GRICE ITALO A-Z T TU
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Tuberone: la ragione
conversazionale degl’accademici a Roma – filosofia italiana – By Luigi Speranza,
pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Roma). Abstract. Keywords: Roma antica. Filosofo italiano.
Friend of CICERONE. Accademia. Enesidemo dedicates his discourses on Pirrone to
him. Nome compiuto: Lucio Elio
Tuberone. Keywords: Roma antica. Per H. P. Grice’s Play-Group, The
Swimming-Pool Library, Villa Speranza
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Tuberone: la ragione
conversazionale della repubblica romana e l’implicatura conversazionale della
storia romana— Roma -- filosofia italiana – By Luigi Speranza, pel Gruppo di
Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Roma). Abstract. Keywords. Roma antica. Filosofo
italiano. Nipote di Lucio Emilio Paolo, tribuno della plebe, si oppone a
SCIPIANO (vedi) Africano Minore e a Caio Tiberio GRACCO (vedi). Pretore. Poco
lodato come oratore, si distinse per la cultura giuridica. La semplicità
della sua vita e la rigidezza di suo carattere lo portano verso il ortico, la
cui dottrina applica nella condotta. Conosce Panezio di Rodi e ne segue
l'insegnamento. Da T. e da ECATONE gli futtono i scritti. La cosa è dubbia per
l'influenza di Posidonio su T. Figlio di Emilia, sorella di SCIPIONE Emiliano.
Rigido seguace dello stoico Panezio, studioso di diritto e di astronomia. Uomo
rigoroso e severo oppositore di GRACCO, è bocciato all'elezione per la pretura.
Console, CICERONE lo considera giurista di vaglia con una solida scientia
iuris. Tutta la sua famiglia del resto gode fama di grande dottrina giuridica.
Nome d'una famiglia romana, alla quale appartengono varî giuristi. Il primo è console,
e di lui CICERONE loda la dottrina giuridica. Lucio Elio T. fu legato di Q. CICERONE,
proconsole d'Asia. Più noto è il figlio di lui, Quinto Elio T., che col padre
prende parte alla guerra fra GIULIO CESARE (vedi) e POMPEO (vedi), parteggiando
per quest'ultimo, ma fu perdonato dopo Farsalo. Console, propone un
senatoconsulto sul matrimonio confarreato. A parte un'opera ad Oppium, di cui
si ignora l'argomento, scrive alcuni libri de officio iudicis, destinati come
guida del giudice privato del processo formulare. Le sue opinioni sono citate
più volte con grande rispetto dalla dottrina posteriore. Scrive anche
Historiae, in XIV libri. Keywords: Cicero, iuris, portico, scessi, studied
under Panezio. Nome compiuto: Quinto Elio Tuberone. Keywords: Roma antica. Per
H. P. Grice’s Play-Group, The Swimming-Pool Library, Villa Speranza.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!;
ossia, Grice e Tulelli: la ragione conversazionale e l’implicatura
conversazionale dell’equilibrio conversazionale: per una metafisica dell’etica –
la scuola di Zagarise -- filosofia calabrese -- filosofia italiana – By Luigi Speranza, pel
Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Zagarise). Abstract. Keywords: equilibrio. Filosofo
calabrese. Filosofo italiano. Zagarise, Catanzaro, Calabria. A lui sono ad oggi intitolate una via a Zagarise
e una a S.Elia, e una sala della biblioteca di Catanzaro. Targa commemorativa
in suo onore, inoltre, posto davanti alla casa comunale di Zagarise un busto
che lo raffigura, realizzato da Calveri. Zagarise, busto creato da Calveri,
installato davanti al comune di Zagarise. Figlio dal marchese Gaetano T., studia
presso il convento del ritiro dei filippini a Zagarise e poi frequenta a
Catanzaro il real liceo ginnasio e il corso presso il pontificio seminario teologico
regionale S. Pio X. Vive a Napoli dove compì studi filosofici e apre una scuola
dove insegna filosofia morale ed estetica. La richiesta di poter istituire una
scuola e inviata alle autorità competenti, le quali, prima di concedere le
relative autorizzazioni, chiesero al vescovo di Catanzaro dettagliate notizie
in merito alla condotta morale e politica del richiedente, la risposta inviata
loro fu. Elemento di condotta soda, casta e onesta. Tra gl’allievi della sua
scuola molti sono appartenenti a famiglie di alto rango sociale, e tra questi, è
possibile annoverare i figli del re Borbone che, in segno di stima, gli fanno
dono di un orologio da camera di manifattura francese opera dei fratelli Japis.
Molto amico di SETTEMBRINI (vedi), il quale lo cita nelle sue "Lezioni di
letteratura italiana", gli trasmitte l’amore per la filosofia e gl’ideali
patriottici.Allievo di PUOTI e di GALLUPPI del quale studia e diffunde la
filosofia, evidenziando il parallelismo con Kant, così come divulga quello di
altri filosofi, tra cui CAPASSO, ROSSI, e MASCI. Insegna filosofia a Napoli
dietro l’impulso di SANCTIS, iniziando un periodo di vero splendore per
l’ateneo napoletano. Cadde il regno delle due Sicilie e, favorevole alla
formazione di uno stato unitario, porta avanti una battaglia a livello morale e
giuridico per l’abolizione della pena di morte che fino ad allora era in vigore
in tutti gli stati d’Europa tranne il gran ducato di Toscana. La stessa a abolita
con l'adozione del codice penale del regno d'Italia -- il cosiddetto Codice
ZANARDELLI. La fine della dominazione dei Borboni è colta come un’occasione di
rinnovamento sociale e morale ed egli instilla nei suoi insegnamenti la
consapevolezza che il rinnovamento politico dove essere accompagnato a quello
morale, egli riscontra nella popolazione un’evidente scarsità intellettuale e
un sentimento religioso che si manifesta mediante pratiche di culto sempre più
lontane dall’essere ricche di valori spirituali e una società sempre più
formalista, cerca di contrastare questa tendenza in affinità a GIOBERTI.
E un patriota e un liberale. La sua attività di filosofo fa si che la sua
notorietà e la sua reputazione cresceno, e inoltre un oppositore degli
hegeliani napoletani, e a capo degl’oppositori degli Spaventiani (SPAVENTA –
vedi) e rappresentante del movimento filosofico del quale fanno parte GALLUPI,
COLECCHI, CUSANI, e GRAZIA. Sul suo valore si sono pronunciati, fra gl’altri,
anche CROCE e RUSSO. Socio ordinario dell’accademia di scienze morali e politiche
di Napoli a l’accademia reale pontaniana. In relazione all'accademia di scienze
morali e politiche di Napoli, T. e PESSINA, in qualità di soci dell'accademia,
di collocare nell'atrio dell'Università degli Studi di Napoli un busto in marmo
raffigurante GALLUPPI, realizzato da Calì è inaugurato con una cerimonia a cui
prendeno parte il rettore Imbriani, dei rappresentanti e diversi studenti.
Della stessa accademia oltre ad esserne socio ne è anche tesoriere come si
evince dalla Gazzetta ufficiale del regno d'Italia n cui è contenuta la ri-elezione
alla suddetta carica (omissis) S.M., sulla proposta del ministro della pubblica
istruzione, ha, con RR. decreti fatte le nomine e disposizioni seguenti:
(omissis) T. Paolo Emilio, socio della società reale di Napoli, approvata
la sua ri-elezione a tesoriere dell'accademia di scienze morali e politiche
della predetta Società; (omissis), socio corrispondente dell’accademia cosentina
accademia di scienze, lettere e belle arti degli zelanti e dei dafnici. Vive a
Napoli. Nelle sue ultime volontà traspare chiaramente un radicato e forte
legame con la sua terra di origine, infatti i primi due punti del suo
testamento furono: volendo lasciare una prima testimonianza di affetto a Catanzaro,
col fine di promuovere e favorire nel mio nativo comune di Zagarise
l’educazione morale e l’istruzione letteraria e scientifica. Dispone inoltre
che è destinata una somma in dote ad una ragazza indigente di Zagarise e che il
resto del patrimonio del filosofo è suddiviso tra i suoi parenti. Il
documento, disponibile presso l’archivio notarile di Napoli, e depositato nel
capoluogo campano presso lo studio del notaio Mazzitelli sito in via S.
Giovanni numero 19. Dondazione di libri alla città di Catanzaro al fine di
fondare una biblioteca pubblica T. volle donare a Catanzaro alcuni libri
affinché potessero rappresentare una base di partenza per la costituzione di
una biblioteca auspicando che il suo gesto potesse rappresentare un’esortazione
a contribuire al suo ampliamento, una volta istituita, da parte di altr’uomini
generosi e amanti della filosofia. Catanzaro accetta il legato che, in caso
contrario, si sarebbe dovuto destinare ad ampliare il patrimonio della
biblioteca del real liceo di Catanzaro o ad un erede del de cuius nel caso in
cui il anche direttivo del liceo non avesse accettato la donazione. I libri
furono trasferiti da Napoli a Catanzaro a spese del comune, così come indicato
nelle ultime volontà del filosofo, e venne istituita la biblioteca comunale che
venne denominata Biblioteca Municipale di Catanzaro "Onestà e
lavoro", ma che oggi è conosciuta come Biblioteca comunale F. De
Nobili. Volendo lasciare una prima testimonianza di affetto a Catanzaro
ove ebbi i primi semi del mio sapere e le prime aspirazioni alla libertà della patria
italiana, lego al comune i miei pochi libri col fine espresso ed incondizionato
di formare il primo fondo ad una biblioteca pubblica da fondarsi in loco adatto
a vantaggio dei studiosi e dei cultori della filosfia. Istituzione di una
rendita per far studiare un uomo meritevole del comune di Zagarise Per quanto
concerne il comune natio, nell’intenzione di promuovere l’educazione morale,
l’istruzione filosofica nello stesso, istituì una rendita annuale, denominata
Monte o Istituto T. per far si che dei filosofi meritevoli del suddetto comune
potessero studiare. A perenne ricordo di ciò egli dispose nelle sue ultime
volontà che è realizzata una breve iscrizione su una lastra di marmo e che la
stessa fosse posta in un luogo pubblico del comune di Zagarise. Col fine
di promuovere e favorire nel mio nativo comune di Zagarise l'educazione morale
e l'istruzione letteraria e scientifica e così sospingere quei miei
concittadini sulla via della civiltà, istituisco un Monte o Istituto per
l'educazione ed istruzione dei studiosi di detto Comune da elevarsi dal real governo
in ente morale e giuridico con la dotazione di annue lire duemila di rendita al
5 per cento iscritto al gran libro dei regno d'Italia. All'uopo destino due
certificati di rendita a me intestati dell'annua rendita di L. millesettecento
con la data di Firenze e l'altro dell'annua rendita di L. trecento della stessa
data. Sì fatta annua rendita è unicamente ed esclusivamente impiegata per
l'educazione e istruzione nella filosofia di un filosofo fatto volta per volta
per modo che si dirà qui appresso nato a Zagarise da genitori ivi domiciliati
almeno da dieci anni compiti, dell'età non minore di anni sette, che sa almeno
leggere e scrivere e mostri in generale attitudine e buona disposizione agli
studi filosofici. Saggi: “I principi sostanziali ed informatori della scienza” (Napoli,
Regia Università); “Dei sistemi morali e della loro possibile riduzione” (Napoli,
Regia Università); “La moralità della scienza e della vita” (Napoli, Regia
Università); “Elogio di V. Buonsanto” (Napoli, Fibreno); “Filadelfos di G. Gemelli:
Accademia di scienze morali e politiche” (Napoli, Regia Università); “L’infallibilità
della ragione umana considerata nella triplice sfera della scienza, politica, e
della religione” (Napoli, Regia Università); “La morale indipendente” (Napoli,
Regia Università); “L’educazione popolare in Italia” (Napoli, Vaglio); La filosofia
morale (Napoli, Regia Università); “Metafisica dell’estetica” (Napoli, Regia
Università); “Una formula metafisica” (Napoli,
Regia Università); “GALLUPPI” (Napoli,
Regia Università); “Papasso e Rossi” (Napoli, Cutaneo); “Libero Stato” (Napoli,
Regia Università); “Estetica” (Napoli, Vaglio); “Capasso” (Napoli, Tramater); “La
rosa di Gerico” (Napoli, Poligama); “Metafisica dell'etica” (Napoli, Regia
Università); “Dei sistemi filosofici”; “L’equilibriio”; “La pena di morte” (Napoli,
Regia Università); “Baldacchini” (Regia Università, Napoli”, Elogio di Cilento.
Sulla Bella di Camarda, poema di Cappelli (Napoli); “Armonia della libertà
politica e della scienza morale”; “ Preso da immenso desiderio e ardente”; “Padre,
partisti, forse desolato”; “Aspirazione a Dio”. Il pensiero morale di T., C. Nardi.
Società Napoletana di Storia Patria, Lettere a Milli, F. Adamoli. Collana "Fondo
Milli" il Poeta.Via a Zagarise Via a
Catanzaro. La famiglia dona a Zagarise un'opera raffigurante il filosofo. Discorso
di Imbriani all'inaugurazione del busto di Galluppi posto nell'Accademia di
Scienze Morali e Politiche di Napoli
Gazzetta Ufficiale del Regno d'Italia, Zagarise e dintorni, Faragò. Lira italiana. SCHEMA UNA METAFISICA
DELL’ETICA PAOLO EMILIO TULELLI PROF. DI FILOSOFIA MORALE NELLA UNIVERSITÀ E
SOCIO ORDINARIO dell’acc. di scienze morali e politiche di napoli EC. NAPOLI
STAMPERIA DELLA R. UNIVERSITÀ 1872 Digitized by Google Estratto dal Voi. IX
degli Atti dcirAccadcmìa di Scienze Morali e Politiche. Digitized by Googl
A1.I.A SANTA MEMORIA DEI SUOI GENITORI GAETANO ED ANNA DE’ GALLELLI QUESTO
SCHEMA DI ETICA I CUI PRIMI SEMI DA ESSI FIN DALLA FANCIULLEZZA PIÙ CON
L’ESEMPIO CHE CON LA PAROLA GLI VENNERO INSINUATI NELL’ANIMO IN SEGNO DI
RIVERENTE AFFETTO L’AUTORE DEDICA E CONSACRA Digitized by Google Digitized by
Coogle INDICE INTRODUZIONE pag. 1 Parte prima — Teorica della personalità o del
soggetto morate » 13 II. —Sfera della vita sensitiva » 18 III. —Sfera della
vita psichica o dello spirito . ... » 21 IV. —Sfera della vita etica o dello
.spirito pratico . . » 28_ V. —Della responsabilità e della potestA del diritto
o . del dovere, attribuiti della pcr.sonalità umana. . » 38 VI. — Polla
so.stanzialiti'i dello spirito . » 43 VII. — Dell' iniiaseimenln e doli*
immnrtaliti'i dello spi - rito » 45 Vili.— Ctisologia E.scatologia.c Teleologia
dello spirito » 50 Digilized by Google Digitized by Google INTRODUZIONE 1 .
Clii si fa a discorrere, insegnare o scrivere di Etica pura nel suo stretto
significato di scienza dell’onesto e del retto, ai giorni che corrono si è
certo di andare incontro a non essere ascoltato nò letto, ovvero ad es- ser
tenuto per uomo ingenuo ed ipermistico. Non si ò ascoltato o letto, pcrchò la
morale da molti è creduta cosa ovvia e di senso comune, e per apprendersi
essere più che sufficiente la parola della balia o del Curato ; conciossiacchò
per costoro la morale non sia una scienza, che abbia aitameli te ardui e
riposti i suoi prin- cipi, richiedenti una sottile e diuturna speculazione. Non
si è letto nè ascoltato da parecchi altri, che nega- no alla morale uno
obbietto suo proprio e specifico, e quindi le negano l’essere di scienza a sè,
confonden- dola al postutto con le altre scienze sociali, pognamo per esempio,
l’Economia, il Diritto e la Politica, le quali intendono alle necessità ed alle
comuni utilità della umana vita. Per costoro la morale consiste solo nella
prudenza, ossia nel calcolo ragionato delle proprie uti- lità e nello accorto
uso de’ mezzi conducenti più sicu- ramente alla satisfazione de’propri
interessi e fini loro I Digitized by Google -- 2 - particolari. Sicché si ha
per uomo semplice ed inge- nuo, o\^ero per visionario o mistico, chi per
avventu- ra nella morale riconosca la legge assoluta del dovere ed un principio
superiore alle necessità fisiche della natura ed alla libera volontà umana, e
vi si proponga un fine che oltrepassa i fini particolari e personali di
ciascuno, un fine universale e necessario e comune, a cui debbono convergere
tutti gli esseri morali del mondo. Le quali fiilse opinioni hanno screditato
l’in- segnamento dell’ Etica e lo studio serio della .scienza morale nell’animo
de’ giovani, e quel ch’è peggio, an- che neH’animo di parecchi di coloro, che
presiedono agli ordinamenti della pubblica istruzione. Tutte queste difficoltà
noi vediamo e riconosciamo; ma non per questo siamo rimo.ssi dal proposito di
se- guire fidentemente la nostra via, persuasi della conve- nienza, anzi del
dovere, nostro di dichiarare e propu- gnare quella dottrina, che da noi si
tiene nella scienza che professiamo. La quale ora intendiamo esporre pei- sommi
capi c ne’suoi sostanziali principi, rimettendo ad altro più ampio lavoro, se
ci sarà dato di compirlo, di svolgerne il ricco e quasi infinito contenuto. Con
ciò crediamo di confutare indirettamente e le vane opinioni e i pregiudizi
correnti intorno alla Filosofia Morale, e mostrare nello -stesso tempo in modo
diretto qual sia la natura e Tobbietto proprio e specifico di essa, donde a lei
derivi quella dignità altissima e quella sovrana eccellenza ed importanza, che
le si appartiene ta nto nel giro della speculazione nella scuola, quanto nel
giro dell’azione nella vita. Digilized by Google — 3 — II. Tutto quello che può
sapersi dall’uomo, anzi la so- stanza di ogni sapere, si può ridurre a queste
semplici domande: come ci sono io(iuì nel mondo? dondee per- chè io ci venni ?
dove debbo andai-e io e che cosa dovrò fare per raggiungere quello che è il mio
supremo fine? L’uomo che pensa e non solamente vegeta e sente, si propone di
necessità siffatte quistioni ed è sospinto in- vincibilmente dalla sua natura a
risolverle non solo in visti! del suo interesse, ma eziandio secondo l’esigenze
della ragione e della verità, e quindi conformarvi la sua azione e l’abito
della vita. Da questa necessità della natura umana di ricercare la soluzione di
questi eterni problemi, che Taffaticano perennemente, nasce 10 sparito
fdosoflco creatore della fllosofla, la quale per ciò risponde al più alto
bisogno dello spirito umano, 11 bisogno cioè di sapere le ragioni prime ed
ultime dell’esser suo e dell’universo. La filosofia adunque è riposta in questo
alto .sapere, in questa alta scienza delle ragioni prime ed ultime dell’es.sere
e di tutti gli esseri; ragioni prime ed ultime, che spiegano non solo la natura
e l’essenza, ma ancora il principio e la ca- gione, onde muovono, e lo scopo e
il fino ultimo, ove gli esseri tutti dovranno posarle. Essenza e natura del-
l’uomo, essenza e natura del mondo, principio e causa, scopo e fine del mondo e
dell’uomo, sono problemi cosi connessi e legati fra loro, che l’uno non può risol-
versi senza dell’altro, e tutti insieme l■az.ionalmente ed Digitized by Google
— l — armonicamente risoluti costitui.scono riinità superiore del sapere
filosofico, costituiscono la Filosofia. Ma non ostante l’unità superiore della
Filosofìa ri- spondente aH’unità dello universo reale, essa però senza
scindersi e menomarsi di dignità e d’importan- za, si distingue in sfere varie
e diverse, a misura che direttamente e più di propo.sito si occupa di questo o
di quello altro problema, di questo o di iiuell’ altro es- sere, quantunque
questo problema o questo essere si collegbi e faccia parte armonica dell’unità
della scien- za filosofica, 0 dell’unità dell’universo reale. Donde derivano le
accettate distinzioni della filosofia in Logica e xMetafisica, od in filosofia
delia Natura e dello Spirito, e quel che a noi occorre di notare segna-
tamente, in filosofia speculativa ed in filosofia Morale od Etica. Ma queste
divisioni della filosofia in sfere diverse o parti distinte non significano,
che queste parti o ([ue- ste sfere siano fra loro indipendenti e costituiscano
scienze affatto differenti ed aliene; ma invece denotano le varie membra
deirorgiinismo complesso ed unico della filosofia, le quali membra non
avrebbero forma e vita propria, se non venissero sostenute e vivificate dallo
spirito animatore del tutto. L’ tifica o la morale quindi ò filo.sofia bella e
buona, ma non comprende tutta la filosofia; vale a dire, che la morale non
imprende a trattare come a suo proprio argomento tutto il contenuto della filosofia,
masi bene uiia parte di (piesto contenuto ; non assume a risolvere tutti i
problemi della scienza, ma (pielli che costitui- Digitized by Coogte scono per
così dire la sua sfera propria e speciale, la- sciando alle altre parti della
filosofia di risolvere, quei problemi, che formano l’obbietto proprio di
ciascuna parte di essa. Ma la morale occupandosi a risolvere i* problemi
ch’entrano nella propria sua sfera, non deve nè può farlo in contradizione
dello spirito generale che informa fintiero sistema della scienza, nè in
contradi- zione del principio fondamentale di essa, dal quale tutte le veritA
in essa scienza contenute hanno ad es- sere logicamente derivate. Onde segue,
che la filosofia morale fa parte integrante della filosofia speculativa, e quale
è la natura e l’indole di questa, tale sarà la na- tura e la indole di quella.
Così, pognamo ad esempio, la concezione materialistica dell’ universo non può
of- ferire che una teorica etica materialista e sensuale ; ed una concezione
spiritualista del mondo ci darà una teoria morale di simile qualità e natura.
La qual cosa prova a nìaraviglia come la scienza etica e morale non sia cosa di
senso comune, ma che i suoi principi siano alti e riposti, quanto alti e
riposti sono i principi della filosofia, della quale la morale è parte
integrante, anzi n’è la parte, per così dire, finale ed il coronamento. E ciò
sarà reso manifesto fino all’evidenza da quel che dovremo dire intorno all’
abbietto proprio e specifico dell’Etica, del quale, senza distrarci in altre preliminari
considerazioni, intendiamo occuparci primamente. Digitized by Google III. •
L’Etica o la Filosofia morale propriamente detta, se è una parte principale
della Tdosofìa, deve avere in suo patrimonio una parte principale del contenuto
com- plessivo della filosofìa medesima; o in altri termini, de’problemi
massimi, di cui la filosofia in generale si occupa, l’Etica deve assumerne uno
per sò come a suo obbietto proprio e su di esso rivolgere tntfi^ le sue in-
vestigazioni. Ora si domanda, qual san\ mai questo problema speciale, che
l’Etica prescoglie a peculiare obbietto dc’suoi studi, a materia propria delle
sue ra- zionali disquisizioni? A questa dimanda, che a prima vista sembra
semplice e piana, non ò cosa facile ri- spondere, e rispondere in modo da
satisfare a tutti che s’interessano degli studi morali. E questuò dimostrato
dalla varieth discorde de’sistomi morali, e dal concetto assai vario e
ripugnante, che dell’ A'f/m.s si hanno for- mato le molteplici scuole de’morali
filosofi antichi e moderni. Noi per ora non teniamo conto delle teoriche etiche
di questa o quella scuola, di questo o quel filo- sofo morale; invece diremo
quel che a noi sembra il vero sopra un argomento, dalla cui determinazione
precisae chiara dipendono le sorti della inorai filosofia. Ebbene, per noi la
Filosofia morale ò la scienza della moralità ; l’Etica ò la scienza dell'
Ethos, e se ci sarà permesso d’usare questo vocabolo, è la scienza del-
l'eticità. Ma con questo è tutto detto e detto nulla. È tutto detto, perchè nella
idea di moralitii è compreso Digitized by Google — / tutto il mondo morale,
tanto il mondo morale intelli- gibile della scienza, quanto il mondo morale
concreto e della vita. Ed è nulla detto; perchè l’idea della mo- ralità è così
astratta ed indeterminata, che se com- prende in sò tutto il mondo morale, lo
comprende perù in germe e quasi in potenza; per guisa che richiede molta forza
d’ingegno a scoi'gervi inchiusa, e quindi dialetticamente svolgerne e spiegarne
con chiarezza ed ordine rinfìnita ricchezza del suo contenuto. L’idea di
moralità è idea di relazione, che involge in -sè e contiene necessariamente ed
essenzialmente due termini, e contenendoli In sè, l’informa di sè stessa e di
sè li colora e li qualifica, ciò è dire che li rende mora- li. Questi due
elementi o termini involti nel concetto della moralità, e senza dei quali la
moralità sarebbe inconcepibile, sono appunto il soggetto morale e il mo- rale
obbietto. Sicché la filosofia morale è la scienza del soggetto e dell’ obbietto
morale e della loro rela- zione. Ma questo esige un’ampia spiegazione. La
dualità delle nozioni del soggetto e dell’ obbietto è la condizione necessaria
sì del conoscere, che del- . l’operare; queste due nozioni essendo per così
direi due poli, intorno a’quali si aggirano le sfere della scien- za e della
azione. Nella sfeia del sapere non vi ha scienza possibile .senza il soggetto
che conosce e senza l’obbietto conoscibile ; e nella sfera dell’azione non vi
ha opera senza il soggetto operante e senza l’oggetto dell’operare. li come la
filosofia speculativa consiste nella scienza del soggetto e dello obbietto
della cono- scenza e della loro relazione; cosi la filosofia morale Digilized
by Google — 8 — consiste nella scienza del soggetto e dell’obbietto del-
l’azione morale e della loro relazione. Convengono in- sieme la filosofia
speculativa e la morale nell’avere per soggetto lo stesso spirito umano nella
pienezza della sua vita e della sua attività; ma variano in quanto la
primaloconsideraprincipalmen te come soggetto cono- scente e conoscibile e
sempre in ordine al semplice sa- pere; 0 la seconda lo considera segnatamente
come soggetto operante e sempre in ordine all’operazione. E convengono
egualmente rispetto al secondo termine eh’ è l’obbietto, il quale non può
essere altro, che un ente sia reale, sia possibile; ma variano in quanto la
speculativa lo ricerca come vero, cioè a dire come ob- bietto del conoscere, e
la morale lo ricerca come be- ne, cioè a dii-e come obbietto dell’operare e del
volere. La filosofia speculativa e la filosofia morale seguono amendue un
istesso processo ; partono cioè dalla con- siderazione del fenomeno, che. per
l’una è la cono- scenza come pura conoscenza, e per l’altra è l’azione come
pura azione. E movendo la filosofia speculativa dal fenomeno della conoscenza,
dalle forme di questa e dalle sue leggi e da’suoi elementi e da suoi nessi col
soggetto e coll’obbietto, che in sè necessariamente in- chiude, sì solleva alla
teorica della essenza e natura tiuito della conoscenza stessa, (luanto de’ termini
in essa contenuti, e tenta co.sì di risolvere il problema spe- culativo
dell’universo. Egualmente la filosofia morale partendo dal fenomeno immediato
dell’umana azione e dalle forme e dagli elementi di questa c da’ nessi ne-
cessari, ch'essa ha col soggetto e coll’ obbietto morale, Digitized by Googlc —
0 — s’innalza alla teorica dell’essenza c natura dell’azione morale e della
moralità tanto del soggetto quanto del morale obbietto, e tenta cosi di
risolvere il problema morale del mondo. Tutto il problema morale adunque, e
quindi tutta la scienza etica è rinchiusa entro alla nozione della mo- ralità,
ma in germe e per cosi dire potenzialmente, sic- ché da essa idea
dialetticamente è da derivarne tutta la etica filosofia. E come nella nozione
della moralità sono inclusi essenzialmente i due termini del soggetto e
dell’obbietto morale; cosi il problema unico e com- ^plessivo della scienza
morale si scinde naturalmente in due problemi, che integralmente ed.
armonicamente posti e risoluti, presentano Torganismo interodell’etica
filosofia. E questi due problemi ne’quali si scinde l’uni- co e generale
problema della morale, eh’ è quello della moralità in genere, sono il problema
della moralità subbiettiva, ed il problema della moralità obbiettiva, i quali'due
problemi sono i cardini, su cui si aggira tutta la metafisica della morale.
Dalle quali considerazioni deriva la naturai divisio- ne dell’Etica in due
parti essenziali, che volendo indi- care co’ vocaboli usati nelle scuole, si
chiamerebbe l’una morale subbiettiva, e morule obbiettiva l’altra; o come altri
usa, morale antropologica e morale ontolo- gica. La prima imprende a svolgere
la natura del sog- getto morale in generale e gli attributi essenziali ri-
chiesti, perchè un soggetto possa dirsi rivestito del ca- rattere e della forma
della moralità. E questo soggetto morale astratto si ricerca, se realmente si
concreti e si Digitized by Google — 10 — avveri neH’uoino; onde questa parte
deH’Etica si pro- fonda nello studio accurato della natura umana, rile- vata
dalle manifestazioni o da’fenomeni della sua vita una e complessa insieme, e
contradistinta da ogni al- tra natura creata da’ caratteri della ragione e
della li- bertà, che in essa risplendono e ne formano un essere ed un soggetto
personale e risponsabile de’ suoi atti e de’ suoi destini. La seconda parte,
ch’ò la morale ontologica ed ob- biettiva, si propone la ricei-ca dell’obbietto
morale, os- sia di ciò che il soggetto morale e personale, l’uomo, ò obbligato
di fare o di non fare per raggiungere il suo^ fine, ch’ò pure uno de’fini
concorrenti al fine universale del mondo. Egli ò chiaro, che la morale
obbiettiva si travaglia sopra la nozione del bene, eh’ è Tobbietto fi- nale
deH’attivitàdi ogni essere, e. segnatamente dell’at- tività razionale e libera
degli enti personali. Questa parte della Etica si profonda ne’ più alti recessi
della metafisica, come quella che dovrà determinare la so- vrana nozione del
bene e mostrarne l’essenza, le forme e i diversi suoi momenti e le sue
specificazioni. E ciò non solo in generale e in astratto, ma eziandio nella
concretezza e nella realità degli esseri, non escluso l’Essere assoluto, nel
quale la idea del bene ritrova la sua concretezza e realità infinita. E nella
idea del bene consiste appunto l’obbicttivo di ogni attività umana; la quale,
apprendendo il bene come termine finale della sua azione, sente e intende il
dovere di accettarne l’i- dea come norma e legge della sua libertà e come
.scopo, il quale raggiunto, formeràda ultimo lasuabeatitudine. Digilized by
Google 11 — Doiìfie possian)o conchiudoro, che tutta la filosofìa morale si
contiene, almeno nella sua parte metafisica e sostanziale, nella teorica della
personalità, che ab- braccia il problema subbiettivo, e nella teorica del bene
che abbraccia il problema obbiettivo, che sono i due termini inchiusi nel
concetto della moralità, argomen- to unico ed universale della scienza
deir£'t/io.s. Noi esponendo in questo scritto brevemente e per sommi capi la
teorica della personalità umana e la teorica del bene, ci sarà dato di offerire
a’nostri lettori quasi uno specimen della scienza Etica, quale noi la
concepiamo. Digitized by Google Digitized by Google PARTE PRIMA TEORICA DELLA
PERSONALITÀ o DEL SOGGETTO MORALE 1 . In sul confine de’ due mondi, il mondo
della natura e il mondo dello spirito, sintesi arcana deH’uno e del- l’altro,
siede ruomo; il quale, come l’enigma fatale di Edipo, o come la misteriosa
Sfinge in sul limitare del Tempio Egizio, richiede dalla scienza essere
spiegato e risoluto. Nò il conoscere l’uomo davvero, cioè; razio- nalmente e
scientificamente, è cosa facile ed ovvia, come potrebbe sembrare a prima vista.
Percliò non senza ragione si è detto essere Tuomo il piccolo mondo
(oiicrocosmo), nel quale il gran mondo (piasi tutto si contrae e vi si specchia
per intiero, .se non si vuol dire che, se non in quanto all’essere, certo in
quanto al co- noscere, sia di lui fattura e produzione. E il conoscere l’uomo
non solo importa il sapere del suo fisico orga- nismo, obbietto proprio delle
scienze naturali; ma co- noscerne la parte morale, la mente e la libertà; l’una
inchiudente le idee e le ragioni di tutte le cose; e l’una e l’altra producenti
la scienza e l’arle, prese nella loi’O Digitized by Google — li — più ampia
significazione; e per dirlo in una sola pa- rola, producenti la storia, ovvero
il mondo civile delle nazioni. Lo che vuol dire, che bassi a studiar 1’ uomo
non solo in sù e nella sua coscienza individuale, ma nelle sue opere e ne’ suoi
prodotti, quali sono le arti e le scienze, la religione, la filosofia, il
costume, la po- litica, la legislazione, l’economia, la letteratura e cosi via
dicendo; nelle quali sue opere si specchia tutta la potenza della ragione e
della libertà umana. E tutto questo a conoscer l’uomo non basta, perchè non s’ha
a sapere soltanto quel che l’uomo è stato e quel che ora egli è al presente per
il solo studio de’fatti ed em- piricamente; ma si dee eziandio conoscerlo nella
sua idea, vale a dire, conoscerlo non solo quale e come egli è, ma come egli
dece essere; la qual cosa vuol dire, che ad aver la conoscenza vera e
scientifica deH’uomo, bisogna investigarlo nella sua essenza, nella sua ori-
gine e nel suo fine e nella legge superiore, che dee go- vernare lo sviluppo
compiuto della sua vita. Questa conoscenza della natura umana, che se non tutte
certo costituisce una gran parte delle ricerche speculative della fllo.sofia, è
presupposta necessaria- menhi dalla scienza morale, se non vuol dirsi che ella
sia obbictto speciale e diretto di essa. lu fatti'sarebbe assurda ed
irrazionale l’etica scienza, se intendendo, come è suo ufficio, a dettar la
legge alla libertà uma- na, ignorasse la natura e l’essenza del subbietto suo
ed il fine morale della sua esistenza. Laonde a ragione Socrate, ristoratore,
se non fondatore della morale fra i Greci, ricliiamò la speculazione
de’filosofi allo studio Digilized by Coogl — 15 — . dell’uomo e poso a
principio della sapienza la cono- scenza di noi stessi. Cerchiamoadunquedi
conoscere l’uomo, questo sog- getto universale della scienza e questo soggetto
spe- ciale della Etica, la quale prima di tutto deve indagare e saper trovare
nel suo subbietto ciò che lo rende e lo determina propi-iamente ed
esclusivamente essei e o soggetto morale, non ostante la ricchezza del suo na-
ta lale contenuto. Già accennammo di sopra esser l’uomo la sintesi armonica
della natura e dello spirito, donde deriva che in lui è moltiplice e complessa
la vita. Nella sfera della semplice natura noi troviamo la pura vita vege-
tativa nella pianta, e la pura vita sensitiva neH’anima- le,;ma neH’iiomo,
oltre alle due precedenti forme di vita, che potremo chiamare vita naturale, si
ha la vita psi- chica e del pensiero, la quale ò tutta propria e speci- fica
dello spirito di lui e che non s’ha a confondere affatto con le forme anzi
dette della vita naturale. Nò queste tre forme di vita costituiscono tre vite
diverse e separate, ma una e sola vita complessa e piena, la vita deH’uoino
(.l«t;à/’o/)o.s-), sintesi armonica della natuia e dello spirito. Nè queste tre
forme della vita umana presuppongono tre diversi o distinti soggetti nell’uo-
mo; ma in fondo a questa triplice forma della sua vita stà l’unità del soggetto
umano, fa monade sostanziale, la cis vicida dell’ anima umana, che si svolge e
si al- tera e si trasforma ed irraggia quelle tre guise di vita, nelle quali si
assomma e si compie la vita una e com- plessa dell’ Digitized by Google — 16 —
La vita una c complessa dell’uomo adunque si ma- nifesta ne’ suoi fenomeni
varii e moltiplici, i quali per- ciò sono i dati immediati, da cui fa mestieri
partire nella indagine scientifica della natura umana. K questi fenomeni sono
di tre ordini, rispondenti alle tre sfere anzi dette della vita umana, a
ciascuna delle quali è centro dinamico una virtù specifica dcH’anima, che vi si
spiega e vi si manifesti, secondo i gradi e i momenti del suo sviluppo
i)rogressivo. Del primo ordine sono i fenomeni della vita vegetativa, di cui è
centro dina- mico e fattivo la piu plastico ed organatrico del corpo, forza che
assembra, assimila e compenetra i vari ele- menti fisici e compone il
meraviglioso organismo, e le cui funzioni chimico-fisiologiche servono all’
alimen- tazione ed allo sviluppo normale di esso. De’fenomeni della vita
sensitiva, od animale, la quale presuppone la vita organica vegetativa e vi si
erge sopra e la do- mina, è centro dinamico e fattivo la virtù sensitiva, il
senso; pel quale il principio animante e senziente ri- duce nell’unità del
sentimento suo fondamentale tutto l’organismo vivente e lo penetra e lo pervade
e l’agita e lo muove e ne percepisce le mutazioni e le affezioni, e per esso
comunica passivamente e attivamente in- sieme col mondo esteriore, che da ogni
lato lo circonda e lo preme. Ma dopo jl doppio ordino de’fenomeni ac- cennati e
sopra di e.ssi, sorgono i fenomeni della vita psichica, de’quali ò centro
dinamico e fattivo lo stesso principio animante e senziente, ma svolto ed
elevato alla potenza dello spirito, le cui funzioni distintive e proprie sono
il pensiero e la libertà. Digitized by Google — 17 — Uno stesso principio
sostanziale adunque, una stes- sa monade, sostanza e forza insieme, si pone
prima- mente nell’uomo come principio della vita organico- vegetativa, per cui
rumano organismo si svolge e si compie. Si pone secondamente come principio
della vita animale c sensitiva , come principio animante (anima), la cui vita
tutta si rficchiude c si compie nel senso. E da ultimo la stessa monade
sostanziale e at- tiva si pone e si esplica come principio della vita psi-
chica, si pone come spirito, la cui vita si esplica e si assomma nel pensiero.
Perciocché il pensiero, preso in tutta la sua generalità, in tutte le sue forme
e nel suo totale contenuto, costituisce appunto la vita supe- riore dello
spirito. Sicché uno stesso principio sostan- ziale ed attivo, uno stesso e
identico soggetto ò il cen- tro unico, onde partono i raggi proiettori delle
tre sfere, in cui si dirompe la vita complessa dell’uomo; sfere fra loro
concentriche e l’una subordinata all’altra, e tutto armonizzate ed unificate
nell’unità superiore del sog- getto, che le domina e governa. A conseguire
quindi la cognizione scientifica della natura umana, eh’ è tinta parte del
problema della moralità, fa mestieri considerare ciascuna di queste tre forme
dell’umana vita, scorgervi dentro quel che vi si contiene, le relazioni che
hanno fra loro, la forza viva che ne genera i fenomeni rispettivi, i termini di
rapporto cui si riferiscono, le leggi alle quali sono sot- tomesse e le ragioni
del loro essere e del loro operare. E questo studio non ò di sola e mera
speculazione, ma serve direttamente allo scopo della scienza etica, che 3
Digilized by Google — 18 — è quello di determinare in quale sfera della vita
umana hanno a rinvenirsi gli elementi fattori della moralità. Poniamoci adunque
a questo studio che noi, come al nostro solito, faremo rapidamente e per sommi
capi. 11 . Sfera della vita sensitiva. E noi sorvoleremo a’ fenomeni deliavita
vegetativa deH’uomo, argomento alquanto discosto dall’ esigenze dirette della
scienza moi-ale e pur .mppo alieno dalla nostra competenza, tanto più che a noi
basterà sa- perne quanto òdi ragion comune agli uomini colti, nello intento di
applicarvi sopra le regole morali mo- deratrici c provveditrici delle esigenze
e de’ bisogni della vita vegetativa dell’ umano organismo. Faccia- moci dunque
a considerare la sfera della vita sensi- tiva ed animale deH’uomo, la quale,
come si accennò di sopra, si chiude e si compie nel senso ed in e.s.so tutta si
specchia e manifesta. A ben conoscere la vita puramente sensitiva, biso- gnerebbe
coglierla nel puro e schietto animale e non nell’uomo, nel quale i fenomeni
sensitivi non vanno quasi mai scompagnati da quelli, che son pertinenti alla
vita superiore dello spirito. A ben distinguere adunque ciò che spetta al senso
animale da ciò che vi si unisce e non gli appartiene, fa mestieri di una
sottile analisi e d’una più che ordinaria astrazione. L’anima, come principio
animante, è tutto senso, Digitized by Google — 19 — ma senso sostanziale e
immediato. Sente sò, ma non divisamente dall’organismo corporeo, che informa e
vivifica, nò da esso si distingue; sente i corpi esteriori neH’impressione
immediata o mediata che ne riceve; li sente cioò nella sua sensazione, che al
tempo stesso è percezione o rappresentazione delle parvenze o fe- nomenalità
materiali, ed è affezione piacevole o dolo- rosa delle proprie modalità. Ma
sentendo non sa di sè, nè delle cose sentite; sente ma non intende e non co-
nosce; ò senso e non intelletto; è sensazione, ma non è idea. Onde ignora sò
stessa e muto è per lei lo spet- tacolo del mondo. Ma il senso non è sola
percezione, sensazione o im- maginazione sensata; esso ò pure attività
operativa, ma incosciente e quindi fatale e cieca; è istinto. L’ i- stintoè
forza che non si possiede, perchè non si cono- sce, nò si muove se non è mosso,
e quel che lo muove o l’eccita non è una idea, ma una sensazione; onde perchè
non si connsct; nè si possiede, e perchè sente e non conosce l’ol; ictto cui
tende, l’istinto è una for- za cieca e non cosciente, è una attività fatale e
non li- bera. Sicché il soggetto puramente sensitivo, l’ ani- male schietto, è
un essere gittate nel mondo in balla non di sò stesso ma di altrui. E di poco
esso si solle- va di sopra agli altri esseri naturali e solo se ne di- stingue
pel senso della vita, che al postutto si risolve per esso nel senso del bisogno
e del dolore fisico, uni- * . ca impellente legge della sua istintiva attività
opera- trice. Se l’anima umana si rimanesse chiusa e ristrotUi in Digitized by
Google - 20 - questa sola sfera della vita sensitiva; se non fosse al- tro che
senso, immaginazione e istinto, ella sarebbe eternamente implicata nel mondo
della natura, vi- vrebbe solamente la vita pura animale, vita di senso,
d’impressioni e d’istinto, inconscia di sè e di tutto e sottomessa alla sola
legge del dolore, fatalità della schietta natura animale. Considerino questo
que’ filo- sofi , che fanno dell’anima umana un puro senso, e vedano quale
sarebbe la conseguenza morale della loro teoria! Perocché, anche quando
riconoscessero in essa una virtù intellettiva e fattiva, ma che non avesse
altro contenuto se non quello del senso; (percezione di fenomeni sensibili e
passione d’impressioni pia- cevoli o dolorose ed attività istintiva incoscia e
fata- le); questo teorico sensismo menerebbe seco inevi- tabilmente il
sennaalismo, il quale è il sistema mora- le, che ha per principio subbiettivo
il senso e l’istinto, per termine obbiettivo la corporea voluttà e per unica
legge la necessità della natura. Cavita animale e sensitiva adunque si chiude
nella parvenza delle cose sensibili e materiali, nelle .sole fi- siche e
corporali passioni, negl’ istinti e negli appetiti puramente organici ed
animali. Non v’ha per essa luce d’idea; e l’ò chiuso affatto il cielo delle
cose eterne e divine, la verità la bontà la bellezza, la virtù l’onestà, il
dovere il diritto. È sottoposta alla legge della sola necessità fisica; non
vive con sò e per sè, nò da sò si determina all’azione, ignorando sò stessa ed
il fine della propria esistenza. 11 soggetto schiettamente sen- sitivo adunque
ò fuoi'i del mondo della moralità. Digitized by Google - 21 - III. Sfera della
vita psichica o dello spirito. Si è detto che il senso sia l’intelletto
implicito, e che l’intelletto sia il senso esplicato. Questa affermazione non è
esatta. Il senso sia implicito sia esplicito è sem- pre senso, nè per
estendersi ed esplicarsi cambia na- tura 0 travalica i confini della sua
propria sfera. L’a- nimale, eh’ è puro senso, sarà sempre animale, nò il suo
senso per esplicarsi che faccia, addiviene mai intelletto. Egli è vero che
nell’uomo .s’incomincia col senso e con la sensazione e si va poi
all’intelletto ed alla conoscenza; e ciò accade non perchè il senso si
trasforma in intelletto, o la sensazione si tramuta in idea; ma perchè l’anima
umana è insiememente senso e intelletto, o per meglio dire, è unità sostanziale
su- periore all’uno ed all’altro, i quali invece non sono che momenti o modi
diversi della sua attività essen- ziale. In fatti l’anima umana sente ed
intende, po- gnamo sè stessa od un obbietto qualunque; ma sen- tendolo non lo
intende col senso, e intendendolo non lo sente con l’intelletto; ma col senso
lo sente e con r intelletto l’intende, sendo l’ intelletto di natura di- versa
dal senso, forme differenti fra loro, benché de- rivanti da uno stesso e
identico principio. Ma sia detto questo come una digressione, e si torni al
pro- posito argomento della vita psichica dell’ umano soggetto. Digilized by
Google — 22 — Quello stesso umano soggetto, che dapprima si po- ne e svolge come
principio e forza vitale e sensieute, come anima, e proietta i fenomeni della
sfera della vita sensitiva ed animale; (piesto stesso soggetto umano si pone e
si svolge come principio pensante, come spirito, la cui vita è non vita di
senso e d’istin- to, ma ò vita d’intelletto, di sentimento e di libertine per
dirlo in una parola, è vita di pensiero. Di fatti lo spirito è pensiero
sostanziale e vivente, il quale preso nella sua generalità e nella sua forma e
nel suo contenuto, abbraccia tutta la vita di lui, l’ in- telligenza, il
sentimento e il volere co’ loro rispettivi atti e prodotti. Onde .si hanno tre
sfere, o per dir me- glio, tre momenti nella esplicazione della vita dello
spirito; la sfera o il momento del conoscere, la sfera o il momento del sentimento,
la sfera o il momento del volere; nelle quali sfere o ne’ quali momenti egli
assume il c.arattere e il nome di spirilo teorico, di spi- rito estetico e di
spirito etico o pratico, secondo una denominazione accettata quasi da tutti i
filosofi mo- derni. Primo a mostrarsi è lo spirito teorico, i cui atti e fe-
nomeni costituiscono la sfera della vita cono.scitiva. E di questa, primo
baleno di luce, che prorompe dalla profondici dello spirito, è la coscienza,
per la quale lo spirito immediatamente vede sè ste.sso, distinguendosi da’
fenomeni e dagli atti e modi suoi propri , non che da ogni altro essere, e si
afferma come soggetto sostan- ziale, come io. E l’intuizione di sè ò immanente
nell’io od accompagna indivisibilmente ogni altro attoo modo Digitized by
Google — 23 — della sua vita; sicché la coscienza dell’io è, per così di- re,
il pernio e ripomoclio sul quale si appoggia la leva potente del pensiero a
muovere e sollevare il mondo della scienza. Ma questa attività conoscitiva
dello spirito teorico, che dapprincipio si pone come coscienza immanente di sò
ne’ suoi fenomeni, si esplica successivamente in varie forme, di grado in grado
più efficaci e potenti; diviene cioè intelletto e ragione, che penetra addentro
nel fondo degli esseri e ne concepisce l’essenza, i prin- cipi, le relazioni ed
i fini; intelletto e ragione, che per processi analitici o sintetici, induttivi
o deduttivi, co- struisce il sistema della scienza universale, rispon- dente
allo universale sistema della realità. Sicché lo spirito pel senso ha
l’intuizione empirica delle cose, per rintelletto intende e concepisce le forme
intrinse- che ed essenziali degli esseri del mondo, e per la ra- gione si
solleva all’assoluto principio, causa e ragio- ne finale dell’ universo. La
prima forma della vita dello spirito è dunque il pensiero; e pel pensiero co-
nosce ed afferma sè stesso, conosce ed afferma la rea- lità del mondo e
dell’Assoluto e le loro necessarie re- lazioni; e per dirlo in una sola parola,
conosce ed af- ferma la verità, obbietto necessario e formale del suo
intelletto e della sua ragione. Ora questo pensiero conscicnte di sé medesimo e
contenente le nozioni e le itlee di sè stesso, del mondo e dell’ As.soluto;
questo pensiero che scruta, ritrova e s’impossessa della verità e la fa sua,
traducendola in propria sostanza e vita; questo pensiero appunto è la Digilized
by Google - 24 — radice prima, da cui germoglia la personalità dello spi- rito
umano. L’ uomo non potrebbe essere persona senza coscienza di sè, senza
conoscenza della natura delle cose. Onde il primo carattere della personalità,
il primo elemento richiesto per un soggetto ad essere persona, è di essere un
ente dotato di coscienza, d’in- telletto e di ragione. Ma ciò non basta; altri
elementi si richiedono a co- stituire la pienezza della per.sonalità umana,
benché l’intelligenza ne sia il primo e fondamentale caratte- re. E questi
altri elementi li troveremo nelle altre sfe- re della vita dello spirito. Di
fatti lo spirito non solo è cosciente intelletto e ra- gione, ma del pari è
sentimento ed amore; ciò che co- stituisce la sfera della sua vita patetica o
estetica che voglia dirsi, lì pathos è un altra proprietà dell’uma- na natura,
un altro attributo dello spirito, il quale non è solamente intelletto
teoretico, ma è altresì intelletto d’amore, secondo la espressione dantesca
insieme- mente poetica e filosofica. È intelletto di amore il sen- timento, in
quanto che nella sua forma attiva ò ten- denza e moto spirituale verso gli
obbietti rivestiti delle forme divine della verità, della bontà e della
bellezza; sicché il sentimento erompe dallo spirito in quanto è intelligente ed
in quanto apprende amoroso quelle for- me divine, che sono le idee sopradette.
Onde segue non esservi pathos o sentimento in quel soggetto, in cui non si
rinviene la virtù intellettiva e a cui non ri- splende la luce della idea.
Perciocché il sentimento non é da confondersi con la sensazione od affezione
Digitized by Google - 25 - animale, la quale, oltre che è commozione fisica ed
or- ganica, muove dal principio senziente solo eccitato dalla impressione
sensata delle cose esteriori. Vero è che gli esseri naturali e fisici possono
dive- nire obbietto di sentimento o di amore; ma questo av- viene non in qnanto
sono sentiti, ma sì bene in quanto sono intesi e dall’intelletto concepiti
nella loro idea; cioè in quanto in essisi scorge impresso in' qualche modo la
divina forma del vero, del bello e del buono, unici termini obbiettivi degli
amori dello spirito. E da questa fonte medesima deriva il pathos o il
sentimento estetico nella sua forma passiva, quale è la gioia, la letizia, il
gaudio deiranimo, commosso dalla visione intellettiva o dalla rappresentazione
fantastica di quel- le divine entità, partecipate dagli oggetti della natura e
dell’arte. Onde il sentimento, il pathos, in tutta la ric- chezza del suo
contenuto e in tutte le sue forme, siano attive siano passive, che noi qui non
ci facciamo ad enumerare e determinare, è proprio attributo e natura dello
spirito e non dell’anima puramente sensitiva, nellaquale non vi ha, nè può
esservi altro, che affezioni organiche sensitive ed istinti. Giace adunque in
fondo al sentimento l’ idea ed in fondo allo spirito patetico lo spirito
teorico; o per me- glio dire lo spirito è teorico insieme e patetico; e me- glio
ancora, dal seno dell’idea rampolla il sentimento e l’amóre. E questo deriva
per una ragione vera e pro- fonda, la quale spiega ancora il processo
necessario di questo sviluppo icofico-patetico della vita dello spirito. 4
Digitized by Google - 26 - In fatti lo spirito essenzialmente è coscienza di sè
stesso e intellezione del mondo e dell’Assoluto. Ap- prendendo s6 stesso ha il
sentimento deiresser suo e della sua vita, e fruisce e gode di questa immediata
rivelazione di sò a sè medesimo; fruizione e gaudio che è sentimento passivo,
ma che genera necessaria- mente il sentimento attivo dell’ amore immanente e
perenne del proprio essere. Gode di sè ed ama sè stes- so, perchè apprendesi
come un essere in sè sussi- stente, in cui riluce concreto un qualche raggio
della verità, della bontà e della bellezza, che sono le sole entità divine
capaci a destare nello spirito il senti- mento della letizia e deH’amore. Ma
questo sentimento immediato di sè stesso non è puro e schietto gaudio, non è
letizia affatto sincera; invece è commisto a tri- stezza e dolore, ad ansia ed
inquietezza. Perciocché per la coscienza intellettiva lo spirito avverte, che
se egli ha dell’essere non è tutto l’e.ssere; se ha in sèdel vero, del bene e
del bello, non è tutta la verità, tutta la bontà e tutta la bellezza. In somma
la coscienza della pro- pria limitazione, e la concezione necessaria di altri
esseri da lui diversi e di quelli ideali di ogni perfe- zione, rendono lo
spirito non pago interamente di sè stesso , inquieto e commosso e sempre
aspirante a trapassare i confini della propria limitazione e corre- re le vie
dell’infinito. Questa coscienza della propria limitazione di fronte all’
infinito ideale, che ha sempre in mira, è la radice profonda, dalla quale
germoglia il pathos o la vita estetica dello spirito, e ne spiega la natura, le
forme e Digilized by Coogic — 27 — la legge fatale del suo vario e progressivo
svolgi- mento. Questo vincolo o nesso necessario della idea e del sentimento,
dello spirito teoretico e dello spirito este- tico ci dà ragione di due
altissime verità, che hanno una grande importanza in tutte le discipline, che
si occupano del destinato dell’uomo. E la prima è, che il sentimento od il
pathos in generale, sia nella sua for- ma passivq di gioia o di stristezza, di
piacere o di do- lore, che nella forma attiva d’odio o d’amore, di desi- derio
o di avversione, si estende per quanto si esten- de e spazia l’intelletto
nell’infinito campo della idea. Donde segue l’altra verità, che la felicità e
la beatitu- dine, la pace o la tranquillità dello spirito abbiano il loro
fondamento primo e la prima loro ragion d’es- -sere nella cognizione e nella
scienza, e che a misura che questa si accresce, quelle s’aumentano. SI vedrà a
suo luogo quali conseguenze discendono da questi principi, sia per la
appreziazione de’ diversi sistemi di morale, sia per la detèrminazione de’
doveri umani. Non entra in questo specchio schematico dell’Etica un più ampio
sviluppo della teorica estetica dello spi- rito, nò la determinazione specifica
delle varie forme del sentimento, provenienti tanto dalla natura com- plessa
dello spirito, quanto da quella moltiplice e di- versa de’ termini obbiettivi,
cui il sentimento si riferi- sce. Sarà questo argomento convenientemente svolto
nella parte applicata della morale, ove s’ha a ricer- care la legge
governatrice degli affetti e delle passioni umane, ordinate allo scopo supremo
della vita. Ci ba- Digitized by Google — 28 — sta ora avere scorto la natura
intrinseca del sentimen- to, la ragione di questa sfera della vita dello
spirito, il principio onde muove, il termine obbiettivo cui aspira a posare ;
ci basta insomma di aver dimostrato essere il pathos un elemento integrante
della personalità umana e che la scienza etica ha ragione di tenere in grande considerazione.
Ma il coronamento della umana personalità si rin- viene in una più alta sfera
della vita dello spirito, nella sfera superiore della libertà, nella sfera cioè
del libero spirito, o del libero volere. IV. Sfera della vita etica o dello
spirito praticp. Chè cosa sarebbe mai lo spirito umano, se l’attività sua non
oltrepassasse la sfera deH’intelletto e del sen- timento? La conseguenza
sarebbe questa, che il pen- siero non sarebbe libero pensiero, nè il
.sentimento sarebbe capace d’essere temperato e diretto. Se lo spirito fosse
solo intelletto e sentimento, la sua atti- vità, mossa comecchessia, seguirebbe
sempre la data direzione e opererebbe sempre in un modo uniforme e fatale e non
potrebbe essere di sè signora e padrona giammai. Invece vediamo, che il
pensiero si muove a sua posta, inizia il suo movimento e lo arresta e lo volge
a destra ed a manca suo arbitrio, e quel che più monta, si trasporta fuori di
sè e si ripiega e rigira sopra di sè medesimo. Comincia dall’ intuizione em-
Digitized by Google - 29 - pirica o intellettiva che sia, ed ora vi si ferma
sopra e vi attende e riflette, ed ora sorvolando all’obbietto deH’intuito,
ascende all’universale e all’idea e da que- sta discende alla concretezza del
reale. E nello stesso sentimento, che di sua natura è fatale, lo spirito spie-
ga la sua attività dominatrice, temperandone l’impeto e governandone
l’indirizzo e spegnendone la veemen- za e l’ardore, ovvero lo riaccende,
aumentandone la forza e il vigore. Ora questa potenza dello spirito a possedersi,
a do- minarsi, a disporre di .sè e degli atti suoi è appunto il volere o la
volontà. Lo spirito dunque non solo è in- telletto e sentimento, ma eziandio è
volontà; non so- lamente vive la vita conoscitiva ed estetica, ma an- cora vive
la vita del volere, o della libertà. E noi di proposito ed a ragion veduta ci
siamo espres- si dicendo, che lo spirito vive ancora la vita del volere e della
libertà. Perciocché la volontà essenzialmente è libertà, e la libertà
essenzialmente è volontà. Volontà e libertà sono tutt’uno. Ma questo ha bisogno
di più am- pia dilucidazione. Il fondo dello spirito, e per dirlo a modo degli
scola- stici, la quiddità di lui è sostanziale attività, è forza o causa
producente i fenomeni e gli atti della sua vita complessa. Questa unica
attività però si ésplica in tre momenti o forme principali, ciascuna delle
quali com- pie funzioni diverse e quindi differenti effetti produce. L’attività
razionale genera la scienza, l’attività estetica il sentimento e l’amore, e
l’attività volitiva genera l’as- senso, l’elezione e in una parola la
volizione. Sicché in Digitized by Google — 30 — queste tre forme d’essere dello
spirito v’è sempre in fondo l’attività, perchè in fondo a ciascuna delle sue
forme v’ò sempre lo spirito essenzialmente attivo; ma questa attività in
oiascmia di queste forme varia di modo, di qualità e di carattere. Di fatto
nella conoscen- za l’attività a rigore è di sua natura necessai’ia e fata- le,
egualme: che nel sentimento e peli’ amore. L’in- telletto, date le condizioni a
conoscere, non può non conoscere; e il sentimento, poste le condizioni sue, non
può non commuoversi e patire. Invece nel volere l’at- tività è donna di sè
stessa e non fatale; si determina da sè a porre o non porre l’atto suo, mossa o
meglio invitata dall’obbietto delle sue determinazioni, non for- zata o coatta.
In somma l’attività volitiva, la volontà è forza essenzialmente libera, è ’a
libertà concreta, è la stessa libertà. Dire volontà è lo stesso che dire
libertà, e dire libertà é lo stesso che dire volontà; e nel volere lo spirito
compire la sua evoluzione subbiettiva e di- venta libero essere, o Persona.
Questa dottrina non contraddice affatto a quel che di sopra ci venne fatto di
dire intorno al libero pensiero ed al libero sentimento. Perciocché, per la
intima com- penetrazione delle ue forme del conoscere, dell’amore e del volere
nell’unità superiore e trascendente dello spirito, avviene che aU’atto fatate
deU’intelletto puro ed all’atto necessario del sentimento schietto, si unisca e
vi si compenetri,. l’atto volitivo; sicché per Tefficacia maravigliosa della
essenziale libertà del volere, l’uno diventa .sentirilento libero e l’altro
libero pensiero. Di fatto per la libertii del volere l’intelletto da spontaneo
Digitized by Google — 31 — diventa riflesso, l’intuizione si trasforma in
attenzione, e la ragione e l’idea si esplica nel processo induttivo o deduttivo
del ragionamento. Del pari il sentimento da commozione o moto spontaneo e
fatale dell’animo, per l’efflcacia del libero volere si trasforma in sentimento
libero e riflesso, in amore, in desiderio e passione; e cosi rientrano
entrambi, cioè l’intelletto e il sentimento e gli atti loro, nella sfera della
libera volontà, e quindi in quella della piena e perfetta moralità. Ma se la
volontà s’insinua e si compenetra con l’ in- telletto e il sentimento e li
rende liberi al pari di .sé stessa, ella non sarebbe però forza autonoma e
libera; se non contenes.se in s6 medesima e il sentimento e la ragione. Una
forza ed un’attività, che non fosse co- ' sciente di sò stessa e non sentisse
l’interiore impulso della sua natura, che la mena al suo fine, non potrebbe
essere una causa libera delle proprie determinazioni e de’proprt movimenti. La
volontà quindi non solo sup- pone l’intelletto e il sentimento, ma
essenzialmente è cosciente e patetica di sua natura, e perchè tale ella si
determina liberamente nelle sue volizioni. Insomma nella volontà lo spirito
accoglie ed unifica tutti i mo- menti anteriori di esplicazione della sua vita;
e nella volontà, ricca di tanto contenuto, lo spirito si ricono- sce c si
afferma una libera persona. Da quel che precede si rende manifesta e chiara
qual sia la natura e la essenza della personalità e quali e quanti elementi
integranti la costituiscono. Riassu- mendo il già detto, si scorge la
personalità esser pro- pria dello spirito e del solo spirito, e consistere
nelle Digiiized by Google — 32 — proprietà di lui e solamente di lui, di essere
intelligente amante e volente ; consistere cioè nella libertà sostan- ziale
dello spirito, la quale libertà incbiude essenzial- mente e in sè compendia e
l’intelletto e il sentimento e il volere. E per la personalitìi lo spirito
diventa soggetto ed ente morale; per essa egli entra nel mondo della moralità
universale; e per la personalità si rende l’uomo responsabile delle sue azioni
e diviene, quasi direi, causa sui e quasi libero creatore del suo destinato e
del suo fine. Ma il concetto della personalità ha tanta importanza in tutto il
dominio delle scienze razionali e morali, che merita una più ampia
esplicazione. * La persona intesa non nel significato etimologico della parola,
ma nella sua nozione e nella sua idea, è un ente che sussiste in sòe vive per
sò stesso; un ente che ha per fine sò medesimo e da sè opera e si gover- na. Per
dirsi che un essere sussista e viva in sò e per sè e da sè operi e si governi,
fa mestieri ch’egli non solo abbia una propria e individua sussistenza esenta
la propria vita (ch’ò il caso del puro animale) ; ma eziandio si richiede che
abbia coscienza delle ragioni del suo essere e del suo fine, e che conosca le
ragioni e i fini degli altri esseri che lo circondano; e quel che più monta, si
esige ch’egli operi e si determini da sò libera- mente negli atti suoi, secondo
la idealità eterna della ragione. Da questo concetto della personalitàderiva,
che solo lo spirito èe può esser persona, perchè solo Fente-spi- rito sussiste
e vive in sò ed è fine a sè stesso ed ha co- Digilized by Google — . 3.3 -
scienza della sua idea e delle idee di tutte le cose, e da sè opera e
liberamente si determina nel suo pensiero c nelle sue volizioni. Per questa
ragione, Dio conce- pendosi come spirito assoluto, ò un’assoluta perso- nalità;
e l’uomo ò persona in quanto nella parte su- periore della sua complessa natura
ò spirito del pari. La eccellenza massima, e direi quasi il grado supre- mo ed
ultimo della dignità, dell’essere, consiste nella personalità, per la
semplicissima ragione, che la razio- nalità e la libertà sono gli attributi
massimi, eccellen- tissimi e divini deU’essere, e là razionalità e la libertà
sono tutt’uno con la personalità. Dato un essere, nel quale siano unificate ed
in atto la razionalità e la li- bertà infinita ed assoluta, e voi avrete l’ente
perfettissi- mo d’infinita dignità ed eccellenza; avrete Dio, lo spirito
assoluto, l’assoluta persona. Dato un essere, in cui la razionalità e la
libertà siano partecipate, limitate in atto, ma potenzialmente infinite, e voi
avrete, pognamo ad esempio, lo spirito umano, l’umana persona, l’uo- mo, che è
l’essere più eccellente e degno della crea- zione. E la sola personalità negli
esseri è inviolabile, e ri- spettabile e sacra. La sola personalità ha la
potestà di- vina del diritto; ed alla sola personalità è dovuto il ri- spetto e
l’ossequio e l’amore ; e per essa sola si hanno doveri. Si neghi al primo
Essere, all’Assoluto,laqualità di persona, e voi gli negherete di essere
spirito e quindi la ragione e la libertà assoluta, e diventerà per voi una
materia prima, un caput mortuum, od al più una na- tura naturans, cui competerà
la forza cieca ed irra- Digitized by Google — 34 — zionale, non la potestà del
diritto e della legge, e cui non è dovuto dovere alcuno, nè adorazione, nò
culto. Negate aH’uomo la personalità e ne avrete negato lo spirito, c la
ragione quindi e la libertà. Sicché per voi l’uomo diviene cosa da
appropriarsi, animale da usu- fruire, servo e schiavo da dominare. Insomma
negata la personalità, ch’è l’unità sostanziale e concreta della ragione e
della libertà, rimane distrutta e annullata l’idea dello spiri to,c con essa il
fondamento subbicttivo della metafìsica, della morale, della religione, della
politica, 'deirartc e della storia. Ma per non allargarci oltre il confine
della scienza di cui ci occupiamo, si consideri che la teorica della
personalità è fondamentale principio delle scienze mo- rali e giuridiche.
L’idea della giustizia e del diritto, l’idea deU’oncsto e del dovere sarebbero
inconcepibili ed inattuabili nel mondo, senza l’ idea d’un soggetto personale,
che le concepisca e le traduca nella realtà della vita. Perciocché il diritto ò
potestà, che compete esclusivamente ad un ente personale; e la giustizia segna
appunto la misura eguale, di proporzione geo- metrica 0 aritmetica, nella
distribuzione delle utilità nascenti dal diritto fra le persone. E il dovere,
ch’è la necessità morale di compiere ciò che è retto ed onesto, sarebbe
impossibile a praticarsi, non che a concepirsi, senza il concetto d’una persona
riconoscente e prati- cante ed effettuante ciò, ch’è dovuto in ossequio ad
un’altra personalità. E la teorica della personalità cresce d’importanza a
misura, che il concetto della persona da singola e indi- Digilized by Google 3,
e cui ! culto, pto lo )cr voi 1 usu- della il lata ‘ttivo della iiiza Iella mo-
tto, bili ‘Ito HA "te ■ia )- 1 ■ — 35 — vidua si tramuta o si amplifica in
persona collettiva e sociale. La persona singola e individua ò la unità so-
stanziale della ragione e della libertà in un soggetto ' singolo e reale; la
persona collettiva e sociale è l’unità formale della ragione e della libertà di
due o più per- sone nella unità d’un fine comune. Sorge cosi la per- sonalità
sociale, 0 morale che voglia dirsi, del coniu- gio, della famiglia e dello
Stato ; la personalità sociale religiosa, scientifica, artistica, industriale e
di ogni al- tra maniera di personalità, nascente dalla diversa na- tura del
fine, per cui si stringono gli uomini insieme fra loro. E queste personalità
sociali e collettive hanno i medesimi attributi e le stesse prerogative, che la
per- sonalità singola e individuale; sono cioè egualmente sacre e inviolabili.
E come neH’uomo individuo la per- sonalità è la fonte subbiettiva del suo
diritto e la ra- gione de’ suoi doveri; così nella personalità sociale è
riposta la fonte subbiettiva e la ragione de’ diritti e dei doveri interni ed
esterni d’ogni umana associazione. Onde la teorica della personalità è di gran
momento nelle scienze razionali c nmrali, anzi n’ò il primo e ra- dicai
principio. Perciocché la personalità ò il corona- mento della natura dello
spirito, la cui attività con- sciente, estetica e volitiva, vai quanto dire
personale, é, se assoluta personalità, la causa e la ragione del mon- do; se
relativa e participata è la causa concreatrice della scienza c dell’arte umana
e di tutte le umane isti- tuzioni, morali, religiose e politiche. Ma quello che
soprattutto dee richiamar la nostra considerazione sul valore della dottrina
della perso- Digitizecfby Google — 36 — nnlitj'i, si ò che questa 6 la rapinne
subbiettiva del bene c del male morale, della virtù e del vizio, del merito e
del demerito, del premio e della pena, della imputabi- lità e della
responsabilità umana; e per dirlo in una sola parola, il principio della
personalità può solo spiegarci l'enigma della destinazione dell’ uomo e del
mondo. Si badi a questo; che senza il concetto della perso- nalità non vi
sarebbe ragione di distinguere il mondo della natura dal mondo dello spirito,
il mondo fisico dal mondo morale, il mondo della necessità dal mondo della
libertà. E soprattutto si badi, che il problema della moralità, obbietto
proprio e speciale della scien- za etica, trova il suo primo elemento, ch’è
l'elemento • subbiettivo, nel concetto della personalità umana. In fatti ruomo
in tanto ò soggetto morale e fa parte del mondo morale, in quanto ò un essere
personale. Ed ò soggetto etico, ovvero persona, in quanto ò pensiero consciente
ed ò libero volere; la moralità subbiettiva consistendo appunto nella unità
dell’essere razionale e libero, ossia nella unità della idealità e della
libertà. Ora in su la Terra l’uomo soltanto ò soggetto perso- nale e quindi
morale, perchè in lui solo si avvera la vita dello spirito, vita
d’intelligenza, di sentimento e di volontà; tre forme di vita, che da quindi
innanzi de- signeremo col solo nome di « Vita morale, ovvero etica ». La vita
etica o morale ha due campi o sfere, dove si esplica e si manifesta ne’ fatti o
ne’ fenomeni, che per- ciò si addimandano fatti o fenomeni etici o morali; il
Digitized by Google — ‘37 — rampo o la sfera intima della coscienza, e il campo
o la sfera delle esterne e sensate operazioni umane. S\ l’uno, che l’altro
ordine di fenomeni, perchò avessero la qualità e la natura di fenomeni o fatti
etici e morali, e quindi vestissero la forma della moralità subbiettiva,
debbono essere il prodotto della piena efficienza per- sonale dello spirito;
vale a dire debbono essere il pro- dotto armonico delle tre potenze morali di
lui, l’intel- ligenza, il sentimento e il libero volere. E siccome nel volere
libero, ultimo e superiore sviluppo dello spirito, si contengono e il
sentimento e la ragione ; così può dirsi, che la nota caratteristica della
moralità subbiet- tiva de’ fatti e de’ fenomeni, sì interni, che esterni dello
spirito, sia di essere volontarii ovvero liberi. La oolon- tarietà, se è lecito
così esprimermi, ò la ragione es- senziale della eticità subbiettiva delle
azioni morali; è la qualità determinatrice della moralità subbiettiva dell’atto
umano. La volontarietà o il volontario, Vin- tenzionalità o l’intenzione, ò il
carattere formale di ogni atto morale umano; senza del quale l’azione uma- na
può essere conforme o disforme dalla prescrizione della legge etica e
giuridica, e quindi materialmente e obbiettivamente buona o mala; ma sarebbe al
certo deficiente di quella moralità subbiettiva, consistente nella volontà e
nella intenzione di operare il bene o il male, e che perciò rende buono o malo,
virtuoso o vizioso l’uonio con le sue corrispettive operazioni. La bontà e la
malizia degli atti umani adunque son da ripetersi, subbiettivamente parlando,
dalla qualità morale della volontà, che li produce secondo sua na- Digitized by
Google — 38 — tura e simili a sò stessa. Buona la volonU'i, buoni gli atti
suoi; mala la volontà, mali gli atti e le sue ele- zioni. Perciocché domina la
volontà e penetra con la sua efficacia in tutte le sfere dell’attività dello
spi- rito; se pure non è più esatto il dire, che essa sia lo spirito stesso, in
quanto si determina da sé libera- mente nelle funzioni del pensiero, del
sentimento, del- l’elezione e dell’operazione. In fatti nè il pensiero, nò il
sentimento, nel loro momento astratto e indipendente dall’efficacia del vo-
lere, sono di per sé morali e liberi. Entrano nella sfera della moralità,
diventano cioè liberi e morali, quando vi si insinua il volere e da spontanei
si ren- dono riflessi. Così il pensiero con gli atti suoi diviene pensiero
volitivo, cioè libero pensiero; e il sentimento con tutte le sue forme ed atti
diventa sentimento ac- consentito e voluto, cioè libero sentimento. Da questa
intima e reciproca compenetrazione della volontà col sentimento e con
rintclletto sorge la libertà, questa unità superiore dello spirito, per la
quale lo spirito è persona e soggetto morale, e gli atti suoi tanto in- terni,
che esterni entrano nella sfera della moralità. V. Della responsabilità e della
potestà del diritto e del dovere, attribuiti della personalità umana. Da questa
teorica della volontà libera e personale discendono alcuni postulati di grande
importanza nel Digitized by Google ini di e ele- •on la jpi- ■la lo »era- dol-
Joro vo- ci la ■ali, cn- ino ito c~ ta 0/ •a 0 - 30 - dominio delle scienze
morali, e che fa mestieri qui se- gnalare. Il primo di questi postulati è il
principio della re- sponsabilità umana. In fatti dato che lo spirito, e quindi
l’uomo, sia persona razionale e libera, egli è per que- sto causa sui, cagione,
cioè, se non dell’ essere suo sostanziale, certo del suo essere finale, in
quanto ò lasciato in sua balla ed al suo arbitrio divenire in concreto ed in
atto quello, che può e deve essere, se- condo la potenzialità infinita della
sua nozione 0 della sua idea. Per la libertà l’uomo prende possesso di sè
medesimo, del suo intelletto, del suo sen-timento e della stessa sua volontà;
insomma di tutte le sue forze c potenze, e le indirizza e le governa a suo
arbitrio ; e per essa domina le forze naturali e le volge a’suoi fini ; e con
la scienza e con l’ arte, libere opere del suo spirito, si crea uno stato ed
una condizione di esistenza nel mondo, corrispondente alle esigenze della sua
natura ed all’idealità della sua vita. Insomma l’uo- mo per l’efflcacia della
sua libera volontà può divenire quello, ch’ei vuole divenire, attuando con la
sua libertà in sè stesso e fuori di sè la quasi infinita potenzialità inchiusa
nella sua natura e nella sua idea. Ma quello chejpiù monta e rendo più
incontrastabile il principio della responsabilità umana si è, che per la
libertà lo spirito domina e governa sè stesso, educa e corrobora l’ingegno,
eccita od affrena il sentimento, afforza l’efficacia e fermezza de’ propositi
del volere, e da ultimo impera sopra le affezioni e gli appetiti del senso. E
per essa infine lo spirito può serbare l’ordine DigitizSd by Google - 40 — e r
armonia fra le diverse sfere della sua vita com- plessa, sottoponendo il senso
all’intelletto, il talento alla ragione e la sua stessa volontà libera
aH’ossequio ed all’autorità divina del vero e del bene. E per la libertà lo
spirito si rende capace di crearsi quegli abiti morali, cbe addumandonsi virtù
o vizii; le quali abitudini, l’una a l’altra predominando, costitui- scono il
carattere morale dell’ uomo. Senza la libertà sarebbe impossibile la virtù,
impossibile il vizio; per- ciocché la prima, considerata nella sua origine sub-
biettiva, non ò altro che la forza {cés) riflessa e libera del volere, che
costantemente e inflessibilmente si de- termina all’azione per puro ossequio al
dovere; e il se- condo é la stessa forza riflessa e libera della volontà, che
abitualmente si determina all’operazione in con- traddizione della legge
morale. Sicclié l’azione buona o mala, virtuosa o viziosa, e ciò cbe da esse
consegue di merito e di demerito, di premio e di pena, sono liberi effetti
della libera loro causa, il volere. E questo ap- punto costituisce quella, che
si potrebbe chiamare im- putabilità subbiettioa dogli atti umani, consistente
in un giudizio di riferimento degli atti morali e liberi alla loro libera e
personale cagione, la quale n’è perciò re- sponsabile. E questa impuUxbilità
subbiettiva ò sem- pre presupposta dall’altra forma d.' imputabilità, che
potrebbesi dire obbiettiva, della quale si tratterà al- trove, consistente nel
giudizio di riferimento c di ap- plicazione della sanzione della legge
morale-giuridica agli atti umani ed all’umana persona, la quale n’è la li- bera
ed efficiente cagione. Digitized by Google — 41 — Il secondo postulato
derivante dal principio della libei-a pcrsonalitri dello spirito, ò che l'uomo
solo per essa diviene soggetto capace di diritto c di dovei-i. Il dovere è
necessità morale, che non può essere concepito e compiuto, se non da una libera
persona. 11 dovere è rispetto, ovvero riconoscimento pratico di ciò che por sò
stesso ò rispettabile e sacro ; quindi non può essere adempiuto, se non da una
persona e solo verso una persona; dappoiché la personalità soltanto ò
rispettosa c rispettabile. Onde segue, che ove non é personalità ivi non ò
dovere; e segue ancora, che il do- vere è dovuto alle sole personalità ed alle
cose bensì, ma in quanto alle persone appartengono o le riguar- dano. La stessa
legge in tanto ò rispettabile in quanto esprime c contiene la ragione e la
volontà di una per- sonalità impcriante. La legge concepita in astratto ed
impersonale non ò rispettabile per sò stessa; in que- sto caso è necessità
logica, ovvero ò forza fisica, cieca ed irrazionale, che non ispira rispetto e
solo si cerca di vincere o di evitare, potendo, o la si subisce per im- potenza
di sorpassarla; ma per essa non s’ ha dovere; il quale per parte del soggetto ò
il rispetto e il pratico riconoscimento di quella rispettabilità, che la legge
concepita come personale può soltanto ripetere. Donde segue ancora un altro
postulato irrepugnabile, che se .vi ha legge al mondo, e di certo ve ne ha
tanto nell’or- dine fisico quanto nell’ordine morale, essa ò di sua natui'a c
nel suo principio personale e divina; percioc- ché tanto é dire legge, quanto è
dire ragione e libero volere, ossia imperante personalità. 6 Digilized by
Google » — 42 — Lo stesso è da affermarsi del diritto. 11 diritto consi- derato
nel soggetto, essendo la potestà di disporre li- beramente di sè e delle cose
proprie, secondo ragione; non può non essere die appartenenza di un essere per-
sonale. Gli esseri impersonali, pognamo la pianta e l’animale, hanno certo
potenza e forza, l’uno di vege- tare e crescere, l’alti'o di muoversi c sentire
ed opera- re; ma questa loro potenza e forza, l’una 6 cieca affat- to, l’altra
è istintiva; ed amcndue necessarie e fatali nel loro inizio, nel loro progresso
e nel loro fine. La sola forza c potenza per.sonale, perchò conscia di sè c del
suo obbietto, sì possiede e si determina da sò libera- mente, e può disporre di
sè e delle cose sue, secondo un fine razionale. E considerato il diritto
obbiettivamente, cioè a dire, come idea del retto e del giusto, o come ragione
c legge dell’opcrare; egli presuppone eziandio la perso- nalità del principio,
di cui è ragione e volere; e presup- pone ancora la personalità del soggetto,
al quale come norma del suo operare s’impone. •Si andrebbe molto lontano, se si
volessero trarre tutte li- (conseguenze incliiuse nel principio della per-
sonalità umana; la qual cosa ci menerebbe oltre il fine, die si è avuto in mira
in questo prospetto generico della filosofìa morale. Tocchiamo invece di altri
due quesiti, che interessano sommamente la nostra scienza e che servono meglio
a chiarire la natura della perso- nalitìi umana, ed a risolvere razionalmente
il problema della sua finale destinazione. E di questi quesiti, l’uno ricerca
la natura sosUuiziale dello spirito; l’altro l’ori- Jigilized by Google — 4:i —
gine c il termine di perduranza della esistenza di lui. È chiara cosa per chi
riflette, (pianta importanza si abbia la soluzione di rpiesti due problemi
nell’econc.)- mia della morale filosofia, e nella determinazione della legge
della vita, VI. Della sostanzialità dello spirito. .\ conoscer davvero la
natura dello spirito non basta sapere, ch’egli sia sensiente, intellettivo e
volente, attri- buti ricavati da’fenomeni della sua vita sensitiva e psi-
chica; ma fa d’uopo ricercare il nou//(CAio deire.sscr suo; cioè a dire, se la
sua personalitA sia sostanzi:de e ferma e permanente, ovvero fenomenale ed
evane- scente. Tale disamina non ò, come potrebbe sembrare a priiiia vista,
indifferente od estranea alla scienza etica; la quale in fin de’ conti ha il debito
massimo di proporre e di risolvere il problema della destinazione finale
dell’uomo. Ciò che vi ha di piò immediato in questa ricerca e donde si deve
partire per poi giugnere alla soluzione del proposto quesito, è il fatto
indubitabile dell’uma- no pensiero. Ma se nell' uomo il pensiero ò un fiotto
immediato e indubitabile, che anche quando se ne vo- lesse dubitare lo si
afferma c lo si riconosce, scudo che dubitare ò lo stesso che pensare; non
avviene la stessa co.sa per la causa e per il soggetto del pensie- ro, la cui
essenza e natura, sfuggendo all’immediata Digitized by Google — 44 —
appercezione della coscienza, <leve essere ricercata e dimostrata coi
processi mediati e discorsivi della ragione. Dal fatto dunrpie del pensiero e
dalle pro- prietà caratteristiche ed essenziali di esso, la ragione ascende
alla nozione del soggetto del pensiero ed alla determinazione dell’essenza e
natura del medesimo. In altri termini, dalle proprietà essenziali e formali del
pensiero si argomenta la natura essenziale c reale del soggetto del pensiero, o
dello spirito. Ora nel pensiero, sia qualunque la sua forma, sen- sazione,
percezione o rappresentazione, concetto o idea, giudizio o raziocinio, scienza
o sistema di scien- ze; risplende come condizione necessaria della sua
possibilità e della sua formazione, la nota o la legge della unità, senza della
quale il pensiero non avrebbe coscienza di s6 stesso, nà potrebbe compenetrarsi
col ricco contenuto implicato nella sua forma ed averne coscienza. Ma l’unità
formale del pensiero e della .scienza (e si dica lo stesso dell’unità del
sentimento e del volere) importa l’unità reale e sostanziale del prin- cipio
pensante, ch’è Io spirito; il quale senza questa sua natura unitaria e semplice
non potrebbe affatto ingenerare l’ unità formale della scienza e del pensie-
ro. Splende di fatti in fondo ad ogni maniera di pen- siero, che di sua natura
6 fluente e scorrevole in in- finite e varie forme e modi, l’unità immanente
del sog- getto pensante, sempre identico sostanzialmente a sè stesso ; a guisa
di un centro immutabile e fisso, dal (piale partano i raggi della sua cosciente
attività pen- sante, e dove ritornano riflessi dall’azione delle efli-
Digitized by Google - 45 - cicnze esterne, e quindi generatori del mondo delle
idee e della scienza. Que-sta reale unitìi e identità im- manente fa dello
spirito mia sostanzialità propria e sili generis, essenzialmente diversa da
ogni altra for- ma di esistenza, in cui, invece dell’unità e identità so-
stanziale, riluce la moltiplicità e la varietà sostanziale del contenuto.
Sicché lo spirito è sostanza o soggetto veramente uno e identico, escludente
essenzialmente ogni sorta di composizione di parti e di elementi reali, e
quindi di essenza diversa affatto da ogni altro essere della natura. E questa
dottrina appunto si vuole in- tendere e significare col nomo c\i spirifnnlismo.
Ora la dottrina spiritualistica ù fondamento insieme e compimento della teorica
della personalità umana. Imperocché lo spirito é solamente persona; ed é tale
perché egli soloé soggetto intelligente c libero; ed egli ò tale perché
soltanto lo spirito essenzialmente è so- stanza semplice ed una e perfettamente
identica a sé medesima. La personalità innegabile adunque dello spirito umano
conferma quindi invincibilmente launi- tà semplice e l’identità sostanziale di
lui, onde egli si distingue essenzialmente da ogni forma di essere cor- poreo e
materiale. VII. Oell'iunascimento e dell’ immortalità dello spirito. Da questa
teorica incontrovertibile discendono a fil di logica due verità di grandi.ssimo
momento, si per la Digitized by Google — Hi — fi losofla speculativa, die per
la filosofia morale, e sono: riiiiiascimento dello spirito c Tessere per
intrinseca sua essenza imperituro ed immortale. E primamente lo spirito non può
nascere, nò deriva- re dal composto, dal moltiplice e dal diverso, seiido di
sua natura uno, semplice e identico; nò può derivare in nessun modo da sostanza
presistentc per emana- zione, o sviluppo, o trasformazione di sorta. Siccliò lo
spirito o sussiste da sò, come lo Spirito assoluto; o sus- siste per Timmodiata
efficienza di Dio, come lo spirito umano. La seconda vei-ità proveniente dalla
essenza e natura intrinseca dello spirito, ò ch’egli sia imperituro ed im-
mortale in tutta la ricchezza della sua vita di pensiero, di sentimento e di
libertìi; o in altri termini, in tutto il contenuto della sua personalità. A
queste conclusioni contraddicono i sostenitori delTunitàe delTidentità
sostanziale di tutti gli esseri, ponendo unica e identica la sostanza, onde poi
deri- va, sia per combinazione meccanica di elementi, sia per isviluppo
dinamico interiore, la varietà infinita delle forme esistenziali dell’
universo. Sicchò in fondo a tutte cose v’ha, secondo l’avviso di cotestoro,
l’uno e T identico della sostanza e il moltiplice e il vario delle forme e
de’fenorneni. Se non che questo uno e identi- co, questo priniitm, che ò in
fondo a tutte resistenze, 6 variamente concepito da’ sostenitori dell’unità
della sostanza universale. Quelli che partono dalla conce- zione fisica o
materialistica del mondo , o come og- gidì si appellano i filosofi natui-alisti
o positivisti , Digitized by Google — 47 — mettono a capo e in fondo di tutti
gli esseri la sostanza materiale, o la materia; dal cui movimento meccanico ed
esteriore, o dal movimento dinamico ed intrinseco, secondo certe leggi fatali,
nascono le varie e moltiplici forme degli esseri, i corpi inorganici, gli
organismi ve- getali ed animali, nasce ruomo ; e in tutti questi esseri diversi
di specie e generi per sola differenza di forme, di quantitù e di movimenti,
opera ciecamente la forza latente della unica sostanza materiale, che raduna
gli elementi fisici nei composti corporei inorganici, e fun- ziona negli
organismi vegetali ed animali, producendo i fenomeni della vita vegetativa
nelle piante, della vito sensitiva negli animali bruti, e della vita del
pensiero nell’ uomo. Sicché, secondo i dettati di questa scuola materialistica,
è negata resistenza reale dell’anima e dello spirito, come principio
sussistente in sé; onde la vita e il pensiero sono per essa fenomeni
evanescenti dell’unica forza sostanziale ed eterna della materia. Non vogliamo
segnalare per ora le logiche conse- guenze che nascono da questa dottrina
materialistica, sì nella sfera della metafisica, che in quella dell’Etica; ne
terremo discorso nel prospetto storico, che sarà dato in seguito de’ sistemi
morali. Ci basta ora dire recisa- mente, ch’essa ò la negazione pura e semplice
della teorica della personalità umana, nonché dell’ordine morale del mondo.
Benché con altro processo e con più alto ingegno speculativo, agli stessi
risultamenti negativi conduce la concezione idealistica deH’unicità sostanziale
del- l’universo. Di fatti il prinium dell’assolulo idealismo. Digitized by
Google - 48 - ciò che costituisce il fondo o la sostanza di tutto le for- me
dell’csistenze, non ò la materia, che ò qualche cosa di determinato, ma un quid
simile alia materia, un certo non so che d’astratto, d’informe,
d’indeterminato, eh’ è l’essere e il non essere insieme; vale a dire, ch’ò
nulla di determinato, ma ch’è la i)Ossibilit:\ di divenire tutte le cose,
svolgendosi, esplicandosi, mutando for- me in infinito e sempre in fondo
identico a sè stesso. E ne’ tre momenti principali della sua perenne esplica-
zione, percui dall’astratto e indeterminato in sù della esce fuori di sò e
diventa inconscia e da questa ritornando in sò divenUi Spirilo conscio c
consapevole di sò medesimo; in questi tre inomeuti v’ha lo stesso e identico
principio. Io stesso e medesi- mo essere, la stessa e identica sostanza; sicché
la va- ria ed infinita fenomenìa deH’universo, effetto fatale del perenne
scorrimento dell’eterno divenire, chiude nel suo seno l’una c identica sostanza
universale. Secondo ipiesta teorica egli ò chiaro non esservi dif- ferenza
essenziale veruna tra il reale e il razionale, tra il particolare e il
generale, il sensibile e l’intelligibile, la materia e lo spirito. La
differenza cade solUinto nella varietà indefinita delle forme, nelle quali si
esplica r'unica sostanza, e nel grado dello esplicamento della sua infinita
attività ne’ momenti successivi del suo eterno divenire. Tralasciando da parte
l’apprezzamento critico del sistema, che non ò questo il luogo di farlo, ci
conten- tiamo ora di notare, come al paia della dottrina mate- rialistica,
questa dell’idealismo assoluto contraddice Digitized by Google - 40 — alla
teorica vera della natura dello spirito e dell’uma- na personalità. Già questo
sistema nega all’ Assoluto, ovvero a Dio, ogni sorta di personalità, negandogli
una su-ssistenza propria distinta essenzialmente dal mondo; e quindi gli nega
il pensiero e la libertà, che sono i due attributi della personalità. Ma i
seguaci di questo sistema non si avvedono, che il loro principio conduce a tll
di lo- gica alla negazione della personalità umana, ch’eglino juire ammettono e
pi’opugnano apertamente. Imperoccliò per l’idealismo assoluto lo sjnrito non ha
una sussistenza propria ed un’essenza distinta e diver.sa da quella della
materia od dia natura; ed il pensiero e l’idea per es.so non son tali da
appartenere in proprio ed esclusivamente allo spirito; stante che pel sistema,
benchòinconsciamente,e l’idea e il pensie- ro sono in fondo della natura e
della materia. Dicasi lo stesso della attività o della forza una e identica,
tanto nella forma della materia, che nella forma dello spiri- to, perchè
attributo d’ima sola unica e identica sostan- za e differenziata soltanto nel
grado e nel modo del suo sviluppo, e sempre fatale per la legge invariabile
dell’ eternamente variabile divenire. Sicché nulla di costante e di fìsso v’ha
nell’ universo; nè la nozione, nè la natura, nè lo spirito son cose salde,
ferme e per- sistenti; ma trascorrenti da una all’altra forma, da uno all’altro
momento; e lo stesso Assoluto, ovvero Dio, è per il sistema idealista la
sintesi o l’unità di questo eterno di.scorrimento, di queste infinite
trasmutazioni. Donde deriva, che la stessa una e identica sostanza, 7 Digitized
by Google — 50 — socondo il sistrma , essa pure non ò cosa stallile c ferma, ma
mutabile e sempre diversa da sè stessa; sicché non vi sarebbe altro di
sussistente, di fisso ed immutabile nell’ universo , se non l’eterno divenire,
questo perenne flusso c riflusso dell’ essere univer- sale, questa
immutabilitìi assoluta delle infinite per- mutazioni. Come adunque può
l’idealismo assoluto discorrere di personalità dello spirito umano, e di quanto
nel- l’idea di personalità ò contenutó, cioè a dire, di ragio- ne e di libertà,
di responsabilità morale, di diritti e di doveri, e via dicendo ; se egli nega
allo spirito una pro- pria e permanente sussistenza, o al più gliene concede
una fenomenale ed evanescente nel flusso perenne dello eterno divenire? 0 io
m’inganno grossolanamen- f(‘, ovvero è da dire, che questo siste'ma è
incompati- l)ile con la dottrina indubitabile della personalità uma- na, alla
quale contradicendo, viene a contraddire, anzi a negare apertamente l’ordine
dello spirito e l’ordine morale del mondo. virr. Ctisologia Escatologia, e
Teleologia dello spirito. Dalla dottrina di sopra stabilita della sostanzialità
dello spirito umano, il quale, per essere possibile il pensiero e la libertà,
deve essere di sostanza semplice ed immateriale, di sua natura essenzialmente
imperi- turo ed immortale, segue che la sua finalità oltre})assi Digitized by
Google — 51 — i confini brevi del tempo e s’infuturi nell’eterno. Sic- chò i
duo concetti escatologico e teleologico dello spi- rito umano, non solo, come
pretende Emmanuelc Kant, sono postulati indubitabili della ragion pratica, ma
sono pronunziati della ragione teoretica e ricavati irrepugnabilmente dalla
stessa natura od essenza dello spirito. ' Questa dottrina, ch’ò fondamentale
nel sistema spi- ritualistico c che costituisce il fondo sostanziale delle
credenze e degl’istituti religiosi e morali di tutt’i popoli civili, ò
contraddetta e negata dal materialismo antico e moderno; e se vuoisi ancora,
benché con forme velate e con equivoci temperamenti, dall’idealismo assoluto.
Benché da quanto più sopra abbiamo avuto occa- sione di notare intorno a questi
due sistemi, si po- trebbe agevolmente argomentare la falsità delle loro
conclusioni negative, rispetto alladottrina escatologica e teleologica dello
spirito da noi professata; pure in grazia dell’ importanza massima, eh’ ella
gode nella pratica deliavita, crediamo utilissima cosa l’insistervi
maggiormente, ponendo a disamina il principio, onde gli avversari deducono le
loro negative conclusioni, la teorica cioè della natura dello spirito e del
pensiero. E dapprima il materialismo afferma, egli é vero, lo spirito c il
pensiero, ma ne sconosce la natura e l’es- senza, spiegandoli come fenomeni ed
effetti delle fun- zioni della materia organizzata. E non si avvede, che egli
sconosce cosi la natui’a e l’essenza della stessa materia e delle sue forze;
materia e forze, la cui azione si riduce a moti di attrazione e di rei)ulsione,
di coe- Digilized by Google sionc 0 di afflnitù fisico-chiniiche, ad
assimilazioni di elementi diversi e di composizioni organiche più o meno
complesse, supponenti sempre moltiplicitù. ed etcrogeneitùdi parti, incapaci di
loro natura a compc- nctrarsi insieme c formare una perfetta unitù di sog-
getto, assolutamente necessaria per la possibilitù stes- sa del pensiero? Con
siffatto fisico processo, come si può rendere ragiono deH’unità formale del
pensiero c della coscic'nza? E come sarebbe possibile l’unità for- male del
pensiei’o c della coscienza, se il soggetto pen- sante, ovvero lo spirito, non
fosse una perfetta c so- stanziale unità? Non altriinento procede l’idealismo assoluto.
Benché egli proclami altamente la sovrana eccellenza del pen- siero e dello
spirito, e la loro incontrastabile superio- rità rispetto alla materia cd alla
natura; tuttavia chi guarda in fondo a! sistema, scorge che esso non pone
differenza sostanziale tra loro, ma solo differenza nella forma c nel grado,
sondo che e la natura c lo spirito sono momenti diversi della proteiforme unica
sostan- za. Nò la natura, nè lo spirito sono, secondo il sistema, forme
persistenti e salde pi’oduzioni del proteiforme unico principio; ma transitorie
cd evanescenti esisten- ze, le quali sorgono e spariscono a misura, ch’osso
principio con moto alterno, ora progressivo, si trasfor- ma di nozione in
natura e di natura in spirito, ora re- gressivo, di spirito si tramuta in
natura e di natura ri- diventa essere indeterminato ed astratto. Onde nò la
natura o la materia, nò lo spirito o il pensiero hanno sussistenza propria e
duratura; ma sono in un eterno Digilized by Coogle divenire, solo rimanendo
immntnbile la mutabilit?i as- soluta, e fìsso il perenne flusso delle
esistenze. Non dee recar meraviglia adunque, se questi due si- stemi
pronunziano la mortalità dell’anima umana; sicché nell’ uomo morente si spenga
il lume del pen- siero e l’efimera personalità di lui si dilegui, rima- nendo
soltanto ({weW'oliquid indeterminato, o quegli atomi primi, che rientrano nel
seno della materia o del- l’essere universale. Egli ò vero che l’idealismo
assoluto, asserendo la mortalità dello spirito individuale, proclama l’immor-
talità dello spirito universale. Ma che cosa ò da inten- dersi per ispirilo
univer.sale, secondo que.sto sistema? Certo ch’esso non Tintende come un
soggetto sussi- stente in sé e indipendente dagli spiriti singolari; ma
piuttosto o come l’astratto e generico concetto delio spirito, che poi diviene
reale concretandosi negli spi- riti individuali; ovveio lo concepisce come la
sintesi collettiva di essi spiriti singoli, che sorgono c spari- scono
successivamente; nella quale doppia ipotesi la perennitào immortalità che
voglia dirsi, compete meno allo spirilo reale, ma .sì bene alla sua astratta e
gene- rica possibilità. In sostegno di questa opinione della vita transitoria
dello spirito umano, recentemente si è messa innanzi la teorica così detta
dell’organismo dello spirito. Se- condo questa dottrina, l’anima umana, ovvero,
lo spiri- to, è un organismo, che a guisa di ogni altra forma di organismi ò
soggetto alle leggi di nascimento, di svi- luppo e di disorganizzazione e di
morte. Lo spirito ò un Digilized by Google — 54 — organismo; ma dimandiamo noi,
organismo di die? Certo che la moltiplicità si organizza in unitii di azione e
di fine; ma ò certo altresì, che l’organismo è un com- posto di elementi o
parti reali, pognamo l’organismo della pianta o del corpo animale; ovvero di
elementi o parti ideali, pognamo l’organismo del pensiero e della scienza. Lo
spirito adunque .sarebbe forse un organi- smo della prima specie, o della
.seconda? .Scartata la prima ipotesi non ammes.sa neppure da’ seguaci delle due
scuole, resta la seconda, la quale aflerma essere lo spirito un organismo di
sensazioni, di percezioni, d’idee, di sentimenti, di pensiei i, di volizioni e
così via. Secondo cotestoro adunque, lo spirito ò un orga- nismo di fenomeni;
egli quindi ò un fenomeno di feno- meni, .senza saper dire chi sia quegli, che
questi feno- meni organizza in unità di forma e di vita; senza sa- pere
additare di questi fenomeni chi sia e quale il nou- rnrno che li produce e
sostiene nella sua immanenza sostanziale c consapevole. La ragione profonda
delle suddette conclusioni ne- gative intorno al problema escatologico dello
spirito si trova nel principio, sul quale si fondano i due sistemi; nel
principio cioè dell’unità della sostanza, deH’identità sostanziale di tutti gli
esseri e quindi della conversio- ne ed equipollenza delle forze. Dal quale
principio di- scende Taltro, che dichiara impossibile ogni produ- zione, o
meglio creazione, la quale sia altro, che tra- sformazione 0 sviluppo deH’unica
sostanza. Om questi duo principi sono dommaticamentc posti c niente alfatto
ii-repugnabiluK'ute dimostrati come Digilized by Google — Dr> — veri; anzi a
noi pare, che si possono dimostrare irre- pugnabilmente come falsi. E
primamente l’unità, e l’ identità della sostanza in astratto ò innegabile come
idea e nella idea, ma ò as- surda nella realità degli esseri concreti. L’unità
vera sta nella idea e nello spirito, che la concepisce; nella rea- lità e nella
concretezza v’ ha la molteplicità c la diver- sità indefinita. Dall’unità e
identità adunciue dell’idea di sostanza in astratto inferire l’unità e
l’identità della sostanza degli esseri in concreto, ò quindi un pretto sofisma.
E dicasi lo stesso, tanto delle specie rispetto al loro genere comune, quanto
degl’ individui rispetto alla loro specie rispettiva. Dall’ affermare sostanza
lo spirito e sostanza la materia, non se ne può quindi con- cludere l’unità e
la identità lorosostenziale. Allo stesso modo che, dicendo uomo Socrate ed uomo
Platone, non si potrebbe affermare Platone e Socrate essere lo stes- so uomo.
Ora questo ò l’eterno paralogismo incluso implicitamente in tutti i
ragionamenti de’sostenitori deU’unità e identità della sostanza di tutti gli
esseri dell’ universo. Questi filosofi non si avvedono, che preso a rigore
siffatto principio, sarebbe impossibile ed assurda ogni moltiplicità e varietà
anche fenome- nale e di pura forma nell’esistenzc; sicché re.sscre uno ed
immobile di Parmenide sarebbe più razionale e vero del flusso eterno di
Eraclito. Di fatti ammessa l’unità e l’identità assoluta della sostanza, non si
vede ragione alcuna della varietà delle forme e della neces- sità dello stesso
divenire. Tuttavia (piesti filosofi, non potendo negare le pcr- Digitized by
Google — 5G mutazioni continue delle esistenze del mondo, fissi però nel domina
dell’unità della sostanza universale, le spiegano col principio dello sviluppo
progressivo deH’unica sostanza, negando recisamente la possibili- tà della
produzione, o meglio della creazione di sostan- ziale essere, che non sia
svolgimento o trasformazione di quella. In breve, alla nozione di creazione
sostitui- scono quella di trasformazione e di svolgimento, con la quale credono
di l'endere ragione della moltiplicità e della varietìi fenomenale ed infinita
deH’universo. Ora a noi pare, che questa sostituzione non ispiega nulla, anzi
confonde ogni cosa. Non spiega nulla; per,- ciocchò la trasformazione o lo
sviluppo non ingenera che differenze quantitative e formali, e non mai quali-
tative e di natura, quali mostrano evidentemente di essere quelle, che corrono
tra i generi e le specie delle diverse e varie esistenze del mondo. Oltre die
lo svol- gimento di una sostanza o forza sui generis, non aiu- tata dalla
eterogeneità di altra sostanza, che sommini- stri nuovi e diversi elementi da
venire attratti ed orga- nati dall’azione della prima, non riuscirebbe mai a
produrre un novello essere di qualitìi e di natura diffe- rente da sò stessa. E
confonderebbe ogni cosa; peroc- ché lo sviluppamento d’uiia identica ed
assoluta so- stanza, dato anche che si svolgesse in influito, non dà ragione
veruna della varietà, dell’opposizione, anzi della contradizione essenziale,
che corre tra gli esseri sì dell’ordine fìsico, che dell’ordine morale del
mondo. E la opposizione e la contradizione non solo fenome- nica, ma reale e
sostanziale degli esseri è non meno Digitized by Googic - 57 — necessaria
dell’accordo e deH’armonia alla concezione della idea e della vita concreta del
Cosmo. Ora la con- traddizione reale e l’armonia ancor reale 5egli esseri del
Cosmo, presuppongono e dimostrano, almeno apo- gogicamente, la verità, anzi la
necessità della nozione e del principio ctisologico. Imperoccliò, rimossa Tipo-
tesi delTunicitii assoluta della sostanza, che nulla spie- ga e tutto confonde,
rimane provato, che la pluralità della sostanza degli enti cosmici e
l’opposizione e la contraddizione della loro naturano!! sarebbero riuscite alla
composizione armonica dell’ universo, senza un principio causante e
trascendente, che le avesse fatte o create e ad unità di fine condotte ed
ordinate. Ora questo principio, che per non incorrere nella ipotesi assurda
della unicità della sostanza, deve con- cepirsi ed essere da sè e di una
sostanzialità propria e ad altrui incomunicabile, non avrebbe potuto, nò
potrebbe mai, condurre ed ordinare ad unità di fine la moltiplicità degli
esseri del mondo, se non li avesse prima conosciuti; e non li avrebbe prima
potuto cono- scere, se non li avesse anteriormente pensati, e pen- sandoli,
egli non li avesse fatti o creati, secondo la sua eterna e divina Idea.
Imporocchò la ragione o Tintelli- genza assoluta non conosce il possibile, se
non perchò è suo pensiero; e non conosce il reale, se non perchò pensandolo lo
crea secondo il suo pensiero. NelTAsso- luto adunque il pensare è fare, e il
fare ò pensare ; (luindi conoscendo crea, e creando conosce. Cono- scendo sè
stesso genera eternamente sò medesimo; e pensando il diverso da sè, l'altro, il
possibile, lo crea. Digitized by Google — Ó8 — ossia lo pone in atto nella
realità della esistenza. Sic- ché il mondo, invece di essere Io sviluppo cieco
e fatale deirunica sostanza, ò l’opera intelligente e libera del- l’eterno
pensiero o della Mente eterna; onde l’idea cti- sologica 6 la sola, che risolve
il mistero dell’universo. Che il pensiero sostanziale sia la ragione e la
cagione efficiente dell’ univer.so, pare che sia consentito ezian- dio da
parecchi filosofi moderni, seguaci più o meno devoti alla dottrina da noi
combattuta. E cotestoro af- fermano essere il pensiero in fondo a tutte le cose
e da esso provenire ogni forma di esseri ed ogni maniera di esistenza. Così
insegnano l’idea essere immanente nella natura, ed il pensiero latente nella
stessa mate- ria; pensiero inconscio dapprima e cieco nella natura inorganica
ed organica vegetabile; senziente nell’orga- nismo animale; consciente neH’uomo
finché questi vive normalmente; inconsciente in certi stati anormali o pa-
tologici, ed inconsciente ancora quando morto e disso- luto l’umano organismo,
ei ritorna nel pristino seno dell’inconscia Natura. Ella é questa la famosa
teorica del pensiero inconscio o inconsciente, teorica nuova per la novità
della foimola che respi ime, ma vecchia ed antiquata pel contenuto. Perciocché
con la formola del pensiero inconsciente non si vuole intendere altro, se non
il concetto generalissimo ed astratto di foi’za cieca ed irrazionale, principio
indeterminato ed in sé stesso informe, ma capace di divenire, svolgendosi,
tutte le forme de'erminate della fenomenìa del mondo. Ché cosa abbia a dirsi di
questo pensiero incon-scicn- te, di questo pensici'»} che non pensa o conosce,
e che Digitized by Google 51 » — non pensando nò conoscendo diviene tutto e dà
ordine forma e bellezza all’universo, lo lasciamo volentieri alla discreta
considerazione degli uomini di buon sen- so, cui non piacerà di certo usar le
parole in signifi- cato equivoco ed allo opposto di quel che suonano nel
linguaggio comune; la qual cosa, se fatta con malizia, nella sfera etica si
chiama menzogna, nella sfera giu- ridica crimine di falsità e nella logica sofisma
di parole. Noi chiediamo licenzaa questi illustri fdosofldi chia- mar le cose
co’loro nomi, adottati e con.sacruti dall’uso comune degli scrittori e del
popolo, che adopera la lin- gua, nella quale si scrive; e quindi ricusiamo di
appel- lar pensiero la cis o forza latente ed insita alla mate- riaoadessa
identica, che con moto cieco e fatale si agi- ta e si espande, attrae o
repelle, compone o dissolve i corpi inorganici od organici del regno vegetale
ed ani- male e quindi si tramuta in spirito consciente nell’uo- mo. Per noi il
pensiero non è neppure il senso e l’istinto della vitix animale, sia pure
quella che si av- vera nell’ uomo indipendentemente dall’ attiviti! con-
sciente e libera della ragione. Per noi invece il pensie- ro involge essenzialmente
Inconsapevolezza di sè e dell’idea o concetto del termine pensato, sia (piestii
consapevolezza intuitiva o riflessa, sia spontanea o li- bera. Un pensiero
inconscio ed insciente ò per noi una contraddiziono ne’termini; come del pari è
affermare una contraddizione il dire, il pensiero e l’idea es.sere nella natura
o della natura. Invece e l’idea e il pen- siero sono dello spirito e nello
spirito, e .segnutame nte Digitized by Google — (iO — dello Spirito o nello
Spirito assoluto; il quale imma- nente in sè c trascendente, pone ed attua
fuori di la Natura da Lui pensala, suggellandola della forma del- l’Idea eterna
che in sè contiene. Onde segue, che lo spi- rito non procede dalla natura, nò
il pensiero dalla ois o forza della materia, ma sì bene lo spirito e il pensie-
ro sono la ragione e la causa trascendente del mondo. Onde segue ancora, che lo
Spirito assoluto è da sè ed è quindi Tessere necessario, che pensando
necessaria- mente sè stesso afferma necessariamente la propria realità, e
pensando l’opposto di sè, l’altro, il possibile, liberamente lo afferma ossia
lo crea. Imperocché non vi ha altra via per la quale il possibile o il
contingente divenga all’atto dell’esistenza, posto che non possa de- rivare
dall’espansione della sostanza semplicissima dello Spirito assoluto, se non
quella di essere pensato c fatto dalla potenza infinita di Lui; per la
semplicis- sima ragione, che il possibile non è altro che il pensa- bile, e
questo non può altrimente divenire reale, se non per l’azione creatrice
delTassoluto pensiero. Questa teorica nell’atto che spiega Vaseità d’es- senza
dello Spirito assoluto e la ragione creativa del mondo, spiega altresì
l’essenza e la derivazione diretta dello spirito e del pensiero finito
dalTefilcienza crea- tiva delTassoluto Spirito. Perciocché lo spirito finito,
sendo di natura sua immateriale e semplice, non può concepirsi derivato dallo
svolgimento della natura ma- teriale e molteplice, nò da esplicamento emanativo
della sostanza delTassoluto Spirito essenzialmente im- partibile ed uno. Sicché
rimane definihi la divina ori- Digitized tjy Google — (il — Rine (li lui d.nll’
efficienza immediata c diretta dello Spirito assoluto e deH’assoluto pensiero,
unico princi- pio, ragione e causa dell’ universo. Ninno al certo vorrà credere
estranee al nostro etico argomento le disquisizioni antecedenti sopra la natura
e ressenza e la genesi dello spirito umano, quando si consideri, che dalla
diversa soluzione di questi ardui problemi, che sono i più alti della
metafìsica, dipende in gran parte l’indirizzo della scienza etica e la determi-
nazione dello scopo finale dell’uomo, non che la legge della sua vita e la sua
ultima destinazione. E noi che in questo lavoro , anzicchè scendere ne’
particolari, amiamo piuttosto segnare i lineamenti generali e me- tafìsici
dell’Etica, abbiamo creduto opportuno insistere sopra i principi teoretici e
speculativi, che sono l’unico fondamento d’un’Etica razionale e indipendente.
Ed à (piesto il vero bisogno dei tempi nostri, quello cioò di richiamare la
vita morale degli uomini a’suoi principi razionali ed apodittici, e fondare
l’Etica sopra i dati uni- versali e necessari della ragione e della scienza,
sot- traendola così alle fluttuazioni delle scuole empiriche ed alle opinioni
intcn'ssale delle Sètte o parti sia reli- giose che politiche. Ora fermata così
la dottrina della natura del pensiero e dello spirito in generale, e stabilito
apoditticamente, che tutto nel mondo procede dallaefflcienza immediata
deH’as.soluto pensiero, segue che questo mondo mate- riale e questo spirito
finito, che vi fa la sua comparsa, ci siano non per caso o per fatale c cieca
necessità, ma Digitized by Google — 02 — per un fine determinato c prestabilito
dalla ragione eterna e trascendente deH’Assoluto. Il problema teleologico, ovvero
il problema della fi- nalità del mondo e massimamente della personalità umana
s’impone da sò all’ investigazione dello spirito filosofico, come quello che
interessa non solo la ricerca speculativa, ma eziandio la ragione pratica della
vita. In altre parole, il problema della destinazione umana presuppone risoluto
il problema della genesi dello spi- rito umano e della sua essenza e natura e
de’suoi fini, senza di che non potrebbesi determinare qual debba essere e quale
.sarà il termine della sua esistenza,' se temporaneo od eterno. A noi, dopo
quello che anterior- mente s’è detto intorno al tema ctisologico ed escato-
logico dello spirito umano, non rimane altro a fare, che trarre le conseguenze
di que’ principi, da’ quali verrà determinata con rigore scientifico la
finalità o la teleologia di lui. La finalità del mondo in generale, c la
finalità dello spirito umano in particolare, ò negata egualmente dal
materialismo e dallo idealismo assoluto. Sono essi conseguenti al loro
pinncipio. Ponendo la natura e lo spirito come puri momenti del processo
evolutivo e fa- tale dell’unica sostanza, essere indeterminato e incon- sciente
secondo l’uno, materia o forza cieca secondo l’altro sistema, per necessità
logica essi devono negare ogni finalità nel mondo, e quindi negare segnatamente
allo spirito umano ed all’ umana vita una finalità pro- pria ed uno scopo
preordinato e fisso. E tanto più da Digilized by Google — r>3 — questi
sistemi ò negato all’umana vita un fine prede- terminato e razionale, per
quanto essi tengono ferma- mente per fenomenale ed evanescente non solo il pen-
siero, ma lo stesso spirito umano, a cui contrastano, anzi recisamente negano
la sostanziale e permanente personalità, e quindi l’immortalità del suo essere
indi- viduale e personale e la sua eterna destinazione. Quanto coteste teorie
siano a nostro parere insoste- nibili ed errate, l’abbiamo di sopra veduto,
esaminan- do c combattendo il principio dell’unicità della so- stanza, sul
quale esse riposano. Quali conseguenze da queste due teorie discendono e che a
nostro avviso sono in contraddizione con l’idea della moralità, lo ve- dremo a
suo luogo. Preesiste e presiede al mondo, ragione e cagione personale e
trascendente di esso, l’assoluto Spirito e il suo eterno pensiero. Onde il
mondo prima che fosse in se reale, era ideale nella ragione eterna; sicché il
mondo procede dall’Idea come suo principio razionale e causante, e termina
all’Idea come a sua ragione e fine. E segnatamente lo spirito umano ha nella
Idea eterna il principio causante della sua realità nel tempo, c nel- la stessa
Idea eterna la ragione teleologica della sua esistenza immortale e personale.
Onde la teleologia del mondo, e segnatamente la teleologia dello spirito uma-
no, trova il suo fondamento da una parte, ch’ò la prin- cipale, nella teorica
della personalità dell’Assoluto; e dall’altra in quella dello spirito umano,
legate insieme dal libero nesso o rapporto ctisologico; entro a’quali due
termini si spiegano le l'agioni c le leggi della vita Digitized by Google 64 —
morale ed etica, eh’ è lavila della ragione e della li- bertà. Ma se lo spirito
umano ha uno scopo prestabilito, scopo che deve conseguire mediante l’esercizio
della sua ragione e della sua libertà, attributi essenziali della personalità
sua sostanziale; egli fa mestieri di determinare scientificamente la natura e
le specifica- zioni di questo scopo o fine da conseguire, nel quale consiste
quel che tutti addimandano il Bene. Questa ricerca sarà rargornento della
seconda parte di questo nostro lavoro schematico de’ principi primi e
metafisici dell’ Etica. UNE DELLA PRIMA PARTE. Digitized by GooglNome compiuto:
Marchese Cavaliere Paolo Emilio Tulelli. Paolo Emilio Tulelli. Tulelli.
Keywords: filosofia italiana, l’equilibrio, metafisica dell’etica. Refs.: Luigi
Speranza, “Grice e Tulelli” – The Swimming-Pool Library. Tulelli.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Turco:
la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale dell’agnella,
commedia nuova – la scuola di Mantova – filosofia lombarda -- filosofia
italiana – By Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The
Swimming-Pool Library (Asola).
Abstract. Keywords: commedia nuova, agnella. Flosofo lombardo. Filosofo italiano.
Asola, Mantova, Lombardia. Nasce da una anticha e nobile famiglie, allora
fiorente cittadina della Repubblica di Venezia, dove ricopre importanti cariche
politiche in qualità di deputato, oratore e avvocato della comunità. La sua prima opera, un dialogo, “Agnella”,
venne rappresentato ad Asola durante i festeggiamenti per la visita dei duchi
di Nemours e Beaulieu e altri illustri francesi al loro seguito. “Agnella”
venne in pubblicata in seguito prima a Treviso, poi a Venezia. Contemporaneo ed
amico di MANUZIO che in una lettera encomia la sua canzone in lode di Carlo V
scritta in occasione della morte di quest'ultimo. Scrive: Letta la vostra canzone
scritta in morte del Gran Carlo V, veramente Signor Carlo onorato, non troppo
benigna stella, essendo voi dotato di si pellegrino ingegno e di tante altre
lodevoli qualità, vi condanna a scrivere dove tra molte tenebre non può
risplendere la vostra virtù, con la quale potevate illustrare voi stesso ed il
secolo nostro eccitando in altri il desiderio di assomigliarvi. Laddove hora,
avendo voi il campo ristretto per esercitare le vostre più nobili parti, non
veggo come possano apparire effetti degni di voi ed alla vostra nobile
industria corrispondenti. Questa lettera è in seguito stampata in Venezia da
Gavardo che, sempre a Venezia, pubblica una tragedia in versi, intitolata “Calestri”.
Altre opere sono stampate anche in Il Sepolcro de la illustre signora Beatrice
di Dorimbergo, Brescia Fabbio, Mangini, Storie Asolane, Lettera di MANUZIO a
Turchi, Lett. Volg. Venezia. Carlo Turco. Turco. Keywords: commedia nuova,
agnella. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Turco” – The Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Turoldo:
le XII fatiche della ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale – la
scuola di Coderno – filosofia friulana -- filosofia italiana – By Luigi
Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P.
Grice, The Swimming-Pool Library
(Coderno). Abstract.
Keywords. la ragione. The phrase ‘Grice italo’ is meant as provocative. An
Old-World philosopher such as Turoldo would never have imagined to be compared
to a tutor at a varsity in one of the British Isles, but there you are! It is
meant as a geo-political reminder, too. Many Italian philosophers have been
educated in a tradition that would make little sense of Turoldo as a ‘Grice
italo,’ but there you are. My note is meant as a tribute to both philosophers.
Grice has been deemed an extremely original philosopher, and by Oxford canons
he certainly was. He was the primus inter pares at the Play Group, the epitome
of ordinary-language philosophy throughout most of the twentieth century. His
heritage remains. Turoldo’s place in the history of philosophy is other. But
there are connections, and here they areFilosofo friulano -- Filosofo
italiano. Coderno, comune di
Sedegliano, Udine, Friuli-Venezia Giulia. Poeta, nato a Coderno del Friuli il
16 novembre 1916. Sacerdote nella congregazione dei Servi di Maria (1940),
pubblicò le sue prime poesie durante la Resistenza nella rivista clandestina
L'uomo. Sin dalla sua prima raccolta, Io non ho mani (1948), non ancora scevra
di forti reminiscenze letterarie, si fa strada la sua più segreta e autentica
vena di poeta che intende usare la parola lirica come momento privilegiato di
comunicazione e di dialogo con gli altri uomini: parola nel senso più alto,
liturgico del termine. Ammonizione biblica e tragedie storiche dell'uomo
moderno, profezia e realtà, tendono a riconciliarsi nell'unità del linguaggio
poetico. Questi caratteri della poesia turoldiana si affermano e si estendono,
superando iniziali motivi legati a un'individuale condizione dello spirito, a
partire soprattutto da Udii una voce (1952, con pref. di G. Ungaretti). Una
fase ulteriore è costituita da Gli occhi miei lo vedranno (1955) a cui segue Se
tu non riappari (1963, con un'intr. di A. Romanò). Nel 1971 vede la luce, con
una pref. di L. Santucci, il volume Poesie, dove si ritrovano anche sette
"poemetti" e la lunga lirica Per il ritorno del Signore. Dopo Il
sesto angelo. Poesie scelte - prima e dopo il 1968, volume apparso nel 1976 con
un'introduzione di A. Romanò, T. ha pubblicato, sempre nello stesso anno, la
raccolta poetica Fine dell'uomo? e nel 1978 Alla porta del bene e del male,
raccolta di lettere e brani di un dialogo tenuto con i lettori della Domenica
del Corriere. Della vasta attività letteraria turoldiana, che si esplica in
varie forme, dalla poesia e dal teatro al saggio, alla meditazione religiosa,
alla traduzione di testi biblici, ad articoli e scritti vari, ricordiamo
inoltre: il dramma La passione di San Lorenzo (1961) e il volume di saggi
Nell'anno del Signore (1973). -ALT
Bibl.: A. Romanò, in Il popolo, 20 maggio 1948; C. Bo, in La fiera
letteraria, 22 apr. 1951; M. Apollonio, in Antologia della poesia religiosa
italiana contemporanea, a cura di V. Volpini, Firenze 1952; C. Betocchi, in Giornale
del mattino, 29 luglio 1955; G. Cantamessa, in L'Italia, 7 e 14 genn. 1958; A.
Bozzoli, Poesia e teatro di D. M. Turoldo, in Convivium, n. 1, 1965; A.
Frattini, in Poesia nuova in Italia tra ermetismo e neoavanguardia, Roma 1966;
C. Crifò, Dramma della parola nella poesia di David Turoldo, in Labor,
luglio-dic. 1967; B. Cuminetti, Per una lettura del teatro di D. M. Turoldo:
drammaturgia come Apocalisse, in Vita e pensiero, fasc. IX, 1969; C. Bo, in
Corriere della sera, 7 apr. 1971; R. Lollo, La poesia di David M. Turoldo,
Vicenza 1971; L. Scorrano, in Critica letteraria, a. III (1975), fasc. IV.Figura
profetica, resistente sostenitore delle istanze di rinnovamento culturale, di
ispirazione conciliare, tenuto da alcuni uno dei più rappresentativi esponenti
di un cambiamento spirituale, il che gli ha valso il titolo di coscienza
inquieta. Riceve con intensità le caratteristiche della semplice cultura umana
del suo ambiente nativo e prevalentemente contadino. Colse e fece propria la
dignità delle condizioni povere della sua terra, che costituirono una solida
radice informante tutto lo sviluppo della sua sensibilità e della sua attività
futura. Accolto tra i servi di Maria nel convento di S. Maria al Cengio a
Isola Vicentina, sede triveneta della casa di formazione dell'ordine servita, dove
trascorse l’anno di noviziato. Emise la professione religiosa. Pronuncia i voti
solenni a Vicenza. Incomincia gli studi filosofici a Venezia. Nel santuario della Madonna di Monte Berico
di Vicenza e ordinato presbitero da Rodolfi, arcivescovo di Vicenza. Assegnato
al convento di S. Maria dei servi in S. Carlo al Corso in Milano. Su invito di Schuster,
arcivescovo della città, tenne la predicazione domenicale nel duomo milanese.
Insieme con il suo confratello, compagno di studi durante tutto l’iter
formativo nell’ordine dei servi e amico Piaz, si iscrive al corso a Milano e
conseguì la laurea con una tesi dal titolo, “La fatica della ragione: Contributo
per un'ontologia dell'uomo”, redatta sotto la guida di BONTADINI. Sia BONTADINI
sia BO gl’offriranno il ruolo d’assistente universitario, a Milano, il secondo
a Urbino. Durante l'occupazione nazista di Milano collabora attivamente con la
resistenza creando e diffondendo dal suo convento il periodico clandestino
l'Uomo. Il titolo testimonia la sua scelta dell'umano contro il dis-umano,
perché la realizzazione della propria umanità. Questo è il solo scopo della
vita. La sua militanza dura tutta la vita, interpretando il comando evangelico
essere nel mondo senza essere del mondo come un essere nel sistema senza essere
del sistema. Rifiuta sempre di schierarsi con un partito. Il suo impegno
nel dialogo senza preconcetti e nel confronto di idee talvolta anche duro, si
tradusse in particolare nel far nascere, insieme con PIAZ, il centro culturale
la Corsia dei Servi -- il vecchio nome della strada che dal convento dei servi
conduceva al duomo. Uno dei principali sostenitori del progetto
Nomadelfia, il villaggio nato per accogliere gl’orfani di guerra con la
fraternità come unica legge, fondato da SALTINI nell'ex campo di concentramento
di Fossoli presso Carpi, raccogliendo fondi presso la ricca borghesia milanese. Si
rende noto al grande pubblico con due raccolte di liriche “Io non ho mani” -- che
gli valse il Premio letterario Saint Vincent -- e “Gl’occhi miei” lo vedranno,
presentato nella collana mondadoriana Lo Specchio d’Ungaretti. A seguito
di prese di posizione assunte da politici locali e da alcune autorità
ecclesiastiche, deve lasciare Milano e soggiornare in conventi dei servi
dell’Austria e della iera. Venne dai superiori dell’ordine assegnato al
convento della S. Annunziata di Firenze, e qui incontra personalità affini al
suo modo di sentire, quali fra VANNUCCI, BALDUCCI, PIRA, e molti altri che
nell’ambiente fiorentino animano un tempo in cui si accendono speranze di
rinnovamento a tutti i livelli. Ma anche da Firenze è costretto ad allontanarsi
e trascorre un periodo di peregrinazioni all’estero. Ri-entrato in
Italia, venne assegnato al convento di S. Maria delle Grazie, nella “sua”
Udine. Ma con il ri-entro in Italia porta con sé un progetto, nato a contatto
cogl’emigrati friuliani: realizzare un film che raccontasse la nobiltà della
povera vita rurale del suo Friuli. Il film con il titolo “Gl’ultimi” e ispirato
al racconto “Io non ero fanciullo” scritto da T. in precedenza, venne concluso con
la regia di Pandolfi. Presentato a Udine, “Gl’ultimi” tuttavia fu ben presto
rifiutato dall’opinione pubblica friulana, che lo ritenne addirittura
offensivo. Incomincia a cercare un sito dove dare avvio a una nuova
esperienza religiosa comunitaria, allargata alla partecipazione anche di laici.
Questo luogo, con le indicazioni ricevute d’amici, venne individuato
nell’antico Priorato cluniacense di S.Egidio in Fontanella. Ottenuto il
consenso del vescovo bergamasco GADDI, vi si insedia ufficialmente. Costruì
accanto allo storico edificio del Priorato una casa per l’ospitalità, la Casa
di Emmaus, titolo ispirato all’episodio in cui Gesù risorto si manifesta a
Emmaus alla cena nello spezzare il pane. La casa costituì un simbolico richiamo
alla semplice accoglienza, senza distinzioni di censo, di religione, o altro:
aspetti che caratterizzarono tutta la presenza e la sua multiforme opera.
Costituì inoltre un punto di riferimento per molti protagonisti della storia
culturale e civile italiana. Per molte personalità del mondo ecclesiale e d’altre
confessioni cristiane; un solido incentivo al rinnovamento di linguaggi e di
strutture; un laboratorio di creazioni liturgiche e celebrative, di cui
continuano a essere testimoni la versione metrica per il canto dei salmi e
migliaia di inni liturgici. Insieme con altri frati, impegnati particolarmente
in iniziative di rinnovamento spirituale e culturale, diede avvio alla
pubblicazione di una rivista, il cui titolo è ispirato all’ordine dei servi di
Maria, “Servitium”, e ad altre pubblicazioni che si ricollegavano
all’esperienza editoriale della Corsia dei Servi. La pubblicazione della
rivista continua tuttora con cadenza bimestrale, unitamente all’edizione di
altre proposte librarie edite sotto l’omonimo marchio Servitium. Molti
sono i suoi interventi sui media, dalla carta stampata alle trasmissioni radio
e televisive; molti i luoghi e le circostanze in cui è stato chiamato a
intervenire con la sua avvincente parola. Da ricordare in particolare i suoi
“viaggi della memoria” nei luoghi della Shoah, tra cui spicca quello a
Mauthausen. In quest’occasione compose una preghiera, poi recitata nella
cerimonia conclusiva, pubblicata successivamente nel saggio, “Ritorniamo ai
giorni del rischio”. Colpito da un tumore del pancreas, visse con lucida
consapevolezza e trasparente coraggio l’ultimo periodo della vita, dando una
incoraggiante testimonianza sul cammino verso “sorella morte”. Migliaia di
persone sfilarono accanto alla bara in cui era esposto il corpo di padre I
funerali a Milano videro la partecipazione di una numerosa folla nella chiesa
di S. Carlo al Corso, dove presiedette le esequie il cardinale MARTINI, che aveva
consegnato a T. il primo "Premio Lazzati", affermando la propria
opinione secondo la quale la chiesa riconosce la profezia troppo tardi. Un
secondo rito funebre venne celebrato nel pomeriggio a Fontanella di Sotto il
Monte, presente ancora una folla che copre tutta la collina circostante
l’antico priorato. Nel cimitero riposa ora sotto una semplice croce lignea, in
mezzo alla sua gente. Servitium dedica perciò alla sua figura un quaderno a
frate dei servi di S. Maria e ugualmente fa nel decennale. La grande passione. Saggi: Poesia e opere
letterarie «Lungo i fiumi..» I Salmi Milano, San Paolo, O sensi miei...: Poesie
(Milano, Rizzoli). Sul monte la morte, Servitium, La morte ha paura, Servitium,
poesie, Milano, Garzanti Teatro, Servitium,
I giorni del rischio con Salmodia della
speranza e rappresentazione in Duomo a Milano con Moni Ovadia, Servitium, Salmi
e cantici. Versione metrica per il canto di T., Servitium, La passione di S. Lorenzo, Servitium, La
terra non sarà distrutta, Servitium, Luminoso vuoto. Scritti, Servitium, David
M. T., Capovilla, Nel solco di Giovanni, lettere inedite, Servitium. Saggistica
e spiritualità. Lettere dalla Casa di Emmaus, Servitium, La parabola di Giobbe,
Servitium, Santa Maria. Servitium, Mia chiesa, una terra sola, Servitium, Il dramma è Dio: il divino la fede la poesia. Milano,
Rizzoli, Come i primi trovadori, Servitium, Colloqui con Giovanni, Servitium,
Profezia della povertà, Servitium, Chiamati ad essere, Servitium, È Natale,
Servitium, Mio amico don Milani, Servitium, Pregare, Servitium, Anche Dio è
infelice, S. Paolo, Amare Cinisello Balsamo, Edizioni S. Paolo, Padre del
mondo, Servitium, Povero sant’Antonio,
Il Messaggero, Padova. Narrativa Mia infanzia d’oro (con “Ritratto d’autore” Servitium,
e poi la morte dell'ultimo teologo Torino, Gribaudi. “Gli ultimi” Regia:
Pandolfi; soggetto: T.; sceneggiatura: Pandolfi e T.. Tra le tante, ci è un'iniziativa
che è tentata pochi giorni prima della morte di Moro e che è stata evocata da Craxi
nel corso della sua audizione nella prima Commissione d'inchiesta. In quella
circostanza, l'onorevole Craxi afferma che è chiamato da T., che gli chiedeva
sostanzialmente di domandare alla nunziatura apostolica di dichiararsi
disponibile come sede per far svolgere una trattativa. T. chiese II giorni di
silenzio stampa e insistette molto, con veemenza, affermando che era la sola
via possible. Legislatura, Commissione parlamentare di inchiesta sul rapimento
e sulla morte di Moro, Resoconto stenografico, “Tra i memoriali di Mauthausen”,
in “Ritorniamo ai giorni del rischio. Maledetto colui che non spera”, Milano,
Corriere "E T. nascose le armi dei partigiani" La vita, la testimonianza
Morcelliana. Piaz e la Corsia dei Servi di Milano, Morcelliana, T. e gl’organi
divini. Lettura concordanziale di “O sensi miei...”, Olschki, Una vita con gli
amici; Il mondo delle amicizie di T., documentario Salvi, Roma,
Rai-Educational, Elia, La peregrinatio poietica prefazione di Terza, Firenze, Olschki,
Cardinali, Il Dio Inseguito. Viaggio alla scoperta della poesia di T., Edizioni
Pro Sanctitate, Roma, Romero Balducci, Piaz, Fabbretti. Treccani, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana. David Maria Turolo. David M. Turoldo. David
Turoldo. Giuseppe Turoldo. Turoldo. Keywords: gl’ultimi, le XII fatiche della
ragione. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Turoldo” – The Swimming-Pool Library. Turoldo.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Tuveri:
FILOSOFIA SARDA, NON ITALIANA -- all’altra isola -- la ragione conversazionale
sarda e l’implicatura conversazionale sarda – Dulcamara -- l’elisir d’amor -- la
scuola di Collinas -- filosofia sarda -- filosofia italiana – Luigi Speranza,
pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Collinas). Abstract. Keywords: la lingua sarda -- The phrase ‘Grice
italo’ is meant as provocative. An Old-World philosopher such as Tuveri would
never have imagined to be compared to a tutor at a varsity in one of the
British Isles, but there you are! It is meant as a geo-political reminder, too.
Many Italian philosophers have been educated in a tradition that would make
little sense of Tuveri as a ‘Grice italo,’ but there you are. My note is meant
as a tribute to both philosophers. Grice has been deemed an extremely original philosopher,
and by Oxford canons he certainly was. He was the primus inter pares at the
Play Group, the epitome of ordinary-language philosophy throughout most of the
twentieth century. His heritage remains. Tuveri’s place in the history of
philosophy is other. But there are connections, and here they are.Filosofo
sardo. Filosofo italiano. Collinas,
Sardinia. O Forru. Grice: “Or should we say, ‘filosofo sardo’?” Nasce a Forru, piccolo comune rurale del
Campidano, non lontano da Cagliari, figlio di Salvatore, avvocato, e di Maria
Angela Licheri, di piccola nobiltà di paese. Fu lui stesso, divenutone sindaco,
a mutare il nome del paese in Collinas.
Orfano prestissimo del padre, fu educato in modo molto severo presso la
casa del nonno materno. Iniziò gli studi di retorica e filosofia presso il
seminario tridentino di Cagliari, dove rimase per sei anni, sviluppando in modo
sempre più acuto una forte repulsione verso un sistema scolastico vuoto e
formale. Si iscrisse all’università, forse con l’intento di seguire la
professione paterna: non completò, tuttavia, gli studi abbandonando
l’università – su cui avrebbe scritto pagine molto critiche – prima della
laurea e limitandosi al titolo di baccelliere in leggi. Non cessò peraltro di
studiare, e riuscì a costituire nel paese natale una ricca biblioteca sia di
testi filosofici e teologici, sia di opere del giusnaturalismo, coltivando la
lettura di autori come Grozio, Voltaire, Montesquieu, Rousseau. Nel frattempo
compiva le prime esperienze di conoscenza delle istituzioni giuridiche della
Sardegna. Dopo la ‘perfetta fusione’ – che portò alla scomparsa delle vecchie
istituzioni del Regnum Sardiniae, da lui considerate una garanzia di autonomia
– la concessione dello Statuto determinò in Sardegna un nuovo clima culturale e
politico, evidenziato dalla nascita di numerosi giornali e dall’avvio di un
dibattito politico molto acceso, soprattutto durante le campagne elettorali
susseguitesi numerose in coincidenza con la prima guerra di indipendenza e con
le vicende successive alla sconfitta. In questo contesto si colloca una
polemica pubblica con Giovanni Siotto Pintor, personalità di spicco dei gruppi
giobertiani e moderati cagliaritani -- Saggio delle opinioni politiche del sig.
deputato sardo Pintor, Torino. T. accusa il suo avversario di essersi fatto
sostenitore di posizioni conservatrici e reazionarie, in particolare nel campo
dell’istruzione. Nella lotta elettorale per le elezioni alla prima legislatura
del Parlamento, Tuveri rappresentò le posizioni democratiche. Sebbene Siotto
avesse conseguito un risultato elettorale estremamente lusinghiero, Tuveri ne
trasse una straordinaria notorietà che lo portò a essere eletto alla Camera nelle
elezioni suppletive del 30 novembre 1848. Non volle, però, accettare l’elezione
e si dimise pochi giorni dopo, rivolgendo agli elettori una lettera che tradiva
una certa ingenuità personale e inesperienza politica. Essendo però state
sciolte le Camere, nelle successive elezioni del gennaio 1849 risultò
nuovamente eletto nel collegio di Cagliari e questa volta accettò. La sua comparsa in Parlamento avvenne nel
momento di un acceso scontro ideologico e politico tra Gioberti e Mazzini. Il
contesto spiega la sua decisione di presentare il 19 marzo 1849 una mozione
diretta a porre Gioberti in stato di accusa per calunnie e offese alla Camera.
La Camera, con voci e rumori, gli impedì di svolgere l’intervento, ritenendolo
presentato in forme irrituali. La sconfitta di Novara portò poi di nuovo allo
scioglimento della Camera. Rientrato a Cagliari, T. si impegna in uno scontro
molto aspro contro i gruppi conservatori e giobertiani rappresentati dal
giornale Indicatore sardo diretto dai fratelli Antonio, Michele e Pietro
Martini e per l’occasione pubblica una serie di articoli fortemente polemici
cui volle dare il titolo -- prendendo esplicitamente spunto dal personaggio di
Dulcamara dell’opera L’elisir d’amore, di Donizetti -- di Specifici contro il
codinismo -- The reference to "Dulcamara" by the Sardinian
philosopher Giovanni Battista Tuveri likely relates to the character of Dr.
Dulcamara in Gaetano Donizetti's opera
L'elisir d'amore. Dr. Dulcamara is a traveling
quack selling "love potions" and other purported remedies to naive
townspeople. It's plausible that Tuveri, a prominent philosopher and politician
from Sardinia in the 19th century, invoked the character of Dulcamara as a
metaphor or allegory in his writings, perhaps to criticize: Deception and
charlatanism: Tuveri might have used Dulcamara to symbolize those who
manipulate or mislead people with false promises, whether in politics, society,
or intellectual circles. Blind faith or credulity: The villagers' belief in
Dulcamara's "elixir" could represent the dangers of uncritical
acceptance of ideas or authority, according to the Internet Encyclopedia of
Philosophy. The misuse of power or influence: Tuveri, as a politician and
opponent of the fusion of Sardinia with Piedmontese territories, may have seen
parallels between Dulcamara's persuasive power and the rhetoric used to sway
public opinion or consolidate control.
Without the specific context of Tuveri's mention, it's impossible to
pinpoint the exact intention. However, it's highly probable that his reference
to Dulcamara served as a satirical or critical allusion to themes of trickery,
gullibility, and potentially the manipulation of the masses.. L’opera attacca anche Alberto Della Marmora,
nominato commissario straordinario della Sardegna, che in vista delle elezioni
indette nel luglio aveva diretto una lettera agli elettori sardi invitandoli a
combattere le posizioni democratiche e mazziniane. L’opuscolo di T. ebbe un
notevole successo di pubblico e dovette essere ristampato (Cagliari 1849).
Ciononostante, il 23 luglio non riuscì a essere rieletto, cosa che però fu
possibile due mesi dopo nelle elezioni suppletive. Tuveri intanto si impegnava in una intensa
attività pubblicistica e giornalistica, che ne consolida la popolarità e favorì
la sua affermazione, sempre nello stesso collegio di Cagliari, nelle elezioni
del 13 dicembre, successive al proclama di Moncalieri, nonostante l’opposizione
del clero e della burocrazia governativa. In Parlamento tra il 1850 e il 1851
ebbe occasione di collaborare con Cavour ministro dell’Agricoltura e fu
relatore della proposta di legge ministeriale sul Riordinamento dei Monti di
soccorso granatici e nummari della Sardegna. Pubblica a Cagliari quella che è
stata a lungo giudicata la sua opera più importante: Del dritto dell’uomo alla
distruzione dei cattivi governi. Trattato teologico-filosofico. La forte impronta teologica e filosofica e lo
stile farraginoso e pesante non favorirono il successo dell’opera, che pure
ebbe numerose recensioni sulla stampa della penisola. La parte conclusiva del
volume, dedicata ai temi dell’unitarismo e del federalismo, suscitò un certo
dibattito tra le file del partito democratico. T. vi sosteneva che non si
poteva subordinare il tema dell’indipendenza nazionale a quello della libertà
politica. Ne conseguiva una proposta di tipo federalista, dentro una concezione
politica fieramente repubblicana e antimonarchica. Il Trattato, dunque, si
collocava, sul terreno pratico, non solo contro il federalismo monarchico
giobertiano, ma anche contro l’unitarismo repubblicano mazziniano. Dopo la pubblicazione del Dritto dell’uomo,
Tuveri venne rieletto deputato nelle elezioni del 1853 per la V legislatura.
L’anno prima si era sposato con Francesca Diana, da cui ebbe otto figli, il
maggiore dei quali sarebbe caduto sull’Isonzo nel 1915. Si dimise da deputato
nell’aprile del 1857 e non si ripresentò alle elezioni per la VI legislatura. Venne
nominato sindaco del suo paese e mantenne l’incarico fino alla morte. Proprio
nel 1860, appena nominato sindaco, un suo violento pamphlet – Il Governo e i
Comuni (Cagliari) – criticava duramente la politica nazionale verso i Comuni.
In particolare in Sardegna, a suo dire il Catasto provvisorio rappresentava una
delle macchie più vergognose dell’amministrazione piemontese, consentendo una
continua vessazione dei piccoli proprietari. La protesta trovò una forte eco
nella stampa democratica italiana, suscitando l’attenzione e l’interesse anche
di Carlo Cattaneo e Mazzini. Quando nella primavera del 1860 iniziarono a
circolare voci di una cessione della Sardegna alla Francia, Tuveri fu uno dei
più determinati avversari di questa ipotesi, finendo con il prospettare anche
un’opposizione armata. In questo periodo si intensificò la sua attività
giornalistica presso giornali di ispirazione democratica e mazziniana. Nella
rivista cagliaritana La cronaca del 27 gennaio 1867 T. usa per la prima volta,
a indicare la specificità dei problemi dell’isola, l’espressione questione
sarda. Molti articoli vennero poi raccolti dall’autore in un volume, Della
libertà e delle caste -- Cagliari. Nel frattempo il suo prestigio si sviluppò
in tutta l’isola, come il più rappresentativo dei democratici sardi. Fu in
questi anni che iniziò a essere indicato come il ‘Nestore della sarda
democrazia’. Nel frattempo giungeva a maturazione la sua riflessione sui limiti
e sui difetti della battaglia politica condotta in Italia dagli stessi gruppi
democratici e repubblicani. È questo il tema della sua ultima opera, Sofismi
politici (Napoli 1883): egli coglieva come la vecchia generazione della
Sinistra, alla quale era rimasto legato anche sentimentalmente, dopo l’Unità
non solo si era ridotta di numero, ma di fatto aveva finito con il guardare con
maggiore simpatia le prospettive di potere legate al trasformismo, piuttosto
che le idee di radicalismo moralizzatore in cui il pensatore di Collinas
continuava a credere. Morì a Collinas.
Le opere di T. sono state ristampate in cinque volumi: I, Il veggente e Del
dritto dell’uomo alla distruzione dei cattivi governi, a cura di A. Accardo -
L. Carta - S. Mosso, con saggio introduttivo di Bobbio, Sassari; Della libertà
e delle caste e Sofismi politici, a cura di Corona - T. Orrù, Sassari; Opuscoli
politici, a cura di Sotgiu, Sassari; Il
Governo e i Comuni e La questione barracellare, a cura di L. Del Piano - G.
Contu, Sassari; V, Scritti giornalistici, a cura di L. Del Piano - G. Contu -
L. Carta, Sassari. Fonti e Bibl.: F.
Uda, G.B. T., Cagliari 1888; R. Manzini, Un filosofo dimenticato, Roma [1903];
T. Perassi, Un solitario pensatore di Sardegna. G.B. T., Milano 1908; G.
Solari, Il pensiero politico di G.B. T., in Annuario della Regia Università di
Cagliari, anno scolastico 1914-1915, Cagliari 1915, pp. 3-127; Id., Per la vita
e i tempi di G.B. T., in Archivio storico sardo, XI (1915), pp. 33-151; G.F.
Contu, G.B. T., vita e opere, Cagliari 1973; G.B. T., filosofo e politico,
Sassari 1986 (Quaderni sardi di filosofia e scienze umane, n. 13-14); A.
Accardo - L. Carta, I cattivi governi e la questione sarda. Alcune note introduttive
allo studio del pensiero politico e filosofico di G.B. T., in Archivio sardo
del movimento operaio, contadino e autonomistico, 1987, n. 23-25, pp. 57-81;
G.B. T., i tempi, le idee, le opere, i testi significativi di un pensatore
nella Sardegna dell’Ottocento, a cura di A. Accardo et al., Cagliari 1988. Nel
1987, in occasione del centenario della morte, si tenne un Convegno di studi
tra Cagliari e Collinas i cui atti sono stati pubblicati in Archivio sardo del
movimento operaio, contadino e autonomistico. Figlio un noto avvocato. Studia a
Cagliari. Di idee repubblicane comincia l'attività in polemica con molti
intellettuali monarchici e conservatori. Federalista, al parlamento sub-alpino si
oppose alla fusione della Sardegna col Piemonte, ed è in forte contrapposizione
con GIOBERTI per le posizioni anti-repubblicane e anti-mazziniane – vedi:
MAZZINI. Fonda La Gazzetta Popolare, collabora con numerosi giornali e assunse
la direzione del Corriere di Sardegna. Sindaco, propose il nome di Collinas. Lotta
contro il centralismo del regno di Sardegna chiedendo maggiore autonomia,
soprattutto fiscale, per i piccoli comuni. Amico di CATTANEO e MAZZINI, solleva
la questione sarda, promuovendo un riscatto della Sardegna e del popolo sardo
contro uno stato giudicato centralista e oppressivo. Scrive numerosi saggi
filosofici. Assessorato della pubblica istruzione della regione auto-noma della
Sardegna promouove la ristampa dei suoi saggi,
editore Delfino, con una introduzione di BOBBIO. Saggi: “Pintor” (Torino,
Cassone); “Specifici contro il codinismo, (Cagliari, Arcivescovile); “Del
diritto dell'uomo alla distruzione dei cattivi governi: trattato filosofico” (Cagliari,
Nazionale); “Il governo e i comuni” (Cagliari, Nazionale); “Esazione e
compulsione” (Cagliari, Timon); “La questione barracellare” (Cagliari, Timon);
“Della libertà e delle caste” (Cagliari, Corriere di Sardegna); “Sofismi
politici” (Napoli, Rinaldi); “Il veggente: Del dritto dell'uomo alla
distruzione dei cattivi governi”); Accardo, Carta, Mosso; introduzione di Bobbio;
Corrias e Orru, Opuscoli politici. Saggio delle opinioni politiche del signor
deputato sardo Pintor; Specifici contro il codinismo, Sotgiu, Piano e Contu, Scritti
giornalistici. Questione sarda, federalismo, politica internazionale, questione
religiosa, Piano, Contu e Carta, Per la vita e i tempi di T. e altre opere,
Delogu, Fonte: "Centro di studi
filologi sardi". Scheda sul sito della Camera Indipendentismo sardo. Google. Da T. all'intuizione
della concorrenza istituzionale, Bomboi. Venezia. lingua sarda
Disambiguazione – Se stai cercando la lingua prelatina, vedi Lingua protosarda.
Sardo Sardu Parlato in Italia Regioni Sardegna Parlanti Totale 1 000 000 (2010,
2016)[1][2] - 1 350 000 (2016)[3] Altre informazioni Tipo SVO[4][5][6]
Tassonomia Filogenesi Lingue indoeuropee Lingue italiche Lingue romanze Lingue
italo-occidentali Lingue romanze meridionali Sardo (Logudorese, Campidanese)
Statuto ufficiale Minoritaria riconosciuta in Italia (bandiera) Italia dalla
l.n. 482/1999[7] (in Sardegna (bandiera) Sardegna dalla l.r. n. 26/1997[8] e
l.r. n.22/2018[9]) Codici di classificazione ISO 639-1 sc ISO 639-2 srd ISO
639-3 srd (EN) Glottolog sard1257 (EN) Estratto in lingua Dichiarazione
universale dei diritti umani, art. 1 Totu sos èsseres umanos naschint lìberos e
eguales in dinnidade e in deretos. Issos tenent sa resone e sa cussèntzia e
depent operare s'unu cun s'àteru cun ispìritu de fraternidade.[10] Distribuzione
geografica della lingua sarda, coi suoi relativi dialetti in dettaglio, nonché
di quelle alloglotte in Sardegna Manuale Il sardo (nome nativo sardu /ˈsaɾdu/,
lìngua sarda /ˈliŋɡwa ˈzaɾda/ nelle varietà campidanesi o limba sarda /ˈlimba
ˈzaɾda/ nelle varietà logudoresi e in ortografia LSC[11]) è una lingua[12]
parlata in Sardegna e appartenente alle lingue romanze del ramo indoeuropeo.
Per differenziazione evidente sia ai parlanti nativi, sia ai non sardi, sia
agli studiosi, è considerata autonoma dagli altri sistemi dialettali di area
italica, gallica e iberica: viene pertanto classificata come idioma a sé stante
nel panorama neolatino.[13][14][15][16][17] Dal 1997 la legge regionale
riconosce alla lingua sarda pari dignità rispetto all'italiano.[8] Dal 1999,
con la legge nazionale sulle minoranze linguistiche,[7][18][19] la lingua
sarda, risultandovi inclusa assieme a undici altri gruppi, è de jure tutelata
con diversi progetti finora sostenuti, per quanto ancora non risulti integrata
in ambito scolastico per il suo apprendimento. Fra le dodici comunità di
minoranza, quella sarda è la più robusta in termini
assoluti[20][21][22][23][24][25] benché in continua diminuzione nel numero di
locutori[20][26] e lingua minoritaria in pericolo di estinzione. Situazione
attuale[modifica | modifica wikitesto] Per quanto la comunità di locutori possa
definirsi come avente una "elevata coscienza linguistica"[27], il
sardo è attualmente classificato dall'UNESCO nei suoi principali dialetti come
una lingua in serio pericolo di estinzione (definitely endangered), essendo
gravemente minacciato dal processo di deriva linguistica verso l'italiano, il
cui tasso di assimilazione, ingenerato dal diciannovesimo secolo in poi, presso
la popolazione sarda è ormai alquanto avanzato in via esclusiva e sottrattiva
verso gli idiomi storici dell'isola. Lo stato alquanto fragile e precario in
cui ormai versa la lingua, in forte regresso finanche nell'ambito familiare, è
illustrato dal rapporto Euromosaic, in cui, come riportato nel 2000 dal
linguista Roberto Bolognesi, il sardo «è al 43º posto nella graduatoria delle
50 lingue prese in considerazione e delle quali sono stati analizzati (a) l’uso
in famiglia, (b) la riproduzione culturale, (c) l’uso nella comunità, (d) il
prestigio, (e) l’uso nelle istituzioni, (f) l’uso nell’istruzione».[28] I
sociolinguisti hanno classificato il panorama linguistico della Sardegna come
diglossico a partire dall'unità d'Italia nel 1861 fino agli anni cinquanta del
Novecento, in accordo con la politica linguistica del paese che designava
l'italiano come la sola lingua ufficiale da promuovere in ambiti quali
l'amministrazione e istruzione, relegando di conseguenza il sardo e altre
minoranze linguistiche a domini non ufficiali,[29] quando non a un piano di disvalore.
A partire dalla seconda metà del ventesimo secolo, sarebbe subentrato un
predominio totale dell'italiano finanche nei domini informali, ingenerando
timori sull'estinzione della lingua sarda,[30] riconosciuta da tempo sotto il
profilo linguistico ma solo allo scadere del secolo come minoranza linguistica
della Repubblica italiana. Le ricerche effettuate negli ultimi anni sembrano
indicare un declino dello stigma associato alla sardofonia, anche per una
maggiore consapevolezza e grazie agli sforzi dei progetti istituzionali finora
approntati, i quali non hanno tuttavia significativamente inciso sulle pratiche
odierne dei parlanti nell'isola, ormai improntate sull'italofonia
regionale.[31] La popolazione sarda in età adulta non sarebbe a oggi più capace
di portare avanti una singola conversazione nella lingua etnica,[32] essendo
questa ormai impiegata in via esclusiva solo dallo 0,6% del totale,[33] e meno
del 15%, all'interno di quella giovanile, ne avrebbe ereditato competenze,
peraltro del tutto residuali[34][35] nella forma deteriore descritta da
Bolognesi come «un gergo sgrammaticato».[36] Per le generazioni più giovani e,
ad oggi, in predominanza monolingui in italiano, il sardo parrebbe essere
diventato un ricordo e «poco più che la lingua dei loro nonni»,[37] essendone
del tutto stata recisa la trasmissione intergenerazionale almeno dagli anni
Sessanta. Essendo il futuro prossimo della lingua sarda tutt'altro che
sicuro[38], Martin Harris asseriva già nel 2003 che, qualora non si fosse
riusciti a invertire la tendenza, essa si sarebbe del tutto estinta, lasciando
meramente le sue tracce nell'idioma ora prevalente in Sardegna, ovvero
l'italiano (specificamente nella sua giovane variante regionale), sotto forma
di sostrato.[39] La lingua sarda non è stata de facto ancora introdotta nella
scuola, benché sia riconosciuta dal 1999 come minoranza linguistica della
Repubblica, in contemporanea con le altre undici. Da qualche tempo sono
tuttavia in atto progetti di recupero volti a riguadagnare al sardo un ruolo di
lingua alta e riparare a detta interruzione di trasmissione intergenerazionale,
nell'esigenza, sentita anche e soprattutto presso le classi anagrafiche più
giovani e i ceti culturalmente più avveduti, di riappropriarsi di un patrimonio
che passate politiche linguistiche non avrebbero tutelato.[40] Quadro
generale[modifica | modifica wikitesto] (inglese) «Sardinian is an insular
language par excellence: it is at once the most archaic and the most individual
among the Romance group.» (italiano) «Il sardo è una lingua insulare per
eccellenza: è allo stesso tempo la più arcaica e la più distinta nel gruppo
delle lingue romanze.» (Rebecca Posner, John N. Green (1982). Language and Philology in
Romance. Mouton Publishers. L'Aja,
Parigi, New York. p. 171) Classificazione delle lingue neolatine (Koryakov
Y.B., 2001).[41] La lingua sarda è ascritta nel gruppo distinto del Romanzo
Insulare (Island Romance), assieme al còrso antico (quello moderno fa parte a
pieno titolo della compagine italoromanza, così come gli idiomi sardo-corsi).
Panorama linguistico dell'Europa sudoccidentale nei secoli fino a oggi. Il
sardo è classificato come lingua romanza, ovvero derivata dal latino volgare.
Celebre è il giudizio espresso dal Wagner nel 1950, per il quale il sardo costituiva
l'evidenza di un "parlare romanzo arcaico" non avente stretta
parentela con alcun dialetto italiano della terraferma, e solo per questioni
politiche, poi successivamente risolte col suo riconoscimento definitivo e
ufficiale a minoranza linguistica della Repubblica, "uno dei tanti
dialetti dell'Italia, come lo è anche il serbo-croato o l'albanese".[42]
Il sardo è considerato da molti studiosi come una delle lingue più conservative
derivanti dal latino, se non la più conservativa;[43][44][45][46] a titolo di
esempio, lo storico Manlio Brigaglia rileva che la frase in latino pronunciata
da un romano di stanza a Forum Traiani Pone mihi tres panes in bertula
("Mettimi tre pani nella bisaccia") corrisponderebbe alla sua
traduzione in sardo corrente Ponemi tres panes in sa bèrtula.[47] La relativa
prossimità fonologica della lingua sarda al latino volgare (in particolare per
quanto riguarda le vocali accentate) era stata analizzata anche dal linguista
italo-americano Mario Andrew Pei nel suo studio comparativo del 1949[48] e
ancor prima notata, nel 1941, dal geografo francese Maurice Le Lannou nel corso
del suo periodo di ricerca in Sardegna.[49] Sebbene la base lessicale sia
quindi in massima misura di origine latina, il sardo conserva tuttavia diverse
testimonianze del sostrato linguistico degli antichi Sardi prima della
conquista romana: si evidenziano etimi protosardi[50] e, in misura minore,
anche fenicio-punici[51] in diversi vocaboli e soprattutto toponimi, che in
Sardegna si sarebbero preservati in percentuale maggiore rispetto al resto
dell'Europa latina.[52] Tali etimi riportano a un sostrato paleomediterraneo
che rivelerebbe relazioni strette con il basco.[53][54][55] In età medievale,
moderna e contemporanea la lingua sarda ha ricevuto influenze di superstrato
dal greco-bizantino, ligure, volgare toscano, catalano, castigliano e infine
italiano. Caratterizzato da una spiccata fisionomia che risalta dalle più
antiche fonti disponibili,[56] il sardo è ritenuto da vari autori come parte di
un gruppo autonomo nell'ambito delle lingue romanze.[16][17][40][57][58][59] La
lingua sarda è stata rapportata da Max Leopold Wagner e Benvenuto Aronne
Terracini all'ormai estinto latino d'Africa, con le cui varietà condivide
diversi parallelismi e un qual certo arcaismo linguistico, nonché un precoce
distacco dal comune ceppo latino;[60] il Wagner ascrive gli stretti rapporti
tra l'ormai estinta latinità africana e quella sarda, inter alia, anche alla
comune esperienza storico-istituzionale nell'Esarcato d'Africa.[61] A
confortare tale teoria si menzionano le testimonianze di alcuni autori, quali
l'umanista Paolo Pompilio[62] e il geografo Muhammad al-Idrisi, che visse a
Palermo nella corte del re Ruggero II.[63][64][65][66][67] La comunanza sarda e
africana del vocalismo,[40] nonché di diverse parole alquanto rare se non
assenti nel resto del panorama romanzo, come acina (uva), pala (spalla), o
anche spanus nel latino africano e il sardo spanu ("rossiccio"),
costituirebbe la prova, per J. N. Adams, del fatto che una discreta quantità di
vocabolario fosse un tempo condivisa tra Africa e Sardegna.[68] Sempre con
riguardo al lessico, Wagner osserva come la denominazione sarda per la Via
Lattea (sa (b)ía de sa báza o (b)ía de sa bálla, letteralmente "la via o
il cammino della paglia") si discosti dall'intero panorama romanzo e si
ritrovi piuttosto nelle lingue berbere.[69] Ciononostante, un'altra
classificazione proposta da Giovan Battista Pellegrini associa, comunque, il
sardo al ramo italoromanzo sulla base non tipologica, ma di valutazioni
sociolinguistiche contemporanee a suo dire espresse dalla popolazione sarda,
pur rilevandone le peculiarità nell'intero panorama latino
(Romània).[70][71][72][73] Prima di lui, Bernardino Biondelli, nei suoi Studi
linguistici del 1856, pur ammettendo per la "famiglia sarda"
un'autonomia linguistica «in guisa da poter essere considerata come una lingua
distinta dall'italiana, del pari che la spagnuola», la aveva comunque accorpata
ai vari "dialetti italici" della penisola, stanti gli stretti
rapporti della lingua con il progenitore latino e la dipendenza politica
dell'isola dall'Italia.[74] Discussa è l'assegnazione tipologica delle varietà
linguistiche sardo-corse, ovvero il gallurese e il sassarese: per taluni andrebbero
ricomprese nel sardoromanzo, per altri sarebbero del tutto separate dal dominio
linguistico sardo e invece incluse nell'italoromanzo.[75] Il Wagner (1951[76])
annette il sardo alla Romània occidentale, mentre Matteo Bartoli (1903[77]) e
Pier Enea Guarnerio (1905[78]) lo ascrivono a una posizione autonoma tra la
Romània occidentale e quella orientale. Da altri autori ancora, il sardo è
classificato come l'unico esponente ancora in vita di una branca un tempo
comprensiva finanche della Corsica[79][80] e della summenzionata sponda
meridionale del Mediterraneo.[81][82] Thomas Krefeld descrive, in merito, la
Sardegna linguistica come «una Romània in nuce» contraddistinta dalla
«combinazione di tratti panromanzi, tratti macroregionali (iberoromanzi e
italoromanzi) e perfino tratti microregionali ed esclusivamente sardi», la cui
distribuzione spaziale varia in ragione della dialettica tra spinte innovatrici
e altre tendenti alla conservatività.[83] Secondo Brenda Man Qing Ong e
Francesco Perono Cacciafoco, la lingua sarda sarebbe un diasistema comprensivo
di varietà e sottovarietà che non hanno subìto l'unificazione linguistica o
nazionale, ma contengono comunque elementi linguistici, fonetici, grammaticali
e lessicali simili.[84] Varietà linguistiche di tipo sardo[modifica | modifica
wikitesto] Lo stesso argomento in dettaglio: Sardo logudorese e Sardo
campidanese. «Due dialetti principali si distinguono nella medesima lingua
sarda; ciò sono il campidanese, e ’l dialetto del capo di sopra.» (Francesco
Cetti. Storia naturale della Sardegna, I quadrupedi. G. Piattoli, 1774) I
dialetti della lingua sarda propriamente detta vengono convenzionalmente
ricondotti a due ortografie standardizzate e reciprocamente comprensibili,
l'una riferita ai dialetti centro-settentrionali (o "logudoresi") e
l'altra a quelli centro-meridionali (o "campidanesi").[85][86] Le
caratteristiche che vengono solitamente considerate dirimenti sono l'articolo
determinativo plurale (is ambigenere in campidanese, sos / sas in logudorese) e
il trattamento delle vocali etimologiche latine E e O, che rimangono tali nelle
varietà centro-settentrionali e sono mutate in I e U in quelle
centro-meridionali; esistono però numerosi dialetti detti di transizione, o
Mesanía (es. arborense, barbaricino meridionale, ogliastrino, ecc.), che
presentano i caratteri tipici ora dell'una, ora dell'altra varietà. Tale
percezione dualistica dei dialetti sardi, originariamente registrata in via
esogena per la prima volta dal naturalista Francesco Cetti (1774)[87][88] e
riproposta in seguito da Matteo Madao (1782), Vincenzo Raimondo Porru (1832),
Giovanni Spano (1840) e Vittorio Angius (1853),[89][90] piuttosto che segnalare
la presenza di effettive isoglosse, costituisce per Roberto Bolognesi la prova
di un'adesione psicologica dei Sardi alla suddivisione amministrativa
dell'isola effettuata nel 1355 da Pietro IV d'Aragona tra un Caput Logudori
(cabu de susu, "capo di sopra") e un Caput Calaris et Gallure (cabu
de jossu, "capo di sotto") ed estesa poi alla tradizione ortografica
in una varietà logudorese e campidanese illustre.[91][92] Il fatto che tali
varietà illustri astraggano dai dialetti effettivamente diffusi nel
territorio,[93] che invece si collocano lungo uno spettro interno o continuum
di parlate reciprocamente intellegibili,[94][95][96] fa sì che risulti
difficile tracciare un confine reale tra le varietà interne di tipo
"logudorese" e di tipo "campidanese", problematica comune
nella distinzione dei dialetti delle lingue romanze. Dal punto di vista
propriamente scientifico, tale classificazione binaria non è condivisa da
alcuni autori,[91][97] coesistendo proposte alternative di classificazione
tripartita[98][99][100] e quadripartita.[101] I vari dialetti sardi, pur
accomunati da morfologia, lessico e sintassi fondamentalmente omogenei,
presentano rilevanti differenze di carattere fonetico e talvolta anche
lessicale, che non ne ostacolano comunque la mutua comprensibilità.[85][97]
Distribuzione geografica[modifica | modifica wikitesto] Viene tuttora parlata
in quasi tutta l'isola di Sardegna da un numero di locutori variabile tra 1 000
000 e 1 350 000 unità, generalmente bilingue (sardo/italiano) in situazione di
diglossia (la lingua sarda è utilizzata prevalentemente nell'ambito familiare e
locale mentre quella italiana viene usata nelle occasioni pubbliche e per la
quasi totalità della scrittura). Più precisamente, da uno studio commissionato
dalla Regione Sardegna nel 2006[102] risulta che ci siano 1 495 000 persone
circa che capiscono la lingua sarda e 1 000 000 di persone circa in grado di
parlarla. In modo approssimativo i locutori attivi del campidanese sarebbero
670 000 circa (il 68,9% dei residenti a fronte di 942 000 persone in grado di
capirlo), mentre i parlanti delle varietà logudoresi-nuoresi sarebbero 330 000
circa (compresi i locutori residenti ad Alghero, nel Turritano e in Gallura) e
553 000 circa i sardi in grado di capirlo. Nel complesso solo meno del 3% dei
residenti delle zone sardofone non avrebbe alcuna competenza della lingua
sarda. Il sardo è la lingua tradizionale nella maggior parte delle comunità
sarde nelle quali complessivamente vive l'82% dei sardi (il 58% in comunità
tradizionalmente campidanesi, il 23% in quelle logudoresi). Aree non sardofone
In virtù delle emigrazioni dai centri sardofoni, principalmente logudoresi e
nuoresi, verso le zone costiere e le città del nord Sardegna il sardo è,
peraltro, parlato anche in aree non sardofone: Nella città di Alghero, dove la
lingua più diffusa, assieme all'italiano, è un dialetto del catalano (lingua
che, oltre all'algherese, comprende tra le altre anche le parlate della
Catalogna, del Rossiglione, delle Isole Baleari e di Valencia), il sardo è
capito dal 49,8% degli abitanti e parlato dal 23,2%. Il mantenimento
plurisecolare del catalano in questa zona è dato da un particolare episodio
storico: le rivolte anticatalane da parte degli algheresi, con particolare
riferimento a quella del 1353,[103] furono infruttuose poiché la città fu
alfine ceduta nel 1354 a Pietro IV il Cerimonioso. Questi, memore delle
sollevazioni popolari, espulse tutti gli abitanti originari della città,
ripopolandola dapprima con soli catalani di Tarragona, Valencia e delle Isole
Baleari e, successivamente, con indigeni sardi che avessero però dato prova di
piena fedeltà alla Corona di Aragona. A Isili il romaniska è invece in via
d'estinzione, parlato solo da un sempre più ristretto numero di individui. Tale
idioma fu importato anch'esso in Sardegna nel corso della dominazione
iberico-spagnola, a seguito di un massiccio afflusso di immigrati rom albanesi
che, insediatisi nel suddetto paese, diedero origine a una piccola colonia di
ramai ambulanti. Nell'isola di San Pietro e parte di quella di Sant'Antioco,
dove persiste il tabarchino, dialetto arcaizzante del ligure. Il tarbarchino fu
importato dai discendenti di quei liguri che, nel Cinquecento, si erano
trasferiti nell'isolotto tunisino di Tabarka e che, per via dell'esaurimento
dei banchi corallini e del deterioramento dei rapporti con le popolazioni
arabe, ebbero da Carlo Emanuele III di Savoia il permesso di colonizzare le due
piccole e inabitate isole sarde nel 1738: il nome del comune appena fondato,
Carloforte, sarebbe stato scelto dai coloni in onore del sovrano piemontese. La
permanenza compatta in una sola locazione, unita ai processi proiettivi di
auto-identificazione dati dalla percezione che i tabarchini avrebbero avuto di
sé stessi in rapporto agli indigeni sardi,[104] hanno comportato nella
popolazione locale un alto tasso di lealtà linguistica a tale dialetto ligure,
ritenuto un fattore necessario per l'integrazione sociale: difatti, la lingua
sarda è compresa da solo il 15,6% della popolazione e parlata da un ancor più
esiguo 12,2%. Nel centro di Arborea (Campidano di Oristano) il veneto,
trapiantato negli anni trenta del Novecento dagli immigrati veneti giunti a
colonizzare il territorio ivi concesso dalle politiche fasciste, è oggigiorno
in regresso, soppiantato sia dal sardo sia dall'italiano. Anche nella frazione
algherese di Fertilia sono predominanti, accanto all'italiano, dialetti di tale
famiglia (anch'essi in netto regresso) introdotti nell'immediato dopoguerra da
gruppi di profughi istriani su un preesistente sostrato ferrarese. Un discorso
a parte va fatto per i due idiomi parlati nell'estremo nord dell'isola,
linguisticamente gravitanti sulla Corsica e quindi la Toscana: l'uno a
nord-est, sviluppatosi da una varietà del toscano (il còrso meridionale) e
l'altro a nord-ovest, influenzato dal toscano/corso e genovese.[105] Francesco
Cetti, che per primo, come si è detto, operò la classificazione bipartita del
sardo, aveva reputato l'idioma sardo-corso «che si parla in Sassari,
Castelsardo e Tempio» come «straniero» e «non nazionale» (ovvero, "non
sardo") al pari del dialetto catalano di Alghero, giacché sarebbe a suo
dire «un dialetto italiano, assai più toscano, che non la maggior parte de’
medesimi dialetti d'Italia».[106] La maggior parte degli studiosi li considera
infatti come parlate geograficamente sarde ma tipologicamente facenti parte,
assieme al corso, del sistema linguistico italiano per sintassi, grammatica e
in buona parte anche lessico.[107] Secoli di contiguità hanno fatto sì che tra
gli idiomi sardo-corsi, afferenti all'area italiana, e la lingua sarda vi
fossero reciproche influenze sia fonetico-sintattiche sia lessicali,[108] senza
però comportarne l'annullamento delle differenze fondamentali tra i due sistemi
linguistici. Nello specifico, i cosiddetti idiomi sardo-corsi sono: il
gallurese, parlato nella parte nord-orientale dell'isola, è di fatto una
varietà del còrso meridionale. L'idioma sorse verosimilmente a seguito dei
notevoli flussi migratori che, procedenti dalla Corsica, investirono la Gallura
dalla seconda metà circa del XIV.[109] secolo o, secondo altri, invece, a
partire dal XVI secolo[110] La causa di tali flussi andrebbe ricercata nello
spopolamento della regione dovuto a pestilenze, incursioni e incendi. il
turritano o sassarese, parlato a Sassari, Porto Torres, Sorso, Castelsardo e
nei loro dintorni, ebbe invece origine più antica (XII-XIII secolo). Esso
conserva grammatica e struttura di base corso-toscana a riprova della sua
origine comunale e mercantile, ma presenta profonde influenze del sardo
logudorese in lessico e fonetica, oltre a quelle minori del ligure, del
catalano e dello spagnolo. Nelle zone di diffusione del gallurese e del
sassarese, la lingua sarda è capita dalla massima parte della popolazione (il
73,6% in Gallura e il 67,8% nel Turritano), anche se è parlata da una minoranza
di locutori: il 15,1% in Gallura (senza la città di Olbia, dove la sardofonia
ha un notevole rilievo, ma comprese le piccole enclavi linguistiche come Luras)
e il 40,5% nel Turritano, grazie alle numerose isole linguistiche in cui i due
idiomi convivono. Competenza del sardo all'interno delle diverse aree linguistiche[modifica
| modifica wikitesto] La presente tavola sinottica è contenuta nel già citato
rapporto di Anna Oppo (curatrice), Le Lingue dei Sardi. Una Ricerca
Sociolinguistica, commissionato dalla Regione Autonoma di Sardegna alle
Università di Cagliari e di Sassari.[111] Attiva Passiva Nessuna Totale Interv.
Area logudoresofona 76,0% 21,9% 2,1% 100% 425 Area campidanesofona 68,9% 27,7%
3,4% 100% 919 Città di Alghero 23,2% 26,2% 50,6% 100% 168 Area sassaresofona
27,3% 40,5% 32,2% 100% 575 Città di Olbia 44,6% 38,9% 16,6% 100% 193 Area
galluresofona 15,1% 58,5% 26,4% 100% 53 Carloforte e Calasetta 12,2% 35,6%
52,2% 100% 90 Storia[modifica | modifica wikitesto] Preistoria e storia
antica[modifica | modifica wikitesto] Lo stesso argomento in dettaglio: Lingua
protosarda. Le origini e la classificazione della lingua protosarda o
paleosarda non sono al momento note con certezza. Alcuni studiosi, tra cui il
linguista svizzero esperto degli elementi di sostrato Johannes Hubschmid, hanno
creduto di potere riconoscere diverse stratificazioni linguistiche nella
Sardegna preistorica.[51] Queste stratificazioni, cronologicamente collocabili
in un periodo molto ampio che va dall'età della pietra a quella dei metalli,
mostrerebbero, a seconda delle ricostruzioni proposte dai diversi autori,
similitudini con le lingue paleoispaniche (proto-basco, iberico), lingue
tirseniche e l'antico ligure.[112][113] Anche se la dominazione di Roma,
iniziata nel 238 a.C., importò fin da subito nell'amministrazione locale la
lingua latina attraverso il ruolo dei negotiatores di etnia strettamente
italica, la romanizzazione dell'isola non procedette in maniera affatto
spedita:[114] si stima che i contatti linguistici con la metropoli continentale
fossero probabilmente già cessati a partire dal I secolo a.C.,[115] e le lingue
sarde, fra cui il punico, permasero nell'uso ancora per diverso tempo. Si
reputa che il punico continuò a essere usato fino al IV secolo d.C.,[116]
mentre il nuragico resistette fino al VII secolo d.C. presso le popolazioni
dell'interno che, guidate dal capo tribale Ospitone, adottarono anch'esse il
latino con la loro conversione al cristianesimo.[117][Nota 1] La prossimità
culturale della popolazione locale rispetto a quella cartaginese risaltava nel
giudizio degli autori romani,[118] in particolare presso Cicerone le cui
invettive, nello schernire i sardi ribelli al potere romano, vertevano nel
denunciarne la inaffidabilità per via della loro supposta origine africana[Nota
2] avendone in odio i portamenti, la loro disposizione verso Cartagine
piuttosto che Roma, nonché una lingua incomprensibile.[119] Diverse radici
paleosarde rimasero invariate e in molti casi furono incamerate nel latino
locale (come Nur, che presumibilmente compare anche in Norace, e che si ritrova
in diversi toponimi quali Nurri, Nurra e molti altri); la regione dell'isola
che avrebbe derivato il suo nome dal latino Barbaria (in italiano "paese
dei Barbari",[120] lemma comune all'ormai desueto "Barberia") si
oppose all'assimilazione romana per un lungo periodo: vedasi, a titolo di
esempio, il caso di Olzai, in cui circa il 50% dei toponimi è derivabile dal
sostrato linguistico protosardo.[51] Oltre ai nomi di luogo, sull'isola sono
presenti diversi nomi di piante, animali e terminologia geomorfica direttamente
riconducibili agli antichi idiomi indigeni.[121] Anche nel suo fondo latino il
sardo presenta diverse peculiarità, dovute all'adozione di vocaboli sconosciuti
e/o da tempo caduti in disuso nel resto della Romània linguistica.[122][123]
Durata del dominio romano e nascita delle lingue romanze.[124] Per quanto
lentamente, il latino sarebbe alla fine comunque diventato la lingua madre
della maggior parte degli abitanti dell'isola.[125] Come risultato di questo
profondo processo di romanizzazione, l'odierna lingua sarda è oggi classificata
come lingua romanza o neolatina,[121] presentante caratteristiche fonetiche e
morfologiche simili al latino classico. Alcuni linguisti sostengono che la
lingua sarda moderna sia stata la prima lingua a dividersi dalle altre lingue
che si stavano evolvendo dal latino.[126] Dopo la caduta dell'Impero romano
d'Occidente e una parentesi vandalica di 80 anni, la Sardegna fu riconquistata
da Bisanzio e inclusa nell'Esarcato d'Africa.[127] Il Casula è convinto che la
dominazione vandalica procurò una «netta frattura con la tradizione redazionale
romano-latina o, quantomeno, una sensibile strozzatura» così che il successivo
governo bizantino poté impiantare «i propri istituti operativi» in un
«territorio conteso tra la "grecìa" e la "romània"».[128]
Luigi Pinelli ritiene che la presenza vandala avesse «estraniato la Sardegna
dall'Europa legando il suo destino al dominio africano» in un legame volto a
rafforzarsi ulteriormente «sotto la dominazione bizantina non solo per aver
l'impero romaico compreso l'isola all'Esarcato africano, ma per averne, sia
pure indirettamente, sviluppata la comunità etnica facendo ad essa acquistare
molte delle caratteristiche africane» che avrebbero permesso a etnologi e
storici di elaborare la teoria dell'origine africana dei paleosardi,[129] ormai
deprecata. Nonostante un periodo di quasi cinque secoli, la lingua greca dei
bizantini non diede in prestito al sardo che alcune espressioni rituali e
formali; significativo, d'altro canto, l'utilizzo dell'alfabeto greco per
redigere testi in primo volgare sardo, ovvero una lingua neolatina.[130][131]
Periodo giudicale[modifica | modifica wikitesto] Estratto del Privilegio
Logudorese (1080)[132] (sardo) «In nomine Domini amen. Ego iudice Mariano de
Lacon fazo ista carta ad onore de omnes homines de Pisas pro xu toloneu ci mi
pecterunt: e ego donolislu pro ca lis so ego amicu caru e itsos a mimi; ci
nullu imperatore ci lu aet potestare istu locu de non (n)apat comiatu de
leuarelis toloneu in placitu: de non occidere pisanu ingratis: e ccausa ipsoro
ci lis aem leuare ingratis, de facerlis iustitia inperatore ci nce aet exere
intu locu […]» (italiano) «In nome di Dio, amen. Io giudice Mariano de Lacon
faccio questa carta a onore di tutti gli uomini di Pisa, per il dazio che mi
chiesero; e io la dono loro perché sono a loro amico caro ed essi a me; che
nessun imperatore che abbia a potestare in questo luogo non possa togliere loro
questo dazio concesso con placito: di non uccidere arbitrariamente un pisano: e
per i beni che venissero arbitrariamente tolti, gli faccia giustizia
l'imperatore che ci sarà nel luogo […]» (Privilegio Logudorese 1080) Quando gli
omayyadi si impadronirono del Nordafrica, ai bizantini non rimasero dei
precedenti territori che le Baleari e la Sardegna; Luigi Pinelli ritiene che
tale evento abbia costituito uno spartiacque fondamentale nel percorso storico
della Sardegna, determinando la definitiva recisione di quei legami culturali
in precedenza assai stretti tra quest'ultima e la sponda meridionale del
Mediterraneo: «le comunanze con le terre d'Africa si dileguarono, come nebbia
al sole, per effetto della conquista islamita giacché questa, a causa
dell'accanita resistenza dei sardi, non riuscì, come avvenuto in Africa, ad
estendersi nell'isola».[129] Nonostante le numerose spedizioni intraprese verso
la Sardegna, infatti, gli arabi non sarebbero mai riusciti a conquistarla e a
stabilirvisi, a differenza della Sicilia.[133] Michele Amari, citato dal
Pinelli, scrive che «i tentativi dei musulmani di Africa di conquistare la
Sardegna e la Corsica furono frustrati per il valore inconcusso degli abitatori
di quelle isole poveri e valorosi che si salvarono per due secoli dal giogo
degli arabi».[134] Essendo Costantinopoli impegnata nella riconquista della Sicilia
e del Meridione italiano, caduti anch'essi nelle mani degli arabi, questa
distolse la propria attenzione dall'isola che, quindi, procedette a dotarsi di
competenze via via maggiori fino all'indipendenza.[135] Pinelli reputa che «la
conquista araba separò la Sardegna da quel continente senza che, però, si
verificasse una riunione all'Europa» e che detto evento «determina una svolta
capitale per la Sardegna dando vita al governo nazionale di fatto
indipendente»,[129] retto da una figura chiamata "giudice" (judike o
juighe in sardo), intesa come autentico sovrano a capo di una statualità (Logu)
sovrana, perfetta, non patrimoniale ma superindividuale (iudex sive rex, da cui
il sardo judicadu e la resa italiana in "giudicato"), piuttosto che
nel suo significato in italiano di comune "magistrato".[136] Il
Casula ritiene che, da un esame degli elementi diplomatistici e paleografici,
l'isola emerga dal «black-out documentario» anteriore al Mille con
un'assunzione di sovranità avvenuta, intorno al secolo IX, come «conseguenza
marginale dell'occupazione della Sicilia da parte degli Arabi e dalla
disgregazione dell'Impero carolingio»;[137] una lettera di Brancaleone Doria,
marito di Eleonora d'Arborea, recita che nell'ultimo decennio del secolo XIV il
giudicato arborense avrebbe avuto già "cinquecento anni di vita" e
fosse, perciò, nato verso la fine dell'800.[138] Il volgare sardo, sviluppando
nel tempo le due varianti ortografiche logudoresi e campidanesi, costituì
durante il periodo medioevale la lingua ufficiale e nazionale dei quattro
Giudicati isolani, anticipando in emancipazione le altre lingue
neolatine[139][140][141][142] tra cui il volgare toscano, come riportava in
guisa di esempio da seguire per gli italiani "sulla scorta dei vicini Sardi"
lo storico e diplomatista Ludovico Antonio Muratori.[Nota 3] L'eccezionalità
della situazione sarda, che costituisce in tal senso un caso unico nell'intero
panorama romanzo, consiste nel fatto che tali testi ufficiali furono redatti
fin dall'inizio in lingua sarda per comunicazioni interne ed escludessero del
tutto il latino, a differenza di quanto accadeva nel periodo coevo nelle
regioni geografico-culturali di Francia, Italia e Iberia; il latino in Sardegna
era infatti impiegato solo nei documenti concernenti rapporti esterni con il
continente europeo.[143] La coscienza linguistica sulla dignità del sardo era
tale da giungere, nelle parole di Livio Petrucci, a un suo impiego «in epoca
per la quale nulla di simile è verificabile nella penisola» non solo «in campo
giuridico» ma anche «in qualunque altro settore della scrittura».[144] Il
Casula riporta in merito che i «documenti "per l'interno", cioè
destinati ai Sardi» fossero già in volgare sardo, laddove quelli «per
l'esterno» fossero in «latino "quasi merovingico"».[145] La lingua
sarda presentava allora un numero ancor maggiore di arcaismi e latinismi
rispetto a quella attuale, l'utilizzo di caratteri oggi entrati in disuso
nonché in diversi documenti una grafia della lingua scritta che risentiva degli
influssi continentali degli scrivani, spesso toscani, genovesi o catalani.
Scarsa la presenza di lemmi germanici, giunti perlopiù attraverso lo stesso
latino, e degli arabismi, importati a loro volta dall'influsso iberico.[146]
Dante Alighieri nel suo De vulgari eloquentia (1303-1305) ne riferisce ed
espelle criticamente i sardi, a rigore "non italiani (Latii) per quanto a
questi superficialmente accomunabili",[147][148] in quanto agli occhi di
Dante parlerebbero non una lingua neolatina, bensì in latino schietto
imitandone la gramatica «come le scimmie imitano gli uomini: dicono infatti
domus nova e dominus meus».[147][148][149] Tale asserzione è in realtà prova di
quanto il sardo, ormai evolutosi autonomamente dal latino, fosse divenuto già
in quell'epoca, nelle parole del Wagner, un'autentica e impenetrabile
"sfinge"[146], ovvero una lingua pressoché incomprensibile a tutti
fuorché gli isolani. Famosi sono due versi del XII secolo attribuiti al
trovatore provenzale Rambaldo di Vaqueiras, che nel suo poema Domna, tant vos
ai preiada equipara il sardo per intelligibilità a due lingue del tutto escluse
dallo spazio romanzo, quali il tedesco (un idioma germanico) e il berbero (un
idioma afroasiatico): «No t'entend plui d'un Todesco / Sardesco o Barbarì»
(lett. "Non ti capisco più di un tedesco / o sardo o
berbero")[150][151][152][153][154][155] e quelli del fiorentino Fazio
degli Uberti (XIV secolo) il quale nel Dittamondo scrive dei sardi: «una gente
che niuno non la intende / né essi sanno quel ch'altri pispiglia » (lett.
"una gente che nessuno capisce / né essi capiscono quel che gli altri
bisbigliano").[149][156] Il condaghe di San Pietro di Silki (1065-1180),
scritto in sardo Il primo documento scritto in cui compaiono elementi della
lingua sarda risale al 1065 e si tratta dell'atto di donazione da parte di
Barisone I di Torres indirizzato all'abate Desiderio a favore dell'abbazia di
Montecassino,[157] noto anche come Carta di Nicita.[158] Prima pagina della
Carta de Logu arborense (Biblioteca universitaria di Cagliari). Altri documenti
di grande rilevanza sono i Condaghi, la Carta di Orzocco (1066/1073),[159] il
Privilegio Logudorese (1080-1085) conservato presso l'Archivio di Stato di
Pisa, la Prima Carta cagliaritana (1089 o 1103) proveniente dalla chiesa di San
Saturnino nella diocesi di Cagliari e, assieme alla Seconda Carta Marsigliese,
conservata negli Archivi Dipartimentali delle Bouches-du Rhone a Marsiglia,
oltre a un particolare atto (1173) tra il Vescovo di Civita Bernardo e
Benedetto, allor amministratore dell'Opera del Duomo di Pisa. Statuti Sassaresi
Gli Statuti Sassaresi (1316)[160] e quelli di Castelgenovese (c. 1334), scritti
in logudorese, sono un altro importante esempio di documentazione linguistica
della Sardegna settentrionale e della Sassari comunale; è infine d'uopo
menzionare la Carta de Logu[161] del Regno di Arborea (1355-1376), che sarebbe
rimasta in vigore fino al 1827. Per quanto i testi a noi rimasti provenissero
da zone alquanto lontane l'una dall'altra, quali il nord e il sud dell'isola,
il sardo si presentava allora piuttosto omogeneo:[162] benché le differenze
ortografiche tra il logudorese e il campidanese cominciassero a intravedersi,
il Wagner rinveniva in tale periodo «l'originaria unità della lingua
sarda».[163] Paolo Merci vi riscontra una «larga uniformità», così come Antonio
Sanna e Ignazio Delogu, per il quale sarebbe stata la vita comunitaria a
sottrarre l'ortografia sarda ai localismi.[162] A detta di Carlo Tagliavini,
nell'isola si andava formando una koinè illustre basata piuttosto sul modello
ortografico logudorese.[164] In seguito alla scomparsa del giudicato di
Cagliari e di quello di Gallura nella seconda metà del XIII secolo, sarebbe
stato il dominio dei Gherardesca e della Repubblica di Pisa sugli ex-territori
giudicali a provocare, secondo Eduardo Blasco Ferrer, una prima frammentazione
del sardo, con un considerevole processo di toscanizzazione della lingua
locale.[165] Nel settentrione della Sardegna, invece, furono i genovesi a
imporre la propria sfera di influenza, sia mediante la nobiltà sardo-genovese
di Sassari, sia attraverso i membri della famiglia Doria che, anche dopo
l'annessione dell'isola da parte dei catalano-aragonesi, conservarono i propri
feudi di Castelsardo e Monteleone in qualità di vassalli dei sovrani della
Corona d'Aragona.[166] Alla seconda metà del XIII secolo risale la prima
cronaca redatta in lingua sive ydiomate sardo,[167] seguendo gli stilemi tipici
del periodo. Il manoscritto, redatto da un anonimo e oggi conservato presso
l'Archivio di Stato di Torino, reca il titolo di Condagues de Sardina e traccia
le vicende dei Giudici succedutisi nel Giudicato di Torres; l'ultima edizione
critica della cronaca sarebbe stata ripubblicata nel 1957 da Antonio Sanna. La
politica estera del giudicato di Arborea, indirizzata a unificare il resto
dell'isola sotto il suo regno[168][169] e a preservare la propria indipendenza
da ingerenze straniere, oscillò tra una posizione di alleanza con gli aragonesi
in funzione antipisana a una, di senso contrario, antiaragonese, instaurando
alcuni legami culturali con la tradizione italiana.[169][170][171] La
contrapposizione politica fra il giudicato di Arborea e i sovrani aragonesi si
manifestò anche con l'adozione di certe matrici culturali toscane, quali alcuni
moduli linguistici nell'Oristanese.[172] Ciononostante, in linea con la propria
politica estera, il giudicato arborense si contraddistinse per diverse
innovazioni, quali un proprio tipo di scrittura cancelleresca (la gotica
cancelleresca arborense, derivata dalla triangolare italiana) e per una qual
certa riluttanza a sottoporsi eccessivamente all'influsso di culture
forestiere, maturata sulla consapevolezza di una propria identità autoctona,
etnica, antropologica, culturale e linguistica.[173] In merito a detta cancelleresca,
sulla cui costituzione il Casula non ha dubbi, egli dice che «non parrà
arbitrario, quindi, se cercheremo di spiegare il modello attraverso i campioni
offertici dai documenti originali della curia giudicale dell'Arborea, la quale
ci sembra facesse qualcosa di più che abbandonarsi all'esecuzione passiva e
sciatta della grafia gotica appresa in Italia o importata dagli italiani,
verosimilmente dai Pisani: i Sardi oristanesi, infatti, calligrafarono,
caratterizzarono, collettivizzarono e conservarono questa scrittura fino alla
fine del giudicato. In poche parole: con essa crearono la propria
cancelleresca, che dopo il 1323 può essere contrapposta alla cancelleresca
catalana delle scrivanie regie dell'isola.[174]» In ogni caso, una qual certa
influenza italiana poté essere mantenuta nel giudicato arborense grazie alla
presenza in loco di alcuni notai, giuristi e medici provenienti dalla suddetta
penisola, nonché di alcuni uomini d'arme toscani a capo di milizie locali, fra
cui Cicarello di Montepulciano e Giuliano di Massa: Mariano IV d'Arborea, che
aveva trascorso parte della propria giovinezza in Catalogna, avrebbe impartito
ordini ai propri comandanti in italiano o in sardo «secondo la loro nazionalità
d'origine».[175] Periodo aragonese e spagnolo[modifica | modifica wikitesto]
L'infeudamento della Sardegna da parte di papa Bonifacio VIII nel 1297, senza
che questi avesse tenuto conto delle realtà statuali già presenti al suo
interno, portò alla fondazione nominale del Regno di Sardegna: ovvero, di uno stato
che, per quanto privo di summa potestas, entrò di diritto quale membro in
unione personale entro la compagine mediterranea della Corona di Aragona. Ebbe
così inizio, nel 1353, una lunga guerra tra quest'ultima e, al grido di «Helis,
Helis», il precedente alleato Giudicato di Arborea, in cui la lingua sarda
avrebbe rivestito un ruolo di codice di contrassegno etnico.[176] La guerra
aveva tra i suoi motivi un mai sopito e antico disegno arborense di instaurare
«un grande Stato-Nazione isolano, tutto indigeno» assistito dalla
partecipazione stavolta massiccia, per la prima e ultima volta nella loro
storia, finanche del resto dei Sardi, ovvero non giudicali (Sardus de foras) e
residenti nei possedimenti signorili o regnicoli,[177] nonché una diffusa
insofferenza per l'imposizione di un regime feudale che minacciava la
sopravvivenza di radicate istituzioni autoctone e, lungi dall'assicurare la
riconduzione dell'isola a un regime unitario, vi aveva solo introdotto, a detta
di Ugone d'Arborea in una lettera inviata al cardinale Napoleone Orsini,
"tot reges quot sunt ville" ("tanti re-padroni quanti sono i
paesi"),[178] laddove "Sardi unum regem se habuisse credebant"
("i sardi credevano di avere un solo re"). Il conflitto tra le due
entità sovrane si concluse dopo sessantasette anni con la definitiva vittoria
della "confederazione" aragonese nella storica battaglia di Sanluri
nel 30 giugno 1409 e, infine, la rinuncia dei diritti di successione arborensi
da parte di Guglielmo III di Narbona nel 1420. Tale evento, accompagnato alla
scomparsa del re di Sicilia Martino il Giovane nel 1409, segnò per Francesco
Cesare Casula l'uccisione reciproca delle due "nazioni", sarda e
catalana, e per l'isola "l'inizio del vero medioevo feudale",[179]
terminato solo nel 1836: per il Casula, il predetto avvenimento, paragonato per
rilevanza storica alla «fine del Messico azteco», dovrebbe ritenersi «né
trionfo né sconfitta, ma la dolorosa nascita della Sardegna di oggi».[180]
Durante e dopo questo conflitto, sarebbe stato sistematicamente neutralizzato
ogni focolaio di ribellione antiaragonese, quali la rivolta di Alghero nel
1353, quella di Uras del 1470 e infine quella di Macomer nel 1478, richiamata
nel De bello et interitu marchionis Oristanei;[181] da quel momento, «quedó de
todo punto Sardeña por el rey».[182] Il Casula reputa che i vincitori emersi
dal conflitto avessero poi proceduto a distruggere la preesistente produzione
documentaria dell'età giudicale, redatta perlopiù in lingua sarda ma anche in
altri idiomi che meglio si confacevano alle relazioni della sofisticata
cancelleria arborense, non lasciando dietro di sé che «poche pietre» e, nel
complesso, un «esiguo gruppo di documenti»,[183] molti dei quali sono infatti
tuttora conservati e/o rimandano ad archivi fuori dell'isola.[184] Nello
specifico, la documentazione giudicale e il suo palazzo sarebbe stata data
completamente alle fiamme il 21 maggio 1478, mentre il viceré faceva
trionfalmente il proprio ingresso ad Oristano dopo aver domato la summenzionata
ribellione marchionale, che minacciava la ripresa di una soggettività arborense
de jure abolita nel 1420 ma ancora ben viva nella memoria popolare.[185] Il
catalano, lingua della corte della Corona d'Aragona, assunse anche nell'isola
l'egemonia, in una condizione diglossica in cui il sardo venne relegato a una
posizione alternativa, quando non secondaria: emblematica era la situazione
delle città soggette al ripopolamento aragonese, quali Cagliari[186] e in cui,
nella testimonianze di Giovanni Francesco Fara,[187] per un tempo il catalano
subentrò interamente al sardo come ad Alghero, tanto da generare espressioni
idiomatiche quali no scit su catalanu ("non sa il catalano") per
indicare una persona che non sapeva esprimersi
"correttamente".[188][189] Il Fara, nella medesima prima monografia
di età moderna dedicata ai Sardi e la Sardegna, riporta anche il vivace
plurilinguismo presso «un medesimo popolo», per via dei movimenti migratori «di
spagnoli (tarragonesi o catalani) e di italiani» nell'isola, ivi giunti per
praticarvi il commercio.[187] Ciononostante, la lingua sarda non scomparve
affatto dall'uso ufficiale: la tradizione giuridica nazionale dei catalani
nelle città convisse con quella preesistente dei sardi, contrassegnata nel 1421
dalla conferma della stessa Carta de Logu arborense da parte del Parlamento del
sovrano di Aragona Alfonso il Magnanimo,[190][191] quale intelaiatura
fondamentale di una rete di rapporti localmente stratificata nei vari capitoli
di grazia. In ambito amministrativo ed ecclesiastico, si seguitò a impiegare il
sardo per usi normati dalla scrittura fino al Seicento inoltrato.[192][193] Le
corporazioni religiose fecero anch'esse uso della lingua. Il regolamento del
seminario di Alghero, emanato dal vescovo Andreas Baccallar il 12 luglio 1586,
era in sardo;[194] essendo diretti all'intera diocesi di Alghero e Unioni, i
provvedimenti destinati alla diretta conoscenza del popolo erano redatti in
sardo, oltre che in catalano.[195] Il primo catechismo ad oggi rinvenuto in
"lingua sardisca" di matrice posttridentina è del 1695, in calce alle
costituzioni sinodali dell'arcivescovato di Cagliari.[196] L'avvocato
Sigismondo Arquer, autore della Sardiniae brevis historia et descriptio (il cui
paragrafo relativo alla lingua sarebbe stato grossomodo estrapolato anche da
Conrad Gessner nel suo "Sulle differenti lingue in uso presso le varie
nazioni del globo"[197]), riferisce che in Sardegna fossero parlate due
lingue, ovvero lo "spagnolo, tarragonese o catalano" appreso dagli
elementi iberici nelle città, e il sardo nel resto del Regno:[189] per quanto
quest'ultimo fosse ormai frazionato a causa delle dominazioni straniere (ovvero
"latini, pisani, genovesi, spagnoli e africani"), l'Arquer riporta
come i sardi nondimeno "fra loro si comprendessero perfettamente".[198]
Il gesuita portoghese Francisco Antonio, nel 1561, riportava che «la lingua
ordinaria di Sardegna è il sardo, come l'italiano lo è d'Italia. [...] Nelle
città di Cagliari e di Alghero la lingua ordinaria è il catalano, sebbene vi sia
molta gente che usa anche il sardo».[189][199] I Gesuiti, che fondarono dei
collegi a Sassari (1559), Cagliari (1564), Iglesias (1578) e Alghero (1588),
inizialmente promossero una politica linguistica a favore del sardo, usandolo
nell'esercizio del loro ministero con grande favore delle popolazioni che, per
la prima volta, si sentivano rivolgere nella loro lingua, piuttosto che in
quella catalana, spagnola o italiana; tuttavia, tale pratica fu ritenuta
inopportuna dal nuovo generale dell'Ordine, Francesco Borgia, che nel 1567
impose per tutte le attività l'utilizzo esclusivo del castigliano.[200]
L'influenza del toscano, fra il XIV e il XV secolo, si manifestò nel Logudoro,
sia in alcuni documenti ufficiali, sia come lingua letteraria:
l'internazionalizzazione del Rinascimento italiano, a partire dal XVI secolo,
avrebbe infatti ravvivato in Europa l'interesse per la cultura italiana,
manifestandosi anche in Sardegna soprattutto nell'impiego aggiuntivo di
suddetta lingua presso alcuni autori, parallelamente al sardo e a quelle iberiche
che, comunque, conservarono la loro preminenza. In questi stessi secoli o in
epoca immediatamente successiva, anche a causa della progressiva diffusione del
corso in Gallura nonché in ampie zone della Sardegna nord-occidentale, cui si è
fatto accenno in precedenza, il logudorese settentrionale assunse talune
caratteristiche fonetiche (palatalizzazione e suoni fricativi-palatalizzati)
dovute al contatto con l'area linguistica toscana (sic)[201]. Come rileva Bruno
Migliorini, la Sardegna ebbe con la penisola italiana complessivamente «scarsi
rapporti».[202] Nel Parlamento del 1565, lo stamento militare richiese, nella
forma di una petizione da parte di Álvaro de Madrigal, che gli statuti di
Iglesias, Bosa e Sassari, fino ad allora redatti "in lingua genovese,
pisana o italiana", fossero tradotti "in lingua sarda o in quella
catalana", giacché «non è opportuno né è giusto che delle leggi del Regno
siano in lingua straniera».[203][204] In questo primo periodo iberico abbiamo
una qual certa documentazione scritta della lingua sarda tanto in letteratura
quanto in atti notarili, essendo l'idioma maggiormente diffuso e parlato, che
però ben esplica l'influenza iberica. Antonio Cano (1400-1476) compose, nel XV
secolo, il poema di carattere agiografico Sa Vitta et sa Morte, et Passione de
sanctu Gavinu, Prothu et Januariu (pubbl. 1557);[205] è una delle opere
letterarie più antiche in lingua sarda, nonché più rilevanti sotto l'aspetto
filologico del periodo. Estratto de sa Vitta et sa Morte, et Passione de sanctu
Gavinu, Prothu et Januariu (A. Cano, ~1400)[205] O Deu eternu, sempre
omnipotente, In s’aiudu meu ti piacat attender, Et dami gratia de poder acabare
Su sanctu martiriu, in rima vulgare, 5. De sos sanctos martires tantu gloriosos Et
cavaleris de Cristus victoriosos, Sanctu Gavinu, Prothu e Januariu, Contra su
demoniu, nostru adversariu, Fortes defensores et bonos advocados, 10. Qui in su Paradisu sunt glorificados De sa
corona de sanctu martiriu. Cussos sempre siant in nostru adiutoriu. Amen. Nel
1479 si ebbe l'unificazione fra il regno di Castiglia con quello di Aragona.
Tale unificazione, di carattere esclusivamente dinastico, non comportò, sotto
il profilo linguistico, cambiamenti di sorta. Il castigliano o spagnolo tardò
infatti a imporsi come lingua ufficiale dell'isola e non oltrepassò i domini
della letteratura e dell'istruzione:[2] fino al 1600 i pregones si pubblicarono
perlopiù in catalano e solo a partire dal 1602 si iniziò a utilizzare anche il
castigliano, che per Giovanni Siotto Pintor sarebbe stato usato nelle leggi e
decreti a partire dal 1643.[206][207][208] Nel XVI secolo, il sardo conobbe una
prima rinascita letteraria. L'opera Rimas Spirituales del letterato sassarese
Gerolamo Araolla, che scrisse in sardo, castigliano e italiano, si prefisse il
compito di "magnificare et arrichire sa limba nostra sarda", allo
stesso modo in cui i poeti spagnoli, francesi e italiani lo avevano fatto per
la loro rispettiva lingua,[209][Nota 4] seguendo schemi già collaudati (es. la
Deffense et illustration de la langue françoyse, il Dialogo delle lingue): per
la prima volta fu così posta la cosiddetta "questione della lingua
sarda", poi approfondita da vari altri autori. L'Araolla è anche il primo
autore sardo a stringere in nesso la parola "lingua" con
"nazione", il cui riconoscimento non è direttamente espresso a chiare
lettere ma dato per scontato, data la "naturalezza" con la quale gli
autori di diverse nazioni si cimentano in una propria letteratura nazionale.[210]
Antonio Lo Frasso, poeta nativo di Alghero (città che ricorda con affetto in
vari versi[Nota 5]) e vissuto a Barcellona, fu probabilmente il primo
intellettuale di cui abbiamo testimonianza a comporre in sardo liriche amorose,
benché abbia scritto maggiormente in un castigliano pregno di catalanismi; si
tratta in particolare di due sonetti (Cando si det finire custu ardente fogu e
Supremu gloriosu exelsadu) e di un poema in ottave reali, facenti parte della
sua opera principale Los diez libros de Fortuna de Amor (1573).[Nota 6] Nel
XVII secolo vi fu una produzione letteraria anche in italiano, per quanto
limitata (nel complesso, secondo le stime della scuola di Bruno Anatra, circa
l'87% dei libri stampati a Cagliari era in spagnolo[211]); nello specifico si
trattava di alcuni scrittori plurilingui, come Salvatore Vitale, nato a
Maracalagonis nel 1581, che accanto all'italiano utilizzò anche lo spagnolo, il
latino e il sardo, Efisio Soto-Real (il cui vero nome fu Giuseppe Siotto),
Eusebio Soggia, Prospero Merlo e Carlo Buragna, il quale aveva vissuto
lungamente nel Regno di Napoli[212]. Nel complesso, gli istruiti e la classe
dirigente sarda dell'epoca conoscevano assai bene lo spagnolo e avrebbero
scritto tanto in spagnolo quanto in sardo fino al XIX secolo; Vicente Bacallar
Sanna, per esempio, fu uno dei fondatori della Real Academia Española.[213] Lo
spagnolo si affermò, pertanto, tardivamente ma riuscì a ritagliarsi, comunque,
una posizione di eminente prestigio nei campi elitari della letteratura e
dell'erudizione, rispetto al catalano, la cui forza di propagazione fu tale da
entrare nella massima parte delle contrade della Sardegna centrale e
meridionale e in alcune aree di quella settentrionale (ma non certamente nel
capitolo di Sassari, dove i contratti d'appalto iniziarono a privilegiare lo spagnolo
dal 1610,[214] gli atti ufficiali vennero scritti in sardo logudorese fino al
1649[215] e gli statuti di alcune prestigiose confraternite sassaresi in
italiano[216]; in aree quali Macomer, gli archivi parrocchiali impiegarono il
sardo fino al 1623[214]), resistendo tenacemente negli atti pubblici e nei
libri di battesimo. Il sardo resistette, inoltre, nella drammatica religiosa,
nella redazione di atti notarili nelle aree interne[217] e negli atti e statuti
delle confraternite, come quello dei disciplinanti di Torralba[218]. Il sardo
restò comunque l'unico e spontaneo codice della popolazione sarda, rispettato e
anche appreso dai conquistatori.[219] Il sardo era, a pari merito rispetto al
castigliano, catalano e portoghese, una delle lingue la cui conoscenza era
richiesta per potere essere ufficiali dei tercios, nei cui ranghi i sardi erano
considerati "spanyols", come richiesto dagli Stamenti nel 1553;[220]
dal momento che potevano fare carriera e arrivare in posizione di comando solo
coloro che parlassero almeno una di queste quattro lingue, Vicente G. Olaya
sostiene che «gli italiani che parlavano male lo spagnolo cercavano di farsi
passare per valenciani per provare a essere promossi».[221] La situazione
sociolinguistica era caratterizzata da una competenza, sia attiva sia passiva,
nelle città delle due lingue iberiche e del sardo nel resto dell'isola, come
riportato da varie testimonianze coeve: Cristòfor Despuig, ne Los Colloquis de
la Insigne Ciutat de Tortosa, sosteneva nel 1557 che, per quanto la lingua
catalana si fosse ritagliata un posto di «cortesana», "non tutti la
parlano, dal momento che in molte parti dell'isola si conserva ancora l'antica
lingua del Regno" («llengua antigua del Regne»),[204] tributando a
quest'ultima un insigne riconoscimento; l'ambasciatore e visitador reial Martin
Carillo (supposto autore dell'ironico giudizio sulla nobiltà sarda: pocos,
locos y mal unidos[211]) notò nel 1611 che le principali città parlavano il
catalano e lo spagnolo, ma al di fuori di queste non si capiva altra lingua che
il sardo, compresa da tutti nell'intero Regno;[204] Joan Gaspar Roig i Jalpí,
autore del Llibre dels feyts d'armes de Catalunya, riportava a metà del
Seicento che in Sardegna «parlen la llengua catalana molt polidament, axì com
fos a Catalunya»;[204] Anselm Adorno, originario di Genova ma residente a
Bruges, notò nei suoi pellegrinaggi come, nonostante una cospicua presenza di
stranieri residenti nell'isola, i nativi di questa parlassero comunque la loro
lingua («linguam propriam sardiniscam loquentes»[222]); un'altra testimonianza
è offerta dal rettore del collegio gesuita sassarese Baldassarre Pinyes che, a
Roma, registrava la partizione etnica e linguistica del Regno, scrivendo: «per
ciò che concerne la lingua sarda, sappia vostra paternità che essa non è
parlata in questa città, né in Alghero, né a Cagliari: la parlano solo nelle
ville».[223] La consistente presenza, nel capo di sopra, di feudatari valenzani
e aragonesi, oltre che di soldati mercenari lì stanziati di guardia, rese i
dialetti logudoresi più esposti alle influenze castigliane; inoltre, altri
vettori di ingresso furono, per quanto concerne i prestiti linguistici, la
poesia orale, le opere teatrali e i già menzionati gocius o gosos (vocabolo
derivante da gozos, stante per "inni sacri"). La poesia popolare si
arricchì di altri generi, quali le anninnias (ninne nanne), gli attitos
(lamenti funebri), le batorinas (quartine narrative), i berbos e paraulas
(malefici e scongiuri) e i mutos e mutetos. Si annoti che diverse testimonianze
scritte del sardo permasero anche negli atti notarili, i quali pur subirono
crudi castiglianismi e italianismi nel lessico e nella forma, e
nell'allestimento di opere religiose a scopo di catechesi, quali Sa Dottrina et
Declarassione pius abundante e Sa Breve Suma de sa Doctrina in duas maneras.
Frattanto il parroco orgolese Ioan Mattheu Garipa, nell'opera Legendariu de
Santas Virgines, et Martires de Iesu Christu che provvedette a tradurre
dall'italiano (il Leggendario delle Sante Vergini e Martiri di Gesù Cristo),
pose in evidenza la nobiltà del sardo rapportandola al latino classico e
attribuendole nel Prologo, come Araolla prima di lui,[209] un'importante
valenza etnico-nazionale.[Nota 7][224] Secondo il filologo Paolo Maninchedda,
tali autori, a partire dall'Araolla, «non scrivono di Sardegna o in sardo
inserirsi in un sistema isolano, ma per iscrivere la Sardegna e la sua lingua –
e con esse, se stessi – in un sistema europeo. Elevare la Sardegna ad una
dignità culturale pari a quella di altri paesi europei significava anche
promuovere i sardi, e in particolare i sardi colti, che si sentivano privi di
radici e di appartenenza nel sistema culturale continentale».[225] Nei primi
anni del Settecento, nell'isola si impiantò l'Arcadia e si assistette a una
grande varietà di generi poetici, che variavano dalla poesia epica di Raimondo
Congiu a quella satirica di Gian Pietro Cubeddu e quella sacra di Giovanni
Delogu Ibba.[226] Periodo sabaudo e italiano[modifica | modifica wikitesto]
L'esito della guerra di successione spagnola determinò la sovranità austriaca
dell'isola, confermata poi dai trattati di Utrecht e Rastadt (1713-1714); pur
tuttavia durò appena quattro anni giacché, nel 1717, una flotta spagnola
rioccupò Cagliari e nell'anno successivo, per mezzo di un trattato poi
ratificato all'Aia nel 1720, la Sardegna venne assegnata a Vittorio Amedeo II
di Savoia in cambio della Sicilia; il rappresentante di quest'ultimo, il conte
di Lucerna di Campiglione, ricevette infine, da parte del delegato austriaco
don Giuseppe dei Medici, l'atto definitivo di cessione, a condizione che i
"diritti, statuti, privilegi della nazione" oggetto della trattativa
diplomatica fossero conservati.[227] L'isola entrò così nell'orbita italiana
dopo quella iberica,[228] benché tale trasferimento di autorità, in un primo
tempo, non implicasse per i sudditi isolani alcun cambiamento in fatto di
lingua e costumi: i sardi seguitarono a usare il sardo e le lingue iberiche e
persino i simboli dinastici aragonesi e castigliani sarebbero stati sostituiti
dalla croce sabauda solo nel 1767.[229] Fino al 1848, la Sardegna sarebbe
infatti rimasta uno stato con le proprie tradizioni e istituzioni, per quanto
senza summa potestas e in unione personale entro i domini perlopiù alpini di
Casa Savoia.[227] La lingua sarda, benché praticata in condizione di diglossia,
non era mai stata ridotta al rango sociolinguistico di "dialetto",
essendone comunque universalmente percepita la indipendenza linguistica e
parlata da tutte le classi sociali;[230] lo spagnolo era invece il codice
linguistico di prestigio conosciuto e adoperato dagli strati sociali di almeno
media cultura, talché Joaquín Arce ne riferisce nei termini di un paradosso
storico: il castigliano era ormai diventato lingua comune degli isolani nel
secolo stesso in cui cessarono ufficialmente di essere spagnoli.[231][232]
Constatata la situazione corrente, la classe dirigente piemontese, in questo
primo periodo, si limitò a mantenere le istituzioni politico-sociali locali,
avendo però cura di svuotarle allo stesso tempo di significato,[233] nonché di
trattare «egualmente li seguaci dell'uno e dell'altro partito, con lasciarli
però divisi, ad evitare che si possino unire per ricavarne nell'occasione quel
buon uso che la Rivalità può produrre».[234] Tale approccio, improntato al
pragmatismo, era dovuto a tre motivi di ordine eminentemente politico: in primo
luogo la necessità, nei primi tempi, di rispettare alla lettera le disposizioni
del Trattato di Londra, firmato il 2 agosto 1718, il quale imponeva il rispetto
delle leggi fondamentali e dei privilegi del Regno appena ceduto; in secondo
luogo, l'esigenza di non generare attriti sul fronte interno dell'isola, in
larga parte filospagnolo; in terzo e ultimo luogo la speranza, covata dai
regnanti sabaudi per qualche tempo ancora, di potersi disfare della Sardegna e
riacquisire la Sicilia.[235] Dal momento che l'imposizione di una nuova lingua,
quale l'italiano, in Sardegna avrebbe infranto una delle leggi fondamentali del
Regno, Vittorio Amedeo II sottolineò nel 1721 come tale operazione dovesse
essere portata a termine "insensibilmente", ovvero in modo
relativamente furtivo.[236] Tale prudenza si riscontra ancora nel giugno del
1726 e nel gennaio del 1728, allorquando il Re espresse l'intenzione non già di
abolire il sardo e lo spagnolo, ma solo di diffondere maggiormente la
conoscenza dell'italiano.[237] Lo smarrimento iniziale dei nuovi dominatori,
subentrati ai precedenti, rispetto all'alterità culturale che riconoscevano al
possedimento isolano[238] è evinto da un apposito studio, da loro commissionato
e pubblicato nel 1726 dal gesuita barolese Antonio Falletti, dal nome
"Memoria dei mezzi che si propongono per introdurre l'uso della lingua
italiana in questo Regno" in cui si raccomandava all'amministrazione
sabauda di applicare il metodo di apprendimento "ignotam linguam per notam
expōnĕre" ("presentare una lingua sconosciuta [l'italiano] attraverso
una conosciuta [lo spagnolo]").[239] Nello stesso anno, Vittorio Amedeo II
aveva manifestato la volontà di non poter più tollerare la mancata conoscenza
dell'italiano presso gli isolani, dati i disagi che ciò stava comportando per i
funzionari giunti in Sardegna dalla terraferma.[240] Le restrizioni sui
matrimoni misti tra donne sarde e ufficiali piemontesi, fino ad allora proibiti
per legge,[241] sarebbero state revocate e questi anzi incoraggiati allo scopo
di meglio diffondere la lingua tra i nativi.[242] La relazione tra il nuovo
idioma e quello nativo, inserendosi entro un contesto storicamente contrassegnato
da una marcata percezione di alterità linguistica,[40][243] si pose fin da
subito nei termini di un rapporto (ancorché ineguale) tra lingue fortemente
distinte, piuttosto che tra una lingua e un suo dialetto come invece avvenne
poi in altre regioni italiane; gli stessi spagnoli, costituenti la classe
dirigente aragonese e castigliana, solevano inquadrare il sardo come una lingua
distinta sia rispetto alle proprie sia all'italiano.[244] La percezione
dell'alterità del sardo era, però, pienamente avvertita anche dagli italiani
che si recavano nell'isola e ne riportavano la loro esperienza con i
nativi.[245][246][247] L'italiano, nonostante venisse da taluni anche in
Sardegna settentrionale ritenuto "non nativo" o
"forestiero"[248], aveva svolto in quell'angolo di Sardegna fino ad
allora un proprio ruolo, provocando nelle parlate e nella tradizione scritta un
processo di toscanizzazione iniziato nel XII secolo e consolidatosi
successivamente;[249] nelle zone sardofone, corrispondenti all'area centro-settentrionale
e meridionale dell'isola, era invece pressoché sconosciuto alla grande
maggioranza della popolazione, dotta e no. Purtuttavia, la politica del governo
sabaudo in Sardegna, allora diretta da Bogino, di alienare l'isola dalla sfera
culturale e politica spagnola in modo da assimilarla a quella più italiana del
Piemonte,[250][251] ebbe quale riflesso l'introduzione diretta dell'italiano
per legge nel 1760[252][253] sulla scorta degli Stati di terraferma e in
particolare del Piemonte,[254] nei quali l'impiego dell'italiano era
ufficialmente consolidato da secoli, nonché ulteriormente rinforzato
dall'editto di Rivoli[255]. Difatti, nel provvedimento in questione venne, tra
le altre cose, «vietato senza riserve nello scrivere e nel dire l'uso della favella
castigliana; il quale, a quarant'anni d'un dominio italiano, era siffattamente
abbarbicato nel cuore degli anziani maestri di lettere».[256] Nel 1764
l'imposizione esclusiva della lingua italiana fu infine estesa a tutti i
settori della vita pubblica,[257][258] quali anche l'istruzione[259][260]
parallelamente alla riorganizzazione delle Università di Cagliari e Sassari, le
quali videro l'arrivo di personale continentale, e a quella dell'istruzione
inferiore, in cui si stabiliva l'invio di insegnanti provenienti dal Piemonte
per supplire all'assenza di insegnanti sardi italofoni[261]: nello specifico,
già nel 1763 si previde l'invio in Sardegna di «alcuni abili professori
italiani» per «stenebrare i maestri sardi dai loro errori» e indirizzare
«pel buon sentiero maestri e discepoli».[256] Tale manovra ineriva soprattutto
a un progetto di allacciamento della cultura sarda a quella della penisola
italiana[262] e di rafforzamento geopolitico del dominio savoiardo sulla classe
colta isolana, ancora molto legata alla penisola iberica; il proposito non
sfuggì alla classe dirigente sarda, la quale deplorava il fatto che «i Vescovi
piemontesi hanno introdotto el predicar in italiano» e, in un documento anonimo
attribuito agli Stamenti ed eloquentemente chiamato Lamento del Regno, denunciò
come «sonosi tolte le arme, i privilegi, le leggi, la lingua, l'Università, e
la moneta d'Aragona, con disonore de la Spagna, con detrimento di tutti i
particolari».[204][263] Ciò nonostante, Milà i Fontanals scriveva nel 1863 che,
ancora nel 1780, si continuava a impiegare il catalano negli strumenti
notarili,[204] così come in sardo, mentre in spagnolo furono redatti, fino al
1828, i registri parrocchiali e atti ufficiali;[264] nel 2017 è stato rinvenuto
un libro di gosos, originario di Ozieri, redatto in castigliano in onore di
Sant'Efisio del 1850.[265] L'effetto più immediato fu, così, l'emarginazione
del sardo piuttosto che delle lingue iberiche, dal momento che per la prima
volta anche i ceti abbienti della Sardegna rurale (i printzipales) cominciarono
a percepire la sardofonia come un concreto svantaggio.[257] Girolamo Sotgiu
asserisce in merito che «la classe dirigente sarda, così come si era
spagnolizzata, ora si italianizzava senza mai essere riuscita a sardizzarsi, a
riuscire a trarre, cioè, dall'esperienza e dalla cultura del popolo dal quale
proveniva quegli elementi di concretezza senza i quali una cultura e una classe
dirigente sembrano sempre stranieri anche nella loro patria. Questo d'altra
parte era l'obiettivo che il governo sabaudo si era proposto e che, nella
sostanza, riusciva anche a perseguire».[256] Il sistema amministrativo e penale
di matrice francese introdotto dal governo sabaudo, capace di estendersi in
maniera quanto mai articolata presso ogni villaggio della Sardegna, rappresentò
per i sardi il principale canale di contatto diretto con la nuova lingua
egemone;[266] per le classi più elevate, la soppressione dell'ordine dei
Gesuiti nel 1774 e la loro sostituzione con i filoitaliani Scolopi,[267] nonché
le opere di matrice illuministica, stampate nella terraferma in italiano,
ricoprirono un ruolo considerevole nella loro italianizzazione primaria. Nello
stesso periodo di tempo, vari cartografi piemontesi italianizzarono i toponimi
dell'isola: benché qualcuno fosse rimasto inalterato, la maggior parte subì un
processo di adattamento alla pronuncia italiana, se non di sostituzione con
designazioni in italiano, che perdura tutt'oggi, spesso artificioso e figlio di
un'erronea interpretazione del significato nell'idioma locale.[258] Francesco
Gemelli, ne Il Rifiorimento della Sardegna proposto nel miglioramento di sua
agricoltura, così ritrae il pluralismo linguistico dell'isola nel 1776,
rinviando a I quadrupedi di Sardegna un migliore esame «dell'indole della lingua
sarda, e delle precipue differenze tra 'l sassarese e 'l toscano»: «cinque
linguaggi parlansi in Sardegna, lo spagnuolo, l'italiano, il sardo, l'algarese,
e 'l sassarese. I primi due per ragione del passato e del presente dominio, e
delle passate, e presenti scuole intendonsi e parlansi da tutte le pulite
persone nelle città, e ancor ne' villaggi. Il sardo è comune a tutto il Regno,
e dividesi in due precipui dialetti, sardo campidanese e sardo del capo di
sopra. L'algarese è un dialetto del catalano, perché colonia di catalani è
Algheri; e finalmente il sassarese che si parla in Sassari, in Tempio e in
Castel sardo, è un dialetto del toscano, reliquia del dominio de' Pisani. Lo
spagnuolo va perdendo terreno a misura che prende piede l'italiano, il quale ha
dispossessato il primo delle scuole, e de' tribunali».[268] Il primo studio
sistematico sulla lingua sarda fu redatto nel 1782 dal filologo Matteo Madao,
con il titolo de Il ripulimento della lingua sarda lavorato sopra la sua
antologia colle due matrici lingue, la greca e la latina. Lamentando egli in
premessa il generale declino della lingua («La lingua della Sarda nostra
nazione, comecchè venerabile per la sua antichità, pregevole per l'ottimo fondo
de’ suoi dialetti, elegante per le bellezze, che aduna delle altre più nobili,
eccellente per la sua analogia colla Greca, e colla Latina, e non solo
giovevole, ma eziandio necessaria alla privata, e pubblica società de’ nostri
compatrioti, e concittadini, giacque in somma dimenticanza in fino al dì d'oggi,
dagli stessi abbandonata come incolta, e dagli stranieri negletta come
inutile»[269]), l'intenzione patriottica che animava Madau era quella di
accreditare il sardo come lingua nazionale dell'isola,[270][271][272] seguendo
l'esempio di autori quali il già citato Araolla in periodo iberico;
purtuttavia, il clima di repressione del governo sabaudo sulla cultura sarda
avrebbe indotto il Madau a velare i suoi proponimenti con intenti letterari,
rivelandosi alla fine incapace di tradurli in realtà.[273] Il primo volume di
dialettologia comparata fu realizzato nel 1786 dal gesuita catalano Andres
Febres, noto in Italia con il falso nome di Bonifacio d'Olmi, di ritorno da
Lima in cui aveva pubblicato un libro di grammatica mapuche nel 1764.[274]
Trasferitosi a Cagliari, si appassionò al sardo e condusse un lavoro di ricerca
su tre specifici dialetti; scopo dell'opera, intitolata Prima grammatica de'
tre dialetti sardi,[275] era «dare le regole della lingua sarda» e spronare i
sardi a «cultivare ed avantaggiare l'idioma loro patrio, con l'italiano
insieme». Il governo di Torino, esaminata l'opera, decise di non permetterne la
pubblicazione: Vittorio Amedeo III considerò un affronto il fatto che il libro
contenesse una dedica bilingue rivoltagli in italiano e sardo, un errore che i
suoi successori, pur richiamandosi a una "patria sarda", avrebbero
poi evitato, premurandosi di fare uso del solo italiano.[273] Sul finire del
Settecento, sulla scia della rivoluzione francese, si formò un gruppo di
piccolo-borghesi, chiamato "Partito Patriottico", che meditava
l'instaurazione di una Repubblica Sarda svincolata dal giogo feudale e sotto la
protezione francese; si diffusero così nell'isola numerosi pamphlet, stampati
prevalentemente in Corsica e scritti in lingua sarda, il cui contenuto,
ispirato ai valori dei Lumi e apostrofato dai vescovi sardi come
"giacobino-massonico", incitava il popolo alla ribellione contro il
dominio piemontese e i soprusi baronali nelle campagne. Il prodotto letterario
più famoso di tale periodo di tensioni, scoppiate il 28 aprile 1794, fu il
poema antifeudale de Su patriotu sardu a sos feudatarios di Francesco Ignazio
Mannu, quale testamento morale e civile nutrito degli ideali democratici
francesi e contrassegnato da un rinnovato sentimento patriottico.[276][277] Nel
clima di restaurazione monarchica seguito alla rivoluzione angioiana, il cui
sostanziale fallimento segnò per la Sardegna uno storico spartiacque sul suo
futuro,[278] l'intellettualità sarda, caratterizzata tanto da un atteggiamento di
devozione nei confronti della propria isola quanto di comprovata fedeltà verso
la Casa Savoia, pose in maniera ancora più esplicita la "questione della
lingua sarda", usando però generalmente l'italiano quale lingua veicolare
dei testi. Nel diciannovesimo secolo, in particolare, all'interno
dell'intellettualità sarda si registrò una frattura tra l'aderenza a un
sentimento "nazionale" sardo e la dimostrazione di lealtà nei
confronti della loro nuova "nazionalità" italiana,[279] per la quale
infine la classe dirigente propendette come reazione alla minaccia
rappresentata dalle forze sociali rivoluzionarie[280]. Il richiamo alla
"nazione sarda" di medievale memoria, con le sue istituzioni, la sua
propria storia e patrimonio culturale è, anzi, in questo periodo più frequente
che in quelli successivi, scomparendo poi del tutto con l'affermazione dello
stato unitario;[281] per Pasquale Tola in un suo saggio, la lingua sarda, come
lingua dei sardi, ne rappresenta il segno inconfondibile del «carattere
nazionale» e anch'essa è riscoperta nel primo venticinquennio
dell'Ottocento,[282] con strumenti approntati alla sua conoscenza scientifica.
A breve distanza dalla rivolta antifeudale, nel 1811, si rileva la
pubblicazione del sacerdote Vissentu Porru, la quale era però riferita alla
sola variante meridionale (da cui il titolo di Saggio di grammatica del
dialetto sardo meridionale) e, per prudenza nei confronti dei regnanti,
espressa soltanto in funzione dell'apprendimento dell'italiano, anziché di
tutela del sardo;[283] nel 1832-34 Porru pubblicò il Nou dizionariu universali
sardu-italianu[284]. Degno di nota è il lavoro del canonico, professore e
senatore Giovanni Spano, la Ortographia sarda nationale ("Ortografia
nazionale sarda") del 1840;[285] benché ufficialmente seguisse l'esempio
del Porru[Nota 8], cui pure rinviava, per Massimo Pittau egli elevò un dialetto
del sardo su base logudorese a koinè illustre in virtù dei suoi stretti
rapporti con il latino, in maniera analoga al modo in cui il dialetto
fiorentino si era culturalmente imposto a suo tempo in Italia quale
"lingua illustre".[286][287] Ciononostante, Giovanni Spano teneva in
considerazione nelle sue opere anche le altre varietà della lingua.[288] A
detta del giurista Carlo Baudi di Vesme, la proscrizione e lo sradicamento
della lingua sarda da ogni profilo privato e sociale dell'isola sarebbe stato
auspicabile nonché necessario, quale opera di "incivilimento"
dell'isola, perché fosse così integrata nell'orbita ormai spiccatamente
italiana del Regno;[289][290] dato che la Sardegna «non è Spagnuola, ma non è
Italiana: è e fu da secoli pretta Sarda»,[291] occorreva, a cavallo delle
circostanze che «l'accesero dell'ambizione, del desiderio, dell'amore delle
cose italiane»,[291] promuovere maggiormente tali tendenze per «trarne profitto
nel comune interesse»,[291] in ragione del quale si dimostrava «quasi
necessario[292]» diffondere in Sardegna la lingua italiana "presentemente
nell'interno sì poco conosciuta"[291] in prospettiva della Fusione
Perfetta: «la Sardegna sarà Piemonte, sarà Italia; ne riceverà e ci darà
lustro, ricchezza e potenza!».[293][294] L'istruzione primaria, offerta solo in
italiano, contribuì dunque a una pur lenta diffusione di tale lingua tra i
nativi, innescando per la prima volta un processo di erosione ed estinzione
linguistica; il sardo venne infatti presentato dal sistema educativo come la
lingua dei socialmente emarginati, nonché come sa limba de su famine o sa
lingua de su famini ("la lingua della fame"), corresponsabile endogeno
dell'isolamento e miseria secolare dell'isola, e per converso l'italiano quale
agente di emancipazione sociale attraverso l'integrazione socioculturale con la
terraferma continentale. Nel 1827 venne infine abrogata per sempre la Carta de
Logu, lo storico corpus giuridico tradizionalmente noto come «consuetud de la
nació sardesca», in favore delle più moderne "Leggi civili e criminali del
Regno di Sardegna", pubblicate in italiano per espresso ordine del re
Carlo Felice di Savoia.[295][296] Cimitero storico di Ploaghe, nel quale si
sono conservati 39 epitaffi scolpiti in sardo e 3 in italiano.[297] Si noti, a
sinistra, la presenza di una lapide in lingua sarda con riferimento a prenomi
storici del tutto assenti in quelle, più a destra, scritte invece in lingua
italiana. La fusione perfetta del 1847 con la terraferma sabauda, auspicata da
Baudi di Vesme come l'inizio della «gloriosa rigenerazione della Sardegna»[298]
e nata sotto gli auspici, espressi da Pietro Martini, di un «trapiantamento in
Sardegna, senza riserve e ostacoli, della civiltà e cultura continentale»,[299]
avrebbe determinato la perdita della residuale autonomia politica
sarda[58][295][300] nonché il definitivo declassamento del sardo rispetto
all'italiano, marcando così il momento storico in cui, convenzionalmente, nelle
parole di Antonietta Dettori «la 'lingua della sarda nazione' perse il valore
di strumento di identificazione etnica di un popolo e della sua cultura, da
codificare e valorizzare, per diventare uno dei tanti dialetti regionali
subordinati alla lingua nazionale».[301] Nonostante queste politiche di
acculturazione, l'inno del Regno di Sardegna sabaudo e del Regno d'Italia
(composto da Vittorio Angius e musicato da Giovanni Gonella nel 1843) sarebbe
stato S'hymnu sardu nationale ("l'inno nazionale sardo") finché nel
1861, anno della proclamazione del Regno d'Italia, non venne anch'esso del
tutto sostituito dalla Marcia reale.[302] Tra il 1848 e il 1861, l'isola
sarebbe piombata in una crisi sociale ed economica destinata a durare fino al
primo dopoguerra.[58] Il canonico Salvatore Carboni pubblicò a Bologna, nel
1881, un'opera polemica intitolata Sos discursos sacros in limba sarda, nel
quale egli lamentava che la Sardegna «hoe provinzia italiana non podet tenner
sas lezzes e sos attos pubblicos in sa propia limba» ("oggi, da provincia
italiana qual è, non può disporre di leggi e atti pubblici nella propria
lingua") e, sostenendo che «sa limba sarda, totu chi non uffiziale, durat
in su Populu Sardu cantu durat sa Sardigna» ("la lingua sarda, benché non
ufficiale, durerà nel popolo sardo quanto la Sardegna"), si domandava
alfine «Proite mai nos hamus a dispreziare cun d'unu totale abbandonu sa limba
sarda, antiga et nobile cantu s'italiana, sa franzesa et s'ispagnola?» ("Perché
mai dovremmo disprezzare con un totale abbandono la lingua sarda, antica e
nobile quanto l'italiana, la francese e la spagnola?").[303] L'età
contemporanea[modifica | modifica wikitesto] (sardo) «A sos tempos de sa
pitzinnìa, in bidda, totus chistionaiamus in limba sarda. In domos nostras no
si faeddaiat atera limba. E deo, in sa limba nadìa, comintzei a connoscher totu
sas cosas de su mundu. A sos ses annos, intrei in prima elementare e su mastru
de iscola proibeit, a mie e a sos fedales mios, de faeddare in s'unica limba chi
connoschiamus: depiamus chistionare in limba italiana, «la lingua della
Patria», nos nareit, seriu seriu, su mastru de iscola. Gai, totus sos pitzinnos
de 'idda, intraian in iscola abbistos e allirgos e nde bessian tontos e
cari-tristos.» (italiano) «Quando ero bambino in paese parlavamo tutti in
lingua sarda. Nelle nostre case non si parlava nessun'altra lingua. E io
cominciai a conoscere tutte le cose del mondo nella lingua nativa. A sei anni
andai in prima elementare e il maestro di scuola proibì, a me e ai miei
coetanei, di parlare nell'unica lingua che conoscevamo: dovevamo parlare in
lingua italiana, "la lingua della Patria", ci diceva serio. Fu così
che tutti i bambini del paese entravano a scuola svegli e allegri e ne uscivano
intontiti e tristi.» (Francesco Masala, Sa limba est s'istoria de su mundu,
Condaghes, p.4) All'alba del Novecento, il sardo era rimasto oggetto di ricerca
pressoché solo tra gli eruditi isolani, faticando a entrare nel circuito
d'interesse internazionale e ancor di più risentendo di una qual certa
marginalizzazione in ambito strettamente nazionale: si osserva infatti «la
prevalenza degli studiosi stranieri su quelli italiani e/o l'esistenza di
fondamentali e tuttora insostituiti contributi ad opera di linguisti non
italiani».[304] In precedenza, il sardo aveva trovato menzione in un libro di
August Fuchs sui verbi irregolari nelle lingue romanze (Über die sogennannten
unregelmässigen Zeitwörter in den romanischen Sprachen, Berlin, 1840) e, in
seguito, nella seconda edizione della Grammatik der romanischen Sprachen
(1856-1860) redatta da Friedrich Christian Diez, accreditato come uno dei
fondatori della filologia romanza;[304] alle pioneristiche ricerche degli
autori tedeschi seguì, nei confronti della lingua sarda, un qual certo
interesse anche da parte di alcuni italiani, quali Graziadio Isaia Ascoli e,
soprattutto, il suo discepolo Pier Enea Guarnerio, che per primo in Italia
classificò il sardo come un membro a sé della famiglia linguistica romanza
senza più, come si soleva in ambito nazionale, subordinarlo al gruppo dei
dialetti italiani.[305] Wilhelm Meyer-Lübke, autorità indiscussa in linguistica
romanza, pubblicò nel 1902 un saggio sul sardo logudorese dall'indagine del
condaghe di San Pietro di Silki (Zur Kenntnis des Altlogudoresischen, in
"Sitzungsberichte der kaiserliche Akademie der Wissenschaft Wien",
Phil. Hist. Kl., 145) dal cui studio avvenne la iniziazione alla linguistica
sarda dell'allora studente universitario Max Leopold Wagner: all'attività di quest'ultimo
si deve gran parte delle conoscenze novecentesche sul sardo in campo fonetico,
morfologico e in parte anche sintattico.[305] Durante la mobilitazione per la
prima guerra mondiale, l'esercito italiano arruolò la popolazione «di stirpe
sarda[306]» istituendo la Brigata di fanteria Sassari il 1º marzo 1915 a Tempio
Pausania e a Sinnai. A differenza delle altre brigate di fanteria italiane, i
coscritti della Sassari erano solo sardi (compresi molti ufficiali).
Attualmente è l'unica unità in Italia avente un inno in una lingua diversa
dall'italiano, che sarebbe stato scritto quasi alla fine del secolo, nel 1994,
da Luciano Sechi: Dimonios ("diavoli"), derivando il suo titolo dal
soprannome Rote Teufel (in tedesco "diavoli rossi"). Il servizio militare
obbligatorio intorno a questo periodo ricoprì una qual certa rilevanza nel
processo di deriva linguistica all'italiano ed è indicato dallo storico Manlio
Brigaglia come «la prima grande "nazionalizzazione" di massa» dei
sardi, «più che per altri popoli regionali».[307] Tuttavia, analogamente ai
membri del servizio di leva che parlavano Navajo negli Stati Uniti durante la
seconda guerra mondiale, così come ai parlanti Quechua durante la guerra delle
Falkland,[308] ai nativi sardi madrelingua fu offerta la possibilità di essere
reclutati come code talker per trasmettere, attraverso le comunicazioni radio,
informazioni tattiche in sardo che altrimenti sarebbero state intercettate
dall'esercito austro-ungarico, dal momento che alcune delle sue truppe
provenivano da regioni di lingua italiana alle quali, perciò, quella sarda era
del tutto estranea:[309] Alfredo Graziani scrive nel suo diario di guerra che
«avendo saputo che molti nostri fonogrammi venivano intercettati, si era
adottato il sistema di comunicare al telefono soltanto in sardo, certi che a
quel modo non avrebbero potuto mai capire quanto si diceva».[310] Per evitare
tentativi di infiltrazione da parte di dette truppe italofone, nelle postazioni
presidiate da reclute sarde della Brigata Sassari si imponeva a chiunque si
presentasse da loro di identificarsi dimostrando di parlare sardo: «si ses
italianu, faedda in sardu!».[309][311][312] In coincidenza con l'anno
dell'indipendenza irlandese, l'autonomismo sardo riemerse come espressione del
movimento dei combattenti, coagulandosi nel Partito Sardo d'Azione (PsdAz) che,
entro breve tempo, sarebbe assurto ad attore fra i più rilevanti nella vita
politica isolana; ai primordi, il partito non avrebbe tuttavia avuto caratteri
di rivendicazione strettamente etnica, essendo la lingua e cultura sarda
ampiamente percepiti, nelle parole di Toso, come «simboli del sottosviluppo
della regione».[58] La politica di assimilazione forzosa culminò nel ventennio
del regime fascista[2], che avviò una campagna di compressione violenta delle
istanze autonomistiche e determinò, infine, il decisivo ingresso dell'isola nel
sistema culturale nazionale attraverso l'operato congiunto del sistema
educativo e di quello monopartitico,[313] in un crescendo di multe e divieti
che condussero a un ulteriore decadimento sociolinguistico del sardo;[314] fra
le varie espressioni culturali sottoposte a censura, il regime era anche
riuscito a bandire, dal 1932 al 1937 (1945 in alcuni casi[315]), il sardo dalla
chiesa e dalle manifestazioni del folklore isolano,[316] quali le gare poetiche
tenute nella suddetta lingua.[317][318][319] Paradigmatico fu l'alterco tra il
poeta sardo Antioco Casula (noto come Montanaru) e l'allora giornalista
fascista dell'Unione Sarda Gino Anchisi, durante il quale quest'ultimo, riuscendo
a fare bandire la presenza del sardo dai giornali isolani, affermò che «morta o
moribonda la regione», come d'altronde proclamava il regime,[Nota 9] «morto o
moribondo il dialetto (sic)»[320] che della regione era d'altronde «l'elemento
spirituale rivelatore»;[321] le argomentazioni del Casula si prestavano, in
effetti, a possibili temi eversivi, dal momento che questi pose, per la prima
volta nel XX secolo, la questione della lingua come una pratica di resistenza
culturale endogena,[322] il cui repertorio linguistico nelle scuole sarebbe
stato necessario per mantenere una "personalità sarda" e allo stesso
tempo riconquistare una "dignità" percepita come perduta.[323] Un
altro poeta, Salvatore Poddighe, si sarebbe suicidato per depressione in
seguito al sequestro del suo magnum opus, Sa Mundana Cummedia.[324] Nel
complesso, a fronte di una parziale resistenza nelle zone interne, entro la
fine del ventennio il regime era riuscito con successo a sradicare nell'isola i
modelli culturali locali con altri impiantati per via esogena, provocando,
nelle parole di Guido Melis, «la compressione della cultura regionale, la
frattura sempre più netta tra il passato dei sardi e il loro futuro
"italiano", la riduzione di modi di vita e di pensiero molto radicati
a puro fatto di folclore», nonché uno strappo «non più rimarginabile tra le
generazioni».[325] Nel 1945, in seguito all'avvenuto ripristino delle libertà
politiche, il Partito Sardo d'Azione avrebbe richiesto per l'isola l'autonomia
come stato federale in seno alla nuova Italia sorta dalla Resistenza[58]: fu
nel contesto del secondo dopoguerra che, al crescere della sensibilità
autonomista, il partito principiò a contrassegnarsi per desiderata impostati
sulla specificità linguistica e culturale della Sardegna.[58] Manlio Brigaglia
parla del ventennio come di una seconda fase di "nazionalizzazione di
massa" dei sardi e della Sardegna, in quanto caratterizzata da «una
politica deliberatamente puntata alla sua "italianizzazione"» e da
una «guerra dichiarata» dal regime e dalla Chiesa all'uso della lingua
sarda.[326] Nel complesso, la consapevolezza del tema concernente l'erosione
linguistica entrò più tardi, nell'agenda politica sarda, rispetto a quanto
avvenuto in altre periferie europee contrassegnate da minoranze
etnolinguistiche:[327] al contrario, tale periodo fu contrassegnato dal rifiuto
del sardo da parte dei ceti medi,[314] essendo la lingua e cultura sarda ancora
largamente inquadrate come "simboli del sottosviluppo
regionale".[300] Buona parte della classe dirigente e intellettuale sarda,
particolarmente sensibile ai richiami egemonici di quelle continentali,
reputava infatti che la "modernizzazione" dell'isola fosse attuabile
solo in alternativa ai suoi contesti socioculturali di tipo "tradizionale",
quando non attraverso il loro «seppellimento totale».[328][329] Si è osservato,
a livello istituzionale, un forte osteggiamento del sardo e nel circuito
intellettuale italiano, concezione poi interiorizzata nell'immaginario comune
nazionale, esso era (il più delle volte per ragioni ideologiche o come residuo,
adottato per inerzia, di vecchie[Nota 10] consuetudini date dalle prime) spesso
ritenuto come una variante degenerata dell'italiano,[330] contrariamente
all'opinione degli studiosi e persino di alcuni nazionalisti italiani come
Carlo Salvioni,[331][Nota 11] subendo tutte le discriminazioni e i pregiudizi
legati a una tale associazione, soprattutto l'essere ritenuto una forma bassa
di espressione[332][333][334] ed essere ricondotta a un certo "tradizionalismo".[335][336]
I sardi furono così indotti, come del resto avvenuto presso altre comunità di
minoranza, a sbarazzarsi di quanto percepivano recasse il timbro di un'identità
stigmatizzata.[337] Al momento della stesura dello statuto autonomistico, il
legislatore decise di eludere a fondamento della "specialità" sarda
riferimenti alla sua identità geografica e culturale[338][339][340][341] che,
pur facendo da colonna portante delle originarie argomentazioni giustificative
a fondamento dell'autonomia, erano considerati pericolosi prodromi a
rivendicazioni più estreme quando non di ordine indipendentista; Antonello
Mattone sostiene al riguardo che in tale progetto erano rimasti
«inspiegabilmente in ombra i problemi legati agli aspetti etnici e culturali
della questione autonomistica, per i quali i consultori non mostrano alcuna
sensibilità, a differenza di tutti quei teorici (da Angioy a Tuveri, da Asproni
a Bellieni) che invece proprio in questo patrimonio avevano individuato il
titolo primario per un reggimento autonomo».[342] Il disegno dello Statuto,
emerso in un quadro nazionale ormai mutato dalla rottura dell'unità
antifascista, nonché in un contesto contrassegnato dalle croniche debolezze
della classe dirigente sarda e dalla radicalizzazione tra le istanze federalistiche
locali e quelle, per converso, più apertamente ostili all'idea di autonomia per
l'isola,[343] emerse infine come il risultato di un compromesso, limitandosi
piuttosto al riconoscimento di alcune istanze socioeconomiche nei confronti
della terraferma,[344][345] quali la sollecitazione allo sviluppo industriale
della Sardegna con uno specifico "piano di rinascita" approntato dal
centro.[Nota 12][346][347] Lo statuto, infine redatto dalla Commissione dei 75
a Roma, trovava così per il legislatore una ragione giustificativa non tanto in
circostanze geografiche e culturali, quanto nella cosiddetta
"arretratezza" economica della regione, alla cui luce si auspicava il
suddetto piano di industrializzazione per l'isola in tempi brevi: diversamente
da altri statuti speciali, quello sardo non vi richiama la effettiva comunità
destinataria nei suoi ambiti sociali e culturali, i quali erano piuttosto
inquadrati, dall'anzidetta Commissione dei 75, all'interno di una sola
collettività, ovvero quella nazionale italiana.[348][Nota 13] Lungi
dall'affermazione di un'autonomia sarda fondata sul riconoscimento di una
specifica identità culturale, come avvenuto in Valle d'Aosta o Alto Adige, il
risultato di tale stagione fu quindi «un autonomismo nettamente economicistico,
perché non si volle o non si poté disegnare un’autonomia forte, culturalmente
motivata, una specificità sarda che non si esaurisse nell’arretratezza e nella
povertà economica»[349] Emilio Lussu, che a Pietro Mastino confidò di aver
votato a favore della bozza finale solamente «per evitare che per un solo voto
lo Statuto non venisse approvato neppure così ridotto», fu l'unico esponente,
nella seduta del 30 dicembre 1946, a rivendicare invano l'obbligo
dell'insegnamento della lingua sarda, sostenendo che essa fosse «un patrimonio
millenario che occorre conservare».[350] Nel mentre, ulteriori politiche di
stampo assimilatore sarebbero state applicate anche nel secondo dopoguerra,[2]
con un'italianizzazione progressiva di siti storici e oggetti appartenenti alla
vita quotidiana e un'istruzione obbligatoria che ha insegnato l'uso della
lingua italiana, non prevedendo un parallelo insegnamento di quella sarda e,
anzi, attivamente scoraggiandolo attraverso divieti e sorveglianza diffusa di
chi lo promuovesse:[351] i maestri disprezzavano infatti la lingua, ritenendola
un rude dialetto e contribuendo a un ulteriore abbassamento del suo prestigio
presso la comunità sardofona stessa. Secondo alcuni studiosi, i metodi adottati
per promuovere l'uso dell'italiano, improntati a un'italofonia esclusiva e
sottrattiva,[352] avrebbero inciso negativamente sulle performance scolastiche
degli studenti sardi.[353][354][355] Fenomeni riscontrabili in maggiore
concentrazione in Sardegna, quali i tassi di abbandono scolastico e delle
ripetenze, analoghi a quelli di altre minoranze linguistiche,[353] avrebbero
solo negli anni Novanta messo in discussione la effettiva efficacia di
un'istruzione strettamente monolingue, con nuove proposte volte a un approccio
comparativo.[356] Le norme statutarie così delineate si rivelarono, nel
complesso, uno strumento inadeguato per rispondere ai problemi
dell'isola;[300][357] a cavallo degli anni Cinquanta e Sessanta, inoltre, prese
avvio il vero processo di sostituzione radicale e definitiva della lingua sarda
con quella italiana,[358] a causa della diffusione, sia sul territorio isolano
sia nel resto del territorio italiano, dei mezzi di comunicazione di massa che
trasmettevano nella sola lingua italiana.[359] Soprattutto la televisione ha
diffuso l'uso dell'italiano e ne ha facilitato la comprensione e l'utilizzo
anche tra le persone che, fino a quel momento, si esprimevano esclusivamente in
sardo. A partire dalla fine degli anni Sessanta,[300][357][360] in coincidenza
con la rinascita di un sardismo declinato sotto il segno di un
"revivalismo linguistico e culturale",[361] cominciarono a essere
avviate numerose campagne a favore di un bilinguismo effettivamente paritario
quale elemento di salvaguardia dell'identità isolana: per quanto già nel 1955
fossero state stabilite cinque cattedre di linguistica sarda[362], una prima
richiesta effettiva venne sporta per mezzo di una delibera adottata
all'unanimità dall'Università di Cagliari nel 1971, in cui si richiedeva
all'autorità politica regionale e nazionale il riconoscimento dei sardi come
minoranza etnica e linguistica e del sardo come idioma coufficiale
dell'isola.[363][364][Nota 14] Una prima bozza di legge sul bilinguismo fu
redatta dal Partito Sardo d'Azione nel 1975[365]. Famoso il richiamo patriottico
espresso qualche mese prima di morire, nel 1977, da parte del poeta Raimondo
Piras, che in No sias isciau[Nota 15] invitava al recupero della lingua per
opporsi alla dissardizzazione culturale delle generazioni successive[315]. Nel
1978 una legge di iniziativa popolare per il bilinguismo raccolse migliaia di
firme, ma non fu mai implementata in quanto incontrò la ferma opposizione della
sinistra e in particolare del Partito Comunista Italiano,[366] che a sua volta
procedette a proporre un proprio progetto di legge "per la tutela della
lingua e della cultura del popolo sardo" due anni più tardi[367]. Un
rapporto della commissione parlamentare d'inchiesta sul banditismo avrebbe
messo in guardia da «tendenze isolazioniste particolarmente dannose per lo sviluppo
della società sarda, che di recente si sono manifestate con la proposta di
considerare il sardo come una lingua di una minoranza etnica».[368] Negli anni
Ottanta, all'attenzione del Consiglio regionale furono presentati così tre
progetti di legge aventi contenuto simile alla delibera adottata
dall'Università di Cagliari.[358] Nel corso degli anni Settanta, si registrò
nelle aree rurali un significativo processo di deriva linguistica verso
l'italiano non solo nel Campidano, ma anche in aree geografiche un tempo
reputate linguisticamente conservatrici, quali Macomer nella provincia di Nuoro
(1979), ove si era costituita una classe operaia e una imprenditoriale di
origine prevalentemente esogena;[369] alla ridefinizione della struttura
economico-sociale ancora in atto corrispose, infatti, un'accentuata mutazione
del repertorio linguistico, che determinò a sua volta uno slittamento dei
valori su cui si basavano l'identità etnica e culturale delle comunità
sarde.[370][Nota 16] Tale questione è stata oggetto di analisi sociologiche sui
mutamenti occorsi nell'identità della comunità sarda, i cui atteggiamenti
sfavorevoli nei confronti della sardofonia sarebbero significativamente
influenzati da uno stigma di presunta "primitività" e "arretratezza"
a lungo impressole dalle istituzioni, di ordine politico e sociale, favorevoli
all'italianità linguistica.[371] Il sardo avrebbe subito un arretramento senza
sosta rispetto all'italiano, per via di un "complesso della
minoranza" che spinse la comunità sarda a un atteggiamento fortemente
svalutavivo nei confronti della propria lingua e cultura.[372][373] Negli anni
successivi, tuttavia, si sarebbe registrato un parziale cambio di
atteggiamento: non solo la lingua sarebbe stata inquadrata come un positivo
marcatore etnico/identitario,[374] sarebbe anche stata il canale attraverso il
quale avrebbe trovato espressione l'insoddisfazione sociale a fronte delle
misure approntate a livello centrale, reputate incapaci di provvedere alla
soddisfazione dei bisogni sociali ed economici dell'isola.[375] Allo stesso
tempo, però, si osservò come tale sentimento positivo nei confronti della
lingua contrastasse con il suo uso effettivo, che procedette a calare
sensibilmente.[376] Nel gennaio del 1981 il giornale bilingue "Nazione
Sarda" pubblicò un'inchiesta la quale riportava che, nel 1976, il
Ministero dell'Istruzione aveva pubblicato una nota per richiedere informazioni
sugli insegnanti che utilizzavano la lingua sarda nelle scuole, e che il
Provveditorato di Sassari aveva pubblicato una circolare con oggetto
"Scuole della Sardegna - Introduzione della lingua sarda" nella quale
chiedeva ai presidi e ai direttori scolastici di astenersi da iniziative di
quel tipo e di informare il provveditorato a riguardo di qualunque attività
legata all'introduzione del sardo nei loro istituti.[377][378][379] Nel 1981 il
Consiglio Regionale dibatté e votò per l'introduzione del bilinguismo per la
prima volta.[380][381] In risposta alle pressioni esercitate da una risoluzione
del Consiglio d'Europa sulla tutela delle minoranze nazionali, nel 1982 fu
creata dal governo italiano un'apposita commissione per meglio indagare la
questione;[382] l'anno successivo fu presentato un disegno di legge al
Parlamento, ma senza successo. Una delle prime leggi definitivamente approvate
dal legislatore regionale, la "Legge Quadro per la Tutela e Valorizzazione
della Lingua e della Cultura della Sardegna" del 3 agosto 1993, fu subito
bocciata dalla Corte costituzionale a seguito di un ricorso del governo centrale,
che la riteneva "esorbitante per molteplici aspetti dalla competenza
integrativa e attuativa posseduta dalla Regione in materia di
istruzione".[383][384] Come è noto, si sarebbero dovuti aspettare altri
quattro anni perché la normativa regionale non fosse sottoposta a giudizio di
costituzionalità, e altri due perché il sardo potesse trovare riconoscimento in
Italia contemporaneamente ad altre undici minoranze etnolinguistiche. Infatti,
la legge nazionale n.482/1999 sulle minoranze linguistiche storiche fu
approvata solo in seguito alla ratifica, da parte italiana, della
Convenzione-quadro per la protezione delle minoranze nazionali del Consiglio
d'Europa nel 1998.[382] Una ricerca promossa da MAKNO nel 1984 rivelò che tre
quarti dei sardi erano a favore tanto dell'educazione bilingue nelle scuole (il
22% del campione auspicava un'introduzione obbligatoria e il 54,7% una
facoltativa) quanto di uno status di bilinguismo ufficiale come la Valle
d'Aosta e l'Alto Adige (62,7% del campione a favore, 25,9% contrario e 11,4%
incerto).[385] Tali dati sono stati parzialmente corroborati da un'altra
indagine demoscopica svolta nel 2008, in cui il 57,3% mostrava un atteggiamento
favorevole verso la presenza del sardo in orario scolastico assieme
all'italiano.[386] Un'altra ricerca, condotta nel 2010, segnala un parere
decisamente favorevole da parte della stragrande maggioranza dei genitori verso
l'insegnamento della lingua a scuola, ma non il suo impiego come idioma
veicolare.[387] Chiesa del Pater Noster, Gerusalemme. Iscrizione del Padre
Nostro (Babbu Nostru) in sardo Alcune personalità ritengono che il processo di
assimilazione possa portare alla morte del popolo sardo[388][389][390]
diversamente da quanto avvenuto, per esempio, in Irlanda (isola in gran parte
linguisticamente anglicizzata). Benché risultino in ordine alla lingua e
cultura sarda profondi fermenti di matrice identitaria,[358][391] ciò che si
riscontra attraverso analisi pare sia una lenta ma costante regressione nella
competenza sia attiva sia passiva di tale lingua, per motivi di natura
principalmente politica e socioeconomica (l'uso dell'italiano presentato come
una chiave di avanzamento e promozione sociale,[392] stigma associato
all'impiego del sardo, il progressivo spopolamento delle zone interne verso
quelle costiere, l'afflusso di genti dalla penisola e i potenziali problemi di
mutua comprensibilità fra le varie lingue parlate,[Nota 17] ecc.): il numero di
bambini che userebbe attivamente il sardo crolla a un dato inferiore al 13%,
peraltro concentrato nelle zone interne[393] quali il Goceano, l'alta Barbagia
e le Baronie.[34][394][395] Prendendo in esame la situazione di taluni centri
logudoresi a economia tradizionale (come Laerru, Chiaramonti e Ploaghe) in cui
il tasso di sardofonia dei bambini è comunque pari allo 0%, Mauro Maxia parla
in merito di un autentico caso di "suicidio linguistico" in capo a
ormai poche decine di anni.[396] Purtuttavia, secondo le suddette analisi
sociolinguistiche, tale processo non risulta affatto omogeneo,[397][398]
presentandosi in maniera ben più evidente nelle città che non nei paesi. Al
giorno d'oggi, il sardo è una lingua la cui vitalità è riconoscibile in
un'instabile[358] condizione di diglossia e commutazione di codice, e che non
entra, o non vi ha ampia diffusione, nell'amministrazione, nel commercio, nella
Chiesa (in cui si registra una qual certa attività per introdurvi la
lingua[399][400]), nella scuola,[396] nelle università locali di
Sassari[401][402] e di Cagliari e nei mass media.[403][404][405][406] Seguendo
la scala di vitalità linguistica proposta da un apposito pannello dell'UNESCO
nel 2003,[407] il sardo fluttuerebbe tra una condizione di "sicuramente in
pericolo di estinzione" (definitely endangered: i bambini non apprendono
più la lingua), attribuitogli anche nel Libro Rosso, e una di "serio
pericolo di estinzione" (severely endangered: la lingua è perlopiù usata
dalla generazione dei nonni in su); secondo il criterio EGIDS (Expanded Graded
Intergenerational Disruption Scale) proposto da Lewis e Simons, il sardo
sarebbe in bilico tra il livello 7 (Instabile: la lingua non è più trasmessa
alla generazione successiva[408]) e il livello 8 (Moribonda: gli unici parlanti
attivi della lingua appartengono alla generazione dei nonni[408]),
corrispondenti rispettivamente ai due gradi della scala UNESCO sopramenzionati.
Il grado di progressiva assimilazione e penetrazione dell'italiano tra i
sardofoni è confermato dalle ricerche dell'ISTAT,[409] secondo le quali il
52,1% della popolazione sarda impiega ormai esclusivamente l'italiano in ambito
familiare, mentre il 31,5% pratica alternanza linguistica e solo il 15,6%
riporta di usare il sardo o altre lingue non italiane; al di fuori
dell'ambiente privato e amicale, le percentuali sanciscono in maniera ancora
più schiacciante l'esclusiva predominanza raggiunta dall'italiano nell'isola
(87,2%) alle spese del sardo e altre lingue, tutte ferme al 2,8%. Gli anni '90
hanno conosciuto un rinnovamento delle forme espressive nel panorama musicale
sardo: molti artisti, spaziando dai generi più tradizionali quali il canto
(cantu a tenore, cantu a chiterra, gosos, ecc.) e il teatro (Mario Deiana) a
quelli più moderni quale il rock (Kenze Neke, Askra e KNA, Tzoku, Tazenda,
ecc.) e addirittura rap e hip hop (Dr. Drer & CRC posse, Quilo, Sa Razza,
etc.) utilizzano infatti la lingua per promuovere l'isola e riconoscere i suoi
vecchi problemi e le nuove sfide.[410][411][412][413] Vi sono anche dei film
(come Su Re, parzialmente Bellas mariposas, Treulababbu, Sonetàula, etc.)
realizzati in sardo con i sottotitoli in italiano,[414] e altri ancora con i
sottotitoli in sardo.[415] A partire dalle sessioni d'esame tenute nel 2013,
hanno suscitato sorpresa, data la mancata istituzionalizzazione de facto della
lingua, dei tentativi da parte di alcuni allievi di presentare l'esame o parte
di esso in lingua
sarda.[416][417][418][419][420][421][422][423][424][425][426][427] Sono inoltre
sempre più frequenti anche le dichiarazioni di matrimonio in tale lingua su
richiesta dei coniugi[428][429][430][431][432] Ha suscitato particolare
scalpore l'iniziativa virtuale di alcuni sardi su Google Maps, in risposta a
un'ordinanza del Ministero delle Infrastrutture che ordinava a tutti i sindaci
della regione di eliminare i cartelli in sardo piazzati all'ingresso dei centri
abitati: tutti i comuni avevano infatti ripreso il loro nome originario per
circa un mese, finché lo staff di Google non decise di riportare la
toponomastica nel solo italiano.[433][434][435] Di rilevanza è l'impiego, da
parte di alcune società sportive quali la Dinamo Basket Sassari[436] e il
Cagliari Calcio, della lingua nelle sue campagne promozionali.[437][438] In
seguito a una campagna di adesioni,[439] è stata resa possibile l'inclusione
del sardo fra le lingue selezionabili su Facebook. L'opzione di scelta è ora a
tutti gli effetti attiva ed è possibile avere la pagina in lingua
sarda.[440][441][442]; è anche possibile selezionare la lingua sarda su
Telegram[443][444] Il sardo è presente quale lingua configurabile anche in
altre applicazioni, quali F-Droid, Diaspora, OsmAnd, Notepad++, QGIS,
Stellarium,[445] Skype,[446] ecc. Nel 2016 è stato inaugurato il primo
traduttore automatico dall'italiano al sardo,[447] VLC media player per
Android, Linux Mint Debina Edition 2 "Betsy", Firefox,[448][449] ecc.
Anche il motore di ricerca DuckDuckGo è stato interamente tradotto in lingua
sarda. La comunità sardofona costituirebbe ancora, con circa 1,7 milioni di
parlanti autodichiaratisi nativi (di cui 1.291.000 presenti in Sardegna), la
più consistente minoranza linguistica riconosciuta in Italia[23] benché sia
paradossalmente, allo stesso tempo, quella cui è garantita meno tutela. Al di
fuori dell'Italia, in cui al momento non è prevista pressoché alcuna
possibilità di insegnamento strutturato della suddetta lingua minoritaria
(l'Università di Cagliari si distingue per avere aperto per la prima volta un
corso specifico nel 2017;[450] quella di Sassari, di rimando, nel 2021 ha
annunciato l'apertura di un curriculum parzialmente dedicato alla lingua sarda
in filologia moderna[451]), si tengono talvolta corsi specifici in paesi quali
Germania (università di Stoccarda, Monaco, Tubinga, Mannheim,[452] ecc.),
Spagna (università di Gerona),[453] Islanda[454] e Repubblica Ceca (università
di Brno)[455][456]; per un qual certo periodo di tempo, il prof. Sugeta ne
teneva alcuni anche in Giappone all'università di Waseda
(Tokyo).[457][458][459] La estrema fragilità sociolinguistica del sardo è stata
valutata dal gruppo di ricerca Euromosaic, commissionato dalla Commissione
europea con l'intenzione di tracciare un quadro delle minoranze
etnolinguistiche nei territori europei; questi, posizionando il sardo al
quarantunesimo posto su un totale di quarantotto lingue di minoranza europee,
rilevando un punteggio pari al greco del sud Italia,[460] conclude così il suo
rapporto: (inglese) «This would appear to be yet another minority language
group under threat. The
agencies of production and reproduction are not serving the role they did a
generation ago. The education system plays no role whatsoever in supporting the
language and its production and reproduction. The language has no prestige and
is used in work only as a natural as opposed to a systematic process. It seems
to be a language relegated to a highly localised function of interaction
between friends and relatives. Its institutional base is extremely weak and
declining. Yet there is concern among its speakers who have an emotive link to
the language and its relationship to Sardinian identity.» (italiano) «Sembra si tratti di ancora un'altra lingua
di minoranza in pericolo. Le agenzie deputate alla produzione e riproduzione
della lingua non adempiono più al ruolo che svolgevano la scorsa generazione.
Il sistema educativo non sostiene in alcun modo la lingua e la sua produzione e
riproduzione. La lingua non gode di alcun prestigio e in contesti lavorativi il
suo impiego non promana da alcun processo sistematico, ma è meramente
spontaneo. Pare sia una lingua relegata a interazioni tra amici e parenti
altamente localizzate. La sua base istituzionale è estremamente debole e in
continuo declino. Ciononostante, si riscontra una qual certa preoccupazione
presso i suoi locutori, i quali hanno un legame emotivo con la lingua e la sua
relazione con l'identità sarda.» ( Relazione Euromosaic "Sardinian
language use survey". URL consultato l'11 giugno 2019 (archiviato dall'url
originale il 18 maggio 2018)., Euromosaic, 1995) Frequenza d'uso delle lingue
regionali in Italia (ISTAT, 2015) Come spiega Matteo Valdes, «la popolazione
dell’isola constata, giorno dopo giorno, il declino delle proprie parlate
originarie, si fa complice di questo declino trasmettendo ai figli la lingua
del prestigio e del potere ma, contemporaneamente, sente che la perdita delle
lingue locali è anche perdita di se stessi, della propria storia, della propria
specifica identità o diversità».[461] Roberto Bolognesi ritiene che la
perdurante stigmatizzazione del sardo come la lingua dei ceti "socialmente
e culturalmente svantaggiati" comporti l'alimentazione di un circolo
vizioso che ulteriormente promuove il regresso della lingua, irrobustendone il
giudizio negativo presso quelli che più si percepiscono come competitivi:
difatti, «è chiaro come questa identificazione sia da sempre una
self-fulfilling prophecy, una profezia che si conferma da sé: un meccanismo
perverso che ha condannato e ancora condanna alla marginalità sociale i
sardoparlanti, escludendoli sistematicamente da quelle interazioni linguistiche
e culturali in cui si sviluppano i registri prestigiosi e lo stile alto della
lingua, innanzitutto nella scuola».[462] Essendo il processo di assimilazione
ormai giunto a compimento,[463] il bilinguismo in gran parte sulla carta[464] e
mancando ancora misure concrete per un uso ufficiale anche solo all'interno della
Sardegna, la lingua sarda continua dunque la sua agonia, seppur con minore
velocità rispetto a qualche tempo fa, soprattutto grazie all'impegno di coloro
che nei vari contesti ne promuovono la rivalutazione in un processo che, da
alcuni studiosi, è stato definito come "risardizzazione
linguistica".[465] Nel mentre, l'italiano continua a erodere,[461] nel
tempo, sempre più spazi associati al sardo, ormai in stato di generale
deperimento con la già menzionata eccezione di alcune "sacche linguistiche".
In merito alla predominanza ormai completamente raggiunta dall'italiano, Telmon
registra «l'atteggiamento fortemente utilitaristico che i sardi hanno assunto
nei suoi confronti. Pur essendo sentito infatti come fondamentalmente estraneo
alle tradizioni più autenticamente popolari, il suo possesso viene considerato
necessario e, in ogni caso, simbolo potente di avanzamento sociale, anche nel
caso di diglossia senza bilinguismo».[466] Laddove la pratica linguistica del
sardo è ora per tutta l'isola in netto declino, è invece comune nelle nuove
generazioni di qualunque estrazione sociale,[467] ormai monolingui e
monoculturali italiane, quella dell'italiano regionale di Sardegna o IrS
(spesso chiamato dai sardofoni, in segno di ironico spregio, italiànu
porcheddìnu,[468] letteralmente "italiano maialesco"): si tratta di
una parlata dialettale dell'italiano che, nelle sue espressioni
diastratiche,[469] risente grandemente degli influssi fonologici, morfologici e
sintattici del sardo anche in quei parlanti che non hanno alcuna conoscenza di
tale lingua.[470] Roberto Bolognesi sostiene che, a fronte della persistente
negazione e rifiuto della lingua sarda, è come se questa si sia vendicata
sull'originaria comunità di parlanti «e continui a vendicarsi "inquinando"
il sistema linguistico egemone»,[36] rievocando l'avvertimento gramsciano
profferito all'alba del secolo precedente. Infatti, a fronte di un italiano
regionale ormai prevalente che, per Bolognesi, «si tratta in effetti di una
lingua ibrida sorta dal contatto fra due sistemi linguistici diversi»,[471] «il
(poco) sardo usato dai giovani costituisce spesso un gergo sgrammaticato
infarcito di oscenità e di costruzioni appartenenti all'italiano»:[36] la
popolazione padroneggerebbe dunque solo "due lingue zoppe" le cui manifestazioni
non scaturirebbero da una norma riconoscibile, né costituirebbero una fonte di
sicurezza linguistica chiara:[36] Bolognesi ritiene che «per i parlanti sardi,
quindi, il rifiuto della propria identità linguistica originaria non ha
comportato la sperata e automatica omologazione ad un’identità socialmente più
prestigiosa, ma l’acquisizione di un’identità di serie B (né veramente sarda,
né veramente italiana), non più autocentrata ma bensì periferica rispetto alle
fonti di norma linguistica e culturale, le quali rimangono ancora al di fuori
della loro portata: sull’altra riva del Tirreno».[471] D'altra parte, Eduardo
Blasco Ferrer riscontra una propensione dei sardofoni esclusivamente per la
pratica di commutazione di codice, piuttosto che per quella di commistione o
commutazione intrafrasale (code-mixing) tra le due diverse lingue.[472] Nel
complesso, dinamiche quali il tardivo riconoscimento come minoranza
linguistica, accompagnato da un'opera di graduale ma plurisecolare e pervasiva
italianizzazione promossa dal sistema educativo e da quello amministrativo, cui
seguì la recisione della trasmissione intergenerazionale, hanno fatto sì che la
vitalità odierna del sardo possa definirsi come gravemente compromessa.[473] Vi
è una sostanziale divisione tra chi crede che l'attuale normativa in tutela
della lingua sia ormai giunta troppo tardi,[474][475] ritenendo che il suo
impiego sia stato oramai interamente sostituito dall'italiano, e chi invece
asserisce che sia fondamentale per rafforzare l'uso corrente, per quanto
debole, di questa lingua. Le considerazioni sulla frammentazione dialettale
della lingua sono portate da alcuni come argomento contrario a un intervento
istituzionale per il suo mantenimento e valorizzazione: altri rilevano che
questo problema sia già stato affrontato in diversi altri casi, come per
esempio il catalano, la cui piena introduzione nella vita pubblica dopo la
repressione franchista è stata possibile solo grazie a un processo di
standardizzazione dei suoi eterogenei dialetti. In generale, la
standardizzazione della lingua sarda è argomento controverso.[476][477]
Fiorenzo Toso rileva, a paragone con l'attuale forza del catalano garantita
dalla elaborazione di uno standard scritto a fronte di «sottovarietà dialettali
anche molto differenziate tra loro», che «la debolezza del sardo risiede
invece, tra gli altri elementi, nell'assenza di un tale standard, poiché i
parlanti logudorese o campidanese non si riconoscono in una varietà
sopradialettale comune».[478] A oggi si ritiene improbabile il rinvenimento di
una soluzione normativa alla questione linguistica sarda.[358] In conclusione,
fattori fondamentali per la riproduzione nel tempo del gruppo etnolinguistico,
quali la trasmissione intergenerazionale della lingua, rimangono ad oggi
estremamente compromessi senza che se ne possa apparentemente frenare la
progressiva perdita,[479] in stadio ormai avanzato. Al di là dello strato
sociale già interessato dal suddetto processo e che risulta quindi italofono
monolingue, persino tra molti sardofoni si riscontra ora una "limitata
padronanza attiva o anche solo esclusivamente passiva della loro lingua":
l'attuale competenza comunicativa tra le coorti anagrafiche più giovani non
andrebbe oltre la conoscenza di qualche formula stereotipata e neanche gli
adulti sarebbero più in grado di portare avanti una conversazione nella lingua
etnica,[32][480]. Le indagini demoscopiche finora effettuate sembrano indicare
che il sardo venga ormai considerato dalla comunità come uno strumento di riappropriazione
del proprio passato, piuttosto che di effettiva comunicazione per il presente e
il futuro[481] Il sardo tra le comunità linguistiche di minoranza riconosciute
ufficialmente in Italia[482][483] Riconoscimento istituzionale[modifica |
modifica wikitesto] Lo stesso argomento in dettaglio: Legislazione italiana a
tutela delle minoranze linguistiche e Toponimi della Sardegna. Segnaletica
locale bilingue italiano/sardo Segnale di inizio centro abitato in sardo a
Siniscola/Thiniscole Il sardo è riconosciuto come lingua dalla norma ISO 639
che le attribuisce i codici sc (ISO 639-1: Alpha-2 code) e srd (ISO 639-2:
Alpha-3 code). I codici previsti per la norma ISO 639-3 ricalcano quelli
utilizzati dal SIL per il progetto Ethnologue e sono: sardo campidanese:
"sro" sardo logudorese: "src" gallurese: "sdn"
sassarese: "sdc" La lingua sarda è stata riconosciuta con legge
regionale n. 26 del 15 ottobre 1997 "Promozione e valorizzazione della
cultura e della lingua della Sardegna" come lingua della Regione autonoma
della Sardegna dopo l'italiano (la legge regionale prevede la tutela e
valorizzazione della lingua e della cultura, pari dignità rispetto alla lingua
italiana con riferimento anche al catalano di Alghero, al tabarchino dell'isola
di San Pietro, al sassarese e gallurese, la conservazione del patrimonio
culturale/bibliotecario/museale, la creazione di Consulte Locali sulla lingua e
la cultura, la catalogazione e il censimento del patrimonio culturale,
concessione di contributi regionali ad attività culturali, programmazioni
radiotelevisive e testate giornalistiche in lingua, uso della lingua sarda in
fase di discussione negli organi degli enti locali e regionali con
verbalizzazione degli interventi accompagnata dalla traduzione in italiano, uso
nella corrispondenza e nelle comunicazioni orali, ripristino dei toponimi in
lingua sarda e installazione di cartelli segnaletici stradali e urbani con la
denominazione bilingue). La legge regionale applica e regolamenta alcune norme
dello Stato a tutela delle minoranze linguistiche. Nessun riconoscimento è
stato invece attribuito, nel 1948, alla lingua sarda dallo Statuto della
Regione Autonoma, che è legge costituzionale: l'assenza di norme statutarie di
tutela, a differenza degli storici Statuti della Valle d'Aosta e del Trentino-Alto
Adige, fa sì che per la comunità sarda, nonostante rappresenti ex lege n.
482/1999 la più robusta minoranza linguistica in Italia, non si applichino le
leggi elettorali per la rappresentanza politica delle liste in Parlamento, che
pur tengono conto della specificità delle suddette minoranze.[484][485] Si
applicano invece al sardo (come al catalano di Alghero) l'art. 6 della
Costituzione (La Repubblica tutela con apposite norme le minoranze
linguistiche) e la legge n. 482 del 15 dicembre 1999 "Norme in materia di
tutela delle minoranze linguistiche storiche"[486] che prevede misure di
tutela e valorizzazione (uso della lingua minoritaria nelle scuole materne,
primarie e secondarie accanto alla lingua italiana,[487] uso da parte degli
organi di Comuni, Comunità Montane, Province e Regione, pubblicazione di atti
nella lingua minoritaria fermo restando l'esclusivo valore legale della
versione italiana, uso orale e scritto nelle pubbliche amministrazioni escluse
forze armate e di polizia, adozione di toponimi aggiuntivi nella lingua
minoritaria, ripristino su richiesta di nomi e cognomi nella forma originaria,
convenzioni per il servizio pubblico radiotelevisivo) in ambiti definiti dai
Consigli Provinciali su richiesta del 15% dei cittadini dei comuni interessati
o di un terzo dei consiglieri comunali. Ai fini applicativi tale
riconoscimento, che si applica alle "…popolazioni…parlanti…sardo", il
che escluderebbe a rigore gallurese e sassarese in quanto geograficamente sardi
ma linguisticamente di tipo còrso, e sicuramente il ligure-tabarchino
dell'isola di San Pietro. Cartello bilingue nel municipio di Villasor Il
relativo Regolamento attuativo D.P.R. n. 345 del 2 maggio 2001 (Regolamento di
attuazione della legge 15 dicembre 1999, n. 482, recante norme di tutela delle
minoranze linguistiche storiche) detta regole sulla delimitazione degli ambiti
territoriali delle minoranze linguistiche, sull'uso nelle scuole e nelle
università, sull'uso nella pubblica amministrazione (da parte della Regione,
delle Province, delle Comunità Montane e dei membri dei Consigli Comunali,
sulla pubblicazione di atti ufficiali dello Stato, sull'uso orale e scritto
delle lingue minoritarie negli uffici delle pubbliche amministrazioni con
istituzione di uno sportello apposito e sull'utilizzo di indicazioni scritte
bilingui …con pari dignità grafica, e sulla facoltà di pubblicazione bilingue
degli atti previsti dalle leggi, ferma restando l'efficacia giuridica del solo
testo in lingua italiana), sul ripristino dei nomi e dei cognomi originari,
sulla toponomastica (… disciplinata dagli statuti e dai regolamenti degli enti
locali interessati) e la segnaletica stradale (nel caso siano previsti segnali
indicatori di località anche nella lingua ammessa a tutela, si applicano le
normative del Codice della Strada, con pari dignità grafica delle due lingue),
nonché sul servizio radiotelevisivo. La bozza di atto di ratifica della Carta
europea delle lingue regionali o minoritarie del Consiglio d'Europa[488] del 5
novembre 1992 (già sottoscritta, ma mai ratificata,[489][490] dalla Repubblica
Italiana il 27 giugno 2000) all'esame del Senato prevede, senza escludere l'uso
della lingua italiana, misure aggiuntive per la tutela della lingua sarda e per
il catalano (istruzione prescolare in sardo, educazione primaria e secondaria
agli allievi che lo richiedano, insegnamento della storia e della cultura,
formazione degli insegnanti, diritto di esprimersi in lingua nelle procedure
penali e civili senza spese aggiuntive, consentire l'esibizione di documenti e
prove in lingua nelle procedure civili, uso negli uffici statali da parte dei
funzionari in contatto con il pubblico e possibilità di presentare domande in
lingua, uso nell'amministrazione locale e regionale con possibilità di
presentare domande orali e scritte in lingua, pubblicazione di documenti
ufficiali in lingua, formazione dei funzionari pubblici, uso congiunto della
toponomastica nella lingua minoritaria e adozione dei cognomi in lingua,
programmazioni radiotelevisive regolari nella lingua minoritaria, segnalazioni
di sicurezza anche in lingua, promozione della cooperazione transfrontaliera
tra amministrazioni in cui si parli la stessa lingua). Si noti che l'Italia,
assieme alla Francia e a Malta,[491] non ha ratificato il suddetto trattato
internazionale.[492][493] In un caso presentato alla Commissione europea dal
deputato Renato Soru in sede di parlamento europeo nel 2017, nel quale si
denunciava la negligenza nazionale con riguardo alla sua stessa normativa
rispetto alle altre minoranze linguistiche, la risposta della Commissione
faceva presente all'Onorevole che le questioni di politica linguistica
perseguita dai singoli stati membri non rientrano nelle sue competenze.[494] Le
forme di tutela previste per la lingua sarda sono pressoché assimilabili a
quelle riconosciute per quasi tutte le altre storiche minoranze
etnico-linguistiche d'Italia (friulani, albanesi, catalane, greche, croate,
franco-provenzali e occitane, etc.), ma di gran lunga inferiori a quelle
assicurate, mediante specifici trattati internazionali, per le comunità
francofone in Valle d'Aosta, a quelle slovene in Friuli-Venezia Giulia e,
infine, a quelle ladine e germanofone in Alto-Adige. Segnaletica locale
bilingue a Pula Inoltre, le poche disposizioni legislative a tutela del bilinguismo
sin qui menzionate non sono de facto ancora applicate o lo sono state solo
parzialmente. In tal senso il Consiglio d'Europa nel 2015 aveva aperto
un'indagine sull'Italia per la situazione delle sue minoranze
etnico-linguistiche, considerate nell'ambito della Convenzione-quadro come
"minoranze nazionali".[495][496][497] Il sardo non è stato, infatti,
ancora oggi introdotto nei programmi ufficiali, rientrando perlopiù in alcuni
progetti scolastici (moduli di ventiquattr'ore) senza garanzie di continuità.[498]
La revisione della spesa pubblica del governo Monti avrebbe abbassato
ulteriormente il livello di tutela della lingua, attuando una distinzione fra
le lingue soggette a tutela in base ad accordi internazionali e considerate
minoranze nazionali perché "di lingua madre straniera" (tedesco,
sloveno e francese[Nota 18]) e quelle afferenti a comunità che non hanno una
struttura statale straniera alle spalle, riconosciute semplicemente come
"minoranze linguistiche". Tale disegno di legge, nonostante abbia
destato una certa reazione da più parti del mondo politico e intellettuale
isolano,[499][500][501] è stato impugnato dal Friuli-Venezia Giulia, ma non
dalla Sardegna, una volta tradotto in legge, la quale non riconosceva alle
minoranze linguistiche "senza Stato" i benefici previsti in tema di
assegnazione degli organici per le scuole:[502] con la sentenza numero 215,
depositata il 18 luglio 2013, la Corte costituzionale ha però successivamente
dichiarato incostituzionale tale trattamento differenziato.[503] La delibera
della Giunta regionale del 26 giugno 2012[504] ha introdotto l'uso delle
diciture ufficiali bilingui nello stemma della Regione Autonoma della Sardegna
e in tutte le produzioni grafiche che contraddistinguono le sue attività di
comunicazione istituzionale. Quindi, con la stessa evidenza grafica
dell'italiano, viene riportata l'iscrizione equivalente a Regione Autonoma
della Sardegna in sardo ovvero «Regione Autònoma de Sardigna».[505] Il 5 agosto
2015 la Commissione Paritetica Stato-Regione ha approvato una proposta,
inoltrata dall'Assessorato della Pubblica Istruzione, che trasferirebbe alla
Regione Sarda alcune competenze amministrative in materia di tutela delle
minoranze linguistiche storiche, quali sardo e catalano algherese.[506] Il 27
giugno 2018, il Consiglio Regionale ha infine varato il TU sulla disciplina
della politica linguistica regionale. La Sardegna si sarebbe, in teoria, così
dotata per la prima volta nella sua storia regionale di uno strumento
regolatore in materia linguistica, con l'intento di sopperire all'originale
lacuna del testo statutario:[9][507][508] tuttavia, il fatto che la giunta
regionale non abbia tuttora provveduto a emanare i necessari decreti attuativi
fa sì che quanto è contenuto nella legge approvata non abbia ancora trovato
alcuna applicazione reale.[509][510][511] Il 2021 vede l'apertura di uno
sportello in lingua sarda per la Procura di Oristano, qualificandosi come la
prima volta in Italia in cui tale servizio sia offerto a una lingua
minoritaria.[512] Per l'elenco dei comuni riconosciuti ufficialmente minoritari
ai sensi dell'art. 3 della legge n. 482/1999 e per i relativi toponimi
ufficiali in lingua sarda ai sensi dell'art. 10 vedi Toponimi della Sardegna.
Fonetica, morfologia e sintassi[modifica | modifica wikitesto]
Fonetica[modifica | modifica wikitesto] Vocali: /ĭ/ e /ŭ/ (brevi) latine hanno
conservato i loro timbri originali [i] e [u]; per esempio il latino siccus
diventa siccu (e non come italiano secco, francese sec). Un'altra
caratteristica è l'assenza della dittongazione delle vocali medie (/e/ e /o/).
Per esempio il latino potest diventa podet (pron. [ˈpoðete]), senza dittongo a
differenza dell'italiano può, spagnolo puede, francese peut. Le vocali Sarde
sono soggette al processo di metafonesi dove [ɛ ɔ] sono alzate a [e o] se la
sillaba seguente contiene vocali /i/ o /u/. Inoltre /fɛˈnɔmɛnu/, ad esempio, è
realizzato come [feˈnoːmenu]. Nel gruppo di dialetti solitamente ricondotti
alla grafia campidanese /ɛ ɔ/ sono state alzate a /i u/ nelle sillabe finali.
Le nuove /i u/ non producono la metafonesi. In questi dialetti quindi [e o]
possono contrastare con [ɛ ɔ]. Per esempio i vecchi [ˈbɛːnɛ] 'bene' e [ˈbeːni]
'vieni' diventano [ˈbɛːni] e [ˈbeːni] come coppie minime distinte solo dalla
vocale tonica. Il campidanese contiene quindi sette diverse vocali. Esclusivi —
per l'area romanza attuale — dei dialetti centro-settentrionali del sardo sono
inoltre il mantenimento della [k] e della [g] velari davanti alle vocali
palatali /e/ e /i/ (es.: [kentu] per l'italiano cento e il francese cent). Una
delle caratteristiche del sardo è l'evoluzione di [ll] nel fonema cacuminale
[ɖ] (es. cuaddu o caddu per cavallo, anche se questo non avviene nel caso dei
prestiti successivi alla latinizzazione dell'isola - cfr. bellu per bello - ).
Questo fenomeno è presente anche nella Corsica del sud, in Sicilia, in
Calabria, nella penisola Salentina e in alcune zone delle Alpi Apuane.
Fonosintassi[modifica | modifica wikitesto] Lo stesso argomento in dettaglio:
Sardo logudorese § Alcune regole di fonosintassi e Sardo campidanese § Alcune
regole di fonosintassi. Una delle principali complicanze, sia per chi si
approcci alla lingua sia per chi, pur sapendola parlare, non la sa scrivere, è
la differenza fra scritto (qualora si voglia seguire un'unica forma grafica) e
parlato data da specifiche regole, fra le quali è importante menzionare almeno
qualcuna nei due diasistemi e in questa voce nella generalità dei casi. Sistema
vocalico[modifica | modifica wikitesto] Vocale paragogica[modifica | modifica
wikitesto] Nel parlato generalmente non è tollerata la consonante finale di un
vocabolo, quando però lasciata isolata in pausa o in chiusura di frase,
altrimenti sì può essere presente anche nella pronuncia. La lingua sarda si
caratterizza pertanto per la cosiddetta vocale paragogica o epitetica, cui si
appoggia la suddetta consonante; questa vocale è generalmente la stessa che
precede la consonante finale, ma in campidanese non mancano esempi discostanti
da questa norma, dove la vocale paragogica è la "i" pur non essendo
quella che precede l'ultima consonante, come il caso di cras (crasi, domani),
tres (tresi, tre), ecc. In questi casi la vocale finale può anche essere
riportata nella lingua scritta, essendo appunto diversa dall'ultima della
parola. Quando invece è uguale a quella precedente di norma non va mai scritta;
eccezioni possono essere rappresentate da alcuni termini di origine latina
rimasti inalterati rispetto all'originale, eccettuando appunto la vocale
paragogica, che però si sono diffusi nell'uso popolare anche nella loro
variante sardizzata (sèmper o sèmpere, lùmen o lùmene) e, nel diasistema
logudorese, dalle terminazioni dell'infinito presente della 2ª coniugazione
(tènner o tènnere, pònner o pònnere). Per quanto riguarda i latinismi, nell'uso
attuale si preferisce non scrivere la vocale paragogica, quindi sèmper, mentre
nei verbi della seconda coniugazione è forse maggioritaria la grafia con la
"e", seppur molto diffusa anche quella senza, perciò iscrìere piuttosto
che iscrìer (scrivere), che peraltro è altresì corretto. I termini campidanesi
vengono generalmente scritti con la "i" dai parlanti di questa
variante, dunque crasi, mentre in logudorese avremo sempre e comunque cras,
anche qualora nella pronuncia dovesse risultare crasa. Così per esempio: Si
scrive semper ma si pronuncia generalmente sempere (LSC/log./nuo., in italiano
"sempre") Si scrive lùmen ma si pronuncia generalmente lumene (nuo.,
in LSC nùmene o nòmene, in italiano "nome") Si scrive però e si
pronuncia generalmente però o peroe (LSC/log./nug. /camp., in italiano
"però") Si scrive istèrrere (LSC e log.) o istèrrer (log.) e si
pronuncia generalmente isterrere (in italiano "stendere") Si scrive
funt ma si pronuncia generalmente funti (LSC e camp., in italiano "essi
sono") Si scrive andant ma si pronuncia generalmente andanta (LSC, camp. e
log. meridionale, in italiano "vanno"). In nuores/baroniese la
consonante finale della terza plurale solitamente cade e si pronuncia la vocale
paragogica: andan(t)a, cheren(t)e e ischin(t)i. Vocale pretonica[modifica |
modifica wikitesto] Le vocali e e o stanti in posizione pretonica rispetto alla
vocale i, diventano mobili potendosi trasformare in quest'ultima. Così, per
esempio, sarà corretto scrivere e dire: erìtu o irìtu (log., in italiano
"riccio"; in LSC, log. meridionale e camp. eritzu) essìre (LSC),
issìre (log. ), bessire (log. meridionale) o bessiri (camp.) (in italiano
"uscire") drumìre o dromìre (log., in italiano "dormire";
in LSC dormire; camp. dromìri) godìre (LSC) o gudìre (log., in LSC e log. anche
gosare, camp. gosai, in italiano "godere") Vi sono delle rare
eccezioni a questa regola, come dimostra l'esempio seguente: buddìre vuol dire
"bollire", mentre boddìre vuol dire "raccogliere (frutti e
fiori)". Sistema consonantico[modifica | modifica wikitesto] Posizione
mediana intervocalica[modifica | modifica wikitesto] Quando si trovano in
posizione mediana intervocalica, o per effetto di particolari combinazioni
sintattiche, le consonanti b, d, g diventano fricative; sono tali anche se si
presenta, fra vocale e consonante, un'interposizione della r. In questo caso,
la pronuncia della b è perfettamente uguale a quella della b/v spagnola in
cabo, la d è uguale alla d spagnola in codo. Fra vocali, il dileguo della g è la
norma. Così per esempio: baba si pronuncia ba[β]a (in italiano
"bava") sa baba si pronuncia sa [β]a[β]a (in italiano "la
bava") lardu si pronuncia lar[ð]u (in italiano "lardo") gatu: in
singolare la g cade (su gatu diventa su atu), mentre in plurale quando precede
/s/, si mantiene come fricativa (sos gatos = so'/sor/sol [ɣ]àtoso)
Lenizione[modifica | modifica wikitesto] Comune ai due diasistemi, cui fa
eccezione la sottovarietà nuorese, è il fenomeno di sonorizzazione delle
consonanti sorde c, p, t, f, qualora precedute da vocale o seguite da r; le
prime tre diventano anche fricative. /k/ → [ɣ] /p/ → [β] /t/ → [ð] /f/ → [v]
Così per esempio: Si scrive su cane (LSC e log.) o su cani (camp.) ma si
pronuncia su [ɣ]ane / su [ɣ]ani (in italiano, "il cane"). Si scrive
su frade (LSC e log.) o su fradi (camp.) ma si pronuncia su[v]rade/su [v]rari
(in italiano, "il fratello"). Si scrive sa terra, ma si pronuncia sa
[ð]erra (LSC/log./camp., in italiano, "la terra"). Si scrive su pane
(LSC e log.) o su pani (camp.) ma si pronuncia su [β]ane / su [β]ani (in
italiano, "il pane"). Incontro di consonanti fra due parole
(sandhi)[modifica | modifica wikitesto] Reindirizziamo alle voci cui pertengono
le differenti ortografie. Pronuncia rafforzata di consonanti iniziali[modifica
| modifica wikitesto] Sette particelle, aventi vario valore, provocano un
rafforzamento della consonante che a esse segue: ciò accade per effetto di una
sparizione, solamente virtuale, delle consonanti che tali monosillabi avevano
per finale nel latino (una di esse è italianismo di recente acquisizione). NE ←
(lat.) NEC = né (congiunzione) CHE ← (lat.) QUO+ET = come (comparativo) TRA ←
(it.) TRA = tra (preposizione) A ← (lat.) AC = (comparativo) A ← (lat.) AD = a
(preposizione) A ← (lat.) AUT = (interrogativo) E ← (lat.) ET = e
(congiunzione) Perciò per esempio: Nos ch'andamus a Nùgoro / nosi ch'andaus a
Nùoro (pron. "noch'andammus a Nnugoro / nosi ch'andaus a Nnuoro") =
Ce ne andiamo a Nuoro Che a cussu maccu (pron. "che mmaccu") = Come
quel matto Intra Nugoro e S'Alighera (pron. "intra Nnugoro e
Ss'Alighera") = Tra Nuoro e Alghero A ti nde pesas? (pron. "a tti nde
pesasa?") = Ti alzi? (esortativo) Morfologia e sintassi[modifica |
modifica wikitesto] Nel suo insieme la morfosintassi del sardo si discosta dal
sistema sintetico del latino classico e mostra un uso maggiore delle
costruzioni analitiche rispetto ad altre lingue neolatine.[513] L'articolo
determinativo caratteristico della lingua sarda è derivato dal latino ipse /
ipsu(m) (mentre nelle altre lingue neolatine l'articolo è originato da ille /
illu(m)) e si presenta nella forma su/sa al singolare e sos/sas al plurale (is
nel campidanese e sia sos / sas sia is nella LSC). Forme di articolo con la
medesima etimologia si ritrovano nel balearico (dialetto catalano delle Isole
Baleari) e nel dialetto provenzale dell'occitano delle Alpi Marittime francesi
(eccettuando il dialetto di Nizza): es/so/sa e es/sos/ses. Il plurale è
caratterizzato dal finale in -s, come in tutta la Romània occidentale ((FR, OC,
CA, ES, PT) ). Es.: sardu{sing.}-sardos/sardus{pl.}(sardo-sardi),
puddu{sing.}/puddos/puddus{pl.}, pudda{sing.}/puddas{pl.} (pollo/polli,
gallina/galline). Il futuro viene costruito con la forma latina habeo ad. Es:
apo a istàre, apu a abarrai o apu a atturai (io resterò). Il condizionale si
forma in modo analogo: nei dialetti centro-meridionali usando il passato del
verbo avere (ai) o una forma alternativa sempre di tale verbo (apia); nei
dialetti centro-settentrionali usando il passato del verbo dovere (dia). Il
"perché" interrogativo è diverso dal "perché" responsivo:
poita? o proite/poite? ca…, così come avviene in altre lingue romanze
(francese: pourquoi? parce que…, portoghese: por quê/porquê? porque…; spagnolo
¿por qué? porque…; catalano per què? perquè… Ma anche in Italiano
perché/poiché). Il pronome personale tonico di prima e seconda persona
singolare, se preceduto dalla preposizione cun/chin (con), assume le forme cun
megus (LSC, log.)/chin mecus (nug.) e cun tegus (LSC, log.)/chin tecus (nug.)
(cfr. lo spagnolo conmigo e contigo e anche il portoghese comigo e contigo e il
napoletano cu mmico e cu ttico), e questi dal latino cum e mecum/tecum.
Ortografia e pronuncia[modifica | modifica wikitesto] Lo stesso argomento in
dettaglio: Limba Sarda Unificada e Limba Sarda Comuna. Fino al 2001 non si
disponeva di una standardizzazione ufficiale né scritta, né orale (quest'ultima
non esiste ancor oggi) della lingua sarda. Dopo l'epoca medievale, nei
documenti della quale si può osservare una certa uniformità nella scrittura,
l'unica standardizzazione grafica, dovuta agli esperimenti dei letterati e dei
poeti, era stata quella del cosiddetto "sardo illustre", sviluppato
ispirandosi ai documenti protocollari medievali sardi, alle opere di Gerolamo
Araolla, Giovanni Matteo Garipa e Matteo Madau e a quelle di una ricca serie di
poeti.[514][515] I tentativi di ufficializzare e diffondere tale norma erano
però stati ostacolati dalle autorità iberiche e in seguito sabaude.[516] Da
questi trascorsi deriva l'attuale adesione di una parte della popolazione
all'idea che, per ragioni eminentemente storiche e
politiche[517][518][519][520] ma non
linguistiche,[518][521][522][523][524][525] la lingua sarda sia divisa in due
gruppi dialettali distinti ("logudorese" e "campidanese" o
"logudorese", "campidanese" e "nuorese", con chi
cerca pure di includere nella categorizzazione lingue legate a quella sarda ma
differenti, quali il gallurese o il sassarese), per scrivere le quali sono
state sviluppate una serie di grafie tradizionali, anche se con molti
cambiamenti lungo il passare del tempo. Oltre a quelle comunemente definite
"logudorese" e "campidanese", come già detto, sono state
sviluppate anche la grafia nuorese, la grafia arborense e quelle dei singoli
paesi, a volte normata con regole generali e comuni a tutti, quali quelle
richieste dal Premio Ozieri.[526] Spesso, però, il sardo viene scritto dai
parlanti cercando di trascriverne la pronuncia e seguendo le abitudini legate
alla lingua italiana.[518] Per risolvere tale problema, e ai fini di consentire
una effettiva applicazione di quanto previsto dalla Legge Regionale n. 26/1997
e dalla Legge n. 482/1999, nel 2001 la Regione Sardegna ha incaricato una
commissione di esperti di elaborare una ipotesi di Norma di unificazione linguistica
sovradialettale (la LSU: Limba Sarda Unificada, pubblicata il 28 febbraio
2001), che identificasse una lingua-modello di riferimento (basata sulla
analisi delle varietà locali del sardo e sulla selezione dei modelli più
rappresentativi e compatibili) al fine di garantire all'uso ufficiale del sardo
le necessarie caratteristiche di certezza, coerenza, univocità, e diffusione
sovralocale. Questo studio, pur scientificamente valido, non è mai stato
adottato a livello istituzionale per vari contrasti locali (accusata di essere
una lingua "imposta" e "artificiale" e di non avere risolto
il problema del rapporto tra le varietà trattandosi di una mediazione tra le
varietà scritte comunemente con una grafia logudorese, pertanto privilegiate, e
non avendo proposto una valida grafia per le varietà solitamente scritte con la
grafia campidanese) ma ha comunque, a distanza di anni, costituito la base di
partenza per la redazione della proposta della LSC: Limba Sarda Comuna,
pubblicata nel 2006, che partendo da una base di mesania, accoglie elementi
propri delle parlate (e quindi "naturali" e non
"artificiali") di quella zona, ovvero l'area grigia di transizione
della Sardegna centrale tra le varietà scritte solitamente con la grafia
logudorese e quelle scritte con la grafia campidanese, al fine di assicurare
alla grafia comune il carattere di sovradialettalità e sovramunicipalità, pur
lasciando la possibilità di rappresentare le particolarità di pronuncia delle
varietà locali.[527] Purtuttavia, anche a questo standard non sono mancate
critiche, sia da chi ha proposto degli emendamenti per migliorarlo,[528][529]
sia da chi ha preferito insistere con l'idea di suddividere il sardo in
macrovarianti da regolare con norme separate.[530] La Regione Sardegna, con
delibera di Giunta regionale n. 16/14 del 18 aprile 2006 Limba Sarda Comuna.
Adozione delle norme di riferimento a carattere sperimentale per la lingua
scritta in uscita dell'Amministrazione regionale[531] ha adottato
sperimentalmente la LSC come lingua ufficiale per gli atti e i documenti emessi
dalla Regione Sardegna (fermo restando che ai sensi dell'art. 8 della Legge n.
482/99 ha valore legale il solo testo redatto in lingua italiana), dando
facoltà ai cittadini di scrivere all'Ente nella propria varietà e istituendo lo
sportello linguistico regionale Ufitziu de sa limba sarda. Successivamente ha
seguito la norma LSC nella traduzione di diversi documenti e delibere, dei nomi
dei propri uffici ed assessorati, oltre al proprio stesso nome "Regione
Autònoma de Sardigna", che figura oggi nello stemma ufficiale insieme alla
dicitura in italiano. Oltre a tale ente, lo standard sperimentale LSC è stato
utilizzato come scelta volontaria da diversi altri, dalle scuole e da organi di
stampa nella comunicazione scritta, spesso in maniera complementare con grafie
più vicine alla pronuncia locale. Per quanto riguarda tale utilizzo è stata
fatta una stima percentuale, legata ai soli progetti finanziati o cofinanziati
dalla Regione per l'utilizzo della lingua sarda negli sportelli linguistici
comunali e sovracomunali, nella didattica nelle scuole e nei media dal 2007 al
2013. Il Monitoraggio sull'utilizzo sperimentale della Limba Sarda Comuna
2007-2013 è stato pubblicato sul sito della Regione Sardegna nell'aprile 2014 a
cura del Servizio Lingua e Cultura Sarda dell'Assessorato della Pubblica
Istruzione.[532] Da tale ricerca risulta ad esempio, riguardo ai progetti
scolastici finanziati nell'anno 2013, una netta preferenza delle scuole
nell'utilizzo della ortografia LSC insieme ad una grafia locale (51%) rispetto
all'utilizzo esclusivo della LSC (11%) o all'utilizzo esclusivo di una grafia
locale (33%) Riguardo invece ai progetti finanziati nel 2012 dalla Regione, per
la realizzazione di progetti editoriali in lingua sarda nei media regionali, si
riscontra una presenza più ampia dell'utilizzo della LSC (probabilmente dovuto
anche ad una premialità di 2 punti nella formazione delle graduatorie per
accedere ai finanziamenti, assente invece dal bando per le scuole). Secondo
tali dati risulta che la produzione testuale nei progetti dei media è stata per
il 35% in LSC, per il 35% in LSC e in una grafia locale e per il 25%
esclusivamente in una grafia locale. Infine gli sportelli linguistici
cofinanziati dalla Regione nel 2012 hanno utilizzato nella scrittura per il 50%
la LSC, per il 9% la LSC insieme ad una grafia locale e per il 41%
esclusivamente una grafia locale.[532] Una ricerca recente sull'utilizzo della
LSC in ambito scolastico, svolta nel comune di Orosei, ha mostrato come gli studenti
della scuola media locale non avessero alcun problema a utilizzare quella norma
nonostante il fatto che il sardo da loro parlato fosse in parte differente.
Nessun alunno ha rifiutato la norma o l'ha ritenuta "artificiale", il
che ha dimostrato la sua validità come strumento didattico. I risultati sono
stati presentati nel 2016 e pubblicati integralmente nel 2021.[533][534] Si
indicano di seguito alcune delle differenze più rilevanti per la lingua scritta
rispetto all'italiano: [a], [ɛ/e], [i], [ɔ/o], [u], come -a-, -e-, -i-, -o-,
-u-, come in italiano e spagnolo, senza segnare la differenza tra vocali aperte
e chiuse; le vocali paragogiche o epitetica (che in pausa chiudono un vocabolo
terminante in consonante e corrispondono alla vocale che precede la consonante
finale) non si scrivono mai (feminasa>feminas, animasa>animas,
bolede>bolet, cantanta>cantant, vrorese>frores) [j] semiconsonante
come -j- all'interno di parola (maju, raju, ruju) o di un nome geografico
(Jugoslavia); nella sola variante nuorese come -j- (corju, frearju)
corrispondente al logudorese/LSU -z- (corzu, frearzu) e all'LSC -gi- (corgiu,
freargiu); nelle varianti logudorese e nuorese in posizione iniziale (jughere,
jana, janna) che nella LSC viene sostituita dal gruppo [ʤ] (giughere, giana,
gianna) [r], come -r- (caru, carru) [p], come -p- (apo, troppu, pane, petza)
[β], come -b- in posizione iniziale (bentu, binu, boe) e intervocalica (abile);
quando p>b si trascrive come p- a inizio parola (pane, petza) e -b-
all'interno (abe, cabu, saba) [b], come -bb- in posizione intervocalica (abba,
ebba) [t], come -t- (gattu, fattu, narat, tempus); quando th>t nella sola
variante logudorese come -t- o -tt- (tiu, petta, puttu); Nella LSC e nella LSU
viene sostituita dal gruppo [ʦ] (tziu, petza, putzu) [d], come -d- in posizione
iniziale (dente, die, domo) e intervocalica (ladu, meda, seda); quando t>d
si trascrive come t- a inizio parola (tempus) e -d- all'interno (roda, bidru,
pedra, pradu); la finale t della flessione del verbo può, a seconda della
varietà, essere pronunciata d ma si trascrive t (narada>narat) [ɖɖ]
cacuminale, come -dd- (sedda); La d può avere suono cacuminale anche nel gruppo
[nɖ] (cando) [k] velare, come -ca- (cane), -co- (coa), -cu- (coddu, cuadru),
-che- (chessa), -chi- (chida), -c- (cresia); non si usa mai la -q-, sostituita
dalla -c- (cuadru, camp.acua) [g] velare, come -ga- (gana), -go- (gosu), -gu-
(agu, largu, longu, angulu, argumentu), -ghe- (lughe, aghedu, arghentu,
pranghende), -ghi- (àghina, inghiriare), -g- (gloria, ingresu) [f], come -f-
(femina, unfrare) [v], come -f- in posizione iniziale (femina) e come -v-
intervocalica (avvisu) e nei cultismi (violentzia, violinu) [ʦ] sorda o aspra
(ital. pezzo), come -tz- (tziu, petza, putzu). Nella LSC e nella LSU
sostituisce il gruppo nuorese [θ] e il corrispondente logudorese [t]
(thiu/tiu>tziu, petha/petta>petza, puthu/puttu>putzu); nella scrittura
tradizionale il digramma tz- non compariva mai a inizio parola. Compare inoltre
nei termini di influenza e derivazione italiana (per esempio tzitade da
cittade) di cui sostituisce la c /ʧ/ sonora (suono non presente nel sardo
originario, ma già da tempo proprio di alcune varietà centrali e campidanesi)
al posto del suono velare nativo /k/ ormai scomparso (ant.kitade). Anche il
suono tz è proprio delle varietà centrali e campidanesi. [ʣ], come -z- (zeru,
ordiminzare). Nella variante logudorese/nuorese e nella LSU come -z- (fizu,
azu, zogu, binza, frearzu); nella LSC viene sostituita dal gruppo [ʤ] (figiu,
agiu, giogu, bingia, freargiu), come nelle varietà centro-meridionali. [θ],
nella sola variante nuorese come -th- (thiu, petha, puthu). Nella LSC e nella
LSU viene sostituita dal gruppo [ʦ] (tziu, petza, putzu) [s] e [ss], come -s- e
-ss- (essire) [z], come -s- (rosa, pesare) [ʧ], nella sola varietà campidanese
come -ce- (celu, centu), -ci- (becciu, aici) [ʤ], come -gia-, -gio-, -giu-.
Nella LSC sostituisce il gruppo logudorese-nuorese [ʣ] della LSU e il [ɣ] del
nuorese (fizu>figiu, azu>agiu, zogu/jogu>giogu, zaganu/jaganu>giaganu,
binza>bingia, anzone>angione, còrzu/còrju>còrgiu,
frearzu/frearju>freargiu). Il suono [ʤ] come in bingia è proprio delle
varietà centrali e campidanesi. [ʒ] (franc. jour), nella sola variante
campidanese, sempre come c- a inizio parola (celu, centu, cidru) e come -x-
all'interno (luxi, nuraxi, Biddexidru). LSC LSU Lugodorese Nuorese Campidanese
LSC LSU Lugodorese Nuorese Campidanese Simbolo AFI Sempre ch / c ch / c ch / c
ch / c c k k k k tʃ/k t t t t t t t t t t th θ f f f f p p p p p p p p p p gh /
g gh / g gh / g g ɣ / g g g dʒ/g g / gi g / gi dʒ dʒ gi z z j ? dʒ dz dz j ? r
r r r r ɾ ɾ ɾ ɾ ɾ v v v v Ad inizio di parola gh / g g c / ci ʒ, tʃ d d t (d) t
(d) t (d) d ? d d d f f f v v v b b p (b) p (b) p (b) β / b b β β β s s s s s s
s s s s Intervocalica gh / g ɣ j j j j j j j j j j x ʒ s s s s s z z z / s z /
s z / s d d d d d ð ð ð ð ð v v v v v v b b b b b β b β β β c / ci tʃ Doppie o
combinazioni ll ll ll ll ll l l l l l rr rr rr rr rr r r r r r dd dd dd dd dd ɖ
ɖ ɖɖ ɖɖ ɖɖ nn nn nn nn nn n n n n n bb bb bb bb bb b b b b b mm mm mm mm mm m m
m m m nd ɳɖ ss ss ss ss ss s s ss ss ss tt t Finale t t t t t d d d d
Grammatica[modifica | modifica wikitesto] Lo stesso argomento in dettaglio:
Grammatica sarda. La grammatica della lingua sarda si differenzia notevolmente
da quella italiana e delle altre lingue neolatine, particolarmente nelle forme
verbali. Plurale[modifica | modifica wikitesto] ll plurale viene ottenuto, come
nelle lingue romanze occidentali, aggiungendo -s alla forma singolare Nel caso
di parole terminanti in -u, il plurale viene formato nel logudorese in -os e
nel camp. in -us. Articoli[modifica | modifica wikitesto]
Determinativi[modifica | modifica wikitesto] LSC Log. Camp. Sing. su / sa su /
sa su / sa Plur. sos / sas / is sos / sas is Indeterminativi[modifica |
modifica wikitesto] Masch. Femm. sing. unu una pl. unos unas Pronomi[modifica |
modifica wikitesto] Pronomi personali soggetto (nominativo)[modifica | modifica
wikitesto] Singolare Plurale (d)eo/jeo/deu LSC deo nuor. (d)ego = io nois/nos/nosu
= noi tue/tui = tu vosté/fostei o fusteti (uso formale, richiede la 3ª persona
sing., derivato dal vosté catalano, cfr. usted spagnolo, da vuestra merced) =
lei bois/bosàteros/bosatrus - bosàteras/bosatras = voi (nelle varianti centrali
e meridionali si hanno in sardo due forme, maschile e femminile, per il voi
plurale, come nello spagnolo peninsulare vosotros / vosotras) bos (uso formale,
persona grammaticale singolare ma da coniugare con un verbo nella 2ª persona
plurale, come il vous francese; cfr. antico vos spagnolo, ancora in uso in
Sudamerica per tú) = voi (come tuttora in uso nell'italiano meridionale) issu
(isse) - issa = lui/lei issos/issus - issas = loro (essi/esse) dopo le
preposizioni pro/po, dae/de, intra/tra, segundu, ecc. dopo la preposizione a
dopo la preposizione con/chin (la variante chin è propria del nuorese) mene (a
mie)/mei mie/mimi (nuor. mime) cunmegus (nuor. chinmecus) tene (a tie)/tei
tie/tui (nuor. tibe) cuntegus (nuor. chintecus) issu (isse) - issa
nois/nos/nosu bois/bosàteros/bosatrus - bosàteras/bosatras issos/issus - issas
Relativi (forma valida in LSC in grassetto corsivo)[modifica | modifica
wikitesto] chi (che) chie/chini (chi, colui che) Interrogativi[modifica |
modifica wikitesto] cale?/cali? (quale?) cantu? (quanto?) ite?/ita? (che?, che
cosa?) chie?/chini? (chi?) Pronomi e aggettivi possessivi[modifica | modifica
wikitesto] meu/miu - mea o mia/mia tuo o tou/tuu - tua suo o sou/suu - sua; de
vosté/fostei; bostru/bostu (de bos) nostru/nostu bostru (nuor. brostu)/de boisàteros/bosàteros/bosatrus
- de boisàteras/bosàteras/bosatras, issoro/insoru Pronomi e aggettivi
dimostrativi[modifica | modifica wikitesto] custu,custos/custus - custa,custas
(questo, questi - questa, queste) cussu, cussos/cussus - cussa, cussas
(codesto, codesti - codesta, codeste) cuddu, cuddos/cuddus - cudda, cuddas
(quello, quelli - quella,quelle) Avverbi interrogativi[modifica | modifica
wikitesto] cando/candu? (quando?) comente/comenti? (come?) ue? o ube? in ue? o
in ube?; a in ue o a in ube? (direzione)/aundi?, innui? (dove?; la forma sarda
varia se si tratta di una direzione, cfr. lo spagnolo ¿adónde?)
Preposizioni[modifica | modifica wikitesto] Semplici[modifica | modifica
wikitesto] a (a,in; direzione) cun o chin (con) dae/de (da) de (di) in (in,a; situazione)
pro/po (per) intra o tra (tra) segundu (secondo) de in antis/denanti (de)
(davanti (a)) dae segus/de fatu (de) (dietro (a)) in antis (de) (prima (di)) a
pustis (de), a coa (dopo (di)) Il sardo, come lo spagnolo e il portoghese,
distingue tra moto a luogo e stato in luogo: so'andande a Casteddu / a Ispagna;
soe in Bartzelona / in Sardigna Articolate[modifica | modifica wikitesto] Sing.
Plur. a su (al) - a sa (alla) a sos/a is (ai) - a sas/a is (alle) cun o chin su
(con il) - cun o chin sa (con la) cun o chin sos/cun is (con i) - cun o chin
sas/cun is (con le) de su (del) - de sa (della) de sos/de is (dei) - de sas/de
is (delle) in su (nel) - in sa (nella) in sos/in is (nei) - in sas/in is
(nelle) pro/po su (per il) - pro/po sa (per la) pro sos/pro is/po is (per i) -
pro sas/pro is/ po is (per le) Verbi[modifica | modifica wikitesto] I verbi
hanno tre coniugazioni (-are, -ere / -i(ri), -ire / -i(ri)). La morfologia
verbale differisce notevolmente da quella italiana e conserva caratteristiche
del tardo latino o delle lingue neolatine occidentali. I verbi sardi nel
presente indicativo hanno le seguenti peculiarità: la prima persona singolare
termina in -o nel logudorese (terminazione comune nell'italiano, nello spagnolo
e nel portoghese; entrambe queste ultime due lingue hanno ciascuna quattro soli
verbi con un'altra terminazione alla 1ª persona sing.) e in -u nel campidanese;
la seconda persona sing. termina sempre in -s, come in spagnolo, catalano e
portoghese, terminazione derivata dal latino; la terza persona singolare e
plurale ha le caratteristiche terminazioni in -t, proprie del sardo tra le
lingue romanze e provenienti direttamente dal latino; la prima persona plurale
ha nel logudorese le terminazioni -amus, -imus, -imus, simili a quelle dello spagnolo
e del portoghese -amos, -emos, -imos, che a loro volta sono uguali a quelle del
latino; per quanto riguarda la seconda persona plurale, la variante logudorese
ha nella seconda e terza declinazione la terminazione -ides (latino -itis),
mentre le varianti centrali e meridionali hanno nelle tre declinazioni
rispettivamente -àis, -èis, -is, terminazioni del tutto uguali a quelle
spagnole -áis, -éis, -ís e a quelle portoghesi, lingua in cui la 2ª persona pl.
è però ormai in disuso. L'interrogativa si forma generalmente in due modi: con
l'inversione dell'ausiliare: Juanni tzucadu/tucau est? (è partito Giovanni?),
papadu/papau as? (hai mangiato?) con l'inversione del verbo: un'arantzu/ aranzu
lu cheres o un'arangiu ddu bolis? oppure con la particella interrogativa a: per
esempio a lu cheres un'aranzu? (un arancio, lo vuoi?). La forma con la
particella interrogativa è tipica dei dialetti centro-settentrionali. Prendendo
in considerazione i diversi tempi e modi, l'indicativo passato remoto è quasi
del tutto scomparso dall'uso comune (come nelle lingue romanze settentrionali
della Gallia e del Nord Italia) sostituito dal passato prossimo, ma risulta
attestato nei documenti medioevali e ancor'oggi nelle forme colte e letterarie
in alternanza con l'imperfetto. Parimenti scomparso è l'indicativo
piuccheperfetto, attestato in sardo antico (sc. derat dal lat. dederat, fekerat
da fecerat, furarat dal lat. volgare *furaverat, etc.).[535] L'indicativo
futuro semplice si forma mediante il verbo àere/ài(ri) (avere) al presente più
la preposizione a e l'infinito del verbo in questione: es. deo apo a
nàrrere/deu apu a na(rr)i(ri) (io dirò), tui as a na(rr)i(ri) (tu dirai) (cfr.
tardo latino habere ad + infinito), ecc. Nella lingua parlata la prima persona
apo/apu può essere apostrofata: "ap'a nàrrere". L'imperativo negativo
si forma usando la negazione no/non e il congiuntivo: per esempio no andes/no
andis (non andare), non còmpores (non comprare), analogamente alle lingue
romanze iberiche. Verbo èssere/èssi(ri) (essere)[modifica | modifica wikitesto]
Indicativo presente: deo/deu so(e)/seo/seu ; tue/tui ses/sesi; issu/isse
est/esti ; nos/nois/nosu semus/seus ; bois o bosàteros/bosàtrus sezis/seis ;
issos/issus sunt o funt . Verbo àere/ài(ri) (avere).[modifica | modifica
wikitesto] Il verbo àere/ài(ri) viene usato da solo unicamente nelle varianti
centro-settentrionali; nelle varianti centro-meridionali è usato esclusivamente
come ausiliare per formare i tempi composti, mentre con il significato
dell'italiano avere viene sempre sostituito dal verbo tènnere/tènni(ri),
esattamente come accade in spagnolo, catalano, portoghese (dove il verbo haver
è quasi del tutto scomparso) e napoletano. Per questo motivo in questo schema
vengono indicate unicamente le forme del presente e dell'imperfetto dei
dialetti centro-meridionali, che sono le sole dove nei tempi composti appare il
verbo àere/ài(ri). Indicativo presente: deo/deu apo/apu ; tue/tui as ;
issu/isse at ; nos/nois/nosu a(m)us/eus ; bois o bosàteros/bosàtrus a(z)is ;
issos/issus ant ; In LSC: deo apo; tue as; issu/isse at; nois amus; bois ais;
issos ant. Coniugazione in -are/-a(r)i : Verbo cantare/canta(r)i
(cantare)[modifica | modifica wikitesto] Indicativo presente: deo/deu
canto/cantu; tue/tui cantas; issu/isse cantat; nos/nois/nosu canta(m)us; bois o
bosàteros/bosàtrus canta(z)is; issos/issus cantant ; In LSC: deo canto; tue
cantas; issu/isse cantat; nois cantamus; bois cantades; issos cantant.
Coniugazione in -ere/-i(ri) : Verbo tìmere/tìmi(ri) (temere)[modifica |
modifica wikitesto] Indicativo presente: deo/deu timo/timu ; tue/tui
times/timis ; issu/isse timet/timit ; nos/nois/nosu timimus o timèus ; bois o
bosàteros/bosàtrus timideso timèis ; issos/issus timent/timint ; In LSC: deo
timo; tue times; issu/isse timet; nois timimus; bois timides; issos timent.
Coniugazione in -ire/-i(ri) : Verbo finire/fini(ri) (finire)[modifica |
modifica wikitesto] Indicativo presente: deo/deu fino/finu ; tue/tui finis ;
issu/isse finit ; nos/nois/nosu fini(m)us ; bois o bosàteros/bosàtrus finides o
fineis ; issos/issus finint ; In LSC: deo fino; tue finis; issu/isse finit;
nois finimus; bois finides; issos finint. Lessico[modifica | modifica
wikitesto] Tabella di comparazione delle lingue neolatine[modifica | modifica
wikitesto] Latino Francese Italiano Spagnolo Occitano Catalano Aragonese
Portoghese Romeno Sardo Sassarese Gallurese Còrso Friulano clave(m) clé chiave
llave clau clau clau chave cheie crae/-i ciabi chiaj/ciai chjave/chjavi clâf
nocte(m) nuit notte noche nuèit/nuèch nit nueit noite noapte note/-i notti
notti notte/notti gnot cantare chanter cantare cantar cantar cantar cantar
cantar cânta cantare/-ai cantà cantà cantà cjantâ capra(m) chèvre capra cabra
cabra cabra craba cabra capră càbra/craba crabba capra/crabba(castellanese)
capra cjavre lingua(m) langue lingua lengua lenga llengua luenga língua limbă
limba/lìngua linga linga lingua lenghe platea(m) place piazza plaza plaça plaça
plaza praça piață pratza piazza piazza piazza place ponte(m) pont ponte puente
pònt pont puent ponte punte (pod) ponte/-i ponti ponti ponte/ponti puint
ecclesia(m) église chiesa iglesia glèisa església ilesia igreja biserică
crèsia/eccresia gesgia ghjesgia ghjesgia glesie hospitale(m) hôpital ospedale
hospital espital hospital hespital hospital spital ispidale/spidali ippidari
spidali/uspidali spedale/uspidali ospedâl caseu(m) lat.volg.formaticu(m)
fromage formaggio/cacio queso formatge formatge formache/queso queijo
brânză/caș casu casgiu casgiu casgiu formadi Alcuni vocaboli nella lingua sarda
e in quelle alloglotte di Sardegna[modifica | modifica wikitesto] Italiano
Sardo[536] Gallurese Sassarese Algherese Tabarchino la terra sa terra la tarra
la terra la terra a têra il cielo su chelu/célu lu celu lu tzelu lu zeru lo cel
l'acqua s'abba/àcua l'ea l'eba l'aigua l'aegua il fuoco su fogu lu focu lu
foggu lo foc u fogu l'uomo s'òmine/ómini l'omu l'ommu l'home l'omu la donna sa
fèmina la fèmina la fémmina la dona a dona mangiare mandigare o papare/papai
manghjà magnà menjar mangiâ bere bufare/bufai o bìbere bì bì beure beive grande
mannu mannu/grandi mannu gran grande piccolo minore o piticu minori/picculu
minori petit piccin il burro su botirru lu butirru lu butirru la mantega buru
il mare su mare/mari lu mari lu mari lo mar u mô il giorno sa die/dii la dì la
dì lo dia u giurnu la notte su note/noti la notti la notti la nit a néùtte la
scimmia sa moninca/martinica la scìmia la muninca N.D a scimia il cavallo su
caddu/càdhu/cuàdhu lu cabaddu lu cabaddu lo cavall u cavallu la pecora sa
berbeghe/brebèi la pècura la péggura l'ovella a pëgua il fiore su frore/frori
lu fiori lu fiori la flor a sciùa la macchia sa màcula o sa mantza/mancia la
tacca la mancia/maccia la taca a maccia la testa sa conca lu capu lu cabbu lo
cap a tésta la finestra sa bentana o su balcone lu balconi lu balchoni/vintana
la finestra u barcùn la porta sa janna/ghenna/genna la ghjanna/gianna la gianna
(pron. janna) la porta a porta il tavolo sa mesa o tàula la banca la banca/mesa
la mesa/taula a tòa il piatto su pratu lu piattu lu piattu lo plat u tundu lo
stagno s'istànniu/stàngiu o staini lu stagnu l'isthagnu l'estany u stagnu il
lago su lagu lu lagu lu lagu lo llac u lagu/lògu un arancio un'arantzu/aràngiu
un aranciu un aranzu, cast. aranciu una taronja un çetrùn la scarpa sa bota o
su botinu o sa crapita la botta la botta la bota a scarpa/scòrpa la zanzara sa
t(h)íntula/tzìntzula la zinzula la zinzura la tíntula a sinsòa la mosca sa
musca la musca la moscha, cast. muscha la mosca a musca la luce sa lughe/luxi
la luci la luzi, cast. lugi la llumera a lüxe il buio s'iscuridade/iscuridadi o
su buju o s'iscurigore lu bughju lu buggiu, cast. lu bughju la obscuritat scuur
un'unghia un'ungra/unga un'ugna un'ugna una ungla un'ùngia la lepre su
lèpere/lèpori lu lèparu lu lèpparu la llebre a léve la volpe su matzone o su
mariane/margiàni o su grodde/gròdhe/gròdhi lu maccioni lu mazzoni, cast.
maccioni lo guineot/matxoni a vurpe il ghiaccio s'astragu o sa titia o su
ghiàciu lu ghjacciu lu ghiacciu lo gel u ghiacciu il cioccolato su
tziculate/ciculati lu cioccolatu lu ciucculaddu la xocolata a ciculata la valle
sa badde/badhe/badhi la vaddi la baddi la vall a valle il monte su monte/monti
lu monti lu monti lo mont u munte il fiume su riu o frùmene/frùmini lu riu lu
riu lo riu u riu il bambino su pitzinnu/picínnu o piseddu/pisedhu o pipíu lu
steddu la criaddura/lu pizzinnu lo minyó u figgeu il neonato sa criadura la
criatura/stiducciu la criaddura/lu piccinneddu la criatura u piccin il sindaco
su sìndigu[537] lu sindacu lu sindagu lo síndic u scindegu l'auto sa màchina o
sa vetura la vittura/la macchina la macchina/la vettura la màquina/l'automòbil
a vétüa/a machina la nave sa nae o navi/su vapore la nai lu vapori/la nabi la
nau a nòve/vapùre la casa sa domo/domu la casa la casa la casa a câ il palazzo
su palàt(h)u/palatzu lu palazzu lu parazzu lo palau u palàssiu lo spavento
s'assustu o assùconu o atzìchidu l'assustu/scalmentu
l'assusthu/assucconu/ippasimu, cast. assucunadda l'assusto u resôtu il lamento
sa mìmula o sa chèscia lu lamentu/tunchju lu lamentu/mimmura, cast. mimula la
llamenta u lamentu ragionare arresonare/arrexonai rasghjunà rasgiunà arraonar
rajiunò parlare faeddare/fa(v)edhare/fuedhai faiddà fabiddà parlar parlà
correre cùrrere/curri currì currì corrir caminò a gambe il cinghiale su
sirbone/sirboni o su porcrabu lu polcarvu lu purchabru lo porc-crabo u
cinghiole il serpente sa terpe/terpente o sa colovra/colora/su coloru su
tzerpenti/colovru la salpi lu saipenti lo serpent adesso/ora como o imoe/imoi
abà abà ara aùa io deo/(d)e(g)o/deu eu eu/eiu jo mì camminare ambulare o
caminare/caminai caminà caminà caminar camminò la nostalgia sa
nostalghía/nostalgia o sa saudade/saudadi la nostalghja la nostalgia la
nostàlgia a nustalgia I numeri - Sos nùmeros / Is nùmerus[modifica | modifica
wikitesto] Tra i numeri sardi troviamo due forme, maschile e femminile, per
tutti i numeri che terminano con il numero uno, escludendo l'undici, il
centoundici e così via, per il numero due e per tutte le centinaia escludendo i
numeri cento, millecento, ecc. Questa caratteristica è presente tale quale sia
nello spagnolo sia nel portoghese. Abbiamo quindi in sardo per esempio (gli
esempi sono nel sardo centrale o di mesania) unu pipiu / una pipia (un
bambino/una bambina), duos pitzinnos / duas pitzinnas (due bambini,
ragazzini/due bambine, ragazzine), bintunu caddos/cuaddos (ventuno cavalli) /
bintuna crabas (ventuno capre), barantunu libros (quarantuno libri) / barantuna
cadiras (quarantuno sedie), chentu e unu rios (centouno fiumi), chentu e una
biddas (centouno paesi), dughentos òmines (duecento uomini) / dughentas domos
(duecento case). In sardo abbiamo, come in italiano, due diverse forme per
mille, milli, e duemila, duamiza/duamìgia/duamilla. Tabella dei numeri basata
sulle varianti logudoresi del Marghine e del Guilcer e del nuorese[538], su
quelle di transizione del Barigadu e su quelle campidanesi della Marmilla I
numeri duecento, trecento e, unicamente in campidanese, seicento hanno una
forma propria, dughentos e treghentos in LSC e in grafia logudorese, duxentus,
trexentus e sexentus in campidanese, dove il due, il tre e il numero cento sono
modificati; questo fenomeno è presente anche in portoghese (duzentos,
trezentos); le altre centinaia invece vengono scritte senza modificare né il
numero di base né chentu/centu, perciò bator(o) chentos/cuatrucentus,
otochentos/otucentus, ecc. Il fonema "ch" di chentos in logudorese
viene comunque sempre pronunciato g, a eccezione del numero seschentos, e la
"c" del campidanese centus sempre come x (j francese di journal). In
nuorese "ch" viene invece pronunciato sempre k, perciò tutti i numeri
sono scritti con "ch" in questa variante. I numeri 101, 102, così
come 1001, 1002, ecc., vanno scritti separatamente chentu e unu, chentu e duos,
milli e unu, milli e duos, ecc. Anche in questo caso, questa caratteristica è
condivisa con il portoghese. Chentu viene spesso apostrofato, chent'e unu,
chent'e duos, più raramente anche milli, mill'e unu, mill'e duos, ecc. I numeri
che terminano con uno, a eccezione di undici, centoundici, ecc., vengono spesso
anch'essi apostrofati, sia nella loro forma maschile sia in quella femminile,
se la parola seguente inizia per vocale o per h: bintun'òmines (ventuno
uomini), bintun'amigas (ventuno amiche), ecc. Grafia LSC Grafia logudorese
Grafia campidanese 1 unu, -a unu, -a unu, -a 2 duos/duas duos/duas duus/duas 3
tres tres tres 4 bator bàtor(o) cuatru 5 chimbe chimbe cincu 6 ses ses ses 7
sete sete seti 8 oto oto otu 9 noe noe/nuor. nobe noi 10 deghe deghe/nuor.
deche dexi 11 ùndighi ùndighi/nuor.ùndichi ùndixi 12 dòighi doighi/nuor. doichi
doixi 13 trèighi treighi/nuor. treichi treixi 14 batòrdighi batòrdighi/nuor.
batòrdichi catòrdixi 15 bìndighi bìndighi/nuor. bìndichi cuìndixi 16 sèighi
seighi/nuor. seichi seixi 17 deghessete deghessete/nuor. dechessete dexasseti
18 degheoto degheoto/nuor. decheoto dexiotu 19 deghenoe deghenoe/nuor.
dechenobe dexanoi 20 binti binti/vinti binti 21 bintunu bintunu, -a bintunu, -a
30 trinta trinta trinta 40 baranta baranta coranta 50 chimbanta chimbanta
cincuanta 60 sessanta sessanta sessanta 70 setanta setanta setanta 80 otanta
otanta otanta 90 noranta noranta/nuor. nobanta noranta 100 chentu chentu centu
101 chentu e unu, -a chentu e unu, -a centu e unu, -a 200 dughentos, -as
dughentos, -as/nuor. duchentos, -as duxentus, -as 300 treghentos, -as
treghentos, -as/nuor. trechentos, -as trexentus, -as 400 batorghentos, -as
bator(o)chentos, -as/nuor. batochentos, -as cuatruxentus, -as 500
chimbighentos, -as chimbichentos, -as, chimbechentos, -as/ cincuxentus, -as 600
seschentos, -as seschentos, -as sescentus, -as 700 setighentos, -as
setichentos, -as, setechentos, -as setixentus, -as 800 otighentos, -as
otichentos, -as, otochentos, -as otuxentus, -as 900 noighentos, -as noichentos,
-as, noechentos, -as/nuor. nobichentos, -as noixentus, -as 1000 milli milli
milli 1001 milli e unu, -a milli e unu, -a milli e unu, -a 2000 duamìgia
duamiza duamilla 3000 tremìgia tremiza tremilla 4000 batormìgia
bator(o)miza/nuor. batomiza cuatrumilla 5000 chimbemìgia chimbemiza cincumilla
6000 semìgia semiza semilla 7000 setemìgia setemiza setemilla 8000 otomìgia
otomiza otumilla 9000 noemìgia noemiza/nuor. nobemiza noimilla 10000 deghemìgia
deghemiza/nuor. dechemiza deximilla 100000 chentumìgia chentumiza centumilla
1000000 unu millione unu milione unu milioni Le stagioni - Sas istajones / Is
istajonis[modifica | modifica wikitesto] Grafia LSC Grafia logudorese Grafia
campidanese la primavera su beranu su beranu su beranu l'estate s'istiu
s'istiu/ nuor. s'estiu, s'istadiale (s.m.) s'istadiali (s.m.), s'istadi (s.f.)
l'autunno s'atòngiu s'atunzu/s'atonzu s'atongiu l'inverno s'ierru s'ierru/nuor.
s'iberru s'ierru I mesi - Sos meses / Is mesis[modifica | modifica wikitesto]
Italiano Grafia LSC Grafia logudorese Grafia campidanese Gallurese Sassarese
Algherese Tabarchino Gennaio Ghennàrgiu Bennarzu/Bennalzu/Jannarzu/Jannarju
Ghennarzu/Ghennargiu Gennaxu/Gennargiu Ghjnnagghju Ginnaggiu Gener
("giané") Zenò Febbraio Freàrgiu Frearzu/Frealzu/Frearju
Friarxu/Freargiu Friagghju Fribaggiu Febrer ("frabé") Frevò Marzo
Martzu Marthu/Malthu/Martzu Martzu/Mratzu Malzu Mazzu Març ("malts")
Mòrsu/Marsu Aprile Abrile Abrile/Aprile Abrili Abrili Abriri Abril Arvì Maggio
Maju Màju Màju Magghju Maggiu Maig ("mač") Mazu Giugno Làmpadas
Làmpadas Làmpadas Làmpata/Ghjugnu Lampada Juny ("jun") Zugnu Luglio
Trìulas/Argiolas Trìulas/Trìbulas Argiolas Agliola/Trìula/Luddu Triura Juliol
("juriòl") Luggiu Agosto Austu Austu/Agustu Austu Austu Aosthu Agost
Austu Settembre Cabudanni Cabidanni/Cabidanne/Capidanne Cabudanni
Capidannu/Sittembri Cabidannu Cavidani ("cavirani)/ Setembre
("setembra") Settembre Ottobre Santugaine/Ladàmene Santu 'Aìne/Santu
Gabine/Santu Gabinu Ledàmini Santu Aìni/Uttobri Santu Aìni Santuaìni/ Octubre
("utobra") Ottobri Novembre Santandria/Onniasantu Sant'Andria
Donniasantu Sant'Andrìa/Nùembri Sant'Andrìa Santandria/ Novembre
("nuvembra") Nuvembre Dicembre Nadale/Mese de Idas (Mese de) Nadale
(Mesi de) Idas/(Mesi de) Paschixedda Natali/Dicembri Naddari Nadal
("naràl")/ Desembre ("desémbra") Dejèmbre I giorni - Sas
dies / Is diis[modifica | modifica wikitesto] Grafia logudorese Grafia
campidanese Sassarese Gallurese lunedì lunis lunis luni luni martedì martis
martis marthi malti mercoledì mércuris/mérculis mércuris/mrécuris marchuri
malculi giovedì jòbia/zòbia jòbia giobi ghjovi venerdì chenàbara/chenàpura
cenàbara/cenàpura vennari vennari sabato sàbadu/sàpadu sàbudu sabaddu sabatu
domenica dumìniga/domìniga/domìnica domìniga/domìnigu dumenigga dumenica I
colori - Sos colores / Is coloris[modifica | modifica wikitesto] biancu/ant.
arbu [bianco], nieddu [nero], ruju/arrùbiu [rosso], grogu [giallo],
biaitu/asulu [blu], birde/birdi/bildi [verde], arantzu/aranzu/colori de aranju
[arancione], tanadu/viola/biola [Viola], castàngiu/castanzu/baju [marrone].
Etimologia[modifica | modifica wikitesto] Nel presente paragrafo si elenca,
senza alcuna pretesa di esaustività in merito, parte di quella mèsse lessicale
facente parte sia del substrato, che dei vari superstrati. Nei nomi con due o
più varianti viene prima riportato il logudorese, quindi il campidanese. Varie
ricerche hanno messo in luce il fatto che la competenza dei parlanti adulti del
sardo non ammette un numero di prestiti, provenienti dalle varie lingue
dominanti nei secoli, superiore al 15,5% del lessico posseduto.[539] Substrato
paleosardo o nuragico[modifica | modifica wikitesto] CUC → cùcuru, cucurinu
(cima di un monte, cocuzzolo; punta sporgente, come Cùcuru 'e Portu a Oristano;
cfr. basco kukurr, cresta del gallo)[540] GON- → Gonone, Gologone, Goni,
Gonnesa, Gonnosnò (altura, collina, montagna, cfr. greco eolico gonnos, colle)
NUR-/'UR- → ant. nurake → nuraghe/nuraxi, Nurra, Nora (mucchio cavo, ammasso),
Noragugume NUG: Nug-or; Nug-ulvi (cfr. slavo noga, piede o gamba; sia Nuoro sia
Nulvi sono località ai piedi di un monte) ASU-, BON-, GAL → Gallura ant.
Gallula, Garteddì (Galtellì), Galilenses, Galile GEN-, GES- → Gesturi GOL-/'OL
→ Gollei, Ollollai, Parti Olla (Parteolla), golostri/golostru/golóstiche/
golóstise/golóstiu/golosti/'olosti (agrifoglio, si confronti lo slavo ostrь,
"spinoso"; il basco gorosti, a cui si associa, è d'origine oscura e
probabilmente paleoeuropea, cfr. infatti greco kélastros, agrifoglio) EKA-,
KI-, KUR-, KAL/KAR- → Karalis → ant. Calaris (Cagliari), Carale, Calallai ENI →
ogl. eni (albero del tasso, cfr. albanese enjë, albero del tasso); MAS-, TUR-,
MERRE (luogo sacro) → Macumere (Macomer); GUS → Gusana, Guspini (cfr. serbo
guša, gola); ALTRI TERMINI → toneri (tacco, torrione), garroppu (canyon),
chessa (lentischio) THA-/THE-/THI-/TZI- (articolo) → thilipirche (cavalletta),
thilicugu (geco), thiligherta (lucertola), tzinibiri (ginepro), Tamara (monte
nel territorio del comune di Nuxis) thinniga/tzinniga[541](stipa tenacissima),
thirulia (nibbio); Origine punica[modifica | modifica wikitesto] CHOURMÁ →
kurma ‘ruta di Aleppo’[542] CUSMIN → guspinu, óspinu ‘nasturzio’[542] MS' →
mitza/mintza ‘sorgente’[543] SIKKÍRIA → camp. tsikkirìa ‘aneto’[543] YAʿAR
‘bosca’ → camp. giara ‘altopiano’[542] ZERAʿ ‘seme’ → *zerula → camp. tseúrra
‘germoglio, piumetta embrionale del seme del grano’[542] ZIBBIR → camp.
tsíppiri ‘rosmarino’[543] ZUNZUR ‘corregiola’ → camp. síntsiri ‘coda
cavallina’[542] MAQOM-HADAS → Magomadas ‘luogo nuovo’ MAQOM-EL? ("luogo di
dio")/MERRE? → Macumere (Macomer) TAM-EL → Tumoele, Tamuli (luogo sacro);
Origine latina[modifica | modifica wikitesto] ACCITUS → ant.kita → chida/cida
(settimana, derivata dai turni settimanali delle guardie giudicali) ACETU(M) →
ant. aketu>aghedu/achetu/axedu (aceto) ACIARIU(M) → atharzu/atzarzu/atzargiu/atzarju
(acciaio) ACINA → ant. àkina, àghina/àxina (uva) ACRU(M) → agru, argu (aspro,
acido) ACUS → agu (ago) AERA → aèra/àiri AGNONE → anzone/angioni (agnello)
AGRESTIS → areste/aresti (selvatico) ALBU(M) → ant. albu>arbu (bianco) ALGA
→ arga/àliga (spazzatura; alga) ALTU(M) → artu (alto) AMICU(M) → ant.amicu →
amigu (amico) ANGELU(M) → anghelu/ànjulu (angelo) AQUA(M) → abba/àcua (acqua)
AQUILA(M) → ave/àbbile/àchili (aquila) ARBORE(M) → arbore/arvore/àrburi
(albero) ASINUS → àinu (asino) ASPARAGUS → camp. sparau (asparago) AUGUSTUS →
austu (agosto) BABBUS → babbu (padre, babbo) BASIUM → basu, bàsidu (bacio)
BERBECE → berbeke/berbeghe/prebeghe/brebei (pecora) BONUS → bonu (buono)
BOVE(M) → boe/boi (bue) BUCCA → buca (bocca) BURRICUS → burricu (asino)
CABALLUS → ant. cavallu/caballu → caddu/cuaddu/nuor. cabaddu (cavallo) CANE(M)
→ cane/cani (cane) CAPPELLUS → cappeddu, capeddu (cappello) CAPRA(M) →
cabra/craba (capra) CARNE → carre/carri (carne umana, viva) CARNEM SECARE →
carrasegare/ nuor. carrasecare (carnevale; "tagliare la carne" nel
senso di buttarla via, in quanto ormai prossimo l'inizio della Quaresima;
l'etimologia del termine italiano carnevale ha lo stesso significato di
origine, seppur una forma differente (da carnem levare); la forma latina è a
sua volta un calco del greco apokreos)[544][545] CARRU(M) → carru (carro)
CASEUS → casu (formaggio) CASTANEA → castanza/castanja (castagna) CATTU(M) →
gattu (gatto) CENA PURA → chenàbura/chenàbara/cenàbara/nuor. chenàpura
(venerdì; questo nome era originariamente una definizione diffusa tra gli ebrei
dell'Africa settentrionale per indicare il venerdì sera, momento in cui veniva
preparato il cibo per il sabato. Numerosi giudei nordafricani si insediarono in
Sardegna dopo essere stati espulsi dalle loro terre da parte dei Romani. A loro
si deve probabilmente la parola sarda per venerdì)[546] CENTUM → chentu/centu
(cento) CIBARIUS → civràxiu, civraxu (tipico pane sardo) CINQUE → chimbe/cincu
(cinque) CIPULLA → chibudda/cibudda (cipolla) CIRCARE → chircare/circai
(cercare) CLARU(M) → craru (chiaro) COCINA → ant.cokina → coghina/coxina
(cucina) COELU(M) → chelu/celu (cielo) COLUBER → colovra/colora/coloru (biscia)
CONCHA → conca (testa) CONIUGARE → cojuare/coyai (sposare) CONSILIU(M) →
ant.consiliu → cunsizzucunsigiu/cunsillu (consiglio) COOPERCULU(M) →
cropettore/cobercu (coperchio) CORIU(M) → corzu/corju/corgiu (cuoio) CORTEX →
ant. gortike/borticlu → ortighe/ortiju/ortigu (corteccia del sughero) COXA(M) →
cossa/cosça (coscia) CRAS → cras/crasi (domani) CREATIONE(M) → criatura/criathone/criadura
(creatura) CRUCE(M) → ant. cruke/ruke → rughe/(g)ruxi (croce) CULPA(M) → curpa
(colpa) DECE → ant.deke → deghe/dexi (dieci) DEORSUM → josso/jossu (giù) DIANA
→ jana (fata) DIE → die/dii (giorno) DOMO/DOMUS → domo/domu (casa) ECCLESIA →
ant. clesia → cheja/crèsia (chiesa) ECCU MODO/QUOMO(DO) → còmo/imoi (adesso)
ECCU MENTE/QUOMO(DO) MENTE → comente/comenti (come) EGO → ant.ego →
deo/eo/jeo/deu (io) EPISCOPUS → ant. piscopu → pìscamu (vescovo) EQUA(M) →
ebba/ègua (giumenta) ERICIUS → eritu (riccio) ETIAM → eja (sì) EX-CITARE →
ischidare/scidai (svegliare) FABA(M) → ava/faa (fava) FABULARI →
faeddare/foeddare/fueddai (parlare) FACERE → ant. fakere → fàghere/fai (fare)
FALCE(M) → ant.falke → farche/farci (falce) FEBRUARIU(M) → ant. frearju → frearzu/frearju/friarju
(febbraio) FEMINA → fèmina (donna) FILIU(M) → ant. filiu/fiju/figiu →
fizu/figiu/fillu (figlio) FLORE(M) → frore/frori (fiore) FLUMEN → ant.flume →
frùmene/frùmini (fiume) FOCU(M) → ant. focu → fogu (fuoco) FOENICULU(M) →
ant.fenuclu → fenugru/fenugu (finocchio) FOLIA → fozza/folla (foglia) FRATER →
frade/fradi (fratello) FUNE(M) → fune/funi GELICIDIU(M) →
ghilighia/chilighia/cilixia (gelo, brina) GENERU(M)→ ghèneru/ènneru/gèneru
(genero) GENUCULUM → inucru/benugu/genugu (ginocchio) GLAREA → giarra (ghiaia)
GRAVIS → grae/grai (pesante) GUADU → ant.badu/vadu → badu/bau (guado) HABERE →
àere/ai (avere) HOC ANNO → ocannu (quest'anno) HODIE → oe/oje/oi (oggi)
HOMINE(M) → òmine/òmini (uomo) HORTU(M) → ortu (orto) IANUARIUS, IENARIU(M) →
ant. jannarju> bennarzu/ghennarzu/jennarju/ghennargiu/gennarju (gennaio)
IANUA → janna/genna (porta) ILEX → ant.elike → elighe/ìlixi (leccio) IMMO →
emmo (sì) IN HOC → ant. inòke → inoghe/innoi (qui) INFERNU(M) → inferru/ifferru
(inferno) I(N)SULA → ìsula/iscra (isola) INIBI → inie/innia (là) IOHANNES →
Juanne/Zuanne/Juanni (Giovanni) IOVIA → jòvia/jòbia (giovedì) IPSU(M) → su (il)
IUDICE(M) → ant. iudike → juighe/zuighe (giudice) IUNCU(M) → ant. juncu →
zuncu/juncu (giunco) IUNIPERUS → ghinìperu/inìbaru/tzinnìbiri (ginepro)
IUSTITIA → ant. justithia/justizia → justìtzia/zustìssia (giustizia) LABRA →
lavra/lara (labbra) LACERTA → thiligherta/calixerta/caluxèrtula (lucertola)
LARGU(M) → largu (largo) LATER → camp. làdiri (mattone crudo) LIGNA → linna
(legna) LINGERE → lìnghere/lingi (leccare) LINGUA(M) → limba/lìngua (lingua)
LOCU(M) → ant. locu → logu (luogo) LUTU(M) → ludu (fango) LUX → lughe/luxi
(luce) MACCUS → macu (matto) MAGISTRU(M) → maìstu (maestro) MAGNUS → mannu
(grande) MALUS → malu (cattivo) MANUS → manu (mano) MARTELLUS →
martheddu/mateddu/martzeddu (martello) MERIDIES → merie/merì (pomeriggio) META
→ meda (molto) MULIER → muzere/cmulleri (moglie) NARRARE → nàrrere/nai (dire)
NEMO → nemos (nessuno) NIX → nie/nii/nuor. nibe (neve) NUBE(M) → nue/nui (nuvola)
NUCE → ant. nuke → nughe/nuxi (noce) OCCIDERE → ochidere, occhire,
bochire/bociri (uccidere) OC(U)LU(M) → ogru/oju/ogu/nuor. ocru (occhio)
OLEASTER → ozzastru/ogiastru/ollastu (olivastro) OLEUM → oliu → ozu/ogiu/ollu
(olio) OLIVA → olia (oliva) ORIC(U)LA(M) → ant.oricla →
origra/orija/origa/nuor. oricra (orecchio) OVU(M) → ou(uovo) PACE → ant.pake
→paghe/paxi/nuor. pake (pace) PALATIUM → palathu/palàtziu/palatzu (palazzo)
PALEA → paza/pagia/palla (paglia) PANE(M) → pane/pani PAPPARE → log. papare,
camp. papai (mangiare) PARABOLA → paraula, nuor. paragula (parola) PAUCUS →
pagu (poco) PECUS → pegus (capo di bestiame) PEDIS → pe/pei/nuor. pede (piede)
PEIUS → pejus/peus (peggio) PELLE(M) → pedde/peddi (pelle) PERSICUS →
pèrsighe/pèssighe (pesca) PETRA(M) → pedra/perda/nuor. preda (pietra) PETTIA(M)
→ petha/petza (carne) PILUS → pilu (pelo), pilos/pius (capelli) PIPER →
pìbere/pìbiri (pepe) PISCARE → piscare/piscai (pescare) PISCE(M) → pische/pisci
(pesce) PISINNUS → pitzinnu (bambino, giovane, ragazzo) PISUS → pisu (seme)
PLATEA → pratha/pratza (piazza) PLACERE → piàghere/pràghere/praxi (piacere)
PLANGERE → prànghere/prangi (piangere) PLENU(M) → prenu (pieno) PLUS → prus
(più) POLYPUS → purpu/prupu (polpo) POPULUS → pòpulu/pòbulu (popolo) PORCU(M) →
porcu/procu (maiale) POST → pustis (dopo) PULLUS → puddu (pollo) PUPILLA →
pobidda/pubidda (moglie) PUTEUS → puthu/putzu (pozzo) QUANDO → cando/candu
(quando) QUATTUOR → battor(o)/cuatru (quattro) QUERCUS → chercu (quercia) QUID
DEUS? → ite/ita? (che/che cosa?) RADIUS → raju (raggio) RAMU(M) → ramu/arramu
(ramo) REGNU → rennu/urrennu (regno) RIVUS → ant. ribu → riu/erriu/arriu
(fiume) ROSMARINUS → ramasinu/arromasinu (rosmarino) RUBEU(M) → ant. rubiu →
ruju/arrùbiu (rosso) SALIX → salighe/sàlixi (salice) SANGUEN → sàmbene/sànguni
(sangue) SAPA(M) → saba (sapa, vino cotto) SCALA → iscala/scala (scala)
SCHOLA(M) → iscola/scola (scuola) SCIRE → ischire/sciri (sapere) SCRIBERE →
iscrìere/scriri (scrivere) SECARE → segare/segai (tagliare) SECUS → dae
segus/a-i segus (dopo) SERO → sero/ant.camp. seru (sera) SINE CUM →
kene/kena/kentza/sena/setza (senza) SOLE(M) → sole/soli (sole) SOROR →
sorre/sorri (sorella) SPICA(M) → ispiga/spiga (spiga) STARE → istare/stai
(stare) STRINCTU(M) → strintu (stretto) SUBERU → suerzu/suerju (quercia da
sughero) SULPHUR → tùrfuru/tzùrfuru/tzrùfuru (zolfo) SURDU(M) → surdu (sordo)
TEGULA → teula (tegola) TEMPUS → tempus (tempo) THIUS → thiu/tziu (zio)
TRITICUM → trigu/nuor. trìdicu (grano) UMBRA → umbra (ombra) UNDA → unda (onda)
UNG(U)LA(M) → unja/ungra/unga (unghia) VACCA → baca (vacca) VALLIS →
badde/baddi (valle) VENTU(M) → bentu (vento) VERBU(M) → berbu (verbo, parola)
VESPA(M) → ghespe/bespe/ghespu/espi (vespa) VECLUS(AGG.) → betzu/becciu
(vecchio) VECLUS(S) → ant. veclu → begru/begu (legno vecchio) VIA → bia (via)
VICINUS → ant. ikinu → bighinu/bixinu (vicino) VIDERE → bìdere/bìere/biri
(vedere) VILLA → ant. villa → billa → bidda (paese) VINEA(M) → binza/bingia
(vigna) VINU(M) → binu (vino) VOCE → ant. voke/boke → boghe/boxi (voce) ZINZALA
→ thìnthula/tzìntzula/sìntzulu (zanzara); Origine greca bizantina[modifica |
modifica wikitesto] AGROIKÓS → gr. biz. agrikó → gregori ‘terreno incolto’[547]
FLASTIMAO → frastimare/frastimai ‘bestemmiare’ KAVURAS ‘granchio’ → camp.
kavuru KASKO → cascare ‘sbadigliare’ *KEROPÓLIDA → kera/cera óbida ‘cera che
sigilla il favo’[547] KHÓNDROS ‘fiocchi d’avena; cartilagine’ → gr. biz. kontra
→ log. iskontryare[547] KLEISOÛRA ‘chiusa’ → krisura (krisayu, krisayone)
‘chiusa di un podere’[547] KONTAKION → ant. condake → condaghe/cundaxi
‘raccolta di atti’ KYÁNE(OS) ‘blu scuro’ → camp. ghyani ‘manto morello di
cavallo (o di bue)’[547] LEPÍDA ‘lama di coltello’ → leppa ‘coltello’[547]
Λουχὶα → ant. Lukìa → Lughìa/Luxia (Lucia) MERDOUKOÚS, MERDEKOÚSE ‘maggiorana’
→ centr. mathrikúsya, camp. martsigusa ‘ginestra’[547] NAKE → annaccare
(cullare) PSARÓS ‘grigio’ → *zaru → log. medioevale arzu[547] σαραχηνός →
theraccu/tzeracu ‘servo’ Στέφανε → Istevane/Stèvini ‘Stefano’ Origine
catalana[modifica | modifica wikitesto] ACABAR → acabare/acabai (finire,
smettere; cf. spa. acabar)[548] AIXÌ → camp.aici (così) AIXETA → log. isceta
(cannella della botte; rubinetto)[548] ALÈ → alenu (alito)[548] ARRACADA →
arrecada (orecchino) ARREU → arreu (di continuo) AVALOT → avollotu (trambusto;
cf. spa. alboroto (ant. alborote))[548] BANDA → banda (lato)[548] BANDOLER →
banduleri (vagabondo; originariamente bandito; cf. spa. bandolero) BARBER →
barberi (barbiere; cf. spa. barbero) BARRA → barra (mandibola; insolenza,
testardaggine) BARRAR → abbarrare (nell'odierno catalano significa però
sbarrare, in sardo camp. rimanere) BELLESA → bellesa (bellezza) (AL)BERCOC →
luog. barracoca (albicocca; da una termine balearico passato poi anche
all'algherese barracoc)[548] BLAU → camp.brau (blu) BRUT, -A → brutu, -a
(sporco) BURRO → burricu (asino; cf, spa. burro e borrico)[548] BURUMBALLA →
burrumballa (segatura, truciolame, per est. cianfrusaglia) BUTXACA →
busciaca/buciaca (tasca, borsa)[548] CADIRA / CARIA (vocabolo ancor presente in
algherese) → camp. cadira (sedia); Caría (cognome sardo) CALAIX → camp.
calaxu/calasciu (cassetto) CALENT → caente/callenti (caldo; cf. spa.
caliente)[548] CARRER → carrera/carrela (via)[548] CULLERA → cullera
(cucchiaio) CUITAR → coitare/coitai (sbrigarsi)[548] DESCLAVAMENT →
iscravamentu (deposizione di Cristo dalla croce) DESITJAR → disigiare/disigiai
(desiderare)[548] ESTIU → istiu (estate; cf. spa. estío, lat. aestivum
(tempus)) FALDILLA → faldeta (gonna)[548] FERRER → ferreri (fabbro) GARRÓ →
garrone, -i (garretto)[548] GOIGS → camp. gocius (composizioni poetiche sacre;
cf. gosos) GRIFÓ → grifone, -i (rubinetto)[548] GROC → grogo, -u (giallo)[548]
ENHORABONA! → innorabona! (in buon'ora!; cf. spa. enhorabuena) ENHORAMALA! →
innoramala! (in mal'ora!) ESMORZAR → ismurzare/ismurgiare/irmugiare/imrugiare
(fare colazione)[548] ESTIMAR → istimare/stimai (amare, stimare) FEINA → faina
(lavoro, occupazione, daffare; già da una forma catalana medievale, da cui si è
poi anche originato lo spagnolo faena)[548] FLASSADA → frassada (coperta; cf.
spa. frazada)[548] GÍNJOL → gínjalu (giuggiola, giuggiolo) IAIO, -A → jaju, -a
(nonno, -a; cf. spa. yayo, -a) JUTGE → camp. jugi/log. zuzze (giudice) LLEIG →
camp. léggiu/log. lezzu (brutto) MANDRÓ → mandrone, -i (pigro,
nullafacente)[548] MATEIX → matessi (stesso) MITJA → mìgia, log. miza (calza)
MOCADOR → mucadore, -i (fazzoletto) ORELLETA → orilletas (dolci fritti) PAPER →
paperi (carta)[548] PARAULA → paraula (parola) PLANXA → prància (ferro da
stiro; prestito di origine francese, anteriore allo spagnolo plancha)[548]
PREMSA → prentza (torchio)[549] PRESÓ → presone, -i (prigione) PRESSA → presse,
-i (fretta)[548] PRÉSSEC → prèssiu (pesca)[548] PUNXA → camp. punça/log. puntza
(chiodo) QUIN, -A → camp. chini (in catalano significa "quale", in
sardo "chi") QUEIXAL → sardo centrale e camp. caxale/casciale, -i
(dente molare) RATAPINYADA → camp. ratapignata (pipistrello) RETAULE →
arretàulu (retablo, tavola dipinta) ROMÀS → nuor. arrumasu (magro;
originariamente in catalano "rimasto" → rimasto a letto → indebolito→
dimagrito, magro)[548] SABATA → camp.sabata (scarpa) SABATER → sabateri
(calzolaio) SAFATA → safata (vassoio)[165] SEU → camp. seu (cattedrale,
"sede del vescovo") SÍNDIC → sìndigu (sindaco)[548] SíNDRIA → sìndria
(anguria) TANCAR → tancare/tancai (chiudere) TINTER → tinteri (calamaio)
ULLERES → camp. ulleras (occhiali) VOSTÈ → log. bostè/camp .fostei o fustei
(lei, pronome di cortesia; da vostra merced, vostra mercede; cf. spa.
usted)[550] Origine spagnola[modifica | modifica wikitesto] Le voci di cui non
viene indicata l'etimologia sono voci di origine latina di cui lo spagnolo ha
modificato il significato originario che avevano in latino e il sardo ha preso
il loro significato spagnolo; per le voci che lo spagnolo ha preso da altre
lingue viene indicata la loro etimologia come riportata dalla Real Academia
Española. ADIÓS → adiosu (addio, arrivederci)[548] ANCHOA → ancioa (alice)[548]
APOSENTO → aposentu (camera da letto) APRETAR, APRIETO → apretare, apretu
(mettere in difficoltà, costringere, opprimere; difficoltà, problema) ARENA →
arena (sabbia; cf. cat. arena)[548] ARRIENDO → arrendu (affitto)[548] ASCO →
ascu (schifo)[548] ASUSTAR → assustare/assustai (spaventare; in camp. è più
diffuso atziccai, che a sua volta viene dallo spagnolo ACHICAR)[548]
ATOLONDRADO, TOLONDRO → istolondrau (stordito, confuso, sconcertato) AZUL →
camp. asulu (azzurro; parola arrivata allo spagnolo dall'arabo)[551] BARATO →
baratu (economico) BARRACHEL → barratzellu/barracellu (guardia campestre;
parola questa che anche passata all'italiano regionale della Sardegna, dove la
parola barracello indica appunto una guardia campestre facente parte della
compagnia barracellare) BÓVEDA → bòveda, bòvida (volta (nell'ambito della
costruzione) )[552] BRAGUETA → bragheta (cerniera dei pantaloni; il termine
"braghetta" o "brachetta" è presente anche in italiano, ma
con altri significati; con questo significato è diffuso anche nell'italiano
regionale della Sardegna: cf. cat. bragueta) BRINCAR, BRINCO → brincare, brincu
(saltare, salto; termine arrivato in spagnolo dal latino vinculum,[553] legame,
parola che è poi stata modificata e ha assunto un significato completamente
differente in castigliano e che poi con questo è passata al sardo, fenomeno
condiviso da molti altri spagnolismi) BUSCAR → buscare/buscai (cercare,
prendere; cf. cat. buscar) CACHORRO → caciorru (cucciolo)[548] CALENTURA →
calentura, callentura (febbre) CALLAR → cagliare/chelare (tacere; cf. cat.
callar)[548] CARA → cara (faccia; cf. cat. cara)[548] CARIÑO → carignu
(manifestazione di affetto, carezza; affetto)[548] CERRAR → serrare/serrai
(chiudere) CHASCO → ciascu (burla)[548] CHE (esclamazione di sorpresa di
origine onomatopeica usata in Argentina, Uruguay, Paraguay, Bolivia e in Spagna
nella zona di Valencia)[554] → cé (esclamazione di sorpresa usata in tutta la
Sardegna) CONTAR → contare/contai (raccontare; cf. cat. contar)[548] CUCHARA →
log. cocciari (cucchiaio) / camp. coccerinu (cucchiaino), cocciaroni (cucchiaio
grande)[548] DE BALDE → de badas (inutilmente; cf. cat. debades) DÉBIL →
dèbile, -i (debole; cf. cat. dèbil)[548] DENGOSO, -A, DENGUE → dengosu, -a,
dengu (persona che si lamenta eccessivamente senza necessità, lamento esagerato
e fittizio; voce di origine onomatopeica)[555] DESCANSAR, DESCANSO → discansare/discantzare,
discansu/discantzu (riposare, riposo; cf. cat. descansar)[548] DESDICHA →
disdìcia (sfortuna)[548] DESPEDIR → dispidire/dispidì (accomiatare,
congedare)[548] DICHOSO, -A → diciosu, -a (felice, beato)[548] HERMOSO, -A →
ermosu, -a / elmosu, -a (bello)[548] EMPLEO → impleu (carica, impiego)[548]
ENFADAR, ENFADO → infadare/irfadare/iffadare, infadu/irfadu/iffadu (molestia,
fastidio, rabbia; cf. cat. enfadar)[556] ENTERRAR, ENTIERRO → interrare,
interru (seppellire, seppellimento; cf. cat. enterrar)[548] ESCARMENTAR →
iscalmentare/iscrammentare/scramentai (apprendere dall'esperienza propria o
altrui per evitare di commettere gli stessi errori; parola di etimologia
originaria sconosciuta)[557] ESPANTAR → ispantare/spantai (spaventare; in campidanese,
e in algherese, significa meravigliare; cf. cat. espantar) FEO → log. feu
(brutto)[548] GANA → gana (voglia; cf. cat. gana; parola di etimologia
originaria incerta)[558] GARAPIÑA → carapigna (bibita rinfrescante)[559] GASTO
→ gastu (spesa, consumo)[548] GOZOS → log. gosos/gotzos (composizioni poetiche
sacre; cf. gocius) GREMIO → grèmiu (corporazione di diversi mestieri; anche
questa parola fa parte dell'italiano parlato in Sardegna, dove i gremi sono per
esempio le corporazioni di mestieri dei Candelieri di Sassari o della Sartiglia
di Oristano; oltre che in Sardegna e in spagnolo, la parola si usa anche in
portoghese, gremio, catalano, gremi, tedesco, Gremium, e nell'italiano parlato
in Svizzera, nel Canton Ticino) GUISAR → ghisare (cucinare; cf.cat.
guisar)[548] HACIENDA → sienda (proprietà)[544] HÓRREO → òrreu (granaio) JÍCARA
→ cìchera, cìcara (tazza; parola originariamente proveniente dal náhuatl)[560]
LÁSTIMA → làstima (peccato, danno, pena; qué lástima → ite làstima (che
peccato), me da lástima → mi faet làstima (mi fa pena) )[548] LUEGO → luegus
(subito, fra poco) MANCHA → log. e camp. mància, nuor. mantza (macchia) MANTA →
manta (coperta; cf. cat. manta) MARIPOSA → mariposa (farfalla)[548] MESA → mesa
(tavolo) MIENTRAS → camp. mentras (cf. cat. mentres) MONTÓN → muntone (mucchio;
cf. cat. munt)[561] OLVIDAR → olvidare (dimenticare)[548] PEDIR → pedire
(chiedere, richiedere) PELEA → pelea (lotta, lite)[548] PLATA → prata (argento)
PORFÍA → porfia (ostinazione, caparbietà, insistenza)[562] POSADA → posada
(locanda, luogo di ristoro) PREGUNTAR, PREGUNTA → preguntare/pregontare,
pregunta/pregonta (domandare, domanda; cf. cat. preguntar, pregunta) PUNTAPIÉ
(s.m.) → puntepé/puntepei (s.f.) (calcio, colpo dato con la punta del piede)
PUNTERA → puntera (parte della calza o della scarpa che copre la punta del
piede; colpo dato con la punta del piede) QUERER → chèrrer(e) (volere) RECREO →
recreu (pausa, ricreazione; divertimento)[548] RESFRIARSE, RESFRÍO →
s'arrefriare, arrefriu (raffreddarsi, raffreddore)[548] SEGUIR → sighire
(continuare; seguire; cf. cat. seguir)[544] TAJA → tacca (pezzo) TIRRIA,
TIRRIOSO → tirria, tirriosu (cattivo sentimento; cf. cat. tírria)[563] TOMATE
(s.m.) → nuor. e centrale tamata/camp. e gall. tumata (s.f.) (pomodoro; parola
originariamente proveniente dal náhuatl)[564] TOPAR → atopare/atopai
(incontrare, anche per caso, qualcuno; imbattersi in qualcosa; voce
onomatopeica; cf. cat. topar)[565] VENTANA → log. e camp. ventana/log. bentana
(finestra) VERANO → log. beranu (sp. estate, srd. primavera) Origine
toscana/italiana[modifica | modifica wikitesto] ARANCIO → aranzu/arangiu
AUTUNNO → atonzu/atongiu BELLO/-A → bellu/-a BIANCO → biancu CERTO/-A →
tzertu/-a CINTA → tzinta CITTADE → ant. kittade → tzitade/citade/tzitadi/citadi
(città) GENTE → zente/genti INVECE → imbètzes/imbecis MILLE → milli OCCHIALI →
otzales SBAGLIO → irballu/isbàlliu/sbàlliu VERUNO/-A → perunu/-a (alcuno/-a)
ZUCCHERO → thùccaru/tzùccaru/tzùcuru Prenomi, cognomi e toponimi[modifica |
modifica wikitesto] Lo stesso argomento in dettaglio: Prenomi sardi e Cognomi
sardi. Dalla lingua sarda derivano tanto i nomi storici di persona (nùmene /
nomen / nomini-e / lumene o lomini) e i soprannomi (nomìngiu / nominzu / o
paranùmene / paralumene / paranomen / paranomine-i), che i sardi avrebbero
conferito l'un l'altro fino all'epoca contemporanea per poi cadere nell'attuale
disuso,[566] quanto buona parte dei cognomi tradizionali (sambenadu /
sangunau), tuttora i più diffusi nell'isola. I toponimi della Sardegna possono
vantare una storia antica,[567] sorgendo in alcuni casi un significativo
dibattito inerente alle loro origini.[568] Note[modifica | modifica wikitesto]
Esplicative[modifica | modifica wikitesto] ^ Con riguardo alla
cristianizzazione dell'isola, Papa Simmaco fu battezzato a Roma e si diceva
fosse «ex paganitate veniens»; la conversione degli ultimi pagani sardi,
guidati da Ospitone, fu descritta da Tertulliano come il seguente evento:
«Sardorum inaccessa Romanis loca, Christo vero subdita». Max Leopold Wagner, La
lingua sarda, Nuoro, Ilisso, 1951–1997, p. 73. ^ «Fallacissimum genus esse
Phoenicum omnia monumenta vetustatis atque omnes historiae nobis prodiderunt.
ab his orti Poeni multis Carthaginiensium rebellionibus, multis violatis
fractisque foederibus nihil se degenerasse docuerunt. A Poenis admixto Afrorum
genere Sardi non deducti in Sardiniam atque ibi constituti, sed amandati et
repudiati coloni. [...] Africa ipsa parens illa Sardiniae, quae plurima et
acerbissima cum maioribus nostris bella gessit.» Cicero: Pro Scauro, su
thelatinlibrary.com. URL consultato il 28 novembre 2015. ^ «Potissimum vero ad
usurpandum in scriptis Italicum idioma gentem nostram fuisse adductam puto
finitimarum exemplo, Provincialium, Corsorum atque Sardorum» ("In verità
ritengo anzitutto che la nostra gente [italiana] sia stata indotta a usare
nello scritto l'idioma italico, seguendo l'esempio dei vicini Provenzali, Corsi
e Sardi") e, più in là, «Sardorum quoque et Corsorum exemplum memoravi
Vulgari sua Lingua utentium, utpote qui Italis preivisse in hoc eodem studio
videntur» ("Ho ricordato, fra l'altro, l'esempio dei Sardi e dei Corsi,
che hanno impiegato la propria lingua volgare, come quelli che in ciò hanno
preceduto gli Italiani"). Antonio, Ludovico Antonio (1739). Antiquitates Italicae
Moedii Evi, Mediolani, t. 2, col. 1049 ^ Incipit di Ines Loi Corvetto, La
Sardegna e la Corsica, Torino, UTET, 1993. Hieronimu Araolla, edited by Max
Leopold Wagner, Die Rimas Spirituales Von Girolamo Araolla. Nach Dem Einzigen
Erhaltenen Exemplar Der Universitätsbibliothek in Cagliari, Princeton
University, 1915, p. 76. Semper happisi desiggiu, Illustrissimu Segnore, de
magnificare, & arrichire sa limba nostra Sarda; dessa matessi manera qui sa
naturale insoro tottu sas naciones dessu mundu hant magnificadu &
arrichidu; comente est de vider per isos curiosos de cuddas. ("Sempre
abbia il desiderio, Illustrissimo Signore, di magnificare e arricchire la
nostra lingua sarda; nel medesimo modo in cui tutte le nazioni del mondo hanno
magnificato e arricchito [la propria]; come si può vedere per coloro che ne
sono incuriositi.") ^ …L'Alguer castillo fuerte bien murado / con frutales
por tierra muy divinos / y por la mar coral fino eltremado / es ciudad de mas
de mil vezinos… Joaquín Arce, España en Cerdeña, 1960, p. 359. ^ E.g.: «…Non
podende sufrire su tormentu / de su fogu ardente innamorosu. / Videndemi foras
de sentimentu / et sensa una hora de riposu, / pensende istare liberu e
contentu / m'agato pius aflitu e congoixosu, / in essermi de te senora apartadu,
/ mudende ateru quelu, ateru istadu…» Antonio de Lo Frasso, Los Cinco Ultimos
Libros de Fortuna de Amor, vol. 2, Londra, Henrique Chapel, 1573-1740, pp.
141-144. ^ «Sendemi vennidu à manos in custa Corte Romana unu Libru in limba
Italiana, nouamente istampadu, […] lu voltao in limba Sarda pro dare noticia de
cuddas assos deuotos dessa patria mia disijosos de tales legendas. Las apo voltadas in sardu menjus qui non in
atera limba pro amore de su vulgu […] qui non tenjan bisonju de interprete pro
bi-las decrarare, & tambene pro esser sa limba sarda tantu bona, quanta
participat de sa latina, qui nexuna de quantas limbas si plàtican est tantu
parente assa latina formale quantu sa sarda. […] Pro su quale si sa limba
Italiana si preciat tantu de bona, & tenet su primu logu inter totas sas
limbas vulgares pro esser meda imitadore dessa Latina, non si diat preciare
minus sa limba Sarda pusti non solu est parente dessa Latina, pero ancora sa
majore parte est latina vera. […] Et quando cussu non esseret, est suficiente
motiuu pro iscrier in Sardu, vider, qui totas sas nationes iscriven, &
istampan libros in sas proprias limbas naturales in soro, preciandosi de tenner
istoria, & materias morales iscritas in limba vulgare, pro qui totus si
potan de cuddas aprofetare. Et pusti sa limba latina Sarda est clara &
intelligibile (iscrita, & pronunciada comente conuenit) tantu & plus
qui non quale si querjat dessas vulgares, pusti sos Italianos, &
Ispagnolos, & totu cuddos qui tenen platica de latinu la intenden
medianamente.» ("Essendo entrato in possesso, presso questa Corte Romana,
di un libro in lingua italiana di nuova ristampa, […] l'ho tradotto in lingua
sarda per darne notizia ai devoti della mia patria desiderosi di tali leggende.
Le ho tradotte in sardo, anziché in un'altra lingua, per amore del popolo […] i
quali [popolani] non necessitavano di alcun interprete per potergliele
enunciare, anche per via del fatto che la lingua sarda è nobile in virtù della
sua partecipazione alla latinità, giacché nessuna lingua parlata è tanto
prossima al latino classico quanto quella sarda. […] Giacché, se la lingua
italiana si apprezza molto, e se tra tutte le lingue volgari si trova al primo
posto per aver molto replicato quella latina, non meno si dovrebbe apprezzare
la lingua sarda dal momento che non solo è parente di quella latina, ma è in
gran parte latino schietto. […] E quandanche non fosse così, è un motivo
sufficiente per scrivere in sardo vedere che tutte le nazioni scrivono e
stampano libri nella loro lingua naturale, fregiandosi di avere storia e
materie morali scritte in lingua volgare, affinché tutti possano recare
giovamento da esse. E dal momento che la lingua latina sarda è, quando scritta
e pronunciata come si conviene, chiara e comprensibile in misura uguale, se non
superiore rispetto a quelle volgari, dal momento che gli Italiani, e gli
Spagnoli, e tutti coloro che praticano il latino in generale la
capiscono"). Ioan Matheu Garipa, Legendariu de santas virgines, et martires de Iesu
Crhistu, Per Lodouicu Grignanu, Roma, 1627. ^ Nella Dedica alla moglie di Carlo Alberto si possono
scorgere diversi passaggi in cui egli omaggiava le politiche culturali
perseguite in Sardegna, quali "Era destino che la dolcissima Italiana
favella, sebbene nata sulle amene sponde dell'Arno, divenuta sarebbe un dì
anche ricco patrimonio degli Abitanti del Tirso" (p. 5) e, formulando un
voto di fedeltà alla nuova dinastia di reggenti in luogo della spagnola,
"Di tanto bene la Sardegna è debitrice alla Augustissima CASA SABAUDA, la
quale, cessata l'ispanica dominazione, con tante savie istituzioni promosse in
ogni tempo le scienze, statuendo fin dalla metà del secolo trascorso, che nei
Dicasteri e nel pubblico insegnamento delle Scuole Inferiori si facesse uso di
quel Toscano che fu poscia la lingua di quante persone ebbero voce di bennate e
di colte." (p. 6). Nella Prefazione, più specificamente intitolata Al
giovanetto alunno, si dichiara l'intenzione, comune al Porru, di pubblicare un
lavoro dedicato alla didattica dell'italiano, partendo dalle differenze e
similitudini fornite dalla grammatica di un'altra lingua più familiare, il
sardo. ^ Al fine di meglio comprendere tale dichiarazione, occorre infatti
osservare che, secondo le disposizioni del governo, «in nessun modo e per nessun
motivo esiste la regione» (Casula, Francesco. Sa chistione de sa limba in
Montanaru e oe (PDF)., p. 66). ^ In realtà, databili intorno alla seconda metà
dell'Ottocento, in seguito alla già menzionata Perfetta Fusione (cfr. Dettori
2001); difatti, neanche nella trattazione settecentesca di autori quali il
Cetti si rinvengono giudizi di valore circa la dignità del sardo, sulla cui
indipendenza linguistica convenivano generalmente anche gli autori italiani
(cfr. Ferrer 2017). ^ Il Wagner cita al riguardo Giacomo Tauro che, a dispetto
della vulgata fascista sull'assimilazione del sardo al sistema linguistico
italiano, già osservava in una conferenza tenuta a Nuoro nel 1937 che «[La
Sardegna] ha una sua propria lingua, che è qualcosa di più e di diverso dai
dialetti delle altre regioni d’Italia… Se i diversi dialetti d’Italia hanno
tutti qualcosa d’interferente, per cui non è difficile a chi attentamente ne
ascolti qualcuno e di essi abbia una certa pratica, d’intuirne e comprenderne,
almeno superficialmente, il significato, i dialetti sardi invece non solo
riescono quasi del tutto incomprensibili a chi non è dell’isola, ma anche con
la pratica difficilmente possono essere acquisiti.» ( Max Leopold Wagner, La
lingua sarda, Nuoro, Ilisso, 1951-1997, p. 82.) ^ Tali istanze eminentemente
industrialistiche e produttivistiche sono finanche attestate nelle norme di cui
all'art. 13 del progetto finale, che recita «lo Stato con il concorso della
Regione dispone un piano organico per favorire la rinascita economica e sociale
dell'Isola.» Cfr. Testo storico dello Statuto (PDF). ^ Alla base del cosiddetto
"autonomismo abortivo", secondo i primi critici dello statuto quali
Eliseo Spiga, vi era la mancata assunzione di un'identità sarda dotata di
soggettività distinta, nelle sue specificità etnonazionali, linguistiche e
culturali rispetto alla comunità statale nel suo insieme; in mancanza della
quale, a loro avviso si sarebbe approdati a un modello amministrativo che
omologava l'isola a "una qualsiasi provincia dello Stivale".
Francesco Casula, Gianfranco Contu, Storia dell'autonomia in Sardegna,
dall'Ottocento allo Statuto Sardo (PDF), Dolianova, Stampa Grafica del
Parteolla, 2008, p. 116. URL consultato il 25 agosto 2019 (archiviato dall'url
originale il 20 ottobre 2020). ^ Istanza del Prof. A. Sanna sulla pronuncia
della Facoltà di Lettere in relazione alla difesa del patrimonio
etnico-linguistico sardo. Il prof. Antonio Sanna fa a questo proposito una
dichiarazione: «Gli indifferenti problemi della scuola, sempre affrontati in
Sardegna in torma empirica, appaiono oggi assai particolari e non risolvibili
in un generico quadro nazionale; il tatto stesso che la scuola sia diventata
scuola di massa comporta il rifiuto di una didattica inadeguata, in quanto
basata sull'apprendimento concettuale attraverso una lingua, per molti aspetti
estranea al tessuto culturale sardo. Poiché esiste un popolo sardo con una
propria lingua dai caratteri diversi e distinti dall'italiano, ne discende che
la lingua ufficiale dello Stato, risulta in effetti una lingua straniera, per
di più insegnata con metodi didatticamente errati, che non tengono in alcun
conto la lingua materna dei Sardi: e ciò con grave pregiudizio per un'efficace
trasmissione della cultura sarda, considerata come sub-cultura. Va dunque respinto
il tentativo di considerare come unica soluzione valida per questi problemi una
forzata e artificiale forma di acculturazione dall'esterno, la quale ha
dimostrato (e continua a dimostrare tutti) suoi gravi limiti, in quanto
incapace di risolvere i problemi dell'isola. È perciò necessario promuovere
dall'interno i valori autentici della cultura isolana, primo fra tutti quello
dell'autonomia, e "provocare un salto di qualità senza un'acculturazione
di tipo colonialistico, e il superamento cosciente del dislivello di
cultura" (Lilliu). La Facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università di
Cagliari, coerentemente con queste premesse con l'istituzione di una Scuola
Superiore di Studi Sardi, è pertanto invitata ad assumere l'iniziativa di
proporre alle autorità politiche della Regione Autonoma e dello Stato il
riconoscimento della condizione di minoranza etnico-linguistica per la Sardegna
e della lingua sarda come lingua «nazionale» della minoranza. È di conseguenza
opportuno che si predispongano tutti i provvedimenti a livello scolastico per
la difesa e conservazione dei valori tradizionali della lingua e della cultura
sarda e, in questo contesto, di tutti i dialetti e le tradizioni culturali
presenti in Sardegna (ci si intende riferire al Gallurese, al Sassarese,
all'Algherese e al Ligure-Carlofortino). In ogni caso tali provvedimenti
dovranno comprendere necessariamente, ai livelli minimi dell'istruzione, la
partenza dell'insegnamento del sardo e dei vari dialetti parlati in Sardegna,
l'insegnamento nella scuola dell'obbligo riservato ai Sardi o coloro che
dimostrino un'adeguata conoscenza del sardo, o tutti quegli altri provvedimenti
atti a garantire la conservazione dei valori tradizionali della cultura sarda.
È bene osservare come, nel quadro della diffusa tendenza a livello
internazionale per la difesa delle lingue delle minoranze minacciate,
provvedimenti simili a quelli proposti sono presi in Svizzera per la minoranza
ladina fin dal 1938 (48 000 persone), in Inghilterra per il Galles, in Italia
per le minoranze valdostana, slovena e ultimamente ladina (15 000 persone),
oltre che per quella tedesca; a proposito di queste ultime e specificamente in
relazione al nuovo ordinamento scolastico alto-atesino. Il presidente del
Consiglio on. Colombo, nel raccomandare ala Camera le modifiche da apportare
allo Statuto della Regione Trentino-Alto Adige (il cosiddetto
"pacchetto"), «modifiche che non escono dal concetto di autonomia
indicato dalla Costituzione», ha ritenuto di dovere sottolineare l'opportunità "che
i giovani siano istruiti nella propria lingua materna da insegnanti
appartenenti allo stesso gruppo linguistico"; egli inoltre aggiungeva che
"solo eliminando ogni motivo di rivendicazione si crea il necessario
presupposto per consentire alla scuola di svolgere la sua funzione fondamentale
in un clima propizio per la migliore formazione degli allievi". Queste
chiare parole del presidente del Consiglio ci consentono di credere che non si
voglia compiere una discriminazione nei confronti della minoranza sarda, ma
anche per essa valga il principio enunciato dall'opportunità dell'insegnamento
della lingua materna a opera di insegnanti appartenenti allo stesso gruppo
linguistico, onde consentire alla scuola di svolgere anche in Sardegna la sua
funzione fondamentale in un clima propizio alla migliore formazione per gli
allievi. Si chiarisce che tutto ciò non è sciovinismo né rinuncia a una cultura
irrinunciabile, ma una civile e motivata iniziativa per realizzare in Sardegna
una vera scuola, una vera rinascita, "in un rapporto di competizione
culturale con lo stato (…) che arricchisce la Nazione" (Lilliu)». Il
Consiglio unanime approva le istanze proposte dal prof. Sanna e invita le
competenti autorità politiche a promuovere tutte le iniziative necessarie, sul
piano sia scolastico che politico-economico, a sviluppare coerentemente tali
principi, nel contempo acquisendo dati atti a mettere in luce il suesposto
stato. Cagliari, 19 febbraio 1971. [Farris, Priamo (2016). Problemas e
aficàntzias de sa pianificatzioni linguistica in Sardigna. Limba, Istòria,
Sotziedadi / Problemi e prospettive della pianificazione linguistica in
Sardegna. Lingua, Storia, Società, Youcanprint] ^ "O sardu, si ses sardu e
si ses bonu, / Semper sa limba tua apas presente: / No sias che isciau ubbidiente
/ Faeddende sa limba 'e su padronu. / Sa nassione chi peldet su donu / De sa
limba iscumparit lentamente, / Massimu si che l'essit dae mente / In iscritura
che in arrejonu. / Sa limba 'e babbos e de jajos nostros / No l'usades pius
nemmancu in domo / Prite pobera e ruza la creides. / Si a iscola no che la
jughides / Po la difunder menzus, dae como / Sezis dissardizende a fizos
bostros." ("O sardo, se sei sardo e sei bravo / abbi sempre presente
la tua lingua: / non essere come uno schiavo ubbidiente / che parla la lingua
del padrone. / La nazione che perde il dono / della lingua scompare lentamente,
/ soprattutto se le esce dalla mente / scrivendo e discorrendo. / La lingua dei
nostri padri e dei nostri nonni / non la usate più neanche a casa / dal momento
che la ritenete povera e rozza. / Se non la portate a scuola / ora, per
diffonderla meglio, / starete de-sardizzando i vostri figli.") in Piras,
Raimondo. No sias isciau (RTF), su poesias.it. ^ L'italianizzazione culturale
della popolazione sarda aveva allora assunto proporzioni tanto considerevoli da
indurre il Pellegrini, nella Introduzione all'Atlante
storico-linguistico-etnografico friulano, a tessere le lodi dei sardi giacché
questi ultimi si dicevano disposti ad accettare che il loro idioma, pur costituendo
«un mezzo espressivo assai meno subordinato all'italiano» fosse considerato un
semplice "dialetto" dell'italiano, in netto contrasto all'orgoglio e
lealtà linguistica dei friulani (Salvi, Sergio (1974). Le lingue tagliate,
Rizzoli, p. 195 ; Pellegrini, Giovan Battista (1972). Introduzione all'Atlante
storico-linguistico-etnografico friulano (ASLEF), Vol. I, p. 17).
Considerazioni analoghe a quelle del Pellegrini erano state avanzate qualche
anno prima, nel 1967, dal linguista tedesco Heinz Kloss in riferimento al
concetto da lui coniato di Dachsprache ("lingua tetto"); nel suo
studio pioneristico, egli osservava come idiomi di comunità quali i sardi,
occitani e haitiani, fossero da esse stesse ora percepiti meramente come
«dialetti di lingue vittoriose piuttosto che sistemi linguistici autonomi»,
diversamente dalla profonda lealtà linguistica dei catalani che, nonostante il
proibizionismo franchista, non avrebbero mai accettato una siffatta
degradazione del loro idioma rispetto all'unica lingua allora ufficiale, lo
spagnolo (Kloss, Heinz (1967). "Abstand Languages" and "Ausbau
Languages". Anthropological Linguistics, 9 (7), p. 36). ^ È interessante
notare come nella questione linguistica sarda possa, per certi versi,
sussistere un parallelismo con l'Irlanda, in cui un similare fenomeno ha
assunto il nome di circolo vizioso dell'Irish Gaeltacht (Cfr. Edwards 1985).
Difatti in Irlanda, all'abbassamento di prestigio del gaelico verificatosi
quando esso risultò parlato in aree socialmente ed economicamente depresse, si
aggiunse l'emigrazione da tali aree verso quelle urbane e ritenute
economicamente più avanzate, nelle quali l'idioma maggioritario (l'inglese)
sarebbe stato destinato a sopraffare e prevalere su quello minoritario degli
emigranti. ^ Non è un caso che queste tre lingue, protette da accordi
internazionali, siano le uniche minoranze linguistiche ritenute da Gaetano
Berruto (Lingue minoritarie, in XXI Secolo. Comunicare e rappresentare, Roma,
Istituto della Enciclopedia Italiana, pp. 335-346, 2009) come non minacciate.
Bibliografiche e sitografiche[modifica | modifica wikitesto] ^ Ti Alkire; Carol
Rosen, Romance languages : a Historical Introduction, New York, Cambridge
University Press, 2010, p. 3. ^ Salta a:a b c d Lubello, Sergio (2016). Manuale
Di Linguistica Italiana, De Gruyter, Manuals of Romance linguistics, p.499 ^
AA. VV. Calendario Atlante De Agostini 2017, Novara, Istituto Geografico De
Agostini, 2016, p. 230 ^ The World Atlas of Language Structures Online,
Sardinian. ^ La tipologia linguistica del sardo, Eduardo Blasco Ferrer
https://revistas.ucm.es/index.php/RFRM/article/download/RFRM0000110015A/11140 ^
Maurizio Virdis, Plasticità costruttiva della frase sarda (e la posizione del
Soggetto), su Academia, Rivista de filologia romanica, 2000. URL consultato il
4 maggio 2024. ^ Salta a:a b Legge 482, su camera.it. URL consultato il 25
novembre 2015 (archiviato dall'url originale il 12 maggio 2015). ^ Salta a:a b
Legge Regionale 15 ottobre 1997, n. 26-Regione Autonoma della Sardegna – Regione
Autònoma de Sardigna, su regione.sardegna.it. URL consultato il 25 novembre
2015 (archiviato dall'url originale il 26 febbraio 2021). ^ Salta a:a b Legge
Regionale 3 luglio 2018, n. 22-Regione autonoma della Sardegna – Regione
Autònoma de Sardigna, su regione.sardegna.it. URL consultato il 25 novembre
2015. ^ United
Nations Human Rights. Universal Declaration of Human Rights in Sardinian
language.. ^ Regione Autonoma
della Sardegna, LIMBA SARDA COMUNA - Norme linguistiche di riferimento a
carattere sperimentale per la lingua scritta dell’Amministrazione regionale
(PDF), pp. 6, 7, 55. «in altri casi, per salvaguardare la distintività del
sardo, si è preferita la soluzione centro-settentrionale, come nel caso di
limba, chena, iscola, ecc..» ^ Riconoscendo l'arbitrarietà delle definizioni,
nella nomenclatura delle voci viene usato il termine "lingua" in
accordo alle norme ISO 639-1, 639-2 o 639-3. Negli altri casi, viene usato il
termine "dialetto". ^ «Da G. I. Ascoli in poi, tutti i linguisti sono
concordi nell'assegnare al sardo un posto particolare fra gl'idiomi neolatini
per i varî caratteri che lo distinguono non solo dai dialetti italiani, ma
anche dalle altre lingue della famiglia romanza, e che appaiono tanto nella
fonetica, quanto nella morfologia e nel lessico.» R. Almagia et al., Sardegna
in "Enciclopedia Italiana" (1936)., Treccani, "Parlari". ^
Leopold Wagner, Max. La lingua sarda, a cura di Giulio Paulis (archiviato
dall'url originale il 26 gennaio 2016). - Ilisso ^ Manuale di linguistica
sarda., 2017, A cura di Eduardo Blasco Ferrer, Peter Koch, Daniela Marzo.
Manuals of Romance Linguistics, De Gruyter Mouton, p. 209. ^ Salta a:a b «Il
sardo rappresenta un insieme dialettale fortemente originale nel contesto delle
varietà neolatine e nettamente differenziato rispetto alla tipologia
italoromanza, e la sua originalità come gruppo a sé stante nell’ambito romanzo
è fuori discussione.» Toso, Fiorenzo. Lingue sotto il tetto d'Italia. Le
minoranze alloglotte da Bolzano a Carloforte - 8. Il sardo, su treccani.it. ^
Salta a:a b «La nozione di alloglossia viene comunemente estesa in Italia anche
al sistema dei dialetti sardi, che si considerano come un gruppo romanzo
autonomo rispetto a quello dei dialetti italiani.» Fiorenzo Toso, Minoranze
linguistiche, su treccani.it, Treccani, 2011. ^ L. 15 dicembre 1999, n. 482 -
Norme in materia di tutela delle minoranze linguistiche storiche ^ L'UNESCO e
la diversità linguistica. Il caso dell'Italia ^ Salta a:a b «With some 1,6 million speakers,
Sardinia is the largest minority language in Italy. Sardinians form an ethnic
minority since they show a strong awareness of being an indigenous group with a
language and a culture of their own. Although Sardinian appears to be recessive
in use, it is still spoken and understood by a majority of the population on
the island». Kurt Braunmüller, Gisella Ferraresi (2003). Aspects of
multilingualism in European language history. Amsterdam/Philadelphia: University of Hamburg. John
Benjamins Publishing Company. p. 238 ^ «Nel 1948 la Sardegna diventa, anche per
le sue peculiarità linguistiche, Regione Autonoma a statuto speciale. Tuttavia
a livello politico, ufficiale, non cambia molto per la minoranza linguistica
sarda, che, con circa 1,2 milioni di parlanti, è la più numerosa tra tutte le
comunità alloglotte esistenti sul territorio italiano». De Concini, Wolftraud
(2003). Gli altri d'Italia : minoranze linguistiche allo specchio, Pergine
Valsugana: Comune, p. 196. ^ Lingue di Minoranza e Scuola, Sardo, su
minoranze-linguistiche-scuola.it. URL consultato il 15 aprile 2019 (archiviato
dall'url originale il 16 ottobre 2018). ^ Salta a:a b Inchiesta ISTAT 2000
(PDF), su portal-lem.com, pp. 105-107. ^ What Languages are Spoken in Italy?,
su worldatlas.com. ^ Andrea Corsale e Giovanni Sistu, Sardegna: geografie di
un'isola, Milano, Franco Angeli, 2019, p. 188. ^ «Sebbene in continua
diminuzione, i sardi costituiscono tuttora la più grossa minoranza linguistica
dello stato italiano con ca. 1 000 000 di parlanti stimati (erano 1 269 000
secondo le stime basate sul censimento del 2001)». Lubello, Sergio (2016).
Manuale Di Linguistica Italiana, De Gruyter, Manuals of Romance linguistics, p.
499 ^ Durk Gorter et al., Minority Languages in the Linguistic Landscape,
Palgrave Macmillan, 2012, p. 112. ^ Roberto Bolognesi, Un programma
sperimentale di educazione linguistica in Sardegna (PDF), su comune.lode.nu.it,
2000, p. 120. URL consultato il 19 giugno 2022 (archiviato dall'url originale
il 26 marzo 2023). ^ Cfr. Leonardo Sole, Lingua e cultura in Sardegna. La
situazione sociolinguistica, 1988 ^ Stefania Tufi, Language Ideology and
Language Maintenance: The Case of Sardinia. International Journal of the
Sociology of Language 2013, pp. 145–60 ^ cfr. Atteggiamenti linguistici degli
studenti sardi nei confronti della lingua sarda e della lingua italiana,
Piergiorgio Mura, Università Ca' Foscari Venezia ^ Salta a:a b Andrea Costale,
Giovanni Sistu, Surrounded by Water: Landscapes, Seascapes and Cityscapes of
Sardinia, Cambridge Scholars Publishing, 2016, p. 123. ^ ISTAT, lingue e
dialetti, tavole (XLSX). ^ Salta a:a b La Nuova Sardegna, 04/11/10, Per salvare
i segni dell'identità - di Paolo Coretti ^ Giuseppe Corongiu, La politica
linguistica per la lingua sarda, in Maccani, Lucia; Viola, Marco. Il valore delle
minoranze. La leva ordinamentale per la promozione delle comunità di lingua
minoritaria, Trento, Provincia Autonoma di Trento, 2010, p. 122. ^ Salta a:a b
c d Roberto Bolognesi, Un programma sperimentale di educazione linguistica in
Sardegna (PDF), su comune.lode.nu.it, 2000, p. 126. URL consultato il 19 giugno
2022 (archiviato dall'url originale il 26 marzo 2023). ^ Lai, Rosangela. 2018. "Language Planning
and Language Policy in Sardinia". Language Problems & Language
Planning. 42(1): 70-88. ISSN 0272-2690, E-ISSN 1569-9889 DOI:
https://doi.org/10.1075/lplp.00012.lai, p. 73 ^ Martin Harris, Nigel Vincent,
The Romance languages, London, New York, 2003, p. 21. ^ «If present trends
continue, it is possible that within a few generations the regional variety of
Italian will supplant Sardinian as the popular idiom and that linguists of the
future will be obliged to refer to Sardinian only as a substratal influence
which has shaped a regional dialect of Italian rather than as a living language
descended directly from Latin.» Martin Harris, Nigel Vincent, The Romance
languages, London, New York, 2003, p. 349. ^ Salta a:a b c d Il sardo, così vicino, così lontano.
Treccani ^ Koryakov Y.B. Atlas of Romance languages. Mosca, 2001 ^ «Sorge ora
la questione se il sardo si deve considerare come un dialetto o come una
lingua. È evidente che esso è, politicamente, uno dei tanti dialetti
dell'Italia, come lo è anche, p. es., il serbo-croato o l'albanese parlato in
vari paesi della Calabria e della Sicilia. Ma dal punto di vista linguistico la
questione assume un altro aspetto. Non si può dire che il sardo abbia una
stretta parentela con alcun dialetto dell'italiano continentale; è un parlare
romanzo arcaico e con proprie spiccate caratteristiche, che si rivelano in un
vocabolario molto originale e in una morfologia e sintassi assai differenti da
quelle dei dialetti italiani». Max Leopold Wagner (1950-1997). La lingua sarda.
Storia, spirito e forma. Ilisso. Nuoro, pp. 90-91. ^ Carlo Tagliavini (1982).
Le origini delle lingue neolatine. Bologna: Patron. p. 122. ^ Rebecca Posner, John N.
Green (1982). Language and Philology in Romance. Mouton Publishers. L'Aja,
Parigi, New York. pp. 171 ss. ^ cfr. Ti Alkire, Carol Rosen, Romance Languages:
A Historical Introduction, Cambridge University Press, 2010. ^ «L'aspetto che più risulta evidente è la
grande conservatività, il mantenimento di suoni che altrove hanno subito
notevoli modificazioni, per cui si può dire che anche foneticamente il sardo è
fra tutti i parlari romanzi quello che è rimasto più vicino al latino, ne è il
continuatore più genuino.» Francesco Mameli, Il logudorese e il gallurese,
Soter, 1998, p. 11. ^ Sardegna, isola del silenzio, Manlio Brigaglia, su
mclink.it. URL consultato il 24 maggio 2016 (archiviato dall'url originale il
10 maggio 2017). ^
Mario Pei, A New Methodology for Romance Classification, in WORD, vol. 5, n. 2,
1949, pp. 135-146, DOI:10.1080/00437956.1949.11659494, ISSN 0043-7956 (WC ·
ACNP). ^ «Il fondo della lingua
sarda di oggi è il latino. La Sardegna è il solo paese del mondo in cui la
lingua dei Romani si sia conservata come lingua viva. Questa circostanza ha
molto facilitato le mie ricerche nell’isola, perché almeno la metà dei pastori
e dei contadini non conoscono l’italiano.» Maurice Le Lannou, a cura di Manlio
Brigaglia, Pastori e contadini in Sardegna, Cagliari, Edizioni della Torre,
1941-1979, p. 279. ^ «Prima di tutto, la neonata lingua sarda ingloba un
consistente numero di termini e di cadenze provenienti da una lingua originaria
preromana, che potremmo chiamare "nuragica".» Salvatore Tola, La
Letteratura in Lingua sarda. Testi, autori, vicende, Cagliari, CUEC, 2006, p.
9. ^ Salta a:a b c Heinz Jürgen Wolf, p. 20. ^ Archivio glottologico italiano,
vol. 53-54, 1968, p. 209. ^ A.A., Atti del VI [i.e. Sesto] Congresso
internazionale di studi sardi, 1962, p. 5 ^ Giovanni Lilliu, La civiltà dei
Sardi. Dal Paleolitico all'età dei nuraghi, Nuova ERI, 1988, p. 269. ^ Yakov
Malkiel (1947). Romance Philology, v.1, p. 199 ^ «Il Sardo ha una sua speciale
fisionomia ed individualità che lo rende, in certo qual modo, il più
caratteristico degli idiomi neolatini; e questa speciale individualità del
Sardo, come lingua di tipo arcaico e con una fisionomia inconfondibile,
traspare già fin dai più antichi testi.» Carlo Tagliavini (1982). Le origini
delle lingue neolatine. Bologna: Patron. p. 388. ^ «Fortemente isolati rispetto
ai tre gruppi maggiori stanno il sardo e, nel settentrione, il ladino, entrambi
considerati come formazioni autonome rispetto al complesso dei dialetti
italoromanzi.» Tullio de Mauro, Storia linguistica dell'Italia unita, Editori
Laterza, 1991, p. 21. ^ Salta a:a b c d e f Fiorenzo Toso, 2.3, in Le minoranze
linguistiche in Italia, Bologna, Società editrice Il Mulino, 2008, ISBN
9788815361141. ^
Cristopher Moseley, Atlas of the World's languages in Danger, 3rd edition,
Paris, UNESCO Publishing, p. 39 ^ Max Leopold Wagner (1952). Il Nome Sardo del Mese di Giugno (Lámpadas) e i
Rapporti del Latino d'Africa con quello della Sardegna. Italica, 29 (3), 151-157.
doi:10.2307/477388 ^ «Non vi è dubbio che vi erano rapporti più stretti tra la
latinità dell'Africa settentrionale e quella della Sardegna. Senza parlare
della affinità della razza e degli elementi libici che possano ancora esistere
in sardo, non bisogna dimenticare che la Sardegna rimase, durante vari secoli,
alle dipendenze dell'esarcato africano». Wagner, M. (1952). Il Nome Sardo del
Mese di Giugno (Lámpadas) e i Rapporti del Latino d'Africa con quello della
Sardegna. Italica, 29 (3), 152. doi:10.2307/477388 ^ Paolo Pompilio (1455-91):
«ubi pagani integra pene latinitate loquuntur et, ubi uoces latinae franguntur,
tum in sonum tractusque transeunt sardinensis sermonis, qui, ut ipse noui,
etiam ex latino est» ("ove gli abitanti parlano un latino quasi intatto e,
quando le parole latine si corrompono, passano allora ai suoni e tratti della
lingua sarda, che, da quanto ne so, deriva anch'essa dal latino")». Citato in Michele Loporcaro,
Vowel Length from Latin to Romance, Oxford University Press, 2015, p. 48. ^ Traduzione offerta da Michele Amari: «I sardi
sono di schiatta RUM AFARIQAH (latina d'Africa), berberizzanti. Rifuggono (dal
consorzio) di ogni altra nazione di RUM: sono gente di proposito e valorosa,
che non lascia mai l'arme.» Nota di Mohamed Mustafa Bazama: «Questo passo, nel
testo arabo, è un poco differente, traduco qui testualmente: "gli abitanti
della Sardegna, in origine sono dei Rum Afariqah, berberizzanti, indomabili.
Sono una (razza a sé) delle razze dei Rum. [...] Sono pronti al richiamo
d'aiuto, combattenti, decisivi e mai si separano dalle loro armi (intende
guerrieri nati).» Mohamed Mustafa Bazama, Arabi e sardi nel Medioevo, Cagliari,
Editrice democratica sarda, 1988, pp. 17, 162. ^ «Wa ahl Ğazīrat Sardāniya fī
aṣl Rūm Afāriqa mutabarbirūn mutawaḥḥišūn min ağnās ar-Rūm wa hum ahl nağida wa
hazm lā yufariqūn as-silāḥ». Contu, Giuseppe. Sardinia in Arabic sources
(PDF), su eprints.uniss.it. URL consultato il 23 aprile 2022 (archiviato
dall'url originale il 25 febbraio 2021). Annali della Facoltà di Lingue e
Letterature Straniere dell'Università di Sassari, Vol. 3 (2003 pubbl. 2005), p.
287-297. ISSN 1828-5384 ^ Attilio Mastino, Storia della Sardegna antica,
Edizioni Il Maestrale, 2005, p. 83. ^ «I sardi, popolo di razza latina africana
piuttosto barbaro, che vive appartato dal consorzio delle altre genti latine,
sono intrepidi e risoluti; essi non abbandonano mai le armi.» Al Idrisi,
traduzione e note di Umberto Rizzitano, Il Libro di Ruggero. Il diletto di chi
è appassionato per le peregrinazioni attraverso il mondo, Palermo, Flaccovio
Editore, 2008. ^ Luigi Pinelli, Gli Arabi e la Sardegna : le invasioni arabe in
Sardegna dal 704 al 1016, Cagliari, Edizioni della Torre, 1977, p. 30, 42. ^ J.N. Adams, The Regional
Diversification of Latin 200 BC - AD 600, Cambridge University Press, 2007, p.
576, ISBN 978-1-139-46881-7. ^
«Wagner prospetta l’ipotesi che la denominazione sarda, identica a quella
berbera, sia una reminiscenza atavica di lontane tradizioni comuni e così
commenta (p. 277): "Parlando delle sopravvivenze celtiche, dice il
Bertoldi: «Come nell’Irlanda odierna, anche nella Gallia antica una maggiore
cedevolezza della “materia” linguistica, suoni e forme, rispetto allo “spirito”
che resiste più tenace». Questo vale forse anche per la Sardegna; antichissime
usanze, superstizioni, leggende si mantengono più saldamente che non i fugaci
fenomeni linguistici".» Max Leopold Wagner, La lingua sarda, Nuoro,
Ilisso, 1951–1997, p. 10. ^ Giovanni Battista Pellegrini, Carta dei dialetti
d'Italia, Pisa, Pacini, 1977, p. 17, 34. ^ Pellegrini, Giovanni Battista
(1970). La classificazione delle lingue romanze e i dialetti italiani, in Forum
Italicum, IV, pp.211-237 ^ Pellegrini, Giovanni Battista (1972). Saggi sul
ladino dolomitico e sul friulano, Bari, pp.239-268 ^ Pellegrini, Giovanni
Battista (1975). I cinque sistemi dell'italo-romanzo, in Saggi di linguistica
italiana. Storia, struttura, società, Torino, Boringhieri. ^ Bernardino
Biondelli, Studi linguistici, Milano, Giuseppe Bernardoni, 1856, p. 189.) ^
Antonietta Dettori, Dialetti sardi, Treccani ^ Max Leopold Wagner (1951). La
lingua sarda, Bem, Francke, pp. 59-61 ^ Matteo Bartoli (1903). Un po' di sardo,
in Archeografo triestino XXIX, pp. 129-151 ^ Pier Enea Guarnerio (1905). Il
sardo e il corso in una nuova classificazione delle lingue romanze, in Archivio
Glottologico Italiano, 16, pp. 491-516 ^ «In earlier times Sardinian probably
was spoken in Corsica, where Corsican (Corsu), a Tuscan dialect of Italian, is
now used (although French has been Corsica’s official language for two
centuries).» Sardinian
language, Encyclopedia Britannica. ^ «Evidence from early manuscripts suggests
that the language spoken throughout Sardinia, and indeed Corsica, at the end of
the Dark Ages was fairly uniform and not very different from the dialects
spoken today in the central (Nuorese) areas.» Martin Harris, Nigel Vincent
(2000). The Romance languages. London and New York: Routledge. p. 315. ^
«Sardinian is the only surviving Southern Romance language which was also
spoken in former times on the island of Corsica and the Roman province of North
Africa.» Georgina
Ashworth, World Minorities, vol. 2, Quartermaine House, 1977, p. 109.. ^
Jean-Marie Arrighi, Histoire de la langue corse, Paris, Gisserot, 2002, p. 39. ^ Eduardo Blasco Ferrer, Peter Koch, Daniela
Marzo, Manuale di linguistica sarda. Manuals of Romance linguistics, De Gruyter Mouton,
2017, p. 321. ^ Brenda Man Qing Ong, Francesco Perono Cacciafoco, Unveiling the
Enigmatic Origins of Sardinian Toponyms, Languages, 2021-2022. ^ Salta a:a b
Sardinian intonational phonology: Logudorese and Campidanese varieties, Maria
Del Mar Vanrell, Francesc Ballone, Carlo Schirru, Pilar Prieto (PDF). ^ Massimo Pittau, Sardo, Grafia, su pittau.it.
^ «Nel caso del sardo, essa ha prodotto la esistenza non di una, ma di due
lingue sarde, il "logudorese" e il "campidanese". La sua
costruzione storica ha origini ben precise e ricostruibili. Nel periodo di
esistenza del Regno di Sardegna, l'Isola era suddivisa in due Governatorati, il
Capo di Sopra e il Capo di Sotto. Nel XVIII secolo, il naturalista Francesco
Cetti, mandato da Torino a studiare la fauna e la natura della Sardegna, e
quindi a mappare anche i Sardi, riprese la partizione amministrativa da un
celebre commentario cinquecentesco della Carta de Logu utilizzato in ambienti
governativi, e la traslò in ambito linguistico. Se esisteva il Capo di Su e il
Capo di Sotto, doveva pur esistere un sardo di Su e un sardo di Sotto. Il primo
lo denominò logudorese, e il secondo campidanese.» Paolo Caretti et al.,
Regioni a statuto speciale e tutela della lingua, G. Giappichelli Editore,
2017, p. 79. ^ Marinella Lőrinczi, Confini e confini. Il valore delle isoglosse
(a proposito del sardo) (PDF), su people.unica.it, p. 9. ^ Eduardo Blasco
Ferrer, Peter Koch, Daniela Marzo, Manuale di linguistica sarda. Manuals of
Romance linguistics, De Gruyter Mouton, 2017, p. 16. ^ Roberto Bolognesi, Le
identità linguistiche dei sardi, Cagliari, Condaghes, 2013, p. 137. ^ Salta a:a
b «In altre parole, queste divisioni del sardo in logudorese e campidanese sono
basate unicamente sulla necessità - chiarissima nel Cetti - di arrivare
comunque a una divisione della Sardegna in due "capi". […] La grande
omogeneità grammaticale del sardo viene ignorata, per quanto riguarda gli
autori tradizionali, in parte per mancanza di cultura linguistica, ma
soprattutto per la volontà, riscontrata esplicitamente in Spano e Wagner, di
dividere il sardo e i sardi in varietà "pure" e "spurie".
In altri termini, la divisione del sardo in due varietà nettamente distinte è
frutto di un approccio ideologico alla variazione dialettale in Sardegna».
Roberto Bolognesi, Le identità linguistiche dei sardi, Cagliari, Condaghes,
2013, p. 141. ^ Roberto Bolognesi, Le identità linguistiche dei sardi,
Cagliari, Condaghes, 2013, p. 138. ^ Roberto Bolognesi, Le identità
linguistiche dei sardi, Cagliari, Condaghes, 2013, p. 93. ^ Una lingua unitaria
che non ha bisogno di standardizzazioni, Roberto Bolognesi. ^ Contini, Michel
(1987). Ètude de géographie phonétique et de phonétique instrumentale du sarde,
Edizioni dell'Orso, Cagliari ^ Bolognesi R. & Heeringa W., 2005, Sardegna
fra tante lingue. Il contatto linguistico in Sardegna dal Medioevo a oggi,
Condaghes, Cagliari ^ Salta a:a b «Queste pretese barriere sono costituite da
una manciata di fenomeni lessicali e fonetico-morfologici che, comunque, non
impediscono la mutua comprensibilità tra parlanti di diverse varietà del sardo.
Detto questo, bisogna ripetere che le varie operazioni di divisione del sardo
in due varietà sono tutte basate quasi esclusivamente sull'esistenza di
pronunce diverse di lessemi (parole e morfemi) per il resto uguali. […] Come si
è visto, non solo la sintassi di tutte le varietà del sardo è praticamente
identica, ma la quasi totalità delle differenze morfologiche è costituita da
differenze, in effetti, lessicali e la percentuale di parole realmente
differenti si aggira intorno al 10% del totale.» Roberto Bolognesi, Le identità
linguistiche dei sardi, Cagliari, Condaghes, 2013, p. 141. ^ Cf. Karl Jaberg,
Jakob Jud, Sprach- und Sachatlas Italiens und der Südschweiz, vol. 8, Zofingen,
Ringier, 1928. ^ «Noi ci atterremo alla partizione ormai classica che divide il
Sardo in tre principali dialetti: il Campidanese, il Nuorese, il Logudorese».
Maurizio Virdis, Fonetica del dialetto sardo campidanese, Cagliari, Edizioni
Della Torre, 1978, p. 9. ^ Cf. Maria Teresa Atzori, Sardegna, Pisa, Pacini,
1982. ^ Günter Holtus, Michael Metzeltin, Christian Scmitt, Lexicon der
romanistischen Linguistik, vol. 4, Tübingen, Niemeyer, pp. 897-913. ^ Stima su
un campione di 2715 interviste: Anna Oppo, Le lingue dei sardi (PDF). URL
consultato il 15 ottobre 2009 (archiviato dall'url originale il 7 gennaio
2018). ^ Perché si parla catalano ad Alghero? - Corpus Oral de l'Alguerès. ^ La
minoranza negata: i Tabarchini, Fiorenzo Toso - Treccani. ^ Meyer Lübke,
Grammatica storica della lingua italiana e dei dialetti toscani, 1927,
riduzione e traduzione di M. Bartoli, Torino, Loesher, 1972, p. 216. Sta in Francesco
Bruni, op. cit., 1992 e 1996, p. 562. ^ «Le lingue che si parlano in Sardegna
si possono dividere in istraniere, e nazionali. Straniera totalmente è la
lingua d'Algher, la quale è la catalana, a motivo che Algher medesimo è una
colonia di Catalani. Straniera pure si deve avere la lingua che si parla in
Sassari, Castelsardo e Tempio; è un dialetto italiano, assai più toscano, che
non la maggior parte de’ medesimi dialetti d'Italia.» Francesco Cetti, Storia
naturale della Sardegna. I quadrupedi, Sassari, 1774. ^ Giovanni Floris, L'uomo
in Sardegna: aspetti di antropobiologia ed ecologia umana, Sestu, Zonza, 1998,
p. 207. ^ Cfr. Francesco Mameli, Il logudorese e il gallurese, Villanova
Monteleone, Soter editrice, 1998. ^ Mauro Maxia, Studi sardo-corsi, 2010, p.69
^ Francesco Bruni, op. cit., 1992 e 1996. p. 562. ^ Le lingue dei Sardi (PDF).,
Sito della Regione Autonoma della Sardegna, Anna Oppo (curatrice del rapporto
finale) e AA. Vari (Giovanni Lupinu, Alessandro Mongili, Anna Oppo, Riccardo
Spiga, Sabrina Perra, Matteo Valdes), Cagliari, 2007, p. 69. ^ Eduardo Blasco Ferrer
(2010), pp. 137-152. ^ Mary Carmen Iribarren Argaiz, Los vocablos en -rr- de la
lengua sarda, su dialnet.unirioja.es, 16 aprile 2017. ^ «Sardinia was under the
control of Carthage from around 500BC. It was conquered by Rome in 238/7 BC,
but was isolated and apparently despised by the Romans, and Romanisation was
not rapid.» James Noel Adams (9 January 2003). Bilingualism and the Latin Language.
Cambridge University Press. p. 209. ISBN 9780521817714 ^ «Although it is an
established historical fact that Roman dominion over Sardinia lasted until the
fifth century, it has been argued, on purely linguistic grounds, that
linguistic contact with Rome ceased much earlier than this, possibly as early
as the first century BC.» Martin Harris, Nigel Vincent (2000). The Romance
languages. London and New York: Routledge. p. 315 ^ Ignazio Putzu, "La
posizione linguistica del sardo nel contesto mediterraneo", in Neues aus
der Bremer Linguistikwerkstatt: aktuelle Themen und Projekte, ed. Cornelia
Stroh (Bochum: Universitätsverlag Dr. N. Brockmeyer, 2012), 183. ^ «The last to
use that idiom, the inhabitants of the Barbagia, renounced it in the 7th
century together with paganism in favor of Latin, still an archaic substratum
in the Sardinian language.» Proceedings, VII Congress, Boulder-Denver,
Colorado, August 14-September 19, 1965, International Association for
Quaternary Research, Indiana University Press, p. 28. ^ «E viceversa gli scrittori romani giudicavano la
Sardegna una terra malsana, dove dominava la pestilentia (la malaria), abitata
da popoli di origine africana ribelli e resistenti, impegnati in latrocinia ed
in azioni di pirateria che si spingevano fino al litorale etrusco; un luogo
terribile, scarsamente urbanizzato, destinato a diventare nei secoli la terra
d’esilio per i condannati ad metalla». Attilio Mastino, Storia della Sardegna
antica, 2ª ed., Il Maestrale, 2009, pp. 15-16. ^ «Cicerone in particolare
odiava i Sardi per il loro colorito terreo, per la loro lingua incomprensibile,
per l’antiestetica mastruca, per le loro origini africane e per l’estesa
condizione servile, per l’assenza di città alleate dei Romani, per il rapporto
privilegiato dei Sardi con l’antica Cartagine e per la resistenza contro il
dominio di Roma.» Attilio Mastino, Storia della Sardegna antica, 2ª ed., Il
Maestrale, 2009, p. 16. ^ Heinz Jürgen Wolf, pp. 19-20. ^ Salta a:a b Giovanni
Lupinu, Storia della lingua sarda (PDF), su vatrarberesh.it, 19 aprile 2017. ^
Michele Loporcaro, Profilo linguistico dei dialetti italiani, Editori Laterza,
2009, p. 170. ^ Per una lista di vocaboli considerati ormai già desueti
all'epoca di Varrone, cf. Eduardo Blasco Ferrer, Peter Koch, Daniela Marzo,
Manuale di linguistica sarda. Manuals of Romance linguistics, De Gruyter
Mouton, 2017, pp. 89-90. ^ (HU) András Bereznay, Erdély történetének atlasza,
Méry Ratio, 2011, p. 63, ISBN 978-80-89286-45-4. ^ F.C.Casùla(1994), p. 110. ^ Huiying Zhang,
From Latin to the Romance languages: A normal evolution to what extent? (PDF),
in Quarterly Journal of Chinese Studies, vol. 3, n. 4, 2015, pp. 105-111. URL consultato il 1º febbraio 2019 (archiviato
dall'url originale il 19 gennaio 2018). ^ «Dopo la dominazione vandalica,
durata ottanta anni, la Sardegna ritornava di nuovo all’impero, questa volta a
quello d’Oriente. Anche sotto i Bizantini la Sardegna rimase alle dipendenze
dell’esarcato africano, ma l’amministrazione civile fu separata da quella
militare; alla prima fu preposto un praeses, alla seconda un dux; tutti e due
erano alle dipendenze del praefectus praetorii e del magister militum
africani.» Max Leopold Wagner, La lingua sarda, Nuoro, Ilisso, 1951–1997, p.
64. ^ Francesco Cesare Casula, Breve storia della scrittura in Sardegna. La
"documentaria" nell'epoca aragonese, Editrice Democratica Sarda,
1978, p. 46, 48. ^ Salta a:a b c Luigi Pinelli, Gli Arabi e la Sardegna : le
invasioni arabe in Sardegna dal 704 al 1016, Cagliari, Edizioni della Torre,
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Marseille écrite en caractères grecs, in "Bibliothèque de l’ École des
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sardo-greca del XII secolo nell’Archivio Capitolare di Pisa (PDF). ^ Privilegio
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Pinelli, Gli Arabi e la Sardegna : le invasioni arabe in Sardegna dal 704 al
1016, Cagliari, Edizioni della Torre, 1977, p. 30. ^ Max Leopold Wagner, La
lingua sarda, Nuoro, Ilisso, 1951–1997, p. 65. ^ Cfr. Francesco Cesare Casula,
Glossario di autonomia Sardo-Italiana. Presentazione del 2007 di Francesco
Cossiga, Logus, 2013, ISBN 9788898062140. ^ Francesco Cesare Casula, Breve
storia della scrittura in Sardegna. La "documentaria" nell'epoca
aragonese, Editrice Democratica Sarda, 1978, p. 49. ^ Francesco Cesare Casula,
Breve storia della scrittura in Sardegna. La "documentaria"
nell'epoca aragonese, Editrice Democratica Sarda, 1978, p. 49, 64. ^ «La lingua
sarda acquisì dignità di lingua nazionale già dall'ultimo scorcio del secolo XI
quando, grazie a favorevoli circostanze storico-politiche e sociali, sfuggì
alla limitazione dell'uso orale per giungere alla forma scritta, trasformandosi
in volgare sardo». Cecilia Tasca, Manoscritti e lingua sarda, Cagliari, La
memoria storica, 2003, p. 15. ^ «I Sardi inoltre sono i primi fra tutti i popoli
di lingua romanza a fare della lingua comune della gente, la lingua ufficiale
dello Stato, del Governo…» Mario Puddu, Istoria de sa limba sarda, Selargius,
Ed. Domus de Janas, 2002, p. 14. ^ Gian Giacomo Ortu, La Sardegna dei Giudici,
Il Maestrale, 2005, p. 264. ^ Maurizio Virdis, Le prime manifestazioni della
scrittura nel cagliaritano, in Judicalia, Atti del Seminario di Studi Cagliari
14 dicembre 2003, a cura di B. Fois, Cagliari, Cuec, 2004, pp. 45-54. ^ «Un
caso unico - e a parte - nel dominio romanzo è costituito dalla Sardegna, in
cui i documenti giuridici incominciano ad essere redatti interamente in volgare
già alla fine dell'XI secolo e si fanno più frequenti nei secoli successivi.
[...] L'eccezionalità della situazione sarda nel panorama romanzo consiste -
come si diceva - nel fatto che tali testi sono stati scritti sin dall'inizio
interamente in volgare. Diversamente da quanto succede a questa altezza
cronologica (e anche dopo) in Francia, in Provenza, in Italia e nella Penisola
iberica, il documento sardo esclude del tutto la compresenza di volgare e
latino. (...) il sardo era usato prevalentemente in documenti a circolazione
interna, il latino in documenti che concernevano il rapporto con il
continente.» Lorenzo Renzi, Alvise Andreose, Manuale di linguistica e filologia
romanza, Il Mulino, 2009, pp. 256-257. ^ Livio Petrucci, Il problema delle
Origini e i più antichi testi italiani, in Storia della lingua italiana, vol.
3, Torino, Einaudi, p. 58. ^ Francesco Cesare Casula, Breve storia della scrittura
in Sardegna. La "documentaria" nell'epoca aragonese, Editrice
Democratica Sarda, 1978, p. 50. ^ Salta a:a b Salvatore Tola, La Letteratura in
Lingua sarda. Testi, autori, vicende, Cagliari, CUEC, 2006, p. 11. ^ Salta a:a
b «Sardos etiam, qui non Latii sunt sed Latiis associandi videntur, eiciamus,
quoniam soli sine proprio vulgari esse videntur, gramaticam tanquam simie
homines imitantes: nam domus nova et dominus meus locuntur.» Dantis Alagherii
De Vulgari Eloquentia., Liber Primus, The Latin Library (Lib. I, XI, 7) ^ Salta
a:a b «Eliminiamo anche i Sardi (che non sono Italiani, ma sembrano
accomunabili agli Italiani) perché essi soli appaiono privi di un volgare loro
proprio e imitano la "gramatica" come le scimmie imitano gli uomini: dicono
infatti "domus nova" e "dominus meus".» De Vulgari
Eloquentia. URL consultato il 9 giugno 2019 (archiviato dall'url originale l'11
aprile 2018)., parafrasi e note a cura di Sergio Cecchin. Edizione di
riferimento: Opere minori di Dante Alighieri, vol. II, UTET, Torino 1986 ^
Salta a:a b Marinella Lőrinczi, La casa del signore. La lingua sarda nel De
vulgari eloquentia (PDF). ^ Domna, tant vos ai preiada (BdT 392.7), vv. 74-75.
^ Leopold Wagner, Max. La lingua sarda, a cura di Giulio Paulis (archiviato
dall'url originale il 26 gennaio 2016). - Ilisso, pp.78 ^ Salvi, Sergio. Le
lingue tagliate: storia delle minoranze linguistiche in Italia, Rizzoli, 1975,
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Romance. Mouton Publishers. p. 178 ^ Alberto Varvaro, Identità linguistiche e
letterarie nell'Europa romanza, Roma, Salerno Editrice, p. 231, ISBN
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III XII 56 ss. ^ Archivio Cassinense Perg. Caps. XI, n. 11 " e "TOLA
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Strinna, La carta di Nicita e la clausula defensionis (PDF). ^ Corrado Zedda,
Raimondo Pinna, (2009) La Carta del giudice cagliaritano Orzocco Torchitorio,
prova dell'attuazione del progetto gregoriano di riorganizzazione della
giurisdizione ecclesiastica della Sardegna. Collana dell'Archivio storico e
giuridico sardo di Sassari. Nuova serie, 10 Todini, Sassari. (PDF), su
archiviogiuridico.it. URL consultato il 2 ottobre 2017 (archiviato dall'url
originale il 4 marzo 2016). ^ Il primo testo legislativo in lingua sarda ^
Testo completo, su nuraghe.eu. ^ Salta a:a b Salvatore Tola, La Letteratura in
Lingua sarda. Testi, autori, vicende, Cagliari, CUEC, 2006, p. 17. ^ «Ma,
prescindendo dalle divergenze stilistiche e da altri particolari minori, si può
dire che la lingua dei documenti antichi è assai omogenea e che, ad ogni modo,
l’originaria unità della lingua sarda vi si intravede facilmente.» Max Leopold
Wagner, La lingua sarda, Nuoro, Ilisso, 1951-1997, p. 84. ^ Carlo Tagliavini,
Le origini delle lingue neolatine, Bologna, Patron, 1964, p. 450. ^ Salta a:a b
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gennaio 1984, p. 133, ISBN 978-3-11-132911-6. URL consultato il 6 marzo 2016. ^
Francesco Bruni, Storia della lingua italiana, Dall'Umbria alle Isole, vol. 2,
Torino, Utet, p. 582, ISBN 88-11-20472-0.. ^ Antonietta Orunesu, Valentino
Pusceddu (a cura di). Cronaca medioevale sarda: i sovrani di Torres, 1993,
Astra, Quartu S. Elena, p. 11. ^ Tale indirizzo politico, poi palesatosi con la
lunga guerra sardo-catalana, era già manifesto nel 1164 sotto la reggenza di
Barisone I de Lacon-Serra, il cui sigillo recava le iscrizioni, di tipo
decisamente "sardista" (Casula, Francesco Cesare. La scrittura in
Sardegna dal nuragico ad oggi, Carlo Delfino Editore, p.91) Baresonus Dei
Gratia Rei Sardiniee ("Barisone, per grazia di Dio Re di Sardegna") e
Est vis Sardorum pariter regnum Populorum ("È la forza dei Sardi pari al
regno dei Popoli"). ^ Salta a:a b «I sardi di Arborea si allearono ai
catalani per cacciare gli italiani. I pisani, battuti, lasciarono l'isola nel
1326. I genovesi seguirono la stessa sorte nel 1348. La nuova dominazione innesca
però una sorta di rudimentale sentimento nazionale isolano. I sardi, cacciati
finalmente i vecchi dominatori (gli italiani) intendono cacciare anche i
catalani. Mariano IV di Arborea vuole infatti unificare l'isola sotto il suo
scettro e impegna a tal punto le forze catalane che Pietro IV di Aragona è
costretto a venire di persona nell'isola al comando di un nuovo esercito per
consolidare la sua conquista.» Sergio Salvi, Le lingue tagliate, Rizzoli, 1974,
p. 179. ^ «È evidente», scrive Francesco Cesare Casula, «che la diversità di
lingua e forse un atteggiamento di superiorità nei confronti dei Sardi da parte
degli Aragonesi mal accetto in generale e in particolare in un Paese che si
considerava sovrano fece sì che l'Arborea si mantenesse fedele alla tradizione
italiana ormai recepita da secoli e adattata alle esigenze locali.» Francesco
Cesare Casula, Cultura e scrittura nell'Arborea al tempo della Carta de Logu,
sta in Il mondo della Carta de Logu, Cagliari, 1979, 3 tomi, p. 71-109. La
citazione si trova in: Francesco Bruni (direttore), AA.VV. Storia della lingua
italiana, vol. II, Dall'Umbria alle Isole, Utet, Torino, 1992 e 1996, Garzanti,
Milano, 1996, p. 581, ISBN 88-11-20472-0. ^ Lo studio delle fonti documentarie
di Arborea effettuato da Francesco Cesare Casula rileverebbe, a detta
dell'autore, non solo una qual certa influenza toscana, ma persino
«un'affermazione di italianità». Francesco Cesare Casula, op. cit., 1979, p.
87; sta in Francesco Bruni (direttore), op. cit., vol II 1992 e 1996, p. 584. ^
Francesco Bruni (direttore), op. cit., vol. II, 1992 e 1996, p. 584-585. ^
Eduardo Blasco Ferrer, Storia linguistica della Sardegna, Tübingen, Niemeyer,
1984, p. 132. ^ Francesco Cesare Casula, Breve storia della scrittura in
Sardegna. La "documentaria" nell'epoca aragonese, Editrice
Democratica Sarda, 1978, p. 83. ^ Francesco Cesare Casula, Breve storia della
scrittura in Sardegna. La "documentaria" nell'epoca aragonese,
Editrice Democratica Sarda, 1978, p. 57. ^ Francesco Cesare Casula sostiene che
«chi non parlava o non capiva il sardo, per timore che fosse aragonese, veniva
ucciso», riportando il caso di due giocolieri siciliani che, trovandosi a Bosa
in quel periodo, furono aggrediti perché «creduti iberici per la loro lingua
incomprensibile». Francesco Cesare Casula, Breve storia della scrittura in
Sardegna. La "documentaria" nell'epoca aragonese, Editrice
Democratica Sarda, 1978, pp. 56-57. ^ Cfr. Francesco Cesare Casula, Le rivolte
antiaragonesi nella Sardegna regnicola, 5, in Il Regno di Sardegna, vol. 1, Logus,
ISBN 9788898062102. ^ Ibidem ^ Francesco Cesare Casula, Breve storia della
scrittura in Sardegna. La "documentaria" nell'epoca aragonese,
Editrice Democratica Sarda, 1978, pp. 38-39. ^ Francesco Cesare Casula, Profilo
storico della Sardegna catalano-aragonese, Cagliari, Edizioni della Torre,
1982, p. 128. ^ Proto Arca Sardo; Maria Teresa Laneri, De bello et interitu
marchionis Oristanei, Cagliari, CUEC, 2003. URL consultato il 17 marzo 2022
(archiviato dall'url originale il 4 agosto 2020). ^ Max Leopold Wagner, La lingua
sarda. Storia, spirito e forma, Nuoro, Ilisso, 1997, pp. 68-69. ^ Francesco
Cesare Casula, Breve storia della scrittura in Sardegna. La
"documentaria" nell'epoca aragonese, Cagliari, Editrice Democratica
Sarda, 1978, p. 29. ^ Francesco Cesare Casula, Breve storia della scrittura in
Sardegna. La "documentaria" nell'epoca aragonese, Cagliari, Editrice
Democratica Sarda, 1978, p. 28. ^ Francesco Cesare Casula, La Sardegna
catalano-aragonese, 6, in Il Regno di Sardegna, vol. 2, Logus, ISBN
9788898062102. ^ Francesco C. Casula, La storia di Sardegna, 1994, p. 424. ^
Salta a:a b «[I Sardi] parlano una loro lingua peculiare, il sardo, sia in
versi che in prosa, e questo in particolare nel Capo del Logudoro ove è più
pura, più ricca ed elegante. E giacché sono immigrati qui, e ogni giorno ve ne
giungono altri per praticarvi il commercio, molti spagnoli (tarragonesi o
catalani) e italiani, si parlano anche le lingue spagnola (tarragonese o
catalana) e quella italiana, sicché in un medesimo popolo si dialoga in tutti
questi idiomi. I Cagliaritani e gli Algheresi si esprimono però, in genere,
nella lingua dei loro maggiori, cioè il catalano, mentre gli altri conservano
quella autentica dei Sardi.» Testo originale: «[Sardi] Loquuntur lingua propria
sardoa, tum ritmice, tum soluta oratione, praesertim in Capite Logudorii, ubi
purior copiosior, et splendidior est. Et quia Hispani plures Aragonenses et
Cathalani et Itali migrarunt in eam, et commerciorum caussa quotidie adventant,
loquuntur etiam lingua hispanica et cathalana et italica; hisque omnibus
linguis concionatur in uno eodemque populo. Caralitani tamen et Algharenses
utuntur suorum maiorum lingua cathalana; alii vero genuinam retinent Sardorum
linguam.» Ioannes Franciscus Fara, De Chorographia Sardiniæ Libri duo. De Rebus
Sardois Libri quatuor, Torino, Typographia regia, 1835-1580, p. 51. Traduzione
di Giovanni Lupinu, da Ioannis Francisci Farae (1992-1580), In Sardiniae
Chorographiam, v.1, "Sulla natura e usi dei Sardi", Gallizzi,
Sassari. ^ Max Leopold Wagner, La lingua sarda. Storia, spirito e forma, Nuoro,
Ilisso, 1997, p. 185. ^ Salta a:a b c Francesco Manconi, La Sardegna al tempo
degli Asburgo (secoli XVI-XVII), Il Maestrale, 2010, p. 24. ^ Cfr. J. Dexart,
Capitula sive acta curiarum Regni Sardiniae, Calari, 1645. lib. I, tit. 4, cap.
1 ^ «Tutta la popolazione sarda che non abitava le città e che era vassalla nei
feudi era retta dalla Carta de Logu, promulgata da Eleonora d’Arborea verso il
1395 e dichiarata legge nazionale dei Sardi da Alfonso V nel parlamento tenuto
in Cagliari nel 1421.» Max Leopold Wagner, La lingua sarda. Storia, spirito e
forma, Nuoro, Ilisso, 1997, p. 69. ^ Max Leopold Wagner, La lingua sarda:
storia, spirito e forma, Bern, Francke, 1951, p. 186. ^ Eduardo Blasco Ferrer,
Peter Koch, Daniela Marzo, Manuale di linguistica sarda. Manuals of Romance
linguistics, De Gruyter Mouton, 2017, p. 33. ^ Antonio Nughes, Alghero. Chiesa
e società nel XVI secolo, Edizioni del Sole, 1990, pp. 417-423 ^ Antonio
Nughes, Alghero. Chiesa e società nel XVI secolo, Edizioni del Sole, 1990, p.
236 ^ Paolo Maninchedda, Il più antico catechismo in sardo. Bollettino di studi
sardi, anno XV n. 15/2022. ^ Gessner, Conrad (1555). De differentiis linguarum
tum veterum tum quae hodie apud diversas nationes in toto orbe terraru in usu
sunt., Sardorum lingua: pp. 66-67. ^ Sigismondo Arquer; Maria Teresa Laneri,
Sardiniae brevis historia et descriptio (PDF), CUEC, 2008, pp. 30-31. URL
consultato il 19 marzo 2022 (archiviato dall'url originale il 29 dicembre
2020)... «certamente i sardi ebbero un tempo una lingua propria, ma poiché
diversi popoli immigrarono nell'isola e il suo governo fu assunto da sovrani
stranieri (vale a dire da Latini, Pisani, Genovesi, Spagnoli e Africani), la
loro lingua fu pesantemente corrotta, pur rimanendo un gran numero di vocaboli
che non si ritrovano in alcun idioma. Ancor oggi essa conserva molti vocaboli
della parlata latina. […] È per questo che i sardi, a seconda delle zone,
parlano in maniera tanto diversa: appunto perché ebbero una dominazione così
varia; ciò nonostante, fra loro si comprendono perfettamente. In questa isola
vi sono comunque due lingue principali, una che si usa nelle città e un'altra
che si usa al di fuori delle città: i cittadini parlano comunemente la lingua
spagnola, tarragonese o catalana, che appresero dagli ispanici, i quali
ricoprono in quelle città la gran parte delle magistrature; gli altri, invece,
conservano la lingua genuina dei sardi.» Testo originale: «Habuerunt quidem
Sardi linguam propriam, sed quum diversi populi immigraverint in eam atque ab
exteris principibus eius imperium usurpatum fuerit, nempe Latinis, Pisanis,
Genuensibus, Hispanis et Afris, corrupta fuit multum lingua eorum, relictis
tamen plurimis vocabulis, quae in nullo inveniuntur idiomate. […] Hinc est quod
Sardi in diversis locis tam diverse loquuntur, iuxta quod tam varium habuerunt
imperium, etiamsi ipsi mutuo sese recte intelligant. Sunt autem duae praecipuae
in ea insula linguae, una qua utuntur in civitatibus, et altera qua extra civitates.
Oppidani loquuntur fere lingua Hispanica, Tarraconensi seu Catalana, quam
didicerunt ab Hispanis, qui plerumque magistratum in eisdem gerunt civitatibus:
alii vero genuinam retinent Sardorum Linguam.» Sigismondo Arquer; Maria Teresa
Laneri, Sardiniae brevis historia et descriptio (PDF), CUEC, 2008, pp. 30-31. ^
Turtas, Raimondo (1981). La questione linguistica nei collegi gesuitici in
Sardegna nella seconda metà del Cinquecento, in "Quaderni sardi di
storia" 2, p. 60. ^ Giancarlo Sorgia, Storia della Sardegna spagnola,
Sassari, Chiarella, 1987, p. 37. ^ Max Leopold Wagner, op. cit., 1951, p. 391 e
Antonio Sanna, Il dialetto di Sassari, Cagliari, Trois, 1975, p. 18 e seg.
Entrambi sono in Francesco Bruni, op. cit., 1992 e 1996, p. 562 ^ Bruno
Migliorini, Breve storia della lingua italiana, Firenze, Sansoni, 1969, p. 138.
^ «Per quant
en lo present regne hi ha algunes citats, com es la vila de Iglesias y Bosa,
que tenen capitol de breu, ab lo qual se regexen, y son en llengua pisana o
italiana; y por lo semblant la ciutat de Sasser té alguns capitols en llengua
genovese o italiana; y per quant se veu no convé ni es just que lleys del regne
stiguen en llengua strana, que sia provehit y decretat que dits capitols sien
traduhits en llengua sardesca o catalana, y que los de llengua italiana sien
abolits, talment que no reste memoria de aquells». E. Bottini-Massa, La Sardegna sotto il dominio
spagnolo, Torino, 1902, p. 51. ^ Salta a:a b c d e f Jordi Carbonell i de
Ballester, 5.2, in Elements d'història de la llengua catalana, Publicacions de
la Universitat de València, 2018. ^ Salta a:a b Sa Vitta et sa Morte, et
Passione de sanctu Gavinu, Prothu et Januariu (PDF), su filologiasarda.eu. URL
consultato il 30 giugno 2018. ^ G. Siotto-Pintor, Storia letteraria di Sardegna,
I, Torino, 1843, p. 108. ^ Max Leopold Wagner, La lingua sarda. Storia, spirito
e forma, Berna, Francke, Verlag, 1951, p. 185 ^ Francesco Bruni, op. cit.. 1992 e 1996. p. 584. ^ Salta
a:a b «First attempts at national self-assertion through language date back to
the 16th century, when G. Araolla, a speaker of Sassarese, wrote a poem
intended to enrich and honour the Sardinian language.» Rebecca Posner, John N.
Green, Bilingualism and Linguistic Conflict in Romance, De Gruyter Mouton,
1993, p. 286. ^ «Intendendo
esservi una "naturalità" della lingua propria delle diverse
"nazioni", così come v'è la lingua naturale della "nazione
sarda", espressione, quest'ultima, non usata ma ben sottintesa.» Ignazio
Putzu, Gabriella Mazzon, Lingue, letterature, nazioni. Centri e periferie tra
Europa e Mediterraneo, Franco Angeli Edizioni, 2013, p. 597. ^ Salta a:a b
Eduardo Blasco Ferrer, Giorgia Ingrassia (a cura di). Storia della lingua
sarda: dal paleosardo alla musica rap, evoluzione storico-culturale,
letteraria, linguistica. Scelta di brani esemplari commentati e tradotti, 2009,
Cuec, Cagliari, p. 92. ^ Francesco Bruni, op. cit., 1992 e 1996, p. 591 ^ Vicenç Bacallar, el sard
botifler als orígens de la Real Academia Española - VilaWeb. ^ Salta a:a b Michele Loporcaro, Profilo
linguistico dei dialetti italiani, Editori Laterza, 2009, p. 9. ^ Francesco
Bruni, op. cit., 1992 e 1996, p. 584. ^ Ci si riferisce allo statuto della
Confraternita del SS. Sacramento, fondata nel 1639 e della costituzione di
quella dei Servi di Maria. Francesco Bruni, op. cit., 1882 e 1996, p. 591. ^
Giancarlo Sorgia, Storia della Sardegna spagnola, Sassari, Chiarella, 1987, p.
168. ^ Antonio Virdis, Sos battudos. Movimenti religiosi penitenziali in
Logudoro, L'Asfodelo Editore, 1987 ^ «Il brano qui riportato non è soltanto
illustrativo di una chiara evoluzione di diglossia con bilinguismo dei ceti
medio-alti (il cavaliere sa lo spagnolo e il sardo), ma anche di un rapporto
gerarchico, tra lingua dominante (o "egèmone", come direbbe Gramsci)
e subordinata, che tuttavia concede spazio al codice etnico, rispettato e
persino appreso dai conquistatori.» Eduardo Blasco Ferrer, Giorgia Ingrassia (a
cura di). Storia della lingua sarda : dal paleosardo alla musica rap,
evoluzione storico-culturale, letteraria, linguistica. Scelta di brani
esemplari commentati e tradotti, 2009, Cuec, Cagliari, p. 99. ^ Francesco
Manconi, La Sardegna al tempo degli Asburgo (secoli XVI-XVII), Il Maestrale,
2010, p. 35. ^ «Los tercios españoles solo podían ser comandados por soldados que
hablasen castellano, catalán, portugués o sardo. Cualquier otro tenía vedado su
ascenso, por eso los italianos que chapurreaban español se hacían pasar por
valencianos para intentar su promoción.» (ES) Vicente G. Olaya, La segunda vida
de los tercios, in El País, 6 gennaio 2019. URL consultato il 4 giugno 2019. ^ Michelle Hobart, A
Companion to Sardinian History, 500–1500, Leiden, Boston, Brill, 2017, pp.
111-112. ^ Raimondo Turtas, Studiare, istruire, governare. La formazione dei
letrados nella Sardegna spagnola, EDES, 2001, p. 236. ^ «Totu sas naziones
iscrient e imprentant sos libros in sas propias limbas nadias e duncas peri sa
Sardigna – sigomente est una natzione – depet iscriere e imprentare sos libros
in limba sarda. Una limba chi de seguru bisongiat de irrichimentos e de
afinicamentos, ma non est de contu prus pagu de sas ateras limbas neolatinas.»
("Tutte le nazioni scrivono e stampano libri nella propria lingua natale,
e dunque anche la Sardegna - dal momento che è una nazione - deve scrivere e
stampare libri in lingua sarda. Una lingua - segue il Garipa - che senza dubbio
necessita di arricchimenti e limature, ma non è meno importante rispetto alle
altre lingue neolatine."). Casula, Francesco. Sa chistione de sa limba in Montanaru
e oe (PDF). ^ Paolo Maninchedda (2000): Nazionalismo, cosmopolitismo e
provincialismo nella tradizione letteraria della Sardegna (secc. XV–XVIII), in:
Revista de filología Románica, 17, p. 178. ^ Salvi, Sergio (1974). Le lingue
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geografia, la storia, l'arte e la letteratura, Cagliari, Edizioni Della Torre,
1982, p. 65. ^ «I territori della casa di Savoia si allargano fino al Ticino;
importante è l'annessione della Sardegna (1718), perché la vita amministrativa
e culturale dell'isola, che prima si svolgeva in spagnolo, si viene orientando,
seppur molto lentamente, verso la lingua italiana». Bruno Migliorini, Breve
storia della lingua italiana, Firenze, Sansoni, 1969, p. 214. ^ M. Lepori,
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S'italianu in Sardìnnia candu, cumenti e poita d'ant impostu: 1720-1848; poderi
e lìngua in Sardìnnia in edadi spanniola, Iskra, Ghilarza, p. 86 ^ Eduardo
Blasco Ferrer, Giorgia Ingrassia (a cura di). Storia della lingua sarda : dal
paleosardo alla musica rap, evoluzione storico-culturale, letteraria,
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Ferrer, Peter Koch, Daniela Marzo (2017). Manuale di linguistica sarda. Manuals
of Romance linguistics. De Gruyter Mouton. p. 210. ^ «… La più diffusa, e
storicamente precocissima, consapevolezza dell'isola circa lo statuto di
"lingua a sé" del sardo, ragion per cui il rapporto tra il sardo e
l'italiano ha teso a porsi fin dall'inizio nei termini di quello tra due lingue
diverse (benché con potere e prestigio evidentemente diversi), a differenza di
quanto normalmente avvenuto in altre regioni italiane, dove, tranne forse nel
caso di altre minoranze storiche, la percezione dei propri "dialetti"
come "lingue" diverse dall'italiano sembrerebbe essere un fatto
relativamente più recente e, almeno apparentemente, meno profondamente e
drammaticamente avvertito.» Eduardo Blasco Ferrer, Peter Koch, Daniela Marzo,
Manuale di linguistica sarda. Manuals of Romance linguistics, De Gruyter
Mouton, 2017, p. 209. ^ «La consapevolezza di alterità rispetto all'italiano si
spiega facilmente non solo per i quasi 400 anni di fila sotto il dominio ispanico,
che hanno agevolato nei sardi, rispetto a quanto avvenuto in altre regioni
italiane, una prospettiva globalmente più distaccata nei confronti della lingua
italiana, ma anche per il fatto tutt'altro che banale che già i catalani e i
castigliani consideravano il sardo una lingua a sé stante, non solo rispetto
alla propria ma anche rispetto all'italiano.» Eduardo Blasco Ferrer, Peter
Koch, Daniela Marzo, Manuale di linguistica sarda. Manuals of Romance
linguistics, De Gruyter Mouton, 2017, p. 210. ^ Eduardo Blasco Ferrer, Peter
Koch, Daniela Marzo, Manuale di linguistica sarda. Manuals of Romance
linguistics, De Gruyter Mouton, 2017, p. 209. ^ L'ufficiale Giulio Bechi ebbe a
dire dei sardi che parlavano «un terribile idioma, intricato come il saraceno,
sonante come lo spagnolo. [...] immagina del latino pestato nel mortaio con del
greco e dello spagnolo, con un pizzico di saraceno, masticato fitto fitto in
una barba con delle finali in os e as; sbatti tutto questo in faccia a un
mortale e poi dimmi se non val lo stesso esser sordomuti!» Giulio Bechi, Caccia
grossa. Scene e figure del banditismo sardo, Nuoro, Ilisso, 1997, 1900, p. 43,
64. ^ «Lingue fuori dell'Italiano e del Sardo nessuno ne impara, e pochi uomini
capiscono il francese; piuttosto lo spagnuolo. La lingua spagnuola s'accosta
molto anche alla Sarda, e poi con altri paesi poco sono in relazione. [...] La
popolazione della Sardegna pare dalli suoi costumi, indole, etc., un misto di
popoli di Spagna, e del Levante conservano vari usi, che hanno molta analogia
con quelli dei Turchi, e dei popoli del Levante; e poi vi è mescolato molto
dello Spagnuolo, e dirò così, che pare una originaria popolazione del Levante
civilizzata alla Spagnuola, che poi coll'andare del tempo divenne più
originale, e formò la Nazione Sarda, che ora distinguesi non solo dai popoli
del Levante, ma anche da quelli della Spagna.» Francesco D'Austria-Este,
Descrizione della Sardegna (1812), ed. Giorgio Bardanzellu, Cagliari, Della
Torre, 1993, 1812, p. 43, 64. ^ […]«È tanto nativa per me la lingua italiana,
come la latina, francese o altre forestiere che solo s'imparano in parte colla
grammatica, uso e frequente lezione de' libri, ma non si possiede appieno»
diceva infatti Andrea Manca Dell'Arca, agronomo sassarese della fine del Settecento
('Ricordi di Santu Lussurgiu di Francesco Maria Porcu In Santu Lussurgiu dalle
Origini alla "Grande Guerra" - Grafiche editoriali Solinas - Nuoro,
2005) ^ Francesco Sabatini, Minoranze e culture regionali nella storiografia
linguistica italiana, in I dialetti e le lingue delle minoranze di fronte
all'italiano (Atti dell'XI Congresso internazionale di studi della SLI, Società
di linguistica italiana, a cura di Federico Albano Leoni, Cagliari, 27-30
maggio 1977 e pubblicati da Bulzoni, Roma, 1979, p. 14.) ^ «L'italianizzazione
dell'isola fu un obiettivo fondamentale della politica sabauda, strumentale a
un più ampio progetto di assimilazione della Sardegna al Piemonte.» Cardia,
Amos (2006). S'italianu in Sardìnnia candu, cumenti e poita d'ant impostu:
1720-1848; poderi e lìngua in Sardìnnia in edadi spanniola, Iskra, Ghilarza, p.
92 ^ «En aquest sentit, la italianització definitiva de l'illa representava per
a ell l'objectiu més urgent, i va decidir de contribuir-hi tot reformant les
Universitats de Càller i de Sàsser, bandejant-ne alhora els jesuïtes de la
direcció per tal com mantenien encara una relació massa estreta amb la cultura
espanyola. El
ministre Bogino havia entès que només dins d'una Universitat reformada podia
crear-se una nova generació de joves que contribuïssin a homogeneïtzar de
manera absoluta Sardenya amb el Piemont.» Joan Armangué i Herrero (2006).
Represa i exercici de la consciència lingüística a l'Alguer (ss. XVIII-XX),
Arxiu de Tradicions de l'Alguer, Cagliari, I.1 ^ The phonology of Campidanian
Sardinian : a unitary account of a self-organizing structure, Roberto
Bolognesi, The Hague: Holland Academic Graphics, p. 3 ^ Cardia, Amos (2006). S'italianu in Sardìnnia candu, cumenti e poita
d'ant impostu: 1720-1848; poderi e lìngua in Sardìnnia in edadi spanniola,
Iskra, Ghilarza, pp. 88, 91. ^ «Ai funzionari sabaudi, inseriti negli
ingranaggi dell'assolutismo burocratico ed educati al culto della regolarità e
della precisione, l'isola appariva come qualcosa di estraneo e di bizzarro, come
un Paese in preda alla barbarie e all'anarchia, popolato di selvaggi tutt'altro
che buoni. Era difficile che quei funzionari potessero considerare il diverso
altrimenti che come puro negativo. E infatti essi presero ad applicare alla
Sardegna le stesse ricette applicate al Piemonte. Dirigeva la politica per la
Sardegna il ministro Bogino, ruvido e inflessibile.». Guerci, Luciano (2006).
L'Europa del Settecento : permanenze e mutamenti , UTET, p. 576 ^ Cardia, Amos
(2006). S'italianu in Sardìnnia candu, cumenti e poita d'ant impostu:
1720-1848; poderi e lìngua in Sardìnnia in edadi spanniola, Iskra, Ghilarza,
p.80 ^ Salta a:a b c Manlio Brigaglia, La Sardegna, 1. La geografia, la storia,
l'arte e la letteratura, Cagliari, Edizioni Della Torre, 1982, p. 77. ^ Salta
a:a b Bolognesi, Roberto; Heeringa, Wilbert. Sardegna fra tante lingue, pp.25,
2005, Condaghes ^ Salta a:a b Salvi, Sergio (1974). Le lingue tagliate,
Rizzoli, pg. 181 ^ «In Sardegna, dopo il passaggio alla casa di Savoia, lo
spagnolo perde terreno, ma lentissimamente: solo nel 1764 l'italiano diventa
lingua ufficiale nei tribunali e nell'insegnamento». Bruno Migliorini, La
Rassegna della letteratura italiana, vol. 61, Firenze, Le Lettere, 1957, p.
398. ^ «Anche la sostituzione dell'italiano allo spagnolo non avvenne
istantaneamente: quest'ultimo restò lingua ufficiale nelle scuole e nei
tribunali fino al 1764, anno in cui da Torino fu disposta una riforma delle
università di Cagliari e Sassari e si stabilì che l'insegnamento scolastico
dovesse essere solamente in italiano.» Michele Loporcaro, Profilo linguistico
dei dialetti italiani, Editori Laterza, 2009, p. 9. ^ Cardia, Amos (2006).
S'italianu in Sardìnnia candu, cumenti e poita d'ant impostu: 1720-1848; poderi
e lìngua in Sardìnnia in edadi spanniola, Iskra, Ghilarza, p. 89 ^ «L'attività
riformatrice si allargò anche ad altri campi: scuole in lingua italiana per
riallacciare la cultura isolana a quella del continente, lotta contro il
banditismo, ripopolamento di terre e ville deserte con Liguri, Piemontesi,
Còrsi.» Roberto Almagia et al., Sardegna, Enciclopedia Italiana (1936).,
Treccani, "Storia". ^ Rivista storica italiana, vol. 104, Edizioni
scientifiche italiane, 1992, p. 55. ^ Clemente Caria, Canto sacro-popolare in
Sardegna, Oristano, S'Alvure, 1981, p. 45. ^ Sant'Efisio cantato in
castigliano: rinvenuti gosos dell'800, su unionesarda.it, 2017. ^ «Il sistema
di controllo capillare, in ambito amministrativo e penale, che introduce il
Governo sabaudo, rappresenterà, fino all'Unità, uno dei canali più diretti di
contatto con la nuova lingua "egemone" (o lingua-tetto) per la
stragrande maggioranza della popolazione sarda.» Eduardo Blasco Ferrer, Giorgia
Ingrassia (a cura di). Storia della lingua sarda : dal paleosardo alla musica
rap, evoluzione storico-culturale, letteraria, linguistica. Scelta di brani
esemplari commentati e tradotti, 2009, Cuec, Cagliari, p. 111. ^ Cardia, Amos
(2006). S'italianu in Sardìnnia candu, cumenti e poita d'ant impostu:
1720-1848; poderi e lìngua in Sardìnnia in edadi spanniola, Iskra, Ghilarza,
pp. 89, 92. ^ Francesco Gemelli, Luigi Valenti Gonzaga, Rifiorimento della
Sardegna proposto nel miglioramento di sua agricoltura, vol. 2, Torino,
Giammichele Briolo, 1776. ^ Matteo Madao, Saggio d'un'opera intitolata Il
ripulimento della lingua sarda lavorato sopra la sua analogia colle due matrici
lingue, la greca e la latina, Cagliari, Bernardo Titard, 1782. ^ Matteo Madau,
Dizionario Biografico Treccani, su treccani.it. ^ Marcel Farinelli, Un
arxipèlag invisible: la relació impossible de Sardenya i Còrsega sota
nacionalismes, segles XVIII-XX, su tdx.cat, Universitat Pompeu Fabra. Institut Universitari
d'Història Jaume Vicens i Vives, p. 285. ^ Matteo Madau, Ichnussa. ^ Salta a:a b Cardia, Amos (2006). S'italianu
in Sardìnnia candu, cumenti e poita d'ant impostu: 1720-1848; poderi e lìngua
in Sardìnnia in edadi spanniola, Iskra, Ghilarza, pp. 111-112. ^ Febrés, la
prima grammatica sul sardo. A lezione di limba dal gesuita catalano, su
sardiniapost.it. ^ Febres, Andres (1786). Prima grammatica de' tre dialetti
sardi , Cagliari [consultabile nella Biblioteca Universitaria di Cagliari,
Collezione Baille, ms. 11.2.K., n.18] ^ Eduardo Blasco Ferrer, Giorgia
Ingrassia (a cura di). Storia della lingua sarda : dal paleosardo alla musica
rap, evoluzione storico-culturale, letteraria, linguistica. Scelta di brani
esemplari commentati e tradotti, 2009, Cuec, Cagliari, p. 127. ^ Salvi, Sergio
(1974). Le lingue tagliate, Rizzoli, pg. 182-183. ^ Manlio Brigaglia, La
Sardegna, 1. La geografia, la storia, l'arte e la letteratura, Cagliari,
Edizioni Della Torre, 1982, p. 95. ^ «Costoro erano spartiti fra il desiderio
di un nazionalismo sardo quale eredità recente degli eventi di fine Settecento,
da un lato, e la costruzione della nuova nazione italiana di cui volevano
essere parte attiva, dall’altro, pur senza che nulla venisse loro sottratto
delle idealità del nazionalismo sardo del secolo precedente.» Maurizio Virdis,
Geostorica sarda. Produzione letteraria nella e nelle lingue di Sardegna, Rhesis
UniCa, p. 21. ^ «Nel caso della Sardegna, la scelta della patria italiana è
avvenuta da parte delle élite legate al dominio sabaudo sin dal 1799, in modo
esplicito, più che altro come strategia di un ceto che andava formandosi
attraverso la fusione fra aristocrazia, nobiltà di funzione e borghesia, in
reazione al progetto antifeudale, democratico e repubblicano della Sarda
rivoluzione.» Alessandro Mongili (2015). "1". Topologie
postcoloniali. Innovazione e modernizzazione in Sardegna. Condaghes. ^ Manlio
Brigaglia, Attilio Mastino, Giangiacomo Ortu, 2006. Storia della Sardegna dal
Settecento a oggi, v. 2, Editori Laterza, p. 84. ^ Manlio Brigaglia, Attilio
Mastino, Giangiacomo Ortu, 2006. Storia della Sardegna dal Settecento a oggi,
v. 2, Editori Laterza, p. 92. ^ «[Il Porru] In generale considera la lingua un
patrimonio che deve essere tutelato e migliorato con sollecitudine. In
definitiva, per il Porru possiamo ipotizzare una probabilmente sincera volontà
di salvaguardia della lingua sarda che però, dato il clima di severa censura e
repressione creato dal dominio sabaudo, dovette esprimersi tutta in funzione di
un miglior apprendimento dell'italiano. Siamo nel 1811, ancora a breve distanza
dalla stagione calda della rivolta antifeudale e repubblicana, dentro il
periodo delle congiure e della repressione.» Cardia, Amos (2006). S'italianu in
Sardìnnia candu, cumenti e poita d'ant impostu: 1720-1848; poderi e lìngua in
Sardìnnia in edadi spanniola, Iskra, Ghilarza, pp. 112-113. ^ Manlio Brigaglia,
Attilio Mastino, Giangiacomo Ortu, 2006. Storia della Sardegna dal Settecento a
oggi, v. 2, Editori Laterza, p. 93 ^ Johanne Ispanu, Ortographia Sarda
Nationale o siat Grammatica de sa limba logudoresa cumparada cum s'italiana
(PDF), su sardegnadigitallibrary.it, Kalaris, Reale Stamperia, 1840. URL
consultato il 26 giugno 2019 (archiviato dall'url originale il 26 giugno 2019).
^ […]Ciononostante le due opere dello Spano sono di straordinaria importanza,
in quanto aprirono in Sardegna la discussione sul "problema della lingua
sarda", quella che sarebbe dovuta essere la lingua unificata e unificante,
che si sarebbe dovuta imporre in tutta l'isola sulle particolarità dei singoli
dialetti e suddialetti, la lingua della nazione sarda, con la quale la Sardegna
intendeva inserirsi tra le altre nazioni europee, quelle che nell'Ottocento
avevano già raggiunto o stavano per raggiungere la loro attuazione politica e
culturale, compresa la nazione italiana. E proprio sulla falsariga di quanto
era stato teorizzato e anche attuato a favore della nazione italiana, che
nell'Ottocento stava per portare a termine il processo di unificazione
linguistica, elevando il dialetto fiorentino e toscano al ruolo di "lingua
nazionale", chiamandolo "italiano illustre", anche in Sardegna
l'auspicata "lingua nazionale sarda" fu denominata "sardo
illustre". Massimo Pittau, Grammatica del sardo illustre, Nuoro, pp.
11-12, Premessa. ^ «Il presente lavoro però restringesi propriamente al solo
Logudorese ossia Centrale, che questo forma la vera lingua nazionale, la più
antica e armoniosa e che soffrì alterazioni meno delle altre». Ispanu, Johanne
(1840). Ortographia sarda nationale o siat grammatica de sa limba logudoresa
cumparada cum s'italiana, pg. 12 ^ Manlio Brigaglia, Attilio Mastino,
Giangiacomo Ortu, 2006. Storia della Sardegna dal Settecento a oggi, v. 2,
Editori Laterza, p. 94. ^ "Una innovazione in materia di incivilimento
della Sardegna e d'istruzione pubblica, che sotto vari aspetti sarebbe
importantissima, si è quella di proibire severamente in ogni atto pubblico
civile non meno che nelle funzioni ecclesiastiche, tranne le prediche, l'uso
dei dialetti sardi, prescrivendo l'esclusivo impiego della lingua italiana. In
sardo si gettano i cosiddetti pregoni o bandi; in sardo si cantano gl'inni dei
Santi (Goccius), alcuni dei quali privi di dignità… È necessario inoltre
scemare l'uso del dialetto sardo [sic] e introdurre quello della lingua
italiana anche per altri non men forti motivi; ossia per incivilire alquanto
quella nazione, sì affinché vi siano più universalmente comprese le istruzioni
e gli ordini del Governo… sì finalmente per togliere una delle maggiori
divisioni, che sono fra la Sardegna e i Regi stati di terraferma." Carlo
Baudi di Vesme, Considerazioni politiche ed economiche sulla Sardegna, Dalla
Stamperia Reale, 1848, pp. 49-51. ^ «In una sua opera del 1848 egli mostra di
considerare la situazione isolana come carica di pericoli e di minacce per il
Piemonte e propone di procedere colpendo innanzitutto con decisione la lingua
sarda, proibendola cioè "severamente in ogni atto pubblico civile non meno
che nelle funzioni ecclesiastiche, tranne le prediche". Baudi di Vesme non
si fa illusioni: l'antipiemontesismo non è mai venuto meno nonostante le
proteste e le riaffermazioni di fratellanza con i popoli di terraferma; si è
vissuti anzi fino a quel momento - aggiunge - non in attesa di una completa
unificazione della Sardegna al resto dello Stato ma addirittura di un
"rinnovamento del novantaquattro", cioè della storica "emozione
popolare" che aveva portato alla cacciata dei Piemontesi. Ma, rimossi gli
ostacoli che sul piano politico-istituzionale e soprattutto su quello etnico e
linguistico differenziano la Sardegna dal Piemonte, nulla potrà più impedire
che l'isola diventi un tutt'uno con gli altri Stati del re e si italianizzi
davvero». Federico Francioni, Storia dell'idea di "nazione sarda", in
Manlio Brigaglia, La Sardegna, 2. La cultura popolare, l'economia, l'autonomia,
Cagliari, Edizioni Della Torre, 1982, pp. 173-174. ^ Salta a:a b c d Carlo
Baudi di Vesme, Considerazioni politiche ed economiche sulla Sardegna, Dalla
Stamperia Reale, 1848, p. 306. ^ Carlo Baudi di Vesme, Considerazioni politiche
ed economiche sulla Sardegna, Dalla Stamperia Reale, 1848, p. 305. ^ Carlo
Baudi di Vesme, Considerazioni politiche ed economiche sulla Sardegna, Dalla
Stamperia Reale, 1848, p. 313. ^ Sebastiano Ghisu, 3, 8, in Filosofia de logu,
Milano, Meltemi, 2021. ^ Salta a:a b Salvi, Sergio (1974). Le lingue tagliate,
Rizzoli, pg.184 ^ «Des del seu càrrec de capità general, Carles Fèlix havia
lluitat amb mà rígida contra les darreres actituds antipiemonteses que encara
dificultaven l'activitat del govern. Ara promulgava el Codi felicià (1827), amb el qual
totes les lleis sardes eren recollides i, sovint, modificades. Pel que ara ens
interessa, cal assenyalar que el nou codi abolia la Carta de Logu – la
«consuetud de la nació sardesca», vigent des de l'any 1421 – i allò que restava
de l'antic dret municipalista basat en el privilegi.» Joan Armangué i Herrero (2006). Represa i exercici de
la consciència lingüística a l'Alguer (ss. XVIII-XX), Arxiu de Tradicions de
l'Alguer, Cagliari, I.1 ^ Cimitero antico, su Sito ufficiale del comune di
Ploaghe. ^ Carlo Baudi di Vesme, Considerazioni politiche ed economiche sulla Sardegna,
Dalla Stamperia Reale, 1848, p. 167. ^ Pietro Martini, Sull’unione civile della
Sardegna colla Liguria, con il Piemonte e colla Savoia, Cagliari, Timon, 1847,
p. 4. ^ Salta a:a b c d Toso, Fiorenzo. Lingue sotto il tetto d'Italia. Le
minoranze alloglotte da Bolzano a Carloforte - 8. Il sardo, su treccani.it. ^
Dettori, Antonietta, 2001. Sardo e italiano: tappe fondamentali di un complesso
rapporto, in Argiolas, Mario; Serra, Roberto. Limba lingua language: lingue
locali, standardizzazione e identità in Sardegna nell’era della
globalizzazione, Cagliari, CUEC, p. 88. ^ Gian Nicola Spanu, Il primo inno
d'Italia è sardo (PDF). URL consultato il 23 dicembre 2018 (archiviato dall'url
originale l'11 ottobre 2017). ^ Carboni, Salvatore (1881). Sos discursos sacros
in limba sarda, Bologna, cit. in Salvi, Sergio (1974). Le lingue tagliate,
Rizzoli, pp. 186-187. ^ Salta a:a b Manlio Brigaglia, La Sardegna. La cultura
popolare, l'economia, l'autonomia, vol. 2, Cagliari, Edizioni Della Torre,
1982, p. 114. ^ Salta a:a b Manlio Brigaglia, La Sardegna. La cultura popolare,
l'economia, l'autonomia, vol. 2, Cagliari, Edizioni Della Torre, 1982, p. 115.
^ Manlio Brigaglia, La Sardegna, 2. La cultura popolare, l'economia,
l'autonomia, Cagliari, Edizioni Della Torre, 1982, p. 175. ^ Manlio Brigaglia,
Un'idea della Sardegna, in Storia della Sardegna, Cagliari, Edizioni della
Torre, 2017. ^ Marita Kaiser, Federico Masini, Agnieszka Stryjecka (a cura di),
Competenza comunicativa: insegnare e valutare, Rome, Sapienza Università
Editrice, 2021, p. 49. ^ Salta a:a b Fiorenzo Toso, Moschetto e dialetto, su
treccani.it, 2014. ^ Alfredo Graziani, Fanterie sarde all'ombra del Tricolore,
Sassari, La Nuova Sardegna, 2003, p. 257. ^ Storia della Brigata Sassari,
Sassari, Gallizzi, 1981, p. 10. ^ L'amarezza leggiadra della lingua. Atti del
Convegno "Tonino Ledda e il movimento felibristico del Premio di
letteratura 'Città di Ozieri'. Percorsi e prospettive della lingua materna
nella poesia contemporanea di Sardegna" : giornate di studio, Ozieri,
4-5-6 maggio 1995, Centro di documentazione e studio della letteratura
regionale, 1997, p. 346. ^ «Il ventennio fascista segnò per la Sardegna
l'ingresso nel sistema nazionale. Il centralismo esasperato del governo
fascista riuscì, seppure - come si dirà - con qualche contraddizione, a
tacitare le istanze regionalistiche, comprimendole violentemente. La Sardegna
fu colonialisticamente integrata nella cultura nazionale: modi di vita,
costumi, visioni generali, parole d'ordine politiche furono imposte sia
attraverso la scuola (dalla quale partì un'azione repressiva nei confronti
della lingua sarda), sia attraverso l'organizzazione del partito (che
accompagnò, come in ogni altra regione d'Italia, i sardi dalla prima infanzia
alla maturità, oltre tutto coinvolgendo per la prima volta - almeno nelle città
- anche le donne). La trasformazione che ne seguì fu vasta e profonda.» Guido
Melis, La Sardegna contemporanea, in Manlio Brigaglia, La Sardegna. La
geografia, la storia, l'arte e la letteratura, vol. 1, Cagliari, Edizioni Della
Torre, 1982, p. 132. ^ Salta a:a b Eduardo Blasco Ferrer, Peter Koch, Daniela
Marzo, Manuale di linguistica sarda, De Gruyter Mouton, 2017, p. 36. ^ Salta
a:a b Remundu Piras, su sardegnacultura.it. URL consultato il 17 febbraio 2018
(archiviato dall'url originale il 30 ottobre 2020). Sardegna Cultura. ^ «Dopo
pisani e genovesi si erano susseguiti aragonesi di lingua catalana, spagnoli di
lingua castigliana, austriaci, piemontesi ed, infine, italiani […] Nonostante
questi impatti linguistici, la "limba sarda" si mantiene
relativamente intatta attraverso i secoli. […] Fino al fascismo: che vietò
l'uso del sardo non solo in chiesa, ma anche in tutte le manifestazioni
folkloristiche». Wolftraud De Concini, Gli altri d'Italia : minoranze
linguistiche allo specchio, Pergine Valsugana, Comune, 2003, pp. 195-196. ^ Marcel A. Farinelli, ‘The
invisible motherland? The Catalan-speaking minority in Sardinia and Catalan
nationalism’, in: Studies on National Movements, 2 (2014), p. 15. ^ Massimo Pittau, Grammatica del sardo
illustre, Nuoro, Premessa. ^ Sergio Salvi, Le lingue tagliate, Rizzoli, 1974,
p. 191. ^ Est torradu Montanaru, Francesco Masala, Messaggero, 1982 (PDF). URL
consultato il 17 giugno 2019 (archiviato dall'url originale il 14 aprile 2021).
^ Francesco Atzeni, Mediterranea (1927-1935) : politica e cultura in una
rivista fascista, Cagliari, AM & D, 2005, p. 106. ^ Montanaru e la lingua
sarda, su Il Manifesto Sardo, 2019. ^ «Il diffondere l’uso della lingua sarda
in tutte le scuole di ogni ordine e grado non è per gli educatori sardi
soltanto una necessità psicologica alla quale nessuno può sottrarsi, ma è il
solo modo di essere Sardi, di essere cioè quello che veramente siamo per
conservare e difendere la personalità del nostro popolo. E se tutti fossimo in
questa disposizione di idee e di propositi ci faremmo rispettare più di quanto
non ci rispettino.» Antioco Casula, Poesie scelte, Cagliari, Edizioni 3T, 1982,
p. 35. ^ Poddighe, Salvatore. Sa Mundana Cummédia, Editore Domus de Janas,
2009, ISBN 88-88569-89-8, p. 32. ^ «Il prezzo che si pagò fu altissimo: la
compressione della cultura regionale, la frattura sempre più netta tra il
passato dei sardi e il loro futuro italiano, la riduzione di modi di vita e di
pensiero molto radicati a puro fatto di folclore. I codici di comportamento
tradizionali delle zone interne resistettero, seppure insidiati e spesso posti
in crisi dalla invasione di nuovi valori estranei alla tradizione della
comunità; in altre zone della Sardegna, invece, i modelli culturali nazionali
prevalsero facilmente sull'eredità del passato e ciò, oltre a provocare una
crisi d'identità con preoccupanti riflessi sociali, segnò una frattura non più
rimarginabile tra le generazioni.» Guido Melis, La Sardegna contemporanea, in Manlio
Brigaglia, La Sardegna. La geografia, la storia, l'arte e la letteratura, vol.
1, Cagliari, Edizioni Della Torre, 1982, p. 132. ^ Manlio Brigaglia et al.,
Un'idea della Sardegna, in Storia della Sardegna, Cagliari, Edizioni della
Torre, 2017. ^ Carlo Pala, Idee di Sardegna, Carocci Editore, 2016, p. 121. ^
Cit. Manlio Brigaglia, in Fiorenzo Caterini, La mano destra della storia. La
demolizione della memoria e il problema storiografico in Sardegna, Carlo
Delfino Editore, p. 99. ^ «Le argomentazioni sono sempre le stesse, e
sostanzialmente possono essere riassunte con il legame a loro avviso naturale
tra la lingua sarda, intesa come la lingua delle società tradizionali, e la
lingua italiana, connessa ai cosiddetti processi di modernizzazione. Essi hanno
interiorizzato l'idea, molto rozza e intellettualmente grossolana, che essere
italofoni è essere "moderni". La differenza tra modernità e
tradizione è ai loro occhi di sostanza, si tratta di due tipi di società
opposti per natura, in cui non esiste continuità di pratiche, di attori, né
esistono forme miste.» Alessandro Mongili (2015). "9". Topologie
postcoloniali. Innovazione e modernizzazione in Sardegna. Condaghes. ^ Martin Harris, Nigel Vincent,
The Romance languages, London, New York, 2001, p. 349. ^ Sergio Salvi, Le lingue tagliate, Rizzoli, 1974, p.
195. ^ Sa limba sarda - Giovanna Tonzanu, su midesa.it. URL consultato l'8
giugno 2009 (archiviato dall'url originale il 27 febbraio 2017). ^ The Sardinian professor
fighting to save Gaelic – and all Europe's minority tongues, The Guardian. ^ Conferenza di Francesco Casula sulla Lingua
sarda: sfatare i più diffusi pregiudizi sulla lingua sarda. ^ La lingua sarda
oggi: bilinguismo, problemi di identità culturale e realtà scolastica, Maurizio
Virdis (Università di Cagliari), su francopiga.it. ^ Quando muore una lingua si
oscura il cielo: da "Lettera a un giovane sardo" dell'antropologo
Bachisio Bandinu. URL consultato il 9 febbraio 2014 (archiviato dall'url
originale il 24 ottobre 2021). ^ «La tendenza che caratterizza invece molti
gruppi dominati è quella di gettare a mare i segni che indicano la propria
appartenenza a un'identità stigmatizzata. È quello che accade in Sardegna con
la sua lingua (capp. 8-9, in questo volume).» Alessandro Mongili (2015). "1".
Topologie postcoloniali. Innovazione e modernizzazione in Sardegna. Condaghes.
^ Strumenti giuridici per la promozione della lingua sarda, su
sardegnacultura.it, Sardegna Cultura. URL consultato il 30 aprile 2019
(archiviato dall'url originale il 30 ottobre 2020). ^ Relazione di
accompagnamento al disegno di legge “Norme per la tutela, valorizzazione e
promozione della lingua sarda e delle altre varietà linguistiche della
Sardegna”, pp.7 (PDF). ^ Salvi, Sergio, Le lingue tagliate, Rizzoli, 1974, p.
193. ^ Francesco Casula, Gianfranco Contu, Storia dell'autonomia in Sardegna,
dall'Ottocento allo Statuto Sardo (PDF), Dolianova, Stampa Grafica del
Parteolla, 2008, p. 116, 134. URL consultato il 25 agosto 2019 (archiviato
dall'url originale il 20 ottobre 2020). ^ Antonello Mattone, Le radici
dell'autonomia. Civiltà locali e istituzioni giuridiche dal Medioevo allo
Statuto speciale, in Manlio Brigaglia, La Sardegna. La cultura popolare,
l'economia, l'autonomia, vol. 2, Cagliari, Edizioni Della Torre, 1982, p. 33. ^
«Come dimostra l'iter dell'approvazione dello Statuto sardo, il braccio di
ferro tra le classi dirigenti nazionali, rappresentate dal potere centrale, e
la classe dirigente locale si risolse a tutto svantaggio di quest'ultima.
Paradossalmente, come nel 1668, nel 1793-96, nel 1847 le classi dirigenti
locali venivano sconfitte proprio per lo scarso peso contrattuale che avevano a
livello nazionale quando si trattava di far valere le proprie rivendicazioni.
La vicenda dello Statuto regionale pone quindi in piena luce le radici profonde
del fallimento della borghesia sarda, la sua organica debolezza, le
preoccupazioni e la riserva che hanno sempre accompagnato le sue aspirazioni
liberiste e sardistiche. Ma bisogna anche ricordare che lo Statuto sardo è
stato approvato nel contesto di un clima politico nazionale completamente
mutato.» Manlio Brigaglia, La Sardegna. La cultura popolare, l'economia,
l'autonomia, vol. 2, Cagliari, Edizioni Della Torre, 1982, p. 34. ^ Carlo Pala,
Idee di Sardegna, Carocci Editore, 2016, p. 118. ^ Pintore, Gianfranco (1996).
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del Parteolla, 2008, p. 118. URL consultato il 25 agosto 2019 (archiviato
dall'url originale il 20 ottobre 2020). ^ «Nel 1948 servì per il Piano di
rinascita, oggi bisogna puntare sulle vere peculiarità», in La Nuova Sardegna,
20 novembre 2022. ^ «se i poteri della Carta sarda apparivano estesi sul piano
economico (pur con limiti in sede di applicazione concreta), lo statuto
lasciava scoperto totalmente l’ambito sociale e culturale. L'art. 1 dello
statuto, infatti, non fa alcun riferimento né alla nozione di “popolo sardo” né
di “lingua sarda” […]. Manca il fondamento della soggettività di popolo che
invece è previsto in altri statuti speciali. Per esempio, mancano i
riconoscimenti di tipo etnolinguistico e culturale.» Pala, Carlo. La Sardegna.
Dalla “vertenza entrate” al federalismo fiscale?, in Istituzioni del
Federalismo. Rivista di studi giuridici e politici, 2012, 1, p. 215. ^ Cardia,
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Brigaglia, La Sardegna. La cultura popolare, l'economia, l'autonomia, vol. 2,
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dall'interramento alla resurrezione? - Il Manifesto Sardo. ^ Eduardo Blasco
Ferrer, Peter Koch, Daniela Marzo, Manuale di linguistica sarda, De Gruyter
Mouton, 2017, p. 208. ^ Salta a:a b «Anche qui, per quanto riguarda le
percentuali di posticipatari [ripetenti] presenti nel campione, viene rilevata
una loro maggiore presenza nelle regioni settentrionali e una diminuzione
costante nel passaggio dal Centro al Sud. In Val d'Aosta sono il 31% e nelle
scuole italiane della Provincia di Bolzano il 38%. Scendendo al sud, la
tendenza alla diminuzione è la stessa della scuola media, fino ad arrivare al
13% in Calabria. Unica eccezione la Sardegna che arriva al 30%. Le cause
ipotizzate sono sempre le stesse. La Sardegna, in controtendenza con le regioni
dell'Italia meridionale, a cui quest'autore vorrebbe associarla, mostra percentuali
di ripetenze del tutto analoghe a quelle di regioni abitate da altre minoranze
linguistiche.» Roberto Bolognesi, Le identità linguistiche dei Sardi,
Condaghes, 2013, p. 66. ^ Mongili, Alessandro, in Corongiu, Giuseppe, Il sardo:
una lingua normale, Condaghes, 2013, Introduzione ^ «Ancora oggi, nonostante
l'eradicazione e la stigmatizzazione della sardofonia nelle generazioni più
giovani, il "parlare sbagliato" dei sardi contribuisce con molta
probabilità all'espulsione dalla scuola del 23% degli studenti sardi (contro il
13% del Lazio e il 16% della Toscana), e lo giustifica in larga misura anche di
fronte alle sue stesse vittime (ISTAT 2010).» Alessandro Mongili (2015).
"9". Topologie postcoloniali. Innovazione e modernizzazione in Sardegna.
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recognition of the Sardinians as an ethnic and linguistic minority and of
Sardinian as their national language.» Rebecca Posner, John N. Green (1993).
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Sardegna: geografie di un'isola, Milano, Franco Angeli, 2019, p. 193. ^ Nel
Mura, tali trasformazioni socioeconomiche sono state considerate come
generative di un cambiamento pari a «una vera e propria mutazione antropologica
della realtà isolana». Mura, Giovanni (1999). Fuéddus e chistiònis in sárdu e
italiánu, Istituto Superiore Regionale Etnografico, Nuoro, p. 3 ^ «Nella
coscienza dei sardi, in analogia con i processi che caratterizzano la subalternità
ovunque, si è costituita un'identità fondata su alcune regole che distinguono
il dicibile (autonomia in politica, italianità linguistica, criteri di gusto
musicali convenzionali non sardi, mode, gastronomie, uso del tempo libero,
orientamenti politici) come campo che può comprendere quasi tutto ma non
l'indicibile, cioè ciò che viene stigmatizzato come "arretrato",
"barbaro", "primitivo", cioè sardo de souche,
"autentico". Questa esclusione del sardo de souche, originario, si è
costituita lentamente attraverso una serie di atti repressivi (Butler 2006,
89), dalle punizioni scolastiche alla repressione fascista del sardismo, ma
anche grazie alla pratica quotidiana del passing e al diffondersi della cultura
di massa in epoca recente (in realtà molto più porosa della cultura promossa
dall'istruzione centralizzata).» Alessandro Mongili (2015). "1".
Topologie postcoloniali. Innovazione e modernizzazione in Sardegna. Condaghes.
^ Mura, Giovanni (1999). Fuéddus e chistiònis in sárdu e italiánu, Istituto
Superiore Regionale Etnografico, Nuoro, p. 3. ^ «It also triggered a negative attitude on the
part of the Sardinians, if not a pervasive sense of inferiority of the
Sardinian ethnic and cultural identity.» Andrea Costale, Giovanni Sistu (2016).
Surrounded by Water: Landscapes, Seascapes and Cityscapes of Sardinia.
Cambridge Scholars Publishing. p. 123. ^ «It also became obvious that the
polarization of the language controversy had brought about a change in the
attitude towards Sardinian and its use. Sardinian had become a symbol of ethnic
identity: one could be proud of it and it served as a marker to distance
oneself from the 'continentali' [Italians on the continent].» Rebecca Posner,
John N. Green, Bilingualism and Linguistic Conflict in Romance, De Gruyter Mouton,
1993, p. 279. ^ «It also turned out that this segregation from Italian became
proportionately stronger as speakers felt that they had been let down by the
'continentali' in their aspirations towards better socio-economic integration
and greater social mobility.» Rebecca Posner, John N. Green, Bilingualism and
Linguistic Conflict in Romance, De Gruyter Mouton, 1993, p. 279. ^ «The data in
Sole 1988 point to the existence of two opposing tendencies: Sardophone
speakers hold their language in higher esteem these days than before but they
still use it less and less.» Rebecca Posner, John N. Green, Bilingualism and
Linguistic Conflict in Romance, De Gruyter Mouton, 1993, p. 288. ^ Schedati tutti gli insegnanti che vogliono
portare la lingua sarda nelle scuole, in Nazione Sarda, 20 gennaio 1981. ^ (SC)
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dibattiti in Consiglio Regionale (PDF), Rende, Edizioni Fondazione Sardinia,
2020, p. 9. ^ Gavino Pau, in un suo intervento ne La Nuova Sardegna (18 aprile
1978, Una lingua defunta da studiare a scuola), sosteneva che "per tutti
l'italiano era un'altra lingua nella quale traducevamo i nostri pensieri che,
irrefrenabili, sgorgavano in sardo" e ancora, per la lingua sarda
"abbiamo vissuto, per essa abbiamo sofferto, per essa viviamo e vivremo.
Il giorno che essa morrà, moriremo anche noi come sardi." (cit. in Melis
Onnis, Giovanni (2014). Fueddariu sardu campidanesu-italianu, Domus de Janas,
Presentazione) ^ Marco Oggianu, Paradiso turistico o la lenta morte di un
popolo?, su gfbv.it, 21 dicembre 2006. URL consultato il 24 febbraio 2008. ^
«Se dunque il quadro delle competenze e degli usi linguistici è contraddittorio
ed estremamente eterogeneo per le ragioni che abbiamo citato prima, non
altrimenti si può dire per l'opinione. Questa è generalmente favorevole a un
mutamento dello status pubblico della lingua sarda e delle altre lingue della
Sardegna, le vuole tutelare e vuole diffonderne l'uso, anche ufficiale.» Paolo
Caretti et al., Regioni a statuto speciale e tutela della lingua, G.
Giappichelli Editore, 2017, p. 72. ^ Il ruolo della lingua sarda nelle scuole e
nelle università sarde (Institut für Linguistik/Romanistik). ^ Damien Simonis,
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vietato parlare in sardo?” - SardiniaPost. ^ Nuovo appello dei fedeli ai
vescovi: celebrare le messe in lingua sarda ^ Caro Mastino, non negare
l'evidenza: per te il sardo è una lingua morta. Che l'Università di Sassari
vorrebbe insegnare come se fosse il latino - Vito Biolchini. ^ Lingua sarda: la
figuraccia di Mastino, rettore dell'Università di Sassari. ^ I mass media in
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riscontrino problemi per la consultazione di suddetto documento, si selezioni
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insegnare il sardo: «così promuovo l'isola», Videolina.it. ^ Studenti cechi
imparano il sardo - La Nuova Sardegna. ^ “Ecco come insegno il sardo nella
Repubblica Ceca” - Sardiniapost. ^ In città il professore giapponese che
insegna la lingua sarda a Tokio - In città il professore giapponese che insegna
la lingua sarda a Tokyo - La Nuova Sardegna. ^ "Limba" made in Japan
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La Nuova Sardegna. ^ Sergio Lubello, Manuale Di Linguistica Italiana, Manuals
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(archiviato dall'url originale il 26 marzo 2023). ^ Al giorno d'oggi i sardi
stessi «si identificano con loro lingua meno di quanto facciano altre minoranze
linguistiche esistenti in Italia, e viceversa sembrano identificarsi con
l'italiano più di quanto accada per altre minoranze linguistiche d'Italia»
(Paulis, Giulio (2001). Il sardo unificato e la teoria della panificazione
linguistica, in Argiolas, Mario; Serra, Roberto, Limba lingua language: lingue
locali, standardizzazione e identità in Sardegna nell’era della
globalizzazione, Cagliari, CUEC, p. 161) ^ Il bilinguismo perfetto è ancora
solo un miraggio, in La Nuova Sardegna, 2021. ^ «La situazione del sardo in
questi ultimi decenni risente da un lato degli esiti del processo di
italianizzazione linguistica, profondo e pervasivo, e dall'altro di un processo
che si può definire come risardizzazione linguistica, intendendo con questo una
serie di passaggi che incidono sulla modifica dello status del sardo come
lingua, sulla determinazione di una regola scritta, sulla diffusione del suo
uso nei media e nella comunicazione pubblica e, infine, sullo sviluppo del suo
uso come lingua di comunicazione privata e d'uso in set d'interazione
interpersonale dai quali era stato precedentemente bandito o considerato
sconveniente». Paolo Caretti et al., Regioni a statuto speciale e tutela della
lingua, G. Giappichelli Editore, 2017, pp. 67-68. ^ T. Telmon, Aspetti
sociolinguistici delle eteroglossie in Italia, in Storia della lingua italiana,
3, Le altre lingue, Torino, Einaudi, 1994, p. 944. ^ Roberto Bolognesi, Le
identità linguistiche dei sardi, Condaghes, 2013, pp. 63-74. ^ Lingua e società
in Sardegna - Mauro Maxia (PDF). ^ «The sociolinguistic subordination of Sardinian to
Italian has resulted in the gradual degeneration of the Sardinian language into
an Italian patois under the label of regional Italian. This new linguistic code
that is emerging from the interference between Italian and Sardinian is very
common among the less privileged cultural and social classes.» ("La subordinazione sociolinguistica del
sardo all'italiano ha ingenerato un processo di degenerazione graduale della
lingua sarda in un patois italiano etichettato come "italiano
regionale". Questo nuovo codice linguistico, che emerge dall'interferenza
tra italiano e sardo, è particolarmente comune presso i meno privilegiati ceti
socio-culturali."). Relazione Euromosaic "Sardinian in Italy".
URL consultato l'11 giugno 2019 (archiviato dall'url originale il 18 maggio
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di un'isola, Milano, Franco Angeli, 2019, p. 191, 199. ^ Salta a:a b Roberto
Bolognesi, Un programma sperimentale di educazione linguistica in Sardegna
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2017, p. 213. ^ Eduardo Blasco Ferrer, Peter Koch, Daniela Marzo, Manuale di
linguistica sarda, De Gruyter, 2017, p. 37. ^ «Si […] sos Sardos an a sighire a
faeddare in italianu a sos fizos che a como, tando est malu a creer chi sa
limba amministrativa, s’instandardizatzione e finas su sardu in iscola an a
poder cambiare abberu sas cosas.» ("Se i sardi continueranno a parlare in
italiano ai loro figli, come avviene ora, sarà difficile credere che la lingua
amministrativa, la standardizzazione e finanche l'introduzione del sardo nelle
scuole potranno davvero cambiare le cose"). Paulis, Giulio (2010). Varietà
locali e standardizzazione nella dinamica dello sviluppo linguistico, in
Corongiu, Giuseppe; Romagnino, Carla. Sa Diversidade de sas Limbas in Europa,
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editrice Il Mulino, 2008, ISBN 9788815361141. ^ «Ciò nonostante non si è potuto
né frenare l'italianizzazione progredente attraverso la scuola e gli ambiti
ufficiali, né restituire vitalità al sardo in famiglia. La trasmissione
intergenerazionale, fattore essenziale per la riproduzione etnolinguistica,
resta seriamente compromessa.» Eduardo Blasco Ferrer, Peter Koch, Daniela
Marzo, Manuale di linguistica sarda, De Gruyter Mouton, 2017, p. 40. ^ «Yet, it cannot be ignored
that at present many young speakers, who have frequently been brought up in
Italian, have a restricted active or even a merely passive command of their
ethnic language.» Kurt Braunmüller, Gisella Ferraresi (2003). Aspects of multilingualism
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John Benjamins Publishing Company. p. 241 ^ Andrea Costale, Giovanni Sistu
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originale il 29 settembre 2020). dell'avvocato Besostri contro la legge
elettorale italiana del 2015. ^ «Tra gli aspetti che necessitano una immediata
rivisitazione - aggiunge il governatore - vi è il fatto che nel nostro Statuto
Speciale di Autonomia non è ancora contemplata una norma che in qualche modo
richiami e contenga la lingua e la cultura isolana. Mentre, per contro, negli
Statuti della Valle d'Aosta e del Trentino Alto Adige, per quanto emananti
nello stesso periodo, tali norme son ben presenti. Il che ha consentito il
riconoscimento di un pacchetto di misure e agevolazioni da parte della
Repubblica proprio in ragione del fatto di essere territori aventi lo status di
minoranza etnolinguistica.» Giornata mondiale della lingua madre, Solinas:
"Il sardo deve avere la stessa dignità dell'italiano", in L'Unione
Sarda, 2021. ^ La Cassazione: "Il sardo è una lingua, non può essere
considerato un dialetto" - Unione Sarda (12/12/2014). ^ Lingue di
minoranza e scuola. A dieci anni dalla Legge 482/99 Quaderni della Direzione
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giudicale si osserva una certa unitarietà del modo di scrivere il sardo, ma non
si ha notizia di alcuna regolazione: la sua ufficialità era implicita e data
per scontata. Nel XVI e, poi, nel XVIII secolo, nei circoli umanisti e in
quelli gesuitici, rispettivamente, si è osservato un tentativo di fornire una
regolazione, ma tali tentativi furono non solo ostacolati ma anche repressi
dalle autorità coloniali ispaniche e soprattutto sabaude.» Paolo Caretti et
al., Regioni a statuto speciale e tutela della lingua, G. Giappichelli Editore,
2017, pp. 75-76. ^ «L'esistenza di una striscia di "terra di nessuno"
(fatta eccezione, comunque, per i dialetti di Laconi e Seneghe) tra dialetti
meridionali e settentrionali, come anche della tradizionale suddivisione della
Sardegna in due "capi" politico-amministrativi oltre che, ma fino a
un certo punto, sociali e antropologici (Cabu de Susu e Cabu de Jossu), ma
soprattutto della popolarizzazione, condotta dai mass media negli ultimi
trent'anni, di teorie pseudo-scientifiche sulla suddivisione del sardo in due
varietà nettamente distinte tra di loro, hanno contribuito a creare presso una
parte del pubblico l'idea che il sardo sia diviso tra le due varietà del
"campidanese" e del "logudorese". In effetti, si deve più
correttamente parlare di due tradizioni ortografiche, che rispondono a queste
denominazioni, mettendo bene in chiaro però che esse non corrispondono a nessuna
varietà reale parlata in Sardegna.» Bolognesi, Roberto (2013). Le identità
linguistiche dei sardi, Condaghes, p. 93 ^ Salta a:a b c Giuseppe Corongiu, Il
sardo: una lingua normale: manuale per chi non ne sa nulla, non conosce la
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dei sardi, Cagliari, Condaghes, 2013, p. 141, ISBN 978-88-7356-225-2, OCLC
874573242. «In altre parole, queste divisioni del sardo in logudorese e
campidanese sono basate unicamente sulla necessità - chiarissima nel Cetti - di
arrivare comunque a una divisione della Sardegna in due "capi". [...]
La grande omogeneità grammaticale del sardo viene ignorata, per quanto riguarda
gli autori tradizionali, in parte per mancanza di cultura linguistica, ma
soprattutto per la volontà, riscontrata esplicitamente in Spano e Wagner, di
dividere il sardo e i sardi in varietà "pure" e "spurie". In altri termini, la divisione
del sardo in due varietà nettamente distinte è frutto di un approccio
ideologico alla variazione dialettale in Sardegna» ^ «The phonetic differences
between the dialects occasionally lead to communicative difficulties,
particularly in those cases where a dialect is believed to be 'strange' and
'unintelligible' owing to the presence of phonetic peculiarities such as
laryngeal or pharyngeal consonants or nazalized vowels in Campidanese and in
the dialects of central Sardinia. In his comprehensive experimental-phonetic
study, however, Contini (1987) concludes that interdialectal intelligibility
exists and, on the whole, works satisfactorily.» Rebecca Posner, John N. Green,
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978-88-7356-374-7. Voci correlate[modifica | modifica wikitesto] Sardegna
Grammatica sarda Lingua protosarda Prenomi sardi Cognomi sardi Limba Sarda
Comuna Italiano regionale della Sardegna Nuova letteratura sarda Varianti della
lingua sarda[modifica | modifica wikitesto] Sardo logudorese Sardo campidanese
Lingue alloglotte della Sardegna[modifica | modifica wikitesto] Lingua
sassarese Lingua gallurese Dialetto algherese Dialetto tabarchino
Bilinguismo[modifica | modifica wikitesto] Segnaletica bilingue in Sardegna
Toponimi della Sardegna Altri progetti[modifica | modifica wikitesto] Collabora
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esterni[modifica | modifica wikitesto] Sardu.wiki, Atlante dei lemmi della lingua
sarda, su sardu.wiki. Apertium. Traduttore automatico dall'italiano al sardo..
CROS - Curretore regionale ortogràficu sardu in lìnia. URL consultato il 17
agosto 2017 (archiviato dall'url originale l'11 ottobre 2017). Memorie in
lingua sarda, interviste realizzate in sardo (sottotitolate in Italiano e
Sardo) in tutti i comuni della Sardegna, su sardegnadigitallibrary.it. (SC, IT)
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vocabolariudurgalesu.it. Sito Internet Sportello Lingua Sarda Università di
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dall'url originale il 6 luglio 2010). Dizionari[modifica | modifica wikitesto]
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(Giovanni Spano) - Sardegna Digital Library ( Giovanni Spano, Vocabolario Italiano-Sardo
a cura di Giulio Paulis (PDF), su sardegnadigitallibrary.it, ILISSO –
Bibliotheca sarda Grandi opere. URL consultato il 1º maggio 2022 (archiviato
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Regione Autònoma de Sardigna. "Limba Sarda Comuna: Norme linguistiche di
riferimento a carattere sperimentale per la lingua scritta dell'Amministrazione
regionale (pdf) (PDF), su regione.sardegna.it. Deliberazione n. 16/14 del
18.04.2006 "Limba Sarda Comuna. Adozione delle norme di riferimento a
carattere sperimentale per la lingua scritta in uscita dell'Amministrazione
regionale" (pdf) (PDF), su regione.sardegna.it. (SC) Deliberatzione n.
16/14 de su 18.04.2006 "Limba Sarda Comuna: Adotzione de sas normas de
referèntzia de caràtere isperimentale pro sa limba sarda iscrita in essida de
s'Amministratzione regionale" (pdf) (PDF) [collegamento interrotto], su
regione.sardegna.it. nascondi V · D · M Lingue romanze Lingue d'origine Latino
classico† · Latino volgare† · Latino medievale† Lingua sarda Sardo campidanese
· Sardo logudorese Lingue romanze italo-occidentali Lingue gallo-iberiche
Lingue galloromanze Arpitano Faetano-cellese · Francoprovenzale Lingue
gallo-italiche Emiliano · Ligure · Lombardo · Piemontese · Romagnolo Lingue
d'oïl Francese (Francese antico† · Francese medio†) · Normanno (Anglo-normanno†)
· Piccardo · Vallone Lingue retoromanze Friulano · Ladino · Romancio Lingue
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Leonese · Mirandese Lingue castigliane Spagnolo (Spagnolo medievale†) ·
Spagnolo amazzonico Lingue galiziano-portoghesi Galiziano · Minderico ·
Portoghese · Xálimego Lingue pirenaico-mozarabiche Aragonese · Mozarabico† ·
Navarro-aragonese† Lingue italo-dalmate Lingue italo-romanze Corso · Gallurese
· Italiano · Napoletano · Sassarese · Siciliano Lingue dalmato-romanze
Dalmatico† · Istrioto Veneto Cipilegno · Talian · Veneto Lingue romanze
orientali Arumeno · Rumeno · Meglenorumeno · Istrorumeno Lingue franche Lingua
franca mediterranea/Sabir† Lingue giudeo-romanze Giudeo-aragonese† ·
Giudeo-catalano† · Giudeo-francese† · Giudeo-italiano · Giudeo-latino† ·
Giudeo-portoghese† · Giudeo-provenzale† · Giudeo-spagnolo Classificazione
incerta Romanzo africano† · Romanzo britannico† · Romanzo mosellano† · Romanzo
pannonico† † lingua estinta (nessun sopravvissuto tra i parlanti nativi e
nessuno tra i discendenti) mostra V · D · M Minoranze in Italia mostra V · D ·
M Italia (bandiera) Lingue e dialetti d'Italia Portale Linguistica Portale Sardegna
Categorie: Lingua sardaLingue SVOLingue SOVLingue VOS[altre]. Nome compiuto:
Giovanni Battista Tuveri. Tuveri. Keywords: la lingua sarda -- Refs.: Luigi
Speranza, “Grice e Tuveri: implicature sarda” – The Swimming-Poo Library. Tuveri.
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