GRICE ITALO A-Z V VA

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Valletta: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale dei liberali, libertari e libertinisti – la scuola di Napoli – filosofia napoletana – filosofia campanese -- filosofia italiana – By Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Napoli). Abstract. Keywords: storia della filosofia classica, Cicerone, Bruto, Cassio, L’Orto, Il Portico. Filosofo napoletano. Filosofo campanese. Filosofo italiano. Napoli, Campania. Eessential Italian philosopher. Grice: “He was a libertine from Naples. I like him. His oeuvre published in Firenze. Studia dapprima letteratura presso i gesuiti per poi dedicarsi al diritto. Insieme a Andrea, e fra i fondatori degl’investiganti, che da impulso al grande rinnovamento culturale che prende grande avvio. Nelle accese polemiche filosofico-scientifiche tra progressisti e conservatori, insieme a CORNELIO, ANDREA, CAPUA e agl’altri investiganti appoggia attivamente i progressisti. Istituì a sue spese la cattedra di lingua greca a Napoli, affidando l'incarico di insegnamento al suo maestro ed amico MESSERE (vedi), illustre filosofo. Cura l'edizione napoletana delle opere e del Bacco in Toscana dello scienziato toscano REDI. Grande appassionato e conoscitore di libri, meritandosi l'appellativo di Helluo librorum et Secli Peireskius alter. Grazie all'interessamento di VICO, il fondo librario confluì nella biblioteca dei girolamini. Saggi: “Lettera in difesa della moderna filosofia e de' coltivatori di essa”, “Historia filosofica”. Lombardi, Storia della letteratura italiana, Tipografia camerale. Nicolini, V., in Enciclopedia Italiana, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Gl’Investiganti Andrea, Redi, V.,, nipote di V. Breve scheda biografica, Redi. Scienziato e poeta alla corte dei Medici. Lettera di V., napoletano in difessa della filosofia, e de’coltivatori di essa, INDIRIZZATA ALLA SANTITÀ DI CLEMENTE XL Aggiuntavi in fine un'ojf umazioni sopra la medesima. IN ROVERETO Nella Stamperia di Pierantonio Berno Libr. ALL’ XLWSTRISS. SIC. AB. ’f FRANCESCO PARTINI * è ;DE N AJOF, • f + • Nobile Provinciale del Tirolo, ec.ec,, l Olto tempo è, Jlluflriffmo Signor Abate, che per darvi qualche piccio- lo contraffegno della divoZioa mia verso di voi, io vado tra me ftejjo meditando, qual co/ a, non del tut- to di] pregevole, e di . voi indegna, do - vejft offerirvi . Ed ora ufcendo da’ miei * 5 tor- - .4 . p t * •# . è .. - j» % T“ » 'f '' i*' -ì r .! *orri &; la prima volta una dotta * ed erudita Opera del Sig. Giufeppe V., la quale manofcritta lungamen- te era andata per le mani de* virtuofi; quefta appunto ho . difegnato d' indiriz- zare a voi, sì 5 per darvi un picciolo faggio del de fiderio ardentìjfimo > eh' io bo d' incontrare con e fio voi ferviti, sì ancora per fare un pubblico attediato al mondo della /lima grande, ch'io con- fervo della voftra ragguardevole Perfo- ra . E nel vero fé, com * a tutt' altri è in ufo di fare, io voleffi raccoglier qui le glorie de * trapaffati, teffendo un lunoo catalogo di tanti e tanti glorio fi Antenati della vofira nobile Famiglia, i quali e nell' armi, e nelle lettere rifplendendo, non meno il vofiro Ceppo, che tutta cotejìa Patria ili ufi r areno ; certo de non; uno > ma ben mille moti- osi io avrei per indurmi a ciò fare. Concioffiachè allora egli . mi fi farebbe . tofto innanzi la fingolar perizia nell' ar- mi di PIETRO, illu (Ire, e .antico ger- irne della vofira onorati fiima prosapia, il quale da Galeazzo Vìfconte Duca di Milano meritò d* ejsere fatto Condot tiere delle fue. armi > Mi . fi prefent crebbe fitto gli occhi il valore di quell* altro PIET RO d' età ma ? non di merito inferiore, a cui i eccellenza nel mefiier te ftmil mente della guerra, acqutfiò l* uffizio d) Capitano dell*. Imperador Maj • fimifiano J. i, e di ALESSANDRO altresì, che in qualità pur di Capita • no fi morì in Ungheria . Ma molti, e molti ì anche fiudiof amente, trapalan- do y come potrebbe . poi .fuggirmi dalla vijìa la, decantata dottrina ., fingolar- mente nell* arte Medica > e la probità 9 e integrità de' cofiumi di FRANCESCO PARTINI, il quale in quel feli- ce fecola del cinquecento cotanto s* avan- zò > e ft difiinfe, che meritò le lodi, e gli applaufi d'uno de' maggiori letterati di quell'età, che fu Mattioli • e d'ef- Nell* Epiftola dedicatoria de 1 Di/cor fi /opra Diofcoride al Principe Ferdinando d* A u Aria . Venezia. E negli fte/fi Difcorfi /opra il libro 4- di Diofcoride. e d' e ([ere fatto Prot omedico dì due Ce- fali, cioè Ferdinando I ., e - Maffimilia- no li.'? Cèrto che i pregi di co fiat, i quali di molto accrebbero lo fplendore del- la vofira Stirpe -, io non potrei per mo- do alcuno non Jommamente celebrare: e tanto meno que' di MELCHIORE fuo figlio i il quale dalla matura pru- denza pur di Maffimiliano li. Impera - dorè » di cui era ' Configliero, > fu' (celta a far efeguire ^Imperiai comandamento di por giù /’ armi, fattola'- judditì del Finale in Italia '.(*) Ma io non ne verrei sì toflo a' capo, : quando 'a’ me- riti degli Avi'-vojìrì i.'com' -bó det- to piuttofiò chea voi mede fimo va- le jft riguardare . I pregj degli ante- nati' apportano più (limolo >3 -che lode a' (uccefiori \, ed è molto ' mifer, abile la condizione di colui -, ' il quale noti po((a in altro . mod o diftinguerft, che col! aprire i (epolcri de’ fuoi maggio- ri » \ • r t • r i n* •* a Rofeo Storie del Mondo. a io4« ri, e temendo nn lungo panegirico del- le loro gloriofe azioni, far fi corona al capo di meriti non fuoi.Per la qual cofa, ponendo da /’ • un de' lati quelle lodi, le quali non fono sì proprie dì voi, che comuni non fieno an- cora a tutta la Famìglia, ed alle fole voftre t in cui gli altri non v* hanno parte alcuna rifiringendomi ; dico > che quello, che principalmente rn ha invogliato a procacciarmi luogo nel no- vero de' vofìri fervidori t e che non pojfo fe non grandemente ammirare, fi è quella incredibile gentilezza, e foavità di coftumi.y e di maniere, per mezzo della quale ben fate chia- ramente apparire da qual . forgente traete t origine, e i natali . h non fo per cagion di quefla con qual fronte poffano riguardare in voi cer- te anime t le quali non riflettendo > che • /’ e (fere nate nobili è fiato un accidente, cui altro loro non appor- ta, che impegno di ben imitare gli antecejfori ; di tanta rufiicìtà, e fai - V3&7' falvatkhe^za ripiene comparirono folamente nell * afpre, ed altiere fembr ano .avere ripofia la loro gloria . Poi fiete certamente di un amaro rim- provero a tutti cofioro % e C umanità vofìra, quando attentamente vi riguar- da Q ero, non potrebbe che riufcir loro di jomma vergogna, e confo fione . Ma fic- come y nè alterigia, o di / prezzo altrùi la nobiltà della Famìglia, per chiara, eh' ella fi fa, è fiata giammai baftan- te ad infpirarvi, . Così nè al fafio y o al- la. libertà le •comodità » e gli agj > che dalla fortuna avete : nè .alla vanaglo- ria * o alla prefunzione le nobili quali- tà. dell’ animo voflro, hanno giammai potuto aprirvi la firada, Tanti rari pregi- finalmente, tutti infieme uniti, non fono -fiati valevoli a feemar punto di quella vofira naturale affabilità, e dolcezza di tratto, la quale quanto in altri è più rara > altrettanto in voi ab- bondantemente appari fee t e campeggia . Qttefta vi eccita la maraviglia di tut- ti coloro, che di voi hanno alcuna co. no- • >. . / * 't d - 'V. •4 ami. difienpì guefia concilia ì* amore, e ^uCfi^nera^iòni de- vojìri Concito adì* . niy^ 0?quefia finalmente induce, anzi con una dolce violenta quaft rapi* ffce, e sforzai cìafcbeduno a farvi un volontario tributo de* fuoi affetti, e del fuo cuore . Ma che dirò di quel - i* bontà j ingoiare, con cui prendete a protteggere qualche perfona ingiù • fiamente oppreffa, e oltraggiata > fa- cendo vedere, non altrimenti effervi fenfibili- i torti > che fi fanno alla ragione, e alla gtufiìzia, che fe a voi me de fimo f off ero fatti ? Voi con quel rincrefcimento fiete folito fentìre i colpi t che la fortuna vibra con - tra /’ onefie infelici perfine > col qua- le gli fentirefie, fi contra voi me- ' de (imo foffero fcagltati ; e con queir occhio riguardate gl * infortuni » e mi- ferie altrui, con cui riguarderefie quel- le de* vojìri più cari congiunti . Di qui è y che e col configlio, e con /’ opera non mai vi mofìrate fianco di fivvenire > e beneficare coloro i quali per la loro innocenza fi ren- dono meritevoli della vofira protezio- ne ; ; ed avendo avvertito, che il ve- ro carattere degli animi nobili, an- zi quello, che piu .all' Al tifiimo ld- dio viene ad accodarci, è * il f al- levamento delle per fine \o dalla ma- lignità degli uomini, >o dall' .avver- ata della fortuna inìquamente fir ac-' date ; voi perciò, avete creduto im - prefa degna di voi lo fendere a que- > fie benignamente il braccio, acciò la Patria vofira potefse andare altiera ; e dar fi vanto -, d'. avere d mercè di voi maifempre aperto un a filo all ' innocenza, re .fempremai pronta una fpada cantra la malvagità, e la co* lunnia . Con tal- mezzo voi rifiorate - i danni, che la me de [una '.per /’ immatura morte dì MELCHIOR PAR- TINI vofiro . degnifsìmo, Fratello ha que fi* anni addietro, fifferti # e quello ~ fplendore le ritornate,%che allora per efser ella refiata priva -d'-uno de'-fuoi più cofpicui, e qualificati Cittadini, ave- aveva pèrduto l ; A che fero molto t molto contriluifcono ancora gli altri due vofìri meritevoli (fimi Fratelli, dico GIOVAMBATJSTA PARTINI Abate della Reai Badìa di San Pietro di Loreto nell’Abruzzo, e il Padre CARLO PARTINI, Definitor Perpetuo Carmelita- no t la prudenza, e pietà di cui è così nota, e pale/e in quefìa Cit- tà. .y che. inut il cofa farebbe il farne per me qui parole . Ma troppo chiaro io m’aveggio d* avere già foverchiamen- te la modejìia vofira offefa, non ri- flettendo f che una delle maggiori lo- di > che vi fi debbono, è appunto il franco rifiuto, anzi difpregio, che voi fate delle medefime, Solo mi re- fia adunque di fupplicare il generofo animo voflro a ricevere in buon grado ia piccolezza del dono, che umilmen- te vi offro, non alla qualità di ejfo, ma al de fiderio dei donatore riguardan- do \ e pregandovi in fine a non difdirmi la fofpirata grazia d’effere anch' io allogato tra i voflri ~ fso v • y i,,, • Di V.S . f . i l Rovereto; V *'> 1 ^ «a ^ V . o V ^ / «' • 1 t i » ‘ t • V « • 1 J VmìUfs. Devotìfs. ObbUgatìfs. Servo Pierantonio Berno. lo Digitized by Google LO STAMPATORE A CHI LEGGE. NON poco tempo e (Tendo, che va per le mani degli ftudiofi una Lettera manoferitta di V., letterato napoletano, in difesa della filofofia, e d’ alquanti Tuoi concittadini profeflori della medefima, dirtela: ed avendo rav. v ifato, com’ella è molto avidamente ricercata, e letta dagl’intendenti ; ho (limato di far colà grata al pubblico, ed alle per* Ione letterate, dandola fuori per mezzo delle (lampe, sì per renderla più comune, e sì ancora per levare la briga a chi deli* dera averla, di farla tralcrivere.* (concia co*, là parendomi, che un così utile lavoro ve* nirte tuttavia contaminato, e guado dalla trafeuraggine, e fonnolenza de’copifti. Io a» vrei per verità molto caro avuto di abbattermi (e non all’ Originai medelimo dell’Autore, almeno a qualche copia elàtta, e fedele; il che per diligenza ufata non m* è venuta pienamente fatto di conlèguire. Spero però,' che mercè 1’ afliftenza da perlbne delle buo- ne lettere amanti predatami > le quali lì fono validamente adoperate in correggerla, rive- dendo poco men che tutti i palli nel proprio fonte, e togliendovi que* moiri, e quali in- finiti errori incorfivi nelle copie ; il cottele Lettore non avrà molto che deliberare . V* ho in fine aggiunta un’Offervazione fopra la medefi ma, affai tortele mente dal Sig. Gir ola- 7 ino Tartarotti Róveretano comunicatami, la quale fono più che certo, o Lettore, che non t’ increfcerà d’aver Ietta. Vivi felice, e - favorirci col tuo aggradimento la buona incli- nazione,- ch’io ho d* adoperarmi a tuo van- taggio . La fegùente notizia, polla per più contezza dell* Autore dell’Opera, è tratta dal Leffico degli Eruditi del Sig. Burcardo Men. thenio . Giureconfulto Italiano, na. Io in Napoli . fece la pratica nella sua patria, e ranno una copio, ftffimd libreria, injìeme con un gabinetto prezio fo di monete antiche, in frizioni ecì Corrifponde . va co ’ più infigni Letterati d’ Europa . Traduf- fe alcuni libri dall ’ Inglefe in Italiano . Scriffe un libro della necejjìtà della [olita pratica in ma- teria di religione, come pure un ’ opera toccante V impresone di monete move. BEAT1SSIMO PADRE. f * » 4 %# * • * t • • • f f • f l,i * ; r r* « * I. s. »4 I Ntichìflìmo coftumefu Beatissimo Pad re,o dir il vogliamo naturai genio, ovvero inclina- zione, o qual egli fi .fia avvenimento degli uomini, i quali a’pofteri hanno avuto in penfiero di lafciar qualche memoria per mezzo delle lettere, di muoversi a tal opra da picciola e lieve oc- cafione, ed. alle voi ce incominciare da balle, e aHai deboli fondamenta, ed indi poi pian piano p a dare più olcre fin- ché al defiato fine fi aggiunga ; e quali Tempre digiuni, e non mai fazj di di- vorare fulle carte il tempo, e l’ore. Quindi è, che veggiamo, che una fa- - tica, la quale fui principio fu ftimara opra di pochi fogli, tratto tratto li avanzi » e fi accresca in tanta gran- dezza, e mole, che a gran pena fe ftelfa comprenda . Lo ftelfo eflere av- ' venuto a me io già divido; ma non fo com’egli avvenuto fia . Perocché avendo già per foddisfare al gènio de* Deputati » incominciato a fcrivere una lette- ra indirizzata alla Santità' Vostr a intorno al procedimento del Santo Uf- fìzio nella noftra città di Napoli ; certo è, che io non ebbi altra intenzione che di raccorre breve e femplicemente le ragioni) ch’ella ne tiene. ..Indi po>i crefcendo da giorno in giorno, o ciò folfe per l’ampiezza della materia > o per la moltitudine delle ragioni, e va» rietà degli argumenti, e delle autorità che fi recavano in prova; s’ è tant’ol- . tre la fcrittura avanzata., eh* è -per comporre un volume intero .. Così io mentre penfava di avere già compita tutta la fatica, volli ancora inveftiga- r e la cagione, el’ origine de* movimen- ti > e tumulti della noftra città, acca» » duti per tal procedimento nel tribunale del Santo Uffizio ; quand’ecco che io conobbi-, Ae vidi chiaramente, che la cagione-di tai tumulti altro non fia fra- ta c che una tal gelofia, per così dire, di Scuole coll* occafione d' una . certa filosofia, nomata comunemente moderna, avvegnaché dia fia anct» chiffima, e profetata dagli uomini mi- gliori, e più fa vj della noli r a città. £ perchè la cofa o non è pur ben intefa, ovvero fe intefa, per ambizione, por aftio, o per altra cofa, è contrafiata a campo aperto, fono forzato, come av« vifai nella fuddetta altra fcrittura > con quell* altra lettera, indirizzata pari- A 2 racn- f i mente alla santità vostra, dimoi Ararne apertiflinumente la verità. ( per ordine ancora datomi da’ medefimi De- putati ) acciocché niente li taccia per quello, che convenevolmente appar- tiene alla difefa così della vita » come della fama de’ noftri cittadini ; e difen- dere un lungo ragionamento > per far palefe una volta > e più chiara teliimo- nianzaal mondo dell* empietà della Fi- iofolia Ariftotelica * « dell* innocenza di quell* altra che chiaman Moderna; al di cui manifeflamento ben poteano dare opera gli altri, e non ftarfene sì lentamente a ripofo in una caufa pub- blica, e di tanta, importanza,• perla quale ne lìamo malignamente tacciati, echi per Eretico» e chi per Ateo» fe- condo il livore» e l’ignoranza di quelli banditori del Periparo; mentre vene fono pur molti intendentilììmi di que- lla novella Filofofta, che meglio di me» e più profondamente l’appararono» il che loro eforco a fare ugualmente, per non cadere almeno nel bialìmo» che CICERONE da a coloro, che appretto di fefolirengon na 'corti i tefori delle lettere!,, senza farne partecipi gli altri; così dicendo nell’orazione a favore di Archia . Pudeat, ft qui ita fe litteris abdiderunt, ut nibil po fjìnt ex bis, neque ad communem adferre fruSìum, ncque in : adfpeSìum, lucemque proferì re . Ma non con animo, che pubbli- candoli quella fcrittura » vi lìa taluno, che fcrivcndo full’ifteffa materia, del- le medelìme co fe li avvagha, facen- done un’ altro edificio, in cui non vi ila di nuovo che una deferente figu- ra, e dimenfione. Laonde tralafciando la parte difpu- tabile, dalla quale fempremai la veri- tà fugge, e ne va lontana, opponen- doli ragioni a ragioni, . argomenti ad argomenri, e fpette volte iofifmi co* fofifini pugnando » con aliai delibera- to conliglio ho, fcelta la-parte idonea, in qua ponete, argumenta licei, non argument ari ., La quale ettendo màe- fira della vita, e de’ tempi, e de’co- A 3 ftu- fiumi allo ferì vere di Cicerone fteflò j potrà affai bene acconciamente com- parire più fchietta, e più finceramen- te difenderli avanti la Santità Vostra la caufa oneftilfima, e il diritto di quella Filofofia iniquilfimamente oltraggiata dalla turba de’ Peripatetici . Così furon degni di grandiffima loda tanti fcrittori, e Greci, e Latini; i quali all* i fioria fi appigliarono, ponendo perpetuo silenzio alle dispute, tormento degl* ingegni delle Scuole licenziofiflime delle feienze: così ancora fu degnilfimamente commendato anche dagli eretici fiefii il dottilfimo Baronio, il quale dovendo scrivere delle cose appartenenti alla nostra chiefa cattolica lasciando a’chiostri le controversie, e le questioni, eresie con assai maturo, e più fano avvedimento la parte ifiorica per trarne le confeguenze- più vere, e reali . Plus enim Annate s Baranti > quam Controverfue Bellàrmini bar etici s necuerunt . • .£ qui io avrei già finito, nè bifb. gnerebbe più dilungarmi : ma perchè 1* origine di tutto ciò è. d’ uopo che Ha palefe, prima di paflare più oltre, e affine,,-cbe niente fi taccia per quello, che appartiene alla difeia, così della vita, come della fama de’noftri cittadini; egli è neceflario far noto ancora alla Santità' Vostra, che 1 * origine di quelli nuovi rigori dell' Inquifizio- ne ella è data, che vedendoli pur trop- po fuora de’chioftri dilattate le lette-, re, e propagata nella noQra patria la Filofofia, la quale o fia. propria fata- lità / portando fempremai feco defla difagj, e fyenture, come dice Boe- zio, Atque boe ipfo affine s fuiffe vtde- mur maleficio, quod tua imbuti dìfcU pìtnis o Pbìlofopbia :o-fia per propria- gelosìa delle fcuole degli altri Filofo-, fanti ; perchè Nibil volunt inter borni' nes credi jmlius, quam quod ipfi te w, nent / ha cagionato a’ medefimi fai movimenti,. che fi fon lafciati a dire, .che quella fpffe di pregiudizio aliano* Ara fede, perchè da’ principi d’ A-ri-, A4. fio- . /•» Itotele lontana fia, come per la tanta autorità data ad Arinotele, diede motivo a taluno di dire fcherzando: Se»* %a Ariftotele noi mancavamo di molti articoli dì fede : come fe quelli fossero (tati cavati dalla dottrina d' Ari- notele, e non dalla facra Scrittura, e da altro ; che tanto dir non fi po- trebbe di S. Paolo, quanto alcuni han detto d’ un autore gentile, quando, come fcrifle un altro autore, e con fenno : Sanila fanliorum non babet _ bete Pbilofopbia . Ma prima di venire allo fcioglinaen- to di quelle vaniflìme oppofizioni, egli è di bifogno ricordare alla Santità* Vostra, quanto fia (tata commenda, ta la Filofofia non meno da' Gentili, che da’santi padri medesimi. Ecco quel che se diffe Tullio CICERONE. Philosophia am vita parentem, et hoc parricidio fe quifquam inquinare audet y et tam impie ingratus esse, ut e am accufct, quam vereri de ber et etiamfi minus percipere potuijfet ? Giuftino così : Philosophia est revfrà maximum lonutn t et poffeffio i et apud Deum verter abili fi qua" ducit ad eum > et fi flit fola et fanti i, beatique Htì, qui mentem et donane. E più oltre: Nemo fine Pbilofopbia reti am rationem intelligit; quare omnes homines pbilofopbari % et barre pracipuam fanti ione m ducere (de. San Clemente 1* Aleflandrino n* avvifa lo fteflò, e Sant* Agortino parimente co- sì : Qui Pbilofopbiam fugiendam putat % nibil vult aliud, quarti noi non amara fapientiam . E 1’ A portolo quando dif» fe, Videte ne quii vos decipìat per Pbi- lofopbiam t egli intefe di quella Filofo- fia, la quale con folli argomenti da Sofirti > e fecondo lemalfime del mondo 6 produce; il che chiarirtimo fi feor- ge dalle parole che feguono, a ut ina • nem fallati am % fecundum traditionem bomìnum, fecundum dementa mundi . 11 che vien dichiarato da Sant’Agoftk no medefimo, detto luogo fpiegando: Et quia ipfum nomen Pbiiofopbia ft con- fiderete rem magnam, totoque animo appetendam ffgnifieat fiquìdem Pbiìoì fophia e fi amof yfiudìumque fapienti, . cautifftme Apcfialus h ne ab amore fapie a*, ti* deterrere videretur, fubjeeit fecun - d*m dementa bujus mundi . . Egli è dunque affai ben chiaro, che nè Satv Paolo, nè Sant* Agoftino, o niun altro fanto Padre, Greco, o La- tino, abbia giammai pretefo, che quel» la apparare non fi doveffe ; anzi che leggiamo tutto il contrario, come s’è detto. Al che aggiugner u può - l’avvertimento di S. Clemente l’ Aleffandrino fopral lodato; Pbilofopbiam ante Domini adventùm, Crucis ad jufiitiam fui (fé neeeffariami nunc autem ad pei caltum t et pietatem utilem effe (*j La m* * » i j C|tt3e l • ...(*) Quello non fi vuol in terpefrar In modo, che S* Clemente Aimafle, che I Greci fi giufti6catfe- ro per mezzo della Filofofia .» Egli credeva, che la Filofofia remotamente gli difndnetfe alla cogni- zione di Crifio, dando lor notizia del vero Dio, c fomminiftrando loro i mezzi per isfuggire gli er- rori . Per altro fenza la Divina grazia, la fede, la carità &c. non credette, che uom fi giuftificaf- • fe. Vedi Naral Alefiàndro Dijfert. Vllh in Hijior ., E cc kf. f*c. IL Digltlzed by Google qual co fa ugualmente avverti il Cardi* nal Palla vicino : La Fibfofia nelle dot- trine Teologiche è utile come i foldati frante ri negli eferciti; cioè in maniera che fervano > ma non comandino. Imperocché a tutti fi permette la liber- tà di fìlofofare. Bona mene ( dice Se- neca ) omnibat patet, omnes admittit, omnes ad hoc fumus nobile r, nec rejicit quemquam Pbilofopbia, nec digit > omni- bus lue et . Tanto maggiormente che la natuta invidiofà per così dire a li- vellare i fuoi Segreti avarifiimaraen- te permette, che ora una cola, ora un* altra fi fveli, come s’ è finora fperimentato per tante ofiervazioni fatte e che fi fanno in molte cele- bri Accademie dell* Europa, (copren- doli fempremai novelli arcani » non che nuove, e plausibili opinioni nel- le Filosofie . Jn Pbilofopbia ( lafciò fcritto Seneca fcefio ) re maxima, et involai iffima, cum etìam multum atìum fuerit, omnis tamen atas, quod agat, inveniet . Quindi Atenagora, che det- tò k* tè un’ Apologia . a prò de’Criftiani agl* Imperatori Antonino, e Commodo ambeduo filofofi, dille : Nulìum in Pbilofopbia rcdundat Crimea .. £ più oltre così : Profeto autem bac crimine vacat . Tutto ciò però intender fi dee per la cognizione di quelle cole > che dipendono da caufe naturali, non altri menti foprannaturali. Il che fu con- fiderà to dal medefimo Seneca, ancorch* ei fofle gentile . Perfeveras ire ad bo~ nam mentem, quam fiultum ejì opta - re, cum pojfis a te impetrare. Non fune ad Ccelum eleva» da marnisi &c. £ pri- ma di lui avvisò Simplicio, Eos folum de cauffis naturalihus pbilofopbari fiata « ifie: nequaquam autem de Ut ^ qua fa « fra naturam exifiebant . r : Ora fia lecito d* efaminare più efpref- famente, fela Filofofia, che chiama» Moderna fia d* alcun pregiudicio alla noftra fede cattolica. Primieramente è neceflario, ch'io rinnovi alla mente della Santità* Vo- stra quei tempi più frefchi, in cui sì felicemente apparò le feienze tut- te, e con ciò : io rinnovèlli, e rallegri infìeme . 1* idee della prima fua età ; perchè non v'è co fa (come ditte il Cardinal Bentivoglio ) che maggior- mente I’ animo ricrei, che la memo- ria degli anni fcolarefchi, perchè ciò egli non è altro, che un tornare a vi- vere quella vita innocente, e piò lieta dell’ uomo. Si ricorderà dunque Vostra Santità», che malamente quefta Filofofìa fia nomata moder- na, perocch* ella è più antica, anzi la primiera d’ Bardefane, ed altri difenfori della Religione, furono tutti Platonici • Ed a chi non è palefe l’A- leffandrina fcuola in Oriente, ripiena di tanti fanti Padri, e tutti Platonici? Origene, Clemente, Cirillo, Eraclio, Dionifio, Atanafio, ed altri, io modo che Aleflandria, non meno per lofplen» dorè della difciplina Ecclefiaftica, che della domina, fu dimata un’altra Ro- i ma, e la feconda fedia Patriarcale do» po quella di S. Pietro . Sant’Agoftino nel libro delle Confefttoni di fe fteffo, e \ d* altri rettifica eflere flati Platonici, quando e’ narra la vilìta, che fece a Si m> pliciano > maeftro dì Sant’ Ambrogio, raccontandogli i libri eh' egli aveva letto de’ Platonici, da' Vittorino Ora- tore Romano tradotti in Latino, che morì poco dopo d’elferfi fatto Criftia- no . Sopra la qual cofa fè palefe anco- ra il piacere, che ricevette Simplicia- no in fentire, che non era caduto nel- la lezione d'altri libri di Filofofia, pie- ni di menzogne, e d* inganni; ma lo- lamente in quei de' Platonici, che in* fegnavàno la conofcenza di 'Dìo, e del Verbo Divino, le di cui parole fono qu ette: Gratulatiti eft ntìbi, quod non in aliorum Pbilofopborum f cripta incidi f- fem, piena faltaciarum, et deceptionum, fecundum dementa bujus mundi : in illh autem omnibus in ftn aari Deum ' % et ejus Verbum . Indi Agostino ileflo poi gli 1 chiamò i Filofofi di Dìo amatori ; ed Eufebio nel libro XI. della Demolirà- zione Evangelica, narra, commendan- do tanto le contemplazioui di Plato- ne, averle tratte da’facri libri degli Ebrei, cioè dell’Ente primiero ndelPI- dee, deli*, immortalità dell’ Anima, della produzione dell’ Univerfo,;del bruciamento del Mondo, del R i forgi - mento de’ morti, della Terra cele (le* e del Giudicio'. ultimo : il cbe vieti ri- portato ancora da Teofilo Galeo in di- fefa della Filofofia Platonica; ed Eu- febio. (lefib la difugualianza tra la Fi- lofofia Platonica,.e T Ariftotelica in quella maniera divisò : Mofes, Hebra't- que Pro.pheta beate Divendi finem tn P r ih mòdo • che fecondo la jua dottrina il Mondo * non è già - una monarchia, ma poliarchia y o piuttòflo anarchia p. ciò che -San 'Gregorio Na%i. anzeno ha' affai ben condannato . * II, Platone chiama 'Dio nofìro fovra - no Padre:' Arinotele non conofce ver fin Dio' per padre . 1 * «4 u«>v > -.-v. -> Platone nella sua Repubblica affìcura, che Dio fia > una fo fianca (empiici fftma : • Arinotele ah duo- decimo della fua 'Me taf (tea, lo pone nelC ordine degli animali > e dell' effe n^e compone. B 3 IV- il Platone nel [e fio della fua Repubblica, che Dio fta nofro fommo be- ne : Arinotele al duodecimo, della fua Metafiftca, che' Dio fta un bene, che conviene folamente al primo Cielo > del quale egli è Motore. >, Platone nella sua Repubblica – H. P. GRICE, PHILOSOPHICAL ESCHATOLOGY AND PLATO’S REPUBLIC -- y che Dìo fta la fovraha Sapienza: . Arinotele y che. fta un' intelligenza, che conofcendo le cofe un he rf ali » non, f appi a le. particolari. Platone nel Timeo y che il divino sta onnipotente. Il Lizio nell opere sue, che, non abbia altra potenza che di far muovere il cielo. L’ACCADEMIA nel.Filebo, nel Sofista e nel Parmenide di VELIA % thè . il divino crea le sostanze incorporee: il LIZIO che tati . ? X; Piatone, che il Mondo offendo' un corpo, abbia . una potenza finita: Ari-, (tot eie, che il Cielo, e il Mondo abbia- no una potenza infinita dì muover fi . Platone y che il Cielo, e il Mondo come corporei ftano corruttìbili Atintotele incorruttibili « - = XII. Platone, che- Dìo [taf opra ogn\ e fiere, J opra ogni foftaitzai Arifioteic-y. cbe’fìa falò foftanza . X /. . Platone che hi fogna pregare D.io .a fiacche ci ' faccia buoni.: Anfiote - le,, che Dio. -non .poffa- fentire, le no fi re preghiere, non conofcendo le cofe parti» eoi ari . XXllvP laton* i/ebe p uomo di buo- na vita. i:. fta gradevole' a Dio: Art fia- te le, che non .io gradifc4-\ t % 'non cono» fcendolò\ «'Vi (. ^ viv, Platone, che dopo morte, 7* anime de * malfattori fatto gafligate : ' A- ri flot eie-, ube /’ anime e fendo corrotte Col corpo i non -patif canti- più altro . XX^fV.- Piatone y^ thè, i' morti rifer- gerantio' 1 Arijìotele, che dalla privanti* otte all'abito non vi fia "rif òr pimento . Piatone, che V anirne derub- ili faratino collocate in luogo y dove fa- ranno molto' felici i' Arinotele non cono- fce alcun- luogo di quefia fori a . Quindi il Sidonio-difle, Explicatut Plato, ìmpiicat ut Ari fot elei, 'e il Pei trarca del difcorfo dell* ignoranza di fe ftefloy e d’altri, attéfta, che Pia* toner» Divinum, Ari fot e lem Damo» iuta Grati nuncupabant ; e però nel Trioni» fo della Fama, così di lui. degnamene te canto: A • • t I n it . V'olfimi dà man manca, e vidi . Plato, Cfo n quella fcbiera andò più prefr, . fo al fegno, . s «* 4 / ?«*/ aggiunge, a chi dal cielo ^ dat o • .. E finalmente tutti concordano, che la filofofia dell’ACCADEMIA fia fiata la più favorevole > ed acconcia, e quella d* «Ariftotele la più contraria, e pregiu- diciale alla dottrina della nofira Chie- fa cattolica, E Sant* Agoftino attefla. Platonica f amili* Pbilofopbos facillìme omnium, paucifque mutatiti r fieri poffe Cbrifiianos, Anzi un Autore, che fé* ce una Diftertazione del modo di ftudiare la Teologia, impreca coll’altre di Ugone Grozio De Jìudiis inflit uendis, vituperando aifatto la Filofofia Ari» fio te lica, e ragionando egli degli anti- chi Filofofi Crifiiani, così dice \ \Qm quis effet Arifiot elicti s, eo minus • Còri- flianum fuiffe E, de’ Padri foggiunge : Olir» multi viri pii, (S doElì % Origene: t Clemens Alexandrinut, Jufiinus, Augu - jlinu !, et alit y ex Plafoni s fcbola ad £c- clefiam Cbriftianamtranfierunt : f ed nul- li y aut certe pattei ex fcbola Ariftotelis, qui metaphyftcis ejus fpeculationibtn, et arguti is inferii erant . E il medefimo autore dice f che Pietro – NOT STRAWSON – GRICE -- £amo erafi d’opinione, che fi dovefle bandire da T tutte le scuole, ed Accademie la Me-t tafifica d’ Ariftoteleu Petrus Ramasi I ( fono parole dello fleflò Autore ) stiri do fi us, et perfpicacis in Philofopbia ju- dici't ( luet Ariftotelici contra fentiant ) Tbeologiam illam, quam ? Arinotele s in Metapbyjica docet » impietatem omnium impie tatum maxime execrabìlem, et de-> tefiabilem effe confirmat, adeoque ex A- cadem'ùs exterminanàam, ut a multi s fa- flit atum efi . Avendo egli ancora propo- fto> fecondò l'ufo dell’ Uni ver (Ita di Pa* rigi, primach’ ei fofle creato Maeftro, e primachè caduto fofle nell’erefla, pub* bliche Conclufioni,per le quali foftenne, Qutecumque ab Ari jlot eie dì fi a funt^falfa 4 et commentiti a effer, e perciò ifuoi fcrit- ti in Francia in grandiflimo pregio fono tenuti . £ di Guftavolte di Svezia rap* porta il medeflmo Autore > che Omnes Metapbyficas a regno fuo expulit t et exfu- Idrejuffit . Come primamente Antonino Caracalla, conofcendo ancor egli quefra verità, vietò affatto l’ Accademie de’Peripatetici, 'facendo bruciare ancora tutti i Iibrrd’ Arinotele . E Pietro Poi- ret nel libro de Deo, le diede più. che bando dalle fcuole con quella ’ defini- zione: Pbilofopbia e fi contemplatiti, vel cotnpages nugarum Scbolafìicarum ) Ari - fiotelicarutii t vel fimiVtum, ad oblivi] ce n- dum Dettm, mentemque tumidi s tenebri! t et inquieta - pet ulani ta implendam ; In modo che da’ mèdefimi Eretici fi con- feda edere la Filosofia Ariftotelica dan- nofilfima al Criftianefitrio. : £ chi potrà giammai dubitare, che la Fftofofia Ariftotelica- fia Hata l’uni- ca e fola cagione, anzi l’origine ftefta di tutte 1* creile, eflendo ciò mani fe- llo per l’autorità di tutti gl’lftorici, e di tutti i fanti Padri, ' che in quei tempi fiorirono, i quali erano predenti alle difpute, e ne’ Concili ftefti per confutarle ? Aezio Vefcovo d* Antiochia ne’ primi tempi appunto della no- ftra Chiefa, non fu egli Eretico, e poi foprannomato Ateo: Astìus Atbe- usì non peraltro, fe non perchè troppo addetto alle Categorie d* Arinote- le egli era, come nota Svida; ed Epi- fanio, e Gregorio Nifi'eno lo ftefio afr fermano.. De Chrijìo magis Academico t quant Eccleftaftico more f ape differebat. E fattoli pertai fofifmi Eretico, e poi Ateo, coro’ è detto,; fu. privato della Chiefa, e la fua fetta,,ch’è la ftefla, che l’Eunomiana, detta da Eunomio fuo, difcepolo, e compagno nell’erefia; fu fino alla morte perieguitata dagl* Imperadori Onorio „ è Arcadio ; e Te- miftio Ariftotelico, come nota Svida ftefio, chefcriffe fopra il trattato del- la Fifica ». dell*. Animai» e d’altri libri d’ Arinotele, fu Eretico, come Gio- vanni Filopono. ; N ice foro così d’eflb loro dicendo : Johannes ifte Philopone - us Alexandrìnus, . ita ut diximus T rithei- tarum i hdereticorum pr afe Bus fuit, prò- inde atque olim Tbemiftius Pbilofopbut jub .Valènte Agnoetarum feft et, qua conventi» lucis ad Be- Hai? £ S. Gregorio Nazianzeno ugual- mente ne fa molta doglianza, dicendo : In Ecclefiam irrepftffe captiones fopbiflicas, ac pravum art if cium Arinotele# artìs, et bujus generis alia, veìut ALgyptiacas quafdam piagar . E altrove così . Abjice Ariflotelis minutiloquium, Jagacitatem, et art ifi cium: abjice mortale s illos fuper Anima fermones,& human a illa dogmata. Ed in altro luogo deteftando in tutto e per tutto Ariftotele il chiama Struggit »• re della provi de n^a Divina . Ireneo in in quefto modo ne parla: Minutiloquium, et fubtilitatem circa quajìiones, cum ftt Ariflotelicum, fidei inferre conantur : Lattanzio così ; Arijlotelem de Deo ìpfum fecum dtfftdere, et repugnantia di- cere t et Jentire immo Deum nec colu- ti, % nec curavit « San Girolamo ad Eu- ftochio feri vendo : Attende et tu fa - tuorum fapientum princeps Ariftoteles . In altro luogo . Omnium b*reticorum do- ppiata fedem fthi et requiem inter Art - fiotelif, 0 Cbryfippi [pineta reponunt, et Ut fub diem cunfia concludam fer mo- ne, de illis fontibus univerfa dogmata argumentationum fuarum rivulis . trabunt . E femprcmai.con aperto vocabolo Gi- rolamo fteflb verfutiet chiama gli ar- gomenti di lui. Origene ne* libri ch’ha fatto contro Celfo, grida in più luo- ghi contro d’ A ri Itotele come nocivo al Criftianefimo > e la maggior parte degli altri fanti Padri fono del mede- limo fentimento, come Sàn Giuftino nel Dialogo per la verità della religio- ne Criftiana- con Trifone Giudeo : S. Clemente PAleflandrino nelfuo avver- timento, . che fa a’ Gentili ; Eufebio in più luoghi delle fue Opere: Sant’Ata- nalio contra Macedonia no : San Gre- Digitized by Google gorio Ni fieno eontra Cunomio : San Gregorio Nazianzeno più voice nelle fue Orazioni ; Sant* Epifanio ne* libri contro l’ercfie : Sant’Ambrogio di nuo- vo ne* libri degli Uffizi : S Gio. Grifo- ftomo fall* Epistola a* Romani ; e fo- pra tutto, quel» che ne feri fie Tertul» liano in più d’un luogo nel libro delle Prefcrìzioni, e dichiarando egli quel di San Paolo, Ne quii tot decipiat per Pbilofopbiam, intende egli quella d’A« riftorele vana, e fallace per fentenza di tutti. Quindi Cirillo l’ A leflandrU no gridava.* Heeretici- nìbil aìiud, quarti Arifiotelem ruSlant . E Sant’ Ambrogio con ugual fentimento, e colle lagrime agli occhi dicea, Reliquerunt Apofiolunt » fequuntur Arifiotelem . E fra Moderni Melchior Cano così ; Habent Arifiote- lem prò Cbrtfto, Averroem prò Retro, et Alexandrum prò Paulo . E tant' ab tri, i quali l'hanno riprovato, e con* futato, foto per timore, che non s’irn- primefle al Criftiano un carattere deb fa fua dialettica » per efler tutta con» *• C tratraria alla femplicità della fede > la qua» le altro non richiede, che una umile fommiffione» e totale credenza, fenza veruno ragionamento, e difcorfo uma- no . E finalmente lafciar non fi dee ciò, che ne fcrifle S. Vincenzo Ferre-- rio » che fremeva contro un tanto abu- fo nelle Scuole . Quel Predicatore io dico tanto zelante, che introduce la vigilanza dell’ Inquifizione .per man- tenere la purità della fede, non appel- la egli queft-a dottrina d’ Arinotele, e quella d‘ Averroe fuo feguace, Pbia ìas ir che nell’ anno MCCIV. fotto Filip- po ;1* Augufto, per pubblico confi- gli©,' come dannevoli alla noftra fe- de i libri della Metafilica, che al- lora folamente veduti s’erano, e tut- ti gli altri ancorché, non veduti, e foflcro per ^comparire, fu ordinato > che fi ì mandafiero alle fiamme . Ec- co le : parole ., dell’ Iflorico riporta- .te dal medefimo Padre Petavio > in diebus .uillis .legebantur, Parifiis. li- belli quidam ab Arinotele > ut dice ? » C i ban- bamur, compo fiti t luì aocebdnt Meta - pbyftcatn, éf 4 Graco in Latinum translati; qui quoniam non folum pre- dilla bareft fententiis (ubtitibus occafto * **0» prabebant, ò»/»o 6 * 4/»/ sondane investii pr abere poter ant, jufi funt 0- mnes comburi t et fub paena excommuni- eationis cautum eft in eodem Concilio, ne quìi de cetero eoi fcribere, legere fra fumerete vel quocumque modo b abe- re. Esfei anni dopo che fu condanna- ta ia Metafilica dei medeiimo, il Car- dinal di S. Stefano mandato in Fran- cia da Innocenzio III. in qualità di Le- gato, proibì a* Profeffori dell* Oniver- fità di Parigi d’ infegnare più la Fifica del medefimo Arifrotele, il che fu con- fermato poi per una Bolla di Gregorio IX. come ancor prima per lo Concilio •Tu rose fe fotto Aleflandro IIL fu pa- rimente vietato leggerli più la Fifica a’Religiofi ; quindi dall* Università del- la Facultà Teologica di Parigi, c da Francefco primo fu fcabilito > Che s* r infognale la f 'anta Scrittura, i fanti Canoni > i fanti Padri, la Teologia an- tica con tutta la purità e femplicità pofjtbile, e che fe ne sbandi (fero tutte le vane fattigliele, come riferifce coll* autorità di molti, M. Baillet . Alma* rico ( narra il medefimo Ifrorico, ri* portato dal P. Petavio (tetto ) non fu egli eretico, come feguace de* princi* pj d* Arifrotele? Simone de Turne ce* iebre Profettòre di Teologia della me- defima Univerfità di Parigi, e David Dedinant, poco tempo dopo, non fu- rono acculati per eretici, come trop- po attaccati, a* fentimcnti d* Arinote- le ? Gli Abailardi t i Lombardi, i Poi- * tierfi, i Porretatii» come Iettatori del medefimo, non furon eglino eretici ? Quefte fono le parole del prologo del libro contro le fentenze de* medefimi condannate « Quii quii hoc legerit, non dubitabit quatuor labyrintbos Francia, id efl Abaelardum, et Lombardata, Pe- trum PìEìavìnum, et Cilbertum Porre* tanum uno fpiritu Arijìotelico affiatos, C j dum 3 * . dum ineffabtìia Trmitatis, et Incarna- tionìs fcholaflica levitate t raffi arcnt, multai barefet olim vomuiffe, et adbuc errore s pullulare. I Luteri, i Calvini, iMelantoni, i Buceri, i Zuinglj, e ' gli altri loro feguaci, ancorché apparen- temente fi dimoftraflfero nemici. d’Ari- ftotele, gettarono, e coltivarono i loro velenofi Temi, non con altri ^principi fe non 'con quelli d’Ariftotele ftefio . I Pomponazj, i Porzj, ed altri traligna- rono da’ veri fentimenti deirimmorta- lità dell’anima, non con altro errore, fe non con quello d* Ariftotele medefi- mo . I Serveti, i Socini, i Poftelli, non con altra direzione che di lui ftefio divulgarono que’ loro pefiimi ritrovati ; e fceleratifiìme innovazioni alla noftra Religione . 11 Macchiavellifmo, ch’è lo ftefio che l’Ateifmo Exiit ( dice il Campanella, col fentimento ancora di Melchior Cano, dottifiimo Spagnuolo, ed uno de’ più facondi Scola dici del Tuo tempo, ed il maggior ornamento della famiglia Domenicana, degnifiimo Vescovo nell* Ifole Canariè, e fu eziandio uno de'Padri, che intervennero ahCon- cilio di Trento) exiìt t torno a dire,, ex Pcripateticifmo - Il quale aggiunge ancora : Ex Arinotele nata funt in Italia pe* fiifera illa dogmata de mori alitate animi, et divina circa res bumanat improvi dea- tia. £ Seneca ancorché Stoico, perchè la Filofofia Stoica alla Criftiana li ag- guaglia,' come dice Girolamo il Santo nelle Aie Epiftole » non fu valevole ar cancellare dal cuore di Nerone Aio di- fcepolo que* peftilènriflìmi. fentimenti, che imprefli. gli *avea. Alèflandro d\E- gea Aio primiero maeftra f efilofófo Pe- ripatetico. Come Peripatetico fu ancor ' Sergio, il maeftrcnperfidilfimodi Mau- mety il che* vien -riferitò da Pico della Mirandola ; avendo ancoi egli ( Arido* tele io dico) d’ una maniera- infegnato la fua Fitofofìa ad Alèflandro, e d’ um al- tra in Atene, quafi che varia, ediver- fà la.lnat ural Filofofìa infegnar fi dovef» fe ad un Principe ciré al popolo ; del che molto-de me. querelò «Alèflandro • cor» 4 ®. Arinotele fteflb, il quale fu atnbiziofó nel dominio delle lettere, come fa di più mondi . £ il Carpentario, an- corché eretico, nel principio del libro della fua JFilofofìa libera, non dice li- • \ bera mente così tjQuis enim ita ferver fi genti e fi, qui mecum nitro non fatea* tur., Pbilofophorum Principi ( d* Arino- tele ei parla )) ut bomini multa falja » et erronea ; : ut etbnico, et pagano mul* ta impia, et profana ; ut primo in* fìauratori multa . manca, et $mperfe * fi a excictife». £ il Padre Petavio ftef- fo, torno a dire, il genio veramente della Teologia * e delle feienze, il qua- le degnamente appellare fi dee il fior degl’ ingegni, e ’1 primiero letterato tra i Padri Gefui ti, allegando l’auto* rità. d’Anaftafio Sinai ra, non dice egli così ?, Anaftaftus Sinaita . in eo libro quem Via: Ducem nominavif, tefiit e fi, ha* reticos omnet, qui vel contra Incarna* tionit dogma nefarium movere belìum, ex ilio Ari fìat elico fonte fuxiffe . Indi egli è, che 1\ Autore fiefib della filosofia volgare re fatata ; così contro i fetrarj del medefimo grida : Et adbuà Arifiotelem leghi s t interpretamini, de- fenditi !, et exornatis. Quindi egli è, che da’fan ti filmi Pa- dri medefnni, e da molti favillimi, e dotti (fimi Autori è (lato ancora nota- to di gravifiimi errori . S Giuftino fcrif- fe tutto un Trattato contro i dogmi a e le fentcnze d* Arifiotele, nel princi- pio del quale così ragiona : It nibil dà rebus, quas definiendas ftbi commentationibus fui f ftatuit . San Cirillo nel li- bro contro a Giuliano fra i Filofofi » eh’ hanno errato, principalmente ri- pone Arinotele . E' perciò molto deri- fo da Bafilio, e particolarmente per quello, eh’ egliafierì intorno alla Ma- teria prima, e che la materia abbia una limpatia naturale d* unirli i e per- fezionarti colla forma - Eufebio nel li- ti ro della Preparazione dell’ Evangelio* e in quello contro i Filofofi detefia non (blamente la vita» i cofiumi, la Filo- fofia morale > e naturale ; ma la fua Metafifica, come una pelle delle Re- pubbliche. Lattanzio Firmiano il dan- na come Sofilla ., ed a fe fteflo contra- rio . Ambrolio ugualmente come va- rio, e incollante.- Come menzognero, efavolofoil riprendono Ago (lino, Teo-, doreto, S. Bernardo, e il .Beato Sera- fino da Fermo . San Tommafo allegane do Agoftino medefimo coll’autorità del Gcllio, prova, che fia un impoflore > come rapporta il Campanella.. Scoio, e Francefco Mairone, come un igno- rante affatto della Metafifica, e che le cofe tra effo loro repugnanti a-yefle ap- provato . Gio. Pico della 'Mirandola, e Francefco Patrizio il riprendono nel- la Geografia, e nell’ Agronomia, nel- le Meteore, nejl’jftorie degl’ animali; e eh* egli abbia ! malamente creduto, che la terra fia più elevata verfo il Settentrione, che altrove.* che’l Danubio prenda l’origine da’ Pirenei . Pie- tro Gaflcndp lo biafima nell’errore in- torno alla Galaflìa, all’ origine' delle Vene, c jje* nervi del cuore t c in molte s V N te altre fimili cofe . Telefio, Duran- do, Baccone, Baffone,. l’ Harveo >• Cherneo, Galilei, Maurneo, e Pie- tro Alliacenfe, e Niccola di Cufa Car-, dinali, ed ultimamente il P. Valeria- no Magno, piiffimo, e dottiamo au- tore Cappuccino, che fu Miffionario al Nord, il confutano» l’ acculano, e lo tacciano di molte altre limili fcioc- chezze . La fomma, e la foffanza fia, dice il medefimo Gaffendo,che non v’è per fona, che fenza roffore diffen- der lo poffa, nè fenza tema, e nota ef- preffa d’infamia, e di vituperio, che l'eguire lo voglia nell’ impoffibilità del- la creazione per lo ftabilimento del fuo principio, che noii fi faccia niente dal niente: che il Mondo fia eterno» e l’a- nima mortale : che la previdenza di Dio fia talmente limitata nelle cofe ce- letti, che non fi eftenda più di queir lo, ch’è fopra la Luna, negando an- corai’ idee, e confeguentemente il Ver- bo di Dio, non che Dio fteffo auto- re di tutte le cofe : l’efiftenza degl’Angeli, de* Diavoli!, l’Inferno, eia gloria beata,, e con ciò le pene adat- tivi, e i premj a ’ buoni . Inferni, et Supere s, effe fabulas Legislatori! e' dif- fe nel libro II. e XII. della fua Meta- filica. £ tutto ciò o fia propria difav- vedutezza, o fi a perchè fi ano fiate trafilate, e guade le fue opere, co- llie vogliono alcuni, perocché egli fa uno de’ maggiori Filofofi della Grecia» di cui molto n* hanno celebrata la fa- ma, e la dottrina, come dice Macro- bio : Nibil tantus vir ignorare potuit * Certo egli è nondimeno, che leggia- mo predo Diogene Laerzio, antichif- fimo autore, che Cleante Stoico fin da’fuoi tempi dir folea, Peripateticit idem uccidere, quod litteris, qua cum bene fonent, fé ipfas tamen non nudiunt * £ che il medefimo Arifiotele fof. fe fiato chiamato in giudicio a pena capitale dagli Ateniefi, per non poter (offrire anche nella loro politica, e falfa religione quei bugiardi, e corrot- ti principi d’ Arifiotele, diruttori per così Digitized by Google così dire dell* uomo, e di Dio freffo } la qual pena egli fchifò colla fuga . Per la qual cofa in quella maniera fcla- mò il Campanella di fdpra lodato; Et nos Cbrtfiiarìt retinebimus tanquam ma - gijlrum, ne àum tontra Patres > et Con- cilia / aera jubentia, quod jubebant A *> tbenienfes ; et quod jus : naturar damnat in illis, fciolonm au£lori%abit in nobisì Abfit Cosi il fuo difeorfo conchiu* dendo. O Ecelefia prudente r paftores, et o prudente s priucipes, vefirum eft banc domenicani perni eiem agnofeert » et prodigate . : i . £ quel, che maggiormente reca maraviglia egli è, che quei medefimi, che 1* hanno comentato, difendono Platone, dove Aratotele lo danna, e quei > che 1* hanno feguifato in molte cofe, non folamente 1* hanno contrad* detto y ma 1* hanno quali infamato . Alberto Magno l’arguifce, Quod ani- mai Coeli mot or e m facit . San Tomma* fo lo beffa, Quod bine Mundi eterni- tatem adferuit > illine animarum immor • 4 « t alitatevi fili contradixerit . Scoto il fot- tiliffimo Io. fchernifce, Quod tam in - conflanter de anima fenferit . E quel, che fommamente notar fi dee egli è, che il mentovato Alberto Magno, tan- to feguace d’ A ri (lo te le, per lo dubbio, ch’egli aveva» fe bene, o male avef- fe ragionato, in quello modo prote- •ftandofi ne’ Tuoi comentarj, conchiu- fe : In bis nibil.dixi fecundum opimo- nem me am propriam ; fed juxta pofitio - nes Peripateticorum ; et ideo illos l.au- det, vel reprebendat, non me . Quindi S. Tommafo fteflò, difcepo- lo d’Alberto Magno, fi avvalfe nella fua Teologia di quella Filofofìa, e di .quella morale d’ Ariftotele, che più. purgatamente fu difcefa in compendio ! da S- Gio. Damafceno, avendo da ef- •et * % «, v - ^ * W fo prefo un modo, più particolare, e (incero ; e il Campanella afferma, che S. Tommafo . Nullo palio putandum efl Ariftotelizaffe ; fed tantum Arifìote- lem expofuiffe, ut occurreret malis per I Arifìotelem illatis. E S. Tommafo medefìmé^iì lamentò molto con altri Filosofi più giudiciofi del fuo tempo, che gli Arabi, e i Mori colà nell' Àfri- ca avevan contaminata laFilofofia, e T Opere tutte d’ Ariftotele, per non faper eglino molto bene di Greco; per la quai cofa Giovanni Lomejero nel fuo libro della Biblioteca n* avvisò ; Qtiod fi Graca exemplaria corrupta fuerunt, quid de bis putandum e fi, qua in Lattnum.converfa funt ? Sed melius cum eo a Slum efi, qtsam cum aliis, . quorum opera funditus perierunt, et ipfe c auffa cxtitit cur multa per irent, qui aliar um gloriam adfetraxit .. Indi Monfignor Ciampoli chiamolla Filo- fofia Morefca t Monfignor Minturno Barbarica, e tutti Pagana-. E benché in «tempo poi dello /cadimento dell’imperio, e dell; Imperatore Pa- leologo > venuti alla noftra Italia i Greci filosofanti, e, fcienziati, forte ri- fiorita; la nobiltà dell’ idioma Greco 9 delle filofofie, e delhaltrd Scienze, ap- prettano! già eStinte e tamraerfc coll’innondatone de* Barberi ; eglino parò fi manifeftarono gagliardi difenfori della Filosofia Platonica e particolarmente il Cardinal BeiTarione Arcivefcovo di Nicea, e il più dotto tra elfi fai merito di cui tolfe il Papato laru* fiicità dell’arcivefcovo Perotti Tuo famigliare » e concia viftaj dicendo in primo luogo contro i Peripatetici, eh* eglino .malamente . Conantur Ariftote • lem ex gentili) et infitteli Apoflolum f& sere. Quoniamfides nojlr Religionis cum Feripatcticorum dottrina no» convenite Ne formò molte E pi (loie ; il quale fu poi feguitato da' maggiori ingegni Italiani» cioè da Marfilio Ficino, Gio. Pico della Mirandola, e da altri cat- tolici, e particolarmente da Niccola di Cufa, e da Pietro Bembo ambe* due Cardinali ; il quale contro d* Ari* itatele così fclamò: Fovemus ferpentem inter vifeera noftra . Di maniera che vedeli per lo più Tempre ofiervata là Platonica t la Democritica, e 1' Epi- curea Filofofia « e (fendo che fono tutte uniformi in concedendo, che gli Ato- mi foflero i primi principi di tutte le co fé corporee, e che il fovrano bene del piacere non confìtta ne’ diletti in- degni, e brutali ; ma (blamente nell» animo, e nella vitaonetta, e tranquil- la della virtù : non come altrimenti voleva Arittotele, conti* è detto. Fu notato bensì L’ORTO per così dire plagiario > avendo pubblicati per fuoi i libri degli Atomi di Democrito, «dannata in lui l' opinione della mortalità dell’anima. Gii altri fuoi fentimenti, per la fua moderazione, e moralità, fembrarono così giutti, e ragionevoli a Girolamo il Santo, che propofe a’Crittiani di fuo tempo la lezione de’fuoi libri ; e da molti fanti Padri eì fu commendato . E San Gregorio Naziao- zeno, così ne ragiona: jQuis crederete Mode rat us, et cafìus dum vixit fuìt fi- le, dogma moribui probans. E Sant’Am-. brogio ancorché più fevero d'ognaltro fanto Padre, e nelle Filofofie più ri- gido» pur egli ftimò effere più cpmpatìbili gli orti d’Epicuro, che d’ Arinotele i portici, come affatto dannevoli non che pericolofì ; perocché ne* libri degli uffizj al Cri diano apparte- nenti » così n’ avvisò ; Epicuri Hortot tolcrabiliorcs effe Lyceo Arinoteli. Il che rien confettato ancora da Lattanzio e da Origene contra Cello . Ari* Jlotelem effe deteriorerà Epicurei / . Que- lla Filofofia adunque d’ Epicuro, o fe altrimenti chiamar fi voglia Democri. tica » vien molto largamente di vi fata, e comprovata dall* incomparabile Pier Gattendi > Canonico, e poi Propoflo nella Chiefa di Digne fua patria, Teo- logo, e profeffore delle Matematiche feienze in Parigi» il quale fu di pura e cadiflìma vita, e uno de* più illuftri ornamenti della Francia» o quali l’ora- colo detto delle lettere del fecol no- Uro» di cui giudamente dir li potrebbe, eh’egli intorno alle cofe filofofi- che » e feienze Matematiche ne diede il giudicio cóme Pittagora, e fpiegolle come Platone. Indi il volere qui ripetere, anche in menoma parte quel* 10, eh* egli medefimo n’ ha fcritto, farebbe un ridire miferamente ciò » eh’ egli felicemente ne diffe ; e tanto mag- giormente, quantochè noi richiede la prefente fcrittura, per edere il tutto notiflìmo alla Santità' Vostra. An- zi in qualunque altra occalione che fofle, farebbe un cimentar la propria ftima, ed acquetarli certamente la rota di temerario, e d’arrogante. Ma da lecito farne qualche parola, e dir folo > che Galìendi avendo apprefo nelle, fcuole la Filofofia d’ Ariftotcle, e da eflo poi tutti i varj fiftemi degli antichi Filofofanti, per quanto gli fu permeilo dalla condizione umana » e dal fuo proprio intendimento » e abi- lità ; volle dopo feguitare, e perfezionare quella d’ Epicuro, come piti acconcia, e proporzionata Filofofia d’ognaltra, ammettendo gli Atomi principi di tutte le cole corporee ; come fende di fe Giacomo) Colonna 11 Vefcovo a Petrarca: Da Se 5 Se le parti del corpo mio diflrutte, E ritornate in atomi > e faville. Softenendo però, che Dio gli abbia creati, e che Dio averte lor dato il movimento) e il dirtendimeato, e la figura. E che il corpo umano, fia di minu- ti ffime particelle coni porto, leggefine* libri del diritto Civile, e propriamen- te nel Titolo de judiciis, nella Lege ' Proponebatur, così dicendo A1fono Varrò, gran Filofofo, e gran Giurcconfulto, e console di Roma, Quod fi quis pittar et, partibut commutati s, aliam rem feri: f ore, ut ex ejus ratione nos ipfi non idem eflemus, qui abbine anno fuiffemur, fropterea quod, ut pbilofopbi dicerent, ex quibus particul'ti mìnimts confliteremus, bue quoti die ex noflro corpore dee e dere nt, aliaque extrinfecus in earum locum acce* derent. Ouapropter, cujus rei Jpecies e a- dem confifieret, rem quoque eandem ef- fe exifìimari &c. Quelta Filofofia è (lata feguitata / v in io molte i e quali innumerabili carte- dre dell’ Europa, e ballerebbe fol di- re, eh* ella non è altrimenti proibita da verun Pontefice voftro predeceflb- ; re; anziché quali in tutti i luoghi cat- tolici pubblicamente s’infegna, ù. ap- para, e li profèta . Sia ancor lecito aggiungere a tante dottrine che li ad- ducono dal mede fimo G a flcndi, e da altri, per corroboramento di tal filosofia, un’ altra autorità di S. Gregorio Vefcovo di Nilfa, la primiera «fé-: dia della Cappadocia, il quale viveva nel quarto fecolo, fecondiamo di tan- ti e tanti fanti Padri, e Dottori della noftra Chiefa, fratello di S. Balilio il grande, e di S» Pietro Vefcovo di Se perocché egli diffe: Fuit fuhita, urgebat, nova rei fui fa - bat aures. £ finalmente foggiunfe, Che Veritas placet, et vincit. Cartesius bene intelleflut, nibsl cont'met ma- li . Onde ravvedutili gli altri, fi di- chiararono ugualmente Cartefiani. Soggiungendo ancora altriTeologi, che fentimenti di Renato intorno all’efi» ftenza di Dio fi conformavano con quei medefimi di Sant* Agostino, diftefi nel librò X. della Trinità > e -propriamente nel capitolo X. Ed un dotti f- fiimo Padre, di cui ne lafcia il no- me lo fcrittore della vita di Rena- to, vi aggiunfe molte altre limili dot- trine > eh’ egli aveva ritrovato in pro- va delle opinioni di Renato ; in mo- do che ciò fu di gran gioja.a Renato fteflò, in fentire, che i fuoi penile- ri erano uniformi con quei di Sant’Agoftino, e di Sant'Anfelmo nel libro, detto Profologio, e d’altri fanti Padri. E per li fentimenti dell' anima io vi aggiungo Glaudiano Mamerto, uno de’ più celebri fonti Padri, . che fiori nel quarto fecolo ftefiò della noli ra Chiefa, che compofc un divinilfimo Trattato dell’anima t in confutando quell’ enormilfimo errore di Faufto, Ve f covo di Rems nella Francia, che tenea quella falfiffima opinione >xhe nelle creature non vi fia niente d’ in- corporeo; ma Solamente in Dio . Quello Trattato fu dedicato. a Sidonio Apollinare, amiciflimo di Mamerto; .ed egli è molto elegantemente, e con foni- fommo giudicio, e finimmo • ingegno dirtelo, in cui trattanfi le queftioni metafifi che con ogni chiarezza, e fa- cilità poflibile in prova dell’immorta- lità dell’ anima in modo che non vi è fiato chi migliore, di lui ciò abbia comprovato . Fondando egli con ro« bufiifiitne ragioni, che l’anima operi tutta intera ne’ Tuoi movimenti: che non fi mova nè verfo l’alto, .-nè verfo il baffo, o altrove ; eh* ella non fia nè lunga» nè, larga, nè più alta r eh’ ella non abbia parti interne, nè efierne ; e eh* ella penfi, ella fenta, ella immagini, e penetri tutta in tutte le fofianze : eh* ella fia tutta intendimento, tutta fentimento, tut- ta immaginazione, tutta di. qualità» e non altrimenti di quantità; e final- mente, che fia immagine di Dio » e confeguentemente incorporea, e im- mortale. Et quia imago Dei efi, non e fi corpus . E che però cerchi Tempre Dio, e defideri conofcerlo, non con al- tra immagine di Divinità, chedelia /ua 6o propria ; e che fola mente il corpo fi tnifuri per lo fuo di (tendi mento in lunghezza» larghezza, e profondità, e con altri fomiglianti principi, de* quali fe la maggior parte fi veggono nelle Meditazioni, e negli altri libri di Renato » dir fi potrebbe, o che Renato gli abbia stolti da Mamerto, ò ch’egli abbia avuto un ingegno geo» metrico » giudo » e uguale a quello di Mamerto . Da tutto ciò adunque fi vede » che quelli principi di Rena» to fiano gl’ ideili d* un Tanto Padre, che fu Mamerto » gran Filofofo, e gr.and* Oratore, il quale fu giudicato uno de’migliori, e favillimi Padri del- la Chiefa: che meritò la dima d’ effere tenuto dotto, quanto Girolamo; dedruttore degli errori, quanto Lat- tanzio ; provatore della verità » quan- to Agodino; e che fia levato in alto t quanto Uario ; che abbia ancora fa- vellato, come Grifodomo ; riprefo, come Bafilio ; confortato» come Gre- gorio/ e che fia dato fertile » come Orofio; robufto, come Ruffino; nar- ratore, come Eufebio; dettatore, come Eucherio ; declamatore, come Paolino ; e foavitfimo, come Ambrogio. Quella adunque nuova Filofofia, o rinnovellata per dir meglio Filofofia di Renato, è fiata feguitata, e dife- fa dalle migliori Uniycrfità, e proviti- eie dell'Europa, ed infegnata pubbli- camente nelle cattedre più rinomate del Mondo ; e i cattolici fieffi ne fo- no difenfori, non che gli autori, e fer- rar] ancora, così attefiando il dottif- fimo Sorel ne’ Tuoi libri della Scienza universale . La dottrina di Momìt Defi cartes oggigiorno è feguitata in molte, Accademie, e conferenze . V* ha de* Prof e (fori di Filofofia, che /* infegnano. Molti fe ri appagano piu, che del - la Filofofia antica . La quale vien con- fermata con pubbliche (lampe da mol- ti Religiofi, che n’han divifato tanti e tanti libri che nulla più, approvati da’ loro Superiori, e fpeciali/fimamente ne fono Seguaci nelle cofe più prin- cipali i dottiifimi Padri Merfenni, e Detei, e Niceron Minimi . Maignani, e Barde : T incomparabi- le P. Nicolle, e Malebranche, che nel fuo libro de inquirenda Verità - te vi pofe tutti i principi, e tutti le parti della fua Filofofia Opera, che fi potrebbe appellare ' 1’ ultimo sforzo dell’ ingegno umano ; ed altri Padri dell* Oratorio di Parigi, i quali furo- no ancora amiciffimi di Renato, e fo- pra ognaltro affezionati (fimo, e mol- to famigliare di lui, e della fua JFilo- rf * fofa feguace, Arnaldo uno de» maggiori Teologi della Sorbona, e che M per la fublimità del fuo ingegno, ed eccellenza della fua dottrina, fi può - £ /giustamente chiamare l’Aquila degl* ingegni, lo Splendore dell’età noftra, e il più gagliardo foftenitore della fe- ‘uWw^r^de Contro il Calvinifmo ; il quale col fuo libro della perpetuità della fede, in cui con robufte ragioni, e con eloquenza veramente Grifciana ha fondata 1* eli* J e fi (lenza reale di Cri (lo nella santissima Eucaristia, e poi con altri volu- mi, autorizzando colle fentenze de’ santi Padri e Greci, e Latini di feco- lo in fecolo, e della Chiefa Orientale ancora, che fervirono di ri fpofta al li- bro di Monsù Claudio, Minirtro di Charenton, approvati da tutti gli Arci vefcovi, Vefcovi * e Curati della Francia > e da altri Teologi, e Dotto- ri della Sorbona ; ha dato tal confu- sone a'Calvinirti, colla lezione di quel* lo, che molti d’elfi illuminati, fi fo- no uniti alla nortra Chiefa, come il Vefcovo della Roccella, uno degli ap- provatoti fuddetti l’attefta: e per tan- ti altri libri, che quali ogn’ anno di fua vita ha dato alle (lampe, fe ne va carco di gloria, e d* anni con quella folitudine, propria d* un let- terato in Olanda, dove gran tem- po menò la fua vita ugualmente Renato, con rifiuto magnanimo delle cofe del Mondo . Parimen- te furono di Renato amorevoli il Cardinal de Bagne, e il Cardinal di Ecrè, e il Cardinal Berul, e il Car- dinal Barberino* quando ei fu Lega» to alla Francia il quale tanto fu a- mantiflìmo delle cofe dell’anima > che non per altro . pare * eh* egli avelie trasportato dall’ idioma Greco al no* Uro Italiano la vita di Marco Aure* lio Antonino Imperadore, eh* ei defcrifle di fe fteflb a fa fteffo * fé non per dedicarlo all’ anima fua, come Specchio veramente, e dottrina, quel libro* delle cofe morali * che ponde- rar fi debbono dall’uomo ; perciocché tutte le cofe di quaggiù, anche in ai- tiamo grado confiderate * fvampano in nulla . Fu protetta » e difefa anco* ra quefta Filofofia da tutti i Principi* e potentati ftelfi d* Europa } e particolarmente dal Re di Francia* che grati- ficò di due penfioni Renato* e dalla Re- gina di Svezia in cafa di cui egli mo- ri * ed ella in grembo della Chiefa ; coftà venuta, e fatta cattolica per o- pera fola d’un folo Renato com’ ella fteffa afferma in fua lettera, che fi legge nella vira del medefimo; l’auto- re della quale narra ancora, che la iua maniera di parlare della Religio- ne fece convertire alla noftra. Chiefa il Marefciallo di Torrena, un Ateo, e due Proiettanti; e dalla Principcfla Ehfabetta r fu nomato il refugio de’ cattolici di Olanda, ed al medefimo furono celebrati i funerali con aflìften- za di molti Prelati, e delì’Ambafcia. tore di Francia -, e d* altri perfonaggi illuftri t ed Ecclefiattici, e fu compian- to con funeftiffime Orazioni, e lugu- bri apparati dalle migliori Accademie, a cui ugualmente furono rizzati più e. pitafj e maufolei, ed impreffe medaglie in memoria della fua pietà, e dottrina. Ed ancorché i Padri Gefuiti, i quali poffono dar norma, ed efemplo per la loro dottrina, e - fantità di coftumi, abbiano, particolare infti- tuto, e regola di feguitare affolu- tamente .la . Filofofia d’ Ariftotele ; il che vien riferito ancora da uno E fcrit- 66 fcrittore, così dicendo : Apud Jefuitas ie gibus fauci curii e fi, neminem in Pbilo - fopbia prater Ariftotehm [equi, qua caufja e(ì, cur rnjtltt Ortbodoxi non alia de c auffa Pbilofopbiam rimentur, quam qmd abfque ea non poffe cum Jefuitis rette difputari ; nulladimeno vedefi, che molti d’ elfi di celebre .fama, e d’ una vita efemplare, non fedamente la FUofofia.Ariftotelica hanno trala. fciata, ma quella novella forma difi- lofofare hanno abbracciata, come sono Fabbri, Casati, Grimaldi, PLana, Pardies e Bartoli . La qual cofa li olTerva per lo modo di filofofare, fpiegando gli effetti della natura per mezzo delle particelle, eh’ eglino -han tenu- to ne’ loro libri già pubblicati alle (lampe, le quali non altrimenti permettonli fe non coll’ approvazioni d’altri Padri,, a ciò deflinati dal medefitno lor P. Generale, o Provinciale . Il P. Char- let, ugualmente Gefuita, che fu affi- ttente Francefe del P. Generale della Compagnia, e milfionario nell’Attjefica, non fu egli amico, protettoref^é direttore di Renato? 1} rJ*>j Dinet ^Provinciale nella Francia,:^* conf flore di Lodovico XIII. e di Lodovico XI V. non fu affezionato di Re-- nato raedefimo ? Ilr:P.:Braudin firnil-j mente Gefuita, benché una volta, gli? avelie contraddetto » e riprovate lo, Meditazioni, non fu egli medefimo £> che ravvedutoli, fi riconciliò con Re» nato IfelTo per mezzo del medefimo P.; Dinet ? Kircher preoccupato una volta dall’odio contro Renato, non procacciò poi la fua amici» zia, e corrifpondenza èri! P. Miland ugualmente Gefuita, non fu feguace della Filofofia. di Renato, riducendo; in compendio le di lui Meditazioni, ed in metodo Scolallico per infegnarle a’ fuoi difcepoli ? Anzi quello medefimo Padre prima di partire per 1* America, volle oflequiofamente, e con particó* lar fentimento dar. 1* ultimo addio: a Renato fuo amiciflìmc, quali che in £ 2 tal 68 ' tal dipartenza non fendile altro cor- doglio, che di lafciar Renato, non già i Tuoi compagni, i parenti, e la patria fteffa. Il P. Stefano' Noe! non fu egli parziali (fimo di Renato, e fat- to Rettore del Collegio di Chiaramon-' te a Parigi, non dedicò i due fuoi li- bri di Filìca a Renato, conformandoli co’ fentimenti del medefimo ? Pren- dendo ancor egli la difefa contro Paf- cale per l’opinione toccante il Vacuo. IlP.Vatier, parimente Gefuita, non fu egli fettario di Renato, ed appro- vante delle maniere di fpiegare il fa- crofanto mifterio della Santilfima Eucariftia, fecondo i fuoi principi, e ra- gioni? Il P.Grandamy gli fu finalmen- te amiciflirao i II P. Francò, il P# Fournier furono tanto amici di lui, che gli dedicarono i loro libri-. Fonseca, benché Portoghefe, e il P. Ciermans Fiamingo, ma ugualmente Gefuiti, fecero un elogio alla Metafi- lica del medefimo . In fomma tutti i ' Padri-Gefuiti de’Collegi della Francia furonoapprovatori, e fettatori della filofòfia di Renato, co’ quali egli ebbe una continua corrifpondenza, e vicen- devoi commercio di lettere ; e della Tua vita ne' due libri ultimamente pubbli- cati. Ed ancorché pochi anni fono ilP. Rapini, Umilmente Gefuita fi fia al- quanto allontanato da’fentimenti di Renato, dicendo egli molte cofe contra lui, ie quali quanto fian meritevoli di rifpo- ila lo dican gli altri, noi comportando la prefente Scrittura ; nulladimeno il xnedefimoP Rapini, parlando egli pri- 3 fiieramente del Cavalier Digby,eflerfi egli tròppo attratto nel fuo Trattato dell* immortalità dell'anima, così di Renato favella : Le Meditazioni Meta « .fifiche del Defcartes hanno avuto della re. f> ut azione j perch'egli s'interna più che al - .trinci midollo di quefte materie. Soggiun- gendo a quefte parole l’autor della vita di Renato . Senza eccettuarne t Gefuiti Suarez, e Fonfeca, de* quali prima egli aveva parlato, e che p affano per i migliori, e più profondi Met affici delle Scuole . E 3 Aggiungendoli ancora, che-vedendo le Univerlìtà Protettami di Bafilea e d’Olanda effer pur troppo pregi udi- ziale la Filofofia di Renato al Calvinifmo, Il concitarono tanto contro Renato, che non contenti di fori vere con- tro la fua dottrinargli ordirono anco- ra contro la per fona molte calunnie, in modo che GisbertoVoezio Miniftro d* Utrecht, per avergli oppofto con malignità il Ir r» V t t ì t .ì r tìamo le vivande fenza penfarci, dice il dottiffimo Boezio, noi refpiriamo dormendo fenza ciò considerare, e tan- to meno faper fi, pofTono 1* altre cofe naturali, e celefti . Jacent ( ne laSciò fcritto Cicerone ) ita omnia crajjts oc» calta, et circumfufa tenebris, ut nul- la acies bumani ingenti tanta fit, qua penetrare . in coelum, et terram intrare pofjit i Corpora noftra non novimus, qui fit fitus partium, quam vim unaquaque pars, babeat ignoramus . L’Angelo del- le Scuole manifestandone la ragione nella fua Somma, così favella : Quia ratio bumana in rebus bumani s ejl multum defciens, cujus fignum ejl, quia Pbilo/o- pbi de rebus bumanis naturali invejìi- gatione perfcrutantes in multis errave • runt, et / ibi ipftt contraria \fenferunt .. Il che Similmente avea detto Crifo. Homo ; Hi ipji, qui ad omnem pom- pam de Pbilofopbia gloriantur, multos, et plurimos de eifdem cauffts fcribentes libros, non modo fimpliciter difcepta- rmt t fed ttiam ftbi contraria pleraque ' di » X 1S dixerunt . Quindi Sant’ Agoflino fteflb, delle cole Metafifiche ragionando, con* figliò : Noli qu^rere quid fit Veritas % fiatim entra fé' oppone nt calìgine! imagi • num corporalium, et " nubila pban t af- ta at a, et pertutbabunt ferenitatem t qua primo iftu diluxit tìbi, ut dìcerem Veritas. Non perchè quella non vi lìa ; ma perchè di quella capaci non fu- mo, dille il medelimo ! Cicerone . Ve- ri effe al'tquìd non negamut, pertipi pof- fe negamus : E altrove : Non enim fu- mar ii, quibus nihil verum effe videtur ; fed qui omnibus veris fai fa quidam a- djunSla effe dicamus tanta fimilitudi - ne y ut nulla inftt certa judicandi, et difcernendi nota . £ quella è la cagio- ne, per ria- quale tanto fi lamentava A gofiinò medelimo dell* ignoranza u- •mana. QUomodo hoc fcio, quando quid fit tempus nefcioì-An forte ne feto que- madmodum- die am quod fcio ? Hei mi- bi, qui nefcio faltem '-quod nefeiam ! Come Plinio parimente compaifionan* do tutto l’uomo, ftimollo in ciò piò mi* L 9 f 1 $ i an incredibili celeritate vol- vatur : quanta fit terra crajjitudo, aut qtitbus fundamentis librata > et ( ufpen - fit . £' volere ciò difputare, e con- ghietturare Lattanzio il medefimo dice, non e (Ter altro, che difeorrere, e giudicare di cofe fatte in remotifiime parti non mai da noi vedute, o fapute . Quindi il medefimo Lattanzio, così ragionando, il fuo difcorfo con- chiude : Si nobis in ea re feientiam vendicemus, qua non potejl feirì, non- ne infanire videamur, qui id affirmare audeamus, *» quo revinci po/Jimus ? Quanto, magis, qui natura Ha, qua jet* ri ab bomine non poQunt, /city />«-, furìofi, dementefque funt ju di- cati di ? £ A rnobio così ; X?*»*/ incerta r fuf- penfa ; magìfque omnia verifimilia, quam vera, Minuzio Felice dille, Indi il Poeta .j Incerta bac ft tu poflules Battone certa facere nihilo plus 1 agas > Quam ft des operata, ut cum ratione infantai . £d in confermamento di ciò, fs noi riguardar vogliamo a quel, che n’han giudicato i medelimi, e i primi fetta- tori delle Filofofie, ritroveremo, eh’ eglino fteffi han detto > aver fondato il filofofare fu i principi dell’ ignoran- za medefima, comen’avvifà Arnobio fteflo . Ipft denique principe t et feti a- rum patres, nonne ipfa e a, qua dicunt, fuit eredita fufpicionibus dicunt* Zeno- ne, e tutti gli Stoici negarono 1’ opi- nazioni ftefle .• Opinar i entra, te feire, quod nefeias, non ejl fapientis, fed te- mer a rii potius, ac fluiti . Socrate, Quod neque feiri quicquam poteft, nec opinati oportet. Adunque Tota Pbilo- fophia fublata efl, difle Lattanzio. Ariftotele fteffo ne’ libri della Metafi- sica così ; De bis- enìm omnibus non modo invenire veritatem difficile ejl, verune ncque bene ratione dubitare facile ejl . Gli Accademici contro a’ Filici, Nul- la m effe fcientiam, ed ogni cola probabile . Democrito, che la verità delle fcienze ftia nell’- abiflò nafcolta . Arce- fila ( narra Epifanio ) nomato il mae- ftro dell’ignoranza da Lattanzio ftef- fo, niente doverli affermare di certo, negando all’ uomo la fcienza, riponen- dola lolo in Dio, e Dio ftelfo Non nifi ignorando fcire pojftmus Là onde Cice- rone così tutto il fuo detto fiabililce : Arcefilas ftbì otnne certamen inftituit, non pertinacia, aut fludìo vincendi, ut mihì quidem videtur, fed earum tettine ohfcuritate, qtu ad confejjionem ignora- tionif adduxerant Socra tem, et velutì a- mantes Socratem, Democrìtum, Anaxa- goram, Empedoclem, orane s pane vele- rei ; qui nìbil cognofci, nihil per dpi, ni- hil fciri pofje dixerunt : angttjlos fenfus, imbecillos animoiy brevia curricula vita t et y ut Democritus, in profundo verita- tem effe demerfam; opinicnibus, et injìitutìs ornata teneri : . nìhil ventati reità* qui : deinceps omnia tenebri! circttmf ti- fa effe dixerunt . £ della varietà di tan- te opinioni, dell* incertezza delle faenze y e della moltitudine di tanti Fi- losofi giudiciofiffi ma pirico così ne ragiona : Ita etiam in' hunc mundum, velati in quamdamma - i gnam domum, accefjìt multitudo Pbi - lofophorum t ad quarendam veritatem, quam qui acceperit e fi veriftmile e am non credere, quod reEìe conjecerit . li quidem certe non dicit ejse \aliquid, quod judicetur verità!, propterea quod 4 in eorum,r qua funt natura, nìhil pef- ftt comprebendi . Il che vien confermato ancora da Galeno, così dicendo: Scien- tiam neque apud Pbilofophoi, prafertim dum rerum naturam perfcrutantur, in- ventai . Ammonio tanto fettario d’ A- riftotele fteffo n’allega la ragione: Quia diverfitate opinionum, diverfo modo rei ef- fe verni velf alfa! : quoniam autem opinio- ne ihominum varine funt,& incerta, ideo fcientiat quoque e] se variai, et incerta!, ac F l proinde nuìlam effe rerum eertam f, eie ». tiam, et veritatem. Avendo ciafcuno il fuo fenfo, e la fua fantafia a parte, perchè, come fi dice, quanti uomini, tanti pareri: m Mille homìnum fpecies, et rerum difcolor ufus. Per la qual cofa è egli moltd virifimi- le, che ognuno dipenda dalle fue fan- tafìe, ed opinioni, Cum fit ftngulis o- pinio affluxus diffe Empirico fletto; di qui viene, che Eraclito nominava O- pìnìonem facrum morbum . Quella è quella, dalla quale fìam tocchi, e non dalle co fe medefìme, la quale dipende dalle prevenzioni, ed anticipazioni della mente, Sua cuique cum (tt animi cogitatio, colorque prior . Come ancora per la flima fuperiore al meri- to, eh’ ognuno fa di fe flefTo * cagio- natagli dall’ amor proprio, eh’ è il più cieco, ed il più violento d’ognalero,, a niuno ceder volendo : Pbilautia enim ejl omnium amorum violentiffìmus, cete- ToJ- i *7 rofque fuperat ; vien fempremai a darli cieco, ed imperfetto il giudicio. Amor, ftcut odium, ventati! judicium nefcit, ditte Bernardo il Santo. E 1* uomo non ha altro di proprio, che il mentire, e *1 peccare . Nemo enìmba v het de fuo y nifi mendacium, et pecca - tum . Per la qual cola, torno a dire con Lattanzio fteffo: dov’eglièla Fi- lofofia? O coll'autore de’ cinque Dialoghi, della Filofofia fletta parlando : Non e fi enìm de terminisi fed de tota profefftone coment io . Cioè, che non vi fia affatto certa, e determinata filosofia, anche Propter natuv alerti borninum ad difjentiendum facilitatem. DELLE CARTE medesimo per primo principio nelle fue Meditazioni non pone egli 1’ averli Tempre a dubitare nelle cofe filofofiche? In modo eh’ e’ con mo* deftiflima protefiazione la Tua Filo- fotta dirtele, confettando egli . dì fe fletto nella IV. Meditazione così . Cum enìm jam feiam naturam me am effe vai - di tnfirmam, et limitatam . Ed essendogli (lato una volta aspra, ed acerbamente jfcritto contro da un Padre Gesuita, di cui virtuofameate non volle palefare il nome alle (lampe, fé ne la- mentò benignamente in una lettera, che fcriffe al P. Dinet Tuo amico, ri- chiedendogli, ch’ei tro valle il modo, acciò gli fi notificaflero gli errori, per emendargli, così dicendo-; Nibil enim inibì cptatius efl, cjuam vel opinionum mearum certitudinem experiri, fi forte a magni! viris ex aminata nulla ex parte falfa rsperiantur, vel faltem errorum admoneri, ut ìpfos emendem . Come di (e (teffo Agoftioo il Santo : Si ahquid vel incautius, vel tndoSìius a me pofitum, ab aliis merito reprebenderetur, necm't- randum e fi, nec dolendum ; fed pottus ì- gnofcendum, atque gratulandum, non quia errai um eft ; fed quia improbatum. E pure quello Padre non aveva lette, nè vedute l’opere di Renato ; così egli fcrivendo nella medefi ma lettera: Etfi enim mibi valde indignum videretur, hominem Rtligìofum, cum quo nulla n mibt unquam inìmìcitia, nee quidem notitia intercejjerat, tam . publice t tam aperte, tam infolenter de me ma • le dixìfje, nibilque aìiud balere excu « f atlanti, . quota quod diceret, fe Dif* fertationem meam de Metbodo non le gip-- \ • £ tutto quello perchè ben Sapeva non eflervi certo filtema di Filofofia, che l’uomo Scuramente Seguitar do* vede ; elfendo ella in tante fette di- vifa j che Varrone fin da* Suoi tem- pi ducento ottantotto ne conta, e Temiftio trecento: onde Sant’Ambro- gio gridò: lnter bas diffenfiones, qu& veri potejl effe affina t io ? £ Lattanzio ugualmente così : In qua ponimus veritatem ? In omnibus certe non potejl Or che direbbero Ambrogio, e Lat- tanzio Hello fe foffero a* tempi no- ftri, ; vedendoli in maggior numero Sopraggiunte, ecrelciute ? E quella fra Religiofi (ledi, dalla Chiefa non con- traddetta, quella io dico sì fiera, e da non mai rappattumarli, e quietarli tra AQUINIO AQUINISTI e Scotisti, nominali, realisti, ed altri, e tutti del LIZIO, a sembianza degl’arabi, de’greci, e latini, i quali eran discordi in seguire, ed interpetrare 1’opinioni del medesimo LIZIO, come rapporta PICO. Per la qual cosa Teodoreto fin da’suoi tempi sciama: In litibus omne fiuditim, ornai s nibiì denique de quo universi una mente, ac voce confentiant . £ San Basilio di quei, che furon tenuti i primi savj della Grecia, dice non efiervi nè anche una sola ragione ferma, e collante. Nee sola quidem ratio, apud Gr ita ut eos refellere nibil fit negotii, cum illi propria dogmatibus evertendo fujficiant. E Teodoreto (ledo in quella maniera favella: Et Ht fiorici, et philosophi, et Poetà tum de anima, tum de corpore, tum de bominis genitura, et confiit ut ione inter se litem exercent, dum olii qttidem bac » alti vero illa pr a ferunt, alti rurfus et bis et illis contrariam opinionem adducunt, neque enim veritàtìs dicentes studio, et desiderio tenebantur; sed inani gloriola et ambitioni fervientes, ex quo fané faBum efi, ut in errores multo: inciderint. Per la qual cosa in quella maniera n’avvisa Minuzzo Felice: Itaque indignandum omnibus y indoloscendumque efi, audere quofdam certum aliquid de summa rerum, ac majeftate decernere de qua ab omnibus faculis feftarum plurimarum ufque adbuc ipsa philosophia deliberat Ed i t Ed allora che le filofofie de’greci incominciarono a comparire al cielo romano, i romani stessi non s’appigliarono a veruna d’esse, foggi ungendo CICERONE, perchè non eran sì balli gl’ ingegni romani, che avelfero a foggia cere alle altrui discipline; perocché Roma t che trionfa nel’armi, non comporta farli servile alle lettere: anzi i romani stessi non si manifefìarono giammai fettatori d’alcuna filosofia, ed i nobili li guardavano, come da una pelle, di non esser tenuti tali; perchè certi, che avevano professato la setta del PORTICO, come BRUTO, e CASSIO; ARULENO, e Sorano; Seneca, e Trasea, ed altri erano tutti mal capitati, come macchinatori di congiure quantunque Seneca flelTo avelie altrimente prote flato in una delle fue .Epi Itole, dicendo : Non me cu'tquam mancipavi, nttllius nomen fero, multum magnorum ingenio virorum tribuo, aliquid et fi meo vindico . Onde lubito che alcuno attendeva alla Filofofia, cadeva nell* ifteflo fofpetto, come di (Te TACITO d’AGRICOLA suo socero. E a 'tempi notòri dal re di Francia con un fuo arrefio delli d’Ottobre 1668. fu proibito a tutti i fuoi fudditi di chia- marli l’un l’ altro fettario > e fpecial* mente Gianfenitòa. I fanti Padri me- defimi avvertirono non dover elfere fettario 1 * uomo, e fra gli altri Cle- mente 1’ Aleffandrino > così dicendo: Praterea non particularìs fefia efi eli- genda, [ed quidquìd omnes reile dixe - runt Stoici, Platonici, Epicurei > Ariflo- telici . Hoc totum [eie Slum dico Pbilofo- pbiam. E Sant’Agoftino nel libro deh le Confezioni, diffe, Non iftam, a ut illam feti am, [ed ipfam, quacumque ef- jet, fapientiam diligebam > q vare barn, et ampie Sì ebar, Quindi San Tommalo ne’ fuoi Opufcoli infegnò con Agotòino medefimo, Non effe adfentiendum alieni Pbilofopbo in fcbola Cbriftiana, [ed ex omnibus decerpendum^quodreiìe dixerint. E fra moderni filofofanti Pietro Petito afferma nelle Differtazioni, che fa incorno alla Filofofia ftelfa di Cartellò, doverli notare d’arroganza colui, che* preflumcr voglia d’ alfentire più ad u- na fetta, che ad un’altra, la ragione egli rendendo : Ne uni precipue inba- rentes, in alias fotte me Hot e s, iniqui, et contumeliofi viderentur . Ed ancora quell’ altra» perchè non puote perfo- na veruna, benché a tutt’ uomo vi s* applicale, apparare, e farli capace di tutte; conciolfiecofachè non potreb- be darne retto giudicio, lodando più una, che un’ altra Filofofia . Omnium ( die’ egli ) fetta rum fieri perfette pe- ritum, humanum piane captum excedit . E a fen lenza d’ Euripide .* Unus non omnia vìdet . E Galeno così : Dif- ficile effe, ut qui homo fit, non in multis peccet, quadam videlìcet peni- tus ignorando, quadam vero male in- dicando, et quadam tandem negligen- tius fcriptis tradendo . E quando vo- glia alcuno vantarli di fapere, appet- to di quel, che non fa, egli è nul- la, dille Temiltio . Ea, qua novimuty portione minima contìnentur, fi .colla* ta, et comparata bis fuerint, qua igne* ramus. E Paganino Gaudenzio Teolo- go, e Protonotario A poftolico nel Li- bro degli errori delle Sette, parlando egli delle Scuole di Zenone) di Platone, di Democrito, e d’ Arinotele, così n* avvisò : Illusi quoque colligendum, in iis, in quibus nobis Cbnfiianis diffi- derà licet > non effe exploratam verità * tem. Magna nobis fas e fi uti liberiate extra illa, qua arcem Re ligio ni s non refpidunt, ut defendamus, quod nobis probabilius videretur., Ora egli è vero, com’ è verini- mo, che quei medefimi tanto fegua- ci d’ Arinotele fono gli autori, oppu- re gli approvatoti neflì dell* opinione probabile nelle cofe Morali, ammet- tendola per lo parere di due, ed an- che alle volte d’un folo Teologo, dot- to, e dabbene ; perchè nella Èilofofia non ammettono ugualmente la proba- bilità per tanti, e tanti gravifiimi au- - tori, e Teologi, e fanti Padri medesimi, dove ancora vi è la libertà di file* fofare, fecondo Ariftotele fteffo ? Per- chè concedere la probabilità nelle co- fe Morali, e poi nelle Fifiche negarla? Perchè amettere la probabilità in quel- le co fe, che riguardano i precetti del Decalogo, e di Cri Ilo, e poi contrad- dirla nelle Filofofie, così incerte, e dubbiofe? Perchè approvar, per co- sì dire, la libertà di teologare, e poi oppugnare la libertà nel filofofare ? In- trodurre il probabile nelle cofe fpiri- tuali, l’improbabile nelle feienze uma- ne : magnifiche opinioni nel mefiiere dell’ anima, Gretti cancelli nell* ope- razioni dell’intelletto, argomenti nel- la Morale, freno agl’ingegni : fetenza nelle confcienze, confidenza nelle fet- enze : ed in un motto, Accademici nella ^Teologia, Dogmatici nelle Filo- fofie : Filofofi nella Teologia, e nella Filosofia Teologi? Di qui neceffariamente nefegueper forza de’ loro argomenti medefimi, o che neghino affatto la probabilità nelle co fé Morali, o feguitandola, la con- fe(fino .lunga certamente s’ in- gannerebbe, perocché eflendo.fi dopo tante fette fcòvérro, -nuove' delle, nuo- vi pianeti, ed altri fenomeni,: e tane* altre cofe, e quali :un nuovo Mondo * par eh’ egli era d’uopo di nuova Filo- fofia per inveli igarle, non badando 1* antiche, per le quali torno 3 dire con Seneca dedo, Multum adhuc re fìat 0- - perii, multumque refìabit ; nec ulti noi to pofl mille facula pracludetur oc c a fio aliquid adbuc adjiciendi . E altrove c Veniet tempus i quo po/leri nojìri tam a+ perta noi nefcìffe mirentur . Plotino predo Teodoreto così : Multa, qua nobis 'ohm latebant, ipfa die i invenie tJ Ed il Poeta: • v . Multa dies 9 tabilii avi f 4 k • • Rettulit in melius * # « * • 0 t * » t E noi fopravanzando in due mila anni d’ efperienza, fiam piuttofto fuperiori . . Indi Cicerone tteflò fin da* Tuoi tempi vantava d* efferfi la fua etàl.u- gualmente fatta fuperiore nell’ arti, e nelle» feienze, perchè più finamente refe migliori, e perfette, come ugual- mente de’fuoi tempi affermò Tacito .• Nec omnia apud priores meliora, fed nojira quoque atas multa laudit > . et art tu m imìtanda pofleris . £ che i Mo- derni abbiano trapaflato, e fopraftat- to gli Antichi > egli è chiaro per tanti G 3 fpevariufque lai or ma- I sperimenti, e. nuovi inftrumenti per elfi fatti nelle celebri Accademie di Firenze, della Fraocia, della Germa- nia, dell’Inghilterra, di Lipfia, ed al- trove ; come ancora per molti libri ciò fi comprova,• e particolarmente per quelli delPerhault nel paragone tragli Antichi, e i Moderni; e di Rapini nella comparazione de’ medefimi %, i « V * dottilfimi in vero, ed eloquenti Ili mi fcrittori . Quelle fono le parole del me* defimo P’ Malebranche : Si quis Ari- jìoteiem, et Platonem taf allibite s fui ([e crederet, tum ih folis dumtaxat intei « ligendis merito • forte incumberet, [ed quii id credat, cui faltem mens jana fuerit ? quin ratio noe monet ìpfos no- vi s Pbilofopbis inferiore s effe, quippe bis mille annorum, quo tempori s fpatio silos Pbilofophos fuperamus, experien- ti a nos efficere debuit pe/tticres . E più nobilmente da Renato {ledo in quella maniera : Non eft quod anti- quis multum. tribuamus propter antiqui- tatem, (ed nos potius jis antìquiores dicendi ; jam en'rn fenior e fi mundus t quatti tutte » major emque babemus rerum experientiam . Il che fu detto fi foll- mente prima dal P. Antonio Pofle- vini dottillimo, ed eruditismo Gefuita - \Quamobrem fi diutius vtxijjet Anftotekt, vel fi jam revwifceret pofl tot fxcttla » quibtts ali £ res innumera t ac propemodum alter orbis emerfit, mul- ta effet correSìurus, quia contraria not experimur . Ed anche fulle feene dal latiniStno Comico . • r- I Res y tetas, ufus » aliqtiid adportet novi y Aliquid admoneat, ut qu quos varia de parte Ventai éff anditi- non cernant, propte>ea quod uni fefe Arinoteli non dediderunt fnodo y fed adeo devoverunt, ut fi fue - rit opus, prò dogmatibus ejus tuendit in fierrum, fiammamque ruaUt;' in cu - jus Pbilofopbia fi quafdam opinione s pra- va! conce perù ut $ ut iffum, fi furgeret e a defiomacbaturum putem &c. -E vicn confermato ancora dal medesimo So- rel, così dicendo .* Noi ci' prete jìia- mo di voler men male ad Arinote- le, che agli 'Arifiot elici . ; JZjfi fono guelfi, che ofiinatamente #* oppongono a cofe > ch’egli, fe vive (fé riceverebbe con piacere, per far profitto de' nuovi lumi, che ai .Mondo comparir vedreb- be. Lamentandoli ancora il medefimo P. Malebranche, che li ut piar imam, qui adverfus quafdam Pbilofopbia veri - ’tates : ree e ns ‘ compertas pertinacia s ob- firepunt, quibufdam innovatìonibus in Tbeologia detefiandis, pertinacia! a db at- tere 1 et indulgere videntur-. Quando i fe- Digltized by Google iò 5 i feguaci fteflì d” Ariftotel®, Ammonio dico» e Simplicio» : antichilfimi au- tori, avvertirono non dover effere gl» Interpetri ^cogì attaccati a’fentimenti delmedefimò» cornei ex tripode pro- nunziati, e tanto meno, come fetta- rj fcguirgti . Ammonio così: Horum . vero explanatcr debet ; neque per bene - volentiam afiruere conari ea, qua per - per am funt ditta, ac velati a tripode ea recipere t fed fuum ìpftus adferre dicium . Simplicio in quell’ altra ma- niera : Dignum autem Ariftotelicorum fcriptorum expofetorem oportet, non ef- fe vacuum undequaque magnitudine il- lius mentis . Oportet quoque judicium babere fwcerum^ jut neque ea, que re- tte ditta funt, malo more fufcipiendo, invalida ofiendat, neque ft quid ani- madverftone indigeat, omni contentane inculpabilia moneret, velati in Pbilofo- pbi fettam fe fe infcripfe/tt • Anzi infra i Giureconfulti ancora, i quali a guifa di Filofofanti fi divife- ro ugualmente in fette, chiamandole Tul- v ioS Tullio Famtlias diffentìentet ; legge fi, ch’eglino non erano cosi pertinaci in feguire le loro fette, che liberamen- te non dicefiero i loro proprj lenti- menti, ed alle volte a quei della con- traria fcuola non aderifiero, come fi vede praticato tra Capitone, e La- beone > i quali furono i primi fetta- tori affatto contrari fotto Auguflo,* e fotto Vefpafiano, ancorché vi folle quella de' Proculejani, e Pegafiani, e l’altra de’Sabiniani, e Caffiani, af- fai più contrarie fra efiò loro, perchè quei 1’ Aritmetica proporzione, e quc- fti la Geometrica feguitavano, gli uni Stoici, e gli altri Accademici elfendo; nulladimeno fu riguardevole la loro modeflia in non aderire tanto fervil- jnente alle loro famiglie, che volle la loro modejflia avellerò apportato freno alla libertà delle loro opinioni. Matiifejia futi, et confpicua vtterum Jurifconfultorum mode fi a y quod non ita nec certa alicujus feSìa opinionibus, nec futi quoque peculiaribus fententiis inh il quale ragionando di Cello; contrario alla fetta di Jabo* leno, fotto Adriano > e Antonino Pio f così loggiunge : Et fané videtur bh Celfus non adeo partium fiudiis addiSlut fuiffe ; • quintino Uberrima voluntate in utraque verfatut barefi, et qua ( ibi ad palatum fuere, nullo babito feSìa fua refpetlu [elegiffe . E in ritornando al medefimo Arinotele, leggeli nell’ O- pere di effo lui, ch’egli non prelume- va tanto di fe, che altri onninamen- tefeguitar lo doveffe. Nec alìud ( dif- fe un autore ) noi docet Arìftoteles * quam quod etiam docuerat Plato : ni» mirum fe ipfum refutare. Dicendo dife quello medelimo autore. Omne equidem genus Pbilofopbia peragravi, nulli acqui e f- co, et quamvis ex pr : mis fludkrum rudimen- ti!, Peripatetici, Stoici, aut Ac aderitici audivimus, pofiremotamen fapientijjimum quem- IO? f uemque Scepticam faSlum, tanquam ffanum aliquem in fetenti* campii in - gredientem video . E chi fece la nota al libro del fuddetto autore, foggiun- fe : Plato docuit Veritatem omnibus re* bus effe anteponendam . Male ergo fibi confulunt, qui veterum, a ut Arijlote - ìis placitis ita ob finate inbarent, ut tnalint cum illis . Uro Lionardo da Capua ne’ Tuoi Pare * r», e nelle Mofetc, e di Francesco Re- di . Il nobilissimo ritrovamento dell* argento vivo ne* cannelli per la prova del vuoto del Torricelli, efaminata alla lunga dal P. Bartoli Gefuita : de* Vortici del gran Renato ; e di tanti, e tant* altri ritrovati del Verulamio, del Sorelli, del Keplero, del Gil- berto, dello Steiliola, del Campanel- la, del Digby, del GaSTendi, del Boy- le, ed’ altri. Neil’ Algebra il Cardi- nal Slulio, che non ha rinvenuto col fuo libro Mefolabium, e il Cardinal Ricci in quello De maximis, et mini- mii ? Nell’ Agronomia che non hanno fcoverto i moderni ? dimostrando i Cieli edere fluidi, e non più orbi So- lidi, come vollero gli antichi : i pia- neti Stimati prima fare i loro giri in- ili >» torno alla terra, muoverli intorno al Sole; Venere mutar le lue fall, o figure a gutfa di Luna : Mercurio, e Marte ancora far lo' Hello : Giove « t edere circondato da quattro delle, chiamate Medicee, e Saturno da cin- que altre, come ditte il Cattini .* ef- fer la Lunà un corpo di fùperficie di- fuguale, e montuofa : ritrovarli nel-- la faccia del Sole molte macchie di' difuguale grandezza, e di varia dura* zione, agli antichi affatto ignote; eia qualità, e difpolizione delle Comete» e d’altri corpi celelti non intefe da A- riftotele, ed ; inveftigàte da Ticone ; e dal" Galilei : la Zòna torrida ere- duta inabitabile, etter abitabile, Antì- pode!, qui imaginarìì dicelantur, nunc rt- vera effe t et alia f excent a, ditte il noftro Luca Tozzi nella fua Lezione: e final- mente l’agghiacciamento de* liquori non etter condenfazione.ma rarefazione contra Ariftotele:ne’gravi cadenti accelerar- fi il moto fecondo i numeri fpari, ed ef- fer il tempo radice quadrata dello fpazio de- r I « ì * Jt # Ir I t IM ' '#1 J ij V I 1:i r 11. ' avverandófi quello, che dagli antichi (ledi fu pre- detto, e fi confeda da Cicerone anc'o^ ra : O pintori um commenta delet dies 't natura judicia confrmat . E però egli è vero, che quella Filofofia d’ Ari- notele dagli Àriftotelici (ledi non è altrimenti commendata, così dicendo 1 il ; medefimo P. • Podevini i' Deiride monjìrandum ( id quod etiam tritura ejì apud omnet Ariflotelicos ) nidiata- e!}e in Arifìotelis libris fcientificam de- fnonftrationem qua ' perfedìiffma fit y et omnibus numeris abfoluta' it agite nàti effe ipfius doSlrinam inconcuffam . La quale ha avuto- tanta varietà, ed incodanza di fortuna, óra 5 abbrac- ciandofi, ora rifiutandoli > che nul- la più, dome fi può- leggere Irt quel libro di Giovanni Launoi ^ quin- di in fimil calo ebbe a dire un au- tore Francefe : In effetto fi vede 1 '; che la fortuna ugualmente efercita il fuo capricciofo impero . fopra 1‘ opinio- ni, che jopr a /’ altre coje umane ; . H ma ma. non già fopra ìe mentì purìffime, e tétte de’ Tanti Padri, da* quali lem* pre è (lata bìafi mata, come nociva al* la noftra religione, e proibita da’ Sommi Pontefici, e da* Concili ltefli, com* è detto, e da quello Lateran eTe nella Seflìone ottava affatto vietato da infegnarfi piu nelle Scuole, come rap- porta il Campanella, e Neri nel libro, detto Setta Pbilo - fopbica, dicendo quefti ; Pracepit Con- ciliarti Scbolajiìcìs in Pbilojopbia drijlo- telila non immorari, quoniam babet ra- dica infetta!. ' J i ., Ma Te, come poco dianzi io dilli, fra tanti Filofofì, i prìncipi di Rena* to fono piìi conformi alla nollra reli- gione, chi non dirà, che colf ui, più che Ariftoteie .feguìr li debba ? Perocché chiunque hlofofar voleffe fra noi Cri- lliani co* medelimi principi di Renato, li uniformerebbe Co’ fentimenti d’A- goftino il. Santo, da cui o avvertito Renato, o Renato col proprio fpirito cristiano, e filofofico meditandogli, US gli ha pubblicati, e dirteli. Parole del Santo, nella Città di Dio, fecondo i documenti -del quale compofe il fuo Cftema Renato : Quìcumque igitur Pbi- lofophi de -Dea fummo > et vero ifìa jen- jerunt y quod et rerum creatarum fit ejfefior y et lumen cognofcendarum, et borni m agendarum » quod ab ilio nobis ftt et princtpium'- natura meritar doZìrin# * et felicita s vitee, five Pla- tonici accomoda tius numupentur ? fi ve quodlibet aliud fu a feti a. nomea impo * nani ; five itant ammodo J onici generiti- qui in eit precipui -fuerunt, ifìa jenfe - rinty ficut idem Plato, et qui eum be- ne intellexerunt : five etiam Italici prò- pter Pytbagoram, &• Pytbagoreos, et fi qui -forte alii: ejufdem Pententi# in ìd idem fuerunt : -.five -. aliar um quoque gen- tium, qui f apiente t y vel Pbilojopbi ba li, Hi f pani., alìique reperiuntur, qui boQ viderint., ac docuerint ; eos amnes. ceterii' anteponimi •;» eofque nobis . prò -tV* H 2 fin - x 1 6 pìnquiores fatemsir . Chi filofofa f vo- lt fle co’principj diRenatofi unifor- merebbe con S. Gregorio Nifleno, di- cendo egli nella narrazione della vira di Moisè : Si immortalerà effe animarti Pbilofopbus perbibet tic, et Deum effe non negat, - creatoremque omnium, d quo curiti a depende nt, et vere adfeve - rat, ac rationibus quantum fieri potè fi, demonftrat ; propìtius nobis Dei angelus fiet. Quella adunque è la Filofofia ve- ramente Criftiana, e non altrimente Pagana, come quella d’ .Arinotele Quella è la '. Filofofia veramente cat- ' tolica, fecondo gli avvertimenti de’santi Padri. Quella è quella Filofofia di Rena- to, il quale fdegnando di vedere piò- involte, e deturpate le fcuole Criftia- ne nelle Filofofiede’ gentili, meditò, e diltefe una Filofofia affatto lontana dal Paganefimo, conformandola, alla, noffra fanta religione, alla quale pa- reagli, che folo mancafle,* per laper • egli molto bene, che Definitisi! erat - - i Pia - » r «7 Plato J et Arinotele }, po/l mortem Cbri - fii, et eo rum I afte atta in Ecclefta pro> nibilo' babetur, come il dottiflìmo Re- my l’Arcirefcovo di Lione, re l’ avea infegnato colla fentenza fuddetta; de- liri dimando le Filosofie d’ ambedue il piiflimo. Prudenzio, in quella ma-: niera dicendo .,t Confale barbati delir amenta Pia - >tonis .« Confale » et birce fot Cynicos > quos • fomniat, Ó* quos Texit Arijloteles torta vertigine, -nv- nervotv • Quella .è quella Filofofìa di Renato il quale confederando, che tutta la Filofofìa Agoflino il Santo diftinfe in due foli principi, che fo- no 1* immortalità dell’anima, accioc- ché noi ftelfi riconofciamo ; e 1’ efi- lienza diDio» acciocché riconofciamo la noftra origine . Pbilojopbi# duplex guaflio e fi, una de Anima > altera de Deo . Prima ejficit y ut'nofmet ipfot nove rimas : altera originerà noflram ; H 3 fon- ri8 fondò i principi dei fuo fi'lofo/are fu quefte eterne,. ed infallibili verità., v ; Quella è; quella Filofofia di Rena-, to, la quale non folo, come didi, fu > lodata da tanti e tanti Relig'tofi, ed uomini di fantiffima vira,. -ma fpecial- mente dal P. Merfcnni, intendentifli- xno delle Matematiche, e 'Teologiche fcienze, così dicendo in un' Epiflola : Son refiato forprefo, che .un -uomo, il quale non ha fluitato in Teologia, ab - ha rifpofio sì fondatamente / opra punti import antijfimi della noftra religione . lo l'ho trovato così uniforme- collo, fpirito, e dottrina dì Sant' Ago fino., che. offerì vo quaft le cofe.. medeftme negli .ferii ti dell'uno, e dell altro . E più oltre così : Lo . fpirito di Monsu Defcartes infptra Soavemente l' amor di Dio, di modo che non pojfo perfuadermi, che la Filofofia di lui non fta, per Aornare in bene, e in ornamento dell a.. ver a re - ligione . Ed in un’ altra Lettera., che fi legge registrata nel primo Tomo della Geometria . del medefimo P. Mer- Merferini, cosi feri ve à Retiatd fteffiò:' Quibus omnibus, cum a udì am Pbyfii cam illam 'ab eruditi: viri: adeo exo- ptatam, prope dieta edìturum, qud longe perfeSfius cum dofir# fdei myftfr riis conveniat > omnium catbolicoriim nomine iibì maxima:,qua: poffum, gratids b’abtó > qui non folum Pbilofp- pbicis » fed' edam Tbeologicìf verltatV bus tam feliciter patrocinarli V ’ ', . Quella è quella Fflofófia di Ruba- to, alla quale diedeiJtìtolo Moiìsù Parlier Antiqua' fide:, Tbeologia no? va perchè Vincenzo Lirinefe dicea, Ecclefiam non dovere nova, fed nove \ Sòltenendó egli, che i principi di Renato fono più acconci > ed oppdrtuni di quelli, onde fi fervono' volgarmén- te gli altri, in ifpiegando ì mifteij della nolfra religióne -, ‘ e :che non "vi fia cofa nella fua Filófofià > che non s’accord» co* principi della hofira Chie- fa cattolica, così il detto Parlier at- teftando ; Ma egli ba fatto altresì ve- dere t non avervi altra Filo fifa,~che d H 4 me- 1 t V !, .1 b* H*’ •h »• .t no meglio della fu a j* accordi co’.prinìcpj della fede della Cbiefa . : .Quella è quella Filofofia di Rena* to, della quale il profondo, ed acu- tilfimo ingegno 4* Monfignor Caramu* .cle ne diede il giudizio ., e prefagio infieme, dicendo., che 1' opinioni di Renato faranno un giorno comuni . ed univerfalmente ricevuta, toltene però alcune pochiflìme cofe, copie ri* ferifle llaut I pj;e G della vita del medefi- mo . • Monfignor \ Caramuele ba predetto, che l opinioni del • DejcarW,. diverrei * ** » « Li V. • • » »* A'i . botto un.', giorno affatto comuni t e fareb» fono univer/aìmente ricevute ., rr»r alcune poche . E con ciò verificandoli 1* altro prefagio d’Alefiandro Taf- fone, intorno ad Arinotele Iteflò, di- cendo cosi; i L‘ opinioni d* ziri fot ile, le quali innanzi (e vittorie di Siila non erano introdotte, nè conofciute in Italia, potrebbe venir tempo, che non oftante /’ ofiin anione degl ’ idolatri di quel Filofofo, fi vedranno f cartate, * . / r Quella è quella Filofofia di Renato la V ' Cattolica religioni* profefftone perfeverans y me prafente, et exbortante, mortem cum vita commu- tanti, Cbrifti Salvator» redemtionem petit ur us . In ipforum fidem coram Dee tejìimonium perbibens, prafentem Aflum fubftgnavi in Conventu SanEìi Augufli - ni de Urbe r Rom* t die nona Ma ìì . Que- o pur per geiofia di gloria» da cui vien tócca, e facilmente turbata la Repubblica de’ Letterati . E fe in alcune cofc la Tan- ta .Sede-ha voluto, che refii donec cpYrigatur, potrebbe alla fine la San- tità' Vostra purgandola, fedare tan- te liti, e difpute, ancorché il contra-, rio malamente pretenda, e con danna- bile temerità la famiglia d’ alcuni Re. ligiofi, Solo per mantenere odi nata- mente le loro opinioni nelle loro Filo- fofie, come vien riferito dal P. Gre- gorio di Valenza, dal Vefcovo Fra Melchior Cano, e da altri . Ma refiino pur nelle, fcuole que- lli, e sì fatti argomenti, e ragioni intorno alla varietà delle Filofofie, e Vostra Santità* a cui s’appartie- ne di fiabilirne la verità./ perocché non **$ non ceffan mai tali contefe ; concor. dandoci piuttofto, come Seneca ditte» la divertirà degli orologi ne’ momenti» che de’filofofànti le fcuole,e partico- larmente tanto più fiere, quantochè fono d’ ingegno ; ond’ ebbe a dire uni certo autore: Citiut in gratiam, pojt mutuai cladei ingerita redeunt 'regei- »' quam partium fìudio infiammati pkilo- fopbi . Vnaqueque enim feda ( Lattanzio ditte-) omnei aitai- evertit, ut fe j fitaque confrmet, nec ulti - alteri fapere conce dit, ne fe dèfipere fateatur . Ita ut ( foggiunfe Eufebio non lingua, et calamo foltim, verum etiam manibui pralium -geratur . E sì fiottili ? e facili in rifutando beifando 1* una 1’ altra, com’; egli’ è più agevole il riprendere, .che 1* insegnare; il convincere la bugia, che ritrovare la verità E. in vero che ha che fare la Filofofia u— mana colla - ' celefte, eh’ è • la reli- gione, così appellandola Crifnftomo in più luoghi ? Religio Cbrijìiana vera » et caelejlìs Pbilofopbia eft . Che hi che fare la Filofofia umana > o fia l’an- tica, o fia la moderna colla fede, quan- do non v,’è altra Filofofia più vera, che la dottrina della Chiefa ?• Hanc ipfam folata comperi efse ver am, atque utilem Pbilofopbiam .» di/Te Giudino . C fe al- cuna cofa di vero avellerò detto i Fi- Iqfofi, come ingiudi pofleflòri di quel- la-rgli riprende Agodino . Si qua Pbi- lofopbi vera dix/rqnt, ab eis effe tan- quam injufiis poffefforibus vindicanda . E però 1* Apodolo delle genti, fopra ognaltra cofa efprelfamente comandò: Captare intelleRum in obfequium jidei noe debere qua rat ione demon - firari nequeunt . Conciolfiecofachè la nodra fede derivi da principi altiflìmi, e fopraqnaturali . Che ha che fare la ragione umana colla Teologia ftelfa ? Qjtemadmodum enim ( dice il Ver u la- mio ) Tbeologiam in Pbilofopbia qua* rere per inde e fi, ac fi viver quarat inter mortuos, ita contra Pbilofopbiam in Tbeologia quarert aliud non e fi V quarti mortuos quarere inter v'tvos . Oltreché la Filofofia egli è ancella, e ferva della Teologia medefìma la quale, come regina, delle fcienze, tragge dietro di fe incatenate tutte 1* altre facoltà > e difcipline umane ; la. qual cofa in piìi luoghi vien detta da S. Gio Grifo domo. Ex Pbilofopbia res divinar intelligere velie, e fi candent. ferrant i, non forcipe yf ed digito contee Slare . Lo fteffo in quelF altro modo. Nihil commune habet humana ratio collata in divinis; ideoque blasphemia I 1 '4 *# fu' condannata per comune parere de’ mede li mi Arillotelici, • a tellimonianza del, !*. PolTevini di fopra lodato ; ardirono di dire quella eflere la vera -, quella elTere la più certa, quando mon effer- vi niente di vero, e di certo nelle Fi* lofofie, Porfirio dilTe : Nulium effe in Pbilofopbia locum non dubitabìlem . Lo Hello altrove : De rebus Pbilofopbia multa diSla effe a Gradi, veruni ex conjeSìura . Quindi è, che.Adexerci- t attorie m ingenti Pbilofopbias > effe inven- tar,-Seneca manifellò . £d altrove co- sì : Pbilofopbias ft elegantias, et argu- tias dixero, reSìe cenfeam appella fj e . Anzi dalle ciance, e favole de’ Poeti } efler quelle originate arrelìa PlutarcOi Omnes videlicet P biìofopborum feSlas ab fìomero originerà fumfiffe . lpfeque Art - fioteles fatetur Pbilefopbos natura Pbi - lotnytbos, hoc efi fabularum fludtojos --J li* effe. De’ quali per li loro fogni, e fe- gni dati alle delle, diffe Manilio Fit totum fabula Coslum — . Vuole però Macrobio-» che Nec omni- bus f abititi Pb lo jopbia repugnai, nec o- mnibus acquìi'fcit . E San r ’ Epifanio fpezialmenre chiamò' la Filofofia d’AriItocele quoddam fabulamentum . Leg- gendoli preìfo Varrone' ancora : Porre- mo nemo agrotus quidquam (orrtniat tam ìnfandum, quod non alìquis dìcat Pbi - Jofopbus . E predo Cicerone lo (ledo: Nefcto quomedo nibil tam abfurdi dici potelì, quod non dicatur ab aliquo Pbi - lofopbo . E parlando della barbarica Filofofìa Clemente 1’ Aledandrino cosi ne lafciò fcrirto: Quod hi novi Pbilo • fopbi apud Gr fecondo il Paflavanti, diconfot- tigliezze, e noviradi, e varie Filofo- fie con parole miftiche, e figurate, che nulla conchiudono, come di Por. firio l’Ariftotelico, tanto nemico de* Crittiani, e della Criftiana dottrina cantò il Petrarca: Pot firio y .cbe d'acuti, fillogifmi Empiè la dialettica faretra, Facendo contea s / vero arme i fo- fifmi. Dicendo fimilmente il Petito, eh’ e- glino (ledi non intendono quello, che dicono, e tantomeno gli uditori. Non ìntellìgunt neque, qua loquuntur, ne- que de quibus affirmant . Il,he fece dire al Verularmo : Habet hoc ìnge - nìum bumanum, ut cum ad folida non fuffeccrìt, in futihbus atteratur . Po- co o nulla badando, quando fentono altrimeore parlare nella Teologia dell' Evangelio, de’ Padri, de’ Concilj Aedi, come n’avvifa il P. Malebran- che . Nejcio tamen qua mentis per- turbatione nonnulli eferantur, fi ali- ter quam Arijìoteles, pbilofopbari a si- de as, dum parum curant, an in re- bus T beolcgicis ab Evangelio Patribus t et Concilìis non difeedas . Il che fu detto primamente da Monlignor Ciam- poli, chiamandogli in primo luogo ambizioni di parere più Peripateti- ci, che Cattolici, poi fclamò; Che perversione di gìudicio è quefia, volere f .Il f f ! i fk •,j t| Sì Ir introdurre una religione più fedele ad Arijlotele, che a Dio ? E quel eh’ è di maraviglia, proccurano coltoro ('dice l’autore de’ cinque Dialoghi ) Di jof- fogare tutte l' altre fette nella maniera dagli Ottomani ujata, i quali non la- j ciano vivere alcuno de’ fuoi fratelli, per ijlabilire sì magi fralmente i loro do- gmi in tutte le fctiole Crìfiane . Come riferifee d’ Arinotele fteflo il Verula- mio. Arifìoteles more Otbomanorum re- gnare jebaud tutopoffe putaret, nifi fra - tres fuos omnes trucidaret . Credendo ancora di ritrovar in quello loro mae* Aro la falute, e di Ilare con elfo lui sì llrettamente attaccati, come ad un fallo, ad uno fccglio, qualìchè foffe- ro buttati da una tempella per fuggi, re il naufragio . E così appiccati, ed ubbidienti, dice un altro autore alla Filofofia del medefimo, che fembra lor commettere un delitto di fellonia il partirli un menomo punto da lui, in modo che non dicefi Peripatetico chiunque in tutto non s’ abbandona a’ fen. feriti menti del medefimo. Eaàem mente dice il medefimo Malebranche in un altro luogo Philosophia ista discenda eji, qua leguntur bì fiori ; fi enìm eo licentia deveniat ut ratióne et mente tua Utaris > ..nonefi quoà fpe- res te evafurum effe in magnum Philo- fopbum : oportet enim difcipulum ere. dere > £ il giudiciofiflìmo Sorel di fo- pra lodato, in quell’ altra maniera .* Jntantb quefii ciechi volontari ar di) co- no di pubblicare, che non bi fogna Sof- frire alcuna innovazione nè' riformazione nelle .fetenze ; benché quefio fi a il. filo piezzo per. renderle perfette . • Ma. a chi creder affi; piuttofio, a degli f chiavi, e mercenari* che non. fanno jemplicemente, che. difiribuire per gli feriti i t e per le loro lezioni la dottrina, ch'eglino hanno tro- fvata negli,.fcr itti degli altri} E pi fi oltre il medefimo Sorel così : Ci fino delle perfine così f empiici, che credono, che non fi debba ; rivocar pili in dubbio quello, eh' è in Arjfiotele, che quello » eh' è nell' Evangelio. Non mancandovi ancora degli altri, ì quali per difendere cotefta lor Filo-, fofia fi danno alle maldicenze, ed alle fatire, poco avvertendo non ef- fervi fatira maggiore > che quella della ragione llefla, la quale rende bugiardo, ed ignorante colui, che vien convinto da fbrtifiimi argomenti, facendo ingiuria ancora a tanti uomi- ni dabbene, e a tanti Religiofi, co- me fono i Padri de’ Minimi, e i Padri dell’ Oratorio, ed i migliori Gefuiti, eh han feguitato la Filo- fofia moderna, e foraftieri, e Ita- liani, e in Bologna particolarmente, dov* è Campata la Filofofia moder- na, fotto nome Burgundi a, infegna- ta pubblicamente a tempo, che Vostra Santità’ era ivi Legaro . E perciò coftui in quella maniera vien riprefo da Sant* Agoftino : Illius [cri- pta fumma funt, et au fioritale dignif- ftma, qui nuìlum verbum, quod revo- care deber et omifit . Hoc quifquis non efi adjequutus fecundas babeat partes modeftU, quia primas non potuti ba- lere Capti nti et catbedrar primas ambiente s ; in quello modo con in- crepazione favella : A deo nimirum altercando • non modo verità f arnitti- tur, jed caritas exjìinguitur, et dif- pntandi modum majorum exemplo tan- tum agreffos, nulla modeftia repagu- la cohibent ; ; Onde Luca Holftenio eruditilfimo Bibliotecario, -dolendoli della difunione della Chiefa Orien- tale, ed Occidentale ebbe a- di- re : LuEluofum fcbtfma Orienti!, et Occidenti s Ecclefias divìdens induxit dijput aridi pruritus, omnia in quafito- nem, et controverfiam > • poftb abita cantate, adducens ; nulla venta » ' tis cura, fed uno vincendi ftudio ; .e a confuet udine, vel opinione aliis legern fr^jcribens » et quod • mife- ra, * 3 $ ra j ó* afflìtta fortuna duri (firn atto ha- hjet, é? iniquijfmum efi, qttod ir, fugati- ti um ludibriis impune pateat -, Dicendo un altro autore : Jd nec Pbìkfophum, multo minus Cbrijlianum decuiffe videtur. Nè qui termina la loro baldanza, ar- rogandoli, ]a medelìma poteftà della SENTITA'- Vostra in condannare quel- lo., che non mai ha condannato nè Vostra Santità’, nè altro Pontefi- ce, dico, 1’, opinare nelle Filofofie, for- zando gl’ ingegni umani a feguir folo ifentimenti d’un gentile. Peripatetico, e con noyp giogo privarli di quella li- bertà, ch’.abbiamo per diritto di na- tura, e per legge d’ Iddio, che ci ha Jafciato il liberamente penfarc e medi- tare :> il che è quali l’ unica, e fola ra. gione, colla quale provali, che l’uo- mo lia ragionevole, e l’anima immor- tale . Quindi è, che prefe giufta oc- cafione Tommafo Moro ( alle di cui lodi ogni penna è ..vile per elTer egli chiari (fimo non meno nelle lettere, che nella pietà Criftiana, per la quale *39 facrifìcò fa vita, c i beni, e la fami- glia della ) di formare appodatamen- te una DilTertazione intorno a que* Teologi di fuo tempo » dandole que- llo titolo : Differtatio Epiftolica de a- lìquot fui tempori s Tbeologaftrorum ine • pt'jis ; non per altro, fe non perchè quedi co* principi d’ Aridotele difen- dere voleano, o piuttodo offen- dere la Teologia, • in quella ma- niera fgridandogli : Quamobrem piane non video qu qui in fuo fterquilinio fuperbit > ac. extra illa fepta fi panilo producatur longius » illico ignota rerum omnium facies, tene- bras > ac vertiginem offundit . E più ol- tre il fuo dilcorfo feguendo : Et mi- rum in modum verfa rerum vice contin- gity ut qui prius omnes fapie ntia numeros in argumentoja loquacitate pofuerat > jam I fenex infantijfimus omnibus rifui foret ~ nifi fluititi^ fu* fuperciliofum fuentium t fapientia loco pratexeret ; imo potute hoc ipfo ridìculus, quod qui fuerat Stentore 'damo fior, taciturnior pj[ce reddatur, et inter loquentes fedeat, v" * ' % Per fon* muta > truncoque ftmìlli- tnus Herma. E Umilmente Gio. Gerfone il gran Cancelliere della Chiefa, e dell’U* niverfità di Parigi, non potè atte- nerli di non- querelarli ancor egli de* Teologi di fuo tempo, in que- lla maniera dicendo : Cur appellati- tur Tbeologi nofìri tempori s fopbifl*, ut verbofi, imo et pbantafiici, nifi quia r elidi is utilibus, intelligibilibus prò auditorum qualìtate > transferunt fe ad nudam Logicam, vel Metaphy • ficam, etz/nw Mathematica™ > ubi t et, quando non oportet, i». ten fionc formarum, nunc de div'tfione continui, nunc detegendo fopbifmata The- ologicis termini s adumbrata, pri- ori- Digltized oritates quafdam.in Divini!, menfuraf % ' durationes, injìantias » ftgna natura, éf ftmilia in medium adducentes, vera r et foli da effent, ficut non funt, ad fubverfiotiem tamen magie . audientium •, vel irriftonem, quam re Sì am fidei adipe ationem proficiunt. Come eziandio de’ filofofanti diiuO tempo il giudiciofiflimo Niccola Leonico, {limato il più dotto delia fua età, nel Dialogo, a cui diede il titolo di Peripatetico, così lafciò fcritto : An non ego decem integro s annos, borum auditori a, ne die am ìufira, ad fidu a contrivi opera ? om - nefque illorum ineptiat, . et futile s co- ptionum tricas, ficcis, ut ajunt, an* ribus ebibi ? anxie femper quteritans fi quid inde excerpere poffem, ne va- cui s, quod dicunt, manibus et ofei- tans domum rtdirem . Verum, Dii immortale s, quam rerum inanità - tem apud silos, quantam ? u ? r I y i r4.it: mìb't magis fapere vifus fum, f »» quod cum Ulti de fi pere aliquando de (li- ti ; » così egli' ragiona ? Quofdàm pbilofopbantium avibus fimiles vide ri, qui levitate quadam, et ambi- tione ingenti e lati, alta petunt, et Phiftca fcrutantur tantum : aliot cani- bit t, qui laniare, et vellicare avidi * foli Logica adbarefcunt ut pelli, et in ea rixantur, et mentem ad ulteriora non mittunt. Indi leggiamo predo Laerzio, che da Euclide fofle fiata no- mata la Logica Rabiem difputandi : e leggiamo ancora che Arifione antichif- firno Filofofò quelli tali Cum iis compa - rabat, quicancros comedunt . Nam prò- pter exiguum alimentum circa crujìas, et teftat diu occupantur. Quindi Mario Nizolio, che fece un Trattato de' veri principi, e del vero modo di filofofare, fi lamentò non po- co di Leonico parimente, e di Pico, com’ eglino s’aveflero folamente rifen- tiro degl’ Intepetri e non d' Arino- tele, origine, e caufadi tutti. i mali* così dicendo: Hac quoque Jo Pieus Mi- randola co» tra barbato* Ariflotelis Inter- prete conqueritur, et vere Me quidem t Jed quemadmodum Leonicus, non cami- no jujìe, quia pratermittit eum, qui tan- forum illis errorym. c auffa fuerat, boa eji Arijìo telem . Sed o Bice non re Sì e faci*, cum de foli s Ini erpretibus Arifto- teli $ quereris, ipfum autem Ariflotelem, qui omnium malorum cauffq, et origo f it- iti. » omittis ; dìcen* te perdidiffe meliores anno*, tantafque vigilia apud Interprete Arinoteli, et nollens illud dicere quod erat verius, eadem illa omnia te multo ante perdidiffe apud Ariftot.elem ; Per la qual cofa pareagli, che miglio- re d’ ognaltro avefle fatto il Valla, che lafciando gl’ Interpetri fi prele la briga in dar la colpa ad Ariftotele, co- me vero autore, e primo fonte di tan- ti errori, e fallita, riprendendolo a- pertilfimamente dov* egli andò errato. Maravigliandoli grandemente il mede- fimo Nizolio ancora della barbarie del, lor favellare, Qui 5 e fi enim in fcbolit ijiorum pbilofopbaflrorum tam parum ver* fatti s, qui non centies audierit, potentia - Ut atei, quidditates . entitates, ecceitates, univerfalitates, formalitates, materiali - tates, et alia Jexcenta hujufmodi verbo - rum monfira, qua qui pattilo frequentiut ufurpant, ufquc adeo l^duntur, et per • vert untar, ut neceffe ftt eos, non folum valde falli, et errare in pbilojophando, fed etiam in loquendo, et fcrìbendo ve - hementer fadari, et confpurcari . Come ugualmente molto fé ne querelò Apulejo per alcune novità di parole a fuo tempo introdotte, le quali difle egli non fervire che all’ofcurità delle cole. Datar venia novitati ve ri or um, rerum obfcuritatibus fervientibm . E fi- nalmente cosi il medefimo Nizolio tutto il fuo difcorfo conchiufe: Quibus ita monftratìs, ut tandem aliquando et Caput hoc pofìremum, et totum bttnc Librum abfolvamus, ita concludi - K mus, X4$ tnuf, ut reììnquamus duo memoria man» danda, et adfidtte diligenter cogitanda omnibus, r^iìte pbilofopbari cupiunt, quorum unum e fi, Ubicumque, et quot» Cumque Dialettici, Metaphyscique funt, ibidem, et totidem effe capitales . veri i latti bofìes : alterum vero Quandiu in fcboiii pbilofopborum regnabit, Ari fio - rrtex 7/te Dialetticus, Ó* Metapbyftcus, fonditi in eis et falfitatem et barbari - fi» „ fi non lingua et orit, at perocché la Pitagorica > nomavafi Italiana } ila Platonica per efler egualmente Pitta* gorica non potea (limarli, anzi piut- tolto dottrina, e Capienza > tche •Filo* fofia, come dipendente da quella de* gli Ebrei. La Stoica poi, Epicurea, o (ìa Democritica riguarda più la Mo* tale, e il regolamento de’coltumi .che altro. E quella d* Arinotele io 'fon per dire edere la medeiima con quella d* A ree fila, (limata la più enorme ; per- chè quelli malamente (i ferviva della Platonica, infegnatagli da Crantore Platonico t imbrattandola co* (odimi di Diodorot (ottilifiuno dialettico, e col mutabile» e fuggitivo di Pirrone acutiflìmo fillogilta. Indi egli è » che dicealì di lui » come narra Plato > 'ex pojìerioribus Pyrrbo * ex mediti Diodo • rui ; E (eguitando Eufebio (ledo » cosi parla di lui : H/c autem fubtìlìtch tibus-. Diodori, qui actttui dìalefttcus erat, . et Pirrbonis ratiocinationibus Pia* tonte am eloquentiam feedavit, et modo K a toc y «I * qua ! pria ! aflruxerat, confutare . Erat igitur Hydra capita fap proprio enfe amputanti nec aliquìd habem utile », nifi quod libenter > et audiretur, et videretur . E dell’ of- curità, e ftrepiro di parole, di cui fon pieni i libri d’ Arinotele con ter- mini vaghi, e generali, in modo che appena rinvenire fi poflan due, an- corché fuoi feguaci, e Tettar j, che convenir fappiano in un medefimo sentimento; ecco Malebranche come ne fa chiari/lima testimonianza: Quamvii cairn Pbilofopbiipftus do Sì ria am fc docere adfeverent et autument, vìx tamen duo reperientur, qui circa ejat fententiam inter fe conjentiant ; quanti, am revera /iriflotelis libri adeo objcurl funt, totque fcatent termini t vagit et generalibui, ut eorum opinione s, qunC ipft maxime adverfantut non fine verift- milìtudine pojfìnt ipft trtbuì . In non- nulla illìus operibus quidlibet ipft adfcri- bere lìcet, quia in ijs ntbil pene dicìt t quamvts multa magno (Irepitu deblate- ret : quemadmodum pueri campwnas fo- ndu fuo quidlibet dicere fingunt, quia campana ingentem edunt fonum, nec quicquam dicunt . ' \ Quindi non fenza roSTóre de’ me- desimi Ariftotelici Gio. Sculero nell’Orazione per cosi dire inaugurale, eh’ ei fece intorno al riftauramer- to della Filofofia con quel principio-: i diffe : Quid magli noxiura Cbrijlìanre }uventuti Cógitarì fot e fi, a tenerti audire ? Quid periculoftus quarti tene* riniti eofum animiti > qui ad majo » ra defìinantut, et qu bui > juo tempore > fine ReìpubVtca » fitte Eoclefue ad L tninìfiratio committenda, talia, in fi ahi» lire, aperte Tbeologis Cbriftian qui ex prafcripto propri t inftitu- tì \ five ex adfeSlu erga praceptores. certi! opinionibui adharent, omnia fe- cundum illos dtjudicanl, quacumque auEìor ìtale y et demonflratione po fi b abi- ta, ad eafdem trahentes quidqutd au- diunt i qmdquid ìegunt . Il che fo al- mamente difpiacque ancora a Rodol- fo Agricola, uno de’ primi - letterati del fecolo pattato, (*) che di tanti FU lofofi 'dell’ antica età era folamente 4 ri- m 1, -»«,Cioè del fecolo fedicefimo, mentre il Signor Valletta { criflfe la fua Lettera nel 1700. in pun- tò : ma veramente Agricola non toccò plinto il decin*ofefto fecolo, pbiché nacque Tan- no *44 x.e mori, come notò il Trite- mio • * v Ci u ir tì ì 1 f y v»A' r i I t I 'I Jil f :n ; -ib, pra coftui muore T ultimo Audio de*, vecchi . ... Ecco le Aie parole ? Quid de Ari ftotele die am ? hic gnìm prope* modum [ohi omnium prife a alati! Pbi- ìojopborum permanfit in manibui : hunc [ohm, -, qui \ Pbilojopbite, defìinantur, attìngunt : hunc .primum pueri difeunt buie ultimum jenum jl uditi m immori - tur : hunc artet omnei, omnia fiu* diorum genera terunt, trahunt,, dif* cerptmt . Ma non già dopo che il Cartello aprì, il vero fentiero al mi- gliore, e più certo modo di filofo* fare;, che ad un Criftiano convenga*. Come ugualmente tutto ciò fu con» fiderato dal dottilfimo Vanhelmon- zio, dicendo ; Jndignor et merito » quod ScboU •• Pbilofopbia ethnica ado » lefcentet male ìmbuant . Lamentan- doli egli fra 1* altre cofe, non ben convenire la definizione pi che Ari* Itotele diede all* uomo chiamando- lo Animai ' Rat tonale ; non avendo egli conofciuto la Tua creazione > nè T effetto d’ ella ; e perciò 1, dice il fud« detto autore malamente fervirfène le fcuole Criftiane Vituperai am ìtaqttc definitìonem exìfiimo t qua homo Ani * mal rat tonale, vel e a effenti ee defcrì- ptione depìngitur . Siquidem ex ulti • mato fine dejìinationum . proprietatibus in creando - dejiniendut erat, fi .finii fit cauffarum prima ex Arinotele . Qua- propter nec hominii de fini fio e fonte Pagani f mi mendicanda erat ì qui ere* ationem, ejufque fines piane ignora* vit, Così egli defìniendolo ; Homo ergo eft creatura vivent in corpore • per. a rum am immortalem oh honorem Dei * fecundum lumen » &: ad tmaginem Ver- bi . Quando Arinotele -diede una definizione all* uomo che nulla va-» le » - non 'Vedendoli in quella nè crea* tura di Dio, nè immortalità dell’anima, da ‘esso lui affatto negata come Cerna verun dubbio l’ affettano Ciucino nella Parerteli, Teodoreto nel Libro della natura dell* uomo, Gregorio Nifleno nel Libro dell* Ani- ma Origene in più luoghi delle Tue Opere, Gregorio Nazianzeno nella dif- puta contro Eunomio, il Cardinal Gaetano nel Trattato deli’ Anima, Plutarco y Galeno, ed infiniti altri fcrittori profani . Per lo che non fen* za ragione chia mai Io Tertu]]iano«?//é- to f dicendo nel Libro delle Ptefcrizio- ni Miferum Arijlotelem ; foggiung; ndo, J Qui illis Diale Che am inHituit, artifi - eem (Intendi, et defiruendi verfipellem t in fententiìs co a Cium, in conjeCìurit nec t allietate Panos -, oec ar* tibusGracos, nec denique hoc ipfo bu - jus' sentii, et terra domenica > . nativo • que - fenftt Jtalos iffoi > et Latìnot $ fed pktate, ac religione, atque naiionel ’ que [uperavìmus . • :i E finalmente eonofeendofi ancora dagli Ebrei, la Filofofia d’ Arinotele ef- li • è 1 f r f Ì-1 h È i l - i Ir À, • I f .» t •1 a # • i li I t5* eflere in pregiu diciò della religione, fa. pubblicato decreto nel Sinedrio de- gli Afrnonei ( come fi legge nell* irto- ria de’ loro tempi ) così dicendo .• Ma- le diti us qui docet filium fuum Pbtlofo- pbiam G rac am . : Il che vien riferito ancora da Arrigo Enefiio nel fuo Li- bro Vir fapiens . Quindi, non fia ma- raviglia, quando leggiamo preffoCle- mente 1’ Aleflandrino, Grata itaque • Pbilofopbia, ut alti volunt, a Diabo- lo mota e fi i Anzi i Giudei dopo la venuta del noftro Salvatore, ancorché * empj, pur dannarono la Filofofìa d’A- riftotele ; perocché avendo pubblicato il Re Moisè un Libro» a cui diede il titolo 1 Mereh Nevekim, fu acculato, dagli altri Dottori d’aver corrotta la loro religione » per aver in effo pur troppo mefcolata la Metafilica d’ Ari- flotele, come narra il P. Si mone nel fupplemcnto al Libro delle cerimonie/ e de’coftumi de’ Giudei di Leone Mo- dena .. Ed io in finendo dirò di lui con il gran Pico della Mirandola ; Mali prtnctpiì finis masut . Da turco ciò, che fi è fin qui rap* portato, potrà la Santità 1 V ostra pienamente avvifare quànto fian da ri- prenderti co fi oro, ì quali ardi (cono di biafimare quefta Filofofia, che mala- mente chiaman moderna, e nuova, e dannarla come fcandalofa, e mala - r quando finora nè la Santità’ Vostra* nè gli altri fantiflìmi Pontefici antecefi» fori hannola giammai penfiata con- dannare . Anzi il contrario leggiamo riabilito dalla Santità d’Innocenzio XI» in una Bolla ; ciò egli è * . che niuna. cola tra filofofanti, ed altri, che fico- lafiicamente fi contende, giammai fi' danni o in difiputando* o fcrivendo, o in pubblicando, che pria dalla Santa Romana Chiefia condannata non fia ; Ma quando anche ciò non fofie, qual furore, o fpinto dii zelo ijpinge tant’oltre, cofioro ad incagionar coma- rea e mala una Filofofia che ha per autori uomini cattolici, dabbene, e di integrifiìma vita ; avendo per lo con* x$8 trario la lor Filofofia per autori fio. mini gentili, e tra gentili i più per- vertì, e federati ? Qual ila (iato già il lor Padre Arinotele, e di che coftumi l’iftorie de* Greci, e de’Latini ne fan piena, ed affai- ampia tedimonianza ; Quai fentimenti, e quanto perniziofi sì alle Repubbliche, sì alla j religione, che a’Tuoi tempi lì tenea tra Greci, egli lanciato abbia a’ poderi la San- tità' Vostra, rivolgendo l’occhio a quello, che per 1* autorità d’ infiniti fanti Padri, e di molti altri autori pro- fani fi è riportato, porrà benignamen- te giudicarlo., Non evvi Tanto Padre, che per otto e più - fecoli riprefo -, e biafimato non l’abbia, nè mai leggia- mo, che alcuno l’abbia feguito, o fia dato così dettamente legato alla di lui dottrina, come tuttavia fon codo- ro. Dottrina veramente tre volte per- niziofiflìma, madre, e fonte di tante e tante erefie + che per tanto tempo didurbarono. ed affliflero la Chiefa, e di Crido la vede lacerarono. E fe: rifor- riforgefle il gran Bafilio, quanti equa-' li de’ noftri tempi riprenderebbe più fortemente, che non fece ad Eunomio^ ed agli Eunomiani- de’Tuoi tempi j t - quali giuravano Tulle parole d’Arinotele, come full’Evangelo > e pofero in ifcompigtio la Chiefa d’ Oriente? Che diremo degli Atanasj, e degli A leffa n* dri Vefcovi d\ Aleffandria ? . Quanti Crilìiani taccierebbono d’ Arianifmo, yeggendogli così attaccati ad Arinotele, onde Tempio Ario prefe Tarmi, e le faettc contro del Verbo ? Non farei per mai finirla, fe voleffi addurre par* titamente tutte Terefie, • che da’fegua* ci d’ Arinotele fono fiate indotte nell» Romana Chiefa per tanti fecoli, e di giorno. in giorno van riforgendo. Baffi fol dire, che da fei, o più. fecoli tutti gli errori fian venuti da oriondi per così dire, e figliuoli del grande Aridetele ... i ' « Ma fliafì pur colla fua pace Aridotele, con quella pace, che nel più cu- po dell’ Inferno, ov’egli fea.giace, dar > fi può i6o fi può- Siali ' flato Arinotele non tan- to federato ; anzi dirò più, fiati (tato uomo dabbene, avvegnaché gentile ei lì (offe . Sianli Santi tutti gli Arifto- telici, i quali hanno avuto, ed hanno il nome di Criltiano . Siali la lor dot- trina ottima-, e di niun pregiudicio j non però avrà che far nulla colla no- Itra l’anta' religione nè di buono, nè di malo . Siali io dico, e ridico la lor dottrina profittevole in ifpiegare gli ar- cani della natura, la natura delle pian- te » degli animali, e che lo io ; non dovran perciò biafimare tutte 1’ altre Filofofie, eh’ eglino non profèlTano, quando quelle niuna cola infegnano, che contraria lia a’ buoni collumi, alle leggi naturali, ed alle leggi di Cri- Ho, e della Chiefa . Coloro, che rin- novate l’hanno tutti fon già morti cat- tolici, ed in feno della Chiefa, lenza veruno fofpetto, quantunque minimo d’erefia. E conceduto, che in qual- che Libro d’ alcun Filofofo Criltiano vi folle qualche opinione » chiaramente con- rii 'contraria alla verità della religione, fenza dubbio 'veruno toccherebbe alla Chiefa di condannarla . Potrebbe!! pe- rò ( parlo pieno di rifpetto, e di zelo, con quella riverenza ed ubbidienza, che lì dee alla Santità* Vostra, ed alla Santa Chiefa ) dìdimamente con- dannare quella opinione eretica, ovvero fcandalofa > come fece per molte dichiarazioni AlelTandro VII. ed altri Pontefici ; e non ributtarli tutto il cor- po d’un libro, il quale lì compone d* infinite, e varie opinioni, delle quali la maggior parte niuno attaccamento ha, ovvero dipendenza colla verità della fede. Così leggiamo Origene, e Tertulliano lìcuramente, avvegnaché ambedue in molte co fe lian traviati, come poco ollervanti della nollra reli. gione . Così leggiamo ancora ' San Ci-' priano Martire, quantunque folle fia- to d'opinione, che i battezzati dagli eretici lì doveflero ribattezzare ; laqua- le poi fu dannata dalla Santa Chiefa' per mezzo d’ un Concilio come ancora tanti altri errori di Lattanzio d’Arnobio e d’altri. Or fe ciò fia lecir- to nelle cofe di tanta importanza » cioè nella Teologia, potrà ancora efler Tecito nelle Filosofie, le quali van decorrendo femplicemente degli arcani della natura. Il filosofare, Beatissimo Padre, fu Tempre mai, conforme s’è dimoftrato, libero, e permefiò a chi che fia, purché contrario egli non fia alla religione > alle leggi umane > ed a’ buo- ni coftumi. Non han cofa gli uomini» che fia più lontana e men foggetta al- le poteftà terrene, che il loro Spirito. Nè v’ è cofa più intollerabile, cl}e quando fi veggono rapire la libertà de* loro penfieri ; perocché tanto è toglie- re la libertà del filosofare, quanto è togliere la libertà dell’ opinare ftefTo, non effendo altro le filosofie che opi- nazioni Quindi è, che coloro, i qua- li per dura legge delle genti fono schiavi delle altrui volontà pur fi riman- gono liberi nelle loro opinioni, ed i lor padroni > i quali han poteftà della lor vita, non poflòno difporre de’ loro li* beri fentimenti . Solamente lo fpirita dell’ uomo a Dio è tenuto renderli avvinto, elfendo egli folo la prima veri- tà per elfenza, la quale non può giam- mai nè ingannarli, nè ingannare ; ed iòdi poi ancora la fua Chiefa > la quale ci favella da fua parte, toccando a lei d’interpetrare gli oracoli, ed arca- ni di Dio . Indi quella ubbidienza del- la nollra ragione libera all* autorità Divina fu fempre giudicata da tutti la prima, e più grata vittima, che noi dobbiamo offerire a Dio. Il facrifizio certamente non è egli fanguinofo, è ben però il più pregiato, e caro ; perocché conduce gli fpiriti nollri, na- turalmente di ripofo impazienti a sì felice fervi tù, principio » e mezzo d’ogni nollro bene, e falute • Perchè li dee in ciò ufare grandilfima diligenza, nè legare sì llrettamente quello nollro libero arbitrio in cofe, le quali poco, o nulla montano ; perocché potreb- Lz beli befi temere di qualche rivolgimento, o per così dire temerità dal vederli sì ftretto, e incatenato . Oltreché po- trebbeli da ciò dar luogo di penfar malamente, che la noftra fede dipcn- deffe da’ principi delle Filofofie, e che la noftra religione » ed Arinotele fot fero sì Erettamente uniti, e me (cola- ti, che 1' una fenza l’altro non polla da noi crederli. Sarebbe ben tre volte incollante la noftra fede, fe ftabilita folle fopra così balle, e poco (labili fondamenta, ed andalfe dietro a’fogni, ed alle frafche de’ Filofofanti . La verità vien ricercata si dalla Filofofia,• ed è Hata ricercata già per migliaia d’anni ; ma non giammai però è Hata ella ritrovata ; perocché Iddio ha vo- luto lafciare il Mondo all’efercizio in- nocente delle Filofolie, ed all’incerto inveftigamento delle cole naturali, e però alle difpute . Mundum tradidit difputation'tbus eorum. Conforme anco- ra va dimoftrando San Gregorio Nazianzeno in un difeorfo, ch’egli detta delle dìfpute. La Teologia fola ha ri- trovata la verità, perch’ella fola s’ ag- gira intorno alla vera luce, e prima 1 ferità, eh’ è Iddio, principio d’ ogni j noftro fapere; onde gloriavafi 1’Apoflolo di non fapere altra cofe, che Critto crocifitto. Quefla verità ritrovata nella teologia altri non poffede, che 1 la noftra fanta religione, la quale quan- tunque contrattata, ed afflitta da tan- ti e tanti tiranni, pur fempre mai vìttoriofa per tanti » e tanti fecoli ha trionferò, e trionferà per fempre più gloriofa . Veritatem ( ditte un autore ) Pbilofopbia quper ciò fare ha volu- to fervirfi ; perocché verfando quefte intorno ad una caufa, la quale al prefente fi può dir prelfochè comune, di comune, ed univerlal difefa ancora elleno pedono molto acconciamente fervire. Recando adunque le molte parole fue m una, quella nella foftanza fembra edere fia- ta T idea di lui . Egli ha come in due parti divifa tutta la Lettera, in una delle quali s* è ingegnato di biafimare, e deprimere il pia che ha potuto Ariftotile; e nell’altra lodare, e portare alle ftelle Renato Defeartes. Egli ha depredo Ariftotile, comparandolo prima- mente con Platone, e inoltrando, che il principato tra i filolòfi è di quello fecondo; L 4 che da tutti i fanti Padri molto è flato cele* brato: che la fua filofofìa è la più favorevo- le, ed acconcia alla Chiefà cattolica ; e che quella d’ Ariftotile è la più contraria, e pre- giudiziale . S’ e poi ingegnato di inoltrare, che Ariftotile è flato 1’origine di tutte l’eresie. eh’ è flato biafimato da tutti i fanti Pa- dri, e finalmente tutto quello ha raccolto, che può fèrvire di biafimo, e di vitupero di quello filolofo • Di qui è pallato a glorifica- re il Defcartes . Ha mcftrato da quanti e quali uomini e fiata la lita filofofìa appro- vata, e ricevuta : com’ ella s’ uniforma a’fen- timenti de’ fanti Padri : come ferve molto per difi reggere l’erefie, e così fatte altre cofe af- fai. Onde porta l’incertezza di tutte le filo- fofie per cagione del corto intendimento u* mano, e porta Umilmente la libertà di giu- dicare, eh’ hanno gl’ intelletti nelle materie fìlofcfiche y ha concitilo, ellère molto da riprovare Tattaccarfi fidamente ad Ariftotile. C jntra il quale molte colè di nuovo adducendo, e moltiflime altresì a favore di Renato, della filofofìa di cui teffe un lungo panegiri- co ; finalmente conclude, effere forte da ri- prendere coloro, che ardifeono biafimare la filofofìa moderna, la quale non fido al paro coll’ Ariftotelica può andare; ma in oltre ad erta dee ellère antiporta, come quella, che dalla Platonica fi deriva, e per più altre lodi, ch’egli affai minutamente, e a lungo ya numerando. Ora volendo (opra cosi fatta argomentazio- ne col medefimo fine dell’autor fuo, cioè a prò della moderna filofòfia, alcuna colà offervare; dico in prima, non effere molto da commendare Io ftabilire la difefa di effe mo- derna filofòfia fopra la depreffione d’Ariftotile, e fopra la deificazione, per dir così, di Renato delle Carte. Quantunque volte un eccellente fcrittore ha occupato un poftocon- fiderabile nella repubblica delle lettere, non manca mai la fazione di quelli, che Pefàltano, e di coloro, che lo deprimono fuori del dovere . Vero è, che ci fono ancora difcreti eftimatori delle cole, i quali il buono dal reo feparando, quel prudente mezzo eleggono nel dar giudicio, che fecondo dirittura di ra* gione fi vuol tenere. Molti efèmpj io potrei addurre per confermazione di ciò: ma perchè fopra Ariflotile procede ilnoftro ragionamen- to, volentieri io non mi partirò da eflo. Per efempio adunque de’ glorificatori affettati di quello filofofo fia Averroe, il quale in que- llo modo lafciò fcritto di lui : j4riflotelir do Urina efl Stimma Veritas, quoniam ejus inteilelhts fuit finis bumani intclleftus ; quare bene dicitur de ilio, quod ipfe fnit creatus, et da tus nobis divina providentia, ut non ignori mus Doffibilia feiri . E nella Prefazione alla Fisica; Complevii ( Ix>gicam, Ethicam -, óc Metaphyficam ) quia nullus eorum, qui fecu * ti funt eum ufque ad hoc tcmpus, quod efl mille et . quingentorum annorum, quidquam addidit, nec invenies in ejus verbi s errorem alicujus quantitatis, # ta/ew £// per quan- to egli raedefimo ne dice, venti anni interi fpefi avendo iti Squadernare i libri d’Ariflotile, anzi oracolo, che giudicio è da repu- tarli . Così adunque egli fcrive nel Prolago al libro JY. del fuo Examen vanitati* dottrir Tue gentium : Multa apud Ariflotelem erudì . f > tio, multa eleganti a fcribendi, inulta etiam, fcrtajfe verità: fed certe non parva vanita - JLo fcrutinio fin qui da noi fatto di varj, c oppofti giudicj intorno al medefimo fog- getto formati, può fervir di regola nel giudi- 1 care di. tutti gli eccellenti fcrittori. Noq bifir gna nè alla bellezza della virtù, nè alia brut- tezza de’vizj lafciarfi cosi rollo ingannare, nè fafcinare in modo la vi (la, che fi travegga e fi finarrilca quel fenderò dì mezzo, per cui Tempre colla (corta della ragione dobbiamo proccurare d* incamminarci . Ma egli fi ritro- vano uomini d’ immaginazione tanto gagliar- da e forte, che poiché hanno fidato la men- te nella qualità d’ un oggetto, non (anno tanto o quanto fidarla per dominarne le al- tre - Conoro confederano ' le colè (blamente per quel verfo, a cui dal moto de* (oro fpi- riti fono portati, e di qui è, che o il bene folo, o il male precifamente contemplano » Quello predominio dell’ immaginazione in nelfun’ altra opera per mio avvilo meglio fi fcorge, quanto in quella de veris principiis, et vera ratione pbilofopbaudi di Mario Nizo- iio. Quello fcrietore avendo al principio con- ceputo della (lima verfo Cicerone, e vdeldifi credito per • Ari dotile,‘a poco a poco s* è lafeiato condurre a tale, che nuli*- altro che il lodevole in quello, e in quello nuli* altro che il biafimevole egli vedeva . Gli è fi- nalmente» paruto, eh’ ogni cofa, anche 1’ imperfezioni del primo roderò divinità, e le cole anche buone del fecondo fodero vizj, e magagne . Di qui è, che negli accennati li- bri, egli conculca ogni opinione, e lèntenzia d’ Arillotile, e glorifica ogni detto di CICERONE (si veda); per qualunque definizione anche de- bole, e imperfetta del quale, egli s’ ingegna di ritrovare principi, da cui fi deduce com* ella è giuftiflima, e vera. Quella lòrta di li- bri può efler utile per quelli, che all* oppo- fla parte fono dalla palfione portati / perchè fcorgendo nella lettura di elfi il rovescio, co- me fi dice, della medaglia, può avvenire, che s’inducano a dubitare di quello, che fi- no allora aveano tenuto per fermo . Per al- tro e l’uno e 1* altro di quelli eflremi merita grandilfimo biafimo, nè v’ ha colà,che più i retti giudici impedifca quanto quello fv la- mento della ragione, a cui la fantafia ha tolto la briglia di mano,. Intanto la vanità, e lafu- perbia dell’ uomo fi palce molto di così fat- to cibo, perchè o colla deificazione, o colla deprelfione altrui o coll’uno e l’altro inlìeme, fi fpera di potere llabilire la propria fama « Egli avviene nonpertanto, che la colà il più delle volte va tutt’all’ oppollo . Nulla è che minor imprelfione faccia nelle menti de- gli uomini, e che più agevolmente dimentichino, quanto quelli sforzi violenti : degl’ intelletti da troppo gagliarda immaginazione trafportati : non altrimenti appunto, che 1* azioni llravaganti, e inufitate de’ pazzi, ap- pena s’oflèrvano . E chi è egli, che fìlolò- fando fi Ila giammai attenuto a’ principj di- Mario Nizolio? lo non ritrovo appena regi- flrato il filo nome tra i nemici d’Àrillotile. Ma ritornando in via, dico, che l’autore di quella Lettera fembra effere (lato alquanto tocco dal prurito y di cui abbiamo fin qui favellato, mentre con tutto lo sforzo dello fpirito s y è ingegnato di raccogliere il polfibL. le con tra Ariftotile, e dall* altro canto por- tare fino alle ftelle il Delcartes ; ogni prova facendo > e nulla intentato lalciando per ap- pannare, e far violenza agl’intelletti de’luoi leggitori . Per contraflegno della fila palilo* ne, anche dentro a* cancelli di puro raccoglitore degli altrui giudicj, offervifi il modo, eh’egli tiene alla pagina 34. in iftorcere vio- lentemente contra Ariftotile alcune parole del P. Petavio, dette ad altro intendimento, anzi in propofito tutto conti ario. Quello Pa- dre nel capitolo III. numero V. dei Prolago alla fua Opera de* Dogmi Teologici, dopo avere addotto un lungo palio di S. Bafiiio, nel quale lèmbra, eh* e* rigetti in tutto la filolòfia Ariftotelica, foggiunge al fine cobi: Ceterum iifdem in verbi * videtur Bafìlius in totum abdicale, ac rejecijje ab fidei, Theo* hgiécque conjortio univerfam Ariflotelis philofo* phiam tanquam Cbriflo irrvifam, et inimicami atque ab bofle illius Diabolo proferì am . Quam uonmllorum opinionem refellit Clemens Ale*an- drinus in primo Stromateon > ut alibi memini - mus . Sed ab bujufmodi Jufpicione Bafilium paullo pofl purgabimus . Ora il nollro autore prende da quello palio quelle lòie parole ; Ari m Ari flotti is j>hilofophiam tanquam Chriflo invi, fam, et inimicam i atque ab hofle illitis Dia. bolo profeti am ; e le porta come un detto del P. Petavio contra la fìlolòfia d’ Ariftotile. E chi non vede però che il prurito di conculcare quello filofofo ha fuggerito all’autore della let- tera una sì aperta, e abominevole ftorpiatura? E pure y fe per 1* altro verfo vogliamo ri- guardare e Arillotile, e il Delcartes, non ci mancherà motivo, nè fcrittori, i quali ci a- prirànno la ftrada a deificare il primo, ed a deprimere, e conculcare ancora il fecondo, lènza nè pure aver bifogno di ricorrere a tali artificj . Ogni volta che uno fcrittore s’ha a. cquiftato un gran nome nella repubblica del- le lettere, e mafTìme per lungo tratto di tem- po, ’è pazzia l’immaginarli, che tutte le co- fe lue pollano eflère tee . Il buono làrà mi- fto col men buono, come di tutte l’ umane cofe, che perfette giammai non li videro j fiiole avvenire ; e però quelli, eh’ amano dì cogliere negli eftremi, troveranno in amen. - due le parti da làttollarli . Il punto Uà, che non lì lufinghino d’innalzare una fabbrica, che non polla eflère da alcun altro colle ilei* fe forze diftrutta, per non ritrovarli contra la loro efpettazione ingannati. Un altro, che riguardi lo fteflò oggetto dal lato oppofto a quello, che 1’ hanno riguardato efli, ritro- verà tolto gli liromenti da dilhuggere in quella fletta fucina dov’eglinò gli avevano ri. trovati per fabbricare - Di quella difputa d’ Ugone da Siena, al tempo del Concilio, che fi cominciò in Ferrara, riferita dall* autor della Letteta, come cola inftituitaperefalta- re Platone, e deprimere Ariftotile, così nel., la fua Cronaca lafciò fcritto Filippo da Ber- gamo : Cumque Nicolaus Marchio, et multi in Synodo congregati pbilofophi excellentes ad - venijfent, cuniios in medium philofophia jocos adduxit ( Ugo ) de quibus inter fe Plato ± Arifloteles fuis in Operibus contendere, ac magnopere dijfentire videntur, cdocens eamfe partem defenfurum y quamGraci oppugnandam ducer ent, five Platone m y fi ve alium je fequen - dum arbitrarentur . Lo fletto atteftano Enea Silvio nel capitolo LI I. della Dedizione delF Europa, e Andrea. Tiraquello nel capìtolo XXXI. del libro de Nobilitate . Ecco pertan- to, che il fine d’ Ugone non fu V efaltazion di Platone, e Pabbaflàmento d* Ariftotile, come vien fuppofta : ma fi profefsò di voler difputare problematicamente, che vai a dire, difendere la parte impugnata, e per confe- guenza difendere o l’uno, o l’altro di quelli due fUofofì . Cosi il Concilio Lateranefe V. a torto vien portato alla facciuola 114. come difàpprovatore, e condannatore della filofo- fia Peripatetica nella Scffione Vili. Bafta fo- to leggere P accennato luogo per chiarirli, che quello Concilio non condannò nè Anda- tile, nè Platone, nè alcun altro filofofo in particolare : ma generalmente della filofòfia ragionando, proibì primamente I* abufo a que’ tempi introdotto di difendere nelle pub- bliche Tefi, che circa lo dello punto, quel- lo era da dire fecondo la filofofia, e quefto fecondo la verità : ovvero tal colà fecondo la filosofia e r a vera, che fecondo la fede erafal- fa . In fecondo luogo ordinò a tutti i Lettori pubblici delle Univerfità, chefpiegando i fìlofòfi, avvertilfero la gioventù degli errori loro, alla fede noftra contrari, -confutando* gli, e riprovandogli . E finalmente (labili, che niunCherico doveffe dopo io ftudio della Grammatica appigliarli a quelloodeilaPoefia, o della Filolòfia, lènza ftudiareinfieme Teolo- gia, e Canoni, acciocché, foggiugne, In bis Janlìif, et utilibus profijfionibus Sacerdotes Domini inveniant, unde infili a s Pbilofopbia, et Poe fi s r adice s purgare, et fanare valeant. E tanto è lontano, che i Padri di quefto Concilio abbiano avuto in animo d’oltraggia- re Ariftotile, eh’ anzi lette le poco fa accen- nate cofe, e ricercato, fe alcuno avelTè pun- to che dire in contrario, fi levò fufo Niccolò Lippomano Vefcovo di Bergamo, e sì difle^ Quod non pìacebat fìbi, quod Tbeoìogi impo - nerent Pbilofopbis difputantibus de veritate in - ielle fi us tanquam de materia po/ita de mente M LIZIO y quam [ibi imponti Averroes: lieti fecundum verità rem tali opimo e fi fai fa. Similmente di queir Aezio Vescovo che dall’autor dell’epistola è rapportato come uno che per troppo starsi attaccato alle categorie del Lizio, cadesse in eresia e diventaflTe ateifta, Socrate nella sua storia ecclesiastica cosi ragiona. Hoc aiitem facit categorii s LIZIO sic liber iU le e fi ir. scriptus fidem habens ex quibus disputando ac se ipsum fallendo y non int clienti y ncque a feientibus didicìty quis fìt LIZIO feopus. Ille namque propter fopbifias philosoph'ue lum illudentes id genus exerctiii conscripsit y et Di al etite en per sophismata novis fopbiflis dicavti. Itaque academici qui ACCADEMIA y ac Plotini scripta e L 9 immaginazioni belle piut- rollo ad udirli, che fiifliftenti e fode, le quali sono fparfe per tutto il corpo della fua filolofia y e che tinta di fanatifmo T hanno fatta comparire. I vortici, che da fonti torbidi italiani, come sono quelli di Bruno, ha prefi il. Descartes – H. P. Grice, DESCARTES ON CLEAR AND DISTINCT PERCEPTION -- per far girare la fila triplice materia; sono colori, che possono servire a fare un ritratto di lui tutto diverso da quello, che ha fatto l’autor della lettera Malebranche mede, fimo l’uno de’più acerrimi difensori, e approvatori della dottrina di Renato, così lascia scritto nel libro ili. patte L della ricerca della verità. Mortsù Descartes è anch'egli uomo y soggetto all’errore, e all’illusione, come gli altri . Non v 9 ha alcuna delle sue opere y non eccettuando nè pure la sua geometria y in cui non sia qualche segno della debolezza dello spirito umano. Non bisogna adunque fiare alla sua parola; ma leggerlo cautamente, com 9 egli ftejfo ci avvertijfe. Non sono anche mancati uomini dotti, i quali hanno fatto vedere, che la sua filosofia è di pregiudicio alla fede, i8i ed è contraria a molti dogmi cattolici AIcuno ha pretefo, eh ella rinnovi l’eresie di Pelagio, e di Neftorio: ed altri, eh’ella sia la firada allo spinosismo, e all’ateismo Io sò, eh’è slato risposto a questi tali, e che vi si risponderà: ma quello appunto è quello, che il di sopra da noi detto conferma, e che mostra quanto agevol colà sia o, ecceder nella lode, o ecceder nel biafimo, quando non s 9 ami di fidar l’occhio che o ne’sòli vizj, o nelle sole virtù. Non sembra adunque, com’ho detto, degno di molta lode il disegno di stabilire la difesa della filosofia sopra le lodi, ell’efaltazione di Descartes, e sopra i biafimi, e depreflione del LIZIO, ficoome sopra un fondamento, che si può distruggere con quella stessa facilità, con cui s è innalzato: e per mezzo del quale, fermo e inconcuflò renando, si verrebbe a slabilire quello, che l’autor filo medesimo in alcun luogo con molte parole s 9 e ingegnato di diftruggere, cioè il farli seguace indivisibile d’alcun filosofo particolare come H. P. Grice. Ora diciamo alcuna cosa della principal ragione, sopra cui l’autor della Lettera ha piantato la difesa della filofofia; la quale si è, che derivando ella dal fonte dell’ACCADEMIA, fìlosofo superiore al LIZIO, approvato dagli antichi padri, e riconosciuto come molto vicino a’dogmi cattolici; ella non vuol eflere riprovata, massimamente in confronto del LIZIO, la quale, secondo lui, è J }a* fa l’unica, e sola cagione, anzi l y orìgine JìcJfa di tutte l’eresie. E quanto al primo, cioè quanto al principato, tra l’ACCADEMIA e il LIZIO; molto difficile, molto dibattuta, e da niiino per anche decite quistione ha preso a diterminare il nostro autore, augnandolo al primo. La difficoltà di tal decisione procede, che molti essendo i pregj delfinio e dell’altro filosofo, amendue ancora hanno le loro imperfezioni. Secondcchè pertanto si vogliono riguardare sì nell’uno, che nell’altro più quelli, che queste, si ha campo ancora di antiporre, o pote porre l’uno all’altro. Ma per quello, che riguarda il secondo y cioè quanto al far uso dell’uno, o dell’altro nella teologia, e nelle cose della religione, non sono pure ben d’accordo tra loro gli uomini dotti qual sia da preferirli. Se per L’ACCADEMIA sta l’uso, che mostrano averne fatto i primi padri della chiesa: nè anche il LIZIO va privo in tutto di fimi! pregio, mentre al riferire d’Eusebio nella storia ecclesiastica, in Alessandria, anche al tempo, che i dottori apostolici rifpJea« plendevano, il LIZIO (cuoia fioriva. Clemente Alessandrino Stromatam, riferita, che Ariltobolo con molti libri prova, la filosofia del LIZIO dalla legge di Mosè – IL DECALOGO H. P. GRICE THE 10 COMM --, e dagli altri profeti derivarli. E Gioleffo nel lib. I. contva Appìonem, insieme col mentovato Eusebio nel de preparatane evangelica, recano un luogo di Clearco, ditapoIo d’Annotile, da cui si scorge, come quello filosofo, eliendo m Asia, tenne lunghi, e sciendfici ragionamenti con un dotto, e savio ebreo, da cui apparo molte belle, ed eccellenti cose ne’divini libri contenute. Anzi fu opinione d’alcuni, che lo «elfo filosofo, avendo avuti per mezzo d’Alessandro i libri di Salomone, molte cose da quelli raccoglielTe, e trasportalfene’ fuoi. Ne mancarono fra moderni lasciando per ora da parteltare i libri de vietate il LIZIO, de f alate Anflotchs, ed altri limili dati fuori chi comparazioni tra la scrittura sacra, ed il LIZIO facendo, s insegnarono a tutta lor polla di mostrare, eh ealino pattano d’accordo, come Trapezonzio, Zeifoldo, Steuco, ed altri. Sopra così fatta lite pertanto a muno, s’io non vado errato, dispiacerà il prudente giudicio di Cano, stimato meritamente dall’autor del la lettera il maggior ornamento della famiglia domenicana. Divo Augusli, wofdice quell’ autore nel de loets Tbeologicis Pialo summus est: Divo Gazeo, di Teofìlo Patriarca d’Antiochia, di Lattanzio Firmiano, d’Eusebio Cefàrienfe, d’Epifanio, di Gregorio Nazianzeno, di Girolamo, di Crisostomo, e di Teodoreto, ne’quali, tutti concordemente biafimano, e {gridano l’ACCADEMIA, e la sua fìlosofia, come quella, ch’è fiata l’origine, ed da palcolo e fomento ad infiniti errori ed eresie. Ecco adunque che IL LIZIO non è fiata la sola pietra dello scandalo. Ecco ch’egli non è l’unica cagione di tutte l’eresie. Ma L’ACCADEMIA senz’alcun dubbio, in quella parte lo supera, ed è stato guardato di malocchio da padri; e l’accollarli, ch’egli fa in qualche modo più a noi, è ridondato in nollro maggior pregiudicio. Di qui fu però, che negìi ultimi tempi, quando Gemillo, il cardinal BelTarione, Gufano, e FICINO (si veda) illullrarono, e fecero rifiorire la ACCADEMIA limola, quali tutti non pertanto stimarono miglior avviso, o almeno minor pericolo, attenerli tuttavia al LIZIO. Sen. tali lòpra ciò 1’ avvedutiflìmo Giovan Fran- celco PICO (siveda) Mirandolano, il quale nel libro 1 V. capitolo IL del fuo Ex amen vanìtatis dotivi, ttee gentium, in quello modo lafciò Icritto. Alti nihilominus, Platone poflhabito, haferunt Arifloteli, exiflimantes illum noflr et exatìe, fed in comuni defumta ) prxbere aditum faci - lius po/fit, quam Arifloteles, qui rationibus, non fide, foleat plurìmum et fere femper inni - ti . Ma il talento di avvallare Ariflotile, e cacciamelo del mondo, e della memoria degli uomini; non ha lalciato Icorgere all’ au- tor della Lettera, non dico le lodi fue ; ma nè pure i biafimi, «Squali i medefimi Padri ne’medefimi luoghi, in cui nello ripigliano, » anche il fuo maedro fogliono non punto di- verfamente trattare . Per cagion d y efempio nel capitolo XJ. del Libro intitolato Regala Monacharum, a Girolamo già attribuito, fi leggono quelle parole ; Attende, et tu fatuorum fapientum princeps Arifloteles . Elleno però fono Hate tolto notate dal nodro auto, re, e nella lettera aliai avidamente inferite: ma queir altre: Verum non fine labore didicu ) fii tuam Japientiam fatuam Plato y folamente due verfi lontane, e quelle ancora aliai vicine; Non banv fatuitatem doéìijjimam Athenis Plato didicit, non Arifloteles y non Anaxagoras > non cete - rorum fiultorum mundi fapientum turba percepita non fono Hate avvertite da lui, nè notate, non altrimenti, che feo non iforitte, o rafe, e cancellate Hate li fodero. Ma che diremo, che dopo quel detto da lui in difcredito d’Afrillotilc recato, immediatamente al medefimo . filofofo quedo elogio è teduto, o leurato fi mil- mente, non fo come, c tolto agli occhi del nollro autore? Et fi fueris abfque dubitano, ne prfdigium, grandeque miraculum in tota na+ tura y cui pene videtur infufum, quicquid naturai iter efl capax humanum genus, 43c. Le quali parole anzi della foiocca abbjezione, e viltà del Chiofatore Arabo, che del- la gravità Geronimiana tenere mi sembrano r no Vero è però, che da tutti i Critici efl fendo coiai opera da quelle di Girolamo fe pa- rata, e come lavoro di più baili tempi, non fu Averroe nella Prefazione alla Fifica 4 parlando d’ Afiftotile difTe : Talem ejfe virtutem in indi- viduo uno tniraculofum et extra neum exifiit . A che pare, che corrifpondano qtìeft e parole : Si fuerir ab - fque dubitation e prodigi um 3 grand eque mìraculurn in tota natura . Averroe ancora fopra il libro JL della generazione degli animali, così lafciò fcrirto : Lau* demur Deum, qui feparavit lune virum ab a li ir in perfezione 5 appropriavitque ei vltimam dignità tem bumanam ò quam non omnis homo pottft in quacumque £tote attingere . Alle quali parole s } accofta- no ùmilmente quell* altre : Cui pene videtur infu - fum, quicquid naturaliter efl capax bumanutn gsnut . Di qui fi può formar conghiettura, che cotal Libro non fia flato feri ero, in cui fiorì Averroe. Oltre a moire voci de 9 tempi baffi, e parecchj veftigj di fcolaftico, e Parigino idioma, che vi s* incontrano y e che pofTono fervire per confermazione di quello 3 maggiormente ancora tutto ciò fi ftabilifce dalle parole, che fi leggo* Do nel Ut quafi quorundam pbilofo - pborum videretur in eis verificavi opinio, qui unam ponunt in bominibur univerfir animar» folam . La qual è opinione venuta fu ne* tempi baffi,dai rappor- tato Averroe mefTa fuori e difefa, impugni 3 da S. Tommafo,e finalmente condannata nel V. Con- cilio Lateranefe alla Seffione Vili. Ma perchè per . altra parte dell* accennata opera fi fa menzione del pranfodo- po nona ne’ dì di digiuno ; il qua! ufo s’è nella chiesa confervato fin verfo il fine del XIV. fecole 5 perciò potrebbe argomentarli 3 che il Libro non fof9i fna giudicata non era da farfi arma fuor di ragione contra lo Stajprita del nome d’un tanto Padre . Ben piu vantag- giofo e per V autore della Lettera, e per la verità flato farebbe, eh’ egli nelle vere ope- re i veri '(entimemi di sì gran Santo intorno a ciò rintracciato, e quafi fpigolato avefle, mentre in quella guifa il perfeguitato Arifto- tile dal glorificato Platone non mai guari lon- tano ritrovato avrebbe - Come (opra il capi- tolo X. v. XV. deir Ecclefiade. Lege Platone m: Arifloìdis revolve verfutias y et probabis verum esse quod dicitar : labor flaltoram affliget eos . Sopra il Salmo v. Vi. al- tresì. Nane ipji hareticì licet per Arìftotelern y et Platonem videantar fimplicitatern Ecdefi e fin dove fi debba fèguitargli • Poflòno è vero accodarli f chi piu, e chi meno a* dogmi della noftra re- ligione, fecondo i fonti da* quali attinie* ro le loro cognizioni ; ' ma non è però giammai da fperare, che ferifcano il fe. gno, perchè le tenebre, nelle quali viveano, loro non permettevano d y arrivare tant* alto . Altro dunque non fi può in /quella parte, che com piagnere la mifèria, e infelicità loro : per altro il biafimo, e la lode non ha propriamente luogo fòpra elfi,?fe non quando fi confiderano • da fe, come puri filofòfi, e fèparatamente da* do- gmi de* Criftiani. T Ora palliamo a dilcorrere brevemente dell* idea generale, che P amore della prefènte Lettera ha avuto ; il quale ha divifato > che la difefà di Defcartes fia la difefa della filofofia moderna, e la condannagione d’Ariftotiie fia la con. dannagione cella volgare. Incorno a ciò è da avvertire, che la mo- derna filcfòfia non è in modoconftituita dalla filofofia del Defcartes, che Cartellano, e N Mo' Moderno fìa la medefitrià cofa. E 1 ben vero, che non fi può eflère Cartellano lènza eflère ancora Moderno; ma non è vero, che non fi pofla eflère Moderno fenza eflère Cartefiano, Per la qual cofa la filolòfia Cartefiana fi ha alla Moderna, come la fpezie al genere. Ancora è da notare, che avvegnacchè la volgare fiJtfofia abbia voluto unicamente ac. taccarfi ad Ariftotile, tuttavia eflèndofi ella lèrvira per intenderlo dell* ioterpetrazioni de- gli Arabi, i quali per l’ignoranza delle lirt^ gue, e per mancanza d’erudizione, peflima- mente 1’ hanno iotefo: nè lette avendo gli Scolaflici quefte interpetrazioni nell’idioma, in cui da’ loro autori erano fiate fcritte; ma dall’Arabico trafportate in LATINO, o come alcun dice, in Ebreo dall’Arabico, e po. fcia dall’Ebreo in LATINO trafvafate ; può et fere per ciò aflai facilmente avvenuto, che la mente d’ AriflotiJe per lo diritto intendi- mento prefo, fia del. tutto oppofta a quella degli Scolaflici, e cosi la mente degli Scola. Ilici a quella d’Ariflotele. Ora di qui ne fégue, che come vituperandoli, e condannan- doli i modei ni, per avventura nè fi vitupe- rerebbe, .nè fi condannerebbe il Defcartes; ' così per l’oppoflo lodandoli, e difendendoli il Defcartes, può eflère, che nè fi lodino, nè fi difendano i moderni . Similmente fi ccome vituperandoli, e condannandoli gli Sco- la- lattici, è facil cotti, che nè fi vituperi, nè fi condanni Arittotile • cosi potrebbe dare il calo, che vituperandoli, e condannandoli Ariftotele, nè fi vituperaflèro, nè li con- dannaflèro gli Scolatici, eh’ è quanto dire la filolòfia volgare. E* ben vero però, che quell’ ultima . eiTendo colà dilEcilittima, e preffochè imponibile ; perchè non è da cre- dere, eh’ elfi Scolatoci perverlàmente intendendo Arittotile 1’ abbiano migliorato : ma piuttotto piggiorato affai ; cosi il vituperare, e il condannare Arittotile pare, che provi molto quanto al vituperare, e condannare la filolòfia volgare . Ma per 1’ oppofta {ra- gione il lodare, e il difendere Renato Dett cartes non pare, che provi tanto per quello^ che fpetta al lodare, e difendere la filcfofia moderna; Perbene adunque, e acconcia diente difen- dere, e lodare quella filofofia, {ómbra di me* ftieri cercare il fuo verocottitutivo, dalla bon- tà ^.o difetto del quale, la lode, e il bia* fimo ad eflà Umilmente fe ne derivi. Ora quello, che fembra la filofofìa moderna conttituire, e alla volgare degli Scolali ici immediatamente oppofta; renderla, fi è lo lcotimento del giogo Peripatetico, e di qualunque altro particolar filolòfo ; e la pura ricerca della verità. dove, e in qua- lunque luogo ella fi fia . La ichiavitù nel. N * la la quale, feguendo gli Arabi, gente d f ani* ino baffo, e fervile, avevano pollo il loro intelletto gli Scolaftici, per ellere dapper- tutto fparfi, e difufi, s’era ancora dapper^ tutto difufa, e inoltrata, ed avevano cbbligato tutto il mondo a non filofofare con altra mente, che con quella ' d’Ariflotile. Avvegnaché fopra infinite quiflioni di filo- lofi a 7 col là pere* la mente di quello filofo- fo, non fi fappia per anche nulla y tuttavia eglino s* erano immaginati di làper tutto. Nequc erìnn- Philofophum ; ( cóme dice Giovan Francesco PICO (si veda) ) fed Pbìlofopbi* legem pkrique omnès arbitrobantur . Quella però è la cagione, che fi fono veduti fopra tal qui. ftionepiù libri, deflinati ad eliminar la men- te d’ Ariflotile,' che a ricercare la lidia veri, tà della colà . Molti hanno incominciato a riflettere, che quello era un travaglio molto penofò, e che il frutto non -iftance era aliai tenue. Hanno offervato, che per quella via, al più non fi’ poteva venire in cognizione che di quanto fapeva Ariflotile, che vuol dire di pochiflìme cofe, rifpetto a quelle, che s* avrebbono potute fcoprire . Dove 1’altre ar- ti al tempo de* primi ritrovatori • fono Tempre comparlè rozze tempi d’ A ri Rotile >' di Piatone, di Demo- erito, e d’ Ippocrate, molto fi làpeva per squelPctà, allo ’ncontrocol tratto del tempo era venuto anzi perdendo che no, e le fet- enze s* erano piuttolìo abballate, e o Taira te, ^he illuflrate, e innalzateli, com’era di ra- gione - Conchifero adunque, che quello modo di filofofare degli Scolatici èra irragione- vole, e barbaro, e non tendeva ad altro, che a coprire tutto il mondo d’ una miferabile ignoranza, mentre, come avvertì anche Sene» .Qui aitimi fequtiur tiibil inventi, imo ne* que quarti.. Valla Romano fu il pri-, che a’ adpprò a trarre la filofofia del mi. fero fervaggio, in cui li giaceva, inoltrando èllere lecito fentire diverfo da Ariftotile co* duci tre Libri Diale Elie arum difputatwmm, che fcriflfe a ^quello fine . Anche .Giovati Francei- co Pico Mirandolano ne’ tre .ultimi Libri del fuo E* amen vanitati s dottrina gentium, molte colè difputò contra lo lìdio filofofo ; e mol- te altresì ; Lodovico iVives ne* fuoi Libri de cauffts corrupanrm artium, per non dir nulla delTelefio, del Patrizio i e d’altri fomiglian. ti,ii quali pure tennero la ll'eflà via . Dietro le velìigie di coltoro BONAIUTI (si veda) in Italia, e Barcone, in Inghilterra inftituirono Un modo di frlólòfare libero, e del tutto oppolto, all’ antico. Scola Iti co, e gittarono le prime fondamenta di quella ft- r«o n ? • io. lotcfia che fi chiama Moderna/ non perchè fidamente ora Ì fuoi principi fieno /tari po. Iti in ufo; che Tempre, e in tutti i fiecoli gli uomini ragionevoli altra via non hanno mai tenuto ne! tilofcfare; ma perché dopo ? in. fezione orribile, e univerfale degii Scolaftick iqtiali amava n meglio di fcioccheggiare coti Ariftotile, che con altri tàggiameme'iditcop* rere, come alcun diffe j q netti ottimi pria, eipj fono fiati felicemente richiamati, e pa. fti in ufo da moderni . Aperta cosi Ja fi rada da queftì due nobili, e valorófi ingegni . primo de’quali fu il primo ancora, che chia. mo in ajuto della filofofia le Matematiche, e che con profpero avvenimento Je v’ intro- dufie; comparvero ben tofloCartefio, e Gali, do ?r, r £ na . altri ec. celienti filofofì, i quali t a n te ^ e sì diverte ecfe e in cielo *, e in terra difcóprirono, e cosi fatto utile recarono a tutte I» altre arti, e fpecialmente alla Medicina, che ben fece, ro conofcere cogli effetti, quanto infelice, e miterevole fia la condizione di qpefti aridi, f d, g' 1 ™ d* Ariftotifc; e quanta fia la necetfita di battere altra via per ben fìioi babugemus in Italia Galil quotiefeumque ipfi permittitur libere quo* cumque vagari. Verumenimvcro nec argumenta in oppofitum defunty pracipue quantum ad pbilofopbiam. ^Ecce quanam plus minufve . /. Ouod nonHdeo rerum fcìentia aequiritur y fla- tim ac auttpfis innotefeit opimo 5 quacumque aliter fentiendi, aut fcribendi pr aclu fa facuh tate . Ih Qupd fape fapius temporis multum fruflra tranfigitur, germanum vefligando prò* prii auttoris fenfum > fpeciatim in aliquibus con- troverfiis y quas ipfe fubobfcure refolvit. Hinc ea penitus non declinari y qua timentur abfitrda, hoc efl circa opinandi libcrtatem ; Magifler enim nonnibil acutuSy auttorem quem- piam ad proprhtm fenfum jugiter potè fi expo - . i ntn - tot tendo trabere, ita ut in eunlfis fihi patroci. nari videatur. IV. Quod in pbilcfapbicis libe . rum unieuique effe debeat fuopte nutu de re. .rum natura fentire, et quod fcrutanda veri, tati plurimum obefl ita jur are in verba dolio, rum, ut borum auHoritatì, baudquaquam li. eeat refragari.V-, Quod iflopotifftmum loco Divi Atfguftinì norma m fequi cportet, adferen. tis, quantavis auiloritate, ac fanlìitate fulge. fit aliquis aulior, ipfi tamen indubitatum, fir. tnumque affenfum co folum effe prabendum, ? to rationes ejus illum a nobis extorqent . VI. andem Deum onice. effe, cujus auHoritati, nipote maino infallibili, fit tace fidendum. 4 t 1 » i INE. 0 •* • :t \ ; u M s i Delle cofe notabili, contenute nella preferite Lettera, . e -nell’; ; ; Offervazione. M si pone in Dio. 84. gran fbfifta. AriflptplicìJ Vedi Perl pitici . Tjf J AriflotUe rfòvetchia autorità dataglida alcuni 8 . * 1 ?4- condanna Platone, e n*è riprefo. 1 j.fiioi * : ièguaeV eretici . . pròBaMJifti venerato còme idolo. . i59.bia/tmatoda > fanti Padri ..da altri . . fuoi libri condannati . . notato di gravi errori da’ Padri, ed r, altri. 41. 4Z. .,'fu uno de 9 maggiori filo- . lòfi delia Grècia 44. fu chiamato in giu- *5 ^icio . . fuoi principi bugiardi . .; infa- mato da 1 fuoi feguaci lteffi ., 45-46. fe ve- nifle ora al mondo fi difdirebbe. c noniftimò di dover eflère norma univerfà- le . . e 1 origine di tutti gli errori de interpetri. i^.fwacrfcurità. . è li ìóJò tra tanti filofofi,(:he fia ftudiatq, fxid ila V n izio ne deIL*iTOii\c> biajtj ma|? -- immortaJi^delranima.. fua Logica T fofìftica . . lodato affettatamente . flrabocchevolmente biafimato> giudici retti fopra il medefimo . 171. non •%• • C Ano ( Melchior ) ; Tuo elogio •: 38. giu- ì dicio del medefimo intorno a Piatone e jAnilotile Capitone : fct raggiante i, ; Caramuele ( Gio. ) : ilio prelag io intorno al-, la filofofìa Cartefiana. . {, 120 Cartefto ( Renato ): lii che fondamenti pian- « tane il fuo fiftema - .. fiioi principi giu* ili y e buoni. . fuoi fèguaci. «‘ fo*! fuoi protettori converte la Regina di Svezia e altri lupi fentimenti fi conformano v «> n que, de y Padri. n8. chiamato il refu gio de J cartoli- onori fattigli. . calunniato dalle univerfità Protettami . . fuoi nemici - fiioi difenlòri . pone per primo principio il dubitare . 87-fua prote- it azione, $7. a ma d’effère corretto. . per- chè fine meditate una nuova, fflofofìa. lodato dal P. .Merlènni . 118.119. s’uniforma fo’ftntimenti di Platone. 121. fuoi coltami. iiz. giudicio fòpra il medefi. ino del Malebranche . . fua filofofia -difefa dalle migliori univerfità d’Europa. . ù »Ojr . fi dee antiporte a quella d* Ariftolile.. è veramente Criltiana lodata. prefagio del Caramuele intorno al* la medefima- . è tratta dalla Genefi perchè contraddetta da alcuni ha dato motivo a molti di dar in pazzie . ed empietà. 179. fuoi difetti U ha alla Moderna come la fpecie al genere Cartellano, e Moderno non è lo fteflq. P. C a fati: abbraccia la fìlolòfia Moderna. Caffi ni: fila oflervazione . ili Celfo: contrario a J a bolero. CeJ alpini ( Andrea ) .* fua. (coperta. Charlet : amico del Cartello Cbiefa: fua dottrina è la vera fìlolòfia . è interpetre degli arcani Divini . 163. Ve- di Teologia . P. Cbirchero ( Atanafio ): proccura 1’ amici- zia del Cartello Clemente ( AlefTandrino ): non iftimò, che i Greci fi giuftificafièro per mezzo della fìlo- lòfia. Cicerone ( M. Tullio ) .* divinizzato dal Nizo- Ito. Cielo : (ita grandezza, materia, e moti ignoti. • '>'••• ' Cipriano Martire: fao errore . P.Ciermans : loda il Cartello. Concilio Latermefe V. : filo luogo alla Seflìone Tie 8. fplegato . D Daniel ( Niccola ) : impugna Cartebracciata fua opinione intorno alla i . P- Detei: Cartellano . Defcartes . Vedi Carte fio. Digiuno : fin quanto abbia durato nella Chie- *'• là il pranlò dopo Nona. p. Di net ( Giacomo )ì amico del Cartello . > Dio: è la prima verità. Difpute : la verità fogge da eflè . 5. fono un tormento degl’ingegni . 6 . hanno diftrut. * to la filolofìa . altro lor pelfi- mo effètto. 137. Vedi Filofofi i Perìpate. E Berardo Gio. difende il Cartello.Epicuro : plagiario. - commendato da’ Padri. fua filofofìa abbracciata. anche da’ Padri meri. •• tò della medesima . . illultrata dal tiri) Sette. E Gal' v ; G^irenaiv T " - ; ' ° Erbe : non fi fa la loro virtù Ereboore : ( Adriano ) : Cartellano. 7 O Euclide: fuo detto ’ ; \ r \ * : f ’ Eunomiam: giurano 4 filile parole d’Ariftotile. .,Etintìniicr: compagno d’ Aezio nell’erefia . ^ fi vanta di conofcer Dio r . : è riprefo da’ Bafilio.'’" : i ! ', * Eurìpo : fuoi vortici non fi fa donde derivi- ' •1 no*. «, • .op * u:- t \ r r *jLvì r r f r *• » /i # ' »IA «4 • al *,1 *l*v* • 1 I • # Fabbri i abbraccia la fìlofofia Moderna. p. Farvagtie : difertfore del Cartefio. • 5^ Fede : 'richiede fommiffiorie. 34. Vedi Chic. *'/», ‘ : v>- ! v . Ecmrib( S. Vincenzo ) : introduttore dell In. '• cfuifizione Fìlopono X Giovanni ) .* eretico .Filosofare : è permeilo à tutti . -ir. liberta di •' éffo .. die fine deb- : bà avere.' • ^ ^ Filofofi'r contrari a fe medefimi .' 74. ton- ’ dano i principi del fi lofofare foli’ igno. •' -L 'i. a_ . 1 14 fri- • I • t “ «•. ?» tii.t 22.'fonó amanti delle favole . • i-! o *J°» 1 ZIO dicono le maggiori pazzie. *3 1. fé. ne - può trar bene, e male per la religione, 19^ non poflòno eflère biafimati di queftó • non bilbgna fperare, che parlino da Cristìiani biasimo 1 e lode quando abbia, luogo lopra euì. ' Filofopa: commendata’ da’ Gentili ) $ da^Pa- dii. 8. 9. io. 11. ip. non è fapienza..rV7^ : non è altro che opi nazione non . ve n'ha al mondo. divife in mille fette .. fua incertezza . . non abborrifce Je novità . fogget- ta a nuove (coperte. . ancella della Teologia. . è (tata ritrovata per efercitazion dell’ ingegno Jia avuto t. origine dajle fàvole de’ Poeti . non è . contraria a tutte le. favole. 131.nan.haan. cor trovato la verità. .,-y '^64 Filofofia Antica : fua / debolezza . j Hj-è up • giuoco fanciulldco Vedi Àrtjlotùc ~ y . 'Peripatetici t Scelffiiai • Fihfofià, ' Moderna : malamente n; ’4 • v - ." j; - :l ;;;;i 51 Gtfitttr:' hanno partkolar irtftituto di feguita* c re Ariftotile. 65. molti hanno abbracciato la fìlofofìa Moderna*. Gianfenifla : titolo proibito in Francia. 93 G indie io : norma .da tenerli nel. dar gfridició. .cr . noti bifògna dar negli cftremi Giureconsulti : non fono così pertinaci, come v : i iPcripa tctìdl*;! f: >\ fi j . vui !;; . Giuflino ( Martire ) : convertito per mezzo -ideila fìlofofìa Platonica i \ :U iV *7 f. Grandamy : amico del Cartello . 68 O 2 Grandini: non fi fa cóme s’ingenerino. 8r S, 'Gregorio ( Nifleno ) fuo elogio. 53. Epi- _ laureo. . .. 53- 54 P. Grimaldi : abbraccia la filofofia Moderna. • L ^' t \ * ;, M • -\ • «•..*# t 4 ( / 1 »» M « ^ 1 f » V • * ' i »»•' #..*•> « y i » • f . r II Gnoranz* ì et uo panegirico. 1 -- : % V« % ’ Incendy: ne* monti, non fi fa come fi i-ì facciano. . • :,. ' \ r . »... » ir f-.' % » “ 1 . «ili i • » r - • r » M ' • « 1 » t : i Lampi : non n fa come s’ ingenerino. . ci. ; P. Lupi : fi fa Cartellano. 56. perchè. 57, ? . S . • Stoici : negano 1’opinarionì lofpetti ap- po i Romani. T Affitti - f Alefiàndro ^ : fuO prefagio in- torno ad Ariftotilc verificato a Temiflio: eretico. ’ *9 Teologi: loro> difetti- • • 1 ^ - * ° Teologia : le novità in eflà fimo pericolofe . 98 ammeflè dagli Scolali ici. . è regina delle fcienze. 127. non ha che fare colla fi-, lofofia.127. 128. ha ritrovato la verità. 165 Icolallica non fi dee riprovareperchè fa ufo . • d* Arittotile Terremoti : non fi là come fi facciano Terra : ignoto fu qual baie fi libri, e quanto Ila grande. "8* Tejt pubbliche : loro abufo al tempo del V. Concilio Lateranelè . Ticcùne: file {coperte: • Aquino: come, e a che fine iludiafle Ariftotile . 46. fuo lamento . » • •,, - ' • - iZlO Tmricdli : .dio ritrovamento . . ' jio De Turne ( Simon ) : perchè acculato d* ere- fia., ... 22 f • f V ' “ f*** j »' i I V ' Alla ( Lorenzo .) r Tuo penfiero appro- vato dalNizolio. 144. Fu il primo a li. re: nega Topinazioni. 83. fua fetta fofpetta appo i Romani. Nome compiuto: Giuseppe Valletta. Valletta. Keywords: storia della filosofia classica, Cicerone, Bruto, Cassio, L’Orto, Il Portico, Accademia, Lizio, Filosofi italiani, Pico. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Valletta” – The Swimming-Pool Library, Villa Speranza.

 

Luigi Speranza -- Grice e Valore: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale dell’inventario del mondo – la scuola di Milano – filosofia milanese – filosofia lombarda -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Milano). Abstract. Keywords. Pegasus is Pegasus. H. P. Grice, Aristotle on the multiplicity of being. The ‘is’ of identity is reducible to the ‘is’ of ‘exists’ and ultimately to the ‘is’ of the copulative predication. Pegasus = Pegasus iff Pegasus exists. Filosofo milanese. Filosofo Lombardo. Filosofo italiano. Milano, Lombardia. Essential Italian philosopher. Grice: “Having philosophsided on what Italians call ‘valore,’ I admire Valore!” Si occupa di metafisica, di ontologia generale e delle implicazioni ontologiche delle teorie formali. Si interessa anche dei progetti di linguaggi artificiali e di lingue ausiliarie. Si laurea in filosofia a Milano, vi ha conseguito il dottorato di ricerca con uno studio su riferimento, rappresentazione e realta. Ricerca a Milano, dove insegna storia della filosofia. La sua prima produzione è stata dedicata principalmente a studi sulla filosofia dell'Ottocento e del Novecento e alla riabilitazione di una prospettiva trascendentalista soprattutto in metafisica. Partecipa al gruppo fondatore della rivista Problemata. Quaderni di Filosofia, di cui è stato caporedattore. Quando la Facoltà di ingegneria industriale del poli-tecnico di Milano gli ha affidato un corso di "Verità e teoria della corrispondenza", la sua ricerca si è spostata su tematiche sempre più teoriche, collegate alla filosofia analitica, alla metafisica e all'ontologia analitica. Organizza e cura il progetto. Diviene quindi professore aggregato di storia della metafisica a Milano, di filosofia teoretica al poli-tecnico con corsi dedicati all'ontologia formale e di filosofia degl’oggetti sociali (ontologia sociale) a Milano. Fonda In Koj. Interlingvistikaj Kajeroj, rivista di studio e discussione accademica sulle tematiche dei linguaggi artificiali. È stato membro del gruppo di ricerca European collaborative research finanziato dall'European science foundation e è il responsabile del progetto  per il programma Euro Scholars USA European Under-graduates Research Opportunities. Lavora su un suo progetto di ricerca di ontologia formale per il quale ha vinto una sponsorizzazione Fulbright nella categoria Fulbright Visiting Scholar. Collabora con la Rivista di storia della filosofia, è nel comitato scientifico delle riviste Materiali di estetica, Rivista Italiana di Filosofia Analitica Junior e Multi-linguismo e società ed è direttore delle collane di filosofia Biblioteca di Problemata (editore LED di Milano) e Ratio. Studi e testi di filosofia contemporanea (editore Polimetrica di Monza). Saggi: “Trascendentale e idea di ragione. Studio sulla fenomenologia di BANFI” (Firenze, Nuova Italia); “Rappresentazione, riferimento e realtà” (Torino, Thélème); “L'inventario del mondo. Guida allo studio dell'ontologia” (Torino, Pomba); “La sentenza di Isacco: come dire la verità senza essere realisti” (Milano-Udine, Mimesis); Curatele BANFI, Platone. Lezioni,  (Valore), Milano, Unicopli, Forma dat esse rei. Studi su razionalità e ontologia, Milano, Led, Paolo Va Ars experientiam recte intelligendi. Saggi filosofici, Monza, Polimetrica, Da un punto di vista logico. Saggi logico-filosofici (Milano, Cortina); Materiali per lo studio dei linguaggi artificiali (Milano, Cuem); “Questioni di metafisica” (Milano, Il Castoro); Quine (Milano, Angeli). Monaco di iera, Grin Verlag,. Pubblicato anche come “Inter-linguistica e filosofia dei linguaggi artificiali”, come numero monografico per la prima uscita del giornale accademico multilingue InKoj. Interlingvistikaj Kajeroj. Pisa, E di studio, Dispense universitarie La categoria di sostanza in Aristotele, Milano, Cuem, Introduzione al dibattito sulla distinzione tra analitico e sintetico (Milano. Cuem); Questioni di ontologia (Milano, Cusl); La struttura logico-analitica dell'ontologia di HERBART (Milano, Cusl); Laboratorio di ontologia analitica (Milano, Cusl); Verità e teoria della corrispondenza (Milano, Cusl); Philosophy of Social Objects (Milano, Bocconi); Bibliografie ragionate Ontologia, Milano, Unicopli, Verità, Milano, Unicopli, Saggi e articoli Acme,  "Idealizzazione della verità e coerentismo. Due perplessità sul realismo della 'seconda ingenuità'", in Iride. Filosofia e discussione pubblica, "La 'posizione' esistenziale e il giudizio ipotetico nell'ontologia di HERBART: il caso degl’oggetti inesistenti", in POGGI, Natura umana e individualità psichica. Scienza, filosofia e religione in Italia (Milano, Unicopli); “Sull'idea di una logica trascendentale", in Chora. Laboratorio di attualità, scrittura e cultura filosofica, "Alcune note sull'attualità dell'ontologia nella filosofia contemporanea più recente", in  V., Forma dat esse rei..., "L'interpretazione semantica del trascendentale e l'ontologia del mondo reale in PRETI", in V., Forma dat esse rei...,  "Il mestiere antico e nuovo del filosofo", in la Repubblica, (Milano).  "Fisica e geometria come modelli di lavoro per l'ontologia. Un'interpretazione del metodo delle relazioni”, Dall'epistolario di PRETI a BANFI", Ad BANFI cinquant'anni dopo, Milano, Unicopli, "Due tipi di parsimonia. Alcune considerazioni sul costruttivismo e il nominalismo ontologico", in La filosofia e i linguaggi, Macerata, Quodlibet. "Cosa c'è che non va nell'idea di una lingua cosmica. Il caso del LINCOS di Freudenthal", in Multilingusimo e Società,  "Nothing is part of everything", in Giornale di filosofia, Ontologie, Milano, Volume recensito da Utri sulla rivista Iride. Filosofia e discussione pubblica, Secretum on line. Scienze, saperi, forme di cultura,  e da Marazzi sulla Rivista di filosofia neoscolastica, Volume recensito da Gesner sulla rivista Belfagor. Rassegna di varia umanità, Volume recensito da Bianchetti, Chora. Laboratorio di attualità, scrittura e cultura filosofica,  Volume recensito da Giardino sulla Rivista di filosofia, nell'articolo "Tra i cavalli alati e la realtà" – cf. H. P. Grice, “Pegasus is Pegasus” Nomi vacui, su Il manifesto, Armezzani su SWIF Volume recensito da Corsetti su “L'esperanto. Revuo de itala esperanto-federacio”, recensito da sulla rivista web Secretum. Scienze, saperi, forme di cultura Si tratta di un Book accessibile con password. Si tratta di una replica critica all'articolo di Valduga "Filosofi all'anagrafe", pubblicato su la Repubblica, sezione Milano. Profilo accademico su immagini della mente. Elenco completo delle pubblicazioni sul sito universitario academia.edu. Nome compiuto: Paolo Valore. Valore. Keywords: Pegasus is Pegasus. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Valore” – per il H. P. Grice’s Play-Group, The Swimming-Pool Library, Villa Speranza.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Vanghetti: implicature di Deutero-Esperanto – la scuola di Greve in Chianti – la scuola di Firenze – filosofia fioretina – filosofia toscana -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library, Villa Speranza (Greve in Chianti). Abstract. Keywords: Deutero-Esperanto. Filosofo fiorentino. Filosofo toscano. Filosofo italiano. Greve in Chianti, Firenze, Toscana. Medico, laureato a BOLOGNA, esercita la medicina a Empoli. Durante la guerra mondiale è volontario assimilato della C. R. I. È l'ideatore dell'amputazione cinematica per prostesi cinematica, cioè del motore plastico (v. amputazioni; cineplastica). Per tale idea, del tutto nuova e originale, gli fu conferita la medaglia d'oro della C.R.I. Egli ha chiamato cinematizzazione ogni operazione basata su questo principio: "In un'amputazione o disarticolazione attuale o pregressa, il tendine o il muscolo provvisto della necessaria protezione fisiologica (pelle, vasi, nervi, ecc.) potrà in generale servire alla prostesi cinematica, qualora con esso possa formarsi un punto d'attacco artificiale sottoposto alle medesime condizioni di protezione (1899)". Il miglioramento della tecnica prostetica ha contribuito e più contribuirà in avvenire a dimostrare l'utilità del motore plastico nella massima parte delle amputazioni. Ha scritto: Plastica e prostesi cinematiche, Milano 1906, e in Arch. di ortopedia, 1899 e 1900; Vitalizzazione e prostesi cinematiche, relazione alla III conierenza interalleata per lo Studio delle questioni riguardanti gl'invalidi di guerra; Arcimeccanica e cineprostesi, in Scritti biologici, VI 1931); vol. 7, 1932; XXV congresso Soc. ital. ortop., 1934.  Bibl.: A. Pellegrini, Cinematizzazioni: primo trentennio della teoria vanghettiana, Bologna 1929.I progetti e l'influsso del Latino sine flexione di PEANO (si veda), interessante. Nonostante la fama inferiore rispetto ad altre LAI, è innegabile che, in seguito alla pubblicazione dei lavori di PEANO (si veda), si assisté a una proliferazione dei progetti di inter-lingua di base latina, ispirati proprio a quella del matematico piemontese. I numerosi tentativi sono testimoni del fatto che molti esponenti della comunità dei filosofi italiani condivide il pensiero che la lingua latina, opportunamente modificata, puo divenire il  mezzo perfetto per la comunicazione. Per i primi tentativi d’emulazione si devono aspettare a quando il filosofo italiano Vanghetti, esperto di lingue moderne e internazionali, pubblica le sue proposte di carattere esperantido, il Latin-Ido e il Latin-Esperanto. Con il termine “Esperantido” si intendono quelle lingue inventate ad uso internazionale che presentano un certo numero di caratteri tipici dell'Esperanto – cf. H. P. Grice, “Deutero-Esperanto in One Easy Lesson” -- entrambe si configurano come commistione delle idee di PEANO (si veda) e di altri sistemi, presentando un vocabolario di base ispirato al Latino sine flexione accostato rispettivamente alla struttura grammaticale dell'IDO (cf. Grice, Studies in the Way of IDO” --  e dell'Esperanto. A Empoli, mentre è membro della commissione, nominata dalla Società Italiana per il Progresso delle Scienze, che dove occuparsi della promozione dell'uso e dello studio delle lingue internazionali, commissione di cui fa parte anche lo stesso PEANO (si veda) - pubblica nella rivista “Riforma” anche un saggio intitolato «Questione de lingua auxiliario internationale in Italia» a riprova del suo particolare interesse per la materia. Giuliano Vanghetti  Voce Discussione Leggi Modifica Modifica wikitesto Cronologia  Strumenti  Giuliano Vanghetti Giuliano Vanghetti (Greve in Chianti, – Empoli) è stato un medico ortopedico italiano, famoso per aver condotto innovative sperimentazioni di protesi per arti amputati, in particolare quelli superiori. Di un certo rilievo fu anche il suo interesse alla linguistica: conoscitore di molte lingue, si occupò della promozione degli studi sulle lingue ausiliarie internazionali: l'interlingua e il latino sine flexione di Giuseppe Peano.  Biografia Giovinezza Dopo i primi studi a Greve in Chianti, dove il padre Dario si era trasferito da Empoli per svolgere l'incarico di pretore, conseguì la maturità a Siena e si iscrisse poi all'Università di Bologna. Qui frequentò ben tre facoltà - fisica, matematica e medicina - prima di optare per quest'ultima, in cui si laureò con un modesto 80/110 nel 1890. Iniziò la professione come assistente alla Clinica Dermosifilopatica di Parma ma, quando il padre si ritirò in pensione, rientrò con lui a Empoli accettando supplenze come medico condotto nei paesi circostanti.  L'esigenza di mantenere la famiglia che si era intanto formato (la moglie e i due figli Dario e Flora) e il desiderio di viaggiare e "conoscere il mondo", evadendo in qualche modo dalla dimessa routine della sua vita, lo spinsero allora a imbarcarsi come medico di bordo su navi in genere di emigranti italiani. Compì in quegli anni numerose e lunghe traversate soprattutto alla volta di Australia, Stati Uniti, Argentina e Brasile, imparando così l'inglese, il tedesco, il francese, lo spagnolo e interessandosi anche ai primi studi sull'interlingua.[1]  Protesi "cinematiche" Come un po' tutti gli italiani, anche Vanghetti si crucciò alla notizia della disfatta di Adua (1º marzo 1896), ma rimase pure angosciato nell'apprendere della doppia mutilazione (mano destra e piede sinistro) inflitta a un migliaio di àscari fatti prigionieri dagli abissini, ai quali poi il governo italiano aveva fornito degli inerti "pezzi di legno" in sostituzione degli arti mancanti. Riflettendo sul come dare "movimento" a tali protesi, in particolare a quelle della mano, il "dottorino" toscano giunse alla semplice e geniale conclusione che esse dovevano essere collegate proprio a quei muscoli e tendini che erano stati recisi dall'amputazione: era il principio delle protesi "cinematiche" (talora definita anche "cineplastica").  Lasciate quindi navi e piroscafi, rientrò a Empoli per rintanarsi nella casa paterna in frazione Villanova, suddividendo il proprio tempo fra il pollaio e il laboratorio da lui improvvisato accanto allo studio del primo piano, in cui sperimentò le sue teorie testandole su delle galline alle quali aveva amputato una zampa e applicato delle protesi "mobili" in legno. Vanghetti e la sua domestica, promossa assistente, le visitavano ogni giorno con la soddisfazione di vederle tornare a camminare dopo qualche mese. Nell'aprile 1898 pubblicò a sue spese Amputazioni, Disarticolazioni e Protesi, breve memoria illustrativa del suo metodo che tuttavia non ebbe alcuna eco nel mondo medico e scientifico.  Nel 1900 riuscì a compiere il passaggio decisivo dalla teoria e dalla sperimentazione sugli animali alla pratica chirurgica sull'uomo presentando direttamente le sue idee al professor Antonio Ceci, direttore della Clinica chirurgica di Pisa, che le applicò in un intervento di amputazione all'avambraccio destro utilizzando una protesi realizzata dal rinomato ortopedico pisano Giuseppe Redini. L'operazione e il paziente furono presentati nel 1905 a Pisa, al XVIII Congresso italiano di chirurgia, suscitando i primi timidi interessi per la "cinematizzazione" dei monconi d'amputazione (oltre allo stesso Ceci, i chirurghi Roberto Alessandri di Roma, Riccardo Galeazzi di Milano e pochi altri). Dal canto suo, Vanghetti cercò di dare forma organica alle proprie concezioni in varie pubblicazioni, soprattutto nel saggio Plastica e protesi cinematiche, che ottenne un premio d'incoraggiamento dall'Accademia Nazionale dei Lincei.  Solo dieci anni dopo, con lo scoppio della prima guerra mondiale, tornarono di tragica attualità il problema della funzionalità delle protesi e quello connesso della reintegrazione sociale dei mutilati. Augusto Pellegrini, primario di chirurgia all'ospedale Melino Mellini di Chiari, prese allora Vanghetti con sé e, con il grado di maggiore della Croce Rossa, lo incaricò di organizzare e dirigervi un Centro per mutilati. Del resto, le necessità belliche incrementarono rapidamente e in tutta Europa i progressi della tecnologia e dell'efficacia protesica e molti chirurghi tradussero in pratica i principi di Vanghetti pur senza riconoscergliene pubblicamente la paternità (non così il celebre Ernst Ferdinand Sauerbruch, che attribuì al medico empolese la primogenitura dell'idea). Allo stesso modo, anche i dispositivi ortopedici da lui elaborati vennero utilizzati e brevettati da altri per produrre protesi funzionali; è il caso ad esempio della "mano Marelli", di fabbricazione italiana, in cui, in base ai principi di Vanghetti, due tiranti consentivano i piegamenti delle dita e la chiusura del pollice sul palmo.[8]  I riconoscimenti e gli ultimi anni Alla fine arrivarono anche i riconoscimenti, seppur pochi e tardivi: dall'Accademia Nazionale dei Lincei, come detto, dall'Accademia di Medicina di Torino con l'assegnazione del premio Alessandro Riberi, e dalla Croce Rossa Italiana, che gli conferì un diploma di benemerenza e la medaglia d'oro. La Società Ortopedica Italiana lo accolse come socio onorario in occasione del congresso nazionale, tenutosi a Milano sotto la direzione di Riccardo Galeazzi e con tema "Sull'amputazione cinematica. Patologia e cura dei monconi d'amputazione". Nello stesso anno gli giunse particolarmente gradito l'invito a visitare l'Istituto Ortopedico Rizzoli di Bologna, dove il chirurgo Codivilla era passato dall'iniziale diffidenza a un convinto sostegno per le protesi cinematiche, così come il suo successore, Putti.  Dopo la parentesi bellica, comunque, V. torna a isolarsi nella campagna empolese occupandosi da un lato del figlio Dario, immobilizzato da una grave malattia, e dall'altro di disegnare e costruire nuovi apparecchi meccanici (fra cui un corsetto correttivo della scoliosi). Usciva di casa raramente, in genere il giovedì per recarsi in città al mercato e poi dal farmacista, dal meccanico e dal falegname: per l'abbigliamento un po' trasandato e per queste sue abitudini poco socievoli, che gli facevano preferire i polli agli uomini, passava per un eccentrico, uno strambo, un "matto" inoffensivo.  Dopo la morte fu sepolto nella cappella di fronte alla sua vecchia casa, sul cui portone d'ingresso il municipio di Empoli fece affiggere nel 1942, nel secondo anniversario della sua scomparsa, una lapide: «In questa casa degli avi suoi, schivo di onori, sdegnoso di lucro, ricreò lo spirito curioso d'ogni cultura, Giuliano Vanghetti, riformatore della tecnica delle amputazioni, ideatore geniale della vitalizzazione delle membra artificiali, il cui nome l'Italia e il mondo hanno meritamente iscritto nell'albo dei grandi benefattori dell'umanità».  Successivamente, l'officina-laboratorio-studio di Vanghetti è stata ricostruita in due ampi locali nel sottotetto della Biblioteca Comunale "Renato Fucini" di Empoli. Contiene tutti oggetti originali dell'epoca, donati nel 1990 dalla figlia Flora, come attrezzi, libri, calendari e protesi funzionanti. Greve in Chianti, suo paese natale, ha intitolato a Giuliano Vanghetti un viale.  Empoli, sua città avita e di adozione, gli ha dedicato una via, prossima al centro e, una delle scuole secondarie di I grado, in Via Liguria. Sulla rivista scientifica Neurology è apparso un articolo che presenta Vanghetti come il pioniere della neuroprotesica.[11] La copertina dello stesso numero è a lui dedicata. Se ne occuperà soprattutto negli anni precedenti e in quelli successivi alla prima guerra mondiale, entrando anche a far parte del consiglio direttivo dell'Academia pro Interlingua di Giuseppe Peano, votata alla promozione delle lingue ausiliarie internazionali e, in particolare, del latino sine flexione di Peano. ^ cineplastica, in Treccani.it – Vocabolario Treccani on line, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. ^ cinematizzazione, in Treccani.it – Enciclopedie on line, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Vanghetti, in Treccani.it – Enciclopedie on line, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. ^ «L'animale più indicato per questi studi sarebbe la scimmia, ma il prezzo d'essa, l'indisciplina e l'ingombro sono tali da renderlo impossibile ad esperimentatori di mezzi limitatissimi. I polli, dal pulcino al tacchino, sono gli animali che meglio si prestano per la loro docilità, per il prezzo svariato e per avere i tendini del tarso facilmente accessibili all'operatore.» Riportato da Nunzio Spina, Porro e Lorusso, Pellegrini. Contributions to surgery and prosthetic orthopaedics", in Journal of Medical Biography, Journal of the American Medical Association. Tuttavia, secondo Antonio Conti e Donatella Lippi, "La formazione sanitaria ad Empoli da Vincenzio Chiarugi ad oggi", in Ciampolini (a cura di), L'innovazione per lo sviluppo locale. L'università per il territorio (atti del convegno di studi, Empoli), Firenze, Firenze , «Il chirurgo tedesco Sauerbruch, dopo aver letto gli scritti di Vanghetti, se ne impossessò, iniziando ad applicare a tappeto la sua cura. Forte della sua fama e delle evidenze raccolte da V., rivendicò a sé la paternità di queste scoperte.» ^ Francesco Mattogno, Loredana Chiapparelli, Roberto Pellegrini e Marco Borzi, Manuale dispositivi ortopedici e classificazione ISO, ITOP - Officine Ortopediche, consultabile Archiviato  Internet Archive.). ^ Sul cosiddetto "Museo Vanghetti" si possono vedere: Maria Stella Rasetti, "Il Museo Vanghetti nella biblioteca cittadina di Empoli", in La Restitutio ad Integrum. Da Giuliano Vanghetti al Corso di laurea in fisioterapia, seminario di studi, Empoli (consultabile on line Archiviato in Internet Archive.); Ilenia Castaldi, "Il genio sperimentale del 'dottor' Giuliano Vanghetti", sul quotidiano on line gonews Archiviato Internet Archive. il sito della scuola Archiviato il 18 giugno 2012 in Internet Archive. Tropea, Alberto Mazzoni, Silvestro Micera, Massimo Corbo, Giuliano Vanghetti and the innovation of “cineplastic operations”, in Neurology, vCover Neurology, su neurology.org. Bibliografia Giuliano Vanghetti, Amputazioni, Disarticolazioni e Protesi, stampato in proprio, V., Plastica e protesi cinematiche. Nuova teoria sulle amputazioni e sulla protesi, Empoli, Traversari, Franceschini, La ricostruzione delle membra mutilate, Milano, Sonzogno, Pellegrini, "Come Vanghetti preconizzava le trazioni sullo scheletro mediante filo", in La chirurgia degli organi in movimento, Pellegrini, "Traitement des fractures des membres par l'archet de forgeron et les tractions sur le squelette par fil métallique selon la méthode de Vanghetti", in Bulletins et mémoires de la Société nationale de chirurgie,Maccaroni, "Vanghetti", in La riforma medica. Città di Empoli, Le onoranze a Vanghetti nel X anniversario della morte, Firenze, Noccioli, Landi, Mario Mannini e Pier Luigi Niccolai (a cura di), V.. Mostra documentaria, Empoli, Comune, 1990. Francesca Vannozzi, "I 'ferri del mestiere' di Vanghetti: possibilità di una indagine storica", in Giuliano Vanghetti: nascita, sviluppi e tendenze della chirurgia protesica dei mutilati (atti del convegno di studio, Empoli), Empoli. Antonia Francesca Franchini, "Empoli per Giuliano Vanghetti: l'importante convegno di studio sulla nascita, sviluppi e tendenze della chirurgia protesica dei mutilati", in Oris medicina, Spina, "Giuliano Vanghetti e le mutilazioni degli ascari: quando compassione e sensibilità scatenarono l'ingegno", in GIOT Giornale Italiano di Ortopedia e Traumatologia Tropea, Alberto Mazzoni, Silvestro Micera, Massimo Corbo, Giuliano Vanghetti and the innovation of “cineplastic operations”, in Neurology, Vanghétti, Giuliano, su Treccani.it – Enciclopedie on line, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Modifica su Wikidata Portale Biografie   Portale Linguistica   Portale Medicina Categorie: Medici italiani Medici Medici Italiani Italiani Nati a Greve in Chianti Morti a Empoli [altre] Il Latino sine flexione di PEANO (si veda) ed altri, cioè l'Inter-Latino, o latino  internazionale, è già in uso vantaggiosamente in altre discipline, anche  in forma ufficiale (v. per es. le circolari dell'osservatorio di Cracovia).  Il soggetto è trattato in modo conciso, ma completo, dallo stesso O.  sulla Riforma Medica, in latino internazionale perfettamente  intelligibile a prima lettura da ogni persona colta di qualunque paese  anche se conosce bene solo l'inglese od una lingua neo-latina  più specialmente ad un medico, ed a chi ha studiato il latino. Lo scrivere in latino internazionale costa poca fatica, senza necessità  di studiare una grammatica e senza possibilità d’errori. Del resto esi stono già dizionari appositi (BASSO (si veda), PEANO (si veda), CANESI (si veda), Pinth) che lascian  solo da applicare s al plurale o poco più.  L'Esperanto richiede studio di grammatica e di vocabolario. Questo  ultimo è in via di esser LATINIZZATO per più facile comprensione. Ma la  grammatica, per quanto ridotta rispetto alle lingue naturali, è sempre un  po'complicata rispetto all'inter-latino che non ne ha affatto per il lettore,  e quasi nessuna per lo scrittore, e ad ogni modo non è obbligatoria. Anche astrazion fatta da ragioni politiche *contro* l'esperanto, non  è ammissibile l'obbligatorietà dello studio di esso nelle pubbliche scuole, come neppure quello di alcun altra delle lingue artificiali, nessuna delle quali è ancora perfettissima. La Società delle Nazioni, respinse alla quasi unanimità detta pretesa; e pur rimandando la questione generale  allo studio dell’Intesa Intellettuale, mostra propensione alla base inter-latina. Intanto, oltre che a scopo di corrispondenza scientifica praticamente già constatata facile e vantaggiosa, è nell'interesse della scienza italiana della sua lingua spesso ignorata e spogliata per scarsa diffusione  anche in quanto riguarda l'ortopedia, che gl’articoli  originali dei nostri periodici scientifici portassero un sommario in latino  internazionale. La società internazionale per lo studio del problema è attualmente in Italia, e presieduta da PEANO, via Barbaroux, Torino, insegnante di calcolo in quella R. U. Nome compiuto: Giuliano Vanghetti. Vanghetti. Keywords: Deutero-Esperanto. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Vanghetti,” pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library, Villa Speranza.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!: ossia, Grice e Vanini: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale dei peripatetici del lizio – la scuola di Taurisano – filosofia leccese – filosofia pugliese -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Taurisano). Abatract. Keywords: Filosofo pugliese. Filosofo italiano. Taurisano, Lecce, Puglia. Essential Italian philosopher. “If you speak Italian, you should never confuse Vanini with Vannini” -- Grice. Giulio Cesare Vanini  Spirito inquieto, che si sente investito del compito civile di un profondo rinnovamento politico-culturale dell’uomo e della società, Giulio Cesare Vanini conduce agli albori dell’età moderna una sistematica demolizione del sapere teologico medievale e rinascimentale nell’ottica di un razionalismo radicale, quasi preilluministico, e apre la strada a una rifondazione del sapere sulla base dell’autonomia della ragione e della natura, con esiti spesso eversivi dei valori etici e culturali della tradizione cristiana.  Nato da Giovan Battista e da Beatrice López de Noguera, V. prende i voti con il nome di fra Gabriele nel convento napoletano del Carmine Maggiore e, qualche anno più tardi, consegue la laurea in utroque iure presso il Collegio dei dottori, annesso allo Studio partenopeo. Si trasferì a Padova nell’intento di seguire i corsi accademici in teologia o forse in artibus, ma le sue aspettative sono bruscamente interrotte da un grave provvedimento disciplinare del generale dell’ordine carmelitano, Silvio, che mirava a relegarlo in un oscuro convento del Cilento. Associatosi al confratello Ginocchio, V. preferì tentare la fuga in Inghilterra, dove forse spera di affermarsi come filosofo-teologo, critico dei principi del Concilio tridentino. La via della fuga fu accuratamente preparata dall’ambasciatore inglese a Venezia, Dudley Carleton, che lo affida alle cure dell’amico Chamberlain e lo pone sotto la protezione del potente primate d’Inghilterra, Abbot, arcivescovo di Canterbury, il quale lo ospitò a Lambeth Palace fin dall’arrivo a Londra. L’8 luglio dello stesso anno V. pronunciò nella Mercers’ Chapel l’abiura del cattolicesimo. Il difficile rapporto con Abbot induce V, a riprendere i contatti con il mondo cattolico attraverso l’ambasciatore spagnolo a Londra, Diego Sarmiento de Acuña, e il nunzio di Francia, Ubaldini. Egli fa pervenire a Paolo V un memoriale, purtroppo andato perduto, il cui contenuto ci è reso noto da un verbale della Congregazione del Sant’Uffizio (Archivio della Congregazione per la dottrina della fede, S. O., Decreta 1613, ff. 166 e 168). Sappiamo così che, insieme al confratello Ginocchio, chiese al papa l’assoluzione in foro fori, la liberazione dai voti della religione del Carmelo e la possibilità di vivere in abito secolare o sacerdotale. Le sue proposte furono esaminate dal Sant’Uffizio nelle sedute dell’11 aprile e del 22 agosto 1613 (Decreta 1613, ff. 413-14), in cui il pontefice concesse il perdono previa comparizione spontanea e formale abiura della religione anglicana.  Venuto a conoscenza del suo tentativo di lasciare l’Inghilterra, il 2 febbraio 1614 Abbot pose Vanini agli arresti, dapprima in Lambeth Palace e in seguito (dal 14 febbraio) nella Gatehouse. Il 15 febbraio 1614 lo fece processare davanti alla High commission. Dal verbale della second examination (Archives of the Archdiocese of Westminster, Series A, XII, n. 23, ff. 49-52) sappiamo che egli fu sospettato di aver avuto contatti con i cattolici imprigionati a Newgate, di aver tacciato di antitrinitarismo e di arianesimo il calvinismo e il puritanesimo britannico e di essere miscredente per aver lasciato nella sua cella i libri di Niccolò Machiavelli e di Pietro Aretino «super institutiones» (con evidente riferimento al Principe del primo e al Ragionamento delle corti del secondo).  Fuggito dalla Gatehouse con l’appoggio dell’ambasciatore spagnolo e con il sotterraneo consenso dello stesso Giacomo I d’Inghilterra, Vanini si recò da Ubaldini, chiedendo di pubblicare con licenza della Congregazione del Sant’Uffizio un’Apologia pro Concilio Tridentino, in 18 libri, purtroppo perduta. Ma le autorità ecclesiastiche si dimostrarono interessate, più che a esaminare il testo, a riportare a Roma l’ex transfuga per processarlo nel tribunale del Sant’Uffizio. Tale fu, infatti, il suggerimento del nunzio apostolico (lettera del 31 luglio 1614 all’inquisitore romano, Giovanni Garzia Millini) e tale fu anche la proposta del pontefice (decreto del Sant’Uffizio, datato 28 agosto 1614, Archivio della Congregazione per la dottrina della fede, S. O., Decreta 1614, ff. 420-21). Ma Vanini si guardò bene dal raggiungere Roma e si fermò a Genova, dove strinse amicizia con Scipione Doria che gli affidò l’incarico di insegnare la filosofia al figlio Giacomo. Il 19 gennaio 1615, a seguito dell’arresto di Ginocchio per ordine dell’inquisitore genovese, intuì di essere nel mirino del Sant’Uffizio. Si affrettò a lasciare la Repubblica e si recò a Lione, dove diede alle stampe l’Amphitheatrum.  Dopo un ulteriore incontro con l’Ubaldini nel luglio del 1615, ruppe definitivamente il legame con il nunzio e cercò protezione e successo negli ambienti di corte e nei circoli libertini che proliferavano nella capitale francese. Parigi gli aprì le porte dell’agognato successo e gli offrì la protezione di personalità di primo piano, quali Arthur d’Épinay de Saint-Luc, François de Bassompierre, Nicolas Brûlart, Adrien de Monluc conte di Cramail e, infine, Henri II duca di Montmorency. All’interno di tale milieu culturale Vanini poté respirare quel clima di libertà intellettuale che lo indusse a dare alle stampe il De admirandis naturae reginae deaeque mortalium arcanis, stampato da Adrien Perier il 1° settembre 1616. Il libro ebbe un immediato succès de scandale ma, ad appena un mese di distanza dalla pubblicazione, la facoltà teologica della Sorbonne intervenne con una sentenza di condanna (Archives Nationales de France, Reg. MM 251, 1608-1633, f. 68). Costretto a cercare un rifugio più sicuro, Vanini si trasferì nella cattolicissima Tolosa sotto la protezione del Cramail.  Quando ormai la politica di normalizzazione di Luigi XIII non poteva più tollerare le punte estreme del radicalismo di Vanini, Tolosa gli riservò la tragica fine del rogo. Arrestato dai capitouls Paul Virazel e Jean d’Olivier il 2 agosto 1618 e deferito alla Cour de Parlement, il 9 febbraio 1619 fu condannato sotto le vesti di Pomponio Usciglio, forse perché la corte si convinse che il nome Giulio Cesare fosse stato adottato dal filosofo per erigersi a novello Cesare, conquistatore delle Gallie al verbo dell’ateismo. In quello stesso giorno nella Place du Salin il boia eseguì scrupolosamente la sentenza: strappò al condannato la lingua con le tenaglie, lo appese alla forca, lo gettò sul rogo e, infine, sparse al vento le sue ceneri mortali.  L’ateismo vaniniano tra critica della tradizione e impegno civile Le pagine introduttive dell’Amphitheatrum e del De admirandis ci fanno intuire che il filosofo maturò il proprio pensiero in stretta correlazione con il proprio tempo storico. L’esperienza del soggiorno londinese, a contatto con l’intransigenza e il rigorismo dell’ala più estrema del puritanesimo inglese, e quella del soggiorno parigino, caduto negli anni più tragici della reggenza della regina madre Maria de’ Medici, che non esitò a scatenare un sanguinoso conflitto civile, pongono il Salentino di fronte alla grave crisi morale, politica e religiosa che attanaglia l’Europa del primo Seicento.  Egli individua le radici di tale crisi europea nella tradizione culturale cristiano-teologica medievale e rinascimentale, la quale, sottoposta a un’indagine critica, gli appare intessuta di menzogne e falsità, di frodi e di inganni, di imposture e di superstizioni. A differenza di altri spiriti del tempo che aderiscono a generiche formule deistiche (per es., i libertini) o irenistiche, che restavano comunque all’interno di quella tradizione, Vanini approda a un ateismo teorico, inteso come filosofia liberatoria ed emancipatrice capace di chiudere un processo storico e di inaugurare una nuova tavola di valori per l’età moderna. Perciò egli si presenta come un innovatore, portatore di una nuova filosofia che segna una discontinuità e una netta frattura rispetto al passato.  Egli è convinto che la battaglia per la liberazione e per l’emancipazione dell’uomo non può non assumere la funzione antistorica di demolizione del patrimonio ideologico-culturale dell’Occidente cristiano. In tale atteggiamento, che si potrebbe definire preilluministico, trova la sua più profonda motivazione quella dimensione critica, distruttiva, demolitrice del suo pensiero, spesso segnalata dai suoi interpreti. L’eredità medievale e umanistico-rinascimentale ne esce a pezzi: egli demolisce il mito dell’antropocentrismo, scardina i principi del platonismo cristianizzato, fa scricchiolare i pilastri dell’aristotelismo concordistico, smantella la costruzione di un universo compatto, finito, armonizzato, avente al suo vertice Dio e la schiera delle Intelligenze angeliche, stronca ogni forma di teleologismo, sfata il mito del primato dell’uomo nella scala degli esseri viventi, manda in frantumi i più consolidati principi dell’etica cristiana, smaschera le illusioni della magia e dell’astrologia.  La messa fuori gioco dei cardini del cristianesimo si accompagna a un ritorno all’antico per almeno due ragioni fondamentali. La prima è che Vanini sente il bisogno di riallacciare l’ateismo moderno a quello antico («veteres philosophi [...] ut qui illorum praesidio innituntur moderni athei», Amphitheatrum, 1615, p. non numerata 17). Non a caso egli registra nell’album atheorum soprattutto pensatori come CICERONE (vedasi), Protagora, Diagora, Diodoro Siculo, Luciano, Plinio e, tra i moderni, Machiavelli e Girolamo Cardano. La seconda è che la filosofia antica è il terreno su cui è possibile operare un recupero della ragione naturale, che Vanini identifica con la ratio aristotelica precristiana, non ancora imbrigliata entro le pastoie delle categorie religiose. Ne consegue che il suo pensiero assume una curvatura razionalistica e radicale perché non sottrae al vaglio critico della ragione naturale alcun dominio o oggetto privilegiato. Esclusa ogni dimensione sovrannaturale o metafisica, l’ateismo moderno coincide per Vanini con la costruzione di un nuovo sapere, fondato sui due pilastri dell’autonomia della ragione e dell’autonomia della natura. In tale prospettiva egli assegna a sé e al nuovo secolo emergente una funzione eversiva di emancipazione civile e intellettuale.  Le pagine introduttive dell’Amphitheatrum e del De admirandis insistono su un netto capovolgimento di valori: l’età dei conflitti ideologici conseguenti alla proliferazione dei settarismi e delle eresie sortite dal crogiolo della Riforma è definitivamente chiusa. Il nuovo che avanza è una secretior philosophia, che coincide con l’ateismo, rappresentato con la metafora di una lussureggiante vegetazione che si espande e invade tutto l’orbe europeo. Il termine secretior non deve trarre in inganno: esso non ha nulla a che fare con il misticismo teosofico platonizzante o neoplatonizzante. La terminologia di matrice platonica ha nei testi vaniniani una mera funzione di copertura. L’ateismo è per Vanini l’antidoto al misticismo. Esso è secretior perché, per sottrarsi all’occhiuta censura degli inquisitori, si maschera nel chiaroscuro di una tecnica compositiva del testo in cui l’ambiguità e l’ironia si alternano al gioco mimetico della simulazione e della dissimulazione. In ogni caso, la chiave di lettura che Vanini ha del mondo moderno è abbastanza trasparente: all’età del predominio ideologico della religione, egli vede susseguirsi un radicale processo di laicizzazione dei valori politico-sociali. È significativo che nella nuncupatoria al Bassompierre egli presenti il suo ingegno come un arboscello che, cresciuto nel terreno sterile della filosofia tradizionale, rischiava di non dar frutti significativi, ma, rinvigorito sotto l’azione del seme turgido e vigoroso («protuberante, turgenteque semine») dell’ateismo, gli ha permesso di oltrepassare le mete degli antichi filosofi e di superare le difficoltà dei moderni («veterum philosophorum metas transiliens et recentiorum obstacula superans», De admirandis, 1616, p. non numerata 4).  Ma ancor più pregnanti sono le pagine del Dialogo I, ove la nuova filosofia (l’ateismo) è presentata come una luce improvvisa che ferisce la vista di chi a lungo è vissuto nelle tenebre («fit laesio repentina, illata luce ijs, qui diu in tenebris commorati sunt», De admirandis, cit., pp. 2-3). Anche qui la terminologia risente di reminiscenze platoniche, ma ha in Vanini connotazioni di segno opposto, perché fuor di metafora le tenebre sono il sapere tradizionale e il tema dell’illuminazione improvvisa suggerisce l’idea di una svolta filosofica destinata a modificare profondamente la sensibilità dell’uomo moderno. La metafora della luce allude cioè a una renovatio che però non ha più coloriture di carattere religioso ma coincide con la liberazione dalle menzogne e dalle frodi della tradizione cristiana («fraudes detegere», «figmenta patefacere», De admirandis, cit., pp. 369, 392, 442, 474). E il compito storico, morale e civile del filosofo è quello di trasmettere almeno una goccia («gutta») del proprio rinnovato sapere alle giovani generazioni (p. 3).  L’ateismo vaniniano si delinea così sulla base di una nuova concezione dell’uomo e del mondo. L’universo vaniniano è autonomo nella sua composizione materiale e nei suoi principi costitutivi di moto e di quiete. Vanini ha in mente un modello meccanicistico; il mondo è lucrezianamente inteso come una machina, che ha al suo interno e nella struttura dei suoi ingranaggi, non dissimili da quelli di un orologio prodotto dagli artigiani tedeschi, leggi certe e stabili che rinviano a un interno principio di movimento. Altrettanto meccanicistico e materialistico è il modello che serve a spiegare il funzionamento degli organismi viventi, compreso l’uomo. La vita fisica e psichica dell’uomo è in un rapporto simbiotico con l’ambiente naturale e umano. I caratteri psichici dipendono dal cibo, dalle abitudini, dai costumi sociali, dalla trasmissione del seme. La vita fisica e psichica dell’uomo è tutta interna alla natura e alla società non solo nel senso che ne è un prodotto, ma anche nel senso più radicale che la natura e la società sono l’unico orizzonte entro cui si sviluppa e si dissolve la vita umana con esclusione di ogni altra dimensione extranaturale. Le ragioni che concludono a favore della mortalità dell’anima sono più consistenti e più forti di quelle a sostegno dell’immortalità. La vita dello spirito ha le sue radici nella materialità del corpo e nel moto meccanicistico degli spiriti vitali e naturali. L’anima stessa non è che uno spiritus che coincide con l’aër perché spiritus deriva da spirare che è l’atto materiale del respirare (De admirandis, cit., p. 345).  L’autonomia della ragione e della natura non è veramente tale se non è autonomia dal soprannaturale. Vanini recide alla radice il rapporto tra Dio e la natura: non solo egli nega l’atto creativo, ma esclude altresì l’attività assistenziale, provvidenzialistica e finalistica di un’intelligenza sovraceleste. Dio non è il fine ultimo dell’ordine universale. In quanto autonomo, il cosmo è eterno, non ha né inizio né fine; non è perfetto, ma è, secondo il celebre paradosso empedocleo, perfettibile proprio in forza della sua imperfezione. L’Amphitheatrum è il testo in cui è condotta la più radicale confutazione dell’idea di provvidenza: in esso ogni sorta di teleologismo è respinto; non ci sono interventi straordinari della divinità nel mondo; la distribuzione del bene e del male è del tutto casuale; i miracoli o sono riconducibili alle causae naturales o risultano essere frodi di sacerdoti e di politici; nell’ordine naturale non v’è traccia di un’intelligenza o di una volontà organizzatrice, come provano le deformità studiate dalla teratologia. Tutto si riduce a materia vivente e vivificatrice, senza gerarchizzazioni e gradi di realtà, poiché unica è la materia di cui sono composti i corpi celesti e quelli terreni fino ai più umili come lo scarabeo. La vita è l’effetto casuale della generazione spontanea. L’uomo non fa eccezione; rigorosamente radicato nel regno animale, è anch’esso una produzione casuale e spontanea della materia: il suo passato è a quattro zampe e nella sua anima non v’è traccia di un’impronta divina.  Se non è fine ultimo, Dio non è neppure causa prima, né nel senso di una causalità libera e contingente, né nel senso di una causalità necessaria. Vanini esclude, da un lato, il volontarismo e il contingentismo scotiano e, dall’altro, il necessitarismo tomistico. Se fosse causa libera, ovvero se fosse volontà assoluta o potenza infinita che non ha limiti o ostacoli al proprio potere, Dio comprometterebbe l’ordine della natura, e, viceversa, se l’ordine della natura si conserva nella propria rigida regolarità, la potenza libera e assoluta di Dio resta, di fatto, inattiva e priva di effetti. D’altra parte la causalità libera coincide con l’agire in modo contingente. Ma se Dio può agire e non agire, se può determinarsi ora in un modo ora nell’altro, vuol dire che Egli è, di volta in volta, ora indeterminato ora determinato, e che in Lui c’è, come in noi, il passaggio dalla indeterminazione alla determinazione oppure il passaggio da una determinazione a un’altra. Ma tutto ciò implica imperfezione e non è compatibile con l’essenza immutabile di Dio. Né è possibile che Dio sia causalità necessaria, perché altrimenti il mondo sarebbe stato creato necessariamente fin dall’eternità e sarebbe coeterno a Dio, con l’ulteriore conseguenza che la causalità necessaria escluderebbe il libero arbitrio umano.  L’ulteriore passo di Vanini è lo smantellamento delle tradizionali prove dell’esistenza di Dio, da quelle cosmologico-a posteriori a quelle ontologico-a priori. La confutazione della prova ontologica non è diretta solo contro Anselmo, ma anche contro la scolastica suareziana che alla vecchia questione dell’an sit Deus? aveva sostituito quella del quid sit Deus? Vanini collega strettamente i due interrogativi del teologo, e mostra come la risposta al secondo costituisca implicitamente una risposta al primo: definire il quid dell’essenza divina significa evidenziarne l’intima contraddizione e quindi l’impossibilità dell’esistenza. Stessa sorte ovviamente tocca alle prove cosmologiche. Nulle sono le prove ex motu o e pulchritudine universi. Tutte si scontrano con l’impossibilità che l’ente eterno e immutabile sia compatibile con il moto o con la novità della creazione.  Naturalmente l’athéisme de théorie non manca di accompagnarsi a punte di carattere dissacratorio che fanno della filosofia vaniniana una filosofia dello smascheramento: portare allo scoperto le frodi e le menzogne è il suo tratto più eversivo. Il bersaglio privilegiato sono le religioni che, originatesi dal timore («primos in orbe deos fecit timor», De admirandis, cit., p. 366), appartengono al mondo della favola. E l’arma di Vanini è la derisione, fino ai limiti del sarcasmo, l’ironia sottile, il proposito di smitizzare e desacralizzare ogni cosa. Non si salva neppure il testo biblico, equiparato alle favole di Esopo; anzi, si fa notare, non senza un malizioso compiacimento, che non se ne è mai trovato l’originale. I versetti salomonici, lungi dall’essere rivelativi di una sapienza divina, sono lascivi, ineleganti, privi di qualsiasi valore razionale e zeppi solo di proverbiucoli popolari. Il racconto mosaico della creazione del mondo è degno di spugna e di carbone; le resurrezioni bibliche sono storielle abbellite fuco sanctitatis oppure sono riconducibili a fenomeni di morte apparente. -ALT  Conoscenza umana e conoscenza divina: l’impianto antimetafisico L’orizzonte filosofico vaniniano non è solo antiteologico, ma è altresì antimetafisico. Ciò significa che egli esclude non solo l’esistenza di un volere libero e intelligente, ma anche il complesso apparato delle essenze eterne e necessarie della metafisica classica. Il banco di prova della battaglia antimetafisica è quello della gnoseologia, o meglio della contrapposizione tra la conoscenza umana e quella divina. Gli strumenti della conoscenza umana sono la ratio e l’experimentum, ossia la ragione e il senso. La ragione è, come si è già detto, la ratio naturalis, che è autonoma, antidogmatica, critica, non ha origine divina, né è assoluta e astratta, ma è uno strumento flessibile e malleabile, capace di cogliere la multiforme varietà della natura nel suo stesso divenire. Calata interamente entro l’orizzonte umano e mondano, la ragione non è più contrapposta alla sensibilità e agli appetiti animali.  Nulla è più estraneo al pensiero vaniniano di un’attività speculativa e contemplativa, pura e impassibile. Se la mente umana fosse di origine divina – egli scrive – dovrebbe pensare sempre verità divine o quanto meno umane («si divina mens nostra est [...] divina semper vel humana saltem vera cogitaret», De admirandis, cit., p. 491). Per Vanini, al contrario, la razionalità umana è concreta; si risolve nelle stesse procedure e tecniche argomentative e raziocinative le quali richiedono a loro volta strumenti materiali («materialia instrumenta ad ratiocinandum requiruntur», p. 382). Per evitare fughe verso la metafisica Vanini precisa che la razionalità è insita nella materialità del corpo ed è in linea di continuità con l’istinto animale. Capovolgendo la filosofia stoica, che traccia una netta linea di demarcazione tra l’umano e l’animale, egli riconduce la ragione all’istinto. Ciò che in noi è chiamato ragione – scrive – coincide con ciò che negli animali definiamo istinto di natura («quod in nobis vocatur ratio, in brutis naturae instinctus a nobis dicitur», p. 343). Il che è quanto dire che la ratio appartiene all’ambito della realtà naturale e animale. Se l’istinto è la guida della vita animale, la ragione è la guida della vita umana. La sola differenza è che il primo determina nei bruti un comportamento univoco e ripetitivo e la seconda garantisce all’uomo una più ampia gamma di scelte. Ma in entrambi i casi si tratta di comportamenti che hanno come unico referente l’ambiente, puramente fisico per l’animale, fisico e culturale per l’uomo.  In quanto naturale, la razionalità umana è nel tempo perché è nel divenire stesso della natura; a essa sono precluse le verità eterne e assolute. Vanini respinge la concezione aristotelica della duplicità dell’intelletto, attivo e passivo. La conoscenza umana non dipende da un intelletto che coglie intuitivamente gli intelligibili, ma dipende da un diretto contatto con l’ordine contingente della natura. L’intuizione intellettuale delle essenze eterne è respinta perché non ha alcuna ricaduta sul sapere scientifico. Le verità scientifiche sono per Vanini una faticosa conquista, perché le nostre facoltà teoretiche sono discorsive e sono scandite da componenti soggettive come l’assensus o il dissensus, la credulitas, la fides e le consuetudines. Ne consegue che è messa fuori gioco la scientia dei, la quale da un lato non può avere accesso alla varietas del mondo naturale e dall’altro non può essere causa delle cose, perché nell’uno e nell’altro caso essa è incompatibile con il divenire naturale. Se la mente divina conoscesse le cose singole, mutevoli e contingenti, sarebbe, come quella umana, soggetta al mutamento e all’errore; e viceversa, se non ne ha conoscenza, il sapere e il potere divino subiscono una limitazione incompatibile con la natura della divinità.  Il principio logico, di derivazione aristotelica, da cui muove Vanini è che la natura della scienza dipende da quella degli oggetti conosciuti. L’oggetto della scienza – egli osserva sulla scorta della posterioristica aristotelica – non può essere di natura diversa da quella della facoltà conoscitiva. Non è possibile che si dia una scienza certa di ciò che è di per sé incerto. Vanini utilizza tale principio per tracciare una sorta di linea di demarcazione tra la scienza divina e la scienza umana. La teologia non ha fatto altro che trasferire nella mente divina le essenze e gli intelligibili di matrice aristotelica. La scienza divina è certa perché ha a oggetto essenze necessarie e universali, ma ha come contropartita l’impossibilità di inglobare come propri oggetti gli enti singoli e particolari che sono sottoposti al divenire e al mutamento. Non a caso Aristotele aveva affermato che se Dio ne avesse conoscenza, ne sarebbe degradato. Con una punta di radicalismo Vanini ne deduce che Dio non ha conoscenza di tutte le cose; anzi, quanto ai singoli, non ha neppure la conoscenza che ne hanno i bruti (Amphitheatrum, cit., p. 243).  Con la teologia cade, dunque, anche l’ideale epistemico dell’aristotelismo che ha il suo fondamento nella scienza dell’universale. A che serve – osserva Vanini – sapere che Socrate, Platone e Aristotele sono ‘uomini’ se poi ignoriamo le specifiche individualità per le quali ciascuno si differenzia dall’altro? La metafisica essenzialistica è inadeguata a costruire un sapere scientifico. I parametri della scienza vanno ridefiniti a partire dalle reali condizioni entro cui si produce la conoscenza umana. Per Vanini la nostra facoltà intellettiva è operativa ed è in perenne movimento e in continuo divenire, come tutti gli altri enti naturali. Ciò significa che la sua gnoseologia assume una curvatura in senso soggettivistico: il nostro intelletto non ha a oggetto verità eterne che precedono l’esperienza: noi – scrive il filosofo – siamo circoscritti entro i limiti del tempo e dello spazio; la nostra conoscenza muta con il mutare delle cose, non ha la stabilità della conoscenza divina, ma passa dall’assenso al dissenso, dalla verità all’errore o viceversa.  Vanini non spinge la sua analisi fino a sconfinare nel fenomenismo o, peggio ancora, nello scetticismo. A differenza dei libertini, egli si mostra fiducioso nella scienza. L’intelletto umano è sì inchiodato entro le maglie del tempo, ma è altresì una facoltà congetturale e operativa che, agendo sul materiale fornito dai sensi, accresce indefinitamente il proprio sapere, proprio come accade nei processi di indottrinamento (Amphitheatrum, cit., pp. 138, 253), in cui si produce un’organica accumulazione delle conoscenze. Ma il problema di fondo è quello di stabilire quali sono i presupposti della certezza della conoscenza umana. E in proposito egli ha in mente un mutamento del modello epistemologico di scienza, non più ancorato alla necessità delle essenze universali, ma alla necessità intrinseca al rapporto causale. La dimensione della certezza non è preclusa alla conoscenza umana perché l’ordine naturale coincide con la serie causale che lega gli eventi e le cose. La stessa facoltà congetturale consiste nel prevedere possibili effetti a partire da cause presenti o da cause passate. In breve la necessità intrinseca al nesso causale è garanzia dell’ordine e della conoscibilità delle cose e perciò anche della certezza della scienza umana. Alla luce di questo mutamento di prospettiva si spiega la continua insistenza del Salentino sulle cause naturali che tolgono alle cose o agli eventi lo smalto dell’arcanum e dell’admirandum. Sottratta alla natura divina, la causalità, come connessione necessaria e intrinseca alle cose, è calata nel mondo fisico, ne è anzi una sorta di legge interna o di regola su cui si fonda la certezza del sapere umano. Il mondo naturale non è più soggetto al capriccio o al volere o al potere di un agente esterno, ma è un ordinamento autosufficiente, governato da propri principi.  Sfortunatamente Vanini compie un passo verso la fondazione della scienza moderna solo nell’ottica di una cornice meramente teorica, dalla quale è assente la matematica che ne è, invece, lo strumento principe. Men che mai egli è attrezzato sul piano della ricerca sperimentale, poiché il suo concetto di esperienza è per lo più equivalente alla semplice osservazione empirica. Ne consegue che l’individuazione delle cause prossime è da lui condotta con una buona dose di approssimazione. Ciò fa sì che la sua ricerca scientifica resti per molti versi di tipo congetturale; gran parte dei suoi risultati sono caduchi; spesso, in mancanza di una puntuale individuazione delle cause prossime, egli si perde in una farraginosa ridda di ipotesi talvolta infelici, talvolta persino elementari e semplicistiche, talvolta forse troppo condizionate da propositi dissacratori o eversivi. Si salvano talune sue brillanti intuizioni nel campo della biologia, che a qualche studioso sono apparse addirittura precorritrici del darwinismo e che forse meglio sarebbe ricondurre nell’alveo di un ingenuo o primordiale trasformismo biologico.  La politica e lo smascheramento del potere: l’etica laicizzata Il filo conduttore del pensiero politico di Vanini è dato da un machiavellismo ampiamente contaminato dalla teoria dell’impostura di origine lucianesca e da una forte contestazione del potere delle corti di matrice aretiniana. Di conseguenza, nelle mani del Salentino il machiavellismo si traduce in una sorta di strumento utile a smascherare il nesso tra potere religioso e potere politico. Il compito del filosofo è quello di denunciare l’assoluta arbitrarietà dell’uno e dell’altro; anzi, è più precisamente quello di svelarne l’intimo intreccio per cui il primo appare essere il supporto ideologico del secondo; entrambi si reggono su un sistema di menzogne che condizionano le libertà civili e intellettuali le quali sono vitali per la libera espressione dell’arte e della scienza.  Ciò spiega la natura eversiva del pensiero vaniniano, che non è evidentemente interessato alla salvaguardia o alla conservazione dell’ordine politico-sociale, ma alla sua demolizione attraverso la demolizione delle Leges. Se i libertins érudits sono allineati sulle posizioni ideologiche della borghesia conservatrice e se il libertinismo dei poeti che si muovono nell’entourage di Théophile de Viau si alimenta del ribellismo delle classi aristocratiche e sconfina in forme di empietà e miscredenza per lo più gratuite e prive di consistenza teoretica, Vanini teorizza una legge di natura che ha una duplice valenza, etica e politica, ed è alternativa alla religione e al diritto storico-positivo.  Tutto ciò che si allontana dalla legge di natura è arbitrio, è violenza perpetrata sugli uomini. Lo smascheramento del potere passa attraverso un serrato confronto tra governo divino e governo terreno che sono speculari l’uno all’altro ed entrambi arbitrari. L’accento cade spesso sul tema della vendetta. Tanto la giustizia divina quanto quella umana si configurano più come vendetta che come equità. Il Dio del sacro codice (si noti la sostituzione della terminologia giuridica a quella religiosa) è vendicatore dei delitti; i giudici terreni sono i suoi ministri. In quanto fa derivare il suo potere da un’origine divina, il sovrano legittima la propria potestà di amministrare la giustizia. Gli interventi punitivi del principe terreno hanno effetto immediato, quelli della giustizia divina rinviano i premi e i castighi a una favolosa vita futura, in modo che l’inganno politico-religioso non sia facilmente smascherabile («ne fraus detegi possit», De admirandis, cit., p. 366) e contribuisca a perpetuare lo stato di schiavitù e di soggezione psicologica del popolo (Amphitheatrum, cit., pp. 82-83, 85-86; De admirandis, cit., p. 366).  Togliere al potere del principe il fondamento materiale e spirituale significa per Vanini svelarne il carattere arbitrario. Qualunque potere, sia esso divino o terreno, non è che arbitrio, non vincolato da nessuna legge, poiché la legge non è altro che la stessa volontà di Dio o del principe terreno. Ciò significa che per il potere, divino o umano, tutto è lecito: se Dio ci rende tutti peccatori, non agisce in violazione di alcuna norma, semplicemente perché agisce in conformità del suo volere (Amphitheatrum, cit., p. 103). Lo stesso vale per il principe terreno. Ma se il potere è arbitrio, vuol dire che non è più di origine divina ed è di conseguenza contestabile. Ciò che trattiene il popolo dalla ribellione non è il timore della punizione divina, ma quello della reazione violenta e persecutoria del principe terreno. Gli stessi filosofi hanno dovuto piegare la testa e si sono rifugiati nel silenzio, incalzati dal timore del pubblico potere. L’esempio di Socrate è stato per tutti un ammonimento. Aristotele abbandonò Atene per evitare che si commettesse un nuovo delitto contro la filosofia. La libera espressione delle idee è sempre avversata dal potere religioso e i libri di Protagora furono bruciati nella pubblica piazza, in un clima di intolleranza non diverso da quello dell’età controriformistica (De admirandis, cit., p. 367; Amphitheatrum, cit., p. 90).  Tanto il potere politico quanto quello religioso si fondano sull’astuzia, sulla finzione e sull’inganno. Non ne è esente neppure il cristianesimo. La figura del Cristo è disegnata da Vanini secondo i parametri dell’astuzia volpina di stampo machiavelliano: fingendo di conservare o di portare a compimento la religione giudaica, Cristo la sovverte dalle fondamenta e istituisce al suo posto la religione cristiana. Poi, per preservarla dal rischio dell’inevitabile corruzione, mette in circolazione la profezia dell’anticristo. Il nuovo profeta cioè si comporta alla stessa stregua del principe novello: per consolidare il proprio potere, che nella fase iniziale è più debole, impiega l’astuzia o le armi. Cristo scelse di fondare la legge cristiana, immolandosi ed esponendosi a una morte ignominiosa, in modo che il suo esempio non fosse appetibile da parte di altri sedicenti messia; Mosè procedette sempre armato e seminò stragi e sangue sul suo cammino. Le religioni, mosaica e cristiana, ebbero vita lunga perché si sposarono con il potere dominante; Apollonio di Tiana fondò una religione di breve durata perché predicò la povertà ed entrò in conflitto con gli interessi costituiti (De admirandis, cit., pp. 357-59, 454).  Ma non basta denunciare che le religioni sono fondate fin dalle origini sull’inganno e sulla menzogna. L’obiettivo di Vanini è di evidenziare che esse esercitano anche una tirannia psicologica. L’inganno – egli osserva – per essere duraturo deve incidere sui bisogni fondamentali dell’uomo, deve far presa sulle sue speranze e sulle sue paure: solo queste esercitano sui credenti una tirannia psicologica, intellettuale e sociale. Si spiega perciò come l’azione del principe o del profeta sul popolo sia di seduzione e di plagio (De admirandis, cit., p. 453). Lo stratagemma cui comunemente essi fanno ricorso è quello di far credere al popolo di avere un rapporto diretto e privilegiato con la divinità, in modo tale che l’opposizione al loro potere sia immediatamente percepita come una violazione del volere divino. Tutti gli atti del profeta mirano a consolidare tale credenza. Il dominio politico e quello sacerdotale, per perpetuarsi nel tempo, si costituiscono in modo da non essere suscettibili di contestazione. Per perpetuare la religione da lui fondata, il novello profeta mira a esercitare un dominio culturale che si estenda oltre la sua morte. A ciò è funzionale lo stratagemma della resurrezione o dell’assunzione in cielo. Mosè si gettò in un abisso in modo che il popolo lo credesse risuscitato. Lo stesso fecero Empedocle e il profeta Elia. E il sottinteso, neppure tanto velato, è che lo stesso fece Cristo per consolidare la neonata ‘servitù cristiana’ (De admirandis, cit., pp. 390, 361).  Nessuna religione positiva, nessuna civiltà storica ha una durata infinita: Vanini ha un forte senso della storicità delle istituzioni civili e religiose: le città, i regni, le religioni sono soggetti alla ferrea legge del divenire naturale. Egli tende a porre un forte accento sulla legge naturale della generazione e della corruzione di tutte le cose: omnia orta occidunt – tutto ciò che nasce è destinato a perire. Nulla dura in eterno: i valori, i costumi, le tradizioni, i modi di pensare, le credenze, le norme etiche, le organizzazioni civili e religiose: tutto è travolto dalla legge del divenire. Cosa c’era di più santo e di più nobile del nome di Giove secondo la fede dei gentili? E cosa è più vile e più esecrando di esso nella fede cristiana. I regni e le religioni sono prodotti storici: nascono, crescono, raggiungono l’apice della loro vitalità, ma poi iniziano il loro inesorabile processo di senescenza e di esaurimento. Nella fase della nascita della nuova religione i miracoli sovrabbondano, perché il profeta vuole apparire come figlio di Dio o come un suo inviato; poi lentamente vanno scemando, fino a scomparire del tutto. Infine a una religione se ne sostituisce un’altra. E poiché il mondo è eterno, i riti ritornano periodicamente: quelli oggi in vigore sono stati attivati migliaia di volte e torneranno di nuovo in vigore, non però secondo l’individuo, ma secondo la specie, cioè non nella forma della loro individualità, ma in quella della loro essenza specifica (De admirandis, cit., pp. 386-89).  Radicale e deteologizzata è altresì l’etica vaniniana, che ha una forte vocazione naturalistica fin quasi ad appiattirsi in un’indagine medico-scientifica o fisiologica delle passioni e delle affezioni umane, ricondotte per lo più a un meccanicistico moto di spiriti vitali. Il dato più rilevante è che si tratta di un’etica autonoma sia da considerazioni metafisiche, sia da presupposti teologici o da valutazioni religiose. Come nel pensiero politico è assente il parametro di uno Stato ideale, così nel pensiero etico sono assenti le dimensioni dell’assoluto; la condotta morale è vista solo in chiave relativistica in rapporto alla struttura composita del soggetto agente. Naturalmente si tratta di un’etica spregiudicata, nel doppio senso che è priva di pregiudizi condizionanti ed estranei alla morale, e insieme è sforzo, tensione e lotta contro ogni gratuito pregiudizio che mortifichi la vita naturale dell’uomo. È dunque in primo luogo un’etica liberata ed emancipata dalla connotazione del peccato, ricca di venature epicuree, fortemente tesa alla rivalutazione del piacere.  Nella riflessione etica vaniniana il piacere sessuale occupa un ruolo centrale, se non altro perché è ciò che presiede e garantisce la perpetuazione della specie. La stessa vita sulla Terra correrebbe il rischio di andare in rovina se la natura non ci avesse dotati dell’istinto all’accoppiamento. Perciò la sessualità è liberata da ogni connotazione negativa: gli organi sessuali non meritano il nome di pudenda, perché sono gli artefici e i maestri della riproduzione («procreationis magistrae [...] et opifices», De admirandis, p. 311). Il Dialogo XLVIII è una piena e radicale rivalutazione del piacere sessuale, proposto come sesto senso e come cosa dolcissima (dulcissima res) per essere in funzione della riproduzione. L’edonismo etico vaniniano è ben lontano dall’assumere venature spiritualistiche: il piacere non è concepito come un’affezione dell’anima, ma del composto, cioè del sinolo, aristotelicamente inteso come unione di anima e di corpo. Il piacere perciò non può non avere una componente corporea e materiale.  Ciò significa che la felicitas non consiste né nella copulazione averroistica né in una visione-contemplazione della divinità trascendente, ma è una felicitas tutta terrena, che Vanini per prudenza proietta nella sfera rarefatta di una Respublica celeste in una sorta di utopia politico-sociale rovesciata, in cui i disvalori del modello sociale esistente sono capovolti: «Una repubblica in cui la partecipazione è senza invidia, […] tutti vogliono che agli altri sia partecipato quello che c’è […] poiché chi vuole vuole che gli altri vogliano le stesse cose e fa sì che noi pure vogliamo ciò che egli vuole» (Amphitheatrum, cit., p. 196; trad. it. Anfiteatro dell’eterna provvidenza, a cura di F.P. Raimondi, L. Crudo, 1981, p. 202).  Ed è proprio sul tema della felicità o beatitudine, intesa come fruizione del sommo bene, che franano le pretese di un’etica di matrice religiosa. Vanini, infatti, insiste sull’impossibilità di un’unificazione di finito e infinito. Solo Dio infinito può identificarsi con sé stesso come ente infinito. Dunque solo Dio può essere beato. Ancora più radicale è l’osservazione che l’agire può avere un fine a condizione che il fine non superi la facoltà dell’operatore. Detto in altri termini: la finalità in generale non può eccedere le condizioni materiali di colui che agisce. Come la carrozza, che è termine finale dell’operazione, non oltrepassa le potenzialità del carpentiere, così il fine della volontà non può trascenderne le potenzialità. La volontà umana non desidera immediatamente il bene sommo, perché è presa dal desiderio dell’essere. Perciò se il bene è l’ente, la nostra volontà desidera l’essere non in quanto ne è priva, ma in quanto lo possiede. Noi cioè non desideriamo l’essere che già siamo, ma desideriamo la sua conservazione. Imboccata questa strada, viene meno qualsiasi finalità soprannaturale. Noi, infatti, non desideriamo l’essere di Dio, perché coloro che desiderano, desiderano la propria perfezione. Se desiderassimo l’essere di Dio, desidereremmo la nostra corruzione e la nostra distruzione (Amphitheatrum, cit., pp. 189-96).  Opere Amphitheatrum aeternae providentiae divino-magicum, christiano-physicum, nec non astrologo-catholicum. Adversus veteres philosophos, atheos, epicureos, peripateticos et stoicos, Lugduni, apud viduam Antonii de Harsy, 1615; rist. fotomeccanica Galatina 1979 (trad. it. Anfiteatro dell’eterna provvidenza, a cura di F.P. Raimondi, L. Crudo, Galatina 1981).  De admirandis naturae reginae deaeque mortalium arcanis libri quatuor, Lutetiae, apud Adrianum Perier, 1616; rist. fotomeccanica Galatina 1985 (trad. it. I meravigliosi segreti della natura, regina e dea dei mortali, a cura di F.P. Raimondi, Galatina 1990).  Opere, a cura di G. Papuli, F.P. Raimondi, Galatina 1990.  Tutte le opere, a cura di F.P. Raimondi, M. Carparelli, Milano 2010.  Bibliografia A. Corsano, Per la storia del pensiero del tardo Rinascimento, II, G.C. Vanini, «Giornale critico della filosofia italiana», 1958, 37, pp. 201-44.  É. Namer, L’æuvre de Jules-César Vanini (1585-1619): une anthropologie philosophique, in Studi in onore di Antonio Corsano, Manduria 1970, pp. 465-94 (trad. it. Un’antropologia filosofica, in Le interpretazioni di G.C. Vanini, a cura di G. Populi, Galatina 1975, pp. 121-51).  A. Nowicki, Centralne kategorie filozofii Vaniniego, Warszawa 1970 (trad. it. parziale Le categorie centrali della filosofia di Vanini, in Le interpretazioni di G.C. Vanini, a cura di G. Papuli, Galatina 1975, pp. 153-316).  G. Papuli, introduzione a G.C. Vanini, Opere, a cura di G. Papuli, F.P. Raimondi, Galatina 1990, pp. 11-156.  M.T. Marcialis, Natura e uomo in Giulio Cesare Vanini, «Giornale critico della filosofia italiana», 1992, 71, pp. 227-47.  Giulio Cesare Vanini e il libertinismo, Atti del Convegno di studi, Taurisano (28-30 ottobre 1999), a cura di F.P. Raimondi, Galatina 2000.  J.-P. Cavaillé, Jules-César Vanini: la langue arrachée, in Id., Dis/simulations: Jules-César Vanini, François La Mothe Le Vayer, Gabriel Naudé, Louis Machon et Torquato Accetto. Religion, morale et politique au XVIe siècle, Paris 2002, pp. 39-140.  Giulio Cesare Vanini: dal tardo Rinascimento al libertinisme érudit, Atti del Convegno di studi, Lecce-Taurisano (24-26 ott. 1985), a cura di F.P. Raimondi, Galatina 2003.  F.P. Raimondi, Giulio Cesare Vanini nell’Europa del Seicento: con una appendice documentaria, Pisa-Roma 2005.  F.P. Raimondi, Monografia introduttiva, in G.C. Vanini, Tutte le opere, a cura di F.P. Raimondi, M. Carpanelli, Milano 2010, pp. 7-313.  Si veda inoltre:  Istituto per il lessico intellettuale europeo e storia delle idee, Filosofi del Rinascimento, archivi storico-documentari: Giulio Cesare Vanini, htt://www.iliesi.cnr.it/Vanini/. Fra i primi esponenti di rilievo del libertinismo erudito. Nasce al casale di Terra d'Otranto, nella famiglia che il padre, uomo d'affari originario di Tresana in Toscana, costitusce sposando una Lopez de Noguera, appartenente a una famiglia appaltatrice delle regie dogane della Terra di Bari, della Terra d'Otranto, della Capitanata e della Basilicata. Anche un successivo documento scoperto nell'srchivio segreto vaticano, lo qualifica pugliese, confermando il luogo di nascita ch'egli si attribuisce nelle sue opere. Nel censimento ufficiale della popolazione del casale di Taurisano figurano solo i nomi di Giovan Battista Vanini, del figlio legittimo Alessandro, e del figlio naturale Giovan Francesco. Nessun cenno della moglie e dell'altro figlio legittimo Giulio Cesare. Si ha motivo di ritenere che il padre sia ri-entrato a Napoli. Sistemata ogni pendenza economica, entra nell'ordine carmelitano assume il nome di Gabriele e si trasfere a Padova per intraprendere gli studi. Giunge nelle terre della repubblica di Venezia quando le polemiche provocate due anni prima dall'interdetto di Paolo V sono ancora vivacissime. Durante il soggiorno padovano entra in contatto con il gruppo capeggiato da SARPI che, con l'appoggio dell'ambasciata inglese a Venezia, alimenta la polemica anti-papale. Consegue a Napoli il titolo di dottore in utroque iure, superando l'esame che gli consente di esercitare la professione di dottore nella legge civile e canonica. Come verrà descritto in documenti posteriori, assimila una grande cultura. Parla assai bene il latino e con una grande facilità, è alto di taglia e un po' magro, ha i capelli castani, il naso aquilino, gl’occhi vivi e fisionomia gradevole ed ingegnosa. Divenuto maggiorenne, si fa riconoscere da un tribunale della capitale erede di Giovan Battista. Con una serie di rogiti e procure notarili redatte a Napoli, inizia a sistemare ogni pendenza economica conseguente alla morte del padre. Vende una casa di sua proprietà sita in Ugento, a pochi chilometri dal suo paese d'origine. Dà mandato a uno zio di assolvere incarichi dello stesso tipo, incarica l'amico Scarciglia di recuperagli una somma e gli vende alcuni beni rimasti a Taurisano e tenuti in custodia dai due fratelli. Partecipa alle prediche quaresimali, attirandosi i sospetti delle autorità religiose. In conseguenza dei suoi atteggiamenti anti-papali, e allontanato dal convento di Padova e rinviato, in attesa di ulteriori sanzioni disciplinari, al provinciale di Terra di Lavoro con sentenza del generale dell'Ordine carmelitano, SILVIO, ma fugge in Inghilterra, insieme con il confratello genovese GENOCCHI. Nel viaggio, toccano Bologna, Milano, i grigioni svizzeri e discendono il corso del Reno sino alla costa del mare del nord, attraversando la Germania, i paesi bassi, il canale della Manica e giungendo infine a Londra e a Lambeth -- sede arcivescovile del Primato d'Inghilterra. Qui i due frati rimarranno per quasi II anni, nascondendo la loro reale identità perfino ai loro ospiti inglesi, poiché è provato che lo stesso arcivescovo di Canterbury, ABBOT, li conosceva sotto un nome diverso da quello reale. Nella chiesa londinese detta dei MERCIAI o degl’italiani, alla presenza di un folto auditorio e di Bacone, V. e il suo compagno fanno una pubblica sconfessione della loro fede cattolica, abbracciando la religione anglicana. In realtà i due frati non hanno tagliato i ponti con i loro ambienti di provenienza: infatti nel GENOCCHI viene raggiunto da una lettera molto amichevole di un amico e confratello genovese, SPINOLA. A loro volta, le autorità cattoliche vengono subito informate di questo caso. -- è il nunzio a Parigi ad avvertire la segreteria di stato vaticana che due frati veneziani non meglio identificati sono fuggiti in Inghilterra e si sono fatti ugonotti, che un vescovo italiano sta per seguirli e che lo stesso SARPI, morto il doge e privato della sua protezione, per non cadere in mano dei suoi nemici, è sul punto di fuggire in Palatinato tra i protestanti. Analoga notizia, arricchita di altri particolari, viene inoltrata dal nunzio in Fiandra al cardinale BORGHESE a Roma, che risponde mostrandosi già al corrente dei fatti e dell'esatta identità dei due frati. Sa che la fuga di V., di GENNOCHI, di SARPI, e di un non ancora identificato vescovo italiano potrebbe portare alla ricostituzione in terra protestante del gruppo di opposizione al papato già operante nella repubblica veneta al tempo dell'interdetto. Il nunzio UBALDINI da Parigi continua a inviare a Roma dettagli sulla condotta dei due frati rifugiati in Inghilterra, sulle loro predicazioni, su come sono stati accolti a corte e dalle autorità religiose, su come si continui a parlare dell'arrivo del vescovo italiano. La segreteria di stato vaticana esorta il nunzio in Francia ad attivare i suoi confidenti in Inghilterra al fine di scoprire l'identità del vescovo intenzionato a rifugiarvisi. Il cardinale UBALDINI da Parigi assicura alla segreteria di stato tutto il suo impegno in merito all'argomento dei due frati. Nello stesso dispaccio afferma che non mancherà di informare di ogni dettaglio anche il cardinale ARROGONI, che gli ha scritto in merito per conto del papa e della congregazione del sant’uffizio. Evidentemente a quella data la condotta veneziana e la successiva fuga dei due frati era già diventata argomento di discussione dell'inquisizione romana. Un'altra lettera del cardinale BORGHESE invita il nunzio in Francia ad essere vigile sulla faccenda della fuga del vescovo in Inghilterra e, nel caso egli passi per il suolo francese, a far di tutto per «farlo ritenere», come suggerisce il Papa e «come sarebbe molto a proposito». In dicembre il Nunzio UBALDINI invia da Parigi al cardinale BORGHESE notizie dettagliate e di tenore molto diverso rispetto alle precedenti sui due frati, attestando la buona reputazione di cui essi godono in Inghilterra e la fiducia che possano presto essere recuperati alla chiesa di Roma. Questa lettera viene poi trasmessa al tribunale dell'inquisizione romana che nei primi giorni del gennaio successivo inizia di fatto a istruire il processo contro V.. Nei mesi successivi si hanno varie notizie di un gran traffico di suppliche e lettere dei due frati a Roma, specialmente tramite l'ambasciatore spagnolo a Londra, per ottenere il perdono del papa e il ri-entro nel cattolicesimo. Le autorità religiose inglesi ne vengono segretamente informate e dispongono un'attenta sorveglianza nei confronti dei due frati.  Tra la fine dele l'inizio del V. si reca in visita a Cambridge e poi ad OXFORD (cf. H. P. GRICE). A OXFORD, V. confida ad alcuni conoscenti la sua ormai imminente fuga dall'Inghilterra, cosicché in gennaio i due frati vengono arrestati dalla guardie dell'arcivescovo dopo una funzione religiosa nella chiesa degli Italiani e rinchiusi in case di alcuni servi dell'arcivescovo. Scoppia un grande scandalo e dell'episodio vengono informati il re e le massime autorità dello stato, in quanto nelle operazioni di recupero appaiono chiaramente coinvolti agenti di nazioni straniere accreditati nelle ambasciate a Londra. Altissime personalità cattoliche da Roma seguono la vicenda e la favoriscono con grande calore.  GENOCCHI, eludendo la sorveglianza e con l'aiuto di agenti stranieri, fugge dalla prigione e dall'Inghilterra. In conseguenza di ciò, viene trasferito in luogo più sicuro e rinchiuso nella carzel publica, ovvero nella gate-house adiacente all'abbazia di Westminster. Dilaga lo scandalo. Volano le accuse di leggerezza nei confronti dei fautori della fuga dei due frati dall'Italia, mentre cominciano a circolare apertamente i nomi del cappellano dell'ambasciatore veneto a Londra, MORAVO, e dell'ambasciatore spagnolo quali autori del clamoroso recupero. Dalla curia romana si continua a seguire la vicenda e a favorirla in ogni modo.  A Londra viene intanto istruito il processo a V. Il frate rischia una severa punizione, non il rogo come i martiri della fede -- come il carmelitano scrive con enfasi poi nelle sue opera --, ma una lunga deportazione in desolate colonie lontane, come l'arcivescovo ABBOT suggerisce al re.  Anche V. riesce a evadere di prigione e a fuggire dall'Inghilterra, sempre grazie all'aiuto degli agenti dell'ambasciatore spagnolo a Londra, incoraggiato da alte personalità romane e del cappellano dell'ambasciata della repubblica veneta, che si avvale anche dell'opera di alcuni servi dell'ambasciatore stesso, ma all'insaputa di questi.  II anni dopo, durante il processo della repubblica veneta contro l'ambasciatore FOSCARINI per spionaggio e per aver consentito ad ABBOT di sottoporre ad interrogatorio il personale dell'ambasciata, vengono alla luce anche dettagli sulla complicità della fuga di V. da Londra. V. e GENOCCHI arrivano a Bruxelles e si presentano al nunzio di Fiandra, BENTIVOGLIO, che li attende da tempo. Vengono iniziate le prime pratiche per la concessione del perdono per la fuga in Inghilterra e per l'apostasia e viene loro accordato di tornare in Italia e di vivervi in abito di prete secolare, senza più indossare l'abito religioso, ma con il vincolo dell'obbedienza al loro superiore. Forti di tali concessioni, alla fine di maggio i due frati vengono posti sulla via per Parigi, dove devono presentarsi al nunzio di quella città, UBALDINI. All'incirca nello stesso periodo giunge a Parigi anche l'ultimo frate recuperato dall'Inghilterra, MARCHETTI. Altri due frati, invece, non ottengono il perdono dalle autorità cattoliche. A Parigi, durante la permanenza presso la sede del nunzio UBALDINI, V. si inserisce nella polemica relativa all'accettazione dei principi del concilio di Trento in Francia, che tarda ad arrivare a causa del rifiuto di parte del clero gallicano. Per orientare gl’animi nella direzione voluta dalla santa sede, scrive i Commentari in difesa del concilio di Trento, di cui egli poi intende avvalersi, come scrive UBALDINI ai suoi superiori in Roma, per dimostrare la sincerità del suo ritorno nella fede cattolica.  Riprende quindi la strada per l'Italia, dirigendosi a Roma, dove deve affrontare le difficili fasi finali del processo presso il tribunale dell'inquisizione. Dimora per qualche mese a Genova, dove ritrova l'amico GENOCCHI e si guadagna da vivere insegnando filosofia ai figli di DORIA. Nonostante le assicurazioni ricevute, il ritorno dei frati non è del tutto tranquillo. GENOCCHI viene inaspettatamente arrestato dall'inquisitore di Genova. A Ferrara accade lo stesso all'altro frate "recuperato", MARCHETTI. V. teme che gli accada la stessa sorte, fugge nuovamente in Francia e si dirige a Lione. Gl’esiti finali delle esperienze capitate al frate genovese e a quello ferrareseche vennero rilasciati dopo un breve periodo di detenzione e restituiti alla normale vita religiosasembrano indicare che forse V. esagera il pericolo insito in queste operazioni di polizia dell'inquisizione. A Lione, pubblica l' “Amphitheatrum”, che egli intende esibire in sua difesa alle autorità romane, come si legge in un dispaccio di UBALDINI alle autorità romane. Esso è dedicato a CASTRO, ambasciatore spagnolo presso la santa sede, già collegato con la famiglia V., da cui il frate fuggiasco s'aspetta un aiuto nell'operazione della concessione del perdono da parte delle autorità romane. Poco tempo dopo, grazie anche agli appoggi acquisiti presso certi ambienti cattolici con la pubblicazione della sua opera, V. ritorna a Parigi e si ripresenta al nunzio UBALDINI, chiedendogli di intervenire in suo favore presso le autorità di Roma. Il prelato scrive al cardinale BORGHESE, chiedendo chiare indicazioni sulla sorte dell'ex-carmelitano. Non si conosce la risposta del segretario di stato. V., comunque, non ritorna più in Italia e riesce invece a trovare la strada e i mezzi per entrare in ambienti molto prestigiosi della nobiltà francese. V. completa un'altro suo saggio, il “De Admirandis Naturae Reginae Deaeque Mortalium Arcanis” ed l'affida a due filosofi della Sorbona perché ne autorizzino la pubblicazione, secondo le norme del tempo vigenti in Francia. Il saggio è pubblicato in settembre a Parigi. Esso è dedicato a BASSOMPIERRE, uomo potente alla corte di Maria de' MEDICI, ma è stampata da Perier, tipografo notoriamente PROTESTANTE. Il saggio vede la luce in un ambiente ricco di pubblicazioni che vengono guardate con sospetto e che provocano pesanti condanne. L'opera del V. ottiene un immediato successo presso certi ambienti della nobiltà, popolati di spiriti che guardano con interesse alle innovazioni culturali e scientifiche che vengono dall'Italia. In questo senso il “De Admirandis” costituisce una summa, esposta in modo vivace e brillante, del nuovo sapere. Dà una risposta alle esigenze del momento di questo settore della nobiltà. Diviene una specie di manifesto culturale di questi esprits forts e rappresenta per V. una possibilità di stabile permanenza negli ambienti vicini alla corte di Parigi. Tuttavia, pochi giorni dopo la pubblicazione del saggio, i due teologi della Sorbona che espressano la loro approvazione alla pubblicazione si presentano ai membri della facoltà di teologia in seduta ufficiale e li informano di aver letto, a loro tempo, certi dialoghi scritti da V. Di non avervi trovato allora niente che contrastasse con il cattolicismo; di averli restituiti muniti della loro approvazione alla stampa e con la condizione che il manoscritto da essi controfirmato fosse depositato presso di essi a pubblicazione avvenuta, a testimonianza della fedeltà del testo pubblicato a quello da loro approvato; che ciò non era avvenuto e che circola invece un testo dell'opera diverso da quello approvato e contenente alcuni errori contro la comune fede di tutti, per cui i due dottori avanzano la supplica che il saggio non circoli più con la loro approvazione e che tale richiesta venga trascritta nel libro delle conclusioni della facoltà stessa. La Sorbona accoglie tale richiesta che costituì di fatto un DIVIETO di circolazione del testo. La Sorbona, però, sembra non occuparsi più del saggio di V., non prenderne più in esame l'opera, non elencarne o denunciarne, come da prassi, gl’errori da emendare, né mai condanna il suo contenuto o il suo autore. Comunque, una condanna espressa dal vicario episcopale di Tolosa, RUDÈLE, a sottoscritta anche dall'inquisitore BILLY. Inoltre anche la congregazione dell'indice pronuncia una condanna con la quale il “De admirandis” e condannato con la formula del “donec corrigatur” -- in base alla quale il SOTOMAIOR colloca V. nella prima classe degli autori proibiti nel suo indice. La collectio judiciorum de novis erroribus qui ab initio duodecimi seculi post Incarnationem Verbi, in Ecclesia proscripti sunt et notati, di ARGENTRÉ, dottore della Sorbona e vescovo, edita a Parigi, esamina le censure e le conclusioni espresse dalla facoltà che aveva condannato l'Amphitheatrum Aeternae Sapientiae di KHUNRATH e la “De Republica Ecclesiastica” di DOMINIS) non menziona invece provvedimenti contro V..  Tutto questo porterebbe a ritenere che non vi siano stati atti ufficiali specifici di persecuzione contro V. da parte delle autorità parigine, né religiose né civili, né in questo periodo né negli anni seguenti. Ma solo proteste e minacce nei suoi confronti da parte di alcuni settori. Una condanna del saggio di V. non avrebbe trovato fondate giustificazioni, né sul piano giuridico né su quello culturale, in quanto gran parte delle teorie esposte da V. non costituivano una novità.  Fuggito da pochi mesi dall'Inghilterra, impossibilitato a ri-entrare in Italia, minacciato da alcuni settori cattolici francesi, V. vede restringersi intorno gli spazi di movimento e ridursi le possibilità di trovare stabile sistemazione nella società francese. Ha paura che venga aperto un processo contro di lui anche a Parigi, per cui fugge dalla capitale e si nasconde in Bretagna, in una delle cui abbazie, quella di Redon, è abate commendatario il suo amico e protettore, SAINT-LUC. Ma intervengono anche altri fattori di preoccupazione. Viene ucciso a Parigi CONCINI, favorito di Maria de MEDICI, uomo potentissimo e molto odiato in Francia. L'episodio, seguito poco dopo dall'allontanamento della regina dalla capitale con il suo odiato seguito di italiani, crea notevole turbolenza politica e suscita un vasto movimento di ostilità nei confronti degl’italiani residenti a corte. Altre cronache del tempo segnalano la presenza di un misterioso italiano, con un nome strano, in possesso di una grande cultura ma dall'incerto passato, ancora più a sud, in alcune città della Guienna e poi della Linguadoca ed infine a Tolosa. Nella particolare suddivisione politica della Francia, il duca di MONTMORENCY, protettore degli esprits forts del tempo, sposato con la duchessa italiana ORSINI, è governatore di questa regione e sembra poter accordare protezione al fuggiasco, che continua comunque a tenersi prudentemente nascosto. La presenza a Tolosa di questo misterioso personaggio, di cui si ignora la provenienza e la formazione culturale, ma che fa mostra di grande sapienza, di grande vivacità dialettica specialmente e di affermazioni non sempre allineate con la morale del tempo, non passa inosservata ed attira i sospetti delle autorità, che cominciano a sorvegliarlo.  Dopo averlo ricercato per un mese, le autorità tolosane lo fanno arrestare e chiudere in prigione. Lo sottopongono ad interrogatorio, cercano di scoprire chi egli sia, quali siano le sue idee in materia di di morale, perché fosse arrivato fin in quel lontano angolo della Francia meridionale. Vengono convocati testimoni contro di lui, ma non riescono ad accertare nulla, né a farlo tradire. Il misterioso personaggio viene improvvisamente riconosciuto colpevole e condannato al rogo. Ormai isolato, braccato, impossibilitato a chiamare a sua difesa un passato travagliatissimo e ricco di nodi mai sciolti, abbandonato dai pochi amici rimastigli fedeli perché impotenti ad organizzare una chiara strategia in sua difesa, muore di morte atroce. Il Parlamento di Tolosa lo riconosce colpevole del reato di ateismo e di bestemmie contro il nome di Dio, condannandolo, sulla base della normativa del tempo prevista per i bestemmiatori, alla stessa pena cui erano andati incontro, in luoghi diversi ma in circostanze analoghe, certi FREMOND e FONTANIER. Gli viene tagliata la lingua, poi è strangolato e infine arso. Subito dopo l'esecuzione furono pubblicati due anonimi che fanno esplicitamente il nome del V. e quindi nel misterioso italiano giustiziato viene riconosciuto V., l'autore del “De Admirandis” che suscita i sospetti di alcuni settori cattolici parigini. Comparvero le Histoires memorables di ROSSET, che, con la quinta Histoire, divulga con poche modifiche il secondo dei due citati canards. RUDELE, teologo e vicario generale dell'arcivescovado di Tolosa, avverte pubblicamente di aver esaminato le due saggi di V. insieme con BILLY e di averle trovate contrarie al culto e all'accettazione del vero Dio e assertrici dell'ateismo, emettendo ufficiale ordinanza di condanna e proibendone la stampa e la vendita nella diocesi di Tolosa, territorio posto sotto la sua giurisdizione. In precedenza, La Sorbona non ha comunicato di aver adottato analogo provvedimento. Saggi: “Amphitheatrum Æternæ Providentiæ divino-magicum, christiano-physicum, necnon astrologo-catholicum adversus veteres philosophos, atheos, epicureos, peripateticos et stoicos” (Lione). Il saggio si compone di esercitazioni, che mirano a dimostrare l'esistenza di Dio, a definirne l'essenza, a descriverne la provvidenza, a vagliare o confutare le opinioni di Pitagora, Protagora, CICERONE (vedi), BOEZIO (vedi), AQUINO (vedi), l’orto, Aristotele, Averroè, CARDANO, i peripatetici dei LIZIO, il PORTICO, ecc., su questo argomento. “De Admirandis Naturæ Reginæ Deæque Mortalium Arcanis libri quattuor” (Parigi, Périer). Il saggio si divide in IV libri:  un Liber I de Cœlo et Aëre; un Liber II de Aqua et Terra; un Liber III de Animalia Generatione et Affectibus Quibusdam; un Liber IV de Religione Ethnicorum; in forma di dialogo -- che avvengono tra lui, nelle vesti di divulgatore del sapere, e un immaginario Alessandro, che si presta ad un gioco sottile e divertente nel corso del quale, con un atteggiamento compiacente e un po' complice, tra espressioni di meraviglia e ammirazione per la vastità del sapere di cui l'amico fa mostra, sollecita il suo interlocutore ad elencare e spiegare gli arcani della natura regina e dea che esistono intorno e all'interno dell'uomo. Così, in un misto di rilettura in nuova chiave critica del pensiero degli filosofi antichi e di divulgazione di nuove teorie scientifiche e religiose, il protagonista del lavoro discetta sulla materia, figura, colore, forma, motore ed eternità del cielo; sul moto, centro e poli dei cieli; sul sole, sulla luna, sugli astri; sul fuoco; sulla cometa e sull'arcobaleno; sulla folgore, la neve e la pioggia; sul moto e la quiete dei proiettili nell'aria; sull'impulsione delle bombarde e delle balestre; sull'aria soffiata e ventilata; sull'aria corrotta; sull'elemento dell'acqua; sulla nascita dei fiumi; sull'incremento del Nilo; sull'eternità e la salsedine del mare; sul fragore e sul moto delle acque; sul moto dei proiettili; sulla generazione delle isole e dei monti, nonché della causa dei terremoti; sulla genesi, radice e colore delle gemme, nonché delle macchie delle pietre; sulla vita, l'alimento e la morte delle pietre; sulla forza del magnete di attrarre il ferro e sulla sua direzione verso i poli terrestri; sulle piante; sulla spiegazione da dare ad alcuni fenomeni della vita di tutti i giorni – SUL SEME GENITALE -- sulla generazione, la natura, la respirazione e la nutrizione dei pesci; sulla generazione degli uccelli; sulla generazione delle api; sulla prima generazione dell'uomo; sulle macchie contratte dai bambini nell'utero; sulla generazione del MASCHIO e della femmina; sui parti di mostri; sulla faccia dei bambini coperta da una larva; sulla crescita dell'uomo; sulla lunghezza della vita umana; sulla vista; sull'udito; sull'odorato; sul gusto; sul tatto e solletico; sugli affetti dell'uomo; su Dio; sulle apparizioni nell'aria; sugli oracoli; sulle sibille; sugli indemoniati; sulle sacre immagini dei pagani; sugli àuguri; sulla guarigione delle malattie capitata miracolosamente ad alcuni al tempo della religione pagana; sulla resurrezione dei morti; sulla stregoneria; sui sogni. Empio osarono dirti e d'anatemi oppressero il tuo cuore e ti legarono e alle fiamme ti diedero. O uomo sacro! perché non discendesti in fiamme dal cielo, il capo a colpire ai blasfemi e la tempesta tu non invocasti che spazzasse le ceneri dei barbari dalla patria lontano e dalla terra! Ma pur colei che tu già vivo amasti, sacra Natura te morente accolse, del loro agire dimentica i nemici con te raccolse nell'antica pace. Hölderlin. L'interpretazione naturalistica dei fenomeni soprannaturali che POMPONAZZI (vedi) chiamato da V. magister meus, divinus praeceptor meus, nostri speculi philosophorum princeps da nel “De incantationibus” “aureum opusculum”, è ripresa nel De admirandis naturae, dove, con una prosa semplice ed elegante,fa riferimento anche a CARDANO, a BORDONI e ad altri cinquecentisti.  Dio agisce sugli esseri sub-lunari (cioè sugli esseri umani) servendosi dei cieli come strumento. Di qui l'origine naturale e la spiegazione razionale dei pretesi fenomeni sopra-naturali, dal momento che anche l'astrologia è considerata una scienza. L’esere supremo, quando incombono pericoli, dà avvertimenti agli uomini e specialmente ai sovrani, agli esempi dei quali il mondo si conforma. Ma i reali fondamenti dei presunti fenomeni sovrannaturali sono soprattutto la fantasia umana, capace a volte di modificare l'apparenza della realtà esterna, i fondatori delle religioni rivelate, Mosè, Gesù, Maometto e gli ecclesiastici impostori che impongono false credenze per ottenere ricchezze e potere, e i regnanti, interessati al mantenimento di credenze religiose per meglio dominare la plebe, come insegna già MACHIAVELLI, il principe degli atei per il quale tutte le cose religiose sono false e sono finte dai principi per istruire l'ingenua plebe affinché, dove non può giungere la ragione, almeno conduca la religione. Seguendo ancora POMPONAZZI e PORZIO nella loro interpretazione dei testi aristotelici, mutuata dai commenti di Alessandro di Afrodisia, nega l'immortalità dell'anima. Anche il cosmo aristotelico-scolastico subisce il suo attacco distruttivo. Analogamente a BRUNO, nega la differenza peripatetica tra un mondo sub-lunare e un mondo celeste, affermando che entrambi sono composti della stessa materia corruttibile. Scardina nell'ambito fisico e biologico il finalismo e la dottrina ile-morfica aristotelica, e, ricollegandosi a l’orto di LUCREZIO, elabora una nuova descrizione dell'universo d'impianto meccanicistico-materialistico. Gl’organismi sono parago orology. E concepisce una prima forma di trasformismo universale delle specie viventi. Concorda con gl’aristotelici del LIZIO sull'eternità del mondo, considerando in particolare l'aspetto temporale. Ma, contro di essi, afferma il moto di rotazione terrestre e appare respingere la tesi tolemaica in favore di quella eliocentrica copernicana. Se il primo curator CORVAGLIA e lo storico RUGGIERO, ingiustamente, considerarono la sua filosofia semplicemente un centone privo di originalità e di serietà scientifica, Garasse, ben più preoccupato delle conseguenze della diffusione della sua filosofia, li giudica la filosofia più perniciosa che in fatto di ateismo fosse mai uscita negli ultimi cento anni. E stato ampiamente ri-considerato e ri-valutato dalla critica, mettendo in mostra l'originalità e le intuizioni metafisiche, fisiche, biologiche, talvolta precorritrici nei tempi, dei suoi saggi. Visto che nasconde la sua filosofia, secondo un tipico espediente della cultura del suo tempo, per evitare seri conflitti con le autorità religiose e politiche costituite, conflitti che, come paradossalmente e sfortunatamente avvenne, nonostante le cautele, lo condussero infine alla morte), l'interpretazione del suo pensiero si offre a diversi piani di lettura. Tuttavia, nella storia della filosofia, resta di lui acquisita un'immagine di miscredente e persino di ateo (il che non era). E questo perché avversario di ogni superstizione e di fede costituita (meglio un proto-agnostico), tanto da essere considerato uno dei padri del libertinismo, malgrado avesse scritto persino un'apologia del concilio di Trento. Per una sintesi della sua filosofia si deve guardare da un lato al retroterra culturale, che è quello abbastanza tipico del Rinascimento, con prevalenza di elementi dell'aristotelismo ma con forti elementi di misticismo platonico. Dall'altro lato egli trae dal Cusano dei tipici elementi panteistici, simili a quelli che si ritrovano anche in Bruno, ma più materialistici. La sua visione del mondo si basa sull'eternità della materia, sulla omogeneità sostanziale cosmica, su un Dio dentro la natura come forza che la forma, la ordina e la dirige. Tutte le forme del vivente hanno avuto origine spontanea dalla terra stessa come loro creatrice. Considerato ateo, nel titolo del suo saggio pubblicato a Lione nel Amphitheatrum aeternae providentiae divino-magicum, christiano-physicum, nec non astrologo-catholicum adversus veteres philosophos, atheos, epicureos, Peripateticos et Stoicos dimostra di non esserlo. Come precursore del libertinismo vi sono invece molti elementi che lo avvicinano al pensiero dell'ignoto autore del trattato dei tre impostori anch'egli panteista. Pensa infatti che i creatori delle tre religioni monoteiste, Mosè, Gesù Cristo e Maometto, non siano altro che degl’impostori. In “De admirandis Naturae Reginae Deaeque mortalium arcanis libri quatuor” stampato a Parigi nelvengono riprese le tesi dell' “Amphiteatrum” con precisazioni e sviluppi che ne fanno il suo capolavoro e la sintesi della sua filosofia. Viene negata la creazione dal nulla e l'immortalità dell'anima, Dio è nella natura come sua forza propulsiva e vitale. Entrambi sono eterni. Gl’astri del cielo sono una specie di intermediari tra dio e la natura che sta nel mondo sub-lunare e di cui noi facciamo parte. La religione vera è perciò una religione della natura che non nega Dio ma lo considera un suo spirito-forza. La sua filosofia è abbastanza frammentaria e riflette anche la complessità della sua formazione. E un filosofo, un naturalista, un religioso, ma anche un medico e un po' un mago. Ciò che ne caratterizza è la veemenza anti-clericale. Tra le cose originali della sua filosofia c'è una specie di anticipazione della teoria dell’evoluzione, perché, dopo un primo tempo in cui sostiene che le specie animali nascano per generazione spontanea dalla terra, in un secondo tempo -- lo pensa anche CARDANO -- pare convinto che esse possano trasformarsi le une nelle altre e che l'uomo derivia d’animali affini all'uomo come la bertuca, il macacho e la scimmia in genere. Appaiono due saggi che consacrano il mito del V. ateo: La doctrine curieuse des beaux esprits de ce temps, di GARASSE e le Quaestiones celeberrimae in Genesim cum accurata explicatione, di MERSENNE. I due saggi, però, anziché spegnere la voce del filosofo, la amplificano in un ambiente che evidentemente e pronto a ricevere, discutere e riconoscerne la validità delle affermazioni. Il nome di V. viene nuovamente proiettato all'attenzione della filosofia in occasione del clamoroso processo che viene celebrato contro VIAU. Il progetto di interrogatorio che il procuratore generale del re, Molé, predispone con ben articolati capi d'accusa su cui interrogare VIAU, contiene impressionanti analogie colla filosofia vaniniana, cui vien fatto esplicito riferimento mentre MERSENNE torna a martellare su V., analizzandone alcune affermazioni nel suo “L'Impiétè des Déistes, Athées et Libertins de ce temps, combatuë, et renversee de point en point par raisons tirées de la Philosophie, et de la Theologie”, nel quale porta il suo giudizio concernente CARDANO e BRUNO. Anche Leibniz, oppositore al pari di Mersenne del libertinismo, si esprime duramente contro V., considerandolo un empio, un pazzo e un ciarlatano. Je n'ai pas encore vu l'apologie de V., je ne pense pas qu'elle mérite fort d'être lue. La philosophie de ce personnage e bien peu de chose. Mais un imbécille comme lui, ou pour mieux dire, un fou ne méritoit pas d'être brûlé. On étoit seulement en droit de l'enfermer, afin qu'il ne séduisît personne -- Epist. ad Kortholtum in Opera omnia, Genève. Ancora la leggenda nera creata intorno alla figura di V. sopravvive al passare del tempo, si espande ed affascina molti studiosi, che si avvicinano alla sua filosofia e ne tentano dei profili biografici. Così anche la cultura inglese mostra interesse per il filosofo di Taurisano ed è soprattutto con BLOUNT che V.entra nella filosofia inglese ed acquista una dimensione che non abbandona mai più, quando diviene un elemento cardine del libertinismo e deismo. Un manoscritto inedito della biblioteca municipale di Avignone custodisce delle Observations sur Lucilio V. redatte da Velleron, ma fornisce solo delle incerte notizie sul filosofo, in gran parte rettificate dagli ultimi studi. Viene effettuata una copia manoscritta dell'Amphitheatrum, su commissione di Uriot, il quale la trasferisce poi nella biblioteca ducale del duca di Württemberg. Attualmente essa si trova nella Württembergische Landesbibliothek di Stoccarda. Un'altra copia manoscritta del saggio si trova nella Staats und Universitätbibliothek di Amburgo, a testimonianza del perdurante interesse per V. Viene data alle stampe a Londra una biografia vaniniana con un estratto delle sue opere, dal titolo “The life of ‘Lucilio’, alias V., burnt for atheism at Toulouse, with an abstract of his writings. Il saggio, pur ricollegandosi alla consueta storiografia vaniniana e quindi con i soliti errori d'origine, sottopone ad un dibattito ponderato la figura ed il pensiero del filosofo italiano, a cui riconosce qualche merito. Ma la strada per una collocazione europea di V. e del suo pensiero è ormai aperta. Saggi: “Amphitheatrum aeternae providentiae divino-magicum, christiano-physicum, nec non astrologo-catholicum adversus veteres philosophos, Atheos, Epicureos, Peripateticos et Stoicos, Auctore Iulio Caesare Vanino, Philosopho, Theologo et Iuris utriusque Doctore, Lugduni, Apud Viduam Antonii de Harsy, ad insigne Scuti Coloniensis” (Galatina). “Iulii Caesaris Vanini, Neapoletani Theologi, Philosophi et Iuris utriusque Doctoris, De admirandis Naturae Reginae Deaeque mortalium arcanis libri quatuor, LPombaiae, Apud Adrianum Perier, via Iacobaea” (Galatina). Le opere di V. e le loro fonti, Milano (Galatina,); “Opere” (Porzio, Lecce); “Anfiteatro dell'eterna Provvidenza” Galatina; “I meravigliosi segreti della natura, regina e dea dei mortali” Galatina); “Opere (Galatina); “Confutazione delle religioni “Anna Vasta, Catania, De Martinis et C.); “Opere” (Milano, Bompiani). Bucciantini, Lutero in Campo dei Fiori, in Il Sole 24 ORE Terzapagina. Filosofia ed ecologia per il "compleanno" di V., Una lettera dell'ambasciatore inglese a Venezia, Carleton, fa risalire l'episodio a nove anni prima. Raimondi, “V. e il libertinismo” Atti del Convegno di Studi, Taurisano (Galatina,  Raimondi, “Dal tardo Rinascimento al Libertinismo erudite” Atti del Convegno di Studi, Lecce-Taurisano Galatina, Spini, “Vaniniana” in «Rinascimento», Paola, “Il primo seicento anglo-veneto” Cutrofiano; Paola, “V. da Taurisano filosofo europeo, Fasano); Paola, “Documenti per una lettura di V., in «Bruniana et Campanelliana», Raimondi, Documenti vaniniani nell'archivio segreto vaticano, in «Bollettino di Storia della Filosofia dell'Università degli Studi di Lecce», Raimondi, Il soggiorno vaniniano in Inghilterra alla luce di nuovi documenti spagnoli e londinesi, in «Bollettino di Storia della Filosofia dell'Università degli Studi di Lecce», Raimondi, “La Santa Inquisizione, Taurisano, Raimondi, “L'Europa del Seicento. con una appendice documentaria, Pisa Roma. L'appendice contiene la più completa documentazione sulla biografia vaniniana: documenti dalla nascita al rogo. Fasano, Fazio, V. nella cultura filosofica (Galatina); Marcialis, “Natura e uomo in V.” in «Giornale Critico della Filosofia Italiana»; Marcialis, V. nell'Europa del Seicento, in "Rivista di Storia della Filosofia", Paganini, Le Theophrastus redivivus et V., in «Kairos»,  Papuli, Le interpretazioni di V., Galatina, Perrino, "V. nel Theophrastus redivivus", in «Bollettino di Storia della Filosofia dell'Università degli Studi di Lecce», Raimondi, V. e il "De tribus impostoribus", in «Ethos e Cultura», Padova, G. Spini, Ricerca dei libertini. La teoria dell'impostura delle religioni nel Seicento italiano, Roma, Firenze); Teofilato, V. nel III Centenario del suo martirio, Milano, Tip. Ed. La Stampa d'Avanguardia. Teofilato, V., in The Connecticut Magazine, articles in English and Italian, New Britain, Conn, C. Teofilato, Vaniniana, in La puglia letteraria, mensile di storia, Roma; V., Riflessioni sul problema V., in Bertelli, Il libertinismo in Europa, Milano-Napoli, Vasoli, V. e il suo processo per ateismo, in Niewohner e Pluta, Atheismus im Mittelalter und in der Renaissance, Wiesbaden); V. in Inghilterra. La seguente è una lista di alcuni documenti in cui è possibile trovare riferimenti alla presenza del frate carmelitano a Lambeth a Londra. Trascrizioni complete, riassunti e contesto di questi documenti sono disponibili. "V. e il primo seicento anglo-veneto" e in "V. da Taurisano filosofo europeo", Schena Editore, Brindisi. Documenti: London Public Record Office State Papers Venice Notizie sulla Mercers' Chapel a Londra, dove V. sconfesso la sua fede cattolica e tenne vari sermoni. London Public Record Office State Papers Petizione di due Carmelitani, V. e Genocchi, a Carleton, ambasciatore inglese a Venezia, per essere accettati in Inghilterra. Venezia. London Public Record Office State Papers Lettera di Carleton a Salisbury. Da Venezia, Carleton informa Salisbury che due frati gli hanno chiesto permesso di rifugiarsi in Inghilterra per evitare persecuzioni dai loro superiori. London Public Record Office State Papers. V. a Carleton. Da Lambeth. V. manda a Carleton informazioni riguardanti alla sua ricezione a Lambeth e la buona stima di cui gode lì. London Historical Manuscripts Commission De L'Isle and Dudley Manuscripts, Sir John Throckmorton al visconte Lisle. Flushing. Corrispondenza tra i due statisti riguardo ad una missione segreta di Florio, che forse accompagnò V. e il suo compagno a Londra. London, Manuscripts of the Marquess of Downshire preserved at Easthampstead Park Berk. Papers of Trumbull. Albery a Trumbull. Londra. Albery, un mercante inglese e corrispondente di Trumbull, agente inglese a Bruxelles, manda informazioni sull'arrivo di V. e le sue esperienze a Venezia. London Historical Manuscripts Commission Report on the Manuscripts of the Marquess of Downshire, Trumbull Papers. Albery a William Trumbull. Londra. Una copia della lettera da una fonte diversa. London Public Record Office State Papers Da Spinola a Ginocchio. Genova London Public Record Office State Papers Wake a Carleton. Londra London Public Record OfficeState Papers Wake a Carleton. Londra London Manuscripts of the Marquess of Downshire preserved at Easthamstead Park Berk. Papers of William Trumbull the Elder Alfonse de S. Victors a William Trumbull Da Middolborg (Middelburg) London Historical Manuscripts Commission Report on the Manuscripts of the Marquess of Downshire, Trumbull Papers, Alfonse de St. Victor a William Trumbull. Middelborg. London Public Record Office State Papers Domestic Series Jac. Chamberlain a Carleton. Londra, London Public Record Office State Papers Carleton a Lake. Da Venezia London Public Record OfficeState PapersDomestic Series, Biondi a Carleton. Da Londra LondonPublic Record Office State Papers, Carleton a Chamberlain. Da Venezia London Manuscripts of the Marquess of Downshire preserved at Easthampstead Park Berks. Papers of William Trumbull the Elder. George Abbot a William Trumbull. Da Lambeth. London Historical Manuscripts Commission Report of the Manuscripts of the Marquess of Downshire,  Trumbull Papers, Abbot a Trumbull. Lambeth  London Public Record OfficeState Papers Carleton a Chamberlain. Venezia, London Public Record Office State Papers Carleton a Giovan Francesco Biondi. Venezia, London Public Record Office State Papers Domestic Series, Abbot a Carleton. Lambeth London Public Record Office State Papers Sarpi a Carleton. Venezia London Record Office State Sarpi a Carleton. Venezia, London Public Record OfficeState Papers Paolo Sarpi a Sir Dudley Carleton. Venezia, giugno. London Historical Manuscripts Commission Report Hastings,  Notes of speeches and proceedings in the House of Lords. London Historical Manuscripts Commission Hastings, Notes of speeches and proceedings in the House of Lords London Public Record Office State Papers Carleton a Sua Signoria l'Arcivescovo di Canterbur. Venezia London Manuscripts of the Marquess of Downshire preserved at Easthampstead Park Berks. Papers of William Trumbull the Elder Abbot a Trumbull. Lambeth London Historical Manuscripts Commission Report of the Manuscripts of the Marquess of Downshire,  IV, Trumbull Papers George Abbot, Arcivescovo di Canterbury, a William Trumbull. Lambeth Archivio di Stato di VeneziaInquisitori di Stato, Istruzioni degli Inquisitori di Stato all'ambasciatore in Inghilterra. LondonCalendar of State Papers on English Affairs in the Archives of Venice and other Libraries of North Italy Inquisitori di Stato, busta Venetian Archives. Gli Inquisitori di Stato a Gregorio Barbarigo,  London Calendar of State Papers on English Affairs in the Archives of Venice and other Libraries of North Italy Inquisitori di Stato, Venetian Archives. Examinations for Foscarini. Archivio di Stato di Venezia Inquisitori di Stato, Londra, Interrogatorio di Lunardo Michelini sulle modalità della fuga di V. da Lambeth. Archivio di Stato di Venezia Inquisitori di Stato, Interrogatorio di Alessandro di Giulio Forti da Volterra sulle modalità della fuga di Vanini da Lambeth. Archivio General de Simancas fondo Inglaterra Legajo foglio privo di indicazioni. Bentivoglio a Sarmiento. Bruxelles. Il nunzio apostolico a Bruxelles informa l'abasciatore di Spagna che Vanini e il suo compare sono arrivati sani e salvi dopo la loro fuga da Londra. Archivio General de Simancas Bentivoglio a Sarmiento. Bruxelles. Il nunzio apostolico a Bruxelles informa l'abasciatore di Spagna che Vanini e il suo compare sono partiti verso l'Italia, come era stato concordato a Roma. Documenti inclusi nell'opera di Namer La seguente è la lista dei documenti inglesi inclusi nel lavoro Documents sur la vie de V. de Taurisano di Ėmile Namer, che può essere considerato come un utile punto di partenza per la delineazione di una biografia di Vanini, e di cui la nuova documentazione deve essere considerata un completamento. London Foreign State Papers. Venice. Carleton ad Abbot. LondonForeign State Papers. Venice.Abbot a Carleton LondonState Papers Domestic. James I.  Carleton a Chamberlain. Venezia, London Foreign State Papers. Venice. Sir D. Carleton all'Arcivescovo di Canterbury. London State Papers Domestic. James I. Chamberlain a Carleton. Londra, London State Papers Domestic. James I.  7 Chamberlain a Carleton. London Foreign State Papers. Venice Abbot a Carleton. London State Papers Domestic. James I.  Carleton a Chamberlain. London State Papers Domestic. James I. l'Arcivescovo di York al conte di Suffolk. London State Papers Domestic. James I. V. a Dudley Carleton. Da Lambeth, iLondonState Papers Domestic. James I.  Giulio Cesare Vanini a Sir Isaac Wake. Da Lambeth iLondon State Papers Domestic. James I.  John Chamberlain a Carleton. da Londra. London State Papers Domestic. James I. Abbot a Carleton. Lambeth London State Papers Domestic. James I. John Chamberlain a Dudley Carleton. Da Londra London State Papers Domestic. James I.  Biondi a Carleton. Da Londra London Foreign State Papers. Venice. Carleton a Abbot.  London State Papers Domestic. James I. John Chamberlain a Dudley Carleton. Da Londra London State Papers Domestic. James I.  Abbot al vescovo di Bath Da Lambeth. London State Papers Domestic. James I.   Lake a Carleton. Dalla corte a Royston, London State Papers Domestic. James I.  John Chamberlain a Sir Dudley Carleton. Da Londra London Foreign State Papers. Venice Carleton a Abbot London Foreign State Papers. Venice. Carleton a Sir Thomas Lake. London State Papers Domestic. James I. Abbot  a Carleton a Venezia. Lambeth, London State Papers Domestic. James I.  John Chamberlain a Dudley Carleton. Londra, LondonForeign State Papers. Venice.  Carleton a Abbot. Archivio de Simancas, Estado,  Cardinale Millino a Alonso de Velasco, ambasciatore spagnolo a Londra. Roma, Archivio de Simancas, Estado,  Cardinal Millino a Diego Sarmiento de Acuña, ambasciatore spagnolo a Londra. Roma, Archivio de Simancas, Estado,  Cardinal Bentivoglio a Diego Sarmiento de Acuña, ambasciatore spagnolo a Londra. Bruxelles, Archivio de Simancas, Estado,  Bentivoglio a Diego Sarmiento de Acuña, ambasciatore spagnolo a Londra. Bruxelles,V. e l'Inquisizione di Roma Elenco di alcuni documenti presenti nella corrispondenza tra alcuni Nunzi apostolici in Europa e le autorità vaticane, dove è possibile trovare informazioni relative alla fuga, permanenza e rientro segreto dall'Inghilterra del frate carmelitano. Le trascrizioni complete, i sommari e le contestualizzazioni di questi documenti sono disponibili per studiosi e lettori in V. da Taurisano filosofo europeo, Schena Editore, Fasano (Brindisi), Il pontefice Paolo V e l'Inquisizione in Roma furono informati continuamente della vicenda di V. con dispacci dei Nunzi apostolici in Venezia, Francia e Fiandra e con missive dell'ambasciatore di Spagna a Londra, a cominciare dalla sua fuga da Venezia sino al suo desiderio di rientrare nel mondo cattolico.  RomaArchivio Segreto VaticanoSegreteria di StatoNunziatura di Francia,  Ubaldini, Nunzio papale in Francia, al Borghese, Segretario di Stato di Paolo V, de Parigi.  RomaA. S. Vaticano Segreteria di Stato Nunziature diverse, Fiandra,   il Nuntio alla Segreteria, Bentivoglio, Nunzio papale in Fiandra, al Card. Borghese. (Bruxelles) Roma A. S. Vaticano Segreteria di StatoNunziature diverse, Francia, lettere scritte al Nuntio in Francia Borghese a Ubaldini. Di Roma li Roma A. S. Vaticano Segreteria di Stato Nunziatura di Francia, Ubaldini da Parigi a Borghese Roma A. S. Vaticano Segreteria di StatoNunziature diverse, Francia,  293A, lettere scritte al Nuntio in Francia Borghese a Ubaldini. Di Roma Roma A. S. Vaticano Segreteria di Stato Nunziatura di Francia,  Ubaldini a Borghese Rom aA. S. Vaticano Segreteria di StatoNunziature diverse, Francia, lettere scritte al Nuntio in Franci Il card. Borghese a Ubaldini. Di Roma Roma A. S. Vaticano Segreteria di Stato Nunziatura di Francia Registro Ubaldini a Borghese Londra, British Museum, Lettere di Ubaldini, nella sua Nunziatura di Francia, Ubaldini a Borghese Roma A. S. Vaticano Segreteria di Stato Nunziatura di Francia, Ubaldini a Mellini, membro del Sant'Uffizio, il Tribunale dell'Inquisizione di Roma. Roma A. S. Vaticano Segreteria di Stato Nunziature diverse, Francia, lettere scritte al Nuntio in Francia da Borghese, Borghese a Ubaldini. Roma A. S. Vaticano Segreteria di Stato Nunziatura di Francia,  Registro di Lettere della Segreteria di Stato di Paolo V al Vescovo di Montepulciano Nuntio in Francia Il Segretario Porfirio Feliciani vescovo di Foligno al Nuntio in Francia. Roma, RomaA. S. Vaticano Segreteria di Stato Nunziatura di Francia, Ubaldini al Mellini Roma A. S. Vaticano Segreteria di StatoNunziatura di Francia, Ubaldini a Mellini RomaA. S. Vaticano Segreteria di Stato Nunziatura di Francia Registro Ubaldini a Borghese. Di Parigi RomaA. S. Vaticano Segreteria di Stato Nunziatura di Francia Registro Ubaldini a Millini Roma A. S. Vaticano Segreteria di Stato Nunziature diverse, Francia,  lettere scritte al Nuntio in Francia dal Card. Borghese, Il card. Borghese a Ubaldini. Di Roma Roma A. S. Vaticano Segreteria di Stato Nunziatura di Francia Ubaldini a Borghese Di Parigi.  RomaA. S. Vaticano Segreteria di Stato Nunziatura di Francia Registro Ubaldini a  Millini Roma A. S. Vaticano Segreteria di Stato Nunziatura di Francia Registro Ubaldini a Borghese Londra, British Museum, Lettere del Card. Ubaldini, nella sua nunziatura di Francia, Card. Ubaldini a Borghese Parigi, Bibliothèque nationale de FranceDepartement des Manuscrits, Italien Registro di Lettere della Nunziatura di Francia di Ubaldini dell'anno lettera, Ubaldini a Borghese Parigi) Roma A. S. VaticanoSegreteria di Stato Nunziature diverse, Francia,  Lettere del Sir. Card.le Ubaldini nella sua Nunciatura di Francia Ubaldini a Borghese Treccani Enciclopedie Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Enciclopedia Italiana, Amphitheatrum e De admiandis. Raimondi Il contributo italiano alla storia del Pensiero: Filosofia, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Giulio Cesare Vanini. Vanini. Keywords: Vanini, Oxford. Refs.: Luigi Speranza, “Vanini e Grice,” Villa Grice, Luigi Speranza, “La statua all’aperto di Vanini,” Luigi Speranza, “Il medaglione di Vanini a Roma.” Vanini.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Vanni: la ragione conversazionale dell’azione e l’implicatura conversazionale dell’inter-azione conversazionale – la scuola di Città della Pieve – filosofia perugin – filosofia umbra -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Città della Pieve). Abstract. Keywords. aiuta, etologia, aiuta conversazionale, imperativo d’aiuta conversazionale. Filosofo perugino. Filosofo umbro. Filosofo italiano. Città della Pieve, Perugia, Umria. Essential Italian philosopher. Filosofo italiano. Filosofo e giurista. M. Roma. Laureato a Perugia, è nominato professore di storia del diritto nella stessa università; passa a insegnare la filosofia del diritto a Pavia e quindi a Parma; è chiamato a BOLOGNA e a Roma. Nella filosofia in genere, e in quella giuridica in specie, segue piuttosto il corrente indirizzo positivista, ma non ciecamente e con metodo empirico, ché anzi egli è uno dei più strenui propugnatori del metodo critico. Tra le sue molte opere ricordiamo: Sulla consuetudine – cf. H. P. Grice, costume – sitte -- -- Perugia --; Lo studio comparativo delle razze nella sociologia -- Perugia; I giurisii della scuola storica di Germania nella storia della sociologia e della filosofia positiva, Rivista di filosofia scientifica; Saggi critici sulla teoria sociologica della popolazione, Annali dell'università di Perugia; Prime linee di un programma critico di sociologia, Perugia; Gli studii di Maine e le dottrine della filosofia del diritto, Verona; Il sistema etico-giuridico di Spencer -- prefazione alla traduzione di Spencer, La Giustizia, Città di Castello; La funzione pratica della filosofia dei diritto, Prelezione, BOLOGNA; Il diritto nella totalità dei suoi rapporti, Prelezione, Rivista italiana di sociologia; La teoria della conoscenza come induzione sociologica, e l'esigenza critica del positivismo; Lezioni di filosofia del diritto, Bologna, riproduzione del corso tenuto a Roma. Inizia la carriera a Perugia e successivamente insegna a Parma, Bologna, e Roma.  Tra i fondatori del positivismo soziale, la sua filosofia si ispira a Kant e agli principali filosofi del positivismo. A lui si deve anche una originale lettura positivista della dottrina storicistica di VICO. Il suo è stato definito un positivismo critico, che vuole distinguere cioè tra la scienza dell’uomo dalla filosofia’ dell’uomo, contestando e rifiutando l'assimilazione positivista di quest'ultima con la morale e la sociologia, dottrina nata nell'ambito del positivismo, verso la quale V. ha un interesse particolare cercando di teorizzarne il carattere scientifico differenziandola però sia dall'evoluzionismo che dalla biologia. V. considera essenziale l'autonomia teorica del ‘ius’ o devere dai rapporti con gli aspetti storici-etnografici delle istituzioni giuridiche. V. è convinto che la filosofia, come analisi concettuale, del diritto ha la funzione pratica di definire il ‘fine’ (métier) della inter-azione umana. In questo modo, V. ribade l'impostazione criticista kantiana che acquista un tono metafisico criticato dai positivisti ortodossi che lo accusano di eclettismo. Saggi: “Della consuetudine nei suoi rapporti col dritto e con la legislazione” (Perugia); “Saggi critici sulla teoria socio-logica della popolazione” (Città di Castello); “Prime linee di un programma critico di sociologia” (Perugia); “Il problema della filosofia del diritto nella filosofia, nella scienza e nella vita ai tempi nostril” (Verona); “La filosofia del diritto” (Verona); “La funzione della filosofia considerata in sé ed in rapporto al socialismo” (Bologna); “La filosofia del diritto e la ricerca positivista” (Torino); “Il dritto nella totalità dei suoi rapporti e la ricerca oggettiva” (Roma); “La teoria della conoscenza come induzione socio-logica e l'esigenza critica del positivismo” (Roma); “Filosofia del diritto” (Bologna); “Filosofia sociale e filosofia giuridica” (Bologna). Biografia in Scuola normale superiore, Pisa, su picus.unica. Marino, Positivismo e giurisprudenza, Napoli, Cuculo, La sociologia positivista di V., in A. Millefiorini, Fenomenologia del disordine. Prospettive sull'irrazionale nella riflessione sociologica italiana (Nuova Cultura, Roma); Amelio, Positivismo, storicismo, materialismo storico in I. Vanni, «Quaderni fiorentini per la storia del pensiero giuridico moderno», Pusceddu, La sociologia positivista in Italia (Roma). siusa. archivi.beniculturali, Sistema Informativo Unificato per le Soprintendenze Archivistiche.  Opere u open MLOL, Horizons Unlimited srl. Opere. yh ^ t j5^5Xu ^ Voi.. II. BIBLIOTECA QIIJIÌIDICA MATOALL ICILiu VANNI IL PROBLEMA DlU.tA FILOSOFIA DEL DIRITTO NELLA iiLUiUi^JA, NELLA SCIENZA E NELU VITA AI l'EMPl NOSTKI VERONA DONATO TEDESCHI E FIGLIO EDITORI 1890. % 4^f^^4k ALTRL SCRITTI DI FILOSOFIA SOCIALE DELLO STESSO AUTORE Zo studio comparativo delle razze inferiori nella sociologia contemporanea^ Perugia, Santucci, 1884. / Giuristi della scuola storica di Germania nella storia della sociologia e della filosofia positiva, WXdSiQ'Tonrio, Dumolard, 1885 (Estratto dalla Rivista di Filosofia scientifica). Saggi critici sulla teoria sociologica della- popolazione. Città di Castello, Lapi, 1886 (L Teoria biologica e teoria sociologica della popolazione — IL Questioni malthusiane in Germania ed il momento etico della teoria della popolazione).. Prime linee di un programma critico di sociologia, Perugia, Santucci, 1888. 0*+ ICILIO VANNI Professore ordinario di Filosofia del Diritto nella R. Università di Parma ^,' ^ e IL PROBLEMA DELLA FILOSOFIA DEL DIRITTO mU FEOSOFIA. NELLA SCIENZA E NELLA VITA AI TEMPI NOSTRI VERONA DONATO TEDESCHI E FIGLIO EDITORI 1890. / r ^*»;AS^iN-- •• ' WI*«L'*»W - ' -aWSr » ,jp-«»_ . , ^ Proprietà Letteraria, Verona, 1890 — Stab. Tip. di G. Civelli. PRELEZIONE LETTA U. GIORNO 15 GENNAJO 1890 NELLA R. UNIVERSITÀ DI PARMA AVVERTENZA In uno scritto precedente^ tracciando le prime linee ^di un programma critico di sociologia, l'Autore ha lungamente insi- stito sulla nééessità di sottoporre ad un processo di revisione critica, di sistemazione e di organizzazione le scienze sociali, e dette anche le ragioni teoriche e pratiche, che inducono a rite- nere come indifferibile tede impresa per talune fra esse, e piìc specialmente per la morale e per la filosofia^ del diritto. È na- turale quindi che, iniziando un corso di quest'ultima disciplina, egli dovesse restare fedele al suo programma ed affrontare senz altro il problema. Ma i limiti di una prelezione consenti- vano appena sfiorare un tema che esigerebbe ampia trattazione e gli svolgimenti propri di un libro. Perchè l'esame critico di una scienza, come la filosofia del diritto, potesse dirsi compiuto, occorrerebbe rannodare^ il suo stato presente allo svifuppo cJte; ha avuto nel passato, esaminarne gli indirizzi e i sistemi piti recenti, discutere ad uno ad uno i piti importanti tentativi che si sono fatti per adattarla alle esigenze della ricerca positiva, vedere se - é - ò fin dove questi sien9' riusciti allo scopo y e, nel caso che nofi lo sieno lo sieno solo in parte^ porre le. basi di una ricostru- zione, la quale potrà sembrare inopportuna o superflua soltanto a chi non abbia coscienza, o si senta soddisfatto del momento gravissimo che la filosofia del diritto attraversa. Ma per quanto si sia cercato riassumere e condensare il proprio pensiero, e si sieno aggiunti nelle note alcuni sviluppi e schiarimenti, che pa- rtivano indispensabili, nello spazio di poche pagine non fu pos- sibile che accennare i punti principali di così vasto e difficile argomento. Quindi F Autore ben conscio di ciò non pretende certo di far^passare questa sua prelezi(Me come P adempimento di una promessa, che fa parte integrale del programma propostosi ^, mira semplicemente a portarvi, ispirandosi allo stesso indirizzo e agli stessi criteri, un primo quanto modesto contributo. ^Parma, Gennaio 1890. Icij.10 Vanni Signori, Se neir assumere T insegnamento di una disciplina si dica di avere piena coscienza della gravità del proprio compito e di sentire a questo sproporzionate le forze, si corre rischio di non essere creduti, perchè la generale consuetudine di tale ^chiarazione la fa apparire più come un luogo comune ed un opportuno espediente di arte oratoria, che come l'espressione di un sincero convincimento. Senonchè potrebbe essere che, anche posta da parte qualunque considerazione personale, la natura della scienza professata e le condizioni in cui essa versa fossero tali, non solo da imporre quella dichiarazione, ma da attribuirle un valore ed un significato affatto* speciali. Finché si tratta di una scienza la cui legittimità nessuno pone in dubbio, e la cui individualità è rigorosamente- definita, di una scienza sicura di sé, già costituita e sistemata nella fissazione dell'og- getto suo proprio, del campo delle sue ricerche, dei principi fondamentali direttivi di queste, si potrà fare soltanto questione della sua maggiore o minore difficoltà. Ma ben altrove il caso di una scienza, per la quale — diciamolo subito senza ambagi* e senza mezzi termini — si agita il problema dell' essere o non — è — essere. La crisi gravissima, e tanto più grave se, come d'or- dinario avviene, non la si avverta o non ce se ne preoccupi, che travaglia tutte le scienze* relative alla convivenza sociale, più d' ogni altra ha colpito proprio quelle che, come la morale e il diritto, riguardando la condotta e le norme onde ha da essere regolata, sono le più importanti al punto di vista delle esigenze pratiche, e per le quali sarebbero quindi necessarie le basi più solide e sicure. È un vero processo di intima disorganizzazione che in esse si viene operando, ed arrivato ora a tal grado di acutezza, che per taluna fra loro, come appunto per la filosofia del diritto, non solo v'è ragione di chiedersi che cosa più essa sia e in che veramente consista, ma di fironte alle recise denegazioni degli uni, alle incertezze e ai dubbi degli altri, di fronte all'ambiente di scetticismo e di diffidenza: formatosi a suo riguardo, ^ la sua stessa esi- stenza, la sua possibilità e legittimità scientifica che è posta in questione. Se non sono molti quelli che senz'altro la con- siderano come destituita di ogni ragione d'essere e arrivano fino a pretendere che non se ne abbia più nemmeno a par- lare, tendono invece a prevalere opinioni e indirizzi, pei quali essa avrebbe a trasformarsi radicalmente non solo nell'oggetto e nel contenuto, ma financo nel nome, o, perdendo la propria individualità distinta, verrebbe sostituita da una nuova più ampia disciplina; e in questa assorbita e confusa. Persino in alcuni di coloro, che pur ne mantengono fermo in sostanza il concetto tradizionale, si osserva^talvolta l' influenza della nuova corrente di idee, tanto che l'amalgama del vecchio col nuovo accresce Y incertezza, e rende sempre più vacillante il terreno. Se dopo ciò la filosofia del diritto accenna a perdere della sua importanza nell'ordinamento degli studi, se se ne vagheggia • o dimanda o anche se ne tenta l'abolizione, se il pensiero di surrogarla coli' insegnamento della sociologia, dapprima impli- cito e sottinteso in certi indirizzi, si afferma ora in proposte concrete, come quella fatta dal Saint-Marc per le facoltà giu- ridiche della Francia, non ve certo da far' le meraviglie (0. I. Né meraviglia può suscitare il fatto stesso della crisi, come d'altra parte rivelerebbe mancanza di senso storico il ritenerla prodotta da cause meramente accidentali e transitorie, effetto di esagerazioni ipercritiche, di tendenze innovatrici, di dissen- sioni eterodosse. Chi invece senza preconcetti riprenda in esame la storia della filosofia del diritto, osservi le fasi per le quali è passata, e il suo organismo di scienza, quale risulta dall'in- sieme del suo sviluppo, ponga a raffronto coli' indirizzo del pensiero contemporaneo, coi criteri e metodi che lo caratte- rizzano, cogli abiti mentali che ha introdotto e fatto prevalere, coi profondi rivolgimenti che ha generato in tutti i rami del sapere, non può non venire nella persuasione che il moto era di lunga mano preparato, e che per ineluttabile necessità si doveva riuscire alla crisi. Cosi si possono scoprire ed asse- gnare le vere ed intime ragioni di questa. E innanzi tutto fa d'uopo considerare l'opposizione mossa alla filosofia del diritto come conseguenza, come applicazione ad un caso particolare; di ciò che fu detto contro la filosofia in generale. Una volta dichiarata superflua o impossibile questa, non poteva logicamente non ripetersi lo stesso di quella, che ne era una parte. La fine della filosofia pareva dovere essere il risultato inevitabile del processo di formazione storica delle :v.. 1 •^ to — Scienze. Queste si sono costituite come studio indipendente di parti distinte della realtà fenomenica, distaccandosi progressi- vamente dalla filosofia, che si era affermata dottrina dell'es- sere, quindi scienza universale, e mirava a spiegare, movendo dalle sue astrazioni, ogni particolare entità. La filosofia veniva cosi a poco a poco, uno dopo l'altro, spogliata dei suoi do- mini, e colle scienze, postesi ormai per la propria via e fatte sicure dei loro progressi pel diverso metodo che adoperavano, si trovò in aperto, profondo, apparentemente insuperabile dis- sidio. Onde non solo le si contestò ogni valore, ma, con pre- cipitazione pari alla superficialità dell' indagine, si concluse che, mancandole un campo speciale di ricerche, non le rimaneva più ragiona alcuna di essere. Ultime a distaccarsi e ad assu- mere autonoma individualità, ultime ad abbandonare la via infeconda della vuota speculazione e a rinnovarsi mediante la ricerca positiva, sono state le così dette scienze morali e po- lìtiche. La costituzione della sociologia per opera del Comte mirò appunto e, diciamolo pure perchè in ciò è riposto uno dei maggiori e meno contestabili meriti di lui, riuscì a strap- pare alla metafisica il dominio più lungamente e più gelosa- mente custodito. Quindi anche la morale e il diritto, riguar- dando fatti e rapporti della civile convivenza, dovevano ne- cessariaménte essere attratti nell'orbita delle scienze sociali. È il processo che si matura e sì compie sotto gli occhi nostri ; ed è dà questo processo che è venuto il primo impulso e motivo a dubitare, se ci possa essere più posto in una orga- nizzazione positiva delle scienze per una dottrina filosofica del diritto. E il dubbio rimane, come rimane il problema, nono- stante che ora la filosofia, rinnovandosi su basi scientifiche e critiche, riabiliti sé stessa, e affermi altamente non solo la sua risurrezione, ma anche la sua perennità. A tenere vivo il pro- blema concorrono altre ragioni. • ---fi - Si può dire che la filosofia del diritto . abbia dovuto vìa via trasformarsi, cambiare nome e programma, restringere" le sue pretese, quanto più progrediva e si diffondeva lo spirito della ricerca positiva e della^ critica. Le fasi del diritto natu- rale, del diritto razionale, del diritto dedotto dall'essenza, ri- tenuta invariabile, della natura umana- ed opposto alle forme imperfette e caduche del diritto vigente ; le fasi delle costruzioni a priori^ della speculazione a^ratta, dei filosofemi dommatici sono state superate, e lo si può sperare, per sempre. Le teorie dei principi di giustizia assoluti, eterni, universalmente valevoli, nelle quali i prodotti di un convincimento soggettivo o tutto al più gli ideali etico-giuridici di un certo momento storico erano trasformati in categorie logiche, 'e sollevati fino ad archetipi ti- ranpeggianti il passato come il presente e l'avvenire della storia umana, hanno dovuto inevitabilmente piegare di .fronte alle più legittime tendenze ed alle più sicure conquiste del pensiero con- temporaneo. Da una parte le dottrine critiche dimostravano, in- fondato, illegittimo,. destituito di valore scientifico ogni processo mentale che trascenda i limiti dell'esperienza, che pretenda giun- gere a, nozioni assolute, e penetrare nella regione inaccessibile dell'essenza delle cose. D'altra parte, preparata per vie diverse ■ e molteplici, in rami i più disparati e lontani di studi, quindi in modo affatto indipendente e senza la tirannia di un sistema preconcetto, si veniva a poco a poco* formando una nuova spiegazione dèi mondo. Come correnti che dopo avere per- corso ciascuna il proprio cammino convergano jn un punto, e quivi sì unifichino in una grande fiumana, così i. risultati, con- cordi di tante ricerche si congiungeyario in uno stesso con- cetto fondamentale; Il modo di considerare le cose §i spostava completamente; alla rappresentazione di forme fisse,. di essenze quiescenfi, di entità ideali, e schematiche si sostituiva una in- terpretazione dinamica, genetica e storica della natura; sul- — ■ li — . Tantica e profondamente radicata credenza delle creazioni ex niliiloy dei tipi preformati, dei disegni prestabiliti prendeva il sopravvento Tidea che tutto nellunivèrso è formazione e svi- luppo, che tutto per leggi naturali si fa e diviene. E notisi poi che a disporre e ad abituare le menti a questa concezione contribuirono con gravidissima efficacia le scienze storiche e sociali, che essa si affermava prima d'ogni altro solennemente per opera -^ella scuola storica -dei giuristi tedeschi proprio nel campo del diritto, e in aperta opposizione ai principi del di- ritto filosofico. Che il diritto sia uà fatto sociale, un prodotto della cultura, urta realtà concreta della vita ;*che esso nasca e si tPGsformi con processo organico di sviluppo nel corso della storie ; che a determinarlo ed a foggiarlo variamente nello spazio e nel tempo concorrano il carattere nazionale e il complesso di condizioni, di elementi e di fprze, onde risulta lo stato generale di una società in un dato momento storico; tuttociò è un patrimonio acquisito che dobbiamo a quella scuola ed alla sua efficacia rinnovatrice degli intelletti. Le ricerche posteriori non hanno potuto, per quanto almeno riguarda il concetto dinamico ed evolutivo del diritto, se» non confermare, avvalorare ed allargare 1§ sue induzioni, comprendendole nella più vasta sintesi di un sistema filosofico W. Di fronte all'evidenza di queste la filosofia del diritto, seb- bene mantenesse d'ordinario — r non essendo mancate tendenze realistiche di alcuni sistemi — il suo carattere speculativo, seb- bene mirasse pj»jr sempre ad una spiegazione astratta del •prin- cipio fondamentale d^l diritto, non potè però più trascurare il momento storico dì questo, dovè modificare le sue dottrine e cercare di. comprendervi 1§ spiegazione di ciò che si muove, si sviluppa e si attua nella realtà. Fu tentato anche trovare, e non già sotto un aspetto puramente formale ed esteriore, sib- bene nell'intrinseca ed organica unità di un processo dialettico, V ' • — 13 — li punto di congiunzione e di accordo dell'idea col fatto, del razionale col reale, dell'assoluto col relativo. Per quanto però ingegnosi i .tentativi,* per quanto grande la metamorfosi che il vecchio jus naturae aveva subito, tuttavia rimaneva se;jnpre il suo vizio originario ; rimaneva X idea del diritto che tra- scende e precede i fatti, che non è un fatto essa stessa, ma un puro prodotto del pensiero. Era poi naturale che, come nelle dottrine più generali, così nelle applicazioni particolari si rivelasse il dissidio della filosofia del diritto coi sistemi po- sitivi e critici. Talvolta anzi vi appariva anche più manifesto e più acuto, perchè intanto sotto l'impulso o in armonia di quei sistemi si erano istituite ricerche su alcuni speciali argo- menti, le quali, come, j)er ricordare un esempio caratteristico, le ricerche sull'origine, sulle forme e variazioni storiche della proprietà, riuscivano a porre in contradiziòne coi fatti le ca- tegorie assolute e le giustificazioni apriqristiche della filosofia del diritto. Dato tuttociò, si comprende come dovesse nascere necessariamente il quesito, se sia compatìbile la sua esistenza, o come eventualmente lo possa essere, coli' odierno indirizzo filosofico e scientifico. Ad accrescere le incertezze si aggiunse la sociologia. Ho detto già che l'prigine di questa si collega nel pensiero del suo fondatore col proposito di estendere alle scienze morali e sociali lo spirito e i metodi della ricerca positiva ;* ed ho fatto anche intendere che ci si deve vedere un grande prò» gresso. Però l' innovazione racchiudeva un pericolo, che cioè rimanesse vago e indeterminato sia il contenuto specifico della sociologia, sia il suo rapporto colle scienze sociali particolari, e con ciò si aprisse l'adito a farne una designazione generica di queste, o, che è peggio; all'assurda pretesa di costituirla unica legittima scienza sociale surrogante tutte le altre fuse in una enciclopedica e caotica unità. È quello che poi § avve- — 14 — 'nuto. Incerta di sé e delFessere suo, preoccupata più di esten- * dere i suoi confini che- di determinarli, vera nebulosa vagante nello spazio scientifico, la sociologia ha voluto, comprendere anche il diritto, farsi sociologia giuridica, togliere alla vecchia filosofia del diritto nome, contenuto,. autononiia(3). IL Tale, riassunto a larghi tratti e ricondotto alle sue cause prossime e remote, lo stato della crisi ; la quale, come si vede, oltreché colpisce la parte formale e la struttura esteriore del- l'organismo scientifico, penetra addentro e sconvolge i principi fondamentali. La crisi della filosofia del diritto si risolve in sostanza nella crisi del diritto, parallela ed in parte legata da Un rapporto di dipendenza a quella che fu designata ed ener- gicamente descritta come la crisi della morale. È il diritto stesso che é posto in questione ; è intorno al suo concetto, alla sua natura, alle sue basi, al suo scopo, alla sua ragione di essere nella vita sociale, che il pensiero contemporaneo si dimostra mal sicuro, oscillante, pontradittorio. Io non starò qui a ripetere cose abbastanza note e già poste in rilievo efficacemente da altri (4). A me preme richiamare l'attenzione sopra un punto, che riguarda più da vicino il problema pro- postomi. È un fatto sicuro, perché concordemente dimostrato dalla psicologia e dalla storia, che nella coscienza * umana, quanto più alta e sviluppata, tanto più il sentimento del di- ritto si è differenziato e reso indipendente dal sentimento di mero rispetto per le prescrizioni legali dell'autorità ; tanto più si è consolidata l'idea che a fondamento e giustificazione di \ _ 15 _ quelle prescrizioni vi sia o abbia ad esservi una ragione su- periore all'autorità stessa, un motivo intrinseco ed oggettivo. Ed è tale idea* che, come vedremo, ha dato origine e im- pulso alle ricerche filosofiche intorno al diritto. Ora in questi ultimi tempi, riabilitando e ringiovanendo antiche dottrine in nome di un malinteso naturalismo, si tende invece a far pas- sare come un suo corollario che nel diritto si debba soltanto vedere un fatto d'opinione, e non gli si possa riconoscere altro fondamento se non l'autorità di chi lo costituisce e lo crea (5). Del pari, mentre nella coscienza collettiva si è formata ri- guardo a certe norme giuridiche una vera e propria ovifiio necessitatisi tantoché le ripugnerebbe come contrario a giu- stìzia che esse non esistessero o fossero diverse, vale a dire che rimanessero senza protezione e garentia certe forme di attività e certi scopi della vita, alcune teorie filosofiche attri- buiscono invece al diritto il. valore di una pura forma, e lo rassomigliano ad una veste che può coprire qualunque conte- nuto, rimanendo il contenuto stesso affatto indifferente pel diritto (^). Cosi si è arrivati a creare un dissidio profondo tra la scienza e la coscienza etico-giuridica dei popoli civili ; la scienza si trova ridotta o a trascurare questa, vale a dire a non tenere conto, perchè incomodo, di un fatto psicologico e storico di tanta importanza, o a dichiararla senz'altro una grande illusione. E non basta. Contro la metafisica, che aveva creduto trovare il diritto nella natura, fu agevole al positivismo dimostrare che esso non apparisce se non nel pensiero umano. Non restava quindi che interrogare questo, e osservarne 1 prodotti accumulati nel corso della storia, per potere legitti- mamente affermare il diritto come una realtà d' esperienza. Invece si è visto uno scrittore, il quale pure tenta con sforzi ingegnosi ricostruire una dottrina etica conciliabile col natu- ralismo, concedere a questo che il diritto e la libertà non — i6 — sono %tti verificabili, e non saper trovare altro modo di man- tenerne il concetto, se non relegandolo in un mondo ideale ^7). Quando il Fouillée ci dice* che il diritto ribn è una realtà, sibbene una pura idea, che tende ad attuarsi pel fatto di essere concepita, e quindi, come tuttociò che è virtuale, più che il passato riguarda Tavvenire, e ne deduce che pratica- mente i diritti delfuomo derivano soltanto dall'avere esso Fidea del diritto, si potrebbe chiedere con qualche ragione se il sentimento comune non sia in grado, meglio che le teorie dei filosofi, di illuminarci intorno alla nozione del diritto. ni Senonchè la crisi non esiste nella scienza soltanto, ma anche nelle coscienze; non solo agita la scuola, ma travaglia e turba la vita. Né potrebbe essere diversamente in un tempo come il nostro, che propriamente appartiene a quei periodi detti dai filosofi della storia periodi critici e di transizione, nei quali la struttura sociale si trasforma, ed un profondo rivol- gimento si opera nei sentimenti e nelle idee, negli abiti men- tali, nel modo di intendere la vita. Chi guardi bene addentro nelle varie manifestazioni dello spirito pubblico degli ultimi anni^ riesce a colpire una tendenza che si viene sempre più accentuando. Usciti dal momento storico della rivoluzione, du- rante il quale si combattè una lunga e gloriosa lotta pel di- ritto, e ad alte idealità sociali si assicurò il trionfo e la consa- crazione del riconoscimento giuridico, è venuto dopo a poco a poco sbollendo l'entusiasmo e diminuendo la fede, che aveva determinato e accompagnato quel moto. Gli ideali, già così ■/.;.^^^^;a.^A^*- — 17 — VIVI ed efficaci nelle menti, hanno molto perduto della loro attrattiva e del loro valore; una corrente di scetticismo ha incominciato a serpeggiare negli animi, minacciando di affievo- lirvi il sentimento giuridico. Si potrà anche ritenere che tale mutamento implichi per certi riguardi un progresso, risolven- dosi in un trionfo del senso critico e positivo, del senso del reale e del limite, e contrassegnando una reazione salutare di fronte al carattere assoluto, inflessibile, dommatico da prima attribuito a certi principi, specialmente per opera delle teorie scfentifiche dominanti, comprese quelle della filosofia del di-' ritto non ancora uscita dallo stadio metafisico. Ma sarebbe d'altra parte* errore gravissimo disconoscere* che la reazione si è spinta troppo oltre, e chiudere gli occhi dinanzi al peri- colo che un tale stato di cose minaccia alla società moderna. Ed è questo stato di cose che ci riconduce novamente per altra via al problema della filosofia del diritto. Una ra- gione pratica si aggiunge a quella scientifica per dimostrare la necessità di sottoporre la nostra disciplina ad una rigorosa revisione critica, in cui essa, riprendendo in esame sé stessa, discuta la sua possibilità e legittimità, il suo valore teorico e le condizioni che si richiedono per assumere il carattere di ri- cerca positiva ; e cosi riesca a determinare in modo non equì- voco il suo oggetto, il suo contenuto, il suo scopo, ed a cal- colare nel tempo stesso il suo valore pratico e l'efficacia sulla vita e sulla società. Come si vede, è una questione pregiudi- ziale che fa d'uopo risolvere ; e sono così gravi, così decisive del suo avvenire le condizioni nelle quali la filosofia del di- ritto nel momento presente si trova, che non si saprebbe com- prendere come ce ne potesse essere altra più importante. — i8 — IV. La possibilità della filosofia del diritto altro non significa se non la possibilità di considerare il diritto filosoficamente. Ciò implica che siasi prima stabilito che 'sabbia ad intendere per filosofia, di quali condizioni e caratteri particolari abbisogni il sapere per assumere quel nome, e distinguersi così dagli altri gradi del conoscere. Dissi già come venga operandosi sotto gli occhi nostri un vero rinnovamento filosofico. Mentre s era creduto — e non manca chi tuttora lo crede — che la scienza emancipata dalla filosofia e in ogni sua parte co- stituita sulla base dell'esperienza l'avrebbe interamente sur- rogata, è accaduto invece l'opposto. Quanto più le scienze progredivano, tanto più facevano capo a problemi, la solu- zione dei quali trascendeva le loro forze ; tanto più si ren- deva indispensabile una ricerca ulteriore,, in cui avrebbero do- vuto trovare il loro compimento. Così è stata la scienza stessa che ha dato occasione ed impulso, fornito elementi e materiali per una nuova filosofia, rendendo possibile comporre l'antico dissidio e stringere fra loro saldo e fecondo connubio. Donde una filosofia che è scientifica, sia perchè posa sul medesimo terreno e segue i medesimi procedimenti, metodi e criteri della scienza, sia perchè emana dalle viscere di questa e ne elabora i risultati, pur sollevandosi là dove le scienze parti- colari non possono giungere ; una filosofia positiva in quanto fondata suU' esperienza, ma ad un tempo critica in quanto sottopone ad esame il fatto stesso dell'esperienza ; una filosofia in cui GOif^ergpno, si uniscono e fondono spogliati di ciò che - 19 - hanno di sistematico ed unilaterale, mantenuti in tuttociò che vi è di vero e legittimo, corretti e completati l'uno collaltro i due grandi indirizzi del pensiero contemporaneo, positivismo e criticismo. Per quanto si sposti il punto di vista da cui considerarlo, e mutino gli strumenti e le vie onde si tenta risolverlo, ri- mane il problema che affatica e tormenta da secoli l'intelletto umano, e al quale questo è condotto dalla legge fondamen- tale della sua costituzione, legge di integrazione progressiva, per cui l'attività conoscitiva npn s'arresta e non s' acquieta se non giunta all' ultimo grado di generalità e di unità ; rimane il problema dell'essere e del sapere, dell'universo e della co- noscenza che ne abbiamo. Mentre le singole scienze ci danno solo una interpetrazione frammentaria e limitata della realtà fenomenica, senza farci colpire gli intimi nessi onde le parti si ricongiungono l' una all' altra e formano una inscindibile unità, vi deve essere una scientìa altìor qhe spieghi il reale nella sua interezza, e possa veramente dirsi una teoria cosmica unificatrice del sapere. Questo in primo luogo il compito della filosofia ; un compito, come si vede, esclusivamente suo. E sotto tale aspetto ha nome e valore di filosofia sintetica, non già, quale la voleva Comte, limitata a coordinare e a riassu- mere in un corpo di dottrine omogenee l' insieme delle cogni- zioni fornite dalle scienze, ma intenta a fonderle, ad integrarle e ad organizzare logicamente le loro sintesi parziali in un prin- cipio unico, che rappresenti le ultime generalità, che com- prenda in sé e domini e spieghi tutti i fenomeni particolari. Sollevando a sistema le induzioni, alle quali, come già accennai, uniformemente riescono le moderne ricerche sia nel campo della natura sia in quello della storia, la filosofia ha formulato fino da ora una dottrina, che è. senza dubbio un'ipotesi, ma ipotesi legittima, avvalorata ogni giorno più da prove dì fatto, e ad — 20 •^— Ogni modo Y unica non contradicente ai dati dell* esperienza. Ricondotta la totalità dei fenomeni ai loro ultimi fattori, ma- teria e movimento, il modo, onde questi si ridistribuiscono, dà luogo ad una ritmica vicenda di evoluzioni e dissoluzioni. Dob- biamo quindi rappresentarci Y universo ed ogni particolare esi- stenza sensibile come una formazione naturale prodotta dal- r energia inerente alla sostanza cosmica, e questo sistema solare, di cui facciamo parte, come una evoluzione unica che procede continua, senza salti e senza interruzioni, e si eleva di forma in forma, di grado in grado, mantenendo sempre la nativa medesimezza, ma ad un tempo differenziandosi qualita- tivamente, in quanto presenta in ciascuna forma e grado ca- ratteri nuovi e specifiche modalità. Che se di {ale grandioso processo evolutivo si cerchi la ragione che lo spieghi e lo dimostri necessario, fa d'uopo cercarla in un primo principio sperimentalmente dimostrabile, il principio della conservazione e trasformazione dell'energia. Ma che cosa in fondo noi conosciamo e possiamo cono- scere deir universo ? Ecco la seconda ricerca che deve istituire la filosofia. È la ricerca critica iniziata da Locke, sviluppata da HuME, divenuta per opera di Kant fondamento della più grande rinnovazione che conti la storia del pensiero filosofico ; ed ora proseguita, allargata, corretta, anzi radicalmente tra- sformata e resa rigorosamente scientifica dal nuovo criticismo inglese e tedesco. Oltre i fatti datici dall'esperienza, v'è un altro fatto da chiarii-e, l'esperienza ; occorre cioè vedere come essa sia possibile, che valore abbia, quali leggi la governino, dentro quali limiti si circoscriva. Se le scienze particolari si rivelano impotenti a compiere quella che può dirsi l' opera- zione finale, ossia la sintesi dei loro risultati, non lo sono meno, perchè anche qui si tratta di un problema a tutte co- mune e a tutte superiore, a darci una teoria preliminare che — 2i — concerne la scienza stessa, le origini e il fondamento del sapere, le condizioni oijde è reso legittimo. Anche qui dunque un oggetto esclusivamente proprio della filosofia. Ed essa in questa sua parte è in grado di fornirci insegnamenti preziosi e sicuri. Condizione assoluta del conoscere l'esperienza, ma, contraria- mente a ciò che vorrebbe il puro empirismo, inseparabile ad un tempo da essa il concorso dell' attività mentale del sog- getto. Relativa la cognizione, vale a dire limitata ai fenomeni, alle cose come appariscono a noi, a quello che è dato nella nostra coscienza. Quindi l'impossibilità invincibile, dovunque si spingano i progi'essi del sapere, di penetrare al di là, e colpire, come pretende il dommatismo e vecchio e nuovo, razionalista o positivista che sia, ciò che non si trova con noi in relazione, la cosa in sé. Per quanto però questa resti inconoscibile e formi l'eterno insolubile\mistero dell'universo, costituisce pur sempre la base del mondo fenomenico, ed il fattore i)ggettivo della sensibilità ; e come tale 1' analisi critica ne afferma, e contr^*iI fenomenismo, l'idealismo e lo scetti- cismo ne dimostra la reale esistenza. ^ Ma la filosofia non si limita a spiegare il fatto del co- noscere ; oltreché gnoseologia essa vuol essere una teoria ge- nerale delle scienze. Lswsua funzione centrale si dispiega qui sotto un altro aspetto. Come nella sua ope»a di generalizza- zione mira a cogliere la connessione delle cose e a ricostruire r unità dei fenomeni^ così procedendo a classificare le scienze» a sistemarle, a porre in rilievo i rapporti onde si legano X una all'altra e mutuamente dipendono, si propone integrare il la- voro diviso del sapere in un organismo ideale, che riproduca e rispecchi la realtà. Nel tempo stesso, e sempre in forza di questa sua funzione centrale, assumendo di fronte alle scienze speciali il carattere di scienza direttrice e, come dicono i te- deschi, normativa, iniprime loro il movimento, le ispira e con- •?4 ''v^.vJ.^^v■w:,5;■r^;■^y;--i*^^^.*:^J«Jvr^>,:'^-♦^T:•:■ - • , 7~ ": " '^":^ ^ ^nfg^.^^^/^x^^^ ' ^ f2 -- trolla, assegna le condizioni di loro positività, le pone in grado di aiutarsi scambievolmente, ne coordina gli sforzi verso una meta comune. • Determinato l'oggetto della filosofia, rimane ad aggiun- gere che i risultati delle due ricerche, sintetica da una parte e critica dall'altra, vanno messi in relazione fi*a loro, in modo che, completandosi reciprocamente, ne scaturiscano nuovi prin- cipi fondamentali. Ed anzitutto, se la sintesi unificatrice della filosofia, scientifica non è un sistema fondato, come lo sono quelli metafisici, sopra un supremo principio che la mente abbia posto a priori, e dal quale si deducano poi le verità partico- lari in esso virtualmente contenute, ma un sistema derivato dai dati deir esperienza e dal generalizzare i risultati delle scienze ; segue che, come queste e quella sono senza limiti progressive, così progressiva deve pur essere la lord integrazione filosofica. Quindi si dimostra recisamente anticritico e schiettamente dom- matico qualunque tentativo di sintesi definitive, che yogliano esaurire il sapere e circoscrivere nel eJjwolo chiuso di formole sistematiche, assolute, immutabili la spiegazione del mondo. In secondo luogo, se relativa è la conoscenza, non si potrà, ed anche qui per un' esigenza critica, attribuire alla legge di evoluzione^ altro che un significato ecj^n valore relAivo ; legge dei fenomeni, noa già delle cose in sé ; legge delle manife- stazioni dell'essere, non dell'essere stesso, come pur si pretende da chi, negando la fondamentale distinzione e riponendo nel fenomeno tutta l'essenza del reale, riesce a convertire il rela- tivo in assoluto, e ci riconduce così senza volerlo in nome del monismo in piena metafisica. In fine dal momento che tutto è formazione, anche il fatto della conoscenza deve necessaria- mente rientrare nel processo generale. Non è più una pro- prietà originaria ed immutabile che s' ha da sottoporre all'ana- lisi, accettandola qu^le è; ma si tratta di sapere donde prò- t ^c'S^ -di- viene, sorprenderne la genesi^ seguirne gli sviluppi, determi- narne i fattori. Mutano anche qui i termini del problema, la dottrina dell'evoluzione rinnova quella dell* intendimento, la ri- cerca critica sì converte in una ricerca psicogenetìca e storica (^), V. S€ Innesta è Y idea che ci delibiamo formare della filo- sofia, sono posti i fondamenti e Ì criteri per determinare che cosa possa essere la filosofia di una scienza speciale. Anche l'ordine delle cognizioni, come quello della realtà, procede per gradi ; non si passa tutto ad un tratto dalla scienza alla fi- losofia, ma attraversando un territorio mediano che non ap- partiene air una più che all' altra, partecipa di entrambe, e serve a congiungerle. È ÌI campo delle filosofie particolari, intorno alle quali fa d' uopo dire qualche parola, perchè i dubbi e le questioni insorte a loro riguardo contriMiscono non poco ad -©scurare il concetto della filosofia del diritto. Nella discus- sione che ci occupa non va mai perduto di mira un criterio fondamentale. Allorché nel processo intellettuale, salendo ja scala di progressive integrazioni, arriviamo a certi concetti che si vede non essere propri di una scienza piuttostochè di un'altra, ma a tutte comuni, possiamo stare sicuri di trovarci sul ter- reno della filosofia. Del pari in ogni gruppo di scienze vi sono concetti per quel dato gruppo ultimi e generali, vi sono pro- blemi che nessuna di quelle scienze potrebbe di per sé stessa indagare, se non oltrepassando i propri confini e Iq proprie forze ; e allora anche qui il segno è sicuro, quel concetto e quel problema sono filosofici. È la filosofia dì un gruppo di -J^-^ji^A,*. ■• — i4 ^ scienze. Finalmente anche in una scienza singola ha luogo la stessa gradazione ; riducendo il molteplice ad unità si sale sempre più alto, e si giunge a principi che sono i più generali possibili in quel dato ordine di fatti. La coordinazione m'etodica di questi principi, vere idee madri di una scienza, costituisce la sua filosofia. Ed è per essi che le scienze si ricongiungono alla filosofia prima, fornendole i dati necessari per la sintesi finale, in modo che quella sopra designata come filosofia scien- tifica altro non è in sostanza, se non la generalizzazione su- prema delle filosofie particolari. Così, se la sintesi si fa consistere nella dottrina dell' e- voluzione, perchè- l'ipotesi possa convertirsi in tesi, l'evoluzione ha da essere provata in tutte le molteplici sue forme ; le sue leggi debbono venire j^^ccolte da ogni ordine di fenomeni cosmici, dai siderei ai sociali, per aver diritto a chiamarsi universali. Ed ecco allora il compito e il contenuto delle filo- sofie particolari ; determinare la legge di evoluzione come ciascuna 1' ha trovata esplicarsi nell' àmbito suo proprio, vale a dire colle note e gli elementi comuni a tutte le forme, e ad un tempo SSìle note e gli elementi che, essendo specifi- • camente propri di una forma, la distinguono da ogni altra. Dissi già che il processo evolutivo, piJr mantenendo la sostan- ziale medesimezza ed unità, è sempre un processo di diffe- renziazione e di qualificazione. Quindi si cadrebbe in equivoci assurdi e, specialmente trattandosi di fatti umani e sociali, in aberrazioni pericolose, se non si tenesse conto di ciò che di nuovo e diverso presentano i singoli gruppi di fenomeni nelle lóro condizioni oggettive, e per conseguenza anche delle mo- dalità assunte in ciascuno di essi dalle leggi universali. Le * differenze nell' unità : questo è il vero e compiuto concetto dell' evoluzione cosmica, al quale però non si potrebbe giun- gere senza l'opera delle filosofie particolari (9), 4 # ^ 2i -^ Senonchè, mentre dai seguaci dei più opposti sistemi e dai positivisti quasi concordemente esse vengono ammesse, mentre di parecchie scienze si è fatta o tentata la filosofia, ed alcune posseggono già a questo riguardo ' una ricca ed anche famosa letteratura, mentre tutte le scienze si mostrano ora animate da spirito filosofico ed agitano problemi filosofici, non manca chi contesta qualunque legittimità alle filosofie par- ticolari, e ne dichiara perfino erroneo il concetto. Di filosofie, si è detto, non ce ne può essere che una, quella che unifica il sapere. La filosofia di una scienza non solo manca di un oggetto suo proprio, ma è termine contradittorio, perchè la filosofia implica l'universale e la scienza ÌI particolare» La più alta verità, a cui una scienza possa riuscire, riguarda sempre un ordine parziale di «fatti ; quindi è scienza, non filosofia. Così nel sistema evoluzionista, T evoluzione essendo una ed universale, il formularla e determinarne la legge non può spettare altro che alla filosofia, la quale, scendendo a dimo- strarne l'applicazione a tutte le specie di fenomeni, potfà anche suddividersi in parti e assumere, se si vuole^ varie denomina* zioni, ma resta sempre vera e propria filosofia* In sostanza questo è pure il pensiero dello Spencer. Anche egli esclude recisamente che vi sia filosofia al dì fuori del sapere unificato^ se parla di una filosofia speciale distinta dalla generale e la sviluppa poi, come è noto, nelle appli<5azioni alla biologia, alla psicologia ed alla sociologia, la intende appunto nel senso accennato, che cioè movendo da verità universali già stabilite interpetri mediante esse le verità particolari!'^). Senza dubbio l'obbiezione è grave, e a prima giunta si presenta anche come ragionevole. Perchè però realmente lo fosse, farebbe d'uopo che fra la scienza e la filosofia esistesse una separazione così recisa ed assoluta, da doverle considerare come due modi di conoscenza di natura affatto diversa. Invece ^«i— 2^ Tunità fondamentale che presenta il processo intellettivo dalla più semplice esperienza fino alla più alta speculazione, non consente si parli di differenze di natura,, ma solo di grado. n sapere, le dissi già, è come una scala per cui progressi- vamente ascendendo ci eleviamo a vedute sempre più vaste e comprensive. Quindi non si può, perdendo di mira gli stadi intermedi, contrapporre senz'altro il primo all'ultimo, l'uni- versale al particolare; ma va tenuto conto del valore gerar- chico che ogni generalizzazione superiore assume di fronte a quella inferiore. La giustificazione delle filosofie particolari sta tutta qui, I primi prirtcipì della filosofia, dice lo Spencer, hanno colle più ampie verità scientifiche lo stesso rapporto che queste hanno colle verità scientifiche più ristrette. Ma se il rapporto è lo stesso, come non dovrebbe esseriio anche il nome? Per- che non s'avrebbe a chiamare filosofica quella parte di una scienza che ne formula le più generali dottrine ? Per una filo- sofia che proclama sé stessa scientifica, è questione di logica ; non si ^uò dimenticare che secondo essa la filosofia non è qualche cosa* di aggiunto e di sovrapjposto alla scienza, ma ne costituisce- parte integratìte, la pervade tutta, vive per dir così nel suo medesimo seno. Né giova opporre l'unità deH'e- voluzìone, che anzi deriva proprio da essa l'esigenza delle filosofie particolari. La quale esigenza -non si soddisfa certo applicando in via deduttiva le leggi universali ai vari ordini di fenomeni ; metodo falso e pericoloso che costituisce uno dei più gravi difetti del sistema spenceriano, non a torto accusato di invertire così i termini del problema, di dare per dimostrato ciò che s*ha da dimostrare, di cercare nei fatti non già una prova, ma una conferma di idee prestabilite. E v'ha di più. Dal momento che l'evoluzione presenta in ogni sua forma pro- prietà tanto diverse, l'estensione analogica indistinta delle leggi universali è illegittima, perchè trascura le differenze. Solo col processo induttivo si può salire fino ad una generalizzazione, che fissi i caratteri specifici dell' evoluzione in una certa sua forma. Ed è appunto questo il momento in cui la^ scienza assume veste filosofica ("). Ma Tassume anche in un altro momento, poiché oltre la funzione già assegnata ne spetta pure alle filosofie particolari una seconda, analoga a quella compiuta dalla critica nella filo- sofia generale. La parte di una scienza (e dicasi lo stesso per un gruppo di scienze) che ne costituisce la teoria propedeu- tica, che indaga la possibilità, le condizioni ed i limiti del conoscere in quel dato ramo del sapere, che s occupa della sua sistemazione ed organizzazione, fissandone Toggetto, lo scopo, il campo proprio, i rapporti con altre discipline, distin- guendone le parti, e risolvendo quello che parve a Kant il problema capitale di ogni scienza, il metodo, deve ritenersi come una parte essenzialmente filosofica. Così supponenao trattarsi di scienze sociali, sul limitare stesso ci troviamo di fronte a questioni gravissime. Quale è la natura dei fenomeni sociali, per quali caratteri differenziali si distinguono da tutti gli altri ? Sono essi regolati da rapporti costanti di coesistenza e di successione, in modo da poter costituire oggetto di scienza ? E se esistono vere e proprie leggi sociologiche, presentano nulla di specifico? La previsione, ad esempio, vale a dire la determinazione del corso futuro del fenomeno è mai possibile, o almeno dentro quali limiti ? A tali domande e a tante altre congeneri^ che si potrebbero aggiungere, jè incompetente a ri- spondere Tuna piuttostochè Taltra delle scienze sociali; fa d*uopo che intervenga la loro filosofia. Certo esse formano già oggetto della critica generale, e proprio di quella sua parte che in aggiunta alle due kantiane il Dilthey ha designato come la critica della ragione storica, cioè della possibilità che ha Tuomo di conoscere sé stesso e la società e la storia create da lui('^), i - 28 ~ Ma il problema si ripresenta in modo più immediato e in forma più concreta nella trattazione speciale. VI. Senonchè il concetto delle filosofie particolari qui breve- mente delineato è giusto finché si riferisce alle scienze teo- retiche, a quelle cioè che studiano i fenomeni e i loro rap- porti causali, che spiegano le cose come sono, le loro pro- prietà, i modi, le condizioni, le teggi del loro prodursi. Sarebbe però affatto insufficiente quando si avesse invece da fare la filosofia delle scienze pratiche, più propriamente destinate ad applicare le cognizioni teoriche al conseguimento dei fini umani, a dare norme^ principi direttivi, precetti per la condotta vuoi individuale, vuoi collettiva. La quale riserva va pur fatta nel caso che una stessa scienza presenti il duplice aspetto teore- tico e pratico ad un tempo, e debba, come appunto accade alla morale e al diritto, da una parte considerare il fenomeno storicamente sviluppatosi, dall'altra formulare in modo impe-. rativo regole dell'agire umano. Comunque i due aspetti si de- nominino, si riservi anche al primo soltanto l'appellativo di scienza, si dica arte il secondo ; quello che importa è tenere ferma la classica distinzione che il pensiero greco ha raccolto dalla realtà oggettiva delle cose, che non ha perduto e non può perdere del suo valore, perchè le filosofie passano, ma quella realtà resta ; resta la differenza fra il conoscere e Y ope- rare, alla sua volta fondata sullo specificarsi dell'attività psichica nelle due ben diverse funzioni dell'intelletto e della volontà ('3), Ed è nellaver messo da parte tale distinzione, dichiarandola o — 5^ — supponendola vieta e infondata, che va riposta uria delle cause principali delle incertezze, delle confusioni e degli equivoci do- minanti ora nelle scienze relative all'uomo e alla società; la causa decisiva per cui, restringendo l'attenzione ad un lato solo delle cose, si è riusciti a non intendere più la vera natura della morale e della filosofia del diritto, e, se non nel nome, almeno in fatto ad eliminarle. Nonostante che i grandi maestri del positivismo insegnino ben diversamente, nonostante che uno di essi, lo Stuart Mill, abbia formulato colla solita pro- fondità la teoria logica delle scienze pratiche e di quelle etico- sociali dimostrata perentoriamente la necessità, si crede invece da molti essere una conseguenza del positivismo stesso che, anche trattandosi di rapporti morali, giuridici, politici, estetici^ nessuna ricerca possa aver luogo diversa da quella praticata riguardo ad ogni altra formazione naturale. Fenomeni e leggi di fenomeni, induzioni che comprendano tutta la storia di una particolare entità, il suo passato, le forme presenti, le preve- dibili modificazioni avvenire; ecco la scienza. Ma trascurando 1 rapporti normativi non meno reali dei rapporti causali, la scienza resta mutilata, ed il positivismo avviatosi per questo indirizzo ha finito col fare dell'arbitraria restrizione la sua de- bolezza, il suo pregiudizio, il suo massimo errore^ e finché non riuscirà a spezzare il cerchio dì ferro in cui si è chiuso, rimarrà in contradizione colla coscienza etica, incapace a sod- disfare le più imperiose esigenze della società umana, impo- tente a governare la vita f '4), Tuttavia che esso sia giunto a queste dottrine, fino ad un certo punto si comprende e si spiega, perchè ha voluto reagire contro gli eccessi dei sistemi speculativi, e le reazioni difficilmente si mantengono dentro i limiti dovuti. Più difficilmente invece s'intende che anche nel- l'opposto campo dell'idealismo vi sia chi, per un ordine affatto diverso di considerazioni, escluda, come ad esempio ha fatto / — 3° — 4 ' il Lasson, la funzione pratica della scienza e della filosofia t^sì. Da qualunque parte però esso provenga, Terrore è sempre il medesimo. Allorché si tratta di fenomeni relativi*alla condotta", a meno che non si voglia assumere T atteggiamento di un ìn- ^ differente quietismo, e disconoscere che un essere intelligente può bene porre a se stesso il quesito di ciò che vi sia da fare di meglio, lo studio del fenomeno non basta, rendersi conto di 'quello che, esiste non costitiiisce l'ultimo termine» e nemmeno lo scopo più importante della ricerca scientifica. Resta a sapere' qual valore abbia il fenomeno, se vi sieno » ragioni che inducano a volerne e a favorirne la continuazione, o additino al contrario la necessità di modificare, perfezionare, innovare. In altre parole resta in tutta la sua interezza e nella sua formidabile gravità la ricerca del dover essere. Dal mo- mento che razione è diretta dall'uomo verso un fine coscien- temente voluto, è il fine stesso che fa d'uopo prendere in esame, determinando in base ad un principio scientifico quali fini sieno da desiderare e da recare in atto, quali i mezzi a •'^- ciò più* idonei, quale l'ideale a cui tener fisso, come a meta deir esistenza, lo sguardo e dirigere gli sforzi operosi. È dun- que una norina che alla scienza domanda la vita; le induzioni storiche^ etnologiche e statistiche a ben poco servirebbero, se non se ne traessero ammaestramenti per migliorare le condi- zioni, del genere umano. Data tale natura e funzione delle scienze pratiche, è fa- cile vedere in che debba consistere la loro filosofia. Si limiti questa ad una sola fra esse, o si allarghi fino ad abbracciare tutto il gruppo, e nel secondo caso la si consideri come filo- sofia particolare, o se ne faccia, col nome di etica preso nel senso più largo, una parte integrante della filosofia generale, la nozione, salve le differenze di grado, è sempre la stessa. Va richiamato anche qui Tinsegnamento del Mill» secondo il ? • "T- 31 — quale, come vi sono i primi principi della conoscenza, cosi debbono esservi ì ' primi principi della condotta, una philoso- pìtia prima riconducente tutte Iq norme particolari della con- dotta stessa ad un principio unico, che fornisca la misura per giudicare il valore dei fini desiderabili* Ma il pensiero del grande scrittore ha bisogno di molti complementi. Ed anzitutto, perchè tanto le regole fornite dalle scienze pratiche' quanto il primo principio in cui le assomma la loro filosofia posino su basi po- sitive, e resti escluso qualunque elemento soggettivo ed arbi- trario, hanno da consistere in una applicazione rigorosa di leggi naturali antecedentemente accertate. I fini deiresistenza sono già contenuti nelle condizioni dell'esistenza stessa, considerate sia riguardo agli individui, sia riguardo al tutto di cui fanno parte. Dalle leggi che governano Tuomo e gli organismi sociali è stabilito un rapporto invariabile fra le azioni e gli effetti da esse prodotti» Quindi da queste leggi e da quelle condizioni si può dedurre a mo' di corollario quale abbia ad essere la norma da seguire. Il fine, che si doveva assegnare come desi- derabile, si rivela allora come necessario, necessaria lazione diretta a conseguirlo, necessaria la norma che la prescrive \ e sempre una necessità intrinseca, perchè esprime un rapporto di causalità naturale. In secondo luogo i primi principi della filosofia pratica debbono porsi in relazione coi risultati otte- nuti dallo studio del fatto storico correlativo. Non va mai dimenticato il duplice aspetto della ricerca in tuttociò che attiene alla condotta umana. Se da una parte si formula il dover essere come ideale, dall'altra abbiamo una realtà feno- menica, la cui osservazione conduce alla legge di ciò che è. Trovare laccordo fra questo e quello, e fondere cosi i risul- tati delle due ricerche in un principio comune costituisce il grande problema, di fronte al quale gli sforzi più ingegnosi della speculazione astratta si sono rivelati impotenti. Essa cer- "^"^V-'W^i^'l ■ — $2 — cava nel pensiero quello che solo può esser dato dalla realtà delle cose. È nel corso dell'evoluzione, è nella vasta circola- zione della storia che V essere e il dover essere tendono a ricongiungersi come momenti di uno stesso processo. La con- dotta e tutte le formazioni psico-sociali ad essa relative, prese nella totalità del loro sviluppo, realizzano appunto quell'adat- tamentp progressivo alle condizioni di esistenza, che costituisce il primo principio della filosofia pratica ; quindi le norme di questa rappresentano ciò che si è in parte attuato e prose- guirà ad attuarsi nel tempo^ T'ideale designa un risultato cui si dovrà giungere, anticipa un fatto che è nel suo divenire. Per questa stessa via si giunge ad ottenere che le scienze pratiche e la loro filosofia soddisfino anche un' altra esigenza. Esse non avrebbero valore di sorta, qualora non armonizzas- sero coi risultati della filosofia generale e non si ispirassero sia ai principi posti dalla teorica della conoscenza, sia al concetto dell'universo e della vita rivelato dalla sintesi cosmica. L'or- dine pratico deve riposare sulla stessa base dell'ordine teorico ; nessuna cocitradizione deve esistere fra la legge del sapere e quella dell' operare ; dal fondo medesimo della spiegazione positiva del reale deve rampollare un ideale conforme. Potrà dunque dirsi veramente scientifica la dottrina della condotta solo quando sì mantenga nei limiti imposti al conoscere, non trascenda V esperienza, e. sia progressiva quanto lo è il fatto che ne costituisce l'oggetto. Sarà filosofico il suo supremo principio se comprenda l'esistenza umana come parte integrante deirordine cosmico, e si risolva in un' applicazione particolare della legge di questo. E tale è appunto il principio che pro- pone l'adattamento qual fine della vita, e designa come ideale lo sviluppo perfettivo. Esso si fonda e trova la sua ultima ragione nel processo di evoluzione universale, la cui forma più alta r uomo è chiamato ad attuare in modo cosciente e — 33 — 9 riflesso ; rappresenta, convertita in norma imperativa della con- dotta, lap legge stessa della causalità naturale. Onde ad espri- merlo con una formola sintetica può ancora valere, ma ri- ripreso in un senso positivo, concreto ed anco «eticamente più elevato il precetto della Stoa: ó/ioXoyov/xénog xfj (pvaec Cp* VII. Cosi è aperta e tracciata ad un tempo la via per deci- dere se conservi ancora la sua ragione d'essere, e in che debba consistere la filosofia del diritto. In tutto quello che sono, venuto dicendo è già compresa la risposta recisamente affermativa al primo quesito. Farmi anzi ne emerga luniinosa la prova della sua necessità, e se ne possa trarre ragione di credere che essa non solo sia in grado di superare la crisi, ma, come è. proprio dei forti organismi, di uscirne ringagliar- dita e rinnovata. Una concezione filosofica del jjiritto è tanto una esigenza indeclinabile del processo conoscitivo, quanto lo è la filosofia in generale. La legge fondamentale dell* intelligenza che rende necessaria in ogni altro ramo dèi sapercela coor- dinazione, l'unificazione, la sintesi delle cognizioni particolari in un primo principio, non subisce certo un' eccezione allorché si tratta del sapere giuridico. Né le molteplici e varie disci- pline sia storiche, sia sistematiche, delle quali questo si corri' pone, differiscono dagli altri gruppi di scienze per il doppio privilegio di trovarsi in grado di risolvere ognuna per suo xonto i problemi più generali e comuni, e di potere da loro stesse, spontaneamente, comporsi ad unità. ^Sarebbe poi con- — 34 — « tradittorio ammettere la legittimità della ricerca filosofica in genere, e negare nel tempo stesso che ÌI diritto possa essere considerato sotto tale rispetto. Una volta che la filosofia ci abbia fatto conoscere le ragioni del sapere, e data una spie- gazione deir universo, della vita, deir uomo, del posto che esso occupa nella natura, come potrebbe tuttociò non riflettersi nel modo di concepire il diritto? Sarebbe forse il diritto qualche cosa di estraneo al mondo e alla vita ? Se i fini di questa restano incomprensibili qualora si astragga dalla* sua indisso- lubile connessione coli* intero ordine cosmico, qual significato, qua! valore avrebbe mai nel caso che non vi fosse pur essa ricongiunta, la norma diretta a garantire quei fini? Intanto la ^oria ci avverte che, qualunque sia stata, non dico la teoria, *ma r idea, anche la più rudimentale, cheluomosi è formato delle cose, egli Tha estesa sempre a spiegare l'ordine giuri* dico. Anche il selvaggio, che nelle norme e consuetudini ob- bligatorie vede un comando dell'antenato, e, associando l'au- torità di quelle *al culto di questo, trova un freno alla sua condotta ìlei -sentimento pauroso in lui provocato dall' imagine del morto, si rappresenta il diritto in una forma adattata al complesso delle altre sue rappresentazioni. Dalle intuizioni spi- ritiste dell'uomo primitivo fino ai più elevati prodotti della speculazione filosofica, il parallelismo non si è mai smentito; e basterebbe esso solo per autorizzarci a credere serenamente nella perennità della filosofia del diritto. Perchè però la sua giustificazione sìa compiuta, è d' uopo stabilire in modo più concreto sotto quali aspetti il diritto esiga una trattazione filosofica, E r indagine va fatta^ oltreché direttamente, anche e prima di ogni altro, benché qui solo, con brevissimi cenni, per via indiretta, esaminando cioè i tentativi che sono stati fatti in questi ultimi tempi per trasformare in senso positiva e realistico la scienza nostra. .4 — 3S — Ebbi già a rilevare come si tenda a farne un tutt' uno colla sociologìa. Su questo punto, che è decisivo, bisogna spie- garsi subito e chiaramente. K affatto infondata T opinione in cui convengono tanto avversari della sociologia quanto alcuni dei suoi più ardenti sostenitori, che cioè, una volta accordato diritto di cittadinanza alla nuova scienza, non si possa più logicamente riconoscere la legittimità dell' esistenza autonoma della filosofia del diritto, anzi nemmeno la legittimità di questa denominazione C^^). Le due discipline debbono invece ritenersi come perfettamente compatibili, entrambe hanno ragione di essere, V una non può ridursi ali* altra, perchè la sociologia non è un termine generico da impiegare qual denominatore comune di un gruppo di scienze, tanto meno poi è la scienza unica dei fenomeni sociali. 'Impossìbile rifare qui una dimostrazione che ha formato il costante obbiettivo dei mìei studia 7), Sol questo dirò : la sociologia si risolverebbe sempUcemente in un bar- barismo inutile di più, qualora non la sì intendesse come dot- trina generale della società, la quale, coordinando e integrando i risultati di tutte le sìngole scienze della vita sociale, mira a spiegare questa nella sua interezza, nella sua organica unità. Una scienza dunque sintetica e filosofica. Mentre poi ad essa fanno capo le scienze sociali particolari, come raggi luminosi convergenti in un fuoco centrale^ da questo riflessa torna e si diffonde su loro una luce più viva. Tutte concorrono a pre- parare 1 materiali necessari a spiegare Y insieme ; tutte traggono da tale spiegazione nuova forza, per cui s'accrescono e si per- fezionano* È la sociologia che loro dischiude nuovi orizzonti, addita nuove vìe, e prescrive ad un tempo dì uniformarsi ai criteri della ricerca positiva, assegnando come i più essenziali fra questi il riconoscimento della naturalità del fenomeno so- ciale, e la necessità di non perdere mai di mira i rapporti di quel particolare fenomeno, che ciascuna studia, con tutti gli i — 3«5- altri, dal momento che essi coesistono in una così intima so- lidarietà organica, e tutti dipendono e sono spiegati dallo stato generale della società. Sotto questi rispetti è giusto che si parli del rinnovamento della filosofia del diritto per opera della sociologia, se ne cerchino le strettissime attinenze, si affermi anzi la loro inseparabile connessione ; sotto questi rispetti hanno molta parte di vero i tentativi di trasformazione, ai quali al* ludeva testé. VCL Non è facile, sia a causa della varietà dei sistemi e delle dottrine, sia perchè non di rado vi si riscontra qualche cosa d' incerto e di vago, poter designare con caratteri ben definiti e con termini precisi i recenti indirizzi, tanto più poi che fa d'uopo non trascurarne alcuni, i quali, sebbene contengano implicita una concezione filosofica del diritto e concorrano quindi a determinare la nuova fase della filosofia* giuridica, tuttavia non si propongono come scopo diretto od esclusivo la riforma di questa disciplina, e talvolta nemmeno sono stati ad essa espressamente applicati. S' afferma però ad ogni modo decisa e prevalente nel tempo nostro la tendenza a conside- rare il diritto come una realtà fenomenica, della quale o prin- cipalmente s* investiga il processo di formazione, o più spe- cialmente si pone in rilievo il fondamento, il significato, la funzione sociale. Il primo, come si vede, è un punto di vista genetico- evolutivo, quindi filosofico per le ragioni dette grà, connesso colla dottrina dell' evoluzione cosmica, o ad essa, anche quando -ig- nori lo si annunci per tale, facilmente riducibile. Che poi ad una scienza ispirata a questo concetto vengfa conservato, come pur fanno alcuni, T antico nome di filosofia del diritto^ o che invece la si converta, per quanto secondo me illegittimamente, in un ramo della sociologia, designandola col termine non molto proprio di storia naturale del diritto^ o addirittura con quello ibrido ed equivoco di sociologia giuridica, la cosa ri- mane sempre la stessa ('^). Colpire, mediante lo studia delle sue forme più semplici e rudimentali, la genesi del diritto, e, seguendone le fasi successive nella continuità della storia, de- "terminare le leggi che ne regolano Y intero processo evolutivo, fino a potere spingere lo sguardo nel lontano avvenire, e dalla previsione di più alti gradi di sviluppo indurre la nozione dei suoi ideali \ ecco il concetto sostanziale in cui s' accordano sistemi^ che pure si ramificano in varie direzioni. Né da essi r evoluzione giuridica viene studiata in modo indipendente ed isolandola, sibbene ricongiunta con tutti gli altri aspetti, ele- menti e forze della vita sociale. Penetrando anzi nelle più re- condite fibre di questa, si mira a comprendere il diritto nel suo fondamento psicologico, vale a dire come manifestazione del carattere nazionale, come risultato di un latente, intimo e condnuo lavorio spirituale della coscienza collettiva, come un prodotto di idealità sociali, la cui formazione naturale un no- stro pensatore, rARoiGÒ, assegna appunto qua! contenuto della filosofia positiva del diritto f '9). Ad una così vasta elaborazione sintetica forniscono poi ì materiali tutte quelle scienze particolari, che col magistero di pazienti ricerche vengono ora ricostruendo il passato della specie umana \ V antropologia, V etnologia, la storia della civiltà, la psicologia dei popoli, e più specialmente la storia univer- sale delle istituzioni giuridiche, ed una disciplina anche più recente, la quale, conscia dei risultati onde è stato fecondo il — 3» - SUO metodo nello studio di^ altri fenomeni sociali e in quello delle forme organiche, si annuncia, e non a torto, colle più larghe promesse. Alludo alla così detta giurisprudenza com- parativa, o giurisprudenza etnologica. Iniziata nei lavori im- Hìortali del Sumner Maine col carattere prevalente di archeo- logia giuridica e nelle comparazioni ristretta a certi gruppi ^etnici soltanto (^°\ si è allargata a poco a poco allo studio degli istituti di tutti i popoli, di tutte le razze della terra, in tutti i gradi del loro sviluppo storico* Un pensiero largo ed eminentemente filosofico la muove le dirige. Mentre la vecchia filosofia giuridica veniva costruita generalizzando i dati di pò-' chissimi diritti storici e principalmente quelli del diritto romano, processo tanto assurdo quanto lo sarebbe per la scienza del linguaggio fondarsi sull'esame di una o due lingue e non più; mentre alle intuizioni puramente soggettive, alle rivelazioni della coscienza giuridica individuale, agli ideali etico-giuridici di un certo tempo e paese si pretendeva accordare un valore assoluto ed universale, la nuova scuola esige invece che nella sua interezza sia ricostruita la coscienza giuridica umana, os- servando ad uno ad uno, senza limitazioni o preferenze, e ponendo fra loro a raffronto tutti gli istituti, nei quali essa ha preso forma oggettiva e concretammo. Certo questo conte- nuto filosofico essa non se Fé proposto subito come scopo, né tutti i suoi seguaci V intendono allo stesso modo. Cosi nelle ' ricerche del Bastian, che hanno carattere puramente etnolo- gico, non se ne rinvengono traccieC^^); ma comincia ad aflfer^ marsi nel programma intorno al quale il Bernhoft, ÌI Cohn ed il KoHLER hanno raccolto una legione di valorosi C^3) ^ e si solleva alle altezze di sistema per opera del Post, che va- gheggia confidente la meta di una filosofia del diritto speri- mentale, indotta dai dati della sociologia etnica, e integrata nell'unità della sintesi universale mediante il rilievo della di- ^ 3^ ^ pendenza del fenomeno giuridico da tutti gli altri, che lo pré* cedono nella serie cosmica C^^). Con proposito anche più im- mediato e diretto mira il Dahn alla filosofia del diritto , Mentre però nella comparazione storica ed etnografica vede l'unico mezzo, perchè quella, cessando di essere una raccolta di frasi ^ divenga scienza vera, pure, ispirato a tendenze ecclettiche 5 conciliatrici dell'elemento storico collo speculativo, la vuole diretta, sempre però mediante la comparazione, a scoprire un* intima necessità ideale di ragione, che secondo lui ji rea- lizza sempre nelle istituzioni giuridiche positive C^5), Quindi non sarebbero più le leggi di uno sviluppo storico il vero e pro- prio obbiettivo dell' indagine; come non lo sono nemmeno per coloro, fra gli altri il Bekker, che si propongono solo racco- gliere, astraendolo dalla totalità dei fatti osservati, quello che chiamano, senza però definirlo con sufficiente precisione, il principio del diritto {Rechisbegriff) (=^X Ad ogni modo quali che sieno le particolari vedute, onde si cerca completare o correggere un indirizzo in fondo comune, sta in fatto che questo si estende e consolida ogni giorno più, che raccoglie adesioni perfino là dove meno si sarebbe aspettato ; e basti ricordare che un insigne romanista, Alphonse Rivier, lo designava pochi anni or sono in una occasione solenne come la vera filosofia del diritto destinata a trionfare nell* avvenire C^7), Né ad arrestare il moto così vigorosamente iniziato hanno valso o varranno certo le obbiezioni, colle quali un campione della filosofia sperimentale e critica, lo Schuppe, ha creduto dimostrarlo secondo i criteri di questa erroneo nel suo fonda- mento. Egli esclude, che X oggetto e i problemi della filosofia giuridica sieno di quelli che comportano il metodo storico e comparativo; e d'altra parte afferma che nelle molteplici for- me particolari assunte dal diritto nella storia vi sia sempre un elemento comune, identico, universale, vale a dire il principio i — 4Ò — del diritto stesso, a rilevare il quale non la comparazione^ sib- bene V osservazione psicologica della natura umana e ranalisi delle idee hanno da essere impiegate (=*). Come possa dirsi filosofia empirica questa che ammette la storicità del diritto, e pretende nel tempo stesso indurne la nozione per una via diversa dalF esame oggettivo dei fatti, nei quali esso rivelasi, non si riesce davvero a comprendere. Se Y universale è con- tenuto è vive nei particolari, il buon metodo esige che lo si astragga da questi e non viceversa ^ se vi ^ono idee da ana- lizzare, esse sono- appunto idee storiche 5 se il principio del diritto va posto in rapporto colla natura dell' uomo, anche qui non è con una astrazione ma con uno sviluppo che abbiamo da fare. Al metodo oppugnato lo Schuppe ne sostituisce un altro che, senza volerlo e nonostante le sue proteste, ci ricon- durrebbe direttamente alle teoriche dei sistemi trascendentali. IX. Oltreché l' indirizzo genetico-evolutivo, o filosofico-storico che voglia dirsi, ne accennai un secondo. Veramente questo non si distingue il più delle volte dal primo, anzi con esso^ sotto certi aspetti sì compenetra e fonde. Infatri mi fu d'uopo avvertire che la spiegazione adeguata sia dell'origine sia dello sviluppo del diritto viene ricercata in tutto il complesso di azioni 'e reazioni, onde risulta la vita di una società. Tuttavia si può e giova discorrerne a parte, in quanto in certi sistemi contem- poranei il diritto viene di preferenza considerato sotto l'aspetto sociale, e si tende, sebbene per vìe diverse, ad elaborare quella che è stata giustamente designata come la teoria sociale del ^ 4i - diritto stesso, e che si potrebbe anche dire la sua fisiologia, se fosse più opportuno adoperare termini analogici dopo il tanto abuso che se ne è fatto. Ed è vera fisiologia perchè riconduce il diritto alle forze che lo determinano e producono ; ricerca gli scopi, i bisogni, gli interessi che neU' ordine reale e concreto della vita si offrono come sua base, condizione e ragione \ sottopone ad analisi i rapporti che esso è desti- nato a regolare, le molteplici forriìe di attività umana che rev clamano il suo intervento protettore, ,i vari ordini di cultura dei quali assicura lo sviluppo. È Vera fisiologia perchè da tutto - ciò induce quale funzione"* esercita il diritto neirt>rganismo so- ciale. In altre parole oggetto vero dell* indagine diventa qui il contenuto del diritto, vale a dire che 1* indagine è traspor- tata in un campo che non è più propriamente il diritto, ma il soUosuolo^ se posso cosi esprimermi, dal quale il diritto ram- polla* Mentre rimanendo alla superficie se ne veggono solo le forme esteriori, per sapere che cosa veramente esso sia, si vuole scendere neir interno^ e scrutare i più riposti e profondi meati di un mondo finora ignorato, in cui vivono e s' agitano e si combinano i suoi elementi generatori (^9), È facile scorgere 1! alto significato filosofico di questa dot- trina e dì questo metodo- Certo non è una nuova filosofia giuridica che mirano a costituire la maggior parte almeno di coloro che se ne fanno banditori ; anzi più specialmente e più direttamente il programma riguarda la vera e propria giuris- prudenza, e si propone riformare in modo radicale le singole discipline sistematiche onde essa risulta. Ma se per questa via si giunge a determinare la natura e il fondamento del diritto, non implica forse tale determit^zione un' idea filosofica ? Idea geniale e feconda, che -la scienza nostra può, anzi deve far sua^ sviluppandola con piena indipendenza. Né costituisce osta* colo il fatto che, ad esempio, lo Stein, al quale si deve la i ^ 42 " più originale, la più profonda, la più sistematica teoria del nuovo indirizzo^ sia stato impedito dalla logica delle sue dot- trine di applicarlo alla filosofia del diritto. Se egli relega questa nel mondo metafisico di un diritto assoluto, eternamente uguale, fondato suW essenza di una personalità vuota, astratta, quie- scente ; resta sempre da utilizzare, per quanto con molte ri- serve e correzioni, l'altra parte del suo sistema che riguarda la vita effettiva della persohalità, che spiega i mutamenti e il divenire del diritto, e t^ova la ragione ultima di questo nel complesso delle condizioni economiche e sociali, dal grande pensatore riassunte nelF unity*delIo flato f^o). Del pari si può trarre un contributo prezioso dalle dottrine che neir economia ripongono la base vera del diritto, e lo interpretano, per dirlo con linguaggio matematico^ in funzione di quella (3^), La con- siderazione della enorme complessità del fenomeno non per- metterà di consentire col Marx, cól De Greef, col Loria e con gli altri che, sollevandosi arditamente alle altezze di una vasta sintesi sociologica, fanno r-ampollare le molteplici mani- festazioni deir attività sociale, comprese quindi le giuridiche^ dalla forma di organizzazione economica dominante in un certo periodo storico, e le' riguardano come^ una superstruttura ed un riflesso, del fatto economico; fatto, secondo loro, il più ge- nerale di tutti, su tutti preeminente, di tutd supremo genera- tore f32). Ma, una volta spogliato di ciò che vi può essere di unilaterale o dì esclusivo e ridotto alle sue vere proporzioni, abbiamo anche qui un elemento indispensabile per la soluzione del problema. Più direttamente collegati colla trattazione filo- sofica del diritto sono invece i sistemi di Jhering e di Schaffle. In quello il principio sostanziale del diritto ricondotto agli in- teressi e scopi della vita, e l' idea di orna meccanica sociale, che più esattamente però dovrebbe dirsi una statica, dove le condizioni di esistenza della società, costituenti appunto un ^ 4Ì ^ sistema di scopi, trovano la loro garanzia nel diritto, il quale concorre così con altre forze a tenere in freno gli interessi divergenti e cozzanti, e a produrre come ultimo effetto V equi- librio (33), Nel secondo prevalente, come è noto, il punto di vista dinamico ed evoluzionìstico, il diritto compreso organi- camente nella fisiologia del corpo sociale, e, al pari della mo- rale, riguardato qual norma ordinatrice e regolatrice delle lotte sociali per la vita, diretta a promuovere l'adattamento utile e ad assicurare la conservazione collettiva (34), Così a poco a poco e di progresso in progresso la nozione del diritto, già cristaUizzata nella forma astratta di una categoria assoluta, rientra nella via regia della realtà fenomenica, e s'integra nel- r unità dì tutto il sistema sociale. Senonchè tutte queste nuove vedute da me ricordate sono esse di per sé sole sufficienti a darci una filosofia giuridica veramente^ compiuta ? Certo, prendendole in coaaplesso, si vede subito che le anima con forza rinnovatrice lo spirito della ri- cenca positiva. Ed è del pari incontestabile per molte quel carattere e valore filosofico che ho via via rilevato ; soprat- tutto in quanto mirano a dimostrare la naturalità del diritto e la sua dipendenza dalle forze cosmiche, in quanto si pro- pongono come ultimo scopo risalire alle cause e leggi della sua formazione, e queste sussumono nella Sintesi delle leggi universali. Ma, oltreché in alcune prevale o domina esclusiva- mente r elemento storico o T elemento tecnico-sociale, tutte presentano i difetti e le lacune che sopra lamentai come pro- prie del positivismo di fronte alle esigenze delle scienze pra- tiche e della loro filosofia. Fenomeni e rapporti fra essi di coesistenza e successione, di somiglianza e di differenza; fatti e leggi storiche ; cause e condizioni sociali, ma non altro. Non ci si dice^ nulla se nella costituzione stessa delle cose vi sia . qualche ragione intrinseca che giustifichi il fatto, o additi un / — 44 — compito air attività modificatrice e miglioratrice dell* individuo e dello stato. Gli scopi, gli interessi, le condizioni di esistenza vengono riguardati solo come cause e motivi determinanti di quello che è, ma non se ne ricava una teoria di fini deside- rabili e di norme necessarie (35), Quindi, pur facendo tesoro dei nuovi indirizzi, occorre che si proceda a correggerli e in- tegrarli, e, abbracciando tutti i Iati di un problema assai com- plesso, si tenti una dottrina la quale armonÌ2:zi coi pripcipi della filosofia positiva e critica, e ad un tempo risponda ai bisogni della vita e della società. X. Perchè la filosofia giuridica concordi colla filosofia gene- rale e nel campo suo proprio ne riproduca V organismo ^ i caratteri^ è anzitutto un problema critico che le fa d'uopo affrontare. Che cosa possiamo noi sapere riguardo al diritto ? Quale è l'origine, il fondamento, il valore dell'idea che ne | abbiamo ? Dentro quali limiti dovrà mantenersi, per poterla dire legittima, un'S, teoria che ne voglia definire la naturai'». J Tutte questioni, come ognuno vede, che esigono di essere decise, e in modo ben sicuro, prima di fare un passo sqjo in avanti nella ricerca scientifica» Per una duplice via la filosofia del diritto può giungere ad una identica soluzione. Trattasi in primo luogo di applicare ad un caso particolare I risultati delle indagini gnoseologiche, che dimostrano, come si disse, la re- lati vita del conoscere, V impossibilità di trascendere T esperienza, r impenetrabilità dell' essenza delle cose. Per ciò ^lo resta eliminata come dommatica e destituita di ogni valore oggettivo i — 4S — qualunque dottrina intorno al diritto^ la quale parta da principi CL prioriy si fondi su presupposti teologici o metafisici, affermi più di quanto è contenuto nei dati dell' esperienza scientifica- mente determinabili. Inammissibile quindi che il diritto possa sussistere al dì fiiori del pensiero umano e dei suoi prodotti 5 inammissibile quelV idea assoluta del diritto per cui gli onto- logi, convertendo in realtà effettiva un concetto astratto, harfno fatto del giusto in sé una vera entità ipostatica. Ma per quanto •smagliante T aureola, onde è stata da Platone in poi circon- data, non regge alla prova dell' analisi critica. E dì vero og- getto del diritto è il bene umano considerato in certi speciali rapporti. Ora il bene è sempre necessariamente qualche cosa di relativo alla nostra coscienza, perchè, appunto per poterlo dire un bene, è la nostra coscienza che deve averlo giudicato cosi, E non solo relativo a noi che lo pensiamo, ma relativo anche a qualche cosa, perchè bene altro non significa se non la proprietà di ciò che adatto al raggiungimento di un certo fine. Se dunque esso implica una doppia relazione, la nozione di un bene assoluto si risolve in una contradizione in termini ; un bene ed un male, un giusto ed un ingiusto indipendente- mente^da questo nostro mondo, dair umanità e dalle sue con- dizioni di esistenza, al di fuori di ogni rapporto di spazio e di tempo» sono semplicemente una cosa impensabile. Ripeto una 'dimostrazione che è stata fatta le mille volte (3<^). j n riconoscimento della relatività della conoscenza e della T scienza deve essere dunque un caposaldo anche pei: Is^ filosofia del diritto. Con questo però sono ben lontano dal dire che vi si possa fondare sopra una teoria Jntorno al principio del diritto stesso, come ha preteso di fare il Foucllèe, Traducendo il concetto della relatività dal campo speculativo in quello pratico^ egli se ne vale a spiegare 1* ordine etico-giuridico tutto quanto. Secondo luì, poiché la nostra conoscenza dell' uomp - 46 - non è nemmeno essa assoluta, e, mentre conosciamo il me e le altre coscienze, non si riesce a comprendere che cosa sia la 'coscienza in sé stessa, la persuasione di questo elemento inconoscibile deve esercitare un' efficacia sulla condotta ; T ir- razionalità del domniatìsmo teorico implica V irrazionalità di ! un dommatismo pratico, che consisterebbe nel fare di sé un assoluto di fronte agli altri ; dai limiti dell' intelletto deriva necessariamente quella limitazione reciproca della libertà^ *che costituisce la giustizia. Così, partendo da una premessa t:riticaf si arriva ad una nuova metafisica del diritto fondata sul dubbio e sul mistero, e più di ogni altra contrastante con quello che gli uomini pensano ed hanno sempre pensato intorno alla giu- stizia come esigenza della vita civile. Ma la premessa ha un valore puramente gnoseologico, e non si può senza contradi- zione trasportarla in un campo diverso. In qualunque modo si stabilisca, sia pure in un senso limitativo, un rapporto del sentire, del volere, dell' operare umano colla nozione delFìn co- noscibile, il rapporto è già per se stesso una determinazione, per cui quello cessa subito di essere tale. Tutto che trascende r esperienza non serve a spiegare una realtà d'esperienza; ed il diritto appartiene all'ordine della realtà. Però il Fo%n.LÈE, come ebbi già a notare, ciò non ammette ■ e da qui tutti g]ì errori del suo pure ingegnosissimo sistema (37X Ma oltre questa accennata v* è un' altra ricerca critica da fare intorno al diritto ; sottoporne cioè ad analisi Tidea quale 31 manifesta nella coscienza individuale e collettiva, giovandosi dei dati della psicologìa, soprattutto comparata, e di quelli forniti dalle diverse discipline che studiano il diritto sotto l'a- spetto storico ed etnico* Anche qui, come sempre, si riesce a constatare una formazione naturale, e la ricerca diventa essen-* zialmente Dsicogenetica e storica. Quell'idea del diritto che si era creduta^ e voluta far passare per innata e primitiva, conie I ' ~ '^'^ ~ ^ * . se da una forza invisibile fosse stata impressa nella mente dell'uomo, al pari delle altre deve la sua origine alle espe' rienze accumulate, organizzate e trasmesse di generazione in generazione nel corso del tempo ] al pari delle altre riassume il lento e faticoso acquisto della razza ; al pari delle altre rac- chiude in sé stessa la sacra eredità psichica e storica dei padri nostri. L*idea del diritto è dunque, come la designava Vico con una parola che rivela la sua geniale intuizione e riepiloga la sua grande scoperta, un* idea umana, un' zdea storica ; quindi necessariamente relati va^ necessariamente diversa nello spazio e nel tempo, proporzionata alle condizioni particolari che de- terminano tutta la vita di un popolo, al grado della sua men- talità, alla forma della sua organizzazione sociale. Oggettivata negli istituti giuridici e nelle norme positive che li disciplinano, essa ci si offre come una realtà di esperienza, come un fatto tanto verificabile, quanto lo sono in generale i fatti della storia. Ma se è così, il problema critico anche sotto questo aspetto è risoluto, e trova nuova conferma la dottrina dei limiti per altra via assegnati al* sapere riguardo al diritto* Nel tempo stesso rimane dimostrata V impossibilità che esista un diritto diverso da quello fenomenico e storico, un diritto superiore e trascendente. Anzi il vizio logico inerente al processo mentale di chi per tanto tempo lo è andato fantasticando, è posto in , piena evidenza come un' illusione metafisica, consistente nel co- struire il diritto mediante il pensiero e neir oggettivare poi il concetto soggettivo in una legge giuridica naturale, creduta ed affermata esistere realmente e dover valere, solo perchè tale, come diritto. Arrivata a questo punto la ricerca critica necessariamente si allarga all'esame dei diversi sistemi filoso- fico-giuridici, che sono tanta parte delF umano pensiero. Per accertarsi della loro validità essa" non ha che giudicarli alla stregua dei suoi principi fondamentali ; e, non perdendo mai di mira questi, sarà facile alla mente orientarsi in mezzo a varie ed opposte dottrine. Le quali poi dovranno ritenersi tanto più infondate e contrastanti alle esigenze del criticismo, quanto più pretendono darci un sistema chiuso, immobile, definitivo. Se Tidea del diritto è un'idea storica e progressiva, se rappre- senta un fatto in movimento e una integrazione graduale, segue inevitabilmente che la scienza relativa ed anche la sua filosofia abbiano a svolgersi parallelamente a quel moto, rispecchiarlo, e via via pur esse progressivamente integrarsi. Una filosofia del diritto, che s intenda fatta una volta per sempre, non è né scienza, ne filosofia^ è domma. Tutto ciò costituisce, come si vede, una teoria critica della scienza giuridica. Né fa bisogno, poiché s intende facìU mente da sé, fermarsi a rilevare quanta luce e che indispen- sabile sussidio ne debbano trarre le singole discipline. Del pari sarebbe superfluo stabilire la posizione della filosofia del diritto di fronte ad esse, non potendosi fare altro che ripetere quanto si è detto della funzione centrale, sistematrice, direttrice e coor- dinatrice a proposito della filosofia in' genere e delle filosofie particolari. Aggiungo solo che, non potendo spettare alle sìn- gole discipline giuridiche né quella funzione né T indagine cri- tica, rimane dimostrata sotto un primo aspetto la legittimità e ad un tempo V indeclinabile necessità della filosofia del di- ritto. Senonchè, oppongono alcuni, a compiere l'ufficio che si attribuisce alla ricerca filosofica bastano le scienze stesse prese nel loro congiungimento naturale. Non esiste, dice il Dilthey cri ti cista eminente, una speciale disciplina filosofica del diritto; quello che v*era di legittimo nel problema, che essa si pro- poneva, rientra e può essere chiarito nella connessione (Zu- sammenhang) delle scienze pesitive dello spirito, fondata su basi filosofiche e sulla teorica della conoscenza OS). Ma la connes- sione non si effettua in modo naturale e spontaneo ; an^l» — 49 — quanto maggiore è il progresso scientifico^ quanto più speda* lizzato è il sapere, tanto più vengono perduti di mira i rap- porti. La connessione non può essere che lopera di una ricerca superiore, distinta dalle ricerche particolari, quindi rispetto a queste filosofica. XI. Con questo però è tutt' altro che esaurito il compito della scienza nostra. Al pari della filosofia generale e delle altre filosofie particolari, deve pur darci una spiegazione sintetica, unificando in un primo principio le idee madri e fondamentali di tutte le scienze giuridiche speciali e storiche e sistematiche. Oltreché una crìtica, essa è dunque una scienza dei primi principi del diritto* Ma dobbiamo rammentarci che il suo og- getto, mentre appartiene alla realtà fenomenica, costituisce an- che una norma dell* agire umano coordinata ad un sistema di scopi, e come tale ha bisogno di essere non più soltanto spie- gato, ma altresì giustificato (39), E sappiamo pure che le due ricerche hanno da procedere così armòniche da convergere in un sol punto, e quivi unificarsi, entrambe poi debbono con- cordare coi dati della filosofia generale. In quanto la filosofia del diritto prende a considerare il fenomeno, è ad una teoria evolutiva che essa deve riuscire, perchè trattasi di una formazione naturale, parte integrante di un processo più vasto e regolata dalle medesime leggi. Sotto questo aspetto non sì può non aderire alla nuova dottrina, di cui sopra ho discorso. E dì vero, il diritto è un fatto storico- sociale^ ma decomponendolo e rintracciandone la fonte prima i — $0 — donde scaturisce, si risale all' attività fisio-psichica della quale i fenomeni tutti della vita comune non sono che un prodotto. L* attività fisio-psichica alla sua volta, per la legge della tra- sformazione ed equivalenza delle forze, dipende ed è determi- nata dagli altri fatri antecedenti della serie cosmica; quindi il diritto per il tramite di quella pur esso vi si ricongiunge^ ri- vela la sua naturalità, si afferma come una delle ultime e più alte manifestazioni di quelFunica forza, che, affaticando di moto in moto r universo, arriva per un processo di differenziazioni e integrazioni progressive fino ai prodotti ideali della cultura umana. Così il concetto del diritto è in armonia col concetto del mondo, la sua spiegazione è quella stessa di tutte le cose \ concetto unitario, spiegazione dinamica* Ma non è soltanto la verificazione induttiva delle leggi generali dell' evoluziojie che spetta, come si disse, alla filosofia di una scienza- è il carattere, il significato, il valore partico- lare che quelle leggi assumono, qualificandosi in un dato or- dine dì fenomeni, che fa d* uopo porre principalmente in ri- lievo f^o). Generalizzando il materiale empiricg fornito dalle scienze storiche^ la filosofia del diritto ha da essere una vera e propria filosofia della storia del diritto, e proporsi la ricerca delle leggi deirevoluzione giuridica colla loro impronta speci- fica. Non si può scindere la legge dai fatti ; essa rispecchia fedelmente le condizioni oggettive che li caratterizzano. Ora le note differenziali del fatto sociale umano si assommano nella evolubilità storica o storiciià, intesa in un senso largo e stret- tamente tecnico, vale a dire come continuità intellettuale che rannoda le une alle altre le generazioni^ ed assicura in modo la conservazione 'e la trasmissione dei prodotti materiaU e im- materiali accumulati, da rendere possibile che questi divengano alla loro volta impulso, causa, strumento dello sviluppo ulte- riore* f40 Partecipando naturalmente anghe il diritto di tale — SI — carattere, segue che le leggi della sua formaxione sono leggi storiche, storico il primo principio a cui esse ci conducono. Questo primo principio altro quindi non può essere se non queir elemento comune e costante, che pure si riesce a colpire nel flusso dell* evoluzione storica, astraendo dalle va- rietà particolari. Qualunque forma assuma il fatto giuridico, in qualunque tempo e luogo lo si osservi, lo si trova sempre con- sìstere in una norma obbligatoria della condotta, norma che è il prodotto di una elaborazione psichica collettiva, e^mira a ga- rantire le condizioni di esistenza, ad assicurare la conservazione e lo sviluppo dell'aggregato sociale e delle unità che lo com- pongono. Da ciò solo risulta che ne la coscienza collettiva nella formazione di quelle idealità che esprimono i suoi con- vincimenti intorno a ciò che è giusto, né T autorità^traducen- dole in legali prescrizioni, non hanno fatto e non fanno opera capricciosa, arbitraria, accidentale, cui si debba attribuire un valore puramente soggettivo. Sarebbe questo un assurdo psico- logico e storico ad un tempo, A base della formazione stanno invece le esperienze di utilità parte immediate^ proprie cìoè^i una generazione vivente in un dato momento, parte accumu- late nel tempo e apprese per tradizione. Alla loro volta poi le esperienze di utilità hanno un fatlore" oggettivo, riflettono un ordine reale di rapporti, vengono determinate appunto da quelle condizioni di esistenza, oke, generando per Y individuo e per la società un sistema di bisogni, di interessi, di scopi, reclamano anche la loro garentia, È dunque un' esigenza vi- tale dell'organismo sociale che ha prodotto questa funzione re- golatrice della condotta; è per rendere possibileil fatto stesso della cooperazione che la norma si è stabilita come legge di proporzione, di armonia, di equilibrio. Donde lalfo ufficio eser- citato dal diritto nel corso dellevoluzlone stoiica, e la ragione di annoverarlo tra i primi e più efficaci fattori delrincivilìmentpt - 5^ — Questa stessa necessità intrinseca, che dà origine agli istituti giuridici, concorre a spiegarne la diversità delle forme ed i can- giamenti che ne costitubcono la storia. Dico concorre, perchè^ se da una parte bisogna tenere conto di tutte le circostanze e di tutti i fattori interni ed esterni, originari e derivati, na- turali e sociali che determinano in generale Tevoluzione storica, se quelle circostanze e quei fattori danno ragione del modo onde un popolo ha considerato la vita, le condizioni e gli scopi di questa, quindi anche della particolare impronta della sua coscienza etico -giuridica, conviene altresì non trascurare, come d'ordinario accade, un altro capitale elemento^ le condizioni di esistenza C4^\ Alcune di esse infatti hanno un carattere di uni- formità e costanza, rappresentano ciò che è più strettamente e generalmente necessario alla conservazione ed alla prospe- rità sì degli individui che dei gruppi -, e vi corrisponde appunto quella parte del diritto che meno è sottoposta a mutamenti e meno diversifica da popolo a popolo; una parte anzi che viene considerevolmente aumentando, e per più di una ragione, col progredire della civiltà. Per altre invece non può dirsi cosi\ Sebbene si conformino ad una legge imperante nell'ordine so- ciologico come in quello biologico, in virtù della quale gli ele- menti più essertziali Sond anche i più stabili e più lente le loro variazioni, certe condizioni di esistenza differiscono nello spazio e nel tempo ; e le loro differenze sono sempre correlative alla forma tipica dellorganizzazione sociale e al grado di sviluppo. Nello stesso modo e per le stesse ragioni hanno dovuto va- riare e variano e varieranno ancora le norme dirette a tute- larle. Un popolo giunto a ordinarsi a stato in confronto del^ Torda primitiva, un popolo stanziato sopra una terra che ha messo a cultura in confronto di quando errava nomade cac- ciatore, un popQlo pacificamente industre in confronto di un • altro bellicoso "e in continua lotta coi suoi vicini, rappresen- -ai- tano tipi sociali diversi, pei quali, come è diverso il grado di vita, così diverse sono le necessità che questa impone. Tutto- ciò dimostra all' evidenza qual bisogno vi sia, per intendere adeguatamente il signify^ato^ la natura e Tuffi ciò degli istituti giuridici, di ricercarne T intima ragione nel multiforme e com- plesso intreccio di azioni e di reazioni onde risulta lo stato generale di una società, e, per assorgere alle leggi di loro va- riazione, di ricondurle alle leggi più vaste della dinamica so- ciale. E poiché né queste né quello possono abbracciarsi nella loro interezza se non dalla sociologia intesa nel senso legittitno, segue che già sotto questo aspetto la filosofia del diritto ha da trovare in essa ìl suo vero fondamento. Così, scrutata nei suoi elementi sostanziali e in quel fondo comune che presenta, Y evoluzione giuridica ci si rivela come una formazione storica determinata da esperienze di utilità e diretta a produrre un risultato utile, rendendo possibile me- diante la garentia Y adattamento degli individui e dei gruppi alle condizioni di loro esistenza. Considerata poi quell'evolu- zione nell'insieme del suo moto storico, troviamo che riproduce pienamente i caratteri generali che distìnguono lo sviluppo so- ciale j voglio dire la prevalenza progressiva dei fattori storici sui naturali, Y efficacia via via crescente delle energie ideali accumulate nel corso del tempo, la parte sempre più grande che vi prendono la riflessione e la volontà. Quindi a mano a mano che si eleva il grado deirintelligenza e della cultura, la coscienza collettiva elaboratrice del diritto viene acquistando un'idea sempre più chiara, più ampia e soprattutto più riflessa delle condizioni di esistenza, e degli scopi da queste determi- nati. Tale processo graduale della coscienza giuridica esclude già per sé stesso che nel valutarne i prodotti sì possano ap- plicare criteri, che costituirebbero una specie di ottimismo storico^ e si voglia far credere essere stata sempre quella co- — S4 --* scienza interpetre fedele delle esigenze della vita in comuae, e infallibile produttrice di utilità. Errori, pregiudizi, interessi di ogni specie possono averla offuscata e deviata ; potrà anche dimostrarsi che in certi casi la norma ^giuridica non fu o non è adatta a** raggiungere lo scopo, che sia perfino riuscita ad ostacolare, in luogo di favorire, la conservazione e lo sviluppo individuale e sociale- Né può nemmeno disconoscersi la parte che nella formazione del diritto hanno avuto gli interessi par- ticolari delle classi sociali dominanti, circostanza questa che per divèrse vie e in -forma diversa 4o Stein eJo Jhering hanno sollevato fino a principio generale, ed il Gumplowicz esagerato per farne puntello al suo sistematico pessimismo sociologico f43i. Ma che monta tuttociòP In primo luogo, per quanto T impulso muova da false o interessate vedute, non per questo si crede meno di assicurare o promuovere colla norma- il benessere della convivenza. Si mira all' urilità sociale tanto vietando la stipu- lazione dell'interesse nel prestito della Ihoneta pel motivo della naturale sterilità dì questa, quanto proclamandone la libertà per il riconoscimento della sua vera funzione economica, D' altra parte quando negli ordinamenti giuridici si voglia sempre ve- dere un mero strumento di dominio, e da tale generalizzazione molto discutibile si tragga motivo per negare che essi abbiano giovato a tutta la comunanza, non solo si arrida ad una illa- zione che oltrepassa la premessa, perchè T effetto potrebbe benìssimo essersi prodotto anche indipendentemente dall* inten- zione degli autori di quegli ordinamenti, ma si cade nel fa- cile errore di fermarsi alla superficie dei grandi processi della storia. Considerando invece questi in ciò che nascondono di più profondo e nei loro ultimi risulta ti ^ non è raro il caso di constatare che istituzioni, nelle quali a prima giunta apparisce solo r interesse della classe prevalente, per lo stato della so- detà in quel dato momento, corrispondono altresì air interesse - 55 - comune, o finiscono a lungo andare col favorirlo* Ad ogni modo poi gli errori, i pregiudizi, gli interessi di classe ed altre cose simili non solo non escludono, ma confermano la legge generale, ne forniscono anzi una prova ulteriore. La corrispon- denza della norma giuridica alle* condizioni di esistenza si viene appunto stabilendo a poco a poco mediante un processo inte- grativo, lento e graduale. Se non fosse così, in che mai con- sisterebbero r evoluzione e il progresso ? Una ' corrispondenza pienamente e razionalmente effettuata non può essere un fatto compiuto, mentre dipende da uno sviluppo che si fa; non può essere un risultato acquisito, mentre designa una meta altis- sima ma lontana da raggiungere. Tale e non altra e sempre la stessa la storia e la legge della specie umana; e ne ve- dremo a momenti le conseguenze. Intanto se la fenomenologia giuridica, colpita in quello che ha di più generale, rivela un rapporto indissolubile fra essa e il processo adattativo degli individui e delle società; se il di- ritto in tutta la sua storia esercita un alto ufficio di tutela, mediante il quale si preservano, si accrescono^ si perfezionano le attività della vita; se per il concorso indispensabile di una forza organatrice e regolatrice, quale è la forza del diritto, la vita vissuta in comune si solleva dalle forme più basse fino agli stadi più elevati deirincivilimento \ tuttociò vuol dire che r evoluzione giuridica, anche considerata nel suo aspetto spe- cifico, ha sempre un significato ed un valore cosmico, fa parte integrante dell'evoluzione universale arrivata alla forma cosciente di sé. Ed ecco novamente ricongiunta la sintesi della filosofia del diritto colla dottrina generale del mondo. - s*- xn. Non resta che T ultima parte del problema, ma già seno poste le basi per la sua soluzione; la ricerca filosofico -storica prepararla via a quella filosofico-pratica, e designa il punto centrale della loro convergenza e del loro intimo accordo* L'in* duzione storica ci ha mostrato anteriori alla norma giuridica le idealità sociali, che, se non sono^ come vuole TArdigò, di per se stesse il diritto» tuttavia costituiscono una esigenza etica del diritto medesimo sorta nella coscienza collettiva, ad ogni modo poi Io preparano e lo determinano, Donde il fatto fi-e- quentissimo di una sproporzione e di contrasti fi"a il diritto vigente e le idealità sociali giunte ad un più alto grado di intuizione etica, e reclamanti la riforma di quello. Però — ed anche qui sì chiarisce incompleta la dottrina del filosofo ita- liano, che ripone la giustificazione e l'autorevolezza intrinseca della legge nella semplice corrispondenza colle idealità sociali — r induzione storica ci mostra pure che queste non sono un fatto d' opinione o di convenzione arbitraria, ma riflettono reali esigenze e condizioni, quale che sia stata l'attitudine a inter- pretarle (44), Così l'analisi stessa della formazione del fatto giu- ridico, smentendo 1 vecchi ora rinnovati sofismi, vale già a spiegare e a soddisfare la coscienza etico-giuridica, la quale» come dissi, in un certo stadio della cultura sociale, e con forza proporzionata al grado di questa, sente che l'autorità del diritto dipende da ragioni superiori all' autorità del potere poib- blico, e afferma e protesta che il diritto non lo crea il potere . ma trae da ben altra sorgente origine, fondamento e motivo 3 - 5? " I risultati di queir analisi ci conducono anche più là ; ci rivelano Telemento di vero che pur giace in fondo alle teorie della vecchia filosofia del diritto. Movendo in sostanza dallo stesso concetto a cui s'ispira la coscienza sociale progredita, essa si era posta alla ricerca di principi di diritto che aves- sero un valore intrinseco ; credè averiì trovati mediante la ra* gione nella natura dell' udmo^ e li contrappose come diritto superiore e tipicamente ideale al diritto vigente. Tale in mezzo alla varietà dei sistemi la sua tendenza costante. L'antitesi tra la <pi&atg ed^il vófiog, tra ciò che è giusto od ingiusto per na- tura e ciò che lo è per legge positiva, pel costume, per la tradizione, per V ethos sociale, si afferma spiccatissima fino dagli albori del pensiero greco, ispira la speculazione e dà motivi air arte, genera una controversia, colla quale ha vera- mente principio la filosofia del diritto. Al grido tragico del- TAntigone sofoclea che oppone fieramente gli àyQajtta tfew vó- fu^a al tiranno divieto di seppellire Y ucciso fi-atello (4S)^ fa eco la dottrina di Ippia di Elide, detto a ragione il Grozio del- Tantichità, che formula nettamente V idea di una legge di na- tura, opera divina C46). Da allora in poi quella intuizione pri- mitiva ha costituito sempre gran parte del pensiero filosofico, fino a rivivere, pur tanto trasformata, anche nella teoria eti- co-giuridica dello stesso maestro della filosofia evoluzionista, con molta meraviglia degli avversari e con grave scandalo dei seguaci. Ora, per quanto erroneo il concetto di un diritto tra- scendente la realtà storica, non è meno assurdo il disprezzo con cui da qualcuno se ne parla; non è meno antiscientifico ignorare o trascurare queir anima dì verità, che può trovarsi anche nelle dottrine più false, D* altra parte poi sarebbe uno strano modo di interpetrare 1 fatti psicologici e sociali, se si facesse risolvere in mera illusione un sentimento, come quello dei diritti personali, a poco a p6co cresciuto fino a formare — sé - parte della nostra costituzione mentale ^ a commuovere poten- temente l'animo degli individui e di popoli interi, a determì* nare grandi avvenimenti storici; se non si riconoscesse valore di sorta ad una opinione cosi profondamente radicata nella coscienza del mondo civile, maturata anzi dall' incivilimento come uno dei suoi prodotti più alti^ divenuta sistema nel pen- siero dei più forti intelletti. Ma non manca, io dissi, un elemento di vero ; ed è quello stesso sostrato oggettivo che si trova in fondo all'evoluzione giuridica ; è la tendenza costante, e nella sua totalità progres- siva, del diritto, a produrre un effetto utile ; l'effetto cioè che deve derivare dalla tutela accordata alla realizzazione degli scopi della vita, da cui dipende Y adattamento alle condizioni di questa, L' induzione storica ricavata dal passato la filosofia del diritto deve sollevarla a primo principio direttivo del pre- sente e delFavvenire, determinando la ragione per cui gli scopi sono non solo desiderabili, ma anche necessari, necessairia quindi la norma di loro garentia. Essa è chiamata così a sta- bilire, ma per una via-scientifica e positiva, non più metafisica ed astratta, quel fondamento intrinseco ed oggettivo del di- ritto cui ha sempre mirato. E tale fondamento risiede nelle leggi della vita individuale e della vita sociale, trovate dalle scienze respettive mediante losservazione dei fatti, vale a dire dalle scienze antropologiche, intese nel senso più largo, e dalle scienze sociali. Ha qui piena applicazione ciò che dissi intorno alla filosofia pratica e all'etica in generale. Date cioè quelle leggi, data una certa costituzione delle cose, per un rapporto di causalità naturale dalle azioni umane derivano inevitabil- mente certi effetti. Data resistenza, sono poste anche le sue condizioni ; perchè essa possa conservarsi ed evolversi, le con- dizioni hanno da essere rispettate, air attività diretta a rag- giungere gli scopi da quelle- dipendenti non debbono opporsi ^ ^9 — Ostacoli, il rapporto naturale fra Tazione e i suoi effetti esìge la più rigorosa osservanza, iData la vita in comune .e le re- lazioni, che ne derivano, una limitazione reciproca nelle sfere di attività diventa inevitabile, e la giustizia non è soltanto, come rha definita TArdigò, la forza specifica dell' organismo sociale nel senso che ne coatituìsce la formazione caratteri- stica (47)^ rrià è anche la condizione specifica a cui è legato Tessere suo. Se la società è un aggregato, al pari di tutti gli aggregati deve avere la sua statica; e questa implica che i rapporti fra i membri della comunanza, cofhe pure fra le parti e il tutto, sieno di tal natura da ottenersi l'equilibrio indispen- sabile per una armonica cooperazioné (48)^ Ed allora una legge di proporzione e di garentia che renda obbligatoria V osser- vanza dì certe forme della condotta, relative alle condizioni . più strettamente necessarie della vita in comune, è da queste che ripete la sua intrinseca giustificazione. Chi^ credendo svi- luppare le conseguenze pratiche del naturalismo^ ha detto che nella costituzione personale dell'uomo non e* è nulla che possa fondare il diritto di vivere ^^^\ ha dimenticato una cosa sola : la vita. Cosi lo stesso pensiero che, partendo da esperienze ac- cumulate di utilità, è* venuto poi assumendo storicamente una forma sempre più definita, chiara e riflessa nella coscienza giuridica e nella legislazione^ si compone a sistema scientifico e filosofico. È il sistema dell' utilitarismo* razionale. Questo tra- sportando nell'ordine pratico V idea della costante relazione tra i fenomeni, su cui riposa ogni altra verità scientifica, fa sca- turire dalla natura delle cose la necessità dei risultati \ sottrae così alFempirismo le norme dell'operare, non facer^dole più di- pendere da calcoli di utilità incerti, variabili, soggettivi \ addita r utilità non più come un fine prossimo e immediato, ma me- diato e remoto che si raggiunge solo ottemperando alle leggi — 6o — della vita; pone la stessa causazione naturale a fondamento e giustificazione razionale di ogni comando e divieto legislativo; ricongiunge in un comune principio^ pure distinguendoli, il di- ritto e la morale; mette in piena luce il contenuto essenzial- mente etico del diritto medesimo. La considerazione degli ef- fetti intrinseci ; questa ha da afifiwmarsi come criterio supremo, criterio che^ mentre è disconosciuto o non compreso adegua- tamente nei diversi sistemi etico-giuridici, costituisce il pregio maggiore, per quanto il meno avvertito, e la parte non ca- duca di quello di ^^erbert Spencer. A luL si accosta sotto questo riguardo e Io precorre Romagnosi nostro, con quella sua veramente geniale dottrina del diritto fondata sulla connes- sione delle cause e degli effetti, sui rapporti reali e necessari della natura, ai quali fa d'uopo conformarsi per ottenere il meglio ed evitare il peggio Cs^X Senonchè lo Spencer dalla tesi individualista, clie tanto Io preoccupa, è condotto ad erronee deduzioni ; egli ritorna^ con insistente compiacenza al vieto con- cetto di un diritto, che ci viene da natura ed esiste pel solo fatto che le cose sono costituite in un certo modo, 11 grande filosofo non vede che, se la natura dà le condizioni di esi- stenza, i finì, quindi anche la necessità del diritto, non può mai dare il diritto, al quale perchè abbia realtà, oggetto di esperienza, è indispensabile il fatto storico e sociale. Ad esclu- dere quella possibilità 'bastava la logica di tutto il suo sistema filosofico. Ma non e bastata ad impedire nemmeno un* altra incoerenza. Nel tempo stesso che egli fonda una filosofia, la cfti idea madre è il cangiamento di tutte le cose ; mentre pone così luminosamente in rilievo l'elemento relativo del T etica e ne addita I^ ragioni perentorie, attribuisce poi alle condizioni di esistenza un carattere cosi deciso di uniformità e costanza, da risultarne una legge invariabile, assoluta, universale, e da dovere necessariamente designare questa solo come legge d; I \ - ^I ^ una», società ideale e dell' uomo arrivato al più alto grado di adattamento. Apparisce qui evidente un ultimo inconscio re* siduo di quelV Idea Divina, nella cui realizzazione aveva 'già riposto il primo principio della morale e del diritto ^5'), E un residuo però inconciliabile colle dottrine della filosofia scienti- fica. Sta bene che si risalga alla costituzione delle cose, al fondamento che natura pone; ma quella non è già Tessenza quie- scente, la specie stabile supposta dalla metafisica, sibbene la natura quale si rivela e sì attua nel mt)to e neir evoluzione. Le condizioni di esistenza non concernono esistenze astratte ed isolate dal mezzo in cui vivono, ma esseri reali, concreti, determinati da molteplici circostanze di tempo e di luogo. E allora non è possibile considerare Tuomo al di fuori della vita in comune, che fa di lui un ente storico ; non è legittimo par- lare di condizioni e di leggi, che non seguano le vicende di una formazione storica, quale è la formazione sociale. Lo Spencer ha sempre di mira Tuomo quale è dato dalla biologia ; non esiste per lui Tuomo della storia, vale a dire il vero uomo» Certo necessario ed assoluto è il principio della cau- salità naturale; ma esso implica appunto che a cause diverse rispondano effetti diversi. Nonostante la costanza di alcune, variano, come già dimostrai, le condizioni dì esistenza ; quindi è razionale che muti anche la norma giuridica, dovendo ad esse conformarsi. Di immutabile e di assoluto non c'è che lesjgenza di questa conformazione. Per stabilire come tale esi- genza nei casi particolari abbia ad essere soddisfatta, subentra il criterio della relatività storica, desunto cioè dall'esame og- gettivo di tutte le contingenze di fatto. Siccome però la filo- sofia del diritto non può accingersi a farlo da sé, cosi le è d' uopo novamente ricorrere a quelle scienze, che le forni- scono i dati per le sue deduzioni, e Soprattutto alla sociologia. Dissi Soprattutto la sociologia, perchè soltantcf dallo studio com- — 6i ~ plessivo deir organizzazione sociale si apprende quali sì©«o i caratteri, e quindi anche le necessità specificamente proprie delle singole sue forme e dei singoli gradi del suo sviluppo ; solo le leggi generali dell' evoluzione storica possono fornirci almeno gli indizi dei cangiamenti ulteriori che sì preparano, e degli stadi più alti ai quali essa tende \ solo la conoscenza piena, profonda, sicura della società considerata in tutti i suoi aspetti, in tutte le sue forze, in tutti i suoi prodotti, designa chiaramente gli scopi* sui quali deve spiegarsi la funzione giu- ridica tutelatrice. Mentre si nega che la sociologia abbia a sostituire la filosofia del diritto, si riesce però per una duplice via e per un duplice intenta a riconoscere che questa non avrebbe valore scientifico alcuno» se non fosse basata su quella, Rimane cosi dimostrata la legittimità della filosofia del diritto anche come filosofia pratica, dimostrata pure la con- cordanza del suo principio fondamentale colle induzioni della ricerca filosofico-storica* Da una parte un processo graduale, per cui nelle idee sociali intorno alla giustizia e negli istituti giuridici si attua sempre rìù adeguatamente, e in modo sempre più consapevole e riflesso, la loro corrispondenza con ciò che impongono la natura delle cose, le leggi della vita e dello sviluppo. Dall'altra una dimostrazione scientifica della necessità razionale che questa corrispondenza non solo continui, ma si faccia via via maggiore e si .compia. L* accordo non potrebbe essere 'più completo. Né minore è l'accordo colla teoria filo- sofico-critica del diritto e colle dottrine della "filosofia generale. E di vero il fondamento assegnato al diritto resta nei limiti dell'esperienza e della più rigorosa positività, procedendosi per via di deduzione da leggi scientificamente accertate. La filo- sofia del diritto cosi intesa, lungi dall' essere qualche cosa di immobile e chiuso, si aff<?rma eminentemente progressiva, in quanto riflette la' realtà della^ vita sociale nel suo storico di- ■ - 63 - vanire. In fine il supremo principio da essa formulato è lo stesso principio di evoluzione; la razionalità che si esige nel ^diritto non è altro che T applicazione delle leggi dell'ordine universale* S' era creduto e s* era detto che la filosofia del di- ritto sarebbe rimasta per sempre sepolta sotto le rovine della metafisica abbattuta dalla filosofia positiva trionfante ; ed ecco invece che questa, rigenerandola nello stesso suo seno, la fa risorgere a vita novella, e la designa come il suo necessario compimento. XIII- Ma, intesa nel modo che si è detto, qual valore potrà avere la filosofia del diritto per la vita, quale funzione sociale gqtrà esercitare ? Giova ripeterlo : essa non si propone più né di trovare, né di foggiare un diritto diverso da quello vigente : sa ed afferma anzi che il diritto non può essere il prodotto del puro pensiero. Il compito suo, come di tutte le scienze pratiche, è quello di una mentalità che illumina, promuove, dirige. Ed anzitutto essa è in grado di cooperare con gran- dissima efficacia affinchè prosegua e si compia il processo sto- rico già spontaneamente e da tempo iniziatosi, vale a dire affinchè nella coscienza sociale si formi la chiara e piena per- suasione della ragione oggettiva della norma giuridica, e il sentimento di ciò che è giusto od ingiusto si leghi definitiva- mente alla considerazione degli- effetti intrinseci delle azioni, alla esigenza etica di uniformarsi alle leggi della vita, e di osservare le condizioni di una armonica cooperazione. Che se, - 64 — come prevede lo Spencei^, quella persuasione e questa senti- mento costituiranno un tratto caratteristico del tipo sociale più avanzato, verso cui siamo diretti, possiamo consolarci del poco.- credito in cui al presente da molti è tenuta la filosofia del diritto, pensando che è destinata a trionfare nel futuro come una teoria dominante della pubblica opinione C5^>., Ma non basta. Dal momento che, come abbiamo visto, il moto progressivo del diritto consiste nell' assumere questo forme effettivamente corrispondenti alle condizioni deiresistenza umana; dal momento che nel corso dell'evoluzione sociale tali condizioni si modificano, sì rinnovano, si fanno più complesse e più alte ; segue che la filosofia del diritto, spingendo lon- tano lo sguardo, è chiamata a designare V ideale di una ulte- riore e più perfetta corrispondenza, e a dirìgere verso questa meta Y evoluzione giuridica. Con ciò essa rivela il suo carat- tere eminentemente etico, compie la funzione di vera scienza etica^ che non può consistere solo nello scoprire le leggi se- condo le quali si producono i fatti, ma, trattandosi di fatti umani e sociali, deve prefiggersi di cooperare alla loro trasfor; mazìone e al loro progresso. Ed anche qui si resta nei limiti dell* esperienza e della ricerca positiva. L'ideale vagheggiato dalla filosofia del diritto non è un ideale astratto, che la mente ricavi da sé stessa e voglia imporre alla vita, quindi arbitrario e senza valore oggettivo ; ma un ideale che erompe dalle vi- scere stesse del reale, dalF esperienza del passato, da tutto il moto della storia; un ideale progressivo quanto lo è lo svi- luppo sociale in cui deve attuarsi ; un ideale necessario, per- chè rappresenta ciò che avverrà e simboleggia cosi la più alta realtà dell* evoluzione. Non tragga dunque in inganno la somi- glianza delle parole, mentre tanto diverso ne è il significato* La metafisica abituata a trasformare il soggettivo in oggettivo poteva bene dare valore dì diritto ^Ue sue concezioni^ e par I ~ 65 - lare di un diritto ideale;, ma la filosofia positiva non vede di- nanzi a sé altro che una formazione storica, e addita F ideale soltanto come un grado più elevato di questa formazione. La metafisica proponeva ai legislatori un modello tipico di norme giuridiche, valevole per tutti e sempre \ la filosofia positiva non aspira che ad imprimere una direzione scientifica alla forma- zione delle idealità sociali, dalle quali dovrà erompere il di- ritto dell'avvenire, , Come poi sia possibile attribuire tale funzione alla scienza nostra di fronte al moto dell' evoluzione sociale, che pure si compie necessariamente^ spinto da una forza intrinseca e se- guendo sua legge ^ si spiega benissimo richiamando quello che dissi costituire il carattere differenziale ài. detta evoluzione, la storicità. Sappiamo infatti che in conseguenza di questa sulla nativa ed inconscia spontaneità prende a poco a poco il so- pravvento la riflessione ; i cangiamenti sempre più si effettuano in vista di uno scopo coscientemente proposto e voluto, e spesso in seguito di grandi sforzi e di lotte lungamente com- battute ; si accresce T efficacia motrice e direttrice dei cosi detti fattori storici, quindi delle idee, della cultura, della scienza, deir azione dello stato. L'incivilimento, che per eccesso di rea- zione al razionalismo ricostruttore e riformatore della società si volle e si vuole far passare da alcune scuole positive come un processo fatale, non dissimile da quello della pianta che cresce per la sua forza vegetativa, considerato più attentamente e più serenamente alla stregua dei fatti, si rivela invece come un laborioso risultato di quelle energie intellettuali e morali, che viene via via accumulando^ tanto da essere autorizzati a sperare che esso finisca col divenire in tutto e per tutto lopera di un pensiero che attua sé stesso* Naturalmente ciò trova piena applicazione anche nel campo del diritto ; e allora si può dire a ragione che la sua filosofia rinunziando e per sempre 5 L — 66 — air assurda pretesa di produrre il diritto, vuol essere solo uno dei principali fattori dell' evoluzione giuridica. Né sarà certo questo un fatto nuovo nella storia. Forse nessun' altra disciplina può vantare, come la filosofia del diritto e la filosofia polìtica, tanta influenza spiegata sugli spiriti e sugli avvenimenti. Qual rapporto vi sia fra le teorie astratte della scuola del diritto naturale e le applicazioni concrete del periodo rivoluzionario, è troppo^ noto, costituisce un esempio classico e tipico. In generale poi si osserva questo : nel mo- mento in cui si preparano grandi trasformazioni sociali, nei tempi procellosi e difficili dai quali escono nuovi periodi sto- rici, allorché s' incomincia a sentire V imperfezione degli ordi- namenti vìgenti, e n^iove idee di giustizia, per quanto ancora vaghe, germogliano negli animi, le dottrine filosofiche intorno al diritto e allo stato si fanno coscienza pubblica ^ e in qualche caso la speculazione solitaria esplode in moto collettivo. Se r efficacia, specie neir esempio ricordato, sia stata razionale e benefica, qui non occorre indagare; come non occorre sog- giungere che la filosofia del diritto invocata e augurata diret- trice del progresso giuridico, è una filosofia scientifica, una filosofia legata intimamente alla storia, quindi non ignara che le condizioni della relatività e l'ordine naturale di successione storica non sono state mai impunemente violate dagli uomini. Sotto questo riguardo il principio stesso che costituisce Tes- J senza del positivismo, è già per sé solo una garanzia \ si deve al positivismo la dimostrazione delle fatali conseguenze, alle quali inevitabilmente conducono gli errori di metodo della teoria applicati al governo della società umana. Ciò dimostra che alla funzione pratica della scienza nostra è associata una grande responsabilità. E adesso forse più che mai* Noi ci tro- viamo appunto in uno di quei momenti difficili che accennava testé* Problemi nuovi» gravi, paurosi agitano la società con- mmm - 67 - temporanea^ e chiedono anche al diritto la loro soluzione. E tutto V odierno organamento sociale che è posto in discussione ; non v' ha istituto contro il quale non diriga gli attacchi la critica demolitrice. La filosofia del diritto non può certo rima- nere indifferente ; quei problemi essa deve affrontarli senza esitanza e senza preconcetti, serenamente, con piena coscienza della responsabilità che le spetta. XIV, Così il problema, che io mi era proposto, è stato preso in esame sotto tutti gli aspetti; descritto lo stato presente della filosofia del diritto, dimostratane la legittimità, ricercato quale abbia ad esseme il contenuto, lo scopo, la funzione so- ciale. E dopo ciò io confido avervi persuaso, o Signori, che, se sul principio io dichiarava formidabile il compito di chi la coltiva e la insegna, esprimeva un profondo convincimento. Come vedete, quella dichiarazione sintetizza tutto quello che io penso di essa, contiene una professione di fede filosofica, un sistema scientifico, un programma didattico. Ma insieme alle difficoltà intrinseche, desunte dall'indole propria e dallo stato presente della scienza, io non mi nascondo quelle che dipendono da cause estrinseche, e soprattutto dall' essere 10 chiamato a professarla qui^ in questa Università, dove la filo* sofia del diritto ha tradizioni gloriose, dove chiunque salga questa cattedra deve sentirsi T animo commosso e trepidante pel ricordo di un nome immortale. Ma non è soltanto a fine di mostrarvi ciò che io provi in questo momento, che evoco il nome dì Romagnosi. Chi parla dalla cattedra sua meno d\ .1 — 6S — Ogni altro può dimenticare che molte dottrine di quel sovran o \ intelletto, lungi dall'essere invecchiate e dall' appartenere solo alla storia, spirano ancora una freschezza tutta . moderna, e contengono germi preziosi da svolgere e fecondare. E voi lo sapete, voi che ne udiste pochi anni or sono una magistrale dimostrazione dal forte pensatore, cui sono fiero di succedere, e alla cui memoria mando un riverente saluto, a nome mio e vostro, a nome di quanti in Italia e fuori rimpiangono an- cora la sua fine immatura (53). Da queste memorie io traggo gli auspici, per quanto esse rendano anche più grave l'impresa, cui non mi sono accinto se non dopo lunga esitanza. E a vincerla mi ha confortato solo il pensiero che la filosofia sociale attraversa tale momento, da imporre gravi doveri anche a me, l'ultimo dei suoi cultori. Bt g^i » J » W i » 5g^fe*yyìfaigga^HBÉ ■*•■ •^^ ^^ NOTE. (i) La crisi della filosofìa del diritto è stata avvertita da parecchi scrittori. Ricordo fra gli altri : G. Carle, La vita dal diritto nei suoi rap- Jfarti coila vita sociale^ Torino, 1880, Prefazione, — A* Prins, La Philo- sùphie du droit tt técaie historiquE^ Bruxelles, 1882, p, 6, — S. Pachmann, Ubir die gegenwàriige Bewegung in dtr Rechiswissemchaft^ BerliDj i88z § I- — F. Dahn, Rechtsphilosophi$che Studien {Bamttine^ Band IV, Berlin 18S4) passim, — C. Nani, Vecchi e nuovi prùhhmi del diritto, Torino, 18S6, — É. Beaussire, Les principes du droit, Paris, 1888, Préface, — R. Wallaschek, Studien zur Rechtsphilosopkie, Leipzig, 1889, dal quale (p. 107, B. 2) si pilo apprendere corae uno dei più espliciti e risoluti a contestare la legittimità della filosofia del diritto sia lo Steudel {Zum Pro- blem einer MecHtsphiios&phie) affermante senz'altro che « die Aufstellung einer Kechts philo Sophie ein purer Schwindel sei 1 e che « von einer philo- sophischen Rechtslehre oder einer Rechtsphilosophie ferner nicht mthr die Ride sein solite ^, In uno scritto, che nel titolo prometteva un'ampia discus- sione dell'argomento, J. Bahnsen {Ist eim Réchtspkilosophìe ilherhaupt m'oglick und unter welchen Btdingungen^ resp. Einschrànkungen^ nella Ziitschrift fur verghickende Rechfswissenschafi^ Dritter Band, p, 219-231) né ha visto il problema in tutta la sua complessità, né è ritiscito per alcun verso a chia- rirìo. Seguace delle idee dello Schopenhauer egli crede salvare la filosofia del diritto col ricondurre il diritto alla metafisica della volontà che lo ge- nera e, nella sua dialettica reale comprendendo in sé le forme storiche più varie ed opposte^ ne spiega tutte le contradizioni, "Ma se non le restasse altra base che questa, bisognerebbe affatto disperare dell'avvenire della filosofia del diritto. Per quanto concerne la posizione della nostra disciplina neir insegna- mento, non si può disconoscere che esiste già e tende sempre più ad in- — to — grossare una corrente ad essa sfavorevole ; tutti poi ricordano che cosa st tentasse farne in Italia coi Regolamenti del 1875, Recentemente anche la, vecchia cattedra di diritto naturale al Collegio di Francia fu trasformata in quella di psicologia sperimentale e comparata. Benanche un critico noxa. sospetto, P. Janet {Une chaire de psychologie expérimentale et comparée c^s^ ColUge de France nella Revue des Deux Mondes, i*"^ Avril 1888) ne a-v- verte che s*interpetrerebbe falsamente il fatto se gli si desse il significato di una proscrizione. La vorrebbe invece sostituita coli' insegnamento delLa sociologia H. Saint-Marc {Droit et Sociologie nella Revue Critique de Le- gislation et de Jurisprudence, Janvier 1888), dicendo che è questa la vera, filosofia del diritto e costituirebbe il miglior corso di diritto naturale. (2) Ad evitare qualunque malinteso intomo all'apprezzamento della scuola storica, richiamo ciò che altrove cercai dimostrare rettificando e com- pletando le conclusioni del Bruci (7 Romanisti della scuola storica e la sociologia contemporanea, Palermo, 1883). Non si può certo dire che essa abbia precorso la filosofia positiva e nemmeno che abbia applicato al diritto r idea di evoluzione quale s' intende oggi ; ma eminentemente positivo fa lo spirito che l'animava, e per essere informate ad un concetto dinamico del diritto e della società le sue dottrine, come pure quelle della stessa scuola in altri campi di ricerche (economia, lingua, miti, religioni etc), ebbero un significato filosofico, e concorsero anphe esse a preparare il terreno alla teoria dell'evoluzione. Cfr. I. Vanni, I Giuristi della scuola storica di Ger- mania nella storia della sociologia e della filosofia positiva, Milano-Torino, 1885. Le idee da me sostenute ebbero poi un'autorevole conferma nello scritto di G. Barzellotti {Il concetto delle scienze storiche e la filosofia moderna nella Rivista di Filosofia Scientifica, V, p. 193-214), il quale anzi si spinge secondo me troppo oltre nel rilevare il contributo delle scienze storiche e sociali di fronte a quello delle scienze naturali. (3) La giustificazione. di quello che dico qui della sociologia trovasi nel mio libro, Prime linee di un programma critico di sociologia, Perugia, 1888. Vi si parla anche (Gap. Vili) della trasformazione che in nome della nuova scienza si vorrebbe fare della filosofia del diritto, rilevando che perfino scrittori, i quali pur non aderiscono al così detto indirizzo sociologico ed alle idee filosofiche da esso presupposte, riconoscono e ammettono in so- stanza quella trasformazione. ' H Filomusi Guelfi ad esempio {La codifica- zione civile e le idee moderne che ad essa si riferiscono, Roma, 1887, pag. 25) considera la sociologia come un nome nuovo dato alla filosofia del diritto. (4) Oltre gli scritti sopra ricordati del Pachmann, del Nani e del Beaussire veggansi: O. Gierke, Naturrecht und, deutsches Recht, Frank- furt, 1883. — A. FouiLLÉE, r idée moderne du droit, Paris, 1883. Della — yt ^ Crisi della morde parla quest'ultimo Bell'altra opera, CrìHqm da syttìfàsi é^e morale cùnfemparains^ Paris, 1883, Préface; e più largamente il Beaus- SIRE nei Principe s de la morale^ Paris, 1885, In trod action, (5) « Four les naturalistes, le droit est consécutif à T action sociale, il est unfait d^ opinion. 11 n'y a dans la constìtiition perso nelle de Thomme rien qui puisse l'ondar le dioit de vivre^ de se notirrir, de posseder etc. . , . La socìété De se borne pas à definir et à sauvégarder le droit; elle le canstitue^ puisque le droit n'est pas autre cìwse que la valeur aitrihuée à la personne bumaine dans un pays donne ^, Così A, Espinas, Études socio- i^giques en Francc nelle Revue PhihsQphique, XIV, pag. 514; e si potreb- "bero moltiplicare le citazioni. Come sarà detto più ipnanii, questa dottrina contiene un elemento incontestabile di veritài che cioè il diritto sia un fatto sociale e non possa concepirsi al di fuori e senza di esso ; ma trascura del tutto l'elemento oggettivo che nella formazione delle idealità sociali deter- mina il convincimento di una intrinseca necessi^ della norma giuridica. (6) Insiste ripetutamente su questa idea P, Cogltolo, Saggi sopra r evoluzione del diritto privato^ Torino, 1885, Cap* IV; Filosofia del diritto privato, Firenze^ 1S8S, passim. Eppure egli aggiunge che certe norme non possono divenire oggetto del diritto, sebbene talvolta per ignoranza o per nequizia si sia rivestita questa parte incoercibile di veste giuridica. Ma per quale ragione la si dice incoercibile, una volta che il contenuto è indifferente?^ (7) Cfn A. FouiLLÉE, L^idée moderne du droit^ Liv. IV. ^ (8) Sarebbe impossibile chiarire punto per punto la dottrina filosofica qui fugacemente delineata. Il lettore versato in questi studi comprenderà subito quale sia il modo di vedere dell'autore nelle questioni fondamentali che dividono gli stessi seguaci della filosofia scientìfica. A scanso di facili equivoci aggiungo solo che la distinzione tra fenomeno e cosa in sé, da molti di loro, specialmente in Italia, respinta come teoria dualistica, è da me mantenuta in un senso strettamente ed esclusivamente gnoseologico. Se non la si ammette, tutto Tedificio di quella filosofia crolla, perchè la cono- scenza non sarebbe più relativa. Ma appunto perciò la distinzione ha un valore incontestabile, nota giustamente il WuNnx {Ùher die Anfgahe dar Philosophie in der Gtgenwart, Leipzig, 1874, p* 11 e s.), finché si rimane sul terreno della teoria della conoscenza, fuori di questo, vale a dire se presa a fondamento della spiegazione del reale, nesyoo. Se, come fa lo Spencer, si trasformi la cosa i^ sé in un assoluto inconoscibile e la si rappresenti quale un potere che sì manifesta nei fenomeni, allora si sono' superati i limiti dell'esperienza, ed è giustificata Taccusa di dualismo. Del pari e per la medesima ragione T ipotesi monistica è legittima finché concerne e mira a ricondurre ad unità i fenomeni, le loro forze e leggi; ma, se è traspor- tata a significare V unità dell' esserej implica la possibilità di conoscere fl fondo delle cose e diviene subito un'ipotesi metempirica» (g) Sulla teoria veramente fondamentale del momento qualitativo nel- r evoluzione ho insistito a lungo nel Programma di Sociologia^ Cap. XII. E v' insisteva contemporaneamente, approfondendola e chiarendola in t\itd i suoi aspetti, A, Angiulle nello stupendo libro La Jthsffia e la scuoia (Napoli, 1888, passim e specialmente p* 270 e ss.), che è stato pur troppo il testamento scientifico di quel gagliardo intelletto. Veggansi anche le pro- fonde osservazioni del Lewes nei Frohkmcs of Life and Mind, 1, 96 e ss. (io) H. Spencer, First Prìncipies, §§ 37 e 38. Anche nel modo come questi le intende la ragione d'essere delle filosofie speciah è negata dal mo espositore G» Cesca, L'evoluzionismo di Erherto Spencer, Verona-Padova, 18S3, p. 65. La questfone è stata ora ravvivata, e a proposito della filosofia del diritto, da V. Wautrain Cavagnari, La filosofia dd diritto secando i^ scisma vwderna, Bologna, 1888, §§ i e z^ il quale la risolve conformemente alla dottrina spenceriana per dimostrare che quella disciplina non può con- sistere^ come vorrebbero alcuni, in una ricerca delle leggi deirevoluzione giuridica. (11) Fra i molti che accettano e giustificano, per quanto per ragioni diverse, la nozione delle filosofìe particolari ricordo: E, De Robert y. La Sùciologie; Essai de philùsophit socioiogique, Paris, 1881, p, VI, — R. SCHIATTARELLA, / presupposti del diritto scientifico e questioni affini di filosofia contemporanea^ Palermo^ 1S85, p. 4 e 135- — P. Cogliolo, Filo- sofia dd diritto privato, § i . — A. Angiulli^ La filosofia e la scuola^ p. 20 e 33. Più specialmente la illustra H, Girard, La phiiosophie sdsn- tifique, Paris-Eruxelles^ 18S0, p. 31 e ss,, che dalla filosofia ultima o cen- trale distingue la filosofia di un gruppo di scienze e la filosofia di una scienza, assegnando come contenuto costante della ricerca filosofica da una parte la sintesi, dall'altra la determinazione del r entità scientifica od obbiet- tivo e del metodo. Ma meglio delle giustificazioni astratte giovano le appli- cazioni concrete, e di queste è ricchissima la letteratura scientifica contem- poranea. E che cosa è in fondo la grande opera dì A, Comtè, se non una coordinazione delle filosofie delle scienze fondamentali ? Né si creda che sieno i soli positivisti che le ammettono. Pochi ne hanno formulato così esplicitamente e cosi precisanaente la teoria come lo Schopenauer, « Hat jede Wissenschaftj egli scrive, noch ihre specielie Phjosophie..» Hierunter ist nicbts Anderes zu verstehen, aìs die Hauptresultate jeder Wissenschaft selbst vom hòchsten, d. h, allgemeinsten Standpunkt aus, der innerhalb derselben mòghch ist, betrachtet und ausammengefasst, .. Diese Specialphi' losophien stehen vermittelnd zwischen ìhren spedellen Wissenschaften und — 73 — <i^r eigentlichin Philosophie etc. ». (Cfr. Die We/i ah Wilk und Vcrsttl- lT€^zg^ Leipzig, 1873, Zweiter Band, Kap. la, pag* 140 e s,). Anche il AVuNDT nel suo recente Syst€m der Philosophie^ Leipzig, 1889, Einleitung, 11 J, p. 33 e ss., dividendo e s\iddivìdendo la filosofia in varie parti, riesce da. nltimo a filosofie speciali che riguardano singoli gruppi dì fenomeni vuoi della natura, vnoi dello spirito, compreso fra i secondi pure il diritto. Ho insistito su questi richiami perchè a qualcuno è sembrato che il parlare della filosofia di una scienza fosse quasi nna strana novità.. (la) W. DiLTHEV, Einhitung in dit Geìsicswissensckaftm: Versuck einer 4^undUgung fur das Studium dir Gesellsckaft und der Geukichte, Leipzig, 1883, p, 145. {\'^''Emmriii'ìqq d^^a}gì}ttHÌjg fJÀv yàg téXog àkTJéetmf TZQaHstxìjc d'EQyov. Aristotelis, Metaphysica^ II, i, 4, La stessa distinzione in Platone, Poli- iìcus^ 25S, e, (14) Sarebbe superfluo ricordare come tanto il Comte quanto lo Spencer tengano fermo il concetto tradizionale delle scienze pratiche^ giu- stificato da J* Stuart Mill nel System oj Logic rattocinative and inductive, Book VI, ph* XII, Più specialmente per V etica è da tener conto della nozione che come scienza normativa ne dà il Wundt, Ethik: Bine Unter- zuchung der Thatsachen der sittUchen Lehens, Stuttgart, 1886, Eìnleitung, p, 1-14, e della profonda dimostrazione delVANGiULtr^ La filosofia e la scuola, p. 16 e ss-^ 80 e ss., 347 e ss,, il quale l'allarga fino a farne la filosofia pratica universale. (15) A, Lasson, System der Rtehtsphilosophie, Berlin und Leipzig, iSSa, § 2* Egli si riferisce appunto all' etica ed alla filosofia del diritto, che dovrebbero essere reine Theorie von dem was istj nicht eine Anweisyng za dem was sein solite. v (16) Così per A. Fkanck [Les prtmipes du droit nel Journal des Savants, lanv, 1 889) se la sociologia fosse una vera scienza, cosa secondo lui impossibile fino a concepirsi, la filosofia del diritto, o meglio il diritto naturale, sarebbe necessariamente in essa assorbito. Ne ha' voluto invece dimostrare la compatibilità H, Joly {Le droit naturd et la science sociale Bella Nouvelle Revue^ 1" lanv. 1887); ma non può dirsi una conciliazione riuscita perchè non sono stati esattamente posti i termini della questione^ e le cose da conciliare intese in un senso che non è vero. (r7) Si vegga il citato Programma di sociologia^ passim e in particolare Cap, ni e IV. (18) Cosi lo SCHiATTARELLA, uuo dei più decisi sostenitori del con- cetto evolutivo, nei citati Presupposti del diritto scientifico, p. 1 e s., 134 e ss,, Goerentemente alla definizione delle filosofie particolari in gfenere, man- ^ — 74 — tiene la denominazione tradizionale. Fra j molti che ne faupo invece un^ parte della sociologia ricordo: P, Alex, Du droit et du positivhmsy Paris, 1876, p. 14 e ss»; Tu. G, Masaryk, Vcrsuch eintr concrtUn Logik (C/^s- sificaiion und Organisatiùn dcr Wissenschafien}^ Wien, 1887, § 65 ; e<J É, Dltrkiheim, C&urs de science sociale^ Le fon d ouverture^ Paris, iBSS, p. s 3^, il quale anzi, dimenticando i precedenti che pure contano i sistemi più roo - derni, afferma il diritto sollevarsi da pura arte a dignità di scienza, soltanto mediante rapplicazione recentissimamente tentata dei principi e dei metodi sociologici. La trattazione più sistematica e più schiettamente filosofica eli e sia stata fatta in questo senso, per quanto se ne debba dissentire su molti punti fondamentali, è quella di R. Ardegò, Movendo dalla considerazione che la form^ione jiaturale della giustizia costituisce il fatto caratteristico dell'organismo sociale, egli riduce la sociologia ad una vera e propria filosofia del diritto. Cfr: la sua Morale dei Positivisti^ Padova, 1885, p. S, 407 e ss. e la Sociologìa, Padova, 1886, passim. Dovendo limitarmi ad accennare soltanto ciò che vi è di più saliente e comune nei nuovi sistemi, duolnaì non potere q^ui, come pur vorrei, distinguerli e classificarli metodicamente, ricordare ad uno ad uno i principali almeno dei loro autori o^sostenitorì, e porre in rilievo speciale quello che si è fatto e si viene facendo in Italia- (19) GH studi odierni intorno al momento psicologico del diritto e i loro precedenti si trovano ora riassunti nel libro di G. Vadala Papale, Dati psicologici nella dottrina giuridica € sociale di G . B. Vico^ Roma, 18S9. (ao) H Maine stesso ha delineato magistralmente lo scopo e Timpor* tanza della ricostruzicyie delle idee giuridiche primitive n^XY^Ancìeni Lmx^^ Ch. V, e 1 vantaggi del metodo comparativo nelle Villagt-Communities in the East and ìVesl, Lecture I. Cfr. pure ivi a p. 203 e ss, (Ed, London^ 188 1) Tàe ^ects ùf observation of India on modem earopean thought. (21) Isolata e affatto priva di fondamento è a questo riguardo Topì- nìone sostenuta d^ Cogliolo nei Saggi sopra l'evoluzione del diritto pri- vato, Cap. VI, e nella Filosofia del diritto privato, § i. Mentre vuole in- dotte mediante *la comparazione le leggi generali del fenomeno giurìdico, dichiara poi né fattibile né utile lo studio del fenomeno stesso presso tutti i popoli e tempi ; e insegna doversi prendere ad esame — cosa secondo lui permessa e consigliata dalla logica positiva — i fenomeni tipici^ bastando per r induzione anche un solo diritto storico che abbia, come il romano, completezza di sviluppo, o sia passato, come il germanico in materia di proprietà, per tutte le fasi evolutive possibili. Coslj aggiunge, fanno le scienze naturali, cosi fa la mineralogia che sceglie il cristallo più puro e più perfetto, SenoncHfe l'esempio non solo non è a proposito, ma prova tutto l'opposto, perchè tra i fatti naturali ed ì sodali, insegna davvero la — 75 — logica positiva, corre una differenza grandissima riguardo al valore tìpico; e appunto al fatto del trovani questo in tnininao grado nei secondi — tantoché il Rumelin ha potuto dire essere tifica l'unità nella natura e in- dividuale nel mondo umano — è dovuta la necessità assoluta della più larga comparazione possibile, sia storica, sia statistica. Né vale il dire, come fa il CoGLiOLOj che diventa superfluo ripetere più volte una uguale osser- vazione, quando si sa che nelle stesse condizioni sociali non può a meno di sorgere una stessa regola di diritto* Lo si sa però perchè ce lo dice r indagine comparativa, e non già in forza del principio astratto di analogia. Se r analogia si potesse applicare in questo modo nelle scienze storiche, sarebbe davvero un sistema comodo ; conosciuta la storia di un popolo, sì farebbe presto a conoscere quella di tutti gli altri ; invece di studiare i fatti, basterebbe dire: deve essere accaduto così. Mala somiglianza delle condizioni sociali, sulla quale si fonda tutto il ragionamento analogico, è precisamente ciò che deve essere prima constatato e dimostrato. Del resto non la mineralogia, ma la linguistica, la mitologia comparata e la scienza delle religioni possono ofirirci il modello di ciò che occorre fare nel campo del diritto. Una comparazione ristretta a pochi fatti, peggio poi ad un fatto solo, è contradizione ed ironia ad un tempo ; una filosofia giuridica fondata sui pretesi diritti tipici non significa altro che il ritorno a quelle vedute ristrette ed esclusive, che per tanto tempo hanno reso impossibile una filosofia degna di questo nome, e dalle quali il metodo comparativo ci ha liberato. Quali sieno i caratteri, Festensione e gli intenti delle ricerche com- parate nel campo dei fenomeni sociali, puè vedersi nel mio s«wlto. Lo studio comparativo dei le raz^e inferiori nella sociologia contemporanea^ Perugia, 1884. Per quanto però riguarda la ricostruzione delle origini dell'incivilimento ricavata in via indiretta ed analogica ^dalla- osservazione dei popoli selvaggi, c'è bisogno, come ho detto nel Programma di sociologia^ Gap, XIX, di sottoporre sifiatto metodo ad una ulteriore revisione critica, circondarlo di maggiori cautele, circoscriverlo dentro limiti più rigorosi. Non v'è da spe- rare di giungere a risultati soddisfacenti nella soluzione dei gravissimi pro- blemi dell'origine del diritto e delle istituzioni primitive, se prima non si sia ben sicuri e concordi sul valore che si può legittimamente attribuire ai dati etnografici, e sul rapporto che corre fra le razze inferiori e Tuomo deUa preistoria. (22) A. Bastian, Die Hechtsverhàiinisse bei verschiedenen V'élkern der Mrdti Ein Beitrag sur virgleichenden Eihnologie^ Berlin, 1872. (a 3) Alludo alla Zeitsckrift filr vtrghichenden Recktswissenschaft che sotto la direzione dei tre ricordati scrittori sf pubblica a Stuttgart ^no dal 1878. Neirartìcolo che ne costituisce il programma, Ubtr Zweck und Mittd i — 76 — dcr vcrgkkhemUn Rechi swisstnsihajt (Erster Bandr p. i'3S)j e ne 11' altro Vhtr die Grundlagtn der RcehUentwkheìung bd den indagermanische^ V^i* kern (Ivi, Zw. B,, p. 255 e ss.), il BERNHorx assegna appunto come ultima meta della nuova disciplina trovare la legge generale dell' evoluzione giu- rìdica e dare un fondamento scientiiÌGO alla filosofia del diritto» II programrna della scuola è riassunto anche da J. Kohler, Rechisgeschkhte und I^ec/its- iniwkkeiungy Ivi, Ftinf. B., p* 321-334 — Da^R^ccht ah Kiditurerschciriu^^* Einieitung in die vergkichende Rechfswissenschaft^ Wii^^bu^g, iSSg. L'applicazione dei dati dell' etnologia ueOa filosofia del diritto Tton è però senza precedenti. Sebbene precoce per difetto di materiale empirico, tuttavia rimane sempre cooie il tentativo più notevole quello di K. F. Voll- CRATF^, StautS'Und Rechtsphilosùphit auf Grundlage eimr wisstnschaftiichen Menscìun und Vólktrkunde (Cfr. Neue Ausgabe v. J. Held, Frankfurt, 1S64), Se poi si prescinde dalla più larga base del metodo etnologico, non va di- menticato che il nostro E. Amari {Critica di una sciettza delie kgisiazìani tomparak^ Genova, 1857) sì fondava sulla comparazione per assorgere ad una sintesi potente di filosofia della storia del diritto* Ma dei precedenti ve ne ha uno che a ratti sovrasta, tutti meravigliosamente li anticipa. QueUe die oggi si chiamano scoperte^ induzioni, ricostruzioni, dovute a lunghe e faticose ricerche, erano divinazioni pel genio di Vico» (34) L' intento filosofico -giuri dico che A. H, Post si è proposto e prosegue da molti anni con infaticabile costanza, \ ha designato egli stesso più volte. Cfr. Bausteine filr einc aiigemeine Rechiswissenschaft auf verghi- chtnd-ethn&Iagiiicher Basis, OldenUurg, 1880-1, §§ i e 132 — Die Grundla- gen des Rechts und die Grundziige seiner Enhmckelungsge$chichte : Leitge- danken filr den Aufbau einer allgemeinen Rechi swissensckaft auf saciologischer Basis, Oldenburg, 1884, §§. 1-4 C59 *— Einleitung in das Studium der €ihnologischen Jurtsprudtnz^ Oldenburg, 1886, passim, (25) F, Dahn, Die Vernunft im Rechi^ Grundlagm der RechtspMlo- Sophie, Berlin, 1879 — Vam Wesen und Wer den des Rechis ntìla. Zeit. filr vergi, Rechtsw.j Zw. B., p, i-io, Drit, B.j p. 1-16 — Rechisphilotophischt Siudien sopra citati. Pure riconoscendo le grandi benemerenze del Dahn per la fondazione di una filosofia scientifica dei diritto, non si può dissi- mulare che egli rischia di comprometterne gravemente la positività, intro- ducendo un elemento che in modo troppo chiaro tradisce la sua origine razionalista. Voler trovarela radice ideale del diritto in un bisogno teo- retico e logico che ha la ragione di sussumere il parricolaie nel generale^ e quella dello stato nella tendenza della ragione stessa all'uno, al neces- sario, all' universale, significa partire da una premessa, la quale non è un dato forbitoci né dair osservazione psicologica, né da quella storica. I bi- sogni e le tendenze del pensiero generano la riflessione scientifica, non già il diritto e !e istituzioni polìtiche; \ ùpinla mcessitafìs che si afferma nella coscienza giuridica e sulla quale il Dahn fonda Itutto il suo ragionamento, altro non è se non un riflesso ideale delle necessità della vita sociale. Per vederci qualche cosa dì più fa d'uopo arrivare all'assurdo di supporre negli uomini delle società primitive la mentalità di un filosofo. (a 6) Cfr. E. J. Bekker, Uòer din Mtchtsifegriff n^là. Zeitsch, f, vergL J^echtsw. Erst. E*^ p. 95-116, (37) Cfr, A. RtviER, Discours de prorectarat ch^ ^teztò.^YIntr&du€H(m hìstorique au droit romaiuy Bruxelles, 1881, p- 69-77. (38) W. ScHUPPE, Die Methoden der RechtspkUosùphu nella Zdtsch. f. vergi, Rechtsw. Fiinf. B,, p. 209-274. In un* altra sua opera, Grundmgi dir Ethik und RickUphiiùSQphie^ Breslau, 188 1, trovasi applicato il metodo e sviluppato il sistema, che egli contrappone a quello comparativo. {29) È in questo trasferimento dello studio del diritto al suo conte- nuto che propriamente risiede la novità della cosa. Ma non è ana novità la considerazione dell' elemento sociale e dei rapporti reali della vita nem- meno nella trattazione filosofica del diritto. Anzi nella storia di questa si rivela nel seno stesso della scuola metafisica come reazione alF astrazione razionalista^ che Kant e Fichte avevano portato al grado più alto. Pos- sono quindi trovarsene i precedenti nello Schellikg, neir Hegel, nello Stahl, nel Trend elemburc, più specialmente ed ampiamente nel Krausk e Dell' Ahrens, Pel lettore italiano c'è appena bisog:no di aggiungere il nome di Roma gnosi, sommo maestro anche in ciò, soprattutto nel rilevare la connessione dell' elemento giuridico coli' economico. La tendenza a con- siderare la filosofia del diritto colla larghezza di vedute, che deriva dal porre mente ai rapporti, è caratteristica nei nostri scrittori. H FfLOMUSi Guelfi [Enciclopedia i filosofia del diritto^ Roma, 1S76, p. 9 e s., 38 e s.) ha delineato un programma dì filosofia del diritto e dello stato, in cui è fatta larga parte alla scienza sociale. Da questa trae il Gabba nelle sue Confcrenzi nuova e viva luce per la soluzione di problemi giuridici. Più di- rettamente sottopone ■ il Carle ad un profondo studio la viia del diritto nei utoi rapporti colla vita sociale. Il Cavagnari insiste nel porre in rilievo la necessità di stabilire gli intimi nessi del diritto colla totalità di questa e con tutto Torganismo della civiltà, deducendola dalla considerazione dell'eie* mento storico di quello {Corso moderna di filosofia del diritto^ Padova, iSSz)* Il Mira GLIA vuole che la filosofia d^ diritto sia anche cognizione dei supremi principi dell'organismo sociale {Filosofia del diritto, Napoli, 1885, p. 99)^ la ricongiuiJle all*economia e rileva acutamente l'aspetto economico dei sin- goli istitud. Il Liov^ allorché tratta dell'oggetto del diritto, vi comprende, i analizzandoli ad uno ad tino, i vari ordini di cultura {Della filosofia ,^e£ di- ritto^ Firenze, 1S87-8). E si potrebbero moltiplicare ie citazioni ricordando i più giovani, come lo Sc*attarella, il Puglia, il Rava, TAgnetta Gen- tile, il Vadala Papale, il Wautrain Cavagnari, I'Abate Longo, il Mar- LETTAj il Bonelu, il MiCELf etc, che aderiscono o più s'avvicinano al po- sitivismo e alla sociologia. (30) Cfr, L. V, Stein, System der Staatswissenschafl^ Zweiter Band, Die Gesellsehaftsiehre, Stuttgart und Augsburg, 1856, p. 51*73 — G^egen- wart und Zukunft der Rtchts-und Staaiswissensckaft Dtutschlands^ Stutt- gart, 1S76, passim j dove la dottrina è largamente sviluppata e applicata. Quali che sieno le riserve da fare riguardo al suo sistema filosofico e so- ciologico, nonostante il grave difetto di separare artificialmente la perso- nalità da tuttocià in cui realmente si manifesta, e così sottrarla al flusso deir evoluzione, nonostante le arbitrarie e sistematiche ricostruzioni storiche, lo Stein ci offre un modello stupendo di quello che valga a rinnovare in un senso largo, comprensivo e veramente organico la concezione del diriEÉO il porre a suo fondamento la scienza sociale. (31) Uno dei principali sostenitori di questo indirizzo è il Dankwardt, Nationalókonofuie und Jurisprudenz^ Ro stock, 1857-9 — National'ókùnomisch- civilistische Studim, Leipzig, 1862-9. Applicandolo ad un caso speciale ha studiato la struttura economico -tecnica del diritto K v,. Bòhm-Bawerk, Rexhte und Verhdltnissc vom Siandpunkte der volkswirihschaftlichen Gilier- lehre, Innsbruck, 1881, Cfr. specialmente il § IL {32) K. Marx, Zur Kritik der poUtischen Oekommù^ Berlin, 1859, Vorrede — G. De Gre£F, Introducti$n à la sociologie, Prem. Part., Bru- xelles-PariSj 1886, Chap. II e VII, Con maggiore larghezza, e de ducendo ne tutte le conseguenze colla coerenza logica propria della sua mente pode- rosa, ha sviluppato questa idea il nostro Loria. La legge della dinamica sociale fondata sull'economia, obbiettivo costante di tutti i suoi scritti, è ora da lui riassunta e formulata -néM Analisi della proprietà capitalistica, Torino, 1889. Il rapporto fra Pnomo e la terra, alla sua volta generato dall'incremento della popolazione, determina il rapporto economico fra uomo ed uomo, e col variare di questo variano corrispondentemente le molte- plici forme della vita e del pensiero, i rapporti domestici, giuridici e po- litici, le idee religiose e filosofiche, il modo di concepire la moralità e la giustizia. Cfr Voi. II, p. 465 e ss. Riassumo e non discuto, sperando di potere, quando che sia, giustificare i dutbi che su queste costruzioni sin- tetiche ho sollevato nel Programma di Sociologia, Gap. V. Un egregio sociologo, alla cui benevolenza sento il debito di professarmi piftblicamente grato, N. CoLAjANNf, La sociologia criminale, Catania, 1883, Voi. II, p. 454, imi appunta di non ammettere la pjeeminenza del fenomeno economico, riaentre pure riconosco che esso preesiste ed è condizione perchè tutti gli a.ltrl si producano. Ma io aveva espressamente detto che m quAto senso la preeminenza è un dato di fatto incontestabile, restringendo le mie obbie- :&ionì all'altro ben diverso significato che le si vuol dare da chi colla sola economia spiega Y intera vita sociale. Può bene una cosa essere condizione airesistenza ed allo sviluppo di un*altra, ma ciò non implica menomamente che ne sia nel tempo stesso anche la causa determinante» (33) R. JherinGj Der Zmeck ini Recht^ Zw. Aufl-, Leipzig^ 1884-6. Si confrontino specialmente i Kap. VII e Vili, e per seguire il processo del suo pensiero si tenga conto del concetto del diritto che aveva già formu- lato in senso realistico nel Gdst des r Omise hen Rechis auf den verschudenm Stufen sdner Entwickdung^ § 71. (34) A, E. F. SCHAFFLE, Bau uftd Zcèen dcs sociaien Korpcrs, VII, 2. (35) Anche il Pachmann nello scritto già ricordato, t/òer die gegen- wàrtìge Bewegiwg in der RechisTjuissenschafi, § I^ mette benìssimo in rilievo V insufficienza del nuovo indirizzo riguardo alla filosofia del diritto, che vuol mantenuta distinta. Non si riesce però ad intendere in che egh la faccia consistere, assegnandole troppo vagamente lo scopo di generalizzare le idee giuridiche fondamentali continue e comuni a tutta \ umanità. (36) Cfr. J. Stuart Mill, On Utiiitarianism, Ch. V. — H, Spencer, The Data of Ethics, g§ 8 e 99. — G. v. GrzYCKT, Maralphilvsùphie ge- meinversiàndiich dar g€ steli t, Leipzig, iSSS^ Erst. Abschn'., § 2. — G. Cèsca, La morali della filosofia scientifica^ Verona -Padova, 1886, § 5. (37)A*FourLLÉE, Critique des sysilmes de mar aie cùntemporains, Conclus. — E idée moderne du droit^ Liv, IV, § S ^ ConcL Per le stesse ragioni deve ritenersi infondata l' accusa di incoerenza che ripetutamente egli muove allo Spencer, per aver lasciato il suo inconoscibile nel! inerzia e privo di rife- rimento alla moralità. Sebbene il filosofo inglese faccia illegittimamente del- l' inconoscibile una realtà assoluta, pure non poteva nemmeno lui determi- narlo più oltre senza con tradirsi, (38) W* Dilthey, Einleitung in die Geisieswissenschafien^ ai e, p. 99 e s. Va tenuto conto dell'opinione di questo scrittore che si è accinto — e già ce ne ha dato un saggio che è una grande promessa — alla vasta impresa di sistemare su basi critiche quelle che molti continuano a chia- mare le scienze dello spirito. Del resto egli non esclude che la divisione del lavoro e le esigenze didattiche possano consigliare di mantenere ancora distinta la filosofia del diritto. (39) Il WuNDT {Logia: Eine Unttrsuckung der Principien der Erkent- niss und der Methoden wissensckaftlicher Eorschung, Zw. B., Stuttgart. 1883, i — èo — p, 60 1 e ss.) mentre dimostra non potersi il diritto sottrarre alla conside- razione filosofica, anche egli la distingue in due parti. Tona storica che rientra nJa filosofia della storia, T altra etica che si collega all' etica gene- rale e mira a valutare le forme giuridiche reali alla stregua delle norme etiche, e a trame induzioni per T ulteriore sviluppo etico del diritto* Si vegga anche quello che dice m^ Ethik s. e*, p, 484 e ss. (40) Giustamente insiste il Cogliolo sulla necessità di ricercare questo elemento specifico, ricavandolo dalla storia intima degh istituti giuridici - Evoluzione del diritto privato^ Gap. I e V; Filosofia del diritto^ § 2, {41) Questa teoria secondo me fondamentale della storicità trovasi largamente esposta nel mio Programma di sociologia^ Gap. XV, e posta in rapporto colle leggi del progresso sociale nei miei Saggi critici sulla teoria^ sociologica della popolazione. Città di Castello, iS86| passim. A questi ri- mando il lettore anche per l'applicazione concreta, per quanto circoscritta ad un caso speciale, della teoria etico-giuridica qui sostenuta, (42) Non sarà inutile, per eliminare il pericolo di false interpetrazioni, avvertire che le condizioni di esistenza ^ono una cosa ben diversa dalle condizioni di fatto^ onde risulta lo stato generale di una società. Erronea- mente vengono confuse spesse volte le une colle altre. Giusta il significato proprio della parola, le condizioni alle quali è sottoposto un essere vivente designano dò che ad esso è necessario perchè la sua vita possa preservarsi ed espandersi, (43) La teoria sopra accennata con cui io Stein spiega il diritto con- siste appunto nel riferirlo alla composizione organica della società e al modo onde la forza sociale si distribuisce fra i vari ordini e classi- Cfr, Die Ge- selhchaftshhrt s. e, passim e in specie p. 56-73 ; Gegenwart und Zu- kunft dtr Rechts^und Staaiswissenschaft^ s, e, II, 4 e IH. Lo Jher[ng {J^er Zweck im Eecht, Kap, Vili, § 2) & derivare il diritto dal prepotere dei più forti, che per proprio vantaggio, per saggia e interessata politica pon- gono essi stessi delle limitazioni alla forza» Pel Gumplowicz poi dall' urto di gruppi sociali eterogenei e dalla signoria dei più forti sui piii deboli assoggettai nascono ad un parto lo stato e il diritto, che necessariamente significano servitù e disuguaglianza. La sociologia pessimista ritorna così alle idee di Trasimaco. Gfr. Grundriss der Sociologie, Wien, 18S5, IV, §§ 6-S e appendice a p. 237 e ss. Fra i sostenitori di questo sistema va annoverato anche M. A. Vacca ro, che lo ha sviluppato di recente nel libro Genesi e funzione delle kggi penali ; Ricerche sociologiche^ Roma, i88g. (44) Ho accennato alle dottrine deirARtucò, ma un apprezzamento critico non può farsene senaa sottoporre ad ampia discussione tutto il suo sistema etico-giuridico. Mi limito quindi ad una sola osservazione. Egli V tiistixigue il diritto positivo, opera del potere costituito e funzionante nella società, da quello che clfl^i^' diritto naturalt o potenziale, dal diritto cioè corrispondente alle idealità sdtiali assolutamente vere e giuste, quindi as- saitito come la natura onde emerge. Ma se si intende il diritto naturale nel senso attribuito dal positivismo alla parola naturalità, perchè non do- vretbe dirsi tale anche il diritto positivo, che pure, secondo T Aroigò, è «ieterminato e prodptto dalle idealità sociali? Non è diritto naturale, egli aggiunge, anzi non è diritto vero se non Rutilo fondato sulla natura del* /* z^omo che vuole Uberamente secondo i dettami della ragione. Ciò fa dubitare c"h€ la parola sia presa in un doppio significato, 1' uno proprio della filo- sofia naturalistica, l'altro mutuato al linguaggio del vecchio diritto di na- tura. Perchè il potere da cui emanano le prescrizioni è un potere violento e tirannico, esse non sono meno una naturalità. Se invece si vuol trovare nella natura una ragione giustificatrice, allora fa d'uopo che lo sia non solo rispetto al diritto positivo, sibbene anche rispetto alle stesse idealità sociali. Al fondamento intrinseco di queste sembra alludere I'Aruigò nella Fska- iogia come scienza posiiiva (Mantova, 1883, Parte ST, § i), dove dice che la loro formazione non ha un valore semplicemente soggettivo, perchè il lavoro dell'individuo e della società nel produrle ha la sua ragione nella stessa statura per la quale agiscono, come la forma che assume il seroe germogliando. < E come la forma assunta dal seme per la germogliazione, pili che sé stessa, rappresenta quell'ordine di cose, che ha determinato la formazione della specie vegetale a cui appartiene, cosi Fidea di un uomo, pili che r operazione accidentale, soggettiva, variabilissima di esso, rappre- renta, secondo che dicono giustamente gli ontofogisti, quell'ordine assoluto e immutabile, almeno qiianto la natura, nel quale è la ragione oggettiva del fatto »* Ma, se questa può essere una spiegazione psicologica della for- mazione deiridea, siamo ancora ben lontani dal concetto di una esigenza ^ naturale a cui risponda la formazione storica del diritto, e che serva di base ad una teoria razionale di esso. Le idee dell^ Ardigò qui discusse pos- sono vedersi principalmente nella Morale dei positivisti s. c-, Lib. I, Parte II", Cap. 4; Parte 111% Gap. i, e -aéìsi Sociologia s. e, Gap. I, §§ 5-8 ; Gap. HI, §§ 5 e 6. (45) SopHOCLis, Antigone, vv, 449-455. (46) Si vegga la magistrale ricostruzione storico -critica di A- Chiap- PELLI, Sulle teorie sociali dei Sofisti Grecia Napoli, 1889, p. 30 e ss. (47) R. Arbigò, Sociologia, Cap* II, § 4, (48) Pel concetto della statica sociale e per le deduzioni che da questa debbono trarre l'etica, il diritto, la politica, veggasi il mio Programma di Sociologia, Cap. XVIJ, k (49) È il pensiero dell' Espjnas riferito nella nota 5. (50)* Lo studio fortunatamente ora nnas(|eote delle opere .del Roma- gnosi dispensa dall' addurre citazioni. Basti Vicordare V Assunto prima iieila scienza del diritto naturale^ passim, e soprattallo il § 3. Una certa affinità colla teoria spenceriana ha pure quella di Jhering, pel quale il diritto as- sicura le condizioni di esistenza {Lebensòedingungen) della società, M^a, oltreché egli non tiene conto che della società sola e riesce a fare di questa il soggetto finale del diritto, mira più ad una spiegazione storica che ad una ricerca razionale del fondamento del diritto stesso ; non pone in rilievo il momento della causazione necessaria ; non dà, delle condizioni di esi- stenza un* idea compiuta ed esatta ; ne esagera la relatività, e finisce col farle apparire come qualche cosa dì soggettivo* Cfr. Der Zwtck im Rec/zf^ Kap. Vm, § 12. Ad ogni modo però il suo sistema così vigorosamente pensato, cosi ricco dì idee larghe e feconde^ segna sempre un avvenimento importante nella storia della filosofìa del diritto. Chi poi sfa addentro nella 'storia dei sistemi etico-giuridici f%cilmente potrà da sé rilevare che le condizioni di esistenza^ come le intende la filo- sofia positiva^ non hanno affinità di sorta, nonostante V apparente somiglianza dei vocaboli, con quelle alle quali riporta la nozione del diritto la scuola dì Krause» e dì vero per questa scuola, il cui pensiero è lucidamente ia* terpetrato dall' Ah re NS {Nafurrechi oder Phihsùphie des Eechts und des Staates^ §§ 17-20), le condizioni di esistenza stanno a designare quei rap- , porti dì reciproca determinazione e dì mutua dipendenza^ che neir ordine sociale legano le une alle altre le varie sfere di persone e di beni. Cosa ben diversa da vere e proprie leggi che rappresentano le esigenze della vita in comune. Data una cosi sostanziale differenza, rimane esclusa la pos- sibilità che si ripetano riguardo al concetto del diritto, come è stato qui delineato, le obbiezioni mosse comunemente alla cosi detta teorìa della con- dizionalità* (51) La teoria dello Spencer intorno al diritto è abbastanza nota, ma non lo è altrettanto la prima fase per la quale è passata. 11 punto di par- tenza per la ricostruzione del suo pensiero va cercato nella Social Statics ; or the conditions esscntial to human happiness specified, London, 1850 (New- York, 1877, alla quale edizione bisogna riferirsi, perchè arricchita di ag- giunte e di importanti dichiarazioni dell'Autore intorno al valore che ora accorda alle sue dottrine di un tempo). Questa in sostanza e principal- mente costituisce una vera e propria filosofia del diritto, una teorìa delPeqna costituzione della società e delle giuste relazioni fra gli uomini {system of equitf). Dopo avere combattuto l'utilitarismo {the doctrine of txpcdicncy) e la opinione di coloro che da Archelao in giù ripetono non esservi un giusto — S3 — per natura, ma solo per legge, lo Spencer assegna qual fondameDto della morale ^ del diritto T attuazione delFIdea Divina. Dio vuole la felicità del- l' uomo, e questa si raggiunge solo coir uniformarsi alle leggi deiresistenza, le quali sono assolute ed inflessibili, e, determinando una connessione in^ dissolubile tra le cause e gli effetti, tra la condotta e i rtsultadp determi- nano anche ciò che è necessariamente bene o male, giusto od ingiusto. Se al benessere umano è indispensabile T esercizio delle facoltii, ne conseguono il dovere delP esercizio da una parte e dall' altra il diritto, cioè la libertà uguale per tutti, entrambi del pari voluti da Dio, Un sistema etico cosi assoluto non può tenere conto delle imperfezioni attuali, quindi rappre- senta la hgge deir umanità ideale. Eliminato il concetto teologico e teleo- logico, Videa fondamentale del sistema, tanto nella parte che è vera e legittima, quanto in quella affatto insostenibile, nonostante le grandi meta- morfosi subite, rimane anche nelle dottrine posteriori del filosofo inglese. (Per quel che riguarda il diritto si confrontino Frison Eikia negli Mssays — Frindples of Psychohgy^ § 5^4 — Tìic Data &f Ethics, passim, e più specialmente Ch. Vili, IX, XYI — Principks of Socwiogy, F, Politicai ìnstihdians, §§534 e 567 — Tht Man versus ihe Siate, Ch. IV). Rimane la ragione intrinseca della morale e del diritto desunta dalle condizioni di esistenza; rimane, anzi s'accentua via via fino ad incontrarsi colla scuola del diritto naturale, T idea che il diritto non è creato dallo stato, ma de- riva dai rapporti stabiliti dalla natura. Ma anche l' elemento teologico Don è sparito secondo me del tutto ; e questo serve a spiegare, come ho ac- cennato nel testo, quello che v' è di meno accettabile tìel sistema. Parlando della costituzione necessaria delle cose, lo Spencer pare ancora animato da quel sentimento mìstico, che nasce dalla rappresentazione di una volontà soprannaturale. Le idee di un pensatore (e qual pensatore I) non si inten- dono, se non si rifa, per cosi dire, la storia della sua mente. È per questo che mi sono trattenuto a richiamarne i precedenti. (52) Cfr. H, Spencer, Principies 0/ Socioi&gy^ V^ FùHHcal Insiitutiims^ § 534- (53) Giuseppe Levi inaugurava il suo corso colla splendida prolusione: Dti caratteri megiio determinante la filosofia di G. D. Romagnosi, veduto specialmente nella dottrina filosofica dei diritto^ Parma, 1S85. I t i A OPERE DI GIURISPRUDENZA PUBBLICATI DALLA CASi EDIXHICE DONATO TEDESCHI & FIGLIO VERONA . IL IMO CODICE DI COHERCII ' ILLUSTRATO dagli Avvocati Ascoli Prospero — Borafflo Le&ne, Prof, d di' Università di Parma — Cafuci Eugenio — Cuiinì Emanuc re, Direttore deUa Gazzella Ledale — Vi vanto Cesarei Prof. deirUniverailà di Bologna — Supino Davide, Prof, dell' Un ivefsìlà di Pisa — Moriara Lodovico, Prof, dell' UDlversità di Pisa — Marghìeri Alberto^ Prof, deir Università di fiapoli, ' n presente commentario è diviso in otto volumi e così distribuito : Voh L — Titoli I a Vili del libro I commentati dairAw, Leone Bolaffio. IL — Titolo IX dal Prof. Alberto Marghieri (completo). IIL — Titolo X dal Prof. Davide Supino (completo). IV. — Titoli XI a XIII dairAw. Eugenio Caluci (com- pkto), , V, — Titoli XIV a XVI dal Prof, Cesare Vivante (com- pleto). » VI. — Libro II dairAvv. Prospero Ascoli (completo)'. VII. — Libro III dairAvv, Emanuele Cuzzeri. » Vili. — Libro IV dairAvv. Lodovico Mortara (completo). CONDIZIONI DI ASSOCIAZIONE » L L'opera consterà di circa 50 fascicoli in-S a due co- lonne di pag. 80 al prezzo di L. 1.50 ciascuno. Terona ~ Donato Tedeschi e Figlio — Terona. — 86 — n. n pagamento dei fascicoli si effettuerà ad ogni quattro anticipatamente mediante invio di Vaglia di L. 6 alla Casa. Editrice in Verona. in. L'associazione importa elezione di domicilio in Verona* IV. Compiuta Ik pubblicazione dell* opera, se ne aumen- terà il prezzo. JPtfòòMeafe Atmpen^e 49* Sotto i to^^ehit dimpewèum 43-44, . È oramai troppo nota la grande importanza di quest'o- pera: è il più completo commento sul Codice di Commercio, e senza perderci in maggiori parole su questa nostra impor- tante .pubblicazione, ci è cosa grata riferire quanto scriveva YBco di Giurisprudenza Commerciale nel N. 17 del 15 set- tembre 1888: € Sono infatti completi i volumi III, V e VI ed è pros- simo ad esserlo anche il IV, Il volume IH, dovuto al- l'egregio Prof. DAvroE Supino, contiene il commento del Titolo X, libro I del Codice di Commercio, ossia tratta delle cambiali e dell'assegno cambiario- Il volume V con- tiene il commento ai Titoli XIV a XVI ed è particolar- mente dedicato all'importante materia delle assicurazioni, nella quale è competentissimo il Prof. Vivante, che ne è l'autore. Il volume VI, opera dell'illustre Aw. Prospero Ascoli è dedicato al Diritto 'marittimo. € Non è nostro intendimento ragionare qui dei pregi di ciascuno di questi volumi ; possiamo però assicurare i nostri associati che nessuno di essi smentisce la bella fama che nel campo della scienza giuridica commerciale hanno già acquistato i rispettivi autori. E F ottima riuscita di questi tre volumi, non che il nome di quegli egregi, cui è affidato il compimento degli altri, assicurano all'opera intrapresa dai diligenti editori Donato Tedeschi e Figlio, il primato sopra ogni altro commento finora pubblicato intorno al nuovo Co- dice di Commercio >. Terona — Donato Tedeschi e Figlio — Terona - «7 - IL CODICE ITALIANO DI PROCEDURA CIVILE ILLUSTRATO DALL'AVV. CAV. EMANUELE gUZZERI SECONDA EDIZIONE corretta e aximeaUla, ttonteneule la raccolta della ginrlspmdfflata a tutto 11 ISSI e completata ùòW Annuario della Ftvcedura Oivìle. mm : Tol I L.ÌO - Yol II e III L 6 cìascniKi - Tol. IV L. 10, Tolnme V sotto i torcliu m Di quest' opera così scrive recentemente nel Bibliofiio (anno V, n* i) T illustre comm, Carlo Lezzi, presidente alla Corte di appello di Bologna: € Il Cuzzeri è un procedurista di primo ordine; la prima edizione del suo Commento da tutti lodato fu ben tosto esaurita. Questa non è una ristampa, ma opera da capo a fondo rifatta, in cui colle più studiose e intelligenti cure si è tenuto conto di tutto ciò che può interessare la pra- tica del Foro, e si è fatta una sintesi veramente magistrale delle dottrine, e una critica arguta sì di queste come della giurisprudenza, oltre a copiosi e continui raffronti. Co- scienziosamente consigliamo di provvedersi di quest'opera chiunque non sia in grado di formarsi o non abbia tempo di consultare per ogni questione una intera raccolta di libri di procedura cfvile ». Alla pubblicazione del Voi. IV or , ora uscito cosi si esprime la Rivista Italiana pelle scienze Giuridiche di Roma ; € Non è per raccomandare questo magistrale commento del codice di procedura, che annunciamo la recente pubbli- cazione di un altro volume della seconda edizione ; poiché Teroaa — Donata led^scM e Figlia — Verona i -- 88 - • * il lavoro det Cuzzeri da gran tempo ormai non ha bisogno di raccomandazioni. Il volume testé venuto in luce, il quarto interessa in particolare maniera gli studiosi del diritto giudi- ziario per la imporl;^nza degli argomentF che vi sono com- presi. Ne indichiamo i principali: Querela di falso; Peren- zione d'istanza; Contumacia; Azioni possessorie. Anche questa volta il valente autore ci presenta un vero e completo rifa- cimento della sua opera già accolta con tanto e meritato favore. Ed il rifacimento attesta il molto e fine ingegno» il grande amore e lo studio costante. Tutto quanto è stato scritto neir ultimo decennio sulle materie trattate nel presente volume, è conos<3uto dallesimio procedurista: tutte le nuove controversie che si sono agitate nel foro hanno fornito tema alla di lui meditazione ^ e codesta copia di materiali arricchisce la illustrazione dei •singoli articoli del codice, già così egre- giamente fatta nella prima edizione. E in tutte le questioni nuove e vecchie, il Cùzzeri reca la nota originale del suo pensiero acuto ed illuitiinato, dove enunciando opinio'nì sue proprie, dove corroborando con nuovi ed efficaci argomenti quelle a cui aderisce, dove esercitando una critica serena e temperata che vince quasi sempre le dottrine combattute. Nel felice avvivamento degli studi sul diritto giudiziario in Italia non poca è stata la parte del Cuzzeri fin da quando iniziò la pubblicazione del suo commento, il quale se non ebbe da principio le forme e lo sviluppo di un lavoro scientifico, fu però guida ed ausilio prezioso anche ai più valenti fra coloro che trattarono poi della procedura in forma dottrinale. La nuova edizione pone l'autore in un posto eminente anco fra 1 teorici, non pochi dei quali possono invidiargli la 'completa erudizione, la pronta intelligenza di tutti i problemi, il retto criterio che lo conduce alla ricerca delle soluzioni *. Terana — Donato Teseseli 1 e Figlio — Terona - 89 - mWim DELLA PROCEDURA CIVILE Diretto dairAvv. Cav, EMANUELE CUZZERl ÀEDeaiice alla mmk ^Mm m ConiiÉElo al Coaice il ProcaSiira CMe Hello stesso autore Preiio (fogni voìmma L %0^ , i a die vaiunÈt pubblicaii li* 70. L* Annuario contiene tutte le sentenze e gli scritti pub- blicati nei diversi periodici di giurisprudenza e moltissimi arti- coli originali estesi dai più chiari scrittori d* Italia, relativamente alla procedura civile ed alFor din amento giudiziario, nonché un commento alle leggi ed un cenno sulle opere uscite nell'anno che a queste materie si riferiscono. Il primo volume racchiude la giurisprudenza del .1882, e l'ultimo volume (VII) quella del 1885 e perciò T Annuario completa il Commento, di guisa che coloro i quali possederanno r uno e r altro, senza ricorrere ad . altre opere e giornali, avranno quanto loro potrà abbisognare per la soluzione di qualsiasi questione concernente il rito civile, Deir Annuario se ne pubblicarono sette volumi, di circa pagine 700 ciascuno. Sotto stampa il primo fascicolo del volume Vili (1890)^ V abbonamento pelC intera annata costa L. 10. Terona — Donato Tedeschi Figlio — Terona AMft ^* — 9° — Aioario cito ili Mwàm Mmià COMPILATO DAI PEOPESSOEI ERCOLE TIDABI e LEONE BOLIFFIO Anno VI (18SS) Anno II. HI, IV, V, L. 26 • « Questo Aaniiario che vede la luce da cinque anni raccoglie tutte le deci— «ioni uscite durante ognìftfho sulif^riuova legislazione commerciate e le illu- stra risalendo ai phncipiì fondamentali della materia. È dunque la collezione più completa di giurisprudenza pratica 3ul nuovo Codice di Commercio. E perciò che la Ditta editrice ritenne di farne qui un'Appendice al proprio Commento al Codice di Commercio. E perché l'opera riuscisse per quanto è possibile perfetta ottenne che vi collaborassero, non solo gli egregi redattori prof. Vidari e Bolafflo, ma sì ancora gli altri giuristi che attendono al Com- mento delle singole partì del Codice. In tal modo il Commento è sempre messo al corrente della giurisprudenza, e ^Annuario diventa un indispensabile com- plemento deiropera dottrinale con tanto farore aceolta dagli studiosi italiani, CONDIZIONI DI ASSOCIAZIONE L'opera consterà di 5 dispense circa di fogli 6 di stampa a tutta pa^na nello stesso formato del nostro Commento al Codice di Comm^ercio, al prezzo di L, 1.50 cadauna. Si è pubblicalo il primo, ftecondo^ terzo e quarto fascicolo dell'anno VI (ISSO). ^ Il quinto &. sotto i torchi. Riportiamo quanto scrive nel sao giornale l'egregio signor L» Sampolo ; E. ViDARi; L. BOLAFFEO — ^rm^^'ario critico della Giurisprudenza commer- ciale, anno IV (1886) — D. Tedeschi e Figlio, Verona — IS87. Alla prima è succeduta a breve intervallo la seconda dispensa, la quale ha principio con la parola Cambiale, seguita da queste: Capitano; Check; Commerciante; Commissione, e finisce con la parola Competenza. Vi si trat- tano importanti questioni di diritto cambiario, tra le quali notiamo le se- guenti: La girata e l'avallo devono sempre e necessariamente contenere it nome e cognome di colui che si *sottoscrive ? Per conservare l'azione cam- biaria contro r avallante, il protesto deve farsi anclie al domicilio a danno deiravallante? II difetto di una cambiale stesa originariamente in bollo in- sufflciente è difetto radica^p, o può sanarsi col regolarizzare il titolo, nei riguardi del bollo prima di presentarlo in giudizio? Di quale natura debbono essere le eccDzioni personali che il debitore cambiario può opporre per la sospensione della condanna al pagamento ? Le osservazioni sono tutte Armate dal chiarissimo prof, Leone Bolafdo- L, SAMPOLO- Terona — Donato Tedeschi e Figlio — Verona Biblioteca Siuridica Nazionale -*o*p^o-o-sp- Inauguriamo la nostra BIBLIOTECA GIURIDICA NA- [RIONALE coti l'opera: ] iiffl 1 il ■ M mi DI L. TARTUFARI I VoL di pag. 416 circa in 8 grande — L. T. opera che ottenne il* premio Romagnosi, istituito presso la R- Università di Parma, — È lavoro che, per la novità della tesi, per il modo originale con coi è svolta, e per la lar- ghezza delle ricerche^ troverà indubbiamente accoglienza fe- stosa presso i cultori delle scienze legali. La nostra BIBLIOTECA GIURIDICA NAZIONALE, cosi inaugurata, vuole distinguersi dalle altre che si pubbli* cano in Italia» Essa è specialmente diretta a far conoscere gli ingegni più promettenti e più colti dei giovani usciti dalle nostre Università, i quali ottennero, pei lavori compiuti, il plauso dei loro maestri od un posto di perfezionamento al- l' interno o allestero. Terona — Donato Tedeaclii e Figlio — Terona Noi aprìamo così un nuovo arringo airattività scientifica dei giovani, i quali sentono come la dignità della patria si consolida e sì eleva, sopra tutto^ col prestìgio delle scienze e delle lettere* Nella nostra opera siamo sorretti dal consiglio autorevole di alcuni 'professori delle Università italiane. I quali non hanno il compito di vagliare in sede d appello il giudizio già favore- volmente emesso dai loro colleghi. Questo compito, né essi avrebbero accettato, ne noi avremmo loro offerto* Bensì di affidarci sul carattere speciale che deve avere un* opera per rispondere alle esigenze della pubblicità. Una ricerca storica^ la conciliazione di leggi romane, possono avere, ad esempio^ una importanza scientifica eccezionale \ senza che per questo la loro illustrazione interessi la maggioranza dei lettori. Ciò non significa — è opportuno intenderci — che il- criterio pratico sia sovrano nella nostra Collezione. Anzi di- ciamo subito che in essa non figureranno né com mentì, né compilazioni, né volgarizzamenti di legge o di giurisprudenza^ La BIBLIOTECA GIURIDICA NAZIONALE è campo riser- vato alla scienza. Ma a quella scienza , che non astrae dalla realtà; che si svincola dalF empirismo, dalla casuistica, senza però dimenticare la vita in cui il diritto fimziona^ e per cui soltanto funziona. La BIBLIOTECA rappresenterà queir illumi* nato connubio dell' elemento teorico e del pratico^ che solo può creare una letteratura giuridica rigogliosa, solidamente basata sopra la sapienza dei nostri maggiori, ma continuamente vivificata dall' esperienza. Terona — Donato TedescM e Figlio — Terona ^//r/^ ECONOMIA E DIRITTO LE OPEEAllI DI CREDI LE CARTELLE AGRARIE ' DELI.' A VV. ALBERTO ERRiqpA Prof, titolare nei II. Istituto Tecnica e Prof, incancctto nella fi. Università di l^apoli * SOHMAHLO ; Testo delle Leggi e del Regolamenti sul Credilo Agrario - Decreti h Girtolarij Moduli, Formnltì — Regolamenti ÌDternì per 1* esercìzio d&l Credito Agrario — GoDsiderazlo&i eco- nomiche © giuridiche — Norme pratiche -^ Manuale per i prostitl e i conti correnti agrari, per i mutui ipotecari, per lo emissioni delle cartello da 100 e da 200 lire - Leglalaaione comparata — Statistica — Bibliografia. • f YoL di pag. S20 circa in-8 grande — L. 5- L' importanza di questa ^pera risalta non soltanto dalla indiscutibile competenza dell'esimio autore e dalla cura messa dallo stesso nel farla, ma anche dair argomento che è palpitante d'attualità. Per gli uomini di affari giova couoscere l'indole di queste cartella da loo e 200 lire che saranno emesse per parecchi milioni ; i proprietari, gli agricoltori vorranno sapere come possono ottenere prestiti agrari, conti correnti agrari, mutui ipotecari con le nuove leggi, pubblicate nel 1887 e 88 e non ancora bene cono- sciute. Gli avvocati, i notai, gli impiegati agli ufììci di registro, i consiglieri comunali e provinciali, i professori di diritto negli Istituti tecnici e nelle Università, gli uomini politici non hanno ancora un hbro che si occupi, completamente, del nuovo privilegio agrario, delle innovazioni fatte al Co- dice civile, del nuovo registro che dovrà essere tenuto presso l' ufficio delle ipoteche, delle differenze giuiidiche fra credito fondiario e agrario, secondo le leggi ed i regolamenti, che, quest'anno, avranno una pratica attuazione. Quest'opera inoltre è un manuale indispensabile per tutti gli Istituti di Credito ordinario, agrario e fondiario. Eanche popolari, Casse di risp*- mio. I Sindaci ed i Prefetti avranno fii ^ssa, per la prima volta, una rac- colta delle circolari, dei moduli, ^deUe istruzioni date dal Governo. Avendo Fautore unita alla parte prettamente scientifica, un largo cor- redo di nozioni pratiche, di documenti, di statuti, di statistiche, il suo trattato troverà favorevole accoglienza presso il pubblico. Terona — Donato Tedeschi e Figlio — Verona 4 Togliamo da! Orrkre di Napoli del 33-24 Agosto 1889, N. 234: n Banco ed il Credito agrario, Napoli ha avuto il meriEo di iniziare il credito agrìcolo per me^zo dell' on. conte Giusso; ora imo degli insegnanti deir Università napoletana pubblica la prima opera completa sulle nuove leggi e sul regolamento in proposito. Il libro del prof Alberto Errerà € Zi ùperazioni di crediiù ava- ria e k cartelle agrarie (Verona, D, Tedeschi e Figlio 1889) > tratta la questione economica, giuridica e statistica: analizza il credito agrario ili Italia e all'estero; è il vade mecum dei proprietari, delle banche popolari, degli avvocati e dei depìitati che si occuperanno di ciò» Inoltre, sarà utile consultarlo per le questioni generali sulle imposte e sulla legislazione fon- diaria, ' ^ Raccomandiamo l'opera a quanti desiderano di avere cognizioni teo- riche e pratiche in proposito; essa è poi indispensabile nelle librerie ^i ogni uomo còlto, che vuole conoscere il problema più grave che s' agiti in Italia, cioè del credito, dell'agricoltura. Alla iniziativa del conte Girolamo Giusso fa riscontro questo risveglio di opere del Capuano, del Mortara e sopratutto di Alberto Errerà. Togliamo 'dal Corriere di Napoli del 27-28 Agosto \%%^t N*^ 238: Un libro utile. Negli ozi campestri la questione del benacsere dei contadini, dei pìc- coli e grandi proprietari, ritoma alla mente « al cuore degli italiani. L'editore Tedeschi di Verona ha ora data alla luce un'opera di un nostro economista, il prof. Alberto Errerà, che si intitola : Operazioni di credito agrario^ e che sì può leggere cosi dai dotti come dai profani, Mentre il pubblico avrà fra breve la gradita sorpresa di cartelle emesse dal Banco di T^apoli a vantaggio degli agricoltori, in tutta Italia questo libro dell' Errerà le presenta a noi tutti, dicendo come sono fatte, a che valgono e in quale modo si può acquistarne. Fatta la presentazione di un titolo^ che non è di speculazione, ma di vero benefìcio all' agricoltura V Errerà prende occasione per descrivere le condizioni agricole dell'Italia, confron- tandole con quelle degli altri paesi. Nulla gli sfugge: il contadino e T u- suraio : i processi recenti per le rivoluzioni rurali : la crisi e le imposte : le riforme fatte e da fare. In molte cose l'Erfera si dichiara dell'opinione che il Corriere ha sempre sostenuta: in altre fa proposte proprie che do- vrebbero essere accolte dai proprietari e dal Parlamento. * Il libro è quasi di occasione, malgrado il metodo scientifico, e sarà di buona compagnia nella villeggiatura per quelli che si raccolgono nel silenzio per operare cose utili alla patria, all' Italia^ che è e sarà agricola per quanto noi abitanti della città talvolta sembriamo dimenticarcelo. Terona — Danaio Tedeschi e Figlia — Terona - 9S - CODICE PENALE ITALIANO COMMENTATO - dairiTT. LUIGI MAJNO COI lavori preparatori, con la dottrina e con la giurisprudenza. La imminente attuazione del nuovo codice, che deve unificare la 'legislazione penale del nostro paese, ci ha fatto pensare alla opportunità di un Commento che possa pronta- mente valere come sussidio per la pratica applicazione. E ne abbiamo affidato T incarico air^rt^* M^èmìì/Ì MMaJwèa dli btMnaii ,, e M*è-af. di Di^in& IRe^ui^ uitU-' MÌve;»*3Ìttk fif M*ntyÌ€M e già noto ai cultori delle crimi- nali discipline per varie monografie e per la ultimazione del- l'opera di Borsani e Casorati sulla procedura penale. Il commento sarà fatto secondo lo stesso programma con cui gli illustri giuristi Ascoli, Bolaffi o, Caluci, Cuzzeri, Marghierì, Mortara, Supino e Vivante impresero il commento ad codice di commercio, edito da noi e tutt'ora in corso di pubblicazione. Sarà quindi fatto sulla scorta della dottrina e dei lavori preparatori in quanto utili ad illustrare le disposi- zioni del codice, avendo pure riguardo alla giurisprudenza siccome pratica guida per la risoluzione delle questioni con- troverse. Il Commento al nuovo codice penale consterà di circa 8 fascicoli, ciascuno di 5 fogli di stampa, di formato e tipi iden- tici a quelli del surricordato Commento al Codice di Com- mercio. Si è pubblicato il primo e secondo fascicolo, e i succes- sivi seguiranno, a intervalli non maggiori di tre mesi. Il prezzo d'associazione è fissato in L, 1.50 per ogni fascicolo pagabili ali* atto della consegna. Finita Tassociazione e quindi completata Topera il prezzo dei fascicoli sarà portato a L. 2.00. Teraiia — Donato Tedeschi e Figlio — Terona i PEREQUAZIONE FONDIARIA Testo àelia legge t mi^ im t Mi « Eegolanififlto 3 Afflato 1887 t 4871 con ircrmm^nfo deUa légg^ tavole di eonù^onto col re^olamettto e note per elascnn capo di «questo M'an. pL UOSE EMENO //. £tfie< f vof, in ^, (fi ^00 pag* circa — predio L. 6» ALTRE OPERE DI PROPRIA EDIZIONE BellaTite L. — Della respanaabililà dello Stato pei danùl aventi attinenza cnufiaU dìrMla ed indiretla con esso, 1 opuacolo in-8, — V^7Àoné Pnoliam. t voi. irv-8 Bibìfofpca Giuridica teorica-pratìt^a pubbl per cura deiravv. G. Teiìescbì: /. Trallatì dì Giun3pruden7,a storica dì F, C. Savìg-ny, 2 voi. in- 12. IL InslitQzioni di Gajus^ iii-12 IfL Le Fonti del Diritto CìvÌIr, in-t2 /K Introduzione al Manuale delle Pandette . , * * , * Boia filo prnt avv. tu — Nozioni elementari di Diritto Civile patrio ad uso degli Istituti tecnici. I voi, in-8 — Le principali Riforme del nuovo Codice di Commercio, 1 voi. in-S Boslo dott. C* — Deìla proprietà delle acque e della necessità dì rettificare la pratica vigente nel Veneto circa alla distinzione dì quelle in pubbliche e private. Cenni con raggiunta dei lesti di legge. 1 op, di pag. i3, in-8- Oaran! G« — Manuale di Contabilita Comunale, contenente tutte te Legi^i, Regolamenti, Massime di Giurisprudenza sulle Imposte e Sovraìmposte Co munalij ecc. ecc. 1 voi. in 8 di pag. G80 . , , . Codice dì Commi^rcio (il nuovo) del Regno d'Italia con le dìsposiziouì tran sitorìe. 1 voi ìn-32 >,.,,-., — Regolamento per l'attuazione del Codice dì Commercio del Regno d'Italia, i voi. in-32 — Disposiz. transitorie del Codice dì Coram. del Regno dltalia, 1 voi. in-312, — Disposizioni transitorie e Regolamento per l'attuazione del Codice dì com- mercio del Regno d' Italia. 1 voi in-3'2 . . • . - Codice Penale Itàl, — Testo con le disposizioni pell'attuazione. 1 voi. ìn^32 Fagioli avv. i* — Dell'impotenza virile al malrinsonio secondo il diritto e la medicina legale. 1 voL in42j 18S2 Lebrecht dott. G. — Il risparmio e la educazione del popolo. Studio sullo Casse dì Risparmio italiane ed estere. 1 voi. iu-12 di pag. iSS < Legge 29 giugno 1882 n. 83 S sulle tasse e depositi gìudiziaril col Regola- mento, approvato col R. Decreto 10 dicembre 1882 n. 1103 per la ese- cuzione aella Legge. 1 opuscolo ìn-8 , , , LeYÌ Li — La questione monetaria durante il Congresso dì Parigi del 1889. Morpnrgo E* — Roma e la Sapienza. Compendio di notizie storiche sulla Università Romana. 1 voi. in-S Monselice avv. Ugo, — Legge e Regolamento sulle Tasse e Depositi giù- diziafii, annotate. 1 opuscolo * * Stoppato A- — Infanticidio e procumto aborto. Studio di Giurisprudenza penale. 1 voi. in-12 Sopliio D. — Cambiale ed assegno bancario. Commento al titolo X del libro I del nuovo Codice dì Commercio. 1 gr. voi. in-8 , ToiìMo Gè — Sulla distribuzione della Ricchezza, 1 voi. in- 12 1 30] 3 801 2 — 1 1 tSOj 6 — ! i 2» - 30 - 30 - 80 1 m ì — a — - 90 - 7»i 2 - t m 3 ^ 10 - 3 -.► -^^SS^- Teraiia — Domito Tedeschi e Figlio — Terona RUUVO CODICE DI COMMERCIO ILLUSTRATO - '' ' -..io — Cusserf Ihannuci i^ '^' '•'•*"*'■•*, Prof. fk'irL'(iIr.-.-.,.n il i- "■ M 11,,.,. j, •..,-. ... i'ir,p - «arali i«rt Alberto. Prof. a«jmii»itrejj4 Il prosUHJ© Cotnmwiujj (i! e mvi-vo iu uiiu volumi ■striboilo : 'il' Vr.ì l - TiirtU r a Vra del LiJbiu 1 cammotiiati Uall'Avv. Lwae JJolaflio, " jj: — 1'"olo rx fJa) Prof. Alberto Mar?ìlti<«ri (comftff^in> 1 m. — Tjiojp X tìiU Prof. CI.. " IV. — Titoli XI 4 XJil <Jul!.;. .. i.Ui:vlHU > ,-> » V. - Titoli XrV a XVI ihì \>n>r. C-nm \ . ... ,. ,, ^..^i) • VII. — Libro ni .-li"", r .j Condizioni di Associasloae : L L'opera cnmùivh di circa 5i» fìtsoicoli Ij^^ u dite u-Utum) di pag. 80 ui pi-eznu di !>. l.BO cùiiicoriy. IL II pajT^nentQ dei fastìlcnli si efTetUiwli ad ouni quailro n,,. """'"";■ ""^ njediiinto Invio fl£ Vn^Iia di L. 6 altii Cai» Haìlrìcm UI : luu ira[X)rti» sfoaìone di <loraii5ÌlÌo in VeroniL uouipiuta lii publ>licaj|,me fkU'opei-a, -}« ne «qaiwtera il PubbttMlo rtiManic 42, — Botte I torciti: «tpeitn M-44. A^MAfiio \)]\\\ viummiiK rrvii.R ilm» iuUn SNNÙ VII - Vrm^ dui vt^ìmm i. Il», l/AiìnuaiJo tunlit'Hf^ luW.^ Ir' ^^^uìvu/a' e izìì imiti l'tiì/titìrall ufl tlrVcfii ni 4U ili' pi. rie. iiiiii <ii «Irc8 pgino 700 eroseti Sotto «ttuiDpa 11 I'* fiieitncol» ileiranoate Vili* 18ÙM, i-uiui iAKiuFARI DEI CONTRATTI A PAYOKE BI TERZI CODICE PENALE ITALIANO con affqluntq ff» Di$poir2toni Traf)$U9rit e le U1iiUH»nl pf?lf nppttgaiìonfs {follò stostò formato tn^cabìle ìd*^4* ottida KiIIzIoub U I.StK CODICE PENALE ITALIAN COMWCNTATO DALL' AVV. LUIGI MAJNO CJl \mn prepsTìlorl, cui l^i M II Elnrlsjriiilcnxi U Coiti tiiPii Io al nunvo Cùini^^i fii^nik conslerà di cirm S fnideoli, cin^tinu di 6 ] J s. Ili iti «1 i,.,. ^jÌ7V*« Sotto stampa il III fascicolo. 15:5jBr iS è pBtililicalo il M IV ilei Cddiwj IH Proceéira CiTlIe. r HARVARD LAW LIBRARY FROM THE LIBRARY OF RAMON DE DALMAU Y DE OLIVART MARQUÉS DE OLIVART Received December 31, 191 1  IL SISTEMA ETICO-GIURIDICO DI HERBERT SPENCER SomxaArio. — I. Dalla Statica Sociale alla Giustizia — Le idee mari del sistema — Necessità di rilevarle, — II. L’etica fondata sulla deduzione da rapporti di causalità naturale — Utilitari- smo razionale — SrexcEr e Romagnosi. — ILL. L'atica assoluta — Le condizioni di esistonza e le loro variazioni — Il criterio delia relatività storica. — IV. Fondamento del diritto nella natura delle cose — Conferma psicologica — Il diritto naturale, — V.1l reale e l'ideale nel corso dell'evoluzione — Riprova dell’indu- zione storica — Il progresso del diritto. — VI. La formula della giustizia — Ln legge biologica della sopravvivenza del più adat- to e l’iden individnalistica del diritto — La legge dell’equili- brio sociale e la coesistenza — Elemento individuale ed elemen- to sociale nel diritto — Conclusione. IL Un sistema filosofico non può dirsi compiuto se non comprende anche una teoria etico-giuridica. È la natura stessa della filosofia che lo esige; è la lo- gica delle sue dottrine che ve la conduce. Dal mo- mento che la filosofia mira a spiegare l'universo e la conoscenza che ne abbiamo, il posto dell’uomo nella natura, la vità e i suoi scopi, non può a meno. i di mettere in rapporto con questa spiegazione tutto — VI IL SISTEMA ETICO-GIURIDICO ot ciò che attiene all’operare umano. Tale esigenza viene anzi sentita tanto più vivamente, quanto più profonda è la persuasione che la scienza sia fa ta. per la vita; onde è avvenuto riguardo ad alcuni si-_ stemi filosofici che la soluzione del problema etic giuridico è stata considerata dai loro autori come È. meta finale, a cui tutto il resto doveva servire di preparazione, e a cui tutto doveva convergere. Qi NE sto appunto è il caso dello SpENCER il quale, inau- «2A gurata la sua attività di scrittore nel campo della Do filosofia pratica, ebbe poi ad elaborare tutto il eran- 3 dioso sistema di filosofia sintetica per ritornare là. rs donde era partito, avendo sempre, como egli stessc ; ne avverte, a scopo ultimo dell’opera sua trovare una base scientifica per i principî regolatori. della condotta. L'etica e più specialmente quella parte di essa che riguarda l’equa costituzione della società, la giustizia, considerata come la prima delle cond >. zioni essenziali della felicità umana, fu l’arsomento della Statica Sociale pubblicata nel 1850. Ed a ques e sta fa d’uopo risalire per ricostruire la storia de lin pensiero etico-giuridico dello SPENCER, per c prenderne le trasformazioni successive, e soprattut per colpire certe idee madri le quali, mentre dann a quel pensiero l'impronta caratteristica e ne d terminano l’intrinseco valore, ne costituiscono anche il fondo rimasto costante, per quanto via via corretto integrato con altri elementi, e ricongiunto al siste ma filosofico generale nel frattempo elaborato dal l'Autore. Prendendo le mosse dalla Statica Social : sì può seguire passo passo lo sviluppo che viene fa- "ag cendo nella mente di lui la teoria della giustizia e di del diritto. Liberata dal presupposto teologico e se fondata già su hase rigorosamente scientifica, Veli Si DI HERBERT SPENCER vir teoria fin dal 1860 riapparisce nelle sue linee gene-. Veda E; rali e viene applicata alla penalità nel saggio sul- V'Etica della Prigione; è avvalorata nei Primi Prin- È 200 cipî, in quanto implica un alto ideale da raggiungere, dalla previsione che l'ideale sarà effettivamente rea- lizzato in quello stato ultimo di equilibrio, verso cui tende l’evoluzione progressiva dell'umanità; si arricchisce dal lato psicologico di complementi no- tevoli mediante l’analisi del sentimento e dell’idea della giustizia, che fa parte dei Principî di Psicolo- 4 gia; trova nuove conferme nelle induzioni ricavate nei Principî di Sociologia da quegli aspetti della fe- nomenologia sociale che più da vicino vi si riferi scono; riceve una formulazione più rigorosa e di- MG viene parte integrante di una teoria più generale, allorchè nei Dati dell’Etica vengono poste le basi di tutto il sistema dei principî concernenti la condotta; {°° nell’ Individuo contro lo Stato è riaffermata energica- | È mente per dedurne la soluzione del primo e più A grave dei problemi etico-politici; finalmente prende i le più vaste proporzioni di una trattazione speciale e sistematica esclusivamente dedicata alla Giustizia, di cui il saggio sull’Etica Politica assoluta costituisce una specie di programma. Il libro della Giustizia è dunque l’ultima e più : compiuta espressione del pensiero dello SpPENOER su questo argomento. Ma è naturale che, volendo approfondirlo ed apprezzarlo adeguatamente, non sì possa prescindere dagli altri scritti precedenti e dal rapporto con tutto il rimanente della dottrina dI sofica di lui, al di fuori della quale, come accade — ogniqualvolta si tratta di un grande pensatore, sa- rebbo inesplicabile. È appunto dal fondo dî quella | dottrina che scaturiscono le idee ul Fontamioa So Ù È VIII IL SISTEMA ETICO-GIURIDICO tali e caratteristiche del sistema, alle quali feci lusione e che mi propongo qui di porre in rilievo, di rilevarle c'è grande bisogno, perchè in esse è ripos l’importanza vera del sistema stesso; sono esse che racchiudono l'elemento vitale, che Tappresentano acquisto durevole, che costituiscono un progresso ve-_ ro; sono esse che hanno contribuito e potranno vie più contribuire, purchè si voglia e si sappia giovarsene! al rinnovamento scientifico sia dell’etica in generale, della filosofia del diritto. Quindi vanno sceverat distinte da altre che non hanno uguale valore, t: tochè non raccolsero e non possono raccogliere l’ad sione di chi, professandosi indipendente seguace delli SPENCER, vuole restare rigidamente fedele alle pre- messe critiche e sperimentali del suo evoluzionis e da quelle stesse premesse deduce la necessità di. correzioni e complementi, soprattutto nel campo de applicazioni sociologiche ed etiche. A. quali e quanti discussioni queste abbiano dato luogo, e come nel seno stesso della scuola si sieno manifestati profondi | dissensi, lo dice tutta una letteratura che conta chi anni ed è già abbastanza copiosa. Da essa si può raccogliere come alcuni seguaci della filosofia 2 scientifica, giudicando non conformi ai principî d: questa certe dottrine dell’etica spenceriana, sie affrettati a respingerla tutta quanta e posti per conto loro a tentare altre vie, facendo interamente o pres sochè interamente astrazione da quella. Non hanno avvertito che bisognava invece sottoporla a rigor ‘revisione critica, prima di stabilire fin dove s'avesse a dichiararla inaccettabile ; non hanno compreso co- n me quelle stesse dottrine, che loro ripugnano, non. DI HERBERT SPENCER IL cho essi professano. E se ciò è accaduto per l'etica in genere, tanto più avrebbe dovuto verifica la teoria giuridica; anzi rsi per questa per alcuni rispetti e addirittura meraviglia ed ‘he scandalo in certi evoluzionisti. è stata fatta sufficiente avrebbe dovuto destar an Ma non vi attenzione, nonostante che qualche avveritmento non sia mancato intorno al vero carattere della dottrina giuridica spenceriana!, Ora che questa apparisce nella veste di una tratta- sione compiuta e speciale, diverrà oggetto di stadi più profondi; e i dissensi, se ne può essere certi, sa- ranno vivissimi, alte le meraviglie, fiera le prote- Ma si avrebbe gran torto anche qui di non distinguere ciò che è conforme ai principî del eri- ticismo e del positivismo da ciò che non lo è, Vele- mento essenziale, legittimo e vitale dall’elemento accidentale, arbitrario \e caduco. È di quello che va tenuto conto; è su quello che bisogna insistere, procedendo anche, se è necessario; a rettificarlo ed a compierlo, come lo esige per sua natura la filo- sofia scientifica, che non è circolo chiuso di formule assolute e definitive, ma progressiva integrazione di verità. 1 Fin dal 18S8 nel Programma critico di sociologia (Cap. VIII, e poi con maggiori sviluppi nel Problema della filosofia del ni- itto ($ XII), io abbi a rilevare il rapporto della dottrina dello Srrxcer colla scuola del diritto naturale, e, pure adilitando la necessità di rettifiche e di complementi, insistetti nel mostrarne le piena legittimità e l’alto valore, in quanto mira a stabilire il fondamento intrinseco e ln giustificazione razionale della” morale e del diritto. Mi permetto questo ricordo personale an, che perchè mi fornisco occasione ad avvertire, una yolta per sempre, che in quei due miei scritti e nell'altro più recente, Gli studi di H. Sumner Maiîne è le dottrine della filosofia del diritto; il lottore potrà trovare la conferma ed una dimostrazione più ampia, sia sotto l'aspotto della oritica, sin sotto l'aspetto della ricostruzione, delle cose dette qui. IL SISTEMA ETICO-GIURIDICO de Di accingersi a tale lavoro, sia pure nei limiti angusti di una prefazione, v'ha anche una ragione di opportunità. Non è improbabile che qualche av- versario della filosofia scientifica, facendosi forte di quelle parti della teoria etico-giuridica dello Spen- CER che rientrano, o gli sembrano rientrare, nell’or- dine d'idee da lui vagheggiato, trascurando le altre, e soprattutto dimenticando gli indissolubili rapporti ; con tutto il resto del sistema, cada nell’equivoco dî È ritenere e pretenda poi far passare la Giustizia per l'opposto di ciò che è in sostanza. Può essere an- che che ci accada di vedere esaltato il caposcuola dell’evoluzionismo, come se avesse cessato di esserlo #9 solo perchè parla di diritto naturale, di etica ASSO luta, di principî a priori. Data siffatta ipotesi, sarà fica bene fino da ora mostrare a questi avversari la 1 o= a cessità di andare molto cauti, di non fidarsi troppo ai dell’insperato soccorso, e in particolar modo di non perder di vista il fondo della dottrina, perchè in fondo c'è appunto quella filosofia che essi combat- tono e disprezzano. L'accettazione anche parziale, — che facessero della teoria, potrebbe essere per loro A e = molto pericolosa, oltrechè sarebbe sempre una vera | Su ingenuità. ‘Per lo meno dovrebbe agitarli il sospetto che turbava l'animo di Margherita, allorchè Faust or le parlava di Dio: quelle cose all'incirca le diceva | anche il parroco; ma le diceva in un modo diverso! i II pas É palo 1° 00 Se non si sapesse quante ragioni possono con- | correre ad impedire l’adeguata comprensione den pensiero altrui, potrebbe sembrare strano essersi di solito avvertito ed apprezzato mono nel sistema e v em ci renzia, non ‘solo pel nome ma per E, di da altri sistemi nei quali, eccettuatone eri tip gli & si avvicina; quell’ idea o fa inte me) il carattere della necessità. Si tratta di sap un'azione sia ‘ed abbia ad essere. riputa cattiva, giusta od ingiusta. Vece tormenta la coscienza umana, eacui sia mai riusciti a comporre il lor Alla volontà di un potere s RISO di questo, fa ricorso la Gan lazioni intime della coscienza, r ed infallibile, si affida l’intuizionismo della ragione ed alle leggi del pens dell’ethos, risale l’ idealismo; dall’os effetti utili o dannosi corivindi RD sere MG empirico ricava lo SRO lu cerca etica alla constatazione. in fatto, senza preoccuparsi d pagano dell'autorità che alla. dallo stesso processo d S convincimenti della coscion: a sa zioni di. un pone impera : N: Ar xIÎ IL SISTEMA ETICO-GIURIDICO spiegazioni di necessità intrinseca o non v'ha ATAOS] cia, o non è abbastanza giustificata, o non scaturi- sce da dimostrazione scientifica. La vera necessità intrinseca, risponde invece lo SPENCER, è quella che si fonda su rapporti di causalità naturale. ‘Pol modo stesso onde le cose sono costituite, esiste un Tapporto uniforme e costante fra causa ed effetto, fra l’azione e i suoi risultati. Certi modi di condotta produco- no conseguenze vantaggiose, certi altri producono conseguenze funeste ; a le producono necessariamente, Quindi ciò che è bene o male, giusto od ingiusto, lo è in forza di questa necessità; esiste una ragione intrinseca per dichiararlo tale, e por subordinare la condotta a norme corrispondenti. E poiché la na- tura delle cose, che determina il rapporto necessa- rio fra l’azione ed i risultati, si rivela nelle leggi della vita e nelle condizioni del suo completo svi- luppo nello stato sociale, segue che da quelle leggi e da queste condizioni si debbono dedurre le norme etiche tutte quante. Così l'etica diventa veramente scientifica assu- mendo a base quello stesso rapporto causale tra fe- nomeni, su cui riposa ogni altra cognizione sciontifica; 0 sodisfa le esigenze proprie di una ricerca oggettiva procedendo per deduzione rigorosa da leggi naturali antecedentemente accertate. E non basta, Una dot- trina della condotta che mira a ricondurre tutto le norme particolari di questa ad un principio unico, vuol essere ed è essenzialmente filosofica, Sotti questo aspetto il suo valore è misurato dal rapporto. che la lega colla dottrina della conoscenza o colla nozione sintetica dell’universo; fa d'uopo cioè che ‘6888 formi con queste un tutto coerente ed armonico in modo che l'ordine pratico coincida coll’ordine te DI HERBERT SPENCER XI—II Pensiero e ) 0 SPENCER sodisfa anche questa i di : È » Hdi vero, la spiegazione ultima che, procedendo di generalizzazione in generalizza- zione, la filosofia scientifica ci dà dell’ordine rico, Videale della vita colla RA, 7 € LI ; si dello coso. Ora l esposta teoria, sebbene] non l'abbia messo m evidenza, seconda condizione. ie SEA 2 cosmico, si assomma nel principio di causalità. D'altra dae te questo è anche supremo principio gnoseologico, condizione fondamentale di ogni conoscenza, legge dol pensiero implicata nella stessa nostra costituzio- ne mentale. Quindi, se alla causalità naturale risale la dottrina della condotta come ultimo suo fonda mento, segue che non solo convergono, ma s'imme- desimano e si unificano, la legge del sapere, la legge dell'essere, la logge dell’operare. | Wîha poi fra Pe tica e la concezione dell'universo un rapporto anche più immediato, quello che lo SPeNoER stesso ha tenuto a rilevare quale conseguenza del suo sistema filosofico. Da una parte l’universo è spiegato come una formazione naturale, come evoluzione; dall'altra l'etica, mostrando la necessità di uniformarsi alle condizioni di esistenza e valutando la condotta dal grado più o meno alto di questa corrispondenza, riesco a designare nell'adattamento la norma diret- trice della vita e nello sviluppo perfettivo il suo ideale: Così la vita è compresa qual parte integran- te dell'ordine cosmico, e la legge dell’operare umano sì risolve in una applicazione della legge dell'evo-. luzione universale; un’applicazione che concerne la forma più alta dell'evoluzione stessa, perchè conver- tita in idealità ed attuata in modo cosciente, riflesso, volontario, Quale è ora il nome di questo sistema che ripone la ragione della morale e del diritto nella causazione XIV IL SISTEMA ETICO-GIURIDICO necessaria? Lo SPENCER l’ha chiamato utilitarismo razionale. Nella Statica Sociale non aveva ancora questa designazione, e non poteva averla perchè il concetto fondamentale del sistema era combinato con 3 elementi teologici e teleologici, rappresentandovisi la ; costituzione delle cose come un ordinamento divino, e l’uniformarsi alle condizioni di esistenza como at- tuazione dell’Ylea Divina. Sostituita più tardi l'in- terpetrazione scientifica, venne anche il nome diretto a significare, ein modo non equivoco, la differenza. dall’utilitarismo empirico. C°è appena bisogno di avvertire che l’appellativo di razionale è preso qui in un senso affatto diverso da quello proprio della. ne: scuola razionalista, la quale faceva della morale e del diritto un prodotto del pensiero. Denota invece in questa, come in altre scienze, quel grado mag- n giore di perfezione che raggiungono quando, supe- i rato lo stadio induttivo, riescono a spiegare dedut- tivamente i fenomeni come conseguenze necessarie di una legge generalissima. La trasformazione quin- di dell’utilitarismo da empirico in razionale costi- tuisce un momento della massima importanza nella Storia dell’etica. L’utilitarismo empirico non va al di là delle generalizzazioni raccolto osservando gli effetti derivanti dalla condotta, ed è condannato a smarrirsi nel labirinto di calcoli incerti, soggettivi, variabili; non riesce a spiegare perchè quegli effetti necessariamente arrivino, e nemmeno quindi a ren- dere ragione della necessità della norma. L'utilità è un mero risultato, e il raggiungerlo dipende dal “U conformarsi alle condizioni di. esistenza, Ora, se si ripone nell’utilità il fondamento dell’ordine etico- giuridico e lo scopo immediato della condotta, si vie-. ne a fare del risultato un principio regolatore o del DI HERBERT SPENGER | consecutivum un constitutivum. Vero rismo empirico difende vigorosame zione; ma se un suo eminente I Sip@WICK, muove con successo gli a: iti co lati deboli del sistema spenceriano, no a scuotere la superiorità che a qu l’idea dei rapporti di causazione nece todo di dedurre dalla conoscenza dei rapp regole della condotta 1. IZ Aa i E o nell'avonisna quell idea con rigore sistematico facendoi saldo della teoria; ma, enunciata par incidentalmente, la si riscontra già in denti, compreso l’utilitario. Ve nh accennai, strettamente affine con quelli e certo a lui sconosciuto. Ki il sistemi nostro. Anche per RoMAGNOSI vo e il sapere pratico fanno capo al cipio, il concatenamento delle cause ed la necessità che erompe dai rapp ti rea tura. Tali rapporti costituiscono una leg antecedente, ossia un ordine necessario, ( mali, in vista del quale certe cause producono benefici effetti e certe altre € Per conseguire i beni ed evitare î mali allora che gli uomini nella loro condo 22 0 x st “RITO 1 H, Sipawicx, Mr. Spencer's Ethica! The methods of Ethics, Third Edit., London, Noa 4, Quanto sia profonda la differ a dichiarazione di Stuart Miti riguardo alla cer. Questa vuole che “si bra modi di azione tendono necessaria? IBID quali il contrario,. Eglisi ad eccezione della parola “ Ch. V). In questa riserva c'è to Miun, sn # ATe da bili XVI IL SISTEMA ETICO-GIURIDICO quell’ordine, e sia posto modo e regola alle relazioni sociali. Donde un ordine di diritti e di doveri, o legge naturale conseguente, che va dedotta dai rap- porti reali e necessari della natura. Così dalla na- cd tura sono poste le condizioni pel raggiungimento 2 dell'utilità; la vera utilità razionale, che consiste £ nella più felice conservazione accompagnata al più rapido e completo perfezionamento, dipende dall’at- tuazione della giustizia. Quindi l’utilità, per quanto formi un carattere perpetuo ed essenziale di qualun- que diritto e dovere, è sempre un effetto; e ne deriva teoricamente l’esicenza di risalire ai rapporti reali —— /{_° della natura e alle sue loggi indeclinabili, che FOTO la sorgente del bene e del male e determinano quel- l’effetto! Non fa bisogno di commenti per dimo- strare una affinità che si pone in'ilievo da sè e nel modo più evidente; come d’altra parte è superfluo aggiungere che sarebbe assurdo spingere il parallelo più oltre. Nel modo d’intendere i rapporti della | natura cominciano subito, e sostanziali, le differenze. Il concetto della causalità, la considerazione degli effetti intrinseci delle azioni, il processo di deduzio- ne da leggi naturali, questo c'è di comune; 0 questo È basta perchè, parlando di una corrente di pensiero — dalla quale, purchè congiunta con altre, potrà uscire il rinnovamento della filosofia morale e giuridica, si. possa e si debba associare il nome de? due grandi filosofi. } ue 1 G. D. Roxaaxosr, Assunto primo della scienza del diritto na- E turale, 68 1, 2, A, 17; Introduzione allo studio del diritto pubblico universale, 870; Genesi del diritto penate, 88 994-1009; Zstituzioni A Cito soltantoi civile Mosofia ossia Giurisprudenza teorica, 8 1408, passi più salienti, DI HERBERT SPENCER XVII TODI Senonchè la geniale e feconda dottrina dell’uti- litarismo razionale perde molto del suo valore pel modo onde lo SPENCER intende le condizioni di esì- stenza, e quindi i caratteri dell’etica. Egli, l'autore di una filosofia per cui tutto perennemente sì tra- sforma, considera, ed ha sempre considerato, come uniformi e permanenti le condizioni di esistenza, le condizioni, secondo lui, necessarie per una vita com- pleta nello stato di associazione. Da queste deduce una legge oetico-giuridica invariabile, universale, as- soluta, la quale per conseguenza non può essere altro che la legge propria di quello stato ideale, verso cui l’evoluzione no Sospingerebbe; propria cioè di un’umanità perfetta, di uomini completamente adattati alla vita sociale. Donde la concezione di un giusto in sè, a cui corrisponderà, come è detto nei Principî di Psicologia, la formazione di sentimenti fissi ed universali !; donde la distinzione fra l’etica assoluta © l'etica relativa. La prima, seguendo un pro- cesso metodico che è quello stesso della meccanica astratta, a cui viene con signiticantissimo paragone rassomigliata, stabilisce quali sieno le eque relazioni fra individui perfetti in una società ideale, o per ciò non può tenere conto alcuno, come fa la seconda, delle circostanze e delle esigenze proprie di forme di associazione puramente transitorie. Così, per un esempio caratteristico, la subordinazione dell’indi- viduo e il suo eventuale sacrificio al bene comune, nel caso di guerra difensiva, sono giustificati dal- l'etica relativa, e quindi finchè dura il conflitto dei gruppi, non già dall’otica assoluta che è l’etica dello 1 Cfr, s 624, XVIII IL SISTEMA ETICO-GIURIDICO Stato permanentemente pacifico, e, come tale, incon- L dizionatamente afferma la legge dell’uguale libertà, dalla quale non possono essere riconosciute per le- gittime altro che le limitazioni reclamate dalle ne- cessità della coesistenza. i Ora è stato appunto tale carattere assegnato al- l’etica e alle sue leggi una delle cause che più ha contribuito a procurare oppositori alla teoria, e ad impedire che se ne vedessero i pregi. Obbiezioni gravissime furono sollevate, nè lo SPENCER è riu- scito, rispondendovi, a rimuoverle; anzi colle appli-. cazioni concrete e particolari, fatte adesso dell’idea | sua nella Giustizia, le ha giustificato più che mai, Lt 3 Si prescinda pure dalla legittimità dell'ipotesi di uno stato di completo adattamento, e dalla possi- bilità di prevedere in modo definito quali ne sareb-. bero la natura e le condizioni. Resta sempre, ed implica contradizione, che la legge dell’uguale li- | bertà, affermata come propria di condizioni sociali | F: ideali e perciò affatto diverse dalle nostre, venga poi in realtà assunta, e largamente, a regola anche di queste, tantochè non sì sa dove finisca l’etica re- lativa e dove cominci l’assoluta, e nessun criterio Ù viene assegnato per decidere se sia bene, o per lo meno dentro quali limiti lo sia, seguirne fino da or. n i dettami. Tranne le limitazioni reclamate dalle ne- cessità della difesa, i diritti particolari, dei quali nolla Giustizia si stabilisce il fondamento, derivano dall’etica assoluta; eppure si afferma, ed a ragione, | che abbiano ad essere riconosciuti fino da adesso, anzi si constata che lo sono di già nei paesi civili. AS ! Fra i tanti che mossero le criticlio basterà ricordare: H Spawick, Op, @ loc, ci t.@F. W. MarrrawD, Hr. H. Spencer*8 Theo-. ty 0f Society, I, The ideal state (Mind, VIN), atei ga ig i DI HERBERT SPENCER XIX Ma, se è così, essi rispondono non già alle esigenze di una remotissima ideale umanità, sibbene proprio Simo stato. 0% poi tradizione nel ritenere come propria di una società ideale la legge dell’uguale libertà. Questa implica limitazioni reciproche; ma în tin mondo composto di uomini, costituiti psicologicamente in modo che il mantenimento fra loro di equi rapporti si effet- tuerebbe colla spontaneità di un’ abitudine organica, e sarebbe dovuto agli impulsi di irresistibile sim- patia, come si può più parlare di restrizioni e di Ji- miti, e quindi della giustizia, se non in un senso puramente nominale ? E tuttavia queste ed altre obbiezioni dello stesso genere, che possono muoversi, non hanno che un va- lore secondario in confronto di ciò che deve essere opposto in nome dei principî fondamentali della filo- sofia scientifica. ‘Per poterle dire conformi a tali principî, le teorie hanno da adeguare i fatti, rispec- chiarne la natura, comprenderli nella loro interezza. Se trattasi quindi di una cosa che si fa, di una cosa che è in movimento 6 sviluppo, la scienza che la studia deve seguirla passo passo, spiegarla non già solo in un particolare momento main tutti, e rimanere sempre aperta in modo da integrare nell’avvenire le sue spiegazioni. Ciò vale naturalmente anche per le scienze Dratiche, perchè, deducendo esse le norme della condotta da rapporti reali, dovranno pure te- ner conto delle modificazioni che avvenissero în que- sti rapporti. Ma a tale esigenza contradice la no- zione di etica assoluta. Lo SPENCER fonda il suo Sistema etico-giuridico sulla natura delle cose, e que- Sto ne determina il grandissimo valore. Ma chi me- pod IL SISTEMA ETICO-GIURIDICO glio di lui ha dimostrato che la natura delle cose, ben lungi dal costituire l'essenza quiescente supposta dalla metafisica, si viene invece facendo a poco a poco ed ha per conseguenza carattere evolutivo e dina- mico? Le leggi della condotta, egli aggiunge, van- N no dedotte dalle condizioni di esistenza; e senza dub- bio è questa la vera via. Ma le condizioni, di cui si parla, non concernono esistenze astratte, sibbene esseri reali, concreti, determinati da molteplici cir- costanze di tempo e di luogo; e quindi non possono ritenersi come immutabili ed universali. Vero è pu- re che quelle condizioni alla loro volta dipendono. da leggi naturali, le leggi della vita individuale e le leggi della vita in comune. Ma non si evolvono forse la vita e la società? Si evolve la vita, e per conseguenza le sue leggi assumono caratteri, signi-. ficato e valore corrispondenti alla natura propria Ghio nn processo evolutivo; dal grado stesso di sviluppo, dall'ambiente diverso in cui la vita si svolge, dall’in- tervento di nuovi fattori ed elementi, derivano nuove condizioni ed esigenze e rapporti nuovi. Si evolve la Sa à società passando per forme molteplici e varie, ognuna sa È dello quali, come presenta caratteri specifici, così ha A A le sue condizioni e le sue leggi. Soprattutto poi va tenuto conto che l'evoluzione sociale è una formazione. essenzialmente storica, e che l’uomo, di cui s'ha; Ci considerare la natura per derivarne le norme di con- “a dotta, è un ente storico, e non può quindi venire compreso nella realtà sua al di fuori della storia. mu Donde la necessità che nel determinare le condizio- È ni di esistenza, lungi dal procedere per via di astra- LA zione, si ricerchi quali effettivamente esse siono in un dato momento storico. Certo sarebbe ‘esagera zione dire che variano tutto e sempre e incessan SEDE SLIERIZE I TT OT DI HERBERT SPENCER XXI Alcune hanno il carattere di una certa uniformità e costanza, rap- presentano ciò che vi è di più generale e comune nelle esigenze della conservazione e della prosperi- tà individuale e collettiva, quali che sieno le parti- colari circostanze di tempo e di luogo. ì progredire dell'incivilimento, che co a attenua le differenze e accresce le somiglianze, ten- de a stabilirsi sotto questo riguardo una sempre maggiore uniformità fra le varie aggregazioni uma- ne. Certe altre condizioni di esistenza, invece, sono soggette a variazioni, alla loro volta determinate dallo sviluppo fisio-psichico degli individui e dalle trasformazioni dell’organizzazione sociale. Ed è na- tarale che sia così. Se il grado di vita si fa più elevato, se il tipo sociale diventa più complesso, più elevate e complesse condizioni si debbono cor- relativamente produrre. mente le condizioni di esistenza. Ora se variano, almeno in parte e dentro certi limiti, le condizioni di esistenza, segue necessariamente che debba pure variare, nelle stesse proporzioni e negli stessi limiti, la norma etico-giuridica derivata da quelle. ‘E segue pure che una norma corrispondente in tutto e per tutto alle esigenze proprie di un certo grado di sviluppo individuale e di una certa forma di organizzazione sociale, o quindi la meglio adatta ad assicurare il benessere dei singoli e del gruppo, s'ha da ritenere, finchè durano tali esigenze, tanto razionale e tanto necessaria quanto la norma corrispondente ad altre condizioni. Perchè dovrebbe ossore riservato il pri- vilegio della giustificazione intrinseca alla leggo dello stato ideale? Soltanto sì potrà fare questione di maggiore o minore perfezione, non già desumen- dola, come l’idealismo pretende, dal rapporto con X XII IL SISTEMA ETICO-GIURIDICO un archetipo astratto, sibbene misurandola dal grado piò o meno alto, più o meno progredito, di vita 6 di svi- luppo, a cui una data norma 0 istituzione risponde. Come è facile vedere, colla correzione reclamata da una più positiva considerazione delle cose, non è che varî il principio; variano solo le sue applica- zioni. Il supremo principio etico-giuridico resta sem- pre lo stesso, l'adattamento degli individui e delle società alle condizioni di loro esistenza. Ma nelle applicazioni esso va subordinato al criterio della re- latività storica, deducendo cioè la norma dalla con- creta realtà dei rapporti, da quelle particolari con- dizioni ed esigenze alle quali l’uomo e la società in È un dato momento storico sono sottoposti. Affinchè i non nascano equivoci, sarà bene esemplificare. Do- vunque e in qualunque forma esista una organizza- zione politica, essa implica un rapporto di autori- no tà e di subordinazione. L'esigenza di questa, lungi dall’appartenere ad uno stato transitorio secondochè vuole lo SPENCER, appartiene appunto alla catego- Mi ria delle condizioni che abbiamo detto uniformi e È costanti. Ma il grado di subordinazione necessaria non è sempre lo stesso, varia col variare del tipo sociale. Una società organizzata giusta il tipo mi- * litare più puro, vivento in uno stato di continua ostilità con altre, esige, come condizione assoluta della sua preservazione, una tale integrazione da subordinare in grave misura gl’interessi e gli scopi di: degli individui a quelli della comunità. Im conse- guenza di uno sviluppo progressivo, alcune società | hanno invece raggiunto una forma di organizzazio- ne più elevata, che non solo consente, ma esige, anche quale condizione dell’ulteriore progresso suo, È il riconoscimento di una maggiore autonomia indi- DI HERBERT. SPENOER xa viduale. Nell’uno come nell’altro caso la norma che determina doveri e diritti, ha una ragione di intrinseca necessità; ma nel secondo caso, come più olevata l’organizzazione, così più perfetta deve ri- tonersi la norma. E si consideri pure una società cui le nature indisciplinate e ribelli difficilmente si piegano alle esigenze comune, e solo le raffrena la forza del costume che, ritenuto sacro ed inviolabile, incute un senso di pauroso rispetto. primitiva, in degli uomini della vita in Chi è che non vede essere allora il rigido impero della “santa, consuetu- dine e della tradizione non discussa una condizione essenziale di sopravvivenza ? La libera critica agi- rebbe come forza dissolvente. D'altra parte lo svi- luppo psichico è ancora così limitato, che la libertà di esame non è divenuta una condizione della vita individuale; e infatti manca quello che sì può chia- mare l’indice psicologico delle condizioni di esisten- za, voglio dire il bisogno. Che cosa invece debba farsi in una società la quale abbia superato questo stadio, è inutile aggiungere. E si potrebbero mol- tiplicare gli esempi, Lo osservazioni fatte fin qui portano a conelu- dere che l’utilitarismo, pure restando razionale, ha da essere combinato col principio dell'evoluzione ed informato al criterio della melatività storica, Nè la sostanziale modificazione, che si deve apportar- gli, implica contradizione di sorta col principio di causalità, fondamento del sistema. Anzi ne è una 1 L'afformazione del Wuxpr (Ethik, Zw. Absoh,, Kap, III, 4, c) che il sistema spencoriano, implicando la variabilità delle condizioni di esistenza, finisce coll’essere un relativismo utili= tario, da quanto si è detto risulta affatto ingiustificabile. Egli non tiene conto dell'etica assoluta, [ehe in sostanza è per lo Sennorr la vera etica, AR ente LI i XXIV IL SISTEMA ETICO-GIURIDICO conseguenza, un'applicazione ed una conforma nol à tempo stesso. Se mutano le condizioni di esistenza, : mutano anche i rapporti causali; cause diverse, od operanti in circostanze diverse, producono effetti diversi. E ben lo comprese Romagnosi che, domi- nato sempre da un senso profondo della realtà, in- segnò una teoria sotto questo riguardo ben più po- sitiva di quella dello Serworr. Dalla varietà dei | rapporti egli appunto deduceva non poter rimanere sempre la stessa la norma della condotta, ogni po- sizione dovere avere il suo ordine proprio di ragione, e il diritto naturale, che non costituisce una formula algebrica, essero tanto esteso, pieghevole o OE i forme quanto lo sono le necessità naturali. * IV. Così, nonostante l'elemento relativo e storico con. D cui va completata, la dottrina dell’utilitarismo ra- ) zionale mantione la sua piena validità, in quanto assegna alla morale e al diritto un fondamento in- trinseco ed una ragione oggettiva nella natura stessa. — delle cose. Fa d’'uopo ora vedere quale ne. sia da vera portata e quali ulteriori conseguenze ne deri vino, considerandola più specialmente in rapporto al -# diritto. Essa trovasi, come accennai già, in aperto contrasto coll’idea di coloro che nel diritto non ve- dono nulla al di lì del fatto, al di là della norma positiva, leggo o costume che sia, lo dichiarano un | fatto d'opinione e ne ripongono la giustificazione nell’autorità di chi lo costituisce e lo sanziona. Ka | TÒ Bluziov nal td alokpiv ob qploer Add vbjup. Non 1 Sì vogga più spociaImonto l'Assunt Ta sdlèRaa del diritto naturale, 88 5, 26, 27. SRI Dara DI HERBERT SPENOER dalla natura ma dalla loggo derivano il giusto e lin- giusto. E la vecchia idea ospressa la prima volta appunto în questi termini da AROHELAO, ripetuta via via tante volte e sotto forme diverse, ravvivata ai tompì nostri, integrandola però con nuovi elementi, dallo storicismo, o ritenuta ora da molti l'unica com- patibile con una teoria positiva e naturalistica del’ diritto, Ciò che lo storicismo v*ha aggiunto di nuovo è stato, oltre la formulazione più rigorosa, una com- prensione più larga del fatto ricavata dalla sua spie- gazione storica; ed in forza dì questa il diritto viene inteso come il prodotto di una elaborazione psichica collettiva, come un'idealiîtà sociale formatasi nella coscienza popolare, onde la giustificazione vera della norma vigente la sì fa consistere nella sua effettiva corrispondenza coll’idealità sociale che la prepara e la determina. Il progresso che con ciò ha fatto la teoria è certo notevolissimo, ma îl difetto sostanziale rimano. Sebbene trasferito dal volere «del legisla- tore ai convincimenti della coscienza collettiva, il fondamento del diritto resta pur sempre estrinsaco. Risorgo e ricove nuova applicazione l’obbiezione del- lo SPENOER che sì disconosce la causalità naturale. Se a giustificare il diritto bastano l'opinione e la volontà o di uno o di molti o anche di tutti, e non interviene la necessità che esclude l’arbitrio, vuol diro che nel mondo umano e sociale tutto è inde- terminato, o che una leggo può indifferentemente ritonersi buona quanto ùn’altra. Ma se esistono * rapporti causali, se tutto è reciprocità, allora esiste anche una ragione per cuì una legge agisce sugli uomini associati più beneficamente di un'altra. Se gli atti cho la leggo preserive producono effbtti be- neficì, © gli atti cho la legge divieta producono | XXVI IL SISTEMA ETICO-GIURIDICO effetti dannosi, non si potrà certo dire che l’effetto deriva dalla legge; dunque non dalla legge ma dal- l’effetto che naturalmente produce dipende il valore dell'atto, e non dall'autorità che l'emana ma dalla natura delle cose è giustificata la legge. E ciò im- plica che oltre 0 prima del fatto c'è la sua necessità; idica non può non essere od essere Due la norma giuri diversa. Il suo contenuto è già dato. Data la vita, sono date anche le condizioni perchè essa si conservi e sviluppi; data la società, sono dato le condizioni perchè possa raggiungersi una cooperazione armonica, efficiente, progressiva. Ed ecco allora il fondamento naturale del diritto. £ ‘Raffermandolo, lo SPENOER riprende, ravviva e rafforza con dimostrazione strettamente scientifica i una tradizione costante del pensiero filosofico-giuri- | | dico, che ha sempre mirato @ ricercare quel fonda- È mento. Ricerca legittima, che per un vero pregiu- de dizio s'è voluta condannare in nome del positivi. Ca smo; disconoscendo così la natura e la funzione pro. pria di una scienza etica, quindi chiamata, stabilendo P ciò che deve essere, a governare la vita. Ma non fa d’uopo insistere su tale legittimità. Piuttosto in- teressa rilevare come la dottrina spenceriana intorno alla ragione intrinseca della norma giuridica, o tutta la secolare tradizione a cui essa si rannoda, sodisfino un bisogno della coscienza umana, 6 trovino una giu- — bi stificazione ulteriore in un processo psicologico il quale s'è compiuto nel corso dell’incivilimento, ri- sponde ad un aspetto essenziale di questo, ne costi- tuisco anzi uno dei più alti prodotti. Il processo ha consistito nella differenziazione dell'idea di giusti- zia da quella di legalità. Osservando i gruppi sociali — effettivamente progrediti o giunti ad uno stadio ab DI HERBERT SPENCER Xxvn pastanza avanzato di cultura, si trova che l’idea della giustizia, associata da prima con quella di autorità o divina od umana, a poco a poco se ne distacca, e finisce col rendersene affatto indipendente. In Se guito di questa. differenziazione, nella coscienza, quanto più è sviluppata, la ragione giustificatrice delle norme giuridiche viene riposta, o per lo meno ricercata, in qualche cosa che sta al disopra del- l'autorità del potere sociale, in qualche cosa d'in- trinseco ed oggettivo, tantochè ripugnerebbe come contrario ® giustizia che non ci fossero certe norme di condotta 0 fossero diverse, e in aleuni casi si ar- riva a trovare le norme vigenti în contradizione con ciò che si ritiene dovrebbero essere, le sì procla- mano ingiuste, o se ne domanda la riforma. Se que- sta differenziazione non fosse avvenuta, di progresso non si potrebbe parlare, e irrigidite in una immo- bilità orientale sarebbero rimaste anche le società nostre. Essa infatti presuppone che gli animi sì affrancassero dalla tirannia della tradizione e della leggo immutabili, che s’iniziasse colla discussione o colla critica quell’era della liberazione a cuì in- noggia GOETHE, © che così fosse resa possibile la rinnovazione cosciente e deliberata degli istituti so- ciali. A questo moto di emancipazione si ricongiun- go l'origine di una dottrina che ricercava al di là dol costume e della logge il principio del diritta; anzi si deve vedere in essa la manifestazione riflessa di ciò che intanto era avvenuto nella coscienza di tutti, Ma l'evoluzione psichica differenziatrice del- l’idea di giustizia da quella di legalità non solo spie- ga l'origine di quella dottrina, ne fa comprendere altresì l'importanza storica che ha avuto, @ designa. la funzione sociale che può compiere ancora. il XXVIII il SISTEMA ETICO-GIURIDICO sentimento comune che ne fa un'esigenza. Se in- fatti la scienza non desse al diritto altro fonda- mento che l'autorità del potere, acuto e invincibile sarebbe il dissidio fra la scienza e la coscienza dei i popoli civili, e per eliminarlo bisognerebbe ricorrere È all’assurdo di ammettere che i più alti prodotti di questa si risolvono in una grande illusione. È Ta giustificazione psicologica del suo sistema etico-giuridico è stata fatta anche dallo SPENGER, ma per una via diversa e sotto un aspetto affine sì ma distinto. Già nella Statica Sociale egli si era valso, come di una riprova, delle rivelazioni del senso mo- rale, e trovando che la coscienza dei diritti perso- nali, oltre di essere un fatto costante, si afferma in modo sempre più vivo ed energico, ne induceva do. ver essa corrispondere a qualche elemento essenziale della nostra costituzione morale. Applicando ora le sue teorie di psicologia evolutiva, considera il principio della giustizia, ossia la legge dell’uguale libertà, come un dato a priori della coscienza nel senso dell’innatismo ereditario, nel senso cioè che. l’intuizione dell'individuo deriva dalle accumulate ed organizzate esperienze della razza. E siccome fo la legge fondamentale dell’intelletto implica l'adat- tamento delle relazioni interne alle esterne, così le Si m esperienze dovettero essere determinate dalle neces- sognerebbe esaminare se veramente l'intuizione eti- co-giuridica assume quella forma così specificamente definita 6 distinta che lo SPENCER afferma, ed OLD (o DI HERBEBT. SPENOER XXIX tenuto proprio quella legge di uguale libertà in cui egli fa consistere tutta la giustizia. Ma ad gra modo deve ammettersi che intuizioni relative vo erti principî fondamentali di giustizia fanno parte della costituzione mentale dell’uomo civile, accom- yagnati © avvalorati dalla persuasione della loro in- \rinseca necessità. Ora questa persuasione, questa opinio necessitatis, presuppone che l’idea di giustizia si sia differenziata dall’idea di ciò che è prescritto, presuppona compiuto il processo del quale abbiamo discorso. Dunque nella natura delle così il vero fondamento del diritto. Ma con ciò si vuole forse dire che esi- ste un diritto naturale? Ecco un altro punto in cui è necessario dissentire profondamente dallo SPENGER. Egli afferma che esiste; dalla Statica Sociale in giù lo ha sempre affermato, e con calorosa insistenza. Anzi il suo pensiero prende in ciò un atteggiamento che ricorda molto da vicino la scuola del diritto na- turale, non già, s'intende, nelle fantastiche ipotesi di uno stato primitivo di natura e di un diritto pro- prio di questo stato, ma in ciò che ne costituiva la sostanza vera, vale a dire in quanto riteneva dalla natura provenive il diritto, un diritto diverso dal diritto positivo e ad esso superiore. E non solo nelle dottrine, nelle applicazioni, talvolta perfino nel lin- guaggio, sì riscontra una stretta affinità, ma anche o soprattutto negli intenti pratici. La scuola. del diritto naturale fu, considerata nelle sue tendenze per col più comuni, l’espressione teorica di nu moto di eman- — cipaziono politica e religiosa, nacque dalle lotte della vita, lottò anche essa e cooperò efficacemer rivendicazione dei diritti indivuali. Per Ra UNO v XXX IL SISTEMA ETICO-GIURIDICO to, e nel “diritto divino ,, dei parlamenti, per la difesa della libertà compromessa dall’ingerenza dello stato che viene preparando la “futura schiavitù ,, combatte lo SPENCER, 0 da quasi mezzo secolo, con ardore di apostolo. Se si fosse tenuto conto dell’ idea ultraindividualistica che ispira tutta la sua filosofia sociale, non sarebbe dovuto sembrare strano il ri- torno alla teoria del diritto naturale. Ciò che invece è strano, è che nella storia di questa non si sia mai pensato di assegnare alla Statica Sociale il posto di onore che le è dovuto, e non si sia compreso che proprio in essa la logica della teoria era spinta ine- sorabilmente alle ultime sue conseguenze, comprese le conseguenze rivoluzionarie ed. anarchiche, com- preso il riconoscimento nel cittadino del diritto di ignorare lo stato !. Ma in questo ravvicinamento sarebbe affatto inutile insistere qui, tanto più che accanto alle somiglianze dovrebbero essere rilevate le differenze. Differenze profonde e sostanziali, per- ché, non lo si dimentichi, la natura, di cui parla lo SPENCER) è sempre la natura quale egli se la rap- presenta in forza di una interpetrazione scientifica dell'universo. Su questo nessuno si deve fare illu- sioni, e a questo bisogna badare per dare alle idee di lui il loro vero significato. per Fatta tale riserva, resta però sempre fuori di dubbio che egli ammette un vero e proprio diritto dato dalla natura, Le leggi della vita nello stato di associazione si convertono, secondo lui, in una legge giuridica naturalo, da cui la legge positiva, qualora — s ga 1 i 1 Cfr. Part III, Ch. XIX. Questo capitolo non lo si trova — più nella recento edizione (Social Statics abridged and revised, | London, 1892). L’'averlo tolto conferma quello che risulta dal- l'intero raffronto della Statico colla Giustizia, essersi ciod lo idee dell'Autore venute a poco a poco notevolmente temperando, DI HERBERT SPENCER XXXI niformi, trae ogni sua autorità; e quindi pri- jconoscimento legislativo, e indipendente- anzi prima ancora che si sia formato vi si U ma del © ‘o da 0850; monto (o a CS co È organo regolatore, gl’individui, come tali, hanno g RA pel solo fatto di essere OE in un certo modo 5 di possedere certo facoltà. Lo cla parecchio tempo che siffatta concezione del diritto è stata dimostrata illegittima, ® in modo definitivo. Nè la dimostra- zione è venuta soltanto dalla scuola benthamiana, dallo storicismo dal positivismo. Anche nei suoi indirizzi puramente metafisici, tutta la filosofia giu- ridica, dopo TANT © Fronte, da prima si è rivolta a correggere ® integrare la nozione del diritto natu- rale, poi ha palesato una tendenza sempre più de- cisa, che ormai si può dire prevalente, a non am- mettere l’esistenza del diritto altro che come diritto positivo, pur volendolo subordinato ad esigenze ra- zionali o ideali. La dottrina dello SerNoER appar tieno dunque ad una fase del ponsiero filosofico-giu- ridico di già superata. Non v'è allora ragione di opporre ad essa argomenti tante volte ripetuti. Ma v'è un’altra cosa da fare e che non è stata fatta, valu- tare cioò l’idea del diritto naturale alla stregua di quei principî del criticismo, ai quali lo SPENCER non può nogare il suo assenso. E tanto più è necessario far- lo, in quanto l’affermare con lui un fondamento na- turale del diritto e negare contro di lui l’esistenza î del diritto naturale, può sembrare a chi guardì le | cose alla superficie come una contradizione, o per lo | meno una questione di parole. lì invece questione di rispettare o no le leggi della conoscenza cho il criticisimo ci ha rivelato. Ammettere un fondamento intrinseco della norina giuridica, significa riconoscere un'esigenza che la norma stessa nella sua formazio XXXII IL SISTEMA ETICO-GIURIDICO ne, non fatale ma cosciente e volontaria, deve sodi sfare; e ciò è legittimo ed è scientifico; laddove af- fermare l’esistenza di un diritto, che non sia quello positivo e prodottosi storicamente, equivale ad affer- mare una non entità, ad assumere come reale ciò che non è dato dall'esperienza, vale a dire a ricadere nel dommatismo metempirico. E di vero, il diritto si offre a noi come realtà d’esperienza solo in quanto è un fenomeno psico-sociale, ossia un'idea umana che si concreta e si oggettiva in una norma di condotta, norma obbligatoria e, nello stadio della sua forma- zione compiuta, fatta valere dall’autorità dello stato. Sempre e dapertutto una norma vigente, un diritto positivo e, come sua origine, un’idealità umana e sociale; ecco quello che ci dà la realtà storica, niente altro. Il diritto invece che si fa derivare dalla na- tura non è una realtà. La natura dà l’esistenza, i suoi bisogni, i suoi scopi, e con questo dà anche il contenuto e la materia del diritto; la natura dà le condizioni alle quali è legata l'esistenza, e quindi. anche la necessità di una norma garantitrice; ma la natura non dà la norma, per la quale occorre una mente, anzi più menti associate, che la pensino e la vogliano; non dà la garantia che presuppone, supe- rati gli stadi primitivi e imperfetti della difesa di sé, la costituzione dello stato e la sua autorità. Da qui si scorge come la nozione del diritto naturale sia nata e si mantenga per la confusione di duo coso affatto distinte. La leggo, in quanto esprime rap- porti causali di fenomeni, è confusa colla leggo nel senso di norma della condotta; anzi la logge fonome- nica viono senz'altro convertita in legge otico-giuri- dica, e sotto il nome di legge di natura viene com- presa tanto l’una quanto l’altra; si applicano alla DI HERBERT SPENCER XXXIII seconda i caratteri della prima, e ci si aggira così in un equivoco che è tutto riassunto nella tanto ce- lebrata definizione di MoNTESQUIET: “log lois sont les rapports nécessaires qui dérivent de la nature. des choses,. Mai rapporti ne me, stabiliscono solo ciò che 1 e alla coscienza sociale, che 1 deale da tradurre in realtà. cessari non sono nor- a norma deve essere, elabora, additano l’i- Vi Sorge allora spontaneo il quesito, in quali rap- porti effettivamente si trovino il reale e l'ideale nel corso dell’evoluzione giuridica. Per quanto non se lo presenti in questa forma, tuttavia al quesito ri- sponde lo SPENOER; e risponde in modo da arrecare, purchè lo si rettifichi e completi, un altro contributo prezioso alla costituzione di un sistema otico-giuri- dico scientifico. Nell'ultima parto del suo primo lavoro, sollevandosi a considerazioni sintetiche di dinamica sociale, mostrava la coincidenza della legge dell’incivilimento col supremo principio etico. L'u- manità progredisce verso 1° individuazione, la quale consiste nello sviluppo il più completo dell’indivi- dualità di ciascuno salva l’uguale individualità di tutti gli altri, ed implica quindi il riconoscimento dei diritti personali. Questa la legge dello sviluppo progressivo; questo il fatto della Storia. E questo vuole puro la legge etica dell’ugnale lib tà, che è la lesge dell’ individuazione perfetta, | Più tardi l’idea di tale coincidenza sì combina, anzi addirit- tura s'immedesima, coll’ ipotesi dell'evoluzione, 6, trasformata, diventa l’idea dominante del sistema. La leggo dell’etica assoluta, la legge dell’uomo ideale bh }4 ti “ A XXXIV IL SISTEMA ETICO-GIURIDICO nella società ideale, designa precisamente il limito al quale tende l'evoluzione della condotta, l’ultimo stadio di quell’adattamento che s'è venuto e si viene facendo. Infine nella teoria della giustizia la coin- cidenza ricove nuova applicazione, e in forma più conereta, più definita, più suscettiva di essere con- fortata da prove di fatto. Quella teoria, infatti, è fondata dallo SPeNOER sui risultati concordi di un processo deduttivo e di un processo induttivo. Da una parte, come si è visto, la deduzione dalle leggi della vita nello stato sociale; dall’altra l’induzione in cui, sulla base di dati etnografici e storici, gene- ralizza le esperienze dell'umanità registrate nella legislazione progressiva. Da queste raccoglie come, nel corso dell'evoluzione sociale e dell’evoluzione mentale che l’ha accompagnata, i sentimenti e le idee, le consuetudini e le leggi si sieno venute sem- pre più conformando al principio della giustizia, la legge dell’uguale libertà, tantochòè il principio in genere ed i singoli diritti personali, che ne derivano quali corollari, hanno ricevuto via via progressiva- mente riconoscimento e sanzione. ; È evidente che il rapporto stabilito dallo SPEN- cER tra il fatto e la legge etica dipende ed è inse- parabile dal carattere e dal contenuto a quella as- segnati. ‘Posta la legge come assoluta, ne deriva necessariamente un tipo anch’esso assoluto, quindi invariabile ed universale, verso il quale progredirebbe il diritto positivo. ‘Posto il principio dell’uguale li- bertà come supremo, unico e incondizionato, il moto. storico del diritto, pur così ampio e così multiforme, viene racchiuso nello rigido maglie di quella for- mula, e tutto il progresso, o già avvenuto o che av- verrà, fatto esclusivamente consistere nel riconosci- iti iii st DI HERBERT SPENOER mento della libertà individu da parte per ora l’unilater prescinda ancora una volta ipotesi dell? adattamento com s'avanza verso la terra promessa dello stato idea- le. L'essenziale è ristabilire, in conformità di ciò che sopra si disse, che il progresso del diritto va riferito a condizioni ed esigenze variabili, e quindi misurato secondo una stregua che varia, si Sposta, s'innalza con queste. Ed una volta rie via di un'indagine più (una via che le difficoltà zazioni storiche impon la necessità di consid un aspetto wiiversale, e lineare, ma in rapporto ai vari XXxV ale. Ma si lasci pure alità del principio, e si da ogni questione sulle pleto e dell'umanità che gruppi sociali, in o arbitrariamente del pro- gresso continuo dell’umanità, si parlî più modesta- mente, ma legittimamente, di società progredite e di momenti storici progressivi, distinti da società e da momenti che non si dimostrano tali. Ciò implica che si debba dare all’induzione una base ben più ampia che non faccia lo SPENCER, il quale sì limita a mettere insieme, scegliendo qua e là nell’etnogra- fia e nella Storia, alcuni fatti, o Ji adduce più che altro ad illustrazione e conferma di ciò che ha tro- vato in via deduttiva. Insufficienti sono i materiali, non sistematico il processo, non sempre legittime le induzioni. Hi invoce tutta la storia del diritto che va posta a contributo, giovandosi specialmente dei ri- sultati dello odierne ricerche comparative; è l’intera evoluzione giuridica che va colpita in quello che presenta di comune e di costante per poterne pages gnare i caratteri e trovare lo leggi. Le cose, sì XXXVI IL SISTEMA ETICO-GIURIDICO disse, vanno comprese nella loro interezza e spie- gate in tutti i loro momenti; perciò l'indagine filo- sofico-storica, lungi dall’essere un elemento secon- dario e quasi avventizio della teoria filosofica del dliritto, ne forma invece una parte principalissima e integrante. Da quell’indagine si può ricavare fino da ora un risultato che, mentre conferma ciò che v'ha di più essenziale nell’idea dello SPENCER, la restringe però dentro certi limiti rendendola schiettamente posi- tiva. È, come vedemmo, un’esigenza razionale che la norma giuridica rispecchi l’ordine naturale delle cose; e dal conformarvisi dipende la possibilità di riuscire per opera sua ad ottenere l’effetto utile di as- sicurare la conservazione e lo sviluppo progressivo degli aggregati sociali e delle loro unità. Ora que- sto fondamento naturale non solo non è stato estra- neo alla formazione storica del diritto, ma în una certa misura ha costantemente concorso a determi- narla come suo fattore oggettivo. Considerata in- fatti l'evoluzione giuridica nel suo fondo sostanziale, la si trova indissolubilmente legata col processo adat- tivo degli individui e dei gruppi alle condizioni di loro esistenza. La coscienza sociale nella conce- zione delle idealità, che esprimono i suoi convinci- menti intorno a ciò che è giusto, per una legge psi- cologica confermata dall’analisi storica, è determi- nata da precedenti esperienze di utilità. Vengono cioè sperimentati gli effetti derivanti dalla condotta, o allora nasce l’idea che per evitare effetti dannosi e per ottenere il benessere comune, si debba pre- scrivere obbligatoriamente alla condotta stesi: servanza di certe norme. Alla loro volta poi le espe- rienze di utilità riflettono quell’ordine oggettivo di DI HERBERT SPENOER XXXVII rapporti, di bisogni e di scopi, che nasce dalle con- dizioni della vita in comune. Naturalmente la co- scienza sociale comprende tali condizioni per quanto può e sa, le interpetra secondo il grado d’intelligenza e di cultura, e sotto l'impulso delle idee, dei senti- menti, degli interessi dominanti. Quindi non pos- siamo aspettarci che i motivi di utilità abbiano sem- pre pienamente corrisposto all’utilità vera, e la nor- ma giuridica a ciò che effettivamente esige la natura delle cose. Lo stabilirsi di tale corrispondenza è l’opera lenta del tempo e della civiltà, presuppone lo sviluppo psichico che. faccia acquistare un'idea più chiara, adeguata e riflessa delle condizioni di esi- stenza, implica quel concorso di circostanze favorevoli da cui dipende che una società S'avanzi o s’arresti, Crescendo la corrispondenza, l’evoluzione giuridica sì rivela progressiva; e tanto più progressiva se, in- nalzandosi nel caso di una società sviluppata il grado di vita e delle sue esigenze, il diritto si trasforma in modo da garantire le condizioni inerenti a que- Sto più alto grado di sviluppo umano. Donde lu- minosa e feconda, applicando lo stesso criterio alle trasformazioni future, scaturisce la nozione del suo ideale. L’induzione, dunque, conferma la deduzione: en- trambe convergono allo stesso risultato. Giò che questa stabilisce come un'esigenza a cui il diritto positivo ha da conformarsi, quella dimostra essere un fatto che si Viene compiendo lentamente e per gradi nel corso dell'evoluzione, se progressiva. Ciò che ci rappresentiamo come il momento ideale del diritto, | è la realtà stessa dol suo divenire storico in quanto raggiunge forme più elevate. So è così, possiamo dirci avviati verso la soluzione positiva del formi- XXXVII IL SISTEMA ETICO-GIURIDICO dabile problema che ha tanto affaticato il pensiero filosofico; voglio dire l'accordo e l'unificazione del reale e dell'ideale. La metafisica, specialmente per opera di HEGEL e della scuola sua, feco uno sforzo poderoso per ricongiungerli nell'unità di un processo dialettico, in forza del quale l’idea del diritto si svi- lupperebbe e si attuerebbe per gradi nella storia. Il tentativo fu geniale, ma segnò l'estremo limite della speculazione che trascende l’esperienza. Non sola- mente si trasformò il soggettivo in oggettivo, e del- l’idea, cioè di un prodotto del pensiero, si fece una vera e propria entità, ma la si convertì in una forza capace di determinare e produrre la realtà. La dot- trina evoluzionista invece, intesa nel modo che si è detto, rimane nei limiti rigorosi dell’esperienza. Non si parla più di un diritto razionale o ideale che si tra- duce in diritto positivo; si parla soltanto di diritto positivo che nelle società progredite si viene uni- formando sempre più adeguatamente a ciò che im- pongono le condizioni della vita, in modo che per opera dell’incivilimento l’essere e il dover essere si ricongiungono nella vasta circolazione della storia. VI. Tutto ciò che s'è detto fin qui riguarda più che altro le basi del sistema etico e giuridico spence- riano. ‘Resta a parlare del contenuto di quest'ulti- mo, contenuto che si riassume nella formula della giustizia. Trattandosi di adulti, ciascuno dove es- sere soggetto alle conseguenze della propria natura e della propria condotta, ricevendo i boneficî in pro- porzione dei meriti. Questa è l’espressione otica della legge suprema che, avendo per risultato la s0- DI HERBERT SPENCER XXXIX “avvivenza del più adatto, ha presieduto all’evolu- La Jella vita in tutte le sue forme. Perchè sia ora e: il rapporto normale fra la condotta e le e; Dea e quindi assicurata la responsbilità, è Y e, negli individui la piena libertà di eser- citare le attività occorrenti alla conservazione @ allo sviluppo della vita. La libertà costituisce l'elemento 23 positivo della giustizia, il quale deriva così dalle leggi È: della vita. Trattandosi però di creature viventi nello stato di associazione, perchè sia possibile una coo- perazione armonica ed efficiente, bisogna che inter- venga una limitazione reciproca, che cioè l’attività di ciascuno sia coercitivamente limitata quanto è reso nocessario dalla simultanea attività degli altri, e s'impedisca fra loro ogni aggressione compiuta o di- Sa rettamente o indirettamente violando il contratto. RE La limitazione alla sua volta costituisce l'elemento Di negativo della giustizia, e questo deriva dalle condi zioni proprie dell’organizzazione sociale. I due ele- to menti si raccolgono nella formula della libertà di cia- ì seuno limitata solo dall’uguale libertà di tutti gli altri; principio generale da cui poi discendono le varie forme di libertà, i diritti particolari che sono altret- -G tante condizioni, senza le quali i fini della vita non possono essere raggiunti. Oltre quella resa neces- saria dal fatto stesso della vita in comune, la legge etica fondamentale del rapporto fra la condotta e le conseguenze subisce due altre modificazioni o limi- (Sd tazioni; l’una che provvede alla conservazione della specie, onde ai generati, finchè sono immaturi, deve essere in proporzione della loro incapacità prestato aiuto dai generanti; e l’altra che subordina la vita e la libertà dell'individuo alle esigenze della difesa comune. Ma tali ulteriori limitazioni non fanno ve- RR E RS TE 1 RIE, Pn XL IL SISTEMA ETICO-GIURIDICO ramento parte della giustizia; non la prima perchè Spetta all’etica della famiglia in cui, a differonza dell'etica politica, vige il principio, non della giu- Stizia, ma della gonorosità; o nemmeno la seconda la cui giustificazione etica, come si video, è soltanto relativa e transitoria. Questo il contenuto della teoria giuridica dello SpeNoER. Sottoponendola ad analisi, si trova che tro elementi hanno principalmente concorso a determi- narla. Uno anzitutto che si distingue per l’origi- nalità e la novità, cioò la spiogaziono biologica del fatto etico. In secondo luogo l’idea individualistica del diritto o dello stato, per la quale lo SPENCER si ricongiunge alla scuola del diritto naturale e più specialmente alla dottrina Kantiana, sobbone vi sia giunto, come attesta egli stesso, in modo affatto in- dipendente. V’ha concorso infine la teleologia otti- mista propria della scuola economica dello armo- nie naturali, che dalla fede in un ordino benefico - di natura deduceva dover bastare il riconoscimento della libertà per rimuovere gli ostacoli all’attuazione di quest'ordine, e per far regnare nel mondo la giu- stizia, la prosperità, il progresso. L'ispirazione è evidente nella Statica Sociale dove la teleologia predo- mina, e perdura nogli scritti posteriori nei quali la teleologia è attenuata di molto, non tanto però da scomparire del tutto, nonostante lo ripetute dichia- razioni dirette a sconfessarla, Questi tro elementi, dirò così, generatori si combinano poi insieme, in modo che l’uno servo di base o di complemento o di conferma all’altro, e si fondono in una teoria mira- bile per Semplicità, armonia, o rigore logico, Se- nonchè la storia più recente delle scienze morali 6 politicho è là a dimostrare como l’idea individuali- DI HERBERT SPENCER XLI stica del diritto e dello stato e l'ottimismo econo- mico abbiano doynto cedere il campo di fronte ad una vigorosa e salutare reazione. Alla sua volta l'applicazione delle leggi biologiche alla società e all'etica tende ora a rientrare per opera della cri- tica nei suoi logittimi confini. Riflettendo & ciò, sì comprende come la teoria spenceriana della giusti- zia abbia già dovuto e debba sempre più dar luogo a dissensi ed opposizioni vivissime. Sarebbe però, lo ripetiamo, un grave errore se, preoccupandosi sol di quello che non paro accettabile, non si vedesse e non sì mettesse a contributo la parte vera, legitti- ma, feconda. Il pregio grandissimo, singolare anzi, del sistema perdura sempre; si procede cioè per una via che è quella propria della ricerca Scientifica, della ricerca oggettiva. La promessa donde si muove non è qui, come nei sistemi metafisici, un primo principio che îl ponsiero ricava dal suo proprio fondo o dal quale viene svolgendo le verità particolari, ma una leggo naturale già data da altre scienze, la biologia e la sociologia. È il metodo della dedu- zione positiva. Il difetto sta nell’essere le promesse assunte in modo incompleto ed esclusivo, con un si- gnificato e un’estensiono non in tutto legittime. Ma la via è aperta per ristabilirlo nella loro integrità, per assegnarno il giusto valore e i limiti rigorosi; ed è aperta appunto perchè si tratta di un sistema scientifico, che porta în sò stesso gli elementi vitali del suo perfezionamento progrossivo. Dalla breve osposiziono fattano risulta che lo SPENCER deduco tutta la sua teoria dalla legge fon- damentalo che determina, mediante la sopravvivenza del più adatto, tutta l'evoluzione organica. Ora il principio dell’otica e quindi della giustizia non può XLII IL SISTEMA ETICO-GIURIDICO esser dato dalla pura biologia. Senza dubbio il prin- cipio è quello dell'adattamento alle condizioni di esi- stenza; ed è pur vero che, trattandosi di esseri vi- venti, non si può mai prescindere in tutto ciò che li riguarda dalle leggi della vita. Ma poichè condizione principalissima di esistenza è per l’uomo la socie- volezza, così l’etica esige 6 pone come vero srande ideale umano l'adattamento dell’individuo alla so- cietà. Quindi la legge di adattamento, in quanto diventa norma di condotta, non è più pura legge biologica, ma assume fattezze, condizioni e determi- nazioni essenzialmente sociologiche; l'individuo del- l'etica non è già l'individuo quale viene dato dalla biologia e fatto dalla natura, il che equivarrebbe ad una vera astrazione, ma l’uomo come ce lo dà la sociologia e l’ha fatto la storia. Lo SPENCER stesso, rispondendo alle critiche del LaveLEYE,! energica mente rileva che il processo, o meglio uno dei pro- cessi, onde la sopravvivenza del più adatto risulta, la lotta cioè o concorrenza vitale, ha da rimanere sottoposto nell’ambiente sociale a due limiti rigorosi stabiliti dall’etica, la giustizia e la beneficenza. Ma 80 l’etica, e come morale e come diritto, assegna lo condizioni e i limiti entro i quali deve operare la legge biologica, segue che non può essere principio supremo dell’etica quello, che l’etica ha invece da modificare. E anche prescindendo dai limiti etici, sta in fatto che la legge biologica della sopravvivenza del più adatto trova di fronte a sè nell’ambiente so- ciale tali e tante forze perturbatrici, da restarne pro- profondamente alterata l’azione. Lo SPENOER, con- (1) Si confronti la polemica snll’Individuo e lo Stato fra lo Spencer 6 il LaveLeve, ripubblicata in appendice al Socialisme contemporain di quest’ultimo, DI HERBERT sPENCER XLII siderando astrattamente l’uomo nelle sue proprietà biologiche, assume che le doti intrinseche 6 la con- dotta degli individui ne determinano la sorte, pur- chè vi sia in tutti uguale libertà, la quale basta per conseguenza da sola, secondo l'ipotesi ottimista, a fare ottenere la retribuzione secondo i meriti che costituisce la giustizia, ad assicurare il trionfo dei superiori, la scomparsa degli inferiori, il progresso della razza. Ma più volte e giustamente è stato os- servato in quali condizioni infinitamente diverse si effettui la lotta nel mondo sociale in confronto del mondo organico, e come per un complesso di circo- stanze sociali e storiche, ossia per ragioni puramente estrinseche che conferiscono vantaggi artificiali, sia avvenuto e possa sempre avvenire che i peggiori trionfino. Fra la libertà e la retribuzione secondo i meriti non c'è quel vincolo necessario che la teoria gratuitamente presuppone; e ritenendo, come lo SPEN- cvR esplicitamente dichiara! che la giustizia è so- disfatta quando nessuno ha patito aggressione e quin- di tutti hanno avuto uguale libertà di agire, anche se si trattasse di una libertà affatto nominale, si ri- cade nel vecchio formalismo della libertà che è fine a sè stessa. Sia dunque per le modificazioni che deve ricevere, sia per quelle che dì fatto riceve, la legge biologica non può essere supremo principio etico e contenere la formula della giustizia. Per quanto S'abbia a tenere conto delle esigenze dell'individuo, come tale, e risalire alla sorgente biologica donde derivano, va invece tenuto fermo che l’olemento co- stitutivo dell'etica risiede, secondo il vecchio ma LT notevole a questo rignardo ciò che dice, rispondendo al Mrans, noi Data of Ethics, Appendix, replies to oriticisms. XLIV IL SISTEMA ETICO-GIURIDICO sempre vero concetto aristotelico, nella vita in co- mune, nella cooperazione sociale. ARI E 5 Il difetto che si riscontra nella premessa natu- % ralmente si estende alle deduzioni ricavatene, e le va è spiega; donde le critiche che furono fatte alla no- al zione del diritto data dallo SeENoER, © lo altro cho | possono aggiungersi! Esaminiamole brevemente. Partendo dalle leggi della vita che implica essen- : zialmente l’individualità, la logica del sistema con- duce a riporre esclusivamente nell’individuo la ra- gione, il fondamento, l’esigenza del diritto. Essen- do il diritto una condizione per conseguire i fini della vita, l’uomo ne è rivestito solo pel fatto che ha esso è una individualità, non in quanto si trova in un ordine concreto di rapporti, che lo legano alle pe altre individualità e all’aggregato sociale di cui fa “ parte. Dei fini propri di questo non si tiene alcun — conto, il fattore sociale non interviene se non per de- Dr terminare l’elemento negativo del diritto, la limita zione reciproca delle libertà. Vero è (sebbene i suoi N° critici non l'abbiano avvertito) che in un certo sen- so lo SPENOER fa scaturire anche l’elemento positivo 1 Basti ricordare fra i tanti, senza però intendere con que- Sto di aderire pienamente alle loro conclusioni: F. W. Marr- ss LanD, Mr. H. Spencers's Theory of Society, LI, The law ofequalli. | berty (Mind, VIII) — F. 0. Moxrague, Limits to individual liberty, à Trad. OrLaxpo nella Biblioteca di Scienze Potitiche, Vol. V, Cap. k 1,2,4,6,7 — È. De Lavrevers, Op. e loo. cit. — G. BrLor, Ju- Pi stice eb socialisme (Revue Philosophique, Fèy. 1592) — D. ANZILOTTI, j La scuola del diritto naturale nella filosofia giuridica contemporanea v @ proposito del libro di H, Spencer “Justice, Firenze, 1892 — G. La- M i, Viosa nell’acuta recensione fat'a della Justice nella Rivista italia- na per le Scienze Giuridiche (Vol, XII, pag. 872-881). È poi notevole, non per valore intrinseco, ma come esempio caratteristico e sin- tomatico della contrapposizione dell'idon socialastica del diritto L all'idea individualistica, il libro di G. Laoy, Liberty and Law: È being an attempt at the refutation of the individualism of Mr, H. ; Spencer, London, 1888, DI HERBERT SPENCER XLV 1 diritto dalle leggi della cooperazione sociale, in del di anto questa esige, come una condizione sua, il man- È o del rapporto normale fra gli sforzi e i di la libertà. Ma poichè la vita della cietà non ò per lui altro che la somma delle vite singoli, e le proprietà dell’aggregato a DE, determinate da quelle delle sue unità, così il criterio individualistico riprende ilsopravyento, nella vita individuale il diritto finisce sempre per trovare il suo vero fondamento, ® dalla sola tutela dei di- ritti individuali vien fatto dipendere il benessere della società. La dottrina giuridica rispecchia così pienamente quella sociologica, e ne riproduce il di- fetto capitale. Là come qua, non è riconosciuto nel- l'organismo sociale ciò che appunto lo distingue da un’aggregazione atomistica diindividui, vale a dire il prodursi in forza della combinazione organica proprietà e condizioni nuove, che non si trovano negli elemen- ti singolarmente presi. Ponendo attenzione a questo sd che è decisivo, si comprende perchè al diritto venga € data una base così esclusiva. Si comprende perchè la teoria non solo non ricerchi nelle stesse neces- sità organiche della socievolezza la ragione anche di. quelle norme che più sembrano dirette a garantire il singolo, ma non ne vegga altresì scaturire un con- tenuto ulteriore del diritto, determinato da scopi col- lettivi, distinti dagli scopi individuali e non meno di questi bisognosi di garantia. E sì comprende pure come, ammettendo soltanto diritti dei singoli, non si — vogga nello stato altro che un istrumento per la loro. preservazione; di vero o proprio diritto pubblico non qu tonimento de ponoficî e quin so dei titti li 1 Più che nella Giustizia, questa idea trovasi svilu da prima nella Statica, poi neì Dati dell Etica 0 nell’ Ln contro lo Stato. (a a XLVI IL SISTEMA ETICO-GIURIDICO , È RSA di si parlî nemmeno, anzi si affermi che quanto v'è nel l'ordinamento politico da potersi chiamare diritto, merita tal nome solo in vista dell’efficacia sua a tu- Viene bensi riconosciuto che questi telare i diritti. ca abbiano asubirele limitazioni indispensabili per la difesa collettiva, e la proprietà privata paghi co- l'imposta le spese della tutela giuridica; ma trattasi di esigenze transitorie e non contemplate dalla pura giustizia, che fissa gli sguardi in quello stato ideale in cui non si avranno più a temere aggressori nè ester- ni né interni. Decisamente la teoria giuridica e poli- tica dell’individualismo, trovata nella biologia la base scientifica, arriva alle ultime sue conseguenze. Con- seguenze tanto unilaterali quanto lo è la premessa, Eppure, diciamolo di passaggio, anche questa affer- mazione così esclusiva e rigida del principio indi- viduale, considerata come reazione, non è senza im- portanza nel difficile momento storico che attra- versiamo. Mentre nelle dottrine e nelle tendenze pratiche l’opposto principio della socialità pretende di erigersi esso a regola unica e assoluta della vita; mentre accenna a illanguidirsi la coscienza dei di- ritti individuali, e qualcuno arriva fino a riguardarli come un comodo ritrovato del predominio borghese; mentre si dichiarano antagonistiche la libertà o la giustizia, e di questa separata da quella si fa un nuovo ideale; in un momento siffatto la reazione è salutare, equivale ad una battaglia in difesa della civiltà di cui il socialismo minaccia le più preziose conquiste, Ma proseguiamo a rilevare lo conseguenze ulte- riori della premessa individualistica, Questa doveva necessariamente condurre lo SPENOER a riassumere la giustizia nella legge dell’uguale libertà, 6 quindi DI HERBERT SPENCER XLVII a intendere il diritto come mero principio di coesi- stenza, per assicurare la quale è sufficiente la limi- tazione reciproca, il mantenersi ciascuna attività nella sfera sua, il non invadere le altre, dalle aggressioni. incerte init l’astenersi Dunque una nozione negativa, l’essenza del diritto riposta nel non fare, regola suprema il neminem laedere. Ma questo è un ritorno, si è detto e abbiamo detto anche noi, alla vecchia filosofia del diritto e a KANT in particolare. Sì, è un ritorno, se consideriamo le conclusioni. Quanta distanza però nella via per cui vi si giunge, e quanto progresso! Là il principio della coesistenza meta- fisicamente affermato come una necessità logica, qua dedotto scientificamente dalle leggi dell'equilibrio sociale. Tutta la dottrina della Statica, mantenuta e anche meglio spiegata negli scritti posteriori, ! sì appunta nell’idea centrale dell'equilibrio. Come in un aggregato qualunque v'è equilibrio allorchè le sue unità agiscono e reagiscono le une sulle altre con forze uguali, così nell’aggregato sociale la con- dizione principale dell’equilibrio, indispensabile per un’armonica cooperazione, consiste nel bilanciamento delle forze, in modo che ciascuno si mantenga nella propria sfera d’azione e non invada quella degli al- tri, vale a dire che sì rispetti la legge dell’uguale libertà. Ora, se la coesistenza non può legittima- mente pretendere di essere l’unico principio del di- 7 ritto, certo è ad ogni modo che ne costituisce un momento essenziale, Quindi l’averlo rigorosamente dimostrato, facendolo derivare dalle leggi e dalle esigenze della cooperazione, è pregio grande e du- revolo del sistema spenceriano. Il difetto suo, è 1 Reasons for dissenting from the Philosophy of M. Comte, o he Data of Ethics, 8 61. XLVII IL SISTEMA ETICO-GIURIDICO sempre l’unilateralità. Quello esigenze infatti non riguardano la coesistenza soltanto; la funzione del diritto non sta tutta nel risolvere un problema di meccanica mediante un sistema di forze difensive che si facciano equilibrio; non basta garantire alle sfere d’azione individuali una libertà uguale perchè la giustizia sia sodisfatta, e perchè possano dirsi realizzate le condizioni alle quali è legata l’organiz- zazione sociale. Appunto perchè questa è coopera- zione attiva, solidarietà, integrazione reciproca, coor- dinazione delle parti fra loro e col tutto organico da esse formato, fa d’uopo che il diritto valga come principio, legge e forza di organamento, prescrivendo non già sole limitazioni negative, ma anche quel contributo positivo di prestazioni indispensabile alla conservazione e allo sviluppo dell'organismo. La giustizia, secondo il suo classico concetto mantenuto dallo SPENCER, è proporzione; quindi vuole che a ciascuno, sia individuo sia collettività, venga dato ciò che gli spetta, il suum necessarium, E allora, ol- tre a garantire la libertà e ad assicurare così l’equi- librio, l’armonia, la coesistenza, il diritto deve pure da una parte regolare l’attività dei singoli in modo che resti sempre coordinata e, nei limiti di stretta necessità, subordinata alle esigenze e agli scopi del tutto sociale, e dall’altra nei casi e nei limiti di Stretta necessità, giusta Ja formola romagnosiana, imporre atti positivi di soccorso. Invece lo SPEN- CER riesco ad escludere addirittura dal dominio della giustizia la coordinazione e subordinazione degli in- dividui alla comunanza; 6 per ciò che riguarda la seconda esigenza, la formula che ciascuno debba rac- cogliere i vantaggi oi danni della sua natura e della sua condotta, espressa così rigidamente e senza li- DI HERBERT SPENCER XLIX mitazioni di sorta, conduce inesorabilmente alla con- tO sacrazione giuridica del puro egoismo. V?è si lali- mitazione relativa al soccorso da prestare alla prole, ma deriva dall’etica della famiglia, dall’etica che prescrive la generosità; non appartiene alla giusti- zia. Tanto non v'appartiene, che, siccome bisogna pure rendere obbligatoria la prestazione allo scopo di tutelare i fanciulli, così per la logica della teoria È si ricorre all’espediente di dichiarare i loro diritti sostanzialmente differenti da quelli degli adulti, e di distinguerli col nome di legittime pretese (right ful claims). Un espediente che contradice non solo, come è stato acutamente osservato, ! alla coscienza comune, ma a tutta la storia del diritto domestico in cui quella coscienza concordamente sì rivela. E basterebbe da sola tale esclusione dei diritti dei fan- ciulli a dimostrare non poter essere il vero principio del diritto e della giustizia una formula, che non comprende in sè stessa (e non lo potrebbe senza di- struggersi) una così larga parte di umanità, Quale è allora la conclusione da trarre dall’ana- lisi che abbiam fatto? Quella che dicemmo già. So la teoria del diritto ha da far capo alle leggi che regolano l’uomo e la società, se questo è il metodo seguito dallo SPENOER, e tutto ciò cho vha di difet- toso dipende da un punto di vista unilaterale nello stabilire lo premesse, segue che si tratta di com- piere, non di rifare, di proseguire per la via ampia e sicura, che egli, il grando pensatore, ha tracciato, non d’imprenderne un'altra. E soprattutto sì tratta di determinare il rapporto in cui sì trovano l'ele- $ mento individuale e l’olemento sociale nel diritto e la parte che bisogna faro ad entrambi, muovendo da 1 Dal Laviosa nolla citata recensiono, RR e sAletcà ci IL SISTEMA ETICO-GIURIDICO ri lol: iva realtà delle una premessa che rispecchi l’offottiy i x gli individui e il tutto or- cose. Ora questa ci dà g ostituito. Da una parte dunque ab- L ganico da ess © i SN biamo la vita colle sue leggi e condizioni, 10 proprietà e attività, coni suoi bisogni e scopi; ab- biamo una individualità fisio-psichica, alla quale, facendo parte di una comunanza, è necessario; per- chè possa conservarsi e svilupparsi, di essere. ga: rantita nella sua esistenza e nella sua attività, ri- conosciuta come autonoma, elevata a persona giuri= dica. Così in una esigenza fisio-psichica, determinata e regolata dalla leggo di individuazione, risiede già il fondamento del diritto. Dall’altra parte abbiamo un aggregato che, sebbene per caratteri suoi propri si differenzi essenzialmente dagli organismi indivi- duali, pure è anche esso un organismo, e raggiunge coll’ordinamento a stato quel grado di integrazione e quell’unità di volere e di azione, che lo rendono analogo, non identico, alle individualità vere e pro- prie. Donde un nuovo ordine di bisogni e di scopi, una nuova e più ampia sfera di attività, ed' un com- plesso di condizioni dalle quali dipende l’esistenza, la prosperità, lo sviluppo dell’aggregato. Donde una ulteriore esigenza, l’esigenza sociale, determinata e regolata dalla logge di organizzazione. È evidente quindi che il principio del diritto non può risiedere nè esclusivamente nell’individuo, nè esclusivamente nella società, ma va trovato nella congiunzione dei due momenti, inseparabili l'uno dall'altro. In qual modo poi e in quale misura abbiano ad essere com- binati, lo si raccoglie dai caratteri e dalle condi- zioni proprie dell'organismo sociale, che è un orga- nismo etico di formazione storica, Etico per la natura delle suo individualità costituenti altrettante indi- a na ai PERA I le ui cool rt DI HERBERT SPENOER LI vidualità autonome, per il vincolo che: lo associa, per il rapporto di scopo e mezzo reciproco interce- dente fra esse e il tutto; di formazione storica, per- chè l’organizzazione non è stabile e a tipo definito, ma si fa, si rinnova, si evolve nella storia, ed evol- vendosi in senso progressivo sviluppa, rafforza, ac- cresce i suoi caratteri etici. Segue da ciò che quanto più la società nel corso della storia diventa orga- nismo etico, tanto più intimo si stabilisce un rap- porto di reciprocità fra l’individuazione delle parti e l’organizzazione del tutto, in modo da essere la prima causa e condizione della seconda, e viceversa, E allora l’accordo delle due esigenze, l’equilibrio delle due forze, il contemperamento dell'autonomia individuale colla solidariétà sociale, rappresentano l'ideale del diritto; idealo che le società progressive ‘ vengono attuando nel corso dell’incivilimento. An- che qui dunque un'esigenza che segue il moto del- l’evoluzione, e resta soggetta al criterio della rela- tività storica, Come si vede, tutte queste formano una serie di deduzioni tratte da principî di biologia e di sociolo- gia, È sempre il metodo di cui lo SPENCER forni- sce il modello. Così non solo per ciò che riguarda le basi, ma anche per ciò che riguarda il contenuto, il suo sistema si rivela focondo d'insegnamenti, i quali, se da soli non bastano, sono però indispensa- bili, anzi fra i più essenziali, alla rinnovazione scien- tifica dell’etica o della filosofia del diritto. Tutti quelli allora che vogliono tale rinnovazione, tutti gli aderenti al programma della ricerca sperimentale e oggettiva, non possono non tenerne conto, o preten- dere di ricominciare, essi, da capo. Bisognerebbe prima provare che i principî di quella ricerca non IL SISTEMA ETICO- GIURIDICO LII Se dalle dimostrazioni di una cri- tica rigorosa risulta che una parte del sistema non vi è a questa che deve limitarsi il dissenso. Ed è poi la parte destinata necessariamente a passare, Ciò che non passa è proprio la parte alla quale in- È vece avversari e seguaci generalmente fanno meno attenzione, e che quindi premeva rilevare. Ciò che non passa è la spiegazione della condotta ricongiunta all'interpetrazione scientifica della natura; è l’etica fondata su quello che costituisce il primo principio di tutte le cose e di tutte le nostre conoscenze, la causa- lità; è la ragione intrinseca assegnata alla morale e al diritto nelle condizioni di esistenza; è il metodo di deduzione da leggi biologiche e sociologiche; è la con- forma induttiva di ciò che deve essere ricavata dal- l'osservazione di ciò che in fatto diviene. Giò che uel concetto profondamente filosofico furono rispettati. corrisponde, non passa è q {i È della vita, per cui all’operaro umano, individuale e i collettivo, viene additata colla calma serena del vero $ sapiente la necessità di conformarsi alle leggi della natura. La filosofia morale e la filosofia giuridica potranno, dovranno anzi, superare quello che lo i Spenonr ha fatto per il loro progresso; ma non ; sid dei E RA A fr possono, non debbono prescindere dall’opera di lui, Al di là di questa, ma non senza di questa; prose- guirla e compierla: ecco il segreto del loro avye- nire. Parma, decembre 1892, Tornio VANNI [X-Info] Vanni, Icilio, 1855-1903: Della consuetudine nei suoi rapporti col diritto e colla legislazione. (V. Santucci, 1877) (page images at HathiTrust) [X-Info] Vanni, Icilio, 1855-1903: Filosofía del derecho (Librería francesa científica y casa editorial E. Rosay, F. y E. Rosay, 1923), also by Hernando de Lavalle, Adrián Miguel Cáceres Olazo, and Juan Bautista de Lavalle (page images at HathiTrust) [X-Info] Vanni, Icilio, 1855-1903: I giuristi della scuola storica di Germania nella storia della socialogia e della filosofia positiva. (Dumolard, 1885) (page images at HathiTrust) [X-Info] Vanni, Icilio, 1855-1903: I progressi della legislazione civile in Italia dopo la riviluzion; discorso letto nella libera università di Perugia nel giugno del 1878. (Perugia, 1878) (page images at HathiTrust) [X-Info] Vanni, Icilio, 1855-1903: Il diritto nella totalità dei suoi rapporti e la ricerca oggettiva. Prelezione al corso de filosofia del diritto letta nella R. Università di Roma l'xi gennaio MDCCCC ... (Rivista italiana di sociologia, 1900) (page images at HathiTrust) [X-Info] Vanni, Icilio, 1855-1903: Il problema della filosofia del diritto : nella filosofia, nella scienza e nella vita ai tempi nostri. (D. Tedeschi, 1890) (page images at HathiTrust) [X-Info] Vanni, Icilio, 1855-1903: La funzione pratica della filosofia del diritto, considerata in sè ed in rapporto al socialismo contemporaneo. (Bologna, 1894) (page images at HathiTrust) [X-Info] Vanni, Icilio, 1855-1903: Lezioni di filosofia del diritto. (N. Zanichelli, 1920) (page images at HathiTrust) [X-Info] Vanni, Icilio, 1855-1903: Lezioni di filosofia del diritto. (N. Zanichelli, 1908) (page images at HathiTrust) [X-Info] Vanni, Icilio, 1855-1903: Lezioni di filosofia del diritto ... (N. Zanichelli, 1904) (page images at HathiTrust) [X-Info] Vanni, Icilio, 1855-1903: Prime linee di un programma critico di sociologia. (Tip. di V. Santucci, 1888) (page images at HathiTrust) [X-Info] Vanni, Icilio, 1855-1903: Saggi critici sulla teoria sociologica della popolazione ... (S. Lapi, 1886) (page images at HathiTrust) [X-Info] Vanni, Icilio, 1855-1903: Saggi di filosofia sociale e giuridica. (N. Zanichelli, 1906), also by Giovanni Marabelli (page images at HathiTrust) [X-Info] Vanni, Icilio, 1855-1903: Saggi di filosofia sociale e giuridica (N. Zanichelli, 1906) (page images at HathiTrust)Nome compiuto: Icilio Vanni. I. Vanni. Vanni. Keywords: action, interaction, azione, interazione, Vico, positivismo, positivismo critico, etologia, ethology -- Refs.: The H. P. Grice Papers, Bancroft MS, -- Luigi Speranza,, “Grice e Vanni: azione ed inter-azione” – The Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria.

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