Appena emancipate cessereste di essere così utili apostoli delle
nobili e caritatevoli imprese; perchè appena emancipate cessereste di
comandare. Senza crnan.- cipazione, noi uomini crediamo di comandare noi ! E
voi nel segreto confidente de’vostri amabili ci- caleggj, ridete pianino
pianino della nostra maschia e gloriosa dabbenaggine, per la quale crediamo di
comandare, c si obbedisce ! La vostra potenza morale c fisiologica sta
ncH’osscre donne: se diventaste uomini (s’intende per quella finzione giuridica
che chiamano emancipazione), ogni prestigio vostro svanirebbe. Ma finche siete
e volete esser donno e vi consacrato all’esercizio delle vostre qualità
caratteristiche, la grazia, l’amore, la carità, chi governa il mondo siete voi.
Noi andiamo solennemente a deporro i nostri voti in un'urna; ci accogliamo c
deliberiamo intorno ai destini della patria ; ordiniamo una guerra, una pace,
un'alleanza, o pettoruti decantiamo l’energia maschile, l’attività del senno
dell’uomo! No ; dentro di noi in ognuno di quei supremi momenti fremeva un
pensiero i o un pensiero di amante, di sposa di figha d «wj* «Ita. .a gio, nel
sottoscrivere quel trattato ( conferenze pel Collegio di Amsu Milano). • della
donna deve pertanto La vera 61 ° Q iorr n£ n te rispettare ed amare consistere
nel farsi m oa te dentro i con- dall'uomo, nel fa '*di sopra, fini e noi modo
che » > > 0j se occorro, al reale progresso. lft aocietà civile, che a
salvare o almeno raddrizzare li a il suo principio e fondamento nella famiglia,
di- cui Ja donua è guida e conforto. Solo per questa via e mediante
l’istruzione e l’educazione, ripeterò col brioso ed arguto scrittore G.
Hamilton Cavalletti, le donne potranno rimettersi sul capo la loro corona di
regine, attirando intorno a se il genio, il talento, l’onestà e il coraggio.
Sia la loro amicizia il premio di .ogni nobile sentimento, sia la loro stima il
guiderdone di ogni nobile fatto, sia la loro intimità il compenso di ogni
nobile fatica. Non è adunque sognando emancipazioni assurde dove non esiste
mancipio, non è aspirando alle naturali preminenze dell’uomo, non è
coll'addottorarsi nelle scienze giuridiche, filosofiche o naturali, che le
donne rialzeranno il vero loro stato sociale ; sì, al contrario, coll’
aumentare il loro valore, col forzarci .ad amarle e stimarle di più, col
rendersi ognor più degne del caro nome di spose, del santo nome di madri. Ma
(prosegue il Cavalletti) finche al pensatore esse preferiranno un uomo che non
ha altro merito che di avere un bravo cavallo da corsa, ed è spesso un
mediocrissimo cavaliere; finche al poeta esse anteporranno l'uomo clic sa farsi
meglio il nodo della cravatta; finche allontaneranno dalla loro società un uomo
che ha il torto di anteporre una forma di cappello ad un’altra ; finche
all’uomo sincero, leale, integro preferiranno un uomo che sappia fare i daddoli
e le moine ; finché i sentimenti piaceranno loro sulla bocca dell’uomo c non
cureranno quelli del cuore ; finchc un uomo volgare con il nnczzo milione di
patrimonio sarà più certo di ottenere le loro grazie che un cuore nobile, un
animo elevato con cinquantamila lire; finché un babbuino sentimentale riceverà
il dolce deposito dello loro confidenze, ed uno schietto galantuomo avrà appena
un cenno di saluto ; finché esse saranno una lotteria nella quale troppo spesso
i vincitori sono gl imbecilli... ; lo stato morale e sociale della donna non si
eleverà certamente: la società si avvierà al decadimento ; le donne pian piano
più non saranno che femmine. Ed ora mi pare utile di far l'epilogo delle cose
•dette fin qui. Abbiamo accennato dapprima la na- tura e 1’ ufficio della
donna, senza la qua P klh creazione non sarebbe stata compiuta, ne po- trebbesi
conservare e FPOt«il^ Poi, esaminando in ° volgarc, abbiamo donna presso i P a
S ani c ^ dlC la donna, provato colla .tona a anche quando, esercito in gran pa
• s, cbbe in coato 7 C r Pa "tedila voluttà; afidi schiava o quale quan t
a parte biamo veduto, l’umano progresso ed in- abbia preso a do . dal Cl . ls
tianesimo richiamata civilimcnto, dopoché ftlt0 ufficio- E quan- cd elevata al
suo ' cl ° c^ sia ] a stessa na- tunque in lei 8 « n P r ° ® abbiana0 detto che
i mezzi itura.e lo stesso fino» P per compiere la sua missione doveauo mutare
secondo la civiltà, secondo le condizioni politiche, intellettuali, religiose e
morali. E però, accennato- l’ufficio che le assegnano il Morelli e il Naville,
noi abbiamo considerato la donna in tutte le sue principali attinenze e nelle
sue più nobili manifestazioni, vale a dire come sorella, come amante e sposa,
come madre, come educatrice ed institutricc, come cittadina, come ispiratrice
d’ogni- nobile sentimento all' artista, all* uomo di scienza o di lettere, non
che all’uomo di Stato. Abbiamo poi dimostrato la necessità d’ una conveniente
cultura nella donna ai tempi nostri, affinchè possa meglio compiere
quell’ufficio tanto nobile e così complesso; ed abbiamo dimostrato eziandio la
necessità o la convenienza nella donna di apprendere in oggi una professione sì
per soddisfare meglio ed in ogni congiuntura all’ esigenze della vita, si per
incominciare la sua più razionale o giusta emancipazione c rendersi, dentro
certi confini, indipendente dall'uomo. Abbiamo combattuto, per altro,
l’assoluta e falsa emancipazione della donna, perchè contraria alla natura e al
nobilissimo fine di lei, non che al bene della società ed al progresso del
genere umano. Tanta e 1 efficacia delle donne, che da esse vennero sovente
grandi ajuti, o grandi impedimenti non solo alla libertà d’un popolo, sì anche
al bene- od al male dell' uomo singolo, delle famiglie e dello Stato. La donna
è per sua natura la ispiratrice, o, se vuoisi, la regina dell’uomo e della società.
Ma. ili suo regno, piuttosto che sconfinato ed assolato, vuole essere un regno
di pace, d’ispirazione, di nobili sentimenti; insomma Indonna (siami permessa
questa similitudine) a guisa de’principi costituzionali, deve regnare e non
governare. — Ma Voi, donne italiane, vorrete appunto regnare, non governare ;
Voi, come ' foste di grande ajuto al nostro risorgimento politico, sarete
altresì di grande stimolo ed ajuto al nostro risorgimento •intellettuale e
morale, che dipende in parte da Voi. In .peata grata Mieta, non saprò,
scegliere più acconce od autorevoli parole cito qttd c dell'illustre Tommaseo,
per chiudere il P 10S0 “ discorso. La donna italiana, d' sapiente
dell'ubbidire, 80 P'“" 1 ® ^ “ d desfas . occorra, c guarentigia a noi di
men La creazione di due Istituti superiori di Magistero femminile inltalia, uno
a Roma e l’altro a Firenze, in virtù della legge 25 giugno 1882, e
l’ordinamento delle discipline scientifiche e letterario che vi sono e vi
debbono essere insegnate, secondo il Regolamento organico 19 novembre 1882, ci
porgerebbero materia a molte e svariate considerazioni non prive d’interesse
speculativo e pratico. Qui non intendiamo di enumeiarle e di svolgerle tutte,
ma non possiamo astenerci dall'acccnnarne le più rilevanti e dal pigliare in
esame particolare il come nei due nuovi Istituti letterarj e scientifici
femminili debbono esseie insegnate alcune materie importantissime, quali sono
appunto la Filosofia teoretica, la Morale e la Pedagogia. I. E prima di tutto
dimandiamo : Era necessaria in Italia la creazione di due Istituti superiori di
Magistero femminile, mentre abbiamo non pure le Scuole normali femminili, ma
alle donne stesse non, è vietato dalla legge Casati sull’istruzione pubblica di
frequentare i Ginnasj, i Licei, le Università, e di addottorarsi in qualunque
disciplina ? Posto così il quesito, non sarebbe giustificata la creazione di
quei due Istituti superiori femminili. Ove però si consideri che la missione
della donna nella famiglia e nella civile società si palesa chiaramente ben
diversa, da quella dell’uomo ; che gli studj femminili debbono esser rivolti
essenzialmente alla cultura della donna come madre di famiglia, com’cducatrice
ed istitutrice, e non all’esercizio di elevate e gravi professioni sociali,
come quelle di avvocato, di medico, d’ingegnere, di capitano, c va discorrendo;
che quasi tutto 1 insegnamento nelle Scuole normali femminili ora viene xm^
tito dagli uomini; ed infine, cheidue nuovi Istitutimon sono equiparati
interamente alle prime Universitari Regno: la fondazione'loro apparisce »noo«^
tamonte necessaria, certo conveniente ed joituna. Vero è che alcuno
j^dìritti^degli uomini m parte, si viene a lede e ^ # pcdag0 _ laureati in Lett
° rc . C e d 16 hanno scelto la car- già, o in altre disciph, _ . u dotto ri
piu riera lucrosa dell'insegna p0sto nelle difficilmente d'ora i^ anzl fcmmin
ili, avendo per Scuole normali e secondario ^ ^ Istltutl competitrici le donne
a ‘‘ ^ italian e, della Storia all’ insegnamento delle Uet Lingue e Geografia,
della Pedagogia o ^ tcdesca . E moderne straniere, franooso, m B
un’osservazione eli questo genere non sarebbe destituita di fondamencnto ; ma
starebbe sempre il fatto clic l’uomo, laureato in qualcuna di esse discipline,
ha una più larga ed elevata carriera dinanzi a se. E poi, come negare alla
donna questo diritto in una società liberale e civile, che non pure vuol
rialzata la condizione intellettuale e migliorata la condizione economica della
donna, ma che tende ogni giorno a dilatare una certa eguaglianza civile e
giuridica della donna stessa ? Altri, invece, potrebbe osservare che le donne
in generale o non sono portate a lunghi e severi studj, o che esse non hanno
capacità mentale ed attitudine didattica pari a quelle dell’uomo. La quale
obbiezione certo non reggerebbe dinanzi a fatti storici e ad esetnpj
particolari, e dinanzi al fine stesso di quei due Istituti, il quale consiste
nel compiere e rinvigorire l’istruzione secondaria della donna, e nel formare
abili insegnanti in alcune materie (qui sopra ricordate) per le Scuole normali
e secondarie femminili. Ad ogni modo, la più elementare prudenza consiglierebbe
di attendere nuove prove e nuoA'i risultainenti di questa prima istituzione
italiana. E diciamo nuove prove e nuovi risultamene, perchè quelli già dati in questi
tre anni da ambedue gl’istituti sono favorevolissimi e confortanti. Le allieve
che vi studiarono e vi ottennero il diploma, ora sono direttrici abili di
Educandati e Istituti femminili, o insegnano con valore nelle Scuole normali
femminili, inferiori e superiori. Alcune di esse alunne mostrarono attitudine
anche ai gravi studj filosofici e pedagogici, c si segnalarono, in specie
all’Istituto superiore di Roma, negli esami di Stato pel diploma in Lettere
italiane, m Pedagogia e Morale, e in Storia. In quanto a noi, che abbiamo
sempre avuto un alto concetto della donna c della sua nobile missione sociale,
noi vogliamo anzi riguardare la.fondazione di questi due Istituti superiori
femminili non solo come opportuna c conveniente pei le accennai - gioni, ma
altresì come uno dei tanti mezzi ondo avviarci alla pratica colazione della
»«“*: che da ogni parto minaccia d’irrompere fimo»",d. sommergere quanto
le si pari dinanz,. Imporoe * noi siamo d’avviso cho la quest,ono somalo va con
sidorata sotto vario forme o sotto ir™» ’ Additiamo di volo ipriaeipali. sono
probi tive famiglie onde si compone la nazione P e morigerati, oppure si fanno
s ° ostu ™ ‘ ]o ha viva to morale della questione sociale Un P P c giusto, e
quindi amme °° vit j O itrcmonda- una giustizia soprannatura e mate ria e del
na; oppure non va piu. ia ^ ^ caIc0 l 0 e all’utile senso, tutto per lui si J e
y a questione- bone inteso ? È l'aspo»» g oye rao ch’è adat- sociale. Scelta
quella forma e morali, ta alle sue condizioni civi i, ^ forma, esercita una
data nazione si contenta senza ne . saviamente la libertà e 1 V ^ ^ |£ e
parlavo de gare i suoi doveri ; opp ul 348 sull’ordinamento degl’ istituti
superiori suoi diritti, vorrebbe la libertà spinta all’eccesso, è desiderosa di
novità rendendo instabile ogni reggimento politico e tutte le altre istituzioni
clic ne dipendono ? E l’aspetto politico della questione sociale. In quella
stessa nazione, mantenendosi l'armonia fra i diversi ordini della cittadinanza
e vivo il rispetto del diritto di proprietà individuale e collettiva, si
stabilisce un’equa proporzione di mercede e d'utilità fra 1' operaio e il
capitalista ; e nelle famiglie si •consuma e si spende in proporzione almeno
dell’entrata e del guadagno : oppure, inimicatesi fra loro le diverse classi
sociali, il capitalista non si cura di far lavorare o non ricompensa equamente
il lavoro, svogliato è l’operaio, vede nel proprietario il suo mortale nemico e
ritiene essere una ingiustizia, anzi un furto la proprietà individuale? E nelle
famiglie non abbienti o poco agiate l'entrata è minore dell’uscita, o non si
pensa coi modesti risparinj al dimani ? Ecco l’aspetto economico della
quistione sociale. In tale stato di cose, la donna colla sua spedalo missione
nella famiglia e nella civile società, c come esempio vivente di pace e di
rassegnazione, o come educatrice ed istitutrice, e come massaja e, nel caso
nostro, come professionista, può efficacemente con- tiibuire o a risolvere in
parte l’ardua c complicata quistione sociale, o ad attenuarne gli effetti,
quando a lei non fosse dato nè di risolverla parzialmente, nò di ritardarla o
di arrestarla. Ma perchè la donna sia capace di quest'opera altamente morale
civile -ed utilissima, in lei che cosa si richiede ? Nella vera donna, di cui
intendiamo parlare, si richiede moralità a tutta prova ed in tutta l’estensione
del termine, non disgiunta da un puro ed elevato sentimento religioso; si
richiede una soda cultura, in cui entrino anche lo nozioni elementari circa lo
Stato e l’economia; si richiede un’attitudine speciale, studio molto e singoiar
valore nell’insegnamento, quando voglia o debba esercitare questo nobile
ufficio ; si riduce e, infine, costante dignità o modestia, condito di soavità
c di grazia, evitando così ogni frivolezza nel dire, nel fare e nel vestire,
come ogni presunzione e verso l’uomo o verso lo altro donne forse lei mn non
per questo meno degno d. stima.Tutelò supera le forse naturali della donna
inette da sana 0 vigorosa educamene ed tstrumone da un sentimento c da un
elevato conre 0^ ^ dimand ar sioue sulla terra ai „ e au „„ esiger troppo
troppo alla donna. Ano i vodia, e da lei, purché essa V0 ^,a ^ tC " aCe a
” te del ]’ a o.no in senza ch’ella presuma di * 1 ^ alcune società e di
emanciparsi, tota ’ ÌMm egua- donno vorrebbero bramando ali ' 1Um » glianza di
diritti, non badando esse « “o, dei diritti implica l’eguagbansa Jet do^ ^ ^
Premesse c chiarite queste co » Magistero dinamento dei due Istituti sU P
conducente al' femminile sia in tutto c pei fine da noi vagheggi^ 0. IL la uno Stato
libero e civile come il nostro, ogni Istituto educativo e d’istruzione
secondaria, sia tecnica sia classica, deve mirare (secondo me) a tre
principalissimi fini inseparabili tra loro, a voler eh’ esso riesca utile
davvero e sia bene ordinato. l°Deve impartire agli alunni, destinati a
diventare .liberi cittadini, una buona cultura generale, sia pure elementare,
tanto letteraria quanto scientifica. 2° Deve preparare convenientemente agli
studj su- riori. 3° Deve poter avviare alle professioni manuali cd agli
impieghi minori quegli alunni che non potessero o non volessero proseguire gli
studj. A questo triplice fine dovrebbero pertanto mirare non solo gl’ Istituti
tecnici, i Licci, e le Scuole normali maschili e femminili, ma la stessa Scuola
tecnica. Le Università e gli altri Istituti superiori in generale hanno,
invece, o debbono avere per fine speculativo .la ricerca del vero e il
progresso della scienza, e per fine pratico le professioni liberali e le
carriere superiori negli ufficj dello Stato. I due Istituti superiori di
Magistero femminile, non essendo equiparati in tutto e per tutto ailc
Università, ed essendo destinati alle donno esclusivamente, dovrebbero mirare
direttamente a compiere c rinvigorire la cultura letteraria o scientifica della
•donna, e a x-enderla capace d’insegnare nelle Scuole normali e secondarie
femminili. E questo, invero, •c stato il duplice fine che ha guidato la mente
del legislatore nel coordinare la quantità e la qualità delle materie di studio
nei due Istituti superiori femminili. A tutte le alunne, pertanto, corre
obbligo di apprendervi Lettere italiane, Geografia e Storia generale, Storia
d’Italia, antica medievale e moderna, Elementi di Logica e Psicologia, Morale e
Pedagogia, Istituzioni d’igiene, Matematica, Elementi di Fisica e di Chimica,
Storia Naturale e Geografia fisica, Lingua e letteratura francese, inglese e
tedesca, Disegno e Lavori femminili. Ciò per la cultura superiore della douna.
le quanto alla professione loro di maestre, le future insegnasi! hanno facoltà
di scegliere ed approfondire nel secondo biennio quegli studj che debbono
metterle in grado di conseguire il diploma d-insegnamento o nello Letttere
italiane, o nella Storia e Geografi*ella Pedagogia e Morale, 0 nelle Lingue mo
niere e sono francese, inglese c te,, Non possiamo ohe lodare . legislatore
da.ve, mantenuti obbligatorj 1 Uvon faccia questi Istituti superiori, pur la
maestra, non ces P . uj a i] a donna guida principale delta pressoché quo-
occorre speciale abilita Digean0 poi, si rende tidiano in siffatti iavon.• don
° neschi pi ù squisiti necessario per gli > stessl vido consiglio di met- e
delicati-, e pero e s a p jf c il 0 studio delle terlo fra le materie obbh ° ‘
to anche alle isti- Scienze sperimentali sl, e oeuza di questa di luzioni
d’igiene, perche la cono 3o2 sull’ordinamento degl’istituti superiori sciplina
nella sua applicazione risguarcla tutti, e segnatamente chi deve attendere alla
famiglia ed alle cure domestiche, e chi deve educare la prima gioventù, come
appunto è la donna; che anzi, l’Igiene fa parte dell’educazione fisica,
quantunque Alessandro Bain opini il contrario. La Matematica, gli Elementi di
Fisica c di Chimica, la Storia Naturale, gli Elementi di Logica e la
Psicologia, parrebbe dovessero alla donna servire di mera cultura superiore, o
di sussidio e di complemento allo studio di certe altre materie. Imperocché,
secondo il Regolamento organico di quei due Istituti, non può l'alunna essere
abilitata legalmente ad insegnare Matematiche, Fisica, Chimica e Storia naturale.
Clic alla donna siasi negato il diploma di magistero in Matematica e nelle
Scienze spcrimeutali, la cosa spiegasi facilmente perchè nei due nuovi Istituti
non si dà ora un corso compiuto e superiore di quelle scienze, e porche nelle
Scuole normali o in quelle superiori femminili l’insegnamento delle Scienze
fisiche e naturali tiene un posto secondario o dcv'esscrvi impartito in modo
elementarissimo. Inoltre, quelle Scienze non riguardano direttamente la prima e
vera missione educatrice della donna, nè sono le più confacenti alle naturali
inclinazioni della donna in generale, segnatamente la Matematica e la Chimica.
Ma qui pure abbiamo notevoli eccezioni, perchè talune allieve hanno mostrato
singolare attitu - dine allo studio delle Matematiche e delle Scienze fisiche.
Il Governo, poi, suole affidare l’insegnamento elementare anche di queste
materie nello Scuole preparatorie o inferiori normali alle giovani che in uno
de’due Istituti superiori conseguirono il Diploma o in Lettere, o in Storia, o
in Pedagogia! Non sarebbe adunque più logico ed opportuno concedere addirittura
il diploma nelle Scienze fisiche e ila- tematiche, ed ampliarne il relativo
insegnamento ? ni. Ci resta da esaminare il modo in che l’insegnamento delle
materie filosofiche propriamente dette e della Pedagogia viene ordinato cd
affidato nei due nuovi Istituti. A tutte le alunno è fatto obbligo di studiare
per un anno nel primo biennio gli elementi di Logica e di Psicologia, e la
Morale nel 2‘ biennio. Più, nel secondo biennio tutte debbono seguire un corso
di Pedagogia. Finalmente, le S*™.. dm amano d'cssorc abilitato « 11
-iosegn.mento. tirila P* dagogia teorica c pratica debbono stod,a,c pe. 00 T°ti
P dftdt F int°rodòt.a anche negl. dell' intelletto. Ma non s »PP‘ a
filosofiche, ossia le ragioni per cui tutte e a Pcdago gia deb- Logica,
Psicologia e Mora e gsbre! q uì l'onorc- bono essere affidate ad un s Q poteva
e può volo Ministro Baccelli, al qua e Oberali e buona negare elevato ingegno,
8 ® atl “ rQZ i 0 ne in Italia, volontà di migliorare la pubblica ist ^non fu
ben corrisposto da chi ebbe il mandato di fare nuo schema di Regolamento
organicopercoordinarvi anche le materie filosofiche e pedagogiche, c di
stabilire il modo in che l’insegnamento di queste discipline doveva essere
affidato c distribuito. E lo dimostriamo brevemente. Il professore di Filosofia
c di Pedagogia sarebbe tenuto a fare non meno di undici lezioni per settimana
nei respettivi corsi ! E noto che i professori •di Filosofia ne’Licei fanno da
sei ad otto lezioni la settimana, e tre lezioni i professori di Università.
Come presumere seriamente clic un Professore dia con zelo ed efficacia non meno
di dodici lezioni per settimana in materie difficili, disparate c soltanto
affini tra loro? Diciamo in materie dispaiale, poiché la Logica e la Psicologia
sono ben differenti dalla Morale e più ancora dalla Pedagogia. Nè si dica, per
avventura, che ivi trattasi di dar nozioni elementari sii quelle scienze ;
imperocché, oltre restare il fatto che le son materie ben diverse, la istituzione
elementare risguarda soltanto la Logica. materia nuova per lo alunne, ma non
risguarda la Psicologia e ancor meno la Pedagogia e la Morale, già studiate
elementarmente dalle giovani o nelle Scuole normali o nelle Scuole secondarie e
preparatorie all’ Istituto superiore femminile. Chi vuole ottenere il diploma
in Pedagogia, deve seguire un corso speciale di Psicologia : ma ognun sa che
questa ultima scienza ai nostri giorni ha fatto progressi notevoli, nè può
essere affatto separata dallo studio delle scienze sperimentali, come per
esempio la Fisiologia. Che anzi, noi troviamo un altro difetto nell’ordine
delle materie obbligatorie per conseguire il diploma in Pedagogia. Ivi ò detto
che 1’ alunna potrà scegliere un corso di Matematica, o di Fisica, o di Storia
Naturale. Non sarebbe stato più razionalo di prescriverle addirittura il corso
speciale di Storia Naturale, in mancanza d’ uno studio a parte su la Biologia e
la Fisiologia ? Ritornando alla Morale ed alla Pedagogia, queste due scienze,
fra loro assai differenti, non possono nò debbono essere insegnate in modo
elementare nei due Istituti femminili superiori. La Morale pura e applicata,
individuale e sociale, e c c 8U PP 0 "® cognizione di altre scienze
affini, quali sono le discipline giuridiche e sociali, ò molto vasta e
complicata, fi i> ità d’ un solo docente. L inse ° n qecon dario, non può
servire.di meio aj ^ cittadino si i Doveri .;i ^“ormali secondarie, perni»
studiano già nelle oc obbligate a le alunne de’due Istituti supei‘ 0 ro hò
infine studiar l’Etica nel secon o » anche ]a Scieu- il diploma di Pedagogia
compren za Morale. i a Morale come So poi si volesse eonsidciare s „ p8 . deile
materie di P uia ragione del- una riore, allora non ragione de,- 336
sull'ordixajiento degl'istituti superiori l’assoluta dimenticanza d’ogni più
elementare istituzione di Economia sociale e di Diritto. Come ! in un Istituto
superiore d’ educazione e d’istruzione femminile si prescrive’l’insegnamento
dell’Igiene e della Chimica, e non si fa parola de’ primi rudimenti d’Economia
e di Diritto positivo, mentre in uno Stato libero, coni’ e il nostro, si affida
legalmente alla donna il nobile mandato di fornire la prima educazione ed
istruzione ai futuri cittadini d’Italia, di educare ed istruire le future
maestre e madri di famiglia, oltre la missione propria di ciascuna donna, cioè
di farsi ella stessa educatrice dei proprj figli e savia amministratrice dell’
azienda domestica? Anzi, ritornando al nostro concetto (esposto qua sopra)
intorno al giovamento grande clic può la donna fornire nella soluzione pratica
della complicata e formidabile quistione sociale, anche nell’aspetto fioUtico
ed economico, a noi parrebbe necessario clic nei duo Istituti superiori
femminili dovesse pur trovar luogo l’insegnamento comune delle prime nozioni di
Economia sociale e di Diritto, segnatamente del Diritto civile e privato e del
Diritto costituzionale. Veniamo alla Pedagogia. Le giovani tutte, che amino
dedicarsi all’ insegnamento privato o pubblico, hanno da apprender bene l’arte difficilissima
di educare e d’istruire; e molto più devono attendere a questa scienza ed a
quest’arte le alunne clic vogliono abilitarsi all’ insegnamento della Pedagogia
stessa. Ora, è noto che secondo i più recenti prògramini governativi. i maestri
c le maestre per conseguire la patente elementare di grado supcriore, i maestri
per essere dichiarati idonei all Ispettorato scolastico, son obbligati a
sostenere, fra le altic prove, un esame di Pedagogia storica, teoretica ed
applicata. E questo largo, elevato e compiuto insegnamento della Scienza
pedagogica, teoretica, pratica c storica, viene oggidì propugnato anche in
Italia da valorosi c dotti pedagogisti ; i quali pensano clic la Pedagogia
teoretica, so vuole uscire dal campo delle generalità e cessare di ridursi ad
una metodica astra ta o formalo, non possa fare « mono d. mollc scienze affini,
quali sono la Biologia» fisica, In Psicologia o la Logica, la Morale h
Sociologia c la Filosofia politica. Ma sottoponili US a^u» tara considerevole
questa smnma ; scienze «ffini troppo elevala, o nducendo 1 ms» mento pedagogico
nei fino entro più modesti limiti, P » ^,„ torario o monto elio deve “ 8S ™“| 0
d Minano pur seni- filosofici,e università, tale insomma pre una sci^ tutto il
sapere o tutta da richiedere tutto i "‘o o l’operosità d’ un solo
piofcssoi convcl . 1 . e bbc divi- Pcr queste principali ragi » sup6 rio- doro,
anello «O »^ "^„o delle tre re, l'insog, lamento della. » posologia,
Logica e disciplino pura, non o 1 aUr0 „ duo professori. Morale, affidando 1
una e 3o8 sull’ordinamento degl’ istituti superiori E allora si potrebbe anco
estendere a tre anni l’insegnamento teorico e pratico della Pedagogia per le
alunne che amassero di prendervi il diploma : ove tale insegnamento si volesse
mantenere per soli due anni, il professore di Pedagogia dovrebbe insegnare
anche la Psicologia applicata alla Scienza pedagogica. Gli studj superiori di
Lettere italiane, di Storia, di Filosofia, di Pedagogia e della stessa
Botanica, a voler che riescano scrj e fecondi, richiedono la conoscenza della
lingua e letteratura latina. E però ameremmo clic presso i due Istituti
superiori femminili fosse istituita una cattedra di Lettere latine, come pare
no abbia intendimento 1’ on. ministro Coppino. Ma altre innovazioni bisognerebbe
fare nei due Istituti, fissando e ripartendo nell’infrascritto modo le
discipline sia per la cultura generale, sia per gli studj speciali in attinenza
co’ varj diplomi di abilitazione. Discipline comuni da studiarsi nel primo
biennio : Lettere italiane, Storia generale, Psicologia e Logica, Fisica e
Chimica, Storia naturale e Geografia fisica,Matematiche, Lingua latina, Lingue
moderne straniere, Disegno, Istituzioni d'igiene, Lavori femminili. I diplomi
speciali dovrebbero essere cinque : 1° Diploma di Lettere italiane 5 2° di
Storia c Geografia; 3° di Pedagogia e Morale; 4° di Lingue stra- DI .MAGISTERO
FEMMINILE nicrc, francese, inglese e tedesco ; 5° di Scienze fisiche e
Matematiche. GT insegnamenti speciali per otteuere ciascuno di questi Diplomi di
abilitazione sarebbero ripartiti nel seguente modo: Pel diploma in Lettera
italiane: Lettere italiane, Letteratura greca e latina comparata coll’italiana;
Storia d’Italia, antica, mediocvale e moderna -, Morale; Pedagogia; Lingua c
letteratura latina; Due lingue e letterature straniere moderne a scelta de -
l’alunna. ... Pel diploma in Storia a Geografia : Le discipline identiche a
quelle pel diploma in Lettere italiane, ad eccezione della Letteratura greca c
latina comparata coll’ italiana, alla quale sarebbero sostituite la Fisica
terrestre e la Etnografia. Pel diploma in Pedagogia e Morale: Pedago teoretica
e pratica; Filosofia morate-. Ps.colog ; Fisiologia umana; Igiene aPP 1 ^ 3, “
nt *J e mo der- Lcttere italiane; Storia i « ‘ > j; n °„j ese e tedesca Le
italiane; Let, età,una “„^i» ««- contpanateoon.aLe»».^-^. iia, antica e
moderna, = „ Pel diploma m j Cosmo grafia ; Fisica; Chimica; Geometria c
Trigonome- Storia Naturale; Al D eb 360 sull’ordlnauento degl'istituti
superiori ecg. (ria; Igiene e Chimica fisiologica; Disegno; Contabilità
domestica; Lettere italiane; Pedagogia; Morale ; Lingua latina. Non occorro
dimostrare che l’attuazione di questo largo disegno di studj femminili
superiori esigerebbe la riforma parziale delle nostre Scuole normali femminili.
Come son ordinate presentemente, massime per ciò che si attiene
all’insegnamento letterario, morale e didattico, le nostre Scuole normali,
oltre non essere coordinate bene con i due Istituti superiori femminili, non
corrispondono adeguatamente al fine loro speciale, c si rimangono inferiori
alla Scuola normale tedesca (Das Lehrerseminar) dove si preparano i veri
educatori del popolo. Koi siamo fermamente persuasi che una riforma e un
riordinamento, di studj, come abbiamo a larghi tratti delineato qui sopra,
tornerebbe di grande utilità e decoro al fine speculativo c pratico dei due
Istituti superiori di Magistero femminile, creazione ancor questa dell’Italia
nuova che molto si ripromette dall opera salutare e benefica della donna.
So**»»». - I. E.gta- rf to. — Ginnasio c Liceo ; buio la teem leoni». Loro
somiglianze e rione secondarie classica e Iconica in 111 >’ J" 6 ìin
/ìniii. «àcuolc secondarie in Geimanit • nata con quella delle - ^ 8trat ‘ v0
Distratti da questioni P ‘ deraro i problemi finanziarie, non avvezzi a co
pedagogici e gli ordinamenti delle scuole sott’ogni loro aspetto, morale
intellettuale ed economico, gl’italiani in generale poco o punto badano al modo
in clic viene ordinata c impartita la pubblica istruzione. Lo stesso Parlamento
non crede necessario di spendere molto tempo e cure speciali in questo ramo di
pubblica amministrazione ; bensì il Ministro dell’Istruzione pubblica va
soggetto egli pure alle vicende politiche, alle crisi parlamentari e
ministeriali ; e non di rado la politica invado anche il tempio pacifico di
Minerva, e fa sentire i suoi influssi al personale insegnante. Eppure si tratta
di formare gl Italiani stessi \ trattasi del modo in che debba essere educata
ed istruita la crescente generazione ; si tratta del come e quando i novelli
cittadini ed i futuri governanti d’Italia debbano compiere i loro studj ; si
tratta di stabilire quanti anni debbano consumarvi e quanta spesa vi occorra !
La sarebbe dunque una questione di alto interesso morale ed economico, teorico
e pratico, privato c pubblico. Il Paese, invece, poco opunto vi bada: ed ceco
una dello principali cagioni per cui l’istruzione pubblica incendale, e
segnatamente l’istruzione secondaria classica e tecnica, letteraria e
scientifica, non ha avuto ancora presso di noi un ordinamento stabile e
razionale. E poiché ogni Ministro che sale al potere, come ci ammaestra 1
esperienza di questi ultimi anni, fa o pi omette innovazioni nel pubblico
insegnamento secondario ; c poiché i lamenti nel pubblico non sono cessati, e
gli esami di licenza tecnica c liceale (ma soprattutto liceale) non sempre
corrispondono alla viva espettazione del Governo e del Paese ; stimo esser cosa
utile ed opportuna il ripigliare qucst’ardua questione di vivo e grande
interesse nazionale,dibattuta più volto, sebbene per altri fini e rispetti, in
pregiati periodici e specialmente nella Nuova Antologia, da uomini insigni
quali sono il Villari, il Luzzatti, il Ferri, il Gabelli, il Barzcllotti, ed
altri. Come insegnante, io non parlerò qui della capacità intellettuale,
letteraria scientifica o didattica, dei nostri professori nelle scuole
secondarie, delle norme e cr.terj nelle nomine e promozioni del corpo delle
condizioni economiche fette da o - > Provincie e dai Comuni ni professor,
anched f ut egli nitri pubblici ufficiali ; ne istituita gu paragone tra i
nostri insegnanti e M-tdolla Gc nanfa, dell' Impero Anstro-Unganeo, do a I ...»
o di altre nazioni. Ma facendo tesoro;«£££. lunquc siasi esperienza da me
acqui, gnamento liceale, tecnico o «“P'™. ' onte ordina- sè Btesso e nei suoi
effetti socia i letteraria mento della nostra istruzione sei} manEcne re tal c
scientifica, per vedere so ‘ Q quale, ovvero se debba essere mod n. • s’
rltslln. le"ge Casati 13 uo È notorio che in vir u 0 secon daria in vcmbre
1859, la istruzione ; n Massica e in . Italia si distingue indue g iaI ^ nuindi
abbiamo tecnica o industriale e professici quattro sorte d’istituti: GINNASIO E
LICEO, Scuola tecnica c Istituto tecnico, aventi ciascuno un essere proprio, e
dai quali istituti gli alunni escono forniti d’una licenza o diploma. Bensì il
Ginnasio serve nel tempo stesso di fondamento e di preparazione al Liceo, •come
la Scuola tecnica agl’istituti tecnici professionali c industriali. Difatti,
nel Ginnasio s’insogna oggigiorno italiano, latino e greco, storia antica,
geografia, matematica, storia naturale c disegno ; nel Liceo poi lettere
italiane, latine c greche, storia e geografia, matematica, filosofia, storia
naturale, fisica e le prime nozioni di chimica. Ideila Scuola tecnica gli
alunni sono ammaestrati in italiano, storia c geografia, matematiche c
contabilità, calligrafia c disegno, francese, elementi di fisica c di storia
naturale, doveri c diritti del cittadino. Dell’Istituto tecnico, secondo 1’art.
275 della legge Casati, s insegnavano : letteratura italiana, storia c
geogiafia, lingua inglese c tedesca, istituzioni di diiitto amministrativo c di
diritto commerciale, economia pubblica, materia commerciale, aritmetica
sociale, chimica, fisica c meccanica elementare, algebra, geometria piana e
solida, c trigonometria rettilinea, disegno ed elementi di geometria
descrittiva, agronomia e storia naturale. E con 1’ ultimo Decreto furono
stabilite le infrascritte materie, suddivise nelle rispettive cinque sezioni
dell' Istituto : Agraria, Calligrafia, Chimica, Computisteria, Costruzioni,
Diritto civile, commerciale ed amministrativo, Disegno, ELEMENTI DI LOGICA E DI
ETICA, Economia, Estimo, Fisica, Geografia, Lettere italiane, Lingua francese,
inglese e tedesca, Legislazione rurale, Matematica, Merciologia, Ragioneria,
Storia civile, Storia naturale, Statistica e Scienza finanziaria, Topografia.
Ognun vede qual notevole differenza corre fra gl’istituti classici o letterari
e gl’istituti tecnici o- professionali : in questi prevalgono le scienze
positive, in quelli le lettere. I primi servono, in modo speciale, di gradino
nll'Cniversitlt; i secondi avviano 'alle professioni ed agli uiliej minoiine o
. ta o mitre, lo Scuole classiche e le Scuole tecniche hanno questo di comune:
Che sì lo uno corno le altre danno ài giovani una cultura generale, fondamento
degna altro studio, e corrodo necessario ad ogm vern o. tadino che sia degno di
tal nome, che e.o togli» rendersi conto dei propri doveri socia i et bene i
suoi diritti civili e politici. ni. per quello clic si rifcriacea fonnQ ^ g,.
8tu dj. e al modo in che s’insegna uberalo vorrebbe Fortunatamente, nessun >
• ‘ ^ naz ^ on alità e imitare il sistema tedesco m ‘ r j amc ntari, quale di
franchigie costituziona i e p ^ ^ Bismarck. viene inteso e praticato e a ^ ^ ^
quintessenza dei Ma quanto agli studj, P aie metodi educativi e didattici e del
sapere umano si ritrovi in Germania, e solo in Prussia la si possa apprendere :
il cervello del mondo prima era Parigi, oggi è Berlino! Confrontiamo adunque
l’istruzione secondaria tedesca con la nostra, che già conosciamo. In Prussia
l’insegnamento secondario viene impartito in tre specie d’istituti nazionali:
ne’Ginnasj, corrispondenti al nostro Ginnasio e al nostro Liceo riuniti, onde
in alcune parti della Germania il Ginnasio è detto anche Liceo •, nelle Scuole
Reali ( Beai- schulen ) di moderna istituzione, le quali hanno una certa
somiglianza colla nostra Scuola tecnica ed Istituto tecnico uniti*, nei
Proginnasj e nelle Scuole borghesi ( Biirgerschulen ), che servono di
preparazione quelli al Ginnasio, queste alla Scuola Reale, o sono strettamente
coordinati gli uni a’Ginnasj superiori, le altre alle Scuole Reali superiori.
Le Scuole borghesi della Germania (una specie delle nostre Scuole tecniche)
hanno per fine, considerate in sò stesse, più una cultura generale inferiore,
che un insegnamento pratico o professionale. Vi si compie generalmente il corso
intero in 6ei anni, e in qualcuna s’insegna anche il latino. Ma le discipline
comuni a tutte le Scuole borghesi tedesche sono le infrascritte: Religione,
tedesco, francese, inglese, geografia, storia, matematiche, fisica, storia
naturale, disegno c •calligrafia. Ora, qual fine educativo e scientifico si
propongono i Ginnasj tedeschi e le Scuole Reali, c quali materie vi sono
insegnate? u Fine diretto del GINNASIO G(dice Pullè nella sua erudita relazione
sulla Istruzione secondaria in Germania) c quello di preparare per lo studio
scientifico delle Università. L’istruzione clic vi viene impartita però, nel
suo contenuto c nella sua forma, c ordinata in modo da rendere la monte atta e
fornita dei mezzi necessari per raggiungere qualunque grado e specie di coltura
intellettuale. Il centi o di gravità degli studj ginnasiali c l’insegnamento
linguistico, e si fonda pei Ginnasj tedeschi sulle tre lingue letterarie che
rappresentano la vita delle tre più grandi famiglie umane, attrici della storia
c della civiltà europea : la greca, la latina e la tedesca. “ Il concetto
informatore del programma deg 1 studi ginnasiali si ò : nella conoscenza dello
lingue, aprire al pensiero lo spirito dell’antmhità e le forme dell’espressione
; abbracciare nella stona 1 con ■ dell’umanità e del progresso civile e nel a s
o tararia formare l'idea nazionale. Nella geogr ^ storia, naturale, nella
fisica e nella «nata» ^ prender le relazioni dell'uomo eolia naturi ^ di quello
colle forze di questa : • ' amca to all’esattezza del ealcoloedeig.^^“ dei
mezzi pratici e delle necessda posavo. _ ^ a contemplare dalla elevatezza . iuoven(
j 0 da un comprendendoli nel loro spiri ° ^ dcl]c CO sc. Colle ■criterio
morale, P roCoa ° V ®', ivor8e materie, messe in cognizioni acquistate 0 '
da]la disciplina sco- contatto c collegate dal consapevolmente . letica,
l'intelletto giovanile s, v. abituando e si conquista questo liberalissimo modo
di pensare, che poi applicherà o ai suoi studj futuri o alla pratica della
vita.“ Lo Scuole Reali invece, conforme alla loro origine, hanno un fine più
limitato c più direttamente pratico. Esse sono destinate a fornire una generale
coltura scientifica, come preparazione a quelle professioni, per le quali gli
studj universitari non sono richiesti. La loro principale differenza dai
Ginnasj consiste in ciò, clic l’insegnamento classico scema, e di altrettanto
cresce in suo luogo quello delle materie scientifiche. Il latino vi c
mantenuto, ma ridotto a due terzi dell’orario settimanale nelle classi
inferiori, alla metà incirca in quello superiori. Il greco n’ò escluso del
tutto : invece si dà un posto maggiore alle lingue moderne; il tedesco c il
francese hanno un orario più ricco clic non nei Ginnasj; vi s’insegna l’inglese
nello treclassisuperiori, ed in alcuni casi, facoltativamente, lo spagnolo o
l'italiano. Questo ricco apparato linguistico però non viene trattato, come nei
Ginnasj, da un punto di vista scientifico, ma solamente da quello pratico, per
l’uso moderno e del commercio. ., E però nel Ginnasio tedesco s’insegna:
Religione, tedesco, latino, greco, storia e geografia, matematiche, storia
naturale, fisica ; e in alcuni Ginnasj superiori della Prussia, come nel
Ginnasio Federico Guglielmo, si aggiunge l’insegnamento del disegno, del
francese c dell’inglese. Le stesse materie s’insegnano nella Scuola Reale,
fuorché il greco che viene sostituito dal francese, inglese o spagnolo. Ecco
pertanto gl’inscgiramenti che si danno nel Ginnasio e nella Scuola Reale
superiori, uniti insieme : Religione, tedesco, latino, greco, francese,
inglese, ebraico, storia c geografia, aritmetica e matematica, storia naturale,
fisica e chimica, disegno c calligrafia. Più tardi, in alcune città della
Germania sorsero scuole industriali per soddisfare a certi bisogni e tendenze
locali 5 coinè tra noi, per cagione d'esempio, e sorta la Scuola industriale e
professionale di Vicenza che ha surrogato quell’istituto tecnico, perchè più
vantaggiosa a coloro che, a poca distanza, a Schio lavorano nel grandioso e
prospero stabilimento industriale del benemerito seuatorc A. Rossi. Presso la
Scuola industriale nel centro di Berlino s'insegna: Religione, tedesco,
francese, inglese, storia e geografia, aritmetica, materna- tica pura ad
applicata, fisica c chimica, chimica pratica nel laboratorio, storia naturale,
calhgia ., disegno a mano libera c disegno geometrico. Il Ginnasio superiore tedesco,
con 1 esame b sturila o di licenza, schiude le Porte dol^ versità; c le Scuole
Reali di l u ‘ m01 J degl’inge- loro licenziati di passare ai IL/ W” *- . . *V
gneri, di essere ammessi ^^o'di’volontariato, di tare e a godere i benefi ‘ nci
Ministeri. E qui gio- aspirare alla carriera u ‘ . licenziati dai nostri va
ricordare che anche a * ;1 benefizio del Licei ed Istituti Aitare, sono am-
volontariato quanto , i;ce{iU) e a n a facolta di messi all’Università (t
sezione fi s i c0 -ma- matematiebe quelli (tecni .) tematica ; inoltre possono
tutti aspirare ai pubblici uffizj minori, come nelle Poste, nelle strade
ferrate, nelle Prefetture, nelle Intendenze di finanza e nei Ministeri. . Ed
orapotrebbesi domandare: Perchè nei Ginnasi tedeschi non è compresa la
filosofia, e nelle Scuole Reali non s’insegna economica politica, statistica,
diritto positivo, computisteria c ragioneria, estimo ed agraria, che troviamo
invece presso i nostri Istituti tecnici, ne’quali bensì manca il latino ? Nei
Ginnasj tedeschi (eccettuati alcuni pochi dove si studia la logica formalo, o
la propedeutica filosofica) non avvi l’insegnamento della filosofia per due
ragioni: 1° perchè, a differenza d’Italia per il contrasto e la separazione fra
la chiesa e lo stato, là si mantiene vigoroso l’insegnamento della religione,
sia cattolica sia protestante, secondo la confessione religiosa degli alunni;
perchè i giovani, oramai bene apparecchiati c riflessivi, apprendono la
filosofia nelle Università ordinate diversamente dalle nostre: di fatti nelle
Università tedesche la facoltà filosofica comprende altresì quella filologica e
storica, quella fisico-matematica e di storia naturale. Per altro, se ai nostri
Istituti tecnici manca il latino, onde i giovani licenziati (eccetto quelli
della sezione matematica) non sono ammessi all’Università, e in fatto di
cultura letteraria sono generalmente inferiori ai licenziati dal Liceo; le
Scuole Reali tedesche, paragonateagl’Isti- tuti tecnici italiani, hanno il
capitale difetto di non apparecchiare direttamente gli animi alle lotte nobilia
feconde della vita pratica sociale ed agli ufficj amministrativi, perchè non vi
si danno le principali nozioni di scienze morali o sociali, come la morale,
l’economia politica, la statistica, il diritto, la computisteria, e
somiglianti. I nostri G-innasj e Licei non hanno subito notevoli e sostanziali
cambiamenti, almeno in ciò che riguarda la natura e il numero delle materie
d’insegnamento. Non così gl’istituti tecnici, dalla loro creazione: e però
giova esaminare i principali mutamenti introdotti in essi coi programmi. Nei
programmi non si provvedeva sufficientemente alla cultura letteraria e morale
de giovani ; non si distingueva un doppio orine 4. stadi negl'istituti, studj
penerai, c teorie, da un, V Mi . pratici dall'altro; infine la temone
fis,=o-ma, ematici era unita a quella industnalo A que* inconvenienti si
procuri di rimodare dal Mistero d’agricoltura industria e commercio ( pendevano
allora “Mastico, grammi al principio d de p a circolare precedati dalle relative
is ruz ^ sanzionat ; con ministeriale del 17 otto re ’ l’onorevole R. Decreto
del 30 marZ °,? 8 '^ iglio superiore per Domenico Berti, a nome Qtta relazione
al l’istruzione tecnica nella ™ r neva ques te savie Ministro riforme: P
Ripartizione della sezione di meccanica c costruzioni in sczìodc
fisico—matematica, c in sezione industriale; 2 a Prolungamento del corso delle
sezioni negl’istituti; 3 a Ampliamento o miglior distribuzione della cultura
generale c scientifica, c della cultura speciale ; 4 a Riordinamento dei
programmi d’insegnamento; 5 a Connessione degl’ Istituti tecnici con le Scuole
superiori, c nonno per l’attuazione del riordinamento degl’istituti. In ordine
a tali riforme, il corso degli studj tecnici da tre fu portato a quattro anni :
gli studj del primo anno comuni a tutte le sezioni, giusta il Regolamento del
18G5, furono estesi a tutto il primo biennio in comune e determinati nelle
seguenti materie : Lettere italiane, storia c geografia, lingua francese,
inglese o tedesca, matematiche elementari, storia naturale, fisica, nozioni
generali di chimica, c disegno ornamentale. Clic anzi, per rinforzare la
cultura letteraria e morale, alcuni insegnamenti di cultura generale, come
l’italiano, la storia c la geografia, vennero protratti nelle varie sezioni per
tuttala durala del corso tecnico ; agli studj lettcrarj si volle aggiunto ed
unito lo studio della Psicologia c delle principali nozioni ed applicazioni
della Logica, restringendo ilprimoalle facoltà essenziali dell'anima, alloro
svolgimento e al destino immortale di essa, il secondo alla teorica del
giudizio e del raziocinio, e alle norme fondamentali dell’ arte critica.
Imperocché il Consiglio superiore di istruzione tecnica é d’avviso (diceva 1’
esimio relatore Berti) u clic nulla tanto giovi a restaurare gli studj
letterari e all’ incremento della cultura generale quanto i buoni studj
filosofici. Speriamo clic il tempo ci concederà d’introdurre noi nostri
Istituti un vigoroso insegnamento di morale, che, oltre al servire di
preparazione o di aiuto alle diverse discipline giuridiche ed economiche,
tornerà eziandio di vantaggio all’educazione dell’animo, alla quale si deve
mirare negli Istituti tecnici non meno operosamente clic nelle altro scuole
Finalmente, le sezioni degl' Istituti furono divise in cinque : seziono fismo-
matcmctica, industriale, agronomica, commerciale, c quella di ragioneria ; lo
prime quattro da compiersi ciascuna in quattro anni, 1 ultima in un . dopo aver
conseguita la licenza nella sezione coin mordale., Ma pii. notevoli c piofonde
mno^.on sul» Menzioni sai piograni™ bcllcmc,iti delle Commissione «I ^ jc
larevisione scienze sperimenta, g j u dj Z io e al- dei programmi stessi ’
”,priore distriuione V approvamene del C°™=> ctl n »ovi programmi, tecnica
le opportune n j> Decreto u n0 ~ gVIs,itati farete ai «se riforme, . Ilcco 1
l . paragonate con quelle c c Fu ristretta al solo primo anno la cultura
generale, comune a tutte le Sezioni, facendo prevalere nei tre anni successivi
la cultura speciale- tecnica. 2° A chigavesse ottenuto la licenza ginnasiale o
di scuola tecnica, fu data facoltà di iscriversi al. secondo anno d’istituto,
purché avesse prima superato l'esame nelle materie del primo. Fu ristretto
rinsegnamento delle matematiche per la sezione fisico-matematica 5 ma vi
faaggiunta la trigonometria sferica, che non s’insegna nelle Università^cui
debbono presentarsi gli alunni dell’Istituto col diploma di licenza, anche
senza lo studio del latino, prima di essere ammessi alle Scuole di
applicazione. 4° La sezione agronomica fu distinta in due, con nuova
distribuzione di materie c con indirizzo- più pratico : in sezione di
agronomia, destinata a formare gli amministratori rurali c i direttori di p
aziende agrarie ; in sezione di agrimensura, per co lmo clic si danno alla professione
di periti stimatori di fabbriche, e di periti misuratori di campi. 5° Alla
sezione commerciale fu riunita quella di ragioneria, da compiersi in quattro
anni perchè 1 esperienza fatta in alcuni Istituti aveva già dati buoni
risultamenti. G° In quest’ultima seziono la statistica fu unita all economia
politica ajiplicata, avendo sempre cura di far prevalere nell’Istituto la parte
applicata alla teoretica. Bensì mentre nei programmi del 1871 il diritto
amministrativo era obbligatorio nella sezione di ragioneria, in quelli del 1816
non se ne parla affatto ! 7° L’economia politica teoretica, qual parte della
cultura generale scientifica, fa estesa a tutte le sezioni. 8 ° Infine,
s’introdusse un nuovo insegnamento comune a tutte le sezioni, e che nell’anno
scolastico 1S77-7S fu reso obbligatorio in tutti gl'istituti tecnici del Regno,
cioò gli Elementi scientifici di Etica civile c Diritto, con doppio
intendimento : di prepa- rare lo menti allo stadio del Dirittoposavo e del-
l'economia politica, o di temperare .1 cara, o de giovani formando non solo «
abita profe^—,, ma cittadini degni per virtù moral. e emù E - il nobile
desiderio acconnato lino da presidente del Consiglio snpenore ca, onorevole
Berti, venne urc dal il ministro Calatabiano irebbe lodo P Consiglio stesso e
dai P 1 ’ 0 ^^ ^alfeta grande- gli uomini imparziali . della crescen te mente a
cuore l’cducazion generazione. . v i 1077, ecco per- Secondo i nuovi
program*speciali, tanto la distribuzione delle male ^ Lettere Insegnamenti
comuni a a o-QQtrrafiii., matemati- italianc, lingua francese, sitera, b °
natur ale ; che, disegno, fisica, chinu ca » ^^ cnt - scientifici. di economia
politica teoietic., dalle nozioni di etica civile e di diritto, P lC 370 sulla
riforma de’ licei psicologia c di logica. Seguono le materie speciali delle
cinque sezioni (oltre le materie in comune) nel- •J’ordine infrascritto :
Sezione fisico-matematica : Lingua inglese e tedesca. Sezione di agrimensura:
Costruzioni, geometria pratica, agraria, estimo, diritto privato positivo.
Sezione agronomica : Costruzioni, geometria pratica, diritto privato positivo,
agraria, estimo, chimica applicata all’agricoltura. Sezione di commercio c di
ragioneria : Diritto privato positivo, teoria della statistica ed ccouomia
politica applicata, computisteria c ragioneria. Sezione industriale : Teoria
della statistica ed economia politica applicata. Ritornati gl’ Istituti tecnici
sotto la dipendenza del Ministero dell’Istruzione pubblica pel Decreto leale
del 26 dicembre 1S77, si pensò j)iù volte in questi ultimi anni a riordinare la
istruzione tecnica di primo c di secondo grado. Il Ministro Baccelli aveva
nominata una Commissione per la riforma della Scuola tecnica c dell’ Istituto
tecnico. L’ on. Ministro Ceppino ha fatto tesoro delle proposte di netta
Commissione ] c quindi abbiamo la recente riforma degli studj tecnici,
approvata con Decreto reale del 21 giugno 1SS5. Alla Scuola tecnica si è
conservato il suo duplice line teorico e pratico, cioè di preparare i giovani
all’Istituto e di fornire “ una certa istruzione reale e pratica ai giovani che
volessero darsi al piccolo traffico, agli umili ufficj pubblici ed alla milizia
E però nel terzo ed ultimo anno gli alunni si dividono in due sezioni, con
diverso programma di studj e con metodi di csercizj convenienti e prò- prj,
sccondochè intendono di passare all’Istituto, o di sottoporsi all'esame di
licenza per entrare nella vita pratica del lavoro utile. Per 1’ ammissione al-
V Istituto tecnico si richiede l’esame m queste materie : Calligrafia, Disegno,
Geografia, Lingua francese, Lingua italiana, Matematica (Aritmetica razionale e
Geometria), Storia antica, orientalo e gioca, Storia d'Italia, Dovari a Diritti
dal rioni di Storia naturala. Por ffr* 1» ““tannica si richiede olirà lo’ io ‘ 8
teria- (salvo la Storia antica), 1 esame 1, t i Un Escrcizj di Lingua franaata,
no. . di Aritmetica, nelle Lozioni di Mineralogia. . on o conservate Riguardo
all’Istituto toc» co, s “° la sc . le cinque vecchie sezioni, sue l '* .
Commcrc io c zione industriale in due lami, „-. n0c Ragioneria Ragioneria
privata, diAmniinis sezione pubblica. Gli studj dal . tutti gli
Fisico-matematica si sono 1 s tadj speciali alunni dell’Istituto, de terni nn q
. 0 ^ cr ciascuna tecnici e pratici ncl^ sCC ° UC . 1 ° in( | 0 i e s ua
particolare, sezione, secondo il fi nc e . vo n’cbbc a for- Ondo la soriana
Fisino-matamatic marcii Liceo scientifico moderno, e le altre Sezioni
altrettante Scuole professionali. Ecco, pertanto, le materie comuni a tutte lo
sezioni : Chimica generale ed clementi di Chimica organica ; Disegno
ornamentale geometrico c a mano libera; Fisica elementare; Geografia Lettere;
italiane; Lingua francese; Matematica (Algebra e Geometria) ; Storia generale ;
Storia naturale. Materie speciali per le rispettive Sezioni. Sezione
Fisico-matematica : Chimica (esercitazioni) ; Disegno di applicazioni
ornamentali c di architettura ; Elementi di Logica e di Etica ; Fisica
complementare ; Lettere italiane ; Lingua inglese o tedesca ; Matematica
(complementi c Trigonometria) ; Storia complementare. Sezione di Agrimensura :
Agronomia, Agricoltura ed Economia rurale ; Chimica (esercitazioni) ;
Costruzioni e Disegno relativo ; Estimo ; Fisica (Meccanica e Idraulica) ;
Legislazione rurale ; Lettere italiano ; Matematica (Trigonometria ed
esercitazioui, Geometria descrittiva c Disegno relativo) ; Topografia e Disegno
relativo. Sezione di Agronomia : Agronomia, Agricoltura ed Economia rurale ;
Tecnologia rurale e Zootecnia ; Chimica agraria ed esercitazioni ; Elementi di
Topografia e di Costruzioni, e Disegni relativi; Fisica (Meccanica, Idraulica o
Meteorologia) ; Legislazione rurale ; Lettere italiane; Storia naturale
applicata all’Agricoltura. Sezione di Commercio e Ragioneria: Calligrafia ;
Computisteria e Ragioneria (parte generale e speciale); Scienza economica, e
degl’istituti TECNICI IN ITALIA 37S> Economia applicata, Statistica e
Scienza finanziaria; Elementi di Diritto civile, commerciale ed amministrativo
; Merciologia ed esercitazioni ; Lettere italiane; Lingua francese, inglese o
tedesca;Storia complementare (delle colonie o delle industrie c dei com-
merej). Sezione Industriale : Chimica; Disegno 01 - namentale ; Fisica
elementare ; Geografia ; Lettele italiane ; Lingua francese; Matematica; Storia
generale ; Storia naturale. Questa riforma segna certamente un notevole
progresso nell’ordinamento generale dei nostri s u ] Liei di primo e' di
secondo grado. *£» ^ ohe sia una riforma compiuta c e ' pare davvero : ansi
nella Beiamone al He si fa co ^ prendere che dallo stesso Ministero «sente_
desiderio di ulteriori modificamo»! e '‘"Jf della nefica intorno
all’assetto “'S 1 * 01 ® °. n p attuale istruzione tecnica secondaria. > te0
_ Scuola tecnica e bene Cù0Vcl |^ a S cu|Ìc pre nci alle Scuole di arti 6 “ Cb
’ iftndi? La seziono fessionali inferiori, per „i e or dinaria-
Fisico-matematica dell'f 8tlt ^ j vcrH ità, come può mente prepara i 8 * ova
?'^ moderno, so non vi si dirsi un vero Liceo scic ^ ^ noto c he in Ger- studia
affatto la lingua latina. gQ ]ft Scuo i a mania il latino si studia ano ^ ^ i#|
e re- Rcalc. Perchè abolire le no della Logica e stringere l’insegnamento e ^.
o _ roa t e matica? Dcl- dell’Etica alla sola sezione i alcan bisogno la Logica
e delia Morale no» ha»»gli scolari delle altre quattro sezioni, i quali poi
lasciamo affatto gli studj ? Infine, perché abolire gli elementi scientifici
del Diritto razionale, mentre questo è fondamento del Diritto positivo c della
stessa Economia sociale ? Il presente ordinamento della Scuola c dell’ Istituto
tecnico non ha dunque raggiunto il suo ideale. VI. Ma dall’altro lato, si può
egli diro che l’istruzione classica da noi sia perfetta sott’ogni rispetto? I
nostri Ginnasj e Licei sono in piena armonia coll’esigenzc de’buoni metodi,
coll’avanzamento delle lettere c dello scienze, coi bisogni e collo nuove
condizioni della società odierna? E tutte lo nostre Scuole secondarie mirano
esse ad un fine principale, ad infondere nell’animo della gioventù una sana o
vigorosa educazione morale c civile? Ognuno si troverebbe fortemente impacciato
a rispondere a queste domande : il che significa, clic molto ci rosta ancora da
fare per le nostre Scuole secondarie, classiche c tecniche. Vero è che un
compiuto c razionale ordinamento della istruzione secondaria presenta non poche
c serie difficolta per natura sua ; e difficilmente presso qualunque nazione
può essere opera d’un solo periodo di tempo c d un legislatore solo. Quindi non
deve recar meiaviglia so nell’Italia nuova, tenendo conto ancora delle sue
condizioni politiche, intellettuali c morali, il giavissimo problema d’un
compiuto c stabile assetto delle Scuole secondarie non ha avuto fin qui la
migliore ed ultima soluzione. Quattro, secondo me, sono i principali quesiti a
cui deve rispondere un razionale fecondo e stabile ordinamento dei nostri
Istituti se- condarj vuoi lotterarj o classici, vuoi tecnici o professionali :
a) Cultura generale degli alunni. I) Metodi in armonia con lo svolgimento
graduato delle facoltà umane, e in pari tempo con 1 progressi e fini della scienza.
Relazioni fra i Ginnasj, i Licei c le Universi,, fra lo Scuole tecniche,
gl'Mtutì e la Un,ver- sitò, i Politecnici od altro scuole saperlo,,. Attinenze
dello nostre scuole s“™ d ”' c0 ° ' la vita pratica c con gli uffici minor. «1
“ Statm^ Ed ora esaminiamo brevemente 1 qua ^ per vedere poi quali rimedj
principali oceor.aco . nostre scuole. a; Quali materie si dovranno tn*&*
ciascun istituto secondai io P‘^ ss nell’Istituto? nasio e nel Liceo, nella
Scuo a ec ” . ò e3S3r c La scelta eia quantità di osso matouc,^^ arbitraria,
oppure deve cs.cic ^ ^ v ; debbon me, a criterj ben definiti . ^ definiti, i q
uab essere certe norme, anzi cn ^ gtcss0 c he si prosi desumono principalmente
a ^ ^ogni sociali pone il legislatore, vero interpre ^ ^Hoscuole, nell’istituire
o nel riordinare cia finc immediato Ogni istituto ha due fini esscn cioè di
provvedere alla cultura generale della crescente gioventù studiosa e dei futuri
cittadini ; un fine mediato, che sta ora allappateceliiare le menti a studj
superiori, ora nell’abilitare a certe professioni, o a certi ufficj minori
nello Stato, e all’amministrazione delle proprie sostanze. La cultura generale
cambia secondo i progressi dello scibile umano e secondo le peculiari
condizioni della società civile. Trent’ anni fa, per esempio, dalla classe più
numerosa dei veri cittadini, dalla borghesia, in Italia non si sentiva il
bisogno di apprendere certe cognizioni politiche e scientifiche, perchè allora
la borghesia aveva minore importanza sociale di fronte al clero e all’ aristocrazia,
e perchè mancavano al paese istituzioni liberali, che portan seco nuovi diritti
c doveri. A voler compiere ed esercitar bene questi doveri e diritti sociali,
richieggonsi opportune cognizioni c un più alto grado di cultura intellettualo.
Come pure dalle nuove condizioni sociali è sorta la convenienza di rendere più
colta ed istruita la donna, senza cadere per questo nell’opposto eccesso. Ma la
vera c soda cultura d’un popolo non deve consistere soltanto nell istruzione
della mente, si anche e principalmente nella retta educazione dell’ animo, come
richiedono la natura e il fine dell’ uomo considerato e in sè stesso, e in
relazione colla famiglia e colla società, senza qui entrare nel campo
religioso. L’istruzione non è fine a sè stessa e all’ umana società, ma
piuttosto e mezzo all’ educazione morale e civile. La prima ha per fine diretto
la conoscenza del vero -, la seconda mira alla pratica del bene. Ciò posto, se
le materie clic oggidì s’insegnano nelle nostre scuole secondarie soddisfano in
generale ai bisogni della mente e alle nuove condizioni sociali, per ciò che
attiene al sapere, non sono pero le piu adatte, considerate fra loro c da sole,
ad invigorire il scuso morale, a prodarre mia 0 educazione, che torni
vantangiosa alle singole famiglie o all' intero consorzio civile. He. da°*ogici
e scientifici, in buona parte della stampa a “liberalo, nel Parlamento e ne.
paese pressai generali o frequenti sono le "ri « sècot rizzo educativo
delle nostro scucem» darle. AU’ insegnamento. re ìgm mim care c razionalmente
impaitito, tare come in nessun grado delUi— 9Ì ‘ giudicano molti uomini i us ii
secondarie voluto o saputo contrapporre mo ingegnamen to in generale un
vigoroso stadj CODS iderati morale, coordinandovi pu» | . q molta parte della
nell’aspetto educativo. d eleva to sentimento nostra gioventù manca 1 P, no
bili, l’affetto del bene, l’entusiasmo pei e c s j t i retti, il ca-
disinteressato, la fermezza n rattere morale. Vili. n0 arduo ed importante b)
Altro quesito non m ^ sapcre inse di è quello del metodo, non gnaro quanto nel
coordinare le materie di studio: quesito che non si può risolvere
convenientemente, ove non si badi al graduato e armonico svolgimento delle
facoltà umane. Con qual ordine si svolgono le facoltà dell’uomo ? Prima il senso,
la fantasia c la mo- moria ; poi la immaginazioncintellettiva e la ragione,
colle sue varie operazioni o facoltà secondarie, come l’attenzione, la
riflessione, l’astrazione, l’analisiclasin- tesi, la comparazione ; per ultimo,
la volontà libera. Ora, queste facoltà non sono l’una dall’altra separato, come
l'esperienza o la ragione ci attcstano ; ma sono invece strettamente congiunto,
perchè tutte dipendono dallo stesso ed unico principio che in noi sente,
intende e vuole. Bensì 1’ una prevale sull’altre nelle diverse età dell’uomo, e
secondo la natura degli obbietti a cui son rivolte le operazioni intellettive e
morali di lui. A questo naturale c graduato di- spiegarsi delle facoltà umane,
a quest’ armonia loro meravigliosa, deve sempre corrispondere l'ordinamento
degli studj e un acconcio metodo d’insegnamento nelle nostre scuole, dalle
prime classi elementari all’ Università. Per chiarire meglio le nostre ideo,
gioverà qui fare un’osservazione’ pratica. In virtù del R. Decreto 22 settembre
187G, la filosofia s’insegnava in tutti e tre i corsi liceali ; mentre prima
cominciavasi a studiare nel second’anno di Liceo. E nella Relazione che
precedeva quel R. Decreto diccvasi che nel prira’anno liceale l’insegnamento
della filosofia dovesse consistere segnatamente nella lettura e nello studio di
luoghi filosofici Latini, e nella spiegazione della nomenclatura filosofica, di
cui tanta parte si chiarisce colla lingua greca. — Senza disconoscere le
intenzioni più che rette del legislatore, a noi pare (confortati in ciò
dall’esperienza) che sarebbe stato miglior partito ritornare alle vecchie
disposizioni, cioè principiare lo studio della filosofia nel secondo anno di
Liceo, perchè le menti de giovani sono allora più riflessive e mature, ed hanno
acquistato nuove e più sode cognizioni di letteratura, di storia e di
matematica nel primo anno liceale, dalle quali trarranno poi giovamento nello
studio della filosofia stessa. Vediamo infatti che in Austria s insegna la
propedeutica filosofica solo nella classe Vili, od ultimo anno del
Ginnasio-liceo ;, e no Gmnasj di Boltzen o di Klangcnfilrt la logica /orma
studia nello ultimo duo classi, comspondentmdfecondo e terzo anno del nostro
Liceo In Trace . poi, ««ero corso di l'ultimo anno d. Liceo ' ; l nostri otto
ore d'insegnamento P« “ ge . alunni, appena usciti a un ver o insc- ncralmente
ben prepara liceale, sia per gnamento di filosofia sa perficiali la tonerà età,
sia pei aWtuatialla n- cognizioni, sia per no poteva giovare flessione e al
ragionamen o - - m0 co rso liceale gran, fatto spendere tutte » 1 p. oso fica,
che si nell’ insegnar loro la nom p 0 studio delle può di mane in mano
apprendere singolo parti della filosofia elementare 5 e ancor meno avrebbe
giovato spenderlo per intiero nella lettura o nello studio di luoghi filosofici
latini, por esempio nel De OJJiciis e nel Da Leyibus di Cicerone, perchè tali
studj c letture presuppongono un corso ordinato, già compiuto, di filosofia
razionale e morale. Più tardi l’insegnamento liceale filosofico si restrinse a
soli due anni, cominciando lo studio della Psicologia e della Logica nel
secondo, e riservando al terzo la Morale. Ma con P. Decreto del 23 ottobre 1884
l’insegnamento filosofico è stato di nuovo esteso a tutti e tre i corsi
liceali, assegnando al primo lo studio della parte più generale della Logica. -
Per le ragioni suddette, converrebbe tornare al vecchio sistema, cioè
principiai’e addirittura lo studio della filosofia elementare nel secondo corso
liceale, e compierlo in due soli anni. Siffatto ordinamento c siffatto metodo
converrà poi che nelle scuole secondarie si trovi in armonia perfetta con i
progressi della scienza o con i fini dell’ insegnamento. Lo studio della
Filosofia e dello •Scienze naturali, a cagion d’ esempio, deve esser fatto in
modo ben diverso da quello in che facevasi venti anni addietro : e qui siamo
già incamminati per la retta via. La Storia greca e romana dovrà essere
insegnata nel Ginnasio e nell’Istituto tecnico in modo differente, per la
diversità del fine di esso studio nei due Istituti ; all’ insegnamento della
Chimica non potrà darsi nel Liceo quell’ estensione o profondidà che deve avere
presso l’Istituto tecnico. Governo e professori debbono pertanto aver di mira
questi quattro punti essenzialissimi : 1° Lo svolgimento armonico di tutte le
facoltà umane; 2* La •cultura generale degli alunni; 3° Il progresso dello
scibile ; 4° Il fine pratico della scuola. IX. c) Come le scuole inferiori od
elementari, oltre avere un fine proprio, debbono servire di fondamento e di
preparazione agl’istituti secondarj, così questi vogliono essere coordinati
razionalmente allo scuole superiori e di perfezionamento. E però i nostri Licei
ed Istituti tecnici, specialmente in alcune seziom, come in quella
fisico-matematica e di a S ron0 “ ia ’debbono avere stretta relazione col or
inam .degli studi nelle Universi.!., «M*-*** Scuole superiori di per la stessa
ragione, i G. J ^ tcomcho ag Ii legati strettamente a U, 1 ha m flM Istituti
professionali, be U rog i on di più speculativo che pratico, S ® . P ge ins °
mm a à mezzo die di fine, a ' 0S ^ip er il Liceo, parrebbe destinato a
preparale g j s6 avere un fine che anche la Scuola tecnic re p arar e le più
speculativo ch ® ^Jistìtuto tecnico, anziché menti a studj super io fes9 i 0
ni, per quanto presumere di abilitare a ^, ione precoce super umili sieno, e di
dare un * s ^ dimostrato non Sciale inefficace, che 1 es P erI v uon0
risultamento. .condurre da sola a verna pratico e Ma se la Scuola tecnica,
com’era prima ordinata, non corrispondeva nè al suo fine speculativo, cioè di
dare una conveniente cultura generale, o di. preparar bene gli alunni
all’Istituto, nè al fine pratico, ossia di abilitare a’più modesti ufiicj nella
vita privata e pubblica; anche il Ginnasio, il Liceo e l’Istituto, nelle
attinenze loro cogli studj superiori, hanno i loro difetti. Così, nel Ginnasio
si dovrebbe insegnare la lingua francese, materia non solo di cultura generale,
ma eziandio necessaria agli studj successivi nel Liceo e nelle Scuole superiori
; c lasciar da parte la Storia Naturale, che viene ripresa nel Liceo in modo
più esteso e profondo. Inoltre, come studiar bene le Scienze naturali senz’aver
prima studiatola Fisica ? Nel LiRco, poi, hanno troppa estensione alcune
materie, come la matematica, le scienze fisicochimiche ed il greco, dacché
queste materie, spinta oltre i debiti confini, non sono d'interesse generale,,
non danno per se un risultamcnto pratico, si riprendono quasi daccapo nelle
rispettive Facoltà università) ic, richiedono molto tempo nel corso liceale con
grave scapito delle altre materie. Tale inconveniente non ha luogo
negl’istituti classici della Germania. Ecco quello che scriveva in proposito
l’egregio professor Pullè nella citata sua i dazione: “La parte più importante
ve l’hanno l'aritmetica e la matematica ( elementare, come si vede dai
piogrammi) per far vero il principio, che le lingue, classiche e la matematica
sono il centro dello studio ginnasiale. Yicn dopo lamica, quindi la storia
natuvale. La chimica e per sè, o perchè ancora troppo poco è venuta a
scientifiche conclusioni, ed è tuttavia da riguardarsi come in via di sviluppo,
non viene, nei Ginnasj almeno, accettata come materia obbligatoria. Così anche
alla storia naturale non si dà una sostanziale importanza : anzi per regola,
dove manchi un buon maestro per questo insegnamento, nella classo IV c V le due
ore vanno impiegate per l'aritmetica eia geografia. A questo punto va fatta un’
osservazione importante. L’insegnamento delle scienze positive nei Ginnasj o
Licei c ordinato non tanto ad un fine pedagogico, quanto acciò che il .giovane,
che vi compio la sua educazione, ne esca con una generale coltura, sappia qual
posto occupa ciascuna scienza nell’ insieme dello scibile e si avvezzi a
liberamente pensare. Per questo vai tanto m e- gnamento realistico per coloro
che -n d Una ti a professioni giuridiche, alle V ÌnSCSnan,e ^° m“ peTqueste
ultime, quel tanto che scienze esatte Ma per q ^ ^ do, tutt0 se ne apprende nel
L la fisica, lachi- insuffieientc, poiché al rfetfa mat6 . mica, la storia naturale,
e &U ? a n ^ llcipio e ripetute matica, vengon riprese quasi calzallte è
quello quasi alla lettera. L’ esempio P ^ anni ne l della fisica generale, che
appi ‘ ^ bienna le al- Liceo, viene ripresa pei un a, ti tem po eia
l'Università. Or» per Ucw, o lo fatica sono irrornss, talmente p» sono all’
Università. Ad ogni modo, chi volesse approfondirsi nelle matematiche
elementari e nel greco, per indi proseguire i medesimi studj nelle Facoltà di
scienze fisico-matematiche e di lettere, potrebbe frequentare alcune lezioni
facoltative da stabilirsi nell’ ultimo anno dei nostri corsi liceali. Nell’
Istituto tecnico, poi, converrebbe insegnare la lingua latina nella sezione
fisico-matematica, essendo questa direttamente coordinata all’Università. X. d)
Finalmente, un compiuto e razionale ordinamento degli studj liceali e tecnici
deve provvedere non solo alla cultura generale degli alunni e ad apparecchiare
le giovani menti e studj superiori, quando esse vogliano e possano dedicarvisi,
ma deve altresì avere un fine pratico, abilitando i giovani a certi ufficj
minori presso le società private o presso 10 Stato, e fornire tutte quelle
cognizioni che fanno 11 buon cittadino. Non tutti i giovani ch’escono dai
nostri Licei sono in grado, per le condizioni economiche della famiglia o per
altri motivi, di proseguire i loro studj nell’Università e negl’istituti
superiori. Essi pertanto cercano un’occupazione negli Ufficj postali, comunali
e provinciali, nelle Prefetture, nelle Intendenze di finanza, nei Ministeri,
nelle Strade ferrate, nelle Biblioteche, c via dicendo. Coloro poi che
frequentano gl Istituti tecnici si dànno tutti, meno quelli della sezione
fisico-matematica ed altri pochi fortunati acl una professione libera, come i
periti agrimensori; o ad un impiego presso le Amministrazioni private o
pubbliche, secondo i lori studj e la capacità. Inoltre, il diploma di licenza
tecnica o liceale, conferisce loro certi diritti pubblici, non solo il diritto
al voto politico, sì anche 1 altro di essere giurati (a 25 anni) presso la
Corte d’Assise. Or bene, come potranno adempiere convenienteinentesì gravi
doveri ed esercitar bene sì nobili diritti quei giovani, che, secondo l’attuale
ordinamento dei nostri Licei, non vi hanno apprese nè vi apprendono le nozioni
piu •elementari del diritto pubblico interno, e che (potendo anche sedere nei
Consigli amministrativi del Comune e della Provincia) non. sanno mente d.
Economia politica c d’Amministraz.on= ? So pò. cacano un modesto collocamento
nello Poa *®> letture, nelle Intenderne di finanza, nelleStradefer rate, nei
Ministeri, come potranno sostenere, gl, am, j; „nn avendo appreso nel Uinnasiu
senza nuovi studj 1 ^ n *u contabilità c la enei Liceo ne ^ itiv0 ? E quindi, o
computisteria, 1 dovran no sostenere questi nuove spese o fatiche ^
classiclie> od avremo giovani licenziati . f Quanto ag u alunni dei- in
società altri sjjos • _ diritto amministra- l’Istituto tecnico, le sezioni* 1
come nel tivo vanno estese aim ento, a tutte le se- furono estesi, con savi I
economia teoretica, ziom dell fstitnto g ^ di etica civile e dii ut SULLA
RIFORMA DE’ 1ICEI Ed ora concludiamo. Quali pronti cd efficaci riraedj vanno
recati ai nostri Istituti secoudarj classici e tecnici? A mio parere, eccoli
brevemente : Si metta obbligatorio lo studio del francese nel Ginnasio, e si
tolga la storia naturale. 2° Si restringa il programma di matematica, di fisica
e chimica, e del greco nel Liceo per quegli alunni, che non si danno poi
nell’Università alle matematiche, alle lettere ed alla filosofia. 3° Nella terza
classe liceale si* stabiliscano corsi superiori facoltativi di matematica e di
greco pecchi ha interesse di approfittarne. 4° Vi si insegnino pure le nozioni
elementari di economia politica e di diritto amministrativo. Quanto agli studj
tecnici : Si coordini nettamente e definitivamente la Scuola tecnica
all'Istituto tecnico nel terzo anno. 2° Si renda più. pratica la Scuola tecnica
per i licenziandi, collegandola altresì alle Scuole professionali inferiori o
di arti e mestieri. 3 Si metta obbligatorio il latino per conseguile la licenza
nella sezione Fisico-matematica dell Istituto. 4° Si estendano a tutte le
sezioni dell’Istituto gli Elementi di Logica c di Etica. Si icnda obbligatorio
lo studio dell’Economia teoretica sociale a tutte le Sezioni, eccetto a quella
Fisico-matematica. G° Si ristabilisca il corso elementare di Diritto razionale.
Si porti a cinque anni il corso compiuto dell Istituto, quando non si credesse
meglio di stabilirò in quattro anni il corso teorico o pratico della Scuola
tecnica. A questo modo, mi pare che i nostri Licei ed Istituti tecnici possano
davvero rispondere al fine loro speculativo e pratico, alla ragione dei tempi e
alle condizioni del nostro paese, e riuscire superiori o migliori dei Ginnasj
tedeschi, e delle Scuole reali e borghesi della Germania. Comunque sia, in ogni
riforma de’nostri Istituti mezzani e superiori, classici e tecnici, non
dimentichiamo la massima che inculca Mamiani ne'suoi Documenti pratici intorno
alla rigenerazione intellettuale e morale degl’italiani: u Gli studj che mirano
a poco alto fine e versano sopra materie futili ne emano di nudrirsi di scienza
profonda, snervano 1 intelletto e l’animo. GENTILE E IL DIRITTO INTERNAZIONALE.
Allicricus ilio fuit, qucra non Brilannia modo, seti et tota Europa pracccplorom
in Jure suum eolil et agnoscit »• Jl. PrecuiD, Elogio di Scipione Ganlue. Fra
tante e nobili glorie italiane fin qui dimenticate v’era il nome di un insigne
Marchigiano, che. più d'ogni altro meriterebbe di far parte quella storia, «
magnifica e peenhare de,U Ita liani fuori d'Italia, che Cesare Balbo m fine gin
nani jwn* « » . connazl0 nali. vissinri «itti nato a San- Questa gloria
italiana m0 rto ginesio (provincia di Macerata) nel UM esule in Inghilterra a
19 e t “"j” a metà del Visse dunque ABonc» e la se» secolo XVI, che fu una
dell epoc P ^ religiosa. E questo Q Bran0 e di Cam- Francesco Bacone, i Elisa
betta : epoca famosa, panella, di Filippo II e di JM per grandi avvenimenti
politici e religiosi, per ingegni preclari e fortissimi caratteri. Matteo
Gentile, valente medico, venuto in sospetto d’avere abbracciato la riforma
religiosa, esulò dalla patria conducendo seco il giovine Alberico e l’altro
figlio minore Scipione. Alberico, ebe avea già studiato la scienza del diritto
nell’Università di Perugia ed avea tenuto l’ufficio di magistrato in Ascoli
Piceno, non poteva non essere amato e pregiato nella culta Germania, dov’erasi
rifugiato col fratello e col padre, che fu protomedico in Carniola. Il duca di
Wiirtemberg, l’Elettore Palatino e tutte le Università dei loro Stati tennero
in alto pregio il nostro Alberico per il suo ingegno e per la molta sua
dottrina. Più tardi, Matteo ed Alberico si recarono nella dotta ed ospitale
Inghilterra, mentre Scipione rimase in Germania ; e, stimato egli pure e di
forte ingegno, divenne successivamente professore di Diritto nelle Università
di Heidelberga, di Altorf e di Norimberga, dove morì a 53 anni nel 1016. Matteo
fu archiatro della regina Elisabetta, e morì a Londra nel 1602. In grazia d’un
suo eloquente discorso che salvò da morte l’ambasciatore spagnolo nella corte
di Elisa- betta, Alberico Gentile fu eletto dal re di Spagna ad avvocato della
Corona e dei connazionali dimoranti in Inghilterra. Fu inoltre professore al
Collegio di San Giovanni Battista in Oxford, l’Atene d’Inghilterra, e in
appresso fu lettore primario di Giurisprudenza in quella celebre Università,
che in occasione della festa anniversaria fu visitata, com’è noto, da un altro
insigne italiano, da Giordano Bruno. Onde a vcrun altro, meglio che ai tre
Gentili, ma soprattutto ad Alberico s’attagliano quelle splendide parole clic
C. Balbo lasciò scritte nel Sommario delle cose d’Italia : “ Mirabile ingegno
italiano che, chiusagli una via, ne trova altre ed altre infinite ; che,
chiusagli la patria ad operare, opera fuori, corca, trova campi in tutti i
paesi, in tutte lo colture ! „ IL Se non che, somma ed universale gloria si ac-
smistò Gentileper le sue opere e spcoialmente pel suo famoso trattato Dejwre
belli. Non meno d. quaranta sono gli scritti fin qui conosciuti deU illu- stre
Marchigiano. Primeggiano su tutti le ha oji lutato universalmen ditfeoGrozio,
autore Mica dirilto, e quale P" ccurù /pradier-Fodóró ael De jvre Belli et
scrisse che (Grotius et son temjps), a ^ . mcgnasse u leggi Gentile fu ^ P
quello ohe dice su della pace e della guerra . Ecco q tal proposito Eraerico
Amari nella Critica di una scienza delle Legislazioni comparate (cap. IV, art.
ir, in nota), opera non conosciuta degnamente, come avviene spesso di altri
libri italiani : lt Sebi bene il titolo dell’opera di Gentili sia solamente De
jure belli, pure io dico avere fondato la scienza del diritto della guerra e
della pace, sì perchè il libro III di quello tratta interamente delle paci,
come perchè in altri due trattati, l’uno De Legationibus e l’altro De armis
Eomanis in due libri, nel primo dei quali tratta delle guerre ingiuste, c nel
secondo delle giuste dei Komani, copiosamente parla del gius delle genti della
pace ; laonde in queste tre opere tutto il diritto internazionale è compreso.
Lo stesso Grazio, quantunque per debolezza d’amor proprio d’autore ne abbassi
il merito, pure per candore di scienziato confessa essersene non raramente
giovato; e chi confronti le opere di questi due grandi uomini, vedrà che Grazio
non esagerò gli obblighi suoi col nostro Gentili Che altri ingegni italiani
avessero trattato della Guerra e qualcuno di loro avesse per avventura tentato
di applicare la scienza delle leggi all’uso della guerra prima di Alberico
Gentile, ciò non viene impugnato dallo stesso autore del De jure belli o dal
Grazio, e lo attestano il Tiraboschi, £. Amari e P. S. Mancini. Ma prima di
Alberico nessuno e rasi elevato sì alto ; ond’egli stesso rivendica a sè questo
primato fin dal principio del suo trattato famoso : Magnam atque difficilem rem
aggredior. Non baleni libri illi de hoc jure, non olii vili, qui cxtcnt. Non ti
sembra egli che quelle prime parole trovino un degno raffronto in queste altre,
onde il Machiavelli, restauratore della scienza politica in Italia, palesa c
attesta la novità del suo metodo e dell'opera sua ? lt Ho deliberato entrare
per una via la quale, non essendo stata per ancora da alcuno pesta se la mi
arrecherà fastidio c difficulta, mi poti ebbe ancora arrecare premio, mediante
quelli che umanamente di queste mie fatiche considerassero {Discorsi, I) „•
Agl’intelletti novatori non può man- care la consapevolezza dell’opera loro,
come non mancava al grande contemporaneo del nostro Gentile, all’autore del
Nuovo Organo, il quale sapeva di additare alle scienze sperimentali un metodo
veto, ma nuovo e non ancora praticato fuor, d Italia : • quac via vera est, sed
intentata. Mirabile potenza dell’ingegno italiano, nevato e speculativo e
pitico ad un tempo! Cocce .. m PÌ ^ÌTn7^:r S rMe “cono 1 Fimi. P" alla
mente enciclopedica. dj^ ^ di rÌ3 a- taneo del Gen * lle ’ D ° albeggi delle
leggi (leges lire alle fonti del 111 ’ trattat ° S Tilla Giustizia um- legum) e
di scrivere ^ ^ dovea C om- versale. Ma delle cinq tratt ò c he della prima,
porsi l’opera sua, per aforismi, che risguarcla la certezza delle leggi nella
loro intimazione (1). ni. Ma veniamo senz’altro a dare un cenno dell opera
insigne di Alberico, Dejure belli. Questo trattato, che fu dall’autore dedicato
a Roberto conto d’Es- sex, è diviso in tre libri. Rei primo, data la nozione
della Guerra, si esamina in chi risiede l'autorità di muover guerra, e per qual
fine s’intraprende ; poi si dice quando la difesa è necessaria, quando utile c
quando onesta; infine si esamina le cause che spingono alla guerra, che vicn
fatta ora per necessità, ora per utilità, ora per cause naturali ed umane-, e
si conclude che, dovendosi anteporre l’onesto all’utile (III, c. 12), la guerra
vuol esser fatta per una causa onesta. Il secondo libro tratta del come e quando
si dichiari la guerra, dell’inganno e degli strattagemmi ; e qui l'autore detto
clic “ fondamento della giustizia è la fede vuole con Marco Tullio che il
giuramento e la fede sicno rispettati anello dai combattenti: tueri inter bella
fiderà. In progresso tratta delle regole che vanno osservate verso i
belligeranti, verso i parlamentarj, verso i prigionieri, verso quelli che hanno
deposto le armi \ e infine Vedi i nostri due libri: F. Bacone e la
Classificazione delle scienze. Firenze. Elementi scientifici di Etica c
Diritto, Roma] parla degli assedj, del come vogliono essere trattati i non
combattenti, del rispetto cioè verso i supplichevoli, le donne e i fanciulli,
della facoltà di dar sepoltura ai morti in battaglia, la violazione del qual
diritto da parte dei nemici sarebbe improba ed empia. E termina questa seconda
parte •con fervide parole a Dio, perchè si rimuova dalle guerre la barbarie, la
crudeltà, l’odio inestinguibile; e perchè non le genti cristiane dai barbari,
ma questi da quelle apprendano le leggi ed i modi più equi ed umani di
guerreggiare. Il terzo libro c •tutto consacrato al fine vero ed ultimo delle
guerra, vo'dire alla pace, ai modi più equi nel ristabilirla, All’amicizia ed
alleanza tra Stato e Stato. Questo breve cenno mi pare sia sufficiente a
dimostrare la grave importanza di tale r,Opera : onde ai spiega facilmente
perchè tutti i P m insigni trattatisti moderni del pubblico diritto ricordino
con molte lodi il nome e la dottrina di Gentile. CI se iù quel suo trattato
egli non sempre indaga, ? * metodo rigorosamente scientifico, le a fondo, e co
eminenti del giure ragioni supreme e le le OD 1 universale di gu*»» ^ esemp j 0
con mirabile erudizi,^ . occorre tener autorevoli e n vivesse il nostro
Gentile, e -"In prto» ad « ltore ^ *°. de “ 0 ° fcui ^mirava, questo il
concetto -fine altissimo a cui e nobilissimo pei’ cui il nome di Alberico va
associato ai nostri tempi e vivrà immortale. Non pago di u^ eie stabilite e di
volere applicate le leggi alluso della guerra, non pago di aver raccomandato
clic la guerra sia fatta sempre per cause oneste e giuste, quel forte e
magnanimo intelletto invoca dal Padre del— l’eterna giustizia, clic voglia
rimuovere ogni motivo di contrasto fra i popoli, che cessi ogni guerra, sia pur
mossa da cause giuste :Tu pater justitiae, Deus „ eliam has lolle causas nobis,
tolle bellum omne : eia, Domine, paceni in diabus nostris, da •pacava (I, e.
25). Nò si creda che Alberico, esule della patria, e che viveva in un secolo
pieno di persecuzioni e tristamente famoso per tante guerre politiche e
religiose, abbia invocato una pace transitoria, la pace solo per l’età sua e
per i suoi contemporanei !No ; egli, am¬ maestrato dalle discordie e dai
gravissimi danni di molto e diverse guerre, dai mali che esso arrecano •all'umanità,
dal ritardo e dagli ostacoli clic ne provengono alla civiltà ed al progresso
dell’umana fami¬ glia, invocava, precorrendo ai magnanimi tentativi di Leibnitz
e di Kant Disegno di pace perpetua fra le nazioni ed allo aspirazioni di molte
anime generose del secolo XIX, la pace perpetua ed uni¬ versale, con quelle
memorande parole onde chiudeva il suo trattato : u Deus autem optimus maximus
faciat, principes imponeva bellis omnem Jìnem, et jura pacis ac foederum colera
sanctc. JEtiaiU Deus, etiam impone tu bellis finem : tu nobis pa- cem effi.ee n
. e ir. Diurno internazionale Chi può, adunque, negare la importanza tra¬
grande di quest’ Opera e la sua opportunità ? Sono ornai decorsi circa tre
secoli da che fu scritto il Da jurahdli, ma le crudeltà della guerra non sono
affatto cessate, ed anche a’nostri giorni ne abbiamo avuto tristi esempi in
conflitti memorabili ; nè ancora tutta Europa sembra disposta a custodire
santamente i diritti della pace e dei popoli. Bensì il Diritto internazionale,
che può dirsi fondato dal grandeMarchi- giano, ha progredito non poco, e gli
ultimi congressi europei ne sono stati la più solenne testimonianza, e, se non
compiuta, certo la più retta ed umana applicazione. Quanto all’epoca d’una pace
universale e perpetua, clic sì ardentemente invocava il nostro Alberico, se per
ora appare assai lontana, giova per altro ricordare lo splendido e solenne
trionfo che riportò in Ginevra il
principio delUròifrafo Muterà la sua indi- omaI, ‘Coiaio, u proclamatasi
«tomento pondon» od unita- * olto3tM .u dinaosi al di ordine 4. cavdt ^, cbi
primo formuli, mondo mteiolas.it 0 „ acrra c d invocò il diritto dolio
g0"*> la pace universale. Il Romagnosi fu il primo a dire- che l’Italia
doveva rendere ad Alberico la debita giustizia. Questo voto fu accolto
dall’illustre professore P. S. Mancini e dal Municipio di Sanginesio, quando
seppe clic Tommaso Erslcine Holland, pio- fossore di Diritto internazionale
nella celebre Oxford, aveva in un pubblico discorso- rivendicato gl’insigni
meriti del suo immortale pre¬ cessore, Alberico Gentile. Ma la gloria d’aver
dato corpo e vita, per così dire, a questo nobile desiderio, spetta all’operoso
e fervido pubblicista Pietro Sbar¬ baro, mentre insegnava Filosofia del Diritto
nel¬ l’Ateneo di Macerata. Di fatto, il Consiglio accademico di quella
Università, convocato in adunanza straordinaria, udita una bella relazione
dello stesso prof. Sbarbaro, unanime de¬ liberava di esprimere pubblicamente il
voto che si costituisse, sotto la presidenza dell’ insigne giure¬ consulto P.
S. Mancini, un Comitato internazionale per erigere in Italia un monumento a
Gentile. Questa nobile iniziativa fu encomiata universalmente. Osiamo dire che
forse mai somiglianti proposte ebbero un successo più splendido. Tutti i più
autorevoli periodici d’Italia vi fecero plauso, o la proposta fu bene accolta
anche dalla stampa estera, specialmente in Inghilterra, Germania, Francia e
Belgio. Parecchie Università e le principali Accademie scientifiche c
letterarie del Jlcgno aderirono alla proposta dell’Ateneo maceratese. I più
insigni uomini (l’Italia in ogni ramo del sapere, illustri statisti e
scienziati stranieri, tra’ quali vanno qui ricordati Bismarck e Gladstone,
Holtzendorff, Er- skine Holland. Laurent e il compianto Laboulaye, o accettarono
di far parte del Comitato Merita d’essere riferita per intiero la seguente
lettera, che in quciroccasiono scrisse al prof. Sbarbaro, segretario del
Comitato internazionale, l’eminente giureconsulto, storico c pubblicista E.
Luboulayc. Mon elici- Profcsseur, a Versailles. L’ idée d' honorcr la mdmoiro
à'Alberico Gonidi est oxcellcntc; jc m* y associerai bica volonticrs. Alberico a ctd le précurseur do
Grotius, et à ec t.tre .1 ménte qu o lo tiro de T ombre où on 1’ a laissd trop
longtemps .i 1 on pouvait donnei: un. boa». ddi.lo» d. »» Jur, MU «J rdunir dea
documenta sur sa vie, et des lett c, esiste, on lui roudrait lo plus parfait
Uommago que puu^ désiror uu bomme de lettrcs apres sa tcmps dori vaine, qui
sommes ravement pensée s dcrèto et cn notre pays,, '°^ av0 " s 01 | ;P ]
U3) n os iddes sewi- qu’un jour, quand nous n j rumnn itd. C’est eetto rout la
cftUSe d ° 1 ’faìt dddftìgncr la fortune, Ics placcs et illusion qui nous fait
dd 6 C3 tdans l’aventi-. tout co que lnfoule cn ' ic ’^ sa tom bc, ne sernit-il
paa Gcr Si Gentili pouvnit sortii: do cc ^ a to «td pour de penso.- qu’on se
aei-ico Ma- gistero f0 “ ” aegii ìstitaH Tecnici Sulla riforma de Licei o b .
in Italia.. Gentile c A.pp© udicC- il Diritto
internazionale. DELLO STESSO AUTORE. Elementi scientifici di Etica e di
Diritto. Filosofia Morale e Sociale. La Teodicea di A. De Margerie, con una
Prefazione di Conti. Principio, intendimento e storia della classificazione
dell’umane conoscenze secondo Bacone. Dottrina dell’Evoluzione e sue conseguenze
teoriche e pratiche. Discorso Accademico. Elogio funebre di Ile Vittorio
Emanuele II. Opuscolo. Esposizione critica del sistema filosofico di Wahltuch.
Opuscolo. Critiche varie. In corso di pubblicazione: Elementi scientifici di
Psicologia e di Logica. Nome compiuto: Angelo Valdarnini. Valdarnini. Keywords:
semantica, semein, significare, io significo, ego significo. Refs.: Luigi
Speranza, “Grice e Valdarnini,” pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The
Swimming-Pool Library, Villa Speranza.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!;
ossia, Grice e Valent: la ragione conversazionale e l’implicatura
conversazionale della forma della lingua – la scuola di Treviso – filosofia
veneta -- filosofia italiana – By Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P.
Grice, The Swimming-Pool Library (Treviso). Abstract. Keywords. forma. Filosofo veneto. Filosofo italiano.
Treviso, Veneto. “Some like Vitters, but Valent’s my man.”Grice. Grice: “Valent
wrote the only legible introduction to Vitters’s thought!” Essential Italian philosopher. Insegna a Catania e Venezia. Si occupa di ontologia,
logica dialettica, linguaggio, storia e interpretazione delle grandi categorie
della filosofia. Dai primi studi sull'empirismo-scetticismo, sulla filosofia e
sull'analisi del linguaggio (Wittgenstein), è giunto ad indagare attorno alla
teoria della negazione e del divenire in chiave dialettica. Sulla base di tali
premesse, che orientano verso una rilettura dei canoni e dei presupposti del
rapporto ragione-follia, si è impegnato a ri-disegnare, insieme con un gruppo
di psichiatri e psicologi del centro psico-sociale di Orzi nuovi cresciuti nel
solco dell'esperienza critica inaugurata da BASAGLIA, un modello della psiche
adeguato alla comprensione e alla cura della malattia mentale, dando vita a
quello che è stato definito l'approccio dialettico-relazionale. Collabora con
il gruppo teatrale Scena Sintetica nella messa in scena di testi
filosoficamente rilevanti (VELIA, VELINO, Eraclito, Melville, SEVERINO, GALIMBERTI).
Presso Moretti l'edizione delle sue opera. La sua filosofia muove da
un'originale riformulazione di alcune questioni legate alla filosofia di SEVERINO
(vedi), alla tradizione neo-idealistica italiana (GENTILE) ma anche neo-scolastica
(BONTADINI), e dipendenti dalla riconsiderazione speculativa del concetto del
negativo. Descrivendo la sua formazione si define resciuto a una scuola
filosofica di ispirazione ontologica, screziata da un netto disegno dialettico
e pungolata dallo scrupolo fenomenologico. Analizzando le implicazioni
concettuali e pratiche della negazione così com'è stata pensata in uno dei
punti più alti e rilevanti della tradizione dialettica, ovvero nella “Scienza
della logica” di Hegel, critica l'idea intellettualistica della negazione
intesa come esclusione, proponendo al contrario una negazione come inclusione e
una filosofia animata dal principio di ospitalità. Il "no" della
negazione, lungi dal dar vita a una realtà separata, è ciò che innerva il reale
nella sua essenza metamorfica e vitale, nella sua splendida apertura alla
novità, alla trasformazione e al cambiamento di cui il filosofo è appassionato
investigatore. A questo scopo e in evidente autonomia rispetto all'impianto
destinale della filosofia della necessità di SEVERINO, esplora la categoria
modale della possibilità, cercando di mettere in discussione sia l'opposizione
frontale tra realtà e irrealtà, sia la priorità assoluta della positività del
reale nonostante la negatività dell'irreale. L'esserci e non l'essere è, per V.,
che legge Hegel con Wittgenstein, la determinatezza semantica e sintattica, il
plesso grammaticale e vitale che ricongiunge l'esperienza intesa come luogo
dell'emergere della differenza e dell'incalzare degli eventi con la teoria
della razionalità quale analisi del permanere e della necessità. Ecco che di
contro all'ontologia fondamentale di Severino si fa largo l'idea di una micro-ontologia
intesa non come una “ontologia del piccolo”, bensì, piuttosto, nel senso che
non c'è nessun evento che non si disponga per virtù propria in una peculiarità
di significato, nel vigore elementare e insieme metamorfico di un qui. Ma micro-ontologia
anche come ontologia del remoto, dell'avverso-diverso, dell'improbabile,
dell'anonimo, del folle: di tutto ciò che insieme si ritiene minore nella
capacità di realtà. Con la proposta di una micro-ontologia intendeva
sottolineare l'autonomia e la resistenza del diamante della dialettica come
principio di determinazione semantica fondato sulla relazione-negazione
inclusiva e situato nella prospettiva strategica propria dell'esserci, rispetto
al rischio delle ricadute nella mistica dell'essere e di quella totalità
assoluta che, in quanto tale, appare separata e isolata, esercitando la sua
imposizione distruttiva al di fuori della logica della relazione e
dell'inclusione. Di contro all'autentico totalitarismo di questa idea di
totalità assoluta propone la ripresa del detto eracliteo del Panta δια pánton,
ossia di quel tutto attraverso il tutto che è la forma radicale della illacerabile
relazionalità della vita. Solo se ogni differenza tra gli umani è un modo
differente di essere il tutto allora le discriminazioni tra piccolo e grande,
forte e debole, femmina e maschio, nero e bianco, ricco e povero, sano e
malato, non avranno ragione d'essere (se non in quanto differenti
manifestazioni dell'identico, invece che differenze di principio e di valore. Saggi:
“Verità e prassi” (Vannini, Brescia); “La forma del linguaggio: studio sul Tractatus
logico-philosophicus” (Francisci, Abano Terme, Padova), Invito a Wittgenstein,
Mursia, Milano; “Asymmetron, Quaderni de "Il Palazzo della Grande
Utopia", Milano; Dire di no. Filosofia Linguaggio Follia, Teda,
Castrovillari (Cosenza); Dire di no. Scritti teorici, Opere (Moretti, Bergamo);
“Asymmetron: micro-ontologie della relazione. Scritti teorici in Opere di V., a
c. di Tagliapietra, Moretti e Vitali, Bergamo. Panta διαpánton. Scritti teorici
su follia e cura, in Opere di V., a c. di Tagliapietra, Moretti e Vitali,
Bergamo. La forma del linguaggio. Studio sul "Tractatus
logico-philosophicus. Scritti su Wittgenstein, Sophón. Aforismi per l'anima, a.
c. di Valent, con un saggio di Tagliapietra, Moretti e Vitali, Bergamo. Opere. La
filosofia, prima di ogni altra definizione dotta, è amore per la realtà. In
ricordo, in "XÁOS. Giornale di confine", Dire di no. Scritti teorici,
Panta διαpánton. Scritti teorici su follia e cura. Nome compiuto: Italo Valent.
Valent. Keywords: la forma del linguaggio. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e
Valent”, The Swimming-Pool Library. Valent.
Luigi Speranza –
GRICE ITALO!; ossia, Grice e Valenti
(Roma). Filosofo italiano. Insegnante di filosofia e storia nei licei e artista
italiano. È il creatore della filosofia di strada: lezioni di filosofia nelle
piazze delle città. È stato: creativo pubblicitario nelle maggiori agenzie
pubblicitarie di Milano (DDB, Saatchi&Saatchi, Leo Burnett, Tita), vincendo
vari premi nazionali e internazionali.
Artista visivo, presso la galleria di Lino Baldini con due personali che
hanno suscitato numerose polemiche: “Dog is a palindrome” e “mafia, un altro
mondo”. Mostre collettive in Italia e
all’estero: 5° Biennale di Praga, Factory Art Gallery (Berlino), Festarte
Videoart festival (MACRO, Roma), Farm Cultural Park (Favara, Agrigento),
Famiglia Margini (Milano), Palazzo Farnese (Piacenza). Museo Zauli (Faenza), Fondazione
Bevilacqua La Masa (Venezia). Ha vinto il premio speciale residenza d’artista
al premio internazionale Arte Laguna e il premio Yicca, International Contest
of Contemporary Art, finalista al Festarte Videoart festival, Roma. Studia e
pratica i principali percorsi spirituali e di crescita personale. Nome
compiuto: Davide Valenti.
Luigi Speranza
--- GRICE ITALO!; ossia, Grice e Valentino: la ragione conversazionale a Roma e
l’implicatura conversazionale di Romolo divino -- filosofia italiana – By Luigi
Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Roma). Abstract. Keywords: eschatology. Filosofo italiano. He
moves from elsewhere to Rome where he created a sect called ‘The Valentinians’,
who Valentino described as being the only ones who would save themselves. Grice: “Eschatological!” -- Ippolito di Roma did not
like him. Nome compiuto: Valentino. Keywords: Roma antica, Ippolito. Per H. P. Grice’s
Play-Group, The Swimming-Pool Library, Villa Speranza.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Valeri: la ragione
conversazionale e l’implicatura conversazionale dello spazio tra sè e sè –
l’antropologia filosofica come ricerca dell’inter-soggetivo – la scuola di
Somma Lombardo – filosofia lombarda -- filosofia italiana – By Luigi Speranza,
pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Somma Lombardo). Abstract.
Keywords: il me di Grice, il noi della conversazione. He argues in these lectures
that thinking seriously about context means thinking about conversation; this
is the setting for most examples of speaker meaning. He proposes, therefore, to
compile an account of some of the basic properties common to conversations
generally. His method of limiting his hand was to result in certain highly
artificial simplifications, but he made these simplifications deliberately and
knowingly. For instance, the relevant context was to be assumed to be limited
to what he calls the 'linguistic environment': to the content of the
conversation itself. Conversation was assumed to take place between two people
who alternate as speaker and hearer, and to be concerned simply with the business
of transferring information between them. A number of the lectures
include discussion of the types of behaviour people in general exhibit, and
therefore the types of expectations they might bring to a venture such as a
conversation. Grice suggests that people in general both exhibit and expect a
certain degree of helpfulness from others, usually on the understanding that
such helpfulness does not get in the way of particular goals, and does not
involve undue effort. If two people, even complete strangers, are going through
a gate, the expectation is that the first one through will hold the gate open,
or at least leave it open, for the second. The expectation is such that to do
otherwise without particular reason would be interpreted as deliberately rude.
The type of helpfulness exhibited and expected in conversation is more specific
because of a particular, although not a unique, feature of con-versation; it is
a collaborative venture between the participants. At least in the simplified
version of conversation discussed in these lectures, there is a shared aim or
purpose. However, an account of the particular type of helpfulness expected in
conversation must be capable of extension to any collaborative activity. In his
early notes on the subject, Grice considers 'cooperation' as a label for
the features he was seeking to describe. Does 'helpfulness in something
we are doing together' ', he wonders in a note, equate to
'cooperation'? He seems to have decided that it does; by the later lectures in
the series 'the principle of conversational helpfulness' has been rebranded the
expectation of 'cooperation'. During the Oxford lectures Grice develops
his account of the precise nature of this cooperation. It can be seen as
governed by certain regu-larities, or principles, detailing expected behaviour.
The term 'maxim' to describe these regularities appears relatively late in the
lectures. Grice's initial choices of term are 'objectives', or
'desiderata'; he was interested in detailing the desirable forms of behaviour
for the purpose of achieving the joint goal of the conversation. Initially,
Grice posits two such desiderata: those relating to candour on the one hand,
and clarity on the other. The desideratum of candour contains his general
principle of making the strongest possible statement and, as a limiting factor
on this, the suggestion that speakers should try not to mislead. The
desideratum of clarity concerns the manner of expression for any conversational
contribution. It includes the importance of expectations of relevance to
understanding and also insists that the main import of an utterance be clear
and explicit. These two factors are constantly to be weighed against two
fundamental and sometimes competing demands. Contributions to a conversation
are aimed towards the agreed current purposes by the principle of
Conversational Benevolence. The principle of Conversational Self-Love ensures
the assumption on the part of both participants that neither will go to
unnecessary trouble in framing their contribution. Grice suggests that
many philosophers are guilty of inexactness in their use of expressions such as
'saying', 'meaning' and 'use' ', applying them as if they were
interchangeable, and in effect confusing different ways in which a single
utterance can convey information. For instance, Grice refers back to the
discussion at a previous class he had given jointly with David Pears, when the
exact meaning of the verb 'to try' was discussed. This, of course, was one of
the specific philosophical problems he was interested in accounting for by
means of general principles of use. Stuart Hampshire had apparently claimed
that if someone, X, did something, it is always possible to say that X tried to
do it. This was challenged; in situations when there is no obvious difficulty
or risk of failure involved it is inappropriate to talk of someone's trying to
do something. Grice's answer had been that, while it is always true to say that
X tried to do something, this may sometimes be a misleading way of speaking. If
X succeeded in performing the act, it would be more informative and therefore
more cooperative to say so. Therefore, an utterance of 'X tried to do it' will
imply, but not actually say, that X did not succeed. In his consideration
of the desiderata of conversational participation, Grice initially compiles a
loose assemblage of features. By the later lectures these appear in more or
less their final form under the categories Quantity, Quality, Relation and
Manner (or, sometimes, Mode). Inarranging the desiderata in this way, Grice was
presumably seeking to impose a formal arrangement on a diverse set of
principles. But it seems that he had other motives: semi-seriously to echo the
use of categories in such orthodox philosophies as those of Aristotle and Kant,
and more importantly to draw on their ideas of natural, universal divisions of
experience. The regularities of conversational behaviour were intended to
include aspects of human behaviour and cognition beyond the purely linguistic.
Grice's collaborative work with Strawson had been concerned with Aristotle's
division of experience into 'categories' of substances. Aristotle's
original formulation of the list of such properties allows that they can take
the form of 'either substance or quantity or qualification or a relative or
where or when or being-in-a-position or having or doing or being-affected'.38
He concentrates mainly on the first four, and these received most attention in
subsequent developments of his work. They were the starting-point for Kant's
use of categories to describe types of human experience, and his argument that
these form the basis of all possible human knowledge. In the Critique of Pure
Reason, Kant proposes to divide the pure concepts of understanding into four
main divisions: 'Following Aristotle we will call these concepts
categories, for our aim is basically identical with his although very distinct
from it in execu-tion. '39 These are categories 'Of Quantity', 'Of Quality',
'Of Relation' and 'Of Modality', with various subdivisions ascribed to
each. Kant's claims for both the fundamental and the exhaustive nature of these
categories are explicit: This division is systematically generated from a
common principle, namely the faculty for judging (which is the same as the
faculty for thinking), and has not arisen rhapsodically from a haphazard search
for pure concepts, of the completeness of which one could never be
certain. 40 Kant goes so far as to suggest that his table of
categories, containing all the basic concepts of understanding, could provide
the basis for any philosophical theory. These, therefore, offered Grice
divisions of experience with a sound pedigree and an established claim to be
universals of human cognition. Early in 1967, Grice travelled to Harvard
to deliver that year's William James lectures, the prestigious philosophical
series in which Austin had put forward his theory of speech acts 12 years
earlier. Grice's entitled his lectures 'Logic and conversation'. He was
presenting his current thinking about meaning to an audience beyond that of his
students andimmediate colleagues and was clearly aware of the different
assumptions and prejudices he could expect in an American, as opposed to an
Oxford, audience. 'Some of you may regard some of the examples of the manoeuvre
which I am about to mention as being representative of an out-dated style of
philosophy', he suggests in the introductory lecture, 'I do not think that one
should be too quick to write off such a style.'41 Addressing philosophical
concerns by means of an attention to everyday language was still a highly
respectable, even an orthodox approach in Oxford. In America it was seen by at
least some as belonging to an unsuccessful, and now rather passé, school of
thought. In pleading its cause, Grice argues that it still has much to offer:
in this case, the possibility of developing a theory to discriminate between
utterances that are inappropriate because false, and those that are
inappropriate for some other reason. Despite the difficulties inherent in such
an ambitious scheme, and the well-known problems with the school of thought in
question, he does not give up hope altogether of 'system-atizing the linguistic
phenomena of natural discourse'. Grice's ultimate aim in the lectures is
ambitious and uncompromis-ing; his interest 'will lie in the generation of an
outline of a philosophical theory of language' 4 He argues for a complex
understanding of the significance of any utterance in a particular context; its
meaning is not a unitary phenomenon. Conventional meanin g has a
necessary, but by no means a sufficient role to play. Indeed conventional
meaning is itself not a unitary phenomenon. Some aspects of it involve the
speaker in a commitment to the truth of a certain proposition; this is 'what
is said' on any particular occasion. Other aspects may be associated by
convention with the words used, but not be part of what the speaker is
understood literally to have said. The examples 'She was poor but honest' and
'He is an Englishman; he is, therefore, brave' convey more than just the truth
of the two conjuncts, more than would be conveyed by 'She was poor and honest'
or 'He is an Englishman and he is brave'. '. An idea of contrast is
introduced in the first example and one of consequence in the second. These
ideas are attached to the use of the individual words 'but' and 'therefore',
but do not contribute to the truth-conditions of the sentences. We would not
want to say that the sentences were actually false if both conjuncts were true,
but we did not agree with the idea of contrast or of consequence. We might,
rather, want to say that the speaker was presenting true facts in a misleading
way. These examples demonstrate implicated elements associated with the
conventional meaning of the words used, elements Grice labels
'conventional implicatures'There is another level at which speaker meaning can
differ from what is said, dependent on context or, for Grice, on conversation.
In 'con-versational implicatures' meaning is conveyed not so much by what is said,
but by the fact that it is said. This is where the categories of conversational
cooperation, and their various maxims, play their part. The onus on
participants in a conversation to cooperate towards their common goal, and more
particularly the expectation each participant has of cooperation from the
other, ensures that the understanding of an utterance often goes beyond what is
said. Faced with an apparently uncooperative utterance, or one apparently in
breach of some maxim, a conversationalist will if possible 'rescue' that
utterance by interpreting it as an appropriate contribution. In this way, Grice
offers a more detailed account of the idea he explored in 'Meaning', and in his
notes from that time: that there are three 'levels' of meaning, or three different
degrees to which a speaker may be committed to a proposition. His model now
includes, 'what is said', 'conventional meaning' (including conventional
implicatures) and 'what is conversationally implicated'. The presentation
of the norms of conversational behaviour in the William James lectures is
rather different from Grice's handling of them in his earlier work. The maxims,
or the categories they fall into, are no longer presented as the primary forces
at work. Instead, all are assumed under a general 'Principle of Cooperation'.
The principle appeared late in the development of Grice's theory. It enjoins
speakers to: Make your conversational contribution such as is required, at the
stage at which it occurs, by the accepted purpose or direction of the talk
exchange in which you are engaged.'43 The name 'Cooperative Principle' was even
later; it was added using an omission mark in a manuscript copy of the second
William James lecture. Grice may well have been attempting to give a name, and
an exact formulation, to his previously rather nebulous idea of cooperation or
'helpfulness'. However, the effect was to change what was presented as a series
of 'desiderata', features of conversational behaviour participants might expect
in their exchanges, to something looking like a powerful and general injunction
to correct social behaviour. In the development of his theory of
conversation, Grice was much exercised by the status of the categories as
psychological concepts. He questioned whether the maxims were the result of
entering into a quasi-contract by engaging in conversation, simply inductive
generalisations over what people do in fact do in conversation, or, as he
suggested in one rough note, just 'special cases of what a decent chap should
do'. He remained undecided on this matter throughout the development
ofthe theory, content to concentrate on the effects on meaning of the maxims,
whatever their status. By the time of the William James lectures, however, he
seems to be closer to an answer. He is 'enough of a rationalist' to want to
find an explanation beyond mere empirical generalisation. 4 The following
suggestion results from this impetus: So I would like to be able to show
that observation of the Cooperative Principle and maxims is reasonable
(rational) along the following lines: that anyone who cares about the goals
that are central to conversation/communication (such as giving and receiving
information, influencing and being influenced by others) must be expected to
have an interest, given suitable circumstances, in participation in talk
exchanges that will be profitable only on the assumption that they are
conducted in general accordance with the Cooperative Principle and the
maxims.45 This is a wordy explanation, and also a troublesome one. It
seems to create a loop linking the aim of explaining cooperation to an account
of conversation as dependent on cooperation, a loop from which it does not
successfully escape. The link between reasonableness and cooperation is far
from explicit. Nevertheless, this passage offers Grice's account of his own
preferences in seeking an answer to the question over the status, and hence the
motivation, for the Cooperative Principle. His preference, particularly his
reference to 'rational' behaviour, was to prove important in the subsequent
development of his work. However derived, the maxims operate to produce
conversational implicatures in a number of different ways. In many cases, they
simply 'fill in' the extra information needed to make a contribution
fully coop-erative. A says 'Smith doesn't seem to have a girlfriend these days'
and B replies, 'He has been paying a lot of visits to New York lately'. B's
remark does not, as it stands, appear relevant to the preceding remark.
But it is easy enough to supply the missing belief B must hold for the remark
to be relevant. B conversationally implicates that Smith has, or may have a
girlfriend in New York.46 In other cases the speaker seems to be far less
cooperative, at least at the level of 'what is said'. In order to be rescued as
cooperative contributions to the conversation, such examples need to be not so
much filled out as re-analysed. Because of the strength of the conviction that
the speaker will, other things being equal, provide cooperative contri-butions,
the other participant will put in the work necessary to reach such an
interpretation. In perhaps his most famous example of con-versational
implicature, Grice suggests the case of a letter of reference for a candidate
for a philosophy job that runs as follows: 'Dear Sir, Mr X's command of English
is excellent, and his attendance at tutorials has been regular. Yours, etc! The
information given is grossly inadequate; the writer appears to be seriously in
breach of the first maxim of Quan-tity, enjoining the utterer to give as much
information as is appropri-ate. However, the receiver of the letter is able to
deduce that the writer, as the candidate's tutor, must know more than this
about the candidate. There must be some reason why the writer is reluctant
to offer the extra information that would be helpful. The most obvious reason
is that the writer does not want explicitly to comment on Mr X's philosophical
ability, because it is not possible to do so without writing something socially
unpleasant. The writer is therefore taken conversationally to implicate that Mr
X is no good at philosophy; the letter is cooperative not at the level of what
is literally said, but at the level of what is impli-cated. In examples such as
this a maxim is deliberately and ostentatiously flouted in order to give rise
to a conversational implicature; such examples involve exploitation.
These examples, and others Grice discusses in the second William James lecture,
are all specific to, and entirely dependent on, the individual contexts in
which they occur. Grice labels all such example 'particularised
conversational implicatures'. There are other types of conversational
implicature in which the context is less significant, or at least can operate
only as a 'veto' to implicatures that arise by default unless prevented. These
are implicatures associated with the use of particular words. Unlike
conventional implicatures, they can be cancelled: that is explicitly denied
without contradiction. These 'generalised conversational implicatures' account
for many of the differences between the logical constants and the behaviour of
their natural language counterparts. In effect, Grice claims that there simply
is no difference between, say '', 'n', 'v' and 'not', 'and', 'or' at the level
of what is said. The well-known differences are generalised
conversational implicatures often associated with the use of these expressions,
implicatures determined by the categories and maxims he has established.
Part of Grice's motivation for this proposal was the desire for a
simplification of semantics. The alternative to such an account was to posit a
semantic ambiguity for a wide range of linguistic expressions. Grice argues
against this, proposing a principle he labels 'Modified Occam's Razor', which
would rule against it in decisions of a theoretical nature. The principle
states that 'senses are not to be multiplied beyond neces-sity' 47 Grice's
reference was to William of Occam, or Ockham, thefourteenth-century philosopher
credited with the dictum 'entities are not to be multiplied beyond necessity'.
This is known as 'Occam's razor' although it is not clearly attributable to any
of his writings, and it is not at all uncommon for philosophers to discuss it
in isolation from Occam's actual work. It is taken as a general injunction not
to complicate philosophical theories; the best theory is the simplest theory,
invoking the fewest explanatory categories. The preference for simple
philosophical theories that do not add complex and potentially unnecessary
categories was one with an obvious appeal to philosophers of ordinary language.
Indeed, when Gilbert Ryle published his collected papers in 1971, he commented
on the 'Occamising zeal' particularly apparent in the earlier articles. Another
contemporary philosopher to draw on an Occam-type approach to discussions of
meaning was B. S. Benjamin, whose article 'Remembering' is referred to in
the first William James lecture. He does not draw an explicit comparison to
Occam's razor, but he does pose himself the question of whether the verb
'remember' should be analysed as multivocal or univocal. For Benjamin, a
'universal core of meaning is preserved in its use in different
contexts'.49 Grice himself did not develop the connection between
conversational implicature and the logical constants in any great depth, either
in the William James lectures or elsewhere. This is perhaps surprising, given
that he introduces his theory in terms of the question of the equiva-lence, or
lack of equivalence, between certain logical devices and expressions of natural
language. The implications of this question, together with the specific answers
offered by conversational implicature, are treated in detail by others.5° A. P.
Martinich has suggested that the initial concentration on, and subsequent
abandonment of, the logical particles is a serious flaw in the construction of
the second, and most widely read, of the William James lectures. In a book
aimed at describing and promoting good philosophical writing, Martinich
identifies this as 'one of the greatest articles of the twentieth century', but
argues that the more general theory of 'linguistic communication' ought to have
been made the focus from the outset. He comments that on first reading Grice's
article he was unimpressed by what he saw as an unacceptably complex mechanism
to solve a very particular logical problem: 'Once I realised that the solution
was a minor consequence of his theory I was awed by its elegance and
simplicity.'51 Grice's discussion of logic is mainly restricted to the
fourth William James lecture, which he later labelled 'Indicative conditionals'
after the chief, but not the only, logical constant it discusses. Indicative
condi-tions had been a central theme of some lectures on logical form Grice
delivered at Oxford while working on his theory of conversation. There he had
commented extensively on Peter Strawson's treatment of this topic in his 1952
book Introduction to Logical Theory. Grice does not mention Strawson at all in
this fourth William James lecture. In an Oxford seminar which, for one, he gave
on his own, on ‘Conversation,’ – which had followed one with Strawson on
‘Meaning’ -- Grice argues that thinking seriously about context means thinking
about CONVERSATION. This is the setting for most examples of utterer’s meaning
– when ‘mean’ is ascribed to the utterer, never to the expression. Grice proposes,
therefore, to compile an account of some basic properties common to ‘conversation’
generally. Grice’s method of limiting his hand is to result in certain pretty
artificial – but never to Oxonian ears – simplifications. Grice makes this or
that simplifications deliberately and knowingly. For instance, the relevant CONVERSATIONAL
context – or OF CONVERSATION, if you want to sick with the substantial type --
is to be assumed to be limited to what Grice calls the 'linguistic
environment': to the content of the conversation itself. Conversation is
assumed to take place between TWO people who alternate, as in a board game – in
their roles as utterer and addressee – or recipient --, and to be concerned
simply with the business of INFLUENCING EACH OTHER by transferring information
between them with a view to a shared common goal that was assumed caeteris
paribus – “Why not just leave off otherwise?” A number of Grice’s
lectures include discussion of the types of behaviour people in general
exhibit, and therefore the types of expectations – alla Parsons or Weber --
they might bring to a venture such as a conversation. Grice suggests that
people in general both exhibit and expect a certain degree of helpfulness from the
other co-conversationalist -- usually on the understanding that such
helpfulness does not get in the way of thi or that particular goals that the
person may be wishing to reach, and does not involve undue Samaritan effort. If
two people, even complete strangers, at Oxford, are going through a gate – not
Bishop’Gare in London, where people are so rude --, the expectation is that ‘the
one of the pair that happens to be first one through’ HOLDS the gate open -- or
at least leave the gate open, for the second – unless you are Austin, and it’s
the gate to your front yard! The expectation is such that, to do otherwise, without
a particular reason, would be interpreted, at Oxford – not its suburbs where
Austin lived -- as deliberately rude (“At London, rudeness is caeteris paribus
assumed,” Grice dictates.) This type of helpfulness exhibited -- and
expected to be exhibited -- in conversation is more specific because of a
particular, although not a unique, feature of conversation. It is a
collaborative – etymologically, the co-labour of love “as when we call a Party
the Labour Party,” Grice indoctrinates -- venture between the two participants.
At least in the simplified version of a conversation discussed in the seminar –
or ‘lectures’: as one attendee remembers: “Grice was lecturing about the
maxims! And we were supposed to be TESTED on them!” -- , there is a shared aim
or purpose. However, an account of the particular type of helpfulness expected
in conversation must be capable of extension to any collaborative – again,
etymologically, as in the Co-Labour Party -- activity. Grice considers the
rather pompous noun 'cooperation' – co-operation, or co-operation with an
umlaut -- as a label or tag or keyword for the features he is seeking to
describe. Does 'helpfulness IN something WE – il me di Grice, il noi
della conversazione -- are doing together,’ Grice wonders, equate to
'cooperation,’ co-operation, or co-operation with an umlaut? Grice seems to
have decided that it more or less does – as far as investing on label things
for the sake of one’s pupils at Oxford. By the later lectures in the series belonging
to this seminar – classified by the Oxford syllabus as being on ‘Conversation,’
-- 'the principle of conversational helpfulness' has been rebranded the
expectation of 'cooperation'. During the Oxford lectures, Grice develops
his account of the precise nature of this cooperation. This co-operation can be
seen or conceived as being ‘governed’ by, or displaying, certain obvious regularities,
imperatives, or principles – he would use ‘principle’ in the plural on occasion
--, detailing the expected – by the addressee – behaviour – of the utterer. The
term 'maxim' to describe such a regularity appears relatively late in the
lectures, but it stuck! Grice's initial choices of term is 'objective' – rather
than the more obvious ‘imperative’ --, or 'desideratum'. Grice is interested in detailing the desirable
– indeed DESIRED – he took ‘desideratum’ etymologically -- forms of behaviour
for the purpose of achieving some joint goal of this or that conversation.
Initially, Grice posits two such desiderata: those relating to candour on the
one hand, and clarity on the other. The desideratum of candour contains Grice’s
general principle of making the strongest possible ‘statement,’ or ‘move,’ as
he would often say, and, as a limiting
factor on this, the suggestion that a conversationalist should try not to
mislead – via equivocation, or other. The desideratum of clarity – a pun on
Lewis, Clarity is not enough -- concerns the manner of expression for any
conversational contribution, or, again, move. This desideratum of clarity – ‘Be
perspicuous [sic]’, as his ‘maxim’ ran! -- includes the importance of
expectations of relevance to understanding, and also insists that the main
import – ‘gist,’ as he parodies Winch – ‘not the truth’ -- of an utterance, or
move, be clear and explicit, or ‘explicatory’ – making fun of Byron: “His
explication would require another explication”. These two factors are
constantly to be weighed against two fundamental, yet sometimes competing,
demands. A contribution – or move -- to a conversation is aimed towards the
agreed current purpose by a principle, that Grice ironically pompously, tages
The Principle of Conversational Benevolence. The principle of Conversational
Self-Love, a similarly deliberately pompous tag meant to make fun of Reverend
Butler --ensures the assumption, on the part of EACH of the two participants, that
neither will go to unnecessary trouble – do not let trouble trouble you until
it troubles you -- in framing their contribution. The verb ‘to frame’
re-appears as commandment 10 – frame your response in the most appropriate
manner --. Grice suggests that many philosophers, English and Oxonian, too –
“unlike Benedetto Croce, who is a purist” -- are guilty of inexactness in their
use of expressions such as 'saying' – CICERONE: dictiveness -- , 'meaning' –
Aristotle, semein, translated by BOEZIO as ‘signare’ or ‘significare’ -- and
'use' ', applying them as if they were interchangeable, and in
effect confusing different ways in which conversationalists mutally influence
themelves his addressee by exchanging information – that each ‘conveys’. For
instance, Grice refers back to the discussion at a previous class – lecture in
the seminar – ‘You can call the ‘classes’ -- he had given jointly with Pears,
when the alleged exact meaning of the verb 'to try' is discussed. He was
exercising his muscles, so he pushed the wall, not trying to topple it, of
course. This, of course, is one of the specific philosophical problems Grice is
interested in accounting for by means of general principles of use. Stuart
Hampshire had apparently claimed that if someone, X, did something, it is
always possible to say that X tried to do it. This was challenged; in
situations when there is no obvious difficulty or risk of failure involved it
is inappropriate to talk of someone's trying to do something. Grice's answer
had been that, while it is always true to say – for his pupils about to earn a
degree in PHILOSOPHY – within Lit. Hum. -- that X tried to do something, this
may sometimes be a misleading way of speaking. If X does succeed in performing
the act, it would be more informative and therefore more cooperative – or
helpful -- to just say so. “But of course, when exercising your muscles, you
can hardly succeed unless you are Hercules with the Pillars --. Therefore, by
uttering an utterance of 'X tried to do it', the utterer – unless he is
referring to Hercules at the Pillars -- will imply, or implicate, or hint, or
convey indirectly or implicitly, but not actually say, via dictiveness -- that
X did not succeed. “I won’t say ‘fail to succeed,’ becauseI fail to
understand why silly people use this periphrasis when they haven’t even TRIED!”
In his consideration of the desiderata of conversational participation, Grice
initially compiles a somewhat loose – as most Oxonian pupils prefer – only the
poor learn at Oxford -- assemblage of features. By the later lectures these
appear in more or less their final, ‘if still imperfect’, Grice allows -- form
under the categories Quantity, Quality, Relation and Manner (or, sometimes,
Mode – a big joke on Kant!. “One pupil was especially annoyed by the fact that
Kant was never so mannered!” Inarranging the desiderata in this way, Grice is
presumably seeking to impose a formal, taxonomic, systematic, scholastic, ‘even
Cantabrian, I would go as far as to say’ -- arrangement on a diverse set of
principles – ‘Again: I can use ‘principle’ in the plural, but YOU do not
dare!”. But it seems that Grice had other motives. Semi-seriously: to echo the
use of the idea of a category – indeed a ‘conversational category’ as he
prefers -- in such orthodox philosophies as those of Aristotle and Kant –
especially KANT as he goes on to provide a weak transcendental justification of
the set of maxims in terms of universability – ‘but Aristotle came first!’ --,
and, more importantly, to draw on both Aristotle’s and Kant’s ideas of natural,
universal divisions of experience. The regularities of conversational behaviour
are intended to include aspects of human behaviour and cognition beyond the
purely linguistic. Grice's collaborative work with Strawson had been concerned
with Aristotle's division of experience into 'categories' of
substances. Aristotle's original formulation of the list of such
properties allows that they can take the form of 'either substance or quantity
or qualification or a relative or where or when or being-in-a-position or
having or doing or being-affected'. Aristotle concentrates mainly on the first
four, and these received most attention in subsequent developments of his work.
They were the starting-point for Kant's use of categories to describe types of
human experience, and his argument that these form the basis of all possible
human knowledge. In the Critique of Pure Reason, Kant proposes to divide the
pure concepts of understanding into four main divisions: 'Following
Aristotle we will call each of these concepts a ‘category,’ for our aim is
basically identical with his although very distinct from it in execution.
'These are three categories of judgements of– TOTVM PARS NVLLUM – under 'Of
Quantity'; three categories of judgements of AFFIRMATIO, NEGATIO, INFINTVM -- 'Of
Quality', -- THREE categories of judgements – CONJUNCTIO, DISJUNCTIO,
CONDITIONALITY -- 'Of Relation'; and three categories of judgements –
NEUTRAL NECESSARY POSSIBLE -- 'Of Modality', with systematically THREE subdivisions,
as we have listed ascribed to the four groupings. The categories for Kant are
strictly then TWELVE, with the subdivisions, and FOUR without tem. Kant's
claims for both the fundamental and the exhaustive nature of these categories
are explicit: This division is systematically generated from a common principle
– an ancestor of Grice’s principle of conversational helpfulness, which
deliberately equivocates on Kant’s categoric imperative in the Critique of
Practical Reason – but here in the Critique of PURE reason being, namely the
faculty for judging (which is the same as the faculty for thinking), and has
not arisen rhapsodically from a haphazard search for this or that pure concept,
of the completeness of which one could never be certain. Kant goes so far
as to suggest that his table of four fundamental categories – twelve if the
subdivisions count -- , containing all the basic concepts of understanding,
provides, in Abbott’s translation that Grice used for the entertainment of his
pupils -- the basis for any philosophical theory. These, therefore, offer Grice
a division of experience – conversational experience, now -- with a sound
pedigree and an established claim to be a universal of human
cognition. Grice had been entitlig his lectures – or seminar – ‘class’ is
a term of abuse at Oxford – just ‘Conversation'. Pupils would get from other
pupils that ‘he was the one obsessed with ‘meaning’’--. Grice was presenting
his current thinking about meaning to an audience beyond that of his students
and immediate colleagues and is clearly aware of the different assumptions and
prejudices he could expect in, say, a Sorbonne, as opposed to an Oxford,
audience. 'Some of you may regard some of the examples of the manoeuvre which I
am about to mention as being representative of an out-dated style of
philosophy', Grice suggests in the introductory lecture, 'I do not think that
one should be too quick to write off such a style.' Addressing philosophical
concerns by means of an attention to every-day language is still a highly
respectable, even orthodox, approach at Oxford – not La Sorbonne, or Bologna! Grice
would have been seen by at least some as belonging to an unsuccessful, and now
rather passé, school of thought, to whose tenets they had NO INTEREST in
subscribing! In pleading its cause, Grice argues that Oxonian ordinary-language
philosophy still has much to offer – ‘even if you are not an Englishman at
Oxford’: in this case, the possibility of developing a theory to discriminate
between this or that utterance that is inappropriate because it is is ‘plain false,’
and this or that utterance that is inappropriate for some other, more obscure,
even political, reason. Despite the difficulties inherent in such an ambitious
scheme, and the well-known problems with the school of thought in question, Grice
would hardly give up hope altogether – the obduarate he was -- of 'systematising
the linguistic phenomena of natural discourse'. Grice's ultimate aim in
the lectures is ambitious and uncompromising. His interest “will lie in the
generation of an outline of a philosophical theory of language, of the type of
which Varro and Cicero only dreamed!” Grice argues for a complex understanding
of the ‘significance’ – “as Cicero would have it – I signify, I make signs” --
of an utterer by his uttering this or that utterance in a particular context.
The utterer’s ‘signification’ or meaning is hardly a unitary phenomenon, “even
for the Roman displaying th most grave of gravitas!” Conventional ‘signification’
or meaning has a necessary, but by no means a sufficient role to play. Indeed
conventional ‘signification’ – what the utterer SIGNIFIES -- or meaning is
itself not a unitary phenomenon. Some aspects of so-called ‘conventional’
signification involve the speaker in a commitment to the truth of a certain
proposition – “or as Varro has it, proloquium”. This is 'what is said' –
the DICTVM that Grice Englishes as ‘dictiveness’-- on any particular occasion.
Other aspects of meaning – “Or ‘ways of meaning,’ if you want to use silly
Platts’s silly redundancy!” -- may be associated by this or that convention
with this or that words used – “The Italians are good at this!” --, but not be
part of what the ‘utterer’ or ‘proferrer’ is understood literally to have said:
the dictum he is putting forward. The examples from the Great-War ditty – an
utterer uttering: “'She was poor but she was honest, and her parents were the
same, till she met a city fella, and she lost her honest name' and Jill saying
of Jack having witnessing the cracking of the crown -- 'He is an Englishman; he
is, therefore, I trust brave, or courageous enough' – in these two utterances,
each utterer conveys more than just the truth of the two conjuncts, more than
would be conveyed by 'She was poor AND she was honest' – which still scans -- or
'He is an Englishman, AND he is brave'. An idea of contrast is introduced
in the Great-War ditty – a Tommy tun -- and one of consequence in the second.
These ideas are attached to the use of the individual word -- 'but' or
'therefore' -- but do not contribute to the truth-conditions of each utterance.
We would not want to say that the utterances are actually false if both
conjuncts are true, but the utterer does not agree with the idea of contrast or
of consequence. We might, rather, want to say that the utterer is presenting
true facts in a Oxford-type misleading way. – “At Oxford, you are supposed to
teach your pupil to ARGUE – not to philosophise about freedom! Everyone can do
the latter!” -- These examples demonstrate implicated – or ‘implied’ –
“Implicate” as in ‘She was implicated in the scene of the crime – cf. Sidonius
on implicatura -- elements associated with the conventional meaning of the
words used, elements Grice labels a 'conventional – and therefore
Uninteresting -- implicature’. There is another level at which what the utterer
means or SIGNIFIES (more properly, for a classicist like Grice and his pupils
-- can differ from what is said – the
dictum or dictiveness --, dependent on context or, for Grice, on conversation.
In a 'conversational implicature – “my cup of tea,” Grice said – but his
pupils: “Implicature happens --, meaning is conveyed not so much by what the
utterer says, but by the fact that it is said. “This would have perplexed
Austin!” This is where the categories of conversational cooperation, or
strictly, of CONVERSATIONAL reason -- and their various maxims – as counsels of
prudence, now --, play their part. The onus on a participant in a
conversation of the Griceian – “I like that spelling of my surname!” -- to co-operate towards their common goal, and
more particularly the expectation each participant has of cooperation from the
other, ensures that the understanding of an utterance often goes beyond the
utterer says or EXPLICITLY conveyes. Faced with an apparently uncooperative
utterance, or one apparently in breach of some maxim, a conversationalist will
if possible 'rescue' that utterance by interpreting it as an appropriate
contribution. In this way, Grice offers a more detailed account of the idea he
explored in 'Meaning' – with the appeal to the category of RELATION in the
final paragraph --, and in his notes from that time: that there are at least
THREE 'levels' of meaning upon which an Oxford pupil may be expected to be
tested by Grice --, or three different degrees to which this or that utterer
may be committed to a proposition, or prosloquium “as I may say to echo Varro.”
Grice’s model now includes, 'what is said', 'conventional meaning' (including any
attending conventional implicature) and 'what is conversationally
implicated'. The presentation of the norms of conversational behaviour in
different lectures is typically rather different from Grice's handling of them
in his earlier work. “I have to amuse myself – since there is hardly anyone
else to foot the bill, to echo Wilde.” The maxims, or the categories they fall
into, are no longer presented as the primary forces at work. Instead, all are
assumed under a general 'Principle of Cooperation'. The principle appears late
in the development of Grice's theory. “It was a Thursday afternoon,” a pupil
recalls – “I know because I was taking the late train to London!” -- It enjoins
speakers to: Make your conversational contribution such as is required, at the
stage at which it occurs, by the accepted purpose or direction of the talk
exchange in which you are engaged.' – which echoes of course the ‘Be strong’ of
his “The Causal Theory of Perception.” The name 'Cooperative Principle' is even
later – “even if more grammatically incorrect!” --; it was added using an
omission mark in a manuscript copy of a lecture. Grice may well have been
attempting to give a name, and an exact formulation, to his previously rather
nebulous idea of cooperation or 'helpfulness'. However, the effect is to change
what is presented as a series of 'desiderata', features of conversational
behaviour participants might expect in their exchanges, to something looking
like a powerful and general, ‘authorative, Kantian, and anti-Oxford!” --
injunction to correct social behaviour. In the development of his theory
of conversation, Grice is much exercised by the status of a ‘category’ as a psychological
concepts. Grice questions whether each maxim is the result of entering into a
quasi-contract – the Conversational Immanuel, as he called it -- by engaging in
conversation, simply inductive generalisations “over functional states” -- over
what people do in fact do in conversation, or, as Grice suggests in one rough
note, just 'special cases of what a decent chap at Oxford is expected that he should
do'. Grice remained pretty undecided on this matter throughout the
development of the theory, content as he was, qua representative of The School
of ordinary-language philosophy,’ as he amused himself to describe hisemf -- to
concentrate on the effects on ‘signification,’ or meaning of the maxims,
whatever their ‘friggin’’ one Cockney pupil put it -- status. By the time of
the lectures, however, Grice seems to be closer to an answer. He describes,
after mocking Kant, to feel like being 'enough of a rationalist' to want to
find an explanation beyond mere empirical generalisation. The following
suggestion results from this impetus: So I would like to be able to show
that observation of the Cooperative Principle and maxims is reasonable
(rational) along the following lines: that anyone who cares about the goals
that are central to conversation/communication, such as giving and receiving
information, influencing and being influenced by others, must be expected to
have an interest, given suitable circumstances, in participation in talk
exchanges that will be profitable ONLY ON -- hence the weak transcendental justification
-- the assumption that they are – not
possible, but appropriate – if they are conducted in general accordance with
the Cooperative Principle and the maxims.This may a wordy explanation, if not
by Grice’s and the Griceians’s standards -- and also a troublesome one to some!
It seems to some to create a loop linking the aim of explaining cooperation to
an account of conversation as dependent on cooperation, a loop from which it may
not successfully escape, but of course it does by the canons of what he
describes as ‘metaphysical’ or transcendental argument. The link between
reasonableness and cooperation is far from explicit, when being explicit would
be being boring. Nevertheless, the passage offers Grice's account of his own
preferences in seeking an answer to the question over the status, and hence the
motivation, for the Cooperative Principle. Grice’s preference, particularly his
reference to 'rational' behaviour, is to prove, as it should, pretty important,
if not crucial, in the subsequent development of his work. However
derived, the maxims operate to produce conversational implicatures in a number
of different ways. In many cases, a maxim simply ‘fills in' the extra
information – or gist -- needed to make a contribution fully cooperative – if
‘really cooperative’ sounds a bit of a trouser word. A says 'It does not seem to
be the case that Smith – or Hampshire -- has a girlfriend these days' and B
replies, 'He has been paying a lot of visits to New York lately', or ‘Paris,’
as the case may be. B's remark does not, as it stands, appear relevant to the
preceding remark. But it is easy enough to supply the missing belief B
must hold for the remark to be relevant. B conversationally implicates that
Smith – or Hampshire, as Mrs. Warnock’s rendition goes -- has, or may have a
girlfriend in New York, or Paris. In other cases the conversationalist seems to
be far less cooperative, at least at the level of 'what is said'. In order to
be rescued as cooperative contributions to the conversation, such cases need to
be not so much filled out as re-analysed. Because of the strength of the
conviction that conversationalists will, other things being equal, provide
cooperative contributions, your co-convresationalist will put in the work
necessary to reach such an interpretation. In perhaps Grice’ most famous
example of conversational implicature, ‘He has beautiful handrwiring’ -- Grice
suggests the case of a letter of reference for a candidate for a philosophy job
that runs as follows: 'Dear Sir, Mr X's command of English is excellent, and
his attendance at tutorials has been regular. Yours, etc! The information given
is grossly inadequate; the writer appears to be seriously in breach of the
first maxim of Quantity, enjoining the utterer to give as much information as
is appropriate. However, the receiver of the letter is able to deduce that the
writer, as the candidate's tutor, must know more than this about the
candidate. There must be some reason why the writer is reluctant to offer
the extra information that would be helpful. The most obvious reason is that
the writer does not want explicitly to comment on Mr X's philosophical ability,
because it is not possible to do so without writing something socially
unpleasant. The writer is therefore taken conversationally to implicate that Mr
X is no good at philosophy; the letter is cooperative not at the level of what
is literally said, but at the level of what is implicated. In examples such as
this a maxim is deliberately and ostentatiously flouted in order to give rise
to a conversational implicature. Such examples involve exploitation. These
examples, and others Grice discusses in the lectures, are all specific to, and
entirely dependent on, the individual contexts in which they occur. Grice
labels all such instantiations of a 'particularised conversational implicature'.
There are other types of conversational implicature in which the context is slightly
less significant, or at least can operate only as a 'veto' to implicatures that
arise by default unless prevented. These are implicatures associated with the
use of this or that particular word. Unlike an instantiation of a conventional
implicature, they can be cancelled: that is, explicitly denied without
contradiction. “Implicatures are not factive”. The phenomenon of the 'generalised
conversational implicature' accounts for many of the differences between the
logical constants and the behaviour of their natural-language counterparts. In
effect, Grice claims that there simply is no difference between, say '', 'n',
'v' and 'not', 'and', 'or' at the level of what is said. The well-known
differences are generalised conversational implicatures, often associated with
the use of these expressions, implicatures determined by the categories and
maxims he has established. Part of Grice's motivation for this proposal is
the desire for a simplification of ‘semantics,’ to use Cicero’s rendition of
Aristotle’s ‘signification.’. The alternative to such an account is to posit a ‘semantic’
ambiguity for a wide range of linguistic expressions. Grice argues against
this, proposing a principle he labels 'Modified Occam's Razor', which would
rule against it in decisions of a theoretical nature. The principle states
that 'Fregeian – “as I may call them” -- senses are not to be multiplied beyond
necessity'. Grice's reference is to a village in Surrey, properly Latinised,
whence hailed a failed pupil at Oxford – The Ockham Society is still the name
of a pupils’s organization in the City of the Dreaming Spires -- credited with
the dictum 'entities are not to be multiplied beyond necessity'. This is known
as 'Occam's razor' or navicular -- although it is not clearly attributable to
any of his writings – one in which he speaks of the beard of Plato may be
relevant --, and it is not at all uncommon for philosophers to discuss it in
isolation from Occam's actual work, unless you are Zipf – and cf. Hazell, who
makes the razor Grice’s own. It is taken as a general injunction not to
complicate philosophical theories; the best theory is the simplest theory,
invoking the fewest explanatory categories. The preference for simple
philosophical theories that do not add complex and potentially unnecessary
categories was one with an obvious appeal to some philosophers of ordinary
language, unless you were Austin, Strawson, Hart, of whom Grice liked to make
fun. Indeed, when Gilbert Ryle published his collected papers, he commented on
the 'Occamising zeal' particularly apparent in the earlier articles. Another
contemporary philosopher to draw on an Occam-type approach to discussions of
meaning was a colonial that Grice cared to read, Benjamin, whose article
'Remembering' – only because he quoted Broad that Grice had used in his ‘Personal identity’ -- is referred to in a
lecture. This colonial does not draw an explicit comparison to Occam's razor,
but he does pose himself the question of whether the verb 'remember'
should be analysed as multivocal or univocal, equivocal, plurivocal – “or what
not”. Grice is amused. For Benjamin, a 'universal core of meaning is preserved
in its use in different contexts'. Grice himself did not develop the
connection between conversational implicature and the logical constants in any
great depth, either in the William James lectures or elsewhere. This is perhaps
surprising, given that he introduces his theory in terms of the question of the
equiva-lence, or lack of equivalence, between certain logical devices and
expressions of natural language. The implications of this question, together
with the specific answers offered by conversational implicature, are treated in
detail by others.5° A. P. Martinich has suggested that the initial
concentration on, and subsequent abandonment of, the logical particles is a
serious flaw in the construction of the second, and most widely read, of the
William James lectures. In a book aimed at describing and promoting good
philosophical writing, Martinich identifies this as 'one of the greatest
articles of the twentieth century', but argues that the more general theory of
'linguistic communication' ought to have been made the focus from the outset.
He comments that on first reading Grice's article he was unimpressed by what he
saw as an unacceptably complex mechanism to solve a very particular logical
problem: 'Once I realised that the solution was a minor consequence of his
theory I was awed by its elegance and simplicity.'51 Grice's discussion
of logic is mainly restricted to the fourth William James lecture, which he
later labelled 'Indicative conditionals' after the chief, but not the only,
logical constant it discusses. Indicative condi-tions had been a central theme
of some lectures on logical form Grice delivered at Oxford while working on his
theory of conversation. There he had commented extensively on Peter Strawson's
treatment of this topic in his 1952 book Introduction to Logical Theory. Grice
does not mention Strawson at all in this fourth William James lecture.Filosofo lombardo.
Filosofo italiano. Somma Lombardo, Varese, Lombardia. Essential Italian
philosopher. Grice: “I especially like his idea of anthropology, alla Kant, as
the search for the subject.” “Tra se e se.” Si laurea in filosofia a Pisa, quale allievo
pure della scuola normale superiore, discutendo una tesi sul pensiero di Lévi-Strauss,
con relatore BARONE (vedi), si rivolse agli studi di antropologia, conseguendo
un dottorato di ricerca a Pisa. Le sue ricerche riguardarono molti argomenti,
fra cui, i sistemi politici, la parentela e il matrimonio, la ritualità, così
come l'antropologia sociale ed economica, la storia comparata degli usi e
costumi dei popoli, che condusse lungo la linea di pensiero del suo maestro
Lévi-Strauss. Gl’è stato assegnato per i suoi studi e le sue ricerche di
antropologia culturale, il premio ”Guggenheim Fellowship“ per le scienze
sociali. Fra i molti suoi saggi, cura pure diverse voci antropologiche
per l'Enciclopedia Einaudi. Tra le sue molte saggi, il saggio “Uno spazio
tra sé e sé. L'antropologia come ricerca del soggetto” (Roma) può considerarsi
una sua autobiografia intellettuale. Ghiaroni, "Società, soggetto,
sacrificio. La teoria del sacrificio di V.", in Studi e materiali di
storia delle religioni, Ghiaroni, ”Società, Soggetto, Sacrificio. La teoria del
sacrificio di Valerio Valeri tra Hawaii e Indonesia“, Studi e materiali di
storia delle religioni. Natura e cultura: introduzione alla teoria dello
scambio e della parentela di Levi-Strauss, Pisa. Per notizie biografiche più
esaustive, riferirsi alle xxvii-xix
dell'opera: in merito alla rilevanza di V. come studioso e ricercatore. Nome
compiuto: Valerio Valeri. Valeri. Keywords: antropologia. Refs.: Luigi
Speranza, “Grice e Valeri” per H. P. Grice’s Play-Group, The Swimming-Pool
Library, Villa Speranza.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!: ossia, Grice e Valeriis: implicatura,
categoriology – By Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The
Swimming-Pool Library (Venezia).
Abstract. Keywords,
categorie – Definizione escatologia in Grice. Some time ago the idea
occurred to me that there might be two distinguishable disciplines each of
which might have some claim to the title of, or a share of the title of,
Metaphysics. The first of these disciplines I thought of as being categorial in
character, that is to say, I thought of it as operating at or below the level
of categories. Following leads supplied primarily by Aristotle and Kant, I
conceived of it as concerned with the identification of the most general
attributes or classifications, the summa genera, under which the various
specific subject-items and/or predicates (predicate-items, attributes) might
fall, and with the formulation of metaphysical principles governing such
categorial attributes (for example some version of a Principle of Causation, or
some principle regulating the persistence of sub-stances). The second
discipline I thought of as being supracategorial in character; it would bring
together categorially different subject-items beneath single classificatory
characterizations, and perhaps would also specify principles which would have
to be exemplified by items brought together by this kind of supracategorial
assimilation. I hoped that the second discipline, which I was tempted to label
"Phil-osophical Eschatology," might provide for the detection of
affinities between categorially different realities, thus protecting the
principles associated with particular categories from suspicion of
arbitrariness. In response to a possible objection to the effect that if a pair
of items were really categorially different from one another, they could not be
assimilated under a single classificatory head (since they wouldbe incapable of
sharing any attribute), I planned to reply that even should it be impossible
for categorially different items to share a single attribute, this objection
might be inconclusive since assimilation might take the form of ascribing to
the items assimilated not a common attribute but an analogy. Traditionally, in
such disciplines as theology, analogy has been the resort of those who hoped to
find a way of comparing entities so radically diverse from one another as God
and human beings. Such a mode of comparison would of course require careful
examination; such examination I shall for the moment defer, as I shall also
defer mention of certain further ideas which I associated with philosophical
eschatology. For a start, then, I might distinguish three directions as being
ones in which a philosophical eschatologist might be expected to deploy his
energies: The provision of generalized theoretical accounts which unite
specialized metaphysical principles which are separated from one another by
category-barriers. Fulfillment of such an undertaking might involve an adequate
theoretical characterization of a relation of Affinity, which, like the more
familiar relation of similarity, offers a foundation for the generalization of
specialized regularities, but which, unlike similarity, is insensitive, or has
a high degree of insensitivity, to the presence of category-barriers. To
suggest the possibility of such a relation is not, of course, to construct it,
nor even to provide a guarantee that it can be constructed An investigation of
the notion of Analogy, and a delineation of its links with other seemingly
comparable notions, such as Metaphor and Parable. Can this list be expanded? At
this point I turn to a paper by Judith Baker, entitled "Another Self':
Aristotle On Friendship" (as yet unpublished). On the present occasion my
concern is focused on methodological questions; so I propose first to consider
the ideas about methodology, in particular Aristotle's methodology, which find
expression in her paper, and then to inquire whether these ideas suggest any
additions to the prospective subject matter of philosophical eschatology. (1)
Judith Baker suggests that Aristotle's philosophical method, which is partially
characterized in the Nicomachean Ethics itself as well as in other works of
Aristotle, treats the existence of a common consensus of opinion with respect
to a proposition as conferring atleast provisional validity (validity ceteris
paribus) upon the proposition in question; in general, no external
justification of the acceptance of the objects of universal agreement is called
for. This idea has not always been accepted by philosophers; to take just one famous
ex-ample, Moore's attachment to the authority of Common Sense seems to be
attributed by Moore himself to the acceptability of some principle to the
effect that the Common Sense view of the world is in certain fundamental
respects unquestionably correct. Unfortunately Moore does not formulate the
principle in question, nor does he identify the relevant aspects. If my
perception of Moore is correct, he would in Aristotle's view have been looking
for an external justification for the acceptance of the deliverances of Common
Sense where none is required, and so where none exists. (2) Though no external
justification is required for accepting the validity of propositions which are
generally or universally believed, the validity in question is only provisional;
for a common consensus may be undermined in either of two ways. First, there
may be a common consensus that proposition A is true; but there may be two
mutually inconsistent propositions, B, and B, where while there is a common
consensus that either B, or B, is true, there is no common consensus concerning
the truth of B, or the truth of By; there are, so to speak, two schools of
thought, one favoring B, and one favoring B,. Furthermore (we may suppose), the
combination of B, with A will yield C,, whereas the combination of B, with A
will yield Cz; and C, and C, are mutually inconsistent. In such a situation it
becomes a question whether the acceptability of A is left intact; if it is, a
method will have to be devised for deciding between B, and B2. (The preceding
schematic example is constructed by me, not by Aristotle or Judith Baker.)
Second, to cope with problems created by the appearance on the scene of
conflicts or other stumbling blocks the theorist may be expected to systematize
the data which are vouched for by common consensus by himself devising general
propositions which are embedded in his theory. Such generalities will not be
directly attested by a consensus, but their acceptability will depend on the
adequacy of the theory in which they appear to yield propositions which are
directly matters of general agreement. When an impasse (aporia) arises, the aim
of the theorist will be to eliminate the impasse with minimal disturbance to
the material regarded as acceptable before the impasse, including the
theoretical generalities of the theorist. Judith Baker claims that a typical
example of such an impasse is recognizedby Aristotle as arising in connection
with friendship; the threefold proposition that in the good life no good is
lacking, that the good life is self-sufficient, and that the possession of
friends is a good, each element in which is a matter of general agreement. This
seems to validate the inconsistent proposition that the good life both will and
will not involve the possession of friends. It is Judith Baker's suggestion
that Aristotle's characterization of a friend as another self (another me) is a
serious theoretical proposal which is designed to eliminate the impasse with
minimal disturbance. (3) Judith Baker mentions also a certain kind of
criticism, an example of which, leveled at Socrates's treatment of justice in
The Re-public, was produced about twenty years ago by David Sachs. Sachs
complained that in response to a request from Glaucon and Adeiman-tus to show
that the just life is a happy life, Socrates first recharacter-izes the just
life in terms of the conception of a soul in which all elements maximally
fulfill their function and then argues that a life so characterized will be a
happy life. This response on the part of Socrates is guilty of an ignoratio
elenchi; what Glaucon and Adeimantus want Socrates to show to be happy is the
just life as understood to be the life to which the word "just"
applies in its ordinary sense, but what Socrates does is in effect to redefine
the notion of the just life as that life which exemplifies justice where
justice is defined in terms of fulfillment of function. But that the just life
is happy is not what Socrates was asked to show; what is wanted from him is a
demonstration not that the just life is happy but that the just life is happy;
and this he fails to provide. There seems plainly to be something wrong with
this line of criticism; Sachs calls Socrates to task for exhibiting in his
rejoinder just those capacities which have earned him his reputation as an
eminent ethical theorist, which are indeed the very capacities the presence of
which has marked him out as a specially suitable person to respond to the
skepticism of Thrasymachus. Surely he cannot be debarred from using just those
talents which he has been more or less invited to use. There is the further
point that the mode of criticism with which Sachs assailed Socrates could be
adapted for use against any theorist of a certain very general kind, which
could embrace many theorists who have no connection at all with philosophy; in
fact, I suspect that any theorist whose theoretical activity is directed toward
rendering explicit knowledge which is already implicitly present would be
vulnerable to this kind of charge of having "changed the subject." So
it seems to me that a detailed anal-ysis of the illegitimacy of this kind of
criticism would be both desirable and at the same time by no means easy to
attain. The reflections in which I have just been engaged, then, suggest to me
two further items which might be added to a prospective subject matter of
philosophical eschatology, should such a discipline be allowed as legitimate.
One would be a classification of the various kinds of impasse or aporia by
theorists who engaged in the Aristotelian undertaking of attempting to
systematize material with which they are presented by lay inquirers, together
with a classification of the variety of responses which might be effective
against such im-passes. The other would be a thoroughgoing analysis of the
boundary between legitimate and illegitimate imputations to a theorist of the
sin of "having changed the subject." Beyond these additions I have at
the moment only one further suggestion. Sometimes the activities of the
eschatologist might involve the suggestion of certain principles and some of
the material embodied in those principles might contain the potentiality of
independent life, a potentiality which it would be theoretically advantageous
to explore. This further exploration might be regarded as being itself a proper
occupation for the eschatologist. One example might be a further examination of
the theoretical notion of an alter ego, already noted as a notion which might
be needed to surmount an impasse in the philosophical theory of friendship. Another
example might be the kind of abstract development of such notions as movement,
that which moves, and that which is moved, which is prominent in Book 1 of
Aristotle's Metaphysics, which forms a substantial part of what is thought of
as Aristotle's Theology. I shall not, however, at this point attempt to expand
further the shopping list for philosophical eschatology. I shall turn instead
to a different but related topic, namely the possibility that in Plato's
Republic we find a discussion of justice which does as it stands, or would
after a certain kind of reconstruction, serve as an example of an application
of philosophical eschatology. I shall first develop this idea, and then at the
conclusion of my presentation furnish a summary account of its argument. The
idea occurred to H. P. Grice that there might be at least two somewhat
competing distinguishable sub-disciplines, each of which might have some claim
to the title of -- or a share of the title of – what Russell calls Stone-Age
Metaphysics. The first of these two sub-disciplines Grice thinks of as being
‘categorial’ in character – “Most things were categorial in Grice’s life,” his
Oxfor pupil Strawson complained --, that is to say, Grice thinks of this
sub-discipline of CATEGORIALOGY as operating at, or below, the level of any
given category. Following leads supplied primarily by Aristotle and Kant –on
which Grice had a mandate to teach at Oxford, often with his pupil Strawson --,
Grice ends up conceiving of CATEGORIOLOGY as concerned with the identification
of the most general attributes, predicates – like ‘shaggy’ -- or
classifications – where ‘class’ is taken alla Peano --, the summa genera, under
which the various specific subject-items and/or predicates -- predicate-items,
attributes -- might fall, and with the formulation of metaphysical principles
governing such categorial attributes – e. g. some version of a Principle of
Causation, or some other principle regulating the persistence of substances. A
second sub-discipline Grice thinks of as being SUPRA-categorial in character –
by which Grice means that ‘It’s bound to go over Strawson’s head’.
SUPRACATEGORIALOGY would bring together categorially *different* -- C1 and C2
-- subject-items, beneath a single UNIFIED classificatory characterisation, and
perhaps would also specify this or that principle which would have to be
exemplified by those (at least two) items brought together by this kind of
supra-categorial assimilation. Grice hopes that this second sub-discipline,
SUPRA-CATEGORIOLOGY -- which he was tempted – and indeed yielded to the
temptation -- to label philosophical eschatology, would provide for the
detection of this or that affinity between at least two categorially different
realities, thus protecting a principle associated with a particular category
from suspicion of arbitrariness – or rather adhocess. In response to a possible
objection to the effect that if a pair of items ARE categorially different from
one another, they ARE not to be be assimilated under a single classificatory
head. The anti-supra-categorialogist would argue that such two items would be
incapable of sharing any attribute or property, Grice plans to reply that even
should it be impossible for two categorially different items to share a single
attribute or property, this objection is not inconclusive.
SUPRA-CATEGORIOLOGICAL assimilation may take the form of ascribing to the two
items assimilated not a common attribute or property but an ANALOGY. The items
would be ANALOGICALLY united. Traditionally, in such disciplines as theology –
that Grice’s father detested --, analogy has been the last resort of those,
like Vio – whom the Catholic Italians call Saint Cajetan -- who hope to find a
way of comparing entities – like Plotinus, did, too, when it came to ‘life’ and
‘soul’ -- so radically diverse from one another as God – or IL DIVINO, as
Cicero prefers since we don’t know His Gender -- and the class of human beings
– or HUMANS. Such a mode of comparison – as oppose to METAPHOR or SIMILE or
ALLEGORY or PARABLE -- would of course require careful examination. Such
examination temporarily defers, as he also defers mention of certain further
ideas which Grice associates with eschatology. For a start, then, Grice wishes
to distinguish three directions as being ones in which the eschatologist might
be expected to deploy his energies – Grice counts Judith Baker as ‘he’ --. The
provision of a generalised theoretical account which would unite at least two
specialised metaphysical principle which are separated from one another by this
or that category-barriers. Fulfillment of such an undertaking involves an
adequate theoretical characterisation of a relation of ‘affinity’ – as in
“Spots ‘mean’ measles” “His remark meant that he meant that he couldn’t
continue to exist without his spouse” -- which, like a more familiar relation
of *similarity* -- as in SIMILE: She is like the cream in his coffee --, offers
the foundation for the generalisation of such specialised regularities, but
which, *unlike* similarity, is insensitive, or has a high degree of
insensitivity, to the presence of a blunt category-barrier. To suggest the
possibility of such a qualified relation of ‘affinity’ – say between
Rachmanichov and Ravel -- is not, of course, to construct it, nor even to
provide a guarantee that it can be constructed/ Then, there’s the investigation
of the notion of ‘analogy’ itself, and a delineation of its links with other
seemingly comparable notions, such as Metaphor, Simile, Allegory, and Parable –
all good old Ciceronian terms. Can this list be expanded? Sure it can! At this
point Grice turn to JOACHIM on Aristotle on PHILIA, as presenting an aporetic
logically developing series. Grice’s concern is focused on methodological
questions; so he proposes to consider the ideas about methodology, in particular
the methodology of that branch of Athenian dialectic that Grice calls Lyceal
Dialectic – as opposed to Accademic Dialectic, that Aristotle originally
practicsed on the other edge of Athens, until it bored him to tears --, which
find expression in JOACHIM, and then to inquire whether JOACHIM’s ideas suggest
any additions to the prospective subject matter of eschatology. JOACHIM
suggests that Aristotle's philosophical method, which is partially
characterized in the Nicomachean Ethics itself as well as in other works of
Aristotle, treats the existence of a common consensus of opinion (ta legomena)
with respect to a proposition – what Varrone has as a prosloquium -- as
conferring at least provisional validity -- validity caeteris paribus, or
defeasible, weak, not undefeatable strong validity -- upon the proposition in
question. In general, no external justification of the acceptance of the
objects of universal – within the LYCAEUM -- agreement is called for. This idea
has not always been accepted by philosophers who do NOT come from Stagira. To
take just one very infamous example from GRICE’s Other Place, Cambridge:
Moore's attachment to the authority of Common Sense seems to be attributed by
Moore himself – he was Irish -- to the acceptability of some principle to the
effect that the Common Sense view of the world is in certain fundamental
respects unquestionably correct. R. M. Hare has used Irishism to qualify the
exact opposite thesis – “a calm storm”. Unfortunately, Moore, being Irish, does
not formulate the principle in question, nor does he identify its relevant
aspects. If Grice’s perception of Moore is more or less correct – “I have no
blood of Irishness in me, unlike my colleague Warnock, whom I refer to as
‘Irish’!” -- , Moore would, in Aristotle's view, have been looking, in a
congenial Irish sort of way, for an external justification for the acceptance
of the deliverances of Common Sense where none is required, and so where none
exists. Though no external justification is required for accepting the validity
of a proposition which is generally or universally believed, the validity in
question is only provisional. A common consensus may be undermined in either of
two ways. First, there may be a common consensus that proposition A (Peacement
is a good thing – Chamberlain --) is true. But there may be two mutually
inconsistent propositions, B, and B, where while there is a common consensus
that either B, or B, is true, there is no common consensus concerning the truth
of B, or the truth of B2 (Churchill: Apeacement is silly). There are, so to
speak, two schools of thought, one favouring B, and one favouring B2. Grice: “I
know because I suffered it, as I was drafted to the Navy!” – Furthermore, we
may suppose, the combination of B, with A will yield C1, whereas the
combination of B, with A will yield C2; and C1 and C2 are mutually inconsistent
– as Hitler well knew! In such a situation. it becomes a question whether the
acceptability of A is left intact. If it is, a method will have to be devised
for deciding between B1 and B2. The preceding schematic example is constructed
by Grice, not by Aristotle or Joachim, whose thoughts on ‘logically developing
series’ were posthumously published by Rees. Second, to cope with problems
created by the appearance on the scene of conflicts or other stumbling blocks,
the theorist may be expected to systematise the data which are vouched for by
common consensus by *himself* devising a general proposition which is embedded
in his theory. Such a generality – a bit like a third-degree Kneale
generalization, as he attempts in his essay on Induction -- will not be
directly attested by a consensus, but its acceptability will depend on the
adequacy of the theory in which it appears to yield this or that proposition
which is directly matters of general agreement. When an impasse or aporia
arises – as it often happens – at Oxford, where there is such a thing as J. L.
Austin – You don’t like that argument? I’ll give you another! -- , the aim of
the theorist – Grice, or someone who sympathises strong enough with him -- will
be to eliminate the impasse with minimal disturbance to the material regarded
as acceptable before the impasse, including the theoretical generalities of the
theorist. JOACHIM claims that an instance of such an impasse is recognized by
Aristotle as arising in connection with the Greek word ‘philia’: the threefold
proposition that in the GOOD life no good is lacking, that the GOOD life is
self-sufficient, and that the possession of a friend – for GOOD, not pleasure
or utility -- is a GOOD -- each element in which was a matter of more or less
general agreement at the Lycaeum – originally a gym, you know – The Italians
spell it LIZIO. This seems to validate the inconsistent proposition that the
GOOD life both will and will not involve the possession of a friend, philos,
for GOOD. It is Joachim's suggestion that Aristotle's characterization of a
friend AMICVS as another self -- another me, alter ego -- is a serious
theoretical proposal which is designed to eliminate the impasse with minimal
disturbance. Joachim mentions also a certain kind of criticism, an example of
which, leveled, not at Aristotle, for whom ‘just’ or dikaios’ is ANALOGICALLY
unfied – but at Socrates's treatment of justice in The Republic, was produced.
Joachim complained that in response to a request from Glaucon and Adeimantus to
show that the JUST life is a happy life, Socrates first re-characterizes the
JUST life in terms of the conception of a soul ANIMVS ANIMA in which all
elements maximally fulfill their function or metier and then argues that a life
so characterized will be a happy life. This response on the part of Socrates is
guilty of an ignoratio elenchi; what Glaucon and Adeimantus want Socrates to
show to be happy is the JUST life as understood to be the life to which the
word "just" applies in its ordinary use. What Socrates does is in
effect to change the subject and re-define the notion or CONCEPT of the JUST
life as that life which exemplifies the just where the just is now defined in
terms of fulfillment of function or metier. But that the JUST life is happy is
not what Socrates is asked to show. What is wanted from him is a demonstration
not that the JUST-2 life is happy but that the JUST-1 life is happy; and this
he fails to provide. There seems plainly to be something wrong with this line
of criticism. JOACHIM calls Socrates to task – a task not that perfectly
performed by Aristotle either with his relapse to quantity in his qualitative
account of JUST in terms of merit and demerit -- for exhibiting in his
rejoinder just those capacities which have earned Socrates his reputation as an
eminent ethical theorist, which are indeed the very capacities the presence of
which has marked him out as a specially suitable person to respond to the scepticism
of Thrasymachus. Surely Socrates – or Plato, let’s be honest -- cannot be
debarred from using just those talents which he has been more or less invited
to use. There is the further point that the mode of criticism with which
Joachim assails Socrates could be adapted for use against any theorist of a
certain very general kind, which could embrace many theorists who have no
apparent connection at all with philosophy; in fact, Grice suspects that any
theorist whose theoretical activity is directed toward rendering explicit
knowledge which is already implicitly present would be vulnerable to this kind
of charge of having "changed the subject." (Think of The Pope!). So
it seems to Grice that a detailed analysis of the illegitimacy of this kind of
criticism by JOACHIM would be both desirable if at the same time by no means
easy to attain. The reflections in which Grice has just been engaged, then,
suggest to Grice two further items which might be added to a prospective
subject matter of eschatology – or SUPRA-CATEGORIOLOGY _-, should such a
discipline be allowed as legitimate. One would be a classification of the
various kinds of impasse or aporia by theorists who engaged in the Aristotelian
undertaking of attempting to systematize or unify material with which they are
presented by this or that lay inquirer, such as Moore’s ‘ordinary-language
speaker’ endowed caeteris paribus with common sense, together with a
classification of the variety of responses which might be effective against
such impasses. The other would be a thoroughgoing analysis of the boundary
between legitimate and illegitimate imputations to a theorist of the sin of
having “changed the subject." Beyond these additions Girce has one further
suggestion. Sometimes the activities of the eschatologist or
SUPRA-CATEGORIOLOGIST -- might involve the suggestion of a certain principle
and some of the material embodied in that principle might contain the
potentiality of independent life, a potentiality which it would be
theoretically advantageous to explore. This further exploration might be
regarded as being itself a proper occupation for the eschatologist. One example
might be an examination of the theoretical notion of an alter ego, already
noted as a notion which might be needed to surmount an impasse in the
philosophical theory for the explanation of the word ‘philos’. Another example
might be the kind of abstract development of such notions as movement, MOTVS,
that which moves, and that which is moved, MOTVM, which is prominent in
Aristotle's Metaphysics, which forms a substantial part of what is thought of
as Aristotle's theology, or the science of the DIVINE. Grice does not, however,
at this point attempt to expand further the shopping list for philosophical
eschatology. Grice turns instead to a different but related topic, namely the
possibility that in Plato's Republic we find a discussion of justice or THE
JUST which does, as it stands, or would after a certain kind of reconstruction,
serve as an example of an application of eschatology. Grice first develops this
idea, and then at the conclusion of his presentation furnishes a summary
account of its argument. L'immagine
dell'albero delle scienze – e della filosofia come regina scientiarum, nelle
parole di H. P. Grice, non a caso ripresa da Bacone e da Cartesio, è
particolarmente fortunata, ma, soprattutto, agisce a lungo nella filosofia
d’Europa l'aspirazione verso un corpus organico e unitario del sapere, verso
una sistematica classificazione degl’elementi della realtà – H. P. GRICE,
REALIA – Lectures on language and reality, Meaning Revisited: Language,
Thought, and Reality. Non mancano, certo, suggestioni derivanti d’altre fonti e
da altri ambienti di cultura, ma Lefèvre d’Etaples e Bovillus, Gregoire e
l’italiano veneziano V., Alsted e Leibniz fanno preciso riferimento,
affrontando questi problemi, ai testi di Lullo e a quelli del lullismo. A
conclusioni griceane giunge il patrizio veneto V. che, nell’“Opus aureum,”
riprende, modificandolo e integrandolo, il progetto dell'arbor scientiarum – H.
P. Grice on FILOSOFIA REGINA SCIENTIARVM. Nel testo di V. il problema
dell'albero delle scienze viene presentato come strettamente connesso con
quello della formulazione delle regole della combinatoria. V. tratta la
cognizione necessaria al raggiungimento della conoscenza degl’alberi. Sono
gl’alberi dalla cui conoscenza dipende l'intera conoscenza degl’enti e che V.
illustra con esempi. L’arte generale vada ridotta a questa impresa d’insegnare
a moltiplicare i concetti e gl’argomenti all'infinito, mescolando le radici con
le radici, le radici con le forme, gl’alberi con gl’alberi, e le regole con
tutti questi e molti altri modi. L'interpretazione che vienne data delle figure
dell'arte appare fortemente influenzata dal commento d’Agrippa e anche dalle
tesi di BRUNO (si veda) nei suoi saggi mnemo-tecnici. Più che ad Agrippa e a
BRUNO (si veda), V. si richiama tuttavia più volte a Scoto e allo scotismo --
de aliorum dictis non curamus, Scotum praeceptorem sequimur -- introducendo una
dottrina dei PREDICATI (Grice: ‘shaggy’) assoluti e RELATIVI (Grice: “want”).
L'esigenza di un'arte aurea nasce in ogni modo, anche in questo caso, dalla
constatazione del carattere pluralistico e caotico dell'orbe intellettuale,
della povertà delle cognizioni umane, dal bisogno d’un singulare ac mirabile
artificium mediante il quale fosse possibile rendersi conto dell'ordine del
cosmo al di là di una caoticità apparente e dar luogo ad una situazione nella
quale gl’uomini, dopo infinite fatiche, potessero riposare perpetuamente e
sicuramente all'ombra degli alberi della scienza -- Nec sine maximis
incommoditatibus et multis vigiliis id perfecimus ut philosophiae imbuti
valeant se aliquando ab infinitis ambagibus liberare et viri in scientiis
consumati post infinitos labores peracti possint sub felici harum arborum umbra
perpetuo et secure quiescere. Anche per V. le radici degl’alberi coincidevano
con i principi dell'arte, mentre lo stesso ordine di successione dei vari
principi vienne presentato come dipendente dalla natura. Magnitudo vero, quae
est secunda radix, non fortuito primam sequitur, sed maximo naturae consilio. È
proprio la scala naturae che forniva inoltre il criterio cui far ricorso nella
difficile applicazione delle radici o principi dell'arte ai subiecta.
Nell’uniforme applicazione di queste radici ai sudiecta è da impiegare la più
grande diligenza bisogna osservare la scala della natura e tutto ciò che, nel
grado inferiore, denota una perfezione priva di imperfezione, dev'essere
attribuito al grado superiore. L'operazione attribuita alla PIETRA, che occupa
il gradino infimo, dev'essere attribuita anche ai vegetali che occupano il
secondo grado della scala naturale. Ciò che comporta una imperfezione, se
conviene all'inferiore, non è da attribuire ad ogni superiore. Ne deriva che la
contrarietas e la minoritas non devono essere attribuite al divino, anche se
convengono alle cose inferiori. Il divino ordina secondo nove soggetti ed
alberi la scala della natura. Colui che desidera sapere molte cose in ogni
discilina si formi questa scala. Su V. cfr. CarrERAS y ARTAU, La filos.
cristiana. Per la prima edizione dell'opera si veda RocenT Duran, Bibliografia.
La citazione riportata nel testo dall'opus aureun: in quo omnia breviter
explicantur quac Lullus tam in scientiaruni arbore quam arte generali tradit è
ricavata dalla edizione ZETZNER. Orbum aerum. AUREUM SANE OPUS, IN QUO EA OMNIA
BREVITER EXPLICANTUR, QUÆ SCIENTIARVM. V. Ex bibliolhcca majori Coll. Rom.
Societ. Jesu AVREVM SANE OPVS, IN QVO EA OMNIA BREVITER EXPLICANTVR. QVffi
scicnti*arumommuin Parcii«, LvLLVs, cam m fcicntiarum arbore, cp artc Krali
AVTORE V. M, D, AVGVSTA VINDELICO-rum imprimebat Miclutcl ^ Mangcr» Coffl
gratia et Priuilcgio S^CseCMay* ILLVSTRI ET CieN&KOSO BARONl DOMINO Antonio
Fuggcro» Domino Kirchbergx di VVnnTenhoTni, Autorpcri pecuarobfrruaiuix er» g6
de dicai, 7: L.LVSTR . ET GENB- rofc vir, Mccognas perpetuo Iionore colcndc;
quod tempua cranscgi Augufta > libcraliori' bus Citrrcuacionibus dandum
cxi(limaui: quod piicarcm cflc curpifsimum ; G, quac c!a- baturcommendandi
occafioi amc ncgligc^ rccun Ergo Ray mundi Lulli craditioncs ad- huc SchoIii$
brcvibus illuftravi : racus quip- pc, quod rcs, dignifsimam cflc ciufccmodi
lcicquz digna efc cof^nicione fui. i Vaferif. Eu^anex dulcilsimagtona gencis.
Prllege.quod fummz e(l dexcericacis,oput. Ha6Venus in cjrca iacuic caligine
Lullus. in Uicem reuncacquem labor hi(cc novut* Hunc npc|legeris my Reria magna
videbit, Quar nunquamdo^itvifa fucre prius« Addr quod tngenuas gremio
comple(5licur artCi^ i Arcuquz verenomenhaberequeunt» Aucori mericas igicur
perfolvico graces: £(rc Dcimunusnemonegarepocert« i (lNpiLVLLANy£ AR. * tiS R
ARx^ EXPLICA- tioncm Valcri) dc Valc lijs VcninV M^xfma pirs iuhUit* nuva
cm»fcifnt?a Lulli Raymfidi rxf.^^ac: pars quocp magna ncga^ Eccittcfrra ndfsfR,
tradido^martt vlum; V jt Mcndacis ficriDzmonts arrf frtufir* '* Spiritus hos
agirat cundlos c rroris aman'; Qut lovar cf mnunt optima dona facri« Pauca olim
LuUus nobis pnrcf pta rcliquirs Volvlf quarafsidu^do^a catcrva manu: Hancctiam
docuit Bruno lordanusad Albim ^ Irriguum, gratusquimibi doAorfrat» Tradidit at
mctius, mihi crcdc, ValcriusiHc: Itala qucm gcnuit> Tcutona, tcrra. favcr«
Maximushimc vfutdocurtcommittcrcprarfot Quar prodf quf nnc iam tibi doS»
cohort*. Artc ncc c(l vfus Rc gts phlcgcthont is dC aftu ; AuAornon Darmon, (cd
Drutarcitcric» £t liCiC f minf ac nuHut fplf ndor^ dccus^ Rcs tamcn c(l vcrbit
antcfcrcnda bonit* Ert^o non duhica.quinccrca (cicnria rradi Raymundi pofsic:
quaro capc, volvc>IC(;C Lf^(o lcAa placcc, lc ^am rraduciro adv fum* ^dgrauc
ptinciphim; fru^hit amicusciib (> • - 1 AD LECTOREM. NOuiquidem, amice
Lecflor.intereot quofdam eflTc qui fe fapientes cxiftimat, qui verborum
potiu$,eIe^ •\tjam, quam al- Cifsimos fenfus curant« f^uni verb res ipfae
ponderandse potius quam verba fuere* Mo- re etenim fcholafticorum quod vnico
verbo cxplicare potui libentifsime feci^nec verbo' rum concinnitatem curauu Non
fuit ociuoi crrata corrigendi. Candida igitur meor cc ipfe corrige, ac
impreiroht currenti manui Hmul igQofcc^Valc» .M3;iOrD3JUA 1.lii ccl . -TJTrn
m^: .. .. h INTENTIO AVTORIS EXPLICATVR, IXIT ANNIS ABHINC Raym»„. circiter
irtccntii tnpgnii quidam Vir fummx e- Lullus uditionkdc fapientije,nccmi/iorii
(Brfdn) fdn- fepp^ 6htdtis. nomine Raymundui tuUws, qui maxi^ ecqualisfu \ndm
difficulatem in fcientijs quihuscunc^, confti* crit. ^tutam admirdns, dc
edrundem inter fe uarietd^ ♦Duos l\. temcontempldnsyhominis
miferidmdef>lorauit,quod longo tempo bros Lull»
rislhdtioperdeuidfcientiarumerrdndo, uixtandem oh immenfum *c'^'pfif.ad laboremi
non mmus confujdm quam exiguam rerum cognitionem aj- ., fequnetur: Cupiensq;
Uterarum cultores db ooc feruitutls wg) /i» paradas. berdre^ dc breui temporis
curriculo in fummdm omnium fcientiarum Qija re pau noticiam deducere : nefcio
quo diuino dfflatui furorcy inter cxtctd ci ad noti- 9duos Ubros ddomncs
fcientias djjequenddf confcripfit : quoruunum ciam artiu breucmdrtcm,
dlterumucrbgcnerakmdppcUdt, cx quo poileriori "V. priorcm coUcgit.Veriim
ob lon^m cxpcricntiam deindc cognofccns jjjyg^jJJJj* pdUcosddiUdrum
cognitiottem deucnirt, tnm propter fin^Urc dc ^ arboa ddmirabilcdrtificium,
quoda>ntincnt ; tiim ctim ob prxceptorum rcm rcien?
pducitdtem,quibuiimmenfum fcientiarum chaos impUcatur, uoUiit tiaruiti clas
mclariwi fentcntidm fuam cxpUcare; tdU amcn modo nc fdCra dpro- rui s _ L u 1 1
i phdnif contdmindripoffent, cr non nifi fummdlnffniddrcanorum •'■'^'ctu cx
penetrdUddeguitdrcnc. Ad quod pcrdgendum Librum cdidit, quem nominarc uoUtit
thrborcm fcientidrum, nec immcrito : quoniam ea cnciaru no omnid»qu4e db
omnibui fcientijs unipoffuntcoprxhcdi, LihcriUe imeriro ra. qudtuordccim tintum
arboribws di^inShts miro modo confiderat. lis dicicur.
Q£icumddmdnusnofiriudeuencrit,curduimui mdiori, quam fieri Intetio Au
poterdtffdciUtAtCteimUbrifenfumdperirc^a-circahoc unumton «hoiis clr^ noflrd
mtctttioHcrfdtur. Qu^ddm cnim inutilid fubtrdximut i aU- ci^^od > qud ucrb
uddcncccjfdrU ddiidunut;[lcutilpdrjim m toto opcre tcr» QuxprjB^ mpoteflyCt
potijiimu in primaetquartx pttrtCy'mquaruprimi,pir^' cipuein pri ter
animJtducrllonesin totoLuRiartificio siimc nccijjaridis fabricd' mx ct quar
^j-^j^ Catc^rias,ucL,ut uulg» intcUi^t prddicamcn qu£ cnti* AiK*-'fiiu coucnirc
pofjunt, quxcuq-fint iflj fiucrcali4,fiueab iih- addira. tcUcCht
fibricata.fluecrcatd ucl incrcatd.*Adiccimu^ mfupcr in fc Qnibusca- cunda parte
arboriunicuic^proprixs formaSy ea omnia brcuitcrcx* regorixno pUcando^qux ad
arborcmquamcunc^ rcducipotcrant. Intcrtiaut* ftrx conue j-o p^rte cr quarta
proprio lAartemulta dcfumpfimuiy «t i«grnw/2 . cognofcere potcrunt: NecfJne
maximis incommoditatibm cTmultis funHn*ia^ wgrZ/yj id pcrfecimus. ut VUlofophit
imbuti ualcant fe aliquando ab nteaddira*. infinitis ambagibus libcrareya'
Viriin fcicntijs confumati pofl infi* Quarchoc nitoslaborcs pcrxBcs pofsint fubfclictharumarBorum
umbra per» opus Aut: petub CT fccure quicfccre. Isonrcprthcndant nosEloqucnti£
culto* cdcrcvolu resfirudi Mincrua in fcribcndo ufi fumuty quoniam fatis trit
(ut ar» "j^*, bitramur) fi fub rudi cortice DoA Eloqucntcs fua ^loqucntid
tie* Bonreprx* crgM^?4rf poftrint. Hi>«r ^Morww prxcognitio neccffaria c/?
ad confequendam In fccuda, ftrbortmcognitioncm. infccundapartequatuordtcim
arborum n4« turam icclarabimuSy ex quarum notitia tota entium cognttio depen»
In tertia, dct^ I n tcrtia exemplis iUvftrabimus qu£ tum in prima quam in fet
In 4ta.quf cuniapdrtetraduntur* In quirta uerb ct ultima moiumo^endt^ doccaniur
p,^,^^ fpf^ gencralis ars Kaymundi adhoc opus fit rcduecndai cgrcgu,
iQcdidoulteriiis multiplicare fcrme m infinitum conceptui» rfrgir* mnU utt
cuiuscunq; dUctiut gentrk cmf>Uxd tim pro piYtc un4
quimfalpitmifceniordiiccscumridicibui, ndiccs cunformift dr^ bores cum
arboribut CT rcgulM cum hii omtnbus^ CdUjsmuUiS De primaepartis divifione»
PRtm4 pirs in quinq; partcs fubdiuiditur, in quarum primdrd* Principall». dicum
ndturd arborts cuiuscunq; oflcnditur, Infecundd arbo ^^P^ ^jj
rumfDLidnumerdntur,dcdccldrdntur, In tcrtid fvrmdrumcf [tntid expUcdtur^ In
qudrtd qudJUonum uel reguUrum quidiitdi dc et * numcrui (locetuK. In quinta ucro
cr uUimd animaduerfionesqud* ^t* ptc tuor prxccdentium.pdrtium
ponuntur,qu4rumnoticidddLuUio mniu fecretiord intcUigenda c{t neccOfaridf '
" ponuncau ^ lecrcraLul DE R ADICIB VS in Communi» liinucaiga da.
LOquuturi de principijs iUk uniuerfdUoribus qu£ quodUbct cn ti/s gemps circunda
nt dtq; infcnfibilitcr pcnctrant, ncmpe dc Bo^ Enum erai nitdtc,Mdgnitudine,
Duratiofie,Fotc(tdtc, Sdpientid uel cognitione.VoluntdteuiU^petitu, VirtUtCy
Veritdtc» G/orw, D»^-* 5^,^- rcntidyConcorddntid^Contrdrietdtc, Principioy McH/o,
Fwe, Miff^emid^ Concorddntid dc ContrdrietAtc» cum tribus pnmk rd- iicibm
dbfolutis concordet : quid ficuti BonitM notdt effenlidmy Md" gnituio
perjeBionem rei efjentidlem, cr Durdtio tiusitm rti fxi- S^entidmuel
fubft^entidm, ficper Concoridntidm cr Diffrrtntidm habeturiettrminans cr
ieterminjbilt tx quibu* unAconiunfbsrti cxifientidpeniet dc perfcCho.
Cwttrdrietsiutro Durdtioni reffton» det, quonidm res extrd caufdm fudm
exi^entcs Udrijs paj^ionibui af' ficiuntur,qudrum ratione uarijs quoq; oppofltionibm
funt futie^^*. Stcuniuitriingulws qiti e{lie Principio, Meiio dc Fiiit cum
tribu$ pofttrioribus rdiicibM optime conutmt, quid poffe operari quoi
Foteftdtidifcribitur. Principiumrequirit^ quodeftauthor operdti- onfs. Cum
Medio fsmbolum habet mdximum Sdpientid uel cognitio» O* t conutrfo, quid utluti
Mtdium intcr duos limitts conftitutum tft, itd cr Sapicntid, inttr potentidm
cognofctnttm cr cogmtuw obie» Oummeiiat.Tinlsutrodpprimi Appttitui ucl
Voluntdti propor* tionatur. quia nihiiiefiieraturnifxob aliquem finem. Tertius
cr ul. timus tridn^lu4 ie Sidioritdtt, Atqualitdte cr lAinoritdtt opti'
mdmhabttSymmetridm,cumultimis tnbus raiictbus priork arii* nis. qudmfic
ofieniitnui : Cum Virtute S\diorit4x mdximi conuenire iicitur.quid Virtuf eit
fons ^ ortgomultirumoperdtionum.qu£ iuo maioritatem qudnidm infinudnt: Vcritati
Atqualitds ti^iunfbl cum VeritMfitditqudtioquxidm uclsqudUtMeffentit di fuam i»
iedm. Etdeniq;Gloridueldeleditiocumab ommbu4 non ^qualiter ftt pdrticipdtd,fed
d quibufddm m mdiorigrddu (fifds tftfic bquiy Vdk cr ab alijs in minori, ah
aUquihm proptic CT e&iuisjicuti cr uicifum iUa dc bonitate ^ ^*' (imo
quodUbet dc quolibet cr de omnibut prxdicari dicitur) ideo efl iUis ratio cur
bona. uocentur cr quatenui talia bonum producere pof* fint, Omnes igitur
arbores acearum partes qu£cunq; d Bonitate ge- neraltbonjc
dicuntur^a-ficutibonitas ffneralifefi fui ipfiut picnA^ cr cttenrum partium :
(ic BonitM particulark datur. qut fui ipfi* B oniras q '/^ P^^' ^ aliarum
partium, Tunc ^nerilis Bonitdt cfi fuiipfiut modo fit plcns, protit concernit
bonificatiuum, bonipcare, crbonificabile^ plena fuii- Tunc uero diiirum partium
pleuA exiflit, quanio per mgnituii* pfius. nem r magnA, per Durationem durans,
atq; per cxterat radices td^ Bonitasqii Hf^i^ffndicaturdcBonitateinparticulari^s.
Trunci, Brancharum aijar u m -^yy^ arborum partium. ConfimiUter quoq; dc
unaquaq} radi* liulicplea. ^j^^^ j^ncenimfuiipfiuiplena erit, quando potcntiam
proximant p proximm iffndi, a^m dc corrcUtmm connotihit» fcd exterarum partium,
quinio 46 dijs earum limdituiinem fufcipiet^ JEjJent ipfi* ui Boniatis
qudmpLurtm^ proprieaxtes defcribenix.quM Pythd^* rj(y Arijio :
t^umeniusPUtonicuf, MercuriusTrime^ftMi P^' Dialo: fo> cr pUto enumerant,
mter qu4s tlercu : Trim : ai Tatium loquens^ nouem dj^ignAt, quonidm txlium
proprietdtum notio plurimum proi deji pro txornAniis conceptibus
dcmeiijsdrgumentorum muenien* iiSy iequibu/idlidsuerbdfdciemws.VdriM uerb
Boniatis iiuifiones tu ipfe ooUigito ex iiuajd drborum iiflm^one : ii^ poterk obfer*
UdreicdUjsrdiicibus» De Magnftudinc» MAgnituio efl ens rdtione cuius omnes
rdiices funt mkgnt dc q^\^ (Jj c£terd entid. Cuiui iefinitionis pdrtes
confwiili moiofunt Mzgnhii» explicdnixyjicuti m Bomafff iefinitione explicdtx
funt. do. t(.cf}dt tintum ofleniere plures mdgnituiinls dcceptiones,quje tres
Variz ma- funt nempCy uirtutky moliSyVoperdtiomim, qud^ LuUm optbneco
gnitudinis gnouitium lnquit» Mdgnituio cfl ambiens omnes extremiates ef.
^cccpiio- ftnii, pcr qux ucrbd inmit triplex effe^f effcntit cr fpiritudle^ cui
conuenit primum mdgnitudinis grnw icquoabunic dicctur m Cdte* ^rid QUdntititis
: aliuiefl efje ccrporeumy cuimagmtuio molis ac uirtutiscompetit.
Tertiumefieffcm d6kperoperdtioncm, cui re* lj)onietoperdtionummdgnituio. Et h£c
ultimd magnitudo multif moiis uariatur, flcuti cr udrix funtoperdtionum
jf>ccics, rcalcs, in Va rix ope^ tentionAles j immanenteSy trdnfeuntes :
ndturdlcs^ dcciicntalcs : rationum proprit, dppropridt£ : re^it, refiexjc :
fj>irituales, corporalcs % ^P^cics, necclfdri£y contmffntes : inftdntdnex,
cr in tempore faiit i fj mlt£ diix qut Philofophis cr Thcologts funt nott, De
Duratione, c l^urdtio Daratioqd T^Vrj^io eftensy per quoi rddices
cmnesdcrdiquientUda* (i u I J rdnt: V multiplex efi. Qu^eddm enim uocdtur
timput conttp Multiplex nuum, qud res fuccefiiu^e dimcfurdntur^ utmotui
omnes.Mid duratio» jfQcafur Aeuum, qud fj>iritudles fubftdntix finita nec
non corpore£, absc^ udridtione fuccefiiud conJiderdt£ mefurdntur. Vltimd uerb
Ae* ternitds dppeUdtur, qut foU Deo compctit, nec fucce^ionem dlU
qudmuclmutxtioncmflgnificdt. liec eft cenfendum Deum menfurd- f.li:sntiar.
ridurdtionedliqudycummenfurd menfurdtoflt prior digniate uel i.q.dift: - HAturd
:atq; finitis folum conueniens ut mquit Cdpreolus^Et Ucet dim Quomodo
cdtur,€ternitdtemT:>eieffemenfuram,ficdicituryquid Deusa nobk ^ternitas^
4pprffc««eciefu4 titu aftiuo conferudndd. Ex quibus uerbis pdtet eum mtcUigerc
dc ddiuoi intelligai. quem omnid entidhdbent,quidindliqucm finemtendunt. £t
ndtU' rdUs cft, qui ndturdlcm pr/fupponit cognitionemy qut longe melius
Cognitio Dirigentis cognitio potcft nomindriDci f benediBi omnid, in fuos
Dirigctis. p^^^ perduccntk. Sic homo. m fuum finem tendens^ ndturdUm hdbet
dppetitum, idemdcbrutisdicds, licctddutilidprofcquendd, crno- ciuduitdndd in
hominedcbrutodUus dppetitus uigcdt didusq; fen* In h oiet ret ^n^s cum his, qui
Voluntdjs dicitur eft in eodem homine, quo •ppctitui. ^^p^^ .^p,^ j^^^^ utendK,
cr Htitur f-utndis^ Dc Virtute ANDREIA Vlrtusellori^unionkridicumomnium. Et
orituruirtwthjtc Qu\d Virt» A rciunitxteyqudtcnut dClum proprium rcs
cAdemuirtuose ^ ^ndc o- producit.EtutprobcinteUi^s. tiibiLaliudejl uirtus (qum
intcUismui)qudmfacultdfilld innAtxrei,qu4 eliciuntur operatiof yj^j,^ nes
conformes. Et dilHnguiturdPotejldte optrdtiomm, de qud fuf j^u^j^ ^jj
prdloquutifumuiyquidPotefldsantumdicit non rcpugnjjitidm ai ftinguicur.
operdndum : Virtus uero toUit utiq; rcpugndntidm, cr prxtercd co. notitm
opcrdntehdbiliatemuelproprieatem qudnddm fccundum qudm conjimiUs operdtio
producitur. Nim^J prolixui clfemlimultas
tiirtutkJpeciesdcfcriberem.Tuipfcdifcurre per drbores omnes dc per omnium
drborum pdrtes, v^cudrids diftm^bones.dc mfinitum mmerum proprieatum hdrum^ uel
uirtutum inuenies. Difcrimen timenfdcito mterinnAtds uirtutesdcquifitM, cr
infufds^ Dc Vcritate* VEritd/Sy efl id quoduerum e{l de rddicibuff cr de
omnibus enti» Qutd Vcri. bws. Qtt£ueritdi uclref^icitreiexiftentidm, uel
eiusdem ef^ tai. fentidm. Siextjlemidmy tunchdbetur ueritds cont'mffns:cr
Veritas qe- iftomodo propolifiones de fecundo ddidcente fintuerje cr etidm de
>£»ltciiiiam tertio ddiacente in contivffnti mdterid : fi ii notit
propofttio quod d p p ^ j j, pdrtereifuit ueleft. Si dutcm effentiam ueritds
rejficit, tuncneceffd- ^^^^ xiAeftcumeffcntis ed notet, qux tjliterfuntuniti.quoiunumline
cundo et glio cjfe nonpo^it, V unum eftdceffentiddlterimcrdmbounum tcnio vcr£*
tertium conftituunU Dc Gloria vel Dckflatione* Lorid eft ipfd deleSkLtioy in
qua rddices omnes cr cxterd en- ^.^V* tid duiefcunt, Notxre oportet, quoddc
rdtiont Gloric duo S -* funtJciUcctquodquiefcdt,cr delea&tmem prxbedt, quo»
^tio^gio. nmdUcrumfiremoutbisGlori^mnoncognofcef.lidm Lapif fur fj, coSdd. C
> fmn und^ G fum detentuf ((uiefcit cettejei non dcle^tur. Hkceli^ quod fton
efi gloriofut* Homines quoe^ muninnif deUdantur^quU tnmeneorum Cloria im -
appetitut non efi fitUTy iieo glorioji non funt^ Clorid boc m looo Droprieco
proprieconliierdturyfcilicct pro qudcunt^ completa, dcle^tiont, hdctzi hic
rciconueniente, feicum quictej quAomnidfruuntur. VropriA autem Gloria pro Gbrid
duplex c/?, qutediam »«cre4ta, qua Deui bedtuicj} fruenio fem pria cft du-
jrfircri uerb crwt» dicitur^ qudtenwt m cretturd recipitur, «b P wcrcdto tmen
Dfo, prmcipdliter in uolunntem proiuih» cr a>/w EpUog* cs r^^*^'^^^ totim
dnima rffentidm rdtiomiH credtura. Ef fic hd' orum qux
besnouemdbfolut44rdiices,qu4rumprimatresdrboribufCTedrum diCtk (Unt. pdrtibuf
tribuunt cffentidm, perfe&ionem efjentix, CT Durdtionem Utl
e%ifltntidm,Tres uerohdx immeiidte fequentes, potentidm ope» rdniiyiuplicioperdniimodoqudUficdam
fignificint, uiieUcet ru^ turdli, quiper Cogtutionem inteUi^tur, c^Libero, qui
per dppeti- tuM expiicdtur. Per ultimds dutemy Gloridm, f cr que edm prace*.
iunt, inteUigefinemt Seidirejpe£hud(rdiices efl ieuemenium,qu£ Arboribm extrirtfecum
effe Ur^untur, z^multum fdciuiH di cognot'^ ftenidm Mturm cuiuscunq; rei, De
Differcntia* Quid DiU T^TCplicdtkdcdteUrdlkdbfohitkrdiicibuf^refidt ul
idrtjffe*. fercntia. f^jSiudrum iecUrdtionem ieuenidmut. ?riu* amen quaidn
prrmittere uolumat qut fumme fluiiofi obfcrudre iebent. \Ha Kota, ter omnid hoc
prtcipuum efl^ ne rdiices iflx fumdntur pro dbfolHtB edrum effe^ dlids mdximd
fidtim oriretur confufio, mter prioret CT hMrdiices,qu£Confuflocdufdr€tur,
quoineq; reindturdexplicdri poffet, necminut m probdnio, iocenio, uel
confuttnio iuuenk fuum Qualitcr confequereturpropofitum. Confidereturigitiir
Diffvrentidnonpf Diffcretia dbfolutoiUo,quo abfoluaresdbdliddiffrrt,fiuehoc
Jf>e&tddiiffi^ fit confidc- rentidmcommunem, propridmyCrjpecificdm
ifedpro reUtione iU U, qu£ m bkfuni4t«r, cr ii(m inteii^tur dt Concorddntid,
Coit* tftm* m ff trdrieate icatijs. Ex quibui pdtim
errormdttiftfiaidppdutliettri- Ettot €iComelij
Agnpp£,quirddicesiUdiUtlpr'mci{>id,fubdbfolutoelfe g''PP»» confiderdt.Vir
ijle do^j^imut.qudndo de Mdgnitudine loquitur,qu€ ^eopdriterwmittAtur dbfolutum
principium iUdm difiinguit, in uirtudlemy m corp&redm ; qu£ dicitur
Mdgnitudo molky cr m iUdm qujt m opcrdtionibui rcperitur.VirtudUs Mdgnitudoiex
D.Augufli li.'^.dcTifc nifententid i nobis m cdp : dt Magnitudine
dUe^a^nibildUud eji,q ♦ perfeBio fffentit^ qud perfrBione dliquod unum db
dlioejfentiiUter diffrtt qu£ dUo nomine fi>ecificd uel DifjircHtid magis
proprid, uo* cdtur, qudm idemmet Agrippd mcdpide Difftrentid fub rdtionet' ddem
quoq;confid(rdt.dum diuidit Dijfrrentidm incommunem,pro* pridm» cr magls
propridm:quod fuperfluum efl CT uitium^cum prx» dicdtihxccr
priordhdbedntoppoflamnuturdmy V eonfequenter oppofltum conftderdndi modum» hoc
etidm contrdintentionem ^ y^. huUi omnino uidetttr, qui dumdeflnitDiffrrentuim,
inquit,Diffr» grippx, eft retidefiid,
rdtioecuiHfBomtM,Mdgnitudoetc;funtrdtiones incon^ contraLui fuf£. SiinteUigeret ipfenonde
reldtione,fed de re dbfobtd,no diceret: lum. Bifjrretid efl
idyrdtioecuiusBonitd/t etc:funtrdtionesincdfuf£f AnU Animad- mdduertendus quo^
efi ordo fuprddfiigndtusycuius cognitionon pd. Tum efl utilfs ddfoluendum
drgumentit Kec minus principid hxcy o* mnibut tX quibufcun^ entibus conueniunt,
qudm dbfolua» li£ccuM dignd fcitu dc necefftrid effedrbitnremur, omittere
nokimu^, ne i- gnordntit uelnegUffnti^e ttotd reSnrdtione nos fludiofl
crimindri foflent, Modo expUcemus Diffcrentidw, Diffrrentid efl idy rdtiont
DifferelU cuius rddices omnes cr cxterd entid funt inconfufd CT diflindi.Quid
quid! fddix ifld efl fummte utilitdtis utter entid omnid^ i qud omnk ornd*
tusdcpulchritudo mdximd, dtpendet: nonpiffbit eius Utifiimdm nd* turdm oflendere,
ut difcrimen omne uel diuerfltdtem inter res omnes ^dre cr perff>icue
cognofcdtur. Totd DiffvrentiiC ndturd dd h£c cd» DtfTeretrx pitd reducitur ^f
dd DiMi/io/iew, DiflinHioncm cr No« identitdtem* ^ ca pica»
Etifidtridflcddinuicmfunt ordindtdy quod fecundumefl fuperiui ^rdo. it Quare
di- y?{„(ffoy ab aUjs duabus pcrfonts, crtamennon elidiuifusabiUis; uiliono fit
quiidiuijiofempcro' in quocunq; reperiatur, notat imperjiBio* in diuinis.
^cctidm in corporcis tantum inucnitur cuiufmodinon efl Deus^ difiindiouerojiperji^ionemdUqudmnon
lignificdt neq; imptrfe^ Noniden
aionem^l\omdentitisuerb,efidddifiin(iioncmfuperior, quid qus liutis rta
funtinttrfedijUnihyparittrfunt^ noneadem:nontamcn ftquitur: tura& in q
f^qu£funtnoneddem,effediflin{bi,qHoniam KonidentitM repcri* b»inueu£. ^^^
pojitiud,uehfjirmdtiud,dutucrdentid, fcde- tim hdbct locum inttrentia, quorum
unum tjlajjlirmdtiuum CT aU* ud nt^tiuum, ut intcr tffe c non cffe : unum
pojitiuum cr aliud pri' udtiuum, ueluti inter uifum CT cxcitdtem ; unum ucrum cr
dliud fi» {btium, jicuti inttrPetrumcChimxrdmiCretim mtercd, quo* rum unum
dChiaUter txijlit, aUerum dutem nequdquam, qucmdd* modum mtcr Pctrum, quinunc
efi, cr Antichriflum creandum, fei D*ninaio hkreperitur, quorum quodlibet
pofitiuum efi, utputd ubi fic. i^'»* ^ftrum tT Paulum. Ef Ucet pro ne^tio
noflro, tam diuifio quam dijiindio, fy nonidentitdf fint neceffdrid : dttdmen
dijimdio mdiorcm exhibet oommodititem, quid de rdroentidne^tiua, imt poj^ibtUd
dd exifiere, cr priudtiud ueniunt confidcrdndd,qut ptr nonidentitdtem poffunt
feiunp, ideode Difimdione cr eiu4 Jpeciea bus loqudmur. Si tamen dUjs partibus
uti erit opiis, earum naturd 4C OCto difli- '/^'"^'^«'^cb/f qu£di(kifunt
manijrfij reUnquitur. Ododiftinaio* ftionu ge- numffnerj,crtotidemidentitdtum,ATheolo^rum
omnium Vrm» nera. cipe fubtiUj^imo Scoto funt exco^tatd: quorum ufus m
fcientijs quii bufcunqx tft udlie necrffnrius pro ueritate inds^nid CTfdlfitdte
co$ gnofcendd. Dediftindiombus ftjtim erit fermo fed de identitatibuf, Primu
ge», in fequentibus, ubitrdMitur dc Concorddntid. Vrimm Diftinfiio» nhffnus t7
tiUffnm uocdtur diHm^ordtionkiqut irdtmAli pottntUori^* ntm ducit, m quantum
tandem rtm ab ilUmet di'iinguity ftcunduni gUum er dlium conftdtrdndimodum.
Ctrtum tft» quod bomo m pro^ pofltiont dUqud confidtrdtus ut fubijciturt ut
prttdicdtur.dfei^ pfodiflm^itur, qutmddmodumcrpricdicdtumJifuhit^h i non rtt
gUdi/lm&ionttquididemAftipfo rtalittr diuidi non pottfl, i^tur fdtiondUy
quonidm tsUf di/lmfbo folum rdtionH bcntfcio tfi mutn* m^Stcundumffnuttlly
diftm(ho txnAturdrei:queinttriUdmuf • mtur,dtquU>us contrddiBorii pr^dicaa
utri prxdicdntur,uel ndti funtpradicdri^nuUomttUt^concurrcnte, qbtorum tiltm
n^tu* rdm,Pcutipottfldici(inquiuntScDtift4tcbtntydt InttUt^ Dti, crVoUintxtt*
inttUt^UiStnimDticumtfftntiddiuinAdd ¥iUj ^nt* IntcIIc£luf rdtiontm concurrit,
cr non uoluntM : cr concurrcrt» cr non wncur* ^* rtrt funt contrddidorid :
inttr inttUe^m igitur cr uoluntdtem, di ^^[J,* pinHio tx ttAturd reioonfurgit.
\dtm dicunt dt ffftntid diuinA cr r« Essetifbci Utionibui perfonAUbut ;
quiddutinA tjjentid tribut diuinis ptrfonk 4 rcUtioiii- tommunit txiftit^ non
duttm rtUtionts ptrfonAUs, erg) tx rti UAtu- but diftiiu. rd iUd db his
dtftinguitur.Ntedtfunt incrtdtk infinitd txtmpU. qu£ ^^0* trtuitdtis gratuomittimut.
Ttrtium grnwcft, diftinSho /ormaUs : 3™' S^" •
CinteriUdeft^quorumunumdliudnonincUidit in primo modo di» ctndi ptr ft, cr
hocmodo fuptrius quodUbttibinfrrioritftdiftinm ibimiCnoni contrd j utl iUa, qut
habtne diutrfxf dtfin> tiones, dt- . fcriptionts, uel uarios conctptus k
parte reiy hac difiin^bont funt dif ftin^.ftcutihomo O" fuarifibiUtis.
Quartum gf/J«4c/^, dtftindio 4111 gen%
modaliSyqu£oriturinttrtlJentUmrtiaUcuiui,Gr fuummodum in* irinftcum: quxdcfaciU
pottft inueniri inter aWedinis cffcntimt CT 'grddus eiuidtm ptrfiSbonaUs:
utlinter effentUm caUditatls,CT fuos grddus : utl inter Dti effentiam cr
infinitatem (fcoc uerum prdfup» ponendo.quodinfinitds fit modm intrinfecw in
Dro, ut omnts fire Scotifiit parioonftnfu affirmdnt) utl inter unum modum
intrinfccum cr dUum, uti inutnitur inttr grddut dWtdinis CT tiut txifttntiam»
Cmintumffnuitft dijlinibo rcdUSfqujcconfurgittxrt cr rt. Rts ^m.gen*. D in proi
tt m propoPto dccipitur pro eo omm, quod poteft corrumpi cr defiru^ alio
remancnte cr ccontrd, ut dlbedot qu£ potefl deflrui fubie^
mdnente,reaUterifubie£hdif}in^itury idem dtcatur de nigredin»
tyalijsaccidentibuiy cr deomnibus fubflantijs primit. lUa quoc^ res nominantury
quorum unum cft ffnerans,cr aliud genitum^ cr hoc li : prim 0 "» tiocdtW.fedinahliritShyUt
nifjvrentU ultimd Vttri» eli VetreitM, if{£ dijlindiones omne genut entis
circundgnt, omnesq; prtter penuUimdm conueniunt (fuo modo) entibut d ratione
fabri ^^^^ ecies confiituit, fgntiz fpci quarum priorrepe^itur intcr fenfudle
cr fcnfudle, quemddmodum LuWo afi> inter Uominem cr Afinum. Secundam
confittuit inter fenfuale cr w« ngn»cH expUcdt£ continentur, qufrftt- tuendum.
Optimatdmeneflintcr 'tnteUc(fuale cr inteUeftudle con* corddntid, ueluti dc
intcUe^bt cr uoUintdte poteft cognofci, qu£ cb eorum lf>iritudlem nAturam
nontdntum in cffcntid conueniunt.fedf tidm in operdtionibu/ty quid quod
uoUintas acceptdtvel refutat, idtm inteUeduscognouit. Hoc femper animdduertendo
: quod frnfudledC» cipitur pro iUd re.qMC fenfu priM cognofcitur, cr inteU edti
pojieri* us : fed per inteUeii Udle id tdntum conpderatur : quod ab inteUedu
^uocUnq; modo cognofcitur. Adhas concorddnridx uel fccundum Lul - lum
dPignAtdSy uelfecundum Scotifldrum fubtiUtdtes, concordanti^ f. omnes
proculdubio reducuntur : uerum fi numerum infinitum hdrum ?rkadiin'/
identHdtumtibicompdrdreuolueris,poterhhoc utH medio', difcur^ finitasidci rendo
uideticet per quvnq; prxdicdbiUdy per decem prtdicdmentd^ dtates« pcr oMecim
prfdicdtd uel rddices Lwlli, cr demum per formds : i« iemobferudrepoterii dd
muUipUcdndum quoicunq; prtdicdtam^ tamdbfolutumqttdmrejpe^liuumyrecurrendoetidm
dd nouem fub* ie^ cr reguUs uel quxftiones, DcContrarictate vcl Oppofitionc^
NOn efl oput muUd expendere in iecldranio quiifit oppofltioi cum A Difjvrentid
uel Di{iin(iione, ic qud fuprd locutifumws, nonmuUumfltiiucrfd^nonmUdtdmcn
diiucemus ut huiui Contrarie- ^i^ ^i fi^^' ^ontrdrietd* fk iefinitun Us quid ?
Zontrsrietd/i f quorunidm mutua reflflentid. Pro cuius iefimtiontt expUcdtione
fcirc opottet : hic non lo^ui nos ie contrdrietdte iUd, proprid^ 1 »3 pTopriiy
qu£intcr qudtuor primM qualitdtts inucnitur : quoniamin de (^ua co- ommbas
cnt^us, nmpc rdtiondlibui dc rcdlibuflocumhdhcrcnon tf*iictate potc{t,nc(^ de
cd inuUigcndum ciitdc qu^Antoniut Andredt loqui* Ij!^ tur:cuifcxproprictdtesconucnirctcit4tur,qudmq;ftridjim
oppo^ taph?* Q 6 fitioncm ucl contrdrictdttm uocdt* Scdbic Contrdrictdf
confidcrdn^ • *i* • dd pro qudcunqi oppofitionc, qudtenus unum dlteri opponitur
; fiuc mcdidtc ucLimmcdidtc : compLcxc uel incomplcxc^ ticc imdgind* ridcbes
tdndcm cffercmcum Dtffcrcntid: quid Diffirtntim confi- "nttio r r ^ n
contrarics dcrdmi'4yUtpcr cdm enttd inconiu^ rcmdncant ; Oppofitioncm jjjj, ^
^jj^; autcmutnonfolum rcs dijlingiidntur» fcd ctidm intcr fc qudnddm fcrcntia»
pugndm hdbcdnt, Secus ctenim rdtiondlUdif confidcrdtur ; pro ut db
irrdtiondlitdtc diiiinffiitur ; CT qudtcnm irrdtionalitdti opponitur, quid
oppofitio rcpugndntiam dicit, cr nc^t, id pojje ficri,quod eS' dem rcs fccundum
idcm cr fimul oppofitd in fc habeat ; diilin^io ttc-
rbineodemacjlmulinucniripoteit.lnfuperoppolitio ucra interea cjfe dicitur^ qu
Ex multorum dccidentim com» Inultrq.Ii:
munimcognitioncuirtutcintcMuidifcurrentiiydeuenitur in cot i. PoHc ^nitionm
alicuim proprij, quodq; m fu£ caufe notitidm ducit, dtf» fircntue uidelicet
effcntialis, eciem reptjefentdtum, cum tddem potentid conneBit, Medium dUud
dicitur menfurt, de quo R4>: hxcponit exempld, mquiens: Sicut centrum. quod
eft m me» dio loco circuU; cr cdUftcere., quod eii in medio calefdcientis CT
cc* E X citi xt uesdiciturTink nt^tionk : quo iUd tfu^percorruptionem quomm
docunq; confideratdm fuum ejje ptrdunt, finiutttur. Tertia CT uUit Wd
nomindtury priuattonkt quid priudtiofub ratione finis termtndt»
Zthocmododdc£ciatemuifuitermindtur^ Cr dd furditdtem dudi» twtt Hkq; tribut
/peciebuf Fink» uel und dut dudbui^ tntid omnid tetm mindntur, ut difcurrenti
per arbores omnes dc tdrumpdrtesfdtk poteflpdtert. De Maioritate, VdmuU dUquod
unum ens dlio mdiwt dici pofiit^ rdtiont dlh quot prxdicdtorum abfolutorum^
uclrrfpeiliuorum,dut forp 'marumy ueldeniq^ultimi fubie^ii, fub quo nouem
dccidentif prxdicdmentd continentury tres tdmen Mdioritatk J)>ecies dfignarc
tres Maio- poffumus, ddquas omnes dUjereduci poffunt. Maioritas quxdam in»'
nutisrpes. uenitur mter fubfiantidmdcfubftantiam.quxdttenditur penes wi- iorem
cr minorem effcntix perfidionem : ty fic Homo t{t Afino mdior. Pdid
interfubftdntidmtjdccidens i quemadmodum ejl intet Hominem dc eiut qudntitdtem.
Et qu^dam dlid inter dccidens cr 4C# cidens ddtur, ficutitxempUficaripoteft de
omniquaUtatt per com» pdrdtionem dd qudntitdtem, cr de omni dccidente /piritudU
refpedm MaToritat corporei. ^iecdUudeji Mdioritdt, qulm ratiOy qud dUquo
di&crum quid ? modorum unum ejl aUo maiwt^ ucl pluribm. Et hoc in loco
fubflanti4 dccipiturnon tdntum pro corporea, fed ttidm ^iritudUdc infinits»
DeJEqualitate» *ICQttdUtdfin hoc toco dccipitur^ non ut tfl pafiio qujntitdtk
prxdicdmetttdlk, fedqudtenus cum ente conucrtitur trdnfcen» dtntifiimo: cr in
hoc diffirt x Concorddntid : quid A equdUtds efl eiu4 ^qualitaj finis.
AequdUtat inuenitur inter fubflantiam cr fubflantiam ; ficuti
auuir""*'* '«^«•'«4iwe^uis rddicibui omnes entium f^ecies cir» €uit.
In diuinis amen nec Mdioritdi nec^ Minoritds bcum bdbet,qui4 iftorum uter^
imperfifhonem mdximdm pgnificdt, Hxc dc rddici^ bus tm dbfoUitis qum rejpe^uis
dida fint, DE NOVEM CATEGORIIS transcendencibus -- H.P. GRICE J L AUSTIN
CATEGORIAE -- D^^cUrdtis principijs dbfolutk cr reJpeHiuky qu£ m uha qudq^
drbcMre pro rddicibui funt prmda^ reftdt ut fecundo U>* co de folijSy qux
omnibui drboribuf pro fiuQuum conferudti* cnty dc totiui arboris oruAmento funt
communidy pertrddnnus. Et ^?.^^^J^ Ucet dUqudntulum d trdmitcLuUidecUnauerimus
itt modo trddendo, ciinau quotmcredtis quAm diuinis drboribus htc omnia. filid
oonuenire popint: qu4C dpud Peripdteticos nouem dccidentis prttdicdment» ho«
€Mtur : ignofcdnt t^men nobis LuUimatoreSj quidii obftrudre «0* Qnire Aii-
luimui,ut conceptuum dr^imentOYumlonglor ftticfUi qudcUn^ thora Lul ntdtcridhabcretur.
Hjecetcnim trdnfcendentifiimd confiderarc n*. lo dcclincc ^^jp, . p^^^
realiquolibet Ente CT rdtiondU prxdicdri co^dcrari^ poj^wf. qutre/pe^h Entis
trdnfcendentipimi mfrriordfunt; fed dt dcbcat iftx principijsquoq; tdmabfolutis
qudmrefpediuls, qux cum Ente iHo CJitcgo rix. conuertuntury CT dequibut fstis
fuprd egimm. Quibut prdmi^^, di unmcuiuAq^ contempUtioncm ueniendum efl. De
Quantitatetranfccnclcntiffima* Quantita- Vdntitecies ponimus, quarum primd
continud nomindturt tjnuactd^i- dUerd difcrea^ Contimd quidem efl in quintum
perfiHio copuUt «• fcreta. napotentidm proximam, aShimy correUtiuum ;utifl quis
homi- Continaa nis cfJentUlem perfeftionem contempletury de qud efl pr^fens
nodrd quid Gc. conflderdtioyfl fldtim ddaiium reducdtur, potentUm proximdm uo-
eamui, eddem ucro proximd potentU in ddum dedu^bi» dum efl m uiiddbominis
produiiionem, diius uocdtur^ cr ipfum produdutn dppeUdre debemui terminum
potentitt» uel producentis correUti- uum. Qtit trU 4 LkDo iccipiunturmiUe in
locis pro 1 VO, ARE CT Quid fcet BILE ; quorum primum refpondet potentix
proximxj fecundum ds luu, Afc,6c fiui. cr tertium correUtiuo. Difcretx auttm
Quantit^ nafcitur d difftrentUyquteflinterperfrdionemuniusentiscr dUeritn.
Cuius n^^^nStll^ rei ddbimut excmpUimt m his, quibut hiccqudntitss repugnare
uide qn]^ (^^. tury ut LuUifbidiofws tuto pof^U unicuiq; enti appUcare.
Diuinuit i»* Exemplu teUe^uiCTUoUtntdS tiUs funtnaturx, quod
fldefiniripofftnt^alUm de difcrct* fhrmilem inteUe^atrationemhabtrct, cr
aUdmuoLuntM : fcd quU Quatitaia definitione nequcunt d nobU intcUigiy eorum
tamen d£tus neceffarij aUud fatii decUrdnt cr mdnifefldnt ; quorum unu^ tfl
Filij generatio, £ 4 quim* duarein- quimttUefiulconuenitidUtruerh, Spirimfdniii
fpintio, qul tcllea* Dei yi„^uolunntidttribuitur : quitmtniiiutlicproprid
determindn^ no ficprin- py^„cipid cum effentid requirunty ut «nw, nempe,
generdre, k di &uSlG^ uoluntdtc,Grdlter fc:fpirdre, dbinteUeaunonpojiit
ejjc. Nec dli' taigeiicra- dmrdtioncminuenircquispotcrit,
niPquiddiuiniintclle{iut cr tto- di. luntAtisdlid^dlideflrdtiotcrtn
hdcdiftindioncdifcretdqudntitM Quantitas confiftit. \dem dc tribwidiuinu
pcrfonis cenlcd^^qux Ucet cd ratto^ diicrcta in
ffg^qu^incffentidconucniuntynonftntdifcrct^ : tdmen in qudntum
dTuinas"" pernotiondlefpropricatesdiftinguuntur.difcrctd qudntitdx
cisco* pericur. P'^*^ • P^** continuidiuifionemcdufdturyjicutipr^dicdmcn-
Latittlao tdUsJedunumquodq; ensndturdlittrfequitur. Ethactfttdntxld* quatiuiis.
titudinis, ut cr qudntitdti ipft prxdicdmcntdU conucnire dicdtur: fed pr£dicdmentdlis,finitis
tdntum a^Umitdtis rebmy de qud kri&l uidcinprxdicdmentis, De Qualitate»
POftQudntitdtisconfidehitionem fequitur QUdUtdtis conteMi pldtio.quam ftc
dcfcribcrc pldcet^ Qu^Utdfcft uniuscuiusi^ " entislecunddridperfraio,fiu€
proprU, fiuc dpproprUtd. U quid huiwi defcriptionitpdrtesdecldrdtioneeffnt, id
fdcercnon pU pbit, Dicitur perfcd.io fecunddrid^ ut Qudlitdtis CT QUdntitdtit
difcrimencognofcdtur Sdtisemmexdidisin cdpite dc Qudntitdte pdtetj ibi
efftntidlm perfrdionem confiderdH : hic dutem iUdmyqux Diam* inco, fcd pnite
crcdttt, drborum rd^ dicibws,ut rddiccs funt itruncis uero ut potcntid funt
brdnch£, rd» mi, foUd, fiores v fiuilus^ Sed dd Keldtionem fermonem rftr/^m w.
R Dc Rclatione^ l£ldtionumcognitiofdtkdifficiUscli\quidoh cdrum debilcm
DeRclatTo cffentiamfunddmenturcquirut,dquohdbentxffciet terminu, f^^nda-
quofuumcomplctum cfjewnfequuntur, quitcrminusinfub "^cco&tcr f
Jldntijs 34 jiintijs cr abfolutk non ejl cotrtUtiuumy fcd abfolufumy In quo
cor* rcUtiui reUtio funddtwr : qu£ dcfdciU non a>gnofcumur, cr ipfnm
ReUcionis yeUtionemqualiobfcurdnt. Scd iaiReUtioadqujtiCunq;reUtioncs dcfiniuo.
communii dejinitur^ ReUtio eftratio, qua unum ad aliud refertur, ut de
paternitdteo' fiUationc oftenditur :hje etenim dux reUtiones faciunty
quodfuppojitum uel perfona um. aliam rej^iciat^ \t abfo* DiuiHo re- pa i ls
iJJiud filij per paternitatemy cr fiUj abfoUitum reiie piratio Patri cr Ftlio
in tffeconfii^ tutis (quajiyaducHiens, c:rji>iratiopaj?iua qua Spiritus
fanQus i» effeperfonAUconjiituitur, jujlinendocum D. ihoma Franc* Mayi Scoto,
pcrfonof diuinas reUtiua ZT non abfoUta proprietate in idaS in*^' ^lJ^P^f''*^
Siih reaU quoq; reUtionc conjidxrantur re> concincli^ idftoncfiH^, quadogici
conjiderant atq; dijiingiiunt m reUtiones p h -^ca ^^c ^* ^'^^ membrum primx
diuijionfs Adaiiqd. iccipiatur, quddam pariter in Deo repcriuntur, dc quibut
fuprx Quare rela memionemjvcimu4, incapitedc Quantitatc ;qux ideo non dicuntur
tiones rois ReUtionesrationif,quiaab mteU€^fabricantur: fcd quia non o- inDconnt
mnes conditiones eis conueniunt, qux ad realem funt requijitx^ Dc Kclaiion
^"^* matcria,jicupls arcanA cognofarcy Scotijiaf confulc. Qjjxdam creac«,
^'^^ f**^ creats, qu£ ab inteUc&isa^bi dcpendcnc, ut identitas imdem
adfcipfum ; cr dijlin^o eiusdem afeipjo, prout idcm in pro* pofitionc Apartc
fubieSU vprxiicdti concipitur at^ prxiicatunt Relationii a fubicSh cfl
dijiinChimtBtharumreUtionum cognitio cfl ualde «r# ncfclT^*^ c^fi/rfrWj quia
meriiante KeUtione cr habitudine (quam r^ices cu» itttcunq; arbork habentadtruncum^crtrunciadbranchai,
crbran- ch£ ad ramos ; cr/?c dc ommbus arborum partibw) carundem cjjen» lU
cognofcitur, Df A&oiu^ l i1 De Adionc^ VT didiuin^A crhumdndx optrationtt,
immdnentes ucl trdns- euntes confcendcre pof^k: banc breuem ipfiws aBionis
notato defcriptionem, aHio efi refpeCks operantis di operitum: \Ci\oU de-
nondicimui dffmis 4d pdffum.ite Utijiimui aShonis ^nsin riuulum fcriptio o-
tuaiat. Affns emm cum pafjum rcjj>iciatt cf tn DtonuUumjit paf pJim** fum,
cum imperfvdiotum arguat^ ncc a^ntis ai paffum rejpe^ks 'tffe potefi : cr tamen
funt ibi operationes ac produSbones : operati' 'ones quiiemy prout Deus
effentiam inteUi^t, cr taniem fumme d* Ptdt : proiu&iones uero in quantum
iiem Dews, ut fuppofitum notat, tdlesoperationesproiucit: quxficproiu^l£,aLtera
uocatur filiuSy cr dlterd fi>iritw! fandus. Proiucit quoq; Deu6 ab eeterno
credturax ^^^^ ^ in effe cognito et uoUto, nec tdmen ptffum poffum dici, cum
idem fint tg ^ n o p ro* redliterquodDeus, Etut latiorem differendi campum
habeas, non ducitcrca- tdntum relpcBiueipfam aRionem confidcrare pottris : fed
etim ab- turas. folute,ficuti crnosconfiierauimus, ium ie proiu^lionibus cr
ope* rationibui uerba faceremus^ diflingiicndo de adione immanente cr
iranfeunte tXm in diuinis quam creatis : iUo tamen fublato in buiwt»
tnodidHionibut. ut Deo dttribuuntur, quod imperfvdionm notat : dependentti
uideUcet, d^ntis ad aihm cr e contra ; CT fi quid dUui ejl quod imperfr^ionem
notet* Necdiuerfd ddionum ^ncra notabi' mus,utlo^cicrphyficipdndunt : fed
tdntum iUui dnimaiuetten' 4um putduimus : nuUum iari etts,cui ddio dUqud non
conutnidt. Nullu da{ l\dteri£ emm prims ddio conuenit, cr aU/s boc ente
iebiUortbus.fi ^(k\o nonrealis, faUem intentionAlis, prout obiciii rationcm
hdbet. Et "^? quintum profit huiui tranfcenientis cognitio breuibus
expUcari poffe haui puto,cum d latif^imk iUis raiicibui, de quibus fupra cm
Hionismcdio,pcromnespartescuiuscttnq;arboris dijfufje, inde ai^
mirabiUsjruihtSj tam creati, quam incrcati, puUuUnt, DePafsionc» N: ' On erit
Uhoriofum, per ed» ^U£ ie A^iont fiint expUcdtd, CT ruturam pa^ionis
mamfrfljire ; cum mutuo a^io cr pajiio fe refpiciant^ de qua non multa dtihri,
fic eam defcribimUs, Pafiionis Va^io elirejpcihis opcrantls adoperatum ; cr
pafiio htc» fifiu efi, defcripuo. ut pdjiio nomincturydiuinis nonrepugnAt :
quia produ^x perfon^ Pafsio p'*f prodMcentemuelproducentesrefpiciuntjUt fatis
notum cfl : fine td^ uinisno fnendependentiaaliqui. ApudLuRumadio pcr Aif^E notatur, CT ^ " A^^fo
&C ^ Bl LE, per bontficare» botutatis adio habetur^ CT pet bot. Dafiio a-
nificabile magnitudinis^ duritionisueLaUcuiu^aUeriu^radicis habc pud Lullu.
magnitudinis cr durationls pa^io* Uec minoris ejl utilitatis paf» fionis
cognitiot quamadionis, cum per iUam^ res uario modo deter* ninAtas, uel quafi
quaUficataSy cognofcere pof^imus : cr inde muUos conceptut fabricare* QU£ de
adione didn funt CT de pafiione pro» portione quadam poffunt dicitjic crgp tot
erunt jpecics ucl pafiiooii f^nerd, quot ddionis^ De Habim* V^lutireUqud
prjedicamentd dd omnidcommunij^imd conjide^ rauimuiiitdcr habitum conjiderare
oportet, Habituser^ non efl habitus ad habituatum rejpe^lus, ut in Cdte^rijs
tn» Habit^qd ? quiunt Logici ;fed uniuicuiusq; rei proprietas.qua habituatum
ordi- ^uk^tAi'^^ n dnffLo CT homini conueniunt : quonidm uoUtntdx in dffn»
dointeUe^mprtffuppomtyquidmLuoHtumnilicdgnUumy cr mc morid 'mteUe6hmcr
uoluntdtem ; mteUe^my ut potentidm pro* dudiudm» fed uoLuntdtem ut pdrentem cum
prolc copuLdre po^it. 1/1 crtdtis quoq; corporets,mdterid form^prafupponitury
quum nd* Sit» in crc^ turd fdtem priui eft perjrBibUe ipfo perficiente, tT in
C£teris cor^ atisr pore exptrtibut : compofltis tdmen ex dChi cr potentia, ueL
ex grnc* re V differentid^ueLex pofitiuo et priudtiuo,fituf cr ordoreperitur: W
confufto, qudm Hdturd pdti nequity ddmittdtur, Hmc Kijmundo A ni mad-
deuotioptimednimdduertdntyttecumconfullonequdddmy prmcipid, uctfio» uel radices
rtbui applicent j quonidm,ficuti ab t tr ddmirdbiii ordinc funt defcriptdy ut
uLtimum primum pr^efuppondty qudmais unum cum dLio dUquo modo conuertdtur :itd
V ipfl cuftodidnty w quodU* Ut prmcipium fluc dd ^robdndum fiue dd improbdndum,
in- ^ F j dijfhtiuer 5« dtfjrrcnttTdffumdnt.QUdlkdtttcmllt intcr principid iUd
ordo, tx hi/f qu£ ic rddicibws dida funt, fdtis confiAty dtq; in commcntarijs
nofhU m nrtcm brcucm Idtiut dccUrdbimu*. Nec multoi ordinis mO'
doicxplicdrcmodooportcty quii in cnumcrdndis formis, omnibm tntibus
communifiimis, intcr quds ordo numcrdturt idfictt. H DcTempore» » 'i On potefl
fdhc djiignAri tcmput rcdlc quibitscunq; entibtH conucmcns, cum eorum tdntum
fxtmcnfurd, quacontinue in^, P ftdbilitdti funt fubic^y dc corruptioni obnoxid
: intcr qu^ o rcpucnat dnnumcrdri uerc potcfl, mli didboUca mrnj, ip/?j?i* mo
Didbolo nequiory id non minus impie,qudm irrdtiondbiUtcr dc ftuUecogitdret, cm
CT crcdtur^ qtt^ddm in entium ordtne repcri» antur, qu£ tempordncx mutdtioni
mimmc fubiaccnt. AnffU uiitU» cct ac rationalcs animx i corporibus proprijs
exutsc, Quomodo n*- ^ affcqui potcrimui intcntum nofirum^ quiuoluunus ommbus
enti* bus hdf nojirM latifiimds catc^rias conuenire i DicimuSy ipfa expe^
Tcp*omni rientidnobisinjinudnte,fecundummodumnoflrum cognofcendi, dd» b'
couenit ritempwsquoddamommbusentibu* indifjrrens. Et ne impofiibiUd fecundum
uii(amu/t affcrere, de Dco differendo tcmpuA noflrum conuenirc fic m od u n o
oHendimus, Certum efi diijvrentes operationes ad intrd rffcv dtcr» flru m coO-
^j^^j ^^ ji cathoUcus expUcare contendit. fub ratione prxte» derandu ^.^^y^^
p^^^ffj f^^m tempofis, expUcabit ; inquiendo, Dc* ut Dcum^nuitcrffnerdbit. Deus
Antichrillum ab dterno cogno' vit4 Et undc hoc i propter inteUeihs noflri
imbeciUitatemy qui ma« dofuoresdiuittdscognofcityCrnonftcutifunt, Tempus
igiturquoi fccundum modum nofirum concipichdi res (quafi) menfurat : in nu*
merum trdnjcendcntiumponimus^ DeLoco» Kottejl NOri efl ddinoium difficile
oftendcrCf non tdntum credturdi corporcM in loco fjfe, uerum etidm
Jj>iritudlcs fubfldntids tdmfinitdff qudm
infinitd/sJicetdiuerfomodozTUdldetequi- uoce. \mpofiibUe dutem fire putOydUqudm
loci defcriptionem dfiig Qu-^g fQ.» ndre,propterudriosmodos(\Jendi\li: dt
quibwin j\.,Vhyf: Arifl. dcfcribino trdBitfV propter oppofitu modum ejfendi in
locojDeo cr crcdturt pofiiu conueniens ; quum credturd fit in loco^ ut
contineturJi loco. Deut du* tem ut locum continenSfCy conferudns. Sed fdt erit
cognofcerecor^ Corpora^ pordeffcinbcoperfeyUeldimenfurdlitery circumfcriptiue,
occupd ^*"^ tiucy cr repletiue ; qujc omnid idem fignificdnty pdrtesq;
eorum inte- ° grdntesy cr dccidentid^ per dccidens : pdrtes autem effentidles
dumfunt^a^potentidtdntum funt pjtrteSy dicuntur e(fe per fe in lo» co.
EthocdiciturobdnimdminteUeftudmpdrtem hominis cffentid'
lem,qu£cumccorporemigrdty'dtq;tdntumpotenti4Us pdrs effich tur^ tunc inloco
efi, cr eo modo quo Angeli, quifunt in locOydefini* Angeli sut
tiue.Eteffeinlocotdlipd^hefteffcinloco^O' nonoccupdre /oc«w, inloco dc^ in uno
nuncy quod nonindliotnifidliterdiuinduirtut dijj>enfa- Anitiue. ret : nec
locus femper compdrdtione dd Angelum pro fuperficie fu- mitury cum cr in pun^
pofiit definitiuc exifiere. Deus uero immens o.
liueinomnilocoefi.dtqiomncmlocumv locdtd confcrudt. Sdcrd^ ^° * * tifiimum
dutcm Chrifti fdludtoris noftri corpus cft inhoftidfdcrd' chriflicor
inentdUttr, crfichdbesdiuerfosmoioscffcndiin loco, conuenientes p^quomo-
exiftintibus uelfubfiftenttbus. hd uerd qu£ tdntum rffe effentit uel do (it in
lo5 cognitum hdbenty proprtc non funt in loco : poffunt tdmen dui in ios
co,prout ihdnimdconferudnturyfi funtJffecicsinteUi^biles, dCks '^? inteUigendi uclhdbitus
: p uero uniuerfdUd inteUe{ks operdtionem
a^determindntidydicdXCdiffeininteUe^hobieBiuCy dt inconcduo tf,^ quomo
orbisLun£obcoruminflMitdtcmtdnqumin loco, ubi cr flulto* do fint in rum
cogitdtiones qi^iefitint. Hxc funt qu£ de Cdte^rijs trdnfcent loco, dentifiimis
proponereuoluimuSyUt dptior ftudiofus fteret in dppli- cdtione cuiuscunq^ dd
quoicunc^ : qu£ fi optime contemplabitur, non exigiidm utiUtdtcm confequetur, F
4 Drcii' 4» D tor forma» husentibusconuenirepoffunt : nec inconfuUo id obferuduimwSy
ne^ td, qutfud nAturd fum trdnfcendentijiimd,fierentminws ^nerdUd ; *^P^*
unicate» tdte^udet: qut nomin&ripotefi identitdtis unitdi, quid per ipfdm
dttribua omnid, ncc non cr proprictita omnes in dmnAm trdnfeA unt efjentidnu Dc
Pluralitatr», EXft/f qus diSti funt de unitnte facile erit diiudicdre de ippt
plurdUtdte: unumtxntum idobferudre prxcipimu/s, quodplup YdUtds trdnfcendcns i»
rddicibw cr pdrtibus drborum efi femi*- mti, m qudntum efi fuiipfiui plend^.f
cum proximd potentid dd d* ^him fibicomenientem, cumd^ cr fuo correlatiuo : qut
nomindn^ turplurificdtiuum,plurificdre cr plurificdbile, Quot enumerdui* Qug
pliira- mmunitdtismodos.tot funtplutdUtdtis. inDeouero efi pUtraUtds Jitas in
Dc- pnfondrum, dc etiam dttributorum^ qutexnatura rti funt dtfiinih. ut optim
(UiHcmt Scotifit, 3. D( Sim 5, DcSimplicitace. j PKout quMet drbor inuifibilm
fubjldntidm Ji radicibuf flmt plicibui\recipit,flmplcxnomiudtury crfecundum fc
toam *^£)gqua fitn qudmlibet fuipdrtem : necioquiintendimwsdeedpmplicitdtet
pijcicatc qux opponitur plurdliati, quid titem plurdliatem hic immedidte
^[QiQf^^jj^f^ fuprd concefiimut :fed de iUd qu£ non pdtitur compofltioncm
exdli* quo potentidU cr x^dli : dlittrfvrmd hxc drbori diuittdli non con-
uenirety qut nuUdm prorfut hdbet compofltionem. Exquo fequitur^
qu6dcompofltio,qujt pLurium tintum pofltionem nont^ potefl mter formds hdAce
locum hdberc. \n dlijsuero drboributy qu£ pro crcdtk rebus funt condituttj
compofltio ex ddu cr potentid etid reperitur* 4^ Dc Forma* FCtmno ut
perficiens.fedut kt efjerc tdntumconflituityin qud' pQr,„jo,„.
cunq^drborepotejlinueniri, quid nec diuinx effentis ^«"pM^* nib**arbori
ndt, qu£ cum diftindis proprietitibus reUtiuis, perfonds dif bus conuc- ^finfhs
conflitvit. Mdteridm dutem omnino remouemuxj quid m dr niens fir. bore diuindli
inumri non potefl,licet Henrico non uidedturinconuet M^feria k nien s,Effentidm
diuindm cffe qujfl materidm in diuinis produBioni* ^^' hws, ut fubtilifiimus
Scotus recitdt in fecundd q diit : ^.primifen Suh:\[[ril' Untidrum, m' Scoruf.
' DeAbftracflo* Iii qudlibet drbore funt dbftrd^, f rjdices : Verum cum ipfje
^^^jj^gj fubftdntidm fudm tribudnt quibuflibet drboris pdrtibas., dtq;
fujuabftra- njturdm iUdrum indudnt: nec dmpUm bonitds uH mdgnitudo flm {i^^
qj^i,„^> pUciterdicuntur, fedcumddditione. Vtfuntin trunco, nomindntur
ionitdfuelmdgnitudotrunci,cridem dicdtur ut funt in brdnchis,
rdmifj/olijSyfloribuscrfi-uihbuii . G 2 ^.DeCott. 44 6^ DcConcrcto, Q: VU ut
di^.um cft fuprd, dum de plurdUtdte dgtbdmut* wuf qu£q; Tddix in qudmcunq; drboris
pdrtm defcendity ut ejl m proxtmd potentid dd diium^ cum ddu v ]uo correUtiuo,
quorum primum cr ultimuminconcreto fumuntur .f. pro IVO CT . BILE, ideo tdUd
concretd per omtusdrborei funt diJPerfd dc femis c6creta^^n "^"''»
dumddexercitumddum uenimutMcendo : omnib*ar Tntncus e{l bonus,mdgnus CTc;
Brdnchtt funt boiue, mdgnx CTc: borib^ pa^ frudus funt bonijmdgni (jc: fic
demedijsdrboris pdrtibus difcut' exerci rendof tum. 7* DcGcncratione»
Qwariterge Enerdtiofeiun^dmutdtione lic conftderdtury qu£ Tddici* neratio co
^J"f>Mf omnibus dttribuitur, ut undconuentdnt dd uniuSt uei pUt*
Bderctur. ^-^^^ produikonem: eo modo, quo produccre poffunti c hoc Suppofitii
pUcuit dicere, quid tdntum fuppofitk produiho proprie conuenit :tm produ?,, .,
/ ri i • r (Xio coueit* ^""'^ dutcm ueL qu£ dd moium formdrum [e
hdbenty m tdttone folu principij formdUs iobbdnc foUm cdufdm Thcologi non
dffirmdre notadedi' dudent^dttiindmeffcntidm generare ucl Jpirdrej ncq^
gencrari uel uinaefsen- J^trdri^crqu^efintrdtiones.uidedpudSootuin i,q,
^,di^:primi. tta* Dc Plcnitudinc* \Lenitudo,utmquitLuUus,el!generdU principium
m drbort qudcunq; femindtumy cr dcriudtur drddictbuSt non tdntumut
rddixundcitfctpfdplend,fcdetidm ut fimiUtudo dUdrum rd» Forma h dicum
pdrtictpdt icrdebis pUnitudinibus totd drbor c/i plend. Sec kphi ralira^ formd
htc efi eddem cum plurdUtdte, quid effentiales pdrtes pUrdU» le dift ing u i f
^ tjntum re/picit ucl integrdntes : hxc uerd cr iUdf, cr dlurum
mmumfimiluudinemt uddUqudrum^ p; ^ DeTotalitatc* TOtsiliUi hic conlidtrdtur, in
qudtttum drboret totdm fudm ndturdm i ffnerdU omnium radicum infiuxu
confequuntur, qudm quidem totsiUtxtem trunci brdnchtSt brdnchx rdmk, CT
rdmi/oLifS, floribw cr fruBibut communicdnt. huius rei txempUim m quaUbet
drbore defdcUi potefl muemri : de drbore txmen diuinds
UexempUficabimufyCuiminus totiUtdx conuenire uidttur. Kddices Excplu de
mbdcarbore funtbonitM» mdgnitudo arc: contrdrietxte excepa, totalicatep C
aU£quximptrJr8ionemarguHnt,qu£ m totnmtruncittAturdm arbore di- Deifcifubfldntiam
mfluuntyproutfuntfub mfiniti rationt dc ptr- "^^*^*» frHione.confidtrdts:
non quod rddicts fint ipfo trunco priortSy dc d^ UquU mrdtioneprincipij m
Deiefftntiaminfludnty cum rddicts i- Radices in ft^tquxmDtojunt perfiSionts, d
diuimx puUultnt tffcntid : ftd Oiuina ar- quid mttUtiiwsnofltrcognofcitDeum cr
creaturdm cotmenire m borcqmo- tranfcendentiyratione bonititis ^mdgnitudinis^
durxtionfs, potefld- y°'^jJJ"*^* tiSy CT dUjs tranfiendentibusj qut
conuenientid uel confhrmitdi non poteflefje ddaUquod mfrriws, quid dd
mfrriordefidiffrrentiaier^ maUquofuperioriytyfuptriu^ femper infiuentiam babet
dUquam,, ddmfvriora : fi cfl fuptriuf m tfjindoy babet mfiuentidm realem : fi
gj^^jQgjjJJ ht pnedicdndo^rationxlemfc: ptrmodum prjtdicandi. Truncufutro
pjj(jicado. branchis fuam totxUtxtem coinmunicdt, cr brdncbx rdmis, per iden-
titdtem fdUem. Ex diSis pdtet non ejje confiderationem de totxUta,- tt, ut efl
rdtio, qud aUquid proprie totum dicatur, fei improprii^ to» DePartialitate*.
VAiicit^ Obicdum uero extra di' citur,quoddBiudpotentidnonrelpicittdnqudm
correUtiuum pro» prium, fedextrdneumy utmdgnitudo, duratio CTc: qu£ d potentid
Obie^lu ex dHiud bonitdtk tdntum extrinflce afpiciuntur. Verum tdmen efi quoi
tra (itiira. obie^um extru^fitobie^umddintrd, quando uirtute potentijt a&i*
U£ iUud inproprUm fui naturdm conuertit dgens, ut in motu gene* Tdtionis cr
dugmcnti mdnifcite dppdret, ip Df A^». ACtusdupUcirdtioneconlidcr4tur:primomodo
pro operati' ^Q^^, ^ one, qux i potentia aShud procedit, qui m omnibus arbori ^
bui locum habet : fed dlio modo pro aih.quo res prius in po* tentii exiftenSj
fit m 4c7a, qui entibws iUis conuenit tantum, qux
muationidlicuifubidcent.Perd^impriorem radicum mfluxuf, d* lidrumqidrborum
pdrtium cogiofcuntur : dt per fecundum formdm Yei uel ejjentidm in credtis
inteUi^mus» " io^ DePriontate»
QVidinteromnesformdfVrioritdscrPollerioritds funt prt-^ poncriorfJ cipux,cumdb
ipfis totusrerum ordo pendeat, mdiori egtiu ras.funtp^ mquiptioneMeoplurcsmodos
prioriatk dfiigttAbimus, ut cipux. probccognofcdmfludiofi^quomodo
indpplicatione huius formx fe Nora ufq; debednt ^bernAre; ne impofiibilid Deo
dUqudndo dttribudnt, cr ^J^^^' qu£diuinfsconuemunt,repugttAreopinentur,
Quinq;modosprioi di^^?' rititis Scotiflx in fuis firmdUatibus afiigttAnt,quorum
prior eft pri Prfmus"*' oritdf perfr^onis^ zrfic in quoUbet gpncre entium
ddtur unum pri- mum, quod rdtionem mcnfurx habet, inteUis^ndo de menfurd
perfvt. ihonif, Vt in genere fubfldntix pro menfurd extrinfeca Deus afig^ Dc'
eft m ci mtur:fedpro intrinfecd oonuenientcr dj^ignxre poffcmus Luci(et exaiii
rumyquo ddfudndturdUd.quid in perfiSboneyquamcunqi creatu* 'p
liquidcommumcatur^utaliquidpariterretribuaty quodcunq-, fit iU lud, Et ab his
nAturalibui conditionibui exeuntartificiales, quibm t» mentes C ueadentes, ac
cxtcri quotidie utuntur, 2$* Delntentione* Ibltentio rdtio c/?, per qudm res
operantur ob finem aliquem, ]gt Intetio ^d? nk dando acri fuam caliditatem^ hdc
mtentione ducitur, ut bonu/t cognofcatur, quia fe ipfum diffundit, Volendo
aittcm deftruere aquam, quic imer aerem terrammediatyhocideo factt, ut maio'
rem cum terrx habeat concordantiam ad recipiendum ipfim ficcita- - f rw, quod
non fatk commode fieri potej}, proptcr aqux fripditd* tem^ impedientem. QU£
intentio dupUx efl : primd fc: C7 fecunda. ^"^^^* Vrimd eft finis ultimui
rei: Secunda uero, efl finisfub fine, 'Et exrur-^ ^^* turaUbus intentionibMy
artipcialesoriuntur, 29. De Ordinatione* P^ErordinAtionemresfuntinconfuf^cr
diflindie, qux ordita Perordlna tionontdntumrequiritur interdrborumpartes,fed etiam
m- tioncm ter rddices, tTnon folum in effendo, fed m operdndo quoq; . Ex ?
ndturdlibut ordindtionibus homines dcceperunt drtificidles,qu£ mo" tes,
operdtioncs cr tdlid ordinant, Plures funtmodi ordmis, qui fub ttomine
prioritdtis fuprd funt expUcdtit. 3 o. De Operatione» EN/w cum nonfint ociofa,
ttdturales fuds hdbent operdtionef, quibm Udrios producunt ejfiCks. Ncc dluui
enti dene^tur o- ptrdtio dUqudfUel reaKs uel mtentiondlis^l Intetiodu- p 5J»
Dclnnucntia» lcrinftuentidm res jlmilituiinemfum rebufdlijscommttmcdttt^ Vnde
rddices in Truncum infiuunty cr Truncu* in Brdncbdt: flc
inducendouiq;ddindmiduainclullue,(lU£in dlid infiuunt, ut direfie feipfd.uel
indireae confcruetu^ ^x. DcRcfluentiaf HAccformdAConditionedifJvrt, Per
conditionem,ut diximut^ dliquid fuo communicdntiy iUe cui fit communiedtio,
""l *yrJ"^ reddit \flue iUudfuidemcum co, quod communicdns
trddi». acoditioc. ^f pf^cnonl fedRefiutntUrell^icitin correUtiiio fuum
reUtiuum, Qdrcrpict ftcundum edm fbrmdm. qudm correldtiuum d reUtiuo dccepit,
C«u« au m exemplum trddere non efl oput, cum hdnc KefiuetUidm quotidic in his
perJpicidmM, qui ntdlum pro mdlo redduntJ;oniiq; pro bono^ 33. DcProdudiione^
Vid perOpcrdtionem nonrequiritur, ut dliquod tertium re»
fultet,utpdtetdeimmdnente,fedin produ^onc requiritur, 'ideointer fe du£ iflx
/ormx funt difiin^tx, tdnqudm mdgis cr Diffcrentis
minuicommunes.Diffvrtquo(i;h£cf6rmdAffnerdtione, de qud di* inrcr Pro ximut,
quU efl opuf ndturs, ?roiu£ho dutem eflUtior. Dicimus es duaioncm sptnV«T«
f^n^um produci, non tdmen ^nerdri. Diffvrentidm ct gcneutis j^n^ ddmodum notdre
oportet, ne wu confunddntur^ ^"^"^* cr edrum ndturd ignoretur, Vonit
Kdyl LuUui duju formds, fc, Ori' De oricinc
^nemcrExHum,qu£cumpojiiHtdefdciUconfufioncmcjufdre wd- et cxitu. ximdm in
litc9u cuimcuuq;,ob conuementidm qudm hdbent cum his uiielicet Generdtione,
Augmctitdtione, Conditione^ Operdtione, Itifiuentidy t^efluetitU,
VroduiHonecrdlijs, ideo ei^ omittimus* Sei fi fubtdis uolucrit hds quoq;
cognofcere, h£c pducd, fi' Orico qd? bi fufficiint. Ori^ ponitur pro operdtione
iUd, qud fuhU^m E itusad? quodltbet proprUmpdfiionemproducit. ExitM uerb d{hii
dccom» ' moidttir ; qui ib d^ud potentU efl, non compdrdnio ipfum dd term.
mituim^ q; 5r mmmy^luUtunctlfctutlffturdtio, uclproiuiHo, utl tUi^ud aUs
opcrAtiot 34, DeSeparabilitace* Llcct uidcmr, quod ifld formd flt adcm cum
cxterioritdte^udU j^. ^^y^^ jj j detdmcndifjvrunty quiacxtcrioritdf
cfiinteriUd, qu£ aliquo ^^^^ modo intcr fefunt dijlinddy fepirabilitdf ucro
tdntum in hH repcritur, qux fecundum exiftentiam funt dif\in6h^ ut, Pdter, FUi*
ut, tirborcrfru^s.quinoneflindrbore. Et quid flc hdnc fort Hxcforma mdm
confidcrdndo nonomnibM entibu4 potcfl conucnire, quid tdli ^ difiinBioneentu
omnid nonfunt diftiniai,ideo pofjumwdicere, ed tib»conue- cffcf(pardtd,quorum
unum cognitum eflr, aliud non. In homine nircpofsiu quidcmcflbonitdia'
mdgnitudo, quem fl conflderauero ut bonut tdntum, tunc in eo bonitj^ cr
magmtudo crunt fcpdrdts», 3^» De Infeparabilitate* ^p\Er cd, qu£ de fuperiori
immedidtd formddiSh funt^ huim fatif erit notd efjcntid, oppofltum meditdndo^
Et ueluti eam duplicimodo confldcrauimut, realiter fc: CT rdtiondUtcrx
itd^yhancijsdcmmodii contemplar! dcbcmut, \flx dux firmx in homine funt idcm
rcaUtcr fc: Bo/»>quxinmUoent€inuemturjCum ndturam deftrtut^ prd* ter qu4m in
chim^rdi q^m ima^ndtio noftrd ex impofibiltbut ftbricat. Hxc omnia funt
impojitbiUdy uidcUcet : Bonitdt non eft md» gnd : Bonitds non eft in Deo :
Bonitds non eft in credturd, Et per omnes drbores eft ne^tiuc dijperfd* De Similitudine
– GRICE: ANALOGIA, METAFORA, SIMILITUDINE, ALLEGORIA, PARABOLA --. Secundum
Teripdteticorum fententidm, propric ftmiUtudo in qudUtdte funddtur, non eft
tdmen inconueniens, ut Urge pmiUtudinem dccipicndo cr in qudntitdte dc
fubftdntid fit ; quid cr identitdx uel diuerfttOitt qux in fubftdntid proprie
lib:io.Me funddtur,interentidq. *cunq;inueniturJefteArift,quiinquit^ taph :
tcx. mneensomnienticpmpdrdtum, eftidemuel diuerfum. Q|f4fc»Mecietin ffnere
conueni» tntid funt dc flmiUd» V qu^e numero difjvruntyin fj^ecie dj^imiUntur»
39. DcDirsimilitudinc. REsomnes, qu£ diflinSbishdbent ndturdx^ inter fe
dif?imiles nuncupdntur. Ethsc difimiUtudo dttenditur penes quam- cunq^
diffrrentidm, quemddmodum a" fimiUtudo pcnes omnc conuenientUm uel
identitd tem» 40» DcNatura. NAturd in omni drbore eft neceffxrU, propter Udridt
^nerdti* ones uel produStiones in iUit repertdx, qu£ fieri minime pof» funt
dbsq^ ndtur^beneficio, quid principium eftdUcuius fir* }n£dbfoUtt£» 4 Dc
Pundualitatc» NOriw»««f metipljorUehocin loco dcerpntuf pun^dUtjt,
quimlonfttudo. Utitudo CT profunditds, dc quibus fuprd didumejl. Vimc
efitquodpunChdlitM efl d^s, fub rdtionf 'mdiuifibiUoittt confldcritut,
quimedidtmterrelatiuum dliquod CT correUtiuum fuum, ucluti bonilicdrey quod
mediurc uidcmut inter bonificdntem cr bonificdbile^ Delnftrumcntalitatc* QVdmuk
h£c formd \n unA qudq; drborelocum hdhedt pecuU' drem, utuidcbimut : ftincrt
nccfibirepugn&t, ut etim dlijt drborum pjrtibui fe communicet, quid nihil
dliud efl^ q^m potenttj (ubdShiopcrdndiacccpti;qu£ddinftar 'Ml}ramenti drti»
fcidlitpropinquioreftfuofflT^hti^quim^etredd effvShtm ordinX' tx . Cuiui reifl
exemplum dcfldcrdty fume pottntum uifludm fubdCh fuo, qu£ mflrumcntum dppelUtur
uiflonis, 4j» DcNccefsitate» NOn efftt htc formd omnibui rebuicit operationemM
Diffirt ^oq^ d potentiaa^ua, quia h£c af> iUa fupponitur, nec efl idem cum
Virtute de qua fupra loquutum efl, ^uia ibi uirtws m effe quieto confideratur,
hic autem fub adu. Q» Utijiimdm iUdi rum ttAturdm und alijs omnibui eommunis r/?,
quemadmodum de ri* dicibui fuprd diximMi quodLuUidrtipciu generdUhoc txpojluUtk
p: Dc Qua!ftionc VTRVM. I Er hdnc (jutftionem de rei cffe quxritur, fccundum
omnes f f w pork difftrentids ; cr regidjLtur pcr pof^ibilitatem. Eiut fpeciei
tresfuntjejle LuUo^ in prlncipio quartr pdrtis principalit HzC qu«s Artis fu£
generaliSy uidelicet DubitdtiOy JKffirmatio CT Nfgafw; flio tres ha
qudrumpriorrcjpe^ueorum ef},qu£ ddutrumltbct dicuntur,ucl qu£ becfpecies*
contingeatU funt. Secunda ucro de his quxrit, qujt neceffarid cognom fcuntur.
Tertii dutem efl de impoj^tbdibus: dd quas rejpondendunt efl per dffirmdtionem
uel ne^tionem^ dut per po^ibilitdtem, contin^ gentidmy impofiibilitdtem uel
neccfitdtem.flcuti mdgis expediens €# Noca« rit: id tdmen obferudndo, ne per
rejponfionem principid deffruantur^ ideligendo quodrdtionon difbit^ Si enim
fidt quxfiioy Nmm knti» chriflus flt credndM i fldtim per priticipid uel
rddices tdm db^olutdi, quim refpeEhuis difcurrere neceffdrium efi, c id
concedere quod tnagis Bonitdti, Mdgnitudini, Diffvrentije, Concordantix CT
dlijt rddicibusconfonat. Toterisquoq^arbores uel fubic^ contempUrif
quibusflnonrepugnabityfubfeidcontineredequo motd eflqutfiiot tunc eligendum
crit, Quid f rg) non inconuenit honitdti dc dlijs rddi* €ibu4 ddbominem conflituendumy
ut unidntur fimul, ideo Anticbri» flw homo, crednduA efi. Diuinx quoq;
^onitdti, hldgnitudini cr Po* tefidtinondduerfdtur Antichriftum credre, ut
fatis pdteie potefK Ncqf; ArborihumdndUrepugndt hunc fufium producere, cum
ndtu» tdfu4bonusPt,UcetprdU4UoUtntdte fceUJlipimus : ob\id dUqudnda trit.Si
trit. Siuero decie:necminu*perregiiUsueLqu£ftiones dtfcur^ fendOjdUqudpolJunt
mueniri,pcrqu£ Chimtrje dtfinitio oftcndd- tur.Perbdncrepildmdefinitio
mdi^rinonpotellt cum de rci efjfe Quarc pet ^U£r4t^ quod m definitione
(juacunq; fupponitur. y^^^U 'd^e' DcQuxRioncQyiD. ^(1^'"' QV^^io hfCf qu£
per Quidditntem, ^ffentidmt Ndturim dc B^edlitdtem reguldtur^ qudtuor hdbet
j^ecies prmcipdles, fub quibuA plures dlue cotitineri poffunt» Primd Jpecies
eft de defi' Prima fpe^ nitione cr dcfintto, quomodocunq; fumdturdefinUio,fiue
fit quiddit> cics» titiudcrpcr mtrmfecdffiuequietdtiud cr per extrmfecd
muentd, dummodo cum fuo definito aonuertxtur : CT huiusmodi definitiones poterk
multiplicdre, recurrendo dd Topicdm Arifto: Secundum hdnc primdm fpeciem
fumuntur definitiooes rddicum, dum dicimus, Boni» tM eft rdtio qud Mdgnitudo^
Durdtio dc cxtene rddices bonx funt, uel Bcnitds eft, cui competit
bonificdrexfuo modo de quibufcunc^ ent tibu/sdicendumeft. Kecdtfinitionesiftt
ineptx funt, ut inepti qui» ddm opituntur^ quid multx funt,qu£ ffnere cr
diffcrentid cdrent, ex quibui dcftnitia confidtun ueluti funt trdnfcendentid
omnid dc gcnet rdUfimd generd^ qux fi definire uoUteris^ bdc meUorem nunqudm
in- uenieSyqudmLuUus docet. Secunddfpecieseft, qudndo de re Secudatfpt
quxritur, quid hdbedt in fe nAturdUter dc effentidUter : cr rcfpon- Cici»
dendum eft per edyfine quibut res effe non potefty ut puti per IVVM, ARE, cr
BILE. crfic Bonitdx CT dUtrddiceshdbent plurd coeffen» tidUd uelconnAturdUd.
Etmodus ifte definiendi eft Udlde tutMf cum per mtimd reidf^ignetur^ udletq; dd
confbruend^is dcmonftrdtiones ic tdtiones neceffdrinf, InteUiff timen per I
VVM, ARE, cr BILE non l l qudtenm quitenwiiiUidwtt, quU hoc efl per Accidenf t
]cd uthrc trii indifjvrenter fe habent dd omnid, cr hoc ijfentiale cfi».
Vluribwtdlijs modisaUquid mfeaUud hdbere dicitur, quos rcciart nonexpedit,
acfi^Uitim lUorum unumquemcj; defcrtbere j hoc cxnt tum tibi fatHflt cogMfeerty
entid m feaUquid babere,altquo tfiorum modorumueLpluributtUideUceteminenttr.
uirtualitcr m ejje reaU, Plures mo uirtuaUter m efje cognito, potentiaUter,
aduaUter, identice» uniti' di habcdi. immenjiue, per domimum, per mjiuxum, per
mixtionem,per mot dum U>ci tim communif quam proprijy uel ptr modum
pcrficientk^ fiue fubflantiaUtcr flue dcctdentaUter, uel aU/s modit de quibui
ubit^ Arif}o:dif[erity quosq; defaciU mucntre pottrif,dtfcurrendo per Rtf #
Tertii fpc; dices, Arbores, partesq; lUarum. Per tertiam jfpeaem qu^ritUTf
Qvidfit res in alio { Et uarijs modis ad hanc quxjUonem rej^ondat»
dumefiyquiavdiuerfimodcunacr^adem res potefi cffe m aUquo uel m pluribwt.
Bonitas entm uel i>\agnttudo dtcuntur tn aUquo effe^ quatenus iUud efl
habituatum, ut fecundum BonitAtem ud Magnitun dinem a^t uel patiatur. Hanc
Jpeciem poterls muUtpUcare eo modo, quofecunda f^tciesmuUipUcaa efl,
difcurrcndo ettam per fubteibk omnia, radices, acregulM. OuaUteruerb
definuiones fumend^ fint, n «rta r unicoexemplomanifrfiabitur.cumdereetilis
omnibm tradatum e» ^ rit. Ouarti fpecies efi^qua quxritur, Quidres in
jUohaheatjf cuirc* Jpondendum efi per ea, qut aBionem uel pafiionem flgmftcant
; ut wteUe^ts m obieBc c/?, tUud mteUigendo,atq; in jpecie inteUigibUi^ quia
eam recipiendo patitur Deu^ in tredtis ommbiu ptr faptenti- am^potentiamcT
effentim i^reatA uero in co reperiuntur, quis eonferuantur tj diriguntur. De
Qua?flione DE QVO* Af c qu£flio,per materialem rationem in rehuA impUcatm rc
^Latur, quoniamdehis qutrit, qutad rem aUquam confli'
tiundtimfuntncceffxriA/flueiUa mtranufint ucl extrancA: jCriibetdrtsffecies.
Vrimdpetit unie ueUCTregnuntKegiS4 Huius fj^eciei quxftiones pof* Hxc qnio (unt
muLtipUcari, difcurrendo per omnia, qut refbedum aLiquem q"o»podo
DeQuxftioneaVARB» ^ Hkecqu£ftiOy interro^tderei ejjentia, quatemts ad exiHere
uel operari ordinatur: iieo huiuf qu£fiti du£ funt fpecies» Per exiftere
nonmteUi^mut (ffeextra caufam fuam, aliter pcr cxiftcv dd entia omnia qu^ftio
h£c non effet uniuerfalk, fedmdifjvrenterac' rc quid in>. dpitur pro quocun^
effe,fiue reaU.fiue cognito, Sipcr primam ft[>e$ iclligatui»
tiemieinteUe(luqu£ratur^quareexiftati reff>ondendum eft, quia »'Q>ccics«.
hoc i, proprid pLenitudine habet, nempe ab inteUefhuo^ inteUigere cr
intcUi^bili, tum quia ptrBonitxtemy Magnitudinem ac c£terM radices^ fuum effe
confcquutus e{i. Per operationem uer6eH,utin* ». fpecicf* teUi^t cr cognofcdt
fuum finem^ aliorumqi entium naturam, CT ut per eam,homines uarios fcientiarum
habituf acquirant, Dc Qu2cflionc> cufus rcgula eil QVANTITAS. SecundumtuUumihmus
qu^flionk iu£ funt fhecics gentralet^ P°*, Af* I 4 wMat, fccundum hanc qut-
rendi furmulam^nequdquam quxrere uel dubitiire poffemus 'Xonjidc q qo jj, retur
erg) hic temporalitMjpro duratione quacunq;,uel eo modo,quo j „ tepora» d nobk
in Cate^rijsdeclaratum eft j cr tothabet /pecieSy quot fc lica» hicco cunda,
tertidt >w«a, cr decima quxftiones habent. Sub ijs uerb j^eci*^ lidcrctur.
tbui diuijiones fumere poterfs, diuidendo durationes per /ignd uel m* ftantidy
fl aliam diuijlonem nequiuerint admittere, quemadmodum Aetemitas cr Aeuum,
facilefatifeft,peraliarum quxftionum ft>eci' ts.huiutqutftionis ^eciesquoq;
inda^re : exemplum tamen dabi' mus quomodo ftnt petendx d fecundo quxfltOyUt
promptiorftt ftudi' _ '^|^ j ofusadreliqua mquirenda^Si quxratur per primam
ft>ecicm iUius fpccfcbui! quxflti. Qttando eft homo f tunc effe debemm
fateriy quando iUius ef* fentia fubfiftit^ Per fecundam Jpeciemitunc eft homoy
quando fuan partes effentiales habet. ?er tertiam . f quid ftt In alio
ecies,quotaj^ignAuimui,fed mdiffirentcr cr omnit do loc* (ii
busiUismod(t,quihusresunAmaliapoteftef[e,flue fecundum deter cofidcrad* minAtum
quoddam ffnm ucl j^edem» aut fecundum tranfcendens ali» i K quoi^ Exc U fc
exmpUy qudittr perfpeciei aUqu^tyhiteUei^ cundu ua- ^^^fit ln locoy utlociefjentu
magk cognolcatur, qux defcrtbcreuo- liat fpccici luimus, Pcrprimam Jpecicm
fccundLe qtuej}iontfyinteUe{ks efl inubi jiue loco, quia ejl m fud effentia.*
Pcr fecundam ejl in feipfo, JicuH partcs m fuo toto. Per tcrtiam eji m alio,
quia in anima Jiue homU nc. Per quartameft in ilLa uirtutCyfecundum qium
habethabitumfci»^ endi. Per primam Ipeciem terti biliSyfed per 'mteUie^im
cognofcibiUs folum* Perfecundam, fua fifft» ra uijibilif O" imaginxbiUs
cft, non q^o ad effemiam. Per tertiam lo» CMe{lcoUocatipa}^idcntislocum,licut
caUfaChim poj?id(t caUdit%^ ttm, ipjo habituato caUdLnte Et fubiun^t LuUus^
quod^pcrhas tres- ^ecies attin^tur ejfendaloci per mteUiftre tanium i ita
quodlocm- particularis m fubie^ fuftentato eft diffufus, cr dcriuatur a loca uniuerfaU
in fubieSh uniuerfaU fuftentato» Quilocu4 uaiuerjaUs Iop cat omnia locata^ftcut
omnLi caUda funt caUda, ptr uniuerfalem c^ Uditatem* Per primam Jpeciem nont
quxftionis,loci nAtura cogno» fciturinAmptrhocquodparseft in parte,ftcutignis
'm acre,tttpa^ tet in elementato, Jorma m materia C7 amnes partes mfuo toto^ ^
e conuerfo, fic unus locus ed in aUo per accidens, ty omnia loca par^ Ucularia
mloco uniuerfaU. Locus ulteriut a)g*iofcitur per fecundam ln' 4. par:
Jpeciemiquiaeft iiiftrumentttmfhbftdntix,quolocdtpartem in par^ principali. ^
j^^^^^ j^^^ Vbitradit LuUus, in Arte fuaffneraUi Dc Qujcftionc OyO MODO» cuius
icguiacn MODALLTAS. huii*"''ft"* A ^) innumer£ tmett nis ifit fpc-
jfj^P^IP*"^ 'B^-> T^^^i^fs omnest dc prddicamenta omnid acm ClQ9^
cidentaUd cum fuis ffneribut, Jpeciebm^ dc proprietatibuf
confideratdfUnamquami^ rcpt faUm crcdtdm poffunt modificdrt^ ^7 ^teicumeUte
m^dificdtioiik, fjfccies huius qujejiti confurgunt* Sed
quxPntiUtquituorJpeciesquMRjjy^tndit* rejlit uiiere. Pnwrf I. fpccttf» eih,
quando de re aUqus qutritur, Quomodo jit in fe f qut [i appU» ledu
qu^rituryCXaofff^^^^o fit in aUoyU- iUud idem in ipfof cui hoc modo
fatisfAciendum efl.f intcUe^um in uoUtntatehabere fuum effe, ipfac^ in eo
exiflere^quatcnus cum memoria animam rationAlem con» ftituunt, Tcrtia petit»
Quomodo intcUe^lus rft in partibus fuiSy par* j> tesq;iniUof
adquamrcjjfondcrepoteriSyhocideo effcy quia per e-
dndcmmetnaturamquaipfcconflatex proprio inteUcBiuo^ inteUi gt biU, cr intcUi^e,
fic cr hrc trid eius partes dicuntur, Qtfarta au- 4, tem inquirit. Qjtomodo
inteUe^us fuam fimiUtudincm ad extrd tranfmitterr pofiU f Et huic dubitationi
brcutbus fatkfacerc quis po» tcrU, fi eundcm inteUe^lum aUquo habitu infDrmatum
confidi rauerit gxtranea inteUiffre, Dc Quxftione C VM QV O, cuiiis Rc gidAcft
lNSTRVMENTALITAS. HAecqu^eflioqutrUdcinflrumcntPs CT medijSy quibus res in
Notioptlf fulsoperationibusutunturyfiueiUa effentiaUa fint. quemad*^^* modum
anima rationalis infirumcntum c^t, quo homo ii:tctti' git, uuU cr memoratur ;
fiuc paj^iones uel proprictatcs, /icutiin jir' roe{i grauit4f, cr in igne
lcuitas ;aut fint accidentia communiay fe» tundum qujt fubflantije operantur,
uclutifunt noucm acciicntis prtt. Mcamenta ; cr deniq; qutflio hxc petit de
omnibus accidentibus mo' raUbuSyft^quibusuirtutcsomncsacuitia contincntur, ac
etijm de iUis corporibus quibus lAccanici in diuerfis eorum artibus utuntur,
B.ay'.autcmquatuor J}>eciesiUlsbaudabfimUts,enum(rat qu£ im^
mcdiateprioriqu£fitofuntappUcat£, ?er primam quxritur. Cum f. fpccies ^uo inteUcdus
c anims^ars t Et rej^onderi dcbet, quod cum Boni K i tMte^ tatCy TiiffircntU^
ConcorddniU dc omnihus radicihuty contrarieUfe txcepta. perfecundam^ Cum quo
inteUtilus alia a fe inttUi^tf Di- CAtur, quodinteUi^one. pertertism. Cum quo
inteUedus cil uni* niuerfaLis ud particuUris { R ejpondeatur, quod ratione
Ipecttrum, quicji uaiuetlalium funt^ uniutrlalis fit, Ji particuUrium^ particw
Urif, Per quartam, Cum quo inteUc^us extra fe, fuam mittit fimiU" tudmemt
Potellrejponderi,quodcum proprio inteUe^iuo, inteUi»
gibtU,acinteUiffre,cumquibusfacitJpecicscUe inteUe^inSy CT prr j^^^^ nemoriam
recoUbiLesacetijm peruoluntatcm amatiles* Et e£ quf fiiones omnes, intcr fe non
funt tam diucrjx ac dijparatJty quod uns deijs,qu£ad omncs aUas rejponfum fft,
quarcre ucL dubitare non pofiit; imo oh earum maximam ^neralitatem funt tam
connex£^ quod de una quaq; datd rtjponjione, fccundum omnes, homo potefi
ueritdtem inuejli^rc. Modusfumendi Dcfinitionescx QuxHionibus* ^^omiflmus
exemplis odendcre, qualiterrei uniuscuiusq; deftm nitiones quamplurimx,
ualeanrfabricariex qux/}ionibus,quo(i Jlatim obferuarecurabimus, de AngeLo id
manijcjlandot Dixi» ■,Definit|o^ mus,primam quiejlionem non ejje ad propojitum
huius ne^tij, quo» b^'fh ^dl' '*^'*"'*PA^''" 'J(7^?"^» ^*^^'^
dcfinttiontbus fupponitur; ptr lumprz. ' TcliquM igitur intcmum noflrum
explicabimus : Ptr primam Jpeci» £x fcc u da. fecundx qurJ}ionis AngeLus
definiri potejl, AngcUs eit tUd creA" turdy qute magis r DeoJimiLis. Per
fecundam. AngeLus e{i, quihd' bet partes fuds effentUleSj tanqudm conjiitucntes
eius tjfe, per tertii dm. quodddfbonem^ AngeUis eit, qui id agit, quod fud
uoluntM uulttinteUcdus inteUigit, acmemorU memordttir, cr hoc jine fuc-
cefiionc crfantdfmdte ddiuuante. Quo adpafionem AngcLus bonat cft » qui A Deo
recipit immediate infiuentiM. Angelus uero mdLus iUe f ft, quidh extrd recipit
pdjiiones, qudndonequit homines ad peccdtt' dmindnctrtfUelquidDcoptT grdtidm
dbeJi,fuo fine Jrujlrdtus^ Per^uurtiiMU F Terqudrtimy Bonuihabctm Deoglorimy in
tnferionSui pott* Ex\» ftutem, MdlM ucro panam^Fer primam fpcciem tertijequx/l.
An- gf/w eft A Dto creatuSy non dcmateria aUqua*. Pcr fccundam,eft de omnibuf
radicibui uet prmcipijs^m ejje /piritualiac compLeto confti» tutui.
Pertertiam., tftDei creatura cum bcnedi£bone cr gloria, fl bonui tft
iftmaluieft^ utiq; Deicreatura dicitur, cum eonlradi£ho' neydoloreacpariA Per
primamjpeciemquartx qujrftionky eodem 5x4. nodo dcbet definirit ficuti
deftnitus ed in fecunda jpecie tertix qu^t' ftionit.Perfecundamucro idco efty
ut Deum mteUi&t ac dili^t, prxbendo obfequia hominibut, Per quinam
qux{iionem,Anffluf «n. Ex f ♦ tui efty quant^funt eius partes tffentiales,fiue
dtfcretx jint, uel con* tinux. Perfextam qutftionem^ quoadqualitates proprias.
An^lui Ex tit.cuiui mteUiffrecrueUe efh efjicacijiimum, uel qui m tcmpore
impcrceptibilimaximum tranfxt fpaciumyUclquinoneft nAtwi uniri corpori.
Secundum uerb appropriitax qualitateSy An^lui eft fecun- diim diuer/os habitui
in inteUeiht uel uoluntate fubiedatoSy logicuty grammaticuiyUel philofophwf
iaut fapiens., prudenSy bonuif humi' lis,fideUi,mitiiy patienSy cr uerax.ft
bonus r/f, fl uero maUUy quo ai ta qu£ ad uoluntatem fpeibt, oppofitum
conjiderd*. Per feptimam Ex/» qu£ftionemyqu£ eft de tempore, AageUa e{l, cuius
effe in xuiternita* te exifttt. perhuiui qu£{iionis jjfecies difcurrere poterk*
Ver oAl- Ex8. uam quxfiionemy AngeLui eft UAtura completa, in loco exiftens,
non tamenlocum occupans» Perprimam fpeciem nonx qurftionts» An Ex 9,
geluieftfubiiamiaqutdamfpiritualif^cuiuitffeeft per fcy cr non cum aUqua re
coniunCium. Per fecundam, Angelwi eft in CaloyUt mo* tor, calumq^ in eo ratione
poteSiatis. Per tertiamy Angelui eft in fuk partibui efJentiaUbut.per propriam
naturam utl tfjentiam, partes^ w eo reperiuntury eadem de eaufa^ per quartamyAngeluseit^
qui uoluntate fua ac potentia exequutiua, uarijs modis operatur. Per
primamfpeciemqu^ftionisdecimg^ Angeltti eiiyquicum^Bonitateac Ex 10»
dUjsradicibu4 exidityContrarietate excUtfa. Perfecundamy AngeUts t&, cum
fuk prmipijs innatis cr naturaUbuft aUx funt buiut qu£* K 5 fliotik dionli
fPecicSy de tjuibut exmpU tion ddducufUur, C[U£ tdmcn quiWt
bctinuemredcfdcilipotcrityli optimc JpccuUbitur, Poffunt quot^; res definiripcr
rddiccs omnes, ac udrijs alijs modiSy quos aliqudnio ttuimcrabimus (Deo
concedente) fcd pro nunc contentut eflo» ANlMADVERSIONES pro - Radkibus.
PKincipdlis prims partk hjec pars quintd critUimd, pdued qui^ dcm continett fcd
admodum neceffdrU fcitUy quonUm in hac explicdmur qu£ db drte LuUi omnem
ambi^titdtcm toUurit, Ani mad- ^ rdiicibm igitur dujpicaturi, hxc crit primd
dnimdduerjio, non rd » uerdo t* dicibwt folum accommoddndd, fcdetidm Cdte^rijs
dcTormls Quod liccth^comnid natura fud fint trdnfcendcntifiimd, tdmcn qudndo
fubfldntijs pdrticuUribuidppUcdntin-per prxdicdtionem, ucl acci* dcntibws, tunc
pdrticuUrU fiuiU; nec dmpUus cdndcm obtinent fa*
cuUdtem,qudtrdnfcendentifiitncconfidcrdtd,ndtd funt frui; ncmpt ut rddix mid
ucl dUquid tdU,dc dUerd in dbftrach prjcdicdri pofiit^ Vndc propofitiones
ifitfdifs funt, donitd^ petriy eft Mdgnitudo Pc- tri» Mdgnitudo Pctri, efi
Durdtio Petri; quid dbihdikm de dbdri^
£kncquxqudmpr£dicdripotefi,nijiqudndodmbofunt infinitd poi fitiue uel
permij^iue, ucl fxUcm dUcrum iUorum ; quod de prxdicatk iUis
ucrificdrinonpotcfl ad Petrum compdrdtis;fecui erit fi incom creto fumdtuur. De
hdc mdtcrid pUrimd omittOy qux pofjunt uidcri In dirt apudiUumindtum
MayMijectdmcnpropofitiouerdeR. Bonitd/sPe» fui Coflat' tri, eih Mdgtiitudo, uel
Mdgnitudo Petri, fft Durdtio ; quid prtedi- tdtum non fumitttr UmUdtc, fed
trdnfcendentifiimc ; CT fecutidum buncmodumoptimedcUmitdtofubieSh prjcdicdri
potefi ; quia Ucct pofitiue formalUer noninfitiitum fit,tdmen pcrmif^iuc,
quonidtn DeopotefidppUcdri>quiJormdUterefiinfinitus4 Nec /r«/?rub
^>fcrimtnintcrriiiias4crtU,iu,i,^r,, rm(M Aai/i;,,. " "i^n». ?«« w
i, Diffi. 7. ^""iriridicumnituritHrrru^«A, /•
''^oppofl.ofuonon.pp^Zur l^t ' L" ANIMADVERSIONESpro uiickctt
itiideliathit Cdte^oriit /^tcimtrddererddicibus dc firmff, ftcun- dm qudt pojjunt
ales nomindri. BonitAS etenimf Vnitd/s uel 2lurd*
UtMylicetfpeciemqudnddmrecipiantAfubiedis iUis quibws dppli* cdnturf ddbuc
tAmennefciturquii determinAte fint, nifi dd Cdtc- goriM tecurrdtur. Scio quidem
undm C edndcm rem plures hdbere Ydtiottes, fecundum quM diflMe concipipotefl ;
quam fi confidcrd* uero bondm ucl mugn^m, qudteniu eft homo uel bpis, nec ddkuc
o» ptimdm iUius boniatis uel mdgnitudinis noticidm habtbo ; prout
tBonitdsconuenireadxqudtedicituriUirei* Si ucro rm edndem fc' cundum Cdte^riM
ordinduero^ tunc per dpplicationcm rjdicum uel formdrum, in hdnc
deuenidmcognitionemfciUcet.dlidmejfe homi- nis uel Upidis effentidlem boniatem,
dliam fecundum qudlitntcm proprixmuel dppropridtim, CT dlidm fecundum
Cdtcgorids reli» quds, diuidendo dc fubdiuideiJo ommbui modis pofibilibus. Ntc
ncs '^muihxc pariter drddicibu^ uelfhrmif jf>ecificiri, quii dque funi
trdnfcendentifiimd. Vicifiim igitur J^ecificdntur, fcd ab ijs omnibus,
drboresKTfubicOn^ Admirdbilemutilitdtemconfequeris^fihtcpridicdmentd dij^o* u
fucrfs eo modo, quo rddices dijponumur,• cd dliqudndo confiderdndo A d m i
rabi* dbfolute,dliqudndorefpeitiue, cr ex iUis quatuor figiirds confiitu- ^**
utiHus. €ndo4 Vrimdm, qud omnid hic dbfolute confiderentur, cr unum dc Noca»
4iUopr£dicetur,imoomniddc uno, Secunidm, m qud Qbdntitxs^
Q^dlitdSyCTHdbitu^ordincnturproprimo tridngulo. A^Ho, Re« IdtiOyCr Pdfiio pro
fecundo. VbiQudndocTSitus pro tertio, mif»- cendounum tridngulum uel dngulum
cum dlio, rc^c, obtiquc, CT irdnfuerfaliter. Tertid fi^rd, unJi hds duM fiourds
connedct, camc» Tds trigmtd fexconfiituendo i c fecundumundm qujmq; cdmtram
duodecim propojitiones elicies dc uiginti qudtuor qujefiiones, uti LuUus hoc de
rddicibuspoffefieridocuit* Inqudrti uer6, poterft primdm,fecunddm CT tertidm
figunt comun^re, dtq; mjximdm tdbuldmoonftruere.qud infinitdsrdtiones ucl
dr^menix conficiet» Qu« onmA itt qmu pdrteprincipdU cUriora fient, per ed quje
de L qudtu&t n qujtuorp.gurk iLuUo hmnlU eicplicAhttntur. jlt dupUcdtm
b4ftbi6 LuUiartem. Bxc proCati^riJs tibt fufficiAnt. ANIMADVERSIONES pro Formis.
i.Anknad Q^Olita fudiitffnij per/f^icdcitate LuUus /Drmas inuenityUt e^runt
uerllo. ^^mediomagis atqimagis m rei cognitionem inttUe^s deuenire pojbit i cx
cteninty cum nibU aUudfint quan rerum proprietatef^ quieareidtffrrehtia uel
modo intrinftco emanAntt ipjis cognitis^ V Tci (jjentid cognofcitur j cr hunc
modum cognofcendi ubiq; mon» In li: pofl Ar. CiModaufcmfcoc/itwcrMm, ttmco
exmplo uideamui. Ar#. Metaph: 7 in Ubris pbificorum^ fubie^ totiui nAturalis
phdofopbiirilualt ueUtm Drttw de 'cnbtrty hxc utiq^ dtfcriptio inanls efjtt,
quia An* ^loo" dinmjcrationaUac Jpccicbut inttUigibiUbut competere pom
tefl. Siuerodicam* Dm cfl necrffariuiomninoimmobilifabomniq^ compofitione
fcgrc^tusi htc utiq; defcriptio bona. exiftimabUuK Dicet aUquis, I Ua fanc
defcriptio bona eft, fed unde habeatuTy nefci^^ ^ ^ Nofti optime qu£
fequuntkry^fcies. Quando aUcuiws reiignoran' Adhabeda tur paj^iones proprix,
ftatim ad iUiui oppofiti naturam recurren* pafsi^oriu m ' ^*""* P-
poliefiorutn in Uli fcdU indi^re pipionis, et qudf^u^ ccgnitione, tiwi de quo
cupis, pcrrejpedus unrios, pdfiionesco^nolies. Qudrt* do Deum
defcripfhficmifuprd pstet, credtunm contempUtut fum, quje m rdtione diuiiionis
entif Deo opponitur, cuiu^ pafliones prx' xipu£, cum fintcontinffntid,
mobilitd^ cr compojitioy oppojivm Heoconutnireconjidcrduiytdeooptimedefcripji.
Plurd pojfem di» tere,fed fubtiles fubtilid qu^erdut. ANlMADVERSIONES pro
Quxnionibut. EKijsqu£ieQU£j}ionibws di6k funtyfdtk edrum dnimdduer»i, Animad
fionesfuntnotx:nonnuUdtdmenmdnijrlldre non piffbit, dt ucrCo. cum breuioite.
frimumdnimdduerteredcbes* QJidndodered' liqud quxjitum erit ; licet perpropridm
quxjlionem rej^onjio fujji» cienselicietur^huic txmen comunffre potertt
rejponjionemy qudm iUd qujeflio expofiuldt, qutdb hdc originem ducit: mutuo
enim fe iebent ddiuudre, ut ref^onjio cUriorjit, Secundum ejl, utcdueds m j^; .
dcfinitionibut d quecict ^ oes inteUigibiUs.uThabit* etiu reaUu; de hoc quoq;
in Arbore huanaU tradit ((Kdtione originis temporalisi crftc habetur Arbor
(Credto comjtAdternalis.ubideCloriofiftimdVir^nt Mdridsa |lfl» l iunikm
^bundediffeiitur, [^^^'J [^dtionehypoftatici cffeide quo miro modo traSkt )
inarborc Chriftianalif diuivaU tt humanjU ftmuU [IncrtdtumtAmuidequgArhoTuUim
diuinalis lateo' digitsem^ 7» NOnttcoiilutUt mict tfbis mdnifvfti fi- unt pcr
formis, dc quibm m primd pdrtc di^m cfi, dcctidmdiCcfur.cumHcmcntaUs drbor
cxpUcdbi0 ^cgctdntis J turyplurcs numcrdndo j ucrius amcn pergenerdti^ ctrboris
pdr 1 onem, corruptionem^ priudtioncm cr rcnoudtio^ US, ncm, quim per reUquds
firmdf, FoUd funt mucm dccidentis prtdicdmcntd, Florcshuiusdrborfsfunt
mjlrumcntx qutddm, qutex tribusfuntcon(}itut%.fcx potcntidy obic^ cr OuyUt
fruCbtmgencrdtioncmucl tffe gcnitu, rcj^i0 ciunt, Tru^s funt uegctintid omnid
pdrticuldridy qu£ di qudtuor cldffes poffunt reduci, ficuti cr qudtuoY funt
elcmentd qux in ipfis hdbcnt doniimm^ iuxti fhccicrum udrictdtcm^ DB I DE
ARBORE SENSVALI QV^ecunq; in hdc drhore conflderantury priws ca rdtione quA
fenfudlid funty conftderdri dtbent^ cr demde qudtenm dud* rum prxcedentium
drborum ndturdmpdrticipdnt. 'Kddiccs, e£dem penitm funt, qut \n prioribuf
drhori» bmfuntconftitut£, TruncwSyC^ uniuerfdlechdos, omnid fenfudlid conti»
nens. Brdnchx, funt fex fenfut exteriores .f uifu/S, duditws» td^Sj giiftuiy odordtws
C7 dffutu^t. Arhork Rdmi,funtfenfualismembrd interiord CT exteriord; fenfudif ^
interiora, ut cor, epar, f^len, cr pulmo ; exteriors partes funt uero, caput,
pedes, crura cc. ¥oUa,funt eadem» dequibm inprioribus diihm eft, fuh
triplicitamen ratione confiderda, F/orcj, funt operationes fenfudlis corporh,
ficuti uidc» re, dudire, ^ftdre CTC. ?Tu6hiS. funt omnid dnimdntia. qudtenuf
fenfuaUd^ we- fftxntiatO^elcmentAtifunt. DE ARBORE IMAGINALI. IK hac arbore
fimiUtudines cr idola eorum omnium qux in drbori» bwi fenfuaU,uefftiU ZT
elementaU cotttinentur, coiifiitrandd ft offrrunt.Etptrimaginatiuam,noneamuntum
potentiam dcci* pere debemu«,qu£ fenfuscommunk/pecics confiruat, fcd potentiat
omnes interiores ; nempefenfum communem, ima^nAtiuam, xftima- tiuamyUelcogitdtiudmy
phantaflam ac fenfualem memoriami qu£ firte,TAtione diucrfdrum operatioimm
dtfiinguuntur, cr non in ef. fentid* M ArboT^ \ r» 'RaiiccSyfuiU e£dem,qux In
trihat drhoribm funtcan* pdcrutje, pro ut potentix alicui mtcriori uel omni» I
bui,per Jpeciem reptjefentantem funt prxfentef,, Truncut^ eftllmilitudo
trucicuiutlibet arborls priori^, I alicui potentix mteriori obbta, Mbork I'
\Branch£,funtpmilitudinesbranchdrumdrborumpri* ma^nAlis { oru,i* ritualtm, ia c
pars quxUbet arboris fjwitw, fecunium hanc dupUcem nxturam confiierania efli
corporea dutem quairu* pUciierationeexaminAnidreimquitury^f quatenws efl
elemetalif, uefftdnSyfenfualiscrimdginAlis* Ex quibuicoUigitur,quaUbet huius
arboris partem, quinqi moiis efjeconpicrdniam, fRdiices iUxmet funt, ie quibu^
fuprd» quinq; moifs conflicrdtie, TruncuSyefl^ecieshuntdnAuelchdos, m
quahomine$ omnes funt contenti, Erdnchx huiui drborls corporex funt cr
prjtcipuc arboris Ima^nAlis^ folia,funt uouem dccidentid» ex quibus uirtutes
funt orndtjc. FloreSy funtuirtutum mcritHy crmtdtipUcdntur dduir- tutum
multiplicationem. Fr«(ff««. funt mtritorum mercedes^crnt Deui honorc* tur
uirtuose^dc eiferuiitut, M 2 Artor Arhork mordlls uU tes lunt. Arbor
Vitiorum»'Kd^ttm hdcarbore^qu^ddm funt principilioret, qutdd uero minui
prmcipdUs ; prmcipdliores funt, ^\dlitidyStultitid,Fdlfitdi,a' Priudtto finis;
qui" hws ex minus principdUs funt connex^, uidelicet Udgnitudo, DurdtiOy
?ote(id^, Voluntd^y DeUih^ tio, DiffirentidfConcorddntidy ContrdrietdSyVrm*
cipium^ Uiedium, Mdioritds^ Aequdlitds dc Mi/w* ritd4» ' Truncu^yefl confufio
ffnerdlis, in qud funt omniJpdrti^ culdrid uitid contentd*
Brdnch£dlijefuntprincipdUs,dli£dbijs originem fu*' dm trdhentes ; principdUs
funt Guld, Audritid, L«- xurid,SuperbiayAccidid, Inuidid C7 Ird j reliqu^ dutem
funt Iniuridy Indiffretio, Debilitds cordis, lft# temperdntid^ InfideUt^,
Dejj^erdtio, Crudelitds, Trdditio, Homicidium, l^trocinium, Mendacium^
MdUdidio, Impdtientid, inconfldntid, Immundici^t^ fdlfitds, Vigritid,
incuridlitds cr Inobcdientidt \ Rdmid Brdnchk oriridicuntur, c funt iUd quibus
uiti» orum hdbitus ffnerdnttsr, cr oppojitx uirtutet re» ifciuntur*
FoUd,funtdccidentidnouem,quibus uitid funt qudUft* Cdtd» lloreSi funt culpt
iuitijs mdndnteu JeruduSffuntpocn^, oh mtia peccitoribm hfHdf^ DE ARBORE
IMPERIALl •f IKhdcdrboreeaomnUconliderdntur, qutdd regimen unmerfUc
Ipe^redicuntur» qudtenwt tileregimenejltempordleuelfeculd* re. Nfc hoc in
Locoyimperatorid MaieftiU txntum ejl confideritnddy fedetidm cuiuiuis dlteriui
perfonjedominium, inqudntum legibu4 im* perdtorijsfuUiturdc refpedum hdbet dd
Impcrdtorem. Et htc drbor m duM pdrtes diuiditur^ primd quarum rejpondct
prioriparti drbo» ris moraliSy cr fecunda fecundic i hinc eji quodiRdrum duarum
pdrti--^ um debet fieri m omnibm huic drbori dpplicdtio, fecundum uirtuo^ fum
effe aut mtiofum,lmptrdtoris^ 'Kddices,funtiU£,qu£inprioribufdrboribus funt
con- jidtrdtsc. Truncu«,eft commune regimen f£culdre,quodlignificdt communem
perfondm imperdtoris^ Brdnchjtyfuntdecem .f Bdrones, MiliteSy Burffnfer^ ConfiliarifjProcurdtoreSyludices,
Aduocdti, Nwi- cijyZonfejfariwi zilnquifitores^ Arbork\m palts par-
^Kami,funtijdem quilttmoraliarbore funt conlideratt, tes funt cr pr£ter hos,
feptem quoq; dj^ignAntur f luftitia^ Amor^ Timor, SapientUf Poteflasy Honor ac
JLi» bertax, ¥olia, funt nouem accidentia, de quibus fupra^ Tlores, funt
Imperatork iudicia ac fuorunt miniflroru. TruChsy efl pax ffntium, ut ht pace
Deum dili^re poft l fint. n $ DEAR* DE ARBORE APOSTOLICALl EA omnid qutt
hominem di Datm ordindnt, hdc m drbore confl* dcrdmur, ty Ufrfxtur
circaperfonds cr res eccUfidfticdx Qu * dd Truncum cr BranchM,potrfi
conjiierari ommbut moin qui hut drbores prxceitntes funt conjiierdtjey prster
Imperidlemy qu£ pdriterpriores omnes continet,fdUem,quo di Truncum cBrdncbdf^
'B.diices,funt Virtutes Theologics CT CdriindleSy qud* tenuf d rdiicibui
uniucrfalioribus funt w/ormdtx^ Truncuf.efi perfonA ^neralk, qut iicitur fummw
Po« tifrx, fuccrffor Pe^hnt dd GLORIOSISSIMAM CT SANCTISSLMAM DEI HOMI» NlSqi
MATREM, ViRGINEM MARIAM, qu£ Mund0 feperit h^undi Sdludtorem, fRddices, funt
pnes hominum recredtorumy qudtenui l gencrdlioribuf principijs [unt injvrmdta
dc orndt^, Truncutt eft hdbitut quiddm generdlPSy rdtionc cuiui VIRGO M ARI A
dicitur refugium efje peccdtorii, Brdnch^y funt dux uAturx, uidelicet diuind
arhumdnd, ArhorUmd qu^iUud diuinum fuppofltum conflitucrunt^ cuiut terndtkpdr «
VtRGO mdterfuit, Virgine permdnentct Uifutit Kdmiy funt
SpatFietdS^dHocdtiotUumibtdScryirf ginitM^ FlorcSy funt dignitdtum M ATRIS DEI.
TruChsyeflmvscH¥dSTVS,ciiiutcruore, 4' tnortt ^ Uber^tifmmi DEAIU DE ARBORE
CHRISTIANALI. Il^illd.drboreeA conflderdri debcnt, qux dd vncdrndtum diuinum
Vcrbum jpe^bint : cuim drbork du£ fitnt partes prkicipdliores .f. Diuind cr
huntdnd, ficuti cr m Chrifto du£ funt natur£; cr fecurt' dum utrdmq; eft
cxdimittAndd i rdtione bumdniatiSt pdrtes omncs ar» boris funtytlementtilcst
Vcfftdntcs^ Scnfitiux, Imdgindtiut ^dtin onales irdticncuero DeitdtiSf pdrtes
proportione qudddm funtfn* mendjc» fRddices, funtgenerdlii principid
diuindchumdnSt I J Truncus, eftlESVS CUKlSTVS ; qui truncws unitt tfi j rdtione
bypoftdfls, fcd duplex rdtione ndturdrum^ hrdncb£, funt du£, uidclicet ndturd
diuind. cr humdnA. Krboris Rrfwt, funt rcfpe^ks, quos ift£ du£ ndtur£ hdbcnt,
»»- Chriftiddlis ecificdri CT determindri;ideo qudndo confidcrdntur drbori*
"f-Qj^^j^ bus trddcre cffe, neceffmum ejl iUjK confidcrdre dformis prius
udrio modo informdtdt CTptrfr^s : ex qudrum pcrfiBione drborum pdr- tibus inefl
quoq-, pcrfe^o. Berddicibuspducd ddmodum infequenti* bus dicemus, quid
proUxitdlem CT inutiles eiusdcm rei repetitionet uitire intendimus. H/c igitur
qu£ de ijsdiximusobfcrud^C pur^ mente contempUrc» N 3 Dr Truncou J»4 DE TRVNCO.
V, . nr^R««cwfr dutem dcbedt inteUi^y in mixto eUmeutd ejfe ; unicuianriai mumm
terminum ; cr h£c duplex eft f pcrmancnscr fuccefiua ; ^^J,'^"' ^
permdncnsycuius psrtes quxshabet funtjimuli fucccj^iud autem, cu» fucceUiu» ius
pirtes non funtftmul ; quod dcbet in utrdq; qudniitatfs dcfimtiot qu id. ne
intcUigi.noude pjrtibus effentUUb'J4, fed tdntum mltgnnti. fcw orqudnrititiuts
Difcreta cft, cuiui pjirles un.i pcr tirmintm dU 'crefa quem communem
nonconiunguntur, QUic ut cdptafdaUordftnt, \n ^u*'^^»^**» m9dm drborh
dij^ofuimut^ Qudntitdi4 * U4 ^q6 'Lined fjutefl logitudotdnm tmn, Superfiaes,
qu^pr^terlon^ ^Venmnens^ gitudmem habet Utitudmc^ I Corpui. quoiefllongumM' [
tum, profunduwq;. (Continud l f lAotut,cT cjl aOtis etif,qu4> I tenui in
pjtetnid. I \Juccepiud ^TempufyCreflnumeruimoA tm jecundum prius cr pot fteriut*
fOrdtio, (juatenut eiui fyUabx menfurdn» j tur breuitate uel longitudme» iw
pro* Difcretd i mnctando. I (Effentidlit.utdigitui drticu» (V^ejpefhu^.utpdr^
Accide-i pdnter pdr, pdri' tdlis \ tertmpar^c. \^QSdlitdtiumcrefi tUe
quiimportdt pguriyUt affcret^ fbbi.pararelli.pt' des crc. Pf op rlu m
Qniiuitdtk efl proprium.ut fecundm ipfam res £qudLes uel mxqud^ Omnls oualitas
ry^rqudlitdtemresqudlesdicunturiut per iuflitidm homini m# nat fubie Xr^''''*
Hccqud- du. ct qiia^^ denomindtfubiedum m quo efl, mp in eo fit utenfd; !ۥ .
blttcefi DE dVALITATE. r t4tisfuntqua\ tHor \ tol hmcefl(juoidqudtepidjne(li
edUdd neq; frigidi poteft flmpliciter nomuun i retiuiri^ur
quoicidnt,*uelquodddc6* Propria rc uertentUm de feip/is prxdicentunquod jint
flmui naturd ^i. na- latiuoru, turali inteUigentid j CT quod uno pofito,
dlttrum ponatur» cr *f*>gnani, deflru^, deflruatur^ Non mc Idtet, mdteriam
hdnc effeddmodm dtfficilem, plurai^ expoflulare j hxc tdmen procompendio
fufjiciat^ DE ACTIONE ACfio non dcbet confiderdri pro formd dih, uel
mdteridUter, .. fcdfvrmaliter CT pro rej^eOu ; cr mhil dliud efl quxm refpe. fi
u5- {ks quidam, quo dgens reftrtur ddpdffum.^ropriumefid' fidcrandal (tionif,
ut jit rdtio qu4 pdjiio iiifirdtur. DE PASSIONE EX diihs hic immcdidte
fuprd> fatis crit paj^ionls ndturd manifr^ fid } dejinitur tamenjic, Paj?io
ejl rejpe^ius pdtientis ddagens^ Proprim c{h huiusy ut injirdturdb dSHone^
DEPOSlTIONEudSlTV. POjitiOy efl ordo pdrtium dlicuiustotius ddipfumtotuniy CTdd
^oCulo ab locum-y cr w hoc po(itiodbubidiffhrt,quidubijigndttdntum
"^i^ii^cru rej^eiium ddlocum, pofuio dutem prxtcr hunc^ dlium denotdt,
utpdtet» DE HABITV. HAbitus hoc in /oto, non dccipitur jicuti inprimo
qudlitdtit moio dccipicbatur ; fed pro rejpedu rei dlicuius^ db extrinfe- co
dltcrirciddidcens^ pcrmodum orndtus uel deorndtus: fiu$ totum uel pdrtcs multas
rejpicidt iutrejpe^usintcrulxddeumqui td ejl indutus i fiue minimam pdrtem ; ut
anuU re^eiiusdddigiM. tum, DE VBI ucl LOCO* VBi, tj} rejpeaus lo€' citfdjiigndt
P(trus hy^dnus, qu£ nuUius funt momenti^ O 4 JDEQt^do^ DE QVANDO»
QVdndo^ellrefpeCknemporkddrmtempordUm j ut rtjf>i$ L%s huiu4 bor^j dd rem
tali tempore exHlentem, cuiui operd' tiouelmotui menfuratur. Duplex
quoqipotefttlfe.aaiuutfi Uideliceta-pdj^iuum^licutcrubi, \demde bdbitu dia poffet.
Huiuf dccidcntistresaj^ignAnturproprietdtet, quarum cognitto cum non ddmodm im6
parum uel fvrfan nihil profit, fcribere non curauimw^ Hjtc de fvlijs omuibw!
corporek rebus conuenienttbM, dida \ufj\ci*^ 4tvt Q^ndo igiturdere aUqud
materiaU traihbitur, poterit luUi Pndtofuipnhtc accidentid edm fdtit ornare,
poteritq; Cate^riat nofirM non folum reijppUcdrcfedetiam cuicunq; horum
dccidentui. DE FLORIBVS. AJ^dmis foUd generantur v fiorts ;de /vlijs di&in
efljed dt fionbm aqmbw frudusdcpendenty rcfiatut nonnuUa uidea* mwi4 F los hic
dccipitur pro re iUd qut fruOui uel efjviiui e(l Flos quali p^^^i„i^^.
mfhrumentum dicitur quo res dcquirit tffe. ?ere4 rcr accipu
defaciUdignolci,quidperi>\f\ru* Dubia Lul
mentumuelfiosueUt;uidcturetenimquodpro mfhumtnto optratij li fenteru
onmdccipiat,^ tamenremabaUomotamquandoq;proeodem ca» defloribusy|4(|.4f. t«
uero brcuiter nobtfcum poterii afjirmare; principaUus Opcratio e ^Hfumentum
operationem cjfe, quia fruCkiuatdeeit proxima: ftcUM. ^*^^
tipdtetdifciirrenttperomnet motuf ff>eciesi remotum ucro iUui mcntum. ^
difpontt, ut mdefequaturfi-u^hisificuti ignifcahr» quid calore combufiibtU uel
caUfj^bile dt)j>onnur» ut formam ignis fufcipiat : dUud remotijiimum datur,
quod motum ab dUo recipit : CT duplex f f nAturale CT drtificidle ; ndturale ut
minui. pesO-c: dr- uficiAeut funttUd qutbus tAechanici CT aUj utuntur.Et
omntbuf ijt tnodis mjirumentHm uelfiospotej} accipi, ftd jecundum LunHnten» tum
(ut m fequentib^4A patebit) uerius optrationef fiorts uel infiru» mtntd
dicuntur, quJim cttera quxnmirauimM. Hoc quoq; fidcmfd. cit,qui4 tit,quU
in(hmenU duobut uUimk modk conjldcrdtA, dut funt qud» litdtes dijj>onenteSy
qux cum elementit cor^iderantHr iUel fuiH tl^ menatA^ qu£ pro jruShbui
dccipiuntur, > DE FRVCTIBVS» Flnts cr compUmentum rddicumy Brdncdrumy
rdmorvmy foUo- rum cr deniq; florum,frui^s funt ; qui per eminentiam quant
flu^^i^^*^^ damomnesarbbrk pdrtes continenc^nec unquam partes arbo' ° rlf
quiete fruuntur, mji quando fru^is fuumcffeconfequutifunt» pK«(f?wy
huiiuarboris funttUmentiL omnid(feclufiseUmentis com^ pofitiSy qux pro rais
funt accepn) quxcuq; fint iUayfiue perfiet&^ fiue imperfida, de quibu^ in
quatuorUbris Meteororum d^U Philofo' phut. tion eflprxfentis ne^^tij de ifs
traShreyfedqujc finc numtrd* bimui faUemy cr nonnuUd forfan deiUis diccmus. D«o
funtmixtorum generayquorum primumimperfe^rum dtcitun quoniam tefte Ari- flo: in
primo Meteororum, fecundum naturam minus ordinationm Duo mix- fiuntyquJim
reUqud corpord ; uel quia fubito mifcenturac ffnerantur, " gcnc- Etfubhoc
mixtorum ffnere meteorica omnis imprrj?io contmetury " 9"«fint
UtUquetuidereex fcquentiarbore. AUcrum mixtorumpnut perfit ^4"*^» {htm
efiyfub quo lUa omnia comprxhenduntur, qux in terrx uifctri- hut generantunqux
fnnt difjicilis mixtionis, ffnerationis, ac ccrru^ ptionis i de quibtu Ar:
traibAt m 4 Ub Mettororum, cr funt Upi^ deSy metxUayfales cr fimiUa. Ab
imperftEhs aujpicaturi ; qu£ cr uu ffnerationis perjvdiora prxceduntyhanc
tmprcj^ionum omniumad' uotduimus diuifionm j utfdciUus qux fittt, cognofca tur,
y P Omnfc OmnkMtte oricd imprcft fo cdufatur utl flno^UiLSphxrd.utGaUxi^ Sine
upore, vfubit^tuf { \n acre, cr tx radiorum folk refie^ aut [^xiom fiti ut
Hnlo, Irif, Pdnhelif^ (Comdt4 fSteUd i Bdrbdti I Colu^ [cduidti In fupremd
dtrlt j nxpyrmidAles» *Sicco cdli' do CT m-* fldmmdto Vdpore 'Simplici^ I
regione,ut fune « lii medid^ ut inmfima,ut CdndeU drdctes Lance£ ardetes,
Titioyquidicituf Afub» 'Cdprt fdltdntes ec'iem ^rit lapidfs vellutidccodi: qui
defcendendocorponquantumuis durd pcrcutit ac eucrtit. Si uipor cleuatus efl
mixtu* fulphtire uelargento uiuo ; tunc ex dccodione v infiuxu coclefti,
-quaodoq; infiuftumfcrriucl chalibls conuertitur. Venti turbink ong)
abaqueanuht; (fl,quite' Deuenio nus contincttcrreflrcm uaporcm i ex nubis
fradione vaporiUc tcn* ^urbinii. dit maximo cum impetu terram uerfus, crd tcrra
repercvlfus^ fecum trahit quxinuenit, DeimprcfsionAus gcmtis no cx iiaporibus,
fed ex reBsxione folis uel Lunxauc ScelUrum. DVm dcr uentorum impetu non
molcflelur, folct aliquando ap^ og Halo- pirere circultu albu4, circd folem aut
lunam ud fteUam ; qui ne, Lorond Ldiinc, cr Udlo grxcc iiomindtur ;
crgencniurflc^ Quando I fi4 Qudndo hmni£ui ttdparfurfum dcudtof cjl, nec tmtn
attigitmtd^ Amaeris regioitm^ ritionerdritatis fuxoptimcluminis (fi fufctptu-
mt» GT migii in medio quim in cxtrcmitatibus,* quii co m loco tft intcnfion
corpuiq; lucidumuaporH ccntrum diamctralitcrradifsfuig
iUuminatiSyhumidiat*mdeftruiti qiut ciccntro rtccdcns ai pcriphf rit partcs
conftkgit, cr bocpu^ fit circuhu j qui cum tUuminetuTt nobis albut apparett
quia ntc adhuc uapor m nubtm denfam cft con» DeTride. ucrfas. \ris gmcratur cx
reftexionc radiorum foLarium uclalicuittt dlttriui ttflny m dupliciroratione cr
nube detifay tx oppoftto foOiS dut altcrim aftri conftitutis ; pcr duplicem
rorationcm mtcUigc im* brcm dupliccm^ fubtiltorcm ./*♦ cr crafsiorcm, Quando
nubcs denfd cr aquofa cum duplici iUd roratione Soli ucl altcri aftro e regione
opponitur>adeo ut radij oblique incidant itt camt nec petietrare ua- Uantt
tunc fitradiorum refttxio^ m qua rtftxxioncy carporisluminoll ima^
(^fedimpcrfrilc) reprcfcntatur: cr quia talif rcprefcntatio fit fecundum
arcuaUm ftgiiram»ideo iris nominAtur^ Colores in Iri- de
caufanturuirij^exuarictxte fubic(ht m quo fubic^bitur. Tcrru prlsenimuapor uel
nubes denftfsima, nigrum colorcm prxbet ifT quanto magis accedit ad
terreftreitatcm cr denfitatem ucLrecedit» tanto magk colot adnigredinem uel
albcdinem dccedcns cdufatut^ Multa effcnt dicendd tam dc pluralitate Iridis
quim cius figurddrcn^ Ofc P:iahe alicrcoloribus, qux omittimuscaufabrcuititis*
ParabcUj, funt Sa« ^i**- lis jimiUtndims, quicaufantutex rtftexione radiorum
folis in nube dquofa ualdc denfa dc rotunda AUtere foUs txiftcme ifi plurcs
con» jimilcs nubes aUtere folis mueninntur» CT plures parabclij caufdtu tur. Ex
tranfitu radioruw Solis in tiube non continud fcd pcrforatdt udin.aUqiubiM
partibtts rarior^ ftib foU tamtn pcrpcndicularitcr rxU [icnte, folent nobis
apparcrc cordt virg^^ diucrfls coloribtM-or» Calaxiaq nat£; cr ij colorcs ex
tranfituradiorum pcr nubem caufantur* Efl modo ge aUerd impref^io qud-tiecm
uaporibut fubiefkitur, neq; ex uapori' ncrctur. conftat, cr eft GaUxia, qurfic
caufatur, 1« o^ua Sph^ra md^ tte funt PeUs^ aUqux uifu notabtUs, cr aUqute non
i qud cwn Uicid^ flnt . Tiiios emittuitty fcd ex minhnd dd inuicm litUdrum
iUdYum di* ftdntix rjdi/rcfnnguntur^circulMq^fummealbuicaufatur, quird* tione
t^ntx glbcdinis ladcus dicitur. Hunccirculum Vulgwt appeUdt uittm fin9i Ucobi^
qud mortuorum dnim£ priusqudmcoclumcoti- fcendjnt, iUuc perueniunt, Dc MenUis
cr reliquiSt ^U£ in terrd uel Urrxuifceribuigenerantur, mt fumus di^ri, ut
Alcbimiflis [obiidiud^ dd firmdfciicntdcni» fd^dU. potentiaU, dd£qudtum.
mddtqudtum^ fixmdU. prxmdrivofu ftcunddrium* [InffiUre* uniuerfiU^ Itntitdtiuui,
qwus txtUcdufmfum ttiHii^ txt fperji^onk, I originif, topriotitds ^ndtur€»
dignitAtk» ordink, Stcundarioritmi TertioritM» f pcr iuxtipojitioncm illc
dugetur iofl^ tio 1 f Vroprie tdS t,6Vropor> tio 17 Coditio s8 mttntio I
propriiy cr repcritur (KdtionaliSy C tH interiUd qu£ und comuni inttr
qudniUdtcsi menfurd mcnfurdntur^utbicubitum uel tri* cubitum, qu£ cubito
mtnfurantur^ CTina- fn&turdlk» ritbmeticis numeri omnts^ quid comunimc' ^
furd >f unitdtc dimcntiuntur* [drtijicidlif, [irrdtionAlis^c^f^ft intcriUd,
qut und co^ nunimcnfurd ncqudqudm pojfunt mcnftu 'primdrU, rari, mlt^ funt tdm
rdtiondiis qulm ir^ rationaHsqudntitttif JpccicSt qu£ dpui fecmddrid»
UUtbemdticos pojjuiu uidcri. ip Ordiua^ tlf I tcmporis» Ordinxtio\originiS0
\jxcrcitM» (morditer, (bona^ 3 o Opndtio ^ [entitdtiur» I f mordliur* [mdld^
[cntitdtiua fbonl^ f rtdUSf eciesdptitudine :fT gicu cc phi \ Jduplex eft,
phificum c logicum j phiflco ffntrt ^udent que* lic u «^uid ? cunq; ex §aiem
mdteria funt conftitutx, ut corporalia omni^ fic ^ruplex corrupttbilid.
Genuslogiciimduplexeft.f generalifiimum cr fubal» logtcum» ffYtium
;generalij?imum fkpra quod aliudgenui non daturylicet tran^ fcendcns po^it
ddri:fubalternum, quod rcfpeShi fuperiorum eft Jjfti Quare ge^
des,injtriormiter6 genw. Genut logicum eflunumdequinq-pre^ C^^inu^de ^''"
quatcnus de pluribus dijfrrentibut ft>ecie ac numer» bnq- ^5di
prtdicatunfedobbdnc C4ufdm, cr prtterta, quid tdntum parten^ CAblliblll. s
^cnti4ef}>ecichuicotmunicdt:& i /^cie difftirt, ^nU hdc iotm ScotizjU
rJJentUm mdiuiiuis Urgitur^ De Specie Secies est qu£ Jub fe plurd mdiuidud
tdntum continet, ucl ttAtd efi contincre. HMabsci; conliderdtione pofuimus in
hacff^ecicidcfia, Notl» nitione hM p^icaiix, uil wt(a eft contincft,
quidfumquxddm JPecies,cChimi prior m iUk corporibui rcperi* turyquitndjx
funtaeterkcorporibuiUuioribus fupereminere^ pcundd ucro m iUk qu£ grduioribut
utroq^ modo, 13» DcPondcrofitatc uel grauitatc. GKduitdt cfl rdtia, qud corpord
ndtd funt dcorfum tendere j qutdupUx cfiy jimpUcitcr cr per rcjpe^umi primo
modo corpord iUd fum grduid» qux infimum omnium locum ndt4 funt occupdre^
fccundo dutcm modo qu£ fuprd hxc tdntum Locumjibi uendicdnt. i4^DeMotii»
VThreuibui Idnc/Drmdmdcfiniendomeexpedidm, motum td' tioncm tffc dico, qud
crcdtd cundn mouentur. Ldrge motum Accipiendogaitrdtioui cr
corruptioniconuenit, dc quihm /»- &. 5 quuti quuiifumut ; hic tdmen firi^ie
oDn/lderArevoUimui^ Motui (^eclet muUgfuntfUtftdtimtibidemonflrabuur. j
Augmentdtio^ O" efi augmentum qudntitatk» 2 Dimtnutio,creJldecrementumquantitattf,
) Altetdtio, cr efi mutatio de und qudlitite in dUdm, 4 Loci mutntiOf CT ofitk
tribuit, nepUtribut m rdtio* ne fuperiork fc communictnt. AfsignAntnr diuerfa
indiuidu» Qrum f l ' WMgtntrd iitempe, flgtutUm iniiuiiuum^ ex
demoftftrdtiotie, ud* gKf», cr tx hypotbeji. Qtiod horum jit difcrimetiy Logid
trddunt^ ji» Dc Attrafpeciesobiedcrufuorum4ttrahut, 3 2* De Contingentia» OMne
id quod i cdfuueljortundeuenitthocmodocontingent efl, Sihomo templum
uolensddire, d iapide deorfum cadente ' in capitc Udatur» contingens efl, Si
tripoix cadens e fupremo \ locojfiat aptx fcdcs, contingensefl.
Behaccontingentia fub nomine in 2« phi0» cdfut dutjhrtunx mteUiffttda,
pr^eclara Mo: tradit. , Dc Imperfeflionc» Ih^iperfr^o pcrfr^Honk ef} oppofitum,
ideo quot perjrBionU Jj>f« ciesexplicanturuclexpUcaripoffuntttot cr
imperfiihonk* Iw* pcrfeBio e/? rattOy qua aUqtdd non habet effe completum. Sic
ho9 mo A ndtiuitdte caccus aut furiws ucimancuf, imperje^s efi, 34. DeColore* r
^dndis cft colortm uis, quonidm eorum medio m cognitionem [ qudmplurimarum
rerum dcucnitur. Plura etenim corpora re» I periuntur colore uel lumine affc^y
quitn aUjs quaUtatibus ut f fatis notum reUnquitur de coelo. Cobr
igitureflratio,qua mixta funt colorata ; nota wtxf», quomam elementi quaUtdtibus
fecundis carct, 3^,DeSono» SOnui efl tmiucrfale quoddam ad otnnes fonos^Moc Ln
loco fotuim izcipe et quatcus icorponbus fottatibui proccdit,et ct ut efi qu4-
S i Uidii «« Utds qu£ddm vn derm imprrlJj, ipfumci: ptrcutiens, ie quo eonllde^
Ydtur et^Um m dtbore fenjudUjed per dccidcns.ubi dc pottntijsfenji» tiuis
exterioribut obie£hstrdditur notitid, FVmdUs eudpordtionts i corporibus
odorifiris excuntes^ dcrc^ mouenteseumdUcrdndoyddor^num olfdCks dtueniuntyquoi
in dudbut nirium cdrunculis conjifiity crjlc ptrcipiunturodo» tes* iUcuit
breuitcr oRendtre olfdciendi modum i tu dutem in fe odo» resconflderdf cr
([Udtenus dd potentidm ordindntur^ .Dc Saporc» _ . 1"^^ Sdpore muUd effent
diccnddt brcuitdte tdmen ^udenteSy macen^^" 1 J tangrmus. Saporis mdterid
fubU^h, tjl bumidum^ cui ddmixtum efi flccum terre/lrc i humidd enim tdntum^
non _ . funt fdpiddt quid nimfs fubtiUd ; neq; flccd tdntum, ut dc finiUo ' *
'^"^** ^ bMtM4W0({i fdtif dppdrct. Hocmodoftpor potefl definirL Sdpor efl
humidi pdflio iJUtd iflcco tcmftri, quod a cdUdo pdtitur i unde
perhumidum,receptiuum faporis txpUcdtur ;ptrflccum ttrre» arepalJum, efficiens
propinquum ; pcrcdidum m ficcum dgenSt tffi» ciensremotum. Sdporlt muUxfunt
J^ecies. 1 Dulck, confldt ex cdUditdte cr humiditdte mgroffd fubfldntidi
medidtq; eius compUxio intercdUditdtem G" fiigidudtem^ 2 Suduky ex
cdUditdtedchumidUdtemfubtiUfubfldntid; eiutq; com^ plexio efl medid*. 3
Pinguist ex cdUiUdte dc humiiitdte in fubfldntid mediocri ;eflmf
dixcompUxioniSt 4lnflpiduf, exfrigUitdte ; eU quoq; meiix compUxionkt^ f
Sdlfus,excdliditdtevflccUdteinfubfldntidmediocri; compUxi^ tdcdUidt 6 Amdrus»
txcdUiitdte cficcitdtc in^xoff^i i compUxi^ efi tdiem eumprdceienti. 7 AcutMy
ex cdlidiute CT ficcitite In fubtili s complexio efi eddem, t A cetofwsy ex frigiditate
cr jiccitite m fubftamia fubtili ffnetdtur t tomplexio efi frigidd. 5>
Stipticui, exfrigidintecrflccitite «t mediocriiedde eflcopUxio^ 1 o Ponticuty
exfrigidiate c^liccitdteingroljd j crefteundem co' plexionls cum Stiptico
Acetofoq;, Korum fdporum multdt poffcm ajiignAre operdtioncsccdufu opc^
rdtionumf ^udx conJiderundM rclin^uimut Medick» jS^DeScnfu» HAncformdm uult
huUui fub fe ^flum bL^muc contincre, fiy Recitantut
cutiexeiuiuerbiscoUigiLlnquitcnim^SenfuteflfemittAtusm Lulli vec- drbore elementdli^
qui diJf>ofitui cfl rdtionc fenfUiux mfert£ ba. in elementdtiud ej
ue^tdtiud^ quod ex tUod^s nMurdle dnimdtunt
htd{hmdeducdtperfentire,cdloremdUtfrigiditdtem,fdmem v fi* tim dc tuihtm» Non
effet tamen mconutnientf hdnc fotmdm dccipert fudtenut cuilibet fenfui efl
dpplicdbilis. 3 9. Dc Conceptionc» * PErhdncformdm mteUigendx funt
conceptioaesndturdtefy qu£ Concepti* ddffnerdtioncmfenfitiuiucL uegetdtiui
ordinAntur. Ali^lunt ones naies etidmconceptiones.f mentdlcs, quarum pdrtui
func cxplicdti eimetales* 9ncs qux fcripturd» nutibut dut uerbis fiune.
DcDormitionc4. Dormitio uel fomnut efi dnimdUs perfeib uel impcrfeBi pdf^io;
ficuti ey uigilis^ hhic efl quodcd qu£ fenlibiit cdrent, ijs quoq; cdrere
ncccfje efl. Somnusdtiimdntibudnccefptriut efi dupUdS on* quk" decdufdi
primo ut uirtutes nAturdUs quibut uti nequdquam pofju^ reaniman-
mutfineiUdrumfdti^tionCyinterdumquiefcdnti fecundo ob uirtu^ ccffariui"*
tcs ue^tdtiudty qu£ continuo motu k fuis operdtionibut impediun* turiCT
hocuerum efje ex efftibbut cernitur ; exptrimurenim bomi- ms JludiofoStmultum^
fenfibus utcntes non admodum efje pinguer, S> ) obmA*- 1 M4 ob ntdldm
nutritionem (jux m t:h ft i ex oppojlto ucro quidm kuH uiuntur ignuuit^ ocio,
fomnodediti^quitdmpinguesfunt^quoi Somni gc nilfuprd.Generdturautemfomnutbocmodo.
Obciborumdecodio- neratio* nemyd corde uapores eleudntur, cerebrumq^ petunt,
qui Ji nimid ctre* brijri^ditdtecondenfantury replentq^ uenM dcmedtun, quibui d
cem rebroor^nii uirtutfenfitiud communicatur j C2r fic ItQ^ntur orQind uel impediuntur
ne pofiint fenjationcs fudf exerctret 4J* De Vjgilia. DE uigilid oppofitum eiuf
quod de fomni ndturd di(km efl, con» jiderandum reimquitun conuenit pariter
uigilid dnimdntibun cr nihil dliud efi, qum folutio fcnfuum ad exteriores d^is,
per cdlork ndturdlis reiicrjlonem ab mterioribuf dd extiriord, *De Somnio*
Definitar T) txplicdturi quid fomnium fit, dicimm effe dppdritiom fomnium.
J^nem quanddm exrecurfulimuUchrorum a phdr^tjfldyptr com* pofittonem ucl
diuifionem uario modoconfiitutamy ad jenfum communem j quibu^ phantafmatibiu
homini dormimific effe ad ex* trd uideturut ipfa mouent, nu Uo cxtrinfeco
agente in ftn [unu per re* prxfentdntk modum : non jine caufa pofuimui hdt
pdrticula^ (per reprxfentantif modum) quonim per modum excUantk exirinfecs
qu^dam ad fomniorum caufationem rcquiruntur. Corpora enim cae» leftta
concurrunt adhoc; cum pbanthajid dccttert mteriorts pote*
ti£materialesfint,dcmdtcrijles obit6hrum ff>ecies retincdnt^ qu4t Coeli
&E_ mfiuxuf ccelcflk funt rcccptiute» Elcmentorum quoq; qualitates di
lcmentoru fonmiumefjliciendumopcranturdc conducunt; ndm corpork pdrtes. ad
ro'nii*iri "''^'P^^^W"'^ pariter afficiunt quali» concurrut, ^''
'^^> hinceH quodfidormicntii manw uel pcdes m aqium fri* Nota. gidam
ponatur, ftjtim fe in dqufedere fomnidbit. Mult£ funt fom*
fiiorumfj^eciesqud/srcUnquimmt, ,DeGaudio» GAuiium fink tft potcnturum fire
omnium : dppetit dnimalt timtt, irdfcitur, proftquituraliquid, CTdliuiuitdttob
dcUdi» tioncm CT ^uiium, qudtenut did^s tttles iire^ie uel indire' Ae fequitur^ucloppolitumeiusuitatur.
Efl^tiiium rdtio qud 4nu tudl ic bono ddepto uel ddipifcendo, dut mdlofugiendo
Utdtur» 44^Delra# IKdex concupifccntid oritur, dt4*, 41 Hrfcrogcnritaf. 42
Ingroffdtio, 4 3 liltgMdlrt/ffif. 44 IncoAo. 4 f Imprepibilitdit 4d IncodguLi
t(0. 47lffii' 4 7 uil^h^ €p Penetrdth» 4.8 mjiammitio^ 7 o Kemifiio» 4p
inquiMtio, 7 r Rtjpiratio» 5 o InfclubilitM» 7 2 RctfflMaf 5 i U d Putrtdo^ 8 8
VniuerfalitdS, 67 Putrcfd Hio» S ^ VioUnidtio, 6 8 PorrofltdS, p o VflibilitdS»
Tlures formdt fdbricire poterts m undqudq; drbore, fl pjrtes omnes 4rboris
conflderduerk dc indd^ucris edrum partium proprietdtes,
^udtlocoformdrumpoterkhAberei quid Mt dixi dliqudndo, form^ iooo
proprietdtumafiignAntur, qut meliusm reicognitionem ducunt qudm cetetd txtrinfeci
prxdicdOi* Dedimus modum fMcdndimul tis formdSt Sdt uolmm de /ormis dixiffe, dc
de primd drborc. T DEAR. R ^> f ^ DE ARBORE VEGETALL ris demc^
contempUtiodrbor(sutffalifyquonum fccundum nttur^ or» talis ad ve-
dinempoftlimpUxclfcquoirebwtconuenit.fcquituruiucrt.quo getancem.
melfcncbiUonconftituunturinec altiorcm gndum poffunt corpo» rea cntii unqu4m
coafequi, nifi ue^tans uitj prxfupponatur. Inh^c drborcomnufumconliderandafub
dupUci rationcy uideUcet qudte* nwi habent effetf^enhxtiuum CT uegctitiuum, boc
ettnim lUud prr» fupponit» DE RADICIBVS. AdiceshuiMarborkeiedem penitns funt,
qute pro etementsU arborc funt firiitatXi aquibus omnes arbork Jpartes fuum
effe dccipiunt : nec aUquidradicibtM oonuenity qum arborum par* tibut
fccundario conucnidt. DE TRVNCO, TKuncu/s efi qttoddm uninerfale corpWy m quo
potentiaUttr particularestrunciwntinenturdcreliqua omnia, qu£ iruncu fequuntur.
Nam uirtutenAturaUumaffntium qu£ m eo jun^ potenttaUterada^mdeducuntur* DB
BRANCHIS. BKancl£ funt quatuory fciUcet potentidappetitiudydigejUHd^ retcntiudy
cr expulfiud. Per appetitiudmquodconueniense^ pctitiua uefftantibwfy
defideratur, dc beneficio nAtur£ fruitur^ ?rouid4 uelatcia£li HAturd diuerfls
diMerfat trddidit uirtutes, quibwt conuenientiddttr^ bunturut m effe conferuentur,
Quoniam uero quod dttrd^m e/J, ad attrahentis membra roboranday qu£ nAturalH
calorls ui ac MrtM- te debiUoitA fuere, nunquam efl aptum, nift membrk
nutriendls flmile fiat; ob id opm efl difffiiua^ qua alimentum concoquaturyac
digem. rantnr ea qu£ f^eciem cr formam membrornfufcipere noo apta funt^ £tioc
TEt Idcalimcntum tfuodih extrinfeco ucnit, quii m tcmpdrc impcr* ^
ccptibilinonpotcjltranfmutdri ac conucrti in aliti fubfldntiiMyoh
mbcciUcmtr>insmutantif aibonemcicpafircfiflcntiam: idco ncccft farid cfl
quicdam rctcntiuafacultast qua nutrimcntum tamdiii rctinc' Reteatiui^ dtury
quoaduiq; nutritio fiat, At propter impuritatcs abifcicndas, qu£mrtutc
digcfliux pottntix, d purioribusfubtilioribwsucfuntfc- g«gifno ; qutdam
inquiunt, effe cor, aOj controuer- neruum^nonnuUic^rne ;cum omnibus idem
pottris afferereiinteUii notadui* 'jgendo cor effe radicale orginum, non ta^us
folum fcd aliarum etiam * potentiarum ; neruus uerb efl or^nnm defirens
ff>ecies j caro fufcipi* ens per tnflrumenti moium i caro deniqi ncruofa eft
totale or^num^ Veeius quoqiUniateuelmultiplicititemultx funt lites, qud/t fic
po Oeunitate .Uris fedare. Plnres funt uSus non raiione diuerfarum formarum et
plurali* fubftanlialiumy fedrjtione diuerforum contemperamentorum quali^
tateta£tus« tatum ; aliud enim eil contemperamentum faciens ad percipiendam
ealiditxtemcr frigiditatem, aliudreffyedu humiditatis cr ficcitxtit, Affatus
(mquit LuUus) eftiUe fenfus, per quem mMifeftatio fit t» Dc Affatu»
fermone,quieftintraconceptmtCrd4texempU» Sicut homoquilo'
quituriUudquodcogitat, CT 4ttw flmiUter i ficut ttiam ^Uinaqus
tUmatxdfiUosfuos^ DE RAMIS 4 RAmihuius drboris triplicis funt natur^, ut fupra
oftenfiim e^ de qudUbet huius arboris parte ;crfutu membra unimaUum tam
mteriora qulm exteriora, m quibus Ht renouatio perut*, getatiuam potentUm,
compofitit per elementaiem ndturum, com municitio uero idfenfus omesper
fenfitiuam uirtutem^ T 4 DEIO DE FOLIIS, FOlid funt ediem dccidentU qu^CTin
prioribus drhorihus rept* riuntur, fub triplici tdmtn rjitmeconfiierdtdicrhocrjttioni
fubicdi A quo icnomindtionem dliqudm recipiunt i cum igitvr •
gnimdliatriplicis[intitAturx,Pc&dcciientidiniUk fubie(htdcon^ Jimilif
nxtura fiunt. Non ignormus hdnceontemplttioncmfatis effc impropridm, fei
fcquimur Frxceptorem^ DE FLORIBV8» OVerdtiones omnes qu£ db
dnimdliprouenirepolfunt^qudte' nus hdbct fffe,uiutre vfcntire extrinfccumy
flores iicuntur» Nfc plura ii^bit rdtio ut ie ijs iicamus, can in qudcunq^ /fre
4rbore,optrdtion€sloco florum hdbcdntur. DE FRVCTIBVS Quituora Tn»ai«ffttf funt
dnimdntid omnid fuh qudirupliciratione conflit* nimalium h^r^fi, quorumqutidm
funt igned quid inigneuiuunt^ dliquddk'» rpccics, red^quonism
tdUlocofruuntuT^nonnuUd ttrrcflrid.vqudijm
4qued;ii(iinguunturigiturinqudtuorcUlfef. No« eltprafcntitne* gocij
dnimdUumfpeciesnumerdredc eoruniem proprietdtcs oflen»
dere,Q^iieijsmuUdcognofcerecupit,le^t Ariftot inUbris ie porid, ie pdrtibus^ CT
ie generdtione dnimdUum, DE FORMIS. ItHter formdx dnimantibus conuenientes ifl£
qud^modoielinidhh muslocumhdbent,qudrumcognitiononpdrum utilis erit*. Bt ne
iiipLex fit Ubor nofler, formds unJi coniungere uvlumus, qu£ ^nimdUconueniunt,
qudtenus e(t exterioribus fenfibus dc intcrmi» bus fenjitiuum* l Apprxhenfio. '
/^AflutU, 1 n ppetitus fenjltiuus, ^ Auidcid. 5 Alfenfus, 6Affmsd^Ut, 7
AeflimA* Hf tf Atdiittdtios 28 Intdgindri, S Auditiu diiut» 2p inffnium. 9 0
lrecies in fenfucommuni recipiuntur Uuiut fenfus ncccjiitM efly ut de fcn fmm
exttriorum fft^ ciebui iudicium fucidtiUndm ab dlid diftinguendo^ dtq; ut fit
dUqus potentid que cognofcdtuifum uiderCt duditum dudire, cr fic de reU^
quiffenlibui;ipftenim ob eorum mdteridUtdtem nequeunt fuprd fc ipfos uel
proprias optrdtiones d^m habere rrflexiuum ; qui tdmin De im.igii=
fcnfuicommuninonrepugtuLt. Imd^nAtiud ftnfum communem ftdtitn ^^^offi^io^ /f ^
Mi>«r, cMiwi pro^nnm f/? cj« db eodim jenfureceptdsconfcr» ^ *
uirezrretinereinAm fenfusconmuntis t^ntwn retinet ^ecies exti4 riorum fenfuum
dum m obieiU tendune, inimdgindtiuddutemdM conferudntur^ Aeliimdtiud hoc hdbet
priuilevium ut imdsinAtiudtn ClUlUelCOf^ r r ^ n t • • r gitatiua e P^q^
^ttiiiinonidrtturtirumj^tcierutn conferudtricem^qux dh tfiimd* tXHd uel
phdntafid funt fabricdtx» ideodlid potentid ddri necej[drium eji, qu£ dppcUdri
pottfi Mtmorid fenfitiud ; qu£ non ejl eddtm cum De Memo- inieUediud utquiddm
fdtk inefjicdcittr probdnt^ dc txiftimdnt. Et 'ia fcnfici- flccompletus
eflordoudldcddmirdbiUfinttrhdfcepotentidf. Dcrc' minifctntidynihil omnino
dicere uolumm»cum dmemorid non diffvrdtt nifi in qudntum memorit funt proprix
jpecies^ rtminifctnti£ utro dUtn£. Stcundum hdt pottntids td qux in
pritcedentibu* drboribut eontintntUTj confidtrdri pottrunt DB RADICIBVS.
Slmilitudintsrddicumrtdlium drborum pr£ctdtntiumthuiui drt horis funt rjidices,
ut tdlesfimilitudines fbrmdliter ueluirtudlitcr u°? interioribuf potentijs
obie{h ofleniuntt J^diere hds pirticuldf U|*tuau"cc ntceffariumfuit,f.
fvrmdlittr utl uirtudliter, qutd non omnes rddicts^ jcn cat,
propridfbdbtntJpecieseMreprxfentdnttSjfcd uirtutt dlidrum notx fiunt ; ut
pofjumus dt bonitdtty ucritdtt, cr dlijs dicere. Hoc idem de Rclati oncf
quibufddm dlijs inttUiffrepottrlty ntmpt dt reldtiotiibut tdm intrin- qaom od o
fecui dduenientibui qum txtrinfecm i qu£ rdtiont funddmtntorum^' titftum
cognofcuntur. DE TRVNCO- A^borlsimsgindistruncufexfuif rdiicibus confiat ; dtq;
tfl fimilitiido coiifufd truncorum reliquarum drbortm ic quibut trdd^iuimas :
in quo funtjimilitudines truncorum pjtrticuU* rium.Quifintilii trunci
ptrhuncrcprxftntdtinon efioput rep^erc^ atm fupn bis falttm hoc minififldium
fit. DB BRANCHIS. R dnchx ifiiM drboris funt fimilitudines brdnchdrum drhorUm,
ie quibu^ fuprd Ohonim ucro nyn omnes iU t brdnchje fuam poffunt
ciufdrclimtUtuiintm, ut p^ttt de potenti^ uiflui, audi- V 2 tiudM B 14^ tiud»
guftdtiud» trd^ud^ cr dlijs in drhort fcnfudli nttmerdtts cr dt0 cUratift dc
etidtn de brdncbis uefftdntisi quid interiores potenti^ obie^ potentidrum
exteriorum cognofcunt, non dutem ipf^s pottn*. tMU,nili per opentiones CT
dCiusiiieodddiiusMlddtdUdiritudUm fecundum ordinem fupe* riui obferudtum
mdnifrlldbimut, oficndendo quds pdrtes flbi conuc* nianf. DE RADICIBVS» HViws
ndtunerddices/ffiritudles funty cumcripfx/lt J}>iritud- Inter hui* Lis ;
intcr quM txmen non efi dnnumerandd ContrartctM, pro* *f borislra-
priecontrdrict%tcmdccipicndoy quid m cdnec qudUoLtesrc* c5crar?crat periuntur,
in quibut funidtunSiuero contrdrietds confideretur pro ouiic^ repugndntid
dliquorum iuorum aiiquoi tertium diuidentium, ibi uti^ ^ repentur, dc m omnibus
qu£ fub ente continentur ; cr ueritu in ijs qu£rdtionc difjrrcntidrum V
nonmoiorum intrinfecorum ai Wio* cem pugndnt, DE TRVNCO. TKuncuiefl qu^ddm
fubfldntid gencralis CTconfufdy qux plu* ParticuT» rimat fubHantiat
parttcularcs ac Jpirituales, fed corponbus explicaict ndtasconiun^ ln ratione
/vrmx in^rmantiSyiiciturpotentid* definitio- luer continerc. tion absq; ratione
m hdc definitione plures particuU ncm» €XpUcdtiu£ funt pofitx, ut magis buius
trunci adtun cognofcatur, ac difaimen buiits dtrunco drboris dngeUcalis. DB
BRANCHIS. N^turdh^c ff>iritualls tribus brdnchis confidt, qudrum prior
int(Ue^tseft,poftecie inteUigibili. R huUus dehk tnbus branchis differendo ek
applicat formas conuenientes^ quam proUxitatemuitamuSyCum modum appUcanii
formas entibus omnibusttm pcranimaduerfiones tum per expUcationem traiiit'
rimus. DE RAMIS. RAmi iy?iKf natur£ funt concreta effentiaUa brdncharum . f in-
Ra m i cn teUediuumy inteUigerCy cr inteUigibtlc ipfius inteUe^us ; uot
meraQCur, Utiuum uelnoUtiuum, ueUeuelnoUc^ uoUibUeuelnoUibile,uo» tuntdtts;
memarue uero memoratiuum, memorariy memorabile, Su6 iflif expUcatdrum
poteniiarum concrctk effentiaUbuSj omnid entid continentury in rationt
obiedcrum, a&u^ potentid propinqitdy CT remotd, i pprxbenfibiUum. DE
FOLIIS. SVomoiondturtiftifoUd, €onueniunt,qu4e fuptd dlifs drboribus conuenire
iocuimus ; uerum tamen eft, quoi absq; labore uUo o" t meUus cathc^rix a
nobis traiitx potcrunt appUcdri^ Siper c4» the^rias Ariftotelis ie JpirituaU
ndtura finitd cr Umitdtd iifferert volueri/s^qudntitdtem tibi fume difcretam,
quaUtxtem innatam uel dcquifitam^ reldtionem dd principium eius produibuum dut
con» feruatiuum uel etidm dd operationes diutrfdf qudm operdtur, dHioi nem
pcrmouentis vinformdntk modum, dutmouentk tdntum; pdf* fhnem qudtenus primi
principif recipit inteUe8ionem ; cr fic dt dUjsfuomodo. Siuero peromnes iUds
cdthe^rids nequdqudm pott* rk difcurrere dd propriM confugito, Kdy: LuUus hdnc
drborem ex^ ninando per cdte^rids omnes, ubi de babitu differit artes mecbdni*
CM dcfcientidf enumera^t i cr rdtioqux mouitipfum dd pertrdfkw dum de ijs hoc
in loco, ej non in cate^ria de quaUtattf r/?, quia fa» V 4 cultdtes o Artes ct
U', fuluta iftje qu4s ftib brcuitdte tdrtffmns in finchuius opnts, plum cuitaKS
o. AdiUiigtndo,quiif Pigrippdinlib. dcVdnitdttfcientiarum cnumerdt, mnci Ju :.i
i^tiruiiuntdrtificidles^quiA ndturaUbus cmdndnt. Holo difcutere pitc !li 1^
fiiij}fn(Yit uel mdle f cr dn eius rdtio udlcdtf ficaisignlt Secundum
udrict4tem hdrum fdcultdtum uel habituum edruiidemip ^prii ob-
proprictdtummultse fDrmxpoterunthuicdrboridfiigndri, qudtcnus iccia^ jiu furd
corpordli dclpirituali confldt. Hdbitus iflifire omnes, homi- ni conuetiiunt
non rdtione dnim£ tdntum, fcd coniun^i^ DE FLORIBVS4 Verdtionesdb dnimd
rdtionaliprodeuntesflbiqi peculidres fT \nonconin^ijfunthMUS4rboTisfiores
quodddlterjm pdrtcrn cotifiderdtx* At operdtiotics qus dmmdconcurrentedccon
porcy funt fiorcs drboris humdndlis ex corpored iyf}>iritudlindturd
€onftitut£, DE FRVCTIBVS. NHcefJe efi hicfiuChisconfiderdre,utdb drbore
hdcexutrd^ ndturd confiitutd proueniuntj quonidm rdtionefj>iritUdlis nd* ma
anima turtfiv^lus nuUi ddri pofjunt in effe fimpliciter produSlu non gcnc-
qni^^tiimddtimdmtiongenerdtnec producit, ob immdteridUtdtem '^^* qud feperpetuo
confcrudre polefi m mdiuiduo, Tiunt etenim m cor# ruptibiUbui generdtiones ut
tdUd in tcuum confiruentUTyfaUem \n 'ff>ede. Generdt tdmcn dnimd fccundum
quid, qudtcnus obit^lum quodpotcntiderdtinteUigibile, diUgibile CT recoUbile,
fit ddu tdle uirtute inteUc^ius, tioluntd tlSy ucl memoride, qudrum uirtiulem
fdUi m imginem gerit, dd mfitr fiuiim refj^edu fut cduft uel drborls. ¥ru* t
Luiii* €endd/fiproUxiatemnonuirxrtmus^ hoctimen fcire decety eleSHo* nem
tintummodo ex oonfequenti prudenti£ conuenirey mqudntum iUHiontm ptr conliUum
diri^t. Oihfunt pdrtes prudentidm 'mtt' Oflo^^tcf
grdntes,qudruvtquinq;fibiconueniuntutell cognofcitiud .f memo. prudctiac f M,
rdtioy inteUe(lu4y dociUtM dc folertid^ tres uero ut prtcipit .f prouidentid»
circumJpeBio^vcautio, dequibu/s trdfkt D. 'ShomM ^^J,/^ m fecundd fecundx,
TortitudofectmdumLuUumeflhdbitu^a' uirtufy per qudm ho» OeFoititO mines funt
fortes contrd uitid, cr nituntur dd Uicrdndum uirtutes» dinc» Hi/ic definitioni
dUudit TuUj defcriptiojnquientir^ Tortitudo efl con» fiderdtd periculorum
fufceptio,KJ Uborum perpefiioMiCc uirtus md^ gts d potefldte perficitur qudm ab
dlijs radicibus, quii prmcipdUor eiwtd^isellimmobiUterjiftere m pericuUt,quod
poteftdtem mdxit ndm dicityunde CT Arifto. uuU quod in fuftmendo triftid
mdximd,ll 3. Ethl. aUquifortcsdicdntur fedminus prmcipdUter; tion omnk
firtitudo tftcardinAlHuirtm.quidfipro fortitudine dccipidtur firmitdx quX' dim
dnimi^ tunc conditio eft qutedam omnium uirtutum qudrum pro» j jg, q, prium eft
firmittr ty immobiUter operdriut inquit D. Tho: 1 2 j, ai: i^. Ver tmperjntidm
repriinuntur conatpifcenti^cTdele^tionef, pcTepcri- non qu£ funt fecundum
rationem, fed qu£ rdtioni dduerfantur, CT
qudtenu^taUsdeUfbitionesfuntcdrnAleSyUndelfidorufdity Tempe Hb. Etym. rantid
eft qudUbido concupifcentidfi;refiendtur, cr Ar: uuU tempet 3» Ethi* Tdntiam
tjje delc6htionem a{his moderdtiudm^ Nw ed qu£ JtD. AHgM. dicunturhis
refia^ntur, quando ait. Temperdntideflmcoer^ j^qj! g^^j.
cendisifsqu£nosduertuntdU?tDei,quonidmibi loquitur de tem* ca. ij^» perdntid,
qut cfl ftnerdlis uirtus cr non JpecUlis. Certum ndmeCiueorumqua eiui
capacitdtem excedun^ ddquietdmenordtHAturi quddam ei quoq; debent conuenire,
quibui Humana ilU pofiit dttinffre» Qjtx humandm excedunt fdcultdtemeft ipjeDem
facultate,^ acbedtitudoy wteUeik cr uoluntdte dttingibtLid,quatenut inteUe»
excedecia. ^utperfidem iv/ormdtur, ut ed qu^e lumine nAturdli percipi ne^
queuntyUerd effe creddt, CT uoluntdf per Jpem m Deum mouedtur, dc Virtutes
percbdritatemeofiudtur. Hdc dicere uoluimus ad oftendendam «ir* •^* od^o Te
theologicdUum fufficientidm,fed quid qudUbetfit modo oftenm excedat 6c '*'*
^^deSyJpes v charitas ideo theologic£ uirtutes dicuntur, quom, non* theologicum
obie^m re/piciunt, nempe Deum fuper omnid be* nedi^umy C hi hoc tmUdm hter fe
hdbent maioritdtem uel minori* tdtem,Uceted ratione qud und
propinqutoreftDeodlid, fecufoplM^ 4undum fit;ndm chdritdf qux dmdto dmans
coniun^t, fidedcjpe perfi8ior eft,cum ift£ quandam diftantiam figntficent, iUd
uero con». iun(bonem, propter quod deipfd dicitur. Qui mdnet m chdritdte, m i,
loan. 4« mdnety cr Deut m ro» LulUi6 n 6 fidcs,ut ait LuUuty eft uirtut qut
compeUit inteUedum dd dffir^ tccipicfide mandum ud ne^ndum pofitUte lUd qu£
uerdfunt. HicLuUuinon pcoprie. confiderdt fidem theologicam, fed indiffcrentem
dd acquifttam cr fttfam i quonidm de omnibw quje uera funt non eft fides mfufdy
fcd dc Deo tdntum, tanquam de obtedo formdU. CT de trdditk m fdcra fcri» pturd
Mt de obiedo mdteridli^ Fidcm igitur U€rdm CT mfufam optimc D. P4lf« i>.
Pdulitfdepnit qudndo hquit, Tiics efi fublldntia ff>erdnddrum AdHeb. f f
rerumy ar^imentum non dpparentium ; ndm ut dit D.ThoXum ddwt »x.q.4»
fideifitcreiereexuoiuntdtisimpcrioy debet fignificdre ordinem dd obieiium
InteUe^ui cr uoluntdtk ; obiedum uoluntdtk efi res ff>erd* tdyfidei ucro non
uifx: qu£ duo obie&a, explicanturycum dicitur: Sub» fidntid .1. primd
Inchodtio rerum fperdnddrum in nobls per afjenfum fideii cr drgumentum non
dpparentium . i, eorum quibiis firmiter af- fentiendo ddhtremw. Quid uerb ex
frequentdtk ddibui credendiy Fides.rpcf, /}>erdhdidcdUiff-ndiDeum»hdbitu5'iUis
ddibus confvrmes generdn ficcharitai
tur.ideoprjeterinfufMhdfceuirtuteSjdcquifitdsquoq^ in homineeffc *cquifii«.
affirmaredebemits* SpescumexfententidD, Augufi^fltfoUusboniardninondddlium
Enchir. fed aife pertinentH, ideo ad uoluntdtem pertinet, cuius proprium ^^?* ?
' in ente fub ratione bonifcrri ; cr non in quocunq^ ente bonoy fed in ^** iUo
quoi omnem habet bonitatem cr perfe^ij^imo modo.hince^ Spcs quj^j quod LuUu^
fpem definitns, dit. Spes eff uirtu^ qut ait Aut alterius ': quoi perhoc uelit
inteUigere in ratione p nts, fed in ratione excitdntfs, cii- iusmodifunt
dnfflicufloies, cr boni homines^iuelprafupponentfs,
quidfiiesprarequiriturfperdntiiundea' ClolfafuperiUud Math^ j .
Abraham^nuitlfaac: inquit.i. Fidesfpem. EtquodRay. loqud' D. Tho, la
tur{dcuerdJpe,patet,quandodit,Adquemuenirecreditplusper po- »/• iefldtem crc«
quam fuam. 7» Chdritat di uoluntxtem quoq- pertinet, cum eius obiedum flt De* q
y^^^ us fub ratione diligibilitdtlSy uel proximum ut in Deo. Kdnddtum hd* tatc
tfcmus i DtoydTt lodn, qui diligitBeum, dili^t fratrem fuum. Per hanc enim
uirtutem utfupra diximus, homo Deo coniungitUTy c ob
iduirtutumomr^iumeflexceUentiflimdy ut ttidmD^ Vdulus teftdtur |, Qqj tiki
inquit, mior horm efl chdtitM, Nfc dUqud uirtus fimpliciter * ' X 4 ueri too
Mrru flne chdritdte tlfcpoteli, ut iicm fdtduteoiem loco dit. U l^t connt-
Ihibuerofyf^CbdritcLtemvc. nihUmilnprodcft.Rdy: LuUus con$ xione vir- neiiit
qudmltbet uirtutem cdrdinAlem cumqualibet cdrdinali dc tht* tutum srh ologicdy
qudtenucunddUdm infDrmdtiquodutmeliuscognofcj^jexc' Lullu vidc quxdam
fubijcerepldcuit. DeluftitidO' Prudentid dit. Frudem excmp 4. ^.^ iijponit
iuftitix obiedd fud,in qudntum inquirit licitd cr iUicitd»
quideftoperdtiointeUe£lus,quiiUdinteUigit* De Tortitudine c lu*
fiitid.Fortituioiuftitidmfortificdtcontrd iniuridm tunccum bomi" nes
fvrtitudine utuntur. Sicut iudex cum tentdtur ut ob pecunidm det fdfum
iudicium, ipfeconfiderdtfDrtituduiem multipUcdtdm ex boni^
tdte,mdgnitudine,fdpientidyUoluntdte, uirtute,ueritdt€ CT gloridB qu£ meliord
funt qudm pecunix, cr tunc contrddicit iniurix cr fortts remdnetijifuoiudicio.
De\u(litid(jlide. Vult iuftitidquodinteUe» Hus feip fum in crcdendo utrd cr
dltd cdptiuet, licet ed non wfcD/gtf * D« luftitid cr fpe. Uftitid prxparat ffiei
fud obie3tk,in quantum iu* flum e{i,quod homines mdtorem Jjjcm bibcdnt in
poteftdte Det,cr in eius bonitdte,mdgnitudine,a' uoluntdte, quim in poteftdte
credtd». Fer horum cognitionem tu ipfe poterk per omnes uirtutes difcurrert
conneikndo qudmlibet cum omnibus. Trdiiat LuUus de quibusddM alijs uirtutibus
mordUbus qut numero funt 1 6 cr dprioribus depetu dent, de quibus breuijlimis
uerbls dUqud dicemus, 1 Sdn^itdf eft iUduirtus, per qudm fdn^i funt innocentes
CT 4 ptc» cdtis mundi» . z ?dtientid eft uirtuSy perqudm homo pdtienteromnid
fuftinet^ 5 fibftinentid eft, per quam homo db lUicitk cibH fe dbftinet* 4
WumiUtM eft, perquam homo propter Deum fc nihil effe reputdt.. 5 ?ietdf eft
uirtuSyqud cordlt bona afjv^io fe extenditdd parentes CT patriam, cuUum eis
exhibendo. 6 Caftitds eft uirtuSy per quam concupifcentid 4 rdtione cdfti^tur»
• Ldrgitds uel UberdUtds eft uirtus, qut confiftit in medietdte qudda^ circd
pecunids uel diuitids. 8 Le^Utdx uel jideUtdiS eft uirtus, qu£ id obferudre
fdcit quoi pro • miffum rft« p Prr cotu y Ver conftdntUm.homo pttfcuctit in hom
pVopofttol I o pcr dUi^ntimt ju^ chariatis funt homines qu^ruiU ae pigrU tim
peUunt, I I SumtMhominesti^tchdritAtkumcuto, ut pdtientidm cr hu* miliatem
dmple^tiinturt. 1 z ConfcientUt, ntione timork ii cdufttf ut homines hnum
fdciint milumq; uitent* I 3 Timoriifljicit,neDeum dut diipsuoriinAtdlomines
ofjvnidt». 1 4 Conlritio ejl iolor perfeChs ie peccdtk commifis, cum propoJU to
non peccdniidmplimt. 1 5 Vcrecuniidy licet non fit proprie uirtuf, tnmen ejl
pdfio qujtidm Iduidbilis, qud homo turpituiinem timet, Obeiicntid eftuirtus,
qud homo liberfe dlietim uoluntitifubijcit propterDeum, DE RAMIS. PEr Tdmos
dUdrum drborum potefi hdberi cognitio rdmorum huiuf drboris, fei potij^imum per
rdmos drboris imdginAlis^ QuosjiiijlinBiuscognofcere cupls, hdbeds
potentidtuirtuti* hustnformdtdf, d quibus conftrmes prouenidnt
operdtioneSytcrmf nenturq; di obieih qu£idm ; crjic habchis uirtuoft drboris
rdmos, qui di uirtutum muUipUcdtionem pdriter multipUcdri iebent^ DE FOLIIS.
FOlidyfuntdeciientidiequibus fuprd muUotics loqiiuti fumutp conformiter
uirtutibus dppUcdtd. Non icbes imagijuLri uirtu» tcm pofitionem locumq; hdbere
propric, cumfit Jpirittidle quoi* ddm dcciicns ih£c tdmen hdbet eomoio quo in
Cdte^rijs trdttft cendentij^imis expUcdtum efi, DE FLORIBVS» FLoresuirtutum
funt meritddcquifltd;crdiuirtutum iillin^» oncm fequiturmeritorum Helfiorum
ii(lin^iO ; imo rdtione rdt X dicum. t4» dicum, qu£ udrib modo uirt)tl^s
pnpciuHt, flous diutrp pofjuni coUi^idb urtAcadmqi uirtutc puUuUntcs. DE
FRVCTIBVS.DVogenera funt fruCkum huiut arborls, frimum efl merctt mentorum, qu£
uariatur ad uariationcm uirtutum, fecun» dum eft feruitui ac honor Deo
exhibitus uirtuosc. ARBOR VITIORVM. Itihacarboreconftderantur uitia utrtutiBu^
oppofita priuatLUe; quorum cognitiononparum proderit ad uirtutes cognofcendast^
dequibu^aCbmefi: nam oppofuum inoppojiticognitionemaU» ^uam»deducitf DE
RADICIBVS. HVitw arborts radices prmcipaliores quatuor funt, uiielicet malitia
qut bonitati opponitur, ftultitia lapientue, faljitas
ueritatiypriuatiofiniSifinipoJitiuo; qu£ tamen ab alijsrd' iicibm exceptk
bonitatCi fapientia, ueritatCy cr fine mfbrmantury ac tas mformant unde non
minus uerum eft dicerc. Stultitia magna>du» rans,appetibil{s,cognofcibtlis,fyc:
quam magnitudo {^ulta,falfki nia[a,acfinepriuata:di(currcndo per radices omnes
tamablolutoi quam ref^eChuax,huic arbori conutnientes. TRuncus ex radicibus
fuis conftat,qui diciturmos confufu/icT generalis fed prauus, m quo
particularia uitia funt potentiali* ter contenta, qu£ perlibtrum affns ad aChim
reducuntur, pro Ut tfoluntas inordinAta id quod deberet refutare» eligit^ DE
BR/VNCHIS. PFr ea qu£ de branchk arboris uirtuofe di^ funt.habetittum dentiam
fatis cUram, qux de hHiui arboris brmhis pojjunt di* ci^curm. ti, cum oppofito
moio fint eonfiderdnii. Septem prmipdiores bri» chx dfiign^ntur, uidelicet
GuU.cuiabjlinentix opponitur ikudritii Numerai cuiLiberalitM uelUrgitas
aduerfatur ; Luxuria qujt ptr continentiam ^ toUttur j Superbid pcr humiUtatem
deflruitur ; Accidia per diUgenti gj'-^ oppo- «wi ; inuidia percharitatem ;
CTlr^ per manfuetudinem uel fuauitdt tem ; de quibwt omnibui poterk difcurrere
conne6kndo quodUbet ui* tium cum quoUbety quemadmodum de uirtutibm di^him efl.
Ab bis puUulant ac emanant uitia aliay qu£ nominare placetcum fuif oppO' fltkt
Iniuria eficontra iuflitiamy mdifcretio contri prudentiam^ de* biUtix cordi^
contra fortitudinem, intemperantiacontratemperam iidmt mfideUtaf
fideUtatiopponitur, dej^eratiofj^ei^crudeUtan chd* titatiytraditio
defrnlioniyhomicidium diUBioni proximi, Utrocini' m UberaUtdti uel
temperantijey quia per guUm ut plurimum tatrocinium committitur, mendacium
ueritati, maUdiBio charitati^ impatientU patientix, mconflantU prudentix cr
/Drtitudini, im^ tmindicid fxn^litati, pigritU diUgentije, cr mobcdientU
obedientie* DE RAMIS, RAmitfunteffentLiUd correUtiud uitiorumy quibut uitid
gentc rantur iflcuti^iU rdmi, funt adiuus mordinAtm appetitu/s comedendi, d^uiy
cr correUtiuum ific crde reUquisuUijs fenticndum efl, DE FOLIIS. FOlU funt
nouemdccidentUyUitijs coouenienter dppUcata ; quo' rumnonnuUd cr uitij naturdm
foUnt dUffre dtq;mutare^t reum ante iudicem uocarty ac etiam punire, iuxa
iudicl/s uel \n:pera0 torts decretum. Tnquifltores ut inquirantt an a miniftrts
utl alijs bferui» d£ conftitutiones^t poftea tim ex parte uendetis qum cmcntis
snmd prxcij pro quatit4te;pro qualitMe^bonitat rtiucdit£ dtq; pecumarUi Yj
proreldA pro reUtione mplor C ueniitory ftc de dlljs lolijf cohpicrdniA
DeFlorib' flores funtiudicixlmperdtoris fuorumq^minijiroruny omnesq; \ms
perdLtoris ddiones dc operdtiones reUt£dd fuipopuU utilintem^ uet
regimentjiores quoq; pojfunt dici, idem cenfedtur deceptio» Diffdmdtio,
Turtum*. iMxurid*. Proditiot Vomicidium, Blafphemid* Inobcdientid* Menddciumt.
Indiffntid, fortunA. Voluntdrium, Ignordntidt^ Obliuio» Libertdt* Seruitut,
Vrtefumptio^ DE ARBORE APOSTOLICALI. QVs indrborei/lu fintconlidcrandd,
mdnifrlla reUnquuntur cx bis i qux in typo arborum ntdmfiftdta funt, DE RADICIB
VS, Trunco, et Ramis» RAdices funtCdrdinAlesuirtutes dc TheologicXt infimtdtxi
rddicibuiunius,bonicxte,f mdgnitudincy CT dlijs omnibut. Supra mdnifrftdtum eft
quod eodem modo rddices non funt omnibufdrboribufdpplicdndtfcd fecundum
exigentidm ed* rumaieo non eft opws repetere. TKVSCVS eft perfond generdlis,
Tdtione /piritudlis poteftdtiSy cr eft fummus Vontijixy ?etri j/wccf jjor C
lefu Cbrifti Vicdrius j wt quo cxttrx dignitdtes eccleftdftict conti- Hentur
potentidUtcryreducunturq; dd d^bim per optimum rddicum ufumfummiPontificlf. Hic
truncus potcft confiderdri qudtenus eft bonus uel mdUu, cui CT conformes
rddices funt appUcandx; non quoi ttdturd fuiunqudm pofiinteflemjlje,fedrdtione
prduiufus.^KAii* CHAE funt CdrdiiidleSy Pdtridrchx, Archiepifcopi, Epifcopi,
Ab» bdteSy PrioreSt Miniftri. CT dlit perfonx communes eccUfidfticx^ quorum
officium eft, curdm torm ffrere qui fibi creditifunt, E/i optimd brancdrum cr
trunciconcorddntid, qua medidnte, inter bxc duo confur^t pcrfi6ho reUqujrum
rddicum^ contrdrietdte exceptj» hocfuppofitoquodconcorddntidfitbond. RAMI funt
qudmplurimi, inter quos etidm funt iUifeptem quos in drbore imperidU expUcaui*
musy proprij uero funt decem prxctptJi decdhgi .f Vnum DeHmco- Prxcepra
lere^Sdbbdtum fdnibficare, Komen Deimuanumnon dffumere» Va dccalogu rentes uenerdri^Teftimoniumfjlfun
non perhiberetNonfurdri,tion occidert.Kon luxurijrit Non dcfiderdre dUeriwt
uxoremy Neq; rent proximi, Worum prxceptorum fufficientidm optime mdnififtdt Ec
]i. ^.sntiar* cUjix doBcr cr CdrdinaliA D. Jionduenturd Nrfm cum prxceptd (fu ^
ift ^ 7. q. 1 pUcid fint uidelicet primx tabulx cr fecundx tabulx i. quxdam re
^"fiiciecia fi>e(lu Dci, CT nonnuUa rej^eik bominumi omnia adu
perficiuntur; j^^i^ Y 4 quid^ui t6t quiA^sfi er^lifmelltunedHutdicifuroptfk uet
orls dut eof^ dls;lioperishdb(!turddordtionispr£ctptum,llork, iUui quo pro*
libetur Dciudnd vmocdtioifidutc cordis, dliui bdbctur ic Sdbbdthi
fan(hficdtione. Siuero tdlis dftus efl f rga homines, dUt tft fecundum
inuocentiam dut bcneficid cxhibcnid,fihocmodoypr£ccptum dc\pd» rcntum reuerentia
hAbetunft primo moio, uel eft fecundum diium cordiSy oris dut opcrisifi tcrtio
modo,dut cft pro confcrudtionc pro* ximi» cr tunc habcturpraccptum de non
occidendo, ucl fpccici, ejflc prohibctur luxurid, ucl dcniq; opcris priccptum
eft de bonorum co» fcrudtione dc polfefiionc, ut eft iUud No« fiirdri } fi oris
eft^ iUud habctur, Konfalfum tcftimonium perhibcbis,* ji iuxtdcordit De prxcep
^^iinuclcftdenonconcupifccndddltcriitfuxoreyuclre, Etflccftcx* tis uctctis
plctu*numcrusdcnariuspr£ceptorum4Aliter Kdy, trddit pr^ccpm lcgif ♦
torumfufficicntiam quam pro nunc omittimus. In uetcrilegc fucrunt ccremonialid
cr iuiitialid prxcepta, qutcpoft Chrifti pafiionent fuc» runt cuacuata,
diucrdmoie tamcn : priord flc,quoinonfolumfunt mortud, fci ctidm obfcrudntibus
mortiftrd, fed poftcriord utiq; mor* tudfuntnontdmcnmortifird,niflfubditiiulfu
Principis iUd obfcrf uarcnt tdnqudm hdbentid uim obfcrudtionis ex uctcris lcgls
inftituth oncy quid tunc etidm mortifird tffent^ In uetcri quoq; teftdmcnto
multd funtfcriptd cr trdiita prxceptd, qu^mordlid uocdntur, qus Deut: 18,
adcddccdlo^rcducunturyflcutiliquetuidcrc in pluribus fcripturs 34^ ! /.12.
i^^jg^ ^j^^ funtobferudnda non cxui inftitutionis,ficuti iudicidUd CT 19?! * ^
M ^uid hdbcnt cfficdcidm ex diOA» Exo. 2*3. ' ^in^i^^^^dlisrdtionvs DE FOLIIS.
HVius drhoris folid qu£iam funt proprid crqurddm eommu* nid } proprid funt
feptem EccUfix fxcrdmentd cr regtiU omncs in iure cdnonico fcript£, communid
ucro eadcm funt de quibui in dlijs drboribus diiium cfi, Uon concediturut
diutius Augu». p£ mdne* Ildmdncm, pr6pterimpedimentiqu£d4m quibtu fum agCks
iter Quare aa-* umperc* Dico i^tur quodpropterbteccoaCiusfumbrcuibuf boc o-
torin fe- puis dbfoLuerc, atq; propru uoUtnati morem nongcrere, Si boc aon ^
"cntibus effcty de Sdcramentn muLn cr quidem digna, tradcrcm, ZT m reUqUH
J^jj^ fcntentiamLulLifufiu^explicarem} diutna tamen adiuuante grdtia, brcui
tempore Uiorumdcjideriomeoq; fatHfactamy ubi artem brcucmcxpUcauero, Ecclefix
Idcramenta funt fcptem, qu^ tantum ^ ffominabot v dd quid jint ittjlituOL
ojicndma, Bdptifmu6 ordt^ *'1 MtM efl ad toUendum pcccatum originale^
Confirmdtio in remcdium 5. a m . ifUbiUatk fj^iritualis.hucbanfliacontra
faciUtitcm ad pcccandum^ De Sacra- xPanitentiacontrapeccatumA^hiale. Extrcma
un^o contra peeca» mencii* Jtorum rcUquiaSi Ordo contra dijfoUitionem
muUitudinifi p" l\Atri* momum contra carnaUm conwptfccntiam DE
FLORIBVS&Fruiflu. jT^Lorcs^ funt quatuordceim articklinoflr^e fxdei^ m
Symbclodpof Quatuor- jH^JloLorum explicati, quorum feptem pcrtincnt ad
duanitatem, CT dccim arti ^ feptem ad mcarnationts myficrium, Priora funt btc
♦/ de unitx- culi fidei* tt Df I, de pcrfonarum trinitatCt tribut articulls
expUcata, de creatit pneydcfan^bficatione^ de refurreihone CT ^teruA uia
Poficriord uero funt de Lhrifii conccptione,natiuitate, pajiionCy morte, fepul»
tura, de defcenfu ad mftroSy derefurrcBioneydeafcenjlone CT de adt uentu ad
iudicium, Sub uniatecT omnipotcntia omnia dudnd attrit huta contUtentur. Nr c
iticonueniens eji, ut quampLurima naturali ra* tione cognofcantttr, nt de
fapientia, bonitate cr ali/s notum eft, f^onitd(, Mdgnituda, CT c£ttr*t
ContrAtie» «f» TXCfpti, quoniam catcfiid aorpoYd dlicuiw qudititd con
'ifUptitt£nonfuntfufceptifnUd.Tr«ncmrftqaoddm corput commu^ ni : o ff T .1 >
ndtum dd motum cirenlirm ac ptrpxtuumyntqudqudm corrupth jp .idci(r2^ hordrumy
quo motuc^teriorbes mouentur. Cfcrjr* Firmame M^^^^ ratione perf^icuitdtk dc
trdnfpartnti£ flc dicitur, quci tum. f^Yirmdmentum uero fieUk fixk CT mnumerk
abuodati . quodAflronomiprimummobileuocdnt^ BRANCH^ . IMdgindti funt Afironomt
m coelefii Jf>hardy pr^ter multipUcn circulos edm itqudiiter uct in^qudUter
diuidentes, circulum efje Zudiaci» qucnddmedndtm in pdrtes ^quales diuidentemy
obUqwe tdmen^ cuifolum Idtitudo adfcribifur. Duodtcim efi gru duum, quorum fex
ti Delineae. reUquk difiingtiuntur perUnem qudnddm, qu* ^cUpttcd uocdtwtti
clyptica. quix foie cr Iwid per hdnc moucntibus etUpfis cdufdtur ; uocdtur eti»
muid folk^quonidm nuUut planetdrum i fole, potefl totum fuum motm W hdcUntdperficere.
}flf iiem cinidns lcngitHdinem bdkct iuoictimlignorum^quorum quodUhet tri^ntd
gfiduunt hngituii^ mmpojitict. titc ligm^ nomim fumpftr^ qHorunlim animantium,
ctflteUarum muLtarwi uxrim di/politionem.qu^diMltdriUorum ^q^^^\^9 gnimdUum
funt m cocLo Appdrentu ; dut rjtione iiutrfarum quaiitd^ nommcn£ tum, quM mhsc
mfhiord mjiumt, qujeconlpiciunturbjbcredU' quoi m buimmodidnimintibwtdjminium
Horum fignorum nomirtA slUnimut i qut uero numerum flellarum ex qmbu4
mtcgrdntur, cw fUcognofcerc^dcproprietdtes, mfluxui, cr fimiUd; confuldtbuiu4 m
perttos. Anrr, Tdurm, Gmini, Cdncer, Lro, Virgp, drticd fimt, ^ntun ^uid
contigud fitnt fiolo drtico. Librd^ ScorpiiM, Sdgittdruu» Cdpri- cornut,
Aqudriws, cr Pt/ccf, dntdrticd func, « pob dntdrtico fic U» GtL Q»r omnU jignd
bww drboris fwubrdncb*» k trunco origincm trdbentet. ^ De R AMIS, FoliK
floribus R friK^^ibus. RAmi funt ftptcm piinetx, qui ntione motws quem mllgnk
Dc Satuf- Zoiiaciperficiunty db ilHi tdnquam Jt brdnchk depenieht* "o»
Vrimws omnium efi Sdturnui, qui ndturd fud mdleuolui eft, dc wciuus, cum ficct
dc jrigiitpt compUxionis, m quibu4 uitt priud- j tio con(iitua. efl, Huic
fucceiit lupiter totw heneuolws, cuidifcri* ^unturcdUiitdi cr bumiditis, uit£
conferudtrices, l/?t uerb proximus j^ajtj tfi Mjrj, quiUcetnoxiws fitrdtione
ficcitdtii, cdUiicxte tdmendU iqudntuLum malitidm fuam tempcrjt. inter quos
Ifummo opifice « . diwconfiitvtweft \upuer.,utria^c^; mdUtium temperdns. Mdrti
S6l ° ^ fucceiit, dquotaim fupcriin-csqudmmfirtorespLdnetx fuum hjbent yencrc
Umen ihuic cilor uitdli^tZy^ re^c quiiem,dttribmtur. Veneri uero qux folem
fiucoriente fiue occidente, fempcr comitdtur, conufnire 4icitur humor uitdllt,
in quibui duobus viid conjiflit ; hinc efl quod in Jfoetdrumfdbulnhdbetur.,SoUm
yeneremq; mdijfMiU mdtrimo* nio Deum coniunxiffe.^x quibui proLcs innuml
l\ercuriiU niturd fud nes arborit fchemdtcdiximutyconfiderdrt memnria, I
oportct,duodbrdnchxinhdcruturddicuntur tfje pcrjhicdcio» oC voluufl p. rct audm
m hominibttf i duas compdrare poterit ad Deum, ncl funt bran quantitdtem
difcretdm dc contmtu hunianali. am cum c^teris prxdicdmetUis confidcrabis,
Operdtiones utra i brdnchif exeuateSy uel qudtenits txUs,U£Lpro ut rddicibm
pcrficiun* tur.tibifiorestrddunt. i^eUqua mfchcmdte confiderd, Dcdinius moa.
dum formds conficiendi, iUum obfcrua cr multas inuenies». DE ARBORE ^VITBRNALL
Bde hk^ qu£ m huiuf drborft breui dercriptione diximui, me^ ritA dcquifitd uel
demerita, per humdnatis drboris brdncas mo* ralit cr dn^Ucalls ^numerum radicum
complercy ex quibm tTuncuiconfurgit,qtacft meritorum uel demeritorum duratio
pet* petud, qu£ udriarinon poteft, cum nonampiiut deturpanitendif^d-
cium.Depdrddifodtq;HifhnonuUutambigit, cum Deus fit ipfdiu* ftitidy qu£ pro
iuftis prxmium uutt, pro irtiuftis poenam ac tormentd. A bruncd pdudiji tres
rdmi exennt, ^uorum prior iufiitue rdm ut r/l, qui4 ^id Dfi« bonum probono
opetdtortddit j cT i^ujtenui mttitu bo, A branct 'mm
reiditqudmcxpofcantmeritAjfecunduibabctMr,quigf^ijc di* P^f^diH q iitun tertiui
improprie pafiionum dicitwTy quu abagentc Deo,ik^ '^*'?'
dondconfvrunturyquibmreUtionemhabetddaffns- AbrancamRr* - m
rdmuiiufhti£exit,icpd)itonum ; crproprie hocm toco accipitwr fgjjjj quj^
pdjhoyUidxLicet pro dobre in eorpore pofi iudicij diem,cr tn animtl
iriflUia.QupniAbedtoruma^s er^Deum funtgloria vUMipo^ tentijs mteUe^halibus
cxeuntesy fecundum aibts ucL operdtiones bo» ndrum rddicum; ideo fiores
xuiterndlis bontt arboris funt; rejpe^lu malorum,oppol{tumdic, Frudui qui
afiore procedit, 'm bedtis[efi quies fumma potentUrum ac radicum ; nam ficuti m
fummo inteUigi^ hili, dtUgibiUacrecolibiUyquie[cuntmemoria,uoluntd«
CTinteUeiius; ficmfummqbonificdbiUymdgnificdbiUq^iefcunt bonitat CT magnitudo;
per reUqu^tt rddices difcurre, Oppojitumconfiderddefruilu iamnatorum : qui
proprio fiiu ob maUtUm CT reliquM prduds radi^ ces fruflrati,finem dUum
ddeptifunt^quo cod^c perpetuo debentfrui DE ARBORE MATERNALI. POf} primi
pdrentis Upfum, mxti diuin£UoUintdtis xternum de» cretumy¥iUj Dei incarnatio
bominum faUtandorum finis fuit, Cum uero buius fdcratijlimx mcarndtionls medium
fuerU G/ori» ofd Virgp suridy ipfd quoc^ eorundem fink cenfenda efi^ quitdkeh
priori fubordindtur. hic finis licet m fe unicui fit^ amen rdtione eo* rm qui
hunc finem intuentuTymuUipUx efl, quem fidtuo m bdc drbo* ft pro radicibM,
quatenuA kbonitatemagnitudine acalijsmformd* tur. Dt TruncD hi fcbemate fttts
habes* hrtuichx^f diuiiia cr humd* na natura hoc m lococonfiderantury quatenus
in uno fuppofito funt, tui natiuitsx attribuitur ; ndturis enim ndfcinon
competit. SpeSy Pic- AduocdtiOyrdmifuntyfiuein Gbriof(tVirgutecottcipUntur,fiu€
ht peccdtoribusy quatenm ad edfn confugiunt. HumiUtas uero cr «ir» ginitdt in
Virgine Mdrid rdmifunt; in rdtione exempli. \n fchemdte nrboTUbumnonfuntpofitd
folU (nefcio cuiux mcurU) qtke eaden Z 5 ejfecom- •m tffi conpieTdhlfy ([U£
slijt iriorihm fttnt dtifihtttd. A^lr omneS fd*
dicumAcuUqudrumdtgnitatumdGUriofd Virgine exeunteSy qu^* ttnm Mjtcr efi Dd»
lunt hum drbork floret. DE ARBORE CHRlSTiANALL Atione humdn£ naturt didfunt
Chriffo dttribuenid, VT dlis rdtione diuimetdiuerflmode quo(^ tonflderdtd
Secundum f nV orem confiderdtionem Chriflo omnid conueniunt, eibt et quxda
bedtitudinii dnim^e conuenientis, Ucct dUter fit quo dd /}>em de cor« alix -
forisglorificdtione. Timor quoq; qudtenusignordntiam prdfuppo» D'\utc!lii\ ^^^*
^ CbW/?o remouetur, dc etiam Contritio. Kdtione ^ui ne ndturA td omnid Chriflo
conueniunt, qur in arborts diuiniUs fchemdte diStk fant. Br4«rhe^sdiuinx
naturjeyddhumdnaminChrifioyfy humdU£ dd diui^ tuimi fecundum omnes potentiof dc
uires in humdnd ; cr in diuind quo etdinteUigere uejle,prxdi diflia* mire ad
Spiritum fan£lum : cr intcUigimus de termino ad^quatofj S"*"**
monfomaU i quoniam utriusq^ proiuihonit formalis ttrminus eft
4km,tfftntiauidelicetdiuind. Dealicrum diihs non curamus, Seo* ium ptxccptorem
fcquimur. Tolia funt nt^tiones catr^riarum Af mftotclis, uelnoftrarum
afjirmationes* Floresptnt probationesdiu^- Mdrum produShonum, dtfumptdt
aradicibus, Bonitof enimdiuina ff fUfidum inteUciium CT uoluntatem fe ad itttra
communicat: Sic fk eommunicare eft magnum ; v cum ab £tecies efl, CT ffnuf eius
ignorofi uelad Jpeciem.fi indiuiduum efi; nec erit impojii*
bUebocobferuarerecurrendoadarbores,uelper enth omnem dmi*
lionemulq;ddgenufproximumuel fpeciem defcendendo; fl /f>eciem non
cognouerity recurre ad propriat paj^iones ueladnaturaletrei dOus, qu£ cum a
diffcrentia magts proprid emanenty te w j}>eciei c(h
^tionemdeducent,qu£exffnerecrdiffvrentia magis propria im
tegratur;deindeuer6priorcsnouemradtces .f, abfoUta prmcipid^ fum,equxcumrei
effentiam notem, uel qu£ immediatc eam confe* ^ntur, priw rei conueniunt; ey
per omnia iUaprincipia difcurreru do uariM dcftnitiones fumes,iuxta. prdcepa in
prima parte knoblt obferudta;dum definiebamus rddices;boc tamen obferuando,
netrafm ^edidris naturam generls uel fpeciei, ad qux fubkihmreduciturt
^uodoptimc poteris obferuare^ quiaut dixmus in traSkitu de radU tibm ;
perbonitatem CT cxtera prtncipia inteUiqit LuUm rei mtrit^ ftcdy quje non
femper eddem funt^fed dd uariattonem fubiefh ipfk quoq; udridntur. Pofied
quodUbet principiumabfolutum,cum quoU^ het abfoWto et refpeihuo, cu quaUbet
formd.dc f^ecie quefiionis cu* iusUbet definiendum efi, quod cr obfcruari dcbet
m definitiont etiam fkbieSifUel rrjpedini prmcipij, aut formje uel quxflionis
alicuittt» Inde recurre ad refpcibua, deinde ad formaSy pofiea ad accidentia.cf
dtwicfi adqurfiiones CT qiuefiionum ff>ecies. Simagis conceptus muU tipUcare
uoUteris, refolutre poterls rc in principid fua, cr ^ibct rt» Uuipirmcipiumut
iUius cfiJefinire;peromna radius.formas, acei» dcntia V quxfiioes difcurrcd;
ucl rcfolucre poteris in ea omuia,qit€ * - de ipf4 1 dc ipfa pYddicdtttur,
qudtenut futk iim fuhie^, cr quodUBet iUorii omnibM diais modts muUipUcare.
mUipUcabis oonccptus m infini^ tum^flpdrsaUcuiut arbork omnibui arboribut
comparabk, educe/u doconcordantiMUcldiffrrcntiai, aut maioritAtcs, uel
minoriatett dutomnidflmuLH£cfiobfcrudutrif/mfinitosdcundquaq;re babt^ bit
conceptut. Obfcrud mfupcr dnimaduerflonet noftrat, cr uti diU. ffntU in continud
appUcatione, cr cognofcts td praxk prdfiare, ^£ nobis.impofiibiUa uidcntur. OtAtuUi generalis ars conflftit
in quatuor figurlt, nouem fuh^ leas, ac eorum cognitione. Primam figuram ex
noucm prmci» pt/sdbfoUitlsfabricatyqudfuntpriores nouemradiccs. Swm- dam
conftituit ex nouem rcfl>cault, qu^funtpoftcrioresradiccs^ Tcrtiam a prima
crfccunda dcducit, cr quarcxm ex prima» fccundd» a-tcrtUclicit.UabcsfigurMcx
radicibus. Habcbis fubic^d nouct£ P confldcrabk ea qu£ m
drboremoraU,impcrUU,apoftoUcaU,cr mdternaU, ut taUsfunt; cffc accidcntU qu£dam,
ncmpc rcUtioncsfu» pcrioritatkydignititis,crhonorls,qu£ ad mftrumcnt^tiuam
rcdum cuntur; ucldi homincm; quatenut h£c omnU circahomincm fiunt. AeuitcrnaUt
quoq;arhor adhomincmy ucl ad anfflumrcducitur: o* C hriftUnalit adDeum, qui cft
primumfubieCkm i LuUo ordindtum^ Hk notxtity de figiirit nonnuUa diccre pUcct.
Vrima figiira qu£ abfolutorum eft, noucm hahet cJimcrat : cr cft circuUris, quU
quodUbct abfoUuum rcf^eChi cuimUhct, habct ratioM. nem fubicm cr pr^dicati.
Necfolum huiut figurt prmcipU de fcipfls pr£dicantur, fcd dc omnibut quo^
txtrdneis,qu£cuttq; flnt iUd dum- modo non flnt horum oppofltd. * Secunda
rejpeaiuorum eli, cr totidcm hahet camerat, eodcm mo» do dijj^ofltas.quo
primaicuiomnU coueniHt qux de priori diOnfunt. TertU cx duabm dfiignatit
conftat, cr habct oOuaginta crundm cdmerdXyquarumqu£UbetduatUterdtcontinet, qu£
notxm prmci* piorum abfoLutorum ac rc/peaiuorum naturam, per Uterdi flgnificd*
tiinotantq; uUcriut qu£ftiones UtcrH rc}j?ondcntes, Caufttur cx A4 rcuol»$ L.
9tuolutianecdmerjLrumpfim£p^rf,ful>und fccnndr, fr mnium
fccuniUfubunaprimje. LuUui Umcn tantum trigintd fcx cmcxdx dcccptAt^ut uiiebk
in fcquenti fchcmdte iquoniam propofitiones nt e^uibm idem de feipfo
pr^cdicatur, non faciunt ad nc^cium pro de» monflrationibM, m quihut debent
tffe tres tcrmini diuerft, quod nott poteft effc,P idem ucL
Inmaioriuelmminoridefeipfoprtdicetur: hQcautemaccideretifi omncs camerof
acceptaret. Etut cognofcat quibu4 literis jignentur prmcipia uel quicftioneSt^
fequcns fchemd confiderd» Scheaabrolucoiu. Schea refpediuoru* Schema qusftionu»
C Magnituinj. D Duratiot EPoteftof, F Sapientid^ GVoluntaxt KQlorid^
BDifjirentia^ C Concordantid. D Oppofitio, E Frmcipium^ F VLedium^ Gfink^ H
Maioritdi. I Aequalitas,. KUi
inoritM, Figuia cerCia* B V^rKW. C Quid^ D De quo^ E Quare. fQuantum. CcXEale*
KQuando» ivbi^ K Qjiomodo etCuft^,. he be ci ce hh ch hi ci hk ck de dZ dh di
dk eh et ek h fh fi hi hk i% Ex qualibet cdmera duodecim eliciuntur
propofitiones, cr uiginth quatuorquicfiiones. fropofitiones ftcbabentur. Accipe
primam c4* merm *f b crfiic e, 4eb, pncdicetHrquo 4d fua SIGNIFICATA cr
eeontr^: e contrd.cr <juodetidm .h. de feipfo,fccunium dliui Pgnificdtum^dh
iSo pro quo ejl fubiedum.c; jic tres propofitiones hdbebif ; quid ucc fo
UterdquxUbctduohabet Hgnificdtd . f . dbfolutum cr rejpeSUuu^ er du£ funt
Uterx, rrg) qudtuor erut pgnificdU-y qut fi tripUcctuff. refuLtdt numerm
duodendriut. CuiUbet uero propofitioni ji dfiigrtM' uerif qusfliones, per iUiwi
cdmer/e Uterat fignificdtdSy hdbebis Qudrtd figurd ex tribm dfiigndtis
con/idt,qu4ecummdximdm tdbuidm producdty dtq; difficilis fdtisfit,crlon^
effdtdecUrdtione^ dt ed uerbd fdciemus m expofttionedrtlsbreuis LuUiiibi^ dd
pleimm mnijeftdbimus, qux hic tdntum tetigimut, De fcicnciarum
arcrum^obic6!i'f. NOnpermittitdnffi^idtcmporkyUtfitftus de fcientidrum o5.
iedis txdihmus, dc eorum numero;ideo htc pducdnotdnd^ proponimufAnreUquis
uideHenricum CorneUum AgrippS^ in eo Ubro, qui de udnitdte fcitntidrum
intituUtur. Crdmmdticxobiedumyeft ens rdtionitf quod m ordtiwte pinddttt,
qudtenus congrud eft uelincongrud^ (datum^ B^ethoricx,ens
pdriterrdtionis,inordtioneomdtdUel inorndtd funt^
Vogic£,SyUogifmuiunwerldUterdcceptntt fecundum Scotuminft* cundd q.
uniuerfdUum* philofophix ndturdUSy forpm ndturdU* Kietdphiftc^Ci ens qudtenus
ens*. Theobgije, Deui fub rdtione deitdtk» „^ — Ceometrixt CXUdntitdi continudi
mdterid dhftr^Stu . . V iirtthmetKt,Uumerux a mdterid legreQitm, ^ ^lgLW-^^S ^^
KuficeSy Kumerus fonoruA, AftrohgLf, qudntitds cotitinud, qudtenus mobdisi Ipo
PANDIMIGLIO AFR. c t 4 V. Nome compiuto: Valerio de Valeriis. Valeriis.
Keywords: implicatura. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Valeriis,” pel Gruppo di
Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library, Villa Speranza.
Luigi Speranza – GRICE
ITALO!; osia, Grice e Valerio: la ragione conversazionale a Roma e
l’implicatura conversazionale della morale togata – il gentiluomo romano-- filosofia
italiana – By Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The
Swimming-Pool Library (Roma). Abstract. Keywords. Filosofo italiano. A philosopher
of little originality, and a notorious flatterer of TIBERIO (vedi). He is best
known for producing his IX books of memorable doings and sayings – the work is
designed primarily as a resource for moral education by means of examples –
showing how virtue is rewarded and vice punished. It preserves many otherwise
lost snippets taken from a variety of sources – including newspapers. His ‘saggi’
are not much regarded today, but they were bestsellers throughout the dark ages
and the Italian renaissance, “and I do find them incredibly amusing on a lazy
after-noon,” – Grice. Morale pretesto. Ed Shackleton, Loeb. Skidmore,
“Practical ethics for Roman Gentlemen”. DEI DETTI ET FATti
Memorabili. Traiotti di inToscmoiU Ditfl Fiorctino, '.OTPC/ ROMA r. BREVE
DESCRITTIO della vita di V. tradotta in lingua toscana. Nato in Roma
HobilSiUtgue, cr deU^ ordine Patritio consume la maggior parte della sua
giouinezza nelli studij delle let tirecT arti liberali. Quindi prefoU ^Toga
Vinleip diede alia militiajioue tgli(fecondo che p afferma') andatof’ 9^ Di
quelli, che dalla nobiltà del padre hanno degenerai to* cap* r* _Deglihuomini
eccellenti, che nel uefliretrapaffarono il cojlume della citta. Della
confidenza, di f e medepmot Della cojiantia Della moderafione decimammo, Di
quelU^ che diinitnictdiueètarono amici. Della AslinenzacT continenza – H. P.
GRICE AKRASIA --, Della poverta. Della Verecundia. Dell’amore tra moglie e
marito. Dell’amicitia – H. P. Grice on the logically developing series of
philia -- Della liberalità. Dell’umanita. Della gratitudine. Della
ingratitudine. Della pietà. Della pietà verso i frateUL Della pudicitia. Delle
cose che fon fiate dette 0 fatte a la Ubera. Della severita.De i detti e fatti
con guattita. Della giuslitia – H. P. GRICE, justice in Plato’s republic,
Aristotle on ‘just’ as analogical. Della fede publica. Della fede de mogU^
verso i mariti c. A 4- r* 6. 7* iti 177 ij. r A\ Pf?j feJe dei Cervì ucrfoi
padroni. Dique% che mutarono jìa tOj er di qiit ( che^i mutarono di costumi. Di
qn eUi.,ch c d: baffo grad 0 Jonuenutiìn grande jhto etrtputatione.
Dell’acciden:icr mutamen ti uarij di fortuna. Della felicita – H. P. GRICE,
NOTES ON HAPPINESS Acrkill eudaimonia --. Dei detti e fatti saviamenti. Dei
detti e fatti aflutamente. pfi.i Stratagftm. Delle Rep ilfe. Deaaneajfta De
tejhmcntiyckefuron fatti e di poi anu "ati.c.y, De tefUmcn, che furono ap
,puatiper bcfatii.c.S.2^ 2 Veqlli che furono fati bere dì conaFopìone d^ognuo.
Degli iiuominiw fami, che accufap furon P,o ajf aiuti, o condannati,:; perche
cagione. -}4 QvdM tt jìen 0 gran digli effetti dell' arte, 2r> Di certe cose
che l'arte non puo espnmere. che agli' uno s'intende bene dell'arte sua: cr
rendene buon contOè Dellaueuhiezza Della cupidità della Gloriq» - «S* zSo co
Umézo^fyil cognome. Delle prerogatiue(T premi de Ufìmil\enobi c.\
nentiedegltbuoì c A G*^topocta. Della suontuosua CT deVea Ji\ Adriano tura del
vivere. czSó A fframa moglie di Licinio. Della crudeltà. Bruttione. Dell’ira,
et dell’odio.- Qafsilinad ^ Cavalieri Ronta f 0.1 68 Catone maggiore Sj.iou 2^
Catone minore y6» yy* j. 5>f* . 114.117» I2J.i82.227«24»*4 cfpriotti Ciro
%6,2^t ckereiocancetlien 127 cintone t6f 207 ciwW 3*7 cinna , 70 crifippo 241
contd 272 coriolano t^o 160 cadrò K$ / ^^9 Cornelio R'fpilo Cornelio Scipione
Corneliogaflo C omdio mertda ComclioBdbo Cornelù t3t avola 22 2U 1S7 Démodé 292
Dcmocnto ' 292 Dìonijìofiracufttno 234 ?6,2o8 125* "Diomedonte DiJTroijmi
ColÌ4ntÌ4 deUi AmbafcU* Dione firacu fano dori Romani 49 us* CojlumideLicij 5*9
Diogene oìHume antico dei Roma Dtfilo ni arcagli fpettacoU, fz
DripetinadiMitridaie 45 2tr 248 16 z6 40 109 224 Cote ouer codro Clodia Clodio
Cotta Curioni Curione D Dafida Damajtppo V4mone loj Di duoi Spartani 104 2rS di
una donna »8^ 299 diuno Ateniefe 22$ 258 di un Vecchio 25* j 2($8 di un
condannato 240 29 7 [l’d wor d^un padre uem fo il figliuolo 219 4j dipintore
2^7 272 diunochemeffefuoconel 158 Tempio di diana 262 DdHo 8S,ifj. 1^4.220
donne Romane non beeuo 260 no nino 46 23 donneindiane 60 46 donne Aff ricane 60
260 donne romane ■ 267 295* done morte d'alegrezaz^t 1J7 donnapracufana i8>
Dandone Deiotaro DeaViriplaca DedmoBruto Decio bruto Decimo Lelio DemoHene 9 5*
2 21 247 donna milanefe 299 T A V del figliuolo di mxrc’anto* tuo di due
pulzelle Sirocofane 9Ì duoidiArciiU ?7 duoi fratelli 1^5.289 druf 7 germanico 1
2 o E Ubucia moglie di menennio Agrippd Efilate »o8 ZgUfamio 42 Bgnatio metéUo
18S pioTuberone 226 ÌE^ pretore 167 Bliomantiu >8; Elia famiglia 127 Emilia
uergine masjtmai 4 Epaminunda 89.103 Epimenidegnopo 260 Epil 260 Equitio 298
Ero panfilo 42 Efchtlo poeta 29^ Efchine 2fr Etiopi 2> 6 Eumene re (Papa 47
Euripide poeta 9 5'«29 3 f Vabritio 39 O t A Eacritio tuòno 7^ ♦ > 2 1
idiicw Fo^^om'o 183 Eabiomatpmo 14 ^4.81» jor.»>«4o.i5'»-2o;.2j8 2,-8.276 ,
Eabio rutiliano 1 70 Eabio masfimo feruilianot 17S Eabio Gurgite 96.122 Fabio
pittore 122*20$- Fabio dorfo Fcrenice 266 Filemone 234 Figliuoldicrefo >64
Ftg/ttt oi di P. if do * 6 7 Filippo Re 41* 214 Fileni/r 284 G. Vario «• 1 80
G^ fimbria . 28$ GMeluio china ' 285* G.cofsio 21*78286 G-T uranio 286 GgaUio
180 ^ G Sempronio 81 . g.Fabritio 126 g,Fefcenino 179 g,V alieno 1S7 g.Vlautio
*?* G.Bloftò 124 g,VlotinopUnco 201 gTettio ^ g.SeruiUo 24? g.Licinio ‘ zpz
galli T9 gratiiio 285 gneo martio 120 gn.Domitioi ^5* 268.282 gn, Deciano 259
gnScipione 127 gn Popdio Untiate gn.Lentulo 18^.297 gn.cornelio Scipione afina
20 5'>-2o> f* Hippone Homero Horatiococle Horatio Hor4^^o PttpfSfo 297
Hortenfio 244 274^72 lentulo Spintcr 74 278 2J4 Hortenpo cartione lettorio MS'
Hortenpa 243 lelio 272 licinia )88 I licinio fimbria 2>0 licinio detto
Ho^omaco UfonePereo 42 247 ^ ìafone 287 licim'o Bruttionc 242 ìunioBru.ìS2 22yt
ì66 ucli ìulio Cc/244 M- 1 Pi fané 2J7 M4. Platone. 7. «f. 2 ij 248. 217#
petilio 42 PeHilenz7 6 Rmetenzu de i Giouani rem. Publio meuio • 178
uerfoiVecdn 46 Tubilo Ventidio 204 Pionudo 22b.8o Tubilo Vdio 2^0 Roma
t97>*99 Tubilo Scrudio *^4- Romani *ÌK 187 Q. Ro/c(0 QSatulo 70. 20},
2tf5'*R«6rw 271 247 *99 B r A V SdcerdoteKo^ 216 Saguntini 19S Sar:firc. 289
Satelliti Utollunia» 2S6 Samij. 26 Saturnio Vetullione» 1 19 Sporta. Spartani,
1^7, 192 Statua di Vulcano d*Atcame . ne* V 2,-(J Statua di Venere 2f6
StafippoTegeate, 1,5 Sempronio fofo» »Sp Senato Romano, 17, J42. 14?.^^ «S'4.
lyj. 194. i9f* f9^ 228. Sergio Galbu, 2^5'* 24Z 5^10 Or4^ ' Scleuco, 24 U7
SeftoPompeio ijp 'htjioTarqidno. 22y SettitU. «. 2^2 ' Sette fauL '
SerpentetnarauigUc{o, 44 SeruiotulUo, 26 9^ ■ i^tempronia, io4 semiramtf. : 228
OLA sfTMo i( ìSiOrc^ Antonio, *99 terno di Mario, 200 seruodi Plotino, 200
terno di Panopione 202 i ternìo fulpitio 14 27 GSo 2,’7. *5^ 207» 277 227. 261*
271* 275 Scipione maggiore. Zi 69. 74 uu 177^ 193 20) 2to 217, 260 2»9 2S4
Scipione figliuolo dtimig giare, 97. '27, Sfipioneminore, 60 6^, 6p, 112.
U9.97« S2 200, i8u Scipione^ Emiliano 77% \6, 12), 190 Scipione Ajmco,
»>> , Scipione Nafica, 8j, 10^ .id , Hh T ‘Wpione suocero di Pom*
Teopompo Terenna(tì cicerone aoS Terentioue/rone 42« 129.24.5. Terentio Culeo
108* Tefeo Tcnj ìSof le 1 5” 8 . 15^. 207 ; . 214. 2ii 219 Tinwite dipintore»
2^6 . " Tim:ipteo 9U 212 i>8 124 170 .. peto siface [fimonide tOCTAte
192 solone ' 2^» soMe 29} soldati di poinpeio ; 466 2S4 soldati di stlU '
soldati d^albino ' tpurini 130 spurio Caff o ■ spurio Melio T . T acquino
fuperbo L Tarquino Pri/co Tolete Taciofubino TerentiaEmilta TertU Erutta
Teramene Tcogene Teodoro IO ti7 iv8 17 in Teosofo C»rcne« i8>- 20
Ttbcriocifarc Tiberio gracco.t q. 22 J t2, nS.1^4. ijf. «86.19 4r Tttogracco
28^ TAubtleo Capuano »8? titinio cenlunone 286 tBarrulp ^ 254 A'ftoSe(!p ^ 2^9
t. Celio ,, iqì t.Eterio 292 t.^ufdio .204 9^ t^ublio ruttilo 204 »4 tiVeturio
179 ioìommeo Re tPZgkto ' ^4 270.:^o;274 199 tolommeo re di c^ril ^9 179 89
tofcani 27^ 92 tomirircg^na] 287 i86 B U Tmohu f9 194 286 225 Traphuìo»
Traccnp, TrehciioCaUo» Tribuni della^lebe^ Tribù PoUia, TuUoHoftdio, 9J 291
TuUo capuano dcVolfcLiii Turulio, TuUio Hannah» 239 TuUkdiTarquino»
TuUtaVtrgineVeshli. 2? 6 TufcuUni. 2.22, 28 6 TurU moglie diLucrctio, »99. V
Valerio Pubìicola» 19 110. 12^. 2 >2 Vatefio» 5'j Valeno cornino» 80» 2^,
2Ó4 VaUriomefsaU» 71* Vj/w'o fc'Ucco» Ss'» 296 Vendetta d^ApoUo 7 Ventidio 232
Vecchio Ateniefe» » 1 ® VibioAfCO» 85*, 297 Virgmio» *78 Vo(/crt4» 2,70
VnccrfoRe* 21 3 Vflo cbe fi faceua fratello (POtauia» 299 V«o cfee J?/4cc«4
figliuolo diSertorioO' un'altro di Gn»Ajsidione» 299 XenocT4ff« 77 * 2.4 17^*
Xenofilo Calcidiefe* 25*9 Xcr/e^ 270 281 29 f z Zeleucotocrenfe» Zenone VELIA
VELINO Eleate Zenone» 92 Zt«|i Dipintore^ 102 li u qualunque altrofplenééfsimo
ey omatif" urne oa rro triomfJe. NDÌGaio PabioDorfo, Bl medesimo tempo cT
trauaglideUa republicd^' Cdo fabio Dorfodiededijeun memorabile efjfempio circa
l^offiìuanzadeìla religionCiimperoche ejfertdo dai franzeii ujfediato il
campidoglio , CT uenuto il di che la famiglia de Fubddoueua fare certo
faoificio faH monte ^uirinde^coBui^pernon pretermettere corale cerimonia
ueftitotiin habito Gabino^ CT portando in mano CTÌnfn le /palle le cofe
necejfarieaì facrifido^paffo pel mez o del campo de inemicitO' si condujfef
alno fuH detto monte^ [hH duale fatto folennemente le debite cerimonie, cr du
poi fatto riuerentia alle uincitriciatmi dt romulo^ non aU trimenti,chefe e
fujfe fiato uincitore, ritorno falnó in Campidoglio, Di
P,CorneUo,iDionifioSiracufano. R fi w ««4 Siracufa,diean JLV hjif^^f degii or
rubamenti , che noi trouiamo esfer Mfftdaki,feglipafsòfempreco face « CT
rtdteuUJacendofi beffe della Religione. Egli più C iit miermente hduendo rubato
i l Tempio di Proferpina de. i Locrenfìjpartitojì dipoi con PamatayCr hauendo
fem» preiluentoinpoppa,uoUatojì ai compagni dijjeriden^ do. Vedete uoi come gli
iddìi mandono buon uento a chi gli ruba. "Et pmilmente nella citta di
Anania , hauendù tratto didojfo alla Statua di Gioue Olimpio nelfuo Tem^ piOyUn
Màtelletto (Poro di molto pef », donatogli da Hie rone Tiranno di Sicilia, qud
hebbe da Scipione delle fpo/ glie de Cartaginep , et mejpjgUin cabio di quello
un^aliro di panno lano,dijfe,che quello che era d'oro , la State era grane, CT
l'inuerno teneua freddo , ma che quel di Lana
erabuonOyneU'una,vnetCaltrapagione. InEpidana ro citta PAcaia fece leuar la
barba alla datua di Efadam pio che era Poro, dicendo che e non Pana bene che
Apoi lo fuo padre f affé fenza barba , cr egli con la barba , Togliendo ancora
de Tempii, tauole d'oro CT d'argen* to, chep confagrauono agli iddìi,
nellequali, perche f e* condo laufonza de Greci era fcritto,queUi ejfere beni
de gli Iddiiydijfe quiuiapopolo,chep udeua del bene de gli iddìi:
Leuandopmilm^nte di detti Tempii certe pguret» . te d'oro, che
rapprefentauanolaDea Vittoria ,^7 c^te Tazze , CT Corone pur Poro ,chep ufauano
offerire , O’ porre in mano alle HaJtue di quelli Iddii, diffe , che non le
rubaua , mache porgendognene ejft iddii le accettaua, uolendo pgnipcare, che
tenèdole quelli con le maniffor teUnnanzi, gliele porgeuono , cr per tale
argumento affermaua,ejfèr cofada Poltinon prendere quei beni,che afono porti da
coloro,che noi preghiamo,che ce gli dia* no. Et benché Tlionipo non riceueffe
in uita pago con* ' ueniente alle fue fceleratezejio riceue nondimeno doppo . I
. io morti con U miferk cr calamita di Diom^io fuo figliuo* lojl quale , poco
dipoi [cacciato del Regno ,p condujfe doppo molte infelicità a uiuere molto
uituperofamen» te . imperoche L* I R A degli iddìi ,non corre a furià d
uendicarfi , ma ricompenfa Pindugio con lagrauezza dellapena. Di Timafìteo
Principe di Lipari^ Ma Timafìteo Principe de Liparotti, per non incor ' rere
nelfira degli iddìi . con fomma prudèntia prò uide a fe iìeffo , er con utile
effempio a t fuoi Cittadini^ Perchehauendo efsi, andando in corfo^prefe in Mare
certi Ambafciadori R ornarti Se erano mandati a Delfo al Tèpio d" Apollo
ad offerirliuna Tazza (Coro di gran pef 5 , per la decima delle fpoglle de
Veienti , botatcdidé Cammillo nella prefa di Veio,tolfero loro dettaTaz* za,cr
facendofipoi tra la moltitudine molta inftantia, che la preda fi diuideffe^come
Timafìteo intefe che i Rò« mani Vhaueuon o edificata ad ApoHo,lafece f ubilo
re{H* tuire agli Ambafciatori, liberandoli, accio che poteffero andare a
fodisfare il boto» Di Cerere. C Brere MUefìa^effendo la Citta di Mdeto prefa da
Aleffandro,cr entratii Soldati per f orza nelTem pio di quella per
faccheggiarlo , fece apparire un Lampo di Fuoco , che rinuerberato loro negli
occhigli accecò, DePerfi. ICerp^effendo per forza di uenti [pinti neWifola di
Deio con una armata di mille Vlaui, [montarono in terra,ZT uifitando ilT empio
di Apollo^gli donarono piu prejlo Se gli rapijjero cofa alcuna* C iiii , ^ De
gli Atenicfi, GIÀ Ateniefi cacàarouo uia Diagora Vilofofo , per^e che hebbe
ardire difcriuere primieramente che nofi fapeuafe erano gli lddii,appreffo
[egli erano, quali e jìif fero. Condannarono ancora a morte Socrate, paren* do
loro che e uolejfe introdurre una nuoua Religione» I
medejìmi,dicendofidia,chelajlatuadi Minerua ftaua meglio a farla di marmo che
d’auorio,attefo chela bian* ebezzacr il lujhro del marmo ft conferuauapiu
lungam mente,gUpreliarotto orecchi, ma foggiugnendo , perche ancorailmarmo era
di manco jfef a, gli comùdaronoche taceffe» DiDiomedonte. D\omedonte(juno di
queUidieci Capitani, cheinuna medejìma battapia a gli Ateniefi acquiftarono U
uittoria,et a loro fief fi procacciarono la morte per hauet combattuto contro
aUo editto dd Senato") fendo menai» a morire,non dijfe mai cofa dcuna,fe
non che ricordo lo^ rOfChefujfero contentifodisf^e quei boti , che gli haue»
ria fatti par fdute dello efercito» DI qjelli che per EFFET- tuare i lor dif
igni fiferuirono della Refi* gionc» Cap» ni. Vma Pompilio, fecondo Re de Ro^
mani, perche il Popolo Romano ap pUcajfe ben Panano alle cofe diurne, gli daua
ad intendere , che di notte p ritrouaua con la Dea Egeria, cr che per conpglio
di quella , ordinauà PRIMO. 2f quei ficrìficìjyùìe fujfero accetti agli Iddij
immortali^ Di Scipione A ffricano . Non andana mai Scipione A ffricano a far
facendo 0 pubUche 0 priuate^che prima non dimoraffe aU quanto foto nella cella
diGioue capitolino ^fingendo di non far cofa alcuna ,/e non con Vautorita er
configHo di quello . Ef per quefta cagione fi credeua che efuffefigU»
uoldiGioue^ Dii, Siila. LVeio Siila , ogniuolta che eglifi proponeua diuoler
combattere,perinnanimireifuoifoldati,eauauafuo ri una immaginetta di Apollo
tolta già a Delfi , cr quella nel confpetto de fuoi [ oldati imbracciando ,
pregaua che gliacceler^ele^omeffe^comefeda quello glifuffejìa^ to promejfo la
tùttoria . Di Q^Sertorio. Q Vinto Sertorio, porgli afprimonti di Portogallo,
menaua feco una Cerna bianca,dicendo, chimera da ‘quella
auuertito,qualicofefujferodafare, CT quSdaa^enerfene. DE GLI ESTERNI.
DilAinosRediCandu. VSauaMinosKedi Candia entrare ogni none anni foto, dentro
una certa cauema molto profondarci per antica religione confagrata.
Etdimoratotdunpez^ ZO i quafi che ejfo parlaffe con Giove, di cui fi diceua
esser nato,recaua una certa premtnentia er autorità alle leg gi, che egli dona
a quei popoli, come fe da quello Vhaueft [ericeuute* Di Pifijìrato Tiranno
d" Atene. r ìpfirdtOfper ricuperare in Atene la perduta HrannU ^
dCyCojìderato che Minerua era in quella citta in gran difsima ueneratìone,
ueftiin habito di ejfa Dea una donna quiui non conofciuta^ chiamata ?ta, grande
di ftatura, dr nello afpettouenerandaiCT fattala entrare dentro atU citta in fu
un carro cop ornata ,facendolagridare ad alta uoccyche rendejfero a Pipflrato
il principato, crfmgen* do di ejfer da lei condotto nella rocca della città ,
con quc fio ingann o ottenne quello che egli depderoua * DiLigurgo» p T Ugurgo^
diede ad intendere a i Lacedemoni, che ^ le leggi, che gli haueuadate loro cop
rigide CT fe» uere,le haueua compojk col conpglio di Apollo , Di Seleuco, S
Elenco ancora apprejfoi Locrenp di Grecia ,fù tenti to prudenti fimo, come
quello che daua nome di con pgliarp in ogni co fa con la D ea lAin erua, Et
FacuUa Sa* cerdote,con direcPeffeme fiato auuertitoda gli Idd^, tolfe uia
Fufanza di celebrare di notte le fefie di Eacco , riducendole d giorno, auuenga
che fujfe tanto oltre fcor fo con la sfrenata licentia ,che era pericolo non ne
feguif* fe qudche dif ordme » DEGL’AVSPICII. , UH. Di Luttatio, Luttatio , che
dette fine alla prima guerra de Romani cotro a i Cottagi nep ,fu prohibito dd
Senato, Ugo* uemarp fecondo gU aufpicijcT tre* fponp della DeaFortuna de i
Prene - Primo, la flifff, giudickndo che e f uff e bene reggere cr anmmfflrm cr
feliciaufpicijfi haueffe a tranf mutare nel no meVeientano^ey' Vhonore CT lo
splendore di cofi chiara uittoria dello acquijio di Yeio^s'haueffeai ofcurare
cr fommergere tra le rouine (Cuna città guada cf def alata . Et CammillOjche di
fi rara er eccellente opera fu Auto» refiubitando forf e, che di co tanto acqui
fio , gli iddij non hauefferoinuiiiad popolo Romano, alzad gli occhi al cielo
,gli prego , che fe alcun di loro portaua muidiaaìla troppa felicita
deRomani,ifogaffero tutto dmdef opra di lui. Et detto quefloyfi éce^cbe fubito
cadde in terra , il qud fegno cr annutio parue che dipoi in Uà fi uerificajje,
quando fu mandato in Efìlio.Etpero fi éfputauaqud fujfein un tanto huomo
maggiore, 0 la laude di quella uit toria,mediantelaqude fi accrebbe affò, lo
imperio Ro/ man 0, o de pietofifsim i prieghifatti,che il mde ch^opra
fiauaallapatria,nepropr'ij danni fuoi, fi conuertijjcy I LIBRO DcL. Patio cr
Terentidfud pgUuotà Et che diremo noi di do che atuennc a Ludo Paolo Confalo ,
tanto degno di memoeia f Egli hauendo fortito Vefpeditione contro al
KePerfa,tornatofene di Senato a cafa , er baciando una fua pgliuolina chiamata
Terentia, la trono tutta mal contenta^v con le lacbrime fu gli ocà)i , cr
domandatogli la cagione perche la jieffe cop mePa,rifpofe,perche Perfa è morto,
éae era il nome iCm fuo cagnolino , cheg^i era morto ilquale effa tanto haueua
caro,che fempre fe lo teneua in coUo.Prefe adun que Paulo per un buono annuntio
le parole dette a cafo da quella fua figliuola promettendo^ quap al certo fd^bé
uere a tornare uittoriof o da quella imprefa . Di Cecilia moglie di Metello, Ma
Cedila Moglie di Metello Jendo andataamez* za notte in un Tempio , cr poH la
Romani Jei mila fatti prigioni, cr uentimila mefsi in fu* ga,etr il Confalo
ancora ui rimafe morto il corpo del qua le,per comandamento di Hannibale fu
fatto cercare per fé pelirlo , tlqual Conf olo , in quanto à fejhaueua feppelito
VimperioRommo, Oppo il temerario ardire di Gaio Flamminio feguita la
oftinatione cr pazzia di Gaio HoiUlio Manci* nOyilqualeejfendoConfolo,
t^douendo andareinlffia* gna ^imprefa di Numantia,gli occorfe, che uolendofar f
acrifido à Lanuuio,i Polli,dal beccar de quali (ì haueua i prendere Vagurio ,
canati fuori del poHéo, fuggirono in una felua quiui uidna,ne per diligentia
che uifi ufa[fe,fi po teron mai ritrouare» Et fendo fi dipoi imbarcato à
Monaco, doue à piedi fi eracondotto ,fenti una uocejenza ue* dere ondeVufcijfe,
chediffe, Viandno fermati , Egli aUhora fpauentato, dato uolta indietro, fe ne
uenne 4 GenouayCr quiui entrato in una Scafa uidde apparire in un fublto una
Serpe grandifsima, V’inun fubito ffiar^ uia , cr non hauetido egli tenuto conto
alcuno di queU&, Di GaioHoftilio, D mi che egli dccetutttitio quefii tre
prodigi} , gli aeri fico con d trettante calamita, con hmer perduta la guerra,
con haue^ re accordato, co i Kummtini uituperofamente, CT con h efferp dato a
loro difcretione , il che fu cagione della fu4 morte,auuengacbe il Senato
fenzere. Per il che, auuertito Marcello a non toccare imprefa alcuna teme*
raria mente afsicurcUop nondimeno,per il troppo fuo ar^ dire ondo la notte
feguente con pochi caualli, afpecuìare intorno al campo dei nimìci,CT dato
nelle loroinfidie, cr circ ondato da gran numero di quelli, fu ammazzato»
laqual cofa non manco dolore che danno arr ecco alla pa* tria fua» Di Ottauio
Confalo» HEbbeOttauio Qonfolo grandifsima paura di qud lo che ad ogni modo gli
auuenne ♦ Perche effendofì da per f e f piccato ilcapoallaStatuacPApoUo,zr nel
co* [care fittafi in terra (Uforte,che nonp poteua cauare,fe^
cecomettura,checio non uolejfe altro pgnif icore, chela fua morte , ritrouandop
mafsime aUhora in difcordia , CT uenuto alVarmi con Cinna fuo compagno
nelConfolato» che era Efule . Et coji auuenne che il f ofpettofn che egli fiaua
,fi chiari col finemiferOyC infelice della fua uita . LIBRO Terche entriti 0
Cinnain Komainpeme con Mario jio mazzoyCT fattoli leuare il capo dal buHo^ lo
fece porre in Ringhiera y crii capo della Statua iP A pollo, che prima non s*
era potuto finuottere dif otterrayitilhora p potette ca uareageuolmente. Di
Marco Crajfo, Arco Crajfoydegno ueramente di ejfer connimera» ÀV Ito, tra quei
cittadmiyche furono digrandtfsimo dan^ noafRomano imperiOynonmilafda tacer di
lui, poi che Iftauentato ùinanziper molti [egni euidentifsimi,non uoU
Icynonàmenoritrarp daHaimprefa, che fu cagione delU rouinafua,cr di quella
della Kepublica . Hauendo addun* que à condurtefercito da Carra,cotro ài Parti,
gli fu data Uuepe,chepf oleua dorerò bianca , ò dtpurpura à tutti gli
lmperadoricrCapitaniycheufciuonoinguerra,(Pun colo re negro crfmorto. l Soldati
ancora, della feconda fcbie* ra,che per ordine antic o, eronf oliti farp
innanzi nella pri* ma baldanzof amente, cr con uoci cr grida dlegr ecciti cr
mePi entrarono nella zuffa. Delle due Aquile che fi por tauano in guerra per
injegna dello eferdto , Puna appena che la p poteffe canore di terra doue Vera
tra/altra,con fa ticagrande cauatane,nellofcuoter delPhaPe,puenne igi^t
rare,cr.riuoltorp indietro.Qrandiueramente furono que Pifegni,ma molto maggior
cofafu,à uedere Pocciponc di tantejìoritij sime legioni, tante infegne tolte da
i nemici, tantoffplendore cr ornamento delk R omana mìlitia ofcn rato cr guaflò
dMacaualleria de barbari, uedere ancora i lacH nop occhi di effo Graffo , nel
conf petto del quale era fiat 0 ammazzato Craffo /ito pgliuolojgiouanetto di
otti* ma e[pettatione.juedere pndmenteil corpo di effo impera I PRIMO. 50
éore^tra i monti de morti dmenuto preda crpaHo de gli uc teìU, cz delle f
duatice fiere . 1 0 uorreij di copftUta ca» Umitàypoter parlarne meno
acerbamente^ ma la uerita mi [brigneà parlamein quefto modo.Cop addunque
indirà* no glilddij cantra quelli che p fan beffe di loro difprez* Xando la
religione,cop fongapigati coloro , cheilor uard conpgli prepongono a quelli
degli ìddij. Di Gneo Vompeio» GNfo Pompeio ancora, era Pato affai manife^amen*
te auuertito dal Sommo Gioue, che non uolefsi far con Cefarein guerra , Vidtima
prona della Fortuna . Ha* uendo effe Gioue con le fue f nette fulminato le
fquadre di quello neWufcir di Durazzo, ofeurando CJ" togliendola uiBa
delle infegne dello ef erato , con gli [dami delle Pec/ chieder con hauere
ripieni gli animi defuoiSoldatidi fubi* tameffitia cr maninconia, mediante la
paura fcr il terrore di piu fegni nello eferdto dinotte apparp , cr pnalrnen*
tehauendo fatto fuggire da gU altari le uittime che egli uoleua facrìfware. Mai
Fati che fono ineuitabili, non lafdarono aPompeio, che in tutte Vdtrecofeera
ffato prudentifsimo , efaminare, CT rettamente conpderare, diche importanza
piffero cotali f egni cr prodigij. Egli addunque per far poca ftima
delPautorita cr grandez^ za di Ce fare , che era uenuta a tanto , che
Pecedeuail gra* do di priuato cittadino , in un folgiorno perde tutto Vho »
note CT larepututione , che pno dagiouanetto p haueua acquijlato,tale che non
fologlibuomni^ma ancora gli id* éj gnenehaueuono inuidia . Ondcc manifeÙodn
alcu* tu Templi ejferptrouate le jìatue de gli \ddij, che da per I LIBRO toro
fi erano riuoUateindietro.Et neUa atta di Antioch'4 cr di Tolmaida , ejfetjì
udito un rumore di Soldati , CT jhrepito d^armiytanto grande ^che quelli della
terra erano corjiaìlemurap difenderle , A Eergamo^efferft [entità^
neluoghifecreti de Templi , un fuono diTamburi^ Età TraUe,nel Tempio deìLt
Vittoriafottola fatua di Cefa* re^ejfernataytrale comettiture delle pietre del
pauimento del detto Tépio una palma uerde cr di buona gràdezz^ Et tutti queìii
fegni apporfero per diuinaprouidenùa^ accio che e fuj]emanifcilo,gli
iddifhaueruolutof onori* re la grandezza di Cefare^ej a Popào dimoiare la fua
fallacia . lo adunque, o Diuo lutto, con quella humilta et riuerenza,ehe fi
ricerca inuerfo ituoi altori,^^ facratisfi* miT empii, ti prego che benigno cr
fauoreuole ,uogli4 degnarti, che gli errori et lerouine di tanti huomini eccd
lenti,fi ricuoprino fatto la ombra del tuo efiemplo» Per* che
noihabbUmointefo,che il gjiorno (nel quale ornato di porpora fopra il feggio
d’oro nel Senato ti rapprefen* taiii,folo per dimolirare,che tu non dijfrezzuui
quello honore cr quel fupremo grado, che dal Senato, con tan^ tof onore ti era
Jiato conceJfo)auanti che comparufi al co Jfetto del popolo, che tanto
defideraua di uederti, attenm dejìi prima al diuin culto, nel quale tu ancora
doueui effe* re adorato cr reuerito . Et fatto ammazzare nel facri* fido un
bellifsimo Toro,cT non trouando nelle interiorct. il cuore, domandato lo
ArufpiceSpurinna, quel che do uolejfefigni ficare, ti rifpofe, nel cuore
confiàerelapru* dentia cr la ulta delThuomo, Onde era necejftrio che tu ti
hauefii cura, cr ti fapefsi bengouernare . Q«/»di poi fucceffelo impetuofo
patriadio di quelli, la cui intentio* PRIMO. fi ne fu di Iettarti del numero
degli huomini , CT tra gli id* dij ti collocarono. Termini adunque ndtuo
effemplo ^ la naratione de proiigij domerà, accio che neluoler pài oltre in
quellicjbndermijo nonfuf li meritamente ripte» f t>, trappaffando contro al
douere , dalle cofe diuine alle human e. Toccherò adunque breuemente de gli
efiernr^ iqualibenche apprejfo deiLuini, non habbino moltocre dito,noémeno p la
uarteta recherano altrui dilettatione, DE GLI ESTERNI. Di una Qaualla che
partorì unaL epre» •p Cofamanifefta.jnelloeferdto di'Xerfe^ che egli con* ^
dujjein Grecia, una Caualla hauer partorito una Le* prejaqual cofa tanto
moftruofa lignifico Vefito di fi gran de preparamento , perche coftui che
baueua ricoperto il Mare di legni , la terra di Soldati, fu conjiretto dalla
paura,no altrimenti che fugace CT timido ammalerà ritor ttarfì nel fuo regno .
Al medefimo ancora, pajfato il mo te Ato acanto a ida, atlantiche e dis facete
la città d^Ate* ne,tr aitando di andare ad affalire Sparta,gU occorfe, me tre
che eglicenaua,un marauigUofo prodigio , che facen* dofi dar bere duino nella
fua tazza, fi conuerti in Sàgue, C3T quefio non foto la prima, ma la feconda,
cr terzauol ta,Onde egli domandato di do d parere de Magi dil?er* fta,come
ottimi hiterpetri et indouini lo auuertirono, che firitracfsi dalla
dcfìinataimpre fa contro a gli Spartani^ Et fe in lui fiftiffe trcuato punto di
fenno,o di prudentia, boria fchifato il danno cr la uergogna grandifiima che
eglineriporto,hauendo medianted ualore di Leonida et de compagni di
quello,potuto chiaramente comprendere ilfucceffo di quellaimpreja* ‘ • r» I
.LIBRO DiMida, Al Rr IAidd,fotto U cui imperio uenne la frigia ef fendo
fanciulto,zT dormendo, furon portate dai leFormiche alquantegronelladigrano in
bocca, tTdom mandato [uo padre glt indouini,quel chedofìgnificauo^
rifpoftro,Mida douer auanzaredi ricchezze tuttigli aU tn hu omini, ne fu nano
quedo pronoftico, perche ejfo fo' io di ricchezze CT di danari, aiianzb quajì
Vhauerc di tut ti gli aUri Re , CT crebbero in tanto le [ve f acuita, C7 /«
tanta la abbodàtia deWoro CT argento che egliaccumula che largamente fi uenne a
uerifìcare,quel che gli idd^, co tal prodigio,gU haueuono nella fua pueritia
promefjo • Di Platone, P Armi cof a ragioneuole, il preporre alle Formiche di
Midalo Pecchie di Platone , Quejie a Pilone , fendo infafce CT dormendo,
portarono il mele in bocca, ilche fufegno éperpetuacT eterna feliciti.
Quelle,di , cof e fragili a‘caduche,Etgliinterpetri,diuulgatafi la co fa delle
Pecchie,dijfero che della bocca di Platone ne ufci rebbe una fingulare et
fuauifima eloquetia. Quejie,come ,
injligatedalleMufe,parechefuecialfero,noifoauietodo riferi fiori del monte
Himeto,ma de colli d^Heliconafiio^ riti d*ogni fortedt dottrina,^ dipoi nel
grande o’pro* fondo ingegno di Platone jiiUafiero idolcifsimi liquori dalla
fapientia, DE yOGNI. CAP. Vii Auendo io tocco breuemente delle ricchezze di
Mida, CT della fapien* tiadt Platone,annutiate loro dorme t do, narrerò al
prefente di quante fpe PRIMO. tic dij ogni A gli huomini fon o occorp cr
uerificatip: Nc mi pure poter fare principio migliore^che dalla facratifsH ma
memoria del diuo AuguHo . Dirò adunque , come ad Artorio medico di effo
AuguHoJUnotte auanti^ebe pfu/ ceffe il fatto d^ arme tra Augufto cr Marcanto*
nio ne campi Filippici^dormcdojapparfe infogno la Dea Minerua laquale gli
comandò che facejfeintédere a Cefi re che era grauem ente amalato^che per do nò
reiiajfe, di non ptrouare al fatto d*arme , ìlche fendo da Artorio à Cefare
referitofi fece portare nella battagUain letticaxet métre che egli jlaua tutto
intento alla uittoria^ifuci allog giamentifuron prep dallo ef trcUo di Bruto .
Che pofsU mo noi adunque penfare altro, fe non che do fujfe fatto per
prouidentk diurna, aedo che il capo di Cefar e già de* pinato
aUaimmortalità,non fentijfela uiolentia della For tuna, indegna,ueramente di
offendere uno fpirito diuinof , Ma lo ef empio frefeo di luUo Cefare infegnò ad
AguUo Cqu^nque egÙperil naturai uigore delVanimofuo, an* tiuedejfe fottilméte
tutte le cof e) ubbidire al fogno di Ar torio. Perche gli haueuaudito ére,che
Calfurnia moglie di tulio Cefare fuo padre,in quella notte , chefù l^uhma che
egUdimorajfem terra, haueafognato,Cefure giacerli ingrembo pien o diferite,Gr
fpauentatapgrandemtnte p cop horribdefogno,non huuer mancato di pregarlo, che
il di feguente non uoleffe andare in Senato,Ma che egli p noip^eredircfhreperun
fogno diunadonna,derauo luto andare in ogni mcdo,doue affalito da i congiurati.
fu co molte ferite ammazzato, Certaméte ira tulio Ceja^e et Agufb»
fuofigliuolo,nÒ é lecite far diff^etia o cÒpura* rione dcunahauédoamédui
cÒfeguitatoil fórno grado di Ifefeacl fc fSS. LIBRO diuM, perche Vuno di già,
con lefue operegloriofe ,/i hmeud aperta laftrada di falire al Cielo, aWaltro
rejhua ancorain terra a fare molte opere egregie cr uirtuofe. Per lagnai
cofa,uollono gli iddij immortali, che lulio Ce fare cognofceffe , che ^a era
uehutoil tempo di mutarla uita mortale conia gloria immortale. Ma che Augujio
nonfcUmentelocognofcelfe,maancoralodfjferijfe,4C» fioche il cielo fi godejfe
Pano di qaefti duoi ornamenti, CrPaltro infuturo fi promettejfe» Di P. Decio cr
Mallio Torquato. rV ancora affai marauigliof o cr eludente ilfogn o,che in una
medefimanotte fecero Publio Decio cr Tito Mallio Torquato Confoli, eT Capitani
.fendo accampati^ uicinoalmonteVefuuióin quellagucrra contro a iloti ni tanto
importante, pericolo f i. Erojìo,chegli erail crudele cr trijlo Fato di Sicilia
cr di Italia , cr che fcioUo che egli fuffe sfarebbe la rouina dimolte
Citta,dqual fogno il difeguente fu dalei diuulgatojper tutta Stracufa,cr coft
poi che la F ortuna,con traria alla liberta di Siracufa,CT nemica de i
buoni,oppof e allatranquilUta CT pace di quella Cittailf opradetto Dio*
nipOffcioUo delle celcHi Catene cr come un folgore uenu* to in Terra,fubito ,
che Himeralo uide entrare nella Citta tra la m oltitudme di quelli della terra,
che lo accompagna^ uano,cr correuono a ucderlo,grido, lui ejjer quello che et
tain fogno haueuauijlo Alche intefo Dionifto , ordinò fé* gretoììiente ,che la
fu ffe ammazzata* Fiufìcuro addunque fu il fogno della Madre di effo
Diompo,laqude portando* lo ancora nel uentre,gli parue hauer partorito un
Satirett^ to,cT ricercato uno interpetre,che tal fogno gli dichiar af*
fe,glifitr€fpoiio^che quello chela partomebb€,farebbed Primo. 57 piufmof [),er
il piu potente buomo ^ GrecùfComefi td» de poi con gli effetti. Di Amilcare,
AMilcare Capitan 0 de Cartagineff,campeggiando S» racufajgli paruein fogno
udóre una uoce che écejjè che egli il difeguente cenerebbein Siracufa ,
rallegratofi dunque^come fe diurnamente gli fu ff e jlata promejfa la uùm tona
, cr mettendo per ciò in ordine lo ef eretto percom* batterla, nacque difeordia
in quello^tra i cartaginejì CT SU cilianLOndeiStracufaniufciti fuori della
Citta cr affalitili in un fubitoyprefero i loro alloggiamenti cr dentro ne me
naron 0 prigione Amilcare, ilquale ingannato piu dalla fua falfa credenza che
dal fogno,cenò prigione inSiracufa,cr non uinatoreycome egUs^erapromeff'o,
DiAJdbiade, ALcibiade anqpr9 Zd piegare ò ritìrarp un paffo^furono uiSHC^fiorcfr
Poi luce prendere h parte de i Romani^ ^udi roppero ddtut to cr és fecero
l'eferato inimico. Slmilmente ynet tempo della guerra contro al Re Pefy
fa^Publio Vatinio Prefetto di Rieti, uenendo di notte . 4Rom4, uideuenirjt
incontro duoigiouarùdi bellifsimo af petto [opra duoi Ùanchi CauallL^qUiiU gli
dettero nuoue comeil didauanti,ilRe Perfaerajìato prefo da Paulo Emì tiojllche
bauendo referito al Senato ,fu meffoin Carcere, I - - - - w 9 » / Per fa in
quel di era flato pref o ,non fedo fu liberato di Caf cere,ma ancora gli fu
donato una poffefsione , cr fu fatto efente da tuttelegrauezzc. E ancora
manife^Oyche Ca^o recT Pollucelìeronouigilantiperfalute dell'imperio Ko
manOyollhora che fkdèti loro,cT i Caualbfurono uijii rin» frefearfi CT bagnarfi
infìeme con quelli, nel Lago di lutur* nOyCT l^ porte del Tempio loro , che e
uicmo al fonte del detto Lago fi làdero per lor medefime ejferfi aperte. Ryf A
per dimoHrare, quanto ancoragli M iddijfujfea 1 Vi rofauoreuoli a quejìa nofhra
Otta, dico che ejfendo élatagia tre annila pejie in effajne uedendop ,ò per
jiitdna mifericordia.oper rimedifhumani^n che maniera fi potè/ fepor fine a
tanta, CT cop lunga calamita, pofto(co« me ne auuertironoi Sacerdoti ) mente a
t libri Sibillini trouarono, chenonpoteuono altrimenti purgare il cor^ Di
Publio Vatinio. Della Pepilentié, LIBRO roto aere tfe e nonfaceuonouenire
EfcuUpio da Epidate ro , Per il che ui mandarono Ambafctadori , prometten* dofì
conti f onore (htale iddio Cpcrladeuotione,chegia di lui per tutto era grandissima')
potere impetrare tal grò tia . Ne/« uatna tale oppinione^uenga che con la mede
pmafedefù loro promejjo CT attenuto il foccorfo , con laquale efsi lo
domandarono . Arriuati adunque che fu* tono i detti Ambafciadori ,
incontinente, dalla città di Epidauro,furono codotti al Tempio di EfcuLpio,
ebbero cinque miglia lontano, Et quiuigUinuitarono humanifsi* mamente a
prendere,^ portar uia a lor piacere del det* to Tempio , tutto do che penf
afferò doiter^ejfere alla lor patria falutif eroda cui prontezza CT
hberalita,fu anco* ra accompagnata dalla benignità dieffo iddio , approuan . ,
do le promcjfe di qucQt con metterle in efeculione, pero eh e, quel
Serpente,che rade uolte era f olito dimofìrarfe . Qafiio adunque ( dt cuinonmà
fi deue par, lare,fenza prima hauerlo chiamato publicopatnciday ri. ^
trouandofi nellaguerra Earfdica,CT combattendo fero^ cifsinupnente , gli parue
uedert ,che Cefare in habito cr, - forma,chehatieuapiu del diurno che deWhumano
,gU «e niffe incontro uefiito diPorporaconuolto minacceuole corredo a tutta
brigUaionde fpauentatofi diede a fuggire 4icettdOychepofs*iofar ffiuije
Vhauerlo mortonon bafio^ j- P R I OT et, 41 fXafappio C4^o^cìt€tnnon
ÀìnazTCifUOefare^perchc itett fì può in alcun modo uccidere la diuinita^ ina
hauenm dolo tu offefoy mentfeche egli informa humana era tra . noi , merUmente
, dipoi che gUara fatto iddio , Vbauefl. per crudele inimico, ' DiL,Lentulo, T
^5*0 Lentulo , colieggiando il lito del Mare^ doue . 4-^ co certi pezzi d'una
fcafa rotta p ardèùa il corpo di ^ompeio magno à tradimento fatto morire
dadKeTo torneo, zr uedendo.una pamma talché fapenda.cbe den . tro
uiardeuacofOfdi chela fortunaphoueadauergogna f£^dijfe a iftÙH Soldati.Chifa fe
dentro i quel fuoco ui p i obbruaa il corpo di eneo Pompeio.Le cui parole
diurna*, Wtente mandate fuora,ppojfono ueramente metter nel numero pe miracoli:
ufeirono qu^e di bocca (Punhuo tno,ma queUo che al prefente diremo ufd di
bocad^Apot' lo,ondep conobhelamorte di Appio,fecondo che da ef*i fo erapato
predetto, Coftui nella guerra oiuiU quando[ Gneo Pompeo,confuarouina, et danno
della Kepublica^ p ^oppe con Cefare,depderando di intendere lo euentó éd oop
importante motiuo, perche atPhora eraprepoflo con , hefcrcito alla
Acda,coprinfe per forzala Sacerdotejfa, principale, del tempio
ApoUineDelpco'^chehaueualà^ cura del luogo fccretó delio oraculo, a fetndere
neUa piu profondaparte deljfeco /aerato dtejfo lddio,nelqualeJi. comep dauano i
re&onp piu certi,a chiglidomandaua,cù. pper ejferele dette uergini troppo
ripiene del diuinojfi* nto lepiuttolte ne periuono.Lauergine adunque inpanui
mata di profetico furore con noce horribde , mentre che eUaofcuramentclecofe
future preéceua, manifePò 4Ì t IB R O Appio U fui morteécendoli^Tu nonhii ò
Komxno che fare in quejiaguerriyò terrai li Cella di Euboea. Egli ere deniojì
per uolere di AppoHo ejfer*auuertito,che egUfug gijfe quel pericojoje n'andò in
quella regione,che è poflj tra Rannunti^nobile parte del contado Ateniefe,CT
tra Carijio^uicìno al mare dt Calcidia,chiamataEuboeay nel/ qual luogo
amaUndojì m ori iana'izi alla guerra farfalla caye3‘ cojìhebbe quelluogo per
fepoUur4t che da quello Iddio glier~a Ihato pridetto. Poffonp ancora
connumerare tra i tAiracohyche ejfendo arf o U fagreSHa de Sacerdoti di Marte
chiamati Salij,no fi ntrouò alcuna cofa intera fe no laTromba torta di Romulóy^
ancora effendó arfodTc pio della Èortuna,la Statua diferuio TuUfonmiftinuioU
tayCT finulmentelafiatua diQSiauiwJiqualeera pofté nello andito del Tempio di M
arte ejfendo due uolte quel Tépio arf o,una nel confai ito di P. N tfica
Scipione,cr L; Be^iyValtra di M.Seruilio^ CT L . Lamia^ rimafe fopra U
fuabafoyfenzacjferedalfuocó ojfefa» Di Attilio, . ' D Ette anchora qualche
ammirationeaUanodra Cit tà il corpo d'Attilio AuioU , quando fu abruciato fecondo
il cojlume anticOydquale giudicato morto da i me diciyCr fuoi familiari pilette
alquanto difpacio dijiefo in terraydipoiprefo ex pojlo f oprali fuoco come egli
fenti il caloreygridò'jthe erauiuo ,chiamandó in aiuto il fuo pe/
dagogOyilqudequki jolo erarimalio^magiacircundato dàa fiamma non potette
riceuere alcun foccorfoalfim* le fi dice ejfer' accaduto 4 iMcio Lamia, che era
fiato Ere* tore, Degli Esterni. ‘ ^ 1 Duo miracoli fopra djtti, paiono meno
marauigliofi ; per quél che duenune di Ero Panfilio > ilquale ferme PU tone,
che ejfendo [opra molti altri morti'Jn battaglÙL x.giomi ri mafto come morto^ey
duoigiorni doppò , che dùjuiui era Unto leuato poflo [opra il foco , rifufeitò
, CT narrò cof e marauigliofe^che egli hauea in quel tempo ue* dute.Vnhuomo anchora
dottifsimo in Atene hauendo ri* ceuuto unafjjfattanel capo^ con tanto dif
piace* ¥e la doU^z^a di quelli» » DcUa moglie di iìaufiment,CT di Egle Samio, p
lumarauigliofaenondinienolanarratione delcà fofégue'nie. La moglie di
iJaufiméne Ateniefe,ab* batkhdofì a ued&e il figliuolo con la figliuola
camalmen te ufae,offefa neWanimo da cofa fi uituperofa, CT fuori ét ogni
oppinione,perche lanon potejfeaUhora cruedarfe ne,ne dipoi parlarne diuentò
mutola,CT loro fpontanea* mente ammazzandofi pagomo le pene della commejfa
Jceleratezzaietcofi lacrudelFortunaaUamadre tolfeiì parlar a i figliuoli la
uitadaquale a Egle Samiogiuca* tor di lottai mutolo fu propitia»crfauoreuole,
perche ejfendo fiato uincitore in tal giuocQ'^ gli fu uoluto torre il j^emio^et
Vhonore^he eglifihauena acquijiato, et tante F /i . . tfl't R O fitio [degno
^che egli nè pref z^che e n^dcquijiàla fmelUt Di Gorgid Epirotcu . . V ancora
marmgliofo il nascimento di Gorgia di Epi F rocche fu dipq\perfo^arara,cr
ecceUente^ilquaUu* [ci del uentreddla madre mentre che Verauina
(VmacafOypercheritroUandofi 4 et nain cafa di Scopai» Cranone,cbe e un Camello
di Teffa gtia,glifu detto, che alla porta,erono duigiouani ^ che lo
pregauano,che eifujfecontento uenir [ubilo fino 4 baffo, che glihaueuono da parkre,egUf
abito uenuto alla porta, cr ufeitofuora non ai trouo negano, ma in queUo inUan
Hrouinò kfala»doifecenauano,cr ucOfe Scopa con tuta èo il reBo de conujhti^
nellaqua leuag'ianoa;jH.gUfaceitonoptrlarepinterpreti,Et do uoleuonofì
offeruajje^nofolo nella deta diRoma,maan cera in Grecia et in Apaper quelli che
e mandauano a go uerno delle Prouincie^accioche la lingua Latina co piu ho nore
cr riputatione per tutto il mondo p dilataffeEtq tr fio uoleuono^no perche e
non fuffero dotti et bine inerti ti nella lingua Greca co me negli altri Pudijy
ma perche pé reua loro che i Greci douejjero effère in ogni conto infe* rion
aiRomanhEtche e fu jfe co fa ì legna et intollerabde che la gràdezza et
riputatatioe del R ornano impiojì def fein preda, et p tafdajfe pigliare dagli
aUetamétiy cr dalla fuauità cr dkcezzei di ql parlare efquiptOyCt artificiofo,
P Di G. Mano, Eriaqual cofaftu,o Gèo Mmo^non debbieffer ri . Lil B R O prefq ne
hUjìmato della tuarozezz^t cr rigidità, U hauendo due uolte trionfato, per la
uittoria ottenuta di ìugurta in Affrica, per quella de Cimbri T euton ici a
picdeWalpi , ncn uoleiii , che la tua uecchiezz^ ornata ìdidoppio Allojrp,ji
rendeffepiu calta CT piu ornata «te* diante la eloquentia di quei Popoli, che
da te crono itati f aggiogati? Perf udomi eh e tu ilfacefsi,accioche nel culti
tiare et efercitare lo ingegno al coftume delle genfiftrane, non parejje
che,come ferito fuggitiuo tifuffialloiitaiudQ da i coflumi cr ordini della tua
Patria, Che fu adtinque il primoyche ne i tempi nofiri, aperfela porta del
fenato al la lingua Greca,Onde bora le orecchie de Senarori i^or/‘ 4ano in
udire i fatti occorrenti de i Greci, Certo non- fii oltricheM olone
Apollonio_,maejlro deWarte Oratq>»> ria sfotto ilquale Cicerone
diuennedottifsimq yferchee- ntanifejlo che coflui fuil primo f or ejiicre
chefujfe udito parlare in Senato fenz Je da CauaUoyCome era debito
raprefentandop dauàtiad un Cofolotnon p mojfe.di che accortopil pgliuolo,glim4
dò f abito 4 co madare per un o Littore che fmotaffe. Fabio aUbora ubbidiente,
f cefo da cauaUo,p apprrfentò d contt fpetto del pgliuolo dicendoli. Io non ho
fatto quePo,per n on rendere alla dignità à co folate il debito honore, ma
peruedere, fe tu fapeui ejfer Cofolo. Et fo bene qual p4 il debito del
figliuolo uerfo il Padre, ma cotd debito et riucrenza no debbe ejfer àgli
ordini publiciantepojia. Della conjìantia di certi Ambafeiado* ri Romani. DOppo
tl laudabile ef empio di Fabio Mafsimo , mi fi ojferifce la
conpontiagrandiftima de gli Ambafciait doriRomani,che furono mandati dalSenato
à Tarento 4 recuperare certe Kaui cariche digrano, che da i Tarenti ni crono
Paté prefe. QuejH ejfendo fiatiin quelluogo mot to ingiuriati cr
uihpepjettraglialtri,e[fendo fiato gettato deU* orina addojfo ad un o di loro,
codotti ( fecodo la ufan Z D' un certo ordine,cbeerainMarfilia* Ma
pèriornarealkOttadiMarplia,dcn(feio n^x ra p'artit&. Non u oglion o i
Marfiliani , che ninna entri nella Terra con arme,ma le fanno lafdare alla por*
ta,doue è deputato chi le riceuei crollo ufcire le rende lo ro,perchefi come e
fono f oliti di rìceuere cortefemente i forejìien^cojì uogHon o effere patri da
loro, D^una certa ufanza de Gdli, V Setto della Citta di Marplia, mi
prapprefenU quella antica ufanzn de GaUi,iquaU Cfecondo che p troua prittoy
ufauano prefiar danari die perfone, per rihauemealcrettantt nelV altro mondò
effendo fatolor perfuafo Camma e jf ere immortale, io gli chiamerei Bolit fe
pitragord òefugreco,non hauuej]e haute la medep* ma oppimone dicoPoro^che erano
Frahzcp» De Cimbri CT Celnberi. La Tìlof ofìa de Galli era fondata foppra
Vaudritia et fopra leufure^ma quella de Cimbri f3‘ de Celtibt^ ri , par che
hauejfe per obietto la baldanza crfoftezXd LIBRO'' acìTdnhno: perche quando fi
ritroudfuno é combàttertp ty ne i maggior pericoli della »i morto il marito
uègono a contéfa et dipoi a giuditio qual eUloro babbi piu fuifceratamente
amato il Maritoiit quel Id y che piu amoreuole è giudicata sfacendone molta
ìefià onne,che non ha^ neuon modo da maritarfi,nel Tp4 rendo loro coja
conuemente^ebe colui chepritrouainrt gale altezzu,per mantenerp in piu grado cr
riputadone^ debba aHenerp da quelle ufanze, che uolgamente p ufo
tiopnodagliinfimi et plebei, Delladifciplinamilitare, Cap, lì. Erremo bora a
trattare del principila leornamento,etfoPegnodel Romd no imperio che pno ad
oggi confabi teuole perfeueranza de i Romanifi e mantenuto pneero cr inuiolato.
Que Hoeilfeuerocrrigido offeruamen* to degli ordini della militia , nel cuifeno
, O" fotto U cui protettionejì conferua ilferen o cT tranquillo Poto dellé
> beata pace. Di Scipione minore, PVblio Cornelio Scipione,quello alqualefu
commef fa Pukima guerra contro ai Cartaginep « Onde f secondo; 6t eomeVAuolo
ttedcquifto il cognome di Affrìcdno^effenm do ConfolOjCr mandato in Spagna
Capitano dello efer^ cito R ornano, per isbattere cr reprimere gli inf denti
ani mi dei Numàtini,infuperbiti per colpa di quelli, che aum ti a lui cieron
fiati mandati Capitanijubito che egli arriuò in Campo,mandò bandi, che fufierà
leuate uia dello efer cko,tutttle co/enon neceffarie,cT che ui eron fiate con*
dotte per dar piacere ai Soldati; O’ mandò uia tutte le b ocche difutili . Onde
fgombrarono (come è manifefioy di quefio efercito mjìeme con un gran numero
diriuendi* toricr Saccomanni, dumUa Meretrici, Et cofi lo efercito R oman o
purgato cr n etto di cotale brutta cr difutile ge neratione,^ che poco auanti
per afi>rejfa uilta cr codar dia fi era fuergognato,medianteil dishonefio CT
làtupe* rofo accordo fatto co i Humantini , riprefe la fua prifiina uirtu,1
bemgnan i loto antichi nel tempo della gmra Tarentina-cònf (TMtigfi SECONDO. 6S
h toriófo di dupi de gli inimici y cr ne riportajfe le fpoglie* Eglino
adduuquettrouandop legaticon pdureeT ufpfé conditioni,come che poco
auantifuffero Pati uile et abiet to dono del Re Pirro , gli dùtentarono
crudéipimi inimici . La medepmd ira fulmino d Senato contro é coloro y che ndU
rotta di Canne abbandonarono U RepubUca , perche hauendo il Senato con
afpritpme conditioni y cT piu horribili che la morte conpnatili ih SiciliUy CT
hauendo dipoi riceuuto lettere da lAarm co Marcello c che era pàto mandato in
queWlfola d^- ta efpugnationedi Siracufa) perlequali ricercauadSe^ nato y che
gli dejfe Ucentia di potere in quellaimprefi feruirp de i detti conpnati*
Rifpofe àie e non crono degni di effere accettati nello eferàtoRomanOypure che
èra contento yche e faceffe in ciò tutto quellOy che giu* iticdM Htdeèlty
efpedienteper laRepublica yconqu^ . LI B R O pero j che dafcuno di efii fuffe
del cottrìnouo occupdtp fenz^ mai ftare in otiojn qualche eferdtio^o"
cheenon poteffero riceuere premio o dono alcuno , ne 'tornare in, Italifty
fedai nimicinon fuffe Hata occupata . Tate è aduh que Vodio, che portano i
Forti et ualorop^a i timidi etpof planimiE ancora d4
conjìderare^quantofàgrandeil di* fpiacere^cheil Senato pre/e, hauendo
intefo^che Quinto PetilfoConfoloy mentre che egli ualórofamente coni
tigurUomhatteuOyfuffejlato daifuoiabbcfndpnato , CT hfd^oinpredadeinemidi,che
l'ammazz O. * Degli ordini del Triomfare, Cap, III. Lcuni Capitani Kontaniydtfidtrand*^
che e fujjcl oro [latuito il Trièfo, per cof e piccole et leggieri sfatte da
loro, furon cagione che il Senato prouide^ per leggijcheniuni) Capitano poteffè
triomfareje m una fola battaglid,nS haueua morti almeno fei mila de
inemiciumperocheino Briantichigiudtcauonoychelo ^lendorefj^^l^ornamento della
citta,conlilìef[e,non nella moltitudine de Triom/?^ ma nella grandezza dello
acqmùo.'Et perche a queflaleg ge copncbilejtion fi potere in alcuna maniera
contraffa» re per la troppa cupidità di triomfare lafortificarono eS lo
appoggio d’unalira Itggicjp) cpo/ìa da Ludo Mario CT Marco catone tribuni della
plebe ^perlaquale fi punì» \cono quelli capitani, che in alcun modo ardif ceno
dfp* gnificarealSenato,fa1famente lini mero dei nemtcìue/ af,cr de cittadini H
emani morti , Et uuole che /ubilo, che e temono in Roma giurino dauanti a i
Camarlinghi della citta, di hauere fcritto al Senato, il uero numero de
morti,fi de i ntmici come de ih emani . Doppc hauer parlato à quefi leggi, non
faro fuori di propàfito far mentione in quefo luogo (Tutta fententia,che fu
data fo pra il fatto del triomlare,trattata cr difa jja tra perfo» ne
eccellenti. HauendoLucianoccnfolofy Quinto Va ierto pretore rotto cr /confitto
in Mare una belUsfma ormata de Cétaginep,o’ hauendo perdo U Senato deter
mmatoilTriomfo a Luttatio,et procurando Valerio di ottenerlo
anchoraegli,Luttatiop oppofe,dicèdo che no I (rit t I B R 0/ r èrd conuemhte ,
che in cotale honore, il Prétofehdueffe andare ara^udglio del Cónfólo :
etiieituta la cofaingranr difsime contefe , Valerio ójferfea Luttatio di
prouargli^ , che e non poteua domandare il Triomfo, effendo egli Hi to queUo ,
chehaueua rotto tarmata deCartaginepy CT Luttatio accettò offerendoli
diprouargliin contrario,cf“ dWcordo eletto Attilio Calatino^ giudice in
queHaloro' d^erentia : Valeriojl primo parlò , cr ejpofe dauanti al Qmdìce,come
il Cònf olo^quando fi fece lafattionefi trai uaua nel Letto amalato ^Ondea lui
era tocco a fare inte ramète Vtffficio del Capitano, Calatino allhora,prima che
Luttatio comindaffe ad efporre le ragioni fue^ dijf : cofi^ Dimmi VateriOife
tra te et il Conf :>lo fi fujfe confuUato^ [egli era hene combattere o »ò,ef
i pareri tra uoi f afferei fiati diuerfi,qual parere era cagioneu oleiche fuffe
apprò uato^C^ meffo in effecUtione il tuoo quello del C onfolof Rifpofe
Valerio, che non negma che il parere del Confo Io,no« haueffe andare innanzi a
tutti gli altri,Hor dimmi ancora dijfè Calatino ,fe Vuno CT Vdtro di uoi
haueffe prefigli Aufpiàj^etf afferò Hatidiuerp, fecondo quali eroi egli douere,
che uoi piu tójlo ui rif oluefsi, fecondo i tuoi 6 fecondo quelli del Confalo i
Riffof e Valerio, fecondo quelli del Confolo,Hor ifeDio nuaiuti) diffe Cal N D
O, 7* imitale due uolte era flato confola O’utMUoUa^ Dittato* rf,cr in tutte q
te^e degnita p hmeua acquiPato grandif pmarìputationeyfudalui priuato della
dignità Senatoria perche egli hmeua comperato certi uap (Pargento, che pc
fauono dieci libbre parendoli che un tale ejfempiofupè atto a corrompere la
parpmoniacT pmplicita Romana» Pomi uedere che le lettere del no(lro fecolop
riempano di (lupare cr* di marauigliathauendop ad accomodare ad efprimere
efempU tanto rigidi cr feueri , CT che le Piano h dubbio, fe gli e da
cr^dere,che nella citta noPra pano n temenute quelle cofe,chein
fecontengono,che appena c credtbile,che dentro alle medepme mura, lo hauere il
ma do a comperare dieci libbre d^ argento recajf ; altrui carim cOfSr lo ejfer
pouerofuffe per cofa uiUftima reputato, DiM.A«^onlo crL.F/dcco. - ■ MArco
Antonio, O' Lucio F lacco ccnf ori, rimoffe* 1-0 del Senato Duronio , perche
ejfendo Tribuno della PiebeJjaitéua propojio,ehe efujfe annidato la prom uipone
ey l^gg«(t miarfio ‘Éìùf"^ ^1 ' ’”>?"■«*' /«io for Vaiolo etPMo
Smpronioin Siti. fpnó oejf ctonie gUpruiarono deauM del Publito ^
P^^P^^^AttHioKtgidoett.Pmo. £S^C2Sesss6 K t I B R O hftueuond4tQ
Ufedcdianiirfene fèco ^'ahhindond* re Italia» TuttiqueUianchorayche neUi
medtjima rotta rimajii prigioni di Hannibale.cr mandati dipoi da ìui am*
bafciadorid Senato Romano, per conto di permutare i prigioni^non hauendo do
ottenuto , non ritornarono ad HannibJe altrimenti,furono da efsi Cenforì
feueramen* te puniti cr condannati , fi perche al [angue Romano apparteneua
mantenere la fede fi anchora perche Mar co Attilio Regalo molto afpramente
procedeua contro a I* mancatori di fede. Era co^i figUuolo di quello At* tilio
Regulo,che uoUe piu tojio morire con ajprifsimi et crudeliffimitormenti,che
mancare a i Cartagineft delU promeffa fede, C ofi adunque l* autorità de Cenf
ori tra* pajfo daUadtta nello efercitoJUqualenb uoleua,nc com* ’poTtauOycht il
nemico fu jfe ne temuto ne ingannato. Se* guitono duoi
efemplifimdi,fopraiqualidarenfinea^è* &atnateriel medeimo Catone» : \ ^ S
Tondo il medefimo a ueder lefejle, chififaceuonó{ in honore della
DealFlordylequaUM.efsio Edile foé è^eua celebrare Jl Popolo fiuergogno in
prefetiÈùt4i Cam tonerà domandare^che queUe,che talfefta raprefentauom
nOyfifpogUdjfero nude fecondo il confueto, BeUbe fett dpauertito daF.auonio
amiàfsimo fuorché glifedeuaalm iato^fi parti del Tedtropernonimpedire conia
fuaprem fenzdyVnfanza di queìùfelia.Et quando il Popolo uide,^ «. che
eglifen^andauOjp leuo tutto a romore, CT facendone molta fejla cr
allegrezzajeguitarono di celebrarti cbitComeficollumduatdimoJlrandoptaltattOycbeepor/
tauon piu rifpetto ZT riuerenzaa Catone foloyche a tutti lor altriyche uierono
pref mti. Hor qiudiruchezzctqualì ItnpprijyZr quabTriomji furon mai in tanto
pregio ap/ prèjfoil PopolofHaueuaCatonepiccole facultOyeracon tinentijjìmoynon
fi cura che lacafa fuayfpogliataiTogpi ambùioneyfuffe molto frequentatajolo uno
tra i fuoi an tichirìfplendeua,Èranella fronte ouflerOyMa la uirtu fu4> fu
compiuta cTperfettajin tutte le partiy onde f e alcuno- Huol denotare un buomo
dabency CT unuirtuofo Cutadi noybafia cb e egli dicaegli e un Caton e» u . DE G
Li*l ESTERNI. ' n . . • Di Harmodio p^ Ariftogitonct * * J ; 5 -. . I 77
ELbtfopta,chenoiin qu^iU mdtmifAcdm parte aiuora agli cfierntyAcciocbe trai
domejlici mcfco* . latiporghinoy per tale uarieta^ai leggenti magf^
porMetto.llRe-SQerfc.fuperatdU citta di Atene ytoU (eie
JhauediArmodiocrdtAriftogitoneycbe Mbronm Zo erano ji^e pojìe loro da gli
Ateniefi ,jper la forza dìe ferpnù di liberar la patria dalla T irantùde,CJ'
portare nelfuo Regno.cr moltianni dipoi SeUuco ordì* no che le f afferò
riportate la onde Vertuto jbUe leuate. Et t Rodiottrbauendo tocco Ulor porto
queUi^cbele ripor* tauano^gU inuitarono cr riceuerono in uno aUoggumert to dal
publico ordinato JCT le Hatue. finche quiui dimora*, fònoytennero tra'queUe de
gli iddifEt qual memoria piu febee dt quefia : che rapprefentatain un poco di
bronzo, ^ fndaogtVunohoHUtainfigrandetten^atione, . I DiXenocrotr. ^ yf A
quanto ancora fuVbonorefattoin Atene a1^* nocratehuomo cT perfapientia cr per
fantitadi cofbtmi^ raro cr ecceUante i fZofiui effendo citato af
unacertate(bmDmanzAyt!T ^^^(iatofi (fecondo il cojM me) allo
AltarcyperdarpnmailgiuramentOytuttiigiuà*^ d unitamente fi leuarono in
piedi,gfidando,dìe non giu* ^ raffe,parendo loro cheaXenocrate perla fua bontà
CT > fincentafi doueffe concedere il non giurarcycofa che non tróntper
concedere aloro medefimi , iquali ai^tiy che e
defferolefententie,eronftmilmentetenutiagiurare» * DetVapparenz
inuenarttìioutyperAfptrfiiii»»^ Uore.RomuMtiWffimdtikb^ iUlfoprilìinteperi(xlo,cojicomeglier44emito,pgeM
nel Teuere,ercertmentegU iddij rifgUirdindoUmt»
trfortezZidMoriUogUfuronofiUoreuoW^^^^^
faimoperiretpercheegUneperVaUezXiddfiitottq
coOitofunepirtigmezzddeaWmmfrintofi,^ morM’icqmingUottito,nefin^entedii^
iiognilmiagU erano linaitt,offe[o,nomdopeoduf
fedwentroUeitt4.Cofiuifoloaduque,ttuolfa^^occhiditìHciudmiRomini,&ditito:numero^din
auelUyCon ilupore cr m4rMÌglU,quettibor4cojittegret li hòucÓ timore
rifguurdUolo.Ueghfoh^ne , coft fituproui^fpertireduoieflercitic^fF^^^^^^
i«Gemippccati,l’unocolreprmerloJuUr^^^ Mo.^gUpndmeHtefu Ji unto SiolumeiùofoH
con il fuo feudo, itti n0Pucitt4,quMtoilreumconUfu4 m ^ben dire.tioiuiiKem
motuttii Ranmi, enmfol Ra minojiamtinoù i ‘ DeUiVerginca^^ ' r ,, L
^irergiwCldir.MHf**P di^enticftre id mio proponmmo,^ràicndmedcfmùtmpo cr
nd 8o medepm o fiume cr contro al n
etnico medejimo ufo gran difsima uirtu cr ardtre,Ejfendo co^ei infieme con
molte ^ dtt't pulzelle R omane^dJta per ijlatici al Re Porf :nnd^ , ufcttafì dì
notte del luogo, doue Veruno tenute in guardia^ cr montata foprajm cauàUo,d
primo che gli diede tra nu nojpacciatamentf co quello pajfo il fiume a rmoto
entro di Roma , ìlche fu cagione non folodi liberar la patria dado affedio,ma i
cittadini ancora ddla paura . Petmna u$ ramente,perlafuauirtudegnrimo,cbeintaliéòdl
timentijp acquiftajje pregio, cr honore, cr Goffo nonfe • ce poco dcqui^o^ che
andò in do imitando le uepigiedi Komulo, Di M, Marcello, A
^giugneremoancoraaquePicop chiari e/cmpH, JiX. quello di Marco
MarceUoJlcmualore CT animo intrepido fu tal e, che glihafto la uifla, con pochi
caualli af [altare fu larwa del Po il Ke de Galli ^ che quiuicon un graffo
efercito fi rùrouauacT quello ammazzato ^ CT (pog'iato,dedico le fpoglte a
Gioue Yeretrio, DiT^MalUoyValerio Coruino,& Sdpione, ' Sarono in quello
modo di combattere la medefì* mauirtu.Tito Mallio Torquato, Valerio Comi* no,CT
Sdpione Emiliano . Cofiorotuttiatre chUmatta combatter e dai capitani dei
nemici, gliucciderono, ma • perche do era occorf o fotta lo aufpido de conf oli
, non conf cerarono le fpoglìe acquiflate,a Gioue Eeretrio, Sci* pione emiliano
pmiknente militando in Spagna fatto Lu cullo capitano dello efercUo,e:^ hauendo
affediata Inter cada terramolto forte,fu il primo, che montajfe [opra la
tnuraglia,ne era in quello tfercito dcuno,che piu di lui dg ueffe conferuarfì
cr rifpiarmarfi,p perla nobiltà cr uir* tu,che ih lui appariuafi ancorap la
fperàza grandifsima^ 'che col tempo di lui fihaueua,ma Sora igiouaniRoma*
ni,quanto piu erano nobili , tanto piu fi affSeauano. , et metteuanfì ne
pericoh,per difendere Upatria^o per am* plìayeVimperio,fiputandòfiauergogna,
efferediuirtu auanzati dàqueHi,che per nobiltagli crono inferiori. Et pero
Emiliano domando al Confolo,quellafattìonc,cbe dagli THRZÒ ■ , . ia gli dtrìeomc
difficile cr pericolcfi era iUtdrecufatd» j" DÌM.T«Ì/Ì0» IN trdgli altri
efempli di fortezza, tnife ne offerim fcewìoÀdco et marduigliofùA Komani
effendoflati rotti cr mefsi infuga^dallo eferdto franzef f,cr forza* tt a
rttrarfì in Campid aglio ,cr nella R occa,er no fendo il luogo per tutti
capace, cofìretti dalla necefsita , pref on per partito dilafciare iuecchi ne
piano della Citta,perche igiouani piu comodamente poteffero flore a difendere,
quel coUe che fola refiaua in poter loro, Ma la citta ancor ehe condotta in
tale miferia CT calamitd,non per ciò fi di* mentico della antica fua uirtu,
peròe quei uecchi che gf4 trono Sati di magiflrato, apertele porte delle lor
cafe^p pofero a f tdere f opra le f ìdie curuU,con le infegne intor nOfCr con
tutti gU ornamenti dei magidrati cr officijfa* eerdotali^che già baueuono
amminiftrato, aedo che hauB do a morire, ritenejferopnoallamorte, la Maie^a cf
lo fplendore,de i loro anni paffati ,cral Popolo cr alla Plebe defsino ardire s
uenireinpoter di quello, procacciatali Poccafìone iillk morte,uenne apurgare
ogniinfamiazr difhonorc.pc// àie egli con la bacchetta da caudeare, mentre che
gli era menato prigionecauo un occhio ad un di quelli Barbari, Uqude pel dolore
s^accefein tanta ira, che con un pugna le paffb i fianchi a Crajfo,zr amazzoUo.
Et cofi neluen dicarfi,uenneinfieme a liberare il capitano Romano dal éfhonore
della perduta mdejia»Et Crajfo per quefio uer fo mofiro dia fortuna quanto
indegnamente ,Vbaueua uoluto offendere,ZT dìjhonorareun tde huomo, cr che con
la fua prudentia (^ fortezza haueua faputo rompe re'iUcci,cbe per farlo
feruotefe gli haueua, alquanto at mantenere ilgrado,o‘ la digttitafua,
ricuperare f e me d^mo già dcjlinato preda di Arifionico, - - ' . . j '•
Li • * Di Scipione, ' • La
medefmafortezzà et ref olutione^ufoin f e ^jjfo Sdpionejuocero diQneo
Pompeio.llquale,uinuti fuperatiin A^cad Pompeiani in éfefu de quali egli fi n '
trouo^ndàdofene in ìfpagna.con V armata, et foprag^ to da i Qefariani,come e
idde effere prefa da loro la N4r ue, doueuain pre ^0 U uirtu, uolle ejfere in
uerf 0 di te,ey de i i/^cr da!^ leparolegrato conofeitore ,hauendoti dipriuato
« feUto Centurione, Di L,Sicimo Dentato, PAmi che ìmcìo Sicimo De tato, per
quoto s'afpetta d ualore dei forti cobeUtitori, meritamente debba effer pofto
in quefto luogo ^ per Pultimo dei Romani efempije cui eccellenti opere,
cTglihonori, (y'premij quindiriportatine,ppotriagiudicare,chepajf afferò il fe»
gno delùueritiffe damQltifcrittori,degni di fede crfpe dalmenteda Marco
Varronenonfufferotejìificati,alfer mando coPui, cento uenti uolte efferp
trouato infatti d^arme,er con tanta fortezza per conto della Kebellione, cr
fendoU intra tanto fiate, prefentate lettere del Senato , che gli oriinauano ,
che non douejfe piu oltre procedere contro a i condannati^ uenne alla prefentia
fua Tito lubelio uno de i condannati . cr con uocepiu chiara CT
ifpedita,chegUfu pofnbile,gli dtffe. Foi fin tu hai o F ululo tanta fete cr
auwdita itlfott , TERZO. SS Cdptmo , pèrche indugi 4 farmi tdgUàr U tefìa >
con -quella (aire , che di già e macchiata del [angue de gU diri no^faccioche
tu poffagloriartidi hauer fatto morire un huomo cr piu forte cr piu
cofìantedite.Etrifpondendo ii PuIuiOfCheda luinonrejìerebb€,fe le lettere del
Sena* to non glie Phauejfero prohibito.RifpofeTito-Horpor* rat mente ame^alqude
non e fiato comandato cofa dcu* na del SenatOychefaro «n*o pera grata agli
occhi ft#o»,CT maggiore che tu non penfj. Et dette quejie parole, inconti nente
in prefenzadiFuluio ammazzo la moglie eri fi* gUuoliyòeeronoquiuiprefentiy CT
dipoi ammazzo fe fiejfoycon un coltello medejìmo.tìor che fortezza d*ani mOyCr
che coilantia penjìamo noi^chefuffe in cofiui f il* qude con la morte dei fuoi
piu cari, er di [eBejfo,ublè dimoflrareydihauer piutofìo uoluto fegnare la
crudeltà di Fuluio,cbe uderjì della clementia CT benignità del Seà nato DE GLI
ESTERNI* DiDario, HOr conpderiamo quanto fuffe lo ardore^cy taf or* tezza deir
animo di Dario yilqude mentre chegU era alle mani di liberare i Perfi dalla
crudele tiranni de de i Magi cr hauendo gittata in terra in un certo luogo buio
uno di detti tiranniyey'falitogU [opra cr mfragtten* doloyuenne uno de i
congiurati^per darli con la fpada ma dubitando di non dare
aDariOyritenneilbracdo,ZT Drf* riogUdilfe,enonbifognachepermio rtfpettOyturcjlidi
ferirlo an cor che tu ci paffafsi amendui con la fpada , pur ' ckequedo tiranno
muoia preflo, " . .. Di Leonidaf*' > - ^ ' l A, £ LIBRO RAppfefeHtmijì
in queftóluogo lo Spartano L ^ta et fuperata Pantiqua gloria della loro dtta,CT
/penta c meom ra mediantei pro/peri fuccefst ,hauutiapprejfo Leuttra cr
IJlantineaJia uirtu di quel popolo, che permpno a tU^ho
rauiuitti/simas^eraconferuata allapne papato d^un alan da, crfentendoft mancar
gU/piriti, per VidfondantL t del f angue, ehe gli u/ciua della feritOydomando
afuoi eh e,gU ftauanodatornoaconfortarlo,feil/uo feudo era /» duo, apprepofei
nemici crono rottiinteramente, cr e/jfe/ ido* gUrifpojio dip/oggitmfe. Questo 0
Soldati, CT con tpa» gnimiei,noncUJme della mia uita,ma e un prindpio di ui ta migliore
cr piu felice,perchehora na/ce il uojiro Epa mtnunda,morendo egli cop,
loueggiolanoPra l^^ebe ePcr fatta capo della Grecia,per opera et prouidetia
mia, cr la atta di sporta tanto forte cr inuitta,dalle noP re a mi abbattuta.
Veggio la Grecialiberata dallaacerba T i* tanntie de Lacedemone Et fe bene io
non bopglè foli, non pero muoio fenzajafdaado due beUifsime pgln H TERZO ‘ 9?
Ito della Piazza fpadaignuda^comando a tutti i Citta dini^che a duoia
duoUombatteffero injìeme , con qucjìo fiicU perditore fu jfe tagliata la
teiìacrgittatoilfuo cor po in quelfuocOyOnde ejjendo in quefia guifa morti
tutti^ alleiamo non rejìando mo altri che lui, da f e ilejfofi ^itto nel fuoco.
' JDelUmogVe 4U Afdruhale. m yf A per raccontare quello ,che o^corfenelU deBrut
,ÌV1 tionediun^'alra dttanon meno inimica d popolo R ornano. Effendoprc fa
Cartagine, cr hauendo Afirua éaleimpetrota graHa deUauita daScipione,fdegnatapU
mogUe,0' rimproueratoU laimpictaufatauerfo àlei,et dei fuoi
fìgliuoUspernonhauereun(o,perlorointercef» fo ,gU ptefe per man tutti a tre, cr
condottolifeco in, un luogo nleuato delUcùta,contenti dimorile inpmecon Idp
precipitarono nel fuoco,cbe ahbruciaua Cartagine» Di due pulzelle Stradi fané.
Aquefto bellifsmo ejfempio di femminile fortezd, n'aggiugnero uh"altro,no
men forte di quello,co,neidetellabiliraccontamenn delle guerre ciuiliybd [landò
hauer tocco foljmen te quefi duoi^cbe cont eng o no te lode di due nobil'fsime
famigUe,cT non cofa alcund dipublicameùitio^affero agli efempli degli Ejiernù \
\ DiPompeio, - it-cr :: T . ^ ^ ‘
DcgliEliernL ’ : **rimr^ CT I piu n oblìi fitnciuUi della citt'a, dfertfirlo,Vn
de 1 QVELLI CHE DI bassa CONDIR tiene fon pervenuti ad Altezza^ c • t Cap. mi.
V i i , DiTuHoHoflilio» ^ \ Acque TuUo Uofiilfo itima Capata cr jìmilmentefu
nella fuagiouinez za Paflore^ dipoiperuenuto alla eU piu matura, gouerno cr
accrebbe V imperio KomanOyCrncUafuauec iruetmedfommo grado di degniti. Ma
quejto Tulio nantunque itfuo accrefcerfiy&‘inalzarfii,fia fiato gran^ p,C2T
marauigliofo,nondwtetto,perche e fu RotnanOjC anco da marauigliarf ene,
DiTarouinoPrtfco, rtKZOl 94- L ATorhmdtoiutulJe Tarquinio PrìfcoìnKomoypef
farlo Rejlquak tanto eralontano da p fatta grani» dezZntll>afu» perdio
Demojlenei PI OyELLI CHE. DALLA NOBILTÀ dii pddrehannò degenerato» Cap» V*
Erutteremo bora Poltra pai^ede^ promejfi no(ird,corrifpondentealle ofcurate
memorie de gUhuomìniim I fìri,pchenoipc(rleremodi(luemqua I li come M oliti
nella nobilta,per le lo ro Brutte et uituperofe opere degent f trono dalla
uirtu de i loro Progenitori Di Scipione figliuolo deWaffrtcano» C» He cofa mai
ejùta piufmilead un mo{tro,cheScteoja r4A gioneuole, che ùoi mi accompagniatein
CampidogUo,4 rend^ ^a tic agli iddii. Le cui parole tanto ejficaci jubito
furoti 0 mandate ad effetto, perche inuiandop lui in uerfo il Campidoglio al
Tempio di Gioue,tutto il fenato. i ^ uaUieri,0‘ le Plebe lo feguitarono ,non
reftaua altro, fe n oh che ejfo Tribun 0, eh e Phau eua chiamato mgiudidOi con
grandifsimo fuo carico rimajìo quiui in piazza fole» dipendejfePaccufa controa
Scipione: ma egli aneborap euttare fi fatta uergognayfe gli auto dietro in
CampidoM glìo.crdoue gliera uenuto per dccufarlo CT uituperarlOi fi condujfe
cogli altri a reuerirlo , CT honorarlo^ Dì Scipione Emiliano.
SCìpioneEmiliano,fucceffore eccellentifiimo delgà nerofo fpintodel fuo
auolo,hauendopo{io Pafje* dio ad una atta fortifma, CT configlkndoio alcuni^
ebe terzo ioa intorno atte mura di queHd.fpargel[e Trìboli diferrOy ef per
tuttiiluoghìfdoue il fiume fi poteua guadare yfaccjje mettere tauolc di Piombo
prenidi chiodi acutifsimi cole punte uolte allo infuyoccio che gUauuerf arii
,non poteffe roaJfaUreilnojiro efercrto dia fprouedutOyRifpofe lo^ rOfChe un
Capitano non poteua nel mcdijìmo injìante iiincere,cj’ hauer paura d el nemico»
Di Scipione trofica, DOuunqueio mi riuolgOy pertrouare e/empi degni di memoria^
ouoglio o no^micouienedardi pet to negli SapiOHi. Et chi potrebbe mai in quejto
luogo tra paffar cofiUntio Scipione Naficatilqualeyohredlo hauer
motìrograndifiima confidentiOydijp ancora una eofa me morabile.Crefcendo
ognidipiulaCoreWamKomayGa io Curatio Tribuno della PÌebe^attiuenirei Confoli
dam uantialpopolo/aceua loro grandi filma infiantiaychee proponejjeroin
Senato,di far prouifione di Granii cr/o pra do deputaffero Commiffariiper
mandar fuora a cotti perarglLAirhoraScipioneNaficayperìmpedtrey che e no fi
introducete tale ujfunzOyCome pemitiofa alla R epubli ' cOyComindoa parlare in
contrano»cJ‘ facendonela Pie beungran remore CT bìsbigUoydijfe, Pernoièra
fe,Ko^ inani &ate cheti^perche io fo meglio di noi, quello chefia il bif
ygno della Kepublica , dia qual uoce congrandifiim ma reuer enza tutti fi r
acchetar onoy hauendo piu rifpet* to alla autorità di cc^ùycbe allafamey dalla
quale crono eppref Ff* De Ltuio Salmatore» \/ GgUamo ancora far mentiont ' del
generofo animo • di Limo Sdinatoreflqualefhaucdo nell' Vmbria dif fattoci
rottolo efferato de A/drubale^ C2T quello de ì . M liti l LIBRO-
Cartiigìnelì^et fendoU refertto^che i GaUt CT i Liguri Jett zu capifdni cr fcnztt
infsgnefe n^andauano alU sfilata ft fi pqtsuono,con pochi foldati opprimere,
rifpofcy chegU era pene perdonarla loro, accio che nere(ì^>jfe (pualcuno^
cheportajfe.lanuoua della gran rotta, chegU haucuono nceuUto» •' ^ Di P, Furio
Filo, - D'ìmoflro iiuio SSiatore \n guerra^ lafua generojt ' ta cr grandezza
d'animo, ma non meno fidimo^ jirogenerofo ^ prejlafite,PubUo Furio Fdojtìcl
Sena* to Impero che egli cofh'hi fe evinto JMeteUo , cr C^uin* sto
PpmpdohuominicofoUriad andar feco per legati in • ìfpagna ja^uale
amminijlratione gUeru tocca in forte^V (juc$ fr ono fu oigrandifsimi inim\ci,ej
ad ognipo* co gh rimprouerauono Vambitione , che gli haueua duna /[rato in
dejiderare quel Gouemo,neUa qual conjidentia, fi dim oRro non f olamentc di
grande animo,ma ancora te merario,ejfendoJì ajficurato di metterfì ut mezt>
cr generofitagit ritraffe da quello oflinato propojìtOycheglibaueua
di^eguitarlo^ Di Marco Scaurp. , . , INteruenne il fimile a Marco
Scauro^elfendogìq confé lui molto vecchio ex robuflp.CT con la medepma grd
dezz^iPanimo.Percbe efjendo accufato dinaìzi^popo' lo cheglihaueua prefo danari
dal Re Mitridate per tradii re la Repùblxafi difef e con quefte parole , N on
par cofa giufla 0 R omani che io habbia a dar conto dcUa mia aita d coloro ,
che non eron nati a- tempo delle mie attieni, pi* gliero nondimeno confidentia
di interrogar uoi, ancor U maggior parte non fi fia potuta trouare ne ejfer
prefente quando io fon {lato in magijìraro,o adoperato, perla Re publica.Vario
Sucronenfedice, che Marco Emilio Scau* ro , corrotto con danari, ha uoluto
tradire URcpublxa, fiLarco Emilio Scaurortfponde-icheenon e uero,tXche non ha
mai fatto tale mancamento , ditemi a chi credete . uoipiu toàoiDaUe cui parole
commojfo il popolo eogrd _ m * t / L tB R O difshtre^d^ diede falla ucce
ayarby^fecionlo depfr re da quellaimprefa tanto infoiente ej temeraria; Di M..
Antonio, MArco Antonio,quello eloquentifsipmo ,perU con trario jnon ricujando
Vhauerp agiufif icore appref fo al popolo y dimcPro l\nnocentufua. Egliandando^
^ejhre deWApayCr ejfendogia a Brindifì , gli furono prefentate lettereycomegli
era fiato in K orna accufatOytt citato a comparir dauati a hucio Crajfo
Prctore,per adui tirò, da cui rcfidenza.per ejfer quello tanto rìgido cr fe*
uerOyCra chiamata lofcoglioydoue pcoteuono i mah fatto- rb‘et potendo egli far
di non comparire,p uirtu della leg ge M emia,che non u oUuOyche le querele
& accufe pojlè a coloroyche erano ajfentiyper conto della Kepublicafuf fero
accettate, noiimeno tomo in k orna agiujlificarfiyet cop per quefia fua
larghezz tro rimedio, che il promettere di andare a foldo di Pont * pelo genero
di ejfo Scipione fenza temere di cofa dama I rifpofe, IO tiringratio o Scipione
della tua humanita CT « cortefia, ma amenon torna bene accettare la ulta con cà
fi tefiaconditione. Gaio Meido fimdmente Centurione del i Dwo augujlo di
fangueignobile, nelquale fi ritrouaua U n wedefima nobiltà c coSantia (Patiimo,
hauendo piu uoU H te neUa guerra contro a lAarco Antonio fatto di b eUifsi*
mepmoue,aUa fine dato nelle infidie de i nemici, cr cofi f dotto a Marcantonio
in Alefiandria,Et dicendogli Mar* [i tantonio che habbiam noia far de fatti
tuoi, rifpuofefant ì, ini fcannare,perchene col prometter di donarmi la uita, X
ne col minacciar di tormela ,farcih mai , che io lafdafd II ecfore , per te.
Cofiuiadunque quanto p.'u c.:Bantemen* te mofiro di noti curar la uUajtanto piu
ageuolmite la im petro, perché Marco Antonio hauendo rifpetto allauir* o ni LI
B R Ò . iufuii’ glieli dono . de GLI ÈSTÈRNI. DiBlaJjo Salapino, ' ^ Skrtbhonci
anchoramolttjsimiejfempUidelld Roì manu CoHantU^ma mi pare che e non Cfa dal
infjftidi rei leggenti^cr pero pajfercmo alle cofe eterne, tralci quali faruil
primo Blafw Salapino ,iiquale di fermezzd cr cojiantia inanimo auanzo ogh’
altro, C oflui depderan dolche Salapia fua patria, occupata cr guardata dai
Car« taginefi,ritorn alfe /otto la giuriditione de i Komam,prè f e ardire,
mojfo piu dallo ardente de fiderio di condurre tale imprefa,che da/peranz^^che
egli ci hauejfe,di tenti re Inanimo di Dafio, ilquale era molto contrario alla
fué oppinionene i c^i della Kepublica,cr aderiuainteramett te alle parti di
Cannibale , ma egli fenza lui non poteué mandare ad effetto queflo fuo
difegno,Grcoft conferitali Ìaco/a,Dapo incontinente, andò ^ referilÌoadtìanntf>
bale,aggiungnendoui molte altre cofe, per acquiftarfi piti il fauorecr la
gratiadi quello,^' metter Val^óin mag* gior disgratioyfurono adunque amendui
citati da Hanni^ baie, l'uno per prònareVaccu/a, l'altro pergiuftificarp^
Ettrattandofi lacaufadauanti al fuo Tribunale^crjli do chiunque eraiuiprefente
intento a tale efamina,metrif che per uentura fiattendeuaad un'altro n^ocio di
mdg gioreimportantia,BlaJìo cop chenon pareua fuo fattà^ /■otto noce comincio a
perfuadere Dafio,che uoteffej^U prepo pigliar la parte de i Romani, che quella
de iCair tdghiep, Dapo all'bora comincio ad alzarla.ucce.dicen* do,chc Blapo
haùeua anco ardire in pr^entìaài ejfo . f\ibaleii JtimUarlo a pigliar la
piffte^dei Romani, SAap TERZO 10^ non Vhduer fentito altrt^che lutane hduendo U
cofd puné to del ueriJìmile,per/uadendoJÌ ogn^un o , che egli Io fct»
tejfe,permaligmta^maUuolcnza,nonfu dato fedeà ^uel che in fatto era ueroyMa
tanta fu la coJìantiaCT per feueranza di Blajìo,chenon molto
dipoifecep^cheetiro Dapo alla uogliafuayCT oparonoinpeme di manieraychc ' cr
lacittadisMpiajOr cinquecento iiumidiycheuiero/ nodentroaguardia,uennero
inpoteredei Romani» Di F odane, Ateniefununa imprefago* uernati contro d fuo
conpgUoyZ^ fuccedendo dipoi lacofaprofperamenteytantofuperfeuerante CT coPan*
te in defenderelafua oppinioneycheparlàdoin publico, dijje che p rallegraua
ddabona Fortnatorójma che qUo chegPhaueua conpgliatOyfarebbe fiato miglior
partito^ f^onuoUegia biapmarequet cheerafuccejfoabeneyper che gli Ateniep peron
gouernati bene in quello,chedtt altri èrano fiati mal conpgliati,affermando
cfce lo efpedii te,cheprefo haueatio era fiatò ptu fortunato, che da bua mini
prudenti, et che quello che haueua egli conpgliato, farebbe fiato partito piu
fauio , auuenga che U piu delle uoltela Fortuna aiutai temeranj, cóme quella
che fenim pre fauorifcepiu i maliconpgli,che t buoni, ey per pò fer e unaltra u
olta m aggiorni en te' nuocer e,aiu fa dtrui dò uee manco f per anza di f
alate, Fu quefio Phociónedind tura molto quieta, benigna, cr liberale,^ nel
pratticare^ modefio,intero,cr trattabile,Et pero fu da tutti i Qut^ dilli
Ateniep giudicato degno di ejfer chiamato ilBuonò Fodoe. Et copia codàtia , che
naturafinete appare afpra € rigida>p ritrouo nel petto dicofiui piaceuole et
màfueta. LIBRO '‘s , , . . ' Di Socrate. LO animo di Socrate,armato di fortezza
etiaril té, netdimojirarela fuacoHannafu Alquanto piueccet lente, perche il
popolo Ateniefe traportato daWimpeto cr furore , hauendo condannato a morte
quelli dieci Crf pitani,cheapprejfodi krginufa haueuono rotto l^arma* ià dei
Lacedemoni,et ritrouandopperuentura Socrate^ nelmagijìratOjche era f òpra V
ordine cr approuarelede liberationi della Plebe, parendoli cofa molto
iniqua,che tanti Cittadini, et che fi erono portati tanto bene per U
Republicafolfero atorto dagli inuidi CT maligni codot ti amorte fi fece feudo
con \a fuacoBantia , contro alU incónfideratamoltituéne ne lo poterono
coftringere ne con romori ne con minaccie , che eglimai acconfenteffe Hi
fottofaiuerfi a quel temerario giudicio popolare, et cé fi laPlebe,opponendofi
lui, non potendo perula ordina tia procedere, fi leuo tumultuariamente contro a
ifopra detti et ammazzòiK^^fpauentopunto Socrate Pejjerfì pofto a pericolo
dimetteruilauita, et ejfer tra quelli Pun decimo. Dì Efilate. LOefempio,ttenuta
nella prouinda di ejfo Saìinatore,Ma ep può di* re che egli ancora triofajfe f
enzu queUapompa,il cui trio fo fu ancoro piu eccellente cr magnifico deWdtro ,
pche ^ di Salinatore era f diamente lodata la uittoria , di Nerone era
celebrata inpeme la uittoriac^ la modelHa* Deiminore Ajfricano» il minore
Affrcxno uuole , che noi lotrapafsiamo con plentiojlquale ejfendo Cenfore ,crf
accendo U defcrittioneuniuerfale del popolo Romano cr redtand$ prima i. . / M
QVARTO iiif f>rìm4Ìlc4ncelliereJecondo era foUto^nel facrifieio alm ’ m
ucrfi, feriti nelle publiche TauoU,nei quali fi pregaua- no glt ìdJii
mmortali^che profperajfero cr agumentajfe l^olecofedei Romantydijje Scipione.
Lo flato de i Ro^ titanieprofperocr ampliato affa, CT pero io prego gli ìddij
ychelo mantenghino nellagrandezzctin cheegli fi truoua^er cojì fece
incontinente racconciare quel uerfo nelle TmioU publiche in quella fententia,
laqual modera tione di Prieghiyufarono dipoi tutti iCenfori. Conobbe
prudentemente Scipione^che aWhora fi haueua a domcrp pofe in animo,qudntunque
efuf* fe Pretore, Gmdice^ec teHimone cantra dilui,trattarlo da amico,non
oPante,che e p uedeffe donanti il tempio della Dea Vepa,dentro alquale
depderando colui , mediante fi brutta dccufa,rouinarlo et farlo mal capitare.,
haueua con dfprifsime cr uenenofe parole parlato contro di luù DiCaninio Gallo,
CAninio Gallo cop nello ejfere accufato , come nel* Vaccufare altri,p porto
marauigliofamente,pàglian do per moglie la figliuola di Antonio,che ejjò haut
ua condannato, CT faccenda Proccuratore delle cofefuc Marco Colonio,dalquale
era dato condannato» . ^ DiCelioKuffo» S' Wl Q.V AR T O. I come
idishonejìicojìumi di Ciglio Kuffo furono fom marne te dabiifimare,cop la
compafsione,chegli heb^ be inuerf 7 (^nto Pompeio^merita di effere grandemen
telodata^ilqualedaluiin co fa pertinente alla Republica accufato^et fatto
mandarein ElUio,glifcrijfeper trouarfì in tale trauaglio,chefujfe contento di
pigliare la fuapro* tettione contro a Come Ita madre de i Gracchi,crfuaTu
tricejaquolchauendoamminiihratole fue poffefsionino uoleua refiùuirgnene. Celio
adunque fece molto caldamé te quanto daejfo PompeiogU era {lato ferino, cr p
muo Mere piu i Giudici a compafsione di lui lejfe loro una letle^ ra da quello
fcrittagli, per laquale appariua,come egli fi ri trouaua in ejiremanecefsita,cr
que^fu cagione di farli ottenere la hte contro alla infatiabile auaritia di
Cornelia, T ale opera odunqueMnehe lafujfe d'una per fona uitio* fa qual fu
Celio, nondimeno merita di effere commenda^ ia,pche in effafi uene a cognofeere
gràdfsima humanité^ DELLA ASTINENTIA, ET Continentia, Cap, 1 1 1. On grande
jludio{y diligenza e da narrarequanto gli huominiiOuflrili sforzaffero di
difcacciare deipetti loro gU empiti della Auaritia cr del la Libidine fimili ad
unfurore,tem* -p . pcrandofi cr gouernandoficol frem no ej cofiglio della
ragioneJSi nel uero,queUecafe,quel le Citta,quei regni
perpetudlmenteficonferuono , doue non può ne P Auaritia ne la Libidine,perche
oue penetro no quefle duepejli deWhumanageneratione,quiuifignott jreggianole
ingiurie cr regna la infamUMeremo adun LIBRO detfuo nmico Apatico ytnd egli
haucnio prima giurétol che non p era riconciliato con gli Sàpioni^reàto appref*
fo il decreto fatto da lui in quefto modo,Parmi cofaindem gnacj" molto
aliena dalla Maefta del popolo Romano, che Lucio Cornelio Scipione pa mejfo in
carcere, doue egli trionfando ha fatto metterei Capitani de i nemici con dotti
dauantialfuo carro Trionfale prigioni dentro a que Pa Citta^GT per do non fono
per comportarlo , in modo alcuno, il popolo Romano aWhora hebbe molto caro de
effere rimafo ingannato della fua oppinione^ej con debi te G’ conuenienti
lodemagnifico lagrandezz^C^ mode {Ha deWammo di Tiberio, Di G,Claudio Nerone^
GAìo Claudio Nerone,debbe ancora effere connumea rato tra color o,che hanno
dato effempi digrandifsim mamoderanz EraPato partecipe della gloria é Liui^
Salinatore nello ammazza fAfdtiibale cr rompere lo efercto
Cartaginefe^ondimenouoUe piu topo accom* pugnare con gli altri a cauaUo effo Uuio
Trionfante, che Jederli accatto fopra il carro Trionfale come compa* gno di tal
uittoria ffecondo che dal Senato era Poto oriti* nato.Laqual modejìia uoUe u
fare ^per che tal uittoria p era ottenuta nella prouincia di effo
Salinatore,Kla ep può iti* re che egli ancora triòfaffe fcnzn quetUpompa^l cui
trio fo fu ancoro piu eccellente cr magnifico deWaltro , pche di Sidinatore era
f diamente lodata la uittoria , di No’Offf tra celebrata infume la uittoria cr
la modetiia* Del minore Affricano, • U minore Affreano uuole , che noi lo
trapafsiamo ^ con plentiojlquale effendo Cenf ore , CT f accendo la
defcrittioneunmrfaU del popolo Romano cr recitando prima / Q_V ARTO 11^
pnmdilcdtttcéUiereJcconio era folito,nel [acrifieio alm ' ni uerjìjcriti nelle
publicheTauoU.nei quali fipregaua. no gli ìdJii ^tnmortali^che profperajfero cr
agumentajfe foleeofedei Komaniydtjje Scipione. Lo flato de i Ro/^ inani e pr of
pero o* anipliato affai, Cf pero io prego gli ìddij ychelo mantenghino
nelUgrundezzain che egli fi truoua^cr cofi fece incontinente racconciare quel
uerfo nelle T juole publiche in quella fententia^ laqual modera tione di
Prieght , ufarono dipoi tutti i Cenfori. Conobbe prudentemente Scipione^che
aWhora fi baueua a domane dare lo accrefeimento del Romano imperio^quan'do i co
fini de i Romani non fi diflmdeuonopiu^che fette miglia intorno cr come gl: era
cofa troppo ingorda cr ambitio* fa,poffedendo i Roma:n quaft la maggior parte
del Ma do^iefiderare d pojfederepiu oltre, parendogli che lafen licita di quelli
fuffe grande abbafianza ogni laolta, che e non perdeffero dello
acquiftatoMofiro ancora la medefi ma moder anza,mentre che eifaceua far
lar^egna cr la modra de i CauallLperd)ehauendo uiflopafjare Gaio Li mio
Sacerdote,che era Boto letto ercitato,diffecbefa* peua,che ghhaueuagiurato
ilfalfo maUùo fornente pero che era per farne tefiimonanza a qualunche lo uenif
fe adaccufare, ma non andando neffuno ad accuftrlojuol top a Licinio gli
diffe,paffa uia col tuo cauaUo,G‘ metdin tonto d'uuanzi quefìa condannagione,che
io non uoglio, che tppoffu dtre,cheSapionefta fiato contro di te nel me depmo
tempo accufatore,tefhmone,Qenfore,ej giudice^ Di Sceuola. La medepma modeBia fu
ancora notatain Qww^o Sceuola huomo raro cr eccellente. Perche chiama^ P 15 1
IB R Or to àfar tcBimonanzfen zadanariricchifimOyO' fenzafamiliarhda moltiaccom
pagnato:perche lo faceua ricco, ncnU pojf edere ajfaùma il depderar poco^ Et
cop la fua cafa p come Fera uota del SUme dell^ Argento cT deUi Schiaui che i
Sanniti gli b4e CL - LIBRO Uf4n mindato t cop fu ripiena églorÌ40c fui uedendo
chiaramente quanto egliuennea pcjfedere in uita,poi che in morte non fi trono
tanto ,chefi potejfe, far le efequie. Di lAenennio Agnppa. F'Acdmente poffiamo
comprèndere di quanta, au* tonta fujfe Menennio Agrippa nella nojlra Cita
taypoiche egli fu eletto dal Senato, cr dalla Plebe orbi*. ti. CLV ARTO* I2tf
trodcomporrclelorodtf cordie, Qumto eaddunqueid fiim Bifolchi Di Attilio C
(datino, HAuendo il Senato fatto Capitano deWef ercito, Af# tilio CahainoJ^u
trottato da quelli jche f ir on man* dati a chtamairlo,che e fcmìnaua,ma quelle
mani cd tofeercottf limate dallo AratrOjCr dalla Zappafermo* ronocrIiabiUrono P
imperio Roman o,et melerò in rat ta ilpotentifstmo efercito deinemici,eT le
mtàefvme, che poco auimtihaueuono guidato ilgiogo degli orantiBuoi, rejfero il
freno detcarritrionfalijnep uergognarono,de pojio lo f cetra eburneo,
ripigliare il manicodello Aratro,, Vojfonoi poueri con lo ef empio d* Attilio
racconfolarp^ ma molto piu i ricchi deuriano imparare , quantopano di foperchio
CT pieni d*anpetagli acquipi delle ricchezze A ehi brama
arricchirpdelUueragloriay cr omarpd*un4 perpetua laude, ■ Di Attilio Regalo:
ATtilioRegulo del medepmo nome CT del medep* mofangue, gloria della primaguerra
contro a i cor tagmepyes’ di quelli prima dejìruttionejhauendo in Affri ca con
molte uittorie abbajfato,cr indebilito l e inf olentif pme forze de i
cartaginep,o‘ intef » come il SenatOy per tenerp di lui ben f erutto lo baueua
rajfermo,perPànofe* guentejfcriffeaiconfoli}cheilUuoratore, che etenettain
unfuopoderetto di fette lugeri, in Pupinia, eramorto Cera un lugero tanto
terreno quanto Uuorauain Un di, un péodeBuoù ey'cheun^altro, che gUhaueua
condotto 4 opereperaaniuto con D/o,cir portatone certi ferramen ti da uUlajperogli
pregauo^che efujfero contenti màdarli QJV ARTO. 127 lofc4mbio,percbe rimanendo
(odo Upodere;non haueuà 4i che fomentare la moglie CT ifiglmolLìlcbe intefo dal
Se natOyOrdino fubitOyche eglifuffe trouatom lattora^ore,
crcheafpefeddpublicolamogUe cri figliuoli fujfero prouiUidiao che giihaueuono
dibifognOy tr i ferrameli ti ricoperati.tiealtro cojio alnoUro Erario L uirtu
d^Atm tdioydel-cuiefempioKomappotragloriarementre , che la fiara in piedi Di
Quinto Cinannatc « NOn furono maggiorii poderi di Lucio Q^ntio cm cinnatOydi
quelli di Attilio yperche egUancora foto fi ritrouaua fette \ugeri di
terrenOyde i quah fu forzuto af fegnarne tre alilo Erario per pagare la
cSdànagione ’<>nofecttoffmomuonPidrcuorfoUM P^d,euno ft tfuip grunU er
^iorénurit : cr Mjgutu parche li n heobtanqueccmo mdi.fu cognominiti li Dotiti.
U Senato ineoa ccmeUbcnlc dudeli Doti éifigliuoi U i, Fibnth Lucino CTiquclli
di Scipione, perche non biueutno iltro che redare de t Pairiloro eccetto il
buon n^ecrUncn gloria. Di H. Sauro. 'J^rUircoSciuro,qu^tifufegrinJeURe
i-/teni,eglillelJoloriferijéenel primo libro chegli a ualj mtedi trctacìnque
mda tiumLEt due* fUf orono lencch^zte con lequéifu nutrito quel chiaro vumo
aduque porci d^uàti agli occhi quefH efempi^etco tfn coJoUrci,not dico^che no facciamo
altro,che ramati* aarà delle piccole f acuita pche bora noi no ueggiamo nei le
caf r il poco argéto.d pie o/o numero de U Schtaui/fette iugert di ondo
terreno,! bifogm delle cafe,i Mortori pza idanortfleFiduUefé^a dotCjpta
uegtatno bnglihonoroioU LIBRO Conf oliti Je m^mgliofe Dittature^ ttionfifenzd
nmt ro. perche aduque ci i ogliamo noi tutto dì della noBrapo uertaicomefe
niunaltro male magior di quejio fi ritrou^f /f,cr pure ha quefia pouertd
nutrito fedelmente ^f e bene parcamente i Publicoli^U EmiliiyiFabritii,icurii
,gli Scù pioniygli SicauriyCr tanti altri ualorofi huomini fimigliait ti a
quejlifoUeuiamo /adunque gli animinojlriy cr conti memoriadi quefliatitichi
efempirecreiamogUfpbritiinde ' bili daUe tanto defiderate ricchezza •
Cheiouigiuroper tapìccolacafadiKomulo y peri bafsiedificii deWantico
Campidoglio yC:S‘ per li eterni fuochi della Dea V^iyche ancora ne i uafi di
terra fi conferuonoyóe tutte le ricòez ze del mondo non fi pojfono agguagliare
dUa pouerta dà quejhhuominiecceUentU DELLA VERECVNDIA. Cap, V. Armi che il
pajfare dalla pouerta aUa VerecundkyUenga bora molto a prò pofitoyconciofiayche
queita habbiain fegnato a gli huomini buoni o* giuJH, deprezzare le f acuita
priuateyCr fat togli f oUiciti in accre fiere quelli del ptt tlico.Degna
ueramenteychein fuo honore fieno edificati I TempliyCT conf aerati gli Altari
non dtrimenti,che in ho tiore di efsi iddu, perche ella e madre d^ogni honejìo
confi gh'o, Protettrice dei buoni CT neri officiiyMaejlra deWin* nocentiaycUa e
cara al profsimoyaccetta agli firaniyeUa fi* talmente in ogniluogo cf tempo fi
dimojìraa ciafiuno benigna CT fauoreuole. Del Popolo Romano* T]J, T peruenire
doppo-le lode a gli effetti di quella.Dé .XZi laedifkationedi Romayfineal
Conjolato di Scipio ne Q^V ARTO. , 129 ne Affricuno^z^ Tiberio longojedeuti il
Settàto zxUpo polo jfenzd dama didintione di gradi a uedergU Spettai coU,non
dimeno ninno vUbeop trono md^ che nfaffe di porfi a federe di f opra a i
Senatori, tanto fu la honefta V'il rifpetto del popolo in uerlo le pcrfone
honorate,ll thè ficognobbcpw chiaramente ùi quel. di,nel quale Lic- cio
plàminto p pofea federe neJdmpàno luogo del Tea* trOjj^er ejfere Rato prinato
deWordine Senatorio da Mar co worte cr Lucio Placco cen[ori,zT perche gli era
già Poto confalo,^ era fratello di Tito Plamminio Vincita* ■ re della Macedonia
CJ" del Re ¥ilippo,tuttHo forzaron no a paffàre a federe in quel lnogo,che
era al fuo graia ^ tomcniente. Di Terentio Varrone, '"1^ Erentio Vairone
per il fatto (forme , chcgtiappicco a Canne tanto temerariamete fece cafear le
braccia alla Republica,\lmedepmo poi non uolendo accettare la Dittatura
conferitdi dd S enatq f:;' dal popolo unitamen " te,uenneptd rifpetio C2T
henePa apurgare la colpadelU^ rotta crudcUpima^he gli fu dataiet copfece^chetdemo
^ dePia fu attribuita alla fua buona natura, cr il danno del , la rotta alTira
er crudeltà de gliiddij. Onde piu chiaro fia i il fregio della fua imagine,doue
apparirà la rccufota Dit* ' tatura,che qu^o , chef ut ornato delle prone di
quei, che ' V accettarono^ Di G,Sctpione,c;‘ Cicereio Cancelliere^ H Or paPumo
piu oltre aduna opera molto egregia della uerecundiaLa Eortuna congrandfsimo
fuo aarico,nella creatione dd Pretore ,conduffe in capo Mar rio Gneo Scipione
figliuolo del primo Affricano,Cf Cicc reio Cancelliere,onde ella come troppo
infoiente era bia fimata cr lacerata dd molgo^ che l'baueffe fatto compe K i: I
B R o teretdntdnobiltddi fongucyconunaperfond p ignobile^ non dimeno Cicereio
conuerti quel bidjìmo della fortu* nainloiedi lemciepmo,perchecomeègUuideinqtieUs
creationCychegU era da tutto Hpopolo preferito a Scipio nejcef e a baffo^ CT
cauatopUuejle candida, con la quale fi compariua, comincio nel popolo a
procacciar fauorip detto fao Competitore, parendoli che e fujfe piu conue*
niente in tdedegnìta hauer rif petto dia memoria dello Affricano,che a fe
medepmo.Et quantunche Scipione fuf fè quello, che mediante la cortepa et mode^
di Cicereio hàueua ottenuto quella degnita , non dimeno il popolo piu ajfdp
rallegro con Ocereio che con Scipione» DiLucio Crajfo, 'pT per non ci partire
coptojio di campo Martio , Im* ^cio Crajfo dejìderando (Ve jfer fatto Con[olo,
et ejfen dò forzato nel domUarlo ai andare a tornoccomepco flumaua'ìcon la
uejìe candida indolfo,a pregameli popo ìo,non p potete mai recare afarp in
cotalguifa uedere,d U ptefentia di Quinto Sceuola fuo fuoeero,huomodi
grandifsimofapere CT riputatione, CT pero lo prego, che fuffeconteiUo partir fi
di quid fino a tanto,cheglihaueffe fatto quella cofi inetta cerimonia,
uergognàdo fi piu di far tdcofarifpettoaUadignitaiel fuocero , che rif petto dU
H>abito,colqude fi doueuarappre/entare. Di Pompeio magno, T Pompeio} Magno
entrando in Lariffa il di dipoi e che e fu uinto da Cefare nel fatto d*arme di
Forfè tia,cr effendoli uenuto in contro tutto il popolo di quella terra, dijfe
loro,Andate,CT quejlo honore, che uoi fate a ne fate lo d Vindtorctlo ardirci
di dire,ebePom Q V A R T 6 t jo pdo non era degno di effer mto^fe Cefarenon
fujfejia to egli il Vincitore.Uianel nero Pompeio fi dimojlromo defló affai in
tanta calatnita , perche n on potendo uolerji deUagrandezZf cr dignità fua,p
udlfe della uerecun^ dia^ ■ Di G. tulio Qefare, Q Vanto qaeda uirtufuffe ancora
eceeUenfein Gaio Qefare jì vide molte uolte per ifperìentiay come an torà
chiaramenteapparfeneWuìtimo di della fuauita IW peroche ejfendoPato affalito da
i congiurati, non bebbem roforzauentitre ferite da queUt riceuute, di farlo
fmar rire, che egli mentre,cheil fuo éuinofpiritoeraper fey psrarp dal mortai
corpo , non fi ricordaffe della uerecu dia, auuenga che con Vuna CT Inoltra
mano fi mandaffeU Toga a baffo, aedo chele parte inferiori del corpo nel
cafeare m terra ueniffero ricoperte. No» fongiafoliii gli huomini di morire in
cotdgùifa» ma pbfne gltlddif immortali ditornarfene in Oelo* i l •• D E G L I E
5 T E R« 1 K. ni diSpurina, LOefempio,chefeguitaper effer feguito auantichei
Tofeani fuffero fattiCittaéniKomanilo mettere* mo tra gli Ejierni , In Tof zana
, fu un Giouane (U afpet to bM fiimo chiamato Spurina,ilquale perla fuamara uigliof
a bellezza, molte nobilifiime donne del fuoamo reaccendeua,la onde
accorgendofìlui,che iloro mari ti et paréti ne erano gelop diuenuti , co molte
ferite che egli nel j^lto fi diede, guajlo qUa beUezzd et leggiadria
eheinejfoappariua,eteleffepiuprelio,cheadisformato uoUo facete fede della fua
bota, che e no uoUe.che la [ua • t I B R O ; (>eUezZii4ccendej[cgli altrui
dishonelkdppetitL Di m certo uecchiq Ateme f , IN Atene ejfenio uno già codòtto
alTulUìtt^uecchiez za andato a uederele feSle,chendTeatro jì cele*
hrauanocrnpntd ejfendo alcMnoy chegli facejfe ìuogp .4 federe, fi condujfe per
uentura in (Quella partendone [c deuano gUAn^afciadori de
LacedemoniìquaUmofsidal ia età di queluecchip fi rizzarono tx fecioii reuerenza
a gli anni a fuoi canuti capelli^ cr coj? lo pofero tra lo* roa federe nel piu
honorato luogo.ilcbehauendoilpo* polo conjìderatOnConil fegno^che fece
diaUegrezza,di mcftro efferliliatograto cr accetto il rifpetto^die bebbe
ro__queiforeàleriad un lor cittadino^ Dicefi, che dl*hofa modi detti
Ambafciadori di(fe,AqueJlo modo gli Ate nlejì conofconqil bene,0’ non lo fanno
fare, . I? E I. L O A M Q R E, T R A moglie cir lAartio, Cap, vi, . j'
[Afferemo bora da unfaffetto d*animo l^ceuole et quieto ad un*altro nome kno
boneflo di quello^ ma alquan^ piu [ardente cr impetuofo ,cr porremo 1
dauantiagli occhi de i leggenti non al itrimenti che certe immagini da fpec»
cbiarui/i dentro con graniifsima uener adone alcuni ef m pidicijlo cr legittimo
amore yUarrando fucàntamente della fede cojiantifsimaofferuata tra moglie eT
marito, cofa neramente difficile ad imitare , ma molto utile a co^
nofcerla^perche colui che legg e cr confiderà le opere ec cellentiffime,cop
degU buomini come delle donneffie aU meno nonfisfQrzain qualcheparte
dtimitarle,conuiene^ Q^V ARTO' i^f thturrofàfat^&nonpAfii fenza fuocxrìco
CT ucrgo». ~ gna, I9i T. Gracco^cT Cornelia fua moglie^ IN cafa diTiBerio
Gracco ejfendo flato prefo due Set pe il mafchio cr la femmina^ CT domandati
gli Art# /pici quel che do uolejfe pgnificarejlo aumfarono^cheU fciando andare
il majchiola moglie fua frapoco p morm rebbcyC^ taf dando la
femminajtoccherebbe a lui a mori refende egli^che amauapiula falute della
mogfie.che U propria.comando^chela Serpe femmina fujfelafciataoJt dare^cT il
mafchio uccifo. Etcop nel fare uccidere il mà fchio in prefenza della
moglie^uenneinpeme a dimoftrai^ lische uoleuapiu preflo m orir egli^che f
apportare di uea derleimorire.Ond^ionon fo feio mi debba direte ome Ua ejfere
fiata piu felice per hauer hauuto un marito tan io amoreuolcio piu
mìferaperhauerloincotalguifap& àuto* Di AmetoRedi Teffaglia. Ma tuo Ameto
re di Teffaglia: che rifpondendo Vo racolo d^ Apollo Calquale mandafli per
fapereilfi ne della tuagrauijsima maMd) che allhora fanerejU: che qualcuno per
te alla morte p efponeffejopportafli di per mutare la tua morte con quella deUa
tua moglie, er poi che ella per dare a tela ulta p eleffeuolontaria morte, tt
pati ancor Vanimo diuiuere,zr fé,che prima haueui ten^> tato Vanimo de tuoi
parenti cr de gli amici per far proua fe alcuno diloro per te uoleuamorire,cT
ninno pnalmc te trouaili tanto amoreuole^e tanto fedelein uerfo di te quanto la
tua moglie. Di Gaio Plautio, Gaio Plautio ì^umidaiancorcheefuffe ddV ordine
Senatorio, funon dimeno dimàco riputatione affai R (il LIBRO' di Tiberio
Gracco, quanto allo amore in uerfo la ft$4 moglie non meno di Lii amore noie,
auuenga che egli an coradiueniffeuittima della iniqua Fortuna, perche fendo li
fiata pgnificatalà morte della moglie^ fu da tanto do lare afjalito^che non potendo
piufofienerlo fi diede (Ttm coltello nel Petto, ma fopraggiuntodaqueidi cafanon
potette dar fine al fuo proponimento ,iquali lo fecero medicare, ma fubito che
egliuidel'occafione,lhrappatoft^ con le proprie mani le fafce , con lequali
haueua legata laferita,cr con gfrandifiima cofiantia, quella sbranando con
molto pianto ej dolore mando fuorilo fpirito.te* flificando per cefi fatta
morte, che ardore CT quali fiam me fieffero racchiufe dentro al [uo mifero
petto,cbe dd maritale amore accefo Vhaueano* BiM.Plautio. MAreo Plautiocofi
come gli hebbe ilmedefimo co gnome cofi non meno fuifceratamente amola fua
moglie, imperoche effondo luiandato per ordine del fenato a ricondurre in Afia
una armata di feffanta nauide i confederati dei Komani,zT hauendo tocco a TarantOjOrefiilla
fuamoglie , che [eco haueuamenata^ quid ammalondofi fi mori, onde egli fattoli
Vefequie, xy pollo il corpo fuo nel luogo doue e fi haueua ad arde re,mentre
che fecondo il cofiumelaungeuacrbaciaua, pref 0 d pugnale fi ammazzo. Gli amici
airhora,cofi to* gato CT ueHito come gli era,congiunfero il corpo fuo co quello
della moglie O" appicatoil Fuoco infiemegliarde rono,nel qual luogo fu
fatto un fepolcroadambi duci, che ancor oggi ui fi uide, nel quale fu f dritto
in Greco Tonfdonton,cioedi duoi amanti, QndHomi rendo cer Qjr A R r e quello,
che non Vhauefje tenuto c;' [a Vdite quejle pa roUytalefuUaliegrezZt* »
cheinfperatamente prefe gli animi di coloro^che ogn^uno da pnnapio fi tacque,
come fe e nonfufjeueroychegli bauejj'ero udito quel, che udito haueano,ma
replicato appreffo il banditore le parole me* defime,riempierono l^aere,di fi
alte grida cr romori, che fi dice per cofauera,che gli uccelli , cheaUhora
perl^aere uoUuano,cafcoronoaterrasbalorditùSatiaflatacofjpur affai generofa cr
liberale fe a tanto numero d^homini fuf fe flato renduto la liberta,quante
furono aHhora le Citta nobilifsime cr ricchif$ime fatte libere dal popolo R
omae no,AAacuÌNìaiefiaficonuienc iadema,cbeeglibaueuagittatain terra,cr
impojìoU cer te conditioni lo rejìitui nel fuo ftato,parendoli ejfer cofa cofi
honoreuole renderlo fiato ad un Re come torglielo» Et quanto e chiaroloef empio
di Pompeio per cofi fai* ta humanita ufata in uerf o di TigraneiBt quanto fu
mife rabileichegUbauejfe dipoi a defiderareperil fuo fcam* poValtrui humanita
c;' clementiaf perche quello,cbeha ueua ricoperto con la C orona R egale il
capo di Tigrane, uedendofidel fuoleuare tre Corone trionfaUneWulti* me regioni
del mondo fulafciato fenza Sepoltura, et la fua tefia fenza honore cr fenza
ejequie fu mandata dal traditore di Egitto a farne un donoaluincitore,ch€ fu
ancora cofiretto ad haueme compafsione, perche fubi toiche Cefare lo
uide,dìméticatop della inimicitia hauuU conPompriOyComeSuoceropianfe non
foloperfe^ma ancoraperla fua figliuola,p crudele tT fceleratamorte^ freon
infiniti cr pretiofif simi odori fece ardere quella honorata ttftOfCbe fe
Vatimo di queQo Prmpt nonfi^ Q.V I N T O »47 felldto tilmedepmOsche non fu mai
da huomo det mondo fuperato,ejfendoli forza cedere alla natura cr aUafortunaschelo
oppreffe,quantunche già aggrauato dalla forza del uelenojn letto p fentijfe
mancare ^non dimeno f o Ueuatop ^quanto fuUe gomita porfe la dePra à tutti
queiyche glie la uolfero toccare , cr chi faria fiato quello, che non
Vhaueffeuoluto toccare cr baciare, poi che già uidnaaUa morte.piu per forzai
d^humanita. I N T O 14S éìt per W^OY naturale tanto p mantenne,che la fece con
tutti queifche uollono,la dipartenza^ Di Pipdrato, PPiHeremo dprefente
dellihuntanita di PipPrato Tiranno d* Atene^nellaquale fe bene non apparfe
queluigoreiche in quella di Alepandrojneritanon dime nocche e fe ne faccia
mentione.Era Pipftrato moltopj* molato dalla mogUe^che e face jfe morire un
GiouanettOy ilqualeiaccefo grandemente dello amore della figliuolat
nelrifcontrarp Phaueua nel mezodella^radabaceiata, Cr egli finalmente èffe alla
moglie: fe uoiupamo crudel ta uerf 0 di queUi:che ci portano affettione,chefarè
noia queUi^che ci portano odiof Non metitono parole tanto humanetche e p
dicJycheteu/ciffero di bocca di uoiTira no.Cop adunque f opporlo Pip^ato
Vingiuriafatta aUa figliuola^ma con piu fua laude f opporlo quell ajche in fe
proprio riceuette. Perche ependo molto a/pramente ad un conuitoidi parole
ingiuriato Trapppo fuoamicoino fece pure minimo cenno di fdegnarfene: mati
Marco Coriolanos Et per cominciare dalle cofepubliche.Faccèdo Marm co Cori
alano ogni sforzo di opprimere la patria fua,CT ejfendo uenuto fino [etto le
mura di quella con un grande efercito diVolfci^minacciando tutta uia di dijirug
gere cr rouinare ^imperio Komano.Veturiafua madre, cr Volumna fua moglie andate
fuori a trouarlo cygittam tofegliaipi€yconleloro pietofe preghiere placandolo^
non lafciaronfeguirecofi crudele cr federata imprefa* Onde il Senato in
honorloro lUuflro Verdine delle Mam trone,CT gentil donne con moltihonori cr
priuilegij» P« roche fece una legge, che gli huomini nel nfcontrgm re le donne
dejfero lorolajirada, in tal modoconfefm fandOylaKepublica eff ere fiata
allhorafaluatapiuper epe radeUe donnesche per uirtu de glihuomini» Et conoejfe
/ LIBRO toro, eh t oltre aigioielU et ortutmentiycheper priutle^o dittico
leportduano agUorecchi,portajferoancorainte* fld una nuoud maniera di benda cr
dcconeiatura,accioche le nobili fujf ero daWaltrediffcrentiatCjZT ftmilmenteche
ìepotejfero ueWre diporpora^CT portare collane cr mi niglie d'^Oro.Oltra
diquejio in quel luogojoue CorioU* no era élato placatogli Senato fece
edificare un tempio, co uno altare alla Dea della Fortuna Muliebre,per
tejlificare conqueBaoperareligiofa , la gratitudine del fuo animo uerfo di
quelle,per il beneficio da effericeuuto. Dimoftro ancora la mede firn a
gratitudine al tet^o della fecondi guerra contro a i Cartaginefi, perche
ejjendo loro affedii ti in Capua da Quinto Fuluio, CT ritrouandofi due donne
CapuaneJLequali ritennero fempre ne gli animi loro la he neuolentia uerfo il
popolo romano , Vuna dellequali eri madre di Famiglia chiamata Vedia Oppida ,
laquale ogni éfaceua facrificio per falute del roman o efercito.Valtra
Meretrice,chiamataCluuiaFacula, laquée non manco mai portar da mangiare ai
romani,che eron dentro diCi pua prigioni.il Senato come Capua fu racquijlata
refiitui ìalibertaaduedonneinfieme conilor beni offerendofi ancora aconceder
loro ogn^altragratia, che Pbauefjfero domandato.fu certamente cofanotabile,chei
Senatori He Vallegrezza di fi fatta uittoria,non folamente dimofhraf* f ero
hauer grato il beneficio nceuuto da due femmine uU li cr abiette, ma che ancora
le remuner afferò. Della Giouentu Romana. C^Hifi porto mai tanto
gnUamente,quanto quelligio* •uaniromani,iquali Cai tempo diQjnntio cT tio
Confalo ) per dar aiuto crfoccorfoaiTufculanico» r Q_V t N T O. ifl
trodgUEquicoli, che haueuonooccupittoi loro conjvd t'offerfero cr con
giuramento fi obligarono fpontanea^ mente di andare a queUaimprefa,perche pochi
mefi auoft tifi Tufculani con molta codantia cr ualore haueuono dU fefo
Vimperio RomaneX olì adun quei che no s^udi mai piu) Ve[erdtoKomano,perdimofir
areiche U patria loro nonmancauaàgratudine, s’ondo a fare fcriuereperft
medefimo. DiFahioMafsimo» JN Fabio Mafsimo fi conobbe chiaramente ^ quanta
fujfelagnuitudine del popolo Komanoypche ejfen^ io Uduenuto amorte doppo cinque
conf olatifelicemen^t te cr con folate della republica da lui amminifirati,fece
il popolo agora a portar danari,accioche le fue efeqme con maggiore cr piu
honorata pompa fi celebrajferoXbinem gheraadunqueipremij della uinUfnon ejfer
grandi, confi derato che i corpi m orti degU huomini uirtuofi fon piu ho norati
et hauutiin pregio fChe no fono i uiui et pufillanimL Di Hinutio M.aeHro de
Caualieri FV ancora ufata non poca gratitudine a Fabio KlafsU mo mentre, che
egli uiueua,imperoche ejfendo fato^ to Dittatore neUaguerra contro ad Hmnibale
in San DÌo,er fendoli dipoi per deliberatione della plebe dato p compagno
Minutio Maefiro de caualteri Ccofa non md p Vaddietro ufatap) fi diuifonointra
loro lo efercito,cr cfit fendo Minutio uenuto die mani con HannibalefCon lafua
parte dello e jer cito, accorge dofi Fabio del trifta fine, che era perfeguire
di quella battaglia,per ejf nrui andato co* luimolto temerariamente,ZT che già
fiauaper andare in rotta,lofoccorfec;‘trajfefduodi quel pencolo» Onde
e^Uriconofcédo il beneficio Jio chiamo padre, et comodo \ oogl LIBRO « tutti i
SolJuti che crono [otto di lutjcheglì faceffero ri « I J LIBRO biuerfo di Hfì
trajje di te{h,cr rizzo/si in pie, O" dtrà U0U4 ancor J uiHolo uenire f
monto da cauaUo^ er diffc in prefenz^Hala Seruilio, Et Mola SeruiliOy che
haueua ucdfo Spurio Vielio Maejìro de cauaUeriiche afpiraua allaTirannide.pa
gole pene dello hauerconferuato in liberta i fuoi crtfj/ dini, con Pejfer
mandato in efilio* Hora fi come noi dobbiamo paffarcela di leggieri a biafimare
il furorcì trPhnpeto del Seaató & del popolo: agitatotcomed Mare da
tempeflofi uenti jcofipojfidmo piu liberamene é'sfogareil hojiro sdegno contro
(dlaingratitudine de » priuati 'y CT dì quelli maffime,che prudenti CT di giu*
dicio reputati, hanno prrpofto la fceleratezzl corfofuo co/lrrt/o . morir, ii.
in carcere in luogo del morto paire.Puo/siaJ»gue glori dreil feliolo d’uno
ecceBiliftimo Capuano, etchcancor eoli era fi jfcéifo-e al medefmogrado.dt
baaer nceuto p reditapaternafolo la pngioneer le efene. D, Anjlide. A RilWe
fimilmenle,che da tutta la Greetaper^jip A lìmo ecelebrato,crtenutoancoraano
fpeccbioiU c5tinenza,fucojlrcttopercomMamentode^^ ni a partirfi della citta et
idarfene tn efilio. febei Athemefi fepriuatilìdicolluipotcrontrouareun altro
cofibuon» cramoreuolecittadino dellapatriafua,Muenga cheinjte me co Ariftidc
partiffe ancora, guanta bota era in Atene, DiTemiftocle, Et
Temiflocle^rarifsimo efempio tra quelli iqualiprom Q_^V I N T O. 1^9 MéTono td
itigratiludine deUd.pdtrid , hduendoU contd mrtufua 4sicuratii,dmplUtd CT
illujlratd,Qr fattola anco r gh hauejferp,fece portare Ufuo corpo uicino
agUalloggiamenti^Gr‘ copertoio d^una prea tiofa uejlelo pofefoprad
R^ogo^dipoiappìccatouiilfuo^ co, incontinente con U medeftmafpada con lacuale
batea ammazz^ito il fratello jì pajf ) da un canto a Pdtroo" git tatofì f
opra il corpo di quello uolle-ardereinpeme co luì, Poteua coftui con lafcufa di
non l^hauer conofciuto,fen^ za fuo carico con feruarp in uita^mAuoUe piu tojio
ufar^ un tale atto di pieta,che { eruirp di una tede feufa , per far compagnia
ancorain morte al fratello, DELLA PIETÀ VER50 LA l^atria, Cap, V L A fatUfatto
fino a quila pietddigra* di piu flretti cr piu propinqui di con
fanguinita,rePdihora afdtisfare aU la patria , alla cui maefta cede ancora la
pietà inuerfo il padre cr la madre, che fi agguagliaa quella, che dobbùu mo
hduereuerfo degltìddij,cedelidncorduolentierikc4 ritd frdterna,e:f certo con
ragionegranéfsima, perche ro uinata una ca/arefla qualche uolta in piedi
laRepublicd, ma la rouina della citta di necefsita fi tira dietro la rouind di
tutte le cafe de i priuatiMa che bif ogna multiplicare in parole fopra queàa
materia,ejJendo la forza della pietà in uerfo la patria tanto grande,che alcuni
con la ulta pro/ priaVhànno dimoflro. Di8ruto,primo Confalo,^ . D Kuto il primo
Conf olo, che fujfe fatto in Roma, co battendo per la patria contro a i Tarquini
Jì affron^ to con Aronte figliuolo di Tdrquinio fuperbo^ crfu fin contro di
forte, che Vuno cr Inoltro mortdmente ferito Q^V I N T O. 167 cdfco in terra
morto. Votrebbejì meritamente dire al pon polo RomanOfChe per la motte
dico(lui,gUcofldjfe mol/ to cara la liberta. Di Curtio» ESf mdo in R orna nel
mezo della piazza apertop in un fkbito il terreno crfattofi una buca molto
larga cr profonda^niandarono i Romani allo Oracolo tPApol lojl^uale houendo
dato per rifpojia,cheuolendOyche la (i tìchiudejjè per euifar quel pericolo^era
neceffmogittarui dentro quella cofa^ che nella Republica Romana era di maggior
pregio cr udoretCurtio allhora di [angue et (ta nimo
nobtlifsimogiouanettojbauendofrafejìcjfo penfan losche qllo in chela nojira
citta ualeua piu,et era piu eccel lente erqno Pormi , armatofi tutto da capo a
pie monto 4 Cauallo,zT [pronatolo^GT correndo a tutta briglia , ui p getto
dentrOji cittadini allhora per honorarlo , a gara gli gittaronfo^a dimolte
biade^cr incontinente la buca p ti dìiu[ f,cr ritorno il terren 0 nelPeffer dx
prima.Seguirono dopo Curtio molti alari huominieccellèti orhamèti della nopra
citta, nodimeno non p legge ef empio piu chiaro di quejlo de la pietà uerfo la
patria,alquale,come quellò,che inqueftafpetiediuìrtu tiene il principato ^
foggiugnerq unpmile* DiGenì io Cippo Pretore, • AQenitio Cippo
Pretoreatfeendofuor di R ornane* aito cr ornato dacapitano,occorfeun cafo molto
nuouo negtamai udito^llacquero a coflui in un fubito co* me due cornain tefia
ergUfu dato per ri/pofta dallo Ora coloychefe ritornaua detro a la citta n e
diuerrebbeRe.il che accioche non p neri ficaffe, uolontariamente p elejfe
Bplioperpetuo.Opietaimmenfacr inepimabile, degna uermentcdiejfer preferita
quanto alla gloria ai fettere \ LIBRO di R0WM.L4 fe/lrf di coib4Ì^perfniafu
difcacciata daLettimio Matcntiiiico^^ comeuoghonoalcun*altrida Herafjlrato
Medico^ pchc {tondo lui a federe apprejfo ad Antioco^o" accortofì,che
all^entrare di Stratonicam camera^ ilgiouane arofiuo cf ripigliaua uigore,cr
aWufcirfene,impalidiua c^fofpiro^ uojondo con maggior curo offeruandolo^cr
cofiuennea Htr cuore Vorigme del fuo male, perche prefolopUbrac do ad
arte:conobbe,che ne lo entrare di colà in camera,il polfo
batteuapiuforte^etnelporttrpqualild tuttofino* jcondeuoOndeccfìuiincotinétematiifeflo
a Seleuco lo co glene di quellainfirmitd.'El effo intefo la cofo,non bebbe
rtfpetto alcuno a cocederlt Stratonico, quale egìifommo* mente amaua,incolpando
la mala forte, r.heil Giouane dì cotale amore accefo fifuffe, et a la bota et
riueréz^ di ql lo attribuédo,Phauer più tofto eletto di morire, che mani
fefiarlo. Hora ponghiamoci dauÒti agli occhi un Keuee*
chio,€thamorato,hauercoceffo in tal modo la moglie,et potremo conofeere, quoto
i Paterni affetti fianopotcti a kìctre ognidifficulta» Di AnobarzonerediCapadocùu
COneeJfe Seleuco alfigliuolola moglieima Ariobar* zane in prefenzd di
Popeio,coceffe al fuo il R egno, hrafalito Ario barzanefopra il tribunale di
Popeio,& inuitato da lui a federe fopra la fedia Curule,et hauédo ut fio il
figliuolo ejferfi polio in quella parte de lo eferdto, doue eiail CÒcellieryio
pitto coueméte al grado fuo,non potette esportare di uederlo in luogo inferiore
a lui, ma fubito fcefo di fieda fi leuo la Diadema di capo, et lapofe , in capo
alfigliuoloiefortàdolo a porfi a federeionde egli sWa leuato , Vennero giu le
lacrime a\ Giouane,uenneli ancora menotrj nel cadetegli cafeo di telala Biada X
Itti LIBRO w C^AjfiO imitando lo ef empio diBruto,perche il fuo fi Jgliuolo,
quando era Tribuno de la Plebe, fu il prL ino, che proponcffela legge Agraria
con molti altri mezzi fi ora ambiti ofamete obligato gli animi delpopo ■ Q_V I
N T O • 17^ lo,finito che gli hebbe il m4gi(hrato,raguno in cafafua tut ti gli
miciu" parenti, cr pref 0 U parere di ciaf cuna, con* danno il detto fuo
figliuolo per hauer^afpirato alla Tirati tùdeyCr fattolo battere,cr dipoi
ammazzare,confagro 4 Cerere luti 0 il fuo hauere. Di MaUio T orinato» Tito
lAallio TorquatOjper molte fue opere ualorom fe,rarocT ecceUente^O"
dotifsimo in leggi ciuili^ cr pontificali fn una cofa fimigfiante a queUa,non
gli par ue già dadomondame il parere ne dei parenti, ne de gli amici.Peroche
hauendo i macedoni mandato Ambaf :ia* dorial Senato a far molte querele contro
a Dedo Stilano fuo figliuolo,che era (lato agouerno di quella. prouinda, prego
il Senato,che non uolejfe deliberare di cofa alcuna, prima che e nonfujje bene
informato della differézdjche era tra i Macedom,cr il detto fuo figliuolo.
Dipoi con co fenfo di queUo,CT de i detti Amhafciadori,pref 0 a giudi* care la
lite jfi fece la refìdenza in cafa^ey folo duoi diala fila diede udienza a Vuna
cr l'altra parteAl terzo di, ha* uendo a baftanza cr diligentemente ef minato
iTeÌHmo niydiede la fententk in quefto modo.Hanno prouatoiMa cedoni SiUan 0
miofigbuolo hauer pref 0 danari da i cofe der^^ di lettere ancora
ornatojafciatop tirare da i cattiui conpt* gli nella amicitia di Catiltna cr
andando per ciò inconpde ratamente aritroudrlo nel fuo efercito fopraggiunto
dal padre amezoil cammino 'fu da quello ammazzato,dicen do prima che
ciofacejje,che e non Fhaueua generato,per che e uenijfein compagnia di Catilina
contro alla patria, ma perche efuffe defenf ore della patria contro a Catilina
poteua ¥uluio,mentre che duraua quellaguerra ciuile,con tenerlo rinchiuf 0 ,
proibirli tale andata , ma [egli hauejfe fatto copjarebbepato cauto CT
prudente, CT non rigido cr f eueroMa accioche Vaf prezza cr rigidità de i {
opra detti p uenga alquanto a temperare con la clementia di quei padri,ch e
furono di natura più dolci et manfuetijog giugneremo alla rigorofa punitione di
[opra narrata , la facilita del perdonare DELLA TEMPERANZA DE P adri imtrf 0 de
i figliuoli. Cap, IX. Di L.GeUio. VClO GELLIO, chedaCen fore infuori era Pato
di tutti gli é* tri Nlagtprati , hauendo apaimanit* f ePo inditio , il
figliuolo hauer ufa • to carnalmente con la Matrigna, cr cerco ancora di
ammazzarci lui, no perciò p moffe cop a furia agapigaHo , ma confuUatala LIBRO
cofa,qu"-e zr lu Dea Minerà ua,chetuttoil male chedoueua auuenir e f
oprati Popolo Komano,lo uolgefferofopra de la cafa mia,Vanno adun cheUcofe
profperamente: perche fendo^ti efaudiHi mieiprieghi,hanno quelli operato
diforte,cheuoiui hauè te piu tojlo a doler mec ode la mia auuerpta , che io
habm biaapiangere de lauof^a.Soggiugnero ancora un^altro degli effempi
domeftM,cr entro dipoine le cofe efiemo DiQ^iiiarioKe, LIBRO Q vìnto Vidrtio
Ke,compdgno nel ConfoUtodelpri moCdtone^rimafepriuod' un figliuolo molto re*
„„ent'i&‘mormokuerfcmi,nclìudehMm^» difsinM(peranz La libertà del
parlare,che ufo la donna, che apprefiti racconteremo fu non foto di grande
animo, maanco rabebbe molto ddpiaceuoletCojìeicondottap a Vejhre* mode Ufua
uecchiezza CT pregando tutti gli altri di Si* racufagli iddij,che Dionifio
tiranno moriJJe,lt per la cru dele natura fuafi ancora per le grauezze
infopportabili, che egUponeua hrò'yejfa fola ogni mattina al far dd gior no
pregaua lddio,chelocònferuaffe fono cT fatuo» ìlche hauedo là intej o ZT
marattigUatofi de la bencuoleza,dje codei gli portaua la fece chiamare
afe,:iiala punitionCychedi copmfu prefa fare una legge , per Uqiiale p
prouedeuoi che ninno patritio potere habuare ne la Rotea o in Cam
pidogUoyperche quePó Malliohaueuala cafain CumpiV dogUoidoue bora ueggiamo il
Tempio de la Moneta, Di Spurio Cajpo / Slmile fu lo sdegno de i Romani contro a
Spurio Cafsio,alquale nacque piu il fofpetto yche s%eb* he di lui cbc e non
cercajfe di farp Tiranno y che non gligiouarono tre honoratipimtconfoUtiy
ejduoibel* Ufimi trionfi perche il Senato cr il popolo Roma* no non comento à
hauerU toholauitay gli fece anco* rafpianarle Cafe per affliggerlo an.or p:u
conia de* ffruttione de i fuoi idéj famigliari y cr w edifico fo* pra U Tempio
della Dea Tellurcy CT cofì quel luo* go, che era flato prima habùatione di un
huomo tanto grande CT potente y e bora una perpetua memoria ^u* nareUgioja
feuetita. A A ii r • L I B R O T>ì Spurio Melio. Pmo nello hiuendo tentato
difareil medejìmo Jja milmentefu in tal modo punito jO" il piano che rima
fe de U fuÀ cjfa ronitiAtayatcìoche la f tueragiujtitia^chc jt
erafatcadiluijujfea i Pofleripmmanifejht, fi* chiama* to Equim dio. Di Fiacco
Satumin o. Q Vanto gli antichi portajfero odio intrin fao a i nemi
^^cidelalibertajlo manifcjUronOyCon Urouinedel* le cafe di quelli, cf"
perdo tagliathche furono a pezzi. Marco Fiacco, CT" Ludo Saturnino ,
huomini f editiojìjfi* mi, furono [pianate le lorcafe fino a i fondamenti, cT '
ejfendoiltcrrenodoue eralacafa di Fiacco fiato un tem pofenz* efferuijt
edificato alcuno edificio, fuaV ultimo ornata da QJZatulo,deUe f paglie cr
Trofei de CimbrL Di Tiberio o‘G.Gracco. LK nohilta CT^lo fplendore di Tiberio
CT Gdo Groc cbfugrandifimo ne la nojlta dtea,cr fi hebbe di lo fo un tempo
ottima fperanza,ma hauendo per ma di fe* dittoni con ogni sforzo tentato di
rouinare lo fiato de la Republica, furono mordi tT i corpi loro laf ciati fenza
fcpòltura,rimaf ero ancora fenzma nonhameno di grafiifa^queU a che fi e ufata
per co feruar e la dignità^ cri buoni ordini de la KepublicaiDet te il Senato
in poter de Corfi Marco Clodio^ per hauer fatto con loro una pace éihcnorcuole,
crnon bauendo quellt uolutolo accettar edo fece morire in prigione. Hot ateditn
quanti m odi il Senato fu feuero uenécatore de U fuàira contro acofluiiper
bauer foto unauoUa offefoU Macfia del imperio Romano, i^on approuo Raccorda,
che gli haueuafatto^tolfegli la hberta,priuoUo delauita, fecelifare incarcere
uitupcrpfa morte , CT poiché e fu morto jlo fece precipitare d terra de le f
cale Cemonianet CT ce) tamente ccjìui ncnnieritaua minor punitipnedd Senato.
I^iCorneìio Scipione, A/t ^ Cornelio iapione figliuolo di Hifpalofu 1 VJ punito
dal Senato primaicbe egli lo meritaffeiper* tbe JendoU tocco per forteil^uerno
de la Spagnajfeat ce unpartitoiche e ncnutandaJje^aUegàdo cheenon tra
fufficiente adamminifirarU, Onde Cornelio perla fda inhoneHa uito^ancor che e
non fu jfe andato al gouern o di quella ptcuinciainon dùuenp. fM condannato
comefee A A Hi LIBRÒ Vh^ueffe male amminidrdtayUcetto foto, cheenon heb^
beadarcontodelaammtnijirationc. Di G Varìcnù, Non manco il Senato di procedere
ancora feucrami te contro a Gaio Vatieno^ilqualepernon ejfercos pretto a
trouarp n c la guerra Italica p taglio le diti de U mano pmlirajil perche
conpfeato i /uoiòenijocondari* no a carcere perpetua,Onde copiò, che non hauea
uolu* toin guerra morirehonoratamenteiconfumoU fuauita ne le
catent,xongrandipmo uituptrio cr dishonore» DiM. curio Confalo, l" A
ntedepntafeuerita del Senato ondo imitando Marcò ^ Curio confolóulquéeeffendo
corretto a far gente co grande celerità contro alKe Pirro, cr non hauendo alcu
no de ipVigioiiani ne lo fcriuerelo ejfercito uoluto dare il nomeime jfe tutti
inomidele Tribuinun uafoaUefor a,CTlapnma,cheufcijfefulaTribu PoUiaiquindi poi
co minciato a ìrarreiufci il primo un Giouanettoiqualefece fubito chia'màre,cr
non rifpondendo,feceuendereifuoi benialo incanto,t3‘ come il Giouane
Vintefe.ricorfefu* hito donanti al Tribunale de C onfoli,a' scappello a i Tri
bum\AWhora Marco Curio diffe, chela Republica noli ueabifognodiquei
cittadiniichenon uoleuano ubbidire, cr cop uende ancora luiaWmcàtopnpemecon
ifuoibea ni. Dii, Vomitio Pretore, Non fu mcn duro cr opinato nel fuo propopto
tu cioOomitioJlquale (jfendo Pretore della Sicilia Cr ejféndoli prefentato un
Cinghiale di fmifiirata granr dei^tUìfece iteuìre a fe il pallore, che lo hauea
ammaz* s t sr o, iss Zàto,f3‘ diìHeOìicitohcon checofahduejfe ocàfoftgran
hejhay cr troudto che e l*haueu4 ammazz,^ "y' Qgliamo eptiquefìi
efempicogiungere ancora qucÈnf dipubUo Sempronio Sofoydqnalerepuào la moglie^
non per altro che, perche VhaHeuahaij^Q. ftr dire di onda LIBRO re a Ufejte
fenzd fitd faputa^ar co fi mentre che i Romd4 chtt Camerini p poterono
rallegrare della rouinaloro^ i quali in queflo modo uennero come arinaf cere*
Quello èie io per infino a qui ho referito, non fi diftefe oltre a i confiniyCr
luobgi conuicìni della citta di R oma,ma quel* lo èe feguita fi fparfe per
tuttoil mondo, Delmedefimo.cr difabritio T*Ìmocare (PAmbraciap offerta Pabritio
confolo di fareauuelenare ri R e Pirro dal figliuolo,che lo fer* uiua per Coppiere^
llcbe fendo referito al SenatOyO' ri* cordandofiche effendo la citta di Koma
edificata daKo mulofigltuol di Marteje guerre fi haueuonoafar con Varmtc"
non col Veleno^mando fubito Ambafeiadoria Pirro auucrtendoloychephaueffe
diligente curada fimi* liinpdie cr tradimenti.Hon uoUe giail Senato in ciò no*
minar Timocare, cr cop neWuna cr V altra cofa dimojìró la fua retta cr giufia
intentione , non hauendo uolutone tradire il nemico, ne far male a colui, che
haueua cerco di far lor bene. Di Quattro Tribuni della Plebe, Vìdep ancora nel
medepmo tempo un grandijfimó effetto digiufUtia in Quattro Tribuni de la Plebe,
per che hauendo L.Hortenfio pmilmente Tribuno chia* maio dauantial popoloLudo
Atracino,fottoilquale,ef^ fendo lui capitano de Veferdto R ornano cobra a i
Volfd, epi Tribuni appreffo d lago Perrugineremediarono in* fieme con tutto il
refto de la Caualìeria,che le no/lre gen/ ti chegiacominciauono allegare, non
andaffero in rotta: giurarono dauanti alpopoloiche ereno per ifiar tutti di
mala uoglia,fin che Atradno lor capitano flaua in quel pe ricolo iPeffer
condànato. No» esportarono Giouatp mrtuofi et ecceUetùtrouàdofi tribm,di uedere
entro la dt t I B R O tiUcondotto 4 pericolo deUuit4,coluichein gUefTàhdue ,
uono col [angue con le ferite difefo CT fuluato *Ondc tutto ilpopolo comrfiojfo
daWe^uitadeUeofa^collrinfe Uortenpo 4 torfi da quellaimpref ijne dirimenti, fi
odo* pero nel caf 0 fegu ente. Di T. Gracco cr Claudio ^
HPiuendoTiberioGraccoGr G.Claudio Cenfori,per c^afi portati troppo rigidaméCe in
tal magistrato, efafperato,quafituttaUcitta:^arcoPompdioTrtbuno de la Piebegli
chiamo dauantialpopoloagiuJlijicarfi,fen do inqmfitiyCome rebelh et inimici de
la Patria,moffb non f Diamente da hgrauiinglurie che efaceuanoa lo unìuerm
[de^ma ancora da fuo [degno particulare, (perche gli ha ueuono coÉtretto
RutiUo[uo parente arouinare un muro de la[ua ca[a,che toccaua di quel
publicoynel qualgiudi* ciò, perche molte Centurie de la prima Clajfe condannai
t^ono apertamente effo Claudio, pareuacheuniuer[M tnente tutte , accon[enteJf^o
ad ajjoluere Gracco, effo giuro,checfa[cunolo [enei,che[ein quelle co[e doue
glie rainteruenuto in compagnia di Claudio era aggrauato piu Claudio: che
luì,ejJendo la colpa equale,[en^an(hebi in eJUìo infieme con lui. Bt cofi
mediante quejia equità di Gracco uennero amendui liberati da fi urgente motiuo.
Perche il popolo affolue Claudio cr ULPompilionopro cede piu oltre con Vaccu[ar
queWaltro. Del Collegio de Tribuni Riporto ancora gràdifiima laude quella mano
di Tri buniylaquale,non uotendo un di loro,cbe[u L. CoC ta.pagdre chi
haueuabouer da hi, rifiiando(ì,che mentre, Veglierà di quel magiiiraionon
poteuaefierJireUo da S E 5 T O I lefcentia cr nel tempo de lafecondaguerra
contro a t Carta ginefi fu molto dedUo a la moUtie er delicatura, ma fatto
Sacerdote da Publio Licinio pontefice maffimo^ perche e fi hauejfe piu
ageuolmentea rtirarre da quella ut ta,applico di modo Panano a la cura de le
facre cerim onie che hauendo U religione per if corta de la continenza lequali
non émeno nonimpedirono , cheenon diuenijfe col tempo il principd Cittadino de
la nojira citta , cr che il fuo nome nonrifplendejfe CT" appariffe nel
piurileuatoluogho del Campici aglio, cr conùfuauirtunon ifpegnejje laguerra
amie uenuia fu con grandijftma rabbia cr furore. Vdo Siila per fin che e fu
fatto Q^efiore fectuna Di QJEabio Maffimo, modicoSluinelafua uecch ezza.
DiQJZatulo, 5 E 5 T O* 104 UÙd molto Idfàud cr lujfuriofd,come quello, che
erdtuU '■ to dedito al uentre cr d libidine, a fejie CT giuochi, doue ferui
ancora d prezzo per H'jìrione. il perche ft dice, che Gao Nlahoieffendo Confolo
hebbe molto per male, che la forte gli haueffe dato d*hauerjì a feruire ne la
imprefa deW Affrica d^ un Quejlore tanto moUecT effemminato, quale era
SiUa.Ldwrtu poi del med^mo édUd,comtfe Vhdueff r rotto i legami cr la prigione
de la nequitezz^t che Vhaueudin preda, prefe prigione tsr meffelt catene a
lugurta,T enne a freno Mitridatejlibero la patria da la ca lamtta de laguerra
Sociale,fpenfe la Tirannide di Cinna, V'cofhnnfealandarinEfìUo Mario in quella
Prouinda, ne laquale da lui era dato dìfprezzato per Quejlorede^ quali cofe
tanto diuerfe. cr tanto contrarie Vuna da VaU tra,fe alcuno le uoglia
diligentem ente conpderare cr an darle f eco fiejfo efaminando,crederainun foto
foggetto efferedato dueperfoneMoeun SiUagiouaneuituperofo, cr un'altro, che
nella età matura ardirei di dire, che e me ritajje d'ejfer cognominato
ualorofoje egli per fe mede fimo non haueffipiu prejìo uoluto Felice
cognominarfi. Di Q.VELLI CHE DI BASSO gyado fon uenutiin grande flato erri
putatione, Cap, X. I come noi habbiamoauuertito quetU che, fon nati nobilmente
, che rauuedu tifi de i lor trijii portamenttihabbino ri guardo alaloro
nobiltà, cojì uoglia* mo bora parlare di queUi,che hanno bauuto ardire di afpirare
a cofe piu al* $e,chenon comportaua lo fiato loro. CC iiii LIBRO "DiTito
Aufidio, t sfendo Tito Aufidiogia uno abbieto rifcotitore irmdcufd,pri fatto
cinquanta Talenti,cr cojt uollela Yortuna^cbeco* luiyche era V ornamento cr lo
fplendore del mondo,den tro ad una Fufta di un Corfalejujfe coftretto a
rifcattarji fi piccola fomma di dannari.Che bifogna adunche rammà riarp piu
deli Fortuna, poi che non pure a gli altri , ma ne anco a coloro la perdona,che
non altrimenti,che quel la fi fia, f on dagli huomini deificatiMa quel diurno
fpi* rito fi uendico de la ingiuria riceuuta,perchefra poco tem po dipoi
Jendoli dato ne le mani quejìi Corf digli fece fu bito portuttiin croce.Habbiam
fatto mentione dele cofe domefiiche con molto affetto etattendone,entreremo ho
rain quelle degli Bfierni,cr conpdu pofato animo Iettar reremo* , DE GLI
ESTERNI» Di PolemoneFilofofo* POlemone Ateniefe fu giouane molto lafciuto CT
lu[furiofo,ne folamente fi dilettaua di fare il male,
mapigliauaancorpiacere,chefi rifapeffecrd^effer infa maio per
àshoneéo.Cofluieffendo jiatoadun contato tutto un é c/ tutta una notte, nel
tornarfene a cafa hauendouifio apertala Scuola di y^enocrate Filofofo, cofi
come glìera caldo ancoYadelVmo,tuttoprofumma to cr pieno di unguenti
odoriferi,con la Ghirlanda in te* fiacT molto fontuo fornente uefiito entrala
dentro,doue fi ritrouaua gran numero di huomini da bene ^diofi, CT '
litterati,negh bailo quefioyche e fi pofe ancora afeder tra loro fenzarifpetto
o riuerenzaalcuna,non per aUro cheperifchernire CT sbeffare con quei fuoimodi
lafdui cr d^ubriacOyìl parlare eloquentiffimo cr igrauiffimi pre celti di quel
Filofofo,Et come che tutti quelli, che erano J E 5 T O * 207 pref enti, come
par cofaragioneuole, fe nefdegnajferau yienocratefolo non fi turbo, ne fi
cambio in uolto in mo do alcuno.Ma laf ciato andare lamateria, /opra lagnale
egUparlaua,comindo a trattare ielaMoiefiia O'de la temperanzaicon tantagrauita
CT facundia,che Polemom ne forzato in un certo modo a tornare infe medefmo^
primieramente trattop di tefia la ghirlanda, lagitto in ter fa , appreso fi
ricoperfccol mantello lebraccia,nemol* to fette, che eglicomincio tutto
acambtarpinuolto,non parendo queUo.chedalconuUo erauenuto.Vindmente de poponon
foloVhabito, ma ancora ognipenpero lafciuo CT dishonefoyCT hauendo con quel
fdurì fero rimedio del parlare di 'Kenocrate racquUlatolafanita,di Putta* niere
uituperofo ZT infame,ne diuenne grandijpmo filo* fofo,Cop,V animo di
co{ìui,comepertranfìto cammino per la uia de le fceleratezz^yCr nonuip fermo * DiTemifiocle»
SAmmimatedi haueread entrare ne lagiouinezzctStftato. M Andando il Senato
Claudi j Verone cr Lucio Saìt natore ConfoU^concro ad Hannibute^cr ueggendo che
come gli crono diuirtu apuli ^cosi crono acerbisfìs mi inimici luno de
VaItro,glinconcil'o ir.sicme , accioche perlelorodifcordiela Kcpublicanon iu
ntj^ca patire in quella ammmiliratione^pcr che quando V autorità e diui*
faintraduoUnon fendo tra loro concordia ,fempre acca deschi rimo cerca piu
digiia[iare i fatti ddraltrOyche dW conciare i fuoi^ma doue l*odio e ojiinato
zj grande Juno e piu inimico aialtro, che luno cr Ultro non fono inimici allo
auuerfario.U Senato ancora per fuo decreto libero luno laltro(,ejfendo
àccufatida Gneo Bebio Tribuno della Plebe dauantialpopolo per ejfersi portati troppo
af ìpramente n ella loro Cenfura") di non haucre a compa* rire CT
tifponderedle accufe Icr fatte, ajfoluendoda ognipregiudicioguelmagiftratocr
quella dignità, che era dialo ordinata, per riuedere il conto ad altri cr non
pcrdar conto dife.Hon meno prudentemente fece anco rail fenato in quedlo,in
punire er far morire Tiberio ■ Gracco Tribuno della Plebe, perche hatieua
hauuto adire di proporre la legge Agrai ia,cr dipoi per un bel decreto fece che
per tre diputati, fecondo quella legge si diuidejfe quelcontudo al Popolo,C7'
cosi nel medesimo tempotol •Je uta CT autore CT la cagione di quella prjìifera
feditio ne. Quanto prudentemente si porto egli dipoi col Re
Mafsiniffe.pcrchehaiiendofelotrouato proniifsimo con tro ai Cartaginesi,
C" conofeendo, che gliera destderofo ^diaccrcfcere CT agnmentared fuo
Regno, fece far una leggi-, per làquale 0) dinaua,che Mafsiiiijja nonfujfefot
SETTI M O 2i2 iopojio in cofd alcuna al Komano imperio , "Et m guejìo modo
Jt mantenne fempre Vamicitia di coluiyddquaie era fiato benignamente feruito,CT
uenne ancora alenar jt da ' uanti . cr liberarjì dai contmout fajUdij de
t^umidi CT : Mauritani , CT deWaltre genti Barbare CT efferate loro I
uicinc,chenon maiyne fono lapacencfotto altre condii ' tioniyfì
quietauonoMancherebbemiiltempofeio piu dU I morasft rn raccontare efempi dei
Romani , perche il no^ I {ho Imperio fi mantenne ar accrebbe non tanto per for
I d^arme^quanto per uirtu cr uigor d\iimOy Trapajfe* i remo aidunque con tacita
ammtrationela maggior para I te delle co je prudentemente f aite da lorOy per
entrare ne I gli efempi ejìerni [oprala medefima materia. DE GLI ESTERNI. Di
Socrate Eilofofo. S Ocrate ^quafi un trrrefire Oraculo deWhumana fa*
pienzaygiudicauanon efferda domandar altro a gli D'ijfe nonychecidesfmo del
bene,perche loro fìnalmena te fapeuono quelche era util a
ciafcuno.ajfermandoyche noi molte uolte domandiam loro quelle co[e,che farebbe
meglio non Phauereimpetrateypche egli diceua. O mete de mortali in ofcurisjìme
tenebre inuoltu,Quanti fon grà dicr manife^Ugli errori ne iquali tu cieca
incórri con le tue doUe preghiere,Tu defideri ricchezza « lequalifono fiate la
rouina di molti^Tu appetifaglih onori, che infini tihanno condotto alfondo,Tu
ud ad ogn'hora riuclge doti per la fantapa R egni cr principati , il fin
dequali fpejfeuoltep uede miferabile,Tu tiintrometti negli fple
didimatrimoniijqualip come alcuna uoltalecaf e iìhìbra no cofi benefpefjo le
diftrugono etinteramete rouinanc^ DD a li f LIBRO Pon fine adiunquc o jìoltacr
infuna, drJeJtdcrare ctuidaa mente queUecofe,comefeUcisfìine,chepojJono
ejferca^ gione della tua infelicità rimettiti interamente nella diurna
prouidenz‘t^pcrche gli iddij, chef oìio per natura molto facili cr benigniin
concedere ilbenejanno ancora moU to meglio eleggere queRo,che fa al proposto
nofìro . il medefimo diceua,che quelli huomini per uia corta cr ifpe
ditaperu€muonoallagloria,chefi sforzauono d’efjere infatto,quali d'ejfer tenuti
in apparenza s'ingegnauano, con le quali parole manifejiamente ci ammaejìraua ,
che gli huowini cercajfero piu prejìo di acquijlarji ej^a uirtu, cbeueHirji
deWombra di quella, il medefimo domandato da ungiouanettoje e lo conjìgliaua a
ter ìnoglie,o no,ri^ fpofe,che o pigliandola o non la pigliando fe ne pentireb
be, dicendo, f e tu non lap'gktu muerai/olo^non haraifi»
g\[uoli.fpegnercaUcafatua,rcderaituoi beniuno jiraa no. Btfetula piglt,liarai
in continua anfietajin contmuoi rimbrotti cr rammarichìi , faratti rimprouerata
la dot* ta , i parenti faranno teco in fui grande Jiarai la feccag* gine dcUa
Suocera intorno a gli orecchi , farai in gelo fa di coloro , chegliuanno da
torno . Ne farai per que fo certo à^hauer figliuoli. N on uoUe Socrate , con
ha* uerli ordinatamente prepofodcommodo cr Vmeommo dolche quelgiouanef rifcluc
jje co fi prefo in cofa di tan taimportanza,come dolina cofapiaceuole .1/
medefmo» hauendologli Atenief,per laloro federata pazzm mi* quamète condannato
a mor/e,er hauendo pref o dimano del Carnefice con uolto intrepido, cciiante la
beuadi del VenenOydai Giudici fatuitali,ey’ gridando cr pian* genio la fua
M.ogUe Santippa , che egli digia s^er apofo SETTIMO ^Bicchiere a bocca con dire
che e lo ammazzarono u tot to^gli dijfe. Aduque tu uorrejìi che io come
colpeucle mo ri/si a ragione? Ograndfjf mia fapienzadi Socrate Jaqiu le non ft
potette dimenticar di lui per injìno al punto de la morte. Di Solone. Vanto era
prudente quel detto dì Solone ? ilqtiale ^giudicaua, ìAiuno^mentre che egli
uiueua , d ouerjì chiamar beato,perche diceuaVhuomo ejferfottopcjìout (ino aW
ultimo di de la fua ulta agli acciden ti uarij cr ftra boccheuoh di fortuna.La
morte adunche e queUayche dir» chiara fe Vhuomo debbe ejfer chiamato felice^ 0
nOyla^ quale chiude il paffo a tutti i mali. 1 1 mede fimo, Uedeudo uno de luci
amici grauementeattrijìarpylo condujfeneU laKoccad’ Atene,Qy di jfeliicbe
guardaci tutti i cafamen ti, che crono dutorno,^ poi che eglil'hebbe fatto,dif^
fe,Penfahora teco medefvno, quanti affanni cr miferie ft ritrouino [otto quejii
tetti, cr quanti giauifcne for» no ritrouatiyCT quanti per Vhauuenircfono
perritrouar fenCyCr fahoramai fine di piangere, come tuoi proprij incomiuodi
communi CTumuerfali . Et con questo modo di confolarlo uoUe dimoftrare, che le
Citta erano alber* ghimiferabdi,de le calamita cr affl'ttioni deglihucmini. il
meiepmo dìceuaje tutti glthuominiragunajfero aafcu noi fuoi maliin
un\medepmoluogo:ne conjeguirebbe, che ciafeuno fe ne uorrebbepiu tofo riportare
^ Juoi a cafa,cheparticiparecon gli altri per rata. Pertiche con-»
Jhiudeua,cheglihuomininondoueuano dolerp degliacct fidenti di Fortuna,come di
cofa dura cr mfopportabile. BCiiB'ante Pneneo. lante,hauendo i nemid ajfdito
lajua Patria Priene^ LIBRO CT tutti quelli jchc hunean potuto euitareiìpe
ricolo de U morte^portandone con loro le cofedimctgs gior pregio CT ualorejendo
dimandito.perche e^U/ug^ gendoliiniìemecongiialtri,nonlportaiu [eco cofaalcu na
de i fuo: betn, rifpofe. Io ancoraìporto tuttii miei beni con cffo mcco,0' ben
dijje il nero , perche i [noi beni gli dortaua dentro J petto,non [opra
lefpaUeiey non fjpo tetton uedere con gli occhicorporali^majì bene con quel li
de U mente fi patena comprendere quali e fi; jfero^per che^coDocati cr racchiup
dentro a Inanimo, non poteuo* no ejferguajh ne rapiti da le mani degli huomini
ne anco rada quelle delli ìddi[z7 p come e fono pròti c ama no di chi ne la fuu
patriddimora^ cop ancora non ab ban donan oiquando l'huomo e corretto di quella
a dipartirp. Di Platone Yilofofo. M otto hrcue cr tif oluta^nia di grandijjima
fujìanzto,di ufarprma con unapublìca Meretrice, ale età prc* ghiere, hauendo il
giouanetto ubbidi^o^ cr hauendo p ciò sfogato queli^impeto cr quello ardore,che
labbrucciaua, ^ . prima con colei,con laqud e a fua pofa poteua ufare,aué ga
che gli andajfe a trouar Paltra,gia [atto crripucco^ poco a poca uenne
afpegnerfi in luiPardentifsimo amore f'kc e\jog!i portaucu , ‘ i ^ 220 I ^
SETTIMO f '• t Di uno che andana con PApno, ^auhjiato auuertUo AlejfandroKe de
Macedoni j dàW^raculo^che nelPu jicir de la porta de la citta fa i reffe am
mazziere il primo^che egli rijconiraua^ peruentu 1 rad primo ^che
egliri/contro,fuuno:cheguidauaun Afi ( tiojcbmando adunche^che efujfe prefo per
ammazz pf dando molto di quel mandato, non giirifpof e cofaal» >
cunà,màmenatolofeco nell’orto con una bacchetta , che : ^thaueuain mano andana
[mozzicando cr gittando d - rtJTd tutti i capi di quei Papaueri,cht tròno piu
alti j che' gli altri, ilche referiló algiouanetto dal mandato , n'onp:-
toPohebbeintefotalcofa,cheecomprefequel che il pa^ dreuoleuapgnipcare.CT
conobbe,che e lo conpgliaua;o a sbandire, 0 a far morire tutti i principali
della terra ^ Ef; copfece,ondehauendofpogliato quella citta di coloro,^ che
erano piu atti a difendcrlaja dette in poter del padre\ poco mancOfche con le
man legate;' ' • 5 ; Df RoTOrf/JÌ . . FV ancora con maturo conpglio , cr con
profpero e^ uento proueduto da i noflri antichi, che haucdo ifri cefi prefo la
citta cr affediata la fortezza del Carnpidom gm,&'conofcendo,cheloro foto
per fame penfauano di efpugharla,uf orno un tratto aPutispmo,che moilràdó diuolerp
tenere ctpfcuerare nel diféierp,da piu parte de larocafecionogitarpatienelo
eferdto de nemiciidella* ! SETTIMO 124 qnahofd Ibipi fottìi nemici^ CT
crcdendop , che ai noflri aiunzaff ! grdti copia df uettouagliefuro corretti a
ueni* re a gliraecordi.Certamcte^che alhora Gioue hebbecom puipon e deUa uirtu
i e i romxni,iquali rie or f tro p foccor fo allaaliutia^Uedédo^chein quella
firettezz^ cr necetpM ta di uiuere.gittÀuan 0 il pane a i nc wici,cr cop diede
faln tiferò euen to a quél partito Jlquée no fu manco aftuto, che pencolofo.il
medepmo Gioue dipoi fu femprefauo* reuoleagli a^lutiprouedimenti cr auuip de
noUri prePà tifpmi capitani y per che gujjhmdo Hannibale un fianco de la
Italia^ty V altro hauedo A5drubaleaffalito,acctocbe àccozzandop inpeme Vuno cr
Inoltro efercito^non def* fero il tracollo a le forze nofirejequali crono molto
fiac. chejy indeboUte, prolùdono a do Claudio neronecolfuo gnmedere da una
banda cr Uuio Salìnatore delPaltra co lafua rara prudenza, perche Serone
bauendonei Luca* ni ridotto in un luogo jhretto Veferdto di Hannibale , cr
dipoi partitofidt campo con gran celerità cr fecretùpma mente,tdeche Hannibale
p perfuadeua,che efujfe nello efercitoC perche laragion della guerra gh haueuaa
far creder cop") ondo a dar foccor fo al compagno, che era molto lontano
da Imì,0" Salìnatore trouandofi neWVm^ briauicino al fiume Nletauro,^ il
difequente , hauendo ad ejfer alle mani co i nemici con graudispma arte riceuè
dinotte Heronein càpo,hauédo ordinato,che i Tribuni da t tribuni, i centurioni
da i ecturioni , i cauaJli da i Ca* ualli,c^ i Fanti apie da i Fanti a
piefojfero aafeuno fenm ZaPrepito riceuuti,ej quel terreno,doue gli erono atten
dati,che affatica era capace per unfoloef erdto. Henne 4 metterfene un'altro in
corpotonde auuenne,cbe Hafdru* LIBRO hdenon feppe prima di haucr a fare con
duoi p uaìenA Capitanijche egli prono con fno donnola uirtu delTuno cr
deWétro,v cop raftutia Cartaginefe tanto nominata per tutto il Mondo, fu
airhorafcornatadalla prudentia romana,hauendo dato in preda diUerone
HannibaleyCr • Afdrubde,diSahnatore. BiQMetello confalo, u - Emorabile e ancora
lo ef pediente , che prefe quinto ^^metellOyilquale^effendo Vtceconfolo in
ifpagna, guereggjiaua co i Celtiberi,cr non potendo ef pugnare la citta di
Trebia,capo di quelUj>rouincia,penfato cr ripe fato longamentefeco
medepmo,che manieragli hauePe a tenere allapne trono modo di mandare ad ejfetto
ilfuo dif egno, con quepiPratagemLFaceuacoPui marciar l e* ferdto^conducendolo
borain quefio bora in quell altro paefejboraoccupMaquedi monti bora quegli
aUrùOn^ deniunonedelVamicinedelliinimicipoteuadi do penajfo conVe* fercito in
Affrica, per reprimer e la paura con U paura, .
erlauiolenzaconlamolenza^crnonfufenza effetto, perche fmaritip i cartaginep
perlafuauenuta a Vimpro^ uifOfUolcntieri ricomperarono fe medepmi con l iherare
ì nemici,o‘ conuennero,cbe nel mcdtfmoiftante i Sicilia ni fi partijfero d^
Affrica, CT gli Affricani di Sicilia ,Cbe fe Agatoclefuffe fiato fermo in
Siracufaadifenderp,Si* racufa farebbe fiata oppreffa dalla calamita della
guerra, Cr Cartagine fi farebbe goduta in pace CT tranquilita,mà nel muouer
guerra a quelli ebe a lui mojfa Vbaueano , cr nel andare ad offender piu prefio
gli altri , che é fendere femedcpmo,quantoeglipiufaalmenteprifoluealafcia re il
proprio Kegno , tanto piu ficuramente lo uenne 4 ^ ricuperare » DiUannibale»
CHe diro io di Hannibale.Uqude hauendo molto be nefpeculato lo ef eretto de
Romani prima che egli ueniffecon loro alle mania canne ,con molte c^utie CT
lacciuoli inuilupdtilijgli conduffe a quella efirema calami^ tOylmperocbe ejfo
primieramente prefe il uantaggio del Sole, tenendo m odo, che quello, cr la
poluere c che qui' uiingran quótttaperil tirar de iVentie folata dialzarp) FF I
L I B fi O f «cnrjjc 4 dnfnd uif o.aiK ontani , appreffo ordino , che parte del
fuo efercito quando la zuffa era appiccata , in pruoua fi meUeffeinfuga,onde
partendop. una banda del lo efercito Romano per dar loro addoffo^gUconduffea
dare in una imbofcatOyche quiui uicina haueua fatta, dalla quale tutti furono
ammazati,cr pnalmente mando quat trocento cauatlijquah.fingendo d'efjerp
fuggiti da Ha* nibalcyp rapprefentarono al confolo R ornano, CT com4 dato loro,
che fecondo il coirne defuggitiut ,depoPe Varmcfieffcro nell’ultimo della
battaglia, loro prep cer* ti colteOiychegli haueuono afcop tra la camicia er la
co'* razza andauono tagliando dì dietro lecoggiunture delle ginocchia a i
Romani mentre che e combatteuono , Que He furono le prodezza C ualenterie de
Cartaginep or* mate diinganni,aftutie,cr tradimentiyìlche e grande fcufa ala
uirtu dei Romani d’effere Rati in tal modo aggirati con inganni, perche nel
uero p può dire,che e f afferò piu prePo ingannati che uinti, .DELLE REPVLSE,
Cap, V. L diàìUrare qualpa la natura del po polo nel dijkibuire i magiRrati ,
nel campo Martio,fara un preparare gli animi d coloro,chep danno alla am bùione
cT gouerno della Republica afopportarepatientementefecopfa almente non
otterrann o alcunauolta , quello che gli ha* •ueffero addomandato,perche poPo
loro dauonti a gli oe cUhuominieccellentispmiefferepati recufatic nbattu ti,
conofcendo ^ehee non ne può auuenìr loro maggior SETTIMO 226 ilishonore,ehe a
questi fi fia ctuuent4to fi come gli andran . no piu rattenuti cr piu aiuti
nello addimandare^cofi anco ra terranno in memoria non efferfuor deWhoneflo ,
che datuttiinfieme fia dinegato adun folo qutdche cofa, ha* uendo molte
uoltegUhuomini priuati giudicato ejfer le* iitOyche un foto fi opponga aU a
uolonta di tutti yfa^en* do ancoraychefi debbe cercare di ottenere con la
patien Z^tqueUOfchenonfiepotuto ottenere con f onore» Vinto E/ro
Tuberone,pregato da Quinto fabio^ (he nel conuito^che egÙfaceua al popolo R
orna* • no per la memoria di Publio Africano fuo zio uoleffe parareil luogo del
conuito,prefe Lettaci alla Cartagine* fe^ej gli coperfe difopra con pelli di
CaurettOyCT in cam bio diVafi d* Argento orno la Credentiera di uafi di ter*
fOyilquale ordine cofi uilecr abbietto dette tanto nel Nd* /o alla
moltitudine,cheejJèndo egli per altro tenuto huo mo fplendido cr generofoyCT
comparendo in capo Mar tio, nello hauerfi a creare il Prctore^a domandare
infieme con alcuni altri tal dignità, fondatofi nello fplendoredi tucio Paulo
fuo Auolocrdipublio Affricano fuo zio materno, fe ne parti fcomato cr
affrontato,percheino* fri antichifficomeglieranoin priuato parchi CT continen
tiycofi in publico teneuongran conto di comparire fplen didicT magnifici. Onde
la citta nofira,non reputando, che foto quel numero de conuitatifuffe feduto
foprale pelli di cauretto ma tutta la citta infieme,fi uendico di quel la
uergogna con lo fcom o,che Vhebbe dipoi a fare in ca po martio a Quinto Elio
Tuberone, Di Q^Elio Tuberone. Di P. Scipione Ncfica» FF a LIBRO PVtflio
Scipione napcahuomo pred Della Citta di R orna» A L tempo, che Gèo Mario cr
Gneo Carbone erano ^Confcli,& tra loro cr Ludo Siila fi combattcua, nel
qual tempo non fi ccrcauaconlauittoria di far acquifto a la Kepublica,ma
effaKepub, era il premio del uincito re,per partito del Senato fi
fonderonotuttiiuafid*Qro cr di Argento,che crono ne templi fiacri, perche non
mà Caffiero le Paghe ai Soldati.i^eluero VunaCT Valtrapar te haueuagiufi a
cagione di/pogUare i Templi dellt Iddij, per poter dipoi. future la fina
auddtaconilcondamiare ' CT torre i bentai lor CutadinuÌ!ion furono adunchei
Senéoriicbe fiironodiftender e quel Decretotmafu [enti t 1 6 R O to per
cotiMiiamento de U atrocijfmd et crudelijftm ne cejfttiL Del Diuo ìulio, LO
eferàto deldiuo Iulio,cioe lainuittadefìradelo in uitijfimo CapitanoJìMendo con
le fue forze chiufd intorno cr affedUta U citta di Nlunda in ìfpJgna.O"
ntan candoU materia da fare gU Argini er i Badioni^prefe i cor pi morti de
inemicif er podoh Vun (opra V altro gli alzo da terra tanto quanto euoUetcr
mancandoli Pali gagìiar dhper ficcare intorno aidettiripan cr fortificarli a
gui fadijieccatofi feruideVarmiinhada^aU RomanacT4 la Pranzefe. De la cui nuoua
maniera di fortiftcatione la N ecejfitanefu Cap o maefiro, DelDiuo Agudo. Et
perfoggiugnerelaDiuinamemoriadel figliolo a quella delfuo celefie padre ^uedendofì
che Phrate re dePartiyfìauatuttauiaperifcorrerecr ajfaliréi Paeftet le
Prouincie /ottopode alnojlro imperio, cr ejj'endo an ‘ cora tutti fottof
opragli altri Paejì a quejle conuicini per haiserpre/entitocoft fubiti tumulti
armouimenti di guer ra^uenne tanta careftia di uettuaglie lancio ftretto hof/o
rano,che iluafodeWolio puendeua feimila danari per ogni Medio di Frumento
fìdauauno Schiauearin» contro , mala diligenza di Agujio\fotto la cui tutelati
Mondo all’hora figouernaua,prouide a quella grandijjì* macarejìU DE GLI
ESTERNI. DeCretenfì» *^f On hebbero quejio foccorfo i Cretenpjqualihaue
doliMeteUoajjmvicrcondottiaPultima necejjf ta,conUloro orinaci con quella de le
Giumente no mi 5 J r T 1 M O tigitròno UfctrMd per parUr piu correttméteUafpreg
giarono cr incruieUrono^perchehauendo paura dincn elferutnti^fopportaron
quello^cheUuincitorenon bareb he fatto lor f apportare. De Sumantinl,
Ifjumantinicircundatidagli Argini CT dagU Steccati à Scipionejìiumdo coifumato
tutte quelle cofe^co lequali fi erano potuti cauar lafameyalVultimocomirm
ciaronoa feruirfi per Cibo deU came'humana:ondefcn dogiaprefalaCitta^fene
trouoron molti co i pezzi in terra di quella maniera . Ala fu cagione quefto
/peetacolOfCbe Leto Tribuno de la Plebe, con tl cenfen» GG ini LIBRO fo di
tutti^cotttitndOychiGalriniofuff'e abolito CT litew tiatotdcctoche e fujfe
effttnpio AgU aUn^che ne te profp^ r ita nò Jtlafdafjerouinceredalafupfrhia'.O’
neleoMier fìta nò jÌAhbandonajTeroAlche ancora pcrUnarratione^ che fegiùta
parimente fi mamfe^A. Di Appio CUudiQ» Appio Claudio ,nd qudenon fo qual debba
ejfer reputato mag^ior^òil difpreggto , che egli fece de Ia religione, 0 la
perdita,chegb arreco ala Patrunperche quanto a la religione j difpregmi coftume
antìdrjfimo di queHd,qiwito a la patria perde una bcllijjìma armatale f «
j_endp accufato datutniial popolo,cbe ejruforteméte iae* guato contro
diluL,allborA,checiafcuKo penfauA,cbe.eHQ la poteffe campareyamodo alcano,uenne
da cieloin unfit bìtounagrofsaacquatUqudefu cagionetchee fuf$e kbe ratoipercheànterrottaper
aÌihòra,Uc$faì tfPU upUfirp» poi metterai piu (e mamtcome /epròptiogli iddij gU
ha* uefseimptditt. Et cofi cglui iLqualebttempejia del mare hi ìtcua condotto
dauantialpopoloa fentètiarp, quellàdel eieiolo libero da quel pericolo», • Di
Tutta Vergine Vefl^e» j • • » I «Tvl fimil maniera fu liberata T utiay ' Vólto
flauio efjcndo aerato donanti d popolo . Gaio Valerio Edile tCr condannato da
quat ióriiciTtibu.grido che era fententiato a tortO iélqude Valerio
medéjimamettte gridando rifpofe , che a lui int/ portano poco fee tnonua a
torto o a diruto pur che emo jaffe^Lceuicoft afprecruiUe iie parole gli feton
uolt'àe in f onore tutte PaltreTribu.creofi coiìui bauendoabbat , luto £T
sitato in terrailucmcOyUoleiidoU porre il pi^ r.3 iéinfuUgoUjfti cagiont,chc
ejjo fi rthebbtyfsr Vaci^^odtUauittoriarmafeptrdiiorg, DiG.Co/conio. . •pT
ancora Gaio cofconio accufàto per laUggc Seruilia per infiniti CT rui
dentisfimi [mi delitti fcnzà alcun duhiocotpeuoleju difefo dateniutrfi di
Valerio Valé tmo,cht rhaucuaaccufato,iqudli furono recitati dauanti ji igluéci
, doue con fintione poetick fi conteneva effere fiato corrotto da lui un
giovanetto cr unauergme nobili avvenga che ai givdiuparejfe
cofamoltoiniqva,attribui telau\ttoria a colvubenon meritava riportarne Vhono
redellldtrvifpogUeyma che altri di Ivi le ripórtaffe . • F» addunque tpaggiqre
la condatmagione di Valerio per effere fiato ajfolvto Cofconioychenonfv
l'affolutioheé CofconÌOycbemeritauad!*effcrcendannato. Vi Aulo Attilio
Calatine, ^ Arler o ancora di coloro, iqvah meritando la m orto peri loro
delitti CT fceleratezze , furono ajjoluH per lo fpleiidore er chtarezzvdei
Parenti.Avlo Attilio calatiho,per haucr tradita la citta di Sera, accvfato O'
ili tupcratogratìdemente,flando per efjere condannatbfu affoluto , mediante
alcune parole, che furono ufate da quinto fabio masfimo fuo juocero ,ilquale
diffe , chefe glihauejfe creduto, che fi fuo generò haueffe copimeffo ■ un
fimileecceffo, bar ebbe disfatto f eco il Parentado. Bt cofi il popQlotche di
gita haueua deliberato CT fermo nel Inanimo fuo di condannar lojfiando fene
foloólpareredi '^Quinto, lo afjolue, giudicando cofaindegnanoh darfede a le
parole di colui ,alquale , egli fi ricordava , ne i rnagm gior travagli
dtUaKepvbhca,hauer con faluudi^elU OTTAVO 2jS còtnmèffoil fuo tftrcùo. Di M.
Emiho Scmro, • MArco Etmlio Scauro ancoraacckfatOyporhauer dato mal conto itila
Juaammin^firationcycon fi deboli et fredde ragioni compari ingiuduio a difender
fitchc dicendoli Caccufato're^che egli poteua produr con* tro cento
ueTUitejhmoni fecondo chela legge ordinaua, et che era contentOjche efujfe
ajfolutojc egli ne produ ceuaaltrettantiin fauor fuorché dice jfero cr
ttjbfiiaffe rocche e non haueuarubato cof a alcuna nella prouinaay non hebbef
acuita ne modo di poterfi ualere di quei buon pattiycheglifaceua Vauucrfatio
,fu nondimeno affoluto per l^antua nobiltà fua^v per la buona C fitefea me
moria del padre. .. Di Cotta, MAyp comelofplcndore degli huomini eccellenti
hebbe grandisfima forza in àfender quelli, che fi trouauano accufoti per lor
difetti cr mancamenti , cefi non hebbe mo Ita autorità nel fare, che cf afferò
gajliga* ti,anzilohauer loro acerbamente proceduto contra di quelli fu cagione
molte volte dtfajitaffoluere,Luao Sci* pooneEmilianoaccufo cotta daumti al
popolo, ^ben* chetale accufafaffe di grandisfima efficacia contro al De
Imquente ( per ejfer èatii portamenti é quello molto fc Aerato cr che taf afe
Hata fette uolte differita CT prò lungatam fuo prcgiudicio ,non dimeno Pottaua
'uoUa, che compari dauanti ai Giudici fu affoluto, pcr^ che etfi dubitauano
condannandolo ,chce non paref* [e^heeVbauefferofattoa compiacimento dcU*Aecufa*
torepeffercgbpfona di grande autorità, immagmomi LIBRO che esjì pudici
parlafjero netl^animaloro in colai ^uif,fu manfueto giudice, V Sergio Galba,\ j
E sfendo accufato Sergio Gdba cr con pungenti, & efficadpurole molto
aggrauato dauàtial popolo dà Libone tribuno de la Plebe,cbe effendo Pretore in
ifpam giiahaUeUàìnorto. fitto la.fedeun grandiffimo numero, de Portoghepycbe figli
erondati, cr bauendo f opra tal acca fa parlato Catone,cbeeragiauecchio cr
conforma* top con Poppinione de i Tribuni cr qaeUa approuando, come ^gh nel
libro de le [uè origuù affermo, conofeendo Sergio nenhauer remedio alcuno del
tutto abbandona* tofì, piangendo comincio a raccomandare 'alpopoloifuoi
piccioli figlinoli, CT il fi&tuàio di Gaio Stilpitio Gallo, juo nipotc.cnde
mitigc^o d popolo,cT uenuto in. copafu •V OTTAVO 23^ flòne dìiuiìftr ejferjì
tanto humiliato^Cf' Tàccomandato'^ que^OfChe negli animi de lo uniuerf ale
eradigUfenten ttato a mortetHon trouo quajì alcuno^cbe no gli fujfe nel rendere
il partito fauoreuele. fu adunche in fauor di GaU banon Iagwftitia,ma la
mferuordta^chefu quellatcle lo dtfefe, perche non potendo ragioneuclmente
ejfereaffo» tuto^per ejjtr colpeucle^fu liberato perla compaffione, che fi
hebbe de fuoi figliuoli CT n ipotu Quello che feguità e molto conforme al
fopradetto. Di Aulo Gabmio, AVlo Gabmio accufato da Goto Memmioper grauif fimi
delitti^ty trouandofi a dif erettone del popolo^ iche Vhaueua a giudicar e,tr a
già quafi del tutto difpercUOf perche l*o€cUjh^che gli era fattacontro ,era
fondata fp* fra gagUardifiime cr ualidtff mi ragioni,cr quelle che ef fo
adduceuain fuadefenfione crono molto deboli crint» ferme^tr quelli che haueuono
adare la fententia , aceefi da grande ifdegno centra di lui,pareualor miPannidi
co dannarlo.Haucua aduncheil mifero dauaiuia gliocchijl Crppo,c7 la
Mannata^quando eccola Tot tana fauorem kole^cbeio Ubero in un lubtto da tutti
quefii fofpetti CT pericoli, perche SifennafigÌMolo di ejfo Gabiniouintù
'dalàpaffionediuedereil padrein pericolo de lauitOyCO* me una cofa pazza
vfuriofa^figittogmocchioni,ai pie diMemmio,pertrcuaruenìacr cempa/sione perii
Pam dri appreffo dicotm^che di tutto d male era fiato cagione, HiaPauuer fario
tutto turbato nel uolto^con tantafuperm bialo nbutto,che ne lo fcuoter de le
maniglt ufd PAnet* lo dt dito,et f DpportOychcil pouero Ciouaneftelfelm grà '
pezze in terra di quella maniera . Ma fu cagione quefto fpettacolOyche lelto
Tribuno de la Plebe, con il confetta G'G fili d: LIBRO fo dituttiycomàndoycht
Gabiniofuffe ajfoluto crtkeM tiiUotdccioche e fujfe cjfempio agli altn^cbe ne
pzofpc rlta noflla/ciajjtro uincere di U fup^rbiaicy ne le a^uer (ita no fi
abbindonajf&o.llche ancora ptrlanarration^^ che feguita parimente fi
ntamfeila. JDi Appio CUudiQ» * A CWio ,ml qiidtnon fo quai debba effer reputato
mag^ior^ó il difpregpo , che egli fece de Urcligione,o la perdita^djegli arreco
a la Patriaiperche quanto a la religione, difpregioii cofiunte anticlrffimo di
queUa,qtWito a la patria perde unahdliffma artnata^ej^ fendo accufato damanti
al popolo^cbe eruf orteméte tae^ guato contro dtlm,r tgUfd^
Vdc^ijìt^dtUauittoriarimafepirditore» * DiG.Co/ccnio, . •pT ancor A Gaio cofconio
accufàto per la legge SeruilÌ4 ' per infiniti & euidentisjìmifuoi delitti
fcnzà alcun dubio colpeuoleju difefoda cfniuerjt di Valerio Valè tino,Sé
rhaueuaaccufatQ,iquali furono recitati dauanti A igluéci , doue con fintiqne
poetick fi conteneva effere , fiato corrotto da luì un gi ouanetto cr una
uergme nobili auucngacbe ai giudici pareffc cof amolto miqua/atribui reta
vittoria a coluUhenon meritava riportarne Vhono redeWaltruifpoglie,ma che altri
di lui le tiportaffe . • F» addutique maggiorejacondannagione di Valerio per
ijfere fiato ajfoluto Cofconioychenonfu l^affolutione di
CofconiOjchemeritouaiPejfcrcendannato, ‘-r w* ViAuloAUiiioCalatino, ' Aria 0
ancora di coloro, iqùali meritando la morto t periloro delitti fceleratezze
^furono ajjoluH per lo fpleudore cr chiarezzadeiParcnU.Aulo Attilio
calatino.per hauer tradita la citta di Sera, accufato CT iti
tupcratograndemenie,tìando per ejjere condannatbfu ajfcluto j mediante alcune
parole, che furono ufate da quinto Pfibio masfimo fuo Juocero,tiqualediffe ,
chefe gli hauejfe creduto , che fi fuo genero hauejfe co^fimeffo unfimile ecce
jfojhar ebbe disfatto f eco il Parentado, Bt cofi il popolesche di gjia haueua
deliberato CT fermo nel Inanimo fuo di condannarlojfiando fene f olo al parere
di '^Quinto, lo afjolue, giudicando cofaindegnanoH darfede a le parole di colui
,alquale , egli fi ricordava , ne i tnag* gior trauaghdtUaKepubhca, hauer con
faluudi^elU r OTTAVO 2jS cdtnmkifoilfuoefercito, DiM.EmìltoScauro» MArco Emilio
Scauro ancora acckfatOy per hautr dato mal conto della Juaammin^fiirationcyCon
fi deboli cr fredde ragioni compariingiuduio a éfender finche dicendoli
Vaccufatore^che egli poteua produr conm troxento uentitejìimoni fecondo chela
legge ordinaua^ Cr che era contento, che efujfe affolutoje egli ne produ celta
altrettannin faaor fuorché dice jfero cr ttjbficajfe rocche enon haueuarubato
cofaalcunanella prouincta, non he bbe facilita n e modo di poterjì ualere di
^uei buon pattt,cheglifaceua Vmuerfano ,fu nondimeno ajfoluto per PanUca
nobiltà [ua^ej per la buona V frefca me mona del padre, DiCotta, MA,P
comelofplendorc degli huomini eccellenti hebbe grandispmaforza m éfender quelli
, che fi trouauano accufati perlor difetti es" mancamenti , cefi non hebbe
molta autorità nel fare, che efujfero gajUgam titanzi lo hauer loro acerbamente
proceduto cantra di quelli fu cagione molte volte dtfarkaffolu€re,lMao Scim
pione Emiliano accufo cotta dauantt er Lucio seftdio. OTTA Via 240 VoWoyCT iMdo
ScjhUoTrimtdrt\per elfer eórp tardU ft^gnere il fuoco ,chef\ era appiccato neOa
uiafacrJy fm do fiati citati dauanti al popolo dd Tribuno della ‘ /ubito che e
comparirono furono condannati , » Di Publio Biblio Triunuiro, - '
^imilmentePublio Bdio uno dei tre deputati a far U guardie la notte per la
citta.accufato da P. Aquilio Tri buno della Plebey^ dalpopolo condannato,
perche era fiato negligente nel far le Cerche la notte per la citta» Di M.Bmdio
Porcina, F V égrandisftma feuerita quet iùdido del popolò, cheeffendpaccufatò
n.Bamlio PorcinadaU Casfto di bauere edificato nel contado Alfino una cafa in
luogo ^oppo rdeuatp , la condanno in grànditjìma fomma di danari,
DiunCondann^iUo, On e da trapajjar con plentio la condannatone di coluiyilquale
amando troppo ardentemente m fuo ragazzOfpregato da lui in Viila,chefacejfe
apparee chiare a cenaun Lamprcdotto di Bue , non fi f accendo c^eM Bue in
uicinàza,nefece ammazzare unó di q/iet U che arauono il podere, per contentarlo
, cr per tal cém gionefu accufato cr con.dawiato,cr ciò gli auuenne^er effer
nato in quei tempi alla antica, che hoggi di^nfe ne /crebbe tenuto conto
alcuno, Di una donna, che ammazzo . o li Madre, -à \ j^t^chorp parlare di queU
i,che cafcatiin pena della uU td^on furono neajjoluti,ne condannati, fuacufiua
dì uàzl^ Mirco popilio lennatePretorcuna certa donna, che co un pezzo dilegne
baueua morto la maire,dtìla^ fiV r. , is>rB R. o . iófanon fi diede fenHntu
ne in prò ne in contnr, perché era manifedo^che noffitdd dolore de ifi^uoli,che
dd* Umdrefua^p^r cdtv,^eUteneuafeco erano flatiauUc lenatiÌhaueu4MeùMc^o)hmÀ,
fceUratezz^i conMdtral Vuno deiquaUdcìitiifugiudioàto indegno ejjfcrt affolfé
tà cf Vétro d^ejJerpunUaìf^i'ì ‘ ^ ^ P , . . . - • « ^ . -V •V ■ tTj ^ Dimà
Dottna^'mmazz^ ’ xM .-r. .v.MU-marUo-^ X T^pmdeckfòf^t,cbeDolobelUvicenifòl^^ '
V VAjtayhauendone n'dtr fententUfietto^é^nto con VanimofofpefchVpa matronadi
Smirnehanea nfor* toiLmmto cr d figfiteold,perbauer ritrotMtOy che da h ro era
flato occifo unfmfiglittóh;gióuane mtnóf cf • dèotfinrsifpparenz^éje
Vbóueuahamto del pròno nta^ rùa^ioptd coJatappOTma dottanti à DolobelU la rime/
fein Atene dgiudùiodcgUArCopagitUpereheegltnon firifobteua diajfoluere
éoiei^khe hmeffecmmlJh duoi homiàdt,ne iadtrahanda punirla, battendone hauutofi
giaflacagione.Dolobella in uefo'coìne Viceconfolo cr Konmo,procedeintdeafò
molto eonfideratamenteo’ tontnmfttetttdine,manemor4fgli Areopagitip gouàra
narono in do manco prudenteniente,iqudi conpierató cr
difcujfodcafOyintpoféroAltré^ era la accu fata,che dì qém a cento
aftnitorhajfero a loro mosfi dd inedefimo affetto,chcDfi i^uHacr V a^a 'parte
trottò maniera diìwnhattère a dare una tdfentén* ìcatT>dobelU conrimetterla
agii AriopogUi Et gli Ario 'pagàkol differirU ^ ^ * - degmiid o T T A O 24t DE
GJVDICII PRIVATI. ' Cdp. II, ‘ ^ Di CLmdio CenturriAlo, ,) I QiucUcij publici
aggtugneremoi prim u Op. III. DiAmtfia ^ Ataccre non e ancora di quelle Don ne
lequM audacemente dauand a i Magijtrati difefero in perfona le lor ragionici
d*altri,non bauen* do ri/petto ne dVefser Donne, ne al* IhoneBa , che a la
StoUa,che in dofio portauano,fìruercaua- Amefìaaccufata dal Pretore dtf e
felefueragionicongrandifsimo concorfo dipopolo da* uantiai Giuàci, che efso
pretore Ludo Titiodauantial fuo tribunale haueua fatto ragunare^ZT hauendo
animo* famente,cr con grande artificio u/ato tutti igeili ermo di di diretchefi
ncercauano qr importauono alafua dife fa,fuafsolutaalprimo,ne hebbe qfi alcuno
diquei^udi ci in disfauorè. Et pche ella rapprefentaua in habito di Do naVàio
uirileiera chiamata Andtogtne,che uuoldire una DonaMafehia» Di A ffraniamog, di
Liei Bruttionc» G Ma Affranta moglie di Licinio Bruttioe: molto prò taa
littgare,difefe fempre le fu e ragioni perfe me* defimadauàti al pretore, no
perche gli mancajsero Auuo eatiftna perche era molto ardita cr fenza uer gogna,
perdo mettendo ogni giornoa romorei Tribunali,diuc neil fuo nome di maniera
irf^me, che uolendo ancor og gi dire aduna femitM,che L^esfauiita etfenza
uergogna, /egli dK€,Gaia AjframaMoricojietaltempo di Gaio Cc fare la terza
uoitOtCife e fufattoConfolo,ZT da Seruilioz fkefy lafecondOfCbee par molto pm
conuenietUe dar no I OTTAVO 24^ titìd dd tempo^ che mori un jimil M ojko, che
del ternm poin che egli nàcque^ Di Hortepa figlio. di Q^Horté. Et
HprtenpafigliuoUdi Quinto Hortenpoxeffendo le gétil Donne Romane da grandiffune
grauezz^ opprejje da i Triunum,ne bauendo ardire perfona alcu* na di prendere
la loro protettione, parlo ej[a in perf ona donanti a effiTrmuiriindifefafua cr
deWaltre molto animofamente^cr con grandiffma efficacia , perche fen^ dop in
lei riconofciuta l^eloquentia del padreiottennegra tia de la maggior parte de
danari.che crono fiati loro im* pofii. Quinto Hortenpouennea refufcitare in
perfona de la iigliuolayCrgli diede lo fpirito cr le parole, ma la eloquenza
degli Hortenpi,termmo inpeme con Voratio* ne di cofiei. llche non farebbe
feguitoife i defcendètid^n tato Oratorchauejfero uoluto imitare le uejh'gic di
qllo' DELLE ESAMINE ET , - inquiptionù Cap, 1 1 1 1. ^ ; »Tf er parlare apieno
di quefia materia 'iudiciaìe,parleremo di coloro a i quali: lefaminati, no e fiato
creduto dai Ciudi jcijCr di qUi ancora a iquali e fiato creda Ito fenza
copderationeJcua.Ad un fer }uo di Mar, Agrio,Argé,fu oppojto che gli hauia
tnprtoAlefferuo di Tito Fmio,etptal cagione tprmetuato dal Padrone, confejfo cr
raffermo cop effer. la ueritOyOnde datolo in potere diPanniofugiuftittatoi et
di quìuiapoco tempo colui,chepenfauano ejfcre fiato da lui ammazzuto,torno a
cafSfti Di P. Craffo, E S fendo pubUo Graffo andato in Afia capitano, a de*
bellare il Re Ari/ionico, fi diede tanto a la intelligen za de la lingua
greca,cheparlandofi quella in cinque mo di in tutte le m, miere Vapprefe
benisfìmojaqual co fa gli acquifio affai di beneuolenza tra i Confederati del
popots lo Romano^perchein quella lingua che e ueniuonodaud tialfuo Tribunale a
domandar ragione, nellamedefima rifpondeua cr daua ifuoi decreti DiRofciOp
uogliamo trar del numero di quefU, ancora R 0* fcio,f empio chiarisfimo deVarte
Scenica,Uquale non mà hcbbe ardire di ufare ogefìo 0 atto alcuno di perfont in
prefenza del popolo, fe egli prima non s'era pronità in cafa.Onde queSi^arte
non nobilito Rofcio,ma effo no* bilito Parte,CT non f olamente s^acqutdo il
fauor del po^ polo,ma ancora Pamicitia de principali della citta, Que* fiifono
ipremij di chi e aUento,foUecÙo,cr perfeueran* te in talifb*dij,mediante iquah
non fora fiata prefuntione che uno Hifirionepsiameffonelnumero disi fatti huo*
mini, T>egliEfiemi.diDemofiene, j^Rdgioneuole,cbe la induca de Greci per
hauer gio* *^uato affai alla nofira,gu^H ancora il frutto deHelan» ncl€Uer€,Demofien€Ctl
cui nomcperuenuto M orcc* OTTAVO ^8 iictro^deUquide fette poteffe uenire a
cdpo^ehe egli et nel tempo, che fi conueniua,cr conpreHezz Di Appio - - Direi,
che lofpatìo de la uUa (eAppiùfujjeJtatotait to^lianto egliuijfefenzd
ejferpnuodeHume de gk ccchi^ddquale flette priuato una infinita j I ^ : L I B R
O ro profejfionejiqudli nonprefmnmono di fc medepmì^ cr che di fe parlando
moderatamenteyO' quando hanno a parlare d^dtri lo fanno con rijpetto cr
prudentemète. Di Platone fdofofo , : I L mede fimo pUe tenne PlatonejUqudCy
fendo ueniUi * * a configUarpfeco coloro^che haueuonó prefo afabri careilfacro
Altare, del modello^ cr forma di cjfo,éjfe loro,^€ andaffero ad Euclide
Geometra,K!T coptienneà cedere alla Scienza anzi a la profejfione di EucUde, •
DeUi Atèniep,^^ difione» D AUegrap Atene ddfito Arfanée, or meritamente, .
^^perche un tale edipcìo, et per la bellezza CTper la fpefa,che ui ua dentro, e
cofa marauigliofa. Varchìtetto» re del quale chiamato Pilone p éce,che nel
Teatro rende ragione deldifegno di quepafuaopera con tantagraHaet eloquenzat^he
quel popolo, ilquale naturalmente e elom quente,attribui,non manco laude alafua
eloquenza, che aH^arte, Diuncerto Artepce, 1^ Arauigliofamente ancor arifpofc
ApeUe,che foppor ^to patientemente tPeffer riprefoda un Calzolaio de le
Pianelle crfibbie,d^unaimagine, cheglihaueuadipìn* ta,cr uolcndoil medepmo
riprenderete gambe ancora • di ejfa pittura,gli dijfe,chealui non$*apparteneua
parlm piufuychedelefcarpe Della uecchiezza* Cap,XIIIh A uecehiezza ancora
condotta aU^ul* timo fuo termine, p e uifia in quePa me depma opera tra
dquantiefempU di queUi huominiecceUentifp orlando de lainduPria,trattereme ,non
dimeno ancora in quello luogo parttculannen OTTAVO 1^8 ie^acaochee non
ffoia,che noi hMUm micato di far mi éonodi quella part€:allaqualc gli ìddij
furono tanto pro^ pitij crfiuorxuoU cr per darli ancora con lafperanza di
potere fempr e utuere piu qualche anno , come un ba&on cr fojlegno di
ejjauecchiezza,ai quali appoggiandoli^ cr cotfiderando ala felicita de gli
antichi uecchi fi um con piu contento cr aOegrezza.Et per cóh fermare anco ra
la tranquilita dein ojirofec olo^delquale in fin o a qui niu
noejlatopiubeatoycon quella fperanzachegUha cheti n ojiro ottimo principe
habbia con [akte de la no^ra CiN talungo tempo auiuert yprofperando fetnpre
dibenein meglio. ^iM.ValerioCormo, MArco Valerio Cornino fini il centepmo anno
cr tra il primo cr il Sejiofuo Confolato uifu quanti annxjcj' nonfolamente gU
baflarono gagliardamente t$ forze delcorpo intere CT fané ad ammiiujirar le
coft piu importane de la Kepublica^ma ancora a.cultiuare diHgen tijjimamentele
fue pojjefsioni; efempio certamente defi» dcraPiUfC^ quanto a lo ejfer
Cittadino cr quanto a lo ef fer padre di famiglia. • Di Metello. Vlffe il
medefimo [patio di tempo , M etello,et quat Uro anni époi,chegU erajiato
Confolo cr Capita uoifeudo (iato creato già molto uecchio pontefice majfi/
mo^hebbe laCura de le cerimonie cr celebratiohide gli diuimuciuiduqt anni f
mantenendo fempr e la uoce chiara cr e/pedituMe inaigli tremarono le maiune lo
axn tnini^rare Le cofe pertinenti ai [acrifiaj,' QDi Qjcabio Majfimo, Vnito
Fabio Majfimo ef eretto Fuficio Sacerdo* KIC il i • ^ LIBRO tiJedtrU Auguri
fejfantaduoi anni hauendo ottenuto tal égnita che glieragia ne Veta uirile,
tale che connumerm do et coput^oinjìeme Vuno e^Valtrof patio di tempo, uerranno
a fommare quajtil numero à Cento anni, ■ ] Di M, Perpenna, C He. diro io di
Marco Perpenna^che foprauiffeatul ti quelli Senatori^ che al tempo del fuo Conf
alato fi crono ntrouati aconfultar [eco ne lefacende de la Re» puBlica,crdatui
erono dati dimandati del lor pareremo’ Setteuide folamente ejjer rejiattuiuidi
quelli che furon da lurclettiSenatoritquandofu Cenforeinpeme con Lum
cioFilippo, onde lafuauitautnnead ejjer piu lunga di quella ditutto il refto
degli altriSenatori,che crono mor ti Di Appio - -- Direi, che lo [patio de la
uita Appio fujfe fiato tan toqiumto egli uijfe fenzd ejfer priuo dellume de gli
ccchijddquale flette priuato una infinita (Pannhfe egìi,an cor che t'fiiffe
condotto in quella calumita^non hauejfe ua toro/amètite retto CT gouemato
quattro figliuoli mafchi CT cinque femmine^zT ungran numero di fuoi partigiani
€T CbientuUfCr la Republica ancora . Pw oltre,trouan* dofigia aggrauato dagli
anni,p fece portarein Lettica nel Senato per dijfuadere lapace uituperofa ,
chealhorà fi trattaua con Pirro Et chifaraqueUo,che chiami Appio Cieco^chefi
dalungeuide queUo,che a la patria era utile cr honefio,etfu cagione
cheefsauiprouedefsallcheper femedepmanonuedeua, ^ Di Liuia móglie di
Kutilio,diTerentia moglie di Ci ^ M cerone, ér di Clodia figliuola (P Aulo,
Olte donne ancora uifsero longo tempo, ma farle roSycioe de la Senettu, doue
afferma , che il Re de Latini uijfe ottocento anni.Et acciocbe e non pareffe,chefuo
pa drefuffe trattato fcar[amente,gliconfegno in [uà parie fecento anni, DELLA
CVPIDITA DELLA Gloria, Cap, X V, Nrfe habbia origine la gtorÌ4,cr qua U
ellapa^o perche ui fi debba acquiti ftarla,a’fegli e fi meglio non ne te* ner
conto , come cofa Ma uirtu non necejfarta , penfinui coloro Jquali co , f^^uno
il tempo nella fpaculatione ima cofano- a t quali ancora e fiato conceffo
dipotere KK Hit LIBRÒ eonelo fi uentffe a fpegnere, imicàdo lo esèpio di Fi l
ia , che nello feudo di minerua ut comejfe la jua effigie, di
maniera,chefcomcttcdoft,fiuem ua a feometere tutto lo feudo. Degli eflernidi
temiiiocle, 1^ A poi che egli fi dilettaua di andare altrui immitàdo, ^piu
prudentemente harebbe fatto ad imitare l^ardoa re diTemiHocle,ilquale dicono,
che agitato cr traua^ to dallo {limolo deuagloria.Et per do non pofandomd la
notte,cr domandato, perche cofi a quell ^horafuffefuo ra di cafa,rifpoje.
Perche itriomfi di milciade mi tolgono il f onno. N on e dubio,che Maratone
Artemifia cr Salo* mina,chedoueuano dipoi ejfereiUuIìrate con fi h onorate
uittorie,cr in mare CT in terra tacitamente lo innanima* nano cr accendeuono.il
medefimo andando uerfo tlTed tro,per ueder celebrare lefefie Sceniche , cr
domandato qualuoce di coloro,che haueuono a recitare, credeuache fu jf t piu
per aggraiirli,rifpof eaHhora: Quella che me* / / OTTAVO 2(52 gUo cantandoli
fapeffecfprimereVdrte^che io ho tenuta CT la prudenzajche io ho ufata
inguerra,cr nelgouerno dcUaRepublica.Etcojì uenn'e quapyCome cofa lodeuole, a
render gloriofa la dolcezza > che Vhuotno ha della gloria . DìAlelfandro
magno. L* Animo (VAlejJandro magno fu neramente infatÙM bilenche referendoli
Anajjarcofuo compagno^ alle gando V autorità di Democrito fuo maeftro , che ci
erano ancora oltre a quello^che noi ueggiamo un gran numero di mondiJiffe.O
poueroame^cheancora^un foto non tai fon potuto mpgnorire . Parue ad un huomp m
ortale piccola cofapojjeiere un mondarla cui capacita e baHan* te a riceuere
tuttigli iddif immortali. Di Arijiotilc fìlofofo. ^Oggiugneremoallaardentispma
cupidità d^uno,cht ^ era giouane crKeJafete infatiabile,che hebbe Ari* Potile
deWhonorez:rd€llagloria.Haueuacolh4 donato * a T codette fuo iif cepola i libri
da lui compoJU delParte j Or atorUyperche effo gli mandajfefuora in fuonome^dif
prezzare. t>\a in qualtique modo jÌ4 da interpretare la disfmulatone di
quejhtaliyeUa certame te e piu tollerabile yChe la professane dfcolqrOyiqudi pu
rCyche e posfmo ppetuareilnome loro ^ no hàno hauuto rifpetto ad acqmjlarf do
ancora con le fceleratezze Ne/ numero de quali non fo fe paufania tengati
principato^ perche hauendo domandato Hermocle,in che maniera egli potejje in un
fubito acquiliarfì nome^ar rifpondcdo hychefeglianmazzaiia qualche perfona
iUu[he CT ho* norata,che tutta laglonadicoluiuerebbeinltiia tranfc* rirp. andò
incontinente cr ammazzo FilippOy cr ne con feguito quel che egli defìieraua ,
perche quanto Unome di FilfppOymcdiente la fua uirtu era per uiuere illullre
ap^ prejjo deiposleriytanto eraforza^cheper hiuerlo mor* toutuejfe ancora il
nome di pauf anta. Di unoyche per acquijiarp nome uoUe met* • : - ter fuoco nel
tempio di Diana» FV bene facrilega la cupidità della gloria di coM, ilqua le
uolle meter fuoco nel Tcpio di diana efefìa,aàoche mediante lo incédio di un
tèpio tanto celebratOylafuafa* ma p tutto il mondo ji diuolgajfcyp come egli
dipoiyePen do torment:UOyConfejfoMagli efepydepderando , che il nome di cofui
in tutto pfpegneffeyhauean prefo buono ìfpedientefacccdo un DecretOypilquds:
probibiuono ai ogn^uno il farne mètioeyfeTeopopo homo digràdispmo ingegnOyCt
cloquèza no Vhauejfepopo nelle fue hiftorie. \ I OTTAVO ' 26^ delle prerogative
et premi- nentie de gli huomitu eccelUnti.Cap.KVì. Gli animi purgati cr
ftnceri, fu fem* pre digràdtsjìmo piacere yilueder e il* lujkaticr
magnificatijecodo t ìor me riti gli huominiuirtuofi or eccelle ti, p che
debbono ejfere jìimatigìi honori pari a meriti di ejfa Virtu.Et par che
naturalmétegU huomini f empire fene ratlegrinOyaoeyche I uirtuofì cerchino
(fejfereyCy fieno honoratiMa quanti queiofentadmio animo in quefio luogo tutto
acce ierji CJT infiàmarfi a celebrare la cafa di Aguflo , tepio d^ogni honoreet
Uberalitayno dimeno piuapropoftto mi pare d raffrenarloycociofiajehe fe bene in
terrai* attribuifca ho norigridisfimiacoloro,che fi hòno fatto dar luogo in eie
io, no dimeno non fi puoméaggiiugnereai meriti loro, T>ell*Affricano
maggiorOyO' del primo Catone, FV fatto confolo l* Affricano maggiore innanzi al
te po dalle leggi determinatOypcheVefercito Romano pgnfieo alSenato ejfer cofit
necejfmo.Ondc e mal ageu o le agiudicare, qualcofaglirecaffe magi ore
bonore,olau tonta de i padn f enatori,che lo eleffiro , 0 il Gndicio de 1
foldatiychelo domàdarono,pchelaTogalo creo tapita* no coirà a Cartaginefi, cr
Vatmilo propofero , quelli^ h on ori, che in uitaglifuron 0 f atti
gràdisfimi,far ebbe co* fdlungail raccontarli,p effer. numero infuuto,cr no
necef fono al farne metione,p haueme difopranarratila mag
giorparte.Etperofoggiugneroquellololamete,cheintra tutti gli ètri ancor a oggi
dilui fi celebra come cofa hono reuoUsfima,E po^a lajfuaStacm nella ctlla digme
otti* , Libro no majtmOfCr ogni uolta.che detU Gente ComeKd , o per magillrdto
cr dignità ottenuta o per altra honoreuol cagioeft ha a celebrare qualche
feftaye tolta di quel luogo cr codotta a tale celebratione er a lui folo il
capidoglio ferue in cabio di palazzo fi come ancora laJlatuadiCato ne maggiore
fi trahe dellaCurìaper il medepmo conto. Grato certamente fu ilf enato in uerfo
di Catoncychenol le che quel cittaiinoyche fu tanto utile alla Repubucayrtc co
di tutte le uirtUyCr piu p ifuoi meriti che per beneficio dellafortuna, grande,
GT reputatOydelcontinouofeco ha bitajfe.Dal cui c onfiglio caTtaginefu opprejfa
prtma,chc dalParmidi Scipione. Di Scipione iìafica. -C Ancora Scipione Uaftea
un chiaro fpecchiodihon ore ^percheilfenatof come ^Oracolo d^Apollme pitto
auertito Vhauea,uolle che per le fue mani , non fendo lui^
ancoraftatoQiu^llorefufericeuutalaD^ da pesfmonte, perche dal medefimo Oracolo
s^ramtefo, che Ci eleggeìTe il migliore er il piufatito cittadino di Ro ma per
rieuerlacon quelle cerimpnie,che s^apparteneua no fpiegacrriuolgituttigU
Aniiali,pontidauantugU oc chituttiicarritriomfali,che non trouerrai nelle
preroga tiue di tanti huomini eccellenti alcun oychelo trapaf ri. Di Scipione
Emiliano. Ad ogni poco ci SI rappref entono gli Scipioni , aedo
chemtuttiiluoghisia fatto da noi mentione della lorcuramrtua-eccamz-t. il
popolo Romito, do. mMdjndo SdpioneEimlmo EdiU.lo fece
confolo,0‘dipoiun'dtruuoludomMdondodteiierf4. to Qiie&ore , er bollendo per
competitpre aw»f o mofsim figlmlodelfrdtUoJu à miouo folto confalo. l OTTAVO
2^4 il Senato ancora gl', diede per lo flraoriùnario l^ammini^ Granone cr
gouerno prima dell^A jfrìca^dipoi dellaSpa gna.^^ ninna di quejie dignitadi
ottenne come cupido ciC fadinOyO come ambitiofofenatoreyft come dimofiro chia
ramente non folo il corfo feuenspmo della fua iòta , ma ancora la morte, che a
tradimento CT per inpcke gli fu data. Di M.. Valerio. FV ancor a Marco Vaia io
parimente bonorato da gUhuominicr dagli iddijcon duoifegni euidentisji
mi,gliiddii,mandando miracolofamente un Coruo,com» battendo ejfo con
unfrancefe, chein quel Duello l^m* tafieconfeguirlauittoriail romani,facendolo
confalo di uentUre anniOndein memoria del fatore,cheallBorari ceue dagli iddìi
la cafa antichispma cr nobile dei Vale»^ rmp fanno, dal cognome di ejfo
V(deno,àìiamareiCorM uiniyCr nel beneficio crfauore riceuuto dal popolarsi re
pula a grande honore,PeJfereinnanzitempo illor Valem rio fatto
confolo,zy"Veferejìato il primo che introdu» eejfe in cafa loro tale
degnila. E la gloria ancora di Qinnto Scéltola ,che hebbe' per compagno nel
Coufolato Lucio Crajfo,fupo^ co illudre cr honorata, ilquale tant fe
rouine,ancora la citta di V olf maJEra abbondati* tisfìma,tra ornata di cojiumi
cr di leggi era tenuta il capo della Tofcana^ma poi che la Jt comincio a dare
alle deli* tiecr alùiLujJuriacafco nel profondo del uituperiocT delle
miferie^tale che ella fu tiranne^iatafin dalliSchia uhde iquali pochisfimo
numero prejero ardire^ da princi pio di occuparci luoghi de Senatori, dipoi
occuparono tutta la R epublica uoleuono,che i T eUamenUftfacejfero a
uoglialoro3prohibiuano,aUa nobiltà il ritrouarfì injiem me a conuiti,o adallre
ragunate,pigliauano per moglie le figliuole dei lor padroniylEmlmente f crono
una legge, che efuffe lor lecito fuergognare cr uiolare cop le Vedo ucycome le
maritate fenza pregiudido alcuno, CT che niuna Vergine nobile n^andajfe a
marito , [e prima dadi* cun diloro non erajlata manqmefia» Di Xerfe,
XlàrfegranMspmo ostentatore delle factdtaKegaU p compiacque tanto nella
Lujfuria, cr nella Ubim dincycbeaqual puoglia,che hauejfe ritrouato qualche
nuoua maniera di piaceri ,haueua ordinato per publico bando, che gli fuffe
pagato un tanto, ma mentre che egli fi lafcio troppo trafcorrereinquefiefue
delitie , nefegui la rouina di quello imperio^laquale fopra ad ongn^altra fu
grandispma» Di Antioco re di Siria» Amtioco ancoraKe della Siria don meno
incontiné te cr iMfiuriofo di Xerfe,imèando il/uo efercitp- LIBRO
UciecddTÌnfdtutLuffuria di quello Jtà ntdg^or piL, Siila,
VdoSdlaJlqualenonfipuomai abboBanzaloda* ' re 0 uituperare, perche neW^tcqdfìar
l e uittorie rap prefento Sdpione al popolo romano^nel ualerfene rap* prefento
Rannibaleyperche^poi cbegli bebbe egregkme tediffefoleparti della nobiltaffece
crudelmente correre per la citta di roma^cr per tutta la Italia i fiumi del
fan* gue ciuile/ece ammazzare quattro legioni della fottio ne contraria,che
sperono afficurate fottólafede fua^in una cafa,che era del publico in campo
Martio,aUaq^e non ualfe il raccommandarfia quella defira,chebauea mancato
deUa^omeffafedeJccuilamentcuolifiridaper I libro
umercncUetrmMthrecciie4(IUalU,^3Teune SMcofottoilgrMe pe/o
JìeronoJl4tiJime«o/oIopercleer rofi}>aue«^o uno , chegU referma qual fujfno
tutte le ÌuoneBorfe,ondepottjfe cauar danari. Volfeft ancora
monUfuacrudeUacontroaìledonne,non gh parendo l4«er fatto 4ainello DiHannibale,
JL Capitano di cofloro Hannibale, c la uirtu del quale confijleua la maggior^
parte ne la crudeltà^) fatto de 1 eorpiKomani un. ponte foprailFiume Gdoatifece
paf* ' fiffcifuo efercito fOccioéelaicrrafperimentaffe lafse* MM LIBRO ter4t4
paffotd de Io efercito terrejire Cartdgtnefr,p come Hettuno hauea fperimètata
queUa del m^e. li medepmo, hauendo prima {tracco cr affaticato i prigioni
Romani da ipaepyche cponeuono loro addoffo, CT dal cammino , uenen^ doli
édopoUcredione de i Confoli molti atroua o a cafa per dimandargli conpgUoUutti
ne gli mandoidicen doiVoifapete ben dimandare conpglio,ma hon fapde già
eleggere,chiui configli cr prouegga a i fatti uojtru Hebbe quefo detto in
fegrauita ; cr non fu detto f e non a ragione , non dimeno farebbepato
aìquuntomeg che non l'hauejfe detto, I De Patriùj Romani, Mperochechie quello
che giudamente pojfaadia MM iùi libro fàffi colpopolo KotnuftofEt pero non
Tneritono todeUi queUiyche al pre/ente narrcr:mo,bcche quello che
eferonojtancoperto dato fpUndore de la nobiltà loro, équalhperche Gneo Elauio
huomo di bajfa cr utl conditio nehmua ottenuto U Vretura, ìndignatifene gli
traffono dt ditto le Aneila , cr cauorono ancorale briglie a i fuoi CauaHifT le
gettarono nel mezo de laftrada.Etcofinon potendo predominare ale lor
pafftoniyia piagnere in fuo ra,ne ferono ogn^ altra demojiratione.
QueltimoiiuiQ 1 ra coft impetuofìjfurono di perf one parliculari, o dipo» chi
contro a tutto il popolo,nta quelli che appreffo narre» remo furono di tutto il
popolo contro a i nobili cr princi pali» Di Giouani Romani, di MaUio Torquato,
Fabio Majfmo» Ritornando MaUio Torquàtoin Roma, crwpor* tondone la uittoria de
i Latini,cr de i Capuani, fa cendofeli incontro tutti j uecchi pieni
diaUegrezzatdei Giouani non gnen^ando incontro alcuno, perche baueua fatto
ammazzare il figliuolo:perh(Mer contro al fuo co mandumeuto combattuto
udorofamente coi nemici, CT riportai one la uittorit Hebbero compaffione
queigioua» ni di uno detta età loro tanto rigorojaméte punito,ne per quejìo
affermo, che quello : che efeceroifujfc ben fatto, ma dim oUro quaU ftano le
forze detterà ùquale hebbe forza di dividere Veta cr’gli ajf ettiinetta
medcfima»CUta, La medcjìma ira hebbe ancora tanto di potere,che ejfen* do
tuttala Cauatteriadel po.Ro, mudata daFabio Con folo et capitano alla coda de i
nemici,potcdo qttafaciliné tc et ficuraméte r5perli,ncordàiojì che il detto
fabio era NOMO 37 7 undiquelUychehiUiM impeditola legge Agraria ^no9 uoU e
combattere* Di Appio Claudio* LAmedepmairarendendo odiofo Appio So eferd to per
effere (tato il padre molto acerbo inimico del la plebe,in fauor della nobiltà
cr del SenaiofecCycbe uo ' lontariamenie fi mejfeinfuga per non fot e
acquifiare U ustoria cr d triomfo al fuo capitano* Qu^te uolte adì» dunque
uenne ad effer Vira mncitnce delia uittorialPrima nonlafciandoìGtouani romani
andata fi a rSegrarecon Torquato del triomfo de i Latini cr capuani ,0“ a Fabio
togliendo la piu bella occapone,chegli haue jfe bauuto in uincere U nemicOyCT
ad Appio [accendo uolgere'jn fuga tutto lo efercito* Del popolo Romano, Aquanta
fulauiolenz cr crudeleiuenne fenz Paceua Haunibale profefsione diguerreggiare
contro a i Romanùcr tuffa jtaUa,magouernandop nei modifopradcttt\no uenn'eglì
i(combatterepiutopQcontro ad effa Pede^pigliadop pia» cere delle menzogne cr
dei tradimenti^come un'altro fa tebbe (Tuna bella Sdtnz^ o d^una fingulare mtu
• Onde K O M O ^ ^ ndcque^cU douegU era per Ufciar Hfe lafao in dubio qual
fuffe maggiore , o ùgrandezKn del fuo nomerò la fua trt^ùU cr maluagjta, DELLA
VIOLENZA ET SBDI- tione, Cap. VII, el popolo Roma. A per raccontare le Seditiom
et lào lenti: feguite^ no folamente dentro aBaCitta*ma ancora nello efercUo,
Ludo Equitio Uquale fi focena figlio lo di Gracco , cr dimandano ^ejfer fatto
tribuno mfieme con Ludo Som tuminOf contro a quello, che difponeuano le leggi ,
pofto . iti prigione da Mano:gia la quintauolta Confolo.fu catta iodi prigione
dalpopolo,ilqaale hauendo rotto la carco-. re,neloportouia di pefocon
grandjfimafejia CToRe* grezz4.ll medefimonon uolendo Quinto MeteUo Cen^ ■ fare
pigliare il Cenfo da e ffoicome figliuolo delfopradet to Gracco jcerco di
farlolapidare, perche il detto Metdm lo affermauOfChe Gracco hauea hauutdfolo
tre figliuoli, de qualuuno era alfoldo ì SardignatPaltro a,Preneile a Ba ' lia,
il terzo, doppo la morte dd padre era morto in Rom ma:cr che non era
ragioneuole, che fintili perfone uili KT abiette cercajfero annidiarfi tra
lefamigUenobi!i,auuena^ gacheintraqueflealtercationila incon/ìderota temerità
cr pazzia del popolo fi leuajje contro al C onf jlo,zx ^ tro alCenfore molto
imprudentemente cr con grande audacia,cr non la/dajjè indietro co fa alcuna
arrogante et , profuntuofaiche la non ufajfe contro a i fuoi principali et NN
Hi I LIBRO magpori Fu quejld fediHone deUa Plebe R ornimi [ol(b» mente
temerma^mi quelli che mene ipprejfo fu ancori fanguinofaiperche il popolo
primamente caccio fuor di cafa fui cr dipoi ammazzo lAumio competitore di Satur
nino, hiuendo gii creatinoue Tribuni , arrecandoli foto duoiCompetitori
perildedmo,acciochecon lo ammaz zare un Cittadino tanto buono, fi defsefaculta
ai un tri» fio cr fcelerato di confeg Atare il Tribunato» Di certi creditori,cr
di UCafsio ♦ JL furore cr impeto di certi, che crono Creditori di puf perf one
in un fubito Ituo in capo contro a Sem» pronio AfeUione pretore Vrbano,iÌquale
perche haueua pref 0 la parte de i debitori irritati da Lucio Cafsio Tribù» no
della Plebe, Pandarono atrouare furiofamentein Pia za donanti al Tempio dela
Concordia,doue eghfacripca uOyCr cofirettoloafuggirefuor di Piazzalo perfeguùa
fono fin dentro ad unaBottega, doue egli s* era n^co» fOyCT quiui lo tagliarono
a pezzi- E cofa certamente de^ teiiabilache quel luogo, doue fi tiene giujiina
cr ragione^ fufsefottopojìoa takinconuenknti,mafe noi ciuoltere monile
feditioni dello eferàto molto maggiormente ci perturberemo. De Soldati di
L.SiUa,cr della morte di Gratidto» E Sfendo la Prouincia deWkfia , per la legge
Sulpitia data ingouemo a Gèo Mario aVhora priuato,pfar Vimpref a contro a
Mitridate, cr hauendo fpedito Grati* dio fuolegcUo a Lucio SiHa Confalo per
condurrete le» gioni, fu tagliato a pezzi dai Soldati ^fiegnati d*hauerc
auenirefouo Ì*ubiieìenza i^un priuato^O" leuarfida \ NONO 284 ^ueUd di un
Confolo,Md chifoppùrteramà^che i 5o^ tt bambino a correggere conU morte de i
Mcmdatarij i den creti del popolo fio efercitofece quelli uiolez^t perPbo
fiorccr conferuationedel Confolo,m4 quel che [eguiU fu contro al Confalo. De
Soldati é Gneo Pompeio,cr della mor tedi Quinto Pompeio. PjErche Quinto Pompeio
compagno diSilUnetConm folata ycfsendo mandato dal Senato fuccef sore aUo ef
eretto che comandaua Gneo Pompeio, Uquale piu che non permetteuono gli or
MnideUa Citta z!r contro aUauo^ glia de i Cittadini ne era (lato Capitano ,fu
afsaltato da i SoldatitCorrottidaUelupnghedeUo ambidofo Capitano appunto che
haueua cominciato a facrificarcj cr co/i 4 gmfadi Vittima lo ammazzorono: cr U
SeM^o, che in .quello confefso cedere al furore dello ^eràtó^mi^o di non
accorgere di tanta sceleratezz^ ■ h - *• 1 Come Gaio Carbone fu moro ' ’
todaiSoldatU r * A Ucorafubruttaier federatala molentia di queUé ' A efercito,
ilquale ammazzo Gaio Carbone , fratem lodi quel Carbone^ che era fiata tre uoUe
confolo^eT qfio,p hauer lui uohto ridurli fiotto la difciplina militare
troficorfaper le guerre ciutli,cr raffrenare ancora la lo ro licenàoyUn poco
troppo rigidamente f EtccfiuoUelo efercito piu tojìo macchiarjì con quella fi
grande fceleraa^ tezza f che correggere i fiuoi corrotti ’o" abbomineuoti
coftmLl • NN itti ’ / \ • r, \ /\ DELLA TEMERITÀ Cap, Vili. Ono ancora
gUimpetiicUaTmt^ rita cofi /ubiti, come uehementijd le punture de tquakpercojfe
le méd deglihuominiytion cono/cono ne ì pericoli,loro,ne poffon rettamente
giudicare altrui opere» Del maggiore A jfricano» Q Vanto fu temerario V
Affncano,che diSpjgna con due^ QMnquereme pajjoin Affrica al Re S^ace,ri*
mettendo alla dtferelione di quel Re pieno di fronde , CT diinfidie la fua
falute,€r quella della patria , CT co fi nel metterli a pericolo di effer fatto
prigione o morto da ejfo Siface,mejfe ancora in un medejimo tempo a pericolo
tul io lo Stato della Republica» Di Gaio Cefare» Ma parlando di Gaio Cefare,cT
del pericolo alquà le egli fi meffe,ancorà)e e fujje difefo CT guarda to da i
cel^i lddij,pure io noi pojjo refertre f enza tutto raccapricdarmiiChenon
potendo ajpettar piu lo indugio di quelle genti , che haueuono a pafiar da
Brindifi in Ap* poUoniattnolìrando di fentirfi in dijpo^o fi leuo da tono*
Ìa,CT firaueèitofi agm/a d^un Seruidore monto [oprauna BarcOyCrgiu pel fiume
{^addirizzo alle bocche del mare ’AdriaticOyCr nonoftantecbe
efu/seunagran,tempefta^ comando fubito al Padron della barca, che fi mette/se in
mare.ll perche dato un pezzo aUa dura a coneraftdre co Vonde CT co t uenti,cede
alla fine necefsttato , cr quando e uide non poter far altro» NONO i8^
T^efoldati di Albino capitano, A incora fu crudele ZT furiofaUtemcrita di
queifoU datìJUqualéfu cagione , che Aulo albino cittadino egregio per
nobilta^per cofiumi, cr per hauer ottenuto nella citta tuttigU honoricT degnita
per uane vfalfe fu fpitionifulfe in campo lapidato dallo efercito , delquale
era capi lan o. Et quel che fu piu crudele dogn' altra cofano che
raccomandandojt lui cr pregando di potere gium ftificarfi^cr direkfue ragioni,
non gli fu mé uoluto concedere. DE GLI ESTERNI* Di nmnibde, O^dedte^o manco mi
maxauigUo che HannibaU fendo di animo feroce cr crudelejnon lafàafie di*
fenierfi,ne ditele fue ragioni ad un gouematore della . fua amata di mare^dìe
fi trouaua innocente. Egli partito fi di petiUa con tarmata per pajfare in
Affrica, cr ariua* to al faro àtAespna,non credendo,cbef Italia CT Usici
liafuffero fpiccate Vuna da ValtrOyammazzo U detto Go uernatore,chiamato
Peloro,per/uadendop^che e Vhauef f e uoluto tradir e.Et dipoi conpderOta meglio
cr con piu dtligenzalaueruadeUacofagli perdono quando non u'e ra piu rimedio,
faluo che farli una bella honoranza.Et co - fi UP^a di quello fopra quel promontorio
di Sici* liaCche di qmfu clamato peloro^uoltainuerfo lo Pret* to, laquale a
quelli , che nautgano innanzi CT indietro ,fi rapprefenta donanti agli occhinon
folo per memoriadi ejjo Peloro,maanchoradelfurorecr beffialita mbale . Degli
Ati nifi, t- i I t I B R Ò Kinésfifnafu ancòraU temerità degli Ateniepj qudefu
cagione, che gU ammazz poteuonoalfùjiondiedcmaivfidodlcuno,4 quelli detm f
ìatribupoUla^quandoincampomartiocopariuano adom . , • mandarlo,per non
farehonore rie f onore a coloro > haueuoncerco di torUiatdta,che per quanto
fafpettoua • ad ejfa Tribu,erano ^ati fpogUatì della (dtacr della liher \ I
ta.laqual umdettaper confenfo del Senato^O" di ogn^um I nofuapprouata. «
VcUanendettaderomanì contro ad Adriano, ^ A Drianohauendo mal trattato i cittadini
romantg ' che erano in Vtica,cr per tal cagione ejfcndolU^ to da loro
abbrucciatouiuo, no fene fece in romane quc rclOfiiefegno alcuno di pufUtia,
DegleftcrnideUareginatmof%v*heremce, . L*una cr Valtra regina, timori^ cr
Berenice , honorem . uolmente p uendicarono.Tomiriferuandop della tc fta di
Ciro cilquale epa haueua occifo, in uendetta del firn gUuolo }perbcreìn cambio
di tazza con dirli, S A N*i G V E ptipiytT io difangue t*empio.Ét Berenice j
altrié menti Laodice, per efferp grandemente f degnata, che A fuo figliuolo
Ariarate era^toatradimento morto, per ordine é mitridate fuof rateilo, monio
fopra un carro,ar matOfO'perfeguitando quel Satellite ddre^chiamato par I LIBRO
nome Ceneo.chc er4^perchey efsen* do dipoi per comandamento é detto Mario,
mediante le difeordie CiuiH,cofUretto a morir sintonico la fua Carne ra tutta
di frefoc cr accef oui dipoi un gran fuoco di Cor* boni ui fi rinchiuf e dentro
onde offefodal uaporeeyfu* modi efti in queUahumidita; incontinente fimorù Uebe
fudigrandifsima uerogna a Mario in quel fuo trionfo: che un tale huomo fufse
condotto afurudelenecefsUadi morire. NONO ‘ Di Lucio Cornelio Merula» NEiquali
franagli della Reputlica ludo Comelté Menila, che era flato Confolo cr
Sacerdote di Gio ue,pernon epere il giuoco a- lo fcherzo di fi crudeli er
infoienti uincitori^tagliatojì le uenenel Tempio di Gioun fchfola morte
uitupcrofa^ chedatnemiàgh eraftatuap» parecchiata,cr co fi gli antichi filini
fuochi di quello li* diofuron o imbrattati del f angue del fuo Sacerdote» Di Hcrcnnio
Siciliano» AN cera fu animof o cr forte tifine di Herennio Sicì liano.delquale
Gaio Gracco,come amico ffì era fer Ulto per Arufpice. ìmperoc he fendo menato
in carcere fot to il nome di cotale amicitia , neU^en trar dentro fi batte il
capo di forte ncUo pipite deUa prigione , che fubito cafeo mortoichcfc gli
andana piu oltre un pafso dona nelle mam rt i del Carnefice^che lo doueua
uccidere» Di Gaio L/cimp. TA/c,
nclÌ*ammazznprequePoPilein^ardarekfuaperfona:Egli,leua itti (dintorno
tuttiifuoi amici, elefe alla fua guardia huo mmi diferocifsima natione,er
Schmirobudifsimi, tratti delle Cafedeipiunobilidi queUa citta. Et anchora per
paura de i Barbieriinfegno radere aHe/uefigUuole^et pOi Libro cfce Verone
crefeiute^non fidando ancora aloro il ferro in mano,arrouentauaigufci dinoce,cr
delle GhiandCiCt sifaciua con quelli a bronzare i peli della barba^ej i ca*
pelli. He si fido piu delle fig^uoUyche di due mo^ie , che gli haueua una di
Siracufa chiamata Aridomache , Valtra locrenfe,chiamata Doride con lequaUnon
ufo maifepri ma non Vhauea fatte per tutto diUgentemente cercare fe Vhaueuono
armùoUra di quefio fece fare unfojfo molto largo intorno al fuo letto non
altrimenti,che si faccia in^ tomo ad un^efercito accampato,hauendoui fatto
ancora il ponte a leuatoio. tenendo alla porta di fuora le guardie Cr di
dètroferandola di fuo mano molto bene a ftanga* Di quelli che nel uolto CT
fattezze del corpo sifomigliarono, Cap. XV» VeUiyChe fono di piu profonda fden
tia piu fottilmente deputano di colo rocche nei liniamenti del uolto et fot
tezzedel corpo sifomigliarono ; de iquali alcuni fono d^opennione tche
talsimiglionza nafea tra quelli: che fon del medesimo fangue:& hanno la
medesima origine: ptgliandotpernon piccolo argumento: lo effempio degli altri
onimaliuquali nafeon quasifempre simili a chi gli ba generati. Altnniegono do
auuenire per ordineejlegge deUanatura: maloattribuifconoal cefo ZT alla
fortuna, affermando di qui nafeere : che molte uolte si uede iVu^^ b eWhuomo
naf cerne una brutta creaturaicr iunOicheltf ^ ìlKegifiro . • «
abcDefghiklmnopqrstvxyz. A A BB CC DD EE FF GG HH li KK LL MMNNOOPP. Tutti fono
Quatemi eccetto pp che duerno» in Vine^a Del M D L I. I %»> R.
S1LVA."E7ZA' RcSTAU^O Zia Val S3 Tal. Qj3.22^ f. Nome compiuto: Valerio
Massimo. Keywords: Roma antica. Per H. P. Grice’s Play-Group, The Swimming-Pool
Library, Villa Speranza.
Luigi Speranza – GRICE
ITALO!; ossia, Grice e Valerio: la ragione conversazionale alla villa di Roma –
filosofia italiana – By Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The
Swimming-Pool Library (Roma). Abstract. Keywords: il filosofo alla villa. Grice:
“Unlike most of us, Austin preferred to spend his weekends alone in his
Oxfordshire villa!” -- Filosofo italiano. He has a statue erected in his honour
in his own villa (‘Ain’t that cute?’). Nome compiuto: Publio
Avianio Valerio. Keywords: Roma antica. Per il H. P. Grice’s Play-Group, The
Swimming-Pool Library, Villa Speranza.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!;
ossia, Grice e Vallauri: la ragione conversazionale e l’implicatura
conversazionale dell’interpretazione giuridica – la scuola di Roma – filosofia
romana – filosofia lazia -- filosofia italiana – By Luigi Speranza, pel Gruppo
di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Roma). Abstract.
Keywords. Implicatura, IVSTVM. Ross's suggestion about 'good' would, moreover, be at best only a
description of one special case of analogical unification, and would not give
us any general account of such unification. I might add that little
supplementary assistance is derivable from those who study general semantic
concepts; such persons seem to adhere to the principle that silence is golden
when it comes to discussion of such questions as the relation between analogy,
metaphor, simile, allegory and parable. So far as Aristotle himself is
concerned it seems fairly clear to me that tie primary notion behiad the
concept of analogy is that of 'proportion'. This notion is embodied, for
example, in Aristotle's treatment of justice. where one kind of justice is
alleged to consist in a due proportion between return (reward or penalty) and
antecedent desert (merit or demerit) but it remains a mystery how what starts
life as, or as something approximating to, a quantitive relationship gets
converted into a not-quantitive relation of correspondence of allinity. It
looks as if we might be thrown back upon what we might hope to be inspired
conjecture. I take as my first task the provision of an example,
congenial to Aristotle, of the unification by analogy of the application to a
range of objects of some epithet. I shall expect this to involve the detection
of analogical links between the exemplifications of the varicty of universals
which the epithet may be used to signify. My chosen specimen is the verb grow. Filosofo romano. Flosofo lazio. Filosofo italiano. Essential
Italian philosopher. “Italians, especially noble ones, love a long surname, so
this is Luigi Lombardi Vallauri. I say: if he wants to keep the Vallauri,
that’s what he’ll go with by!” Grice: “He favours animal rights, as I do.” Professore
universitario italiano. È
stato Professore di filosofia del diritto a Milano e Firenze. Insegna
all'Università degli Studi dell'Insubria e all'Università degli Studi di
Sassari, dalla quale è stato chiamato per chiara fama. Nipote del
predicatore gesuita Riccardo Lombardi, cugino del direttore della Sala stampa
vaticana Federico Lombardi, nonché nipote di Gabrio Lombardi, si avvia alla
formazione teologica alla Gregoriana di Roma. Si laurea in giurisprudenza col
massimo dei voti a Roma, suo maestro è stato BETTI. Dopo la laurea perfeziona
gli studi giuridici in Germania e vince molto presto il concorso per la libera
docenza. Diviene professore in filosofia del diritto a Firenze, dove ha
insegnato anche argomentazione giuridica e filosofia del diritto. Ottiene la
cattedra in filosofia del diritto a Milano. Dopo il collocamento a riposo
insegna presso le Como e Sassari. Massimo esperto di teoria
dell'interpretazione giuridica, già direttore dell'Istituto per la
documentazione giuridica del CNR e presidente della Società italiana di
filosofia giuridica e politica -- è autore di saggi filosofico-giuridici. Con
il suo Terre: Terra del Nulla, Terra degli uomini, Terra dell'Oltre ha aperto
un nuovo filone della sua ricerca, dedicato alla filosofia della religione e
della spiritualità. Al saggio Nera Luce, V. ha consegnato la sua critica
serrata ai dogmi del cattolicesimo e l'approdo all'apofatismo. I suoi interessi
recenti riguardano la tutela giuridica dei diritti degl’animali. È
vegano. Fonda e conduce, un gruppo di meditazione teso a esplorare le
possibilità di una vita contemplativa all'altezza del sapere moderno. Il suo
libro traduce in scrittura il seguitissimo corso di meditazioni tenuto
dall'autore per Radio Tre Rai, propone una mistica laica, ossia una mistica che
prescinde da rivelazioni soprannaturali coniugando il pensiero scientifico
occidentale con le tecniche di meditazione tipiche delle filosofie
orientali. Allontanamento dall'Università Cattolica. Insegna filosofia
del diritto presso l'Università cattolica di Milano. Tiene una conferenza
a Bari e all'inizio decide di sedersi in terra, giustificandosi presso
l'uditorio con la frase. Del Dio che emoziona non mi sento di parlare seduto su
una sedia, quindi, mentre parlerò di questo Dio, starò seduto in terra». Sospeso
dall'attività didattica a causa del suo insegnamento ritenuto eterodosso
rispetto alla dottrina della chiesa cattolica. Fra i punti problematici
secondo le autorità ecclesiastiche, un giudizio di V. sul dogma dell'inferno,
da lui definito: incostituzionale in quanto nessun atto per quanto grave
può meritare una pena eterna e perché è contraria ai princìpi più avanzati del diritto,
e specificamente del diritto influenzato dal cristianesimo, una pena che in
nessun modo tenda alla rieducazione/riabilitazione del condannato. Il professore
ha affermato in seguito. Quando i giudici ecclesiastici mi hanno cacciato fuori
dall'Università Cattolica non riuscivano a formulare l'accusa ed io ho detto. Ve
la do io, il papa è quasi infallibile nell'errare. Dopo l'esito negativo dei
ricorsi giudiziari interni, si è rivolto alla corte europea dei diritti
dell'uomo. La corte si è pronunciata a favore del ricorrente, ritenendo
che fossero stati lesi i suoi diritti alla libertà di espressione (per il
provvedimento adottato dalla cattolica senza contraddittorio) e a un equo
processo (per il rifiuto a pronunciarsi opposto dagl’organi giurisdizionali
amministrativi), entrambi garantiti, rispettivamente, dagli articoli della convenzione
europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà
fondamentali. Nei suoi corsi e libri V. si è occupato di varie tematiche:
filosofia del diritto, critica dei riduzionismi, filosofia della mente,
misticismo, buddismo, sessualità, meditazione, diritti degli
animali. Riassumeva la situazione storica attuale tramite la seguente
formula: [E = (m+e) + i (ab) + fd + oid] -> [N.O.] -> [(N. e/ax/es)] +
(I.P.)] La prima parte è l’equazione del riduzionismo ontologico. L’essere
è riducibile alla somma di materia, energia e informazione. L’informazione è di
due specie: algoritmica e biologica. Il riduzionismo diventa poi scientismo
tecnologico, con l’aggiunta di un fattore di dominazione, ossia la teoria
baconiana del conoscere per dominare, e dell'organizzazione industriale del
dominio portata dalla rivoluzione industriale. Le conseguenze dello scientismo
sono il nichilismo ontologico, ossia la scomparsa di ogni tipo di spirito (dio
angeli anima), il quale può avere due esiti antitetici: le filosofie del
soggetto assoluto e quelle della morte del soggetto. L’ultima conseguenza del
processo è il nichilismo etico assiologico ed esistenziale, ossia la negazione
di norme e valori oggettivi. Esso genera un vuoto, che nella nostra epoca viene
occupato dall’individualismo possessive, ossia la credenza che gli unici beni
sono ricchezza successo e potere. Occorre dunque articolare una risposta
filosofica al riduzionismo, individuando quali realtà si sottraggano alle sue
pretese. L’oggetto principale che sfugge alla riduzione è la mente. Saggi:
“Saggio sul diritto giurisprudenziale” (Milano); “Amicizia, carità e diritto” (Milano);
Corso di filosofia del diritt (Padova); Cristianesimo, secolarizzazione e
diritto moderno (Milano) Terre: Terra del Nulla, Terra degli uomini, Terra
dell'Oltre, Milano. Il Meritevole di tutela, Milano, Logos dell'essere Logos
della norma, Bari, Nera luce (Firenze); Riduzionismo e oltre: Dispense di
filosofia per il diritto, Padova, Trattato di Bio-diritto. La questione
animale, Milano, Meditare in Occidente.
Corso di mistica laica, Firenze, Scritti
animali. Per l'istituzione di corsi universitari di diritto animale, Gesualdo, Note. Magister, L'inferno? Una vergogna,
L'Espresso. Guadagnucci; Scritti Animali. Per l'istituzione di corsi
universitari di diritto animale, in Visionari, Gesualdo (AV) (Gesualdo,
Guadagnucci); Bosco, Cristo o l'India, Verona, Fede e Cultura, Guadagnucci. Sullo
scarso fondamento dei fondamentalismi, Nuovamente. V., Neuroni, mente, anima,
algoritmo: quattro ontologie, Lettura magistrale al VI congresso della Società
italiana di neuroscienze, Guadagnucci,
Il filosofo degli animali, in Restiamo animali: Vivere vegan è una questione di
giustizia, Milano, Terre di mezzo, Meditare
in occidente Corso di mistica laica, ciclo di trasmissioni radiofoniche su
Radio3 Rai. Meditare in occidente Corso di mistica laica, ciclo di trasmissioni
radiofoniche su Radio3 Rai, Meditare in occidenteL'anima di paesaggio, ciclo di
trasmissioni radio-foniche su Radio3 Rai, edizione. Conferenza/lezione tenuta dal
titolo: Non-violenza e Animali: un tema antico come le montagne e sempre più
ricco di futuro. Evento organizzato da Progetto Vivere Vegan, Interviste
Sì agli interventi che aiutano i nascituri, intervista di Perna, LIBERO,
l'Unità, Firenze, e Rassegna stampa sul "Caso V." I Nuovi
Inquisitori, di Pace, a Repubblica, A dialogo con V., di Pollastri, Phronesis,
Note, di Franza, Officina sedici. Luigi Lombardi Vallauri. Vallauri. Keywords:
implicatura, IVSTVM. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Vallauri” – The
Swimming-Pool Library. Vallauri.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Valle: la ragione
conversazionale e l’implicatura conversazionale della volutta – la scuola di
Roma – filosofia lazia -- filosofia italiana – By Luigi Speranza, pel Gruppo di
Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Roma).
Abstract. Keywords. Cicerone, dialettica, rettorica, la filosofia del
linguaggio ordinario, ordinary Latin language philosophy, ordinary Italian
language philosophy, H. P. Grice, Athenian dialectic, Oxonian dialectic, Roman
dialectic, dialettica atenese, dialettica romana, dialettica fiorentina,
dialettica oxoniensis – boves vedum OX-FORD. Filosofo romano. Filosofo lazio.
Filosofo italiano. Essential Italian philosopher. Umanista. M. Roma. Di
famiglia piacentina, studiò a Roma, dove il padre era avvocato concistoriale.
Nel 1429 lasciò Roma per Pavia: qui insegnò eloquenza sino al 1431; due anni
dopo, lo scandalo destato tra i giuristi dello Studio dalla sua Epistola de
insigniis et armis lo costrinse ad abbandonare la città. Peregrinò allora per
diversi luoghi, finché nel 1437 si stabilì a Napoli, segretario di re Alfonso
di Aragona, che costantemente lo protesse. Deferito all'Inquisitore in seguito
a una sua polemica con frate Antonio di Bitonto sull'origine del Credo, fu
salvato appunto dall'intervento del re. Da varie accuse si difese presso il
papa con l'Apologia adversus calumniatores (1444); tuttavia solo nel 1448 poté
stabilirsi definitivamente nell'amata Roma, scrittore e, sotto Callisto III,
segretario apostolico e insegnante di eloquenza a titolo privato e
all'università. ▭ Complessa e significativa figura
del Quattrocento italiano, V. esprime la più matura cultura umanistica per la
connessione posta tra le humanae litterae e la vita civile, per la polemica
contro i barbarismi della cultura scolastica, per l'impegno filologico e
storico. Nel suo De voluptate (titolo della prima redazione, 1431, nuova
redazione col titolo De vero bono) egli svolge una vivace polemica contro
l'etica stoica e l'ascetismo cristiano, in difesa della natura, ministra di
Dio; di qui la celebrazione di una morale che è impegno e gioia di vivere,
ricerca di piaceri giustamente equilibrati secondo il loro minore o maggiore
valore. Ma dove più forte appare l'influenza dell'etica epicurea (V. rifiuta
però l'atomismo e la fisica di Epicuro) si inserisce senza contrasto
l'insegnamento etico cristiano: anche questo indirizza al conseguimento del
piacere, del più alto e più puro che si realizza nella vita futura presso Dio,
ma che non è necessariamente in contrasto con il godimento di beni terreni;
questa posizione ispira l'assidua polemica antiascetica e la celebrazione del
piacere sino alla divina voluptas. Nello scritto posteriore De libero arbitrio
(1439), è in primo piano la polemica contro la ragione dialettica e sofistica,
per celebrare il primato della fede, sulla scorta dell'insegnamento di s.
Paolo. Il bersaglio è Aristotele e la teologia scolastica aristotelica,
soprattutto il tomismo. Sulla linea della polemica antiaristotelica si svolgono
anche le Dialecticae disputationes (1439), dove si ribadisce la condanna di
Aristotele per la sua astrattezza, per l'incapacità di offrire insegnamenti
validi nella vita associata, nelle scienze pratiche; ma la polemica si allarga
contro il dogmatismo, contro le futilità della logica, contro un sistema che
sostituisce le parole alle cose. Sullo sfondo della polemica antiscolastica si
comprendono meglio la difesa della lingua come strumento di comunicazione e di
conoscenza, la difesa della grammatica e della retorica come scienza del pensiero
e del linguaggio. Le Elegantiae linguae latinae (1435-44) sono da questo punto
di vista un testo esemplare: la lingua latina offre, nella sua purezza, lo
strumento per conoscere quello che è il patrimonio di cultura più elevato della
storia umana e un mezzo di comunicazione e trasmissione dei valori proprî di
quella cultura. Ma soprattutto in V. lo strumento linguistico si presenta come
strumento critico e storico: di qui l'importanza delle sue Annotazioni sul
testo del Nuovo Testamento (1444; pubbl. da Erasmo nel 1505) e del De falso
credita et ementita Constantini donatione in cui V. dimostra, con ragioni
filologiche e storiche, la non autenticità (del resto già sostenuta da Niccolò
da Cusa) del documento che avrebbe comprovato la donazione di territorio fatta
da Costantino alla Chiesa, e quindi il diritto dei pontefici al potere
temporale. Polemico contro gli ecclesiastici è il De professione religiosorum
(1442; pubbl. 1869). Acuto critico della tradizione anche storiografica, non fu
però egli stesso storiografo eccelso: i tre libri Historiarum Ferdinandi regis
Aragoniae (1444-45; pubbl. 1521) sono, più che una storia del regno, una
biografia aneddotica del re, padre di Alfonso. Tutta l'attività di V. e le sue
aspre polemiche (con Antonio da Rho, con B. Fazio, col Panormita e soprattutto
quella con Poggio Bracciolini) significarono l'affermazione d'un metodo
filologico e storico, in stretta connessione con le esigenze di una nuova
comprensione del mondo latino e della elaborazione di strumenti idonei a una
vita nella città terrena.Nato da genitori di origini piacentine -- il padre era
l'avvocato Luca DELLA VALLE -- riceve la sua prima educazione a Roma e Firenze,
imparando il greco da Aurispa e Aretino. Lo guida lo zio Scribani, un giurista
funzionario in Curia. Il suo primo saggio e il “De comparatione CICERONIS
Quintilianique” in cui elogia Quintiliano a scapito di CICERONE (vedi), andando
contro all'idea corrente e mostrando già in questo primo saggio il suo gusto
per la provocazione. Quando muore lo zio, spera di ottenere un impiego nella
curia pontificia. Ma i due autorevoli segretari, Loschi e Bracciolini, ferventi
ammiratori di CICERONE, si opponeno all'assunzione. Grazie all'aiuto di
Beccadelli, detto il panormita, e chiamato ad insegnare retorica a Pavia,
succedendo al maestro bergamasco BARZIZZA. Questi anni furono fondamentali per
lo sviluppo della sua filosofia. Pavia e infatti un vivo centro culturale e puo
approfondire le sue conoscenze giuridiche, osservando inoltre l'efficacia del
procedimento di analisi critica dei testi, che lo studio pavese applica con
rigore. Acquire una grande reputazione con il dialogo “Della volutta”, nel
quale si oppone fermamente alla morale del Portico e all'ascetismo, sostenendo
la possibilità di conciliare la morale ricondotto alla sua originarietà,
coll'edonismo dei filosofi dell’orto, recuperando così il senso della filosofia
di LUCREZIO (vedi), che sottolinea come tutta la vita dell'uomo è
fondamentalmente volta alla volutta, intesa non come istinto, ma come calcolo
dei vantaggi e svantaggi conseguenti ad ogni azione – alla GRICE: Morality
cashes in interest. A conclusione del “Della volutta”, sottolinea, però, come
per l'uomo la suprema voluttà e la ricerca spirituale. Si tratta di un saggio
considerevole. Per la prima volta, una tendenza filosofica che è rimasta
confinata nell'ambito della filosofia romana classica e ri-valutata. Le
polemiche che seguirono alla pubblicazione del “Della volutta”, gli costringe a
lasciare Pavia. Da allora passa da un luogo all’altro, accettando brevi
incarichi e tenendo lezioni in diverse città. Fa la conoscenza d’Alfonso V al
cui servizio entra. Il re ne fa il suo segretario, lo difende dagl’attacchi dei
suoi nemici e lo incoraggia ad aprire una scuola a Napoli. Durante il pontificato
di Eugenio IV, pubblica sulla falsa donazione di COSTANTINO, “De falso credita
et ementita Constantini donatione". In esso, con argomentazioni storiche e
filologiche, dimostra la falsità della donazione di Costantino, documento
apocrifo in base al quale i cattolici giustificano la propria aspirazione al
potere temporale. Secondo questo documento, infatti, e lo stesso COSTANTINO,
trasferendo la sede dell'impero a COSANTINO-POLI, a lasciare al pontifice
massimo di ROMA il restante territorio del principato. La dimostrazione di V. è
accettata e lo scritto è datato all'VIII secolo o IX secolo. “Quid, quod multo
est absurdius, capit ne rerum natura, ut quis de CONSTANTINOPOLI loqueretur
tanquam una patriarchalium sedium, que nondum esset, nec patriarchalis nec
sedes, nec urbs nec sic nominata, nec condita nec ad condendum destinata?” “Quippe privilegium concessum est triduo, quam
CONSTANTINUS esset effectus christianus, cum Byzantium adhuc erat, non
Constantinopolis.” V. dimostra che anche la lettera ad
Abgar V attribuita a Gesù e un falso e, sollevando dubbi sull'autenticità di
altri documenti spuri e ponendo in discussione l'utilità della vita monastica e
mettendone in luce anche l'ipocrisia nel “De professione religiosorum” suscita
l'ira delle alte gerarchie ecclesiastiche. E obbligato, pertanto, a comparire
davanti al tribunale dell'inquisizione, alle cui accuse riusce a sottrarsi
soltanto grazie all'intervento del re. Visita Roma, dove i suoi avversari sono
ancora molti e potenti. Riusce a salvarsi da morte certa travestendosi e
ritornando a Napoli. Vengono divulgati gli “Elegantiarum libri sex”. Il saggio
raccoglie una serie straordinaria di passi desunti dai più celebri scrittori
latini – CICERONE, LIVIO, VIRGILIO -- dallo studio dei quali occorre codificare
i canoni linguistici, stilistici e retorici della lingua latina. Il saggio
costitue la base scientifica del movimento umanista impegnato a riformare il
latino sullo stile di CICERONE. In le "Emendationes sex librorum Titi
LIVII" discute, col suo modo di scrivere brillante e caustico, correzioni
ai libri di LIVIO in opposizione ad altri due intellettuali della corte
napoletana Panormita e Facio che non avevano il suo stesso spessore filologico.
Con la morte del re, la sua fortuna inizia a volgere in meglio. Recatosi
nuovamente a Roma, e ricevuto da Niccolò V. Assume il ruolo a lui più consono
di professore di retorica, ma non perde nemmeno il suo spirito caustico e
inizia a criticare la Vulgata, facendo confronti con l'originale greco
sminuendo il ruolo di traduttore di GIROLAMO (vedi) e DONATO e giudica spuria
la corrispondenza tra SENECA e Paolo. Sotto Callisto III raggiunse il culmine
della carriera, divenendo segretario apostolico. È quasi impossibile farsi
un'idea precisa della sua vita privata e di suo carattere, essendo i documenti
nei quali vi si fa riferimento sorti in contesti polemici e, pertanto, fonte
più di esagerazioni e calunnie che di testimonianze attendibili. Appare
comunque come persona orgogliosa, invidiosa e irascibile, caratteristiche cui
però si affiancano le qualità di elegante umanista, critico acuto e scrittore
pungente nella sua continua e violenta polemica sul potere temporale dei
cattolici. -- è un personaggio di eccezionale importanza soprattutto quale
rappresentante del più puro umanesimo. Con le sue spietate critiche ai
cattolici e un precursore di LUTERO contro VIO, ma è anche il promotore di
molte revisioni di testi. La sua filosofia si basa su una profonda padronanza
della lingua latina e sulla convinzione che è proprio un'insufficiente
conoscenza della lingua latina la vera causa della lingua ambigua – piena
d’implicature -- di molti filosofi. V. e convinto che lo studio accurato e
l'uso corretto della lingua e l'unico mezzo di acculturazione feconda e
comunicazione efficace. La grammatica e un appropriato modo di esprimersi sono
a suo modo di pensare alla base di ogni enunciato e, prima ancora, della stessa
formulazione intellettuale. Da questo punto di vista, la sua filosofia e
tematicamente coerente, in quanto ciascuna delle parti si sofferma innanzitutto
sulla lingua latina, sul suo impiego rigoroso e sull'individuazione delle
applicazioni erronee della grammatica latina. Il profondo distacco storico ci
permette di distinguere la sua filosofia in due filoni, quello filologico e
quello critico. Sebbene sa mostrare eccezionali doti di storico negli saggi
critici, questa capacità non è però riscontrabile nell'unico saggio definito
storico, cioè nella biografia di Ferdinando d'Aragona, tutto sommato un modesto
elenco di aneddoti. Il principato romano inizia a tramontare, il che si palesa
non solo nell'indebolimento delle forze politiche e militari, ma anche nello
sfaldamento dell'ordinamento interno e soprattutto nell'imbarbarimento della
cultura. La crisi generale e l'accettazione di molte genti non italiche tra i
cittadini romani provocano un lento ma significativo allontanarsi dalla lingua
latina verso forme dialettali e meno eleganti, come l’italiano. Si evidenzia la
necessità di uno sviluppo della lingua latina che presuppone la canonizzazione
della parlata popolare e della sua semplice grammatica. Sono i primi sintomi
della nascita del volgare, che necessita di un millennio per svilupparsi
pienamente. Durante questa lunghissima transizione, in tutta l’Italia ci è
un'enorme incertezza linguistica. Il romano classico cede lentamente il posto
ad una mescolanza di nuovi idiomi che combatteno pella supremazia. Gl’effetti
di questo periodo di passaggio sono ben visibili soprattutto nelle traduzioni
che via via nasceno dal romano verso l'italico, poché la linea di demarcazione
tra il romano e il volgare e fluttuante e nessuno dei traduttori puo dirsi un
vero esperto in materia. E il primo a stabilire un limite alla volgarizzazione,
decidendo che un cambiamento oltre tale limite e già parte del processo di
sviluppo. In questo modo, riusce non solo a salvaguardare la purezza del
romano, ma pone anche le basi pello studio e la comprensione del volgare nato
dal romano. Si pone tra i maggiori esponenti dell'umanesimo non solo per il suo
costante apporto di punti di vista umanistici, bensì anche per la sua annosa
avversione alla cultura scolastica. È indicativa ad esempio la sua tesi in
“Della volutta” sugl’errori de PORTICO praticato dagli asceti che non avrebbero
preso in debita considerazione la legge naturale. La morale consiglia infatti,
a suo avviso, un'esistenza allegra e godereccia che non preclude in alcun modo
l'aspirazione alle gioie del paradiso. Analogamente, nelle “DIALECTICAE
DISPUTATIONES”, confuta il dogmatismo di Aristotele e del LIZIO e la sua arida
logica che non offre insegnamenti o consigli, bensì discute solo di parole
senza raffrontarle con il loro significato nella vita reale. Altrettanto
critico si dimostra nelle “Adnotationes in Novum Testamentum” quando usa la sua
profonda padronanza della lingua latina per provare che sono state le
traduzioni maldestre di alcuni passi del Nuovo Testamento a causare
incomprensioni ed eresie. È a lui dedicata una fondazione che in collaborazione
con Mondadori, pubblica la collana dei romani i in cui vengono proposte
edizioni critiche di testi classici. L'arte della grammatica, Casciano (Milano,
Mondadori); “La falsa donazione del principe Costantino”, Pepe, Firenze, Ponte
alle Grazie, Scritti filosofici e religiosi, Radetti, Firenze, Sansoni, Roma,
Edizioni di Storia e Letteratura, “Repastinatio dialectice et philosophie”
(Padova, Antenore). Treccani enciclopedia, Il Contributo italiano alla storia
del Pensiero: Filosofia) ; Garin, "La letteratura degl’umanisti", in
Cecchi-Sapegno Letteratura italiana (Milano, Garzanti); Basilica Papale SAN
GIOVANNI IN LATERANO, su Vatican. Pubblicate per la prima volta da Erasmo da
Rotterdam. Antonazzi, “V. e la polemica sulla donazione di Costantino, Roma;
Camporeale, Valla. Umanesimo e teologia, Firenze, Istituto Nazionale di Studi
sul Rinascimento, Fink, Laffranchi, “Dialettica e filosofia in V.” Milano, Vita
e Pensiero; Mancini, “Vita di V.”, Firenze, Sansoni; Regoliosi, “V.. La riforma
della lingua latina, della lingua italiana, e della logica, Atti del convegno
del Comitato Nazionale, Prato; Firenze, Polistampa, Donazione di Costantino.
Dizionario di storia, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, Enciclopedia
Italiana, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, Rita Pagnoni Sturlese. Su
treccani. in Il contributo italiano alla storia del pensiero Filosofia, Roma,
Istituto dell'Enciclopedia Italiana, La falsa donazione di Costantino, su
classic italiani. La tomba su Penelope uchicago. LAVRENT Ad uetenm denuo
codicum fidem ab loarnie Rtnerio emendata omnia. Kjran i APVD SEB. GRYPHI VM
IVGDVNI, 4 o* STVDIOSO LECTORI S. Hd£« /etfor optime hos elegdntidru libros
multo quum diu tehdcurtqudm prodierint,emdculdtioref,loanis Rtcnerij opc- '
rd,cu/m nonnullis dnnotdtionibus, tibi hdudpdrum profuturis , ab eodem in
mdrgine ddditis. Veterum dutem dutorum cxem- pld,qu / V d/c lcttor,Rjcnerijqi
ld- ’boribus fuere. 1 1 .«jiiJDiO I lOANNI TORTELLI r9. Aretino , cubiculario
Apoflolico,Theologo* nat iUam dignitatem,quam ab ida ornetur. Nec ego minus
ueneror cius uirtutes apud me, quam datas a Deo Apoftolicas claues ,
d(aues,quum pro: fert im [cientia [aerarum literarum.ilauis ud* cetur,ab eodem
Deo tributa,qux apcrit,cr nano claudit: cf ait* dit,cr nemo aperit, Jftuj utraq
manu clauei gcflat,[apientix altera,altera potejhtis. Quare ( ut libere quod
fentio dicam) uel magis mihi lxtnndum,atq; gloriandum erit, fi a taminte *
gro,tm fan (tortam fapienti uiro,quamfid fummo Pontifice, laudabor. Summi enim
Pontifices imlti fuerunt, [e d qualis hic, uix unus,aut alter : quem ab fit ut
emerendi fauons gratia im* penfius iaudauerim, quippe qui fciant er me
improbaturos ho mines, fi mentiar.ej illum talem effe,qui nec feipfum ignoht,'
crteflimonia fuarurn laudum malit in pettoribus efje,quam itt* linguis. Neq;
uelim te hanc ei epiflolam oflendere. I n qua etft laudatur, id tamen non ideo
fit, ut has laudes ipfe, fed ut exteri legant:cr (quod ad nos attinet ) magna
[ane honori tuo , ac meo fiet accefiio ex hac Nicolai pontificis
commemorationes Etenim fi in arcubus triumphalibus ,cr columnis,cxteinsq; id
genus operibus in honorem aliquorum cxtruttis,qu6 fintau * guftiora,cernimus
interdum alicumDci,aut D eo finuhs imaginem [uperpofitamicur ipfe naputem mihi
ficiundu/m,ut huic mex columna (non aufim dicere arcui ) duodecim paffus alta,
quam ego opifex tibi ob fingularem eruditionem, fummarn beneuolentiam,maxima in
me merita dicaui , imaginem ‘ N icolai fummi Pontificis mea manu fcalptam in
cui mine collocem, ut operis decori quadam etiam , ex ipfo prxfidc maieflas
accedat { ita er noflra in illum reuerentia ,ac £ -* religio , cr illius in nos
” fauor , fylendorque ! conflabit. Vale. 4 i LAV £ A PATRI TII ROMAni , er de LINGUA LATINA bene
meriti , in fex Elegantiarum libros elegans , er do= admodum prafutio. WM
fepemecwm noflrorum maiom res gc{l as, aliorum# uel regum , uel po * pulorum
con fidero , uidentur nuhi non modo ditionis noftri homncs,uerum etia lingua:
propagatione exteris omnibus anteceUuifie. N P er fas quide, M edos ,
Afiyrios,Grxcos,aliosq ; permultos lon* ge,late# rerum potitos effe:quofdam
etiam,ut aliquanto infi* nusquam Romanorum fidt,itx multo diuturnius imperium
te nuijfe conflatinuUos tamen ia linguam fuam ampliare, ut no* firi
ficeruntiqui (ut oram illam 1talia: , qua magna olim Gracia dicebaturiut
Siciliam, qua Graea etiam fuitiut omnem I tt* liam aceam ) per totum pene
Occidentem , per Septentrionis , per Aphrica non exiguam partem , breui Jpatio
linguam Ro= manam (qua eademhatina a Latio,ubi RoHia^hdicitur) celebrem,zr
quaji reginam effecerunt,^ (quod adif)fas prouftt , cias attinet ) uclut
optimam quandam frudem moralibusnd fu* ciendam f 'ementem prabuerutiopus
nimirum multo praclariui , multo# Jf>eciofius,quam ipfum imperiti
propagajfe.Qui enim imperium augent, magno illi quidem honore affici folcnt,at
$ imperatores nomindtur.qui autem beneficia aliqua in homines contulerunt ,ij
non humana, fed diuina potius laude celebran* tur : quippe qui non fua tantum
urbis amplitudini, ac glori a confulant, fed publica quo# hominwm utiliatl,ac
faluti. lai # noflri maiores rebus bellicis, pluribus# laudibus exteros horni*
nes \ PRAEFATIO, 7 tics fuperaruntjingux uero fu£ ampliatione feipfis
fuptriores fuerunt,tanquam relido in terris imperio,confortium Deorurtt . in
ccclo confcQUti. An uero ( Ceres quod p'umenti,Liber quod * tHniyMinerud quod
olei inuentrix putatur , multify alij ob ali*t quam huiufmodi bencficctiam in
Deos repojiti funt) Unguant Latinam nationibus didribuijfc minus erit , optimdm
frugem, e r uere diuinam , nec corporis, fed animi cibum i H £c cninf. gentes
idos , populos qj omnes omnibus artibus, qu£ liberale i. uocantur,instituit:h£c
optimas leges edocuit:h£c uid ad omne fapientiam muniuit : hxc deniq ; prxft
itit , ne barbari ampliUf - dici pojjent. Quar? quis £quus rerum aftimator non
eos pro* firat,qui facra hterarum colentes,ijs,qui bella horrida geren*
teSydari fuerunt i illos enim regios homines,hos uero diuinqs iuflifiime
dixeris, d quibus non (quemadmodum ab hominibus debet, fit) auftn rcfpublica
ejl,maie;}asq; populi Romani folum,fed (.quemadmodum a dijs ) fallis quoq;
orbis terrarum: eo^quidem magis,qu6d qui imperium noftrum accipiebant, fuum
amitte* re , er (quod acerbius efl) libertate fpoliari fe exidimabanty — nec
fortajfe iniuriaiex fermone autem Latino non fuum immi* nui , fed condiri
quodammodo intelligebant : ut uinirn pofte* riusinuentum,aqu£ ufum non
excufiitmec fcricum,lanam,li* numq; : nec aurim,c£tcra metalla dcpojfcfiione
eiecit,fed re * tiquis bonis accefiionem adiujixit. Et ficu t gemma aureo adi*
gata anulo non deornamento cfl,fe ' ELEGANTIARVM. ' Ex quo oftendit cr Mifitw»
, cr /rw#u cffe declinatio * nis, genere aute diffirre.Ego uero reperio
ancipite apud Mar* tialem fcripturd,cr frequentius fic, «t cr ipfe puto
feribendu: .Cum dixi ficos, rides quafi barbara uerba. Et dici ficus Cacilianciubes. Dicemus ficus,quas fcimus
in arbore nafei. Dicemus ficos Caciliane tuos. Ante omnia,cur ille ridffet
Martialem, quod diceret ficus? An non reperitur ficus,faltem pro arbore,atq ;
etiam pro frttttu, in numero fingularii Non hoc ergo iUe ridebat. Quid ergo? quod genere abuteretur?ne hoc quidem. Quippe cum dico
ficus,quo genere utar, nono intcUigit. Certe ridebat quod alia declina* tione
uteretur, qumea,qua debebat, ut ex fecundo uerfu, in quo mutata efl declinatio
, apparet. Quod fi igitur Cacilianus de declinatione agebat , non de
gencre,debuerat Martialis ad, declinationem , non ad genus refpondere,ut efl
putandum:atq; adeo neceffe efl eum rcfpondiffe. Siquidem ( ut o flendi) iUe re
* prehcnderat,quod hic ficos diceret , non ficus. Qua reprehen* fio fi ueraefl,
ut Prifciano uidetur,qui uult ficus magis effe quarta , que tandem modehia
poeta fuiffet,eum qui refte ad* moneat, tam execrabili,etiam uero crimine
inceffere? ergo con* iunxit accufationem imperitia cum accufatiotte flagitij
per io* cum,cr dicacitatcm,ut moris fui efl,quod ille adeo flolidus,non folum
nequam ejfet,ut negaret ficos reperiri, quos fetum, fem* per, cr quidem cum
dolore gefhret : quod minime mirum efl reperiri,quum profruftu , ad cuius
fimilitudinem morbus ap* peUatus efl,in fecunda declinatione, cr ( ut opinor)
in genere mafculino non modo apud poetas, fed apud oratores quoq ; pro*
hatifiimos reperiatur.ut Horatius, Pinguibus cr ficis paflum iecur anferis
albi. Et Plinius ad Oflnuiwm Rufum, Qua nunc cum ficis,cr hole * Lib.i.epi* tis
certamen nondum habet. Et Cicero de Sene£lute,Ex tantulo grano ii.3 Scr.
i.faty.J. v* 7 14 Lib.i. Satyra io. LAVRENTII VALLAE grano fici. Quidam
grammaticorum recentium3idefl3imperl U torum,aiunt pro fruttu quarta , pro
arbore fecunda effe decli - nationis3quum pro arbore fit fapius quartaiut idem
de Orato * re : V x orem fuam fujfcndijfe fe de ficu. Seciida autem ut apud
luuenalem : -Ad qua Difcutienda ualent flcrilis mala robora fici. 8atur«}.cx.
ip, Macrobius er ipfe in fecunda declinatione femper fire utitur, er plurimos
ueterum oftendit ufos. Prifrianus uero uult pro fruticer morbo quarta ejfe3cr
hoc autor itote Martialis. Hem . que ego inficior ultimum illum uerfum poffe
fic legi , ut recitot Prifcianus-.fed id ioco magis 3qukm ferio a poeto accipimus
effe dittum.Neq-y enim feipfum3quod ficos dixifjet3fed illius er ne* quitiam3zr
imperitia reprehendere uoluitmon ignorans ficos & Latine 3Fd“uldm potm,qum
fretus cithara, fideculdm dndlogU exigit . De dutoriMc fdtisfecerit Tetius S fe
atraT f °mpeuts,iufcribenst Udes genus cithara,diae,quod ttntm int"Je
chord* *»*?“«■» inter homines fides, concordent. fiSL”S. p£ arr TVT
fidi1cuUt™g‘‘* fides, fleut sedicula ab ahidiius , nat tdesjedteula a fides ,
cedicula i cedestnon edeculaSedecula, ** iambos dius mafculina,in eda
faminina,in cllu neutra.Culter cultellus . Liber libellus.Puer puellus . T
ener,tenera tenerum,tcnellus,te* nella,tenettu:mifer,mfera, mtferfrmifeUus,
mifeUa.mifeUu :facer% facra/acrum,facellus/acella}faccllu. unde hoc facellu,pro
tem* pio modico.Hinc fidum eft, utfceminina quoq ; fubjhntiuom eodem modo,quo
adicdiuoru,ficeret diminutiua. Caper,capra, capella. Puer,puera,puella.Liber,
libra,libcUa:licet multo aliud libra,qud liber (ignificct.Hac diminutiua in
cUus, et eda exeut. *> Sunt quada m iUus , illa, interea aute priora
Prifcianus ponit Ala,uultq; ficere diminutiuu afcclla: Cicero tamc inter
pofterio Cic.de Onto* ra. Duo enim mafculina , totideq j foetninina donat hoc
genere ?td* * ■ terminatiois:Palus,paxillus:Talus,taxilliis: M ala maxilla:
Ala, axilla. Sunt tamen cr alia in hanc uocem exeuntia. T T L.k 4U0%
diminutiua, que finiunt in afler, imitationem po * A tius,qum diminutione
fignificant: necfc enim ea ratione di* b citur *t> • LAVRENTII VALLAE citur
Oleader,Pinaftcr,Apiadrum,Menthadru, Siliquadrwntp quod/it parua olca,parua
pinus, partium dpirn , parua mttha, ' parua pliquaifcd quod fylueftria,oleam,
pinum,dpiu,methdm, ftliquam imitantia : cr,quo quidam utuntur pliader pro
priui* gno,non paruus filius eft, fed imitatis filiumtcr parafttafter,no Pdruuf
paraptus ( aliter enim no diceretur a Comico, parada* aft*cimVaiu fler paruulus
) fed imitator paraptorumiut apud M. TuUiu pro Tuu.pro Vjjre yareno,Erucius hic
noder Antoniadcr cft.Et ad Atticum lib. |i. ).>.|us (Sora X I i. Omnino
folet effe E uluiadcr .id eft, Antonij, F uluify imi* f*01^ i.uc au-
totor.EthincAMgujhtuu appdlat pbilofophadrum:non(ut pu* defidtratur, to)paruum
philofophum yfed imitatorem philofophorwm : nifi SeSSScS ^cas iwtotionem effe
diminutionem quanddm perftftiontf * nuib. 7.ciZis\ushUyuri\ pro fuflU gatione.
Carnarium non locus , ubi caro falfa fuff cuditur , fed caro ipfamifi contentum
pro continente accipiatur . Donaria, Ser.fn illud %. no lacus repofitorius
donoru , fed ipfa donailicet Seruius dicat, ribS8di'^osai ubi dona oblata
funt:ficut leftifternia dicutur,ubi homines fede u ad donaria ye in templo
confucucrut. ita in exteris adbibenda efl in fimiliu &c% nominum
fignificatione accuratio. EijM^ftmmiisTWtinwthi ' n f culina, fcxtmn in a,cr
communia,ofjicia homimm,qualmtcmq. ; fignificant. Caprarius,faltuarius ,
camparius, horrearius, clafiia* riusicuflos exercitorue caprarum, faltus,campi
, horrei, clafiis. Sagarius, lintearius, uefliarius : uenditor fagorwm ,
linteoum, , ucfliu. Proprietarius, Fruduariits,vfuarius:cuius efl proprietas
prxdij, cuius fruftus, cuius ufusiqux omnia fignificant a&ione, t # ■
ELEGRANTI ARVM LI3. I. « poffcfiionanq;,numero quidem incomprehenpbilid.Vauca
dutc qu£ papiui- acciptitur:Legdttrius,Comoddarius,Depcptirius, Benepciarius, lideicommiffarius:
qui legatum , commodatum, i ■. depojitum, beneficium , pdeicommiffum accepit ,
e r fiqudfuttt * e tiam nomina quadam re * rum,Calana, Sulphuraria: ubi calx
coquitur, er fidphur fit. Atque hac a nominibus fere proficifcuntur: dia uero magis
4 uerbis,ucl a tierbabilibus in or, ^msinrta^drium, dftionem
pgnipcantia,accufatorius,pd^ortUs, depnforius,p* deiuflmus,inftitutorius ,
exercitorius , tributorius. N am T rU butarius uenit a tributm,Tributorius a
tributor , peut depop* tmus 4 depojitum , Depop tortus a depoptor. Signipcat
itaque Tributarius, qui foluendo tributo obnoxius ejl: ut Stipendia* rius,qui
foluendo ftpendio-.cr Depoparius,qui reddedo depo* pto: ut Munerarius , qui dat
munera populo , gladiatoribus in arena exhibenda. 1 deofa uas efcariwm
dicimus,^ uas potoriu : quia hoc a nomine uerbali uenit, illud non uenit. P
rator, fena* tor,holitor, littor,no opinor dcfcedere a uerbisifed quia uocem
uerbale obtinet,pcut cenfor,cr qua8or,pc formaucrut fua dea nominatiua
pratorius, fenatorius, holitorius,Uftoriiis,ceforw, C quaftcrius. Holitor
autetn , cft qui horti holeru exercet, que nonnulli hortulamm uocant.Ep er
holus,unaqu£^herba,qua ucfcirmr.Namfhrt^x^iivrii rmhvIftTl^^dyrWrib^ conp ti,cr
uoluptatis gratia comparati: ut horti Salluftiani,Pompes
iani,LUculliani,Claudiani.Lidor, minifter confulis,proconfu *
lis,prinetum,uepretm,fimdia^ : tamen dicimus fenticetu, non fentetum.
DccucntUjiuflTujpcrmKrUjiugwo. c a p . vir, EVentus in fingulari generis
mafculini, er dcclinatiois quot tt eft:cuius plurali M . Tullius fiepifiime in
neutro genere , C r declinatione fecunda utitur:ut de Oratore , Ex aliorum fa*
&is,aut di(tis,aut eventis, l dem de Diuinatione:Si eventu qux * *”£-«*•*
rimus, qux exquiruntur extis .Et ad Luceium : Tabulam reru, euentorumfy mcorum.Et
ad Atticum: Sempcr enim cauf!lh feLEGANTIARVM LIB. I, *3 hiffu,er pcrmiffu
tuo,quorum pluralia funt potitu fecunda de* clinationis, injingulari fire
nunquam . Necjj cnimdicerc fole* : ■ pius iuffo tuo,fed iujfu:non permiffo
tuo,fed pcrmiffu . Horatius tomen, V ttr permiffo - id eft, re permijfa , no
mrte permifiioemec p1, *• dixijet permiffo tuo, nec iufiibus , permifiibusq;
tuis/ed iufiis, pernufaq; tuis:ncc iujfm,pcrmiffusqi tuos/cd iuffa,permijfaq;
Eclog>g CT in eodem opere: Na uolucri ferro tindilc uirus inefl. T onfile
buxeti, er tofilcs oles legimus,qu6d tofe funt , er in orbem,ac comam putatce .
E t hac nomina in participium pafiuu rcfoluutur,qua pafiuu habef.qua uero
pafiuo carent , in prafcntis participiu , qualia funt neutra: ut anima uolatihs,
quafi uolasicr quidam uolatilia uolucres uocdt, quia uoldt: ut altilia
animalia,qua alutur.Sefilcs laduca , quafi fcdetes,quod licet a participio non
ueniat,tame eiufde natura efl , cum in fi= gnificatione confentiat,cr d fupino
nafcatur.Vmbratilis uide* twr couenire cum catcris,quafi umbratus:ut uita
umbratilis , er ires umbratiles: id efl, uita, umbra er opaco marcefcens :er
res per inuolucra,er inanitatem,qualis umbra efl,duda,umbrati* les appellantur.
V erfatilis quoq; fcetia uidetur fgnificare,quod uerfaturhuc, er idue, no quod
uerfaaefl:cr axis ucrfatilis,cr gladius angeli uerfatihs,qu6d uerfatur. Quidam
autem uerjilis fccna,cr dudilts dicunt: uerfilis quidem quod quum tota machi
tiis quibufdam conuertebatur, aliam pidura faciem ojlenderet: D udiUs uero,quum
tradis tabulatis hdc,atq; idac,Jpecies pi= dura nudabatur interior . Plicatilis
crijh upupa , quod plica* tur,non quod plicata efl:& nauis plicatilis,qua
plicatur, quuto foda efl cx corijs . Eifilis arbor , fi file lignum , fi file
robur y tum quafi fiffum cuneis , tum quia finditur , quafi fifibile : ut
ap.fi. Plinius libro x v i. H ac maxime fi filia,alia frangi celeriora , quam
findi, idem paulo pofl: NutUsfy fi file rimis hoclignum. Dehac foiutiii id
cfl,fifim . Solutilis etiam nauis dicitur ( qualis nauis in qua pinx&iuu^-
ASnPP,n4 * Nerone filio per infidias pofita , naufragium gio , uide Su«t.
ficit) quafi folubilis , qua facile foluipofjet. Ego uero malint & CoriTaci
folutilem dicere folutm , er non fideliter confutam . E t f 'edi * itb;i4. lc
porrum legimus , non tam fedibile ( quid enim non esi fe* dibilcf ELEGANTIARVM
LIB J. tj flibileOquam fettum,cr fua /ponte concifum,cr [eftu intror*
fum.¥utiUs,uanus,uel inutilis: uel a futio futo, unde effutio effu tisiuel 4
fuo futum:uel per apocopen ab alio fupino,quod ab a* '*Fnioiom fntd I ijs
diurnari malo,qum a me profari . Aquatihs}a nonune3uel u«bi futuo, 4
uerbo3animal in aqua degens. Saxatilis, incola faxorii Pifcis fluuiatilis ,
incola fluuij , nonmans , aliarumue aquarum pifcis. Pluuiatilis aqua, 4
pluo3uel magis a pluuia. Deadie&iuis inbundus. cap. ix. PKifcianus libro
quarto inquit: In &«n Unis fkftmivr pdnis triticeus,hordaceusue, non exfolo
triti* co,bordco'ue copofitus cft,fcd ex aqua quoq;,licct triticeus utri ; ufq;
harwm,dc quibus loquor, firmarim uideri pofiit, er magi/i idius,cuiusfunt
creteus, arundinem, er fimlia.Namtriticaceus J icere deberet, nifi dicimus
euphonU caufa,ca,fyUabamcffe fub * latm:quod mihi ita uidctur efje , quia
dijiuntfa eft ftccies eoru, qii£ exeunt in ceus,cr eorum qu£ exeunt in eus.
Huius generis ^"pj^aanto eftuinaceus,quum ejl adicftiuu: ut,uitiaceo grano
legimus que- rciib.^c^.a* damfuffocatum. pro acino uu£.et uinacea fubjhntiuum
plurale pro granis uu£ iam preffie. Dicimus tame mons terrenus potius, quamtcrreus,aut
tcrraceus. Sunt item nomina finita in itius,de * fcendentia ab habentibus t,in
ultima fyllaba: crfid nominibus quidem, fi gnificant materiam: fi a fupinis
uero,pafiionem quan * dam:ut,Cratitius,Stramcntitius, Lateritius, C & ,Mmor
comparatiua funt per imminutionem. Eft enim Sic. tt in iiiud fcnior non fatis
fenex , iunior non fatis iuuenis , intra iuuenem, Jd«UrefSSat ficut pMpwior
intra paupercmihoc autem dicit varro in libris pefote nocc*. fuisad Ciceronem :
quam rem a Vdrrone trafttum conprmat etid Plinius:Hac Seruius.Si uero hoc varro
, e r Plinius ait, quis non cernit pbijpp repugnare rationemhancfEft enim
naturi comparatiui fuperare in ea qualitate , quam obtinet poptiuus,
quafuperatio quoties incolumis e p,no pofiis tunc dicere fidi effe
imminutionem. Ponamus exemplum huic rei pmilimu/nu. Antiquior te ego fum: id
efl, maior te natu fum. ttem,adolefu* tior tcfumiid caminor natu te fumiita,
iunior te fum: id cft,mis fioris a tatis quam tu}uiJiliuifawWtymtfHpwnlh:quc in
modum accipitur illo in loco Scruij . Ergo no per imminutione, fed proprie.
Quare ut in iunior fallitur, itaet in fcnior falli dicU dus e p :qu£ tamen
omniaCut fentio)pro pofitiun accipi folent. quemadmodum etiam ocyus,pro
ocyter.Tftmus pro non,jempcr'+Z~f ftre accipitur : pequentifime tamen iundm cum
pn , aut cum quo, pro ut. Sin minus,id cfl, p non: Quo minus, id ejhut non:
ficut,Quo fecius , etiam pro ut non. Quid de hoc comparatiuo minus pei
mentionem, aliquid etiam de ipfo dicam. Placet aute mihi non modo d paruum
uenire , fed etiam d parum : ut parum pecunu habco,no autem paruum pecunU:ergo
minus pecuniA dd parum pecunu potius, quam ad paruum pecunu uideturre
PriiUib.jj. ferri. Addam aliquid econtrario demagis. Ait idem P rifeianus,
omnia comparatiua mittere aduerbia pmilia ueutro generi . Atqui ELEGANTIARVM
LIB. I. 5» Atqui magis, non in us exit more diorum, fed in is: quod coma
paratiuim ejfe er uis ipfa huius uocis indicat, er multo poft ( nefeio
quomodo)fatetur hic autor. Pr* tereo quod a maius nui Ium aliud aduerbiu eji ,
er aliquod ejfe debet. Dicimus enim iu* ftius queror, melius feribo, peius
canto, plus gaudeo, minus do* leo unaius gaudeo non dicimus, fed magis, quod a
magnum po* fitiuo compar atiuum ejfe uelhinc palam efl,quod omnes fic lo*
equimur: magis poterat Pompeius, quam Cte Jar, fed poftea mda jc ime omnium
potuit Cafar. Ex quo apparet eiufdem pofitiui, quod eji magnum, comparatiuum
ejfe magis, cuius fuperlatiuu eji maxime, mutata u in g:er appofita i. Qjqod
quum ita jit, cur per magis er pojitiuum refolui comparatiuum Prifcianus uo*
luit,taccns de ceteris que eundem ufm prejhnt* fortior, plus fbrtis,uebementius
fortis, ualidius fortis , er que funt eiufmodu Opinor quod non putabat hoc ejfe
comparatiuum , ut quod 4 uocc compar at iui recejferat-.aut fi putabat,abfurdum
uidebatur comparatiuum per comparatiuum refolui cum pofitiuo, quum prefertim
ipfum magis , more aliorum comparatiuorum rcfoU uendum fit, quod fieri nequit.
Quod fi refolui nequit, ne' aliud quidem poterit. Quale cfl fi dicam,quod
efliflorum mdius edi* ficium,dut quod ualidius i abftirdum ( ut dixi )
quibufdam uU deri pofiit, fi refoluatur magis magnum , er ualidius ualidum *
Adde quod ficut refoluit comparatiuum per magis , ita debuit refoluere
fuperlatiuum per maxime : forti fimus Grecorm A* chilles,maxime fortis
Grecoru,no aute fuper oes Grecos fortis . hoc modo fuprafe fortis erit, quod
fieri nequit. Item fine appofito,fbrtifiimunon longior, medius.Horatius,0'
maior iuuenum- in cpift.Mcd. ln4M,t : d£* *uos cmw p*fones patrem, filium#
feribebat. OuU ad iaf. * dius in perfona Medea, qua duos' filios habuit , Quum
SJ ELEGA NT IARVM Qnm minor ex pueris
iujfus, Jludiofy uidendi Conjtitit ad gemin £ limina prima foris. Et
Cecfar,fiue alius pro C£farc,in comentario x i.intejkmen* toPtolemei patris,
Haredes erant feripti ex duobus filijsma* 3 uebcUiua. ior,e? ex duabus ea,qu£
etate antecedebat . ideo maior A iax, CT ntinor.ille Telamonis,hic Oilei
filius. Maior,et minor Atri = des:iUe Agamemnon , hic M enelaus. M aior Cato ,
er minor , * JVI aior,*? minor Scipio, de duobus A pbricanis. Maior Cyrus , er
minor.fiue fuperior,*? pofterior : nam tepus fignificamus, non dignitate
maiore,minorcm'uc.De malis tame non maior, c? minor dicimusiut, Dionyfius
fuperior, er Dionyfius infirior* Qui numerus quu fuperat,non per coparatiuu,
fed per pofitU uum,aut per fuperlatiuu loquinutrut , Magnus A lexader, M a*
gnus Pompeius, Fabius Maximus, Valerius Maximus. E tb tu es doftior fenibus ,
iuuenum c longe k 34 LAVRENTII VALLAE longe do ftifiimus. Gr.|. poft quafi
imprudens , quod negauerat , conjtjfus ejly prior re- ferri ad unum, primus ad
plura ( quod antea Diomedes, Dona* tus,cr Seruius dixerant ) ideoq; illud iungi
ablatiuo more com * paratiuoru , hoc autem genitiuo more fuperlatiuoru. Qua:
non fignijicant melior, & optimus ( quemadmodum ipfe uult) jicut nec
potifiimu,optimum,in Phormione apud Terentium:vbi tu Aft.i/ce,». dubites, quid
fumas potifiimu,fed in his omnibus principalior, c 3. pritt principdlifiimus3zr printipalifiimm. Quod
quum ita fit (ut irt fumma colligdm , cr brcuitcr dicam 3 ut d principio
inftitui ) compar atiuum inter duo cjfe,fupcrlatiuum inter plurd3fi modd tria
funt imparia : ueluti fi in duas parteis duitas diuifa ejl , ut beilo ciuili P
ompcij,er C£faris3rcfte dicas3maior pars Quiri « tiumfequcbatur Pompeiim^minor
C qum fordidetur.Plaut.in Cdptiui duo: Ego qui tuo moerore
macaor,macefco,cofenefco,cr txbefco mi fer.Tro codc pene decipit maceror *er
macefcomifi quod mace * rordd dnimum magis pertinet, quafi affhgor.macefco
magis ad «orpus. Videtur autem ratio dici uelle potius maaefco , ut ni*
fefcOypigrefco,ccgrefco : fcd etiam dici potejl macefcOyUt ace* |co. Crebre fco tamen potius dixerim, quam crebefco.
Verum dd rem. Ediuerfo Vergilius: Gcorg.T. -Maria incipiunt agitati tumefeae.
-Et iterum: Acncid.7. Elutius ubi primo coepit cum albefcere uento * Et iterum:
Georg.3. sin in proceffu coepit crudcfcerc morbus. Vbi quid opus erat
dicere,quod incipiant res twmefcere, albe * fcercycrudcf : er e -quum fatis ,
imo magis proprium fuiffet dicere, quod tumefcebant,albefcebant,audefcebat:id
ejl , quod incipie * bantyfiue inchoabant tumere , albere , flue audere. Quid
ago fignificant uaba inchoatiuaf N empc(ut breuiter finiam) quod uabd compofm a
fioycalefioftigefioyfordcfiojnualefioyccgre* fioyCT arde fio: qu£ ideo in ufu
non funt , quia fupcruacuum cf* . fetyduas nos uoces habae
idcmfignificanteSynec nift ubi altau deficityaltaius prafidio utinutr.
Calefies, pro cdlefiens utimur: cr pdtcfcenSypro patejiens,quanquam utrunq j
reperiatur , pa* tefcoy cr patefio : quoniam ne infimplici quidem fuo reperitur
... fiens,nec quod ab hoc formaretur fiedus.Dicemus itaq cadefces, cr
calefaciendus.Hec defunt qui fiens utantur ,fid in eo,de quo loquor
fignificatomt in pfalmo x x 1. Etfdtitm efl cor meum , tanqua cera liquefies in
medio uentris mei.Quum in alia tranf* latione dicatur liquefiens.Ex quo liquet
eiufde utrunq ; ejje fi* gnificationis.ldiomate quoq ; Italico, atq;
Hifi>ano(quod ex I tx lico oriundu ejl) adfiipuldte , apud quod pene L dtina
uoce h£C uerba pronuncidntur3cr cate in hunc , quem ego dico finfum: quale '•H.
ELEGANTIAR VM LIB. f. 'ff quale efl hoc,ogni di magrifco.hoc efl,omm die maere
fco : per quod,incrcmentwm afiiduum,atcfc cotinuwm declaratur , no in* choatio.
Quod fi quid inter huiufmodi uerba in fco , er in fio , intererityhoc efje
arbitror , quod hac in fco pafiionem in fe ha* bentyiUa uero extrinfecus
allatam. Vt in Aegypto Corfar quum C3tt* hoffes fugeret , elata Leua natabat,
ne libelli , quos tenebat, madefierent : melius , quam madef cerent. E t quum fores ape * riuntur , melius patefiunt
dicitur , quam patefeunt . At quum quis in balneo fudore irrigatur, er fores
fua fpote aperiuntur, magis ille madefeit, quam madefit : er h£ magis
patefeunt, quam patefiunt. I nchoatiuorum autem dicuntur prateria ea * dem
ejfe,qu£ printitiuorum : tamen paucifiimis cur £ eft digno i fcere,quando a
primitiuis funt,quando'ue ab inchoatiuis , quo* rwn multum differt fignificatio
, licet crebrior fit ida inchoa * tiuorim:ut,pinguit, macruit, frixit, caluit :
idem efl quod pin* guis fidus eflfnon autem pinguis fuit : macer fidus e(l,cr
fii * giduSyCr calidus fidus , non autem macer , fiigidus,cr calidus fuit. Nam
pinguet,idem eft quod pinguis efl:macret, friget ,ca* letyidem quod macer eft,
frigidus eft,calidus efl: quorum prate* ritu funt pinguit,macruit,frixit,
caluit : uix unquam in hoc fi* gnificato,pinguis,macer,frigidus , calidus fuit:
fed in illo, pin* guis, macer , frigidus , calidus fidus efl , ut etiam in hoc
aper * tius patebit exemplo : Tam cito macruidi f tam fero pingui * fii f non
id fignifico, quod tam cito macer, aut tam fero pinguis fuifli , quafi nunc
talis non fis,Ced quod pinguis , aut macer fi* dus es , atque etiam talis es ,
fiue tunc eras , fi de alio tempore loquimur. Qg£
prateria quia a prinutiuis non veniunt (.ut fignificatio indicat ) neceffe efl
ueniant a deriuatiuis in fco. Vnde probatur etiam inchoatiua non fignificare
inchoatio * fio». Quare Seruius uiderit,qui his uerbis prateritwm non tri =
Scrufus in Do- buit, quorwm frequentius efl,quam fuorum primitiuorum. Nam ntum‘
quod ait, quia inchoatiua funtjdeo carere proteritis, cafja ratid eft, quum
> E eft,quum hoc ucrbum inchoo etiam prxteritum habeat. V erunt hcc uerba
nec inchoatiua funt, fiue calefit , quafi mcditt.tur.id efi, ut calcat
exercetur. Terent. ».fcc.i. Hunc nide utrum uis argentum accipere , an caufam
meditari tuam ) ea in fo inchoatiua , hotius,aut no ai^ryman".0 men,quum
inquit:$wuhter etiam accujatiuo cafu utimur,quu ad G qu* dic. nolumus abfolutam
jacere elocutionem^ per gerudij modum aliquid dicere : ut. Petendum nubi cjl
cquum,codicem,uinim. Hinc Verg. -Pacem Troiano ab rege pete dum. N am fidixc*
ris, petendus cjl codex,iam non per gerundij modum, fed par * ticipialiter
loqueris. Hoc non aliter participium cjl, fcu nome , quam iUud,pctendum efl
mihi iumctwm,prTfcrnm qudd'geru* ^WTnorc^^ pafriuKfed attiuc, . fatiuo:ut,eo ad falutundun r fi-atrem,ad
fatuandam fororeni,a4 — ' fatuandum fidus,ad fatuandos fratres,ad fatuandas
forore 9, ad fatuanda fidera. Quod elegantius dicitur,quam cwm regi *
nune:ut,eo ad fatuandum fratres, ad falutddum fororcs,ad fa* luandii fidera.P
er alias quoq ; prxpofitioncs jimliter:ut inter, fed raro habet cum gerundio
fubslantiuu , rarius regimen. Li* uiusame lib.i. Etipfc inter Jf otiandum
corpus holiis ueruta pcrcuffus. E t iterumilnter accipiedas de fuis comodis
rogatio * nes. De ante,nuUum ale imprcefentiarum exemplum occurrit . I n
ablatiuo fine pr£pofitione:ut , fit iniuria domino fundi ud defringedo ramo,ud
ligno iticidendo:res eunt ordine lite aut cate ufi* txte dicamuSypro eo quod
eft , cupio filiam meam nuptum ire , er nos fidum ire: cupio filiam meam
nupturum effe, & nos fidurwm effe: quum dicendum fit nupturi effe,erfiduros
effe • dico aliud effe oratum ireter oraturum effe. Ego quidem cce* tiaturus
fumynon tamen eo canatum,uel ad ccenadum. Etfcio te coenaturu effeyfed no
protinus ire cocnatu}uel ad ccenadum . Nam participium futuri cu uabo
fubdantiuo no habet adio * ttem illam,er motwm,quem habet uabum eo. Atqui in
pafiiuo fuerat uaifimilius , fi dixiffet (quo etiam frequenta utuntur autores)
idem effe , damnandum effe er damnatum iri. Nam eodem loco dicae poffumus,aedo
peccatu meum refcifcedu/m effe,er refeitu iri. ItemjnteUigo ,
fcio9uideo,opinor,exidimo pecca .lir ELEGANTIARVM LIB. I. ?f peccatum meum
patefaciendum effe,uelpatcfaftum iri:& ca* ter a uerba huiufmodi. I lia
autem qua ad faturum rejf>iciunt,ut timeo,metuOyUereor,jf>ero,cupio,non
idem faciut, quibus ma* ior difjvrentia ejl cu. pafiiuo participio faturiiut
ucreor peccd* tum meum patefactum iri, magis quam patefaciendum eJfe.Cu* pio
culpam meam celatum iri,potius quam celandam effe. 1 tcm timeo peccatu meum
patefactum iri. Et pro iUo modo per pafa fi uu participiu faturi fubflituimus
huiufmodi : timeo peccatu meum ncpatefidt,uel ut patefiat: quod fieri nequit in
alijs uer * bis. Non enim licet dicer c,fcio peccatum:, ut refcifcatur,fed re*
fcitum iriiuel refcifcendum effe. Denty (ut eo rcuertar , unde egrejfus fum) ut
femcl Prifciano rejponded, non idem effe ora * tum ire,cr oraturum effe,dterum
prafentis temporis e ji,ut ui* deo te accufatum ire mc,id cfl,nunc:alterum
faturi,ut uideo te accufaturum effe mc:zr tamen accufatum iri me abs te uideo ,
accipitur pro eo quod eft,uideo te uel accufatum ire me,ucl ac* cufaturmn ejfe
me,uel abs te accufandum effe me. Dc Supino in tu. ‘ c a p. x x i x. ID em
autor , er in eodem,quod fuprd dixi,opufculo,ita ait : Hoc intercfi inter
amando ,er amatu: quod amddo ejl in ipfo amore,amatu uero pro amatione,uel pro
amoreiid efi,pro ipfa re accipitur. Et hoc manifijht ipfa etiam interpretatio
Graea. Sed an hac difjvrentia uer a fi\t,eftu,quu/m dft icitur: crfiqua funt
alia. At homo fuperbus ditto , er diftis,non di * tiu.Seuus JaClo,e? JaCtis,no
jattu:id eft, quum dicit,non quum dicitur: quum Jacit, non quum jit. R es uerof*uafattu,z?dus fiu,id eft, quum fit,aut
dicitur, non quia Jacit, aut dicit. Scipio clam adminiflratione bellorum
dicitur ,*? adminiftratu beUo* rum,quando eft ablatiuus, id eft,
admini&ratione. Cato dignus ddminiftratione Rcipub.cr adminifiratu, eodem
modo. At Re* Jpub. digna eft adminiftratu,uerbum eftiid eft,ut adminiftrctur,
nip addendo genitiuum Jaciat nomen , adminifiratu Catonis. Quare in illo
vergiliano,quod P rif nanus affert: N ec uifu facilis, nec diftu effabilis
ulli: _ ‘u quandoquide abeft genitiuus,non eft nomen,ut ille uult,pro ui* ^
fwne,cr diftionr.fed uerbum , pro eo , quod eft ad uidendm, Macrobtin6, uel
dicendum. Nec ignoro a multis legi ajfabilis,non effabilis, Ssuw,ap.»« quod
putatur fumptum ex illo ucrfu Accij in P hilo flete: Quem neq; tueri contra,net
jj affari queas. Quod p ita eft , nomen effc* confttebimur,fed tamen nequaquam
fupinum. Multi fcripferuf de cultu agroru,nomen eft:id eft , de cultione,*?
cultura agro* rum.Locus autem faxofus non eft dignus cultu, nempe ut cola *
tur,uel dignus coli. Homo dignus amatu,puer dignus doftufti* ber dignus
leftu:id eft,qui ametur,doceatur,legatur. I deo# quii ex omnibus uerbis
paftiuis liceat uti talibus fupinis, raro tamen . eifde tw cibus utimur loco
norninu. Quis enim dicat,tu es priua v tus amatu meo,exclufus adoftu
ntco,dofluspne leftu meofpro* feflo T *
- — *— fitto nemo. Ex quoapparet,quu in ufu uulgatifiimo fintpr 9
uerbis,ut ille liber ejl dignus leftu,no poffe inter nomina nwmc rari. E d.
tamen qu£ ambiguum ufum habent uerbi, er nominis, dnimaduertendum ejl utram in
partem accipi debeant:ut,tu es dignus gubernatu : fi pro gubernatione, nomen
erit: fi pro eo quod ejicit guberneriSyUel dignus gubernari,uerbum : feino»
mini accommodare folcmus,aut etiam debemus genitiuu:ucrbo nec debemus , nec
folemus. Deniq ; ex duobus fupinis alterum aftiuo uerbo dare popis , alterum
pafiuoiut amatum fit ab amo, amatu ab amor. De Participio praeteriti temporis
fignificante aeftus,ConfiJeratus, D ifer* tus,Cautus,T utus,ignotus,Argutus,Falfus,Contctus,
Tacitus , Profufus , Fluxus, Scitus,cr quo nonnulli utuntur, Difcretus.
Circumjfettus ejl, non qui circumjicitur, que folemus appeU lare cojicmmff d
qui circumjicit ,er in omnem partem more lanijcftntihoc cjl,prudens,cr fagax.
Cbfideratus,inconfide 3 • ratusq;,qui agenda con fi der at, aut fecus:non qui
confideratur, aut non cofideratur. Difertus,qui probe dijferit, non qui diffe*
:> ritur. Cautus,qui fcit fibi cauere,non cui
cauetwr. N onnuquant tamen res cui caueturiut pro Cecinna Cicero, Quo res
mulieri effet cautior. Tutus portus , tua urbs, quod tueatur alios , non quod
ab alijs defindatur. Tamen fepepafiiue in hominibusiut , tutus fim ab hoftibus
, quod munitus , cr fine periculo furit, t>*dun.s, jgnotus etiam fiepe
attiue,ut Quintilianus: Ne quis amen er a ret ignotus, non eftfilij mei
nouerca,fed mater. Ignotus dixit pro ignordns,cr pro hojite,cr alieno,non pro
ignorato. Ar» gutus,qui ejl acutu quadd,cr accuraa folertia, quafi acute ar*
rnAnto.aA.1. &ucn*iGr Mftig4tts,non aute ab altero acute intetlettus,cr ue*
fcc*. * fligatus. Falf ts,qui fallit;ut Taitius;Cenfeny ullum me uerbum
potuijfe 77 ELEGANTIARVM LIB. I. petuiffc proloquti Aut ullam caufam ineptam
faltem,falfdrn,ini* quamt Aliquando etiam pafliur.ut idem , Falfits es:id efl,
dece* f"c J1* * ptuses,ait Pamphilus C drino. Et SaUuflius: Nec ed res mcfil- fim habuit. Contentus,qui
continet,quod animo fatisfdcit,non qui continetur. Tacitus homo, tacitum as:
qui tacct,non qui ta* cctur. Vergilius tamen pofuit pafiiue: Quis te magne Cato
tacitum,aut te Coffe relinqudtt Rtn.6. Profufus,er fluxus dftiue apud
SaIluftim:Alicni appetensfui lnCadl* profufus.quafl profufor. Namdiuitiaru , er
forma: gloria flu * xa,cr fragilis habetur. Scitus qui fciens eft, er
argutusiunde fcita Platonis interrogationes dicutur,afluta,er uafra,ac cum In
magna arte compoflta.Vt apud Terentium quoq Scitu her* f«.*. cie homine,hic
homines prorfus cx fluitis infanos jacit. N ifi ac* cipere uelimus pafliur.ut
apud eundem , - Scitus puer natus efl f"Tt,tn ** P amphilo.quafi fleite ,
er dofte natus. Difcretus, qui qualitates pcrfonarum,er rerum momenta
difeernit, non qui di) cernitur, Compldcitus autc ab aftiua uoce fleut fluxus
uenit , habetq, fl* gnifledtione nec aftiua planc,ncc pafliuam, fleut fluxus ,
er in* ueteratus,quod er ipfum ab aftiua uoce defcendit,inueterafco C neutralis
enim uerbi,er aftiui una uox cft, fleut pafliui, et de * ponentis, atq;
communis) cui flmile efl iuratus aiuro. luratos enim iudices dicimus , qui
iurarunt : er excretos hocdos apud Grorgo.Mtd- Vergilium,ab excrefco. E t
exoletus ab exolefeo , quod dum efl JJUJUSJJS fubfhntiuim,flgnificat fcortum
mafculum , er pracipue iam «ibus haedo*. adultimidm efl adieftium , fignificat
adultu , fed raro repe = . ritur.ut apud Plautum,Keliqui domi exoletam
uirginem.AduU Prifc tus ab adolefco. Defiftus quoque qui deficit. V t
Martialis: »ib.9. Dulcia defcftfi modulatur carmina lingua Lib* 1 ,,cpt77‘
Cantator cygnus funeris ipfe fui. Quintilianus, Deftftnq-, labore
feneftus,magna pars mortis ni * hil mihi reliquit,ni(i diligentiam. E t hac
quidem flgnificationis aftiua in uoce pafliuatpattciora funt in aftiua
pafliua.Euidens nego .Ii 78 negotium
dicitur,quod uidetur aperte, er inteHigitur.no quoi Dedm! «o* I ndulgentior
Jacies apud Quintilianu pro * pulchra,no qu£ dijs indulgeat,fed cui alij
indulget. Ide in dio trib«4t Theb. loco : Fili indulgentifiime uidi te,nec
femel uidi. Vnde Statius: Pulchrior haud ulli trifte ad diferimen ituro *
Vultus, cr egregie tanta indulgentia jbnne. Pr£terel honorificentifiimos ,
magnificentifiimos, munificent tifiimos ludos quum dicimus , uidemur pafiionem
fignificare in participio prefentis teporis:ab honorifices enim,magnificens,
munificent ueniunt , ubi ficcns pro Jaciens dicitur : uel certe 4
tnagnificus,munificus,honorificus : que a facio componuntur, quod eft attiuuycr
tamen ita accipiuntur,quafi honori fice, mu* mfice,magnifice Jatii,non aute
facietes. Sed caufa efijquod h£C ipfaa Jacio copofitatam atiiue,qumpafiiue
fignifiedt. Siquit dem uocamus homine magnificu,cr opus magnificuiiUum qui *
dem magnanimiter Jacientem , hoc uero magnanimiter futium* Participium
prxfentis temporis pro praeterito poni, c a p. x x x 1. Solent autores
nonnunqudm pro pr£teriti participio fubfii* tuere iUud pr£fentis:nec folum
Latini,qui carent participia pr£teriti atiiui,fed Gr£ci quoq^qui non carent. Cicero in Bru Dedar. Orat» toiQuwm e Sicilia decedens R hodum uenijjem.
N on enim quis lopctoc. difcedens applicat. Multum inter principium uie,cr
finem in* terefi.Vrimiim difcedimus,potiquam uero difcefiimus , nauigd* mus,uel
iterfacimusipotiea quo tendimus,peruenimus. Quoma do ergo dixit decedes e
Sicilia ueni Rhodu! nempe utens pre* fentis participio loco pretcriti,quod
deefi. Quod probatur per diquod uerbum , cui non defit huiufmodi participium :
quale e fi proficifcor . N eque enim dixijjet , quum e Sicilia profici*
fcens,fed profitius.vt idem de Officijs libro tertio:Si exempli caufa uir bonus
Atexandriaprofitius, magnum frumenti nu* merum Rhodum aduexcrit. Nec tamen quis
in omnibus uer a,pr Lconardi Aretiniiquoru alter G race legens doyalter Latine
feribendo ingenium extitxuit meum : ille pra* cephris(unUnim mihi legcbat)hic
emendatoris, uterq f,- paretis apudmclocu obtinens. Ad quos quum feparatim
depropofito dnimi mei rctulifiem,deguJkitionemq; quaedam operis demon* fo-a
f]e)n,uterq>profe,ut pergerem,horutus efl,cr utfeautore edere ,iufiit:ut iam
integru nuhi non ejjet illoru autoritati repu* gnare,ft repugnare uoluijfem.
Sed currente (ut dicitur) incia= runt.0" uiros omni laude dignifiimos. O'
de literis,ac de Utera* tis optime meritos. Non ueremini,nc alii eo,quo
peruenijhs (li* cct perquam arduum fit) perueniant: Jedhortamini,incenditis9 er
quafi de alto manu [candenti porrigitis. Quare quarentU bus,atq; mirantibus
audaciam meam , ito rejfonftm uelim , me fummis uiris fiuadentibus hoc opus er
condidiffe, er edidijje. . ; / Quanquam (quod ad cupiditate meam attinet) qua
tonde fo* cordiytq; ignauiamea extitijfct,fi commififfiemyut alius hanc laude
mihi qualemcuq; prariperett Sunt enim qui nonnulla ho* ru,qua d me
pracipiutur,uel de me,uel de auditoribus meis au* ' dito(nunqudm enim ijh
fupprefii)in opera fiua retulerint,fffti* Jiantq} edere,ut ipfi priores
inuenijje uideatur. Sed res ipfa de * prehedetycuius domini uere fit hac pojfefiio.
Q uoru unius libeU los quofdampro amicitia quum tegendos eo prafiente cepiffem
, deprehedi quadam meater qua me amifijfe nefciebd,furto nuhi fubUa
cognouiPdrco mius nomini, Erat aute locus de per,zr f * quam 94 Prifc.lib.iti
Prifc.Ub.i3* Prifc.lib.i7* LAVRENTII VALLAE quam in compofitione,de qua re
proximo libro dijputaui:er de quifq;,quum aiiungitur fuperlatiuo. N cgligenter
ille quidem , CT infeite trafhtuv.ut feires aliunde deccrptuynon cxfeprola*
tum:cr auditumynon excogitatu ejfe. Conturbatum tamen fum , CT inquam homini:
Hanc ego elegantiam agnofeo , er manci * pium meum affcroytcq; plagiaria lege
conuenirepojfum.At ille erubefeens , ioco tamen atq ; urbanitate elufit y qued
diccrctyuti rebus amicent licereyut [tus. At islud,inquam,abuti efl,non uti. N
ibit enim mihi reliqui fit , ubi tu huim rei,in qua ipfe laboret* ui, palmam
fauci occupaueris. Tum ille etiam urbaniui ,quod malui parens ej]emyqui filios,
quos genuiffem , er educafjemye contubernio eijcere:ipfe tim mifericordia, tum
amicitia noftra. ad fe domum fuam colligeret , atq; educaret pro fuis. Deftiti
in illum ftomachariyintclligens multo magis nuhi bona mea negli '* gentiyquam
illi bona ab ahjs neglcffa colligenti , uitio dandum ejfe. Quare quis non
uidet,non inhoneflum ejjcyea me mandare literis ex me inuentayqu£ alij ne furto
quidem fublatayturpe fibi ducunt faiptis fuis infcrcre ? Adduttus fum igitur ad
hoc opus componendum non modo magnorum honunum confilio , fed etiam ncccfi
itate. Nunc ad inceptum redeundum eft. De tribus pronominibus, Mei,Tui, Sui. c
a p. i* V L T 1 S in locis P rifeianus tefhtur nihil intereffe , an utamur
primitiuo , an deriudtiuo in illis pronotninibusymeiytuiycr fui. Quid eft,
inquit y meus eft filius , nifi mei filius t Et alibi: mei ager cfl,zr mei agri
inftrmcntu : crymei agro dedit:crymei agrum colo:pnuliter,mei agriygr mei agro*
rum,cr mei agros dicimusifinuliter tui agrii , er tui agrosifui agrum,?? fui
agros: no ftri agrii,?? noftri agros : ueflriagfu , er ueflri agros. Et alibi:
Amat iUefuwm filiim,?? amat fui fi* lium:benedicitfuo filio,?? benedicit fui
filio:petit a me ut pro * fim fui filio , er projimfuo filio : er in alijs
adhuc locis . Nifi hac 8* ELEGA NTIARVM L I B. II* hacratione,utipfius utar
ucrbis , STtffa tmefypojjcfaio in pof= Sifpfa rtmeiu fetiore faciat
tran(itioncm,non ejl conor uu uti genitiuo primi- &c. Pnfdani tiui pro
poffefaiuo,quta unn habet copojiti Gracuut, Cico-oni ,7 1 i - i * i • r • ecs
omnes mea cdufd,ut me unum expleat f Et plduu quidem idm ft cimus, tres
iubcat,u5 mei. gcnitiuos mci,tui,fui,pajHuc femper poni:mcus,tuus, fuus,ple*
runque poffcfiiue. ldcoq ; cum utendum efl ilhs primitiuorum gcnitiui5,i7uinri
fonumdei, ind. Nunc dliqitd dddcnddfunt de his diftionibus,qu£ legitime
coniunguntur cum huiufmodi pronominum genitiuis:nec enim omnes poffunt. AUU'
fuo fuftinet:ut , fili noli dos mo recedere rcjpeftu mei patris. Quod non txm
pldcuijfe Pri* fcidno reor,qum per imprudentium effc Idpfum , quum dicit ,
Prifc.iib.j’. Mei Prifcidni cges,tui P rifeiuni egeo. Et alibi: Ego Va-gilius, tu
V crgiliuSfiUe Vergilius, mei Vcrgilij,tui Vcrgilij,illiusVer gilij.H£c enim
ordtio declarat mcu Frifcidnu^Vergiliumfa, aut tuuminon me Prif :ianum,V
ergilium 'ue,aut te : non aliter quum fi dicas, eges mcipatns,egeo tui domini.
Quod profcfto non ejl primitiuorum, ab eo quod efl ego, er tu : fed deriudti*
uorum,ab eo quod efl meus,cr tuus. Neq; diferime facit, quod hic dppeUdtiuum
nomen ejl,ibi proprium. Vergilius : Si
qua tui Cory donis habet te cura,ucnito. Et alibi: Aenc.c mihi cur/t tui-
Lucanus : A enctcq; mei. Qua a mcus,tuus,non ab e go,tu,ueniunt.Itu$ fic
emendemus Prifcianm,qui quum de lingua Latina compo nit,antiquitxtm
omnmrrs^^^i^^^ml>atine proh qui nefciuitiMei qui fum Prifcianus
cgcs:turtgco,qui Prifcid nus cs:ucl3me P rifeiano egesite Prifciano egeo.Ndm
illud apo ftoli Bdog.7. flen.r* Lib.9. ELEGANTIARVM LIB. II. 11 ftoli ad
Corinthios,Salutatio mea manu Pauli,e Grxeo efl flm* ptum : « omti&fibi tS
\fi» x«f* Tertium uero exemplum , quod idem protulit,illius Prificiani eget ,
refte dicitur. Non ha* bent enim extera pronomina ancipitem naturam,ut illa
tria, de quibus diximus. A deoty uerum eft,hos ipfos genitiuos refluere
confortiwm fiubjhntiui , ut ne in poffiejtiuortm quidem firma illud pati
uclint. V idimus licere dicere,meam unius operam,tuu folias Jludium : non trnen
dicemus , meum Laurentij Jludium, futim P rifeiani prxdium : fed meum Jludium ,
qui fum Lauren* tiusiprxdium fuum, qui ejl Prifcianus. Ne tamen ob id exclu *
do,ft genitiuos hos pafiiue accipiamus , eo modo quo exempla rgennwurr ponemus.
alterum aftiue, alterum pafitue pofitum uulemus una iungiiut, lnCat.Maio» Quid
de P. Licinij Crafiiiuris er ciuilis , er pontificij fludio loquar' \ta fit in
pronomine , ut idem autor ad Atticum : Mihi fuit er laudis noftrx gratuldtio
tua iucunda , er timoris confio* latio graca.Et iterum : Vehementerq; tua fiui
memoria dclcftfc tur. Quod Ji igitur hxc pronomina , fiue in genitiuo pafiiue ,
flue mutata in uocem pojfefiiuorum adiue non admittunt geni* tiuos fubfantiuoi
tmjwiquid ddimmwrimmit Mmtiiwtt* ' No opinor.fied proprie fioloruparticipioru
participialiucp ge* rundioru , cr frequentifiime illorum trium(ut quidam uolunt
) prono>ninu,unius,foliits,ipJius,zr fiqua alia,qux rara fiunt , de quibus
mox dicam. Per genitiuum cum participio : Cicero ai Lentulu, quocunq; tempore
nuhi potejhs prxfientts tui fuerit * P er focmininum , fied cum gerilndio. o
uidius Heroidum: Sit modo placandx copia parua tui . Ep{ accn( ja Per uocem
mutatam in pojfiefliuuiut ad Ciceronem Cato:Liben = udip. ter facio,ut tuam uirtutcm,innoccntiam,
diligentiam cognitam ^a£llb* 'St in maximis rebus domi togati,armati fons pari
induftria admi- nistrare gaudeam. Cicero de Oratore: L.
CraJJum quaji colli * gendifiui caufiafe in T uficulanm contulijfie. Sed hoc
gerundiis g efl. ,3 4 efl.E t ea exempla,qulud caput, ijh manus,\Jh ciuitastdc
tertia, aute perfo* na illud caput,illa manus,i!la duitas. Cicero in Antoniu:Remo*
uc paulijper islos gladios. Et in eodem lib. T u iftis faucibus, iftti
lateribus, ijh gladiatoria totius corporis firmitate tantum uini in Hippia:
nuptijs exhauferas , ut tibi neceffeeffet in con* Jpettu populi Ro. uomere
pojh-idic. H ocefi, iftis tuis faucibus, ifiis tuis latcribis , ijh tua
firmitate. Vnde nafcuntur aduerbia Epl. lo.ii.i.fa. iftic, iflinc,ijhc,iftuc,iflorfum,i>ld.
vt idem ad Valerium iu* rifconfultum : Qui iflinc huc ucniunt, partim te
fuperbum effe dicunt, crc.id e fi, qui ab ijh prouincia,in qua agis, huc,id eft
, 'in Italiam , Romarnty ucniunt. Aliquando fdmeti tfic accipitur pro hic:ut
idem , er in eundem Anto. Cum ifio tempore fient cum gladijs amati.Et
Quintilianus: I uuenis ifie,de quo fumma in rebus humanis monfira gignuntur. Et
iterum: I uuenis ifie patris fui hares folus inuentuseft.lUcquoq; nonnunquamper
dignitatem , aut per eminentiam ponitur , indicans ejfe, quod omnes debeant
nojfc : ut, Alexander ille Magnus.lUe Cenforius fce.j. ELEGANTI ARVH LIB. II.
No» potuijfeituaq; animam hanc effundar dextra! nec Vcrgil. Ad T erentid aute C
icero : Meti e ntiferu in tantas te calamitates mea culpa incidiffeiEt itera in
Bruto:Tum B ru= tus admiratus, tantamne fuiffe obliuionc iri quit, in
fcripto.pr£= fertim,ut ne legem quide fenferit,quantuflagitij comifijfet! ln
bis oibus placet mihi fubintelligiyuere^c ita. efl,me non pojfe d* uertere
Italia rege T eucrorutcr cetera . Plinius J unior ad A- Epi.3.ub.4. drianim :
Homincm'ne Komanu td Grxce loquifid efl,uerc'ne itaejli uel oportuitne , jiuc
oportet! f Terentius in Andria : Seruon 9 fortunas meas mecommififiefiitilit
DeEn} eafu iu gitur.ut ide,Ecce tibi jhtus nojler.Cu a(to aute no memini me
apud ordtores legijfe, fcd ne apud poetas quide. N a iUud apud T ere t.in
Eunucho, Ecce aute altcru nefeio qd de amore loqtur, Alter feribi dcbet,no
alteru,Donato qttoq; probate. Sed demus aliquddo reperiri,ut fcntcl apud
Plaut.in Bacchidibus , Opus ne erit tibi aduocato trifli,iracudofEcce
mc.Eccu,eccd,cccos, cc* (OftelluyeUdyeUos^^ab ecce copofmfunt, et fecu uidetur
ge* rereca* Acn.i. : Aco.»»* 5 LAVRENTII VALLAE rerc cafum,fcd no gerutiqux
Prifcidnus ita refoluit,Ecce eu,ec* ce cam,ecce cos,ccce eas.eccc i'Uu,ccce
iUam,ecce illos ,cccc illas . Sergius quo «j; commcntmns Dondtum ait,mbil
Jignijicat ellumy ttiji ccceiium.Pduloqi pofliQuum ago ellum fu cccc illum,cr
ellam eccc illam, nihil pojjiimus dicere, nifi magis dcmoslraiiue. Sed pace
Prif ciani,Sergqq; ,cr alioru,hoc nec uerum,nec con= ueniens fignificatuef.Nam
inter ecce eum,ej ccce iHum,quii inter cjk Potius diccdum eratieccum, eccc
hunc: eccos,eccc hos , de quibus agimus.Tahs erat couenicntior intcrprctatio,fed
qu£ nec uera foret. Refoluuntur enim hxc per aducrbid,no per pro* nomina:
cccum,ecce hic,fubinteiligc uirum , de quo agebamus . eccam,ecce
hic,fubintelligc fxnunam,de qua metio erat.EUum , cilii, eccc illic
uiru,fxminam'ue, fubinteliige, de quo, de quaue agebatur. N am ut de hoqgne,qui
ante conjpeftum nojlru adeft , refte dicas, ccce ille,ucl ccce ego,Jiue ecce
illum, uel eccc me : it% male loquaris, ellum hominem,uel ellum mc:er rurfum de
longe, pofito ,eccu. T erit. Eccu Pamcnotic:.ciccro:ia iungetis,ut ncueaftere
concurrantjieue M* Lib.i Mucantur.Lucanus fine compofitionc aliqua: JSec
quenquam iam firre potefi Ccefa/ue priorem, ' Pompeiusuc parem-id efi,non
potejl iam aut C nefiar fiuperiore firrc,aut Pompeius parem . An er ne,
coniun6i folentpro an, quod magis poeticum cfkut apud tcmulos Vergihj, Dic nubi
Damoca,cuim pecus, an 'ne Latinumi illud Cice* roms multi ia legunt : Quo nubi
etiam indignius uidetur ob* trctt&tu ejfe,Gabinio dicd,anne Pompeio, anne
ulrityidquod efi uerius.sinc interrogatione durum uideturiut Vergilius,
Gcorg.it -Vrbes'ne inuifere Cxfiar, An deus intmenfi ucnias maris,ac tua
nauMygre. Anne nouwm ardb fydus te menfibus addasi ‘ ideo dixi durum , quia per
interrogationem quiddam urgen * titis,cr injhntius cjt in hac genunationc an'ne,quam
in idafint pliciate an,quod hic non fit,ut ex alijs compofitts elucebit:
Vcrg.cdog.s* NoMnC feit jatitu trifies Amaryllidis iras,
AtqyfiiperbaparifaSliditinoniiefAcnalcami V«rg. j.cdogt Non'ne ego te uidi D
antoms (pefiime) caprum Excipere infidijst- ^ Y 1 n hac interrogatione non id
agitur , ut rejpondeas neficienti, fed cogaris ajfcntiri fidenti. Nec alia uis
orationis efi, qudmji s • diceres an non, quod magis urget, quam fiolii
nonjicet er hoc fiolum pro Hio compofito accipi f oleat . Alia copofia (fi modo
compofia fiunQhrc funt:lane:crgo'nc:qu£ interrogando re* JJjonfionem non
poficunt, fcdaffenfium extorquent. De Nedum , 3c non folum^Non modo, dC non
tantum, c a p. x v i i i, N Edum , duobus modis periti uti fiolent . V no modo
em utranq ; fiententiam eodem claudimus uerbo : altero,quum fiuum utriq:
fiententk uerbm damus.Primo modo fic : tonde* rem ELE GANTIARVM LIB. II. fij
ierem pro te fanguine,nedim pecuniamSecudo fle: funderem pro te fanguine ,
nedum pecuniam tibi crederem .er hoc affirs matiuc.Ncgdtiue fic: Non perdere
pro te obolum,nedum fans guinem.ltem,Non crederem tibi obolm,nedtm pro te
fundes rcmfanguinem. A tq; in affirmando, id quod plui eji , maioriscfc momenti
in prima parte eji ponendum:in negddo , id quod mu iioris.Pluscjt,er magis momentofim,
fundere f anguine , quam pecuniam:er minus efl,er leuius,perdere, aut credere
obolum% quam perdere, aut fundere fanguine.lmperiti uero hanc dittio* nem
decipiunt pro non foliimfflc dicentesiNedwm laborem pro tc fufcipere,fed etiam
morte, quod fic dicedum erat. Morte pro te fufciperem,nedum labore. Aut per non
folum ( nam cotrarm modus efl per no folum, er non modo,ei ir 4 X E DeNifi. c a
p. xix. Nlfi,quoties principium fen tenti* cft3 indicatiuum dcfide* rdt , dius
etiam fubiunftiuum. Cicero pro Milone: Nifi . forte putamus dementem P.
Scipionem Africanum fidffc , qui quum per feditione a C. Carbone
interrogaretur,quid de Ty* berij Gracchi morte fentirct,reft>ondit , iitre
fibiaefum uideri. Et Quintilianus : Nifi forte imperatorem quis idoneum cre*
dit in prcelijs quidem flrcnuum , er fortem , er omnium qua : , pugna pof :it
artificem, fcd neq; dclcttus agerc,nec copidis con* trdbcre,dtq; infirucre ,
nec pro[J> icere comeatus , nec locum ca* pere cdftris fcientem.?r£ter
principia autem fentcntidrum,fic: l VdpulabiS,nifi caucs:uel,nifi caneas. In
illo fuperiore,nifi adefl uerbum principale,hic non adefl. De coniunftione
Quod. c a p. x x. aVod feribas gaudeo:cr,quod feribis gaudeo:utrocj; mo* do
dicitur. Volo quod ferib as :non autem , quod feribis. Illius fuperioris
haefimdia funt,credo,opinor,puto,Letor,uo* luptxtem capiOyZT reliqua. Huius
pofterioris hac , mando , iu- beoJmperOjexigo, poftulo,cr reliqua. I n illo
tamen fuperiorc caucndum efi, ne diucrforum modorum uerba copulemustqua = le
foret illud T erentij,qitod nonnulli fic legunt: An quod uidm ignordnt , an
quod iterperfirre nequeant i Cum fit dicendum aut fic: An quod uiam ignoret ,
an quod iter perferre nequeantf dut fic,An quod uiam ignorat, an quod iter
perferre nequeunt? Tmat^b Eu- illud aliud efi apud eundem: -Nihil quum efi,
nihit fce,*, V. \ ' defit tmen.quum fit potius legendum defit,non defit, ut
bonis autoribus placet. Et in prooemio Ciceronis ad Hcrennimfic quidam legunt :
E tfi negotijs familiaribus impediti , uix fatis otium ftudio fuppeditare
pofiimus,cr idipfum quod datur otij9 libentius in philofophia confumere
confueuimus. quum fit po= tius legendum poffwmus,ut modi cocordent , quuopula
medici coniunguntur: quanqum crfotw ipfc, utpotc in curfii medio periodi ,
ELEGANTIARVM * II.' it S periodi^ commentior efi in pojfimus , qudm in
pofiimus. E fi etiam diti caufa7cur hoc non liceat,quam modo fubiungam.
DcEtfi,Quanqudn),Quamuis,5^Ltccc. cap. xxi. ET
fi3quanqu4m7quamuis,licet7eiufdcm fignificationis funt9 aliquid in utendo difcriminis
habentia. N dm mdior qu£* dam. dignitas data ejl primis duobus7qu ii8 LAVRE^TI
I VALLA-E rari , ttwn maxime in his fludijs,qu£ fero admodum expetiti fit hanc
duitatem 'e Gracia tranflulcrunt. idcrn autor opus de Natura deorum pe inchoat
, quod quidam deprauare folent, dicentes pnt , profunt : Cum mult£ res in
philofophia nequam quam fatis adhuc explicata; functum perdifficilis Brute
(quod tu minime ignoras) quaftio cft de natura deorum. Prifcianus quoque uix
grammatice locutus eft in prooemio magni operit, er quidem in prima didione ,
atque adeo in prima fyUabd, dicens : Cum omnis eloquentia; doflrinam , er omne
fluctio* rum genus fapientia lucc prxfulgens a Gr£corum fintibui deriuatum,
Latinos proprio fermone ihuenio cclebraffe. CT catera , qu£ tinti funt
pr£cedcntia uerbtm principale, ut non modo Dcmodhenes , qui contenti uoce , er
uno fpiritu com* plures uerfus pronunciabat , aut Hercules, qui
flncreffiiratio* ne unum fhdium decurrebat , fed nejnouettus quidem Tor *
quatus Mediolancnps,qui uno ffiiritu tres uini congios flccd* bat,poJJet illam
fententiam , atq; periodum unauocis conten* tionc pronunciarc. Tandem uerbum
principale fubiungit : Conatus fum pro uiribusrem arduam quidem, fed officio
pro * feflionis non indebitam fupra nominatorum uirorum pr£ce* -.io,e,n sed
quantum ego f mtio , in rebus paribus : ut Quint. N ec in* dignetur Herodotus
£quari flbi T. Liuium , tum iti narran* , do mir£ iucundititis , clariflimiq
jjj candoris , tum in concioni * + bus, fupra quam enarrari potefl , eloquentem
, iti dicuntur omnia tum rebus , tum perfonis accommodati . Taceo de eo ' modo
quando accipitur pro aliquando : ut, tum hoc,tumiI2ud .. dicas : id cfl ,
aliquando hoc , aliquando ittudiuel , modohoc, modo illud - dc ELJEGANTIARVM L
I B huius, minas. E t alibi: -Si hoc celetur, . ak j.fce.4.0”'* in metu : fin
patefit , in probro fiem. N onnunquam fin unum . Inbd.iug. reperitur, fed quod
fecundi loci uicem obtineat.ut Sallullius , lmperat,ut pretio ,ficuti multa
conficerat,infidiatores Mafi* nifia: paret , ac maxime occulte : fin id parum
procedat , quo « uts modo N umidam inter ficiat.id efi , fi potefl,occulte:fin
non potefttUtciwfy Quorudam tamen ufus eft}ut dicant,fin autem , , ■ .. i r /
ELEGANTIARVM IT. «•it? + " *_■ • •
' v- pro to quod ejl, fi non, quafi in firt , aut in autem Jit negatio. Mirar
er de uulgo,nifi id dpud quofddm prxftdteis uiros rc * perjre. Qttdle ejl illud
in ApocalypfiiSin aute,uenid tibi cito , CT mouebo cddelabru tuu. Quii
prctfertim paulo pofldi cdtur , Si minus,uenia. Ego uero in utroqi dixijjem fin
minusiuct, fin aliter. Et inEudgelio:Si ibi fuerit filius pacis,requiefcet fu
per illu pax ueftra:fin autc,ad uos reuertetur. Et alibi , Si qui * de ficerit
jrudie.fi n aute,fiuccides illa. In qbus omnibus Grxce negatio adefi. Seruius
uult nonunq fi accipi pro fiquidciut ibi, -Tua fi tibi M xnala curte, quod mihi
tninime placet. Gcorg.x, De Quippe, V epote, Profe&d, V tiq^Ncmpe, Nimis
rum,Sane,Ccrt£ c a p. x x v i i. avippe,cr utpote, prcftfto,er utiq nempe, er
nimiru, fane,er certe,uel certo, fimiliorafunt quidem in fignifis ’ cato , quam
illud quod modo dixi (de p quidem loquor) fed ad hoc ipf m proxime accedunt
prtefertim duo, quippe, er utpo* te:qux licet uulgo accipiantur pro certe, cui
non omnino equi* dem repugno,tamen malim accipere pro caufatiuisiut Quintis
lianus,Ealfa enim ejl qucrcla,paucifiimis hominibus uim percis ub.r.cap.»*'
piendi qutc tradantur,ejjc conceffam,plerofq ; uero laborem,dc tempora
tarditate ingenij perdere: N am cotra,plures reperias , ' er faciles in
excogitando,er ad difccndum promptos.Quippe id ejl homini naturale. Ac ficut
aues ad uolatu,equi ad curfrn , ad fteuitiam firx gignuntur.ita propria nobis
ejl mentis agitas ] tio,atq i folertia,undc origo animi coelcfUs creditur. Atq
; licet huiufmodi diftiones eodem tendant , tamen ufu difiident, er quafi
diuerfo itinere ad idem perueniunt.Vt enim pro quippe hoc in loco rette dicam
fiquidem,ucl nam,aut nanq;,uel enim, aliqua difiionc antecedente , ad hunc
modum : ici enim ejl homininaturale : ita rarius per Quoniam , qucapiIf in
nefirio crimine,& fraude capitali effet ponendum. Quintii, dta pria. Non
autem ut quicquid praecipue neceffitrium ejl , fic ad cfji = ciendum oratorem
maximi protinus erit momenti. E t iterirn: Ne dut prateriti aut
futuri.Pr£teriti pc:Pridic quam intrarem ma* rejux ferena julpt. Futuri pc :
Pridie quam intres patriam , fa» cripcium jacito. id cft,die pr£cedcnti}quo aut
mare intrafli,atxt patriam intrabis. ltem,Poftridie quam pater mortem
obijt}eptt lum fici.Et,Poflridie quam uxorem duxero, nauigandm mihi efl.Vcl
eugenitiuope: Pridie illius dici.CT, poflridie illius diei, quo dut hxc
fvci,uel jaciam. Vel pne quam,cr pne diei,ftc:Ve * nit ad me Chremes poPridie
clamitans, fupple illius diei: quo hjtc gejh funt.Et , Ctwn intraui
urbcm,audiui hominem pridie receptjjc. Dicimus tamen. Quum has Uteros dabam,
erat pridie Calendas Augufti:ucl,poflridie Nonos : er hodie eft pridie lu*
dorum Circenptm: cras erit poflridie nundinarum. Refirtur enim afe teinpus non
ad hodiernum , craftinumq j diem, fed ad alium quendam, ueluti ad eum, quo
hslitene legentur. Jdeoq; errauit,qui ferippt pciQuum R omx domum eius loquendi
grd tia adijfem,orauit me,dicens, Poflridie ad me redeas: Dicendum erat, cras:
aut pc,poRridie ut redirem orauit. Rurfusnon refte dixijfeipcicras ut redirem
orauit, fed poflridie. Atque ut non dicimus nudtuffecundus,ita nec fecundo
Calendos, fecundo No* tios,fecudo' Idus: fed pridie Calendas, pridie
Nonas,pridielctifo Item, ut non dicimus nudiusprimus , ita ne primo quidem
Calpt das,primo Nonas,primo idmfed C alendis, Nonis,ldibus.Pr£x tereaexhis
duobus alterum firmat ex fe denominatiuum,altc* rwfi uero minime. Ex pridie flt
pridianus, ex po&ridie non pt poflridianut, aut in ufu non efl: fed pro.eo
abutimur cra&inus, per quod pgnificatur no modd dies fequens hodiernum, fed
etH quemlibet alium. V ergilius G eorgicorum primo: Sin uero adfolem rapidum,
lunosq ; fequentes Ordine refyicies, nunquam te craft MfiUet Hora, '
ELEGANTIARVM L I B. II, Horc^neq; injidijs nodis cupiere ferent. Eodem quoq;
modo abutimur hedernus pro pridianM.Terent. -Ex iure beflerno panem atrum
uorent. Cicero: Vide* tn Eoftaft,/; re uideor alios intrantes , alios exeuntes
, quofdam ex uino ua * fcabeamer,dum culem,in quem cotis ieflus
dejvrrctur,compararetur.Terent. Ego tc memn ejfe dici fnHcautont. txntijfer
uolo,Dum quod te dignum ejl, facies.Sunt tamen qui pro t&ntmodo accipiant.
Sunt qui etiam pro interea. Q ater a quoq; fic a per copofita,ad teporis
breuitatem referutur: Parus per,paulijfer,aliqudtijfer. Sunt qui per imperitiam hac accis piut pro fuis
primitiuis,que funt paru,paulm,aliquantulm . Dc Fer Temere. c a p. xlix. FEre
fignificationem habet non omnibus notam,niji quan * do fignificat pene, cuius
fignificatio efl,paulu abfuit quin: Ut,pene, fiue fere in manus boftiu incidi,
id cfl,paulum abfuit , quin in manushoitium incidere. Altera fignificatio efl ,
qutm fubintelligitur aliqua uniucrfalitas:ut Qtfint. Ha funt fere eme date
loquediyfcribendiq ; partcs.id efl,jere omnes. Ideoq} fere omnes adiungitur.ut
idem,Nam in omnibus fere minus ualent pracepta,qum experimeta.Similiter de
loco,de tepore, fimdis busq^.utjUtor fere hac ucflc in faciedis facris.id
efl,in omni fere I k trnpo icia,an me fcqui pofiit, fiam, uariant#
dicam,subindc refyicio, Cicero autem diceret identidem. Nam n£urJ* subinde uti
no folct,ne aequales quidem eius,varro,Salluilius, Ccefar.licet iUi utantur
nouifiimo pro ultimo,multiqi alij,qucd Cicero no facit. I tidem, er l tem,
fignificant id,quod fimiliter. H * urinator mirifice natxt,duraiqi fubter
dqudm, - 1 De Sicut,lta,lucp,SC Sic. c a p. lui i. Slcut,habet nonnunquam
uenujhtem magnam,dt. » ELEGANTI ARVM LIB. II. iit De Iterum,
Antehac3Pofthac5Dcinceps,•« ualeas,mecj; mutuo diligas.hoc cfl,rmhi in amore
refpondeas. De Srilicet,ero,cr opto) non lcgulei,fed iu *
rifeon fulti euadent. Quod ad meum aute hoc opus attinet , non fraudabo iuris
conditores debita laude. Tantum igitur deberi puto huius facultatis libris ,
quantum illis olim qui Capitolium ab armis Gallorum, atq; infidijs defenderunt
: per quos jaftum cftyUt non modo tota urbs non amitteretur, uerum etiam ut to
* ta reditui poffet. Itaque per quotidianam lettionem Digedo* rum,cr femper
aliqua ex parte incolumis , atq ; in honore fuit lingua Romana, er breui fuam
dignitatem , atque amplitudi* nem recuperabit. Sed ad reliqua pergamus. Dc T
anti,• uerfam conuicimus naturam effe : er prater hac unum, cuius, l»b.«, cuia
, cuiwm : quod a ueteribus non inter nomina , fed inter pronomina numerabatur,
ut meus mea meum. N ec Graci relatiuum , unde hoc nomen defeendit inter nomina,
fed in * ... /1 ter articulos codocant: er nos pronomina quadam articularia ^
folemus appedare. i deoq;,ut dicimus, mea eft, tua eft , Jua eft: er mea,
tuafia intereftiita cuia eft, er cuia intereft. P lau* tus in Epidico : Ego
dium conueniam , atque adducam ad te, cuia eft fidicina, Cicero pro MurxnaiEa
cades potiftimum cri * l mini / j. tU ^AVRENTIIVAtLAE , Atini datur ei, cuia
interfuit: non ei, cuid nihil interfuit. Igitur j intcrrogatiiCuius hominis cjl
hoc opus i rejpondcbimusmewn, non mei.Cuius domini hic fundus: tuus3aut fuusmon
tui,dutfut . Rtirfiim, Meurnnc fundum pofidcs,an tuumf rcfpondcbo neu*
triusyucl illius. Interrogamus adhuc, rcfpondcmusq ; pcruanos fdfus:Meum'ne
prrdiuefl, an illius: rcjpondcbofeUi uscerte, non tuum* Similiter de Cuius
nominatiui cafus, ad quod nuqyatn re* , , ' fbondcM per eu dem cafum, nifi in
tribus pronominibus deriua* — tiuisiut, cilium pecusfrejpondcas meum ,-ucl
illius. Interrogatur ?. ctfa m per diuerfos cafusiut, cuium pecusftuum nc,an
Meliboei? fcd per talem diftionem nunquam rcjpondctunnifi dicas,ejt eu* ium
ejl:uel,eft cuittm ejfe debet .er fi quid efl firnlc. C A P. I*1* f De Tanti,
Quanti, MagnijPjruijCum interelt E Adcm mti,eciemq; non pofuit. Septuageno,ii
ejl,feptuaginta coitibusj>er fingulas nodes. Nam ita h£c nomi* na
exponuntur.ut creabantur olim bini confules.id eft,per fttt* gulos annos duo.
vtuntur ergo oratores legitima j ignificatio * ne horum nominum: binus
enim,jiue binqfignificdt fingulis • duo:ternus,fwe terni,finguhs tres:quaternus,fiue
quaterni,fin* ‘gulis quatuor. At poctx non ita. Septenus enim gurges non ejb
fingulis feptem/ed feptem tantu uni flumini Nilo. Nec in jingt* lari modo
flgnificdtione hac abutuntur ,uerumetiam in plurali ^£eorg.u yt Vergilius: Per
duodena regit mundi f )t aureus afbrd. Prifcjib.». aftr^pro duodecim adra.At
hoc fepteno , Prifcianut exponit feptenario:quod nubi non placet , quum
inauditwm fit flutnen aliquod habere feptenarim alueum , zr fontem edere
feptenarium riuum. Siquidem haec nomina numerum aliarum rerum qu£ non
nomindtur,indicant,non multiplicationem fui *^ ipforumiuty lapis
centenarius,non quod jit centuplus lapis, fed ' centum librartm:homo
centenarius,non quod fit centum gemi* nus}fcd quod habet centum annos: grex
centenarius , non quod jfint centum gregestfcd grex centum capitum. Rurfus non
dici* mus centenariam libram,fed centuplammec centenarium annu , fed centuplum
annorum.T amen dicimus centenarium,feptena * rium, duodenarium numerum.
Siquidem numerus omnia com* plebitur, flue centenarius, flue decenarius, fiue
alius quiuis nu * merui ELEGANTI A R V M LIB. III. U-j fcwriw c£teraru
reruf^^aru, annorumfwulify. ldecq; rctlc dicimus ceimnariu umerum anttoru
ingrejjus ejhnon autem, centenarium ann titfWfjr* 9tulenanum numeru portat
pondo: no autem, nulcndrid pondo. Potuijfict igitur P rifeianus commodiui
cxponerc,fcptcno gurgite, pro feptenarij mmeri gurgite.Qua expofitione
utifolnnus in illis numeralibus, qua ultimu numeri cius
fignificant:dccimM,undccimM, cete fimus, mdcjhnus,id efi, qui ultimus cjl ^
decem, ex undecim,ex centu,ex mile.Aliquan = do etiam fjc:hoc aruu dttulit
centefimum, illud ucrofcxagejhnu, tuum ucro trige fimum frudumiid ejl,cetenarij
numai,fcxage= tiarij, tricenarii fruftum,uel centuplum, fexagentuplu,triccntu^
plum.vhnitfs lib.x v 1 1 i.Admifcetur huicfkr,ut mitiget ama- Cap.i6, rjtudinem
cius, er tamen fic quoq; ingratifiimmn cjl uentrv.na = fcitur qualicunq; folo
cum centefimo grane: ipfumq •, pro latx= ' — * — ine.efl.Non ultimum granu/m e
centenario numero intellexit % ’ fcd grana centenarij numeri, fiue granu
cetuplum, fiue ccntcnu, eo modo quo idem autor dixit uiceno.Hac etiam ratione
appcl c lata cjl quadrage fi ma, quod quadraginta dies continet: quo uo *
cabulo eloquentifiimi Cbridianorum utuntur. Quidam etiam quinquagefima,
fexagefima, feptuagefima. Atq; ( ut ad ranxc= deam ) utiniur fuperioribus illis
nominibus crebrius in plurali numero, finguli,bini, terni.Tnnum igitur cum
habeat fin gula* — ,y , — , rem numerum, apparet non efjc natura iftorwm.
Quinimo non memini compcrijfe mc illud in plurali, licet cr fingularc parra *
furnfit. , ut trinum nundinum. Promulgari enim debebat antis quitus rogatio
apud Romanos trinonundinoiqubdCut opinor ) aut tribus in locis uno die , aut
tribus diebus uno in loce celebra batwr.ut trimus triu annorum, ita trinus
trium dierum, aut triu locoru. Prijcianus autem ait trinundinum pro
trinundinarum, prffCiijb>7, Ciceronis ex emplo pro Cornelio : Primo ex
promulgatione tri = ^ C} i nundinum dies ad ferendum potejhsq; ucnijjct. Quod
fi ita efi* ^ — /cf,4 tris compofitum eJJet,non a trinum,ut ait Prijcianus,
ficut l 4 trinodium : i6t —fc»,
trinodium:fcd ferfan per apocopen dicimus trinundinum, prd Cap.4. trinum
nundinum , aut plane trinundinum. Quintilianus libro ^ fecundo,Siue no trino
forte nundino promulgati, /tue non ido* ~~ neo die,ftue contra inter
ccfiionc,uel aujficia, aliud ue quod le* gibus obdet, dicitur lati ejfc , ucl
ferri. T itus Liuiuf libro tertio: oftquam uero comitia decemuiris creandis in
trinundinum in» didafunt.l dem libro quinto,nife editioni meda inefe,ait:Antei
— ^ trina loca cum cotentione fumma patritios cxj^crc folitos, huc ~~ iam
oftoiuzcs ad imperia obtineda ire. Donatus tamen hoc no* mine utitur, er
difcipulus eius, non tamen magiftro indodior, Hieronymus,cum alibi,tum ad
MarceUamiEt Trinam negatio* ne,trina poftea confefeione deleuit.
idefe,triplici. Catcri quotfc eodem nomine Utuntur. Vnde didi ejl trinius,
trium perjona* rum una diuinitis.Seruiusfuper illud vergilianum, tib.8. AenriV*
-fer na arma mouenda:ait,¥igura poctica:Nd trina debuit di* cerc. Arma enim
funt tantum numeri pluralis. Sed hac ratio Ser* uij,qu'am fit efficax, ipfe
uidcrit,qui uult hoc nomen^aptum effe nominibus numeri pluralis : quod etiam
reperimus coniundum eum nominibus fingularem numerum habentibus. Et quid prae*
terea dixiffet,fi apud Vergilium feret quaterna armat nunquii legendum effet
quatrinaf V erum non ejl trinum de numero eo* rum de quibus dijfeutauimus,
quorum fingularem non frequen* tari ab oratoribus diximus , fcd a poetis , er
quidem improprie . Etiam nonnunquam improprie pluralem, quod aliquando ipft
quoque oratores faciunt , fcd nccefiitatc in his nominibus qua fingulari
carent, ut codicilli (licet I uftinianus utatur)ut liberi, ut pugillares, ut
nuptia, ut arma, ut cadra. Aut fi non carent, funtej; uel diuerfi generis , ut
nundinum, er nundinajcli cium, er delicia, ucl diuerfie fignificationis , ut
haejedes , er ha ades: uel diuerfi er generis, er fignificati, ut epulum, er
epu* ie. Neceffarium efl autem dicere binos codicillos . er ternos > C r
quaternos, non duos, tres, quatuor, ratione di dante. Quid enim ELEGANTIARVM
LIB. IU. enim fi de diuerfis codicillis dicendum mihi fit , quomodo di*
cam,duos codicillos fcripfit patcr,umm ad me,alterumad uxo remiiUud enim unim,&
illud alterum ad quid referturi ad co * dici'dum,quod non reperitur i Dicendum
efl ergo unos . Quod fi unos,ergo er binos dicendum erit, quod ex Cicer .
exemplo liquebit. Duplices finulitudines effe debent , uiue rerum, alter«
Diruit^dificatymutat quadrata rotunda. Dc Liberi, Pugillares. cap. viii. I beri
profihjs fingularem non agnofeit, cuius natura a fu * /perioribus dijfentit.Na
ut dicam , Lego Titio ternas ades, unas in jvro,altcras in J atiiculo , tertias
in Suburra:ita no dica , ex ternis liberis meis,unos,alteros,tertios : fed ex
tribusliberis meis unum in alienam familiam dedi yalterum abdicaui , tertium
haeredem injlituiXuius rei caufa ejl, quod quum dico unum,aU
tcrum,tcrtium3adiungi folet filium: er tres liberos , quafi tres filios: quod
ita non fit in ades , cr in Uteros , nifi fubintelligas domum , cr cpifiolam.
Sei quid facies in caterisf ut in nuptias , Cr in pugillares i ab furdum fit
dicere,unam nuptiamyunum pu * gillarem.Pugillares aute fignificat tabellas
cereas , jiue ligneas. Apud Mode-
fiue Acrius mater is >in quibus Jtylo feribimus . Liberum tamen ninu dt.de
Pac. pro filio cr apud Quintilianu,cr apud P.Ut>.)6. aempUrU bdbcit
iuodcmpntiolymfuic.llm proximo li« bro: Atque adeo duodequadragenum pedum
l.ucullei marmo* ris i» atrio Scauri collocati. Duodequadragenum
, pro duode * quadragenorum. T. Littius libro primo : Buodequadragcpmo ferwc
anno, ex quo regnare coeperat T arquinius. Dc Domus. c a p. x genitiuos fatos
habet, unum fccund£, alteru quarta \ ) declinationis, domiyCr domus. Sei ptior
fignificat locum , ubi quis manet.poRerior corpus ipfuin,atq ; e,fumm,nc dicam
fceleratm,cr im* pm C otior. &,Vrudens, ne dicam fapienshcmo. N am fipo*
tumui in accufatiuo,perquam abfurdm fvret:fic,Crudclis,ne dicam [celeratum, cr
impium Casicrcm.cr,Prudcns,ne dicam fapietem hominem. In priore enim modo
fubintcUigitur eumz fic, Crudelis Catior, ne dicant eum f 'celeratum , e r
impium. 1 n alijs cafibui non efi hoc nety diuerfm,neq. ; caufa-.ut idem, An
jperajjet hoc uiuo Milone, nc dica Cbfuletuel fic,An fccraffet hoc uiuo,ne
dicam Confule Milonef Illud eiufdcm in libris ad H crinium neq; difiimlchis ,
neq ; ufqiicadeo funde efi : Obfuit plurimum eo tepore Rcip.confulum jiue
malitiam, fiue ftulfitii dicere oportet, fiue potius utrunq;. N ani ubi erit
ftippofitumi certe deefi. illud nanq ; uerbum quod intericftm efi, de nomi *
natiuo mutxuit in accufatiuum.Sed ficut in Luripo,aut Sicilio ) l damtli tfreto
inflata uento ucla,aquaru impetui retroire cogitiia ora * donem lege grammatica
euntem autoritxs ipfa, confuetudofe inhibet,ac repeUit. V erum (ut grdmaticoru
expctfntioni fatis * fidam) fic erit cotiruendumiaut Jlultitia cojulum, aut
malitia, aut potius utriiq; obfuit plurimum eo tepore Reipub. fiue illud fftum
confulum dicere oportet Jlultitiam, fiue malitiam, fiue potius utrunque-.uel
pc,objitit plurimum Reipub. eo tempore confulum fftum , fiue illud malitiam ,
fiue Jlultitiam eorum j fiue utrunque dicere oportet. Dc infinitiuo ud
incerienu * mero,er gcnere:ut,Ego illum de fuo regno,iUe me de no * jlraKep. percontatus
eft. Dtio fuppofia funt,ego,cr iUe,quo * ru/m utriqi uerbum accommodatur. Sed
fequenti palam,ante* cedenti per fubinte!ledione:ut Jit,Ego illum de fuo regno
per* conatus E. L EGANTIARVM . III. t9f
tontatus fium,iUe mede noAra R epub. per cotatus eft. Conuerte ordinem
perfionarum , fimul perfionam uerbimutaueris:fic,lUe me de no Ara R epub. ego
illum de fuo regno percontatu s fwm ♦ genus fic.cgo illam de fuo regno,illd me
de noAra R ep„ percotm eft. Muta numeros ficiego illosjlkiuedefuo regno, iUi
ilhc'ue mede no Ara R epub. percontati, pcrcontat^ue funt: er item econtrario.
fu i.ijjuh fvrmkm llon cadit , quo- tics per compdrationein}dutyjMilitudincm
loquimur,quale ejh Melius ego iAud,quam uos , jrftffcnunon autem,quam uos fi*
cifictis. Hoc ille ita prudenter,ut ego,ficijfiet:non autem,ut ego JiciJJem.
Hic enim fubinte!Iigitur,Jtc:Hoc ille ita prudenter,ut '-r-cgofeciyW
ipfieficifiet. Melius ego iAud,qum uos ficiAis,fi* cijfem.Vcrbum enim
principale debet efferri, fubinteUigiaute quod non ejl principale. Vbi
collocandum Gc adfaftiuum. c a p. x x v. ADieftiuo,quum praceditydcbent obfequi
fubftantiud,ali* teruitiofum cftiuthoc modo,Nulld uirgo eft dicenda cor*t~*
rupto uel animOyUel corpore. Dic pro animo mente :
jie. Nulla uirgo dicenda eft corrupta uel mente,uel corporr.autyconuptor* uel
corpore,uel mente,non erit Latinum. Q uodeontra jit aut 90 ffafedente
fubJhntiuo,aut reicAo in finem adie£liuo:fic,Nul la uirgo dicenda efl,uel mente
corrupta, uel corpore : aut , uel corpore corrupto,uel mente. J tem,uel mente ,
uel corpore cor* ruptoiautyucl corporeyUel mente corrupta. Similiter in plurali
( uariabo exempla ad euitandum fislidium) Nemo diues eft, uel ualetudine
infirma,uel fenfibus:aut,uelfenfibus infirmis,uel todetudine. item , nento
filix ejl uel conficientia , uel membris affvAis:autyUel membris, uel
conficientia ajfida. Cicero tamen in Philippicis inquitiOptima fiunt er mente,
er uiribus. Ne * fcio an culpa librariorum fit,qui ita ficripfierunt , pro eo
quod cfi , cr mente optima fiunt, zr uiribusmel,optbna fiunt mente . &
uiribus. Qgti o LAVRENTII VALLAE Quid momenti faciat c5iunctio,aducrbium£g
difiunr* Aiuum ex collatione. c a p. xxvi, EX his qux tradidimus,palm
efl,ncquaquam refte dici,cor rupto uel corpore, uel mcnte.Debet enim adtefiiuum
idui ad utrunq; fubfhntiuum applicari in gencrc,zr numero. N eq; de Vel
tantumodo intclligo , fcd de exteris quoq j coniunftioni * bus.per Et,ut modo
ex CiccrOneattuli ex c pium : per Nf c,per Siue,per extera huiufmodiuieqi hoc
folum ubi adefl fubjhnth uum cum adiefiiuoffcd etid fine eo,quale hoc efl:Tu
nec fice» res,nec ego permittere. N on efl hic fermo Latinus. Dicendum ndnqi
erat,nec tu faceres, nec ego permitterem: aut fic,Tunec faceres, nec a me
facere pcrmitterens.'l on rflfWOMTto det a prima dittione. I tem,potcs
cognofcere partim ex aliom fermone,partim te docebit ipfe abeUd)‘ius:no ejl
Latinum:fed fic, Partim potes cognofcere ex aliorum fermone,partim ex tx»
bellar io. i tem,puto tum ex fuperioribus literis te omnia inteU ■ lexijfe,tum
ex his intelligere potes : dicendum erdt,tum ex his intelligere pofje. I tem,
paratus fis uel pugnare, fi qui te lacef» funt,uel fi qui no funt,nc recufes
facere paceidicedwm erat aut fine illo,ne recufes: aut fic, uel paratus fis
pugnare. Ex his quae dixi,uideor reprehendere legem illam duodecim
tabularumiLi» *■ * > beri parentes in egefhtc aut alant,aut uinciantur.quafi
diccn» dum fuerit,liberi aut parentes in egefiate alant, aut uincidtur » Sed no
efl uetufias illa reuoedda ad hanc regulam,qux confiat ex ufu eoru,qui more
illo uetufio non funt locutiuametfi haud dubie opinor priimm Aut, a quibufdam
adicfttm ,■ legiq ; ia in uetufiifimo quodam codice Declamationum Senecx:Liberi
parentes alant, aut uinciantur.Huius etiam loci illud efl,nc hoc modo uerba
commifceamus diuerfam naturam habentia , quale efl, ille mihi nec nocuit unquam
, nec adiuuit : ego nec offendi em,nec profuiidicedunt erat,iUe mihi nec nocuit
unquam,nec profiitiaut fic, ille nec nocuit mihi unqud, necadiuuit:ego nec
offendi ELEGANTIARVM LIB. III. t9t effindi cum,nec adiuui:aut,ego nec offendi
eu,nec eide profui. De ufu negationis, cap, x x v i i, TRes aliquando
negationes no plus efficiut quam du fed ne luna quidem ad folcm ferudt Jp
lendore fiuu,rette dicitur . 1 tem hoc modo rcttc:N on modo nulla jlclLc, fed
ne luna qui * dem,cr ca ter a. At quoties diftionibus quadam adefl cotrarie *
tas,no pofiis tollere alteram negatione, ut hoc modo: No modi fteUa no apparent
, fed etid luna ad folcm obfcuratur. Sine ne * ■gatione geminata no rette
loquaris. I tem, no modo no dbfoluo hunc , fed ne leui quidem poena cum eo tra
figendum effeputo » Quidam tume nuper fcripfit:Non modo abfoluedum huncjed nec
etiam grauiter puniedum puto:quum dicere dcbuijJct,non modo no abfoh6‘
tuere,defende,ama,ncrclinque.Hic nos Quintilianus admonet, ne pro illo,ne
feceris,dicamus,non feceris:quia alterum negans, di efl, alterum uetandi. ideoq
; ne cum prima perfona fingula = ris numeri nunquam coniunttum inuenimus , ob
eadem caufiam propter quam imperatiuum caret prima perfona in fi ngulari, quia
nemo fibifoli imperat, aut uetat. Vnde
jrequeter legimus, ne timuaimus,ne timeas, ne timutritis,ne timeant . Nunquam
autem ne timeam,nifi ne pro ut non:fed non timeam,no aufim, non fperem,non
timuerim, non fperaucrim,non crediderim : id efl, timere, audere,
ffeerare,credere,non pojjum: aut non debeo: n ita in t ita in aliis perfonis:ut
idem Quintilianus, Non expcdcs,ut fk* tim prati# agat, qui fanatur inuitus. id
ejl, expedire non de* bes Non enim eo modo hoc dixit, quo dicere folemus,quum
ue* tamus,ne me expedes amplius . Hic enim negatio ejl, nonueta* tio. I a, N on
expedMens,cr ue expefauens, q uorwm alterm praeteriti temporis
ejl,ncgat$:alterm futuri , c r ucat, c A P. XXIX. De lepore Si non,« Nifi.cum
aliis uerbis. HOcattodadbucdc negatione fubijciam,ad[otamclegaiu tim dicendi
pertinet: quod quale /it. fdwlhs ««P“ Dedam... per feapparebit. Quintilianus:
Non ejl difia e ut maritum uxor occtdntjjtno ejl difficili* ut filius patre.
tdeM^eo cauf- fm dimttimus.ut no fit abfoluedus adolefcens, ntjt etta lauda*
im. I dnt-.Quare non pclit,«t tmfertt putetis.mfi er «»“«" V*-'"-'-
&crit:non petit, ut afflidum alleuetis, nijt cr ) lnfiliciorem,qu6d patrem
amifit,quam quod oculos, Serum ... «tuloitiucAt itero malum ejl liberos
-«attere. Malum.mfi boej fptfl*'4- peius fit, Sic Mfcrrc, V pnpdi. Samius:
Tamtediotmul in.Catij. PLt|1|’t p Jc pudicitia, fifimafua,fi dijs,aut honumbus
an.) nuam «ili pepereit. Ignojiite Cethegi adelefcentuinifiltenm patria bellum
ficit. TitatLiate libro trigrjtmoprimo: Nant a»6i «a ea attinet, qua nobis
obtecif,m/i gloria digna jmt, pu teor ea defendi non pofje.0uidius lib.
deennotertto Meantor. Nec omen hac feries in caufam projtt Acbitn, Si «abi eam
magno non ejl communis Achille. Huic finale eji, quale apud eundem, hb. i
i.eiufdem operis: Mentior obfcurum nifi quum nox fecerit orbem, Nuper honoratas
fumnto mea uulnera eoclo videritis ftellas- Et Quintilianum: Mentior.ni/t 4«utn
pere» erinatio mea nos aia«eeref, maluit effe cum matre. Et iterum. Allidere
enim, cibos miniftrare, manum pom gere cjutlibetpo» terat, mentior nifi /udum
ejl, idem uerbumapud Atnbrojmm ELEGANTIARVM . Jl'l. t9S fode modo pofitu,tum in
libris Officioru,tum Hexameron,tim in alijs reperies. Et apud Cyprianum ad
Donatum : Mentior , nifi alios qui talis ejl , increpat : turpes turpis
infamat. De V ter V tri,Altep Alteri, Neuter Neutri,36 Quis
Cui. c a p. xxx. VT er utrum accufat Latine dicitur.ut C icero pro M ilonf,
Vter utri infidias ficerit, Vterq; utriq; uix aufim dicere. Heuter neutri
omnino no dixerim.Teretius in Phormione inqt: A&rJctj' Quia uterq ; utriq ;
ejl cordi . In duodecimo quoque comentario rertt a Cafare gejhru,fiuc ab
Hirtio,fiue ab Oppio ( nam inccr CjeCIib ftngidiyCr tamen per hoc idem
compdrdtiuum loquimur.ut uo * cdui te prior,percufii te potierior,fupple quam
tu me.Nonuqua unus hinc efl, illinc plures:ut , uocdui uos prior , fupple qudm
uos me:uocduimus te priores,fupple quum tu nos. Ide de fuper ldtiuo,ubi mula
mcbrafuntiut primi nos uenimus,uos potierio res, ille ultimus:primus ego
intrdui uaUu,tu ferior, iUi ardifiinu. Dc regimine nominum Criminalium,S£
Poenalium. c a p. x x x i i. SI quis furetur rem fdcrdmde prophano , teneturne
fderile* gij,dnfurti,dn utroq;fnon dutem,dn utriufq; . Qui futiule* rit rem
fuam de fdcro,furti'ne tcnetur,dn facrilegij , dn neutroi non dutem,dn
neutrius. Accuftre hunc potes uel furti,uel facri * legij,uel de utroque,uel de
ambobus : non autem utriufque, aut amborum. C ondemndrc non licet de utroq; ,
fed de altero, uel furti, uel fderilegifinon autejed dltcriui,uel parti, uel
facrilegij. Cur itu fit, ut demus uarios cafus eidem uerbo, prxfertim fiub
coniunftionibus,quecide,fed in his etiam qu A» Cedo, non mitius hominem
ipfum,qum ius commune defenfum uelU tis.Quintilianus:An iitcidijje in fordidum
nomen,non eo con « temptum hominis,quem dedrudum uolebat,auxiffe. C A P* ' L.
PropoGtiones, rationes c£ interdum mifcerl o Nam aio LAVRENTII VALLAE NAm ubi
uitici neceffe e ft,ex pedit cedere: (tue plura funt de quibus qujeritur ,
ficilior erit in ca-teris fides : fiue unum , mitior poena f olet irrogari
uerecudi£. M ifcuit hoc loco Quina til. propofitiones,rationcsq;,quum fit
ufitatifiimum fic dicere: Siue plura funtje quibus queeritur, fiue unum. Si
enim plura , ficilior erit in cectens fides: fin umt,mitior poena folet
irrogari tfb.i.capA uerccundU. Atq; iterum : Firmis aute iudicijs,iamqi extra
pe a riculum pofitis,fuaferim er antiquos legere ( ex quibus fi ajfiu* i matur
folida,cr uirilis ingenij tus , deterf o rudis feculi fqualo* re, tum hic
nofter cultus clarius enitefeet ) er nouos, quibus er ipfis multa uirtus adefi.
Alius dixijfet,fuaferim er antiquos,cr nouos -.antiquos quidc,cr c£tera:nouos
uero,zrc. Cic.in Ana Philip.*» toniu : o' te miferu, fiue illa tibi noti no
funt ( nihil enim boni nofli) fiue funt,qui apud tales uiros tam imprudeter loquare.
. De ufu uemifto uerbi V ideor. c a p. li.
NOn uidetur tibi quod bene ficiam: cr,ntihi non uidetur- quod
beneloquaris. Sicut uobis uidetur quod male ficta mus,iti nobis uidetur quod
maleficitis : uidetur tibi quod iUe bene fcribat,ej uidetur mihi quod isli bene
arent. Rufticanus hic fermo eft,er agrestis. Eruditi enim fic loquuntur:^ on
uia deor tibi bene ficere : w,tu non uiderismihi bene loqui. Sicut uobis
uidemur male ficere , ita nobis uos uidemini : lUe uidetur tibibene
fcriberacr,ifti mihi uidentur bene arare. De uulgari quodam ufu Mihi3 De h;
ELEGANTIARVM LIB. JIT. zij De Id quod; cum alio antecedente, c a p. l x i r. Xr
I deo te amatorem fiudiorum , quod me maxime iuuaf.uel, V qua res me maxime
iuuat:uel,id quod me maxime iuuat, amator es fiudiorum.item,uideo teyquod me
maxime iuuaf.uel qua res me maxime iuuatiuel , id quod me maxime iuuat,ama*
torem fiudiorumiqua exempla fibi quifq - conquirat . Dc Aliquis^uifqu^Quifpia^
VIIus. c a p. LXIII, AUqutstquifquam , quijpiam , ullus idem fignificant ,
diffi* runt(h d quidam,ut in alio opere ( quod de dialectica pro* pediem
edemus) obtendetur. vUus tamen quodammodo claudi * cat3nec fere citra
negationem,quafi citra baculum ingredi po * tejl,niji interrogatiue:ut , uocat
me udustaut fubiunftiue:ut,fi idlus me uocat. N unquam plane affirmat iue,jicut
ida fuperiora. De eadem perfona tanquam alia, c a p. lxiiU.^. A/T Eoccuputo
adminihratione magiftratus , nudum tem* A. 1 pusfeponere adjludendum poteram. V
el,me o ccupato in adminisbratione magiftratus , nudum tempus mihi reliquu
erat. Rarifiime Latini fic locuti funt, Graci frcqucter,fed hoc modo
potius:Occupatus in adminisbatione magiftratus, nudum tem * pusfeponere ad
ftudia poter am:uel , Occupato in adtmniftra* tione magiftratus,nudwm mihi
tempus ad fludia reliquum erat. Dixi rarifiime,non tme nunqudminam quidam fic
locuti funt* ut Horatius de Arte poetica : . ~ - Laudator temporis afti Se
puero,cenfor,caftigatorq; minorum. Quintus Cicero ad T yronem : N on potes
effugere huius culpa EpHlpcnuit. poena te patrono, Marcus efi adhibendus.
fubintedige,pro ipfo ,ib-,6*'pi£a* p atronus.Simile quiddam fapit per,qualeejt
apud McTuttium: DeOnto.U,«. Quum cr per meipfum cgijfem,etper Drufum fiepe
tentxffem. illud enim per,fignificare folet mediu quendd,ahuq j intercefio *
re. Ni uc uero quis queat medius effe inter fe er aliufcr tume fic uulgo
loquimr,per meipfum rogaui , per teipfum obtinuifti. o i Auxit 218 LAVRENTII
VALLAE Auxilium do,fcroc^:Opem fero cantum, e a p. l x v. AVxilium do,fero(f;
dirimat . Opem do non di cimus, fed fi* ro:unde Opitulor,quod T uUianuuerbu.
cjje Seneca autor eft: quo txmen er Sallufhus utitur,cr Plautus,^ alij nonnuHL
De A\Ex,5cri,cr nifi de uia feffus effet , continuo ad nos uenturum fuifje .
Quafi de labore uic I Qtjintilianus, «ledani... Ub.9tcap.i7* ELEGANTIARVM LIB.
IIL xt9 D( In diem,In diesjn horam,In JjoraSjPropediem, ac Propemodum. c a p.
ixvii.i, IN diem aliud multo efi3qum in dies. lUud plcrunq; cm hoc ucrbo uiuit
jungitur, vt Quintilianus : Non ut fere noluere prafentu modo cibi memores in
diem uiuunt, duratum hyeme reponitur uiftus. Aliquando,fed raro3cum alio
iungitur uerbo ; ut Salluftius3Panem in diem mercari, quafi dicat,prafcntis
diei fnlugutt, habere ratione, nihilfy cogitare $ craftino. 1 n dies idc ejl
quod quotidiefed proprie cum quodam incremento : ideotfc plerunfy cum
comparatiuo : ut , Quum in dies malum arftius premeret . Et, Quum in urbe
infinitum malum ferperet , idq ; manaret in Cic.Phiiip,t. . dies latius.Etiam
fine coparatiuo3fed tamen per uerbum figni* ficans incrementum : ut Liuius ,
Crefcente in dies multitudine ► Quod non liceret dicere, concurrente in dies
multitudine , fed quotidie:aut in dies magisiquum tamen liceat fuperiora exepla
dicere per quotidie : quum quotidie malu arftius premeretis, quum in urbe
infinitum malum ferperetjdcfc manaret quotidie latius. Et per in fingulos
diesiut Cicero ad Atticum,Quotidie , uel potius in dies fingulos 3 brcuiores ad
te literas mitto, id ejl, non modo quotidie brcuiores ,[ed etiam in dies.Nam ha
quoti * diana Utera funt brcuiores his3quas antea mittere foleba : qua poterant
ejfe omnes pari brcuitate.Atqui ha quas in diesfingu los,fiue in dies mitto
breuior es, tales funt, ut hodierna fint bre* uiores hefiernis, er craftina
hodiernis , er perendina craftU nis: er ita afiidue. Et peftilentia in dies fit
maior , er quotidie fit maior : fic pojjunt uidcri hac duo differre, quod in
hoc pof* funt hodie fupra numerum hefternum decefiiffe quatuor, quum heri
decefferint decem fupra numerum eorum , qui deceffe* rant nudiuftertius . Non
ita in illo , ubi ultimus qui fque dies maxime increfcit : ut fi nudiuftcrtius
decefferint duodecim, hc* ri quatuordecim , hodie ncceffe ejl decedant faltem
decem er feptem ieras faltem unus er uiginti, perendie faltem fex er uigintL no E uigintuEandem difjlenentiam habent in
hora,cr in horas,quant Phiiipp.fi in dientyGT in dies. Cicero in
Vhtoppicis:Hgoty,«ocor in Jpem, ingredior in fpemmo tantum fpeifir* '
mitAtefignificat,quatum, colloco in tcjpc,c? repono in te fpe. OeOtaUib.i,
cicero; I n quibus tum fpem maiores natu dignitatis fu£ collos carant. Quin
tilianus:In quo fpem unica fenettutis reponebam. De uerbis ad recordationi per
tinctibus, c a PriStxxifryj- I Umentem uenit mihi, occurrit mihi, fuccvrrit
mihi,fubit -5r mihi , pro eodan accipi folent. Sei hoc ultimum frequentet*
quoque admiferationem. Quin tilianus:N obis uero natura ais uerfus exanimes
ingenuit non folum miserationem ( qu£ cogis tationi noftr* fubit ) fed etiam
religionem, vbi non ita decuifs ftcncid.*. fet, fuccurrit , occurrit , in mentem uenit.Vergil
-Subijt chori genitoris imago. Aea.*. -Subijt defert a Crcufd. vbi nequaqud
decuiffet,in mente uenit mihi dc choro genitere, er de C reufa deferta.
Jungitur etia hoc ' Lib.j. uerbu cum accufatiuoiut Curtius , Sera pcenitetia
fubijt regem. Dc uerbis ad uifionem pertinentibus, c a p.lxxxiii. VI
deas,uiderc licet,licet cernere : apud quofdam etiam cers nere efl,pro eodem
decipiuntur. V t, ltaq; uideos iuftos ins • iufHs rebus maxime dolere ,
imbecillibus fortes , moderatos ims • modeflis. Licet uidere nonnullos tanta
ftultitio,ut uix differant, d natura brutorum. Licet ora cernere iratorum3uti
mutentur. Offl.*. Ciceronis hcquus,uchiculu,Jignificdt potius id quod uehitur,
qui ejl homo. CiceroiTame er fummi gubernatores in magnis tepcjkb 6. ue^orj(fUf
admoneri folet. Quintii. Sic in nauimfilij mei male permutatus ueftor imponor.
Non tamen ueftorc accipias pro nauta.Hinc efe quod inuenimus nonunqud diftu ,
nautas er ueftores. Sunt enim ueftores , qui pretio in aliena naui uehutur, lde
Quintii. Cur infeanatis equis ueftor infedetf N onunqudnt pro ei qui uehit,ut
Seneca in Hercule infano: Tyria per undas ueftor Europa nitet, lde in
Hippolyto: Pro fua ueftor timidus rapina. Q uu deeode tauro,eadeq $ Europa
loqueretur. N a ca * tera fere qua d fupitns ueniunt, tm aftiue, quam pafiiue
accipi folet.ut accufatio Marci TulUj,aftiuc:accufatio v erris,pafiiue: donatio
mariti,aftiue:donatio uero bonoru,pafiiuc: er catera. De
Bene 3C Male, cum uerbis. g a. p. lxxxvii.. Ale iuiico, male cenfeo , male pronuncio
, male opinor male fer, t io , male exislimo , hoc male ad meipfum re * in Cato
.M aio. fertur ,erroremq; meum declarat. Male cogito, ad alterum re * fertur,
fignificatq ; perniciem , non erroremiut CiceroiCartha* ginimale iam diu
cogitanti bellum inferatur, multo ante de* nuncio, de qua non ante ucreri
defenam,quam excifam cogno «* uero. M ale cogitantem , uidelicet mala in
alterum, perniciemq ; cogitantem , non autem feipfam fwdentem. J tem male dico
tibi , male opto , male precor tibi , male, imprecor. Hw nonnihil fe* irulia
funt , male de tefentio , male tu deme exiftimas , mede de iUo Mi *• H |
ELEGANTIARVM III. illo iudicamus.Non
error hic fientientis,exiflimanti>,iudicatiscfc innuitur,fied uitium dc quo
indicamus , ex iHimamus ,fientimus. Male quocfr audio , id ejt , infamor
crinuna mea audiens , cum contrarium efi,male dico.Sallufiius in Ciceronem: R
effiondebo tibiyUt fi quam male dicendo uoluptatcm cepifti , eam male au * die
do amittas . Bene quoq ; maxima ex parte huic finule ejl: ut, de te bene
fientio,bene tibi precor, bene de te mereor . Dc Loco patris, dC In locum
patris,& fimilibus. LOco patrn,loco fratris , loco filij te habeo , non ita
accipU tur,quod ubi illa antea erant , ibi tu nunc apud me fis , fed quod in ea
ckariatc qua idi , aut fuerunt , aut funt , aut effient, aut efifie debent: ut
Chry fis Pamphilo apud Terentium loquU tur:Si te in germani fratris dilexi
loco, Cicero in Verrem : In parentum loco quafloribus fiuis pratores effie
oportere. lUaau» tem fiententia in locum potius , quam in loco, requirit tale
alia quod uerbwmyquoie ejl apud QuintiL N am quomodo pugnant ineuntibus tot
fimul metus laborum, dolorum, postremo mortis ipfim e xciderut, nifi in eorum
loeu pietas, er fortitudo ,er ho= nefti prsfiens imago JuccejfierinttEt f
alibi: Non perdidit filium quifquis occiditxxplicat a dolore patre, quod fibi
uidetur freifi Je re maximam, er iuuenis in loeu amifii , fiubfiituit de
uanitate folatium.Ergo ita dicitur ,ubi aliud erat, aliud fiuccefiit. quee die
uerfia afiupcriori fiententia ejl . Loco uoluptatis mihi cfl,loco tur
pitudinis,loco honoris:id efl,uoluptuofiim,turpey honorificum ~ Illud autem hac
in patre competit,ut dicamus,non recordari me an ufiqud repererim genus illud
fiermonis , quo Ecclefiaflici pafie fim utuntur : Ego habeo te in patrem : tu
es mihi in filium:ace cipio te in fratrem. Dicunt fnim ucteres, habeo te loco
patris, tu es mihi loco filij, accipio te loco fratris:uel,habeo te pro pae
tre, tu es mihi pro filio, accipio te pro fratre.cr nonnullis alijs modis.Atqucbic
uidetur aliquid non uti$ tale effie, fied perinde p * 4JZ **? cjfc, ac fi tale foret.ldeocfs expofi dones
noftrx locum habet, ubi loam 19. ale aliquid non ejl, ut dixi,ficd pro tali
habctur.ut in illo, Ex iU U hora accepit eam dificipulus tn fiuam. quod liceret
dicere, ac* cepit eam loco matris, ucl pro matre,fiucpro fua:non autem in in
illo,quod pro uero accipi debet: Ego ero illi in patre er ipfe erit mihi in
filium. 1 icuijfit ergo dicere, id cfl,dixijjcnt ueteret, ego ero illi
pater,ipfe trit mihi filitis:fied more Grxconm, unde hxc fimpa fiunt , noflris
ccclefiafiias ia loqui placuit. Ude ue* teres qui illo modo locuti no fiunt,
fic amc loquebatur: reuertor in patrem,tibi redij in amicum: fiedhic uerbumejl
fignificans motum.Quintilianiis:Et pojl exitum anuci reuertor in patrem .
QuintilCurdus lib. v. igitur rex arci Babyloni t Agadcen in "... .
prxfidemefifieiufiit. CAP, txxxix. De uerbis ad autoricatem pertinentibus. MOre
maioru. comparatu ejl, legibus ia coparattm efijegi bui itxconfiitutu eft,ia
natura comparatum efi,ia natu * ra confiitutm ejl , ia natura prxficriptum. Hoc
nobis ipfia na* tura prxficribit, nobis natura datum ejl, ut periclinntes
aUcue* mus.liocrado ipfia pr- De Memoria,& Memor iter,cuin alqs uerbis. .
MEmorid teneo, non memoriteriprotiuntio memcriter,non ntemoria.de. Memoria
teneo bello Marfico cum Quin* Dc Amfci to Otfauio. idem: Quintus Mutius
AugurSciuola mula nor = prfnc# rare de C.Latio focero fuo memoriter cr iucude
folebat.Rcpeto memoria, & memoriter. Quintii. Si logior coplcttcnda mano *
tto.t , c3p ,t, na fuerit oratio, proderit p partes cdifccre. dc. Copleflebatur
' memoriter , diuidebat acute. Quintii. Mcmoriarepeto couiftos Lib.i.cap. to. d
me , qui reprehendere erant attfi. , quod hoc uerbo pepigi ufus effem. Terent.-
Cognofcitne i C. ac memoriter. Aliud amen efl ille ablatiuus,qudm illud
aduerbim. M emoria enim quid flgnu fcne.^un0 aA,f* ficat,apparet. Memoriter
uero efl , quod literdtorcs noftri im= periti dicunt,corde tenus,mente tenus.
Apud Vliniim amen ad Ep&ti- Kb.*. Romanum tego : Tu facilime iudicabis, qui
am manoriter te* nes,ut ern hac conferre popis, fi rette fieferiptum efl,
redefle dici iudicabo. c a p. x c 1 1 1 1. De Fado tibi iniuriam:&,Afficio
teinitiria. FAcio tibi iniuriam:cr,ficio tibi contumeliam. A fjkio te in * +
iuria : cr, afficio te contu/melia. Rado tibi molestiam, non p i ia «,o LAVR.
ELEG. LIB. III. * ia libenter dixerim ut, afficio te moletiia. De ucrbo Impono.
c a p„ x c v. IM pono tibi hoc onerts,notu efl quid fignificet.lmpono tibiy ide
quod decipio tc. Quintilianum: Quid quod hocipfum tm placide, am quieti ficit,
qua fi captet imponeref Etalibr.Fcftl* lit te ingenitu* honejhs animis glori a
amor, f es tibi perpetua laudis impofuit.vnde impotiores dicuntur,qui alios
uerbis ma* gna pollicentibus , incantatio nibusq; feducut,ac decipiunt. Pau* l
mitem aleatores, er uinarios non contineri editto, quofdam yejpondijfe
Pomponius aitiqucmadmodwm nec gulofos , nec im* potiores , aut mendaces , aut
litigiofos. vlpianur: Non tamen fi incantauit , fi imprecatus efl, fi ( ut
uulgari ucrbo impotioris utar ) exorctzauit ,jton funt ifh medicina genera,
txmetfi fint qui hos fibi profuiffe cum pradicationc affirment. De uerbo
Speftac. c a p. x c v i. AD me Jpetfnt.id efl, ad me pertinet. Admortem fefint.
ii ejt, ad mortem quafi reficiendo tendit. Cicero Officiorum libro tertio : Ad
extremm fi ad perniciem patria res feftte pedam. i/. bit, patria falutem
anteponet faluti patris. Quinti* ; lianusin Paupere amatore :Et quod ad pcf*
fimum feflnt euentum , miferabilis fis oportet , ut amator effe uidearis. i i?¥
Z \ ‘ , • \ • • • * '• *r -V *« . -• • . . ‘ i ,1 E IN C^VARTVM L 1= B' R V M E
L £ GAN* TIARVM PRAEFATIO» C I O ego nonnullos, eorum prxfertim qui fibi
[aniliores , er religio (iores uidentur , aufuros meum infiitutumboc,laborem $
reprehendere , ut indignum chrisliano homine , ubi adhortor exteros ad librorum
fecularium lettionci quo * ?um,quod Jhdiofior cjfet Hieronymus , cxfumfe
flagellis ad tri bunal Dei fuijje confitctur,accufatimq; quod Ciceronianus fb*
tione correpti fuijjcnt. N
eque enim una omnibus medicina con * uenit,vr alios aliud decet. N eque femper,
er ubique idem aut permittitur, aut uctatur : neque ille hoc alijs uetare aufus
efl ne. ficerenticontraq; plurimos laudauit tum fupcriorum,tum fuo » rm temporm
eloquentes, verum quid /mitis agimusiQuii Hieronymo ipfo cloquentiusiquid magis
oratorium i quid ( li > cet iUefxpc difiirmlare uelit)bcne dicendi
folicitius,fiudio(ius,- obferuantiusfQuidiquod ne difii/mlabat quidem {nam
obijei * ente fibi hoc fomnium Rufino , hominem deridet ) planeq ; fi» tetur fe
lettitarc opera gentilium , er leftitarc debere, l dq; cum in alijs multis
locis ( quanquam etiam fine confifiione pa * lam efi) tm uero. cpiflola illa ad
magnm Oratorem. I nunc, C r uerere,ne aliena
accufatio tibi obfit,quum illi non obfuerit fua:cr non audeas jacere , quod
ille refeiffa pattiotic facere na timuit. Tametfi non defunt, qui credant em
puerili xtate illa percepijje,femperqi poflea memoria tenuijje. O' ridiculos
horni nes. ELEGANTIARVM LIB. Illi. xtf ties, & omnis dottrin # imperitos ,
qui opinentur em tantam rerm copiam,ac [cientiam,qua nulli chrijiianorum cedit
, aut, tam cito potuiffe di[cere,aut tandiu non potuiffe dedifcere3 quu er
rarifinu reperiantur , qui centefimam partem [cienti# illius affequi popint3cr
non nunore labore (ut antiquitus dUtu efl), h#c facultas retineatur ,qudm
paretur.Et tamen quantulum in* terejl inter furdri, & furtum non rcdderef
Quid prodeft alijs, fiirtwm prohibere,ne furentur, fi tu furto tuo palam potiris!
Si non debemus difcere eloquentiam, nec uti certe, fi didicimus Quid quod
libros gentilium [#pe in teflimpniu afimit! quos > fi no licet legere,minus
profitto legedos exhibere:^ fi nos de*, hortaretur d lettione gentiliu(quod non
facit ) magis intuendi i. putarem,quid ipfe ageret ^quam quid agendm ahjs
diceretiue* runtamen femper ipfe idem dixit , er ficit. Nam poftqudm te * neram
iUam #tatem faluberrimo [aerarum [cripturarm alimen to pauit,ac in ea quam
dcfpcdm habuerat, [cientia fibi uires ficit, iamq; extra periculm pofitus, ad
leftionem gentilium rcdijt,fiue ut illinc eloquetiam mutuaretur, fiue ut illorm
bene difln probans,male diftn reprehenderetiquod exteri omnes ha* tini,Gr#ciq ;
ficerunt,HildrM,Ambrofi,us,Auguftinus,Ldtfan*. tius,Bafilius,Gregorius,(jhry[oflomus,alijq
; plurinti,qui inom ni #tate pretio fas illas diuini eloquij gemmas, auro
argento ^ eloquenti# uejlierunt, neq; alteram propter alteram [dentiam
reliquerunt. Ac mea quidem fententia,fi quis ad [cribendum in theologia
accedat,parui refirt an aliquam aliam facultatem afjt rat an non:nihil enim
fire extera confirunt:At qui ignarus elo * quetix efl,huc indignu prorfus qui
de theologia loquatur, exi * fiimo.Et certe [oli eloquetes , quales ii quos
enumeraui, colunx ecclefix [unt, etiam ut ab apofloUs ufq j repetas , inter
quos mi* hi Paulus nulla alia re enunere,qu 'am eloquentia uidetur. Vides
igitur ut in contrarium res ipja recidit. Non modo non re* prehendendum ejl
fiudere eloquenti#, utrum etiam reprehen * dendu. zj6 dendwm,non fiudere.Etego
ftc ago, unquam eloquenti* cotrd c almniantes patrocinium prteflem , quod efi
maius propofito meo. Non enim de hac , fed de elegantia lingu £ Latina: feribi*
mus,ex qua omen gradu* fit ad ipfam eloquentia, v erum fi. quis eloquens non
fit, ita demum no erit caftigandu*,fi talis non po* tuit euaderc,no fi hunc
laborem effugit. Qui uero elegater lo* qui ncfcityZr cogitationes fuis literis
madat, in theologia pr** fcrtim,impudentifimi* efi, er fi id confulto jacere
feait , infx* ttifiimusiquanquam nemo efi qui nolit eleganter ,er facunde di *
cere:quod quum ipfis no contingit,uidcri uolunt ( ut funt pera, uerfi ) nolle,
aut certe non debere fic dicere . 1 deoq; aiunt gena tiles hoc modo locutos
effe, non decere eodem loqui C hristia* nos:quafi illi,quos nomnaui,more
iftorim locuti fint , er non more Ciceronis,c*terorumq ; gentilium : qui
qualiter loquatur nec cognitum ifii,nec expertum habentmon lingua gentilium,,
non grammatica , non rhetorica , non dialeftica , c*tcr*g4mi«, cuius libertusi
non autem cuius libertinus. Rcftodeturfyejl
libertus meus,aut tuus,aut iU lius,aut Catonis taut nullius. Atque libertus
fine patrono, patro* naue non e fl, liber tinus effepoteft, quamuis necejfe eft
eum ali* quando habuijje : quo fdftm ejl , ut dicamus colliberti , collis
berteqi,quemagri ad arandum idonei. Idem in eifdem: Quid poffefliones
datas3quid ereptas proferam, i I dem de Oratore : Tot locis jefi Lfb.t, fiones
gymnajiorum. id efl,tot fedilia.Ea tamen,qu£ funt in us, pro perfoms accipi
folent. Conttentus non efl couentioyfed ho= mines, qui unum inlocum
conuencrunt. Confeffus non efl con* fefiioyfed homines uno inloco confidentes.
Obferuatio,&Ob(eruanria. c a p. 1 1 1. OBferuatio,cr obferuantia fimdi
quodam modo , ut accef* fittygr acceflio differunt. Obferuo nanqueduo
fignificat: unum efl quod cu&odio aliquid oculis,animoq ; in modum Ibe *
culatoris,ne nos fllentio,tacitoq; pr£tercat:ut obferua tranfe* untes. Obferua
filium,quid agat, quid cum illo conjilij captet . quafi cuftodiyCr adnota. Et
hinc jit obferuatio , quafi annota* Tct&.inAnfc tio, cr animaduerfio. item
obferuo non Jpeculantts modo, fed aA•I•rce•,• ‘ ddmirantiSyUcneranttsq-y c r id
tantum in homines , non in res, quoties quem ucluirtutc,uel dignitate
fufcicimus, cr colimus: unde fit obferudtia,qu£ efl ueneratio qu£dam, cr
honoris ex* bibitio. Quare melius obferuadonem, quam obferuantiam hi, qui
nominantur fi atres,fuum inflitutum nominarent . *
Potus,3£Porio. c A P. I Ii i. POtu* , er potio non differunt nipob huiufmodi
caufam. Potus enim uini,aqu£ flnuliumq ; dicitur. Potio uero d me. * dicis
datur £grotanti,quod Gr£ce dicitur fxf/uzHsp. N onnun* quam tome potio,pro
potus accipitur. Seneca de tranquillitatr. Aliquando uefatio , iterq ; , er
mutata regio uigorem dabunt, conuittusfycr liberalior potio, Cicer.in Tufculan.
Quid quod 4 ne - ^ • »*9 cj]e, ac fi ale
foret, ideoy cxpofitiones noBra locum habet,uhi loan* is. ale aliquid non eft,
ut dixi/cd pro ali babctur.ut in ilio, Ex iU U hora accepit eam difcipulut in
fuam. quod liceret dicere , ac* cepit eam loco matris, uel pro
matre,fiucprofua:non autem ia in tio,quod pro uero accipi debet : Ego ero illi
in patre er ipfe erit ) rabi in filium . 1 icuiftfct ergo dicar, id
cfi,dixijfent ueteres , ego ero illi pater,ipfe irit mihi filius: fed more Grxcorm,
unde bsc fmpafunt , noBris ecclefiafiias ia loqui placuit, lide ue* teres qui
illo modo locuti no funt,fic amc loquebatur : reuertor in patrem,tibi redij in
amem: fed hic uerbum eft fignificans tnotum.Quintilianus:Et poft exitm amci
reuertor in patrem. Quintii Curtius lib. v. igitur rex arci Babyloni x Agaticen
in prxfidemeffeiufiit, De uerbis ad autoricatem pertinentibus. MO re maioru
comparatu eft, legibus ia coparatm eft, tegi bus iaconftitutu eft,ia natura
comparatum eft,ia natu * ra conftitutm eft > natura prxfcriptm. Hoe nobis
ipfa na* tura prxfcribit, nobis natura datum eft , ut periclitantes alleue*
mus.Hoc ratio ipfa preftu,ficut per patroniLldeccfr libertinus adieftiuu efi,
ficut ingenuus ajS E ingcnuus:eoY inoa-
Et hinc fit obferuatio , quaflnnnot^ Tna.fafa* tio,cr ammaduerfio. i tem
obferuo non fteculantis modo fed adnurams9ucnerantisqi9 er id tantum in homines
, non in res quoties quem ucl uirtute9uel dignitate fu ft icimus, er colimu s:
unde fit obferudtia,qu£ efl ueneratio qwedam, er honoris ex- hibitio. Quare
melius obferuationan, quam obferuantiam hi qui nominantur fratres, fuwm
inflitutum nominarent. Potus,& Potio. CAP. 1 1 1 1, p Otus , er potio non
differunt nifiob huiufmodi caufant. MT Fotus enim uim,aqu£ finuliumq; dicitur.
Potio uero d mea dias datur £grotanti,quod Grace dicitur N onnun* quam tme
potio9pro potus accipitur. Seneca de tranquillitate- Aliquando ucfatio 9 iterq;
, er mutata regio uigorem dabunt \ tonuittusfycr liberalior potio. Cicer. in
Tufculan. Quid quod q ne Ut ne mente
quidem rette uti pofJumus,multo cibo,cr potione re* In Cato Ma. plctifEt alibi:
Tantum cibi, cr potionis adhibcndum,ut refi* ciantur uircs,non opprimantur.
Senes, Veter es3& Antiqui. c a p. v. SE «a uocantur, quantum ad priuatzm
ipforum uit&m, qubi ufq; ad fenilem anatem uixerunt. V cteres , quantum ad
pu* blicum tempus,qucd alia dcfote uixerunt, etiamfi ad fcniu/m non
pcruenerunt.vnde quidam iuniores fiicrunt fcniores ueteribus . Antiqui utriq ;
dicuntur,fed magis ucteres,qu.mfenes. Defeftus,Culpa,e lucri : cuius ft>ei
caufa plcriquc ludunt, ideoq; ludum talarium dicimus, non lu* fum: er ludum
ale.*. quum inquit: Hoc in ludo non
pracipitur , fociles enim caufe ad pueros deferuntur. Et Jhtim pojl:Hac ejl in
ludo cauftrum fore formula. Nam,ut inquit Quintilianus,Rbetores [uas pars
Lib.i.cap.»* tes omiferuntyC? grammatid alienas occupauerunt. Siquidem
grammatici Latini , rhetoricam etiam docent , quod indicant ipjius quoque
Ciceronis uerba , quum pueros,non iuuenes nos nunat. Ejl cr ludus armorum, qui
idem (ut[entio) gladiato* rius dicitur, ubi difeunt gladiatores : ut apud
Quintilianum, Quod me diu pirata in carcere retentum , quia diuitemiUius
promiferam patrem,in ludum uendiderunt , tanquam decepti. Et iterum: Et inter
debita noxa mancipia contcptifiimus tyro gladiator, ut nouifiime perderem
calamitatis mea innocentiam, difccbam quotidie [celus. Ludos tamen gladiatorios
frequetius , qudm ludum dicimus,quotics unum , pluraue paria gladiato • rim ad
fpeftnculum pugnatura producuntur. Qua res , mu * nus gladiatorium
appeUatur,quia populo tanquam munus do* natur. Et qui donat , munerarius : er
qui fomliam gladiato * rum habet , gladiatoresq • domi in difciplina , er (ut
dixi) in ludo exercet , ac postea uendit, L anifta. V ocantur autem Ludi
gladiatorij , jicut Ludi Apollinares , Ludi Circenfos , Ludi q 1 focu * 4
ZSO V Ait AE feculares. N am
fficft&cula publica utique in honorem Deorum ludos antiqui uocabant : ut
non abfurdum fit folenniatan in natali die fanttorum,pr£fcrtim cum apparatu
illo, cr pompa, ludos uocari. Nam quo alio nomine uocemus illam fcefta culi
exhibitione, qualis fit in multis I talia: ciuitxtibus,cr ( ut audio ) in
multis alijs prouincijs f Hutxre,que ple * runq; fiillax efi, er in primis (
nifi fideli fundamento nitatur') friuoLa.vicinia autem non tm homines , qui
eundem incolunt uicu/m , fignificat,quam qui prope domum tuam habiant.Vi *
cinitas autem no homines, fied propinquiatem:proprie quidem uicinorwm,abufiuc
uero etiam ceteraru rerum. Nonnunquam eotinens pro
cotento:ut,laudanda,uel potius amanda uieinitts. Commentarium. c a p. x x i. C
Ommentari] nemen quid fignificet,tertio Declamationum libro Seneca
declarat,quum dicit: Sine commentario nun* quam dixit, fied commentario
contentus erat , in quo nuche res ponuntur. E t Cicero in Bruto: Non efi
oratio,fied capita reru , cr orationis comentxrium paulo plenius. Et Quintii.
Pleruncfc gjfctoaap, autem mula agentibus accidit, ut maxime neceffaria , er
utiq; initia t}4 initid fcribant:c£tera
qux domo affirunt,cogitatione comple '* fantur, fubitis ex tempore
occurranf.quod ficiffe M. Tullium fuis commentaris apparet. Sed feruntur er
aliorum quoty, & inuenti forte,ut eos difturus quifq ; compofuerat, er in
libros digerar caufaru,qu£ funt afa a Seruio Sulpitio,cuius tres orationes
extant. Sed hi,de quibus loquor, commentarij, ita funt, exadi,ut ab ipfo mihi
in memoriam pofteritatis uideantur effe compofiti. Per hac Quintiliani uerba
colligitur , non modo id quod dicebam, fimulq; in plurali hoc nomen effe
generis ma* f 'culini,quwmin fingulari fit neutri, de quo mox etiam dicam :
Herum etiam commentarios idem effe quod libros iquod Cicero confirmat,tum
tertio libro de ¥ inibus , dicens : Tuipfe quum tantum libroru habeas,quos hic
tandan requiris comcnttriost quofdam inquam Ariito teli cos. tum fecundo de
Oratore : Tres patris Bruti de iure ciuili libellos tribus legedos dedit, ex
libro primo forte eucnit,ejc. Ac jhtim pofhvbi funt hi fundi B ru* te,quos tibi
pater publicis commentarijs confignatos reliquitf quod ttifi pubere te iam
haberet, quartum librum copofuiffet, er fe in balneis locutum cum filio
feriptum reliquifiet : E cce eandem rem tribus uocabults Cicero declarauit ,
libeUis,libris, commentarijs. Quare ia fentio, omnes comentarlos libros effe, '
^ fed non continuo libros comentarios. Nanq; ubi res funt late, difjfufeqi
explicata, er non breuius,quam potexant,trafatx , libri tantum funt,non comcn
tarij. Vnde Ca faris commentarij, in quibus ad exequendam kiftoriam alijs
uidetur fubieciffe ma* teriairr.quifi fuerint finguli,commentarim,uel commentarius,
uel liber dicitur. Liuius lib.x l v i i i. Quari iufiit ab eo, quem de his
rebus comentarium a patre acccpifiet. Quum re * ffondiffet accepiffe fe, nihil
prius,nec potius uif m effe, quam regis ipfius de fingulis rejfonfa
accipercjibrum popofcerunL Si plures,primus,cr fecudus comentarius,non primu ,
er fecit* 4m comcnt&imiut Hirtius, fine Oppius, quiacccfiionc adie * cit
E^EGA NTIARVM LIB. IIII. i/J c it Ccfaris comrnentarijs,ait:Proximus,alter'ue
commentarius, tiunqum commentarium. 1 ta nuhi in magnis autoribus uideor
annotaffe. Quidam tamen aliter faciunt,utique in alia flgnifu cationc,qu£ eft
(ut fentio) expofltio ,er interpretatio autoru, titroq; genere pronufcue
utctesiutAul GeUius,Efl adeo Probi grammatici commentarius fotis curiose faftus.Et
it erum: Non* nulli grammatici,qui commentaria in Vergilium compofuerut. Iterum
quoque: No fler Scaurus in primo commentariorum , quos in Gorgiam Platonis
compofuit, feriptum reliquit . Boe* thius:Quod in his commentarijs diligentius
expediuimus , qui a nobis in eiufdcm Ciceronis Topica feripti funt. Et iterum:
Quo autem modo de his diale dicis locis djft>utetur,in his com* mentarijs ,
quos in Ariflotehs Topica d nobis translata con* fcripfimusycxpeditum eft.
Quidam etiam talia huiufmodi ope * ra commentum uocauerunt.ut Nigidius ,
Donatus,Prifcianus , edijqi nonnulli. Seruius commentarium , commentarios $ pro
rniiiud.Defeift homine accipere uidetur,quum inquit in v i uAeneid. Dicit
Htfperiam,& quidam commentarius,conueft& legendum.Etin Georgicorum primum:
Superfluo mouent qweflionem commentari].' Fu aiud.prf* Coenaculum,# Carnario.
ca p. x x i i. Cenaculum locus ad coenadum in loco fuperioti:ccendtio ««mm, _
locus ad cocnandiMyfed in imo potius, luuen. . tem rapiat cocnatio folem.
Veruntmen coenaculum non tam *** pro loco cccnandi,qum pro parte domus
fuperiore accipitur , qu£ frequenter hoftitibus ad habitandum locari folet ,
qui to * tam domum conducere non pojjunttcr parte inferiore, flue illa taberna,
flue officina fl t,non habent opus. Cuius rei proferrem exempla,nifl abunde
Varro fufficeret,dicens : vbi ccenabant Ub.de coenaculum uocitabant. Poftqttam
in fuperiore parte cocnitarc ^s* €ccperut,fluperions domus uniucrfa cotnacula
difia,pdfl quam ubi coe nabant, plura facere coeperunt* EpuL*JEpulum,# Dapes, cap,
x x i i i. EP uU [unt cibi minifterio hominum , er in noftrum ufum comparati.
Epulum , folenniores quadam epula , er pro * prie publicum cbuiuium in
propatulo uniuerjis ciuibus exhi * Miww, fiue in dedicatione templi alicuius,
fiue in honore De o* rum,uel in magnificentia; oftenationem , fiuc in funere
magni alicuius uiri. Cui fimde eft,quod hoc tepore fit , quum publice pafeimus
pauperes ,ut in mortibus propinquoru.Quod idem efl pene quod paretare,fi
Hieronymo credimus,qui ita tertio libro in Hicremiam inquit: Mos aute
lugentibus,frrre cibos,& pro:* parare couiuiu,qu£ Graci ntfu /lama uocat,CT
dmoftris uulgo appellantur parentalia,eo quod a parentibus ijh celebrantur
Dapes uolunt effe uel Deoru,uel noflras in facrificijs Deoru . Sementis, &
Melsis. c a p. x x t i i i. S Ementis efl fatioy(iue (ut fic dicam ) f
rminatio. L iuius: C am pani [ementem facere poffent. Miror quare quum in alijs
locis apud Hieronymum plurimis, tum in Genefeos principio [ementis pro femine
pofitu efl. Mefiis tum ipfa mefiio efl, tum LDm. [eges iam matura. Cicero de
Oratore : vt [ementem f iceris , in metes. Seges,& Fruges. c a p. x x v.
_cs efl eorum [cminum9ex quibus coficitur pamsynodtm • demeffa. Nonunquam
cotcntum pro cotinente ufurpantes, ipfam humu ad accipieda [emina fubaflnm ,
fegetem uo camus, Gcorg.i. ut Vergilius: I Ua [eges demum uotis refpondet auari
AgricoLe,bis qua: [olem,bis frigora fenfit „■ F ruges uero quicquid ex firuftu
terne in alimoniam uertimus. Liuius:Eam gentem tradit fama dulcedine
frugu,maxime uini, noua tamen uoluptate captam, idem: Non arbore frugifera, i.
tf>c*p.u non -n jpm ydiftif' Plinia titulum dedit de naturis ar * borum
frugiferarum. Malleolus, & Sarmentum, c a p» x x v i. MalUo CE ges
&deme\ Mi ELE6ANTIARVM LIB, IIII. tfj ' AUeolus a fomento fic dijht,ut pars
a toto. E fl enim md Jeolus(ut placet Colimcllx ) in modum mallei roftrd ha=
Ubixapt, bens,aptus plantationi Quando autem arefitfo farmenta funt . cum
malleolis igni referuata , indifferenter uocantur. Nam er ^ Annibalemjegimus farment&cornibus boum
alligajje , eaq; in * ccndiflhyUt koftes fideret. Et nonnullis ciuibus Romanis,
qubd$^?t0 domos haberent plenas malleorum , ad Capitollj , uel urbis in- riu
J,emint* cendia,fraudi fuit. Arbor 3C Frutex. cap. x x v i r. (0~mk R hor a
frutice itn differt,ut frutex ab herba. E fi enim fu* tex,qui ad iuflrn
magnitudinem arboris non ajfurgit , cr flatura flmdis efl multis herbis, fcd
non demoritur , neq; arefeit ut herba, fed perenis efl. I nter frutices
eflfoboles quoq- illa ars borum,zr plantula.Ab hac fruticari uerbutn,quap
futicem res nafei ex arbore. Marcus Tullius Ad Atticum : E xcifa efl enim
arbor,non euulfc.itxq; quam fruticetur uides. Nam illud, quod fepe legimus
fruticari pilum,translatum efl. Acinus , Bacca t Pomum , 8C Nux. . ^ — X Cinos inter
er baccas hoc intereffe puto, quod acini inb J\fruttus minutiores arborum ,
fruticumuc.denflus nafcuns turibaccr uero dijperflus,?? rarius. Inter acinos
enim numera* . tur grana uu£,grana hederr, grana fambuci, grana cbuli,grd* na
mali punici,addo etiam moru, «- nitjylueftris enim,?? pallio porcorum efl .
Cafhnea in nuces fimafylua/v* reflrtmunde Verg . Cajhneasq • nuces - peut
pinus,corylus, gjjj* flue a loco aucllana,amygdalus, iuglans,cr fi qua funt his
pmi r lia, non Z)I lid,non poma dicuntur,fid nuces. Nonnunquam acini,CT boo* C£
indifferenter ponunturiut Vergilius , E4qb-1?* Sanguinas ebuli bacas, minio q;
rubentem . c a p. xxix. Crepitus,S crepicus3Fremitus,xw. I ugulus anterioryunde
uoxyhdlitusq; procedit. Collum omnes partes infolidu coplettitur.Et quonia
nerui, qui corpua erettuyrigidumq ; faciutyin ceruice funt collocatiydicimus
horni * nc durx ceruiasyquafi indomdbilcymore ferocium bou.ucl quod qui ceruice
erettay%r rigida cttycotmaciam quandayzr rigore mentis pr Hunquid dij erant
comites Troianorum , atque Aeneae , an duces i certe dij penates comites erant
, confcfiione tum Aenea , tum ipforum quoque deorum . Nam libro primo Aeneas
ait: - Raptos qui ex hode penates Claffeueho mcctm . Et in tertio dij aiunt: N os te,Dardania incenfa,tuaq ;
amafecuti : Nos tumidum fub te permenfi clafiibus aquor. Sub te,id eft,te duce
: er te fecuti fumus : id efl,tui comites fui* \ , mus . j dem quoq ; de Gracis
dicendum efl , er de eorum deis . Idem etiam de Sibylla , er de Aenea, quanqudm
modo hic,mo* do illa dux erat,aut comes : tamen quiafequebatur Aenea uo*
tuntate Sibylla,cr quafi miniflrd fe prabcbat,comes erat. Quid uero ducebat
pramondrds iter, e? declaras ca qua ignorabat, dux • -* e£fatio:ut,o''
Jpeftnculum ntifcrm, atfy acerbum . gt»- Vttr( ELE GANTIARVM LIB. 1III. [em promontorijs. I dem x l v. Adiunftaq; infula Euboea, er excurrente
in altum, uelut promontorium, Attica terra fit*. Officina, 8C Taberna. c a p. x
l i i i r. Officina,ejl ubi opera fiunt. Taberna ubi opera ipfa, cate* raq;
merces uenditantur.officina ejl Jhtuarij, fuforis,fla *
toris,calatoris,excuforis,uitrearij, f ut om, fibri : qui multiplex ejl,li
gnarius, er hic no unius generis ".ferrarius, nec hic fimplex: lapidarius
, qui cr ipfc in multas diuiditur jpecics. Taberna uo catur uinanajanaria,
olearia , er mille huiufmodi:unde opifi* ces,cr tabcrnaAj uocantur.Cicero pro
Lucio flacco: Opifices, er tabernarios,atqi omnem illant ficem ciuitatu,quid
ejl negotii concitare: Nec negauerim aliquando unum , eundemqj loeu of *
ficinam,cr tabernam effe, ut futrina,in qua calcei c? fiunt, er uenduntur.
Quadam igitur artificia ( quanqudm fola artificia funt opificum) catera
quaftus,zr opera dicuntur : fed quadam huiufmodi femper habent fuum nomen , ut
hac ipfa futrina fu* toris,cy lignari j proprie fibrica,aurificis aurificina,
cauponis caupona-.tamen er eam, qua uinum uenditat , cauponam uoca* mus. Quidam
malunt dicere cauponam , pro loco. Argentarij argentaria,quod nomen quidam,pro
artificio ,cr argentarium , pro artificelqui idem ejl aunfixjaccipiunt : atq;
ita ejl in Hir * remia.Titus autem L iuius, C icero, Quintilianus,cateraq;
omnis antiquitas pro his accipit, qui campfores uulgo dicuntur , non illos dico
minutos, qui nummularij , er menfarij a nobis, xs- Ac&s-ai d Gracis
dicuntur,qui ijdem trapezita uocari poffent. Nam colybisla trapezas habent. Sed
Elautus in Curculione tret peditam, er argentarium pro eodem accipit,
Auis,ertilionem,qui utroque caret , quatuor enim pedes ha* bet,zr (emimus ejl.
Volucris ejl quacunque uolat, nec auis fo* lim,fed illa bestiola quoque
minutiores, ut apes , uejfia, culex , tabanus xyx Dedam. >}• laCato.Maio.
tib.3. Ub.i.decad.1. Ub.j. Lib.i.decad.3. f LAVRENTII VALLAE tabanus ,
locujh,mufca,cicada.Siquidem Quintilianus apes uo* lucres uocat. Et Plinius non
femcl hoc Jignat, undecr Cupido uolucer dicitur. Indoles. c a- p. x l v i. IN
doles ejl nonfolum in pueris, er adolefcetibus jignificdtio futura uirtutis: ut
apud Quintilianum , ln prinus annis lau* daretur indoles. Cicero : Vtenim
adolefcentibus bona indole praditis fapientes fenes delebantur. Et Valerius
titulum de in* dole jecit ynon tantum puerorum, ddolefcentiumcfc exemplarepe
tens, fed etiam in uiris , er quidem prafentis uirtutvs ,ut idem Cicero
deOjficijsiln quibus ejl uirtutis indoles, commouentur . idem pro Calio:Si quis
iudices hoc robore animi , atefc hac in* dole uirtutis, cr continentia: juit.
Liuius de Lauinia iam matre , er pojl mortem Aenea res adminijlrantc inquit :
Tanta in ea uirtutis indoles juit . Lucanus: indole fi dignum Latia,) i
[anguine prifeo Robur inejt animis- lndolc quafi generojiate quadam
uirtutti,dtq; dnimi.liuius ai malam quoq; partcm,cr ad muta, atq; inanimata
transfert, lo* quens de Annibdle,fic: Cum hac indole uirtutum, cr uitiorum
trienio fub Hafdrubale imperatore meruit. Et alibi: Sicut in jru gibus ,
pccudibusq ; non tantum femina ad feritandam indolem ualent, quantum terrae
proprietas, ccclity fub quo alutur : gene* rojius in fua quicquid fed re unam
legem, fed ab infiniti* interpretibus legum , infinitus leges effe iudicantes.
Etiam titulum de uerborwm fignificatio* ne non legem imo leges appellant: quo
quid abfurdiusi AccruuSjStrueSjStrages, 8C Sarcina, cap, xlix. Ceruus minutarum
proprie rerum congeries efl, ut firu*. .menti,cr leguminis, ut [alus, interdum
aliquanto etiam Vetgii. Aen.s_. maiorum,ut aceruus fcutorum apud Vergilium :er
fire gene* JnilaVadem rdlc ad omnia efl. Strues aute proprie lignorum. Strages
uero r seft pauper ue,aut inter hos medius.Ego fim pofitus in hac coditio *
ne:id eft, fortuna, ac forte. CicerorO' miferd conditione admini* ftradi
cofulatus. Huic figni ficato illud pene par eft,quwm inter plura eligeda fortis
eft oblati eleftio:ut apud M ar. Fabiu, O b* lati eft 'aiuuenibus tyranno
coditio , ut dimitteret alteru ad ui* fendam matrcm3ad diem praftitutum
reuerfurumfiti ut nifi ac*, cur 14
curriffct ad diem , de eo , qui rejlitcrat , poena f 'umeretur . Dici*
mus igitur offvro conditionem, uelfiro , ud pono conditionem. Hunquam fere per
aliud uerbum. Q ue conditio dum placuit , u etiam fere femper dicimus,accipio
conditionem. Vb apud Te* rentiu/m , amatores C hry fidis tulerunt muluri
conditionem,ft uellet cis more gerere, fe daturos iUi pretium , liberalem $
mer* cedem. I pfa itero accepit conditionem.boc efl,paftioni,promif* fioniq;
ajJenfit.Ab illo jignificdto non longe abfunt,offi:ro cie* dio n an, do
optione. H ac time folent efje inter plura,illud uerd in uno
frcquentius:ut,ojjiro elettione utru uelis eligedi: ej,do optionem,quod udis
potifiimum optandi:dcinde tu aut digere te dicis,aut optare.Ofjvro conditionem
Chryfidi,unam fcilicet. Frondes, 8C
Folia. cap. lxviii. FR ondes arborum funt tantum. Folia autem er arborum , er
herbdrum,cr florum quoque. Excubiae,# Vigiliae. cap. l x i x. EXcubie diurne ,
er noftume. vigilie tantummodo no* fturrit c. Suffragia. cap. l x x. OiVffragid
funt ( ut fic dicam) uoces , qua dicebantur ad co * & mitia, in tabeHa'uc
feribebantur , quibus fuam quifq ; decla* raret uoluntatem de aliquo eligendo
in mdgidratum: qualis cjl hoc tempore cie ftio fummi pontificis, er eius quem
Cefdrem Augudum chridiani non crubefcunt appellare,a damnatis no* minibus
tyrannorum,qui nonmodo oppreffere Rempublicam, ut nemo iam pofiit uocari rex
Romanorumjed fub eorum gle* dio, rex uerus cocli , er terre occifus eft. E t
pedea idi infa* ni,CT nodre religionis immemores, uocant diuum Augufhm, diuum
Claudium,diuum Traianum,quafi uulgus, atque horni* nes pofiint principes
referre in deos. Sed hec omittamus , hoc tantum dicentes, Romanos non agnefeere
regem aliquem. Et quum cetere gentes in libertate fc ajferuerint , hoc multo
me* gis ELEGANTJARVM 1 1 1. i*S gis
nobis licere, Suffragia igitur(ut dicebam ) funt uoces in ele* dionibusiquod
fufiragium,quia cuiprjejhmus , nimirum eidem gratum facimus,hinc fddu ejl,ut
fuffragium pro auxilio fepe ponamus : er fuffr agor, pro auxilium fero. Refragor repugno, proprie quidem in didisjed nonnunquam er in fidis.
Catulus,Pullus,Hinnulus,5C Foetus, c a p. l x x i. CA tuli funt feraru fiue
immitium,fiue mitium. Nam er ca* tulos murium legimus. Pulli uero pecudum.
Foetus auium, er pifcium:quanquam er hoc generalius nomen eJl.V nde foe*
tificare , pro panre: er fcetura pro partu , ad omnia animalia muti pertinet. C
eruor um hinnulos dicimus,capreolorum quo *
quc3caprearum,damarum9leporum,jhndiumqi. Catulos quoq; f'erpentum,ut Vergilius de colubro: -Catulos tedis,atq; oua
relinquens. Immaniumq, pifcium,qui Geore>i» non edunt
oua.Propric tamen catuli funt filioli canum . Vergi* £ . lius: Sic canibus catulos finules- 8,4 C icero
de Diuin. Erat autem mortuus catellus eo nomine, Lfl>. u Lucs,& Peftis,
c a p. ixxn, LVtf,cr pefiis hoc differunt , quo genus , er ffecies. Nam ' quum
in urbe,aut in agro fibrisyaliud'ue genus morbi fie* uit,fiue folos
homineSyfiuefola pecora,fiue utrofq ; corripiens, lues dicitur: interdum etiam
fi arbores , ac fati. Pedis uero aut cito occiditydut cito abit ab co,qucm
inuafit3quer hominem corpulentum potius,quam (ut aliqui loqutin * tur)
carnofum. Quintilianus in fexto : Corpulento litigatori, cuius aducrftrius item
puer circa iudices erat , ab aduocato la* t tus,quid faciami te ego baiularc no
pojfum.ltem in primo:Offa detegunt: qux ut effe er aflringi nems fuis debent,
fic corpore o perien * - zt6 t * o perienda funt.ldem in
quinto,Neruis^illis,quibus caufa eoius tinetur,adijciunt,indufti fuper corporis
frecietn. Et alibiiHf* ret aftrifta nudatis ofiibus cutis , er in fame fua
homine cofum *= BpHLt7.iib.7. pto iam membra fine corporc.Cicero ad Gallunr.Ego
hic cogi* to commorari , quoad me reficiam. N am er uires , er corpus
anufi.Sedfi morbum depulero , facile (utfrero) illa reuocabo • Qjjod etiam
fignificauit M artiahs , 7«adCcf. Viucbant laceri membris jlillantibus artus, V
'inqi omni nufquam corpore corpus erat. » Videlicet quod in corpore illius non
erat caro, * Lamina, 8c Braftea. cap. l x x i i t i. LAminam tum farream ,
aream, plumbeam , fhnneam, quam
auream,argenteam,eleftream,orichalceamdicimus:Brafte* am potius ex his
poflcrioribus. Aut certe braftea tenuis efl,cr fua fronte plicabilisiL arnina
ucro crafiior,ex qua armatura co* ficitur,er qua incenfa olim homines
torquebanturmec erepi * tat, ut braftea pr,«# proprie, afjvftum dicimus, illa
igitur (ut ego quidem fentio ) af* ap,u feftio Grace dicitur, quam noRrates
philofophi in Lati * num uertentes appellant dijpofitionem. Aliquibus tamen
uide* ri pojjet definitio illa Ciceronis hunc quoq; fignificatim , qui efl
arao©- complefti. Quibus, quia ad rem non imltu/m attinet, non fune repugno:
cum pr£fertim omnes fere iurifconfulti, os mnesq • ecclefiaftici feriptores
ajjvttione pro affcdu accipiant . Efl autc affvttus pars illa anim£
qualitatis,qu£ e regione ratio* nis efl, Quicquid enim in anima, pr£ter parte
illam memori*, ratio non efl, affvdus efl : er rurfus , quicquid non ejl
affvftus, ratio. Ab hoc fit affvdo,quo etiam Cicero ipfefepe utitur in li* bris
ad Herennium : Non tam affectanda, quam ill£ fuperiores, L}Jj fed tamen
adhibenda nonunquam.Apud eundem nunquam(nifi me incuriafefederit,aut memoria
fidat ) legi afje£hitionem,fre * quenter apud Quintilianum ,er c£teros,ut ibi :
Nihil odiofius dffe&ttione,id efl,afjvRu, conatuq; £tmlandi alterius
uirtute , quam ajfequi nequeas refragante naturaiuel nimio afjvftu, ni * mioq \
conatu alterius uirtutem amulandiiitt ut turpe fit,ac de * forne, fic auide
£muldri. Latebrar,& Latibula, cap. l x x i x. LA tebr£,
hominum proprie dicuntur : Latibula , ferarum. Quintilianus ; Et quamuis odio
euerforis noRri euocatus Dedam.», t i latebris x9o E U.i.de offif, c latebris fuis
populusjubfellia non implet . Cicero: Videant, ne quxratur latebra periurio.id
ej},excufatio periurij.LatibuU no ^ nunquam hominunr.Latcbrx etiam fer arum.
Liuiuslib. xlyii. Jnter uepres in latebris ferarum nodem unam delituit. De
Luce,& tcnebris:Die,ac nofte, c a p. l x x *♦ LV cc,er tcncbns,pro die,ac
node accipere folemus. Differt tamen prima luce, d prima dic. Nam ibi
intelligitur prima pars diei, er quafi diluculumihic autem prima dies. Ita
primis tenebra, er prima node, ibi de prima parte noda loquimur 9 hic de node
ipfd. ldcoq; ante lucem melius dicimus quam ante diem,fi diluculum figmfecumtu,
Nam ante diem, pro ante tem * pus, dici foletipratcrquam fe de certo dic
loquamur.ut , ante dii flerim um:ucltar.te fextm calendarum
Noucmbriu:idcfi9fcxto die ante calendas Noucmbm. 1 n quo loco praecptum Pauli
in* ferere non inutile fuerit, qui ait: Ante diem decimum cakndaru* C 7 pojl
diem decimum calcndarum,£quc utroq ; fermonc unde* cima dies fegnifecatur.
Verum non quemadmodum ante lucem tndius,quam ante diem, pro diluculo dicimus:
fic ante tenebra^ quam ante nodc,pro crepufculo.fcd cdiuerfo potius. Keperitur
autc luci pro luce } ut uefyeri pro uefe>cre,cr ruri pro rure. C ice Philip.
« »;eros,crp qua funtpmilia. vtrunq ; tamen aliquan do recipit exceptioncm.Nam
er non fcmel legimus projpcram alicuius ud letudinem:ut Suetonius de C affare,
Tuiffccum prcftcrdualetu* g £♦£ dine.id eftybond,cr quapplici.Et de T
yberio,ualctudinc pro* fi>errima ufum eum effe ait. Salluflius : Sed pofi
quam res ciui= jn catiL bus,mwris,agris fdtis aufolyfdtisqy proftera uifa efi.
Rurfus V er gilius:Sis ftlix,noflrum^ leucs,quacun% laborcm.Vro eo quod Aca.u
efl,ps profl>era,cr benigna . Saluber }& Sanus, c a p. txy vitt.
SAluber, pue ( quod ufitatius cft ) falubris, dicitur der, cibus,
potus,locusymulaq ; huiufmodiiidcm fire quod falutiprypue falutaris.Sanus homo
dicit ur,c£t er aty animalia.Res falubris prat bet fanit*tcmyhomo uero recipit
: qui poteft er praberc , tunc# faluber,quap falutifer dici. Sed in utroque
etiam aliqua reperis tur exceptio. Siquidem fanum aere, fanum cibu/m , fanum
tocum t 4 uocamui i »JJ x9(' lavrentii vallae uocamus,quaji falubrem ,er
praebentem fanitotem. Contra flaltt* lalugurth* bns profano.
Salluflius:Gcnusbcminufalubri corpore, uelox , patiens laboru,plerosq; feneftus
dijfloluit.Liuius : Grauiore tem pore anni iam circimafto , dcfunflfo. morbis
corpora falubriori cjfe coepere. Martialis dm deferibit uitom beatm,inquit:
Lt10.cpig.46. ^ jj nunquam,tom rara, mens quieta. Vires ingenu£,jalubre corpus.
p rudens pmplicitos,pares amici. Hi tres quos produxi loci, idem nomen habent
coniunflm cum corpore. Quare non auflm dicerc,ut dixit Boethius in transla*
tionibus fuis. Aeger an faluber.Nam de aequali fuo Cafiiodoro , qui apud
nonnullos in pretio e fl , nunquam ideo jacio mentio * nem , quia cum regibus
fuis Theodorico , c r A larico, quorum feriba Juit,Gotthicum fonat,zr barbarum.
Iucundusi& Gratus. c a p. lxxxix, IVaiduSjCr gratus pc differunt, quod
iucudus proprie in pro * fteris. Gratus in aduerps. lucundu uoco no qui Utus
efl, fed qui Utitije efl alteriiut projfer,ac falubcr.vfqueadeo potefl qs
trishs,mocflusq; effle, er tamc iucudus: ueluti quu hofhs meus in dolore
efl,tucnuhi iucudus efl: er ego gaudens, fu/m idi minimt EpilW.ii.4. fc. q uarc
n3 locutus efl,q ait , I ucudos nos jaciat fu quod bonum honestum, fed idem
quod benignitas, a' primo fit bonus uir,bo* nus feruusybonus iudexiid
ejl,iujlus, er exequens offici j fui de* bitum : ab hoc bonus pater , bonus
dominus , bonus deus,bonus Acncai:hoc ejl,bcnignus,cr clemens , qua altera
infliti£ parte cjfc conslituuiu,uocantcs eandem beneficentiam . Nam iuslitia
partiuntur in duas partes:lusUtiam,quargo humi flores: CT flcrno lettum p allio
:pro eo quod efl, flerno pallium lefto, Acqualis, libidinemq j decla* rantytum
iniurUmmam er proterud, petulantemq, ; eodem loco dc inhonejh focmina apud
Ciceronem legimus pro Calio:Si uU diu libere yproterua petulanterydiues
ejfusc,libidinofa meretrU cio more uiucrct.Proterudm minore gradu, quam
petulante fi * gnifecauit.PetulanSypro libidinofojdfciuoq j accipi notu ejl:ut,
-P etulansq; iuuenta. E t O uidius: Quinetiam ut peffem uerbis petulantius uti.
Non fcmel ebrietas efl fvmlatx nubi. Id ejlylafciuius , er licentius . Procaces
quoq; meretrices legi * mus, qualis Bacchis Terentiana , catera:# impudica:
mulieres, quae pudori fuo(qu£ una dos fpeminarm eft)ite uerbis quidem
mordacibiiSyfbml er turpibus parcunt, dfeipfis ,fuccq; condi* tionis [amittis
capientes principium.ProteruiaJeuior quxdam contumelia , Procacitas maior.
Petulantia maxima. Cicero in Sadu&iwm-.Nein idem incidam uitium
procacitatis , quod huic obijeio. Et iterum : Non enim procacitate lingua ,uita
fordes eluuntur. Atq; iterunr.Nam quod ijh inufitata rabie pctuldntcr in
uxorem, filiam# meam inudfifti,Et iterum in eadem : D efine bonos ELEGANTIARVM
LI B. IIIL 30 $ bonos petulantifiima itifcftari lingua : define morbo procacia*
tis itio uti. SaUuJliusin Ciceronem:Grauiter,cr iniquo animo malcdiftn tua
paterer Marce Tulli , fi te f cirem iudicio animi magts,qum morbo,
petulantiaijh uti. Et iterum:Bibulu/m pe= k***» tulantifiimus uerbis Udis. Hac
eadem nomina in fittis quoque nonnunquam reperiunturutfi quis ambulans per
impotentiam mentus,obuium cubito .feriat , aut cum contumelia fibi cedere cogat
, hunc proteruum dicimus. E t
Vergilius Aufiros proca* Verg.t.Aea, ces uocat. Et ab eodem : -Har diq; petulci
floribus infultent - diftum efi,quod hoedi foleant iniuriam facere , per animo
fio* procacibus au- tem quandam tranfeendendo fepes,zr in alia loca penetrando:
Seorg.*, qua iniuria petulantia ejl. Orbus, dc Coelebs. c a p. cvr, ORbus,eJl
quicunq; aliqua re chara priuatuseft. Proprie autem parens amifiis liberis ,
quafi anujja luce oculorum . V nde illud frequens, Parens liberorwm,4n orbus
fit , plurimum difht. Et hinc orbitus, qua ejl illa qualitas patrum pofl
amifios liberos , ut uxoris uiduitas poft amiffum nutritum. Quintilia *
Qs*n‘»'UJb.r. nus de patribus, in ipfos loquens pro uxoribus,ait : Non habet
cap*,0• orbitas ueftra lacrymas fuper ardentes rogos , tenetis incon* cuffam ,
rigidamq ; faciem. Contrarium huic ejl, quum dicitur crbus,quafi orphanus,ut
apud Teretium: Orba,qui fint gene* inPhorm. a& re proximi , H is nubant .-
E t hinc orbitas apud Marcum Tui * *•&on furum inuaferunt.Vr ucl ab* fente
patrc,ucl mortuo, filia (ut qua eamte^atq^ adeo ea me* te Jit) prostet.
Sufficiant igitur huic operi quatuor fuperiord Uolumma,quintuml £ hoc de uerbis
, accedente [exto de notis autorum. Quod fi etiam plura feribendi facultas,
tepusep, fup* peteretynefeio an jaciendum putarem : ciim fciam , ea qua uel
optima3atqi pulcherrima funt,niji compendij gratia iuuentur, ut pontificales
olim cccn£3 longitudinis futtidio laborare : fi* mulqi huius, de qua loquor,
materia, neminem (de prudentibus loquor ) uniuerfim corpus aggredi effe
aufum,fuam fibi unuf* quififc particulam ad feribedum delegit,fiue ne longiore
opere legentibus faftidium mouerct (quod enim uocabuhm no fuam habet in
fignificando elegantiam r) fiuc immenfitatem , in fini* tatemq, uoluminum
ucritus. Quibus rebus me quoq • motu fuiffc futeor,cum mea Jponte,tum illorum
exemplo maxime,ne [em* per imperfc{hm,ne femper inclufum habere,ne femper
efflagi * tantibus opus negare uideamur:ne'ue quibus obfequi,crd qui * bus
laudim fujjragia nancifci cupimus , cifdem iufta querela , iuslaq j
uituperationi/s materia pr abeamus. T um eo quod in fi * diatores , er fures re
expertus (ut fecundo libro dixi ) cauerc debeo,quos nunc multo plures effc,ac
fore amici oflendut:quai caufa P rifeiano (ut ipfc testatur) fuit,ut
ftftinantius opus iU ru, ^ P lud de arte grammatica ederet. Hac eadem nos
caufa,c? cate* rif, quas enumer animus , fumus adatti non modo ut fiftinan* (
ELEGANTIARVM LIB. V. 3 IS tmlibros noSlros,uerwmetiam ut pauciores ederemus. Et
illi tentum xmulorum infidit nocebant , mihi etiam prxter extera fii(crum,atq;
amatium ftudia nocent. Tradatur ergo aliqua * do uiro puella, contenta hac
(quantulacunfy) dote. N on enim fdrmofam effe credibile eft,qux maritum,nifi
magnitudine do* tis conciliant e^non inuenerit,uirgo prxfertim. Maritum autem
puellx catum literatorwm intelligimus,a quo fanftitatem uxo * ris,pudorem'q j
CT custoditum effe cupimus,?? cuStodiri debe* re tcftamur. Sed ai promifiam
uerborm diffutationem ( cuius hoc libro locutu tt eft) defeendamus. C A P. I. / DiicoJEdifco,Dediico,Dedoceo,5c Inftruo* I SCO, er edifeo
maniftSte differunt. Nam difccre eft,ut inteUigas: edifeere uero , ut me *
moriter coplcdaris. ldcoq; caput apud tilianum , quod inferibitur de edifccndo
, i incipit: illud ex cofuetudine mutandum fus exiStimo in his,de quibus nuc
differimus xtatibus,ne ot qux fcripferint edifcant,e? certa,ut moris eft, die
dicant . difco,quod didici,obliuifcor. Dedoceo te,oStendo fulfum effe, quod
doftus eSydocens quod uerum eji : ut apud eundem in fe* cundo,Et quidem
dedocendi grauius,ac prius , quam docendi lllud,quo quidam utuntur, InStruo (
quale eft , inStruam te in uia hac,qua gradieris ) nobis apud idoneos autores
incomper ** tum eft . Dicimus enim InStruo clafiem, inStruo aciem , inStruo
caufam, inStruo militem : non autem difcipulum , aut mentem alicuius,nifi eo
modo,quo inStruimus ea,qux dixi. Excogito , Reperio , Inuenio , Offendo.
Naftusfum. c Excogitare, eft per cogitationem inuenire , idefc tum incorporeas
pertinet:ut , excogitauit argumenta , tiones. 3t* LAVRENTII VALLAE
tiones,figuras,cdufas. E flergo excogitare,^ inuenire , con * Ub. «.Metam,
flUjireperire uero fortuna. VndcOuid. -Tu non inuenta,re* perta es. Sed iam ufus obtinuit,ut idem fit reperio , quod in *
uenio. E fl dutan inuenire ucl confilio,uel cdfu , fiue corporea, fiue
incorporea repcrire.offvndo fere quodrcperio,nefy folurit reuertendoicrad jbtum
rerum publicarum, uel priuataru per * Oc.in Som. tinet:ut,offrndes republicdm
perturbatam cofilijs nepotis mei: p* Verumetid fine his,ut idem CiceroiSed tme.
nemine tm mate ficum offendi , qui illum negaret A ntonij dignu fenatu. N dftuf
fum etid pro inueni , feu reperi frequeter accipitur.Vt idem in - PdradoxisiEum
tu homine terreto , fi que eris ndftus,iftis mor* iis, aut exilij minis.Et de
Senefiutr. Vitis quidem, qua natura caduca efl,cr nifi fulta efl, fertur dd
terrdm,eadem ut fe erigat, clauicuhs quafi manibus,quicquid efl
na£h,complettitur. Defipio,Defipifco,# Refipifco. c a p. ur. . D Efl pio , fiue
defipifeo fignificat,uel quod aliquid a com* muni fenfu, f apientia $ minus
habeo,uel quod d meo f en * fu deftituor. Quod fere uitiim aut ex aetate
uenit,dut ex mor* bo,auttimore,autamore,dut finuli aliquo affvttu. Cuius con*
trarium efl refipifcerc:cr fenes quidem iam demetes nunquam refipifcuntycateri
autem refipifeere, id efl,dd priorem mentis Jhtum,uel ad meliorem mentem redire
folent. Terentius : fnHeaoto*. - Multo omnium nunc me fortunatifiimum Faftum
putoeffe gnate,quum te intelligo R efipiffe. Prohibeo,# Inhibeo. c a p. 1 1 1
1; - T3 Ro^,^co uel Zenerqu£fcilicet peti debentmon aute de appetendi s: ex quo
deriuatur appetitusyqui irmcnfa, cr immoderata cupis ditas dicitur. Quare qui
dixit , Omnia bottrn quoddam appe * tere uidenturymiUem dixifjet expetere.
Vendico,li - E ode modo dicimus , tulit filium,ut fuftulit.Suctonius in
Domitiani uia:Deinde uxorem Domitia * ni, ex qua in fecundo confulatu fuo
filium tulerat ,repudiauit. Alia duo fignificatx notiora funt,quorum alterum
efi,fmr.mo= uijfe,ut Vergilius: -lubetcr fublatt reponi Pocula. - Alte* Acn-8»
ru,in altu, tuliffe: ut idem:-Et fublatum alte cofurgit in enfem. Qu£ duo declarantur
ex illo in Neronem epigrammate r Su«o.in Nero Quis neget Aenea magna de ftirpe
Neronemf cap. j>. ' Suftulit hic matrem,fu8ulit ille patrem. # Hic fuflulit
matre, quia occidit, cr de medio abjlulit. lUe fufiu* Iit patre.id efl,fupra
humeros fumpfit, er ab incendio eripuit . Prouoco,3£
Laccflo. oap, x i i i i. -J PRouoco,in mala partem dicitur ,er in bona. De mala
notii cfi.Debona uero,Cicero adBrut . Tuisliteris amatifiimis fum
prouocatusXaceffo plerunq ; in malum:ut idem , Sed iufti= om*h tia primu munus
ejl , ne cui quis noceat, nifi lacefiitus iniuria. Sed nonunquam in bonuiut
idem quinto Tufcul.Tuis me ama * tifiimis libris lacefiifii.Et ad Atticum lib.
xm. Cum ipfe ho* mo nunquam me lacefiiffet.id efl,nunqudmme libris fuis prouo
cajfet ad refrondendum.E fi autem prouocare,cr lacejfere,tcn* tureadpugnam,er
ad concertationem . HHiOjHifco,& Dehifco. c a p. x v. lare ejl aliquid fua
fronte, er externa aliqua ui diffinde * ' * j re,ut S x6 LAVRENTII VALLAE re ,
ut tellus uel in comparatione fui.Et alibi:Pr£ fe utilitatem gerit. E t alU
biiTamen iniuriam a te in me fittmjcmper ante me duxL cap, xviii. r Rationem
habeo, & Ratio condat. RAtionem habeo , idem eft quod rejfteftum habeo ,
fed tan* ttmmodo in bonum:ut, habenda eji ratio falutis, ratio ho* nom,ratio
rei f miliaris : non autem infirmitatis , turpitudinis , incommodorum , ut
quofdam annotaui feribentes . er, tu ficis contra rationem ualetudinis. id eft
, non habes reffieftum uale * .tudinisfanitatis inquamtnon aegritudinis : qu£
duo , hoc fi gn i* ficat nomen. Q u£ exempla , quia pafiim inueniuntur , omit*
toXicero ad Marium inquit inufitatius : Pudori tamen malui , Epift.j.iib.6*
fimteq j cedere, quam falutis mea: rationem ducere . Et in fecun* ^«P** do
Officiorum : Siue ratio conJhnti in 3jo in animo Ciceronem ad Cs forem
mittere.lUud uero,eft delcShtf, Dc Amic. (ypUcet.Vt idemiUaque non tm me ijh
fapientis,quam modo Fan nius commemorauit , fima deleftat, jalfa prafertim
,quam quod ffero amicitis noftrs memoria fempiterna foreiidq ; mihi eo magis e
fi cordi , quod ex omnibus fecuLs uix tria , aut qua* tuor numerantur paria
amicoru.Quo in genere fferare uideor in And aft. * Scipionis amicitiam er
LsHj,nota>n pofteriati fire.id eft , eo ice... * *’ magis me dele£ht,cr
placet. Terentius: Aut tibi nuptis hsfunt ai" 1 fcfc™* C0Y^ E f uter(b
utriciue eft cor^ > l ,4a cunds funttibiyCT uterq; alterum amat. Inuerco,
creditoribus uendebdtur.De quibus magna apudLiuiu fit men* tio.Et Addiftus
mort^dcilinatus dicitur. Cicero de Off.lib.uu Et is, qui morti addiftus ejfct,
paucos fibi dies commendandoru fuoru cauftpoflulaffct3udS faftus efi diter.
Aliquado (ine aufti* - one fit licitatioiut apud Curtiu de Dor io, qui
pollicebatur pre * Lib*^ tium pro capite A lexddri, fi quis eu. dolo
occidi(fet, ita inquit: Et quum habeatis arma, licitamini hoftim capita. Si
quid tome inter liceri3cr licitari differt , id efi, quod liceri uidetur aut
fine reffeftu effe diorum emere uolentium3aut tantum fcmcl deferre pretium» 354
lavrentii vallae pretium. Licitari ucro cum mitis, er fepius augere pretium» ut
emere uolentes deterreas ab emendo. Audio ,5^ Exaudio:Oro,• exaudita deorum
Vota precesq; me Ingredior. c a p. x x x i x. INgrcdior componitur quidem
exintfed diucrfa ratione: nunc ad locu/m,ut ingredior fbrwm , ucl in forum. Qui
mo^^ dus loquendi nenuni ignotus eft. Nunc in loco,quod eft ambu * to,cr
incedo. Vergilius: Georg.j. Continuo pecoris generop pullus inaruis Altius
ingreditur,^ mollia crura, reponit. Cicero libro quinto ad Atticu : Si
dormis,expergifcerr.p fhs9 EptfUj.Ub.f ingredere : p ingrederis, curre : p
curris, aduola. idem eft ergo ingrederis hoc loco,quod graderistquod eft
ambulas. y 4 Con 144 Confulo te,SC ribi.ConfuIco,Confulcor,ConfuU tus,&
Inconfultus. c a p. xu COnfulo te,confilium peto k te,uel interrogo , er
inquiro « QuintiL Quid per fidem facere uultis i luuenem quem de parricidio
confuluit pater iile feruatus,miror hercule (non di* Ubto.cap.i. xiffe uolui )
fum ueneficus , /ion parricida. 1 dem:Ergo primum e)i,ut quod imitaturum
eft,quifq ; intettigat,cr quare boriu. fit, fciat:tum in fufcipiedo onere
cofiulat fuas uires.Et iterum:Ego aures cofiulens meas. Confulo tibi , cofilium
do tibi,uel proui* deo tibi:fed hoc frequetius,et magis proprie in
rebus:ut,cofule uit£ tu£,cofule ualetudiniycofulc dignitati, cofule
[aluti,cbfiule rebus tuis:adeo frequetifiime,ut quii dicitur cofiulere uolo
mihi, er liberis meis,intelligatur potius de corpore ,er de rebus ex* ‘ ,
tcrnis,qukm de animo. In plurali aute numero interdum repe* ritut,finc appofito
tame:ut,confiulunt fenatoresiquod ficque* tius dicimus,cbfultant.id
eft,deliberant. N ifi enim ddfit qui co* filium petat, er qui confilium det,non
ait deliberatio, fiue co* fultatio. Atq; ut confidunt dicimus,pro
confiuhant,hoc efi,quod altaa pars petit, altaa dat confilium : ita econtrario
nonnun* quam confultare efi unius,non plurium partium, fed ita fi apud fe duas
partes fuftinet, fecumq; delibaat.Hinc duo nomina na fcuntur,confultor,zr
confultus.Confultor fire pro eo,qui aliti confiulit,dccipi foletinonunquam
tamen pro eo,qui alij cofulit. SaUuftius in lugurthaiSimul ab eo petiuit, uti
fautor, conful * . . . torq; fibi ddfit. Etiterum:lta cupidine,atq ;
ira,pefiimis cbfut* toribus,grdffari,neq; j afto,neq -, ditto abftinere. Con fultus , efi ■ homo prudens, ac [ciens,
dignusq, ; a quo confilium petas. C£* terum non occurrit mihi ubi
repererim,nifi aut participium:ut ,B ^Oufntn* Mi, Con fulti medici dixerunt
eundem efje languoran. Aut no* nten pro iurifconfiulto,ut Horatius lib.u Serm.
Saty. i. uif "S,u° -Em 'M“' moJf mles> , reddere iut«. Mercator,tu
eonfultus,modo rufticut- Qtfin ELEGA NTIARVM L I B. V, 34 3 Q« intilianus in
feptimo: Scripti , er uoluntxtis frequenti fima inter co fultos quajlio efl L
iuius tme libro primo , ait de Nma Pomplio: Con fulti fimus uir,ut iUaquifqua
£txte ejfe poterat, omnis diuini , atq; humani iuris.Et in decimo: Cadidos,
filer* tesq; iuris,atq; eloquetia confultos. Horatius primo C arminu: Parcus
deorum cultor, cr infrequens, I nf tnientts dum fapientu Confultus erro- . t I
n compojitione frequens efr,fed ddiettiuuiut apud Quintii. o' **’ incon fultam
tmliebre femper amcntiam.id efl, imprudenti, in* €onfideratm,cr nudius
confrlij. Alterum quoti; compofrtum,p compojitu efl , iurifconfultus,quod etiam
dici [olet iureco fultus. Honnunquam in
fimplicirut Quidius primo de Arte amandi: Sit tibi credibilis fermo,confultaq;
uerba. ' Ago gratias. Habeo, Refero,
ac Recido gra* . furnum £que,atq; faciendo. P Uncus dd C icer.oncm : I
mmortates t9‘ dgo tibi gratus, agamq^dum uiudm: ndm relaturum mc, affar* mare
non poffim. Tantis enim tuis officijs non uideor ituhi re * Jpondcrc poffe. E
ccc refpondcrc officijs , cr fatis facere bene fi* cijs,eft gratias referre.
Catcrum fa-cquentius ejl refiro gratiam , quam habeo gratia, item frequentius
habeo gratiam, quam ago * gratiam. V ix enim audiuimus ago gratiam,fcd gratias.
E t raro refiro gratias, fed gratiam. Cuius rei tefiimoniu ejl illud in libro x
l v i. Titi Liuij:Satiatusqi tandem complexu filij, Renucia* te,inquit,gratias
regi mc agere, refirre gratia aliam nunc non poffe,quam ut fuadeam,non an.te in
aciem defeendat, quam ut incaflra me redijffe audierit. Dicimus item ago
grates, fcd fe* pius apud pocas,qui necefiitate uerfus,ago gratias dicere noti
In Somnio Sd- poffunt. Nonnuquam etiam apud oratorcs,ut Ciceronem: Ali* pionis.
quantoq; pofi fu jf ex it ad codum,cr, Grates tibi , inquit,ago fumme Sol,
uobisqi reliqui calitcs. N ifi legendum ejl gratias* CT non grates,pro eode
fignificato , fiue pro eo quod cjl,reddo , grates.Seneca in tragoedia, qu£ inferibitur
Agamcmnon,dixit i Reddunt grates tibi grandceui,Lafii fenes compote uoto. .
Reddunt grates , id e fi (ut ego interpretor') agunt gratias . Quis enim
refirre pofiit gratiam Deot quod etiam fando nun* quam cognitum ejl,praterquam
apud quofdam recentes,nihil tiifi barbare loqui fcicntcsifcd gratias agimusjarb
etiam.Grd* tiam dijs habere dicimur,quoties agnofeimus, apud q; nofipfos AA
4*fcc*4« fatcrmr ^ Mis beneficium accepi} fc , citra fpem gratiam refi*
rendi:ut in Andria Terentius: -D ijs pol habeo gratias, Cum in p oriundo
aliquot afj uerunt libera \ Gratulor,# Grator. c a p. x l i t. GRatulariJfi
uerbo tejkri te gaudere fortuna,dc filicitxte alterius apud eum ipfum , qui
affaftus ejl filicitatc. Non^ it unqud apud teipfm ob tuam filiciatem^ldeo %
firc poflulat dati > 547 ELEGANTIARVM LIB. V. iatiuum:ut gratulor tibi ob
tuam praturam adeptam: gratulor manibus meis,quibus ut te contingerent, datum
efl. Quintilia = nws:Non efficiet tamen infandum prafentis reatus,indignumq;
difcrimcyUt mifcra puella non gratuletur jibi , quod ipfam pau* peraccufarc
iampotefl. Poeta nonnunquam pratcreunt dati* uum,utiq; quum fuerit pronomen ,
qua fuit caufd , ut quidam exiftimarcnt,quorwm eflApuleiusJjocuerbum idem
fgnifca* re, quod gaudeo . Ouidius in Heroidibus : Gratulor Oechaliam titulis
accedere noeris. Gratulor inquam tibi,ucl mihi,uelno * bis. Idem tertio de Arte
amandi: Prifca iuuent alios , ego me nunedeniq; natum.Gratulor -
GratulorfubinteUige , rmhi. Et interdum etiam oratores. Quintilianus in P afto
cadauere:Gra* tulemur iam,quod nulla duitas fame laboret.fubintellige nobis.
Verba autem Apuleij hac funt in apologia , de magia : Eo in tempore,quo me non
negabunt in Getulia mediterraneis mon * tibus fuifje , ubi pifces per
Deucalionis diluuia reperiantur. Quod ego gratulor nefeire i&os,lcgifJe me,
ere. Pratermifit datiuum:aut gratulor,pro gaudeo accepit. Quod tantum abejt Ut
approbem,ut pofit gratulari quis, quum minime gaudeat , atq; adeo doleat: quod
frequenter ufu uenit, utique inter falfos amicos, quum alter inuidus,atqs
atmlus tacite quidem dolens , quod alter honoribus auttus fit,tamen ili
gratulatur. Torte er Apuleius fubinteUexit mihi. I n eadem fgnifcatione
accipitur grator,fcd poeticum, hifloricumq; efl. Vergilius: 1 nueni germana
uiam,gratarc f irori. Titus Littius libro v i i.Twam fequeptes currum,louti
optimi maximi templum gratantes,ouantesq ; adire. Dicimus ahquado gratulari pro
eo quod efl,gratias agere: fed no fere nifi dijs im* mor talibus, ldcoq;
proprie idc efl, quod fupplicarc. Siquide tri* umphantes in Capitolium
afeendebant, I oui optimo maximo , ca tcrisqs dijs gratulatum.Eiufdcm quoque
jignificationis for * tufis ejl grator,quod fgnificatLiuius lib . x. dices:
Itxcfe prator extern Dedam, i;» Epift.Dcian* adHcrcul. Dcclam.ui 4. Aeneii.
extemplo edixit ,uti aditui LAVRENTII VALIAE At in rebus incorporeis
frequentius, ut crefcant. Quintilianum Sed alere fdcundiam,uires augere
eloquentia pofiit. Perinde ac fi dixiffet, Augere facundiam , augere uires
eloquentia pofiit . Cic. Sed nec illa extinttt t funt , aluntur jk potius , er
augentur cogitatione ,er memoria.Coniunxit er tpfe h ^uoh,uel ad illius, qui
eligitur dignitatem. De* . v legit fibi fpararc e&
antea parare pbi,qur utilia funt,autfbre credit . Appara* re}ad dignitatem
quandam,ac uerius pompam, ideofy oratores pr£parant,quibus obtinere caufam
pofint . At proatmum ap » paratum reprehenditur , quod plus pomp£, atq j
odcncationis, quam utilitatis habere uideatur. Cicero Officiorum primo:? aci*
le totius curfum uit£ uidet , ad eannj; degendam praeparat res neccf) ariat, ut
pajlum,ut latibula, ac alia generis eiufdem.ldcm de Oratore tertio : illa qu£
in apparatu ffiri appellantur inp * gnia. Quanquam apparatus uidetur interdii
pgnificarc utru ut apparatus belli,quap praeparatio . Sed ut dicimus naues non
modo indrudas,fed etiam ornatas , quod quo res inflrudiorcs ad bcUu/m,eb
pulchriores funt,itt apparatum belli uocamus,ubi inftrumenta bellica etiam
adornata funt. Praefum,# Praelideo. cap. lxv. PRccfim er prspdeo dipvrut.Ab hoc
pt prtfcs,pcut a de* p deo defes,d repdeo rcfes.Ab illo uero prtefens , quod
afuo uerbo inpgnipcato recedit : de quo ante diximus. P rateffie, eft preepoptu
epe rei cuipiam gcrend£,atqiie adminiPrandtf.Vra pdcrc,cp ad opem prafiwdam
prcceffe,quam proprie prtjhnt .. homines iniuriam quidc patientibus,aut in
diferimen addudis: dij uero benepeentiam puoremcp, inuocantibus.Aliquddo tame
Cap,6‘ indijfirenter.Suctonius de T yberio:Vr£fcdit er Adiaas ludis, quap
dixiffiet,pr£piit.Cic.pro Sylla: Noli animos eorum ordi * num,qui pr£funt iudicijs,oj]r;ndere.ldem
pro eodem:Quam ob rem uos dij,cr patri] pendtes,qui huic urbi,atque imperio
prae* pdctis.ldcm pro Milone : Vos inuidi , er in ciuis inuidi peri * culo
centuriones, ateu milites ,uobis non modo infoctkintibus, fc ante tabernam
fcilicet , uel ante cum locum, in quo negociatio exercetur, non in loco remoto
,fed euidenti : literis Groccis,an hatinistputo fecundum conditione, ne quis
caufari popit igno rantiam Uterorum. E t alibi: Caufari tempeflatem,ac uim
flumi* num.vbi liceat dicere,excufare ignorantiam literarum,ej ex*
cufaretempcPatem,ac uim fluminum. Mando,Praedpio,Iubeo, Impero,
Edko,em,mctum'ue tibi oftendo,ut foliata* re plebem: uel inquicto,cr tibi curam
inijeio. Gratum facio,& Gratificor, cap. l x x v r. G Ratum facio, .ij.epig.»f
I pfe ego,quem dixi, quid dentem dente iuuabit Rodere! carne opus ejl,fi fatur
ejfe uelis . Ne perdas operam,qui fe mirantur, in illos V irus habe,nos hac
nouimus effe nihil. Se mirantur dixit , quafi fibi placent, uel de fe magnifice
' fentiunt. ' • • A i Moror Sr 57* Moror
te,6C Manco te. cap,. xcin. MOror te,er maneo te, a quibufdam exponuntUr,pro
ex* pedo. Sed mea tamen fententia , magis poetice , qudrm
Anu io. oratorie . Verg. Et tua progenies moralia demoror arnuf. Terentius:
Quem hic manes i Oratores potius accipiunt, mo* ror te, pro retineo te,cr in
mora teneo. I dcocfc hac duo uerbd fapeiunguntur,ut apud Quintii. Quid me adhuc
pater deti» ttestquid moram abeuntemi Manco pro eo,quodeJi, futurum Awu6*
efi,ut ipfe accipio,apud ipfos interdum etiam poetas. Ve rg. Te quoq? magna
manent regms penetralia noftris. Philip... ldejiytibi futura funt.Cicero:Cuiws
quidem tefatu,ficut C.C u rione manet.hoceft,cuius fatu tibi futuru cft,ficut
fuit Curioni . cap. x c 1 1 1 1. r Conflaui, Contraxi, & Diflolui aes
alienum. COnflaui hoc eiufdem fit exemplum: N on imprecamur debili*
totes,naufragiajnorbos:paupcr fit,cr amet quueunq ; meretri * cem,cr amare no
def nat. Quod crebrius accipitur in malum. Habeo orarionem^Fario termonem.- c a
h>. xcvii. HAbui orationem, non feci orationem. Feci fermonentpo * tius,quam
habui,nonunquam etiam habui.Cic.de Seneft. Cyrus quidem in eo fcrmone,quem
moriens habuit,quum ad* modum fenex efflet, negat fe unquam fcnfiffle
feneftutem fuant imbecilliorem ju£fam,quam in adolefcentia fuiffet.
PolliccriJConuenirc,r ^ te>eft diquid in te cofvro : fi bcncficif quidem,
lyibene mereri de te dicor.Jtn autem ofjvnfoms,male de te '• mereri.
ELEGANTIARYM LIB. V. |Sr matri, N onnunquam utrunq ; reticemus , fed in
ambiguum fen fum:ut,quid dc te fu/m meritusi N onnunquam per negatione:
fic,honunes nihil de me meriti. id eft, qui nihil in me beneficij , aut officij
contulcrunt.Quibus exemplis omnes AI. Tullij libri fcatent. Demereor quoq; pro
bene de aliquo mereor , accipi* tur,fed cumaccufatiuoiut Ouidius Heroid. Dic
nuhi,quid fecLnifi nonfapienter amauii *" Ph>-1- Crwune te potui
demeruijfc meo. Et Quintilianus: simul ut pleniore obfequio demererer ama-, in
proom.ii.i tifiimos mei. E mereor,idcm pene eft quod mereor , prxteritum Ll^t*
eius emeritus.vnde emeriti ftipcdia,qui militia perjuntti funt , nominantur. Et
in fignificatione pafiiua , ftipendia emerita . ut idem,Emeritis huic bello
Jlipcndijs.Et per translatione a Ver * gilio emeriti boues dicuntur , er qu£dam
alia : Emeriti autem fenesfolent habere eos , qui pro fe laborent , qui
dicuntur pro alio opus agere. Quintii, de apibus inquit: Habebam qui pro
Deciam, fj. me opus agerent. Refero,S£Fcro. c a p. c. RE tulit Pompeius ad
Senatunuid eft , confuluh. I n eadem tamen fententia Pompeius ad populum tulit.
Ex illo fit Senxtufco fultum, ex hltem,pr£ clare tecum agitur, optime cum iUts
agitur :melius cum hominibus ageretur , p pdruo contenti ej[ent.ia,male DeAmic.
necum agitur,®* peius, incommodius'ue , er pefiime. C icero: Cum illo uero quis
neget attum ejfe praclare , mecum inconus modius? Nonunquam aftiue.valerius
Max.libro quinto:Bcne egijfent Athenienfes cum Miltiade , p cum poft trecenta
milia Perfarum in Marathone deuifta,in exilium protinus mipjfenf, ac non in
carcerc ,er uincuks mori cocgiffent.Attum eft,fem* per in malam partem
accipitur:ut,Aftm efa deRepublica,id efl,rejpublicd ex tinfld,dcjpcraa, cr
perdia efl. Salio,# Salto. c a p. . c 1 1 1. SAlio,undc [altus, pro eo,quodep
[altum facio. Salto, tripli* dio:unde [datio. interdii [alio pro [alto.Verg. 1
1. Georg. Mollibus in pratis unttos faliere
per utres . Quid aute diftet [altus,et [dlatio,notu eft. Saltus enim eft qua*
lis cerufiri4,leporuq;:fdlatio uero,itla hominu id6buio,qua uuU go tripudiu
uocat.Et licet f ‘alio pro [alto accipiatur,no amen [altus pro f alatio ,
[dlatus'ue, qua eiufde pgnipedtionis funt. Lflj»i,abutb. i_iU Ycrrc,dc per urbe
ire cum tripudijsjolenniq ; falatu iufiit. Abdico, & Exhsercdo. c a p. c 1
1 1 1. Bdicare,efl expellere d bonis plim,dum uiuit patcr.Ex* .haredare
uero,pofi morte. Sed abdicare efl grauius,quod etiam
in [e exheredationem continet . aVIMTI LIBRI FINIS. JIJ IN ELBGANTIARVH lingua
Latina Librim fextwm , qui de Notis autorum infcribitur , prooemium . V L P I T
I V S ille Seruiusyeuius quanti in iure ciuili fuerit autoritasyplurimorum monu
* menti tcftantur , fiue aliorum exemplo, fiue priuato conplio fretusynon
exiftimauit turpe fibi ad famam fbre,ut librum de N otis Scauo * a
confcriberet,non modo antiftitis in ea /ncultate,ati £ omniti principis 3uerum
etiam praceptoris fui. Cogitabat enim neq;ii poffe fibiuitio dari , quod
publica utilitatis caufa fufciperet, neq; iniuriam illi fieri, qui
reprehenderetur yp modo rite repre * bendatur,quod infe frijfet ipfe fkdurus ,
p errata fua animal * uertijfct. Probe iaq, Sulpitius,cr ingenue , ac uere
Romane. Quin ipfe quoq ; populus prudenter,cr grato inuicem animo, qui fidum
huius non reprchenpone, fed laude dignu e r gloria putauit. Nec minore uolumen
hoc,quam catera , honore pro* fecutuscft . Nam pracepta aliqua dodrina tradere
, cuilibet mediocribus faltem literis imbutoypromptum efr. Errores ma * ximorum
uirorum deprehenderejd uero cum dodifrimibomi • nis eftytum opus utilipimum ,er
quo nullum dici pofiit utilius. Quis enim dubitet,non minus agere3qui aurum
3argentum3ca • teracfc metalla expurgatyquam qui illa ejfoditfqui triticu mun*
datyquam qui metittqui pinus}amygdaiaycaterss(p nuces feli * gityquam qui
eafdcm legit 1 1 ta emyqui emedat ( nip paucifii * mafuntyqua emedat) no
inferiorem existimare debemus, quint ipfum iUum inuentorem , nec minorem ab iUo
, quam ab hoc percipi frudum. Infuperq ; non modo huic ex idius castigatio* ne
nudum damnum affrrri, atfy iaduram»uerum etiam pretw, aedi 384 LAVRENTII VALLAE
ac digniatem}pcrinde atq; auro,dc C£teris,qu£ modo comme* moraui,qudtum corpori
purgatio ipfa detrahit,antum rejiduo pretij C ut dixi ) cr dignitate accrefcit.
Adeo plui utilitatis in parte ejl , qU£ fuperat , quam qu£ fuerat in f 'olido .
Quare fi quis apud inferos Sc£uoU de Sulpitij fatto fcnfus fuit (qu£ eratiUi
£quias,cr iufliti£ amor) aufim affirmare fuiffegaui * fum, fecumq ; pr£clare
aftwm effe dixiffe,quod fudrum libroru aurum ab omni fcoria efferae fece
copurgatum : nihilq ; foreir per quod conciucs fui per eius f cripta ) illi
poffent. N eq; irrne* Bpifl.ij.iib.3. ritb Plinius I unior ad amicu ia feribit
: I a enim magis credam c£terd tibi placere, fi quxdam dijflicuiffe cognouero.
Quomo do igitur non fit beneficium id offtrre,quod folet beneficij lo * co
populari i Quod fi hoc non praftatur aut iam defunttis}dut tale beneficium
rejfuetibus,profift6 his pricijs,charo datus ibat alumno . Dure nimis (ne dicam
inerudite ) uirfane eruditus expofuit9 quafi nefeiamus non domini mortem a
feruo,ucl comite Vergi * lium freiffe deplorari, fed quod ejl plustquam fi ucl
E nuder ip * fe fuiJfet occifuSydc multo trijlius ab altore , fiue nutritio
morte eius quem aluerat , cr quem loco filij habebat : qualis Phoenix ille
Homericus in Achillem fuit , quem quoniam educajfct , fU B lium 2Hr* 58 6 lium
femper appellaturo alumno .Et certe armigeri mdgttorX principum femper cr ipfi
magni uiri fuerunt. Siquidem (ut eu ceamde Phoenice qui bonx parti Myrnudonm
imperabat) Patroclus auriga Achillis , princeps erat : er Sthelenus Cdpa* nei
regis filius auriga Diomedis : er Meriones inter primos duces Crctenjium auriga
llionei : er Hettori aliquis fratrum fere aurigabatur currum. T ahs fuerat
Acctes Euandro . Ergo non eratfcruus,aut feruo f inulis apud Euandrum , multo
minus apud fHiutn,fcd patri findis , cr pro patre , prxfertim iUo ab» fente.
Duo autem hjec nomina , qu£ ab eadem litera incipiunt , armiger,?? aujpicium,
qu£ apud Vergilium modo legimus, no nota omnibus etiam explicemus. Armiger
cft,qui in pr nequaqua cotra hoc, quod prxeipio jacit. Na fwrno fupplidu,fmo
poena, na in me, B | fd „o fed a me,in alium infligi inteUigitur . I deotfc
adiungitur abld* tiuiu cum prapofitione dc.Cicero : De iUo paulo pcjl
fiuppliciu In argum fimitur. Quintilianus:V t nifi occurriffiet ad diem,de eo
qui re* drim u,I# abunde tantum foli , ut releuare caput , reficere oculos ,
reptare per limitem, unam femitam terere, omnesq ; uiticulas fuas nofje, • er
numerare arbufculas pofiint. idem: Frcquentior currentis bus,quam reptantibus
lapfus efi. T erentius in Adelphis: P«r= reptaui ufq; omne oppidum, ad portam,
ad lacwtfi,Qup noni - Ln eundem,de Carpere. c a p. v r. Arpere,inquit,pro
attenuare,?? aperire. Verg. Georg.w \*-JNecnofturna quidem carpentes penfa
puelle. . . HocnepueUdC quidem ipf£ dicerent. Nam ut carpimus linum virens ex
humo,quum udlimus:ita puelle fmiftra manitdc colo penfum trahentes, fenfimq; u
edentes carpunt. Et ut decerpimus rofam primis digitis,fic puelle primis er
ipfe digitis decerpunt particulatim linum, lanam ue. Iterum carpere, celeriter
pretes rire. Vt Verg.- Et acri Georg.j» Carpere prata fuga. Et in eodem:
Carpere mox gyrum incipiat. Quafi in primo non celeritas ida magis intedigatur
per hoc , quod dixit fuga , qui efl celer curfus,quam per idud , carpere. Et in
fecundo fignificetur ues lociter preterire. Aliud nanque efl ire in gyrum ,
aliud pr!cc minus in- icrcabarbas.in canaij? menta. Saty.s.libro »♦ Sermo. Cap.
13. Georg.3- Gcorg.3. IjAVRE NTI I VALLA E accufando. Quid autem dcincufandof
Certe fi illud non efide maiore in minorem , neefc hoc erit de minore in maiore
: er alio « qui nullo unquam in indicio auditum e fi nomen incufationis: quid
porro extra iudiciumf V ergilius inquit: Quem non incuf tui amens
hominum'ue,detm 'uci . Dij quidem maiores Aenea funt,bonuncs uero Troiani duntu
Xdt minores. At ejl apud Terentium pater ad filium loquens: -Quid me incufas
Clitiphof Hoc enim ifli exemplum ponunt, ceterorum exempla onuttunt,que contra
eos Jaciunt, que fiunt infinianut Cefar Commentario primo , H ec quum
animaducr* tijfct Cefiar,conuocato confilio,omniumq [j ordinum ad id con*
filium adhibitis centurionibus, uchemcnter eos incufauit. Sed (ne multis morer)
accufarc,efi uel apud iudices uel apud alium quemis,etiam apud illum
ipfium,quem accufcs , fignificare, at* queofiendere aliquem peccajfc-.lncufiare
uero reprehendere mo res alterius, cr pleni impexis induruit horrida barbis,
magis dc hominibus didum ejl,qum de hircis. E t illud: Nec minus interea
barbas, incanaqi menta Cyniphij tondent hirci.- ad multos hircos refirtur ,
perinde ac fi diceremus caudas, quum tmen fingule fingults hircis jint, 1 ita
cr ELEGANTIARVM LIB. VI. 40% i« er barba.Sunt etiam er barba alioru quam
quadrupedum: ut Plinius in x x x.q uum Genunos tranfit fol,cri£Us)Cr auri*
Cap.n. busyGT unguibus gallinaceorum. Si luna , rafis barbis eorum . In eundem,
de Nuntius,# Nuntium. c a p. x/v! NVntius, inquit idem,eft qui nuntiatiquod
autem nutiatur9 licet neutro dicatur , tamen inuenitur er mafculino. Mi* ror
cur ita dixerit. Ego quidem nufquam hoc nuntium legi : at tte ip[equidem}ut
opinor ^quum EeUus Pompeius uetuSHor eo autorjtx fcribat: Nuntius er res
ipfd,er perfona dicitur. In eundem, de Arceo, Abigo, Abigeus , AbaAor,
Abigeatus. c a p. x v i. A R cere idem ait ejfe prohibere. Sed mihiuidetur
potius effe hm r\uetare,ne accedant hi , qui ueniunt. 1 unofeptem tantum
ESfrSS' annos arcuit Troianos ab 1 talia,quam ubi contigerunLno ar-
'ffiprohtbebit.Tnnsfirtur (ut pfoap de corporeis ad incorporea. Cic.in
Paradoxis • nU£ Tum«w. m enim ejl,qu£ magis arceat homines ab improbitate r
fy,ui,/*u/f- fenferint nullum in deliais cjfe difcrimentCotrariwm huicueL " bo 4 ibtgerejuod ftgmjtat i loco
fugire.itq, expdlcre.ut, tbtgamfcss i ficte meifcrtbcntis-.ibige cane, i popim
tui- dngcfiumosfonitu i uinei.Quintil.lbo inlittmrnifcr,pUn. (hbiUiuesibtgim.De
pecoribus uero idem, quod de citeris inimMusueapteim efkquafi nobis oiiofifunt,
ibigimus. ousx“Pr«4*os,ib bortisfi uinctis , i futu. Qsqjfi ta non fit, fed
furto toSUmus, utiq; oretstim abigere ibudfigmficitfid e fi, furto tollere ,
iut etism litroci. nto-Mt ipud eundem. Adhuc (folii trinfcuntium.o- ibidi pe-
corum greges fub hoc titulo defindebintur.Vnde ibidore, mcsnturpecuirtoru
immitium fitres,Utrunculi'ue. Hos qui . dsm ibtgeostiocit. V Ipiinus iutem
inquit : Abigei proprii hi bibentur, qut pecori ex pifcuis,ttel ex irmentis
fubtr ibunt er quodimtutb depndintur.v ibigedifludiu qttifi irte exer = C ccnt.
40 & cent,equos de armcntis,uel oucs de gregibus abducentes. C Archimedes
ille geomctricus,globum ad fmlitudinem coeli fi * bricatus cjl,in quo effigies
coeli aderat, magnitudo non aderat . * I dem fit de tibula illa depifh ad
finvlitudinc orbis ter)'dru,qud noaufm dicere depifhm itiftar orbis terraru.
Ncg- alia mula huiuf nodi:ut,insbar Antonij ambulas, in flar patris fcribis,m -
jhr languidi fedes:fed ad fimlitudincm , uel in fimilitudinem, uel in modum,ucl
in morem,uel ficuti,zr fimilia. In flar potius jignificat ad *quiparatione,uel
ad mefurd : ut apud Vergiliu, Argolici clypei,aut Vhceb** lampadis inflor.
Cicero : Hc= Acnrfd.,. xamctroru injhr uerfuit . N am illud apud eofdcm : I
njhr mor- n nfr ... tis putant:cr ,turbinis Marifignificat ecquiparatione
doloris Vcrg. a™. in morte, impetus ex turbine. Quod siquando reperiatur
h°lat-a1!irar# proxime accedere ad fignificationem pmilitndinis , admoniti ’
funus, ut nimiam utedi licentiam deuitemus. Nrfjw ego fic auderem uix uti,ut
Seruij fimiliarifimus M acr obius a:mfquiim generaliter.Hocenim
fignificat,omnia fimul , quxfub genere funt,amplcftendo:illud uero pcrfingula
genera, feu maghper fingulas ftecics. Siquide frccies genera uacamus:ut,quot
fiunt Georg.*. genera arbor um,uitiu, potius, quam quot funt jfecies. V erg.
-Genaatim difeite cultus. Varro: Non in uolucribus gener atim feruatur
analogia. Non ex aquilis aquiU,neq; ex turdis procreantur turdi. Sic ex reli*
quis fui quifty genens. An alita hoc fit,quam in acre,quam in aqua: non hic
conch£ inta fc genaatim innumerabili numao finules.Ecdem modo,ut genaatim
perfingula genaa dicimus , ita fummatim pa fingulas fummas: aliquando dicimus
fimma * tim,cr genaatim,non pa fingulas fummas,genaaq; , fed pa
unam,untim'uc:ut,dic4 dc hac re fummatim. Cicaodc Oratore lib. 1 1. 1 n finitum
mihi uidetur id dicae , in quo aliquid gene* ratim quxritur,hoc modo:cxpetedane
effiet eloquctiafexpete* ELEGANTIARVM LIB. VI. 40 S di'nc honores i Caterum
quomodo differat ab illis adfummam , infumma3po§tca reddam.v iritim3pcr jingula
capita uirorum: utyGracchus diuidebat uiritint fex modios frmenti.T amcn de uno
ahquado dicimusiut apud Curtii i , Si quis uiritim dimicare Ub.7, -
ueUet,prouocauit.Nomnatim,per nomina fingulorum:ut3afii* gnati funt coiurati
nominatim cuftodi carceris.Et de uno etid: utyAlte extollens M. Brutus cruentum
pugionem3nominatim phiiipp.i, Ciceronem clamauit. Membratim,per membra.
c,3«cap.4« Lib. 10» c .»9* ELEGANTIARUM LIB» VU 407 TA tidcm idem disponi non
necefiititis , fed ornatus caufd, s fte&tbit id folwm , ad quod accingitur.
E t alibi: 1 acebat haec infomnis,inquicta,quum diceret, iam jhtimappas
rebit,iam Jhxtim ueniet,nunquam tamen tardius uenit. Mifcram me fili, proxima
node iam ucncras.Ecce iam medios fidera tes nent curfus,indignor,irafcor.lta
mihi demu fatisfufies, fi apud tib.io.c.»4* patre fuifti. ideo autem dixit
folum,(iue omnino, quod Plinius uidetur accipere pro omnino de hirudine dicens:
Ea demu foU auiu,no nifi uolatu depafeitur. Q uidd uolut ab is er demu cos
Omd.Eicg.Rue pom' Quid.pro demu,pofuit deniq;,libro tertio fine titulo : gu°‘!
‘3‘ *" Si qua metu dempto cafta e fl,ea denty coda ejl. . . r . I» 40f •
ELEGANTIARVM LIB. VI. In Macrobium,de Stella,& Sidus, cap, x x i i.
QlTeflacr fidus differunt, fi Macrobio aedimus,ita fcribenti: O N
tmcuideamus,qu£ fint duo h Neqfte ELEGANTI A RVM LIB. VI. 4» N-eque folum
deprecari cjl uocc , fed etiam per ea , qua injfar uoas obtinere folcnt,uultum,
geflumq-. Etenim Bucephalum, qui prata unum Alexandrum omnem alium recufabat
fefio* rem,non inepte dixeris deprecari alios fefiores prata regem. Denique
deprecor magis fignificat uel difto , uel fafto recufo , quam illa qua Aulus G
ellius attigit . In Pri(cianum,de Situs. cap. x x v. Situs (Frifcianus inquit)
dicitur pro negligentia,ut Vergil P^drcafln» Acneid.j. Sed te uitfn fitu,ueriq
; effoca fenettus. Sed non ia efi,potiusq ; fordes illa , er illuuies , qualis
nafeitur inter opaca domus , qua diu non repurgatur. V nde inquit M.
Lib.i,cap.3. Fabius, E xcianda mens , er attollenda femper eft, qua in hu*
yiufmodi feaetis aut languefcit,cr quendd uelut in opaco fitum ducitiaut
contra,tumefcit inani perfiuafione. Huiufmodi igitur quidam fitus fedet in
uultu,capite , tototy corpore uetularm, er habitUyprafertim inopum , qualem
illum Vergilius inteUi * ^ 6 git,cr Lucanus de malefica anu ait: Foeda fitu
macies - Quod ' 4 • etiam padorem poffumus appellare:ut idem Lucanus , Lib.».
-Longusq; in carcerc pador . Et Cicero in Tufculanis: P adores muliebres. Et
iterum: Barba padorc horrida. Miror Prifcianum hoc in loco eciale uero neftus
effe.Cic.in Rhetor icis,cr libris ad Hercnn.cr alibi fepe ait: Veneno necatus.
Quintii in m r. Hinc adulter loris ctcfus efl,fkme necatus. Nec unqua neftus di
* citur,fine certo genere mortisiut, E neftus fiti Tantalus. Nec td mortuus,q
propemodwm mortuus:ficut exanimatus pro eo, qui jinuhs efl mortuo:ut fime, fiti
enefti. qu£ plurima funt exepld. DeNaejSS Nc. c a p. x x i x. VT Ae pro ualde
idem dixit, nec tume [olus. Terentius in An= I N dria: N£ illa iUum haud nouit.
- Mihi uidetur idem apud nos fignificare, quod apud Gr n«ifOK?it xsaap» ajftxo
Sttioidlp. Cicero ad Atticum indicatiuo huius uerbi ufus efl, dices: E i faU
ucbis a meo Cicerone.Vlautus in Truculento in prima pofitio * ne utitur:Salue.
fatis efl mihi tua: falutis , nihil moror , non faU ■ - HfO* ELEGANTJARVM LIB.
VI. 4tj Ueo. Martialis etiam dixit,ualebis: Quum pinguis mihi turtur er it,
lactuca ualebis, Llb . 1 1 » epig. Et cochleas tibi habc,pcrdcre nolo famem. C
tctcrum (ut ad inflitutum redeam ) qui, ualeant, pro exeera* tione acceperunt ,
forfian hoc argumento indutti funt, quod nonnunquam hoc uerbum languorem
fignificat : ut idem de Cratorc,Sicut medico diligenti prius , quam conetur
agro ad= ub.t. hibere mcdicinam,non folum morbi cius , cui mederi uolet , fed
etiam confuetudo ualcnttf,zr natura corporis cognofcenda efi. V nde ualetudo
pro languore frequetifime accipitur: er tejles iialetudinarij nominantur, idem
ad Terentiam : Valetudinem tuam cura diligenter.hoc cJl,languorem,cr
infirmitatem. Alibi pro fanitate:Sed nunc ualetudini tribuamus
aliquid.Frcquenter tamen apponimus adieftiuum,uel fiujlum,uel infhuflum,ad dU
fiinguendum Jhtum corporis: fi quidem indifferenter fignificat more fui primitiui.
Dicimus enim,ut uales * quomodo uduijli* . 5 : qualiter ualet filius* Sic,qua
ualetudine es i’ qua ualetudine ejl filius: Refpott debis,infirma,aduetf t,
mala ualetudineiuel con* tra,bona,incolumi,optima. In V arronem,dc Vas ,8C
Obfcs. c a p. x x x r. Lib f 4 _ VAs,inquit V arro, appellatus ejl , qui pro
altero uadimoniu Latini * *' promittebat. Confuetudo erat , quu reus pa.ru
effet idoneus inceptis rebus, ut pro fc alteru daret. V ideturV arro
(ignificare vadem eum effe,que fidciuficre uocamusicr uadimonium,fide*
iufiionem. N os hoc negare ita e jjequi poffumus, cum varro omnium cofenfu jit
Romanoru eruditifimus,cr lingua Latina periti fimus* qui Latinas liter as fecit
cr Latiniores , er Utera* tiores * Qua quam multi funt, qui cum quibufda in
locis repre * henddt:qu£ jaculas praecipue difcipulis Quintii adeffetjonge
Varrone doftioris, atque eloquentioris. Verum ego non aufittt reprehendere, fed
antiim affirmare , me non legiffe (dunaxat quatm aut recoriorfaut intelligo)
uade cm effe^ui uadimo* * tiim 4itf LAVRENTII VALLAE niumpro altero dat (fi
uadimonimfignificatfideiufiionem ) fed eum , qui Jfconfor efl alterius in
capitii periculo , fiue idem fupplicium fubiturus,fiue pecuniam foluturusiut
apud Quin» tiliarium in Declamatione , qu£ infcribitur , A truci uades . Et
apud Ciceronem libro quinto Tufculanarm Queeflionm de Pythagorea amicaiquorum
alteri quum tyrannus diem mortis dixijjet , alter pro anuco ad uifendam matrem
ituro uas fk&ut Lib.i.ab urbe efl.Et apud Titu/m Liuium de Ca fone capitis reo,
ita dicentem: condio. j n uifjculj conijci uetant.Sifli rem , pecuniamq ; (
nifi fijhtur ) populo promitti placere pronunciant,fummam pecunia: quan» tam de
-r\Ecuriones,inquit idem,primi fingularum decuriarm di* Ung.Lat. JJ qUQ(}
profrat Temperamus ille apud Titm hiuim9 quod 'S ELEGANTJARVM LIB. VI. 4T7 quod
& ipfe approbat fehus. idcmq; ait : Decuriones appeU lantur , qui denis
equitibus prafunt. Ejl ergo di diu decurio 4 decem , ut centurio a ceu im. N
am(ut aitPadianus)dccuria funt nobUiorum,ccnturia inferiorum. Quidam uolunt (
quorum ejl fronto ) decurionan pracffe turma, qua conjht ex duobus CT triginta
equitibus. Ncq; belli folum , fed domi quocp decurio dU eitur,nome quoddam
prapoptura pgnificansiut Suctcnitis in Domitiani uita,Saturius decurio cubiculariorum.!:
t hoc quidem CaP*r» apud R omanosiin municipijs autem ( ut mihi quidem uidetur
) idem ejl decurio,qui Roma fenator. N am qui in Senatu,zr co * filijs
reipublic £ municipalis interejje poterant. Decuriones erant. C icero pro
Sextio : Qua de caufa e? tum conuentus iUe Capua huic P. Sextio apud mc maximas
gratias egit , er hoc tempore beneficium, fidemq; hominis teflimonio declarant,
pe* s riculum deprecantur fuo decreto. Recita quafo , P .Sexti, quid
decreuerunt Capua decuriones. Quod autem diffzrant decurio Romanus, c r decurio
municipalis, ex epiflola quadam P linij p ** 1 unioris e primo libro
declaratur,dicentis:Effe autem tibi centu milium cenfum fatis indicat,quod apud
nos decurio es. Igitur ut te no decurione foliim , uerum etid equite R omano perfruamur
, offero tibi* ad implendas equitis Romani facultates, trecenta mi* tia nummum.
Non dicitur itaque decurio, aut quod decem pra* pt militibus ( ut quidam uolunt
) quem Graci uocant, ? quum decurio pt maior equite, eques ecnturione,eenturio
de * carcho, ut ex ftipendioru magnitudine datur in multis libris in
telligi:aut in municipijs , qui decem equitibus praefi, quum pt equite duntaxat
Romano minor. An quia decem prafit equitU hus municipalibusfaut hoc erit
dicendum, aut P omponij J urif* confulti opinio fequenda , dicentis
-.Decuriones quidem di flos diunt eo,quod in initio quum colonia
deduceretur,dccima pars eorum, qui deducerentur,conplij publici gratia
confcribi fclita pt* Quare eum , quem nunc militem appellamus, aut falfa dU D
gnatione 4 uidetur band.e, aut orndnd£ cdufd , qu£ pgnipcdtio nota cfi omnibus
. Vndc pars probationis uocatur ab exemplis , er in elocutione omifif iu hoc
cxanplum inter ornamenta numeratur. «c^ariu^i- In Bocthium,dc Perfona. c a p.
xxxiiii, dum efl: Bcrt- -ryz.rfona eft ( inquit Boethius ) incommutabilis
natur£,in* meem alteram, J "fdiuidua fubjhntia: existimans fe
argumentatione colle* gijfe, quare non pt qualitas , nec aliud prwdicamentum
uUm , fcd fubfhntia. Sed huic homini Romano oftedam Romane lo* qui ncfcire.Verfona
ndnfy non eft in D eo magis,quam in bruto, peut humanitas, peut alia plura. Sed
demus, ut in deo etiajnpt perfonatquxro, quamobrem ea non pt qualitas, pue de
homine toquimw,pue de deo f Nam in homine quidem perfona pgnift* cat
qualitatem,qua alius ab alio differimus , tum in animo, twm in corpore, twm in
extra poptis , qu£ a rhetoricis enumerantur in attributis pfon£.Animi:'ut quo
ftudio fe exerceat, medicinx, an iuris ciuilis,an militU.Et qua mcteiiracudus,
an moderatus : auarus,an Uberalis.Corporis:iuuenis,anfenex:pulcher,an defir
mis:firtis,an imbeciUis:mas,anfamina.Extra poptorm: diues , an pauper:darus,an
obfcurus:maritus,an coelebs : parens libe * rorum,an orbus:*? his pmilia.ldeoq
i pgur£, er pgilla qu£dd, qu£ roflris , aut alia corporis parte aquam fontanam
emittunt , quia ELEGANT! ARVM L1B. Vl. quia repratfcntant uarios hominum uultu
s , er gcHus, pcrfonrtis,diuitis,nobilis, er interdum contraria. Nam ad fors
tifiimm,pulcherrimm,ditifiimm,nonfumfortis,nec pulcher, nec diuesfcd
imbecillis,defbrmis,pauper. Alia ituq; ad huc per * fonafm, quam ad em cui in
his omnibus dntccello.Et ad P ria mum fum perfona filij , ad AftyanaCb perfona
patris ,adAn * dromacham perfona uiri,ad Varidem perfona fratris, ad Sarpe *
donem perfona amici,ad Achillem perfona inimici. Quo fit, ut adfitmihi
multiplex perfona ac diuerfa,fed una tantum fub* fkintia.ln deo autem perfonam
ponimus,uel quod nullum aliud uocabulum quadrat : non natura , quo ueteres
utebantur : non fubjhntia,quo Graci utuntur : uel quod uere in deo triplex efl
qualitas. Atqui hic mihi os comprimet Boethius , neq, uocem prodire permittet ,
dicens qualitatem eam effe , qua: pofiit etiam abejfelpmer fubietti
corruptionem. Hanc ego definitionem (ut Grceculam , er ineptam ) derideo:Dico
lucem,uibrationem, calorem infoleeffe qualitates , er hoc dico Latine omnibus,
qui unquam Latine locuti funt, confentientibus , quanquam de hac re fuo loco in
no&ro opere de dialectice dijferuimus. Tales qualitates fhtuo in deo , er
has dico effe perfonas , qux ab eo abeffe non poffunt,ej qualitatem fignificare
, nonfubflantiam, ut Boethius uoluit, qui nos barbare loqui docuit. Hinc enim
fbrfitan adduttum uulgus,utfic loquatur , tres perfon cim exirent antea in
mcn,ut ueflimenycalccamcnjnunU nten, lenimen , nutrimen,fiiramcn,medicamcnyuelameny
quibus adieftn tum, fit mummentum,lcnimenttmynutrimentm,Jptra*
mcntumymedicamentmyuefiimcntumyuclamcntm,calceamcn* tumiitt tejhmen addita
fyllaba tum, fit tejhmcntum.Qupd fi 4 mente defeenderet tefimentm, tefimetia
diceremus, quernadm modum dementia,cr amentia. Nihil habet magis ridiculu hac,
de qua loquimur fcictia,quam ctymologiam,in qua ipfe quo$ Varro er lufit?cr
lufus efi. In Donatu,de Syncerum. cap, x x x v i i. QYncerum(Donatusinquit)
quafi fine cera,mel fimplex , Cf O purum , er fine fico, l mo cum cera potius.
Syncerum a componitur non a fineyqua nunquam compofitionem admittit , quod ipfa
etiam feriptio declar at, qua y, habet , non i. E fi enim ex duobus Grxcis
compofitm,ex ovp er cera,qua ab illis dici * turxHfh , uel d oVvxKf©- conuertimus.
Quo magis uenujh, at$ apta huius auroris etymologia efifindicatur etymologia
pleruck fiUaccm ejje: quia figmficatio hac non ita abfoluta, er uera efi. Quid
uenufiius atefi aptius dici potefiyqudm fide ideo uocatm, quia fiat quod
dicitur i Quam etymologia fallace effe declarat, quod hoc nomen chordam
infirwmetimufici fignificat.Et tamc licet dicere fyncerum , quali cum cera mei
, quod integrum efi, C r fclidum,cr nulla fui parte fi audat\m:ut fi diuidere
frudum communium alueariorum cum focio uclim , partemq ; tantim t mellis
afiignem» nimirum non ago fyncere , quod fine cera meU la dedi. In
Iurifconfulcosjde Mulier, cap. x x x v r i u Mvlitru appellatione ( Laius
inquit)etiam uirgo uiripo» tens continetur ; vlpianus autem quodam loco ita
ait: Quod ELEGANTIARVM LIB. VI. Quod fi ego me uirginem emere puarem,quu effet
mulierem* ptio non ualebit.Hic mulierem appeUat,qu£ uirgo non cfl : ille etid
qua uirgo cfl.Et vlpiani qmde locutio reda, ejl, Ciceronis Qst^1*1**6*
tcftimonio,qui obiurgantibus , quod fcxagcnorius Popilia uir*
ginemduxiJjet,Cras mulier erit,inquit. Sed Caij quoty defini* tio locu habet
aliquando:ut fi quis uidens decem focminas,qua* rm aliqua uirgo fit, £ tate
tamen qua mulier ejfe pofiit , dicat, uidi decem mulieres . Quo modo etiam in Euangelio
dicitur : Quid mihi9er tibi eft mulieri Sed ex Gr£Co fumptum ejl uel 6S\vitquo
fignificatur uel foemindyuel mulier , 1 dem quoq ; Vlpianus inquit: Mulierem ia
axftamjut mulier fieri no pofiit , fana no uideri conjhxt. E ande dixit er
muliurem,CT no mulic* remiprimm pro ea,qu£ eftfixmina: fecundum pro corrupta,
lneofdem,de Munu$,5cDonu. c a p. xxxix, Mvnus^Paulus inquit)tribus modis
dicitur. Vno donu,cr inde munera dici dari,mittu:e. Altero onus, quod quii re *
nuttitur9uocationem militi£,muneriS(fc pr£jht: inde immunita tem appellari.
Tertio dicitur officium , unde munera miliaria, C r quofiam milites munificos
uocari . I gitur municipes dici, quod munera ciuilia capiant. Idem alibi:
Municipes intelligen* di funt er ij9qui in eodem municipio nati funt.vlpianus:
Mu* nicipes quidem proprie appellantur muneris participes9recepti inciuiatem ut
munera nobifeum facerent. Sed
nuncabufiue municipes dicimus fu£ cuiufq ; ciuiatis dues, utputa Cdpanos,
Puteolanos. Pomponius ia ait:M unus publicwm,efl officiu pri* uati hominis, ex
quo commodwm ad fingulos,uniuerfosq j ciucs, remq; eorum imperio magiftratus
extra ordine peruenit. Mar* cusautem fir.Munus proprie eft,quod necejfario
fubimus,tege, more, imperio ue eius,qui iubendi habet potefhtem. Dona autc
proprie funt,qu£ nulla necefiiate, aut iuris officio ,fed fronte pr£jhntur:qu£
fi non praftentur, nulla reprehenfio ejl, cr fi prxftentur, plerum £ laus ejl.
Sed in hoc uentwm ejl , ut non D f quod f 4ii LA.VRE NTII VALLA E quodcunfy
munus fidcmfy donu, decipiatur. At quod donu fbf* rit,id retre mutiut
decipiatur . Quomodo hi iurifconfulti inter fe conucnidnt , cr dn aliquid defit
alicui horum , Accurfiut cu/nt B artholo, B aldoq; confultct,dumq; mihi ( ut
more ipforim lo* quamur)ambo,tres'uc rejfondeant, afjirmentcp, quod Marcum ait
, donum ejfe Jjeciem,rmnus ucro genus. Idemq ; contrarium, ejfe lierbis V
Ipiani dicentis:! nter donu,ej munus hoc intereft , quod inter genus, e*
ifantim , fient facrilegium rerum facrarm . Inde depeculor , quod quidam ad
facrilegium etiam transferunt. In eofdc,de,Fudus,Ager,V iUa,Praediu. cap.xli,
Fvndus,Vlpianut ita finit,Locus eflno fundusfed portio fun di aliqua.Fundus
autem aliquid integru efi.Plerunq; fundu fine uiUa accipimus. I dem alibi: Ager
efl locus , qui fine uiUa e fi . lAodejlinus uero fic.Quaftio effindat d
pojfefiione,ueldgro, ucl praedio quid diftet. Fundus efl omne quicquid folo
contine* tur. Ager eflfiecies fundi , qu£ ad_ ufirn hominis paratur . P
ojfefiio ab agro iuris proprietate difht . Quicquid enim apprehendimus , cuius
proprietas ad nos non pertinet , aut ne* quit pertinere , hoc poffefiionem
appellamus. P ojfefiio ergo ufus , ager proprietas loci efl. Nam c r ager , er poffefiio huius appellationis
ftccies funt . Florentinus: Fundi appellatione omne
aedificium , er omnis ager continetur . Sed in ufu urba * na itia, horrea in
urbe.Cicero in Philip . Poffeftiones notabat er urbanas ,er rufticas . Puto non
tantum pradia , fed er c£teta , qua immobilia uulgo appellantur . Addamus ad
hac aliquid de hoc fundum, quod an a fundo fundas , an potius fiindo afundu,
fiue a fundus ueniat ambigi poteft. Quidam fundus a funda dici uolunt.Cic.in
quodam ioculari libello: Eundum varro uocat, quem poftit mittere funda, Ni Id
elegantiarvm LIB. VI. 4JX N i lapis exciderit, qud caua funda patet. Hifi hac
fentcntid fit, tam paruum illum fuifjc fundum , utjun * da prehendi,® in morem
lapidis iaci pojfet.Fundum igitur efl ima pars rei,proprie aliquid liquoris
intra fe continens, aut ai continendum fudi ut dolium,ut nauis,ut alueus , uel
fluminis , uel lacus, uel jhgni,uel maris. Na fundit turris( ut quidam feri*
pferut)ipfe no dicerc.Fundametu(ut omnibus liquet ) aliud efl, quam funndum : ®
tamen fundare magis ad fundamentum, quam ad fundum pertinet. Fundamus enim
domwminon naucm aut doliim:ut Verg. 1 Ue urbem Argyripam patria cognomine
gentis, Aea. i V iftor Gargani fundabat 1 apygis aruis. Nam fundamentxre non
reperiturmec fundare quidem efl fane frequens,nifi per translationem. Quintii .
in Gladiatore : Hoc Ded3m‘9t fundatam paternis,auitisq j opibus domum exhaurit
. E fl enim flequentius iacere fundamenta,etiam per translationemiut idem libro
primo , N am inde er contemptus operis innafeitur , er p • • fundamenta
iaciuntur impudenti*,®- (quod efl ubiq-, pernicio = fiflimum)prauenit uires
flducia.Et Ciceroil n quo templo(qud * twm in me fuit) ieci fundamenta pacis
.Sine translatione , Sue * tonius de uitx C aij: ln arce Capitolina noua domus
funda* menta iecit.Caterim hoc differunt fundare , er fundamenta ia* cere,quod
fundare efl ualidis fundamentis fulcire . Fundamenti iacere, quafi qualiacunq}
fundamenti facere, er quodammodo dare rei principium . N eq; ucro fleut
reperitur fundus,® fun * dwm,ia reperitur punttus, er pun dum . Errant q;
philofopbi, quujpundus,® linea dicunt. Nam de pundu,quod efl breuif* fmu ^ pus,
nulla lis efh ut T cretius in Phormione, —Tu teporis mihi pun dum Ad hanc rem
efl- Pro eo aute fenfu in que utun = tur philofophi,Cicero pro Vlancio:Nd quod
queftus es, plures te tedes habere de Velina, quam quot in ea tribu pundi tule
* ris. Quidam momentupro E L E G A N TyI ARVM LIB. VI. 4SJ metitus fit , qti£
ad libri fcripturam fiujficerent : ut puti quum haberet Homerii totum in uno
uolumine,non quadraginaofto libros compuabimus,fed hoc unum Homeri uolumen pro
libro accipiendum eft. vlpianus Homeri opus nunc unum librum , nunc
quadraginttofto libros nominat. N ec tamen ait librum duo fignificarc,ipfum
opus,cr ceram operis partem. Pratcrcd opus,fiue opera Homeri librum appeUat,ZT
uolumen, quorum utrunque inauditum e fi. Vergilij Aeneis, non liber efi,fed
duo* decimlibri. Georgica, non fiunt itemliber ,fcdlibri quatuor. Bucolica,
unus fiber efi,idemq; unum uolumen. Georgica,qua* tuor uolumina:
Aeneis,duodecim. Ouidius: DcTrn n Sunt quoq ; muat£ ter quinq ; uolumina firme.
*lcs' 3’ Sed quid exemplis agimus,quum nufqua plura afferri pofiint i At
vlpianus puat etiam fi omnia opera Didymi, quo nano plura fcripfit,in unum
codicem conglutinarentur , tinum tan* tum debere uolumen appellari,quod nemo
neepoffet euoluere, nec firre uellet.Efi enim uolumen uel a uolo, quod in
libris uo * lunas apparet,uel ( quod magis fcquerer ) a uoluo,quod uolui * .
tur, quales libros hodie Hebra;i quofdam habent , qualesq; in ueteri,cr nouo
tejhmento leftiamus fiiffe. Et Romani,qui in libris arborim,id eft,corticibus
fcribcbant-.quod libellos illos , quo firrent commodius,complicabant,uolumina
firte appella* uerut.laq; uolumina libellis fimiliora fucre,qtum libris.Qtiod
ex eo quoq; loco apparet, ubi Plinius de libris auunctili loqitcs, Epiftjjftj
ait: Studiofi (fcilicet libri) tres in fex uolumina propter am * plitudinem
diuifi.quafi dicat in fex minores libros, ut fintuo * lumina aliquanto
mnora,qum libri. Quod etymologia quoq ; nonnihil probat, ut oftcndi.Vndc adhuc
durat uerbum euoluere libros , pro eo quod efi aperire libros leftiandi gratia
, quafi rem complicaam explicare: quemadmo du reuelare,eft rem uela* tam
detegere. Ni fi dicamus euolui libros propter numeru pa* ginaru. Accipitur
autem nunc euoluere libros, fiue autores,pro E eo 434 LAVREMTII VALLAE Subdi
titia runt e0 quo,ingerut probra, £gre abilinent quin ca * fira oppugnent. Q u£
duo nomina tanqud fimilia eode loco Ci* cero coiunxit in Catone Maiore: Mihi
uero,ej flacco neuti * quam probari potuit tam fiagitiofa , cr tam perdita
libido,qu£ cum probro priuato coniungeret imperij dedecus. P r£tered nc jinulc
quidem efi fane probru opprobrio. Non enim Latine di * Scijfet C icerc:qu£ cum
opprobrio priuato coniungeret imperij deiccas:qucmxdmodm in Sallufiium dixit:
Itaq; timens ne fa* cinoracius clam nobis ejjcnt, quum omnibus matribus
familias ueflris opprobrio ejfet3confijfiis efi uobis audientibus adulteriu*
BLEGANTIARVM LIB. VL 4i$ Ejl autem opprobrium aliquando fallo, fed frequentius
uerbo . Ham Sallufiius ( utuult Cicero) uel exeo quod quibus cum fenum s
habuiffet ufum,erat notum : uel quod ipfe illis uulgo impudicitiam obqcieb at,
opprobrio erat. Horatius: Satyra,»; Sic teneros animos aliena opprobria fepe
6crm* Abfierrent uitijs— Quintilianus: toodo maledittis , opprobrijsq} uulgi ,
modo crebra riualium D(dam contentione pulfatus,abigi tmcn,compefci$ non pojfet
. Op= probrijs dixit,quafi exprobrationibus,atqi conuitijs. Et alibi: Solebat
indignatio uefira , conuitia noftra frrre non pojfe: er D*dajB‘I* matronalis
indignatio dicere uidebatur, Non parcis erga me marite uerbis , nullam habet
nodri tuus fcrmo reuerentiam,fii* cile prorumpis in opprobria , facile
quodlibet obijcis. Pro eo* dem fere pofuit opprobria ,cr conuitia. Nec inficias
eo , non* nunquam hoc modo accipi probrum, ut Liuij proximum exem* plum,cr
Ciceronis ad Atticum:EpiRoUs mihi legerunt plenas Ep™ _ « omnium in me
probrorii Sed de hoc fignificato vlpianus non P ‘ intellexit. A' probro unum
uerbum componitur , quod e fi ex* probro,quod fignificat tum qualemcunq; culpam
impropeto9 ut apud Ouidium libro x u i.Metomorphofeos: Scit bene Tytides,qui
nomine fepe uo catum C orripuit,trepidoq; jugam exprobrauit amico . Tum
ingratitudinis, ut Terentius in Andria. -Nrfw ihhac commemoratio Quafi
exprobratio efiimmemoris beneficij.Sed pro hoc fignificato frequenter nos uitij
alieni nomen apponi* mus: frequenter etiam nomen no fori meriti Cicer.de
Amicitia: Quorum plerique aut queruntur femper aliquid,aut etiam ex*
probrant,eo$ magis fi habere fe putant,quod officiose,et ami* ce,cr cum labore
aliquo fuo fattum queant dicere. Odiofim fane genus hominum officia
exprobrantium. Exprobrare ergo beneficia fua,eft immemore beneficij accepti
inculpare. Impu* ttte ucro frequenter ad fignificationem exprobratis
acccdit,fed E * citra ■ ’ * **.. ' V V ' _.^'v " -Sr ^ ‘ v'"'-
SJsS®55 - / 4l6 lavrentii vallae citri rcprehenfionemiquod an apud Ciceronem
fit , nefcio. I n Dedam.». posterioribus ucro creberrimum ejliut Quintilianus,
Neutatio,ad ea quae euidenter falfa funt,perducatur.Hoec duo s bus in locis
vfpianus. C. autem inquit: Si calwmnietur,ej mo* retur, er frujlretur. Inde
calumniatores appellati funt,qui per fraudem , e r frufkationem alios uex arent
litibus. Inde er cau uillatio didb
ejl. Caius nullam fecit mentionem de euiden* ter uens,dut euidenter falfis ,
nec de breuitate. Nec puto faci * endam fuijje , quum plerunque cauillatio jit
tcftn, cr infrdio» fa,multisq;,dc longis frequenter ambagibus utens , er quae
uix db acutis deprehendatur. Quare cauillatio ejl fubdola ratio, quam nos
confcij nobis mendacij , uincendi tamen caufa pro*, ferimus. I n hunc fenfum
femper iurifco fulti ufi funt,cr Quin * Siliani frre feculum. Cicero autem pro
genere quodam jace* tiarim , er hunc imitatus Aulus Gellius : Titus Liuius
utroque modo. 441 ELECANTI ARV JM LIB. VI. mode. I pfe quoq; Cicero definit
libro fecundo de Ordtore,din cens:Etenim quum duo Jint genera
facctiarum,a\terim aquae liter in omni fermone falfum,alterum perdeutum er
breueifue perior cauillatio, altera dicacitas nominata ef. Catarum C dius uidetur fentire,idem effe cdlimnidri er cauiUari. Quod no
feri tit Mdrtianus,tantum dccufdtori tribuens calumniariiquii ait, Cdlimnidri
ejfefdlfa crimind intendere : quod per legem iUdm decldrdtur x 1 1.
tibuUrum:Cdlmnidtor idem patiatur,quod reus, fi conuittus effet. In cofdem5de
Pr aeuaricator,T ergiuerfator,,er translatiue munere accufandi defungitur, eo
quod proprias quidem probationes difiimularct, falfas uero excufationes ad *
mitteret. Quod nos quidem ueru fatemur ejfe,legemq; antiqui * tus de
prxuaricatoru poena fuiffe,ut Cic.Philipp.lib. i i.Vfreor Patres Cdfcripti,ne (
quod turpifiimu ejl) prxuaricatorc mihi eppofuijfe uidear. Catcrum (ut
prxtered,quod Cicero idem in U i Parti 44* LAVRENTII VABLAE Partitionibus
ait,pr£uaricatione definiri nunc ab accufatore » nunc a reo corruptelam effe
iudicip reperio nonunquam pr£* tutricatore ex parte rei quofyneq; perfidia
tantum,ac malitia, fed imprudentia etiam ,er negligentia peccdtem. Quintilianus
infeptimo:Vtin prxuaricationum criminibus , ut abfoluatur reus, aut innocentia
ipfius fit,aut interueniente aliqua potefta* te,aut ui,aut corrupto iudicio,aut
difficultate probatioms,aut prxuaricatione.nocentcm fiijfe confiteris,nulla
poteAas obfi* fiit, nulla utiicorruptwm iudicium non querem,mdla probddi
difficultas fuit.Quid fupcrejt , nifi ut praruaricatio fuerit ? Hic pro
perfidia accufatoris accipit, alibi ticro aliter. Sed dcuiu caufa loqui
fuperuacuum ejl. Ego in uniuerfm neq j oratorii puto cjje unquam
prtuaricarimccfc litem intclligo,m qua pars utraqi idemuelit. ldeoq. ;
praruaricatcrcm appellamus,quicil(fc 4 prarferipto officij fui deflexerit, atq;
aberrauerit. Phn.libro Cap.19. x v 1 1 1. Arator nifi
incumts,pr£tiaricatur.Tlinius lunicr ai flpiftao.iibw, comelim Tacitum: Alioqui
prauaricatio efitranflre diceda. Prtuaricatio ejl etiam brcuiter,cr cttrflm
attingerc,qti£ funt inculcanda, infigenda,repetenda. Et Adam praiutricatu
fuiffc dicimus. T ergiuerfari uero non ejl (quantm ego intclligo) ab
accufdtione defi flere. Illi uidentur ex hoc trahere fignificatio « nem, quod
qui terga uertunt,d pugna defiflunt. Verutimen no protinus,qui terga uertunt,d pugna dejiflunt,utPmhi. Itacfc
quiuertentes terga,adhuc tamen pugnant, nec rationibus uo* utnt fcuiftos agnof
fignificat idemyquod inuitoyno obtiatyquum a fuo quoq $ finu» plici,qucd eft
uitoyinfignificatione magis ditietyqudm conuU tium d fuoyfiue illud fit uito ,
fiue uitium. Ipfa quoq ; con pra* pofitio in bonamycr malam rem accipi folet ,
ut conficio , pro perficiOyCr pro eoyquod eft confauciando trucido, inde coft*
tiores ftrarum. Conuitium igitur , d uitiim , uel potius d uito defcendityut
uitupero:txjnetfi no omnino repugne feribi per c, ut quibufdam placet9non per
t. Et hoc quidem de etymologia, qua fi pro Labeoneyvlpianoq;ynon pro me
fdceretytmen dea finitioni repugnare audercm3nufqu non licet . ldeoq; femper
difiinifa hac duo repcrimus,cr femper addi ait erum (de uejlitu loquor)quia
alterum,quod efl uiftus,hoc etiam fignifi* catum no compleftitur.alioqui na
diceretur uittus,er uefiitus. Significat etiam uittus genus uita, quantum ad
mores , ut qui * buscrn quis uiuat, er a quibus infiituatur,er quibus moribus. At neq ; de penu lurifconfultis affentior , multa
qu« dixijfe etiam faneris. Nec tamen, ut ei credamus , exemplo pro* bauit.Quid
quod ex frigus fHgoris fit refrigero i quid quod ex ■ tempus temporis fit
tempero f ex littus littoris fit oblittero f ex penus penoris (ut fentio ) fit
penctroi additu t , quafi ad locum * F * penoris ■y 41* LAVRENTII VALLAE
penoris intro.Tam enim penus, quam penetro breui primd fyU laba ejl.Aut mihi
quidc propria, & aera pignoris ftgnificdtio effe ei uidctwr , unde ucrbd
deriuantur . N ihil enim illi alij /i* gni ficato cum his uerbis : e rfilij (
ut fentio ) non alia ratione appellati funt pignora,nifi quod pignus quoddam
inter coniu* ges funt, tum uinculi , ne aliter forte diuortium fieret, tum cha
* ritatis. Cuius rei argumentum efi , quod legimus fepe pignord Cap.7. fUioru ,
ut apud Suetoniu in Tyberij uita:Comuni$ filij pigno * fo Augu(U.»i
ra.Etiterum:Tdmmarium,quam faminarum pignora. In eo(clem,de Ferrumino* c a p. l
v i i i. F'Erruminatio,Caius apud Paulum ait , per eandan materia facit
confufionemipUmbaturd non cfficit.lde fentire uide « tur Pomponius,dicerts:Si
tuum fcyphum alieno plumbo pium * baueris^lienouc argento fbruminaucris,non
dubitatur fcypku c tuum effe,ej a te refte uedicarLScyphu enim argenteu
intolle* '1p‘n* xit.Cum ijs pleriq; no fentiunt,quoru efl Plinius, qui libro de
* cimo 4ir:Nd(T; furculo fuper bina oua impofito,ac ferruminato alui glutino,j
ub dita ceruice medio, aqua utrinq; libra, depor* txnt alio.Ferruminato
dixit,quafi agglutinato materia illa. 1 de Cap.37. x i.E t medulla ex eodem
uidetur in iuuenta rubens,in fenedute albefccsinon nift cauis hac opibus, nec
cruribus iumentoru, aut cammiquare fradn non ferruminatur . Quaft non
glutinatur , Cap.7. nec codlcfcit,cr colligatur.] dem x x x 1. Carrhis Arabia op* pido,rmros,domos(p, mafiis falis
faciunt aqua ferruminantes . Cip,,y* quaft glutindtes.lde x x x v. Calas quoq;
ufum bitume pra * Cap.tj. buit,ita ferruminatis Babylonis muris. Ide x x x v
i.E amaxU me caufa,quod fulto calcis fine ferrumine fuo camcta coponun* Cap.t6.
tur.Quafi dicat glutino. er in eodetvitrum fulphuri concodu ferruminatur in
lapides, quaft conglutinatur in forma lapidis. Cap.*. ide x x x v 1 1.
Infefhntur plurimis uitijs , fcabro ferrumine, maculofa nube,occulta aliqua
uomica,praduro, fragiliq j cetro. quaft glutino,*? comiffura, fiuc iundura,ftue
ligatura . Ergo ferruminatio 45| ELEGANT1ARVM L1B. VI. ferruminatio non ubiq;
per cande materiam facit confufionenty fed interdii quoque per alid.Plumbatura
per folu plumbu efju cit confufione,ut ipfm indicat nome , fi bxc cofufio
diceda efl. In eofdem,de Vcterator,S£ Nouitius. cap, lix. SEruus,ut cft apud v
enuleiu/m,tzsn ueterator , quam nouitius dicipotefhfed ueteratorem no ffiatio
feruicditfcd gcnere,GT caufa effe utxre,ubi infinita fuppediant . Dixi A turba
fieri turbo , cuius genitiuu grammatici quidam uolunt effc pro ludicro iUo
infir umento, turboms , quod uel ex hoc fiU fm effi, documentum efi, quod
firmam acumine fiftigiato uo * camus turbinatam, ad fimilitudinem ligni
illius.Falluntur igitur gramatici in turbo turbonis, quomodo in cardo cardonis,
quod nec ipfum inuenitur. In eofdem,de Exautoro. c a p. lxh. IGnominiofa autem
mifiio ( fi luliano credimus ) toties efi, quoties is qui mittit , adijeit
nominarim ignominia fe caufa ntittere.fempcr enim debet imperator addere, cur
miles mittatur . Sed fi em exautoraueritfinter infimes efficit , licet non
addi* F 4 dijfet x . V 4S6 J dijfet ignominia caufa eum exautoraJfe.Pace tam en
J uliani,ex* autorare,cJl ducem ab imperio fuo dimittere , uel rniffum milite
Dedam. 3. ficcre,illumq; donare mifiionc militia plerunq ut apud Quin *
tilianuin Milite M ariano, Pater huic cmerius bello flipendijs, tum,cum
totafubnixum Numidia fregimus lugurtham , exau * foratas armis manus, agrefli
labori fubegit. Titus Liuius ab ur* be condita Ub. xx x v. Volonum quoqx
exercitus , qui uiuo Graccho fumnta fide fhpcdia fecerat , uelut exautoratus
morte duas a /ignis difcefit.Et in x x i x.vbi hoc modo exautoratu equite cu
gratia Imperatoris uiderut, fe quifq; excufare,ej ui* cariu accipere.Et in l x
i i. vbi is uenijfet,omnes nulites ex * autorati domum dimitterentur,prater
quinq; milia focium bis9 quos obtineri circa Ariminum prouinciam fatis ejfc. )
dem lib. xxxv. Fosi ero die cocione aduocata de rebus a fegcslis , er de
iniuria Tribuni bello alieno fc illigatis , ut fua uirtoriafrw * rtu fe fraudar
et, quum defer uijfet nulitcs,exautcratos dimifit. In eoOcir^de Depectus. c a
p. lxiii. DEpertus(fi vlpidno credimus) dicitur turpiter partus.Mi hi aute pro
JimpUci potius accipi uidetur id,quod in muU tis
fit,ut,demiror,deambulo,defumo,dcmonJlro,dcofculor, de *
pingo,dcpofco,dcuito,dcguflo,di moror, deprecor , demulceo. Quod jt quando
reperiatur pro turpiter partus(quodnon me* nuni legijfe mc)id fit no magis ui
prapofitionis, qua hoc uerbu cdponitur,qudm ui ipfius uerbi,quod citra
compofitionem no* nunquam turpem partione fgnificat.Cic.in Paradoxis: Si quo
tidie fraudas, decipis, pofeis, pacifceris, aufers, eripis, fi focios
ffolias,arariu expilas,fi tejhmetx amicoru expertas, ac ne ex* pertas
quidc,atqi ipfe fupponts: hac utru abudantis, an egetis figna funttExcmplu
uero,quod depertus no fignificat turpiter , partus, fed tantum partus,apud T
eren.in Phormione: ltamcdij bene amct,ut mhi liceat txndiu, quod amo, frui ,1
am dcpecifci A A. ijtct^morte cupio,- T alc efl hoc T erentianu, quale efl
illud Vergilij , Vi ELEGANTIARVM LIB. VI. -Vf$tm$ uolunt pro laude pacifici.
iRud quocj; apud M.T udium,ficcundo Rhetoricorum: Quidam cum
circunfedcretur,neq; effugere ullo modo pojfiet,depetius ejl cum hotiibut,ut
arma,w impedimenta rclinquerct,nulites edu * ceret, lttfy ficif.armis, cr
impedimentis amifiis,prxter ]}cm mU lites confieruauit. Non eft accipiendu pro
turpiter pdttusabdu tore ejfe pofitu. Quippe qui caufdm narrat, de qua
controuer* fia eft,an ille turpiter patius fit : non autem fatim hominis da*
mnatio' aliquoties futium hoc,paulo pofi pdtiionem uocat.Et in libris ad
Herennium hanc eandem rem gejhm ia exponitiut quod erat fui officij nefy
accufiet,ne $ excufct, fed antwmmodo patium inter Pompilium , er Gallos ia
fuijfie fignificet: hanc# controuer fia ab accufatore , atq; ab reo declamddam
proponat . In eofdem,de Gemma, Sc Lapillus. cap. l x ii i i. GEmmas,lapidosq;
vlpianus fic dijlinguit, dicens: Gemma: funt perlucida materia : quas ( ut
refert Sabinus ad V itcU lium ) Seruius 'a lapidis fic ditiinguebat,ed quod
gemma effient perlucida materia,ucluti Smaragdi, ChryfioUti,AmcthyfU: la* piUi
contraria fiuperioribus tidtura,ut Abfidni,Neuctani.Mdr* garias autem nec
gemmis, nec lapidis contineri fiatis confiitiffie idem Sabinus ait:quia concha
apud rubrum mare er crefcit,zr coaleficit. Murrhina autem uafia in gemmis non
efific Cafiius fieri bit.Hoc falfium ejfe, pace horum quatuor
lurificofifiultorwm,cum omnes autores probant, quoru titulum Plinius degemms
non translueetibus ficit,cr murrhina in gemmis numerat ,er omnes lapides
precicfios,prater Margaritam ( cui unio nomen , quod tantum lingua Latina habet
) gemmas appedar.tum ipfia ratio. N am quis non uidct,lapidus,quod generale
nomen ejt omnium paruorum lapidu,fied fiubintedetiione pretiofius,idem efific
quod gemmula: Nam gemmas etiam accipimus multorum cubitorum inueniri:quas ut uere
lapides, non lapidos appedarc pofiumus , ita quum mlnuU fuerint , lapidos
appellare debemus. Quod fi F i lapides 411 Acndd.jt Ub.j7* Plin.U.9.c.3f« Jr*
4it LAVR. ELEG. LI B. VL Upides tam grandes translucidi non fuerint , fiue
perlucidi,queritis,oratoribus,quatiim deniq ; omnibus fermone utetibus conducit
rerum, uerborumq; interpretxtio,quod proprium e fi eloquentia i Certe hoc,
cuius uim, iusq; interpretamur, tanti Jaciendum ejl inter extera uo-
cabula,quanti Pluton inter reliqua numina triwm maximorum deorum er unus,er
frater tertius.Kides uicifiim comparationis hyperbolen. T u uero uel per me
licet rideas, tccum etiam rifu* Ub.Semui. rum,quum(ut inquit Horatius)ridetcm
dicere ucrum Nil uetxt. Rideas inquam, non derideas. Nam er propius ad ueritate
ac* cedet mea fuperlatio ridicula, quam tua cum detraftionc deri* fio. Nec nihil bella, nec inconcinna, nec inepta fane comparatio erit.
Siquidem quemadmodum tres filij Saturni(fi uetujhti crc* dimus)omnia inter fe
diuifereiut J upiter calum„Ncptunus ma* ria,Pluton infrros fortiretur. ita tria
pronomina er inter fe ger mana,cr inter teteras uoces primaria,tum omnem
perfonarum numerum complebuntur ( Ego finule loui,cuius prima ejl dU gnitas:Tu
finule Neptuno,cuiusfecuda:Sui finulePlutoni,cuiui tertianum omnia dcriuatiua
per totidem cafus fingula fibi uen dicant. Nam quid efr,quod non meum,auttuum,
aut fuum dici que at i er licet fui non contineat tertiam omnino perfonam, ta*
men illius ueluti fons ejl, perq ; ipfum ea tota nuncupatur , ditius nimirum ac
locupletius utroq ; aliorwm: quoniam plures uoces po fidet tertia perfona,qukm
reliqu£. Et hinc quoq; Plutoni co parandum,qui Dis k diuitijs,cr eadem caufa
Grtce Pluton ap* pellatur. Et eo quidem magis, quod ficut Pluton defrbum lucis
fentit,eiusq ; imperium omne ex alieno pefidet orbe, quod hinc iUuc aninu
defcendunt,finc quibus non exifterct illius regnum: DE RECIPROC. SVI ET SVVS.
ia SHf,er defcttim nominatiui habet , er ttiji regime cius aliun de pendcat,
nequit fubfiftereizr ( quod ad rem maxime facit) qucadmodum Plutone prae fide
bene , maleq; fittoru iudicia ex * erccntur,(ic in ufu diftioms,huius bene ,
maleq; loquentes prx* cipue iudicantur: ut qui ex hoc iudicio abfoluti
difcefferint, ij optimo iure anquam ad Elyjiim eant , cu/mq; Vergiliano An *
chifa dicant : Quifq; fuos patimur mancsiexinde peramplum Mittimur Elyfium, er
pauci Lea arua tenemus. Quare fi pronomen ijlud anto Deo comparari potefl, cur
eius trachtio perexigua, perq; exilia exiflimeturf Libuit iocariloan nes , dum
no flram materiam (munus uidelicet in te meum) non effe antoperc contemnendam
oflcndere uoluimus. Sedidipfa trachtio planum fkciet,me'q; non modo
potuijJeiUam Labyrin tho coparare,fed forafiis etiam intus Minoaurtm,id efl,
dejpe* rationem habenti.De cuius natura,zr ufu cum alij ueteres grd* matici
nonnulla,tum Pnfcianus(cui inter caeteros ftre tribuitur pa\ma)permula pr£cipit
, er haud fcio an ulla de re diligetius , ut nurcr liclapfam loquendi
confuetudinem defluxijfe de uia. Noy huiufmodi erroris caufas (ut aberrantes
reducamus in uia) quoad facultas fbrct,diligentius tradere conabimur. In quo
dident Sui, I temq; pro his duobus apud cofdem aliud pronomen , id c% wmi,
oii^,o&o70f» , ufurpari: quod proprie eji ipfius ipfi ipfu/m ipfo:uel ex
utrofy compofitum , Wn>5 , e rc. Et licet nonnihil difjerant,tamen crebro
illud pro hoc poni , ut uixfcias, quid in * ter ipfa interfit. Neq± me fugit dd
figndndam differentiam illud afpirare folere , quum pro hoc ponitur : fed
nefcio dn omnes id fcriptores obferudrint. Certe nec omnes editiones feruatu/m
habent, c r qux habent,uix ubiq;: er fi ubify haberent , non fit* mem in totum
lingu£ Latin £ refponderet. Pneterea hoc ipfunt compofitum prims, fecumUq;
perfon £ accommodari , non fo= tum tertU , ut xfo/txfy wlpSoujTvii, apud nos (
fi uerbum fit e uerbo ) abfurdif.imwm , attendite nobis fibi, fiuc nobis
fibijpfis: cum tantundem fignificet nobifipfis.Poftremo apud Homerum, er fi qui
funt alij,fexcentn in locis reperiri oS.oi.l, hoc efl, fui , ftbi,fe:pro
eius,ei,eum,eo:fiue pro illiui,illi, illum, illo:cuius au= toritatcm imitatum
noftrum inuenio ncminem.Uacrfuam natu = ram interdum deferit hoc pronomen , er
in locum fuum aliud fuccedere pdtitur.Quod nobis adeo denegatum efl,ut ficuti
mei er meus , tui er tuus:ia fui er fuus nequeant alterum pro aU tero poni,
quum non Ldtina jit , fed barbara oratio , ego amo amicum mci,uel tui, hic amat
filium fui,pro meum, tuum, fuum: cr,hc me credit omnia facere amore meo , odio
tuo , inuidia fua, pro mei, tui, fui, qu£ apud Gr£cos non efl differentia. Si*
quidem ( ut alibi probduimus ) fui,ut mei,tui,noftri, er ueftri, pafiiue femper
dccipitur.Suus u ero, ut meus, tuus, noftrum, ue*
fbrwm,nosler,uefler,pofiefiiue,uel dftiuc.quod Prifcianu igno * raffe ob Grxcam
fbrfitan imitationem quam mirum , tam ueruM eft.Quum ergo tot fint quibus d
Gr£ca noftrd diffentit oratio, non quidflli dixerint efl intuendum,ne in eundem
in quem no* nulliificut olendam ) errorem incidamus: fed quid noftri,quo * rurn
autoritatem imitamur : Non t DE RECIPROC. SVI ET SWS. 463 Non efle tria genera conftruAionis
praediftorum pronominum, fed reciprocationem fufficere, c a p. ii. HAec prafutus,ad rem ipfam uenio, cuius Prifcianus
triage* ner a facit. Vnum , quod, uocdt reciprocum , quum pronos men in feipfum
refleftitur.ut , Cato amdt fe. Alterum quod uo* cat tranjitionem,quum per
deriudtiuum eius loquimur: ut,Cd* to amat fuum filium , fiue Catonem amat fuus
filius. Tertium , quod uocat retrdnfitionem , quum accedit alterum uerbum : uel
in primitiuo, fic:Cato precatur me, ut fui nuferear.Vel in deris uatiuo,fic:
Cato precatur me,ut fuifilij mifcrear.Sed optimum fuerit eius ad literam
fubijccrc uerba , cdq; aliquanto longius repetita ( quoniam non in unius tantum
quajlionis ufum repes tentur ) quahaefunt: Poffefiiua uero modis
con&ruuntur tribus, quum uerba uel a poffefiore in pojfefiionem , uel a
pojfefiione in poffefiorem, uel extrinfecus trans firuntur. A' poffefiore in
poffefiioneiut, doceo meum filium,doces tuum difcipulum,docct Ulc fuum
auditorem. A' pojfefiione uero in poffefforemiut paret mihi meus filius, pa*
ret tibi tuus cliens , paret Uli fuus feruus. Extrinfecus : ut doces tu, uel
ille meum filium,doceo ego , uel ille tuum filium , doceo ego,uel tu fuum, uel
illius filium. Sed melius hoc per tranfitio * nem:ut,rogat ille me,ut doceam
fuum filiwm.Quum enim fuum jitrelatiuum , exigit, ut prius cognofcatur perfona
poffeffom fui,ad quam referatur. Et fciendu quod omnia poJfefiiua,poffef» fons
quidem perfonam fecundu primitiuu fignificant. P offefiio uero ipfa tertia ejl
perfona,utmeus,tuus,fuus,quomodo er nos tnina quibus iunguntur:ut,mcus
pater,tuus filiusiexcepto uoca * tiuo,qui folus in prima perfona poffcfiiuis
inuenitur, quum f ex- eunda copulatur perfonaiut , mi pater, 6 mea Tullia , 6
noficr Chremes. Omnia tamen poffefiiua in genitiuos primitiuorum, non [olm
nominibus 3fcd etiam uerba tranfitm fociata, pof* I 4 64 funt rcfolui:ut,amicwm
meum moneo,pro amicu mei: er E Udtts drium filium Turnui interjecit , pro
Eudndri filium : er Ddu* nius filius ab Aened uiftus eji , pro Dduni filius.
Hoc dutcm in * terefl inter poffefiiuum pronomen , ut meus,tuus,fuus,cr primi *
tiuwm mei, tui,fui,quod uoce poffefiiui genus, er cdfus, er nu* merus ipfius
poffefiionis obtenditur , er fubjhntiud quide uerbd poffefiiuis coiunttUdd
poffefores refiruntur. ut, tuus fim filius , C r mei« pdter es,ej fuus efl
illius feruus. Et aliquanto poflc* rius.Nos uero primitiuis quidem , id eft,fui
, fibi, fe,a fe, uel per rcciprocdtionemiut, fui potitur,(ibi indulget : uel
perretranfis tionem utimur: ut, hortatur me iUe, ut fui potidr.ro gat te iUe,ut
fibi indulgeds. Poffefiiuis uero quum in ed poffefiiuorum fidt trdnfitio:ut,
fui ferui miferetur , er fuo feruo prodeft , er fuum feruum diligit. Nec dliter
tamen poteft fupradiflum poffefiiuum tertis perfons con&rui cum alijs extrinfecus
perfonis , ni fi per trdnfitionem(quomodo er primitiuum eius ) id efl, nifi
prius a poffeffore eius proficifcdtur in dlidm uerbi perfondm: er fic db iild
rurfus dd pofiefiione tertis , ficut er dd fe:ut,rogdt me idc, ut fuus feruus
miniflret mihi uel tibi : precatur me ut fui patris ntifercdr.petit te ut fuo
profis filio:obfecrat Cicero Vdrronem, ut fuum erudiat gnatum. Et notandum quod
quum a tertia in tertiam fit tranfitio perfondm ,in dubium venit , poffcfiio di
quam pertineat earum:ut , rogat ifle iUum ne fuo noceat filio, ambiguum, cuius
filio fuo,iftius,dn illius: id efl,an rogantis , an eius qui rogatur : quomodo
er apud Grscos, srofansTv? ita«- tcov« Ae/so[tAHjci»« Tfljv WtoU
ondijfct,etidm:crgo,inqudm, etiam ueslro testimonio dici debet Aristoteles, non
AriSlotiles,ut fieri pofiit Ariftotelicus. jn deriuatiuo autem quod cofequens
eft,quum hoc fit eiufdem natur£,quodilli tamquam genitori,ucl domino , ucl duci
non licet yid huic uel filio,uel feruo,uel militi non licere. Prima caufa,cur
Sui,# Suus abutamur pro Eius, ucl Ipfius,ucl Illius, c a p. v. V Erum hic
quijpiam,neq; hac mea ratione contentus,neefi p rifeiano fatis fidei habens,
aget nobifem autoritatibus. DE RECIPROC. SVI ET SVVS. 4*7 opponetq; V
ergilianum iUud: Reaeid.i» Tumbreuitcr Barcen nutricem affata Sichxi , Nrfiftft
fuam patria antiqua cinis ater habebat. Quod haud dubie iUi fitmlt eft,Seruus
fuusminiBrat mihi:fiue, feruu fuum uidi,cr extera qux protuli paulo ante per
omnes cafus exempla. vbi,etfi abefi ad quod referatur fuus , id tamen
fubauditur.nemo enim dicit fuus,nifi de eo, cuius habita jit me * tioiut fi
roganti,ubi efl Titus f rejf>ondeos,nefcio , feruusfuus efl hic,uel feruu
fuum nidi. I n quo fi folcecifmus eft,cr in uer* fu
Vergiliano fit neceffe eft. Sin in hoc non erit, falso ait P ri* fcianus in
illo effe. Q uid igitur ad hoc dicemus f Si Vergilium damnamus,tantuuirtm,er
poetarum Latinorum longe prin* cipem,quis ferat fer non eius autoritatem
qualibet ratione po* tiorem exiftimetfSin Prifcianum,iam omnis huius rei ars fub
* uerteretur,nullamq;,aut fuperuacud maximorum autoru juiffe dicamus
obferuationem oportet.Ego etfi uideo Prifcianum (fi modo animaduertit) hoc
difiimulaffe,tamen ipfe nondifiimu* labo,aut iam non difiirmlaui potius :
quippe qui fuperioribus exemplis fimile effe confiffus fum. Seduel poeticam
licentiam excufandam reor,uel operis imperfittionem. Etenim credere libet
Vergilium,quum talem quendam uerfum faceret, Nanq; fuam patria liquerat tellure
fepultam, impeditum prima fyUaba uerbi longa,mutaffe formam dicedi: atqj ita in
foloccifmum ( fi diftu fas efl ) incidiffe. An non illud huic ex fuperiore
libro,etfi non perfimile , tamen non difiinule prorfus ejlf V iuite filices,
quibus efl fortuna perafta I am fua- Arndd, j. Pro ueftra,pofitum efl fua. Quod
fi quis dicat pofitum effe pro propria,refteq; hoc dici:ut id refte diceretur,
V iuite filices, quibus efl fortuna perafin I am propria , hic nihil dicit ,
quum fuum etiam pro proprio acceptum naturam tertix perfonx no mutet , nemoq;
fic loquatur : efl mihi , aut efl tibi fuus feri * bendi mos, qum tamen dicamus
, efl tnihi, aut efl tibi pro* G z prius r-4*» I JUndd.6. i EpiftPendop.
adVljf. Acadd.7» JUneid.». LAVRENTI! VALLAE prius fcribcndi mos. N am in illo
huius eiufdem poeta uerfu : Quifq; fuds patimur manes : non refertur id fuosad
primam perfonam,quia jic refoluenda cfl oratio : nos patimur manes , fed quifii
noslrum fuos. Eiufmodi pafiim reperiuntur exenu pla:ut,quum in bibliotheca nos
ad fuum quifq; ftudium libros euolueremus. Non ejl autem huic V ergiliano,de
quo dijfuta- mus,Ouidianum illud finule: Refficc Laerten,ut iam fua lumi * na
condasivbi nonnihil rationn eft,quod utrunq j uerbum cis dem fuppojito [eruit.
Hac igitur Vergilij autorit&s (er fi qu4 funt eiufmodi apud alios
loca,quorum nonnulla pofterius at * tingam ) prima extitit caufa (ut iam caufts
enumerare inci» piam) uulgaris erroris. Secunda eiufdem caufa. c a p. vi. AL
tera,quod nonnulli* in locis fiue hominum , fiuc tempo* rum culpd,libri
corrupti funt: ut apud Ciceronem in SaU lucium. Quod fiiftius uia memoriam
uiccrit , aliam V utres Confcripti,non ex oratione, fed ex moribus futi
fteftttre de* betis. Quem locum (nifi emendetur) non confido me expofi * turum.
At qui fe exponere poffe confidunt,ut in toafententia, fic in uerbo fuis,quid ratio
pofcat , non rejficiunt. N cc folum communis ejl huiufmodi menda librorum , fed
etiam priuaa in fuis cuiufq ; codicibus. Nec aliunde /ittum ejl, ut refiram hac
omnia fuis locis,ac temporibus,non eorum. Caufa
cur Eius> Ipfius, Illius, abutamur pro Suus. c a p. IX. A T que ex ijs
quidem qua: comrnemoraui,non modo fi&um a\eft,ut multi pro eius, fiue
ipfius, fiue illius , uterentur fuus: uerum etiam ut econtrario pro hoc illis
abuterentur ( de quo foloccifmo nullam facit Prif cianus mentionem) qualia
fiunt mea proxima exempla:ut,uideo columbam triftem in periculo puU G i lorum
474 LAVRENTII VALLAE Ioni eius,uel columba luget pullos eius,cr quale Donati
gram* matici (ut grammaticos potifimu fua artis admoneam, fi moda Donati
grammatici libellus cjl dc uita Vergilij,in quo alterius quoq; genens uitia
reprehendas)ait enim loquens de V ergilioz Voluit etiam eius offa Neapolim
trans fvrri,ubi diu er fuauifii* me uixerat. Ac paulo pcfi: Translata igitur
iuffu Augufii eius offa (prout Jhtuerat) Ne apolim, fuere fepula uia Puteolana
intra lapidem fecundum,fuoq; fepulchro id diftiebon, quod fe* cerat,infcriptum
e]}. Et iterum: J tem rogauit , quo patio quis alam, feli cemq ; eius fortuna
[eruar e poj] et. Superius uerc:Quod quum magi»ler Jhbuli A ugujlo
reciaj)'et,duplicari fibi in mer* cedent panes iuftit. Et
alibi aliquoties fibi , uel fuo pro eius,cr eius pro fuo, uel fibi. Verum e
Graea quoq ; figura non mini* mum caufc accefit huic crrori,id quod me
pollicitus fum ofte* furum. Nam quum pro uno oir liceat dicere tum fuus,tum
eius, tum ipfius,tum illius ( non tamen quodlibet femper) tardus,aut indiligens
interpres quando hoc,cr quado illud competat, non difpicit. Quo uitio in
interpretatione quidem ecclejiaflicorum librorum omneis interpretes decepit
lingua peregrina. Sed nos indigni reprehenfione , qui maioribus aedimus : illi
uero digni , qui maioribus fas credere noluerunt. Quo magis exijs pro* cipue
uitiofadme funt exempla proferenda , ut errorem no* flrum,ubi fontem eius
agnoucrimus,dcuitemus : quum tamen ex hoc nec contum clia ulla fiat libris
ccclefiaflicis,H ebraa tantum, aut Graea lingua loquentibus (nefeio an honor
potius habea* tur)ncc magna eorum traductoribus: fi modo dignitatis horum ratio
habenda eft, qui uel incerti funt , uel ignoti , uel inter fc di fident es. Hoc
mihi difi/nulandum non fiat, uel ob id,ne quis nubi iCtorum obijeeret
autoritatem. lnpfulmis igitur (quos Hieronymus certe non tranflulit ) ubi
pleraq; huiufmodi refte translata funt, illud non refte : A' gloria eorum
expulfi funt: pro a gloria fua. Et
iterum : Qui exacuerunt ut gladium lin* gUM DE RECIPROC. SVI ET SVVS. 47* gi
las eorum: pro linguas fuas. Et iterum:Sdturdti funt filijs,zr dimiferunt
reliquias paruuhs eorum:pro fuis.Et iterum: Peric* runt propter iniquitatem
eorum:pro fudm . Neque uero me Id* tet,in quibufdam codicibus refte legi,fua ,
fuas , fuis,fuam. fed ego rcm,non hominem noto.Nccnon ibi:E t abjlulit jicut
oues populum eius:quod melius alibi legitur fuum: Jicut ibi quoque : Sicut
locutus ejl per os fanttoru fuorum,qui a feculo funt,pro* phetarum cius: alibi
melius , Per os fandoru prophetarum fuo* rum,qui a feculo funt. In his omnibus
Gr£ce ejl genitiuus «««£, cuunsiOujT&p, ille pluralis ,hic Jingularis .
Aliquando etfi eiusfeu ipfius,feu illius tolerari potefl,tamcn Latinius ejl
fuus:ut in eif* dem pfdlmis, N eq; defcendctcim eo glorid eius, pro fud:tametji
aliqui non legunt eius.Et itcru:Defidcrium cordis cius tribuifti > et, er
uoluntate labiorum eius nonjraudajli em : pro fui , er fuorm.Et iterum:Brachium
eoru non faluauit eos , pro fuum . Et itenm:Benedicite domino omnes dngeli
eius,benedicite do* ntino omnes uirtutes eius,b en edicite domino omnia opera
eius t pro fui, fu£,fua: quale ejl illud in Apocalypji: Opera enim iUo= rum
fequuntur illos: quod ego citius dixijfem , opera enim fua. Huius tamen genens
non ejl,ji interuenit ucrbum,ad hunc mo * dm:Quod pater non amarit te , Jiuc
patre non amaffe te,pro* bat ipfius tejhmentu, potius quam fuum:ut ejl apud
Quintilia* num libro primo. Quomodo er ipfum er Vergilium quoque fcripjijfe
manus eorum docent. Nam in itio apud pfalm. Omnia a teexpcdztnt,ut des illis
cibum in tempore, dante te illis colli * gent : illis pro fibi pojitum ejl:de
fecundo,illis , magis loquor , quod fibi quoq; translatum inuenio.Suo autem pro
cius ( quod fuperioris generis uitium ejl) illic: Ad nihilum deduftus ejl in
conjpedu fuo malignus.Et itent: Si autem dereliquerint filij fui legem
meam.quanquamlego in quibufdam editionibus utrobi * que eius. Et iterum : Anima
autem mea exultabit in domino, er deleftnbitur fuper falutari fuo: nam id fuo ?
ad dominum refirtur,non ad animam: quemadmodum Gwc owr. At ibi nec fcias an
uarieate gauifus interpres Jit , an conjilio uutaueritz Quoniam fecundum
altitudinem coeli d terra corroborauit mi » fericordiam fuam fuper timentes fe.
Quomodo mferetur pater filiorum,mifertus e jl dominus
timentibus fe. Et in eodem pfaU mo paulo pcfliMifericordia domini ab xterno,cr
ufifcin xter * num fuper timentes /e: er iujlitia illius fuper filios filiorum,
his qui feruant tejhmentum eius.Et: Memores funt mandato* rum ipjlus.Pro his
quinque noflris, fuam , fe, cius3ipfius,illius, unum e Jl pronomen Grxce
cfav,ofoity,o2uni. idem, quod modo dixi,quod nunc ajpiretur necne, non attinet
dicere , ut aceam raris in codicibus pj almorum reperiri hanc diligentiam .
NdWf exterorum ecclejiafiicorum librorum in nullis adhuc reperi , nec eam (
iudicio meo) fatis exa£hm.V ter tamen fermo melior , fuper timentes fe,an fuper
timentes eum, lucis dunaxat gratia, fuper timentes eum,uel ipfius interpretis
teflimonio, qui prio* rem quodammodo pofteriore correxit : nifi uarieatts
gratia ii frcit.Huius genens ille quoq ; locus efh Stabunt iujli in magna
conjhntia aduerfus eos, qui fe anguftiauerunt : quod fi dixijfet aduerfus eos,
qui ipfos angufiiauerunt,obfcuriatem deuiajfet. Ut taceam quod magis ad uerbum
etiam tranfiulijfet. Quomodo uidecur amphibolia in Sui, 8C Suus. c a p. x.
ENimu quomodo manus er DE RECIPROC. $V! ET SVVSi 4*S ipfius er Vergili) docent
cos fcripfiffe. Sed hoc tranfeo,cr c 4.85 Aleator , Aleare , Alea ludere 1.6
Aliquantifrcr ».48 Aliquanto m* Aliquis i.6.cr 3*1* Alius x.itf.crj.5^ Aliter
tii6 A Ueuo 5*8i Allocutio prmatura 4.107 Alludere 4.16 Alo 1.46 Alter alterum
accufat 3.30 Alter 3-59 Alfi/tf i.s Aluearim 1,6 Alumnus 6.1 Amamus nos inuieem
, mutuo , er parifer 3.74 Amator 7.37 Amatorium 1.6 Ambitio, AmbitUS 4.19
Ambitiojits ibidem Ambulo ' 7.79 Amicus, Amica 5.17 Amiculum 1.5 Amo • 5.37 D
fc X. Amor 4.^8 Amorem conciliare 5.5 » Amoueomanm 5.9° An,Anne 1.17 Anacreon
poeta 1,11 Andromeda . 5.* AnguiUalubrica 4.101 Animaduerto $.69 Animofus i.xc.
Anniuerfarius 4.108 Anniculus 1.5 Annona 4.35 Annuatim 6.60 Ante uim habet
comparatiui 1.16 Antecedetis a relatiuo difeor * dantia uenujh 3.19 Anfe dic
ucnire,adej[e 4.80 A n tebae, ante illud x.76 Antiqui 4.5 Aper 4.4*
Apertm,Apcrtile r.8 Apes non apis dicendum ».5 Apparatus belli 7.64 Apparo
ibidem Appellationis uerba 3.9» Appendo 5.8* AppetitutyAppeto '5.7 Apud te -
6.14 Aquatilis r.8 Antf io 4.» H 5 Artor . I N E » E X. Arbor 4.*7 At «ero
1*14. Arceo 6.16 A uttio,Autliondri 4.3* . ArcejJo,cr Accerfo T.Zi Audis ibidem
Architriclinus 4-34 Audiens fm tibi 3.4*. Ardi mulier 6.38 Audio te, er tibi
7**9 . Area 4.33.z?6.4i Audiui a patre , de patre , er Argentarius 4.4*.cr 44
ex pdfre 3.0* Argutus 1^30 Audire habeo 3.9* Armamentmm , Armarium Auditorim
J.6 J.6 Autor 4.3*.er 5.3® Armenta,Armentarm 4.4* Autoramentm , Autorare
Armiger 6.1 4.3* Arra, Arrabo 0.77 Autoritas 3. 8 8. er 4.3* Artificia. 4.44
Auerfor • 3. 80 J • --•«y Arum 4.77.er0.4i Aucrfus,Auerto . 7.90 Afcijco . 7.80
Aue 4.3P Afcribo 347 Auis \ _:;(4f47-. Afcriptitius X,K Aula 4.34 AjfcdAri 5.77
Auricula,Auris Attentor 6.66 Aufculto 3.4* Affeuero 3*7
Aufficdri,Auff>ex,Aufbicim AfiidcOjAfiido 3* 6. 1 / .v; . 1 Ajinus 4.4* Aut
x.xi Afylm' 6. 19 Autem, Autem non iy*4 - Ajl *.i7 Auxilium do,cr fero 3.0*
Ajier,Aftrm 6.z.i b Ajfmo 0.3 pA«i( *.*8 Affurgo - 3. 1* X3b^4,B4T^ 0.14
AtyAttaiuen i.*7 Beatitudo,Beatus » • 4.04 Atej; *.78 Bd Im 4.04 Atramentarium
f.4 Bene *.7*.CT3*87 * * » Bene I N D 'E X. Bene cenfeo3Benc precor3Be*
Calmniator,Cii Capio Jpem de te 5.81 Bimus ».7 Capio,Cdpior oculis «3 B
inoftiiM *.33 Capitalis 4.109 Binm}Bini codicilli 3.7 Captus *.3 Bis centum,Bis
nulle 3.4 Cardo : 6.61 Blandior 7.$* Car eo 7.87 B ombarda *. 3 4
Caritas,Charitas 4.4* Bona corporalia,!? incorpo = Carnarium x.tf ralut 4.98
Carnofus,Caro 4.73 Bonrt Decrcui3Decretm efi i.*4 D ecuru 6.Ji Decurio ,
Decurio municipa * lisDccurio Romanus ibide Decus3Decoro 4.’ti Dedecus3Dedecoro
ibidem Dedere nox£ &}} Dcdititius I.II DedifcoyDedoceo ** Deduco •5.77
De)aiigatus3Defkiigor 4-99 Defeftio3Deficere 4> Defedus x.}o:& 4*
Defendo 6.i4 Defero 7.44 D eftffut 1 4.5»? Deficio ' > , 4* £ De/ore rrt6
Defimgor3DeJunftus 2.7. 4 er 44 Dehifco Deinceps ±.)6 Delabor 1-19 Deliber aui
2.*4 a e x. V- - * Deliberatum ejl mihi ibidem Diligo3Deleftm agere 1.60
Dementia 3.36 Demereor 2-9? Demigro 7-9* pemwm cu compofuis 6.ZZ Denic/i t -
ibidem Deorfum ' *-77 Depeftus 6.63 Depeculor 6.40 DepofitiriiM , D epofitoriut
r A Deprecor 4.t4 De repetundis pecunijs i.x-4 Defcendo 7.J* Defcifco 2.$*
DefcSyDefideo 762 Defideratiuauerba 7.*3 Definetmcter quo cu coparatiao t .n er
s. 66 Epitiola j.6 Exanimatus 6.t$ Epulum 4.z} Exaudio i.z9 Epula: ibidem E
xautoro 4.6 z Eques 6.jz Excandefio 6. ix Ev renibus 1.19 Excedo 7.97 Ergo z.4i
Excogito l.i.er 10 Ergo'nc x.17 Excretus 1.30 Eripio 1. 83 Excubite 4.69
Errabundus 1.9 Excw/o 7,^7 E/c4 4.75 Exemplar,Exmplum 6. 53 Ejfi cordi, er in
animo i,zz Exemplarium ibidem I Exequor INDEX. Exequor iujft *.6s Ex
ufuyUtilitite ibidem Ex £quo 3- 1 9 F Exhanredo 5.104 T^kbrica 4.44 Exhibeo
negotium 5-88 17 Fdccfio T.ZJ.CT5.88 Exhorreo 5.101 Facies 4.rj Exigo 5.* 4
Facile i.xS Eximius 3. i ) Facio certiorcm,iafturd3cre. Exiflimo J.zo 3.6)
Existimatio 3.8 6 Facio dele fi; um 3.60 ExiftityExto 3.3 i Facio gradum *.**
ExitialiSyExitidbilis 6.i s Facio gratum 3.76 Exoletus t.jo Facio copiam 4.63 E
xfomnis i.zo Facio potefhtem ibidem Ex, cr inter cum interroga* Facio inuidiam
r.zt tione i. iz Facio paria 5.74 Exoro 3.2.9 Facio tibi iniuriam 3.94 Expedit
3.49 Facio iter,cruiam , *** Expendo j.8z Facio negotium 3.88 Expeto 3.7 Facio
potejhtem 4.18 Explicit 3.4r Facio fermonem 5-97 Explodo 3.9 Facio ftipendia
4.1*0 Exploratum ejl mihi , Expio* F acio ut *.*7 raui 3.t4 Fafiio 4.6i
Exploratores ibidem F ador 4.3*- E xpoStulo 3.3 S Fdl/itf I. 30 Exprobro 6.44
Fallit me 3.80 Expugno 3.62. Fama 4.7 Ex fententia habere 3.70 Fama mea^zT mei
z.t Ex tempore3ExteporaUs ). *9 Famofus}FamoJa mulier r.zi Exturbo 3.89 Fafces
4.84 Ex uinculis 3,19 Fdftidiofus V I.** **. I N fafiidium mem,cr mei x. i
fatigatu* 4.99 fatuus 4.1x3 febris annua ,cr quotidiana 4.108 felix 4.87.0“ tt4
felicitas 4.«4 Femen, Ff»K>w,Frfflor4 4.77 femoraliOjfeminalia ibidem fex
6.61 ferx 4.41 Fere x.49 Fero, Fero f/M acceptu/m 7.100 Fero conditionem 4.61
fero auxilium,zr opem 3.67 ferox,ferus 4.97 ferre fententiam , cr legem 7.48
Ferri 4. 71 ferruminatio , Tenit/mino 6. 78 ferrumen ibidem fejfus 4 .99 fejh
Scptimontdia 4.43 fcjliuuSyfeJlus 4.ji’ finitius, fiditis 1.8 ficus,ficulnus 1.4
fides pro tormentis 1.7 fides 7.30 fides non fidis, fidicula x.7 D E X. Fiw*
no» tiicifwr r.i* filiafier ».7 filius 3.70 finis,et propofiti uerba 3-87
finitionis uerba 3.78 fihgo Fio'; 7.43 I.XX Fio tibi obuius 3.77 fifiihs 1.8
flageUayflageUare «.47 flagitiwm 4.78 flagito 7.78 fleo 7.7X fluuiatilis 1.8
fluxus 1.30 f ceneratitius i.ir Fanero,Faneror 7.*7 f oenus 4.79
fcctificare^foetura 4.7« foetuofus l.XI fatus , fatura, Fatifi> 4.71 care
folia 4.68 F ore,et Ejf/e cu copo/itis t.z6 Formidolofus Ut frago nauim,cr
finulia 3-77 fremitus 4.3-9 frequens, Frequentia 4.96 frondes 4.68 . fruges 4.3
7 fruor 77 I x frumen f N D E X. frumenti pramtaturd 4.107 Gejh 4.9 frumenti
copia 4-7> Geflus,Geflio 4.Z frutex,Fruticari 4.* 7 Glans 4.^8 fuga 6. i
Gladiatorium munus 4.1* fundus, Fundum 6.41 Gloriofus *.» X. 4** fundare ,
Fundanis tum ibidem Gradum Jacio er iacio 3.** fungor 3.} Grammatici audaces er
fu* fustigare 6.47 percilioji z.x futilis 1.8 Gratiam ago , refero , habeo ,
futurum comunttiui, quo di- er reddo 3-4* fcct a proterito ciufdcm mor Gratiam
ineo non dici 1.U di 3.18 Gratificor 3.7* futurum participij 1.33
Grator,Grdtulor 3.4i . G Gratum Jacio 2.7* 5.6 Gratus 4.89 ^~JGaudeo,Gaudiim
6.it GrauiSfGrduidus *. 80 Gemma 6.6 4 Gregatim 6.1 0 Gemo 2-4* Greges 4.4* Gena
4 .3* Gremium 4.37 G eneratim,G ener alit er 6,2.0 Tuvi 4.38 Genitworwm
Jignificdtio z.i H Genitiui er ablatiui affinitas t tA beo ad uo tum 5.70 >
3.17 llHd&eo 4 patre 1 manda* Genitor, Genitrix 3.70 tum 1.1I Genuinus dens
4.?i Habeo cum gerundiis 1.1* Genuino rodere ibidem Habeo copias omnium rerum
Gerundiorum Jignificdtio er 4.05 ufui 1.6.3. Habeo audire er't>7 Habeo
conuenire ibidem Gertmculum Habeo dclettum 3.60 Habeo I N D E X. Habeo fident
5.60 Homo manfuet a er betue con Habeo gratiam 5.4 1 ditionis 4.67 Habeo in
animo *.*5 Homo maturus , er primatu* Habeo iter 5.7* rusmlitu 4.1C7 Habeo
orationem 5.97 Hortus t .«.er 3.9 H abeo rationem 7.18 HcJpcs,HoJpitim 4. Si
Habeo polliceri 59» Hofpiales ibidem Habeo fermonem 5-97 Huc *57 Habeo te
excufatum 7.67 Huc ades, pro adjis 55* H abeo te loco patris, er fimi*
Hypotheca 0.37 lia 3.88 1 Haud aufyicato 4.1 T Actre fundamenta, 4.4* Hei X. 11
llacHre gradum 5-*5 Hem x.r5 laculariyldculm 6.5 Heri,Heflernwt X.ii lamtlanuam
X 47 Herba 4.17 lamdiu i. 35 He fler no dic 4. 8r lamdudum ibidem Heu X.II
lamuero x.x4.er47 Hic *5 lamolim 35 Hic nubi gloriaturae. 3.5* Iampridem x.34
Hic non ejl cum illo compa* lam ueniet , er wm pr I N D Igitur x.43 Ignominio
fa tnifiio 6.62. Ignorans,! gnoranter 4.9+ Ignotus 1.30 ilis terminata nomina
1.8 lUaborotim *.*9 lUe x.4 Ittuc x.7 7 1 mago mea €T mei x.r Immigro 7-9*
immunias 4.39 lmpendens,lmpendeo *.4X impendo 3.4*.CT2.sx lmperiofus . r.xi
Impero 7. 48 lmperatiuo deejt pnma per* fona J.xS Imperfonaliwm quorudam re*
gimennouim 3.44 Impertio *«33 Impertior pafiium er depo * nens ibidem Impleo
3.33 Imploro Imponoylmpoftor 3*9* Imprecor 2.96 er 4.x 4 Improbare 4.44
Imprudens 4.94 Imprudenter non dici 3 fed per imprudetiamjiue per igno* E X.
rantiam 1 ibidem Impugno *.4x Imputo 4.44 Mycumuerbis 3.37 lnagendo,lnccena
3.?* I n animo ejt *.xx mannos 4.40 In auro, in tes 3.t* Incedo *.79 lncefio
1.4* Inceflus 4.4* Inchoatiuauerba I.XX lncidoin(Cs,uelin(erc 3.1* I ncifim
4,io Incola 4»*4 Inconfideratus I.JO Inconfultus *.40 Incorporeus 4.9*
Increpare 4.2-9 Incumbo 3.44 Incuria r.xf I ncufo 4.IJ Indico, Indiftum *.68
indiem 3.48 Indoles 4.44 Indulgens pafiiuc fumptum 1.30 I ndulgentia,Indulgeo
4.1* I nduftrius i.xt lnclaboratm *** Ineo Ineo gratum lnefl rei er in rc
lnfrnfus,lnfiftus lnfijhre Inficiatis fhtus N D E X. 2.24 I nfeiens,! nfeienter
jeci 4.94 2. 32 t.zo 6.18 4.1* 6.44 }.*4 2-t 6.3.0 6.4 i.ij 39* 3.42 Infigitis
4.m Infomnis ibidem lnfhr 6.9 I n&itutt,! nftitutiones 1 nfi cias ire, I
nficidtor ibidem I nftrattm 1 njidus 4. 1 0 3 I nftruft* ndues I n finit iuorm
effc er fore dif= I nslruo firentid 1.3.6 lnfummd lnfinitiuum interiettum , uel
lntendo,lntcntio posipofitum 3. zi Infer Infinitiuo ubi utendum 1.3.3 Inter
aftionem l nfinitiuus loco fuppofiti ibid. Inter dgendrn, Inter ccendn * lnfrd
1.2 3 dum ibidem Ingenium pratcox 4.107 Intercedit 3-73 Ingenuus 4.1 Intercludo
2.69 I ngredior 3. 19 Interdico 3.39 Ingredior in ffiem 3.81 interim i. 49
Ingurgito 3.33 lnterefi cum fuppofito x.r Inhibeo 3. 4 lnterrogdtio cr
refbonfio in lnhoram,In horas 3.68 diuerfis cdfibus *.2<> lnitim,lniens
3.34 Interrogo 2.61 In loco, In locum 3.88 Interfepio 2.6 9 ln mdnibus 2.3 4
Interunto 2.*3 In mentem uenit 3. s z Intimus *. r.17 ln morem 4. n lntrd *.23
lnnocuus,lnnoxius 6.17 lntrocludo 2.69 ln primis 3.71 Intueor te,cr in te 3.29
inquilinus 4.24 lnuenio 2.* inremprtefentem 4,n* lnucrto 2.i2 Inue I 4 T /“ I N
D inueftigo J.4J inucteratus r.30 Inuicem 2-.J9.cr 3.74 I nuidia, I nuidiofus
j. x 1 I ocufylocdriy I ocularia 4.1* Ipfe x.i 15 x.J Is demunt o.xr I#e ow»
dduerb. iftic er dlijs x.4 Itu comparatum fcuconjlitu* tumcjl 3.89 I tt ciwn
fupcrldtiuo 1. 1 j Ittrejponfiuum x.jo Itaproualde x. J4 Ifcwie i.17 x.J4 J ter
ficere,zr hdbere 5.7* Item>ltidem x.jo Iterum x.jo Iterum conful 3.J9 luteo
J.68 Jubendi uerbd j.xs Jucundus 4.89 ludicij uerbd 3.9X Iugtrum 1.7
lugulus,iugulum petere 4.3 * lugum 4.43 Iunftus 1.30 Iu**, luris naturalis
fpecies 4.48 E X. Iurifconfultus ibidem lurijperitus nemo nifi Utera* rum
peritus 3 .inpraf. 1 uri fcon fultus J.40 lurijperitus 4.48 I m* ndturdle , Iu*
ciuile ibidem lujfus 1.7 luftitium J.* luudt 3.4* luucntA,luuentus 4.4o L
LkbdfcOyhdbo J.J9 L dbor9eris. Labor , orts ibidem L deertofus Ldccjfo Lalifio
L dmentor Lamina Ldnijkt Lapidare Lapillus LdpfuS Ldjfus LdtebrSyLatibula 4.79
Lauo,eius (fc deriuatiua r.x Luxus 4.99 L egutio pr amatura 4.107 Lege* 4.48
Legibus comparatum feucott Jlitutum ejl 3. 89 Lego i.xt X.X3.CT J.i4 4.4X J.J*
4.74 4.1^ ** 4.64 4.99. er J.J9 4.99 index: Lego,cr pertego j.SO Lucrum j.i *
Lenticula 1.6 Lufluofus I.*C Ldeabundus 1.9 Luflus 4.60 Ltctor,L£tUS 6. i*
Lucus 4.7* Leues 6.8 Ludere 4.16 Leuo ?.8l Ludibundus 1.9 Liberari 6. 43
Ludicrum 'i.* Libere loqui 4.17 Ludus 4.16 Liberi 3.8 Lues 4.7* Litor i ingenui
4.110 Lupus 4.4* Libera 4.1 LufiOyLufus 4.16 Liberas 4.17 M Libertinitas 4.1 A
yr Aeetium 4.1S Libertinus,Libertus ibidem i.* X Maceror, Macef. I.i* Libra pro
pondo 3 .1} Magis I.I* Licentia 4.17.CT 18 Magi fler, Mdgiflra 4.38
Liceor,Licitor 7.X8 Magiflratus officium 4.10 Licet Z.1T Magna autoriate uir
3**7 Liflor, Li florius . , Lintearius Magnificens 1. 30 i .6 Magni intercfl 33
Literd,Liter£,arum 3 .6 Mdgniloquens,cr fud compd Loco patris 3.8S ratiud,z?
fuperlatiua : r.io Locorum quorundam nomina Maior, Maius i.ii 4.87
Minor,Mdximus ibidem Locus celebris et jr eques 4.96 Maiores 6. 77 L ombardia
4.87 Mala 4.7* Longe M7. CT 18 Male i.4i.CT3.87 Lotium X.i Malcdiflum 6.7*
Lubricus 4-tor Malcdicentiffimus T.IO Luculentus 4.91 Malleolus 4.»-6 Luce,
Luci 4.80 Malum 6.41 I 7 Mando I N D Mdtldo Maneo te 3.93 Mango 4.no.c T6$9
Manipulatim 6.x o Marinus, Maritimus 4.9 i Margariti 6.64 Mater j.7o.eT4.38
Materia 4-3S.c T6.3z Materies 4.38 Matuta dea 4.107 Maturi' er P rxmaturc ibide
M aturef :o, M at uro ibidem Maturrimus, Maturus ibidem Maxilla 4.;x- M ea
x.i.er i.x Me cum infinitiuo er accufa * tiuo z.14 Meditatiua uerba r,x4
Meiytui, fui, pronomina x.r Membrum 6. 10 Membratim 6. ro. er x o Membranee
Vergamen £ 4.8 j ■Mone x.x Memini 3,39 Memoria mea er mei x.r MemoridyMemoriter
■ 3. $>3 Menda 4.6 Moenia 4.8 Meno,Mcntio 3,2$ Men; , Mentu/m , Mentior,
Menti ibidem E X. ’ Menfarius 4.1 4 Mentula i.i Meo dormienti/s x.r Meoiure 6.3
Meo nomine z.49 Me occupato, er fimilia 3.64 Mereor 4.110 . er 2.99 Merere 4.
no M er itor ius puer, M eretrix0.4 th Mefiis 3.14 Metuo 3.X7 M cww er mei
differunt x. r Meam folius ibidem Migro 3.9$ Mihi 3.3Z Miles r.T4.er
<>.}x Miles frequens Jfcflntor prolintidm ».3* N«fo 7.84 Olus 3.4 Omni
4.4 x INDEX. Omnium rerrn copias habeo o uis 4.6$ P Onager 4.4* ”r\A bulum 4.33
Opcmfiro 3 .6$ JT Pacatus fum. Pacificatus Opcra,ne,Opencpretiu 4.7 6 fum 3.7 5
Opcrofus i.xi P’ 4.3* Vefiime i.7*. Pocmtet 3.4^.CT4.i8 PeftilentidyPeftri
m4.7* Polliceri habeo *.98 Petere iuguhrn 4.36 Poma cruda 4.ii4 Peto 7.78 Pomtf
pra cocta , prmaturOy Petulans 4.107 zrferotina 4.107 Petulantia ibidem
Pomarium i.4 QxfUciYSp 4.4 Pomeridiamm ibidem Philomela 6.x 0 Pomum 4.X8 Pompa
t I Pompa Pondo Pono conditionem Populabundus Populnus Populus faequens Porcus
Porro Fora Forari Portitor, Portorium Pofco Pojjcfio Pojfet te pigere N D E X.
4.J9 Prduum Prae,in compofitione P roecepa, praeceptiones Praecipio
Procclarus,Prxclare Praecoquus Praecox Praeditus Praedium P raegnans Praelium
Praematurus F rae me fero 3*5 4.67 1*9 1.4 4.96 4.4*' X.14 4.8 6.7* 1.6 7-78
6.4 * 3.46 F racparo 6.40 J.Jt 4.» 7.68 4.9* 4.I07.CT 7.J* 6.40 M* 4.64 4.107
7.17 7.64 Ppjfcfiiua nominum quorundd Pracpofitiones accufatiuo , er locorum
4.67 abUtiuo iunftac i.ty Poti,uim habet comparatiui Praeripio 7.68 Praefcribit
ratio s.69 6.77 Prae fe fcrt,Prac fe ducit 7.17 ibidem Prae jxrt,Prae fe gerit
ibidem 3.31 Praefens I.33.CT 4.11X' i.76 Proefenaneum 4.11*. x.xo.cr 33
Praefes, Prae fi deo 7 .67 4.107 Praefidcs hoies,Praefidiu 7 .66 7.78 Praejhns
4.111 z.i P rtjhre 6.16 4.4 Praetiofum 7.71 3.34 Pracful,Praefum,Pro:Jid. 7.67
6. x? Praeterquam 3.74 x.x Prtffor,Pr.*7 Prudens fici 4.94 Pudor 4.107 Pueri
catamiti 4. no Pueri meritorij Pugillares Pugna PuUaftra Pullus
Pulfare,Pulfatio ibidem 7.8 4.^4 i.7 4.^7* /i» PUrt « I N D P unftum 6. 41
Punftim 6.xo Punio Pupillus 4,3, Q. aV adringeni , Quadrin* genti, Quadragefi*
nui 37 Q uadrimus t.f Quadrinoftio a.jj Qualitas *.J4 Quam pro quantum 1.17
Quam, ubi deceat 3.74 Quam pridem , Qum dudum - ^.34 QM4m cum gradibus 1.1-7.
er is Quammfub diftione, tamen, fubintelligi i.40 Q«4m ut, quam qui, quam pro
1.17 Quamobrem 3.43 Quamuis X.XI Quando, Quandoquidem z.4 z. Quando utimur
nominatiuo pro uocatiuo 3.zX Qua pietate es 3.74 Qjtanqudm x#iI Qy^4 Qttid
interejl inter prateri* tum er futurum coniuntti* uimodi , r8 r.,7 K x Qki ' I
N D e Qyiddm J.I6.CT zi QjiiihQuinetUm 4. 4 5 Quippe a'*1'7 Quippidm il6 quis
quis er i/i in parcnthcji 5.84 Quis cui proponendum 3-i° Quifquts,Quicun^ i.rf
Quijpiam,Quiplum 3.65 Quifq; x*14 q uifque cm uerbo , dut par* ticipio 3.60
Qiiodypro quo res 3 QU0,O~cb i.i5.CTi.37 Quod autem , Quod uero 4.55 Quod
comitio *. 40. er 39 Quod feribis gaudeo , et quod fer ibas gdudeo 2..10
Quodeunefc 3>l6 Quodq ; *•*! quo mnM,Qup fecius 1.14 Qjtomodo 4.5 4 Quoniam
4.47 Quoquo 3* 16 Quoquo uerfus 4.8 Quoqj dblatiuus ».*4 Q tjpq; 4.5S E X. q
uorundam locorum nomi,* nd, 4.8* Quotannis 6.60 Quotidiana febris 4.108
Quotidianus ibidem Quoties 4. 49 Quot modis iubemus 3. 4* QUOtUS 1-14 Qwwn M* R
RApio J.8j RdptMI 6.ZO Rdjlltf 1.8 R dtio 6.36 Rationemhdbere , Rdfto coris jht,Rationem
ducere 5.18 Rationum, er propojitiontm inculcatio 3*2° Re 2.3* Recompofta 5.^3
Recaludsler ».* Recerfo 5.?/ Receptor 4.84 Reciprocatio fvl. 47 ^cap. 3 Recludo
5.63 Reconcilio 3*14 Recordationis uerba 3-84 R ccrudefco 4."* R eddo,pro
do -4.56 Reddo gratias 3.41 "R ^ /fm 'INDEX Redeo zj6 Reputo 6.44. Reditui
parenthefes 3.11 Refcifco 6.1 3 Reduco j.77. R cfyojtdeo 3.45 Refero ad Senatum
?.roo Rcjpondeo fubaudittm 3.47 Referogratias ?.4r Refes,Refideo i.6f Refero
tibiycr ad te 3.38 Refipifco 7.5 Refert cwm fuppofeto x.i Refegno,retego,retcxo
iM Refertio, Refertu* 3.33 Rewrrfor Refigo j.6} RbeginenfeSyRhegini 4.87
Refi-agor 4.70 Rfcftor 4.81 Regimen nominum crimina = t«w»,er poenalium Regimen
uerboru cwm diuerfa eorum fegnifecatione 3.4* Regionatim <>.10 Relatiui
cwm antecedente di * f cor dia elegans 3*9 Religiofws Mr Remaneo 2*3 Remigro
2*2 Reperio 7. i Repeto 2**3 Repetundarum , Repetundis M4 Repignero *.27
RepOjRepto *2 Reporto *.2r Repofco 7.63 Repono intejfeem 3.?r Repofitoriwm
Repurgo 2-31 Riditulus i.f Rixa 6.61 Rogatione s 4.43 Rogatos uelim r.2.7 Roma
urbs Septicollis 4.43 Rofarium,Rofctum 1.6 Rumor 4,7 R«rt , 4.S0 Rurfus xj6 S
SAccIluiJaJum r.$ Sacrarium x.6 Sacrilegum 6. 4 7. 67 Salto , Sit/ttfio , Salto
J.IOf Saltus ibidem ,cr 4.7* SalubcTybris 4.33 Salue3Saluebis *.3o
SaluctOySaluco, Salutare ibide Salutifer 4.88 K j Saltem I N D E X. Saltem}Sane
z.17 Sedicula t.7 Sanus 4.98 Seditio 4.63 Sarcina , Sarcinam compone* Seges
4.*f re9uel colligere 4.49 S eget es promatur £ 4.107 Sarmentum 4 ,16 Semel rf.10
Satio uerbum, Saturo j.78 Sementis 4. »4 Saxatilis 1,8 Scmindrim 1.6 Scala
■3.13 Semifomnus 1.10 Scaturio 1.14 Sentfor 4.84 Sciens fici 4.94 Senatorius
i.j.er Scilicet Scifcitor 7.6r Senatus frequens 4.9* Scitus 1.30 S
cnatufconfultum 7.100 Scomma ?.io SeneSkjSenedus 4.40 Scribo 5.30 Senes 4.7
Sculptile 1.8 Senilis otas matura 4.107 Scurra 4.ji Senium 4.40 Secunda
uiceconful 3.J9 Senpbilis9Senplis Secius j.it Sentina 6.61 Sedile i.s Separatim
6.ZO Sedor j.t Sepulchra 4.77 Secundm propoptio z. 46 Septicollis urbs Roma
4-43 Secundus 1.16 Septingem9Septingetem 3-7 Secus uim habet comparatiui
Septimonmajejh 4.43 J.16 Series 4.03 3*a5 Triumphale 4.84 Vbi primum W7
Triumphdtor ibidem vbify 6.19 Triuiahs feientid 4.16 ve x.17 TudyTudinterejl
3,2, veflntio,Veflor 3.8* Tui i.i vefligal 4.59 Tum z.zz vel z.17 Tum uero z.z
4 VelutyV eluti *.39 ViUd 6.4* Vindico,vindiftA 2.S Vir 3.70 Vir mdgnx, purus,
mediocris conditionis 4.^7 Virgo 6.38 Viritim 6.10 Virtuofus non dicitur MI
Virtutis,?? uitij indolei 4 .46 Vifo • • I.A| Viabundus : * ' *.9 Vitium 4.*.
er 2.8 Vitium cdpiale 4.109 Viuarium 1.6 Vitro citrocu A. J 7 VUus 3*3 E X.
Vmbr utilis r.8 Vnu A.Jl vnio 6.64 Vnus 3-*7 Vnusaut alter 4.19 Vnufquifquc -
1.14 vocaiiui in nommatium mu tatio 3.1A Vocare in inuidiam r.ir Vocaui te a
uti, e uti, , de uti 3 .66 Vociferor 2.2 a Vocor in fecm 3.81 Volatilis X.8 V
olitxre,V olatus *.2 Volo 3.49 Volucris 4.42 Volumen 6.43 Vcluptuofus 1.1*
Vrbani uiri 4.AO VrbsRoma ibidem Vrbs, frequens 4.9* Vrbs Septicollis Roma 4.43
vfquam - 6.19 Vfy a. e.& • 4.11A vfqueadeo A. 44 vfqucco ibidem vfurpo 220
vfus 2.2 Vfus nominatiui, pro uoedtis uo,z? contra 3.ai index. V fus pluralis,
pro jingulari 3.ii Vfus nominatiui , pro accufa= tiuo 3.4} Vfus negationis 3.47
Vtc£tcros 3. xi Vtc£tcri ididem Vt, cum facio,?? committo i. 33 Vffr, er Q
uis}cum interroga tione 1. r 3 Vter Kfraw accufit 1.30 Vtcrque cum uerbo,uel
partU cipio 3.60 V f,er I ftt,cu fuperlatiuo 1 1 5 Vti *.36 Vtileeft 3.4 9 x.x7
Vtpote ibidem Vtor i.i Vt primum j.tj Vt , pro quam, ucl quantum ibidem Vt?pro
quippe , feu utpote z, 18.36.cr ^4 Vtquia *. 3 7 Viqttod ibidem Vtroq^ uerfus
x.s Vfrum i.ij V t,fuperlatiuo iunttum i.ij Vt tamen, abijeitur ab oratio = «e
z. 40 Vuaceus i.it Vu£ pr£coces, er ferotime 4.107 Vftlftw 4.13 Z Zf«gm4 3.44
FINIS. t 'il SEBASTIANV GRYPHIVS GER# M A N V S EXCV* D H B A T L V= * G D V N
I, annl m4 d4 xxxx. Nome compiuto: Laurentius Vallensis. Lorenzo Valla. Valla.
Keywords: Cicerone, Virgilio, Quintiliano, Livio, rinascimento, grammatica,
dialettica e rettorica, elegantia linguae latina. Refs.: Luigi Speranza, “Grice
e Valle” – Luigi Speranza, “Valle e Grice,”per la Fondazione Lorenzo Valla, The
Swimming-Pool Library, Villa Grice, Liguria, Italia.
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