GRICE ITALO A-Z T TA
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Taglialatela:
la ragione conversazionale degl’istituzioni di filosofia – la scuola di
Mondragone -- filosofia campanese 00 filosofia italiana – Luigi Speranza (Mondragone). Flosofo campanese. Filosofo italiano.
Mondragone, Caserta, Campania. Studia a Sessa. Insegna a Cava e Napoli. S’arruolarsi
nelle truppe di GARIBALDI (si veda), per predicare i nuovi ideali del movimento
unitario. Dirigge una scuola privata. Riprende e sposa le tesi di GIOBERTI (si
veda), che lo affascina. Su questo indirizzo filosofico è stato imperniato Istituzioni
di filosofia, Diogene, Napoli, che riceve le lodi di SPAVENTA. Non manca, in
seguito, avendo aderito al protestantesimo, di compiere opere missionarie, in
particolare in Puglia e in Abruzzo. A tal riguardo è documentato il viaggio di
Pescasseroli sul quale scrisse CROCE, che segnala anche come e considerato,
assieme a MAZZARELLA e CAPORALI, fra i filosofi più creativi del movimento protestante
in Italia. Altre saggi: Apologia delle dottrine filosofiche di GIOBERTI, Diogene,
Napoli, La scienza, la vita e SANCTIS, Diogene, Napoli, GARIBALDI, Speranza,
Roma; Il papa-re nelle profezie e nella storia, Speranza, Roma, In Dio, Speranza,
Roma; Fede, speranza e caritàm Speranza, Roma; Teoria evangelica della vita, Speranza,
Roma, Ciampoli, T., Unione, Roma; Croce, Pescasseroli, Laterza, Bari; Fiore, Civiltà
Aurunca, Iurato, T.: dalla filosofia del Gioberti all'evangelismo anti-papale, Claudiana,
Torino; Gioberti, Protestantesimo in Italia, Dizionario biografico dei
protestanti in Italia; Società di studi valdesi. Apologia della dottrina di
Gioberti. 03 APOLOGIA DELLA 3 DOTTRINA FILOSOFICA DI V. GIOBERTI PER P.
TAGLIALATELA NAPOLI TIPOGRAFIA ALL' INSEGNA DEL DIOGENE Strada Montesanto num.
14. 1867 Proprietà letteraria ; LE PICCOLE QUISTIONI DIALOGO PRIMO tra L'Autore
e F. Toscano A. Vi ringrazio di gran cuore, professor Toscano, per esser vi
finalmente degnato di rispondere alla critica che circa tre an ni addietro io
mossi contro il vostro CorsoElementare di Fi losofia. T. Questo mi fa supporre
che non ancora avete letto le mie Lettere pubblicate sul Campo de'Filosofi
Italiani. A. Vi assicuro che le ho lette proprio con questi occhi e più di una
volta. T. In tal caso non credo che m'avete ringraziato conmolta tenerezza. A.
Volete dire che le vostre Lettere sono tutt'altro che un panegirico per la mia persona?
T. Se vi pare. A. Ma appunto perciò iosento il dovere e intendo ringraziar vi
sinceramente. T. Adesso poi non capisco. A. Farò dunquedi spiegarmi. Quando mi
presi l'alt'onoredi assalire il vostro libro, subito m'accorsi di trovarmi
impicciato tra gli opposti interessi della scienza, che m'imponeva d'esser se
vero col filosofo, e dell'amicizia che consigliavamidi esser dolce coll' uomo.
La mia posizione era cosi difficile, come vedete, tan to che valse a farmi
esitareperqualche tempo. Alla fine pensai di conciliare alla meglio le
contrarie cose, e diedi fuori una cri tica, dove l'amico trova tutt'i riguardi
dovuti alla sua persona, eil filosofo di non esser stato trattato con tutto
quel rigore che meritavasi. Ora appunto daquesto brutto imbarazzo mi libe rano
al presente le vostre Lettere, e come dunque volete che io non debba esservene
riconoscente? T. Ebbene? A. Ditemi, avete tempo da spendere e l'animo disposto
a di scutere intorno a quelle quistioni filosofiche che sapete? T. Sono in
tutto apparecchiatissimo a servirvi. A. Cominciamo adunque dalle vocidi alcuni
impertinenti, i quali credono che il vostro Corso abbia arrecato gran danno al
l'idea filosofica di Gioberti. T. Il giudizio degl'impertinenti io lo
disprezzo, e specialmen te poi se il suffragio de'savi mi assicura del
contrario. E che ! non sanno essi che il mio libro valse a rendere popolare
nelle nostre provincie il sistema giobertiano, che parea destinato per le sue
molteplici difficoltà a rimanere in solitudine? (1). A. V'ingannate grossamente,professore,
su questo proposito. T. Che potreste oppormi? A. Proprio la storia di quei
tempi. Il concetto filosofico di Gioberti era già divulgatissimo per le nostre
provincie, quando vennevi pel capo ilpensiero discrivere ilvostro Corso Elemen
tare. E appunto perché gli animi erano innammorati di quel si stema, essi
largheggiarono di favori con voi e vi accolsero cosi teneramente nelle scuole.
Tanto è vero che voi medesimo ne fo ste sorpreso, ed oggi venite ingenuamente a
confessarci che quel successo fu superiore alla vostra aspettazione (2). Cosi
dunque non foste mica voi che rendestepopolareGioberti,ma piuttosto Gioberti
che rese popolare voinel mezzogiorno d' Italia. (1) Campode' Fil. ital. V. 11
pag. 212. 2) Ibid. 5 T. lo voleva dire che gli studi elementari di filosofia
secondo il concetto giobertianofuil mio Corso che introdusseli nelle no stre
scuole, poichè sapete che il Gioberti di elementi non ne scrisse mai. A. Ora
questo appunto diconole cattive lingue, cioè che ildi- segno filosofico del
Torinese ci si trova così bene riprodotto e colorito nel vostro Corso, come l'
Idea cristiana, verbigrazia, si trova sulle colonne della Civiltà cattolica o
la monarchia ecclesia stica di Gregorio VII nel governo di Pio IX. T. Èvecchio
vizio del nostro paese il denigrare gli uomini più benemeriti dell'umano
sapere; del che però io non avrei molta ragione a dolermidopo gli esempi di
Vico e di tanti altri segna lati. A me basta il plausodi quei pochi dotti,
iquali hanno ben compreso che il mio libro, sebbene scritto in un'epoca cosi ca
lamitosa, quando il nome del Gioberti era odiato dall' autorită politica e
civile e le sue opere tutte condannate dalla Congre • gazione dell' Indice,
pure esso conteneva il succo ed il sangue delle filosofiche dottrine del Gioberti,
e con questo tesoro in corpo usci alla luce con la permissione dell'autorità
politica ed ecclesiastica insieme (1). A. Se esistono, codesti dotti son
matticertissimamente. T. Come! A. Ferdinando II aveva naso fino, miocaro, e
sapeva sceglie re a maraviglia isuoi Revisori ; ora questifurbi rilasciarono vo
lentieri il passaporto al vostro Corso, perchè ci videro dentro de bitamente
punito quel rivoluzionario di Gioberti, che stavadi cendo tanto male della
Curia e della Dinastia di Napoli! Essi nel corpodel vostro libro non ci
trovarono il succo ed il sanguedel le dottrine giobertiane, ma piuttosto lo
strazio loro, e però gli lasciarono libero il passo augurandogli forse buon
viaggio e prospera fortuna. T. Vi ricordo, cosi in parentesi, che a quel tempo
anche nella vostra scuola studiavasi il mio libro ! (1) Ibid. 6 A. Èvero, maci
vuole una spiegazione. Dovetedunque sape re che dopo la prima letturadel vostro
Corso, gli animi comin ciarono a dividersi in due partiti. Gli uni lo mandarono
subito a monte e non nevollero più sentire. Gli altri ne capirono benis simo
tutt' i difetti, ma li coprivano caritatevolmente e li scusa vano con
latristizia de' tempi in cui l'opera fu scritta e pubbli cata. Speravano e anzi
tenevano per indubitato questi ultimi che l'autore, come appena sarebbonsi
mutate le condizionidel civil vivere, avrebbe rifatto essenzialmente il suo
lavoro e dato alle fiamme quello sgorbio, di cui per puranecessità aveano do
vuto in allora contentarsi. Etra'secondi io fui uno de'vostri più caldi amici e
difensori, ed oggi non avrei ragione di arrossire a confessarvelo. Ecco perché
sette anni addietro adoperai tutte le mie forze per tirarvi a riformare
l'intera sostanza del vostro libro, facendovi ben considerare che il momento
era opportu nissimo e che, se l'occasione sfuggisse, voi perdereste irrepara
bilmente quel posto onorevole che un singolare capriccio della fortuna vi avea
assegnato tra' filosofi. Se non che allora mi ac corsi, professore, che noi c'
eravamo tutt' ingannati sul vostro conto; perocchè solo allora voi mi mostraste
assai chiaro, che nel Corso Elementare erasi giàtutto esaurito il vostro
ingegno, epertanto non sapevate più che riformare nell'opera vostra. Voi da
progressista eravate divenuto stativo in filosofia, accadendo vi nella scienza
quelmedesimo che interveniva in politica a cer ti uomini i quali, già
rivoluzionari al 48, apparvero legittimisti arrabbiati nella gran rivoluzione
dell' italico Rinnovamento. II che suol nascere da questo che le ideesono
sempre giovani e procedono sempre avanti, laddove gli uomini presto invecchia
no ed imbarbogiscono; onde amisura che le une s'avvanzano, gli
altridietreggiano, e cosi i sapientidiun tempo rimbambisco no e vaneggiano in
un altro. Passando dall' Introduzione alla Protologia le idee filosofiche di
Gioberti avevano fatto unpro gresso immenso e assai più celeredi quello
intervenuto alleidee politiche dal 48 al60; intanto voivi eravate interamente
consu -- 7 mato coll'Introduzione, e però non vi si potevachiedere una ri forma
secondo il genio dellaProtologia senza farvi il torto di ob bligarvi all'
impossibile. Ora in questo stato di cose che doveva mo fare noi poverini ?
Facemmo quello appunto che ci ispirava la vecchia amicizia per voi e il
profondo amore del sapere : vi compatimmo e vi abbandonammo. T. Per quanto
possiate pretendere di esser sublime e trascen dente nelle cose speculative, io
mi permetto di farvi osservare che voi scambiate facilmente la scienza col
romanzo e cogli im peti della fantasia i severi calcoli della ragione filosofica.E
se io vi dicessi che la Protologia segna rispetto all'Introduzione un
granmovimento retrogrado, una lunga linea dideviazione ? In fatti il nuovo
carattere preso dal sistema ontologico nella Proto logia non può, chi
bencomprende, conservargli più il divario sostanziale dalle dottrine
germaniche, e segnatamente hegelia ne, che fanno mille sforzi per abbarbicarsi
al suolo italico. Se io dunque ricusai di entrare nelle nuove vie, non parmi
affatto di essere nemico del progresso, di cui voi altri mostrate abbastan za
di non avere una notizia troppo chiara e precisa. Il progres so, mio caro, non
èmicaun motoqualsiasi; poiché deve avere un principio ed un fine immutabile:
perdecidere intornoalla sua indole, bisogna guardare alla finale direzionedel
moto. Quando il pensiere nella evoluzione di un principio veronon ripugna ad
alcuna verità, e scoprendone sempre dellealtre si accosta ogno ra di più al
vero assoluto, allora è in progresso; ma se per con trario egli contraddice ad
una verità riconosciuta in sulle prime e si scosta evidentemente dal vero
assoluto, intalcasononche progredire, indietreggia. Or ciò sembrami che
siaavvenuto nel la nuova fasedell' ontologismo giobertiano; epperò impugnan
dolodirettamente in alcune parti e trasandandone le altre agi sco nell'
interesse della scienza che sempre si promuove com battendo gli errori con le
armi della ragione (1). (1) Campo, 207. -- 8 A. Lascio che fate venir l'asma
parlandodelle leggi del pro gresso. Voglio bensi dirvi che voi vi governate
come tutti colo ro che, divenuti inabili al cammino, vi negano il moto , e se
il moto è troppo evidente e visibile anche ai ciechi, vi dicono che non
èprogresso ma precipizio o vertigine. Secondo voi dunque Gioberti avrebbe
cominciato per combattere il panteismo sotto tutte le sue forme antiche e
moderne,e poi avrebbe miseramen te finito col tuffarvisi dentro anima e corpo.
Oh, professor To scano, che il cielo vel perdoni quest' atto di misero
orgoglio, e vel perdoni guardando misericordiosamente all'umiltà del vostro Corso
Elementare ! T. E che ! sarebbeforse ilGioberti un uomo infallibile ?Non sapete
voi che ogni filosofo, sia pure il più grande, serba i li miti dell'umana
natura e fa sentire la sua limitazionein qualche errore ove cade ? Che chi
piglia a filosofare secondo l'indirizzo di alcuni di essi, seintende bene il
suo debito, non dee ricono scersi obbligato a sposarne e difenderne ogni
dottrina? Che que sta obbligazione sussiste molto meno allorchènon tutte
ledottri ne sonbendefinite da lui, e cessa del tutto riguardo a quelle che
contraddicono apertamente ad altre sostenute da lui in mo do categorico e
splendidissimo ? Voi confondete l'idea di una vera scuola filosofica con
unaturba di pappagalli che s'impegna no a pensare a modo altrui, e ripongono
tutto illor valore nel ripetere alcune sentenze capitali del lor maestro (1).
A. Voi dite eccellentemente, ma ci manca il meglio e precisa mente quello che
vi riguarda. Ed è che anche voi , professore , serbate i limiti dell' umana
natura, e ne serbate intanta copia che per tal verso vi sarebbedifficile
trovarvi un degno compe titore. Nessuno tiene Gioberti per infallibile, ma non
c'è anima viva che tenga voipersuo giudicee moltomeno per suo pontefi ce. Chi
potràmai capacitarsi a questo mondoche ilgenio filoso fico contenuto nel fondo
dell' Introduzione sia stato compreso (1) Campo , 332. الي -- 9 meglio davoi
che dal suo autore?E che la potenza ideale di quel libro, sviluppata e distesa
logicamente, debba riuscire al vostro Corso e nonmica allaProtologia? Eppure
nella vostra raramo destiavoitanto pretendete,chiamando pappagalli coloro che
sen tono il debito di richiamarvi ai sani principi dell' umiltà cristia na. E a
questo proposito io viconcedo ben volentieri che la ve ra scuola filosofica non
può consistere in una turba di pappa galli, ma mi affretto a soggiungere che
essa nemmeno può con sistere in un congresso di asini, che tirano calci
all'universo e non ti sanno infilare unbuon paiodisillogismi. Ei bisogna stu
diarsidi ben comprendere se stesso e vedere che qualità di cer-- vello ci abbia
dato la madre natura; giacchè se siamo nati a sta re fra gli asini o i
pappagalli, noi saremo ridicoli a sconoscere la nostra razza per ficcarci nel
collegio degli uomini insigni e de'capiscuola. O forse non è questo il
fondamento naturaledel la modestia e di tutte le virtù religiose che ci vengono
insinua te nel Vangelio? Voiconsigliate ad altri di essere più umile in
filosofia, voi che, inferiore a Gioberti per quello stesso infinito abisso che
corre fra la Protologia e il vostro Corso, pure aspi rate nientemeno che a
levarvi aldi sopradiGioberti per corrig gerlo e riporlo sulla buona strada ! O
voi sareste per avventura dispensato da quei divini precetti che con tanta
sollecitudine venite a me cosi spesso ricordando? E notate, professore, che voi
difendete il fatto vostro, mentre io difendo la causa altrui, difendo la
causadi quell' uomo edi quel libro che voi e parec chi pari vostri avete cosi
poco studiati e cosi leggermente capi ti. Quanto alla miapersona, ioconosco
perfettamente ciò che valgo, e se mi tengo unpochino superiore al pappagallo,
già da gran tempo ho rinunziato al privilegiode'sommi, che voi chia ramente
ambite nella pienezza della vostra santa moderazione. T. lo non ho mai negato
al Gioberti il privilegio di un inge gno veramente grandissimo, e non ho avuto
mai lasciocca pro sunzione di agguagliarmi a lui; pure malgradotutto questo af
fermo e sostengo che egli nella Protologia abbandonò l'indirizzo ! 10--
filosofico dell' Introduzione, avviando il sistema ontologico per una via per
lo meno molto pericolosa. Ora a menon resta che l'obbligo di provarvi un tale
assunto, e state sicuro che appres so terrò pienamente la parola. A. Benissimo
: intanto nonvogliamo al presente sbrigarci da quelle altre piccole quistioni
che sapete ? T. Si, io. A. Cominciamo dunque-Non avete voidetto che io provai
la debolezza della vostra fede, ricorrendo all' impossibilità della collisione
nel vero (1) ? T. Sicuramente : voi non ammettete che l'opinionedi un fi
losofo, la quale è di sua natura relativa e mutabile, possa con traddire a un
dogma religioso che è immutabile ed assoluto, e cosi confondete orribilmente la
verità e la ragione obbiettiva col l' opinionedel filosofo e con la ragione
subbiettiva (2). A. Ma oiosonmatto,professore,ovoi non aveteben letto.Im
perocchè come poteva io negare il grandivario corrente tra l'o pinione di un
filosofo e il dogma religioso se, a proposito del Progresso, vi provai
che,limitandolo ne' termini del tempo, voi riuscivate necessariamente a
contradirvi con tutta la dottrina teleologica della Rivelazione ? T. Certonon
potete negarmidi aver scrittoche la ragione e la rivelazione vanno sempre
dialetticamente d' accordo. A. Si, quando la ragione èdialettica : no, quando è
sofistica. T. Taledistinzione non c'è nelrelativo luogo del vostro libro. A.
Semancano le parole vi sono però lecose.Gioberti am mette il Progresso all'
infinito e voi non l'ammettete: ecco due opinioni contrarie. Quella di Gioberti
è altissimamente dialetti ca e quindi, parlando alla platonica, non è
propriamente opinio ne mascienza ; orala ragione elevata a tal forma
speculativa va sempre e necessariamente d' accordo colla Rivelazione , come
insegnano i maggiori teologi e filosofi ortodossi, e principalmen (1) Campo
,207. (2) Ibid. -- 11 te S. Tommaso. La vostra all' incontro è un' opinione
infelice mente sofistica, una vera miseria, e come tale essa è di necessi tà
contraria alla fede.Ecco quello che ho voluto dire nelmio libro ; onde veggono
eziandio iciechi che io non poteva orribil mente confondere l'opinione di un
filosofo con la Rivelazione, perchè non poteva confondere una sciocchezza di
uomo, profes sor Toscano, con l'infinita sapienza di Cristo. Se non che in
quella pagina dell'opera mia, già senza offendere le leggi del ve ro, io m'
ingegnai di coprire possibilmente l'amico; perciò cal colando che voi facevate
professione di filosofia e nondi teolo gia, presi il partito di salvare il
filosofo a carico del credente, ed ecco che invece di scrivere, verbigrazia,
che voi eravate de bole d' intelletto scrissi che eravate debole di fede. T.
Feci dunque male a non farveneuncomplimento. A. Trattandovi allora a quel modo
non desideravo affatto ivo stri complimenti, siccome al presente, mutando metro
con voi, non temo mica le vostre furie. T. Del resto la debolezza della miafede
io la posso splendida mentedifendere con la Bibbia alla mano. Infatti voi avete
para gonata la mia fede a quella de' fanciulli edelle femmine, e io vi so dire
che tal paragone non è poi cosi oltraggioso per un au tore cristiano, come ho
la grazia di essere ; poiché mi ricorda che Gesù Cristo parlando della fede che
richiededa'suoi creden ti diceva proprio così : nisi efficiamini sicut pervuli
, non in trabitis in regnum coelorum : ed ammirando la fede di una fem mina le
rivolse queste precise parole : Mulier, magna est fides tua. Che ve ne pare ?
A. Mi pare che quella donna evangelica faccia tra le femmine pressocchè la
stessa eccezione, che farebbe, p. e., l'asina di Ba laam fra tutte le asine. T.
Che vorreste conchiuderne ? A. Passiamo avanti, professore! Cosi Cristo,dicendo
che nes sun fedele entrerebbe nel regno de'cieli se non diventasse come i
fanciulli, non volle certo intendere che la fede ne'dotti doves 12-- se essere
ignorante come si trova ne' bimbi, il che è impossibi le; mavolle solo
intendere che la fededei primi dovesse possi bilmente ritrarre di quellade'
secondi quanto alla purità e can didezza dell' animo. Se le divine parole di
Gesù non si pigliano in questo significato, edobbiamo starci al vostro comento,
ne siegue necessariamente che tutt'i Padri e Dottori di S. Chiesa adesso non
godono inParadiso,mabruciano vivi vivi acasadel diavolo. D'altronde io non
intesi attaccare i vostri costumi che sono degnissimi di ogni elogio, ma intesi
dire soltanto che la vostra fede non è illuminata dalla ragione, cioè elevata a
grado di scienza, e giace tuttavia nella stessa condizione di quella del le
femmine e de' bambini. Imperocchè se fosse altrimenti, com prendereste che il
dogma teleologico del Paradiso (e tal era ap punto la quistione) , non che
escludere l'idea del Progresso al l'infinito, che anzi di necessità la
contiene, si che l'uno senza l'altra è gravemente mutilato e reso ridicolo. T.
È vero : veggo che questa volta non avete torto. A. Spero dimostrarvi appresso
che ho sempre ragione. T. Oh, questo poi èun sogno. Comenonviaccorgete che il
vostro libro è pieno di un numero sterminato di contraddi zioni (1) ? A.
Evidentemente voi passate ratto all' offensiva, ed ammiro il vostro coraggio.
Ebbene,vorreste avere la cortesia di notarmi, una per una, tuttecodeste
contraddizioni che si trovanonell'o pera mia? T. Ma ciò sarebbe uncompitonoioso
e triste chenon si atta glia al mio gusto, onde permetteretech' io ve nerilevi
solamen te alcune che d' avvicino mi riguardano (2). A. Mi contento. T. Voi
avete scritto alla primapagina del vostro libro che la filosofia non è
ristretta a nessuno secolo, a nessuna nazione, a nessunfilosofo in particolare;
mache essa è il pensierodel gene (1) Campo, 447. (2) Ibid. 1 -- 13 re umano,
inquanto nuove daDio e aDio procedeconinfinita aspirazione di amore ed'
intelletto. A. Si. T. Or questovuol dire, mi sembra, che anche secondo voi il
carattere più essenziale ed eccellente della filosofia debba consi stere nella
universalità sua. A. Non so cosavogliate inferirne. T. Che voi, combattendo la
mia definizione di questa scienza, appunto pel carattere di universalità,
mostrate di esservi dimen ticato a pag. 23 quello che avevate scritto alla
prima facciata del vostro libro (1). A. lo ho combattuta la vostra definizione
come astratta ed equivoca, non come universale. T. Come universale, vidico;
poichéconvenite a dire che tutte le scuole filosofiche degne del nome, benchè
diverse e contrarie fra loro, tutte si occuparono e si occupano nella ricerca
de' su premi principi dello scibile e del reale. A. Il che significa che il
problema fu semprelo stesso,mala so luzione fudifferente secondo le scuole. T.
II problema fu sempre lo stesso,inquanto si cercò sempre i supremi principi del
reale e dello scibile; ora appunto in questi supremi principi consiste
l'universalità della mia definizione. A. Voi confondete qui l'universalità
conuna semplice e vuo ta astrattezza ; perchè i supremi principi non furono gli
stessi supremi principi per tutt' i filosofi, e chi li intese inunmodo e chi in
un altro. Cosi, p. e., i supremi principi di Protagora sono diversi da quelli
di Parmenide, e i supremi principi, di Bruno sono differenti da quellidi
Cartesio e Spinoza : e dicasi il mede simo di tutt'i filosofi. Se togliete
questo modo differente in cui i supremi principi furono intesi, voi non li
pigliate più in con creto, come ivari filosofi li pigliarono, ma li prendete
astratta mente e contro le effettive intenzioni loro,Dicendo che la filo (1)
Campo, 330. -- 14 sofia è scienza de' supremi principii, la definizione riesce
ne cessariamente astratta, in quanto prescinde dal diverso significa to che
quelle parolee concetti ebbero nelle scuole differenti. E perciò la definizione
è anche equivoca ; giacchè, tolta via d'un colpo ogni differenza, essi principi
supremi possono indifferen temente applicarsi a tutti e a nessun sistema
filosofico. T. Avete mai saputo che vuoldire una vera istituzione di fi losofia
? * A. Che vuol dire ? T. Ecco: una vera istituzione di filosofia non è tale che
in quanto essa è la guidache dee dirigere l' intelletto de' giovani nel
giudicare le varie scuole, poichè ognuna diqueste ha un ca rattere più o meno
esclusivo, nascentedal predominio che vuol darsi ad una verità in pregiudizio
delle altre; quindi a portarne un giudizio giusto ed imparziale è mestieri che
tutte le verità riconosciute generalmente nel campo scientifico si abbiano con
tinuamente dinanzi al pensiero. Le vere scuole scientifiche deb bono
riconoscere tutte le verità stabilite nel seno della scienza, ela loro varietà
deeconsistere nel modo di procedere all' evolu zione delle medesime. Se non si
facosì, la scuola non èdegnadel nomeedhapiuttosto il caratteredi unasetta e
isuoi cultorinon sono che altrettanti partigiani. Ciò posto, se i supremi principi
si prendono, come voi volete, in un senso particolare ad una scuola, essi
cessano di essere universali ed universalmente rico nosciuti da tutt' ifilosofi
più insigni, l'istituzione che ne nasce non è più guida a intendere e giudicare
le altre scuole, e però non èpiù una vera istituzione (1). A. Unaistituzione di
filosofia concepita a modo vostro è, a pa rer mio, un guazzabuglio inetto, che
nondirige propriamente ma imbroglia la testa de'giovani nello studio critico
delle scuo le filosofiche; cssa ci starebbe tanto adattata quanto il microsco
pio alle contemplazione degli astri! Secondo voi i supremi prin (1) Ibid. -- 15
cipi sarebbero stati intesi nello stesso significato nelle scuole diverse, e la
differenza di queste non consisterebbe che nelmo do di procedere all'
evoluzione di quelli. Eppure io credeva che i tilosofi più insigni, come voi li
chiamate, appunto perchè più in signi non potettero sviluppare in modo
differente gli stessi prin cipi che in quanto differentemente gli intesero;
giacchè se gli avessero presi allo stesso modo e poi gli avesserodifferentemen
te esplicati, quei filosofi non sarebbero stati i più insigni ma piuttosto i
più matti del genere umano. E, sottosopra, tal è il caso vostro, professore;
giacchè da prima,per uno strano con cetto che voi viformate dell' universalità
scientifica, prendete i. principii in astratto, e poi sviluppandolidate loro un
significato speciale e determinato , ch'è quello della creazione; voi dunque
scherzate o non capite. È cosi dunque che voi apparecchiate i vostri alunni
allo studio critico della storia filosotica ? Se com prendéste a dovere la
scuola, a cui in una maniera o in un'altra pur dite di appartenere, non ci
verreste a dire che il buon gusto scientifico e la guida per intendere la
storia della filosofia si ot tengono, ponendocicontinuamente dinanzi al
pensiero certe cor bellerie che battezzate per laparte positiva e generale
consentita da tutti i filosofi più illustri. Imperocchè dovete sapere che il
buon gusto scientifico si acquista solamente collo studio pro fondo dell'Idea
creativa, e poi è appunto la scienza di questa Idea che si abilita e conduce
alla critica conoscenza dei diversi sistemi, eci fadiscernere sottilmente ciò
che avvi di buono e di reo in ciascunodi loro. Sentite, professore, dove ripone
il gran cri terio della storia filosofica quel traviato di Gioberti che voi pre
tendete,di corriggere e ritirare sulla retta via. <<<II Vico vuole di
rittamente, ei dice, che la Topica preceda alla Critica, secondo l' uso degli
antichi, e duolsi che i moderni trascurino nell'edu cazione affatto la prima.
Ma la Topica degli antichi è un'arte em pirica, non una scienza. Tal è quella
di Aristotile e di Cicero ne. La Topica non può essere una scienza, e quindi
anco un'art e fondata, senonmediante lateorica della formola ideale e il prin
16 cipio di creazione. Che cos' è infatti la Topica se non inveniendi artem,
comela definisce Tullio ? Ora l'inventiva è la creazione. La Topica essendo l'
arte creativa, la topica e la critica sono tutt'uno. Imperocchè la stessa
arteche trova, lecosetrovate or dina, saggia, pesa, distribuisce. Havvi dunque
un'arte superio re, che la topica e la critica comprende. Quest'arte superiore
è la dialettica nel senso platonico, identica all'atto creativo » (1). Epoco
appresso scrive cosi: « Ilprincipiodi creazione èun ta lismano che trasforma
l'errore in verità. Mi spiego. Ogni errore ha del vero, in quanto ha del
positivo e del moderato; è falso, in quanto è negativo ed eccede. Ora il
principio dialettico, che cer ne il buono dalreo, e quindi accorda l'errore col
suo contrario, è il principio di creazione. Cosi, verbigrazia, applica il
principio di creazione al gnosticismo, all' egelianismo, all'ateismo stesso, e
lo trasformi in dottrina ortodossa. L'assioma di creazione come principio
dialettico è anco principio di conversione, di me dicina, di terapeutica, che
applicato alla scienza sana l'errore, come applicato alla morale, alla vita
pratica, al vizio rimedia. Essa è la panacea universale, il principio
restitutore dell'ordine. Eciò a ragione; poichè l'ordine è la creazione, il
vero caos è il nulla, cioè la non-creazione. Il principio di creazione,
ristabilen do se stesso, riordina ogni cosa » (2). Avete inteso ? Il criterio
universale ed unico della critica è lo stesso criterio della scien za, e questo
criterio è il principio della creazione. Il quale prin cipio nell'atto che
ristabilisce se stesso e si pone veramente co me Principio in filosofia e nella
scienza in universale, trahit omnia ad seipsum, cioèraduna tutti i veri
alterati e sparsi per la storia, li sana, li coordina in un solo vasto sistema,
che però si chiama ed è il sistemadella creazione. E notate che cosi la sto ria
non si appiccica più colla scienza, come accade nel vostro Corso, ma la prima
s'incorpora e s'inviscera affatto colla secon da. Perocchè il vero filosofo nel
tempo stesso che sviluppa ideal (1) Prot. Tom. 1., pag. 490. 2) Ibid., pag.
493. 17 mente ' Idea creativa, riassumela storia, lacritica e la trasfor ma;
onde come ' Idea erasi già rotta e dispersa per la storia, ora la storia viene
riassunta e ricostrutta mediante l'Idea. Ed ecco che la Protologia è insieme un
gran sistema speculativo e una grande critica storica; nella vasta mente dell'
autore si re ciprocano e si compiono simultaneamentedue immensi lavori, cioè
nell' atto che l'Idea logicamente si sviluppa e si dispiega, tutte le opinioni
passate vi si adunano intorno, ciascuna al suo posto e dentro i suoi termini, e
così si correggono e si dialettiz zano, e da sparpagliate e morte che erano
diventano connesse evive nella scienza che le raccoglie. Onde siegue che il
miglio re, e anzi l'unico modo possibile che si ha per avviare gli stu diosi albuon
gusto scientifico e alla intelligenza dellevarie scuo lefilosotiche, nonpuò
consistere che nel guidarli diligentemen te nel severo e profondo studio
speculativo dell' Idea creatrice; studio profondo e severo che, se non si
compie, certo dee co minciare e di molto inoltrarsi in un libro d'istituzione.
Intanto che avete fatto voi? Un grosso libro che è un grosso pasticcio. Tanti
prospettini quante sono le lezioni, e all'ultimo per so praccarico un lungo
appendice ; una critica della logica egelia na, che ti fa venire il freddo;
cenci storici senza fine e senza proposito; qua uno stracciodella formola e
làun pezzo dell'in tuito o dell'atto creativo; una logica tutta formale e
meccanica, una psicologia che ti fa perdere il concetto della dignità uma na, una
ontologia che si accapiglia ed arrovella colla logica e cosmologia, e ti
somministra dell' Ente creatore una nozione cosi confusa e meschina che la
buon'anima di Sanseverino non avrebbe potuto far peggio. Tal'è la vostra
mirabile istituzione che presumete elevare a modello per avviare la gioventù al
buon gusto scientifico, e chè so io! T. Ammesso pureche io abbia malamente
concepita la defini. zione della tilosofia, parmi che non possiate dire
altrettanto sul la miadefinizionedella logica. E a questo proposito debbo farvi
osservareche nel mio Corso non si trovadetto mai nė esplicita 2 -- 18 mente nè
implicitamente che la Logica sia la scienza dell' atto mentale, come voi avete
riferito (1). A. C'è nell' uno e nell' altro modo, professore. Volendo in fatti
mostrare in che ordine debbono stare secondo voi le va rie parti della
filosofia, e provare,come l'ontologia vada innan zi alla psicologia e poi
entrambe alla logica, ecco come avete discorso a pag. 16 del vostro libro : «
L'essere, oggetto del l' ontologia, è il principio e la ragione d'ogni cosa, e
però an cora della conoscenza .....; dunque la conoscenzasuppone il suo
oggetto, cioè l'essere. Ma essa (conoscenza) suppone anco ra il sogggetto,
poichè senza un essere, che conosce , o che possa almeno conoscere, non può
concepirsi che vi sia cono scenza di sorta; dunque la conoscenza suppone a
untempo stes so l'oggetto e il soggetto, e però la logica che si versa special
mente nellaconoscenza, suppone l'ontologia e la psicologia, che nell' oggetto e
nel soggetto della conoscenza medesima special mente si aggirano ». Or se
codesta conoscenza, che tramezza fra l'oggetto e il soggetto, l'essere e lo
spirito , non è l'atto men tale (percezione, giudizio, raziocinio, ec.),
confesso che non so più che diamine sia conoscenza. T. Egli è vero che la
conoscenza è un atto mentale; ma iodi cendo che la Logica è la scienza della
conoscenza ho notato espressamente che dessa considera la conoscenza nelle sue
for me ideali ed obbiettive assolute necessarie ed universali che formano il
mondo intelligibile, tipo e causa delnostro pensie re.... Queste forme ideali
ed obbiettive della conoscenza sono il Logo di Platone, e io pigliandoleper
oggetto proprio della Lo gica ho seguito a bello studio le tracce del filosofo
ateniese (2). A. Se convenite che la conoscenza è un atto mentale, tanto è dire
che la Logica è scienza della conoscenza, quanto ch'è scienza dell'atto
mentale; io dunque tradussi ottimamente il te sto del vostro libro, e voi
potevate fare a meno di rimanerne 1) Campo, 343. (2) Campo , 343. -- 19
compreso da un sentimento di stupore. Adesso poi voltate regi stro e dite che
pigliavate la conoscenza nelle sue forme ideali ob biettive assolute, eccetera;
ora io vi rispondo che in tal caso la Logica non è più scienza della conoscenza,
ma piuttosto è scien za delle idee o forme ideali, che senza dubbio non vorrete
con fondere colla conoscenza. Il vostro Corso adunque, dopo di aver fatto a
pugni seco stesso, ora si mette a fare ai denti col le vostre Lettere; il che
non credo che sia buono indizio d'in gegno veramente serio e speculativo,
secondocchè vìcompiace te di professarvi tratto tratto ai vostri lettori.
Aggiungasi che sostituendo le idee all'atto mentale, come oggetto della Logica,
voi non potrete più sostenere la priorità dell' Ontologia verso la Logica, e
l'ordine maraviglioso del vostro Corso è ito in fa scio. O la Logica èscienza
della conoscenza, cioè dell'atto men tale, e allora siete schiettamente
psicologo e addio Platone; ov vero è scienza delle forme ideali assolute, cioè
delle idee, e in tal caso tutto il processo intimo del vostro Corso è
falsissimo e vi conviene bruciarlo e poi rifarlo da capo. Vorrei inferirne che
voi non ancora vi siete formata una chiara nozione della Logica e in generale
della scuola filosofica, a cui intendete di appartenere. T. Ei sembra che su
questo temavoi, imitandomi, mi abbia te superato di lunga mano. A.Èvero ? T.
Altro: non volete voi forse che la Logica sia la scienza dell'Idea, non nella
sua assolutezza, ma solo considerata nella sua relatività creativa? A. Bene. T.
Or l'Idea cosi considerata è perfettamente l'oggetto pro prio dell'intera
filosofia (secondocchè voi medesimo avete av vertito), e l'unica differenza sta
tutta ne' vocaboli di Ente e d'Idea, che pure quanto al concetto sono affatto
identici in dot trina del Gioberti. Voi vi siete sforzato a distinguere la
logica dalla filosofia, ponendo che esse trattano dello stesso oggetto, mache
la prima lo considera soltanto come intelligibile, dove -- 20 chel'altra lo
considera eziandio come reale;ma alla fin fine voi siete riuscito a una
contraddizione bellissima. Infatto nel mede simo luogo avete scritto che « ogni
realtà si conosce comein telligibile e cosi è soggetta alla Logica; in quanto
poi non è a noi intelligibile e non è materia logica, non si conoscenem
menocome reale e cosi non è soggetta a nessuna scienza ». Dunque, dico io,
l'oggetto della "Logica è interamente identico a quello della filosofia, e
questo significa confondere il tutto con unadelle sue parti (1). A. lo ho detto
che l'oggetto principalissimo della logica è ' Idea, l'Ideale; or l'ideale è
identico al reale assoluto, ma so lo oggettivamente e intuitivamente, e perciò
notai che sotto ta li due punti di vista non ha luogo nessuna quistione di
prece denza tra la logica e l'ontologia. Ma soggettivamente e negli or dini
della riflessione l' ideale e il reale sono distintissimi, e del l'uno discorre
la logica e l'ontologia dell'altro. Nè é differenza nominale, mio caro, ma
razionalissima, somigliante e anzi iden tica a quella che i migliori teologi
ammettono tra gli attributi divini. É differenza razionale e però soggettiva,
ma che hafon damento nell' oggetto secondo il linguaggio di quei teologi. La
ragione si è che l'Infinito, assolutamente uno in sẻ, in quanto poi viene
appreso dalla riflessione, ch'è limitata, necessariamen te si limita esso pure
e si moltiplica; e cosi apparisce di neces sità comedistinto nella riflessione
quello che oggettivamente eper l'intuito è uno e medesimo. Voi avete scritto
che : « La divisione delle scienze suole derivarsi dalle parti essenziali del
loro oggetto, allorché desso presenta qualche composizione rea le; quando poi è
semplice ed uno, si trae la divisione da' vari aspetti e rapporti in cuisi può
contemplarlo (2). Or bene, l'En te, cheassolutamente e rispetto all' intuito è
l'assoluta identità dell' ideale e del reale, rispetto alla riflessione si
distingue in queste dueforme ed apparisce sotto i due rapporti differenti (1)
Campo,343-44. (9) Ibid. -- 21 dell' ideale e del reale; edecco che su questidue
diversi rap porti esterni e riflessividell'Ente si fonda la mia distinzionedel
la logica e dell'ontologia. Inoltre dicendo che la logica discorre dell' Ente
sotto il rapporto creativo, io nonconfondo affatto la logica colla filosofia,
poiché la filosofia parla dell'Ente creatore come reale e ideale insieme,ela
logicalo contempla come idea le solamente. Ditemi,professore, non è forse la
logica che si oc cupa delle idee in filosofia? T. Senza dubbio. A. Ele
ideenonsono forse attribuzioni ideali dell'Ente ? T. Si, mi pare. A. Ol'Ente
poi nonè l'oggetto proprio dell'ontologia? T. Nessuno potrebbe negarlo. A. Ecco
dunque che la logica e l'ontologia cadono sul mede simo oggetto, e pure tutti
affermano che sono due parti distin te della filosofia. Se tale distinzione non
è quella dell'ideale e del reale, che l'Ente piglia nel nostro pensiero
riflesso, sapre ste voi indicarmela altrove? T. Non saprei al presente. A.
Vorreste voi dire che la teoriadelle idee non appartiene alla logica? T. Ciò è
impossibile. A. Ora, per negare la mia differenza tra l'ontologia e la lo gica,
non vi resterebbe altro partito salvo quello di dire, che le idee non sono
ideali attribuzioni dell'Ente, cioè non sono og gettive ed assolute; il che
puzza di psicologismo e ripugna al genio di colui che intende filosofare sulle
tracce del celebreAte niese, come voi avete il pio desiderio di filosofare. T.
Proseguite. A. Oltre le idee, che sono la materia principalissima della lo
gica, questa non si occupa pure deinostri concetti, giudizi, ra ziocini, ec. ?
T. È vero. A. Ortutte questecosesono,mi sembra, tante varie forme -- 22
intelligibili del pensiero umano, cioè lo stesso spirito umano nelle sue varie
forme intelligibili o intellettuali. T. Questo mi riesce alquanto oscuro. A.
Eppure è più chiaro del giorno. Quando io intendo voi , non ſo che intendere il
vostro pensiero; se poi l'intendo, esso mi è intelligibile, se no, no.
D'altronde ilpensiero è pensiero sotto le diverse forme del concetto,del
giudizio, e così via; e dunque il concetto, il giudizio, ec., non sono che
diverseforme intelligibili dello spirito o del pensiero, che è tutt'uno. Sono
lo spirito umano nelle suediverse forme intelligibili, come le idee sono l'Ente
nelle sue varie forme ideali a nostro riguardo. T. Chedunque? A. Ne siegue che
la logica, che per un latocade sullo stesso oggetto dell'ontologia, cade per un
altro sull' oggetto medesimo della psicologia, cioè sullospiritoumano:o
avoipare altrimenti? T. No davvero. A. Edovedunque staqui ladifferenza tra psicologia
e logica? T. Basti, ho capito abbastanza. A. Permetteteche daldetto io cavi
un'altra conseguenza. La quale si è che voi, rigettando lamia divisionedella
Logica, ave te scioccamente confuse fra loro le forme logiche soggettive del
nostro pensiero, di cui tratta la Logica seconda, con le trasfor mazioni ideali
dell Ente, cioè colle idee che sono materia della Logica prima. Nel mio libro
sta scritto che la Logica prima di scorre dell' Idea in se stessa e nelle sue
ideali trasformazioni fuor di se stessa; edho fatto uncapitolo apposito, dove
homo strato che tali trasformazioni idealied estrinseche dell'Idea sono appunto
le idee. Ecco perchèla Logica prima è la stessa Dialet tica secondo la mente di
Platone e di Gioberti, cioè la parte più difficile e divina della filosofia. La
Logica seconda poi non è più la scienza dell'Idea e delle idee, ma la scienza
delleforme intel lettuali o logiche del nostro pensiero come nostro; or che
cosa sono codeste forme? È vero che sono la stessa Idea e idee, ma non più cometali,
ma solo in quanto sono subbiettivate e dive -- 23 nute nostre, cioè forme
propriedelnostro pensiero. Le mie due Logiche, o meglio ledue parti della mia
Logica, non si ponno affatto ridurre ad una sola, come voi volete; giacchè
questo mi racolo non potrebbe assolutamente accadere, senza confondere le idee
con leforme logiche e soggettive del nostro pensiero e quindi senza professare
il più puro psicologismo. E vi conce do di buon animo che le idee e le forme
soggettive del pensie ro sono indivisibili; ma chi vi ha detto mai che essere
indivi sibile valga il medesimo che essere identico? Sono certo indi visibili ,
perchè senza il pensiero riflesso sono impossibili le idee (non l'Idea), e
senza leidee è pure impossibile il pensie ro riflesso; il che credo di aver
provato abbastanza in diversi luoghi dell'opera mia. Ma sono poi distinte e non
identiche, altrimenti le idee perdono laloro oggettività ideale e cosi ces sano
subitodi essere universali, assolute e necessarie, non son più il Logo di
Patone e nè il mondo intelligibile, tipo e cau sa del nostro pensiero. Volete
saperlo? iomi maraviglio som mamente a vedere che avete la grazia di essere
cristiano e non ammettete la mia divisione della Logica. T. Lasciate ch'io ci
pensi un pòmeglio. A. Fate bene. T. Intanto non credo chepossiate egualmente
sostenervi a porre la Logica innanzi all'Ontologia. A. Eppure è lacosa più
facile di questo mondo. T. Voi posponete l'ontologia alla logica per
lasemplicera gione che il reale presuppone l'ideale nell'ordine riflessivo del
pensiero; ma l'ordine riflessivo è l'ordine della conoscenza, il quale sebbene
conforme a quello della realtà è tuttavia sub biettivo; dunque voi uscitedi
quistione e dimostrateuna cosa per un'altra (1). A. Non sono io giả uscito di
quistione, ma siete voi che non comprendete più voi medesimo. (1) Campo, 337.
T. Dite da senno ? 24 A. Ma come! Voi prima collocaste la logica dietro
l'ontolo gia, perché allora pigliaste la logica come scienza della cono scenza
la quale suppone di necessità l'oggetto conoscibile. Qui non c'era che dire: la
logica era giustamente posta dopo, e tutto l'errore consisteva nella pessima
determinazione dell'og getto della logica. Al presente poi vi accade
perfettamente il contrario, perocchė elevando la logica a scienza non più del
la conoscenza, come tale, madelle forme ideali obbiettive asso lule necessaric
ed universali della conoscenza, ch'è quanto di re a scienza delle idee,
dell'ideale, del mondo intelligibile, al presente , dico, il vostro sproposito
consiste nell' ostinarvi a piantare l'ontologia innanzi alla logica. Nel vostro
Corso la Lo gica era scienza della conoscenza e, ciò supposto, era la lo gica
ben collocata dopo l'ontologia: l'errore era tutto nella cattiva definizione
della logica. All'incontro nelle vostre Let tere la logica è ben definita come
scienza delle forme ideali ed assolute della conoscenza, ma ora la logica è
malamente posposta all'ontologia: l'errore è tutto nellacattiva disposizio ne
della logica. T. Non saprei capirecomedalla mia nuovadefinizione del la logica
debba seguirne la necessaria precedenza di questa verso l'ontologia. A. Le
forme ideali assolute, ilLogo platonico, ilmondo in tellibile necessario non è
forse la stessa Idea, cioè lo stesso divino pensiero, in quanto è la ragione,
il tipo ideale dell'e sistenza? T. Lo concedo. A. Ora l'Idea, considerata fuori
l'ordine soggettivodella ri flessione, nonsi distingue in nessuna maniera
dall'oggetto co noscibile proprio dell'ontologia; giacché se si distinguessero
oggettivamente e indipendentemente dalla riflessione nostra, vi sarebbero di
necessità due assoluti, uno ideale e l'altro reale, e cosi non vi sarebbe
assoluto di sorta. Ladistinzione dell' ideale -- 25 edel reale, e quindi della
Logica edell'Ontologia, io l'ho posta nella riflessione, perchè fuori della
riflessione è impossibile; l'ho posta là, perchè là solamente può essere. Voi
una volta avete detto che la logica è scienza della conoscenza, e un'altra che
è scienza de' supremi principi della conoscenza, cioè delle forme ideali assolute:
quale voletedelledue? La prima?Ma allora l'og getto della logica, che sarebbe
la conoscenza come atto mentale, certo si distingue realmente da quello
dell'ontologia, che è l'og getto conoscibile; però a patto che in tal caso la
logica riducesi a una faccenda meramente soggettiva, e questo sarebbe il gran
valore (1) contenuto in quella definizione. La seconda ? Ma al lora l'oggetto
della logica, essendo il Logo platonico, cioè l'i deale assoluto, non si può
realmente distinguere dall' oggetto proprio dell'ontologia fuori gli ordini
della riflessione ; e se voi perfidiate nell'opposta sentenza, perderete subito
la grazia di es sere cristiano. T. Secondo voi dunque non si dà distinzione di
un vero da un altro indipendentemente dalla riflessione (2). A. Questo lo
vedremo appresso: per ora voglio dirvi che la distinzione dell' ideale e del
reale, cioè dell' oggetto della logica edi quello dell'ontologia, tale
distinzione assolutamente non può sussistere di là del nostro pensiero
soggettivo e riflesso. T. Esiano distinti soltanto nella riflessione, sembrami
che neanche qui l'ideale possa precedere il reale; poichè sannotut ti che
l'ideale non è ideale che proprio in quanto è reale. È ve ro che l'intelletto
umano apprende l'essere in quanto è in rap porto con lui, e però nella sua
forma ideale; ma è pur verissi moche l'essere esisteva in sè anche prima di
creare l'umano intelletto e rivelarglisi ; quindi il rapportodell'essere con
l'uma no intelletto, fondamento dell' idealità, ha la sua causa e radice nella
realtà. Impertanto il reale precede obbiettivamente l'idea : (1) Campo , 342.
(2) Ibid. 337. 26 le, e voi alterando quest'ordine avete storpiato, per dirlo a
no do vostro, l'Ontologia e la Logica (1). A. Mase me n' era accorto! T. Di che
cosa? : A. Che non avevate capita la quistione. Di grazia, non stia monoi
disputando sull'anteriorità della logica verso l'ontolo gia, o viceversa ? T.
Bene. A. Perrecidere seriamente la lite, non è mestieri considerare quale
de'due oggetti delle due scienze preceda l'altro nell'ordi nelogico? T.
D'accordo. A. Qual'è l'oggetto della logica ? T. L'ideale. A. Dell'ontologia ?
T. È il reale, l'essere. A. Se l'essere nonfosse in nessuna maniera
conosciutodal l'umano intelletto, potrebb'essere oggetto dell'ontologia ? T.
Impossibile. A. E allora potrebbesi farquistione di precedenza tra ontolo giae
logica? 1 T. No certamente. A. E Ditemi: l'essere, inquanto esisteva in sè
anche prima di creare l'umano intelletto e rivelarglisi, poteva mai esser co
nosciuto dall'umano intelletto, e cosi essere oggettodell'ontolo gia e
disputarsi la precedenza coll'oggetto della logica ? T. PerDio! A. Piano, era
unasvista come un'altra. Vedetedunque che non si tratta dell'essere in sè e
come separato dal nostro intel letto, madell'essere in rapporto alla cognizione
e nella cogni zione; poichè solocosì l'essere può essere oggetto dell' ontolo
gia e dar luogo alla quistione indiscorso.E aggiustati itermi (1) Ibid. 342. 27
ni aquestomodo, dicoche l'essere, oggetto dell' ontologia, ė di necessità
logicamente posteriore all'intelligibile, oggetto del la logica; poiché c'è
impossibile conoscere l'essere in quanto essere, senza prima conoscerlo come
intelligibile. L'oggetto dell' Ontologia è l'essere in quanto è intelligibile,
perchè in quanto non è intelligibile esso non è oggetto di quella. D'altra
parte l'essere, come intelligibile, èl'ideale e, come ideale, è og getto della
logica: che dunque ? L'essere è l'intelligibile e l'in telligibile è l'essere,
e cosi l'apprensione nostra dell'uno invol ge necessariamente quella
dell'altro, e viceversa ; ma pure la stessa cosa noi l'apprendiamo prima come
intelligibile, e poi me diante l'intelligibile l'apprendiamo come essere;
perciò se l'ap prensione dell'intelligibile si mette dopo, la stessa
apprensione dell'essere diventa assurda. T. L'Intelligibile non ètale che in
quanto èessere, e pertan to se l'essere si mettedopo , l'intelligibile sfuma et
retorqueo argumentum. A. Io nonpongo l'essere dopo l' intelligibile, come voi
vorre ste mettere l'intelligibile dopo l'essere; iopongo bensì l'appren sione
dell' essere dopo quella dell' intelligibile. L'apprensione dell' essere come
intelligibile precede necessariamente l'appren sione dell' essere come essere,
e perchè ? Perché l' essere asso lutamentenon si può conoscere se noninquanto è
intelligibile emediantequesto suo proprio intelligibile; onde se l' appren
sione dell'essere, come tale, precedesse l'apprensione dell' intel ligibile,
noi allora apprenderemmo l'essere senza che l'essere sia intelligibile, appunto
perché l' apprensione dell'intelligibile ver rebbe dopo. Senza
dubbiol'intelligibileè in sè ancheessere nel l'atto stesso che l' apprendiamo
come intelligibile ; ma noi ap prendiamo prima l'essere come intelligibile e
poi apprendiamo l' intelligibile come essere: non sono già duemomentiontologi
ci odell' oggetto in sè,mapiuttosto duemomenti psicologici , cioèdella nostra
cognizionedi essooggetto. La nozione dell' in telligibile, dell' ideale è
necessariamente la prima nozione possi 28 bile, ed essaè lacondizione sinequanondituttelealtre
nozio ni, di tutta la nostra conoscenza : ecco la priorità della Logica
rispetto alle altre parti della filosofia e alla scienza in generale.
Cominciare il processo della scienza (della scienza, vedete) dalla
nozionedell'intelligibile, epperò cominciare dalla Logica, è cosi conforme ed
intimo alla natura del pensiero , che i più grandi filosofi bene se ne
accorsero e tennero perfettamente questa via, comePlatone,
Plotino,Rosmini,ec.Ediosoche codesti insigni errarono, ma noto che il loro errore
non consiste propriamen tenell' aver cominciato dalla primissima nozione dell'
intelligi bile, sibbene nell' aver preso questo intelligibile come astratto
come indeterminato e possibile, noncome concreto reale e deter minato in se
medesimo. Hegel su per giù fece altrettanto,ben chè con altra abilità e
maestria filosofica. Tutto ciò dovetesaper lo voi, che pian pianino e cosi
all'orecchio ci avete voluto dire nelle vostre famose Lettere, che siete
qualche cosa di nonmica ordinario nella moderna speculazione. T. Or cominciando
anche voi dallasemplice nozione dell' in telligibile, potrete benissimo cascare
anche voi nell'errore dei fi losoti mentovati ; poichè chi vi assicura che
quell'intelligibile è in sè reale concreto e determinato, e non all' opposto ?
A. Me ne assicura la forzadel raziocinio, provandomi che se quell'
intelligibile non fosse in se determinato reale e concreto, non potrebb' essere
neppure possibile indeterminato ed astratto, ecosì sarebbe proprio nulla e
buonanotte. Questoio l'ho dimo strato di proposito nel mio libro,e
segnatamentenelCapitolodel ' Idea. Aggiungete che in dottrina di Gioberti la
riflessione filo sofica comincia dalla nozione dell' intelligibile e passa
immedia tamente a quelladelreale,appunto perchè l'intelligibilee il reale, che
appaiono distinti riflessivamente, sono identici nell' intuito che èbase e
leggedella riflessione. L'oggetto dell' intuitonon è nė l'ideale e nè il reale,
ma è l'Ente che è l'unità del reale e del l'ideale; ora questa unità siscompone
razionalmente nel pensiero riflesso, il quale trascorre immediatamente dall'
ideale al reale -- 29 in virtù della loroidentità oggettiva e intuitiva. Quando
voi fate l'analisi razionale degli attributidi Dio,voi non fatechepassare
mentalmente da un attributo all'altro : ebbene, se vi si diman da: comevi
fatelecito voidi correre a quel modo? senon ri spondete che quel passaggio
razionale e riflessivo è sostenuto e giustificato dall' identità oggettiva e
intuitiva di tutti gli attribu ti divini, voi certamente sarete preso per
matto. E in ciò risiede uno dei principali interessi dell' intuito giobertiano,
cioè in que sto che, se sopprimete esso intuito, la distinzione degli attributi
divini, e quindi anchedell' ideale e del reale, non si presenta più
comedistinzione razionale e soggettiva,macome oggettiva e rea le e addio Dio !
Cosi il vizio capitale del Rosminianismo nonè già quello di cominciare dalla
prima nozione dell' ideale (Ente possibile),ma quellodi confondere codesta
prima nozione riflessa coll' intuito, e però di distinguere oggettivamente esso
ideale dal reale assoluto. Anche inGioberti la riflessione filosofica comin cia
dalla nozione dell'ideale ; ma inGioberti tal nozione riflessa presuppone '
intuito anteriore dell'Ente, dove l'ideale è identico enondistinto dalreale.
Eccoperché in Rosmini l'ideale appari sce realmente e oggettivamentedistinto
dal reale assoluto, e in Gioberti la distinzione apparisce ed è solo soggettiva
ed appa rente rispetto all' Ente; ed ecco pure perchè il primo si sforza di
passare dall' ideale al reale per via di dimostrazione e non rie sce, laddove
il secondo ci passa per via di un semplice giudizio eriesce a maraviglia. Voi
non dovetesubito rizzarvi se vi dico colla mia solita libertà, che il gran
congegno speculativo dellafi losofia giobertiana voi non l'avete compreso
abbastanza , come probabilmente nonavete compreso nemmeno quello del Rosmi
nianismo : nel modo come ne parlate! T. Per voi dunque l'intuito nonapprende
altro che l'Ente so lo, l'Ente nella sua unità perfetta, e tutte le distinzioni
di veri everi sono roba esclusivamente riflessiva. A. Proprio cosi. T.
Epretendetediessereil soloseguaceprivilegiatodelGioberti! -- / 30 A. Lasciamo
stare i privilegi e le croci : è quistione di studi edisenno. T. Anzi di
semplicebuon senso. Il Gioberti stesso in tutte le Opere anteriori non pone a
principio di sue dottrine che l'intui to apprende le cose in concreto e non già
in astratto ? (1) A. Si.. T. L' intuito adunque apprende l'Ente come reale e
concreto, ora l'Ente cosi considerato non èforsecongiuntoall'esistente? (2) A.
Econgiunto. T. E il rapporto reale e concreto, che congiunge l'Ente all'e
sistente, non è desso il rapporto di creazione ? (3) A. Èdesso. T. Se dunque
l'intuito apprende l'Ente comeconcreto,e l'En lecomeconcreto è in rapporto
coll' esistente e questo rapporto è larelazione creativa, che è distinzione fra
l' Ente e l'esistente; ei ne siegue che l'intuito apprende questadistinzione
co'due ter minidistinti. A. L' oggetto dell' intuito è l'Ente conereto, e
questo è fuori quistionepernoi. L'Ente concreto oggettivamente,cioè indipen
dentemente dal nostro pensiero, è in reale rapporto coll'esisten te, e va
benissimo; ma dico che l'intuito non arriva ad abbrac ciaretanta roba, ossia l'
Ente, l'atto creativo e l' esistente. Così, per esempio, la terra in concreto è
in rapporto reale con tutti gli altri pianeti che compongono il nostro sistema
planetario ; eppure chi ha detto mai che non sipuò apprendere la terra in
concreto, senz' apprendere insieme tutti gli altri pianeti e tutte quelle
relazioni reali , che la terra ha con loro ? Voi dite : l'in tuito apprende
l'Ente inconcreto; l' Ente inconcreto è in reale rapporto coll' esistente; ergo
l'intuito apprende l' Ente, la crea zione el'esistente. E io'proseguendo il
vostroben singolare ragionamento soggiungo : l'intuito apprende l'esistente
incon (1) Campo , 310. (2) Ibid. (3) Ibid. -31 creto; l'esistente in concreto
èdistinto realmente in naturale e spirituale, e poi il naturale è distinto
inminerale, vegetale e a nimale con tutta la moltitudine infinita de' loro
termini rispetti vi, e poi l' esistente spirituale e distinto realmente in
angelico , diabolico ed umano, e questoin patriarchi, profeti, apostoli, pa
dri, dottori, martiri, carnefici, sovrani e sudditi, filosofi e mer canti, savi
ed imbecilli, ec.; ergo l'intuito dee apprendere distin tamente tutte queste
cose, ese no,apprende l'esistente in astrat to e non concretamente. Che vi pare
? T. Io nonintendeva tirarla tant' oltre. A. Messo il carro per la china, è pur
mestieri che giunga in fondo. Da questo che l'intuito apprende l'Ente in
concreto, non siegue che debba apprendere distintamente ilresto della formo la;
giacchè da un lato la concretezza dell'Ente nondipende dal l'esistente o dal
rapporto coll'esistente, e dall'altro è nella natura propria dell' intuitodi
non poter apprendere che l' Ente solo. T. Come provate l' ultima proposizione ?
A. Da ciò che, come sapete, l' intuito è unatto mentaleessen zialmente passivo,
che per tanto dee esser rivolto solamente a quel termineverso il qualeè
passivo; ora questo termine è l'Ente solo, perché ' Ente solo crea ' intuito e
l'intuito non è passivo che solo verso ' Ente. È impossibile, professore, che
l' intuito apprenda pure l'esistente come distinto dall' Ente ; poichè l'in
tuito non è passivo verso l'esistente, e non è passivo per la sem plice ragione
che l'esistente non è attivo verso l' intuito, non lo crea. L'oggetto
dell'intuito è il soggetto della creazione, e l'esistente è il predicatoe non
il soggettodella creazione. T. Voi convenite che l'intuito apprende l'Ente
inquantocrea; esso dunque apprende l'Ente e l'atto creativo , e quindi anche
l'esistente. A. L'intuito apprende ' Ente in quanto crea ; perocchè tolto il
momento creativo, è tolto necessariamente l' intuito, e la qui stione è
distrutta alla base. Ma altro è parlare di quello che l'En te è e chel'Ente fa,
e altro di quello che arriva a vedervi ' in -- 32 tuito: confondere quelledue
cosedifferentissime è il vostro pec cato originale. L'intuito coglie l'Ente
nell'atto che crea, ma l'intuito non può veder distintamente l'Ente e l'atto
onde crea; poiché per veder distintamente quest' atto, l' intuito dovrebbe
apprendere insieme l' Ente e l' esistente. La ragione si è che la distinzione
creativa, come ogni distinzione di sorta, non è che gli stessi termini come
distinti; onde veder distintamente una relazione fra due termini, è
precisamente veder come distinti es si termini. Se l'atto creativo è relazione
fra l'Ente e ' esisten te, è impossibile vederdistintamente tale relazione,
senza veder l' esistente comedistinto dall' Ente ; ora per quello che ho detto
l' intuito non vede così l' esistente, e però non può vederdistin tamente
l'atto creativo e l' Ente, perchè talitermini sono iden tici secondo l'elevato
linguaggio di S. Tommaso. L'atto creati vo è l' Ente creante , il Creatore; la
sola distinzione dunque è tra il Creatore eilcreato. Ora l'intuito non vede
codesta distin zione, perchè esso vede il Creatore senza veder il creato come
distinto da quello. Nonvedeil creatodistintamente, perchè nel l' intuito lo
spirito è mentalmente levato su in alto, e non vede che solo quello che gli è
davanti e di sopra; onde non vede il creato, standogli questo non di sopra e
davanti, ma di fianco e parallelamente, senon vogliamdire che gli è di sotto.
T. Secondo Gioberti lariflessione svolge il vero e non l'inven ta; il che
importa, mi pare, che la reale distinzione de' veri, la quale è condizione
indispensabile al loro svolgimento, precede la riflessione stessa e pero è data
nell' intuito. A. E chi vi ha detto maiche la riflessione inventa il vero e non
lo svolge ? T. Ciò si rileva dal vostro discorso. Infatti se la distinzione
creativa non è data nell' intuito, è chiaro che la riflessione la pone essa,
cioè l' inventa e non la svolge. A. Siccome adunque la distinzione,
verbigrazia, tra scimmia ed asino non èdata nell' intuito, ei ne segueche la
riflessione non la svolge ma l'inventa ? -- 33 T. Allora spiegatemi voi come la
riflessione possa svolgere quello che anteriormente non l'è dato. A. La
riflessione non può svolgere che quello che anterior mente l'èdato, ma dove e
in che modo? Fate attenta avvertenza: nonbastachela cosa siadata solo
oggettivamente, poichè lo spi rito riflessivo non isvolge propriamente lacosa
in sẻ, ma svolge la sua nozione di essa cosa ; ondeselo spiritonon haquestano
zione anteriore della cosa, cioè se la cosa non è data cosi ante riormente allo
spirito, questo assolutamente non può svolgerla col pensiero riflesso.
Vogliodire che altro è l' esser data la cosa in sè, ed altro l' esser data
nella nozione anteriore dello spirito; e c'è gran divario tra questi due modi,
incui lacosa è data ; perocchè essa in sè è data distintamente, laddove nella
nozione nostra anteriore al pensiero riflesso è data solo confusamente. Èdataqui
solo confusamente,perché se ivi fosse data distinta menteequindi in modo
chiaro, la riflessione sarebbe affatto inu tile, un fuordopera. Or che
significa che nella nozione anteriore, cioè nell' intuito, la cosa è data solo
confusamente ? Significa, professore, che vi è data indistintamente ; poichè
sapete che ne gli ordini intellettuali , come pure in quelli della visione sen
sibile, il confuso è l'indistinto e l'indistinto è il confuso. Che dunque ? L'
esistente e l'atto creativodebbono di necessità es ser dati nell' intuito,
altrimentila riflessione filosofica non litro verebbe mai ; ma essi, che sono
già dati distintamente in se me desimi, sono poidati confusamente o
indistintamente nell'intui to, e l' ufficio della riflessione consiste
appuntonel dichiarare quel confuso e nel distinguere quell' indistinto. Esser
dati indi stintamente vuol dire che ' intuito nonapprende l' atto creativo e
l'esistente come termini distinti dall'Ente, ma solo in quanto sono nell'Ente,
l'unocome nel suoprincipio e l'altro comenella sua causa. Onde siegue che '
intuito apprende l'Ente schietto ; mapoichè ' Ente è il principiodell'
attocreativo e la causa del ' esistente, perciò l'intuito, apprendendo ' Ente
apprende pure l' esistente e l'atto creativo inquanto nell' Ente si trovanocome
nella propria causa e nel proprioprincipio. 3 34 T. M'accorgo chenon sapetecosa
significa svolgere riflessi vamente. A. Che significa? T. Rispondo colGioberti
stesso, che la riflessione fa l'analisi del vero ; ora l'analisi suppone la
sintesi anteriore (ladistinzio ne) , eperò questa sintesi dee trovarsi nell'
intuito (1). A. Questa poi , professore , è la più grossa di tutte. Che si
gnifica, che il cielo v' aiuti, analizzare riflessivamente senon ri
flessivamente distinguere? T. Poichè la riflessione distingue, e la riflessione
non fa che svolgere quello ch'è dato nell'intuito ; ne siegue che nell'intuito
dee esser data la distinzione. A. Ma se ladistinzione è data nell' intuito,
nonè più la rifles sione quella che distingue o analizza il vero; l'analisi
riflessiva de' veri presupponedunque nell' intuito l'identità de' veri e non la
distinzione loro. Svolgere riflessivamente significa distinguere e che vuol
dire distinguere? Vuol dire trarre il Molteplice dall'U no e il Diversodal
Medesimo , come l'hanno inteso i più gran di filosofi da Talete e Pitagora
aPlatone,Bruno,Hegel eGiober ti. L'intuito è la nozione del Medesimo e dell'
Uno ; ora trarre datal nozione quelladel Diverso edel Molteplice, ecco in che
consiste il processo analitico e svolgimento scientifico della ri flessione. T.
Voi siete perduto, poichè state inpieno panteismo ! A. Adagio padre : diceva
una voltaun penitenteal suoconfes sore, che stavagli cantando sulcapo ' ite
maledictiperun sem plicemalinteso. T. Nonmifate il leggiadro e difendetevi se
potete. A. Ci vuole assai poco, professore. Tutto il gran valore e il grande
prestigio dello svolgimento riflessivo e filosofico risiede sempre nel trarre
dialetticamente il Diverso dal Medesimo e dal ' Uno il Molteplice, sia chesi
parli dell' ortodossa osia che del (1) Campo, 338. 35 la filosofia panteistica.
In che dunque consiste la differenza es senzialissima di queste duefilosofie ?
Consiste neldiverso e con trario modo di codesto trarre dialetticamente, e qui
le diflerenze più cardinali sono due: 1°nel sistema panteistico il trarre scien
#ifico non è distinto ma affatto identico col trarre oggettivo é rea le delle
cose, laddove nel sistema ortodosso il primo trarre é distinto dal secondo,
benchè lo segua e vada seco d' accordo. Nel processo panteistico si traggono le
stesse cosedall' Uno asso luto ; nell' ortodosso invece si traggono i concetti
delle cosedal la nozione di quello. Nel panteismo il trarre soggettivo del pen
siero va confuso col trarre oggettivo delle cose ; nell'altro poi il trarre
soggettivo è lo stesso trarre oggettivo, ma in quanto è riprodotto e ritessuto
soggettivamente nel nostro pensieroemedian te il nostro pensiero. Ecco perchè
il panteista vuol costruire il mondo a priori ; e il filosofo ortodosso lo
supponecome giàco struito o creato, enonintende ad altro che a ricostruirlo o
rifar lo a modo suo per intenderlo ed acquistarne la scienza. 2º Se il
Moltiplice e Diverso si traggono per processo intrinseco e neces sario dall'
essenza stessa del Medesimo e dell' Uno, e questi si prendono in principio
comela stessa Potenzialità assoluta o as soluta Indifferenza, dico che in tal
caso il processo è panteistico, e questo panteismo nella sua forma più perfetta
è il sistemahe geliano. Se all' incontro il Molteplice e il Diverso si traggono
per processo estrinseco e liberissimo dall'Uno edal Medesimo,e questi si
assumono in principiocome lo stesso Atto assoluto o infinito Determinato,
allora il processo è tutto ortodosso e tale ortodos sia filosofica nel suo più
alto significato è il sistema di Gioberti. T. Ah, qua vivoleva! Voi dite che
l'intuito non apprende la distinzione creativa, e tale apprensione la riserbate
al pensiero riflesso; ora non sarebbe il caso che la riflessione sia autonoma e
pigli la propria azione per legge e regola di semedesima? Di più sapete che la
riflessione è attiva e libera e può beneconside var le cose diversamente da
quel che sono; orquando essa cre dedi apprendere la relazionecreativa tra
l'Ente e l'esistente, avrå -- 36 giusta ragionedi credere che una talerelazionesia
la vera? op pure potràdubitare della sua realtà, sapendo di esser soggetta
naturalmente all'errore? e dubitandone, qual mezzo avrà dessa per usciredel
dubbio (1)? Insomma se la distinzione creativa traEnte ed esistente non è
datanell'intuito, la riflessione si può ben togliere il capricciodi ficcarci in
mezzo la generazione, e questo sarebbe panteismo. A. Ci voleva proprioilvostro
cervello perfarci assapere che, se non si ammette ilfreno delladistinzione
creativa nell'intuito, la riflessione può friggersi benissimo la grazia di
esser cristia na, proclamarsi autonoma e buttarsi corpo ed anima nel pan
teismo, scetticismo, e che so io! L'autonomia della riflessione è impossibile
nel sistema giobertiano,dove l' intuito le determina siffattamente il genio e
l'indirizzo, che l'altra non può sottrarse ne e fare a capriccio senza
mostrarsi matta e ridicola. In che modo ce lidetermina? Non già
presentandolebella e distinta la creazione, ma piuttosto presentandole il
Principio della creazio ne, cioè l'Ente reale e concreto ch' è l'oggetto di
esso intuito. Ammessa la nozione anteriore e intuitiva dell' Ente concreto, la
riflessione è posta in questodilemma inevitabile, cioè di seguire il processo
ortodosso in filosofia, ovvero di mandare a monte l'in tuito anteriore
dell'Ente concreto e o farne a meno addirittura o sostituirvi la nozione dell'
ente astratto secondo il costume de' panteisti. Su questo tema io ho insistito
abbastanza nel mio libro, essendomi paruto di un interesse capitale; ed è che
se la riflessione muove dal concetto anteriore dell'Ente concreto (Atto
infinito) le torna razionalmente impossibile di riuscire al pan teismo, come le
torna razionalmente impossibile di procedere ortodossamente se muove dal
concetto dell'ente astratto o della Potenzialità infinita degli egeliani. Ecco
perchè ho detto altrove che il genio filosofico di Bruno è essenzialmente
ortodosso, ed essenzialmente panteistico quellodi Rosmini; giacché perBru (1)
Campo, 338-40. 37-- no l'assoluto Primo è l'Atto infinito, mentre per Rosmini è
la possibilità infinita identica all' indifferenza assoluta di Giorgio Hegel.
Onde segue che il Rosminianismo non potrebbe conver tirsi al Cristianesimo
della filosofia, senza prima negare il prin cipio su cui si fonda e
quindinegardi pianta tutto se stesso;lad dove basta al Brunismo confessare
alcuni peccati più o meno gravi per meritarsi una buona assoluzione. Lasciando
dunque le apparenze e i giudizi torti o appassionati de' critici e penetrando
con animo libero e sereno nelle viscere delle cose sitrova, che il Brunismo è
fuori lalineapanteistica nella storia filosofica, e il Rosminianismo no; e si
vede di seguito che Bruno non fu mica il precursore di Spinoza, secondoché è
stato detto da alcuni e ri petuto da tutti, mafu piuttostouno de' più
consanguinei e più cospicui precursori di Gioberti. Tra i due sistemi di questi
due grandi italiani ci sono infiniti titoli di parentela, ci è lo stesso sangue
e lo stesso battesimo; e tutto ciò nasce necessariamente da questo che idue
sistemi,sotto forme e modi differenti, si fondano entrambi in sostanza sul
medesimo concetto dell' infi nito Alto o dell' infinitamente Infinito, come si
esprime il Nola no. Il che non significa sospingere Gioberti verso il così
detto panteismo di Bruno, ma sospingereBrunoverso l'ortodossia fi losofica di
Gioberti, e rivendicarlo alle gloriose tradizioni della scienza cristiana ed
italica.Non ispalancate gli occhi, professore, perchè in altra conversazione vi
farò tornaredi proposito su questo tema e vi proverò col testo alla mano che io
al presente non sono nė pazzo e nė ubbriaco. T. Intanto come dimostrate che la
riflessione, movendo dal solo concetto dell' Ente concreto,non può
assolutamente sdruc ciolare verso il panteismo ? A. L'ho dimostrato largamente
nelmiolibro,ein ispecienel Capitolo del Metodo, che vi pregherei di rileggere e
rispar miarmi qui un'inutile ripetizione. T. Cosi farò. Ma, ditemi, sela
riflessione sbagliasse o almeno : -- 38 cadesse in dubbio sulfatto suo,come
farebbe per accorgersene e cavarsene in pace? A. Diavolo! come failmatematico
quando sbaglia una opera zione o ne dubita, cioè rifacendola e meglio
meditandola. : T. E se nemmeno ci arrivasse ? A. Brutto segno ! A T. Cioè. A.
Che tale riflessione non sarebbe nata per la filosofia, ma per tutt' altro.
Notate però che ilpeggiormalenon consiste nello sbagliare, ma nello sbagliaree
nell'ostinarsi a credere che si cam mina diritto, come accade in persona
vostra. Voi ponete che l' intuito apprenda distintamente la creazione econ tale
bussola credete di essere infallibile nello svilupparla riflessivamente, quando
il vero si è che voi lacerate inmodo feroce quella povera creazione e
l'uccidete. All' incontro Gioberti nega all' intuito il concetto distinto della
creazione, eppure nel campo riflessivo del pensiero e della scienza sviluppa
l'idea della creazione con tanta profondità ed ampiezza speculativa da mettere
in rispetto gl' ingegni più robusti che si facciano a meditarlo. Il che impor
ta, professore, che gli sdraccioli e i rompicolli in filosofia non si cansano
col ficcare nello stomaco dell' intuito la distinta noti zia dell' atto
creativo, ma bensi șicansano colla forza del razio cinioe colla potenza
dell'ingegno. Ilquale, seè veramente gran de, come fu senza dubbio quello di
Gioberti, non esige che un Punto solod'appoggio,il soloconcetto dell'Ente per
trarne fuori dialetticamente tutta la scienza in universale; dove che se l'inge
gno è piccolo e minuto, essonon può contentarsid'un Punto solo, e chiede a
Domineddio la grazia di non farlo morirdi pau ra e dargli nell' intuito tutta
chiara e distinta la Formolabene detta-A che pensate? T. Eccola, adessomi
balenain mente un'altradifficoltà gra vissima contro quello che difendete, emi
sembra impossibile chepossiaterisponderviadovere. Udite: voi ammettete che l'in
tuito apprenda tutta la Formola, ma soggiungeteche l'apprende -- 39 in potenza
e non inalto ; esso cosi apprenderebbe attualmente l'Ente solo, enon
apprenderebbe ancora l'atto creativo e l' esi stente che solo potenzialmente.
Oralasciando stare che la po tenza e l'atto sono nella stessa relazione dell'
astratto e del con creto, onde non è possibile conoscere una cosain potenza
senza prima conoscerla in atto; lasciando, dico, tutto questo io ragio no cosi
: l'esistente e l'atto creativo conosconsi prima in potenza e poi in atto,
ovvero al contrario? È chiaro che pervoisi cono scono prima inpotenza.Or vi
dimando: l'atto creativo in po tenza è l'atto creativo in quanto è possibile? e
l'atto creativo in quanto è possibile è necessario o contingente? Il Gioberti,
come sapete, lo dichiara e dimostra necessario, e voi, che pur preten detedi
essere il suo interpreteprivilegiato, non potetedire di versamente. Ma allora
comesfuggire ai panteisti, il cui domma capitale è appunto la necessità
dell'atto creativo? Ciò posto, io vi stringo in questo dilemma che non ammette
mezzo possibile: o l'intuito apprende la creazione solo in potenza,ovvero
l'appren dein atto;nel 1º caso lacreazione è necessaria, conformeai det tami
del panteismo ; nel 2ºnon si restringe all'Ente puro, ma percepisce ancora
l'atto creativo e l'esistente (1). A. Questo formidabile dilemma, professore,
èfalso alla base. T. Oh! A. È falso alla base, vidico, perchési fonda tutto
sopra una falsa interpretazione che avete fattadelmio libro. T. Ciò è impossibile.
A. Cosi rispondeva un vescovo ad un suo parroco checon fessavagli
ingenuamentedi esser uso a farcolazione ogni giorno primadicelebrar la
messa-Eccellenza, inparoladi onore che questoèun fatto cheripeto ogni mattina-
Tornoa dirvi, si gnorcurato, che ciò è impossibile-Monsignore, ve logiuro sulle
piaghe di santo Lazzaroche io non soglio fare altrimenti. (1) Campo,341-42. 40
Ora il curato avea ragione,perchècontro ilfatto non c'è impos sibile che tenga.
T. Vediamo. A. Voiconfondete eternamente l'ordine oggettivo delle cose
coll'ordine della nostra conoscenza delle cose, e attribuite al l' uno quello
che si dice dell' altro, o viceversa. Che significa che l'intuito, il quale
apprende attualmente l'Ente solo, appren depoi potenzialmente anche il resto della
Formola? Non vuol dire, miocaro, chel'esistente e l'atto creativo stiano
potenzial mentenell' intuito, o meglio che l'intuito apprenda l'atto crea tivo
e l'esistentecomedue termini potenziali o possibili; ma vuol dire che esso
intuito, essendo attuale apprensione dell' Ente, ap punto per questo è ancora
apprensione potenziale degli altri due termini. Onde veggono eziandio i ciechi
che quel potenzialmente del testo non accenna alla potenzialità o possibilità
oggettiva dell' esistente e della creazione, ma si riferisce alla potenzialità
soggettiva dell' intuito a intendere anche la creazione e l'esisten te. E
checosa è, professor Toscano,questa potenzialità intellet tuale contenuta nell'
intuito a conoscere l'esistente e l'atto crea tivo se non la riflessione?
Conoscere attualmente l'Ente nell'in tuito è anche conoscere potenzialmente gli
altri due termini; ora conoscere potenzialmente gli altri due termini è appunto
la po tenza riflessiva del pensierocontenuta nell' intuito. Onde siegue che
l'intuito è insieme due cose, cioè l'attuale percezione del l' Ente e la
polenzial riflessione dell'atto creativo e dell'esistente; e questo spiega
quelloche hodetto, ossia che l'intuito è ad un tempo attuale e potenziale sotto
due rapportidifferenti. Non vi piace ? Ebbene,dovete provarmiche la
riflessionenon è poten zialmente contenuta nell' intuito, o chel' intuito non è
la po tenza della riflessione. Che diamineci ha dunque che fare qui l'atto
creativo reale o possibile, libero o necessario ? T. Perbacco che svista! A. È
cosa danulla, professore,non vi affliggete- Andiamo avanti, se non siete
stanco. 41 T. Holeforze ancora fresche e ci rimane tuttavia molto tem po a
trattenerci insieme. A.Cheilcielvibenedicaeviconservilagraziadiessercristiano.
T. Tra le altre vostrepassioni c'è pur quelladi voler parere singolare in ogni
cosa. A. Nonv'intendo. T. Lamia espressione del principiodi contraddizione è
quella medesima accettata e seguita da tutte le scuole; or voi anche qui avete
voluto ficcare il naso e gittarla via comeridondante efalsa. A. Ciò importa che
io poi non appartengo in filosofia a quella turba di proseliti che amano
farlada pappagalli, come alla vostra cortesia è piaciuto battezzarmi; poiché
sono avvezzo a non far mianessuna sentenza filosofica del mondo senza prima
esami narla secondo le forze e rendermene ragione. Ecco perchè dee riuscire a
chiunque ben difficile, caro amico, il sorprendermi alla sprovvista sulle mie
convinzioni, e mostrarmene qualche lato assurdo che sia sfuggito alla mia più
attenta considerazio ne. E oravenendo al proposito, se ho detto male, voi non
do vete fare che riprovarmi. T. Quanto al ridondante, io potrei ritorcere
l'argomento e provarvi che la vostra sublime espressione contiene essa proprio
il vizioche avete credutovederenella miaespressione volgare(1). A. Avanti. T.
Secondo voi l'espressione dovrebbe esserquesta : Èimpos sibile che ' Ente non
sia; intanto ci avete intruso quel necessa riamente ch'è una soperchieria. A.
Èimpossibile che l'Ente non sia, tal èsemplicemente la mia espressione del
Principio della contraddizione. T. Eperchéappresso ci aveteaggiunto quel
necessariamente? A. Prevedendo chetra' miei lettorive ne capitasse qualcuno
parvostro. 1) Campo, 434. 1 -42 T. É sempre una ridondanza. A. Di una semplice
parola, che pur serve acconciamente a conferire maggior forza all' idea
contenuta intutta la frase an teriore. Inoltre avvertite che l'Ente non solo è,
ma è necessa riamente; onde non solo è impossibile che l'Ente non sia, ma è
pure impossibile che non sia necessariamente, cioè come neces sario. T. Tutto
mi pardetto colle parole è impossibile. A. Ecosi ho scrittoio, e la voce
necessariamente l'ho aggiun ta nell'andardichiarandola
miaespressione,comevoiavetenotato. T. Mabasti de'vocaboli e passiamo alle
idee.La vostra espres sione : è impossibile che l'Ente non sia, in quanto
esclude ' esi stente dalla sua logica applicazione, è falsa, e mi sorprende di
scorgere questo errore in un seguacedel Gioberti, chetanto si compiacedel suo
singolar privilegio di conoscerne e possederne lospirito. Imperocchè
l'esistente soggiace certamente alla neces sità relativa, e voi, chepretendete
che ' esistente sia potenzial mente infinito, nonpotreste negarlo senza
un'evidente contrad dizione;or lanecessità relativa germina dalla necessità
assoluta e si fonda e regge inessa, come il relativonell' assoluto, l' esi
stente nell'Ente;dunqueil principio di contraddizione, se espri medavvero
l'assoluta necessità dell' Ente, non può a meno di comprenderenella sua logica
estensione pur l'esistente (1). A. Propriamente il principio di contraddizione
esprime l'as soluta esclusione de' contradittori, e vuoldireche ciò, che è ne
cessariamente, è impossibile che possa non essere, com'è im possibile che possa
essere quello che assolutamentenonpuò es sere. Cosi il circolo, essendo
necessariamente rotondo,è impos sibile che non siatale; ed è impossibile che il
circolo sia qua drato, perchè questo assolutamentenonpuòessere. Il principio
della contraddizione dice che i contradittori assolutamente si escludono, in
quanto l'uno assolutamente non può esser l'altro (1) Campo, 434. 43 e l'altro
assolutamente non può esserl'uno: il contenutodi esso principio è l'esclusione
de' contradittori, come esclusione asso luta de' contradittori.Avete qui a fare
osservazioni incontrario? T. No certamente. A. Ora l'esistente è cosi
necessariamente che gli sia impossi bile il poternon essere ? T. Questo è il
carattere propriodell' Ente, e iodico che l'esi stente è necessario solo
relativamente. A. Essendo necessario solo in modo relativo, l'esistente re
spinge da sè l'applicazione del Principio in discorso, appunto perchè questo
Principio suole esprimere l'assoluta e non lane cessità relativa. Di poi èbuono
che notiate cosidi passaggio che il relativamente necessario è affatto identico
alla contingenza. こ
T. Allora io ragionoin quest' altra maniera. Egli è innega gabile che la
necessità implichi la universalità, come suo con seguente , e l'una partecipa
de' modi dell'altra; per forma che seunprincipio sia assolutamente necessario ,
esso è ancora as solutamente universale; quindi il principiodi contraddizione ,
essendodi un'assoluta necessità, è forza il confessare che sia di una
universalità anche assoluta. Ciò posto, come fiapossibile che untal principio
restringasi all'Ente, e non possa, senza uccidersi , applicarsi eziandio all'
esistente? Secondo la vostra stregua la Logica sarebbe condannata a starsi ,
come la divinità diEpicuro, assisa sopra un tronocollocato in mezzo ad una e
ternità silenziosa e deserta, ed il suo impero sarebbe chiuso nel
LogoeternodiDio,incapace di reggereil Cosmo (1). A. Avete conchiusocon una
scappata pindarica che è proprio una grazia! É vero quello che voidite, cioè
che il principio di contraddizione , essendo di un'assoluta necessità, dev'
essere conseguentemente di una universalità anche assoluta; madove
consistaecomedebbasi intenderetale universalità assoluta, que sto èquello che
voi noncomprendete. Io ho scritto nelmio li (1) Ibid, 435. -- 44 brocosi : «
Ilprincipio d' identità comequello dicontraddizio ne , benchė primari ed
evidenti insommo grado in loro stessi , tuttavia non possono produrre la
scienza che in quanto siac coppiano col principio della causalità
prima.Imperocchè i due primi si aggirano intorno all'Ente schietto considerato
come so stanza assoluta ed infinita;onde non porgono alla mente nessun mezzo
per uscire dall' Ente e trascorrere all'esistente. In essi ci èla massima luce
logica,come concentrata in sestessaenon diffusa di fuori ; onde porgono labase,
ma non il filo del ragio namento e della scienza. Perse soli sono dunque
improduttivi del sapere , e non diventano produttivi, che unendosi al princi
pio della causazione che è l'atto creativo, cioè il secondo termi nedella
Formola » (1). Il principio di contradizione adunque, come quellod' identità,
non esce enon può uscire dall' Ente perapplicarsi anche all' esistente; poichè
essi, uscendone, per derebbero subito quell' assoluta necessità ed assoluta
evidenza logica, dove risiede appunto la loro naturaedeccellenza. Essi non
escono dall'Ente, e pure sono universalissimi; anzi non sono universalissimi
che solo a patto che dall'Ente non escano e non si applichino all'esistente.
Infatti non volete voiche un prin cipio sia assolutamente universale, in quanto
è assolutamente necessario ?-T. Nonaltrimenti. A. Ora il principio di
contraddizione non è assolutamente ne cessario, in quanto si applica solo al
necessario assoluto, cioè all' Ente solo ?Oforse quel principionon cesserebbe
di essere assolutamente necessario,applicato a un termine di altro genere,
ossia all'esistente ? T. È chiaro che cesserebbe. A. E cessando cosi di essere
assolutamente necessario, non finirebbe pure di essere universale
assolutamente? perchè voi (1) Instit. di Fil., 139. -- 45 avete detto che l'
universalità si fonda nella necessità enasce dalei. T. Or fatemi vedere come
accade questo prodigio, che un principio sia assolutamente universale
senz'applicarsi universal mente a tutte lecose, all'Ente e alle esistenze. A.
Accade in quel modoche un generalenonègeneraleenon domina e governa tutto
l'esercito, sesi collocatra le filadi una compagnia. Non è unprodigio maunfatto
naturalissimo, come vedete. Vi prego di considerareattentamente a quello che
siegue. La scienza umana in universale consiste in un processo, che è insieme
affermativo e negativo, unprocesso di affermazioni che importano le negazioni
contrarie, e un processo di negazioni che importano le affermazioni opposte.
Cosi,p. e., quando si dice : l'asino non è scimmia, negandoche sia scimmiasi
afferma che è asino; edicendo : l'asino è asino , affermando ch'è asino si nega
insieme chesiascimmia,pappagallo, evia discorrendo. La nostra scienza adunque,
appuntoperché relativa essa pure , ècome tutto l'esistente, cioè è e non è, è
in parte e in parte non è ; è un'affermazione che non esclude lanegazione, e
unanega zione che non esclude l'affermazione. È dunque un intreccio continuodi
affermazioni e di negazioni tutte relative ; giacché l' affermazione assoluta ,
che esclude assolutamente la negazio ne, è l'Ente; e l'assoluta negazione, che
esclude assolutamente l'affermazione, è il nulla. Ora poichètutto il nostro
sapere è ri posto inquestedue serie indefinite di affermazioni e di negazioni
relative oppostee intimamente intrecciate, ei ne nasce che le due leggi
fondamentali ed universalissime, che regolano e governa no tutto quel
sapere,debbono consistere in quei due Principi che contengono ed esprimono,
l'unol' assoluta affermazione e l'altro la negazione assoluta. E tali due
Principi non sono, pro fessore, quelli d' identità e di contraddizione? Essi
non sono universalissimi e non reggono universalmente tutta la scienza
cheinquanto sono assolutamente necessari, si che senon fossero necessari
assolutamentenon sarebbero più universalissimi e più -- 46 non
reggerebberotuttala scienza; ora non sono enon possono essereassolutamente
necessari che solo in quanto si aggirano in tornoall'Ente, perchè non ignorate
che fuori dell' Ente l'asso lutamente necessario sparisce e gli sottentra il
relativo o relati vamente necessario, che dirvogliamo.Ma non basta, professo
re, econviene al presente considerare il lato più importantedel temaindiscorso.
Non avetevoiscritto cheil principiodi contrad dizione, comeda voi è espresso,
vien proprio in taglio in una quistione fondamentale tra gli ontologi e gli hegeliani
(1) ? T. Sono lemie stesse parole. A. Ora iodebbodirvi con rammaricoche voi qui
vivete in una deplorabile illusione. T. Vi ringraziodi tanto affetto ! A.
Peggio per voise la pigliate a scherzo. Non credete che sia un principio
fondamentalissimo per Hegel ildire che l' essere e il nulla sono identici ? T.
Così è. A. Eidunque pare checontroHegel debbasi piantare ilprin cipio opposto,
percui il nulla el'essere non si mostrino identici e anzi reciprocamente si
escludano. T. Equesto hofatto iocolmioprincipio di contraddizione A.Adagio,
elasciatemi procedere con ordine. Ora ditemi: se condoHegel l'essere e il nulla
sono identici assolutamente o re lativamente? T. Assolutamenteforse. A. Quando
l'identità originariadell'essere e del nulla si svi Juppa medianteil divenire,a
misura che più si afferma come es sere non si nega forse comenulla? T. Questo è
tanto vero che la medesima cosa, la quale era in origine l'identità dell'essere
e del nulla, alla fine, cioè nel seno dello Spirito assoluto, rimanecome soloessere
chehada sèespul so assolutamente ilnulla. (1) Campo, 437. -- 47-A. Bravo!
maciòsignifica che in origine il nulla non era asso lutamente identico
all'essere , altrimenti non se ne sarebbe mai più staccato. T. Era dunque
identico relativamanteea tempo. A. Maintal caso noi non abbiamo piùche opporre
all'Hegel, perchè anche noi ammettiamo l'identità relativa dell'essere e del
nulla. T. No io, eprotesto altamente controtale empietà! A. Non dico se siete
giobertiano, ma se avete davvero la gra zia di esser cristiano , voi non potete
professare altra dottrina. Trattasi semplicemente di sapere se l'esistente sia
un essere as soluto ovvero relativo. T. È relativo, essendo stato creato
liberamente da Dio. A. Ora essere relativamente porta per due ragioni ilnulla
nelle viscere: 1º perchè quello, che è relativamente, non è asso lutamente e
anzi assolutamente puònon essere, è assolutamente annullabile; essere
relativamente è non essere assolutamente , è essere e nulla. 2º Essere
relativamente è essere limitatamente, e però è essere e non essere; giacchè è
noto che il limiteè il con fine dell'essere, e quindi è il nulla. Se dunque
l'esistente non fosse insieme essere e pulla secondo i termini indicati, esso
sa rebbe di necessità o l'essere assoluto (Ente) o confonderebbesi
coll'assoluto nulla; e queste due cose ripugnano certamente alla vostra
timorata coscienza. L'essere relativo è l'opposto del rela tivo nulla , e
questo è l'opposto di quello; sono opposti o con trari , e non contradittori,
epertanto sono trasformabili l'uno nell' altro. Il nulla relativo è ciò che non
è , mache può essere; e l'essere relativo è ciò che è , ma che può non essere.
Essi adunque sono identici e differenti: differenti, in quanto l'uno è e
l'altro non è; identici, in quanto l'uno può esser l'altro e l'altro l'uno. Se
sono differenti in quanto l'uno è e l'altro non è, ne siegue che essi non sono
identici propriamente nė nell'es sere e nè nel nulla , e dovesono identici?
Rispondo che sono identici nel Momento platonico o nel Divenire hegeliano, in
que -- 48 stobilico di neutralizzazione il quale nell'atto stesso, che nonè
nėnulla nė essere, èinsieme piega o sdrucciolo verso entrambi. T. Voi
descrivete mirabilmentelavostra posizioue infilosofia. A. Come. T. Non siete nè
giobertiano nė egelista , nè ortodosso nè ete rodosso e strucciolate egualmente
verso quegli estremi ! A. È vero, perché sino a quelpunto i quattro estreminon
si possono distinguere. T. Dove dunquesi distinguerebbero? A. Nel determinare
quelbilico di neutralizzazione,cioè ilcon cetto del divenire. T. Spiegatevi. A.
Platone tocco come coldito il suoMomentoe fuggivia epiù nonse ne ricordo. Hegel
chiari largamente il suo Diveniree ce lo presentò sotto la forma panteistica
più perfetta. Secondo Gio berti e la filosofia ortodossa quel Divenire e quel
Momento mu tano sembianza e natura, e pigliano il nome e l'essenza dell'Atto
creativo. T. Adesso poi è un altro affare. A. Dovevate saperlo prima. T. Del
resto non so ancora dove vogliate mirare. A. Ecco, professore: secondo Hegel
l'essere e il nulla sono identici, e noi dobbiamo opporgli un principio per cui
il nulla e l' essere si escludano. Ma d' altra parte per Hegel il nulla e l'es
sere sonoidentici relativamente e provvisoriamente, e tale iden tità siamo
anche noi costretti ad ammetterenegli ordini del con tingente ; è chiaro
adunque che su questo terreno noinon ab biamo che opporre all'Alemanno e
dobbiamo dichiararci piena mente d'accordo con lui. Che dunque? L'identità
relativa del l'essere e del nulla Hegel la trasporta nell'Assoluto, cioè nel
l'Ente; ora è qui, e quisolamente, dovedeesi assalire il filosofo di Berlino,
all'identità relativa del nulla e dell'essere opponendo la loro assoluta
esclusione nell'Assoluto.Noi nonpossiamo com battere l'identità relativa
dell'essere edel nulla,perché tale iden 49 tita comerelativa èvera;
intantoHegel trasporta quella identità nell'assoluto , dove per noi essa
diventa falsissima. In ciò dun que due errorici ponno essere: 1º elevare
all'assoluto l'identità relativa dell'essere e del nulla, propria del
contingente;2° ne gare questa identità anche come relativa e propria del contin
gente. La dottrina vera consiste nel direche l' essere e il nulla, i quali sono
relativamente identici nel relativo , o, sono poi assolu tamenteincompatibili e
assolutamente si escludononell'Assoluto. T. Ebbene ? A. Or voi avete fatto
ilpeggio che potevasi fare, invitando a battaglia gli hegeliani sul
campodell'esistente e negando l'iden tità relativa del nulla e dell'essere. T.
Una simile bestialità, signor Taglialatela, credo che non si trova registrata
innessun luogo delle mie opere. A. Essa è chiusa tuttanelvostroprincipiodi
contraddizione, se lo intendete. T. Diavolo! A. «Èimpossibile che una cosa sia
e non sia nel tempo stes so, e sotto il medesimo rapporto » , non è questo il
vostro prin cipio di contraddizione ? T. Èdesso. A. Parlando del tempo stesso e
del rapporto medesimo mi pare chevogliate alludere alladifferenza dei tempi e
de' rappor ti, non èvero? T. Senza controversia. A. Ciò poi che è
assolutamente, nonpuò nonessere, e cio che è assolutamente così, assolutamente
non può esserecheco si: dico bene o male? T.Bene. A. L'assolutodunque
nonammetteleclausoledel tempo stes so e del rapporto medesimo, appunto perchè
l'assolutonon cade sotto le differenze de' rapporti e de' tempi-Badate che
parlia mo dell'assoluto come essere in se-E pertanto il vostro prin cipio di
contraddizione non è affatto applicabile all' assoluto, e 4 -- 50 quindi non si
può opporre all' Hegel sul terrenodell' assoluto. T. Il mio Principio di contraddizione
vuoldire non solo che una cosa essendonon può nonessere nel tempo stesso, ma al
tresi che ella non può avere attributi contraddittori, gli uni de' quali siano
la negazione degli altri; or l'Ente è e possiede in proprio una infinità di
attributi, tutti necessari ed immutabili al pari del suo essere; dunque può
bene applicarglisi il Principio di contraddizione per esprimere la necessità
dell' essere e degli attributi di Lui. Nė siffatta applicazione è oziosa nel
campodella Logica; poichè rimuove da esso l'effato hegeliano, secondo il quale
l'Ente è l'identità di tutti i contraddittori, ossia la con traddizione
assoluta. Questo errore riunisce nell'Ente non solo l'essere e il non essere ma
ancora l'affermazione e la negazione di ogni attributo possibile, e non può
confutarsi altrimenti che stabilendo l' assoluta incompatibilità dell' essere e
del non esse re , dell'affermazione e della negazione degli stessi attributi
(1). A. L'essere e gli attributi dell' Ente essendo necessari ed im mutabili
voi ben dite che dee stabilirsi contro Hegel ' assoluta incompatibilità dell'
essere e del non essere, dell' affermazione e della negazione degli stessi
attributi nell' Ente; ora il vostro principio di contraddizione non esprime
quella incompatibilita in modo assoluto, e perciò non si può applicarlo all'
Ente. T. Eperchè non la esprime inmodo assoluto ? A. Perchè le aggiuntedel
tempo stesso, e del rapporto mede simo sono condizioni proprie del Relativo e
ripugnano all'Asso Juto ; sono due aggiunte chedanno al vostro principio un va
lore affatto relativo, e lo rendono assolutamente impotente con troHegel. T. Ma
intal caso ilmioprincipio, inapplicabile all'Ente, sa rebbe applicabilissimo
all' esistente; ora voi non mi avete negato anche questo ?. A. Si, perchè il
vostro principio non si può applicare a nes (1) Campo, 436-37. -- 51 sunodi
quei due termini: non all'Ente cheesclude assoluta mente da se le alternative
dell'essere e del non-essere, e del l'essere e non-essere in tempi e rapporti
diversi; non all'esi stente, che in sè inchiude assolutamente tali alternative.
T. Queste due vostre ragioni distruggonsi a vicenda l' una per l'altra; e per
fermo per la primaragione il mio principionon è applicabile all' Ente, perchè
il mio principio esige nella cosa le alternative dell' essere e del non essere,
e tali alternative man cano nell' Ente; per la seconda ragione al contrario
ilmio prin cipio non è applicabile all' esistente, perchè l'esistente contiene
assolutamente le alternative dell' essere e del non-essere, e il principio di
contraddizione assolutamente le rifiuta. Ma o quelle alternative son giuste, ed
allora negando la possibilità di appli care il Principio all'Ente che non le
contiene, bisogna affermarla dell' esistente ove sono contenute, ovvero non
bastano, ed al lora perchè giungete a dir giusta nelvostro libro la mia espres
sione del Principio applicato all' esistente ? Dovunque vi volgete, la
contraddizione vi avvolge d' intorno (1)! A. Dovunquemi volgo d' intorno, caro
professore, mi veggo affatto libero e però la contraddizione, di cui parlate,
ha dovuta essere tutta unvostro sogno. Statemi a sentire : il principiodi
contradizione significa due cose: 1º l'esclusione del nulla dal l'essere, 2º
questa esclusione come assoluta esclusione. Ciò posto, ripeto che il vostro
principio è insieme inapplicabile cosi all' Ente come all' esistente; all' Ente
, perchè qui l'essere esclude assolutamente il nulla, mentre il vostro
principio ne lo esclude in modo tutto relativo; all' esistente, perchè il
vostro principio esclude relativamente il nulla dall' essere, laddove nel
l'esistente l'essere e il nulla assolutamente s'importano a vi cenda. Inoltre
voi credete che per applicare ilprincipio di con tradizione ad una cosa, questa
debba contenere nelle viscere le alternative dell' essere e del poter non
essere: niente affatto, vi (1) Campo, 435-36. 4 -- 52 rispondo. Le
alternativedell' essereedelnulla non ciautorizza no ad applicare, ma anzi ci
vietano assolutamente di applicare quelprincipio; esso è applicabile all' Ente
sol perchè nell' Ente l'essere e il nulla non si alternano, e anzi
assolutamente si escludono; non è applicabile all' esistente, sol perchè nell'
esi stente il nulla e l' essere non si escludono assolutamente e anzi
necessariamente si alternano. Lo comprenderebbe anche una vecchiarella, che il
ciel v'aiuti ! Ed è vero che notai che la vostra espressione è giusta,
applicata all'esistente; ma voi al solito avete imbrogliate le carteo non avete
capito. Dissi adunque che ègiusta nel senso che, essendo ' esistente un essere
che im porta il suo non-essere e viceversa, voi dovevate rimuovere
provvisoriamente tale alternativa efissare l'esistente inmodo che il suo essere
escludesse il suo non-essere; or questo proprio avetefatto col ficcare nella
vostra espressione le due clausole del tempo stesso edel medesimo rapporto.
L'esistente, ch' è in untempo, puònonessere in un altro:ecco l'alternativa
dell'es sere e non-essere, la quale vi proibiva l'applicazione del princi pio
indiscorso. Intanto voi vieravate ostinato ad applicarvelo e per riuscire
sottraeste l'esistente alle differenze de' tempi e, per vecidergli dal pulmone
l'alternativa dell'essere e del nulla, lo inchiodaste nel tempo stesso, ossia
nel Momento che è, dicendo : èimpossibile che una cosa (esistente), mentre è,
non sia. E cosi storpiaste il povero esistente; giacchè questo è un essere che
implica talmente il suo poter non essere, che l' uno, rimosso l'altro anche
provvisoriamente, èdi necessità mutilato e reso assurdo. Infatti l' esistente,
eziandio nell' atto che è, può assolu. tamentenonessere; poichèse, nell'atto
che è, non potessenon essere, allora ' esistente, nell' atto che è, sarebbe
necessaria mente, sarebbeessere necessario e noncontingente, assoluto e
nonrelativo. Quandodite: è impossibile che l'esistente mentre ènon sia, questa
vostra impossibilità è una impossibilità sem plicemente effettiva, unamera
impossibilitàdi fatto o sperimen jale, evuol dire che l'esistente, mentre è,
è;nonèdunque una 53 impossibilità ideale o metafisica, perchéin tal caso la vostra
espressione saria prettamente panteistica. La formola: è impos sibile che
l'esistente,mentre è, non sia, è diversissima da que st' altra: è impossibile
che l'esistente, mentre è, non possanon essere; e la differenza è in ciò che
nella prima formola, ch' ė la vostra, dall' essere presente si rimuove nel
fatto ilnon es sere presente, laddove nella seconda si afferma nell' essere pre
sente la possibilità del suo non essere; ' impossibilità della pri maèdunqueuna
sofisticheria e solo quella della secondaè una impossibilità vera e razionale.
Ed eccovi, professore, che nelle vostre mani il principio dicontraddizione ha
perduta intera mente lasuaforma ideale, necessaria, assoluta e semplicissima
per diventare un intrighetto scolastico, un gergo o una cifraru vida ed
insignificante; ad ognimodo però questo è ben degno del vostro Corso
Elementare, e tanto basta. T. Alla teorica del Giudizio ? A. Alla teorica del
Giudizio. T. Nonvolete voi che l'intuito nonapprendanessunarelazio ne oggettiva
di sorta? (1). A. Avanti. T. Poi non avete scritto nel vostro libroche il
Giudizio è il primo pensier riflesso, e impostogli per legge logica di essere
l'esatto riflesso delle relazioni obbiettive (2) ? A. Èvero. T. Or prima della
riflessione non viha che l'intuito, edè im. possibile un esatto riflesso di
alcuna relazione obbiettiva per l'innanzi non percepita dalla mente; dunque
l'intuito è quello che percepisce le relazioni obbiettive, ela riflessione non
faal tro che ripeterle ed esplicarle (3). A. Dovete ricordarvi che io veramentenonho
negato all' in (1) Campo, 438. (2) Ibid. (3) Ibid. -- 54 tuito la percezione
della relazione, ma piuttosto la percezione della distinzione oggettiva, T.
Sembrami che valgą ilmedesimo, la relazione essendo una distinzione e la
distinzione una relazione. A. Ciò è vero solo in parte; perchè se ogni
distinzione è re lazione, non ogni relazione è distinzione. L'identità assoluta
(Ente) non è forse l'assoluta relazione dell'Assoluto seco stesso? T. Mi pare
che l'Assoluto sia Termine e non Relazione aş soluta. A. Non sarebbe Termine
assoluto senza essere ancora asso luta relazione seco stesso; poiché ilconcetto
del termine im porta necessariamente quello della relazione, e questa relazione
non può essere che assoluta o relativa. La relazione assoluta ė quella del
termine verso se medesimo, la relativa è quella di un termineverso un altro.
Nel primo caso il termine è assoluto ap punto e solo in quanto è assoluta
relazione con se stesso; a ri gore adunque non è termine ma relazione assoluta,
l'assoluto Relativo, cioè l'assolutamente Identico ed Uno, l'Autogenetico,
quello che si pone assolutamente da sè e risiede assolutamente in se solo. Nel
secondo caso il termine è relativo, essendo le gato nella sua relazione con un
altro termine; esso sussiste in sè in quanto è in relazione ad un'altro,
edunque sussiste pro priamente nell'altro e non in se stesso; non è l'assoluto
Relati vo, l'Identico, l'Uno, l'Autogenetico ma è il relativamente rela tivo,
il diverso, il moltiplice, l'eterogenetico; non è l'Ente ma l'esistente. Ciò
posto, dire che l'intuito percepisce l'Ente solo è lo stesso che dire che
percepisce la Relazione assoluta, cioè la relazione d'identità enon quella di
distinzione. T. Ora ogni relazione essendo essenzialmente ungiudizio, la
percezione intuitiva della relazione assoluta è di necessità un giudizio. A.
Non parliamo noi del giudizio comenostro, come forma propria della nostra
conoscenza? T. Sicuramente. 1 -- 55 A. Sedunqueil giudizio consiste nella
relazione,come voiben dite, egli è chiaro che non vi può esser mai ilnostro
giudizio finchè la relazione obbiettiva non siasi subbiettivata e divenuta
nostra relazione : o a voi pare altrimenti ? T. Non altrimenti. A. Edecco che
al presente la lite è ridotta a un punto assai fa cile a risolvere, e consiste
a sapere se la relazione obbiettiva pos sa dirsi subbiettivata nello stato
della semplice percezione. T. Io penso che possa dirsi, perchè lo spirito umano
fa suo l'oggetto e se lo appropria appuntopercependolo. A. No , professore :
percependo semplicemente l'oggetto , lo spirito comincia bensi per
appropriarselo e farlo suo , ma non ancora vi è arrivato ; c'è appena lo
scambio di una prima trat tativa che non dee confondersi col contratto
conchiuso e coll'ap propriazione dell' oggetto. Nell' Introduzione non ha detto
forse Gioberti che il carattere più intimo e più specifico dell' intuito
risiede nella perfetta oggettività del termine intuito ? T. Si , lo ricordo. A.
E ciò significa che la relazione assoluta (Ente), in quanto è solo intuita ,
resta puramente oggettiva enon ancora si è sog gettivata e divenuta nostra
relazione ; nell' intuito dunque c'é giudizio , perchè c' è relazione ; macome
la relazione è tutta og gettiva e niente nostra, perciò ivi il giudizio non è
niente nostro ed è oggettivo ed assoluto solamente. T. Se il giudizio è la
relazione , è evidente che percepire la relazione è di necessità percepire il
giudizio, ora che cosa è per cepire il giudizio se non giudicare ? A. Percepire
semplicemente la relazione non èmica giudicare, altrimenti per giudicar Dante o
Bellini basterebbe ascoltar sem plicemente la Norma o leggere appena la divina
Commedia. Di poi la relazione non èper altro un giudizio che in quanto essa è
affermazione di un termine con se stesso ovverodi un termi neverso unaltro ;
onde affinchè vi sia il nostro giudizio non ci bastaapprendere semplicemente la
relazione , ma dobbiamo -- 56 apprenderla comeaffermazione; dobbiamo affermarla
mental mente noi stessi, cioè ripeterea modo nostro l'affermazione og gettiva.
Ora tutto questo è impossibile nel semplice intuito ,do ve lo spiritovede
l'oggetto indeterminatamente e vagamente, os sia nol vede come ripiegantesi per
intoriflessione in se medesimo e come affermantesi identico a se medesimo. T.
Anzi proprio cosi lo vede ; poichè secondo ilGioberti l'og getto dell' intuito
è l' Ente in quanto affermasi identico a se stes so, dicendo : io sono. A. Così
dice ' Ente allospirito nell' intuito, ma nell' intuito è impossibile allo
spirito dire altrettanto, cioè fare il suo giudizio ripetendo a modo suo
quellodell' Ente. T. Perché ci sia il giudizio dello spirito non occorre ch'ei
ri petamentalmente quello dell' Ente , e basta solo chepercepisca semplicemente
il giudizio dall' Ente pronunziato. A. No, ma dee farlo suo, ripeterlo a modo
suo, altrimenti il giudizio non sarà mai suo giudizio. E sapete
perchènell'intuito lo spirito assolutamentenon può ripetere a modo suo il
giudizio dell' Ente ? Perchè rispetto all'intuito l'idea è assolutamente una
sola, e voi avete detto checon una sola idea il giudizio è impos sibile. O
vorreste ammettere che anche rispetto all'intuito debbo no esservi più idee ?
T. Veramente atale dimandanonpotrei rispondere con tutta precisione, essendo
questo un tema da me non ancora benme ditato : lasciamolo dunque da parte al
presente e rifacciamoci da capo peraltra direzione. Secondo la vostra dottrina
il giudi zio consisterebbe nel riprodurre soggettivamente larelazioneog
gettiva, e voi consentite a dire che nonsi può riprodurre rifles sivamente una
relazione oggettiva senza prima percepirla sem plicemente : o avete a fare
qualche avvertenza in contrario? A. Nessuna. T. Ebbene, lo spirito nell'
intuito nonpercepisce secondovoi la sola relazione assoluta ? A. Leisola. -- 57
T. Lo spiritodunquenonpotrebbe riflessivamente riprodurre che la sola relazione
assoluta, e però, salvo appena questo giu dizio : ' Ente è, tutti gli altri
giudizi sarebbero impossibili per lo spirito. A. Larelazione assoluta percepita
semplicemente nell'intuito contiene, come principio e causa,tutte le relazioni
possibili ; ondeamisurache lo spirito sviluppa ilconcettointuitivo dell'as
soluta relazione, vede da lei sbucciare a mano a mano edialetti camente tutte
lealtre relazioni possibili, e cosi comele vede sbucciare se le appropria
riflessivamente e nascono a questo mo do tutt' i giudizi possibili, che
compongono epossono comporre la scienza degli uomini. Ilconcetto semplice della
relazione as soluta genera in noi il giudizio o analisi dialettica della
relazione assoluta ; quest' analisi ci dà fuori il semplice concetto della re
lazione creativa, il quale ci desta il bisogno intellettuale del giu dizio o
analisi dialettica della creativa relazione ; e quest'analisi dialettica della
creazione ci partorisce ad un partó i concetti del Cronotopo edelCosmo (che
certo sonodue relazioni) etali con cetti ci spingono a giudicare o svolgere
dialetticamente quelle due relazioni, e si hanno lamatematica e lacosmologia :
e cosi dite di seguito all' infinito. Se per metodo scientifico või non in
tendete quel processo mentale ,per cui tutta l'umana conoscen za venga
dialetticamente e successivamente snocciolandosi dal concetto primitivo e
semplicissimo dell' Ente puro o della pura Relazione assoluta; se nonc'
intendete questo,dico, io vi consi glierei di abbandonare la filosofia e darvi
ad altra professione. T. Contutto questo io mi ostino a sostenere che la
naturadel giudizio non istà, comedite voi, nel riprodurrc soggettivamente e
riflessivamente la relazione obbiettiva innanzi semplicemente percepita, ma
piuttostonel vedere semplicemente una relazione tra due idee. Infatto egli è
certo che il giudizio è unatto intel lettuale,distinto, sebbene indiviso,dagli
atti sensitivi e volitivi; or l'intelletto è facoltà di vedere, & occhio
mentale,e la cognizio ne in tuttelesueforme nonè altro che
unamentalevisione;quin -- 58 di il giudizio non può consistere che nel
vederementalmente. La riflessione a cui voi ricorrete per trovare la natura del
giudizio, èun rivedere, ecome taleappartiene eziandio all' intelletto ; se
nonche in essa interviene pure un atto divolontà, eperciò rie sce libera in
quanto dalla volontà è regolata. Questa libertà della riflessione, opposta all'
assoluta necessità de' giudizi primitivi, dovrebbe convincervi dell' errore in
cui vi avvolgete, se il vostro giudizio s' informasse della schietta luce del
vero nel discutere la quistione ; poichè la necessità e la libertà sono
incompatibili nell' atto medesimodi qualsiasi facoltà,subbiettivamente riguar
dato; se dunque l'attoriflesso è libero e il giudizio primitivo é necessario,
come si può pretendere che l'uno sia l'istesso che l'altro, senza un' evidente
contraddizione (1) ? A. Essendo per voi la cognizione in tulle lesue forme non
al tro che una mentale visione, io non so come e perché vogliate poi
distinguerla in vedere e rivedere. Una volta dite che il ve dere e rivedere
appartengono egualmente all'intelletto, e un'al tra che l'intelletto in tutte
le sue forme è solo un vedere, un oc chio mentale ; ma cosi dunque o
l'intelletto non sarebbe più an che un rivedere e addio riflessione, ovvero
l'intelletto non sa rebbe più in tutte le sue forme una semplice visione
mentale. E se, scherzando nella stessa pagina con voimedesimo, volete che
l'intelletto sia insieme la facoltà di vedere e di rivedere mental mente, io subito
vi chieggo sapere in che consiste la differenza del vedere e del rivedere, e
come la stessa facoltà dell'intelletto possa spiegarsi in quelle due forme
diverse della visione e della revisione. Voi vi limitate modestamente a dire
che tuttaladiffe renza sta in ciò, che lavolontà libera, la quale interviene
nel ri vedere, non s'immischia nelle faccende della semplice visione. Ma
iodacapo: perchè lavolontà nell'un casoconcorreenell'al tro non concorre ? Su
questo punto ilCorso e le Lettere fanno silenzio, mentre il tema è grave e
importantissimo per la psicolo (1) Campo,438-39. -- 59 gia. Se infatti ci foste
entrato dentro e l'avessivo ben considera to, voi sareste riuscito diritto a
questa conseguenza, che cioè la libera volontà non ha luogo nella semplice visione
dell'intelletto appunto perchè ivi manca il giudizio! Ecco, pervostra istruzio
ne, come io ho scritto in proposito nel mio libro, dove a voi, e a voi
solamente, è parso di trovare un numero sterminato di contraddizioni : «
L'attività dello spirito umano è come il suo pensiero ; questo è intuitivo o
riflesso, e quella è spontanea o libera. La spontaneità e la libertà sono due
forme, due stati dell'attività psichica, come la riflessione e l'intuito lo
sono del pensiero ; l'attività spontanea risponde al pensiero intuitivo, e la
libera al pensiero riflesso. La spontaneità ela libertà debbono dunque
accordarsi, come l'intuito si accorda colla riflessione. L'attività spontanea è
fatale, in quanto non è libera; ora non è libera, perchè la scelta, l'elezione
vi è impossibile. Perchè? Le ragioni sono due, l'una ontologica, psicologica
l'altra. La ra gione ontologica consiste in questo che rispetto all'attività
spon tanéa avvi un solo termine, e con un termine solo non può aver luogo
l'elezione Ma anche con untermine soloci può essere libertà, in quanto si può
volerlo o non volerlo- Rispondo che ciò è vero, quando il termine è limitato
eparticolare; falso, se è generale ed infinito. Il termine dell'attività
spontanea è l'Ente solo nella sua generalità ; comedunque si potrebbe volerlo o
meno? L'attività spontanea non vuole nè disvuole, non può l'una nè l'altra cosa
; poichè tale attività è la forza psichica nel l'atto stesso di esser creata;
ora ilvolere e non volere già pre suppone la forza come creata, e quindi non
può appartenere al momento della creazione. La volontà, nell'atto che è creata,
è fatale non libera ; è libera dalla coazione, ma è soggetta alla ne cessità.
Se non che tale necessità non distrugge l'arbitrio, ma lo fonda, creandone la
radice; perchè la volontà non può esser libera, se prima non sussiste; ora
sussiste in quanto è creata. Èdunque unanecessità massimamente ragionevole, e
tal neces sità è l'atto creativo. Togliete questa necessità, e la volontà si
60-- annulla e l'arbitrio diventa impossibile. La ragione psicologica sta inciò
che l'arbitrio suppone necessariamente la scelta, e que sta suppone il
giudizio; ora nell'intuito manca il giudizio, e pe 1 rò non vi può essere
elezione e libero arbitrio. La libera scelta non può aver luogo senza la
plurarità de'termini, come il giu dizio senza la pluralità delle idee; perciò
lo spirito non può u scire dallo stato dell'intuito e della spontaneità e
passare a quel lo della riflessione e dell'arbitrio, finchè l'Idea non si è
trasfor mata in idee e l'Ente non siconsidera congiuntamente alle esi stenze.
Il trapasso dell'attività dallo stato spontaneo al libero si fonda e siegue il
trapassodel pensierodallo stato d'intuito a quello della riflessione, come
questo si fonda e siegue il transi to ontologico dell'Ente all'esistente, che è
l'atto creativo (1) ». Vedete, professore : l'arbitrio è essenzialmente libera
elezione, ela libera elezione di necessità presuppone il giudizio; tanto che
l'arbitrio è impossibile senza l'elezione, e l'elezione è impos sibile senza il
giudizio, Ora nello stato intuitivo l'elezione è as surda, non essendovi
possibile nessun giudizio di sorta; giacchė da un lato il giudizio importa
necessariamente più idee, e dal l'altro per l'intuito l'idea è assolutamente
una sola. E assoluta mente unasola, perchè l'oggetto dell' intuito è l'Ente in
sè, e l'Ente in sè, idealmente considerato, è l'Idea non le idee; onde se per
l'intuito ci fossero molte idee, queste sarebbero oggetti vamentemolte
nell'Ente stesso, e cosi noi verremmo a negare l'assoluta unità ideale ed
oggettiva dell' Ente in sė, e tal è il grande assurdo logicodiPlatone secondo
il giudiziodi parecchi e gravissimi interpreti. Ma l'ldea, ch'è intuitivamente
una sola, si moltiplica riflessivamente inidee, ed io ho mostrato perchè ecomesi
moltiplica; or poste le idee, è posto per lo spiritona turalmente il giudizio
che genera immediate l'elezione e l'arbi trio. L'assenza dunque o la
presenzadella libertà non è infon do che l'assenza o la presenza stessadel
giudizio; equesto vi (1) Ist. di Fil. 464e seg. 1 -- 61 spiega perché gli
uomini sono liberie lebestie no,ecome i fi losofi e i popoli che meglio
ragionano sonopiù liberi degl'im becilli e de'popoli asini. T. Poichè per voi i
nostri giudizi sono tutti riflessi e liberi, io nonveggocome si possa più
ammettere l'assoluta necessità de'giudizi primitivi; dovendo esservi ben noto
che la necessità e la libertà sono incompatibili nell'atto medesimo di una
facol. tàqualsiasi. A. Che intendete per giudizio necessario? T. Quello il cui
opposto è impossibile. A. Il principio di contraddizione nonè forse
ungiudizione cessario e primitivo? T. Perfettamente. A. Abbiamo giàdetto che
nel principiodi contraddizione lo spirito non fa altro che escludere
assolutamenteil non-essere dall'essere assoluto; ora escludere assolutamente il
non-essere dall'essere nell'Assoluto vuol dire che nell'Assoluto è impossibi le
l'identità dell'essere e del non essere. Intanto l'Hegel, ossia ungran
filosofo, nonha forse affermato l'opposto e stabilito sopraunprincipio affatto
contrario il suo celebre sistema? T. Che volete inferirne ? A. Che l'opposto
de'giudizi necessari è possibilissimo per lo spirito umano. T. Diavolo ! ma in
tal caso i giudizi necessari non sono piùnecessari. A. No, non èquestala
conseguenza. T. Equale? A. Che i giudizi primitivisono necessari in unsenso ben
di versoda quello che voi intendete. Esaminiamolo. QuandoBru no ed Hegel
affermarono del pari,benchè sotto due aspetti as sai differenti , che le
contradillorie proposizioni sono vere, essi fecero saldare in aria
ildivolgatissimo principio di contradizio ne; e la maggiordisgrazia si è, per
dircelo a quattr' occhi fra noi, che trattandosi di quelledue testegloriosenon
c'è per -- 62 messo di ridere o saremo presi per istupiditi e peggio. Del re
sto se si va a vedere, trovasi che ne'loro sistemi quel brutto paradosso
diabolicamante vi seduce per non so qual nuovo pre stigio di logica bellezza
ch'è una terribile tentazione. lo ci ho voluto pensare un pò seriamente, e
sapeteche n'ho conchiuso? T. Dite. A. Neho conchiuso che ilprincipiodi
contradizione, ilquale è pernoi un giudizio primitivo e necessario, perHegel
eBruno è una grande sciocchezza! T. E chi dunqueha ragione? A. Essi e
noiabbiamo ragione egualmente; perocchè essi par Jano della Potenza infinita
ch'è appunto l' identità dell' essere e del non-essere, e noi invece
parliamodell'Atto infinito dove l'es sere esclude necessariamente il suo
contrario. La necessità del principio di contradizione,come quella di tutt'i
giudizi primiti vi, è dunque unanecessità riflessa, dedetta, provata; è provata
ededotta riflessivamente dalla nozione anteriore dell'Assoluto preso comeAtto
infinito,e vuol dire che, preso l'Assoluto come tale, il suo essere esclude
assolutamente il suo non-essere e il principio di contradizione diventa un
principio necessario e as siomatico. Ilprincipio di contradizione,come tutt'i
Principi, as suntocosì dommaticamente non dice nulla e può essereindiffe
rentemente vero o falso secondo i sistemi. Pigliatelo a questo modo,
opponeteloall'Hegelismo e voi fate peggio che tirare con tro la luna ; giacchè
Hegel ve lonega di pianta, dimostrandovi che il nostro principio è una miseria,
roba vecchia e da filosofi eunuchi. Comedunque potreste difendervi? Col provare
il vo stro principio , deducendolo logicamente e necessariamente dal concetto
dell'Infinito come Atto infinito.E questo dee farsi sem pre, professore , anche
se non c'è contro Hegel; poichè tutta la fermezza della scienza nasce da quella
de' Principî, e i Principi nonsono fermi se sipiantano arbitrariamente e senza
una di screzione al mondo. Eccovi che il viziocapitale di Spinoza con siste
appunto nel dommatismo de'Principî, cioènell' edificare il -- 63 suosistema su
certi assiomi e definizioni affatto discutibili , e che anzi possono essere
dimostrate interamente contrarie alla mente dell' autore. Insomma iPrincipi
nondebbono essere al trimenti i primitivi giudizi che in quanto sono i primi
pronun ziati della riflessione filosofica ; la quale li pronunzia primitiva
mente, deducendoli dall'intuito originario dell'Idea che è il Principio de
Principi, il Principio assoluto o l'assoluto Primo logico non dedotto da
nessuno eda cuitutto si deduce. Onde siegue che i Principi sono necessari e
liberissimi ad un tempo : necessari, in quanto la riflessione lideduce
necessariamente dal concetto anteriore dell'Atto infinito; liberissimi, in
quanto la ri flessione potrebbe negarli, movendononpiùdalla nozionedell'in
finito Atto ma da quella della Potenza infinita. E per talmodo circa i Principi
la libertà si accorda colla necessità, e l'accordo consiste nel termine comune
del razionale che toglie alla liber tà di essere arbitraria e alla necessità di
esser cieca. Necessità razionale è il nesso logico necessario che corre tra il
concetto dell'infinito Atto e i Principi che se ne deducono nel nostro si
stema; e libertà razionale è libertà conforme alla Legge logica per cui,
ammessocome principio assoluto l' Atto infinito, biso gna pur conchiudere a
quei Principi, ovvero si dà nello spropo sito e la riflessione èpazza e non
merita il titolo di filosofica. T. Voi confondete l'atto del
pensierocoll'attodel volere, scam biando puerilmente la simultaneità o un
rapporto semplice di tempo col rapporto d'identità. La norma per distinguere
gli atti e le facoltà dello spirito umano è tutt'altrada quella segui tata da
voi, e consiste nel vederne l'oggetto in cui si versano e la legge con cui si
svolgono; lalorosimultaneità o successione nondice nulla rispetto all'
intrinseca lor natura; poichè lo spi rito umano può a suo grado esercitare
tuttele suefacoltàinsie me, o purle unedopo le altre, atteso l'influenza che ha
la vo Jontà su ciascuna di esse,come facoltà egemonica edirettrice. Infatti non
può lo spirito umano , quando gli aggradi , sentire intendere volere e muovere
il corpo al tempo stesso? e direte 64-- per tal ragione cheil sentire sia
l'istesso che l'intendere , e che l'intendere sia identico al muovere il corpo
, come questo al vo lere? Dunque avrebbe ragione il Condillacdi riporre il
giudizio in una sensazione, perchè l'animoumano sentendo giudica? e
l'intelletto non sarebbe al fine che una facoltà muscolare intesa al movimento
del corpo , perchè noi possiamo ragionar cammi nando ? Vedete a chegiungelo
spirito del sofisma, quando s'im padronisce di uno scrittore par vostro, benchè
egli sia adulto maschio e filosofo (1). A. Colgoquesta felice occasione per
tornar a dichiarare bam bina e volgarissima la vostra psicologia, che mette tra
il pensie ro e il volere unsemplice rapportodi simultaneità o di tempo , enega
che, volere epensiero siano essenzialmente identici nel l'unità indivisibile
dello spirito. « Il pensiero e la volontà, dice Gioberti , sono identici e
inseparabili nell'uomo , come l'ideale e il reale in Dio (2) ». La
qualedottrina venne da lui costante menteripetuta in mille luoghidelle sue
opere,anteriorio postu meche siano. Come si prova che sono identici? Il
pensiero preso astrattamente, è distinto dallo spirito; ma sesi prende in ,
concreto, il pensiero è identico allo spirito, è la stessa sostan za spirituale
, la stessa Persona , ilPensante. Il pensiero non è una tra le facoltà
dell'animo , maè piuttosto tutta l'essenza in tima dell'animo ; ecco perchè
tutte le facoltà psicologiche rive stono , chi più chi meno, laforma del
pensiero , come l'imma ginazione, la memoria ed anche la stessa sensazione.
Tutteque ste facoltà ritraggono necessariamente, ma variamente, delpen siero,
perchè esse non sono secondo voi che diversi atteggia menti dello spirito, e
l'essenza dello spirito è appunto il pen siero. Or poi come spirito è pensiero,
e così pensiero è essen zialmente volere; perocchè ilvolere ,senon vuolsi
confonderlo col movimento muscolare e corporeo , dev'essere un movi (1) Campo,
439-40. (2) Prot. T. 1º, pag. 253. : -- 65 mento intellettuale, un pensieroche si
muove volendo eunvo lereche si muove pensando, un pensiero che vuole se stesso
e un volere che pensa se medesimo. Pensare qualunque cosa è volerla pensare, e
volerla è pensarla; nell'interno dello spirito non sono due termini,ma uno solo
sottodue nomi differenti; sono affatto identici nella unità dello spirito,della
persona, del l'intelligente. E sono identici eziandio dal canto dell'oggetto ;
giacchè da una parte l'oggetto del pensiero è il vero e quello del volere è il
buono, e dall' altra bonum et verum convertun tur, come scriveS. Tommaso!
Quelloche èbuonopel volere, quello stesso è il vero pel pensiero; vale a dire
che l'ogget to del pensiero è il buono sotto la formadel vero, e l'oggetto del
volere è il vero sotto la forma del buono. Ed eccovi che il primo Vero
s'immedesima coll'ultimo Bene , e la Legge del pensiero è la stessa Legge del
volere, cioè l' Idea, come m'in segnate. Dalche ciascuno può conchiudere che il
vostro parago ne tra l'intendere e il muovere il corpo nonpoteva essere più
insulso ed infelice, e che qui ci entrava tanto Candillac quanto l'anima del
cardinale Antonellientrerebbe nel Paradisodantesco. T. Ma come mai pensare è
l'istesso che volere, se noi possia mobenissimo pensare a casa deldiavolo senza
voler mica anda re a casa del diavolo? Non accade spesso a tutti gli uomini
dipensare unacosa e volerne un' altra?E tutto questo non sa rebbe forse
impossibile, se si ammettessel'identità del volere e del pensiero ? A. Voi
confondete l'esecuzione esternadel volere col volere co meattopuramente interno
dello spirito. Pensando a casa del diavolo voi liberamente ci pensate, ci
pensate perchè volete pen sarci; poiché se nonvolete,tutte le forze
dell'universo non pon no costringervi a pensarci. E perchè poi non volete
andare a casa del diavolo? Perchè pensandovi vedete che il luogo non vi
conviene, non fa per l'anima vostra; primala pensatevolendola pensare, e poila
rifiutate pensandodi rifiutarla;unavolta ilpen siero è l'istesso volere e
un'altra il volere è lo stesso pensiero , 5 -- 66 ecosi sonosempre un'unica e
medesima cosa.E se opponete che alcuno pensa di non volere l'inferno e intanto
vi si precipita, ri spondo che questa non èdifferenza ed opposizione tra volere
e pensare, ma si tra il volere interno e la sua esterna ed effettiva esecuzione.
Imperocchè il nostro volere, essendo limitato e fiac chissimo, non fa sempreciò
che vuole, e anzi spesso opera con tro quello che vuole, e inciò consiste
l'eterno difetto e contra dizione degli uomini secomedesimi. Ora tornando in
proposito de'Principi io sento il debito fraterno di farvi fare un'ultima av
vertenza di gran rilievo.Voi già sapetechela scienza è meritoria secondo la
divina moraledel Cristianesimo, e che non può esser meritoria che in quanto è
libera, è li libero pensiero; intanto se si ammetteche i Principi sononecessari
per lo spirito nel vostro significato, egli è evidente che rispetto ai
Principi, e quindi a tutta la scienza, nonci può essere nessun merito o
demerito di sorta. Ciò posto,che cosasono mai iPrincipi scientifici se non altrettante
affermazioni immediate di Dio ? PerocchèiPrincipi , presi astrattamente,non
hanno nessun valore logico, e non sono veri Principi che solo in
quantoriposanoinun concreto ogget tivo ed assoluto, il quale nel caso nostro è
l'Ente, il Dio orto dosso. Avvi certamente una posizione intellettuale per lo
spiri to, dove noi pensiamo Dio necessariamente a modo vostro; ma questo accade
soltantonell' intuito che appunto perciò non può aver nulla di meritorio odel
suo contrario. Il merito o demerito razionale di affermar Dio o negarlo nonè
possibile, seDio non si afferma o nega liberamente: ecco perchè l'ateismo,
verbigra zia, è colpevole e il teismo è virtuoso nella scienza. Quando il
filosofo dice : Dio è, è impossibile che Dio non sia, il filosofo certo non crea
Dio in se stesso, ma certissimamente lo crea a suo riguardo, cioè se lo elegge
per Dio, lo installacomeDiodel suo pensiero ; poiché se ilfilosofo dicesse il
contrario, come fanno, p. e., gli ateie gli scettici, Dio senza dubbio noncesse
rebbe di essere in se medesimo, ma cesserebbe bene di essere pel filosofo, non
esisterebbe pel filosofo.Ora che cosa sono quei -- 67 due pronunziati se non
iduePrincipi d' Identità e di Contrad dizione ? E sedite cheil filosofo
lipronunzia ciecamente, che merito vi sarebbe più a pronunziarli, e che
demerito a negarli posto che potessero negarsi? La vostra dottrina sulla
necessità de' giudizi primitivi o de' Principi èdunque assurda speculativa
mente, moralmente funesta, e per giunta ripugna allo spirito e alla lettera della
Bibbia. Imperocchè riferisce l' Evangelio che Cristonondiceva imperativamente:
credi, ma interrogando l'ar bitrio umanodiceva: tu credis in Filium Dei? cioè
ci vuoi, si o no, credere ? O volete, professore, chel'affermazionedi Dio deb
ba esser libera per la fede e necessaria per la ragion filosofica, sì chequesta
nonpossavolgersial contrario ? ovvero che l'af fermazione speculativa de'
Principi ideali non sia in sostanza la stessa affermazione di Dio in quei
principi ? T. Concedendo pure cheigiudiziprimitivi siano liberamente
pronunziati dalla riflessione filosofica, io però non veggo come rispetto a
tali giudizi possiate voi ammettere lo stato del dubbio, la cui esistenza è
innegabile al cospetto del filosofo. Infatti nello stato del dubbio lo spirito
umano non nega nè afferma ; or quando gli sia proposto un giudizio necessario
ed evidente, co me l' Ente è, essendo un tal giudizio un' affermazione necessa
ria (sic), il dubbio gli sarebbe impossibile (proprio sic! ). Ed allora come
sarebbe avvenuto ilfatto dello scetticismo nella scienza (1)? A. Voiarrecate
una pruova molto seria controla vostraneces sità de' giudizi primitivi. T.
Ohbella! A. Come,non intendevatefar questo ? T. Niente affatto, ma intendevo
combattere lavostra libertă intellettuale circa l'affermazionede' principi. A.
Allora è stato uno sbaglio di mira e, credendo di tirare a me, avete tirato
controvoimedesimo. Infatti nonvolete voi che (1) Campo, 441. 68 il giudizio
primitivo è assolutamente necessario, e mi opponete tale necessità assoluta
contro la libertàdel nostro pensiero ri flesso ? T. Èvero. A. E adesso
nonditechenellostatodeldubbiolospirito uma nonon nega nè afferma ? T. É
verissimo. A. Quando dunqueallo spiritosia proposto un giudizio neces sario,
come l'Ente è, lo spirito per voi dee affermarlo necessa riamente, tanto che
gli è impossibiledi non affermarlo odi affer mare il contrario; oraintal caso
per qual miracolo ci può es ser più lo stato del dubbio, dove lo spirito
nonnega nėafferma nulla, secondocchè voi l'avevate definito ? T. Maledetta
distrazione ! A. Umanadebolezza, miocaro. Lepolemichesono ancora più diaboliche
delle guerre, doveuna tua mossa involontaria può illuminar l'avversario e
trartelo addosso in quel punto e scon figgerti di sorpresa: tal fu la precipua
cagione della memorabile vittoriadiHohenlinden,per cui le portedi Vienna si
apersero ai Francesi, padroni di entrarvi se avesserovoluto. T. Cominciaa
venirmi ildesiderio di finirla, e pregovi di pas sare all' ultima piccola
quistionedel Raziocinio. A. Correte, chè vi sieguo. T. Voi ammettete, mi
sembra, la necessità della relazione lo gica, perchè ammettete l'Idea, l'ordine
ideale ch' è sempre ne cessario. A. Cosi ė. T. Se l'ordine ideale o logico è
sempre necessario, io necon chiudoinbuona vostrapace cheladerivazionedel terzo
giudizio da' due priminel raziocinio, essendo una relazione logica, de v'
essere semprenecessaria (1). A. loperò soggiunsi immediatamente nelmio libroche
le re (1) Campo, 442. 69 lazioni logiche sono relazioni intelligibili, e che
l'intelligibile è assoluto e relativo, necessario e contingente. T. Questo
provasoltantoche unoscrittore puòbeneinuna sola emedesimapagina
commetterepiùcontraddizioni insieme, senza scrupolo alcuno. Infatti l'ordine è
un sistema di relazioni, e il suo carattere nasce appunto dalla natura delle
relazioni che lo costituiscono; quindi l'ordine ideale non puòavere un
carattere diversodalle relazioni ideali. Giò posto, ol'ordine ideale è sem pre
necessario, ed allora le relazioni ideali debbono ancora es sere sempre
necessarie; o vi sonodelle relazioni ideali contin genti, ed allora l'ordine
ideale non è sempre necessario (1). A. lo vi consiglierei di purgarvi l'anima
da questa matta pas sione che avete pel dilemma. T. Perché ? A. Perchénon ne
indovinate mai uno, e perchè in ogni di lemma che fate si scopre
maravigliosamente la fiacchezza del vostro raziocinio. Io ho dettoche l'ordine
ideale è sempre ne cessario, ma l'ordine ideale (ideale, badate) è l'ordine
intelligi bile ologico assoluto; oradi quà dall'ordine logico assoluto c'è pure
l'ordine logico relativo e contingente, l'ordine delle rela zioni metessiche
che certo sono ancora relazioni intelligibili o logiche. Insomma nel nostro
sistema sidebbono distingueredue ordini di relazioni logiche o intelligibili,
cioè quello delle rela zioni ideali e necessarie e quello delle relazioni
metessiche e con tingenti ; perciò le relazioni logiche, quando sono ideali,
sono sempre necessarie, masono poi contingentie non necessarie quando esse
relazioni sono metessiche enon ideali. Il grosso granchio che voi pigliate qui
sta nel credere che l'ordine logico sia tutto e solamente ideale; non capite
che ideale si dice dal l' Idea, e ordine delle relazioni ideali è l'ordine
stesso delle idee , le quali sono la razional moltiplicazione dell' Idea enon
possono confondersi cogl' intelligibili metessici o creati, senza confon (1)
Ibid, 442. 70 dere panteisticamente l' Idea colla Metessi e l' Ente coll'esi
stente. T. Tale distinzione de' due intelligibili, alla quale confesso di non
aver postaattenzione, non vale a salvarvi dalle contraddi zioni accennate;
poichè l'essere relativo, quantunque sia intelli gibile, pure non s'intende
solo da sè e per se stesso , ma per la sua relazione coll'intelligibile
assoluto; in modoche, se vogliasi prescindere da siffatta
relazioneeconsiderarlo isolatamente, esso rimane ecclissato innanzi all'
intelletto,come il pianeta che non riceva più la lucedel sole; quindi
restringendosi il pensiero in un gruppodi relazioniideali del tutto relative e
contingenti, co meavviene nel raziocinioempirico, egli nulla ne intende e non
può essere convinto della loro verità (1). A. Il gruppo delle
relazionimetessiche voi lo chiamate gruppo di relazioni ideali, e cosi la
confusione de'vocaboli nasce dalla confusione dei concetti. Poi chi vi hadetto
maiche,ammetten dosi il raziocinio metessico, verrebbesi a isolare
l'intelligibile relativo dall' assoluto intelligibile ? Non alteriamo la
quistione , professore. Voi nel corso impugnando la possibilità del razioci nio
contingente avete ragionato aquesto modo: nel raziocinio la relazione chepassa
tra le premesse e laconseguenza dee esser sempre una relazione necessaria; ma
unarelazione necessaria è impossibile fra tre giudizi egualmente contingenti;
ergo, eccete ra. Pervoi stesso adunque la controversia non cade sulla rela
zione esterna percui un raziocinio contingente possa appiccarsi coll' Assoluto,
ma cade précisamente su quella relazione interna del raziocinio per la
qualelaconseguenza si lega ed emergedalle premesse. Tal è il punto della lite
che voinon dovete imbro gliare, scambiando quelle due relazioni cosi distinte e
tanto di verse fra loro. Partendo dal principio che la relazione interna di
ogni raziocinio debba esser sempre necessaria, voidovevate na turalmente
conchiudere all' impossibilitàdel raziocinio contin (1) lbid. -- 71 gente; non
vi accorgeste che làstavaproprio la quistione, eioè a vedere se la interna
relazione di ogni raziocinio debba essere e sia sempre necessaria. Ora io
portailacontroversia su quello che voi supponevate ingenuamente
comeassiomatico, e vi dissi: no , professore , voi nondite mica bene e bisogna
distinguere. La relazione , che corre nel raziocinio tra le premesse ela conse
guenza, è sempre relazione logica manon è sempre relazione necessaria ; giacchè
il logico è l' intelligibile , e vi sono due in telligibili , l'uno necessario
e l'altro relativo, e quindi vi sono due sorta di relazioni logiche
corrispondenti. Se c'è la relazione logica contingente, il raziocinio
contingente diventa innegabile, appunto perchè ilraziocinio consiste nella
relazione logica, e la natura dell'uno è essenzialmente la stessa natura
dell'altra. Non volete questo? e allora voi dovete di necessità riuscire ad uno
de'tre assurdi seguenti: cioè o negare che l'esistenza sia intel ligibile e
mettervi con Rosmini e Padre Milone, o confondere la metessi coll'Idea e
dichiararvi panteista , ovvero riconoscere la metessi e distinguerla dall'Idea
, ma poi negare che la prima si svolge sotto la forma del raziocinio e
stabilireun nuovo genere di sciocchezza in filosofia. T. Ma non è affatto
necessariodi negare lo sviluppo dell' esi stenza sotto la forma del raziocinio,
quandonegasi la possibilitá del raziocinio empirico; poichè lo sviluppo
dell'esistenza, quale che egli siasi, ha sempre per fondamento e per causa
prima ed *immanente l'azione dell'Ente su di essa, che è un'azione causale e
creatrice; quindi non è possibile nè intelligibile senza soggia cere al suo
rapporto con lacausa assoluta. Orquesto rapporto è necessario, sebbene
relativamente, atteso la contingenza di un suo termine; dunque allora che
l'esistenza si sviluppa sotto la forma del raziocinio, lo fa sempre in virtù
del suo legame col l'Ente, e il suo raziocinio sussiste solo per siffatto
legame. Come dunque sarebbe tutto empirico (1)? (1) Campo,443. 72 A. Vi faccio
lemie più sincere congratulazioni, professore , e vi rinnovo tutt'i sensi della
mia servitů ed amicizia. T. Che vuol dirtutto questo? A. Che voi ammettete alla
fineil raziociniocontingente,enon vi rimane che liberarvida un ultimo e
piccolissimo equivoco. T. Da senno? A. Altro! Voi prima rifiutevate
assolutamente il raziocinio contingente ometessico sull'impossibilità di
ammettere una re lazione necessaria fra tre giudizi egualmente contingenti :
tal è netta netta la vostra dottrina nel Corso Elementare. Adesso poi non
aveteconfessato chel'esistenza si sviluppa sotto la formadel raziocinio? T. Si
, ma apatto che l'esistenza, sviluppandosi sotto la for madel raziocinio,
soggiacciaal suo necessariolegamecoll'Ente. A. E questo è l'equivocodi cui vi
parlava. Ditemi: quando voi vimettete a studio, a pranzo,aletto o ad altra
faccendaqua lunque, credete di operare necessariamente o liberamente? T.
Liberamente. A. Enonvipareche l'anima vostra, nell' atto che opera cosi
liberamente da un lato, stia dall'altro continuamente sottoposta al necessario
rapporto coll'Assoluto per via di creazione ? T. Lo tengo anzi per certo. A.
Tanto meglio! Ordunquecome l'esser sottoposta al ne cessario legame
coll'Assoluto non toglie all'anima vostra ' ope rare liberamente in se stessa ;
cosi l'esser legatocontinuamente e necessariamente coll' Ente non toglie all'
universo di essere contingente in se medesimo e peròdi svolgersiin forma di ra
ziocini affatto contingenti. Voi avete spostata puerilmentelaqui stione ;
giacchè nontrattasi di sapere se laMetessi possa sussi stere e svilupparsi
isolatamentedal suo Creatore , ma piuttosto se ella sia in se stessa un
intelligibile relativo e contingente , e se questo sviluppisi con le
regoleesotto le forme delsillogis mo. Vi siete o no capacitato? T. Se
nelraziociniocontingente ilrapporto è contingente, con 73 qualdritto voi
ritenete la veritàdel terzo giudizio ( conseguen za), potendo questoesser
falso,malgrado laveritàde'due primi, siccome richiede la contingenza del lororapporto?Giòvarrebbe
quanto riconoscere il casoper leggeche governi lo sviluppo in teriore
dell'umana ragione (1). A. Ritengo la verità del terzo giudizioperla
sempliceragione che essoerumpe logicamenteda'due primi; c'è il rapportodella
vera generazionelogica, e voi parlate del caso! In questo sillo gismo : la
colpa rese mortalitutti gli uomini nel padre Adamo; Tizio è figliodel padre
Adamo; ergo Tizio è egli pure mortale , noncredeteche tra la conseguenzae le
premesse vi sia verare lazione logica , e che appunto per ciò debba ritenersi
la verità del terzo giudizio ? T. Ah! maqui si supponeilprincipiodella
solidarietà morale degli uomini , fondato nell' unità della specie enel
rapporto di essa con gl'individui; quindi partecipadella necessità relativa di
untal rapporto, e per la sua necessità regge l'allegato razio cinio(2). A.
Laspecie umanae isuoi individui non sono presi nel ci tatoesempio comedue
realtàcreate e quindicontingenti ? T. Lo consento. A. Il loro rapportodunquenon
puòesserechedelpari contin gente, standoregistratonel vostro Corso che ogni
rapportodee partecipare della natura de'suoi termini. T. Io per contingenza
intendeva il caso , il puramente arbi trario. A. Echevolete cheiovi faccia! La
linguanon può parlar pro priamentequando latesta pigliale cose a rovescio e di
traverso. Per noi altri contingenza esprime sommariamentel'essenza stes sadel
mondo, dell' universo,ossiadi tutto quelloche contingit perviadi creazione.
Indica quel medesimo che ci viene signifi (1) Campo, 446. (2) Jbid:, 447. -74
cato dalla voce existentia , meno la particella iniziale, per cui
questovocabolo non soloesprime ilporsidel reale relativo, ma eziandio che
questarealtà sipone pervirtù di un altro e non da se stessa: onde
existentia,quasi entia, quae sistunt ex alio.Re lazioni e raziocini contingenti
non sonodunque raziocini e re lazioni casuali o arbitrari; giacchè la
contingenza, intelligibil mente considerata, è la Metessi , uncomplesso o un
ordinedi relazioni logiche, onde il Cosmo è l'immagine e simiglianza viva dell'
Idea e l' Universo l' animato simulacro di Dio. T. Siano qualunque i miei
errori sul negozio del raziocinio, io posso calorosamente respingere l'accusa
di panteismo , che vi siete permessolanciarmi nel vostro libro. A. Non intesi
però farvene una colpa,sapendo checi sonode gli errori innocenti, come vene
sono de' maliziosi. T. Lavostra condizione è dunque in coscienza peggior del
lamia. A. Menedorrei amaramente se fosse vero. T. Udite: Il gravissimo rischio
onde voimi minacciate , cioè quello di flagellarmila testacontro ' Hegelismo ,
è tutto chiuso nelle viscere delle vostre teoriche. Infatti parlando de' vari
mo menti del processo eduttivo notati dal Gioberti voi avete soste nuto che
«l'Idea si trasforma apparentemente nelle idee le quali sonparallele, cioètutte
necessarie ed assolute;e la loro trasfor mazione e moltiplicazione è apparente
e subbiettiva, è un' illu sione logica che lo spiritodee superare per diventar
filosofo; e la verità della scienza sta nel momento dell'identità. Questa iden
tità è virtuale nell'intuito che apprende tutto in potenza ed in
determinatissimamente, e diviene reale ed attuale nella riflessio ne,
chedopoaver moltiplicate trasformateecontrapposte le idee le riduce finalmente
e le immedesima tutte assolutamente nel l' assoluta unità dell' Idea ». Ebbene,
a me pare che qui respiri Hegel in anima e corpo e siasi in grembodel panteismo
ideale , malgrado i correttivi che vi si aggiungono,tolti dalla teorica della
creazione ortodossa. Imperocchè l'obbietto della cognizio -- 75 ne son le idee,
equeste si convertono congl'intelligibili, di cui seguono la natura e la
distinzione; or ' identitàassoluta delle idee sta sempre ferma nella vostra
dottrina, e la loro moltipli cità e differenza èuna vera illusione che
formasine' primi mo menti della riflessione e svaniscedel tutto nell'ultimo
(momento) per dar luogo all'assoluta identità nell' unità assoluta dell' Idea,
ed allora sicostituisce la verità della scienza; dunque taldottri na è nèpiùnè
meno dell' Hegelismo, ilquale muove appunto dall' identità potenziale ed
implicatadell' Idea che per opera del la riflessione si trasforma e
moltiplica,si contrappone a se stes sa e produce una varietà infinita di idee
che tutte in fine si ri-. solvono per riprodurre l' Idea nella sua assoluta ed
attuale u nità (1). A.Non ci vedete nessundivariotra il processo moltiplicativo
e risolutivo di Hegel e il mio? T. Comepotreivedervelo se non cen'ènessuno. Voi
sapete cha le idee si convertono con gl'intelligibili; ora fermato una volta il
principio, che tutti gl' intelligibili, in quanto sonmolte plici e diversi, non
abbiano alcuna reale ed intrinseca consisten za e debban risolversi nell'
assoluta identità dell'Intelligibile as soluto , è giocoforza il mantenere che
l'atto creativo , lo spirito umanoe tutte le sostanze create, che son
certamente degl'intel ligibili relativi, soggiacciano alla sorte medesima,
contentandosi di una esistenza fenomenica e passaggera destinata a cadere nel
seno del nulla(2). A. Quando dite che le ideesi convertono con gl'intelligibili
non vi pare che debba farsi qualche distinzione? T. Amenonpare, altrimenti
l'avrei scritto. A. Io credo chegl' intelligibilianche secondo voi siano distin
ti in assoluti e relativi, increati e creati. T. S' intende. (1) Campo,445.
(2)Ibid. -76 A. Ricordo pureche nel Corso Elementare aveterespinta la dottrina,
che fa delle idee altrettanteforme soggettive dello spi rito umano; e, se non
erro, l' avete respinta perquesta ragione principalissima che,poste le ideecome
soggettive,elle sarebbero relative e contingenti e non più necessarie ed
assolute. T. Amaraviglia. A. Ordunque leidee,essendoassolute e necessarie,
possono edebbonobensi convertirsi cogl' intelligibili assoluti , ma non già
convertirsi ancora cogl'intelligibili relativi e creati che diffe riscono
tantoda esse idee, quanto iporci di S. Antonio, p. e. , differiscono dal Logo
platonico odal Verbodi S. Giovanni. Per ciò quandodite che io, risolvendo
dialetticamente le idee nel l'assoluta unità dell' Idea, son costretto per
questo stesso a ri solvervi con Hegel eziandio ' animo umano e tutte le
sostanze create, voi commetteteuno spropositocosi enorme e grossolano
darendervi benevola percompassione la critica più astiosa e in correggibiledel
mondo. Nèquivi è lecito addurre scusa di sorta, perchè su questotemaho parlato
chiaro abbastanza e nonho lasciato a nessuno ilpermesso di frantendermi. Se
infatti mel permettete, io vi leggerò un passaggio dell'operamia dove con tro
Hegel e gli hegeliani ho stabilito: 1° che bisognava distin guere il molteplice
idealeed apparentedelle ideedal molteplice reale e sostanziale delle esistenze;
2º che il primo enon il secon do molteplice è quello che dee risolversi nell'
assoluta unitàe identità dell' Idea. T. Leggete. A. « Lamoltiplicità delle
categorie ideali ha la stessa origine della moltiplicità delle idee, e questa
origine è l'atto creativo, co mesièdetto. Comel'atto creativo divide l' Idea in
idee, cosi divide la Categoria in categorie, e nei duecasidivide edunisce: ecco
ildialettismo delle ideeocategorie ideali.Lecategorie ideali non appartengono
adunque alla sferadell'Ente, maalla sfera del ' atto creativo. In quanto
appartengono alla sferadell'Entenon sono ideee categorie ideali , ma sono
l'Ideae la Categoria. II - 77 passaggio dall' Ente all'atto creativo è il passaggio
dall' unită alla moltiplicità ideale, dall' Idea alle idee ,dalla Categoria
alle categorie. Ilpassaggio poi dall'atto creativo all'Ente è il passag
giodalla moltiplicità all'unità ideale, dalle idee all' Idea e dalle categorie
alla Categoria. Ilmoltiplicedelle idee edelle categorie ideali è un moltiplice
razionalmente reale di sotto all'Ente, cioè nell' atto creativo; sopra l'atto
creativo o nell' Ente tale molti plice scomparisce assolutamente e dà
luogoall'infinita unità del l'Idea. Le idee o categorie ideali sono la
dissoluzione dell' Idea e della Categoria, e l'Idea e la Categoria sono la
risoluzione delle idee o categorie ideali. Mediante la creazione l'Idea si
discioglie in idee,discendendo;e mediante la stessa creazione, ascendendo, le
idee si risolvononell'Idea. Èdunque vero quello chediconogli hegeliani, come
Spaventa, che cioè ' Idea è il risultato del pro cesso risolutivo; ma l'Idea è
il risultato del processo risolutivo, perchè èil principio del processo
dissolutivo. E la condizione dell' Idea, come risultato e come principio, è
identica e diversa, secondo i rispetti. Èdiversa per la nostra mente ,
subbietti vamente ; poiché ,come risultato , ' Idea ci apparisce come
determinata mediatamente equindi riftessivamente; laddove , come principio ,
essaci apparisce come indeterminata e quin di immediatamente e intuitivamente.
L'Idea, come principio del processo dissolutivo ( creazione protologica ) , è
oggetto dell' intuito iniziale o genesiaco ; ora innanzi a questo intuito
l'Idea apparisce come indeterminata ed immediatamente, cioè senza la mediazione
delle idee. L' Idea poi, come risultatodel processo risolutivo (creazione
teleologica ), è oggetto dell' in tuito finale o palingenesiaco; ora innanzi a
questo intuito l'Idea apparisce come determinata edeterminata mediante
l'anteriore mediazione superata delle idee,cioè del moltiplice ideale. Ma qui '
Idea, come principio ecome risultato,ha posizione o con dizione diversa
soltanto a rispetto nostro e nella nostra cogni zione ; poichè in se medesima
l' Idea è sempre la stessa come principio ecomerisultato.La ragione si è che '
Idea, essendo 78 infinita, non ammette processo, opiuttosto ammette processo,
ma questo processo è infinito e quindi è un processo infinita mente
estemporaneo. Processo infinitamente estemporaneo non è una serie di attiche si
succedono e si risolvono gli uni negli altri, gli anteriori nei susseguenti e
tutti poi inun atto ultimo che sia l'ultimo risultatodi tutto il processo
risolutivo. Questo mododi concepire il processo veramente infinito è falso e
antro pomorfitico di sua natura; rende impossibile esso processo infi nito e lo
riduce alle ragionidel finito o al più dell' indefinito. Il processo veramente
infinito, essendo infinitamente estempora neo, ètale che il principio e ilrisultato,la
potenza e l'atto, l'in determinato e il determinato, questi termini non vengono
gli uni dopo gli altri,ma gli uni sonogli altri immediatamente, cioè sono
identici. In se stessa l' Idea nonsidistingue inprincipio e risultato; perchè
tale distinzione implicadi necessità la media zione del processo successivo o
finito e questo processo ha luogo bensì fuori l'Idea, cioè nella natura e nel
nostro spirito, ma nonha luogonell' Idea e dentro l' Idea. Qui il processo è
estem poraneità infinita, e perciò non è mediazione fra il terminea quo e il
termine ad quem, altrimenti nonsarebbe più processo infinito, ma piuttosto
indefinito o sia finito. Ma ' Idea, che in se stessa è sempre identica a se
medesima, a rispetto nostro pi glia posizioni diverse a causa delle diverse
posizioni in cui si 6 trova la mente di chi la contempla. Ele diverse posizioni
del l'animo contemplante si riducono a trefasi diverse per cui tra scorre la
nostra cognizione dell' Idea , cioè ' intuito iniziale o genesiaco , la
riflessione tellurica e l'intuito finale o palinge nesiaco. Al primo intuito l'
Idea apparisce come una ed im mediata indeterminatamente; alla riflessione
apparisce come mediata e molteplice, e al secondo intuito come una ed imme
diata ma determinatamente, benchè sempre secondo lanatura dello spirito umano.
Ho detto che nel secondo intuito l'Idea è ancheimmediata come nel primo; ma l'
immediatezza del secon do intuito è precedutadalla mediazione del processo
riflessivo, 79 il che nonaccadeal primo. Sipuò ben dire che l'immediatezza
dell' intuito palingenesiaco è il risultato della mediazione rifles siva della
cognizione tellurica; è essa mediazione risoluta, ne gata, superata. Ora la
risoluzione della riflessione tellurica in intuito palingenesiaco è la stessa
risoluzione delle idee nell' I dea, edelle categorie ideali nella Categoria; e
questa risoluzione nonfa male alle idee, allecategorie che si risolvono; poiché
le idee e categorie ideali, come molte, sono apparenze, larve ideali eniente
altro. L'errore degliegeliani è di trasportare il processo risolutivo dal
moltiplice ideale al moltiplice reale delle esistenze edire che ilsecondo
moltiplice dee, come ilprimo, risolversi e negarsi nell' assoluto; tanto che
l'assoluto sarebbe qui il risul tato del moltiplice degli esistenti risolutie
negati , come tali, nell' unità infinita e concreta dell' Ente (Spirito
assoluto). Tal errore si fonda sul presupposto, che le esistenze non sono so
stanzialmente distinte dall' Idea, ma sono l'altro formale sempli cemente dell'
Idea; sono ' Idea stessa che si media, ponendo il suo altro. Ecco che Spaventa
non sa vedere che due cose sola mente, Idea e sensibile; di modo che il
sensibile qui è forma, mediazione dell' Idea; orail sensibile è fenomeno, semplice
ap parenza, e perciò esso deve risolversi e negarsi e riuscire al l' Idea ond'
era emerso. Mail vero si è che il sensibile è forma, nondell'Idea, bensi della
metessi tramezzante fra l' Idea e il sen sibile; perciò la risoluzione e
trasformazione del sensibile non då per risultato ' Idea ma la metessi pura,non
lo spirito asso luto malo spirito relativo. Il sensibile è il fenomeno della me
tessi , come le idee sono il fenomeno dell'Idea a nostro riguardo. Dico a
nostro riguardo; perchè le idee sono l' Idea stessa spar pagliata e dispersa
non in se ma fuor di sè, cioè nella nostra mente riflessiva; laddove il
sensibile è la metessi complicata realmente in se medesima. Postaquesta
clausola sipuò dire con verità che per arrivare alla pura scienza debbono prima
supe rarsi due fenomenologie,lafenomenologia delle idee e quella dei sensibili.
Superare la fenomenologia delle idee vuol dire risolve 80 ree negarele idee
perarrivare all Idea; ma qui il processo ri solutivo e negativo delle idee è un
processo tutto subbiettivo, ė nella nostra mente e nonnell' Idea. Ecco perchè
le categorie ideali, comemolte,sonoa tempo, sono una vera transazione. Nei due
intuiti avvi una sola categoria ideale e questa è ' Idea, laquale, in quanto è
oggetto dell' intuizione palingenesiaca, è veramente il risultato delle varie
categorie ideali risolute e su perate. Ma nella riflessione le idee e categorie
ideali sono molte, e perciò la riflessione dee solo accordarle, dialettizzarle,
catego rizzarle. Il processo panteistico degli egeliani è verissimo, ma
applicato, non all' Idea intrinsecamente e in se stessa, ma al ' Idea
estrinsecamente e nellacognizione nostra. E perchè non ancora intrinsecamente ?
Perchè l' Idea è in sè infinito atto, e perciò in sè è già
infinitamenteproceduta. Tutte le quistioni fra noi e gli egelianisi concentrano
inuna sola quistione, che è quella dell' Intinito, come vedremo. L' altra
fenomenologia da superare è quella dei sensibili; ma qui ilrisultato interno
del processo risolutivo non è l' Idea (Spirito assoluto), ma è la me tessi
(Spirito relativo). Il processo egeliano è profondamente vero, applicato alla
metessi; ma anche qui glihegeliani incorro no nello stesso errore di Bruno e
Spinoza, cioè nell' erroredel l'identità della sostanza. L' Hegelismo è lo Spinozismo
perfe zionato colla dottrina del processo, del divenire, colla dottrina dello
spiritualismo assoluto. E intutto questo il vero precur sore diHegel fuGiordano
Bruno alterato e peggiorato diver samente dall'Hegel e dallo Spinoza. In Bruno
Dio è distinto so stanzialmente dall' universo : Dio è l'infinitamente infinito
e l'universo l'infinito finitamente. L'universo è una sostanza unica e gl'
individuali, il molteplice dell' universo è un' appa renza. Spinoza
peggioraBruno doppiamente, cioè rigettando la dualità sostanzialedi Dio e dell'
universo, e togliendo o almeno rimpiccolendo quel moto,quel processo che Bruno
vede chia ramente nella sostanza universale.Hegel poi perfeziona Bruno,
riducendo a sistema profondo il processo dell' universo, ma lo -- 81 guasta nel
mescolare insieme l' universo eDio distinti espressa mente dal Nolano.
Gioberti, discordando in tuttoda Spinoza, si accorda con Hegel quanto alla
teoria del divenire applicata al l' esistente; si accorda con Bruno quanto
alladualità sostanziale di Dio e dell' universo; ma poi discordada entrambi in
questo cheammette la sostanzialità del molteplicenell'universo negata da
quelli. Onde perGioberti ilrisultato finale e interiore del pro cesso cosmico
non è l'identitàdellasostanza universale di Bruno e nè lo spirito assoluto di
Hegel, ma è la Metessi pura, cioè la moltiplicità sostanziale degli esistenti
passati dallo stato di mi mesi e di discordia alla condizione dipura melessi e
di perfetta armonia. Ciò cheèrisoluto e superato non è qui il molliplice sostanziale,
ma ilmoltiplice come sensibile solamente. L'errore di tutt' i panteisti antichi
e moderni consiste nel negare la so stanzialità metessica dell' esistente
distinta essenzialmente dal I' Ente; errore che nascedinecessitàdall' ignoranza
odal ripu dio dell' atto creativo (1) ». Ora chieggo a voi, professor Tosca no,
se si possono altrimenti e meglio determinare le sottili e profonde differenze,
che corrono tra ' Hegelismo e la filosofia ortodossa intorno al tema che stiamo
trattando. T. Ad onor del vero debbo dichiararviche il passo citato, sfuggito
non so come alla mia attenzione, mi dàda pensare as sai sul problema
indiscorso; intanto qui su due piedi non veg go ancora perchè la risoluzione
delle idee non debba trar seco anche la risoluzione delle esistenze
nell'assoluta unità dell'Idea. A. Ciò accadeperchè la necessitadialettica, che
spinge le idee a risolversi nell'Idea, non ha più luogo rispetto alle esistenze
che subiscono una legge affatto contraria. Ascoltate e conside rate: l'Idea, la
quale è assolutamente una in sè, entrando nel pensiero riflessivo vi si
moltiplica razionalmente e diventa molte idee, e però sparisce come una; ne
siegue dunque che lo spiri to non possa arrivare alla cognizione scientifica
dell' Idea una 1) V. la mia Istit. pag. 90 e seg. 6 82 senza prima trasformare
dialetticamente le idee molte, leune nelle altre e poi tutte nell'assoluta
identità loro, ch'è l'Idea co metale. Laconoscenza delle idee molte è certo via
ed apparec chio aquella dell'Idea una, manon è ancora laconoscenza stes sa
dell'Idea una; giacchè essendo l'Idea assolutamente una in sẻ, non potrà mai
dirsi di conoscerla davvero finchè non si sa rà arrivato a conoscerla come una.
Ora è impossibile di rag giungere mentalmente l'Idea nella sua unità superiore
senza prima passare per le idee,risolverle dialetticamente e come af fondarle
in quella unità e disperdervele. In questo senso è ben giusto il dire che l'
Idea una negli ordinidel pensiero è il risul tato della trasformazione
dialettica delle idee molte, come que ste erano già state il prodotto di quella
dell'Idea una. Una vol ta l'ldea una, passando dall'intuito iniziale alla
riflessione, tra sformavasi inmolte idee e cosi spariva comeuna; e un'altra
volta le idee molte, trapassando dalla riflessione all'intuito fina le, si
trasformano nell'Idea una e cosi spariscono comemolte. Sono idue cicli logici e
dialettici non dell'Idea in sè (quante volte debbo ripeterlo?), ma dell' Idea
nel nostro pensiero, nella scienza nostra. Passando dall'intuizione originaria alla
riflessio ne l'Idea si moltiplica necessariamente in idee; poichè essendo
lariflessione un pensiero affatto moltiplice, egli è impossibile che l'Idea
possa apparirle come unae noncome moltiplicata. Ma poi da un lato la conoscenza
delle idee non è ancora la co noscenza stessa dell'Idea, e dall'altro la prima
conoscenzadi ne cessità spinge alla seconda ; perocchè il concetto del
Moltiplice e del Diverso è esso medesimo il bisogno necessario del concet to
dell'Uno e dell'Identico. Ora questo secondopassaggio corre in senso opposto al
primo; perché se nel primo trasformavansi ad un atto, l'intuito iniziale-in
riffessione e l'Idea in idee, ades so all'incontro si trasformano insieme, la
riflessione in intuito finale e le idee nell'Idea. Nei due casi la trasformazione
logica dell' Idea in idee e poi delle idee nell'Idea accompagna ed anzi è la
stessa trasformazione piscologica dell'intuito genesiaco in 83 riflessione e
poi della riflessione nell'intuito palingenesiaco. La quale necessità
dialettica, che genera quella trasformazione e controtrasformazione ideale
negli ordini subbiettivi del pensie ro, non può e non dee applicarsial
molteplice delle realtà crea te, come voi vorreste pretendere. La ragione siè
che questo molteplice non è. comequellodelle idee, un fenomeno logico e tutto
chiuso nei terminidel pensiero, maè invece un fatto realissimo di là del nostro
pensiero, e quindi estraneo egual mente alle sorti del fenomeno e del pensiero
subbiettivo. La moltitudine delle ideedee risolversi nell'Idea: 1º perchè le idee
sono fenomeni logici, larve dell'Idea nella nostra riflessione; 2° perchè se lo
spirito nonrisolvesse e superasse le idee, non po trebbe mai elevarsi alla
cognizione dell'Idea in se medesima, e cosi lameta ecompimentodel sapere
foraimpossibile. All' in contro lamoltitudine delle sostanze create non dee
risolversi nel l'unità dell'Idea: 1º perchè queste sono sostanze e non fenomeni
logici; 2º perché, per giungere alla cognizione dell' Idea nella sua unità
assoluta, non è mica mestieri adunarvie tuffarvi den tro esse realtà create, le
quali col loro naufragio non fondereb bero quella unità assoluta ma piuttostola
renderebbero impos sibile assolutamente. T. Voi volete direin fondo chenonper
altrole esistenze sono dispensate a risolversi nell'Idea, che solo perchè le
prime vanno essenzialmente distinte dalla seconda ; ora da una parte taldi
stinzione consiste nell'atto creativo, e dall'altra il concetto della creazione
mi pare inconciliabile colla vostra dottrina dell' Idea. A. In che modo? T. Voi
stesso avetedetto che il processo hegeliano deldiveni re , che certamente è
processo panteistico e quindi affatto ripu gnante al principio della creazione
ortodossa , emerge necessa riamente da questo che Hegel piglia in principio '
Idea come as solutamente indeterminata ed indifferente: o voi vorreste per
avventura smentirvi su questo punto ? A. Non c'è ragione. 84 T. Ebbene, la
stessa idea non la considerate anche voi come assolutamente indifferente e
indeterminata la prima volta che s' affaccia al nostro pensiero ? A. Andate a
leggere il Capitolo dell' Idea nel mio libro e vi troverete la risposta. T.
L'ho già letto. A.Emi fatequella obbiezione ! T. Tornerò dunque a leggerlo per
meglio assicurarmi. A. Aquesto proposito vi consigliereidi rileggere e ben com
prendere tuttoil mio libro,comeio hoben letto eben compreso il vostro; giacché
dal detto sinora rilevasi abbastanza chedelle infinite contraddizioni , che pur
avete creduto di scorgervi, non avvene una sola la quale non sia nata nel
vostro capo e poi de positata paternamente sulle povere pagine dell' opera mia.
E debbo insistereadarvi quel consiglioperdue altre ragioni: l'una,
cheiononpotrei più battermicondecorocon unuomo chenon conoscesse e straziasse
le mie dottrine; l'altra , che noi ci appre stiamo a battagliedifficili e
pericolose, doveper onore dello stes so avversario conviene che ciascuno
intervenga munito di buo ne armi eperitissimo nell'arte del bersaglio, come
richiede quel gran Cittadino e gran Guerrieroche sapete. T. Farò di ubbidirvi e
abbiate fede nella mia parola ! A. Lo spero pervostro e mio vantaggio. T.
Addio. A. ArivederciNome compiuto: Pietro Taglialatela. Taglialatela. Keywords:
istituzioni di filosofia. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Taglialatela” – The
Swimming-Pool Library.
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