GRICE ITALO A-Z S SV
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Svetonio: la ragione
conversazionale del commentario alla
repubblica, più vasto dalla repubblica – la scuola d’Ostia – filosofia lazia --
Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Ostia). Filosofo lazio. Filosofo italiano. Ostia, Lazio. Best
known for his account of the lives of the first XII emperors, his output amounts
to much more than that. He writes a lengthy commentary on Cicerone’s
“Republic,” which Cicerone liked ‘even if it is longer than my ‘Republic’!” Disambiguazione
– "Svetonio" rimanda qui. Se stai cercando il militare, vedi Gaio
Svetonio Paolino. Incisione ottocentesca
di Svetonio. Gaio Svetonio Tranquillo (pron. latina classica o restituita:
[ˈɡaːɪ.ʊs sweːˈtoːnɪ.ʊs traŋˈkᶣɪllʊs]), noto semplicemente come Svetonio[1] o,
più raramente, come Suetoni o[1][2] (in latino Gaius Suetonius Tranquillus; 69
circa[1][3] – post 122) è stato uno storico e biografo romano dell'età
imperiale. Biografia Svetonio nacque attorno al 70 d.C. in un luogo imprecisato
del Latium vetus, forse a Ostia, dove ebbe la carica religiosa locale di
pontefice di Vulcano (solitamente conferita a vita). Altre ipotesi fissano il
suo luogo di nascita a Roma oppure a Ippona in Africa (dove è menzionato in
un'iscrizione), o ancora a Pesaro nelle attuali Marche (tesi di Syme). Non si
conosce, tuttavia, con precisione l'anno di nascita: alcuni, facendo
riferimento ad una lettera inviata da Plinio il Giovane a Svetonio nel 101,[4]
anno in cui avrebbe potuto ricevere un tribunato militare se avesse intrapreso
la carriera militare, collocano la data al 77. Altri anticipano la data al 69,
altri ancora, esaminando altre lettere indirizzate all'autore del De vita
Caesarum, la collocano al 71 o al 75. Ugualmente incerta è l'origine sociale di
Svetonio: non si può stabilire con precisione se la sua famiglia appartenesse
al ceto equestre o fosse plebea, anche se l'autore stesso riferisce che il
padre, Svetonio Leto, era tribuno angusticlavio della XIII legione, che servì
Otone nella prima battaglia di Bedriaco contro Vitellio.[5] Nonostante le
origini non patrizie, Svetonio studiò non solo grammatica e letteratura, ma
anche retorica e giurisprudenza, divenendo avvocato e corrispondente di Plinio
il Giovane, che lo considerava un suo protetto e che diede un impulso alla carriera
di Svetonio. Prima di morire, nel 113 d.C., infatti, lo affidò alla protezione
di Setticio Claro, che, divenuto prefetto del pretorio dell'imperatore Adriano,
ottenne per lui la carica di segretario dell'imperatore (procurator a studiis e
ab epistulis, ovvero sovrintendente degli archivi e curatore della
corrispondenza imperiale), ed in tale qualità aveva accesso ai documenti più
importanti degli archivi imperiali. Svetonio ricoprì, dunque, cariche
importanti sotto l'imperatore Adriano e forse già sotto Traiano, entrando a far
parte del personale a più stretto contatto con l'imperatore: tuttavia, il suo
allontanamento da parte dell'imperatore Adriano nel 122 (assieme al prefetto
del pretorio Setticio Claro, con la motivazione ufficiale di aver trattato con
eccessiva vicinanza l'imperatrice Sabina),[6] per motivi non chiari (nel
contesto di una epurazione dei quadri dirigenti voluta forse dall'imperatrice
stessa per conferire gli incarichi ai suoi protetti) segnò la fine della sua
carriera. Anche la data di morte non è del tutto sicura, ed è posta da alcuni
attorno al 126, da altri una quindicina di anni dopo, intorno al 140 o
addirittura al 161, anno della morte dell'imperatore Antonino Pio. Opere
Miniatura che raffigura Svetonio intento nella lettura, tratta dal Liber
Chronicarum (foglio CXI), trattato di Hartmann Schedel. De viris illustribus Lo
stesso argomento in dettaglio: De viris illustribus (Svetonio). Il De viris
illustribus ("I personaggi famosi"),[7] che trova un suo chiaro
precedente in Cornelio Nepote, analizza le figure di personalità illustri nel
campo culturale, suddividendole in cinque categorie: poeti (De poetis),
grammatici e retori (De grammaticis et rhetoribus), oratori (De oratoribus),
storici (De historicis) e filosofi (De philosophis).[8] Dell'opera si conserva
pressoché intatta soltanto la sezione riservata ai grammatici e ai retori (21
grammatici e 5 retori), anche se mancante della parte finale:[8] dopo una
diffusa introduzione sull'arrivo della scienza grammaticale a Roma, Svetonio offre
dei brevi ritratti (alcuni brevissimi) di coloro che hanno contribuito allo
sviluppo dello studio della grammatica a Roma, ponendo l'attenzione, oltre che
sulle novità che ciascun grammatico ha apportato, spesso anche su particolari
aneddotici. Delle altre sezioni del De viris illustribus rimangono soltanto
alcune vite, sulla cui reale attribuzione a Svetonio, peraltro, non c'è accordo
fra gli studiosi. Si ricordano la Vita Terentii (che costituisce la premessa al
commento di Elio Donato alle commedie terenziane), la vita di Orazio e quella
di Lucano; deriva dal De poetis anche la vita di Virgilio, premessa al commento
delle opere del poeta sempre da Elio Donato.[8] De vita Caesarum Lo stesso
argomento in dettaglio: Vite dei Cesari. Le Vite dei dodici Cesari in otto
libri,[9] sono ben più ampie e sono a noi giunte pressoché complete (manca solo
una breve parte iniziale). Comprendono, in ordine cronologico, i ritratti dei
"dodici Cesari": Giulio Cesare e i primi undici imperatori romani,
Augusto, Tiberio, Caligola, Claudio, Nerone, Galba, Otone, Vitellio,
Vespasiano, Tito, Domiziano. A parte una genealogia introduttiva e un breve
riassunto della vita e della morte del personaggio, queste biografie non
seguono un modello cronologico, bensì uno schema non rigido, modificabile a
seconda delle esigenze dell'autore. Questo schema era composto da moduli
biografici di tipo alessandrino: si partiva dalla nascita e dalle origini
familiari, per poi passare all'educazione, alla giovinezza, alla carriera
politica prima dell'assunzione al potere; qui iniziava la seconda parte
(organizzata per species, ovvero per categorie) della narrazione: i principali
atti di governo, un ritratto fisico e morale, la descrizione della morte e del
funerale, infine il testamento. Tutto ciò a discapito dell'organicità del
racconto, con un interesse spesso dispersivo verso il particolare o
l'aneddoto.[8] La differenza con il contemporaneo Plutarco è che, mentre
quest'ultimo partecipava più emotivamente al racconto, Svetonio dimostra una attenzione
più documentaria che appassionata. Svetonio appare più distaccato, astenendosi
da un giudizio personale.[10] Emerge anche una caratterizzazione negativa degli
imperatori del I secolo, forse incoraggiato dallo stesso Adriano, al fine di
contrapporre il suo buon governo a quello dei suoi predecessori, caratterizzato
spesso da eccessi (vedi su tutti Caligola, Nerone e Domiziano).[10] Svetonio
sembra concentrarsi soprattutto attorno alla figura del princeps, quasi
incurante del mondo imperiale che lo circonda. La forma, che appare in alcuni
casi sciatta, risulta semplice, lineare, con una struttura schematica, anche
frammentaria, che non fornisce un discorso articolato da un punto di vista
stilistico. In alcuni casi, Svetonio riesce invece ad "ottenere notevoli
effetti drammatici ed a mostrare una caratterizzazione psicologica
coerente". Come membro della corte imperiale (del consilium principis) e
procurator a studiis e a bibliothecis (sovrintendete degli archivi e delle
biblioteche imperiali), Svetonio aveva a disposizione documenti di prima mano
(decreti, senatus consulta, verbali del Senato), tutti utili fonti per il suo
lavoro, e materiale utile agli storici moderni per la ricostruzione del
periodo. Tuttavia egli si servì anche di fonti non ufficiali, quali scritti
propagandistici e diffamatori e anche testimonianze orali, al fine di
alimentare quel gusto per l'aneddoto e il curioso cui egli dedica ampio spazio
e che alcuni gli ascrivono come difetto ed altri come pregio. Opere minori
Sotto il nome di Svetonio sono pervenuti anche alcuni titoli e frammenti di
argomento storico-antiquario, grammaticale e scientifico. Di carattere erudito,
ad esempio, sono Peri ton par' Hellesi paidion ("Sui giochi in
Grecia") e Peri blasphemion ("Sugli insulti"), scritti in greco
e che sopravvivono in estratti in tardi glossari greci. Di altre opere ci
informano in parte il lessico Suda e grammatici latini tardi: si va, così,
dalle Vite dei sovrani alle più piccanti Vite di famose cortigiane, per continuare
con opere che erano, forse, sezioni di un trattato spesso citato come Roma e
che doveva comprendere, in una sorta di miscellanea, vari aspetti della vita
romana. Lo attesterebbero titoli come Su usi e costumi dei Romani, Sull'anno
romano, Sulle feste romane, Sui vestiti, Sul De re publica di Cicerone, Sulle
magistrature. Di carattere ancor più vario e meno compatto doveva essere il
Pratum, che forse comprendeva titoli come Sui metodi di misurazione del tempo,
Problemi grammaticali, Sui difetti fisici, Sulla Natura, Sui segni diacritici
usati nei libri. L'insieme dei frammenti, in parte latini e in parte greci, è
tuttavia troppo esiguo per consentire un'analisi di tali opere e verificarne la
paternità. Una valutazione di Svetonio Svetonio svolse le funzioni di
segretario (ab epistulis[1][3]), di responsabile delle biblioteche pubbliche di
Roma[12] (a bibliothecis)[1][3] e di direttore dell'archivio imperiale[12] (a
studiis)[1][3] durante l'impero di Adriano. Grazie a questi compiti ebbe
accesso a informazioni riservate, grazie a cui ci sono giunte notizie di prima
mano sui Cesari, altrimenti irrimediabilmente perdute. Tuttavia suo grande
difetto è quello di prestare credito, riguardo alle vite di alcuni imperatori,
alla presenza di fonti storiche del tempo di per sé corrotte e parziali.
Eppure, nonostante i limiti stilistici e strutturali delle sue biografie,
ottenne un'enorme fama durante tutta l'età antica e il Medioevo. Svetonio fu,
comunque, essenzialmente un erudito, vista la grande mole di opere composte
negli ambiti più svariati (in parte scritte in greco), amante della vita
ritirata, onde potersi dedicare agli studi che più amò. Fu figura di
antiquario, studioso enciclopedico, con grande interesse per le antichità e la
cultura romana, accostabile a Marco Terenzio Varrone per le caratteristiche
della produzione.[8] Note Svetònio Tranquillo, Gaio, in Treccani.it –
Enciclopedie on line, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. URL consultato
il 12 maggio 2018. ^ Manca - Vio, Introduzione alla storiografia romana, p. 211.
Svetonio Tranquillo, Gaio, in Dizionario di storia, Roma, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana, . . ^ De Vita Caesarum. ^ Elio Sparziano, Adriano,
11, 3. ^ Svetonio, De viris illustribus (testo latino). Luciano Perelli, Storia
della letteratura latina, Milano, Paravia. ^ Svetonio, De vita Caesarum libri
VIII (testo latino). Luciano Perelli, Storia della letteratura latina, cit., p.
325. ^ Foreword, in Suetonius: The Twelve Caesars, traduzione di Graves
Hamondsworth, Penguin . Svetonio, in Sapere.it. URL consultato il 12 maggio
2018. Bibliografia A. Wallace-Hadrill, Suetonius: The Scholar and his Caesars,
Londra 1983. Gaio Svetonio Tranquillo, Vita dei Cesari, traduzione di Edoardo
Noseda, Milano, Garzanti. Galand-Hallyn, Bibliographie suétonienne (Les Vies des
XII Césars) 1950-1988. Vers une réhabilitation, in ANRW Leo, Die
griechisch-römische Biographie nach ihrer literarischen Form, Lipsia 1901. G. Funaioli, C. Suetonius Tranquillus, in RE 4
A, coll. Macé, Essai sur Suétone, Parigi 1900. W. Steidle, Sueton und die antike
Biographie, Monaco 1951. F. Della Corte, Svetonio eques Romanus, Firenze 1967²
E. Cizek, Structures et idéologie dans Les vies des douze Césars de Suétone,
Bucarest-Parigi 1977. B. Baldwin, Suetonius, Amsterdam. U. Lambrecht, Herrscherbild und
Principatsidee in Suetons Kaiserbiographien. Untersuchungen zur Caesar- und
Augustus-Vita, Bonn 1984. K. R. Bradley, The Imperial Ideal in Suetonius'
Caesares, in ANRW Gascou, Suétone historien (BEFAR 255), Roma 1984. Altri progetti Collabora a Wikisource
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Svetònio Tranquillo, Gaio, su Treccani.it – Enciclopedie on line, Istituto
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1937. Modifica su Wikidata Svetonio Tranquillo, Gaio, in Dizionario di storia,
Istituto dell'Enciclopedia Italiana, Suetonius, su Enciclopedia Britannica,
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Caesarum — testo latino, traduzione inglese su LacusCurtius C. Svetoni
Tranquilli preater Caesarum libros reliquiae edidit, August Reifferscheid (a
cura di), Lipsiae, sumptibus et formis B. G. Teubneri, 1860. V · D · M Storici
romani Portale Antica Roma Portale Biografie Portale Lingua latina Portale
Storia Categorie: Storici romaniBiografi romaniStorici del I secoloStorici del
II secoloRomani del I secoloRomani del II secoloSuetonii[altre] NUOVI
BIBLIOTECA POPOLARE Classe II STORIA LE VITE DEI v.*V'' ir" 1 • DODICI
CESMI DI GAIO SVETONIO TRANQUILLO LE VITE DEI DODICI CESARI Di GAIO SVETONIO
TRANQUILLO TRADOTTE IN VOLGAR TIORENTINO DÀ C«««I,ICKB «BKOaOLnilTAIIO TORINO
CWIKI POUrBA E COMP; SDITORl TORmO TIPOGRAFIA £ STEREOTIPIA DEL PROGRESSO
diretta d» babera e AMBROSIO' Via della Mjdotuia degli AotP^, rimpetto alla
Chiesa. GLI EDITORI Si leggono avidamente perchè vestiti di fiUroK leggiadre
alcoDi romanzi moderni dei Dumas e dei SuE^n, i i^^'i ci dipingono i costumi
strani e gli avreAimeBÙ specialissimi di Roma imperiale. Ma per fiei libri, e
per^tri di simile fatta, l'immaginazione degli Autori era ampiamente soccorsa
dagli scritti degli Autori di quei tempi. In fatti, per non parlare qui di
altri, le Vite dei Dodici Cesari a Svetonio ne sono tale dipintura da
disgradarne qualunque libro moderno che dei medesimi discorra. Scrittore terso
e lindo, fu da mano maestra vólto in italiano. La traduzione di Paolo del Rosso
è classica e citata fra i testi dì lingua dal Gamba. Crediamo per conseguenza
ben fatto il rendere questo libro popolare. Torino. Cugini POMBA e C. Actéy
Isaach Lacquedem del primo, e Les Mystères du Peaple del secondo. KtMO
IMPERATORE 41 posto che egli fu in terra, senza metter tempo in mezzo, fece
venire prestamente l'armata da MUesio, e si. messe a persegui- targli mentre
che se ne, andavano, ed avendogli ridotti ia suo potere, dette loro subito
quella punizione, della qu«le cianciando spesse volte gli aveva ininacciati.
Dando il guasto Mitridate ai paesi allo intorno, e perciò ritrovandosi i
confederati ed amici del popolo rontóno in pericolo e travaglio, egli per non
parer di starsi a vedere in così fatta necessità, lasciò stare TandaraRodi,
dove egli s'era addirizzato, e prese la volta dell'Asia : e quivi soldato gente
discacciò il prefetto e capitano di Mitridate di quella provincia, e ritenne in
fede le città, le quali stavano tuttavia per ribellarsi. Il Tribunato de’
soldati, e altre cose da lui intraprese. Essendo fatto tribuno de' militi (il
che subito che tornò a Roma ottenne, mediante il favore del popolo) con ogni
sforzo, e molto gagliardamente aiutò e favorì quegli, che cercavano di far
rendere l'autorità a* tribuni, la quale da Siila era stata diminuita. A Lucio
Cinna fratello della moglie ed a quegli che insieme con lui nelle discordie
civili avevano seguitato la parte di Lepido, e dopo la morte di esso Lepido
s'erano rifuggiti . in Spagna « Sertorio, fece abilità di poter tornare in
Roma, mediante una petizione messa in senato da Plocio, e parlò ancora egli
sopra tale cosa. La Questura, e ì suoi fatti. Essendo questore secondo l'usanza
antica fece una orazione in laude di Giulia sua zia, sorella del padre, edi
ComeUa sua donna; le quali erano morte; e raccontando le lodidella zia, parlò
della origine di quella e del padre in questo modo. Là stirpe materna dì Giulia
mia zia ha origine dai re, e la paterna à congiunta €on gli dii immortali.
Conciossiacosaché da Anco Marzio derivino i re Martii, del cui nome fu mia
madre, da Venere i Giulii, della cui gente è la nostra famiglia. Trovasi
adunque nel ceppo antico della casa nostra la santità dei re, la quale appresso
degli uomini è di grandissima autorità, e la religione degli iddii, nella
podestà, de* quali sono essi re. Tolse appresso per moglie, in luogo di Cornelia,
Pompea, tìgli uola di Qu-into Pompeo, e. nipote di Siila, con la quale dipoi
fece divorzio^ e la licenziò, come quello che ebbe opinione che la fusse Btata
adulterata da Publio Clodio, il quale si diceva tanto manifestamente esser
penetrato ad essa vestito come dònna, mentre si celebravano le pubbliche e
sacre cerimonie, che il senato ordinò, che si facesse inquisizione contro a chi
avesse contaminato \e cose sacre. Lamento di Cesare alla statua di Alessandro
Magno, . fr il suo sogno del giacimento colla madfe. Essendo questore gli toccò
per tratta la Spagna ulteriore, dove facendo le visite, e tenendo ragione,
secondo la commissione del popolo romano, pervenne a Calis ; ed avendo nel
tempio di Ercole considerato la immagine di Alessandro Magno, sospirò, e pianse
; e quasi vergognandosi di se medesimo, che niuna cosa memorabile da lui fusse
ancora stata fatta in quella età, nella quale Alessandro Magno di già il mondo
aveva soggiogato, con gr3nde instanza domandò licenza, per cacciare, come più
presto poteva, occasione di maggior cose. Stando ancora in Roma tutto confuso
per un sogno fatto da lui la notte passata ( conciossiachè gli fusso paruto di
usare con la madre) gli fu dato dalli indovini grandissima speranza,
interpretando che ciò significava Taver lui a soggiogare il mondo ; conciofusse
cosa che la madre, quale egli sognando s'aveva veduta in cotal guisa
sottoposta, non significava altro, clie^a terra, la quale è tenuta madre di
tutte le cose. Le cose da lui fatte nella città. Partendosi adunque innanzi
attempo, andò a ritrovare i popoH di JLazio mandati ad abitare in diversi
luoghi, i quali trattavano insieme di addimandare di essere fatti cittadini
romani ; e gli avrebbe commossi a tentare qualche novità, se i consoli non
avessino solo per questa cagione intrattenulo alquanto le genti fatte per
mandare in Cilicia. Né mancò per questo di tentare poc« dipoi dentro nella
città cose di maggior momento. Venuto in sospezione di aver congiurato con.
Crasso, Siila, e Antooio. Conciossiachè pochi. giorni avanti ch'egli pigliasse
T uffizio delhi edilità cadesse in sospetto di aver fatto una congiura insieme
codi Marco Crasso uonfio consolare, e e similmente, con Publio Sili* e Antonio
; i quali poi che gli erano àtati designati consoli, fa* reno condannati per
uomini ambiziosi : la quale congiura er% né principio dell'anno assaltare il
senato, e tagliato a pezzi chiunque fosse lor piaciuto, che Crasso occupasse la
dittatura, ed egli da lui fusse fatto capitano de' cavalli, «d ordinata che era
la Repubblica a modo loro, che a Siila e ad Antonio fusse restituito il
consolato. Famio menzione di questa congiura Tanusio Gemino nella istoria.
Marco iBibulo negli editti. Gaio Curione, cioè il padre, nelle orazioni : di
questa congiura par che voglia inferire anco Cicerone in una certa sua epistola
ad Attico, scrivendo. Cesare nel consolato aver confermato il regno, il quale
essendo edife egli aveva pensato di con firmare. Tanusio a'ggìugne, che Crasso,
o perchè egli si fussé pentito, ovvero per paura non si era rappresentato al
giorno stabilito sopra tale incisione, e che Cesare per questo non aveva ancora
egli dato il segi)0, ch'egli erano 4'àccordò, ch'e' dovess^ dare. Scrive
Curione, che si erano convenuti, ch'egli si lasciasse cascar la toga dalle
spalle; ed il medesimo Curione e Marco Attorie Nasone dicono, lui ^vere ancora
congiurata) con Gneo Pisene giovanetto, al quale per il sospetto di questa
congiura civile fu dato spontaneamente per lo strasordinario la provincia della
Spagnaagoverno, eche si erano convenuti, che in un tempo medesimo egli di
fuora, ed esso in Roma, dessino dentro a far qualche novità e garbuglio^
mediante i Lambrani e Traspadani; ma che il disegno dell'uno e dell'altro non
fu colorito per essere steto iworto Pisene. L'Edilità, e le cose da luì fatlei
Essendo creato edile, oltre alla sala del consiglio, e la piazza pubblica, e le
loggie, adorno ancora il Campidoglio con certi portici posticci : perciò che
avendo fatto provedimento grandissimo, ed abbondantissimo d'ogni sorte
d'ornamenti, e paramenti, volle che i detti portici gli servissero per far la
mostra di quelle cose, che in colale apparato gli avanzavano. Fece far cacciOj
feisle, e giuochi in compagnia del suo collega, ed ancora da per sé
separatamente, e ne nacque che egli solo ne riportò la grazia, ed il buon grado
di quello ancora, che s'era fatto alle spese dell'uno e dell'altro: perchè il
suo compagno Marco Bibulo usava di dire liberamente, che a sé era intervenuto
il medesimo, che a Polluce; perciocché sì come il tempio che era in piazza
essendo stato edificato in onor dell'uno e dell'altro fratello, era sol
chiamato il tempio di Castore, così la magnificenza, e liberalità sna, e di
Cesare, era solo attribuita a Cesare. Aggiunse alle predette feste Cesare
àncora il giuoco de' gladiatori, il numero de' quali fu alquanto minore, che
egli non aveva disegnato, perciocché con lo aver da ogni banda procacciato di
molta gente di mai affare, venne a spaventare i cittadini della fazione
contraria. Onde ei fu provveduto per legge, che u ninno fosse lecito di
condurre in Roma gladiatori, se non per insino ad una certa qùaniità\ Le cose
da Itti opcirate nella città. ., Come e' s'ebbe in^cotal guisa guadagnato il
favor del popolo, tentò mediante una parte de' tribuni, che per via della plebe
gii fusse concesso la amministrazione dell'Egitto, pigliando occasione di
ottener il predetto governo per lo str^sordinario, con dire, che gli
Alessandrini avevano scacciato il iorore^ il quale dal senato era stato
accettato nel numero degli amici, e confederati, e tanto più che nel popolo
universalmente per lai caso si mormorava ; ma non 16 ottenne, avendo avuto
contro la fazione degli ottimati : onde "all'incontro per diminuire
l'autorità di quegli, in tutti quei modi che poteva, restituì ne' luoghi loro i
trofei di Gaio Mario, che egli s'aveva acquistati per la vittoria avuta contro
a Jugurla, contro a' Cimbri, e, contro ai Teutoni, che per l'addietro erano
stati gittatì a terra da Siila, e nel far la inquisizione degli spadaccini, e
malfattori, messe ancora in quel numero coloro, ai quali, per avere
rappresentato le testé de' cittadini romani, che da loro erano stati uccisi,
secondo la proscrizione e bando mandato d^ Siila, era stato pagato dallo erario
i danari per la taglia, non ostante che e' ne fossero stati eccettuati, per una
legge fatta da esso Cornelio Siila. Altre di lui. operazioni.' Indusse ancora
una certa persona, che accusasse Gaio Habirio di aver fatto contro allo Stato,
del quale il senato s'era servita più che di alcuno altro pochi anni a diottro,
per raffrenare Lucio Saturnino molto sedizioso cittadino, nel tempo che egli
era tribuno. Ed essendo tratto a sorte giudice contro al predetto Ra-^ birio,
lo condannò tanto rigidamente, che appellandosi quello al popolo, non trovò
cosa che più gli giovasse, e movesse di lui la gente a corppassione, che
l'asprezza e la rigidezza, che Cesare aveva usato jn verso di quello nel
condannarlo. Il Ponteficato Massimo. Perduta ogni speranza di aver a ottenere
il governo della sopradetta provincia, addijnàndò di esser creato pontefice
niassimo, non senza gran corruzione tìi cittadini, e sua grandissima spesa. E
considerando alla grandezza del debito che egli aveva fatto, si dice, che la
mattiria'nello andare al consiglio ei disse a sua ma^ dre, che lo baciò, o che
e' non tornerebbe a casa, o e' tornerebbe pontefice: e superò due potentissimi
competitori, i quali per età, e per riputazione di gran lunga lo avanzavano, di
maniera che nelle tribù di quegli ebbe più favore, che l'uno e l'altro di lóro
non ebbero in tutte l'altre. ' La di lui Pretura, ed altre azioni. Creato che
e- fu pretore, essetidosi scoperta la congiura di Catilina, e ordinando il
senato unitamente, che tutti i compagni di tale scelleratezza fussero morti,
e^so solo giudicò che si dovessero distribuire per le qittà confederate, e
quivi tenerli in prigione, e chei loro beni si dovessero confiscare. Messe
oltre a ciò tanta paura in coloro, che persuadevano che si procedesse
severamente, e aspramente coiitro a' predetti congiurati, dimostrando a ogni passò
della sua orazione, quanta il carico, e l'odio della plebe, che essi
concitavano contro, fusse per esser grande, che Decio Sillano, il quale era
disegnato consolo, non si vergognò di addolcire con migliore interpretazione il
suo parere: conciofusse cosa che il mutarlo sarebbe stato cosa al tutto brutta,
e vituperosa, mostrando le sue parole essere st ate interpretate più
rigidamente, che non era sua intenzione^ E sarebbe andato innanzi- il suo
parere, tanti già ne aveva tirati nella sua opinione, tra i quali era il
fratello di Marco Cicerone allora consolo, se la orazione di Marco Catone non
avesse confermato gli ànimi dei senatori, che già si piegavano. Né per questo
ancora restò di non impedire la cosa, in sino a che una squadra di cavalieri
romani, la quale stava per guardia intorno al senato, perseverando lui senza
rispetto alcuno, minacciò di ammazzarlo : i quali già avendo tratte fuori le
spade, gli erano corsi addossa di maniera j ctie quelli cho gli erano più
vicini a sedere, lo abbandonarono, ed a pena che alcuni con abbracciarlo, e
pararsègli davanti con la toga, lo potesser difendere; Allora spaventato da
vero, non solo si ritrasse, ma ancora in tutto, quell'anno non comparì mai in
senato. Aìt/i di lui portamenti nell'uffìzio della Pretura. Il primo giorno
ch-e' prese l'uffizio della pretura chiamò Quieto Catulo a stare a giudìzio del
popolo sopra la cura di tifare il Campidoglio, avendo pubblicata una petizione,
per la quale egli trasferiva quella cura ad un altro; pia conoscendosi
inferiore alla fazione degli ottimati, i quali e' vedeva, che lasciato stare di
intrattenere, ed accompagnare i consoli, erano subito corsi molte ostinatamente
à fargli resistenza, abbandonò l'impresa. Deposto e rimesso alla Pretura. Ma
pubblicando^ Cecilie Me.tello alcune leggi molto aspre e scandalose, contro
alla volontà degli altri tribuni suoi compagni, i quali se ^li contraponevano,
si messe con rautoritè sua a difenderlo ed aiutarlo, senza rispetto alcuno,
tanto che il senato tolse l'uffizio a l'uno e l'altro. E nondimeno ebbe ardire
di perseverare nel magistrato, e rendere ragione; ma subito ch'e' s'ac-. corse
come s'erano apparecchiati a mandamelo per forza, e con l'armi, licenziò i
littori, e lasciato andare in terra la veste, occultamente si fuggi in. casa,
disegnando di starsi quietamente per fino che la condizione de' tempi lo
ricercava. Raffrenò ancorala moltitudine, la quale due giorni dipoi
spontaneamente gli era corsa a casa, e promettendogli tumultuosamente di fare
ogni cosa, perchè e' racquistasse l'ipnor suo, e gli fusse renduto il
magistrato. Ed avendo Cesare^ usato questo atto contro alla opinione de'
senatori, rx)me ch'eglino si fossero ragunati in fretta per il medesimo
garbuglio, lo mandarono a ringraziare per i principali della cittàj e
richiamatolo in senato e lodatolo con parole molto onorevoli, gli renderono il
magistrato, annullando la deliberazione, che s'era fatta poco innanzi contra di
lui. Nominato tra i compagni di Catilina, e sua giustificazione. Cascò di nuovo
in un altro pericolo, essendo stato nominato tra i compagni di Catilina davanti
al tribunale di Novio Nìgro que^ore da Lucio Vezio^ uno di quelli, che aveva
scoperto ì congiurali, e nel senato da Quinto Curìone ; al quale per essere
stato il ISHmq a scoprire i disegni de' congiurati, erano stali ordinati alcum'
premii dal pubblicò. Curione diceva di averlo ioteso da Catilina ; Vezio oltre
a ciò prometteva di mostrare una scrìtta di sua mano, eh* i aveva data a
Catilina ; e parendo a Cesare questa esser cosa da non se la passare di leggieri,
né da sopportarla per modo alcuno, chiamando Cicerone in testimònio, mostrò
come egli per sé medesimo gli avea. riferito alcune coée della rx)ngiura, e
fece che a Gurione non furono dati i «opradetti premii. E Vezio, poi che gli fu
tolta la roba, e i figliuoli, e mandatogli la casa a' saccomanno, fu da lui
molto mal trattato. £ mentre che Cesare parlava in ringhiera, fu dal popolo
rabbaruffatlo, e messo in prigione,^ ed in sua compagpnk fu ancora incarcerato
Nonio questore^ per avere acconsepwfe, che un cittadino, che si ritrovava in
magistrato di maggiore autorità, che il suo non era, fu^se avanti di luì
infamato, ed accusato. Gli tocca in sorte la Pretura dell» Spagna Ulteriore.
Sendo4iscito dell'uffizia della pretura, fu tratto per sorte al governo della
Spagna Ulterióre ', e si Uberò dai creditori,,i quali non lo lasciavano
partire, con dar loro mallevadori : e senza osservare né l'usanza, né l'ordine
antico, andò via avanti che le Provincie fusero ordinate e provvedute secondo
il consueto di quello che bisognava. Né si sa certo, s'egli lo fece o per paura
di non avere a dar conto di sé, conoscendo ch'e' sarebbe stato chiamato in
giudìzio, sondo allora cittadino privato, e senza.magistrato; ovvero per
anticipare dì andare a soccorrere i confederati, i quali con grande instanza, e
con molte preghiere lo sollecitavano. Pacificata ch'egli ebbe quella provìncia,
con la medesima prestezza, non aspettando altramente lo scambio, se ne ritornò
per ottenere il trionfo, è per essere ancora, cieato consolo. Ma essendo di già
pubblicata la creazione de' nuovi consoli; né sì potendo far menzione di luì,
seegliprivalamejite non entrava in Roma, veduto che nello andare attorno a
pregare questo e quello dicessero assoluto dalle leggi, che ciò gli proibi\ano,
molti gli contraddicevano ; fu costretto di lasciare andare il trionfo per non
si trovar fuori del consolato. Il di lui Consolato con Bibulo. • Dì due che
competevano nel consolato, cioè lancio Lueeio, e Msrco Bibulo, si guadagnò
Luccio, e convenne seco, ehe per ciò chti egli era di manco favore, ed aveva
più danari, e^ dijliiribuìsse del suo ì danari al popolo in nome dì amendue.
Lai' ()ua| cosa essendo conosciuta, gli ottimati, i quali avevano cominciato a
dubitare^ che e' non si mettesse a tentare qualche novità in quel magistrato,
che era il supremo, e più importante, massimamente avendo un compagno, che
dipendesse da lui, fecero che Bibulo promesse altrettanti dgnàri al popolo, e
la maggior parte dilpro contribuirono aHa spesa. E ciò fecero non senza consenti
merito di Catone, il quale affermava, che tale corruzione di danari faceva a
i>roposito per la Repubblica. Fu adunque creato consolo insieme con Bibulo,
e per la medesima cagione operarono gli ottimali, che e^|aiBe dato a' predetti
consoli certe cure leggieri, e quasi di niunSntnportanza; come tagliar selve, e
racconciare i passi e le strade., Ónde Ges&re per tale ingiuria commosso e
stimolato, con tutti que^ «iodi che egli seppe migliori, cercò di guadagnarsi
Gneo Pompeo allora sdegnato col senato: perciocché avendo vinto il re
Mitridate, -i genatòri andavamo a rilento a ratificare e confermare lo cose,
che da lui in quella guerra erano state amministrate. Riconcjlìò ancora col
detto Pompeo Marco Crasso, col quale aveva antica nemicizia, per cagione del
consolato, il quale con grandissima discordia avevano insieme amministrato; e
così entrò in lor compagnia, acciocché tutto quello, che dipòi si aveva a
trattare nplia Repubblica fusse secondo il voler di tutti tre., - Suoi
andamenti nel Consolalo. Avendo preso il magistrato, fu imprimo, che
"diede ordine che le cose fatto giornalmente tanto dal popolo, quanto dal
senato, fussero scritte, e notate, e ne fusse fatto memoria in certi libri
pubblici. Rinnovò ancóra il costume anfeico, che in quel niese, che non gli
toccavano i fasci, un ministro gli andasse innanzi, ed i littori dietro. Ed
avendo pubblicato la legge agraria, e contraddicendogli il suo compagno, lo
cacciò armata mano fuori di piazza : ed essendosi quello il giorno seguente di
ciò rammaricato in senato, né trovandosi alcuno, che in così subito accidetite,
© perturbazione ardisse di parlarvi sopra, o deliberarvi cosa alcuna. come
spesse volte in cose di manco importanza s'era fatto ; b condusse a tanta
disperazione, che per insino a che durò il magistrato, standosi nascoso in
casa, non fece altro che contrapporsegliper via di protesti. Esso solo adunque
in quel teiupO governò la Repubblica come a lui parve, tale che alcune persane
facete, quando si soscrivevano per testimoni! a qualche sertta contratto, dicevano
per burl£^; tal cosa esser fatta non al tempo di Cesare, e di Bibulo, ma. di
Giulio, è di Cesare, ponendo il nome e il cognome di Cesare ih cambio del
nottìe de'duoi eon soli : e volgarmente si recitavano (questi versi yi questa
sentenza. Questi di passa ti, non s'è fatto cosa alcuna al tempo di Bibulo, ma
al tempo di Cesare, perchè al tempo di Bibuk) consolo nùtìa s'è fatto, che io
mi ricordi. Divise per \o strasordinario a venti^. mila cittadini di quelli,
ctie avevano tre figliuoli o piìi, il campò Stellate, consagrato dagli antichi,
ed il contado di Capu^, il quale s'affittava per sovvenire alla Repubblica.
Domandando gli arrendatori delle entrate pubbjiche, che e' fusafiJ||fcto loro
qualche grazia, gli sgravò della terza parte di quello cto^' dovevano pagare,
dicendo loro palesemente, chp nel pigliare a fitto le nuove entrate, si
guardassero di non le incantare a prezzi troppo alti. Similmente ogni, altra
cosa, che ciascun sapea chiedere, e domandare, la donò, e concesse largamente,
non avendo alcuno che gli contraddicesse; e se pure alcuno aveva ardire di
contrapporseli, gli faceva tale spavento, che,si ritirava indietro: centra
pponendpglisi Marco Catone, comandò per un littore che ei fusse ti*atto fuori
di sonalo, e.messo in carcere. A Lucio Lucullo, che troppo alla liberà gli
faceva resistenza, -messe siffatta paura, minacciando di calunniarlo, che
spontaneamente l'andò a trovare e gittossigli ai piedi. Dolendosi Cicerone in
un certo giudizio della condizione de' tempi, ordinò cìie Pubho Clodio nimicò
di quello, il dì medesimo, a ore vent'una, dov'agii era dell'ordine patrizio,
entrasse nell'ordine plebeo, di ohe un pezzo avanti il detto Clodio si era
affaticato in vano per ottenerlo. Finalmente si crede che egli avesse ordinato
a una certa persona, che si rappresentasse dinanzi al popolo, e dicesse epnae
egli era stato sollecitato di ammazzare Pompeo: nominando tutti quegli della
fazione contraria, secondo che insieme erano convenut/i,o perciò che nel
nominare questo e quello in vano, veniva a dar sospetto che la non fusse cosa
fatta a mano, non gli parendo che il suo disegno così bestiale e furioso fusse
per riuscirgli, si crede che egli lo avvelenasse. Prende per moglie Galfurnia,
e marita sua figlia Giulia a Pompeo. Quasi nel medesimo tem|K) tolse
per,inoglie Calfurnia, figliuola di Lucio Pisone, che gli doveva succedere nel
consolato, e detto Giulia ^ua figliuola a Gneo Pompeo, avendoli fatto
licenziare SeryiHo Cepione suo primo marito,, del. quale egli si era servito
più che di alcuno altro poco innanzi contro al suo collega Bibulo. (1)
Arrendato ri lo stesso che Oabellieri. E dopo* di questo nuovo parentado,
sempre che si avea à parlar sopra qualche deliberazione, cominciò a domandare
Pompeo del ^uo parere innanzi a tutti gli altri, sendo solito a domandarne
prima. Grasso ; ed essendo àncora usanza, che il consolo nel domandare dei
pareri seguitasse quell'ordine tutto l'anno, ch'egli^ nel principio del suo
consolato il primo di. di gennaio aveva incominciato. Dopo il Consoiato gli
vìea concesso il governo della Francia. Favorito adunque ed aiutato dal
suocero, e dal genero, tra tutte l'altro provincie elesse per «è il governo
della Gallia, pa-rendoglj per le prede, e guadagni, e pei" la opportunità
del luogo, che quella fussc occasione, onde egli avesse agevolmente a
conseguitarne il trionfo: e primieramente prese la Lombardia, e la Schiavonia
per una legge fatta da Yatinio; appresso per decreto del senato ottenne àncora
la Francia; perciocché^ i senatori dubitavano, che negandogliene loro,jl popolo
non fusse ad ogni modo per concedergliene, insuperbito adunque per sì fatta
allegrezza,^ non sì potè contenere dopo alquanti giorni, che essendo piena la
curia di senatori, egli non si lasciasse uscir di bocca, che a dispetto de'
suoi avversari aveva ottenuto tutto quello che egli .aveva desiderato^ e che da
quivi innanzi la volea con tutti senza^aver rispetto a nessun diJoro: ó
dicendogh un certo per incaricarlo, che ciò non poteva riuscire ad una donna,
scherzando intorno a quel vocabolo, rispose, che ancora. Semiramis avea regnato
in Assiria, e che le Àtnazoni per l'addietro aveano tenuto una ^ran, parte
dell'Asia. > Accuse delle cose da lui fatte nel Consolato. Uscito chy fu del
consolato, trattando Gaio Memmio, e Lucio Domizio pretori col senato, ch'egli
rendesse conto dell'amministrazione di quell'anno ch'egli era ètato consolo,
chiese d'avere ad essere giudicato dal senato; e non volendo il senato
accettare la causa, e avendo consumato tre di in vani litigamenti, se ne andò
in Francia alla sua amministrazione, e subito il suo que«4tore (1 ) fu colto in
frode, e trovato ch'egli aveva errato, ed era Il sentimento di Svetonio è, cb''
'^ Questore fu strascinato n giudìzio per alcuni delitti, de'qr**^ ^vasi fosse
condannato, PRIMO IMPRRATOBE 21 cascato in pregiudizio. E poco appresso egli
ancora fu citalo da Lucio Antistio tribuno della plebe ; e finalmente, avendo
appellato al collegio de' tribuni, ottenne di non essere condarruatò (per esser
fuora per faccende della Repubblica). Ciò fu cagione, che per sicurezza del
lenvpo a-venire, egli non attese ad altro, che ad obbligarsi sempre i
magistrati anno per anno, e di quegli, ch'erano competitoii nel -chiederei
magistrati, ninno ne aiutava, permetteva che gli ottenesse, ^e prima con patto
non se lo obbligava, e gli projnètteva di essergli difensore, e protettore,
mei^tre che egli stava assente : né Sh vergognò di ricercare alcuni di lóro del
giuramento, e ancora farsene fare una fède per iscritta di lor mano. Delle
minaccie di Domizio, e delle còse da lui fatte nelle Gaflie., Ma minacciandolo
Lucio Dòmizio palesemente, il quale era nel numero di quegli che domandavano il
consolato^ con dire, òhe se egli lo otteneva, era per fare quello, che essendo
pretore non aveva potuto mandare ad effetto, e che per ogni modo gli voleva
levar di mano l'esercito ; fece che Crasso, .e Pompeo lo andorno a trovare a
Lucca, città della sua provincia, e gli richiese, che addomandassero d'esser
fatti consoli le seconda volta, solo per isbattere- Domizio: ed ottenne non
solamente questo, ma ancora d'esser raffermo Tìell'imperio per cinque anni. Per
il che preso ardire, aggiunse alle legioni, le quali egli aveva ricevute, dalla
Repubblica, alcune altre a sue Spése ed alcune altre ve ne aggiunse a spese del
pubblico; tra le quali ve ne era una di Francesi (che in quella lingua si
addomandaya Alàuda), la quale egli ammaestrò, e ordinò secondo la disciplina,
ed ordine roniàno : e tutti i soldati deUe predette legioni furono dipoi fatti
cittadini romani. Né lasciò appresso occasione alcuna di guerra, che egli non
la pigliasse,*ancora cheieHa fusse ingiusta e pericolósa: oltraggiando, senza
cagione alcuna così i confederati, come le genti nemiche e barbare; di maniera
che il senato deliberò, che si dovesse mandare -alcuni commissarii in Gallia, i
quali diligentemente ricercassino, in che termine^ le cose si trovavano in quel
luogo; e tra essi senatori ve né furono alcuni che giudicorno, che e' fosse da
darlo in preda ai nimici: ma succedendo le cose prosperamente, ottènne che in
Roma sì ringraziassero gli Iddii, e si facessero le solite supplicazioni più
volte, e più giorni per volta, che altri per Taddietro non aveva ottenuto
giammai. Altri di lui fatti nelle Gallie. In nove anni che egli stette capitano
generale della Repubblica in Galìia, fece queste cose. Tutta la Gallia che è
contenuta dai monti Pirenei, dall'Alpi, e dal monte Geb^niia, e dal fiume Reno,
e dar Rodano, la quale si distende in giro circa di settecento miglia, dalle
città confederate, e che si erano ben portate in fuora, ridusse in forma di
provincia, obbligandole a pagare ogni anno il tributo. Fu il primo dei Romani
che' assaltasse i Tedeschi, che abitano di là dal Reno; avendo fabbricato un
ponte, diede loro grandissime rottp. Assaltò ancora gli Inglési, per TiE^dietrp
non conosciuti : ed avendoli superati, e vinti, ^si fece dare. e danari, e
statichi. Fra così fatte prosperità^ solo tre volte, e non più, ebbìB la
fortuna contraria; la prima, quando per la gran tempesta "perde in
Inghilterra quasi tutta l'armata ; là seconda, quando in Francia intorno a
Gergonia fu rotta una delle sue legioni; la terza, nei confini dei Tedeschi,
quando gli furono ammazzati a tradimento Titurio ed Arunculeiò suoi commiscri.
Morte della madre, della figlia e della nipote, e altre di lai opere. Nel
medesimo spazio di tempo gli morì prima la madre, di poi la figliuola, tiè
molto di poi la nipote. Ed essendo h Repubblica altercata perla uccisione di
Publio Clodio, avendo giudicato il senato che e'-fusse beiìe creare un solo
consolo, e che nominatamente fusse eletto Gneo Pompeo,' trattò con i tribuni
della plebe, che lo volevano dare in. ogni modo per compagno a Pompeo, che
procurassero più presto col popolo, che ogni volta che s'appressasse la fine
del suo imperio, quantunque e' fusse assente, gli fusse concesso il poter
domandare il. consolato la seconda volta, avendo caro di non si avere a partire
per la predetta, cagione, né lasciare lo esercito più presto che non bisognava,
e senza avere terminata quella guerra. Il che subito che Bgli ebbe ottenuto,
cominciando a rivolgersigli per la fantasia cose più alte, e ripieno di molta
speranza, attese per ogni verso a donar largamente, e far servigio a qualunque
persona, così pubblica, come privata, senza esserne richiesto, dove il bisogno
vedesse. Cominciò a fabbricare una piazza de' danari cavati delle prede
guadagnate nella guerra, il pavimento della quale costò più di due milioni e
cinquecento migliaia di scudi. PubbHcò al popolo,, come e' voleva far celebrare
il giuoco de'gladiatori, ed un convito ancora in memoria della figliuola; il
che innanzi a lui ni uno aveva fatto giammai. Le quali cose, acciocché le f
ussero in grandissima espettazione, quanto a quello che apparteneva al convito,
benché egli' ne avesse dato la cura ai becqai, faceva ancor farne provediméhto
dai suoi domestici, e famigliari. E quanto al -giuoco dei gladiatori, se in
alcun luogo si ritrovavano gladiatori^ eper^ sone famose in maneggiare armi,^i
quali avessero avuto a combattere insieme, e diffinire qualche lite, gli
mandava a pigliare per forza, efacevagli conservare: faceva ancora ammaesti^ar
gli scolari non per le scuole da'' maestri di scherma, ma per le case
da*cavalieri romani, ed ancora dai senatori pratici nell'armi, pregando
stret.tamente i giovani (il che appare per su« lettere) che imparassero bene,
ed i maestri, che diligentemente gli ammaestrassero. Alle sue legioni raddoppiò
il sòldo in perpetuo. Ogni volta che in Roma fu abbondanza. di grano, lo
distribuì senza, regola, e misura: e donò alcuna volta schiavi, e possessioni a
persone private, e suoi amici particolari. RiiHiova la parentela con Pompeo,
dandogli sua nipote Ottavia - /in moglie, Per mantenersi il parentado e
l'amicizia di Pompeo, gli dette per moglie Ottavia, sua nipote nata dalla
sor.eira,la qual era maritata a Gaio Marcello/ con patto clie egli a lui desse
4a figliuola, la quale aveva proméssa a Fausto Siila . Avendosi obbligato
ognuno, ed ancora una gran parte del Senato solamente con la sua buona maniera,
o con piccola somma di danari, a tutti gli altri d'ogni sorte, e di qualunque
ordine eglino si fossero, che o invitati, o spontaneamente andavano a lui,
faceva grandissimi donativi, per insino ai servi, ed ai libèrti di ciascuno dei
suoi famigliari, secondo che ciascuno di loro era più grato al suo padrone.
Era, oltre a ciò, unico e prontissimo soccorso, o-refugio di tutti i
condannati, indebitati, o giovani spenditòri, da quegli in fupra, ch'erano
gravemente oppressi dalle smisurate spese, dalle accuse, e dal fa estrema
necessità, e dalle sfrenate voglie; ma non li potendo aiutare, né sovvenire,.
diceva loro alla scoperta liberamente, che essi aveano bisogno d'una guerra
civile. Procura ramicizia dei re, e delle provincie; e del decreto del Senato
contro di hii. Né con miiior sollecitudine e diligenza si andava facendo amici,
e tirando i re e le provincie di (Qualunque parte del mondò nella sua amicizia,
ad alcuni offerendo in dono le migliàra di prigione ad alcimi, senza yobntà o
saputa del senato e del popolo, mandando in soccorso^ gente nascosamente, qualunque
volta e dove e' volevano; adornando ime I inai'* «^ffli ^ guadagnò con buona
somma di danari. Ma veggendo che ogni cosa si trattava ostinatamente, e come' i
consoli disegnati erano della parte avversa, pregò per lèttere il senato, che
o'non gli fusse tolto il benefìzio e la abilità fattagli dal popolo, o
veramente che e*fu8sero costretti ancora gli altri imperatori e ^capitani a
lasciare gli eserciti ; coi^fìdatosì^ come si stima, d'aver a poter più-
agevolmente, subito che gli fusse tornato bene, rimettere insieme i suoi
soldati vecchi, che Pompeo far nuovo esercito. Convenne (\) con gli a^versarij,
che licenziate otto legioni e4asciata la Gallia Cornata, gli fussero concesse
due legioni, e la Lombardia, al manco una sola legione con la Schiavonia,
insino a tanto, che e' fosse fatto consolo. Si narrano le cause della gtìerra
civile di Cesare. Ma non se ne volendo travagliare il senato, e dicendo gli
avversarii suoi che non intendeano per modo alcuno di far contratto della
Repubblica, passò nella GaHia Citeriore, e fatte le visite, si fermò a Ravenna,
pensando di vendicare con l'armi i tribuni della plebe, quando il senato avesse
in cosa alcuna proceduto troppo aspramente contra di loro ; essendosi i
predelti tribuni scoperti in suo favore. E sotto questo colore prese Cesare
l'armi contro alla patria : ma stimasi che altre fussero le cagioni che lo
movessero. Gneo Pompeo andava dicendo in questo modo^ che non potendo egli
inandare a perfeziono quellenmprese e quegli edìfhii, che da lui erano stati incominciati,
«è corrispondere con le facultà private alla espettazione, nella quale era il
popolo per là sua venuta, -aveva voluto ingarbugliare, e mandar sottosopra ogni
cosa . Altri dicono lui aver temuto di non esser costretto a render conto di
quelle cose, che egli. aveva fatte nel primo consolato contro alle leggi, e
contro agli auspicii, e contro alla volontà ed ai protesti dei compagno;
conciossiacosaché IVfarco Catone ad ogni poco gli facesse intendere, che lo
voleva accusare, e che l'aveva giurato, subito che egli avesse licenziato
l'esercito: dicendosi ancora nel volgo, che tornando privatamente in Roma, gli
era per intervenire, come a Milone, e che e' sarebbe esaminato dinanzi ai
giudici ancor lui con le squadre degli armati intorno ; il che fa più verisimile
Asinio Pollione, il quale scrive, che Cesare nella battaglia Farsalica ris (1)
Le paròle di Svetonio hanno questo sentimento. Voleva ancora pattuire con gli
avversarli. guardando gli avversarii suoi uccisi e sbattuti in terra, usò di
dire queste parole : Così hanno voluto'. Questo a Cesare, che ha fatto sì gran
cose per la Repubblica? Che Cesare si fusse condotto ad esser condannalo? Se io
non avessi domandato- soccorso al mio esercito. Altri sono die stimano, che
essendo egli assuefatto a comandare ed a signoreggiare, e considerate le forze
sue e quelle de' nemici, si servisse della occasione, che se gli appresentava
di potere usurparsi il principato, del qual fino da giovanetto era stato vago e
desideroso. Ciò pare ancora che voglia inferire^Cicerone^ scrivendo nel terzo
hbro degli {//'^ztt, Cesare sempre avere avuto in bocca que' versi greci di
Euripide, la cui sentenza è questa : « Se si ha a violare la giustizia, ciò si
debbe far per cagione di signoreggiare. Nell'altre cose si debbe ayer rispetto
alla pietà inverso la patria. » • Il di lui cammino da Ravenna al fiume
Rubicone. Essendo adunque avvisato, come l'autorità, che avevano i tribuni di
potersi contrapporre- alle deliberazioni del senato, era stata levata loro^ e
come e' s'erano fuggiti : mandò subito innanzi secretamente alcune delle sue
compagnie, per non movere di ciò sospezione alcuna. E si ritrovò ancora esso
sconosciuto in Roma a veder celebrare le feste, che si facevano in pubblico, ed
andò considerando in che forma e maniera egli voleva accomodare il luogo, dove
si aveva a celebrare il giuoco do' gladiatori : e secondo il costume,
sconosciuto ancora comparì al convito pubblico, dove era gran numero di. gente.
Appresso, dopo.il tramontar del sole, tolti dal più. presso mulino, ch'era quivi,
due muli, che tiravano una carretta, prese a camminare, con pochi in compagnia,
per un sentiero molto occulto, ed avendo smarrito la strada, per essersi spenti
i lumi, aggirandosi un pezzo in qua e in là, finalmente in su '1 far del
giorno, trovata una guida^ per tragetli strettissimi se n'andò via a piede ; e
raggiunte le sue genti vicino al fiume Rubicone, il quale era ai confini di
quella provincia, stette alquanto sopra di sé, e considerando che gran cosa
egli si metteva a fare, voltosi indietro, disse a quegli, che gli erano
d'intorno : « Ancora siamo noi a tempo a tornare addiètro: ma passato che noi
avremo questo ponticello, ci converrà spedire ogni cosa con l'acmi. »
Apjpafizion prodigiosa, mentre stava sulle rive del fiume, dubitando di passarlo.
Stando così sospeso, gli apparve un naosiro così fatto.. Un certo di grandezza
e forma smisurata, clie in un subito gli compari davanti, poncndoglisi a sedere
vicino e a cantare con una (!annaj dove essendo concorsi, oltre ai pastori,
molti angora dei soldati, che erano di guàrdia, e tra loro alcuni trombetti per
udirlo, egli, tolta la tromba di mano ad uno di loro, saltò nel fiume, e con
grandissimo fiatò cominciando a sonare a battaglia, s'addirizzò all'altra .
ripa. . Allora Cesare disse: « Ora andiamo dove ci chiamano gli ostenti degli
Iddìi, e la iniquità diBgli avversarli, tratto è il dado.» Tragitta il fiume, e
suo parlamento a* soldati. Così avendo fatto passar l'esercito, e chiamare i
tribuni della plebe, che'scacciati di Roma erano sopraggiunti, fece parlamenta;
nel quale piangendo, e stracciatasi la veste dinanzi di petto, pregòi suoi
soldati, che gli f ussero fedeli, e non lo abbandonassero in così fatto caso.
Fu ancora giudicato, che egli avesse promesso a tutti di fargli cavalierini che
fu falso, perciocché nel parlare, e nel confortare, avendo spesse volte alzato
il dito della mano si^ nistra, affermava, che per soddisfare a tutti coloro,.
mediante i quali egli-avesse difeso l'onor. suo, era per cavarsi in lor
servigio molto voloutiori per sino airanello di dito: e quegli, che erano più
lontani, ed. ai quali era più facile il vederlo, che l'udirlo, si dettero a
credere quello, che nel vedere s'erano immaginato. E così si sparse una voce,
come Cesare aveva promesso loro, che e' goderebbono il privilegio degli anelli,
cioè di quelli che eran dell'ordino de' cavalieri, con dar loro di valsente
dieci mila scudi. Sua gita a Roma, e altr^ sue operazioni. L'ordino, e la somma
delle cose fatte da lui è quella, che ap^ presso racconteremo. Egli primieramente
s'insignorì della Marca, dell'Umbria e della Toscana ; od avendo ridotto in suo
potere Lucio Comizio, il quale inx^iel tumulto e gapbuglio, gli era stato
nominalo per successore, e stava alla guardia di Corfinio, lo liberò : ed
api)resso pel mare Adriatico se ne andò alla volta di Brindisi, dove erano
rifuggiti i consoli insitme con Pompeo, per passare, come prima potevano, quel
mare; ed ingegoatosi in qualunque modo di proibire a costorp il passo ^ e non
sendògli riuscito, se ne tornò alla volta di Roma : e fatto ragunare i senatori
e patrizii, parlò, e consultò con loro sopra i casi. della Repubblica. Dipoi
passato in Ispagna, s'appiccò con quegli di Pompeo, che ivi erano potentissimi
sotto tre capitani e governatoli Marco Petreio, Lucio Afranio e Marco Varroiie
: avendo, prima tra' suoi usato di dire^ che andava a trovare unoesercito senza
capitano, e clie appresso tornerebbe a trovare un capitano senza esercito. E
quantunque egli fusse ritardato nello assedio di Marsiglia, la quale nel
passare gli aveva chiuso le porte, ed ancora per la carestia grande delle
vettovagliìB, nondimeno in poco tempo superò ogni difficoltà, e soggiogò ogni
cosa. Vince Pompeo, Tolomeo e alcuni altri. Quinci ritornato in Roma, e passato
in Macedònia, avendo assediato Pompeo a Durazzo con grandissimi steccati, ed
altri edifizii, e ripari maravigliosi, e tenutolo c^sì assediato circa quattro
mesi, all'ultimo nella battaglia Farsalica lo ruppe e vinse; e perseguitatolo
dipoi per sino in Alessandria, dove e' si era fuggito, come egli trovò, ch'egli
era stato là ammazzato, ed accortosi che Tolomeo ancora a lui andava preparando
insidie, fece guerra con lui, grandissin^a certamente, e molto difficile:
perciocché egli non si ritrovò né in luogo, né in tempo buono per guerreggiare,
ma nel cuore della invernata, e ;deBtro alle mura del nimico, il quale era
molto desto e sollecito, e d*ogni cosa abbondevole, come che egli fusse del
tutto sprovveduto, e gli mancassero tutte le cose necessarie per la guerra. Ma
restato alla fine vincitore di quel paese, e reame d'Egitto, lo lasciò a
Cleopatra ed al fratello minore di lei, come quello che hon si assicurò di
ridurlo a provincia sotto lo Impero romano; acciocché abbattendosi alcuna volta
ad avere un governatore troppo violente, non gli fusse dato occasione e materia
di fare qualche novità, di ribellarsi. Da Alessandria passò in Soria e quindi
in Ponto, stimolato dagli avvisi e dallo nuove, che gli intendeva di Farnace
figliuolo del gran Mitridate, il quale allora, essendo venuta la occasione, si
era mosso a far guerra a' Romani, e per aver avuto più volte la fortuna
prospera, era divenuto molto insolente ; ma Cesare il quinto giorno poi ch'e'
fu arrivato, od in quattro ore, dq)0 che e' si rappresentò sul- campo, con una
sola battaglia lo sbaragliò e mandò in rotta. Onde molto spesso usava PRIMO
IMPERATORE 29 di chiamare Pompeo feiicej al qnale fusse accaduto d'aversi
acquistato sì gran nome, per avere vilito in battaglia così vii gente. Dopo la
predetta vittoria superò e vinse Scipione, e ìuba, che in Africa avevano
rimesse insieme alcune reliquie delle parti avverse; ed in Ispagna vìnse i
figliuòli di. Pompeo. • ■ • . . ^ Scohfitt« ricevute da' suoi legati. Non
ricevè danno alcuno, ne ebbe mai la fortuna, contraria intutte le predette
guerre civili, se non dove egli si goyernò/per le mani 'de' suoi cómmissarii :
tra i quali Gaio Gurione andò in, rovina, e capitò male in Africa; Gaio Antonio
fu fatto prigione dai nemici nella SchiavoDÌa ; Piiblio Dokbella pur neHa
medesima provincia perde l'armata* Gr\eo Domizio e Calvino perderono lo
esercito in Ponto. Ma egli sempre combattè con molta prosperiti!, né mài se gli
mostrò turbata là fortuna, se non due voile; la prima a Durazzo, dove essendo
ributtato con 16 esèrcito, e non seguitando Pompeo la vittoria, ebbe a dire,
ch'egli non sapeva vincere; la sfecoiìdà in Ispagna nell'ultima battaglia, dove
sendosi disperato d'ogni cosa pensò insino di ammazzarsi. Trionfi di Cesare.
Terminato ch'egli ebbe tutte le predette guerre, trionfò cinque volte ; quattjco
in un mese medesimo, poi che egli ebbe vinto Scipione, mg wt-tBiettere alcuni
giorni in mezzo tra l' uh trionfo e l'altro; l^ qij^ vòlta trionfò, poi che
egli ebbe superato i figliuoli di Pòmp^.. Il primo è più glorioso trionfo fu
quello della Gallia; seguitò appresso lo Alessandro; di poi quello di Ponto;
dopo questo venne lo Africano; rultimo trionfo fu quello della Spagna: e
ciascun de' predetti trionfi fa^elebrato con istromentit \ ed apparati diversi
l' un dall'altro. Il giorno del trioiifa gallico passando per il velabro,
essendosi rotto il timone del carro, fu quasi per cascare a terra. Venne, in
Campidoglio con quaranta lumiere, avendo dalla destra e dalla sinistra sopra
gli elefanti coloro, che portavano le torce. Nel trionfa di Ponto, tra le cose
che si portavano appiccate in su un'asta nella pompa ed ordinanza trionfale,
fece portare avanti a. sé dentro ad una tavoletta notate tre parole venni, ¥ld1
e vinsi. Il che significava, che quella guerra non era stata come l'altre, ma
ch'ella s'era terminata agevolmente e con prestezza Ctinw ririM^rili'iHsc i
soldati veterani, e della sua liberante col popolo. AIIm l pretoria ed Aulo
(!alpeno senatore, il quale era già stato avvocato. La moresca degli uomini
arinati, chiamata Pirrica fel'ono i principali giovanetti d'Asia e di Bitìnìa.
Nelle feste e rappn*senta7.ioni sopraddette Decimo Laberìo, cavaliere romano,
n«cilò una sua rappresentazione e [\) farsa, e gli fu donato cìn(pieciMitu
sesterzii ; ed allora ebbe l'anello d'oro, e fu fatto cavalieri», e pasAÒ
l'on'hostra (luogo dove stavano a vedere i senatori), (mI andò a sedere tra i
cavalieri. Celebrandosi i giuochi circensi uccreblu^ da ogni banda lo spazio
del cerchio, ed attorno attorno lo circondò di canaletti e zampilli d'acqua. Le
carrette, che erano tirate da ipiattm cavalli, e quelle che erano tirate dà
due, le ■ (1) Farsa^ significa una commedia mozza e imperfetta. PRIMO
IMPERATORE 34 guidarono giovani nobilissimi, i quali maneggiarono ancora i
cavalli da saltare dell'uno in su l'allro. Il giuoco chiamato Troia, lo fecero
due squadre di fanciulli di maggioro e di minore età. Cinque dì intieri non si
fece altro ciré caccio, ed ultimamente si fece un tomiamento, ovvero battaglia
.UIE d'ugni altr^ legge mes^e più liiiigenza in quella dello spender troppo, e
disordinato, avendo posto intorno alla beccheria, ed altri luoghi, dove si
vendeano le cose da mangiare, le guardie, le quali togliessero i camangiari.
che fossero stati comperati contro all'ordine della \ezze. e ì;Iì portassero a
lui : mandando alcuna volta di nascosto i littori, e soldati, i quali, quando
le guardie avessero fatto frauvle in cosa alcuna, entrassero per le case, e
levassero via le vivande fìn poste in tavola. Sua fretta nell'abbellir la
città, e neU'aggraDdire Timpero. E circa all'ornare ed ordinare la città, e
similmente quanto al fortificare, ed ampliare il domìnio, di giorno in giorno
andava ordinando più cose, e maggiori luna che l'altra; pensando primieramente
di edificare il tempio a Marte, maggiore che non era mai stato fatto in Inoso
alcuno, avendo fatto riempiere e rappianare il lago, nel quale aveva fatto fare
la battaglia navale ; e cosi ordinava di edificare un teatro di grandezza
smisurata, sotto il Monte Tarpeio, e di ridurre la ragion civile in una certa
regola e moderanza; e la grande e smisurata copia delle leggi, ridurla in
pochissimi libri, scegliendo quelle che erano migliori, e più necessarie.
Ancora pensava di fai; fare librerie pubbliche greche, e latine, quanto egli
potesse maggiori, e più copiose ; avendo dato la cura a Marco Varrone di
procacciare i libri, ed i volumi, e di mettergli per ordine. Volea seccare le
paludi Pontine ; dar l'uscita al lago Fucino ; lastricare, e far fare una via
dal mare Adriatico, per insìno al Tevere, attra- versando il dorso dell'Apennino.
Voleva far tagliare Tlstmo (cioè . lo stretto della Morea). Ridurre dentro
aMorconfmi i popoli della t Dacia, che s'erano spanti pel Ponto, e per la
Tracia; di poi muover guerra a' Parti per l'Armenia minore : e disegnava di non
venir con loro né a giornata, né a fatto d'arme senza averli prima sperimentati
con qualche scaramuccia. Nel trattare, e pensare a queste cose gli sopragginnse
la morte, della quale avanti che io parli, non sarù fuor di proposito di narrar
sommariamente quelle cose, che appartengono alla sua forma, e statara,
all'abito, od ai costumi, ed ancora ai suoi studi quanto ade cose civili, e
quanto a quello della guerra. PRIMO hlftiBATORE 35 Sua statura, e coltura det
còrpo. . -^ Dicofioche ei fu di grande statura, di color bianco; aveva le
membra che ritraevan(J af lungo, ejt'ondo^ la bocca uh poco grossetta, gli
occhi negri, vivi, é sfavillanti; della persona fii sano, e prosperoso, se non
che nel!' ultimo della sua età soleva alcuna volta in un subito venirglr una
fiacchezza d'animo^ e di corpo, per la quale tutto s'abbandonava ; ed alcuna
volta tra: il sonno si spaventava. Fu preso ancor due volte nel far faccende
dal mal maestro. Circa Ja cura, ed ornamento del corpo fu alquanto esquisito, e
fastidioso, tal che non solamente con graii diligenza si tosava, ma ancora si
faceva radere, e pelare pef tutto: itche gli fu da alcuni rimproverato;
Sopportava molto. :ìnM Volentieri la bruttezza, chaera in Ini dell'esser calvo,
pareipigh che gìi uomini faceti e di mala lingua avesfsero uno appicco di
beffarlo, e schernirlo; ond'egli U9«^ di tirarsi giù i capegli della sommità
del capo per. ricoprire cotale calvezza:, e perciò ancora tra tutti gli onoH
concessigli dal senato e dal popolo, niuno ve ne fu che egli più
volentieri«accettàsse, ed usasse, che il portare in perpetuo la corona
deiralloro in testa. Dicono ancora, che e' fu molto notabile nel vestirsi, ed
ornarsi la persona; perciocché egli usava la veste senatoria, chiamata il Lato
Ctevo, frappata da mano, né mai usò di cingersi se non sopra la predetta Vesta,
e cingersi largo: onde dicono esser derivato quel detto usato da Siila con ^li
alnici della fazione degli ottimati; ricordando loro spesso, che e' si avessero
cura dal fanciullo mal cinto. Luogo della sua abitazione, e strutturarcene sue
ville. Abitò da principio nella Suburra, in una casa piccola: ma dopo il
pontificato massimo nella Via sacra, in una casa pubblica. Molti hanno scritto,
ch'egli era fortemente studioso, ed accurato intorno alla dilicatura e
splendidezza del vivere, e dello abitare; e ch'egli fece gitt^re a terra, è
disfare intéramente un casamento di una sua villa "nel contado Némorense,
il quale aveva • principiato dai fondamenti con grandissima spesa, perciò eh'
e' non gli eracO^ì riuscito secondo l'animo suo. E quantunque egli fusse ancor
povero ed indebitato, portava attorno nelle espedizioni i solari e pavimenti
intarsiati, e che si scommettevano. GItTI.10 CESARE Suo diletto nelle gioie,
perle, e statue antiche. Dicono ch'egli andò insino in Inghilterra, perchè diletiandosi
delle gioie, aveva inleso esservene gran quantità ; e nel paraganare della loro
grandezza, alcuna volta tastava il peso dirquelle, e bilanciavale così colle
mani ; e che e' fu sempre molto animose nel comperare gemmo, figure ed opere di
basso rilievo, e statue di marmo, e di bronzo, e pitture antiche: oche egli
similmente comperava gli schiavi, quando egli erano garjiati, e non ancora
adoperati ne' servigi, a-prezzi smisurati, talché egli stesso se ne vergognava,
uè voleva che tali spese si scrivessero, b se ne tenesse conto alcuno. '*«»
nome per significare in tutto il contrario. Sua risoluzione neH'attàccar le
battagfie presenlandosegU le occasioni.- . Veniva alle mani co" nemici,
non -ta^to secondo Te detefmitiazioni, che egli faceva, quanto secondo
lé-qc^^sióni phe se gli ofr ferivano. Il più delle volfe camminando, e qualche
vplta nei tt^nipi crudelissimi, usava simil tratti, di ventre alle mani fuori
(lolla opinione di ciascuno, e quando manco si pensava che e* si dovesse
muovere. Solamente neiruttimp della sua età andava alquanto più rattenutoal
combattere, grudicando che quanto era majjgioro il numero delle volte, che egli
era, restato iittonoso, tanto era mono da tentare ed esperimentare lar fortuna,
e che la vittoria non gli poteva tanto dare, quanto la mala fortuna gli poteva
tórre. Non messe mai in rotta i nemici, che non gli spo{i;! lasse degli
alloggiamenti, e così voltato che^li avevano le spalle» non diede mai lor
facoltà di poter riaversi e rifar teKta. Nelle battaglio dubbio faceva levar
via i cavalli, ed il suo avanti agli. aItri,jacciocchò la necessità gli
stringesse a combattere per forza, sondo levata via ogni comodità di fuggire.
Di un suo cavallo, che aveva li piedi quasi d*un -uomo.' f \\ cavallo cho egli
cavalcava era molto notabile, per avere i piedi quasi dHiomo, con l'unghie
fesse a modo di dita; il quale essendogli nato in casa, e pronosticando
gl'indovini, che ciò al suo padrone prometteva lo impero del mondo, lo allevò
con gran diligenza; e fu il primo a cavalcarlo, non sopportando il cavallo, ohe
altri vi montasse sopra : la cui immagine egli di poi consagrò, e pose dinanzi
al tempio di Venere genitrice. Suo valere nel rimettere le squadre piegate.
Spesse volte visto il suo esercito involta, gli fece rifar testa col pararsi
dinanzi a color che fuggivano, e ritenendogli ad iino ad uno, ed alcuna volta
storcendo loro il collo, gli volgeva vèrso il nemico; e gli ritrovò tanto
inviliti, che uno che portava Tin*sogna deirAquila, non volendo andare innanzi,
minacciò di ammazzarlo, e d'un altro che e' volle ritenere, gli rimase in mano
l'insegna cho o' portava. PBiHO imperatori: 45 ,- Sua animosità con Cassio.
", - Grandi indizii furono i sopraddetti della costanza, e fermezza,
deirauimo 3U0, ma non minori anzi maggiori furono quelli, che si videro dopo il
fatto d'arme di Farsaglià: conciossiacogaobò avendo mandato innanzi le genti ih
Asia, dopo la vittoria^ épassando come vincitore^per lo stretto di
Costantinopoli sopra d'una navicella, riscontratosi con Lucio Cassio, uomo della
parte' avversa^ con dieci galee, non lo sfuggì, ma appres^tosegli lo confortò a
rimettersi in lui, etiarsegli in potere, e domandandogli Cassio perdono, fu da
liii ricevuto per amicò. Sua mirabile fuga ntiotando. / Nel combattere un ponte
in Alessandria, costretto da subito assalto de' nemici, saltò dentro ad una
scafa, e saltandovi sopra molta altra gente si gettò in mare; e nuotando circa
a dugentó . passi si condusse salvo ^lla nave che gli èra più ricina, tion la.
sinistra fuori dell'acqua, è sempre alzata, acciocché i suoi Commentarii, che
in quella teneva, non si bagnassero; avendo ancora preso la veste con i denti,
acciocché i nemicf noii si onorassero delle sue spòglie. ., Come facesse prova
dei soldati e della disciplina militare.-^ l^on gli piacevano i soldati, perchè
e' fussero nobili o ricchi, ma quegli che erano poderosi e gagliardi ; e con
tutti parimente era severo e piacevole, perchè non sejmpre, ed in ogni luogo
gliteneva a freno, ma. quando l'esercito inimico era vicino non la perdonava loro
in conto alcuno ; né mai diceva loro quando ei voleva camminare o combattere,
ma gU voleva appatrecchiati e spediti a qualunque occasione e momento, per
potergli subito condurre dove a lui piaceva. E molte vòlte ancora senza cagione
alcuna usava i sopraddetti' termini,'^ massimamente ne' giorni delle feste, o
quando pioveva, ricordando loro ad ogni passò, ch^ l'osservassero e gH
tenesseromente ; ed in un subito, e di giórno e di notte spariva loro dinanzi,
ed -affrettava il cammino per affaticare coloro, che erano più tardi a
seguitarlo^ Della cosa stessa. Quando e' conosceva, ch*egli erano spaventati,
per avere inteso che il' numero dèi nemici era grande, dava lof o animoj^non
con negarlo o diminuirlo, ma con accrescerlo ed amplìficarìo, onde essendo la
espettazione della venuta* di Juba spaventevole, chiamati i soldati a
parlamento, disse : Sappiate che infra pochi giorni sarà qui il re con trenta
legioni di cavalieri, e cento mila armati alla leggiera, e perciò alcuni che
sono^ tra voi facciano ormai line di cercare più oltre, e di andarsi
immaginando più una cosa, che un'altra, e credano a me, che lo so del certo;
altrimenti io gli metterò dentro ad una nave vecchia, dandogli in preda ai
venti ed alla fortuna. • Suoi trattamenti co' soldati e come li lasciasse andar
-pomposamente vestiti.' Non* poneva così mente ad ogni tJelitto de' suoi
soldati, riè aveva regola in punirgli; ma come che egli fosse acerbissimo
inquisitore e punitore de' fuggitivi e scandalosi, -quanto agli altri difetti Q
mancamenti, mostriava di non se ne accorgere. É alcuna volta dopo qualche gran
battaglia e vittoria dava loro la briglia in sul collo, e gli lasciava pigliare
ogni piacere, e cavarsi ogni lor voglia ; usando di dire, che i suoi soldati,
ancora ch'e' fossero ben profumati, sapevaiio combatter valorosamente : e
quando ei parlava loro in pùbblico non gli chiamava militi, ma con nomi più
piacevoli e graziosi, gli chiamava compagni e commilitoni, e gli teneva tanto,
bene a ordine,, che e' guarniva loro le armi d'oro e d'argento si per bellezza
ed ornamento, sì ancora perchè p la paura di non le perdere e' fussino più
ostinati nel. comI ere; e tanto gli amava tutti, che poiché egli ebb e inteso
coinè iiiurio era stato morto, si lasciò crescere* la barba ed i capelli, uè
prima se la levò eh' e' n'ebbe fattp le véndette. In questa maniera gli fece
divenire valorosi, e se gli rendè ubbidienti e fedeli. Fedeltà e svisceratezza
de' soldati di lui. Gride quando egli entrò nella guerrìa civile, i centurioni
di ciascuna legione -gli offersero un uomo a cavallo per uno a loro spese. I
soldati tutti si offersero di servirlo 4n dono senza sòldo, 6 senza
vettovaglie, pigliando quelli che erano più ricchi la cura (Ji mantener quegli
che erano più poveri, né in così lungo tempo che durò la guerra, non se ne
ribeltò giammai alcuno. E una e subito, partitasi dalle esequie, corse alle
case di Bruto e di (^.assio col fuoco; ed essendo con vergogna ributtata,
riscontrandosi in Elio Cinna, ed avendolo preso in cambio lo ammazzò, portando
la sua testa' fìtta in su un'asta per tutta la città, credendo ch'egli fosse
Cornelio; il quale, per aver lui il giorno avanti j)arlato di Cesare
disonorevolmente, era stato da quella minacciato, e cercato per fargli
villania. Dipoi pose in piazza una colonna di porfido, tutta d'un [)ezzo, alta
circa venti piedi, e scrissevi dentro : AL PADRE DELLA PATRIA. E perseverò
lungo tempo di sacrifìcare appiè di quella, e quivi si botavano, e giurando
ancora sotto il nomo di Cesare, si terminarono alcune liti e controversie. Sospetto
che lasciò di sé ai suoi. Ebbero opinione alcuni amici di Cesare, che il vivere
gli fusse venuto in fastidio, e che non molto si fosse curato di vivere o di
morire, per essere mal sano; e per questo non aver tenuto conto di quelle cose,
che dai cieli, e dagli indovini gli erano [ state pronosticate, e dagli amici
avvisate. Sono alcuni che pen- y sano che sendosi confìdato in quel partito
fatto ultimamente dal senato, e nel giuramento preso dal popolo, rimovesse da
sé ancora gli Spagnuoli, ch'e' teneva a guardia della persona sua. Altri sono
di contraria opinione, cio^, che egli avesse giudicato, che considerando nel
grado ch'e' si tmvava, rispetto a' nemici, che da ogni banda gli tendevano
insidie, fusse meglio morire una volta che mirto. Altri dicono, che egli era
sòlito di dire; che^non meno alla Repubblica che a se stesso importava il suo
bene essere e la sua saluto; perciocché oramai, qOanto a sé, si aveva
acquistato assai di gloria e di. riputazione; ma la Repubblica d'ogni Suo
travaglio era per patirne, e per ritornare nelle guerre civili con maggiore
pericolo e danno dello universale. Che gli avvenne quella morte, ch'egli aveva
desiderata. È manifesto quasi a ciascuno, ch'e' morì in quella maniera ch'ei
desiderava ; perciocché avendo letto in Xenofonte, che Grro nell'ultimo della
sua malattia aveva ordinato, che e' si facie^sero alcune cose circa il suo
mortorio, biasimando il morire così a stento, desiderava piuttosto di morir
presto ed all'improvviso. E il dì dinanzi che e' fusse ucciso, cenando in casa
di Marco Lepido, e disputandosi a tavola, che sorte di morte fusse manco
dispiacevole, aveva preferito a tutte l'altre la repentina, p non aspettata.
Sua età ; d'una stella comeia; e il luogo e giorno della sua morte. Morì Cesare
di cinquantasei aniìi, e fu messo nel. numero degl'Iddii, non solamente per
bocca di coloro, che sopra ciò erano deputati, ma ancora secondo che il volgo
si persuase : con ciò sia cosa che in que' giorni che Augusto .suo erede faceva
celebrare le feste in suo onore, per sette dì continui apparse una cometa, cha
nasceva intorno alle ventitré ore, e si credette, ch'ella fusse l'anima di
Cesare, che fusse stata ricevuta inxìelo. E per questa cagione in testa della
sua immagine si {>ose una stella. Deler^ minarono che la curia, nella quale
egli fu ucciso, fusse rimarata, e che il quintodecimo dì di marzo fusse
chiamato patricidio, e che il penato in quel giorno non si dovesse mai
ragunare. Molle degli ucciditori di Cesare. r Nessuno di quelli che lo
ammazzarono, visse quasi più che tre anni, e ninno mori di morte ordinaria,
tutti furono condannati, e capitarono male, chi in un modo, e chi in un altro;
alcuni perirono in mare, alcuni in guerra, alcuni altri con quel medesimo
pugnale, col quale ei avevano ucciso Cesare, s'ammazzarono. TRADCZIOXE DELLA
GIINTA FATTA ALLA VITA DI GIULIO CESARE SA G. I» VIVES Giovanni Ludovifo Tives
al sno Ruffaldo. Adua segni possiamo principalmente raccogliere, che Svetonio
sia imperfetto e tronco^ cosi come è mancante Curzio, alcune orazioni di Cicerone,
e le opere di Tacito, Il primo, per non esser egli solito di mai pretermetter
l'origine della gente ^ e famiglia di quel Cesare, la di cui vita abbia impreso
a scrivere; ne della fondacion della Julia ei ce ne fa alcun motto, e pure al
pari d'ogni altra ess'era chiara, e ^ìominatissima : l'altro; perchè ne' testi
vecchi leggesi questo certamente monco principio, Essendo in età di anni
sedici, tralasciato ii nome di Cesare, da che può vedersi, che di quello si era
prima messo a parlare. Io adunque ciò, cheh^nno gli autori antichi scritto
accuratamente leggendo, e alla vita di Cesare annestandolo, ho riempiuto questo
vuoto; quandoché vana sarebbe la speranza che possa rinvenirsi mai ciò che
Svetonio egli medesimo ha scritto: che se avverrà che ritrovisi, a me non
rincrescerà già di aver fatto getto di una non grande fatica. Procurai per
tanto di rassomigliarmi alla di lui dettatura e modo di scrivere, e alla sua
esattezza eziandio ne'racconti. Se ad alcuno non averò soddisfatto, di poco
danno, gli sarà l'aversi imbrattata poca carta, e di poca noia il poco tempo,
che avrà concesso alla lettura de* nostri scartabegli; ove all'incontro, se ad
alcuno avrà piaciuto, me ne terrò bastevolmente rimunerato. Qualunque ella
siaquestamia opericciuola, io la dono a te, Geronimo Ruffaldo ^ U migliore de'
miei scolari, e a me il più caro. Sta sano. Da Loven deiranno I52i. OniiNTA
ALLA VITA DI GIULIO CESARE Della Gente Giulia .' Affermasi di certo, che la
gente Julia provenga da Jiilo figlio d*Eflea, quegli Che abbandonato LaviniOj
edificò Albalonga, nella quale anche regnò. Dopo la costui morte essendo
ritornato Tim* perio de' popoli latini ad Àscanio figliuolo medesimamente
d'Enea, e di Lavinia, la cura delle cose sacre, e dèlie cerimonie della gente
latina, e troiana risiedè appresso la discendenza, e lignaggio di Julo, dà cui
sono originati i Jiilii. Questi con parecchie altre nobilissime famiglie del
Lazio furono indi traspiantati a Roma, e fattivi patrizi! da Tulio Ostilio re
de' Romàni, da poi aver egli messo Alba a fuoco e fiamma. Passarono molti anni,
e molti, anzi che i Julii potessero spuntare di esser eletti di alcun
maestrale; perciocché ascritti quasi gli ultinii al (1) patriziato delle genti
maggiori, sólamente dell'anno dalla fondazione di Roma 301 trovasi deputato al
scriver delle leggi un Gneo Julio decemviro, e questa fu la prima loro
entratura. ai magistrati. Quindi innanzi occuparono tutti gli onori, rimanendo
tuttavia nel patriziato, e nell'ordine senatorio. Possedevano mezzane
ricchezze, né fin a quest'ora avevano operato cosa, che potesse accrescer loro
la riputazione, e metterli -al di sópra degli altri cittadini. La famiglia de*
Cesari. Nella gente Julia vi è la famiglia de* Cesari; qual di così
soprannominarla fosse la causa, non ci è manifesto; come pure non si sa, chi
fosse il primo a portare questo cognome. CoUciofosseché avanti Cesare
dittatore^ avanti il padre, e l'avo, i Julii furono chiamati Cesari; come
qnello, che nella guerra, seconda cartaginese fu mandato a Crispino consolo per
la nomina del dittatore. La romana favella chiama Cesari quelli^ che sono
tratti dal ventre tagliato della madre, e quelli che nascono capelluti^ o che
abbfano gli occhi glauchi. Aggiungono certuni d'un elefante uccìso nell'Africa,
quali dagli abitatori essendo detti Cesari, d'indi primamente esser sorvenuto
cotal soprannome all'avo del dittatore. Ma quelli che ciò scrivono sono uomini
d'un menomissimo credito, cioè Sparziano, e Servio. E credonla una fola, quei
che (1) Quelli ohe furono creati Patrizii dai Re romani, si chiamavano Patrizii
delle genti maggiori, e quelH creati da Lucio Bruto, delle genti minori. GIUNTA
FATTA ALLA VITA DI GIULIO CJ^ABE sanno, che lion il dì luì solo ramo fra i
Julii portò questo cognóme, ma gli altri ancora ; e anni anni innanzi del dittatore
furonvi dei Cesari d'una stessa gente con esso, e alcuno di quelli ancora
console, come Sesto Julio Cesare con Lucio Marzio Filippo sul principio della
guerra sociale, e nel seguente anno Lucio Cesare con Rutilio Lupo, né avanti di
questi due vi fu alcuno do'Cesa ri, che fusse memorabile, o che siedosse nel
primo magistrato di Roma. Di là ben a molti anni dalla stessa famiglia venne,
un altro Lucio Cesare figlio di Sesto, che fu console, e questo era fratello
cugino di Lucio Julio Cesare padre del dittatore, quale non passò più in là
della pretura, ed essendo a Pisa, una mattina mentre calzavasi improvvisamente,
cadde morto non si sa di qual male. it* V Nascimento ed educazione di Cesare.
Nacque Cesare a Roma, essendo consoli Caio Mario, e Lucio Valerio Fiacco a dì
13 del mese anticamente chiamato quintile, il quale per una legge posta da
Antonio dopo la morte di Cesare fu denominato Julio, che appresso. noi con
vortesi Luglio. Fu allevato da Aurelia sua madre figliuola di Caio Cotta, e da
Giulia sua zia moglie dì Mario. Quindi comunque fosse patrizio se l'insinuò
l'inclinazione alla plebe, e l'odio verso di Siila. Introdusselo nello lettere
grt^he^ e latine, e dielli i primi inviamenti del dire un Certo Marco Antonio
Gnifone francese, uomo d'ingegno sollevato, d'una memoria non comune,
condiscendente, e di mansuetissimi costumi. Costui insegnò la grammatica greca,
e latina e la retorica primieramente nelle case di Lucio Cesare padre, e poi ih
casa sua propria, essendosi avanzato in fortune per la molta liberalità de'
suoi discepoli, non essendo egli per altro solito di pattuire con alcuno della
ricompensa. Fu Cesare d'unUncredibile docilità, e pareva nato e fatto al
perorare. Il di lui discorso fu colto, e. pulito dalla domestica conversazione
della> madre Aurelia, la qual con proprietà^ eleganza, e purità parlava,
romanamente così come le Muzio, le Lelio, le Cornelie, e 9Ure primarie matrone,
dalle cui famiglie sonò usciti gli ora^ tori più splendidi. LA VITA ED I FATTI
DI CESARE AUGUSTO SECONDO IHPERATOR ROMANO OTTAVIO CESARE AUGUSTO Che la
famiglia degli Ottavii fusse già la principale in Belletri, ce ne sono molti
riscontri : perciocché il borgo principale di quella terra un tempo addietro si
chiamava Ottavio, dove era un altare c^nsagrato ad uno degli Ottavii ; il quale
essendo fatto capitano in una guerra contro a' convicini, avuto in un subito
.avviso d'una scorreria fatta da essi, mentre che egli per avventura
sacrificava a Marte, tolte le viscere dèlio animale così mezze crude del fuoco,
e con prestezza tagliatele pel mezzo, e presone una parte, andò a trovare i
nemici, è fatto il fatto d'arma ritornò in Belletri vincitore. Era oltre a ciò
nella predetta città un decreto pubblico, per il quale si determinava, che per
lo avvenire ogni anno in cotal guisa si sacrificasse a Marte, e che la maggior
parte delle interiora fusse portata a quelli della casa degli Ottavii. "
Origine del casato di Ottavio., Questa famiglia fu da Tarquinio Prisco re
accettata in Roma nel numero de' cento senatori fatti da lui, i quali furono
dipoi chiamati i minori; e poco dipoi da Servio Tullio fu eletta nel immero de'
patrizii : e in processo di tempo ^diventò plebea, e di nuovo, non senza gran
contradizione, per opera di Decio Giulio, si ridusse un'altra volta tra i
patrizii. Il primo di loro, che avesse magistrato in Roma, Vòttenne per favore
del popolo, Gaio Ruffo; il quale era stato questore e fu padre di Gneò, e di
Gaio, da' quali la famii^lia dei^li Otlavii ebbe origine, e si divise in due
rami, la cui condizione anco fu diversa, perciò che Oneo, ed i suoi discendenti
ottennero tutti i primi magistrati. Ma Gaio, e quegli che di lui discesero, a
caso, ovveiro industriosamente s'intratlennoro sempre nell'ordine dei cavalieri
insino al tempo del padre di Augusto. 11 bisavolo di Augusto nella seconda
guerra cartaginese, fece il mestiere del soldo in Cicilia, dove egli fu tribuno
de'militi, sendo Emilio Pappo capitan generale. L'avolo 1 contentandosi delle
digniU), ed otiìzii della patria sua di Belletri, ! essendo ricco di patrimonio,
visse lungo tempo con grandissima tranquillità, e quieto d'animo. Ma di queste
cose ne è stato fatto menzione da altri. Augusto medesimo scrive d'esser nato
solo di famiglia equestre antica e ricca, e che il suo padre fu il primo tra
loro, che fosse fatto senatore : Marco Antonio gli rimprovera, che il bisavolo
suo nacque di schiavo, e fece l'arte del funaiuolo nel casale di Turino, e che
l'avolo fu banchiere. Nò altro mi ricordo aver letto degli antichi d'Augusto,
quanto è al padre. Del padre d'Ottavio. Il padre d'Ottavio fu sempre facuitoso,
e di grandissimo credito insino da piccolo : tal che io mi maraviglio alconi
averp scritto, lui essere stato banchiere, e nel numero di quegli che servivamo
a coloro, che addomandavano il consolato in campo Marzio, e che distribuivano i
danari per comperare i favori del popolo nella creazione de'magistrati ; perciò
ch'essendo nutrito ingrandissime ricchezze, venne agevolmente ad ottenere
qualunque magistrato, ed in quelli si portò sempre valorosamente, e da uomo da bene.
Fu dopo l'uffizio della pretura tratto governatore della Macedonia, e
nell'andare in detto luogo per commissione datagli dal senato, per lo
sliaordinario, spense interamente i fuggitivi, che erano restati delle genti di
Spartaco, capo della ribellione degli schiavi, e spense ancora una squadra di
Gatilina, i quali avevano occupato il contado di Turino, e governò quella
provincia con molta giustizia, e severità: perciocché avendo in una gran
battaglia rotto i Bessi, e quelli di Tracia, si portò tanto bene con gli amici,
e confederati del popolo romano, che Marco Tullio Cicerone scrivendo a Quinto
suo fratello, il quale in quel tempo era proconsolo dell'Asia, ed i suoi
portamenti erano^ anzi che no, biasi* mevoli, lo esorta ed ammonisce, che pigli
esempio da Ottavio suo vicino in farsi ben volere, e mantenersi amici queV
popoli. La morte del padre d'Ottavio, e de' figliuoli ch'egli ebbe. Partendosi
di Macedonia, prima che egli si potesse dichiarare abile a potere addomandare
il consolato, morì di morte repentina, e lasciò due figliuole femmine ed uno
maschio, cioè Ottavia maggiore natagli di Ancharia, ed Ottavia minóre, ed
Angusto, che gli nacquero di Accia figliuola di Marco Accio Balbo, e di Giulia
sirocchia di Gaio Cesare. Balbo per istirpe paterna fu di Arizia; nella cui
casata erano stati molti senatori, siccome appariva per le immagini, che di
quelli si vedevano: e dal lato di madre èra parente stréttissimo di Pompeo.
Costui fu pretore, e dopo tal magistrato fu fatto de' XX uomini a dividere il
contado di Capua alla plebe romana, secondo una legge fatta da Giulio Cesare.
Ma il sopraddetto Marco Antonio, per avvilire ancora la malorna origine di
Augusto, usa di dire, che il suo bisavolo fu africano, e gli rinfaccia ora, che
fu profumiere, ed ora che' fu mugnaio in Arizia ; e Cassio parmigiano in una
certa epistola tassa Augusto, non solo come nipote di un mugnaio, ma ancora
d'un bancliiere, scriv-endo in questo modo: il banchiere di Ne-Fulano, con le
mani tinte dal sudiciume del rame, ti manda, questa epistola formata, scritta
con la farina materna dell'aspro e ruvido molino d' Arizia. ¥". " •
Il tempo ed il luogo del nascimento d'Ottavio Nacque Augusto, sendo consoli
Marco Tullio Cicerone, ed Antonio, a' 23 di settembre poco innanzi il levar del
sole, nella regione Palatina, in un luogo chiamato ad Capita Bubula [cioè ai
ca|)i de' buoi) dove ora è una cappella, che vi fu posta in suo onore poco
avanti ch'ei morisse : perciocché come è scritto nel libro, dove giornalmente
si notavano le azioni del senato. Gaio Letterio giovanetto di stirpe patrizia,
nel pregare e raccomandarsi d'essere liberato ed assoluto dalla pena, nella
quale era incorso per l'adulterio commesso, oltre allo avere ricordato a' padri
conscrittì, che gli avessero rispetto come a giovanetto e nobile; allegò ancora
di possedere, e tenere in guardia, come una cosa sacra quella parte del
terreno, che ad Augusto toccò, subito ch'e' fu nato ; e pregando che facessero
un presente di lui ad Augusto, coitie ad uno Iddìo, del quale egli era particolarmente
divoto, determinarono per pubblico decreto, che quella parte della casa per tal
cagione fusse consagrata. li luogo dove fu allevato. È ancora in piedi il luogo
dove es^li fu allevato, ii>quale è una stanzetta piccola presso a Belletri
in una villa del suo avolo, fatta a somiglianza di lin magazzino di villa : ed
i vicini di quella villa tengono por fermo, che quello sia il luogo dove egli
nacque. Lo entrare in questo luogo non ò permesso se non in certe occorrenze
necessarie, e bisogna andarvi con gran riverenza e religione ; perciò che egli
è stata opinione antichissima de' paesani, che coloro che vi entravano a caso
ed inconsideratamente, f ussero soprapprosì da un certo orrore e spavento
maravigUoso : in confermazione della quale,accadde, che uno, che nuovamente era
divenuto padrone di quel luogo, o che e' lo facesse a caso, o pure jìor voler
fare la esperienza^ vi entrò una notte a dormire, e in termine di poche ore che
ò' vi fu soprastato, sospinto e ributtato fuora con grandissima e subita forza,
fu trovato mezzo morto, con la coperta del letto attorno fuora dinanzi alla
porta. I suoi nomi o cognomi con le cause d e' medesimi. Mentre che ancora si
allattava, fu cognominato Turino iu memoria deirorigine de' suoi antichi ;
ovvero perchè e' nacque poco di poi, che suo padre Ottavio nel contado di
Turino aveva dato quella rotta alle genti, ohe erano avanzate di Spartaco e di
Catilina. Che egli fusse cognominato Turino, io ne posso dare un riscontro
assai manifesto, sendomi venuto alle mani una pìcciola immagine del suo
ritratto, quando èra fanciullo, vecchia e di rame, con certe lettere rose dalla
ruggine per antichità e quasi consumate, intitolata del predetto cognome; la
quale, avendola io donata al principe, se la.tiene incamera tra le cose più care.
Marco Antonio ancora spesse volte scrivendogli per dispregio lo chiama Turino;
ed egli non ris|)onde altro, sé non maravigliarsi che ei si dia ad intendere di
vituperarlo, chiamandolo pel nome suo. Prese appresso il cognome di Gaio
Cesare, ) di poi quello di Augusto. 11 primo per testamento di esso
Ce"^are fratello della madre di sua madre; l'altro per consiglio e
•etermioazione- di Numacio Plance ; e non ostante che alcuni ;,iudiGassoro, che
più tosto e' fusse da chiamarlo Romolo^ come A anco. egli fusse stato
edificatore di Roma,' andò innanzi nonlimeiio il cognome di Augusto, non tanto
per esser nuovo, quanto jdr avere D"ì- del magT'fi'^'
'*"»*'*i'^«eii>'»'*ci>^h^ «»n/»/\-i * l'^c^i^i oliqrioaì,'V ir ili
tv . ij. cuna cosa, siano detti augusti, cibilo augumento, ovvero da' gesti e
dal. gusto degli uccelli; siccome ancóra ci signiGca Ennio ih quel verso, dove
egli dice: Poi clic rinclita Roma ccwi Augusto augurio fu cditicatar. Breve
descrizione di tutta la vita, e fatti dello stesso. Restò senza padre di
quattro anni; e no' dodici anni fece unB orazione in laudo di Giulia sua avola,
che era morta quattro anni innanzi. Avendo preso la toga virile, gli fu donato
da' Cesare ' nel trionfo della guerra africana alcuni ornanoenti militari
quantunque per la poca età non fusse ancora esercitato nella guerra: dipoi
andato Cesare iu Ispagnà contro a' figliuoli di Gneo Pomjieo; Augusto gli andò
dietro ; e con tutto che per una grave infermità avuta, non avesse ancora
racquistato interamente le forze, camminando con pochissimi compagni per strade
non secure erotte da' nemici, e travagliato ancora dalla fortuna in mare, a luj
salvò nondimeno sicondusse: onde Cesare, considerato la industria e prestezza
del giovinetto in quel viaggio, ed il presagio della sua virtù, sommamente lo
commendò e gli pose grandissima affezione. E deliberand^i Cesare, poi che egli
si fu insignorito dell^ Spagna, di andare contro a quegli di Dacia, e dipoi
contro ai Parti, lo inviò ad Apollonia» dove egli diede opera agli studi. E
subito che egli intese, Cesare essere stato morto frlui esser fatto suo erede,
stette lungamente sopra di sé, pensando se ei doveva ricercare lo esercito, il
qualf. egli aveva vicino in Macedonia, che lo favorisse e pigliasse la sua.
protezione ; finalmente si risolvè di por da parte tal disegnò come pericoloso
e fuor di tempo. Ma ritornato a Roma prese la eredità contro alla voglia della
madre^ sconfortandonelo ancora assai Marzio Filippo suo pairigno, uomo
Gongolare. Da quel tempo innanzi, tirate tutte le genti, ch'erano a soldo della
Repubblica, a sua divozione, tenne, nel principio là Repubblica insieme con
Marco Antonio e Marco Lepido ; appresso in compagnia di Marco Antonio circa a
dodici anni ; ultimamente la resse e governò solo anni quarantaquattro. Cinque
guerre civili da lui intraprese. Avendo descritto la sua vita cosi
sommariamente, seguiterò le parti di quella ad una ad una, non servando
l'ordine de' tempi, ' ma narrando cosa per cosa ; acciò che più dìstiatamente
si possa dimostrare e intendere, quale ella fusse. Bgti adunque fece cinque
guerre civili, la prima fu quella di Modena; la seconda quella de' Campi
Filippici ; la terza quella di Perugia; appresso quella di Sicilia; e dipoi
l'Aziaca: delle quali la prima, e Tultima furono contro a M. Antonio, la seconda
contro a Bruto e Cassio, la terza contro a Lucio Antonio fratello di Marco
Antonio,- la quarta contro a Sesto Pompeo figliuolo di Gneo Pompeo. Mosse e
fondò le sopraddette guerre sopra il dire, che a lui s'apparteneva, sopra ad
ogni altra cosa, vendicare la morte di Cesare e difendere lo cose fatte da lui.
La guerra di Modena e altri di lui fatti. Subito che ei tornò di Apollonia in
Roma, deliberò con l'armi di assaltare Bruto e Cassio alla sprovveduta; ma
perciò che loro si erano levati dinanzi alla furia, prese partito di mover loro
guerra con le leggi, e così deliberò d'accusarli come manifesti ucciditori di
Cesare. Non avendo ardire coloro, a chi si apparteneva di celebrare le feste
della vittoria di Cesare, egli medesimo prese tale assunto, e per potere
mandare ad effetto e facilità meglio ogni suo disegno, domandò d'esser fatto
tribuno della plebe, in luogo di quello che in quel tempo era morto, ancora che
egli fusse patrizio, ma nondimeno non ora stato ancora senatore: ma
contrapponendosi a' suoi disegni Marco Antonio consolo, del cui aiuto e favore,
più che di quello che di tutti gli altri, s'era promesso, e mostrando di tener
poco conto di lui, sì nelle cose pubbliche, come nelle. private, né gli
conferendo o coniunicando cosa alcuna, se non per premio e con promesse
grandissime, determinò di gettarsi dalla parte degli Ottimati, alla quale egli
s'accorgeva che Marco Antonio era in odio : massime che il detto Marco Antonio
faceva ogni slbrzo di oppriitiere Decio Bruto, avendolo assediato in Modena, città
della provincia, che da Cesare gli era stata data in governo e confermatagli
dal senato. Pertanto persuadendolo alcuni, cercò per le mani di certi suoi
fidati di farlo ammazzare ; ma sondo scoperto il tradimento, dubitando che
Marco Antonio non fkcesse a lui il medesimo,' fece amici a sé ed alla
Repubblica i soldati vecchi con la liberalità grandissima, che egli usò inverso
di loro : ed essendogli ordinato dal senato, che in luogo di pretore, insieme
con Ircio e Pansa consoli, porgesse aiuto a Decio Bruto, recò a fine quella
guerra in tre mesi con due battaglie. Nella prima, scrive Antonio, che e' si
fuggi, e in capo A due giorni fu ritrovato spogliato e senza cavallo ; nella
seconda è manifesto, che non sdlo fece l'uffizio del capitano, ma ancora del
soldato privalo: e nel mezzo della zufifa, sondo ferito gravemente quello che
portava l'insegna djell'aqiiila del suo colonnello, la prese,; et ponendosela
in su le spalle, la portò gran pezzo. Dello stesso e della morte dei Consoli.
Come che nel predetto fatto d'arme^ Ircio nel combattere e Pansa poco di poi
sendo feriti morissero, andò fuori una voce, che amendue erano morti per opera
di Augusto ; acciò che discacciato Marco Antonio e la repubblica privata de'
consoli, egli solo s'insignorisse degli eserciti vincitori. Fu ancora di
maniera sospetta la morte di Pansa, che Glicone medico fu incarcerato,
dubitandosi' che e' non gli avesse avvelenata la ferita. Aggiugne alle predette
cose Aquilio Nigro, che Ircio l'altro consolo nel mezzo della baruffa fu da esso
Augusto ammazzato. Abbandono della fazione de' Nobili. Ma come egli inteserche
Antonio, dopo l'essersi fuggito, era stato ricevuto da Marco Lepido, e che gli
altri capitani ed eserciti si venivano con loro, senza metter tempo in mezzo,
abbandonò la parto degli Ottimati. E ricoprendo e onestando questo suo
mutamento di proposito, con dolersi d'alcuni di loro, che si erano lasciati
uscir di bocca, ch'egli era un fanciullo, ed alcuni altri avevano detto ch'egli
era da ornarlo ed (1) allevarlo (parole ohe si poteano pigliare in mal
significato, come è a dire, che e' bisognava aggirarlo e levarselo dinanzi )
per non avere ad avere obbligo, né rimeritare lui, né i soldati veterani ; e a
tale che più eviJentemente apparisse lui essersi spiccato dalla parte degli
Ottimati, pose a' Norcini grandissime gravezze, da non poterle in modo alcupo
pagare, e gli sbandì della terra; perciò che in un sepolcro pubblicamente fatto
ai suoi cittadini, che erano stati morti nelle battaglie di Modena, avevano
scritto, quegli esser morti per la libertà. La parola latina è questa
tollendum; che tanto significa avanzar in onori, quanto tordi mezzo ed
uccidere.Guerra Filippica e come dividesse Thnperio con Antonio. I Sendosì
coAvenuto ed accordato insieme cori Antonio e con Lepido, benché efusse mal
disposto dell'anima e dei 'corpo, terminò la guerra con Bruto e con Cassio con
due battaglie : nella prima delle quali avendo perduto gli alloggiamenti, a
pena col fuggirsi ebbe tempo di ritirarsi a salvamento dalla banda dello
esercito, dov'era )^. Antonio ; dipoi ottenuta la vittoria, non seppe por freno
all'insolenza dell'animo suo: uria avendo | mandato la testa di Bruto a Roma,
perchè la fusse appiccata sptto la statua di Cesare, fece morire crudelmente'
dclli prigioni, I che egli aveva fatti, i più onorati e riputati^ usando
versoci loro parole ingiuriose e. villane; di maniera che ad una cha i6
pregava, che, poi eh' e' fnsse morto, lo facesse seppeìtùrtf^JT'Si dice avergli
risposto: « Ormai noi lasceremo cotesta briga agjiì uccelli ; » od un padre
insieme col figliuolo pregandolo cbB^Wesse perdonar loro la vita, comandò eh'
e' traessero per sorte, ovvero combattessero insieme chi di loro dovea essere
liberato ;,edAvendogli fatti combattere, stette a veder morire l'uno e l'altro,
come che il padre nel primo affronto restasse morto, fattosi ammazzare in
pruova, ed il figliuolo, veduto il padre morto, ammazzasse se medesimo. Per
laqual cosa tutti gli altri, tra' quali era Marco Favonio discepolo ed
imitatore di Catone, condotti alla presenza sua e di Marco Antonio, incatenati,
salutando onorevolmente Marco Antonio come imperatore, a lui dissono in faccia
molte parole vituperose ed infami. Essendosi dopo la vittòria compartiti tra
loro gli uffizii, avendo preso Antonio la cura dell'Oriente, ed egli a ridurre
i soldati vecchi in Italia e a distribuir loro i contadi di quelle città, che
godevano il benefìzio di Roma, non n'ebbe grado nò dai soldati, né dai padroni
di quelle possessioni : j)ercjò che questi si dolevano d'esserne stati discacciati,
quest'altri di non essere rimunerali delle fatiche loro, secondo che
giustamente pareva lor meritare. Guerra di Perugia, Nel qnal tempo egli
costrinse Lucio. Antonio a rifuggirsi in Perugia (perciò che Antonio,
confidatosi nello essere consolo e nella autorità e grandezza del fratello,
andava macchina^ndo cose nuove) e quivi assediatolo finalmente, lo costrinse ad
arrendersi ; ma non senza suoi grandissimi pericoli innanzi la guerra ed ancora
nello assedio. Avendo comandato (stando a veder celebrare le feste che si
facevano) a uno di quei ihinistri, che mandasse via un soldatello^ che s' era
posto a sedere dove stavano i cavalieri, ed essendo cavato fuori una voce vana
è falsa da quegli, che gli volevano male, che egli aveva fatto tormentare ed
uccidere quei tale, sarebbe capitato male per la moltitudine dei soldati, che
quivi concorsero sdegnati e adirati, se collii, per cui si tumultuava, non
fusse comparso in un subito salvo e senza aver ricevuta alcuna ingiuria.
Sacrig^ìdo ancora intorno alle mura di Perugia, fu quasi per essei^morto da una
squadra di soldati, che ih un tratto, usciti dalla terra, lo^sopraggiunsero.
Goa^ali péne incrudelisse contro ai prigioni nella guerra di Perugia.
ÀV4»n4o«preso Perugia, punì la maggior parte di coloro, che gli venttl^ro nelle
mani ; ed a quegli che addoni andavano perdono, s'mgegnjavano di scusarsi, a
tutti serrava la bocca dicendo, che gli ^ra necessario che e' morissero.
Scrivono alcuni, che di coloro, cfie se gii erano dati a discrezione, sceltine
trecento, tra dell'ordine senatorio e de' cavalieri, ai quindici di marzo gli
uccise e sacrificò dinanzi all'altare da lui edificato in onore di Cesare. Sono
stati alcuni che hanno scritto che in prova lasciò pigliar l'armi a costoro,
acciocché gli occulti avversarii, e che più per paura che per volontà non si
scoprivano^ con aver dato loro facoltà di avere- per capitano Lucio Antonio, si
palesassero ; e con tale occasione avendogli sbattuti e state assai tempo senza
rimondare, erano ripiene dal fango e dalla rtiota. E perchè la memoria della
vittoria ricevuta in quelle bande ;fusse nel futuro pili celebrata, edificò
vicino ad Azio una città e gli pose nome NicopoH, ed ordinò, che ogni cinque
anni vi si facessero alcuni giuochi in onor d'Apollo ; ed avendo rinnovato ed
accresciuto l'antico tempio di esso Iddìo,- consecrò a Marte ed à Nettuno il
luogo, dove erano stati gli alloggiamenti del suo esercito; adornandolo delle
spoglie delle navi, con le quali contro a M.Antonio aveva combattuto. ^
Congiure e cospiraziorli fatte contro di lui. Oppresse dopo queste cose in
diversi tempi alcuni tuwiuHi e principii d'innovazioni, e più congiure stategli
rivelate, prima che elle p^tpssero acquistar forza : la prima fu quella di
Lepido giovane; appresso quella di Varrone Murena e di Fannie Cepione; dipoi
quella di Marco Renato; dopo questa quella di Plauto Ruffo, e di Lucio Paolo,
suo secondo, genero ; appresso quella di Lucio Andasio, stato accusato per
falsificatore di testamenti, vecchio e di mala complessione; e qtìella di
Temasino Epicardo, il quale o per padre, o per madre era di nazione persica ;
ultimamente quella di Telefo, che serviva tid una gentildonna, per ridurle*a
memoria i nomi de^Mttadini (come in quei tempo per salutare l'un l'altro e
chiamarsi per nome, si costumava). Ed ancora che e'fo^se in tanta grandezza,
pur si trovò anco tra uom' »' ^'''' e di hi mano, chi ebbe animo di vo Giulia,
sua figliuola ed Agrippa suo nipote dell'isola, dove da esso erano stati
confinati o menarnegli con esso loro. Telefo, persuadendosi di aver per destino
dei cieli a succedere nello imperio, aveva disegnato di ammazzar lui e sforzar
il senato. Oltre a ciò fu preso ancora vicino alla camera,' dove addormiva, c^n
un coltello da cacciatore a canto, un saccomanno di quegli che portano l'acqua,
tenuto dello esercito, che e' teneva in Ischìavonia ; il quale avendo di notte
ingannato le guardie della porta del palazzo, era entrato dentro, che ninno se
n'era accorto. È cosa incerta, se costui era scemo di cervello, o se pure e'
fingeva di essere matto: perciocché essendo esaminato con tormenti, non si potè
mai ritrar da lui cosa alcuna. e Guerre esterne da lui fatte. Delle guerre
esterne ch'e'fece, solo a due si ritrovò in persona, come capitan generale; a
quella della Schiavonia, essendo ancor giovanetto, ed a quelja de'Cantabri, poi
che egli ebbe vinto M. Antonio. In Ischiavonia ricevette due percosse in due
zuffe, in una fu percosso d'una pietra tiel ginocchio destro, nell'altra
s'infranse una coscia ed améndue le braccia, per la rovina d'un ponte. Nell'altre
guerre si governò per le mani dei suoi commissarii. Ritrovossi nondimeno in
alcuni fatti d'arme che si ferono in Pannonia ed in Germania, e dove egli non
si ritrovò presente, non fu molto lontano; perciocché e' si aindusse, quando
insino a Ravenna, quaiìdo insino a Milano e quando insino ad Aquileià,
Provincie da lui debellate, e con quali altre stringesse confederazione.
Soggiogò parte in persona e parte per mano dei suoi capitani, e sotto suo nome,
la Cantabria, l'Aquitania, ia^t'annonia eia Dalmazia con Mia la Schiavonia.
Soggiogò ancora i Rezii e i Vindelici ed i Salassi ; gente che abitano nelle
Alpi. Raffrenò le scorrerie di quegli di Dazia, con avere uccisi tre loro
capitani con gran numero di gente. Costrinse i Germani a ritraici indietro ed
abitare di là dal fiume Albi; ed i Svevi ed i Sicarioibri, che se gli dierono,
fece venire ad abitare in Gailia ed assegnò loro il paese vicino al Reno.-
Oltre a ciò ridusse a sua obbedienza alcune altre nazioni inquiete e che non
sapevano vivere in pace. Né mai mosse guerra ad alcuno senza giusta e
necessaria cagione; e tanto fu alieno dalla cupidità d'accrescere lo imperio, o
d'acquistar gloria per virtù d'armi, che per fuggire tale occasione, costrinse
alcuni capi delle genfì bartxare a giù-, rare nel tempio di Marte Vendicatore,
di mantenere- la fede e la pace, che eglino addomandavano. Da alcuni altri
ricercò le femmine per sicurtà, il che a'Romani era còsa nuova; ed egli lo fece
per avere inteso ch'e' non tenevano conto dei maschi, e con tutto questo fé'
sempre abilità ad ognuno> che ogni volta che a loro piacesse potessero
ripigliarsi i loro statichi : e contro a que' popoli, che o troppo spesso, o
troppo ingiustamente si ribellavano, non usò mai più grave punizione, che
vendere i prigioni, che di loro si pigliavano, con patto che e' non potessero
stare a servigii d'alcuno nei luoghi vicini a' paesi loro, e che infra trenta
anni non potessero essere fatti liberi. Divulgatasi adunque la fama della sua
modestia e virtù, gl'Indi e gli Sciti, poco addietro solo per nome conosciuti,
-si mossero spontaneamente a mandar loro ambascìadori a Roma, a dimandare
famicizia sua e del popolo romano. I Parti ancora, mentre che egli andava
ripigliando l'Armenia, senza molta repugnanza, si ridossono alla ubbidienza di quello,
e renderono le insegno militari, che a Marco Crasso ed a Marco Antonio tolte
aveano; oltre a ciò gli offersono statichi. Insomma gli accadde spesse volte,
che essendo disparere e differenza tra i principi del regnare „ non vollero
altro arbitro, che lui: e quello era approvato per re, che da lui era eletto. •
Le porte del tempio di Giano chiuse al suo tempo, e de' suoi trionfi ed
orazioni. Il tempio di Giano Quirino, stato chiuso da che Roma fu edificata
solo due volte innanzi a' tempi suoi, fu da lui serrato -tre volte, in molto
manco spazio di tempo; avendo posto in pace tutto il mondo, per mare e per
terra. Due volte entrò in Róma vittorioso e senza trionfare; l'una poi che egli
ebbe vinto Bhito e Cassio ne' campi fìlippici; L'altra avendo vinto Sesto
Pompeo in Cicilia. Trionfò tre volte in tre dì, l'un clietro all'altro ; Tuna
per la vittoria ricevuta in Dalmazia, l'altra per quella ricevuta lungo n
Promontorio Aziaco, la terza per la vittoria avuta in Alessandria. SECONDO
IMPEBATORB 77 Delle due sconfitte da lui ricévute. I suoi soldati solo due
volte, ed amendue in Germania, furono rotti vituperosamente, una volta sotto il
governo di Lollio, l'altra sotto di Varo : nella rotta di Lollio, fu maggior la
vergogna che 1 danno ; quella di Varo fu di danno grandissimo, perciocché vi
furono uccise tre legioni di Romani insieme con esso Varo, e con i commissarii
e tutte le genti de' tnendabili, alcuni ne condannò e punì; alcuni solamente fu
contento di svergognarli e vituperargli in pubblico, ma in varii modi : e la
più leggiera riprensione, che egli usasse centra di loro, er« il dar loro in
mano in presenza di ciascuna un libretto, dove avanti che ei si partissero di
quivi erano costretti, cesi piano dà sé a sé, a leggere i loro difetti, che da
lui in detti Hbri erano stati notati. Notò e vituperò alcuni, che avendo presi
certi danari a cambio con poco interesse, gli avevan prestati ad altri con
maggiore u^ura. Alcune di lui costituzioni intorno al. governo della
Repubblica. Nella creazióne de^ tribuni, se tra i senatori non era chi
comparisse in pubblico a domandare tal magistrato, gli creava delTordine de'
cavalieri; di maniera che fornito il detto magistrato rimaneva in loro arbitrio
il potere essere di quale ordine e''volevano, de' cavalieri, o de' senatori.- E
avendosi una gran parte de' cavalieri consumato i loro beni nelle guerre e
discordie civili, né avendo ardh'e, quando si celebravano le feste pubbliche,
d> sedere nel luogo de' cavaheri, per paura della pena che n*an dava loro,
per non aver più i dieci mila scudi di valsente, come si conveniva a tale
ordine; fece intendere pubblicamente, cjie se i padri, avoli avevano avuto
cotale valsente, se beh si trovavano aver consumato fé lor facoltà, non eran
tenuti né obbligati a detta pena, e che -e' potevano seder nel teatro, dove gli
altri lor pari. Fece la rassegna del popolo romano, borgo per boi^o. Ed acciò
che la* plebe romana, per conto della distribuzione del grano, non avesse tanto
spesso a scioperarsi e levarsi da lavorare, ordinò che quel grano, che si
distribuiva al popolo ogni smanio nvoumc ^ anno mese per mese, si
à4^oiiiifdrUS9f in tre nolbe f asse*. éaBé» loro ogni quattro mesi la tana
farle. Ma mnÈaAawÈeist b {Mk più tosto dell'usanza di prona, eàsrji ancora se
iiecoiitcfitA. Kenót al (1) consiglio la sua prìma autorità, dke e^ arerà
innanzi al tempo di Cesare, frenando l'ambizione con varie pene. E qoando sì
ragunava il popolo per creare i magistrati. di3tril>uÌTa nelle tribù Fabiana
e Scaziense, nell'una delle quali era nato, e nelTaltra adottato, venticinque
scudi per ciascuno: perche non voleva, che quelli delle sue tribù fussero
corrotti con danari da coloro, domandavano il consolato. Oltre a ciò parendc^i
che ei fusse da stimare assai, che il popolo romano si coiiservasse puro e sincero,
e non si mescolasse e imbastardisse col sangue d'uomini forestieri, vili e
schia%i; che giornalmente concorrevano nella città, osò molto di rado di far
nuovi cittadini : e ordinò, che ninno potesse far liberi schiavi^ più che
insino a un certo numero. Scrivendogli Tiberio, e pregandolo che volesse far
cittadino romano un suo clientelo, gli rispose, che non era per compiacergli in
modo alcuno, se egU non veniva ih persona a fargli capace, per qual giusta
cagione si movesse cosi a ricercarlo di cotal cosa. Pregandolo Livia del simile
per un Francese, ch'era tributario della città, non gli volle concedere tal
grazia, ma bene lo fece esente dal tributo; affermando, che più tosto voleva
che il fisco patisse qualche cosa, che avvilire la dignità e maestà del popolo
romano. Avendo oltre a ciò provvisto diligentemente, e con molte esenzioni e
cautele alla liberazione de' servi, mediante la quale diventavano subito
cittadini romani, con aver posto e specificato indetta provvisione insino a
quanto numero ne poteva liberare ciascun padrone, e di che qualità e condizione
dovevano esser quelli, che'eran fatti liberi e acquistavano il sopraddetto
benefìzio; non gli bastando questo aggiunse ancora, che niun servo, che fosse
stato incatenato per fuggitivo, o per qualche delitto tormentato, potesse
diventare cittadino romano in qualunijuemodo e' divenisse libero. Oltre a ciò
usò ogni diligenza di fare, che le portature e vestimenti si riducessero al
modo antico. E parlando una volta al popolo; visto una gran parte di quelli,
che erano presenti, in abito forestiero ed alla soldatesca, turbato grandemente
recitò con alta voce quel verso di Virgilio, la cui sentenza è questa : Ecco i
Romani signori del mondo, (*cro la gente togata. E commosse agli edili, che
avessin cura, che da quivi innanzi ninno comparisse, né si fermasse in piazza,
nò (1) Consiglio intende i Comizii 92 CEs«AftE ArcrsTO dove si celebraTano le
feste pubbliche, se, diposte le frappe e portatura forestiera, nou rìtoma\ano
al solito abito e ci\ile, con rimettersi la to^. Della sua liberalità. Fu
libéralissimo verso di ciascuno di qualunque grado, o condizione si fusse .
sempre che se gli offerse Toccasione : e infra laltre, avendo fatto condurre in
Roma il tesoro e le ricchezze cavate d'Alessandria, per la vittoria acquistata
contro a Marco Antonio e Cleopatra, messe tanta abbondanza di danari in Roo^a,
che lusura e gli interessi scemarono e le possessioni vennono in assai maggior
condizione. Ed ogni volta che 'I fisco si ritrovava danari assai de' beni
venduti de' ribelli e condannati, usava di accomodare chi d'una somma e chi
d'un' altra senza alcuno interesse > pur che que' tali che gli pigliavano,
gli avessero dato sicurtà del doppio, di restituirgli £i un certo tempo. E dove
prima bastava, a chi voleva esser senatore, avere di valsente ventimila scudi,
volle che e' ne avessino ad avere sino alla somma di trenta mila. Ed a quelli,
le facoltà de' quali non ascendevano a quella stima, supplì del suo: Usava
molto spesso di far donativi,.e dare mance al popolo, variando quasi sempre
nella somma : alcuna volta toccava per ciascuno dieci scudi, altra volta sette
è mezzo, ed alcuna volta cinque e dodici, o più ancora.. Diedela ancx)ra ai
fanciulli piccoli, benché e' non aggiugnessero a undici anni : nella quale età
eran consueti di avérla. Spesso volte ancora nel tempo della carestia distribuì
il grano al popolo, dandolo per vilissimo prezzo, ed alcuna volta in dono ; e
addoppiò ancora i danari, che egli era solilo di dare a ciascuno per comperare
il grano. * Sua severità nel reprimer le folli ricerche del popolo. Ma
acciocché si conoscesse, che egli "era principe, ch& andava più presto
dietro alla salute universale della città che alla propria gloria, ripreso con
una severissima orazione il popolo, il quale si rammaricava della carestia del
vino; dicendo che il suo genero Agrippa aveva fatto di sorto, che e' si potevan
cavar la sete a lor modo, avendo fatto per via di condotti che la città era
abbondante di acque. E ricercandolo ancora il popolo, che gli attenesse la
mancia, che da lui gli era stala promessa, rispòse,^ che non era uomo per
mancare della sua parola ; ma importunandolo poi, che gli donasse quello, che
e' non aveva loro pròmesso, riprendendo la presanzione^, e poco rispeto, fece
lóro intendere, che quantunque egli avesse disegnato di icompiacer loro, s'era
mutato di proposito per la lor presunzione. Dipoi nel distribuirla ritrovando,
che tra gli altri s'eran mescolati molti schiavi fatti liberi, e messisi nel
numero de' cittadini romani, senza punto alterai-si, disse, che non era. per
darla a chi egli non l'aveva promessa : e agli altri fece minor parte che non
aspettavano, acciò che la quantità disegnata bastasse per ognuno. Ed essendo
pna. volta in Roma i>na grandissima carestia provenuta dalla sterilità de' terreni
non lavorati,. alla quale malagevolmente si poteva rimediare, cacciò di Roma le
famìglie degli schiavi e tutti i forestieri, eccetto i medici e precettori, e
così ima parte degli schiavi: onde le grasce finalmente vennero a rinvilire.
Scrive esso Augusto, che gli venne in un subito una voglia grandissima, visto
tale inconveniente, di levar via per lo avvenicala distribuzione del grano al
popolo; perciò che standosi a ijada di quella, non si lavoravano, nò
coltivavano i terreni; ma che poi s'era mutato di proposito, tenendo per certo,
che nel tempo avvenire qualcuno, per guadagnarsi il favore del popolo,, era per
rimettere in campo tal consuetudine; e da indi innanzi s'ingegnò con ogni
industria di fare, che quegli, che attendevano a coltivare i terréni, e quelli
che si travagliavano in coudur grani e altre vettovaglie, fusséro tanti che
supplissero al bisogno del popolo. Spettacoli e giuochi di varie sorti da lui
fatti rappresentare. / K ' . . - Superò ogtìi altro in far bellisshne feste e
varie e spesso. Egli medesimo scrive, aver fatto celebrare quattro vqlte le
feste pubbliche" in suo nome, e ventitre volte in nome di coloro che erano
assenti y ovvero non potevano sopportare ia «pesa. Fece ancora celebrare le
predette feste alcuna volta^alla plebe, borgo per borgo, con far varii e
diversi «ippara ti; ed aveva istrioni e recitatori di varii linguaggi. E non
solamente he fece fare in piazza, ma ancora nell'anfiteatro e nel Circo
Massimo, ed in Ganopo Marzio, in quella parte dove si ragunava il popolo a creare
i^ magistrati ; $d alcune volta fece solo fare altune caccio ed il giuoco della
lotta, del saltare e del correre, avendo fatto fare in detto Campo Marzio
panche e -luoghi da sedere di legname. Similmente fece fare una battaglia
navale, avendo fatto cavar la terra dove è al presente il bosco de* Cesari; ed
in quelli dì, che la detta battaglia fu fatta, fece fare le guardie per tutta
la città,; acciò che concorso quasi tutto il popolo a tal festa e restando la
città quasi vota di gente, ella non fosse venuta a rìmaner preda de' ladroni e
degli assassini. Fece alcuna volta comparire nel cerchio Massimo uomini, che
correvano in sulle carrette tirate dai cavalli, e correndo ammazzavano le fìere
: il che fece fare alcuna volta ancora a' gióvani nobili e de' primi della
città. Fece ancor fare il giuoco chiamato Troia spessissimo vx)lte; facendo
[)er tal giuoco fare ujia scelta de' fanciulli piccoli e di qqelli un poco
maggiori, nobili, bene allevati e drbuoni costumi, giudicando che quivi si
poteva far congettura della loro virtù. Sendo in cotal giuoco Nònio Asprenate
venutosi meno, per esser sdrucciolato e cascato da cavallo, gli, donò una
collana d'oix), e gli concesse, ch'esso e i suoi discéndenti dà indi innanzi
fossero cognominati Torquati. Pose (ine dipoi al celebrare dette feste, sendosi
Asinio Pollione oratore grandemente rammaricato nel senato e non senza carico
d'Augusto, che Asermino suo nipote nel correre, come gli altri, cascando s'era
ancora esso rotta una gamba. Nelle rappresentazioni e feste e nel giuoco de'
gladiatori si servì alcuna volta ancora de' cavalieri romani, ma usò di far
questo, prima che e* fosse proibito per partito 'del senato ; dopo la qual
deliberazione non ne fece mai entrar nessuno in campo, salvo che-un Lucio
giovanetto nato di buone gentil e lo fece solo per mostrarlo al popolo ;
perciocché egli d'altezza non aggiugneva a due piedi e solamente pesava
diciassette libbre, ed aveva una voce grandissima. Celebrandosi una volta il
giuoco de' gladiatori, fece venire gli statichi de' Parti, che allora la prima
volta gli erano stati mandati, a vedere; e vpUe che passassero per mezzo dello
anfiteatro e si ponessero a seder di sopra lui, e nel secondo ordine de' gradi
e luoghi da sedere. Usava ancora ne' giorni, che erano fuori di dette feste,
che se per ventura gli era portata di fuori alcuna cosa nuova e degna di esser
veduta, la mostrava per lo straordinario in qualunque luogo notabile della
città. E infra l'altre mostrò una volta a tutto il popolo un rinoceronte, una
tigre, in Campo Marzio, dovè si recitavan le commedie e rappresentazioni ; un
serpente .di cinquanta cubiti nel Comizio. Ed una volta facendo celebrare li
giuochi circensi, e trovandosi mal^, si fece portare in lettiga, per
accompagnar le carrette^ dove portavano le cose sacre in dette fe^te. Un'altra
volta gli accadde, che nel far celebrare le feste, per dedicare e censagrare il
teatro dì Marcello, s^^^^asì scommessa la «ede trionfale, dove€igl^ '^'^'^
^'^Hatoa '^'^(^.r rocu»ir^ ^©1 fare ed essendo il popolo, impaurito e spaventato,
per paura di una parte del teatro, che stava per rovinare, né potendo A irgusto
per medo alcuno riassicurarli^ né ifermargli, si levò del suo luogo e si pose a
sedere, dove il pericolo era maggiore. ^ (jerchè pei luoghi, dove si facevano
le feste e giuochi, era una grande confusione tra colpro, che stavano ^ vedere
e non si aveva rispetto, o riverenza a grado, o dignità di alcuno, raffrenò tal
licenza del popolo ; ordinando non solamente '\ luoghi da sedére secondo il
grado delle persone, ma che e' fusse portato riverenza e rispetto a quelli che
lo meritavano : e la cagione chejp mosse ^ far questo, fu il poco onore, che
era stato fatto a un senatore; U quale ritrovandosi a Pozzuolo, e andando a
vedere cèrte feste solenni, che ivi si facevano, tra tanti, che vi erano a
sedere, non trovò alcuno, che gli facesse iuogo. Assegnazione de' luoghi, dove
avessero a sedere i Seaatori NI e gli altri. di altro ordine. Essendosi adunque
ordinato per deliberazione dèi senatorche ogni volta che in luogo alcuno si celebrassero
feste e spettacoli pubblici, i primi luoghi da sedere sì lasciassero vàcui per
li senatori, non volle Augusto che gli ambasciadori mandati a Roma dalle terre
libere e confederate sedessero nel luogo de' senatori, per aver inteso ch'egli
usavano qualche volta di mandarne alcuni nati di sangue servile. Ordinò il
luogo a' Soldati, separato d^l popolo; ai plebei che avevano moglie assegnò i
luoghi' propri!, a' gif)vanetti nobili diede ri luogo loro separato dagli altri
e vicino a quello de'.pedagoghi. E ordinò che niun fanciullo piccolo sedesse
nel nìézzo dello spa:(io, tra la moltitudine del popolo. Non volle che le
femmine stessine a vedere^ se non dalla parte più alta, che^veniya ad esser più
remota, né pur il giuoco degU accoltellatori (1), il quale per l'addietro era
usanza di stare a vederlo alla mescolata. Solo alle, vergini vestali diede, un
luogo nel teatro separato da tutti gli altri, dirimpetto alla residenza del
pretore. Proibì interamente, che al giuoco e spettacolo di coloro che ignudi facevano
alle braccia, saltavano e correvano, vi si trovasse alcuna donna ; di maniera
che sendogli ne' giuochi e feste che si facevano per i pontificali, quando
entravano nel pontificato, addomandato un paio di giuocatori di pugna, fece
i;idugiar la festa al giorno seguente; e ordinò che la mattina a (I)
Accoltellatori lo stesso che gladiatori, CESARE AUGUSTO buou'ora si facesse
colai giuoco della pugna ; e per bando fece intendere, che ninna donna venisse
nel teatro a veder la fesU avanti le diciassette ore, acciò che non si
tfovassero pnnenti a tale spettacolo. In qual maniera e da qual luogo stesse
egli a mirare gli spettacoli. Quando si celebravano i giuochi circensi, stava a
vederli il più delle volte in casa de' suoi amici e liberti, alcuna volta nei
tempii degli Iddii, e così standosi a sedere,, come persona privata, con la
moglie e con i figliuoli, consumava una gran parte del giorno, e qualche volta
parecchi giorni alla fila, in vedere tali spettacoli. E perchè a lui
s'apparteneva rappresentarsi in pubblico, come principale e giudicatore di tali
giuochi è spettacoli, mandava alcuni altri in suo scambio, scusandosi prima col
popolo e pregandolo, che si contentasse di quelli che farebbero ruffizio per
lui, ed a lui lasciassero goder la sua quiete. Mentre che si celebravano dette
feste, stava a vederle con somtna attenzione e non voleva che gli fusse dato
impaccio alcano : credo per fuggir quel carico, che si ricordava essere stato
dato a Cesare suo padre, il quale universalmente da ognuno era biasimato, che
mentre che tali giuochi si facevano, non attendeva ad altro che a scrivere e
leggere lettere e memoriali : o sì veramente lo faceva, per il gran piacere e
diletto che e' ne pigliava ; siccome spesse volte lìberamente e senza
simulazione usò di dire. B che e' si dilettasse' grandemente e pigliasse gran
piacere di cotali feste, lo dimostra l'aver lui molte volte ne' giuochi de'
gladiatori e feste fatte da altri, e non in suo nome, aggiunto, oltre a* premii
ordinarli che si davano a' vincitori, alcuni doni e presenti del suo. E a
niuiio spettacolo di quelli, che si celebravano in Grecia, si trovò, che e' non
facesse qualche dono a quelli che giuocavano, secondo' i meriti di ciascuno.
Stette a vedere con grandissima attenzione il giuoco delle pugna, e massime quando
giuncavano i paesani ; e non solamente quelli, che eran pratid wJ esercitati, e
che ordinariamente eran d'et)utatf per gìiiocare, ed alcuna volta messi alle
mani con quelli di Grecia, ma anoon le schiere de' terrazzani, che ne* borghi e
per le strade tra loro e senza alcun arte o ordine combattevano. E finalmente
tolse a favorire e prose la protezione di tutti coloro, di qualunque sorte
fuasero, che con l'opera loro interveniN-ano ne* pubblici spettacoli. Ai
giuocatori di braccia mantenne ed acrebbe ì pnviloga: volle che il premio (1)
de* gladiatori che si portavano bene, fusse l'esser disobblighi in tutto da tal
esercizio, altrimenti non sene potesse forzar nessuno a comparire in campo.
Levò ai pretori e agli edili e magistrati, Tautorità, la quale prima per
un'antica legge avevano, di potere sforzare e comandare agfist rioni, elio si
rappresentassero alle feste in qualunque luogo e tem|)o paresse . loro. E circa
a' giucca tori di braccia, dì pugna, d'armi, di saltare e correre, avendo fatto
loro le sopraddette abilità, volle che poi, quando e' comparivano in campo,
facessino il debito loro: né gli risparmiò in conto alcuno. Con gì istrioni e
recitatori di commedie si portò rigidamente; e intra Taltrc, avendo ritrovato,
che un ceito Stefanione, maestro di commedie, secondo il costume romano aveva
fatto vestire una gentildonna e tagliatogli i capelli a guisa di fanciullo, e
menatosela dietro a uso di servidore, fattooelò esaminare dal pretore preposto
a tali s}M;ttacoli, nel portrco del suo palazzo, in presenza d'ognuno lo fece
dipoi scopare, e andare attorno ))er la città e per li tre teatri principali,
-con grandissima sua vergogna e viluiierio, e conlinollo. Oltre di questo
avendo un altro simil maestro, chiamalo Pilade, conti o alla legge, mostro a dito
e fatto vedere a tutti i circostanti uno, il quale, mentre che e' recitava una
commedia, gli aveva fischiato dietro, fece che detto Pilade non pot(fsse star
né in Roma, ne in Italia. Riordinaziuno delle cose dltalia. Avendo Augusto in
cotal guisa ordinato la città e riformate le cose di dentro, condusse in Italia
ventotto colonie per riempirla di gente ed adomarla in molti luoghi con
muraglie ed cdìfìzii bellissimi, assegnando alle città di quello rendite ed
entrate pubbliche; e diede loro tanta autorità e dignità, che gli abitatori di
quelle in molte cose potevan dire d'esser pari ai cittadini romani. Ed intra le
altre trovò modo, che anco cileno potessero intervenire alla creazione de'
magistrati, che si facevano in Roma ; ordinando che i principali di quelle
colonie^ chiamati decurioni, ciascuno nella sua terra, S(]uittinassero quelli,
che a loro parevano, e notati e suggellati i partiti, gli mandassero in Roma,
in tenripo che e'comparìssino il giorno, che detti magistrati in Roma (1) Il
sentimento è questo. Che non potessero esser costretti i Gladiatori a pugnare
quando non fosse proposta a* Vincitori per premio la li^rta. &i creavano.
Ed acciocché in ogni luogo fusse eòpìa d'uomini valorosi, ordinò per tutto, una
milizia a cavallo, discemc^do in tal ordine tutti quelli che l'addimandav^no, e
che Ordinazioni intorno ai Regni conquistati. . I regni de' quali egli
s'insignorì per forza e per ragion di guerra, da alcuni infuora^ o esso gli
rendè ai medesimi, ài quali aveva tplti* oegli ne rivestì nuovi re. Fece
ancoràjnolti parentadi (i) tra i re suoi confederati^ e s'intfattenne sempre
molto (1) La vera versione delle parole di Svetonio è quésta. Procurò ancora,
che i Re suoi confederati s'apparentassero scambievolmente, intento sempre a
favorire i loro parentadi, e inframmettersi ancora a rappacificarli insieme, e
tenne parimente, ecc. umanamente con parenti ed amjci di qualunque sorte, e
tenne parimente cura di ciascuno, comedi membra e parti del l'imperio romano.
Usò ancora di dare tutori a' pupillP, per fino che ei pervenissino in età di
discrezione; e sirpilmente a quegli, che erano impazziti, fino a che e'
ritornassero in cervello ; ed allevò ed, ammaestrò insieme co'. suoi figliuoli,
molti di quegli d'altri.. Riforma delle legioni e della soldatesca ed altri
ordinamenti. Distribuì i soldati prpprii e gli ausiliarii : ordinò che
un'armata stesse aMiseno ed un'altra a Ravenna', per (I) guardia dell'uno e
dell'altro mare; e de' predetti soldati ne scelse untrerto numero parte de'
quali servivano per guardia della persona sua, e parte per guardia della città.
E licenziò, la guardia de' Calaguritani, ch'egli aveva tenuto insino ch'egli
ebbe vinto Marco Antonio; e similmente la guardia de' Germani, tenuti insino
dacHe.Varo fu rotto e sconfitto in quo' paesi, per guardia della persona sua..
E nondimeno non voile mai, che in Roma stessero più che tre compagnie di que'
soldati é senza alloggiamenti; le altre compagnie era. solito di verno e di
state mandarle alle stanze per le terre vicine. Ed in qualunque parte
dell'imperio romano si ritrovavano^ soldati, a tutti fece ima provvisione
perpetua, secondo il grado di ciascuno, e dichiarò toro ancora,. insino a
quanto tempo dovevano essere obbligati alla milizia: eia provvisione, la quale
dopo ch'egli erano disobblighi e licenziati, voleva lordare durante la vita
loro, acciocché nell'esser disobblighi troppo per tempo, ed ancora robusti e
gagliardi di corpo, o sì veramente, cacciati dalla necessità, non fussero
sollevati a pigliar l'arme contro allo imperio romano, ed acciocché la spesa
nel mantenergli e pagargli in perpetuo e senza difficoltà si potesse Sostenere,
ordinò uno erario particolare per i lor pagamenti col porre nuove gravezze e
dazii sopra alle mercanzie. Ed- acciocché con più prestezza ed in un momento si
potesse dare e ricevere gli avvisi, come le jcòse passavano nelle provincie,
nel principio mise alle poste certi spediti e bene in gambe per tutte le strade
maestre, che portassero le lettere innanzi ed in dietro, consegnandole - l'uno
all'altro. Ed avendo dipoi trovato migliòre spediente, ordinò in luogo de'
predetti giovani le carrette, in su le qualiv quello che portava gli avvisi,
montando po|ta per posta, in persona si conti) SvetOflio dice : Distribuì per
le provincie i soldati proprii. ducesse ; acciocché oltre alle lettere,
piotessef accadendo, anco di bocca riferire quel ch'era di bisogna. Del suo
suggello e come costumasse di scriver le date alle lèttere. Nel suggellare le
bollo, i memoriali e le lettere, net principio usava la impronta di sfinge;
appresso cominciò ad usare quella (li Alessandro Magno ; ultimamente la sua
intagliata di mano di Dioscoride, con la quale dipoi i principi, che gli
succedevano, di mano in mano continuarono di suggellare le loro: poneva non
solamente il dì, ma l'ora ed^l punto, nel quale erano^ date le sue lettere.
Della sua clemenza. Molti e grandi esempli ci sono della sua clemenza, e come
egli era umano e civile. E per non andare raccontando quanti e quali sieno
stati quelli della fazione contraria, a' quali non solo perdonò e salvò la
vita, ma permette anco dipoi, che e' tenessero i principali luoghi nelle città,
dirò solaniente di due uomini plebei, i quali, rispetto a quello ch'eglino a
vrebbera meritato, furono da lui leggermente puniti ; Tuno ^u Giunio Novatò, il
quale avendo mandato fuora, sotto nomadi Agrippa 'giovaite suo nipote, una
epistola contro di lui, "piena di parole ingiuriose e villane, fu solo da
lui condannato in una piccola somma di danari ; l'altro fu Cassio Padovano, il
quale ritrovandosi in un convito, dove era- gran numero di persone, usò di dire
molto audacemente, come e' non gli mancava,, né la voglia, né Tanimo
d'ammazzare Augusto; di che egli non ricevè altra puYiizione che un leggiero
esilio. Essendo davanti al suo tribunale, per conto- d'una sua lite, Emilio
Eliano cordovese, ed essendogli intra l'altre cose apposto
dairaccusatore,"per renderlo più odioso, ch'egli aveva sempre avuto niale
animo verso di Augusto ed andavano sparlando. Augusto rivoltosi allo
accusatore, e mostrando d'essere alterato grandemente, disse; io avrei carOj
che tu me ne certificassi, che io farei conoscere a Eliano, che io ho la lingua
anch'io e saprei dire di lui più, ch'egli non ha detto di me; poi non volle
ricercar più oltre, né allora, né mai.. Dolendosi ancor Tiberio di cotal cosa
per lettere troppo caldamente con Angusto, gli rispose in questo modO': Non
voler, Tiberio mio, in questa cosa lasciarti così trasportare dalla giovinezza
e dalla volontà ; e non ti paia strano che òi jsia chi abbia ardire di dir
mà^le di. noi, che non è poco che la fortuna abbia levato 9 questi tali di
potercene fare. Gli onori che gU furono conferiti e che dir lui sono stati
sprezzati. Quantunque egli sapesse, che ordinariamente si costumava nelle
provincie di edificar tempii in onore de' proconsoli, che ne erano stati
governatori, non volle mai accettarne alcuno in nessuna provincia ^ se non in
nome suo e della città; ma in Roma non volle mai per conto alcuno ricevere tale
onore; e certe statue d'argento, che gh erano state poste in pubblico, tutte le
disfece e fondutele, fece certe tavole e deschi d'oro, e le pose nel tempio di
Apollo Palatino. Facendogli il popolo grandissima instanza," che e' fosse
contento di accettare la dittatura, inginocchiatosi e lasciatosi andar giù la
toga, e mostrando ìì petto ignudo 'con grandissima sommissione, gli pregò che
piacesse loro non lo incaricare. Della cosa stessa e di alcuni suoi modi
civili. Ebbe sempre in odio e^grandemente l'esser chiamato signore,
riputandoselo a vergogna e vituperio, e tra l'altre, stando mia voita a veder
recitare certe favole in pubblico, accadde che da uno de' recilatori fu de,tto,
ad un certo proposito, in un^verso di detta fa:vola: signore giusto e buono:
onde tutto il popolo^ quasiché eTusse detto per amor di Augusto, mostrandone
grande allegrezza, si voltò verso lui, di che egli colle mani e col volto fece
segno, chp e' non gli -piacessero colali sciocche adulazioni,: e nel giorno
seguente mandò un bando, dove gravissimamente riprese il popolo di simili
leggerezze; e da allora innanzi non volle mai da niùno eàser chiamato signore,
né dai nipoti suoi da vero, daf beffe : e proibì ancora, che tra loro per conto
alcuno non ^i chiamassero signori. Non entrò miai, né si partì d'alcuna città
e. tèrra-, se non da sera, di nòtte; acciò che niung della terra venisse ad
incontràrio, oa fargli compagnia per onorarlo. Quando era consolò andava sempre
appiè per la città; e fuori del consolato si faceva portar coperto sopra un
seggiola. Era molto facile e universale nel dare udienza, facendo metter dentro
inaino agli uomini vili e di bassa mano, che^ venivano a salutarlo alla
confusa; e con tanta benignità e piacevolezza stava ad ascoltare tutte quelle
persone, che per loro, bisogno gli andavano a parlare ; che po^rgendogli una
volta uno un memoriale, e tremandogli la mano, come a percona timida e di poco
animo, Augusto gli disse burlando: e' pare che tu abbia a porger da- . nari
all'elefante. Il giorno che si aveva a ragunare il senato, per non tener modi
straordinarii dagli altri senatori, non salutava mai, né faceva motto ad alcuno
di loro se non in senato : e quando si erano posti tutti a sedere, salutandogli
tutti a uno a uno, nominatamente, senza che niuno gli avesse a ricordare i nomi
loro: e similmente nel partirsi, avanti che e' si levassero da sedere, a
ciascuno di loro diceva : state sano. Rade volte si lasciò vincere di umanità e
cortesia. Non mancò mai di ritrovarsi alle celebrazioni del nascimento o delle
nozze dì ciascuno^ per onorargli, se non poi che e^li era già vecchio ed in
alcuni dì, per essere statò un giorno, che si celebravano certe nózze sbattuto
dalia, calca delle genti, che vi erano concòrse. Gallo Terriniò senatore, il
quale non gli era molto amico, sendo in un subito accecato, e avendo perciò
deliberato non voler mangiar per morirsi, lo andò a visitare; e di maniera lo
confortò e consolò, che levandolo da tal proposito, lo mantenne in vita. La sua
tolleranza co* presontuosi e temerarii. Parlando una volta in senjato gli fu
detto da uno: io non t*ho inteso; e da un altro: ioti risponderei, se mi fosse
concesso di parlare. Ed alcuna volta ()artendosi esso dal senato tutto adirato,
per la confusione che v'era e per il grande strèpito, che facevano i senatori
nel disputare e contraddirsi l'uno all'altro, vi furono alcuni che sputarono
queste parole : che e' bisogna va trovar modo, che a* senatori fusse lecito di
parlare delle occorrenze della repubblica. Àntistió Labeone, essendoli tòcco
nel senato a" chiamare uno de' tre, che erano sopra allo eleggere e
squittinare i senatori, chiamò Marco Lepido, nimico di esso Augusto e che
allora: èra sbandito ; e dicendogli Auguste, che ben gli era mancato chi
eleggere, rispose, che ognuno avev^ la sua opinione: e così il parlare
liberamente e usare parole sinistre, non fu mai da Augusto ripreso a malignità.
Libelli fatti conjtro di lui. Quantunque e' fossero molte volte appiccata nel
luogo, dove si ragunava il senato, alcuni scritti in suo dispregio e disonore,
non perciò ne fé' mai caso*; ma s'ingegnò per ogiii verso- di mostrare, che
tali cose contro di lui eran mal fatte, senza- rìcercare altrimenti chf he f
ussero stati gì* inventori. Ordinò bena, che per lo avvenire fusse gastigata e
punita qualunque persona, che avesse avuto ardire di mandar fuori sótto nome
d'altri, o scritti, o Versi in vituperio e disonor di alcuno., Sua moderazione
e umanità nell'operare. Sendo provocato e incitato da alcuni maligni e
prosontuosi, con certe loro facezie e motti mordaci, che gli davan carico,
chiuse loro \s^ bocca per via di bandtt. E volendo pròvedervi il senato con
tórre a tali uomini la facoltà di poter fare testamento, Tion lasciò seguir tal
deliberazione.. Nel giorno della creazione de* magistrati andava attorno sempre
insieme con quelli, che, secondo l'instituto di Cesare, a lui toccavano a
proporre e met-, tere innanzi, a domandare i magistrati, a supplicando con
quelle cerimonie e Sommissioni, che si costumavano, esso rendeva ancora nelle
sue tribù j partiti cóme privato cittadino. Non aveva punto per male d'essere
ne' giudizii esaminato per testimonio, né da' giudici riprovalo. Fece una
piazza : ma per non avere a guastare e. rovinar le case che gli erano
propinque, molto ininor di quello che si conveniva. Non raccomanciò mai i suoi
fi- gliuoli al popolo, che egli non aggiugnesse sempre, in caso che lo
meditino. Ed entrando nel teatro i detti figliuoli ahcora fa^n- ciuUetti, tutto
U .popolo si rizzòj per'Tar loro sonore con gran festa e plauso: il che ebbe
molte per male, e gravissimamente se ne dolse, come di cosa non e senza insegne
regie, a guisa di clientoli l'accompagnavano. Quel ch'egli fosse raternamente e
nelle cose domestiehe. Avendo di sopra trattato della vita di Augusto, circa le
cose pertinenti al governo universale della Repubblica e di tutto lo imperio
romano, in tempo di pace e di guerra; andremo ora de- scrivendo la sua vita
particolare -e domestica, e in che maniera e con che fortuna visse in casa tra
i suoi dalla gioventù insino air ultima vecchiezza. Nel primo suo consolato
restò senza ma- dre: essendo di cinquantaquattro anni, morì Ottavia sua siroc-
chia; all'una ed. all'altra delle quali, avendole in vita grande- mente onorate
e riverite^ fece ancora loro in morte grandissimi onori. Delle sue spose e
mogli. Sendo giovanetto, gli fu sposata la Agli noia di PubiioServilio Tsaurico;
ma dipoi riconciliato con Marco Antonio, dopo la prima discordia nata tra loro,
a richiesta e preghiera dei soldati, dal- l'una e dall'altra parte, che
desideravano, per istabilirla^ si con- giugnesse la loro amicizia insieme per
parentado, tolse per mo- glie Claudia, figliastra di detto Marco Antonio, nata
dì Fulvia e Publio Clodio, appena da marito. Ed essendo nato tra lui e la detta
Fulvia sua suocera certo sdegno ed odio intrinseco, la li- x^nziò senza aver
consumato il matrimonio. Dopo questa, prese per moglie Scribonia, che aveva
avuto iniianzi due mariti, amen- dui stati consoli ; e dell'uno aveva avuti
figUuoli. Licenziò ancora questa fra poco tempo, non potendo più (^siccome egli
scrive) sopportare la perversità dei suoi costumi ; e subito si fece con-
cedere a Tiberio Nerone la sua moglie Livia Pusilla, che era pregna, la quale
sommamente gU piacque e perseverò di amarla sempre, insino all'ultimo della sua
vita. - Della figlia e dei matrimonii di quella. Di Scribonia ebbe una
figliuola chiamata Giulia f di Livia non ebbe figli uoli, il che sopra ad ogni
cosa desiderava; avendola pregna, si scouciò'in un figliuolo maschio. Giulia
pdmieramenté maritò a Marcello figliuolo di Ottavia sua sirocchia assai
giovinetto; appresso morto il detto Marcello, la maritò a Marco Agrippa, il
quale avea per moglie Marcella figliuola di Ottavia sua sirocchia. .Ma-Angusto
fece tanto con Ottavia, che Àgr'ippa licenziò Marcellsi e divenne genero di
Augusto. Essendo morto, ancora questo, poiché ebbe lungo tèmpo esaminato le
condizioni e qualità di molti, insino dell'ordine equestre, finalmente la diedó
a Tiberio suo figliastro, costrettolo a licenziar la moglie che "era
pregna è di cui aveva figliuoli. Scrive Marco Antonio, che Aligusto.la prima
volta (i) sposò Giulia al suo figliuolo Antonio, dipoi a Gotisone re dei Geti ;
e nel medesimo tempo avere ancora addomandato a rin- contro per moglie la
figliuola de;l detto re. De*^ suoi nipoti per via.di Giulia. ' Ebbe di Agrìppa
e di Giulia tre nipoti. Gaio, Lucio^ Agrìppa, e due nipoti, Giulia ed
Agrippina. Maritò Giulia a Lucio Paulo, figliuolo di Paulo censore : •
Agrippina a Germanico nipote di Livia Drusilla sua moglie. Adottò Gaio e Lucio,
comperati per assem et lihram dal padre Agrippa (modo antióo di comperare) molto
giovanetti, gli cominciò ad introdurre nelle azioni della Repubblica, e
disegnati consoli acciocché s'addestrassero e di- ventassero esperti nelle cose
importanti e ne' inaneggi delia Re- pubblica, gli mandò ne' governi delle
provincie, fecegli capitani negli eserciti. Allevò la sua figliuola e le nipoti
di tal maniétra, che ancora le avvezzò à filare la lana ; né le lasciava
parlare o far cosa alcuna se non in palese, ordinando che di per dìiasse notato
e scritto In su uno libro ciò ch'eJle facevano e dicevano a uso di giornale.
Sópra ad ogni altra cosa proibMoro il parlai^ o conversare- con forestieri; di
maniera che sendo andato Tu- cinio, giovane nobile e molto leggiadro, a Baia a
vi&itar Giidia sua figliuola, A-ugusto gli scrisse, che egli s'era portato
pocoala sorte, che egli solamente fusse costretto col suo sdegno nuocere agli
amici più che non deside- rava. Il rimanente de'supi amici e per autorità e per
facùltà, insino che e' visse, furono de' principali di ciascuno ordine della
città, non ostante che alcuna volta l'offendessero; imperocché qualche volta
(per non parlar di più) avrebbe avuto caro, che Marco Agrippa fusse statò un
poco più paziente e Mecenate più segreto : conciossiacosaché quegli per leggier
cosa insospettita della rigidezza di Augusto verso di sé, e perct\^ Marcello
gli era anteposto, lasciato ogni cosa in abbandoiia se ne andasse a M^ tilene;
questi rivelasse a Terenzia sua moglie in segreto, comv s'era scoperta la
congiura di Murena. Volle anco^a esso scan bievolmente dagli amici esser amato
e che ne facessero, segnc tanto in vita, quanto in morte; perché qv^^'^tunqu'^
'*s:l ^ curasse poco de' lasciti, che gli erano fatti r^ npn»to quello, che non
ne volle mai aòcettare alcuno da coloro^ che ei non conosceva ; nondimeno molto
solennemente e curiosamente andava ricercando, se gli amici suoi alla lor morte
avessero fatto ne'lor testamenti alcnna menzione, o segno di ri(5ordarsi di
lui; e trovando o intendendo, che se ne f ussero passati di leggieri e
freddamenteMn nominarlo nella prefazione del testamento, e non con quelle
onorevoli e cerimoniose parole,, che si conve- niva, tanto per l'amicizia
ch'era tra loro, quanto per ogiii altro rispetto, se ne dolca sconciatamente, e
pel contrario grande- mente si rallegrava, se con grate ed amorevoli parole di
lui avevano fatto menzione. L'eredità o lasciti, che gli pervenivano per i
testamenti degli amici, che avevan figliuoli, usava o di su- bito restituirli
a' lor figliuoli, o sveglino erano pupilli, jl giorno che e'pigliavano la toga
virile, o quando e' celebravano le lor nozze, gli restituiva loro ; con
aggiungervi qualche cosa di suo, così a' maschi, come alle femmine, quando si
maritavano. Suo rigore e clemenza verso i. liberti, ' Fu Augusto non manco
severo, che clemente e grazioso verso i suoi servi e liberti. Tenne appresso di
sé niolti liberti, dei quali onorò grandemente. Licinio, Encelado e inolti
altri. Ac- corgendosi, che un suo servo chiamato Gosinio teneva nwle animo
versQ di lui, non gli fece altro, che tenerlo co' pie nei ceppi. Ed qn giorno
andando a sollazzo insieme con Diomede suo dispensiere, scoprendosi loro
all'improvviso un porco salva- tico, il quale correndo ne andava difilato alla
volta loro, il detto Diomede per la paura aiferratosi ad Augusto, se lo parò
davanti, perchè gli fu da Augusto più presto a timidità che a malignità
imputato. E quantiinque la cosa passasse con non poco suo pe- ricolp,
conoscendo ch'ella non fu fatta da colui maliziosamente, la convertì in burla.
Fece morire Proculo suo liberto,, uno dei suoi favoriti, avendo ritrovato
ch'egli andava adulterando certe gentildonne. Ad Attualo suo cancelfiere, per
aver mostro e /rive- lato una sua lettera ad uno per cinquanta scudi, fece
spezzar le gambe. E perchè subito che Gaio suo figliuolo governatóre della Licia
ammalò, e poi che fu morto, i ministri ed il pedagogo di quello cominciarono
superbamente ed avaramente a trattar que' popoH, attaccato loro un gran peso al
collo, gli fece gittare in fiume. Vituperìi della sua prìina gioventù. Nella
sua prima ^giovinezza fu infamato in varii modi^ por i suoi disonesti'
portamenti. Sesto Pompeo lo tassa come uomo efferofifìato e libidinoso. Marco
Antonio dice, che Cesare lo adottò per aver praticato seco disonestamente.
Similmente Lucio fra- tello di Marco Antonio dimostra nel suo scrivere. Cesare
aver còlto il fior della sua pudicizia. E che ancora per settemila cin-
quecento scudi si sottomesse impudicamente ad Aulo Ircio; e come Bgli usava di
abbronzarsi le gambe e le coscie con il gu- scio deHa noce affocato, perchè i
peli venissero fuori più deli- cati e morbidi. Un giorno ancora^ che infra
Taltre favole e com- medie si recitava la favola di Cibele madre degli Iddii,
nella Ciò che operasse dopo il cibo. Dopo desinare cosi vestito e calzato (4)
impedùli, e con pie raccolti dormiva un poco, tenendosi una mano cosi dinanzi
agli occhi. Dopo céna se n'andava- in una sua lettiga, dove egli, era solito di
vegliare, e quivi si stava un gran pezzo di notte per ìn- sino ch'egh avesse
dato compimento a tutto, o alla maggior parte di quello che gli era restato a
fare il giorno. Dipoi andatosene a letto dormiva il più sette ore. Ma in detto
spazio di tempo, tre quattro volte si risvegliava, e se non poteva, come
accadde alcuna volta, rappiecare il sonno, mandato a chiamare chi gli leggesse
qualche cosa, o chi gli contasse qualche favola^ in questa maniera si
addormentava, non si svegliando il più delle volte, se non passata Talba. Né
mai di notte vegliava, che noft si fa- cesse sedere a canto qualcuno. Bavagli
assai fastidio ed offen- devalo il levarsi la mattina a buon'ora, e quando o
per Compiacere a qualcuno, a cui non poteva mancare, o per qualche altra fa-
conda debita, era forzato a levarci a buon'ora per non guastare l'usanza solita
del suo dormire^ se n'andava' la séra dinanzi ji Impeduli significa con quella
parte della calza j che calza il pie. dormire con qualche suo amico e
famigliare, che stessa vicino al luogo, dove egli aveva a ritrovarsi: nondimeno
spésse volte non avendo dormito abbastanza, mentre che. jegti era portato,
fatto porre in terra le lettiga, -alquanto si riposava. .1 Statura del corpo e
de' suoi membri. Fu di aspetto bellissimo e molto grazioso, e cosi s'andò
sempre mantenendo secondo Tetà insino in vecchiezza ; ancora che egli fusse
circa il vestirsi e rassettarsi molto trascurato. Nello accon- ciarsi il capo e
pettinarsi la barba era molto a caso e poco dili- gente, e faceva venire in un.
subito due o tre barbierir. e quando si tondava solamente la barba^ e quando
se' la radeva, ed in quel mezzo sempre leggevamo scriveva qualche cosa. Era
sempre nel volto, parlasse, o tacesse, tanto lieto ed allegro,- che un certo
de' principali della Gallia, U quale aveva disegnato nel passar dell'Alpi
accostarsegli, sotto ombra di volergli parlare e gittarlo giù da que' monti,
usò dire tra i suoi, che non per altra cagione s'era di ciò astenuto, chef per
averlo visto di aspetto tanto gra- zioso. Aveva gli occhi chiari e
risplendenti, ^d aveva caro ch'ei fusse ci^eduto essere in quegli un certo che
di vigore div4no, e rallegravasi quando alcuno nel guardarlo fiso, come offeso
dai raggi del Sole, abbassava gli occhi j ma in vecchiezza perde al- quanto più
di vista dal sinistro occhio che dal destro. Aveva i denti radi, piccoli e
pieni di roccia: i capelli alquanto piegati e di color castagnino, le ciglia
congiunte; gli orecchi di ragio- ne voi grandezza ; il naso dalla parte di
sopra e da basso affilato. Era di colore ulivigno, di statura piccola ;
nondimeno Giulio Marrato suo liberto, facendo menzione di lui, scrive che egli
era alto cinque piedi e tre quarti, ma aveva le membra tanto ben propepzionate
e corrispondenti l'un coU'altro, che se alcuna non se gli appressava, maggior
di lui non gli pareva. Tacche che aveva su per il corpo e di alcuni suoi
membri. non troppo gagliardi. ^ • Scrivono, ch'egli aveva certe macchie
naturali per la persona sino al numero di sette, sparse e distinte per il petto
e pel ventre, simili alle stelle dell'Orsa celeste; ed aveva ancora alcuni
calti come volatiche, causati dai troppo grattarsi, per certo pizzicore, che
egli aveva per le carni, e per l'assidua e continovà usanza di farsi
stropicciar la persona. Non era molto sano, né si valeva molto della coscia,
del fianco e della gamba sinistra: di maniera che spesse volte da quella banda
zoppicava^ ma s'andava facendo certi rimedi con la rena calda e con le canne
verdi a dò ap- propriate. Sentivasi alcune volte jl secondo dito della' man
destra tanto (Jebole ed intormentito, che pel- freddo aggranchiiftidosi e
rannicchiandosi, appena pote\'a scriver^ con un ditale di cor- niolo.
Rammaricàvasi ancora diella vescica il cui dolore-si alleg- leggerrva analmente
col mandar fùora per;via di orina alcuna pietruzza. ' Delie sue malattie. V
^bbe, mentre visse, alcune gravi e pericolose infermità, e . iuassiipamente
dipoi ch'egli ebbe domato i Cantabri. Avendo ' maculato il fegato per la scesa
continova, che gli cad^va dal^La testa, e disperato quasi della sua salute],
fu. costretto usare ri- medi contrari: perciocché avendo bisogno di cose- calde
a ciò appropriate, né gli giovando niente, fu medicata con rimedi / freddi da
Antonio Musa suo medico. Aveva oltre a ciò alcune infermità, che ogni anno nel
medesimo tempo gli ritor havano," perciocché approssimandosi il giorno
delsup natale, gli veniva una certa debolezza e fiacchezza di corpo: e nel
principio biella primavera gli gonfiavano le interiora ; e nella trista
stagione dello autunno soffiando Austro era offeso dal catarro ed intasamento
del naso; onde avendo il corpo tutto rovinato, non poteva molto agevolmente
sopportare né il freddo, né il caldo! Governo del suo corpo. Mettevasi in dosso
di verno §otto la toga di panno grosso quattro tonache ed un giubbon di lana
sopra là~camiscia; co- privasi ancora con certi panni gli stinchi e le cosce
dalla parte di dentro. Dormiva la state con l'uscio della camera aperto, e
spesse volte^otto un colonnato al mormorio di certi zampilli di acqua, con uno
d'attorno, che sempre gli faceva vento. Non po- teva pure la invernata
sopportare il sole : e quando passeggiava in casa allo scoperto, portava sempre
il cappello. Ne' viaggi aai- dava in lettiga, e quasi sempre di notte a
bell'agio ; e facendo piccole gTornate,. talché in due giorni andava da Roma a
Pale- strina, o a'Tigoh; e quando, avendo a far viaggi poteva andar per mare,
lo faceva più volentieri; che andar per terra. Ma usava in difendersi da cotale
inférniità' grandissima diligenza^ é principalmente si lavava di rado o
piuttosto s'ugnèva spesso, o su- dava alla fiamma del fuoco ; apprèsso si
faceva bagnare cbll'acqua tepida, riscaldata al sole; ma quando per mollificare
i nervi gli bisognava usare Tacqua marina, o Tacque albule e calde, mette- vasi
a sedere dentro a un vaso di legname a ciò accomodato, che in lingua spagnuola
chiamava Durete, tuffava solo le mani ed i piedi, quando nell'una e quando
nell'altra acqua. Suoi esercizii. Fornito le guerre civili, dismesse
interamente resercitarsi, secondo il costume romano, nel campo Marzio a cavallo
e con l'armi, e si diede per suo esercizio al giuoco della palla piccola e
grossa: dipoi il suo esercizio era passeggiare a cavallo, e tal Volta quando
era alla fine dello spazio, dove egli passeggiava^ spingendolo lo faceva andar
di trotto ed- a saltelloni^ rinvolto cosi alla leggiera in un gabanetto, ovvero
mantelletto da caval- care, chiamato l'uno sesterzio, l'altro lodicola. Alcuna
volta per ricrearsi e pigliare un poco di esalamento, or pescava alTamo, ora
giuocava ai dadi, or si trastullava cori fanciuHi.piccoli, giuo- cando con loro
alle capannello, o con simili gìocolinì, i ()uaH an- dava ricercando che f
ussero graziati, vivi e lingnacciufi, e spe- zialmente gli piacevano i Mori e
Soriani ; avendo in odio i nani e i bistorti, e tutti gli altri simili, come
mostri di natura e-cose di male augurio. Sua eloquenza ed arte nel dire. Attese
con somma diligenza grandissimo desiderio, insino da puerizia, a dar opera
all'arte oratoria ed agli studi liberali. Scrivono, che nella guèrra di
ÌVIodonà in così Tatti travagli s'eser- citava ogni giorno nel leggere e nello
scrivere e declamare; onde da quivi avanti non si trovò mai a. parlare in
senato, né al popolo, nò a'soldati, se non con l'orazione composta e molto ben
pensata avanti : benché quando gli bisognava parlare alTimprov- viso, non gli
mancava materia, e molto ben la sapeva accomodare. E per non s'avere a fidare
della memoria, ovvero per non con- sumare il tempo nello imparare a mente,
prese un ordine di re- citare ordinariamente ogni cosa, che gli occorreva. E
quando aveva a ragionare con particolari persone e con tivia sua di 'i|ualche
cosa importante, distendeva e scriveva prima il tagio- namento tutto per.
ordine : acciocché nel parlare airimprowiso ' W non gli venisse parlato più o
manco di quello, che era necessario. Pronunziava con un suono _dolce é sonoro.
Teneva cohtihova- mente appresso di sé un maestro, che gli insegnava
pronun'Aiare od accomodare la voce secondo la materia: ma qualche volta ch*era
affibcalo, parlamenta.va al popolo per bocca del banditore. I lì^ri ed altre
operette, da lui pubblicate. Compose mohe cose in prosa sopra varie materie,
delle quali alcuna ne recitò nel cospetto de' suoi amici e famfiliari, non al-
trimenti che se e' fusse stato in un luogo pubblico, come sono i rescritti di
Catone e Bruto; la quale opera, sondo già vecchio, ed avendola in gran
parte'letta, stracco finalmente la diede a Tiberio, che la finisse di leggere.
Compose certe esorta2ioni a gli studii della filosofia, ed alcune cose della
sua vita, avendone fatti tredici libri, e distesosi insino alla guerra de'
Cantabri. Quanto alle cose di poesia se la passò così leggermente. Ecci un suo
libro scritto in versi esametri di sua mano, il cui argomento- e titolo è
Cicilia, dove tratta della guerra fatta inXicilia contro a Sesto Pompeo. Eocene
un altro di e()igrammi piccolo, come il predetto ; i quali epigrammi usava di
comporre, quando eirli si stufava e bagnava. Vero è, ch'egli aveva cominciato
una tragedia con grande spirito e veemenza, ma non gli riuscendo lo stile, vi
dette sopra colla spugna e la scancellò ; e domandato dagli amici quello che
faceva il suo Aiace, rispose, che il suo Aiace si era dittato e morto sopra
alla spugna.; Del suo stile e maniera dì fiacre. . Andò sempre seguitando uno
stile e mqdq di parlare elegante e dolce, schifando i concetti e le sentej^ze
inetto, e male acco- modate, e, come egli usava di dire^ i fetori e puzze delle
parole e, de' vocaboli antichi e disusali; ed attese più che ad altro a
dichiarare e bene esprin\ere i concetti e pensieri del suo animo. Il che
acciocché più agevolmente ^li riuscisse, e per non coi- fondere, o tener
sospeso in alcun passo delle opere suo eh leggeva, chi l'udiva, aggiugneva a'
verbi le proposizioni e bene spesso replicava le copule e le congiunzioni, le
quali levate vi? arrecano un certo che di oscurità, sebbene accrescono assai
grazie e leggiadria al parfate. Avea a noia cosi i troppo esquisiti ed a fetta
ti, come quelli ch'andavano dietro a' vocaboli antichi, ecB^ oiù nr^n erano ih
uso : aues*» pe^ 'v^ior j)j»«innf)n er poter di nuovo sacrificare, usqì in un
subito fuor di Perugia una biuida di nimici, i quali rubarono e portarono via
tutte le cose apparecchiate pel sacrifizio ; onde si accordarono gli aruspici,
elle la mala fortuna, che in cotal sacrifizio s'èra dimostra, tutta tornerebbe
sopra di coloro., che se ne avevano portate via. le interiora: nò altrimenti
avvenne loro. Il giorno avanti ch*ei ve- nisse alle mani c^n Sesto Pompeo in
Cicilia, andando a spasso lungo la marina, saltò un pesce fuor dell'acqua e se
gli fermò a' piedi. E vicino ad Azio promontorio di Albania, andando per
appiccare il fatto di arme con Marco Antonio, riscontrò un uomo con un asino,
il cui nome era Eutico (che vuol dire fortunato) e l'asino si chiamava Nicon
(che vuol dire vittoria). Onde dipoi sendo vincitore, fece porro nel tempio edificato
da lui nel luogo, dove aveva posti gli alloggiamenti, un uomo ed un asino di
rame. Pronostici della di lui morte. La sua morte, della quale appresso diremo,
e come dopo quella doveva esser connumerato tra gli Iddii, si previde per molti
segni evidentissimi. Facendo la cerimonia, che ogni cinque anni era so- lita di
farsi net Campo Marzio, di rassegnare, purgare e benedire il popolo, dove si
ritrovava un gran numero di gente, un'aquila gli andò più volte svolazzando
d'intorno; e pigUando poi un volo nel tempio ivi vicino, si pose sopra la prima
lettera del nomo di Agrippa, cioè sopra la lettera A; il che considerato.
Augusto non volle permettere, nò obbligarsi a quelli voti, che in tal cerimonia
per gli anni cinque avvenire si usava di far per salute del po- polo romano,
quantunque avesse apparecchiate e ordinate le tavole, dove detti voti promessi
si notavano alla presenza di molti a maggior chiarezza e testimonianza ; ma gli
fece fare e promettere a Tiberio suo compagno nello uffizio censorio, a cui ciò
s'apparteneva ; dicendo che non voleva promettere agli Iddii quello, che
pensava non poter presenzialmente attenere al tempo debito. Nel medesimo tempo
in circa, una saetta portò via la prima lettera del nome di Cesare scritto
appiè della sua stàtua; onde gli fu predetto dagli indovini ciò significare,
che ei non doveva viver più che cento dì, denotandosi tal numero per la lettera
del^ (7, portata via dalla saetta ; e che egli sarebbe collO' rato nel numero
degli Iddii, perchè Esar, cioè il rimanente del nome di Cesar in lingua toscana
significava Iddio. Avendo dun- que a mandar Tiberio nella Schiavonia, e
volendolo accompagnare insino a Benevento, ritenendolo molti che ne avevano
bisogno, per espedii^ chi una causa e chi un'altra; disse ad alta voce, che da
quivi innanzi per qual si volesse cagione non era per di- morar più in Roma :
il che fu dipoi conn'umerato tra gli augurii della sua- morte. E messosi a
cammino pervenne ad Astiira. . Le cause del suo male, e curae se la passasse
nel tempo della sua malattia. * E quindi partitosi di notte, fuor del suo
costume, essendosi levato un venticello, il che fu cagione o principio della
sua malattia, per essersigU mosso il ventre, andò costeggiando tutte le regioni
marittime di Terra di Lavoro. E dato una ricerca alle isole circonvicine, si
stette quattro giorni a diporto nell'isola di Gapri, ed ivi posto da canto ogni
pensiero, solo attese a godersi quel tempo piacevolmente e famlgliarmente con
ciascuno. E pas- sando il golfo di Pozzuolo, era per ventura appunto allora
arri- vata in porto un nave alessandrina ; i marinari e i passaggieri della
quale veggendo Augusto, ornatisi di veste bianche, e con cèrte corone in testa,
spargendo incenso, gli dierono grandissime lodi ; pregando gli Iddii che gli
concedessero lunga vita e felicità, dicendo che per lui si godevano la loro
libertà e le loro ricchezze. Per la qual cosa Augusto oltre modo rallegratosi,
distribuì a quelli che erano in sua compagnia quattro cento scudi; e volle, che
ciascuno giurasse e di sua propria mano si obbligasse a non ispendere in altro
quelli danari, che in comperare di quelle mer- canzie, che erano in sulla detta
nave. Ancora ne' giorni seguenti, intra varii doni che dava loro, ogni giorno
distribuì alcune vesti alla romana, ed alcune alla greca ; con patto che i
Romani usas- sero l'abito' greco, e i Greci l'abito ed il parlare romano.
Mentre che egli stetto a Capri,' si pigliava del continovo piacere di stare a
veder esercitare certi giovanetti al giuoco delle braccia ; i quali osservavano
ancora il costume antico de* Romani nello eserci- tarsi; e fece loro un
convito, al quale si volle trovar presente. dando loro licenza e quasi
costrignqndoli, che alla tavola sì pi- gliasser piacere, o si togliessero l'uno
a l'altro i pomi é le altre cose da mangiare, e sitnilmentó molte altre cose,
eh* e'gittava loro : in cotale modo ed in simili altre maniere ricreanda e pas-
sandosi tempo allegramente. Chiamava la isola vicina a Capri Apragopoli, dalla
j>igrizia e vita oziosa di coloro, che per viyerei oziosamente da lui si
dipartivano ed andavano a stare in detta isola. -Uno molto amato da lui, detto
Masgaba-, era solito chia- mare in greco Ctisi (che vuol dire edificatore),
volendo significare, ch'ei fusse edificator di detta isoha ; avendo yisto dal
luogo, dove e' mangiava, al sepolcro del detto Masgaba, che un anno innanzi era
morto, concorrere una gran quantità di persone, e con molti lumi, disse un
verso in greco, fatto da lui all'improvviso, in i|ucsla sentenza : Io veggio
dal conditore arder la tomba ; e ri- voltosi a Trasillo compagno di Tiberio,
che gli sedeva a tavola a dirimpetto, il quale non sapeva a che proposito T
avesse detto, gli domandò di qual poeta ei pensava che e' fusse : non sapendo
Trasiilo, che rispondere, ne soggiunse un altro: Vedi Masgaba co' lumi onorato?
e domandandogli ancora di^ questo, né gli ri- spondendo altro, so non. ch'egli
erano mollo biioni versi, di qua- lunque e' fossero, levò un gran riso, e tutto
si diede al burlare ed a cianciare. Partendosi di poi da Capri passò a Napoli ;
e benché per la mala disposizione, ch'egU aveva dentro, o poco, assai il flusso
l'andasse tuttavia molestando, stette nondimeno a vedere il giuoco Ginnico
delle braccia, che ogni cinque anni si faceva in onor suo. Accompagnò Tiberio
insino al luogo de- stinato ; ma nel tornare sondo peggiorato 'assai della
malattia, finalmente si mori a Nola: e fatto tornare indietro Tiberio, a- vanti
che e' morisse, lo tenne lungamente in segreto a parlar seco, né dipoi applicò
più l'animo ad alcuna faccenda d'im- portanza. La sua morte, e sua presenza di
spirito. Poco avanti ch'ei morisse, domandava ad ogni poco se fupra ancora per
lui si faceva garbuglio. Fattosi dare uno specchfo si fece acconciare i capelli
e rassettare le mascelle, che gli casca- vano; e domandò gli amici, ch'erano
entrati dentro a vederlo, se pareva loro, che nella favola di questo mondo
avesse fatto bene gli atti suoi ; soggiunse dipoi queste parole in greco : Fate
ancora voi. allegramente gii atti vostri.' Dipoi licenziato ognilno, mentre ch'egli
domandava coloro, che venivano da Roma, come stava SECONDO IMPERATORE 133
Lucilla figliuola di Druso, in un subito cascò in braccio di Livia, e dicendole
queste ultime parole : LIVIA VIVI E STA SA^A., E RICOBDATI DELLA NOSTBA DOLCE
COMPAGNIA, passò di questa vita; la cui morte fu agevole, secondo che sempre
aveva desiderata^ perchè ogni vòlta ch'egli intendeva, alcuno essere morto
presto e senza torménto o stento alcuno, pregava gli Iddìi, che concedessero
tantg alni, quantp a tutti i suoi sinuli. Eutanasia, che così era sohto
chiamarla (che yuol dire buona morte). Innanzi die egli mandasse fuori lo
spirito, solo in una cosa fece ségno d'essere uscito fuor di sé : questo è',
che séndosi in un subito spaventato, si rammaricò, parendoli che cinquanta
giovani lo- portassero'via ;. e questo ancora voglion dire, che fusse più tosto
unio indovinamentò, che allenamento di mente; conciossiachè morto che fu,
altrettanti soldati pretoriani, sua guardia del palazzo, cioè de' primi della
guàrdia, lo portarono fuora, in pubblico. n giorno della di lui morte, l'età, i
funerali. Morì nel Iettò medesimo, dove era morto Ottavio suo padre, sendo
consoli Sesto. Pompeo e Sesto Apuleio* a' diciannove dì ^ d'agósto a ^re
ventuna: ed aveva sessantasei anni, manco tren- taginque dì. Il corpo suo fu
portato dai senatori delle città parti- cipanti de'benefizii de'Romani, e di
quelli, i cui abitatori v'erano stali mandati da Roma, da (i)Nola insino a
Boville di notte, per la stagione calda ch'era allora, ed il giorno si
riposavano e tig- navano il corpo morto nelle loggie regie, ovvero nel maggiore
è più onorato tempio di qualunque terra egli entravano. Da Boville sino dentro
alla città lo portarono i cavalieri romani, e posaronlonell'antiportodella sua
casa. 1 senatori nell'arnamentp e pompg delle sue esequie, e nel celebrare la
sua memoria, talmente fecero a gara, che, tra molte altre cose, vi furono al-
cuni che giudicarono, che e' si dovesse fare entrare il corpo in Roma per la
porta trionfale, portando innanzi la statua della vittoria^ ch'era nel senato,
e che figliuoU de' più nobili, così maschi come fenfiminè, cantassero quel
canto flebile, che si chiama nenia. Alcuni volevano, che nel giorno
dell'esequie i se- natori, deposti gli anelli d'oro, che e' portavano,
sì-mettessero quelli di ferro (il che non si era mai usato, se non in segno di
(1) Intendesi, che Nola era di quelle Città, i di cui abitatori vi erano 3tati
mandati da Roma. grandissima mestizia ed afflizione). Alcuni furono di parere,
che le sue ossa fussero raccolte dai più degni sacerdoti ^ che erano in Roma; e
fuvvi alcuno, che persuadeva, che il cognome del mese di agosto si trasferisse
nel mese di settembre, perchè in questo Augusto era nato, od in quello morto.
Altri volevano, che tutto quello spazio di tempo, che era corso dal primo di
del suo nascimento insino al dì della sua morte, fusse chiamato il secolo
Augusto : e così fusse scritto ne' libri, dove si notavano le feste e cerimonie
sacre, chiamati, fasti. Ma poi che si furono risoluti, in che modo volevano onorarlo,
fu laudato in due luo- ghi con orazion funebre : la prima dinanzi al tempio di
Giulio Cesare da Tiberio, la seconda nella ringhiera vecchia di Druse figliuolo
di Tiberio, e dai senatori fu portato in Campo Marzio e quivi fu arso : dove fu
uno, che era stato pretore, il quale af- fermò insino con giuramento, che, poi
che e' fu arso, avea vista la effigie di quello andarsene in cielo. Baccolsono
le,sue ceneri i principali dell'ordine de'cavalieri, scinti, in camiscia e
scalzi, e le riposono nel mausoleo, il quale sepolcro era stato fette edificare
da lui tra la via Flaminia e la riva del Tevere, la sesta volta che ci fu
consolo : ed insino allora volle che fussero del pubblico le strade e selve,
ch'erano intorno a detto sepolcro. Il suo testamento ed" ultima volontà.
Fece testamento un anno e quattro- mesi avanti ch'ei si rtio- risse, alli tre
d'aprile, essendo consoli Lucio Plance e Gaio Silio; e scrissclo in due volumi,
parte di sua mano e parte dì mano di Polibio ed llarione suoi liberti ; e lo
diede in serbanza alle sei velini vestali, insieme con tre altri volumi segnati
col segno medesimo che il testamento, i quali cavati fuora, furono tutti aperti
e recitati in senato. Lasciò suoi principali eredi' Tiberio per due terzi, e
Livia per la terza parte : a'guali ordinò che si chiamassero pel suo nome. I
secondi eredi furono Druse figliuolo di Tiberio per il quarto, e per quello che
restava, Germanico e tre suoi figliuoli maschi. Xel terzo luogo sostituì molti
suoiamici e parenti. Lasciò al popolo romano un milione d'oro; ed alle tribù
ottantasette mila e cinquecento scudi ; ed ai soldati preto- riani venticinque
scudi per uno ; ed allo compagnie de' soldati ch'erano a guardia della città,
dodici scudi e mezzo per ciascuno: ed ordinò che subito fussero pagati a
ciascun di contanti, che insino a quel dì gli aveva tenuti riposti e serbati
per tali'effeUi. Fece molti altri lasciti a varie persone^ e ad alcuni lasciò
iDfìno alla somma di cinquecento scudi di entrata i' anno : dicendo che
l'avessero per iscusato, che le facoltà non si distendevano più oltre e che a'
suoi eredi non veniva a toccarne più che tre mi- lioni e settecento cinquanfa
mila: non ostante che ne' venti anni prossimi gli f ussero venuti in mano, per
testamento de' suoi amici,, la somtna di cento milioni d'oro ; perciocché quasi
ogni cosa, con due eredità paterne insieme con le altre «redità lasciategli,
aveva consumato nelle occorrenze della Repubblica. Ordinò che Giulia sua
figliuola e Giulia sua nipote, venendo a morte, non f ussero messe nel suo
sepolcro. Delli v'oUihii lasciati insieme col testamento, in uno scrisse tutto
quello ch'ei voleva che si fa- cesse nelle sue esequie; nell'altro era una
breve annotazione di tutte le cose fatte da lui ; le quali ordinò che fussero
intagliate in tavole di rame e poste dinanzi al mausoleo; nel lerzo era no-
tato brevemente in che termine si trovavano allora le cose dello imperio romano
e quanti soldati vi erano, e dove e sotto quali insegne, e quanti danari si
ritrovavano nello erario pubblico, e quanti nel fisco privato, e tutti i
residui che restavano a riscuo- tersi delle entrate pubbliche. Lasciovvi ancor
notato i nomi- dèi suoi servi e de' suoi fiberti, acciocché ei potessino dopo
la sua morte riveder loro il conto di tutto quello che del pubblico ave- vano
maneggiato. . 'LA VITA ED I FATTI DI TIBERIO CESARE NERONE TERZO IHPERATOR
ROMAHO La famiglia de' Claudii, patrizia (perciocché e' ne fu anco On'al- tra
plebea, non minore né di potenza, nè,di riputazione) ebbe origine in Regillo,
terra de'Shbini. Quindi sendo Roma nuova- mente edificata, venne ad abharvi con
gran numero-di suoi amici e partigiani, per mezzo ed opera di TitoTazio,
compagno di Rp- mulo nello imperio; ovvero (il che era più manifesto) sei anni
incirca dopo la cacciata dei re sotto Appio Claudio, capo di quella famiglia, e
fu dai padri accettata nel numero de!patrizii, e le fu assegnato dal pubblico
po' suoi clienti quella parte del contado eh' è di là dal Teverone, e per la
sua sepoltura le fu dato appiè del Campidoglio. Furono in pro(:esso di tempo
nella detta fami- glia venlotto consoli, cinque dittatori, sette censori.
Ottenne sei volte il trionfo e due volte l'onore della vittoria senza il
triónfo. Ed avendo di molti e varii prenomi e cognomi, s'accordarono tutti
insieme a rifiutare il prenome di Lucio; perciocché due di' loro, che erano
cognominati Lucii, l'uno fu condannato per ladro, l'altro per omicida. Tra gli
altri cognomi prèse ancor quello di Nerone, che in lingua sabina significa
forte o valoroso. Della gente de' Claudii, con alcune memorre di quella casa.
Appariscono molte belle ed egregie opere fatte da molti della famiglia de'
Claudii in servigio della Repubbhca, per le quali hanno meritato assai ; e
molte ancora in danno di quella e poco onorevoli. Ma per raccontar quelle che
sono più notabili, Appio Cieco dissuase il popolo romano a 'eohfederapsi con
PiirO) come cosa poco salutifera alla Repubblica. Claudio Caudice, essendo
stato il primo de' Romani a entrare m mare con armata e pas- sare lo stretto di
Messina, discacciò di Cicilia i Cartaginesi. Claudio Nerone, venendo Asdrufoale
di Spagna con gran gente, prima che e' si congiugnesse col suo fratello
Annibale, lo ruppe. Dall'altra banda Claudio Appio Regillano, uno de' dieci
uomini preposti alle leggi delle dodici tavole, acceso dello amore di Vir-
ginia figliuola di Lucio Virginio cittadino romano, ancora pal- mella,
ingegnatosi con produrre falsi testimonii, di farla divenire serva, e condurla
in poter d'u« amico suo, per isfogare per tal via la sua libidine, fu cagione che
la plebe la seconda volta si divise da' nobili. Claudio Druse avendo fatto fare
una statua in suo onore, e collocatola con la diadema (insegna regale) intesta,
lungo la piazza d'Appio, tentò col favore ed aiuto de' suoi parti- giani e
clientoli, di occupare T Italia. Claudio Fulcro essendo con l'armata in
Cicilia, e per antivedere il successo della guerra^ dando beccare a' polli, né
volendo- essi beccare, facendosi beffe della religione, gli buttò in mare
dicendo che bevessero, poiché non volevano mangiare ; ed appiccata la zuffa,
rimase con tutta l'armata perdente. Ed avendo per ordine' del senato a nominare
il dittatore, per riparare a tale inconveniente, mostrando pure di farsi beffe
e tener poco conto del pencolo che soprastava alla città, nominò dittatore
Iliciasuo ministro. Simigliantemente delle femmine dì cotal famiglia ci sono
esempii in prò ed in contro : perciocché di due Claudie che furono in detta
casa, l'una fu quella vergine vestale, la quale se n'andò al guado del Tevere
dove era rimase in secco la nave che portava la immagine di Cibele madre degli
Iddii, con tutti i suoi sagramenti, e la trasse di quel luogo, avendola pregata
che s'ella aveva conservata insino a quel di la sua pudicizia, ne venisse con
lei. L*altra fu la figliuola di Appio Cieco, la quale, come cosa insolita alle
donne, meritò d'esser condannata per aver usato parole prosontuose contro alla
maestà dei popolo romano : perciocché, tornando da veder la festa, e per la
gran calca delle genti non potendo passare oltre colla carretta che la portava,
disse ad alta voce ; che desiderava che il suo fratello Fulcro resuscitasse e
perdesse un'altra ar- mata come quella di prima, acciocché la calca e
confusione della gente di Roma fusse minore. Oltre a ciò é cosa notissima che
tutti i Claudii, eccetto solamente Fublio Clodio, il quale per po- ter ottenere
il tribunato, e mediante quello cacciare Cicerone di Roma, si fece adottare da
un uomo plebeo e di mancx) età di lui, IO SvKTONio. Vite dei Cesari. furono
sempre degli ottimati ed unici fautori della dignità ed autorità de*patrizii, e
tanto crudeli nimici d«lla plebe, che es- sendone uno condannato a morte, non
si potè mai indurre a di- chinarsL e raccomandarsi al popolo in abito mesto a
macilento (secondo il costume) per essere assoluto ; e tra loro ve ne furono
alcuni, i quali nel disputare e litigare ebbero ardire di battere i tribuni
della plebe. Fuvvi ancx)ra un'altra vergine vestale, la quale, trionfando il
fratello contro alla volontà del popolo, montò sopra il carro trionfale di quello
o lo accompagnò insino in Cam- pidoglio; acciocché i tribuni non avessero
ardire contro .alle sacre constituzioni impedirlo o contrapporsegli. . Da quale
stirpe traesse Tiberio la spa origine. Di questa stirpe è disceso Tiberio
Cesare per padre e per ma- dre ; per padre ebbe origine da Tiberio Nerone, per
madtre da Appio Fulcro, i quali amendui furono fìghuoli di Appio Cieco. Fu
ancora introdotto nella famiglia de'Livii, essendo stato adot- tato in quella
il ^suo avolo materno. Questa famigha, sebbene era plebea, tuttavia ella fu di
gran riputazione ed. autorità nella Repubblica romana. Ebbe otto consoli, due
censori, trionfò tre volte, ed ebbe un dittatore ed un maestro de' cavalieri.
Fu an- cora illustre per gli uomini valorosi che in quella si ritrovarono, e
massimamente per la virtù di Livio Salinatore, e dall'uno e dell'altro Druse.
Livio Salinatore essendo censore, condannò tutti quelli delle tribù come uomini
leggieri, perciocché avendolo tutti insieme, dopo il primo consolato,
condannato e punito in da- nari, di nuovo lo crearono consolo e dipoi censore.
Dr^iso am- mazzò a corpo a corpo il capitano de' nimici chiamato Dfuso ; o
dipoi fu cosi cognominato con tutti i suoi discendenti. Dicesi an- cora, che
essendo vice-pretore in Francia, ricuperò dai Senoni l'oro che eglino avevano
già ricevuto nell'assedio del Campido- glio; e che non fu loro ritolto da
Camillo, siccome è scrìtto. 11 figliuolo del suo bisnipote, per essersi portato
valorosamente contro a' Gracchi, fu chiamato padrone e difensore del senato; e
lasciò un figliuolo, il quale pel medesimo conto della legge agra- ria,
travagliandosi assai, hi morto a tradimento dalla fazione con- traria. Del
padre di Tiberio. Il padre di Tiberio, essondo questore di (iaio Cesare
proposto all'armata nella guerra alessandrina, fu in gran parte cagione di
quella vittoria : perchè sostituito pontefice in luogo dì Publio Scipione, fu
mandato in Francia a coodurvi Romani abitatori, de' quali ne collocò, infra
Tàltre terre, una parte in Narbona e>d. un'altra in Àrli. Nondimeno,
ammazzato che fu Cesare, seudo ognuno di parere^ e deliberando, per ovviare a'
tumulti, che di tal fatto non si parlasse più, esso, oltre all'essere di
opinione •contraria, aggiunse ancora che egli era bene che f ussero pre- miati
quegli che avevano morto il tiranno. Appresso^ uscito che •egli fu dell'uffizio
della pretura, essendo nata discordia nella fine dell'anno tra Ottavio,. Marco
Antonio e Lepido, ritenutesi le m- segne del predetto magistrato oltre al tempo
consueto e debito, se n'andò con Lucio Antonio consolo, fratello di Marc'
Antonio, a Perugia. Essendosi tutti gli altri arrenduti ad Ottaviano, egli
solamente non si volle arrendere, né mutare di opinione ; e prima &\ fuggì
a Palestrìna, dipoi a Napoli. E tentando di commovere e «sollevare i servi, con
prometter loro la libertà, né gli riuscendo il disegno, rifuggì in Cicilia a
Sesto Pompeo ; né essendogli stata data audienza così prestamente, anzi
proibitogli lo usare le in- segne del pretore, passò in Acaia a Marco Antonio,
col quale sendo in breve fatta la pace universale ira tutti, ritornò in Roma ;
€ domandandogli Augusto la sua moglie Livia Drusilla, che era gravida, o della
quale gli era' prima nato Tiberio, gliela concesse^ ' -e poco dipoi si mori,
lasciando due figliuoli,^ Tiberio Nerone e Druso Nerone. Il luogo e tempo della
nascita di Tiberio. Hanno stimato alcuni Tiberio esser nato a Fondi, mossi da '
tina leggier congettura, che la sua avola materna fu di Fondi ; e che poco
dipoi per deliberazione del senato iu posto in Fondi in pubblico una statua in
onore della Felicità. Ma i più e più- veri autori scrivono che nacque in Roma
nella regione del pa- lazzo, a' sedici di novembre, sendo consoli Marco Emilio
Lepido la seconda volta e Munazio Planco, dopo la battaglia fatta a Du- razzo
contro a Bruto e Cassio : e così é scritto ne' libri delle azioni del senato e
delle cose sacre. Sono alcuni nondimeno che scrivono, lui esser nato Tanno
innanzi che fussero consoli Irzio' e Pansé ; ed alcuni altri l'anno seguente,
sondo consoli Servilio Isaurico ed Antonio. Infanzia e puerizia di Tiberio. •
Essendo ancora in fasce, e poi che egli fa alquanto più gran- dicello, ebbe di
molti travagli ed anche fu molto accarezzato ed onorato : conciossiachè il
padre e la madre, dovunque e* fuggirono, sempre lo menarono con loro, e
trovandosi vicino a Napoli fu due volte per manifestarsi col pianto, mentre che
e' cercavano ascosamente di un naviglio per fuggir dinanzi a' lor nimici, che
in un subito s'erano scoperti lor sopra; primieramente quando e' lo tolseno con
molta furia e prestezza di collo alla nutrice che lo -allattava ; appresso di
grembo alla madre; come quelli che per avanzar tempo cercavano dì alleggerir di
peso le donne, onde elle fussero più spedite a montare hi nave. Avendo ap-
presso cerco la Cicilia e TAcaia fu dai Lacedemoni, che erano sotto la tutela
de' Glaudiì^ ricevuto in pubblico e da persone pubbliche nello andarsene
accompagnato ; e partendosi di notte fu per capitar male, perciò che nella sei
va^.dov' egli erano en- trati, si levò subito una fiamma di fuoco intomo
intórno, e gli circondò in modo, che a Livia sua madre si abbruciò una parte
della veste e de'càpegH. Sono ancora in essere le cose, che gli furono donate
da Pompea sirecchia di Sesto Pompeo in Cicilia: ' cioè una veste militare, ed
un grembiulino ed un pendente a guisa di cuore, e si dimostrano a Baia. Poi che
egli fu tornato in Roma, essendo adottato da Marco Gallio senatore pen testa-
mento, prese la eredità, ma non volle pigliar il nome di quello: perciò che questo
tale era stato delle parti contrarie ad Augusto. Aveva nove anni, quando in
lode del padre, che era morto, fece una orazione in pubblico. Appresso avendo
già mutatala voce, accompagnò il carro trionfale di Augusto nella vittoria che
egli ebbe contro a Marco Antonio e Cleopatra, lungo il promontorio di Azio,
essendo il primo a cavallo vicino al carro dalla man sì* - nistra :
conciossiachè Marcello figliuolo di Ottavia ca valcasse il primo dalla man
destra. Fu ancora capo ne' giuochi e feste che si facevano in memoria della
sopraddetta vittòria: e sìniilmente no' giuochi circensi fu capo di una squadra
di giovanetti nobili della sua età. f Deiradolescienza e delle di lui mogli. f
Preso che egli ebbe la toga virile, dalla sua giovanezza per insìno che e' fu
fatto principe, fece le infrascritte cose : primie- ramente fé' celebrare il
giuoco de' gladiatori in memoria del padre e ancora in menaoria di Druso suo
avolo: non già nel mede- simo luogo, né in un tempo medesimo; perciò che in
onore del padre lo fé' celebrare in piazza, ed in onore delFavolo nello an-
fiteatro: dove ancora fece entrare in campo a combattere alcuni gladiatori
vecchi, e che già erano licenziati, e fatti esenti^ cor. accrescere loro di
premio due mila cinquecento scudi. Fece an- presso di me : ricordandomi di quei
versi d'Omero : Avendo costui in comps^nia ritorneremo Tuno e 1 altro dal fuoco
ardente; perciocché gli òdi .grandissimo an- tivedere. Quando io o per lettere
o a bocca ho nuoVe di te, et che io intendo che tu sei per le assidue fatiche e
travagli cqA estenuato^ non abbia io mai bene, se io non mi sento tutto alte-
rare, e ti prego grandemente che tu ti abbi riguardo; acciocché lo intendere io
e tua madre che tu sia indisposto e non ti senta bene, non sia cagione di farci
terminare la vita nostra, e che il popolo romano non venga in pericolo di
perdere lo Stato, perchè il mio star sano o di mala voglia poco importa, purché
stia sano tu. Io prego gli Iddii che a noi ti conservino e ci concch dano
grazia che tu stii sano ora e sempre; se già il popolo romano non è venuto loro
in odio. Uccisione del giovane Agrìppa ed altre di lui operazioni. - Egli non
prima palesò la morte dì Augusto, ch'ei fece ammaz- zare il giovane Agrìppa da
un tribuno de' militi il quale lo aveva in guardia. Costui lette alcune lettere
che ciò gli comandavano, messe tutto in esecuzione. Non si sa bene se
Augustarlasciò le predette lettere con quella commissione al suo moriréy per
tor vìa ogni occasione di scandolo e di garbuglio; o se p^n;^.Ìe fu- rono
dettate da Livia con saputa di Tiberio; ovvero cbe^Tiberio non ne sapesse cosa
alcuna. Tiberio una volta scrivendogli il tribuno che aveva fatto quello che
gli era stato comandato, ri- spose, che non gli aveva comandato cosa alcuna : e
che di tutto ciò che gli aveva fatto ne avrebbe a render conto al senato : o
vedesi manifestamente che rispose allora in questo modp per fuggire il biaisimo
ed evitare quel carico, pprciò che egfi dipoi lasciò passar la còsa senza farne
parola alcuna. Suoi gemiti sulla lettura fatta in Senato del testamento
d'Augusto. Avendo appresso, per Fautorità ch'egli aveva come tribuno, fatto
ragunare il senato, cominciò a parlare sopra a' casi della Repubblica; e quasi
che egli non potesse resistere al dolore, messe un gran sospiro mostrando di aver
desiderio, che non so- lamente la voce, ma ancora lo spirito gli mancasse e
porse a Druse suo figliuolo l'orazione ch'egU aveva scritta, acciò che egli
finisse di leggerla. Appresso fatto venire il testamento d'Au- gusto non messe
dentro alcuno di quelli che s'erano soscritti, se non chi era dell'ordine
senatorio ; agH altri fece ricx)noscere la mano fuori della corte ; facendolo
recitare e leggere a un suo lìberfo. Cominciava il testamento in questo modo :
Poi che Tavr versa fortuna mi ha tolti ì miei figliuoli Gaio e Lucio, voglio
che . sia mio erede per i due terzi Tiberio Cesare : e da queste parole si
confermarono neiropinione loro quelle persone che afferma- vano che Augusto lo
avesse eletto per suo successore, più per non aver potuto fare altro, ohe perchè
egli lo avesse giudicato a' proposito, non avendo potuto astenersi di usare
parole così fatte. ', Quanto si facesse pregare prima di acconsentire di
ricever Tlmperio. Àncora che senza rispetto alcuno egli avesse preso il governo
(li Roma e cominciato a trattare quelle cose che occorrevano, con aversi fatto
una guardia attorno di soldati, il che dimostrava, che violentemente e per
forza voleva signoreggiare ; nondimeno stette un gran pezzo alla dura,
ricusando molto audacemente, e mostrando di non volere accettare un tal carico
: ora confortando i suoi amici, ora riprendendogli con dire dhe ei non sapevano
" quanto. gran bestia fusse lo imperio: ora dando certe risposte
irrisolule e che si potevano interpretare in più modi; stando astùtaiAénte in
su l'onorevole, e tenendo sospesi i senatori i quali se gli erano gittati a'
piedi e caldamente lo pregavano che volesse accettarlo. Di maniera che alcuni
di loro cominciarono it non potere aver più pazienza; é tra gli altri ve ne ^u
uno che in quella confusione e tumulto disse ad alta voce^ talché fu sen- tito
da ognuno : Se ei lo vuol pigliare, piglilo ; e se non lo vuole, lasci^ stare.
Un altro fu che gli disse, che gli altri eran soìiti attenere tardi quello che
e' promettevano, ma che egli promet-r leva tardi quello che di già aveva
ottenuto. Finalmente, quasi necessitato e sforzato, con dolersi che il carico,
ché^li era posto ' sopra alle spalle, era una misera e gravosa servitù, accettò
l'im- perio ; tuttavia con dare speranza di aversene qualche volta a liberare e
di porre quel peso ; lo cui parole furono I9 infrascritte : Pure che io arrivi
a quel tempo, quando e' vi parrà cosa giusta (li dare qualche riposo alla mia
vecchiezza. L«» ragioni por le quali si era mostrato difficile ad assumere
Tlmperio, ed altri di lui fatti. La cagione perchè egli «lava così alla dura,
era il timore dei jx^ricoli che da ogni banda gli soprastavano ; tale che
diceva spesse volte che ei teneva il lupo per gli orecchi. E percip che un
servo di Agrippa^ chianmto Clemente, aveva ragunato buon numero di gente e da
non se ne far beffe, per vendicar la morte del suo padrone, e Lucio Scribonio
Libone uomo nobile nascò- mente andava roachinando cose nuove centra a Tibeho,
s'erano abbottinati i soldati che erano nella Schiavonia, e quelli che erano in
Germania; e Tuno e Taltro di questi eserciti addoman- davano cose
strasordinarie e non solite di concedersi. E primie- ramente volevano che i
soldati pretoriani e che erano a guardia deirimperadore, fussero pagati a
ragguaglio de' soldati romani che si ritrovavano in Germania. Altri di' loro
erano che dicevano che lo imperadore che si era eletto non piaceva .loro, e che
non s'erano trovati a crearlo; e facevano gran forza a Grermanico ni- pote
d'esso Tiberio e da lui adottato, il quale era loro capitano, e lo stimolavano
che egli occupasse la Repubblica : non ostante ch'ei s' ingegnasse in tutti i
modi di raffrenarli e far loro resi- stenza. Tiberio adunque temendo
grandenfientedi questi tumulti, pregò i senatori che dividessero lo imperio e gli
dessero a go- verno quella parte della Repubblica che a loro pareva cotweniente
; perciò che un solo senza compagnia non era sufficiente a gover- narla e che
aveva più tosto bisogno di parecchi che.di lin solo, i quali gli aiutassero a
reggere tal peso. Finse ancora di essere ammalato, acciò che Germanico
quietasse l'animo con pensare di avergli presto a succedere o almeno di avere a
esserli com- pagno nel principato. Avendo in cotal guisa fermo gli animi dei
soldati, astutamente e con inganni a Clemente fé' por le mani addosso. Con
Libone non fece altro, se non che ivi a due anni in presenza del senato lo
riprese, mostrandogh ch'ei non^yeva ben fatto a macchinare contro al principe ;
né volle precedere seco più avanti e per non inasprire la cosa, acciò che non
n'a- vesse a solver qualche maggiore scandolo : bastandogli in quel mezzo di
starsi a buona guardia. Onde sacrifìcando esso Libone tra i pontefici, ordinò
che in vece del coltello chiamato secespita, col quale essi pontefici
sacrificavano, gliene fusse dato uno di piombo per assicurarsi di lui ; e
quando ei veniva a parlargli in segreto, faceva sempre venire alla presenza
Druse suo figliuolo : i né altrimenti gli dotte mai udienza. E quando alcuna
volta pas- seggiava con lui, usava sempre tii tenerlo per la man destra, insin
a tanto che e' fusse fornito il ragionamento : mostrando così di appoggiarsi
sopra di quello. Ottimo suo introito al principato. Assicurato che ei si fu dal
sopraddetto. sospetto e timore, da principio si portò molta civilmente nel
conversiare, trattando le cose non altrimenti che se fusse stato una persona
privata. E tra' molti e grandi onori che gÙ furono oiffertì, non ne accettò
alcuno, se non alquanti e di poca importanza; tal che appena concesse che il
suo natale, il quale era nel dì che i giuochi circensi si celebravano, per dare
spasso al popolo, fussei onorato in cosa alcuna . fuori deirordinario. Solo
acconsentì che sì ag- giugnesse in onore suo una carretta di quelle che son
tirate da due cavalli ; né mai volle che in suo onore fussero edificati tempii,
né ordinatoli sacerdoti, né. poste statue ovvero immagini: e se pure lo
permesse alcuna voita^ lo fece con patto che la sua statua non fusse posta tra
quelle degli Iddii, ma per ornamento dei tempii. Non volle ancora che si
giurasse in suo nome, nò che il mese di settembre fusse chiamato Tiberio e
quello di ottobre Livio. Ricusò il titolo d*imperadore e il cognome del padre
della patria e la corona civica heirantiporlo delle case Palatine: né mai si
fece chiamare Augusto (con tutto che ciò gli fusse eredi- tario) nelle lettere
che da lui erano scritte, da quelle in fuori che egli scriveva ai re e
potentati. Fu solamente tre volte con- solo; e la prima volta stette pochi
giorni nel detto magistrato, la seconda tre mesi, e la terza, non essendoin
Roma, la tenne dal primo di gennaio insino a quindici di maggio. Sprezzò e
vietò le adulazioni; Fu intanto nimico delle cerimonie e adulazioni, che er non
volle mai d'intorno alla sua lettiga alcuno de' senatori, o per accompagnarlo o
per altri affari. Oltre a ciò gittandosegli una volta a' piedi, per fare il
debito suo, un cittadino che era stato consolo, si tirò indietro con sì fatta
prestezza e-furia,.che el venne •a cadere rovescio. E quando alcuno parlando
secofamigliarménte, o veratnente parlando in pubblico, diceva di lui cosa che
avesse dello adulatore, senza riguardo alcuno gli rompeva le parole in fiocca e
lo riprendeva e mutava il vocabolo che quella tal per- sona aveva usato ;
talché essendo ima volta stato chiamato si- gnore, fece intendere a quel tale
che altra volta non volesse in- giuriarlo, chiamandolo per nome così odioso ; e
dicendo un altro te tue sacre occupazioni, gli fece mutare quel sacre e volle
che e' dicesse laboriose. Un altro dicendo, che per sua autorità era venuto in
senato, volle che e' mutasse quel per sua autorità e che dicesse per sua
persuasione. Sua tolleranza) nel comportare le ingiurìe e maliUcenze. '
Sopportava ancora molto pazientemente quelli che dicevano mal di lui e quelli
ancora che lo diffamavano e componevamo versi vituperosi in dispregio di lui o
de'supi amici e parenti; usando di dire che in una città libera gli anioii e
lingue dovevano ancora, esser libere. E pregandolo il senato con grande istanza
che si andasse ricercando chi fussero quelle male Knguee che e' fussero
gastigati e fattone dimostrazione, i^spose:. Noi abbiamo da fare davanzo, e
troppa briga sarebbe la nostra a volere atten- dere ancora a cotesto. Se voi
aprite una tal finestra, non ci sarà mai altro che fare ; perciò che sotto questo
colore ciascuno cer- cherà di sfogarsi e vendicarsi co' suoi nimici,
accusandogli per male lingue. Dicesi ancora oggidì che egli usò di dire nel
senato le infrascritte parole, le quali furono molto umane e benigne, cioè : Se
alcuno ci vorrà dire in contrario, io m'ingegnerò in tutto quello che io avrò
detto e fatto di dar buon conto di me ; e se ei seguiterà di volere esser
nimico a me, io sarò nimico a lui. Suo rispetto e stima del Senato. Ma più
notabile è, qhe nel chiamare e riverir ciascuno in par- ticolare e similmente
in universale, egli aveva in un certo modo trapassato il segno della umanità;
talché essendo in senato il suo parer contrario a quello di Quinto Aterio, gli
disse : Io ti prego che tu mi perdoni, se parlando come senatore un poco alla
libera, io sarò di contraria opinione. E parlando in univer- sale, disse non
solamente al presente, ma molte volte ancora per Taddietro: Affermo, padri
conscritti, che al buon principe, a cui voi date così piena e libera autorità,
s'appartiene non sola- mente di servire al senato ed a tutto il popolo insieme,
ma an- cora di riconoscere per suo maggiore e superiore óiascun citta- dino in
particolare. Né mi pento d'aver questa opinione, né d'aver parlato in questo
modo; perèiocchè io vi ho trovati seiS- pro giusti e favorevoli inverso di me,
come miei signori e padroni che io vi tengo. . TKRzo iMsmk'sqn» Restituito
i*antÌGO potere alSénato. Oltre a ciò iiitrodusse in Roma una certa apparenza
di libertà, conservando al senato ed a tutti. i magistrati T^utorità che prima
aveano ; riferendosi in qualunque cosa piccola o grande die ella si fusse, così
pubblica come privata, a' padri conscritti, come delie entrate e gabelle; degli
arrendatori ed appaltatori ; dello edificare o rifar di nuovo alcuno edifìzio :
oltre a ciò dello eleg- gere e licenziar soldati, del far nuove genti de'
romani, ovver de' soldati ausiliarii: e finalmente si riferiva ancora al
senato. di coloro acquali si dovevano prorogare i governi degli eserciti e
l'amministrazione delle provincie; ed a cui si doveano com- mettere le guerre,
se alcuna ne sopravveniva per lo strasordi- nario; e come. ed in che modo
piacesse loro di rispondere alle lettere che i re scrivevano. Oltre a ciò
costrinse un capitano di cavalli, il quale era stalo accusato per uomo rapace e
violento, a esaminarsi dinanzi al conspétto de' senatori. Sempre entrò solo in
senato, salvo che una volta che egli si fece portare in lettiga, per essere
infermo : e non volle che nessuno lo accompagnasse, se non quelli che lo
portavano. Sua pazienza eoa quelli che combattevano le sue opinioni. Non fece
mai pure una minima parola di cosa che fosse deli- berata contro al suo parere;
onde una volta essendo di parere che e' non fusse bene che coloro, a* quali era
dato thagistrato alcuno, si trovassino assenti, acciocché ei potessino
esercitar l'uffizio e contentarsi del carico che era dato loro, ritrovandosi
presenti ; nondimeno contro al suo parere, uno cVera stato di- segnato pretore,
ottenne dì potere essere presente ed assente, come a lui pareva. Un'altra volta
parendo a lui che certi da- nari che erano stati lasciati a quegli di Trebbia
per edificare un teatro, si dovessero convertire in rifare e lastricare ima
strada, non potette ottenerlo, e bisognò che ifiisse eseguita la volojatà del testatore.
Oltre a ciò mandandosi a partito in senato una certa deliberazione, dove quelli
ch'erano d'una opinione s'ave- vano a ritirare da una banda e quelli ch'erano
d'opinione con^ traria s'avevano a ritirare dall'altra; Tiberio accostandosi a
queUi ch'erano manco di numero, non ebbe alcuno cbe lo se- guitasse : e cosi
ogni altra cosa si governava in Roma per Tor- dinario e per via de' magistrati.
E tanta era l'autorità de' con- soli, che gli ambascìadorì delF Africa ebbero
ardire d'andar a trovarli e dolersi che Tiberio, al quale da' suoi superiori
eran stati mandati, non voleva spedirli e gli mandava per la lunga. Né ciò è
cosa da maravigliarsene, essendo manifesto, ch'egli ancora, quando i consoli
comparivano, si rizzava in pie, e ne) passare per la via dava loro luogo.
Alcuni suoi modi civili e cittadineschi. Riprendeva oltre a La lussuria e
libidine. ^ Dimorandosi a Capri fece accomodare un luogo ed una stanza con
certe seggiole attorno attorno a guisa di un bordello, dove egli potesse
sfogare segretaoiento la sua libidine : e vi fece con- durre, di qualunque
luogo ei potette averne un gran numero di femmine e di fanciulli e di
garzonotti assai ben grandi : oltre -a ciò fé' venire alcuni maestri, che
insegnavano i modi di usare l'un con l'altro disonestamente, ì quali da lui
erano chiamati spintrie. Faceva adunque che i predetti giovani s'abbracciavano
insieme a tre a. tre, l'un dietro all'altro, ed in sua presenza usa- vano
carnalmente insieme ; e ciò faceva^ìer riavere il gusto « le forze della perduta
libidine. Ed avendo fatto apparecchiare camere e letti da dormire in diversi
luoghi, in ciascuna camera aveva fatto appicare certe tavolette, dove eran
dipinti molti stravaganti modi di venire all'atto della libidine, facendo loro
studiare certi libri lascivi e disonesti che erano stati composti da uno chia-
mato Elefantide: acciocché ciascuno di loro sapesse, in che modo egli si aveva
a maneggiare ed atteggiare, secondo da che banda e' sidri trovava. Aveva oltre
a ciò in certi boschetti e luo- ghi ameni e dilettevoli, fatto fare alcune
stanzette vicine l'una all'altra molto lascive e libidinose ; dove i maschi e
le femmineper antri, spìlonche, grotte e tane, s'andavano a guisa di satirettf
e (ii ninfe arrovesciando l'un l'altro : e già tutti quelli che di Capri
tornavano in Roma, volgarmente e senza rispetto alcuno lo chia- ^ inavano
Caprineo. infami sue oscenità. Le cose che appresso si diranno e che di lui
sono stale scritte sono ancora molto più vituperose e da vergognarsi, non che
al- tro a crederle, non che dirle o starle ad udire. Procacciava i fanciullini
ancor tenerelli, i quali da lui erano chiamati i suoi piscicoli ; mentre che e'
si bagnava, voleva ehe essi gli sguiz- zassero tra le gambe e gli scherzassei-ó
intorno cosi dolcemente mordendolo e leccandolo. Oltre a ciò, si accostava i
bambini un pochette grandicelli, ma non perciò ancora spoppati^ alla testa del
membro come a un capezzolo di poppa ; e nel vero la na- tura e l'età, nella
quale egli allora si ritrovava, lo inclinava più a questa che ad alcuna altra
sorte di libidine. Perchè essendogli stato mandato una tavola, dov'era dipinta
Atalanta, la qual pi- gliava in bocca il membro di Meleagro ed avendogli quel
tale mandato a dire che se quella istoria non gli piaceva, gli man- derebbe in
quel cambio venticinquemila scudi, egli non sola- mente per cosa bella
l'accettò, ma ancora la fece appiccaiÌB nella camera dove egli dormiva. Dicesi
ancora che una volta sacrifi- cando ^'accese tanto sfrenatamente di quel
fanciullo che gli te- i neva innanzi il turribile deirincenso che appena
compiuto inte- | ramente il sacrifizio, egli lo tirò da banda e quivi nel
medesimo ; luogo sfogò la sua libidinosa voglia ; e allóra in quel punto an- ^
cera usò con un fratello del predetto ch'era sonator di piffero; . ed ivi a
pochi giorni fece spezzarle gambe ad amendui, percioc- ché e' si rimproveravano
l'uno all'altro tale scelleratezza. Disonestà vituperosa colle donne nobili.
Non risparmiava ancora le'nobili e gentil donne, Volendo che ancora esse con
bocca sfogassino la sua focosa e spòrca libidine; e che ciò sia vero, ne fa
fède una certa Mallonia, la quale egli j fece venire a sé per tale effetto e
perciocché ella non volle più, soffrire un sì fatto vituperio^ ordinò ch'ella
fosse accusata per adultera. £ dipoi essendo condannata e sentenziata, non si
vergognò a dimandarla, s'ella ancora si pentiva; talché levatasi di- j nanzi a'
giudici se n'andò prestamente in casa e col ferro te^ ! minò la vita sua :
palesemente rimproverando a Tiberio il \ vituperio ch'ella con bocca aveva
sopportato, chiamandolo vec- | chio setoluto e puzzolente. Onde in certe feste
ch'ivi a pochi | giorni si celebrarono, prese il popolo grandissimo piacere e
di- j mostrò d'aver molto caro e d'ascoltare con grandissima atten- zione certi
versi che pareano fatti in suo dispregio e disonore, i quah appresso s'andarono
divulgando: la- cui sentenza è che il becco vecchio si leccava ed ingoiava la
natura delle capre.Sua avarizia e Sordidezza- Fu molto avaro e meschino nello
st>endere. A' suoi cofCigiani che andavano seco in compagnia ó in viaggio o
in qualche spedizione, faceva solamente le spese senza dar loro salario alcuno.
Solo una volta usò liberalità con i danari di Augusto suo patrigno: e questa
fu, che avendo fatto in mare tre armate, donò alla prima, per essere più
onorevol dell'altre, quindici mila scudi, alla seconda dieci]j|||a j alla terza
cinquemila : di- cendo che gli uomini di questa ultima la quale era di manco
dignità, erano Greci, né jsi dovevano propriamente cennumeraure tra gli amici.
Ch'egli non fece alcun ediftzio pubblico, né rappresentò mai spettacoli, e sua
scarsezza mei dar altrui provvisioni. Poi che égli fu prihcipe, non fece in
pubblico edifizio alcuno che fusse bello o magni6co: perciocché avendo
Cominciato a fare edificare il tempio di Augusto e fare rinnovare e f istaurare
il teatro di Pompeo^ dopo molti anni lasciò Tuna e l'altra di queste opere
imperfette. Non fece anco celebrar feste di sorte alcuna: rare volte si ritrovò
^ quelle che da altri erano cele- brate; e tutto ciò faceva, perché non
l'avessero a richiedere, o a domandargli qualche, grazia, per essere stato
costretto a li- berar Azio componitore di commedie ch'era prima scjliavo*.
Avendo ancora sovvenuto a' bisogni di certi senatori che furono pochi, per non
avere più a soccorrere alcuno di loro, disse che non era per sovvenire più
alcuno di danari, Sje^ non provavano o facevano fede in senato d'essere in
necessità; e che le cagioni, per le quali eglino addomandavano d'essere
sovvenuti, fussero giuste e legittime. Onde \^ maggior parte di loro, per esser
persone nobili e costumate, vergognandosi, non si rappresen- tarono altrimenti
in senato ; tra' quali fu Ortafò nipote di Quinto Ortensio oratore, il quale a
persuasione di Augusto aveva preso moglie e ne aveva quattro fìgliuoli a
nutricare. Sua tenacità e miseria ed altre sue azioni. Due volte solamente
apparve^ in lui, quanto all'universale, qualche liberalità : l'una fu, ch'egli
servi in pubblico per tre anni senza interesse alcuno, di due milioni e
cinquecentomila scudi ; e l'altra fu che essendo arsi, nel Monte Celio alcuni
casamenti posti in Isola, fece stimare quello che valevano, e gli pagò a coloro
di chi erano. Quanto alla prìma liberalità fu for- zato ad usarla, perciocché
essendo grande strettezza di danari (j romoreggiando il popolo, ed addomandando
che si trovasse qualche rimedio alla necessità nella quale allora si ritrovava,
ordinò per un decreto del senato, che gli usurai spendesaero i due terzi de'
danari che sì trovavano ne' terreni del pubblico, e che quelli che erano
debitori del comune fussero costretti a sborsare allora i due terzi dellf^to.
L'altra liberalità l'usò per quietare gli animi, essendo allora i temporali
molto tristi ; ma egli si compiacque tanto di un tale benefizio, e gli parve^che
ei Tasse sì grande, che mutando il nonie di Monte Celio, volle die e' fusse
chiamato Augusto. A' soldati, poi che fu aperto e pub- blicato il testamento di
Augusto, nel ^uale egli aveva Ifisciato loro i danari, che di sopra abbiam
^etto, non diede cosa a solo dette cento scudi per ciascuno a' soldati
pretotwni^'' e* non avevano voluto acconsentire à Sciano nella C(K^p6 ('.ontro
di lui. Fece ancora certi donativi alle legioni di Boria : perciocché sole tra
le loro insegne non ritenevano ne^una im- magine di Seiano. Usò ancora molto di
rado di fare esenti -della milìzia ì soldati vecchi, come quelli, che dipoi che
gli erano vecchi, stava aspettando che e' morissero e dopo la morte di
usurparsi quello che sì avevano acquistato. Quanto alle Pro- vincie non diede
mai lóro sovvenimento, nò soccorso alcuno, eccetto r Asia ; dove i tremùoti
avevano fatto danno a^sai e ro- vinato alcuna città. Rapine ed estorsioni dello
stesso. Non passò molto tempo che egli si diede ancora alle rapine e ruberie
manifeste. Ciascuno afferma per cosa certa, che ei condusse Gneo Lentolo
augure, il quale era mblto ricco .e le cui entrate erano grandissime, con
minacciarlo a uccidersi da se medesimo, solo perchè e' morisse senza fìgliiloli
e rimanere suo erede. Condannò ancora a morte Lepida donna nobilissima, por
compiacere a Quirino uomo consolare ricchissimo, e senza figliuoli, il quale
l'accusava con dire ch'essa l'aveva voluto av- velenare, che erano già passati
venti anni, ch'egli l'aveva presa per moglie e dipoi l'aveva licenziata. Confiscò
oltre a mò i beni de' principali di Spagna, della Gallia e dì Seria e di
Grecia, per cose minime e di pochissima importanza; e tanto iugiarìosa- mente,
che tra gli altri vi furono alcuni acquali non fu apposto altro, se non che
eglino avevano parte della lor roba in danari. Tolse ancora a molte città ed a
molte persóne private i loro antichi privilegii eia giurisdizione ch'eg4i
avevano sopra 'alle gabelle ed entrate pnbblicho. Oltre, a ciò fece ammazzare a
tradimento Vonone re de' Parti e torgli ciò ch'egli aveva; il quale era stata
discacciato del suo regno, e con grandissima ricchezza s'era ritirato in
AntÌQc|4ajt come quello che avea fede ne' Romani e s'era promesso ][Jjj^-
l'avessero a difendere ed aiutare. DeH'odìó, che portava ai suoi congiunti e
pe^renti. L'odio che e' portava a* suoi. parenti, cominciò primieramente a
dilnos|trarlo contro a Druse suo fratello : perciocché egli ma- nifesta una
lettera, che il detto Druse gli scriveva, conforts^ndolo che sì.an^i^^ con seco
a costringere Augusto a restituire la libertà ^ popolo romano. Appresso
scoperse il suo mal animo contro a tutti gli altri. Non si piegò mai, pure a
usare un mi^ nimo atto di umanità inverso Giulia sua ni)oglie, come era suo
> debito, la quale era stata confinata da Augusto; talché non so- lamente le
fece intendere ch&ella non. uscisse di quella terra ^ ove ella era
confinata, ma ancora le proibì lo uscir di casa :. né volle acconsentire
ch'ella parlasse o praticasse con pei'sona alcuna. Oltre a ci.ò-ordinò che e'
non le fussero pagati i danari che da Aligusto pel suo vitto gli erano stati
assegnali ; mostrando di non voler fare cosa alcuna contro al dovere e contro a
quello che le leggi comandavano, . e che non avendo Augusto . fatpD menzione
alcuna della sopraddetta prpvisiene, non era ragione- vole ch'ella le fusse
pacata. Parendogli che Livia sua madre si volesse anch'ellà travagliare del
governo della Repubblica, se l'aveva recato a noia e fuggiva di trovarsi a
ragionar con 1«^^ talché di rado le parlava, nò voleva che i ragionamenti
fussero niolto lunghi è segreti, acciocché le brigate non si dessero ad
intendere ch'egli si governasse secondo il papere e consiglio di quella: ancora
che molte volte se ne servisse e n'avesse di bisogno. Ebbe similmente niolto
per male cheli senato,. oltre agli altri titoli, lo chiamasse figliuolo di
Augusto e di Livia; onde non volle acconsentire ch'ella fussé chiamata madre
della pa- tria, né che in suo onore fusse fatta alcun'altra dimostrazione dal
pubblico; anzi la riprose molte volte, con dirle, che a lei non istava bene di
travagliarsi ne' casi importanti della Repub- blica ed in quelle faccende che a
donna non si convenivano: li SvETONio. Vite dei Cesari. ed allora massimamente
la riprese, quando èi vide che in quella arsione che seguì vicino al tempio
della Bea Ve^ta, ella s'era mossa in persona a confortare il popolo ed i
soldatf che pronta- mente soccorressino la città in quel bisogno, siccome a
tempo dei marito era solita di fare. Suo odio colla madre. " ?••
Cominciarono appresso a tenersi favella l'uno -airaltro; e di- cono che la
cagione fu quella che appresso si dirà. Aveva più volte pregatolo Livia
chefusse contento^i fare abile uno ìlquale era stato fatto cittadino romano, a
potere essere nel numero dei giudici che di sopra abbiamo detto ; e fihalmente
le fa risposto da Tiberio che voleva che nella tavola dove si notavanó4 nomi
do' giudici fusse scritto ancor questo, cioè che la madre lo aveva forzato a
fare quell'abilità a quel tale e che altrimenti | non era per farne nulla. Onde
ella ne prese sdegno e gli mostrò 1 corte lettere da lei conservate di Augusto,
nelle quali, venendo, a un certo passo, si dimostrava quanto Tiberio fusse
intollera- bile e di perversi costumi. Dicono adunque che Tiberio ebbe tanto
per male ch'olla avesse conservato tanto^tempò le predette lotterò con si fatta
rabbia rinfacciatogli le parole di Augusto, che alcuni pensano che tra le
cagioni che lo mossonò a . pairtirs di Roma ed andarsene ad abitare a Cdpri,
qtiésta fosse la prin- cipale; he mentre che egli si dimorò nella predetta .
isola . vide mai la madre, se non una volti in tempo di tre ani^i che ella
visse; e quella volta ancora non istette :n)olto seco, a ragiona- mento, né
l'andò mai a visitare nella sua infermità. E poi ch'ella fu morta, tenne più
giorni lo gènti sospese eoo dare speranza di voler ritrovarsi alle sue esequie,
tanto che finalmente essendo già il corpo corrotto e guasto, la seppellirono
senza lui; 'Non volle ancora ch'ella fusse consagrata e deificata, mostrando
che ciò gli fusso stato imposto da lei. Non. tenne conto alcuno dH testamento
ch'ella aveva fatto. Perseguitò In breve tem^k) tutti i suoi amici e familiari,
per insino a quelli ai quali^nel suo mo- rire aveva lasciato- la cura di far
celebrare le sue esequie ; nno de' quali, ch'era dell'ordine de' cavalieri, fu
da lui condannato e confinato nell' isola di Anticira. ',. " Sua crudeltà
ed odio Verso i figiryoUv .. Quanto a' figliuoli, nò 01*1180 cirera legittimo'
e naturale, né Germanico ch'era adottivo fu da lui amato con paterno affetto.
Dispiacevangli i difètti di Druéo, parendogli che e' fosse ttna per- sona molto
rimessa e fredda e troppo facile di natura, onde egli non mostrò plinto dr
contristarsi della §ua' morte ; e quanto se- ^ guo di dolore e' fece, fu che
celelyrate l'esequie, non cbsì subito' tornò alle sue faccende ordinarie e
consuete. Non volle che le . botteghe stessine serrate molto, nò che si facesse
altra xlimostra- zione : oltre a ciò sehdo venuti gli ambasci atori.d' Ilio
alcjuanto tardi a condolersi cori es^osecq e confortarlo a pazienza, come se il
dolore fusse in tutto passato via, rispose loro ridendo, che ancora egli si
doleva della loro mala sòrte, poi ch'egli avevano perduto un cittadijio tanto
egregio -come fu Ettore. -Quanto a Germanico, fu sempre nimico dall'opere va lo
rose di. quel lo ^ mo- strando che le non fussero tanto quanto si slimava ;.e
die molle cose ch'egli avea fatte erano state senza, proposito ; eie sue glo-
riose vittorie biasimava come dannose «l poptjlo romano. Ma ^ sopra a ogni altra
cosa. gli dispiacque tJhe per fa gran carestia che in subito era venuta in
Alessandria egli vi fusse andato senza sua saputa, e si querelò dì lui
grandemente in senato. Credesi ancpra che Gneo Pisone legato della Siria
lo" facesse morire per ordine di Tiberio. Costui esse;ido.iyi a poco tempo
accusato per, tale omicidio, pensano alcuni ch^egli avrebbe manifestatole com-
missioni avute da Tiberio, ma che non lo fece, perciocché elle eran segrete e
non si potevano provare per tesiimonii. Egli adun-. que n'acquistò gran biasimo
e m fu incaricato assai ; e molle volte si senti a gridare di notte : «
Rendici. Germanico. » Con- fermò appresso questa mala opinione che si aveva di
lui, avendo trattato mollò crudelmente la moglie ed i figliuoli di GermaliiccK
Sua crudeltà ed odio verso. la nuora. Èssendosi Agrippina sua nuora per la
morte del suo' marita . Germanico rammaricata un poco troppo hbepam&nte ;
la grese per jnano con dirgli questo verso in gr^co: « A tè pare, figliuola .
mia, die li sia fatta ingiuria perche tu non sjbì l'impei^atrice ; » né ella da
quel terhpo innanzi ebbe mai grazia dì potergli parr' lare, perciocché una sera
a tavola non volle guMare certi,poiì[ìi che da lui gli furon dati, e d'allora
in poi non la convitò mai più, mostrando ch'ella avesse fatto quello per darù a
credere alle persone ch'egìi Tcivesscì voluta avvelenare; ma vero era ch'egli
ji;li porse i delti pomi per vedere s'ella si fidava di lui e dipoi av-
velenarla ; e ch'ella si guardò di notagli assaggiare, comef quella ! che indubitatamente
credeva che fussero avvelenati. Ultima- mente dandole carico ch'ella voleva
rifuggire alla statua d'Au- gusto, come facevano i servi, j^er muovere di so a
compassione il popolo e concitarlo contro a Tiberio, ora dicendo ch'ella vo- .
leva rifuggire all'esercito, la confinò nell' isola Panclatana ; e non restando
lei di biasimarlo e dirne malo, la fece battere da un cen- turione, il quale
con un^ battitura le cavò un occhio ; ed avendo deliberato per morire di non
mangiare, lo fjpce aprir la bocca per forza e comandò che i bocconi le fussero
impinzati giù per la gola. £ poiché ei non vi fu ordine a farla mangiare e
ch'ella fu morta, l'andò diffamando e vituperando in tutti que'modi che : ei
potette, dicendo esser bene che il giorno nei quale era nata ^ fusse
cqnnumerato tra i giorni di male augurio e ne' quali non e ■ ben- far cosa
alcuna. Parvegli ancora di essere stato molto pie- toso inverso di lei e
meritare d'esser lodato assai ; perciocché ei non gli aveva attaccato un
capestro alla gola e strangolatola e . gittatola giù dalle scale Gemonie (onde
si gettavano gli .uomini scellerati ) e per sì fatta cortesia e clemenza usata
verso di lei acconsentì che il senato per un decreto unitamente lo rihgra-
ziasse, e che a Gioye Capitolino, per memoria di cosi buona opera, fusse
dedicata e consagrata una cosa d'oro (4). Sua crudelt.^ ed odio contrn i
nipoti. « Rimasergli di Germanico tre nipoti, Nerone, Druso e Gaio; e di Druso
solamente Tiberio; onde non avendo fìgliqoli, racco- mandò Nerone e Druso, ch'erano
i maggiori di Germanico, ai, padri conscritti ; ed il giorno che l'uno e
l'altro si rappresentò ( la prima volta in piazza, ed avendo presa la toga
virilo,- voi le che i fusse celebrato ed onorato, e dette la mancia al popolo.
Ma ve- j duto l'anno seguente che per salute loro s'erano fatti .pubblica- '
mente i voli, parlò in senato, con dire che una tal cerimonia inverso di que'
due fanciulli era superflua e che e' non si doveva usarla, se non inverso di
coloro che fussero già oltre di età e che avessero fatto qualche cosa per la
Repubblica e data buon sà^o di loro; e così venne a discoprire qiial fusse
l'aniino suo verso i due giovanetti ed a dargli in preda alle male lingue,
cercando (1) Svetonio dice, fosse consagrato un dono d'oro. astutametìte ch'egli
avessero a dir male di lui;, per aver cag;ione di fargli capitar male.
All'ultimo scrìsse al senato, accusaiklogli e mostrando come loro avevano fatto
molte cose -vituperose e ti iste; tanto che e' furono sentenziati per nimici
del- popolo ro- mano, e così gli fece morir di fame, Nerone neir isola di
Ponzo- e Druso appiè del monte Palatino. Pensano alcuni che Nerone fosse
costretto a morire volontariamente ; e dicono ohe il carne- fice andò a
trovarlo, mostrando di esser mandato dai senato, e gli mostrò il capestro per
affogarlo e Tuncino per istrascinarlò ; e che Druso fu tenuto' sènza mangiare,
in modo ctìp ó'dettiaài morso in un pezzo di coltrice: e poi ch'e' furono
morti, fece get- tare le lor ossa in diversi luoghi, talché con gran fatica
furono ritrovate e raccozzate insieme. Sua crudeltà con gli amici. ; ^. .
Quanto a' suoi antichi amici è familiari, di venti ch'egli ne aveva eletti tra'
principaH e più nobili della città, co' quali si consigliava ne' casi della
Repubblica, da tre in fuora,'gli fece tutti ammazjÉare ehi per una cosa e ehi
per un'altra ; e tr? questi fu Elio.Seiano, il quale fu ucciso còh un gran
nuniero di suoi seguaci. Aveva Tiberio fatto grande costui non per bene che ei
gli •volesse, ma solo per avere uno per la. cui fraudo egli facesse capitar
male i figliuoli di Germanico, acciocché Tiberio suo nr- pote e figliuolo
naturale di Druso venisse dopo ki a succedere nell'imperio. . " Sua
crudeltà e durezza con i grammatici e maestri. Fu parimente rigido e crudele
contro a certi Greci che teneva appresso di 3é, de' quali prendeva grandissima
Consolazione e sollazzo ; tra' quali un certo i^nojie, ragionando con seco e
par- landp così esquisitamente, fu da lui domandalo iqual delle cinque lingue
greche era quella nella quale egli' allora cosi fastidiosa-^ mente parlava ; é
rispondendo il Greco ch'^U' ei*a la Jingua do- rica, lo confinò nèir isola di
Ginara, stimando che costui gli avesse voluto rimproverare il tempo anjico,
quand'egli partitosi di Roma se ne andò a Rodi ad abitare, perciocché i
Rodtotti parlano in lingua dorica. Oltre a ciò avendo per usanza'di proporre
sempre a tavola ìqualche disputa e quistione, ed avendo inteso come Seleuco
granin^tico cercava d'informarsi da' 'suoi ministri e^r- vidori quali fossero
gli autori ch'egli era sehto di studiare, per venire preparato alle dìspate,
primieramenéte gli comandò che non gli capitasse a casa ; od appresso, non gli-
bastando questo, lo fece morire. Sua crudeltà dimostrata ancora nella sua
gioventù. Dimostrò d'esser crudole, malignò e tardo di natura insinoda
fanciulletto ; o Teodoro Cadareo che fu suo precettore neirarte della rettorica
parvo che fusso il primo che come. persona sa- gace e di giudiìsio se ne
accorgesse ed in poche parole avesse saputo bone esprimere la sua natura, chiamandolo
a ogni poco, nel riprenderlo^ con parole greche, loto macerato, nel sangue. Ma
molto più si scoprì di così perversa natura poiché egli fu prin- cipe ;
ingegnandosi nel principio per acquistarsi, come uomo mo- derato e benigno, il
favore e la benevolenza del popolo^ di na- sconderla e di simulìarla. Un certo
buffone, nel passare uno che era portato a sotterrare, glj disso forte che
ognuno lo .sentì, che facesse intendere ad Augusto che i lasciti ch'egli aveva
fatti al popolo ancora non erano stati consegnati. Onde Tiberio, fattolo venire
a sé, gli diede quella parte che se gli appettava ; e di poi faCtolo
giustiziare, gli disse che rapportasse il vero ad Augusto. E non miolto di poi
negandogli un certo Pompeo cnvàlier ro- mano non so che pertinacemente,
minacciando di farlo ipetteroin prigione, gli disse che di Pompeo lo farebbe
diventar pompeiano; mordendolo in cotal guisa e quanto al nome,_ e quanto alla
fa- zione anticamente nimica della casa de' Cesari e ohe era capitata male. I
delitti di lesa maestà atrocemente. vendicati. In questo medesimo tempo
domandandogli il pretore se ei voleva che si raunassero i giudici sopra a
quelli che avesifero offesa la maestà dell'imperatope, rispose, che e'
bisognava met- tere in esecuzione quello che comandavano le leggi ; e le fece
osservare atrocissimamente. Levò un certo il Capò da una statai di Augusto per
porvene un altro;, venne la cosa in senato, e perchè si stava in dubbio se gli
era vero d no, fu con tormenti ' esaminato e condannato il reo': a "poco a
poco questa soHé di calunnie venne a quello, che ancora queste cose
jdivontarono capitali, l'aver battuto un servidore vicino alla immagine di An-
gusto; l'aversi dinanzi a quella scambiata la veste; Tavere pM^ tato la sua
effigie scolpita in anello o in moneta neV lardello pisciatoio pubblico ; Favér
tenuto contraria opinione da queUo che Augusto avesse detto o fatlo. Capitò
finalmente male ancora uno il quale nella sua città acconsentì che^glì fosse
dato lin magistrato in quel dì medesimo ch'egli erano "già stati dati ad
Augusto. \ .: ' \ ' Aìcune cose dà lui barbai-amente fatte sotto apparenza di
gravità. Fece oltre a ciò molle altre cose sotto spèzie di Severità e di
gravità, mostrando di voler ridurre la città a vivere, civilmente, e tor via le
male usanze; dove egli, sefcondo che la natura gli porgeva, si portò tanto
crudelmente, che furono alcuni, i qiiali Ì3Ìasimandolo del presente ed
avvisandolo del fi^turo e del male ch'era per intervenirgli, composono questi
versi, la cui sentenza è questa: . Aspro e crudele, vuoi tu che io brevemente
diea.ogni cosa? Poss'io capitar male, s'egli è possibile che tua madre t'ami.
Tu non se] Cavaliere, perchè ? perchè tu non hai i centomila. . £ se. tu andrai
ben ricercando il tutto, ìlodi ti fu dato per contino. Tu hai. Cesare,
scambiato i secoli d'oro ; Perchè mentre che tu sarai al mondo, saranno sempre
di ferro. ' Ha costui in fastidio il vino, peirchè^ comincia ad aver sete del
sangue ; _J1 quale or bee tanto avidamente, quanto prima il vino j)retto.
Risgnarda Roma il tuo Siila felice per sé, non per te. " E Mario ancora
puoi, volendo, in lui considerare, ma quando tpi-uò di esilio: Oltre a ciò le
mani di Marcantonio suscitanti le guerre civili,. Non pure una sol volta di
sangue imbrodolate. E di' : Roma è spianata, molto sangue spargerà. Qualunque
di esule sarà fatto impcradore. . I quaH prima voleva, che e' fussero ripresi,
come composti da uomini che in Roma non potevano sopportare il dominio e come
dettati più dalla collera e dalla rabbia che ragione alcuna che egli avessero
centra di lui, ed aveva in bocca a ogni poco: Ab-, bianmi in odio e facciano a
mio modo. Appresso fece fede che ell'erapo cose al tutto vere quelle che in
cotal guisa dicevano. Come per leggieri peccati condannasse a pene severissime.
Fra pochi giorni, poi che e'^fu arrivato a Capri, avendogli portato un
pescatore, mentre ch'egli trattava alcune cose in segreto, un gr^n barbio, ed
essjBndoglì sopraggiunto addosso posi allalm- provvista, comanda che gli fusse
stropicciata la f^icòia coft e^só, come quello'che venne tutto a rìmescolarsi,
vistosela comparir sopra dalla banda df dietro decisola che per certi luoghi
aspri e beiiza via era venuto su carponi airovarlo: e parendo a quel poveio
uomo di averne avuto buon mercato, e l'allegrandosi, menln; (.!!fiRATOIie 183
Scienze ed arti possedute" da lui. Fu molto studioso e letterato in tutte
1^ scienze ed arti libe- rali; quantoallo stile latino imitava Messala Corvino,
alxjuale, essendo già vecchio, egli insino da giovanetto aveva sempre por- tato
grandissima riverenza : jna per essere nello scrivere troppo(l) fìsicoso ed
aifeltàto, lo rendeva alquanto oscuro, talché riusciva meglio parlando
.all'improvviso che stando a pensare quelle 'Che egli avesse a dire. Compose
ancora un'opera in versi lirici, la quale è intitolata: Lamentò della morte di
Giulio Cesare. Com- pose aiìcora alcuni poemi in greco imitando Eufurione,
Ariano e Partenio ; e perciocché i predetti poeti gli piacevano oltre modo,
aveva nella sua libreria le loro, immagini e tutti i libri ' che da loro erano
stati composti ; e gli teneva tra i libri degli scrittori antichi e più
riputati. Onde una gran parte de* Jetterati '' ch'erano in quel tempo,
composono a gara molle opere io loae di questi tre. Dilettossi sopra a ogni
altra cosa di storie- favolose ; in tanto che insino alle sciocchezze e cose
ridicole sommafinente gli soddisfacevano: e perciò i grammatici, de' quali si
difettava sopra a x)gni altra sorte di -letterati, erano dk liii di molte voke
addirtìandati per vedepe come e' se la sapevano qual fussé stata la madre
d'Ecuba: che nome avesse avuto Achille e quando a ^isa di donzella stette
nascoso tra quelle vergini, quello ohe le sirene ^rano soKledi cantare. Il
primo di ch'egli entrò in- senato dopo la inorte d'Augusto, per mostrarsi pietoso
e religioso sa- crificò àgli Iddii col vino e con lo inceilso ma. senza
trombetta ; imitando m questo Mings re di Candià, il quale nella* morte del
figliuolo in quella guisa aveva sacrificato. Cognizione della lingua greca,
sebbene ei mai l'usava. . ^ Ed ancora che il parlare in greco gli fusse pronto
e facile, nondimeno si riguardava in alcuni luoghi di non parlare altri- menti
che latino, e massimamente nel senato ; di maniera ohe avendo a nominare
monopolio, che è vocabolo greco, chiese per- dono, sendo necessitato a usare
quel vocabolo forestiero. Simil- mente in una certa deliberazione del senato,
recitandosi emblema,, che pure è vocabolo greco, disse che a lui" jftireva
bene di levar via quel vocabolo e vedere di trovarne un latino che significasse
il medesimo: e non si ritrpvando, jesprimerlo con piìj parolei (1) Fisicosó lo
stesso, che scrupolóso. 'Comandò ancora a un soldato, cìi'era slato interrogato
in greco pfT Ipstimonio, che rispondosso in latino. Sua inylalli.i e »lie
(s^^endosi duo volte, dui'ante il tempo del suo ritiro, avvicinalo a Hoina por
enlran'i, tutte due le vrtlte ritornò addietro. Mentre ch'egli si dimorò
noirisola di Capri, solo due volte mostrò di voler tornarsene in Roma; la prima
si condusse per mare sopra una galea rnsino all'orto che è-vicino al luogo dove
si fanno le battaglie navali, e lungo la via del Tevere da ogni banda foca
stare i suoi soldati che facessero tornare addietro quegli che venivano per
incontrarlo. Un'altra volta sì condusse per la strada Appia, vicino a sette
miglia a Róma ; ma seDza entrar dentro, avendo solamente (lato una occhiala
alle mura della città, dette medesimamente la volta addietro tornandosene a
Capri. La prima volta che essendo venuto per la via di mare, so ne tornò
indietro, egli medesimo non seppe la cagione: la se- conda ch(^ fu questa per
la strada Appia, se ne t(Jrnò indietro per un caso maraviglioso che
gl'intcrvenne : e questo fu che avendosi domesticato un dragone, e cibandolo di
sua mano, andò per dargli mangiare e trovò che le formiche se Tavevano man-
giato. Fu pertanto avvertito che si guardasse dalla furia del popolo.
Tornandosene Jidunque a Napoli e trovandosi ad Astnra, cominciò a sentirsi un
poco di mala voglia, appresso parendogli essere assai bene alleggerito, camminò
alla volta di Cercelli. E per non dare sospezione alcuna della sua infermità,
*i'on solo si ritrovò presento a' giuochi che i suoi soldati celebravano, ma
ancora, sendo cacciato fuora un pòrco salvatico, gli trasse alcune saette cosi
da alto : e per essersi scontorto alquanto il fianco e nello ansare ripieno di
ventp, venne a riaggravarci nella malat- ; tia : nondimeno alcuni giorni se
n'andò comportando assai bene. : E come ch'egli si fosse fatto portare insino a
Miseno, non per- ■ ciò lasciò indietro alcuna cosa del suo vivere ordinariq,
ban- ! chettando al solito e pigliandosi i medesimi piaceri a diletti) i parte
per non saper astenersi e parte per mostrare di non aver male. Onde Caricle
medico partendosi dal convito per andarsele a casa e volendo chiedergli
licenza, gli prese la mano per baciar- ' gliene : ma Tiberio ^credendo che il
medico gli volesse toccare il ! )ol30, lo pregò piacevolmente che non si
partisse e che si pò- i nesse un-poco a sed'^'-e e soprattenne il co^"'*'^
r»iii del solito e f '^li bastarono le fo'"' ' « ' ^ siccome eg vumato
quivi i convitati se D'andavano e gli domandavano licenza, gK diceva, ad uno ad
uno chi e* fussero. Luogo e tempo ftlla di lui morte. In questo mezzo avendo
tiiovàto nel libro, dove si notavamo giornalmente le azioni: del senato che
certi erano stati liberatr, anzi non pure uditi, de' quali egli aveva scritto
al senato, perchè e' fussero esaminati e condennati, con aver detto brevemenfe
non altro, se non che uno gliene aveva accusati,. mugghiando e dolendosi e
parendogli d'esser disfurezzato, aveva deliberato ìix ogni modo di tornarsene a
Capri per non tentare di far cosa at- cuna se non al sicuro ; ma ritenuto dal
temporale e dalla ma- lattia che tuttavia andava aggravando, non passò molti
giorni ch'egli si mori in villa a un luogo di Lucullo, avendo settantotto anni
e ventitre anni essendo stato nell'imperio, a' sedici di marzo, essendo consoli
Gneo Acerronio Proculo e Gàio Ponzio Nigra. Sono alcuni che pensano essergli
stato dato il veléno da Gaio a tempo e che a poco a pòco lo consumasse. Altri
che nello allen- tare della febbre presagli fortuitamente, desiderando di
rnsingiare, non gliene fu dato. Altri dicono che e' fu affogato, sendogli stato
rinvolto il capo (\) nel primaccio; perchè essendo ritornato al- quanto in sé,
aveva ridomandato l'anello che gli era stato cavato di dito. Seneca scrive che
avendo conosciuto di mancare, si eavò l'anello di dito, facendo segno di volere
darlo a qualcuno e dipoi di nuovo se lo rimesse e che tenendo stretto il pugno
della mano sinistra, stette un pezzo senza muoversi ; appresso chiamati in uh
subito quegli che lo servivano, né gli essendo risposto da alcuno,, che e'
s'era levato e cascato non molto lontano dal letto per es-. sergli mancato le
forze. I segni che pronosticarono la di lui morte. ^ • L'ultimo di che fu da
jui celebrato del suo nasciméunto, essen- dogli stato portato da Siracusa un
Apollo, cognominato Tejmenite, ìi quale era molto grande e ben fatto, e
volendolo pqrre nella libreria del Tempio, ch'egli nuovamente aveva edificjito
e con- sagrato, glie le parve vedere in sogno affermante che da lui non poteva
essere dedicato. E pochi giorni avanti che ei morisse, la torre del Faro a
Capri fu rovinata da'tremuoti. Oltre a ciò nel (1) Primaccio, lo stesso che
piumaccio. monte Misono la cenere, le faville ed i carboni ch*6rakìo stati
posti nella stanza dove egli mangiava per riscaldarla, essendo stati spenti una
gran parte del dì, in un subito nel farsi sera si ridccesono ed arsono una gran
parte della notte; né mai vi fu ordine a poterli spegnere. Festa del popolo
romano per la di lui morte. Tanta fu l'allegrezza ch'ebbe il popolo romano
della sua morte, che al primo avviso cominciarono le genti a discorrere per le
strade ; e chi gridava che e* fusse gittate in Tevere ; e chi pre- gava gli
Iddii infernali che non gli dessero luogo alcuno nello inferno, se non tra gli
empi e scellerati. Altri minacciavano il corpo così morto di attaccargli un
uncino alla gola e gittarlo giù dalle scale Gremonie ; come quelh ch'erano
accesi contro di lui, ricordandosi della suaantica crudeltà. E perchò
nuovamente era intervenuto per sua cagione un caso molto atroce, e questo è,
che avendo il senato fatto un partito che i sentenziati a morte ave ssero tempo
dieci di a essere giustiziati, accadde per ventura che il decimo giorno di
certi ch'erano stati condannati, venne appunto ad esser quello, nel quale venne
l'avviso della morte di Tiberio ; costoro adunque raccomandandosi a tutte
quelle per- sone che e' vedevano e pregando per la fede che in loro avevano gli
volessero aiutare, perciocché non si ritrovando Gaio in Roma, non potevano
andare a raccomandafsi a luì; quelli pertanto che erano alla guardia della
prigione, acciocché e' non sieguisse cosa alcuna contro a quello ch'era
ordinato; gli strangolarono e gli gittarono giù dalle predette scale, chiamate
Gemonie. Ciò fu cagione di accrescere carioo al morto Tiberio appresso del
popolo; come quello a cui pareva che un tale tiranno, ancora poi ch'egli era
morto, perseverasse nella sua crudeltà. Né prima si mossero quelli che
conducevano il corpo dal monte Miseno, che la mag- gior parte di quelli
ch'erano presenti levarono le grida con dire che fusse portato ad Aversa ed
abbronzato nello Anfiteatro : non- dimeno i ìsuoi soldati lo condussero a Roma
e fu- arso e seppel- lito pubblicamente. Suo testamento ed ultima disposizione.
Aveva fatto testamento due anni innanzi e scrittoio di man propria e fattane
fare una copia a un suo liberto ; e così l'ori- ginale come la copia aveva
fatto soscriver e suggellare da persone vili e di molto bassa condizione.
Lasciò eredi Gaio fi- gliuolo di Germanico e Tiberio figli uol di Diruso suoi
nipoti, cia- scuno per metà ; e voile cbOéie' redassero Tun Taltro. Fece ancora
di molti lasciti a diverse persone, come alle vergini vestali, ai suoi soldati
tutti insieme ed alla'*plebe romana : lasciando a cia- scuno un tanto e
spezialmente ai maestri de' vichi, cioè capi de' borghi e delle strade maestre.
LA VITA EJ) l FATTI DI GAIO CALIGOLA QUARTO IIPERATOR ROIARO Di Germanico padre
di Caligola. Germanico padre di Cesare, figliuolo di Druso e di Antonia
giuniore, adottato da suo zio Tiberio^ fu questore cinque anni innanzi) che per
legge gli fusse lecito; e dopo tal magistrato immediate fu fatto consolo. È
mandato a governo per capitano generale dello esercito che sì ritrovava in
Germania,. dove intesa la morte d'Augusto, raffrenò quelle genti che
pertinacemente ricusavano Tiberio e volevano lui per loro imperadore; nella
qual cosa egli si dimostrò non solamealiB costante e forte, ma ancora pietoso
ed amorevole. Ed avendo ivi a poco tempo supe- rato e vinto i nimìci, trionfò
in Roma. Appresso fatto la seconda volta consolo, prima ch'egli entrasse in
magistrato; fu mandato a comporre lo Stato dell'Oriente ; dove avendo vinto il
re d* Ar- menia, ridotto la Cappadocia in forma di provincia (cioè fattola
distretto de' Romani), morì di trentaquattro anni in Antiochia, avendo avuto
una lunga infermità, non senza sospezione di ve- leno : perciocché oltre a'
lividi che per tutto il corpo si gli vede- vano e la schiuma che per bocca
mandava fuord, nello essere abbruciato il corpo, fu ritrovato tra le ossa e
cenere di quello il cuore intidgro e senza macula alcuna ; la natura del quale
si stima esseii^j che avendolo tocco il veleno, non possa dal fuòco esse offeso
nò consumato. Morte di Gennanico. Fu opinione che Tiberio per opera di Gnoo
Pisone lo facesse avvelenare. Questo Pisone, essendo governatore della Soria^
diceva apertamente che a lei bìsognayà, offendere o il padre o il figliuolo. E
come se la necessità lo strignesse a- farlo, usò inverso di Germanico, quando
egli era infermo, di molte stranezze, in- giuriandolo di fatti e di parole
molto villanamente ; onde ritor- nato a Roma, fu poco meno che sbranato dal
popolò edilse- nato lo condannò a morte. Virtù sì del corpo che deiranimo di
GermaDico. È assai manifesto che e' non fu mai uomo alcuno, nel quale tanto
eccellentemente fussero accolte tutte le virtù deH^an^mo del corpo, quanto in
-Germanico. Egli quanto al corpo fu ben fatto e gagliardo e benissimo di
aspetto, rarissimo d'ingegno, eloquente così in greco come in latino, amorevole
e benigno inverso di ciascuno e nel farsi ben volere e guadagnarsi gli uo- mini
maraviglioso. Quanto alla proporzióne delle membra aveva un poco le cosce sottili
; ma usando di cavalcare, poi ch'egli aveva mangiato, del continovo le aveva
assai bene ripiene. Nei fatti di arme si trovò molte volte alle mani- col
nimico a oolo^a solo e ne riportò onore. Avvocò ed orò, non solamente essendo
ancora cittadino privato, ma ancora dipoi avendo trionfato ; e tra' suoi
scritti si trovano alcune commedie composte da lui in greco. In Roma e fuori
nello esercito fu sempre umano e cor- tese e di animo civile ; andava a trovare
le tèrre libere e confe- derate senza littori e come privato cittadino; ovunque
egli in- tendeva ch'erano sepolcri d'uomini valorosi, gli.andaydi a vedere e
celebrava onorevolmente le loro esequie. Egli fu il primo che di man propria si
messe a ragunare l'ossa di quelle genti, che sotto il governo di Varo erano
state uccise, per ridurle tutte in un luogo e fattone un monte, edificarvi
sopra, un sepolcro. Fu tanto dolce e placabile inverso di coloro, che^ne
dicevano male e che lo biasimavano, everso ancora di quelli GheBaiese mente
erano suoi nimici, qualunque egH si fiiésero e per miafun- que cagione, che
avendo il sopraddetto Pisene ahnuUftta le sue deliberazioni ed angariando i
suoi amici e partigianiyrwoàprinja si sdegnò condro di lui ch'egli ebbe
scoperto di essere ancora in persona propria con incanti e veleni da lui
perseguitato. Né con tutto ciò fece altra dimostrazione centra di lui, salvo
che, se- condo il costume degli antichi, ricusò P amicizia di quello; e
commesse a suoi domestici e familiari che facessero le sue ven- dette, se per
opera di Pisene gli avveniva più un male che un altro. ' . GAIOCAUGOLA L'amore
e propensione di tutti verso di lui. Egli di cosi fatte virtù fu largamente
rioompeusato e ne sentì neilanimo grandissima consolazione; perciò che tutti i
suoi lo stimarono tanto e tanto lo amarono, che Augusto (per lasciare andare
gli altri suoi parenti) stette lungamente in proposito di lasciarlo suo erede e
successore, e finalmente comandò a Tiberio che lo adottasse per suo figliuolo.
Fu oltre a ciò tanto amato e riverito dalVuniversale, che molti scrivono che
ogni volta che egli andava o veniva in alcun luogo, era tanto grande il numero
delle genti, che venivano ad incontrarlo o che Taccompagnavano, che per calca
e' portò alcuna volta pericolo della vita : e che tornando di Germania, poi
ch'egli ebbe quietato gli animi dei suoi soldati (che volevano, come di sopra è
detto, elegger lui per loro imperadore), gli uscirono incontro tutte le
compagnie de' soldati pretoriani^ non ostante che e' fosse stato comandato loro
che due solamente gli andassino incontro: e che tutto il popolo romano, uomini
e donne, giovani e vecchi, nobili ed ignobili se gli sparsono d'intorno e gli
andarono incontro fuor della città venti miglia. Presagii che annunziarono la
morte di Germanico e come fu pianto ancora dai barbari. Vidersi nondimeno molti
maggiori e più certi segni della be- nevolenza de' popoli inverso di lui in
morte e dopo morte che in vita. Quel giorno ch'egli morì, i tempii furono
rubati e gli altari degli Iddìi mandati sottosopra, ed alcuni vi furono; che
gittarono i loro Iddii domestici e familiari nel mezzo della strada; e
similmente i bambini, che pure allora erano nati^ furono da loro posti fuor di
casa ed abbandonati. Oltre a' ciò dicono che i barbari nimici capitali e che
tuttavia guerreggiavano con esso noi, come se il danno di una tal morte fosse
comune ancora a loro, acconsentirono di far triegua, dolendosene acerbamente.
Alcuni re si levarono la barba e tosarono i capelli alle mc^li, [)er dimostrare
in cotal guisa grandissimo dolore. Dicono ancora che il re de' Parti si astenne
dello andare a caccia e di ritro- varsi in convito co' nobili e grandi del suo
regno, il che ap- presso di loro è segno di pubblica mestizia. Mestizia e
pianto fatto In Roma per là di lui morte. In Bomà avendo avuto le nuove della
sua malattia, stava la città mesta ed attonita aspettando i secondi avvisi ed
in un su- bito in sul fare della sera sì sparse, una voce^ senza sapere onde
ellasiTusse uscita, ch'egli era migliorato ; onde d'ogni banda corsero le genti
con molta fretta in Campidoglio coi lumi e colle vittime per sacrificarle, e
parendo loro esser tenuti a bada, fu- rono per isgangberare le porte del
temjpio : tanto erano deside- rosi di soddisfare i voti che per la salute ili
Germanico fatti avevano. Fu svegliato Kial sonno-Tiberio per le grida di coloro
che facevano festa e si rallegravano, e per tutte le strade anda- vano cantando
: Salva è Roma, salva è la patria^ ch'egli è salvo Germanico. Ma Drusilla e
Livilla^ nate l'una dietro all'altra,, ed. altr^tiiai)iti' maschi, Nerone,
Druse e Gaio Cesare: de^ quali Nerone e Druse furono accusati da Tiberio in
senato e giudicati ribeUi e ne- mici del popolo romano. Luogo e tempo della
natività di Gaio' Cesare. Gaio Cesare nacque a' trentuno d'^agosto, eseendo
consoli suo padre e Gaio Fonteio Capitone ; non si sa dove «egli nascesse, per
la diversità degli scrittori. Gnep Lentulo Getulico scrive che e' nacque in
Tigoti ; Plinio secondo scrìve che e' nacque a Trevirì nel borgo Ambiatine
sopra ai confluenti; e in fede di questo dice che nel predetto luogo è ancora
uno altare dove è scrìtto : per il parto di Àgrìppina. l versi che furono
divulgati, poi eh' e' fu fatto principe, dimostrano ch'e' nacque nello
esercito, quando i soldati erano alle stanze^ la cui sentenza è questa: L'esser
nato nell'esercito, ed allevato tra ranni paterne, Era presagio,, costui esser
disegnato imperadore. Io rìtruovo nel libro, dove son notate le azioni del
senato^ lui esser nato in Anzio. Plinio scrive che Getulico per adularlo ha
scrìtto il falso; perchè essendo il giovane borìoso e volendo ren- derlo
glorìoso, volle mostrare che e' partecipasse ancora in qual- che parte di
quella città ch'era consagrata ad ercole e tanto più venne a dar colore a
questa sua menzogna, quanto che uno anno innanzi era nato in Tigoli un
figliuolo a Grermanico, chia- mato ancora egli Gaio Cesare, della cui
piacevolezza e come ei morisse in fasce, di sopra abbiamo detto. Contro a
quello che scrive Plinio, e' è il numero degli anni, per ciò che coloro, i
quali hanno scritto le cose d'Augusto, convengono che Grerma- nìco, finito il
consolato, fusse mandato in Gallia^ essendhr l'onplin gri? fiicoA ì*^v^{jo (Ji
dito.: e perche e' faceva: segno di non se lo voler lasciar tórre, lo fece af-
fogare con avvolgergli il prìmàccio intorno alla bocca, ed ancora con le sue
mani gli strinse la gola. E perchè un servidore, ve- duta si fatta crudeltà,
avea cominciato a levare il rumore, lo fece porre in croce spacciàtamente. E
tutto questo che s'è detto, par verisimile, perciocché alcuni scrivono, che se
:bene e' non confessò mai d'averlo fatto morire, tuttavianon lasciò di dire che
aveva avuto ih animo di farlo; massimamente ch'egli usò^. molte volte di
gloriarsi d'essere stato pietoso^ amorevolein vetso- di Tiberio ; con dire, che
essendo una volta entrato in camera dì quello, mentre che e' dormiva, con un
pugnale per vendicar la morte della. madre e dei fratelli, s'era dipoi pentito,
mosso » compassione di lui, e che partendosi aveva gittate via il pu- gnale :
dicendo ancora, che Tiberio, benché e' se ne fusse accorto, . nondimeno non
aveva avuto ardire d'andar altriménti ricercando- la cosa. Imperio di Gaio
Cesare Caligola. Successe adunque nell'imperio con grandissima soddisfazione
del popolo romano,, anzi, per dir così, di tutto il mondo ; perciò- che da
ognuno era desiderato grandemente per principe e mas^ simamente dai sudditi e
da soldati, i quali, per la maggior parte, ^- Piccolino l'avevano conosciuto.
Fu ancora -sommamente grato all'universale della plebe, per la buona memoria
del suo padr& Germanico, come quelli che avevano compassione di quella
casa; parendo loro ch'ella fusse quasi spenta. E però subito che ó' si mosse da
Miseno, accompagnando il t^orpo di Tiberio, quantunque e' fu^se vestito a brun
o, nondimeno tra le fiaccole ardenti e nel rappresentarsi all'altare e nel
sacrificare e in tutte quelle cerimonie fu sempre accompagnato da grandissima
mol- titudine di gente ch'erano verniti a incontrarlo ; i quali ripieni
d'allegrezza, oltre a'nomi felici e fausti per i quali lo chiaiVia- vano,
dicevano ancora, come egli era la loro stella ed il loro bambolino che s'erano
allevato. Le cose da lui fatte neiringresso al principato. Così entrato in Roma
per consentimento del senato e del p^ polo, che per forza si mescolava tra' senatori^
fu annullata l^ irolontà di Tiberio, il quale nel suo testamento aveva fatto
ere^gli dierono piena autorità e balìa di governare ogni cosa a suo arbìtrio, e
si fece grandissima festa ed allegrezza : talché in tre mesi e non anco interi,
si scrive essere stato ucciso e dacrì6cato più di cento quaranta mila bestie.
Ed ivi a pochi giorni andando a vedere risole che sono intorno a Napoli, furono
fatti pubblici voti perchè e' tornasse salvo ; e ninno era che lasciasse
indietro a far nulla dov'egli potesse dimostrare di averlo grandemente a cuore
e di tenere conto della sua salute e del suo bene essere; tal che essendo
cascato in un poco d'infermità, subitamente gli furono d'intorno a casa,
standovi tutta la notte, e vi furono an- cora alcuni che votarono di combattere
a corpo a corpo s'egli riaveva la sanità : ed alcuni altri appiccarono
pubblicamente le scritte, come e' sì votavano d'ammazzarsi. Allo smisurato
amore che gli portavano i cittadini romani s'aggiunse ancora quello dei
forestieri, che fu cosa notabile e meravigliosa quanta grazia egli ebbe
appresso di loro. E tra gli altri Artabano re de' Parti, che sempre aveva
dimostro di aver in odio Tiberio e di stimarlo poco, sp^jntanoamentc venne a
chieder grazia di essergli amico e venne a parlamento con lo ambasciatore de'
Romani, e passato l' Eufrate adorò^ l'aquila e le insegne romane e te immagini
dei Cesari. Suoi costumi civili ed umani nel principio del suo governo. . Era
ancora tanto umano e popolare, che egli accendeva gli unimi di ciascuno ad amarlo
e riverirlo ; onde avendo fatto una orazione in laudo di Tiberio con influite
lagrime e magnifica- mente sotterratolo, subitamente se n'andò alla volta
dell'isola Pandataria e dì Ponzo, per trasferire le ceneri della «madre e del
fratello in Roma : né si curò per dimostrarsi maggiormente pie- toso, che il
tempo fusse turbato. Ed arrivato che e'Iù, le andò a trovare con molta
riverenza e di propria mano le acconciò e pose nelle urne ; e con le medesime
cerimonie posta una inse- gna in poppa dr un brigantino, se ne venne a Ostia.
Dipoi pel levcn*. entrò in Roma, facendo tirare il brigantino contro al-
l'acqua a' primi dell'ordine de' cavalieri di mezzo giorno, in pnj- sonza quasi
di tutto il popolo. E così avendole messe in due ar- chetto, le pose dentro al
mausoleo : e ordinò che ogni anno si celebrassero in pubblico le loro esequie.
Oltre a ciò volle, che in onore della madre si celebrassero ancora i giuochi
circensi: e che quando e' s'andava processione, vi fusse ancora un carro
r,hiamato Carpento in onor dì quella. E per memoria del padre volle che il mese
dì settembre fusse chiamato germanico. Ap- presso feoe fare un decreto al
senato nel quale furono attribuiti ad Antonia sua avola tutti quelli onori e
titoli ch'erano stati concessi in divèrsi tempi a Livia Augusta. Elesse ancora
Clau> dio suo zio (in quel tempo cavalier romano) per compagno nel
consolato. Adottò il suo fratello Tiberio il di ch^ e' prese la toga virile e
lo chianiò prìncipe della gioventù. E perchè le sue so- relle fossero di maggior
riputazione e più onorate, volle ch'elle fussero consagrate solennemente in
tutti i modi soliti ; talché i cittadini romani usavano di parlare e di
scrivere in questo modo : Io non tengo più caro me stesso ed i miei figliuoli,
che io mi faccia Gaio Cesare e le sue sorelle. Cosi avendo i consoli a rìfo-
rire cosa alcuna in senato, nel principio del parlar sempre di- cevano : con
felicità e buon prò di Gaio Cesare e delle sorelle. Dimostrossi ancora umano e
compassionevole inverso di quelli ch'erano condennati o confinati : rendendo
loro i confini e libe- randogli. Oltre a ciò, tutte le accuse, atti ed esamine
ch'erano state fatte al tempo di Tiberio contro alla madre, contro a' fra-
telli e contro alle sorelle, acciò che tutti quelli che v'erano in- tervenuti, come
accusatori, o come testimoni, o come giudici non avessero per lo avvenire a
dubitare di cosa alcuna, furono da lui fatte portare in piazza; e primieramente
avendo ad alta voce chiamato gli Iddii in testimonio che non aveva né letto né
tocco cosa alcuna, le fece abbruciare. Ed essendogli porto una scritta che gli
dava notizia di una congiura che gli era fatta con- tro, non la volle pigliare
nò vedere chi fossero i congiurati ; con dire, che non aveva commesso cosa
alcuna onde persona gli avAsse a voler male : usando ancor dire, che per le
spie e che per quelli che rapportavano non aveva orecchi. Alcuni di lui modi
civili e della sua moderazione . Cacciò di Roma i maestri di quella disonestà,
che da Tiberio erano chiamati spintrie : e vi fu che fare assai a temperarlo
che e' non gli gittasse in mare. Fé' cercare delle opere che avevano composto
Tito Labieno e Cordo Cremuzio e Cassio Se- vero, che dal senato erano state
fatte levar via ^ e dette licenza che ognuno che voleva le potesse leggere e.
tenere in casa, con dire, che per lui si faceva assai, che dei fatti di
ciascuno ne restasse memoria a quelli che avevano a venire. Dette conto in
pubblico dell'amministrazione dell'imperio ; il che era solito di fare Au-
piena e lìbera autq|rità ; né voile che a lui si potesse appellare alcuno. Fu
molto rigido e severo in rassegnare cavalieri e rive- der loro il conto ; ed a
tutti quelli che avevano fatto qualche ribalderia, ovvero poltroneria, toglieva
pubblicamente il cavallo, « di quelli che manco avevano errato, nel rassegnare
faceva trapassare il nome senza leggerlo. Per tor briga a' giudici, ag- giunse
la quinta alle quattro prime decurie de' giudici. Tentò ancora che il popolo al
costume antico potesse raunarsi e ren- dere i partiti. Soddisfece e pagò fedelmente
e senza pregiudicare a persona, tutti i lasciti che Tiberio aveva lasciati per
testa- mento, benché ei fussero stati annullati : e quelli ancora del te-
•stamento di Livia che da Tiberio era stato nascoso. (4 ) Licen- ziò il mezzo
per cento a coloro che compravano alcuna cosa all'incanto: i quali danari erano
soliti di pagarsi agli arrenda- tori deirentrate pubbliche. Rifece a molti i
danni ricévuti' per le arsioni. Ed a que' re, i quali furono da lui rimessi in
istato, rifece loro tutte l'entrate di gabelle e d'altro, del tempo che era
corso di mezzo ; come ad Antioco Comageno due milioni e cin- quecento mila
scudi, che tanti delle sue entrate s'erano riposti nel fìsco. E per mostrare
che tutte le buone usanze gli piace- vano e di voler dare agli altri buon
esempio, donò a una donna libertina due mila scudi; perciocché essendo
tormentata con gravissime torture, non però aveva manifestate cosa alcuna delle
scelleratezze del suo padrone. Per le quali buone opere tra gli onori gli fu
per deliberazione del senato concessa uno scudo d'oro, il quale ogni anno in un
di determinato i collegi de' sa- cerdoti avessero a portare in Campidoglio,
accompagnati dal se- nato e da' fanciulli nobili cosi maschi come femmine: i
quali cantavano certi versi della sua lode e virtù, messi in musica. Fece
ancora il senato un decreto che il di nel quale egli aveva preso l'imperio
fusse chiamato Palilia : come se in quel giorno Roma fusse stata riedificata di
nuovo. Dei suoi Consolati e della liberalità usata col popob. Fu quattro volte
consolo. Nel primo consolato stette due mesi, nel secondo trenta giorni, nel
terzo tredici e nel quarto undici. Questi due ultimi seguirono l'uno'dietro
airaltro*: nel terzo ch'egli prese, trovandosi in Lione, non ebbe compagno
alcuno : né ciò fece per superbia o negligenza, come alcuni si (1) Licenziò qui
sta per rimise. Stimano, anzi perchè il suo compaio era appunto morto in quei
di ch'egli aveva a pigliar l'uffizio e Caligola non si trovando in Roma, non
aveva potuto avere avviso della morte di quello in tempo. Diede due volte la
mancia al popolo, sette scudi e mezzo per uomo. Fece ancora due bellissimi
conviti a' senatori ed a' ca- valieri: e convitò ancora le lor mogli ed i
figliuoli insieme.- Nel secondo convito donò per ciascuno uomo una veste molto
ono- revole da andare fuori con essa : ed alle donne ed a' fanciulli donò per
ciascuno certi grembiuli di porpora. E per accrescere, ancora in perpetuo la
letizia pubblica, aggiunse un dì a' Satur- nali e lo chiamò Giuvenale.
Spettacoli da lui fatti rappresentare: Fece fare il giuoco de' gladiatori una
volta neiranfìteatro di Tauro Statilio e -l'altra in Campo Marzio : e vi fece
ancora fare il giuoco delle pugna, avendo mandato per gente in Africa e nel
regno di Napoli e fatto scorre i migliori e i più atti a-quell-eser- cizio.
Stava come giudice sopra una residenza a vedere i detti giuochi, ma non (\)
tuttavia: usandoci dare alcuna volta tale uffizio a certi magistrati ed: ^
qualche suo amico. Usò ancora molto spesso di fare recitare commedie e rappresentazioni
di varie sorti : e molte ne fé' recitar di notte e tenere i lumi accesi per
tutta la città. Gettò ancora dalle finestre molte cose al po- polo, come veli
di lino, odori ed altre cose simili. Dette oltre a ciò a tutto il popolo un
panier per uno di cose da mangiare : e perchè un cavaliere che gli stava
dirimpetto a tavola mangiava molto allegramente e di buona voglia, gti mandò' a
presentare la sua parte : simigliantemente a un senatore per la medesima ca-
gione scrisse una polizza con dirgli che lo aveva fatto pretore per lo
strasordinario. I giuochi ch'e' fé' celebrare nel Circo Mas-. Simo, furono di
varie sorti e durarono dalla mattina insino alla sera : perciò ch'egli vi fece
far caccio di pantere di quelle che vengono di Barbeì*ia. Fecevi ancor far il
giuoco chiamato Troia. Ed in alcuni de' predetti giuochi, ch'erano i
principali, tinse di minio il pavimento del Circo Massimo e lo fece
i^verniciare di vernice gialla; e volle che quelli che correvano sopra alle
car- rette, fossero tutti dell'ordine de' senatori. Mossesi ancora in un subito
a fare celebrare alcuni de' predetti giuochi a richiesta di certe persone
ch'erano sopra a' palchetti- vicini a lui : mentre (1) Tuttavia qui significa
continuamente. eh egli andava veggendo se lo apparato era secondo la legge so*
pra a ciò fatta. Nuova maniera di spettacolo da lui inventato. Fece ancora
celebrare certe feste non mai più udite né re- dute ; perciò ch'egli gettò un
ponte sopra il mare di tre mila se- cento passi circa, che teneva da Pozzuolo
insino a Baia, dove egli aveva messo alla fila di qua e di là di molte navi e
ferma- tole in su le àncore e fattovi sopra una bàstia di terra ; ed ac-
conciollo in modo ch'e' veniva appunto a dirittura della via Ap- pia ed egli
passò in persona sopra il predetto ponte andando e tornando : il primo giorno
sopra a un bellissimo cavallo con la sua testiera ed altri abbigliamenti,
avendo in testa una corona di quercia, una targa di cuoio e la spada ed una
clamide indosso ; l'altro giorno appresso vi passò sopra a una carretta tirata
da (lue superbi corsieri in abito di uno di quelli che guidano le carrette che
sono tirate da quattro cavalli, rappresentando un fanciullo chiamato Dario,
ch'era uno degli statichi de' Parti, avendo intomo a sé una squadra di soldati
pretoriani e dentro certe carrette un gran numero di suoi amici. So che molti
hanno stimiate tal ponte essere stato edifìcato da Caligola ad imitazione (li
Serse ; il quale ne gittò ancora egli uno alquanto più stretto sopra
l'Ellesponto che fu tenuto cosa maravigliosa. Altri dicono che lo fece per
ispaventare i Germani e gl'Inglesi con qualche opera maravigliosa; a' quali
popoli egli aveva disegnato di muo- ver guerra. Ma io essendo ancor fanciullo
sentii dire al mio avolo che i cortigiani più intrinsechi di Caligola gli
dissono che la cagione fu, che Trasiilo matematico aveva affermato a Tibe- rio,
il quale desiderava di sapere chi gli avesse, a succedere, come che egli con
l'animo fusse più inclinato al suo vero nipote, **he Gaio a quell'ora sarebbe
imperadore, ch'egli correrebbe a avallo pel golfo di Baia. Spettacoli da lui
fatti ne' suoi viaggi in paesi stranieri. Fé' celebrare ancora alcune feste in
paesi forestieri, come in Cicilia nella città di Siracusa i giuochi aziaci ; ed
in Francia nella Mik di Lione alcuni giuochi chiamati Miscelli (per essere una
"nescolanza di varie cose) ed ancor messe in campo uomini elo- luentissimi
in greco ed in latino, i quali feciono a chi faceva Aiì bella orazione : e
dicono che i vinti premiarono i vincitori e furono ancora costretti a comporre
la lode di quelli. Ma a quelli le.cui orazioni erano assai dispiaciute, fu
connandato che con la spugna o con la lingua le scancellassero se e' non vo*
levano toccare delle sferzate o essere gettali nel fiume. EdifiziT pubblici da
lui stabiliti e terminati. Finì di edificare il teatro di Pompeo ed il tempio
di Augusto che da Tiberio erano stati lasciati imperfetti; e cominciò gli
acquedotti che vengono di versa Tigoli e l'anfiteatro che è vi- cino al Campo
Marzio- Ma gli acquidotti furono finiti di edificare da Claudio suo successore,
ed il tempio di Augusto rimase im- perfetto. Rifece le mura di Siracusa
rovinate per l'anlichilà, e vi fece ancora riedificare il tempio degli Iddii.
Aveva in oltre disegnato di ristaurare la loggia regale di Polieràte neHa città
di Samo e di fornire nella città di Mileto il tempio di Apollo chiamato Didimeo
e di edificare una città nel giogo dell'Alpi. Ma sopra ognialtra cosa aveva
nell'animo di tagliare lo stretto della Morea; e di già aveva mandato Gaio suo
centurione che vedesse quello che faceva di mestiero per la detta impresa. Sua
hurbanza ed alterigia. Le cose narrate insino a qui sono state di principe ;
quelle che si hanno a narrare saranno come d'un mostro. F^cevasi adunque
chiamare in più modi; come Pio figliuolo e padre degli eserciti e Cesare Ottimo
Massimo. E sentendo a caso alcuni re ch'erano venuti a Roma per far il loro
debito e rèndergli onore, i quali cenando in casa sua disputavano insieme della
nobi'Uà de' loro antichi, disse ad alta voce in grecò : Un solo signore, un
solo re deve esser riverito dagli uomini ; e poco mancò che egli non prese la
diadema, riduceudo il governo della Repubblica a guisa di regno. Ma perciò che
gli fu detto che la sua grandezza avan- zava quella de' j»e e de' princìpi,
cominciò da quivi innanzi at- tribuirsi quelli onori che si convengono alla
maestà divina ; e dato commessione che tutte le statue degli Iddii ch'erano
pre- clare per arte e per religione insieme con. queUa di Giova Olim- pio gli
fussero portate, e che levato loro il, capo vi fusse posto il suo. Accrebbe il
palazzo, e venne con la muraglia insino alla piazza ; talché il tempio di
Castore è Polluce venne a essere l'an- tiporto del detto palazzo. Usava adunque
spesse volte di porsi nel mezzo delle statue di que' due fratèlli Castore e
Polluce, Vite dei Cesari. GAIO CALIGOLA acciocché 'le genti che passavano
l'adorassero ; e furono alcuni che lo salutavano chiamandolo Giove Laziale.
Ordinò ancóra un tempio particolare m onore della sua divinità; e cosi volle i
suoi particolari sacerdoti e certi modi di sacrificare le vittime molto
esquisite. Stava nel tempio la sua statua d'oro, la quale corri- spondeva con
tutte le membt*a alla sua persona ; e la vestiva ogni giorno dei medesimi panni
ch'egli vestiva se niede^mo. Ciascuno de' più ricchi ambiziosissimamente e con
grandissime offerte comperava l'uffizio defl detto sacerdozio; il qiiàlé rioni
da Fondi. È roSa manifesta che volendo la sua avola Antonia parlare
secretamente con Aufìdio Lingòne che in Roma era stato di magistrato, egli
disse che non voleva ch'ella gli parlasse, se non aila presenza di Macrono
capitano de' soldati pretoriani ; Hche fu cagióne della sua morte, parendogli
esser maltrattata da lui, benché alconi dicono ch'egli la avvelenò; né poi
ch'ella fu morta gli fece al- cuno onore e stette a vedere ardere il suo corpo
dalle finestre delia sala dove egli mangiava. Kece amfViazzare il suo fratello
Tiberio in un subito da un tribuno de' militi all' improvviso, e quando egli
manco se lo pensava. Costrinse allora Sillano suo suocero a morire e scannarsi
con un rasoio, dicendo che la ca- gione perchè ei l'aveva indotto ad uccidersi
ora perchè o'non aveva voluto andare in sua compagnia per mare, avendolo visto
al- - quanto turbato; e ch'egli ciò aveva fatto con disegno d'insigno- rirsi di
Roma, so per disgrazia avveniva ch'egli per fortuna di mare fusse annegato. La
cagiorìedi aver fatto ammazzar Tiberio- diceva essere stata, perciocché egli
usava di fiutar certe cose contro al veleno, mostrando di aver sospetto di lui:
ma Sillano non era andato seco perchè il mare- gli dava noia e per ischi- fare
quek disagio; e Tiberio usava di tener ih bocca certe cose appropriate alla
tossa, la quale gli da\a -grandissimo fastidio. E se egli non incrudelì contro a
Claudio suo zio, e lo conser\'T) in vita come suo successore nell'imperio, ciò
fu da lui fatto più per burla e dispregio che per altro. Sua lussuria con tutte
le sorelle. Ebbe che fare carnalmente con tutte le sue sorelle, ed allora che
la tavola sua èra piena di persone^ se ne poneva quando Una e quando un'altra a
sedere a canto da man sinistra ^ avendo sempre la moglie da man destra. E
credesi che e' togliesse la virginità a Drusilla essendo ancor fanciulletla. E
dicono che Ab- Ionia sua avola, in casa della quale si allevavano insieme, lo
trovò una volta a giacer con lei.. Tolscla ancora a Lucio Cassio Longino, ugmo
consolare, al quale era maritata, e pstlesemente se la tenne come sua legittima
sposa. Ed essendo infermo, la fece ancora erede de'suoi beni e dell' imperio: e
poi che ella fa morta, comandò per tutta la citt^chesi serrassero le botteghe e
si facesse segno di pubblica mestizia e dolore : nel qual tempo fu peccato
capitale' llavere riso, l'essersi lavato, l'aver cenato col padre o colla madre
o colla moglie o con i figliuoli. E non potendo resistere al dolore^ né trovar
luogo in modo alcuno, ^ì parti di notte in un subito di Roma, e facendo la via
di Napoli prestamente se n'andò ii Siracusa: e senza dimorarvi punto, su-
bitamente se ne ritornò a Roma con la barba e con i capelli lunglii ; né mai
dipoi in presenza del popolo o de' soldati parlò sopra cosa di grande
importanza, ch'egli non giurasse pel nome di Drusilla. Le altre sorelle non
furono da lui amate con si sfre- nato ardore e ne tenne manco conto assai :
perciocphè egli molte volte le dette In preda a'suoi cinedi. Onde nell'accusa
di Emilio Lepido che aveva congiurato contro di lui, egli le condannò con manco
rispetto come adultere e còn^apevpli della predetta con- giura ; e non solamente
mostrò le scritte di mano di ciascuno de' congiurati, che per via d'inganni ed
adulterii gli erano per- venute nelle mani, ma mostrò ancora tre spade
apparecchiate per ucciderlo, e le consagrò a Marte Vendicatore con appiecarvi
le scritte. De* suoi matrimonii e delle mogli. • . Non si può agevolmente
discernere se egli fu più vituperoso in quella moglie che e' prese, o in quelle
che ei ^ic^ziò, o in quelle che e' tenne per sue senza licenziare. Essendo
Livia Ore- stiHa maritata a Gaio Pisone, e Gaio Pisene essendo venuto in
compagnia degli altri per onorarlo e /are il debito suo, comandò che la gli
fusse menata a casa, e fra pochi giorni repudiatola, in capo di due anni la
confinò; perciò ch'ella in quel tenapo aveva ripreso la pratica del primo
marito. Altri sprivonoche es- sendo stato invitato alle nozze, comandò a Pisone
che gli sedeva al dirimpetto, che non si aggravasse sopra alla sua moglie, e
subito la fece levar da tavola : usando di dire il giorno appresso che aveva di
nuovo introdotto in Roma il costume antico di Ro- molo e d'Augusto in
guadagnarsi la moglie. Lollia Paolina era maritata a Gaio Memmio, uomo
consolare e capitano dell'eser- cito ; e sentendo far menzione dell'avola sua,
come di quella ebe era stata già bellissima, subito la fé' tornare in Roma
insieme col marito, e toltola per sua moglie ed ivi a poco^ licenziatala, gli
comandò che in perpetuo non usasse più con persona. Amò molto ardentemente
Cesonia, e perseverò assai nello amor di quella, la quale non era di viso molto
bella, né per età molto giovane, e deiraltro marito aveva partorito tre
fn^liuoie, ma èra donna molto lussuriosa e lasciva oltre misura. Egli usò molte
volte di vestirla alla soldatesca con la clanìide in dosso, lo scudo in braccio
e la celata in testa ; e cavalcandole così alla seconda, . ne fece la mostra a'
suoi soldati: ma agli amici la mostrò egli ignuda, e subito ch'ella ebbe
partorito la prese per moglie; ed il di medesimo confessò d'essere suo marito e
padre di quella bambina che di lei era nata, alla quale egli pose nome Drusilla
: e la menò attor-no per lutti i tempii delle Dee e posola in grembo a Minerva,
raccomandandogliele ch'ella l'allevasse ed ammae- strasse. Ne per alcuno più
fermo indizio credeva ch'ella fusse del -suo seme, che per la sua fìerezza ; perciocché
ella ora tanto stiz- zosa e fiera, che con le dita distese percoteva la bocca e
gli occhi de' fanciulli che scherzavano con lei. Sua crudeltà verso i suoi
congiunti ed altri. Sarà cosa leggieri e fredda aggiognere a quel che di sopra
è detto, in che modo egli trattò i suoi parenti ed amici, e tra i primi Tolomeo
re, figliuolo di Juba suo cugino; perciocché egli ancora era nipote di Marco
Antonio, cioè figliuolo di Elena sua figlia. E cosi c^me egli, trattò Macrone
ed Ennio che lo favori- rono in farlo imperadore, i quali tutti gli erano
parenti ; e per grado de' benefiziì che alni gli avevano fatti ricevettono in
pa- gamento la morte. Fu parimente crudele contro al senato, nò gli ebbe piò
rispetto che a' sopraddetti. Non si vergognò che al- cuni cittadini che s'erano
ritrovati ne' primi magistrati in toga gli avessino a -correr dietro e d'
irttorno alla carretta parecchie miglia; e che cenando gli stessero ritti
davanti, ora a' piedi suoi, ora intomo alla credenza col grembiule bianco
innanzi. Oltre a ciò ne fece ammazzare alcuni di loro ascosamente, e di poi gli
fQ'citare^ dando voce' ivi a pochi giorni che e' s'erano morti da per loro.
Privò del consolato alcuni cittadini perchè s'orano di- menticati di far
bandire il giórno del suo nascimento; e la Re- pubblica per tre 'giorni stette
senza il primo e più importante magistrato. Fece battere il suo questore
nominato nella con- giura, con fargli cavare i panni di dosso e porre sotto a'
piedi d*' quelli che lo battevano : perchè senza sdrucciolape meglio lo po-
tessero battere. Usò la medesima superbia e crudeltà contro ai cavalieri e
contro a' popolani; perciò ch'essendo inquietato pe> gran romore che
facevano coloro che pigliavano i luoghi a mezzi notte nel circo per non avere a
spendere^ tutti a suon di bastr nate gli lece cacciar via ; e venti oava^^eri o
più f^^^nà i" sando^i per esser malato, mandò la lettiga: un altro, poi
Che egli fu stato a vedere, lo fece andar secò a mangiare, e cori ogni
piacevolezza e intrattenimento Tandò accarezzando perchè egli stesse allegro e
si flettesse a burlare e cianciare. Quello ch'era sopra alle cacce e ^opra
'alle feste, fattolo ^tare per alquanti di incatenato con farlo battere, non
prima fece ammazzar^ che e' si senti offeso dall'odore del cervello putrefatto.
Fece abbruciare nel mezzo doU'anfiteatro. un conoponitore di farse, per un
verso- lino ch'era un poco ambiguo. Fé' gettare un cavalier romano alle fiere;
e perche ei gridò ch'era inijocente, lo fece ritirare in- dietro e tagliargli
la lingua; ed appresso lo rimandò a farlo di- vorare. . - Sua crudeltà verso i
relegati e òon un senatore. Domandato uno ch'egli aveva fatto tornare d'esilio,
dov'era invecchiato, quello^ ch'egli faceva in detto luogo, e rispondendo colui
per adularlo: -Io pregai sempre Iddio che (come accadde) Tiberio morisse e tu
fossi fatto inaperatore ; immaginandosi che quelli ch'erano stati conBnati da
lui, contro di lui pregassero il medesimo, mandò intorno a quell'isole dove
égli eraiìt) a farli tutti ammazzare e tagliare a pezzi. Ed essendogli venuto
capriccio di fare ammazzare un senatore, messe eerti alle poste, i quali^
mentre ch'egli entrava in senato, chiamandolo nimico pubblico, subito io
assalirono, e sforacchiatolo coi^ gli stiletti. di ferro lo dettone in preda al
pòpolo che ne facesse brani ; nò prima .fu sazio ch'ei vide tutto il suo corpo
tagliato a membro a pembro e strascinato per le strade ; e dipoi si vide
dinan.zi agli occhi tutti i pezzi di quel corpo, raccolti insieme con le
interiora in un monte., Alcuni di lui detti pieni di ferocità e violenza. Le
parole crudèli ch'egli usava facevano parer più crudeM i suoi crudelissimi
fatti ; dicendo di se stesso .che d^lle buone parti che egli in so avQSse,
l'era (per usare il suq proprio .vocabolò)'la AàriO' tepsia (cioè l'èssere sfacciato
e sen^a vergogna alcuna). Bijprendendolo Antonia sua avola, gli rispose (come
quello che sUmaTa poco l'esserne ubbidiente e riverirla): Ricordati che a me è
lecito di fare ciò ch'io voglio contro a qualunque .persona. Quando ei fece
ammazzare, il fratello, dubitando che per paura d'essere av- velenato e' non si
fusso provveduto di qualche rimediò contro al veleno, disse: Rimedio contro a
Cesare? Minacciava le aorelle che dà lui erano state confinate, con dire che,
non bastando di averle confinate nell'isole, aveva ancor modo di farle
ammazzare con le spade. Un cittadino il quale era stato pretore, essendo tor-
nato dell'isola di Anticira, dove egli ei^ andato per essere mal sano, e
addimandando, per guarire affatto, nuovamente licenza, comandò Caligola che e'
fusso ammazzato : dicendo che_bisognava trar sangue a chi in tanto tempo non
aveva giovato lo elleboro. Ogni dieci dì era splito di rivedere le carceri e
scrivere quelli che fussero ammazzati, usando di dire che recava i conti al
netto. Avendo in un medesimo tempo sentenziato alla morte alcuni Greci ed
alcuni della Gallia, si gloriava di aver soggio- gata la Gallogrecia, la quale
è una provincia nell'Asia. • Peggiori e più atroci di lui fatti. Voleva che a
coloro che e' faceva ammazzare fussero solamente date certe punture minute e
spesse : avendp- sempre in bocca quel suo precetto divulgato : Feriscilo in
modo che ei s'accorga di morire. Avendo pei* errore fatto ammazzare uno in
cambio di un altro, disse che ancora egli aveva meritato il medesimo. A ogni
poco usava di dire quel detto tragico: Stiano pure in timore e voglianmi male a
lor modo. Incrudelì ancora contro a tutti i senatori, come partigiani di
Sciano, e come queHi che, per avere accusato sua madre ed i suoi fratelli,
erano stati cagione che Tiberio gli avesse fatti morire ; producendo gli
scritti i quali egli "aveva fatto vista di avere arsi: e scusando Tiberio
di averli fatti ammazzare, con dire che, essendo tanti gli accusatori e di sì
grande riputazione, egli era stato necessitato di prestar loro fede.
Continovamente diceva villania e con parole ingiuriava i' cava- lieri romani ;
dicendo che eglino, erano uomii)! da servirsene a commedio e feste, perciò che
non sapevano fare altro. Adiratosi contro ai-popolo perchè mostrava di favorire
nel fare le carrette a correre la parte coritraria a quella che esso desiderava
che vincesse, gridò ad alta voce : Iddio volesse ^che il popolo romano avesse
un sol collo. Essendogli addimandato che un certo ladrone chiamato Tetrinio
fusse punito, disse che quelli che lo Addimandavano tutti erano Tetrinii.
Combattendo cinque Féziarii (cioè gla- diatori che combattevaiio con una réte
da pigliar pesci, con la quale avevano a scoprire il nimico', e con una
pettineMa per uno in mano che aveva un pesce per insegna in testa), e senza
fere difesa alcuna essendosi lasciati vincere avendo ceduto agli av- versari!,
comandò Caligola a' predetti avversarii che gli ammaz- zassino : . onde uno de*
reziarii presa la pettinella in mano am- mazzò tutti i predetti avversarii. Pianse
allora Caligola questa uccisione come cosa atrocissima e crudele ; e
pubblicamente per via del banditore maledisse tutte quelle persone alle quali
era bastato l'animo di stare a vedere. Suoi lamenti per la felicità dei suoi
tempi. Era ancor solito di rammaricarsi palesemente della condizione de' tempi
ne* quali egli viveva, perchè e' non seguiva qualche rovina universale e grande
da fare che e' fussino ricordati appresso di quelli che avevano a venire:
dicendo che a' tempi di Augusto era seguitata la occisione Variana ; aiiempi di
Tiberio la rovina dello anfiteatro nella-città Sei Fidenati, doVe erano morti
quei ventimila ; le quali rovine amendue erano state notabili ; e che de' tempi
suoi andando le cose tanto prosperamente non era per esserne fatta menzione
alcuna. E ad ogni poco diceva che desi- derava che qualche uno di quelH
eserciti che erano fuora fusse rotto e mandato à fil di spada ;,o veramente sì
che e* seguisse qualche fame o qualche pestilenza o arsione, o ch^ la terra si
aprisse in qualche luogo. Sua crudeltà nelle cene, nei giuochi, ne' spettacoli
e ne' sagrifizìi. Giuocando, diportandosi e ne' conviti ancora in fatati ed in
parole sempre usava la medesima crudeltà. Spesse volte dinanzi al suo cospetto
mentre e' mangiava era esaminato qualcuno per via di torture. Ed un soldato il
quale aveva buona maniera in quell'arte tagliava quivi loro la testa in sua
presenza. Quando egli ebbe edificato il ponte di Pezzuole, che di sópra abbiam
detto, ed es- sendovi sopra, fece venire a sé un gran numero di gente di quelli
che stavano a vedere in sul lite del mare, e subito che e' furono arrivati gli
fece, gittare in mare ; e appiccandosi alcunidi loro ai timoni ed alle navi gir
faceva ricacciar sotto co' pali con le stanghe e con rèmi. Facendo in Roma un
convito al popolo in pubblico, vi fu un servo cb^ levò da uno dì quei lettucci
dove si Rta a sedere a tavola una bandella di argento; onde égli fé' \^nire
spac- ciatamcntejl carnefice e gli fece tagliar le mani e appiccargliele al
collo, acciò eh' elle gli pendessero ^ù del petlo: e fattogli [)ortare una
tavoletta nella quale era sciitto il furto che egli aveva fatto, lo fo' menare
attorno alle t3:vole di tutti coloro che erano convitatii Scherzava con un
gladiatore, ed avevano una bacchetta in man per uno con la quale schermivano ;
distesesi in terra il gladiatore in pruova mostrando d'essere da lui supe-
rato^ di che eg)ì prese il pugnale e raramazzò, o secondo il costume de'
vincitori scorso il campo eoa la palma- in mano. Una volta sacrificando, vestita
solennemente secondo il costume, e fatto accostare la vittima allo aitarci,.
al^ò il "mazzo e dette con esso in su la testa al ministro ch'era quivi
per iscànnare quello animale. Trovandosi a un bellissimo convitò, cominciò in
un subito senza proposito alcuno a sgangasciare delie risa : e domandato dai
consoli che appresso Risedevano piacevolmente perchè egli cosi ridesse, rispose
: perchè credete, se notì perchè io posso con un sol cenno farvi 'scannare
amendue òr ora? Àpelle fatto da lui staffilare, e altri suoi detti. Trovandosi
accanto alla statua di Giove in varii ragionamenti e molto piacevoli, si rizzò
in piedi e domandò un certo Apelle istrione e rapprèsentatore di tragedie,
accostandosi così alla pre- detta statua, chi gli pareva maggiore, o lui o
Giove, e penando quello a rispondere lo fece scoreggiare ; e raccomandandosi e
do- lendosi Apelle, lodava la sua voce, dicendo ch'ella nel sospirare- e
rammaricarsi era: àncora molto soave e chiara. Ogni volta che e' baciava il
collo della moglie o della amica sua usava di dire: io posso pur fare spiccare
a mia posta quésto mio colUcino così buonjD. Oltre a ciò usava di di/e a ogni
poco che Voleva un dì a ogni modo tormentare la sua Cesonia^ e colle cordelle
esaminarla e farle confessare qual fusse la cagione, ch'egli cosi fortemente
l'amaVa. !^ Sua malignità e. superbia verso tutti. Era non manco invidioso e
matignq che superbo e crudèle; nò fu quasi sorte alcutìa di uomini di qualunque
età ch'egli non perseguitasse. Le statue degli uomini illustri,^ che per la
stret- tezza del luogo erano stateievate da Augusto di su la piazza del
Campidoglio e poste nei. campo Marzio, furono da lui rovinale e gua^; in modo,
che chi -le avesse volute rifare non avrebbe non che altro potuto-ritrovarne i
titoli . E da quivi innanzi comandò che nìuho ardisse di porre statue o
immagini di persona in luogo alcuno senza sua espressa licenza. Ebbe ancora in
animo di faro ardere tutte le opere di Omero dicendo : perchè non è lecito a me
il medesimo che a Platone il qnale gli dette bando della sua ^ Repubblica? E
poco mancò ancora che d«3lle librerie ch'erano in Roma egli non facesse levar
via tutte l'opere di Virgilio e quelle di tito Livio insieine con le loro
immagini ; biasimando Virgilio come persona senza lettere e di nessuno ingegno,
e di Tito Livio dicendo ch'egli era un ciarlatore ed uno scrittore a caso. Mo-
strava ancora di ypler levar via tutti i li|3ri delte leggi ; dicendo che un di
aveva a fare in iiiodo cht^ i dottori non potrebbpno al- legare altri Che lui.,
'. Sua invidia verso lutti. Tolse a tutti i più nobili le insegne do' loro
antichi, come a Torquato il Torqae (cioè quella collana che e' portavano al
collo), a Cincinnato il Cincinno (cioè il capello ricciuto), a Gneo Pompeo
tolse ancora il cognome di Magno. Fece ammazzar Tolomeo (il quale io dissi di
sopra), che fatto venire in Roma, da lui era stato molto onorevolmente
ricevuto, non per altra cagione, «e non perchè facendosi il giuoco, de'
gladiatori, vide che nell'entrar il detto Tolomeo nel teatro, per la veste di
porpora la. quale egli, aveva indosso molto ricca e bella, aveva fatto che
tutti quelli che erano presenti si erano vòlti a guardarlo. Tutti i belli e che
avevano bella zazzera, ogni vòlta che evenivano davanti a lui, . gli faceva
tosare nella collottola e gli 'rerideva brutti. Era un certo Esio Procolo
figliuolo di un centurióne, il quale per essere molto compariscente e bello e_
di grande statura era chiamato Colosso, egli lo fece. levar da vedere il giuoco
de' gladiatori e lo fece mettere in campo è provarsi con uno di* quelli
gjadiatgri che sono chiamati Traci ; ed appresso con un altro di quelli che
combattevano con lo scudo; e perciò ch'egli era rimasto vinci- tore amendue le
volte, comandò subito che &' fusse legato e rivolto . in certi stracci di
pannp e alenato a mostra per tutta Roma che le donne lo vedessero; e di poi lo
fece scannare. E finalmente ninno fu di sì abbietta condizione nò di sì basso
stato ' a' comodi del quale egli non fusse nimico e cercasse di guastarli per
tutte le vie che poteva. Il sacerdote che abitava nel boschetto cònsagrato a
Diana, e perciò era chiamato il re Nemorense, aveva 212 GAIO CALIGOLA molti
anni godutosi quel nome e quel sacérdoziì) : onde Caligola mosso ad invidia gli
messe addosso un fuggitivo molto valente e gagliardo, acciocché e' venisse
contjuello alfe mani e lo spogliasse insieme della vita e del sacei«dozio.
Avendo il popolo romano fatto grandissima festa ed allegrezza por cagiono di un
certo chiamato Porlo, e mostro di esser molto ben vólto inverso di hii perciò
ch'egli aveva liberato un suo schiavo il quale combattendo era restato
vittorioso, si levò con tanta furia da vedere le feste che allora celebravano ;
che postosi in piedi sopra a un lembo della toga cascò giù a terra de' gradi a
scavezzacollo ; e tutto ripieno di sdegno andava gridando e dicendo che Un
popolò, romano il (juale è signor del mondo, per sì leggier cosa renda più
onore a un gladiatore e ne faccia più stima che de* principi i quali sono
socrosanli, e massimamente di me ed in mia presenza. I Della sua lussuria e
libidina. Fu |)ari mente disonesto con altri come altri fu disonesto con lui ;
e dfcesi che Aon per altro volle bene a Marco Lepido e a Marco Nestore-
Pantomimo e ad alcuni altri datigli per istatìchi, se non perchè disonestamente
avevano usato Tun con l'altro. Valerio Catullo giovanetto nobile e consolare
disse palesemente che aveva dormito con lui e che lo aveva tante volte
stuprato, ch'egli era indebolito per modo che e' non si potè va, reggere in su
fianchi. Oltre ar portamenti disonesti ch'e' tenne con le sorelle, è notissimo
quello ch'e' fece con Piralìidfe vile meretrice. Non si astenne ancora dalle
donne nobili ed illustri ; anzi usava molto spesso di convitarle insieme co'
mariti> a cena, e dipoi a suo bell'agio le andava considerando ponendo mente
come se egli n'avesse avuto a far mercanzia, alzando il viso a quelle (iheper
vergogna lo abbassavano. Appresso ogni volta che gliene veniva voglia,
partitosi di sala, chiamava quella che gli andava'più a gusto ed ivi a poco, rosso
ancora in viso e mostrando palese- mente in cera ciò ch'egli aveva faito,
tornato in sala palesamento le lodava vituperava secondo 1^ buone lo triste
parti ch'elle avevano; così quanto all'esser buona roba, come al sapervisi
arre- care, contandole ad una ad una. Licenzionne alcuna per non gli essere
riuscite, in nome de' mariti che allora non si ritrovavano in Roma ; e volle
che se ne facesse ricordo in su' libri dovè si notavano le azioni del senato.
Suo lusso nelle cene, bagni, fabbriche ed altre opere. Nelle delicatezze e
superfluità del vivere fu grandissimo spen- ditele e superò in questo ogni
altro prodigo. Egli ritrovò un nuovo modo di stufarsi e bagnarsi. Trovò ancora
maniera di vi- vande ed ordini di cene molto stravaganti e fuori di natura. La-
vavasi adunque ed ugnevasi con unguenti freddi e caldi. Beevasi le pietre
preziose di grandissimo valore, struggendole con lo' aceto, e faceva porre in
tavola il pane e le altre vivande indorate : dicendo che a lui bisognava o
essere Cesare o un da poco e {\) massaio nello spendere. Oltre a ciò geltò al
popolo certe monete che valevano assai, e durò parecchi giorni stando a
gettarle. so- pra alla loggia edificata da Giulio Cesare. Fece fare alcune
libur- niche (cioè navi così chiamate) di cedro; le cui* poppe erano piene di
gemme e le vele erano di colori-cangianti, -nelle quali erano stufe, loggie e
sale assai ben grandi ; eranvi ancora viti ed altri ^.Iberi fratlifert dentro :
nelle quali tra mugiche e canti e balli, standosi a banchettare tutto il giorno,
se ne andava co- steggiando la riviera di Napoli. Edificò pel contado casamenti
e palazzi bellissimi, non avendo né regola nò misura alcuna nello spendere. E
quanto le cose erano più impossibili a fare,. tanto più si accendeva di farle.
Edificò adunque nel profondo del mare allora ch'egli era turbato. Tagliò hjilze
di durissima pietra. Alzò le pianure al pari de' monti, e spianò i monti con
prestezza in- credibile: perciocché indugiando coi9rb a chi e' commetteva
simili cose a metterle in esecuzione, (àceva tor loro la vita: e per non^ndare
raccontando queste cose ad una ad 'una, in mancò di un anno consumò ^un tesoro
infinito e tutti que' danari che aveva ragunati Tiberio, clie erano sossantasei
milioni e cinque- cento mila scudi. Rapine ed estorsioni dello stesso. Venuto
adunque in necessità di danari, si volse con l'animo alle rapine, tenendo modi
molto sofistici in valersi contro a' pò >oli così nel vendere allo incanto,
come por gabelle e gravezza' j mandare a terra privilegii. Primieramente diceva
che color- .lon erano cittadini romani giuridicamente, i quali avevano im
vetrato quel privilegio per sé e per i suoi posteri, se già noi uss*»ro i
figliuoli: perciocché questo vocabolo posteri noi - distendeva più óltre di
quel gradò. E producendo alcuno privilegii e decreti impetrati da Cesare e da
Augusto, se ne faceva beffe comedi cose che fussero indietro parecchie usanze.
Diceva ancora che coloro avevano dato male e falsamente la nota dei l'or beni
per censuarli, l'entrate de* quali per q4ialun(iuo cagione fussero accresciute.
Arunullò i testamenti de'con turioni /come di persone ingrate, fatti dal
principato di Tiberio insino a quel tempo, i quali non avessero lasciato eredo
Tiberio o lui. E se alcuno diceva che aveva inteso che'l tal cittadino aveva disegnato,
morendo,, di la- sciar suo erede Cesare e dipoi non l'avesse fatto, annullava
quel testamento come vano e dì nessun valore : ónde nriolte persone basse che
non 'erano così ben conosciute, avendolo fatto suo erede in compagnia de' loro
amici e familiari, e così molli padri in compagnia de' loro figliuoli erano da
liti -chiamati cianciatori, perchè e' non si morivano poi che e' l'avevano
eletto per suo erede; e molti di lóro ne avvelenò, con mandar Igro certe vi-
vande preziose e ghiotte a presentare. Nel giudicare e dar sen- tenza sopra
alle predette cause, usava di tassare gli accitàati in danari, ponendo a
ciascuno quella somma che e' pensava di po- ter riscuotere, né Bipartiva della
sua residenza s'egli non l'aveva riscossa; e perchè l'indugio gli dava grande
affanno, ne condannò una volta quaranta che per diverse cause ^rano accusati
con una sola sentenza. E svegliato la sua Cesonia che dormiva, si gloriò con
seco di quanto egli aveva fatto mentre ch'ella si stava a dormire di. mezzo
giórno. Vendè ancora all'incanto lutti t ri- masugli de' panni d'arazzi e
d'aìtrc cose simili ch'erano avanzati delle feste che si erano celebrate ; ed
egli in persona le vendeva ed incantava, facendole alzare tanto di pregio, che
alcuni, costretti di comperare certe cose ad un prezzo smisuralo, e bisognando
lor vendere i loro beni per pagarle, si segarono le vene. É cosa ma- nifesta
che dormendo Aponio Saturnino tra le panche e inchi- nando così la testa,
Caligola aver detto al trombetta che non la- sciasse passar di contentar
quell'uomo da bene che tante vplte gli aveva accennato con la testa; e tanto
disse che gli fé' coni- perare senza sua saputa tredici gladiatori la valuta di
ducénto venticinque mila scudi. Suoi infami guadagni. Avendo ancora venduto in
Francia le masserizie e gli orna- menti delle sue sorelle che da lui erano
state condannate, ed oltre a ciò alcuni schiavi, e cerli ancora .che di già
erano, fatti liberi a prezzi smisurati, parerid^xgli chele CQse vi si
tèndessero bene e che e' fusse da guadagnarvi assai, vi fe*condurre tutte le
inasserizie e robe che avevano servito per la corte di Tiberio ; e perciò che
per farle portare e' fo* tórre tutte le carrette vettu- rine e le giumente da'
mugnai, mancò in Roma molte volte il il pane ; ed una gran parte di quelli che
litigavano per non aver carrette, e bisognando loro, venire a piede, non
potevano essere ^ a tempo a comparire e dar mallevadori/ onde e' perdevano
laiito. Nel vendere adunque le sopraddette robe non mancò di usare ogni
inganno, astuzia e ribalderia;òra riprendendo i compera tori ad uno ad uno come
persone avare e che non si vei'gognavano d'esser più ricchi di luì ; ^ra
facendo sembiante di pentirsi di aver messo innanzi a uomini privati coso si
nobili e di sì gran valore. Intese che un paesano aveva dato a uno de' suoi
ministri, che invitavano le g^nti 3\ suo convito, cinque mila scudi per esser
ancor lui de' convitati; né egli punto ebbe por male che gli uomini stimassero
tanta quel favore di ritrovarsi alle sue cene. H giorno appresso essendo questo
tale a sedere ed a veder vendere all'incanto, gli mandò uno che da parte sua gh
fe'com- perare un non so che di poco prezzo cinque mila scudi ; e gli disse che
Cesare in persona lo diiamerebbe a cena con esso seco. Nuove gabelle e sordidi
civanzi. Aveva da principio dato la cura di riscuotere queste gabelle da lui
nuovamente poste* e gravezze non mai più U(Hte agii arrendatori delle entrate
pubbliche; dipoi multiplicando le fac- cende, dette loro in compagnia i
centurioni ed i tribuni pretoriani, avendo poste le gravezze sopra a qualunque
sorte d'uomini : né era cosa alcuna di si |)oco pregio della quale e' non
facesse pa- gare la gabella ; e delle grasce e cose da mangiare che in Roma si
vendevano faceva ancora pagare un tanto. Voleva che tutti quelli che litigavano
gfì avessero a pagare la quarantesima parte della somma che si litigava; e
quelli che erano accusati d'essersi accordati e d'aver com|)osto la lite erano
da lui condannati. Vo- leva l'ottava parte del guadagno che facevano i bastagi
giorno per giorno : e dalle meretrici quanto ciascuna guadagnava in' una volta.
E fece fare una giunta al capitolo della detta legge ove questo si conteneva,
che s'intendessero obbligate a pagare non solamente quelle che erano meretrici,
ma quelle ancora chefus- sero state o meretrici onruflìane: e cosi le
gentildonne fossero' obbligale alla medesima pena essendo trovate in adulterio.
nel fare la rassegna de' soldati, privò dell'uffizio una gran parte di quelli
centi/rioni ch'erano già oltre di età ^ ed alcuni ve n'e- rano che furono daini
privati dall'uffizio, i quali fra pochi giorni, se- condo gli ordini della
milizia, venivano ad esser liberi ed esenti dalla milizia ; dicendo che gli
privava dell'uffizio, perciocché egli erano oramai vecchi e deboli. Dipoi avendogli
ripresi come troppo avari, scemò loro la provvisione ed insino alla somma di
quindici mila scudi. 'Sé avendo fatto altro in tale impresa^ se non preso.,
prigione Minocino Bellino figliuolo del rode' Batàvi, il quale era stato
scacciato dàLpadre e s'era fuggito con pochissimi compagni, non tìltrimenti che
se. egli si fusse insignorito di tu tta^ l'isola, mandò a Roma lettere molto
magnifiche : comandando a coloro J5 SvETOKiO. Vite dBt CpsarL che le portavano
che se ne andassero a dirittura in. piazza e si rappresentassero nel tempio di
Marte, dov« si raguiiava il senato, e non presentassero le lettere a' consoli,
se prima non erano rau- nati tutti i sonatori. Selva da lui fatta rìcidere,
premii dispensati a* soldati, e altre cose da esso operate. Dipoi mancandogli
occasione di guerreggiare, fé' partir^ certi germani ch'egli aveva in prigione
e gli fece nascondere di là dal Reno. Appresso ordinò che, mangiato che egli
aveva, venissero alcuni con gran fretta a fargli intendere che i nemici si
accosta- vano ; il che essendo fatto, come da lui era stato ordinato, si levò
su in compagnia de' suoi amici e eoa parte de' cavalieri pretoriani, e' tirò
via alla volta d'una ^elva ch'era vicina allo esercitò ; e fatto tagliare gli
alberi di quella ed acconciare a guisa di trofei, tornò in campo di notte e co'
lumi: e -quelli che non l'avevano s^ùitato, riprese come timidi e poltroni. Ed
a' suoi compagni partecipi della vittoria donò certe corone da lui nuo- vamente
trovate, dove era il sole e la luna e l'altre stelie, bene accomodate e
distinte, e le chiamò esploratorio. Appresso fatto levare dalle scuole certi
statichi ch'egli aveva seco in campo, comandò loro che ascosamente si
fuggissero; né priiha si furono parti ti> ch'egli abbandonato il convito con
la cavalleria si mise a seguitarli, ed. avendogli presi come fuggitivi, li
messe alla ca- tena: e parendogli la invenzione bella oltre modo, non capiva in
se medesimo, talché tornato a cena ed essendo avvisato come e' venivano gente
in suo soccorso, confortò i suoi soldati che co$ì armati come egli erano, si
ponessero a tavola ; allegando lorò^quel verso di Virgilio che è tanto
divulgato, cioè che stes- sero forti e si riserbassero alle cose prospere. In
quesjto mezzo ordinò che in Roma fusse mandato un bando, nel quale- e' rì-
T)rendeva il popolo ed il senato, che combattendo Cesare ed es* sendo esposto a
cosi fatti pericoli, si stessero pe' teatri e pe'giar- Jini in conviti e feste.
Suoi preparamenti contro TOceano, ed altre sue imprese. I ' Finalmente come se
e' volesse fare qualche gran fatto d*arme, fé' metter l'esercito in ordinanza ;
e si addirizzò con esso alla volta deirOceano. Appresso fatto mettere in ordine
le baliste e l'altre artiglierie da combattere, stando ognuno a vedere; .nò
potendosi immaginare quello ch'egli avesse in animo di fare,, in ^ un subito
comandò lóro che andassero raccogliendo nicchi e se ne riempiessèro le celate
ed i grembi, chiamandogli spoglie -del- l'Oceano debite al Campidoglio ed ai
palazzo. Ed in segno della vittoria edificò una torre altissima in sul lito del
mare, dove stessero di notte i lumi accesi per insegnar la strada a' naviganti.
£ fatto intendere che si desse cento giulii per ciascHft soldato, parendogli
aver trapassato ogni termine di liberalità, disse: or oltre andatevene allegri,
andatevene, ricchi. Sua cura del. trionfo ed altre sue opere. Quindi rivoltosi
a procurare il trionfo, scelse e pose da pacte, perchè e* fosse magnifico,
oltre a- barbari ch'egli aveva prigioni G fuggitivi, certi Francesi di
smisurata grandezza, ch'erano (come egli diceva per una parola greca) degni che
di loro si trionfasse^; tra' quali ve ne furono alcuni de' principali e più
nobili, e gli co- strinse a biondirsii capelli e lasciarseli crescere ; ed
oltre a ciò volle che egli imparassero la lingua germanica e che e' si ponesr
sere certi nomi barbari. Comandò ancoraché una gran parte delle galee, con le
quali era entrato nell'Oceano, f ussero con-- dotte a Rpma per terra; e scrisse
a' procuratori suoi che gli ap- parecchiassero un trionifo con pochissima^spe^a,
ma- si fattp che non mai per l'addietro ne fosse stato un altro, poiché si
potevano servire e valere de* beni de' cittadini'.Romani come a- loro pareva. .
Scellerato pensiero di trucidar e mettere a (il di spada le leeoni. Prima che
e' si partisse di quel paese, aveva- fatto un disegno molto scellerato, cioè di
Ì9gliare a pezzi que' soldati i quali dopo la morte di Augusto si erano
abbottinati ; perciocché lui, il quale era ancora molto piccolo, ed ilsuo padre
Germanico lor capitalo avevano assediato : e fu gran fatica a faHo mutare di
proposito e levargli della fantasia un cosi strano capriccio. Non restò per
questo che e' non volesse ammazzarne di dgni dieci uno; e cosi- fa ttigU
chiamare senza armi a parlamento e tolto ancor loro le spade, gli attorniò con
la cavalleria armata. Ma accorgendosi che e' sospettavano e che la maggior
parte alla spicciolata andavano ripigliando l'armi, per non si lasciar far
villania si fuggi loro Unanzi e prestamente se n'andò alla volta di Roma^ con
animo ii sfogare tutto il suo veleno contro al senato : minacciandola
lalesomonte /^h'o»**» «^»' ^olAre rinvenire '» cagione di si fatt' GÀIO
GAUGOLA- multi e romori che seguivano con tanto suo disonore. E dòme che poco
innanzi egli avesse fatto loro intendere che a pena della Tita non trattassero
per conto alcuno di apparecchiargli il trionfo, tuttavia, oltre alle altre
querele, egli si dolse clie e'^non glielo avevano apparecchiato secondo che e'
meritava. • Suo ritorno alla città, pessimo di lui proponimento, e veleni
ritrovatigli in casa dòpo la morte. Andandolo adunque a incontrare pel cammino
gli ambasciatori del senato e pregandolo che e' sollecitasse la sua venuta,
disse con grandissima voce : Io verrò, io verrò e costui con esso «leco ;
percuotendo parecchie volte ccfn la mano sopra il pomo della spada. E fece
intendere pubblicamente .che tornava solamente per trovarsi in compagnia de*
cavalieri e del pòpolo^ da* quali egli era desiderato; perchè né come
cittadino, uè come principe, non intendeva di avere a far più cosa alcuna col
senato. Non volle ancora che alcuno de' senatori venisse ad incontrarlo: e
pretermesso il trionfo, solo vittorioso entrò il giorno del suo na- tale in
Roma, ed indi a quattro mesi fu ammazzato: conoe che egli avesse avuto ardire
di commettere grandissime scelleratezze e di andarne tuttavia macchinando delle
maggiori. Perciocché egli s'era proposto di andarsene ad Anzio e quindi in
Alessan- dria, con aver fatto prima ammazzare così dei senatori come dei
cavalieri i principali* ed L più nobili. E perché nessuno dubiti ciò esser
vero, furono trovati tra le sue cose segrete due libretti, uno de^quali era
intitolato spada, l'altro pugnate : ed amendue contenevano i nomi di coloro
ch'erano destinati alla morte. Fu ritrovata ancóra un'i^rca -grande piena di-
varii veleni; i quali essendo dipoi da Claudio gettati ^n mare, si dice che
tutto lo infettarono^ jion senza grande mortalità di pesci., i quali dall'onde
erano gettati morti alla riva. . Natura del corpo e sue indisposizioni. Fu di
statura alto, di color pallido, di corpo brutto e sgarbato, aveva il collo e le
gambe sottili oltre modo, gU occhi e le tempie in dentro, la fronte arcigna e
larga, i capelli radi^ era calvo sul cocuzzolo, e peloso in tutte le altre
parti. del corpo. E perciò quando e' passava, era cosa pericolosa e mortifera
il guardarlo alto, per alcuna c^*« nominar la^ ca«^-^ ^v^^va naturalmente
.dcconcìandoselo allo specchio per farlo avere deb terribile e del crudele. Non
falsano né di mente liè di corpo; da fanciullo si gli dette il mal maestro. Fu
in giovanezza soppoii;atore de^disagi; tuttavia gli venivano alcuna volta certe
fiacchezze in un subito che appena che e' potesse andare 9 star in piedi d
riaversi aiutarsi in modo alcuno. Erasi accorto per se medesimo dello essere mal
sano della mente, e pensò molte volte di andarsene in qualche luogo a purgarsi.
Credesi che da Cesohia gli fusse dato bere qualche cosa per farlo innamorare,
la quale lo aveva^ fatto diventar scemo di cervello. Spaventavaai la"
notte e massima- mente iti sogno. Non si riposava più che tre ore della notte,
né anche in quelle «i riposava interamente, parendogli spesse vòlte vedere
figure molto' strane e maravigliose ; e tra le altre gli pa- reva vedere la
presenza del mare parlar con esso seco*: ef còsi una gran parte della noète,
per istar tanto desto, gli veniva in tedio lo stare a giacere, ed ora si
rizzava a seder in sul letto, ed ora si andava a spasso per certe loggie
lunghissime, chiamando a ogni poco il. dì che sì affrettasse di venire. Sua
debolezza di mente, disprezzo degli Dei,' ed altre sue t>perazioni.
Potrebbesi ragionevolmente attribuire a questa sua infermità di ménte alcune
estremila di vizi molto contrarie, cioè una spmniB audacia ed una gratidissima
paura' che in lui si ritrovavano. Quan- tunque egli dispregiasse né tenesse
conto alcuno iiegli Iddii, non- dimeno per ogni poco che e' balenasse tonasse,
si chiudeva gli occhi e si ravvolgeva il capo cò'paimii, e quando tonava balcr
nava punto forte, si levava da giacere e nasòondévasi sotto il letto. Quando
egli andò in Cecilia, ed essendosi fatto beffe delle maraviglie che in molti
luoghi vedute aveva, nondimeno si fuggi una notte di Messina ripieno df
spavento pel fumo e remore cbe si sentiva su la cima del monte Etna. Oltre a
ciò, come che. egli facesse moHo del bravo contro a i barbari, nondimeno
ritrovan- dosi sopra un carro di là dal fiume Reno, in certi luòghi stretti e
tra le sue genti, le quali erano ancora molto ristrette insieme -ì dicendo uno
che se i nemici fussero comparsi da banda alcuna, )ra da dubitare che e' non
seguisse qualche gran disòrdine nelfo 3sercito, egli incontinente montò a
cavallo, e datola a dietro, s nise a correre verso il ponte ; e trovando che i
carriaggi er ^ccomanni lo avevano occupato di modo che e'.non si po.te^ e' si
allargassero e gli dessero la yia, passò loro sopra a i capi, facendosi porgere
le mani di mano in mano. E quindi a pochi giorni, inteso come i Germani s'erano
ribellati, sì messe non solamente in ordine per fuggire, ma andò ancora
pensando in che parte del mondo egli si potesse ritirare al sicuro ; ed altra
speranza non gli era restata che la Barberia, ogni volta che, già come ferono i
Cimbri al tempo di Mario o come feron i Senoni al tempo di Camillo, i nimici,
come egli dubitava, avessero oc- cupati i gioghi deirÀtpi^ adi Roma si fossero
insignoriti. Perciò credo io che quelli che fo ammazzarono avessero disegnato
di faro credere a' soldati, quando eglino avessero cominciato a tu- multuare
per vendicarlo, ch'egli per se medesimo si fosse morto^ come quello die s'era
sbigottito avendo inteso la battaglia essere andatamele. . - - Delle vesti e
degli abiti ch'ei portava. Noi vestire e nel calzare ed ogni altro portamento
non andò mai come romano nò come cittadino; nò mai portò àbito da uomo dà bene
e valoroso, anzi non pure da uomo : percipchè molte volto con le cappe, ovvero
mantelli da acqua, dipinti e ripioni di gomme compariva in pubblico, avendo
contro al co- stume la tonaca con le maniche lunghe e con certe collane larghe
al collo che gli pigliavano tutte le spaile. Alcuna volta sr vestiva tutto di
seta con la bornia sopra a guisa di donna. Alcuna yolta se ne andava in
pianelle ed altra volta coni que' calzari che nelle tragedie s'usano. Ora
portava le calze che usano i soldati quando e* vanno a fare le sentinelle, ora
le portava da donna. Andava la maggior parte del tempo con la barba indorata, e
portava in mano o là saetta a guisa di Giove^ o il tridente a ^isa di Net- tuno
la bacchetta avvolta co'serpenti a guisa di Mercurio^ Fu veduto ancora alcuna
volta acconcio e vestito a. guisaìli Venere. Andò ancora spesso vestito alla
trionfale, ancora innanzi alla impresa che e' fece contro a' Germani ; e
qualche volta portò indosso la corazza di Alessandro Magno, avendola fatto
cavare del luogo dov'egli era sotterrato. Della sua eloquenza ed arte di dire.
Quanto alle scienze ed arti liberali, studiò solamente ine^sere eloquente,
copioso e pronto nel parlare. Ed avendo a parlare contro di alcuno quando egli
era adirato^ non gU mancavano né le paròle né i concetti. Ne'gesti e nella voce
era tale che perjo ardor del dire lion potevd fermarsi ; e quelli ch'erano
lontani assai udiyanobenissimo scolpite le sue parole. Quando egli aveva, in
animo di parlare t^ontro di alcuno', usava di dire : 40 caccierò nano alla
spada delje mie fatiche e vigilie. Dispiacevagli tanto lo stil delicato e molto
esqoisito, che e' diceva, di Seneca, del cai stile si faceva in quel tempo
assai conto, che il suo scrWere pareva una muraglia di pietre commesse insieme
senza rena e senza calcina. Era ancora solito di comporre orazióni contro agli
oratori che, difendendo altri, erano restati superiori. Fingevano ancora in
difensione,. ovvero in^accusiazìone. di quelli che per- quakhe cosa grave e
d'importanza f ussero stati accusati into- nato; e secondo che la fo^ (ì) Io '
trasportava nel difendere nell'accusare, veniva con la sua autorità a sollevare
i delinquenti ovvero ad aggravarli. Mandava ancora il banditore a chiamare
pubblicamente i cavalieri che andassero ad udirlo. Sua Brt« di cantare, saltare
e guidare le carrette. • Fu nondimeno molto studioso ih apprendere certe altre
arti e scienze molta diverse tra di loro; come il giiiocare ^'arme a guisa de'
giuocatori chiaoiati traci, ed il guidar le carrette e appresso cantare e
ballare. Schermiva con le spade di filo ; ed avendo a correre con la^carretta,
feceva accomodare la piazza, ora in un modo, ora in un altro. Pigliavasi tanto
piacere e s'ac- cendeva in guisa del canto e del ballo, che quando si
celebravano le feste, egli, in presenza di ognuno, non poteva contenersi di non
cantacchiare insieme con gli istrioni, contrafacendo pale- semente i lor gesti,
ora mostrando dì lodargli, ora di corregèrgli. n di che e* fu ammazzato, aveva
fatto intendere che voleva che in Roma si vegliasse tutta la notte seguente;
solo (secondo che par verisimile) per potere più licenziosamente a quella ora
com- parire in su' palchetti come gli altri istrioni e recitatóri. Usav^ ancora
di ballare alcuna volta la notte. Una volta a mezza notte mandò in fretta a
chiamare tre cittadini consolari che venissero a palazzo ; e come che e'
temessero assai, e che andasse loro pel capo di molte e strane fantasie,
tuttavia si rappresentarono je furono fatti sedere sopra un palchetto : ed
eccoli in un stibito con gran remore di piferi e di predelle (2) venir fuora
Caligala con (1) Foga, lo stesso, che impeto. (2) Arnese di legname, sul qual
sedendo si tengono i piedi. una tonaca- insino a* piedi e sopra con un mantello
da donna, il quale, ballato ch'egli ebbe sopra una certa canzone messa in
musica, senza altro dire spari loro dinanzi. Ora essend' egli molto facile a
imparare tutte le sopraddotte cose, nondimeno egli non potette mai imparare a
notare. Quanto fosse irasportatiò nel favoreggiar alcuni, e perverso nelPodiar
alcuni altri. Le persone che gli andavano a gusto erano da lui favorite
pazzamente e senza ritegno alcuno. Marco Nestore,^ il quale era uno di quelli
che sono destri di persona e sanno contrafare ognuno, rappresenta toro di
farse, mentre che e'.si celebravano le feste, era da lui baciato in presenza
del popolo ; e se aictino, ballando Nestore, avesse pur fatto un minimo remore,
diceva subito: mandatelo via; e lo batteva dì sua mano. A uno cava- lier
romano, che faceva tumulto, fece intendere per un centu- rione che allora
allora senza altro intervallo si méttesse la via tra le gambe e se n'andasse ad
Ostia, e quindi imbarcatosi, pas- sasse in Mauritania a portare certe sue
lettere a Tolomeo re : contenevano le- predette lettere questo : Al preseate
apportatore non gli fare né bene né male. Favorì intanto alcuni dèi gladia-
tori chiamati Traci, che gli fece capitani dei Grermani ch^erano a guardia
della sua persona. £ tanto ebbe in odio certi altri gla- diatori chiamati
Mirmilloni che e' fé' lor guastare tutte quante le armi : ed a Colombo, che era
uno di loro, restato vincitore, ma leggermente ferito, pose il veleno nella
piaga : e dipoi chiamò il detto, veleno colombino : come tra le annotazioni
degli altri suoi veleni si ritrova scritto. Favorì tanto, svisceratamente
quella banda de' guidatori delle carrette che dal colore de' vestimenti era
chiamata Prasina (cioè, la banda verde), che egli del conti- novo si ritrovava
a cenare ed a dormire nella stalla in \ot com- pagnia ; ed a uno de' predetti,
chiamato Cìtioo, ritrovandosi a bere con lui dopo cena, nel presentarsi l'un
l'altro, (secondo il solito) alcune cose dì poco pregio, esso gli donò
cinquantamila scudi. Similmente a un altro di loro chiamato Incitato^ perciò
che non gli fusse rotto il sonno la notte dinanzi al giorno nel quale egli
aveva a correre ne' giuochi circensi, faceva coman- dare pe' suoi soldati^ alla
vicinanza che la notte facessero silen- zio. Donò a costui, oltre a una stalla
di marmo con le mangia- toie di avorio pel suo cavallo, ed oltre a una coperta
di porpora ed una catena di pietre preziose, a una casa con tutte le sue
appartenenze^ per in§ino a' servidoiu^ acciocché i convitati 4n nome suo
fusseix) da lui più splendidamente ricevuti : e si dice ancora che e' lo fece
consolo. Congiura ordinata contro di lui.. Mentre ch'egli così pazzamente si
governava, si ritrovarono molti a' quali bastò l'animò di congiurare contro di
lui ; ma delle predétte congiure alcune si scopersero ; ed alcuni alu-i, per
non avere occasione, si stettono a vedere ; solamente due conferirono Tuno a
l'altro i lor disegni e gli mandarono ad ef- fetto, non senza saputa ed
intendimento di alcuni liberti e ser- vidori di esso Caligola, i quali allora
potevano assai in Roma: accon^ntironvi ancora i prefètti dei soldati pretoriani,
i quali, quantunque che falsamente fussero stati accusati, come c«nsa>
pevoli di un'altra congiura,' nondimeno s'accorgevano che'Cali- gola gli teneva
a sospetto ed aveva loro male ànimo addosso; perciocché scoperta la predetta
congiura, Caligola dubito gli tirò da parte e gli fece loro un gran carico,
affermando, con. aver tratto fuori la spada^ che parendo loro che e' fusse
degno della morte, si ammazzerebbe per se medesimo. Né da quivi innanzi restò
di dolersi ora. con questo ed ora coit quello di loro, ed ac- cusargli l'uno
all'altro e di. mettergli in discordia. Parve adun- que a costoro di assaltarlo
di mezzo giorno, quando égli usciva da vedere le feste che allora in palazzo si
celebravano. E Cassio Chérea, ch'era tribuno di una compagnia de' soldati
pretoriani, chiese di grazia d'essere il- primo a manometterlo; perciocché
Caligola, essendo egli' già vecchio, usava molto di dispregiarlo e disonorarlo,
chidinandolo poltrone ed effeminato ; e quando da lai gli era addimandato che
gli desse il nome per mettere le sen- . tinello, gli dava pei- nome Venere o
Priapo ; e quando ^gli an- dava per ringraziarlo di qualche cosa e baciargli le
mani^ gli porgeva la mano, e volendola esso baciare, gli faceva una fica altre
simili^ sporchine. Segni che si mostrarono a,vanti la di lui morte. Molte-cose
maravigliose apparirono, le quali significavano la sua morte vioJenta. In
Olimpia volendo scommettere la statua di Giove e portarla a Roma, ella cominciò
in un subito sì fortemente a ridere, òhe gl'ingegneri, abbandonato le macchine
e lasciatole andare indovina, si diedero a fuggire chi qua, chi là: ed in quel
punto sopravvenne un certo ch'era ancora egli chiamato Cassio^ affermando che
in sogno gli era pairuto di sacrìficfire un.toro a Giove. li Campidoglio di Capua
a' quindici di marzo fu percosso dalla saetta ; e così in Roma fu percosso
dalla saetta la cella che era nel cortile del palazzo. E trovaronsi alcuni
interpreti che affermavano che per la saetta di Capua il principe portava pe-
ricolo d'esser ucciso dai soldati della sua guardia; e .che per quella di Roma
manifestamente si comprendeva ch'egli aveVa a seguire una notabile uccisione,
come altra volta era intervenuto nel medesimo dì. Fugli ancor detto da Siila
matematico, al quale e' fece fare la sua natività, che senza dubbio alcuno egli
aveva a esser ucciso di corto. La dea Fortuna ch'era in Anzio gli disse ancora
che sì avesse cura da Cassio ; onde egli aveva ordinato area in sogno d'essere
in cielo, vicino alla sedia di Giove, e che Giòve col dito grosso del piò
destro gli avesse dato un calcio e preci- pitatolo dì cielo in terra. Furono
ancora notati, per segni della sua futura morte e per cose notabili che pochi
anni innanzi nel medesimo dì orano accaduto ; tra le quali fu che un
pappagallo, nell'essere da lui sacrificato, lo bagnò di sangue. £ Marco Ne-
store in quel dì rappresentò una tragedia la quale già era stata rai)presentata
da Neoptolemo il dì della festa nella quale fu am- mazzato Filippo rodi
Macedonia; e recitandosi una favola com- posta da Lauroolo, uno di quelli
ch'era la più importante voce della commedia, nel levarsi dinanzi a una rovina,
mandò fuori sangue per bocca, onde gli altri recitatori volendo fare il me-
desimo e gareggiando insieme a chi più ne sputava, si riempie tutta la scena di
sangue. Erasi ancora per la notte apparecchiato di fare una rappresentazione
dove gli tjgizii e gli Etiopi avevano a rappresentare gli abitatori
dell'inferno. Della di lui morte ed ammazzamento. A ventitré di gennaio circa a
ore dicianove, stando appunto su l'andarsene a mangiare, né si risolvendo
ancora, per sentirsi lo stomaco gravato dal cibo del giorno dinanzi, finalmente
per- suaso dagli amici, uscì fuori per andare verso palazzo, ed avendo a
passare per una certa grotta, s'erano apparecchiati certi gio- vanetti nobili
dell'Asia per fare certi giuochi sopra la scena dove le commedie si
rappresentavano, onde égli si fermò per vedergli e dar loro animo ^ e se non
che il capo e maestro di que' fanciulletti disse ch'era agghiadato, voleva
tornare indietro e che tutta quella festa da capo sì rifacessie. Dicési là cosa
in due modi. Alcuni scrivono che mentre ch*egli stava a parlare con que'
fancfuUi, Cherea venendogli di dietro gli dette un gran mandirixto attraverso
al collo, avendogli prima detto: volgiti a me : appresso che Cornelio Sabino,
l'-altro de' (Congiurati, gli passò il petto con una punta da banda a banda.
Altri dicono che Sa- bino, avendo per opera de' centurioni, i quali erano
consapevoli della congiura, sollevato gli^ animi de' soldati, gli dimandò,- se-
condo il costume, che gli desso il nome che il dì le guardie avevano a usare ;
e dandogli Gaio per contrassegno il nome .di Giove, Cherea allora gridò:
piglialo che gli è ben dato, e rivol- tandosi Gaio indietro, egli in quel,
medesimo tempo con un colpo gli mandò giù una mascella e che allora gli altri,
essendo Cali- gola a giacere in terra e colle membra rannicchiate, e gridando
che era vivo^ con trenta ferite lo finirono di ammazzare. £ che il segno che
fra loro si erano dati era questa parola,^repe^e, che vuol dire, ridagli.
Furonvi alcuni che gli cacciarono i ferri da basso per le parti vergognose, ed
al primo romorecòrsono quelli Qhe portavano la lettiga, e con que' bordoni
èoprà i quali e' si appoggiavano portando la lettiga cercarono di soccorrerlo;
e quindi a poco comparsone i Germani ch'erano a guardia della persona sua, od
ammazzarono alami dei percussori insieme con alquanti senatori che non vi
avevano colpa. Mortorio di Gaio, e morte della moglie e. figlia. Aveva, quando
e' fu morto, trentanove anni ; era stato neirini- perio tre anni, dieci mesi ed
otto dì. Il corpo suo fu portato ascosamente negli orti chiamati Lamiani, e
posto così a caso sopra un monte di legne^ e mezzo arso fu ricoperto con un
poco di terra. Appresso essendo ritornate le sorelle di esilio, lo cava- rono
fuora e l'arsone affatto e dipoi lo seppellirono. È cosa ma- jìifes(a che i
guardiani dell'orto, mentre che 'l corpo suo vi stette sotterrato in quel modo,
erano inquietati dall'ombre di quello ; ed ancora nella casa dovè egli morì non
passava mai notte al- cuna che e' non vi si sentisse qualche remore, tanto che
final- mente l'abbruciarono. Fu morta insieme con lui Cesonia sua moglie
d'unaxoltellata che gli dette un centurione ; e la figliuola fu battuta ed infranta
nel muro. Ciò che fece il Senato dopo la di lui morte. Puossi considerare in
che termine si rifrovavano allóra le cose della Repubblica ; cònciossiachè
essendosi divalgatò come Cali- gola era stato ucciso, tutto il Spopolo stette
sopra di sé; nò vi fii alcuno che in quel subito si movesse, non dando fede a
cosa che sì dicesse, ma dubitando ch'ella non fusse una voce mandata fuora da
Caligola per conoscere qual fiisse la disposizione degli animi inverso di sé:
né i congiurati ardirono di creare alcuno imperadore. Il senato fu intanto
unito e d'accordo per ria^sur mere la sua libertà che i consoli al primo lo
raunarono : né si raunò nella curia solita, perciocché ella sì chiamava Giulia,
ma in Campidoglio : ed alcuni di loro, in cambio di dirQ il loro pa- rere sopra
il creare il nuovo imperadore, giudicarono ch'e'si dovesse in tutto spegnere la
memoria de' Cesari e rovinare i tempii da loro ed in lor nome edificati.
Osservarono ancora per cosa notabiljB che tutti i Cesari cognominati Gali erano
morti vio- lentemente, cominciandosi a contare insino al tempo di Cinna. LA
VITA ED I FATTI DI CLAUDIO CESARE QUIllf IHPERATOR ROMANO Del padre di Claudio
e de' di lui fatti. Dr usQ cognominato Decimo e poco appresso Nerone, padre di
Claudio Cesare, naque di Livia, tre mesi dipoi che Augusto pre- gnante la tolse
altrui. Credetesi per alcuni che e' fusse figliuolo di Augusto, stimandosi
ch'egli avesse avuto a fare con lei prima che ella fusse sua moglie. Una volta
subito che e' l'ebbe presa, furono mandate f uora queste parole in greco r Agli
uomini .for- tunati nascono ancorai figliuoli di tre mesi. Questo Druse, prima
fatto questore, dipoi pretore, ed appresso capitano contro a' Reti e contro a
Germani, fu il primo de' Romani che navigasse l'Oceano settentrionale. Egli ancora
fece Tarerà' suoi soldati di là dal fiume Reno certe fosse profondissime, e
dove duravano molta fatica, le quali oggi son chianiate Drusine. Ed avendo
rotto i nemici e fat-. Igne grandissima uccisione e perseguitatogli addentro
nelle più ascoste e deserte parti .della Germania, non mai fece fine per insino
a tanto che e' non gli apparse una donna che pareva bar- bara alla vista, di
apparenza più grande che ordinaria, la quale gli parlò in lingua latina e gli
disse, che, poi ch'egli era vinci- tore, e' non volesse procedere più avanti.
Per queste cose adun- que fatte da lui in guerra, entrò in Roma,J;riònfante e
vittorioso, ma non sopra il carro trionfale. Questi, dopo l'essere stato pre-
tore, fu creato consolo; e tornato alla medesima impresa, « mori d'una
infermità ch'egfi ebbe di state,, riposandosi alle stu..^i co' suoi soldati ;
le quali abitazioni per la sua morte furono d\r^ chiamaf'^ scellerate. U
'"""po sun fu co"^o"o a Roma daip» pali di quello
città cho godevano i privilegi de' cittadini romani e di coloro che di Roma
erano stati mandati ad abitare in qiiei paesi. A costoro si fecero incontro gli
ordini dogli scrivani, e presono il corpo e portarono a seppellire in campo
Marzio. Ma i suoi soldati, là dov'egli erano, gli edìcarono un bellissimo
sepol- cro, avendo ordinato cho ogni anno i soldati avessero a corpere intorno
a guisa di venire a un fatto d'arme, e che in Gàliia per tutti i tempii
facessero supplicazioni e sacrìficii solenni in onore (li quello. Oltre a ciò
il senato, tra molte altre cose, ordinò che nel mezzo della via Appia sì
edificasse di marmò un arco trion- fale in suo onore, nel quale fussero
scolpiti i suoi trofei e lo sue vittorie; e volle che i suoi discendenti
fussero cognominati Crer- manici. Credesi che, oltre all'essere stato d'animò
civile, egli avesse ancora del borioso; perchè, oltre all'onore della vittoria
ricevuta, e' cercò di riportarne le ricche spogliò. E molte volte' ne' maggiori
pericoli a briglia sciolta si messe baldanzosamente con tutta la squadra a perseguitare
i capitani de' Germani; usando ancora di diro che voleva un dì a ogni modo
rendere a Roma la sua libertà. Onde io stimo alcuni avere avuto ardire di
scrivere ch'egli era sospetto ad Augusto ; e che avendogli fatto intendere che
tornasse a Roma e lasciasse l'esercito, perciò che egli non aveva ubbidito,
l'aveva fatto avvelenare: il che da me è stalo riferito [)iù per non lasciare
indietro cosa alcuna di quelle che sono state scritte di lui, che perchè io
giudichi che e' sia vero oppure abbia del verisimile ; perciocché e' si conobbe
che Augusto l'amò grandemente non solo in vita, ma ancora in morte, e lo
institiii suo eredo in compagnia de' figliuoli, siccome egli disse pubbli-
camente in senato. E nella orazione ch'e' fece in suo onore poi ch'egli era
morto, venne a lodarlo in tanto che pregò gli Iddii che a lui concedessero
grazia che i suoi Cesari fussero a quello simiglianti ; e che il fine ch'egli
aveva a fare fusse onorato come quello di Druse. E non contento di avergli
fatto un epitafìo e fattolo intagliare nella sua sepoltura, scrisse ancor la
vita di quello. Ebbe Druse più figliuoli di Antonia minore, ma tre sola- mente
ne lasciò vivi, Germanico, Livilla e Claudio. Nascimento di Claudio e sua
infanzia. Nacque Claudio al tempo che Giulio Antonio e Fabio Africano orano
consoli nella città di Lione il primo di d'agosto; nel me- desimo giorno che
nel predetto luogo fu primieramente consa- grato l'altare di Augusto e fu
chiamato Tiberio Cfaudio Druso. Appresso fu adottato dal fratello maggiore: nella
famiglia Giulia. Lasciollo il padre in Roma ancora in fasce. Da fanciullo e da
gio- vane ebbe dì molt^e infermità e molto difficili a curarle; tanto che
indebolito di animo e di corpo non solamente da giovane,*• ma poi che egli era
già in età conveniente, lo giudicarono ina- bile ad alcuno governo o magistrato
pubblico o privato.' Ebbe ancora il tutore ed il pedagogo poi che era molto
ben'griàtide.^ ^ da sapere governarsi e reggersi per se medesimo'. Duolsi egli
.. stesso di questo suo pedagogo ili una certa operetta da lui com- posta, come
di persona barbara o rozza in verso di lui, e datogli in pruova per precettore
solo perchè e' nste festp li M'»»'te: '^onvoornr-p'» simendue che e' sìa benf
risolversi una volta sopra a fatti suoi e vedere quello che e* sia da fame ;
perciocché essendo sano e, per dir così, in tutta per- fezione, a me non pare
per conto alcuno che noi dobbiamo man- eare di aiutarlo e dargli riputazione,
tirandolo su per quefl gradi che noi abbiamo tirato il suo fratello. Ma
parendoci che e' vada tuttavia perdendo ed ingrossando più Tun di che Tal tre,
e che e* sia non solamente infermo del corpo ma ancor deiranimo, io non voglio
che noi diamo occasione alle persone di ridersi di lui e di noi, che siamo
soliti in simil cose d'uccellare altri. Perchè se noi una volta non ci
risolvessimo e non venissimo a qualche conclusione sopra i casi suoi, staremmo
sempre con questa an- sietà d'animo. Farci però che e' sia uomo dei governi?
non mi dispiace già, come tu di', ch'egli in queste feste di Marte pro- vegga
al convito dei sacerdoti e che a lui sia commessa celesta cura, pur ch'e'
faccia a senno del figliuolo di Silvano e da lui si lasci governare, acciocché
e' non gli venga fatto qualche scioc- chezza onde e' n'abbia ad essere
uccellato. Ch'egli abbia a stare a vedere i giuochi circensi tra gli altari
degli Iddii a noi non piace; perché \errebbe appunto a sedere in testa della
piazza dove ognuno lo vedrebbe. Né a me ancor piace che e* vada nel monte
Albano, né ch'egli stia in Roma in queste ferie latine ; perché, se ci pare che
e' sia sufficiente di far celebrare le feste latine in compagnia del fratello
nel monte Albano, noi possiamo sicuramente dargli ancora il governo della
città. Io t'ho scritto, Livia mia, il parer nostro; il quale è di risolverci
una volta sopra i casi di costui per non andar sempre ondeggiando tra il timore
la speranza. Tu potrai, volendo, mostrare ad Antonia questa parte di questa
nostra epistola. Scrive ancora in certe altre sue lettere : Mentre che tu
starai lontana, ogni giorno farò che Ti- berio verrà a cena meco ; acciocché
essendo a quel modo giova- netto, e' non ceni solo col suo Sulpizio e col suo
Antenodoro. Quanto mi sarebbe caro ch'egli fusse un poco più diligente, nò
avesse tanto dell'intronato, e che nel muoversi, nel vestire e nell'andare e'
ponesse mente a qualche persona garbata e s*in- gegnasse d'imitarla. Poverello
a lui, come ha egU poca grazia.nel conversare con lo persone virtuose. Bene é
vero che quando egU sta in corvello si riconosce in lui assai prontezza e virtù
d'animo. Ed in un'altra lettera scrive: E potrebbe essere che'l tuo nipote
Tiberio, quanto al declamare non riuscisse male e che in questo e' non mi
dispiacesse. Possa io morire, Livia mia, se io non me ne fo le maraviglie: come
può egli essere, che uno che è tanto sciocco nel parlar familiare possa in
pubblico dire acconciamente cosa che buona sia? la non so che mi ti dirne.
Yedesì appresso manifestamente qual fusse la risoluzione di Augu3to sopra i
fatti suoi ; perciocché da lui non ebbe niai né magistrato, nò governo alcuno,
$alvo che sacerdote degli auguri : e lo m^se nel suo testamento tra i terzi
eredi e quasi tra gli strani, e per Ia dìcp^r*» cb'*»*?' Vite dei Cesari. Ì:U
ili'UiIo mal sano, e clie era per ristorarlo in qualche altra cosa l' lii
mostranti la sua liberalità; il quale nondinoeno venendo a morto (h1 avendolo
lasciato ne' terzi eredi solamente per la terza (Kirto e fattogli un lascito di
scudi circa cinquanta mila, non fece altro se non raccomandarlo ai soldati ed
al senato e al popolo dì Roma, nominatamente tra gli altri suoi parenti e
familiari. Del suo consolato, ed altre cose da lui fatte. Finulmonte al tempo
di Caligola suo nipote, il quale nel princi- pio del suo imperio s'ingegnò con
ogni segno d'umanità o beni- volenza d'acquistarsi buon nome e buona
riputazione, cominciò i\ ritrovarsi nei magistrati e nei governi della
Repubblica e fu creato consolo \)ev due mesi in compagnia di esso Caligola. Ed
il primo dì che e' comparì in piazza accompagnato come consolo con i littori^ un
aquila venne volando e se gli pose da man de- stra. Fu ancora ivi a quattro
anni creato consolo tratte per sorte. Tmvossi ancora, quando le feste si
celebravano, alcuna volta a sedei-e come giudice di (piclli in luogo di
Caligola; di che il po- polo mostrò di rallegrarsi assai, chiamandolo
unitamente ed a viva voce zio dell'imperadoro o fratello di Germanico. Srhemi
fattigli come per burla. Con tutto questo non si potè difendere dal noQ essere
scher- nito e beffalo ; perciocché quando e' tornava la -sera a cena un poco
pili tardi dell'ora ordinaria, con fatica gli- era permesso che si ponesse a
tavola con gli altri e* gli facevano dar prima una volta intorno alla sala. Ed
ogni volta che e' dopmiva còme egli era quasi sempre solilo dojK) cena, così a
tavola gli traevano i i nocciuoli delle ulive e de' datteri ed alcuna volta con
la sferza ovvero con lo (4) scudiscio gli ronzavano intorno agli orecchi a
similitudino (j|ifiai^li vento. Usavano ancora, mentre che ei rus- sava, di
mettergli i calzari alle mani: acciocché svegliandosi in un subito venisse a
stropicciarsi gli occhi con essi. Pericoli da lui fuggiti. Porto ancora qualche
pericolo e primieramente quando egli era consolo fu per esser privo del
magistrato, perchè non cosi (1) Scudiscio, lo stesso che presto aveva fatto
fare le statue di Druso e di Nerone fratelli di Cesare e porle dove elle
avevano a stare. Fu ancora accusato molte volte e da persone forestiere ed
ancora' dai suoi domestici ed amici ; e del conti novo travagliato ora fu un
modo ed ora in un altro. Quando e' fu scoperta la congiura di Lepido .e Getu-
lico, mandato in Germania con gli ambasciadorì a rallegrarsene, portò pericolo
di non vi lasciar la vita ; perciocché Caligola si sdegnò grandemente con dire
che e' lo avevano stimato per un fanciullo, avendogli mandato per sopracapo il
zìo che lo gover- nasse : e scrivono alcuni che lo fece gittare in fìume cosi
veatito come egli era venuto. E da quel tempo innanzi sempre che ei si aveva a
parlare in senato, era Tultimo a dire il suo parere; perciocché sempre per
dispregiò dopo tutti gli altri ne era ad- domandato. Fu ancora accusato
d'essersi trovato a sottoscrivere un testamento falso ; e fu da chi lo aveva a
giudicare accettata la predetta accusa. Ultimamente, costretto a pagare
ventimila scudi, per essere stato messo nel numero de' sacerdoti di Augu- sto,
venne a tanta povertà che essendo obbligato allo erario, né avendo il modo a
soddisfare, i prefetti dello erario, secondo che disponeva la legge sopra a ciò
fatta, lo ferono stare appic- cato per un piede. in pubblico,. come so egli
;jji avesse avuto a vendere. Principio deirimperio di Claudio. Trattato in
cotal guisa la maggior parte del tempo che egli visse, fu fatto di cinquanta
anni imperatore hiolto a caso e ma- ravigUosamente quanto dir si può ;
perciocché essendo in com- pagnia degli altri ributtato nò voluto metter dentro
dagli ucci- ditori di Caligola, i quali stando in su la porta licenziavano
ognuno, mostrando che esso Gaio parlasse in segreto con qual- che persona,
s'era ritirato in una certa stanza dgve'Bi mangiava chiamata Ermeo. £ poi che
e' fu seguito il cago>it|gpB$ così il pie fuor della soglia dell'uscio e
dipoi si nascose ùìottìù [Vj all' usciale e stando in cotal guisa passò a sorte
un soldatello che andava discorrendo per la casa e gli venne veduto i piedi di
Claudio ; e nel voler domandare chi egli fosse lo riconobbe, e presolo pei
tirarlo fuora, Claudio tutto pauroso se gli inginocchiò a' piedi, ma il soldato
gli fece riverenza e lo salutò chiamandolo impera dorè. Quindi lo condusse dove
erftio gli altri soldati ; ' o"*»! CLAUDIO CESARE attendevano a gridare e
correre in qua ed in là. Posonlo adun- ((ue dentro a una lettiga ; e ^ìerciò
che i suoi servidori orano fuggiti, lor medosìmi lo portarono scambiandosi Tiin
Taltro di mano in mano. E tutto maninconioso e ripieno di paura lo con- d
«isserò all'esercito ; le genti elio lo riscontravano erodendo che e' fusse
condotto senza sua colpa alla morte ne avevano compas sione. Fu adunque
ricevuto dentro a* bastioni tra quelli cho fa- cevano la guardia; più presto
rifìdandosi in quei soldati, ch'egli avesse molta speranza che le cose fussero
por succedergli bene. Perciocché i consoli col senato e colle genti ch'erano a
guardia della città avevano occupato la piazza ed il Campidoglio per ri-
cuperare la libertà ; i (]uali mandarono ancóra un tribuno della plebe a
chiamar Claudio che venisse ancora egli a cpnsuUare e dire il suo parere; ma
egli rispose che non poteva andare e che i soldati a forza lo ritenevano. Il
giorno seguente essendosi raf- freddala la caldezza de' senatori, nò venendo a
conclusione di cosa alcuna, per non ossero d'accordo e volerla chi in un modo e
chi un altro, si levò su il popolo e cominciò a gridare che vo- leva un
governatore, nominando particolarmente Claudio. Ondo egli acconsenU che i
soldati gli rendessero ubbidienza e gli giu- rassero fedeltà ; promettendo a
ciascun di loro in premio tre- cento sottantacinque scudi. E così fu il primo
imperadore che facendosi impegnare la fede s'obbligò a' soldati con danari.
Suoi portamenti nel suo ingresso al principato. Poi che egli si fu assicurato e
che egli ebbe stabilito il go- verno, cercò primieramente come- cosa di maggior
importanza, di far che gli uomini, quanto era possibile, venissero a dimenti-
carsi di que' due giorni ne' quali ^ra stato per mutarsi lo Stato. Ordinò
adunque che e' fusse a ciascuno perdonato e si dimenti- casse in perpetaO tutto
quello che si era detto e fatto in quel giorno, e coél attenne a ciascuno.
Solamente fece ammazzare al- cuni (li que' tribuni e centurioni che s'erano
trovati nella con- giura fatta contro a Caligola ; il che egli fece, è per dare
esem- pio agli altri e per avere inteso come essi avevano cerco di ammazzare
ancora lui. Quindi voltossi con animo alle opere sante e pietose. E quando egli
aveva a confermare alcuna cosa con giuramento, usava più il nome di Augusto,
che di alcuno degli altri imperadori, equeUo più degli altri osservava. Ordinò
che Livia sua avola fusse, come gli altri ch'erano fatti divi, rive- rita e adorata
; e che nella processione e pompa, che si faceva il di che si celebravano i
giuochi circensi, vi fusse ancora an carpo tirato dagli elefanti in onor di
lei, simigliante a quel di Augusto. Al padre ed alla madre ordinò, jhir 6i
facessero l'ese- quie pubbliche; e di più in onore dd^pàdJN^^'iCusserp ogni
anno nel giorno che egli era nato celebrati i gittbcki circensi, ed in onore
della madre ordinò una carretta che avesse a dare la volta intorno alla piazza
del Circo Massimo e la fece ancora cogno- minare Augusta: il che dall'avola era
stato ricusato. In onore del fratello, il cui nome, sempre ch'egli n'ebbe
occasione, fu da lui celebrato e fattone memoria, ordinò ancora che a Napoli
fusse recitato una commedia in greco, nel dì che i Napoletani celebravano l6
lor feste ; e coronò il componitore della predetta commedia, secondo, che dagli
uomini ordinati sopra^ ciò fu giu- dicato che egli meritasse. Celebrò ancora il
nome di Marco An- tonio e mostrò di esser grato alla memoria di quello ;
percioc- ché avendo fatto intendere pubblicamente al popolo come ei volea che
il giorno, nel qual era nato il suo padre Druse, fusse celebrato, disse che lo
domandava ancora con più istanza per esser nato in quel dì Marco Antonio suo
avolo. Fornì di far edi- ficare un arco trionfale di marmo, vicino al teatro di
Pompeo, in onor di Tiberio; il quale già s'era inó;]y^ciato a edificare per
deliberazione del senato, né dipoi si cra^inandato a perfe- zione. E benché da
lui fussero annullata mte le, cose che da Caligola erano state fatte e
deliberate, nondimeno ancora che il giorno della morte di quello fusse stato
principio del suo impe- rio, egli non volle ch'e' fusse connumerato tra i
festivi. Onori da lui sprezzati, ed altri suoi modi civili. Quanto al dare
riputazione a se medesimo ed al farsi onorare e riverire, andò molto
destramente e si dimos^Ò molto umano e d'animo civile. Egli primieramente non
Yjf W™ 8Sit chiamato imperadore ; degli onori e -magistrati ne ricqfJSBBflK
j^on volle che in pubblico si facesse festa o dimostp^MHSKuna nelle nozze della
figliuola, né ancora quando gli jgtdSfBHM Non fece grazia mai ad alcuno bandito
di tornare 16 Sjìina, se non con licenza e volontà del senato. Non volle
entrare in Senato accompagnato dal prefetto de' soldati pretoriani e dai tribuni
dei militi, senza prima impetrarne lioeBilEa dei senatori ; e similmente non
tenne per ben fatta alcuna ^^QB^. che da' suoi procuratori fusse stata
giudicata o mandàt^'lV^ esecuzione per suo ordine, se i senatori prima non la
approvavano. Pregò i consóli che gli dessero autorità di poter fare la fiera
del vendere e comperare nelle sue private possessioni. Molte volte si
rappregeniò dentro a' magistrati, non comeJmperadoi*e ma come persona privata ;
per consigliare e non per comandare. E quando alcuno di loro celebrava alcuna
festa, egli jnsieme con l'altra moltitudine si levava in piedi e con la voce e
con le mani mostrava di ralle- grarsene. Fece scusa co' tribuni della plebe, i
quali erano ve- nuti à trovarlo dinanzi alla sua residenza, dicendo sapergli male
d'avere a dar loro udienza stando ritti per esser in luogo stretto. Per queste
coso adunque in breve spazio di tempo venne a farsi tanto ben volere
dall'universale, ch'essendo venuto lo avviso come egli era stato morto a
tradimento nell'essere cavalcato ad Ostia, il popolo non restò mai con
grandissima afflizione d'animo di bestemmiare crudelmente i soldati ed il
senato e sparlare contro di loro, chiamando i soldati traditori ed il senato
parri- cida, insino a tanto che e' cominciò a comparire quando uno e quando un
altro, ed appresso una gran quantità di gente con- dotta dinanzi al popolo dai
consoli, i quali dettone nuove come egli era salvo e vicino a Roma che tornava.
Insidio tesegli, e con^'iure contro di lui fatte. Con tutto questo si trovarono
alcuni che cercarono di am- mazzarlo; ma furono persone particolari e gente che
cercavano di mutar lo Stato per le discordie ch'eran nate tra' cittadini. Fu
adunque trovato a mezza notte un plebeo vicino alla camera dove egli dormiva
con un pugnale in mano. Furono ancora tro- vati in pubblico due cavalieri che
avevano dentro a una mazza da cacciatori un coltello e l'aspettavano per
ammazzarlo ; uno de' quali lo voleva assaltare uscito ch*egli era del teatro,
l'altro mentre che dinanzi all'altare di Marte sacrificava. Congiurarono contro
di lui per mutare il governo. Gallo Asinio e Statilio Cor- vino ed i nipoti dì
Pollioue e di Messala, amendue oratori, avendo un gran seguite di loro liberti
e schiavi. Furio Cammillo Scri- boniano fu queHo che tentò di muovere la guerra
civile, il quale era legato nella Dalmazia, ma fra cinque dì fu oppresso ; per-
ciocché i soldati non gli tennono il fermo e si pentirono per ti- more degli
Iddii : perciocché essendo loro detto la via ch'egli avevano a tenere per
rappresentarsi al nuovo imperadore, mira- colosamente accadde ch'e' non
poterono né accomodare l'aquila, né smuovono l'insegne ch'erano fiatate in
terra. Suoi consolati e delle cose da lui fatte in «ssi. Fu cinque volte
consolo: i primi due consolati furono l'uno dopo Taltro ; quelli che appresso
seguirono, vi fu quattro anni dall'uno all'altro; l'ultimo fu di sei mesi e gli
altri di due sola- mente : nel terzo fu sostituito in luogo di un de' consoli
ch'«ra morto : il che non era per addietro mai intervenuto ad alcuno
imperadore. Fu molto dilìgente e durò grandissima fatica nello amministrare
giustizia e tener ragione quando egli era con- solo e fuori ancora del
consolato, non risparmiando li dì festivi e solenni, e che per antica usanza
erano religiosi, né quelli che particolarmente per^conto d'alcuno de' suoi
parenti si guarda- vano. Né sempre andò dietro appunto a quello che dicevano le
leggi, ma andava moderando la dolcezza e l'asprezza di quelle secondo che gli
dettava il suo giudizio naturale e che a lui pa- reva che fusse giusto e.
ragionevole : perciò ch'e' fece abilità di potere riassuniere la causa a quelli
che dinanzi a'giudici privati,, per addomandar più che e' non dovevano, avevano
perdute le lor ragioni ', e quelli che fussero stati ritrovati in frodo in cose
di maggiore, importanza, gli condannò a esser divorati dalle be* stie,
trapassando in questo gU ordini delle leggi. Sua instabilità e variabilità nel
render ragione. Nel dare sentenza e nel risolversi sopra alle liti, clic gli
capi- tavano innanzi, faceva di grandi svarioni : perchè ora mostrava d'essere
molto considerato giudice e di sottile intendimento; ora si dimostrava, pel
contrario, senza considerazione alcuna avven- tato e furioso ; altra volta
appariva una persona debole e sciocca. Egli primieramente nel far grazia ad
alcuni giudici di non es- ser obbligati a. rappresentarsi in compagnia degli
altri a giudi- care per giusti. impedimenti, ed cssendovene uno disobbligato,
per avere tre SgUfiióD^ il quale nondimeno, ohittjvfo, aveva ri- sposto come
dó:^*^^ non fusse stato disobbligo, ^«9 che e' fusse disobbligo a ogni modo e
lo priyò di quello uffiz^ieme persona ambiziosa e troppo desiderosa di
ritrovarsi a Òkr sentenze. Un altro de' predetti giudici fu chiamato da uno che
litigava seco dinanzi alla medesima residenza in giudizio, onde egli rispon-
dendo disse ch'ella era una causa che se n'andava per l'ordinà- rio^ nò
bisognava ch'ella fusse messa loro innanzi in quel* luogo ; ma Claudio comandò
che subito in sua presenza egli decidesse la dotta lite e vi desse sc^ra
sentenza: acciocché dal giudicare le coso proprie egli desso saggio di sé e
mostrasse quanto nel giudicare lo altrui e' fusse por dovere e^ere giusto e
ragione- vole. Litigavano dinanzi a lui la madre ed il figliuolo, negando ella
quello essere il suo figliuolo, e per le ragioni e conietture che dairuiia e
l'altra parte si allegavano era cosa molto difficile a conoscer chi dicesse il
vero di loro due. Ma Claudio comandò alla donna, che poi che quel tale non era
suo figliuolo, ella se lo prendesse per marito, il che dà lei fu ricusato; e in
cotal guisa si venne a comprendere come egli era veramente suo fi- gliuolo.
Dava le sentenze in favor di quelli che erano presenti^ senza considerare, se
coloro che per qualche impedimento o necessità non si erano rappresentati in
giudizio, avevano o più meno errato ; *o se lo impedimento ch'essi allegavano
per es- ser giusto, meritava d'essere ammesso. Avendo dinanzi un falsi-
ficatore, e nel st^ntire a caso uno che gridò e disse : e' merita che gli sia tagliato
le mani, subitamente e con grande istanza comandò che e si facesse venire il
carnefice col ceppo e con la mannaia. Un'altra volta avendo dinanzi un
forestiero che s'era voluto spacciare per cittadino romano^ e contendendo
insieme l'accusatore e quello che lo difendeva in che guisa egli avesse ad
essere \estito o da forestiero o da romano, mentre che la sua causa sì agitava,
Claudio gli fece mutare i vestimenti più volte secondo che egli era accusato o
difeso ; quasi ch'egli vo- lesse dimostrare d'essere un giudice spogliato
d'ogni passione e che non piegava più d'una parte che da un'altra, se non tanto
quanto le ragioni comportavano. Avendosi oltre a ciò a scrivere il suo parere
sopra una certa faccenda, si crede che il suo voto fusse che la intendeva come
coloro che avevano detto il vero ; per le quali coso venne in tanto dispregio^
che ognuno palese- mente se ne faceva beffe. Egli aveva fatto citare un
testimonio, e scusandolo il suo procuratore con diro che e' non poteva com-
parire in tempo, gli domandò la cagione; il procuratore poiché e' fu stato un
pezzo a rispondere, disse ch'egli era morto ^ al- lora Claudio soggiunse : la
scusa è lecita. Un altro ringrazian- dolo come per burla, che egli
acconsentisse cke uno il . quale era stato accusato fusse difeso e avesse chi
dicesse le sue ra- gioni, soggiunse ancora, ch'ella nondimeno era cosa solita.
Ri- cordomi ancora aver sentito dire da' nostri vecchi che i causi- dici e gli
avvocati, per esser lui persona tanto paziente, gli avevano in modo preso rigoglio
addosso, che quando e' volevano scendere giù della residenza, non solamente lo
chiamavano di- cendo che e' tornasse indietro, ma lo pigliavano per un lembo
%ih della toga o per un piede e lo fermavano. E acciò che e' non paia ad alcuno
le predette cose essere da maravigliarsene^ un Greco, persona vile e di poco
affare, nello questioneggiare seco con parole, si lasciò uscir di bocca in
greco: ed ancora tu sei vecchio e matto. Fu accusato un cavalier romano d'usare
con le femmine a mal modo, il che era falso ; ma perciocché i suoi avversarii
potevano assai, era in diibbio il fatto suo. Egli adun- que vedendosi esaminare
contro i testimonii e le pubbliche me- retrici^ si volse a Claudio con dirgli
ch'egli era un crudele ed uno stolto; e venne in tanta rabbia che e' prese le
scritture e ||ii stiletto del ferro e gli trasse ogni cosa nella faccia e gli
fece un poco di male in una guancia. Uffizio della censura da lui amministrato
e altre cose da esso fatte. Amministrò il magistrato della censura, il quale
uiì gran tempo addietro, aopo che Paulo e Fianco furono censori, non s'era
eser- citato; ma nel predetto magistrato fece ancora di molti svarioni. Ebbe
dinanzi un giovane cavalier romano il qUale era stato ac- cusato per le sue
disonestà ; e perchè e' sapeva che il suo padre era uomo dabbene e sempre era
stato di buoni costumi, lo li- cenziò senza alcuna punizione, dicendo che egli
aveva in casa il suo censore. Un altro gli fu accusato per molto vituperoso e
che avesse commesso di molti adulterii, il quale egli non condannò altrimenti,
ma solo gli ricordò che essendo ancor giovane e di tenera età, avesse cura di
non si affaticar troppo e di non so- praffare la natura, o almeno di essere più
cauto e segreto nel farlo, soggiugnendo : « Parti egli che e' sia ragionevole
che ab- bia a sapere ancora io qual sia la tua amica? » Avendo oltre a ciò a
preghiere di certi suoi amici acconsentito che e' si scan- cellassero alcune
parole ch'erano in disonore d'uno che gli era stato accusato, disse : « Io son
contento, ma io voglio nondimeno che e' sì riveggià la scanceUatura. » Era un
Greco (Je' principali del suo paese, pejrsona molto splendida, il quale ^nel
numero de' giudici ; ed ^ì, perchè e' non sapeva parlare in latino, non
solamente lo privò di quel magistrato, ma ancora lo ridusse t vivere come
forestiero. Volle sempre che quelli che avevano ? render conto della vita loro^
lo facessero da per loro senza a\ vocati, con dir loro che facessero il meglio
che potevano. Con> dannò molte persone, ed alcune ve ne furono che non se lo
poL savano, perchè non mai per l'addietro era stato cop'^a»^^»*^ al^iii^n x)er
simili ^^/siioni, rWme tw^r Assers' Dartk ^'^^^i- sua licenza : e tra gli altri
condannò uno |)or avere accompagnato un re nel suo paese, dicendo che anticaoiente
Rabirìo Postumo, per aver seguitato Tolomeo in Alessandria, desiderando di va-
lersi d'un suo credito, era stato accusato dinanzi a' giudici d'aver fatto
contro allo Stato. Era nondimeno molto maggiore il numero di coloro ch'egli
avrebbe voluto condannare, ma per la negli- genza di coloro che gli
esaminarono, gli trovò quasi tutti senza colpa, il che seguì con suo
grandissimo disonoire; perciocché quelli che furono accusati di non aver
moglie, di non aver fi- gliuoli d'essersi lasciati sopraffare dalla povertà,
provarono di aver moglie, d'aver figliuoli e d'esser ficchi : e così ancora al-
cuni i quali erano stati accusati d'aversi date delle ferite per loro modesimi,
spogliandosi ignudi, dimostrarono il corpo e la per- sona loro senza offesa
alcuna. Fu ancora in questo suo uffizio della censura notabile ch'egli comandò
che una carretta d'ar- gento sontuosamente fabbricata, la quale si vendeva^^ntf
borgo (WSigillari, fusso ricomperata e sminuzzata e disfatta là^iia pre- senza.
Mandò ancora in un giorno venti bandi, tra' quali ve ne fu uno che ricordava al
popolo che per essere buona ricolta di vino, avessero cura che le botti fussero
ristuccale bene ; nelFal- tro ricordava che al morso della vipera non era il
miglior rimedio che il sugo di quell'albero eh' è chiamato tasso. Sua
spedizione neir Inghilterra e del trionfo. Fece a' suoi di solamente una
impresa, o quella di poca im- portanza : perciò che avendo ordinato il senato
che per suo onore gli fussero concessigli ornamenti trionfali, e giudicando un
simil titolo scemare più tosto che accrescere il grado il quale egli te- neva,
e desiderando di trionfare interamente e come si doveva, elesse, per mandare ad
effetto questo suo desiderio, tra tutte le altre l'impresa d'Inghilterra: la
quale impresa, dal divo' Giulio in poi, da ninno era stata tentata. Eransi in
quel tempo levati su i popoli di queir isola; perchè i fuggitivi, secondo .Ig
conven- zioni, non erano stati renduti loro. Partendosi adunqiìè Claudio
d'Ostia e andandosene alla volta di quésta isola per mare, fu due volte per
affondare intorno alla riviera di Genova vicino all'isola di Jori, per un vento
provenzale che s'era levato molto gagliardo Onde andatosene da Marsiglia infmo
a Gessoriaco per terra quindi se ne rientrò in mare e passò nella detta isola.
Ed aveii' dola senza alcuna battaglia e senza sangue tra pochissimi giorni
ridotta in suo potere, tornò a Roma il sesto mese dipoi ch?egl s'era partito e
trionfò con grandissimo apparato. E permesse che non solo venissero a vedere in
Roma quelli ch'erano al governo delle Provincie, ma alcuni sbanditi. E tra le
spoglie ostili ap- piccò una corona navale, vicino alla corona civica, la quale
come imperatore aveva ricevuta nella sommità del palazzo; volendo che per
quelle si comprendesse come egli era passato insino nell'oceano, e lo aveva
quasi domato. Andò dietro al suo carro trionfale in carretta Messalina sua
moglie; accompagnaronlo ah- cora quelli che nella medesima guerra avevano
conseguitato gli ornamenti trionfali, ma tutti a piede e con la pretesta, da
Crasso Frugo in fuora ; il quale andò sopra a un cavallo bene abbigliato e con
una veste trionfale ornata a palme, perciocché altra volta aveva ricevuto tale
onore. Cura che ebbe della città e delle vittuarie. Usò grah diligenza in far
che la città, quanto agli edifìzii ed altre appartenenze si mantenesse e che
ella stesse abbondante. Onde ardendo gli edifizii chitimati Emiliani, ed
essendo il fuoco appiccato in mala maniera, stette due notti alla fila in un
luogo a quelli vicino, chiamato Dilib^torio ; e perchè i soldati e fami- liari
suoi non potevano supplire, ordinò che i magistrati chia- massero il popolo,
mandando le grida per tutta la città: ed egli facendosi loro incontro mostrava
loro le borse piene di danari, confortandogli ài dar soccorso in quella
necessità, promettendo di pagar ciascuno secondo che egli si portava. Quanto
alla ab- bondanza, per essere stato parecchi anni un gran secco, era
grandissima carestia di tutte le grasce ; di maniera che trovan- dosi egli in
piazza, il popolo se gli messe' d'attorno, e con dirgli grandissima villania lo
ricopersono quasi co' pezzi del pane; ed egli bisognò, per uscir loro delle
mani, fuggirsi per l'uscio di die- tro e ritirarsi nel palazzo. Onde da quel
tempo innanzi, per tutti que' modi che fu possibile, cercò sempre di provvedere
la città nel tempQ della invernata di vettovaglie ; convenfitosi co' merca-
tanti di dar. loro uo tanto per cento di guadagno, e che i gran» venissero a
suo risctuo, dando grandissimi privilegi a tutti quell' che per condurre robe
in Roma fabbricavano navi. Privilegiì da lui concessi. Ordinò che ciascuno
secondo il grado suo potesse pigni' -yììQ d*)]l1a aI^ '^h'c' "*"^l^va
a non fimpA obbliiQ'atr *n (jt-te*^ ., log^o Pappia Poppea, che vietava ch*e
non potesse ter moglie clii passava i sessanta anni. Oixlinò cbe i Latini
godessero tutti i privile;;!! come cittadini romani, che le donne tutte godes-
sero quel privilci^io che si dava a (piclleche avevan fatto quattro figliuoli,
i ({uali ordini ancora oggi si osservano. Kdifìzii pubblici da lui costruiti.
Fece di molli grandi ediGzii, ma non già molto necessarii ; e tra i principali
fu l'acquidotto che era st-ato cominciato da Cali- gola. Fece seccare il lago
Fucino. Edificò il porto d'Ostia, an- cora che egli sapesse che Augusto a'
prieglii de' Marsi non mai aveva voluto seccare il predetto lago : e che il
divo Giulio s'era messo più volte por edificare il porto d'Ostia, e dipoi
essendogli paruta la impresa ditTicile, l'aveva abbandonata. Fece fare due
fonti abbondantissimi d'ac((ua fresca, che derivano dall' acqua (Claudia, l'uno
do^iuali è chiamato Ceruleo, l'altro Curzio ed Ai- budino. (Condusse oltre a
ciò in Roma un ramo d'acqua di quella del Teverone ; e murando i condotti di
pietra, la divise per Roma in molti bellissimi laghi. Entrò nella impresa del
lago Fucino, non tanto por acipiistarsi quel nome e quella gloria; quanto per-
chè gli fu dato intenzione di avere a spender poco : e vi furono alcuni che gli
promìsono di riseccarlo a spese loro, oche e'fus- sero concessi loro i terreni
che rimanevano secchi. Fece, per isgorgare l'acqua del predetto lago, un canale
di tre mila passi, attraversando una parte del monte ed una parte tagliandone;
la quale impresa con gran fatica si condusse in capo a undici anni: e vi tenne
contino vamente a lavorare trenta mila uomini, senza mettere in mezzo punto di
tempo. Quanto al porto d'Ostia, tirò un'ala di muro dalla destra e uno dalla
sinistra ; ed allo entrare, dove il mare era ancor profondo, tirò un molo
attraverso. £ per giltare i fondamenti più gagliardi e stabili, aflbndò nel
detto luogo la nave che aveva portato faguglia grande d' Egitto ; ed accozzati
insieme molti pilastri, vi edificò sopra una torre altis- sima come quella del
Faro Alessandrino, per tenervi il lume ac- ceso la notte, acciocché i naviganti
conoscessino il cammino. Diede oltre a ciò più volte la mancia al popolo.
Alcuni spettacoli da lui rappresentati. Fece ancora molto belle feste
magnifiche, e non solo quelle che si costumavano ne' luoghi soliti, ma ancora
alcune altre. Qvi>rTo nii»BMflroi(fi ^45 parte ritrovate da lui e parte
tratte dagli antichi. E perchè il teatro di Pompeo era arso, egli lo fece
rifare, e nel dedicarlo e consagrarlo fece celebrare le feste che ai
costumavano ; avendo fatto porre la sua residenza nel luogo dove sedeano i
senatori, e supplicato in quel tempio ch'era dalla parte di sopra del teatro,
passò per mezzo di quello, stando ciascuno a sedere, né si fa- cendo strepito
alcuno. Celebrò ancora i giuochi secolari, come se Augusto gli avesse celebrati
innanzi al tempo ; ancora che egli medesimo scriva nelle sue storie che essendo
stati tralasciati i predetti giuochi, Augusto gli aveva riordinati, avendo con
gran- dissima diUgenza fatto il conto degli anni : onde il popolo si rise del
banditore, il quale secondo il costume invitava ciascuno a vedere celebrargli
con dire che ninno gli aveva mai veduti, né era per vedere in temjK) di sua
vita ; avvenga che molti ch'erano presenti si fussero ritrovati a vedergli
celebrare al tempo di Au- gusto, ed ancora v'erano di quelli che s'erano
trovati a rappre- sentargli, che allora gli rappresentarono un'altra volta.
Fece oltre a ciò celebrar i giuochi circensi più volte nel Vaticano; ed ogni
volta che le carrette avevano corso cinque volte, interpo- neva una caccia ; e
dove i cavalli stavano alle mosse, fece coprir di marmo e le mete fece
indorare, come che prima le mosse fussero di legno e le mete di tufo* Ordinò
ancora che i senatori avessero un luogo appartato nello stare a vedere
celebrare i detti giuochi, dove prima solevano stare alla mescolata. Ed oltre
al correre delle carrette fé' celebrare ancora il giuoco chiamato Troia. Messe
ancora in campo le pantere d'Africa, e le fece am- mazzare da una squadra di
cavalieri pretoriani, de' quali erano capi i tribuni e capitan generale il
prefetto loro stesso. Fece an- cora comparire in campo i cavalieri di
Tessaglia, i quali si ag- girano per la piazza menando attorno tori ferocissimi
; e dipoi quando e' conosc-ono che sono stracchi, vi saltano sopra e per le
corna gli tirano a terra. Fece ancor celebrare il giuoco dei gladiatori più
volte in diversi modi. Fece ancor celebrare le fe- ste solite di farsi ogni
anno negli alloggiamenti pretoriani ; la prima volta senza la caccia, e senza
alcun altro apparato ap- presso ; la seconda volta le fé' celebrare nel Campo
Marzio con la caccia e con tutte quelle appartenenze che si rìtercavano.
CelebròancQra le medesime feste un'altra volta in Campo Marzio, per lo
strasordinario, e durarono pochi giorni e chiamolle Spor- tule, perciò ch'egli
aveva fatto convitar il popolo così all'im- provvisa per dargli cena e fargli
alcuni donativi. Fu la predetta festa assai fredda e comunale ; onde il popolo
nel premiare i vincitori, ponendo egli la sinistra innanzi, gli aiutava a
contare i danari ; e pregandogli ad ogni poco che stessero allegri, gli chia-
mava i suoi signori, mescolandovi certe sue facezie fredde e sfor- zate, quale
fu questa : che domandando il popolo che meitesBe in campo Colombo ch'era un
gladiatore, egli rispose ch'era per farlo volentieri quando e' fusse preso.
-Solo una cosa fece ch'ebbe del buono e fti utile esempio all'universale ; e
questa fu che, pregandolo quattro fratelli che fusse contento di far esente ior
padre e disobbligarlo dal giuoco de' gladiatori, egli subitamente si fece
portare la verga ch'era solita darsi a quelli che si face- vano esenti, e
gliene dette, e sopra una tavoletta fece notare come e' l'aveva disobbligo, per
dimostrare al popolo quanto ei dovevano ingegnarsi di generare e far figliuoli,
veduto quanto e' fossero utili e come egli erano bastanti di favorire inaino a
ub gladiatore. Fece oltre a ciò combattere un castello in Campo Marzio, dove e'
rappresentò il fatto d'arme d'Inghilterra e come i re di quella provincia se
gli dettone ; ed egli medesimo nei pre- detto spettacolo sedette come giudice,
vestito alla soldatesca ed a guisa di capitano. E nel seccare e dar la via al
lago Furino, fece prima fare una battaglia navale. Ma gridando quelli che
avevano a combattere : « tu sia il ben trovato, imperatore, sia sano da parte
di coloro che hanno a morire : » ed avendo egli ri- sposto : « state sani voi;
» eglino parendo loro che tal parola gli avesse licenziati e liberati di
mettersi a quel pericolo di morire, non volevano combattere ; di che egli stette
gran pezzo sopra di sé pensando se e' faceva appiccar fuoco alle navi e
tagliargli tntti a pezzi. Finalmente levatosi da sedere e disceso a basso, co-
minciò a correre intorno al lago, tuttavia balenando e stando per cadere ;
tanto ch'esso gli costrinse a combattere parte conte mi- nacce e parte con
preghi. AflFrontaronsi insieme nel predetto itacelo Tarmata siciliana e quella
di Rodi, dodici galere per la ; e nel mezzo del lago surse per via di c^rti
ingegni un ne d'argento, il quale sonava la trombetta. Instituzione, riforina e
riordìnazione di alcune costumanze. Quanto a' sacrifizii ed alle cerimonie
degli Iddìi corresse alcune jose ; ed ancora quanto alle cose civili ed a
quelle della milizia. Riordinò oltre a ciò alcune cose quanto a' senatorré^pavalìérì,
così dentro nella città come di fuori ; rinnovando gli ordini an- tichi e che
si erano tralasciati ed ordinandone de* nuovi. Aven- dosi a eleggere i
sacerdoti, egli prima che ne nominasse alcuno sempre giurava di nominare quello
che a lui fusse paruto il mi- gliore di tutti. Osservò ancora con diligenza che
ogni volta che in Roma fusse venufò alcun tremuoto, il pretore ragunasse il
popolo a parlamento e comandasse le ferie, cioè che in que' dì . non si stesse
a bottega ; e cosi quand'egli appariva cosa alcuna prodigiosa o di male
augurio, ordinò che per la città si facessino processioni solenni e che gli
Iddii con preghi si placassino : nelle quali processioni egli come pontefice
massimo precedeva a tutti ed in piazza faceva un'orazione al popolo sopra a tal
cosa, ricor- dandogli quello che e' doveva fare. Ordinò ancora che le cause le
quali si trovavano in diversi tempi dell'anno, cioè una in alcuni mesi del
verno ed una parte in quelli dell'estate, si tenessero insieme congiunte senza
intervallo di tempo ; e tolse via un gran numero di servi e d'altra simile
generazione che servivano in . quell'affare. - Statuti e regole da lui messe.
Il decidere e seutenziare sopra a' fidecommissi, come che per lo addietro fusse
solito di crearsi il magistrato ogni anno sopra a questo solamente in Roma,
egli ordinò che il magistrato fusse a vita; e che ancora quelli ch'erano a
governo delle provincie avessero la medesima autorità. Mandò ancora un bando
nel quale egli annullò quel capitolo che Tiberio Cesare aveva aggiunto alla
legge Pappia Poppea;f i che e' non potessero stare in Roma né discostarsi da
quella pifr'?"'*" " di tre miglia; il che per lo addietro non
s'era mai costumato,.*;' Avendosi a trattare cosa alcuna d'importanza faceva
porre laT--. residenza del tribuno tra quelle de' consoli, ed egli vi sedevi» *
/ ^^ sopra in mezzo di loro. Volle oltre ciò che quelli che solevano dimandare
licenza al senato di andar fuor di Roma per loro affar si facessino a lui e da
lui riconoscessino tal grazia. Sua facilita o compiacenza e liberalità.
Concesse a' procuratori chiamati Ducenarìi, che da Augusto erano stati
ap:i2;iiinti allo tre decurie degli altri procuratori, ch'ei potessero usare
gli ornamenti consolari. Privò dell'ordine def^ cavalieri quelli che ricusavano
d'esser fatti senatori. E benché nel principio avesse affermato che non era per
eleggere alcuno senatore se non nipote in terzo grado d'un cittadino -romano,
nondimeno dette la veste senatoria a un figliuolo d*un libertino, cioè d'uno,
il padre del quale era stato fìglitiQ||||^ di servo; ma gliene la dette con
cx)ndizione ch'egli avesse jj^iìma ad esaere adottato da-un cavalier romano. K
dubitando tuttavia- di non essere ripreso e biasimato, disse, che ancora Àppio
Cieco, il quale aveva accresciuto la sua stirpe essendo censore, aveva eletto
per senatori i figliuoli de'libortini, e che da lui aveva imparato: come
quello' che non sapeva che a' tempi di Appio e di poi per alcun tempo,
libertini erano chiamati non quelli ch'erano fatti liberi, ma ancora i
cittadini che da loro erano discesi. Al collegio de'questori, in cambio di far
lastricare'le strade, dette la cura di far celebrare il giuoco de'gladiatori e
tolse loro il governo della provincia Gallia e Ostiense ; e rendo loro la cura
e guardia dello erario di Saturno, che in quel mezzo tempo avevano avuto i
pretori quelli ch'erano stati pretori. Concessegli ornamenti trionfali t
Sillano marito di sua figlia, il quale ancora era sbarbato ; ed a quelli
ch'erano di più età gli concesse con tanta agevolezza ed a si gran numero,
ch'e' si ritrovava una epistola scrittagli in comune da' suoi soldati, per la
quale gli addomandavano che ai legati consolari insieme con lo esercito fussero
concessi gli or- namenti trionfali, per non dar loro causa d'avere, a
tunfiultuare e cercare occasione di guerra. Volle che Aulo Plance entrale in
Roma ovante, cioè vittorioso: e si gli fece incontro nello an- ^are in
Campidoglio e nel tornare gli andò sempre accanto. A abinio Secondo, il quale
aveva superati i Cauci, popoli di Ger- nania, permesse d'essere cognominato
Caucio. Alcuni modi civili e ordini da lui pubblicati. Ordinò la mihzia de'
cavalieri in questo modo : che il primo grado che dava a uno de' predetti
uomini a cavallo era il pro- porlo a una coorte, cioè compagnia de' cavalh ; appresso
gli dava il governo d'un'ala e dopo questo lo faceva tribuno d'una legione.
Ordinò ancora una milizia nuova di soldati solamente in nome, 9 a' quali dava
un certo soldo e chiamava la detta milizia il sopra numero : né importava che
quelli che ne erano fussero presentì^ ma potevano essere assenti servendosi
solo del nome. Proibì ai soldati di entrare in casa de' senatori per
salutargli- e vi fece far sopra ancora al senato un decreto. Vendè come schiavi
ì libertini che s'erano usurpato il nome e l'autorità di cavalìer romano ; e
quelli ancora de' quali i padroni si querelavano, come d'ingrati é che non
riconoscevano ibenefìcii ricevuti, gli ridusse di nuovo in servitù facendo
intendere agli avvocati loro che non era per tener ragione né dar sentenza in favor
di quelli. Furono esposti alcuni de' predetti schiavi nell'isola di Esculapk)
ch'è nel Tevere, perciocché a' padroni era venuto a fastidio il fargli medicare
: onde egli comandò che tutti quelli che fussero stati in tal modo esposti,
s'intendessero d'esser fatti liberi e eh' e' non fussero più obbligati di
tornare in servitù de' padroni, riavendo la sanità. E trovandosi alcuno che più
tosto gli volesse ammazzare che espor- gli, ordinò ch'e' fusse accusato per
omicida. Mandò un bando che i viandanti non potessino andare attorno per le
città d'Italia, se non a piede ò in seggiola o in lettiga. Ordinò che n
Pozzuolo ed a Ostia stessero alcune compagnie di soldati per tnr via la
occasione degli incendii ed arsioni. Non volle che i forestieri po- tessino usare
i nomi de' cittadini romani, cibò di quelli ch'erano di casato e nobili. Fece
percuotere con la scure nel campo E- squilino -quelli che si attribuivano il
nome di cittadini romani. Rendè l'amministrazione della provincia della Acaia e
della Ma- cedonia al senato ; la quale Tiberio si aveva tolta per sé. Tolse, la
libertà al Licii per le discordie mortifere che tra loro erano nate. Volle che
i Rodiotti gli domandassero perdono de' loro vecchi delitti. Liberò gl'Iliensi
in perpetuo dal pagare i tributi, perciocché i Romanf erano discesi da loro;
recitando una epistola antica del senato e popolo romano scritta in greco a
Seleuco re, dove si promette al predetto re l'amicizfà e confederazione del
senato e del popolo romano, ogni volta che egli avesse liberato gl'Iliensi lor
consanguinei e parenti da' tributi e gravezze che a lui pagavano. Cacciò i
Giudei di Roma, i quali mossi e persuasi da Cristo ogni giorno mettevano Roma
sottosopra. Concesse agli ambasciatori de' Germani che sedessino nella
orchestra, luogo dove sedevano i senatori, mosso dalla semplicità e fiducia di
quelli ; perciò che essendo stati posti a sedere dove sedeva il popolo, e
veggendo che i- Parti e gli Armeni sedevano in senato, spontaneamente
trapassarono ancor loro a sedere in quel luogo, con dire palesemente che non si
tenevano in conto alcuno nò per valore né per nobiltà da meno de' Parti e degli
Armeni. Spense la religione dei Druidi appresso de* Galli, la quale era di
somma crudeltà e bestialità ; ed al tempo di Augusto solo dii ciltadìni era
stata interdetta. E per contrario s'ingegnò di tras- ferire a Roma i sacrifizi
di Eleusina della regione Attica. Fece oltre a ciò rifare in Sicilia il tempio
di Venere Erìcina, il quale per antichità era ruinato^ a spese del popolo
romano. Fece le confederazioni co' re in ])iazza pubblicamente col far uccidere
la porca ed aggiugnere quella prefazione che anticamente costuma- vano i
sacerdoti Feciali. Ma queste cose e tutte l'altre ed in gran parte ancora tutto
il suo principato amministrò, non tanto per suo arbitrio quanto della moglie e
de' suoi liberti, governandosi il più delle volte secondo che a loro piaceva e
veniva comodo. Le spose e mogli di esso. Sendo ancora molto giovanetto, ebbe
due mogli, Emilia Le- pida, bisnipote d'Augusto e Livia Medulina, cognominata
Cam- mina, della casa antica di Gammillo dittatore. Ripudiò la prima ancora
vergine, per avere i parenti suoi offeso Augusto; la se- conda essendo malata
si mori il giorno che le nozze si avevano a celebrare. Appresso tolse per
moglie.Plauzia Erculanilla, il cui padre aveva trionfato ; dipoi Elia Petìna,
il padre deHa quale (ira stato consolo, e con amendue fece divorzio : ma con
Petìna per offese pìcciole ; con Erculanilla, perchè ella era molto vitu-
perosa e disonesta, e perchè ancora si sospettava ch'ella non avesse tenuto
mano a qualche omicidio. Dopo le predette tolse per moglie Valeria Messalina
fìgliuola di Barbato Messala suo cugino, e trovato, oltre alle altre cose
vituperose e disoneste che da lei erano state commesse, ch'ella s'era maritata
ancora a Gaio Silio, gli consegnò la dote in presenza degli aruspici e la fece
ammazzare. E parlando a' suoi soldati .pretoriani^ affermò che poi ch'egli
aveva sì mala sorte con le mk)gli, non ne voleva più tórre alcuna : e che se e'
faceva altrimenti, dava loro libera commessione che e' lo ammazzassino.
Nondimeno non potè con- tenersi ch'egli non trattasse tuttavia qualche
parentado e ma- trimonio, emassime di Petina da lui repudiata e di Lollia Pau-
lina ch'era stata moglie di Caligola. Ma allettato dalle piacevolezze di
Agrippina figliuola del suo fratello Germanico, nel baciarla, accarezzarla e
trastullarsi con essa, se ne innamorò; e convenne con certi suoi famig^'^n che
la prima volta che il senato si ra- fifiinnva r»ronr»nf»c gua, aveva ordinariamente
il parletico nel capo, ma più quando egli era in cptal guisa aidirato in ogni
suo minimo movimento. Sua complessione. Come che per lo addietro fusse sempre
stato mal sano, cosi, poi ch'e' fu fatto principe fu sanissimo, eccetto che
alcuna volta aveva certe doglie di stomaco ; di maniera ch'egli usò di dire una
volta ch'elle lo orep'^no f^^t^ T»treva pensato insino ad am- mazzarsi. Conviti
ed altri suoi fatti. Usò molto spesso di far conviti i quali erano sempre
abbonde- voli e sontuosi, ed eleggervi luoghi spaziosissimi ; onde il più delle
volte si ritrovarono seicento, a tavola. Quando e' deitte la via al lago
Fucino^ fece un convito dov'egli fu per affogare : per- ciocché nello sboccare
impetuosamente Tacqua, traboccò e ri- coperse quasi tutto il luogo dove egli
erano. Sempre che ei faceva tali conviti, voleva che i figliuoli stessero a
tavola .in compagnia d'altri fanciulletti e fanciulle nobili : ì quali, secondo
il costume antico, sedevano cosi a canto agli appoggiatoi dei lettucci e quivi
cenavano. A uno de' convitati che'^ il di dinanzi si credeva ch'egli a vesso
-rubata una coppa d'oro, fé' porre in- nanzi il di seguente un calice di terra.
Dicesi ancora ch'egli aveva pensato di mandare un bando e dar licenza che a
tavola si potesse sfiatare da basso ; per avere inteso che un povero uomo e
vergognoso, sendosene rattenuto, se n'era morto. Del suo mangiare e bere, del
sonno, sua lussuria, e libro da lui composto del giuoco dei dadi. Ad ogni ora
ed in qualunque luogo sempre fu avidissimo di bere e di mangiare. Tenendo una
volta ragione nella piazza di Augusto, gli venne al naso l'odore d'un convito
che nel tempio di Marte ch'era qui vicino, si faceva a' sacerdoti del predetto
Iddio, chiamati Salii ; onde levatosi da sedere, subitamente andò a trovare i
detti sacerdoti e si pose con loro a tavola, e man- giò e bebbe tanto che-
sopraffatto dal cibo e dal vino, gli venne una sonnolenza si fatta che e' si
pose a giacere a rovescig a bocca aperta, e gli fu cacciato una pernia in bocca
per isgravargli lo sto- maco. Era di pochissimo sonno, perciò che le più volte
vegliava insino ^ mezzanotte; pure alcuna volta tra '1 di, nel tenere ragione,
sonnifera va, e appena che gli avvocati, alzando la voce in pruova, lo
potessino destare. Quanto alle donne fu molto lussurioso, né punto gli andavano
a gusto i maschi. Fu molto dedito al giuoco de' dadi, e ne compose un'operetta
e la mandò fuori. Giuocava insino quando in carretta andava attorno per Roma,
acconciando il tavoliere in modo che il giuoco non vemsse a confondersi. QUUfTO
IMPSEATOBB 255 Sua crudeltà. Che per natura e' fusse crudele e sitibondo del
sangue, si conobbe nelle cose minime come nelle grandi. Faceva esaminare e
tormentare e punire gli omicidi in sua presenza; e desiderando di vedere punire
uno in Tigoli, secondo il costume antico, già erano legati i colpevoli ad un
palo, siccome in quei tempi si usava ; ma non ci essendo il carnefice, lo mandò
a chiamare insino a Roma, e tutto il dì stette ad aspettarlo per fino alla
sera. Ogni volta che egli o altre persone facevano celebrare il giuoco de'
gladiatori, volle che quelli, che a caso, e non per virtù del nimico
sdrucciolassino, fossero scannati, e massimamente i re- zia rii : facendogli
volgere col viso verso lui per vedergli, mentre che e' mandavano fuori lo
spirito. Sendone una volta cascati in terra un paio per lo ferite date e
ricevute. Tuno all'altro, ne prese tanto piacere che e' comandò che subitamente
gli fusse fatto un paio di coltelli piccoli del ferro di quelle spade. Tanto
era il piacere che si pigliava di vedere gli uomini esser divorati dalle fiere,
che facendosi il detto giuoco a mezzo giorno, si rap- presentava a vedere come
prima si faceva d); e venuto Fora del mangiare^ licenziava il popolo, ma egli
non si partiva. Ed oltre a quelli che a tal morte erano sentenziati per ogni
piccola ca- gione, sempre ve ne metteva qualcuno degli altri, come fabbri,
legnaiuoli ed altri simili ministri ; i quali nello acconciare qual- cuno di
quegli ingegni che da per loro si giravano o che a poco a poco surgevano in
alto o altre cose simili, non si fussero così bene apposti. Messevi ancora un
dì coloro che gli nominavano i cittadini romani, còsi togato come egli era. Sua
timidezza e viltà d*animo. Niuno si ritrovò già mai che fbsse più timido e
sospettoso di lui. Ne' primi giorni del suo principato con tutto che egli, come
di sopra abbiamo detto, facesse grandemente del civile, nondi- meno non ebbe
mai ardire d'andare a convito alcuno, se non con lo avere d'attorno a guardia
della sua persona alcuni soldati con le partigianette da lanciare ; e questi
tali lo servivano alla mensa ed in tutto quello che faceva mestiere. Né mai
andò a visitare niuno infermo ch'egli prima non facesse molto bene cer- care la
camera e por le mani sopra alla coperta del letto e sotto la coltrice e
scuotere molto bene ogni cosa per vedere se v'era arme. E inentre ch'egli
stette nell'imperio, senza rìsparmivre alcuno, faceva cercare molto bene tulli
quelli che lo venivano a salutare se e' portavano arme : avendo per tal uffizio
scelto i più rigidi soldati e senza manco rispetto. E cominciò ivi a molti anni
quasi a non la perdonare ancora alle donne, né a'fanciuUetti, nò alle pulzelle;
facendole molto bene brancicare e cercare per tutto, se per ventura si fusse
loro ritrovato arme addosso. £ con fatica concesse a' suoi scrivani ed a quelli
che gli tenevano com- pagnia di portare a cdnto i pennaiuoli. Ebbe ardire
Cammillo Scriboniano, in sollevamento di -popolo, di mandargli una epi- stola
piena d'ingiurie e di minaccio e comandargli che lasciasse l'imperio e si desse
al vivere privatamente ed iù ozio ; e fu tanta la «uà timidezza ch'egli- stette
in dubbio, fatto chiamare a con- sigli i primi dottori di legge, se egli in
quel caso era tenuto ad ubbidirgli. Sua paura delle congiure. Essendogli fatto
credere che alcuni cercavano di ammazzarlo a tradimento^. se ne spaventò in
modo che e' tentò privarsi del- l'imperio. E ritrovandosi, come di sopra ho
riferito, mentre che egli sacrificava uno con l'arme sotto, fé' prestamente
raiiuare il senato per i trombetti, e lagrimaudo e lamentandosi, si dolse della
sua disgrazia e dello stato nel quale egli si ritrovava ; e che per lui non
fusse sicuro luogo alcuno. E la durò gran tèmpo ch'egli non si rappresentò in
pubblico. La cagione ancora ch'egli raffrenò l'ardentissimo amore che e'
portava a Messalina fu non tanto Tes- ser da quella beffato ed ingiuriato
quanto la paura di non in- correre per lei in qualche pericolo ; perciocché gli
era stato dato a credere ch'ella andava cercando di fare imperadore Silio suo
adultero : e fu tanto allora il suo timore che vituperosamente si rifuggì allo
esercito; niun'altra cosa per tutta la via ricercando, se non se l'imperio per
lui si conservava. Pene severe colle quali furono' castigate persone innocenti
per lievissime sospezioni. Per ogni pìccolo sospetto, per qualunque persona,
ancora che leggerissima^ per ogni poco di scrupolo che gli fusse messo, si
metteva in guardia ed al sicuro e cercava di vendicarsi. Uno di coloro che
litigavano nel salutarlo lo tirò così da banda egli disse ohe in sogno gli èra
paruto di averlo visto ammazzare da una ' ta persona ; e quindi a poco come se
egli avesse rìoonosciuto quella tal persona che a lui era paruto che
Tammazzasse, gli mostrò il suo avversario che gli porgeva \in memoriale; onde
subito gli fece por le mani addosso, e fu menato via per essere giustiziato,
parendo a Claudio d'averlo còlto in sul fatto. Nel medesimo modo dicono essere
stato oppresso Appio Sillano; per-» ciocché avendo deliberato Messalina e
Narciso di farlo capitar' male, si eonvennono insieme del modo nel quale si
avevano a governare, e così Narciso una mattina innanzi giorno tutto at- tonito
e smarrito, entrò furiosamente in camera del suo padrone Claudio, dicendo che
ih sogno chiaramente aveva conosciuto che Appio era per fargli villania. Allora
Messalina ancora ella accon- ciatasi in atto di maraviglia, disse che anco a
lei parecchie notti alla fila era paruto in sogno il simigliante. E quindi a un
poco, come da loro era stato ordinato, entrò uno in camera e dette avviso come
Appio tutto infuriato veniva a Ila volta della camera, come che 'l giorno
davanti gli fusse stato comandato. che nel detto luogo si rappresentasse :
perchè egli stimando vero il so- gno, comandò che Appio subitamente fusse
citato e fatto mprire : né s'infinse il giorno appresso il prefato Claudio di
raccontare in senato ogni cosa per ordine e ringraziare il suo liberto Narciso,
il quale per la sua salute ancora dormendo vegliava. Quanto fosse stizzoso e
stolto. Come quello, il quale si conosceva collerico e stizzoso, ne fece scusa
al popolo per via d'un bando e distinse l'un difetto dal- l'altro con fare
intendere che la sua stizza era cosa che passava vi^ prestò e ch'ella a veruno
non era per nuocere, e la collera che non era per tenerla a torto e senza
cagione. Egli riprese gravemente quelli che abitavano ad Ostia, perciocché
entrando nel Tevere non avevano mandato le scafe ad incontrarlo e molto gh
biasimò e dette loro carico d'averlo in quella guisa mandato alla (1) stregua
degli altri, né mai volle loro perdonare s'eglino incontanente non gli ebbero
soddisfatto e ricorretto il loro er- rore. Oltre a ciò egli stesso, e con le
proprie mani scacciò da sé e mandò via alcuni, i quali non così in tempo lo
andarono a tro- vare in pubblico. Confinò ancora uno scrìvano, il quale era
stato questore ed uno senatore, il quale era stato pretore, senza volere
intendere scusa o ragione alcuna che da quelli fusse allegata com'^ eh' e'
fussero senza colpa. Lo scrivano fu da lui in tal modo col dannato, perchè
quando egli era ancora privato cittadino gli aveva fatto contro molto
apertamente e senza alcun rispetto. Il sèna- natore, perchè essendo edile,
aveva condannato certi suoi fit- taiuoli che contro il bando avevano venduto
cose cotte ; e perchè il suo fattore della villa vi si era voluto intromettere,
lo aveva battuto. Per la medesima cagione ancora tolse agli edili Fauto- ri là
che avevano di porre freno alle taverne quanto aLcucinare. Fece oltre a ciò
menzione della sua stoltizia, mostrando in certe orazionette che aveva fatto in
prova del goffo e dello stinto sotto riro[)erio di Caligola; avendo conosciuto
di non avere altra via da scampare delle sue mani, e di pervenire al grado.al
quale egli »?ra pervenuto: né prima ad alcuno Dece credere questa sua astuzia
che intra pochi giorni egli uscì fuori un libretto, il cui titolo in greco era
Insolenza, o si veramente Resurrezione degli stolti, e lo argomento e sostanza
di quello che è' conteneva era che ninno fìngeva la stoltizia. Della sua smemoraggine
ed altre sue azioni. Tra gli altri suoi difetti, de' quali gli uomini si
maravigliavano, fu la dimenticanza è lo essere inconsiderato. Egli avendo fatto
ammazzare Messalina, quindi a poco postosi a tavola domandò della signora ; e
perchè ella non veniva a cena. Molti di quelli, ai quali egli aveva fatto
tagliare la testa, furono il giorno seguente mandati da lui a chiamare in gran
fretta, perchè e* venissino o a consigliarlo o a giuocare con seco ai dadi; e
parendogli che troppo stessero a comparire, gli mandò per un servidore a ri-
[)rendere come persone sonnolenti. Oltre a ciò avendo deliberato (li pigliare
Agrippina per moglie, il che por (1) attenérgli ella (luello ch'ella gli
atteneva, era cosa fuori di ragione e contro al dovere ; nondimeno ad ogni poco
si lasciava uscire di bocca nella orazione ch'egli faceva per persuaderlo
ch'ella era sua fi- gliuola, ch'egli se l'aveva allevata e creata e che nel suo
grembo ora cresciuta. Quando e' volle ancora adottare Nerone nella fa- miglia
de'Claudii, non gli parendo errore abbastanza lo adottare il fìgliastro e non
tenere conto del figliuolo, ilquale già era di ragionevole età, usò di dire che
niun per il tempo addietro era mai stato adottato nella famiglia de'Claudii.
(1) Per attenergli ella quello, che gli atteneva, significa per essergli ella
parente in quel grado, nel quale gli era parente. Suoi discorsi ed ora^iòQi.
Egli nel parlare e nell'altre cose ancora si mostrò spesse volte' tanto
niBgligente e trascurato, che er si stimava che e'non sapesse sì veramente
ch'egli non considerasse, né avesse cura alla per- sona ch'egli rappresent|iva,
nò appresso di cui o in che tempo o ' in che luogo egli si parlava. Trattandosi
de' beccai e de' vinattieri, egli a piena voce nel senato gridò senza proposito
: Ditomi per vostra fede chi è qnello che possa vivere senza un pezzuole di
carne? e quivi si distese assai sopra alle taverjie, dalle quali egli era già
solito di pigliare il vino, mostrando quanto in quei tempi le fussero
abbondevole Kel favorire uno che addimandava di essere fatto questore, tra
l'altre cagioni perchè egli lo favoriva, addusse che il padre di quello una
volta, quando egU era infermo,, lo soccorse di un poco di acqua fresca molto a
tempo. Ed avendo fatto comparire davanti al senato una donna, perchè ella
facesse testimonianza sppra un certo affare, disse per acquistargli cre- dito ;
costei fu liberta e {{) mazzocchiaia di mia madre, ma me . ha ella sempre
tenuto in luogo di padrone ; e ciò vi ho io voluto dire, perciocché in casa mia
vi ha di quelli che non mi hanno in luogo di padrone. Oltre a ciò essendo
venuti quelli di Ostia a pregarlo di non so che per la loro comunanza, egli
standp in residenza e grandemente acceso in collera, gridò ^d alta voce, che
non aveva cagione alcuna, onde egli avesse a fare loro ser- vizio e rendersegli
obbligati ; e che mollo bene egli ancora era libero dove si fusse un altro: e
còtali parole gli erano molto familiari e le usava ad ogni ora e ad ogni punto,
cioè : Non ti pare egli che io sia nato degli Dii? non ti paio io
eloquentissimo? e molte altre simili sciocchezze gli uscivano di bocca
disdicevoli ' ad una persona privata, non che ad un principe, massimaménte .
non essendo egli se non dotto ed eloquente, anzi dedito grande- mente agli
studi delle buone lèttere ed arti liberaH. Libri e operette da lui composte.
Cominciò da giovanetto, confortato da Tito Livio e Sulpizio Flavo, il quale
ancora lo aiutò a scriver la istoria; e la prim? volta ch'egli ne volle fare
esperienza per vedere come ella.riu selva, la recitò in pubblico essendo
ripiena l'audienza di p«c^. (1) Mazzc^-cb'^ìA chiamane' quelle, cHe ornano' ^^^
tft.«^r ™.*. donD« 'a'oi!. e dar ^r;jn fvica a t»*;;^erla i usino al frae;
spesse volle f->r r*^ m»^'ìeiLTi«'' ra^reiiiìtOTsi. f*?r::iocch^ nel
comineiare a re- 'i^are ^t f'i »in jra*=*> oh^. p. ejiU ricordandosi del
f'tUo ad o_'ni :ic-«"M. non LHjten lo a^teners^«n*». si metteva a ridere a
pi»:*^a h»*:ooa. Stts^ accora ài mMte i^-^se poiché egli fa fatto princifM?: e
teR»^v:i uno. al q^ial»? ezli le faceva le^iere e recitare. Ojm'mnh a
'ii.**en«iere la sia istoria dalla iiccision di Cesare f:itfa»ore: ma n^l
discorso dello scrivere si fece ancora più ad- i\*Mrf>. comin«"ian iosì
1 rlal'.a pace civile, come quello a cui non parexa iji potere Uh>eramente
scrivere la verità de' tempi a hii più vicini, massimaraente che la madre e
l'avola più volte ne lo sgridarono. D'.'Ila prima materia ne lasciò due libri,
della se- ronda qiiarantuno. (Compose ancora otto volumi della sua vita con
assai leirLMadro stile, ma. anzi che no. sconciamente trattato. Si-risse oltre
a -ciò la difensione di Cicerone contro ai libri di Asinio Gallo: dove edi ebbe
assai del buono e dell'erudito. E^li rincora rifrmò tre nuove lettere e le
aggiunse al numero delle altro, come non poco necessarie ; della ragione e
qualità delle quali avendone nel tempo che egli era ancora privato, mandato
Inora un trattalo, venne appresso, poi che e' fu fatto principe, molto
agevolmente ad ottenere che insieme con le altre mesco- latamente si usassero:
e nelle scritture e titoli delle opere an- tiche, molto spesso si ritrovano le
predette lettere. Quanto attendesse allo studio delle lettere greche Imi non
mono studioso delle lettere greche e sempre ch'egli no aveva occasione, faceva
apertissima professione dj essere {grande amatore della lingua greca,
predicando la eccellenza' di 'il6 qui intende dopo che Augusto ebbe quieta ogni
cosa. dogli un tribuno, al quale toccava la guardia secondo il costuma) che gli
desse il nome, gli dette per nome e contrassegno un verso greco, la sentenza
del quale, è: Vendicati Sempre mai monchi ti offende primiei'o. Scrisse ancora
alcune istorie in grecò, cioè venti, libri dell'istorie Cirenaiche ed otto
dell' istorie Cartaginesi: e per questa cagione fu aggiunto allo antico luogo
di Alessandria, consagrato alle muse e chiamato.Museo, un luogo chiamato Clan-
diano, dove. ogni anno, in certi di determinati, nell'uno si recita-^ vano
l'istorie Cirenaiche, nell'altro le Cartaginesi r non altriménti che in una
audienza pubblica ed a ciascun toccava la sua volta a recitarle. - Pentimento
d'essersr ammogliato ad Agrippina, e d'aver adottalo Nerone. v Vicino al
termine della sua vita mostrò per alcuni segni ma- nifestamente di pentirsi di
avere preso Agrippina per moglie e avere adottato Nerone, conciossiacosacliè
licordandogli i suoi li- berti, e lodandogli che il giorno davanti avesse
oondannaUji una certa donna per adulterio, gli disse, ancora a sé esser fatale
che tutte le sue mogli fussero disoneste, ma non già ch'elle restas- sero di non
essere punij,e. E poco appresso riscontrando Britan- nico, strettamente lo
abbracciò e confortò a crescere, acciocché da lui pigliasse il conto della
amministrazione dello Imperio, e nel partirsi da lui disse queste parole in
greco: Fate bene. Dipoi avendo deliberato ch'egli prendesse la toga virile come
che an- cora fosse in tenera età e senza barba, ma nondimeno di fattezze e
statura conveniente a quell'abito, usò di dire che lo faceva, acciocché il
popolo romano allora cominciasse ad avere un vero Cesare. Del di lui testamento
e morte. V Non mollo dipoi fece ancora testamento e vi fé' porre il segno loro
a tutti li magistrati ; ma fu impedito da Agrippina prima ch'egli potesse
procedere più avanti : la quale, oltre a ciò, gli era stata accusata per molte altre
cose. Ciascuno si accorda lui essere stato avvelenato; ma sono discrepanti dove
e chi*fusse quello che lo avvelenò. Alcuni scrivono nella ròcca mangiando co'
sacerdoti ; altri dicono, che Alollo Spadone suo credenziere lo avvelenò ;
altri dicono che Agrippina gli pose innanzi uno uo- volo avvelenato ; essendo
molto goloso di quella sorte di funghi. Sono ancora discrepanti gli scrittori
nelle cose che appresso se- guirono: perciocché molti affermano che subito
preso il veleno ammutolì; e che i dolori tutta notte il tormentarono ; e che in
sul fare del dì passò di questa vita. Altri scrivono che nel prin- cipio si
addormentò: dipoi che rigonfiandogli il cibo in su lo stomaco, per bocca lo
cacciò fuori e che di nuovo fu avvelenato. Ne si risolvono se ciò fu nella
poltiglia, che per ristorarlo gli dettone, o sì pure gli avvelenarono il
cristero, il quale gli fec- cionó per evacuarlo ancora da basso;
conciossiacosaché dallo essere ripieno si sentisse molto affaticato e
travagliato. Sua molle tenuta nascosta, tempo della morte e funerali. Celarono
la sua morte per fino a taiito che quanto al succes- sore fusse ordinato ogni
cosa, onde e' fecionò alcuni. voti per la sa- lute come se fusse ancora vivo, e
c"he la infermità durasse. Man- darono àncora per certi rappresentatori di
còmniédie, fingendo di volere ch'essi lo intrattenessino e gli déssino spasso e
che ciò fusse da lui desiderato. Mori àlli tredici di ottobre, essendo consoli
Asinio Marcello ed Acilio Àviola, avendo sessantaquattro anni ed essendo stato
quattordici anni nello Imperio. Fu ifìesso nel numero degli Iddii e sotterrato
con pompa solenne. Ed aven- dolo Nerone privato di quello onore di essere
ascritto tra gli Id- dii, gli fu appresso renduto da Vespasiano. ProiTostici
della di lui mòrte. Tra i principali segDin^he apparsone innanzi alla sua
morte, fu una cometa ed una saetta che percosse il monumento di Druso suo padre
; come che nel medesimo anno molti ancora ch'erano di magistrato fussino morti.
Pare ancora per manifesti argomenti che a lui non fusse ascosto il termine
della sua vita né dissimu- lato ; perciocché nel disegnare i consoli ninno ne
disegnò oltre il mese nel quale egli morì. E quando ultimamente si ritrovò in
senato, confortò molto i suoi figliuòli allo essere uniti e d'ac- cordo ; e molto
supplichevolmente pregò i padri conscritti che, avendo rispetto alla tenera età
dell' uno e dedl'altro, gli avessero per raccomandati. *E l'ultima volta ancora
ch'egli sopra alla re- sidenza rèndè ragione, disse una e due volte, ch'era già
per\'e- nuto al fine della mortalità: r'^'^'> f'he gli ascoltane'
^'^«trassoro di aver &' ''*'^ •'u*^ malr •\arrklt r.'cf'' «ir ••n/ LA VITA
ED I FATTI DI NERONE CESARE HfEST^ IHPERATOB ftOUMd Due furono le famiglie che
derivarono dalla casata dei Domizii, runa de'Calvini l'altra degli Enobarbi. Il
primo, onde ebbonó origine gli Enobarbi e dal quale e* presdno ilnome del
easatg, fu Lucio Domizio^ al quale dicono, ohe tornandosi egli di villa,
apparvono due giovani di biella e magnìfica presenza, e d*un fatto . d'arme,
del quale ancóra non si sapeva la verità del successo, gli annunziarono 4a
vittoria, comandandogli che lo facesse iriten- dere al senato; e per fargli
fede qual fusse la maestà fòro, gli stroppicciarono il mento e la barba, che
era nera, gli cambiarono rn rossa simigliante al colore del rame. Ed andò la
detta cosa per successione, perciocché una gran parte di tal casata ebbeno la
barba di quel colore ; e come che in detta famiglia fusserò stati sette
consoli, due censori e due che trionfarono, messa appresso' nel numero dei
patrizii, tutti mantennero per cognome della casa loro il predetto nome di
Enobarbo, né .mai altro prenome si^ usurparono salvo che -di Gneo e Lucio, e
questi (il che fu cosa notabile )^i andarono scambiando Tun l'altro; prima di
tre in tre l'un dietro all'altro si chiamarono Lucii ; ed i tre che ap- presso
seguitarono, intendiamo essere stati chiamati Gnei. E così scambfevolmente
aiidarono dipoi seguitando di mano in mano ora chiamandosi Lucifera Gnei.
Giudico che e' sarà a propositi dare notizia di alcuni nella predetta famiglia,
acciocché più agr volmente si conosca ^ Nerone dalla virtù dei suoi avere
degen^ rato in modo, ch'egli ancor ne rappresentò i-vizii come H«i o"**^»
ric^vu»» oe'- eredità. Gneo Domizio, utavo di Nerone. Per farmi adunque un poco
più da principio, il suo bisarcavolo flneo Dontizio sdegnato, quando era
tribuno, contro a* pontefici por aver in luogo del padre eletto un altro e non
lui, tolse loro l'autorità di potere sustituire e la dette al popolo. Questi
avendo, quando e' fu consolo, superato gli Allobrogi e gli An'erni, ac-
compagnato dai suoi soldati a guisa di trionfante, cavalcò per quel paese sopra
uno elefante. Di costui, disse Lucio Grasso ora- tore, che e' non era tla
maravigliarsi che colui, il quale aveva la bocca di ferro ed il cuore di
piombo, avesse ancora la barba di rame. Il suo figliuolo, essendo pretore,
chiamò Cesare in giudi- zio, dinanzi al senato a dare conto della
amministrazione del suo consolato; nel quale egli si era governato contro agli auspizìi
e contro le leggi. Dipoi fatto consolo tentò di levargli il governo dello
esercito ch'era in Gallia, e col favore della fazione pom- peiana gli nominò il
successore. Egli nel principio della guerra civile fu preso a Gorfinio ; ondo
licenziato e lasciato liberamente andare da Cesare, se ne andò a Marsiglia. Ed
avendo col suo arrivo confermato gli animi de' Marsigliani già per lo assedio
tra- vagliati assai, a un tratto si abbandonò. Finalmente o' fu morto nella
guerra farsalica, uomo per natura non molto stabile e cru- dele, assai ; e
trovandosi disperato ne' predetti garbugli, cercòdi ammazzarsi. Dipoi se ne
spaventò in modo che, pentitosi del veleno da lui proso, lo ributtò fuora ; e
fece libero il medico, per- ciocché industriosamente lo aveva temperato e fatto
manco no- cevole. Costui, domandando Pompeo quello che aveva -a fare degli
uomini che si stavano di mezzo, nò si accostavano dalPuna dall'altra parte, fu
solo di parere che si dovessero tenere per neniici. Gneo Doraizio, proavo di
Nerone. Lasciò un figliuolo da essere senza dubbio preposto a tutti quelli
della sua casata, il quale essendo nel numero di quelli ch'erano consapevoli
della morte di Cesare, quantunque senza colpa condannato per la legge Pedia, se
ne andò a trovare Cassio e Bruto, i quali erano suoi parenti stretti ; e poi
che e' furono morti mantenne l'armata, alla quale egli era stato preposto, e la
accrebbe non senza danno e rovina, in '^'lalunque luogo egli si ritrovò, della
fazione contraria n:-..!*. . -^presso nelle mani di SESTO m^^ATOBB 2165
grandissimo favore e beuefizio. Onde egli solo tra tutti gli altri che per
legge parimente erano stati osito, lo fece comparire in pubblicò, -avendo,
intoniD ù tempii della piazza messo in ordine i suoi soldati e poatou iw- dere
sopra una sedia curule (cioè b-ianfale] vicino a' rostri e-ve- stito ancora in
abito di trionfante, con le insegne e veMHli raili: tari intorno ; e fattolo
satire da ((uella banda, onde il palcketto, dove egli era sopra, andava
piegando a terra tandosegli II re'alle ginocchia, e sollevatolo con la mano
destra, In baciò. Appresso preg trasse di capo la tiara (ornamenta sacerdotale
dema [insegna ed ornamenlo regio), e feCe dipi^ sii fece riverenza e lo salutò
come imperatore, ed in Gampiila^ fu posta in grembo di Giove Capitolino una
corona di allpro io Le porte di Giano Gemino diiuse al soo tempo. Egli nel
medesimo tempo chiuse il tempio di Giano Gemìoo (cioè che aveva due raccie],
perciocché allora non ero guerra in alcuho lui^o ; anzi tutt« erano terminale,
né alcuna reliquia se era rimasta. Amministrò qnaUro consolati, il primo di
due, il secondo e l'ultimo di sei, il terzo dì quattro mesi ; il aecoìdo ed il
ter^o furono l'uno dopo l'altro, negli altri interpose un ano. ' Sua costume
nel render giustizia. (Jiianto al tenere ragione, usò sempre di non rì^ieadeno
quelli, che si richiamavano, il di medesimo ch'alino ai richia- mavano, ma nel
giorno s^uente ed in iscrìtto : e ne) HftUn- 0BSTO mmiATéiis S73 zìare ed
esaminare le cause, non le spediva Tuna dopo Faltra, ma tutte insieme, con dare
audienza ora a questo ed ora a quello, e toccava a ciascuno la volta sua. E
sempre che egli si ritrovava in senato per deliberare e consultare sopra le
faccende dello imperio, egli non mai parlava, né palesemente ìa compagnia degli
altri diceva il suo parere, ma tacitamente e da per so leg- geva i pareri degli
altri, che da quelli erano stati scritti, e pi- gliava quello che a lui
piacevate dipoi, come se fusse stato il parere dei più, lo pubblicava. Seguitò
un tempo che e' non volle che i figliuoli de' libertini fusero intromessi nel
senato; ed a quelli che dagl'imperadori innanzi a lui vi erano stati intromessi
non permesse mai di ottenere alcuno magistrato. I competitori del consolato che
passavano il numero di due, per non mandar- gli scontenti dello avere a
indugiare a un'altra volta, gli prepo- neva al governo delle legioni. Usò il
più delle vojle di concedere il consolato solamente per sei mesi. EgH, essendo
morto uno de' consoli, intorno alle calende di gennaio (quando i nuovi si
avevano a creare) non volle in luogo di quello sostituire alcuno ; biasimando
assai che anticamente Caninio Rebulo era stato con- solo solamente un giorno. A
coloro ch'erano pervenuti alla di- gnità questoria (cioè che erano stati
questori o che avevano avuto in casa questori) concesse ancora gli ornamenti
trionfali; e fece i4 simjgliante ancora inverso di alcuni di quelli ch'erano
debordine dei cavalieri. E le orazioni ch'erano scritte e man- date al senato
che appartenevano alla milizia ovvero a qualche altra cosa," non le faceva
recitare, come era usanza, al questore, ma le faceva leggere e recitare al
consolo. Martorìi ritrovali per i Cristiani, ed altre sue ordinazioni. Fu sua
nuova invenzione che intorno a' casamenti posti in isola (cioè spiccati da ogni
banda dagli edifìzii) e cosi intorno alle case, fussero edificati portici, dai
terrati de' quali si veniva a riparare alle arsioni e gli fece edificare a sue
spese. Aveva an- cora disegnato di tirare le mura della città insino ad Ostia;
e quindi per un canale ovvero fossa condurre il maro infìno alle mura vecchie
di essa città. Sotto al suo imperio furono molt^ cose vietate e raffrenate
severamente ; e molte ancora di nuove ne furono ordinate. E primieramente si
moderarono le s^iese su perfine; e le cene che in piTbblicosi facevano furono
rido^*'» '^ "antica parsimonia. Ordinossi che alle taverne qiiT»»-^ m .
■•ipa Hr' 'ojyiim* ^ -x» '^'^grgr 'p fnnra ninna noaq /»/\H'' GLAOf^IO lYBRONB
CESARE avvenga che prima vi si vendesse ogni cosa da mangiare. Furono da lui
tormentati è morti i cristiani ch& nuovamente si erano scoperti. Vietò il
giuoco delle carrette tirate da quattro cavalli, i guidatori delle quali per
costume antico si avevano pre^Q tanta licenza, che nell'andare attorno per la
città, scherzando e buffo- neggiando, rubavano ed ingannavano ognuno. Furono
adunque sbanditi da lui questi tali insieme con i facitori e rappresentat-ori
di commedie e di altre favole simiglianti d'ogni sorte. Contro i -falgìfìcatorì
de' testamenti. Contro ai falsificatori di scritture e testamenti, si trovò
allora nuovamente, che i testamenti si suggellassero e segnassero, con fare
loro tre bachi e tre volte passargli con lo spago. Ordinossi ancora che le due
prime parti del testamento dov'erano scritti i primi e secondi eredi f ussero
mostre solamente a coloro che le avevano a suggellare e soscrivere col nome del
testatore. Oltre a ciò che i notai ovvero scrittori d'essi testamenti non
potessero scrivere sé medesimi eredi per alcuna porzione. Ordinossi oltre a ciò
salarii e premii convenienti agli avvocati di coloro che li- tigavano, da
pagarsi da essi litiga tori; ma che a' senatori non si avesse a dare cosa
alcuna, perciocché loro dal piibblico erano pagati. Ordinossi ancora che le
cause^ le quaH erano giudicate dai prelori dello erario, sì riducessero a
giudicarsi e decidersi alla corte davanti a' giudici, chiamati recupera tori ;
e che i sen- tenziati e condannati per qualunque cagione non si potessero
appellare, se non al senato. Imperio non ampliato sotto Nerone. E perciocché né
speranza di' acquisto, né voglia di accrescere e distendere i confini dello
imperio in lui si ritrovava, ebbe in animo di licenziare ancora l'esercito che
allora si ritrovava nel- l'isola d'Inghilterra ; né si ritenne di mandare ad
effetto questo suo disegno se rwn pei* vergogna e per non parere di contraffare
agli ordini del padre e di macchiare e diminuire la gloria di auello. Ridusse
in forma di provincia (cioè fece distretto dei Ro- «nani) per concessione di
Polemone, il regno di Ponto ; e simi- glianteme^tp np'^ii'x ^^\\p \\ry\ n^Q^A/
nnf\-\Q (jvr'*^ fQ (Jì quol >aese. •£STO IMf SHATORT S7K Le 'sue spedizÌQni
e viaggi in Alessandria e neirAcaia. * \ Fece solamente due imprese, cioè
quella di Alessandria e quella di Acaia; ma da quella, di Alessandria si tòlse
giù il giorno medesiriìo, ch'egli si era messo in ordine per andare via,
perturbato dalla religione e da paura di non avere a capitar male; perciocché
nel visitare i tempii, egli in quel di Vesta si pose a sedere, e volendosi
appresso levare in piedi, rimase pri- mieramente appiccato per un lembo deHa
veste, ed appresso so gli parò dinanzi agli occhi si fatta caligine ed-,
oscurità, ch'egli non vedeva cosa alcuna. Quanto all'Acaia^ facendo cavare
l'Istmo (cioè tagliare la gola e stretto df)l predetto paese, chiamato oggi la
Morea) egli fece un'orazione ai soldati pretoriani, confortan- dogli a
principiare detta opera ; dipoi dato il segno della trom- betta, fu il primo
che prese la zappa in mano e cominciò a ca- vare; e posto la terra dentro un
corbello, fu ancora il primo a porselo sopra le spalle e portarla via.
Mettevasi oltre a ciò in ordine per fare l'impresa contro alle porte Caspie,
avendo fatto una legione, ovvero colonnello dj soldati nuovi, cioè di . giovani
alti sei piedi, i quali non si erano altra volta trovati in guerra ; e chiamava
il predetto colonnello là falange di Alesr- Sandro Magno. Ora io ho ridotto le
sopraddette cose insieme, una parte delle quali non sono degne di riprensione,
e parte ve ne ha che meritano di essere sommamente lodate, per separarle dai
vituperi! e scelleratezze, delle quali è bisogno che io dica per lo innanzi.
Sua passione per il canto e per la musica. Avendo Nerone adunque, oltre alle
altre scienze da lui impa- rate appreso ancora a cantare di musica, come prima
ebbe con- seguito lo imperio, volle appresso di sé Terpno Citaredo, che allora
eccedeva ogni altro di quella arto, e lo faceva ogni giorno cantare dopo cena,
standogli a sedere a canto gran pezzo della notte, tale che egli ancora
cominciò a poco a poco esercitandosi a comporre. Né lasciava a fare alcuna cosa
che i maestri di quell'arte di fare usassero i)cr conservare la voce e renderla
chiara e sonora. Egli si teneva sopra il petto, stando così a gia- cere
rovescio una sottile piastra di piombo. Usava oltre a ciò di purgarsi,
vomitando e facendosi far eie' cristei. Astenevasi dai pomi e dai cibi
nocevoli, talmente che godendosi- tìentro al- l'animo di vedersi andare
profittando a poco a poco, come eh* egli ordinarìamento avesse piccola voce e
fuase roco, gli comm- ciò a venir voglia dì comparire sopra i palchetti e per
le scene dinanzi al popolo : usando ad ogni poco di dire tra i suoi dome- stici
e famigliari quel proverbio greco : Che niuno ò^ che ponga monte alla musica
segreta. Rappresentossi adunque primiera- mente a Napoli sopra la scena, né con
tutto che il teatro per un tremuoto che venne in un subito tutto quanto si
scuotesse, restò mai di cantare fìno a tanto che egli non ebbe compiuto la
canzone incominciata ; e durò parecchi giorni a rappresentarsi nel mede- simo
luogo a cantare riposandosi e tramettendone alquni per ri- pigliare lena e
ristorare la voce: e parendogli che la musica fusse aucora troppo segreta, dai
bagni- comparì nel teatro *in mezzo dove sedevano i senatori. Ed avendo intorno
un grandis- simo numero di gente, postosi a mangiare, disse parlando in greco :
Che bevendo un pochette vedrebbe, non senza sue lodi, di alzare alquanto la
voce. E quivi invaghito della musica di certi- Alessandrini, i quali novamente
per loro mercanzie erano arrivati a Napoli, fece venire di Alessandria gran
quantità di essi musici. E con la medesima prestezza scelsce . tra T ordine de'
cavalieri alcuni giovanetti e della plebe cinque migliaia o più di giovani
robustissimi, i quali, egli divise in livree ac- ciocché eglino imparassino
quella maniera del festeggiare Ales- sandrino. Chiamavano gli Alessandrini i
detti loro modi del cantare e del festeggiare, Bombi, Embrici e Testi (secondo
la diversità del suono). Volle oltre a ciò^ che al servigio di lui, mentre
ch'egli cantava, stessero fanciulletti bellissinii con belle chiome e odorate,
e molto riccamente ornati e vestiti con Io anello nella mano sinistra ; a'
maestri e capi de' quali, egli dava per ciascuno il valsente di dieci mila
scudi (facendoli in cotale guisa dell'ordine de' cavalieri). Canta tragedie.
Egli adunque acceso in grande maniera .della mùsica e del •anto, e stimando
assai di ritrovarsi a cantare ancora in Roma, ece innanzi al tempo celebrare il
gareggiamento che di sopra 'i è detto, cui lui faceva chiamare le feste
Neronee;'nel quale ^ridando tutta la moltitudine e con grande istanza
addomandando li udire la sua celeste voce, rispose, che nel suo giardino era
fer farne copia a tutti quelli che di udirlo desideravano. Ma crescendo le
preghiere del vulgo e quelle de' soldati insieoie, che allora facevano la
guardia, molto allegramente promise chs SESTO IMPERATOaE il77 di buona voglia
seuza indugio alcuno si rappresenterebbe in pubblico; e comandò che il. nome
suo subitamente fosse scritto insieme con quello degli altri tnusici e citaredi
che volevano ritrovarsi a cantare. £ cosi messo la polizza del suo nome in-
sieme con l'altre dentro ad un vasetto secondo che gli toccò per sorte entrò
nel suo luogo. I prefetti de' soldati pretoriani la ce- tra gli sostenevano.
Seguivano appresso i tribuni de'soldati, dopo i quali lo accompagnavano i suoi
amici più intrinsici e fami- liari. Comparso adunque e fermatosi in piedi, fece
prima uùa bella ricerca con le dita ; appresso fece intendere per Clivio Ruffo,
cittadino consolare,. come egli canterebbe Niobe ; e cosi durò-a cantaro insino
alla decima ora del dì : e per aver ooca- ca^ne di cantare più volte, non volle
accettare la corona per allora; né volle che il gareggiamento si terminasse, ma
indugiò all'anno seguente. £ parendogli che il tèmpo tardasse a veniro troppo,,
non potè contenersi ch'egli in quel mezzo molte volte non si rappresentasse in
pubblico. Non si vergognò . ancora di mettersi in opera alle feste de' privati
in compagnia degli altri ministri e festaiuoli ; avendogli uno de' pretori
offerto per sua mercede e premio il valsente di scudi venticinque mila. Cantò
oltre a ciò in maschera alcune tragedie, nelle quali baroni e'dii si
rappresentavano. Fece ancora fare certe maschere che lui rassimigliavano, o sì
veramente alcune delle sue donne, se- condo ch'egli amava più ciascuna di esse
; e Ira le altre cose, ch'egli rappresentò cantando, fu Canace, quando ella
partoriva; Oreste, quando egli ammazzò la madre ; Edipo accecato ; ed Er- cole
matto e ftirioso. Dicesi che nella predetta rappresentazione Vn giovanetto
soldato, il quale era posto a guardia della porta, veggendolo legare ed
incatenare, come in tale rappresentamento si conveniva, corse là per aiutarlo.
Suo diletto ael guidar i cavalli e sonar di cetera. Dalla sua prima età sopra
ad ogni altra cosa si dilettò gran- demente di maneggiare cavalli ; e sempre
aveva in bocca (benché egli molte volte ne fosse ripreso) i giuochi circensi :
e lamen- tandosi una volta che uno guidatore di carretta della fazione prasina
(cioè della livrea verde) era stato strascinato, e dicen- dogli villania il
podagogOs fìnse di parlare e lamentarsi (1) (Ji Ettore. E come clic nel
principio del suo" imperio egli avesse in (1) Perchè ancor Ettore fu strascinato
da Achille. i^stume di passarsi tempo ogni giorao con certe sue quadrighe
d'avorio, sopra la credenziera, non mancava mai ancora di tor- nare in Roma
dovunque egli si fosse, che si av^va a celebrare la festa de' Circensi,
quantunque piccola ; e da principio lo faceva ascosamente . ma dipoi cominciò
palesemente a comparire, di maniera che a niuno era dubbio che in quel giorno
Nerone si' aveva a rappresentare in Roma. E senza rispetto alcuno usava dire,
che voleva accrescere i premiì e le palme acciocché il giuoco durasse insino
alla sera e si avesse a correre più volte ; talmente che i capi delle fazioni e
livree avevano cominciato a non volere condurre compagni^ se non era promesso
loro, che il giuoco durerebbe tutto il giorno. Volle appresso essere ancora lui
uno de* guidatori di esse carrette, e più volte ih quella guisa si fece vedere
in pubblico. E per non dire ch'egli nel suo giar- dino si esercitò tra gli
schiavi ed uomini plebei e vili, è da sa- pere ch'egli si rappresentò ancora
nel Circo Massimo dinanzi al cospetto di tutto il popolo, e dove i magistrati
erano soliti di dare il segno, quando e' si aveva a correre se lo faceva dare a
qualcuno dei suoi liberti. Nò bastandogh d'aversi fatto cono- scere in Roma in
cotale esercizio, egli (come di sopra abbiamo detto) se n'andò in Acaia, cioè
nella iMorea, la cagione principale. fu por avere inteso, che le città di quel
paese dove cotaU feste e giuochi e gareggiamenti di musica erano soliti di
celebrarsi, avevano ordinato di mandare a lui tutte le (1) corone d'essi musici
e citaredi, le quali da lui erano tanto gratamente rice- vute, che quelli
ambasciadori che l'avessero portate, non pure erano de' primi messi dentro per
avere udienza, ma ancora erano posti alla sua tavola a mangiare seco
familiarmente ed alla do- mestica. E dandogli un d'essi ambasciadori la quadra,
&pregan- iolo così a tavola che volesse cantare un poco, disse che sola-
'^ente i Greci s'intendevano dello stare a' udire il canto; e che /^'o soli
erano degni degli sludi, de' quali egli si dilettava. E prestamente si messe in
cammino per la volta dell' Acaia. Nò )rima fu arrivato alla città detta
Casiope, ch'egli dinanzi all'altare ii Giove cominciò a cantare. J) Col
mandargli le corone ìp^-^ndr '"o di giudicano il più '^ccellentt ^ '*'**^
"'>Uf Y^nair» > Sue gare coi commedianti e spa ansietà e timore ^ di
essere superato. Arrivato clie e' fu volle vedere tutte le juaniere e modi che
fn quel paese usavano circa ì gareggiamenti del cantare e della musica,
perciocché e' fece celebrargli tutti l'uno dopo l'altro in ; un medesimo tempo,
come che in diversissimi tenipi dell'anno fossero soliti dì celebrarsi; ed
alcuni ve ne furono ch'egli fece più di una- volta celebrare. Fece ancora in
Olimpia celebrare il predetto gareggiamento de' musici fuori del tempo consueto
; e perchè ninna cosa lo disturbasse, essendo avvisato dal suo li- berto Elio,
che le cose della città avevano bisogno della sua presenza, gli rispose in
questo tenore : Benché tu desideri e mi consigli eh* io debba prestamente
tornare, tqUavia a te si con- viene, innanzi ad ogni altra cosa persuadermi e
consigliarmi che io tomi degno di Nerone. Mentre che e' cantava, a niuno era
lecito, né per cosa necessaria ancora,, partirsi del teatro; onde e' si dice^
che alcune donne stando a vedere partorirono ; e che molti ancora per il tedio
dello udire, e per non avere a lodarlo,, veduto che le porte delle terre erano
chiuse, usarono, ò di par- tirsi nascosamente scalando le mura, o di fìngere
d'essere morti, e dì farsi portare a sotterrare fuori delle porle. Ma quanta
fusse l'ansietà, sollecitudine, timore è sospetto ch'egli aveva in cotali
gareggiaménti,^ quanta fessela invidia che portava a quelli che con lui
contrastavano, quanto fosse il timore e sospetto di co- loro che erano deputati
a giudicare, appena é possibile a crederlo. Egli andava d'attorno a' suoi emuli
ed avversari Come se proprio fosse stato uno di loro, e gli accarezzava,
ingegnandosi piace- volmente di farsegli amici e tirarsegli dal suo -fato ;
dall'altra banda non mancava ii\ segreto di lassargli e di:rne male, e ri-
scontrandogli disputare loro contro qualche motto o parola ingiuriosa.Oltre a
ciò s'ingegnava di corrompere con danari quelli che e' vedeva, che in tale arte
gli altri avanzavano'. E prima che cominciasse a cantare, usava con molta
riverenza e sommessione di parlare e di raccomandarsi a' giudici con dire che
dal canto suo non aveva mancato di usare ogni diligenza, e fare tutto quello
ch'era da faro, ma che il successo e l'eVénto delle cose era posto nello
arbitrio della fortuna ; ch'eglino, come persone saggio e discrete, non
dovevano imputare a suo difetto quelle cose, che fortuitamente fossero per
dovere accadere. E confortandolo essi che animosamente desse dentro e non dubi-
tasse di cosa alcuna, lo vedevi partire tutto racconsolato ; non perciò senza
qualche sospezione e sollecitudine d'animo : per- ciocché molti i quali erano
per natura persone taciturne, ver- gognose e costumate, come invidiosi e
maligni gli erano a sospetto. Quanto fosse ossenante delle leggi ed ordini dei
giuochi. Nel celebrarsi il predetto gareggiamento tra i musici e cantori
osservava con tanta ubbidienza i capitoli e leggi sopra ciò fatte, ch'egli non
avrebbe giammai avuto ardire né pure di spurgarsi (per non far remore) ed il
sudore del viso se lo asciugava col braccio. Accadde una volta, che in un certo
atto tràgico, il ba- stone gli usci di mano, di che egli con prestezza
ripresolo stava tutto tremante e pauroso, dubitando per tale errore di non
esserne rimandato ; nò mai vi fu ordine a rincorarlo, fino a tanto che un certo
adulatore gli disse, che per le grida, festeggiamenti e saltare del popolo, le
brigate non vi avevano posto mente e non se ne erano accorte. Usava di fare
intendere ai popolo per se medesimo, come egli era vincitore e per questa
cagionò ei gareggiò ancora co' trombetti. £ perjchò di ninno altro restasse
vestigio memoria alcuna, comandò che tutte le statue ed im- magini poste in
onor d'altri che di luf, per la vittoria ricevuta in tali contese, che in quel
tempo in piedi si ritrovavano, fos- sero gittate a terra^ e con Tuncino
strascinate nelle fogne e pi- sciatoi pubblici. Guidò ancora molte volte le
carrette, e nei giuochi olimpici ne guidò una tirata da dieci cavalli,
quantunque in una certa opera da lui composta egli di già avesse rìpfeso e
biasimato il re Mitridate d'avere fatto il medesimo ; ma gittato e scosso a
terra del carro, e di nuovo ripostovisi, non potendo per modo alcuno
attenervisi, finalmente prima d'essere perve- nuto alla fine del corso
abl)andonò l'impresa; nò per questo mancò che e' non fosse coronato. Onde e'
fece, partendosi, tutto quel paese libero, od i giudici, oltre a gran quantità
di danari, che dette loro, fece ancora cittadini romani ; ed egli in persona in
mezzo al luogo il dì che si celebravano ì giuochi ismici, a di bocca propria
pubblicò e fece intendere tutte le predette cose, de' privilegii, grazie e
donativi, ch'egli aveva fatti a' popoli di quel paese. ' SBSTO IMPEKATOIIB Suo
ritorno dalla Grecia e trionfi dello stesso. Tornato di Grecia, passò per la
città di Napoli, pcrciui'char- lare da. un altro, E sempre che egli o
scherzando o da vero aveva a parlare o fare cosa alcuna, gli era d'intorno il
maehtro dello acconciare la voce che gì' insegnava e ricordava che avesse rura
di non si affaticare troppo e. si ponesse alla bwca il fa/zolello. Egli oltre a
ciò spontaneamente si offerse a molti jH;r amico: «> dall'altra banda tenne
favella a molti, secondo che più o wnith lodato lo avevano. 19 SvEio^tìO. VUe
dei Cesari. Delle rapine ed altre sue ribalderìe. Fu ancora dei primi anni
prosontuoso, lussurioso, disonesto, avaro e crudt'lo, ma ascosamente, come se
ciò fusse difetto di giovanezza ; nondimeno ninno era che ance allora non
conoscesse che tali difetti erano in lui per natura, né dovevano alla età at-
tribuirsi. La vita che e' teneva era, subito che il sole andava sotto, di
mettersi un cappello in testa con la zazzera riposta, ed in cotale guisa se ne
entrava per le cucine e taverne di Roma, e si andava a spasso per le strade non
facendo altro che baie e bischenche (1) o mali scherzi alle genti che
passavano, e nou senza gravo offesa e danno di questo e di quello: perciocché
egli usava di battere quelli che tornavano da cena di casa qualche amico
parente; e se quo' tali si difendevano o facevano resi- stenza, faceva dare
loro delle ferite e gittàrgli per le fogne. SconGc- cava e rubava le botteghe,
ed aveva ordinato in casa sua un magaz- zino dove e' vendeva le robe guadagnalo
allo incanto ed a chi più ne dava. E fu molte volte, trovandosi in dette
mischie, per capitar male e perdere gli occhi e la vita ancora ; perchè un
senatore, in- tra l'altre, la moglie del quale era stata da lui malmenata e
branci- cata, cercò e fu per ammazzarlo, e lo lasciò per le battiture come
morto. Onde egli da quel tempo innanzi non andò mai fuora senza i tribuni, i
quali di lontano e dissimulatamente gli andavano die- tro. Oltre a ciò si fece
un giorno portare sopra una seggiola nel teatro, ed essendo nata discordia tra
i rappresentatoli e facitorì di commedie, e venuti alle mani, egli stando sul
palchetto dalla ' parte di sopra non solamente come spettatore, ma come uno di
quelli che in (al mischia portasse la insegna j combattendosi con le pietre e
co' pezzi delle panche e predelle quanto e' poteva si aiutava a gittare giù e
trarre sassi fra la moltitudine: obde ei ruppe ancora la testa a un pretore.
Sue gozzoviglie e banchetti. Ma come che tali vizii a poco a poco in luì si
andassero au- mentando e crescendo in gran maniera, cominciò a lasciare an-
dare i sopraddetti scherzi e lo ascondersi ed il fargli segreta- mente; e
palesemente senza dissimulazione alcuna, messe mano a coso di maggiore
importanza. Egli a mezzo giorno si poneva a tavola e non se no levava se non a
mezza notte ; rìconfortan' - (1) Bischenche, lo stesso che insolenze. SESTO
HIPBRATOIUI dosi spesso con. éerti bagni d'acqua cakia, e di 3tate bagnandosi
nella gelata e nella neve. Usavsi ancora di cenare in pubblico dove si facevano
le battaglie navali o si veramente in Campo Marzio nel Circo Massimo, facendo
chiudere e serrare intorno intorno; ed a tavola lo servivano quante meretrici,
pollasCriere e donne di male affare e vili in Roma si ritrovavano. E quando
egli pel Tevere andava insino ad Ostia, © se per ventura navigava insino a Baia
per il lito del mare e por la ripa del Tevere, gli eran ap* parecchiate le
osterie e le taverne fornite maravigliosamente di tutto ciò che faceva di
mestieri ; dove stavano le matrone e gen- tildonne ad ogni passo a guisa di
rivenditrici le quali quinci e quindi lo confortavano ed invitavano a smontare
in terra ed an- dare a posarsi ne' loro alloggiamenti. Età ancora solito di
dire ora a questo ed ora a quello de' suoi famigliari che.gli oixlinassìno da
cena: e vi fu uno di loro che nelle còse acconcie con mele solamente spese il
valor di centomila scudi; e ad un altro costarono alquanto più gli. unguenti,
profumi e composti di rose. Sua nefanda libìdine, e del giacimento colla madre!
Oltre a' vituperi verso i giovanetti da bene e gli adulterìi versò le maritate,
sforzò ancora di acconsentire alle sue disoneste vo- glie Rubea vergine vestale
; e poco mancò eh' e' non togliesse per sua legittima sposa Attea sua liberta ;
avendo segretamente or- dinato con certi suoi aoiici, uomini consolari, utti i
modi che e* poteva senza rispetto alcuno d'inquietarla e tribolarla, avendo
ordinato con certi suoi segretanr"'^»'^ die con patti e litigii la
molestas- sino. E quando eP"^ '"""t ««'«i» -aggio per terra
o per mare, comanda'"^ "x '•o^o '. n -^r-vinaorp:?^, o\\Q iQotteg-
giando e romoreggiando non- gli dossino agio di dormire ne di riposarsi. Ma
perciocché ella con. minacele e per essere donna violenta e feroce, venne a
spaventarlo, egli al tutto deliberò scoperto..Usò, oltre alla |>i*cdettaj
molte altre crudellà più atroci,. ^ scritte da persone conosciute e degne di
fede. Egli corse a ve- derla così morta, e le andò toccando e brancicando tutte
le mem- bra, biasimandone una parte e parte ne lodò sommamente; e preso (Iella
sete beve mwi tre che egli ciò faceva: tuttavia an- cora che il senato e il
popolo romano con lui si rallegrassiuo e p^r ben fatto approvassino il seguito,
égli non potè mai rassi-curarsi da quel tempo innanzi, rimorso grandemente
dalla co scienzia per sì fatta scelleratezza. E confessò più volt-e che la
madre gli era apparita in compagnia delle furie infernali, le quali con
fiaccole ardenti lo avevano battuto-e torm.entato e travagliato grandemente. E
fece, per via di certi magi, fare alcuni incanti, tentando di chiamare ed
invocare l'aiiima e lo spirito di quella per impetrare da lei quiete e riposo.
E quando egli andò in Gre- cia, rappresentandosi ai sacrifizii della madre
Eleusina, e sen- tendo la voce del trombetto che, prima che e' cè^ypìi^aBsero,
comandava agli empii e scellerati che non entrasseii^u^^tentro e che si
appartassero, egli non ebbe ardire di appresBàrsi né di ritrovarvisi presente.
Tson gli bastò avere morta la madre, che egli ammazzò ancora la zia, sorella
del padre, ch'era andato a vi- sitarla, perciò che ella si giaceva non potendo
andare del corpo. Costei adunque, essendo già oltre di età e toccando là barba
di Nerone che appunto cominciava a spuntare fuora, disse così a caso per
accarezzarlo: Rasa che sarà questa barba, come ella mi sia presentata, io sono
contenta ailora di non vivere più. Ne- rone allora rivolgendosi a quelli che
dattorno gli erano, preso a scherno le parole di lei, disse, che in quel punto
si voleva ra- dere, e comandò a' medici che operassero in modo ch'ella se ne
andasse largamente del corpo; e così occupò i suoi beni, non sendo ella ancora
morta, trafugando il testamento per non per- derne parte alcuna. Ammazzamento
delle mogli e de' suoi più prossimi. Ebbe, oltre ad Ottavia, per moglie ancora
Poppea Sabina, il cui padre era stato questore, e prima che a Nerone, era stata
maritata ad un cavalier romano ; appresso Statilia Messalina ni- pote in quarto
grado di Tàuro, il quale due volte era slato con- solo ed aveva trionfato. E
per aver costei, fece tagliare a pezzi Àttico Vestine suo marito che allora era
consolo. Ottavia gli venne presto a fastidio, e ripreso dagli amici del tenerla
appar- ^^ta da sé, disse, che a lèi doveva bastare dello essere ornata :>
vestita come sua moglie. Tentò dipoi più volte in vano di farla strangolare ; e
finalmente in tutto la licenziò come sterile. Ma )ia8Ìmando il p'^oolo tal
divorzio, né cessando ella di dime male, ^gli la con^^'"' >er ultimo
rimedio la fece ammazzare; con iverla fatv ijare come ad""era tanto
sfacciatamente e con si fatta falsuu ^'^ afFerma""''' ti '
*'^a»''"onii da lui fatti esa- SUO pedagogo, il quale fraudolentemenle
confessò (Ji avere avuto a fare con lei disonestamente. Ivi a dodici giorni
ch^égli ebbe (come di sopra abbiamo detto) licenziato Ottavia, tolse per moglie
Pqppea, la quale fu da lui unicamente amata; e con tutto ciò, pure anco lei
ammaztó con un pàlcio, però che gravida ed in- ferma gli avevs^ detto villania
un dì, che soprastato ai giuochi dei guidatori di carrette. era tardi tornato a
casa. Di costei- gli . nacque Claudia Augusta ; la quale, essendo ancora in
fasce, si morì. laS^i' suoi più intrinseci e parenti di qdaluhque sorte, furono
d%Sòiioffesi con qualche scelleratezza. Antonia^ la figliuola di
Claudwy^cusando, dopo la morte di Póppea, di volerlo per marito, fu da lui
fatta uccidere sotto pretesto ch'ella macchinasse eontro allo imperio.
Ibsimigliante avvenne a tutti gli altri, che : per parentado o per affare gli
erano intrinseci e familiari, tra. i quali fu il giovane Aulo Plancio. E prima
che egli lo facesse ammazzare, per forza usò con lui disonestamente^ e fattolo
ucci- - dere disse; vada ora mia madre e si baci il mio successore; per-,
ciocché egli aveva tratto fuora una voce come il giovane era stato' amato da
sua madre e ch'ella loaveva confortato e sollecitato di ^ occupare lo itnperio.
Ordinò ancora a' servi di Rufo Crispino suo figliastro e nato^di Poppea, il
quale ancóra era sbarbato che, per- ciocché egli faceva del capitano e dello
impéradpre, un dì naen- . tré che e' pescava, lo gittassero inumare e lo
affogassero. Confinò Tusco figliuolo dèlia sua nutrice, perciocché, essendo
procura- tore dello Egitto, s'era lavato in certi bagni appareccbiati-per la
venuta sua. Costrinse a mprire Seneca suo precettore; con tutto che esso Seneca
più volte (di ciò temendo) gli. avesse ad- doìnandato licenza, e voluto
lasciargli tutto ciò che posse- deva ; e che Nerone a lui avesse, in tutti i
modi che si poteva migliori, con solenne giuramento affermato che a torto era
avuto da lui a sospetto; e che più presto era per morire che fargli nocumento
alcuno. Promesse a Burro prefetto di mandar- gli un rimedio per la canna della
gola dove egli aveva male ; ed in quel cambio gli mandò il veleno. Avvelenò,
oltre a ciò, parte cQn cibi e parte con bevande, alcuni suoi liberti di già
vecchi e molto ricchi ; i quali a tempo di Claudio per farlo adottare e dipoi
per fargli acquistare l'imperio, l'avevano aiutalo c-favorito assai. Sua
crudeltà coi strani e stragi fatte dei più nobili uomini romàni. Fu non meno
crudèle contro a' forestieri. Era Gomiaciala ad apparire parecchie notti alla
(ila una cometa^ la quale univer- salmente sì ci-ede che sii^nifichi la morte
di quahhe gran prin- cipe; e^li adunque sollecito ed ansio di tal rx)sa intese
da.Babilo «astrologo, che i le erano soliti di soddisfare a quel tristo an-
nunzio e volgere altrove la malignità di quella influenza, con fare uccìdere
qualche i>ersona illustre. Onde egli si deliberò di faie ammazzare tutti i
principali e più nobili, massimaaiQl^te Aven- done giusta occasicme; per ciò
che si erano scoperte due con- giure, runa delle quali. chiamata Pisoniana, che
era là principale, si fece e fu scoperta in Roma, l'altra in Benevento^
chiamata Vinciniana. Furono i congiurati nello esaminarsi legati con ca- tene
in tre doppi, trai quali alcuni spontaneamente e senza tor menti confessarono ;
altri vi furono che audacemente dissero che egli stesso si era stato cagi,ono
di uiìa tal cpngiura fatta contro di lui oche la colpa era tutta sua, perciò
che eglino, atteso, le feue scelleratezze e quanto e' fusse vitu|)ecato e
disonorato, non avevano veduto migliore rimedio per aiutarlo e cavarlo di quel
vituperio che. cei-care d'ammazzarlo. I flgliuoli di costoro con- dannati e
confiiìati tutti, o \ìcr veleno o per fame furono fatti morire. Tra' quali è
manifesto che alcuni furono avvelenati a tavola insieme co' loro maestri e
pedagoghi; altri uccisi c^Uoro servitori; altri vi furono, a' quali fu vietato
e proibito lo andare accattando e mendicando il vivere., . Macello da lui fatto
di molti è altre sue ferità. Da quel tempo innanzi, senza fare differenza
alcuna più da uno che da un altro, posto da canto tutti i rispetti, per qualun-
que cagione cominciò a faro ammazzare tutti quelli che a lui piaceva di levarsi
dinanzi ; e por lasciarne una gran parte indie- tro, senza farne menzione, fece
ammazzare Salvidieno Orfido solo per essere stato accusato ch'egli sotto la sua
casa aveva fatto tre botteghe, le quaU appigionava a' forestieri che venivano .
per riposarvisi. E Cassio Longino Cieco e dottore di leggi, perciò che nel
descrivere il ramo de' suoi antecessori, vi aveva posto la immagine di Gaio
Cassio, uno de' percussori (li Cesare; e Peto Trasia, perchè egli a guisa di
pedagogo si mostrava nel viso se- vero. Ai sentenziati alla morte non dava spazio
più che un'ora, e per non metter punto di tempo in mezzo, sollecitava i medici,
vedendo che e' tardavano, con dire cha spacGiatamonte gli cu- rassino ;
perciorxhè egli por ammazzarli faceva tagliare loro Iq vene; e chiamava quel
modo di uccidere gli juornini unaci^ra. Credesì ancora ch'egli avesse in animo
di dare a mangiare e divorare gli uomini vivi a un certo Egizio chiamato
Polifago ; il quale era solito di cibarsi di carne cruda e di tutto ciò che gli
qra posto innanzi. Levatosi in superbia, parendogli che le cose gli
succedessino prosperamente, usò di dire che niunoprincipe innanzi a lui aveva
conosciuto le sue forze e, quanto e* poteva faro. E più volte dimostrò in
aioitimodi apertamente, come egli avfeva in animo di non lasciare vivo alcuno
de' senatori ch'e* rano rimàsti ; e di volere in tutto spegnere quoll'ordine e
torlo via della Repubblica, e di dare la cura e govenio degli eserciti ai
cavalieri romani e a' liberti. Egli una volta uisava palesemente nello andare o
tornare fqori di Roma di non risponderle ài saluti - di alcuno di loro, né
àlcoiio baciarne secóndo il costume, fi- quando e' messe mano a fare- tagliare
l'Istmo, dove era gran nu- mero di gente,, disse con chiara voce che desiderava
clie-quella, impresa riuscisse prospera mQpte a se ed al popolo romano, e - non
fece menzione alcuna del senato. . Arsione fatta da lui fare di Romsi. ^
Nondimeno egli noti- la perdonò nèal popolo rònwno, né an- cora alle mura della
patria. Trovandosi aduniqué a ragionamento con certi suoi familiari, e dicendo
uno di loro queste paròle in . greco: morto io, vada tutta la terra a fuoco e a
fiamma ; sog- giunse Nerone : anzi vivendo io ; e cosi appunto: mandò ad
effetto : [ìerciocchè mostrando che la difformità e la sproporzione degli
edifizii, e che i biscanti e la strettezza ^delle strade in Roma gli avessino
offeso l'animo, fece mettere ftioiJO per tutta la città; "e tanto
espressamente fu da sua pai te messo in esecuzione, che parecchi uomini
consolari, ch'erano suoi cubicularii, avendo tro- vati ne' poderi, che in Roma
avevano, alcuni dei ministri di Ne- rone con la stoppa « con fiaccole, in mano
pei* dare fuoco, non si ardirono a dir loro nulla, nò a manomettergli. Erano
intorno alla sua casa aurea certi magazzini e granai, de' quali egli oltre modo
aveva desiderato farne piazza; furono pertanto prinna ir deboliti e magagnati
con certe macchine da guerra, percioccht il muro era di pietra, e dipoi vi
attaccarono il fuocx). Durò quel' rryy^aW'r^ Koi gior"' ^ ro^'ìnaro
guastare Rom^. Fu la ploH • ceneri dei corpi morti porre i suoi allc^giamenti.
Arsono allora, (iltre a numero infìnito di casamenti posti in isola, le case di
quelli antichi capitani, arricchite e adorne di trofei e di spoglie ostili.
Arsono li' sairrate case degli Iddii, dai re per voto edilì- cate e
consaiirale, e quelle ancora che nelle guerre contro ai Carlaizinesi e contro
a' dalli edificate e consagratosi erano. Arse tinalmeiitc tutto ciò che degli
antichi in Roma era restato bello (* memorabile. Egli sopra la torre di
Mecenate tutto allegro e lieto si stava a riguardare sì fatto incendio,
pigliandosi piacere Iconio egli diceva) di si bella e lucente fiamma^ e vestito
a guisa d'istrione e rappresentatore di fa^x)le, . secondo il suo costume,
cantò la presa e l'incendio dllio; e per valersi in quella im- presa di più
roba e danari ch'egli poteva, non permesse ad al- cuno di entrare tra le rovine
delle sue case por ricercare i da- nari, ma promesse a sue spese di fare levare
via i calcinacci ed i corpi morti. E non solamente aspettò di riscuotere, ma
con grande importunità addomandò, che le collazioni (cioè danari da pagarsegli
per rata da ciascuno de* cittadini) gli fussero pagate. E cosi votò e riarse di
danari non solamente le provincie intere, ma ancor le facoltà degli uomini
privati. Polla morìa clie fu ai tempi suoi e delle contumelie colle quali
veniva lacerato. A' vitu)>erii ed alle scelleratezze di costui si aggiunsero
an- cora alcuni accidenti di fortuna, e questa fu una pestilenza, la (piale
durò tutto lo autunno; nel quale spazio di tempo si tenne conto che e' morirono
più di trenta mila ))ersone. La rotta an- cora ricevuta in Inghilterra, dove
furono mandate a sacco con grande occisione di Romani e di loro amici, due
terre delle prin- cipali. Il dispregio e la vergogna ricevuta in Oriente, dove
i sol- dati romani nella provincia di Armenia furono fatti passare sotto il
giogo; e dove la Soria con grande fatica si mantenne a divo- zione dello
imperio. Con tutti i suoi difetti fu cosa notabile in lui e da fai^scne
maraviglia ch'egli sopra ad ogni altra cosa sop- portò pazientemen»'^ 'e
villanie ed il male che di lui si diceva. E fu più dolce ^ '«''abile inverso di
quelli, da* quali o con -Trotti o con vers ^eso che inverso di alcuna altra
ivirte d'uomini. » . . • ^»»'^ "» *'♦'> - 'i— iJq:ate contro ■i lui in
latir^o e^ -,.- nf-^gerìtte lì Nerone Oreste ed Àlcmeone uccidftori delle
madri, Nerone la nupvr sposa ha ucciso, la qjiadre jfiro'pria. e cosi questi
versi in latino; Chi dirà che Nerone non sia della stirpe del grande Enea?
Questi ha tolto via la madre, e quegli portò via" il padre. • e questi
altri due ; Mentre che il nostro Nerone tempra la cetra, e '1 Parto l'arco
(1),. . II nostro sarà Peana, ed il Parto Heoatebdete, e questi altri apprèsso
; Roma diventerà uba casa ; Quiriti andatevene a Veju : Se già questa casa, non
oconpa ancora -fa città di Vejo-. de'. quali egli non andò ricercando giammai i
componitori. Ed avendone una spia accusati alcuni dinanzi a' senatori, non
volle Nerone che molto aspramente fussero puniti. Isidoro Cinico, pas^, sando
egli per la via, pubblicamente e con voce alta lo biasimò e riprese, dicendo
ch'egli cantava bene i mali di (2) Naùpio e disponeva male i suoi "beni. E
Dato, istrione di farse, di quelle che anticamente si facìevano ad A versa,
chiamate Atellane, disse in ^ua ipresehza : V*d sanò, padre mio, va sana, madre
mia; avendo rappresentato il padre, come se e' fu sse a tavola a'man- * giare e
bere, la madre, come se ella nuotasse : volendo signifi- care, in che modo Gaio
Claudio suo padre e la madre Agrippina avevano terminata la vita loro.
Soggiunse appressò nell'ultima -parte di questa sua canzone, volgendosi ed
accennando inverso il senato: L'orco ora verso voi addrizza il piede. Non fece
altro • Nerone né al cinico, né all'istrione, se non ohe e' dette loro ^ bando
di Roma e di tutta Italia. GrOvernavasi adunque inquesta maniera, perciocché
egli non stimava di essere infamato aqaèHa guisa, ovvero per non incitare. ed
aguzzare gl'ingegni cof mo- strare di. averlo per male. Significa che Nerone
sarà a guisa di Apollo Ceteratore, e il Parto d; AppUo lanciator di saette :
essendo questa la interpre- tazione della parola greca Hecatebelete. (2)
Nauplio padre di Palamede, che intervenne nella guerra di Tròia. / Ribellione
di'lla Francia contro di Ini. Avoii'lo il nionflo su|>i>ortalo un sì
fatto principe poco nneno di Ribellion dellu Spugna e di Galija. Poi eh egli
ebbe inteso che Galba ancora e l'ùna! e l'altra Spa- gna si erano ribellate,
abbandonatosi d'animo è mal disposto, lungamente si stette a giacere quasi
mezzo morto senza par- lare, e come o'fu ritornato in sé, stracciatosi la veste
e battutosi il capo, disse palesemente ch'era spacciato ; e confortandolo e
racconsolandolo la sua balia, con ricordargli che il simile era ancora accaduto
agli altri principi, rispose che la disgrazia stia- quella di tutti gli altri
avanzava, ed era cosa non mai più udita nò veduta, esser vivo e perdere si
grande imperio. Con tutto questo non usci punto del suo ordinario, dandosi a'
suoi piaceri libidinosi e vivendosi al solito nella sua infingardaggine e pol-
troneria; anzi avendo avuto appf||bo nuova che le coso erano andate un poco
prosperamente, fece una bellissima cena, e molto ab])ondevole e copiosa ; ed
oltre che egli vi recitò alcuni versi faceti da lui composti c-ontro a' capi
della ribellione ed ap- presso lascivamente gli sonò, e con molta delicatezza
(i quali versi si dettone fuora in pubblico) egli ancora a guisa d'istrione
fece gli atti suoi, e fattosi ascosamente condurre a vedere nel teatro, mandò
segretamente a dire a uno strione, il quale al po- polo piaceva assai ch'egli
si usurpava le sue -fatiche e le sue oc- cupazioni. Di un fiero suo
proponimento, limove i consoli, e si fa creare lui consolo. Credesi che a'
primi avvisi de' tumulti e delle ribellioni, egli avesse in animo di fare molte
cose bestiali e crudeli, ma non punto aliene nò contrarie alla sua natura ; e
quest'era di man- dare nuovi eserciti e successori a' governatori delle
provincie, con commissione che e' f ussero ammazzati, non altrimenti che se
tutti insieme si f ussero congiurati e la intendessiho in un medesimo modo.
Voleva ancora faretagUare a pezzi quanti sban- biti fuori si ritrovavano e
tutti i Francesi ch'erano in Roma : gli "^banditi, acciocché non si
accostassint) coi popoh che si ribella- 'ano; i Francesi, come consapevoli e
fautori della loro nazione. '^oleva dare in preda a' soldati l'una e l'altra
OaHia; convitare senatori ed in quei ^^'^do tutti avvelenargli; cacciare fuoco
in ■mento e dicevano che non erano per ubbidir a cosa alcuna: o,d unitamente
addimandavano ch'egli più tosto si facesse ren- lere quello che insino a quel
tempo si era pagato alle spie ec igli accusatori. Scritture infami contro di
lui pubblicate. Accadde ancora che essendo la carestia grande venne un a' (SO
■^cTìQ ima r\i . .V|»i -r^T-Q -li AlocegpHrìn ili ramt^ÙJi^ V0> tovaglie
portava polvere che aveva a servire a' lottatori della corte di Nerone ; onde
e' s'accrebbe la mala grazia ed il mal nome ch'egli aveva nello universale, e
contro a lui si concitò lo sdegno e l'odio d^ ciascuno, talmente che ognuno lo
svillaneg- giava e ne diceva male. Al capo d'una delle sue statue fu ap>.
piccato un carro con certe lettere (1) greche, che dicevano -che oramai era
venuta la festa de' lottatori, che attendesse a trai- nare. £d al collo d'
un'altra statua fu legato (2) una granata con un titolo che dicea : e che posso
io farne ? tu una volta hai me- ritato il capestro. Per le colonne fu scritto,
che oramai i galli, cantando, Tavevano desto. E molti la notte facendo vista
d'essere alle mani co' loro schiavi e servi e con eissi avere parole, do-
mandavano ad ogni poco: Dov'è il vindice? cioè, dov'era Tuffi- zfale sopra i
servi, ma intendevano, di Giulio Vindice, che si era (come di sopra si è detto)
ribellato. Spav;enlasi per cèrte orribili visióni. Spaventavano oltre a ciò
molti se^ni e predigli e sogni mani- festi che prima ed allora nuovamente erano
appariti.' Egli non essendo mai solito prima di sognare, poi ch'egli ebbe fatto
ucci- dere la madre, gli pareva in sogno, essere al timone di una nave e
comandarla e governarla, e che la sua moglie Ottavia gli so- praggiugneva
addosso, e per forza gli toglieva di m^iio il timone e lo strascinava in
tenebre oscuri^ime. Ora gli pareva essere coperto d'una grande quantità di (3)
formiche alate ed ora es- sere attorniato dalle statue, ch'erano dedicate nel
teatro di Pom- peo, e vietatogli il passo e lo andare più oltre ; e che (4) la
chi- nea, della quale egli grandemente si dilettava, dalle parti di dietro era
diventata bertuccia; e che solamente, avendo il capo di cavallo, molto
accesamente annitriva. Fu sentito una voce del mausoleo, le porte del quale da
loro si erano aperte, che io chiamava per nome. Nelle calende di gennaio gli
Iddii Lari (cioè (1) L'interpretazione delle parole greche aggiunte sotto il carro
era^ che ormai s'avvicinava il tempo delle feste, che attendesse a trainare.
(2) Granata è un mazzo di scope ; e significava, ch'ei meritasse d'essere
scopato. (3) Il sogno delle formiche awisavalo, che si guardasse dagli insulti
della moltitudine. (4) Il cambiarsi del cavallo in scimia significava, che
Nerone muter«Mi)6 condizione. del focolare) essendo stati ornati mentre jche il
sacriGzio s'appa- recchiava, cascarono in terra; e nel prendere gli auspizii
Sporo gli presentò un anello, nella gemma del qtìalé era scolpita Pro- sorpìna
quando fu rapita da Plutone. Volendo sacrificare in pub- blico e porgere
secondo H costume nelle calende di gennaio le solite preghiere agli Iddii e
fare i voti accostumati essendosi di già ragunato una gran quantità cosi de'
patrizii, come de' cava- lieri, con fatica grande si trovarono le chiavi del
Campidoglio. Recitandosi nello epilogo d'una orazione, ch'«gli aveva fatta in
senato contro a Vindice, che prestamente gli scellerati sareb- bono puniti e
farebbero la fine che meritavano, fu gridato uni- versalmente da tutti : Farai
tu Augusto. Era ancora stato osàor- - vato, che la favola ultima ch'egli
pubblicamente aveva cantata, era Edipode sbandito e che appunto era venuto a
cadere e po- sarsi in quel verso che dice in greco : Padre, madre fe moglie mi
comandano ch'io muoia. Vien abbandonato da tutti. Avuto avviso in questo mezzo,
come ancora gli altri eserciti s'erano ribellati ; stracciò le lettere che a
tavola gli erano state presentate, mandò la mensa sotto sopra, gittò in terra
due bic- chieri, i quali e' teneva molto cari, da lui chiamati Omerici, per
esservi dentro intagliato alcuni versi di Omero. £ fattosi dare il veleno alla
locusta, e messolo dentro a un vasetto di legno se ne ' andò nel giardino di
Servilio ; là dove egli innanzi aveva man- dato de' suoi liberti i più fedeli
che apparecchiassino l'armata ad Ostia. Tentò i tribuni e centurioni de'
soldati pretoriani, che . nel fuggire gli facessirio compagnia, ma una parte di
loro scon- torcendosi, l'altra palesemente dicendo che non voleva, e. tra gli
altri gridando uno: è egli però il morire così misera cosa? si andò ravvolgendo
varie cosa per la fantasia :, pensando, se supplichevolmente era bene che
andasse a trovare i Parti o%ì veramente Galba, o se pure vestito a negro si
doveva rappre- sentare in pubblico e ne' rostri (cioè in ringhiera) quanto e'
p^ teva più umilmente e con più dolore e contrizione del passav» addimandarc
perdono, e non gli venendo fatto di piegare ^^ animi loro, pregare che almeno
gli fusse conceduto il goveniv iell'Egitto. Fu di poi trovata nel suo scrittoio
una orazione sopn a tal materia, ma e'*>si crede eh' e' non mandasse a
effetto ta )roposito per p? ir« ''i non essere lacerato dal popolo prima ^
jgisopo; rop'^otf .ìaT'jrp ^nHu^nlla adunque *»l;!;giorn'* ' •^niente ; e la
notte destossi a mezza notte', e trovato che i' sol- ila ti che stavano a
guardia della sua persona si erano partiti, saltò fuori del letto e mandò fuora
ì suoi amici che si andassino spargendo per intendere quello che si diceva. E
perchè niunoife tornava a riferirgli cosa alcuna, con pochi gli andò a trovare
a casa iid uno ad uno; ma trovandone serrate le porte di ciascuno e t'ije ninno
gli rispondeva so ne tornò in camera. Onde già quelli (-.ho n'erano a guardia
s'erano fuggiti in qua e in là, e pòrtatene via le coperte del letto e quel
vasetto dove era dentro il, veleno. Onde egli spacciatamente si messe a cercare
di Spettilio Mir- millone o di alcun altro che lo ammazzasse, e non trovando
cilcuno, disse: Adunque io non ho né amico nò nemico? e corse a furia verso il
Tevere e fu quasi per gittarvisi dentro.' Abbandonasi e fugge dalla .città. Ma
di nuovo raffrenato questo suo impeto e furore domandò (li avere qualche luogo
segreto per tornare in sé e riavere Ta- ìiimo. Ed offerendogli Faonte liberto
un podere ch'egli aveva vicino a Roma circa quattro miglia, tra la via Salaria
e la via Nomentana, cosi come era scalzo ed in camicia, gittatosi addosso una
cappa di un coloraccio non usato, e copertosi il capo ed avvoltosi al viso il
fazzoletto, montò a cavallo sólo con quattro compagni, tra i quali era Sporo; e
subitamente spaventato da un tremuoto ed un baleno che gli diede in faccia, udì
dal campo che gli era vicino, il grido de' soldati che sparlavano contro di
lui, e gli annunziavano male, e di Galba parlavano onorevol- mente,
predicendone bene. E così, udì un certo di coloro, che e' riscontrò nel
fuggire, il quale diceva : Costoro perseguitano Nerone : ed un altro che
dimandava se nella città era seguito niente di nuovo di Nerone. E spaventato il
cavallo per l'odore d'un corpo morto ch'era gittate ivi attravèrso nella strada
se gli venne a discoprire il volto, onde fu conosciuto e salutato da un «certo
Missizio pretoriano. Come ei fa pervenuto alla svolta del canto, lasciato
andare i cavalli tra certe siepi e vetricioni (4) per un viottolo di un canneto
male agevolmente, facendosi disten- dere la veste sotto ai piedi, pervenne
scampando al muro di quella villa che gli era rincontro. Ivi confortandolo il
medesinio Faonte, che intanto si andasse ritirando dentro ad uno speco, dove la
rena era stata cavata, disse che non era per entrare vivo (1) Vetricioni, lo
stesso che arbusti. sotto terra. E fermatosi così un poco insino che
procacciato gli fusse lo entrare segretamente nella caga della predetta villa,
ed . avendo sete, prese dell'acqua con le mani da una pozzanghera che gli era
tra i piedi, e disse: e questa t l'acqua cotta di Ne- ' rene? Appresso
appiccandosi la cappa a pruni e stracciandosi, osso gli andava rimondaiido. E
così camminando carponi per - una caverna stretta e sfossata, se np andò in una
cella che ivi era vicina; e posesi a dormire sopra ad un letto dove. era una .
coltrice molto piccola e gli fu gittato sopra un mantello vecchio. E di nuovo
assaltandolo la sete e la fame, ributtò un poco di panaccio lordo che gli fu
portato innanzi e beve alquanto d'ac- qua tiepida. Sua morte e come
l'incontrasse. Allora attorniato e stretto da ogni banda, per torsi via spac-
ciatamente agli oltraggi che gli soprastavano, comandò, che alla sua presenza
fosse cavata una fossa alla misura e grandezza del suo corpo, che e' f ussero
composti insieme alcuni pezzi di marmo, ritrovandosene in alcun luogo ; e ch'e'
si ragunasse delle legne^ e conducessesi dell'acqua per curare e governare il
suo corpo morto. E piangendo a ciascuna delle predette cose, diceva ad ad ogni
poco : Che arte io mi son condotto a fare in morte? Mentre che si andava a
questo modo intrattenendo, venne un servidore di Faonte con lettere, al quale
egli le tolse e lesse " come il Senato l'aveva giudicato per nimico, e
come e' lo anda- vano cercando per punirlo, secondo il costume degli antichi:
Domandò allora Nerone, che sorte di punizione fosse quella che davano gli
antichi ; ed avendo inteso, come l'uomo ignudo s'im- piccava per il collo ad
una forca, e con, le verghe si batteva tanto che e' morisse, spaventato prese
due pugnali che seco aveva portati e tentata la punta di ciascuno, di nuovo gli
ripose con dire, che l'ora sua fatale non era ancora venuta. Ed ora confortava
il suo Sporo, che cominciasse a piangere e lamen- tarsi; ora andava pregando
chi era d'attorno, che qualcuno dì loro gli facesse la via innanzi, ed
ammazzandosi gli agevolasse la strada ; ora si biasimava e riprendeva come
timido e poltrone, usando cotali parole : Vituperosa e brutta cosa è che io
viva in questo modo. E soggiungeva in greco : a Nerone questo non si
appartiene, non si appartiene questo a Nerone. In tali casi fa di mestieri
essere svegliato e sobrio, orsù svegliati oramai. E' già i cavalieri si
appressavano, ai quali era stato comandato che noi inciiassino vivo ; del che
come egli si accorse, tremando |)arlò in greco in questo modo : Lo strepito de'
veloci cavalli mi |)ercuote gli orecchi da o^ni banda ; ed accostossi il ferro
alla gola, e fu aiutato ferirsi da Epafrodito scrivano de memoriali. Hntrò
dentro un centurione, ch'egli era ancora mezzo vivo, e postogli la cappa alla
ferita fìnse di essergli venuto in soccorso, al quale o' non rispose altro, se
non : tardi, questa è la fede? ed in tal voce mancò avendo gli occhi stralunati
e burberi, tal che o' metteva spavento e paura a chi gli vedeva. Pregò méntre
che penò a ferirsi, sopra ad ogni altra cosa i suoi compagni, che la sua testa
non fosso lasciata venire alle mani di alcuno, ma che in (lualunciuo modo ella
fusso tutta arsa ; il che gli fu promesso da Stn orino liberto di Galba, che di
poco era stalo cavato Hle, che la plebe co' cappelli in testa (a guisa di
schiavi fatti li-,1) Il dirizzatoio è uno strumento simile ad un fuso, ma acuto,
del quale le donne si servono per partire i capelli in due parti eguali. beri)
andava discorrendo per. tutta la cUtà. Trovaronsi nondi- meno alcuni, ì quali
durarono gran tempo di ornare ogni anno di primavera e di state il suo sepolcro
di fiori ; ed Ora ponevano in ringhiera alcune immagini con la pretesta indosso
(che lui rappresentavano) ed alle volte vi appiccavano comandaménti e bandi da
parte sua, come se fusse ancora vivo e fusse in brève per ritornare a Roma,
malgrado de' suoi nimici e con loro gran- dissimo danno. Oltre a ciò avendo
Vologeso re de' Parti man- dato ambasciatori al senato, per rinnovare la lega;
lo pregò an- cora grandemente che la memoria di Nerone fusse onorata e
celebrata. Finalmente venti anni appresso, essendo io giovanetto, . si trovò
uno, il quale non si-sapeva chi egli si. fusse, che an* dava dicendo che era
Nerone ; e fu il suo nome di tanto favore appresso de' Parti che grandemente fu
aiutato, e quasi rimesso in istato. LA VITA ED I FATTI SERGIO GALBA SETTim
IHFERATdB BOHàM Del lignaggio de/ Cesari finito in Nefone, e dei presagii che
ciò dinotarono. La stirpe de' Cesari mancò in Nerone ; il che si conobbe in-
nanzi dover seguire^ oltre a più segni, per due molti chiari ed evidenti, t, da
sapere adunque che Livia, come prima furono col(;brate le nozze tra lei ed
Augusto, andando a rivedere una sua possessione ch'ella aveva nel contado
V.eientano, accadde che un'aquila volandole sopra le lasciò cadere in grembo
una gallina bianca, la quale teneva in becco un ramicello di alloro, proprio in
quel modo che quando dall'aquila era stata rapita. Piacque a Livia di nutrire
ed allevare quella gallina e di pian- tare quella ciocca di alloro. Le galline,
che di questa nacquero, crebbero in sì gran quantità che ancora oggi il luogo,-
dove è la predetta possessione, si chiama alle galline. Gli allori ancora di
maniera vi moltiplicarono che i Cesari trionfando quindi pren- devano i lauri,
per farsene le ghirlande, avendo per costume di piantarne subito un altro nel
medesimo luogo. E fu osservato 'Che, sempre che uno dei predetti era vicino
alla morte, lo al- loro da lui piantato si appassiva. Ora neiraiino ultimo
dello im|)erio di Nerone, quando e' mori, tutti i lauri, ch'erano nel predetto
luogo, si seccarono insino allo radici ; e tutte le galline ancera si morirono
che ninna ve ne restò; e la casa de' Cesari fu immedìaie percossa dalla saetta
; ed i capi delle statue loro cascarono in terra, ed a quella di Augusto cascò
ancora lo scettro di mano. Stirpe di Gaìba antichissima. A Nerone successe
Galba, il quale in niuua cosa alla casa dei Cesari apparteneva ; ma egli senza
dubbio fu di sangue nobilis- simo e di gran famiglia e molto antica ;
conciossiacosaché nei titoli delle statue sue sempre si faceva scrivere
bisnipote ài Quinto Catulo Capitolino. £ poi che égli fu fat1;o imperadore,
pose nel cortile del suo palazzo l'albero dei suoi antecessori, dove egli
mostra di avere origine da Giove quanto al padre e quanto alla madre da Pasifae
moglie di Minos., Della sua famiglia, cognome, e perchè fosse detto Galba.
L'andare ora rinvenendo le immagini ^ titoli e glorie di tutta la famiglia e
parentado degli e^ntichi di Galba sarebbe cosa troppo lunga. Ma io ne verrò
raccontando alcuni brevemente solo della istessa famiglia ; perciocché onde il
primo della fa- miglia dei Sulpizìi si trasse il soprannome di Galba non ce.
n'è ^ certezza alcuna. Sono alcuni che pensano che avendo lungamente
c;ombattuto in vano una terra in Ispagna, filialmente egli si risolvè a
mettervi fuoco; e perciò unse con (4) galbano le fiaccole. Altri scrivono che
egli usava per rimedio di una lunga infermità che egli aveva avuta certe fasce
e rinvolti con la lana sudicia che si chiama Galbeo. Dicono alcuni altri, che
perciò che egli era pieno inviso e mólto grasso, era così chiamato:
conciossiacosaché i Galli così chiamino quelli che sono grassi e di volto
rigogliosi; o sì veramente per il contrario, perché egli fu sparuto di viso,
come sono gli animali che nascono nelle (2) civaie, che sono chia- mati galbe.
Il primo che illustrò e fece risplendere la predetta famìglia fu Sergio Galba,
uomo consolare a' suoi tempi eloquen- tissimo, del quale si scrive che dopo
essere stato pretore ottenne il governo della Spagna ; dove avendo fatto
tagliare a pezzi per via di trattato trenta mila Lusitani (cioè
Portogallesi)/fu cagione della guerra che appresso fu mossa ai Romani, della
(piale fu capo Viriate. Il nipote di costui avendo dimandato di
esBerfattO" - '' consolo, era state. ributtato da Giulio Cesare ; si
sdegnò contro a quello di cui egli in Gallia era stato rommessarioe gli
congìarò, contro in compagnia di Bruto e di Cassio ; per il che fu condan- nato
secondo la provvisione e legge fatta da Quinto Pedio. Da (1) Galbano, liquor di
una pianta. (2) Civaia, lo stesso che legumi. dio costui appresso discenderono
Tavolo ed il padre di Galfa ratore. L'avolo, per essere })ersona studiosa e
letterata, per altra dignità fu chiaro ed eccellente. Egli non avendo^ ottenuto
altro magistrato che quello della pretura, scrisi elegantemente e con assai
diligenza la storia che contene la notizia di molte cose. Il padre fu consolo e
quantii fusse piccolo di statura e gobbo o di non molta eloquen dimeno fece il
procuratore ; dove egli usò molta airte ed in Ebbe costui per moglie Mummia
Acaia, moglie prima d bisnipote di Lucio Mummie, il quale distrusse e spiaii ai
fondamenti la città di Corinto. Ebbe ancora per mogi Occllina molto ricca e
bella. Stimasi nondimeno ch'eli; \ esse spontaneamente a domandar lui, per
essere quel nobile ; e gliene facesse ancora forza, perchè egli imp^ da quella
si condusse con lei al segreto e trattosi la > fo' mostra (1) dello scrigno,
acciocché ella non potesse dir lo aver saputo e d'essere stata ingannata. Ebbe
costui gliuolì di Mummia Acaia sopraddetta, Gaio e Sergio ; ( Gaio ch'era il
maggiore mandò male tutte le sue faci parti di Roma ; e perciocché Tiberio
nella età legittima il proconsolato, si mori di morte volontaria. Nascila di
Galba e delle rose che gli presagirono il princi] Sergio Galba imperadore
nacque nell'anno che in Ron consoli Marco Valerio Messala e Gneo Lentulo a' ven
dicembre, in quella villa ch'ò sotto il collo vicino a T da mano sinistra
andando inverso Fondi. Fu adottato d matrigna e da lei fu chiamato Livio
Ocellare. E per fln e' fu fatto imperatore si chiamò Livio in cambio di S( cosa
manifesta che Augusto essendo da lui salutato qua fanciullo in compagnia di
alcuni altri della sua età, lo p le gote e gli disse in greco: fatti innanzi
ancor tu, figli ed accostati al nostro imperio. Ma Tiberio, al quale era si
dotto Galba dover essere imperadore, ma in sua vecchiezz, Viva a suo piacere
poscia che questo a noi nulla riliev B ciò facondo il suo avolo alcuni
sacrifìzi per purgare € il male influsso di una saetta che era caduta, venne u
gli rapì di mano le interiora dell'animale che da lui ei ficaio e le pose sopra
una quercia carica di ghiande. Fi (Ì! Scrigno, lo stesso che gobba. det!lo che
ciò aigniBcava che uno della sua famìglia, ma ivi a gran tempo, aveva ad essere
imperatore^ perchè egli ridendosene rispose; Sì, quando una mula avrà
partorito; tal che ninna cosa più assicurò l'animo di Galba a tentaro'cose
nuove che una mula la quale partorì. E come che gU altri se ne contristassino
corno di cose di male augurio, egli solamente lieto lo ricevette per buono ;
ricordandosi del sacrifizio e delle parole del suo avolo. Preso che egli ebbe
la toga virile sognò che la fortuna gli stava dinanzi all'uscio, dicendo che.
era §tracca e che se egli presto non gli apriva e non la riceveva, era per
essere preda di chiunque la riscontrasse. B tostò come egli si fu levato,
aperto l'uscio del cortile, trovò vicino alla sòglia la immagine di
tiuell'Iddea ch'era di rame e più alta di un cQbito, e se la pose in grembo e
portolla a Tuscoli dove la state era solito di dimorarsi ; e consacratogli una
parte della sua casa, dipoi sempre la onorò e riverì, ed ogni mese a lei
supplicando si raccomandava. Celebrava ogni anno la sua festa vegghiando tutta
la notte : e non ostante che e' fusse ancora di tenera età, nondimeno mantenne
molto severamente quella usanza antica, che già in Roma si era tralasciata e
solo si osservava in casa sua, cioè che di tutta la sua famiglia, così gli
schiavi come i fatti liberi, due volte il giorno se gli rappre- sentassero
davanti e la mattina gli dicessero : Dio vi salvi ; e la sera : fatevi con Dio.
Studioso delle arti liberali, e particolarmente della ragion civile ; delle
mogli e dei figli. Quanto alle arti e discipline liberali studiò in legge e
prese ancora moglie in que' tempi. Ma essendogli dipoi morta Lepida due
figliuoli che di lei aveva, non volle appresso tórre altra donna ; né si potè
mai persuaderlo nò indurlo con alcuna 'con- dizione a pigliarne. Né ancora essa
Agrippina che, essendo JQOcto Domizio era rimasta vedova, potè fare sì ch'egli si
dìspoo^f^e a prenderla per moglie, di che ella, vivente ancor Lepida sua
moglie,, l'aveva importunato. Di maniera che trovandosi una volta trif un
numero di altre gentildonne, e fregandosegli intorno gli e^be insino ad essere
detto villania; e la madre di Lepida le diide nelle mani. Egli sopra ogni altra
osservò ed ebbe in riverenza Livia Augusta, e mentre che ella visse si valse
assai del suo fa-r vere, e poi che ella fu morJ^ ne divenne ricco; perciocché
ella lo fece nel testamento suo legatario principale ; e gli lasciò un milione
e dugento ciriquai\ta mila scudi. Ma perciocché la pre- delta somma era
solamente notata per abbaco e non distesa in scritto, Tiberio che era io erede
racconciò lo abbaco e ridusse i|uel lascito a dodici mila cinquecento scudi.
Onde egli non po- lendo avere quanto gli era Stato lasciato non volle ancora
accettare la sopraddetta somma. Onorì da lui conseguiti, e sua disciplina nelle
cose militarì. Ottenne alcuni magistrati innanzi al tempo, e quando e' fu
pletore, nel fare celebrare i giuochi e le feste della Dèa Flora, trattenne il
popolo con una nuòva invenzione, né mai più vista; e ciò furono elefanti che
camminavano sopra il canapo. Appresso ivi a imo anno fu mandato al governo
della Àquitania (cioè Gua- scogna), poi fu fatto consolo, e stette sei mesi nel
detto magistrato, il quale aveva ottenuto per lo ordinario. Volle appunto il
caso olì" egli venisse a succedere a Lucio Domizio, padre di Nerone, e che
a lui succedesse Silvio Ottone, padre di Ottone imporadore, con presagio ed
indovinamente di quello che avvenne, cioè, che egli fu imperadore nel mezzo tra
amendue i figliuoli dell'uno e deiraltro. Sustituito (1) da Gaio Cesare, quando
egli in Licia si rappresentò nello esercito; il dì appresso celebrandosi una
solenne festa^ volendo i soldati rallegrarsi con lui e fargli festa con le
mani. egli si oppose a questa loro voglia con dar loro per nome e con-
trassegno che ténessino le mani dentro alle cappe, onde per tutto Io esercito
si sparse questo detto : Imparate soldati a fare Tarte del soldo, Galba ò
questo (2), non G^tuhco; Usò ancora la me- desima severità quando i soldati gli
domandavano licenza, non la concedendo a nessuno. Faceva divenire robusti i
soldati vecchi e i nuovi col tenerli assiduamente in opera. Egli con prestezza
raffrenò i barbari, ch'erano trascorsi insino in Gallia, e diede di sé e del
suo esercito tal saggio a Gaio presenzialmente, che tra i soldati e gente senza
numero ' che da ogni banda e di tutte le Provincie s'erano fatte venire e
ragunare in quel luogo, non vi fjirono alcuni che ricevessino maggiori premii
né più ampia te- stimonianza della virtù loro. Avendosi egli acquistato nome e
fattosi conoscere sopra tutti gli altri per avere guidato la scorreria Le
parole di Svetonio sono : sostituito da Gaio Caligola a presieder a*
spettacoli. * (2) Significa, che Galba è persona'seve-'^ non, come Getulico,
'ondiscendente ; qual '^■^♦uIk'* *- ^^^^^ p"^ ip^ppoo/^-:» nella che
facevano in campo i soldati ger esercizio, portando lo scudo e camminando innanzi
a tutti, corse ancora venti miglia accanto alla carretta dello, imperadore.
Della sua giustizia ed equità. Come e' fu venuto l'avviso che Caligola era
stato ucciso, molti lo confortavano e stimolavano che non volesse perdere
quella occasione: ma egli prepose la quiete ad ogni altra cosa. Per tali cose
adunque gli fu posto da Claudio grandissima affezione, e fu ricevuto da quQllo
nel numero de' suoi amici e familiari. E venne in tanto grado e riputazione,
che avendolo assalito una su- bita infermità e non molto grave, il dì -che si
avevano a movere le genti alla impresa d'Inghilterra, s'indugiò tale
espedraione. Fu eletto come proconsolo, e per lo strasordiriario al governo
del- l'Africa per due anni, solo per riordinare quella provincia, la quale
dalle discordie civili o dai tumulti de' barbari era'inquietata, dove egli si
governò con molta severità e giustizia così nelle cose grandi come nelle
piccole: onde ^d un soldato, il quale, per es^ sere allora la* carestia grande,
aveva venduto un mezzo staio di . grano dieci scudi, dette per punizione ^he
ninno, venendo in necessità, gli porgesse soccorso nò cosa alcuna da mangiai^,-
onde egli si morì di fame. Mentre che teneva raglonp gli capite- rono innanzi
due che litigavano una giumenta, né avendo alcdrfB^ delle parti testimonii né
argomenti sufficienti, onde nìale agevol- mente si poteva conietturare di chi
ella con verità e ragioifievol- mente fusse, dichiarò e sentenziò in questo
modo, che la bestia còl capo coperto e rinvolto fosse menata ad un lago dove
era solita di essere abbeverata, e in quel medesimo luogo gli fusse scoperto,
e,così che ella avesse ad essere di colui a casa del quale; dopo aver bevuto,
ella per se medesima se n'andava., Onori conferitigli e segni che gli
pronosticarono il principato. Per le cose, ed allora in Africa e prima fatte in
Germania, gli furono concedute le insegne e gli ornamenti trionfali ; e fu
creato in un medesimo tempo uno de' XV sacerdoti, chiamati Sodali, e similmente
uno di quelli chiamati Tizii, ed uno dei consagrati ad Augusto, chiamati
Augustali. E da quivi innanzi fino a mezzo il principato di Nerone tenne la
maggior parte del tempo vita so- litaria, standosi a suo piacere «diporto. E
sempre ch'e* faceva viaggio alcuno, se^jene si faceva portare in carretta, si
faceva 21 SvETONio. Vite dei Cesari. SERfilO GALBA condurre dietro in un altro
carro venticinque mila scudi in tanto oro. per insino che dimorandosi in Fondi,
gli fu dato a governo la Spagna Taragonese. Nella quale provincia arrivato e
sacrifi- cando nel tempio pubblico . accadde che uno de' ministri, cioè quel
fanciullo che teneva la cassetta dello incenso, in un subito diventò canuto
tutti i capelli del capo; e non mancò chi inter- pretasse ciò significare
mutazione di Stati, e che un vecchio suc- cederebbe a un giovane, cioè che esso
doveva succedere a Nerone. Né molto tempo appresso cascò in un lago, che è ih
Cantabria (cioè nella Biscaglia; una saetta, e vi furono ritrovate dodici
scuri, il che fu segno manifesto come e' dove\'a -succedere neirimperio. Sua
variabilità nel governo (iella pro\1nqia. Governò otto anni quella provincia
molto variamente, percioc- ché egli da principio fu molto rigido e severo in
punire e raf- frenare i delitti, e passò anzi che no i termini della modestia;
conciossiacosaché a un banchiere, il quale cambiava monete che non erano a
lega, gli tagliasse le mani e facesse conficcarle nel banco. Crocifisse ancora
un tutore, perchè egli aveva avvelenato un pupillo al quale esso era sostituito
erede. E ricorrendo esso alle leggi, e mostrando come egli era cittadjno
romano, Galba per fargli onore, ed acciocché la morte gli avesse a* parere più
leggiera, gli fece imbiancare la croce e porla più alta delle altre. Cominciò
appresso a poco a poco a lasciarsi andare nello strac- curato e nella infingardaggine,
per non dare occasione a Nerone di offenderlo ; e perciocché, secondo ch'egli
era solito di dire, ninno era costretto a rendere conto dello starsi. Nel fare
le visite ritrovandosi in Cartagine nuova, ed avendo inteso la Francia es- sere
in garbuglio, e domandandogli l'ambasciadore deirAquitania {cioè Guascogna)
soccorso, gli sopravvennero appunto le lettere di Vindice, por le quali esso lo
confortava a pigliare l' impresa, per salute e liberazione dell'universo contro
a Nerone: ai che egli si risolvè tosto, mosso dal timore e dalla speranza.
Avendo scoperto le commissioni che segretamente aveva mandate a' suoi
procuratori per farlo ammazzare, sperava ne' buoni augurii ed in quello che gli
era stato pronosticato e profetato da una vergine di vita molto santa e
religiosa ; e tanto più che un sacerdote di Giove nella città di Cluvia gli
aveva mostrato i medesimi versi 'iella sopraddetta vergin** i quali, esso
diceva, che avvertito da jriovo in sogno ci' ^vft^> rovatinei Penetrale
(cioè in un luogo *"ìtte*' * ** Sflf»''^ "^n»'"» unni 'nnoi^-r
" in^ 'i.t^iì ^30StÌ da una vergine profetessa, come la sopraddetta. La
sentenza dei quali versi era questa : Che un dì il principe e Signore def mondo
aveva a nascere in ìspagnà. Entratura al principato ed altri suoi fatti.
Postosi adunque a sedere nella sua residenzlf, mostrando d i volere attendere
alla liberazione degli schiavi e fattosi porre in- nanzi gran quantità
d'immagini di coloro ch'erano ^tati condan- nati ed uccisi da Nerone, e fattosi
ancóra comparire innanzi un fanciullo nobile, il quale apposta aveva fatto
venire dall' isola di Maiorica dove era stato confinato da esso Nerone.,
cominciò a parlare piangendo e dolendoci dello stato e della condizione dei
tempi ne' quali allora si ritrovavano. E salutato dallo esercito come
imperadore, disse che era commissario del senato e del po- polo romano.
Appresso fatto serrare le botteghe e i traffichi e levare ognuno dalle
faccende, dette l arme alla plebe e fece uh, nuovo esercito di SpagnuoU e lo
aggiunse all'esercito vecchio, ' il quale esercito era una legione e tre
compagnie displdati e due squadre di cavalli. Scelse ancora quelli ch'erano più
valorósi e saggi e di più età, i quali avessero ad essere in luogo dì sena-
tori ed ai quali s avessino a riferire," ogni volta che fusse stato di
bisogno, le cose di maggior importanza. Pece ancora uria scelta di giovani tra
l'ordine di cavalieri, e volle che e' non la- sciassino di portare come prima
l'anello d'oro, ma gli odiamo. Evocati, tenendogli in cambio de' soldati a fare
la guardia in- torno alla sua camera. Mandò oltre a ciò per tutte le provincie
- a fare intendere a ciascuno in universale ed ancora in partico- lare,
com'egli s'era fatto capo per aiutare la causa comune e che volessino unirsi
con esso lui, e ciascuno, in quel modo eh' e' po- teva, porger soccorso. Quasi
in quel medesimo tempo, tra le mu- nizioni d'una terra la quale egli avendo a
fare guerra s'aveva eletta per seggio e luogo principale, fu trovato un anello
antico, nella gemma del quale era scolpita la vittoria con un trofeo ; ed ivi a
poco surse una nave alessandrina per fortuna di mare in quel luogo carica
d'arme, sehza governatore e senza nocchiero e senza passaggiere alcuno. Per i
quali segni ciascuno giudicò ^he assolutamente la guerra che si pigliava fusse
giusta e pia. avendo gli Iddii in favore. Ma in un subito tutte le cose anda
lono sottosopra, ed una delle ale dello esercito fece sforzo di ah bandonarlo
appressandosi egli allo esercito, parendo loro di avet • mal f3»to a Inficiare
N«ron"•' - - * — -TT-» artenevano, potessino du- rare più che due anni ; e
che e' non volesse da quivi innanzi concedergli se non a quegli che gli
ricusavano e che di mala voglia e forzatamente gli accettavano. Ordinò che
cinquanta ca- valieri avessero la cura di farsi rendere indietro tutto ciò che
Nerone aveva donato a diverse persone con lasciarne lor sola- mente la decima
parte; e che avendo questi tali venduto o pa- ramenti di scena, o altre cose
simili- di quelle che gli erano state donate, i comperatori fussero tenuti a
restituirle ogni volta che i venditori, avendosi consumato i danari, non
avessero avuto il modo a pagare. E dall'aUpa banda pentiesse a' suoi compagni e
liberti di vendere e donare per favore tutto quello che a loro piaceva, come i
tributi, l'esenzioni, punire i non colpevoli e non punire quelli che avevano
errato. Oltre a ciò addimandando il popiolo romano che Àloto e Tigillino, due
dei più tristi e sciagurati satelliti di Nerone, fussero puniti, non solamente
gli lasciò andare salvi, ma concedette ad Àloto una bellissima procurazione,' e
per conto di Tigillino mandò un bando, nel quale egli riprese il popolo come
rigido e crudele. Ribellion degli eserciti deHa Germania contro di lui., • Per
queste cose adunque venuto in odio a tutti universal- mente dal minimo al
grande; sopra ad ogni altra cosa si concitò contro gli animi de' soldati ;
perciocché .avendogli fatti giurar in suo nome, non essendo egli presente ed
avendo promesso di fare a loro un donativo maggiore deX solito, non lo aveva loro
atte- nuato, anzi si era lasciato uspir di bocca ch'era uso ad eleggere i
soldati e non comperargli: per le quali parole inaspri gli animi di tutti gli
eserciti che fuori si ritrovavano e quelli de' soldati preterii. Mosse ancora a
paura e sdegno rimovendogli a poco a poco, ed avendone già licenziato la
maggior part^ di quelli che glLerano a sospetto ed erano amici di Nìnfìdio. Ma
sopra tutti gli altri, l'esercito ch'era nella Germania superiore, non poteva
stare* alle mosse gridando di esser defraudato de' premii che si conve- nivano
alle fatiche loro per essersi portati valorosamente cóntro ai Galli e contro a
Vindice* Avendo adunque cominciato a rom- pere l'ubbidienza nelle calènde di
gennaio, dissono, che non si volevano con sagramento obbligare se non in nóme
del senato ; e subitamente mandarono ambasciadori a' soldati pretorìami che
esponessino, come a loro non piaceva lo imperadore che era stato eletto in
Ispagna, e vedessino eh' e' se he eleggesse un al- tro il quale fusse approvato
da tutti gli eserciti. 'Adottazione di Pisone. il che subito che aGalba fu
fatto intendere, pensandosi che il senato non tanto lo avesse in odio per
essere lui vecchio, quanto per non avere figliuoli^ a un tempo tra quelli che
lo salutavano chiamò a sé Pisene Frugi, giovane nobile e valoroso; del quale
egli per lo addietro sempre aveva fatto grande stima e connu- morato tra i suoi
eredi e fattolo ancora partecipe del suo nome. Chiamandolo adunque figliuolo,
lo condusse alla presenza dei soldati, e fece loro una orazione e lo adottò per
suo figliuolo ; nella quale orazione egli non fece menzione alcuna del donativo
: onde e' dette più facile occasione di mandare ad effetto i suoi disegni a
Marco Silvio Ottone sei giorni dopo tale adozione. Presagii ehe deuunziaroDO la
di lui iufelice morte. Molti segni prodigiosi e grandi aveva sempre veduto, 1
quali continuamente insino da principio gli pronosticarono quanto gli avvenne :
e primieramente quando e* veniva inverso Roma, es- sendogli in ciascuna terra
dalla destra e dalla sinistra uccisele vittime, un toro spav(;ntato dal colpo
della scure ruppe i legami ed assaltò il suo carro, e co' pie dinanzi alzatosi,
lo sparse tutto di sangue. E quando egli scese del carro, uno di quelli che
ave- vano lo spiedo, nel volere spingere indietro la moltitudine e fare iargo^
fu per ferire lui con quell'arme in aste. Neirentrare an- cora in Roma, vicino
al palazzo si senti un trcmuoto con un certo suono simile ad un mugghiare: ma i
segni che appresso racconteremo furono alquanto più manifesti. Aveva Galba tra
le cose sue più preziose elettosi una collana da tenere al collo tutta ripiena
di gemme e di pietre preziose, la quale voleva Dresen- tare alla sua Fortuna
che in Tuscoli aveva ; ma subiflroaente mutato di proposito, come se un tal
dono si convenisse a per- sona più degna e di maggiore qualità, ne fece un
presente alla Venere ch'era in Campidoglio. E la notte vegnente gli parve in
sogno che la Fortuna gli apparisse rammaricandosi di essere stata defraudata
del dono ch'egli per lei aveva disegnato, e lo minacciasse di torgh ancora ella
quelle cose ch'essa gli aveva date. Onde spaventato, subitamente nel farsi
giorno corse con fretta a Tuscoli, avendo mandato innanzi a dare ordine ch'e'
si apparecchiasse il sacrifizio per purgare e tórre via la malignità che nel
predotto sogno si conteneva; egli non vi ritrovò alcuna cosa salvo che alquante
faville quasi spente quivi in sull'altare, accanto alle quali era un vecchio
vestito a negro, che in un ca- tino di vetro teneva un poco d'incenso e dentro
ad un calice pur di vetro un poco di vino. Fu ancora osservalo che nello
calende di gennaio, mentre ch'egli sacrificava, gli era cascata la corona di
testa ; e nel prendere gli auspizii gli erano volati via i polli ; e nel giorno
ch'egli adottò Pisene, volendo parlare a' soldati, la seggiola che in campo si
usava secondo il costume, non gli era stata posta nel tribunale, avendoselo
dimenticato i ministri ; e nel senato la seggiola trionfale e curule gli era
stata acconcia al contrario. Della sua mprte e ammazzamento. Prima che fusse
ucciso gli fu detto fa matthia\, mentre ch'ei sacrificava^ dallo aruspice, che
s'avesse cura da un pericolo che gli soprastàva e che i suol percussori non
molto erano lontani ; e quindi a poco intese come Ottone aveva occupati gli alloggia-
menti, e confortandolo la maggior parte di coloro che gli erano lattorno che
verso quelli che si addirizzasse, perciocché e' po^ 9va ancora colla sua
autorità e presenza rimediare e giovare ssai ; egli nondimeno si dispose di non
fare altro se non fermarsi Dve egli era, e quivi fortificandosi co' soldati
delle legioni, i lali in gran numero e da diverse bande venivano a trovarlo,
are a vedere quello che seguiva. Messesi nondimeno indosso la camicia di
maglia, dicendo tuttavia, che poco era per gio- \rgli centra a tante punte.
Appresso essendosi cavati fuora certi vnì rumori dai congiurati, che in prova
gli avevano seminati tra li moltitudine per farlo comparire in pubblico, ed
affermandosi die la cosa era fermata, che i tumultqanti erano stati oppressi, e
che gli altri venivano per rallegrarsi con esso seco ed essere presti ed
apparecchiati a tutti i suoi comandi; per far^i loro.in- contro usci fuora con
tanta confidenza, che un certo' sodato^ il quale si vantava d'aver ucciso
Ottone, rispose: Chi te l'ha fatto fare? ed andò oltre insino in piazza. Quivi
i cavalieri che ave- vano commessione di ucciderlo, avendo fatto una scorreria
coi cavalli e fatto discostare i borghigiani e i contadini, che ivi erano in
gran numero, e fermatisi a rincontro di lui di lontano e stati alquanto sopra
di loro, di nuovo appresso si messonp a corsa, e da' suoi abbfandonato lo
tagliarono a pezzi. Cosa facesse al tempo delia sua morte, e del funerale. Sono
alcuni che scrivono che al primo tumulto e' gridò : Che \o- lete voi fané,
compagni e soldati miei? io sono vostro e voi siate miei. E dicono ancora che
e' promesse loro un donativo. La mag- gior parte degli scrittori affermano che
e' porse loro la gola per se medesimo, e gli confortò che attendessero a
mandare ad effetto quanto avevano disegnato, e lo ferissero poi che cosi a loro
pa- reva. Pare oltremodo mardviglioso, che niuno di coloro ch'erano ' presenti,
facesse segno alcuno di muoversi in sorxx>rso dell'im- peratore ; e tutti
quelli che furono mandati à chiamare, dispre- giarono il messo, eccetto che i
Germani. Costoro, per essere stati frescamente beneficati da Galba, perciocché
sendo infermi iti SBMIO VALBA f i1otcr [ligtiare po' rnpei^li, essendo calvo,
se lo naet l-rpmliu ; di po> cacciatigli il dito grosso in bocca lo poi
Ottone, il quala lo dette in preda a' saccomanni e farai] campo, ed (%li lo
ficcarono in un'asta. E non senza sche jjorlaroiio intorno agli
aìlu;;giainenli, gridando ad ogni poi tialba ingordo, (pditi della tua ctù,
mossi a dirgli le pr |tarole, percioccliè pochi giorni innanzi si era
divulgatoci dandogli uno il suo bfl viso come fresco aitcora o colorita in gnwo
gli aveva rìsposlu : lo mi sento sticora gagliardo K|H!r0' Fu comperato il suo
cajw da un liberto di Patrobio uiano CAttto ducali, il quale lo gittò in quel
luogo do^ Himandamento di Ualba ora stalo giustinaio il suo pai Finalmente
Ai^io, suo disponsaiore, Beppelll questa e tutb niHncnU! del tronco no' suoi
orti particolari della via Aur Della slaluia del corpo e de' suoi membri. Fu di
statura ragionevole, calvo di t«ata, con gli owlii ai col naso aquilino, con le
mani e co' piedi, per cagione della distortissimi ; tale che e' non poteva
sopportare la scarpe! rivoltare o tenere in mano libri per alcun modo. Eragli,
da luì strettissimamente abbracciato e ba- ciato^ né solamente gli bastò questo
ch'egli ancora lo pregò che spacciatam^nte si facesse una pelatura e si
ritirasse con lùi^ in un luogo appartato e segreto. Tempo che darò il di lui
imperio, e della sua età. Fu morto di settantatre anni : ed essendo stato sette
mesi imperadore, il senato, come prima gli fu lecito, ordinò che gU fusse fatto
una statua e posta sopra a una colonna rostrata Jn quella parte della piazza
dove e' fu tagliato a pezzi : ma Ve- spasiano annullò tal deliberazione, avendo
opinione che Galba,- ìnsin di Spagna, avesse ascosamente mandato in Giudea
uomini per ammazzarlo. LA VITA ED I FATTI 0' OTTONE SILVIO OTTàfO IlPBRàTOR
ROMANO Degli antenati d'Ottone. Gli antichi di Ottone nacquero in Ferentino,
famiglia antica ed onorata, e delle principali di Toscana. Il suo /avolo Marco
Silvio Ottone fu per padre figliuolo di un cavaliere romano, e la madre sua fu
di bassa condizione; né era ben certo se ella era nata di persona libera, cioè
che non fusse schiava. Costui col favore di Livia Augusta, in casa di cui si
era allevato e cre- sciuto, fu fatto senatore e non ascese se non al gradoni
pretore. Il padre suo, chiamato Lucio Ottone, fu nobile ancora per istirpe
materna e per molte grandi ed onorate parentele ; e fu tanto amato da Tiberio e
tanto simile a lui di volto e di fattezze^ che molti credevano che e' fusse suo
figliuolo. Egli in Roma-ammi-, nistrò con grandissima severità i magistrati di
quella, e simi- glianteraente il proconsolato dell'Africa ed alcuni governi di
eserciti che gli furono dati per lo strasordinariò. Ebbe ancora ardire di far
tagliare la testa ad alcuni soldati dello esercito che i nella Schiavonia, i
quali nel tumulto che aveva eccitato Ca- lo, pentendosi di essersi abbottinati,
avevano ammazzato i governatori, e propostigli come capi e autori di essa
ribel- ) contro a Claudio. E ciò fece fare in presenza sua dinanzi cospetto di
tutto lo esercito ; non ostante che égli sapesse che dio per tal fatto aveva
alzati que' tali a maggior grado o di- ta. Per la quale opera, siccome egli si
accrebbe dì gloria, 'artecipe di tutti i disegni e secreti di Nerone; eil di,
nel quale Nerone aveva ordinato di ammazzare la madre, fece una bellissima cena
all'uno ed all'altro per tor via ogni sospe- zione che ne fusse potuta nascere.
Tenne oltre a ciò in casa come sua moglie Poppea Sabina, amica di Nerone la
cpiaie esso Nerone aveva levata al marito ed a lui datala in custodia ; né
solamente ebbe a far con quella disonestamente, ma se ne in- namorò di maniera
che e* non poteva sopportare che Nerone j^li fiisric rivale. K si credo che
egli non solamente ne riman- dasse coloro elio gli orano stati mandati a casa
per rimenamela, ma che o' serrasse ancora una volta T uscio in sul viso a
Nerone; il quale ritto dinanzi alla porta pregando e minacciando indarno si
stava aspettando che gli fusse aperto, e addimandava che esso gli rendesse
coI(m che da lui gli era stata data in serbo. Per que- sta (;agiono aduncfuo si
disfece quel matrimonio, e fu mandato Ottone in Lusìtania, sotto spezie di
legazione ; il che a Nerone parve abbastanza, per non divolgare col punirlo più
aspramente tutta rpiclla cantafavola, la quale nondimeno fu manifesta per il
distico infrascritto : Volete voi sapere perchè Ottone, sotto nome d'essere
mandato governatore, è sbaiiditadi Roma? perchè egli aveva cominciato a essere
adultero della sua moglie. Governò quella provincia, essendo stato questore per
dieci anni, con gran- dissima modestia e con singolare astinenza. Le sue
speranze di aver a regnare. Finalmente come egli vide il bello e l'occasione di
vendicarsi, fu de' primi a risentirsi, accostandosi a Galba. E nel medesimo
istante entrò ancora esso in speranza non piccola d'avere a ot- tenere il
principato, si per la condizione de' tempii sì ancora molto più per quello che
gli affermava Seleuco Matematico : il quale avendogli già promesso e predetto
che e' sopravviverebbe a Nerone, allora spontaneamente e fuori di opinione era
ve- nuto a trovarlo, con predirgli ch'egli ancora in breve tempo era per essere
fatto imperadore : onde e' non lasciava indietro a fare cosa alcuna, usando
ogni uffizio e sottomettendosi a ognuno con dichiararsi ed andar loro dattorno
: e sempre ch'egli andava a cena coir imperadore, dava pi^r ciascuno una corta
quantità di scudi a coloro che facevano la guardia. Nò per questo mancava di
non bì guadagnare gli altri soldati, chi por una via e chi per un'altra. Oltre
a ciò essendo un'altra volta chiamato per arbitro da. un certo che litigava co'
suoi vicini de' confini, egli comperò tutto quel campo de' confini del quale si
disputava e ne fece liberamente un presente a quel tale, che l'aveva chiamato
per arbitro : talmente che ni uno appena si ritrovava che non lo giu- dicasse e
non l'andasse predicando degno di succedere nel> l'imperio. Gli fallisce la
speranza di esser adottato da Gàlha. Aveva avuto speranza d'essere adottato da
Galba ; il che era stato aspettando di giorno in giorno. Ma poi ch'e' vide come
Pi- sene gli era stato anteposto, mancato di quella speranza, si voltò alla
forza, mosso non solamente dall'ambizione e passione dell'a- nimò, ma ancora
dalla grandezza del debito ch'egli aveva. E senza ascondersi, palesemente
diceva che non poteva reggere né mantenersi per modo alcuno se e' ilon era
fatto principe. E che stimava tanto ^ cadére in battagha superato da' nimici,
quanto il cadere in piazza oppresso dai creditori. Servissi per dar principio a
quella impresa di venticinque mila scudi ch'egli aveva cavati da un servidore
di Galba per avergli fatto ottenere la dispensa. E primieramente fu dato il
carico di uccìdere Galba a ginque spiculatori ; appresso a dieci altri,
avendone i cinque eletti due per ciascuno ;.a' quali fu dato per ciascuno alla
mano dugento cinquanta scudi, e cinquecento ne furono loro .pro- messi. Questi
appresso sollevarono gli animi degli altri, i quali non furono però molto gran
numero, perciocché e* stimavano as- solutamente che in sul fatto molti avessero
a concorrere in soc- corso di esso Ottone. Suo ascendimento al principato.
Aveva disegnato, subito dopo la adozione, di occupare gli al- loggiamenti e di
assaltare Galba nel palazzo mentre che egli cenava : ma non mandò ad effetto
questo suo proponimento, avendo avuto riguardo a quella compagnia di soldati
che allora faceva la guardia, per non le aggiugnere carico sopra carico :
conciofussecosachò i medesimi fussero stati in guardia, quando e' fu ucciso
Caligola e quando ancora Nerone era stato abbando- nato. Fu oltre a ciò cagione
di farlo indugiare qualche giprnp più Seleuco sopradetto; con dirgli, che
secondò il corso dei pianeti il tempo non era ancora accomodato a mettere mano
a quella impresa. Convenutosi adunque dèlia giornata con. quelli che erano
consapevoli d^' suoi disegni, disse loro, che lo aspet- tassi no in piazza dal
tempio di Saturno al miglio d'oro. E la mattina salutò Galba, e come ancora era
solito, lo abbracciò e baciò. Fu ancora presenta quando egli sacrifìcava, ed
udì tutto ciò che dallo aruspice gli fu predetto della sua morte. Appresso
fiicendogli un suo liberto, che gli architettori erano compariti, che così era
rimasto d'accordo per segno si dicesse, si partì da Galba mostrando d'andare a
vedere una casa per comperarla : e dalla banda di dietro del palazzo usci via,
e rappresentossi al luogo da lui e da' suoi determinato. Altri dicono, che
finse di aver la febbre e che e* fece intendere a quelU ch'erano più vi- cini,
che essendo malato, appresso degli altri lo scusassero, i quali di lui
cercavano. E cosi ascosamente in quel punto si fé* portare agli alloggiamenti
de' soldati, sopra una seggiola da ilonna. E non potendo quelli che lo
portavano reggere più al })eso, scese in terra e cominciò a correre
v;Si^ppresso si fermò a rimettersi una scarpetta che gli era uscitìrrhsino a
che e' fu ripreso di nuovo (1). E dalla compagnia che era con lui, ssonza
mettere tempo in mezzo^ fu salutato imperadore. E tra le grida che facevano lo
genti rallegrandosi, e tra le spade sfoderate per- venne alla testa
dell'esercito : e tutti quelli che riscontrava si accostavano a lui non
altrimenti che fussero stati partecipi e consapevoli di quella impresa. Quivi
dato la commessione a co- loro che e' voleva che ammazzassino Galba e Pisene,
gli mandò via, e per conciHarsi gU animi de' soldati col far loro grandi of-
ferte e promesse, disse nel parlamento, che e' fece loro permolte riprese, che
quel solo era per riserbarsi per sé che da loro gli fusse per essere concesso.
Comi da lui fatte nel principio del suo imperio. Appresso essendo già consumato
una gran parte del giorno, entrato in senato, fece una breve orazione ; e quasi
come rapito tlal popolo e costretto pei* forza a pigliare il governo, e come
s'egli lo dovesse amministare, di comune consenso di ciascuno e al loro
arbitrio. Ed oltre agli altri accarezzamenti di coloro che seco si rallegravano
e lo adulavano, fu ancora dalla infima plebe chiamato Nerone; nò fece segno
alcuno di non volere essere chia- (1) Ripreso di nuovo deve intendersi, che i
suoi partigiani se io posero in collo per condurlo allo esercito. «iato in quel
modo; anzi, secondò che alcuni hanno scritto .tra le prime bolle che egli
spedi, ed episto le che egli scrisse ad al- cuni governatori delle provincié,
soscrivendosi aggiunse al nome -proprio'il cognome di Nerone. Certo è una vòlta
che e' permésse, che le immagini'e statue di quello fussero riposte ne' luoghi
loro, e rendè ai, procuratori e liberti suoi i medesimi uftìzii. E i primi
jdanàrì che egli per sua soscrizione, còme imperadore, ordinò che' ^ fussero
pagati, furono un milione e dugento cinquanta mila scudi, per fornire |a casa
aurea cominciata da esso Nerone. Dicesi che la notte medesima, che seguitò dopo
l'uccisione di Galba, spa- ventato in flc^no, messe grandissime strida e
sospiri e fii ritrovato da quelli àie là corsero, giacere in terra a pie del
letto ; e^ che e' tentò con molti sacrifizii e purgamenti di placare l'anima di
Galba e- rendersela propizia e favorevole, dalla quale gli era parso- d'essere
stato gittato a terra e discacciato dell'imperio ; e che jl giorno appresso
neV^rendere gli augurii, essendo venuta una gran tempesta, eg^Mfeìvemente
sdrucciolò ; e che a ogni poco ' usò di dirsi cosi fra i denti in greco : Che
ho io a fare con sì grandi (ly tafani? Ribellion deiresercito della Germania
centra di lui. Quasi liermedesimo tempo i soldati ch'erano in ;Germania,
giurarono feddtà a Vitèllio ; il che come egli ebbe inteso, ordinò, che il
senato- mandasse ambasciadori, i quali avvisassero lo im- peradore già essere
eletto e gli persuadessero alla quiete e con- cordia universale. E nondimeno
dall'altra banda per messi e per lettere, si offerse a Vi telilo per compagno
nello imperio e per suo genero. Ma di già essendo la guerra scoperta, appropin-
quandosi-i' capi e le genti che Vitellio* aveva mandate innanzi, XJonobbe per
isperienza l'animo e fede de'soldati pretoriani verso di s.è, quasi con la
rovina dell'ordine senatorio. Erano rimasti d'accordo di armare le galee e
metterle in ordine; e traendosi l^arme degli alloggianaenti di notte, vi furono
alcnni che inso- spettirono, e dubitando di qualche tradimento contro all'impe-
radore, levarono il remore e subitamente senza capo o guida alcuna corsero in
palazzo, con grande istanza addiniandando, i senatori per ammazzargli. E
ributtando i triBuni che cercavano di far loro resistènza, ed alcuni
ammazzatine, così sanguinosi (1) Pare che Ottone prendesse mal augurio
dall'éssór dai tafani stati sturbati i sacrifizii. come egli erano, ricercanido
pure dello imperadore dove e* f usse, si si)insono oltre per fino dentro alla
sala, né mai si quietarono insino a tanto che e' non l'ebbero veduto. Questa
impresa contro a Vitellio, fu da lui cominciala molto pigramente e con grande
confusione ó senza cura alcuna di religione o di altto : concios- siacliè
essendo in quel tcmjK) tratti fuori gli scudi chiamati Anelli, e portandogli
attorno i sacerdoti di Marte, nò avendogli ancora riposti, egli messo mano alla
impresa : il che anticamente era tenuta cosa infelice e di malo augurio. Era
oltre a ciò il giorno che i sacerdoti della madre degli Iddii cominciavano a
piangere e lamentarsi : senza che, oltre lo predette cose, nel sacrificare
ancora si videro gli auspizii . totalmente contrarli : ancora fra' suoi atnici
e domestici tutti i danari e facoltà ch*egli allora si trovava in essere. Sua
morte e funerale. r Essendosi in cotal guisa preparafo ed avendo Tanimó intento
alla morte, tiacque per l'indugio, che egli ancor faceva, tumulto e garbuglio
tra i soldati; perciocché quelli, che cominciavano a partirsi ed andarsene,
erano ripresi, e sostenuti come fuggitivi ; di chQ come égli si accorse, disse
; aggiugniamo ancBe alla vita questa notte ; e con altrettante parole vietò il
far violenza ad al- cuno, ed insino al tardi tenendo Tuscio della camera
aperto, fece copia ed abilità di sé a chiunque lo volle anxiare a trovare. Dopo
queste cose bebbe un poco di acqua fresca, per ispegnere la sete ch'egli aveva
; e così prese due pugnali e cercato dili- gentemente là punta dell'uno e
dell'altro, e postosi l'uno sotto il capezzale con gli usci aperti della
camera, s'andò a riposare e fece un grandissimo sonno: e finalmente svegliatosi
sul far del giorno, si ferì sotto la poppa manca. Ed a quelli che corsero al
primo gemito, ora colando ora scoprendg la piaga, passò di questa vita : e fu
sotterrato incontanente, come egli aveva co- mandato, vitine a Veliterno, di
età di trent'otto anni, essendo stato nello imperio novantacinque dì. Statura e
governo del suo corpo. All'animo grande d'Ottone non si confece punto la
statura, né la foggia del vestire: perciocché e' dicono, lui' essere stato di
statura pìccola e male in piedi, e calvo e delicato e pulito, quasi a guisa di
donna, col corpo spelato, con una zazzeretta riposta, per avere i capelli radi^
la quale egli aveva adattata e commessa in modo che ninno se ne acporgeva. Era
oltre a ciò consueto di radersi ogni giorno la faccia e stropicciarsela col
pane bagnato ; e ciò aveva cominciato a fare, insino quando co- minciò a metter
la barba, per non la metter mai. Dicono an- cora, lui palesemente spesse volte
aver celebrato i sacrifizi della dea Iside in veste lina e religiosa. Onde io
mi penso, esser nato, che la morte sua, non punto dicevole alla vita, fu tenuta
cosa assai maravigUosa. Molti de' soldati, ch'erano presenti, con gran- dissimo
pianto baciando le mani ed i. piedi di lui che cosi gia- ceva, lo celebravano
come uomo fortissimo, ed unico e raro im- peradòre. E subito noi medésimo
luogo, non molto lontano dove, il corpo s'era abbruciaftò, ammezzarono se
medesimo ;.molti an- cora jdi quegli ch'erano assenti, ricevuto lo avviso, pel
dolore vennero all'armi l'uno con l'altro insino allò ammazzarsi; Final- mente
una gran parte degli uomini che in vita gVavissimamente lo avevano maledetto e
biasimato, morto grandissimamente lo lodarono; tanto che nel volgo si sparse
ancora una voce che ' Galba da lui era stato ucciso, non tanto per cagione di
signo- reggiare, quanto dì restituire la libertà alla romana Repubblica.LA MTA
ED I FATTI DI AULO VITELLIO lli^Rt llPEEATti leiAKf Dell^orìgìne della casata
de' Vitelli. La origine de' Vitellii alcuni hanno descritta in un modo, al- cuni
altri in' un altro; enei vero son molti discordanti intra loro: perciocché
questi dicono, quella essere stata antica e nobile, (fuegli oscura^ nuova, anzi
di persone vili e n)eccaniche ; il che io mi persuaderei che nascesse dagli
adulatori e malevoli dello imporadoro Vitellio, se gli scrittori alquanto
innanzi a Vitellio non fiissero slati, parlando di esso, contrarii l'uno a
Taltro. Tro- vasi un'operetta del divo Augusto, indirizzata a Quinto Vitellio
questóre, nella quale si contiene, i Vitelli esser discesi dà Fauno re d(;j^i
Aborigini e da Vitellia che in quei luoghi come cosa divina era adorata; e che
loro anticamente signoreggiarono tutto il j)aeso latino ; e che i discendenti
che di questi restarono, di Sabini diventarono Romani e furono accettati nel
numero de*pa- trizii ; e che per testimonianza della antichità di tal famiglia,
gran tempo era durata e durava ancora la via detta Vitellia; la qualo dal
ìnontc laniculo (cioè Montorio) si distendeva insino al mare. Jyl oltre a
questo, ancora essere in piedi una colonia del mede- simo nome, porcioccbò i
Vitellii già si orano offertiidi pigliare la protezione di quella e difenderla
con le lor genti proprio dagli Kcpiictdi; e che appresso in protesse di tempo,
quando e' si mandò il ^occorso in Puglia contro a'Sanniti, alcuni de' Vitellii
si fermarono a Nocera, e di quivi a gran tempo tornarono di nuovo'in Roma e
furono accettati nel numero de' senatori. Del padre ejnadre di Vitellio, e
della sua fanciullezza. Dall'altra banda sono alcuni, che hanna scritto, phe,
il primo che diede principio a cotal famiglia, fa libertino ; e Cassio Se- vero
é certi altri ancora scrivono, quel tale essere stato ciabat- tino, il cui
figliuolo mediante quell'arte di cucire e rattacconare, venuto in grande
abbondanza di danari, ebbe per mogrie una plebea figliuola di un certo Antioco,
il quale era fornaio ovvero prestava i fórni a prezzo; della quale ebbe un
figliuolo che di- venne cavalier romano. Ora noi abbiamo raccontatale opinioni
contrarie degli scrittori, acciocché ognuno si apprenda a quella che più gli
piace. Questo una volta è certo che Vitellio dèlia car sala di Nocera, o che
sia disceso di quella antica stirpo de' Vi- tellii oppure che i suoi antichi
fussero persone ignobili e vili, fu cavalier romano e procuratore delle cose di
Augusto. Costui la- sciò quattro figliuoli tutti chiamati Vitelli!, variando
solamente ne' soprannomi ; perciocché tino fu chiamato Aulo, TaltroQuintò,. il
terzo Publio ed il quarto Lucio. Aulo morì consolo, il quale magistrato gli fu
dato in compagnia di Domizio padre dì Nerone, e venne in crédito e riputazione
per la sua eloquenza ; e gli dette mal nome lo essere magnifico e splendido
negli apparec- chi delle cene. Qainto, il secondo, non fu né deirordine de' ca-
calieri, né di quello de' patrizii : perciocché Tiberio volle che ei fussero
ammoniti e cavati del numero de' senatori tutti quegli che non erano
sufficienti, né atti a quel governo, tra' quali egli vclme a essere uno.
Publio, il terzo, il quale andò in compa- gnia di Germanico in Asia, accusò e
fece condannare Gneo Pi- sene, nemico ed ucciditore di esso Germanico. Appresso
essendo pretore, fu pigliato come consapevole e compagno di Sciano^ e dato in
custodia al fratello, dove egli si tagliò le vene con unp scarpello da librai ;
e non tanto perchè egli si pentisse d'essersi voluto uccidere, quanto a
preghiera de' suoi con permissione dello imperadore si lasciò governare e
medicare, e finalmente morì nella medesima prigione di naturale infermità.
Lucio, il quarto, fu consolo; dipoi gli fu data in governo la Siria dopo tale
magistrato, dove egli con tanta astuzia eprudénza si governò che non solamente
condusse Artabano re de' Parti a venir seco a parlamento, ma lo inclusse ancora
a dichinarsi e fare riverènza alle insegne delle legioni romani^. Appresso in
compagnia di Claudio imperatore fu due volte consolo ordinariamente e"
cen- sore una volta. 'E ritrovandosi esso Claudio in Inghilterra, restò in suo
luogo ^1 governo dello imperio romano. Fu uomo dab- AULO vrmxio bene, e molto
industrioso e valente, ma s^acquistò gran biasimo, per essere stato innamorato
(i*una libertina^ con la cui scili va mescolata col mele egli era solilo non
rade volte o di nascojBO, ' ma ogni giorno e palesemente di stropicciarsi e
riconfortarsi i polsi e canne della gola. Il medesimo nello andare a verso -e
nello adulare fu di marayiglioso ingegno, e fu il primo che diede ordine che
Cesare fusse adorato come Iddio ; conciossiacosaché tornato dal governo della
Siria, mostrò di non avere ardire d'an- dare dinanzi allo imperatore, se non
col capo velato, e girandnmo volesse ancora cognominarlo Augusto, disse Uìnt
rlie ìndiii'ìa.^sino a un altro tempo : quello di Cesare ricuso e;rii in
iK,'r[>etuo. S'iiitnide nd prinripato. (>>mo e^rli el)he lo avviso
della uccisione di Galba, acconcie e arcoKiodate le cose della Germania, fé*
due parti del suo eser- c'ìU) e ne mandò una parte innanzi ad Ottone, l'altra
riserbò ap- presso di sé. A' soldati che furono mandati innanzi apparve un
Ifiiono e lieto augurio ; conciossiacosaché dalla parte destra di (pielli si
vide sopra in un subito volare un'aquila (I), la quale datd una giravolta
intorno allo insegne, a poco a poco fece la via ìnuair/i airesi^rcilo ])oi che
furono entrati in camnùno. Ma pel contrario nel muover luì l'esercito, tutte le
statue che in abito di cavaliere erano state poste in suo onoro, le quali erano
un gran niimoro, si troncarono le gambo e tutte a un tempo ro- vinarono; e la
corona dell'alloro la quale egli con molta religione 8 era avvolta intorno alla
testa, gli cascò in una corsia d'acqua K poco poi essendo a Vienna e rendendo
ragiono nel tribunale, un pollastro ('i) gli volò sopra alla spalla, e quindi
se gli fermò in capo; ai ([uali segni venne a corrispondere egualmente il fine
; perciò elio egli non i)otè perso medesimo mantenere quello imperio che da'
suoi commessarii gli ora stato acquistato e con- fermato. Sue intraprese dopo
la morte d'Ottone, e suo ritomo a Roma. Hitrovandosi ancora in Francia, ebbe
avviso della vittoria ri- c(ivuta a Bebriaco e della line che Ottone aveva
fatta ; e subita- mente mandò un bando pel quale privò de' privilegii della mi-
lizia tulli i soldati pretoriani, come quelli che avevano dato un pessimo
esempio agli altri, e comandò, loro che dessino Tarme a' tribuni, domandò
ancora che centoventi, de' quali si erano ri- trovati i memoriali presentati ad
Ottone, che atldimàndavano il premio por essersi adoperati nella occisione di
Galba, fussero Il prodigio dell'aquila significava, che i legati di Vitellio
sarebbero stati vittoriosi. (2) Il prodigio del pollastro, o sia gallo,
significava, che sa- rebbe ucciso da un Gallicano : come di fatto avTenne
cercati e puniti, la quale opera. certamenta fu molto egregia e ipagnifica ;
talmente che egli avrebbe dato speranza d'avere avuto a fare una ottima
riuscita, e di essere un vajorosb ed eccellente principe, se nelle altre cose
non si-fusse governato più secondo la sua natura e costumi .Sella vita di
prima, òhe secondo la maestà dell'imperio : conciossiacosaché subito che egli
si messe in cammino, cominciò a farsi portare pel mfez^o duella -città a guisa
di trionfante e passare i fiumi dentro a'navilii delicatissimi or- nati e.
circondati con yarie fogge di corone e con bellissimi ap- parecchi di vivande
abbonbànlissimi, senza^ disciplina o regola ' alcuna. Quanto alla sua famiglia
e quanto ai soldati, delle Loro rapine e presunzione egli si rideva e la
rivolgeva in fèsta e in giuoco ; onde non contenti di vivere a discrezione in
qualunque ' luogo essi arrivavano, si avevano ancora presa autorità di fare
liberi gli schiavi che a loro piaceva: ed a' padroni. che facevano loro
resistenza davano spesse volte in pagamento ferite e batti- ture, e talora la
morte. E come eglino entrarono nella pianura, ove si era fatta la giornata,
corno che alcuni di loro abbominas- sino la corruzione è mal odore de' cpri^i
morti, ebbe Vitellio ar- dire con voce detestabile e biasimevole di
persuadergli in modo che essi medesimi affermarono che l'avversario uccisa
rèndeva ottimo odore, e molto migliore il cittadino. Tuttavia per alleg- gerire
e addolcire la gravezza di quell'odore, bevve q^uivi alla presenza di ciascuno
di molto vino pretto, e coYi parli vanità ed insolenza ne fece bere a tutti. E
risguardando la pietra dóve erano scolpite alcune lettere in memoria d'Ottone,
disse che quella era degna di esser posta nel mausoleo. E mandò il pugnale, col
quale egli s'era ucciso, in Colonia^ gli abitatori della qiial città vi furono
condotti da Agrippa, perchè lo dedicas^mo a Marte ; ^ e ne' gioghi
dell'Apenninó fece ancora stare ciascuno tutta la notte desto e vigilante. Cose
da lui fatte nel principio del suo governo. Entrò finalmente in Roma col far
sonare a battaglia, vestito da soldato e con la spada a canto nel niezzo delle
insegne e ves- silli dell'esercito; essendo ancora i soldati ch'erano in sua
com- pagnia con saloni indosso alla soldatesca. Cominciò appresso più di giorno
in giorno a dispregiare ogni legge umana e divina^ E nel di che i ^lomani
riceverono la rotta ad A^ia, prese il pontifi-. cato massimo. Squittinò per
dieci anni tutti i magistrati, e sé fece consolo a vita. £ per manifestare a
ciascuno chi egli voleva imitare noi govornaro la Repubblica, nel mezzo del
campo Marzio con ji;ran numero di sacenloti pubblici celebrò Tesequie di Ne-
rone. E trovandosi in un solenne convito, comandò a un cita- redo r\\{) assai
^lì piaceva che palesemente cantasse qualche cosa in lode di Domizio, e
cominciando cpicllo a cantare le canzoni neroniane, fu il primo, fra quelli
ch'erano presenti, che per Tal- legrezza cominciò a battersi le roani a palme,
ed a' gridare e far festa. Di altre sue aziuni nel primo tempo del suo
principato. Colali furono i suoi portamenti nel principio del suo imperio, e
così andò seguitando, governandosi secondo il consiglio e arbi- trio di ciascuno
istrione e guidatore di carrette, quantunque vi- lissimo ; e massimamente d'un
suo liberto asiatico, col qoale, essendo ancora molto giovanetto, aveva usato
scambievolmente e disonestamente. Costui, essendogli venuto a fastidio
Vitellio, si fuggì da lui, ma egli lo riprese a Pozzuolo, dove e' si stava a
vendere una certa bevanda d'aceto inacquato, e di nuovo lo cacciò ne' ferri ;
appresso gli ripose amore e cominciò di nuovo a tenerlo'tra le sue delicatezze.
Dipoi un'altra vdlta non potendo sopportare la presunzione e. ferocità di
quello, lo vendè a un maestro di scherma che abitava vicino alla piazza ; e un
di che egli si rappresentò nel gioco de' gladiatori, subito lo riprese, ed
ottenuto il governo della Germania, lo fece libero il dì medesimo che egli fu
fatto imperadore. Cenando gli donò l'anello d'oro, cioè lo fece dell'ordine de'
cavalieri, non ostante che la mattina, pregando per lui ciascuno di quelli che
gli erano d'attorno, se- verissimamente avesse detosUito e biasimato 11 segnare
con tal macchia l'ordine de' cavalieri. Dcll»^ sue gozzoviglie e banchetti. Ma
perciocché sopra a ogni altra cosa era molto dedito a ca- varsi le sue voglie e
soddisfare alla sua gola, siccome ancora alla crudeltà, usava di mangiare tre
volte il giorno e quattro ancora alcuna volta ; e compartiva questi suoi
mangiari in (4) asciolvere, in desinare, in cenare e pusignare; oreggeva a
tutti i predetti pasti, essendosi avvezzo a vomitare. Comandava orsi a questo
ora a quello la sua volta di convitarlo; nò ad ale uno costarono manco ciascuno
(1) Asciolvere, lo stosso che far colazione. NONO IHPEKATORE apparecchio dì
diecimila scudi. Fu sopra tutte le altre ffimosissima una cena fattagli dal
suo'fratello il dì che e' fece Tentrata in Roma; nella quale si scrivo che in
tavola furono poèti due migliaia di pesci elettissimi e sette di uccelli. Rendè
ancora ejgli questa cena più abbondevole e splendida, dedicando in quella
eoonsagrando'' un piattello, il quale per là smisurata grandézza da lui era
chia- mato lo scudo di Minerva, ed in greco l'egida, ài padrone della città
dove erano dentro mescolati fegati di scari, cervella di fagiani e di pagoni,
lingue di papp9galli, latte di [mufenó, avendòleTaXte pescare dal mare Carpazio
jnsino al mare dr Spagna. E come uomo non solo di profonda gola ma ancora di
disordinata e lordissima, non si potè temperare nel -sacrifizio o in alcun
viaggio, che tra gli altari in quello medesimo luogo dove e' sa^ crificava non
si mangiasse allora allora le viscere; e (2) le panate subito cho ell'eraho
levate dal fuoco, e così per il cammino, en- trando per le cucine dell'osterie
che erano su la strada, si man- giava le cose cotte che vi erano che ancora
fumavano, ed alcuna volta gli avanzaticci e l'ossa, e reliquie del giorno
dinanzi. Della sua crudeltà. Essendo, come di sopra abbiamo detto, oltre
all'esser goloso, crudele e vendicativo per ogni minima cosà, usava di punire e
d'uccidere senza avere rispetto ad alcuno. Fece ammazzare alcuni nobili suoi
condiscepoli p coetanei, ingannandogli chi in ìin'moda e chi in un altro ; ed
accarezzandogli in tutti quei modi che egli sapeva, insino a farsegli compagni
nello imperio, de' quali ne aramazzò uno col porgergli il veleno di sua mano a
bere in cambio di acqua fresca, la quale egli aggravato dalla febbre aveva addimandata.
E di quelli usurai o di coloro a' quali egli promettendo per altri si era
obbligato, o dogli arrendatori delle gabelle ed entrate pubbliche, che in Roma
lo avevano vohito ritenere [)er essere pagati, o fuori di Roma, perchè e'
pagasse i dazii e le gabelle consuete, pochi ve ne furono che dalle :sue mani
scampassero; tra' quali avendone dato uno, mentre che da lui era salutato,
nello mani della giustizia e subitamente Tattolo richiamare indietro, lodando
ognuno la sua cleniienza, comandò che e' fusse ammazzato quivi alla presenza
sua, dicendo, che voleva pascer l'occhio : ed avendone sentenziato un altro, vi
ag- (1) Padrone della città, cioè a GiQve. (2) Panate, lo stesso che focaccie.,
giunse ancora due figliuoli di quello, per essersi ingegnati con preghiere di
scampare il padre loro. Oltre a ciò avendo condan- nato un cavalier romano, e
gridando quello mentre ch'egli an- dava alla morte : Io t'ho .fatto mio erede ;
lo costpinse a rappre- sentare le tavole del testamento, e leggendo che costui
gir aveva dato per compagno della eredità un suo liberto, comandò .subi-
tamente che lui il liberto fussoro scannati. Fece, ancora ara- mazzare alcuni
plebei perchè palesemente avevano avuto ardire di biasimare i guidatori delle
carrette, ch'erano della Kvrea e fazione azzurra ; sospettando ch'eglino ciò
avessino fatto in suo dispregio, avendo speranza di cose nuove. Fu sopra a ogni
-altra sorte di uomini capitale nimico de' servidori allevati in casa e de'
matematici ; e come vUno glie n'era accasato, subito, s6nza udirlo altramente,
gli faceva tagliare la testa: essendo incrudelito centra i matematici,
perciocché subito che egli ebbe mandato un bando, nel quale e' comandava che
per tutto il 1 ® dì di ottobre i matematici avessino sgombro di Roma e di tutta
Italia, fu ap- piccala una (\) scritta che diceva, che i Caldei affermavano che
le cose andrebbono bone so Yitellio Germanico in quel tempo, cioè per lutto il
di primo di ottobre, non si ritrovasse in alcun luogo. Credeltesi ancora lui
avere ammazzato la madre e proibito che essendo inferma non lo fusse dato da
mangiare ; perchè una donna chiamata Calta, alle cui parole prestava fede come
alle parole d'un oracolo, gli aveva predetto che egli allora regnerebbe lungo
tempo, e che il suo imperio sarebbe stabile quando ei sopravvivesse alla madre.
Altri dicono, ch'ella infastidita delle cose presenti e temendo delle future,
con grandissihaa difficoltà impetrò dal figliuolo d'avvelenarsi. Apparecchio
dell' esercitò contro Vespasiano.' Nel mese ottavo del suo imperio si
ribellarono da ta in Roma; nella quale si scrivo che in tavola furono poèti due
migliaia di pesci elettissimi e sette di uccelli. Rendè ancora ejgli questa
cena più abbondevole e splendida, dedicando in quella eoonsagrando'' un
piattello, il quale per là smisurata grandézza da lui era chia- mato lo scudo
di Minerva, ed in greco l'egida, (1) ài padrone della città dove erano dentro
mescolati fegati di scari, cervella di fagiani e di pagoni, lingue di
papp9galli, latte di [mufenó, avendòleTaXte pescare dal mare Carpazio jnsino al
mare dr Spagna. E come uomo non solo di profonda gola ma ancora di disordinata
e lordissima, non si potè temperare nel -sacrifizio o in alcun viaggio, che tra
gli altari in quello medesimo luogo dove e' sa^ crificava non si mangiasse
allora allora le viscere; e (2) le panate subito cho ell'eraho levate dal
fuoco, e così per il cammino, en- trando per le cucine dell'osterie che erano
su la strada, si man- giava le cose cotte che vi erano che ancora fumavano, ed
alcuna volta gli avanzaticci e l'ossa, e reliquie del giorno dinanzi. Della sua
crudeltà. Essendo, come di sopra abbiamo detto, oltre all'esser goloso, crudele
e vendicativo per ogni minima cosà, usava di punire e d'uccidere senza avere
rispetto ad alcuno. Fece ammazzare alcuni nobili suoi condiscepoli p coetanei,
ingannandogli chi in ìin'moda e chi in un altro ; ed accarezzandogli in tutti
quei modi che egli sapeva, insino a farsegli compagni nello imperio, de' quali
ne aramazzò uno col porgergli il veleno di sua mano a bere in cambio di acqua
fresca, la quale egli aggravato dalla febbre aveva addimandata. E di quelli
usurai o di coloro a' quali egli promettendo per altri si era obbligato, o
dogli arrendatori delle gabelle ed entrate pubbliche, che in Roma lo avevano
vohito ritenere [)er essere pagati, o fuori di Roma, perchè e' pagasse i dazii
e le gabelle consuete, pochi ve ne furono che dalle :sue mani scampassero; tra'
quali avendone dato uno, mentre che da lui era salutato, nello mani della
giustizia e subitamente Tattolo richiamare indietro, lodando ognuno la sua
cleniienza, comandò che e' fusse ammazzato quivi alla presenza sua, dicendo,
che voleva pascer l'occhio : ed avendone sentenziato un altro, vi ag- (1)
Padrone della città, cioè a GiQve. (2) Panate, lo stesso che focaccie.,giunse
ancora due figliuoli di quello, per essersi ingegnati con preghiere di scampare
il padre loro. Oltre a ciò avendo condan- nato un cavalier romano, e gridando
quello mentre ch'egli an- dava alla morte : Io t'ho .fatto mio erede ; lo
costpinse a rappre- sentare le tavole del testamento, e leggendo che costui gir
aveva dato per compagno della eredità un suo liberto, comandò .subi- tamente
che lui il liberto fussoro scannati. Fece, ancora ara- mazzare alcuni plebei
perchè palesemente avevano avuto ardire di biasimare i guidatori delle
carrette, ch'erano della Kvrea e fazione azzurra ; sospettando ch'eglino ciò
avessino fatto in suo dispregio, avendo speranza di cose nuove. Fu sopra a ogni
-altra sorte di uomini capitale nimico de' servidori allevati in casa e de'
matematici ; e come vUno glie n'era accasato, subito, s6nza udirlo altramente,
gli faceva tagliare la testa: essendo incrudelito centra i matematici,
perciocché subito che egli ebbe mandato un bando, nel quale e' comandava che
per tutto il 1 ® dì di ottobre i matematici avessino sgombro di Roma e di tutta
Italia, fu ap- piccala una (\) scritta che diceva, che i Caldei affermavano che
le cose andrebbono bone so Yitellio Germanico in quel tempo, cioè per lutto il
di primo di ottobre, non si ritrovasse in alcun luogo. Credeltesi ancora lui
avere ammazzato la madre e proibito che essendo inferma non lo fusse dato da
mangiare ; perchè una donna chiamata Calta, alle cui parole prestava fede come
alle parole d'un oracolo, gli aveva predetto che egli allora regnerebbe lungo
tempo, e che il suo imperio sarebbe stabile quando ei sopravvivesse alla madre.
Altri dicono, ch'ella infastidita delle cose presenti e temendo delle future,
con grandissihaa difficoltà impetrò dal figliuolo d'avvelenarsi. Apparecchio
dell' esercitò contro Vespasiano.' Nel mese ottavo del suo imperio si
ribellarono da lui l'esercito della Mesia e quel della Schiavonia, e similmente
quelli ch'erano di là dal mare, cioè il Giudaico e quello di Seria; uiii.a
parte dei quali s'obbligarono a Vespasiano giurando di rendere a lui ob-
bedienza : il quale Vespasiano era allora assente. Vitellio adunque per
mantenersi gli altri in fede, senza misura o regola alcilna (1) Il sentimento
della scritta era questo ; che le cose andreb- bono bene, perchè Vitellio per
il primo di ottobre,' qual era il giorno destinato alla cacciata de'
matematici, non si ritroverebbe in alcun luogo. NONO IMPERATÓRE . 345 donò
pubblicamente e privatamente con grandissima larghezza lutto quello ch'egli
potette ; e fece dentro di Soma h descrizione, ^ di ciascuno per fare uno
esercito, promettendo a quegli che ve? nivano volontaf ii ad obbligarsi e a
farsi scrivere non solamente dopo la vittoria di licenziargli e disobbiigàrgli,
noia ancora di d^r loro tutte quelle provvisioni e far loro tutte quelle
abilità che si facevano a' soldati veterani e che avevano militato il teoìpo
or-, dinario. Strignendolo appressò il nimico per terra e per mare, da una
banda se gli oppose 11 fratello con una squadra di gla- diatori e con que'
soldati nuavamente descritti ; dairaltra banda i capitani e le genti che
coipbatterono a Bebriaco. Ma superato e vinto nell'uno e nell'altro luogo o sì
veramente tradito, s^ con- venne con Flavio Sabino fratello di Vespasiano, et
promesse, se egli lo salvava, di pagargli due milioni e cinquecento mila scudi.
E subito sópra alle scale del palazzo in -presenza di tutti i -suoi soldati
disse, che cedeva e riniinziava l'imperio il quale' contro a sua voglia aveva
ricevuto. E gridando tutti quegli ch'erano dattorno, che non volevano
acconsentirlo, indugiò tale delibera- zione e vi interpose una notte. La
mattina a buon'ora si rappre- ' sento in ringhiera mal vestito, e con rholte
lagrime testificò il medesimo, e per via di memoriale replicò le medesime
parole. E di nuovo pregandolo il popolo e i soldati che non volesse per modo
alcuno mancare a se niedesimo ; e promettendogli a gara questi e quegli l'opera
sua, riprese animo -e costrinse Sabino e gli altri Flaviani, che di già si
erano assicurati, né temevano di cosa alcuna, con subita violenza a
rappresentarsi in Campidoglio. E messo fuoco nel tempio di Giove Ottimo
Massimo, gli ammazzò, standosi in casa di Tiberio a rimirare quella battaglia è
quello incendio mentre ch'egli mangiava. E non molto appresso, pen- tondosi di
quello che fatto aveva e dandone la colpa ad altri> ragunato il parlamento,
giurò e costrinse gli altri a giurare, che niuna cosa sarebbe loro più a cuore
che la pace e quiete '.pubr blica ; e trattosi in quel punto un pugnale dal
fianco e porgen- dolo prima al consolo, dipoi, ricusandolo, agli altri
magistrati ed ^ appresso a ciascuno de' senatori, né lo ricevendo alcuno, si
parli come se volesse andare a porlo nel te.mpio della Concordia. E gridando
alcuni ch'esso era la Concordia, affermò clic nonrsolq riteneva il pugnale per
sé, ma che ancora accott«va il non>(3 della (^.onrordia. 'Cerca di
aggiustai'si con Vespasiano. Persuase a' senatori a mandare ambasciatori e lo
vergini ve- stali in compagnia di quelli per addimandare la pace, o ahneno tempo
a prender consiglio e risolversi. E così il giorno seguente aspettando la
risposta, gli fu dato avviso da una spia come il nemico si avvicinava.. Subito
adunque,- postosi sopra a una seg- giola di quelle che si portano, avendo in
compagnia solamente il cuocx) ed il fornaio, si diede ascosamente a fuggire nel
Monte Aventino a casa- del padre, per quindi fuggirsene in campagna. Dipoi
levatasi una voc^, né sapendosi onde ella si fu3se uscita, che la paco s'ora
impetrata, acconsenti d'esser ricondotto in pa- lazzo ; dove avendo trovato
abbandonata ogni cosa^ si cinse una cintola piena dì ducati e si fuggì in una
certa stanzetta piccola del portinaio, e quivi si aflbriìficò, legando il cane
fuora dell'uscio ed attraversandovi la coltrice e il letto. Ignominiosa di lui
morte. Erano di già entrati dentro rantiguàrdia-, né si facendo loro alcuno
incontro, andavano minutamente (come éi fa) ricercando ogni cosa : costoro
adunque trovatolo, gli addimandarono obi egli fusse, perciò che essi non lo
conoscevano, e se egli sapeva dove era Vitellio : egli adunque fingendo una
menzogna gli uccellò. Appresso, riconosciuto; non restò di raccomandarsi, é
mostrando di voler dire alcune cose a Vespasiano che importavano alla sa- lute
dì quello, pregava di esser dato in guardia a quàlciTno, o sì veramente messo
in prigione. Ma finalmente gli legarono le mani dì dietro e gli attaccarono una
cavezza alla gola, e così colla veste stracciata, mezzo ignudo, fu strascinato
in piazza tra mille ol- traggi e scherni di parole e dì fatti per tutta la via
Sacra ; aven- dogli mandati lì capelli addietro, come si suol fare a'
colpevoli, e postogli ancora la punta di un pugnale sotto il mento, acciocché
e' fusse forzato a tenere il capo alzato per esser veduto, né po- tesse
abbassarlo. Alcuni gli gittavano nella faccia lo sterco e la mota, altri a
piena voce lo chiamavano incendiario e patinano 'cioè appicca fuoco e lecca
piattelli), ed una parte del volgo gli improverava e rinfacciava ancora i
difetti del corpo ; perciocché 3gli era d'una grandezza sproporzionata, aveva
la. faccia il più Ielle volte rossa pel troppo bere, era corpacciuto e grasso,
debole su l'uno de' fianchi, per esser stato una volta urtato da una car retta
nel Tare ilmannerìno (\) à GaìoXaligola-, mentre, che egli aurìgava (cioè guidava
una carretta). Finalmente lancettato e punzecchiato minutamente e con ferite
molto piccole appiè delle scale Gemonie, e finito di ammazzai^lo^ quindi con
uno uncino lo strascinarono e gittarono in Tevere. Dichiarazione di un portento
. Morì msieme col fratello e col figliuolo avendo >anni cinquan*- tasette :
né quegli indovini s'ingannarono,- i quali gli predissero - ^ in Vienna, per
quello augurio ólie noi dicemmo essergli intervenuto in quel luogo, ch'egli
aveva a. venire in potere di qualche uomo gallicano : conciossiacosaché il
primo che gli pose le mani addosso \^ e che l'oppresse fusse uno chiamato
Antonio Primo^ capitano della. . parte avversa, il quale era nato in Tolosa e
in sua puerizia era chiamato Becco per soprannome, il qual vocabolo in quella
lingua - significa becco di gallina. (1) MannerinQ, qui significa lo stésso che
lacchè. L\ VITA ED I FATTi ' «Il VESPASIANO BECIM UPEIATOR RilAllO Della gente
Flavia e degli antenati di Vespasiano . > Avendo lo imperio romano, per la
ribellione ed uccisione dei tie principi sopraddetti, non avuto in un certo
modo luogo fermo, ma andatosi aggirando, fu ultimamente accolto dalla gente
Flavia e da quella istabilito. La quale famiglia fu certamente ignobile, né da
alcuno de' suoi antecessori fu illustrata : tuttavia la ro- mana Repubblica non
può se non lodarsene ^ quantunque tra i Flavii fusse Domiziano, il quale (come
è manifesto) pagò le de- bite pene delle sue sfrenate voglie e della sua
crudeltà. Tito Flavio Petronio, terrazzano di Rieti, fu nelle g.uérre e
discordie de' cittadini romani dalla banda di Pompeo e suo centurione, e dalla
battaglia Farsalica fuggendosi se. ne tornò al paese ; lìè è ben certo se egli
si partì volontariamente e senza addimàudar licenza, o se pure si partì con
licenza e permissione di Pompeo. Egli adunque impetrato perdono da Cesare e
fatlo esente .dalla milizia, fece appresso il venditore all'incanto, ovvero
riscotitore de' banchieri ed argentieri pubblichi : il figliuolo di costui fu
co- gnominato Sabino, il quale non fece mai il mestiero del soldo, ancora che
alcuni abbiano scritto lìii averlo fatto ed essére stato centurione ; alcuni
altri, che essendo egli pur capitano, fu sciolto e liberato dal sacramento e
obbligo della milizia, per esser ca- gionevole e mal sano. Fu in Asia
riscotitore della quarantesima, dove si vedevano le statue posto in suo onore y
dalle città di quella provincia con lettere in greco in questa sentenza : Al
suf- ficente riscotitore deirèntrate pubbliche. 0"»ndi se ne andò in -T
db;cimo imperatore 31^ Elvezia, dovo egli prestò a usura, é passò dì questa
vita. Lasciò' Yespasia Polla sua moglie con due figliuoli, il maggior de' quali
- chiamato Sabino venne a tanto grado in Roma, che egli fu fatta pretore; il
minore, cioè Vespasiano, pervenne al principato. Nacque Yespasia- Polla in
Norcia e fu di nobil famiglia, il cui padre Vespasiano Pollione fu prefetto e
provveditore dello eser- . cito, e tre volte tribuno de* militi. Ebbe costui un
fratello che ascese alla dignità pretoria e fu ancora senatore. Dimostrasi og-
gidì ancora il luogo chiamato Vespa§ia, che è vicino a Norcia a sei miglia,
suso alto nel monte, per la via che va a Spoleto, dove • sono molte ricordanze
de' Vespasii, e cose da. loro per memoria edificate; il che è. grande indizio
dello splendore e della antichità di quella famiglia . Non voglio lasciare
indietro, come alcuni hanno vanamente scritto, che il padre del sopraddétto
Petronio fiì lom- bardo, di quelli che abitano di là dal Po e capo ed
appaltatore di coloro che lavorano a prezzo i terreni e gli ortaggi, i quali
ogni anno sono soliti di passare dell'Umbria nella Marca, e così \m es-* sersi
fermo a Rieti, e quivi aver preso moglie. Io di tal cosa, benché molto
curiosamente ne abbia ricerco, non ho però tro- vato giammai vestigio alcuno. '
. ^ Nascita e nodritura di Vespasiano. Nacque Vespasiano nel paese de' Sanniti
di là da Rieti, in un pic- colo borgo chiamato Falacrine a' diciasette di
novembre altardi, essendo consoli Quinto Sulpizio Camerino e.Gneo Poppeo
Sabino, cinque anni avanti che Augusto morisse. Fu allevato da Tertulla sua
avola da lato di padre, a certe possessioni ch'essi avevano nel Cosano : tale
che poi ch'egli fu fotto principe, molto spesso se n'andava a stare alle dette
possessioni dove egli era stato nu- trito ed allevato : non toccando la casa
che prima v'era^ ma la- sciandola stare appunto in quel modo medesimo per
soddisfare agli occhi suoi, e ricordarsi con piacere della antica dimora e
pratica avuta nel detto paese. E tanto svisceratamente amò' la memoria della sua
avola, che ne' giorni solenni e festivi usò e perseverò sempre bere con un
bicchiere di argento che di lei . s'era risen^ato. Preso ch'egli ebbe la toga
virile, durò gran tempo a non voler acconsentir per alcun modo di mettersi la
veste se- natoria, ancora che il fratello se l'avesse acquistata, né mai ^
lasciò persuadere d'alcuno a prenderla ^e non finalmente dalla madre, la quale
ancora con gran fatica impetrò da lui -tal grazia più con morderlo quando con
un motto e quando con un altro, VESPASIANO, . che c(m pregarnelò o con autorità
ch'ella, seco avesse: perchè ella ad ogni- poco lo chiamava il famiglio del
fratello e quello che gli andava innanzi a fargli darla via. Meritò in Tracia
d'esser fatto tribuna de' miliU e questore ancora. Ottenne per tratta il go-
verno di Greta e quello di Cirene. Appresso candidato (cioè in vesta bianca)
chiese di esser fatto edile ed -ancora di esser fatto pretore, e fu le prime
vòlte dal popolo rifiutato e con fatica al- l'ultimo ottenne^^ tra' suoi
competitori a domandare d'esser fatti edili li toccò il sèsto luogo; e tra.i
competitori delia pretura il primo. Come egli ebbe ottenuto di esser creato
pretore, il se- nato se lo recò a tioia, onde per acquistarsi la grazia di
Caligola e farselo in qualunque mode e' poteva benigno e favorevole, lo ' pregò
di celebrare ( ancora bhe dò a lui non si appartenesse ) i giuochi e le feste
per la vittoria .oh'essò Calìgolipi in Germania aveva ottenuta. Fu ancora di
parere, che oltre alla pena di moi'te, alla quale erano sentenziati i
congiurati contro al detto -impera- dorè, si aggiuhgesse ancora che e' fussero
buttati alla' campagna • senza èssere seppelliti; e lo ringraziò in presenza
del senato che egli' si fusse degnato di accettarlo aVla sua cena '»ii'^»*r *
'^^ e ìainmin «^Tjà avesse (l^ 'j\iO fialiiiA^'* ''•\f cominciato a
rirnbainbire. Ivi a non molto tempo, essendosi adi- rato Caligola con
Vespasiano, perciocché, essendo egli edile, non aveva avuto avvertenza di far
nettare le strade, comandò che ei fusse ripieno di loto, onde i soldati gliene
posono alqiianto ilei lembo della pretesta. E furono alcuni che -allora
interpretarono che ciò significava che e' verrebbe ancor tempo, che la'
Repubblica calpestata e abbandonata per qualche garbuglio civile, si '
ridurrebbe sotto la sua protezione, ed egli quasi ricevendola in grembo la
difenderebbe. Oltre a ciò desinando egli una volta, un (4) cane forestiero
portò dentro alla sua casa" in sala una. mano da uomo e la pose sotto la
tavola; e così un bue che arava, mentre che egli cenava, scosso il giogo in
terra, entrò con fu- rore in sala; e spaventati e discacciatine i ministri,
quasi stracco in un subito gli cascò quivi dove ei sedeva a' piedi e gli sotto-
messe il collo. Oltre a ciò, uno arcipreéso, che era in campo, il quale anticamente
era stato di sua casa, $enzà violenza alcuna di venti sbarbato dalle radici
cascò in terra, e nel -^ giorno .se- guente per se medesimo si rizzò e divenne
più verde che mai e più rigoglioso. Ritrovandosi néll'Acaia, sognò che -1
principio della sua felicità comincierebbe allora, che a Nerone fusse cavato .
un dente. E la mattina appresso comparì un medico in corte e mostrò a
Vespasiano, un dente che di fresco aveva cavato a Ne- rone in Giudea.
Consigliandosi con Toracolo' dell'Iddio del mowte Carmelo e domandandogli del
futuro, gli fu risposto in questa. ma- niera: che gli IddiL gli promettevano
dovergli succedere tutto quello che ei pensava e si rivolgeva heiranimo,
quantunque grande. Oltre a questo, uno de' nobili di questa città,.suo pri-
gione, chiamato Giuseppe, essendo da lui incarcerato, gli affermò
costantissimamente, che in breve tempo egli lo doveva trarre di carcere, ma che
a quel tempo sarebbe di già fatto imperadore. Fugli ancora dato avviso di certi
segni, che in Roma si erano intesi essere- accaduti, cioè che Nerone negli
ultimi giorni della sua vita fu ammonito in sogno, che facesse trarre il
tabernacolo di Giove Ottimo Massimo del sacrario e condurlo in casa e nel
cerchio di esso Vespasiano. E non molto dipoi che il popolo s'era ragunato a
squittinare, quando Gaiba la seconda vòlta fu fatto consolo, che la statua del
divo Giulio per se medesima . s-erà volta verso l'Oriente ;. e che avanti che
si appiccasse la zuffa a Bebriaco, due aquile nel cospetto di ogni uno si erano
appiccate (1) Il portento del cane significava, che l'umana potertza e l'estere
nazioni sarebbero soggette a Vespasiano. VESPASIANO insieme, delle quali
essendone restata uha -superata,. era soprav- venuta la terza d'onde il sole
nasce ed. aveva, discacciata la vin- citrice. . ' ' Sua 'assunzione ali*
impèrio^ . x - \ Con tutto questo'non volle mai Vespasiano tentar cosa alcuna,
ancora che i suoi amici e conoscenti si dimostrassino molto pronti, e gliene
facessino grande instanza; 30 prima e^li non ne' fu sollecitato e richiesto da
alcuni da lui non conosciuti, e che erano lontani e scopertisi' in suo favore
da per loro, e senza che egli Taspetlasse. E questo fu che essendo mandato
daire- serCito, che era in Mesìa di tre legioni, due mila fanti in soc- corso
di Ottone, mentre che essi erano in cammino, fu loro dato avvisò, come Ottone
era stato superato e che per se medesimo s'era .ucciso ; nondimeno loro
seguitarono di camminare avanti e si condussono insino ad Àquileia, quasi che
e' non prestassino fede a quello che sì diceva ; e quivi presa occasione,
licenziosa- mente mandarono a saccomanno ogni cosa^ usando ogni sorte di
rapina; temendo appresso ^ ritoiliati che e' f ussero, di non avere a. render
conto dì quanto avevano fatto, e dubitando di non esser puniti, si consigliarono
fra loro e si risolveremo a eleggere un capitano a ior modo, come quelli, a cui
non pareva esser da meno che l'esercito, il quale era in Ispagna che aveva
eletto Galba ; né ancor dell'esercito pretoriano, il quale aveva eleUo Ottone;
né del, Germanico che aveva, eletto Vitellio. Furono adunque messi innanzi, e
proposti tutti i commessarii e legati consolari ch'erano fuori di Roma in
qualunque paese; e biasi- mando ciascun di loro per qualche difetto, appónendo
a chi una cosa e a chi un'altra, alquanti della terza legione, la quale, nel
passar che Nerone fece in Siria, era stata mandiata in Mesìa^ sommamente
lodarono Viespasiano. Onde tutti insieme si accor- darono di eleggere lui ; e
senza indugio scrissono il nome di quello in tutte le loro insegne : ed allora
vennóno a quietarsi interamente, e ciascuno a pòco a poco tornò all'uffizio
-suo, Ès- sendosi pertanto divulgato, quanto costoro avevano deliberato^
Tiberio Alessandro prefetto xieirEgitto, il di primo di luglio, fece che le sue
genti giurarono fede a Vespasiano ; il qual giorno fu dipoi osservato essere
stato il medesimo del suo principato. Appresso lo esercito giudaico a nove di
di luglio prese il giurà- inento in sua presenza. Favorì assai le predette
iihprese la copia ^> una lettera vera falsa ch'elfa si fusse del. mòrto
Ottone; il DECIMÒ IMPERATORE 355 quale per ultimo suo ricordò scongiurava e
pregava Vespasiano, che f usse contento di vendicarlo, pregandolo ancóra clie
volesse aiutare e soccorrere la Repubblica. Aiutò ancora assai la cosa la voce
che si era sparsa, cioè che Vitellio, restando vincitprp, aveva deliberato di
scambiare le stanze degli eserciti e far pas- sare l'esercito di Germania in
Oriente, per più loro sicurtà, ed acciò che potessino vivere corf più comodo e
più delicatamente. Oltre a ciò tra i governatori delle provincie Licinio
Muziano, de- posto l'occulto odio che insino a quel tempo aveva portato a Ve-
spasiano, volendo competere con lui, gli promesse Teserei to che era in Siria
in suo favore ; -e Vologeso re de' Parti gU promesse quaranta mila sagittaria
Cose prodigiose avvenute nei principio del suo" govèrno. . Preso adunque
la guerra civile, mandò innanzi li suoi capir tani con gli eserciti; ed egli,
in quel mezzo, passò in Alessandria per insignorirsi di quel paese ctìfe è la
chiave delVÌEgitto. Dove essendo entrato nel tèmpio di Serapide, e mandato via
ognuno per restar solo e conàigharsi con quello Iddio, come egli avesse a
stabilire il suo imperio, se lo venne a fare mólto favorevole; e volgendosi
attorno, gh parve vedere Basilide liberto porgergli le verbene', cioè l'erbe
sagrate, le corone ed i pani che ivi s'u- sano per sacrificare. Era manifesto,
costui da nessuno essere" stato messo dentro : e che per essere statò gran
tempo rattrap- pato de' nèrbi, non poteva appena àndar.e, e che egli, oltre a
ciò, quindi molto lontano si ritrovava. Maia quello istanle ven- nero lettere
die davano avviso, come le genti di Vitellio vieino- a Cremona erano state
rotte ed egli entro. alla città ammazzaU). Mancava solamente a Vespasiano, per
essere persona nuova e principe non aspettato, lo acquistarsi appresso de'
popoli auto- rità e maestà ; il che ancora gli venne a succedere in questo
modo. Era un certo plebeo cieco, e similmente un altro debole da una gainba;
questi du^' insieme lo andarono a trovare in- nanzi al tribunale dove egli
sedeva, e lo pregarono chesid^ gnasse di avere compassione alla loro infermiti^
e di polvere loro soccorso, affermando il cieco che Serapide in sc^no gli aveva
detto che Vespasiano, sputandogli negli occhi, gli poteva rendere la vista; e'I
zoppo che, degnandosi di dargli un calcio, verrebbe a sanarlo della gamba. Non
poteva credere Vespasiano che tal cosa per modo alcuno gli avesse a succedere,
e perciòt non aveva ardire di farne esperienza. Finalmente pregato e confortato
dagli amici, in presenza di tutti fece i'una e Taltra cosa; e succedette quanto
i due avevano dettò. Nel medesimo tèmpo in Tegea città di Arcadia, a
persuasione di certi individui, fu- rono dissotterrati d'un luogo sagrato certi
vasi di lavoro antico, ne' quali era una testa, simile a quella di Vespasiano.
Risiabilimertto della Repubblica vacillante'. Tale con si gran fama essendo
ritofnato in Roma,, trionfò de' Giudei. Ed oltre alla prima volta che un tempo
addietro era stato consolo, fu ancor consolò otto altre volte. Frese ancor
l'uf- fizio della censura; ed in tutto '1 tempo che esso regnò, non- at- tese
quasi ad altro che a riordinare e stat)ilire quella afflitta Repubblica, e che
tuttavia stava per andare in rovina, è dopo questo di renderla ornata. E
primreramente quanto a' soldati, essendo una parte di loro insuperbiti per la
vittoria ricevuta, ed una parte di loro sdegnati ed offesi per essere stati
notati vitu- perosamente, erano trascorsi e *diyenutt licenziosi ed insolenti.
Oltre a questo le provincie apcora e le città libere, e con quelle insieme
alcuni reami erano tra loro in discordia e tumult'uosar mente si governavano.
Egli adunque, per riparare a' sopraddetti inconvenienti, a' soldati
Vitellianicl^'erànogli spdegnati, tolse ogni privilegio clL'essi- avevano, egli
privò della milizia e gran parte di loro furono puniti. A' suoi, cbe per la
vittoria erano insuper- biti, non volle mai concedere cosa alcuna altro che
ordinala ; anzi di quello, che debìtamento si aspettava Iqro, indugiò un t0mpo
ia soddisfargli. £ per corregger la disciplina militare in tutti tjue'modi, che
e' poteva e con tutte le occasioni che se gli i 'esentavano innanzi, essendogli
venuto davanti un giovà- tto, per. ringraziarlo d'avere impetrato d'esser fatto
prefetto, j pirofumato e ripieno di buoni odori, gli fé' cenno che si ap- ]
asse e levassé^ via, come se tali odori l'avessino offeso; e lo riprese an(;ora
gravissimamente, dicendo: più tosto avrei voluto che tu sapessi d'dgli; e si
fé' rendere it)dietrO le lettere di fa- Vere ch'esso gli aveva fatte. I soldati
delle galee, i quali ordi- nariamente da Ostia a Pozzuolo Vanno é vengono per
terra a piedi^ gli addiniandavano che e'fiisse concesso loro. qualche
provvisione, sotto nome delle scarpe che logoravano in andare innanzi e
indietro; ma egli, non gli parendo abbastanza non aver risposto loro cosa
alcuna, ordinò e comandò lóro che da quivi innanzi andassino scalzi, e così da
indi in qua sempre npre sono andati e vanno ancora oggidì. Quanto alle città e
Provincie, ridujsse in forma di provincia, qiòè fece distretto dei Romani
TAcaia, là Licia, Rodi, Costantinopofe e Samo., e tolse loro la libertà. \\
simile fec^ ancora alia Tracia, alla Cicilia ed a Comagene ch^erano reami
.stati insiiio a quel, tempo,, e da luL furono ridotte in forma di provincia.
Mandò nuove legioni^ di soldati in Cappadocia/ oltre a qaelli che
ordinariamente vi sla- vano, per esser quel paese infestato assiduamente dalle
scorrerie de' barbari . ^E per governatore vi mandò un cittadino consolare,
essendo solito di mandarvisene uno dell'ordine de'cavaHeri, Roma per l' antiche
arsioni e rovine era tutta disformata e guasta; onde per riempierla dì
casamenti. ed èdifizii, diede a ciascheduno licenza, a cui veniva bene di
edificare, che occupassero i luoghi e gli spazii che trovavano vóti,, quando i
padróni proprii aveS' sero indugiato loro a edificarvi. Egli prese à restituire
e rifare il Campidoglio, e fu il primo che messe le mani a purgarlo dai
calcinacci e portargli via; e sopra le sue spalle ne portò via al- quante
corbellate. Fece oltre a ciò rifar di nuovo tre mila tar vole di rame che tutte
erano arsicciate e guaste dal fuòco ; avenda con diligenza ricerco e ritrovato
i modelli e le scritture antiche di quelle. Fece oltre a ciò come uno
infetrùmento ed inventàrio delle cose pubbliche, insino dal tempo antico, molto
bello e bene accomodato ; nel quale si contenevano tutte le deliberazioni del
senato e tutte quelle delia-plebe, tutte le leghe e confederazioni, fatte,
tutti i privilegii conceduti a qualunque persona, insino quasi da che Roma fu
edificata. ' ~ Edifizii pubblici da lui innalzati. ^ ., Fece ancora alcuni
èdifizii di nuovo, cioè iHempio della Pace . vicino alla piazza; quello del
divo Claudio cominciato da Agri p* pina, ma da Nerone disfatto e rovinato quasi
insino a' fonda* menti. Edificò similmente lo anfiteatro nel mezzo di Roma se-
condo il disegno e modello che trovò, che Augusto ne aveva fatto fare. Ridusse
l'ordine do' cavalieri e de' senatori allo antico splendore e nobiltà, i qo'ali
^rano già quasi ridotti a niente, per essere slati trascurati, e molti di loro
uccisi e ripienitli persone vili e i|znobili. Egli adunque gli ridusse. al
solito numero, e pri* mieramente fece una rassegna di quegli che allora ne'
predetti ordini si ritrovavancJ; enocavò tutti quegli che non .meritavano tal
dignità, e in lor cambio messe uomini dabbene e nobili di ogni sorto, Italiani
e forestieri. E \)er dare a conoscere che i se- natori e i cavalieri erano
solamente dilferenti quaàto dignità, ma che rautòntà e licenza aveva .'in vun
cèrto modo a esser del parf; eissendo oocof^o parole ingiuriose Ira un. sena-
tore ed un cavaliere romano, sentenziò in questo modo, che ei non era heueche
a' senatori fussero dette parole ingiuriose, ma cl\^ rispondere alle ingiurie
di qiiegli jngiuriosam^nte era ben cosa civile ^ lepita. . . *; Liti da lui
somm^rìamente dedse. Le liti che si avevano a decider erano cresciute in
grandissimo numero ; perchè non si essendo per gran teiripo addietro tenuto
ragione, molte dèlie antiche destavano ancora in pendente, e- per garbugli e
tumulti de* tempi che allora erano corsi, ne sur- 'gevano su delle nuove ogni
di. Egli adunque fece un magisti'ato diuomini, i quali trasse a sorte, che
avessino autorità sopra alle cose che nella guèrra, s'erano rubate di farle
restituir a di chi elle erano. Oltre a -ciò creò un magistrato che per lo
stra^or- -dinario sentenziasse e giudi ma Tito. sì, il. quale allora gli era
accanto. Erano tanto amici e familiari che si crede ancora Tito, dormendo
accanto a Britannico, aver gustato di quella be- vanda, della quale morì
Britannico, ed esserne stato lungainente V U VITA ED J FATTI DI TITO VESPASIANO
UNDECIHO INPERATOR ROMANO Dell'amore di tutti verso Tito. Tito, il cui cogiiome
fu quello del padre, cioè VespasianOj^fù tanto ingegnosoL, tanto industrioso e
favorito dalla fortunati^ !SuP6i ben volere e rendersi ciàscìino obbligato, che
meritamente fu chiamato l'amore e lexielizie dell'umana generazione, E quello
che sopra a ogni, altra cosa è difficile, fu che egli ciò fece nello imperio;
conciossiacosaché quando egli era privato e poi che -l padre pervenne al
principato, non mancò chi lo avesse in pdio, e fu ancora pubblicamente
vituperato e biasimato. ^ Nascita ed educazione di Tito., Nacque a' trenta di
dicembre, il quale anno fu ricordevole per la morte di Gaio Cahgola dentro a
una cksa povera e vile, vicina al Settizonio' ed in unacamera molto piccola ed
oscura, la quale ancora, oggi è in piede e si può vedere. Fu allevato in corte
in compagnia di Britannico e dette opera' a' medesimi studi e sotto i medesimi
precettori. Nel qual tempo dicono che Narciso.lib^rto di Claudio, avendo fatto
venire uno di questi che, a' |||^i. del viso predicono il futuro, perchè e*
guardasse il viao'éTBritan- nico, colui afferaiò per cosa cejrta ' che Bri
tàonico per modo alcuno non era per esser imperadore, ma Tito' sì, il. quale
allora gli era accanto. Erano tanto amici e familiari che si crede ancora Tito,
dormendo accanto a Britannicp, aver gustato di quella be- vanda, della quale
mòri Britannico, ed esserne stato hìngamente còlòno6Uo d'una legione in Giudea^
dove e' prese ed espugnò due città poteintissime, Tarichea e Gamala. Ed in un
certo fatto . d'arme avendo sentito mancarsi il cavallo sotto, saltò sopra un altro
il cui padrone e cavaliere, combattendo seco, era rimasto * mfortò. ~." -
Espugnazione di Gerusalemme. Avendo poi ottenuto Galba il governo della
Repubblica, fu maiìdato dal padre a rallegrarsene con esso seco, e per qualun-
que luogo egli passava era guardato ed ammirato; credendosi - ognuno cbe e'
fusse.stato chiamato dall' iinperadore per adottarlo e farlo suo successore. Ma
come egli intese le cose di nuovo es- sere intorbidate ed ingarbugliate, se ne
tornò indietro. Ed essendo andato a visitare l'oracolo di Venere Pafia, gli
domandò del - viaggio che per raiare aveva a fare, quello che gli doveva inter-
veiiire ; dalla cui risposta fu ancora certificato di avere a otte- nere
rimperio, il che in breve tempo gli succedette, secondo il SUO: desiderio. Ma
lasciato in quel mezzo a ridurre la Giudea sotto l'ubbidienza de' Romani,
nell'ultimo assalto che si dette alla città di Gierosolima, con dodici saette
ch'egli tirò ammazzò dodici di quelli che la difendevano, e la prese nel
medesimo giorno che la sua figliuola nacque; in si fatta allegrezza e favore
de' suoi soldati, che facendone festa e con lui rallegrandosene, lo saluta- '
tono e c^iiamarono imperadore. Quindi volendosi partire lo ri- tennonò -con
preghiere^ e' coìi minaccio ancora, dicendo o che rimanesse insieme con esso
loro, o che essi parimente insieme con lui si partirebbono^ Di che nacque
sospezione che dal padre . non fusse voluto ribellare e dell'Oi^iente
insignorirsi. La quale . dipoi si accrebbe, quando egli andò in Alessandria,
perciocché trovandosi nella città di Melfi e sacrificando un bue ad Api, portò.
il diadema secondo il costume e usanza antica di Quella religione, né mancavano
persone che malignamente interpre- tassino le sue azioni. Per la qual cosa si
affrettò di tornarsene in Itaha, e montando sopra una nave prese porto a Reggio
; dipoi sopra alla medesima nave pose in terra a Pozzuolo, -e di quivi senza
iinpedimento o carriaggi per tèrra se ne venne a Roma. E rappresentatosi
dinanzi al padre, che non lo aspettava, come ri- spondendo alle false calunnie
che gli erano date, disse : io.son venuto, padre mio, io son venuto. (
opportunità, e ricevere mance e premii. Appresso palesemente ' era tenuto e da
ognuno chiamato un altro Nerone. Ma questa - mala fama e sinistra opinione che
di lui s'aveva gli tornò in ^ tiene e convertì in sue lodi grandissime ^ però
die in lui ninno de' predetti vizii si ritrovarono, anzi pel contrario
grandissime virtù. Primièramente i conviti che e' faceva avevano più del
'-piacevole e dello allegro, che f ussero di superchioabbondevoli. - Gli amici
che da lui furono eletti furono tali che i principi che . seguitarono dopo di
lui se ne contentarono, parendo loro d'iaverne necessità, e che fussino a
proposito per la Repubblica. Oltre a ciò, subito che egli ebbe ottenuto il
principato, contro a sua voglia • licenziò Berenice, e mal contenta la mandò
fuori di Róma, che per sua donna si aveva eletta : è non solamente lasciò
d'intratte- nere e favorir più alcuni di quei suoi giovauetti, più graziosi o
belli come prima soleva, quantunque e' fussero molto bene ac- costumati in
danzare e recitare ; tanto che nelle commedie e feste che si. facevano essi le
comandavano ed ordinavano, ma ancora là dov'era tutta Róma non si curò mai di
rappresentarsi in pub* blico per istare a vederli. Non tolse mai cosa alcuna a
ninno cittadino, e dalle cose altrui si astenne quanto per lo addietro ninno
avesse fatto giammai, tale che egli, non che altro, lasciò éS riscuotere le
solite collazioni e tributi. E con tutto questo qusinto a magnificenza e
liberalità non fu inferiore ad alcuno dei suoi antecessori, perciocché avendo
dedicato e consagrato lo ^ anfiteatro, ed in poco tempo vicino a quello
edificato le terptie, fé' con bellissimo apparecchio e gran pompa e
magnificenza fare il giuoco de' gladiatori. Fece ancor fare nel suo antico
luogo la batta^ià navale, e quivi ancora fé' rappresentarsi in campo i
gladiatori, e fece in un sol giorno comparire al cospetto del po- polo
cinquemila fiere di ogni generazione. ~ Dì una pietosissima natura. ' ' jFu per
natura molto amorevole e benigno, perciocché avendo Tiberio ordinato che tutti
i benefizi donati e concessi da^ prin- cipi passati non s'intendessino
altrimente rati è fermi da quegli che succedevano nello imperio, se da essi
medesimi non erano ^le persone che ricevute gU avevano confermati ; egli fu il
primo che per un sol baindo confermò tutte quelle cose che' per l'ad- dietro
erano state concesse da' suoi antecessori, senza aspettarti . d'esserne pregato
o ricerco. E in qualunque altra cosa che gli ^ra addomandata trattenne sempre
ognuno e se lo mantenne af- deirordine de' cavalieri, acciocché ad ogni cosa si
desse con più prestezza perfezione. Quanto alia pestilenza non lasciò indietro
rimedio alcuno né umano he divino per mitigarla e spegnerla, avendo fatta
provveder a tutti i rìmedi.cl^e trovare pongano, e così' . fatto celebrare
tutte le maniere de' sacrifizii, ch'in quel tempo s'usavano in alcun luogo. Era
la città ripièna, (i) per sì fatta av- versità d'accusatori e di maligni, che
per mal fare mettevani> altri al punto, per aver durato assai il male,
n'erano divenuti gli uomini licenziosi. Egli adunque per rimediare a tali
inconvenienti comandò che que' tali fussero con flagelli e con pezzi di legno
battuti in piazza, ed ultimamente per vituperio gli fece passate per mezzo
l'anfiteatro, ed unu parte ne fé' vendere per ischiavi; e parte ve ne fé'
condurre e confinare ia isole asprissime e di- ' " serte. Ed acciocché in
perpetuo non avesse a seguir più simili disordini, ordinò che le cause e liti
che si trattavano s'avessero a decidere per una legge sola : né più leggi che
una si potesse addurre sopra una causa. E che dello stato e de' beni di coloro
ch'erano morti, non si potessino fare inquisizioni, né altriittlnU pretendervi
sopra cosa alcuna o molestargli, se non per insino a -. un certo numero d'anni
che da lui furono determinati. Sua clemenza e mansuetudine. - Quando fu creato
pontefice massimo, disse che accettava quo! sacerdozio per essere costretto a
conservare le sue mani pure ed innocenti ; il che da lui fu osservato e
mantenuto : perciocché da quel tempo innanzi ninno fece ammazzare giammai, né
mai della morte di alcuno fu consapevole, ancora che e' non gli man- casse
cagione di vendicarsi: ma egli con giuramento affermò che voleva più presto
capitar male ed esser morto, che imbrattarsi le mani del sangue d'alcuno. Onde
essendo accusati due patrizi! e fatti confessare, come e' cercavano di farsi
capi di Roma, so- lamente gli riprese e disse loro, che si togliessino da
quella im* presa, però che il principato si otteneva per fato e per destino: e
che da quello in fuora, avendo loro voglia o desiderio di più una cosa che
un'altra, liberamente l'addomandassero che era loro " per concederla. E
prestamente mandò uno alla madre d'uno di (1) Questa narrazione della tristizia
de' calunniatori non deve esser collegata con la cosa della pestilenza, e le
parole di Sve- . tonio semplicemente tradotte sono tali. In oltre frale altre
avver- sità regnandovi ancor quella degli accusatori e maligni avvezzai alle
licenze de' teonpi passati, egli per rimediare, ossi ; percìoccliè essendo
assai lontana di Roma ella fusge avvisata ron prestezza, come il suo figliuolo
era salvo. E non solo dette loro cena familiarmente, ma nel dì seguente Se gli
fece sedere a canto al giuoco de' gladiatori ; e dette loro in manca
considerare e por nK'n?e Tarme, con le quali Combattevano essi gladiatori, che
a lui erano state porte. Dicesi ancora che e' fece la natività tielTuno e
doll'altro, e disse ad amendue come e' portavano pe- ricolo: e che e* sarebbono
morti ma da altri che da lui. Domiziano suo fratello non restava di tendergli
insidie, anzi palesemente lercò di sollevare gli animi de' soldati centra a
lui. Dipoi cer- cando di fuggire non sofferse l'apimo a Tito' né di ucciderlo,
né di confìnarlo, nò ancora d'averlo in meno grado e riputazione; ma ancora
atfermò che dal primo giorno insino a quel tempo io aveva avuto per compagno e
successore nell'imperio, e cosi vo- lava ch'egli perseverasse. Ed alcuna volta
in segreto con preghiere lagnine gli chiese di grazia, che finalmente gli
piacesse una volta di avere il medesimo animo verso di sé che egli aveva verso
di hii. Come incontrasse la morte. McMitro che egli in cotal guisa si
governava, gli sopravvenne la morte con maggior danno dello universale che suo.
Essendosi adunque dato fino alle feste e giuochi sopraddetti, all'ultimo dei
quali egli in presenza del popolo molto dirottamente aveva pianto, se no andò
ne' Sabini alquanto maninconioso, perciocché nel sacrificare se gli era fuggita
la vittima. E perciocché essendo 1 aere sereno e chiaro si era sentito tonare;
ed alia prima posata che e' fece fu assalito dalla febbre. E fattosi levar di
quivi in lettiga, si dice che egli alzò la coperta e guardò verso il cielo, e molto
si dolse e rammaricò che la vita gli fosse tolta, non avendo lui meritato ;
perciocché in tutta la vita sua ninna cosa si ritro- vava aver fatta della
quale si avesse a pentire, salvo che una 80la, e quale ella si fusse, nò esso
allora la manifestò, né alcuno fu mai che potesse immaginarsela. Pensano alcuni
che venne a ricordarsi d'aver tenuto pratica meno che onesta con la moglie del
suofralello. Ma Domizìa con giuramenti grandissimi affermava, che non aveva
avuto affare gianamai cosa alcuna con esso Tei ; o che quando e' fusse stato
non l'avrebbe negato giammai, anzi se lo avrebbe* *pu»«»*' • onore, e se ne
sarebbe vantata e glo- liata come e' '^"'•- ""nfarnen*** Ara
pnii»!- ^i fjir^ ÌQ tutte le Luogo e tempo della sua morte. m Morì di
quarantadue anni, nell^a villa medesipia che il. padre, essendo stato nello
imperio due anni, due mesi e venti, di. U che subito che fu appalesato, se ne
fece in- pubblico querela e pianti grandissimi, non altrimenti che se a
ciascuno fosse morto qual- cuno de' suoi più cari amici e parenti di casa. Il
senato, non aspettando (Tesser chiamato per bando, corse^ spacciatamente aHa.,
curia, trovandosi le ()orte ancora serrate; e quelle avendo apecte> .
entrarono dentro e ringraziarono, e lodarono il morto più a^sai che in presenza
sua, quando èra vivo, avessino fatto giaminai.^ I i che o' fu morto, niun'altra
dimostrazione fece in suo onore, se non di consugrarlo ; anzi molte volte nelle
orazioni -che esso UìCtì e ne' bandi che e' mandava si ingegno malignamente di
bia- sinìarlo e di acquistargli carico. Cose da luì fatte nel principio del suo
imperio. Nel principio del suo imperio era solito ogni giohio di starsi un'ora
appartato e solo in un luogo segreto, né ad altro atten- deva che a pigliare
mosche e dipoi inGlzarle con uno stiletto bene aguzzo che egli aveva: talché
domandando uno se niuno era «Itaitio con Domiziano, gli fu acconciamente
risposto da Yibio C'.i'ispo: « Nò pure una mosca. » Appresso ripudiò e licenziò
Do- nii/ia sua moglie come guasta ed innamorata di Paride istrione, (iella
quale nel secondo suo consolato aveva avuto un figliuolo, e Tanno appresso
l'aveva salutata come Augusta. Ma dipoi in breve spazio di temiM) non potendo
più sopportare di stare da lei lon- tano, mostrando che il popolo con grande
istanza ne lo pre- gasse, se la riprese e ricondusse a casa. Quanto al governo
della repubblica, andò alcun tempo variando, mescolando i vizii cjon le virtù;
tanto che in processo di tempo converti ancora le virtù in vizii. E per quanto
si può conietturare e comprendere di lui, egli ne' bisogni e necessità fu
rapace, e ne' sospetti e nelle paure crudele, trapassando i termini della sua
natura. Spettacoli da lui fatti rappresentare e della sua liberalità. Usò molto
spesso di far celebrare giuochi e feste molto son- tuosamente e con gran
magnificenza non solo nell'anfiteatro, ma ancora nel circo Massimo, dove oltre
a' bei corsi delle carrette a due e ({uattro cavalli, vi fece ancora combattere
a piedi ed a cavallo, e nello anfiteatro fece ancor fare una battaglia navale.
H fé' faro il ^uoco dò' gladiatori di notte a lume di fiaccole e di torce, né
solamente fé' combattere agli uomini, ma ancora allo donno. Oltre a questo
rimesse in usanza le feste che facevano celebrare anticamente i questori, cioè
un giuoco di gladiatori che si era tralasciato, e volle sempre esservi
presente. E poi che gladiatori de' questori avevano finito di combattere,
conduceva al popolo un paio de' suoi a scelta ed elezióne di ()uello, i quali
ultiraamenlo comparivano in campo Vestiti riccamente ed. al co- stume de' suoi
cortigiani. É mentre che e' duravano a stare alle mani, si teneva dinanzi a'
piedi' un fanciullino vestito 'di grana, con un capo piccolo a maraviglia, col
quale egli ragionava assai, favoleggiando, ed alcuna volta in sul sodo. Fu certamente
ujia volta udito che esso gli domandò se a lui pareva di darò a Mezio Rufo il
governo dell'Egitto, avendosi di prossimo a riordinare la. dettg provincia.
Fece ancora.fare b'attagh'e navali, quasi a modo di una grossa armata e bene
ordinata di mare, avendo fatto ca- vare un lago in cerchio vicino al Tèvere, e
piovendo un'acqua grossissima gli stette a vederexombattere. Fece ancor
celebrare ì giuochi secolari che ogni cento anni erano soliti celebrarsi, fe-
condo il conto degli anni non da quelli che Claudio aveva fatto celebrare, ma
da quelli che già anticamente erano stati cele- brati da Augusto. Tra le quali
feste nel giorno de' giuochi cir- censi, acciocché in quel' di si desse, come
e' si aveva a dare, cento volte le mosse alle carrette, ordinò che dove elle
avevano a girar sette volte intorno alla meta, solamente cinque volte in- torno
a quella si avvolgessino. Ordinò, in onore di Giove Capi- tolino, che ogni
cinque anni si celebrasse un gareggiamento di musici, uno di cavalli ed uno di
lottatori e corridori' a piedi ignudi ; dove si dava la corona ed il premio
alquanto a maggior numero che oggi non si fa. Gareggiavasi ancora a chi meglio
re- citava un'orazione in prosa, j:osì in greco come, in latino. Oltre a questo
vi erano introdotti non solamente quelli che sonavano e cantavano in su la
lira, ma ancor quelli che lasonavan a ballo tondo a danza. Sedè ancor come
giudice al corso degli uomini, ed ancor fece correre alle fanciulle non
maritate, avendo in quel dì lo pianelle alla foggia de' Greci ed una toga di
porpora indosso, ed in testa una corona d'oro con l'effigie di Giove, di
Giunone e di Minerva al costume de' Germani, essendogli a sedere a canto un
sacerdote di Giove, ed avendo ancora intorno i sacerdoti della gènte de'
Flavi!, vestiti come lui, salvo che nelle corone di quelli era la immagine
d'esso Domiziano. Celebrava ogni anno nel monte Albano la festività di
-Minerva, chiamata Quinquatria, alla quale festività aveva ordinato un collegio
di sacerdoti e traeva di loro a sorte un certo numero, i quali avevano a esser
procu- ratori di tale uffizio e sacerdozio, ed essi avevano cura di far caccio
magnifiche ed altre feste e giuochi, con rappresentazioni di commedie e di
tragedie. Ed oltre all'avere festeggijato il popolo co' sopraddetti gareggiamenti
degli oratori e de' poeti, gli diede nofa tn^ volte ia mancia, con dar per
ciascnno e per ciascuna ;.-.i :: vjlorv ili scudi sette in circa. E nel giuoco
de* gladiatori :Vvv ÀDCvva uno splendidissimo convito. E nel di che si celebrò
.1 rV^^a Seuimonziale la qual si faceva per memoria del settimo ;v.*.^i:e che
en stato aggiunto alla città di Roma) distribuì tra i >ecj;ori e tra'
cavalieri un paniere grande per ciascuno di pane c\i alsre cvx»e da mangiare, e
tra' plebei certe sportellelte pic- .-"^e : e^ o^ii fu il primo a
cominciare a mangiare. È nel giorno >uiK-het(a òeiromine de' cavalieri e de'
senatori cinquanta po- lirle, le quali es^ avevano a rappresentare ; ed era lor
pagato ivr ciascuna di dette (H)lizze una certa somma e quantità di da- Cdiùzii
pubblici da lui fabbricati. K)fev*e molti grandi e belli ediGzii ch'erano stati
guasti q con- sumati dal fuoco. tra\]uali fu il Campidoglio ch'era arso ; ma a
tutti (H>se il suo nome, senza fare menzione o ricordanza alcuna di quei
primi che gli avevano edificati. Edificò ancora di nuQvo nel iampidoglio un
tempio in onore di Giove Custode. Fece an- cora egli farla piazza la quale oggi
è chiamata la piazza di Nen^a, e cosi il tempio della gente Flavia. Ed oltre a
questo fece acco- modare un luogo dove si esercii assino i lottatori, saltatori
e cor- ridori, ed un'altro pe' cantori di musica. Fece accomodare un luogo per
le battaglie navali ; delle pietre del qual luogo è stato di poi riedificato e
racconcio il Circo Massimo ; i fianchi del quale da ogni banda erano
abbruciati. Spedizioni e guerre da lui intraprese. Fece alcune imprese, parte a
volontà e parto per necessità : a volontà contra a' Catti, per necessità centra
a' Sarmali, dove fu morta una legione di soldati insieme col capitano e due
contra a'Dacìi, nella prima delle quali restò moito Oppio Sabino uomo
consolare, e nella seconda Cornelio Fusco, prefetto e capitano de' soldati
pretoriani, il quale da lui ora stato fatto capitano ge- nerale di quella
impresa. De' Catti sopraddetti trionfò, ed ancora de'Dacii, dopo molte e
diverse battaglie: quanto a' Sarmati, solo per la vittoria ricevuta, presentò
una corona d'alloro a Giove j>troDficiiio dipisratorìk 384 Capitolino.
Terminò la guerra civile cha gli mosse conlra Lucio Antonio, il quale era al governo
della Germania superiore €on felicità maravigliosa ; nò egli si ritrovò, in
p^sona a tale espe- diziono ; e la cagione perchè egli spedì la predetta guerra
così felicemente, fu perchè il Reno traboccò ed allagò le pianure in- torno,
appunto nel venire al fatto d'arme, onde le genti che ve- nivano in soccorso di
Lucio Antonio, non poterono passare. Bella quale vittoria fu prima avvisato da
certi presagi e segni che dalli messi; perciocché nel giorno medesimo che
quella giornata si fece, volò un'aquila sopra alla sua statua in Roma, ed
abbrac- ciatola e sparnazzando l'ale fece grandissimo strepito. E poco appresso
uscì su un remore per tutto che Antonio era stalo uc- ciso e tanto si affermava
per cosa certa, che molti vi furono che dissono d'aver veduto portarne la sua
testa. Di alcune sue leggi ed ordinamenti. Rinovò di molte usanze antiche ad
utilità pubblica e tolse via il dare la parte nelle sporte; è rimesse in
consuetudine. (1) i ti- nelli. Aggiunse alle prime quattro livree de' guidatori
e corridori delle carrette, due altre, una vestita d'oro e l'altra di porpora.
Vietò agli istrioni esercitarsi nella scena, facendo loro abilità di potere
esercitarsi in casa. Proibì il castrare i maschi; e fece che i rivenditori di
essi fanciulli castrati non potèssino vendergli, se non un prezzo da lui
determinato. Essendo stato uìi anno gran- dissima abbondanza di vino e molta
carestia di grano, stimando ciò avvenire, perchè mettendosi troppo diligenza
nelle vigne, si venissero a straccurare le sementi, mandò un bando per tutta
Italia che niun ricoricasse o rinnovellasse vitr; e che le vigne per tutto il
distretto de' Romani fusscra tagliate e solo al più se ne lasciasse la metà :
ma egli lasciò questa impresa imperfetta". Diede alcuni uffizii de' più
importanti a' suoi libertini e soldati. Non volle che i. bastioni e ripari dove
alloggiavano gli eserciti romani, si facessero più doppii in alcun luogo. Vietò
ancora, che ninno soldato potesse dare in diposito e in serbanza a quello che
portava la insegna più di venticinque scudi, perchè avendo Lucio Antonio
sopraddetto (essendo alle stanze con due eserciti) vo- luto fare innovazione,
mostrò di fondarsi in parte sopra i danari ch'orano depositati appresso delle
insegne. Dette, oltre a tre I tinelli, cioè voleva che si dessero a' clienti le
cene, non le sportule. paghe ordinarie che avevano i soldati, ancora la quarCa
di tre Bcudi per ciascuno. « Sua diligenza ed attenzione nel render ragione. Fu
molto industrioso e diligente in tener ragione ; ed il più dello volte nel fòro
sopra alla residenza, annullò le. sentenze che avevano date i cento giudici,
ch'erano state date per ambizione. Fece intendere ai recuperatori ch'erano
sopra al rendere a cia- scuno il grado e la dignità che ragionevolmente se gli
aspettava, che non sempre dessino fede alle belle od accomodate parole di
quegli che andavano a raccomandarsi loro. I giudici, che per da- nari fussero
stati corrotti, furono da lui ignominiosamente notati, ciascuno secondo che e'
meritava, insieme con quegli che si erano ritrovati in (1) quo' ricorsi e
consigli. Ordinò a un tribuno della plebe che accusasse uno edile per avere
atteso a certi guadagni vili e non leciti ; e che addimandasse al senato che
ordinasse una mano di giudici per esaminarlo e condannarlo. Pose ancora tanta
cura in correggere e raffrenare quegli ch'erano di magi- strato in Roma e
quegli ancora die erano governatori delle Pro- vincie, cl^ mai per alcuil tempo
furono nò i più costumati né i più giusti di quegli: la maggior parte de'
quali, dopo la morte sua, abbiamo veduti essere stati accusati e condannati per
ogni aorte di scelleratezza. Tolse ancora a correggere i costumi e
primieramente standosi nel teatro a vedere le feste i popolani e cavalieri
mescolati insieme, senza fare distinzione di grado o qualità, levò via quella
usanza licenziosa. Fece spegnere e tor via quante cose scritte si ritrovavano,
mandate fuora nello uni- versale che biasimassero dicesslnomale, essendovi
notati dentro i principali uomini e donne di Roma; il che egli fece con danno e
disonore di coloro che ne erano stati gl'inventori. Privò del- l'ordine de'
senatori un cittadino ch'era stato questore, per di- lettarsi de' balli e di
recitare sopra ai palchetti.. Vietò alle donne di mala fama lo andare in
lettiga ; e tolse loro' l'autorità di po- tere accettare lasciti o eredità di
alcuna sorte. Fece levare del numero de' giudici e cancellare il nome suo di su
la tavoletta dove erano notati, un cavalier romano, perchè avendo accusata la
moglie per adultera e licenziatola, se l'aveva dipoi ripresa. Condannò alcuni
cavalieri e senatori per aver contraffatto alla (ì) il) Ricordi, lo stesso che
giudizii d'appellazione. La legge Scatinia castiga i sodomiti. legge Scatinia.
Pani ancor molto severamente le vergini vestali cli'e' trovò in adulterio; la
qualcosa dai padre e dal fratello suo era stata negletta : e le prime che e'
trovò in peccato, le fece sen- tenziare a morte ; le seconde le pimi secondo
che costumavano di punirle gli antichi; perchè avendo conceduto a due sorelle
degli Occellati ed a Varonilla,-che si elegessino una mòrte a loro arbitrio e
confinato quegli cho le avevano corrotte, trovato ap- presso Cornelia, che era
la priora, in peccato, la assolvè. Ap- presso essendovi ricaduta un'altra
volta, la fece esaminare e confessare, e dipoi comandò che la fusse sotterrata
viva, come s'usa anticamente, e che quegli che avevano avuto/a fare con lei,
fussero battuti con le verghe ed uccisi nel Comizio (cioè dove si raunava il
popolo), salvo che un cittadino pretorio, per non essere ben certo se egli
aveva errato, avendo confessato per via di tormenti e non raffermando, né
dicendo nello esaminarsi l'una volfa quello che l'altra, fu nondimeiio da lui
confinato. Ed ac- ciocché non si offendesse o contraffacesse allo religioni di
alcuno Iddio, senza punizione di quegli che erravano, avendo un liberto fatta
la sepoltura a un suo figliuolo delle pietre ch'erano dise- gnate pel tempio di
Giove Capitolino, h) fece rovinare a' soldati, e gittare in mare le ossa e le
reliquie che vi erano dentro. Sua clemenza e liberalità nel principio del suo
governo. Quando era ancora giovanetto, aveva tanto in odio ogni ma- niera di
uccisione, che ritrovandosi ancora il padre lontano di Roma, ricordatosi di
quel verso di Virgilio che dice.: Ittipia quam csBsis gens est epulata
juvenciSy cioè: Che Tempia gente costu- masse di mangiare carne di bu», disegnò
di mandare un bando, che ne'sacrifìzii non si potessino uccidere buoi. Mentre
che ei visse privatamente, e gran tempo poi che e' fu principe-, non dette mai
un -miùimo sospetto di sé, né di avaro, né di troppo cupido e voglioso ; anzi
per contrario dette molte volte saggio di liberale e di essere molto astinente
: conciossiacosaché a tutti i suoi familiari ed ansici facesse tutto il dì
grandissimi doni. La principai cosa, e della quale egli più strettamente gli
ammoDiva, era che e' non facessino cosa alcuna vile o vituperosa. Non volle
accettare l'eredità, che gli erano lasciato da coloro, i quali aves- sino avuti
figliuoli. Annullò ancora un lascito fatto da Ruscio Cepione nel suo testamento
; il quale era, che il suo erede ogni anno, quando i senatori si raunavano
nella curia, avesse a pagare a loro per ciascuno una certa, somma di danari.
Liberò dalla pena tutti gli accusati, i quali cinque anni fusséro stati con le
cause sospese, e agli accusatori vietò il potergli richiamare in giudizio, se
non in capo di un anno e con questa condizione, che non ot- tenendo i detti
accusatori di fargli condannare, s'intendessino essere sbanditi. Perdonò e
rimesse la pena agli scrivani de' que- stori, di quanto avevano errato nel
tempo addietro ; i quali contro alla disposizione e comandamento della legge
Clodia, s'erano dati al negoziare, per esser stata cosi un tempo quella
consuetudine. Certi resticciuoli di terreni, i quali nella divisione fatta tra
i soldati veterani erano rimasti, dove un pèzzo e dove un altro, concedette a
coloro che un tempo n'erano stati posseditori, come se per uso se gli fussero
appropriali e fatti loro. Punì asprissi- mamente i calunniatori ed accusatori,
le accuse e calunnie dei quali si convertivano in utilità del fìsco ; e così
venne a porre freno alla licenza e malignità di questi tali. E dice vasi
volgar- mente per ognuno questo suo detto, cioè : che il principe che non
castiga le spie e gli accusatori, dà loro animo e gl'incita a far peggio. Sua
crudeltà contro molti. Ma non molto tempo perseverò nello essere dementa e
nello astenersi ; bene è \'^ro che più per tempo cominciò a efeér cru- dele che
rapace. E primieramente quanto alla crudeltà fece am- mazzare un discepolo di
Paride pantomimo, il quale era ancora fanciulletto, ed aveva in quel tempo una
grande infermità, solo perchè in quell'arte del contraffare persone e repitare
e di fat- tezze ancora era molto simile al suo maestro. Similmente fece ammazzare
Ermogene Tarsense, perchè, scrivendo la istoria, aveva in un certo luogo
parlato per figura e doppiamente ; e fece crocifìggere coloro che avevano
copiata la predetta istoria. Un padre di famiglia stando a vedere il giuoco de'
gladiatori, per aver detto che il gladiatore chiamato Trace, per aver l'arme
alla foggia de' Traci, era pari al suo avversario che si chiamava Mir-'
milione, ma che egli non era già pari al Munerario, cioè a Do- Tiiziano che
faceva celebrare que' giuochi, lo fece trar fuora di luel luogo e condurre nel
teatro e quivi lo dette in preda ai ani che lo mangiassino, con lettere sopra
che dicevano un Par- iiulario (cioè un gladiatore e persona vile), per aver
parlato em- )iamente. Fece ammazzare niolti senatori, tra' quah ve ne furono ^'cuni
consolari, e Civi'**» '^Areale tra gli altri, mentre era procon- esuli, quasi
che gli andassero macchinando cose nuove. Tutti gK ' altri fece ammazzare per
leggerissime cagioni, come Elio Lamia per certi suoi modi di parlare piacevoli
che nel vero avevano del sospetto, ma erano suoi motteggi familiari e da lui
usati per ordinario^ né offendevano alcuno ; cioè che avendogli Domiziano tolto
la moglie e lodando là voce di esso Elio, gli aveva risposto . Elio: Oimè, io
taccio (1). E perchè ancora aveva risposto a Tito che lo confortava pigliarne
un'altra, a questo modo in greco: È tu ancora ne vorresti tórre una? Fece
ammazzare Salvie Coc-eeano per aver celebrato il giorno del nascimento di
Ottone im^- peradoresuo zio; e Mezio Pompt)siano, perchè universalmente si dice
che egli aveva natività dà essere imperatore, e perchè egli aveva fatto
descrivere in carta pecora il cir^^uito della terrà ed i parlamenti de' re e
de' capitani, secondo che da Livio. èrano stati distesi ed andavali mostrando;
e perchè a un suo servidore schiavo aveva posto nome Magone ed all'altro
Annibale. Fa ammazzare Salustio Lucullo legato ih Inghilterra, per aver fatto
fare certelancie a nuqva foggia e chiamatole Lucullee: Giunio Rustico, perchè
aveva composto e mandato fuora le laudi, di Peto Trasea e di Elvidio Prisco,
chiamandoli uomini santissimi. E sotto -guósta occasione scacciò di Roma e
d'ItaliartutU i filo- sofi. Elvidio (2) il figliuolo, perchè in un certo canto
nell'ultimo di una fàlxpresentazione sotto la persona di Paride e di Enone
pareva che avesse tassato e biasimato il divorzio che esso Domi- -ziano aveva
fatto con la mog'ie ; e Flavio Sabino, uno de' suoi fratelli cugini da lato di
padre, perchè il trombetto nel giorno \ che si avevano a fare i consoli,
essendo disegnato consolo il detto Flavio, lo aveva nominato al popolo
imperatore e non con- solo per errore. Ma dopo la vittoria della guerra civile
si mostrò ancora più crudele. Ed una gran parte di quegli della parte av- versa
che, come quegli che avevano errato, si stavano ancora ascosti e fuggiaschi,
fece pigliare e tormentare con nuova maniera di tormenti, cacciando loro il
fuoco nelle parti oscene; e ad alcuni di loro tagliò lo mani. E solamente (come
è manifesto)- perdonò a due di loro de' più conosciuti, cioè a un tribuno del:
l'ordine de' senatori e a un centurione, i quali per mostrar me- glio di non
avere errato, provarono dinanzi a' giudici come loro erano persone disoneste e
vituperose, e che per tal cagione non Intendeva Elio con queste parole di dire
: E tu ancora me- ne vorresti torre una, come ha fatto Domiziano? (2) Vi si
deve sottintendere ; uccise Elvidio il figliuolo. )>oU'vano esser stali di
alcuna slima, nò appresso del capitano, n(» appresso de sf>l(iati. Ancora
della di lui crudeltà e fierezza. Krn la sua crudeltà non solamente $;raiKJe,
ma ancora astuU e non aspettala. Un computista e ragioniere, il giorno avanti
che lo facesse croci ri:j;>j:ore, lochiamo in camera e lo costrinse a seder-
u;li accanto in sul letto, tale che e' si partì da lui tutto allegro e senza
sospetto alcuno ; ed oltre a ciò gli mandò ancora a presen- tare alcune cose
della sua cena. Clemente Aretino, uomo conso- lare, uno de' suoi intrinseci e
mannerini da lui condannato e sentenziato a morte, lo tenne sempre in quel
medesimo grado e mag>>;iore ancora appresso di sé che prima lo aveva
tenuto; e comparito, mentre che e' si andavano a spasso, quello che lo aveva
accusato, gli disse; Vuoi tu che noi udiamo domani ciò (•h(^ vuol diro questo
sciagurato di questo schiavo? E per tentare izli uomini nella pazienza con più
dispregio allora che e' voleva })iù crudelmente punire alcuno, usava sempre nel
dare la sen- tenza qualche preambolo di clemenza e di compassione ; tale che il
più certo segno che il fme del suo parla re. avesse a esser cru- dele, era la
dolcezza e mansuetudine che nel principio di quello usava. Avevasi fiitto
comparire davanti e dinanzi a' sanatori alcuni ch'erano stati accusati di aver
offeso la mpj»no jl' '''^pc»n in Panr>bÌO dl:)lla quinta ; onde tutto
allegro, come s'egli avesse passato il peri- colo, sollecitò di andare a curare
il corpo. Ma Partenio suo cu- biculario lo fece tornare indietro, con diro che
uno gli portava * un non so che di grande importanza, e da non mettere tempo in
mezzo; e cosi mandato via ognuno, si ridusse in camera solo e fu ammazzato.
Delle insidie tesegli e come venisse morto. Del modo, nel quale ei fu morto e
della maniera del tradi- mento si sono divulgate le cose infrascritte. Stando i
congiurati iù dubbio^ quando e dove e' dovessino assalirlo, se mentre che ^li
si lavava o mentre e*^ cenava, Stefano procuratore di Domi- cilia, e che allora
era stato accusato d'avere intercetto certi danari, dette jl segno ed offerse
l'opera sua cosi. Avendosi fa- sciato il braccio sinistro jeon certe lane e
pezzo, come se fusse siato infermo per alquanti giorni, acciocché di lui non si
avesse a sospettare, usò questa astuzia, che e' disse che voleva mani- *
festare a Domiziano la congiura che se gli era fatta contro ; e perciò messo
dentro, mentre che e' leggeva la scritta de' congiu- rati, che esso gli aveva
data nelle mani e stava così attonito, gli passò d'un colpo l'anguinaia.
Domiziano sentendoci ferito, cercò di fare resistenza ; in quel mentre lo
assaltarono Golodio Gorni- culario, e Massimo Liberto di Partenio, o Saturio
Decurione dei ^cubicularii, ed alcuni altri de' suoi gladiatori, e con sette
ferite lo ammazzarono. Il suo paggio, il quale era sopra il fuoco della camera,
secondo la consuetudine, si ritrovò presente alla oc- casione, e raccontava questo
di più ; essergli stato comandato .da Domiziano subito alla prima ferita che
gli porgesse il pu- .gnalè, ch'egli aveva sotto '1 capezzale e che chiamasse i
mini- stri, e che cercando trovò sotto il capezzale solamente la manica
delpugnale, e di più serrato ogni cosa e chiuso; e che egli in quel mezzo si
era abbracciato con Stefano e lo aveva tratto in terra, e gran pezzo con lui
rivoltolatosi, ingegnandosi ora di ca- vargli il ferro per forza di mano, ora,
quantunque colle dita la- cerate, di cavargli gli occhi. Fu ucciso a'
diciassette di settem- bre, di quarantacinque anni, e nel quindicesimo anno del
suo imperio. Il suo cadavere fu portato dai becchini dentro a una bara
ordinaria e plebea, e Fillide sua nutrice celebrò le sue ese- quie a una sua possessione
che ella^eveva vicino alla città, lungo la via Latina. E portò ascosamente le
ossa e ceneri di quello nel tempio della gente Flavia, e le mescolò con le
ceneri di Giulia figliuola di Tito, che pur da lei era stata nutrita ed
allevata. Della sua facondia e di alcnni suol detti notabili. Poi che e' fu
fatto principe, non dette molto opera* agli stu- £1 né alle arti Kberali,
ancora che con somma diligenza procu- rirsse che e' fussero rifatte alcune
librerie che erano arse ; facendo ?enìr libri di ogni parte del mondo, ed
avendo mandato in Àles- làndria alcuni che gli copiassero ed emendassero. Non
dette mai )pera alla istoria né alla poesia né pure a far la stile in prosa
lecpssario per iscrivere; e dai comentariì e fatti di Tiberio Ce- sare in fuora,
niuna altra cosà leggeva. Le epistole^ orazioni e landi gli faceva dettare a
suoi ministri. Tuttavia fu egli nel par- are elegante e leggiadro; e gli usciva
alcuna volta di bocca cose >eUe e notabili. Disse una volta: Io vorrrei
esser bello come a Hezip par di essere; e di uno che aveva il «apo parte canuto
e [Mirte rosso disse, che era neve sparsa di vino. Diceva la con- iizióne e lo
stato de' principi esser cosa misera sopra ogni altra ; 1^ quali non si crede
mai delle congiure che se gli scuoprono ìk non poi che son morti. Suo diletto
nel giuoco, dei conviti e di altre sue opere. Avanzandogli tempo se lo passava
ghipcando. Usava ancora ii giuocare nei giorni di lavoro e la mattina di
buon'ora hinànzi 3^orno. Bagnavasi e lavavasi di giorno, faceva buon pasto a
de- sinare, e la sera a cena mangiava solo una mela maziana ed un [)Ochetto di
bevanda in una ampolla. Piaceva molto spesso con- citi e molto abbondanti ; ma
era presto e quasi furioso in le- varsi da tavola ; e sempre gli terminava
avanti che il sole anf- iasse sotto, né di poi mangiava altrimeDti. E nella ora
delfo andare a dormire non faceva altro se non che solo e secreta- mente si
passeggiava. Della sua libidine e lussuria. Fu molto libidinoso, e chiamava lo
u^sare il coito spesso Cle- lopale (che vuol dire esercizio e palestra di
letto). Dicevasi per voce e fama pubblica, che egli stesso con le sue mani la
pelava alle sue concubine e si bagnava tra le pubbliche meretrici. Né lyendo
per modo alcuno voluto accettare per moglie la figliuola ii Tito suo fratello,
quantunque ella fusse vergine, per essere innamorato di Domizia ed aver presa
lei per moghe, ivi a non inolto tempo, essendo maritata ad un altro,
spontaneamente la 26 SvETONio. ^iU àtyCwiiri Gu Editori Vita di Gaio Svetonio
TranquiUo GIULIO CESARE I IMPERATORE Cesare dittatore Della prima volta che
militò Va la seconda volta a militare, dd di lui ritorno a Roina . voi L'accusa
di Dokbella Vi fl Tribunato de' soldati, e altre. cose da lui intraprese . . »
il La Questura, e i suoi fatti . . '. ;, . » m Lamento di Cesare alla statua di
Alessandro Magno, e il suo- sogno . del giacimento colla madre Le cose da lui
fatte nella città .- m Venuto Hj sospezione di aver congiurato con Crasso,.
Siila, e An- tonio L'Edilità, e le .104 Onore conferitogli dal Senato e dal
Popolo Romano Onori fatti al suo medico per averlo risanato, e di quelli a lui
confe- ' riti spezialmente da alcun cittaditao o città Altro onore conferitogli
HOM111 CBSARB AUGUSTO Quel ch'egli fosse internamente e fieR& còse- domestiche.
Delle sue spose e mogli Della figlia e dei matrimonii di quella De' suoi nipoti
per via di Giulia Malavventurato nella sua discendenza. Difficile nel far le
amicizie e costante nd conserv^arie Suo rigore e clemenza verso i liberti
Vituperii della sua prima gioventù Gli adulterìi e libidini dello stesso Della
lautezza d'una cena, nella quale i convitati sederono vestiti ^ foggia di dei
Taccia datagli di troppo piacergli le ricche masserizia e di dilettarsi troppo
del giuoco Sua continenza ed i luoghi dove 'aveva case Della sua frugalità e
della modestia neHe suppellettili e nelle vesti I suoi conviti e cene Come
celebrasse i giorni festivi e solenni De' suoi cibi e dell'ora di prenderli Sua
continenza e sobrietà nel bere Ciò che operasse dopo il cibo . Statura del
corpo e de' suoi membri . Tacche che aveva su per il corpo e di alcuni
gagliardi Delle sue malattie . Governo del suo corpo Suoi esercizii Sua
eloquenza ed arte nel dire . I Kbri ed altre operette dà lui pubblicate Del suo
stile e maniera di parlare Alcuni detti da lui'più frequentati Ortografia, e di
una sua maniera pròpria di scrivere Sua cognizione delle lettere greche, e sua
pazienza- nell'ascoltar le . coftiposizioni altrui Sua paura de' tuoni . .
Faceva molto caso de' sogni . Credenza che prestava agli anspizii . Venerava
le. cerimonie fincora peregrine Sedici portenti, dalli quali potè pr suoi
membri non troppo >AO "xf vrftì mA TIBBaiO CBSARB HBhOHE 101 Prodigii,
per i quali potè conoscere qual s«ret)be resito delle gaerrt da lui intraprese
Pronostici della di lui morte Le cause del suo male, e come se la passasse nel
tempo della sua malattia La sua morte, e sua presenza di spirito Il giorno
della di lui morte, Tetà, i fìmeralì II suo testamento ed ultima volontà
TIBERIO CESARE NERONE HI IMPERATORE Tiberio Cesare Della gente de* Claudii, con
alcune memorie di quella casa Da quale stirpe traesse Tiberio la sua origine
Del padre di Tiberio 11 luogo e tempo della nascita di Tiberio Infanzia e
puerizia di Tiberio . Dell*adolescenza e delle di lui mogli . VtOzu civili da
hii amministrati. La di lui milizia e le guerre da lui fatte, e gli onori
connegiiiti Suo ritiro e allontanamento dalla città, e le cause Il suo
soggiorno a Rodi e ciò che ivi facesse Altri di lui fatti a Rodi Della cosa
stessa e del suo ritorno . Predizioni, che gli annunziarono Tlmperìo .
Adottazione di lui fatta da Augusto La Dalmazia da lui soggiogata. Onori
decretatigli dal Senato Sue imprese nella Germania Sua disciplina nelle cose
militari Trionfò della Dalmazia vinta, ed altre cose da lui ftitte.Sue imprese
ed ii^ qual concetto fosse Tiberio appresso Angusto, e del di lui principato »
Uccisione del giovane Agrippa ed altre di lui operaàoni. . » Suoi gemiti sulla
lettura fatta in Senato del testamento d^Augusto » Quanto si facesse pregare
prima di accoasentire di ricever Tlmperìo » Le cagioni per le quaU si era
tnostrtto dUBcile ad assmnere Hm- perio, ed altri di lui (atti Ottimo suo
introito al prindpato Sprezzò e vietò le adulazioni TIBERIO GBSARB NBAOIfE Sua
tolleranza nel comportare le ingiurie e maldicenze Suo rispetto e stima del
Senato .- » tvt Restituito Tantico potere al Senato Sua pazienza con quelli che
combattevano le sue opinioni » ivi Alcuni suoi modi civili e cittadineschi
Della cosa stessa e di altre sue opere . . » ivi Moderate le spese, che si
facevano ne* giuochi e ne* donativi, ed altre sue operazioni Alcune cose
ottimamente da lui ordinate Proibisce le cerimonie ed i riti stranieri Alcune
cose ben fatte da lui tanto in Roma, che fuori . » ivi La sua continua dimora
nella città e perchè non abbia visitale le - provinole .- j La morte de' di lui figli ed il suo rìt»o
nella Campania iH^u^^étUàit/ Terra di Lavoro 'Il suo ritiro nell'isola di Capri
ed altri di lui portamenti ^ ^.> j - » . ili Abbandona il pensiero della
Repubblica . . - fi I suoi vizii, ebbrezze e gozzoviglie . ^, v "*»* Jrt
La lussuria e libidine *^ l, ^ Infami sue oscenità. Disonestà vituperosa colle
donne nobUi, Sua avarìzia e sordidezza. Ch'egli non fece alcun edifizio
pubblico, né rappresentò mai spetta- coli, e sua scarsezza nel dar altrui
provvisioni . » tvt Sua tenacità e miseria ed altre sue azioni . . . » m Rapine
ed estorsioni dello stesso Deirodio, che portava ai suoi congiunti e parenti
Suo odio colla madre Sua crudeltà ed odio verso i figliuoli Sua. crudeltà ed
odio verso la nuora .% ivi Sua crudeltà ed odio contra i nipoti Sua crudeltà
con gli amici » Sua crudeltà e durezza con i grammatici e maestri . » ivi Sua
crudeltà dimostrata ancora nella sua gioventù . » 174 I delitti di lesa maestà
atrocemente vendicati, . ^' ini Alcune cose da lui barbaramente fatte sotto
apparenza di graviti » Come per leggieri peccati condannasse a pene severissime
. i^ i»i Come infierisse con ogni genere di crudeltà coolro tutti. » Come
aumentassesi la sua crudeltà e furberia ..»jl78 fì sospetto col qual visse in
mez2o ai d^tti Le cose da lui fatte nell'ingresso al principato ^ im Suoi
costumi civili ed umani nel principio del suo governo Alcuni dì lui modi civili
e della sua moderazione. Dei suoi Consolati e della liberalità usata col popolo
Spettacoli da lui (atti r^ppcsesentare Nuova maniara di spettacolo da lui
inventato iOi GAIO CjUJGOLà Spetucdi da lui fotti oe' suoi viaggi io paesi
stnoieri Edifizìi pubblici da lui stabiliti e terminati . • tOl Sua burbanza ed
alterigia » in Sua crudeltà e fierezza coi parenti Sua lussuria con tutte le
sorelle » he suoi matrìmonii e delle mogli Sua crudeltà verso i suoi congiunti
ed altri Della sua crudezza Sua crudeltà verso i relegati e con un senatore
...» 207 Alcuni di lui detti pieni di ferocità e Wolenza . » im Peggiori e più
atroci di lui fatti • 208 Suoi lamenti per la felicità dei suoi tempi Sua
crudeltà nelle cene, nei giuochi, ne* spettacoli e ne* si^rifizii t tri Apellc
fatto da lui staffilare, e altri s^oi detti Sua malignità e superbia verso
tutti » nn Sua invidia verso tutti Della sua lussuria e libidine » Sno lusso
nelle cene, bagni, fabbriche ed altre opere Rapine ed estorsioni dello stesso *
iti Suoi infami guadagni » tl4 Nuove gabelle e sordidi civanzi » ^HJr Della
cosa medesima -% %i% Natagli una figlia mendica, e riceve le contribuzioni e
mande per costituirgli la dote Sua mossa e spedizione nella Germania Le cose da
lui fatte nel campo. Selva da lui fatta ricidere, premii dispensati a' soldati,
da esso operate Suoi preparamenti contro TOceano, ed altre sue imprese Sua cura
del trionfo ed altre sue opere Scellerato pensiero di trucidar e mettere a fil
di spada le legioni Suo ritorno alla città, pessimo di lui proponimento, e
veleni ritro- vatigli in casa dopo la morte Natura del corpo e $m
indisposizioni » tri •lua debolezza di mente, disprezzo degli Dei, ed altre sue
operazioni 221 i)elle vesti e degli abiti cb'ei portava lAiia sua ^"HPnTa
fiA ^te di dire . * » ivi e altre cose un ^us 'Smonti- U' LlP"• «t. -o^M t
CLAUDIO CESARE àlcimi altri. Gòni^ura ordinata contro di lui. Segni che si
mostrarono avanti la di lui morte DeHa di lui morte ed ammazzamento. Mortorio
di Gaio, e morte della moglie e figlia Ciò che fece il Senato dopo la di lui
morte CLAUDIO CESARE V IMPERATOftE. SSi N ivi Del padre di Claudio e de* di lui
fatti Nascimento di Claudio e sua infanzia Quanto si affaticasse intorno alle
discipline liberali Lettere di Augusto a Livia della persona di Claudio Tl^rìo
non volle mai crearlo console, e del suo ritiro Quanto fosse accetto e caro a
tutti . Del suo consolato, ed altre cose da lui fatte Schemi fattigli come per
burla Pericoli da lui fuggiti Principio deirimperio di Claudio Suoi portamenti
nel suo ingresso al principato . 5!f-»^0lM)ri da lui sprezzati, ed altri suoi
modi civili . 15 ' «HMflie tesegli, e congiure contro di lui fattedttoi
consolati e delle cose da lui fatte in essi Sua -instabilità e variabilità nel
render ragióne. Uffizio della censura da lui amministrato e altre cose da esso
fktte Sua spedizione neir Inghilterra e del trionfo Cura che ebbe della città e
delle vittuarie. Privilegii da lui concessi Edifizii pubblici da lui costruiti.
Alcuni spettacoli da lui rappresentati ^ Instituzione, riforma e rìordinazione
di alcune costuifranze Statuti e regole da lui messe Sua facilità e compiacenza
e liberalità Alcuni modi civili e ordini da lui pubblicati Le ^pose e mogli di
esso .... De* figliuoli e generi del medesimo Liberti a lui carissmii . .
Malefizii da lui commessi col mezzo dei liberti e delle mogU Figura del corpo e
sua statura. Sua complessione CLAUDIO 19BB0NB CESARE Imperie nen ampliato sotto
Nerone Le sue spedìzioiii e viaggi iu Alessandria e jiell'Àcata Sua passione
per il canto e per la musica. Canta tragedie Suo diletto nel guidar i cavalli e
sonar di cetera « 277 Sue gare coi commedianti e sua . ansietà e timóre di
essere superato Quanto fosse osservante delle leggi ed ordini dei giuochi Suo
ritorno dalla Grecia e trionfi dello stesso Delle rapine ed altre sue
ribalderìe Sue gozzoviglie e banchetti » im Sua nefanda libidine, e del
giacimento colla madre Delle sue prostituzioni » %Si Quanto fosse prodigo e
spendereccio r^ ivi Edifizii pubblici da lui eretti Sue ruberìe, estorsioni e
sacrìlegii » 286 Parrìcidio di Claudio e Brìtannico Parrìcidio della madre e
della zia Ammazzamento delle mogli e de' suoi più prossimi » 290 Sua crudeltà
coi strani e stragi fatte dei più nobili uomini romani » Macello da lui fatto
di molti e altre sue ferìtà . . », ivi Arsione fatta da lui fare di Roma Della
moria che fu ai tempi suoi e delle contumelie colle quaH veniva lacerato
Ribellione della Francia contro di lui Suo rìtomo nella città e villanie che
gli furono dette contra.Ribellion della Spagna e di Galba » 298. Di un fiero
suo proponimento, rimove i consoli, e si fa creare lui consolo » .' ti;*
Apparecchio d'una sua spedizione contro la Francia Scritture infami contro di
lui pubblicate . ' . . » itti Spaventasi per certe orribili visioni ..... a
Vien abbandonato da tutti Abbandonasi e fugge dalla città Sua morte e come
rincontrasse Pmierali fattigli Statura e governo del suo corpo . v Un Studioso
delle arti liberali Suo diletto della pittura e scultura . . a 'ti^ Voto da lui
fatto «e fusse ritornato vittorioso . SERGIO GALBÀ Avido di fama e nome
Sprezzatore degli Dei . Della sua età, e cose successe dopo la sua mòi^ SERGIO
GAL*A VTI itaPEUAtOR*.Del lignaggio de* Cesari finito in Nerone, e dei presagii
che ciò dinotarono . » 308 Stirpe di Gaiba antichissima DeHa sua famiglia»
cognome, e perchè fòs^e détto Gaiba . » ivi Nascita di Gaiba e delle cose che
gli presagirohò il pilàcipato » Studioso delle arti liberali, e particolarmente
della irà'glón Wì\e ; delle mogli e dei figli .Onori da lui conseguiti, e sua
disciplina nelle cose ttilliiiarì » 312 Della sua giustizia ed equità Onori
conferitigli e segni che gli pronosticarono il principato » ivi Sua variabilità
nel governo della provincia Entratura al principato ed altri suoi fatti
Abbattimento del suo animò per la morte di Vindice Della sua crudeltà ed
avarìzia n ivi Venuta sua a Roma. Le cose da lui fatte nei primi tempi del suo
^ovei^o Perseguita i creati di Nerone Ribellion degli eserciti della Germania
contro di lui Adottazione di Pisone Presagii che denunziarono la di lui
infelice ìù^orte Della sua morte e ammazzamento Cosa facesse al tempo della sua
morte, e del fùiierale » w Della statura del corpo e de* suoi membri. Del suo
mangiare, bere e della sua lussuria .tvt Tempo che durò il di lui imperio, e
della sua età OTTONE SILVIO Vffl IMPERATORE Degli antenati d*Ottone Nascita di
Ottone e sua adolescenza. La sua amicizia con Nerone. Le sue speranze di aver a
regnare . . ^ Oli fallisce la speranza di esser adottato dà Gaiba . duo
ascendùnento al principato A17L0 YITELLIO Cose da lui fatte nel principio del
suo imperio Ribellion dell'esercito della Germania cantra di lui Combattimento
e zuffa con i capitani di Vitellio Quanto avesse in odio le guerre civili Sua
morte e funerale Statura e governo del suo corpo. N ivi AULO VITELLIO IX
IMPERATORE, i Deirorigine della casata de* Vitellii Del padre e madre di
Vitellio, e della sua fanciuHezzs Della sua adolescenza » Infamie della sua
vita Onori da lui conseguiti . » ivi Delle mogli e de* figliuoli » ivi
Assegnatogli il governo della Germania ; sua povertà e sua piacevo- lezza con
tutti Sua prodigalità con tutti S'intrude nel principato Sue intraprese dopo la
morte d'Ottone, e suo ritomo a Roma » ivi Cose da lui fatte nel principio del
suo governo Di altre sue azioni nel primo tempo del suo principato » Delle sue
gozzovìglie e banchetti », ivi Della sua crudeltà Apparecchio dell'esercito
contro Vespasiano Cerca di aggiustarsi con Vespasiano Ignominiosa di lui morte
» ivi. Dichiarazione di un portento VESPASU.NO X IMPERATORE. Della gente Flavia
e degli antenati di Vespasiano Nascita e nodrìtura di Vespasiano Della moglie e
de* figli Delle sue spedizioni nella Germania e nella Giudea Segni che gli
pronosticarono l'imperio Sua assunzione all' imperio Cose prodigiose avvenute
nel prìncipip del suo Ristabilimento della Repubblica vacillante . Edifizii
pubblici da lui innalzati governo YESPAS1A?(0 Liti éa Ini sommariamente decise
Suo stanziamento contro gli nsnrai ed altre le^ » tvf Non dissimula la bassezza
de* suoi natali .... » ivi Sua tolleranza verso i maldicenti » 359 Dimenticanza
delle ingiurie rìc«Mite » 360 Sua clemenza co' re accusati n ivi Sua avarizia e
ingordigia Sua liberalità e magnificenza • iiH Come avesse in pregio gli uomini
dotti e della stima che faceva di tutti »Giuochi da lui fatti rappresentare e
dei conviti . . » ivi Statura del corpo, de' membri e della sua complessione
Distribuzione dell'ore al tempo del suo principato . n ivi Bei giuochi dopo
cena e di alcuni festevoli di lui detti » ivi Versi greci da lui pubblicati
Della sua malattia e morte Presagio che i fìglìuoU gli sarebbono per succedere
. » iri TITO VESPASIANO XI IMPERATORE, DelKamore di tutti verso Tito. Nascita
ed educazione di Tito . Della virtù e dottrina Delle di lui mogli, onori e
vittorie Espugnazione di Gerusalemme . Amministrazione dell'imperio . tlomc
cambiasse i suoi costumi di mali in Di una pietosissima natura Sua clemenza e
mansuetudine . Come incontrasse la morte Luogo e tempo della sua morte buoni
DOMIZIANO GERMANICO XIT IMPERATORE. Nascimento e adolescenza di Domiziano . Le
cose da hii fatte innanzi che fosse prmcipe . Cose da lui fatte nel principio
del suo imperio . Spettacoli da b" fotti rappresentar " ''"Ha.
sua liberala Edifizii pu^ 'ahhrJpat spedir im DOMIZIANO GmUiAFtlCO Di akiine
sue le^^ ed ordioamenii . Sua diligenza ed attenzione nel render ragione. Sua
clemenza e liberalità nel principio del sdo governo. Sua crudeltà contro molti.
Àncora della di lui crudeltà e fierezza Sue rapine ed estorsioni Sua^ superbia
ed alterigia Congiura contro dì lui fatta e come stasse in continuo sospetto Un
suo cugino da lui ucciso, e dei presagii della di lui morte Altri segni della
di lui morte Delle insidie tesegli e come venisse morto Statura e bellezza del
suo corpo Sua grande maestria nel saettare e intolleranza delle fatiche Della
sua facondia, e di alcuni suoi detti notabili . Suo diletto nel giuoco, dei
conviti, e di altre sue opere Della sua libidine, e lussuria Tristezza de'
soldati^ e gioia del senato per la di lui morte . 4H •» » » » » ivi n » n n ivi
M ivi n ivi' ÌSmu«?5''»»»Mi. Nome compiuto: Gaio Svetonio Tranquillo. Keywords:
Cicerone, repubblica. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Svetonio.” Svetonio.
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