GRICE ITALO A-Z V VA
Luigi
Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Vasoli: la ragione conversazionale e
l’implicatura a MERTON ecc – la scuola di Firenze – filosofia fioretina –
filosofia toscana -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco
di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Firenze). Abstract:
medieval. Keywords: medieval. Grice: “They said we were frivolous, but what
about those mediaeval discussions about how many angels could dance on the tip
of a needle? -- Filosofo fiorentino. Filosofo
toscano. Firenze, Toscana. m. Firenze. Storico della filosofia italiano. Formatosi
alla scuola di grandi maestri dell'ateneo fiorentino – GARIN (vedasi), MORANDI
(vedasi), CANTIMORI (vedasi) --, e poi docente in diverse università italiane,
in più di quarant'anni di ricerche e interventi compiuti in Italia e all'estero
V. esplora i più diversi aspetti delle idee e della cultura. Laureatosi
all'univ. di Firenze sotto la guida di GARIN (vedasi), è stato prima assistente
e poi libero docente e incaricato di Storia della filosofia nella facoltà di
Lettere e filosofia della stessa università; prof. ordinario di storia della
filosofia alle univ. di Cagliari, Bari e Genova, poi a Firenze di filosofia
morale, di storia della filosofia, quindi di storia della filosofia del
Rinascimento. Socio nazionale dei Lincei. Storico della filosofia italiano. Si
formato con GARIN (si veda) e si laurea a Firenze con un saggio di filosofia
morale. Al suo maestro è rimasto sempre profondamente legato, riprendendo e
sviluppandone in modo originale temi e motivi. Assistente e libero
docente e incaricato di Storia della FILOSOFIA MEDIEVALE fnella facoltà di filosofia
a Firenze. È stato professore ordinario di storia della FILOSOFIA MEDIEVALE a Cagliari,
Bari e Genova, poi a Firenze di filosofia morale, di storia della filosofia,
quindi di storia della FILOSOFIA DEL RINASCIMENTO. Dottore honoris causa
della Sorbona e del Centro studi sul Rinascimento di Tours. Presidente
dell'Istituto di Studi sul Rinascimento, di cui è consigliere, e dei
Lincei. Autore di una vasta bibliografia, tra i suoi saggi si
ricordano: La filosofia medievale (Feltrinell), La dialettica e la
retorica dell'Umanesimo: "Invenzione" e "Metodo" (Feltrinelli; Città del sole) Umanesimo e
Rinascimento (Palumbo) Magia e scienza nella civiltà umanistica (Il Mulino) La
filosofia moderna (Vallardi) La cultura delle corti (Cappelli) Filosofia nel Rinascimento
(Guida) Tra maestri, umanisti e teologi: studi (Le Lettere) Civitas mundi:
studi sulla cultura (Storia e letteratura) Le filosofie del Rinascimento
(Mondadori) L'enciclopedismo
(Bibliopolis) Ha inoltre tradotto in italiano il Defensor Pacis e il
Defensor minor di Marsilio da PADOVA (si veda) ed ha curato, con Robertis,
l'edizione critica del Convivio d’ALIGHIERI (Ricciardi). Si è poi
dedicato allo studio delle idee filosofiche (FICINO (si veda), SAVONAROLA (si
veda) ed i suoi seguaci, SALVIATI (si veda), Postel, Patrizi da Cherso, Bodin,
Marsilio da Padova), e, in particolare, al ritorno della tradizione dell’ACCADEMIA
ed al rapporto tra le varie filosofie del Rinascimento e la diffusione delle
nuove concezioni rconnesse alla Riforma protestante o alle particolari
esperienze etico-politiche dell'età della Contro-riforma. Treccani -- Istituto
dell'Enciclopedia Italiana. Stabile, V. Enciclopedia Italiana, V Appendice,
Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Dizionario di filosofia, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana, Dizionario bio-bibliografico dei bibliotecari
italiani, Associazione Italiana Biblioteche. Registrazioni di V. su
RadioRadicale.it, Radio Radicale. Portale Biografie: accedi alle voci di
Wikipedia che trattano di biografie Categorie: Storici della filosofia italiani
Italiani Italiani Nati a Firenze Morti a Firenze. La filosofia
medioevale Storia della Filosofia La filosofia medioevale Il
pensiero filosofico del Medioevo, dai mani- chei ai nominalisti, da
Ockham a Maestro Eckhart, da S. Ag ostino a S. Tommaso, visto
in continuo, costante riferimento con l’am- biente culturale, politico e
sociale. Gli aspetti ideologici delle dottrine e il loro peso
effettivo ‘nella società medioevale — sulla teologia, sul- le
concezioni della politica e dello stato — vengono ampiamente analizzati e
portati in primo piano, offrendo al lettore un panorama quanto mai
affascinante dello sviluppo storico e del significato culturale e
politico delle varie filosofie. In questo quadro denso di fatti, di
notizie, di osservazioni, di riferimenti, una speciale attenzione è
rivolta dall’autore alla organizzazione della cultura, al formarsi
delle università, alla nascita degli ordini mendican- ti, insomma a
tutte le forme di vita teorica e pratica del Medioevo, in cui si è
riflessa in maniera decisiva l’attività filosofica. La
filosofia medioevale di Cesare Vasoli è il primo, in ordine di
pubblicazione, di una se- rie di volumi affidati a diversi studiosi, che
costituiranno un’organica storia della filosofia. Seguiranno a questo i
volumi dedicati alla Filosofia antica, alla Filosofia nell'età del
Ri- nascimento, alla Filosofia moderna e alla Filo- sofia
contemporanea. Quest'opera intende offrire a un pubblico colto, ma
non necessariamente specializzato, un ampio e documentato panorama dello
svilup- po storico del pensiero filosofico. Nella stesura del lavoro i
collaboratori si sono soprat segue seguito tutto preoccupati
di evitare due opposti pericoli: un troppo rigoroso tecnicismo con una
conseguente terminologia da iniziati e una sommarietà di trattazione
adatta a manuali di uso scolastico. La filosofia antica La filosofia
medioevale La filosofia nell’età del Rinascimento La filosofia
moderna La filosofia contemporanea Di imminente
pubblicazione: Adorno, La filosofia antica. V., professore di storia della
filosofia medioevale a Firenze. È autore di un volume su Occam e di numerosi
studi sulla filosofia. Ha raccolto i risultati delle sue ricerche sul
pensiero contemporaneo nel volume, di recente pubblicazione, Tra cultura
e ideologia. Collabora alla “Rivista critica di storia della filosofia,” di cui
è redattore, a “Il Ponte,” a “Inventario,” a “Paragone” e ad altre
riviste filosofiche e di cultura. Sovracoperta: Albe Steiner
Feltrinelli Milano Storia della Filosofia Giangiacomo Feltrinelli, Milano.
La filosofia medioevale, Feltrinelli Milano. V. dedica il saggio allasua moglie,
compagna carissima. Agostino si spegna nella sua sede episcopale ad Ippona,
assediata dalle milizie dei vandali. Nella sua lunga esistenza di filosofo,
di retore e di teologo, di elegante letterato e di padre della
cristianità occidentale, Agostino assiste al lungo sfacelo della società
romana corrosa da un’insanabile crisi economica e politica, minacciata
dalla crescente pressione delle gentes germaniche e dall’esplodere sempre
più frequente di drammatiche rivolte contadine; ma adesso, nei suoi
ultimi giorni, egli assisteva all’estrema rovina di quello Stato che si
era ormai intimamente compenetrato con la Chiesa di Cristo, e, dall’età
costantiniana, aveva associato i vescovi e il clero romano alla guida
dell’Impero. Sorto per volere di una provvidenza misteriosa e
inaccessibile, che dispone dei troni e dei poteri, secondo l’esigenza di
un suo segreto disegno, l’Impero di Roma andava adesso dissolvendosi per una
legge ugualmente necessaria e provvidenziale; ma nella estrema confusione
del secolo, nell’anarchia di tutte le autorità e di tutti i poteri, il
vescovo vede solo il segno dell’avvento di una nuova società
integralmente religiosa, capace di assorbire nella sua più alta finalità
cristiana l’ordinamento mondano, conservandolo per i suoi scopi
superiori. Se la città terrena scontava nella sua morte la propria
origine di violenza e di frode, la città di Dio poteva sorgere a imporre nel
nome della sua destinazione ultraterrena la pace e l'universale
concordia, sotto il segno dell’alta guida della potestas Ecclesiae.
La dottrina che Agostino elabora nel De civitate Dei, scritto in
anni trai più tragici della storia dell’Impero, era certamente un tentativo
coerente di sottrarre la comunità cristiana all'imminente catastrofe,
riaffermando che il suo destino ol Introduzione trepassa sempre la
storia e il mondo presente, che la sua verità trascendente è al di là di ogni
fortuna o sventura storica. Ma il suo richiamo alla superiorità di un
destino celeste, estraneo alla misura mondana degli uomini carnali, non
diminuiva la gravità di una crisi che incideva sugli stessi fondamenti
della situazione civile e intellettuale in cui era maturato il trionfo politico
del cristianesimo. In Gallia e in Iberia le sanguinose dagaude, ribellioni
delle gentes non romane contro l’aristocrazia latina e quella indigena
latinizzata, segnavano irrevocabilmente la fine dell’unità romana. E mentre,
nel precipitare della dissoluzione militare e amministrativa dell’Impero,
si spezzavano anche i legami culturali che avevano tenuto unite le
più diverse regioni d’Europa, i popoli germanici si installavano già pesantemente
nel cuore dell'Impero, portando a contatto con la millenaria esperienza di una
società economica evoluta la loro organizzazione ancora tribale, i loro culti
della forza e del sangue. Certo, ad Oriente, nella recente capitale
di Costantinopoli, continuava la stessa tradizione romana che avrebbe più tardi
trovato le basi di una nuova ripresa politica e intellettuale nel
difficile connubio. dell’ellenismo e del cristianesimo. Ma nell’Occidente
devastato dalle invasioni e dalle insurrezioni contadine e militari, l’autorità
e il potere dell’Impero erano ormai soltanto un nome ed una finzione
giuridica. E presto i capi germanici avrebbero potuto imporre il loro
sostanziale dominio a tutte le classi e i ceti dell’antica società romana. Cosî
il potere militare e politico sarebbe passato definitivamente dalle mani
dell’aristocrazia senatoria e latifondistica e della burocrazia imperiale in
quelle di una ristretta casta militare germanica, pronta però ad
accettare la collaborazione dei vinti e a riconoscere la loro superiorità
intellettuale. Questa dissoluzione dell’Impero e, con essa, la
crisi della stessa struttura organizzativa della cultura romana, non fu
però, certamente, un evento improvviso, né ebbe quel carattere
catastrofico che gli è stato cosî a lungo attribuito dalla storiografia
romantica. Anzi, anche quando tra la fine del IV e gli inizi del V secolo
l'emigrazione delle gentes germaniche si trasformò in vera e propria
invasione, lo stanziamento delle loro tribi nell’Occidente romano avvenne
ancora, in generale, nel quadro degli ordinamenti romani. I capi
barbarici che occuparono con i loro exercitus l’Italia e le province più
latinizzate dell'Europa occidentale e dell’Africa, tennero spesso a
comportarsi: pit come mandatari dell’autorità imperiale che non come veri
e propri sovrani, senza mutare la struttura organizzativa dello stato romano.
Né le condizioni politiche e sociali delle élites subirono, almeno nei
primi tempi, un mutamento radicale, o venne trasformata la struttura
sociale del Basso Impero, che restò di fatto immutata, anche se alle
aristocrazie latifondistiche romane o provinciali si sostitui, in gran
parte, la nuova aristocrazia militare germanica. È vero che le invasioni
barbariche, nelle regioni pid lontane o periferiche, ebbero talvolta come
immediata conseguenza la rottura della recente tradizione romana. Ma è
altrettanto certo che lo stanziamento delle gentes germaniche nelle vecchie
terre latine, lì dove esisteva un forte tessuto urbano e solide istituzioni
culturali, non ebbe affatto un simile effetto. Anzi, gli storici del
Medioevo sono concordi nel contrapporre il rapido regresso della cultura
nelle regioni di recente latinizzazione alla robusta e vitale continuità di
tradizioni intellettuali che si ebbe invece in Italia, in Gallia, in
Spagna e nell’Africa romana. Tuttavia, se pure le invasioni non
distrussero volontariamente la base della cultura romana, che negli
ultimi secoli dell’Impero aveva raggiunto un notevole grado di uniformità
e di stilizzazione scolastica, la dissoluzione dell’unità imperiale non
fu certo priva di gravi conseguenze. Già i grandi spostamenti etnici dei
secoli III e IV e le invasioni avevano cominciato ad infrangere quel
comune tessuto giuridico e amministrativo che aveva unito per secoli le
regioni dell’Occidente. Adesso, il costituirsi di regni barbarici separati ed
autonomi in Italia, in Spagna, nelle Gallie e nell’Africa romana, rese
permanente quella rottura ed approfondi gli elementi di divisione, anche
sul piano della vita intellettuale. Per prima cosa, infatti, l'Occidente fu
separato dalle regioni dell'Oriente mediterraneo, che seguirono di fatto
uno sviluppo economico, politico e intellettuale completamente diverso e
nelle quali fiori una cultura con caratteri assai distinti da quelli che
si delinearono nelle terre occidentali. Ma un’altra barriera venne
pure a cadere tra l’Italia che era stata
il maggiore centro della vita politica e amministrativa dell’Impero e
dove l'elemento romano restò sempre prevalente
e le altre regioni dell'Europa centrale, ove i germani
condizionarono in maniera assai più netta la graduale formazione delle
nuove unità nazionali. Il formarsi di diversi regni; la fine dell’unità
giuridica e statale romana, presto polverizzata nel particolarismo
istituzionale dell'Alto Medioevo; il sovrapporsi delle nuove aristocrazie
militari germaniche alle vecchie classi dominanti dell’età imperiale,
ebbero quindi come naturale esito storico il progressivo frazionamento
della cultura e della vita intellettuale, la cui unità fu però salvaguardata
dalla dominante influenza della gerarchia e delle istituzioni
ecclesiastiche. E tale frazionamento fu poi accentuato dal costante
spostamento dell’asse economico-sociale della civiltà europea dalla città verso
la campagna e dalle attività mercantili e artigiane a quelle rurali, dal
rallentamento dei rapporti economici e politici con l'Impero d’Oriente e
dalla naturale diminuzione degli scambi tra le varie regioni. Ciò spiega
anche il progressivo differenziarsi delle caratteristiche culturali di
popolazioni che erano pure rimaste per secoli nell’ambito della
tradizione romana, nonché l’effettivo regresso di molti aspetti della
vita sociale, sui quali, del resto, si rifletterono anche le condizioni
di arretratezza proprie delle aristocrazie barbariche. Certo, l’ossatura
amministrativa -sulla quale si ressero i regni romano-barbarici restò
numana; e i romani poterono spesso esercitare liberamente funzioni anche
di notevole rilievo politico e continuare a trasmettere il proprio patrimonio
culturale. Ma questo non toglie che la scomparsa o l’indebolimento di un
saldo potere centrale, e il lento disgregarsi dei ceci sociali che
avevano avuto per secoli il pieno monopolio della cultura, non influisse
decisamente. nelle condizioni di base della vita intellettuale. Da un
lato, infatti, si accentuò quel processo di riduzione scolastica della
cultura che era, del resto, già caratteristica dell'uitima età imperiale,
e la prevalenza di un criterio utilitario che legava lo svolgimento
dell’attività intellettuale alla formazione di un personale giuridico e
amministrativo, e, soprattutto, della gerarchia ecctesiastica. D'altro canto,
la forza politica e amministrativa della Chiesa. unico corpo unitario e
saldamente organizzato nell’Europa frazionata. contribuf a dare alla
cultura un’impronta sempre più ecclesiastica, sostituendo all’organizzazione
scolastica romana una nuova efficiente rete di scuole religiose. Ma,
soprattutto, il patrimonio di cultura greco-romana si semplifica e schematizza,
secondo le esigenze di una società sempre più disorganica, e la
riflessione filosofica venne ormai strettamente legata alla tematica religiosa
cristiana e quindi naturalmente esposta agli interventi e al controllo
della potente gerarchia vescovile. Cost, mentre a Costantinopoli la
direttiva cesaro-papistica degli Imperatori conduceva a una stretta
intrinsecazione tra dogma religioso e autorità politica, preludendo alla
definitiva liquidazione delle ultime scuole filosofiche non cristiane operata
da Giustiniano, anche in Occidente il primato intellettuale della Chiesa pose
di fatto le condizioni del suo monopolio quasi esclusivo dell’educazione
e della cultura. È appunto da questo momento storico, che conclude la
lunga crisi dell'Impero e inizia la lenta formazione della nuova società
europea, che deve muovere lo studio storico del pensiero medioevale.
Poiché, se è vero che il passaggio tra la civiltà greco-romana del tardo
Impero e quella dell’Alto Medioevo fu lento e graduale, è però
altrettanto evidente che la cultura di Boezio e di Cassiodoro, per non dir poi
di quella di Isidoro di Siviglia, presenta già dei caratteri ben
definiti, i quali la distaccano nettamente dagli ultimi sviluppi
contemporanei della filosofia classica che hanno luogo ad Atene o ad
Alessandria. E chi guardi alle radici concrete dei fatti intellettuali e
all’ambiente storico in cui essi si svolgono, non ha difficoltà a
riconoscere che proprio intorno alla metà del V secolo passa il grande spartiacque
tra la cultura del mondo antico e quella dell’età medioevale.
Con questo, non si vuol certo dire che il carattere iniziale della
civiltà del Medioevo sia dato da un profondo imbarbarimento, o tanto meno
che la riflessione medioevale sia condizionata, fin. dalle sue origini,
da una esclusiva direttiva scolastica e dogmatica. Al contrario, la
vicenda della cultura dell’Alto Medioevo è anzi la testimonianza di vitali
esigenze spirituali che, al di là di tutti gli ostacoli posti dalle
avverse condizioni politiche, mantengono le fila di una grande tradizione e
preparano la lontana. ripresa del IX secolo, Ed è pure, a ben guardare,
la testimonianza di quella costante differenziazione di atteggiamenti
intellettuali, nei confronti delle tradizioni fornite dal pensiero
classico che, fin dall’inizio dell’età medioevale, si delineò nell’unità
religioso-filosofica instaurata ben presto dalla Chiesa romana. Ciò
spiega, tra l’altro, perché la cultura medioevale occidentale della
quale ci occuperemo in modo prevalente
abbia avuto risultati più ricchi e fecondi della stessa civiltà
bizantina, che pure era privilegiata sia dalla continuità dei suoi rapporti con
i grandi centri intellettuali della Grecia e dell’Oriente ellenistico, che
dalle migliori condizioni di convivenza civile e religiosa. Senza diminuire
l’importanza storica della filosofia e della cultura bizantina, che pure ha
avuto personalità e momenti di singolare prestigio, non v’è dubbio che dei due
settori che dopo il V secolo si sostituiscono allo sviluppo sostanzialmente
unitario della tarda antichità, quello occidentale fu nettamente
superiore nella capacità di tentare o suggerire nuove soluzioni teoriche
e speculative. Mentre in Oriente prevalse ben presto una rigida
schematizzazione di moduli scolastici e di atteggiamenti intellettuali che
non Introduzione consentirono progressi di grante
portata, la cultura dell’Occidente cristiano svolse invece una funzione
indubbiamente più positiva e costruttiva nei confronti della società in
cui operava, favorita in ciò dalla stessa posizione particolare della
Chiesa romana non legata, come quella di Bisanzio, a una rigida
subordinazione all’assoluta autocrazia del Basileus. L’indubbia
superiorità dell'incidenza storica della cultura medioevale occidentale nei
confronti della tradizione bizantina, giustifica poi il punto di vista che
terremo nelle pagine seguenti, e l’attenzione prevalente, se non certo
esclusiva, che porteremo alle dottrine ed alle personalità della
filosofia, della teologia, del pensiero politico e della scienza
occidentale. Certo, ci accadrà spesso di riferirci anche al corso diverso
e distinto della cultura greco-bizantina (basti pensare all'influenza dello
Pseudo-Dionigi e di Massimo il Confessore, e quindi alla fortuna di Psello)
e, più tardi, allorché diremo della svolta storica del XII e XIII secolo,
dovremo trattare, con particolare ampiezza, le dottrine dei filosofi
arabi ed ebrei che esercitarono un’influenza cosi decisiva
nell’evoluzione intellettuale dell’Occidente. Nondimeno, per quanto
concerne la linea principale della nostra trattazione, essa verterà
soprattutto su quelle personalità e correnti di pensiero che si muovono
nell’ambito delle grandi scuole occidentali, dal primo grande tentativo
compiuto da Boezio per assicurare alla civiltà latina medioevale un ricco
patrimonio filosofico e scientifico, alla rinascita carolingia, dalJa grande
ripresa dei secoli XI e XII alla eccezionale fioritura speculativa del
Duecento, e dalla crisi della tradizione filosofica medioevale denunciata
dalle correnti di pensiero trecentesco fino alle ultime mani‘festazioni
critiche del pensiero scolastico. Perciò, alla luce di questo lungo e
complesso processo storico, saranno pure valutati gli apporti delle altre
grandi tradizioni di pensiero e di cultura che agirono in questi dieci
secoli nel mondo mediterraneo. Tale prospettiva, che è del resto comune a
tutte le trattazioni generali di storia della filosofia medioevale, non deve
però indurre a pensare che dieci secoli di sviluppo storico e intellettuale
possano semplicemente ridursi sotto la consunta etichetta di una storia della
scolastica. È vero che nella civiltà latina medioevale la schola esercita
una funzione difficilmente paragonabile a quella delle istituzioni scolastiche
moderne, accentra intorno a sé quasi tutto il lavoro intellettuale, controlla,
insieme alla Chiesa, l’elaborazione delle idee direttive di tutta la
civiltà. Ma questo dato di fatto, di cui è facile render ragione,
analizzando le condizioni sociali di base che determinano la fortuna e lo
sviluppo delle scholae, non significa affatto che la cultura filosofica
medioevale sia un chiuso regno di teologi e di magistri, indifferenti al
volgersi storico delle vicende umane, estranei alla società ‘in cui vivono
ed operano. Né tanto meno il cosiddetto mondo medioevale è certo quell’unità
uniforme, statica, esclusa da ogni progresso, immutabile nei suoi principi
dominanti, che è stata spesso descritta dagli avversari, come dagli
apologeti di un tipo di civiltà e di vita sociale che non è mai esistita,
né poteva esistere. Al contrario, il Medioevo europeo è invece una lunga età
della storia umana estremamente complessa, ricca di eventi e di processi
storici che sono stati decisivi per l’evoluzione di tutta la civiltà
occidentale. In mille anni, non solo si è compiuto quel processo di
trasformazione economico-sociale che ha portato gran parte d’Europa dalla
economia latifondistica del tardo Impero al feudalesimo, e, quindi, al primo
sviluppo precapitalistico del XIV secolo, ma si sono realizzate
esperienze intellettuali, religiose, politiche e scientifiche, di cui non
occorre neppure ricordare l’eccezionale significato storico. Sicché
giustamente si possono ripetere anche oggi le parole che lo Haskins
scrisse più di trent'anni fa, quando la disputa sui caratteri storici del
Medioevo era ancora pienamente in corso e le polemiche sulla continuità e
discontinuità della sua cultura con la civiltà classica e l’età del
Rinascimento erano ‘al centro delle discussioni storiografiche: Contrasti
tra Oriente e Occidente, tra Settentrione e Mediterraneo, tra vecchio e nuovo,
sacro e profano, ideale e attuale, danno vita e colore e movimento a
questo periodo, mentre la sua stretta relazione sia con l'antichità che
con il mondo moderno gli assicurano un posto nella continua storia
dello sviluppo umano. Tanto la continuità che il mutamento sono
caratteristiche del Medioevo, come di tutte le grandi epoche storiche Chi
studi la storia del pensiero medioevale, non come un astratto museo
scolastico di dottrine superate, un arsenale di apparati teologici, o una
raccolta di bizzarrie o di errori scientifici, bensi come la risposta data da
una particolare società ai problemi storici del suo tempo, non può che
condividere queste idee. Né gli è difficile riconoscere il nesso tra la
lucida elaborazione delle idee al livello teologico e filosofico, la pugnace
polemica della riflessione politica e i grandi mutamenti economici e sociali
che. si verificano nell’Europa medioevale, determinando una serie di
trasformazioni che ha sempre il suo riflesso anche nell’ impassibile
meditazione di metafisici o teologi. Da questo punto di vista,
anche la diversità e il mutamento di orizzonti e prospettive
intellettuali che si verificano nei diversi momenti della cultura medioevale
riceve una compiuta spiegazione solo quando le varie dottrine sono
immerse nel compiuto contesto storico in cui si formarono e si diffusero.
Non v’è dubbio infatti che sarebbe ben difficile spiegare fuori dal
complesso di una radicale trasformazione economica e sociale il rinascimento
intellettuale del XII secolo, comprendere l’evoluzione della teologia e
della filosofia duecentesca fuori della grande fioritura della civiltà
comunale, o intendere la crisi speculativa del XIV secolo separatamente
da una più profonda trasformazione che coinvolge tutte le strutture della
società medioevale. Non solo; ma i caratteri peculiari e distintivi dei
vari momenti in cui si scandisce lo sviluppo storico della riflessione
medioevale, risultano sicuramente definiti solo se, prescindendo da ogni
astratto riferimento a correnti o linee ideali, sono riconosciuti come
espressioni di un mondo storico ben pi vasto e complesso di quello
rappresentato dalla esclusiva portata dei singoli temi filosofici o
teologici tradizionali. A questo proposito e per chiarire un’altra direttiva alla
quale ci siamo tenuti nella stesura di questa storia è bene anche aggiungere che il carattere
particolare della filosofia medioevale costringe lo studioso ad affrontare
assai spesso una complessa tematica teologica, la quale è anzi cosi
intrinsecata con lo sviluppo della riflessione filosofica, da rendere
impossibile qualunque arbitraria distinzione. In una società in cui la
Chiesa mantiene per almeno otto secoli il monopolio effettivo della cultura, e
in cui la figura dell’intellettuale si identifica con quella del
clericus, sarebbe infatti del tutto assurdo pretendere di tracciare una linea
rigorosa di demarcazione tra la storia della filosofia e quella della
teologia. E certamente, come lo studioso del pensiero moderno non può
prescindere nella valutazione dello sviluppo filosofico dalla concomitante
incidenza della storia delle scienze, a più forte ragione lo storico del
pensiero medioevale deve tener presente, per prima cosa, che proprio la
teologia, con i suoi problemi e i suoi dogmi, fu l’ambito ideologico in
cui si sviluppò, per quasi un millennio, la discussione filosofica,
condizionandone naturalmente i particolari svolgimenti. Ma questo non significa
che si possa cata logare mille anni di evoluzione storica del pensiero
umano sotto l’etichetta di comodo della vocazione trascendente, o dello spirito
ascetico o ridurre la riflessione medioevale all’unico problema del rapporto
fede-ragione. Che tale problema sia stato largamente presente ai filosofi
del Medioevo, che ‘abbia acquistato un'importanza drammatica via via che
tornavano a circolare le grandi testimonianze del pensiero classico, è
cosa evidente. Però, nulla sarebbe pit falso che ridurre questo problema, che
fu anch’esso squisitamente storico e rifletté atteggiamenti e soluzioni ben
radicate nell’evoluzione della società medioevale, ad una sorta di rigida
disputa controversistica; tanto più che è cosi facile cedere alla
tentazione di introdurre in una cultura e in una fase della storia della Chiesa
che le ignoravano, certe nozioni di ortodossia o eterodossia tipiche
dell’età post-tridentina; e ben lontane dalla mentalità e dai gusti
speculativi dei magistri medioevali, D'altro canto, la prevalente
natura teologica del pensiero medioevale (prevalente, ma non esclusiva, perché
il Medioevo ebbe pure i suoi grandi medici, giuristi e scienziati che
influirono non poco anche nella storia della filosofia propriamente
detta) non deve indurre ad accettare per la filosofia medioevale la
definizione esclusiva di filosofia cristiana. A parte il fatto che la cultura
filosofica medioevale è frutto dell’opera di Avicenna, di Averroè, di
Avicebron e del Maimonide, certo non meno di quella di Bonaventura, di Tommaso
o di Duns Scoto, la sua eredità classica è sempre cosf attiva, da rendere
assai difficile stabilire quanto ogni singolo pensatore e il suo ambiente
intellettuale debbano al messaggio cristiano, e quanto invece alla presenza di
Platone, di Aristotele, di Cicerone e di Proclo. Il caso della scuola di
Chartres (per citare uno degli argomerti che ha pit offerto occasioni per
discutere l’ispirazione cristiana o pagana di taluni pensatori di alto rilievo)
insegna quanto sia fallace e pericolosa l'applicazione di simili
parametri alla storia della filosofia medioevale. Perciò, senza entrare
nei particolari di una discussione che ha impegnato, trent'anni fa,
alcuni dei maggiori studiosi cattolici e laici, ci limiteremo a sottolineare
che la nostra voluta astensione da ogni giudizio di tal genere dipende dalla
certezza che l’opera dello storico, qualunque sia la direzione o i
livelli in cui si svolge, non ha nulla da guadagnare da simili
atteggiamenti strettamente ideologici. Naturalmente, non si vuol
mettere in dubbio che la cultura medioevale sia profondamente permeata di
spirito cristiano e che, anzi, proprio la tematica teologica e religiosa
rappresenti la sua più immediata espressione ideologica. Nondimeno è pur lecito
ricordare che anche le credenze religiose assumono continuamente significati ed
espressioni sempre nuove, secondo le esigenze e i bisogni di quei ceti o
ambienti in cui si articola il grande corpo della C4ristianitas medioevale, e
secondo l’incidenza di idee, dottrine e atteggiamenti intellettuali che
venivano da ambienti e tradizioni laiche. Accanto alla dominante facoltà
teologica, accanto ai commentatori della Bibbia e delle Sentenze e agli
autori delle grandi Summae, v'è infatti, e acquisterà sempre più peso e
influenza nella storia della cultura medioevale, il mondo dei medici e dei
giuristi, dei magistri artium e degli spetiales, lettori spregiudicati
degli scienziati e dei filosofi greci e arabi, spesso osservatori acuti
delle res nazurales e già abituati a pensare il cosmo fisico come un
complesso di fatti e di fenomeni autonomi. Non solo; ma più procederà
l’evoluzione della società mediosvale, e più questi ceti di intellettuali,
estranei al tessuto clericale della cultura teologica, si trasformeranno in
portatori di idee e concezioni che minano profondamente l’antico ideale
unitario e carismatico della Ckristianitas, per avanzare e difendere le nuove
ragioni degli stati cittadini e delle monarchie nazionali, o le radicali
esigenze laiche delle classi emerse dallo sfacelo del mondo feudale. Né
questo spirito resterà estraneo anche alla problematica teologica o
all'ambiente clericalis dei magistri Sacrae Theologiae, se è vero che, a
Parigi come ad Oxford, la scolastica del XIV secolo saprà esprimere in
forma esemplare la crisi di una società e di una cultura che stavano
profondamente mutando. Il fatto che i medesimi maestri che hanno criticato
i fondamenti della fisica e della metafisica scolastica siano, al tempo
stesso, i liquidatori della scientia teologica medioevale e, non di rado,
anche audaci osservatori e teorici degli eventi politici e dei
comportamenti economici contemporanei dovrebbe cosî indurre a una
maggiore cautela nel giudicare i rapporti che la matura cultura medioevale
istituî tra le scienze sacre e profane, tra la teologia e la conoscenza
critica della realtà. Poiché la vicenda della tarda scolastica dimostra,
nel modo più chiaro e inequivocabile, che se la teologia offrf spesso il
quadro universale di una visione del mondo in cui si riconobbe tanta
parte della società medioevale, questa visione subî però sempre la
stessa sorte della realtà da cui nasceva, ed espresse nei suoi concetti
più universali, trascendenti quello stesso faticoso processo di
evoluzione che si definiva concretamente nel progresso delle scienze e
delle tecniche, come nell’affermazione sempre più sicura di nuovi tipi
di organizzazione sociale e politica. A queste considerazioni
dobbiamo poi aggiungerne un’altra, non meno importante; e, cioè che se
l’autorità e le gerarchie della Chiesa condizionarono in larga parte, e
in senso positivo, come in senso negativo l’evoluzione del pensiero medioevale,
pure non poterono mai impedire che le ragioni della storia avessero il
sopravvento. Le condanne, i divieti, le ammonizioni di cui è pure
straordinariamente ricca la storia della cultura medioevale non hanno mai
arrestato quelle idee o dottrine che rispondevano ai bisogni più profondi
e necessari di una società in movimento; e, certo, chi rifletta alla
storia dei ripetuti e costanti divieti all'insegnamento di Aristotele,
alla condanna del vescovo Tempier, che colpì talune tesi tomiste, o alla lunga
lotta contro i teorici dell'autonomia della ricerca scientifica o filosofica,
ha larga materia di meditazione sull’estrema relatività di una
vicenda che doveva concludersi proprio con l'accettazione
dell’aristotelismo come strumento filosofico della teologia cattolica e con
l’assunzione del tomismo a filosofia ufficiale della Chiesa. Comunque, al
di là dei conflitti che spesso opposero le correnti più avanzate della
rifl-ssione medioevale alla forza frenante di una tradizione sempre ancorata al
passato, anche il mondo delle scholae fu protagonista e, insieme, testimone
dell’evoluzione storica che conduceva i popoli dell’Europa occidentale verso
l'avvento di un nuovo mondo storico fondato sui valori umani della
scienza, della tecnica e del lavoro. Tra il cristianesimo monastico e
ascetico di Pier Damiani e la lucida mentalità scientifica di Ruggero Bacone
che affida il trionfo della sua fede nel mondo alla meravigliosa potenza
di invenzioni e tecniche umane; tra la rigida teocrazia di Papa Gregorio e la
teorica di Marsilio da Padova, che studia con rigore razionale le
strutture e le finalità dello stato umano, si muove la lunga, umile
fatica di commentatori e di maestri, di traduttori e compilatori indaffarati a
riconquistare e restituire ai propri contemporanei il sapere degli
antichi, a dare piena cittadinanza nella Europa cristiana al gran pagano
Aristotele, o ai nuovi strumenti e ritrovati della scienza araba. Ma
quest’opera che fornisce gli strumenti alla nuova scienza come ai prestigiosi
edifici delle grandi Summae, dove la cultura del tempo celebra la propria
visione del mondo, ha significato e valore solo quando è calata nella
vivente unità del mondo storico, nella feconda fatica di una lunga
giornata umana. I regni romano-barbarici furono l’espressione politica di
un lento e complesso processo di assimilazione tra il tessuto tradizionale
della società romana e i nuovi elementi etnici e politici recati in
Occidente dagli invasori germanici. Nuovi ad una forma di vita
organizzata entro stabili ordinamenti politici ed amministrativi, ed anzi
avvezzi ad una forma di convivenza civile ancora rudimentale, i germani
si trovarono infatti dinanzi al grave problema di dar vita ad un tipo di
stato che, pur assicurando il predominio militare e politico
dell’aristocrazia teutonica, permettesse però la convivenza con le élites
romane, avvezze da secoli a maneggiare i delicati strumenti amministrativi di
una grande società a struttura urbana. Cosf, pur essendo giunti nelle
terre dell’Impero con tradizioni assai diverse, i germani costituirono in
Italia, in Spagna e nelle varie regioni della Gallia, un tipo di stato
assai simile che univa a istituzioni romane consuetudini e ordinamenti
caratteristici delle diverse stirpi germaniche. E, mentre il potere
politico restava concentrato nelle mani del kònig germanico e degli
arimanni che costituivano l’exercitus barbarico, l’ossatura amministrativa
delle singole regioni restò integralmente romana. E romana fu la cultura
e la forma di organizzazione della vita intellettuale che continuò a dominare i
vari regni sorti dalla rovina dell'Impero. In un tipo di stato cosî
ordinato, era ben naturale che l’elemento latino mantenesse immutata la
propria supremazia intellettuale e che tutte le forme di elaborazione
ideologica fossero patrimonio particolare dell’aristocrazia romana che
aveva dovuto cedere ai germani la sua tradizionale supremazia politica ed
anche gran parte del suo potere economico. Agli intellettuali formatisi
nella pura tradizione della cultura classica resta affidato il difficile
compito storico di continuare la esperienza giuridica-filosofica-teologica
maturata dall’incontro delle concezioni filosofiche greche, della problematica
dei Padri e dell’elaborazione secolare del diritto romano. Ma questa esperienza
non venne semplicemente trasmessa dai suoi naturali depositari alla nuova
aristocrazia intellettuale che si formava soprattutto nell’ambito delle
istituzioni ecclesiastiche; fu invece profodamente trasformata attraverso
una complessa opera di adattamento cui parteciperanno ben presto anche
intellettuali di origine barbarica, rapidamente assimilati dal tessuto vitale
della Chiesa. I risultati e le conseguenze di questo processo saranno ben
visibili nelle condizioni della cultura europea tra il V e il VII secolo,
che rappresentano chiaramente una confusa e drammatica età di transizione tra
gli ultimi sviluppi della cultura greco-romana e un nuovo ambiente
intellettuale dominato dalla tematica religiosa cristiana. Però il
declino dell’alta cultura filosofica e la relativa povertà anche delle
espressioni più significative di questo periodo non può far dimenticare
la preziosa funzione esercitata da Boezio, da Cassiodoro e da Isidoro di
Siviglia nel periodo in cui si viene preparando la nuova struttura
sociale dell'Europa medioevale. È per loro merito che le pur decadute
istituzioni culturali dei regni romano-barbarici potranno continuare a
tramandare per due secoli, di generazione in generazione, alcuni dei
motivi dominanti della speculazione classica e della scienza antica. Ed è
pure sulla traccia segnata dalle loro opere che comincia a prender corpo
tutto un nuovo tipo d’insegnamento saldamente contenuto nell’unità filosofica e
religiosa della cultura ecclesiastica e perfettamente adeguato alle esigenze
del tempo. Certo, a parte il caso particolare di Boezio la cui originalità
filosofica è fuor di dubbio, l’opera di questi intellettuali è volta
principalmente all’utilizzazione del patrimonio fornito dal pensiero classico
ed alla sua riduzione in sintetiche enciclopedie o manuali di facile uso
scolastico, adatti al compito fondamentale della formazione dei chierici che
costituiscono adesso la principale classe colta della società romano-barbarica.
Eppure è proprio attraverso questa attività apparentemente cosi umile che
si cominciano a predisporre le basi intellettuali per la futura rinascita
carolingia e per il primo grande tentativo di elaborazione culturale
conforme ai caratteri sociali e politici dell'Europa medioevale.
Tra i pensatori che segnano il graduale passaggio tra la tarda
cultura classica e la nuova temperie spirituale dell’età
romano-barbarica, la figura di maggior rilievo è certo quella di Marco
Anicio Severino Boezio. Nato a Roma da famiglia senatoriale intorno al
470 d.C., egli segui il normale corso di studi di un giovane aristocratico
dei suoi tempi, destinato ad alte funzioni politiche ed amministrative,
e, in particolare, studiò filosofia nelle scuole di Roma e di Alessandria.
Ancora fanciullo allorché venne deposto l’ultimo imperatore d’Occidente,
Boezio era nella prima maturità quando la politica conciliante e
filoromana di Teodorico, re degli Ostrogoti, lo chiamò a far parte del
concistorium regio con il titolo di console e poi di magister palatit. In
tale qualità l’aristocratico romano visse alla corte del re barbaro per
oltre un decennio, vi esercitò delicati uffici e fu ascoltato consigliere di
Teodorico. Ma il profilarsi della minaccia bizantina e la violenta
opposizione della aristocrazia ostrogota, che si riteneva sacrificata
all’elemento romano, indusse Teodorico a mutare politica e a liquidare gli aristocratici
romani di cui temeva i rapporti palesi ed occulti con il Basileus di
Costantinopoli. Cosi nel 524 Boezio, accusato di tradimento, fu imprigionato
nel carcere di Pavia ove scrisse la sua opera pit nota, il De consolatione
philosophiae. Condannato a morte, fu ucciso poco dopo; e la sua morte,
attribuita a ragioni di persecuzione religiosa, fece fiorire per tutto il
Medioevo la leggenda del suo martirio che la critica storica ha
completamente dissolto. Anzi, in tempi non molto lontani, sono stati
sollevati addirittura dei dubbi sulla appartenenza di BOEZIO alla
religione cristiana, dubbi fondati, del resto, sull’assenza di qualsiasi
specifica allusione a dottrine cristiane nei suoi scritti di sicura
attribuzione. La testimonianza di un frammento di Cassiodoro in cui si
cita un Liber de Sancta trinitate et capita quaedam theologica di Boezio,
ha permesso la sicura attribuzione almeno di alcuni scritti teologici
che andavano già tradizionalmente sotto il suo nome; e quindi anche di
accettare, con sicurezza, la sua appartenenza alla Chiesa cristiana.
Comunque, la civiltà medioevale deve assai più all’opera filosofica di
Boezio che non alla sua riflessione teologica direttamente esemplata sui
modelli agostiniani. Autore di un celebre commento all’Isagoge di
Porfirio (nella traduzione di Mario Vittorino), di un secondo commento allo
stesso testo da lui nuovamente tradotto, di vari altri trattati e commenti
logici (Introductio ad categoricos syllogismos, De syllogismo categorico, De
syllogismo hypotetico, De divisione, De differetiis topicis) di un commento ai
Topica ciceroniani, di un commento alle Caregoriae e di due al De
interpretatione, egli è l’effettivo fondatore della tradizione logica
medioevale e l’ordinatore di quel complesso di testi e di problemi che saranno
al centro dell’insegnamento dialettico dell'Alto Medioevo. Ma altrettanto
importante è la sua attività di traduttore che gli permise di consegnare alla
cultura occidentale una parte notevole dell’Orgaron aristotelico, in
versioni che hanno circolato per secoli in tutte le scuole di Europa. Sue sono
infatti le tradu zioni delle Categoriae, del De interpretatione, degli
Analytici priores e posteriores, degli Elenchi sophistici e dei Topici,
ossia di quei testi che furono fino al XIII secolo l’unica fonte
essenziale dell’insegnamento di Aristotele. Però il programma di Boezio
era, a quanto sembra, assai più ambizioso, se è vero che si era proposto
di tradurre integralmente tutti i dialoghi di Platone e tutto il corpus
aristotelico, allo scopo di mostrare il profondo, sostanziale accordo tra
le due dottrine. Né il fatto che il suo progetto non sia mai stato
realizzato toglie importanza a questo aspetto dell’opera di Boezio,
prezioso intermediario tra i maggiori documenti del pensiero greco e la
cultura latina medioevale. Anche un esame superficiale degli
scritti logici basta, d’altra parte, a mostrare la sua larga conoscenza
della tradizione filosofica classica e la sua familiarità con i problemi
già dibattuti dagli interpreti alessandrini. Ed anzi, come è stato
concordemente rilevato dalla maggior parte degli studiosi, è sempre
evidente nella logica di Boezio la tendenza ad interpretare le dottrine
dell’Organon secondo una direttiva sostanzialmente platonica, perfettamente plausibile
ove si pensi che egli sente fortemente l’influsso dei commenti di
Porfirio e della sua discussione intorno al significato ed alla natura degli
universali. Quale sia stata l’origine di questo problema che per una significativa distorsione
storiografica è stato considerato cosî a lungo come il problema
essenziale, per non dire addirittura l’unico, della filosofia medioevale è cosa ben nota. In un passo dell’]sagoge
Porfirio, dopo aver definito i termini logici di genere e di specie,
aveva infatti aggiunto che avrebbe rinviato ad altro luogo la decisione
sull’effettiva natura di questi concetti; e cioè se i generi e le sp'cie
fossero delle realtà sussistenti di per sé o, invece, delle semplici categorie
mentali; se, nel caso che fossero delle realtà, avessero una natura
corporea o incorporea; e se, infine, supponendole incorporee, esistess:ro
separatamente dalle cose sensibili o vi fossero invece intrinsecamente
unite. Ora, sappiamo benissimo che di fronte a queste ipotesi Porfirio aderiva
ad una soluzione di schietto carattere platonico. Ma poiché l’Isagoge era
semplicemente uf testo elementare, scritto per avviare i giovani alla
lettura dell’Organon, era naturale che egli soprassedesse ad una discussione di
carattere metafisico, risolta, del resto, altrove in piena coerenza con
la sua ispirazione metafisica. La questione lasciata così in sospeso
dall'Isagoge è invece affrontata da Boezio, il quale si rende
perfettamente conto della netta divergenza tra una soluzione fedele alla
dottrina aristotelica e quella che si può dedurre dalla concezione
platonica delle idee. Così nei suoi Commenti dell’Isagoge, egli espone, in
sostanza, la tesi aristotelica, mostrando l’impossibilità di attribuire una
realtà sostanziale alle idee di genere e di specie che, appunto perché
sono comuni ad interi gruppi di individui, non possono essere esse stesse
degli individui, e tanto meno delle sostanze sensibili. D'altra parte,
Boezio rileva che se gli universali fossero soltanto delle semplici
nozioni mentali e non avessero alcun riferimento alle cose esistenti, il
nostro pensiero non avrebbe in tal caso nessun oggetto reale e, quindi,
pensandoli, non penserebbe nulla. Sicché è evidente che gli universali debbono
essere sempre dei termini di pensiero corrispondenti a delle realtà e che
quindi il problema della loro natura coinvolge tutto quanto il
significato ed il valore della conoscenza umana. Per
risolvere questo problema che si sarebbe
pi tardi ripresentato a tanti logici medioevali costringendoli sempre a precise
scelte di ordine metafisico Boezio
si richiama poi ad una dottrina, non nuova e già svolta ampiamente da
alcuni interpreti greci. Egli nota infatti che il nostro intelletto è
capace di astrarre dalla visione confusa delle cose particolari,
presentate dai sensi, talune proprietà fondamentali comuni ad un'intera
classe o gruppo d’individui. Ma le specie ed i generi sono appunto delle
qualità comuni che sussistono, in certo senso, in ognuna delle cose individuali
e materiali, pur essendo pensate dall'intelletto come forme pure ed
immateriali. La facoltà astrattiva dell’intelletto umano è, insomma, capace di
estrarre dagli individui concreti le forme o nozioni astratte definite nei
concetti universali. O, come scrive appunto Boezio in un passo che ha
goduto di un’eccezionale fortuna storica, gli universali subsistunt ergo circa
sensibilia, intelliguntur autem praeter corpora. È chiaro che una
soluzione di questo genere è assai vicina alla classica dottrina aristotelica
dell’astrazione di cui ricalca le linee generali. Ma sarebbe erroneo credere
che Boezio, pur presentando come commentatore la dottrina di Aristotele,
vi aderisse pienamente, senza dubbi o riserve. Intanto, di fronte al testo
dell’Orgazon, egli non manca anche di presentare l’opposta opinione
platonica, ossia la dottrina realistica delle idee considerata come pienamente
sostenibile e legittima. Inoltre Boezio, che non cita mai la dottrina
aristotelica dell'intelletto agente, inseparabile dalla concezione peripatetica
dell’astrazione, presenta in un testo del V libro del De consolatione una
dottrina gnoseologica del tutto diversa, fondata sulla considerazione
gerarchica delle varie facoltà o funzioni dell'anima umana. Certamente
anche qui Boezio muove dalle prime impressioni sensibili indispensabili a
mettere in moto tutto il processo della conoscenza, per passare poi
all’analisi della facoltà immaginativa capace di cogliere nella materia
sensibile le immagini e i segni. Ma al di sopra di queste facoltà
originarie, ma inferiori, egli pone l’attività della ragione capace di
afferrare la specie intelligibile presente nell’individuo e finalmente la
pura virti dell’intelligenza che perviene a cogliere le forme di per se
stesse, nella loro eterna unità, separate da ogni legame o connessione
sensibile. Ciò spiega naturalmente le diverse e contrastanti
interpretazioni che vennero date durante tutto il Medioevo agli scritti
di Boezio, nonché la ragione per cui tanti maestri di logica dell'Alto Medioevo
poterono pervenire a conclusioni schiettamente platoniche, pur movendo
dall’analisi delle dottrine aristoteliche. In realtà, tutta la
meditazione filosofica di Boezio è profondamente legata alla tradizione
platonica e neoplatonica, e tende a concludersi nella suprema scienza
delle Idee e nella contemplazione della Mente divina che reca già in se
stessa gli archetipi o rationes universali di tutte le cose.
Bene supremo ed assoluto, eterno oggetto di pensiero di cui ogni
mente umana possiede una conoscenza innata e indelebile, Dio è infatti
l’Essere perfettissimo, fonte di ogni esistenza, la causa prima di cui è
impossibile concepire qualcosa di più perfetto. Per questo, la sua esistenza è
cosi certa ed evidente da escludere ogni dubbio o incertezza; poiché, se
è vero che l’esistenza di tutto ciò che è imperfetto presuppone sempre
quella del perfetto, e se è evidente che esistono molteplici esseri
imperfetti, limitati e contingenti, dev’essere necessario che esista un
Essere perfettissimo, donde dipendano tutte le cose imperfette. In tal
modo, in uno schema dimostrativo sviluppato più tardi dalla teologia
dell'XI secolo, Boezio lega indissolubilmente la dimostrazione dell’esistenza
divina al postulato insieme logico e metafisico di un unico fondamento di tutte
le esistenze e realtà particolari, culmine dell’ordine gerarchico dell’universo
e, al tempo stesso, unità eterna ed immutabile, assolutamente superiore
ad ogni categoria o determinazione logica. Questa concezione di Dio
(che non è necessariamente cristiana, ma fondata su di un’argomentazione
di carattere platonico) domina tutto il De consolatione, uno dei testi più
fortunati di tutta la letteratura filosofica medioevale. Identificando la
filosofia con l’amore della saggezza eterna, pensiero vivente e causa prima di
tutte le cose, Boezio ne considera infatti tutte le diverse funzioni
secondo una precisa gerarchia che muove dalla considerazione delle cose
naturali, per salire quindi a quella degli intelligibili e affisarsi
infine nella pura contem 28 Filosofia e cultura nell'età dei regni
romano-barbarici plazione degli inzellectibilia, sostanze separate
da ogni corporeità o carattere materiale. Perciò, se la scienza dei corpi
naturali è la fisica (distinta nelle quattro arti del quadrivio:
aritmetica, astronomia, geometria e musica), e quella degli intelligibili svela
invece le funzioni proprie dell’anima nell’atto d’apprendere, la scienza degli
inzellectibilia (la teologia) ha per oggetto la dottrina di Dio e degli
angeli. Ma la conoscenza teologica ci rivela come da Dio scaturiscano tutti gli
esseri intelligibili, tra i quali è appunto l’anima umana concepita da
Boezio, platonicamente, come una pura essenza affine alle sostanze
angeliche, degenerata al contatto con il suo corpo, ma pur sempre mirante
alla conoscenza delle idee e di Dio. Come tutti gli esseri naturali che
tendono sempre al proprio scopo, l’uomo è volto al fine intrinseco della
conoscenza filosofica e teologica che coincide con la perfetta beatitudine;
però, mentre negli altri individui naturali questo moto è un processo
necessario e meccanico dominato dal ritmo fatale della Fortuna, nell’uomo
il tendere verso il Bene e la beatitudine spirituale è invece un atto
volontario e libero, non soggetto ad alcuna fatalità. Questo non vuol
dire, naturalmente, che non esista al di sopra e al di là di ogni volontà
particolare, la suprema legge della divina provvidenza che ha regolato e
disposto tutto il corso dell’universo secondo una norma di assoluta perfezione.
Ma il contrasto apparente tra il libero arbitrio della volontà umana e
l’ordine necessario della Provvidenza viene spiegato da Boezio che ha forse presente la classica
problematica agostiniana affermando che
la libertà dell’anima consiste nel volere ciò che Dio vuole e nell’amare
ciò che Egli ama. Per questo, anche di fronte al grande problema
teologico di come possa conciliarsi quella previsione infallibile di ogni
evento che Dio possiede 45 aeterzo e la libertà della scelta umana, egli
può sostenere che tale previsione non distrugge affatto l’arbitrio dei
singoli atti che sono appunto previsti da Dio nella loro integrale
libertà. E proprio nel De consolazione questa dottrina è confermata mediante la
netta separazione tra il piano temporale, dove gli eventi mondani accadono
nella successione del prima e del poi, e l’immutabile eternità di Dio,
possesso totale, simultaneo di una vita senza fine, in cui ogni fatto
presente, passato o futuro esiste in una perenne eternità. La conoscenza
eterna che Boezio attribuisce a Dio non è tanto una previdenza quanto piuttosto
una provvidenza, né la sua prescienza degli atti volontari nega o
diminuisce la loro contingenza. Come l'occhio umano che scorge il sorgere
del sole non è affatto la causa necessaria per cui esso si leva, cos anche
la prescienza di Dio non impone affatto una condizione fatale alle
libere decisioni che ogni individuo può scegliere. Simili
motivi presenti, del resto, anche in
altri scritti boeziani sono probabilmente legati ad un filone di
discussioni di chiara ascendenza patristica. Ma insieme a questa tematica
teologico-metafisica, è però presente nel De consolazione tutta una
dottrina dell’origine e della struttura del mondo, il cui influsso sarà
poi costante per gran parte del pensiero medioevale. Infatti, nel m. 9
del L. III, egli si accosta a! contenuto del Timeo platonico (di cui
conosce anche il commento di Calcidio) per descrivere l’azione
ordinatrice che Dio svolge nell’universo, quando adorna la materia
caotica secondo i modelli ideali, disponendone dapprima le forme
matematico-geometriche e poi imponendo entro questa materia già definita
e determinata la luce degli archetipi eterni. Tutte le idee fondamentali
della tradizione platonica e neoplatonica (come, ad esempio, la dottrina dei
numeri e degli elementi e la teoria dell’anima del mondo, intermediaria tra la
natura e il mondo ideale) sono cosi risolte nel quadro di una grande
visione cosmica, già del resto resa familiare alla cultura filosofica
classica dall’ecc:zionale fortuna del Timeo platonico. Ma Boezio non si limita
soltanto a trasmettere alla riflessione medioevale dei temi cosi
caratteristici e destinati a costituire per secoli il fulcro delle
concezioni cosmologiche, bensf si preoccupa di armonizzare l’idea di un
destino necessariamente immanente all’ordine della natura, come la legge
interna che regola il movimento di tutte le cose, con la concezione
provvidenziale dell’attiva presenza divina. In questo tentativo che costituisce uno degli aspetti più
interessanti del De consolatione il
filosofio romano subisce fortemente l’influenza di Calcidio donde trae la
miglior parte dei suoi argomenti. E come nel commento di Calcidio al Timeo,
cosi anche qui l’ordine della natura assume un significato diverso
secondo che lo si consideri alla luce del pensiero divino che guida e
muove tutta la realtà per il suo alto disegno, o invece come una legge
rigorosa e necessaria che agendo all’interno dei processi e fenomeni naturali
ne costituisce la causa ineluttabile. Certo, si tratta di due considerazioni
ben diverse e distinte, giacché la provvidenza persiste eternamente nella
sua perfetta eternità, mentre il destino è invece la stessa successione
degli eventi temporali, il loro corso determinato e fatale. Eppure, né il
destino contrasta, per Boezio, con la provvidenza, né tanto meno la legge
di natura sopprime la responsabilità e la autonomia degli individui.
Tanto pid l’uomo si avvicina e si adegua a Dio, tanto meno è sottoposto alla
forza del fato e gode di una libertà sempre pit compiuta 30
Filosofia e cultura nell'età des regni romano-barbarici e
perfetta. La concezione stoicheggiante del destino che sta alla base
della cosmologia boeziana può in tal modo coesistere con una soluzione di tono
schiettamente platonico; la cert:zza dell’assoluta necessità che è pure
presente in ogni aspetto o momento della natura sembra cedere di nuovo ad
un’immagine dell’universo non troppo diversa da quella di Agostino e dominata
anch’essa dalla perfezione di un disegno provvidenziale. In
un universo cosi concepito, nessuna delle cose esistenti può esser quindi
estranea all’ordine ed alla volontà d:1 Bene supremo. Ogni ente reale,
ogni individuo particolare, dal più umile al più eccelso, contribuisce difatti
a realizzare un disegno eterno che non ammette, nella sua norma, né il
male, né l’imperfezione. Ma il fatto che tutte le cose siano
sostanzialmente buone in quanto
partecipanti tutte dello stesso Bene non
implica, per Boezio, che esse s’identifichino con l’essere supremo e non
siano realmente diverse da Dio. Ciascun individuo possiede un insieme di
caratteri unico ed irrepetibile, ed è costituito da una collectio di
elementi e di principi da cui non potrebbe mai disgiungersi senza distruggere
la propria individualità. Se è vero che ogni composto è distinguibile in
una materia determinata e in una forma determinante, la sua realtà
effettiva è tuttavia sempre strettamente dipendente dalla indissolubilità del
composto. Per questo, in ogni sostanza composta possiamo sempre scorgere la
necessaria diversità tra l’esse e l’id quod est, e cioè tra la sua
essenza e l’esistenza di fatto determinata. Tale diversità non potrebbe
però mai verificarsi in Dio che, per essere una sostanza assolutamente
semplice, esclude da sé ogni distinzione di elementi o principi
costitutivi. Tra la natura delle cose che da Lui dipendono e la sua
propria realtà, v'è dunque un criterio distintivo indiscutibile, la cui
validità non potrebbe essere impugnata se non rovesciando tutto l’ordine
metafisico dell’universo. Nondimeno, l’ordine delle cose naturali è
tutto volto all’essere divino, e ad esso aspira nelle più intime
strutture. Ché tutti gli esseri, qualunque sia la loro dignità e la loro
perfezione, partecipano alle Idee divine o meglio a quelle forme con cui
Dio ha determinato la materia informe e che sono come il riflesso terreno
degli archetipi presenti nella mente divina. Queste forme o immagini che Boezio pensa in modo non lontano dalla
dottrina delle species nazivae di Calcidio o dalla dottrina stoica delle
raziones seminales sono i principi
attivi, le cause interne dei processi corporei e di tutte le operazioni
biologiche. Attraverso di esse e nella loro stretta, organica connessione,
l’anima del mondo attua infatti l’eterno disegno pensato da Dio e traduce
nel mondo della materia le divine essenze ideali. L’interesse di
Boezio per i motivi cosmologici della tradizione platonica e stoica, non è però
soltanto attestato dalla sua riflessione filosofica; ma è confermato dalle
opere di carattere scientifico, dedicate a ciascuna delle scienze del
guadrivium, che comprende l’aritmetica, la musica, la geometria e
l’astronomia. Noi non possediamo il corso completo degli scritti, destinati
appunto a fornire un curriculum completo per gli studi superiori; ma ci sono
giunti il De institutione musica, il De institutione arithmetica, assai
interessanti per la conoscenza delle fonti e dei materiali adoperati da Boezio.
Non è difficile scorgere che la sua Arithmetica è un adattamento e
compendio della classica trattazione di Nicomaco, o che la sua Musica si
richiama all’antica tradizione pitagorica. Il valore di questi trattati non sta
quindi nell’originalità delle dottrine, bensi nel fatto che attraverso di
essi la cultura medioevale è entrata in possesso di un complesso di
cognizioni o ipotesi scientifiche destinato a guidare, per secoli, la
conoscenza della natura. Né va dimenticato che l’influenza di Boezio
sull'ordinamento degli studi e delle scuole medioevali fu addirittura decisivo,
e che a lui si deve il quadro tradizionale entro cui verrà poi
organizzata per gran parte del Medioevo la trasmissione e la continuità della
vita intellettuale. Da Cassiodoro a Gregorio Magno Il pensiero di BOEZIO
di cui abbiamo soltanto enunciato i motivi più interessanti e più attivi
nella storia del pensiero medioevale, è certo il frutto di una cultura
maturata nell’ambito dell’ultima filosofia ellenistica, fondato su di un
impianto metafisico platonico e stoicheggiante, eppur già caratterizzato
dalle esigenze della religiosità cristiana. Ma le stesse caratteristichè
della sua cultura sono ravvisabili anche nel suo collega ed amico
Cassiodoro, proveniente come Boezio dall’aristocrazia romana, e come lui alto
dignitario della corte teodoriciana. Più fortunato di Boezio, Cassiodoro, dopo
una brillante carriera, poté ritirarsi intorno al 540 nel monastero calabrese
di Vivarium ove costitui una delle maggiori biblioteche del suo tempo e
compose due opere, il De anima e le Institutiones divinarum ct
saecularium litterarum, che ebbero entrambe una larga fortuna nella letteratura
scolastica. La prima, ispirata al De anima e al De origine animae
di Agostino, nonché al De statu animae di Claudiano Mamerto. è un trattato
in difesa della pura spiritualità dell'anima e in aperta polemica contro i
residui di una certa mentalità stoicheggiante, ancora non poco diffusa
tra gli stessi ambienti cristiani. Cosi, l’anima vi è concepita come una
sostanza finita, creata, presente internamente al nostro corpo, ma immateriale
e immortale, semplice e puramente spirituale, secondo, del resto, una
dottrina ormai saldamente affermata nella teologia ortodossa. Più
importante è però l’altra operetta, usata a lungo come manuale nelle
scuole monastiche e citata frequentemente con il titolo De artibus ac
disciplinis litterarum. Il brillante cancelliere di Teodorico, autore di
epistole tra le più eleganti e raffinate dell’ultima latinità, traccia il
piano di un corso completo di studi liberali ad uso dei religiosi. E
richiamandosi ad una divisione che risaliva attraverso Marciano Capella
alla costante tradizione pedagogica greco-romana, distingue le arti del
£rsvium (grammatica, dialettica, retorica) da quelle del quadrivium
(aritmetica, geometria, astronomia e musica), ossia tra quelle arti che
ci offrono i mezzi per esprimere quanto comprendiamo e quelle che
conducono ad una effettiva conoscenza dell’ordine naturale e morale. La
distinzione, già adombrata anche da Boezio, non ha in sé molto di nuovo e
di originale. Eppure nella forma che le diede Cassiodoro, essa formò la
base dell’insegnamento per gran parte del Medioevo, e divenne un modello
costantemente seguito nell’organizzazione fondamentale degli studi. Per il
resto l’aspetto più significativo dell’operetta è dato dalla sistematica
riduzione dei materiali elementari della cultura classica al servizio
delle esigenze ecclesiastiche e della conoscenza della Scrittura. Che le
arti liberali debbano diventare parte integrante delle discipline
cristiane e della stessa cultura monastica è infatti ferma convinzione di
Cassiodoro che ritiene indispensabile alla formazione dei clerici una
buona conoscenza degli scrittori antichi e una discreta peritia litterarum.
Certo, le dottrine dei Gentili vanno spogliate del loro antico
significato peccaminoso e delle suggestioni demoniache che derivano dalle
loro origini pagane. Però la conoscenza delle lettere divine e la loro
giusta interpretazione sarebbe impossibile se mancasse la cognizione dei mezzi
di espressione e di pensiero o se non si conoscessero almeno i fondamenti
della scienza mondana. Le litterae humanae e le litterae divinae non sono
tra loro incompatibili e necessariamente avverse, tanto più che l’esatta
comprensione e intelligenza della Scrittura è condizionata dal possesso
dei rudimenti essenziali del sapere. Proprio per questo Cassiodoro,
riprendendo la soluzione già posta da Agostino al problema del rapporto
tra la cultura profana e la tradizione cristia na, delinea una soluzione
perfettamente conforme ai caratteri storici di una società in cui
l’elaborazione intellettuale sta diventando funzione esclusiva degli
uomini di Chiesa. Boezio e Cassiodoro, con la loro raffinata
cultura classica e la larga conoscenza della tradizione filosofica greco-romana,
sono certo gli ultimi rappresentanti dell’aristocrazia romana che ancora
riesce ad imporre la propria supremazia intellettuale ai barbari e a legare
alle istituzioni pedagogiche della Chiesa il proprio indirizzo filosofico e
ideologico. La fine della collaborazione tra i goti e i latini, la
disastrosa guerra greco-gotica che desolò per quasi venti anni le terre
italiane e, poi, la rovinosa invasione longobarda, dovevano però rendere
sempre più precaria quell’opera di mediazione tra la cultura classica e
la nuova società che nasceva faticosamente dai quadri rudimentali dei
regni barbari, sotto la crescente autorità politica e intellettuale della
Chiesa. Ma se l’Italia vide rapidamente imbarbarire le istituzioni
culturali ancora sopravvissute al crollo dell’Impero, se le dure condizioni del
dominio longobardo resero quanto mai labili le tracce di una continuità
affidata principalmente alle scuole monastiche o alla cultura burocratica
e giuridica che pure fiorisce nelle terre bizantine, non mancarono
altrove nuove testimonianze del progressivo processo di adattamento della
tradizione classica alle nuove esigenze storiche. È infatti nella
relativa stabilità del regno visigotico di Spagna, largamente influenzato
dagli elementi giuridici ed amministrativi dell'ordinamento romano, e dominato
dalla crescente potenza dell’autorità ecclesiastica, che opera il più
tipico rappresentante della cultura del VII secolo, il vescovo di
Siviglia Isidoro. Autore di vari scritti dottrinali e teologici, la sua
opera più importante sono però gli Etymologiarum libri, destinati ad una
eccezionale fortuna storica. Quest'opera
tra le pil lette e diffuse in tutto il Medioevo ci mostra in modo esemplare come
avvenga la riduzione del patrimonio intellettuale della antichità in una
sintetica enciclopedia di nozioni, utile sia per chi si volge allo studio
delle varie artes che per chi voglia dedicarsi alle cure del magistero
ecclesiastico. Muovendo dall’idea che è possibile sempre rintracciare il
principio e il significato di ogni cosa attraverso l'etimologia del suo nome,
Isidoro ordina sulla base di questo singolare criterio una grande massa di
nozioni scientifiche, filosofiche e teologiche, spesso trattate con grande
ingenuità, ma sempre fondate sulle testimonianze di molti autori classici.
Ma l’importanza delle Origines non sta certo nella ricchezza dei suoi
riferimenti, quanto piuttosto nell'interesse vivace e vitale per molti aspetti
della cultura e della tradi 34 l’ilosofia e cultura nell'età dei
regni romano-barbarici zione classica. Infatti, nei primi tre libri, i più
celebrati e conosciuti, Isidoro traccia un piano compiuto dello studio
delle sette arti liberali, cui aggiunge poi negli altri 17 libri un
complesso ordinato di nozioni che toccano tutti gli aspetti dello scibile,
dalla medicina alla storia, dalla Sacra Scrittura alla teologia ed alla
ecclesiologia, dalla cosmografia all’arte della guerra, dalla geografia alle
arti meccaniche, ecc. La evidente modestia delle dottrine esposte
da Isidoro, la sua assenza di spirito critico o di attitudine filosofica, non
toglie nulla alla importanza storica di quest'opera che salvò dalla
dimenticanza alcune nozioni e idee fondamentali destinate ad esser
tramandate, di generazione in generazione, nella scuola medioevale. NÉ, del
resto, è estranea al suo autore una discreta conoscenza della scienza
medica e naturale del suo tempo che va posta forse in rapporto con la
fioritura delle scuole ebraiche spagnole, eredi di tanti aspetti e motivi
della tradizione platonica. Anche le altre opere di Isidoro il De fide catholica, i Sententiarium libri
tres, il De ordine creaturarum, il Chronicon e la Historia regum Gothorum et
Vandalorum testimoniano, del resto, la
notevole larghezza della sua cultura teologica, dominata naturalmente dall’ispirazione
agostiniana, delle sue conoscenze naturali e delle sue nozioni storiche,
fornendo altre preziose indicazioni sulle tonti filosofiche e letterarie
di cui poteva servirsi un uomo di cultura in pieno VII secolo. Ora,
è vero che nel corso di un secolo, il cerchio delle conoscenze e delle
letture si è fortemente ristretto, e che Isidoro mostra, nei confronti di
Boezio e di Cassiodoro, una conoscenza assai minore dei classici e un uso
molto più rozzo degli stessi strumenti linguistici. Eppure, nella sua
opera, come in quella di un altro minore contemporaneo, Martino di
Bracara, lettore ed espositore di Seneca, si realizza la continuità della
cultura classica e si compie il difficile salvataggio degli ultimi resti
di una civiltà ormai in rovina. Raccogliendo nozioni e dottrine,
ordinandole nell’ambito di una concezione educativa strettamente legata
alla finalità ecclesiastica, Isidoro lascia in eredità agli uomini della
rinascenza carolingia un prezioso patrimonio sopravvissuto ai periodi più
oscuri della crisi del mondo classico. La vita intellettuale
dell’Europa occidentale continua a decadere progressivamente nel corso
del VII secolo sotto il peso di molteplici fattori storici che fanno di questo
periodo uno dei momenti più drammatici e oscuri di tutta l’età medioevale. Mentre
i regni romano-barbarici si disgregano, svelando le loro profonde tare
costituzionali (quando addirittura non scompaiono, stroncati dall’efimera
ripresa bizantina), si cristallizza la struttura latifondistica della
società europea, gravata dal pesante predominio delle nuove aristocrazie
germaniche, ancora estranee alla cultura ed alla tradizione greco-romana.
L'attività economica rallenta adesso il ritmo, si attenuano, quando addirittura
non si spezzano, gli ultimi legami politici con l'Impero d’Oriente, che
le invasioni islamiche stanno privando dei suoi territori africani e del Medio
e Vicino Oriente. E, intanto, il progressivo esaurimento delle classi
dirigenti romane, l’avanzata di popolazioni più barbare e arretrate, rendono
ancora più precaria la sorte della tradizione intellettuale greco-romana,
legata tradizionalmente alla continuità delle istituzioni urbane.
Quel filone di solida dottrina che scorre ancora per buona parte
del VI secolo, sembra adesso esaurirsi, oppure si fissa definitivamente
nei canoni stilizzati dell’insegnamento ecclesiastico, nelle formule spesso
assai elementari e sommarie che guidano l’insegnamento dei maestri delle
scuole vescovili o monastiche. In luogo della ricca esperienza filosofica,
testimoniata ancora dall’opera di Boezio, si realizza ora il monopolio della
vita intellettuale da parte della Chiesa, l’unica istituzione che
continui, al di là del crescente frazionamento dei poteri politici ed
amministrativi, la funzione unificatrice già esercitata dall’Impero, e
che imponga, in una società disorganica e disgregata, un’ideologia
unitaria e organica. Certo, anche la cultura ecclesiastica accusa
gravemente le conseguenze dello sfacelo della società romana e non è
esente da un processo di progressivo imbarbarimento e di netto regresso
intellettuale. Il tentativo di risolvere le idee dominanti nell’alta
cultura greco-romana entro il tessuto religioso del Cristianesimo si è ormai
trasformato nella passiva acquisizione di un complesso di nozioni
dottrinali sopravvissute al dissolvimento della società che le aveva prodotte.
Ma se il crollo dell’Impero ha segnato la fine dell'ambiente storico in
cui erano maturate le prime esperienze decisive della filosofia
cristiana, non scompaiono le direttive intellettuali che la Chiesa ha
ormai elaborato, nell’età patristica, ed ha posto alla base della
formazione delle sue nuove élites sacerdotali. Queste
dottrine sono poi strettamente legate a un tipo di formazione e di tirocinio
ancora esemplato, in gran parte, sui modelli tradizionali dell’età classica. Ed
è appunto per questo che una personalità come Gregorio Magno (540 ca.
604), interprete esemplare delle esigenze politiche e organizzative della
Chiesa romana, ha potuto esser considerato come l’ultimo difensore di una
tradizione romana trasferita integralmente nell'ordinamento disciplinare
della Chiesa, o come il primo vero rappresentante della cultura cristiana
medioevale. La sua personalità e la sua azione storica giustificano, del
resto, questa apparente differenza di giudizio; perché Gregorio, discendente
da una famiglia dell’alto patriziato romano, educato al tirocinio
intellettuale proprio della sua stirpe e della sua classe, fu il vero creatore
della Chiesa dell’Alto Medioevo, la cui organizzazione venne
completamente trasformata dalle sue riforme. Dall’ordinamento economico e
giuridico dei grandi feudi della Chiesa, alle forme rituali e liturgiche,
non vi fu campo della vita ecclesiastica che non recasse l'impronta di
questa eccezionale tempra di pontefice e di uomo di governo, abilissimo
diplomatico e politico raffinato. Ma la cristianità medioevale non venerò
nel pontefice romano solo l’uomo che aveva portato la Chiesa ad una effettiva
supremazia ideologica nell'Europa barbarica; bensi ammirò i suoi scritti
il cui successo eccezionale corrispose giustamente ai bisogni della cultura
ecclesiastica dei suoi tempi. Il Liber regulae pastoralis, che definiva i
compiti e le funzioni del clero romano, restò infatti, per secoli, il
libro fondamentale per la formazione della gerarchia cattolica; Dialoghi
(che sono una raccolta di leggende agiografiche) e i Moralia in Job
furono tra i libri più letti per tutto il Medioevo e tenuti a modello del metodo
di commento allegorico della Scrittura. Eppure, nonostante la sua formazione e
l’evidente influsso agostiniano, gli scritti di Gregorio sono già ben
lontani dalla mentalità e dalla ispirazione classica dominante dei grandi
autori patristici. Ed anzi, la sua diffidenza verso lo studio dei
classici, la sua ostilità nei confronti dell’insegnamento grammaticale e
letterario, sono drastiche e rigorose. In una famosa lettera a
Didiero, vescovo di Vienne nel Delfinato, che s’era dedicato personalmente
a insegnare la grammatica e a leggere i poeti latini ai suoi chierici per
impedire che la loro ignoranza della lingua li rendesse incapaci
d’intendere la' Sacra Scrittura, Gregorio condanna aspramente qualsiasi
tentativo di associare l’insegnamento delle litterae sacrae a quello
delle Aumanae litterae, e di legare le parole di Dio all’uso delle arti
profane. Il suo atteggiamento nei confronti della cultura classica è
ancor meglio chiarito nel suo Commento al I libro dei Re, ove si ammette
che si possa conoscere la lingua latina e le arti liberali, ma solo per quanto
può giovare all’intendimento della Scrittura, e senza alcuna pretesa di
considerare lo studio delle lettere come fine a se stesso. Ecco perché,
anche di fronte al problema dell’uso retto della lingua latina (e cioè se
si debba prender come norma la lingua dei classici o quella della Bibbia),
Gregorio afferma rigorosamente l’assoluta preminenza del latino biblico,
le cui pretese interpretazioni grammaticali e sintattiche sono ben superiori
alle regole di Donato. Non solo; ma Gregorio la cui prosa è ben lontana dalla misura
ancora classica di Boezio o di Cassiodoro
è il difensore e il teorico della nuova lingua ecclesiastica,
forgiata nel latino scritturale, e nettamente distinta dalla lingua
profana dei classici. Il distacco tra le fonti della tradizione non
potrebbe essere più reciso. Né meraviglia che Gregorio, pur cosi latino nel suo
spirito organizzativo e nella sua azione ecclesiastica e politica, concepisca
lo studio delle lettere solo come un mezzo per il magistero pastorale, e
cioè per ben intendere e spiegare la Bibbia. Nondimeno la sua opera di
evangelizzatore doveva lasciare una grande traccia nella storia della
cultura e della filosofia medioevale. Perché fu proprio questo Papa, così
scarso ammiratore delle lettere, che promosse la cristianizzazione della
Britannia e di una vasta parte della Germania, diffondendo in quelle
regioni la lingua e la cultura latina della Chiesa. I risultati di tale
importante evento storico saranno ben chiari già nella seconda metà del secolo,
quando l’opera dei missionari e dei monaci delle abbazie britanniche e
irlandesi avranno già costituito dei solidi centri di vita intellettuale, al
riparo dal marasma politico dell'Europa continentale, dove si conserverà
un ricco patrimonio di cognizioni teologiche, e fiorirà una eccezionale
cultura umanistica, destinata ben presto a rifluire nelle scuole
dell'impero carolingio. Mentre in Occidente si consuma cosi la
crisi della cultura antica e si delineano le prime linee fondamentali
della cultura medioevale, nell’Impero bizantino continua la tradizione
della filosofia classica ed ellenistica e dei grandi padri greci. Chiusa
la Scuola di Atene con un decreto di Giustiniano (529) la vita filosofica
prosegue a Bisanzio sotto la predominante influenza della tematica
neoplatonica. L'interesse per gli scritti attribuiti a Dionigi
Areopagita, che sarà cosî forte poi anche ‘in Occidente, e per tutta la
tradizione che va da Plotino a Porfirio a Proclo è la caratteristica dominante
delle scuole bizantine. Ma il neoplatonismo nelle sue varie forme e sfumature
si unisce anche a una solida tendenza aristotelica, sviluppata soprattutto sul
piano della logica e delle scienze. Di questa cultura è tipico esponente
Giovanni Damasceno (+ 750) vissuto nel pieno delle lotte iconoclastiche e
della prima grande crisi nei rapporti tra la cristianità occidentale e
orientale. La sua opera principale IMInyhyv6oewg è una grande raccolta di
materiali filosofici e teologici ordinati sistematicamente e con un
evidente scopo apologetico e scolastico. Tuttavia nella sua introduzione
a carattere filosofico, Keparasa piaoropixà, il Damasceno svolge
un'interessante trattazione della logica e metafisica di Aristotele
nonché di dottrine derivate da Porfirio e da Ammonio. A questo prologo
filosofico segue un ampio catalogo storico delle eresie e quindi, nella
terza parte, una classificazione sistematica di testi patristici, unita ad una
esposizione organica della teologia dogmatica. Proprio quest’ultima parte, che
tradotta nel 1151 da Burgundio Pisano influì sull’evoluzione dei Libri
sententiarum, venne largamente usata anche da Pietro Lombardo e fu sempre
presente ai teologi occidentali della seconda metà del XII e XIII secolo.
La tradizione platonica e aristotelica delle scuole bizantine
continua poi ancora per tutto il IX secolo per opera del patriarca Fozio
(820897 ca.), commentatore di alcuni scritti logici di Aristotele e
sostenitore della superiorità di Aristotele di fronte a Platone. Ma con
Fozio, la cui grande Bibliotheca offriva amplissimi materiali sulla
cultura filosofica classica, siamo già al punto di massima rottura tra il
mondo bizantino e la Chiesa romana. Lo scisma dell’858 doveva rendere
presto ben difficili i rapporti intellettuali tra Bisanzio e l'Occidente che,
del resto, le invasioni islamiche avevano già gravemente minacciato,
spezzando la unità imperiale del bacino mediterraneo. I due
secoli che trascorrono dalla morte di Gregorio Magno all’incoronazione romana di
Carlo segnano una svolta decisiva nella storia dell'Europa medioevale. In
questo periodo che è pure uno dei
pit oscuri e drammatici della storia occidentale si viene infatti compiendo il lento passaggio
dalla struttura sociale del tardo Impero alle forme di organizzazione economica
e politica proprie della società feudale; si opera la compiuta assimilazione
tra gli ultimi residui delle aristocrazie romane e provinciali e la nobiltà
germanica; e si afferma definitivamente la supremazia spirituale della
Chiesa romana che costituisce il saldo tessuto ideologico e dottrinale della
nuova società. Naturalmente un simile processo si svolge in tempi e in modi
assai diversi a seconda che si compia nell'ambiente particolarmente
propizio del regno franco, ove si verifica una rapida e facile assimilazione
tra la vecchia classe senatoriale gallo-romana e l’aristocrazia franca, oppure
nell’ambiente più arretrato e barbarico dell’Italia longobarda. Tuttavia
il suo ciclo può già considerarsi compiuto intorno alla metà dell’VIII
secolo, quando l’alleanza tra la più forte monarchia germanica, quella
dei Franchi, e la crescente potenza spirituale e mondana del Vescovo di
Roma pone la condizione storica essenziale per la formazione dell'Impero
carolingio. All’avvento di questo nuovo ordinamento che interesserà
ben presto la maggior parte dell'Europa occidentale cooperano molti e
diversi fattori di ordine economico e sociale che sarebbe impossibile
illustrare in questa sede in modo compiuto ed organico. Ma se anche non
affronteremo i numerosi e gravi problemi relativi alla genesi dell'Impero
carolingio, all’origine ed alla funzione storica del feudalesimo, non si
potrà trascurare di indicare, per quanto sommariamente, quei caratteri
storici essenziali che sono propri di questo periodo. Il primo e, certo,
il più importante, è appunto la profonda trasformazione che hanno ormai subîto
le strutture fondamentali della vita economica e sociale dell'Europa
occidentale che presenta adesso un aspetto profondamente diverso da quello
dell’età delle grandi invasioni. Ancora nel corso del VII secolo, i regni
romano-barbarici avevano infatti continuato a dominare su di una società,
già in via di mutamento, ma che non era ancora lontana dalle
caratteristiche assunte durante gli ultimi tempi del Basso Impero. La
continuità di un'intensa vita economica in gran parte del bacino del
Mediterraneo e soprattutto in Gallia, in Africa e in Spagna, la
persistenza di rapporti marittimi e di discreti scambi commerciali con
Bisanzio, la relativa, ma ancora notevole, floridezza dei centri urbani e
mercantili, testimoniano l’assenza di una vera e propria cesura con la
vita economica, sociale e intellettuale del mondo romano. Se si assiste
all’evidente imbarbarimento delle istituzioni e dei costumi, gli
ordinamenti amministrativi sono ancora in gran parte quelli romani e la
supremazia degli invasori germanici non ha ancora totalmente distrutto le
solide basi di strutture statali ancora improntate al modello
latino. Naturalmente, le stesse conclusioni valgono per la cultura e gli
istituti che permettono la continuità e lo sviluppo della vita
intellettuale. La cultura di tipo schiettamente classico decade è vero
progressivamente, via via che peggiorano le condizioni sociali e
politiche, ma continua ancora a muoversi sulla scia delle concezioni
romane e greche; né la tradizione bizantina cessa di esercitare il suo
influsso, ancora particolarmente forte intorno alla metà del VI
secolo. Che tale condizione di cose muti nel corso dell’VIII
secolo, è invece constatazione evidente, anche se si può discutere sulle
ragioni e le cause di questo mutamento, nonché sulla sua relativa
profondità e portata. Ma anche riconoscendo i limiti di una tesi troppo
radicale come quella del Pirenne (che ha indicato nella svolta dell'VIII
secolo l’inizio di un’età storica dominata dalla scomparsa dell’attività
commerciale e da una economia strutturale rigorosamente chiusa e rurale),
è certo che l’ambiente storico della civiltà carolingia non ha più
molti tratti in comune con la società in cui si erano mossi gli ultimi
grandi rappresentanti della cultura classica, come Boezio e Cassiodoro. I
territori mediterranei, un tempo al centro dell’attività economica e
della vita civile, sono adesso gravemente impoveriti per l’effetto
congiunto delle continue invasioni, delle carestie e delle guerre o della
costante diminuzione del traffico, insidiato dalla potenza marittima
dell’Islam. Le istituzioni urbane, anche se non scompaiono e non decadono
in proporzioni catastrofiche, sono però indubbiamente in forte declino;
ed alla loro decadenza corrisponde un notevole prevalere
dell’economia rurale, e la conseguente egemonia politica
dell’aristocrazia militare e fondiaria che detiene, in gran parte, il
monopolio della terra. In tal modo il carattere prevalentemente urbano e
mercantile della società romana cede adesso il suo posto ad un assetto
economico e sociale fondato prevalentemente sull’unità della vile e su un
circuito di scambi a breve raggio. Mentre si disgregano gli ultimi resti delle
istituzioni romane, mentre scompare il secolare ordinamento amministrativo che
era sopravvissuto anche alle invasioni, si delineano i nuovi lineamenti
di un ordine politico che non ha certo un diretto rapporto con la
tradizione romana. L’impronta fortemente germanico-cristiana, che
sarà propria dell’Impero carolingio, lo spostarsi verso il Nord dell’asse
politico dell'Europa cristiana, sono i segni più evidenti ed eloquenti del
grande mutamento storico. Ma ancora più importante è la trasformazione che
si è verificata nei quadri dirigenti della società europea e, quindi,
nei ceti che elaborano e diffondono anche le nuove direttive
intellettuali. La base storica concreta su cui si fonda questo
Impero è difatti la grande aristocrazia fondiaria che è venuta lentamente
costituendosi nel secolo V e VI in tutti gli stati romano-germanici. Il
perno della complessa macchina amministrativa carolingia è costituito da una
fitta rete di poteri locali, nominati dall’Imperatore che essi
rappresentano in tutte le più delicate funzioni politiche ed
amministrative, di una gerarchia ben diversa dalla vecchia burocrazia imperiale
romana, perché vive del provento delle imposte o delle concessioni di terre
largite dal sovrano ed è legata al proprio compito solo dal vincolo di fedeltà
stretto personalmente con l'Imperatore. Questa aristocrazia, prodotto
naturale delle condizioni economiche e politiche maturate dallo sfacelo
dell’ordine politico romano e dalla sostituzione della nobiltà germanica
alla vecchia classe latifondista del Basso Impero, è insieme la forza
armata dell’Impero e il suo corpo amministrativo, ne rappresenta la
salvaguardia militare e la classe politica dominante. Ma essa non è
certamente l’unico elemento della costruzione politica di Carlo Magno
che, sebbene strettamente plasmata sulla struttura sociale dell’Europa
romano-barbarica, trova la propria giustificazione ideale nel carattere
religioso del potere e nella propria funzione mediatrice tra il crescente
particolarismo delle istituzioni politiche e la forza di un principio
universale che si richiama alla salda tradizione unitaria della Chiesa
romana. Nell’immane mosaico di popoli e di genti ancora scarsamente
amalgamate che ubbidiscono all’autorità di Carlo, l’unico vincolo
unitario è infatti rappresentato dalla radicale compenetrazione tra
l’Impero e la Chiesa. E quanto questa compenetrazione caratterizzi la
struttura politica della società carolingia, lo dimostra appunto la
preoccupazione di Carlo di presentarsi sempre come l’advocatus ecclesiae,
difensore della cristianità, e di far coincidere la legittima estensione
dei suoi poteri con il corpo vivente della Chiesa che non ha mai
confini ma si estende su tutto l’orbe ovunque si pronunzia il nome di
Cristo. Convinto sinceramente che la sua autorità gli discenda dalla
natura di capo divinamente eletto del popolo cristiano, ispirato da
consiglieri che fondano la legittimità dell’Impero sull’i insegnamento
della Bibbia e sulle parole di Agostino, il monarca franco si presenta
con un carattere del tutto diverso da quello che era stato proprio anche degli
ultimi imperatori cristiani, come sovrano e guida del popolo di Dio.
Legislatore della comunità civile, supremo principio di autorità e di
diritto, egli è anche il legislatore della Chiesa pronto ad impugnare le
due spade dell’autorità spirituale e di quella temporale. Ma proprio perché
l’Imperatore è reggitore della Chiesa oltre che dello Stato, la sua
autorità penetra ovunque, e come detta nei capitolari le norme per la
tenuta delle villze e l’amministrazione dei demani imperiali, cosî fissa
le regole più particolari e minute per la condotta del clero e la
disciplina rituale e canonica. L'osservanza della domenica, l'esecuzione del
canto ecclesiastico e le condizioni per l'ammissione dei novizi nei
monasteri, scrive giustamente il Dawson, sono punti fissati nei
capitolari, altrettanto come la difesa delle fronliere e l'amministrazione dei
beni della corona. Ciò spiega un altro carattere tipico dell'ordinamento
carolingio, e cioè l’esistenza di una potente aristocrazia ecclesiastica,
non meno influente di quella militare e fondiaria, che partecipa
all’amministrazione delle trecento contee in cui si divide l’Impero, e ha
una propria funzione politica e persino militare. Il governo centrale è
poi addirittura nelle mani degli ecclesiastici della cancelleria e della
cappella reale. Non solo; l’autorità di questa aristocrazia ecclesiastica
è ben rappresentata anche nella tipica istituzione carolingia dei missi
dominici, deputati alla sorveglianza ed al controllo sull’amministrazione
locale, costituiti in gran parte da vescovi ed abati, sempre pronti ad
informare minutamente il sovrano dell'andamento della vita economica,
civile e religiosa dei più lontani territori della Christianitas.
Lo spirito profondamente teocratico che anima l’Impero, espresso
drasticamente in tanti ‘atteggiamenti e detti di Carlo, è
perfettamente definito nella identificazione dell’autorità sacramentale e
carismatica del clero e quella non meno sacrale che discende dalla
volontà del sovrano. Ed è appunto nel quadro di questa concezione, destinata a
continuare ben oltre lo stesso sfacelo dell’Impero, che la società
carolingia elabora i propri ideali e le proprie istituzioni culturali,
strettamente legate alle nuove esigenze politiche. La
rinascita culturale che va sotto il nome di rinascenza carolingia è quindi il
prodotto storico naturale dello spirito teologico che permea tutta
l’organizzazione carolingia, della necessità impellente di formare un
corpo di funzionari colti e competenti e di preparare una larga élite del
clero a compiti e funzioni che richiedevano un tipo di cultura pid
raffinata e mondana. Però la riforma perseouita da Carlo non si limita
solo a rinnovare la tradizione deoli studia Aumanitatis o a rinortare nelle
istituzioni scolastiche dell’Occidente la linfa vitale dell’insernamento delle
arti liberali ma è addirittura il primo tentativo di ricostituire l’unità
intellettuale della società europea, edificata sui resti della cultura
classica. la cui influenza continua, del resto, a dominare anche i
maestri delle scuole palatine. Naturalmente, rroprio perché è legata cosî
strettamente al particolare ca-rattere politico e organizzativo dell'Impero, la
cultura del TX secolo ne rispecchia fedelmente anche i tipici caratteri
dominanti. Nonostante tutti i tentativi di riconnettere la rinascenza
carolincia alla grande fioritura intellettuale, o, addirittura,
all’umanesimo quattrocentesco, pesano infatti su questa cultura i limiti
storici di una società che non riusci mai a darsi una vera struttura statale
organica e che nella sua rigida divisione di caste realizzò la piti
compiuta separazione tra il ristretto ceto dei clerici monopolizzatori della cultura
e la gran massa dei fedeli. Non a caso, quindi, la rinascenza carolingia ha
come suo precipuo ideale l’elaborazione di una cultura di carattere
esclusivamente ecclesiastico 0, meglio,
ecclesiastico-amministrativo, capace di
garantire l’unità religiosa e ideologica della Christianitas e di
subordinare la stessa validità delle discipline classiche alle esigenze
dogmatiche predominanti della ortodossia cattolica. E non per nulla gli
stessi teologi e i maestri della scuola palatina, strenui difensori di
una concezione unitaria dell’autorità imperiale che è di schietta
impronta romana, sono, al tempo stesso, anche i tenaci sostenitori del
fondamento sacrale del potere civile e della sua piena coesione con
l’immutabile ordine della gerarchia ecclesiastica. Del resto,
quant'è diversa la finalità e la destinazione ideologica della civiltà
carolingia nei confronti della tarda cultura romana, è altrettanto
profondamente mutato l’ambiente in cui essa maggiormente fiorisce. I
cenui della rinascenza non sono ora le città del vecchio mondo romano, né
le terre dell’Italia, della Francia meridionale o della Spagna, bensi la
stessa corte imperiale, le innumerevoli abbazie e scuole monastiche disseminate
nel vasto dominio franco e soprattutto nelle regioni settentrionali chiuse tra
la Loira e il Weser. I maestri, i chierici che la propagano non sono
grandi aristocratici romani, come Boezio o Cassiodoro, o eredi della
tradizione latina come Gregorio Magno, bensi degli intellettuali di
origine barbarica che hanno però profondamente assimilato quanto si è salvato
della tradizione classica. Da Fulda a S. Gallo, da Tours a
Reichenau, tutta l'Europa carolingia è percorsa da una potente corrente
di nuova vita intellettuale, che non si svolge soltanto nel campo limitato
delle lettere e della teologia, ma ha i suoi diretti riflessi anche
nell’ambito delle arti e della tecnica scrittoria che i monaci carolingi
portano ad una perfezione prima ignorata. Così, sebbene l’Impero, minato
dalla sua debole struttura, si avvii rapidamente alla fine, le grandi abbazie
benedettine diventano gli unici centri intellettuali dell'Europa, tormentata
dall’erompere dell’anarchia feudale, di una società sconvolta e lacerata
da nuove ondate d’invasione. All’adempimento di un tale compito storico,
l’abbazia benedettina era stata del resto già preparata da due secoli di
oscura e paziente elaborazione di nuove élises intellettuali. Da quando
la regola di Benedetto aveva creato, agli inizi del VI secolo, un nuovo
tipo di monachesimo, operoso e attivo, ispirato alla norma della
preghiera e del lavoro collettivo e fraterno, l’antico ideale dell’ascesi
individuale era stato sostituito da una nuova direttiva spirituale di
contenuto sociale. Nel monastero benedettino, costituito in una salda unità
amministrativa e disciplinare, il lavoro manuale e la pura ricerca
contemplativa avevano ritrovato una profonda unità del tutto ignota alla
società del tempo, costituita da una ristretta aristocrazia militare e
fondiaria e da enormi masse di contadini-servi. Ma, soprattutto (in una
età in cui l’economia era prevalentemente agricola e gli ordinamenti
politici si sfasciavano sotto il peso crescente delle tendenze
particolaristiche), la diffusione delle istituzioni benedettine aveva permesso
la formazione di numerosi centri d’intensa vita produttiva, dove la
coltivazione delle grandi proprietà abbaziali si alternava allo studio ed
all’apprendimento dei primi rudimenti delle arti liberali. Tutto ciò
spiega e giustifica la grande fortuna dell’ordine benedettino in tutta la
Cristianità occidentale, e soprattutto nelle regioni dell'Europa continentale
ove si erano già delineati i caratteri incipienti della civiltà feudale. Poiché
fu soprattutto in Svizzera, in Francia e nella Germania meridionale che il
sistema delle abbazie, spesso unite da stretti vincoli economici e
amministrativi, pose fin dal VII secolo i presupposti della diffusione
organica di una ricca cultura di carattere ecclesiastico e monastico, ma
largamente permeata di motivi e temi della tradizione
classica. All’elaborazione della cultura carolingia dettero però un
contributo ancor più importante e decisivo le istituzioni monastiche dei
paesi anglosassoni, sorte fin dall’inizio del VI secolo, indipendentemente
dalla diffusione benedettina. Il carattere peculiare di questo monachesimo, che
in un periodo tra i più oscuri della storia occidentale fece delle isole
britanniche una vera oasi di civiltà, fu di non aver adottato la
gerarchia episcopale della chiesa, ma di aver organizzato la propria vita
entro la cornice esclusiva delle regole monastiche. E tale carattere è certo
ben comprensibile, se si pensa che il monachesimo anglosassone sorse in un
paese quasi completamente pagano, ove soltanto nel 596 era ripresa la
tradizione episcopale, sotto l’impulso diretto di Gregorio Magno.
Il successo della predicazione del monaco Agostino, primo vescovo di
Canterbury, e dei suoi seguaci, era stato però assai rapido: già nel 644
l’East Anglia aveva un proprio vescovo anglosassone, e dieci anni dopo
anche il seggio primaziale di Canterbury era stato occupato dal sassone
Deusdedit cui: doveva succedere il monaco greco Teodoro, dotto nelle
lettere greche e latine. Teodoro e l’abate africano Adriano furono gli
iniziatori di una fortunata opera di riforma intellettuale che aveva
naturalmente uno scopo e una finalità essenzialmente devota, ma che non
trascurava neppure l’insegnamento delle lingue classiche e la lettura
degli auctores. Liberi da ogni stretto vincolo disciplinare e dogmatico,
animati da uno spirito di tenace e vivace proselitismo, i monaci da loro
educati ne diffusero l'insegnamento e la pratica in una fitta rete di
istituzioni monastiche che coprì rapidamente tutte le regioni delle isole britanniche,
dalla Britannia al Galles, alla pagana Caledonia. Da Canterbury a
Malmesbury, dall’Irlanda, già convertita da L'età carolingia
S. Patrizio, ai grandi monasteri di Bangor Iscoed e di Clonard, fino
al lontano monastero scozzese di Jona, flui cosi un filone costante e
ricco di «cultura classica, che le particolari condizioni geografiche e
storiche posero al riparo dalle drammatiche crisi di tutti i paesi
dell'Europa continentale. E quale fosse il carattere di questa cultura ci
è appunto noto dalla testimonianza di Adelmo di Malmesbury, che ci
ricorda di aver appreso alla sua scuola monastica i rudimenti essenziali
del diritto romano, i principi della metrica e della prosodia, le figure
principali dell’arte retorica, e, ancora, la matematica e l’astronomia. Certo,
a giudicare dalla notevole barbarie della prosa di Adelmo e dalla sua
ingenuità e rozzezza, si potrebbero avanzare non pochi dubbi sul valore
della tradizione classica diffusa negli ambienti monastici anglosassoni. Eppure
si tratta dei primi timidi frutti di una cultura che non ignora né
Virgilio, né Terenzio, né Orazio, né Giovenale, e che continua, in sostanza, un
tipo d’insegnamento non troppo dissimile da quello praticato nelle scuole del
Basso Impero. Né i risultati di questo insegnamento sono da disprezzare,
se è vero che a poco più di un secolo dalla loro evangelizzazione i
monasteri anglosassoni inviavano sul continente i loro primi missionari.
Del resto, già dal 590 l’irlandese Colombano aveva fondato in
Francia il monastero di Luxeuil, donde mosse una larga diffusione monastica in
Francia, nelle Fiandre, in Svizzera e in Germania, e in Italia, ove
l’abbazia di Bobbio fu un tipico prodotto del monachesimo anglosassone.
Ma ancora più importante fu l’opera di un monaco anglosassone, Wynfrith,
l’evangelizzatore dei sassoni, e primo vescovo di Magonza sotto il nome
di Bonifacio. Questo monaco non fu soltanto l’apostolo della Germania, da
lui evangelizzata mercé la protezione della monarchia franca e nel quadro
della direttiva episcopale romana, bensi l’uomo di Chiesa che seppe
operare la saldatura storica tra la tradizione benedettina e romana e quella
anglosassone, diventando cost il diretto intermediario tra la cultura dei
monasteri irlandesi e britannici e la ripresa intellettuale che
cominciava a delinearsi nel continente. Chiamato, nel 742, da Carlomanno,
fratello e collega di Pipino il Breve, perché provvedesse a riordinare lo
stato della Chiesa nel suo ducato di Neustria, ove il clero era profondamente
decaduto dal punto di vista disciplinare e privo di ogni cultura,
Bonifacio compì in breve tempo una riforma radicale. Nel suo periodo di
governo, durato dal ‘42 al °47, non solo provvide ad eliminare gli abusi
più gravi, e a sottoporre l’episcopato franco all’autorità apostolica romana,
ma trapiantò nelle scuole e nelle istituzioni espiscopali e abbaziali la
cultura che fioriva in Britannia nei nuovi monasteri sorti nel VII secolo, come
quello di S. Pietro di Wearmouth, fondato nel 674 da Benedetto Biscop.
In questo ambiente colto ed erudito, sui testi devoti e profani che
il Biscop aveva portato dall’Italia e dalla Gallia, si era, del resto,
già formato, negli ultimi decenni del VII secolo, un monaco
anglosassone, che aveva scritto la storia ecclesiastica del suo popolo in
un latino eccezionalmente limpido e puro. Nato nel momento di massima
fortuna della cultura monastica anglosassone, il monaco Beda, che i
medioevali chiameranno il Venerabile, non si era limitato a compiere la sua
opera di storiografo guidata da una fondamentale ispirazione romana, ma aveva
illustrato la sua cultura letteraria nel De orthographia e nel
trattatello De schematibus et tropis, e definito i principi e metodi
della cronologia nel De temporibus, De temporum ratione, De ratione computi.
Però la sua opera pi fortunata, che godé per tutto il Medioevo di una
eccezionale fortuna, fu il De rerum natura, costruito sul modello
dell’enciclopedia di Isidoro, ove si esprime già una cultura più
raffinata e scaltrita. Scrittore limpido, il suo stile non differisce troppo da
quello degli autori della bassa latinità; né a leggere le sue opere si
direbbe che Beda scriva verso la fine dell’VIII secolo, in un ambiente
sociale e intellettuale cosi profondamente mutato, e, addirittura, in un Paese
che aveva conosciuto solo brevemente la civiltà romana. Eppure, è proprio
in Inghilterra e in Irlanda che la cultura classica riprese a fiorire con
forme ed intenti ancora ignoti agli altri paesi dell'Occidente; né è
certo un caso che le prime forme di prosa d’arte, atteggiate sul modello
della tradizione letteraria latina, nascessero nei conventi di Inghilterra, di
Scozia e d'Irlanda. Quando poi, agli inizi del IX secolo, re Alfredo
tradusse la Cura pastoralis di Gregorio Magno, l’Historia di Paolo Orosio e la
Consolatio di Boezio, non creò soltanto i primi modelli letterari della
prosa anglosassone, ma offri una nuova prova del carattere squisitamente
classico della ma tura civiltà anglosassone. Questa ricca cultura di
origine e ispirazione classica, non avrebbe però avuto una effettiva
incidenza storica, se non si fosse presto diffusa nell'Europa
continentale, improntando di sé la vita intellettuale dell’Impero carolingio.
Abbiamo già accennato alla missione di Bonifacio ed al suo tentativo di
migliorare la formazione intellettuale del clero franco mediante lo studio
dei rudimenta letterari necessari per l’insegnamento della Scrittura. Ma l’uomo
che seppe trapiantare in Occidente i frutti più maturi della cultura
anglosassone e servirsene come fondamento di una vasta riforma intellettuale,
fu un monaco irlandese, Alcuino di York. Formatosi in una scuola
largamente aperta alle influenze classiche, Alcuino aveva percorso sotto
la guida di Egberto, discepolo di Beda, il corso normale del trivio e del
quadrivio. Maestro a York nel 778, la sua fama di grande cultore della
humanitas si era presto diffusa anche nel continente: e Carlo, che già in
quegli anni progettava di organizzare nuove istituzioni scolastiche per
la formazione dei suoi dignitari chierici e laici, lo chiamò alla sua
corte, affidandogli la guida della riforma scolastica. Già presente alla
corte carolingia, Alcuino, dopo un breve soggiorno britannico, vi tornò
stabilmente nel ’93, per restarvi fino alla morte e per quasi vent’anni
il monaco irlandese mirò come disse a trasformare l’Impero di Carlo in una nuova
Atene, superiore anzi all'antica Atene perché dotata dei doni sovrannaturali
dello Spirito Santo. In realtà, il maggiore merito storico di
Alcuino fu quello d’intendere perfettamente quale fosse il tipo di cultura
necessario per la società carolingia, e di trasformare la tradizione
classica dei monasteri e delle scuole anglosassoni in una organica
direttiva intellettuale strettamente associata all’ideale teocratico dell'Impero
e legata alla gigantesca macchina politica e amministrativa costruita da Carlo.
Tutti i risultati più positivi di due secoli di lenta maturazione
intellettuale; furono cosî posti al servizio della società rigorosamente
gerarchica su cui si fondava l’impero, e divennero i criteri formativi di
una nuova élite intellettuale, emersa dalla confusa vicenda di due secoli
di crisi. Ma l’opera di Alcuino non si limitò soltanto a questo
compito di organizzazione del nuovo sistema delle scholae imperiali, o
alla trasmissione della esperienza anglosassone; egli stesso elaborò la
distinzione organica e sistematica delle sette arti liberali, trasformando
la pratica tradizionale della cultura classica in un complesso ragionato
c ordinato di nozioni e di tecniche. I frutti della sua attività furono
certamente tali da influenzare per quasi tre secoli gli sviluppi
essenziali della cultura europea; gli uomini educati alla sua scuola
poterono giustamente vantarsi di aver restaurato un solido legame con la
cultura classica, e di aver, per cosi dire, riannodato quel filo sottile
della tradizione che sembrava essersi spezzato con la crisi dell'unità
romana. Certo, il tipo di cultura instaurato da Alcuino rispecchiò
anche tutti i limiti storici dell'ambiente da cui nasceva e per la sua
impostazione esclusivamente ecclesiastica fu lo specchio di una società
divisa in caste, e che affidava al dominio spirituale della Chiesa
l’assoluto monopolio della formazione delle id:e. Ma anche entro questi
limiti, l’opera di Alcuino fu eccezionalmente fruttuosa; si può dire che
si debba alla sua direttiva la prima organizzazione di un sistema di
istituzioni scolastiche comune a gran parte dell'Europa carolingia e la
formazione di un tipo di cultura raffinata, non più limitata al chiuso
mondo anglosassone, bensi diffusa in Francia come nella Germania
meridionale, in Italia come nelle isole britanniche. Da questa
cultura destinata a sopravvivere
al crollo dell’Impero e al pid torbido periodo di anarchia feudale muoveranno poi nell'XI secolo le nuove
correnti di pensiero che, parallelamente’ alla grande trasformazione
economica della società medioevale, guideranno la rinascita intellettuale dell’Europa.
A spiegare il successo dell’opera di Alcuino può contribuire la
considerazione che la Gallia era stata influenzata dalla cultura latina
assai più dei territori britannici, e che il ricordo della lingua e della
civiltà non vi si era mai perduto. Però lo stato di miseria intellettuale del
clero franco deprecato dal dotto
Bonifacio e i lamenti che Gregorio
di Tours o Fortunato di Poitiers avevano elevato sulle condizioni della
cultura nella vecchia Gallia romana, testimoniano una profonda decadenza,
che si era sempre più accentuata dopo che si erano allentati i vincoli
con l’Italia e con le altre regioni pi progredite del vecchio Impero.
Proprio la constatazione che gran parte dei suoi ufficiali laici o
ecclesiastici non sapeva neppure intendere la lingua latina, aveva
indotto Carlo Magno a ordinare nel 789 l’apertura di scuole vescovili e
monastiche, ove si insegnassero, oltre al canto, al solfeggio e le
salmodie, anche gli elementi fondamentali del compito ecclesiastico e della
grammatica. Ma i suoi progetti di riorganizzazione delle istituzioni
scolastiche erano assai più ambiziosi, cosî com'era impellente la necessità di
organizzare in breve tempo un vero e proprio corpo di dignitari e di
amministratori, capace di adempiere al grave compito del governo
dell’Impero. Proprio per questo Carlo si era rivolto dapprima in Italia, donde
era venuto alla sua corte il dotto longobardo Paolo Diacono (725-797) che
per cinque anni vi aveva insegnato il greco, prima di ritirarsi nell’abbazia di
Montecassino. Durante il suo breve soggiorno, Paolo aveva rivisto e
corretto una collezione di Omelie, pubblicate da Carlo, come incitamento
alla ripresa degli studi. Più tardi il suo insegnamento era stato
continuato da Pietro di PISA (vedasi), già maestro a Pavia, e da Paolino
di Aquileia, presenti alla corte carolingia. Questi maestri erano però
ben lontani dal livello intellettuale e dalla preparazione dei monaci
irlandesi e britannici; e la loro cultura era forse anche inferiore a
quella di due dotti ecclesiastici ispano-gallici, come Agobardo,
che fu poi vescovo di Lione, e Teodolfo (t821) vescovo di Orléans, vomini
di larga cultura teologica e letteraria, conoscitori ed ammiratori di
Virgilio, Ovidio, Orazio, Lucano e Cicerone. Nondimeno, quei maestri italici
furono il primo nucleo della élite intellettuale raccolta da Carlo
intorno alla sua corte; e fu sul terreno preparato da questi modesti
professori che si maturò la riforma di Alcuino, guidata da una lucida
consapevolezza della continuità della cultura classica e dalla eccezionale
capacità di ridurre i suoi elementi essenziali a componenti di una ruova
direttiva ideologica e dottrinale. Il rapporto che Alcuino volle
porre tra la nuova cultura di cui era- ispiratore e la tradizione
classica, è infatti espresso chiaramente in più di un testo. Il suo dialogo
De virtutibus ci insegna che la scienza, la virti e la verità valgono di per se
stesse, e che i cristiani, lungi dal condannare le verità e le virti
degli antichi, debbono anzi accettarle e coltivarle. I poeti, i grammatici, i
retori ed anche gli stessi filosofi, spesso oggetto di timori e di
condanne, hanno infatti insegnato delle dottrine intrinsecamente utili e vere
che costituiscono un prezioso patrimonio umano. Perciò, al discepolo che
gli chiede quale sia la differenza tra i filosofi antichi e i cristiani, Alcuino
può rispondere che solo il battesimo e la fede li distinguono, e che la
saggezza antica, che ha compreso la natura e la ragione delle cose, può
costituire il migliore accesso alla suprema sapienza cristiana. I
filosofi, egli scrive, non hanno creato, ma solo scoperto quelle arti;
poiché Dio stesso le ha poste nella realtà e nella natura, lasciando che
gli uomini più dotti le scoprissero con le loro forze. Come non
riconoscere, perciò, la necessità dello studio delle arti liberali, necessarie,
del resto, anche ai teologi e a tutti i maestri della Sacra Pagina? E
come non scorgere in questo studio un alto dono di Dio, e un compito meritorio
per ogni cristiano? Ecco perché, nel tracciare il suo piano di
insegnamento, Alcuino affermò cosi recisamente la funzione propedeutica
delle arti liberali che costituiscono la solida base della cultura, e
perché costrui la scuola carolingia sul modello delle scuole monastiche
ed episcopali anglosassoni, cercando di raccogliere organicamente le
testimonianze e le fonti essenziali delle antiche discipline. Mediocre
poeta, teologo di scarso rilievo (il suo De ratione animae non è che una
esposizione debole e generica di motivi agostiniani e vagamente
neoplatonici), egli ebbe però, in sommo grado, il senso della organizzazione
della cultura.E lo testimoniano i suoi manuali, dalla Grammatica ricavata
dagli scritti di Prisciano, Donato e Isidoro, al De orthographia che
ricalca Beda, al Dialogus de rhetorica costruito su materiali
ciceroniani, al De dialectica ove utili zza Boezio, Isidoro e le
pseudoagostiniane Categoriae decem. La nuova organizzazione degli studi
promossa da Alcuino non tardò a dare i suoi frutti. Già durante il regno
di Carlo le regioni centrali'dell’Impero vedono aumentare rapidamente le
istituzioni scolastiche, affidate in gran parte ai monaci benedettini. Le
abbazie di S. Martino di Tours, Fulda, Fleury, Reichenau, sono i centri
della cultura carolingia, di cui trasmetteranno, per tre secoli, le
direttive essenziali, mediante un tipo d'insegnamento letterario che ha
non pochi punti di contatto con la tradizione grammaticale del tardo
Impero. Se infatti il carattere delle scuole resta sempre essenzialmente
ecclesiastico e chiuso nell’ambito delle dottrine scritturali e patristiche, la
base su cui si fonda l’istruzione dei chierici è squisitamente classica e
legata alla lettura e al commento dei classici latini. Ciò spiega il
moltiplicarsi dei codici, copiati nei centri scrittori delle maggiori
abbazie e rapidamente diffusi nelle varie scuole di Europa. Ma la lettura
di questi testi e il commento grammaticale non sono certo l’unica
attività dei dotti carolingi, né la loro cultura si esaurisce come è stato pur detto da taluni
storici in una esercitazione
grammaticale. La partecipazione commossa alla cultura classica, l’amore
per gli antiqui considerati come maestri di umanità, la familiarità con
le loro opere, implicano infatti tutto un modo di concepire il rapporto
tra la sapientia cristiana e il pensiero degli antichi, ben lontano
dalla intransigente repulsa di un Gregorio Magno. Né meraviglia che i
discepoli di Alcuino possano addirittura usare i nomi e gli aggettivi delle
divinità antiche per alludere agli attributi del Dio cristiano, o paragonare,
quasi inconsapevolmente, le beatitudini paradisiache alle gioie sensibili
dell'Olimpo classico. D'altra parte, accanto a questa formazione
prevalentemente letteraria e umanistica, la cultura carolingia non manca già
d’interessi più nettamente filosofici, ereditati indirettamente dalla
vicina tradizione L'età carolingia della filosofia
classica. Studi recenti hanno appunto accentuato, magari attribuendole un
significato superiore al suo vero carattere, l’Épistola de nihilo et tenebris
di un discepolo di Alcuino, Fredegiso di Tours, maestro di notevole
influenza durante il regno di Ludovico il Pio e di Carlo il Calvo. Fredegiso
muove dall’interpretazione letterale del testo scritturale ove è scritto che
Dio ha creato il mondo dal nulla (er rikilo), per concludere che il nulla
è qualcosa di reale. Questa idea induce poi, come naturale conseguenza, ad
affermare che il nulla non è affatto semplicemente l’assenza o negazione
dell'essere; nerché come argomenta
il monaco ogni nome deve avere un
sionificato esatto e determinato, e quindi indicare qualcosa. di positivo e di
reale; perciò se, dicendo uomo, pietra, ecc.. indichiamo sempre una cosa
reale, anche pronunziando il nome niki! dovremo indicare una res. Nel
caso contrario non sarebbe possibile stabilire un significato per il
termine nihil, siacché ogni significazione è significazione di quello che c'è,
ossia di qualcosa di esistente; e se questo è vero, e se il termine nihil
è significativo, vuol dire che esso indica un ente reale ed
evidente. L’argomento di Fredegiso può sembrare, e forse era,
almeno nella sua forma scolastica, un puro esercizio di abilità
dialettica simile a ouelli attribuiti a un îonoto Atheniensis Sophicta
che sarebbe vissuto alla corte di Carlo Magno; ma assume un sicnificato
ben diverso, se si riflette che la sua discussione finisce con
l’implicare lo stesso concetto doematico della creazione er nikilo e con
l’ammettere l’esistenza di una entità comune e indefinita di cui Dio si
sarebbe servito come di una materia indispensabile per creare il mondo.
Una simile idea che rispecchia
orobabilmente una precisa influenza platonica
spiega assai hene le polemiche e le accuse sollevate contro
Fredegiso da altri maestri, come Agobardo che nel Liber contra Fredegisum
gli contestò anche di credere alla preesistenza delle anime. Agobardo,
critico insistente delle superstizioni popolari e delle pratiche magiche
che stigmatizzò più volte nei suoi scritti, riteneva pericolose le
dottrine di Fredegiso, di cui non gli sfuggiva il sostanziale contrasto
con i dati della rivelazione. Eppure, anche la sua cultura, la sua familiarità
con gli antichi, la sua fiducia nell’accordo tra la ragione e la religione e la
sua avversione per la misura irrazionale delle oscure credenze
superstiziose, sono i frutti della rinascita intellettuale carolingia di cui
rispecchiano alcune delle componenti essenziali. Fredegiso ed
Agobardo sono due personalità strettamente legate alla diffusione della
nuova cultura, mei principali centri scolastici della Francia
carolingia. Ma negli stessi anni anche la Germania meridionale conobbe gli
effetti della rinascita intellettuale promossa da Carlo e da Alcuino,
soprattutto per merito della scuola benedettina di Fulda. Principale
protagonista di questa diffusione fu, del resto, un altro discepolo di Alcuino,
Rabano Mauro che, dopo aver iniziato i suoi studi a Fulda, era passato
alla grande scuola di S. Martino di Tours, per tornare di nuovo a Fulda,
arricchito dell’esperienza di un ambiente intellettuale cos superiore
alla rozzezza delle scuole tedesche. Maestro ed abate di Fulda, e poi
arcivescovo di Magonza, Rabano esercitò una influenza determinante
nell’organizzazione della vita culturale ed ecclestiastica della
Germania. Ma soprattutto egli diede alle scuole medioevali un complesso
di scritti e di manuali particolarmente adatti alle condizioni della
cultura del tempo, come la Grammatica, redatta sui modelli cari ad
Alcuino, e un trattato sul computo ecclesiastico. Al nome di Rabano sono,
pure attribuite, ma senza gran fondamento, anche delle glosse a Porfirio
e al De interpretatione di Aristotele che, se fossero realmente sue,
testimonierebbero un vigore dialettico davvero eccezionale per i suoi tempi.
Ma la sua opera più importante fu il trattato De clericorum institutione,
un vero e proprio corso di studi ecclesiastici per la formazione e
l’incivilimento del clero germanico. Il programma che Rabano vi
propone non è sostanzialmente diverso da quello di Alcuino, da cui riprende
l’ordinamento sistematico delle arti del trivio e del quadrivio, e lo
studio degli autori classici come maestri di eloquenza. Certo, questo studio va
condotto secondo l’esempio dei Padri, con la stessa discrezione e
prudenza di un Agostino o di un Gerolamo, e senza cedere alle lusinghe
mondane che sono celate nelle parole degli scrittori pagani. Però i! loro
sapere non deve essere respinto o condannato: anzi Rabano si serve
largamente di materiali classici anche nel suo ampio scritto
enciclopedico De rerum naturis et verborum proprietatibus et de mystica
rerum significatione, ove la natura e i suoi fenomeni sono interpretati
in senso allegorico, mistico e morale, secondo un procedimento non
dissimile da quello di Beda e di Isidoro. L’opera educativa di
Rabano fu continuata in Germania da Candido di Fulda, autore dei Dicta Candidi,
modesto opuscolo intessuto di citazioni agostiniane, che ha però
interessato gli storici perché contiene già alcuni elementi di una prova
dialettica dell’esistenza di Dio, fondata sul rapporto tra l’imperfezione
umana e l’assoluta perfezione divina. L'influenza di Rabano non si limitò
però all'ambiente di Fulda, ma si estese anche al monastero benedettino di
Reichenau, con l’insegnamento di Walfrido di Strabo, e in Francia, ove l’opera
di Servato Lupo di Ferrières s’ispira spesso ai canoni ermeneutici di
Rabano, continuandone la direttiva umanistica con sottile sagacia
filologica. La vivace ripresa culturale della fine dell’VIII secolo
e della prima metà del IX, non poteva naturalmente restare estranea
all’ambito del le discussioni teologiche, e difatti nella seconda metà del IX
secolo si svolgono nuove controversie che riflettono la presenza di
tendenze dottrinali divergenti e rivelano un uso già scaltrito degli
strumenti dialettici. Le controversie investono i temi più delicati della
riflessione teologica dalla natura del rapporto trinitario al modo onde è
avvenuta la generazione di Cristo, sul carattere della visione beatifica,
sul rapporto tra l’anima e il corpo e, ancora e soprattutto, sulla presenza
del Cristo nelle specie eucaristiche. E se pure nascono nell’ambito di
una scuola o di una abbazia, divengono presto cosa pubblica,
provocano l'intervento delle gerarchie ecclesiastiche, e, molto spesso,
anche quello dell’Imperatore che, come advocatus ecclesiae, investe della
lorc soluzione i sinodi e i concili. Ciò spiega la rapida fioritura di
una vasta letteratura controversistica, nella quale vengono largamente
usati i metodi acquisiti attraverso la pratica delle arti liberali. Cosi
Pascasio Radberto, abate di Corbie affronterà nel suo trattato De corpore
et sanguine Christi il problema della presenza del Cristo nell’eucarestia,
dibattuto dalle opposte dottrine di chi afferma la presenza divina in
veritate, e cioè come una realtà fisica e sensibile, e coloro che
sostengono la presenza in mysterio o in similitudine e quindi
attribuiscono all’eucarestia un carattere puramente mistico e simbolico.
D’altra parte, Ratramno di Corbie, non solo tornerà su questo tema in polemica
con Pascasio nel De corpore et sanguine Christi, ma scriverà un trattato De
quantitate animae e un De anima assai interessanti, poiché rivelano la
presenza, nella cultura teologica del IX secolo, di dottrine attribuite a un
Macario Scotto, che affermano l’esistenza di una anima universale comune
a tutti gli uomini. Queste discussioni come quella assai più importante sulla
predestinazione che coinvolgerà intorno all’848 Ratramno di Corbie, Gottschalco
di Orbais, Rabano Mauro, Incmaro di Reims e Giovanni Scoto Eriugena sono l’ultimo frutto della civiltà carolingia
già avviata al suo rapido declino. Ma prima che l’Europa, devastata da
nuove ondate d’invasione e travolta dall’anarchia feudale, conosca una
nuova età di regresso intellettuale, la cultura cafolingia toccherà il
suo pit alto livello filosofico nelle speculazioni di Giovanni Scoto
Eriugena. La cultura carolingia attinse principalmente le sue dottrine
teologiche dalla tradizione patristica latina e soprattutto da Agostino;
ma non le furono però neppure estranee le dottrine dei Padri greci che i
monaci britannici avevano spesso letto direttamente nella loro lingua, né
le tesi platoniche esposte e commentate nelle opere di Boezio. D'altra parte, i
monaci dell’Irlanda, ove già al tempo di Teodoro di Canterbury si erano
rifugiati dei dotti religiosi britanni desiderosi di dedicarsi liberamente alla
vita contemplativa, perfezionarono la conoscenza del greco al diretto
confronto di testi e tradizioni ignote, in quel momento, nelle scuole
continentali. Sicché il vivo interesse per il mondo antico e per i suoi
grandi awctores poté essere mantenuto e coltivato, nel corso del IX
secolo, dalla larga emigrazione di maestri irlandesi che passarono nelle
scuole della Francia, soprattutto a Reims e a Laon, portando spesso,
insieme alla loro perizia nelle arti liberali, anche la testimonianza e
la diretta influenza di una generica ispirazione platonica. Ma le loro modeste
conoscenze filosofiche non potrebbero spiegare la maturazione di un'eccezionale
personalità filosofica come Giovanni Scoto Eriugena, destinata a imporre una
netta caratteristica platonica e neoplatonica a tutta la riflessione filosofica
dell’Alto Medioevo. Né questa rinascita speculativa sarebbe storicamente
comprensibile ove non ricordassimo la funzione determinante esercitata
nella tarda cultura carolingia dai trattati teologici attribuiti n Dionigi
l’Areopagita.. Questo Corpus dovuto probabilmente all’anonima
fatica di uno scrittore cristiano vissuto in Siria tra la fine del IV e
l’inizio del V secolo, incontrò subito una larga fortuna nell'ambiente
intellettuale carolingio, già predisposto singolarmente a subire le suggestioni
delle dottrine neoplatoniche. Inviati in dono a Ludovico il Pio dal
Basileus bizantino Michele il Balbo, gli scritti dionisiani furono infatti
solennemente custoditi fin dall’827 nell’abbazia di S. Dionigi presso Parigi,
ove fiori rapidamente la leggenda che accompagnò poi costantemente la loro
diffusione. Ma l’interesse che essi suscitarono tra i dotti del tempo, e
che continuarono poi ad esercitare per secoli, va indicato proprio nel
singolare carattere filosofico e storico dei quattro trattati (De
coelesti hierarchia, de ecclesiastica hierarchia, de divinis nominibus,
de mystica theologia) e delle dieci lettere, che rappresenta, in realtà,
il tentativo più compiuto ed organico di risolvere le dottrine essenziali del
neoplatonismo nel quadro di una concezione sostanzialmente
cristiana. Nel Corpus areopagiticum, in cui rivive lo spirito di
Plotino, ma più ancora di Proclo (la cui Elementatio theologica ispirò
largamente l'ignoto autore), è delineato tutto un modo di considerare il
sistema della realtà, il suo rapporto con Dio, e l’essenza stessa della
divina natura e dei suoi attributi, che si accorda perfettamente alla
mentalità di uomini educati al platonismo dei Padri e di Boezio.
Applicando alla conoscenza di Dio due metodi d’indagine, l’uno positivo e
l’altro negativo, lo Pseudo-Dionigi attribuisce a Dio tutte le perfezioni
che la mente umana coglie nelle creature e che nella divinità sono
esaltate al loro grado supremo; ma, sulla linea di Plotino e di Proclo,
nega tutto ciò che v’è di limitato e di definito in questi attributi
umanamente apposti alla sostanza divina. Per questo, specialmente nel De
divinis nominibus, Dio è definito come bontà, essere, luce, unità; eppure viene
insieme affermata la sua assoluta impredicabilità, perché anche il più
eccelso attributo è sempre inadeguato, e la più alta conoscenza di Dio è
data soltanto dall’oscurità tenebrosa del sapere mistico. La
Theologia mystica accentua insomma radicalmente l’assoluta trascendenza
divina, che è al di là di ogni possibile definizione, persino dello stesso nome
di Essere e di Uno. Il sapere mistico che è oltre ogni affermazione ed ogni
negazione, che ignora sapendo d’ignorare e rifiuta qualsiasi
determinazione concettuale, è l’unico grado supremo di conoscenza,
smarrimento totale in cui si compone la assoluta fusione della mente con
Dio, nell'oblio assoluto di tutto ciò che è creato, limitato e temporale. Ma
ciò non toglie che, per lo Pseudo-Dionigi, tutta la realtà partecipi in
certo modo della realtà divina, sia insomma una celeste processione di
forme che Dio trae dalla sua perfetta supernità, distinguendole da sé,
nell’infinita diffusione della sua eterna luce. Con lo stesso
linguaggio immaginoso di Plotino e di Proclo, u L'Alto Medioevo
sando le loro stesse analogie luminose, cariche di reminiscenze platoniche,
l’ignoto autore descrive il diffondersi di Dio di grado in grado, il suo
generare un mondo scandito in successivi gradi di perfezioni gerarchiche, il
suo rivelarsi attraverso le proprie opere nella perfetta teofania
dell’universo. Tutto, infatti, dagli esseri intelligibili e intelligenti
alle anime irrazionali degli animali, alla vita torpida delle piante,
alle cose che non hanno né anima né vita, è parola di Dio, espressione
compiuta della eterna illuminazione con cui Egli esprime il suo Essere. E
se è vero che infinita e incolmabile è la differenza e la distanza tra Dio e le
creature, pure ogni aspetto e forma della realtà è un grado dell’ascesa
verso Dio, fino all’ultimo salto della unione mistica. Naturalmente, la
presenza divina si dispiega poi in sommo grado nella gerarchia degli
spiriti puri (trattato De coelesti hierarchia), che muovono le sfere
celesti e costituiscono gli intermediari tra Dio e la natura terrena, cosîf
come la gerarchia ecclesiastica è intermediaria tra l’uomo e la grazia
divina. Cosi Dio, fine ultimo e supremo, attira a sé tutte le cose create
attraverso il moto d’amore che ispira alle celesti intelligenze e che da
queste si propaga di grado in grado, fino a confluire nella perfetta
mobilità della monade divina. Per un duplice processo, la cui descrizione
risolve in sé tutte le vicende delle cose, il mondo esce eternamente da Dio ed
eternamente vi ritorna, come il raggio riflesso torna alla sua sorgente e
le onde del mare fluiscono e rifluiscono sempre dalla medesima
riva. Non occorre credo insistere ulteriormente sul carattere
della speculazione dionisiana, per ricordare come essa offrisse al
pensiero medioevale un immenso perfetto quadro dell’universo, in cui la
tradizione platonica pareva accordarsi con le parole della Bibbia e del
Vangelo. Né è difficile mostrare come questa visione cosf gerarchica
della realtà potesse rispondere all’esigenza di una cultura fondata
sull’ordine gerarchico della vita ecclesiastica e feudale dominata da un
ideale teocratico che pervadeva tutte le funzioni della vita civile.
L’analogia dionisiana tra la gerarchia celeste e la gerarchia
ecclesiastica, l’interpretazione allegorica e mistica di qualsiasi momento
della realtà, l’insistenza sulla trama di rapporti mistici e segreti che unisce
all’unità divina le molteplici, transitorie manifestazioni dell’ordine
temporale e mondano, furono infatti i caratteri della mistica dionisiana
che dominarono tanti aspetti della cultura medioevale ispirando con
uguale fervore la fantasia dei poeti e l’esaltata visione dei santi. Ma
se l’influenza del Corpus areopagiticum è presente in tutta la storia della
mistica medioevale, che di qui trasse la sua tipica descrizione
dell’ascesa dell'anima a Dio e il suo linguaggio speculativo, non
fu però inferiore anche nell’ambito strettamente filosofico. Ed è anzi
proprio attraverso gli scritti dionisiani che entrarono in circolazione
molte dottrine e motivi platonici e neoplatonici, presto associati alle
testimonianze di Macrobio, alle dottrine del Timeo fisico e del commento
necplatonico di Calcidio. Di questa influenza è prova eloquente la
naturale diffusione del Corpus artopagiticum nel corso del IX secolo e
l’interesse che lo accompagnò fin dalla sua prima comparsa. Tradotti da
Ilduino, abate di S. Dionigi, che non ebbe alcun dubbio nell’accettare
l’attribuzione al supposto discepolo di S. Paolo, questi scritti furono
infatti subito conosciuti nell’ambiente delle scuole palatine. Ma ben più
che alla rozza e infelice traduzione di Ilduino, essi dovettero la loro
rapida fortuna alla più tarda traduzione di un filosofo irlandese,
professore alla scuola palatina di Parigi durante il regno di Carlo il
Calvo: Giovanni Scoto Eriugena. Dotto di latino e di greco (anche se sembra che
abbia studiato questa lingua solo durante il suo soggiorno parigino), questo
monaco si era rapidamente segnalato tra i suoi colleghi francesi e irlandesi.
Cosî, quando i vescovi Pardulo di Laon e Incmaro di Reims avevano voluto
confutare le tesi di Gottschalco che sosteneva l’assoluta predestinazione sia
alla dannazione che alla salvazione eterna, ne avevano affidato l’incarico
all’Eriugena già noto per la sua larga conoscenza dei Padri e della letteratura
teologica. Nell’opuscolo De praedestinatione, Giovanni affrontò le tesi di
Gottschalco, negando recisamente qualsiasi forma di predestinazione al peccato;
ma il modo con cui trattò il delicato problema teologico alla luce delle idee
che furono poi al centro della sua meditazione, gli valse la severa censura dei
due vescovi e quindi le prime condanne comminategli dai Concili di Valenza e di
Langres. La traduzione del Corpus arcopagiticum, cui attese intorno all’858,
confermò poi la sostanziale ispirazione neoplatonica che si era già manifestata
nel corso di quella polemica; tanto più che egli vi aggiunse anche la versione
del De hominis opificio di Gregorio di Nissa e gli Ambigua di Massimo il
Confessore, due operette di schietta impronta platonica. Non a caso, infatti,
proprio Massimo si era sforzato di volgere in un senso pienamente cristiano le
dottrine più ambigue del corpo dionisiano, identificando le forme divine con
gli archetipi immutabili che Dio immette nella realtà mondana come segni della
propria perfezione e della propria bontà, mentre Gregorio di Nissa aveva
accentuato il significato mediano dell’uomo, posto come intermediario tra Dio e
il mondo, partecipe di due diverse nature e di due opposti destini, Queste
fonti sono, del resto, sempre presenti in tutte le opere di Scoto Eriugena, dal
vasto dialogo metafisico De divisione naturae, al commento alla Hierarchia
coelestis, al commento, pervenutoci frammentario, al Vancelo secondo Giovanni,
all’Omelia sul prologo dello stesso Vangelo. Ma tali scritti testimoniano
principalmente la continuità di una corrente ispirazione platonica, nutrita sf
da una larga familiarità con l’opera agostiniana, ma soprattutto dalla puntuale
conoscenza della prima parte del Timeo, noto attraverso le due versioni di
Calcidio e di Cicerone. A questa base dottrinale schiettamente platonica si
accompagna però un metodo argomentativo che presuppone una notevole conoscenza
dei testi logici aristotelici e, in particolare, delle Categoriae e del De
interpretatione. Ed è anzi proprio la riduzione degli strumenti logici
aristotelici in funzione di una concezione metafisica. platonica cosf operata
dallo Scoto, che influirà, pid tardi, profondamente sugli scritti
dell'insegnamento logico dei secoli X e XI, determinandone talune direttive
essenziali. La concezione dottrinale esposta principalmente nel dialogo De
divisione naturae è, certo, tra le pi audaci che siano state formulate nell’età
medioevale, anche se è vero che talune interpretazioni ne hanno spesso
deformato gli effettivi lineamenti storici, attribuendo al monaco irlandese
opinioni e atteggiamenti del tutto estranei al suo ambiente ed alla sua
formazione. Le tesi cosi care agli storici ottocenteschi, che scorgevano
nell’Eriugena una specie di libero pensatore avant lettre e un filosofo
decisamente orientato verso posizioni panteistiche o immanentistiche sono state
infatti smentite da analisi pi approfondite ed aderenti alla reale posizione
filosofica dello Scoto. Eppure, anche se non è più possibile aderire ai giudizi
del Cousin o dello Hauréau, è ugualmente certo che la sua opera raporesenta un
punto di riferimento fondamentale nella storia della filosofia medioevale, ed è
la fonte e il principale veicolo di idee destinate ad influenzare fecondamente
la cultura filosofica e teologica dell’Occidente. Tutta l’argomentazione del De
divisione si fonda sul principio dell’assoluta unità tra fede e ragione, o,
‘meglio, della perfetta coinci IX e il X secolo denza della verità filosofica
raggiunta per la via del ragionamento logico, e la verità rilevata direttamente
da Dio. Filosofia e teologia hanno in comune la stessa origine divina, sono
entrambe espressione della medesima eterna Sapienza; e quindi non può esservi
tra loro mai contraddizione o opposizione perché è impossibile che due doni
divini siano contradditori ed avversi. Anche la stessa riflessione filosofica è
per Giovanni una forma di esposizione delle verità affermate dalla fede, cosi
come, d’altra parte, la vera autorità rivelata contiene in se stessa tutte le
possibili verità di ragione. O, come afferma appunto l’Eriugena in un passo che
è stato spesso citato come prova della sua ortodossia: la vera filosofia è la
vera religione e, viceversa, la vera religione è la vera filosofia. Tale
principio, più volte affermato dallo Scoto, sembra presentare una soluzione
quanto mai coerente del problema dei rapporti tra la ricerca razionale e i
contenuti dogmatici della fede ortodossa legata all'accettazione di un
complesso ben definito di verità rivelate. E, in realtà, egli ritiene
fermamente che la certezza salvatrice della rivelazione debba essere sempre
illuminata dalla ragione che ne permette l'effettiva comprensione e la piena
consapevolezza. Se la rivelazione ci indica qual è la verità cui si deve
credere a proposito della natura divina, della natura della nostra anima e del
suo destino oltremondano, non è meno necessaria la ricerca sistematica della
ragione che si sforza di interpretare le parole della Scrittura e di renderle
evidenti e comprensibili. Non solo; non si potrebbe neppure intendere cosa
significhi, ad esempio, la dottrina biblica della creazione, o quale sia il
senso degli attributi divini, senza una oculata interpretazione, svolta per via
puramente razionale. Naturalmente, quest'opera interpretativa, sottile e
difficile, richiede l’ausilio dell’autorità dei Padri, che raccoglie quanto è
stato pensato da menti illuminate intorno ai massimi problemi della teologia.
Ma le autorità umane non possono mai esser poste sullo stesso piano della
rivelazione, né godono della infallibilità della parola divina. Perciò, ogni
volta che vi sia un contrasto tra la giusta ragione e l’autorità dei Padri,
l’Eriugena ritiene che si debba scegliere la verità della ragione ben motivata
e definita. Ogni autorità è valida ed inoppugnabile solo se si fonda su di un
ragionamento evidente e rispondente ai requisiti della verità logica. Né
credere alla rivelazione o all'autorità divina significa accettare ciecamente i
suoi interpreti, sia pure accreditati e ortodossi; la loro autorità deve essere
sempre confrontata con l’autorità più alta della ragione cui spetta in ultima
analisi il giudizio definitivo. È appunto fondandosi su questa piena fiducia
nel valore dell’interpretazione razionale dei dati della rivelazione, che
Eriugena traccia un grande quadro della creazione e della realtà costruita
mediante l’uso sistematico e costante di un procedimento razionale che si
richiama ai modelli della dialettica platonica. Se da un lato egli muove dalla
considerazione dei generi supremi per distinguere analiticamente entro queste
unità razionali i generi e le specie sempre meno universali che vi sono
contenuti, d’altra parte risale anche in sen so inverso l’ordito della realtà,
muovendo dall’individuo alla specie ed al genere, e percorrendo cosî in un
duplice movimento l’eterno processo dialettico della creazione. La divisione
della natura esposta nel grande dialogo è pertanto un continuo discendere dalla
unità immutabile del sommo, unico principio divino alla infinita molteplicità
delle sue determinazioni successive che però, a loro volta, sono razionalmente
ricondotte all’unità che le genera e considerate nell’ambito assolute
dell’essere cui tutte partecipano. Il ritmo dialettico, definito da Plutone
nelle pagine del Parmenide, e riaffermato da Plotino e da Proclo, è cosi posto
a fondamento del rapporto tra Dio e il mondo, tra l’onnipotenza creatrice,
sottratta al tempo e al mutamento, e la realtà fluente e mutevole delle cose
sensibili. Ed ecco perché la comprensione dell'ordine e della struttura
gerarchica dell’universo, già definita dallo Pseudo-Dionigi, si risolve
nell’intelligenza di come si generino dalla Sapienza divina le idee, i generi,
le specie e gli individui che lo costituiscono secondo la legge immutabile di
un processo logico interno ad ogni realtà. Se l’universo è per l’Eriugena, come
per lo Pseudo-Dionigi il puro specchio di Dio in cui si riflettono le forme e
le immagini delle idee eterne, il movimento razionale per cui si risale dalle
cose alle idee, e dalle idee all’unità di Dio, è il ritorno della realtà alla
sua fonte ed alla perfezione originaria. Tutto questo spiega perché la natura
sia considerata nel De divisione entro una quadruplice distinzione che segna
appunto i momenti essenziali del suo interno processo dialettico. Cosi, in
primo luogo, natura non creata e creante è l’unità divina donde tutto si
genera. Natura creata e creante sono le idee eterne presenti nel suo intelletto
come archetipi eterni delle cose, mentre sono natura creata e non creante le
realtà molteplici e mutevoli, l’universo generato e definito nella misura della
temporalità. Infine Dio stesso, considerato come ultimo fine e supremo scopo
della realtà, è la natura non creata e non creante, perfettamente,
assolutamente conclusa nella sua eterna perfezione. Ora è subito evidente che
queste distinzioni si risolvono sostanzialmente nell’unica distinzione
fondamentale tra il creatore e le creature, tra l’unico principio e la sua
esplicazione nel molteplice. Ma proprio perché Dio secondo la definizione
dionisiana è al di là di tutte le determinazioni possibili e trascende ogni
forma, aspetto o nome definito, anche l’Eriugena può riprendere la tematica
della teologia negativa applicandola con logico rigore. In tal modo, se per via
positiva si può affermare di Dio tutto ciò che esiste e attribuirgli tutte le
possibili perfezioni, occorre però ricordare che tale affermazione è solo
simbolica e che la si può riferire a Dio non perché egli sia realmente questa o
quella realtà determinante, ma perché è la causa e il fondamento assoluto del
suo essere. Definire Dio con un nome o con un concetto, chiuderlo entro un
termine particolare, significherebbe negare la sua realtà superessenziale;
perciò, ogni volta che si predica di Dio qualcosa, occorre insieme affermare e
negare, attribuire e non attribuire. Dio è infatti al di là di ogni essenza,
com'è al di là della verità e dell’eternità, oltre ogni categoria logica e ogni
perfezione attribuibile. Ma ciò non toglie che egli sia però una superessenza,
una superbontà e sovraeternità, e che il linguaggio umano non abbia altra via
che quella di alludere al suo essere con l’artificio di negare la stessa
affermazione. Che simili temi, ripresi direttamente dalla tematica dionisiana,
derivino dalla tradizione di Plotino e di Proclo, è cosa ben evidente. Ma la
conseguenza più importante è la compresenza nel pensiero dell’Eriugena di una
profonda esigenza mistica che mira a risolvere la conoscenza di Dio’
nell’oscura trascendenza dell’ignoranza, e di una considerazione positiva della
realtà mondana, colta nel suo indissolubile nesso dialettico con l’Uno
creatore. Tutto ciò che esiste, ogni sostanza individuale, esprime infatti
nella sua limitazione la potenza della bontà divina che l’ha tratta dal non
essere per condurla alla realtà. Ma nello stesso atto creativo è a sua volta
implicita l’eterna distinzione delle persone trinitarie che pone una intima
relazione dialettica tra il Padre, il Figlio e lo Spirito, e che, nel
linguaggio platonizzante dell’Eriugena, assume una caratterizzazione non molto
lontana dalla successione emanatistica delle ipostasi plotiniane. Certo, il
processo che entro l’immutabile unità divina distingue il Padre, il Figlio e lo
Spirito, non è una divisione come quella che distingue le varie specie entro lo
stesso genere, o le varie parti nel tutto, né è paragonabile alla generazione
di una forma dall’altra forma. Eppure, è proprio mediante questa distinzione
che l’Eriugena può pensare il moltiplicarsi dell’Unità divina nella
molteplicità delle Idee, prototipi, predestinazioni, volontà divine e, insomma,
archetipi di tutte le cose create che il Padre preforma o stabilisce nel Verbo.
Tali Idee sono coeterne a Dio, e quindi non hanno né origine né fine nel tempo,
anche se il Padre è l’assoluto principio del loro essere. Pur diverse e
molteplici, esse costituiscono nel Verbo un’unica semplice realtà, ove è già
eternamente contenuto tutto ciò che potrà poi esistere e svilupparsi nel tempo.
Ma benché siano identiche e identificate nel Verbo divino, esse sono però già
delle creature, teofanie che svelano l’ineffabile superessenza divina,
conservandone l’assoluta e immutabile perfezione. Nelle Idee la natura divina
può quindi apparire, al tempo stesso, come creatrice e come creata. O meglio:
Dio si autocrea nelle Idee per emergere dal segreto della sua natura e
rivelarsi a se stesso e a tutta la realtà che ne è, per altro, l’effettiva e
necessaria rivelazione. Le Idee o specie eterne considerate nella loro
molteplicità sono però, al tempo stesso, anche quelle essenze e forme
immutabili secondo le quali è costruito tutto l’opificio del mondo sensibile.
Come Dio crea le Idee distinguendole nella sua unità, cosî le Idee si
moltiplicano nella produzione degli individui, secondo un ordine gerarchico
perfettamente logico e dialettico. Dalle Idee derivano infatti direttamente i
generi, dai generi le specie e da queste le sostanze individuali; ma questo
processo è pur sempre opera divina, anzi particolare attribuzione della terza
persona trinitaria, lo Spirito Santo, che l’Eriugena concepisce come un
principio fecondatore che distribuisce nella natura le forme o essenze divine.
Cosi ogni creatura che riproduce a suo modo l’immagine di Dio resta definita in
una sua intima trinità che riflette la trinità divina; poiché, se l’essenza
corrisponde al Padre, la sua virtus attiva corrisponde al Verbo e la sua
propria operazione allo Spirito Santo. Le serie delle teofanie che discendono
dalle Idee agli individui costituiscono l’ordine e la trama metafisica della
natura. Ma questa concezione è ulteriormente chiarita e sviluppata
dall’Eriugena, mediante la ripresa della dottrina di origine neoplatonica e
agostiniana dell’illuminazione divina, che gli serve per definire il rapporto
tra Dio e la realtà. Tutti gli esseri creati costituiscono infatti altrettante
determinazioni particolari e singole dell’unica luce divina, il cui splendore
si manifesta in grado diverso secondo la maggiore o minore perfezione dei singoli
individui. Ogni cosa determinata e particolare è, a suo modo, segno e simbolo
della divinità, rivelazione ed espressione dell’infinita potenza divina. Dalle
sostanze immateriali come le gerarchie angeliche, all'uomo che partecipa
insieme dell’ordine spirituale e della natura materiale, alle cose puramente
materiali e sensibili, si svolge un continuo processo di rivelazione, un
espandersi e definirsi della luminosità divina, in forme sempre pid limitate e
lontane dalla sua fonte originaria. Tutto ciò che v'è di reale e di esistente
deriva infatti necessariamente dalla sostanza divina, il cui essere è pertanto
l’essere di tutte le cose. Eppure proprio perché ogni realtà individuale
partecipa dell’Essere divino, ma senza potervisi identificare pienamente, ecco
delinearsi tra Dio e le creature un distacco e una diversità irriducibile che
nessun intermediario potrebbe mai colmare. Il diffondersi della luce divina nei
suoi diversi gradi di luminosità e di chiarezza segue infatti un preciso ordine
gerarchico, in cui ogni grado definisce dei rapporti di analogia e
significazione pifi o meno adeguati, ma pur sempre incapaci di restituire
compiutamente la fondamentale natura divina; e la gerarchia presente in ogni
grado e forma della realtà, mentre esprime l’ordinata partecipazione di tutti
gli esseri all’essere divino, accentua però e definisce la distinzione tra il
Dio-uno e la natura limitata e molteplice. Così gli angeli, che occupano il
primo rango nell’ordine delle creature, sono sf intelligenze perfette in cui la
divinità si rispecchia nella sua più alta espressione; ma sono anch’essi
distinti dalle idee divine perché possiedono un corpo spirituale, senza
dimensioni o forme sensibili, eppure ben diverso dall’assoluta semplicità della
natura creata e creante. Agli angeli spetta però il privilegio di conoscere
direttamente la realtà divina, quasi per mezzo di un’esperienza sovrarazionale
che coglie Dio nella sua prima manifestazione del Verbo, nelle idee ed eterne
cause di tutte le cose. Ma anche questa conoscenza viene partecipata agli
angeli, in linea gerarchica, a seconda della loro maggiore o minore perfezione,
sino all’ultimo grado della gerarchia angelica che, a sua volta, la trasmette
ai supremi fastigi della gerarchia ecclesiastica, destinata a diffonderla tra
la massa oscura e inferiore dei fedeli, Difatti l’uomo, per quanto sia posto
per sua natura al confine tra il mondo spirituale e quello naturale, non
sarebbe mai capace di afferrare liberamente, con le sue forze naturali, la luce
della rivelazione divina. Situata nell’ordine cosmico, in un grado ben
inferiore a quello delle nature angeliche, limitata dalla sua esistenza
corporea e dai bisogni e dalle necessità che ne derivano, la natura umana è
profondamente decaduta e corrotta, né possiede di per se stessa i mezzi e il
potere per liberarsi dalle proprie colpe. Eppure il suo fondamento eterno è
posto in primo luogo nell’Idea pura dell'uomo sempre presente nella mente
divina e nella conoscenza che Dio ne possiede eternamente. Per questo, appunto,
l’uomo è capace di riunire in sé quanto v'è di più eccelso e di più basso nella
realtà e di presentarsi come la sintesi vivente di tutta la creazione, il
microcosmo che riflette e risolve in sé l’ordine e l’infinita ricchezza del
macrocosmo. Da un lato, la parte più nobile della nostra natura, che è
l’intelletto e l’essenza, c'induce a volgerci direttamente a Dio, con un atto
di desiderio che mira all’essere eccellentissimo, al di là di ogni essenza
particolare, o di ogni definizione o limite. Ma d’altra parte, l’uomo è pure
ragione discorsiva, e cioè capacità di definire l’essenza ignota e infinita di
Dio come causa di tutte le cose, di contemplare le Idee o archetipi presenti in
Dio, senza alcun bisogno dell’aiuto dell'esperienza sensibile. Certo, anche
l'intelligenza di queste idee è compito arduo, né la nostra mente sembra sempre
capace di afferrare direttamente e in modo compiuto l’essenza pura e
ineffabile. Ma se le Idee possono apparire irraggiungibili e troppo lontane dai
limiti della ragione umana, è sempre possibile afferrare le loro teofanie che
si presentano nelle nature angeliche come nelle anime umane. In tal modo
attraverso la contemplazione delle teofanie la mente può pervenire ad una
conoscenza delle cause prime che se anche non ci rivela le loro essenze, ci
lascia però comprendere la loro effettiva azione e la loro presenza nelle cose.
Oltre a queste due facoltà v’è poi, nell'anima umana, una terza attività che
mira a comprendere l’essenza delle singole cose create dalle cause prime o
archetipe e conoscibili dai sensi esterni. Tale cono. scenza è de*erminata
dalle immagini sensibili che sono di diversa natura a seconda che siano
prodotte direttamente nei sensi sotto l’azione degli oggetti esterni o che si
tratti invece di immagini formate dall’anima in dipendenza dell’esperienza
sensibile. Nondimeno esse rappresentano il diretto rapporto con il mondo
molteplice degli iridividui in cui si scandisce l’ordine naturale. E come il
processo della creazione muove dall’unità per generare l’infinita molteplicità
della natura, cosi anche la conoscenza umana viene determinandosi e
distinguendosi di grado in grado, via via che discende dalla contemplazione
dell’uno all’intellezione dei generi e delle specie, e quindi all’esperienza
sensibile delle cose determinate e individue. A questo processo di divisione,
svolto secondo la tecnica della dialettica platonica, corrisponde però un
identico processo di ritorno all’unità. Poiché il pensiero umano è capace di
muovere dalla molteplicità degli individui conosciuti per via sensibile per
passare discorsivamente all’intelligenza delle loro specie e dei loro generi, e
da questi alla contemplazione delle Idee ed alla contemplazione dell’Uno. Che
questo processo di ritorno sia possibile è dimostrato per Giovanni Scoto Eriugena,
da un'analisi più profonda della natura uma na. Se l’uomo, originariamente
dotato di un corpo incorruttibile come quello angelico, ha perso con il peccato
originale questo’ dono ed è stato soggetto alla corruttela ed alla morte, non
ha però perduto la possibilità di salvarsi e di trovare nel Verbo divino un
principio di redenzione che riabiliti, attraverso la restaurazione della natura
umana, l’intero ordine della natura fisica. È infatti solo nell’unità ideale
del Verbo che il mondo molteplice e transitorio, la matura creata e non creante
può tornare nuovamente alla sua fonte e compiere quel processo di unificazione
cui tende fatalmente ogni individuo creato. Cosi l’uomo, creato simile a Dio,
ma divenuto dissimile per il peccato e la conseguente corruttela, può sforzarsi
di identificare il suo essere con la perfezione creatrice, risalendo di grado
in grado lungo la scala delle realtà. Per giungere a questo scopo supremo è
necessario un lungo processo di ritorni successivi e parziali, attraverso il
quale la mente umana ripercorra esattamente tutti i gradi o momenti con cui si
è scandita l’opera della creazione. E se l’anima razionale si è prima come
dispersa e moltiplicata nell’infinita distinzione degli atti e dei desideri
fisici, occorre che adesso essa muova da questa dispersione per tornare
all’unità originaria e rispondere al richiamo irresistibile della divinità. La
morte fisica che disperde e dissocia al massimo gli elementi costitutivi
dell’uomo è quindi quel punto solutivo in cui la caduta dell'anima dall’umanità
divina nel mondo sensibile si arresta bruscamente ed ha termine. Una seconda
fase del ritorno avrà luogo nel momento della resurrezione, quando ogni anima
riprenderà il suo corpo e ricostituirà l’unità dei propri elementi; ad essa
seguirà una terza fase consistente nella progressiva trasfigurazione del corpo
nello spirito, attraverso i vari gradi di vita spirituale, dal senso alla
ragione allo spirito o intelletto che è lo scopo e la tensione di ogni creatura
razionale. Infine, nella quarta fase, la natura umana nella sua totalità potrà
tornare alle Idee o cause prime eternamente sussistenti in Dio; cosi essa
attingerà dapprima in Dio la conoscenza di tutte le creature, per elevarsi,
poi, alla Sapienza o contemplazione assoluta della verità, almeno per quanto è
possibile a un intelletto creato. Ma anche al di là di questa fase, sarà
possibile un ultimo più alto grado di ritorno; e l’anima umana, in cui si
compendia tutto l’universo creato, sarà profondamente penetrata da Dio e si
risolverà nella sua superessenza, termine ultimo, definitivo della perfetta
unificazione. Un tale processo di ritorno che ricorda con impressionante
parallelismo certe famose pagine neoplatoniche non è però soltanto un movimento
intellettivo o un’ascesa a Dio della ragione naturale. Giovanni Scoto Eriugena
afferma che senza l’intervento della grazia divina e senza la morte e la
resurrezione di Cristo, non sarebbe mai possibile restaurare la natura umana
decaduta e corrotta. Né, d’altra parte, quando parla dell’unità dell'anima con
Dio o addirittura di deificazione, egli intende teorizzare una totale
risoluzione della natura umana in quella divina o accedere ad una possibile
soluzione panteistica. Al contrario come è scritto in un passo, del resto, ben
noto del De divisione si tratta di una adunatio sine confusione, vel iunctura,
vel compositione, che non dovrebbe affatto negare la diversità radicale tra la
sostanza umana e la sovraessenza divina, pur realizzando la profonda unità
spirituale tra l’anima contemplante e l’oggetto supremo della sua
contemplazione. Ma sebbene l’Eriugena professi di restare fedele al suo compito
di interprete della verità rivelata e riaffermi costantemente il suo pieno
ossequio alla dottrina cattolica, la stessa forza delle formule neoplatoniche continuamente
usate spinge la sua riflessione a conseguenze difficilmente compatibili con
l’ortodossia. In questo universo cosi profondamente unito all’unità creatrice,
in questa cosmologia che si sforza di conciliare il racconto biblico della
creazione con le dottrine del Timeo e di Calcidio, non è facile’ cogliere il
punto di distinzione tra l’infinità assoluta di Dio e l’infinita generazione
delle creature prodotte dalla sua stessa essenza. E certo, nonostante che
l’Eriugena si richiami spesso anche ad Agostino, e non perda occasione per
temperare la sua ispirazione filosofica con le dottrine dei Padri, egli è
soprattutto un filosofo di formazione e mentalità neoplatonica preoccupato
profondamente di dare al proprio pensiero un esito teologale e Ortodosso,
sempre minacciato però dal carattere schiettamente platonico delle sue dottrine
fonda mentali. Ecco perché le idee escatologiche di Giovanni Scoto Eriugena han
no un significato cosi vicino a quelle di Origene, donde riprendono del resto
alcuni motivi fondamentali. In questo universo in cui la stessa materia fisica
si riduce ai propri elementi intelligibili non v'è naturalmente posto per un
male irriducibile o per la dannazione eterna, né, tanto meno, per la concezione
tradizionale delle pene oltramondane. Certo, il filosofo irlandese non vuole
con questo negare la distinzione teologica tra i reprobi e gli eletti, né
impugnare in tal modo uno dei più saldi fondamenti del dogma cristiano. Ma
basta leggere talune pagine significative del De divisione o del commento al De
coelesti hierarchia per intendere come elezione e condanna, beatitudine e
sofferenza eterna siano identificate dall’Eriugena con la vera conoscenza o con
l’assoluta ignoranza della verità divina, senza che vi sia più alcuna allusione
alle sofferenze o godimenti sensibili. La vera beatitudine della vita eterna è
dunque la visione limpida e perfetta della divinità, l’intima comunione col suo
essere. La natura riscattata e salvata dal sacrificio di Cristo e dall’ascesa
dell'anima non reca più nessun segno del male, né potrebbe mai ammettere
nell’eternità dell’inferno le vittorie del male e di Satana, la loro eterna
ribellione all’invincibile richiamo dell’Uno. A motivi cosî speculativi e
filosofici va poi connesso l’atteggiamento di notevole libertà che Giovanni
Scoto assume di fronte agli stessi contenuti della rivelazione scritturale,
nonché il suo costante uso di un metodo di interpretazione allegorica che piega
i testi biblici ed evangelici ad esigenze schiettamente filosofiche. È vero che
nel De divisione l’uso di un linguaggio dedotto da fonti e tradizioni
neoplatoniche può talvolta ingannare, inducendo a dar peso piuttosto alla forma
di espressione ardita e inattesa che non al significato effettivo delle parole
dell’Eriugena. Ma la sua sicura certezza nella capacità della ragione
d’interpretare perfettamente anche i sensi più riposti della Scrittura, e il
costante intreccio tra i tempi caratteristici della tradizione filosofica
classica e il contesto teologico cristiano, segnano comunque l’inizio di una
lunga e duratura esperienza filosofica destinata agli esiti più lontani e
diversi. Il costante appello alle autorità di Dionigi, di Massimo, di Gregorio,
di Agostino e di tanti altri Padri e Dottori chiamati a garantire le sue idee e
il suo linguaggio cosî nuovo e inquietante, non valse però ad evitare le
condanne che le autorità ecclesiastiche espressero e ripeterono con sintomatica
frequenza nei confronti della filosofia eriugeniana. Condannate e destinate
alla distruzione dai teologi del suo tempo colpiti dalla sconcertante novità di
una riflessione che reintroduceva in Occidente dottrine ormai di L’Also
Medioevo menticate o risolte nel tradizionale contesto agostiniano, le opere
dell’Eriugena continueranno però a diffondersi per tutto il X e XI secolo fino
alla rinascita del XII. E nonostante le nuove condanne e le più aspre
polemiche, l'immenso quadro cosmico tracciato dal monaco irlandese
rappresenterà il naturale presupposto della prima grande cultura filosofica
elaborata dall'Europa medioevale. Già del resto, l'influsso della riflessione
dello Scoto è chiaramente riconoscibile in una lettera filosofica di Alamanno
di Hautvillers a Sigibod, arcivescovo di Narbona (879-885), ove si trovano
larghe tracce della sua dottrina della theoria e dell'anima e delle sue parti.
Ma la fortuna dello Scoto Eriu gena, nei suoi diretti riflessi su l’evoluzione
del platonismo medioevale, è un capitolo della storia della cultura ancora non
del tutto chiarito. Il De divisione naturae è certo l’opera filosofica che
conclude e riassume l'ambizioso tentativo della rinascita carolingia, nata da
un tentativo di riorganizzazione politica dell'Europa e legata, naturalmente,
alla sorte delle istituzioni imperiali. Già intorno all’877, data presumibile
della morte dell’Eriugena, l’Impero carolingio sta infatti avviandosi alla sua
definitiva dissoluzione sotto la spinta convergente di una nuova ondata
d’invasioni barbariche, dell’evoluzione particolaristica dei poteri feudali e
delle tendenze teocratiche del pontificato romano. La forza dominante
dell’aristocrazia militare, arbitra di fatto del potere e della forza armata,
l’immobilità e la maggiore carenza della vita economica e dei rapporti sociali,
le crescenti difficoltà delle comunicazioni con il mondo bizantino e tra le
stesse regioni dell’Impero aggravano le condizioni di isolamento in cui è
immersa la nascente società feudale, corrosa dalla generale anarchia e da
continui insanabili conflitti dinastici. Ma a questa disgregazione che è la
diretta conseguenza della debolezza originaria delle istituzioni carolinge
corrisponde il progressivo dissolversi del vincolo unitario che durante il
dominio di Carlo, aveva unito latini, germani e celti, permettendo
l’instaurazione di un tipo di cultura comune alle diverse terre dominate dal
monarca franco. Non a caso quindi, proprio tra la metà del IX secolo e la metà
del X secolo, giunge a compimento quel processo di differenziazione linguistica
delle maggiori nazionalità europee che già si distinguono nella formazione, sia
pure ancora soltanto nominale, dei regni d’Italia, di Francia e di Germania. E
se è vero che gran parte d’Europa è sottoposta a istituzioni non dissimili,
alle forme d’organizzazione politica e sociale del feudalesimo, dietro questa
uniformità apparente predominano ormai le tendenze e le forze particolaristiche
che mirano a trasformare i più importanti centri feudali in altrettanti nuclei
direttivi ed autonomi della vita economica, sociale e politica. Indubbiamente
questa società immobile, abitudinaria e uniforme, divisa in centinaia di
centri, e frazionata nei suoi poteri politici, è ancora percorsa da correnti di
traffici ridotte ma persistenti, e non ignora la continuità di ricche oasi di
vita cittadina e mercantile. Però ove si eccettui l’Italia, le cui condizioni
storiche sono ben diverse da quelle delle altre regioni dell’Europa
occidentale, le città francesi e tedesche sono, per cosî dire, altrettante
isole all’interno di una società a struttura rurale che ha il suo centro nel
castello feudale e il suo fondamento nel sistema delle wvillae carolinge. Ciò
spiega il notevole regresso della cultura e l’inaridirsi della vita
intellettuale che continua a tramandare in forme sempre pid stanche ed esauste
i modelli elaborati della riforma carolingia; e spiega, altresi, perché il X
secolo, nonostante la presenza di alcuni grandi centri culturali e la
continuità di talune esperienze letterarie non prive di eleganza e misura
classica, sia stato considerato come uno dei secoli più infecondi e poveri
della cultura europea. Eppure, anche nel colmo dell'anarchia feudale e nel
periodo di maggiore disgregazione politica è possibile intravedere la lenta
evoluzione di nuove forze e condi- . zioni storiche che permetteranno, a
distanza di un secolo, un’eccezionale ripresa economica e sociale. Le
istituzioni feudali che si sostituiscono al vuoto creato dallo sfacelo
dell’ordinamento carolingio rappresentano infatti un solido baluardo contro le
rinnovate invasioni e rendono possibile il costituirsi di un nuovo tipo di
comunità produttiva naturalmente volta a riallacciare stabili legami con i
centri urbani. Nelle città che conservano almeno in parte gli ultimi resti
della loro autonomia tradizionale l’autorità preminente del vescovo permette
che continui una tradizione scolastica affidata quasi sempre alle scuole del
clero, ma anche, come a Verona o a Pavia, alle scuole regie dove si formano
notai o giudici. Certo la cultura che si tramanda in queste scuole di
prevalente carattere ecclesiastico o giuridico, risente profondamente le conseguenze
della grave crisi politica e sociale, né è capace di produrre concezioni
intellettuali degne di particolare attenzione. Ma la continuità
dell’insegnamento delle arti liberali e della tradizione scolastica di origine
carolingia è tuttavia un carattere tipico della cultura del X secolo di cui
occorre riconoscere la indubbia funzione storica. A questa società cosi
disgregata” e particolaristica non manca del resto un’unità ideologica
fondamentale che è rappresentata dalla continuità e dalla nuova evoluzione
storica dell’ideale teocratico carolingio. Nonostante la dissoluzione
dell’unità imperiale e la scomparsa dello stretto vincolo politico che aveva
unito sotto Carlo le regioni centrali dell'Europa, l’ideale concezione della
Christianitas raccolta sotto un'unica guida e un unico potere continua ad
ispirare anche i chierici del X secolo depositari della cultura e di ogni
attività magistrale. Ma alla figura dell’Imperatore sotto il cui dominio deve
svolgersi anche la vita disciplinare della Chiesa, si sostituisce il potere
sacrale del Papa-re, cui spetta, per decisione divina, ogni autorità spirituale
e terrena e da cui dipende l’autorità dell’Imperatore e del re. La progressiva
carenza del potere imperiale e le lunghe lotte di successione che travagliano
la monarchia carolingia fino alla sua definitiva deposizione, spierano
facilmente come il concetto della Christianitas si trasformi nell’idea di
un'assoluta teocrazia pontificia capace di disporre di tutti i troni e di tutte
le autorità. Ed è significativo che questa idea si affermi proprio ad opera del
primo pontefice, Giovanni VIII (872882), che decide di fatto dell’attribuzione
della corona imperiale. La definizione che Giovanni VIII diede della Chiesa
come quella che ha autorità su tutti i popoli ed alla quale sono unite le
nazioni di tutto il mondo come ad una sola madre e ad una sola testa è già
eloquente testimonianza di un'assoluta supremazia che ha il suo fondamento nel
pieno monopolio della vita intellettuale e che rappresenta l’unico saldo legame
sopravvissuto al crollo dell’unità carolingia. La aristocrazia ecclesiastica
che governa le sedi cattedrali e abbaziali è infatti la sola forza organica e
organizzata che, pur nell’età della massima anarchia feudale, continui ad
esercitare una funzione unitaria, nonostante le crisi interne della vita
ecclesiastica e la profonda decadenza del pontificato presto dominato dalla
nobiltà romana. Ma appunto perché la fede cattolica, e la gerarchia che la
difende e la diffonde, costituisce l’elemento comune a tutte le classi e a
tutti i ceti della società feudale, è naturale che questo legame spirituale
venga transvalutato alla luce del concetto agostiniano della Civitas Dei e
della Respublica Christianorum. Il termine Christianitas che comincia cosi
frequentemente a ricorrere nella seconda metà del IX secolo, indica appunto
questa comunità di tutti i cristiani in quanto tali che ha una propria sostanza
e struttura politica ed una finalità oltremondana, ma agisce però anche sul
piano mondano, nell’ambito della vita civile. Ora, questa comunità così come
l’intende Giovanni VIII implica appunto un ordine politico e sociale pit vasto
e superiore a quello dell’Impero, nonché una gerarchia e un’autorità suprema
dinanzi alla quale i poteri civili e la sovranità dei re o dell’Imperatore sono
soltanto degli strumenti subordinati e inferiori. Sicché il pontefice romano,
che della Chiesa è il capo designato dal Cristo, è perciò stesso la suprema
autorità della C4ristiaritas, l’unica legittima fonte di qualsiasi potere
legale. Il rovesciamento del rapporto tra l’autorità imperiale e l’autorità
pontificia non potrebbe essere più netto e radicale. Se pure il papato,
travagliato anch'esso per gran parte del X secolo da una profonda decadenza,
non farà ancora valere praticamente il suo primato cosî teorizzato, sono già
posti però i presupposti delle dottrine teocratiche destinate a dominare le
polemiche e le lotte politiche dell’età gresoriana. Ne offre un esempio assai
chiaro Giona di Orléans, il quale nella sua Admonitio a Pipino di Aquitania
(nota col titolo di De Institutione regia) afferma che il potere regio è
concesso da Dio solo perché il sovrano miri alla giustizia, al benessere del
popolo e, soprattutto, alla protezione della Chiesa. Ove il re non adempia a
questa missione il suo potere è illegittimo e tirannico. La supremazia e il
completo monopolio intellettuale esercitati dalle gerarchie ecclesiastiche nel
corso del X secolo, si riflettono naturalmente sul carattere della cultura che
accentua e rende definitiva la tipica impronta ecclesiastica della riforma
carolingia. Soprattutto in Francia e in Inghilterra, travagliate da gravi crisi
politiche, le scuole episcopali sono infatti, insieme alle abbazie benedettine,
gli unici centri attivi di cultura ove si continua l'insegnamento del trivio e
talvolta anche del quadrivio, e dove si leggono e si commentano i testi
restituiti alla cultura occidentale dalla paziente attività dei monaci britanni
e irlandesi. Un dotto ecclesiastico come Servato Lupo di Ferrières, che vive in
Francia tra l’inizio del IX secolo e 1°862. è appunto il maggiore esponente di
questa cultura che si fonda sul gusto elegante di una raffinata latinità,
sull’ammirazione per la splendida eloquenza ciceroniana, e sulla ricerca
appassionata delle grandi testimonianze classiche, poste però al servizio di un
tipo di insegnamento che ha come proprio fine la formazione del perfetto uomo
di chiesa. Anche il suo contemporaneo Smaragde, abate di St. Michel sur Meuse
(n. 819), si rivela nel suo Liber in partibus Donati l’atteggiamento
intellettuale dei maestri del suo tempo, spesso divisi tra l’ammirato amore dei
classici e l’ossequio alla pagina sacra, scritto in una lingua cosi lontana
dall’eleganza ciceroniana. Ed è pure alla fine del IX secolo che risalgono
probabilmente anche gli Exempla diversorum auctorum di Micone di St. Riquier e
l’attività di un certo Adoardo, prete e bibliotecario di un ignoto monastero
francese che, nonostante i suoi dubbi e scrupoli teologici, conosceva ed usava
gran parte degli scritti ciceroniani di cui si serviva largamente nel compilare
una sua raccolta di esempi di autori classici. Questa opera modesta e paziente
di grammatici e di maestri, che operano dispersi nei vari centri scolastici
della CAristianitas, non si limita però soltanto all’insegnamento letterario ed
all’uso di un discreto latino di lontana impronta ciceroniana, ma travalica
molto spessc nell’ambito delle discipline filosofiche e teologiche. Già infatti
nella seconda metà del IX secolo Eirico di Auxerre(841-876), fondatore dell'omonima
scuola benedettina e buon poeta e letterato, unisce all’insegnamento della
grammatica anche quello della logica, commentando gli scritti pseudoagostiniani
Categoriae decem e De dialectica secondo le discusse attribuzioni dello
Hauréau, il De interpretatione di Aristotele e l’Isagoge porfiriana. In tutte
queste glosse dialettiche e, soprattutto, nel commento alle Categoriae decem di
più sicura attribuzion e, è evidente la forte influenza dell’Eriugena che si
rivela particolarmente nell’uso del concetto di natura e nella definizione
dell’essere identificato con ogni essenza semplice e immutabile direttamente
creata da Dio. Tuttavia Eirico non spinge il suo platonismo fino ad affermare
la realtà oggettiva delle specie e dei generi, ed afferma anzi che l’unica
realtà concreta è costituita dalle sostanze individuali e che, pertanto, le
idee di specie e di genere non hanno altro significato se non quello d’indicare
la natura comune ai singoli individui. Gli universali sono, insomma, come dei
segni che servono alla ragione umana per orientarsi nella gran selva degli
individui e raccogliere ordinatamente entro idee sempre più generali le
caratteristiche che denotano la specie e poi il genere, fino alla
caratteristica dell'essere comune e fondamentale per tutti gli individui. La
soluzione di Eirico che è stata avvicinata, benché impropriamente, alla genuina
nozione aristotelica dell’universale è probabilmente il risultato di un
insegnamento dialettico ‘piuttosto elementare e legato strettamente all’analisi
grammaticale del discorso. Ma è certo significativo che proprio alla sua scuola
si formasse una delle maggiori personalità intellettuali del X secolo, il
grammatico e dialettico Remigio di Auxerre, autore di fortunati commenti alle
grammaziche di Donato, di Prisciano, di Eutiche, conoscitore di Persio, di
Giovenale, di Macrobio e dell’Eriugena. Remigio non è però soltanto un uomo di
lettere e un abile maestro di grammatica, perché l’analisi delle glosse alla
Dialettica pseudoagostiniana attribuitegli recentemente dal Courcelle, mostra
chiaramente una larga conoscenza delle fonti patristiche e un notevole acume
logico. Del resto, anche i suoi commenti a Marciano Capella, agli opuscoli
teologici ed alla Consolazio boeziana, offrono altri elementi per giudicare il
carattere del suo pensiero che si distingue da quello del maestro, per una
concezione nettamente realistica degli universali, considerati come pure
essenze, immutabili ed eternamente presenti nella mente divina. È questa la
soluzione che influenzerà largamente i dibattiti dialettici dell'XI secolo e
che rivela, però, fin da adesso, quale sia il reale significato metafisico
della discussione sull’essenza degli universali, svolta in un ambiente
intellettuale che aveva assimilato da tante fonti una costante direttiva
platonica. E naturalmente anche in questa dottrina è presente l’influsso
dell’opera dell’Eriugena di cui Remigio ha una precisa e diretta conoscenza.
Remigio di Auxerre mori probabilmente agli inizi del X secolo, allorché la
cultura carolingia cominciava la sua parabola discendente e si inaridivano i
migliori frutti della riforma di Alcuino. La crisi delle istituzioni
scolastiche e la loro decadenza è infatti testimoniata dalla scarsità della
documentazione, dalla povertà degli scritti elaborati in questo secolo, nonché
dalla generale decadenza delle attività intellettuali e dei metodi di
insegnamento. Eppure tra gli scrittori del X secolo non si possono dimenticare
Raterio di Verona, Notkero Labeone di S. Gallo, autore di scritti sulla
dialettica e Oddone di Cluny, uno degli iniziatori del movimento riformatore
che dominerà la vita religiosa ed ecclesiastica del secolo successivo; o
l’attività magistrale di Abbone, monaco di Cluny, che nella scuola claustrale
di Fleury sur Loire organizzò un corso organico di studi fondato sulla lettura
sistematica dei Padri, ma anche sull’insegnamento della grammatica, della
dialettica e della retorica. Non abbiamo però elementi sufficienti per
stabilire se si debba proprio ad Abbone un breve trattato sui Sillogismi categorici
di notevole interesse storico, perché ci permette di stabilire il punto
cronologico della costituzione del corpus dei testi logici usati
nell’insegnamento scolastico. Ma chiunque sia l’autore dello scritto, è certo
che intorno alla metà del secolo non si usano più soltanto i trattati di
Aristotele, già noti nel IX secolo -- Categoriae e De interpretatione – GRICE e
AUSTIN – ACKRILL -- , ma anche i trattati di BEOZIO sugli Analytici priores e
poste riores, che solo assai più tardi verranno sostituiti dagli scritti
originali di Aristotele. D'altra parte i commenti alla Consolatio di Bovo di
Corvey e di Adaboldo di Utrecht testimoniano la continuità della tradizione
boeziana che avrà tanta influenza sulla cultura dell’XI e e del XII secolo.
Assai pid importante di Abbone è però la personalità di Gerberto di Aurillac (t
1003), l’uomo pit dotto del suo tempo. Formatosi anch egli nell'ambiente
monastico di Cluny, soggiornò a lungo in Spagna dove entrò in contatto con la
grande tradizione scientifica araba e, più tardi, maestro a Reims, abate di
Bobbio e arcivescovo di Reims e di Ravenna, diffuse le sue cognizioni nelle
scuole francesi e italiane. Asceso nel 999 al soglio pontificio col nome di
Silvestro II, egli esercitò una notevole influenza sul giovane Imperatore
Ottone III e sul suo singolare e sfortunato tentativo di restaurazione
imperiale romana; ma se l’attività di Papa Silvestro II interessa la storia
ecclesiastica e politica, lo studioso della cultura medioevale considera
piuttosto la sua figura di maestro, conoscitore perfetto del trivio e del
quadrivio, e di scienziato dotato di discrete conoscenze matematiche,
geometriche e astronomiche. Lettore degli antichi, i cui testi fece ricercare e
raccogliere in tutto l’Occidente cristiano (e, anzi, si deve proprio alla sua
iniziativa la conservazione di un certo numero di orazioni ciceroniane),
Gerberto era infatti sicuramente convinto che l’eloquenza e l’esatto raziocinio
non contrastano affatto con la fede, e che anzi la formazione del buon chierico
non può prescindere dall’apprendimento organico e sistematico delle arti
liberali. Per questo, nella sua scuola s’insegnava la retorica sull'esempio
degli scrittori classici e si usavano correntemente, oltre ai soliti testi
aristotelici, anche tutti i commenti logici di Boezio e i Topica di Cicerone. E
quale fosse, del resto, la tendenza di Gerberto dinanzi ai problemi
dell’insegnamento logico risulta chiaramente dal suo libretto De rationale et
ratione uti, ove prendendo a pretesto il caso di una proposizione in cui il
predicato sembra meno universale del soggetto, egli analizzava le funzioni e il
significato logico dei vari termini della proposizione. Tuttavia l’attività più
costante ed originale di Gerberto fi: dedicata allo studio della geometria e
dell’astronomia. E se la Geometria che gli è attribuita è opera scientifica di
non gran valore e i suoi scritti sulla tecnica del calcolo rispondono piuttosto
ad esigenze pratiche, il Liber de astrolabio mostra già una notevole influenza
della scienza araba. Questo risveglio di un discreto interesse scientifico ed
enciclopedico, questi primi rapporti con la tradizione scientifica araba sono
però fat ti storici di notevole importanza, e rappresentano il primo segno di
una netta ripresa della vita intellettuale che comincia a delinearsi fino dagli
ultimi decenni del X secolo. Già, del resto, la cultura di tono e di
ispirazione classica non è più soltanto la caratteristica di poche scuole
umanistiche e dei maestri educati nella nuova temperie spirituale di Cluny, ma
tende anzi a informare strati sempre più vasti della gerarchia ecclesiastica
quando non penetra addirittura anche negli ambienti femminili delle corti e dei
monasteri. È ben nota ad esempio, la figura della badessa Hrosvita, autrice di
commedie edificanti e di poemi latini, discepola di altre monache dotte come
suor Rikkardis o l’ahbadessa Gerberga, ma i cronisti medioevali ricordano pure
Edvige di Baviera, una principessa che conosceva il latino e il greco e leggeva
con entusiasmo Orazio e Virgilio. Del resto, la costante ammirazione per gli
antichi e l’amore per le lettere non è certo solo la caratteristica della
cultura delle scuole francesi, germaniche o anglosassoni; anche l’Italia, anzi
particolarmente l’Italia, possiede importanti istituzioni scolastiche dove si
continua l’insegnamento della grammatica e della lingua latina, anteponendolo
addirittura a quello di tutte le altre discipline. E, se è vera, è certo
particolarmente significativa la storia di quel maestro Vilgardo di Ravenna che
sarebbe stato condotto dal suo entusiasmo di grammatico a preferire i poeti
antichi alla verità della Scrittura e che avrebbe cosi iniziato un singolare
movimento ereticale. È un racconto questo che come ha giustamente notato il
Gilson va accettato con un largo beneficio d’inventario. Ma il solo fatto che
si potesse diffondere una storia di questo genere è già una testimonianza
abbastanza importante delle tendenze della cultura scolastica. Il 2 febbraio
del 962 Ottone I di Sassonia cingeva in Roma dalle mani di Giovanni XII la
corona imperiale. Con questa incoronazione che concludeva la fortunata vicenda
di un sovrano eccezionalmente abile e risoluto, si chiudeva l’età pifi fosca
dell’anarchia feudale e risorgeva, quasi a distanza di due secoli, una salda
unità politica comune a una vasta parte dell’Europa occidentale. Erede della
tradizione carolingia, restauratore del potere imperiale ridotto ad un puro
simbolo dalla potenza della grande aristocrazia militare e fondiaria, Ottone si
presentava all’Europa con lo stesso carattere carismatico che aveva assunto il
suo predecessore franco. Eppure, nonostante la finzione di una continuità
storica, la nuova costruzione politica ottoniana era profondamente diversa
dall’Impero di Carlo, rispecchiava condizioni storiche affatto nuove, e
costituiva, essa stessa, un ulteriore fattore di sviluppo della società europea
e della progressiva trasformazione delle sue basi economiche e politiche.
Questi caratteri storici peculiari del nuovo Impero ottoniano sono del resto
evidenti nella sua stessa struttura geografica e politica. Per la prima volta
nella storia dell'Europa, l’asse del potere politico tende a spostarsi verso
l’Europa nord-occidentale in una direzione diversa da quella in cui si era
orientata la struttura amministrativa dell’Impero carolingio; inoltre il Sacrum
Romanum Imperium Teutonicorum ha adesso un ambito territoriale ben definito,
limitato ai due antichi regni di Germania e d’Italia, e rinunzia alla pretesa
di estendersi sull’intera cristianità e di coincidere con il corpo visibile
della Chiesa militante. Fondato saldamente sulla supremazia militare che Ottone
ha conquistato prima in Germania e poi in Italia, chiudendo la via alle ultime
invasioni e sconfiggendo la riottosa ostilità dei duchi di stirpe e dei grandi
feudatari, l’Impero mira a riassumere tutti i poteri e le prerogative che erano
state assunte di fatto dalle grandi dinastie feudali e dall’alto predominio
spirituale della Chiesa romana. E proprio per porre termine al periodo di
disgregrazione sociale e politica seguito alla caduta delle istituzioni
carolinge, la politica di Ottone deve assumere un atteggiamento di rigida
ostilità sia nei confronti della feudalità che verso il papato accentuando
tendenze, direttive e atteggiamenti che nell’Impero carolingio erano stati
assai meno radicali. Con l’avvento di Ottone la feudalità laica si troverà cosî
a fronteggiare la rinnovata supremazia del potere imperiale che comincia ad
avvalersi del prezioso ausilio di una vasta aristocrazia ecclesiastica,
completamente controllata dal sovrano che le attribuisce poteri e funzioni
feudali sempre più vasti. Anche la gerarchia ecclesiastica è però sottoposta
all’assoluta autorità dell’Imperatore che dispone, di fatto, dell’elezione dei
vescovi e della designazione del Pontefice. Il giuramento di fedeltà che Papa
Giovanni XII è stata costretto a prestargli e le rigide clausole del
Privilegium Othonis permettono infatti all’Imperatore germanico di esercitare
sul pontefice romano un’autorità e un potere che neppure Carlo Magno aveva mai
posseduto, almeno in una forma cosi totale ed esplicita. Ma come si preoccupa
di controllare, in tutti i suoi gradi più elevati, la élite dirigente della
Chiesa, Ottone rafforza in Germania e in Italia le attribuzioni dei conti
palatini, gettando i presupposti di un rigido controllo dell’aristocrazia laica
la cui lenta decadenza economica e politica andrà progressivamente aggravandosi
nel corso dell’XI secolo, sotto la spinta di circostanze e di eventi in gran
parte impliciti nelle contraddizioni interne della società feudale. In tal
modo, mentre chiude ad Oriente la via tradizionale delle grandi invasioni,
l’Imperatore sassone può adesso tentare di restituire al potere imperiale una
vera funzione dominante, e sostituire alla lunga fase di anarchia feudale che
si era aperta con la crisi della dinastia carolingia una nuova direttiva
unitaria. La rinascita di un più saldo potere politico centrale non è però, nel
corso del X secolo, un fenomeno tipico solo del mondo tedesco o italico; ma si
verifica anche nelle altre terre di Europa ormai sottratte di fatto alla
teorica giurisdizione imperiale. In Francia, le lunghe lotte tra 1 discendenti
carolingi e i capetingi e l’assenza di un’autorità dominante rendono infatti
estremamente precaria la ricostruzione di uno stabile ordinamento politico. In
Inghilterra, le ripetute incursioni vichinghe e la debolezza dei piccoli regni
anglosassoni creano una confusa situazione di crisi permanente di cui sapranno
presto approfittare gli invasori norman82 La rinascita ottoniana e la ripresa
intellettuale dell'XI secolo ni. Altrove, nelle regioni dell’Italia
meridionale, estranee all’Impero, le forze opposte dei bizantini, delle
signorie longobarde, dei saraceni e dei poteri feudali e cittadini locali,
continuano a combattersi in una perenne e confusa guerriglia. Tuttavia, già
verso la metà dell'XI secolo, anche la condizione politica della Francia e
dell’Inghilterra comincia a subire un mutamento di portata decisiva. E mentre
l’Impero, minacciato da una rinnovata crisi dinastica, attraversa un nuovo
periodo di «ecad:nza la monarchia francese inizia quel suo lento ma costante
rafforzamento, che permetterà più tardi a Luigi VI di riaffermare vigorosamente
la supremazia regia, e l'Inghilterra, dominata e unificata dai normanni, assume
sotto gli Angiò-Plantageneti una solida struttura dinastica. Un tale processo
di profonda trasformazione delle istituzioni e delle forze politiche dominanti
è però soltanto l’espressione, al livello politico, di un mutamento ancor più
radicale che investe tutte le strutture economiche e sociali dell'Europa
feudale. Senza dubbio, non si tratta di un’improvvisa esplosione di forze
economiche prive di radici nella storia passata; al contrario, è proprio la
rapida maturazione di energi: già esistenti in seno alla società feudale che
imprime adessc una svolta decisiva al processo storico. Il ritorno ad una
condizione di vita civile più pacifica e sicura e il ripristino di un’autorità
centrale capace di frenare le tendenze centrifughe dei poteri locali, rende poi
naturalmente più rapido e facile l'avviamento di nuove forme di organizzazione
economica e di ordinamento politico. Se nei seccli precedenti il regime feudale
aveva permesso la continuità della vita produttiva, difendendo cittadini e
coloni dalle invasioni e dalle guerre, e mantenendo in vita un filone pur esile
di scambi e di attività urbane, adesso l’ago dell'economia europea tend: a
riportarsi nuovamente verso le città che vedono incrementarsi i loro traffici,
accrescersi l’attività artigiana e aumentare costantemente il ritmo della vita
civile. Ccssa cosi quel lento, costante decrescere della popolazione
soprattutto urbana, che in certe zone d:ll’Europa centrale aveva raggiunto un
punto impressionante. Popolazioni, un tempo nomadi e pr:datrici, s’installano
definitivamente in vaste contrade dell’Ori:nte europeo, dando vita a nuovi
organismi statali come la Bo:-mia, l'Ungheria e la Polonia, ed entrano in
stretti rapporti economici e sociali con i paesi dell'Europa occidentale. Ma il
fenomeno di ripresa demografica non si limita solo a queste zone; ché, anzi,
esso si manifesta principalmente nelle regioni dell’Europa mediterranea, nelle
campagne come nelle città, ove esso produrrà una serie di conseguenze
economiche e politiche di eccezionale rilevanza storica. Ecco infatti nelle
zone rurali i castelli che si trasformano in borghi, centri di attività
artigiane e mercantili; mentre nelle città, sotto l’autorità dei vescovi-conti,
la popolazione rapidamente accresciuta dà luogo a un tessuto sociale già
differenziato ed organico. Naturalmente, questo processo di ripresa demografica
si traduce, poi, ben presto, in un rapido incremento dell’attività produttiva.
I boschi, abbandonati da secoli o sfruttati soltanto nelle zone delle grandi
abbazie benedettine, cedono il posto alla terra coltivabile; nelle zone
paludose vengono operati i primi tentativi di bonifica; i pascoli diminuiscono
di estensione trasformandosi anch'essi in terreni produttivi. Anche le terre
dell’Est, aperte alla colonizzazione germanica dalle vittorie di Ottone I,
vengono adesso dissodate e coltivate da larghe masse di popolazione rurale che
si spingono profondamente nei territori abitati dagli slavi. L’esigenza di un
forte aumento dei mezzi di vita agisce, d’altra parte, anche come incentivo
all’acquisizione di conoscenze tecniche più evolute ed alla scoperta ed all’uso
di strumenti e di mezzi che contribuiscono, a loro volta, a modificare le
condizioni economiche. Ma trasformazioni ancor più decisive si verificano
nell’ambito delle attività commerciali, il cui sviluppo è continuo e costante,
grazie anche alla maggior sicurezza delle grandi vie di comunicazione ed alla
crescente intensità dei rapporti economici tra le varie regioni dell'Europa
feudale. In tal modo, le città, che pure erano sopravvissute anche ai periodi
di pil grave stasi economica, riprendono rapidamente a svilupparsi; e divengono
sedi di mercati o di fiere, centri di produzione artigiana, nell’ambito di un
movimento economico caratterizzato da una accresciuta circolazione monetaria e
dalla tendenza a costituire una fitta rete di scambi dalle terre dell'Est
germanico al Mediterraneo, dal Baltico alle regioni balcaniche ed alle terre
bizantine. Il sorgere delle nuove attività produttive specializzate causerà
poi, nel corso del XII secolo, un ulteriore imponente sviluppo dell’economia
cittadina; e ne risulteranno i primi lineamenti di una società nuova, dominata
dall’iniziativa delle classi mercantili ed artigiane, già capaci di porre le
prime basi della loro futura potenza finanziaria. È quindi naturale che una
trasformazione demografica ed economica incida profondamente anche sulle
condizioni sociali ed economiche delle varie classi che avevano costituito i
quadri della società feudale. Già infatti nel corso dell’XI secolo, la serviti della
gleba comincia ad essere sostituita da un tipo di organizzazione colonica assai
più libera, mentre precise norme giuridiche stabiliscono ora più esattamente i
rapporti tra il proprietario, gli affittuari e i coloni. Ma il mutamento è
ancor pi decisivo nell’ambito cittadino, dove la nobiltà di origine feudale
deve cedere le sue posizioni dominanti alle nuove classi produttrici che
s’avviano rapidamente ad acquisire una prima consapevolezza dei propri
interessi e scopi economici e politici. In questa società, già in preda ad un
profondo fermento innovatore, continuano ancora a dominare gli ideali
ideologici elaborati nell’età carolingia e difesi dalla restaurazione
ottoniana. Il mito unitario dell’autorità assoluta e divina dell’unico
Imperatore, pastore e guida del popolo cristiano, è ancora un’idea attiva ed
operante che trova sostenitori e teorici tra i giuristi che illustrano i testi
giustinianei come tra i dotti ecclesiastici delle corti sassoni e francone.
Certo, la crisi che segue alla estinzione della monarchia sassone, il
definitivo rafforzamento della grande feudalità tedesca, e, d’altra parte, gli
inizi dei primi ordinamenti autonomi cittadini, sono altrettanti eventi che
mostrano la reale debolezza dell’autorità imperiale e la sua incapacità a far
fronte al nuovo corso storico. Ma il regno di Enrico III, che restaurerà la
supremazia imperiale sulla Chiesa, sembrerà segnare il ritorno alla tradizione
carolingia e ottoniana. Il legame tra il sovrano e le correnti di riforma
ecclesiastica testimoniato dalle radicali risoluzioni dei sinodi di Sutri e di
Roma (1046) rafforzerà nei nuovi ceti popolari la fiducia nella funzione
carismatica e sacrale dell’Imperium, custode della giustizia e dell’ordine
cristiano. Alla continuità e al rinnovato prestigio della tradizione imperiale
corrisponde però, da parte della Chiesa, un profondo processo di rinnovamento e
di riforma suscitato e guidato dall’ascetismo monastico, ma che trova larga
partecipazione e consenso proprio nell’ambiente cittadino e tra le nuove forze
sociali. La decadenza della disciplina e del costume ecclesiastico divenuta
gravissima e generale nell’età postcarolingia suscita non solo l’indignata
protesta di uomini votati alla severa disciplina benedettina o dediti ad una
vita di contemplazione e di preghiera, ma anche la rivolta di quei ceti di
varia origine e condizione sociale sui quali pesava il dominio della feudalità
ecclesiastica. Contro il papato romano, ormai ridotto a oggetto di contesa tra
le pif potenti famiglie romane, contro l’aristocrazia episcopale trasformata in
un vero e proprio corpo politico di elezione imperiale, si svolge infatti
l’aspra polemica dei riformatori che, con toni e parole apocalittiche,
denunziano la carenza morale e intell:ttuale della gerarchia, la sua cupidigia
di potere mondano e di ricchezza, gli scandali della simonia e del concubinato,
il tradimento e il ripudio della parola evangelica. Sono motivi, questi, che
tornano con costante violenza nella predicazione dei monaci come nelle
invettive di cronisti popolari o ecclesiastici, ugualmente schierati contro la
potenza e l’oppressione terrena esercitata da grossi potentati ecclesiastici; e
dalla loro condanna emerge un quadro profondamente pessimistico della vita
ecclesiastica del tempo, e l'immagine eloquente di una decadenza che sembra
aver raggiunto uno dei livelli più bassi e pericolosi di tutta la storia della
Chiesa. La ribellione morale contro la corruzione della gerarchia e il fermento
antiecclesiastico che serpeggiavano tra le masse devote, furono però presto
organizzati e guidati dalla nuova élite intellettuale che si era formata verso
la fine del X secolo nell’ambiente purificato delle abbazie riformate. Già nel
910 il duca Guglielmo di Aquitania aveva fondato a Cluny un monastero ispirato
al rispetto integrale della regola benedettina, in netto contrasto con la
rilassat:zza delle antiche abbazie trasformate da tempo in ricche signorie
feudali. Sotto la guida di grandi abati, come Oddone e Ugo, Cluny si era
trasformato in un centro d’intensa vita spirituale e di alta esperienza
mistica. Ma l'ispirazione ascetica dei cluniacensi era subito passata sul
terreno della lotta riformatrice, con la sua recisa condanna dei costumi
corrotti del clero feudale e il ripudio di ogni forma di compromissione con i
poteri mondani. La predicazione dei cluniacensi, già particolarmente diffusa
verso la fine del X secolo, ebbe presto una grande influenza in tutta l'Europa
cristiana. In Francia, in Italia, in Germania, numerose abbazie tornarono alla
regola; altri monasteri, come quelli italiani di Camaldoli (fondato nel 1012) e
di Vallombrosa, originarono nuovi ordini monastici affini all’esperienza
cluniacense; infine, il nuovo spirito riformatore penetrò in un vasto settore
della stessa gerarchia ecclesiastica, già da tempo preoccupato della decadenza
delle istituzioni. Il favore di alcuni vescovi e, soprattutto, dei Pontefici
tedeschi eletti dopo il concilio di Sutri, favori poi un ulteriore sviluppo
della riforma cluniacense, che già nella seconda metà dell’XI secolo contava
circa duemila monasteri. Né la forza dei cluniacensi fu soltanto spirituale,
bensi anche politica; poiché la concessione papale della cosiddetta Commendatio
Sancti Petri, che rese immuni i loro monasteri dalla giuri86 La rinascita
ottoniana e la ripresu intellettuale dell'XI secolo PE sdizione dei vescovi,
ruppe a loro vantaggio il vincolo di dipendenza gerarchica che aveva ormai
assunto un carattere schiettamente feudale. Ora, è chiaro che una tale
prerogativa implicava non solo un profondo mutamento nella struttura della
Chiesa, ma la trasformazione della riforma cluniacense in un potente strumento
del rinnovamento ecclesiastico e della restaurazione dell’autorità pontificia.
Il che giova a comprendere perché il movimento di Cluny potesse assumere una
parte decisiva nella lotta contro l’autorità mondana dei vescovi feudatari e
nell'avvento delle nuove direttive spirituali e pratiche che guidarono la vita
della Chiesa nell’età gregoriana. Pi tardi anche Cluny perderà la sua
originaria vocazione riformatrice e subirà lo stesso processo di decadenza che
aveva esaurito la originaria tradizione benedettina. Ma il risveglio spirituale
che è espressione delle nuove forze storiche maturate nel corso del X secolo
troverà ancora interpreti nell’ascetismo di altre regole monastiche, come i
certosini e i cistercensi, e nella continuità di un moto riformatore popolare e
laico. Sotto l'impulso di queste correnti, l’ideale della riforma si diffonderà
e si estenderà penetrando profondamente gli ambienti sociali più sensibili alle
sue immediate implicazioni politiche e sociali. E, mentre si rinnovano in
Europa eresie che forse si collegano ad antiche tradizioni manichee,
nell’Italia settentrionale sorge il movimento dei Patari, campioni zelanti
della lotta contro la corruttela morale e disciplinare dell’alto clero. Nelle
città, già centri attivi di vita mercantile e di attività produttrici, il
potere del vescovo-conte diviene cosi sempre più precario e soggetto al
minaccioso intervento delle forze politiche organizzate nelle quali si
specchiano gli interessi e le aspirazioni dei ceti mercantili e artigiani. I
frequenti tumulti contro i vescovi simoniaci, le ribellioni e i conflitti che
dominano attorno alla metà dell’XI secolo la vita delle città italiane, sono
appunto la testimonianza storica dello stretto legame che si è già stabilito
tra le esigenze religiose e le particolari aspirazioni politiche dei ceti
sociali emersi dall’incipiente crisi della feudalità. Non è qui certo possibile
seguire le fasi della progressiva riforma delle istituzioni ecclesiastiche
compiuta sotto l’ispirazione dei cluniacensi e culminata con i decreti di
Niccolò II e con i drastici provvedimenti di Alessandro II contro l’influenza
laica nelle cose ecclesiastiche. Ma non sarebbe possibile intendere tanti
aspetti della riflessione filosofica dell’XI e XII secolo, senza ricordare che
la riforma mossa da una profonda esigenza di rinnovamento evangelico finî col
concludersi nell’affermazione di un ideale teocratico fondato sul principio di
un unico potere supremo, quello papale, principio e fonte di ogni autorità e
potestà temporale e spirituale. Questa dottrina, formulata con estremo rigore
negli scritti di Gregorio VII e soprattutto nel famoso Dictatus papae,
implicava naturalmente l’accentramento di tutta la vita della Chiesa nelle mani
del Papa e la sua piena potestas sopra ogni aspetto dell’organizzazione sociale
e politica della Cristianità. Né Gregorio doveva esitare dinanzi
all'applicazione integrale di questo principio anche nei confronti della autorità
imperiale già direttamente colpita da un complesso di riforme che abbattevano
la sua supremazia sulla gerarchia ecclesiastica e le toglievano praticamente
ogni diritto di controllo sulla feudalità ecclesiastica. La lunga lotta tra
Gregorio ed Enrico IV, che divise gran parte d’Europa in due campi avversi, fu
quindi l’epilogo naturale di un contrasto inconciliabile: che traeva origine
dallo stesso carattere sociale dell’Imperium e dalla sostanziale diarchia
costituita dalla struttura burocratico-ecclesiastica della società carolingia.
Ma questa contesa che ebbe la sua espressione ideologica in una vasta
letteratura controversista rappresentò anche una favorevole occasione per lo
sviluppo delle nuove forze sociali e politiche che proprio nel corso della guerra
delle investiture acquistarono una precisa coscienza del loro peso e dei loro
interessi. Non a caso le origini delle istituzioni comunali sono spesso
strettamente intrecciate ai conflitti tra l'Impero e il papato che causarono la
rapida crisi della feudalità ecclesiastica; e, d’altro canto, è proprio nel
corso dell’XI secolo che si ricostituiscono e si rafforzano le monarchie
nazionali destinate a svolgere una funzione politica decisiva per tutto il
Basso Medioevo. È appunto entro questa prospettiva storica che occorre valutare
il rapido processo di ripresa intellettuale che s’inizia già alla fine del X
secolo in stretta connessione con la rinascita economica e sociale dell'Europa
occidentale. A tale ripresa contribuiscono infatti sia pure in grado e misura
diversi tanto la rinnovata prevalenza delle istituzioni urbane e il tono più
elevato e raffinato della vita civile, quanto l’impetuosa predicazione dei
riformatori e l’esigenza di elaborare nuovi strumenti intellettuali per le
continue controversie tra il potere ecclesiastico e quello civile o tra i
diversi gradi della stessa gerarchia clericale. Ma vi contribuisce altresi e in
maniera spesso assai rilevante anche l’aprirsi delle civiltà europee a più
stretti e continui contatti con il mondo arabo e bizantino sia per l'incremento
degli scambi sia attraverso le guerre di riconquista in Sicilia e in Spagna e
infine, negli ultimi anni del secolo, l'iniziativa espansionistica della I
Crociata. Questi rapporti, la cui influenza sarà cosi forte già nella seconda
metà del XII secolo, non esercitano però ancora un influsso decisivo sulla
cultura dell’XI che continua a svolgersi prevalentemente sulla via tracciata
dall’ordinamento scolastico carolingio. Però le antiche scuole monastiche non
sono più gli unici grandi centri di una cultura di carattere
letterario-ecclesiastico, ma cedono anzi lentamente il passo a un largo
processo di rinnovamento intellettuale esteso a gran parte dell'Europa
occidentale, indipendentemente dalle particolari distinzioni di carattere
nazionale. Da Parigi a Orléans, da Chartres a Tours, è tutto un fiorire di
scuole sorte spesso all’ombra delle cattedre vescovili e dove le arti del
trivio e del quadrivio vengono tramandate alle nuove generazioni di chierici,
mentre in Italia si assiste invece al sorgere di scuole cittadine, dipendenti
solo in parte dalle autorità ecclesiastiche e dedicate principalmente agli
studi di diritto, cosî necessari ad una società fondata sulla pratica del
commercio e sullo sviluppo delle attività artigiane. Cosî, accanto alla
tradizione teologica che si continua nelle istituzioni scolastiche, monastiche
e cattedrali, si affermano nuovi campi di ricerca intellettuale; lo stesso
apprendimento delle arti liberali è condizionato a nuove finalità e interessi
diversi, come mostra lo stretto nesso tra lo studio approfondito della
dialettica e il suo uso nella pratica giuridica e forense. Questo nuovo
indirizzo di studi si manifestò dapprima in Italia, soprattutto in quelle
regioni meridionali o adriatiche dove il diritto romano legato alla tradizione
bizantina aveva sempre conservato la sua influenza e dove erano stati sempre
pit stretti i rapporti con Bisanzio e col mondo arabo. Specialmente nella
Calabria e nelle Puglie che fino all’XI secolo erano state parti integranti
dell’Impero bizantino, e dove la conquista normanna non eliminò il carattere
ormai acquisito della cultura cittadina e della stessa vita ecclesiastica la
continuità della tradizione giuridica romana non venne mai spezzata. Nella
Sicilia, riacquistata dai Normanni nella seconda metà del secolo, continuò
invece a fiorire una ricca cultura d’impronta greca ed araba destinata a
costituire uno dei maggiori punti d’incontro tra la civiltà europea e le
tecniche e le dottrine assimilate dall'esperienza della scienza isla‘mica. Ma
l’interesse scientifico e i rapporti con la cultura greco-araba furono
particolarmente intensi nella scuola medica di Salerno, già attiva nel corso
del X secolo e rimasta sempre fedele ai dettami classici della medicina greca.
Cosi, quando nel 1056 Costantino Africano, un medico cartaginese formatosi
nella scuola araba, passò in Italia e costitui a Montecassino un vero e proprio
centro di traduzioni delle opere fondamentali della cultura scientifica greca e
mussulmana, la sua attività trovò un terreno particolarmente fecondo. La ricca
biblioteca di testi greci ed arabi, che venne ad arricchire le conoscenze dei
medici salernitani, contribuî a sollevare un rinnovato interesse per la ricerca
scientifica e far conoscere i primi fecondi risultati di una civiltà
tecnicamente più progredita come quella araba. L’influenza che la scuola
salernitana esercitò in tutta Europa, spingendo numerosi dotti a coltivare
insieme agli studi medici anche quelli scientifici e filosofici, fu un fattore
di notevole importanza per lo sviluppo di una cultura di carattere assai
diverso da quella tramandata dalle scuole monastiche, e già profondamente
permeata di motivi filosofici e scientifici propri della tradizione oreca ed
araba. EA è certo ben simnificativo che proprio un vescovo di Salerno, Alfano
(1058-1085), traducesse il De natura hominis di Nemesio, ove è chiaramente
definita l’idea dell’uomo come microcosmo, sintesi di tutti i caratteri e di
tutte le forme dell’universo. Un indirizzo prevalentemente giuridico ebbe
invece la cultura dell’Italia settentrionale, pit legata alla rapida evoluzione
politica dei rapporti economici e sociali che richiedeva nuove istituzioni
giuridiche capaci di rispondere alle esigenze di una civiltà urbana e
mercantile. E poiché il diritto romano rappresentava la tradizione giuridica
maggiormente affine al nuovo tipo di società e di organizzazione sociale, lo
studio del Corpus iuris attrasse le migliori energie intellettuali. Lo
sviluppo, prima della scuola ravennate e poi della grande scuola bolornese da
Pepo all’Accursio, non è certo arsomento che possa interessare questo rapido
schizzo della cultura filosofica medioevale. Ma bisogna pur ricordare che lo
studio e l’esposizione del Digesto o del Codice richiedevano un solido corredo
di nozioni srammaticali e dialettiche; e che d'altra parte il largo incremento
della pratica forense comportava uno studio ancora più accurato dell’arte
retorica. Il naturale interesse per le arti del trivio non fu però esclusivo
delle scuole giuridiche frequentate da laici e volte agli scopi mondani della
vita civile. Anche la cultura ecclesiastica, sia in Italia che in Francia,
conobbe infatti un’importante ripresa dello studio ‘della dialettica, la cui
fortuna è certo da porre in rapporto anche con l’evoluzione parallela delle
istituzioni giuridiche ecclesiastiche e con la formazione di tipo giuridico
propria anche di molti uomini di chiesa. Inoltre la lunga contesa tra l’Impero
e la Chiesa, e il fiorire di una vasta letteratura controversista, favori indubbiamente
la tendenza all’uso sistematico degli strumenti dialettici forniti
dall’insegnamento delle scholae. Né meraviglia che l’impiego di metodi di
discussione dialettica si spostasse sempre più dal piano giuridico e dalle
dispute su argomenti di immediata incidenza ecclesiastico-politica alla stessa
elaborazione teologica. Ecco perché le soluzioni dei probl:mi logici cui si
dedicarono tanti maestri di questo secolo, dettero luogo cosf spesso a gravi
conseguenze metafisiche e teologiche dalle quali non furono esenti neppure i
temi più gelosi della tradizione ortodossa. Non solo; la maturazione di una
mentalità più critica, nutrita di studi profani e di solide cognizioni
dialettiche, ebbe certo una notevole influenza anche sull’evoluzione delle
correnti riformatrici e, in generale, nell’atteggiamento intellettuale
dell’élize ecclesiastica. Gli storici del pensiero medioevale sogliono sempre
ricordare, a questo proposito, le pagine veementi ed espressive che un tipico
esponente della riforma, come Pier Damiani, scrisse contro i chierici del suo
tempo più avvezzi a studiare i principi della dialettica aristotelica o della
retorica ciceroniana che non a meditare le Sacre Scritture. Ed è anzi un luogo
comune presentare la filosofia dell’XI secolo sotto il segno della lotta tra i
dialettici che miravano a spiegare con i loro sillogismi anche il dogma e le
verità rivelate e i rigidi difensori dell’ortodossia che consideravano l’uso di
argomenti razionali nell’ambito teologico come una violazione delle verità di
fede. Tale contrasto è stato certo troppo esagerato da una storiografia che non
teneva forse nel dovuto conto il caratt:re comune della cultura di cui
partecipavano entrambi gli avversari e che spesso traspare anche dietro la
polemica più irruente. Ma ciò non toglie che l’inseri- mento dei metodi
dialettici nel campo degli studi sacri segni una tappa fondamentale
nell’evoluzione della teologia cristiana, e che l’importante ripresa di studi
logici dell’XI secolo prepari già l’ambiente storico in cui maturerà la grande
esperienza di Abelardo. Tra i maestri che diedero un notevole impulso allo
sviluppo della dialettica vanno quindi particolarmente ricordati Berengario di
Tours e Anselmo di Besate detto il Peripatetico, entrambi tipici esponenti
delle nuove tendenze intellettuali. Discepolo di Fulberto di Chartres e
organizzatore a sua volta della scuola cattedrale di Tours, Berengario spinse
l’uso degli argomenti dialettici fino al tentativo di ridurre in puri termini
razionali anche i principi di fede. Come scrive nel De sacra coena che è
appunto un tentativo d’interpretazione dialettica del dogma dell’eucarestia
egli ritiene infatti che la rinunzia all’esercizio della ragione significhi
disprezzare uno dei pit alti doni divini e rinunziare a quella nostra facoltà che
ci rende maggiormente simili alla natura di Dio. Perciò, alle autorità ed alla
stessa tradizione dei Padri, Berengario può opporre la superiorità della
ricerca razionale il cui campo di azione non deve arrestarsi neppure dinanzi ai
misteri della transustanziazione o della presenza reale. Il modo in cui procede
questa discussione dialettica del tema trinitario, è poi una testimonianza
caratteristica della mentalità di Berengario. In qualsiasi composto di materia
e forma egli argomenta è impossibile che permangano inalterati gli accidenti,
se si verifica un effettivo mutamento della sostanza. Sicché il fatto che anche
dopo la consacrazione permangono nel pane e nel vino i medesimi accidenti,
dimostra che non si è mai verificato l’annullamento della loro forma e la
trasformazione nel corpo e nel sangue di Cristo, ma che si è realizzata
soltanto l’unione di queste forme con quelle preesistenti del pane e del vino.
Simili argomenti, che Berengario continuò a sostenere nonostante l’abiura cui
fu costretto nel 1050 dal sinodo di Vercelli, mostrano assai bene quali fossero
i possibili sviluppi della trattazione dialettica della materia teologica. E si
può ben comprendere perché molti dei suoi contemporanei fossero concordi nel
condannarlo e nel guardare con forte diffidenza anche l’attività di Anselmo di
Besate, che intorno alla metà del secolo viaggiava instancabilmente tra le
scuole d’Italia, di Francia e di Germania, insegnando particolarmente l’uso
delle argomentazioni contraddittorie. Certo, la sua RAetorimachia non è davvero
un gran monumento filosofico, né mostra l’intenzione di estendere la sua
rudimentale tecnica dialettica nell’ambito della teologia. Ma il suo
insegnamento doveva influenzare profondamente la mentalità dei giovani chierici
con conseguenze forse non troppo diverse da quelle indicate da Berengario, e
costituiva comunque un pericoloso precedente per i sostenitori dell’integrale
rispetto delle pure norme di fede. Ecco perché negli ambienti della ritorma
cluniacense, e, più tardi, della riforma cistercense e certosina, si delineò
una cosî violenta reazione contro la puerilità e l’empietà dei dialettici, e
una condanna delle scienze profane considerate inutili se non addirittura
temibili per la salvezza del cristiano. Le dure parole con cui il vescovo
Gerardo di Czanard vieta l’uso delle argomentazioni filosofiche nell’ambito
teologico, i rimproveri di Otloh di S. Emmeran contro gli stolti e gli ingenui
che credono di dover sottomettere la verità della Scrittura all’autorità della
dialettica, sono espressioni caratteristiche di un atteggiamento che ha
profonde radici nella temperie spirituale degli erdini riformatori. E ad essi
fa eco un tipico rappresentante dell’età giegoriana, Manegoldo di Lautenbach (t
1103) il quale, polemizzando contro Wolfemo di Colonia (noto come sostenitore
della concordanza tra le dottrine di Macrobio e la verità cristiana), ammette,
st, l’utilità della filosofia nei limiti delle scienze mondane, ma sottolinea
il radicale contrasto tra le spiegazioni filosofiche e la rivelazione, tra le
falsità dei pagani Platone ed Aristotele e l’unica verità cristiana. Il teologo
che spinge, fino alle sue estreme conseguenze la polemica contro i dialettici e
la filosofia, è però uno dei maggiori esponenti della riforma, un monaco che
prima di sottomettersi alla severa regola monastica ha anch’egli insegnato
dialettica nella scuola di Ravenna: Pier Damiani. Nei suoi scritti, cosi spesso
citati come esempi del medioevale contemptus mundi, le più oscure denunzie
della miseria invincibile della natura umana si alternano alla condanna di ogni
forma di sapere mondano e di ogni scienza o arte che non abbia come fine la
glorificazione dell’onnipotenza divina. Ai chierici lettori di Cicerone e di
Aristotele egli propone l’esercizio esclusivo della contemplazione mistica,
unico cibo degno di una mente cristiana. La grammatica, la dialettica, le
regole di Donato o i sillogismi di Aristotele, sono invece altrettanti
allettamenti demoniaci che minacciano la purezza dottrinale del clero. E nella
sua dura polemica (che non a caso si giova però di tutti gli strumenti retorici
e letterari propri della cultura di un uomo di lettere) Pier Damiani giunge a
bandire la filosofia dallo scibile cristiano, o, almeno, a ridurla al rango di
una schiava prigioniera destinata a servire alla suprema verità teologale. Il
rifiuto del sapere pagano, l’avversione per le lettere fomentatrici di dubbi e
di errori, non potrebbero essere più radicali e più netti. Eppure Pier Damiani
mostra di saper ben usare nei suoi scritti i metodi di argomentazione
dialettica che non esita ad applicare anche in quell'opuscolo De divina
omnipotentia, giustamente considerato come la espressione più eloquente del suo
puro fideismo. Lo scopo che egli vi si propone è certo del tutto opposto a
quello dei dialettici nel loro tentativo di dare una veste argomentativa anche
ai contenuti dogmatici; perché consiste nell’affermare l’assoluta
incommensurabilità del volere divino, che possiede il potere di far si che ciò
che è stato non sia mai stato. Dio, la cui potenza è totale e illimitata, è
infatti al di là di qualsiasi condizione o norma che possa apparire
contraddittoria agli occhi umani. E quindi per lui non costituisce alcun limite
il fluire irrevocabile del tempo, cosi come la sua volontà non è affatto tenuta
a rispettare quei vincoli e quelle necessità cui è invece sottoposta la ragione
umana. Ora, è evidente che, se la volontà divina possiede una tale prerogativa,
anche tutti i tentativi di applicare nei suoi riguardi dei ragionamenti umani
sono perfettamente vani ed inadeguati. Dinanzi al mistero insondabile della
natura di Dio, dinanzi all’infinità ed al segreto del suo volere, non v’è altra
via che la umile preghizra e la adorazione. È chiaro che, accentuando cosi
nettamente il rifiuto delle norme dei principi razionali, in nome della
trascend:nza divina, Pier Damiani ha di mira molti chierici e maestri
contemporanei, e che intende estirpare radicalmente le male piante della
dialettica cresciute indebitamente nel giardino della teologia. Ma l’affermazione
dell’onnipotenza divina spinta fino alle sue estr:me conclusioni è anch’essa
foriera di gravi conseguenze; e la sua influenza maturerà nei secoli seguenti
fino a costituire una delle pi pericolose minacce p:r la teologia delle
scholae. L'uso che Guglielmo d’Ockham e i suoi seguaci faranno del medesimo
argomento per p:rvenire alla radicale negazione del valore scientifico della
teologia, è una testimonianza assai eloquente dell’esito di un atteggiamento
polemico che era nato proprio per restaurare la supremazia degli studia
divinitatis. Né meraviglia che la polemica antifilosofica di Pier Damiani o di
Manegoldo di Lautenbach preannunzi già temi e motivi che avranno più tardi
tanto peso nella crisi della cultura medioevale, contribuendo alla caduta del tentativo
tomista di una mediazione positiva tra la ricerca filosofica e il sacro dominio
della teologia. La posizione teologica di Pier Damiani, cosi intransigente e
radicale si accorda, del resto, perfettamente con la sua mentalità di
riformatore gregoriano e di teorico della teocrazia. Nella Disceptatio
sinodalis egli non solo afferma la supremazia dell’ordine spirituale su quello
temporale (con argomenti del tutto simili a quelli adoperati per celebrare la
supremazia della teologia dinanzi ad ogni altro tipo di sapere ancillare) ma ne
deduce anche l’assoluto primato del potere papale su quello mondano e civile
dell’Imperatore. L’idea che l’autorità imperiale dipenda essenzialmente
dall’approvazione papale e che il suo scopo debba consistere soltanto nel guidare
il popolo cristiano verso i fini voluti dalla legge divina e dalla gerarchia
ecclesiastica diviene cosi il punto di forza di una dottrina destinata a larghi
sviluppi negli scrittori papalisti del XII e XIII secolo. Anche se Pier Damiani
riconosce che l'Imperatore è stato delegato dall’autorità papale all’esercizio
dell’amministrazione temporale della cristianità, non per questo ammette che
possa avere un fine diverso o distinto da quello della Chiesa o, tanto meno,
che possa conservare legittimamente il suo potere quando cessi d’operare
secondo la guida o la volontà del Pontefic:. Come l’unione della natura umana e
di quella divina costituisce la realtà vivente del Cristo, cosi l'unione del
Papa e dell’Imperatore costituisce, per una specie di divino mistero, la
vivente unità della Christianitas. Destinato a reggere il corpo e a guidare la
vita mondana della società cristiana l’Imperatore deve perciò sollecitare la
guida del Pontefice che è rex animarum e, pertanto, signore dell’interiore
realtà spirituale. Per questo il dominio imperiale non può vantare una propria
giurisdizione particolare, se non in via del tutto subordinata e sotto il
controllo dell’autorità pontificia. In realtà, per Pier Damiani, il popolo
cristiano costituisce soprattutto e in primo luogo una pura mistica unione
sotto la sovranità spirituale del Papa, e da essa dipende anche ogni forma di
ordinamento temporale e mondano. Il fatto che i cristiani vivano però anche nel
tempo e siano sottoposti alla necessità di un potere e di una coercizione
mondana, non significa quindi che la loro società temporale si possa confondere
con nessuno degli stati esistenti o con qualsiasi corpo politico. I rapporti
che vigono nella Christianitas sono infatti puramente spirituali, le sue
finalità del tutto oltramondane; anche l’uso di mezzi temporali da parte
dell’autorità civile vale solo in quanto può servire per raggiungere dei fini
spirituali o comunque indicati dalla gerarchia ecclesiastica. Ecco perché,
nella prospettiva teologica di Pier Damiani, l’Impero è soltanto uno strumento
della Chiesa, limitato nelle sue funzioni e destinato esclusivamente alla
difesa ed all'incremento della fede e dell’ordine cristiano. Lungi
dall’accettare la dottrina carolingia che riconosceva nell’Imperatore
l’advocatus Ecclesiae, capo temporale di tutto l’orbe cristiano, egli lo
considera infatti solo come uno dei tanti principi (anche se il più potente) ai
quali spetta il compito di realizzare neil’ordine mondano le supreme direttive
del potere spirituale. Il che implica, naturalmente, la sua più stretta e
totale subordinazione ai dettami dell’autorità pontificia; subordinazione da
cui dipende la stessa legittimità del potere imperiale, sempre condizionata
alla filiale ubbidienza alla volontà del Papa. Il rovesciamento della dottrina
carolingia non potrebbe certo essere più radicale, né pit decisa l’affermazione
della suprema sovranità della gerarchia ecclesiastica e monastica su ogni
aspetto della vita civile. Ma questa tesi di cui è evidente lo stretto nesso
con la polemica antidialettica e la difesa dell’assoluto primato della fede non
è l’espressione isolata di un grande spirito mistico, difensore della riforma e
del radicale rinnovamento della Chiesa. Le stesse idee animano infatti anche un
vivace polemista come Manegoldo di Lautenbach, deciso assertore della
concezione teocratica della Christiana respublica, i cui scritti forniranno una
precisa linea ideologica ai teorici della plezitudo potestatis pontificia. E
idee non dissimili, anzi sostanzialmente identiche, ispirano il famoso Dictatus
Papae, attribuito allo stesso Papa Gregorio, dove il riconoscimento al
Pontefice di ogni potere e diritto mondano, incluso quello di deporre gli
imperatori e di sciogliere i sudditi dal giuramento di fedeltà, costituisce il
fondamento dell’assoluta monarchia pontificia. Le dottrine teologiche e
politiche di Pier Damiani rappresentano senza dubbio la posizione più radicale
ed estrema maturata negli ambienti della riforma ed esasperata dagli aspri
conflitti ecclesiastici e politici dell’età gregoriana. Ma sarebbe di grave
omissione dimenticare che, insieme a queste dottrine, si sviluppano nell’XI
secolo anche altre posizioni intellettuali assai più caute e moderate
soprattutto nei confronti dell’uso dei metodi dialettici e della loro possibile
applicazione nell’ambito dell’insegnamento teologico. La stessa necessità
pratica di formare degli uomini di chiesa, capaci di difendere l’ortodossia
dalle minacce ereticali con l’uso di tecniche argomentative accettabili anche
da chi ignorasse le autorità dei Padri (e, d’altra parte, il timore che le
soluzioni radicalmente fideistiche conducessero a pericolose conseguenze sui
temi della grazia e della predestinazione) induce probabilmente molti maestri
ad assumere un atteggiamento ugualmente distante dalle audaci conclusioni
teologiche di Berengario e dalla insolenza polemica di Pier Damiani e di
Manegoldo. E sebbene i teologi ortodossi che accettano l’inserimento dello
studio della filosofia nelle discipline clericali distinguano nettamente l’uso
lecito della dialettica dalle sue degenerazioni, non per questo negano
l’utilità e la importanza di una solida preparazione filosofica e logica. Come
sostiene Lanfranco di Pavia, abate dell’abbazia bretone di Bec e quindi
arcivescovo di Canterbury, non è infatti lecito condannare il legittimo
desiderio di confermare gli insegnamenti della fede con gli argomenti della
ragione. Avversario deciso di Berengario, di cui confutò le argomentazioni
sofistiche, Lanfranco crede che anche gli errori del maestro di Tours non
derivino dall’uso dei metodi di dialettica, bensi dal loro abuso e dalle
indebite deduzioni di conseguenze contrastanti con le loro premesse. Appunto
per questo, l'apprendimento di questi metodi di ragionamento potrebbe chiarire
l’origine di quegli errori e confermare i misteri divini la cui verità non
contraddice affatto l’uso moderato della ragione filosofica. Una dottrina
filosofica conscia dei propri limiti e fondata su di una buona conoscenza della
dialettica può anzi giovare alla causa della fede assai più di quanto non possa
nuocere la cattiva e falsa scienza di pochi indotti. Simili idee attuate nella
pratica quotidiana della scuola ebbero naturalmente un’influenza decisiva sullo
sviluppo degli studi filosofici e teologici e sulla legittima accettazione
delle tecniche filosofiche nell'ambito della cultura ecclesiastica. Ma il loro
trionfo fu dovuto principalmente all’opera di un discepolo di Lanfranco,
Anselmo d’Aosta, la più grande personalità filosofica del suo tempo e il vero
iniziatore di una nuova tradizione della teologia occidentale. Nato ad Aosta
nel 1033, scolaro di Lanfranco nell’abbazia di Bec, poi suo successore nella
scuola abbaziale e quindi sulla cattedra arcivescovile di Canterbury, Anselmo
fu la figura pit alta e sigpificativa della cultura dell’XI secolo. Ma i motivi
fondamentali del suo pensiero erano destinati ad esercitare un'influenza assai
vasta e profonda su tutto il successivo svolgimento della riflessione
filosofica e teologica; ed anzi, superando la crisi della scolastica, avrebbero
continuato ad agire anche su alcuni pensatori che consideriamo tra i
rappresentanti più cospicui della filosofia moderna. La ragione di questa
eccezionale influenza sta certo nel rigore e nella rara acutezza di questo
monaco che profondamente nutrito dalla riflessione agostiniana e guidato da una
conoscenza della dialettica, seppe accogliere in un sistema organico di idee le
tendenze più attive e vitali del suo tempo. E se la sua posizione intellettuale
e le sue dottrine furono spesso nei secoli successivi oggetto di critica severa
da parte di grandi maestri della scolastica, è certo che Anselmo diede per
primo un metodo razionale alla disciplina teologica, sostituendo al costante
richiamo dell’auctoritas una via argomentativa basata unicamente sull’uso
oculato e guardingo del ragionamento dialettico. Il fatto che AOSTA si sia
occupato esclusivamente di temi teologici (dall’esistenza di Dio alla Trinità,
dall’Incarnazione al peccato originale) non toglie nulla alla novità del suo
metodo che egli estese, del resto, ad ogni aspetto del dogma. Però il
fondamento della sua dottrina rimase sempre strettamente agostiniano; e da
Agostino egli derivò gran parte delle sue premesse sviluppate però secondo una
lucida tecnica dialettica e condotte a conclusioni che innovavano la dottrina
teologica dei suoi tempi. La pid intensa attività filosofica di Anselmo si
svolse in un periodo di tempo relativamente breve, dal .1070 al 1080,
nell’ambiente dell'abbazia di Bec già predisposto dall’insegnamento di Lanfranco
ad accogliere una diversa impostazione degli studi teologici. Fu appunto in
questi anni che Anselmo elaborò i suoi scritti fondamentali, tutti dominati
dalla certezza dell’intimo accordo tra i metodi di argomentazione razionale e i
dati essenziali della fede; per dir meglio, dalla necessità che i principi
della rivelazione siano illuminati dalla ragione e che, d’altra parte, la
ricerca razionale si muova sempre entro i limiti e presupposti della fede.
Questa posizione, che Anselmo espresse nella formula credo ut intelligam,
implica naturalmente una concezione strumentale della ragione il cui compito
consiste nel meditare i dati della fede già accennati nella loro indiscutibile
verità. Perciò anche quando Anselmo applica i metodi dinlettici anche ai
contenuti più gelosi del dogma e fonda su di essi la dimostrazione
dell’esistenza di Dio, egli è fermamente convinto che tali procedimenti valgono
solo come chiarimento e delucidazione di una verità che la ragione umana può
cercare di rendere più evidente, pur riconoscendo i propri limiti e la sua
radicale incapacità a penetrare intimamente nei misteri divini. Ecco perché nel
-Mozologion che è appunto un’operetta scritta a richiesta dei suoi monaci come
modello di meditazione sull’esistenza e gli attributi di Dio egli afferma di
voler procedere solo per via di ragione, senza ricorrere ai riferimenti ed alle
autorità scritturali o patristiche. Ma al tempo stesso, in polemica coi
dialettici, Anselmo riafferma sempre l’assoluta superiorità della fede,
principio unico. ed essenziale donde procede lo stesso intellet to. La fede è,
dunque, il fondamento e la ragione prima della conoscenza umana; giacché non
s'intende per credere ma bensi si crede per intendere. Eppure chi crede con
certezza e fervore può usare legittimamente anche i metodi della dialettica e i
puri procedimenti razionali che sono anch’essi un dono divino. È chiaro che un
simile atteggiamento presuppone una fiducia completa nella ragione come
strumento che non arretra neppure dinanzi al tentativo di spiegare con
procedimenti analogici anche i sacri misteri. Il modo in cui Anselmo affronta
la tematica teologica tradizionale, cercando di mostrare l’intima necessità
razionale della trinità e dell’incarnazione, ne è appunto una prova assai
chiara. Ma, d’altra parte, egli è ugualmente convinto che il potere illuminante
dell’intelletto dinanzi agli abissi della rivelazione è ben limitato, perché la
verità della fede è cosi vasta e profonda che nessuna mente mortale potrà mai
possederla compiutamente. Neppure lo sforzo concorde di tutti i Santi e dei
Padri e dei Dottori della Chiesa ha quindi potuto penetrare 11 mistero della
rivelazione. Ma, proprio per questo, niente è più erroneo che opporre all’uso
legittimo della ragione l’autorità esclusiva degli Apostou e dei Padri,
dimenticandosi che anch'essi erano uomini e conobbero la verità con mente umana
e che Dio non ha mai cessato e mai cesserà d’illuminare la Chiesa e di
permettere ai fedeli una comprensione sempre più profonda della sua parola.
D'altra parte se è vero che la visione beatiticante della verità divina è
esclusa da questo stato mondano, ciò non signitica che la ragione umana non
possa ampliare la sua intelligenza della fede. Comprendere la propria fede
signitica appunto avvicinarsi alla visione di Dio, e rendersi piî degno dei
suoi aoni. Se è cosa empia pretendere di scoprire o di discutere ciò che Dio ha
celato nella protondità insindacabile del mistero, esistono però problemi e
temi teologici che non sono affatto incomprensibui ala ragione, ma che anzi essa
deve speculare e chiarire. Dimostrare che Dio esiste è appunto uno di questi
compiti che la ragione deve perseguire con propri mezzi e senza aicun ricorso
ad autorità o fondamenu estranei a1 suoi poteri; ed anzi dalla validità
intrinseca di questa dimostrazione dipende la possibilità di costruire una
scienza dotata degli stessi strumenti argomentativi propri delle altre arti. La
dimostrazione dell’esistenza di Dio rappresenta ovviamente uno dei temi
centrali del pensiero di Anselmo, destinato, peraltro, a costituire un termine
di confronto obbligato per tutte le correnti e tendenze teologiche del Basso
Medioevo. Ma le prove che egli presenta, compenetrate di spirito agostiniano,
sono formulate con un rigore e una coerenza dialettica ancora estranea al pensiero
di Agostino e secondo una direttiva metafisica di carattere squisitamente
platonico. Ciò è evidente soprattutto nelle pagine del Monologion ove tutta la
dimostrazione poggia sul presupposto dell’ordine gerarchico di perfezione
presente nell’universo e sull’idea che tutto ciò che gode di un grado maggiore
o minore di perfezione deve partecipare necessariamente della perfezione
assoluta. Ora l’esperienza sensibile e la riflessione razionale ci mostrano che
esistono innumerevoli beni, più o meno perfetti, e che tutto quanto esiste ha
sempre una sua causa particolare. Ma la serie delle perfezioni particolari e
contingenti ci rinvia per necessità ad una causa unica e prima, cosi com’è
evidente che quanto è perfetto in un grado minore o maggiore, lo è soltanto perché
deriva da un supremo ed unico principio di perfezione. Naturalmente questo
bene, del 100 Anselmo d'Aosta e la cultura teologica del suo tempo quale
partecipa tutto ciò che è bene. non può essere che il bene massimo ed assoluto,
superiore ad ogni altro bene e ad ogni altra perfezione. Ma ciò significa che
quanto è assolutamente buono è anche infinitamente grande e che quindi esiste
un rrimo essere superiore ad ogni realtà esistente limitata, e questo essere è
Dio. Un tale argomento di cui è inutile sottolineare l’intrinseco carattere
platonico-agostiniano può essere ugualmente svolto muovendo da quella
perfezione dell’essere che tutte le cose hanno in comune, sia pure in grado e
misura diversi. Ogni ente esistente ha infatti una propria causa; ma la moltevlicità
delle canse particolari presenti nell’universo può essere considerata come
riducibile ad una cau-, sa, oppure come fine a se stessa, o ancora come
costituita da una serie di cause che si causino reciprocamente. Se però
esaminiamo la seconda ipotesi, è subito evidente che le sinvole cause esistenti
per se stesse hanno almeno in comune questo essere per sé che costituisce il
princinio della loro esistenza e quindi la loro unica causa comune. Né è
diversa la conclusione cui si giunce esaminando anche la terza ipotesi, perché
supporre che una cosa esista a cansa di ciò cui essa stessa dì l’essere, è
ipotesi assurda e contraddittoria. Non resta perciò valida che la prima
ipotesi: tutto ananto è, esiste per una causa unica éd assoluta, necessariamente
identificabile con Dio. Ma non basta. L’ardine dell'universo è costitnito come
s'è cià visto da una gerarchia di esseri alcuni dei quali sono pii perfetti ed
altri meno perfetti. Ma una volta accettata questa verità inonnugnabile è anche
necessario ammettere o che questa gerarchia di perfezione non abbia mai fine e
quindi che ogni essere postuli sempre, al di sopra di sé, un altro essere pit
perfetto, onvnre che l’universo sia ‘costituito da un numero definito di
esseri. uno dei quali sunera tutti gli altri per la sua assoluta perfezione.
L'esclusione della prima ipotesi che Anselmo ciudica assurda e irrazionale.
conduce necessariamente ad ammettere l’esistenza di un essere perfettissimo
superiore a tutti gli altri e a nessuno inferiore. Ed a chi obbietta che si
potrebhero ammettere al sommo della gerarchia due enti forniti di uguale
perfezione, è facile rispondere che questi due esseri sono uguali o perché la
loro essenza è comune e quindi sono in realtà un solo essere, oppure perché
partecipano entrambi ad un essere superiore che li trascende tutti e due e che,
pertanto, è l’unico essere perfettissimo. Dio è dunque il termine unico e
assoluto che conclude la serie finita degli esseri; e ne è al tempo stesso il
culmine, la ragione e la causa. OI L’XI e il XII secolo Un simile tipo di
argomentazione, cosi legato ad una visione gerarchica della realtà di schietto
senso platonico, si fonda evidentemente sul passaggio dialettico dal limitato
all’assoluto e dall’essere particolare al suo fondamento universale. Ed è chiaro
che Anselmo introduce in tal modo nella storia della teologia un metodo
speculativo che era già implicito nelle dottrine dell’Areopagita e nella sua
immagine di un universo ascendente di grado in grado, di perfezione in
perfezione verso il suptemo approdo dell’unica esistenza divina. Anselmo però
non si arresta a questò procedimento che, almeno in apparenza, muove
dall’esperienza e dalla realtà definita dei singoli enti esistenti. Proprio
perché vuol dare alla riflessione teologica una base schiettamente speculativa,
egli si sforza di portare altre prove che s'impongano per pura evidenza logica,
prescindendo dalla corsiderazione sensibile della realtà. Ma -coronando le
prove precedenti con l’argomento ontologico del Proslogion egli spinge alle
estreme conclusioni il suo procedimento dialettico, e ripropone, per altra via,
la stessa considerazione di Dio e dell’essere che era già implicita nel
Monologion. Certo, proprio all’inizio del Proslogion, Anselmo dichiarava di
voler muovere dal puro dato di fede, e cioè dall’idea di Dio che ci è fornita
dalla fede e dalla quale è però possibile trarre per evidenza interna anche la
necessità logica della sua esistenza reale. Noi crediamo infatti che Dio esista
e che sia l’essere di cui non è possibile concepire niente di maggiore; ma
anche l’insipiens che nega Dio, comprende ciò che affermiamo con queste
proposizioni, e deve quindi ammettere che tale concetto possiede un'esistenza
mentale, in quanto è attualmente presente negli intelletti che lo pensano. Una
cosa può infatti esistere nell’intelletto senza che questo ne ammetta
l’esistenza esteriore: quando un pittore si rappresenta l’immagine che vuole
dipingere, egli possiede in sé il quadro già esistente nel suo intelletto, ma
non ne conosce affatto l’esistenza esteriore perché non lo ha ancora dipinto.
Ecco, dunque, che anche l’insipiens è costretto a riconoscere che almeno nel
suo pensiero esiste l’essere perfettissimu di cui è impossibile concepire
niente di maggiore. Però una volta accettata questa premessa non gli è più
possibile negare che l’ente perfettissimo esiste anche nella realtà, poiché
questa esistenza possiede un grado di perfezione superiore a quello dell’altra.
Difatti se l’essere di cui non è possibile concepire uno maggiore esistesse
unicamente nell’intelletto, si potrebbe facilmente pensare anche un essere
dotato di tutte le sue perfezioni e, in pit, della perfezione che è data
dall’esistenza reale. Ma una tale conclusione è evidentemente contraddetta
dalla stessa definizione iniziale dell’ens perfectissimum, e quindi l’essere di
cui non si può pensare uno maggiore deve esistere sia nell'intelletto che nella
realtà. Non occorre un’analisi troppo approfondita per intendere come questa
argomentazione si fondi sulla certezza interiore della fede e sulla opinione
“platonica, che esistere nel pensiero è già esistere nella realtà e che quindi
la nozione di Dio, data dalla fede, ha una realtà di fatto indubitabile e
assoluta. Anche qui, come già nelle prove del Monologion, Anselmo muove dunque
dalla certezza preliminare di una realtà, di ordine e grado particolare, per
concludere alla necessità logica dell’esistenza reale dell’ens perfectissimum;
ed anche qui, pur nell’indubbia novità del suo metodo di argomentazione, il
processo anselmiano muove dall’idea gerarchica di un diverso grado di
perfezione ontologica che subordina l’essere pensato alla superiore perfezione
dell’essere reale. In tal modo il passaggio dal dato originario della fede alla
prova o conclusione razionale, è reso possibile proprio mediante il confronto
tra l’esserte pensato e l’essere reale, tra l’idea di Dio esistente nel
pensiero e la certezza logica che questa esistenza mentale, che è anche essa
reale, sarebbe certamente impossibile se Dio non esistesse anche nella realtà.
Sicché la vera differenza tra le argomentazioni del Monologion e quelle del
Proslogion consiste solo nel diverso punto di partenza, e nel carattere della
realtà che è posta come termine di paragone con la perfezione assoluta e
necessaria del supremo ente reale. Solo in Dio l’esistenza mentale e
l’esistenza reale debbono coincidere per intrinseca necessità logica; mentre,
in ogni altro caso, l’esistenza reale può essere verificata solo se l’Essere
sommo, principio e causa prima, l’ha effettivamente creata. Cosf Anselmo
conduce fino alle sue logiche conseguenze quelle fondamentali caratteristiche
platoniche che erano già evidentissime nella dottrina agostiniana; e mentre si
appella alla fede come primo fondamento di certezza, vuol trovare nel suo
contenuto intellettivo quella ragione dialettica che la rende perfettamente
comprensibile anche all’intelletto. L’impiego cosi coerente del procedimento
dial:ttico si risolve in un nuovo metodo apologetico, o meglio, nella conferma
del primato assoluto della fede, i cui principi costituiscono in ogni caso il
presupposto indiscutibile e necessario di qualsiasi prova o dimostrazione. Non
v’è quindi da meravigliarsi se già taluni dei contemporanei di Anselmo
contestarono il valore e la fondatezza dell’argomento del Proslogion che fu più
tardi rifiutato dallo stesso Tommaso d’Aquino. Ed è noto che, vivente ancora
Anselmo, un monaco del monastero di Marmontier, Gaunilone, scrisse un Liber pro
insipiente che è una acuta critica del procedimento anselmiano. Il punto su cui
si fonda l’obiezione di Gaunilone è l’impossibilità di concludere
dall’esistenza del pensiero all’esistenza esteriore, di fatto. Il pio monaco
non vuol certo difendere l’ateismo dell’insipiens; al contrario egli riafferma
che la certezza dell’esistenza di Dio è un principio di pura fede e che il
passaggio arbitrario dalla parola al concetto e dal concetto alla realtà,
compiuto da Anselmo, è non solo invalido, ma anche sofistico e pericoloso. Le
parole che udiamo argomenta infatti Gaunilone possono avere o non avere un loro
significato; ma se l’hanno è solo perché sono connesse a certe esperienze o
percezioni che esse richiamano alla nostra mente. Ora è proprio l’esperienza
dei singoli individui dotati di caratteri particolari che ci permette di
formare dei concetti di specie e di genere ben distinti per mezzo di parole
corrispondenti; ma quando ciò non accade, quando le parole che pronunciamo non
hanno un nesso mentale corrispettivo, esse restano prive di significato come se
fossero scritte o pronunziate in una lingua ignota. Difatti chi, non conoscendo
il latino, sente pronunziare la parola avis, non può connetterla a nessuna
rappresentazione particolare o generale, ma può soltanto percepirne il suono
fisico. Ebbene: per Gaunilone la stessa cosa accade anche quando sentiamo pronunziare
la parola Dio e la frase l’essere di cui non si può pensarne uno maggiore,
espressioni che non hanno nessun fondamento nell’esperienza. Dio infatti non è
pensabile in rapporto alle altre cose che ci sono note attraverso i sensi; e
poiché non è oggetto della nostra esperienza non esiste neppure un concetto che
stia in rapporto a Dio come il concetto di uomo sta in rapporto con l’individuo
Socrate. Per questo udendo la parola Dio noi sentiamo solo dei suoni e non
riusciamo, per quanti sforzi facciamo, ad attribuirle un esatto significato. Ed
anche se vogliamo dire, con Anselmo, che il concetto di Dio è presente
nell’intelletto dell’insipiens dobbiamo però ammettere che costui possiede nel
suo intelletto solo delle parole incomprensibili e dei nomi privi di
significato. Non solo: esistono anche errori e idee false che non hanno alcuna
esistenza fuori del pensiero, immaginazioni e fantasie ben presenti
all’intelletto ma del tutto estranee alla realtà. Chi concepisce l’idea delle
isole Fortunate, sparse in una parte dell'Oceano, colme di ricchezze e di beni,
non può certo pretendere che queste isole, pur concepite come le più perfette
tra tutte esistano anche nella realtà. Ma lo stesso argomento vale anche contro
la prova di Anselmo che compie lo stesso indebito passaggio dall’esistenza nel
pensiero alla esistenza nella realtà: Come infatti si potrebbe dimostrare
maggiore di tutti, se io nego 0 dubito ancora che esso esiste anche nel
pensiero? Dovrei prima sapere che quell’ente esiste realmente da qualche parte;
e quindi trarrei dal fatto che è il maggiore di tutti la certezza che esiste
anche in realtà. A tali obiezioni, che si fondano su di una considerazione
dell’idea e del suo rapporto con gli enti reali ben diversa da quella accettata
da Anselmo, questi rispose ‘che il passaggio dell’esistenza nel pensiero
all’esistenza nella realtà è valido unicamente nel caso dell'ens perfectissimum
la cui certezza è fondata sulla fede; e, in secondo luogo, che questo concetto
può essere dedotto dalla considerazione della realtà finita che, in base agli
argomenti del Monologion, ci conduce a riconoscere l’esistenza di un essere
assoluto superiore a tutti gli enti finiti. Il che implicava però il
sionificativo riconoscimento di un fondamento fideistico del concetto di Dio,
estraneo al suo tentativo di pura deduzione concettuale. La dimostrazione
dell’esistenza di Dio non è però il solo tema affrontato dalla teologia
anselmiana; ché anzi, in tutti i suoi scritti, sono discussi con particolare
insistenza anche il prob'ema degli attributi divini e quello del rapporto tra
Dio e la realtà da lui creata. A questo proposito Anselmo afferma con un
evidente richiamo alla dottrina agostiniana che solo Dio esiste di per se
stesso e che quindi solo in lui essenza ed esistenza s’identificano
perfettamente, cosî come la luce s’identifica con lo splendore che emana. Tutti
gli ‘altri esseri possiedono, invece, un’essenza che non implica
necessariamente l’esistenza, che può essere tratta ad esistere solo per opera
divina; il che significa che Dio è la materia costitutiva dell’universo o ne è
la causa produttrice. La prima ipotesi viene però subito respinta per la sua
evidente conseguenza panteistica; e quindi Anselmo accetta il principio della
creazione ex nikilo, come l’unica soluzione che soddisfi al tempo stesso
l’esigenza della fede e della ragione. L'universo viene, dunque, all’esistenza
senza che esista alcuna materia preesistente rappresentata da Dio o da
qualsiasi altro principio; poiché il nulla da cui il mondo proviene non è una realtà
positiva, bensf semplicemente l’assenza totale di realtà. Il passaggio dal non
essere all’essere è causato da un libero decreto della volontà divina, decreto
che non conosce nessun presupposto metafisico n ontologico. Con questo non si
deve però credere che Anselmo neghi ogni forma di esistenza o di realtà
precedente all’atto con cui Dio ha creato il mondo. Riprendendo un motivo
fondamentale della tradizione platonico-agostiniana, anche Anselmo ammette
infatti l’esistenza di forme ideali della realtà logicamente precedenti
all'emergere della realtà dal nulla. Tali idee presenti 25 aeterro nel pensiero
divino e ad esse consustanziali sono appunto espresse e realizzate dall’atto
che modella sui loro esemplari le singole cose create. Affermare che il mondo è
stato creato dal nulla significa quindi, semplicemente, che le cose non erano
prima ciò che sono attualmente, né esisteva, prima di esse, una qualsiasi
materia da cui potessero essere formate. Ma considerate dal punto di vista del
sapere divino esse sono già tutte presenti nel pensiero eterno e ne escono in
virtà della Parola creatrice che non ha alcuna somiglianza col parlare umano,
bensi rassomiglia alla nostra conoscenza dell’essenza universale ed alla parola
interiore con cui le definiamo nel nostro più segreto pensiero. Come la nostra
parola interiore non conosce dif- ferenza di tempo e di luogo, di povolo o di
nazione, cosf la parola o verbo che è nella mente divina è il puro prototipo
immutabile delle cose create e il mezzo con cui Dio crea e conosce attualmente,
nella sua identica perfezione, il mondo molteplice e transitorio degli enti.
Tutto ciò che è estraneo alla pura essenza divina è stato creato dal Verbo che
lo conserva e lo mantiene, permettendo cosf alle singole creature di permanere
nel loro essere. Ma ciò significa che Dio è presente dovunque e tuttavia eccede
con la perfezione ogni luogo determinato, che è ogni tempo e, insieme, al di là
di tutto il tempo, immanente nell’atto con cui dà vita a tutte le realtà,
eppure trascendente nella sua essenza infinita ed eterna. Nondimeno, se
cerchiamo di esprimere da un punto di vista umano la realtà di un essere che
trascende tutto il Creato e non ha nulla in comune con le altre cose, è
necessario affermare di Dio tutti quegli attributi che designano uno stato di
perfezione positiva. E perché tali attributi siano vera Aosta e la cultura
teologica del suo tempo mente legittimi occorre che gli siano
riferiti in un senso assoluto e che si predichino di lui solo quelle
perfezioni che superano in valore tutto il resto della realtà. Ecco
perché non si può mai dire di Dio che è corpo, bensi soltanto che è
spirito, poiché lo spirito è superiore e più perfetto del corpo;
similmente, per attribuirgli tutte le perfezioni che gli sono più vicine e più
degne lo si dirà vivente, sapiente, onnipotente, vero, giusto, beato, ed
eterno, pur comprendendo che anche questi attributi sono ben lungi dal cogliere
l’infinita perfezione divina. D'altra parte, queste molteplici perfezioni
non significano affatto che in Dio esista realmente molteplicità o distinzione
né che la sua natura abbia dei caratteri essenziali insieme ad altri
caratteri accidentali, 0, tanto meno, che vi siano in lui cangiamenti o
processi. Al contrario la sua essenza, del tutto coincidente con l’esistenza, è
sempre assolutamente una, identica e immutabile; né Dio, che è in tutti i
luoghi e in tutti i tempi pur essendo al di là di ogni luogo e di ogni
tempo, può mai ammettere inizio e fine. Anche il suo atto creatore non
comporta infatti alcun mutariento nella sua essenza, cosîf come i decreti della
sua volontà non tollerano alcun limite estraneo. Cosf se Anselmo,
moderando la tesi radicale di Pier Damiani ritiene che la volontà divina
non potrebbe mai giungere a far si che ciò che è stato non sia stato,
tuttavia insiste sulla piena libertà del suo atto, incommensurabile ad
ogni norma umana. Tra le creature che Dio ha creato e che
sono state espresse dal suo Verbo, l’uomo è poi quello che rispecchia in
maggior misura l’immagine e il segno della divinità. Capace di conoscere
se stessa, di ricordarsi di se stessa e di amare se stessa, l’anima umana
rispecchia infatti nella sua natura limitata l’ineffabile ed eterna
trinità divina. E tutta la sua conoscenza deriva appunto direttamente da
Dio che illumina costantemente l’anima rendendo cosf possibile la
perfetta cooperazione tra il senso e l’intelletto attraverso
l’intermediario delle eterne idee, divinamente irraggiate. Naturalmente,
alla luce di questa impostazione di schietto carattere agostiniano, non è
neppure difficile intendere perché Anselmo sia intransigente partigiano
della realtà ideale dei generi e delle specie e perché faccia di questa
soluzione realistica del problema degli universali un presupposto essenziale
della sua ontologia. Tanto più che non sarebbe possibile intendere
completamente l’intimo meccanismo delle sue argomentazioni ontologiche se
non si pensasse che egli muove sempre dalla certezza della realtà delle
idee, dal principio che ogni determinazione particolare ha significato
e valore solo in quanto partecipa a un fondamento universale. Solo
così ogni perfezione individua trova la propria realtà nella
partecipazione alla perfezione assoluta; sicché l’identità necessaria tra
l’esistenza pensata dell'Ente perfettissimo e la sua esistenza reale può
rendere possibile l’argomentazione del Proslogion. In un caso come nell’altro
il procedimento dialettico di Anselmo muove da un presupposto realista e
da una premessa speculativa schiettamente platonico-agostiniana. L’opera
di Anselmo, tutta incentrata sui grandi temi teologici che abbiamo
esposto, segna una tappa d’importanza decisiva nella storia del pensiero
medioevale e pone già in chiara luce le esigenze fondamentali che guideranno
poi per più di tre secoli lo svolgimento della cultura scolastica. Fu
infatti all'esempio di Anselmo che si richiamarono assai spesso i maestri del
XII secolo ben decisi a far valere sul piano della riflessione
teologica che non si distingweva ancora
dalla meditazione filosofica autonoma
i metodi della dialettica, oppure a risolvere nell’ambito di
grandiose concezioni cosmolociche gli stessi temi capitali della
tradizione agostiniana e boeziana. Ma il suo pensiero doveva ancora costituire
per lungo tempo un necessario termine di riferimento nella lunga
discussione sul reciproco rapporto tra la ragione e la fede, e stimolare,
sia pure attraverso atteggiamenti e tendenze di carattere assai diverso,
la progressiva trasformazione della teologia in una scienza speculativa dotata di
metodi e strumenti logici non diversi da quelli delle altre
scienze. Questa tendenza, che porterà ben presto ai primi tentativi
di organizzare tutta la materia teologica in vaste sintesi sistematiche,
è del resto già ben visibile nell'opera di alcuni scrittori
contemporanei che cooperano a elaborare i quadri concettuali della
scientia Dei. I Libri Sententiarum attribuiti ad Anselmo di Laon
forniscono già l’esempio di una raccolta organica dei testi dei Padri della
Chiesa, ordinati secondo i problemi e i temi teologici fondamentali, ed
offrono cosi un modello che sarà poi ripreso e sviluppato da Guglielmo di
Champeaux, Pietro Abelardo, Roberto di Melun e, con particolare fortuna,
da Pietro Lombardo. Ma l’importanza di questa raccolta, compilata allo
scopo di fornire argomenti di prova nelle discussioni teologiche, non consiste
soltanto nella preparazione di un cospicuo materiale selezionato dalla
gran selva della letteratura patristica, bensf nella cornice organica e compiuta
entro cui viene inserita la trattazione teologale. L'esistenza, la
natura, gli attributi di Dio, il significato e il modo della creazione,
l’esistenza e il destino dell'uomo dalla sua caduta alla redenzione, la
via di salute indicata dalla natura e dalla grazia, la funzione carismatica
della Chiesa e dei suoi sacramenti, divengono adesso gli oggetti ben
definiti della speculazione filosofica, i temi intorno ai quali si
dispiegherà la vigorosa analisi intellettuale dei grandi maesti scolastici. Ma
questo quadro che raccoglie in sé tutri i principi ideologici di una
società in cui la Chiesa è l’unica produttrice di idee, questa cornice
stabile e definita entro cui deve procedere la riflessione filosofica e la
suprema conoscenza della realtà e dell’uomo, offrono ad ogni passo
problemi aperti e insolubili, temi suscettibili di discussioni e di
analisi che pur senza negare il primato della fede, lasciano libero passo
alla indagine della ragione. Certo gli autori delle sentenze, e Anselmo
di Laon per primo, insistono sempre sui dati di fede e sulla gelosa
custodia della pura verità rivelata. Ma, in realtà, essi preparano un
metodo di studio e di riflessione teologica che impone un più ampio
sviluppo della dialettica e una capacità di critica razionale destinata a dar
presto i suoi frutti nella temperie storica del XII e del XIII secolo. La
grande fioritura dei Commenti alle Sentenze e lo sviluppo di una
caratteristica letteratura teologica sempre più raffinata e
intellettualmente scaltrita, sono la diretta conseguenza del nuovo corso
impresso alla cultura scolastica dell’XI secolo, da Anselmo di Aosta e dai suoi
contemporanei. E non a caso sarà proprio dalla lunga esperienza dei Libri
Sententiarum e dei loro commenti che nasceranno le grandi Summzae del XIII
secolo. Quale fosse però la funzione innovatrice esercitata dalla
diffusione degli studi dialettici nell’ambito della cultura teologica, e
quali potessero essere le sue conseguenze più estreme, è ben dimostrato
dalla personalità, ancora non molto nota, di Roscellino di Compiègne.
Sui suoi studi e la sua formazione non possediamo purtroppo testimonianze
sicure e precise, ma sappiamo che ebbe come maestro Giovanni il Sofista,
noto per la sua abilità di dialettico, e che, più tardi, mentre era maestro
e canonico a Compiègne, fu accusato formalmente dinanzi al concilio di Soissons
d’insegnare che vi sono tre dii. Abiurò e gli fu concesso di riprendere
il suo insegnamento a Tours e a Loches, dove fu maestro di Abelardo, e a
Besangon ove sembra morisse intorno al 1120. La scarsità di notizie e di
testimonianze non polemiche sul suo insegnamento, rendono certo molto difficile
una valutazione della sua dottrina, probabilmente assai deformata dagli
attacchi dei suoi avversari. Ma ciò non toglie che Roscellino sia stato
considerato dai contemporanei e dai posteri come il principale
sostenitore di una concezione degli universali che identificava l’idea
generale con la parola che la definisce. In aperta polemica con la
soluzione realista che attribuisce una realtà ai termini astratti del
pensiero, Roscellino sembra negare qualsiasi realtà che non sia strettamente
individuale; e per questo afferma che il termine uomo, come tutti gli altri che
indicano una specie o un genere, corrisponde soltanto o alla realtà fisica
della parola uomo (cioè a un flatus vocis, o emissione di suono) oppure a
degli individui particolari e concreti che quel termine può semplicemente
esprimere. Come si vede il rifiuto della dottrina realista, cosi
connaturata al fondo agostiniano-platonico della cultura filosofica
dell’Alto Medioevo, non potrebbe essere pi netto. Ma proprio perché era
maestro di arte dialettica e quindi di una scienza che si applica
principalmente ai termini del discorso umano, Roscellino non solo negò il loro
fondamento reale, metafisico, ma sembra che estendesse la sua conclusione dal
piano della pura analisi dialettica alle sue conseguenze teologiche. Certo, è
probabile che Roscellino non intendesse affatto affermare l’esistenza di tre
distinte divinità; eppure, coerentemente al suo assunto logico, egli
sostenne che anche nella trinità le tre persone hanno una loro distinta
realtà individuale e che ognuno dei loro nomi (Padre, Figlio, Spirito)
indica indubbiamente una cosa unica e singola In tal modo la trinità è
costituita, per Roscellino, da tre sostanze distinte che pure possiedono
un’unica potenza ed una sola volontà; perciò egli affermò, identificando
il concetto teologico tradizionale di persona con quello di sostanza, che soltanto
a causa di una particolare abitudine linguistica i teologi possono
triplicare le persone senza triplicare le sostanze. Non v’è
quindi da meravigliarsi se i teologi contemporanei considerassero con estremo
sospetto le sue dottrine fino ad accusarlo, forzando il senso delle sue
espressioni, di triteismo. La sua traspo sizione dell'ipotesi
nominalistica dal piano dialettico a quello teologico e l’uso. di una
terminologia cosi insolita spiegano le preoccupa. zioni e i timori di
devoti teologi come Anselmo. Indubbiamente la mentalità del dialettico
Roscellino con la sua rigida coerenza tra l’atteggiamento di logico e le
sue conseguenze teologiche, è già il segno di una profonda incidenza delle
nuove tecniche logico-grammaticali nell’ambito sacrale della scientia de
divinis. Gli eventi storici dell’XI secolo e in particolare la lunga
lotta per le investiture e i violenti contrasti tra l’aristocrazia
ecclesiastica e laica e la feudalità maggiore e minore, accelerarono la
crisi della società feudale, favorendo il progressivo sviluppo delle
forze economiche e sociali che erano lentamente maturate. Nell’Italia
settentrionale e centrale, nelle Fiandre, ed anche nei maggiori centri
urbani della Francia e dell’Inghilterra, si assiste adesso a un impetuoso
sviluppo di tutte le attività, e a un incremento delle forze produttive e
degli scambi commerciali assai maggiore di quello che si era già
delineato nel corso del secolo precedente. Nelle città che sono al centro del
nuovo corso economico fondato sull'economia mercantile. ai poteri feudali
si sostituiscono gli ordinamenti comunali che assicurano una sostanziale
supremazia politica ai ceti della borghesia mercantile e artigiana. Sulle
coste mediterranee si vengono formando nuovi stati, tra i quali eccelle
per il carattere accentratore ed assolutistico, il regno normanno di Sicilia
destinato a svolgere la sua direttiva espansionistica verso i territori dei
Balcani e del Vicino Oriente. Allo sforzo militare dei Normanni,
corrisponde, su più vasta scala, l’attività delle Repubbliche marinare
che incrementano costantemente i loro traffici raggiungendo l’effettivo
controllo delle grandi vie di commercio che congiungono il bacino
mediterraneo ai lontani mercati asiatici. Infine, negli ultimi anni del
secolo, la rinascita economica e sociale dà luogo ad un grande movimento
di espansione armata verso i paesi del Medio Oriente, che è insieme la
conseguenza del profondo risveglio religioso operato dalla riforma gregoriana e
patarina, e il risultato dell'alleanza tra le declinanti classi feudali spinte
dalla necessità di conquistare nuove terre e la borghesia mercantile e
marittima di Genova, di Venezia, di Amalfi e di Pisa. Le conquiste
degli eserciti crociati guidati dalla predicazione dei missionari
riformatori, non furono però tanto importanti nei loro aspetti religiosi e
politici, quanto piuttosto per gli effetti sulla vita economica e intellettuale
dell'Europa occidentale. Ché se l’innata debolezza degli stati crociati fece
fallire il tentativo di colonizzazione feudale delle terre siriache e
palestinesi, gli stabilimenti commerciali creati dai genovesi e dai
veneziani, sopravvissero anche alla caduta del Regno di Gerusalemme,
permettendo la formazione di stabili rapporti commerciali con i grandi mercati
asiatici ed un'eccezionale ripresa dell’attività mercantile nel bacino
mediterraneo. Ai rapporti economici seguirono poi, naturalmente, anche più
stretti rapporti intellettuali con la civiltà islamica, molto piti avanzata
dell’Europa occidentale nel campo degli studi scientifici e del progresso
tecnico. Proprio il diretto contatto con i maggiori centri culturali
dell’Impero arabo permise che circolassero rapidamente anche in
Occidente, dottrine, idee e conoscenze scientifiche e tecniche
particolarmente necessarie per una società a base urbana e
mercantile. All’acquisizione di questa cultura di carattere molto
diverso da quella che aveva dominato le scuole occidentali dall’epoca
della riforma carolingia, contribuirono in larga misura sia la conquista
normanna della Sicilia che pose a disposizione dei dotti occidentali un
gran numero di testi arabi, sia la reconquista cristiana dei territori
musulmani di Spagna ove sorgevano fiorenti istituzioni culturali e si era
affermata una grande tradizione di studi filosofici e scientifici. La
presenza, a Palermo come a Toledo, di un ceto di dotti arabi ed ebrei,
rese più rapida e pit facile l’acquisizione da parte della cultura occidentale
di quei testi ai quali era affidata tanta parte della tradizione filosofica
greca e della scienza ellenistica ed araba. Ma, nello stesso tempo,
divennero anche pit stretti i rapporti con la tradizione teologica e
filosofica greco-bizantina, le cui opere e dottrine più significative furono
ripresentate nelle scuole occidentali dalle traduzioni di Burgundio
Pisano, di Leone Toscano, Ugo Eteriano, Giacomo da Venezia, ecc., tutti
presenti ed operanti in Costantinopoli. Questo vigoroso sviluppo
economico e intellettuale che è comune a gran parte dell'Europa occidentale,
non fu naturalmente privo di conseguenze anche nei confronti delle
istituzioni politiche e religiose. Già si è accennato alla nascita delle forme
di organizzazione comunale ed alla ascesa di quei ceti commerciali e artigiani
che dominano adesso la vita dei centri urbani, ma con questa evoluzione
politica s’intreccia spesso lo svolgimento di nuovi movimenti e tendenze
riCaratteri, tendenze ed ambiente storico della cultura del XII secolo
formatrici, più radicali di quelle che avevano caratterizzato la vita
religiosa dell’XI secolo. In una società che non conosceva altra forma di
espressione ideologica che non fosse quella religiosa, le esigenze e le
polemiche riformatrici sottintendono infatti, assai spesso, una prima,
oscura coscienza di interessi squisitamente politici. E l’esigenza di un
profondo rinnovamento delle istituzioni ecclesiastiche, che la riforma
gregoriana non è riuscita a realizzare compiutamente, muove adesso nuove
forze monastiche e laiche che esprimono ideali e speranze non solo
proprie di una limitata élite ecclesiastica, ma di grandi masse di
artigiani, mercanti e popolani. Cosî, la decadenza dei monasteri
cluniacensi, che a causa delle grandi ricchezze accumulate si distinguono ormai
solo per la rilassatezza dei costumi e la povertà della vita religiosa, provoca
la reazione dei nuovi ordini riformatori dei Certosini, dei Premonstratensi e
dei Cistercensi, che richiamano monaci e fedeli al rigore della pratica
ascetica, respingendo ogni compromissione mondana per salvaguardare
l’intimità e la segreta purezza dell’esperienza mistica. Ma la riforma
monastica, chiusa nei limiti dell’ascetismo claustrale, non può più
esprimere il moto di rivolta che matura negli ambienti cittadini, tra le
continue lotte di consorterie e di classi e attraverso la lotta contro
gli ultimi residui della feudalità ecclesiastica e laica. Ed ecco nascere
movimenti religiosi di schietto carattere cittadino e spesso popolare, i cui
aderenti sono quasi sempre mercanti, artigiani o addirittura contadini
che esprimono in forma religiosa e spirituale le loro esigenze
politiche ed economiche e tendono a configurare liberamente il loro
rapporto con la gerarchia e le istituzioni ecclesiastiche. In
un prossimo capitolo esamineremo in modo pit particolareggiato le dottrine
ereticali che si diffusero nel corso dell’XI e XII secolo in tutte le regioni
dell’Europa occidentale come espressione di una profonda crisi politica e
ideologica. Ma non sarebbe possibile intendere compiutamente anche la grande
fioritura filosofica e teologica del XII secolo, se non si ricordasse che
la presenza dei movimenti ereticali (dalle comunità catare alla chiesa valdese
ed altre correnti riformatrici e ribelli) costituisce una componente storica di
grande importanza, i cui riflessi sono spesso facilmente avvertibili anche
nella più vasta letteratura teologale, e che costituisce, comunque, un
costante termine di riferimento per l’atteggiamento ufficiale della gerarchia
ecclesiastica di fronte alle varie correnti filosofiche e
speculative. Alla polemica ereticale la gerarchia ecclesiastica risponde
infatti con i mezzi coercitivi che le sono assicurati dalla sua stretta
connessione col potere civile ma, al tempo stesso, preparando nuove generazioni
di teologi e predicatori abituati ad un metodo di discussione e di
esposizione della dottrina ortodossa, ben più organico e sistematico di quello
in uso nelle scuole ecclesiastiche. I missionari che armati delle prime
summae percorrono le città e le campagne della Francia meridionale, centro
dell’eresia catara e valdese; i maestri che nell'ambito delle nuove istituzioni
cittadine preparano gli strumenti logici e i testi necessari alla formazione di
un clero pi colto e più dotto, sono appunto i primi artefici di un
imponente processo di riforma della teologia. Ma la loro attività non si
limita alla lotta contro l’eresia, ma assai spesso è rivolta a
controbattere le dottrine politiche che i sostenitori delle monarchie
nazionali e dell’Impero contrappongono alle tesi teocratiche di Gregorio
VII. Ciò implica naturalmente una sempre maggiore penetrazione di metodi e
dottrine filosofiche nell’ambito degli studi teologici, una costante
attenzione per i nuovi e vecchi strumenti della logica aristotelica di
cui ora si possiede, del resto, una conoscenza assai più ampia e precisa.
Non solo: insieme alla dialettica ed alla logica entra a far parte
della natura ecclesiastica anche una solida formazione giuridica,
necessaria per affrontare le polemiche teologico-politiche e per dare una
definita consistenza all'ordinamento interno della Chiesa minacciata
dalla crescente fioritura dei movimenti riformatori ed ereticali. È
chiaro che questa trasformazione della cultura ecclesiastica comporta però
anche un mutamento sostanziale nelle istituzioni che fino ad ora avevano
provveduto alla formazione del clero e delle sue gerarchie. Lo sviluppo della
vita cittadina, e l’importanza acquisita dai centri urbani dell’Italia e
della Francia, aveva tolto alle scuole monastiche il tradizionale monopolio
dell’attività intellettuale, mentre si era invece accresciuta l’influenza
delle scuole vescovili e capitolari poste quasi sempre nelle città e
direttamente influenzate dal nuovo ambiente sociale, politico e religioso. Già
fin dal X secolo il clero dell* cattedrali era stato infatti sottoposto a
un regime di vita comune di tipo monastico, soggetto ad una particolare
regola o canone (donde appunto il nome di canonici); più tardi sotto
l’impulso delle correnti riformatrici e della crisi della feudalità
ecclesiastica, i canonici avevano ottenuto il diritto di eleggere i vescovi e
di organizzarsi in capitoli con gerarchie interne e con l’attribuzione di
cariche ben definite, come quella dello scholasticus incaricato di
dirigere le scuole annesse alle cattedrali. L'evoluzione del clero era
poi continuata su queste linee, ed alla metà dell’XI secolo i capitoli
avevano ormai l'aspetto di comunità monastiche, con caratteri distinti e
differenziali nei confronti degli ordini abbaziali, e una particolare
specializzazione di carattere giuridico e teologico. È quindi ben
comprensibile che l’accesso ai titoli canonicali venisse riservato ai
chierici, dotti nel diritto canonico e nelle scienze teologiche, che
fossero capaci di coadiuvare il vescovo nell’amministrazione delle
diocesi, e nel corso delle frequenti contese civili e religiose con le autorità
laiche e la curia romana, e nelle lotte contro la diffusione delle dottrine
ereticali. La presenza di questi elementi dotti
che spesso esercitavano al tempo stesso funzioni curiali ed
ecclesiastiche favori poi la formazione
nelle maggiori sedi vescovili di veri e propri centri di vita
intellettuale, dotati di grandi biblioteche, e di adeguati organismi
scolastici. Ed è appunto nell’ambiente delle scuole cattedrali che fiori
una ricca cultura filosofica e letteraria, caratterizzata insieme da un
notevole sviluppo degli studi giuridici, da una lunga pratica delle “arti
sermocinali (grammatica, dialettica e retorica), e da un grande impulso
alla riflessione teologica ed alla conoscenza filosofica e scientifica.
Lo sviluppo delle scuole cattedrali cittadine è un fenomeno che
interessa già buona parte dell’XI secolo, ma i suoi frutti matureranno
nel secolo successivo in concomitanza con una generale rinascita culturale che
non interessa però soltanto il campo degli studi filosofici e teologici,
bensi tutti gli aspetti della vita intellettuale, dalla letteratura alla
medicina, dal diritto alle scienze astronomiche e mediche. Il cosiddetto
“rinascimento del XII secolo che taluni
storici hanno voluto porre unilateralmente sotto il segno di un ambiguo
umanesimo di tono letterario e devoto
ebbe anzi all’inizio un carattere giuridico e scientifico e diede
comunque i suoi primi frutti nel campo di questi studi e non in quello
letterario o filosofico. Anche gli ambienti in cui fu più fervido l’amore
per le “lettere antiche e più viva l’imitazione e la venerazione dei poeti e
dei filosofi classici, furono spesso ervasi da un uguale entusiasmo
per le nuove cognizioni scientifiche che si diffondevano in Occidente
attraverso il tramite prezioso degli interpreti arabi. Né si comprende, ad
esempio, il significato e la funzione storica dell’“umanesimo di
Chartres, se si dimentica che quei raffinati maestri, cosî amanti degli studia
litteraria e dei grandi miti platonici, sono acuti interpreti del Timeo
“fisico, lettori di Calcidio e di Macrobio, e ricercano con grande
curiosità e interesse i testi di carattere astrologico, medico e
addirittura magico. Del resto, il notevole progresso compiuto, già
alla fine dell'XI secolo, dal sapere giuridico e medico-scientifico, è
particolarmente visibile per chi studi l’ambiente intellettuale delle città
italiane dove le nascenti istituzioni comunali favoriscono naturalmente
il costituirsi di un tipo di scuola svincolato dall'ambito ecclesiastico
e caratterizzato dalla sua natura laicale. Proprio negli ultimi anni
dell'XI secolo, Afflacio, Nicola e Bartolomeo di Salerno compongono i primi
trattati di anatomia e di terapia; mentre a Bologna, tra gli ultimi anni
del secolo e l’inizio del XII, sorgono quelle scuole di giurisprudenza
che avranno tanto peso anche sugli sviluppi della riflessione politica,
e contribuiranno, fin dalla loro origine, alla formazione di un
nuovo metodo di interpretazione e di analisi dei testi del Corpus juris.
Questi studi giuridici i cui metodi
influiranno non poco anche sull'evoluzione parallela degli studi teologici e
filosofici ebbero in primo luogo
il grande merito storico di restaurare in Occidente una tradizione
giuridica, come quella romana, particolarmente consona alle nuove istituzioni
sociali e politiche delle città comunali e delle nascenti monarchie nazionali.
Però la loro metodologia e i principi cui erano ispirati influenzarono
profondamente anche l’ordinamento interno della Chiesa, che proprio agli inizi
del XII secolo dopo i primi
tentativi di raccolte canoniche di Burchardo di Worms, Deusdedit e Ivo di
Chartres definisce il proprio diritto
autonomo, sancito nel 1139 dal cosiddetto Decretum di Graziano. La fioritura di
una vasta letteratura “canonistica che riprende gli stessi metodi
esegetici delle scuole giuridiche laiche contribuisce poi, naturalmente,
alla trasformazione della cultura delle scuole ecclesiastiche, sempre più
permeata da atteggiamenti e motivi “profani e da nozioni tecniche di
squisito carattere grammaticale e logico. Adottando il metodo di esposizione
dialettica, tipico delle scuole giuridiche laiche, anche i canonisti
debbono acquistare e sviluppare una problematica concettuale, fondata sui
testi aristotelici, e, certo, ancor più avanzata di quella già affrontata
da Anselmo di Besate e dallo stesso Berengario. Allo sviluppo degli
studi giuridici e di quelli medici, sollecitati dal crescente afflusso di
testi greco-arabi, corrisponde quindi assai presto anche la tendenza
della speculazione teologica a organizzarsi definitivamente secondo
metodi espositivi e critici non molto lontani da quelli invalsi
nell’insegnamento giuridico e, quindi, un crescente uso delle tecniche
razionali applicate, spesso, con una precisa consapevolezza delle loro
implicazioni speculative. Non solo; ma la discussione dei più grandi temi
teologici implica subito anche la trattazione delle dottrine
schiettamente filosofiche che hanno una stretta attinenza con tali argomenti,
e, quindi, una più chiara coscienza dei gravi problemi che sorgono dal
rapporto tra teologia e filosofia, o, per meglio dire, tra l'accettazione di
una serie di postulati dogmatici e una analisi della realtà condotta sulla
linea della filosofia classica, rappresentata soprattutto dalle sue componenti
platoniche. La cultura delle più importanti scuole cattedrali che sono i centri principali della
rinascita filosofica è, non a caso,
caratterizzata da una larga familiarità con quei testi cui è affidata in
Occidente la sopravvivenza della tradizione platonica e neoplatonica,
nonché dalla conoscenza sempre più vasta e approfondita dell’Organon
aristotelico. Ma accanto a questi documenti di schietto carattere
filosofico, gli scolastici di Chartres o di Parigi pongono anche le
grandi reliquie letterarie della civiltà romana, ammirano la castità dei
puri modelli ciceroniani e si sforzano di imitare quella forma di
eleganza e di stile che è fissata dalla tradizione retorica classica.
Lettori nostalgici di Virgilio e di Stazio, di Ovidio e di Lucano,
ammiratori di Seneca e di Cicerone, essi difendono contro i rigidi riformatori
certosini il valore di una formazione letteraria ed umanistica che
perfeziona e porta alla sua massima fioritura i caratteri più validi
della cultura di origine carolingia. Ma il loro amore per gli exempla
degli antichi, il loro entusiasmo per l’eloquentia, anzi il miele soavissimo,
che sgorga dalle pagine di Cicerone o di Seneca, o per la poesia di
Ovidio, è certo cosa ben più seria e profonda che la fredda imitazione di
modelli retorici o la ripetizione di vecchi moduli letterari mai dimenticati
dalla cultura scolastica occidentale. I chierici del XII secolo che
vivono nell’ambiente fecondo e vitale della città, a contatto con il corso
tumultuoso degli eventi politici, delle passioni di parte e delle contese
ecclesiastiche e sociali, ritrovano infatti in quegli scrittori esempi e
forme di umanità che sembrano esattamente celate nelle vicende di una
società e di una cultura pur cosi lontana e diversa. Ecco perché uno
scolastico come Bernardo di
Chartres può porre a fondamento di tutti
gli studi la lettura e lo studio devoto degli antichi che non minaccia o
contamina affatto la purezza della fede; ed ecco perché in tutti gli
ambienti di alta cultura, da Parigi a Chartres, da Orléans a Reims, la
ricerca teologica e filosofica si accompagna cosf spesso all’insistente
richiamo alla lezione dei classici, esaltata talvolta con accenti cosi
eloquenti da indurre taluni studiosi a supporre addirittura una ipotetica
continuità storica tra la cultura del XII secolo e l’umanesimo
rinascimentale. Non è questa l’occasione per discutere l’ipotesi
filosofico-storiografica di un’unica tradizione umanistica che dall’età carolingia
e dal rinascimento del XII secolo si spingerebbe fino all’umanesimo
cristiano del Quattrocento, interrotta, ma non spenta, da secoli di
barbarie ritornata e dalla deviazione scientifica e arabizzante del XIII
secolo. Né si può, tanto meno, illustrare le complesse componenti
ideologiche e confessionali che hanno ispirato questo atteggiamento cosf
poco rispettoso della verità oggettiva dei processi storici. Ma neppure l’alto
grado di gusto letterario e di spirito umanistico, che riconosciamo nei versi
di Ildeberto di Lavardin, o nella spregiudicata coerenza etica delle
lettere di Abelardo e di Eloisa, può ingannare sull’effettivo carattere
di una cultura che rimane pur sempre nell’ambito della vita e della tradizione
medioevale; ed alla quale manca proprio quella essenziale componente storica e
critica che sarà tipica dell’umanesimo quattrocentesco. Che i dotti del
XII secolo conoscano perfettamente i grandi scrittori latini e li leggano con
assiduità ed amore; che uomini come Guglielmo di Conches, Abelardo e Giovanni
di Salisbury, abbiano interessi filosofici e atteggiamenti dottrinali di cui
stupisce la libera spregiudicatezza, sono verità indubbie ormai ben accertate
dalla comune esperienza degli studiosi. E certamente, chi pensi alla
eccezionale fioritura letteraria del XII secolo, che ha in Francia la sua più
alta espressione, non può negare la presenza di una vocazione classica
che ispira tanto i Romans che i Fabliaux o i grandi poemi didascalici,
quanto le grandi cosmologie chartriane. Eppure, quando si approfondisce
bene il significato dello stretto rapporto che sembra unire taluni
ambienti o personalità di questa cultura alle loro fonti antiche e, in
generale, al mondo classico, non è difficile intendere che la classicità
del XII secolo è in sostanza un prolungamento o addirittura il raffinato
esaurimento della civiltà antica. E il classicismo dei letterati o dei
poeti del XII secolo ci appare piuttosto come la nostalgia di un passato
di cui si avverte il fatale decadimento piuttosto che l’inizio di un
nuovo modo di sentire e di vivere. Ciò non toglie,
naturalmente, che la cultura di questo secolo segni un grande e fecondo
progresso nei confronti dei secoli precedenti, e rappresenti il frutto di una
società in movimento, che muove verso una crescente espansione economica e
civile. Questo carattere è del resto confermato, forse, più che dalla
rinascita letteraria e poetica del secolo, dal forte interesse per tutte
le nuove forme di sapere, cosi vivo in tutti gli ambienti più avanzati
intellettualmente. L'eleganza letteraria, la formazione umanistica e la
dottrina teologale non contrastano, in molti pensatori del tempo, con un vivace
spirito naturalistico che si nutre spesso degli apporti decisivi delle scienze
grecoarabe rientrate adesso nel circolo della cultura occidentale. I
maestri di Chartres, educati dal gusto raffinato di un insigne grammatico
come Bernardo, non esitano infatti a dare al loro platonismo un’impronta
schiettamente cosmologica e inserire nel loro contesto dottrinale le novità
filosofiche che vengono dai centri della Spagna o della Sicilia ove si
traducono i testi arabi. È certo significativo che numerosi testi scientifici e
filosofici tradotti in latino siano subito largamente usati nelle scuole
francesi più importanti e assorbiti nell’ambito di una cultura che si fonda
tuttavia sulle costanti della tradizione platonica e della riflessione
agostiniana. La fortuna delle traduzioni di Adelardo di Bath (che, venuto
a contatto con la cultura araba attraverso l’Italia meridionale e la
Sicilia, fa conoscere in Occidente numerosi testi arabi di astronomia, di
ottica, di aritmetica e di trigonometria) e di Ermanno il Dalmatico,
autore tra l’altro della versione del Plarisfero di Tolomeo; la rapida
diffusione delle versioni affrontate dalle scuole di Toledo negli ultimi
decenni del secolo, offrono una precisa testimonianza degli interessi e
delle tendenze che cominciano già a profilarsi nell’ambiente scolastico e del
nuovo corso che viene assumendo lo svolgimento del pensiero
medioevale. L’importanza che ebbero le varie scuole e il loro rapporto con
i successivi sviluppi della cultura medioevale saranno esaminati
particolarmente nelle pagine seguenti. Ma, per meglio definire e limitare
il carattere della rinascita del XII secolo, sarà bene osservare che essa
ebbe il suo centro in un’area geografica ben delimitata che comprende
principalmente le città dell’Italia settentrionale, le città del centro e
dell’ovest della Francia, alcune sedi episcopali inglesi e spagnole e la corte
normanna in Sicilia. Però, lo sviluppo della vita intellettuale fu diverso
secondo i vari ambienti; se la cultura delle città italiane fu
eminentemente giuridica e medica, le scuole cattedrali di Chartres e di
Orléans furono invece i centri della rinascita letteraria e filosofica,
Reims e Laon ebbero piuttosto una solida tradizione scientifica, mentre le
scuole parigine assunsero fin dall’inizio una precisa caratterizzazione
teologico-filosofica. Alla testa di questo movimento sono poi (e
con la sola eccezione delle scuole giuridiche e mediche) ancora uomini di
chiesa, formatisi nelle scuole cattedrali e spesso, a loro volta, maestri
e cancellieri di queste stesse istituzioni. Non a caso, alcuni tra i più
interessanti scrittori del XII secolo sono dei vescovi, come Ildeberto di
Lavardin (scolastico di Tours), Gilberto de la Porrée (maestro a Poitiers),
Pietro Lombardo (uno degli iniziatori della tradizione scolastica
parigina) e Giovanni di Salisbury (vescovo della stessa sede di Chartres
ove si era formato), oppure dei canonisti come Ugo di Orléans, mentre
altri provengono direttamente dalle scuole cattedrali francesi come
Roberto di Melun, Guglielmo di Conches e Bernardo Silvestre. Né è
diversa la situazione in Inghilterra, ove le muove esperienze
intellettuali si svolgeranno appunto nella maggiore sede vescovile, a
Canterbury. Qui avrà la sua prima formazione uno squisito letterato e
acuto filosofo come Giovanni di Salisbury. Qui un gruppo di giuristi e
canonisti di origine italiana darà un impulso eccezionale agli studi
giuridici. E sempre a Canterbury Tomaso Becket, arcivescovo e cancelliere
d’Inghilterra, curerà la formazione di una dotta élite ecclesiastica, parimenti
educata alla dottrina teologica ed alla pratica delle arti liberali.
Ben presto anche le città spagnole riconquistate ai mussulmani,
vedranno sorgere e prosperare scuole cattedrali non dissimili da
quelle francesi e inglesi che, soprattutto a Barcellona c a Toledo, saranno
il tramite diretto tra la cultura latina dell'Occidente e la grande
esperienza della civiltà classica. Proprio il vescovo di Toledo,
Raimondo, provvederà infatti a istituire quel collegio di traduttori
donde usciranno tra la fine del XII e gli inizi del XIII secolo le fortunate
versioni di tanti testi arabi ed ebraici. Queste scuole e
istituzioni ecclesiastiche, di cui abbiamo parlato, eserciteranno,
dunque, una funzione dominante nella cosiddetta rinascita del XII secolo. Ma
accanto ad esse, e spesso anzi in potenziale concorrenza, si sviluppano
altri centri di attività intellettualé posti sotto il patrocinio di
sovrani e di altre autorità laiche. Già abbiamo accennato alle scuole
giuridiche e mediche italiane di carattere laico che. godono o della protezione
dell’Imperatore, o dei Comuni, o dei sovrani normanni di Sicilia. Anche
le corti francese e anglonormanna, che tendono però già a trasformarsi in
organismi politici e am120 C..ratteri, tendenze ed ambiente
storico della cultura del XH secolo ministrativi, attraggono
spesso intellettuali ecclesiastici e laici, assurti talvolta ad alte
funzioni; e lo stesso accade anche nelle brillanti corti della Francia
meridionale, dei Pirenei francesi e dell’Aquitania, o nella corte di
Palermo, che gareggia con le scuole episcopali spagnole nella rapida
assimilazione della cultura araba e bizantina. Proprio a Palermo, durante
il felice regno di Ruggero II, l’incontro tra gli influssi arabi e
bizantini e i motivi tradizionali della cultura filosofica occidentale e
della tradizione medica meridionale sarà anzi particolarmente fecondo.
Scienziati arabi, come al-Idrisi, il maggiore geografo mussulmano, vivono
alla corte del sovrano normanno, insieme a traduttori e studiosi di dottrine
filosofiche come il vescovo Enrico Aristippo di Catania (autore delle
notissime traduzioni del Fedone e del Menone [t 1162]) e l'ammiraglio Eugenio
di Palermo, o a dotti medici e astrologhi attratti dalle munificenze del
sovrano normanno. Alla fine del secolo, la cultura della corte siciliana sarà
certo tra le pifi avanzate e moderne di tutt'Europa; pochi decenni dopo,
durante il regno di Federico II, la magna curia palermitana costituirà un
grande centro di attrazione per i dotti di ogni parte di Europa, e avrà
parte notevolissima nella diffusione dell’opera di Averroè e di altri
grandi maestri mussulmani. La crescente influenza di vari centri
intellettuali ecclesiastici e laici, la raffinatezza e la civile misura
delle principali corti vescovili o signorili, cosî contrastanti con la
povertà e la rozzezza del X secolo o della prima metà dell’XI, non
costituiscono però un fenomeno isolato o caratteristico soltanto di alcuni
ambienti di particolare prestigio religioso o civile. L'incremento
costante dell’attività economica, la minore incidenza delle antiche
barriere geografiche e politiche sugli scambi e sui rapporti umani,
favoriscono infatti una più rapida circolazione delle idee e più feconde
relazioni tra le diverse regioni dell'Europa occidentale. Lungo i
grandi itinerari commerciali continuamente battuti dai mercanti, lungo le
strade percorse dai pellegrini che accorrono ai grandi santuari di Francia e di
Spagna o a venerare la tomba di S. Pietro, fluisce anche il rapido corso
delle nuove dottrine che raggiunge spesso, con impressionante rapidità,
anche gli ambienti più lontani e diversi. Come viaggiano mercanti e
pellegrini, che riportano in patria l’ammirato ricordo delle città e delle
scuole ove è più viva l’attività intellettuale, cosî si muovono anche i maestri
e gli uomini di cultura spesso presenti, a breve distanza di tempo, nei
maggiori centri scolastici della Francia, dell’Inghilterra e dell’Italia;
e con loro circolano i codici copiati da abili scrivani che giungono anche.
nelle pit lontane contrade dell’Europa e si diffondono ovunque è vivo
l’interesse per le nuove esperienze intellettuali. Rompendo l’isolamento
in cui era caduta nel lungo periodo dell’anarchia feudale, la società
medioevale si avvia cosi a ricostruire un solido tessuto di istituzioni e
organismi di cultura, ancora dominato dall’egemonia della Chiesa, ma già
aperto a nuove prospettive filosofiche e scientifiche. Nel rapido fiorire
della civiltà comunale, mentre sorgono le grandi cattedrali romaniche
di Francia, delle Fiandre e d’Italia, i broletti cittadini e gli Studia,
anche la vita intellettuale partecipa del nuovo corso storico e collabora
ad immettere nella rinascente civiltà europea forze ed energie rimaste
finora soffocate dalle rigide strutture feudali. Tra i centri di studi
filosofici, già fioriti nella prima metà dell’XI secolo, il più
interessante e fecondo fu indubbiamente la scuola cattedrale di Chartres,
vicina a Parigi. La sua fama risaliva già al tempo del vescovo Fulberto
che vi aveva insegnato tra la fine del X e l’inizio dell’XI secolo, e che
non solo aveva dato grande impulso allo studio delle arti del
trivio, ma anche alla pratica del quadrivio studiato sulla scorta delle
traduzioni di Costantino Africano. Più tardi, durante l’episcopato di
Ivo, il prestigio della scuola era stato accresciuto dall’autorità e
dalla dottrina di questo vescovo; ma il predominio di Chartres nella
cultura teologica e filosofica della prima metà del secolo fu stabilito
dall’eccezionale personalità del bretone Bernardo, cancelliere della
cattedrale, che v'insegnò. Il fatto che non possediamo delle opere
di sicura attribuzione rende certo difficile un esatto apprezzamento dei
suoi metodi pedagogici e della sua formazione culturale; ma Giovanni di
Salisbury che lo considerava Ia pit ricca fonte di cultura letteraria dei
nostri tempi ci ha lasciato una descrizione quanto mai eloquente della
personalità di Bernardo e della sua particolare professione scolastica.
Professore di retorica, ispirato dalla tradizione di Cicerone e di Quintiliano,
egli insegnava a Chartres le figure grammaticali, i colori retorici, i
cavilli dialettici, e, insieme, esaltava le bellezze e l'ordine del discorso
che derivano o dalla proprietà (che si dà quando l’aggettivo o il verbu
sono uniti elegantemente al sostantivo) o dalle metafore per cui una
parola può essere traslata ad un altro significato. Questo insegnamento
uma: nistico e letterario non era però condotto da Bernardo in modo
pedante e frusto: ché anzi egli formava il gusto degli scolari presentando
l'esempio dei poeti e degli oratori classici; incitandoli a leggere e meditare
le pagine pit esemplari dell’antichità. Tuttavia la sua ammirazione per gli
antichi non disconosceva neppure il valore dei moderni che hanno il
privilegio di conoscere piu cose e pid lontane, proprio perché, come nani
assisi sulle spalle dei giganti, possono valersi sia delle loro nuove
esperienze che dell’insegnamento degli antichi. Platonico in
filosofia anche se è certo che conoscesse
ben poco della genuina tradizione platonica Bernardo accettava i temi tradi- zionali
del Timeo e del commento di Calcidio; e cosf distingueva nettamente la
materia (Ayle) dall'idea che considerava come coincidente assolutamente
con l’essere. La materia era quindi per lui un elemento secondario,
creato da-Dio per imprimervi il suggello delle proprie idee eterne, e
pertanto assolutamente non coevo all’eternità divina. Di conseguenza
Bernardo distingueva anche le idee presenti nella mente di Dio come pure
forme, dalle idee presenti nelle cose e immanenti alla materia come
riflesso e ombre della suprema verità. Queste idee erano solo
l’intermediario tra Dio e il mondo, tra la perfezione della ragione
eterna e la confusa molteplicità della natura contingente e mortale. Il
platonismo di Bernardo, probabilmente ancora assai sommario e generico, fondato
su dottrine e idee già espresse con ben maggiore vigore dallo Scoto Eriugena,
influenzò tutto lo svolgimento della scuola che mantenne sempre nei suoi
maggiori esponenti la linea umanistica e platonica. Ma nell’insegnamento di
Bernardo questa posizione filosofica era però connessa allo studio della
dialettica e della grammatica, due discipline che avevano in comune il
problema del significato del nome e del verbo e della natura della
posizione. Ora sebbene fosse lontano dal considerare la grammatica come
un semplice ramo della logica e s’ispirasse piuttosto alla distinzione
posta da Quintiliano tra grammatica e dialettica, Bernardo non esitava ad
attribuire un significato filosofico anche alle questioni grammaticali. Da buon
lettore di Macrobio e di BOEZIO aderiva ad una concezione strettamente
platonica dei termini di specie e di genere, considerati come pure idee,
mentre affermava che la natura degli individui non merita, neppure
grammaticalmente, di essere designata da nomi sostantivi. Perciò, nel
trattare, sulle tracce di Prisciano, il problema squisitamente grammaticale
della derivazione dei vari nomi da una radice comune, Bernardo affermava
che tutti i derivati significano in primo luogo ciò che significa la loro
radice, sia pure sotto relazioni e accidenti diversi. Sicché il rapporto
tra il nome primitivo e il derivato si risolveva in una specie di
partecipazione ideale sostanzialmente analoga a quella posta dai
platonici tra le idee e le loro determinazioni individuali, Il maestro che
continuò l'insegnamento di Bernardo succedendogli nel cancellierato fu Gilberto
de la Porrée che, più tardi, passò alla scuola di Parigi influendo largamente
sul suo sviluppo. Difensore anch’egli dell'importanza formativa degli studi
letterari, contro la polemica dei riformatori certosini ostili alla
diffusione del sapere profano, Gilberto fu uno dei suoi maggiori promotori
della cultura filosofica della prima metà del secolo. E fu per suo merito che
il platonismo ancora generico di Bernardo di Chartres si trasformò in una
coerente dottrina gnoseologica e metafisica. La sua opera filosofica e
teologica consiste principalmente in alcuni importanti commenti agli scritti
teologici di Boezio ma il suo nome fu legato per tutto il Medioevo
all’eccezionale fortuna di un breve commento delle categorie di Aristotele, il
Lider sex principiorum, che fu iscritto nel programma della Facoltà delle arti
e studiato insieme ai testi di Aristotele, di Boezio e di Porfirio.
Questo scritto che con ogni probabilità
non è opera di Gilberto è comunque un documento tra i più interessanti
del pensiero logico e, in particolare, delle tendenze platoniche che
esprime con notevole chiarezza. Muovendo dalla distinzione delle
categorie stabilite da Aristotele, l’autore del Liber le divide in due
gruppi, l’uno comprendente la sostanza e la qualità, la quantità e la
relazione che sono i suoi necessari attributi, e l’altro comprendente
invece le ultime sei categorie (luogo, tempo, situazione, possesso, azione,
passione), e mentre attribuisce alle categorie del primo gruppo la
funzione di forme inerenti considera le altre come semplici forme assistenti o
accessorie. Ora è chiaro che tale distinzione stabilisce in realtà una
vera e propria gerarchia metafisica delle categorie che muovendo dal
supremo predicamento della sostanza e dalle altre categorie ad essa
inerenti discende poi di grado in grado per concludersi con la categoria più
intrinseca alla sostanza. Ma è appunto in funzione di questo ordinamento
che il Liber può risolvere in senso perfettamente platonico e realistico
la dottrina aristotelica delle categorie, concepite adesso non tanto come
distinzioni logiche, naturalmente distinte ma equivalenti in quanto termini
della predicazione, quanto piuttosto come entità metafisiche
corrispondenti alla struttura ideale dell’Essere. Non deve quindi
meravigliare che il platonismo del Liber avesse delle dirette incidenze
anche nell’ambito della riflessione teologica; ed è stato giustamente
rilevato che l’inclusione della categoria della relazione tra le forme inerenti
alimentò una lunga discussione sul significato metafisico di questo concetto
sempre connessa al problema teologico del rapporto tra le persone
trinitarie. Se il Liber non è certamente opera di Gilberto, i suoi
commenti agli opuscoli teologici di Boezio bastano però ad assicurargli
un posto di primo piano tra i maestri di Chartres. In questi scritti
Gilberto pone infatti una netta distinzione tra la sostanza intesa come
l’individuo esistente in atto con le sue qualità peculiari, e la
sussistenza che è invece la proprietà o essenza universale considerata in
sé, indipendentemente dagli accidenti; sicché ogni individuo risulta
dall’unione della propria sussistenza, senza la quale non potrebbe mai
essere se stesso, con quegli accidenti che gli assicurano la propria
determinata concretezza. Mentre i generi e le specie sono pure
sussistenze, prive come tali di una realtà sostanziale e di determinazioni
accidentali, gli individui sono pertanto dei composti la cui sostanza
deve necessariamente sottostare (sub-stare) a un certo numero di
accidenti. Una tale concezione implica, naturalmente, che
all’origine di ogni realtà siano delle idee o forme sostanziali pure
(substantiae sincerae), archetipi la cui realtà è indipendente
dall’esistenza delle singole cose materiali e sensibili. Però Gilberto
chiarisce subito che queste pure idee non si uniscono direttamente alla materia
per creare gli individui, ma che da esse derivano delle forme distinte e
separate le quali sono semplicemente copie (exempla) delle idee divine. Tali
forme nativae unendosi alla materia danno appuato luogo alle
sostanze individuali; considerate in se stesse, nella loro conformità all’idea
divina sono invece principi universali e costituiscono il fondamento
dell’unità delle specie e dei generi. Per questo la mente umana può
giungere a comprendere per astrazione quelle forme nazivae che sono
presenti ed unite intrinsecamente agli accidenti nei singoli individui;
il movimento del pensiero dal particolare all’universale consiste appunto
nel considerare la forma nell’individuo, nel confrontarla con le altre che le
sono simili, nel raccoglierle in un unico gruppo o collectio e nel giungere,
cosi, alla comprensione delle pure sussistenze (le specie). Naturalmente questo
processo compiuto all’interno della specie può essere ripetuto per risalire
dalle varie specie al genere comune e di qui alla visione dei modelli
ideali che esistono eternamente nella mente divina. Che una
simile dottrina rappresenti il trionfo del pit classico realismo
platonico è cosa evidente. Ma Gilberto accentua ancor pit questo
carattere della sua filosofia quando affronta il problema del rapporto tra Dio
e le creature che già lo stesso Boezio aveva definito in La scuola
di Chartres un senso schiettamente platonico. Il maestro di
Chartres respinge infatti la spiegazione tradizionale che faceva direttamente
dipendere da Dio l’esistenza e la realtà di tutti gli esseri creati, per
porre tra Dio e le cose concrete e individuali gli intermediari
metafisici delle forme o essenze. Ciò per cui esiste ogni singolo
individuo corporeo è l’essenza universale della corporeità, cosi come la
ragione immediata d’esistere di ogni uomo è data dalla sua comune Aumanitas: il
che significa, secondo i termini boeziani ripresi da Gilberto, che ogni
realtà individuale è determinata ad essere ciò che è (14 quod est) da quel
principio universale (gwo est) per cui essa possizde la propria
realtà. La funzione determinante di questo principio nella
costituzione dell’essere è quindi tale che si può ben dire che il quo est
è l’essere (esse) stesso di ciò che esiste; ed anzi la verità di questa
tesi è dimostrata dalla stessa natura dell’essere divino assolutamente semplice
in cui l’id quod est e il quo est coincidono necessariamente. Negli
altri individui composti ha luogo invece sempre la composizione dei
due termini e quindi in certo senso una imperfetta e limitata realizzazione
del principio universale. Cosi un individuo non è mai interamente ciò che
è, proprio perché il fatto di essere composto di un corpo e di un’anima
che è la forma, gli impedisce di identificarsi pienamente con questa
stessa forma universale che pure gli attribuisce il suo essere. La natura
radicalmente platonica di questa concezione non ha certo bisogno di
essere sottolineata. Né occorre notare che essa dà luogo a una dottrina
dell’essere per cui Dio, realtà essenziale per eccellenza (essentia), da cui
trae la propria essenza ogni altro essere determinato, diviene in effetti
l’essere e la forma di tutte le creature. La sua attività creatrice
consiste quindi sostanzialmente nel produrre le forme o esse delle cose
particolari ad immagine e somiglianza delle Idee divine eternamente
presenti nella sua mente. E, quindi, questa forma generica o essenza
determina la connessione di una certa materia con la sua forma
particolare, generando cosi l’individualità concreta. In tal modo
l’essenza divina sembra comunicarsi di grado in grado alle altre creature
alle quali conferisce l’essere mediante la loro propria essenza generica;
mentre d’altra parte, i singoli individui costituiti nell’essere dall’essenza o
forma che li fa esistere giungono tutti a partecipare dell’essere (o
generalissima subsistentia) attraverso una trama di essenze e di forme
(com: ad esempio la corporeità e umanità) il cui fondamento riposa in
ultima analisi sulla perfezione immutabile dell’essere divino.
Questa meditazione sull’essere di schietta misura platonica ha poi
naturalmente dei riflessi immediati e diretti anche sulla dottrina
teologica di Gilberto. È vero che egli definisce Dio come una realtà essenziale
assoluta, semplice e indistinguibile in cui la diviritas si identifica con l’essertia.
Ma la fedeltà ai suoi presupposti dottrinali lo induce a ripetere spesso che
ciò che Dio è (id quod est Deus), è Dio a causa del proprio quo est (la
divinitas). Ecco perché Gilberto fu cosi duramente attaccato da Bernardo
di Clairvaux e accusato di sostenere tesi pericolose ed erronee; ma
dinanzi al concilio di Reims egli seppe abilmente difendere la sua dottrina,
negando che la distinzione metafisica tra substantia e subsistentia potesse
valere anche sul piano teologico. Del resto, nonostante le accuse e le
polemiche i temi centrali della sua speculazione, derivati per originale
elaborazione da Boezio, Dionigi, e lo Scoto Eriugena si ritroveranno in
scrittori del XII secolo; si da formare una vera e propria scuola teologica
che, sull’inizio del XIII, s’incontrerà poi facilmente con gli esiti platonici
dell’avicennismo latino (Liber de diversitate naturae et personae;
Sententiae divinitatis, ecc.). Se Gilberto Porrettano indirizza il
platonismo di Chartres verso uno sviluppo schiettamente speculativo e
teologico, ‘Teodorico fratello minore di Bernardo (t 1154 ca.) riprese
invece dall’insegnamento del fratello il culto degli studi letterari e
l’interesse per le arti del quadrivio. Il suo Heptateuchon, prezioso
documento sull’insegnamento e la vita culturale di Chartres, è
un’illuminante testimonianza sulle conoscenze e gli interessi di un
intellettuale del XII secolo che divide la sua attenzione tra la lettura dei
classici e lo studio delle scienze della natura condotte non solo sulle fonti
ormai tradizionali ma anche sui nuovi materiali greci e arabi. Cosi per
l’insegnamento grammaticale Teodorico si giova dei classici manuali di Donato e
di Prisciano, per lo studio della logica ricorre a Boezio ed ai testi
aristotelici (ivi compresi i Primi Analitici, i Topici e gli Elenchi
sofistici) mentre svolge le sue lezioni di retorica sulla scorta di
Cicerone e di Marciano Capella. Ma più interessante è l’elenco degli autori di
cui si serve per l’insegnamento delle arti del quadrivio, elenco che comprende
i nomi di Boezio, di Marciano Capella, di Isidoro, di Columella, di Gerberto di
Aurillac e di Igino, considerati gli autori più accreditati nei campi
dell’aritmetica, della geometria, dell’astronomia e della musica. E non basta;
Teodorico conosce già anche le traduzioni di alcuni testi astronomici
greci ed arabi, come prova, tra l’altro, la dedica a suo nome della versione
del Planispherum di Tolomeo, compiuta dal suo discepolo Ermanno il
Dalmata. Questi interessi scientifici, perfettamente accordati
cogli ideali umanisti dell'ambiente chartriano risultano ancor pit evidenti
nell’altra opera maggiore di Teodorico l’Hexaemeron o De septem diebus et sex
operum distinctione, un commento alla narrazione della Genesi condotto
principalmente sulla linea delle dottrine platoniche del Timeo, ma con
probabile riferimento anche ad altri testi di origine medioevale come il De
compositione mundi dello Pseudo-Beda. Qui, lasciando da parte l’interpretazione
allegorica del testo biblico, Teodorico si propone di svolgere un
commento secundum physicam e ad litteram, cioè d’interpretare in modo
razionale e sulla base delle nozioni fisiche del suo tempo, le cause da cui il
mondo trae l'essere e l'ordine dei tempi in cui fu creato e ordinato.
Perciò, convinto che l’universo presenti un ordine perfettamente logico e
struttura matematica, si sforza di riconoscere un’intima necessità in tutti gli
aspetti della fabbrica mondana e di considerarli come le parti indispensabili
di un grande meccanismo formato con la massima perfezione.
Nell’ordine di produzione della realtà, egli riconosce una causa
efficiente che è Dio stesso, una causa formale (la saggezza divina) che
determina le essenze o le forme, una causa finale (la bontà divina) verso
cui tende tutta la creazione, e una causa materiale che è invece costituita dai
quattro elementi tradizionali creati primamente da Dio. Ma posti cosi
questi principi, Teodorico tende però a spiegare la formazione della natura e
delle sue parti ricorrendo a considerazioni matematiche ed all’analisi interna
dei singoli movimenti che permettono il rapido passaggio tra le
particelle elementari. Tali particelle non sono concepite come dotate di
qualità fisse e neppure come poste in luoghi fissi; ché anzi tutti gli
elementi sono sottoposti ad una sorta di reciproca compenetrazione, si che la
terra può passare, ad esempio, dallo stato di solidità a quelli di
liquefazione e di combustione. D’altra parte, anche le qualità
fondamentali come la durezza o la leggerezza proprie dei singoli elementi
sono soltanto il risultato del movimento generale degli altri elementi
che preme da ogni parte l’acqua e la terra. Quindi egli può spiegare la
creazione biblica della terra e del cielo, semplicemente come la
produzione delle particelle elementari mobili, il cui movimento richiede
appunto l’esistenza di un centro immobile (la terra) attorno al quale
rotano le particelle dell’aria e del fuoco. L'importanza storica di tale
concezione fisica che il Gilson,
forzandone il significato, ha avvicinato addirittura alle dottrine dei
fisici parigini del XIV secolo
consiste principalmente nel tentativo di spiegare le trasposizioni
interne e le relazioni reciproche degli elementi con un’analisi schiettamente
fisica e meccanica che ha i suoi fondamenti nel commento al Timeo di
Calcidio. Ma questo atteggiamento (che è perfettamente coerente con la
mentalità matematizzante propria del platonismo chartriano) è ancor più
interessante se si pensa che Teodorico, ignorando la Fisica di Aristotele e le
sue teorie del movimento, avanza già la teoria dell’impetus, come
spiegazione naturale dei processi di moto e cosi adombra un'ipotesi fisica
destinata a lunghi sviluppi nella storia della tarda scolastica.
Sarebbe certo assai ‘interessante seguire Teodorico nello svolgimento
particolareggiato della sua cosmologia platonica. Ma più che la lunga
descrizione del modo in cui ha creato successivamente tutte le forme e i
momenti della natura (e, in particolare, l’armonia perfetta degli astri e
del firmamento) gioverà osservare che nell’Hexaemeron, anche l’esistenza di Dio
e la sua relazione e distinzione dal mondo, viene dimostrata con un
procedimento argomentativo di schietto impianto matematico che implica a
sua volta la credenza in un ordine pitagorico dell’universo. Come aveva già
fatto Scoto Eriugena, anche Teodorico afferma infatti che Dio è unità e che
tale unità è la forma essendi di tutto ciò che esiste. Sicché si può ben dire
che tutte le cose sono in Dio perché Egli ne è la forma essenziale e
l’unico fondamento. Ciò non significa però che Dio sia presente
nella materia di ogni essere, ma bensi che la presenza della divinità in
tutte le creature è il loro essere totale ed unico si che la stessa
natura deve la sua esistenza alla presenza della divinità» Ma se è vero che il
mondo delle creature si presenta all’esperienza umana come il regno della
molteplicità e del divenire, laddove Dio è invece l’unità immobile e
immutabile, non sarà difficile comprendere che il molteplice e il mutabile
presuppongono sempre l’unità e che, al di là di ogni distinzione o
mutamento, deve sempre esistere l’uno immutabile. Come la serie dei
numeri presuppone sempre l’unità da cui deriva, cosî l’universo trae
origine in ogni sua molteplice manifestazione dalla semplice unità divina; e tutte
le unità di cui è composto non sono che partecipazioni alla vera unità,
la cui esistenza è anzi determinata proprio dal grado e dalla continuità
di questa partecipazione. Per questo i teologi insistono sempre sull’unità
essenziale di Dio, pur distinguendo in questa unità la diversità delle persone;
e difatti lo st:sso termine perso na vuole appunto indicare che l’unità
di Dio permane sempre identica sia nel generante (Padre) che nel g nerato
(Verbo). Anche i filosofi pagani, che definiscono Dio come Pensiero,
Provvidenza o Saggezza hanno sempre considerato questi caratteri come
det.rminazioni dell’Uno, sussistenti e presenti entro l’unità divina. Né
sarebbe possibile intendere o pensar: Dio prescindendo dal principio dell’unità
che ne costituisce il carattere dominante e consustanziale.
Ecco perché Teodorico, pur tenendo fermo alla distinzione cristiana tra
Dio e il mondo e sforzandosi anzi di evitare ogni accento panteistico,
accetta il principio neoplatonico della generazione della unità dall’altra
unità e lo applica anche in campo teologico secondo il principio della
processione del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Non solo: il
filosofo chartriano non esita ad identificare la terza persona trinitaria con
l’anima del mondo platonica, concepita come principio formatore ed agente che
dà ordine e disposizione alla materia creata. L’influ:nza di queste
dottrine filosofiche e teologiche, sostenute da un notevole corredo di
nozioni matematiche, fisiche ed astronomiche, è assai larga e duratura anche al
di là dell'ambiente di Chartres o delle correnti platoniche ancora
dominanti nel XII secolo. Né si deve dimenticare che la loro diffusione
contribuisce a creare quel particolare humus filosofico cui si deve la
particolare fortuna del Liber de causis e quindi il rifuire di alcuni dei
più tipici motivi neoplatonici, nella cultura filosofica
dell’Occidente. La tendenza ad accordare in un unico contesto
intellettuale la tra‘ dizione ntoplatonica e i nuovi interessi scientifici, lo
studio dei classici e l’interpretazione filosofica del testo biblico, è propria
anche di Bernardo Silvestre, uno scrittore e poeta legato evidentemente
all’ambiente di Chartres. Nel suo poema De mundi universitate sive Megacosmus
et microcosmus ritroviamo la stessa influenza dominante del Timeo
platonico e del commento di Calcidio, la stessa presenza di motivi tratti da
Macrobio e dall’Asclepius e insomma le stesse predilezioni l:tterarie e
filosofiche proprie dei maestri chartriani. Composto sul modello
tradizionale del De consolatione boeziano, scritto in distici elegiaci
alternati a brevi passi di prosa, il De mundi universitate si presenta
come un lungo dialogo tra la Natura e la Provvidenza che offre il
pret:sto per narrare la formazione dell’universo e la sua costruzione secondo
le norme e gli archetipi ideali della mente divina. Nel I libro la Natura
si lamenta con la Provvidenza per lo stato di caos e di confusa mescolanza
in cui si trova la materia prima, e la prega di dare ordine all’universo
e di ordinarlo secondo misura e bellezza. La Provvidenza acconsente éd inizia a
distinguere la materia nei quattro elementi e a disporli nell'ordine e nelle
connessioni dovute. Dopo aver eseguito questa prima opera la Provvidenza
si rivolge alla Natura, le celebra l’ordine e l'armonia che ha introdotto
nelle cose, la perfezione delle forme universali (libro II). Ma l’opera
non è terminata; e difatti la Provvidenza promette di formare l’uomo come
coronamento e culmine dell’ordine mondano. Alla promessa segue l’adempimento;
cosi l’uomo viene formato con quanto resta d:i quattro elementi e costituito
come sintesi (microcosmo) di tutta l’immane fabbrica dell'universo (macrocosmo)
di cui ripete e raccoglie tutte le più alte perfezioni. Questo
tessuto poetico e dottrinale, in cui s'intrecciano i temi più cari ai
pensatori chartriani, le probabili reminiscenze di antichi motivi
ereticali e la diretta influenza degli scritti di Tolomeo e di Albumasar
(da poco noti agli occidentali) è però solo uno schema letterario particolarmente
adatto per svolgere in forma allegorica una vasta concezione cosmogonica,
il cui carattere è ben espresso dalla figura del vecchio demiurgo Pantomorfo
che forma e modella le creature naturali secondo i terreni esempi delle
idee. Poiché se da Dio emana il Logos che contiene in sé tutte le eterne forme
delle cose, dal Logos procede a sua volta l’Anima del mondo, principio
plasmatore della materia mondana, alla quale imprime il suggello delle forme.
Essa, agendo entro la hyle informe, costituisce perennemente il cosmo
nella sua armonia razionale. Particolare e insieme universale, l’Anima
mundi è il complesso delle cause seminali sempre presenti dal momento in cui è
stato generato il mondo. Per essa ogni cosa creata ha il suo giusto stato
e per sua opera l’armonia regna sovrana nella natura. Di
fronte alla perfezione archetipa delle forme e dell’anima ordinatrice sta però,
nel grande quadro cosmologico del De wuriversitate mundi, una materia
puramente informe (4yle), condizione fondamentale dell’esistenza del cosmo.
Questa informità primordiale, quest’orrida sylva caratterizzata dalla
confusione e dal male, è concepita da Bernardo con una singolare
oscillazione che rivela, da un lato, l’esigenza di evitare una possibile
conclusione dualistica, ma anche la persistenza di suggestioni e reminiscenze
di antica ascendenza stoica. La insistenza sul carattere negativo della
materia, sulla sua irriducibile malignità è infatti un aspetto
particolarmente significativo del poema di Bernardo, anche se non mancano
accanto a passi di netto sapore dualistico, altri testi che testimoniano lo
sforzo di accordare l’idea platonica di un non essere posto a fondamento
dell’essere o l’immagine stoica del caos primordiale con Ja tradizionale
nozione biblica della creazione ex mnihilo. Sono questi, del resto,
atteggiamenti facilmente comprensibili nell’ambito di una composizione
poetica che non mira tanto ad una salda unità dottrinale quanto all’uso
fantasioso di un ricco materiale filosofico suscettibile delle più
lontane e diverse interpretazioni. In realtà, il merito storico pit
importante dell’opera di Bernardo Silvestre sembra consistere nella diffusione
di motivi destinati, con alterna fortuna, a comparire spesso nella
cultura filosofica medioevale e a fornire argomenti per le
interpretazioni più lontane ed avverse. Per questo, mentre v’è stato chi
ha voluto avvicinare la concezione di Bernardo Silvestre a dottrine tipicamente
dualistiche, come la eresia amalriciana, altri, e particolarmente il
Gilson, hanno invece forzato il significato del suo poema in un senso
decisamente ortodosso. Né stupisce che l’interpretazione degli storici
sia spesso rimasta incerta dinanzi all’aspetto bifronte di un poema che
raccoglie nel suo ordito vario e fantasioso i motivi e le idee più
diffuse nella cultura filosofica del suo tempo. Per il resto,
l’opera di Bernardo è un documento assai interessante sulla diffusione di
quelle dottrine astrologiche e geomantiche che gli ambienti intellettuali
dell'Occidente venivano rapidamente assimilando dai testi arabi. Un’operetta
come il Mathematicus, tutta impostata su di un tipico topos della
tradizione astrologica, e la traduzione dello Experimentarius, trattatello
g-omantico rielaborato da Bernardo, bastano a mostrare la larga familiarità di
questo poeta con i tempi più caratteristici della tradizione
magico-astrologica. L’opera di Bernardo Silvestre rappresenta certamente
un singolare tentativo di tradurre nel quadro allegorico di un mito cosmologico
idee e dottrine che circolavano largamente nell’ambiente di Chartres. Ma chi
dette a queste dottrine una formazione addirittura classica, destinata a
influenzare durevolmente il pensiero del XII secolo, fu il maestro
Guglielmo di Conches, sulla cui filosofia giova soffermarsi con particolare
attenzione. Discepolo di Bernardo di Chartres e quindi maestro egli
stesso per circa vent'anni, Guglielmo fu anche un grammatico, lettore dei
classici, e difese contro i cornificiani nemici delle l-ttere l'ideale chartriano
di una cultura fondata sul costante colloquio con gli antichi e la raffinata
conoscenza di tutte le “arti liberali. Autore tra l’altro di un Commento al
Timeo di grande importanza filosofica e storica, di glosse alla Consolazio, e
di scritti morali ispirati a Cicerone ed a Seneca, le sue opere principali
furono però la Philosophia mundi, una vasta enciclopedia filosofica e
scientifica, c il Dragmaticon Philosophiae in forma di dialogo col duca
di Normandia, Goffredo Plantageneto, ove Guglielmo riespone soprattutto, sviluppandoli
con grande ampiezza, i problemi fisici già discussi nella Philosovhia alla luce
di opere conosciute già vent'anni prima dai maestri dell'Occidente.
Gli studi più recenti sulla scuola di Chartres e il platonismo medioevale
hanno giustamente attribuito un particolare valore a questi scritti ed
hanno posto in esatto rilievo la robusta e lucida ispirazione scientifica
e filosofica del loro autore che si fonda, naturalmente, sulla tradizione
del Timeo e del commento di Calcidio, ma mostra anche una notevole
conoscenza di altri filoni sp*culativi (ad esempio, la tradizione ermetica) e
una evidente familiarità con le nuove dottrine scientifiche di origine
araba. Come filosofo e scienziato anche Guglielmo si sforza di perseguire l’accordo
tra l’ispirazione platonica del suo pensiero e il testo scritturale, e
mira a rendere possibile una duplice coesistenza tra la rivelazione biblica e
dottrine filosofiche e scientifiche che gli. vengono da tradizioni assai
lontane e diverse. Ma sebbene nella sua concezione dell’universo domini la
figura del Dio cristiano, la cui esistenza è proprio accertata dall’ordine e
dalla perfetta disposizione della natura, pure Guglielmo applica anche
alla dottrina della creazione, motivi dedotti sostanzialmente dal Timeo
platonico. Cosi mentr: afferma, da un lato, che l’atto creatore di Dio ha
direttamente prodotto la materia traendola dal nulla, le Idee, concepite
come causa formale dell’universo, rappr:sentano i modelli e gli archetipi
eterni sui quali sono plasmate le singole cose sensibili. L’“anima del
mondo, che Guglielmo, nella PAslosophia, identifica anch’egli con lo
Spirito Santo, è quindi l’intermediario divino che traduce nella realtà
l’ordine ideale, conducendo a perfezione l’opera mondana. Ma, a
diff:renza di Teodorico, Guglielmo non si limita solo a risolvere questo tipico
motivo platonico e stoico nella trattazione del dogma trinitario (ed anzi nel
Dragmaticon questa identificazione è chiaramente ripudiata); bensi la
presenta come una forza infusa intrinsecamente alla natura, o, per usare
le sue stesse parole, come il principio vitale “che dà l'essere
alle piante, la vita alle erbe ed agli alberi, il sentire agli animali e
la ragione agli uomini. È vero che tale principio è anche “la
divina disposizione degli clementi; ma il fatto che in Dio siano
eternamente presenti l’archetipo della realtà e la precognizione di tutti gli
eventi, non toglie che nell’ordine mondano esista una disposizione o
processo naturale delle cose che se pur risponde all’eterno disegno
divino, si svolge per una intrinseca necessità razionale. Quest’ordine
che coincide con l’opera “industre dell'anima del mondo ha anzi una
struttura schiettamente matematica. Ed è naturale che Guglielmo voglia
spiegare la formazione dell’universo ricorrendo a ipotesi matematiche e a
procedimenti meccanici e accettando, insieme alla teoria degli elementi
primi, anche le tesi atomistiche che erano state ripresentate in
Occidente dalla traduzione di Costantino africano e di Adelardo di Bath.
Questo atteggiamento si riflette anche sulla sua concezione della
natura che riprende e svolge motivi già parzialmente presenti anche nel
pensiero di Teodorico. Tra questi il più interessante è certo la
caratteristica distinzione tra il momento della creazio mundi e quello
del perfezionamento o exornazio della “fabbrica mondana dovuto alle
tendenze intrinseche all’ordine naturale e ai principi immanenti alla
stessa natura. Perciò Guglielmo (i cui interessi scientifici sono testimoniati
da una larga e significativa conoscenza delle principali opere e nozioni
scientifiche note al suo tempo) dà particolare importanza alle arti del
“quadrivio che indagano la struttura e i processi della natura e ne
rivelano i fondamenti matematici e la costituzione atomistica. Matematica e
geometria, astronomia e musica sono pertanto gli strumenti necessari “per le
vere conoscenze della realtà» Ed è alle loro leggi che deve ispirarsi anche la
dottrina del filosofo e la sua indagine della “disposizione o ordine naturale
delle cose. All’ambiente di Chartres, agli interessi ed alla cultura
scientifica di Guglielmo di Conches, può essere giustamente avvicinato
anche il singolare quadro della natura tracciato nel De imagine mundi da
un maestro della prima metà del XII secolo, Onorio di Autun, la cui
personalità resta peraltro assai incerta ed enigmatica, ed al quale sono
state attribuite, con eccessiva liberalità, opere e dottrine troppo
diverse e discordi. Il De imagine che
non possiamo qui analizzare minutamente
è certo un documento d’estremo interesse sulle cognizioni scientifiche
del XII secolo; ma pit che le singole nozioni che costituiscono una vera
e propria enciclopedia della Natura (il De imagine tratta infatti del
cosmo fisico e della sua composizione elementare, delle terre poste
al centro del mondo, delle zone in cui esso si divide, della sua fauna
e flora, e quindi del cielo e degli astri, nonché della storia del mondo
dal tempo della creazione) l’attenzione dello studioso è attratta
dall’evidente familiarità di Onorio con un largo materiale attinto anche al
di fuori dei testi tradizionali di Beda e di Rabano, e, soprattutto, dal
suo largo interesse per la conoscenza della realtà naturale considerata
nella sua unità vivente e feconda. La scarsa originalità di Onorio e
l’assenza di una approfondita elaborazione filosofica non toglie che il
De imagine rappresenti, pur nella sua forma di enciclopedia volgarizzata,
uno specchio fedele di quella cultura in cui maturarono le opere dei maestri
di Chartres e la grande esperienza di Abelardo. Comunque, anche la
rapida analisi dei suoi principali maestri basta a mostrare che la scuola di
Chartres fu un centro vitale di cultura, legato allo spirito umanistico, al
gusto di un risorgente classicismo, e alle controversie teologiche del
tempo, ma profondamente interessato a problemi filosofici e scientifici
affrontati alla luce di un'ispirazione plitonica che non ignorava però né
la tecnica logica aristotelica né i nuovi contributi: del sapere arabo.
Scuola cattedrale, e come tale prevalentemente dedicata allo studio della
teologia, essa fu però uno dei più vivaci focolari di resistenza contro
le polemiche di Bernardo di Clairvaux e le correnti mistiche cistercensi
che condannavano aspramente lo sviluppo e l’incremento degli studi liberali e
del sapere naturale mondano. Né si deve dimenticare che furono proprio i
maestri di Chartres o uomini formatisi in quell’ambiente coloro che lottarono
contro le estreme degenerazioni della dialettica e il pericolo che la grande
ripresa degli studi del trivio e, in particolare, della dialettica e delle
retorica, si risolvesse in un vano giuoco di schermaglie astratte o di
eleganze formali. Le pagine che lo stesso Guglielmo di Conches
scrive contro l’inutilità delle vane dispute o lo studio dell’eloquenza fine a
se stessa, sono tra le testimonianze più utili per chi vuole intendere il
vero carattere degli studi di Chartres. La sua polemica contro coloro che
svuotando il sapere di ogni contenuto spirituale lo riducono a un mero
gioco verbale, è infatti perfettamente situata nel quadro di una meditazione
che scorge tanto nella ricerca filosofico-scientifica che in quella
teologica la via diretta per elevarsi alla comprensione dei più alti
misteri. Ecco perché i filosofi di Chartres e il loro più geniale discepolo,
Giovanni di Salisbury, si opposero con irriducibile rigore ai sostenitori
di un tipo di cultura più elementare e pratica ridotta all’apprendimento
delle sole cognizioni utili per le varie attività o professioni. Contro i
cornificiani che cercavano il sapere e disprezzavano lo studio
disinteressato del trivio e del quadrivio, l’umanesimo chartriano difese
ed esaltò l'ideale di una formazione armoniosa e compiuta, ugualmente
volta al. mondo delle lettere ed alle ardite conoscenze dell’ordine
naturale. Il suo platonismo, in cui erano filtrati i motivi più fecondi
della nuova esperienza scientifica attinta alle fonti greco-arabe (rese note
dalle versioni contemporanee di Adelardo di Bath, e, quindi, di Gerardo
da Cremona, Ugo di Santalla, Platone di Tivoli, Ruggero di Hereford, ecc.) è
la espressione più compiuta del moto di rinnovamento che domina
tutta la cultura filosofica del XII secolo, preparando la grande
fioritura della riflessione duecentesca. Il raffinato platonismo e
il vivace spirito scientifico dell’ambiente di Chartres, è però solo uno
degli aspetti dominanti della rinascita filosofica del XII secolo. Mentre a
Chartres maturano le grandi cosmogonie e le enciclopedie politiche, è infatti
già in corso una profonda trasformazione degli studi logici, destinata ad
esercitare una vasta influenza nella storia della cultura filosofica
medioevale. Già parlando delle predilezioni intellettuali di Teodorico di
Chartres, s'è visto quale importanza aveva per lui l’insegnamento dialettico
fondato sulle opere di Boezio e sulla conoscenza quasi totale
dell’Organon aristotelico. Ma le testimonianze contemporanee sono anche ricche
di notizie e di accenni polemici sugli sviluppi della scuola di
Petit-Pont, nelle vicinanze di Parigi, dove Adamo Parvipontano avrebbe stupito
i suoi scolari proponendo e discutendo delle quaestiones insolubiles,
ossia alcuni di quei problemi sofistici entrati da tempo nella pratica
dell'insegnamento dialettico. La cavillosa ingenuità di molti dei
problemi riferiti da queste testimonianze, non deve però ingannarci,
inducendoci a credere che gli studiosi medioevali non si rendessero conto
della loro futilità. Esercizi di scuola, adoperati dai maestri per affinare
le capacità dei loro allievi, simili discussioni valevano soprattutto a
stimolare l’interesse per un tipo di analisi dialettica particolarmente
utile per gli studiosi di diritto e di teologia. E chi tien conto che
l’insegnamento della dialettica era propedeutico a quello delle quattro
arti maggiori, non trova difficoltà a consid:rare anche questi esercizi
come una manifestazione del vivace interesse per la disciplina logica che
sarà presto un carattere peculiare della scuola parigina. È appunto
in questo ambiente, dove erano pen-trate anche le dottrine di Berengario e di
Roscellino, che si formò la personalità più eminente della prima metà del XII
secolo, Pietro Abelardo. Nato a Pellet, vicino a Nantes nel 1079, egli si
dedicò fin da giovanissimo allo studio delle arti liberali e specialmente
della dialettica di cui pare gli fosse maestro lo stesso Roscellino. Piti
tardi recatosi a Parigi, che era il centro più vivace di studi
dialettici, fu scolaro di un maestro come Guglielmo di Champeaux che godeva
in quel momento di larghissima fama. Ma neppure la dottrina di Guglielmo
soddisfece il giovane studioso, che iniziò fin da allora a combattere le
dottrine del maestro con estrema vivacità. La ragione di tale
polemica è, del resto, perfettamente chiara ed evidente.Discepolo di
Manegoldo di Lautenbach e poi di Anselmo di Laon, amico di Bernardo di
Clairvaux e fondatore della Abbazia di S. Vittore, che sarà poi uno dei
maggiori centri del pensiero mistico medioevale, Guglielmo di Champeaux era un
deciso sostenitore delle concezioni agostiniane e platoniche. Cosf, a proposito
del significato dei concetti di genere e di specie, si atteneva alla
soluzione realistica che abbiamo già visto affermata dallo Scoto Eriugena e da
Anselmo da Aosta. Secondo la testimonianza di Abelardo, egli avr-bbe
infatti sostenuto che la medesima realtà è tutta presente essenzialmente
nei singoli individui, tra i quali non vi sarebbe alcuna diversità essenziale,
ma bensi una distinzione causata dalla molteplicità degli accidenti Il
che spiega perché Guglielmo ritenesse che in tutti gli uomini
numericamente diversi v'è sempre una identica sostanza umana, che si determina
e si concreta variamente ora in Socrate ed ora in Platone, secondo
particolari determinazioni accidentali. Contro questa dottrina, che
rispecchia fedelmente un atteggiamento metafisico platonicamente fondato
sull’ordine gerarchico di essenze e categorie universali, Abelardo non tardò ad
opporre argomenti che gli venivano almeno in parte dall’esperienza
nominalistica di Roscellino. Convinto che la logica sia una pura ars
sermocinalis, scienza e arte del discorso, totalmente distinta dalla metafisica
o dalla teologia, egli respinse recisamente il realismo delle essenze logiche,
sotto lincando che la stessa essenza, se sussistesse tutta nei singoli
individui, pur con forme e accidenti diversi, si troverebbe spesso a
dover sostenere attributi e accidenti contraddittori. Inoltre, ammessa la
realtà delle essenze, le dieci categorie aristoteliche diverrebbero necessariamente
le dieci essenze reali più generali di tutte le cose; e ne seguirebbe che ogni
categoria è essenza e che quindi tutte le sostanze sono, in realtà,
sostanza, tutte le qualità una sola qualità. Perciò, la sostanza di
Socrate sarebbe la stessa sostanza di Platone, e le qualità dell’uno
quelle dell’altro, ecc.; ma in tal modo la realtà individuale e distinta
di Platone e di Socrate sarebbero totalmente perdute perché i due
individui sarebbero di fatto una sola unità indistinguibile. Tali
obiezioni racconta Abelardo avrebbero subito smantellato la dottrina
realistica di Guglielmo di Champeaux; e il maestro parigino avrebbe
ripiegato sulla tesi della indifferenza degli universali, sostenendo che la
realtà dei generi e delle specie è identica nei diversi individui, non
quanto all’essenza ma bensi nell’*indifferenza, giacché, ad esempio, i
singoli uomini, distinti di per sé gli uni dagli altri, costituiscono pur
sempre l’identica realtà umana e, quindi, non differiscono nella loro
comune natura. Abelardo criticò, però, con non minore intransigenza,
anche questa dottrina che non era sostanzialmente diversa da quella precedente,
e dimostrò che se la sola indifferenza positiva è quella che intercorre
tra gli individui che possiedono una stessa natura, si ripresentano di nuovo le
medesime difficoltà già rilevate a proposito della concezione
realistica. Il successo riportato nella disputa con un maestro cosi
famoso non giovò ad Abelardo, che fu costretto dalle violente inimicizie
dei condiscepoli ad abbandonare Parigi e a rifugiarsi a Melun, dove
apri una sua scuola. Però ben presto si trasferi a Corbeil, più vicina
alla capitale, e di lîf a poco tornò nuovamente a Parigi per studiare
retorica, sempre alla scuola di Guglielmo. Non sembra però che i suoi
rapporti co] maestro migliorassero; anzi, proprio in questa occasione,
Guglielmo sarebbe stato costretto da Abelardo a riconoscere apertamente la
fondatezza e la superiorità delle sue critiche. Tuttavia Abelardo, ormai
padrone delle arti sermocinali, lasciò di nuovo la scuola parigina per
dedicarsi allo studio della teologia, sotto la guida di Anselmo di
Laon. Polemico e innovatore come sempre, il filosofo bretone non
restò però a lungo neppure nella scuola di Laon; poco dopo, era di
nuovo a Parigi, ove tenne scuola di dialettica e di teologia, riscuotendo un
successo clamoroso. Studenti di ogni parte di Francia e di Europa (e tra
essi fu anche Arnaldo da Brescia, che nel 1155 sarebbe stato arso in
Roma, come capo di un movimento riformatore violentemente avverso al potere
mondano della gerarchia ecclesiastica) accorsero a udire le sue lezioni,
divulgarono la dottrina del Peripateticus Palatinus in tutti gli ambienti
colti del tempo; e intorno alla sua scuola cominciò a costituirsi la
futura università parigina, luogo di attrazione per i teologi e i
filosofi di tutta la Cristianità occidentale. L'episodio del suo
amore per Eloisa, donna eccezionalmente dotta e partecipe degli stessi
problemi teologici e morali, la vendetta del canonico Fulberto, e
la vergognosa mutilazione che costrinse Abelardo ad abbandonare
l’insegnamento parigino, sono episodi fin troppo noti perché occorra
ricordarli. Colpito nella sua dignità di clericus e di maestro, Abelardo
prese l’abito monastico e prese a vagare di monastero in monastero, di abbazia
in abbazia, portando dovunque la sua umana inquietudine e la sua polemica
filosofica, caldeggiando la formazione di una comunità puramente speculativa
dedicata al Paracleto. La fortuna e l’efficacia del suo insegnamento non
ne riusci però diminuita, se è vero che folle di studenti lo seguivano nei suoi
spostamenti, e che la sua fama continuava a diffondersi per tutta Europa.
Del resto, gli anni che vanno da quando abbandonò Parigi, e il 1142,
quando mori a Chalon-sur-Sagne, sono anni di grande operosità e di
costante, approfondita riflessione sui temi più ardui della logica, della
metafisica, della teologia e della morale. E pure in questo periodo si
svolge tra lui ed Eloisa quella mirabile relazione epistolare che è
veramente uno dei capolavori della letteratura mediocvale. La
lucidità e la spregiudicatezza di molte pagine dell’epistolario, e
soprattutto di quelle in cui Eloisa difende con estrema decisione la
nobiltà e la purezza della sua passione, hanno spesso indotto gli storici ad
accentuare la modernità dell’atteggiamento morale dei due celebri amanti.
Ma non è certo un buon criterio storico giudicare tutta la personalità e
l’opera filosofica di Abelardo alla luce di questa appassionata testimonianza
umana, per tentare magari confronti arditi e poco plausibili con la
mentalità e il costume morale degli intellettuali del Rinascimento. Anche
il tono e il contenuto delle lettere di Abelardo e di Eloisa sono infatti
veramente comprensibili solo nell’ambito di una vicenda che si svolse
nell'ambiente scolastico della Parigi medioevale, entro il chiuso mondo dei
clercs, dominati dai propri pregiudizi etici e professionali, e tra due persone
drammaticamente consapevoli del conflitto tra la loro condizione e le idee e le
norme proprie della loro casta. D'altra parte non conviene all’intelligenza
storica dell’opera di Abelardo, presentarlo come un puro razionalista o,
ancor peggio, come un precursore del libero pensiero, inteso a rovesciare il
principio dell’autorità e ad instaurare contro il fideismo di Bernardo di
Clairvaux i sovrani diritti della ragione. Questa immagine di Abzlardo, che
pure piacque alla vecchia storiografia dell’età romantica, è certo del
tutto antistorica e deforma, fino a ridurli caricaturali, i veri caratteri del
suo pensiero. Ma ciò non toglie che questo filosofo cosi combattivo e polemico,
questo dialettico rigoroso e teologo spregiudicato, sia stato veramente
l’interprete più originale ed acuto della rinascita filosofica del
XII secolo. Alieno dal costruire un compiuto sistema cosmologico come
quelli elaborati dai Maestri di Chartres, egli fu infatti autore di opere
di logica, di teologia e di morale che hanno avuto una influenza decisiva su
molti aspetti della riflessione del suo tempo, e che segnano un progresso
decisivo nei confronti delle concezioni filosofiche precedenti. Già
abbiamo visto, del resto, quale fosse stato il suo atteggiamento di fronte al
realismo logico di Guglielmo di Champeaux; ma è bene aggiungere che la
sua polemica fu altreitanto rigorosa anche nei riguardi di tutte le altre
forme di realismo, iv comprese quelle che identificavano l’universale con
l’intera collezione degli individui cui esso si riferisce. Per Abelardo l’universale
è invece semplicem.nte un dato del linguaggio, un vocabolo trovato in
modo che si possa predicare singolarmente di molti; e quindi il termine ‘uomo’
che usiamo tanto per indicare Socrate che Platone non differisce dal nome
proprio con cui indichiamo questo o quell'individuo se non perché è atto
a far da predicato di proposizioni che hanno per soggetto il nome proprio
di molti individui. Una volta definito il significato sermocinale del termine
universale, Abelardo afferma poi rigorosamente che i nomi universali non
indicano affatto un’essenza o realtà comune a vari individui, e che
occorre quindi respingere l’idea che essi implichino qualcosa di reale sia di
per se stessi sia nella natura degli individui. La conoscenza ha come punto di
partenza l’individuale e il sensibile, la cui caratteristica è data
proprio dalla sua diversità e distinzione nei confronti di ogni altra cosa
individuale. Perciò il termine universale deve unicamente valere come un segno
logico, necessario per assolvere una particolare funzione nella costruzione dei
discorsi umani. Dopo aver cosi definita la funzione del termine
universale, Abelardo cerca però di analizzarne anche le proprietà logiche. La
constatazione che i nomi universali non indicano delle essenze o entità comuni,
potrebbe infatti indurre a concludere che essi non abbiano alcun riferimento
effettivo con le cose e che non permettano di intendere effettivamente nessuna
realtà esistente e concreta. Ma Abelardo è un logico troppo sottile per
poter accettare semplicemente la dottrina di Roscellino e ridurre cosî
gli universali a puri e semplici flatus vocis. Intanto, per prima cosa,
egli osserva che sebb:ne i singoli individui, ad esempio i vari uomini,
differiscano tra loro in molti caratteri ed attributi, hanno però
qualcosa di comune e cioè il loro stazus e la loro comune condizione di
essere uomini. L'errore di chi attribuisce una realtà oggettiva agli
universali indipendentemente dall’esistenza individuale, consiste dunque
nel confond.re un'ipotetica essenza dell'uomo, che non esiste, con l’essere
uomo che è invece una condizione reale particolare e concreta. Sicché, dire che
questo o quell’individuo convengono nello status di uomo, cioè nell’essere
uomo, significa riconoscere che esiste una causa comune per cui s'impone
ai singoli individui il termine o nome universale di uomo. Questi
stars sono dunque le cose stesse costituite in questa o quella natura;
e dunque, per giungere alla formulazione del termine universale, basta
raccogliere la somiglianza comune d.gli individui che sono effettivamente nello
stesso status e designarla con un nome. Quale sia poi il contenuto
che questi universali assumono nel nostro pensiero, è indicato chiaramente da
Abelardo n:llo svolgimento della sua teoria gnoseologica. All’origine
dell’attività conoscitiva sta infatti la percezione sensibile che ci
permette di percepire questo o quell’individuo particolare; ma
l’intelletto è capace di formarsi una immagine di ogni oggetto percepito
che esiste ormai indipendentemente dall’oggetto stesso e persiste nella mente
anche dopo la scomparsa dell’individuo che l’ha provocata. Queste immagini
presenti nella mente si distinguono però dalle immagini fittizie composte
liberamente dalla fantasia senza alcun riferimento ad una realtà
effettiva; ma si distinguono altresi anche da quelle che si presentano
all’intelletto quando pensiamo all’uomo o alla torre in generale.
L’intelligenza del nome universale. scrive Abelardo in un testo particolarmente
importante, concepisce un'immagine comune e confusa di molte cose, laddove
l'intellezione prodotta dalla parola singolare comprende la forma di una sola
cosa. Il nome di Socrate o di Platone, individui concreti e particolari,
farà quindi sorg:re nella mente un’immagine che esprime la figura e la
somiglianza di una determinata persona; mentre invece il termine uomo potrà dar
luogo soltanto ad un’immagine scialba e relativamente ind:terminata,
costituita soltanto dai caratteri comuni degli individui da cui è tratta.
L’universale è dunque soltanto una parola che designa l’immagine confusa
di una collettività d’individui di natura simile, o, per usare le parole
stesse di Abelardo, che possiedono il medesimo status. È chiaro che
da queste premesse deriva subito un complesso di conseguenze logiche e gnoseologiche
di estrema importanza. Per prima cosa, le sole conoscenze chiare e connesse ad
oggetti reali sono quelle degli individui particolari, uniche realtà di
cui si dia diretta intellezione umana; mentre invece i termini universali
ci permettono semplicemente di acquistare un’opinione limitata sempre
suscettibile di mutamento. Tuttavia sarebbe erroneo credere che A belardo
non riconosca il fondamento reale dell'immagine comune. Il fatto che,
considerando molti individui, la nostra mente fermi la sua attenzione su ciò in
cui convengono, sui loro aspetti simili o identici, è anzi perfettamente
naturale; cosi com'è del tutto legittima la formazione dell'immagine comune,
prodotta da un’attività dell’intelletto che separa e distingue per via di
riflessione ciò che è unito e coesiste ‘realmente nell’identità inscindibile
dell'individuo. A questa determinazione astratta della forma o immagine comune,
corrisponde poi naturalmente una vox o termine che, di per se stesso, è cosa
particolare del tutto distinta dall’altra realtà che significa. Ma affinché
questa significatio sia legittima ed effettiva occorre che la vox venga
strettamente connessa all'immagine mentale e sia capace per comune istituzione
umana di farla subito sorgere nella mente di chi l’ascolta. Solo cosi la vox può
diventare un elemento del discorso umano, e può adempiere al suo compito logico
che consiste soltanto nel rappresentare o significare le diverse res. Non credo
occorra insistere più a lungo su di una dottrina di per se stessa tanto chiara
ed evidente. Ma prima di chiudere questa breve trattazione della logica
abelardiana, sarà utile ricordare che il Peripatetico Palatino può rispondere
in modo profondamente nuovo ed originale alle questioni poste da Porfirio.
Cosî, alla domanda se i generi e le specie designino cose realmente esistenti,
o siano semplici oggetti d’intellezione, egli risponde che essi esistono nel
solo intelletto nudo e puro, ma che però indicano sempre esseri reali che sono
gli stessi già afferrati dall’esperienza sensibile. Inoltre, questi universali
sono indubbiamente corporei in quanto sono delle voci pronunziate con mezzi
fisici; però la loro capacità di designare una pluralità d’individui è invece
incorporea. E se è vero che i generi e le specie sussistono nella realtà
sensibile in quanto designano forme e qualità proprie degli individui, sono
però al di là delle cose sensibili proprio perché le designano per astrazione.
Non solo; Abelardo afferma che questi termini non potrebbero mai esistere senza
gli oggetti da essi significati; il che non toglie però che i loro significati
possano sussistere anche se sono legati semplicemente ad un'immagine mentale e
non ad un oggetto sensibile, come nel caso della proposizione la rosa non
esiste, il cui significato è pienamente legittimo. Tali soluzioni, avanzate in
una forma cosî rigorosa, rappresentano indubbiamente una tappa fondamentale
nella storia della logica e della riflessione filosofica medioevale. Da un
lato, infatti, Abelardo tenta, per primo, un’analisi dei problemi logici
condotta in assoluta indipendenza da ogni presupposto metafisico e teologico,
come scienza autonoma dei modi e delle forme del discorso umano. Ma, d’altra
parte, la negazione di ogni tipo di realismo logico e la polemica contro la
persistente ispirazione platonica dei suoi predecessori, lo pone già sulla via
che sarà battuta dalle tendenze più avanzate del pensiero scolastico, fino alla
soluzione drastica del nominalismo occamista. Tali posizioni sono ancora
lontane dalle intenzioni di Abelardo che, partecipe delle metafisiche
platoniche del suo tempo, non negava affatto la possibilità dell’esistenza
nella mente divina di eterne idee archetipe, modello e forma delle cose reali.
Nondimeno, il valore preminente che egli attribuisce alla conoscenza
dell’individuale, e la sua insistenza sulla funzione preliminare ed essenziale
dell’esperienza sensibile, sono altrettanti motivi di grande rilievo storico,
destinati a influire profondamente sulle dispute logiche e metafisiche del XIII
secolo. AI significato critico della dottrina logica di Abelardo corrisponde,
del resto, anche la novità e l’arditezza di talune tesi teologiche esposte,
oltre che nel Sic et Non, anche nel De wnitate et trinitate divina, nella
Theologia Christiana, nella Introductio in theologiam, nonché nel Dialogus inter
Hebracum, Philosophum et Christianum. Tra queste opere il Sic et Non è certo
particolarmente importante per il metodo con cui Abelardo procede alla
presentazione ed al vaglio delle auctoritates scritturali e patristiche,
opponendo tra di loro quelle che appaiono contrastanti o contraddittorie. È
vero come è stato sottolineato anche recentemente che Abelardo non intende
servirsi di questo metodo per scalzare il principio dell’auctoritas, del cui
valore egli è pienamente convinto. Ma, sebbene dichiari spesso che il
fondamento della verità e della salvezza consiste nelle nude parole della
Scrittura, e ribadisca che la dialettica deve semplicemente servire
all’intelligenza della Fede, è evidente che Abelardo procede anche nella sua
indagine teologica con il preciso intento di chiarire le difficoltà e le aporie
interne alle argomentazioni tradizionali. D'altra parte, come dice egli stesso
parlando del metodo seguito nel De unitaze et trinitate divina, la spiegazione
del teologo non può procedere che per mezzo di analogie tratte dal ragionamento
umano; e poiché questo procedimento analogico è usato da Abelardo anche per
spiegare il rapporto trinitario delle persone divine, non meraviglia che, come
i maestri di Chartres, egli si serva del motivo platonico-stoico dell'anima
mundi per illustrare analogicamente la terza persona trinitaria. È vero che per
Abelardo si tratta soltanto di un’analogia incapace di spiegare fino in fondo
la misteriosa verità d:1 dogma; però egli non esita ad usare anche in altri
casi dottrine filosofiche, soprattutto di origine platonica, per illuminare il
contenuto della teologia cristiana, affermando implicitamente una continuità ed
un accordo sostanziale tra la riflessione classica e la dottrina cristiana.
Ecco perché Clairvaux, mistico cistercense ed intransigente difensore del
primato sovrarazionale della fede cristiana, fu cosi avverso al Peripateticus
Palatinus considerato come il più temibile nemico della ortodossia teologica.
In effetti, nella prospettiva teorizzata da Abelardo, la teologia cristiana non
solo è strettamente legata alla ricerca della ragione, ma si può dire che la
stessa rivelazione si esprima anche nelle forme del ragionamento razionale, e
che le verità filosofiche degli antichi siano anticipazioni o premesse di una
verità più alta, ma non avversa alla ragione. Come Abelardo scrive nel
Dia/ogus, il Cristianesimo è certamente la verità assoluta che accoglie e
risolve in sé tutte le altre verità parziali ed imperfette; però anche la
dimostrazione dei suoi principi può procedere per via dimostrativo-analitica;
quindi il metodo razionale può essere applicato anche alla ricerca teologica,
senza temere di cadere per questo nell’empietà o nell’eresia. La polemica di
Bernardo e il severo giudizio del Concilio di Sens, che condannò alcune sue
proposizioni teologiche, non valsero ad impedire che il metodo abelardiano
influisse largamente anche sugli sviluppi della riflessione teologica. Né
stupisce che il suo tentativo di elaborazione dialettica della materia
teologica potesse contribuire in maniera decisiva alla formazione di un vero
metodo della scienza teologica, già chiaramente delineato nelle prime Summae o
nel crescente successo dei Libri sententiarum. Solo per restare nell’ambito
della sua scuola, opere come l’Epitome theologiae di Maestro Ermanno, le
Sententiae Parisienses, l'Ysagoge in Theologiam e le Sententiae di Rolando
Bandinelli (il futuro Alessandro III), sono eloquenti testimonianze del
progresso compiuto nella prima metà del XII secolo dalla cultura scolastica parigina.
Tra le dottrine di Abelardo condannate al concilio di Sens spiccano anche
talune tesi di morale definite nello Scito te ipsum. Avverso alle concezioni
ascetiche tradizionali che ponevano tra i peccati anche le inclinazioni più
naturali dell’uomo, ostile ad una morale che definisce rigidamente il ben: ed
il male identificandoli con un certo modo astratto di comportamento, Abelardo
tende infatti a identificare il valore dell’atto con l’abito interiore che lo
accompagna. Cosi, egli distingue nettamente il vizio dell'anima dal piccato; e
se il vizio che dipende spesso dalla natura e dalla complessione fisica ci
rende soltanto inclini ad acconsentire all’illecito, il peccato consiste invece
nel consenso volontario al male, in una scelta lib:ra e consapevole. Certo,
anche le inclinazioni radicate profondamente nella natura particolare di
ciascun individuo possono spingere a desiderare ciò che è contrario alla legge
divina; ma tali inclinazioni, che non potrebbero mai esser: eliminate, non sono
di per sé male o peccato. Al contrario, Abelardo insiste sul fatto che solo
l'intenzione può costituire il vero contenuto del bene e del male,
indipendentemente dalla determinazione effettiva dell’azione. L'intenzione
scrive infatti Ab:lardo in una pagina dello Scito te ipsum di particolare
rilevanza teorica è di per se stessa buona o cattiva; ma l'azione è detta buona
o cattiva non perché implichi in se stessa un elemento di bontà o di malizia,
ma perché deriva da un'intenzione buona 0 cattiva. La medesima azione può essere
dunque positiva se deriva da una buona intenzione, o cattiva se deriva da
un’intenzione malvagia; cosi Abelardo prende decisamente posizione contro le
concezioni etiche che fanno dipendere il valore morale dell’azione dalla
adesione astratta a uno schema costituito secondo una norma del tutto estranea
alla volontà. Tale concezione che è certo uno dei motivi più moderni e
originali del pensiero abelardiano è poi spesso congiunta con una insist-nie
critica della considerazione meramente carismatica dei poteri sacerdotali, che
egli vuole invece siano fondati sulla pratica attiva ed esemplare delle virti.
La successione apostolica vantata dai sacerdoti e dai vescovi ha, per lui,
significato e valore solo quando essa si accompagni all’oss:rvanza dell’esempio
religioso e morale degli apostoli, e non quando si risolva semplicemente nella
cerimonia dell'imposizione delle mani o nell’osservanza esteriore e farisaica
delle norme canoniche. Proprio pr questo sono cosi frequenti negli scritti
morali e teologici di Abelardo la denuncia della corruzione del clero, la
condanna dell’eccessiva potenza e ricchezza della gerarchia e la ripulsa di un
rigido, astratto legalismo morale e religioso che è del tutto contrastante con
il carattere della missione della Chiesa. Né manca nella riflessione di
Ab-lardo l’insistente richiamo a quei puri valori di interiorità su cui
dovrebbe fondarsi tutta la vita cristiana. La vicinanza di alcuni dei suoi
motivi polemici con le idee largamente diffuse nei movimenti popolari di
riforma o in talune sètte ereticali, è stata quindi giustamente sottolineata
dagli storici che hanno posto in rilievo i rapporti tra Abelardo e Arnaldo da
Brescia, teorico del Comune popolare e avversario d:l potere pontificio. Ma più
che la ricerca di possibili filiazioni o influenze, interessa qui sottolineare
come sia sul piano teologico e morale, sia su quello logico e gnoseologico, il
pensiero di Abelardo è veramente l’espressione più matura di un comune fermento
critico che pervade tutti gli strati e gli ambienti della società del suo tempo
e che tende a corrodere i capisaldi d:Ila cultura tradizionale. L’influenza di
Abelardo fu veramente eccezionale. Dalla logica alla teologia, dalle
discussioni puramente filosofiche alla casistica etica, tutta la riflessione del
suo tempo e dei decenni successivi reca il segno della sua personalità e delle
sue idee. Ma la superiorità teorica di molte posizioni abelardiane, soprattutto
nel campo della logica, non deve indurci a trascurare l’apporto degli altri
logici contemporanei, ispirati a concezioni e dottrine spesso diametralmente
opposte. Già s'è detto di Guglielmo di Champeaux e delle successive dottrine
che egli avrebbe avanzato discutendo il problema degli universali; ma dobbiamo
qui ugualmente ricordare Josselino di Soissons cui Giovanni di Salisbury
attribuisce nel Meealogicon una singolare dottrina che, pur rifiutando la
universalità agli individui considerati nella loro singolarità, la concedeva
però alla condizione collettiva della specie o del genere. Questa tesi, che
compare anche nel trattato anonimo De generibus et speciebus (già attribuito
dal Cousin ad Abelardo, ma che evidentemente non può esser suo), deve aver
avuto una discreta diffusione proprio per la sua tendenza a conciliare le
opposte tesi dei realisti e dei nominali. Secondo la concezione di Josselino la
specie si presenta infatti in ogni individuo come una sorta di materia comune
la cui forma è costituita dalle singole determinazioni particolari; e perciò
nell’individuo Socrate coesiste l’umanità (materia comune) con la socrateità
che ne è la forma, e quindi Socrate possiede una sua umanità particolare
distinta da quella di Platone o di Aristotele. Il fatto che il termine uomo sia
comune ad un intero gruppo di individui non significa che l’umanità di SoLo
sviluppo della logica e l'opera di Abelardo crate o di Platone costituisca una
realtà unica, identica e comune nei vari individui. Al contrario, questo
fondamento comune è profondamente differenziato dai caratteri peculiari e dalla
struttura propria di ogni individuo. Come si vede, la soluzione di Josselino
può sembrare assai vicina alla tesi abelardiana degli status; ma lo &tesso
Abelardo ne sottolineò nettamente la diversità quando obiettò che il gruppo è
sempre posteriore agli individui che lo costituiscono, laddove invece la
dottrina della collectio sembra far precedere l’unità indifferenziata della
materia comune dalla concreta esistenza dzi singoli. La difesa della priorità
dell'individuo anche nei confronti della posizione moderata di Josselino ribadisce
la radicale vocazione nominalistica della logica di Abelardo. Però il problema
di rapporti tra r0men e res, tra la determinazione concettuale e la struttura
reale degli individui, doveva essere ulteriormente dibattuto nel trattato De
codem et de diverso di Adelardo di Bath. Questo maestro, formatosi
nell'ambiente teologico di Laon e di Tours, e quindi per molti anni pellegrino
in Italia, in Sicilia e nell’Asia Minore alla ricerca di testi arabi e greci di
cui fu uno dei primi traduttori, ha un posto di primo piano nella storia della
scienza medioevale. Nelle sue traduzioni dei testi astronomici arabi e degli
Elementa di Euclide e nelle sue Quaestiones naturales, ricche di temi della
tradizione araba, egli si rivela uno degli uomini più colti del suo tempo. Ma
anche il De eodem et de diverso mostra una mentalità dialettica rigorosa ed
esatta, perfettamente consapevole dei gravi problemi filosofici che si
agitavano dietro le modeste apparenze del problema degli universali. Cosî egli
accetta la definizione abelardiana degli universali come nomi delle cose che
contengono (rerum subiectorum nomina) e la dottrina aristotelica che esclude
ogni loro realtà al di fuori dell’esistenza individuale concreta. Però osserva
che i nomi del genere, della specie e dell’individuo vengono imposti alla
stessa essenza sotto diversi rispetti? e che se i filosofi, quando vogliono
parlare delle cose come si presentano ai sensi le chiamarono individui,
definendole con il loro nome proprio e particolare, tuttavia, quando le considerano
pid profondamente, le chiamano anche specie o generi, senza negare la loro
realtà individuale, ma riferendosi a quei caratteri universali che vi sono
impliciti. Perciò i generi e le specie sono per Adelardo le stesse cose
sensibili considerate in modo più acuto, e queste sp:cie e generi nella loro
funzione di termini o modi universali vengono distinti per immaginazione dalla
stessa realtà sensibile e considerati come forme astratte. Non v’è quindi da
meravigliarsi se Adelardo, fedele a questa dottrina, possa poi considerare
sostanzialmente concordanti le dottrine di Platone e di Aristotele, i quali
hanno soltanto accentuato i due diversi aspetti del problema. E una dottrina
non diversa viene pure attribuita al maestro parigino Mortagne, il quale, secondo
la testimonianza di Salisbury, avrebbe insegnato che Platone, secondo status
diversi, è individuo, specie e genere subalterno o supremo. Certamente e
Adelardo insiste particolarmente su questo punto alwra è la conoscenza legata
all’esperienza immediata e quasi costretta dal tumulto esteriore dei sensi, ed
altra la conoscenza intelligibile estesa alle Cause supreme delle cose naturali
e addirittura alla previsione della realtà futura. Ma non per questo Adelardo
respinge quel sapere che la mente umana può raggiungere anche quando è serrata
nel carcere del corpo e si muove soltanto tra le forme sensibili delle cose.
Anche questo sapere, quando è capace di giungere agli elementi permanenti,
costitutivi della realtà, è valido e necessario. VanperPoL, Le droit de guerre d'après les théologiens et
les canonistes du moyen dge, Parigi, Leiser, Name und Begriff der Synderesis in
d. mittelalt. Scholastik, Philos. Jahrb. HocHstETTER,
Die subjektiven Grundlagen der scholastischen Ethik, Berlino JENKS, Law and
politics in the Middle Ages, Londra, Koenicer, Grundriss einer Geschichte der
katholischen Kirchenrechts, Colonia, De WutF, Philosophy and civilisation in
the middle ages, Princeton. TroeLtscH, Die Soziallehren der christlichen
Kirchen, Tubinga, tr. it. Grupp, Kulturgeschichte des Mittelalters, Paderborn,
WuLF, Les théories politiques au moyen dge, Rev. néosc. philos., DempF, Die
Ethik des Mittelalters, in Handbuch der Philosophie, Monaco, GraBMann, Das
Naturrecht der Scholastik von Gratian bis AQUINO (vedasi), in Mittelalt. Geistesleben, 1, Lortin, Les premiers linéaments du
traité de la synderèse au moyen dge, Rev. néosc. philos., Cu. Sears BaLpwin,
Mediaeval Rhetoric and Poetic intepreted from representative Works, New York,
Haskins, Studies in mediaeval culture, Oxford, New York, ae] o P tm Call’ i G.
M. Vinocranore, F. DE ZuuneTA, ROMAN LAW IN MEDIAEVAL EUROPE, Oxford, PuecH,
Histoire de la littérature grecque chrétienne depuis les origines jusqu'à la
fin du IV° siècle, Parigi, LortIn, Le droit naturel chez S. Thomas d’Aquin et
ses prédécesseurs, Bruges HoeLescHer, Vom ròmischen zum christlichen
Naturrecht, Augsburg, Browe, Beitrige zur Sexualethik des Mittelalters,
Breslau, LoTTIN, La nature de la conscience morale. Les premières spéculations du
moyen dge, Ephemerides theologicae lovanienses, KwoLL, Der Zins in der
Scholastik, Innsbruck, ArquiLLIÈRE, L'augustinisme politique. Essai sur la
formation des théories polstiques du moyen dge, Parigi, Lacarpe, La naissance
de l'esprit laique au déclin du moyen dge, Pasigi-St.-Paul-Trois-Chàteaux;
Lovanio-Parigi, Grasmann, Studien iiber den Einfluss der aristotelischen
Philosophie auf die mittelalterlichen Theorien iiber das Verhaltnis von Kirche
und Staats, Monaco Lortin, Le problème de la moralité intrinsèque d'Abélard à
S. Thomas d'Aquin, Rev. thom., A. PassERIN D'ENTRÈVvES, La filosofia politica
medievale, Torino, Wacner, Der Sittlichkeitsbegriff in der christlichen Ethik
des Mittelof ters, Minster, GuÙetLincx, Litiérature latine au moyen dge, Parigi,
RoHmer, La finalité morale chez les théologiens de S. Augustin è Duns Scoto
(Étud. de philosophie médiév., Parigi, JarrET, Social Theories of the Middle
Ages, Westminster, Lorin, Psychologie et morale, Louvain Gembloux, Nycren, Erés
et Agapé. La notion chrétienne de l'Amour et ses trans formations, Bruyne,
Études d’estétique médiétvale, Bruges Inem, L'esiétique du moyen dge, Lovanio,
CourceLLE, Les lettres grecques en Occident de Macrobe è Cassiodore, R.
Curtius, Ewropaische Literatur und lateinisches Mittelalter, Berna GARIN
(vedasi) Poesia e filosofia nel Medioevo latino, Medioevo e Rinascimento, Bari,
Medieval Political Ideas, a cura di E. Lewis (antologia di tesi politiche
medioevali), New York, Scienze BertHELOT, Histoire des Sciences. La chimie au
Moyen dge, Parigi, GreENE, Landmarks of botanical history, Londra, Strunz,
Geschichte der Naturwissenschaften im Mittelalter, Stoccarda, Surer, Die
Mathematiker und Astronomen der Araber und ihre Werke, Abh. zur Geschichte d.
math. Wissenschaft, Nys, L’énergétique et la théorie scolastique, Rev. néosc.
philos., Zeu TEN, Die mathematik in Altertum und mittelalter, Lipsia DuHEM, Le
système du monde, Parigi, GerLanp, Geschichte der Physik, Monaco, Tannery,
Sciences exactes chez les Byzantins, Parigi Garrison, Introduction to the
history of medicine, Filadelfia, STILLMANN, Story of the early chemestry, New
York, Miei, Manuale di storia della scienza, Roma CampseLL, Arabian Medicine
and its influence on the Middle Ages, Londra, 1926. R. BurwHarpT, Geschichte der Zoologie, Lipsia Haskins,
Studies in the history of mediaeval Science, Cambridge, Sarton, Introduction to
the history of science, Baltimora, Dampier-WHETHAM, A history of science and
its relation with philosophy and religion, Cambridge, TuÙornpiKE, An History of
magic and experimental Science during the first thirteen Century of our Era,
New York-Londra, Hriserc, Les sciences grecques et leur transmission, Scientia,
Zinner, Geschichte der Sternkunde, Berlino, Bor - W. Gunpet, Sternglaube u.
TEN, Die mathematik in Altertum und mittelalter, Lipsia, DuHEM, Le système du
monde, Parigi, GerLanp, Geschichte der Physik, Monaco, Tannery, Sciences
exactes chez les Byzantins, Parigi, Garrison, Introduction to the history of
medicine, Filadelfia, STILLMANN, Story of the early chemestry, New York, Miei,
Manuale di storia della scienza, Roma, CampseLL, Arabian Medicine and its
influence on the Middle Ages, Londra, BurwHarpT, Geschichte der Zoologie,
Lipsia, Haskins, Studies in the history of mediaeval Science, Cambridge, Sarton,
Introduction to the history of science, Baltimora, WHETHAM, A history of
science and its relation with philosophy and religion, Cambridge, TuÙornpiKE,
An History of magic and experimental Science during the first thirteen Century
of our Era, New York-Londra, 1929 J. L. Hriserc, Les sciences grecques et leur
transmission, Scientia, Zinner, Geschichte der Sternkunde, Berlino, Bor - W.
Gunpet, Sternglaube u. Sterndeutung, Lipsia, Maier, Das Problem der intensiven
Gròsse in der Scholastik, LipsiaRoma, THornpikE - P. Kipre, A Catalogues of
incipits of medieval scientific writings in latin, Cambridge (Mass.),
Supplementi in Spec. Mieli, La science arabe, Leida, Pinès, Les précurseurs
musulmans de la théorie de l'impetus, Archeion, Marr, Die Impetus-theorie der
Scholastik, Vienna-Roma, Inem, Die Vorliufer Galileis im 14 Jahrhundert, Roma,
Inem, Zwei Grundprobleme der scholastischen Naturphilosophie, Roma Moopy - M.
CLacett, The mediacval scienceof Weights (Scientia de ponderibus), Madison,
Kacan, Jewish Medicine, Maier, An der Grenze von Scholastik und
Naturwissenschaft, Roma, 19522. Inem, Metaphysiche Hintergrunde der
spitscholastischen Naturphilosophie, Roma Ipem, Die Naturphilosophische
Bedeutung der scholastischen Impetustheorie, Schol., Wirson, W. Heytesbury. Medieval
Logic and the Rise of Mathematical Physics, Madison, ArnaLpez-L. Massicnon, La science arabe, in Histoire générale des
Sciences, vol. 1, Parigi, Brauyouan, La science dans l'Occident médiéval
chrétien, in Histoire générale des Sciences, vol. I, Parigi IpeM,
L'interdependence entre la science scholastique et les techniques utilitaires,
Alengon, CromBie, Augustine to Galileo. The
History of Science. Melbourne-Londra-Toronto Ley, Studien z. Geschichte d.
Materialismus im Mittelalter, Berlino, Reap, Through Alchemy to Chemistry, New
York, Simon, La science hébraique médiévale, in Histoire générale des Sciences,
vol. I, Parigi Tufoporipìs, La science byzantine, in Histoire générale des
Sciences, Parigi, Carmony, The Arabic Corpus of Greek Astronomers and
Mathematicians, Bologna, Maier, Zwischen Philosophie und Mechanik. Studien zur
Naturphilosophie der Spitscholastit, Roma, WrisHEIPL, The Development of
physical Theory in the Middle Ages, Londra-New York, Marr, Ergebnisse der
spitscholastischen Naturphilosophie, Schol., CLacett, The science of mechanics
in the middle age, Madison. BOEZIO (vedasi) De
institutione arithmetica De institutione musica; uno scritto di astronomia
perduto; uno scritto di geometria anch'esso perduto, traduzione delle
Categorie; Commento alle Categorie; traduzione del De interpretatione; primo
Commento al De interpretatione; secondo Commento al De interpretatione;
traduzione degli Analytici primi e secondi; traduzione dei Topici (non è certo,
però, se la traduzione che va oggi sotto il suo nome sia autentica); traduzione
della Isagoge di Porfirio; primo Commento all'Isagoge; secondo Commento alla
Isagoge; commento ai Topici di CICERONE; De syllogismo categorico; Introductio
in syllogismos categoricos; De syllogismo hypotetico; De divisione; De
differeptiis topicis; Consolatio philosophiae. È discussa l’attribuzione della
versione degli Elenchi sofistici. De Trinitate; Ad Iohannem diaconum utrum
Pater et Filius et Spiritus Sanctus de divinitate substantialiter praedicentur;
Ad cundem quomodo substantiae in co quod sint bonae sint, cum non sint
substantialia bona; Liber contra Eutychen et Nestorium. Non è invece autentico
il De fide catholica attribuito tradizionalmente a Boezio. Le opere in P. L.,
nel Corpus di Vienna. I trattati teologici si vedano nell’ed. StewartT-RanD,
Londra, la Consolatio nell’ed. BreLer, in Corpus Christianorum; del De
interpretatione cfr. l’ed. Meiser, Lipsia. Delle traduzioni italiane della
Consolatio ricordiamo quelle del Moricca, Firenze, e del Cappa, Milano. Gli
Opuscola theologica sono stati tradotti dal RAPISARDA, Catania; i Pensieri
sulla musica (testo e trad.) dal Damermni, Firenze. La bibl. generale in GEYER;
De Barr; De Wutr. V. inoltre tra le opere pit importanti e recenti: I. Brnez,
Boèce et Porphyre, Rev. Belge Philol. Hist., Bruprr, Die philosophischen
Elemente in den Opuscula Sacra des Boethius, Lipsia, Cooper, A concordance of
Boethius, Cambridge, Bonnaup, L'éducation scientiphique de Boèce, Spec.
1Carton, Le christianisme et l'augustinisme d e Boèce, Revue Philos., BroscH,
Der Seinbegriff bei Boethius, Innsbruck, Capone Braca, La soluzione cristiana
del problema del summum bonum, in Philosophiae consolationis libri V di Boezio,
Arch. st. filos. GUZZO (vedasi) L'Isagoge di Porfirio e i commenti di Boezio,
in Concetto e saggi di storia della filosofia, Firenze, Atronsi, Problemi
filosofici della Consolatio boeziana, Riv. filos. neosc., SoLmsen, Boethius and
the history of the Organon, American Journ. Philos.,
PaLueLLo, The sext of the Caiegoriae, the latin tradition, Classi cal Quart.,
1945. ALronsi, L’umanesimo boeziano della Consolatio, Solidalitas Erasmia pa,
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consolatione philosophiae ‘by Jean de Meun, Med. Stud.,
Vann, The Wisdom of Boethius, Londra Rapisarpa, La crisi spirituale di Boezio,
Catania, REICHENVERGER, Untersuchungen zur liter. Stellung der Consolatio phi
losophiae, Colonia PrLicersporFER, Zu Boethius De interpretatione Wiener Stud.,
AcLronsi, Storia interiore e storia cosmica nella Consolatio boeziana,
Convivium, KortLER, The vulgate tradition of the Consolatio in the 14*h
century, Med. Stud. NéponceLLES, Le variations de Boèce sur
la personne, Rev. sc. relig., Scumipr, Gottheit und Trinitit. Nach dem
Kommentar des Gilbert Porreta zu Boethius, De Trinitate Basilea, Rapisarna,
Poetica e poesia di Boezio, Orpheus, ScHmIpT, Philosophisches und Medizinisches
în der Consolatio des Boethius, Festschrift Bruno Snell, Monaco, SuLowski, Les
sources du De consolatione Philosophiae de Boèce, Sophia, PaLuetto, Les
traductions et les commentaires aristotéliciens de Boèce, Studia patristica,
mogsb s Z PU FO simo Pa LP Lr VISCARPI, BOEZIO (vedasi) e la conservazione e la
trasmissione dell'eredità del pensiero antico, in I Goti in Occidente, Spoleto,
SHiet, Boethius and Andronicus of Rhodes, Vig. Christ., GecenscHatz, Die
Freiheit der Entscheidung in der Consolatio philosophiae des Boethius, Museum
Helveticum, Lepet, Die antike Musik-theorie im Lichte des Boethius, Berlino SHiet,
Boethius Commentaries on Aristotle, Med. Renaiss. Stud., PACATTO, Per
un'edizione critica del De hypotheticis syllogismis di BOEZIO, Italia
medioevale e umanistica, Hapor, Un fragment du commentaire perdu de Boèce sur
les Catégories d'Aristote dans le Codex bernensis 363, Arch. Hist.
doctr. litt. m. à., Cassiodoro Opere: De anima; Institutiones. Edizioni: Oltre
l’ed. in P. L., si vedano le Opera in Corpus Christianorum; le Institutiones
nella fondamentale ed. R.A.B. Mynors, Oxford, La bibl. generale in GeyER; De
Brie, WuLr, Tra la produzione più importante e pit recente cfr.: A. Van pe
Vrver, Cassiodore et son ocuvre, Spec., TuÙiece, Cassiodor, seine
Klostergriindung Vivarium und sein Nachwirken im Mittelalter, Studien u. Mitt.
z. Gesch. der Benedektinerordens, Monaco, Ranp, The new Cassiodorus, Spec.
Vrver, Les Institutiones de Cassiodore et sa fondation à Vivarium, Rev.
Bénédict., CourceLLE, Les lettres grecques en Occident, Parigi Barpyr,
Cassiodor et la fin du mond ancien, Année théol., Jones, Cassiodorus senator,
New York, Lamma, Cultura e vita in Cassiodoro, Studium, MomicLiano, Cassiodorus
and Italian culture of his time, Oxford, Siviglia Opere: Etymologiae; De natura
rerum; De ordine creaturarum; Differentiarum libri duo. Edizioni: in P. L.; le
Etymologiae, a cura di W. M. Linpsar, Oxford. La bibl. generale in GevER; De
Brie, WutrFr, ALraner, Der Stand der Isidorforschung, Roma, Pérez pe UrBet, S.
Isidor de Sevilla, Barcellona, Mavoz, Contrastes y discrepancias entre el Liber
de variis quaestionibus y S. Isidor, Est. eccl., Montero Diaz, Etimologias de
S. Isidor de Sevilla, Madrid Fontaine, Isidore de Séville et la culture
classique dans l'Espagne wisigothique, Parigi, DeLHavye, Les idées morales de
st. Isidore de Séville, Rech. théol. anc. méd., EtLias pe TEJADA, Ideas
politicas y juridicas de S. Isidoro de Sevilla, Madrid, GREGORIO (vedasi) Magno
Homiliae in Evangelium; Homiliae in Ezechielem; Liber regulae pastoralis;
Moralia o Expositio in Job; Dialogorum libri IV; Epistolae. Edizioni: in P. L.,
Dei Dialoghi cfr. l’ed. crit. di U. Moricca, Roma, LiesLanc, Grundfragen der
mystischen Theologie nach Gregors des Grossen Moralia und Ezechielhomilien,
Friburgo i. B., Weser, Haupifragen der Moraliheologie Gregors des Grossen,
Friburgo, WassELYNcK, La part des Moralia de Job de St. Grégor le Grand,
Mélanges sc. relig., ManseLLI, L'escatologia di S. Gregorio Magno, Ric. stor.
relig., BrunHES, La foi chrétienne et la philosophie au temps de la Renaissance
carolingienne, Parigi, DopscHn, Wirischafiliche und soziale Grundlagen der
europàischen Kultureniwicklung aus der Zeit von Caesar bis auf Karl den
Grossen, Vienna BerLIÈRE, L'ordre monastique, Parigi, trad. it., Bari. PatzeLT, Die Karolingische Renaissance, Vienna, Lor, La
fin du monde antique et la début du moyen dge, Parigi, Ranp, Founders of de
middle ages, Cambridge (Mass.), ScHramm, Kaiser, Rom und Renovatio, Lipsia,
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1957. i E. Gitson, Les idées et les lettres (Humanisme médiéval et
Renaissance), Parigi, Pourrat, Les origines de la théologie scolastique. Les
précurseurs du IX° au XI° siècle, Rev. apologétique, KLerncLausz, Charlemagne,
Parigi, Prrenne, Mahomet et Charlemagne, Bruxelles-Parigi, tu. it., Bonnaun,
L'idée de paix è l'époque carolingienne, Parigi, Lopez, Muhammad and
Charlemagne: a revision, Spec., CALMETTE, Charlemagne, sa vie, son oeuvre,
Parigi, HaLpHEn, Charlemagne et l'Empire carolingien, Parigi, Lomsaro, Mahomet
et Charlemagne. Le problème économique, Annales, DennET, Pirenne und Muhammad,
Spec., SaLIn, La civilisation mérovingienne, Parigi, 1950. A. Ficutenau, Das
Karolingische Imperium. Soziale und geistige Problematik eines Grossreiches,
Zurigo, trad. it. Inem, Karl der Grosse und das Kaisertum, in Mitt. d. Inst. f.
Oest. Gesch. forschung., Sul monachesimo occidentale e la sua diffusione e
influenza culturale: Benedictus, Regula, Introd., testo, apparati, trad. e
comm., a cura di G Penco, Firenze, ScHumiTtz, Histoire de l'Ordre de St.
Bénoit, Maresdous Ryan, Irish monasticism, Dublino BerLiÈrE, L'Ordine monastico
dalle origini, tr. it., Bari, ScHurer, Kirche und Kultur in Mittelalt.,
Paderborn, HitpiscH, Gesch. des Benedektinischen Minchtums in ihren Grundzigen
dargestellt, Friburgo, HimxecLer, Vom Mònchtum des hl. Benedikt. Gedanken iiber
bene dektinische Wesenart, Geschichte und Kultur, Basilea, 1947. Cfr. inoltre
il Bulletin d’histoire benédéctine” nella Revue bénédictine.” Beda
il Venerabile Opere: Historia ecclesiastica gentis Anglorum; De natura rerum;
De temporibus; De temporum ratione; Quaestiones super Genesim. Edizioni: Le
opere si vedano in P. L. 90-95, e in corso di pubbli cazione in Corpus
Christianorum,” Turnholt, Parigi, 1955; l'Opera historica nell’ed. L. E. Kinc,
Londra, 1931; l'Opera de temporibus nell'ed. C. Jones, Cambridge (Mass.), 1943
e l’Expositio actuum apostolorum nell’ed. M. L. W. LarstwEr, Cambridge (Mass.),
La bibl. generale in GEyER, p. 672; De Brie, nn. 4532-4550; De Wutr, I, p. 129.
Tra le opere piti importanti e pi recenti si veda: A. Hamirton THompson, Beda. His life, times and writings, Oxford, 1935. H. M.
Gite, St. Beda the Venerable, Londra, 1935. B. CapeLL8 - M. IncuAnez - B. Tuum,
St. Beda Venerable, Studia Anselmiana,” .1936. T. A. Carrot, The Ven. Beda; his
spiritual Teachings, Washington, 1946. C. H. Beeson, The manuscripts of Beda,
Classical Philol. Beumer, Das Kirchenbild in den Schriftkomment Bedas, Schol.,”
1953. Alcuino Opere: Grammatica; De orthographia; Dialectica; Dialogus de
rhetorica et de virtutibus; De fide sanctae et individuae Trinitatis; De animae
ratione; De virtutibus et vitiis; Epistolae. Edizioni:
Le opere in P. L. L’ed. crit. delle Epistolae in Epistolae Karolini aevi (M. G.
H., II,18-481). Cfr. inoltre i Monumenta Alcuiniana, Berlino, La bibl. generale
in GryER, p. 691; De Base, nn. 5105-5109; De Wutr, I, p. 129. Tra gli studi
pifi importanti e recenti cfr.: P. MonceLLE, Alcuin, in DHGE, II M. Rocer,
L’enseignement des lettres classiques d'Ausone è Alcuin, Parigi Buxton, Alcuin,
Londra, 1922. S. H. Wicsur, The Retoric of Alcuin,
Princeton, 1941. P. Hapor, Marius Victorinus et Alcuin, Arch. Hist. doctr.
litt. m. 8.,” 1954. G. ELLarp, Master Alcuin Liturgist, New York, 1956. L.
WattacH, Alcuin and Charlemagne. Studies in Carolingian History of Literature,
Itaca - New York, 1959. Fredegiso di Tours Opere: De nihilo et de tenebris.
Edizioni: P.L. La bibl. generale in GevER, p. 691-692; DE Wutr Auner, F. von
Tours, Lipsia, 1878 (con ed. crit. del De nihilo); J. A. Enpres, Forschung z.
Gesch. der friihmittclalt. Philos., Miinster i. W.,.
Germonar, I problemi del nulla e delle tenebre in Fredegiso di Tours, in Saggi
di filosofia neorazionalistica, Torino, 1953,101-111. Agobardo Opere: Le
numerose opere teologiche, che non occorre qui enumerare particolarmente in P.L.
Oltre alle opere indicate in GevER,691-692; cfr. particolarmente: J. B. Martin,
s.v. in DTHC, I, 613-615. M. Bresson, s.v. in DHGE, Rabano Mauro De
institutione clericorum; De rerum naturis; De computo; Grammatica P.L. La bibl.
generale in GevER, p. 692; De Brie, n. 5110; De Wutr, I, p. 129. In particolare cfr.: J. ScHumipt, Rebanus Maurus, cin
Zeit-und Lebensbild, Der Katholik,” 1906. J. B. HasitzeL, Rabanus Maurus und
Claudius von Turin, Hist. Jahrb., BLumenKranz, Raban
Maur et St. Augustin, Rev. m. à. lat.,” 1951. ‘Candido di Fulda Opere: Il
pensiero di Candido è espresso nei Dicta Candidi (ed. Hauréau, Parigi, 1872).
Bibliografia: Cfr. Gever, p. 692; DE Wutr, I, p. 129. In particolare vedi Zimmermann,
Candidus. Ein Beitrag zur Geschichte der Friihscholastik, Div. Th.” (F.), 1929.
A. KLeIncLausz, Eginhard, Parigi, Servato Lupo di Ferrières Opere: Epistolae;
Liber de tribus quaestionibus; Collectaneum. Edizioni: Le opere nell’ed.
BaLuze, Parigi, 1664 e 1710; in P.L., 119. Per le Epistolae cfr. l’ed. L. LeviLLann, Parigi,
Gever,692-693; De Brie, n. 5135; DE WuLF Sprotte, Biographie de Servatus Lupus,
BerLièrEe, Un bibliophile du IX siècle, Loup de Ferrières, Mons, 1912. E.
Amann, in DThC, IX, 963-967. Pascasio Radberto Opere: Tra le numerose opere
teologiche, che qui non enumeriamo, ricordiamo soprattutto il Liber de corpore
et sanguine Christi le opere in P.L., 120. Bibliografia: Cfr. Geyer, p. 693; De
Brie, n. 5136. In particolare: J. Ernst, Die Lehre des hl. Paschasius Radbertus
von der Eucharistie, 1897. J.
Jacquin, Le De corpore et sanguine de Pascase Radbert, Rev. sc. philos. théol.,
1914. H. PeLtier, Pascase Radbert abbé de Corbie, Amiens, 1932. IpeM,
s.v., in DThC, GLiozzo, La dottrina della conversione eucaristica in Pascasio
Radberto e Ratramno, monaci di Corbia, Palermo, 1945. H. WerisweiLEr,
Paschasius Radbertus als Vermittler des Gedankengutes der karolingischen
Renaissance in der Matthiuskommentaren des Kreises um Anselm von Laon, Schol.,
1960. Ratramno di Corbie Opere: Le numerose opere teologiche in P.L., il De
corpore et sanguine domini nell’ed. crit. di J. BAKHUIZEN van DEN BrinK,
Amsterdam, 1954. Bibliografia: Cfr. GeyERr, Wutr, I,165-166. In particolare
cfr.: A. NaEcLe, Ratramnus und die hl. Eucharistie,
1903. M. ManitIUs, Gesch. d. latein. Lit. des Mittelalters, I, Monaco, 1923,
412-17. A. Wiumart, L'opuscule inédit de Ratramne sur la nature de l'ime, Rev.
bénédict., 1931. C. GLiozzo, La dottrina della convers. eucarist. in Pasc. Radberto
e R. monaci di Corbia, Palermo, GHÙeLLINcK, Le mouvement théolog. au XII° s.,
Bruges, 1948?, p. 27 e passim. Cfr.
inoltre: J. JoLiver, Godescale d'Orbais et la Trinité. La méthode de la
théologie a l'époque carolingienne, Paris, 1958. 933
Bibliografia Capitolo terzo Il Corpus dello Pseudo-Dionigi. Massimo il Confessore
Edizioni: Per le edd. del Corpus cfr. P.G., 3-4. La raccolta delle traduzioni
latine dei testi dionisiani e la fonte delle citazioni in PH. CHEVALLIER,
Dionysiaca, Parigi, 1937-1950; e l’ed. crit. del De coelesti hierarchia, a cura
di R. Roques e G. Hait, con trad. fr. di M. De Ganpittac nelle Sources
chrétiennes, n. 58, Parigi, 1958. Si veda inoltre la trad. delle Oeuvres
complètes du Pseudo-Denys l'Aréopagite, a cura del De Ganpittac, Parigi, 1943.
Per le traduzioni italiane cfr. Le gerarchie celesti, Firenze, 1921; e, a cura
del Turotta, le Opere, Padova, 1956. Bibliografia: Sulla vasta letteratura sul
Corpus ci limitiamo, in questa sede, ad indicare oltre gli scritti di J.
Stic.marr (Feldkirch, 1895; Hist. Jahrbuch. d. Gérregesellschaft, Zeitsch. f.
die kathol. Theologie, 1899; Schol., 1927, 1928) e alle indicazioni generali in
GevER, De Brie, nn. 4455-4481; De Wutr, I, p. 112, i seguenti studi: G. Tufry,
Scot Erigène traducteur de Denis, Arch. latin. Med. Aev., 1931. E. StePHANOU, Les derniers essais
d’identification du pseudo-Denys, Echos d’Orient, 1932. G. Tufry, Études
dionysiennes, Parigi BucHner, Die Areopagitica des Abtes Hilduin von St. Denys
und ihr Kirchenpolitischer Hintergrund, Hist. Jahrb., 1938. V. Lossky, La
théologie négative dans la doctrine de Denis l’Aréopagite, Rev. sc. philos.
théol., 1939. E. Von IvAnka, Der Aufbau der Schrift De divinis nominibus des
PseudoDionysius, Schol., 1940. G. DeLLa VoLpe, La dottrina
dell’Arcopagita e i suoi presupposti neoplatonici, Roma, 1941 (e cfr. La
mistica da Plotino a S. Agostino, Messina Roques, La notion de Hiérarchie selon
le Ps--Denis, Arch. Hist. doctr. litt. m.
A., 1950-1951. H. F. Donpaine, Le Corpus dionysien de l'Université de Paris au
XIII siècle, Roma, 1953. R. Roques, L'univers
dionysien, Parigi, 1954. E. Turotta, Introduzione a una lettura dello Ps. Dionigi, Sophia, 1956. E. Von IvAnxka, Ps. Dionisius
und Julian, Wiener Stud., 1957. R.
Roques, Symbolisme et théologie négative chez le Ps. Dion., Bull. Ass. Budé.
Parigi, 1957. W. VoeLxer, Kontemplation und Ekstase bei Ps. Dion., Wiesbaden,
1958. P. Scazzoso, Note sulla tradizione manoscritta della Theologia mystica
dello Pseudo Dionigi, Aevum, 1958. J. VANNESTE, Le mystère de Dieu. Essai sur
la structure rationelle de la doctrine mystique du Pseudo-Dénys l'Aréopagite,
Parigi Corsini, La questione arcopagitica. Conwibuto
alla cronologia dello Pseudo-Dionigi, Atti Acc. Sc. Torino, 1959. E. Von
IvAnka, Das Corpus arcopagiticum bei Gerhard von Csanad, Traditio, 1959. L. H. Gronpiys, Sur l2 terminologie dyonisienne, Bull.
Ass. G. Budé, 1959. Ipem, La terminologie metalogique dans la théol.
dynisienne, in L'homme et son destin, cit.,335-346. Per gli
scritti di Massimo cfr. P.G., 90-91. Trad. it. La Mistagogia e altri scritti a
cura di R. CanrareLLA, Firenze, 1931; 12 libro ascetico, a cura di M. Dat Pra,
Milano. Per gli studi cfr.: J. DeaesEKE, Maximus Confessor und Johannes Scotus
Erigena Theol. Stud. u. Kritiken BaLtHasar, Kosmische Liturgie d. Max der
Bekenner, Friburgo ScHerwooD, The carlier Ambigua of Maxim the Conf. and his
refutation of origenism, Roma, 1955. G.
MarHiev, Travaux préparatoires è une édition critique des oeuvres de S. Maxime
le Conf., Lovanio, 1957. E. Von IvAnka, Der philosophische Ertrag der
Auscinandersetzung Maximos des Bekenners mit dem Origenismus, Jahrb. oester.
byzant Gesell., 1958. Scoto Eriugena Opere: De praedestinatione; Versio operum
S. Dionyssi Arcopagitac; Versio Ambiguorum S. Maximi; De divisione naturae;
Expositiones super Jerarchiam coelestem S. Dionysi; Commentarius in S.
Evangelium secundum Johannem; Homilia in prologum S. Evangelii secundum
Johannem; Carmina; Commentarius ad opuscola sacra Boethii; Annotationes in
Marcianum. Edizioni: in P.L., 122; per il De divisione naturae l’ed. C. B.
Scunùrer, Miinster, 1938; per il Commentarius ad opuscola Boethii l'ed. E. K.
Ranp, Monaco, 1906; gli Autographa a cura di E. K. Ranp, Monaco, 1912, e Univ.
Calif. closs. philol., 1920; per le Annotationes in Marcianum cfr. C. E. Lutz,
Johannis Scottii Adnotationes in Marcianum, Cambridge (Mass.) La bibl. generale
in GEvER,693-694; De Brie Wutr, I,144-145. In particolare cfr.: A. Scuneiper,
Die Erkenntnislehre des Joh. Eriug. im Rahmen ihrer metaphysischen und
anthropologischen Voraussetzungen nach den Quellen dargestellt, Berlino,
1921-23. H. Bert, Johannes Scot Er. A study in
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und der Neuplatonismus, Tubinga, 1925. M.
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crit. filos. ital., 1960. Inoltre: F. VerneT, in DThC, V, Smaragde Su Smaragde
e i primi grammatici medioevali cfr.: Ch. THurot, Notices et extraits de divers manuscripts latins
pour servir è l'histoire des doctrines grammaticales au moyen dge, Parigi,
1868. Eirico di Auxerre Opere: Commenti al De Interpretatione, alle
Categoriae, all’ Isagoge, e a testi boeziani. Ma è dubbio se questi Comment:
gli si possano attribuire. Bibliografia: Gever,694-695. Remigio di Auxerre
Opere: Commenti all’Ars minor di Donato, agli Opuscola sacra di Boezio e al De
Consolatione philosophiae, a Prisciano e a Marciano Capella (e cfr. M.
Manitius, Gesch. d. lat. Lit. d. Mittalt., I,504-519). Edizioni: in P.L., 131;
In artem Donati, ed. W. Fox, Lipsia, 1902, in Seduli opera (ed. ]. Huemer,
Corpus Vienn., BurnAM, Commentaire anonyme sur Prudence d'après le ms. 413 de
Valenciennes, Parigi La bibl. generale in GevERr,695; DE Wutr, I,158159. In particolare cfr.: H. F. Stewart, A Commentary by
Remigius Antissioderensis on the De Consolatione philosophiae of Boethius,
Journal of Theol. Studies, 1916. M. Cappuyns, Le plus anciens
commentaire des Opuscula sacra et son origine, Rech. théol. anc. méd., 1931. C. E. Lutz, The Commentary of Remigius of Auxerre on
Martianus Capella, Med. Stud., 1957. Raterio di Verona Opere: Tra
le numerose opere, interessano particolarmente oltre alle Epistolae i
Praeloquiorum libri VI. Edizioni: in P.L., 136 e le Epistolae nell’ed. F.
WercLe M.G.H., Weimar, 1949. Bibliografia: E. Amann, in DThC, XIII, 1679-1688.
G. MontICELLI, Reterio, vescovo di Verona, Milano WeicLE, Zur Geschichte des
Bischofs Ratero von Verona, Deutsch. Arch. Tampieri, I! doveri morali di
ciascuno stato di vita secondo i Praeloquia di Raterio da Verona, Bagnacavallo
Aurillac (Silvestro II papa) Opere: De rationali et ratione; Geometria; Liber
de astrolabio. Edizioni: in P.L., 139; a cura di A. OLLERIS, Clermont-Ferrand -
Parigi, 1867; Epistolae a cura di J. Haver, Parigi, 1889; Opera Mathematica, a
cura di N. Busnov, Berlino, 1899. Bibliografia:
F. Picaver, Gerbert ou le pape philosophe, Parigi, 1897. H. Brémonp, Gerbdert,
Parigi, 1906. F. DeLzancLES, Gerbert, Aurillac, 1932. J. LEFLON, Gerbert, Parigi ScHramm, Kaiser, Rom und
Renovatio, Stud. Bibl. Warburg, 1929. A. CarteLLIERI, Die
Westellung des deutsche Reiches, 911-1047, Monaco Berlino Forz, Le souvenir et
la légende de Charlemagne dans l'Empire germanique médiéval, Parigi, 1951. Su Cluny e la sua riforma: L. M. SmitH, The early
history of Cluny, Oxford, 1920. J. Spor, Grundformen hochmittelalt.
Geschichtanschauung, Monaco, 1935. A. Brackmann, Die politische Wirkung der
cluniazensischen Bewegung, Hist. Zeitschr.,
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contre les Sarrazins d’Espagne, Rev. quest. hist., 1932. G. De VaLons, Le
monachisme cluniasien des origines au XV siècle (Archive de la France
monastique), Liguegé Harincer, Gorze-Cluny, Studien zu den monastischen
Lebensformen und Gegensitzen im Hochmittelalt., Roma, 1948. A. Chagny, Cluny et
son empire, Parigi LecLERCO, Les études universitaires dans l'ordre de Cluny,
Saint-Waudrille, 1947. Spiritualità cluniacense (Convegni del
centro di studi sulla spiritualità medioevale, II), Todi Costantino Africano
Opere: il Wiistenfeld gli attribuisce le seguenti traduzioni: Liber completus
artis medicinae qui dicitur regalis dispositio o Pantegni, di Ali Ibn ‘Abbas;
Viazicum, di Abù ba ‘far Ahmad Ibn al-Gazzar; Liber divisionum e Liber
experimentorum dell’arabo ar-Rari; Liber dietarum universalium es
particuliarium, Liber urinarum, Liber febrium, Liber de gradibus, di Ishiq
al-Isra'ili. Tradusse inoltre opere di Ippocrate e di Galeno. Gever,703-704. In
particolare v.: M. SreEInscHNEMDER, C. A. und seine arabischen Quellen, Archiv.
f. pathol. Anatomie u. Phisiol., WisrenreLD, Die
Ubersetzungen arabischer Werke ins Lateinische seit dem II Jahrh., in Abhand!,
d. K. Gesellsch. d. Wiss. 2. Gòttingen
CLervaL, Les écoles de Chartres au moyen dge du V° au XVI? siècle, Parigi,
1895. L. THornpIiKE, A history of magic and
experimental science, cit., I, 742-759. Alfano di Salerno e
l'ambiente salernitano Opere: Vita et passio s. Christinae; Sermone; De unione
Verbi Dei et hominis (smarrito); Vita di s. Sabina (si ritiene perduto.);
traduzione del trattato di Nemesio: Sulla natura dell'uomo; Prologus alla
suddetta traduzione; Tractatus de pulsibus; De quattuor humoribus corporis
humani (framm.). Bibliografia: in particolare v.: M. ScHIPA, Alfano 1., arciv.
di Salerno, Salerno, 1880. Inem, Storia del Principato longobardo di Salerno,
Arch. Stor. per le provincie napoletane, 12 (1887), passim. U. Ronca, Cultura
medievale e Poesia Latina in Italia nei sec. XI e XII, II, Roma, 1892,14-20. A.
AmetLI, La basilica di Montecassino e la Lateranense nel sec. XI, Misc.
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Romana di Storia Patria, 35 (1912),439-82. B. ALsers, Verse des Erzbischofs Alfanus
von Salerno fiir Monte Cassino, N. Arch. Manitius,
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Inem, Nuove fonti per la medicina salernitana, Rass. stor. salernitana, 1957.
Pier Damiani Opere: Gratissimus; Gomorrhianus; Disceptatio Synodalis; De
Gallica profectione; Vitae Sanctorum; Carmina et Preces; Sermones
(l'attribuzione di molti dei quali è assai discussa). Edizioni: P.L. 144-45 (è
la ristampa dell’ed. di C. GaeranI del 1606 con l'aggiunta di vari opuscoli
scoperti da AnceLo Mar e apparsi in Scriptorum 530 Bibliografia veterum nova
collectio, VI, Roma, 1832,193-244); manca una edizione critica completa,
esistono solo edizioni parziali; tra le più recenti citiamo: L. De HeineMmann,
in MGH, Libelli, 1, Hannover Warrz, ibidem, Scriptores, IV.; P. Brezzi - B.
Narpi, S. Pier Damiani, De Divina omnipotentia, ed altri opuscoli (con trad.
it.), Firenze KoLprnc, Petrus D. Das Biichlein vom Dominus Vobiscum, Diisseldorf,
1949. Bibliografia: cfr. GevER,696-697; De Brie, n. 5160; in particolare v.: J.
A. Enpres, P. Damiani und die weliliche Wissenschaft (Beitrage), Miinster,
1910. L. KùHN, Petrus Damianus und scine
Anschauungen iiber Staat und Kirche, Karlsruhe, 1913. J. A. Enpres, Forschungen
zur Gesch. der friihmittelalterl. Philosophie, (Beitrige, XVII, 2-3), Miinster,
1915. ]. Rmère, S. Pierre Damien et les droits
politiques du Pape, Bull. litt. eccl., Losacco, Dialettici e antidialettici nei
secc. IX, X, XI, Sophia Poretti, Il vero atteggiamento antidialettico di
S. P. Damiani, Faenza, 1953. F. DriessLEr, P. Damiani, Roma 1954. J. GonsetTE,
P. Damien et la culture profane, Lovanio Berengario di Tour Opere: De sacra
coena. Edizioni: P.L., 150; B. T. De sacra coena adversus Lanfraneum, ed. A. F.
e F. T. ViscHER, Berlino, 1834; una nuova ed., di W. H. BeEKENrAMp, L’Aja
Morin, Lettre inédite de B. de T. à Parchev. Joscelin de Bordeaux, Rev. Bénédict., 1932,220-26.
Bibliografia: Cfr. GevER,696; De Brie, n. 5146; DE Wutr, I,166; in particolare
v.: C. PrantI ScHmITzER, B. v. Tours und seine Lehre, 1890. T. Herrz, Essai
historique sur les rapports entre la philosophie et la foi de Bérenger de Tours
è st. Thomas d'Aquin, Parigi, 1909. A. J.
Macponacp, Berengar and the reform of sacramental doctrine, Landra, 1930. G.
Mor, Bérenger contre Bérenger, Rech. théol. anc. méd. Marronota, Un testo
inedito di Berengario di Tours e il Concilio ro mano del 1079, Milano, Ramirez,
La controversia eucaristica del siglo XI: B. de T. a la luz de sus
contemporéneos, Bogotà, 1940. F. Verne, in DThC, II, 722-42.
M. Cappuvns, in DHGE, VIII, 385-407. Anselmo di Besate Opere: Rhetorimachia.
Edizioni: cfr. E. DimMEER in dibdl. e l’ed. crit. di K. ManItIUs, in M.G.H.
Quellen zu Geistesgeschichte des Mittelalters, 2, Weimar, 1958. Bibliografia:
cfr. GevER, DummLeER, A. d. Peripatetiker, Halle Enpres, Die Dialektiker und
ihre Gegner in 11 Jahrhundert, Philos. Jahrb.. Lautenbach Liber ad Gebehardum;
Opusculum contra Wolfelmum Coloniensem. Edizioni: P.L., 155; il Liber in
M.G.H., Libelli, I (1891),308-490. Bibliografia: cfr. Gever,166; De Wutr,
I,166; in particolare v.: J. A. Enpres, Die Dialektiker und ihre Gegner im 11 Jahrhundert,
cit, 25-27; 1913,160-69. Ipem, Manegold von Lautenbach, Hist. Pol.
Blitter, 1901. Inem, Manegold von Lautenbach, Modernarum magister magistrorum,
Hist. Jahrb., 1904. M. T. Streap, Manegold of Lautenbach, Engl. Hist. Rev.,
1914. E. Woosen, Papauté et pouvoir civil à l'époque de Grégoire VII,
Lovanio, Garin, Contributi alla storia del platonismo medievale,(ora, con
aggiornata bibliografia, in Studi sul platonismo medievale, cit.). Lanfranco di
Pavia Opere: De corpore et sanguine Domini. Edizioni: P. L., 150. Bibliografia:
cfr. Gever,697-698; DE WuLF, I, p. 166; in particolare v.: A. J. MacponaLp,
Lranfranc. A Study of his life, works and writings, Oxford, Londra AOSTA
(vedasi) Monologion o Exemplum meditandi de ratione fidei; Proslogion o Fides quacrens
intellectum; De grammatico; De veritate; De libertate arbitri (cadono tutte e
tre tra il 1080 e il 1085); De casu diaboli (1085-1090); Epistola de
incarnatione Verbi (1 red. 1092, I red. 1094) o De mysterio Trinitatis; Cur
Deus homo (1098); De conceptu virgirali (1099-1100); De processione Spiritus
Sancti (1102); Epistola de sacrificio azymi; Epistola de sacramentis Ecclesiae
(entrambe tra il 1106 e il 1107); De concordia praescientiae et
praedestinatione et gratiae Dei cum libero arbitrio (1108); Epistolae;
Orationes sive meditationes (1070-1104). Edizioni: in P.L.; ma si veda l’ed.
crit. a cura di F. S. ScHMITT, Leckau-Roma, 1938, Lipsia-Roma, I, 194 (i primi
due voll.), EdimburgoLondra, 1943-1951 (i restanti tre voll.) e, inoltre, il
Monologion e.il Proslogion, Padova, 1951, con un testo che riproduce l’ed.
ScHMitT, e del Cur Deus homo l'ed. fotomecc. (Schmitt) con trad. ted.,
Darmstadt, 1958. Delle trad. italiane ricordiamo le Opere filosofiche a cura di
C. Orraviano (escluso il Monologior), Lanciano, 1928; per il Monologion, quella
sempre .a. cura dell’Ortaviano, Palermo, 1932; di A. Beccari, Torino, 1930; di
A. LANTRUA, Firenze, Cfr. inoltre: S. AnseLMo d'Aosta, /! Proslogion, le
Orazioni, e le meditazioni, testo lat. (Schmitt), trad. intr. a cura di G.
Sanpri, Padova, 1959. Bibliografia: La bibl. generale in GeveRr Brie Wutr Tra
le opere più interessanti e più recenti cfr.: a) Sull'ordinamento delle opere e
sul pensiero in generale: A. Koyré, L'idée de Dieu dans la philosophie de St.
Anselme, Parigi, 1923. H. OstLENDER, Anselm von Canterbury, der
Vater der Scholastik, Diisseldorf, 1927. A. Levasti, S. Anselmo, vita e
pensiero, Bari, Jacquin, Les rationes necessariae de St. Ansélme, Mél.
Mandonnet, II, Parigi BartH, Fides quaerens intellectum. Anselms Beweis der
Existenz Gottes im Zusammenhang seines theolog. Programms, Monaco, 1931, 1958.
W. BerzenpòRFER, Giauben und Wissen bei den grossen Denkern des Mit telalters,
Gotha, 1931. A. Wimart, Le premier ouvrage de St. Anselme
contre le trittisme de Roscelin, Rech. théol. anc. méd. ScHMITT, Zur
Ueberlieferung der Korrespondenz Anselms von Canterbury, Rev. Bénédict., 1931.
IpeMm, Zur Chronologie der werke des hl. Anselm, Rev. Bénédict., 1932. C.
Orraviano, Le rationes necessariae in S. Anselmo, Sophia, 1933. 533
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Canterbury. Leben, Lehre, Werk... Vienna, 1936. F. S. ScHMITT, Eine neues
unvollendetes Werk des Hl. Anselme
von Canterbury. De potestate et impotentia, necessitate et libertate,
(Beitrige, XXXIII, 3), Miinster, 1936. A. StoLz, Anselm von Canterbury. Sein
Leben, seine Bedeutung, seine Hauptwerke, Monaco, 1937. L. Baupry, La
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R. FarrwEaTHER, Truth, justice and moral responsibility in the thought of St.
Anselm, ibidem,385-391. 3) Sul Monologion: P.
Vicnaux, Structure et sens du Monologio, Rev. sc. philos. théol., 1947. c) Sul
Proslogion: MO v n 534 Bibliografia K. BartH, Fides quarens intellectum,
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Proslogion des hl. Anselm, Rev. Bénédict, 1935. M. Cappurns, L'argument de st.
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1951. H. HocHserc, St. Anselm ’s ontological
argument and Russel’s theory of description, N. Schol., 1959. Anselmo
di Lzon Opere: I molti scritti che furono opera della scuola di Anselmo si
confusero con quelli della scuola di Guglielmo di Champeaux, allievo di
Anselmo, per cui resta difficile farne una sicura distinzione; ad Anselmo
vengono attribuite: Sentenziae Anselmi, Sententiae divinae paginae, Glossa
interlinearis; ma le attribuzioni non sono del tutto sicure. Edizioni e bibliografia: cfr. Gever,700; De Brie,
5299-5314; De Wuctr, I,250-251; in particolare GHELLINCK, The Sentences of
Anselm of Laon and their place in the codification of theology during the XIII
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Gesamt-Darstellungen der Theologie. Ein Beitrag zur chronologie der Sentenzen
werke der Schule Anselm von Laon und Wilhelms von Champeaux, Schol., 1941. O. Lortm, La doctrine d'Anselme de Laon sur les dons du
Saint-Esprit et son influence, Rech. théol. anc. méd., 1957. H. WerrsweiLER,
Die Arbeitweise der sogenanten Sententiae Anselmi. Ein Beitrag zum Entstehen
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P.L., 178, e in J. Remers, Der Nominalismus in der Friihscholastik (Beitrige,
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Un filosofo della contingenza nel sec. XI:
Roscellino da Compiègne, Riv. stor. crit. scien. rel., 1908. F. Picaver,
Roscellin, philosophe et théologien d'après la légende et d'après l’histoire,
Parigi, 1911? (con testi e documenti in app.). M. Gorce, in DThC, XIII,
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Firenze CHÒenu, La théologie au douzième siècle, Parigi, 1957. E. Garin, Di
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Students in Paris during the XII! Century, Anal. Praemonstr. Boskorr,
Quintilian in the Latin Middle Ages, Spec. 1952. Capitolo quarto Scuola di
Chartres Bibliografia: A. Cerva, Les écoles de Chartres au Moyen Age... R. L.
PooLe, The Master of the Schools of Paris and Chartres, in John of Salisbury's
time, Engl. Hist. Rev., Parent, La doctrine de la Création dans l'École de
Chartres, 537 Bibliografia S. Vanni-RovicHi, La prima scolastica, Grande
Antologia Filosofica, IV, Milano, Grecory, Anima mundi. La
filosofia di Guglielmo di Conches e la scuola di Chartres, E. Garin, Studi sul
platonismo medioevale, cit.,13-87. .Fulberto Opere: Sermoni, poesie, agiografie
e lettere in P.L., 141. Bibliografia: C. Prister, De Fulberti Carnotensis
episcopi vita et operibus, Nancy, 1885; s.v. in DThC, VI, 964-967. .Bernardo
Opere: Fonti e frammenti in P.L., 199, 666 e 938; e cfr. P. TrHomas, in Mel.
Graux, Parigi, 1884, dove pubblica alcuni estratti del De invenzione
.rhetorica. Gilberto de la Porrée Opere: Commenti agli Opuscola sacra di
Boezio; scritti esegetici tra i quali particolarmente importanti i Commenti ai
salmi ed all’Epistola at «Romani. Edizioni: I Commenti a Boezio insieme agli
stessi Opuscola sacra, in P.L., 64 (ma cfr. R. SrLvann, Le texte des Commentaires
sur Boèce de Gilbert -de la Porrée, Arch. Hist. doctr. m. à., 1946); ed. crit.
dei Commenti: al De Hebdomadibus, Traditio, 1953, ai. due Opuscoli sulla
Trinità, Studies and Textes, I, Toronto, 1955; al Contra Eutychen et Nestorium
(De duabus naturis), Arch. Hist. doctr. litt. m. à., 1954. Le opere esegetiche
bibliche «sono ancora inedite, salvo una parte del Commento ai Salmi. Per il
Liber «de sex principiis, che non è probabilmente di Gilberto, cfr. P.L., 188,
12551270; ed. crit. A. Hevsse, Miinster, 19532. Bibliografia: La bibl. generale
in Grever,704-705; De Brie, nn. ‘5208-5211; De Wutr, I,213-214. In particolare
cfr.: A. Lanpcrar, Untersuch. zu den Eigenlehren Gilberts de la Porrée,
Zeitschr. Kathol. Theol., 1930. Ipem, Mitteil. 2.
Schule Gilbert Porreta-s, Collect. franc., 1933. A. Forest, Le réalisme de Gilbert de la Porrée dans les
commentaire du De hebdomadibus} Rev. néosc. philos., 1934. Ipem, Gilbert de la
Porrée et les écoles du XII° siècle, Rev. cours et confér., 1934. .A. Haven, Le
concile de Reims et l'erreur théologique de Gilbert de la Porrée, Arch. Hist.
doctr. litt. m. &., 1935-1936. Bibliografia M. H. Vicarre, Les Porretains
et l'avicennisme avant 1215, Rev. sc. philos. théol., 1937. M. Harinc, The case of Gilbert de la Porrée, Med.
Stud., 1951. E. Wicciams, The Teaching of Gilbert Porretta on the Trinity,
Roma, 1951. Miano, Il commento alle Lettere di S. Paolo di Gilberto
Porrettano, in Scholastica ratione hist-crit. instauranda, Roma, 1951,171-199. M. Harinc, The Commentary of Gilbert bishop of
Poitiers on Boethius Contra Euthychen et Nestorium (con testo), Arch. Hist.
doctr. litt. m. à., 1954. A. M. Lanperar, Zur Lehre des Gilbert Porretta,
Zeitschr. f. kathol. Theol., 1955. Vanni-RovicHI, La filosofia
di Gilberto Porrettano, Misc. del centro di studi med. dell’Univ. catt. di
Milano, Milano, 1956. M. Harinc, Sprachlogische und philosophische
Voraussetzungen zum Verstindnis der Christologie Gilberts von Poitiers, Schol.
Simon, La glose è l'épftre aux Romains de Gilbert de la Porrée, Rev. Hist.
ecclés., 1957. J. WestLEY, A philosophy of the concreted
and the concrete. The constitution of creature according to Gilbert de la
Porrée, Schol., 1959-1960. Z_S RZ DO zz Teodorico di
Chartres Opere: De sex dierum operibus; Heptateucon; Commento al De Trinitate
di Boezio (Librum hunc). Edizioni: De sex dierum operibus in Haurfau, Notices
et extraits..., 1893,52e in W. Jansen, Der Kommentar d. Clarembaldus v. Arras
zu Boethius De Trinitate, Breslavia, 1926; Heptateucon, scoperto e presentato
da A. CLervar in Congrès scient. int. d. Cathol., II, Parigi, 1889,277 sgg.,
ed. del prologo a cura dello JeaunEAU in Méd. Stud.,
1954; Librum hunc in JAnSEN, op. cit., e cfr. N. M. Harinc, A Commentary on
Boethius De Trinitate by Thierry of Chartres, Arch. Hist. doctr. litt. m. 4. 1956. La bibl. generale in
Gever, p. 704; De Bue, n. 5352; DE Wutr, I, 192-193. Bibliografia: P. DuneM, Le
système du monde, cit., III,184-193; J. M. Parent, La doctrine de la création
dans l'école de Chartres, E. JEaunEAU, Quelques aspects du platonisme de
Thierry de Chartres, Congrès de Tours et Poitiers, 1954. Ipem, Un représentant
du platonisme au XII° siècle: Thierry de Chartres, Mém. Soc. archéol.
d’Eure-et-Loire, 1954. Ipem, Simples notes sur la cosmogonie de
Thierry de Chartres, Sophia, 1955 539 Bibliografia N. M. Harinc, A short
treatise on the Trinity from the School of Thierry of Chartres, Med. Stud.,
1957. Inem, The lectures of Thierry of Chartres on Boethius De Trinitate Arch.
Hist. doctr. litt. m. &., 1958. IpeMm, Two Commentaries on Boethius (De
Trinitate and De Hebdomadibus) by Thierry of Chartres, ibidem, 1960. Guglielmo
di Conches Opere: Philosophia mundi (in varie red.); Dragmaticon philosophiae;
Glosse alla Consolatio boeziana; Glosse al Timeo di Platone. Assai probabile
anche l’attribuzione del Moralium dogma philosophorum, opera eccezionalmente
fortunata. Edizioni: La Philosophia mundi, in P.L., 90 (tra le opere di Beda) e
172 (tra le opere di Onorio di Autun); il Dragmation, ed. C. Parra, Parigi,
1943; frammenti della Secunda e Tertia Philosophia in V. Cousin, Ouvrages
inédits d’Abélard, Parigi, 1936,669-677, ove si trovano pure alcuni frammenti
del Commento al Timeo,648-657. Per la Glosse aBoezio e al Timeo cfr. CH.
Journary, Notices et extraits..., XX, 2, Parigi, 1862, e, particolarmente T.
Grecory, Anima mundi. La filosofia di Guglielmo di Conches e la scuola di
Chartres, Firenze, 1955, ed E. Garin, Studi sul platonismo medievale, Firenze,
1958. Per il Moralium dogma philosophorum cfr. l’ed. J. HoLmserc, Upsala, 1929.
Bibliografia: Cfr. Gever, p. 704; De Brie, nn. 5245-5248, 5352; DE Wutr,
I,192-193. In parti colare cfr.: H. FLATTEN, Die
philosophie des Wilhelm von Conches, Coblenza, 1929. C. Ortaviano, Willelmi a Conchis philosophia seu Summa
philosophiae, Arch. st. filos., 1932, n. 2; 1933, n. 1. IpeM,
Un brano inedito della Philosophia di Guglielmo di Conches, Napoli, 1935. J. M. Parent, La doctrine de la création dans l'école de
Chartres, (con brani delle glosse a Boezio e al Timeo). Pu. DeLHave, Une
adaptation du De Officiis au XII° siècle, le Moralium dogma philosophorum,
Rech. théol. anc. méd., 1949. T. Grecory, Sull'attribuzione
a Guglielmo di Conches di un rimaneggiamento della Philosophia mundi) Gior.
crit. filos. ital. 1951. Ipem, Anima mundi. La filosofia di Guglielmo di
Conches e la scuola di Chartres, E. Garin, Studi sul platonismo medioevale, B.
OprrerNAM, L'usage de la notion d'Integumentum à travers les gloses de
Guillaume de Conches, Arch. Hist.
doctr. litt. m. Hanticnars, Points de vue sur la volonté et le jugement dans
l'ocuvre d'un humaniste chartrain, in L'homme et son destin, cit.,417-429. E.
JeaunEAU, Gloses de Guillaume de Conches sur Macrobe. Notes sur les manuscrits,
Arch. Hist. doctr. litt. m. 2., 1960. Ipem, Deux rédactions des gloses de
Guillaume de Conches sur Priscien, Rech. théol. anc. méd., 1960. Bernardo
Silvestre Opere: De mundi universitate sive Megacosmus et Microcosmus;
Commentum in VI Aeneidos Libros; Mathematicus; De gemellis; De paupere ingrato;
Experimentarius. Edizioni: Vari frammenti ed estratti delle opere in V. Cousin,
Ouvrages inédits d'Abélard, Parigi, 1836 e 1855; per il De mundi universitate,
cfr. l'ed. S. BaracH - J. WrosEt, Innsbruck, 1876; per il Commentum l’ed.
RiepEL, Gryphisvaldae, 1924; per il Mazhematicus vedi P.L., 171 dove si trova
l’ed. J. Bourassé, tra le opere di Ildeberto di Lavardin; per l'Experimentarius
cfr. M. Brini-SavoreLLI, Un manuale di geomanzia presentato da Bernardo
Silvestre di Tours (XII secolo): L’Experimentarius Riv. crit. st. filos., La bibl.
generale inGeyeR, p. 704; De Wutr, I, p. 192. In particolare cfr.: E. Girson, La cosmogonie de Bernard
de Sylvestris, Arch. Hist. doctr. litt. m. 4.7 1928. L. THornpIKE, An History of magic and experimental
science, II, New York, 1929, c. 39. Tu. Silverste, The fabulous Cosmogony of
Bernard Silvestris, Modern Philol., 1948. Capitolo
quinto Pietro Abelardo logica: Glosse letterali: Editio super Porphyrium;
Glossae in Categorias; Editio super Aristotelem de interpretatione; De
divisionibus; 2) Logica Ingredientibus; 3) Logica Nostrorum petitioni sociorum
(Glosse a Porfirio); 4) Dialectica (pit volte rimaneggiata tra il 1118 e il
1137). 6) teologia: 1) De wnitate et trinitate divina (1118-1121); 2) TAeologia
christiana Theologia Sic et Non Commenti esegetici ai testi biblici (dopo il
1125); 6) Sermones; 7) Dialogus inter iudacum, philosophum et christianum.
Ethica, seu liber Scito te ipsum. Inoltre le Epistole (tra le quali
particolarmente importanti il carteggio con Eloisa e la Historia calamitatum).
Edizioni: Tutte le opere, escluse quelle logiche, in P.L., 178; gli scritti
fino ad allora inediti di Abelardo furono editi da V. Cousin, Ouvrages inédits
d'Abélard, Parigi, 1836, che fece poi seguire la nuova edizione delle opere già
edite: Petri Abaclardi opera hactenus scorsin edita, a cura di V. Cousin e Cu.
Journain, Parigi, 1849-1859. Altre ed. che completano il Corpus abelardiano: P.
AsaELARDI, De unitate et trinitate divina, ed. R. SròLzLE, Friburgo, 1891;
Peter Abaclards Philosophische Schriften (1. Die Logica Ingredientibus 1; Die
Glossen zu Porphyrius; Die Logica Ingredientibus 2; Die Glossen zu den
Kategorien; Die Logica Nostrorum petitioni sociorum; Die Glossen zu
Porphyrius), a cura di B. GEvER, in Beitrige, XXI, 1, 1919; XXI, 2, 1921; XXI,
3, 1927; XXI, 4, 1933; Peter Abaelards Theologia Summi Boni zum ersten Male
volistindig herausgegeben (Beitrige, XXV), Miinster, 1939; Abaelard's Letter of
Consolation to a Friend (Historia calamitatum), a cura di J. T. MuckLeE, Med.
Stud., Toronto, ed ora nell’ed. crit. d i J. Monratn: ABfLarp, Historia
calamitatum, Parigi, 1959; Pretro ABELARDO, Scritti filosofici (Editio super
Porphyrium, Glossae in Categorias, Super Aristotelem de Interpretatione, De
divisionibus, Super Topica glossae), editi per la prima volta da M. Dar Pra,
Milano-Roma, 1954; Twelfth century logic. Texts and Studies, a cura di L.
Minio-ParueLLo, Roma, 1956-1958 (vi sono alcuni testi di Abelardo); P.
AsaeLarpus, Diglectica, First complete edition of the Parisian manuscript, a
cura di L. M. De Rijx, Assen, 1956, Utile l'antologia a cura di M. De
GanpiLLac, Ocuvres Choisies d' Abélard, Parigi, 1945. Il Conosci te stesso è
stato tradotto in italiano da M. Dar Pra, Vicenza, 1941, l’Epistolario da C.
OrTaviano, Palermo La bibl. generale in Gever,702-703; De Brie, nn. 5212-5244;
De Wutr, Rémusar, Abélard. Sa vie, sa pensée, sa théologie, Parigi, 1845; 2.
ed. 1855. L. Tosti, Storia di Abelardo e dei suoi tempi, Napoli, 1851; Roma,
1887. E. Kaiser, Pierre Abélard critique, Friburgo, 1901. J. Mc Case, Peter
Abelard, New York, Reiners, Der Nominalismus in der Frihscholastik (Beitràge,
VIII, 5), Miinster, GevER, Die Stellung Abàlards in der Universalienfrage...
(Beitràge, suppl. I), Miinster, 1913. H. OsrLenper, P. Abelards Theologia und
die Sentenzenbiicher seiner Schule, Breslavia, 1926. C. Ottaviano, Pietro
Abelardo, La vita, le opere, il pensiero, Roma, 1931. J. Cortiaux, La conception de la théologie chez Abélard,
Rev. hist. ecclés., 1932. 542 Bibliografia J. G. Sikes, Peter Abaelard,
Cambridge, 1932. Cu. CHarrier, Héloise dans l'histoire et dans la légende,
Parigi, 1933. ]. Rivière, Les capitula d’Abélard condamnés au concile de Sens,
Rech.. théol. anc. méd. OstLenper, Die Theologia Scholarium des Peter Abaelard,
in Aus der Geisteswelt des Mittelalters (Beitràge, Suppl. III), Miinster, 1935. Pu. S. Moore, Reason in the
Theology of Peter Abelard, Proceed. Cathol. Philos. Ass., 1937. R. J.
TrÒompson, The role of dialectical Reason in the Ethics of Abelard, Proceed. Cathol. Philos. Ass. 1937. E. Girson, Héloise et Abélard,
Parigi, 1938, 1948? (trad. it., Torino RoHMERr, La finalité morale chez les
théologiens de S. Augustin è Duns Scot; Parigi Wappett, Peter Abelard, Londra,
1939. L. Nicorau DOLMmEr, Sur la date de la Dialectica d'Abélard, Rev. m. a.
lat., 1945. R. LLoyp, Peter Abelard: the Orthodox
Rebel, Londra, 1947. J. R. Mc Catcum, Abelard's Christian Theology, Londra,
1948. M. Dar Pra, Idee morali nelle lettere di Eloisa, Riv. st. filos.,
1948. Inem, Motivi dello Scito te ipsum di
Abelardo, Acme, 1948. J. De GHELLINcK, Le mouvement théologique du XII° siècle,
E. ArnoLp, Z. Geschichte der Suppositionstheorie, Symposion, 1952. L. Minio PaLvetto, Twelfth century Logic, J. T.
MuckLe, The letter of Heloise on religious life and Abelard's first reply, Med.
Stud., 1955. N. M. Harinc, A third manuscript of Peter Abelard's Theologia
summi boni, Med. Stud., 1956. T. P. LaucHLin, Abelard's Rule for religious
women, Med. Stud., 1956. R. BLomme, A propos de la
définition du péché chez Pierre Abélard, Ephem. theol. Lovan., 1957. B.
Smaccey, Prima. clavis sapientiae: Augustin and Abelard, in F. Saxl memorial
Essays, Londra MazzantinI, Cosmo turbato e pluralità di mondo nell’etica di
Abelardo, Atti Acc. Sc. di Torino, Siropova, Abélard et son epoque, Cahiers
d’hist. mond. 1958. A. Borst, Abélard und Bernhard, Hist. Zeitschr., 1958. M. T.
Fumacatti, Note sulla logica di Abelardo, Riv. crit. st. filos., BertoLa, Le
critiche di Abelardo ad Anselmo di Laon e a Guglielmo di Conches, Riv. filos.
neosc., 1960. La questione degli Universali J. H. Loewe, Der Kampf zwischen
Realismus und Nominalismus im Mittel.,. Praga,
1876. 543 Bibliografia M. De Wutr, Le problème des universaux dans son évolution
historique du IX? au XIII* siècle, Archiv. fiir Gesch. der Philos., 1896. J. ReinErs, Der aristotelische Realismus in der
Friihscholastik (Beitrige, VIII, 5), Miinster, 1910. R. L. PootLe, The Masters
of the Schools at Paris and Chartres in John of Salisbury's Time, Engl. Hist. Rev., 1920. ]. PauLus, Sur les origines du
nominalisme, Rev. Philos., 1937. L.
Mino PaLuecto, The Ars disserendi of Adam of Belsham Parvipontanus Med. Ren. Stud.,
1954. Guglielmo di Champeaux Opere: Le Opere (frammenti) di Guglielmo di
Champeaux, in P.L., 163; le Sententiae vel quaestiones XLVII, a cura di G.
Lerèvre, Lilla, 1898; De generibus et speciebus, a cura di V. Cousin, in
Oeuvres inédites d' Abélard, 1836. Bibliografia:
G. Lerèvre, Les variations de Guillaume de Champeaux sur la question des
universaux. Etude suivie de documents originaux, Lilla, 1898. E. MicHaup, G. de
Champeaux et les écoles de Paris au XII* siècle, Parigi, 1867. G. Lerèvre, Les
variations de G. d. Champ. et la question des universauz, Lilla, 1898. F.
Picavet, Note sur l’enseignement de Guill. de Champeaux d'après l'‘Historia
calamitatum’ d'Abélard, Rev. intern. de l’enseignement, 1910. P. Gopet,
Guillaume de Champeaux, in DThC. H. WrisweILER, Die Schriften der Schule
Anselms von Laon und W. von Champeaux, Deutsch. Bibl.
La bibl. generale in GeyER,701-702; De Brie, nn. 5299, 5306, 5313; De WuLr, I,
p. 178. Per Adelardo di Bath cfr. la relativa bibl. al capitolo I della P. IV.
Sugli sviluppi della scuola abelardiana nella sua componente teologica «fr. particolarmente
A. Lanpcrar, Finfishrung in die Geschichte der theologischen Literatur der
Friihscholastik, Regensburg, 1948; e dello stesso: Écrits théologiques de
l'École d’Abélard, Textes inédits (Sententiae parisienses e Ysagoge in
theologiam), Lovanio, 1934. 544 Bibliografia Capitolo sesto Pietro Lombardo
Opere: Commenti scritturali; Sermones; Libri IV Sententiarum. Edizioni: Le
Opere in P.L., 191-192; i Libri quattuor sententiarum, nell'edizione critica
dei Francescani di Quaracchi, Quaracchi (Firenze), 1916. Bibliografia: Cfr. Gever,710-711; De Brie, nn. 5369-5378;
De WuLF EspensERGER, Die Philosophie des Petrus Lombardus (Beitrige, III, 5),
Miinster, 1901. F. Cavarcera, S. Augustin et le Livre des sentences de Pierre
Lombard, Arch. Philos., GHeELLINCK, Pierre Lombard, in DThC, Weriswerer, La
Summa sententiarum, source de Pierre Lombard, Rech. théol. anc. méd., 1934. Pietro
Lombardo, Novara, 1953 (con la bibl. lombardiana di J. de Ghellinck, 24-25). S.
Vanni-RovicHi, Pier Lombardo e la filosofia medievale, Sapienza, 1954.
Miscellanea Lombardiana (in occasione delle celebrazioni organizzate in Novara
per onorare Pietro Lombardo), Novara, 1957. Sul movimento che ha portato
all'elaborazione dei Libri Sententiarum e delle Summe cfr.: sopratutto M.
GrasMmann, Geschichte der Katolischen Theologie, Friburgo (Br), 1933,286-9; F.
StecmùLLER, Repertorium comment. in Sent. Petri Lombardi, Wiirzburg, 1947, con
le aggiunte di M. Gotoszewska, J}. B. Kororec, A. PoLtAWwSKI, Z. K.
SIEMIATKOWSKA, J. Tarnowska, Z. WLopEk, in Miscellanea philosophica Polonorum,
Varsavia, 1958. Vedi inoltre: J. Stmer, Des Sommes de théol., Parigi, 1871. M.
Grasmann, Gesch. d. schol. Meth., cit., II, cit.,3-25, 476-563. G. Paré, A.
Brunet, P. TreMBLAY, La renaissance du XII s. Les écoles et l'enscignement, G.
EncLHarpr, Die Entwicklung der dogmatischen Glaubenpsychologie vom
Abaelardstreit bis Philipp den Kanzler, (Beitrige, XIII), 1933. P. GLorieux, Sommes théologiques, in DThC, XIV, 2341-64.
J. De GHELLINcK, Le mouvement théologique du XII s., cit., passim. M.-D.
ChÒenu, La théologie au douzième siècle, Parigi, 1957, passim. O. LortIn,
Psychologie et morale..., cit., VI,9-18, 119-124, 137-148. Giovanni di
Salisbury Opere: Entheticus, sive de dogmate philosophorum; Polycraticus, sive
545 Bibliografia de nugis curialium et vestigiis philosophorum; Metalogicon;
Historia pontificalis. Edizioni: Le Opere in P.L., 199. Il
Polycraticus è edito a cura di C. C. J. Wes8, Oxford, 1909; il Metalogicon
sempre a cura del Wes, Oxford, 1929; la Historia pontificalis a cura di R. L.
Poote, Oxford, 1927; a cura dello stesso anche le Epistolae. Bibliografia: Cfr.
Gever,705; De Brig, nn. 5384-5390; De WuLF, I, p. 234. In particolare v.: C. C.
J. WeB8, John of Salisbury, Londra, Huizinca, Een proegothieke geest, Johannes
van Salisbury, Tijdschrift voor geschiedenis, 1933, ed ora in Verzamelde
Werken, IV, Haarlem, Wess, Joannis Sarisberiensis Metalogicon. Addenda et corrigenda, Med. Ren. Stud. Denis, Un
humaniste au moyen dge: Salisbury, Nova et Vetera LiesescHirz, Mediaeval
Humanism in the life and writings of John of Salisbury, Londra, 1950. M. Dar
Pra, Giovanni di Salisbury, Milano, 1951. D. D. Mc Garry, The Metalogicon of
John of Salisbury: A Twelfth Century Defense of the Verbal and Logical Arts of
the Trivium, BerkeleyLos Angeles, 1955. G. AspeLIN, John of Salisbury"s
Metalogicon, Bibl. Soc. Royal des Lettres de Lund, 1951-1952. B.
HetsLinc-GLoor, Natur und Aberglaube im Policraticus des Johann von Salisbury,
Zurigo, 1956. H. HoHENLEUTNER, Johannes von Salisbury in der Literatur der
letzen zehn Jahre, Hist. Jahrb., 1958. M. A. Brown, John of Salisbury, Franc.
Stud. 1959. Alano di Lilla Opere: Regulae de Sacra theologia; Summa quoniam
homines; Tractatus de virtutibus, de vitiis et de donis Spiritus Sancti; De Planctu
Naturac; Anticlaudianus; Ars Praedicandi; Summa quot modis; Contra Haereticos;
Liber Paenitentialis; Rythmus. Edizioni:
In P.L., 210, ad eccezione della Summa quoniam homines e del Liber de
virtutibus per i quali v.: O. LortIN, Le traité d'Alein de Lille sur les
virtus, les vices et les dons du Saint Esprit, Med. Stud.,
1950 ed ora in Psychologie et morale... cit., VI; Summa quoniam homines, a cura
di P. GLorreux, Arch. Hist. litt. doctr. m. à., 1954; Anticlaudianus, testo
critico e introd., a cura di R. Bossuar, Parigi, 1955. 546 Bibliografia
Bibliografia: Cfr. Gever, p. 706; De Brie, n. 5352; De Wutr, I, p. 228. In particolare v.: M. BaumcartneR, Die Philosophie des
Alanus de Insulis, (Beitrage, II, 4), Miinster, 1896. J. Huizinca, Veber die
Verkniipfung des poetischen mit dem Theologischen bei Alanus de Insulis,
Mededeel d.k. Akad. Afd. Letterkunde, LXXVI, B, 6, Amsterdam, 1924 (con in app.
un’altra red. del De virtutibus) [ed ora in Verzamelde Werken, IV, Haarlem,
1949,3-84]. M.-D. ChÙenu, Un essai de méthode théologique au XII* siècle, Rev.
sc. philos. théol, 1935. J. M. Parent, Un nouveau témoin de la théologie
dionysienne au XII° siècle, in Aus der Geisteswelt des Mittelalters (Beitrige,
Suppl. III), Miinster, 1935. P. GLorieux, L'iauteur de la Somme Quoniam homines
Rech. théol. anc. méd., 1950., G. Rarmaup pe Lace, Alain de Lille, poète du
XII° siècle, Parigi, Green, Alan of Lille's De planctu naturae Spec., 1956. V.
CienTo, Alano di Lilla poeta e teologo del sec. XII, Napoli, 1958. M.-D. CHenu, Une théologie axiomatique
au XII° siècle. Alain de Lille, Cîteaux Nederl., 1958. A. Ciorti, Alano e Dente
Convivium, 1960. O. Lortin, Alein de Lille une des sources des
Disputationes di Simon de Tournai, in Psychologie et morale..., cit.,
VI,93-106. C. VasoLi, Due studi per Alano di Lilla, Bull. Ist. st. it. m. e.,
1961. Ipem, La teologia apothetica di Alano di Lilla, Riv. crit. st. filos.,
1961. Ipem, Le idee filosofiche di Alano di Lilla nel De Planctu e
nellAnticlaudianus Gior. crit. filos. ital. 1961. Nicola di Amiens Opere: De
aste catholicae fidei Edizioni: In P.L., 210, sotto il nome di Alano di Lilla.
Bibliografia: Cfr. Gever,706; DE Wutr, I, p. 250. Clarembaldo di Arras Opere:
Commento al De Trinitate di Boezio. Bibliografia:
Cfr. Gever,704; DE Wutr, I,192-193. W. Jansen, Der Kommentar des Cl. v. Arras
2. Boethius De Trinitate, Breslavia, 1926. 547 Bibliografia Capitolo
settimo Sulle eresie cfr. in generale: F. Tocco, L'eresia nel medioevo,
Firenze, 1884 (cfr. anche Albori della vita italiana, Milano Vorpe, Movimenti
religiosi e sette ereticali nella società medievale italia. na: sec. XI-XIV,
Firenze, 1926, 19612. H. Grunpmann, Religiose Bewegungen im Mittelalter,
Berlino, Srerano, Riformatori ed eretici nel medioevo, Palermo, 1938. R.
MansELLI, Profilo dell'eresia medioevale, Humanitas, 1950. R. MorcHEN, Medioevo
Cristiano, Bari, 1951 (L'eresia del medioevo). A. Donparne, L'origine de l'hérésie médiévale, Riv. st.
d. Chiesa in Ital., 1952. L. Sommariva, Studi recenti
sulle eresie medioevali (1939-1952), Riv. st. ital. 1952. A. Borst, Die
Katharer, Stoccarda, 1953. R. ManseLLI, Studi sulle eresie del sec. XII, Roma,
Per il Francescanesimo rinviamo alla voce Ordini Mendicanti del capitolo 2 della
Parte IV. Gioacchino da Fiore ‘Opere: Concordia veteris et novi Testamenti;
Tractatus super IV _Evangelia; Expositio in Apocalypsim; Psalterium decem
chordarum; Adversus ludaeos; De articulis fidei. Edizioni: Concordia, Venezia,
1519; Expositio, ivi, 1627; Psalterium, Venezia, 1957. Edizioni recenti:
Joachim de Fiore. Tractatus super quatuor Evangelia, a cura di E. Buonaruti,
Roma, 1930; Joachimi Albertis Liber contra Lombardum (Scuola di Gioacchino da
Fiore), a cura di C. OrrAviano, Roma, 1934; Joachim de Flore. Scritti minori.
De articulis fidei, a cura di E. BuonaIUTI, Roma, 1936. Si cfr. anche L.
TonpeLLI, Il libro delle figure di Gioacchino da Fiore, Torino, 1939-1940.
Bibliografia: Ci limitiamo ad opere di carattere generale: E. Buonaruti, G. da
Fiore. I tempi. La vita. Il messaggio, Roma, Benz, Joechim-Studien, Zeitschr.
f. Kirchengesch., 1931, 1932, 1934. J. Ca.
Huck, Joachim von Floris und die joachitische Literatur, Friburgo, 1938. F.
Foserti, Gioaecch. da Fiore e il Giovacchinismo antico e moderno, Padova, 1942.
M. Reeves, The Liber figurarum of |. of
Fiore, Med. Ren. Stud., 1950. H. Grunpmann, Neue Forschungen iiber ]. von Flora,
Marburgo, 1950. F. Russo, Bibliografia gioachinita, Firenze, 1954. 548
Bibliografia A. Crocco, La teologia triniteria di Gioachino da Fiore, Sophia;
1957. M. W. BLoomriEL©, Joachin von Flora. A
critical survey of his canon, teachings, sources, biography and influence,
Traditio, 1957. E. Mrxxer, Neuere Literatur siber Joachin von Fiore, Cîteaux
Nederl., Clairvaux Epistolae, in P.L., 182; Sermones LKXXVI, in P.L., 183
(nuova ed. a cura di B. GseLL-L. JANAUSCHEK, Xenia bernardina,
Vienna, 1891); Tractatus: 1) ascetico-mistici, in P.L., 182; 2) monastici, in
P.L., 182; 3) liturgici, in P.L., 182-183; 4) dogmatici ed apologetici, in
P.L., 182; 5) agiografici, in P.L., 182. L’ed. critica delle opere, a cura di
J. LecLERO, C. H. TaLBor, H. M. RocHars, è in corso a Roma, 1957Cfr. inoltre:
Sr. Bernarp, Oeuvres (voll. 2) a cura di M. M. Davr, Parigi, 1945 e l’ed.
spagnola in corso a Madrid, 1953 Bibliografia: Cfr. GevEr,707-708; De Brie, nn.
5263-5284; De WuLF, I,255-256. Per la bibl. generale completa fino al 1891 cfr.
G. Hurrer, Die Wunder des Al. Bernard, Hist. Jahrb., 1889 e in L. JAanAUSCHEK,
Xenia bernardina, Vienna, 1891, rist anast., Hildersheim, 1959; C. H. TaLsor,
Bibliografia di S. Bernardo, Riv. st. d. Chiesa in Ital., 1954; J. DE LA Crorx
Bourton, Biblioeraphie bernardinienne, Parigi, 1958. Tra gli studi generali e i
più recenti v.: E. Vacanparp, Vie de S. Bernard abbé de Clairvauz, Parigi,
1910. J. Bernuart, Eckhartistische und bernhardische Mystik in ihren
Beziehungen und Gegensitzen, Kempten, Bernard et son temps, Dijon, 1928. P. LasERRE, Un conflit religieux politique au XII°
siècle: S. Bernard et Abélerd, Parigi, 1930. P. MirERRE, St. Bernard. Un moine
arbitre de l'Europe au XII° siècle, Genval, 1929. Ipem, La doctrine de S.
Bernard, Bruxelles, 1932. A. FescHNER, Die Politische Theorie des Abbas
Bernards von Clairvaux in seinen Briefen, Bonn, 1933. E. Gitson, La :héologie
mystique de S. Bernard, Parigi, 1934, 19472. W. Wicciams, St. Bernard of
Clairvaux, Manchester, 1936. O. Castren, Bernhard von Clairvaux. Zur Typologie
des mittelalterlischen Menschen, Lund, 1938. J. Baupry, Saint Bernard, Parigi,
1946. J. LecLERco, St. Bernard mystique, Bruges, 1948, Parigi, Gitson, S.
Bernard. Textes choisies et présentées, Parigi, Despinay, L'ime embrasée de St.
Bernard, Parigi, 1950. Ipem, Textes sur St. Bernard et Gilbert de la Porrée,
Med. Stud., DoumontIgr, St. Bernard et la Bible, Bruges, 1953. M. T.
AntonELLI, Bernardo di Chiaravalle, Milano, 1953. J. LecLerco, Études sur S. Bernard et le texte de ses
écrits, Roma, 1953. S. Vanni-RovicHI, S. Bernardo e la
filosofia, Riv. filos. neosc., Sartori, Natura e grazia nella dottrina di S.
Bernardo, Studia patavina, 1954. Saint
Bernard théologien, Actes du congrès de Dijon, 1953, Roma, 1955. Bernhard von
Clairvaux, Monch und Mystiker, Int. Bernhard-Kongress, Magonza - Wiesbaden,
1955. J. LecLerco, Recherches sur les Sermons sur les Cantiques de St. Bernard,
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1955. J. LecLerco, L'archétype clairvallien des
traités de St. Bernard, Scriptorium, 1956. Z. ALszecny, Contributo alla
teologia bernardiana, Greg., 1957, Pu. DeLHave, Le problème de la conscience
morale chez S. Bernard, Namur, 1957. Bruno of Sr. James, Saint Bernard of
Clairvaux: An Essay in Biography, Nuova York, 1957. A. Van DEN BoscH,
L'intelligence de la foi chez St. Bernard, Cîteaux Nederl., 1957. IneM, The christology of St. Bernard: a review of
recent works, ibidem, 1957. Inem, Presupposé è la
christologie bernardine, Cîteaux Nederl., 1958. R. Assunto, Sulle idee
estetiche di Bernardo da Chiaravalle, Riv. estet., 1959. E. Borssazp, St. Bernard et le Pseudo-Aréopagite, Rech.
théol. anc. méd., 1959. A. Van DEN BoscH, Le mystère de l'incarnation chez St.
Bernard, Cîteaux, 1959. W. ULLMANN, St. Bernard and the nascent
international low, ibidem, 1959. A. Fiske, Sf. Bernard of
Clairvaux and friendship, ibidem, 1960. Guglielmo di St. Thierry Opere
principali: Epistola ad Fratres de monte Dei; De contemplando Deo; De natura et
dignitate amoris; Adversus Abaclardum; Speculum fidei; Aenigma fidei; De natura
corporis et animae, ecc. Edizioni: Le Opere in P.L., 180; le Meditativae
orationes a cura di M. M. Davv, Parigi, 1934; L’Epistola ad Fratres de Monte
Dei, ed. crit. e tr. a cura di M. M. Davy, Parigi, 1940; il Commentario al
Cantico dei cantici sempre a cura di M. M. Davy, Parigi, 1958; lo Speculum e
l’Aenigma, 550 Bibliografia sempre ed. Davy, Parigi, 1959; il De contemplando
Deo, ed J. HourLieR, Parigi, 1959; cfr. anche Oeuvres choisies (ed. J. M. DecHanET) Parigi, 1944. Bibliografia: Cfr. Gever,
p. 708; De Brie, nn. 5250-5262; De Wutr, I,255-256. In particolare si veda: A.
Apam, Guillaume de S. Thierry, sa vie et ses oeuvres, Bourg-en-Bresse, 1923. L.
Matevez, La doctrine de lime et de la connaissance mystique chez G. de
S-Thierry, Rech. sc. relig., 1932. M. M. Davy, La connaissance de Dieu d'après
Guill. de St. Th., Rech. sc. relig., 1938. J. M. DécHanet, Guill. d. St.
Thierry. L’homme et son oeuvre, BrugesParigi, 1942. Ipem, La doctrine de
l'amour-intellection chez G. de St. TÀ., e Guill. d. St. Thierry et Plotin,
Rev. m. à lat., 1945, 1946. E. Girson, Notes sur Guillaume de St. Thierry, in
La théologie mystique de S. Bernard, cit.,216-232. L. DE Simone, Gugl. di S.
Thierry, Sapienza, 1949. M. M. Davy, Théologie et mystique de Guill. de St.
Thierry, I, La connaissance de Dieu, Parigi, 1954. L. DE
Simone, Gli aspetti filosofici della mistica di Guglielmo di St. Thierry,
Doctor communis, 1957. R. De Gancx, Petits
travaux sur Guillaume de St. Thierry, Cîteaux Nederl., 1958. E.
Garin, Guglielmo di Conches e Guglielmo di Saint-Thierry, in Studi sul
Platonismo medievale, cit.,62-68. O.
Brooke, The trinitarian aspect of the ascent of the soul to God in the theology
of William of St. Thierry, Rech. théol. anc. méd., 1959. IpeM, The speculative
development of the trinitarian theology of William of St. Thierry, ibidem,
1960. Isacco di Stella Opere: Sermones; Epistola de anima ad Alcherum
Edizioni: Opera, in P.L., 194. Bibliografia:
F. BLieMETZRIEDER, Isaac de Stella. Sa spéculation théologique, Rech. théol.
anc. méd., 1932. W. Meuser, Die Erkenninislehre d. Isaac v. Stella, Bottropp i. w.,
1934. M. A. FracHeBouD, Le Pseudo-Denys
l'Aréopagite parmi les sources du cistercien Isaac de l’Etoile, Collect. Ord.
Cister., 1947. IpeM, L'inffuence de St. Augustin sur le cistercens Isaac de
l’Etoile, Coll. Ord. Cister., 1949, E. BertoLA, La dottrina
psicologica di Isacco di Stella, Riv. filos. neosc., La bibl. generale in
Gerer, p. 708; De Brie; De Wutr, I, p. 228. Alchero di Clairvaux Opera: Liber
de spiritu et anima Edizioni: in P.L., 40, 773-832 sotto il nome di Agostino. Bibliografia: G. Tuery, L'authenticité du De spiritu et
anima dans St. Thomas et Albert le Grand, Rev. sc. philos. théol., 1921. P.
FourNIER, s.v., in DHGE, II, 14-15. Ugo di S. Vittore Opere: Filosofiche:
Didascalion; Epitome in Philosophiam; De unione corporis et spiritus; Mistiche:
De arca Noe morali; De arca Noe mystica; Soliloguium de arrha animac;
Commentarium in Hierarchiam caelestem S. Dionysii, l. X., ecc. Edizioni: Le
Opere in P.L., 175-177. Cfr. inoltre: Epitome in philosophiam, ed.
Haurfau, in H. de St. Victor. Nouvel
examen de ses ocuvres, Parigi 1859; Hugonis a S. Victore Didascalion. De Studio
legendi, ed. critica a cura di C. H. Burrimer, Washington, 1939; Hugues de St.
Victor, La contemplation et ses espèces (testo e intr.) ed. R. Baron, Parigi,
1958. Si cfr. J. De GHeLLINcK, La tables de matières de la première édition des
ocuvres de Hugues de St. Victor, Rech. sc. relig., 1910; e Un catalogue des
oeuvres de H. de S. V., Rev. néoscol. philos., 1913. Bibliografia: Cfr. Gever,
p. 709; De Brig, nn. 5287-5295; De WutLr, I,221-222. In particolare v.: A.
Mignon, Les origines de la scolastique et Hugues de S. Victor, Parigi, 1895. F. VERNET, Hugues de S. V., in DThC, V, 240-308.
ScHNEMER, Geschichte und Geschichtsphilosophie bei Hugo von St. Victor,
Miinsterische Beitrige zur Geschichtsforschung, 3, Miinster, 1933. B. BiscHorr,
Aus der Schule H. v. St. V., in Aus der Geisteswelt des Mittel alters,
(Beitrige, suppl. III), Miinster, 1935. F. E. Crorpon, Notes on the Life of
Hugh de S. Victor, Journ. theol. Stud., 1939. ). LecLERco, Le De Grammatica de
Hugues de S. Victor, Arch. Hist. doctr. litt. m. d., 1943-1945. J. KLEInz, The
theory of knowledge of Hugh of S. V., Washington, 1944. H. WerswetLER, Die
Arbeitsmethode Hugos v. S. Victor Schol., 1949. Ipem, Zur Einflussphaere der
Vorlesungen H.s von St. Viktor, in Mél. J. De Ghellink, Gembloux, CrÒatiLLon,
De Guillaume de Champeaur è Thomas Gallus. Chronique d'histoire littéraire et doctrinale de l'école
de Saint-Victor, Rev. m. È. lat., Baron, L'influence de Hughes de Saint-Victor,
Rech. théol. anc. méd., 1955 { Ipem, É:ude sur l'authenticité de l'ocuvre de
Hugues de St. Victor..., Scrip torium, 1956. Ipem, Science et sagesse chez
Hugues de Saint-Victor, Parigi, 1957. D. Van pEN EynpE, Les Commentaires sur
Joèl, Abdias et Nahum attribués à Hugues de St. Victor, Franc. Stud., 1957. H.
WeriswetLer, Sacramentum fidei, Augustinische und Pseudodionysische Gedanken in
der Glaubensauffassung Hugos von St. Viktor, Misc. Schmaus,
1957. L. CaLoncuHI, Le scienze e la classificazione delle scienze in Ugo di S.
Vittore, Torino, 1956. F. W. Wirre, Die
Staats-und Rechtsphilosophie des Hugo von St. Viktor, Arch.
Recht-Sozialphilosophie, 1957. R. Roques, Connaissance de Dieu et théologie
symbolique d'après lIn Hierarchiam coelestem de Hugues de St. Victor, in De la
connaissance de Dieu, cit.,187-266. H. R.
ScHLeTTE, Die Eucharistielehre Hugos von St. Viktor. Z. kathol. Theol., 1959. R. Baron, Un point de philosophie et de mystique
comparée, Rev. hist. philos. relig., 1959. E.
BertoLa, Di alcuni trattati psicologici attribuiti a Ugo di S. Vittore, Riv.
filos. neoscol., 1959. J. A. RosiLLIARD,
Hugues de Saint-Victor a-t-il écrit le De contemplatione et cius speciebus?
Rev. sc. philos. théol., 1959. R. Baron, Hugues de St. Victor: contribution è
un nouvel examen de son oeuvre, Traditio 1959. InpeMm, Rapports entre St.
Augustin et Hugues de St. Victor, trois opuscules de Hugues de St. Victor, Rev.
Etud. Aug., 1959. D. Van pEN Evnpe, Deux traités faussement attributs è Hugues
de St. Viktor, Franc. Stud., 1959. O.Lortin, Questions inédites de Hugues de
St. Victor, Rech. théol. anc. méd., 1959-1960. R. JaveLET, Les origines de
Hugues de St. Victor, Rev. sc. relig.; 1960. D. Van pEN Evnpe, Les notules in
Genesim de Hugues de St. Victor, source litteraire de la Summa Sententiarum,
Ant., 1960. Inem, Essai sur la succesion et la date des écrits de Hugues de St.
Victor, Roma, S. Vittore Tractatus de gradibus charitatis; Beniamin minor;
Beniamin maior; De Trinitate; Quomodo Spiritus Sanctus est amor Patris et
Filii; Liber exceptionum; Epistolae. Edizioni: I testi in
P.L., 196; 177 coll. 193Cfr. inoltre: Richard de S. V. Les quatre degrés, testo
critico, trad. e note, a cura di G. DUuMEIGE, Parigi; De Trinitate, ed. e note
di J. RisarLLier, Parigi, 1958; Liber exceptionum ed. e note di J. CratiLLON,
Parigi, 1958, e ancora il De Trinitate con trad. franc. a cura di G. SaLET,
Parigi, 1960 e R. de St. Victor, Sermons et opuscules inédits tr. fr. Pragi,
1951. Bibliografia: Cfr. Gever, p. 710; DE Bn, nn. 5496, 5550; De WuLr, I, p.
222. In particolare: C. Ortaviano, Riccardo di S. Vittore. La vita, le opere,
il pensiero, Mem. R. Accad., Naz. Lincei,
1933. A. M. EtHIER, Le De Trinitate de Rich. de S. Victor, Parigi-Ottawa, 1939.
J. A. Rosi.LIARD, Les six genres de contemplation chez Rich. d. S. Victor et
leur origine platonicienne, Rev. sc. philos. théol., 1939. I. Guimet, Caritas
ordinata et amor discretus dans la théologie trinitaire de R. de S. V., Rev. m.
8. lat. DumeIGe, Richard de Saint Victor et l'idée chrétienne de l'amour,
Parigi, BeaUMER, R. v. S. Viktor Theologe und Mystiker, Schol., 1956. R. Baron,
Richard de St. Victor est-il l'auteur des Commentaires de Nahum, Joél, Abdias?,
Rev. bénédict., 1958. Goffredo di S. Vittore Opere: In P. L.,
196. Cfr. inoltre: Godefroy de Saint Victor. Fons Philosophiae, a cura di A. CHarma, Caen, 1869;
Godefroy de Saint-Victor. Microcosmus, ediz. a cura di PH. DeLHAYE,
Lilla-Gembloux, 1951; Godefroy de Saint Victor. Fons
Philosophiae, ed. a cura di P. MicHaup-Quantin, Namur-Lovanio, 1956.
Bibliografia: Cfr. Gever, p. 710; De WuLF, I, p. 222. In particolare: Pu. DeLHave, Nature et grice chez Geoffroy de S.Victor, Rev.
m. &. lat., 1947. IpeM, Le Microcosmus de Godefroy de Saint-Victor. Étude
théologique, Lilla-Gembloux, 1951. Ildegarda di Bingen Opera:
Scivias, Liber divinorum operum simplicis hominis, ecc. P.L., 197, 145-1038; in
J. B. Prrra, Analecta sacra spicilegio Solesmensi parata, VIII, Montecassino,
1882; in A. Damorseau, Novae edit. opp. omn. S. Hildegardis experimentum,
Sampierdarena, 1893-1899. Bibliografia: cfr. De Wutr, I, p. 255. In
particolare: CH. Sincer, The scientific views and visions
of S. Hildegard, in Studies in the history and methods of science, I, Oxford,
1917. H. Fiscrer, Die Al. Hildegard, die erste deutsche Naturforscherin und
Aerz®n, Monaco, 1927. H. LiesescHurz, Das allegorische Weltbild der hl.
Hildegard von Bingen, Lipsia, 1930. M. Uncrunp, Die metaphysische Anthropologie
der hl. Hildegard von Bingen, Miinster, 1938. D. Baumcarpr, The concept of
mysticism, Rev. of. relig., 1948. Capitolo ottavo Per la
bibliografia relativa al pensiero politico ed alle controversie
teologico-politiche del XII secolo, rinviamo direttamente alla ricca
bibliografia di L. Firpo, in app. alla tr. ital. di R. W. e A. J. CaruxLe, Il
pensiero politico medioevale, vol. II, Bari. Tra la vastissima bibliografia sulla
filosofia araba (e cfr. GEvER, pp: 716720; De Brie, nn. 21819-21923) citiamo
soltanto i seguenti studi di carattere generale. Bibliografia: V. CHÙauvin, Bibliographie des ouvrages
arabes ou relatifs aux Arabes publiés dans l'Europe chrétienne de 1810 à 1885,
Liegi, 1892-1922. D. PranmuLcer, Handbuch der
Islam-Literatur, Berlino, 1923. E. Carverev, A brief bibliography of arabic
philosophy, The Moslen World, 1942. ° ].
Sauvacet, Introduction è l'histoire de l’Orient musulman: éléments de
bibliographie, 1943; Corrections et suppléments, 1946. P. J. De Menasce,
Arabische Philosophie, fasc. 6 di Bibliographische Einfihrungen in das Studium
der Philosophie, Berna, 1948. G. C. Anzwart; Le Philosophie en Islam au
Moyen-Age, in Philosophy in the Mid-Century, a cura di R. KLisansKy, vol. IV,
Firenze, 1959. Index Isiamicus, 1906-1955, Cambridge, 1958. Opere generali: S.
Munx, Mélanges de philosophie juive et arabe, Parigi, 1859, 19272. T. J. DE
Borr, Geschichte der Philosophie im Islam, Stoccarda, 1901. B. Carra DE Vaux,
Les penseurs de l'Islam, Parigi, 1921, 1926. E.
De Lacy O’Leary, Arabic thought and his place in history, Londra, 1922, 19572. L. GaurtHIER, Introduction è l'étude de la philosophie
musulmane, Parigi, 1923. M. Horten, Die Philosophie des Islams, in KAFKA,
Geschichte der Philos. in Einzeldarstellungen, Monaco, 1923. E. Girson, L’étude
des philosophes arabes et son réle dans linterprétation de la scolastigue,
Proceed. of the sixth internat. Congress of
Philos., 1927. M. Horten, /Islamische Philosophie (Die Religion in Geschichte
und Gegenwart, t. III, 2° ed.), Tubinga, 1930. 556
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1943. G. E. V. GruneBaUM, Medieval Islam,
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Londra, 1945-1948. Garpet-M. M. ANAWATI,
Introduction à la théologie musulmane, Parigi, GarpeT, La Cité musulmane,
Parigi, 1954. Anprae, Les origines de l'Islam et le christianisme, Parigi,
1955. I. J. RosenTtHAL, Political Thought in medieval Islam: an introductory
outrline, New York, 1958. . C. AnawAtI, Philosophie médiévale en terre d'Islam,
Mél. Inst. dominicain Etud. Orient. o mar r Leonardo
Fibonacci Opere: Liber abbaci (1202); Flos; Practica Geometriae; Liber
quadratorum (1225). Edizioni: Scritti di Leonardo Pisano, a cura di B.
Boncompagni, Roma, 1857-1872. Bibliografia: Cfr. E. BortoLotTI, Storia della
matematica elementare, in Enciclopedia della matematica elementare, Milano,
1950. al-Kindi Opere: De intellectu; De somno et visione; De somno et vigilia;
De quinque essentiis; Liber introductorius in artem logicae demonstrationis;
Epistola sull'acquisto della filosofia solo mediante le matematiche; Trattato
circa il numero dei libri di Aristotele e circa ciò che è necessario per
raggiungere la filosofia; Sull'anima; Epistola intorno all'arte di allontanare
la tristezza. Inoltre un famoso trattato di Ortica, tradotto da Gerardo da
Cremona e diffusissimo nel XIII e XIV sec. Edizioni: Numerosi scritti sono
stati pubblicati da ‘Abd al-Hadi Abi Ridah, sotto il titolo Rasa'il al-Kindi
alfalasafiyyah, il Cairo, 1950. Cfr. inoltre Una risalah di al-Kindi
sull'anima, a cura di G. Furtani, Riv. trimestr. di studi fil. e relig., 1922.
Bibliografia: Cfr. Geyer, p. 726; De Brie, nn. 21931-21932a; DE WuLF, I, p.
305. In particolare vedi: A. Nacy, Die philosophischen Abhandlungen des Ja qub
ben Ishaq al-Kindi (Beitrige, II, 5), Miinster, 1897. 557 Bibliografia G.
FLucer, Al-Kindi genannt der Philosoph der Araber Abhdig. f. d. Kunde
Morgenlandes, 1854. H. Matter, Al-Kindi, Hebrew Union College Annual,
Cincinnati, 1904. G. Furtani, Una riszlah di al-Kindi sull'anima, M. Gui: - R.
Warzer, Studi su Al-Kindi: I. Uno studio introduttivo allo studio su
Aristotele; II. Uno scritto morale inedito di Al-Kindi (Temistio peri aliplas),
Mem. Acc. Lincei., serie 7, v. 4, 1938, serie 7, v. 8, 1940. F. RosentHAL,
Al-Kindi als Literat, Orientalia, 1942. A. Cortazarrfa, La obras y las
doctrinas del filosofo Al Kindi en los escritos de S. Alberto Magno, Estud.
filos., 1951-1952 (e cfr. anche Ciencia tomista, 1952). al-Farabi Opere
principali: De intellectu; De scientiis; De ortu scientiarum; De Platonis
Philosophia; Compendium legum Platonis; Idee degli abitanti della città
virtuosa; Liber exercitationis ad viam felicitatis. Alfarabis Philosophische
Abhandlungen (testo arabo), a cura di F. Diererici, Leida, 1890 (trad. ted.,
Leida, 1892); Der Musterstaat von Alfarabi, a cura di F. Drererici, Leída trad.
ted., Leida, 1904); Die Staatsleitung von Alfarabi, trad. ted. a cura di F.
Dreterici, Leida, 1904; Das Buch der Ringsteine Farabis mit dem Kommentar des
Emir Ismail el Hoscini el Farani, trad. ted. a cura di M. Horten, Miinster,
1906; A/farabi. De Intellectu et intellectus, trad. ‘lat.
medievale, a cura di E. Gitson, Arch. Hist. doctr. litt. m. &., 1929-1930;
Alfarabius, De Arte Poetica, ediz. e trad. inglese a cura di A. J. Arserry,
Riv. stud. orient., 1930; Alfarabius, Catélogo de las ciencias, ediz. a cura di
A. GonzaLes PALENCIA, Madrid, 1932; Alfarabius, De Platonis philosophia, a cura
di F. RosENTHALR. Watzer, Londra, 1943; Alfarabius, Compendium Legum Platonis,
testo arabo e trad. lat. a cura di F. GagriELI (Corpus platonicum medii aevi),
Londra Al Farabi's Arabic-Latin Writings on Music... De scientiis and De ortu
scientiarum, testo tr. ingl. a cura di H. Harmer, Glasgow, 1934; Idées des
habitants de la cité vertueuse, tr. fr., Il Cairo, 1949. Bibliografia:
Cfr. Gever,720 sgg.; De Brie, nn. 21938-21943b; DE Wutr, Ì, p. 305. In
particolare vedi: R. Hamui, La filosofia di Alfarabi, Riv. filos. neoscol.,
1928. E. Girson, Les sources greco-arabes de
l'augustinisme avicennisant, Arch. Hist. doctr. litt. m. 4., 1930. I. Mapkour,
Le place d'al Farabi dans l'école philosophique musulmane, Parigi, 1934. 558
Bibliografia Strauss, Quelques remarques sur la science politique de Maimonide
et de Farabi, Rev. étud. juives, 1936. J. ArserrY, Farabis Canons of Poetry,
Riv. stud. orient. 1937. Karam, La Ciudad virtuosa de Alfarabi, Ciencia
tomista, 1939. BéporeT, Les premières traductions tolédanes de philosophie.
Oeuvres d'Alfarabi, Rev. néosc. philos., 1938. H. Sarman, Le Liber
exescitationis ad viam felicitatis d’Alfarabi, Rech. théol. anc. méd., 1940. H. SaLman, The Mediaeval Latin Translations of
Alfarabi's Works, N. Schol., 1939. Strauss,
Farabi's Plato, L. Ginzeberg Jubilee Volume, New York, 1945257-294.
Corrasarria, Las obras y la filoséfia de Alfarabi en los escritos de Alberto
Magno, Ciencia tomista, 1951. IneM, Doctrinas psicologicas de Alfarabi en los
escritos de Alberto Magno, ibidem, 1952. Ipem, Tabla general de las citas de
Alkindi y de Alfarabi en las obras de Alberto Magno, Est. filos., 1953. D.
CasaneLAas, Alfarabi y su Libro de la concordancia entre Platon y Aristoteles,
Verdad y Vita, 1950. p_TODO SD Ta F F. Rassmann, L'Intellectus acquisitus in
Alfarabi, Gior. crit. filos. ital., 1953. E.
BertoLa, Commento al Dell'essenza dell'anima di al-Farabi, Misc. Centro di
studi mediev. dell’Un. catt. di Milano, Milano, 1956. R. Waczer, al-Farabi's
theory of profecy and divination, Jour. hellen. Stud.
Strauss, How Farabi read Plato's Laws, Mél. L. Massignon, 1959. Avicenna
Opere: Della vastissima produzione (la bibl. critica di Mahdavi cita 131 opere
autentiche e 110 dubbie, e il P. Anawati 276 di cui parecchie dubbie ed
apocrife) citiamo soltanto oltre al celebre Canone della medicina (al-Oanuùn
fi-t-tibb) i seguenti scritti di carattere propriamente filosofico: il Kitàb
ash-Shifa (Libro della guarigione); il Kitab-an-Nagiah [Libro della salvezza
(dall'errore)], estratto dello Skifz; il perduto Libro del giudizio imparziale
tra occidentali e orientali (Kitàb-al-'Jus3f); una ventina di Opwscoli
filosofici; alcuni frammenti pubblicati da A. BapHawi; il Kit20 al'-Isharat
wa't-tanbihat [Libro delle direttive e annotazioni]; il Daneshnameh i-Alè'i
[Libro della sapienza per ’Aal); una parte della Logica della sua Filosofia
orientale nota sotto il nome di al-Hikmah al-mashrigiyyah; inoltre la Epistola
sull'amore (Risala f''l-Isq). Edizioni: il Canone, pit volte stampato in
Occidente, è stato adattato e riassunto in ingl. da O. A. Cameron GruNER, A
Treatise on she Canon of 559 Bibliografia Medicine of Avicenna. Incorporating a
Translation of the First Book, Londra, 1930; le parti della 4/-Sifa tradotte
nel Medioevo furono pubblicate a Venezia nel 1495 (rist. anast.,
Heverlee-Lovanio, 1960) e 1508; tr. ted. «della Metafisica, M. Horten, Die
Metaphysik Avicenna's: das Buch der Genesung der Seele, Lentiis and De ortu
scientiarum, testo tr. ingl. a cura di H. Harmer, Glasgow, 1934; Idées des
habitants de la cité vertueuse, tr. fr., Il Cairo, 1949. Bibliografia: Cfr.
Gever,720 sgg.; De Brie, nn. 21938-21943b; DE Wutr, Ì, p. 305. In particolare
vedi: R. Hamui, La filosofia di Alfarabi, Riv. filos. neoscol., 1928. E. Girson, Les sources greco-arabes de l'augustinisme
avicennisant, Arch. Hist. doctr. litt. m. 4., 1930. I. Mapkour, Le place d'al
Farabi dans l'école philosophique musulmane, Parigi Strauss, Quelques remarques
sur la science politique de Maimonide et de Farabi, Rev. étud. juives, 1936. J.
ArserrY, Farabis Canons of Poetry, Riv. stud. orient. 1937. Karam, La Ciudad
virtuosa de Alfarabi, Ciencia tomista, 1939. BéporeT, Les premières traductions
tolédanes de philosophie. Oeuvres d'Alfarabi, Rev. néosc. philos. Sarman, Le
Liber exescitationis ad viam felicitatis d’Alfarabi, Rech. théol. anc. méd.,
1940. H. SaLman, The Mediaeval Latin
Translations of Alfarabi's Works, N. Schol., 1939. Strauss, Farabi's Plato, L. Ginzeberg Jubilee Volume, New
York, 1945257-294. Corrasarria, Las obras y la filoséfia de Alfarabi en los
escritos de Alberto Magno, Ciencia tomista, 1951. IneM, Doctrinas psicologicas
de Alfarabi en los escritos de Alberto Magno, ibidem, 1952. Ipem, Tabla general
de las citas de Alkindi y de Alfarabi en las obras de Alberto Magno, Est.
filos., 1953. D. CasaneLAas, Alfarabi y su Libro de la concordancia entre
Platon y Aristoteles, Verdad y Vita, 1950. p_TODO SD Ta F F. Rassmann,
L'Intellectus acquisitus in Alfarabi, Gior. crit. filos. ital., BertoLa,
Commento al Dell'essenza dell'anima di al-Farabi, Misc. Centro di studi mediev.
dell’Un. catt. di Milano, Milano, 1956. R. Waczer, al-Farabi's theory of profecy
and divination, Jour. hellen. Stud., 1957. L.
Strauss, How Farabi read Plato's Laws, Mél. L. Massignon, 1959. Avicenna
Opere: Della vastissima produzione (la bibl. critica di Mahdavi cita 131 opere
autentiche e 110 dubbie, e il P. Anawati 276 di cui parecchie dubbie ed
apocrife) citiamo soltanto oltre al celebre Canone della medicina (al-Oanuùn
fi-t-tibb) i seguenti scritti di carattere propriamente filosofico: il Kitàb
ash-Shifa (Libro della guarigione); il Kitab-an-Nagiah [Libro della salvezza
(dall'errore)], estratto dello Skifz; il perduto Libro del giudizio imparziale
tra occidentali e orientali (Kitàb-al-'Jus3f); una ventina di Opwscoli
filosofici; alcuni frammenti pubblicati da A. BapHawi; il Kit20 al'-Isharat
wa't-tanbihat [Libro delle direttive e annotazioni]; il Daneshnameh i-Alè'i
[Libro della sapienza per ’Aal); una parte della Logica della sua Filosofia
orientale nota sotto il nome di al-Hikmah al-mashrigiyyah; inoltre la Epistola
sull'amore (Risala f''l-Isq). Edizioni: il Canone, pit volte stampato in
Occidente, è stato adattato e riassunto in ingl. da O. A. Cameron GruNER, A
Treatise on she Canon of 559 Bibliografia Medicine of Avicenna. Incorporating a
Translation of the First Book, Londra, 1930; le parti della 4/-Sifa tradotte
nel Medioevo furono pubblicate a Venezia nel 1495 (rist. anast.,
Heverlee-Lovanio, 1960) e 1508; tr. ted. «della Metafisica, M. Horten, Die
Metaphysik Avicenna's: das Buch der Genesung der Seele, Lipsia, 1913; tr. lat.
della Metafisica del Nagat: A. Carame, Avicennae Metaphysicae compendium, Roma,
1926; ed. crit. dell'originale: ash-Shifa, I, a cura di I. Mapkour, M. EL
KHoprirr, G. C. Anawati, F. eL-AÒw£nI, 1952; il De Anima (la parte psicologica
delle Kitab-al-Shifa) nell’ed. F. Ranman, Londra, 1959. Gli scritti mistici
(Trastés mystiques) in tr. fr. a cura di M. A. MEHREN, Leida, 1889-1899; La
Logica orientale, ed. sotto il titolo Mantig al-mashrigiyyah, Il Cairo, 1910;
Cfr. inoltre: Introduction è Avicenne, son Epitre des définitions, tr. con note
di A. M. GorcHon, Parigi, 1933; I. Mapkour, L'Organon d'Aristote dans le monde
arabe... quelques pensées à un commentaire inédi di'Ibn Sina, Parigi, 1934;
Livre des Directives et Remarques, tr. con intr. e note di A. M. GorcHon,
Beyrut-Parigi, 1951; Le livre de Science (Dane3nameh) tr. fr. di H. Massé e M.
AcHENA, Parigi, 1955-1958; Poème de la médecine, a cura di A. JAHIER e A.
NovrEDDINE, Parigi, 1956. Inoltre tutte le opere persiane di Avicenna sono
state edite a Teheran in occasione del millenario (cfr. E. Rossi, 12 millenario
di Avicenna a Teheran e Hamadan, in Oriente moderno, 1954). Per i testi di
Avicenna che correvano nel medioevo cfr. oltre alle citate ed. della
Metaphysica: Opera omnia, Venezia, 1495, 1508 (rist. anast. Heverlee-Lovanio,
1960); 1546; De Anima, Pavia, De animalibus, Venezia Canon, Strasburgo,
Bibliografia avicennista: C. A. NaLLINO, s.v., in Enc. Ital, V, 638-639. T. J. De Borr, /bn Sinz, Encycl. de
l'Islam, II, 446. O. Ercin, /brni Sinami eserleri, Biiyik tirk filosof., 1937.
G. C. Anawati, Mw’ allafat Ibn Sinà, Il Cairo, 1950, riass. fr. in Rev. Thom.,
1951. A. A. HekMmaT, Les oeuvres persanes d'Avicenne, Congrès de Bagdad Sa‘tn
Naricy, Bibliographie des principaux travaux européens sur Avicenne, Teheran,
1953. Inem, Pare Sina (Avicenne, his Life,
Works, Thought and Time), Teheran, 1954. YauHyva Maunpavi,
Bibliographie d'Ibn Sina, Teheran, 1954. O. Ercin, /bin Sina bibliografyasi,
Instanbul, 1956. G. C. Anawati, Chronique Avicénienne
1951-1960, Rev. thom., 1960. Volumi commemorativi: Millénaire d'Avicenne, Rev.
du Caire, giugno 1951; Millénaire d'Avicenne (Congrès de Bagdad), Il Cairo,
1952; Mémorial d'Avicenne, Il Cairo, 1952 sgg.; Avicenne, Scientist and
Philosopher, a 560 Bibliografia Millenary Symposium, Londra, 1952; Z. Sara, Le
livre du Millénaire d'Avi cenne, Teheran, 1954; Rev. Thom., 1951, n. 2. Cfr.
inoltre Gever Brie, nn. 21945-21965b; De Wutr, I,305-306. Tra gli studi più
recenti e significativi, ci limitiamo a indicare: B. Carra pe Vaux, Avicenne,
Parigi, 1900. G. GagrieLI, Avicenna, Arch. st. scien.,
1923. D. Sacisa, Études sur la métaphysique d'Avicenne, Parigi, 1926. E.
Gitson, Pourquoi St. Thomas a critiqué St. Augustin, Arch. Hist. doctr. litt.
m. 8. 1926. Ipem, Avicenne et le point de départ de Duns Scoto, Ibidem, 1927. G.
FurLani, Avicenna e il Cogito ergo sum di Cartesio, Islamica, 1927. IpeMm, Avicenna, Barhebreo, Cartesio, Riv. stud. orient.,
1933. E. Gitson, Les sources gréco-arabes de l'augustinisme avicennisant, Arch.
Hist. doctr. litt. m. 8., 1929. M. D. RoLanp-GosseLin, Sur les relations de
l'ime et du corp d’après Avicenne, Mél. Mandonnet GorcHon,
Introduction è Avicenne..., Parigi, 1933. C. Fasro, Avicenna e la conoscenza
divina dei particolari, Bull. filos., 1935. A. Sougziran, Avicenne, Parigi, 1935. A. M. GoicHon, La
distinction de l'essence et de l'existence d'après Ibn Sinà, Parigi, 1937.
Ipem, Lexique de la langue philosophique d'Ibn Sina, Parigi, 1939. Ipem,
Vocabulaire comparé d'Aristote e d’Ibn Sina, Parigi IpeM, La philosophie
d'Avicenne et son influence en Europe médiévale, Parigi, 1944, 195122 M. Cruz
HernAnpez, La metafisica de Avicenna, Granada, 1949. L. GarpeT, La pensée
religieuse d’Avicenne, Parigi, 1951. Avicenna: Scientist and Philosopher.
Millenary Symposium, a cura di G. M. Wickens, Londra, 1952. E. BLocH, Avicenna
und die aristotelische Linke, Berlino, 1952. L. Garper, La connaissance
mystique chez Ibn Sinà, et ses présupposés philosophiques, Il Cairo, 1952.
Moxammap Yusur Musa, La sociologie et la politique dans la philosophie
d'Avicenne, Il Cairo, 1952. F. Ranman, Avicenna's Psychologie, Oxford, 1952. P.
Mesnarp, Le millénaire d'Avicenne et ses répercussions sur l’histoire de la
philosophie, Ann. Inst. Etud. orien. Alger, 1953. M. Cruz
HernAnpez, La distincion aviceniana de la esencia y la existencia y su
interpretacion en la filosofia occidental, Misc. Millés-Vallicrosa,
1954. s61 Bibliografia H. A. Wotrson, Avicenna, Algazali and Averroes on divine
attributes, ibidem. Avicenna nella storia della cultura medioevale, Acc. Naz. Lincei, anno CCCLIV, 1957, Q.40, Roma Arnan, Avicenna,
his life and works, Londra-New York, 1958. J. CHaix-Ruv, La sagesse orientale d'Avicenne et les
mythes platoniciens, Rev. d. la Mediterr., 1958. M. Atonso, La Alanniyya de Avicenna y el problema de la
esencia y existencia, Pens., 1958. I.
Mapkour, Le traité des categories du Shifa, Mél. Inst. dominicain Etud.
orient., 1958. F. RAHMAN, Essence and Existence in
Avicenna, Med. Renaiss. Stud., 1959. E.
BertoLa, Studi e problemi di filosofia avicenniana, Sophia, 1959. P. M. De
Conrenson, Avicennisme latin et vision de Dieu au début du XIII siècle, Arch.
Hist. doctr. litt. m. &., 1959. ). CÙranx-Ruy, Du pythagorisme d’Avicenne
au soufisme d'al-Ghazali, Rev. d. la Mediterr., 1959. M. Cruz HernAnpez, La
nocion de ser en Avicenna, Pens., Anawati, La destinée de l'homme dans la
philosophie d’ Avicenne, in L'homme et son destin, cit.,257-266. ). Craix-Ruv,
L’homme selon Avicenne, ibidem,243-255. A. M. GoicHon, Selon Avicenne l'ame
humaine est-elle créatrice de son corps?, ibidem,267-276. G. JaLsErT, Le
nécessaire et le possible dans la philosophie d'Avicenne, Rev. de l’Univ.
d’Ottawa, Marmura, Avicenna and the Problem of the Infinite Number of Souls,
Med. Stud., 1960. Sull’influenza di Avicenna in Occidente: G. Sarton,
Introduction to the History of Science, Baltimora, 1927-1950, sub ind. M. De
Wutr, L'augustinisme avicennisant, Rev. néosc. philos., 1931. R. De Vaux, Notes
et textes sur l'avicennisme latin aux confins des XIIXII siècles, Parigi,
TeicHER, Gundissalino e l'agostinismo avicennizzante, Riv. filos. neosc., 1934.
A. M. GoicHon, La philosophie d'Avicenne et son influence en Europe mÉ diévale,
Parigi. Ipem, in Encycl. mensuelle d'Outre-mer, 1952. A. C. CromBie, Avicenna's
influence on the Medieval Scientific Tradition, in Avicenna Scientist... M. T.
D'ALverny, L'introduction d’Avicenne en Occident, Rev. du Caire, 1951. Ipem,
Notes sur les traductions médiévales d'Avicenne, Arch. Hist. doar. litt. m. 4.,
1952. 562 Bibliografia al-Gazzali Opere principali: Vivificazione delle
scienze della religione (Ihyd' ‘ulam ad-din); Destructio philosophorum (Tahafut
al-falasifah); Il salvante dall'errore (al-Mungidh min ad-dalal); La
moderazione nella credenza. Edizioni: Logica et philosophia, Venezia, 1506;
Tendentiae philosophorum, Leida, 1888; Destructio philosophorum, Il Cairo,
1888; Algazel's Metaphysic. A mediaeval translation, a cura di J. T. Mucxkte,
Toronto, 1933; Al-Ghazali, O disciple!, trad. di G. H. ScHeRER, Beirut, 1951;
1ky2' ‘ulam ad-din, ou Vivifications des sciences de la foi, ed. trad. G. H.
Bouscuer, Parigi, 1955; d/-Munquid min adalal, testo arabo e trad. di C. M.
Farm JaBre, Beirut, 1959. Bibliografia: Cfr. Gever, p. 722; De Brie, nn.
21968-21991a; De Wutr, Asfn Patacios, Algazel: dogmdtica, moral, ascética,
Saragozza, 1901. B. Carra pe Vaux, Gazali, Parigi, 1902. H. Bauer, Die dogmatik al-Gazzalis, Halle, 1912. Inem,
Uber Intention, reine Absicht und Wahrhaftigkeit, Halle, 1916. IpeM, Von der
Ehe, Halle Osermann, Der philosophische und religiose Subjektivismus Ghazalis,
Vienna-Lipsia, 1921. M Bouuyces, Algazeliana, Mél. Fac. Orient., 1922. H. Bauer, Erlaubtes und verbotenes Gut, Halle, 1922. M.
Asfn Patacios, Un compendio musulmano de pedagogia, el libre de la introducion
a las ciencias de al-Gazali, Saragozza, 1924. Ipem, La espiritualidad de
Algazel y su sentido cristiano, Madrid-Granada, 1934-1941. D. H. SaLman, Algazel et les Latins, Arch. Hist. doctr.
Hitt. m. 4., 1936. A. J. Wensinck, La pensée de Ghazali, Parigi, 1940. A. WeEHR, Al-Gazzalis Buch vom Gottvertrauen, Halle,
1940. M. SmitH, Al Gazali, the Mystic, Londra, Warr, The Authenticity of the
Works Attributed to al-Gazali, Jour. R. Asiatic Soc. Ipem, The Faith and
Practice of al-Gazali, Londra, 1953. C. M. Farip Jagre, Biographie et Oecuvres
de Ghazali, Mél. Ideo, 1954. V.
CÒÙistHor, Al-Oistas al Mustagim et connaissance rationelle chea Gazali, Bull.
Etud. orient., Farip JaBrE, La certitude de Ghazali dans ses origines et son
histoire, Parigi, 1956. S. De Braurecuen-G. C. Anawati, Une preuve de
lexistence de Dieu chez Ghazzali et St. Thomas, Mél. Inst. dominicain Etud.
orient. 1956. 563 Bibliografia C. M. Faxip Jasre, La notion de certitude selon
Ghazali dans ses origines psychologiques et historiques, Parigi, 1958. M. Aronso, Influencia de Algazel en el mundo latino,
al-Andalus, 1958. G. F. Hourani, The dialogue between
al-Ghazzali and the philosophers on the origin of the world, The Muslim World,
1958. Avempace Opere: Della sua vasta produzione sono pervenuti una
Epistola expeditionis (Lettera d'addio); il riassunto ebraico della sua opera
principale Il regime del solitario (Tadbir al-mutawahkid); un trattato De anima
e un trattatello: Continuatio o Copulatio intellectus cum homine, entrambi
illustrati da Averroè; un De plantis. Edizioni: I testi arabi, con tr. sp. del
De plantis, della Continuatio, del Regime e dell’Epistola in al-Andalus, 1940,
1942 1943, a cura di M. Asîn Patacios. Il testo e tr. del Regime, sempre a cura
di Asin PaLacios, Madrid, 1948. Bibliografia: cfr. Gevea, p. 722; De Brie, nn.
22010a-22011e; De WuLF, II, p. 305. In particolare cfr.: M. Asîn Patacios, E!
filbsofo zaragozano Avempace, Rev. de Aragon, 1900-1901. Inem, Un texto de Al-Farabi atribuido a Avempace por
Moisés de Narbona, ibidem, 1942. U. A.
FarrukH, [bn Bajja (Avempace) and the philosophy in the Moslem West, Beirut,
1945. D. M. Duntop, Ibn Bajjah's Tadbir'! Mutawahhid (Rule of Solitary), Jour.
R. Asiatic Soc., Munk, Mélanges de philosophie juive et arabe, cit.,386-410. Aba
Bekr Ibn Tufal Opere: Ci rimane soltanto il trattatello filosofico Hayy ibn
Yagzan (dal nome del protagonista). Edizioni: Ed. e tr. fr. di L. GaurHieR,
Beirut, 1936; tr. ingl. di S. Orcey, Il Cairo, 1905; di P. BrénnLE, Londra,
1904; tr. sp. di F. Pons Borcnes, Saragozza, 1900; di A. GonziLes Parencia,
Madrid, 1934, 19482. Bibliografia: Cfr.
Gever, p. 722; De Brie, nn. 21993-21994. M. Asîn Patacios, E! filosofo
autodidacto, Rev. de Aragon, 1901. L. GautHIER, [bn Tufail. Sa vie, ses
oeuvres, Parigi, 1909. C. A. Naztino, Filosofia orientale od illuminativa di
Avicenna? Riv. stud. orient. 1925., ora in: Raccolta di
scritti editi e inediti, VI, Roma, 1948,218-256. F. Garcia G6mez, Un cuento drabe fuente comin de Aben
Tofail y de Gracidn, Rev. Arch. Bibl. y Museos, 1926 . Ipem, Una Oasida
politica inédita de Ibn Tufail, Rev. Inst. Egipcio de Est. islamicos, 1953. Averroè Opere: L'elenco
particolareggiato degli scritti in M. Bouvees, Notes sur les philosophes arabes
connus des Latins au Moyen Age. V. Inventaires des textes arabes d'Averroès,
Mél. de l’Univ. St. Joseph, Beirut, 1922-1923. Tra le opere scientifiche
ricordiamo principalmente il Kulliyyat al-tibb [Principî generali di medicina].
Per gli scritti di filosofia distinguiamo: a) Trattati e scritti separati: 1)
Fals al-magal watagrir ma bayna alshasî wa al-higma min al-'ittisal [Sentenza
risolutiva dichiarante il modo in cui -la filosofia è unita alla religione]; 2)
al-Kashfan manahig aladillah fi‘aqaid al-milla wa ta'arif ma waqa'a fiha
bishasb al-ta'wil min al-shubah wa al bida' al-mudhila [Svelamento del metodo
di argomentare sui principî della religione e indicazione sull'ambiguità ed
errori eretici dovuti all'interpretazione del testo sacro); 3) Damimat al
mas'alat al-il algadim [Aggiunta al problema della conoscenza eternal; 4)
Tahafut al Tahafut [L'incoerenza dell'incoerenza, confutazione di Algazali]; 5)
Sulla possibilità della congiunzione fra l'intelletto materiale e l'intelletto
separato, conosciuto solo nella vers. ebraica medievale; 6) Soluzione del
problema: eternità o creazione del mondo, conosciuto solo nella versione
ebraica medioevale; b) Commenti aristotelici: 1) Commento Grande (shark o
tasfir); 2) Commento media (talkhis); 3: Compendi o perifrasi (gavami' o
mukhtasar) (Commenti a tutte le opere aristoteliche, eccettuata la Politica
sostituita dalla Repubblica di Platone). c) Opere spurie: Tractatus de animae
beatitudine, la cui prima parte esiste anche separatamente col titolo: Libellus
seu epistola de connexione intellectus abstracti cum homine (e cfr. |. TeicHer,
L'origine del Tractatus De animae beatitudine Atti del XIX Cong. int. degli
Orientalisti, Roma). Edizioni: Ed. di a 1, 2, 3 a cura di M. J. Miner, Monaco,
1858 (e quindi le edd. Il Cairo, 1895-1896, 1910); ed. di 4 1, 3 con tr. fr. a
cura di L. GaurHieR, Ibn Rochd (Averroès, Traité décisif [Fagl el-magal) sur
lac cord de la religion et de la philosophie, suivi de l'Appendice [Dhamina],
Algeri, 19483); ed. di a 3 con la tr. lat. di Raimondo Martin (sec. XIII) a
cura di M. Asfn Patacios, in Homenaje a Codera, Saragozza, 1904; tr. integrali
di 4 1, 2, 3: ted. di M. J. MùtLER, Philosophie und Theologie von Averroés
(Monumenta Saecularia Bayer Akad. d. Wiss.), Minaco, 1875, ingl. di M.
Jama-ur-REHMAN, The philosophy and theology of Averroes, 565 Bibliografia
Baroda, 1921, sp. di M. ALonso, Teologia de Averroes, Madrid-Granada, 1947; Ed.
crit. di a 4 di M. Bouxces in Bibl. arab. Scholasticorum, S. Arabe, III,
Beirut, 1930; tr. ingl. di S. Van pen BercH, Londra, 1954; tr. spagn. parziale
di C. Qurés, in Pens., 1960; ed. di a 5 parziale con tr. ted. in'L. Hannes, Des
Averroés Abhandlung: Ueber die Mòoglichkeit der Conjunktion, Halle, 1892; ed.
di 4 6 in app. a M. Worms, Die Lehre von der Anfangslosigkeit der Welt bei den
mittelalterlichen arabischen Philosophen (Beitrige, III, 4), Miinster, 1900.
Ed. di et 1: Commento alla Metaphysica ed. crit. testo arabo, Tafsil ma ba'ad
at-tabi'at di M. Bouxrces, in Bibl. arab. Scholasticorum, S. Araba, V-VII,
Beirut, 1938-1948; De anima, ed. crit. tr. lat. medioevale, Commentarium magnum
in De anima di F. Stuart Crawrorp; Corpus Commentariorum Averrois in
Aristotelem della Mediaeval Academy of America, Vers. lat., VI, 1, Cambridge
(Mass.), 1953. Ed. di © 2 Commento alle Categoriae, ed. crit. testo arabo,
Talkhis kitab al-maqulat di M. Bouyces, in Bibl. Arab. Scholasticorum, S. Araba,
III, Beirut, 1932; alla RAetorica, testo arabo a cura di F. Lasinio, Il
Commento medio della Retorica di Aristotele, Firenze, 1875-1878 (incompiuta);
alla Poetica, testo arabo a cura di F. Lasinio, Pisa, 1872 e ripubbl. da
’AspuzRAHAMAN BapHawi, Aristoteles, De Poetica, Il Cairo, 1953; al De
generatione et corruptione, trad. dall’or. arabo e dal testo ebreo e versioni
latine di S. KueLanp (Corpus Comm. Averrois in Aristotelem, Vers. anglica, IV,
1-2), Cambridge (Mass.), 1958; l’ed. del testo ebraico, sempre a cura del
Kurtanp (Corpus Comm. Averrois in Aristotelem, Vers hebraic., N. 1-2), ibid.,
1958. i . Ed. di 5 3: compendio di Physica, De caelo; De generatione,
Meteorologica, De anima, Metafisica nel testo arabo sotto il titolo: Rasa'il
Ibn Rushd, Haiderabad, 1947; De anima (solo) in A. Faup AHwani, Talkhis, kitàb
alnafs, Il Cairo; Metafisica (soltanto) in M. aL-Qassani, Fiil tigat
alaquwail..., Il Cairo, 1903-1907 e con tr. sp. da C. Quiroz RopricuEz,
AvERrroes, Compendio de Metafisica, Madrid, 1919; tr. ted. di S. Van DEN BERGH,
Leida, 1924; De sensu, testo arabo in A. BapHawt, Aristutalis fi al-nafs, Il
Cairo, 1954,191-239; Parva naturalia, ed. crit. trad. lat. med. di A. L. SHieps
(Corpus Comm. Averrois in Aristotelem, Vers. lat., VII), Cambridge (Mass.),
1949; ed. crit. tr. ebraica di H. BLumBerc (ibidem, Vers. hebraic., VII), ivi,
1954; Repubblica di Platone, ed crit. tr. ebr. med. di E. T. J. RosentHAL,
Cambridge (Mass.), 1956; commpendio del De gencratione et corruptione in trad.
ingl. insieme alla versione del Commento medio, Ed. di c: la versione ebraica
con tr. ted. in J. Hercz, Drei Abhandlungen tiber die Conjunktion des separaten
Intellekts mit dem Menschen von Auverroés, Berlino, 1869. ‘Il Kelliyyat al-tib5
è stato pubblicato sotto il titolo Quitab e? Culliat, Larache, 1939. 566
Bibliografia Per le ed. medioevali latine dei commenti e delle opere
filosofiche cfr. l’editio princeps delle Opera di Aristotele con i Commenti di
Averroè: Aristotelis opera omnia, Averrois in ca opera commentarii, Padova,
1472, 1473, 1474, e in seguito le varie edd. cinquecentesche tra le quali le
più complete sono quelle di Venezia, 1552 e quindi 1560 in 11 volumi.
Bibliografia: Cfr. Gever,722-723; De Brie, nn. 21995-22009a; DE Wutr,
l,306-307. In particolare si veda: E. RENAN, Averroès et l’averroisme, Parigi,
1852, 18612. F. Lasinio, Studi sopra Averroè, Ann. Soc. ital. per gli Studi
Orient., 1873, 1874; Gior. Soc. Asiatica
italiana, 1897-1898, 1899. L. GauTHIER, La théorie d'Ibn Rochd (Averroès) sur
les rapports de la religion et de la philosophie, Parigi, 1909. P. Doncoeur, La
religion et les maftres de l’Averroisme, Rev. sc. philos. théol., 1911. P. S. Curist, The psychology of the active intellect
of Averroes, Filadelfia, 1926. H. A. WotLrson, Plan of a Corpus Commentariorum
Averrois in Aristotelem, Speculum, 1931. A.
Mansion, La théorie aristotélicienne du temps chez les peripatéticiens
médiévaux, Averroès, Albert, Thomas, Rev. néosc. phil., 1934. J.
TercHEr, Alberto Magno e il commento medio di Averroè sulla Metafisica Studi
ital. filol. class., 1934. M.
Atonso, La cronologia en las obras de Averroes, Misc. Comillas Tornay, Averroe's doctrine of the mind,
Philos. Rev., 1943. M. Atonso, Teologia de Averroes, Madrid-Granata, 1947. L.
GautHIER, Ibn Rochd, Parigi, 1948. B. H. ZepLer, Averroes and immortality, N.
Schol., 1954. T. AtLarp, Le rationalisme d'Averroès d’après
une étude sur la création, Parigi, 1955. R. Arnacpez, La pensée religieuse
d’Averroès, Stud. Islam. AnceLIsanTI, Problema Dei existentiae in systemate Ibn
Rusd, Gerusalemme, 1956. J. J. Housen, Ibn Rushd (Averroes) as a muslim
philosopher, Bijdragen, 1958. C. J. DE Vocet, Averroés als verklaarder van
Aristoteles en zijn invloed op het West-Europese denken, Alg. Nederl. Tijdschr. Wissh. PsychoL, RescHER, Three commentaries
of Averroes, Rev. met., 1958-1959. S. Gomez
Nocates, La immortalidad del alma a la luz de la noética de Averroes, Pens.,
Inem, El destino del hombre a la luz de la noética de Averroes, in L'homme et
son destin Hfrnannez, La libertad y la naturaleza social del hombre segùn
Averroes, Ibidem,277-283. PH.
MERLAN, Averroes iiber die Unsterblichkeit des Menschengeschlechtes,
ibidem,305-311. Su Averroè scienziato cfr.: L. GaurtHiEr, Une réforme du
système astronomique de Ptolomée, tentée par les philosophes arabes du XII
siècle, Jour. Asiatique, 1909. G. GaBrIELI, Averroè come
scienziato, Arch. stor. sc., 1924. G. Sarton, Introduction to the History of
Sciences, II, Baltimora, 1931, 355-361. L. GaurHnIER, Antécédents gréco-arabes
de la psycho-physique, Beirut Atonso, Averroes observador de la naturaleza,
al-Andalus, Filosofia ebraica Tra l'ampia bibliografia sull'argomento (cfr.
Gerer,723-725; DE Brie, nn. 21613-21694; De Wutr, I, p. 307) citiamo solo i
seguenti studi di carattere generale: D. NEUMAREK, Geschichte der jiidischen
Philosophie des Mittelalters, Berlino, 1907-1928. I. Husrk, A History of
Medieval Jewish Philosophy, Filadelfia, 1916, u. e. GurtMann, Die Philosophie
des Judentums, Monaco, 1933. E. MitLer, History of Jewish
Mysticism, Londra, 1946. E. BertoLA, La filosofia ebraica, Milano, 1947. G.
Vagpa, Introduction è la pensée juive du moyen dge, Parigi, 1947. G. ScHoLEeM, Les grands courants de la mystique juive,
tr. da l’ebr., Parigi, 1950. E. FLec, Anthologie juive, Parigi, 1953. T.
Bomann, Das Hebraische Denken im Vergleich mit dem Griechischen, Gottinga,
19542. J. ApLer, Philosophy of Judaism, New York,
1960. Cfr. inoltre: S. Siunami, Bibliography of Jewish Bibliographies,
Gerusalemme, 1936. G. Vaypa, Jidische Philosophie, fasc. 19,
Bibliographische Einfùhrungen in das Studium der Philos., Berna, 1950. Isacco
Giudeo Opere: Si conservano nella tr. ebraica e latina il Liber definitionum
(Sefer ha-Yèsod5t); il Liber Elementorum (Sefer ha-Hibbar) i trattati di 568
Bibliografia medicina; un Commento al Sefer Yèsiràh; due frammenti
d’interpretazione biblica e un frammento del testo arabo del Liber
definitionis. Edizioni: La versione latina in Opera Omnia Ysaac, Lione, 1515;
ed. crit. a cura di J. T. Mucxte, in Arch. Hist. doctr. litt. m. à., 1937-1938;
la versione ebraica del Sefer ha-Hibbar, a cura di H. HirscHreeLD, in Festgabe
Steinschneider, Lipsia, 1894; del Sefer ha-Yèsodat, a cura di S. FrieD,
Drohobycz, 1900; il frammento arabo nell’ed. H. HrrscHreLp, in Jewish Quart.
Rev., 1903. Inoltre la trad. inglese delle opere a cura di A. ALTMANN e S. M.
STERN, in Zsaac Israeli a neoplatonic philosopher of carly Xth cent., Fair Lawn
(N. J.) - Londra, 1958. Bibliografia: Cfr. Gever, p. 725; De Brie, nn.
21698-21699. J. Gurrtmann, Die philosophischen Lehren des Isaak ben Salomon
Isracli, Miinster, 1911. G. Sarton, Introduction to the History of
Science, I, Baltimora, 1927, 639-640 (ampia bibl.). H. A. Wotrson, Isaac
Israeli on the Internal Senses, in Jewish studies in Memory of. G. Kohut, New
York, 1935,583-598. Sa'adyah ben Yosef Opere: Kitab al’Amanat Wa'll'tigadat
(Libro delle credenze religiose e dei dogmi); Commento al Sefer Yesiràh; Sefer
ha-Émunot wè ha-Dot [Libro della credenza e delle opinioni], scritto in arabo. Edizioni:
Les oeuvres complètes de Saadia, a cura di J. DERENBOURG, 6 voll. Parigi,
1893-1896; Commento al Sefer Yèsiràh, testo e tr. fr. di M. LAMBERT, Parigi,
1891; Sefer ha-Emzanot, testo arabo a cura di S. LaNDAUER, Leida, 1880; testo
ebraico, ed. D. SLucki, Lipsia, 1864; tr. ingl. di R.
RoSENBLATT, New Haven, 1948. Bibliografia: Cfr. Gever,725-726; De Brie, nn.
21700-21705; DE Wutr MALTER, Saadia Gaon. His life and Works, Filadelfia, 1921
(con bibl. fina al 1920). D. Neumark, Saadia's Philosophy. Sources Characters,
in Essays in Jewisk Philosophy, 1929. M.
Ventura, La philosophie de Saadia Gaon, Parigi, 1934. A. FreImann, Saadia's
Bibliography, New York, 1943. A. Neuman-S.
ZerrLin, Saadia Studies, Filadelfia, 1943. H. A. Wotrson, in Jewish Quart. Rev.,
1946-1947. Avicebron Opere: Anaq (Collana), poema quasi totalmente perduto:
Zsl44 al Aklaq (Miglioramento dei caratteri morali); Mutkhar al-Giawahir
(Scelta di perle, raccolta di sentenze di autori antichi); AzarotA
(Prescrizioni, 613 norme Bibliografia riguardanti il codice biblico); Mégor
Hayyim (Fonte della vita, secondo il titolo della tr. ebraica); Poesie. Si
ricordano inoltre un Tractatus de esse e un Tractatus de scientia voluntatis,
perduti, e il Keter Malkat (Corona regale), poema filosofico particolarmente
importante. Non sicura l'autenticità di un De anima (solo in tr. lat.). Fons
vitae: parafrasi ebraica in S. Munx, Mélanges de philos. juive et arabe, nuova
ed., Parigi, 1955; tr. lat. in CL. BAEUMKER, Avencembrolis Fons vitae
(Beitrige, I, 24); Miinster, 1892-1895; Isleh: testo arabo e tr. ingl. a cura
di S. Wise, New York, 1901; Scelta di perle, tr. ingl. di A. CoÙen, ivi, 1925;
Poesie, la raccolta più completa a cura di Ch. N. Bratik-J. Ch. Rawnrrzkr, 3
voll., Berlino-Tel Aviv, 1924-1929; nuova ed. int. di cui è uscito solo il I
vol.: H. ScHmmann, Sirim nibhrim S. |. Gaon, Tel Aviv, 1944; antologia con tr.
ingl. in J. Davipson, Selected Religious Poems of S. I. Gebirol, Filadelfia,
1923; nuova ed., 1944; Corona reale, in Davipson, cit., e testo e intr. a cura
di A. CHouraou, in Rev. thom., 1952; tr. fr. di P. Vuirtaro, Parigi, 1953; De
anima in A. LoEWENTHAL, Pscudo-Aristoteles îiber die Scele. Ein psichol. Schrift d. XI ]ahrh. u. ihre Beziechung
zu S. i. Gebirol, Berlino, 1891. Bibliografia:
Cfr. Gerer, p. 726; DE Brie, nn. 21708; DE WutrF, GurtMann, Die philosophie des
S. I. Gebirol, Gottinga, 1889. D. Rosin, The
Ethics of S. I. Gebirol, Jewish Quart. Rev., 1891. D. KaurMmann, Studien iiber
S. I. Gebirol, Budapest, 1899. S. Horowirz, Die Psychologie I. Gebirols, Jah.ber.
des Jiid. in Theol. Seminars, Breslavia, 1900. M. Wirrmann, Die Stellung d. hl.
Thomas von Aquin zu Avencebrol, (Bcitrige, III, 3), Miinster, 1900. Ipem, Zur
Stellung Avencebrols (Ib Gebirols) im Entwicklungsgang der arabischen
Philosophie (Beitrige, V, 1), Miinster, 1905. K. DrevEr, Die religiose
Gedankenwelt des Salomo ibn Gabirol, Berlino, 1930. M. BieLEr, Der gotiliche
Wille bei Gabirol, Wiirzburg, 1933. A. HerscHet, Der Begriff der Einheit in der
Philosophie Gabirols, Monatschrift f. Gesch. u. Wiss. des Judentums, 1938. J. M. MitLàs Vatticrosa, Selomo ibn Gabirol como poeta y
filésofo, MadridBarcellona, 1945. E. BertoLa, Il Keter Malkut di
S. i. Gebirol, in Saggi e studi di filosofia medioevale, Padova, 1951,107-117.
Ipem, S. i. Gebirol (Avicebron). Vita, opere e pensiero, Padova, Brunner, Str
l'Aylémorphisme d'Ibn Gebirol, Étud. philos., 1953. H. Simon, Das Weltbild Gabirols. Seine Bedeutung fiir
die Geschichte der Philosophie, Zeitschr. Humboldt
Univ. z. Berlin, 1956-1957. 570 Bibliografia Maimonide Opere: Tra le numerose
opere religiose, giuridiche, scientifiche ricordiamo: un Trattato di
terminologia logica; una Parafrasi del Talmud; un Trattato sul calendario
ebraico; la Lettera di consolazione agli Ebrei lapsi, vari scritti di medicina.
Ma gli scritti pil interessanti dal punto di vista filosofico sono: il Maor
(Luce, commento alla Mishnah, scritto in arabo nel 1168; Mishneh Torah (La
tradizione della Legge); un Codice di prescrizioni, scritto intorno al 1180 e
il Morzh Nèbzkim (La guida dei dubbiosi), scritto in arabo nel 1170. Edizioni:
Morzh nèbakim, ed. di S. Munk (testo arabo in caratteri ebraici), Le guide des
égarés (con tr. fr. e note), Parigi, 1865-1866, nuova ed., Gerusalemme, 1931;
tr. it. di D. J. Maroni, Livorno, 1871 (incompiuta); tr. ingl. di M.
FriepLANDER, Londra, 1881-1885, 2. ed., New York, 1925 e di J. GurTMANN, ivi,
1952; trad. ted. di A. WrIss, Lipsia, 1923-1924; trad. sp. di J. Suarez, Madrid
Per le altre tr. e edd. cfr. U. Cassuto, s.v., in Enc. Ital., XXI, 951-952.
Ricordiamo inoltre la tr. fr. della Terminologia logica, Parigi, 1935; e quella
ingl. del Codice, New Haven, 1951 Bibliografia: Cfr. Gever,727-728; De Brie,
nn. 21713-21807; Ds Wutr, I,307-308. D. YeLcin - I. AsraHams, Maimonides,
Londra, 1903, rist. 1935, tr. it. Firenze, BacHeEr, M. Brann, D. Simonsen,
Moses ben Maimon, Francoforte, Levy, Maimonide, Parigi, Minz, Moses ben Maimon
(Maimonides). Sein Leben und seine Werke, Francoforte s.
M., 1912. . M. T. Penipo, Les attributs de Dieu d'aprèòs Maimonide, Rev. néosc.
philos., 1924. L. GutkowrrscH, Das Wesen des
maimonichschen Lehre, Tartu, 1935. A. HescHeL, Maimonides. Eine Biographie,
Berlino, 1935. L. Strauss, Philosophie und Gesetz. Beitràge zum Verstindnis
Maimunis und seiner Vorliufer, Berlino, 1935. F. Bamgercer, Das System des
Maimonides..., Berlino, 1935. L. Rota, The Guide for the perplexed. Moses
Maimonide, Londra, 1948. H.
Sfrouya, Maimonide. Sa vie, son ocuvre, avec un exposé de sa philosophie,
Parigi, 1951. IpeM, La obra filosbfica de Maimonides,
Rev. filos. ALTMANN, Essence and existence in Maimonides, Bull. J. Rylands
Libr., 1953. M. FakHry, The Antinomy of the Eternity of World in Averroes,
Maimonides und Aquinas, Muséon, 1953. W.
KLuxEn, Literargesch. zum lat. M. Maimonide, Rech. théol. anc. méd. Inem, Maimonides und die Hochscholastik, Philos.
Jahrb., Baeck, Maimonides, Diisseldorf, Zerrin, Maimonides, New York,
KenpziersKI, Maimonides Interpretation of the VIII Book of Aristotle's Physics
N. Schol., 1956. J. S. Munkin, World of Moses Maimonides, New
York, 1957. A. Zaovi, Maimonide: Le livre de la Connaissance, (Frammenti
tradotti e commentati), Mé€I. philos. litt. juives, I-II, 1957. C. KLEIN, The Credo of Maimonides, New York, 1958.
Sugli aspetti più spiccatamente teologici cfr. inoltre: H. A. WoLrson, in
Essays and Studies in Mem. of L. R. Miller, New York, 1938,201-234; Harvard
Theol. Rev., 1938; L. Giurberg Jubilee Volume Engl. Sect., New York,
1945,411-446. Una bibliografia completa in lingua inglese in: I. EpstEIN, Moses
Maimonides, in VIII Centenary Memorial Volume, Londra, 1935. Sulla Cabbala
Oltre alle numerose indicazioni contenute nei volumi giàdello ScHoLem e del
Vagpa si veda: E. Zoni, Profetismo e misticismo, nel vol. Israele, Udine, 1935. F. WarRraIN, La théodicée de la
Kabbale, Parigi, 1952. R. B. Z. Bosker, From the World of the Cabbalah, New
York, 1954. F. Barpon, Der Schiissel zur wahren Quabbalah. Der Quabbalist als
voll Kommener Herrscher in Mikro- und Makrokosmos, Friburgo, 1957. A.
Sarran, La Cabale, Parigi Sulle versioni latine delle opere greche, arabe ed
ebraiche cfr. in gene rale: De Wutr, I,81-83; II,55-60. In particolare cfr.: A. Jourpain, Recherches critiques
sur l'dge et l'origine des traductions latines d' Aristote, Parigi, 1819, n.
ed. ibidem, 1843. V. Rose, Die Liicke im Diogenes Laertius und der alte
Uebersetzer, Hermes, 1866. Ipem, Ptolomacus und die Schule von Toledo, Ibidem,
1874. F. WisrenFELD, Die Uebersetzungen Arab.
Werke in das Lateinische seit die XI Jahrb., *Abhandl. Kgl. Gesellschaft d.
Wissenschaften zu Got tingen, Bd. 22, Gottinga, 1877. M. Sreinscunemer, Die
hebraischen Uebersetzungen d. Mittelalters und die ]uden als Dolmetscher,
Berlino, 1893. IpeMm, Die arabischen Uebersetzungen aus d. Griechischen,
Zentralblatt fir Bibliothekswesen, Beiheft V, 2; XII, Lipsia 1889, 1893. Ipem,
Die europiischen Uebers. aus d. arabischen bis mitte d. XVII Jahrk. Sitzber. K.
Akad. d. Wissen. Philos.-hist. K1., Vienna, 1905-1906. M. Grasmann, Forschungen
tiber die lat. Aristoteles-ibersetzungen d. XIII Jahrh., (Beitrige, XVII, 5-6),
Miinster Wincate, The Medioeval Latin Versions of the Aristotelian Scientific
Corpus, with special reference to the biological Works, Londra, 1931. H. BéporeT, Les premiòres traductions tolédanes de
philosophie, Rev. néosc. philos. TuÙry, Tolède, ville de la renaissance
médiévale, point de jonction entre la philosophie musulmane et la pensée
chrétienne, Orano, 1944. U. MonnerET DE ViLLaro, Lo
studio dell'Islam in Europa nel XII e XIII secolo, Città del Vaticano, 1944. J. T. MucxLEe, Greek Works translated direcily into
Latin before 1350, Med. Stud., 1943, R. Waxzer, Arabic transmission of greek
thought to mediacval Europa, Bull. of the John Rylands Library, PeLsrer, Neuere
Forschungen iber die Aristotelesiibersetzungen des XII und XIII Jahrh., kritische
Uebersicht, Greg. 1949. G. TuHéry, Notes
indicatrices pour s'orienter dans l'étude des traductions médiévales, Mél.
Maréchal, II, 1950. Sugli inizi della fortuna dell’ Aristotele latino: A.
PeLzer, Les versions latines des ouvrages de morale conservées sous le nom
d'Aristote en usage au XIII siècle, Rev. néosc. philos., 1921. A. BirKENMAJER,
Le réle joué par les médicins et les naturalistes dans la réception d'Aristote
aux XII et XIII siècles, in La Pologne au VI Congrès international des sciences
historiques, Varsavia, 1930. IpeM, Project de l'Académie polonaise des sciences
et lettres pour la publication d'un Corpus philosophorum medii aevi, Bruxelles,
1930. Ipem, Classement des ouvrages attributs à Aristote par le moyen dge
latin, (Prolegomena in Aristotelem latinum, I), Cracovia, 1932. E.
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filos., Padova, 1935. M. Mansion, Les prémices de l’Aristoteles latinus, Rev.
philos. Louvain, 1946. tapal M. Grasmann, Aristoteles im zwéòlften Jahrh., Med.
Stud., 1950. L. Minio-PaLueLto, Note sull’ Aristotele latino medioevale, Riv.
filos. neosc., 1950, 1951, 1954, 1958, 1960. A. Mansion, Disparition graduelle des mots grecs dans les
traductions médiévales d'Aristote. ME. J. De Ghellinck, IAdelardo
di Bath Opere: Perdifficiles quaestiones naturales; De codem et diverso (ed. H.
Wiccner, in Beitrige,y IV, I, Miinster, 1903); traduzioni dall'arabo (Euclide,
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des A. v. Bath (Beitrigey XXI, 1), Miinster, 1934. F. BLIEMETZRIEDER, A. v.
Bath, Monaco, 1935. M. CLacett, The mediev. lat. transl. from the arabic». with
special emphasis on the versions of A. of Bath, Isis, 1953. Domenico
Gundissalvi Opere: De anima; De Unitate; De processione mundi; De divisione
philosophiae. Gli è attribuito anche un De immortalitate animae. Traduzioni: La
Kitàb ash-Sifa di Avicenna; le Intenzioni dei filosofi di aL-GAzzaLI; il De
ortu scientiarum di A-raraBi; il Fons vitae di AviceBRON. De anima (parziale) a
cura di A. LoewentHAL, Kònigsberg, Berlino, 1890, e in Pseudo-Aristoteles iber
die Seele, cine psychologische Schrift d. XII Jahrh. u. ihre Beziehungen 2.
Salomon ibn Gebirol, Berlino, 1891; il De divisione philosophiae, a cura di L.
Baur (Beitrige, IV, 2-3), Miinster, 1903; il De divisione scientiarum, a cura
di S. H. THomson, Schol., 1933; ed. A. ALonso, Madrid-Granada, 1954; il De
unitate, a cura di P. Correns, (Beitrige, I, 1), Miinster, 1891, rist. in A.
BoniLLa y San MaRtIN, Hist. de la filos. espatiola, I,450-456; il De
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Hist. de los heterodoxos espafioles, I, Madrid, 1880 691-711 e a cura di G.
BiiLow (Beitrige, II, 3), Miinster, Gerer,729-730; De Brie, nn. 5472-5476; De
WutF, II, p. 74. CL. BAEUMKER, Les éerits philosophiques de D.
Gundissalinus, Rev. thom., 1897. Inem, D. Gundissal. als
philosophischer Schriftsteller, Friburgo 1898 e Miinster 1899, A. Levi, La
partizione della filosofia pratica in un trattato medioevale, Atti R. Ist. Veneto, t. LXVII, P. II, 1908. L. Garcia Favos, E!
Colegio de traductores de Tolego y Domingo Gundisaluo, Rev. de la Biblioteca...
de Madrid, 1932. ). TercHER, Gundissalino
e l'agostinismo avicennizzante, Riv. filos. neosc., 1934. H. Béporer, Les
premières versions tolédanes de philos., Rev. néosc. philos., 1938. D. A. Catcus, Gundissalinus De Anima and the problem
of substantial form, N. Schol., 1939. J. T. Muckte, The Treatise De anima of D.
Gundiss., Med. Stud., 1940. M. Atonso, Notas sobre los
traductores toledanos. D. Gundiss. y Juan Hispano, al-Andalus, 1943. IpeM, Las
fuentes litérarias de D. Gundiss., ibidem, 1946. IpeMm, Traducciones del
arcediano D. Gundiss., ibidem, 1947. Ipem, Domingo Gundissalvi y el De causis
primis et secundis Est. Eccl., 1947. Inpem, Gundissalvo y el Tractatus de
anima, Pensam., 1948. A. H. CHroust, The Definitions of
Philosophy in the De divisione philosophiae of Dominicus Gundissalinus, N.
Schol., 1951. Alfredo di Sareshel Opere: De motu cordis; traduzione del De
vegetalibus (falsamente attribuito ad Aristotele), e del Liber de congelatis di
Avicenna. Bibliografia: Cfr. GevER, p. 731; De Brie, n. 5467; DE Wutr, II, p.
74. Bibliografia In particolare v.: A. PeLzER, Une source inconnue de Roger
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hist., BaeuMKER, Die Stellung des A. von Sareshel und seiner Schrift De motu
cordis in der Wissenschaft des beginnenden XIll ]ahrh., Sitzber. Bayer Akad.
Philos. Hist. Kl., 1913. Ipem, Des A. von Sareshel (Alfredus Anglicus) Schrift
De motu cordis, (Beitrige, XXIII, 1-2), Miinster, 1923 (con ed.) G. LacomBe, A. Anglicus in Metheora, in Aus der
Geisteswelt des Mittelalters, Miinster, 1935,463-71. Giovanni
Ibn Dahut di Spagna. Traduzioni: Fons vitae di AviceBRoN; De anima di Avicenna;
De differentia animae di Qusta IBN Luca (la prima in coll. con il Gundissalvi).
Bibliografia: cfr Gever, p. 724; De Brie, n.
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Atonso, Notas sobre los traductores toledanos..., J. M. MîfLLas Vatticrosa, Una
obra astronémica disconocida de Johannes Avendaut Hispanus, in Estudios sobre
la historia de la ciencia espafiola, Barcellona, 1949,263-288. M. Atonso,
Traducciones del drabe al latin por Juan Hispano (Ibn Dawînd), al-Andalus,
1952. M. T. p'ALverny, Avendauth, Misc. Millis Vallicrosa Barcellona
Gerardo da CREMONA (vedasi) Da AristotELE: la Fisica, Secondi Analitici col
Commento di Temistio, De Caelo et mundo; Metcor. I-III; De generatione et corruptione; Testi pseudarist.:
Liber de causis, De intellectu, De quinque essentiis. Opere
di ALEssanDRO DI Arropisia, aL-FARABI, Isacco Giupeo. Tradusse inoltre numerosi
scritti scientifici: Canone di Avicenna; Elementi di EucLIDE; Almagesto di
Tolomeo, ecc. Gever; De Brie, n. 5478; DE WutF, BrrkenMmaJer, Eine
wiedergefundene Ucbersetzung Gerhards von Cremona, in Aus der Geisteswelt des
Mittelalters, cit.. H. Béporet, Les premières versions tolédanes, Inem,
L'auteur et le traducteur du Liber de causis, Rev. néosc. philos., 1938 E.
FrancescHINI, /) contributo dell'Italia alla trasmissione del pensiero greco in
Occidente nei secc. XII e XIII e la questione di Giacomo Chierico da Venezia,
Atti Soc. ital. progr. sc., Roma, Themistius parafrasis of the Posterior
Analytics in Gerardo of Cremona's translation, ed. ]}. R. O°DonnEL, Med. Stud.,
1958. O Sull’attività scientifica di Gerardo cfr. inoltre: B. Boncompacni,
Della vita e delle opere di Gerardo cremonese, Roma, 1851; U. T. HoLmEs, G. the
naturalist, Spec., 1936. Michele Scoto Traduzioni: De Sphaera di ALpetRAcio
(Bologna, Venezia, 1631); i XIX libri De animalibus di AristorELE; De caelo et
mundo; De anima e, probabilmente, anche la PAysica e la Metaphysica con i
commenti di AverRoÈ che egli fece conoscere per primo in Occidente (ed.
Venezia). Divisio philosophiae; Quaestiones Nicolai peripatetici. astrologiche:
Liber introductorius; Liber de particularibus; Physionomta (in Scriptores
Physiognomici, I, Lipsia, 1893). Bibliografia: cfr. Gever, p. 731; De Wutr, II,
p. 56. W. J. Brown, An Enquire into the Life and
Legend of M. Scottus, Edimburgo, 1897. R. Rupserc, Textstudien zur
Tiergeschichte d. Aristoteles, Upsala, 1908. Ipem, Kleinere Aristoteles Fragen,
Eranos, DuHEM, Le système du monde, cit., III,241-249, 344-347. Cu. H. Haskins,
Studies in the History of Medievale Science, Cambridge (Mass.) THornpiKE, A
History of magic and experimental science, II, cit., 307-337. i R. pe Vaux, La
première entrée d’Averroès chez les latins, Rev. sc. philos. théol., 1933. M.
KurpziaLeK, Quaestiones Nicolai peripatetici, Maed. Philos. Polonorum
(Varsavia), 1958. Enrico Aristippo Traduzioni: Tutte le Opere di Gregorio
NazianzeNO; DiocENE, LAERZIO; il IV dei Meteorol. e forse anche il De
generatione et corruptione e gli Analytici secondi; il Menone e il Fedone di
PLatone. Tradusse inoltre la Sintassi matematica e, con l’aiuto di Eugenio di
Palermo, l’Almagesto. Edd.: V. KorpentER-C. Lasowsky, Meno interprete Henrico
Aristippo, Londra, 1940; L. Minto-PaLueLLo-H. J. Drossaart LuLors, Phaedro
interprete Henrico Aristippo, Londra, 1950. Bibliografia: De Wutr, II,58. Cu. H. Haskins, Studies in the History of Medieval
Science, cit.87-123. M. T. Manpatari, Enrico Aristippo Arcidiacono di Catania
nella vita culturale e politica del XII sec., Bull. stor. catanese, PaLuetto,
Henry Aristippo, Guillaume de Moerbeke et les traductions latines médiévales de
Méséréologiques et du De generatione et corruptione, Rev. philos. Louvain, 1947. Ipem, Les trois redactions de la
traduction médievale greco-latine du De Generatione et corruptione d'Aristote,
Rev. philos. Louvain, 1950. Amalrico di Bène e David di Dinant Bibliografia:
cfr. Gever,706-707; De Wutr, I, p. 242. V.
P. DuHEM, Le système du monde, cit., V,244-249. G. THiéry, Essai sur David de
Dinant d'après Albert le Grand et St. Thomas, ME. thom., 1923. Ipem, Autour du
décret de 1210: I. David de Dinant. Étude sur son panthéisme maiérialiste,
Parigi, 1925. G. C. CaretLe, Autour du décret de 1210; III. Amaury de Bène.
Étude sur. son panthéisme formel, Parigi, 1932. CL. BAEUMKER, Contra Amaurianos
(Beitrige, XXIV, 5-6) Miinster, 1926. A. BirRKENMAJER, Découverte de fragments
mss. de David de Dinant, Rev. néosc. philos., Arnou, Quelques idées
néoplatoniciennes de David de Dinant, in Festgabe J. Geyser, 1930. M. Dar Pra,
Amalrico di Bène, Milano, 1951. M. T. p'ALverny, Un fragment du procès des
Amauriciens, Arch. Hist. doctr. litt. m. à., 1953. M. KurpziaLEK, Fragments des
Quaestiones naturales de David de Dinant, Mediaevalia Philosophica Polonorum
(Varsavia), 1958. Sulla reazione all’entrata dei testi aristotelici ed arabi cfr.:
M. GRABMANN, / divieti ecclesiastici di Aristotele sotto Innocenzo III e
Gregorio IX (Miscell. hist. pontif., V, 7) Roma, 1941. Guglielmo di Moerbecke
Traduzioni: dal greco: De coelo et mundo (Il. III-IV, 1260); Meseorologica (Il.
I-III, 1260 ca.); Mesaphysica (1. XI); Politica (Il. III-VIII, forse 1260);
R&etorica; De animalibus (21 1l.); Poetica (1278). Tradusse inoltre i
sottoelencati commenti ad Aristotele coi relativi testi aristotelici;
Perihermeneias (Ammonio, 1268); Praedicamenta (Simplicio, 1266); De caelo et
mundo (Simplicio, 1271); De sensu er sensato (Alessandro di Afrodisia, 1269);
Metaphysica (Alessandro, 1260); De anima (Temistio); L. III De anima (Giovanni
Filopono). Rivide inoltre molte tradd. già esistenti di testi aristotelici: De
anima (prima del 1268); De memoria et reminiscentia; Physica Metseorol.;
Metaphysica (eccetto il 1. XI tradotto da lui per la prima volta); Ezhica Nic.
(1260 ca.); I-II Politicorum; Analytica posteriora; 578 Bibliografia Elenchi
sophystici; probabilmente anche il De generazione et corruptione € i Parva
naturalia. Tradusse inoltre l’Elementatio theologica e altri opuscoli di
ProcLo. Bibliografia: cfr. Gever, p. 728; De Brie, nn. 2453, 3601, 4986, 4988,
5005, 57135; DE Wute, II, p. 290. E. FrancESscHINI, Aristotele nel M. E.
latino, G. Lacomse, in Corpus philosophorum Medii Aevi. Aristoteles latinus,
Roma, 1939. M. GraBMann, Guglielmo di Moerbecke, il traduttore delle opere di
Aristotele, (Miscell. hist. pontif., XI, 20), Roma, 1546 (con bibl.). L. Minio
PaLuvetto, Guglielmo di Moerbecke, traduttore della Poetica di Aristotele, Riv.
filos. neosc., 1947. IpeMm, Note sull’Aristotele latino medioevale cit.,
ibidem, 1952. CL. VANSTEENKISTE, Procli elementatio theologica translata a G.
de Moerbecke (con testo), Tijdschr. Philos.,
VERBEKE, G. de Moerbecke traducteur de Jean Philoponus, Rev. philos Louvain,
1951. Ipem, G. de Moerbecke traducteur de Proclus, Rev. philos. Louvain, 1953. Capitolo
secondo Sulle Università H. DenirLEe, Die Entstehung der Universitàten des
Mittelalters bis 1400, Berlino, 1885; rist., 1956. Ipem, Die Universitàten des Mittelalters, Berlino, 1885.
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DenieLE - A. CHATELAIN, Charsiularium Universitatis parisiensis, Parigi,
1889-1897. Actuarium Chartularii Universitatis parisiensis, voll. I e II a cura
di DeNIFLE © CHATELAIN, Parigi, 1894-1897; voli. IV e V a cura di CH. SaMARAN e
E. A. Van Moè, Parigi, 1935-1942. A. CLERVAL, Les écoles de Chartres au moyen-dge,
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quatuor magistrum, a cura di L. OLicer, Roma, 1950. F. Bertoni, Lo spunto della
filosofia francescana, Stud. franc., 1957. b) Domenicani P. Manponnet, Frères
Précheurs. La théologie dans l'ordre des Frères Pre., in
DThC., IV, 863-924. P. Mormier, Histoire des maftres généraux de l'ordre des
Frères Précheurs, Parigi, 1903-1911. P. ManponneT, S. Dominique. L'idée,
l'homme et l'oeuvre, Gand, 1921, Pa rigi, 19382. P.
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Roma, 1923. A. Watz, Studi domenicani, Roma, 1939. M. H. Vicarre, S. Dominique
de Calarnega, Parigi, 1955. 580 Bibliografia Su tutto il movimento scolastico
del XIII sec. M. D. CÒÙenu, La théologie comme science au XIII siècle, Parigi,
1957}. A. Forest, F. van STEENBERGHEN, M. DE
GanpiLLac, Le mouvement doctrinal du IX au XIV siècle, vol. XIII dell’Histoire
de l'Église, di A. FLicHE, e E. Jarry, Parigi, 1951. Cfr. inoltre, in generale,
la documentazione raccolta in: P. GLorieux, Répertoire des maîtres en théologie
de Paris au XIII‘ siècle, Capitolo terzo Pietro di Poitiers Opere: Libri
quinque Sententiarum Edizioni: P.L. 211; PH. S. Moore, J. N. Garin, M. DuLonc,
Sententiae Petri Pictaviensis ll. I et II, Pubblications in Med. Stud., 7 e 11,
Notre Dame (Ind.), 1943-50; Allegoriae super tabernaculum Moysi, ibidem, 1938.
Bibliografia: Cfr. GevER,711-712; De Brie, nn. 5488-5492; De WuLP, I. pp
250-251. in particolare v.: M. GrABMANN, Gesch. d. schol. Methode, cit., I e
II. P. GiLorieux, Répertoire des maîtres en théol. de Paris au XIII siècle, N.
June, in DThC, XII, 2038-40. PH. S. Moore, The
Works of P. of Poitiers, Washington, 1936. A. Lanperar, P. v. Poitiers und die Quaestionenliteratur
des 12 Jahrh., Philos. Jahrb., 1939,202-22, 348-58. ° Guglielmo
di Auxerre Opere: Summa theologica: incerta l'attribuzione di un commento
all’Anticlaudianus di Alano di Lilla. Edd.: Parigi, 1500, 1518, Venezia 1591.
Bibliografia: cfr. Gever,730-731; De Brie, nn. 5519-5521, 5574; DE Wutr,
II,78-79. In particolare v.: A. Lanpcrar, Beobachtungen zur Einflusssphire
Wilhelms von Auxerre, Zeitsch. f. ath. Theol., 1928. G. Ottaviano, Guglielmo
d'Auzxerre. La vita, le opere, il pensiero, Roma, 1929 (con bibl.). P. Grorieux, Répertoire des maftres en théologie de Paris
au XIII siècle, 581 Bibliografia P. Lackas, Die Ethik des W. v. Auxerre.
Beitrige zu ihrer Wiirdigung, Ahrweiler, 1939. N. Fries, Urgerechtigkeit, Fall
und Erbsunde nach Pripositin von Cremona und Wilhelm von Auxerre, Friburgo,
1940. O. LottIn, Psychologie et morale aux XII et XIII° siècles, cit., I,63-69.
A. Masnovo, Da Guglielmo d'Auvergne a s. Tommaso d'Aquino, I, Milano,
VanwiysnBERGHE, De biechtleer van Wilhelm van Auxerre in het licht der
vroegscholastiek, Stud. Cath., 1952. Guglielmo di Alvernia Opere:
Magisterium divinale; De immortalitate animae; De bono et malo e altri piccoli
trattati. Edizioni: Opera omnia, Norimberga, 1496, Venezia 1591, ed. B.
LeFERON, ? voll., Orleans, 1674-75; De immortalitate animae. ed. G. BiLow
(Beitrige, "I. 3, append.), Miinster, 1897, 19252, Tractatus de bono et
malo, ed. J. R. O'DonneL, Med. Stud. 1946,245-99; Tractatus secundus de bono et
malo (ed. O'DonneL, ibidem, 1954,219-271. Biblioerafia:
cfr. Gever,730-731; De Brie, nn. 5459-4563; De WuLE, II,87-88. In particolare
v.: N. Vators, G. d'Auvergne. Sa vie et ses oeuvres, Parigi, 1880. M.
Baumcartner, Die Erkenntnislehre des W. v. A. (Beitrige, II, 1), Miinster,
1893. S. ScHINDELE, Beitrige zur Metaphysik des W. v. A., Monaco, 1900. P. Duxem.
Le svstème du monde, Kramp, Des W. von Auvergne Magisterium divinale, Greg.
1920, 1921. E. Loneprt, G. d’Auvergne et l'école franciscaine de Paris, France
franc., 1922. E. Girson, Pourquoi st. Thomas a critiqué st. Augustin, Arch.
Hist. doct. litt. m. 4., 1946. B. Lanpry, L'originalité de G. d'Auvergne, Rev.
hist. philos., 1929. A. Masnovo, Da Guglielmo d'Auxerre a s.
Tommaso d'Aquino, Milano, 1930-46. E.
Girson, La notion d'existence chez G. d'Auvergne, Arch. Hist. doctr. litt. m.
Ipem, Magisterium divinale de G. d'Auvergne, Rev. m. &. lat., 1947. P.
Grorieux, Le Tractatus novus de Poenitentia de G. d'Auvergne, Misc. Moralia
Janssen, 1949. A. Forest, G. d’A. critique d'Aristote, Étud. méd. offertes è A.
Fliche, Parigi, 1952,67-79. BOLOGNA (vedasi) Tractatus de
Luce, numerosi sermoni e questioni disputate. Bibliografia: Cfr. Gever, p. 732;
De Brie WuLF Loncpré, Bartolomeo da BOLOGNA (vedasi), un maestro francescano
del sec. XIII, Stud. franc. 1923,365-84. 1. Souaprani, Tractatus de Luce fr. B.
da B., Ant., 1932,201-38, 337-76, 465-94 (ed.). M. Micxsorr, Quaestiones
disputatae de Fide de Bartolomeo v. Bologna, O, F. M. (Beitrige, XXIV, 4),
Miinster, 1940 (ed.). Alessandro di Hales Opere: Exoticon, alcuni Sermones,
Glossa in quatuor libros Sententiarum, Quaestiones et quodlibeta, alle quali
vanno aggiunte le seguenti opere scritte in collaborazione: Expositio regulae,
e Summa. Edizioni: oltre le ediz. di Venezia e di Colonia, cfr. della Summa
Theologica l'ediz. critica, a cura dei Francescani di Quaracchi, in 4 voll.,
Quaracchi (Firenze), 1924-1948; Alexander de Hales, Quaestio de Fato, a cura di
J. Goercen, Franz. Stud., 1932; Alexandri de Hales Glossa în quattuor libros
sententiarum Petri Lombardi, Quaracchi (Firenze), 1951-1954; Alerandri de Hales
Quaestiones disputatae antequam esset frater) Quaracchi (Firenze), 1960.
Bibliografia: per la vita: Prolegomena alla Glossa in quatuor libros
sententiarum, I, Quaracchi, 1951,7-75. Quanto agli ultimi risultati della
critica sugli scritti cfr.: V. Doucer, s.v., in Enciclopedia Cattolica, I,
784-787. Per altre notizie: A. Vacant, in DThC, I, 772-84. W. Lampen, in
Lexicon fiir Theol. u. Kirche, I, 249-50. Bibliografia generale in
GeveRr,734-735; De Brie, nn. 5421-5435; DE Woutr, II,117-120. Per il pensiero
filosofico: P. Dunem, Le système du monde Mrxces, Philosophiegeschichtliche
Bemerkungen iber die dem Al. ». Hal. zugeschriebene Summa de virtutibus,
(Beitrige, suppl. I), Miinster, 1913 (vedi anche in Franz. Stud. 1914, 1915, 1916; in Theol. Quart., 1915; in Riv.
filos. neosc. RoHMER, La théorie de labstraction dans l'école franciscaine
d'Al. de Hales à Jean Peckam, Arch. Hist. doctr. litt. m. à., 1928. B. Geyer,
Zur Frage nach der Echtheit der Summa des Alex. Hal., Franz. Stud., Lortin,
Alex. de Hales et la Summa de vitiis de Jean de la Rochelle, e Al. d. Hal. et
la Summa de anima de Jean de la Roch., Rech. théol. anc. méd., 1929, 1930. J.
FucHs, Die Proprietiten des Seins bei Alexander von Hales, Monaco, 1930. ].
Brsson, Die Willensfreiheit bei A. v. Hales, Fulda, 1931. M. Gorce, La Somme
théol. d'Alex. est-elle authentique?, N. Schol.," 1931. F.
PeLster, Zum Problem der ‘Summa’ des Alex. v. Hales, Greg., 1931. Inem, Intorno
all'origine e all'autenticità della ‘Summa’ di A. di Hales, Civ. Catt. 1930-1931, Ipem, Die Quaestionen des Al. von Hales,
Greg., 1933. P. GLorieux, D'Alex. de Hales à Pierre Auriol, Arch. franc. hist.,
1933. I. GorLani, La conoscenza naturale di Dio secondo la Somma
teologica di Aless. di Hales, Milano, 1933. B. Pergamo, De quaestionibus
ineditis Fr. Odonis Rigaldi, Fr. G. de Melitona et cod. vat. lat. 782 circa
naturam theologiae deque carum relatione ad Summam theol. Fr. Alex. d. Hales, Arch. franc. hist., 1936. F. M.
HenquineT, Autour des écrits de Alex. de Halès et de Richard Rufus, Ant., 1936 (e
cfr. anche Rech. théol. anc. méd., 1938; Ant., 1938; Franz. Stud., 1939; Arch. francisc. hist., 1940). E.
ScHLenKER, Die Lehre von den gottlichen Namen in der Summe Alex. von Hales,
Friburgo, 1938. Pu. BòHnEr, The System of Metaphysics of Al. of Hal., Franc.
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de Halès sur les Sentences enfin retrouvé, Misc. Mercati,
II, 1946. V. Doucet, The History of the Problem of the Authenticity of the
Summa Fratris Alexandri, Franc. Stud., 1947 (e cfr. anche Riv.
filos. néosc., 1948; Arch. francisc. hist., 1950). L. Di Fonzo, less. di Hales
e il ritrovato suo commento alle Sentenze del Lombardo, Misc. franc., 1947. F. Brapy, Law in the Summa fratris Alexandri, Proceed.
of the Amer. Cath. Philos. Assoc., 1950. B. WincenreLD, Die Verbindung von Leib
und Seele in ihren Bedeutung fiir den sittlichen Akt nach der Lehre des Al. v
on Hales, in Aus Theologie u. Philos. Festschrift F. Tillmann,
Diisseldorf Bertoni, Il problema filosofico della conoscibilità di Dio nella
scuola francescana, Padova, 1950. U. Berti, Pro edit. cri. quaestionum A.
Halensis, Ant., 1951,83-98. 584 Bibliografia A. Pompei, A. Alensis e le
dottrine creazionistiche nel medioevo, Misc. franc., 1953,289-350. E. BertoLA,
La dottrina dello spirito in A. di Hales, in Sophia, 1955, 84-91. K. LvncH, The Quaestio de sacramentis in genere
attributed to Alexandre of Hales, Franc. Stud. 1951. Ipem, Texts from the
Quaestiones antequam esset frater attributed to Alexander of Hales, Franc.
Stud., Goessmann, Die Methode der Trinitatslehre in der Summa Halensis, Miinch
theol. Zeitschr., 1955. K. Lyncn, The doctrine of Alex. of Hales on the nature
of sacramental grace, Franc. Stud. 1959, Giovanni della
Rochelle Opere: Le sue idee si trovano probabilmente esposte nella Summa
fratris Alexandri. Le sue opere a carattere prevalentemente filosofico
comnrendono: Tractatus de multiplici divisione potentiarum animae, Summa de
anima, De cognitione animae separatae, De immortalitate animae sensibilis, si
sa inoltre che scrisse un Commento sopra le Sentenze, finora però non è stato
ritrovato. Edd.: La Summa de anima di Fr. Giovanni della Rochelle (ed. T.
DomenicHELLI - M. Da Civezza). Prato, 1882. Bibliografia: cfr. Gever, p. 735;
De Brie, nn. 5432, 7407-7408; DE Wutr, II, p. 120. In particolare v.: G.
Manser, Johann von Rupella, Jahrb. Philos. u. spek. Theol., 1912. P. Mrnces, De
scriptis quibusdam fr. loannis de Ruvella, Arch. franc. Hist., 1913,597-622 (e cfr.
anche Phil. Jahrb., 1914). IpeM, Zur Erkenntnislehre des Franz. ]. de Ruvella, Philos. Jahrb., 1914. P. GLorieux, Répertoire
des maîtres en théologie de Paris au XIII* siècle, Lortin, Les traités sur
l'îme et les vertus de ]. de R.. Rev. néosc. philos., 1930.
Fagro, La distinzione tra quod est e quo est nella Summa de anima di Giovanni
della Rochelle Div. Th. (P) BucceLLato, De
quaestionibus quibusdam ad Summam de anima Ioannis de Rupella pertinentibus,
Sophia, 1940. M. HenquineT, Fr. Considérans, l'un des auteurs jumeaux de la
Summa fratri Alexandrî? primitive, Rech. théol. anc. méd., 1948. pn. 76-96. Doucet,
Prolegomena in Librum II necnon in Libros l et Il Summae fra tris Alexandri,
Quaracchi, 1948,cexi-cexxvwn. MrcHaun-Quantin,
Les puissances de l'îme chez Jean de la R., Ant. 1949,489-505. LottIN, A propos
de Jean de la Rochelle, in Psychologie et morale. FIDANZA
(vedasi). Commentarii in IV libros Sententiarum Lombardi: Breviloquium;
Itinerarium mentis in Deum; De reductione artium ad theologiam; De donis
Spiritus Sancti; De scientia Christi; In Hexaemeron. Cai Edd.: Tutti gli
scritti di San Bonaventura sono raccolti nell'ottima ediz. critica a cura dei
padri francescani di Quaracchi: Osera omnia, 10 voll, Quaracchi (Firenze),
1882-1902. Si veda inoltre: De Aumanae coenitionis ratione Anecdota qauaedam
Seravhici Doctoris S. Bonav. et nonnullorum ipsius discibulorum, Quaracchi,
1883; S. Bon. Seravh. Doctoris tria obuscola: Breviviloauium, Itinerarium
mentis in Deum et De reductione artium ad Theolociam, notis illustrata,
Quaracchi; S. B. Collationes in Hexaémeron et Bonaventuriana quaedam selecta, a
cura di F. M. DELORME, Quaracchi, 1934; S. B. opera thenlocica selecta. Editio
minor (1. Liber 1 sententiarum; II. Liber II sent.; INI. Liber Il sent.; IV.
Liber II sent.; V. Liber IV sent.\. Quaracchi, 1934-1949: Questions disvuttes
De caritate. De novissimis ediz. crit.. a cura di P. Girorievx. Parigi. Cfr.
inoltre l'antologia: Philosovhia S. Bonaventurae textibus ex eius operibus
selectis illustrata, a cura di B. RosenMoELLER, Miinster, 1933. Utile ancora
ooci il Lexicon bonaventurianum di Toz4nnes A Ruino E Antonius Marta A Vicetia,
Venezia, 1880. In tr. it. si veda: Riduzione delle arti, a cura di A. HerMET,
Lanciano, 1923 (insieme alla tr. dell’Itinerario\: Vita di S. Francesco, a cura
di G. BatteLLI. S. Casciano Val di Pesa, 1926: Il Brevilonuio, a cura di G.
Piccioni. Siena, 1931: di T. M. BarsaLiscra. Pomnei. 1934: Itinerario della
mente a Dio, a cura di A. HermeT, Firenze. 1919: di G. Dar Monte. Boloona, 1926;
di C. Ottaviano. Palermo. 1933; di G. Sanvinno. Roma; Scaramtizzi, Padova.
1943: di F. Macconn Torino, 1947: di G. BonarepE, Roma, 1951; I) principio
della conoscenza (De humanae cognitionis suprema ratione), a cura di G. Marino,
Milano, 1925. Bibliografia: La bibl. generale in Gever,735-738; De Brie, nn.
57205811; De Wutr, II,133-137. Una ricca biblioorafia in L. VeurHEY, S.
Bonaventurae philosophia christiana, Roma In particolare, tra la vastissima
bibliografia, si veda: K. ZiescHf. Die Lehre
von Materie und Form; Die Naturlehre Bonaventuras, Philos. Jahrb., 1900, 1908.
E. Lutz. Die Psychologie Bonaventuras nach den Quellen dargestellt, Miinster,
DuHeMm, Le système du monde, cit., III,497-511; VI,82-88, 102-106; VII,198-199;
X,33-34. Luvcxx, Die Erkenntnislehre Bonaventuras (Beitrige, XXIII, 3-4).
Miinster, 1923. A. Stonr, Die Trinititslehre des hl. Bonaventura, Miinster,
1923. E. Gitson, La philosophie de St. Bonaventure, Parigi, 1924, 19533 (con
ottima bibliografia). P. Grorreux, Essai sur la chronologie de S. Bon., Arch.
franc. hist., 1926. F. ScHwenpincer, Die Erkenntnis in den
ewicen Ideen nach der Lehre des hl. Bonaventura,
Franz. Stud., 192% . J. M. Brssen, L'exemplarisme divin selon S. Bon., Parigi,
Bonxrroy. Le Saint Esprit et ses dons selon S. Bon., Parivi, 1929. B. Trimocre,
Deutune und Bedeutune der Schrift des hl. Bonav. De
re. ductione artium ad theologiam, Werl, 1930. C. J. O’'Lrary, The substantial
composition of man according to S. Bonav., Washington, 1931. O.
RicH, Il pensiero e l'opera di S. Bonaventura, Firenze, Griinewacp,
Franzishanische Mystik. Versuch zu einer Darstellung mit besonderer
Beriichsichticune des hl. Bonaventura, Monaco, 1931. Ioenr. Zur Mystik des hl. Bonaventura, Zeitschr. f. Askese
und Mystik, 1934. L. STEFANINI, Il problema religioso in Platone e S. Bonaventura,
Torino. 1934. A. DrerersHacen, Von der Philosophie
des hl. Bonav., Wissen. Weish.. Tu. Sorron, Vom Geist der Theologie
Bonaventuras, Wissen. u. Weish., 1934. F. Harnett. Doctrina S. Bonaventurae de
deiformitate, Mundelein. 1936. P. Ronert.
Hvylémornhisme et devenir chez S. Bonaventure, Montréal. 1936 S. Vanni-Rovieni,
L'immortalità dell'anima nei maestri francescani del sec. XIII, Milano, passim.
Rowarepe, Il problema dell’illuminazione in S. Bonaventura, Sophia, Lecowrez,
Essai sur la philosophie sociale du Docteur Sérafique, Fri burgo, 1937. ODowyrL, The Psychology of St. Bonaventure and St.
Thomas Aquinas, Washington, 1937. Saver. Die religiose Wertung der Welt in
Bonaventuras Itinerarium, Werl, 1937. Bonn. La signification
historico-doctrinale de St. Bonaventure, France franc., Dapy, The theory of
knowledge of FIDANZA, Washington. 1939. BrancHI, Doctrina S.
Bonaventurae de analogia universali, Zara, 1940. De Simone, Linee fondamentali
del pensiero di S. Bonaventura nella storia del pensiero medioevale, Napoli,
1941. V. Bretox, St. Bonaventure, Parigi pua 6 M o mo E. Ip: Bertoni, Le
dottrina di FIDANZA della illuminazione intellettuale, Riv. filos. neosc.,
1944. EM, S. Bonaventura, Brescia, ArszecHy, Grundformen der Liebe. Die Theorie
der Gottesliebe bei dem hl. Bonav., Roma, 1946 (e cfr. anche Greg., 1947,
1948). M. M. De BenepictIis, The Social Thought
of Saint Bonaventure, WaDOM O O pporwr Oc. >
shington VeurHner, Spirito bonaventuriano, Miscell. franc. 1946. . Lazzarini,
S. Bonaventura, filosofo e ministro del Cristianesimo, Milano, SEPINSKI, La
psychologie du Christ chez S. Bonaventure, Parigi, 1948. Da Vinca, L'aspetto
dell'aristotelismo di San Bonaventura, Collect. franc., 1949. Azate, Per la
storia e la cronologia di S. Bonaventura, Misc. franc., BonareDE, Il De
Scientia Christi ossia il problema delle idee in S. Bonaventura, Palermo
Bertoni, Il problema della conoscibilità di Dio nella scuola francescana,
Padova PrENTICE, The Psychology of Love according to St. Bonaventure, Saint
Bonaventure (New York), 1951, 19572, C. Pecrs, St. Bonaventure, St. Francis and
Philosophy, Med. Stud., 1953. J. M. Sparco, The Category of
the Aesthetic in the Philosophy of St. Bonaventure, New York, 1953. H. Tavarp,
Transciency and permanence. The nature of theoloey according to St. Bonav.,
Saint Bonaventure (New York) - Lovanio-Paderborn, 1954. . Zicrossi,
Saggio sul neoplatonismo di San Bonaventura, Firenze, 1954. . Szasò, De SS. Trinitate in creaturis refulgente doctr. S.
Bonaventurae, Roma, MutLican, Portio Superior and Portio inferior Rationis in
the Writings of St. Bonaventure, Franc. Stud. ScIAMANNINI, La
cointuizione bonaventuriana, Firenze, A T R R G. G P C L SaLa, Il concetto di
sinderesi in FIDANZA, Stud. franc.,TercraTtwEIER, Die aszetisch-mystische
Methode in Itinerarium... des Bonaventura, Theol. Quart. JEAN pe Dieu, Intuition sens concept, expérience
religieuse et formation du concept, Etud. franc.,Bici, Concezione
bonaventuriana della sostanza e concezione aristotelica, Stud. franc., 1958.
homme et son destin..., cit.,473-519 (saggi di J. RarzinceR, CH. WeNIN, J. P.
MiLLer, M. ScHMAUS). Bonner, Eramination of conscience according to FIDANZA,
FIDANZA, N. Y., CLasen, Zur Geschichtstheologie FIDANZAs, Wiss. Weis.
Per la bibl. relativa alla scuola domenicana cfr. sotto la voce Domenicani.
Alberto Magno Philosophia rationalis o Logica: De praedicabilibus (Super
Isagogen Porphyrii); De Praedicamentis (In categorias Aristotelis): De sex
frincipiis (commento al testo pseudoporrettiano); Zn Boétii de divisione; In
duos Peri hermeneias; In Boétii de syllogismis categoricis; In duos Priorum
Analyticorum; In Boétii de syllogismis hypoteticis (inedito); In duos
Posteriorum analyticorum; In octo Topicorum; In duos Elenchorum. b) Philosophia
realis: 1) Physica sive naturalis: De audito physico (In octo libros
Physycorum); In duos libros de generatione et corruptione; In quattuor libros
de caelo et mundo; De natura locorum; De causis proprietatum elementorum; In
quattuor libros Metereorum; De mineralibus; In tres libros de anima; De
nutrimento; De sensu et sensato; De memoria et reminiscentia; De intellectu et
intelligibili; De natura et origine animae (De natura intellectualis animae et
contemplatione); De quindecim problematibus; De unitate intellectus contra
averroistas; De somno et vigilia; De spiritu et respiratione; De motibus
progressivis (De principiis motus progressivi); De aetate (De iuventute et
seneciute); De morte et vita; De animalibus libri XXVI; Quaestiones super libros
de animalibus; De vegetalibus et plantis libri VII; Sul De fato (De sensu
communi) cfr.: G. MEERSEMANN, /ntroductio in Opera omnia, citata più oltre, p.
138. La Summa naturalium o philosophia pauperum già attribuita ad Alberto Magno
dal Birkenmayer, dal Pelster, dal Mandonnet, è adesso attribuita ad Alberto di
Orlamiinde, un discepolo di Alberto Magno che la compose ispirandosi pienamente
al maestro. Tale Summa naturalium fu compendiata da Pietro di Dresda nel Parvus
philosophiae naturalis, che circolò a lungo nelle scuole sotto il nome di
Alberto Magno (cfr. M. GrasMANN, Die Philosophia pauperum und ihr Verfasser
Albert von Orlamiinde, (*Beitràge," XX, 2), Miinster, 1918; P. ManponneT,
Sr. Albert le Grand et la philosophia pauperum, Rev. néosc. Philos., 1934; B.
GevERr, Die Albert d. Grossen zugeschribene Summa naturalium (Beitrige, XXV,
1), Munster Mathematica: Super geometriam Euclidis. 3) Metaphysica:
Metaphysicorum libri XIII; De causis et processu universitatis (In librum de
causis); De natura deorum (perduto). c) Phulosophia moralis: In decem libros
Ethicorum; In octo libros Politicorum; Scripium super Ethicam Nicomacheam
(inedito). d) Exegesis: Super Job; Super Psalmos; In ca. XI Proverbiorum; In
Jeremiam; In Threnos Jeremiae; In Baruch; In duodecim Prophetas minores; in
Mattheum; In Marcum; In Lucam; In Joannem (non si conosce la trad. manoscritta
di: /n Canticum Canticorum; In Isaiam; In Ezechielem; In epistutas S. Pauli).
e) Theologia systematica: In Dionysii De divinis nominibus (ined.); In Dionysii
Le cactesti hierarchia; In Dionysii de ecclesiastica hierarchia; In Dionysii De
mystica theotogia; In Dionysu undecim Epistulas; Scriptum super quattuor libros
Sententiarum; Summa theologica (pror.): 1) De creatone et creatura; 2) De bono
et virtutibus (Summa de bono et virtutibus, ined.); De resurretione (ined.);
Tractatus de natura boni (ined.); Summa theotogica (altera); De sacrificio
missae; De eucharistiae sacramento; Sermones XXAII de sacramento Eucharisttae;
Marsale, sive quaestiones super: Missus est. f) Parenetica: De forma orandi
(Pater Noster); Sermones LXXVIII de tempore; Sermones LIX de sanctis; Homilia
in Luc. XI, 27; Sermones lingua theutonica habiti; Orationes LIII super
evangelia dominicalia totius anni; Orationes super Sententias. L'Opera omnia di
Alberto, comprendente tutti i testi allora conosciuti, fu pubblicata da P.
JamMy a Lione, 1651; da A. Borcnet, Parigi, 1890-1899; inoltre si vedano le
seguenti altre edizioni di testi compresi o non compresi nelle Opera omnia: De
vegetalibus, a cura di C. JessEN, Berlino, 186/; il De guindecim problematibus,
in MANDONNET, Siger de Brabant, II, (1908); Commentarii in librum Boethii de
Divisione, a cura di P. DE Loé, Bonn, 1913; De animalibus libri XXVI, a cura di
SrapLer (Beitrige, XV-XVI), Miinster, 1916-1920. Si veda inoltre la Philosophia
pauperum, a cura del GRABMANN, cit; Summa de creaturis, a cura del GraBMANN,
Quellen Gesch. Dominik. Lipsia, 1919; il De antecedentibus ad logicam a cura di
J. BLarer, Teoresi, 1954; Albertus Magnus, Liber sex principiorum, a cura di S.
SuLzsacHer, Vienna, 1955; Il De occultis naturac, ed. P. KiBRE, Osiris, 1958
(trattato alchimistico di assai dubbia attrbuzione). Ad un'ed. critica completa
di tutte le opere di Alberto lavorano da parecchi anni appositi Istituti domenicani
a Colonia ed a Roma. Dei 40 volumi previsti dal piano di ed. sono usciti:
XXVIII, De Bono; XII, Liber de natura et origine animae; Liber de principiis
motus processivi; Quaestiones de animalibus; XIX, Postilla supra Isaiam,
Postillae super Ezechielem fragmenta; XXVI, De Sacramentis, De Incarnatione, De
Resurrectione; XVI, Metaphysica, ll. I-V, Miinster, 1951Cfr. inoltre l’ed.
dell’Ausographum 590 Bibliografia upsalense (Ii Sent. d. 3. a 6. - d. 4 a 1) a
cura di F. StecmiùLLER, Uppsala, 1953. Per il catalogo generale degli scritti
cfr. C. H. ScHEEBEN, Les écrits d'Albert le Grand d'après les catalogues, in
Maître Albert, n. spec. della Rev. thom., 1931,36-38; G. MEERSEMANN,
Introductio in Opera omnia B. Alberti Magni, Bruges, 1931. Bibliografia: Per la
bibl. generale e speciale cfr.: M.-H. LaureNT, M. Y. Concar, Essai de
bibliographie albertienne, in Maitre Albert, cit.,422468; A. Watz - A. Perzer,
Bibliografia S. Alberti Magni indagatoris rerum naturalium, n. unic. di Ang.
1944,13-40. Ma vedi anche: P. CasrtacnoLI, La vita e gli scritti di S. Alberto
Magno, Piacenza, 1934; F. VAN STEENBERGHEN, La littérature albertino-thomiste
(1930-1931), in Rev. néosc. philos., 1938; M. ScHoovans, Bibliographie
philosophique de St. Albert le Grand (1931-1960), San Paolo, 1961. Inoltre:
GEvER,739-742; De BRIE, nn. 5612-5618, 3601, 3663, 4607, 5619-5687, 6197, 6198;
De Wute, Il, 157-162. / Tra la vasta e, più recente, bibliografia si indicano:
P. DuHEM, Le système du monde, PeLster, Kristische Studien zum Leben und zu
Schriften Albert der Grosse, Friburgo, 1920. H.
CH. ScHEEBEN, Der Hl. Albert der Grosse, Monaco, 1930. H. WiLms, Albert der
Gr., Monaco, 1930, tr. it. Bologna, 1931. M. GraBMann,
L'influsso di Alberto Magno sulla vita intellettuale del medioevo, Roma, 1931.?
H. Cu. ScHeEBEN, Les écrits d'Albert le Grand
d'après les catalogues, Rev. thom., 1931. IpeM,
Albert der Gr. Zur Chronologie seines Leben, Vechta, 193I (ma cfr. anche Div.
Th. (F.), 1932). Alberto Magno, Atti della settimana albertina, Roma, 1931. A. Garreau, St. Albert le Grand, Parigi, 1932. H. Cu.
ScHeeBEN, Albertus Magnus, Bonn, 1932. D. SrepLER, Intellektualismus und
Volontarismus bei Albertus Magnus (*Beitrage," XXXVI, 2), Miinster, 1941.
B. Narpi, Alberto Magno e S. Tommaso, Gior. crit. filos. ital. 1941.
L. DE Simone, Introduzione alla vita e al pensiero di Alberto Magno, Napoli,
1942. S. Dezani, Alberto Magno, Brescia, 1947. B. Narpi, Note per una storia
dell’averroismo latino: La posizione di Alberto Magno di fronte all’averroismo,
Riv. stor. filos., 1947. H. C. ScHeEBEN, Albertus Magnus, Colonia Tra gli
scritti su problemi particolari citiamo tra i più recenti: H. Barss, Albert M.
als Biolog, Stoccarda, 1947. MAZZARELLA, Îl De unitate di Alberto Magno e di
Tommaso d'Aquino in rapporto alla teoria averroistica, Napoli, 1949, Wacz,
L'opera scientifica di Al. Magno secondo le indagini recenti, Sa pienza, 1952.
Z. Lauer, St. Albert und the theory of abstraction, Thomist, 1954. CortaBarrfa,
Las obras y la doctrina de Alfarabi en los escritos de San Alberto Magno,
Ciencia tom., 1952, (e cfr. Estud. filos.). . MicHaup - QuantIn, Les Platonici chez Albert le Grand,
Rech. théol. anc. méd., 1956. . RueLLo, Le commentaire inédit de S. Albert le
Grand sur les Noms Divins. Présentation et apergus de théologie trinitaire,
Traditio, 1956. . DucHARME, Esse chez St. Albert le Grand. Introduction è la
métaphy sique des ses premiérs écrits, Rev. Univ. Ottawa, 1957. GrIER, Die mathematischen Schriften des
Albertus Magnus, Ang., 1957. A. WeisHEIPL, Albertus Magnus and the Oxford
Platonists, Proceed. Amer. Cathol. Ass., 1958. D. Wickorr, Albertus Magnus on
ore deposits, Isis, 1958. L. A. KennEDy, The Nature of the human intellect
according St. Albert the Great, Mod. School., 1959-1960. B.
Barisan, Natura e grazia secondo S. Alberto Magno, Stud. Patavina, 1959. NI
IpeM, La giustizia originale secondo S. Alberto Magno, ibidem, 1959. D. A. CacLus, Une oeuvre récenment decouverte de St.
Albert le Grand: De XLIII problematibus ad Magistrum Ordinis, Rev. sc. philos.
théol., 1960. F. J. Catania, Divine Infinity in Albert
the Great's Commentary on the ‘Sentences’ of Peter Lombard, Med. Stud.,
1960. O. LortIn, in Psychologie et morale, cit., VI,237-331. B. Narpi, Studi di
filosofia medioevale, Roma, 1960,69-150. J. A.
WrisHeIPL, The Problemata determinata XLIII ascribed to Albertus Magnus, Med.
Stud., 1960. Sulla scuola di Alberto cfr.: G. MEERSEMANN, Geschichte des
Albertismus, Roma PX_P_NS si pini Ugo Ripelin di Strasburgo Opere: Compendium
theologicae veritatis; incerta è l’attribuzione di un Commentarium in IV libros
Sententiarum e di alcuni Quodlibeta e Quaestiones. Bibliografia: cfr.
GevER,742-743; De Brie, n. 7404; DE WuLr, II, p. 162. Bibliografia In
particolare v.: M. Grasmann, Mittelalterl. geistesleben, Ì, cit.,147 sgg.,
174-85. K. Scumitt, Die Gotteslehre des Compendium theologicae veritatis des
Hugo Ripelin von Strassburg, Miinster - Regensburg, 1940. Ulrico Engelbrech di
Strasburgo Opere: Gli vengono attribuiti comment ad Aristotele (Meteorologica,
De anima) e un Commento alle Sentenze, opere perdute. È rimasta la Summa de
bono. Ed.: 1. Il (par.) a cura di M. GrABMANN, in Sitz. ber. Bayer. Akad. d.
Wissens. Philos. Hist. KI. Monaco, 1928; I. I a cura di J. Dacuiton, Parigi,
1930. Bibliografia: cfr. Gever, p. 743; De Brie, nn. 7485-7487; DE Wutr, II, p.
162. In particolare v.: M. Grasmann, Studien tiber Ulrich von Strassburg, in
Mittelalterliches Geistesleben,I,147-221., P. GLorievx, in DThC, XV, 2058-61.
A. Stonr, Die Trinitàtslehre Ulrichs von Strassburg, Miinster, 1928. J. KocxH,
Neue Literatur tiber Ulrich von Strassburg, Theol. Rev., 1930. H. WeriswriLer,
Eine neue Ueberlieferung aus der Summa de bono Ulrichs von Strassburg,
Zeitschr. f. kathol. Theol., 1935. A. Fries, Die Abhandlung De anima des Ulrich
Engelbersi O. P., Rech. théol. anc. méd., 1950,328-3I. IpeM, Johannes von
Freiburg, Schiiler Ulrichs von Strassburg, ibidem, 1951, 332-40. L. THomas, U. of Strassbourg: his Doctrine of the
Divine Ideas, Mod. School., 1952-53. P.
DuHEM, Le système du monde, cit., VI,29-43, 537-539; VIII,17-18. Teodorico
di Vriberg Opere: Fra i suoi trattati scientifici si ricordano: De iride et
radialibus impressionibus, De tempore, De mensura durationis, De coloribus; tra
le sue opere a carattere filosofico vanno particolarmente ricordate: De
intellectu et intelligibili, De habitibus, De esse et essentia, De
intelligentiis et motibus coelorum. De universitate entium, De causis, De
efficientia Dei, De theologia. Bibliografia: cfr. GevER, p. 778; De Brie, n.
6881; De WutF, II, p. 162. In particolare
v.: M. De Wutr, Un scolastique inconnue de la fin du XIII° siècle (Thierry de
Fribourg), Rev. néosc. philos., 1906,43441. E. Kress, Meister Dietrich, sein
Leben, seine Werke, seine Wissenschaft 593 Bibliografia (Beitrige, V, 5-6),
Miinster, 1906 (con ed. del Tractatus de intellectu, e del de habitibus), C.
GaurHIER, Un psychologue de la fin du XIII° siècle: Thierry de Fribourg, Rev.
august., 1909-10. . Kress, Le traité De esse et essentia de Thierry de
Fribourg, Rev. néosc. philos., 1911,516-36 (con ed.). J. WuùrscHMIDT, Dietrich
von F.: De iride et radialibus impressionibus (Beitrige, XII, 5-6), Miinster,
1914 (con ed.) A. Drrorr, Uber Heinrich und Dietrich von F., Philos. Jahrb.,
1915, 55-63. P. DuHEM, Le système du monde, cit., III,382-396; VI,188-203. A. BirkenMaJER, Drei neue Handschriften der Werke
Meisters Dietrich (Beitràge, XX, 5), Miinster, 1922. F. SrecmuùLLer, Meister
Dietrich von F.: tiber die Zeit und das Sein, Arch. Hist. doct. litt. m. à.,
1940-42. IpeM, Meister Dietrich von Freiberg tiber den Ursprung der Kategorie A
(con testo), Arch. Hist. doctr. litt. m. &., 1957. um
Bertoldo di Mosburg Opere: Expositio in Elementationem theologicam Procli,
Commenti sui Meteorologici di Aristotele. Bibliografia: cfr. Gever,778-779; De
Wutr, II, p. 350. In particolare v.: M. Grasmann, Der Neuplatonismus in der
deutschen Hochscholastik, Philos. Jahrb., 1910,53-54. IpeM, Mittelalterliches
Geistesleben. W. EckErt, Berthold von Moosburg O. P. Ein Vertreter der
Einheitsmetaphysik im Spétmittelalter, Philos. Jahrb., 1956. Capitolo quinto
Tommaso d'Aquino Opere: a) commenti aristotelici: /n Perihermeneiam (fino a II,
2 com.); In posteriores Analyticorum; In VIII libros Physicorum; In III libros
de Caelo et mundo (fino a III, 8); In II libros de Generatione et Corruptione
(fino a I, 17); Zn IV libros Meteorum (fino a II, 10); In III libros de anima;
In librum de sensu et de sensato; In librum de memoria et reminiscentia; . In
XII libros Metaphysicorum; In X libros Ethicorum; In libros Politico rum (fino
a III, 6). 594 Bibliografia è) altri commenti: In librum de Causis; al De
Hebdomadibus di Boezio; agli scritti dello Pseudo-Dionigi. c)
commenti biblici: Expositio super Isaiam; Expositio super Jeremiam;
Lectura super psalmos; Expositio super Job; Lectura super S. ]Johannem;
Lectura super S. Matheum; Super kpistolas S. Pauli; Catena aurea, sive
Expositio continua. d) opere teologiche: Super IV libros
Sententiarum; Commento al De Trinitate di Boezio; Quaestiones disputatae:
1) De veritate; 2) De potentia; 3) De malo; 4) De spiritualibus
creaturis; 5) De anima; 6) De virtutibus; 7) De unione verbi incarnati;
Quodlibeta XII; Summa contra gentes; Summa Theologica. e)
opuscoli: De principiss naturae; De ente et essentia; De operationibus
occultis naturae; De mixtione elementorum; De motu cordis; De unitate
intellectus; De aeternitate mundi; De regno (De regimine principum); De
regimine Judacorum; Compendium theologiae; Declaratio XXXVI quae suonum
ad lectorem Venetum; Declaratto XLII quaestionum ad magistrum Ordinis;
Declaratio CVIII dubiorum; Declaratio VI quaestionum ad lectorem Bisuntinum;
Contra impugnantes Dei cultum et religionem; De perfectione vitae
spiritualis; Contra doctrinam retrahentium a religione; Conwa errores
Graecorum; De articulis fidei et sacramentis Ecclesiae; De rationibus
fidei; Responsio super materiam venditionis; Responsio ad Bernardum abbatem
Casinensem; De forma absolutionis paenitentiae sacramentalis; De sortibus; In
quibus potest homo licite uti judicio astrorum; Expositio super secundam
decretalem; Expositio circa primam decretalem; Collatsones de Credo in
Deum; Collatione de Pater Noster; Collationes de Ave Marta; Collationes
de decem praeceptis; Ufficium corporis Christi; Sermo de festo corporis
Christi; Duo principia de commendatione sacrae scripturae; De secreto; De
propositionibus modalibus; De fallaciis; Epistola de modo studendi; Piae
preces; De differentia verbi divini et humani; De demonstratione; De
instantibus; De natura verbi intellectus; De principio individuationis; De
natura generis; De natura accidentis; De natura materiae; De quattuor
oppositis. Sull’autenticità dei vari scritti tomisti cfr. P.
MANDoNNET, Des écrits authentiques de S. Thomas, Friburgo, 1910? e M.
GraBmann, Die Werke des hl. Thomas von Aquino (Beitrige) XXII, 1-2),
Miinster, 1931. Edizioni: Piana, ordinata da Pio V, Roma, 1570-71;
PaRMENSIS, 25 voll., Fiaccadori, Parma, 1852-73; rist. fotolitogr. a cura
di V. J. Bourke, New York, 1948; Vivès, 34 voll., Parigi, 1871-80; 2 ed.,
ivi, 1889-90; LEoNINA, ordinata da Leone XIII, finora 16 voll., Roma,
1882(voli. 1V-X1I: Sum. theol.; XII-XV: C. Gent.; XVI: Indices); la
recensione leonina della Sum. theol. nella n. ed. MARIETTI; della C.
Gent. e degli indici esiste l’ed. LEONINA ManuaLe, 1934, 1948;
TaurINENSIS, (manuale) finora 37 voll., Marietti, Torino, 1845 sgg.; n. ed.,
1946 sgg.; ParisiensIs (manuale), Lethielleux, Parigi, 1925(con intr. del
ManponnET). Opere singole: Commento alle Senten595
Bibliografia ze ed. P. Manponner e F. Moos, n. ed., 4 voll.,
Parigi, 1929-47; rist., tomo III, vol. I-II, ivi, 1956; De ente et
essentia, ed. M. D. RoLanp-GossELIN, Parigi, 1926; ed. L. Baur, Miinster,
1926; ed. CH. Bover (Textus et documenta), Roma, 1933; 3 ed., 1950; De
spiritualibus creaturis, ed. KEELER, ivi, 1938; rist. 1946; De unitate
intellectus contra averroistas, ed. L. W. KEELER, ivi, 1946; 2 ed. 1957;
De principio naturae, ed. L. Pauson, Friburgo-Lovanio, 1950; De natura
materiae, ed. J. M. Wyss, ivi, 1953; Contra errores Graecorum ed. P. GLorieux, Tournai, 1957; Expositio super librum
Boéthii De unitate, ed. B. Decker, Leida 1959.
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Ruggero Bacone, Giovanni Peckam, Pietro d’Aban o; cfr.
rispettivamente la bibl. relativa ai capitoli 8 di questa parte e 5 della V
Parte. Witelio ‘Opere: Perspectiva o Optica; De natura demonum; De prima causa
paenitentiae. Edizioni: Perspectiva, Norimberga; Basilea, 1572; e vedi ora
numerosi estratti in CL. Baeumxer, Witelo ein Philosoph und
Naturforscher des XIII Jah. (Beitrige, III, 8), Miinster, 1908. Bibliografia: Cfr. Gever, p. 761; DE Wutr, II, p. 290. P.
Dunem, Le systome du monde, cit., III,508-511, 514-516; V, 369-373. 608
Bibliografia A. BrrgenmaJer, Études sur Wit., Bill. intern. Acad. Polon. Cl.
des se. et des lettres, Ipem, Witelo e lo Studio di Padova, in Omaggio
dell’Acc. polacca all’Univ. di Padova, Cracovia, 1922. C. BaeuMKER, Zur Frage
nach Abfassungszeit u. Verfasser des irrttiml. Witelo
zugeschr. Liber de intelligentiis, Misc. F. Ehrle, I, 1924. A. BEDNARSKI, Die
anatom. Augenbilder in den Handschriften des R. Bacon, J. Peckham und Wit.,
Arch. f. Gesch. d. Medizin, THornpIiKE, A History of magic and exper. science,
CromBie, R. Grosseteste and the Origin of Exper. science, Oxford, Maricouri
Opera: Epistola de magnete; Nova compositio astrolabii particularis. Edizioni:
Epistola de magnete, in G. Hermann, Neudrucke von Schriften tiber Meteorologie
und Erdmagnetismus, 10: Rara magnetica 12691599, Berlino, 1898; cfr. E.
ScHLunD, Petrus Peregrinus...,sotto. Bibliografia: Cfr. Gever; De WutF,301-302.
Inoltre in: E. ScHLunp, Petrus Peregrinus von Maricourt, Sein Leben und seine
Schriften, Arch. franc. hist., 1911-1912. Tra gli studi particolari v.: F. Picavet, Le maftre des
expériences, Pierre de Maricourt, l'exégète et le théologien vanté par R.
Bacon, in Essais sur l’histoire générale et comparée des théologies et des
philosophies médiévales, Parigi, DuHem, Le système du monde, THornpike, A
History of magic and experimental science, cit., II, p. 791 Sugli sviluppi
della geologia cfr. le opere generali sulla scienza medioevale. Per
Alberto Magno la bibl. relativa al c. IV. Bartolomeo Anglico Opere: De
proprietatibus rerum. Edizioni: Basilea, 1470 ca.; Francoforte, 1601,
ecc.Gever,732-733; De Brie, nn. 7342-7343; DE Wutr, II, p. 104. In particolare v.: Gorens, in DHGE, VI, 975-977. A.
ScHnemER, Metaphysische Begriffe des Bartholomaeus Anglicus (Beitrige, Suppl.
I), Miinster, 1913. T. PLassmann, Barthol. Anglicus, Arch. franc. hist., 1919.
G. E. S. Boyarp, Barth. Anglicus and his Encyclopaedia, The Journ. English and
Germanic Philol., Lùssinc, Zur Biography des B. Anglicus, Franz. Stud., 1925.
J. G. Mirne-J. Sweetino, Marginalia in a Copy of Bartholomaeus Anglicu's De
proprietatibus rerum. A new Version of the Nine Worthies, The Modern Language
Rev., 1945. Ipem, Further Marginalia from a copy of Bartholomacus Anglicus,
ibidem, 1945. Vincenzo di Beauvais Opere: De eruditione filiorum regalium
(1248-1250); De morali principis institutione (1260-1263); Speculum quadruplex.
Edizioni: Il De eruditione nell’ed. A. Steiner, Cambridge (Mass.), 1938; lo
Speculum nell’ed. di Duai, 1624. Bibliografia:
Cfr. Gever, p. 733; De Brie, n. 5464; De Wutr, II, p. 236. In particolare v.:
P. Minces, Exzerpte aus Ales. von Hales bei Vincenz von Beauvais, Franz. Stud., 1914, L. Lieser, V. von Beauwais als Kompilator
und Philosoph. Eine Untersuchung seiner Scelenlehre in Speculum maius, Forsch.
z. Gesch. d. Philos u. Paedag., III, 1, Lipsia, 1928. L. THornpige, A History
of magic and experimental science, II, cit., 1457-76. H. Pettier, in DThC, XV, 3026-3033. Pu. DeLHave, Un
dictionnaire d'éthique attribué à Vincent de Beauwais dans le ms. Béle B XI 3, Mélang. sc. rélig., 1951. A. L. GasrieL,
The educational ideas of Vincent of Beauvais, Notre-Dame (In.), 1950. Alessandro
Neckam: v. Bibliografia del capitolo VI. Tommaso di Cantimpré Opere: Bonum
universale de apibus; De rerum naturis o Liber de natura rerum. Edizioni: Il
Bonum universale de apibus, L’Aja, 1902. Il De rerum è ancora inedito. Gever, p. 732; DE WutF, II, p. 140. H. SrapLer, Albertus
Magnus, Thomas von Cantimpré und Vincenz von Beauvais, *Natur und Kultur.‘ L. TÒÙornpikE, A History of magic and experimental
science, Il, cit., 372-398. G. MEERSEMANN, Intr. in Opera
Omnia b. Alberti Magni, Bruges, 1931, p. 144. Per lo sviluppo delle scienze nel
XIII sec. cfr. gli studi generali già citati a513-515. Averroismo latino Sulla
vasta letteratura relativa a questo soggetto cfr. l’accurata bibliografia di
Gorce, L'essor de la pensée au moyen age, Parigi, 1933 e IpeMm, in DHGE, V,
1032-1092. Cfr. inoltre De Wutr, II,218-222; III,152, 175-176. In particolare
vedi: K. Werner, Der Averroismus in der christl. - peripatet. Psychol. d. spit. Mittelalt., in Sitz.ber. Wien. Akad.
d. Wissensch., 1891. P. ManponneT, Siger de Brabant et l'averroisme latin au
XIII siècle, 1 ed., Friburgo, 1899; 2 ed., Lovanio (Les philosophes belges, VI,
VII) M. Grasmann, in Maitterlalterliches Gesstesleben, IpeM, Der lateinische
Averroismus des XIII Jahrts. und seine Stellung zur christliche Weltanschauung,
Monaco, 1931. R. De Vaux, La première entrée d'Averroès
chez les Latin, Rev. sc. philos. théol., 1933. M.
Grapmann, L'averroismo-italiano al tempo di Dante con particolare riguardo
all’Università di Bologna, Riv. filos. neosc., 1946. Tx. GreENwooD, L’humanisme averroiste en France et les
sources du ratio . malisme, Rev. Univ. Ottawa, NardI, Note per
una storia dell'averroismo latino, Riv. Stor. Filos., 1947, 1948, 1949. F.
ALessio, Aspetti moderni nel pensiero degli averroisti latini del XIII sec.,
Rend. Ist. Lomb. Sc. Lett., 1953. Sui rapporti tra la scuola francescana e l’averroismo
cfr.: C. Krzanic, La scuola francescana e l'averroismo, Riv. filos. neosc.,
IpeM, Grandi lottatori contro l'averroismo, Sigieri di Brabante Opere: a)
autentiche: 1) Quaestio utrum haec sit vera: homo est animal, nullo homine
existente (1268 ca.): 2) Sophisma: omnis homo de necessitate est animal (1268);
3) Compendium super librum de generatione et corruptione (1268 ca.); 4)
Quaestiones in librum tertium de anima (1268 ca.); 5) Quaestiones logicales
(dopo 1268); 6) Quaestiones supra secundum Phisicae; 7) Impossibilia Quaestiones
naturales (Ms. Parigi Naz. lat. De aerernitate mundi (1271); 10) Tractatus de
anima intellectiva (1272-1273); 11) De necessitate et contingentia causarum
(1272 ca.); 12) Quaestiones naturales (Ms. Lisbona, Fondo general 2299) (1273
ca.); 13) Quaestiones super II-VII Metaphysicorum; Quaestiones morales
attribuite: Quaestiones in libros I, II, III, IV, physicorum; 2) Quaestiones in
librum 1, II, Il, IV et VII physicorum; 3) De I, II, III, IV physicorum; 4) De
VIII physicorum; 5) Commenium in I physicorum; 6) De libro IV physicorum; 7)
Quaestiones in librum I, II et IV meteororum; 8) Quaestiones in libros de
generatione et corruptione; 9) Quaestiones in librum de somno et vigilia; 10)
Quaestiones in librum de iuventute; 11) Quaestiones in libros tres de anima;
12) De V metaphysicae. c) perdute: 1) Tractatus de intellectu; 2) Liber de
felicitate; 3) De motore primo; 4) Rescriptum: significatum est; 5) Super
politica Aristotelis; 6) Utrum principia prima sint nobis ignota; 7) De caelo
et mundo I et Il; 8) Posteriorum analiticorum I. in MAnDONNET, Sigier.., cit.,
1 ed.,47-54; 2 ed, 65-70; 2) inedito, riassunto da Van STEENBERGHEN, in Siger
de Brabant d’après ses oeuvres inédites, Le Philosophes Belges, XII-XIII,
Lovanio, 1931-1942,333-334; 3) Inedito, riassunto da VAN STEENBERGHEN, ibidem,
291-294; 4) Inedito, riassunto da VAN STEENBERGHEN, ibidem,164-177; ed. MANDONNET, op. cit., 1 ed.,37-45; 2 ed.,55-61; 6)
Inedito; estratti in A. Maier, Nouvelles questions de Siger de ‘Brabant sur la
physique d’ Aristote, in Riv. Philos. Louvain, 1946 e in J. J. Dun, La Doctrine
de la Providence dans les écrits de Siger de Brabant, Les philosophes
médiévaux, III, Lovanio, 1954,60-62; 7) ed. in CL. BaEUMKER,
Die impossibilia des Siger von Brabant, (Beitrige, II, 6), Miinster, 1898;
ManDONNET, op. cit., 2 ed.,73-94; 8) ed. MAnDONNET, ibidem, 1 cd.,57-67; 2
ed.,97-107; 9) Le edizioni con i confronti tra i vari cocci in ManDONNET, op.
cit., 1 ed.,71-83, 2 ed.,131-142; R. Barsori, S. de Brabante de aeternitate
mundi, Miinster, 1933; J. Dwyer, L'opuscule de Siger de Brabant De aeternitate
mundi, Lovanio, 1937; 10) ed ManpoNNET, op. cit., 1 ed.,87-115, 2 ed.,145-172;
11) ed. ManpoNNET, op. cit., 2 ed.,111-128; Dun, op. cit,14-50; 12) ed. F.
SrEGMULLER, in Rech. Théol. anc. méd., 1931,177-182; 13) ed. C. A. GrAIFF, S.
d. B. Questions sur la Métaphysique, Les Philosophes médiévaux, I, Lovanio,
1948; alcuni passi da altri mss. a cura di A. MaurER, in Med. Stud., 1949,
1950. Altre qq. sono state pubblicate dal Duin, op. cit.,71-111; 14) ed. STEGMULLER
Per la attribuzione sono il DeLHAYE, il GRarrr, il DE Wutr, il LorTIN, il
PeLsTER, il Dun, contro GiLson e Narpi. 1) ed. parziale del Dun, op.
cit.,51-57; 2) ed. Pu. DeLHave in Les philosophes belges, Lovanio, 1941; 3) ed.
parziale Dun, op. cit.,63-67; 4) ed. parziale Duin, 67-71; 5) inedito; 6)
inedito; 7) riassunto da Van STEENBERGHEN, op. cif., 233-263; ed. parziale Dun,
op. cit.,111-118; 8) riassunto da Van STEENBERGHEN, Op. cit.,268-291; 9)
riassunto da VAN STEENBERCHEN, op. cit.,223-233; 10) riassunto da Van
STEENBERGHEN, 0). cif., 263-267; 11) ed. Van SreENBERGHEN, in Les philosophes
belges, XII, 21-160; 12) cfr. Dun, op. cit.,235-241. 612 Bibliografia
Bibliografia: Oltre le opere fondamentali del ManpoNNET, del VAN STEENBERGHEN,
del Dun, BaEuMKER, Zur Beurteilung Sigers von Brabant, Philos. Jahrb., 1911.
IpeMm, Um Siger von Brabant, ibidem. M. F. F. G. L. = PI [ec] A A. B A.
Grasmann, Neu aufgefundene Werke des S. von Brabant und Boetius von Dacien,
Sitz.ber. Bayer. Akad. d. Wissensch. Philos.-Hist. K1.,
Sassen, Um Siger de Brabant et la double vérité, Rev. néosc. philos.
STEENBERGHEN, Siger de Brabant d’après ses oeuvres inédites, ibidem, 1930.
BuswetLI, L'accordo di Sig. di Brab. Ed Aquino, Civ. Catt.
1932. Perucini, Il tomismo di Sigieri di Brab. e l'elogio dantesco, Giorn.
dantesco, Narpi, Il preteso tomismo di Sigieri di Brab., Giorn. crit. filos.
ital. 1936, 1937. Gison, Dante et la Philosophie,
Parigi, 1939, passim. . GraBMAnN, Sigier von Brabant und Dante, Deutsches Dante
Jahrb. Vanni-RovicHi, Sigieri di Brabante nella storia
dell'aristotelismo, Riv. filos. neoscol., Narpi, Sigieri di Brabante nel
pensiero del Rinascimento italiano, Roma, Marer, Nouvelles Questions de Siger
de Brabant sur la Physique d' Aristote, Rev. Philos. Louvain, 1945. MaureER, Esse and Essentia in the
Methaphysics of Siger of Brabant, Med. Stud., 1946. . Narpi, Individualità e
immortalità nell’averroismo e nel tomismo, Arch. filos., Maier, Les
commentaires sur la Physique d'Aristote attribués à Siger de Brabant, Rev. philos.
Louvain, 1949. Ipem, Die Vorlàufer Galileis..., cit,184 sgg., 237 A. Op pu
MauRER, Siger of Brab. and an Averroistic Commentary on the Metaphysics, in
Cambridge Peterhouse ms. 152, Med. Stud., 1950. Narpi, L'anima
umana secondo Sigieri, Giorn. crit. filos. ital. 1950.
Van SrEENBERGHEN, Siger of Brabant, Mod. School., 1951-1952. . Maurer, Siger of
Brabant's De necessitate et contingentia causarum and Ms. Peterhouse 152, Med. Stud.,
1952. . MaIER, An der Grenze von Scholastik..., cit.,97 sgg., 159 De Parma, La
dottrina dell'unità dell'intelletto in Sigieri di Brabante, Padova, 1954. IpeM,
L'immaterialità dell'anima intellettiva in Sigieri di Brabante, Collect.
franc., 1954, 613 Bibliografia 0. DuneM, Le
système du monde, cit., V,574-577; VI,13-15, 394-395. S. Mac CLInTOcK, Heresy
and Epithet. An Approach to the Problem of Latin
Averroism, Rev. Metaph., 1954, 1955. MAauRER, Between reason and faith: Siger
of Brabant and Pomponazzi on the magic arts, Med. Stud. van STEENBERGHEN, Nouvelles recherches sur Siger de
Brabant et son école, Rev. philos. Louvain, 1956. . Zimmermann, Die Questionen
der Siger von Brabant zur Physik des Aristoteles, Colonia, 1956. . De
Parma, La conoscenza intellettuale del singolare corporeo secondo Sigieri di
Brabante, Sophia, Narpi, L'anima umana secondo Sigieri, in Studi di filosofia
medioevale. Cfr. inoltre le indicazioni bibl. generali in GeyER,757-758; DE
Brie, nn. 6798-6818; De Wutr, II,220-222. DUO on > Boezio di Dacia Opere:
Commenti alle opere aristoteliche; De modis significandi; De summo bono; De
somno et vigilia; De mundi aeternitate. Edizioni:
Die Op. De summo bono sive De vita philosophi und De sompniis des Boetius von
Dacien, a cura di M. GraBmann, Arch. hist. doctr. litt. m.-à., 1932; 2 ed. in
Mittelalterliches Geistesleben, Il, cit., 200-224; G. Sayo, Un traité récemment
découvert de Boèce de Dacie De mundi acternitate Texte inédite, avec une
introduction critique et en appendice un texte inédit de Siger de Brabant:
Super VI Metaphysicaey Budapest, GeyER, p. 758; De Brie; nn. 3601, 4831, 7352,
7415; De Wutr, Il,221-222. In particolare v.: P. Doncoeur, Notes sur les
averroistes latins: Boèce de Dace, Rev. scien. philos. théol., 1910. M.
Grapmann, Neu aufgefundene Werke des S. v. Br. und Boetius v. Dacien, Sitz.ber.
Bayer. Akad. d. Wissens. Philos-Hist. KI., II, 1924. P. ManponnetT, Note
complémentaire sur Boèce de Dace, Rev. sc. philos. théol., 1933. F. Van
STEENBERGHEN, in DHGE, IX, 381-389. M. Grasmann, Textes des Martinus von Dacien
und Boetius von Dacien zur Frage nach dem Unterschied von essentia und
existentia, Miscell. Gredt, 1938. A. Maurer, Boetius of Dacia
and the Double Truth, Med. Stud., 1955, 014 Bibliografia F. Sassen, Boéthius
van Dacie en de theorie van de dubbele Waarheid, Stud. cath., Hurnacet, Zum
Lehre von der doppelten Wahrheit, Theol. Quart., 1956. Capitolo ottavo Roberto
Grossatesta Opere: a) propedeutiche: De arzibus liberalibus; De generatione
sono rum; astronomiche: De sphaera; De generatione stellarum; De cometis; c)
cosmologiche: De luce seu de incoatione formarum; Quod homo sit minor mundo;
ottiche: De lineis angulis et figuris, seu de fractionibus et reflexionibus
radiorum; De natura locorum; De iride; De colore; e) fisiche: De calore solis;
De differentiis localibus; De impressione elementorum; De motu corporali; De
motu supercaelestium; De finitate motus et temporis; De impressionibus aèris,
seu de prognosticatione; f) metafisiche: De unica forma omnium; De
intelligentiis; De statu causarum; De potentia et actu; De veritate; De
veritate et propositionibus; De scientia Dei; De ordine enucleandi causatorum a
Deo; g) psicologiche: De libero arbitrio. Opere
dubbie: De anima. Opere non autentiche: Summa philosophiae; Commento alla
Consolatio boeziana. Commenti autentici: agli Analytici posteriori; alla
Physica di ArisTOTELE; agli Elenchi sofistici; In Hexaemeron. Traduzioni:
Ethica Nicomachea, con i commenti di Eustrazio per il Il. I e VI, di anonimo
per i Il. II, V, VII, di Michele di Efeso per i Il. V, IX, X e di Aspasio per
il l. VIII; De virtute et vitiis; De lineis indivisibilibus; De coelo et mundo
(solo un terzo del c. 1 del 1. III); De passionibus dello Pseupo Anpronico; le
Opere dello Pseupo Dionici € di Giovanni Damasceno (con il Commento al De
Mystica theologia). Edizioni: L. Baur, Die philosophischen Werke des Robert
Grosseteste, (£Beitrage, IX), Miinster, 1912; il Commento agli Analityci
nell’ed. di Venezia, 1514, quello al De Mystica theologia, a cura di U. GamBa,
Milano, 1942; per quello all’Hexaemeron v. J. T. MuckLe, The Hexaemeron of R.
G., in Med. Stud., 1944; le Epistolae, ed. H. R.
Luarp, Londra. V. inoltre: S. H. THomson, The Notule of Grosseteste on the
Nichomachean Ethics, Londra, 1934; D. A. CaLLus, The Summa theologiae 0} Robert
Grosseteste, Studies in med. History presented to F. M. Powicke, Oxford, 1948.
Tr. del De luce a cura di C. C. RiepL, Robert Grosseteste on the Light,
Milwaukee, 1942, Bibliografia: La bibl. generale in GEvER,731-732; De Brie, nn.
54365450; De Wutr, II,102-103, 615 Bibliografia In particolare cfr.: F. S. Stevenson,
Robert Grosseteste Bishop of Lincoln, Londra, 1899. P. Dunem, Le svstème du monde, cit., II,277-288; 410-413;
IV, 13-15, 49-52; V,295-297, 340-345, 348-359; VI,112-119; VII, 176-177,
VIII,67-68, 257-258; IX,31-36. L. Baur, Die Philosophie des Robert Grosseteste
(Beitrige, XVIII, 4-6), Munster, 1917. F. Perster, Zwei unbekannte Traktate des
Robert Grosseteste, Schol., 1926. S. H. TuÙomson, The De anima of Robert
Grosseteste, N. Schol., 1933. IpeM, The Text of
Grosseteste's de cometis, Isis 1933. Ipem, The Summa in VIII libros Physicorum
of Grosseteste, Ibidem, 1934. E. FrancescHINI, /ntorno ad
alcune opere di Roberto Grossatesta, vescovo di Lincoln, Aevum, 1934. S. H. Tuomson, The Writings of Robert Grosseteste,
Bishop of Lincoln, Cambridge, 1940. L. E. LyxcH, The doctrine of Divine Ideas
and Illumination in Robert Grosseteste, Med. Stud. 1941. D. A. CaLcus, Philip
the Chancelor and the De anima ascribed to Robert Grosseteste, Med. Stud.,
1941-43. IpeM, The Summa Duacensis and the Pseudo Grosseteste's De Anima, Rech.
théol. anc. méd., 1946. lInoeMm, The Oxford Career of Robert Grosseteste,
Oxoniensia, 1949. ). C. Russet, Phases of Grosseteste’s intellectual life, The
Harvard Theol. Rev., 1950. Ipem, Some Notes upon the Career of Robert
Grosseteste, ibidem, 1955. E. FrancescHINI, Un inedito di
Roberto Grossatesta: la Quaestio de accessu et recessu maris, Riv. filos.
neosc., 1952. Ipem, Sulla presunta datazione del De impressionibus aèris di
Roberto Grossatesta, ibidem, 1952. V. Miano, La teoria della conoscenza in
Roberto Grossatesta, Gior. Met., 1954. S. Girsen, Le potenze naturali
dell'anima secondo alcuni testi inediti di Roberto Grossatesta, in L'homme et
son destin... cit.,437-443. Cfr. inoltre nella sua attività di traduttore:
PowickE, Robert Grosseteste and Nicomachean Ethics, The Proceed. of Arist. Acad., 1930. S. H. THÒomson, A note on Grosseteste's
Work of Translation, Jour. of theol. Stud., 1933. E. FrancescHINI,
Grosseteste's Translation of the Prologus and the Scholia of Maximus to the
Writings of the Pseudo-Dionysius Arcopagita, Jour. theol. stud., 1933. Ipem,
Grossatesta vescovo di Lincoln e le sue traduzioni latine, Atti Ist. Ven.,
Ipem, Una nuova testimonianza su Roberto Grossatesta traduttore dell’Etica
Nicomachea, Aevum, 1953. Sul pensiero e sull’attività scientifica:
L. THornpike, 4 History of magic and experimental Science, Il, cit., 436-353.
D. E. SHiarp, Franciscan philosophy at Oxford in XIII th. Century, Oxford. i al
A. C. CromBie, Robert Grosseteste and the Origins of Experimental Science.
Oxford, 1953. F. M. PowicxkE, Robert Grosseteste, Bull. J. Rylands Libr., 1953.
D. A. Catrus, Robert Grosseteste's Place in the History of Philoscphy, Actes du
XI Congrès int. d. Philos., XII, Amsterdam-Lovanio, 1953. P. MicHauD-QuantIN, La rnotion de loi naturelle chez
Robert Grosseteste, ibidem. A. C. CromBie,
Robert Grosseteste on the Logic of Science, ibidem. Robert Grosseteste Scholar
and Bishop. Essays in Commemoration of the Seventh Century of his Death, ed. D.
A. Callus - F. M. Powicke, Oxford. F. Atessio, Studi e richerche su Roberto di
Lincoln (Grossatesta), Riv. crit. stor. filos., 1957. IpeM, Storia e teoria nel
pensiero scientifico di Roberto Grossatesta, Riv. crit. stor. filos., 1957. S.
H. THomson, Grosseteste's Quaestio de calore De cometis and De operacionibus
Solis, Medievalia et Humanistica, 1957. R. C. Daces, Robert Grosseteste's
Commentarius in Octo libros Physicorum Aristotelis ibidem. TuRBAYNE,
Grosseteste and an ancient optical principle, Isis Marsh Numerose composizioni di
carattere teologico ed esegetico ancora inedite: Le Epistolae in Monumenta
franciscana historica, I, Londra, 1858,77-489 (ed. J. S. BrEWER). Gever, p.
738; De Brie, n. 3633; DE WuLF, II, p. 103. Cfr. inoltre: A. De SéRENT, in
DHGE, I, 482 H. Fetper, Storia degli studi scientifici nell'Ordine francescano
(tr. it.), Siena, 1911,285-31I. G. Contini, Adamus
de Marsico O.F.M. auctor spiritualis, Ant., 1948. R. W. Hunt, Chapter headings
of Augustine De Trinitate ascribed to Adam Marsh, The Bodleian Library Record,
1957. 617 Bibliografia Riccardo di Cornovaglia Bibliografia: Cfr. GevEr,
p. 733; De Brie, nn. 5425, 7333, 7458-7462; De Wucr, II,103-104. In particclare cfr.: A. G. LirtLe, Franciscan School
at Oxford, Arch. franc. hist., 1926. F.
Pelster, Neue Schriften des englischen Franziskaners Richardus Rufus von
Cornwal, Schol., HenquineT, Autour des écrits d’Alexandre de Halès et de
Richard Rufus, Ant., 1936. F. PerstEr, Die dlteste Abkiirzung u. Kritik vom
Sentenzenkommentar des hl. Bonaventura im Werk des Ricardo Rufus de Cornubia,
Greg., 1936. D. A. CaLLus, Two Early Oxford Master on
the Problem of Plurality of Forms Adam of Buckfield, Richard Rufus of Cornwall,
Rev. néosc. philos., 1939. F. Pelster, Richardus Rufus Anglicus, cin Vorliufer
des Duns Skotus in der Lehre von der Wirkung der priesterlichen Lossprechung,
Schol., 1950. G. Gar, Comment. in Metaphys. Aristotelis cod. Vat. lat. 4538
fons doctrinae Richardi Rufi, Arch. franc. hist., 1950. Ipem, Viae ad
existentiam Dei probandam in doctrina Richardi Rufi, Franz. Stud.,
York Manus quae contra Omnipotentem tenditur; Sapientiale; Comparatio
sensibilium. Alcune pagine del Sapientiale sono state edite da E. Loncpré in
Arch. Hist. doctr. litt. m. à., 1926.
Bibliografia: M. Grasmann, Die metaphysik des Thomas von York (Beitrige, Suppl.
I), Miinster, 1913. F. PeLstEer, Thomas von York o.f.m. als Verfasser des
Traktats Manus..., Arch. franc. hist., 1922. E. Loncpré, Fr. T. d'York. La première somme métaphysique
du XIII° s., ibidem, 1926. Ipem, Thomas d’York et Matthieu d'Acquasparta
(Textes inédits sur le problème de la Création) Arch. Hist. doctr. litt. m. 4. 1926. F. Treserra, Entorn del
Sapientiale de Thomas de York, Criterion, 1929. IpeM,
De doctrinis metaphysicis fr. Thomae de Eboraco, Anal. Sacra Tarrac., SWÙiarp,
Franciscan philosophy at Oxford, Oxford, 1930,49-112. E. Amann, in DThC, XV,
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P. ReiLLy, Thomas de York on the efficacy of secondary causes, Med. Stud.,
1953. La bibliografia generale in GevEr, p. 738; DE Wutr Bacone Opere: Opus
Maius; Opus minus; Opus tertium; Compendium studii philosophiae; De secretis
operibus artis et naturac et de nullitate magiae; Compendium studii theologiae;
Moralis philosophia; inoltre un cospicuo numero di opere minori, commenti
aristotelici, opuscoli, ecc., tra i quali ricordiamo particolarmente i Communia
mathematica e il Liber communium naturalium. Edizioni: Opus Majus, ed. S. JeBB,
Londra, 1733 (rist. Venezia, 1750); ed. J. H. Bripces, Oxford, 1897-1900; tr.
ingl. di R. B. Burke, Filadelfia, 1928; Opus minus et Opus tertium, a cura di
J. S. BreweR (R. Bacon, opera quaedam hactenus inedita Rerum Britannicarum M.
A. Scriptores). Londra, 1859. (Nuovi frammenti dell'Opus Tertium sono editi da
P. DuneM, Un frag. inédit de l'opus tertium de R. B., Firenze, 1909; e da A. G.
LirtLE, Part of the Opus Tertium of R. B. including a fragment, Aberdeen,
1912); la lettera di dedica dell'Opus maius a cura di F. A. Gasquer, An
unpublished fragment of a Work of Roger Bacon, Engl. Hist. Rev. 1897; Compendium studii philosophiae e De
Secretis operibus artis et naturae et de nullitate magiae, in ediz. BrewER
(cit.). (Il De Secretis ecc., è tradotto in italiano, a cura di G. DEE, collez.
I tesw classici dell’esoterismo tradizionale e del simbolismo religioso,
Milano, 1945); The Greek Grammar of R. B. and a Fragment of his Hebrew Grammar,
a cura di E. NoLan e S. HirscH, Cambridge, 1902; Compendium studii theologiae,
a cura di H. RasHpatt, Aberdeen, Le opere già inedite in: Opera hactenus
inedita R. Baconi, a cura di LirtLE e R. STEELE, Oxford, 1905 sgg.; Rog. Baconi
Moralis Philosophia, a cura di F. M. DeLorME-E. Massa, Zurigo-Verona, La bibl.
generale in GeveR,760-761; De Brie, nn. 4622, 4971, 5688-5709, 7388; De Wutr,
II,302-304. Come indicazioni bibliografiche sommarie
‘cfr.: E. CÙartes, Rog. Baon, sa vie, ses oeuvres, ses doctrines, Parigi, 1861.
H. HorrMmans, La synthèse doctrinale de Rog. Bac., Archiv. f. Gesch. d. Phil.,
1907 (vedi anche in Rev. néosc. philos., 1906, 1908, 1909). P. ManponneT, Rog.
Bac. et le Speculum astronomiae e Rog. Bac. et la composition des trois Opus,}
Rev. néosc. philos., 1910, 1913. H.
Héover, Rog. Bacons Hylomorphismus als Grundlage seiner philosophischen
Anschauung, )ahrb. Philos. u. spek. Theol., LirtLEe, Roger Bacon. Essays contributed by various Writers, Oxford, 1914. P.
Dunem, Le système du monde . BaeuMKER, Rog. Bac. Naturphilosophie, Franz.
Stud., 1916. R. Carton, L'expérience physique chez Rog. Bac. Contribution è
l'étude de la méthode et de la science expérimentale au XIII° siècle, Parigi,
1924. IpeM, L'expérience mystique de l'illumination intérieure chez Rog. Bacon,
Parigi, 1924. IpEM, La synthèse doctrinale de Rog. Bac., Parigi, 1924. R. Wacz,
Das Verhiltnis von Glauben und Wissen bei Roger Bac., Friburgo, 1928. CH.
VanpervaLLe, Rog. Bacon dans l'histoire de la philologie, Parigi, 1929. F.
PeLstER, Rog. Bacons Compendium studii theologiae und der Sentenzenkommentar
des Richard Rufus, Schol., LiesescHUTz, Der Sinn des Wissens bei Rog. Bac., Bibl.
Warburg, 1930-1931. W. Sincer. Alchemical Writings of Rog. Bacon,
Spec., 1932. S. Vanni-RovicHI, L'immortalità dell'anima nei maestri francescani
del se colo XIII, Milano, 1936. . W.
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Dialectica de Roger Bacon, Arch. franc. hist. . WuxitscH, Roger Bacon, an
Educator, Washington, 1945. . CrowLEYv, Roger Bacon's Aristotelian and
Pseudoaristotelian Commen taries and the Problem of the Soul in the XIII'h
Century, Lovanio, 1950. IpeM, Roger Bacon: the problem of universals in his
philosophical commentaries, Bull. I. Rylands Library, 1952. Ipem, Roger Bacon
and Avicenna, Philos. Stud.; Easton, Roger Bacon and his Search for a Universal
Science, New York, 1952. E. Wesracort, Roger Bacon in Life and Legend, New
York, 1953. E. Massa, Ruggero Bacone e la poetica di Aristotele, Gior. crit.
filos. ital., . Ipem, Ruggero Bacone, etica e poetica nella storia dell'Opus
maius, Roma, 1955. 4 C. Vasoti, Il programma riformatore di Ruggero Bacone,
Riv. Filos., 1956. F. ALessto, Mito e scienza in Ruggero Bacone, Milano, 1957.
E. Heck, Roger Bacon. Ein mittelal. Versuch e. histor. u. systemat.
Religionswissens., Bonn, 1957. HM tia 620 Bibliografia Riccardo Fishacre
Commento alle Sentenze. Gever, p. 739; De Wutr, II, p. 140. In particolare: F.
PeLsTER, Das Leben u. die Schriften des Oxforder Dominikaners Richard Fishacre,
Zeitschr. kath. Theol., 1930. D. Skarp, The Philosophy of
Richard Fishacre, N. Schol., 1933. M. Grasmann, Die theologische Erkenntnis und
Einleitungslehre des hl. Thomas von Aquin, Friburgo, 1948,205-15; 217 sgg.; 220
L. Sweeney - C. ]. ErmantINcER, Divine infinity according to
Richard Fishacre, Mod. School., Kilwardby commenti: all’'Isagoge; a vari testi
dell’Organon, alla Physica, al De coelo et mundo; al De generatione et
corruptione; ai Matercologica; al De anima; alla Metaphysica, e ad alcuni testi
boeziani; b) trattati: Commento alle Sentenze; De unitate formarum; De ortu et
divisione scientiarum; De tempore; De conscientia; De spiritu imaginativo.
Edizioni: Estratti dal De orsu et divisione philosophiae, in B. Haurfau,
Notices et extraits, V; la lettera a Pietro di Conflans in E. Enrte, Der
Augustinismus und der Avristotelismus in der Scholastik gegen Ende des 13
Jhts., Arch. f. Lett. u. Kirchengesch. d. Mittelalt., 1889. Il prologo del
Commento: De natura Theologiae, ed. F. StecmuLLER, in Opuscula et textus, S.
schol., 17, Miinster, il De Imagine et vestigio Trinitatis, in Arch. Hist.
doctr. litt. m. à.,” 1935-36; Tabulae super originalia Patrum (ed. D. A.
CaLLus), Bruges, Gevyer, p. 764; De Brie, nn. 7463-7474; De WuLFe, II,237-238. In particolare: A. BirkENMAJER, Der Brief R.
Kilwardby's an Peter von Konflans und die Streitschrift des Aegidius von
Lessines (Beitràge, XX, 5), Miinster. CÙenu,
Le De spiritu imaginativo de Robert Kilwardby, Rev. sc. philos. théol., 1926.
IpeM, Le De coscientia de Kilwardby, ibidem, 1927. IpeM, Les réponses de St.
Thomas et de Kilwardby è la consultation de Jean de Verceil, 1271, Mél.
Mandonnet, 1930. Ipem, Le traité De tempore de Robert Kilwardby, in Aus der
Geisteswelt des Mittelalters, F. StEGMULLER, Robert Kilwardby O. P. Ueber die
Mòglichkeit der natiirlichen Gottesliebe, Div. Th., (F), SHarp, The De ortu
scientiarum of Kilwardby, N. Schol., IpeM, The 1277 condemnation by Kilwardby,
Ibidem, 1934. IpeM, Further philosophical Doctrines of
Kilwardby, ibidem, 1935. A. Donpamne, Le De tempore de Robert Kilwardby, Rech.
théol. anc. méd., 1936. E. M. F. Sommer-SEcKENDORFF, Studies in the Life of
Robert Kilwardby, Roma, 1937. IpeM, Robert Kilwardby und seine philosophische
Einleitung De ortu scientiarum, Hist. Jahrb.
Gitton, L'amour naturel de Dieu d'après Robert Kilwardby, Ang. 1952. G. Gar, Robert Kilwarby's questions on the Metaphysics
and Physics of Aristotele, Franc. Stud. Peckam Tra le numerose
opere teologiche, filosofiche scientifiche ricordiamo particolarmente:
Quaestiones tractantes de anima; Summa de esse et essentia; Quodlibet romanum;
Tractatus de anima; Perspectiva communis; Tractatus sphaerae; Teorica planetarum;
Mathematicae rudimenta. Edizioni: Registrum epistularum f. ]. Peckam, ed. C. T.
MartIn, Londra, 1882-1885. Quaestiones de anima, ed. H. SpettMANN (Beitrige,
XIX, 5-6), Miinster, 1918; Summa de esse et essentia, ed. F. M. DeLORME,
Firenze, 1928; Quodlibet romanum, ed. F. M. DeLORME, Roma, 1938; Tractatus de
anima, ed. G. Mrtani, Firenze, 1948; Canticum pauperis, ed. G. MELANI,
Quaracchi, 1949. Bibliografia: Cfr. Gever, p. 762; De Brie, nn. 5710-5712; De
Wutr, II,268-269. In particolare cfr.: F. Exrte, /. Peckam, tiber den Kampf des
Augustinismus u. Aristotelismus, Zeitschr. f. kathol. Theol., 1889. IpeM,
L'agostinismo e l'aristotelismo nella Scolastica del sec. XIII, Roma, 1925. H. SpettMan, Quellenkritisches zur Biographie des ].
Peckam, Franz. Stud., 1915, Ipem, Die Psychologie des ]. Peckam (Beitrige, XX, 6), Miinster, 1919. IpeM, Der
Ethikkommentar des ]. Peckam (Beitràgey Suppl., II), Miinster, 1923. IpeM, Der Sentenzenkommentar des Franz. Erzbischrofs ].
Peckam, Div. Th. (F.); 1927. A. CacceBaut, /. Peckam et l'augustinisme, Arch.
franc. hist., 1925. A. TeeraerT, in DThC, XIII, 100-140. 622 Biblogra fia V.
Doucet, Notulae bibliographicae de quibusdam operibus fr. ]. Peckash, Ant., 1933. J. H. SmirH, The Attitude of ].
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PeLster, Neue Textausgaben von Werken des St. Thomas, des |. Peckam, und
Vitalis de Furno, Greg. 1950. T. CrowLey, /. Peckam, archbishop of Canterbury,
versus the new Aristotelianism, Bull. John Rylands Libr., THoRNDIKE, A. }.
Peckam's Manuscript, Arch. franc. hist., 1952. G.
BonarEpe, Il pensiero francescano nel sec. XIII, D. L. Dowie, Archbishop
Peckam, Oxford, 1952. Capitolo nono Ubertino da Casale Opere: Arbor vitae
crucifixae Jesu; scritti in difesa dell’Olieu e della povertà francescana. :
Edizioni: Arbor..., Venezia, 1485; le opere di polemica francescana edite da F.
Ente, in Arch. Lit. u. Kirchengesch. d. Mittelalt. Berlino, 1886, 1887; e da A.
Heysse, in Arch. franc. hist., 1917. Inoltre cfr. la Responsio f. Ubertini
circa quaestionem de paupertate Christi nella Miscellanea sacra di E.
BaLuze-M.Mansi, Lucca, 1761; il Frazicelli cuiusdam decalogus evangelicae
paupertatis, ed. M. Bir, Arch. franc. hist., 1939 ed F. M.
DeLorME, Notice ei extraits d'un manuscrit franciscain..., Collect. franc.,
1945, Bibliografia: J. CH. Hucx, Ubertin von Casale und dessen Ideenkreis,
Friburgo, 1903. F. CaLLary, L'idéalisme franciscain spirituel au XIV* siècle...
Lovanio, 1911. IpeM, L'influence et la diffusion de Arbor vitae crucifixae de
Ubertino, Rev. hist. éccl., 1921. P. Goperroy, in DThC, Arras Opere:
Quaestiones disputatae; Quaestiones quodlibetales; Sermoni. Edizioni: Cfr. De
humanae cognitionis ratione anedocta quaedam, Quaracchi, Gever, p. 762; De
Brie, n. 6694; De Wutr, IGrorieux, Fr. E. d’Arras, France franc., Lanoorar, Zum
Schriften des Frater E. von Arras, Collect. franc. Doucet,
Quaestiones centum ad scholam franciscanam spectantes, Arch. franc.
hist.,Bonarepe, /l pensiero francescano, Gualtiero di Bruges Opere: Quaestiones
disputatae; Commento alle Sentenze. Edizioni: Le Quaestiones, ed. E. Loncpré,
Lovanio, 1928; del Commento, saggi del Loncpré in Arch. Hist. doctr. litt. m. à., 1933. x Bibliografia: cfr.
Gever, p. 762; De Brie, 6694; De Wute, Il, p. 268. E. Loncpré, Gauthier de
Bruges, O.F.M. et l'augustinisme franciscain au XII siècle, Miscell. Ehrle, I,
Roma, 1924. IpeM, Le commentaire sur les Sentences du B. Gauthier de Bruges,
Pubbl. Inst. étud. méd. d’Ottawa, 1932. A. PeLzer, Le Commentaire de Gauthier
de Bruges sur le IV L. des. Sentences, Rech. théol. anc méd., 1930. S. BeLmonp,
La preuve de l'existence en théodicée d'après Gauthier de Bru ges, Riv. filos.
neosc., 1933. O. Lottin, La liberté selon Gauthier, Rech. théol. anc. méd.,
1935. R. Hormann, Die Gewissenslehre des Walters
v. Briigge und die EntwicKlung der Gewissenslehre in der Hochscholastik
(Beitrige, XXXVI, 5-6), Miinster, 1941. G. Bonarepe, Il pensiero francescano,
J. BeumER, Die vier Ursachen der Theologie nach dem unedierten Sentenzenkommentar
des Walter von Briigge, Franz. Stud., Acquasparta Tra la
numerosa produzione teologica e filosofica dell’Acquasparta (cfr. Enc. Catt.,
s.v.) ricordiamo particolarmente le Quaestiones disputatac. Edizioni: Antologia
in De humanae cognitionis ratione, Quaracchi, 1883; Quaestiones disputatae
selectae, 2 voll., ibidem, 1903-1914, 19572; Quaestiones disputatae de gratia
con intr. e note di V. Doucer, ibid., 1935. De productione rerum et de
providentia, a cura di G. Gar, ibidem, 1956; Quaestibnes disputatae de anima
separata, de anima beata, de icunio et de legibus, Quaracchi, 1959. Estratti
dal Comm. alle Sentenze a cura di A. DanieLs, in (Beitrige, VIII, 1-2),
Miinster, 1909; in E. Loncpré, Thomas d'York et M. d'Acquasparta. Textes inédits sur le problème de la création, Arch.
Hist. doctr. litt. m. à., 1926-1927, e da S. Vanni-RovicHI, R. ZaVALLONI,
GeveR,761-762; De Brie, nn. 6794-6797; DE WuLF, II, p. 269. E. Loncpré, in DThC, X, 375-389. M. Grasmann, Die
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d'Acquasparta, Riv. rosminiana, 1937. . Bertoni, Rapporti dottrinali tra Matteo
d'Acquasparta e Duns Scoto, Stud. franc., 1943. . Prezioso, L'attività del
soggetto pensante nella gnoseologia di Matteo d'Acquasparta e di Ruggero
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Mediavilla et la controverse sur la pluralité des formes. Textes inédits et étude critique, Lovanio, 1951. . C.
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Guillaume d’Ockham, Rev. sc. relig., 1937. H. KuscH. Friede als Ausgangspunkt
der Staatstheorie des M. von Padua zu Arsstotelesreception im Mittelalter., Das
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1959 (con bibl.). J. SuLcivan, Marsilio of Padua and William of Ockham,
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Pacis) in Storia, politica e istruzione, Milano, 1914,3 P. Zampetti,
Considerazioni sul concetto di giuridicità nel Defensor Pacis, Riv. ital.
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di Marsilio Bibliografia: N. Junc, Un franciscain théologien du pouvoir
pontifical au XIV siècle, Alvaro Pelayo, évéque et pénitencier de Jean XXII,
Paris, 1931. U. Martani, Un avversario di Marsilio da Padova: Guglielmo Amidani
da Cremona, Giornale Dantesco, 1935. N. IsacH, Leben und Schriften des Konrad
von Megenburg, Berlino, MATTEI, /) più antico compositore politico di Dante:
Guido Vernani da Rimini. Testo critico del De reprobatione Monarchiae, Padova,
1958. Sulla crisi storica tra la fine del XIII e l’inizio del XIV secolo cfr.
inoltre in particolare gli studi di G. De Lacarpe, La naissance de Pesprit
laique au déclin du M.À,, Sugli Spirituali cfr. soprattutto: F. Exte, Die
Spiritualen, ihr Verhiltnis zum Franziskevenorden und zu den Fraticellen, in
Arch. f. Litt. u. Kirchengeschichte, 1886. F. Caccary, L'idéalisme franciscain spirituel du XIV
siècle, K. BattHasar, Geschichte des Armutsstreites in Franziskanenorden bis zum
Konzil von Vienne, Miinster, 1911. Capitolo secondo Giovanni Duns
Scoto Opere: L'elenco definitivo delle opere autentiche sarà possibile
stenderlo solo quando sarà compiuta l’ed. critica in preparazione e di cui sono
apparsi solo i primi volumi (Opera omnia, studio et cura Commissionis scotisticae
ad fidem codicum edita, Città del Vaticano, 1950 sgg.) che reca .nel I vol. una
Disquisitio critica di particolare valore. Tra le opere già contenute nell’ed.
Vivès si possono però considerare autentiche sicuramente le seguenti:
Quaestiones super universalia; Super praedicamenta; Super Ì. I Periermencias,
In Il librum Periermencias; Secundi operis Periermeneias; Super libros
Elenchorum Aristotelis; Super l. I Priorum; Super l. II Priorum; Super l I
Posteriorum; Super l. Il Posteriorum; Quaestiones in libros Aristotelis de
anima; De primo principio; Collationes Oxonienses; Collationes parisienses;
Quaestiones subtilissimae in Metaphysicam Aristotelis; Opus Oxoniense
(Ordinatio o Liber Scoti); Reportata Parisiensia; Quaestiones quodlibetales
XXI. È in discussione l'autenticità del Tracsazus imperfectus de cognitione
Dei, del De perfectione statuum e dei Theoremata. Sono stati inoltre scoperti
recentemente altri scritti contenenti ampi resoconti dei corsi scolastici
tenuti dallo Scoto a Oxford, a Cambridge e a Parigi; i più importanti sono noti
col nome di Lectura Oxroniensis o Lectura prima e di Reportatio magna.
Edizioni: Opera omnia, a cura di L. Wapprnc, 12 voll., Lione, 1639; Opera
omnia, a cura di Vivès, 26 voll., Parigi, 1891-1895; Opera omnia, a cura della
Commissione scotista, presieduta dal P. C. BaLiz, Roma, 1950 segg. (e cfr. del Bari&, Zur Kritische Edition der Werke ].
Duns Skotus, Scriptorium, 1954, e Au sujet de l'édition critique des oeuvres de
]. Duns Scot, in L'homme et son destin... cit.,229-239). Opus Oxoniense, a cura
di M. FernAnpez Garcfa, Quaracchi (Firenze), 1912, 1914; I. D. Scoti doctrina
645 Bibliografia philosophica et theologica quo ad res praecipuas, Quaracchi,
1908, 1930?; Quaestiones et Collationes, inediti, a cura di C. R. S. Harris,
1927; Tractatus de primo principio, a cura di M. MitLER, Friburgo, 1941 (ed.
crit.); DEODAT De Basty, Capitalia opera collecta (I. Praeparatio philosophica;
I. Synthesis theologica), Le Havre, 1908-1911 (vedi anche Scozus docens, Le
Havre, 1934). È in corso (Madrid, 1960 sgg.) un'edizione bilingue spagnola. Si
cfr. anche con trad. it. a fronte, l'antologia a cura di P. D. Scaramuzzi: Duns
Scoro, Summula (scelta di scritto coordinati in dottrina). Firenze, 1932 e
l'antologia a cura di P. Minces, Joh. Duns Scoti doctrina philosophica et
theologica quoad res praecipuas proposita et exposita, Quaracchi (Firenze).
Bibliografia: Per la bibl. generale cfr. P. Minces, Die skotische Lite ratur
des 20 Jhts, Franz. Stud., 1917. A.
PeLzer, 4 propos de Jean Duns Scot et des études scotistes, Rev. néoscol.
philos., 1923. S. Stmonis, De vita et operibus B. Duns Scoti iuxta litteraturam
ultimi decennii, Ant., 1928. V.
Comte-Lime, Bibliographie scotiste de langue frangaise (1900-1934) Cong. des
lecteurs francisc., Lione, 1934. M.
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1941. U. Smetts, Lineamenta bibliogr. Scotisticae, Roma, 1942. E.
Bertoni, Vent'anni di studi scotistici (1920-1940), Milano, 1943. O. ScHaErER, Bibl. de vita, operibus et doctrina ].
Duns Scoti... saec. XIXXX, Roma, 1954. C. O. HuattacHam, On recent Studies of
the Opening Question in Ss Ordinatio Franc. Stud.,
1955. Per il lessico scotista cfr. F. FERNANDEZ Garcfa, Lexicon scholasticum
philosophico-theologicum, in quo termini... philosophiam... spectantes a B. |.
Duns Scoto exponuntur, Quaracchi, 1910. Tra gli studi generali e tra i pid
recenti ci limitiamo a segnalare: P. Minces, Der Gottesbegriff des Duns Skotus,
Vienna, 1906. Ipem, Verhélinis von Glauben und Wissen..., nach D. Skotus,
Paderborn, KLEIN, Der Gottesbegriff des J. Duns Scotus, Paderborn, 1913. M.
Hreccer, Kasegorien- und Bedeutungslehre des Duns Scotus, Tubinga, 1916. A. Bertoni, Le B. Duns Scosr. Sa vie, sa doctrine et ses
disciples, Levanto, 1917. B.
Lanpry, La philosophie de Duns Scot, Parigi, 1922. J. Carreras y ArtAU, Ensayo
sobre el voluntarismo de ]. Duns S.,
Gerona, 1923. E. Loncpré, La philosophie du B. Duns Scot, Parigi, 1924. A.
Pezer, Reportata parisiensia, Ann. Inst. philos., Lovanio, 1924. 646
Bibliografia C. BaLiz, Les commentaires de Jean Duns Scot sur les 4 Ul. des
Sentences, Lovanio, 1927 (e cfr. dello stesso A., gli articoli in Rech. théol.
anc. méd., 1930, 1931, 1935, 1937). E. Girson, Avicienne et le point de départ
de D. S., Arch. Hist. doct. litt. m. à., 1927. C. R. S.
Harris, Duns Scotus, Oxford, 1927; New York, 1959. S.
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Naturrechtslehre des Johannes Duns Scotus, Gottinga, BeLMonp, Analogie et univocité
d'’après ]. Duns Scot, Etud. franc. Soro, The Structure of Society according to
Duns Scotus, Franc. Stud., Girson, Jean Duns Scoto.
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fundamentales ]. Duns Scoti, Ant. Carota, Studi su Duns Scoto, in Scritti,
cit.160-256. A. Haven, Deux théologiens: ]. Duns Scot et
Th. d'Aquin, Rev. philos. Louvain, 1953. E. Bertoni, De argumentatione Doctoris
subtilis quoad existentiam Dei, Ant., 1953. N.
Mickten, Reason and Revelation: a Question from Duns Scotus, Londra, BartH,
Individualitàt und Allgemeinheit bei Duns Skotus, Wiss. Weish. J. Owens, The
special characteristic of the scotistic proof that God exists, in Studi
filosofici intorno all'esistenza di Dio, Roma, 1954. W. DertLoFF, Die Lehre von
der acceptatio divina bei Johannes Duns Scotus mit besonderer Beriicksichtigung
der Rechtfertigungslehre, Werl, 1954. H. Mùnien, Sein und Person nach Johannes
Duns Scotus, Werl/Westf., 1954. W. PannenBERG, Die Pridestinationslehre des
Duns Skotus im Zusammenhang der scholastischen Lehrentwicklung, Gottinga,
SteLLA, L'ilemorfismo di Duns Scoto, Torino, Bai&, J. Duns Scotus et
historia Immaculatae conceptionis, Ant. 1955. M. ScHmaus, Zur Diskussion tiber das Problem des
Univozitàt im Umkreis des |. Duns Skotus,
Sitz.ber. d. Bayer. Akad. d. Wiss., Philos. hist. KI., 1957. T. BartH, Zur
univocatio entis bei ]. Duns Skotus, Wiss. Weish.. Ipem, Das weltliche Sein u.
seine inneren Griinde bei Thomas von Aquin u. I. Duns Skotus. Vergleich u.
Versuch ciner neuen Synthese, Wiss. Weish., Watson, Univocity and analogy of
being in the philosophy of Duns Scotus, Proc. Amer. cathol. philos. Ass., 1958. M. Oromîf, Duns Escoto
y el objeto de la metafisica, Rev. Filos., 1958. A. De
Postioma, I) volontarismo in G. Duns Scoto, Stud. Patavina. T. BartTH, Duns Scotus und die Notwendigkeit
ciner tibernatitrlichen Offenbarung, Franz. Stud., 1958-1960. M. Frertas, A causalidade do
conhecimiento em Duns Escoto, Itinerarium, 1958. T. BartH, Der Hylemorphismus
des ]. Duns Scotus, Wiss. Weish., 1959. F. ALLuntIs, El Tratado del primier
principio de Escoto Verdad y Vita. Inem, Del Ser de Dios y de su unidad,
ibidem. Oromi, E! gran Prélogo de Duns Escoto, Guerra, De la persona y
producciones en Dios, ibidem. P. MicHeL, The
primum cognitum of Duns Scotus, Duns Scotus, FinkenzeLLER, Offenbarung und
Theologie nach der Lehre des ]. Duns Skotus. Eine Historische und systematische
Untersuchung, (Bceitrige, XXXVIII, 5), Miinster. Sugli
influssi di Duns Scoto sul pensiero scientifico cfr. soprattutto: P. DuHEMm, Le
système du monde Marr, Zwei Grundprobleme. Ipem, An der Grenze von Scholastik,
cit.,105 sgg., 164 sgg., 229 Cfr. inoltre: C. BaLiè, Giovanni Duns Scoto, in
Grande Antologia Fi losofica, IV,1335-54 (testi in tr. it.1355-1409) e O. ScHaEFER,
John. D. Scot, fasc. 22 dei
Bibliographische Einfiihrungen in das Studium der Philosophie, Berna. E v.
GEyER, p. 765-768; DE Brie, nn. 438, 2648, 2649, 3652, 4622, 5527, 7104-7246,
7496; De Wutr, II,371-377. Sulla scuola scotista in
generale: P. De Marticne, La Scolastique et les traditions franciscaines,
Parigi, 1888. F. GranninI, Studi sulla scuola francescana, Siena, Bertoni, Le
B. Jean Duns Scot. Sa vie, sa doctrine, ses disciples, D. ScaraMUZZI, Il pensiero
di Giovanni Duns Scoto nel Mezzogiorno d'Italia, Roma, 1927. E. Girson, Jean
Duns Scot, Francesco di Meyronnes Esposizione sulle Categorie di Aristotele,
Comment. in Physic., Commentario alle Sentenze, Quodlibeta: De primo princi
pio, De univocatione entis, De esse essentiae et existentiae, Explanationes
divinorum terminorum. Infondata l'attribuzione di un Tractatus de
formalitatibus. Edizioni: Una collezione pubblicata a Venezia nel 1517
contiene: le Sentenze, i Quodlibeta, De primo principio, Explanationes
divinorum terminorum, Tractatus de formalitatibus. Bibliografia: cfr. Gever, p.
787; De Brie, nn. 7359, 7363; DE WuLE, II, p.9l. In particolare v.: W. Lampen,
F. de Meyronnes, France francisc., 1926,215 E. D'ALENgon, DThC, X, coll. LancLo1s, Fr. de Meyronnes, frère mineur, in Histoire
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Augustinismus seiner Zeit, Franz. Stud., 1935,44-75. IneMm, Franz von
Meyronnes: sein Leben, seine Werke, seine Lehre vom Formalunterschied in Gott,
Werl i. W., LAPPARENT, L'oeuvre politique de F. de Meyronnes, ses rapports avec
celle de Dante, Arch. Hist. doctr. litt. m. à., 1942. J. Barset, Le prologue du
commentaire dionysien de Frangois de Mayronnes (con testo), Arch. Hist. doctr.
litt. m. 4., 1954. P. DuneM, Le système du monde Bassoles Commentario alle
Sentenze cur. RernauLt-J. F. FreLLON, Parigi GevEr; De Brie, n.; De Wutr, III,
p. 91. In particolare v.: P. Dunem, Études sur Léonard de Vinci, II, Parigi,
1909,373-78; 416-417; III, ivi, 1913, passim. IpEM, Le système du monde,
LancLo1s, in Mist. litt. de la France, 36, Parigi. E. D’ALENGON, in DThC, II,
475. V. HerNnck, Die Reuelehre des Skotusschiilers ]. de Bassoles, Franz. Stud.,
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alle Sentenze. Inedito. GevER, p. 787; De Brie, n. 7403; DE
Wutr MickaLsKI, Le criticisme et le scepticisme dans la philosophie du XIV°
siècle, Bull. Acad. polonaise sc. lett.. Cu. V. LancLors, in Hist. litt. de la
France, 36, L. Amorés, Hugo von Novo Castro, O.FM., und sein Kommentar zum
ersten Buch der Sentenzen, Franz. Stud., 1933. E. AuwriLer, De
codice Commentarii in IV librum Sententiarum Fr. Hugonis de Novo Castro, O.FM.,
Washingtonii servato, Arch. franc. hist., 1935. O. Lornn, Les vertus morales infuses dans l'école
franciscaine, Rech. théol. anc. méd.,Marchia Commentario alle Sentenze;
Quaestiones super I et II librum Metaphysicae (Inedite). Bibliografia: Cfr.
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(Franz. Stud. Beihefte), Miinster, 1925,253-260. Lanc, Die Wege der
Glaubensbegriindung bei den Scholastikern des XIV Jahrhunderts (Beitrige, XXX,
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Grundprobleme..., cit.,158 Ipem, An der Grenze von Scholastik. DuHEM, Le
système du monde, cit., VI,387-389, VII,227-229, 453-464, 500-501, 517-520;
VIII,325-328. mp Guglielmo di Alnwick Da Opere: Commento alle Sentenze;
Quodlibeta; Quaestiones de esse intelligibili. Edizioni:
Quaestiones disputatae de esse intelligibili et de quolibet, a cura di A.
Lepoux (con pref. bibliografica), Quaracchi GeveR, p. 787; DE Wutr, III, p. 90.
In particolare cfr.: M. Brin, in DHGE, II, 662. M. ScHmaus, Guillelmi de
Alnwich doctrina de medio quo Deus cognoscit futura contingentia (con ed. di
una quaestio), Bogoslavni Vestnik, Marer, Wilhelm von Alnwick Bologneser quaestionem
gegen den Averroismus, Greg. 1949. Giovanni da Ripatransone Opere: Commento al
I delle Sentenze; Determinationes; Conclusiones. Edizioni: Determinationes e
Conclusiones, ed. A. ComBESs, Parigi, 1957. Bibliografia: cfr. GevERr, p. 783;
De Brie, nn. 5170-7653; DE Wutr EunrLe, Sentenzkommentar Peters von Candia,
ScHwamm, Magistri Joannis de Ripa, O.FM., doctrina de praescientia divina,
Inquisitio historica, Roma, A. Comes, Jean de Vippa, Jean de Rupa, ou Jean de
Ripa?, Arch. Hist. doctr. litt. m. 4., 1939. Inem, Jean
Gerson commentateur dionysien, Parigi, 1940,608-687. Inem, Un inédit de St.
Anselme? Le traité De unitate divinae essentiae et pluralitate creaturarum
d’après Jean de Ripa, Parigi, 1944. Inem, Présentation de Jean de Ripa, Arch.
Hist. doctr. litt. m. &., 1956. InpeM, Les références de Jean de Ripa aux
livres perdus (II, III, IV) de son Commentaire des Sentences, ibidem, 1958. Ugolino
d'Orvieto Opere: Commentaria in IV libros Sententiarum (1348); Sermones de
tempore; Sermones de Sanctis; De Deo uno et trino. Zumxercer ha pubblicato il
Prologo del Commentario in Hugolinus von Orvieto und seine. theologische
Erkenninislehre, Wiirzburg, 1941,267-391; F. Corvino, una quaestio del L. I. in
7 De perfectione specierum di Ugolino d’Orvieto, in Acme, ; ed. F. SrecmùLLer
il De Deo..., in Annali della Bibl. gov. e libr. civ. di Cremona, Brie, n.
7651; De Wutr, Rousset, H. d’Orvieto. Une
controverse à la faculté de théologie de Bologne au XIV® siècle, Mél. d’arch.
et hist. de l’École frang. de Rome, 1930. | A.
Zum€etter, Hugolin von Orvieto und seine theologische Erkenntnislehre, cit..
Ipem, H. von Orvieto tiber Urstand und Erbstinde, Augustiniana. IpeM, Hugolinus
von Orvieto tiber Pridestination, Rechtfertigung und Verdienst Metz Commento
alle Sentenze (due red.). Bibliografia: cfr. Gever, p.
768; De Wutr, III, p. 28. In particolare v.: Grasmann, Mittelalterliches
Geistesleben, 1, Monaco, Kocx, /. von Metz, O. P., Arch. Hist. doctr. litt. m.
à.. P. Fournier, Jacques de Metz, in Hist. litt., de la France, 37, Parigi,
Herveo di Nédellec Opere: 1) Quaestiones super Sententias; 2) Quodlibeta I-IV
(discussa l'autenticità di V-X); 3) Quaestiones disputatae; 4) Commento In
librum periermencias; 5) Quaestiones de praedicamentis; De cognitione primi
principii; 7) De secundis intentionibus; 8) Scritti polemici contro Jacopo di
Metz, Durando di St. Pourgain, Enrico di Gand. Venezia; Parigi, 1647; 2)
Venezia, 1486; Venezia, Parigi; Venezia, 1513; cfr. inoltre J. G. Sikes,
Hervaci Natalis liber de paupertate Christi et Apostolorum, Arch. Hist. doctr.
litt. m. à., 1938 e L. Hou, Die Quodlibeta minora des H. Natalis, Miinch.
theol. Zeitschr., 1955, Bibliografia: cfr. Gever, p. 771; DE Brie, nn.
7400-7402; De Wutr, III, p. 69. In particolare v.: C. JELLouscHEK, Verteitigung
der Moglichkeit einer anfangslosen Weltschòpfung bei E. Nédellec, Jahrb. Philos. spek. Theol., Kress, Theol. und Wissensch....
an der Hand der Defensa doctrinae D. Thomae des H. Nédellec, (Beitrage, XI,
3-4), Miinster, 1912. W. ScHoeLLcen, Das Problem des Willensfreiheit b. H. von
Gent und H. Nédellec, Diisse!dorf, SanteLER, Der Kausale Gottesbeweis b. H.
Nédellec..., Innsbruck, 1930. A. Fries,
Quaest. super IV libros Sententiarum H. Nédellec vindicatae, Aug. GuimarAes, H. Noel. Étude biographique, Arch. frat.
praed., 1938. E. B. ALLen, H. Natalis, an early thomist on the notion of being,
Med. Stud., 1960. Durando di St. Pourgain Opere: 1) Commento alle
Sentenze (in we red); Quaestiones disputatac; Quaestiones quodlibetales;
Tractatus de ha ditibus; Quaestiones de libero arbitrio; Additiones al I delle
Sentenze. Edizioni: 1) numerose edd. della III red.; 2) la Quae stio de natura
cognitionis, ed. J. KocH, in Op. et Tex., VI, Miinster,
1929, 1935; 4) (Quaestio IV) ibidem, VIII, Miinster, 1930. Bibliografia: cfr.
Gever; De Brie, nn. 7247-7248; DE WutF, III, p. 28. In particolare vedi: J.
KocH, D. de S. Porciano, O. P., Forschungen zur Streit um Thomas von Aquin zu
Beginn des 14 Jahrh. 1: Literargeschichtliche Grundlegung, (*Beitrige, XXVI,
1), Miinster, 1927. 3. SturLEr, Bemerkungen zur Konkurslehre des Durand von St.
Pourgain, Aus des Geisteswelt des Mittelalters, Fournier, Durand de St.
Purcain, in Hist. litt. de la France, 37, Parigi, 1938,1-38. J. MùLLER, Quaestionen der ersten Redaktion von I und Il
Sent. des Durand de S. Porciano în einer Hs. der Bibl. Antoniana in Padua, Div.
Th. (F.), KocH, Zur der Durandus - Hs. der Bibl. Antoniana von Padua, ibidem,
1942. A. Mar, Zwei Grundprobleme..., cit.,70 Ipem, An der Grenze von
Scholastik..., cit.,186 P. DunHEMm, Le système du monde, cit., VII,27-30,
107-108, 492-493, 498-500; VIII,265-266. Aureolo Tractatus de
principiis naturae; Commento alle Sentenze in due red.; XVI Quaestiones
quodlibetales. Edizioni: Commento (II red.) e Quodlibeta, Roma, 1596, 1605.
Bibliografia: cfr. GevER, p. 769; DE Brie, nn. 7429-7430, 7496; De WutF,
Drerino, Konzeptualismus in der Universalienlehre des Franziskanererzbischofs
Petrus Aureulus (Beitrige, XI, 6), Miinster, Lannry, Pierre d’Auréole. Sa doctrine et son réle, Rev. Hist. Philos., 1928. P.
Vicnaux, Justification et prédestination au XIV® siècle, Parigi, 1934, 43-95.
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École prat. hautes étud. Sc. relig., 1935. A. Teeraert, in DThC ScHMUcKER,
Propositio per se nota. Gottesbeweis und ihr Verhaltnis nach P. Aureulus
(Franz. Forsch.,) Werl i. W., Mater, Die Vorliufer Galileis.. Inem, Zwei
Grundprobleme..., cit., 55 sgg., 62 sgg., 165 Inpem, An der Grenze von
Scholastik..., cit.,70 P. Dunem, Le système du monde, Vanm RovicHi,
L'intenzionalità della coscienza secondo Pietro Aureolo, in L'homme et son
destin..., cit.,673-680. Enrico di Harclay Opere: Commento alle Sentenze;
Quaestiones disputatae. Bibliografia: cfr. Gever, p. 769; De WutF, PeLster,
Heinrich v. Harclay, Kanzler von Oxford und seine Quaestionen, Misc. Ehrle, I,
Roma, 1924,307-355. J. Kraus, Die Universalienlehre des Oxforders Kanzler
Heinrich von Harclay in ihrer Mittelstellung zwischen skotistischem und
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Hochscholastik, cod. 501 Troyes, Schol., 1953. A.
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da BOLOGNA (vedasi) Bologna Commento alle sentenze; Quodlibeta; Quaestiones
ordinariae; Summa theologica. Edizioni:
Commento, Venezia; Summa, le prime 12 quaest. in P. De VoocHt, Les sources de
la doctrine chrétienne d’après la théologie du XIV siècle, Bruges-Parigi, 1954.
Bibliografia: cfr. GevER, p. 775; P. Fournier, in DThC, Xiserta,
De Summa theologiae magistri Gerardi Bononiensis O. Carm. Anal. O. Carm., 1923.
Ipem, De scriptoribus scholasticis saec. XIV ex Ord. carmelitarum, Lovanio,
1931. A. Maier, Die Vorliufer Galileis..., cit.,161 sgg., 168 sg., 201 B.
Xiserra, Mag. Gerardus Bononiensis. Quaestio de Dei cognoscibilitate (Sum.
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B. Smattey, Ger. of Bononia and Henry of Ghent, Rech. théol. anc. méd.,Terrena
Commento alle Sentenze (framm.); Quodlibeta; Quaestiones ordinariae;
Quaestiones disputatae; Commenti al De anima, Metaphysica, Physica, Ethica.
Bibliografia: cfr. Geyer, p. 775; P. FourMER, in Hist. litt. de la France,
Parigi, 1927. B. XisertA, De mag. Guidone Terreni, Anal. O. Carm., 1924. Ipem,
De doctrinis theologicis mag. Guidonis Terreni, Anal. O. Carm., Ipem, Guiu
Terrana carmelita de Perpinyà, Barcellona Occam Commentarii (sive Quaestiones)
in IV sententiarum libros; 2) De sacramento altaris; 3) Quodlibeta VII; 4)
Tractatus de praedestinatione et praescientia Dei; 5) Expositio aurea super
«eriem veterem; 6) Summa totius logicae; 7) Summulae in libros physicales;
Tractatus super libros elenchorum; 9) De relatione; 10) Quaestiones in libros
physicorum; De quantitate. teologico- politiche: Allegaziones religiosorum
virorum; Opus nonaginta dierum; 3) Dialogus inter magistrum et discipulum de
potestate papae et imperatoris; Epistula ad fratres minores in capitulo apud
Assisium congregatos; 5) De dogmatibus ]ohannis XXII papae; Tractatus contra
Johannem XXII; 7) Tractatus contra Benedictum XII; Com pendium errorum papae
Johannis XXII; 9) Allegationes de potestate imperiali; 10) An rex Angliae; 11)
Brevilogium de principatu tyrannico (dubbio); 12) Octo quaestiones Tractatus de
jurisdictione imperatoris in causis matrimonialibus; 14) De imperatoris et
pontificum potestate; De clectione Caroli IV. c) attribuito di scuola: 1)
Cenziloqguium theologicum (molto dubbio); 2) Tractatus de successivis; De
puncto et negatione; 4) De principiis theologiae; 5) Compendium logicae; 6)
Quaestio de universali; Quaestio de selatione; Breviloquium de potestate papae.
Quaestio I principalis; ed. PH. BoHNER, Paderborn, 1939 e I dist. II, 8 in The
new Schol.; I dist. III, 9, 14-15, in Traditio, 1943; «, 2) a cura di B. BrrcH,
Burlington (Iowa), 1930; 2, 4) «ed. PH. BòHNER, S. Bonaventure (N. Y.), 1945;
4, 5) PH. BOHNER, Perihergeneias, in Traditio, 1946; «, a cura di PH. B6HNER,
FIDANZA (vedasi) (New York); è, 2) ed. E. R. BENNET e J. G. SikEs, in GuiLeLmi
De OckHam, Opera politica, I, Manchester, 1940 (cc. I-VI); 5, 4) ed. L. Baupry,
in Rev. hist. francis, 1926; ed. C. K. BrampPtoNn, Oxford, 1929; ed. H. S.
OrrLER, in Opera politica, III, Manchester, 1956; 5, 6), ed. H. S. OrrLER, in
Opera politica, III,(estratti e analisi in R. ScHoLz, Unbekannte
kirchenpolitische Streitschriften aus der Zeit Ludwigs des Bayern, Roma,
1914,403-417); è, 7) ed. H. S. OrrLER, in Opera poditica, III,(analisi ed
estratti in R. ScHotz, op. cit.,403-417; è, 9) (estratti in R. ScHoLz, op.
cit.,417-431); 5, 10) ed. H. S. OFFLER, in Opera politica, I,(estratti in R.
ScHoLz, op. cit.,432-453); 5, 11), ed R. ScHotz, Lipsia, 1944; è, 12) ed. J.
Sikes, in Opera politica, I, cit.; è, 13) ed. H. S. OrrLER, in Opera politica,
I, cit.; è, 14) R. ScHoLz, op. cit.,; ed. C. K.
Brampron, Oxford, 1027; ed. W. Mutper, in Arch. franc. Hist., XVI-XVII; 5, 15)
ed. K. MiLLer, Traktat gegen Unterwer656 Bibliografia fungsformel..., Giessen;
R. ScHoLz, Conradus de Megenberg. Traktatus contra Wilhelmum Occam, in op.
cit., 11,347-363; c, 2) ed. Pu. BoHNER, S. Bonaventure (N. Y.), ; c, 4) L.
Baupry, Le Tractatus de principiis theologiae attribut è Guillaume d'Ockham,
Parigi, 1936; c, 6) M. GraBMANN, Quaestio de universali secundum viam et
docirinam Guillelmi de Ockam (Op. et Tex., X) Miinster, 1930; c, 7) G. E.
MoHan, The Quaestio de relatione attributed to William Ockam, in Franc. Stud.,
1951; c, 8) L. Baupry, Parigi. Inoltre F. Corvino ha pubblicato: Sette
questioni inedite di Ockham sul concetto, in Riv. crit. st. filos., 1955;
Questioni di Ockham sul tempo, ibidem, 1956; Questioni inedite sul continuo,
ibidem, Lione, 1495; a, 2) Parigi s.d., Parigi s.d., Parigi, 1490, Strasburgo,
1491, Venezia, 1504, 1516; a, 3) Parigi, 1487, Oudendlich, s.d., Parigi s.d.,
Parigi 1488; Strasburgo, (rist. anast. Lovanio, 1961); 4, 4) Bologna, 1496
(insieme ad @, 5) Bologna, Parigi, Bologna, Venezia, Oxford, Bologna, 1494,
Venezia Roma, 1637; è, 1) BaLuze-Mansi, Miscellanea, III,315-325; EuBEL,
Bullarium franciscanum, V,388-396; è, 2) Lovanio, 1481, Lione, 1495, in M.
Gotpast, Monarchia Romani imperii, Amsterdam, 1631, Il, Francoforte, 1668, III;
è, Parigi Lione, in GoLpast, op. cit.; in R. ScHoLz, op. cit., la parte finale
assente nel Goldast (l’ed. GoLpast è ora stata ristampata fotostaticamente a
cura di L. Firpo, Torino, Parigi, 1476, Lione; GoLpast, op. cit.; b, 8) Parigi,
1476, Lovanio, 1481, Lione, 1495; GoLpast, op. cit.; è, 12) Lione, 1496;
Gopast, op. cit.; b, 13) in M. FrEHER, /mperatoris Ludowici III... sententia
dispensationis, Heidelberg; GoLpast, op. cit.; c, 1) Lione, 1495 (insieme al
Commento alle Sentenze). Utile l'antologia a cura di PH. BoHNER
(Ockham, Philosophical Writings, a selection edited and translated by Pu. Bonner),
Edimburgo, 1957. Bibliografia: Ricche bibliografie generali in V. HevncH, in
Franz. Stud., 1950,164-183; L. Baupry, Guillaume
d’Ockham, Parigi, 1950, 273-294. Per il lessico occamista v.: L. Baupry, Lerigue
philosophique de Guillaume d'Ockham. Etude des notions fondamentales, Parigi,
1958. Cfr. inoltre Gever,781-782; De Brie, nn.; De Wutr, III,4951. In
particolare vedi: F. BruckMmùLLER, Die Gotteslehre W. v. Ockham, Monaco, Horer,
Biographische Studien iiber W. von Ockham, Arch. franc. hist., Kuccer, Der
Begriff der Erkenninis bei W. von Ockham, Breslau, 1913. P. Doncoeur, Le
nominalisme de G. d'Oc. La théorie de la relation in Rev. néos. philos., e Le
mouvement, temps et lieux d'après Oc., Rev. philos., A. Perzer, Les 51 articles
de G. Oc. censurés en Avignon en 1326, Rev. hist. ecclés., 1922. F. FepERHOFER,
Fin Beitrag zur Bibliographie und Biographie des W. von Ockham, Philos. Jahrb.,
Inem, Die philosophie des W. von Oc. in Rahmen seiner Zeit, Franz. Stud., 1925.
Ipem, Die Psychologie und die psychologischen Grundlagen der Erkenntnislehre
des W. Oc., Philos. Jour., 1926. E. HocusrettEr, Studien zur Metaphysik und
Erkenntnislehre des W. v. Oc., Berlino, 1927. J. MarfcHat, Le point de départ
de la métaphysique, I, Lovanio, Bruxelles, Assacnano, Guglielmo d'Ockham,
Lanciano, 1931. E. Amann- P. Vionaux, Occam, in DThC, XI, 864-904. P. Vicnaux,
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de la relation, Arch. Hist. doct. litt. m.-î., Garvens, Die
Grundlagen der Ethik W. von Ockham, Franz. Stud., 1934. E. A. Moopy, The Logic
of William of Ockam, Londra e New York. S. C. Tornay, Will. of Ockham's
Nominalism, Philos. Rev., Rossi, Riflessioni sul rasoio di Occam, Logos,
Tornay, Ockham: Studies and selections, La Salle (U.S.A.), Baupry, Le
philosophe et le politique dans G. d'Oc. e A propos de G. Ockham et de Wiclef,
Archiv. hist. doctr. litt. m-4., 1939. Pu. BoHNER, Ein Gedicht auf die Logic
Ockhams, Franz. stud., Gracon, Occam. Milano, HoFFMann, Die erste Kritik des
Ockamismus durch den Oxforder Kanzler Johannes Lutterell, Breslauer Stud.,
Breslau, Lacarpe, La naissance de lesprit laique..., cit., IV, V, VI. Pu.
Bonner, Ockham's Political Ideas, Rev. of Politics, 1943. R. ScHoLz, Wil. v.
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Brescia, 1945. Pu. BéHneEr, Ockham's theory of signification, Franc. Stud.,
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Stud., 1945. Pu. BoHnER, The realistic conceptualism of W. Ockham, Traditio,
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St. Bonaventure (New York), GueLLuy, Philosophie et théologie chez G. d'Ockham,
Lovanio-Parigi, Martin, Wilhelm von Ockham. Untersuchungen zur Ontologie, Berlino, Mar, Die Vorliufer
Galileis. L. Baupry, Guillaume d'Occam: sa vie, ses oeuvres, ses idées sociales
et politiques, Parigi, Mar, Zwei Grundprobleme. Ipem,
An der Grenze von Scholastik. Mences, The Concept of Univocity regarding to
Predication of God and Creature according to Will. Ockam,
St. Bonaventure (New York), De Lacarpe, Comment Ockham comprend le pouvoir
séculair, in Studi di sociologia e di politica in onore di L. Sturzo, 1953. D. Weserino, Theory of Demonstration according to
Ockham, Lovanio, V., Occam, Firenze. P. DuHEm, Le système du monde Garcia,
Alvaro Pelayo y G. de Ockam y la teorfa de los poderes, Crisis, IserLoH, Gnade
und Eucharistie in der philosoph. Theologie des Wil. v. Ockam, Wiesbaden,
Corvino, Le Quaestiones in libros physicorum nella formazione del pensiero di
Guglielmo d’Occam, Riv. crit. st. filos., SÒÙapiro, Motion, Time and Place
according to Will. Ockam, St. Bo naventure (New York), KLockrr, Okhkam und the
cognoscibility of God, Med. Stud., 1957-1958. Pu. BoHNER, Collected articles on
Ockam, a cura di E. M. BuyrtAERT, St. Bonaventure (New York), Maurer, Ockam's
Conception of the Unity of Science, Med. Stud., VereEckE, L'obligation morale
selon G. d’Ockham, Suppl. de la Vie Spirituelle, Duncan, Occam'’s razor, Rusert
y Canpau, Los principios bésicos de la etica en el ockamismo y en la via
moderna de los siglos XIV y XV, Verdad y Vita. H. KLocHer, Ockham and efficient
causality, Thomist, Chojnack1, Les facteurs et les limites de la connaissance
humaine d’après la critique d'Occam et de Nicolas d'Autrecouri, in L'homme et
son destin..., cit,681-687. nmo_Om pi Brampron, Ockham and his alledged
authorship of the tract Quia saepe iuris, Arch. franc. hist., . IpeM,
Traditions relating to the death of Ockham, Chatton Opere: Commento alle
Sentenze; Adversus Astrologos; Resolutiones questionum; De indivisibilibus
(perduto). Bibliografia: Cfr. Gever, p. 783; De WuLr, Loncpré, Gualtiero di
Chatton, un maestro francescano di Oxford, Studi franc., Baupry, G. de Chatton
et son Commentaire des Sentences, Arch. Hist. doctr. litt. m. &., Burleigh
Opere: 1) De vita et moribus philosophorum; De materia et forma; 3) Commenti ad
Aristotele (Etica, Logica, Fsica); 4) Summa totius logitae; 5) Questiones
metaphysicales et defensiones Thomae Aquinatis; 6) In Isagogen Porphyrii; 7) De
intentione et remissione formarum; 8) Super libros politicorum; 9) De
substantia orbis; 10) De intellectu agente; In Sent. ll. IV; De
Caelo et mundo; In Aristotelem de Anima; De puritate artis logicae. Colonia;
ed. crit., Tubinga, 1886; 2) Oxford, 1500; 4) Venezia, 1508; 5) Venezia, 1494;
6) Venezia, 1481; 7) Venezia, 1496; 14) ed. Pu. BéHnER, S. Bonaventure (New York) Gever, p. 788; De
Wutr, III, p. 168. In particolare v.: P. Dunem, Études sur Léonard de Vinci,
Parigi, 1906-1913, II,414 K. MicÙarski, Les courants philosophique è Oxford et
à Paris pendant le XIV siecle, Bull. Acad. Polonaise Sc. Lett., 1920. IpeM, Les
courants critiques et sceptiques dans la philosophie du XIV° siècle (Bull. Acad.
Polonaise Sc. Lett., Cracovia, 1927). IpeMm, La physique nouvelle et les
différents courants philosophiques Baupry, Les rapports de Guillaume d'Ockham
et Walter Burleigh, Riv. bist. francis. Marer, Zu W. Burleighs
Politik-Kommentar, Rech. théol. anc. méd., npem, Die Vorlàufer Galileis. Ipem, Zwei Grundprobleme. Ipem, An der Grenze von
Scholastik TuÒomson, Unnoticed Questiones of Burley on the Physics, Mitt. Inst.
oesterreich. Geschichtforsch., DuHem, Le systòme du monde SricaLr, The
manuscript tradition of De vita et moribus philoso phorum® of Walter Burley,
Medievalia et Humanistica. È PERO i Adamo Woodham o
Goddam Opere: Commento alle Sentenze; Quaestiones; Commenti ad Aristotele. Il
Commento, abbreviato per magistrum Henricum de Hoyta, Parigi GeveRr,; DE Wutr,
LirtLe, Tra Grey Friars in Oxford, Oxford EÒÙrte, Das Sentenzenkommentar Peters
von Candia..., cit.,96-103. K.
MicHaLSsKI, Le criticisme et le scepticisme dans la philosophie Holkot
Quaestiones super libros Sententiarum; Quodlibeta; Commenti scritturali.
Quaestiones super IV ll. Sent., Lione; Utrum theologia sit scientia a quodlibet
question, ed. J. T. Mucxie, Med. Stud., GevER In particolare: Dunem, Études sur
Léonard de VINCI (vedasi) MickÒats€i, Les courants philosophiques è Oxford et è
Paris pendant le XIV? siècle, Inem, La physique nouvelle et les différents
courants philosophiques en XIV° siècle, Ipem, Le problème de la volonté è
Oxford et à Paris au XIV® siècle, in Commentariorum Societatis philos. Polon.,
Leopoli, GLomeux, La litterature quodlibétique, Meissner, Gotteserkenntnis und
Gotteslehre nach dem englischen Dominikanertheologen R. Holkot, Limburgo-Lahn,
DuHEM, Le système du monde, THorwnpike, A new Work by R. Holkot, Arch. int.
Hist. sc. Buckingham Quaestiones sulle Sentenze; Quaestiones disputatae;
Tractatus de infinito. MicHaLski, Les courants philosophiques è Oxford et è
Paris pendant le XIV siècle, Inem, Le problème de la volonté è Oxford et è
Paris, M.-D. CHenu, Les Quaestiones de Thomas de Buchingam, Stud. med. in
honorem R. I. Martin, Bruges, Bradwardine De causa Dei contra Pelagium et de
virtute causarum; 2) Arithmetica speculativa; Geometria speculativa; Tractatus
de proportione motuum; Incerta l’esistenza di un Commento alle Sentenze. ed. Savire,
Londra; Parigi; Parigi; Parigi, Venezia, Vienna; e in H. L. Crosry, 'Th. of
Bradwardine. His tractatus de proportionibus. Its
significance for the development of mathematical physics, University of
Wisconsin, Gever; De Brie, n.; De Wutr, In particolare v.: Haxn, TA. Bradwardinus und seine Lehre von der menschlichen
Willensfreiheit (*Beitrige, V, 2), Miinster, DuHem, Études sur Léonard de
Vinci, MicHats€i, Les courants philosophiques è Oxford et è Paris..., Inpem, Le
problème de la volonté è Oxford et è Paris au XIV siècle, F. Laun, TA. von
Bradwardin, der Schiiler Augustins und Lehrer Wiclifs, Zeitschr. f. Kirchengesch.
Inpem, Recherches sur Th. Bradwardine, précurseur de Wicliff, Rev. hist.
philos. relig. Inem, Die Praedestination bei Wicliff und Bradwardine, in Imago
Dei, Giessen. Xiserta, Fragments d'una qiiestio inédita de T. Bradwardine, in
Aus der Geisteswelt des Mittelalters Sramm, Tractatus de continuo von Th.
Bradwardine, Isis 1936. A. Marr, Die Vorliufer Galileis. InpeM, An der Grenze
von Scholastik Dunem, Le système du monde, cLerr, TA. Bradwardine's De causa Dei) Jour. eccl. hist.
Osermann, Archbishop Th. Bradwardine. A fourtheenth Century augustinian. A
study of his theology in its historical context, Utrecht, Osermann]. A.
WeISHEIPL, The Sermo epicinus ascribed to Th. Bradwardine (con testo), Arch. Hist.
doctr. litt. m. Rimini (vedasi) Commento alle Sentenze; De usuris, ed altri
numerosi scritti inediti, Edizioni: Commento, Parigi, Venezia, rist. St.
Bonaventure, Lovanio, Paderborn; De wswuris, Rimini, Gever, p. 783; De Brie,
nn.; DE WuLF, III, p. 102. In particolare v.: WirsoòrrEr, Erkennen und Wissen
nach G. von Rimini Beitrige, Miinster, Dunem, Études sur Lfonard de VINCI
(vedasi). Vicnaux, Justification et prédestinamon au XIV siècle, Parigi, 1934.
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z. Geistesgesch., III, Stoccarda, ELie, Le complexe significabile Parigi, Mar,
Die Vorliufer Galileis..., Inem, An der Grenze von Scholastik. DuHEem, Le système du monde Mirecourt Opere: Comment.
alle Sentenze; due Apologiac; Quaesiones. C. Du
PLEssIS D'ARGENTRE, Collectio iudiciorum, 1, Parigi, DenirLe, Chartularium
Universitatis Pari siensis, II, Parigi, con il testo delle proposizioni
condannate nel 1347); Apologiae, ed. F. SrecmùLLER, in Rech. théol. anc. méd.;
Mirecourt, Questioni inedite sulla conoscenza, a cura di A. FranzineLLI, Riv.
crit. st. filos.,Gever, p. 783; De Wutr. In particolare v.: S. Haun, TA.
Bradwardinus und seine Lehre von der menschlichen Willensfreiheit, Birkenmayer,
Ein Rechifertigungsschreiben ]. von Mirecourt (Beitrige, XX, 5), Miinster. J. Horer, Biographische Studien iiber Wilhelm von Ockham,
cit., 230 K. MichHatski, Les cowrants philosophiques è Oxford et è Paris. IpeM,
Les sources du criticisme et du scepticisme dans la philosophie, in La Pologne
au Congrès int. de Bruxelles, Cracovia, Ipem, Le criticisme et le
scepticisme..., IpeM, Le problème de la volonté..., F. Ere, Der
Sentenzekommentar Peters von Candia, Ceffons cfr.: D. Trapp, Peter Ceffons of
Clairvaux, Rech. théol. anc. méd. Autrecouri Opere: Commento al
I delle Sentenze; Commento alla Politica; Epi stole a Bernardo d'Arezzo; Exigit
ordo executionis. Edizioni: Epistole in J. Lappe, N. von
Autrecourt... (cfr. bibl.); Exigit ordo executionis, in }. R. O°DonneL,
Nicholas oj Autrecourt... (cfr. bibl.). Bibliografia: Atti del processo in
DENIFLE, Chartularium, Lappe, N. von Autrecourt. Sein Leben, seine Philosophie,
seine Schriften (Beitrage, VI, 1), Miinster, Rasupatt, N. de Ultricuria, a
mediaeval Hume, Proceed. of the Aristotelian Soc., Manser, Drei Zweifler am
Kausalprinzip im XIV Jahrh., Jahrb. f. Philos. spekul. Theol. K. MicHatsri, Les courants philosophiques è Oxford
et è Paris, P: Vicwaux, in DThC, XI, 561-587. H.
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Ipem, La fondazione dell'empirismo e le sue aporie nel pensiero di Nicola di
Autrecourt, Riv. crit. st. filos.;? E. Maccacnoro, Metafisica e gnoseologia in
Nicola di Autrecourt, Riv. filos. neosc., DuHEM, Le système du monde, La bibl.
generale in GeyER; De Brie, nn.; De Wutr, III, Buridano Summulae o Compendium
Logicae Quaestiones in libros Politicorum Aristotelis Quaestiones super octo
physicorum libros; 4) Quaestiones in libros Politicorum Aristotelis; 5)
Quaestiones in libros de gnima; In metaphysicam Aristotelis quaestiones; In
Ethicum quaestiones. Parigi Parigi Parigi,
Parigi, Parigi; il Tractatus de suppositionibus a cura di M. E. Reina, in Riv.
crit. st. filos., Gever; De Brie, n.; De Wutr, DuHEm, Ézudes sur Léonard de
Vinci Le système du monde, MicHaLsKi, Les courants philosophiques..., IpeM, Le
criticisme et le scepticisme..., E. A. Moopy, John Buridan on the habitability
of the Earth, Spec. Ipem, /. Buridan,
Quaestiones super libros IV de coelo et mundo, Cambridge (Mass.), Fara, /. Buridan, notes sur les manuscrits, les éditions te le
contenu de ses ocuvres, Arch. Hist. doctr. litt. m. Ipem, Jean Buridan, in
Histoire litt. de la France, Marer, Die Vorlaufer Galileis. IpeM,
Zwei Grundprobleme. IpeM, An der Grenze von Scholastik. Reina, // problema del
linguaggio in Buridano, Riv. crit. st. filos., .Ipem, Note sulla psicologia di
Buridano, Milano, Roserts, A chimera is a chimera, a medieval tautology, Journ.
Hist. Ideas Odone varie Quaestiones in logicam, un Commentario în libros decem
Ethicorum, e un Commento alle Sentenze. Edizioni: Il Commentario all’Ethica,
Venezia, BartoLoMÉ, Fr. Ger. de Odon, Murcia, 1928. P. DuHem, Le système du monde, Marer, Die Vorliufer
Galileis.. IpeM, Zwei Grundprobleme. Marbres Quaestiones sulla Fisica.
Edizioni: Padova, 1475; Venezia, 1492, 1516, 1520. Bibliografia: L. Baupry, En lisant Jean le Chanosne,
Arch. hist. doctr. litt. m. 4. 1934. A. Marr, Die Vorliufer Galileis. IpeMm,
Zwei Grundprobleme. lpem, An der Grenze von Scholastik. DuHem, Le système du
monde, cBonet Opere: Commenti alla Metafisica, alla Fisica, alle Categorie, una
Theologia naturalis, Formalitates in via Scoti. Edizioni: Venezia BarceLonE, N.
Bonet Tourangeau, doctor proficuus, Etud. Franc., 1925. F. O'Brian, in DHGE,
Doucer, in Arch. franc. hist. Maier, Die Vorliufer Galileis. IpeMm, Zwei
Grundprobleme..., cit.,198 P. Dunem, Le système du monde Fitz Ralph Commento
alle Sentenze; Sermones; Summa contra Armenos. Bibliografia: Cfr. De Wutr,
MicHALSRI, Le criticisme et le scepticisme..., Ipem, Le problème de la
volonté..., A. Gwwnn, Richard Fitz Ralph, Archbishop of Armagh, Studies, Maier,
Die Vorldufer Galileis. Baconthorpe Opere: Commento alle Sentenze;
vari Commenti scritturali; Commenti al De anima, alla Metaphysica, all'Ethica
di AristorELE; Commenti al De trinitate e al De civitate Dei di Acostino;
Commento agli scritti di Anselmo di Aosta; Quodlibeta; Sermoni spirituali.
Edizioni: Il Commento alle Sentenze nelle edizioni di Lione, 1484; Parigi
Milano Venezia Cremona; Madrid, Quodlibeta nell'ed. di Cremona t. 2 inf. e
Venezia GEvER, Xiserta, De magistro |. Baconthorpe, Anal. Ord. Carm., Ipem,
Joan Baconthorpe Averroista?, Criterion, Ipem, De scriptoribus scholasticis s.
XIV ex Ordine Carmelitarum, Lovanio Crisocone du Saint-SacraMENT, Maftre Jean
Baconthorpe, Rev. néosc. philos., LyncHn, De distinctione intentionali apud |.
Baconthorpe, Anal. Ord. Carm., 1932. Nico di S. Brocarpo, I! profilo storico di
Giovanni Baconthorpe, Ephemerides Carmeliticae, Marer, Zwei Grundprobleme. Anastasio di S. Paoro, in DHGE. B. Smattey, /.
Baconthorpe's postill on St. Matthew, Med. Ren. Stud.,
Giovanni di ]andun Opere: De laudibus Parisius; Commento all'Expositio
problematum Aristotelis di Pietro d’Abano; Commentari al De anima, De coelo et
mundo, Physica, Metaphysica di Aristotele e al De substantia orbis di Averroà.
Avrebbe inoltre scritto le seguenti opere di cui non è rimasta traccia:
Quaestiones de formatione foetus; Quaestiones de gradibus et pluralitate
formarum; Tractatus de specie intelligibili; Duo tractatus de sensu agente.
Edizioni: De anima, Venezia Physica, De Caelo et mundo, ivi, 1501; Parva
naturalia, ivi, 1505; Metaphysica, ivi; tutte più volte ristampate; De
substantia orbis, ivi; De laudibus Parisius, ed. Le Roux pe Lincy e TissERanT, in Paris et ses historiens,
Parigi, Bibliografia: Cfr. Geyer; De Wutr, IVators, Jean de ]Jandun, in
Histoire litt. de France, Parigi. Dunem, Le système du monde, cit., IV,96-104;
V,571-580; VI,534-536, 543-575. E. Girson, É:udes de philosophie médiévale,
Parigi, Rivière, in DThC, Grasmann, Mittelalterliches Geistesleben, cit., II.
A. Marr, Die Vorliufer Galileis..., cit., Ipem, An der Grenze von Scholastik
Dunem, Le système du monde Maurer, John of Jandun and the Divine Causality,
Med. Stud., THornpIKE, Jean de Jandun on Gravitation, Jour. Hist.
Ideas. GricnascHI, Il pensiero politico e religioso di Giovanni di ]andun,
Bull. Ist. stor. ital. m. e. + PaccHi, Note sul Commento al De anima di
Giovanni di ]andun, Riv. crit. st. filos. lac] > zrp Parma Commento al De
anima; due Quaestiones disputatae; Quaestio de augmento; Quaestio de elementis;
Expositio sulla Theorica planetarum di Cremona. Le Quaestiones de anima di
Parma, cur. Vanni-RovicHi, Milano, Brie, n.; De Wutr, In particolare v.:
Grasmann, Mittelalt. Geistesleben, Vanni-RovicHi, La psicologia averroistica di
T. da P., Riv. filos. neoscol., Marr, Ein Beitrag zur Gesch. des italienischen
Averroismus im XIV., Jahrh., Quellen und Forsch. aus ital. Arch. u. Bibl.,
Ipem, Die Vorlaufer Galileis. Ipem, An der Grenze von Scholastik. Arezzo
Commento all'Isagoge; Commento alle Categorie Grasmann, Mittelalt.
Geistesleben, Gubbio Quaestiones; Commento alle Meteore; Quaestiones de anima
Piana, Contributo allo studio delle correnti dottrinali nell'Univ. di BOLOGNA
Ant. A. Marr, Die Vorlaufer Galileis. URBANO da BOLOGNA Trattato sui Commenti
averroistici alla Physica Venezia con prefazione di Vernia. Wutr, SorsetLI,
Storia dell'Università di BOLOGNA, Bologna, Abano Conciliator differentiarum
phylosophorum et praecipue medicorum; Liber compilationis physonomiae;
Expositio problematum Aristotelis; Lucidator astronomiae, ed altre inedite.
Conciliator, Venezia, 1476; Liber.., ivi, ; Expositio, Padova; Lucidator,
frammenti in P. DuHEM, Le système du monde, IV, Parigi, Gever, p. 786; De Brie;
De WuLF. FerrarI, / tempi, la vita, le dottrine di Pietro d’Abano, Genova.
Ipem, Per la biografia e per gli scritti d’Abano, Mem. R. Accad. dei Lincei,
Narpi, La teoria dell'anima e la generazione delle forme secondo Abano, Riv.
filos. neosc., DuHem, Le système du monde Narpi, Intorno alle dottrine
filosofiche d’Abano, N. Riv. stor. ALIGHIERI e ABANO, Saggi di filosofia
dantesca THÒornpikE, A History of magic and experimental Science, con Bibl.
completa degli scritti Gucon, Abano e l'averroismo padovano, Atti XXVI riunione
Soc. ital. progr. sc. Roma Troito, Averroismo e aristotelismo padovano, Padova
Inem, Per l'averroismo padovano o veneto, Atti R..Ist. Veneto, Narpi, Studi
sull’aristotelismo padovano dal secolo XIV al XVI, Firenze, rivisti e
rielaborati Ascoli L’Acerba; De principiis astrologiae; De eccentricis et de
epyciclis; Tractatus in sphaeram. Edizioni: L’Acerba, a cura di P. Rosario,
Lanciano; di A. Crespi, Ascoli Piceno, 1927; De principiis..., ed. G. Borriro,
Firenze, 1905; De eccentricis..., ed. BorFITO Casretti, La vita e le opere di
ASCOLI, Bologna PaoLETTI, Ascoli, Bologna, Beccaria, I biografi di Cecco d'Ascoli
e le fonti per la sua storia e la sua leggenda, Mem. Acc. sc. di Torino,
Eckhart Tra le mumerose opere in latino e in volgare citiamo: Reden der
Unterscheidung; Collatio in librum Sententiarum; Tractatus super Oratione
dominica; Quaestiones: Utrum in Deo, Utrum intelligere Angeli; Utrum laus Dei;
Quaestiones: Aliquem motum, Utrum in corpore Christi; Buch der gottlichen
Trostung; Sermone vom dem edlen Menschen; Opus tripartitum; Opus expositionum
Prologi, In Genesim; In Exodum; In Eccl. In Sapientiam, In Genesim I (II
forma); In Exodum (Il forma); In Genesim Il; Liber parabolarum Genesis, In
Johannem; Sermoni lat. e ted. Edizioni: Le Opere latine a cura del DenirLE in
Arch. f. Liter. und Kirchengesch. d. Mittelalter; le Opere tedesche, già edite
a cura di F. PreiFrFer (in Deutsche Mystiker des-XIV Jahrh., II, Gottinga),
sono ora edite insieme alle latine da W. KoHLHAMMER, a cura di K. Werss, J.
Kock, K. Christ, E. Benz, J. Quint, Stoccarda-Berlino, Un’altra ed. delle op.
latine a cura di G. THfry e di R. KLIBANSKI, Lipsia si è fermata al f. III. Tra
le tradd. it. ricordiamo: Prediche e trattati, a cura di G. C. con intr. di E.
Buonaruti, Bologna, e l’ant. La nascita eterna (con testi a fronte) a cura di
G. Faccin, Firenze. Per altre edizioni particolari di testi e documenti cfr.:
G. Tufry, Édition critique des pièces relatives au procès d'Eckhart, Arch. Hist. doctr. litt. m. à.,; Le Commentaire de M. E. sur le
livre de la Sagesse Loncpré, Questions inédites de M. E., Rev. Néoscol. Philos.
Neuaufgefundene Pariser Questionen M. E. und ihre Stellung in seinem geistigen
Entwicklungsgange, a cura di E. LoncpPré e di M. GRABMANN, Abhandl. Bayer.
Akad. Philos. Kl., Monaco GevER, Quaestiones et sermo parisienses, Bonn. Per
l’amplissima bibl. cfr. Gever; De BRIE Wutr, Cfr. anche G. Faccin, M. E. e la
mistica preprotestante, Milano. Ci limitiamo qui a citare: F. Jostes, M.
Eckhart und seine Jiinger, Lipsia, Hornsrein, Les grands mystiques allemands du
XIV siècle, Lucerna, LeHMmann, Meist. Eckhart, Jena Karrer, Meist. Eckhart,
Monaco, VOLPE, Il misticismo speculativo di Maestro Eckhart nei suoî rapporti
storici, Bologna Seeserc, Meister Eckhart, Tubinga, OLtManns, M. Eckhart,
Francoforte, Peters, Gottesbegriff M. Eckharts, Amburgo, Dempe, Meist. Eckhart.
Eine Einfiihrung in sein Werk, Lipsia, 1n. e. Friburgo Laurent, Autour du
procès de Maître Eckhart. Les documents des Archives Vaticanes, Div.
Th." (P.) BoLza, Meister Eckhart als Mystiker, Monaco DaLcmann, Die
Anthropologie Meister Eckharts, Tubinga MiLLer-THyn, On the University of Being
in Meister Eckhart, New York, EseLinc, Meister Eckharts Mystik. Studien zu der
Geisterkampfen um die Wende des 13 Jahrh., Stoccarda, CLark, The Great German
Mystics, Eckhart, Tauler, Suso, Oxford. Spann, M. Eckharts mystische Philosophie,
Vienna, Licxer, M. Eckhart und die Devotio Moderna," Leida DenirtLe, Die
deutschen mystiker des 14. Jahrhunderts. Beitrige zur Deutung
ihrer Lehre, nuova ediz. a cura di O. Spiess, Friburgo, Detta Votpe, Eckhart o
della filosofia mistica, Roma, H. Hor, Scintilla animae. Eine Studie zu einem
Grundbegriff in Meister Eckharss Philosophie..., Lund-Bonn, Tu. StemBucHEL,
Mensch und Gott in Frimmigheit und Ethos der deutschen mistik, Diisseldorf
BinpsHepLERr, Meister Eckharts Lehre von der Gerechtigheit, Stud. Philos.
ScHmoLpt, Die deutsche Begriffssprache Meister Eckharts Studien zur philos.
Terminologie des Mittelhochdeutschen, Heidelberg SrePHENSON, Gortheit und Gott
in der speculativen Mystik Meister Eckharts, Bonn Kopper, Die Metaphysik
Meister Eckharts, Saarbriicken AnceLET-HusracHe, Maftre Eckhart et la mystique
rhénane, Parigi LueseNn, Die Geburt des Geistes. Dus
Zeugnis M. Eckharts, Berlino Wilmersdorf Or.rmanns, M. Eckhart, Francoforte sul
Meno, KeLLec, M. Eckharts doctrine of divine subjectivity, Downs. Rev., Kertz,
M. Eckhart's teaching on the birth of the divine Word in the soul, Traditio
FiscHEr, Die theologischen Werke M. Eckharts, Schol. Benz, Mystik als
Seinserfiillung bei M. Eckharts in Sinn und Sein, cin philos. Symposion F. S. von Rintelen gewidmet, Tubinga, Lossxy,
TAéologie négative et connaissance de Dieu chez M. Eckhart, Parigi Eckhart der
Prediger. Festschrift 2. Eckhart-Gedenkjahr. Hrsg. von M. Nix u. R. OecxHstin,
Friburgo, Basilea, Vienna, Héoi, Metaphysik u. Mistik im Denken des M. Eckhart,
Zeitschr. f. kathol. Theol. GPKHEV. M Tauler Opere: Sermoni:
edd.: Lipsia, Augusta; Basilea, Colonia; in ted. moderno, Francoforte s. M.,
trad. lat.: Colonia, Trad. it.: Sermoni, a cura di R. Spaini Pisaneschi,
Firenze; Prediche, Milano, Trad. franc.: Parigi, Gever De Brie Naumann,
Untersuchungen zu ]. Taulers deutschen Predigten, Halle MùtLer, Luther und
Tauler auf ihren Zusammenhang untersucht, Berna Hucueny, Le doctrine mystique
de Tauler, Rev. sc. philos. théol., THéry, Esquisse d’une vie de Tauler, Suppl.
de la Vie Spirituelle, WentzLarr-EccesErT, Studien zur Lebenslehre Taulers,
Berlino, PourraTt, Le spiritualité Chrétienne, II, Parigi, DThC LieFrrInck, De
middelnederlandsche Taulerhandschriften, Groninga, Ganpitac, De Johann Tauler à
Heinrich Seuse. Leur doctrine spirituelle, Étud.
GermaniquesValeur du temps dans la pédagogie spirituelle de Jean Tauler,
Conférence Albert le Grand, Montréal TERMENÉN SoLfs, Trascendencia del
conoscimiento racionale en Tauler, in L'homme et son destin. Scuse Btichlein der
Wahrheit; Biichlein der ewigen Weisheit; Leztere; Epistole; L'Exemplar
(correzione delle copie inesatte dei suoi scritti); Horologium Sapientiae. Opera
ed. crit. di K. BreHLMEyER, Stoccarda; dell’Exemplar in ted. mod. a cura di H.
DenirLe, Monaco; nuova ed. dello Horologium, Torino, tr. fr. Oeuvres mystiques du b. Henri Suse, di G. THirioT,
Parigi, tr. it. Diglogo della Verità, a cura di A. LEvASTI, Lanciano; Scritti
scelti, a cura di R. Sparni-PisanEscHI, Torino; Il libro della saggezza eterna,
Milano. Cfr. inoltre: Pranzer, Der Textgeschichte und Textkritik des Horologium
Sapientiae des sel. Heinrich Seuse, Div. Th. (F.) Faccin, Meister Eckhart e la
mistica tedesca preprotestante E cfr. Geyer; De Brie, nn. ; De Wutr, Til. In particolare: S. HaHn, H. Susos Bedeutung als
Philosoph, Beitrige, Suppl. 1,
Miinster. Hornstern, Les grands mystiques allemands Le b. Henri Suse, Rev.
tom., Levasti, Enrico Seuse, Riv. filos. neosc. ScHwarz, Das Christusbild des
deutsch. mystikers H. Suso, Bamberga Wermann, Die Seusesche Mystik und ihre
Wirkung auf die bildende Kunst, Berlino Gròser, Der Mystiker Hein. Seuse,
Friburgo. J. AnceLET-HusracHe, Le 5. H. Suse, Parigi Bizet, Henry Suso et le
déclin de la Scholastique, Parigi Ganpittac, De Johann Tauler è Heinrich Sceuse...,
cit., Étud. Germaniques, Cfr. inoltre: J. H. NicoLas, Études sur Susé, Rev.
thom. Ruysbroeck Trattati in dialetto fiammingo tra i quali
particolarmente importanti: Il regno degli amanti di Dio; Le nozze spirituali;
Lo specchio della salute eterna; Il libro della più alta verità; Il libro dei
dodici beghini. Edizioni: Werken, ed. compl., Anversa tr. it. Lo specchio
dell'eterna salute, in F. Fori, Vita e dottrina del b. Giovanni Ruysbroeck,
Roma L'ornamento delle nozze spirituali, tr. D. GruLiorti, Lanciano, ; Pagine
scelte, tr. di G. Mariani, Milano; Gradi dell'amore spirituale (col titolo Vita
e dottrina del b. G. Ruisbrochio), tr. F.
N., Torino; tr. franc.: Oeuvres de Ruysbroeck l’Admirable, Bruxelles,
Ruysbroeck. Leven, Werken, Malines-Amsterdam; cfr. GEYER Dr Brie De Wutr Cfr.
inoltre: G. DoLezicH, Die Mystik J. v. Ruysbroeck de: Wunderbaren, Breslauer
Stud. z. hist. Theol., Voorne, Ruusbroec en de geest der mystick, Anversa,
Bricuf, in DHhC,Comes, Essai sur la critique de Ruysbroeck par Gerson, Parigi
Ampe, Kernproblemen uit de leer van Ruysbroeck, Tielt. P. Henry, La mistique
trinitaire du Bienheureux Jean Ruusbroec, Rech. sc. relig. Per
Gerardo di Groot vedasi: Gerardi Magni Epistolae, a cura di W. MurLper,
Anversa, Chronica Montis Sanctae Agnesis, a cura di M. J. Pont, Opere di
Tommaso da Kempis, VII, Friburgo, Post, De Moderne Devotie, Geert Groote en
zijne stithtingen, Amsterdam. Per il Francofortese o Deutsche Theologie cfr.
l’ed. Un, Berlino a. c. Prezzolini). La bibl., in Faccin, Giovanni Eckhart e la
mistica preprotestante. V., La Teologia tedesca Riv. crit. st. Filos Wycliff De
ideis; Tractatus de logica; Summa de ente; De dominio divino; De civili
dominio; De veritate Scripturae; De Ecclesia; De officio regis De potestate
Papae De ordine christiano De apostasia De eucharestia Trialogus ed altri
scritti minori filosofici e teologico-politici. La Opera a cura della Wycliff
Society di Londra; il Trialogus anche nell’ed. LecHLER, Oxford; la Summa de
ente (L. 1, tr. 1-2), Londra, Sul significato e l’opera storica di W. cfr.
soprattutto Mannino, Cambridge medieval History Cambridge e ampia bibl. Poore,
Wicliff and the movements for Reform, Londra GarronER, Lollardy and the
Reformation in England, Londra Losert H, Wiclif und der Wiclifismus, Realencycl.
f. prot. Theol. u. Kirche con ampia bibl. Workman.
Wiclif. A Study of the English medieval Church, Oxford. TÒÙomson, A lost
chapter of Wiclif Summa de ente Cambridge, The philosophical basis of Wiclif
theology, Jour. of relig. STEIN, Another lost chapter of Wiclif Summa de ente
Spec. Baupry, A propos de Guillaume d'Ockham et de
Wiclif, Arch. Hist. doctr. litt. m.-.Cristiani, in DThC.
W. Lanc, Glauben und Wissen bei Pecok und Wicliff, Diesdorf, Mc Fartane, Wiclif
and the Beginnings of English nonconformity, Londra Huss Opera Omnia, ed.
FLAsJHANS - M. KominskovA, Praga v. anche: /. Hus et Hieronimi Pragensis
martyrum Christi historia et monumenta, a cura di FLacio ILLiRIco, Norimberga,
KruMmmEL, Geschichte der bbemischer Reformation, Gotha LoserTH, Hus und Wicliff
zur Genesis des husitisch. Lehre, Praga, Monaco, LecHier, Johannes Huss, Halle
Lirzow, Life and times of master J. Huss ScHarr, /. Huss. His Life, Teaching
and Death after five hundred years, New York Haucx, Srudien zu J. Huss, Lipsia
EurLE, Der Sentenzekommentar Peters von Candia MoncetLe, in DThC Srrunz, /.
Hus, sein leben und sein Werk, Monaco. H. ZarscHEK, Studien z. Gesch. der
Prager Universitàt, Mitt. des Vereins f. Gesch. deutsch. Sudetenlinders Trapp,
Clem. Unchiristened Nominalism and Wycliffite realism at Prague um 1381, Rech.
théol. anc. méd. Oresme Commento alle Sentenze (perduto,
tranne il De communicatione idiomatum Quaestiones su Euclide; Tractatus de
configurationibus formarum; Parafrasi francesi di Politica, Economica, Etica di
AristotELE; Livre du ciel et du monde; Traicté de la prémière invention de la
monnaie Traicté de la sphère Commentaire aux livres du ciel et du monde; 8)
Commenti alla Physica ed ai Metereologica. Parigi
Politica ed Economica Parigi Etica; della parafrasi all’Etica cfr. ed. A. D. MenuT, New York e dell’Economica l’ed. A. D.
MEnUT, Filadelfia, ed. A. D. MenUT - A. J. DenoMy, in Med. Stud.,
ed.Wotowsxi, Parigi ed. Jonnson, Edimburgo Parigi La bibl. generale in GEveR;
De Brie; De Wuctr Bripey, N. Oresme. La théorie de la monnaie, Parigi Dunem,
Études sur Léonard Le système du monde WiecertNnEr, N. Oresme und die
graphische Darstellung der Spàtscholastik, Natur u. Kultur DincLer, Ueber die
Stellung von N.s Oresme in der Geschichte der Wissenschaften, Philos. Jahrb. THorNDIKE, History of magic and experimental
Science, III, New York. BorcHerRT, Die Lehre von der Bewegung bei N. Oresme
(Beitrige), Miinster THoRrNDIKE, Celestinus, Summary of Nicols Oresme, Osiris
Kaiser, Before Copernicus, Nicolaus of Oresme, America BocHERT, in (Beitrige,y
XXXV, 4-5), Miinster con led. del De communicatione idiomatum). A. Mar, Die
Vorliufer Galileis IneMm, Zwei Grundprobleme An der Grenze von Scholastik
Metaphys. Hintergriinde der spatscholastischen Naturphilosophie, Roma,
THoRrNpIKE, Oresme and commentaries on Metereologica, Isis PepersEN, Nicole
Oresme og hans naturfilosofiste system, Copenhagen, MarzHIEU, dd la recherche
du De Anima de Nic. Oresme, Arch. Hist.
doct. litt. m. à. Zousov, Sur un écrit faussement attribué a N. Oresme, [De
instantibus)ì, Arch. Hist. doctr. litt. m. à. L'inter omnes impressiones de
Nicole d'Oresme, (con testo) Arch. Hist. doct. litt. m. d., ore mm ce Alberto
di Sassonia Tractatus logicace; Quaestiones in logicam Guill. Occam;
Sophismata; Tractatus proportionum; Tractatus de quadratura circuli; Quaestio
de proportione diametri quadrati ad costam ciusdem; Post. Analyticos;
Quaestiones super octo ll. Physicorum; In libros de coelo et mundo; De
generatione et corruptione; Ezxpositio super decem ll. Ethicorum Aristotelis;
De sensu et de sensato. Edd. v. GEvER Gever Wutr, JuLLian, Un scolastique de la
décadence, Albert de Sore, Rev. August Dunem, Ezudes sur Léonard Le système du
monde, Hripinesrerper, Albert von S.; ein Lebensgang und sein Kommentar z.
Nikom. Ethik Aristot. (Beitrige), Miinster, MicHatski, Le criticisme et le
scepticisme dans la philosophie du XIV° stècle, IneM, La physique nouvelle et
les différents courants philosophiques.., cit. A. Mar,
Die Vorlaufer Galileis..., cit., passim. Inem, Zwei Grundprobleme..., cit.,
passim. Inem, An der Grenze von Scholastik Per gli scritti matematici: B.
Boncompacni, Intorno al Tractatus proportionum di Alberto di Sassonia, Bull. di
bibl. stor. scienze nat. fis. Sutez,
Der Tractatus de quadratura circuli des Albert d. S., Zeitschr. f. Mathem. u.
Phys. Die Quaestio de proportione diametri quadrati ad costam eiusdem Inghen
Textus dialectices de suppositionibus Expositio super Analyt. post.
Abbreviationes libri Physicorum Aristotelis Quaestiones subtilissimae super
VIII libros physicorum secundum nominalium viam; Quaestiones de gencratione et
corruptione; Quaestiones super IV. Il. Sententiarum Vienna Venezia Lione
Venezia sotto il nome di Duns Scoto, c quindi inserite nella ed. delle sue
opere Venezia Strasburgo Gever De BRIE Dunem, Érudes sur Léonard Le système du
monde MicHasri, Les courants philosophiques. Le criticisme et le scepticisme
EHnLE, Der Sentenzentommentar Peters von Candia, cit., passim. G. Ritter,
Studien 2. Spétscholastik, I. M. von Inghen und die Okkam Schule in
Deutschland, Vienna, Ma:ER, Die Vorlàufer Galileis..., cit., passim. Iper,
Zwei Grundprobleme An der Grenze von Scholastik Hainbuch Opere: Fil. teol: De
reductione effectuum; De habitudine causarum; Contra astrologos; Commento alle
Sentenze; Commentario alla Genesi. Canonistiche:
Tractatus de contractibus emptionis et venditionis; Epistula de contractibus
emptionis et venditionis ad consules viennenses. Politico religiose: Epistula
pacis; Consilium pacis. Ascetiche: Speculum animae; De contempu mundi. Edd.,
trad. v. GEYER Gever; DE Wes Harrwic, Leben und Schriften des H. von Langestein
AscHsacH, Geschichte der Wiener Universitàt, Vienna Rorx, Zur Bibliographie des
H. Hainbuch de Hassia dictus de Langestein, Beihefte zum Zentralblatt fiir
Bibliothekswesen Pruckner, Studien zu den astrologischen Schriften des H. von
Langestein, Lipsia, Maier, Zwei Gundprobleme Dunem, Le système du monde Totting
di Oyta Commentario alle Sentenze Tractatus moralis de contractibus reddituum
annuorum Quaestiones logicae super Porphyrium; Tres libri philosophici de
anima, o Magistrales tractatus de anima et potentiis eius Parigi, la Quaestio
de Sacra Scriptura nell’ed. crit. di A. Lanc, Miinster AscHsacH, Geschichte d.
Wiener Universitàt, SoMMERFELDT, in Mitt. d. Institut f. Gsterreis.
Geschichtsforsch., Dunem, Le système du monde MicHar.sKi, Le criticisme et le
scepticisme EnrLE, Der Sentenzenkommentar Peters von Candia, Lane, H. Totting
von Oyta, (Beitrige Miinster. Rucker, Zum
Problematik der Spatscholastik, Theol. Rev. Decker, Ein
fundamentaltheologischer Traktat des mittelalters CH. Totting
v. Oyta, Quaestiones super libros Sententiarum], Wiss. Weish La bibl. generale,
in GevER De Brie, Dv» Heytesbury Opere: Le sue numerose opere di logica sono
pubblicate sotto il titolo: Tractatus Guillelmi Heutisberi de sensu, composito
et diviso; Regulae ciusdem cum sophismatibus (con una Declaratio e Expositio
litteralis di Gaetano da Tiene); Tractatus Heutisberi de veritate et falsitate
propositionis, Venezia, PrantL, Gesch. d. Logik. DuHem, Études sur Léonard
Marr, Die Vorliufer Galileis. An der Grenze von Scholastik Wison, W.
Heitesbury..., Madison, DuHEMm, Le système du monde, Swineshead i Opere:
Commento alle Sentenze; De insolubilibus; Obligationes; De motibus naturalibus;
Calculationes Padova DuHem, Études sur Léonard MicHaLsxki, Le criticisme et le
scepticisme Maier, Die Vorlaufer Galileis Zwei Grundprobleme. InpeM, An der
Grenze von Scholastik CLacett, R. Swineshead and late medieval physic, Osiris
DuHEm, Le système du monde Sui Calculatores di Merton GRICE cfr. inoltre sotto
la bibl. generale alla voce Scienze, in particolare il testo di CromBIE,
Augustine t0 Galileo THornpikE, A History of magic and experimental science
Pelacani Opere: Quaestiones de latitudinibus formarum; Quaestio de tactu
corporum durorum; Quaestiones sull’ottica. Padova Venezia insieme alla Quaestio
de modalibus di Bassano Potito; in F. Amopro, Riproduzione delle Quaestiones de
latitudinibus formarum, in Annali Ist. tecn. Porta, Napoli Per le Quaestiones
sull’ottica v.: Questioni inedite di ottica di Pelacani a cura di ALessio, Riv.
crit. st. filos. Amopro, Appunti su Biagio Pelacani da Parma, in Atti del IV
Congr. dei Matematici, III, Roma THorNDIKE, A History of magic and experimental
science DuHem, Le système du monde Mater, Die Vorliufer Galileis. Zwei Grundprobleme An der Grenze von Scholastik
Moopy-M. CLacett, The mediaeval science of weights (Scientia de ponderibusì...,
cit. M. CLacett, The science of mechanics in the middle age, cit. Feperici-VescoviNI,
Problemi di fisica aristotelica in un maestro del sec. XIV: Biagio Pelacani da
Parma Riv. filos. Ailly Scrive opere solo in parte edite. Alcune tra le minori
sono state pubblicate da L. DupPin nell’ed. delle Opera di Giovanni Gerson, e
talune addirittura attribuite allo stesso Gerson (Opera, Anversa); altre opere
minori sono state pubblicate da L. SaLeMBIER in Rev. des Scien. ecclés., 1.
Delle opere scientifiche, filosofiche e religiose del d’Ailly alcune hanno
avuto numerose edd. (cfr. L. SaLEMBIER,
Bibliographie des Oeuvres du cardinal P. d'Ailly, évéque de Cambrai, Compiègne,
e Les oeuvres francaises du card. Pierre d’Ailly, Arras L’opera
filosofica più importante è costituita dalle Quaestiones super Sententiarum,
Bruxelles, Altri scritti di notevole interesse filosofico: De anima, De legibus
et sectis contra superstitiosos astronomos (in Gerson, Opera, ed. cit., 1);
Vigintiloquium de concordia astronomiae cum theologia (Venezia); e l’Imago
mundi (ed. E. Buron, Gembloux-Parigi cfr. GeyER Brie; DE
WuLF SaLEMBIER, Le Card. Pierre d'Ailly, Mons-en-Barouel. Ipem, in DThC, DHGE.
M. De Ganpittac, Usage et valeurs des arguments probables chez Pierre d'Ailly,
Arch. Hist. doctr. litt. m..Roserts, The
theories of Ailly concerning forms of government in Church and State, Bull.
Inst. hist. research Ailly and the Council of Constance: A study in Ockamiste
theory and practice Trans. R. Hist. Soc., McGowan, Pierre d'Ailly and the
council of Constance, Washington DuHEM, Le système du monde Candia Opera:
Commento alle Sentenze (inedito). Bibliografia:
F. Exte, Der Sentenzkommentar Peters von Candia, des Pisaner Papstes Alexander
V, Franz. Stud., Beiheft Maier, An der Grenze von Scholastik Dunem, Le système
du monde Gerson Tra le sue numerose opere ricordiamo qui particolarmente:
Centiloquium de conceptibus; Centiloquium de causa finali; De concordantia
metaphysicae cum logica (1426); De modis significandis; De parvulis ad Christum
trahendis; Lectiones duae contra vanam curiositatem; Super canticum canticorum;
Commento alle Sentenze Opera omnia, ed. E..Dupin, Anversa, rist.
L’Aja; le Notulae super quaedam verba Dionysi, in A. ComBes, ]. Gerson
Commentateur dionysien, Parigi, 1940. È ora in corso l’ed. crit. dell'Opera
Omnia a cura di P. GLorieux, Parigi, 1961 sgg. Cfr. inoltre l’ed. del De
Mystica Theologia, sempre a cura del Comes, nel Tesaurus mundi Gever, p. 791;
De Brie WuLr, ScHwag, Johannes Gerson, Wiirzburg, .Masson, Gerson, sa vie, son
temps, ses ocuvres, STELZENBERGER, Die mystik des J. Gerson, Breslavia
SaLemBier, in DHhC, Connoiy, John Gerson, Reformator and Mystic, Lovanio con
ricca bibl. Dress, De theologia Gersoni, Giitersloh ScHnàrer, Die Staatslehre,
de Gerson, Colonia. A. Comes, Études Gersoniennes, “Arch. Hist. doctr. litt. m.
con particolare riferimento al Commento alle sentenze ScHnEMER, Die
Verpflichtung des menschliches Gesetzes nach Gerson, “Zeitschr. f. kathol. Theol., VerEECKE, Droit et morale chez Jean Gerson, Rev.
hist. droit. frane. et étran., GLorieux, Autour de la liste des ocuvres de
Gerson, “Rech. théol. anc. méd. DuHem, Le système du monde
Sulla crisi della cultura medioevale alla fine del XIV secolo cfr. inoltre
particolarmente: E. Garin, La crisi del pensiero medioevale, in Medioevo e
Rinascimento. Studi e ricerche, Bari Angelicum Antonianum Archivum Fratrum Praedicatorum
Archives d’Histoire doctrinale et littéraire du moyen fge. Archivio di storia
della filosofia. Augustiniana. Cîteaux in de Nederlanden Collectanea
franciscana Divus Thomas (Friburgo) Divus Thomas (Piacenza) English Historical
Review Estudios ecclesiasticos France franciscaine Franciscan Studies
Franziskanische Studien Giornale critico della filosofia italiana Gregorianum
Historisches Jahrbuch Journal of theological Studies Italia francescana
Mediaeval and Renaissance Studies Mediaeval Studies Miscellanea francescana The
Modern Schoolman Neues Archiv The new Scholasticism The Philosophical Review
Recherches de théologie ancienne et médiévale. Recherches de sciences
réligieuses Revue augustinienne Revue bénédictine Revue d’histoire
ecclésiastique Revue d’histoire de la philosophie Revue de metaphysique Revue
du moyen fge latin Revue néoscolastique de philosophie Revue philosophique de
Louvain Revue des sciences philosophiques et théologiques Revue thomiste
Rivista critica di storia della filosofia Rivista di filosofia Rivista di
filosofia neoscolastica Rivista storica italiana Rivista di studi orientali
Scholastik Speculum Studi francescani The theological Quarterly The theological
Review Theologische Zeitschrift Wissenschaft und Weisheit Zeitschrift fir
katholische Theologie Zeitschrift fir Kirchengeschichte. Nome compiuto: Cesare
Vasoli. Vasoli. Keywords: implicatura. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Vasoli,”
pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library, Villa Speranza.
Luigi
Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Vatinio: la ragione conversazionale a Roma
– l’implictaura conversazionale della setta di Crotone -- filosofia italiana – By
Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Roma). Abstract. Grice:
“I often wondered if the Roman name ‘Publius’ means something like a
‘prostitute’! However, the Roman praenomen – given name – Publius – is thought
to derive from the same Latin root as the words ‘populus’ and ‘publicus,’
meaning of the people or public. The name Publius, therefore, carries the
meaning of being connected to the people, serving the public, or relating to
civic duty. This reflects the Roman ideals of public service and governance for
the common good. While Publius was a very common praenomen used by both
patrician andplebeian families throughout Roman history, some scholars have
also suggested a possible ETRUSCAN origin, noting the use of the name in the
form ‘PUPLIE” by the Etruscans. Keywords: CROTONE. Grice: “Italians refer to
Pythagoreanism as ‘la scuola di Crotone,’ seeing that that was where the Master
settled. One may well speak of the dialettica crotonese – Crotonian dialectic,
Athenian dialectic, Oxonian dialectic. Filosofo italiano. A politician,
supporter of GIULIO (vedi) CESARE and a friend of CICERONE, who at different
times, attacks and defends him. V. calls himself a Pythagorean, but Cicerone
questions V’s right to do so on account of his dubious behaviour. Nome compiuto: Publio Vatinio.
Keywords: Roma antica. Per H. P. Grice’s Play-Group, The Swimming-Pool Library,
Villa Speranza.
Luigi Speranza: GRICE ITALO!; ossia,
Grice e Vattimo: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale dell’implicatvm
o impiegato come comunicatvm debole – la scuola di Torino – filosofia torinese
– filosofia piemontese -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di
Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Torino). Absract.
Keywords: debole, forte. Implicatum come communicatum debole. Grice: make a
stronger statement. DEFEASIBILITY – can be defeated. Filosofo torinese. Filosofo piemontese. Filosofo italiano. Torino,
Piemonte. Essential Italian philosopher. Grice: “It may be argued that what
Vattimo means by ‘strong’ is what I mean by ‘weak’ and viceversa – With Popper,
‘I know’ is weaker than ‘I believe’ and ‘every x’ is weaker than ‘some (at
least) one’ or ‘the’ – I have explored ‘the’ – Keyword: massima della debolezza
conversazionale; massima della forza conversazionale” – Filosofo italiano. --
not one that provinicial Beaney would include in his handbooks and dictionaries.
Vattimo’s philosophy shares quite a bit with Grice’s programme, as anyone
familiar with both Vattimo and Grice may testify. Vattimo has philosophised on
Heidegger and Nietzsche, and one of his essays is on the subject and the
maskanother on reality. There
is a volume in his honour. Filosofo e uomo politico italiano. M. Rivoli.
Esponente della filosofia ermeneutica, teorizza l'abbandono delle pretese di
fondazione della metafisica e la relativizzazione di ogni prospettiva
filosofica (Il pensiero debole, in collab. Con Rovatti. Allievo di PAREYSON
(vedasi), dal quale derivano i suoi originari interessi per l'estetica, studia
poi a Heidelberg sotto la guida di Gadamer. Prof. di estetica, poi di filosofia
teoretica a Torino, da cui si è congedato. Deputato al Parlamento europeo,
quindi ricandidatosi come indipendente nelle liste dell'Italia dei Valori, euro-deputato
nell’Alleanza dei democratici e dei liberali per l’Europa, ha aderito al
Partito comunista italiano. Studioso e continuatore dell'ermeneutica filosofica
– cf. H. P. Grice, PERI HERMENEIAS --, nell'indagine sui suoi presupposti
storici e teorici dedica la sua attenzione a Schleiermacher, Nietzsche,
Heidegger e allo stesso Gadamer -- del quale cura la traduzione italiana di
Wahrheit und Methode --, sotto-lineando la storicità e la finitezza della
condizione umana e la centralità della lingua italiana -- e
dell'interpretazione -- non solo nella comprensione dell'opera d'arte, ma in
ogni altra forma di esperienza. S’è segnalato per la sua proposta, connessa
all'orizzonte teoretico nietzschiano e heideggeriano ma anche a quello del
dibattito sul postmoderno, di un "pensiero debole" caratterizzato
dall'abbandono delle pretese di fondazione della metafisica tradizionale e
dalla relativizzazione di ogni prospettiva filosofica o politica che intenda
presentarsi come definitiva. Opere principali: Essere, storia e lingua italiana
in Heidegger; Poesia e ontologia; Schleiermacher e Grice filosofi
dell'interpretazione; Il soggetto e la maschera, importante monografia su
Nietzsche; Le avventure della differenza; Al di là del soggetto; Il pensiero
debole -- raccolta di saggi curata in collab. con Rovatti; La fine della
modernità; La società trasparente; Etica dell'interpretazione; Oltre
l'interpretazione; Credere di credere; Vocazione e responsabilità del filosofo;
Dopo la cristianità. Per un cristianesimo non religioso; Il socialismo ossia
l'Europa; Il futuro della religione -- in collab. con Rorty; Non essere Dio.
Un'autobiografia a quattro mani -- in collab. con Paterlini; Ecce comu. Come si
ri-diventa ciò che si era; Addio alle verità; Introduzione all'estetica;
Hermeneutic communism -- con ZABALA (vedasi); Della realtà. Fini della
filosofia; Non essere Dio; Essere e dintorni; Scritti filosofici e politici. Participante del Foro
Internacional por la Emancipación y la Igualdad. Partito Comunista. In precedenza: DS PdCI IdV
Indipendente. Laurea in Filosofia. Torino. Filosofo, professore universitario. Tra
i massimi esponenti della corrente post-moderna, è teorizzatore della filosofia
debole. Il padre è un poliziotto calabrese, che muore quando V. ha I anno
e mezzo. La madre è una sarta. Ha una sorella di otto anni più grande. Durante
la guerra si trasferisce con la famiglia in Calabria, restandoci per II anni e
ritornando a Torino. Studente del liceo classico Gioberti è attivo nella
Gioventù Studentesca di Azione Cattolica, e collabora a Quartodora, rivista del
movimento diretta da Straniero. Si autodefine come un cattolico militante,
influenzato dalla lettura di Maritain, Mounier e dei racconti di Bernanos,
portato dalla fede ad un disinteresse per il razionalismo storico,
l'Illuminismo e le filosofie di Hegel e Marx. Allievo di PAREYSON (vedi)
assieme a ECO (vedi) con cui ha condiviso amicizia e interessi, si laurea in
filosofia a Torino. Lavora ai programmi culturali della Rai. Consegue la
specializzazione a Heidelberg, con Löwith e Gadamer, di cui ha introdotto la
filosofia in Italia. Professore incaricato e ordinario di estetica a Torino,
nella quale è stato preside, della facoltà di Lettere e Filosofia. Ordinario di
filosofia teoretica presso la stessa università. Professore emerito, titolo che
non gli precluse lo svolgimento d’eventuali attività didattiche presso la suddetta
università. Idea e condotto su Raitre il programma di divulgazione filosofica “La
clessidra.” Insegnato come visiting professor negli Stati Uniti e ha tenuto
seminari in diversi atenei del mondo. Direttore della Rivista di estetica,
membro di comitati scientifici di varie riviste, socio corrispondente
dell'Accademia delle Scienze di Torino, nonché editorialista per i quotidiani
La Stampa e La Repubblica e per il settimanale L'espresso. Dirige la rivista
Tropos. Rivista di ermeneutica e critica filosofica edita da Aracne Editrice.
Per i suoi saggi riceve lauree honoris causa dalle La Plata, Palermo, Madrid e
Lima. È stato più volte docente alle Vacances de l'Esprit. Svolge attività
politica in diverse formazioni: nel Partito Radicale, Alleanza per Torino, Democratici
di Sinistra, per i quali è stato parlamentare europeo, e nel Partito dei
Comunisti Italiani. Candidato da una lista civica a sindaco di una cittadina
calabrese, San Giovanni in Fiore (Cs), per combattere la degenerazione
intellettuale che affligge quel paese, ma non è riuscito ad arrivare al secondo
turno. Annunciato la sua candidatura a parlamentare europeo nelle liste
dell'Italia dei Valori di Pietro, rivendicando tuttavia le proprie origini
comuniste, venendo eletto nella circoscrizione Nord-Ovest. Nel giorno
dell'anniversario della fondazione del PCd'I, annuncia la sua adesione al
Partito Comunista. Il suo ideale politico-religioso si riassume in una
forma da lui definita comunismo cristiano e comunismo ermeneutico, un' ideale
anti-dogmatico di comunismo debole nel pensiero e nell'essere, che si ispira
alla vita comunitaria delle prime comunità cristiane. Esso rinnega e si oppone
alla violenza delle industrializzazione pesante forzata e dello stalinismo in
genere, così come anche alle tesi di Lenin e del terrorismo, muovendo a favore
di una sinistra improntata al dialogo, alla dialettica e alla tolleranza. Accusato
di antisemitismo, a causa delle sue dichiarazioni sul controllo ebraico di
banche. "Ricordiamoci che la Federal Reserve è di proprietà di Rothschild.
Gattegna, presidente dell'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, lo accusa di
anti-semitismo, additando le sue dichiarazioni come "parole di odio che
non aggiungono nulla di nuovo e che sono accompagnate dalla riproposizione
squallida di stereotipi anti-semiti". Anche Aiello, primo rabbino donna in
Italia, corrobora queste accuse, tacciando V. di antisemitismo. Rilascia
un'intervista al Corriere in cui dichiara, riguardo a Israele «bisognerebbe
procurarsi missili più efficaci dei Qassam e portarli laggiù». La
dichiarazione, riferita ai missili Qassam con cui Hamas colpisce Israele, ha
suscitato molte polemiche. Il filosofo ha tuttavia chiarito che le sue prese di
posizione sono rivolte contro Israele e che non hanno nulla a che vedere con
l’anti-semitismo. In occasione dell'aggressione di Tartaglia a Berlusconi ha
espresso a Radio Radicale la convinzione che quell'aggressione fosse stata una
montatura. Afferma inoltre che se l'aggressore avesse voluto veramente fare del
male a Berlusconi era preferibile usare una pistola invece di una
statuetta. Si è occupato dell'ontologia ermeneutica, proponendone una
propria interpretazione, che chiama “debolita”, in contrapposizione con le
diverse forme di pensiero forte (fortitude) dell'hegelismo con la sua
dialettica, il marxismo, la fenomenologia, la psicanalisi, lo strutturalismo.
Ognuno di questi movimenti si è proposto come superamento delle posizioni
filosofiche precedenti e smascheramento dei loro errori. Ma ogni volta l'errore
consiste proprio in questo gesto teoretico. Non ci sono nuovi inizi, l'errore
consiste proprio nella volontà di rifondare fundamenta inconcussa che non vi possono
essere. Debolita è invece un atteggiamento della postmodernità che accetta il
peso dell'errore, ossia del caduco, dell'effimero, di tutto ciò che è storico e
umano. È la nozione di verità a doversi modellare sulla dimensione umana, non
viceversa. La debolita è la chiave per la democratizzazione della società,
la diminuzione della violenza e la diffusione del pluralismo e della
tolleranza. In questa maniera deve essere almeno segnalata la grande e decisiva
importanza che assume nella sua filosofia la nozione di nichilismo, che rimette
all'eredità di Nietzsche e Heidegger e si lega a vari temi vattimiani
(dall'etica, alla politica, dalla religione -- l'indebolimento del divino alla
teoria della comunicazione – implicatura come communicatum debole. Con i suoi saggi
come “Credere di credere” rivendica alla
proprio filosofia anche la qualifica di autentica filosofia cristiana per la
postmodernità. Avvalendosi infatti della visione cristiana del maestro PAREYSON
e di Quinzio, V. rifiuta l'identificazione del divino nell'essere razionale,
così come concepito dalla tradizione filosofica occidentale. Di PAREYSON e Quinzio, però, non condivide la visione
religiosa tragica. Suggestionato da Girard, V. legge la vicenda di Cristo come
rifiuto di ogni sacrificio, anzitutto umano ed esistenziale. La kénosis -- lett.
svuotamento -- divina è a vantaggio della libertà e della pace umana. Le posizioni
di V. rappresentano una svolta, sia nella sua impostazione filosofica
dell'interpretazione del presente, sia nel campo dell'attività politica. Abbandona
il partito dei Democratici di Sinistra e abbraccia il marxismo rivalutandone
positivamente l'autenticità e validità dei principi progettuali, auspicando un
ritorno al pensiero del filosofo di Treviri e a un comunismo epurato dagli
sviluppi delle distorte politiche pubbliche sovietiche da superare
dialetticamente. Per quanto la svolta possa apparire contraddittoria con le
precedenti posizioni, V. rivendica la continuità delle nuove scelte con il
processo di ricerca sul pensiero debole, pur ammettendo il cambiamento di
"molte delle sue idee". È lo stesso filosofo a parlare di un
"Marx indebolito", ovvero di una base ideologica capace di illustrare
la vera natura del comunismo e adatta nella pratica politica a superare ogni
tipo di pudore liberal. L'approdo al marxismo si configura quindi come una
tappa dello sviluppo del pensiero debole, arricchito nella prassi da una
prospettiva politica concreta. V. ha anche espresso posizioni
ambientaliste ed in particolare a favore dei diritti degli animali. In un'epoca
in cui l'umanità si vede sempre più minacciata nelle stesse elementari
possibilità di sopravvivenza -- la fame, la morte atomica, l'inquinamento -- la
nostra radicale fratellanza con gl’animali si presenta in una luce più
immediata ed evidente. Da parlamentare europeo si è battuto, tra l'altro,
contro la sperimentazione animale e contro il maltrattamento degli animali
negli allevamenti. Pubblicamente dichiara la sua omosessualità. Sviluppa
una concezione di Cristianesimo secolarizzato, il quale, conseguentemente, non
necessita di istituzioni ecclesiastiche, fondandosi sulla kénosis, ossia
sull'abbassamento e sull'indebolimento dell'idea di Dio. Per V. il non
riconoscimento di un "assoluto", inteso come una verità definitiva,
porterebbe ad una maggiore accettazione della diversità sociale e culturale.
Il compagno di V., Mamino, storico dell'architettura, malato di tumore ai
polmoni, muore nel bagno dell'aereo che lo portan nei Paesi Bassi per
effettuare un'eutanasia. Ad accompagnarlo c'era con lui sull'aereo lo stesso
V. Collabora con vari quotidiani (La Stampa, L'Unità, il manifesto, Il
Fatto Quotidiano), con editoriali e riflessioni critiche su vari temi di
attualità, politica e cultura. Saggi: “Il concetto di fare in Aristotele”
(Giappichelli, Torino); “Essere, storia e linguaggio in Heidegger” (Filosofia, Torino);
“Ipotesi su Nietzsche” (Giappichelli, Torino); “Poesia e ontologia” (Mursia,
Milano); “Schleiermacher, filosofo dell'interpretazione” (Mursia, Milano); “Introduzione
ad Heidegger” (Laterza, Roma); “Il soggetto e la maschera” (Bompiani, Milano);
“Le avventure della differenza” (Garzanti, Milano); “Al di là del soggetto” (Feltrinelli,
Milano); “Il pensiero debole” (Feltrinelli, Milano); Vattimo e Rovatti); “La
fine della modernità” (Garzanti, Milano); “Introduzione a Nietzsche (Laterza,
Roma); “La società trasparente” (Garzanti, Milano); “Etica
dell'interpretazione” (Rosenberg e Sellier, Torino); “Filosofia al presente”
(Garzanti, Milano); “Oltre l'interpretazione” (Laterza, Roma); “Credere di
credere” (Garzanti, Milano); “Vocazione e responsabilità del filosofo”
(Melangolo, Genova); “Dialogo con Nietzsche” (Garzanti, Milano); “Tecnica ed
esistenza: una mappa filosofica” (Mondadori, Milano); “Dopo la cristianità. Per
un cristianesimo non religioso” (Garzanti, Milano); “Nichilismo ed
emancipazione. Etica, politica e diritto, Zabala” (Garzanti, Milano); “Il
socialismo ossia l'Europa” (Trauben); “Il Futuro della Religione, S. Zabala,
Garzanti, Milano, “Verità o fede debole? Dialogo su cristianesimo e
relativismo, Antonello, Transeuropa Edizioni, Massa); “Non essere Dio.
Un'autobiografia a quattro mani, Aliberti editore, Reggio Emilia, “Ecce comu.
Come si ri-diventa ciò che si era, Fazi, Roma, “Addio alla Verità, Meltemi, Introduzione
all'estetica, ETS, Pisa, “Magnificat. Un'idea di montagna, Vivalda, “Della
realtà, Garzanti, Milano, Pubblica presso Laterza un annuario filosofico a
carattere monografico (Filosofia). La sezione Filosofia ha vinto il Premio
Brancati. V. a Lima, Perú. Pecoraro, "Dossier Vattimo",
Pecoraro, in: "Alceu". Rivista del Dip. di Comunicazione. Monaco, V..
Ontologia ermeneutica, cristianesimo e postmodernità, Ets, Pisa; Weiss, V..
Einführung. Vienna, Passagen Giovanni Giorgio, Il pensiero di V..
L'emancipazione della metafisica tra dialettica ed ermeneutica (Franco Angeli,
Milano); Numero della rivista A Parte Rei (Madrid), dedicato a V.. Pensare
l'attualità, cambiare il mondo, Chiurazzi, Mondadori, Milano); Redaelli, Il
nodo dei nodi. L'esercizio del pensiero in V., Vitiello, Sini, Ets, Pisa L'apertura del presente. Sull'ontologia
ermeneutica di V., L. Bagetto, Tropos. Rivista di ermeneutica e critica
filosofica. Kopić, V. Čitanka, V. Reader. Zagabria, Antibarbarus. Gutiérrez,
Leiro, Rivera. Fondazione verano centini/images/
allegati Movi100 Cent'anni di Movimento Studenti di Azione Cattolica, su
movi100.azione Gallo, V. Interview, su
public seminar.; V.: viva i giustizialisti. Corro con Tonino Di Pietro. Rizzo
con GRAMSCI alla Camera (il nipote omonimo) e il filosofo V., nuovi iscritti al
Partito Comunista. Comitato Centrale a Livorno, su Ilpartito comunista, Angus,
Interview with V.: “Only Weak Communism Can Save Us”, su MRANSA, Italian
philosopher politician slammed as anti-Semite, su la gazzetta delmezzogiorno. 'Shoot those bastard Zionists': Italian
scholar, su the local Corriere della Sera, Non acquistiamo i prodotti di lì, su
archivio storico.corriere. Repubblica -V.: "Non sono un antisemita. Solo
anti-israeliano", su torino repubblica. A Radio Radicale Il delirio di V.:
«Per fargli male doveva sparare» Il
Giornale, In questo senso Cfr, tra
molti, La fine della modernità e Nichilismo ed emancipazione. Etica, politica e
diritto, dello stesso V. e Niilismo e (Pós-Modernidade) dell'italo-brasiliano Pecoraro,
libro pubblicato a Rio de Janeiro e San Paolo. Da Animali quarto mondo, in, I diritti degl’animali,
Battaglia e Castignone, Centro di Bioetica, Genova. Dichiarazione scritta sul
riconoscimento dell'obiezione di coscienza alla sperimentazione animale
nell'UE, su gianni vattimo. Interrogazione scritta alla Commissione sul
benessere degli animali, su Gianni vattimo. 4Vattimo: accanimento sui gay, ma
io non bacio in pubblico, Corriere della Sera, su corriere. «Il mio compagno voleva farla finita Ma morì
in viaggio tra le mie braccia» Corriere della Sera, su corriere. Albo d'oro
premio Brancati, su comune. zafferana etnea.ct. Pensiero debole. Blog su Gianni
vattimo blog spot V., su BeWeb, Conferenza Episcopale Italiana. su open MLOL,
Horizons Unlimited srl. V. su europarl. europa.eu,
Parlamento europeo. Registrazioni su Radio
Radicale. Revista A parte rei, su personales. ya.com. Dicussion e sul Pensiero
Unico su mito11settembre. Lezione di congedo dall'Torino La verità e l’evento:
dal dialogo al conflitto, su teologiae liberazione. blogspot.com. Credere di
credere. Genesi e significato di una conversione debole Giornale di filosofia
della religione V. Un comunista postmoderno? (di Preve) RAI Filosofia, su
filosofia.rai. Nome compiuto: Gianteresio “Gianni” Vattimo. Gianteresio Vattimo
Gianni Vattimo. Vattimo. Keyword: debole/forte – implicatum come communicatum
debole. Refs.: Luigi Speranza, "Grice e
Vattimo," The Swimming-Pool Library, Villa Grice, Liguria, Italia.
Luigi
Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Vattuone: la ragione conversationale e
l’erotica – filosofia italiana – Luigi Speranza (Bologna). Filosofo
Italiano. Dipartimento Di Storia Antica, Emeritus Full professor of
ancient Greek History and Historiography Address: Bologna, Emilia-Romagna,
Italy Interests Gender Studies Homosexuality Greek Myth Sex Education Cretan
Studies See what your network is talking about. Research paper thumbnail of Fra
Timoleonte e Agatocle. Note di storia e storiografia ellenistica Fra Timoleonte
e Agatocle. Note di storia e storiografia ellenistica Diodoro e l'altra Grecia.
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greca d'Occidente Timeo, Polibio e la storiografia greca d'Occidente Hetoimaridas:
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politica interna a Sparta in età classica Storiografia locale e storiografia
universale. Forme di acquisizione del sapere storico nella cultura antica (Atti
del Convegno, Bologna Storiografia
locale e storiografia universale. Forme di acquisizione del sapere storico
nella cultura antica (Atti del Convegno, Bologna ) Il volume raccoglie saggi di
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Sparta: un'istituzione? altre riflessioni per una storia dell'erotica greca
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dell'eroti... Nome compiuto: Riccardo Vattuone. Refs.: Luigi Speranza,
pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, “Grice e Vattuone,” The Swimming-Pool
Library, Villa Speranza, Liguria, Italia.
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