GRICE ITALO A-Z S ST

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Stefanoni: Marconimania -- implicatura e ragione: there St. John mingles with his friendly bowl, the feast of reason, an the life of soul -- filosofia italiana – P. G. R. I. C. E. – philosophical grounds of rationality: intentions, categories, ends -- By Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library  (Milano). Filosofo lombardo. Filosofo italiano. Mantova, Lombardia. Grice: “I love Stefanoni. I regard him as the frist Italian philosophical lexicographer! Marsoli quotes Ranzoli in passing. And Ranzoli disparages Stefanoni. But I prefer Stefanoni to Ranzoli. Ranzoli tends to lean towards the pompous, whereas only in Stefanoni you would find things like: ‘this word should be extracted from all dictionaries!”  Nasce da Alessandro e da Maria Colombo. È rapito fin dalla fede di MAZZINI (vedasi) e parte volontario al seguito di GARIBALDI (vedasi) nella campagna. Subito dopo l’unificazione comincia a collaborare con il periodico repubblicano L’Unità italiana, ma ben presto i rapporti con MAZZINI (vedasi) si complicano a causa dell’attrazione di S. per le correnti razionaliste e anti-religiose che in quegli anni cominciano a lambire le file dell’area democratica. Al pensiero del filosofo razionalista Franchi fa infatti riferimento la opera importante di S., intitolata La scienza della ragione e pubblicata con un certo clamore a Milano. L’autore vi fa aperta professione di a-teismo, delineando i contorni di una pur vaga e semplicistica filosofia materialistica.  Se però S. riconosce in Franchi il proprio maestro in filosofia, in politica il punto di riferimento rimane Mazzini, come risultava evidente dal saggio Mazzini. Note storiche -- Milano. Un segno di continuità nel solco di MAZZINI (vedasi) è anche Le due repubbliche e il due dicembre -- Milano --, nonché l’attenzione verso la questione polacca, testimoniata dall’opuscolo su Nullo, pubblicato a pochi mesi di distanza dall’uccisione del patriota democratico per mano dei russi -- Nullo martire in Polonia. Notizie storiche, Milano.  Il dissidio con Mazzini si aggrava quando S. si impegna in prima persona nella fondazione a Milano di una Società di liberi pensatori. L’iniziativa, tenacemente avversata dal maestro, provoca la rottura fra i due. Vede la luce in quest’ambito la rivista settimanale Il libero pensiero. Giornale dei razionalisti, di cui S. è l’animoso direttore fino all’ultimo numero.  La rivista è dedicata alla demolizione dei dogmi e dei culti cattolici, nonché più in generale alla critica delle superstizioni e dell’intolleranza religiosa, cui si contrapponevano l’esaltazione del pensiero scientifico, la tradizione razionalista, la nuova dottrina materialista. Il frequente ricorso alla derisione e alla contumelia insieme alla forma caustica, passionata, rabbiosa -- Uda, Magnetismo, in Il libero pensiero -- della polemica, che talvolta colpirono anche gli amici e procurarono alla rivista diversi sequestri per offese alla religione dello stato italiano, le assicurarono d’altro canto una certa capacità di penetrazione tra il ceto popolare urbano. Alla ri-educazione in senso anti-clericale e anti-religioso delle masse mira anche l’Almanacco popolare del libero pensiero, che ai temi della rivista aggiunge un calendario laico, composto dai nomi di personaggi cari alla tradizione razionalista, democratica e patriottica.  Nel frattempo, la vena poligrafa di S. si dimostra inesauribile. Sono di quegli anni la Storia critica della superstizione -- Milano -- e il DIZIONARIO FILOSOFICO – H. P. Grice: “J. L. Austin: “Go through the dictionary!” “I thought he meant Stefanoni!” -- Milano --, nonché alcuni romanzi di ispirazione anti-clericale -- I rossi ed i neri di Roma, Milano, L’Inferno, Milano, Il Purgatorio, Milano, Il Paradiso, Milano. Ben più importante fu l’attività di traduzione: nel giro di una manciata di anni S. tradusse una quantità impressionante di pagine, a cominciare da quelle di Büchner, un divulgatore scientifico di ampio successo che sostene una concezione integralmente materialistica e atea della realtà. Forza e materia -- Kraft und Stoff – la cui prima edizione comparve a Milano e che tutt’oggi rimane l’unica traduzione italiana disponibile – ha un forte impatto sul piano culturale e su quello politico. Per i filosofi ribelli stanchi del misticismo di MAZZINI (vedasi) nonché di un’educazione bigotta e repressiva, Büchner – di cui S. tradusse anche Scienza e natura -- Milano -- e L’uomo considerato secondo i risultati della scienza. Donde veniamo? – Milano – è una rivelazione, una liberazione e una chiamata a raccolta, che concorse peraltro allo slittamento della ribellione politica sul terreno dell’inter-nazionalismo anarchico-socialista. Nello stesso breve giro di anni S. tradusse anche la Fisiologia delle passioni -- Milano -- dell’antropologo materialista Letourneau, le lezioni sull’essenza della religione -- Milano -- di Feuerbach, diverse opere dello scrittore razionalista Morin e, nella prospettiva del recupero del filone materialista dell’illuminismo, L’uomo macchina -- Milano -- di Mettrie. S. si trova Firenze, dove per sua iniziativa si era trasferita la sede del giornale e si era costituita una Società del libero pensiero, con cui si fuse la Società della onoranza funebre, vicina agli ambienti massonici e volta a promuovere il funerale laico e la cremazione. Ciononostante, verso la massoneria S. ha un atteggiamento critico, contestandone il carattere segreto e il legame di obbedienza imposto ai suoi membri. Entra in contatto con Cafiero, allora EMISSARIO DI MARX IN ITALIA, e indurì i toni della polemica con Mazzini per la sua condanna della Comune. Il libero pensiero prende a seguire da vicino la vita dell’Internazionale, pubblicandone regolarmente gli atti. S. fu in prima fila nella costituzione della sezione internazionalista di Firenze e in quella del Fascio Operaio cittadino, sorto coll’obiettivo di coordinare le diverse società operaie già esistenti e di indirizzarle in senso inter-nazionalista, sfidando l’egemonia di MAZZINI.  La convergenza tra i liberi pensatori – ai quali, in una lettera a Ceretti, Bakunin riconosce il merito di essere stati i primi a levare lo stendardo della rivolta contro l’autorità teologica di Mazzini -- Il libero pensiero -- e gli inter-nazionalisti nasconde però una divergenza di fondo, destinata ad affiorare presto. La polemica più lunga e astiosa, con risvolti personali anche pesanti, fu quella che S. ingaggiò verso il duo Marx-Engels -- da parte sua, in Les prétendues scissions dans l’Internationale Marx definì il circolo dei liberi pensatori un convento di monaci e di suore atee, Genève; ma anche rispetto ai bakuninisti S. manifesta un atteggiamento critico, respingendone la prospettiva insurrezionalista.  Negli stessi mesi egli porta avanti, in sintonia con GARIBALDI (Vedasi), il tentativo di unificare la frastagliata area democratica, razionalista, socialista: entra a far parte di un comitato provvisorio che, in vista della convocazione di un congresso unitario, rivolse un appello a tutti gli onesti democratici uniti in fratellevoli consorzi aventi per scopi precipui il miglioramento delle classi diseredate ed IL TRIONFO DELLA RAGIONE sulla rivelazione -- Il libero pensiero. All’appello era unita una Proposta di GARIBALDI (vedasi) pell’aggregazione di una sola – quale centro direttivo – di tutte le società esistenti, che tendono al miglioramento morale e materiale della famiglia italiana. Segue alla Proposta uno schema di statuto di quella supposta società, chiamata RAGIONE: lo statuto portava in calce la firma di GARIBALDI, ma in realtà era opera di Castellazzo e S.. Pochi giorni dopo avevano aderito già cinquantasette associazioni democratiche, repubblicane, socialiste e RAZIONALISTE, ma a causa dell’opposizione dei mazziniani e dei gruppi inter-nazionalisti napoletani e lombardi, l’iniziativa si risolge in un nulla di fatto.  Progressivamente defilato dall’attività politica, S. si dedica alla divulgazione storica, confermando in pieno il carattere fluviale della sua produzione. Fu la stagione delle Storie d’Italia illustrate e narrate al popolo nel segno dell’anti-moderatismo e dell’anti-clericalismo; nel complesso quindici volumi cumulativi distribuiti su tre opere -- tutte pubblicate dall’editore Perino di Roma --, in cui la narrazione, improntata a una chiave laica e democratica, comincia dai re di Roma e arriva fino alla contemporaneità. Intanto, S. era stato assunto come impiegato presso il ministero delle Finanze, dove divenne intendente; ma fu forzatamente collocato a riposo, nel corso di un lungo contenzioso colla pubblica amministrazione generato da un trasferimento e portato avanti per anni a suon di memorie, petizioni e ricorsi.  L’intera vicenda fu minuziosamente ricostruita nel pamphlet intitolato Tristi effetti del governo parlamentare -- Roma --, dove il suo caso personale assurse a prova del carattere patogeno dei governi parlamentari e in cui, in linea con la vague anti-parlamentarista di quegli anni, si invita il re a prendere in mano il controllo dell’esecutivo. La tendenza a portare avanti controversie senza fine, intrecciando alle ragioni pubbliche del contrasto aspetti personali e atteggiamenti provocatori si era acuita con il passare degli anni, ed emerse con forza nell’accanitissima battaglia ingaggiata nei primi anni del nuovo secolo contro Marconi e il telegrafo. S. indirizza al Senato una petizione contro il finanziamento di una stazione radio-telegrafica; parallelamente invia un diluvio di lettere a tutti coloro che a vario titolo erano coinvolti nell’iter di approvazione parlamentare, compreso il presidente della commissione incaricata di relazionare sulla questione, e pubblica memorie e pamphlet in cui, richiamandosi alla propria annosa polemica contro il magnetismo, il sistema Marconi veniva definito una pubblica e vergognosa mistificazione che non avrebbe dimostrato altro, se non la leggerezza della nazione italiana, così facile ad essere fatta zimbello dai furbi -- Contro la radiotelegrafia Marconi. Memoria, Roma. Fu questa la sua ultima battaglia, compendiata in un altro testo: Marconigrafia e marconimania -- Roma.  Muore a Roma e fu inumato al cimitero del Verano.  Fonti e Bibl: Milano, Archivio storico comunale, Stato civile, Ruolo generale di popolazione 1835, vol. 55; Roma, Cimiteri Capitolini, Cimitero monumentale del Verano, Anagrafe mortuaria. Sull’attività di Stefanoni come direttore del Libero pensiero si trovano diverse notizie nel gruppo di lettere conservate a Milano presso la Fondazione Giangiacomo Feltrinelli, Fondo Mauro Macchi, b. 6, f. 34. Un gruppo di lettere degli anni Sessanta e Settanta indirizzate a corrispondenti diversi è conservato nell’Archivio del Museo centrale del Risorgimento di Roma, b. 336. Per un breve profilo biografico: A. De Gubernatis, Dizionario biografico degli scrittori contemporanei, Firenze 1879, p. 961 (ma la voce fu composta molti anni prima della morte di Stefanoni); più estesa la voce di E. Civolani, S. L., in Il movimento operaio italiano. Dizionario biografico, a cura di F. Andreucci - T. Detti, IV, Roma 1975, pp. 703-705. Molto ricchi di informazioni sono: R. Zangheri, Storia del socialismo italiano, I, Dalla Rivoluzione francese a Andrea Costa, Torino 1993, ad ind.; G. Verucci, L’Italia laica prima e dopo l’Unità, 1848-1876, Roma-Bari 1996, ad indicem. Sull’attività politica degli anni Settanta: E. Conti, Le origini del socialismo a Firenze, Roma 1950, ad indicem. Sulla polemica con Marx ed Engels: K. Marx - F. Engels, Scritti italiani, a cura di G. Bosio, Roma 1972, pp. 43-61, 217 s., 269 s. Per i rapporti con Cafiero: P.C. Masini, Cafiero, Milano 1974, pp. 43 s.Nasce da Alessandro e da Maria Colombo. È rapito fin da giovanissimo dalla fede mazziniana e ancora adolescente parta volontario al seguito di GARIBALDI (vedasi) nella campagna. Subito dopo l’unificazione comincia a collaborare con il periodico repubblicano L’Unità italiana, ma ben presto i rapporti con MAZZINI (vedasi) si complicano a causa dell’attrazione di S. per le correnti razionaliste e anti-religiose che in quegli anni cominciano a lambire le file dell’area democratica. Al pensiero del filosofo razionalista FRANCHI (vedasi) fa infatti riferimento il primo saggio importante di S., intitolata La scienza della ragione e pubblicata con un certo clamore a Milano. L’autore vi fa aperta professione di a-teismo, delineando i contorni di una pur vaga e semplicistica filosofia materialistica.  Se però S. riconosce in FRANCHI (vedasi) il proprio maestro in filosofia, in politica il punto di riferimento rimane MAZZINI (vedasi), come risulta evidente dal saggio Mazzini. Note storiche (Milano). Un segno di continuità nel solco mazziniano è anche Le due repubbliche e il due dicembre (Milano), nonché l’attenzione verso la questione polacca, testimoniata dall’opuscolo su Nullo, pubblicato a pochi mesi di distanza dall’uccisione del patriota democratico per mano dei russi (Nullo martire in Polonia. Notizie storiche, Milano). Il dissidio con Mazzini si aggrava quando S. si impegna in prima persona nella fondazione a Milano di una Società di liberi pensatori. L’iniziativa, tenacemente avversata dal maestro, provoca la rottura fra i due. Vide la luce in quest’ambito la rivista settimanale Il libero pensiero. Giornale dei razionalisti, di cui S. è l’animoso direttore. La rivista è dedicata alla demolizione dei dogmi e dei culti cattolici, nonché più in generale alla critica delle superstizioni e dell’intolleranza religiosa, cui si contrapponeno l’esaltazione del pensiero scientifico, la tradizione razionalista, la nuova dottrina materialista. Il frequente ricorso alla derisione e alla contumelia insieme alla forma caustica, passionata, rabbiosa (Uda, Magnetismo, in Il libero pensiero) della polemica, che talvolta colpirono anche gl’amici e procurarono alla rivista diversi sequestri per offese alla religione dello stato, le assicurarono d’altro canto una certa capacità di penetrazione tra il ceto popolare urbano. Alla ri-educazione in senso anti-clericale e anti-religioso delle masse mira anche l’almanacco popolare del libero pensiero, che ai temi della rivista aggiunge un calendario laico, composto dai nomi di personaggi cari alla tradizione razionalista, democratica e patriottica. Nel frattempo, la vena poligrafa di S. si dimostrava inesauribile. Sono di quegli anni la Storia critica della superstizione (Milano) e il DIZIONARIO FILOSOFICO (Milano), di cui Grice ha detto: “I don’t give a hoot what the dictionary says, unless it’s Stefanoni’s!” – in provocative response to fellow Oxford philosopher J. L. Austin ‘that I should go through the dictionary!’ -- nonché alcuni romanzi di ispirazione anti-clericale (I rossi ed i neri di Roma, Milano), L’Inferno (Milano), Il Purgatorio (Milano), Il Paradiso (Milano), per un totale di sedici volumi. -ALT Ben più importante è l’attività di traduzione. Nel giro di una manciata di anni S. traduce una quantità impressionante di pagine, a cominciare da quelle del tedesco Büchner, un divulgatore scientifico d’ampio successo che sostene una concezione integralmente materialistica e a-tea della realtà. Forza e materia (Milano), Kraft und Stoff, ha un forte impatto sul piano culturale e su quello politico. Per i ribelli stanchi del misticismo mazziniano nonché di un’educazione bigotta e repressiva, Büchner – di cui S. traduce anche Scienza e natura (Milano) e L’uomo considerato secondo i risultati della scienza. Donde veniamo? (Milano) – è una rivelazione, una liberazione e una chiamata a raccolta, che concorre peraltro allo slittamento della ribellione politica sul terreno dell’inter-nazionalismo anarchico-socialista. Nello stesso breve giro di anni S. traduce anche la FISIOLOLGIA DELLE PASSIONI (Milano) dell’antropologo materialista Letourneau, le lezioni sull’essenza della religione (Milano) di Feuerbach, diverse opere dello scrittore razionalista francese Morin e, nella prospettiva del recupero del filone materialista dell’illuminismo, L’uomo macchina (Milano) di Mettrie. S. si trova a Firenze, dove per sua iniziativa si è trasferita la sede del giornale e si è costituita una società del libero pensiero, con cui si funde la società della onoranza funebre, vicina agl’ambienti massonici e volta a promuovere il funerale laico e la cremazione. Ciononostante, verso la massoneria S. ha un atteggiamento critico, contestandone il carattere segreto e il legame di obbedienza imposto ai suoi membri. Entra in contatto con Cafiero, allora emissario di Marx in Italia, e indurisce i toni della polemica con Mazzini per la sua condanna della comune. Il libero pensiero prende a seguire da vicino la vita dell’inter-nazionale, pubblicandone regolarmente gli atti. S.è in prima fila nella costituzione della sezione inter-nazionalista di Firenze e in quella del FASCIO OPERAIO cittadino, sorto con l’obiettivo di co-ordinare le diverse società operaie già esistenti e di indirizzarle in senso inter-nazionalista, sfidando l’egemonia mazziniana. La convergenza tra i liberi pensatori – ai quali, in una lettera a Ceretti, Bakunin riconosce il merito di essere stati i primi a levare lo stendardo della rivolta contro l’autorità teologica di Mazzini (Il libero pensiero) – e gl’internazionalisti nasconde però una divergenza di fondo, destinata ad affiorare presto. La polemica più lunga e astiosa, con risvolti personali anche pesanti, è quella che S. ingaggia verso il duo Marx - Engels (da parte sua, in Les prétendues scissions dans l’Internationale Marx definisce il circolo dei liberi pensatori un convento di monaci e di suore atee, Genève); ma anche rispetto ai bakuninisti S. manifesta un atteggiamento critico, respingendone la prospettiva insurrezionalista. Negli stessi mesi egli porta avanti, in sintonia con Garibaldi, il tentativo di unificare la frastagliata area democratica, razionalista, socialista. Entra a far parte di un comitato provvisorio che, in vista della convocazione di un congresso unitario, rivolge un appello a tutti gl’onesti democratici uniti in fratellevoli consorzi aventi per scopi precipui il miglioramento delle classi diseredate ed IL TRIONFO DELLA RAGIONE – cf. Luigi Speranza, “H. P. Grice, and the feast of conversational reason – the feast of reason – and bowl and the soul -- sulla rivelazione» (Il libero pensiero). All’appello è unita una proposta di Garibaldi pell’aggregazione di una sola – quale centro direttivo – di tutte le società esistenti, che tendono al miglioramento morale e materiale della famiglia italiana. Segue alla proposta uno schema di statuto di quella supposta società, chiamata Ragione – cf. P. G. R. I. C. E. – philosophical grounds of reason: intentions, categories, ends. Lo statuto porta in calce la firma di Garibaldi, ma in realtà era opera di S.e Castellazzo. Pochi giorni dopo adereno già cinquantasette associazioni democratiche, repubblicane, socialiste e razionaliste, ma a causa dell’opposizione dei mazziniani e dei gruppi inter-nazionalisti napoletani e lombardi, l’iniziativa si risolge in un nulla di fatto. Progressivamente defilato dall’attività politica, S. si dedica alla divulgazione storica, confermando in pieno il carattere fluviale della sua produzione. È la stagione delle Storie d’Italia illustrate e narrate al popolo nel segno dell’anti-moderatismo e dell’anti-clericalismo. Nella storia, pubblicata da Perino di Roma, la narrazione, improntata a una chiave laica e democratica, comincia dai re di Roma e arriva fino alla contemporaneità. Intanto, S. è stato assunto come impiegato presso il ministero delle finanze, dove divenne intendente; ma è forzatamente collocato a riposo, nel corso di un lungo contenzioso con la pubblica amministrazione generato da un trasferimento e portato avanti per anni a suon di memorie, petizioni e ricorsi. L’intera vicenda è minuziosamente ricostruita nel pamphlet intitolato Tristi effetti del governo parlamentare (Roma), dove il suo caso personale assurge a prova del carattere patogeno dei governi parlamentari e in cui, in linea con la vague anti-parlamentarista, si invita il re a prendere in mano il controllo dell’esecutivo. La tendenza a portare avanti controversie senza fine, intrecciando alle ragioni pubbliche del contrasto aspetti personali e atteggiamenti provocatori si è acuita con il passare degli anni, ed emerge con forza nell’accanitissima battaglia ingaggiata contro Marconi e il telegrafo. S. indirizza al Senato una petizione contro il finanziamento di una stazione radio-telegrafica. Parallelamente invia un diluvio di lettere a tutti coloro che a vario titolo sono co-involti nell’iter di approvazione parlamentare, compreso il presidente della commissione incaricata di relazionare sulla questione, e pubblica memorie e pamphlet in cui, richiamandosi alla propria annosa polemica contro il magnetismo, il sistema Marconi vienne definito una pubblica e vergognosa mistificazione che non dimostra altro se non la leggerezza della nazione italiana, così facile ad essere fatta zimbello dai furbi (Contro la radiotelegrafia Marconi. Memoria, Roma). È questa la sua ultima battaglia, compendiata in un altro testo: Marconi-grafia e marconi-mania (Roma). Muore a Roma ed è inumato al cimitero del Verano. Fonti e bibl: Milano, Archivio storico comunale, Stato civile, Ruolo generale di popolazione; Roma, Cimiteri Capitolini, Cimitero monumentale del Verano, Anagrafe mortuaria. Sull’attività di S. come direttore del Libero pensiero si trovano diverse notizie nel gruppo di lettere conservate a Milano presso la Fondazione Feltrinelli, Fondo Macchi. Un gruppo di lettere indirizzate a corrispondenti diversi è conservato nell’archivio del museo centrale del risorgimento di Roma. Per un profilo biografico: Gubernatis, Dizionario biografico degli scrittori contemporanei, Firenze (ma la voce è composta molti anni prima della morte di S.). Più estesa la voce di Civolani in Il movimento operaio italiano. Dizionario biografico, a cur. Andreucci - T. Detti, IV, Roma. Molto ricchi di informazioni sono: Zangheri, Storia del socialismo italiano, Dalla Rivoluzione francese a Costa, Torino, ad ind.; Verucci, L’Italia laica prima e dopo l’Unità, Roma-Bari. Sull’attività politica: E. Conti, Le origini del socialismo a Firenze, Roma. Sulla polemica con Marx ed Engels: Marx - Engels, Scritti italiani, cur. Bosio, Roma. Per i rapporti con Cafiero: Masini, Cafiero, Milano. DIZIONARIO FILOSOFICO -- CONTENENTE L' ESPOSIZIONE DEI PRINCIPALI SISTEMI FILOSOFICI, LA BIOGRAFIA DEI FILOSOFI, LA CRITICA DEI DOMMI E DELL’ERESIE, LA DEFINIZIONE DEI VOCABOLI, ECC. ECC. MILANO BATTEZZATI Via S. Giovanni alla Conca. CONTENENTE L' ESPOSIZIONE DEI PRINCIPALI SISTEMI FILOSOFICI, LA BIOGRAFIA DEI FILOSOFI, LA CRITICA DEI DOMMI E DELL’ERESIE, LA DEFINIZIONE DEI VOCABOLI SCIENTIFICI ATTINENTI ALLA FILOSOFIA ECC. ECC. MILANO BATTEZZATI Via S. Giovanni alla Conca. Parma Tipografia della Società fra gl’Operai-tipografi. Uomo che adopra voci alle quali non dachiaro senso e determinato, inganna se stesso e gl’altri. LOCKE. Coloro che si occupano della filosofia sanno quanto importi l' avere ad ogni momento sottomano le definizioni dei vocaboli, l’esposizione storica, e le controversie dottrinali, senz' uopo di doversi sobbarcare in lunghe e penose ricerche di saggi che spesso non si possedono e più spesso ancora s'ignorano. Onde mi pare fatica vana lo spendere parole per dimostrare ai filosofi, ed eziandio ai curiosi, di quanta utilità puo essere un DIZIONARIO *filosofico*. Ma giova che si sa quale indirizzo e quale ordine presiedettero alla compilazione di questo, ch'è il primo che si pubblica in Italia, e che perciò appunto vanta maggiori titoli alla tolleranza dei filosofi. Gl’articoli onde si com pone questo dizionario possono dividersi in quattro classi attinenti: alla DEFINIZIONE, alla biografia ed alla storia, ove succintamente si espongono le vicissitudini di questo o quello SISTEMA filosofico, e rapidissimamente si accennano i punti più salienti della vita dei filosofi. Alla RAGIONE, dove si espongono i risultamenti degli studi sui quali oramai, per comun consenso, tutta quanta la filosofia si fonda. Alla critica ed alla controversia, che delle teorie e dei sistemi, addita le parti manchevoli e le contraddizioni colla ragione. Questi quattro caratteri or s'incontrano in separate voci, or si riuniscono in un solo, secondo che parve più opportuno per maggior chiarezza l'unirli -- o il separarli Ma, ad ogni modo, la connessione delle idee è conservata con opportune citazioni di rimando dall'una all' altra voce, acciocchè la necessaria separazione dei vocaboli, in nulla pregiudichi l'unità d'indirizzo di tutta l'opera, la quale s’informa a quello stesso metodo di CRITICA RAZIONALE, ch'io già ho il conforto di vedere encomiato nella mia storia critica della filosofia. Quindi il meglio che io posso dire in favor del dizionario mio, si è di ripetere le parole già rivolte ai filosofi nella prima edizione di quel lavoro. Que st' è il primo saggio di simil genere che venga in luce in Italia, onde, avuto riguardo alla pochezza dei mezzi e alle difficoltà che sempre s'incontrano nei nuovi tentativi della ragione, i filosofi mi sapranno grado, quan anche l'opera mia non è riuscita cosi difusa e cosi completa, come, pel bene della verità, è a desiderarsi che è. Ma oltre la novità del saggio, ben altri titoli mi danno diritto a sperare nella indulgenza dei filosofi. Nella Gallia, Voltaire mi precede col suo dizionario filosofico. Ma gl’italiani chi lo hanno letto sanno in quante parti è manchevole ed anche erroneo, equantopoco risponde ai bisogni della nostra filosofia italiana. Oltre di che una buona metàdi quel dizionario si occupa d’inezie o d'ARGOMENTI affatto STRANIERI ALLA FILOSOFIA, come sono, ad esempio, le voce alfabeto, agricoltura, Alessandro, aneddoti, drammatica, grano, governo, imposta, e tanti altri, basta dire ch' esso trascura un grandissimo numero di vocaboli necessariissimi a conoscersi e a definirsi, e dei filosofi appena pochissimi accenna, per capire che l'autore è prolisso in quelle cose nelle quali dove esser parco, ed è invece soverchiamente parco dov’è necessità il diffondersi. Questi ed altri difetti, che or non giova ripetere, io cerco d’evitare; onde non paia immodestia la mia, se qui mi piace affermare la intera autonomia di questo lavoro, il quale, d'altronde, ha potuto attingere la sua forza nei moderni progressi della ragione e nel vigoroso indirizzo della filosofia razionale. Ad ogni modo, se io non sono riuscito ad appagare in teramente il desiderio dei filosofi, non credo che la toleranza puo, senza ingiustizia, venirmi meno. E per vero, se a Voltaire, ricco, pieno di fama e di sapere, protetto dalla corte e appoggiato dal concorso volontario dei più illustri pubblicisti non è riescito di far opera perfetta, e nondimeno il mondo degl’enciclopedisti in mezzo al quale getto quel suo lavoro, giudicollo assai benignamente, mi pare che, fatte le dovute proporzioni, una eguale indulgenza non puo rifiutarsi a chi nella sola sua attività e nelle sue sincere convinzioni attinge l'impulso ad operare, e non ha poi su Voltaire altro vantaggio, che quello d’essere venuto un secolo dopo. Federico di Prussia in una sua lettera fa risalire la data dei prime voci del dizionario filosofico di Voltaire. Ma COLINI (vedasi), che puo esser meglio informato, così ne fa la genesi. Il progetto del dizionario filosofico dev’essere riferito al disegno di quest' opera, ideato a Postdam, ove in ogni sera, mentre Voltaire sen' giace a letto, io gli leggo, secondo l'uso, qualche frammento d’ARIOSTO (vedasi) o BOCCACCIO (vedasi). Egli si corica assai preoccupato, e m' apprende che alla cena di Federico molto si è parlato dell' idea d’un dizionario, alla BRUNO, filosofico, la quale a poco a poco concretata, si è convertita in un progetto serio. Ei mi dice che i filosofi del re, e il re stesso doveno lavorarvi intorno di concerto, e che si distribusceno le voci, tali che Adamo, Abramo ecc. Credetti in sulle prime che questo progetto non è altro che un ingegnoso scherzo inventato per rallegrare la cena. Ma Voltaire, vivace ed ardente, s’accinse al lavoro indomani. ABELARDO A 9 Abecedarj. Dopochè Lutero ebbe | nella quale si distinse, meno, a dir vero, assodato il principio, che la ragione in- per la novità de'suoi precetti, che per la dividuale è sola giudice della interpreta- | foga giovanile e per la insinuante elo zione delle Sante Scritture, Stork, di scepolo di lui, a rinforzare la massima del maestro, insegnò che lo studio non giovava a nulla nella interpretazione, ne eraanziunimpedimento,edistoglieval'uo modallaparoladi Dio.Laondediceva, che migliorpartito quello era di non imparare aleggere, perocchè coloro ch'erano dotti correvano pericolo di dannarsi. Parrà strano che da un principio diretto a sol levare la dignità individuale, venisse de quenza. A Parigi fu preso d'amore per la nipotedel canonico Fulberto per nome Eloisa, la sedusse e la mend in moglie con vincolo segreto; ma gli amori suoi resi popolari da una lettera ch'egli stesso scrisse, non furono nè onorevoli per lui nè ebbero buonfine. Poco di poi Eloisa prende il velo, ed Abelardo, fattosi monaco, incomincia a scrivere su cose teologiche. Or si è appunto nella sua In troduzione alla Teologia e nella Teologia cristiana ch'egli, cercando di provare la verità della religione e dei misteri per via di similitudini che li rendessero chiari epalesi all' intelletto, ha, da certi filosofi, il nome di RAZIONALISTA – cf. Grice, “I am enough of a rationalist to found the conversational maxims on, er, conversational reason” -- Il quale se sia meritato io non saprei dire, ma parmi, ad ogni modo, che il dotta una conseguenza cotanto abbietta econtraria allanostra intelligenza, e nol si crederebbe davvero, se la setta degli abecedari, che fu un ramo degli Ana battisti, non fosse stata abbastanza dif fusa nella Germania, e non avesse anno verato nel suo seno Carlostadio, uno dei capi della Riforma. Ma tant'è; qualun- | vanto di appartenere a cotesto raziona que sia il nome ch'ella abbia e dovunque s'indirizzi, la superstizione riescirà sem pre a conseguenze funeste per l' umana dignità. Abelardo. (Pietro )Le solite esa gerazioni degli spiriti deboli, hanno at tribuito a questo teologo una poderosa missione contro alla Chiesa; nè manca rono filosofi, come Cousin, Rémusat e altri molti, i quali lo onorassero col ti tolo di vero campione del libero pensiero nel medio evo. Cotesto èerror massiccio, e ci vuol poco a dimostrarlo. Abelardo nacque nel 1079 in Palais nella Bretta gnada nobile e ragguardevole famiglia. Studið dialettica a Parigi ed a Laon e fu egli stesso maestro di questa scienza lismo teologico non gli rimanga incon trastato, avvegnachè, senza tanto dilun garci, Roscelino, maestro suo e capo della scuola nominalistica (vedi NOMINA LISMO), non solo aveva prima di lui sot toposto al ragionamento il mistero della Trinità, ma ancora l'aveva scosso dalle sue basi. Vero è che Abelardo fu accusato e condannato nel Concilio di Soissons, ma nulla ci autorizza a credere che tal condanna sia stata pronunciata contro ai suoi principii razionali; chè anzi nelle quattordici proposizioni condannate, non vi troviamo altro che errori teolo gici intorno alla natura di Dio, della Trinità e del peccato originale, i quali, dal più almeno, furono prima di lui pro 10 ADAMITI fessati da Pelagio, Nestorio, e Sabellio ed altri celebri eresiarchi (Vedi questi nomi). Benè vero che unsecondo concilio adu nato a Sens sipronunciò controleopinioni d' Abelardo, il quale, per altro, protestò di non aver mai professati gli errori che gli si imputavano, ed egli stesso gettò sul fuoco il libro nel quale pre tendevasi che li avesse esposti. Ma è lecito credere che quella persecuzione, meno procedesse dall'odio per l'eresia, che per occulti rancori e rivalità personali fra Abelardo, l'abate di Thierry in prima, e S. Bernardo poi, il quale non aveva mancato di additarlo allacorte di Roma siccome « un Dragone infernale e il pre cursore dell' Anticristo ». E la corte di Romanondurò fatica a credere alle poco cristiane accuse del turbolento santo, in quantochè costui non aveva mancato di insinuare che Abelardo aveva stretta una occulta lega con Arnaldo da Brescia per rovesciare il primato di Gesù Cristo (V. Bernardo Epist. 330, 331, 336, 337). Ma giova credere, cosa d' altronde confessata dagli stessi cattolici, che siffatte accuse non avevano ombra di fondamento, fuor chè in una inimistà personale, perciocchè ritiratosi Abelardo nel monastero di Clu gni, fu rappacificato con S. Bernardo e vi morì, come dice l'abate Pluquet, con edificazione di tutti i religiosi. ACCADEMICA. Dicesi scuola accademica la filosofia che è insegnata nella Grecia durante il periodo di quattro secoli circa, che corrono da Platone fino ad Antioco. Tre sono le Accademie generalmente ammesse. Quella di Platone è la prima; la media di Archelao, e la nuova di Carneade. Una quarta accademia è riconosciuta d’altri; e altri ancora ne ammettono una quinta d’Antioco (Sesto Empirico. Instituzioni Pirroniane). S'intende da se, che la prima scuola accademica rappresentata da Platone e da Socrate – cf.Grice, “ATHENIAN DIALECTIC, AND OXONIAN DIALECTIC” -- è la naturale alleata dello spiritualismo; ed è perciò chegli spiritualisti eccletici, per la bocca di Saisset, riconoscono che la prima soltanto è giunta all'apogeo della grandezza, mentre colle altre s' incamminò verso la decadenza. Il fatto si è che con Arcesilao lo scetticismo s'introdusse nell'Accademia e Carneade lo rinforza provando che fra una percezione vera e una falsa non vi limite tracciabile, essendo lo spazio intermedio occupato da altre percezioni la cui differenza è infinitamente piccola: onde tra la scuola Accademica di Car neade e il Pirronismo, non vi è che una differenza di quantità o, per meglio di re, d' estensione. Adamiti. Il Beausobre ha tacciato di inesattenza S. Epifane, il quale rife risce (Hæres. 51) che gli eretici di una antica setta solevano assistere alle ra dunanze del culto affatto nudi, d'onde avevano preso il nome di Adamiti, per ciocchè fu appunto in tal costume che Adamo sen' venne al cospetto della di vinità. Quantunque la cosa sembri strana, non è tuttavia inverosimile, e se riflet tiamo che tra i Greci ed iRomani l'uso di scoprirsi la testa e di spogliarsi in parte in segno di rispetto era generale, non ci parrà impossibile che l'abbiano adottato anche i cristiani. Anzi, contra riamente all' uso ebraico ancor vigente nelle sinagoghe, dice S. Paolo che i Greci convertiti oravano e profetizza vano a testa scoperta, e Plutarco rife risce che Augusto, scongiurando il Se nato che non volesse imporgli la ditta tura, si abbassò fino alla nudità. Fatta la dovuta parte ai costumi dei tempi, non vi è dunque nulla d'invērosimile che alcuni cristiani per un sentimento di esagerazione facilmente spiegabile in uomini entusiasti, abbiano preteso che meglio conveniva onorar Dio nel co stume stesso ch'egli aveva dato al pri mo uomo. Quelche intendere nonsipuò, si è che cotali settari entrando, maschi e femmine, nel tempio ignudi si con servassero casti a loro modo. Anche in tempi più recenti lanudità comeprincipiodi cultononmancodi setta tori. Gli Adamiti ricomparvero nel secolo AGNOETI XIII guidati da Tanchelino,il quale con tre mila armati piantò la sua sede in Anversa; e nel secolo XIV, sottoil nome di Turlupini e di poveri fratelli, nel Delfinato e nella Savoia an-lavano affatto 11 nudi ed inpieno giorno commettevano le azioni più brutal i. Furono distrutti da | chè non sono rivelati mediante la pro que attribuiti a Mosè; profetici, e son quelli di Giosuè e seguenti; ed agiografi che sono i Salmi, Proverbi, Giobbe, Daniele, Esdra, Paralipomeni, Cantico, Ruth ecc. Agli agiografi attribuiscono un valore inferiore agli altri, inquanto CarloV, che molti ne fece abbruciare. Un secolo dopo nella Germania, un fanatico per nome Picard facendosi credere no velloAdamo inviatodaDioper ristabilire laviolata legge di natura, insegnò la nudità del corpo e la comunanza delle donne essere regola naturale; e ai suoi seguaci ingiunse di passeggiare affatto nudi però che, diceva, chiunque copre la sua nudità, senza ribellione dei sensi non può più vedere una persona di sesso diverso dal suo. Non sono molti anni che alcuni fa natici tentarono di ristabilire la setta degli Adamiti in America. Radunavansi costoro in un granaio di Brooklyn a Nuova Jork, ch'essi dicevano il Para diso Terrestre, e colà, uomini e donne, nel costume Adamitico facevano le loro divozioni. Ma nonostante la libertà reli giosa concessa negli Stati Uniti, la po lizia non ha creduto di poter, tolle rare questa novella rivelazione; laonde gli Adamiti furono dispersi e minac ciati di un processo. Adiaforisti o indifferenti. Nome dato a coloro che nel secolo XVI segui rono Melantone, al quale il carattere pacifico impediva di aderire all' estrema violenza e al fanatismo con cui Lutero perseguitava gli avversari. Afortiori. Tanto meglio, amag gior ragione. Impiegasi nelle materie di pura controversia, quando si conclude dal meglio provato al men provato, dal più al meno, come per esempio: Agiografi. Dal greco: scrittori sa cri. Gli ebrei distinguono i libri della Bibbia in legislativi, é sono i primi cin fezia. Comunemente poidiconsi agiografi tutti gli autori che scrissero la vita dei santi. Agnoeti. Il capitolo XIII, verso 32 dell' Evangelo di S. Matteo, dice che quanto al giorno e all' ora del giudizio universale nessuno la sa, non pur gli Angeli che sonnel cielo,nè il Figliuolo; ma solo il Padre. Fondandosi sopra que sto passo, verso la metà del quarto se colo i discepoli d'un tal Teofronio so stennero, e, per verità, non senza fon damento, che Iddio non aveva una scien za universale, ma ch' egli pure andava manmano estendendo le sue cognizioni. Il perchè, dicevano essi disputando, se il Figliuolo è consustanziale al Padre ed è Dio egli stesso, come potrebbe ignorare il giorno del giudizio, se questo giorno è noto al Padre Dunque, o Gesù Cristo non è Dio, e inquesta opinione vennero gli arriani ( Vedi ARRIO ) oppure vi hanno cose che la sua divinità ignora; d'onde costoro ebberoilnomedi Agnoeti, sinonimo d'ignoranti, siccome mettevano l'ignoranza in Dio. Alcuni padri tenta rono di rispondere a questa difficoltà, ma non ebbero che ragioni fiacche o scem pie. Chi, come S. Atanasio (Sermone contro ' Arrianesimo) addusse che Gesù aveva ignorato il giorno del giudizio in quanto era uomo, e chi aggiunse (Ori gene in Mati) che con quelle parole il Figliuol di Dio questo solo aveva voluto dire, che non aveva in quella cosa una scienza sperimentale; il che, per altro, poteva dirsi eziandio del Padre. Ma pare che nenimeno i credenti fossero molto convinti di queste ragioni, poichè non mancarono altri che tentarono d' intro durre un nuovo genere di spiegazione, sopprimendo addrittura il versetto in questione. Tanto almeno ci riferisce Fabricio, il quale ha potuto accertare che | disegno di mettersi al coperto dal fer in parecchi manoscritti antichi dell' E vangelo di S. Matteo questo passo era scomparso. E fu buona ventura che tal soppressione non riuscisse a più com pleti risultati, avvegnachè ben giovache la Chiesa porti seco il pesante fardello de'suoi errori. Albigest. Nomedato ad una setta di eretici che occupavano la Linguadoca nel dodicesimo secolo. Quali fossero le dottrine degli Albigesi non è facile lo stabilire, perocchè ilBasnage, forse per soverchia tendenza a mostrare la conti nuità della tradizione delle dottrine pro testanti,, li confuse co'valdesi, mentre il Bossuet e altri cattolici vogliono assimi larli ai manichei. Certo è che fra le mol tissime sette che pullulavano in quei se coli, gli Albigesi potevano avere attin to un po' a tutte lecredenze. Quindi se al manicheismo avevano tolta la creden za che Lucifero era concorso nella crea zione del mondo, nonpuòdirsi per questo cheessi ammettessero che cotesto spirito decaduto fosse indipendente e coeterno a Dio. Non è certo che'negassero la divi vinità di Gesù Cristo, e alladottrina della Riforma s'accostavano in questo, ch'essi negavano l'efficacia dei Sacramenti. Gli Albigesi sono celebri nella storia per la feroce repressione cui andarono soggetti. Contro di essi Innocenzo III bandi una crociata per la quale concesse i medesi mi benefizi spírituali che avevano lucrato i crocesegnati diretti alla liberazione, del santo sepolcro. Guidavano la crociata l'abate dei cisterciensi, legato del papa, ch'ebbe il titolo di Capitan Generale; 1 arcivescovo di Bordeaux e il vescovo fi-Limoges. L'esercito de'crocesegnati espugnò dapprima Beziers, e vi commise vore dei vincitori, seguendo il primo moto del loro impeto, comechè non erano da alcuno comandati, si gettarono su quegli infelici e li trucidarono tutti senza che un solo potesse salvarsi ». Ma se i crociati non erano diretti da autorevoli persone, ordini autorevoli avevano rice vuti dal Legato del papa, il quale, in terpellato come distinguere si potessero i cattolici dagli eretici, uscì in queste memorabili parole: Uccidete tutti, Iddio riconoscerà i suoi. Debellata Beziers po sero l'assedio a Carcassona, che s'arrese a patti, quindi si volsero contro Lavaur, ove ben ottanta gentiluomini furono ap piccati, e mossero infine contro Tolosa scopo ultimo della crociata e focolare dell' eresia. Inaudite barbarie scrive il cattolico Hurter, (Storia di Innocenz. III) segnarono il cammino dell'oste cattolica: inermi operai, donnee fanciullitrucidati ; distrutti i vigneti, atterrati gli alberi, segate le messi, i casolari e i villaggi dati alle fiamme fino presso della città, dove finalmente icrociatiposero il cam po ». Dueanniresistette ilconte di To losa a quell' orda de'vandali cristiani, ma infine, debellata la città, ben 15,000 nuove vittime furono immolate al sitibondo mostro del fanatismo. Si chiuse la crociata con la convoca zione del Concilio di Tolosa nel quale i vescovi, di concerto coi signori, statui rono severe pene contro gli eretici, Eraclito, scriveva Aristotile, crede che l'animadel mondo sial'eva porazione degli umori esterni che sono in lui,eche l'animadegli animali pro cedetantodall'evaporazione degli umo ri esterni che interni dello stesso ge nere>Macrobio però corregge il sen timento di Eraclito, dicendo ch' egli credeva che l' anima appartenesse al l'essenza stellare (animam scintillam stellaris essentiæ ). « Esiste, dic' egli, moto, d'ogni vita. Quando un corpo deve essere animato sulla terra, una molecola rotondadi questo fluido gra vita per la vialatteaverso la sfera lu nare, e colà arrivata ella si combina conun'ariapiù grossolanae diventa atta ad associarsi colla materia.Allora essa entra nel corpo che siforma, lo riem pie per intero, lo anima, cresce, soffre, ingrandisce, e con esso lui vien meno. Allorchè in seguito ei perisce ed i suoi elementi grossolani si disciolgono, que stamolecola incorruttibile se ne separa eal grande oceano dell'etere si ricon giungerebbe senza ritardo, se la sua combinazione coll' aria lunare non la ritenesse ( Macrobio. Sogno di Sci pione) ». Ennio invece non si accorda con Macrobio, e vuol che l'anima sia tratta dal Sole (Varrone Della lingua Sabina lib. IV). Zenone la riconduceva agli elementi del fuoco, e gli stoici ag giungevano che il seme umano non é altro che un estratto delle parti dell'a nima. » Epicuro, dice Plutarco. crede che l'anima sia unamiscela di quattro cose, di un certo che di fuoco, d'aria, di vento e di una quarta sostanza che non ha nome. Un'aria sottile la crede vano Anassagora, Anassimene Diogene ; Anassimandro, piú ragionevole degli al tri, credeva che l'anima altro non fosse che il sangue; ma Marc' Antonino la faceva derivare dal sangue e dal vento; eDicearco diceva addrittura che anima nonv'era. Da questi esempi noi dunque ve diamo che quasi tutta l'antichità pa gana ignorava affatto la spiritualità del l'anima ; ma i nostri moderni credenti saranno molto sorpresi di sapere che eziandio l'antichità cristiana non la co nosceva meglio. Non ho bisogno di dire che le Bibbia stessa non ci dauna idea dell' anima che sia men materiale di un fluido luminoso, igneo, sottilissimo, quella che avevano i filosofi pagani. In 30 ANIMA fatti le due volte che l'autore della Genesi discorre dell' anima, ce la mo stra, nell'una siccome un fiato, nell'al tra siccome identica al sangue. » E il «Signor Iddio formò l' uomo dalla pol «vere della terra e gli alitò nelle nari Èuna difficoltà grandissima, dice De la Lubere » il dare ai Siamesi l'idea di un puro spirito, e lo attestano i missio nari che vissero lungamente in quei paesi. Per vero, tutti i paganidell'Oriente credono che dopo la morte dell' uomo qualche cosa sussista separatamente e in non è molto antica. E per verità, una astrazione di questa natura non troppo facilmente si forma, perocchè ciò che contrasta colla esperienza e colla realtà, ripugna non meno ai sensi che alla ra gione. Noi possiamo dunque dire senza tema di errore, che la spiritualità del l'anima è concetto quasi esclusivamente cristiano, perciocchè non ci voleva meno che una gran tendenza al patire, e una delirante smania di fiacccre la carne e distruggere i vincoli del corpo, per far sorgere nel nostro cervello il pensiero di un Ente, che è la negazione di tutte le ANIMA DEL MONDO entità; il che sarà dimostrato nell' arti colo SPIRITO. Quale poi sia la sede dell' anima, fu oggetto di strane e curiose ricerche fra imetafisici e iteologicidell'antichità, nè occorre dire che essi, come al solito, nè si accordarono nè si intesero intorno a questo punto. Parendo a Platone che un' anima sola fosse poca cosa, tre ne suppose: l'una ragionevole, e la mise nel cervello; l'altra irascibile, e la collocò nel petto; l'ultimaconcupiscibile e laconficcò 31 prevalente. Bacone crede invece che due principii siano in noi: un' anima sensi tiva comune a tutto ciò che respira, ed un' anima ragionevole particolare per nel basso ventre. Tanto valeva il creare addrittura un'anima per ogni special fun zione del corpo umano. Maquelli che si contentaronodiun'animasola, laposeronel petto o nel cervello; e fra quelli che la posero nel cervello Descartes la conficcò nella glandula pineale, per la ragione che nel cervello è sola e vi è sospesa in guisa da prestarsi atutti imovimenti. Ragioni altrettanto convincenti consiglia rono altri a porre l'animanei ventricoli del cervello, o nel centro ovale, o nel corpo calloso, e altri in altri siti non meno curiosi. Che gli australiani ignoranti e rozzi come sono, credessero, come abbiamo veduto, che l'uomo può avere due ani me, è cosa che non farà maraviglia a nessuno. Quel che sorprende è, che una tal supposizione abbiapotutoentrarenella testa d'uomini d'ingegno e che ebbero fama d'increduli, come Bacone e Buffon. Ambi supposero che fossero in noi due principii, e il Buffon credè di provarlo citando certe contrarietà, che talora na scono in noi per la noia, l' indolenza e il disgusto, in cui pare che il nostro io sia diviso in due persone; laprima delle quali, che rappresenta la facoltà ragio nevole, biasima la seconda,ma non è ab bastanza forte per opporsi efficacemente evincerla. Ed è strano davvero, dico io, che un naturalista non siasi avveduto chequesta sorta di contrarietà, piuttosto che riferirsi a due principii,non rappre senta altro che quello stato nel quale l'io non sa,nè può determinarsi fra due opposti stimoliesterni, nessun de' quali è l'uomo. Ma il cancelliere d' Inghilterra non si avvedeva, che separando la sensa zione dal pensiero scindeva indue l'unità dell'io senziente, e riteneva che il pen siero fosse indipendente dalla sensazione; il che è assurdo, poichè in tal caso non solo bisognerebbe riconoseere l' esistenza di pensieri o di idee innate, ma si do vrebbe ancora ammettere che oltre alla sensazione, nel feto appena concepito esi ste eziandio il pensiero. Perocchè, o l'a nima pensante esite nel feto senza pen siero, il che è assurdo; oppure il prin cipio pensante pensa nel feto realmente prima ancora che si siano formati gli organi della sensazione. Il che non è meno assurdo, non potendosi concepire alcuna idea che possa essere dimostrata anteriore alla sensazione. (Vedi IDEE IN NATE, PENSIERO, IMMORTALITÀ, ANIMAZIONE. Per l'animadelle bestie v. BESTIE). Anima del mondo. Poichè si era dotato l'uomo d un'anima per spie gare l'attività del corpo, ragion voleva che al mondo, o, per meglio dire, all'u niverso, si assegnasse un' altra anima per spiegarne i movimenti. Nella filoso fia greca Platone, il padre di tutti i misticismi possibili e impossibili, ebbe la gloria d'inventare questa singolare ani ma, la quale, a parer suo, concorrere doveva a rendere perfetto il mondo e a spandere in ogni parte il movimento e la vita. Ei non pensò nemmeno che se il mondo era animato, e l'uomo si com pone della materia di che è composto il mondo, ' assegnare un' anima aquesto secondo essere, diventava una duplicità inutile. Ma ciò non doveva sgomentare Platone, il quale aveva giàdotato l'uomo di tre anime. (vedi ANIMA) L'anima del mondo passò naturalmente nella scuola d'Alessandria, erede delle teorie di Pla tone; ma presso gli stoici viene innal zata fino all'idea di Dio, con questa sin golarità però, che questa anima-Dio è 32 ANIMAZIONE una forza attiva della materia e le im prime il movimento e le dà le forme sotto le quali ella ci appare. Del resto, il concetto dell'anima del mondo o del I' anima universale, è domme pressochè generale di tutta la filosofia antica, ma manifestamente si concreta in Zenone, il quale si raffigura il mondo come un grande animale sferico composto di ma teria e d' intelligenza, e l' intelligenza concepisce sotto un certo che d' igneo, che definire non si pud. Imperocchè il fuoco ha una parte principalíssima in tutti i sistemi filosofici dell'antichità, e siccome era quanto di più sottile si co noscesse, così sovente i filosofi ricorre vano alla sua imagine per rappresen tare le loro inesprimibili astrazioni, come oggi ricorrono alla parola Spirito per rappresentare tutto ciò che definire non si pud. L'animadel mondodiventa ancor più materiale con Aristotile, il quale la confonde con l'etere che, a parer suo, muove l'universo.A'giorni nostri l'anima del mondo è scomparsa ed è stata so tendimento, l'altra alla sensibilità, ed era questa che si chiamava carro sottile del l'anima secondo i pitagorici, e che i rab bini, al dir di Macrobio, chiamavano vascello (Macr. Sogno di Scipione). Se guitando la dottrina dei germi preesi stenti, Ippocrate da buon medico, rese il mistero dell'animazione un po' piùmate riale, supponendo che i germi delle ani me, fluttuanti nell' aria, per gli organi della respirazione si introducano nel cor po umano, si svolgano primamente nel sangue e poi nell'utero. Come si vede, questo ingegnoso sistemanon aveva che un difetto solo, quello di rendere super flua l'azione del maschio, poichè se i germi dell' animagià esistononella fem mina, non si capiscelaragione onde non si sviluppino da soli. Meno male chePla tone era stato lontanissimo da queste materialissime figuredell' anima; egli l'a vea anzi elevata alla sublime altezza dei suoi sogni incomprensibili. » L'esi stenza di ogni generazione, diceva egli, consiste nell'unità dell' armonia triango stituita dalla forza, che alcuni concepi- golare (e perchè nondel quadrilatero ?); scono come principio indipendente e se parato dalla materia, sistema che è ca gione di tanti errori e di tante aberra zioni ( vedi FORZA).Ma in conclusione i filosofi moderni che così pensano, non fanno che cambiare nome alle cose, e riprodurre, sotto forme nuove, sistemi an tichi. Animazione.Dopo avere esposte le varie opinioni dei filosofi intorno al l'anima umana, ( vedi ANIMA) conviene oraesaminare lenonmeno singolari idee che essi hanno concepite per spiegare il modo con cui essa si forma e penetra del nostro corpo. Pitagora è il primo che accenni alla preesistenza dei germi per tutti gli animali. Quanto all'uomo, egli diceva che si compone di una so stanza la qual discende dal,dervello del padre e che si sviluppa per mezzo di un vapor igneo. Cotal sostanza forma, se condo lui, il corpodel figlio, e il vapore costituisce l' anima sua. La quale però è doppia, perchè l'una parte serve all'in il simulacro del padre che genera, e quello della madre nel quale si genera possono bencostituire due lati del trian golo; ma per renderlo perfetto bisogna aggiungervi il terzo lato della figurama tematica, vale a dire il simulacro del fi glio che è generato. » Ecco una spiega zionela quale,senonsaràintesa,non sarà però meno ammirata, poichènella meta fisica di solito si ammira appunto ciò che non s' intende. Anche la casistica cristiana non ha voluto lasciare inesplorato questo ferti lissimo campo delleumane congetture, e S. Agostino nelle sue Meditationes de votissimæ si domanda: Quid sum ego ? E risponde: Homo de humore liquido; fui enim in momento conceptionis in humano semine conceptus. Deinde spu ma illa coagulata modicum crescendo caro facta est. S. Agostino non poteva risolversi a credere che l'anima, occulta ta nel semepaterno, s'infondesse nelger me della madre al momento della fecon ANIMAZIONE dazione. Se così fosse quante anime an drebbero perdute acagionedell'onanismo edella spontanea polluzione ! Ecco per chè egli crede che l'anima umana, alla 33 mo fatto. Siamo già assai lontani dalle assurdità teologiche, ma lontani ancora dalla verità. Harwey ci fa avanzare diun guisa stessa di quella del Salvatore, ri sieda nel ventre dellamadre. L'aziondel padre è nulla in quanto allo spirito! L'aníma s'infonde direttamente nel seno materno ! Senza avvedersene Agostino cadeva nella contraddizione d' Ippocrate enon giungeva a spiegare perchè mai le anime non sbucciassero fuori da se sole, dal momentoche s'infondevano nel l'utero materno senza alcuna azione del maschio. Ma aveva egli ben altri pro blemi da spiegare ! Trattavasi di sapere inqual momento l'anima umana sarebbe restata contaminata dal peccato origina le; ciąè, se prima o dopo la infusione nel seno della madre. E risponde, che l'anima infusa èviziatadalla carne(Quæst Vet. Qest. XXIII) Per lo teologia Iddio hadunque questo nobilissimo ufficio, di creare continuamente delle anime e di at tendere il momento della fecondazione per infonderle subitamente nel ventre della femmina. Quante innumerevoli oc cupazioni per un Dio solo! Nè la opi nione di S. Agostino sulla continua cre azione rimane senza fondamento. Egli l'appoggia sopra ilvangelo, dove è detto che il padre opera sino ad ora (Giov.) e dove Paolo dice: Seminatur corpus animale, surget corpus spirita le. Infine S. Agostino doveva avere an che la testimonianza di un papa, Ales sandro VII, il quale nella sua infallibi lità, colla costituzione dell'anno 1661, di chiarava che l'anima di Maria Vergine nel primo istante della creazione e infu sione nel corpo, per special grazia epri vilegio di Dio, fu preservata dalla mac chiaoriginale. Ma abbandoniamo lacasistica e pas siamo alla filosofia moderna. Ecco De scartes che genera l'anima col concorso de' due semi e per l'intermediario del movimento. Le molecole dei due spermi fermentano insieme, ed ecco uscirne un cuore, un naso, braccia e gambe; un uo passo: è ancor poco, maè sempre meglio che nulla. Carlo I d'Inghilterra gli aveva abbandonate le bestie selvaggie dei suoi parchi, e il medico sì bene ne usò che dopomoltissime dissezioni anatomiche si accorse, che un punto animato s' agitava nel liquor cristallino della matrice. II punto-anima eradunquetrovato, manon era giàil punto matematico senza dimen sioni, non una astrazione metafisica; era unpuntomateriale. Piùtardi Leuwenhoek esaminando col microscopio lo sperma umano vi scoprì gli animalucoli sperma tici: fu una rivelazione. Una goccia di sperma diventava un oceano di anime. C'era tanto dasgomentarnela metafisica e la filosofia teologale. Come ! Un ani malucolo spermatico, una sorta di rettile microscopico che naviga nel liquor semi nale sarà quello che s'insinua nell' uovo della matrice, lo feconda e si trasforma in uomo? Come! sarem noi dunque i di scendenti di un animale, poichè non vi ha dubbio che questo animale spermatico rappresenta il principio dell'animazione? L'anima sarà dunque unprincipio mate riale; un puntomobile che naviganegli organi genitali del maschio? Bisognava ad ogni costo distruggere cotesta teoria, enon mancarono filosofi che vi si ac cingessero con un santo entusiasmo. Un naturalista che non osava negare questi animalucoli spermatici, cereò distruggerli in altro modo, e scrisse ch'erano come una sortadiparassiti, che vivevano nello sperma, come gli ascaridi vivono sotto la pelle e gli entozoari negl'intestini, insom mauna sorta di malattiache si era ge nerata un mezzo secolo indietro. Gli fu mostrato che i vermi seminali non si trovano nè nei bimbi, nè negli eunuchi, nè nei vecchi, nè negli adulti durante il periodo di certemalattie. Malafede val più della logica e dell' esperienza, e il malizioso contradditore nonmancò di dire che ciò dipendevaperchè inquegli esseri erano morti. (Bourguet Lettre philos. 3 34 ANIMAZIONE sur la formation des sels et des cristaux). coli; cosa impossibile a concepirsi. Con Parevache dopolascopertadi Leuwen- tuttociò i partigiani di Vallisnieri non si hoek ilmistero dell'animazione dovesse es- diedero per vinti, ed anzi procuraronodi sere spiegato col concorso del doppio ribattere lobbiezione movendone un'altra elemento: lo spermatozoide del maschio, dello stesso genere ai partitanti degli el'ovulo dellafemmina. Ma per solito spermatozoidi. Una balena che pesa sei le cose più semplici son quelle che centotrenta mila libbre, dissero essi, Diacciono meno. Un famoso medico ita- nel ventre della madre saràdunque stata liano, il dottor Vallisnieri, discerolo di settecento quarantotto milioni ottocento Malrighi, sulla fine del secolo XVII s'av- mila miliardi di volte più piccola della visò di imaginare che l'ovario della prima sua mole attuale. Il numero è prodigioso femmina contenesse delle uova, le quali davvero, ma ancor lontano da quello di aloro volta contenessero degli altri es- trentamila cifre. (Altri calcoli non meno seri organizzati coloro ovari piú piccoli, curiosi si possono vedere nelle opere di ecosì di seguito all'inanito. Con questo Rouybe T. II) Harsoëker si credette metodoil dottor Vallisni ri faceva risalire vinto, ma ebbe torto. Il perno della que direttamente a Dio la creazione primitiva stione non sta nella maggiore o minore di tutti i germi, che nel corso dei secoli piccolezza del germe; bensì nel fatto che si sarebbero poi trasformati in uomo ; gli spermatozoidi si vedono e i germi perocche Iddio, creando il primo germe, preesistenti non si vedono guari. Ad aveva posti dentro, l'uno nell'altro rav- ogni modo la controversia non era finita. volti, i tutti germi futuri. Tal fu il cele- Dopo Harsoëker viene Needham, gran bre sistema dei germi preesistenti e del fautore dell'epigenesi, celebre per le sue Loro imbottamento in un solo. Come si esperienzemicroscopiche, le qualivalgono vede, i medici del medio evo erano pure meglio dei numeri del suo predecessore. i gran metafisici! Ma Harsodber era Egli prende il liquor seminale dell'uomo rimasto fedele agli animalucoli sperma- e degli animali, lo chiude ermeticamente tici enonmancò di mostrare quanto fosse in unvetro, lo lascia lungamente esposto ridicola la teoria metafisica dell'imbotta-| al calore onde farperire ogni essere or mento dei germi preesistenti. Collapenna alla mano dimostrò il rapporto di gran dezza che doveva esistere fra il grano di una pianta sviluppata nel primo anno della creazione, e quello che, dopo una seria continuata di riproduzioni, si svi lupperebbe nell' ultimo anno del sessan tesimo secolo. Questo rapporto era rap presentato dalla cifra spaventosa di una unità seguita da trenta mila zeri! Har ganizzato che possa esservi entrato; ma in capo aqualche tempo, quand'egliesa mina il liquido al microscopio, lo trova ancor formicolante di animalucoli, quasi eguali a quelli di cui ilmicroscopio gli attestava la presenza nella farina di grano umettata. Da questa omogeneità di fenomeni Needham fu tratto a con chiudere che la generazione doveva es soëker aveva accettato come base dei suoi computi i sessata secoli della tra dizione biblica ; e non pertanto quale orrendo paradosso non risultava egli da questo semplice calcolo! Un grano di frumento nel paradiso terrestre, perchè potesse contenere tutti igermi di ripro duzione di sessanta secoli, o doveva es sere considerata come una cotal forza vegetativa, la quale, per altro, spiegare non seppe. Non si negarono le sue espe rienze, ma si disse che i germi infinita mentepiccolipotevanopenetrare dal di fuo ri anchein unvasoermeticamente chiuso. Acomporrelaquestionevenne infine Buffon. Posto tral'incudinee il martello, ecostretto ad attribuire l'animazione o sere più grosso del numero di trenta mila cifre or detto, o i germi dovreb bero essere stati di altrettanto più pic- minciò col dichiarare che l'uovo nei vi all'uovo od ai zoospermi, o spermatozoi di, come più tardi si chiamarono, incovipari altro non è che un essere di ra gione, e quanto agli spermatozoidi, se esistevano, ( prudente riserva ! ) non potevano costituire il feto. Quindi, sup pouendo che vi siano in ogni essere 35 zione intestinale. (Pouchet. Théorie po sitive de l'ovulation spontanée p. 321). Adunque, se il fatto dell' assenza o del l'esistenza di un organismo é contro una quantità di molecole simili sempre attive, le quali se si liberano dalle parti inorganiche producono un nuovo es sere, spiegò con esse il grande affare della generazione. Buffon non si avve deva forse che le sue molecole organi chenonerano, alpostutto, che laripro duzione degli spermatozoidi ? Forse sì; ma i grandi genii non accettano le scoperte altrui: le creano a nuovo ! Co munque sia, nè le molecole organiche di Buffon, né gli animalucoli viventi di Leuwenhoek piacquero amolti fisiologi moderni, i quali inclinano a conside rarli siccome elementi organici con correnti alla fecondazione dell' ovulo. Questaopinione sifondaprincipalmente sul fatto, che tutti gli animali non solo si muovono, ma mangiano, dige riscono e si riproducono, cosa che non si è ancor osservata negli spermatozoidi. Per altro, non si può negare che le osservazioni microscopiche siano ancora troppo incomplete per stabilire assolu tamente la nostra opinione. E la in compiutezza di queste osservazioni fon datamente la possiamo desumere dalla grande contrarietà di risultati a cui hanno condotti i micrografi ; talchè mentre i partigiani dell' opinione che considera gli spermatozoidi quali ele menti organici, come Prevost, Dumas, Wagner, Lallemand,Kölliker si fondano specialmente sul fatto, che essi non hanno organismo; i difensori della op posta opinione sostengono il contrario. Ecosì Valentin ha riconosciuto delle traccie di organizzazione negli sperma tozoidi dell'orso: delle vesciculestomaca liocirconvoluzioni d' intestino; Schwann pretende chealcentro della testa degli spermatozoidi dell'uomo esiste unaven tosa analoga a quella dei cerciari, e Pouchet assicura di avervi osservata una ventosa stomacale e una circonvolu versa, si capisce facilmente come debba essere controversa anche l'opinione della loro animalità, tanto più poi quando tutti si accordano intorno alla singolarità dei loro movimenti. Ecco infatti come ce li descrive A. Longet ( Traité de Phisiologie p. 739. Paris 1860). » Il raovimento degli spermato zoidi non ha nulla di comune con quello che si osserva sotto il micro scopio nelle particelle trasportate da correnti più o meno rapide, o col mo vimento molecolare sul quale R. Brown ha chiamato per il primo l' attenzione dei micrografi. Infatti, gli spermato zoidi si vedono dirigersi in avanti, come se tendessero verso un punto determinato, ritornare in senso con trario, ciascuno seguire una direzione differente, urtarsi, separarsi, passare fra i globuli mucosi che li circondano, abbassarsi nel fluido ove nuotano 0 elevarsi alla superficie, in una parola, agitarsi come se fossero sotto l'influ enza di un impulso volontario «. Ar roge che gli spermatozoidi sottoposti alle esplosioni elettriche, più non si muovono e il liquido spermatico di venta inetto alla fecondazione. Ad ogni modo, comunque sia ri solto il quesito dell' animalità o non degli spermatozoidi, il principio filoso fico nou muta, avvegnacché sia ben accertato che, molecola o animale, lo spermatozoide è il principio necessario della fecondazione. I fisiologi di tutte le opinioniin questo si accordano, che il liquido spermatico sprovvisto di sper matozoidi, come frequentamente accade in quello dei vecchi, dei fanciulli, del mulo edegli animali selvaggi fuori del l'epoca del rut, non produce feconda zione, mentre poi le esperienze di Spal lanzani hanno dimostrato che una goc cia di liquido tolta da un volume di 18 once d'acqua, nella quale siano stati di 36 ΑΝΤΙΝΟΜΙΑ luiti soltanto tre grani di seme con spermatozoidi, può ancora essere dotata di potenzafecondante. Tutte le opinioni della teologia e della metafisica non potranno dunque negare la potenza fecondatricedegli spermatozoidi, i quali si ostinarono e si ostinano tuttodi ad affermare la loro presenza e il diritto di cittadinanza nel regno umano, e sono anche l'ultima parola che, nello stato attuale delle nostre cognizioni, la scien za possa dire intorno al mistero dell' a nimazione umana. L'origine dello spi rito è dunque rappresentatada unamo lecola materiale! Animismo. Sistema filosofico del dottor Stahl, il quale, alle cause mecca niche e fisiche colle quali si spiegano i fenomini vitali e patologici, sostituisce sempre e in ogni caso l'azione diretta dell' anima sull' organismo umano. (Vedi STAHL. ) Anticristo. D' onde derivi la fa vola dell' anticristo non è facile lo sta bilire. S. Giovanni nell' Apocalisse dice che il diavolo sarà legatoper mille anni e poi appresso dovrà essere sciolto per poco tempo, ed uscirà per sedurre le genti che sono ai quattro angoli della terra (Apoc. XX 2, 3, 6, 7). Probabil mente Lattanzio copiando questa leg gendaha trasformato Satana nell'Anti cristo, così detto perché deve precedere di poco la venuta di Cristo per giudi care i vivi ed i morti. Altri teologi più recenti e non meno famosi lavorarono intorno a questa leggenda e tessero la vita di cotesto personaggio favoloso, che sarà il precursore della fine del mondo. S. Alfonso de Liguori,nelle sue Disser tazioni Teologiche assicura, sulla fede di chi, s'ignora, che l'anticristo na sceràin Babilonia dal connubio di una vergine col diavolo; e dal demonio sarà educato ne' segreti della magią e nel l'arte di sedurre le genti. Fatto adulto con falsi miracoli e simulando la santità della vita, si farà credere il Messia, gua dagnerà i popoli al suo partito, e for merà eserciti, moverà guerra ai principi e ai vassalli, e infine, gettata la ma schera, si abbandonerà alla più bassa lascivia e alle più empie turpitudini. Sugli altari porrà la propria effige, e dopo di essere stato riverito dal mondo come il più santo e il piùpotente, vorrà sostituirsi a Dio. Rotta allora unaguerra feroce contro la Chiesa e i suoi mini stri, contro Dio e la Vergine, egli per seguiterà col ferro ecol fuoco tutti colo ro che non vorranno apostatare. Questa persecuzione durerà mille duecento no vanta giorni, nè più nè meno, dopo i quali pioveranno dal cielo i torrenti di fuoco che distruggeranno tutti gli esseri, e l'arcangelo Michele scenderà dal cielo per uccidere l' anticristo e gettarlo nel l'abisso. Selaleggenda teologica, secondo ogni evidenza, è copiata dall' Apocalisse, con vien dire eziandio che il fondamento del racconto apocalittico riposa sopra un mito orientale, vale a dire sopralagran lotta finale, che, secondo il dualismo persiano, dovrà avvenire alla consuma zione dei secoli fra Ormuzd ed Arimane, il Dio della luce e quello delle tenebre. ( Ved i DUALISMO) La Riforma ha però ben saputo trarre al suo partito anche questa favola con un apposito articolo di fede, nel quale si dichiara che l'anti cristo è il papa; e non mancarono fra i riformatori uomini che si dedicassero a studi singolari per dimostrarlo. (Vedi APOCALISSE.) Antinomia.Kantchiamaantinomia ogni contraddizione che derivi dalle leggi stesse della natura,eche sia indipendente da quelle del ragionamento. Si corre quindi incontro all' antinomia tutte le volte che si abbandona il metodo speri mentale per seguire le astrazioni dell' as soluto, perciocchè laddove le cognizioni sperimentali ci vengono meno, riesce facile il sostenere il prò e il contro in una stessa cosa. Ad esempio, noi pos siamo affermare enegare al tempo stesso che oltre gli spazi visibili esista altra materia; affermare e negare che la ma teria sia infinitamente indivisibile e che ANTROPOLOGIA quindi in un corpo limitato risiede l'in finito; ecc. Queste sono le antinomie della ragione pura; ma Kant rico nosce eziandio le antinomie della ra 37 Non solo considerò il piacere come in differente, ma come un mal reale; le gionepratica, nellequalifacilissimamente s' incorre nella ricerca degli assoluti principii morali od estetici, avvegnachè non appena siasi affermato il supremo bene, o il supremo bello, si trova che altro era il bene e ilbello affermati dalla storia passata, ond' è lecitosupporreche altri saranno quelli affermati dall'avve venire. Non vi è del pari principio mo rale cosi assoluto che la ragione non distrugga e lastoria nonsmentisca(Vedi BENE, ESTETICA, MORALE.) D'onde si vede che l'antinomia con duce neccessariamente allo scetticismo. Antioco Filosofo accademico nato in Ascalona un secolo prima di Gesù. Succedette a Filone, e può dirsi che con lui è morta la scuola accademica. Di ti mide opinioni, senza indirizzo proprio, egli tentò di fondare una sorta di eccletismo fra tutte le scuole dei suoi tempi ; tutte le volle unire e tutte levolleconsiderare come nondivergenti che per la forma. Pretese in tal guisa di conciliare Platone con Aristotile, Pirrone con Socrate ed incontrò la sorte di tutti i conciliatori ad ogni costo, perocchè, se fu amico di tutti, non riusci per altro a conciliare alcuno. Antistene fondatore della setta dei Cinici, (vedi CINICA); visse ad Atene sul principio del quinto secolo avanti G. C. Fu discepolo entusiastadi Socrate esi dice ch'egli facesse ogni giorno qua ranta stadi per sentirlo. Insegnò il tei smo puro, quasi spirituale dei cristiani, dicendo che Dio non ha forma, nè può essere rappresentato da imagine alcuna. Ènaturale che questa astrazione filoso fica dovesse tendere ad essere se sofferenze invece trasformò in bene, di guisachè l'uomo queste doveva cercare e non quello. Quindi l'essenza della virtù doveva consistere nell'assenza d'ogni bi sogno, e in una sorta di annichilamento dello spirito. Donde la massima d'Anti stene, che men bisogni noi abbiamo, più noi rassomigliamo a Dio, che non neha alcuno. Ventiquattro secoli dopo, la mo rale cattolica per la boccadi Alessandro Manzoni, doveva proclamare lo stesso principio: > Piùnoi soffriamo, più siamo simili al figliuol di Dio(Manzoni. Osserva zioni sulla morale cattolica). Uomini che non dovevano conoscere il mondo se non che per ripudiarlo, qual bisogno avevano del sapere ? Onde, se crediamo aDiogene Laerzio, Antistene disprezzava la scienza, nè voleva che s'apprendesse a leggere e a scrivere; errore che nel medio evo fu ripetuto dagli Abecedarj ecareggiato da tutti i mistici. Antitatti. Eretici che comparvero verso lametàdel secondo secolo, i quali professavano il principiodinonfar nulla di ciò che ordinava la Scrittura. D'onde ebbero il nome di Antitatti, dauna voce greca contr'ordinare. Antitrinitari.Nomecomunedato avarie sette, che in diverse epoche ne garono il domma della trinità. Gli anti trinitari vogliono essere divisi in due spezie: i triteisti, i quali suppongono che le tre persone divine siano tre di verse sostanze; e gli unitari, i quali non ammettono che unDiosoloele tre perso nedivineconsiderano come semplici attri buti dilui. Queste diverse opinioni furono sostenute da Arrio, Macedonio, Sabellio, Prassea, Socino ecc. (Vedi questi nomi). Antropofagia. Vedi MORALE. Antropologia.Etimologicamente vale discorso sull'uomo, e in questo lato guita da un esagerato misticismo dei costumi. Quindi ampliando i principii di Socratesuo maestro, insegnò ladottrina della macerazione, press' a poco nel mo do stesso col quale la insegnarono dopo di lui i mistici del cristianesimo. | gressi delle scienze naturali che si ven senso infatti s'intese nel passato, quando o gni scienza, fosse pur metafisica, che ri guardavalostudio dell'uomo,pretendevadi aver diritto a questo nome. Ma i pro 38 ANTROPOMORFISMO nero affermando in questi ultimi anni, le acquistarono un carattere oggidì assai ben determinato, e tutte le speculazioni metafisiche sulla natura spirituale del l'uomo relegarono nella psicologia. Or mai, l'antropologia è la scienza naturale dell'uomo considerato, sia nella sua indi viduale struttura, sia nella varietà delle razze comparate col diverso sviluppo fisico e intellettuale, e in rapporto an che cogli altri tipi. Quantunque ristretto in questi limiti, facilmente s' intende quanto sia ancor vasto il campodell'an tropologia, avvegnachè entrano nelle sue ricerche l'anatomia, la fisiologia, non meno della storia naturale, dellageogra fia e della statistica; e giova dire che in rapporto alla moltiplicitàdi questi studii, ' antropologia ha offerto in questi anni dei risultati assai soddisfacenti, ed ha potuto dare un vigoroso e nuovo in dirizzo eziandio alle scienze filosofiche. L' antropologia dividesi in due parti: l'Antropologia analitica, o etnologia : e ' Antropologia sintetica, o generale. La prima applicasi propriamente allo studio delle razze umane e ne desume le varietà, le differenze e ipunti di contatto, sì per i rapporti fisici che morali. La se conda, da queste varietà desume i rap porti generali del tipo umano colle varietà dei tipi animali. Molti e cu riosi sono iquesiti proposti e risolti in tutto o in parte dalla antropologia, e per mostrare qual sia l'importanza che questa scienza può avere per gli studii filosofici, basterà additarne alcuni. L'uo mo deriva egli da una o dapiù coppie? Costituisce nella natura un regno a parte o pur deriva dalle scimmie? È egli nato incivilito o dalla più infima barbarie si è elevato a civiltà? È ammissibile la tradizione biblica che fissa all'uomo una antichità di sei o sette mila anni? Sui quali quesiti vedansi gli articoli: ANTRO POMORFI, DARWINISMO, EMBRIOLOGIA, PA LEONTOLOGIA, RAZZE, UOMO. Antropomorfi. (Animali a for ma umana). Linneo adoperò pel primo questo vocabolo onde indicare gli ani mali dell'ordine più elevato dei mam miferi, i quali poi chiamò Primati. Og gidi il vocabolo ha un senso più ri stretto e applicasi generalmente alle quattro grandi specie di scimmie, che più si avvicinano al tipo umano, vale adire: Chimpanzė, Gorilla, Orang-Outan e Gibbon. Ecco i punti più essenziali di avvicinamentoche gli antropomorfi presentano col tipo umano, secondo il dott. J. Montinié di Ginevra. La statura la conformazione generale del corpo e quella dello scheletro, le cui propor zioni relative nei diversi pezzi, il loro numero e la disposizione sono simili alle parti corrispondenti del corpo u mano la proporzione delle membra, l'organizzazione delle loro estremita, la distinzione possibile in piedi e mani la loro stazione che è quasi verticale-ilmododi camminare, nel quale, an che quando corrono, come quasi sem pre accade, coll'appoggiodelle membra anteriori, il corpo non cessa di pog giare principalmente sulle membrapo steriori, in una posizione alquanto ob bliqua, ma non mai orizzontale la conformazione della testa e della cavità del cranio, contenente un cervello ben svi luppato e affatto simile, quanto alla strut tura, al cervello umano-gli occhi di retti in avanti, avvicinati alla linea me diana le narici separate da una sot til divisione delle orecchie infine'i denti, che pel numero, la forma e la disposizione ri cordano perfettamentele parti corrispon denti dell'organismo umano. Antropomorfismo. Dadue pa role greche che significano forma uma na. In filosofia dicesi antropomorfismo quella tendenza propriadegl'ignoranti, e de' bambini specialmente, a dare a Dio corpo e figura umani, e ad attribuirgli i pensieri e le passioni degli uomini. Del resto, tutti i sistemi di filosofia o di re ligione, dal più al meno, tendono all'an tropomorfismo, imperocchè ' uomo non può pensare che le cosenote, ele ignote rafigurare sotto I aspetto di quelle che > la forma e la posizione APOCALISSE conosce. Errano pertanto coloro i quali credonodiaver evitato l'antropomorfismo foggiandosi un Dio puro spirito e per 39 fedeli credevano che S. Michele celebrasse fettissimo, poichè ' idea di puro spirito non è che accessoria, e ciò che in tal caso serve a darci l'idea diDio sono gli attributi suoi. Or non v'è religione, o filosofia, come dir si voglia, che non at tribuisca a Dio passioni o tendenze u mane, tali come lacollera o la vendetta ch'egli prova ed esercita quando alcuno l'oende. Ma l'idea di punitore che gli si attribuisce, è un puro antropomorfi smo, sendochènon la siconcepisce altri menti che trasportando in Dio una pas sione tutta umana, logica innoi, assurda in Dio; però che fra il finito e l'infinito, a giustamente parlare, non vi è offesa possibile, come inutile diventa la pena, considerata come rimedio necessario, lad dove nulla rimediare si può. Questo, a dir vero, è l'antropomorfismo filosofico, che fu tanto ben dimostrato dal tedesco Feuerbach. Ma ancor più comune è l'an tropomorfismo volgare. Tutta la Bibbia, incominciandoda quel Dio che impasta l'uomo collesue mani e gli alita in bocca, fino alla incarnazione del suo figliuolo che sifa uomo e muore sulla croce,non è che una serie di antropomorfismi vol gari, dai quali non vanno immuni le teologie di tutte le religioni del mondo. Antropomorfiti o atrofiani furono detti certi eretici del quarto secolo, i quali fondandosi, e giustamente, sulpasso della Genesi:facciamo l'uomo anostra imma ginee somiglianza, credettero che Iddio avesse un corpo eguale al nostro. S. Ci rillo e S. Epifane li confutarono, il che non impedi che l'eresia non risorgesse nel decimo secolo, il quale, per dirla colle parole di un abate, era un secolo d'ignoranzagrossolana.>>>Si voleva avere l'immagined'ogni cosa e ogni cosasi rap presentava sotto forme corporee; nè si concepivano gli angeli che come uomini alati, vestiti di bianco, quali veggiamo dipinti sulle muraglie delle chiese; e si credeva pure, che tutto si facesse in cielo all'incirca come in terra. Anzi, molti la Messa dinanzi a Dio in ogni lunedi; motivo per cui andavano alla sua chiesa più volontieri in quel giornochein ogni altro. Noi non abbiamo bisogno di andare tanto lontano per trovare gli antropo morfiti del secol nostro, poichè gli ado ratori delle immagini non fanno oggi che ripetere gli antichi errori. Apocalisse. L'ultimo dei libri del Nuovo Testamento, e per avventura, il men chiaro e il più favoloso di tutti i libri santi. Tutte le sette cristiane si ac cordano oggidì nel considerarlo siccome fatturadi S.Giovanni Evangelista, errore questo al quale nessun uomo sensato, credo, presterà fede. L' antica Chie sa quasi unanimamente lo relegava tra gli apocrifi e lo trattava d'impostura inventata dall'eretico Cerinto per dar credito al regno millenario « Alcuni, seri vevaverso il260 S.Dionigivescovod'Ales sandria, hanno esaminato da capo a fon do quest' Apocalisse e provarono che non vi è in esso senso comune, che attribuirlo nonsipuò aGiovanni o ad altro apostolo, e che è una finzione di Cerinto per dar peso alregno millenario>>>(Eusebio Hist. Eccl. III 28). Un secolo dopo il Concilio di Laodicea lo escludeva dal canone dei libri sacri, e più tardi ancora S. Gero lamo scriveva a Dardano, attestando che tutte le Chiese greche rigettavano l'au tenticitàdi questo libro. (Epist 84). Certo dinnanzi a testimonianze tanto autorevoli nellaChiesa, laRiforma avrebbe respinto l'Apocalisse, come ha fatto di tanti altri libri della Bibbia, se questo scritto colle sue strane figure e lesueimmagini sconfi nate non le avesse servito egregiamente per trarne argomento di combattere il cattolicismo. Infatti, nel 1602 il sinodo protestante di Gap faceva un Decreto per dichiarare che il papa era ' anticristo predetto dall'Apocalisse. Trattavasi di di mostrare questa dottrina chedoveva en trare a farparte dei nuovi dommi della riforma, e vi si accinsero alcuni de'mini stri protestanti, fra i quali giova accen 40 APOCRIFI nare Jurieu. Nei capi XI, XII e XIII del ' Apocalisse accennasi con figure a un periodo dimille duecento sessanta giorni, i quali, secondo la interpretazione pro testante, devono intendersi pei mille du gento sessanta anni destinati alla perse cuzione che farà l'anticristo, raffigurato nella Chiesa Cattolica. Bisognava dimo strare quand'era questa persecuzione in cominciata e quando sarebbe finita, e il Jurieu lastabilisce nell'anno 500, poichè, dic' egli, quando Romahacessato di es sere la Capitale delle provincie dell'im pero era già ascesa a grado assai alto, perchè si possa osservare in questo tempo il primo nascimento dell' impe ro dell' anticristo. ( Precognizione le gittima) Laonde conchiudeva, che la fi nedella persecuzione, e quindi del regno dell'Anticristo, doveva cadere nell' anno 1710 o al più al 1714 o 1715, essendo difficile lo stabilire l'anno » poichè Iddio nelle sue profezie non guarda tanto pel sottile. » I cattolici h anno ben ragione di ridere del male esito di questa profezia, mahanno torto di lagnarsi che i prote stanti la interpretino a loro modo, poi chè questo non è altro che un saggio del modo con cui essi stessi interpretano già aveva attraversato la maggior parte degli avvenimenti spaventevoli che dove vano avverarsi, nè molti giorni manca vano alla formazione visibile del primo regno rimuneratore appartenente all'altra vita. Qual di queste varie opinioni sia la vera, sarebbe stoltezza il decidere, co m'è stoltezza che uomini d'ingegno ab biano consumato ilorogiorni perspiega re un libro, lachiavedel quale è sepellita nellanotte del tempo, eche ad ognimodo ha ormai perduto ogni importanza per la storia. Apocrifi. Diconsi apocrifi quegli scritti dell'antico o del nuovo Testamento, i quali non si reputano autentici, e si suppone che siano stati fatti da autori diversi da quelli cui sono palesemente attribuiti. La chiesa riconosce siccome autentici quei libri della Bibbia, i quali sono inscritti nel canone dei rivelati, ma convien osservare che il canone si venne formando a poco apoco, ondechè se vi sono libri canonici, i quali oggi si repu tano siccome apocrifi, ve ne sono pur degli altri i quali un tempo erano repu tati apocrifi, ed ora si trovano inscritti nel canone. I libri apocrifi dell' Antico Testamento sono 14 (vedi CANONE DEI LIBRI SANTI) e non pertanto la Chiesa cattolica li annovera oggidi fra i cano le altre profezie dell'Antico e del Nuovo Testamento. Giova dire che i cattolici hannodatoaltre interpretazioni ortodosse | nici, quantunque sia indubitatoche tutta all' Apocalisse e i lavori di Newton sopra questo libro sono troppo noti per la Chiesa antica li abbiasempre respinti. Sopra questo punto letestimonianze sto riche non potrebbero essere, nè più nu merose, nè più concordi. Ilcanone degli ebrei non fa menzione alcuna degli apo crífi e il concilio di Laodicea tenuto nel chè valga la pena di citarli. Ma dopo l'interpretazione teologica convien pure accennare quella astronomica ingegnosa mente stabilita dal Dupuis con molto corredo di studi, per dimostrare che l'Apocalisse non è altro che una esposi- menzionarli. Identico è il catalogo dato zione simbolica degli astri. (Origine de da Origene e Tertulliano nel terzo se tous les cultes). Questa interpretazione, colo (Eusebio. Storia Eccles. lib. 5 cap. per quanto dotta ella sia, non soddisfa 25). Nel quinto secolo è lo stesso S. però pienamente, e fu vivamentecombat- Gerolamo, il traduttore della Vulgata, 572 lo riproduce fedelmente, senza pure tutadaSalvador (Jesus Christ etsadoctri- che dopo aver fatta la versione anche ne T II lib. III)-il qualcrede che l'au- degli apocrifi, nel suo Prologo Galeato tore dell'Apocalisse, abbandonato all'esal- ha cura di metterci in avvertenza sulla tazione della sua animainunadellepic- loro non canonicità. Soltanto nel 1439 cole isole dell'arcipelago greco, volesse papa Eugenio mette i libri apocrifi fra i persuadereaicontemporanei,chelaChiesa | canonici, ma non pare che il suo giudi APOCRIFI zio avesseunagrande autorità, o almeno che fosse imperativo, poichè soltanto mezzo secolo dopo il Cardinale Ximenes vescovo di Toledo e grande Inquisitore, stampando la Bibbia Poliglotta, nella Prefazione avverte i lettori che Tobia, Giuditta, la Sapienza, l' Ecclesiastico i Maccabei, le aggiunted' Ester e Daniele non sono canonici. In altre edizioni an tiche della Bibbia gli apocrifi sono di stinti con un asterisco, oppure portano in margine l'indicazione: è apocrifo, est apocryphus, e in altre edizioni gli apo crifi sono posti in fine al libro colla in dicazione: Apocryphi et extra canonem. Egli è dunque fuor d' ogni dubbio che questa opinione sullanonautenticità dei libri biblici non compresi nel canone ebraico, si conservò lungamente nella Chiesa, finchè nel 1546 il concilio di Trento, trovando che gli apocrifi servi vano molto bene ad autenticare certi donmi del cattolicismo, con un suo de 41 ria Eccl. VII. 19). trovavansi inscritti le Apocalissi di S. Pietro e di S.Paolo, che ora sono interamente perdute. Sul prin cipio del secolo scorso Fabricio, nel suo Codex apocryphus novi Testam. racco glieva i titoli e le citazioni di tutti gli e vangeli conosciuti dagli antichi, e il loro numero ammonta a ben cinquanta. Al cuni di essi ci pervennero per intero, altri per frammenti, e il maggior nu mero soltantoper lamenzione che ne fu fatta dai santi padri, i quali, singolare adirsi, li citarono sempre siccome au tentici, mentre al contrario i quattro e vangeli che ora si pretendono autentici non si trovano mai citati dagli antichi padri. » Noi comprendiamo, dice a que sto proposito il teologo Bergier, che i padri hanno citato più d'una volta i li bri apocrifi, ma allora si consideravano come veri. ». Preziosa confessione in bocca all'autore del Dizionario di Teo creto li dichiarò canonici. Quanto agli apocrifi del Nuovo Te stamento, il loro numero è più grande di quel che si pensa; ma non è poi da credersi che essi siano tutti senza signi ficazione per la storia. Anzi, giova dire che la importanza di molti fra di essi, se non supera, di certo eguaglia quella dei libri canonici, perciocchè quasi tutti fuuntempo incui erano rispettati e ri guardati dai fedeli siccome inspirati. Per esempio, il libro d' Enoch, escluso dal canone biblico, era riguardato come inspirato da Tertulliano; e Origene, S. Clemente Alessandrino, S. Ireneo, S. Anatolio lo citano con rispetto. IlPa store di Erma fu un altro libro gnosti co-ebionita che la Chiesa cattolica ri guardo sul principio come inspirato, poi relegò fra gli apocrifi. Una lettera che si supponeva scritta dal re di Edessa a Gesù e un'altra con la quale Gesù ri spondeva al re di Edessa, erano ancora sul principio delquarto secolo citate co me autentiche da Eusebio; e intorno a quel tempo nel canone di molte chiese cristiane, come riferisce Sozomeno (Sto logia! Dunque riman provato che tutta la Chiesa primitiva considerava come autentici i libri che la Chiesa moderna considera come apocrifi; lo che può au torizzare gl'increduli a dire, che le fonti del cristianesimo sono molto dubbie e assai poco degnedi fede. Oltre questi libri, che facevano auto rità nella Chiesa primitiva, ve ne sono altri la cui fonte è un po'meno pura e che si rivelano addrittura siccome inven zioni di credenti, o maliziosi, o pii per confortare con qualche prova le cost dette verità della religione. Tra questi si trovano la pretesa corrispondenza tra S. Paolo e Seneca, la relazione di Mar cello sugli atti di Pietro e Paolo e sulle arti magiche di Simon Mago; le due lettere di Pilato all' imperator Tiberio, nel quale il governatore romano fa la singolare confessione, che Gesù era ve ramente un Dio, e finalmente i Libri Sibillini e le Decretali. Se rigettando l' autenticità dei libri che ora si dicono apocrifi, la chiesa a vesse rigettate anche le favole che sono in essi contenute, la s ua contraddizione sarebbe stata al certo men palese. Per 42 A POSTERIORI, A PRIORI esempio, sul preteso martirio di S. Pietro e S. Paolo in Roma, non si trova una sol parola negli Evangeli e negli atti degli Apostoli, ma la relazione di Mar cello ne fa menzione e la Chiesanon fu dubbiosa di adottare quel racconto, pur dichiarando apocrifo il documento che lo conteneva. La discesa di Gesù aglin ferni, che è uno degli articoli,del pre teso simbolo degli apostoli (vedi SIMBOLO) etolta interamente dalVangelo apocrifo di Nicodemo. Dalla Storia apocrifa degli Apostoli di Abdia, sono tolti i racconti sui viaggi e ilmartiriodei vari apostoli, che si trovano nei leggendari ed ezian dio nel Breviariv Romano. Così pure da altri apocrfi, come osserva il Beausobre (Hist. du Manicheisme T 1) sono tolte le favole canonizzate sulla storia di S. Anna e di S. Gioacchino, sulla santa Veronica e il suo sudario, sull' andatadi S. Pietro a Roma e i suoicontrasti con SimonMago, e tante altre cose nonmeno miracolose. (Vedi DECRETALI E SIBILLINI.) Apodittico. Aristotile nell' anti chità, e Kant ne tempi moderni sono i soli che abbiano introdotto nel linguag gio filosofico questo vocabolo, che signi fica dimostrazione. È apodittica ogni pro posizione che sta al di sopra di ogni discussione, di ogni contrarietà, essendo essa stessa il principio e la base di una dimostrazione. Apollinare. Vescovo di Laodicea che visse sulla fine del quarto secolo. Dopo essere stato uno dei più focosi av versari di Ario, sostenendo, non solo la divinità di Gesù Cristo, ma eziandio la consustanzialità del Verbo, cadde in un' altra eresiae insegnò che Gesù Cristo, assumendo il corpo umano, non aveva però assunta un' anima ragionevole, ma puramente sensitiva. Egli stimava che un' anima umana gli fosse affatto inutile, però che, chi operava in lui e dirigeva le sue azioni, era la divinità stessa. Fon dandosi sul passo di s. Paolo che Gesù era uomo e fatto simile agli uomini (Ebrei IV, 15), il Concilio d'Alessandria dichiarò eretica questa opinione e il papa Damaso depose il vescovo che la pro fessava. Apollonio(Tianeo).Nacquedauna ricca famiglia di Tiane, e fu contempo raneo di Cristo, al quale per lungo tempo il paganesimo l'oppose. Fattosi discepolo di Pitagora l'abbandonò ben presto, malcontento ch'einon uniformas se la pratica della vita colla sua dot trina, la quale Apollonio s' ingegnò di applicare e sviluppare da se solo. Da quel momento fino alla morte egli si a stenne d'ogni nutrimento animale e dal vino; conservò una perfetta castità, e si impose mille dure privazioni, fra cui merita di essere menzionato il silenzio continuato che osservò per cinque anni. Gli venne poi vaghezza di percorrere ' Oriente per risalire alle sorgenti delle tradizioni religiose: fu a Babilonia, nel l' India, nell' Egitto e nell' Italia e in età molto avvanzata scomparve dal mondo, senza che mai si arrivasse a scoprire qual paese avesse veduto la fine de' suoi giorni. Pochi proseliti farebbe Apollonio nei tempi nostri, e seriamente sidubite rebbe s'egli abbia la testa a segno; ma nel primo secolo dell'era cristiana, tanto fu il fanatismo che eccitè nel paganesi mo, che alcuni trascorsero perfino ad a dorarlo siccome un Dio. A posteriori, a priori. Di cesi a posteriori quella dimostrazione che dalla osservazione degli effetti procede a scoprire la causa,o dalla proprietà di una cosa cerca di scoprirne l'essenza; in senso inverso, è a priori quelladimo strazione che dalla natura della causa tende a ricercare gli effetti che ne de vono nascere. L'uno e l'altro di questi due metodi di argomentare sarebbero e gualmente buoni, ove fossero soltanto applicati alle scienze fisiche; ma nelle metafisiche il metodo a priori ra con dotto più spesso a conseguenze fallaci. Esiste un Dio buono e perfetto, che ha creato il mondo, dunque tutto ciò che vì ènel mondo deve essere buono e perfetto. Questa è una argomentazione a priori, la cui fallacia consiste appunto nellapremes ARCESILAO sa, perocchè riconosce come assiomati camente provata l'esistenza di un Dio buonoeperfetto, senz'altra dimostrazione. Equando il ragionamento a priori fon dasi su ragioni immaginarie, le quali, an zichè dimostrare,hanno bisogno di essere dimostrate, deve necessariamente con 43 da invidiare alle credenze di quei tempi, poichè oggi, come allora, si deificano gli uomini, l'effigie loro si mette sugli altari e le si offrono sacrifizi, che per essere incruenti, non cessano perciò di rappresentarci il simulacro di unavittima durre a false conclusioni. La dimostra zione a posteriori evita invece sifiatto scoglio, perocchè essa non suppone le cause, ma anzi le ricerca colla scorta degli effetti. Or sono appunto gli efetti che a noi si rendono palesi e che i no stri sensi possono accertare, onde il ragionamento a posteriori ha sempre sull'altro questo vantaggio, ch'esso in ogni caso procede dal noto all' ignoto e non mai in contrario senso. Tutte le cose nel mondo si trasformano, ma nessuna si distrugge, nessuna nasce che non si componga di elementi preesistenti; dun que, senella natura nulla nasce nè sidi strugge, conchiudo che lamateria è eterna. Eccounragionamentoaposteriori chepro cededalnoto all'ignoto. (Vedi INDUZIONE). Apoteosi. Vocegrecachevaledei ficazione. L' apoteosi compievasi dai pa gani quando, con cerimonie solenni, po nevansi fra gli Dei gli illustri o i po tenti della terra che erano morti. Im ponenti erano le apoteosi degli impera tori romani. Dopo un lutto generale portavasi l' imagine del defunto proces sionalmente per le vie, e igrandidignitari dello stato, i cavalieri e i senatori e lo stesso successore al trono facevanle cor teo. Al campo di Marte il corpo delde funto re era arso su di un rogo, dal quale sprigionavasi un' aquila che innal zava il suo volo fino al cielo. Quindi si fondava un tempio al novello Dio, si stabilivano i suoi fiaminii ; e dei sa crifici in onor suo erano ordinati. A noi lontani da quei tempi e da quei co stumi sembra strano che un popolo, il qual fu maestro di civiltà al mondo, abbiapotuto credere a queste più che volgari superstizioni. Pure non abbiamo che avolgere intorno lo sguardo per convincerei, che la civiltànostra nulla ha immolata. L'apoteosi dei giorni nostri ha sol cambiato il nome, e si chiama canonizzazione dei santi. Appercezione. Vocabolo per la prima volta usato da Kant e adoperato da tutti coloro cui piace intralciare senza scopo il linguaggio filosofico. Per apper cezione intendesi quella rappresentazione per la quale l' nomo tien presente a se stesso l'atto del pensiero. Questa rap presentazione io penso, al postutto, non èdunque che la coscienza dell' io, la quale di tutte le parti del mio corpo, costituisce un' unità, che Kant, tanto per non usare il comun linguaggio, chiama unità trascendentale dell' appercezione. Arcesilao. Nacque in Pitana nel 1 anno300primadiG. C. fudiscepolodi Pirrone e si mise alla testa della seconda scuola Accademica. (vedi ACCADEMIA) nella quale introdusse un metodo d'in segnamento affatto nuovo. Noninsegnava, ria disputava, poichè ad ognuno chie deva qual fosse la sua opinione per poi combatterla, Riproduceva in tal guisa il Pirronismo, il quale appunto consistera nel negare ogni certezza e quindi l'evi denza di ogni filosofia. Contro Arcesilao sosteneva Zenone, che il saggio può ta lora rimettersi alla certezza della sua intelligenza; ma obbiettavaArcesilao con l'esempio dei sogni, del delirio e dei molti errori umani condivisidai sapienti! Or. diceva egli, se vi sono delle rappre sentazioni illusorie e delle veridiche, con qual criterio noi distingueremo le une dalle altre? Con una rappresentazione ve ridica? Maquesta è unapetiziondi prin cipio, poichè trattasi appunto di cono scere qual sia la rappresentazione veri ridica. D'onde conchiudeva, che tra il vero e il falso non vi è per l' uomo dif ferenza assoluta, e che savio è colui che si astiene. 44 ARISTIPPO Archetipo. Filologicamente vale modello, forma prima. In filosofiadi cesi archetipo ciò che è il principio e il fondamento delle cose o delle idee. Pei teologi l' archetipo è Dio, conside rato come supremo modello degli esseri. Ma nella filosofia sperimentale questo vocabolo non ha alcunsenso, essendochè l' esperienza ci rivela una continua mu tabilità di forme senza archetipi. Le idee innate potevano dirsi archetipe, ma la sana filosofia ha dimostrato che non esi stono idee innate. Argens (Giovanni Battista mar chesed').Ammesso dapprima all'amba sciata francesedi Costantinopoli, si diede alla vita militare. Fu ferito all' assedio di Kelh, e dopo quello diFilisburgo fece una caduta da cavallo che gli tolse di risalirvi più mai. Diseredato dal padre suo che l'aveva destinato alla magi stratura, egli s'abbandonò allafilosofia, e per scrivere liberamente passò in Olanda, ovepubblicò le sue Lettere giu daiche, chinesi e cabalistiche. Federico diPrussia, allora principe reale, lo chia mò alla sua corte, e quando sali al trono lo nominò direttore generale delle belle lettere dell' Accademia, lo colmò di riguardi, ed ebbe per lui quella deferenza che meritava la sua bontà di cuore e la sua condotta sce vra d' intrighi e di raggiri. In questo frattempo d' Argens scrisse la Filoso fia del buon senso e mandò a compi mento la traduzione di due trattati greci attribuiti, l'uno ad Ocellodi Lu cania, sulla natura dell' universo; l'al tro a Timeo di Locri sull'anima del mondo, col titolo: Difesa del Paganesi mo. Egli mandò alle stampe ancheuna versione del discorso di Giuliano con tro i cristiani. Era già finita la guerra dei sette anni e d' Argens, dopo d'essere an dato a visitare la sua famiglia inPro venza, tornavasene nellaPrussia, quan do si accorse che nei luoghi del suo passaggio leggevasicon grande stupore unapastorale del vescovo d'Aix con tro di lui. Lo scritto abbastanza vio lento e minaccioso gli destò dapprima le più grandi inquietudini, ma presto si avvide non essere quello che una gherminella del Re di Prussia, il quale, per burlarsi di lui, l'aveva redatto e fatto diffondere nei paesi del suo pas saggio. Federico per inavvertenza aveva impiegato il titolo di Vescovo anziché quello di Arcivescovo. D' Argens mort agli 11 gennaio 1771 nella sua terra della Provenza, donatagli da un suo fratello, troppo generoso per non di sapprovare la volontà del padre che l' aveva diseredato. Le opere da lui scritte sono numerose assai, l'istru zione vi è variata e la filosofia mate rialista, propugnata con calore e con accorto ragionamento, emerge special mente nellasua Filosofia dellaRagione, nelle Lettere critiche e filosofiche e nel Filosofo solit rio. Il marchese d' Argens nacque ad Aix nel 1704, e costituisce unadelle più belle e nobili individualità della filo sofia del secolo XVIII. La bontà del suo cuore e la sua vita irreprensibile parlano ben più alto di tutte le stolte accuse che vengono lanciate contro il così detto materialismo. Argomentazione. Complesso delle prove e dei raziocinii addotti per giungere alla dimostrazione di una ve rità. Le antiche scuole greche e italiche, forse per amor del numero, distingue vano sette modi di argomentare, ed era no: 1. L'induzione. 2. Il paragone. 3. L'entimema. 4. Il sillogismo. 5. L'epiche rema. 6. Il sorite. 7. Il sofisma. (Vedi tutti questi vocaboli). Aristippo. Fu di Cirene, colonia greca dell' Africa, e visse sulla fine del quarto secolo prima di G. C. Delle molte opere scritte da questo filosofo, non ce ne rimane pur una, e delle sue dottrine questa sola sappiamo, che riguarda il fine morale dell'uomo. Insegnava che il piacere è cosa buona in se, cattiva il dolore, onde conchiudeva, che il fine dell'uomo quello è di cercare il piacere ARIANISMO e il dolore fuggire. Contrariamente al misticismo di Anassimene, Aristippo in segnava dunque che il somno bene del 45 Nondimeno, il concilio condanno la dottrina di Ario, il quale non cessò per questo di sostenere la su opinione edi l'uomo è il fine della vie che la fe licita non consiste gis nel riposo, ma nell'attività e nel movimento. Arianismo . Eresia di Ario, in quale consisteva nelnegare la consustan zialità del Verbo, ossia della seconda persona della Trinità da lui considerata comecreatura umana. Sul principio del quarto secolo, Alessandro, vescovo di A lessandria, volendo confutare l' errore di Sabellio contro la trinità (vedi SABELLIO) incaricò Ario, prete che stava sotto la sua giurisdizione, di spiegare i Misteri della religione colla sua potente dialet tica. Ario accettò il mandato,e siccome quegli che credeva di far cosa grata al vescovo combattendo ad oltranza l'ere siadi Sabellio, cadde in un opposto ecces so. Considerando comelaconsustanzialità importi unità di sostanza, e l'unità della sostanza divina renda impossibile la di stinzione delle persone, poichè ciò che è semplice non comporta molteplicità, in cominciò ad insegnare che il Padre e il Figliuolo sono personedifferenti, noncon sustanziali, e che il Figliuolo era stato creato nel tempo. Alessandro tentò di riprendere Ario, ma vanamente, chè questi s' incaponi a viemeglio sostenere lasua opinione; laonde il vescovo adunò un Concilio in Alessandria, d' innanzi al quale Ario espose le sue ragioni. Egli argomentava così: Il Verbo non può es sere eterno come il Padre, poichè in tal caso nonpotrebbe esseregenerato. D'al tronde se il Padre non avesse tratto il il Fgliuolo dal nulla, non l'avesse, cioè, creato, non avrebbe potuto trarlo altri mentichedallasuapropriasostanza,ilche èassurdo. La stessa Scrittura non ci dà un idea diversa del Verbo, laddove dice che Iddio l'ha creato al principio delle sue vie (Prov. VIII). Dio dice che l'ha generato, il che si deve intendere nel senso di unavera creazione,attesochè la Scrittura l' applica, così al Verbo come agli uomini. esporla pubblicamente. E siccome tra un assurdo e l'altro, la dottrin di Ario era certamente la meno assurda, così non gli mancarono proseliti tra il po polo, tra chierici e perfin tra vescovi. Anzi, Eusebio vescovo di Nicomedia, adu nato un secondo concilio,vi fece appro vare le dottrine di Ario emandò lettere ai vescovi d' Oriente onde indurli ad ac cettare il prete nella loro comunione. Ben si capisce che con tali prodromi la querela era tutt' altro che presso ad assopirsi. Essa fu anzi portata davanti all' imperatore Costantino, il protettore del Cristianesimo. Ed è singolare il ve dere la poca importanza ch' egli diede alla querela, nella quale trattavasi nien temeno che della divinità del Cristo. Vo lendo insieme conciliare tutti i partiti, scrisse ai vescovi dissidenti, che la calma e la felicità dell' impero richiedevano che essi venissero ad un amichevole compo nimento; e ch' era la cosa più pazzadel modo il dividersi per questioni tanto fu tili e puerili, com'erano quelle per le quali da tanto tempo disputavano. Leparole conciliative dell' imperatore non valsero però a quietare gli animi e le dispute, gli scandali e perfino le scene di sangue, non mancavano di fornire ai pagani argomentinonpochi di derisione. Costantino risolse infine di convocare in Nicea il 19 giugno dell' anno 325 il pri mo concilio ecumenico, il quale, dopo molte dispute, approvò il seguente sim bolo, che condannava l'arianismo: >>Questa decisione ebbe la sanzione dell'impera tore, il quale esilio tutti coloro che non la vollero sottoscrivere. Non per questo le dispunte finirono, chè anzi, poco di poi l'imperatore stesso, circuito da un prete ariano, rimise Ario nelle buone 46 ARISTOTILE grazie dell'impero. Intanto la lotta era combattuta da muovi compioni. Eustazio, vescovo di Antiochia, accusava Eusebio di Cesarea di contraddire il simbolo Ni ceno; un nuovo concilio fu adunato in Antiochia nel 329, il quale, colla solita infallibilità dei concilii, diè torto al ve scovo di Antiochia, lo depose,nominò in sua vece il di lui avversario, e poco cu randosi della scomunica lanciata dal Con cilio di Nicea, procurò che Ario potesse ritornare in Alessandria. Vi si oppose. nondimeno s. Atanasio, vescovo di quella città; ma nel 354 un nuovo concilio a dunato in Tiro depose anche questo ve scovo, e l'imperatore, che già tanto fe rocemente aveva perseguitati gli ariani, lo manda in esiglio e rimette in grande onore Ario, il quale poco di poi morì. Non è a credersi che la morte di Ario ponesse fine alle contese. InAles sandria e nella stessa sede dell' impero avvennero frequenti scene di sangue fra il popolo fanatico, eccitato dai preti del l'uno o dell'altro partito. Intanto, succe duto a Costantino il figlio suo Costante, questi parteggio per gli avversari di Ario, e nel 347 fece adunare un conci lio in Sardi, ove i vescovi confermavano il simbolo di Nicea e scomunicavano gli ariani; in quel mentre che un nuovo concilio adunato dagli orientali in Filip popoli, confermava i principii di Ario e scomunicava li avversari. Tanta contrarietà e tanto accanimen to dei partiti, fece nascere nel novello imperatore il desiderio di convocare un nuovoconcilio. Eil concilio fu infatti ban dito; ma mentre i vescovi orientali par titanti dell' arianismo si adunavano in Seleucia, in Rimini aprivano il concilio gli avversari; nè giova direche, come al solito, lo spirito santo inspirò alle due assemblee due contrarie decisioni. Dispe rando ormai di venire a buoni risultati, l' imperatore fece sottoporre al Concilio di Rimini il simbolo approvato in Se leucia, nel qualela parolaconsustanziale era stata soppressa, e ordinò al gover natore che nessun vescovo lasciasse u scire senza che l'avesse sottoscritta. Quat tro mesi resistettero all' ingiunzione i padri ivi adunati, ma infine venuti ad un compromesso fra il ventre e la co scienza, prestarono pieghevole orecchio alle parole di Valente, il quale andava loro insinuando che, salvola parola con sustanziale, il nuovo simbolo non aveva significazione diversa da quello di Nicea. Firmarono e furono ridati alla libertà. Per la qual cosa l' arianesimo risorgeva trionfante e minacciava di estendersi a tutta la Chiesa. Ma venuto a morte anche Costante, Giuliano successore di lui, rimise i cattolici in favore, e gli impe ratori che gli succedettero, chi più chi meno, seguirono lo stesso partito. Anzi Teodosio vietò agli ariani di adunarsi, cacciò gli uni dalla città, gli altri notò d' infamia e spogliò del privilegio della cittadinanza. Ma non bastarono le persecuzioni a spegnere interamente l'arianismo, inquan tochè i popoli d'Europanovellamente a cquistati al cristianesimo, più facilmente passavano alla dottrina diArio, siccome meno assurda e men seempia di quella professata dal simbolo di Nicea. Anche nei tempi moderni l' arianismo ebbe se guaci nella Germania e nella Polonia, e dicesi che fosse importato nell'Inghilterra da Okino e Bucero, che l'insegnarono in segreto, perocchè in grazia della intol leranza protestante, coloro che tentarono di negare pubblicamente la divinità di Gesù furono abbruciati. Cionondimeno, Socino, Chubb, Clarke e parecchi altri il lustrarono questa dottrina coi loro scritti, e l'arianismo era ancor sì forte nel se colo scorso, che fu veduta una signora Myer, fondare nell'Inghilterra una catte da apposita per combatterne ledottrine. Aristotile. Niun filosofo quanto Aristotile ebbe più gran fama e mag giore opportunità di distinguersi. Nac que in Stagira nell'anno 304 primadi G. C., fudiscepolo di Platone e dopo la morte del maestro si ritrasse in Acarna nia ove regnava Ermia già da gran tempo suo amico. Poco di poi, invaghi ARISTOTILE tosi della sorella di questo principe, la mend in moglie. Fu quindi precettore di Alessandro il Grande e dopo essere ri masto otto anni presso di lui, ritirossi adAtene. Quivi i magistrati gli conces sero il Liceo, sotto i portici del quale egli insegnava passeggiando co' suoi di scepoli; d'onde la suasetta fu detta de'pe ripatetici. Sebbene discepolodi Platone, Aristotile s' allontanò ben presto dalle dottrine del maestro, ed anzi si atteggiò ad aperto antagonismo sulla questione delle idee innate, insegnando che l'anima umana è come una tavola rasa, sulla 47 Il Dio di Aristotile non hadunque alcu na consistenza metafisica, è una paro la, o meglio ancora, la sintesi di tutte le forze di natura. Egli è perciò che Aristotile, non solo non ammette alcuna relazione possibile fraquestoDio elaspecie umana, manegaanche all'essere supremo ogni virtù. Come,infatti, applicare l'idea di virtù a delle leggi naturali costrette dallanecessità? Qualunque sia la virtù che voi imaginate,dice Aristotile, essa è inap plicabile allanaturadi Dio. Gli darete il quale l'esperienza scrive tutto ciò che i sensi percepiscono;'d' onde'il ben noto aforismo: nulla è nell'intelletto che non sia entrato per laporta dei sensi. Per ciocchè il pensiero suppone necessaria riamente la sensazione e l' imaginazio ne; come la memoria suppone la persi stenza delle impressioni sensibili. Laon de, se l'anima non sentisse, nonpotrebbe nè pensare nè intendere. Quest'è come ogaun vede, puro sensualismo, il princi pio fondamentale della filosofia moderna. Ma il genio analitico di Aristotile non poteva rimanersi entro questi con fini; ond'è che spingendo pitu innanzi l'audace suo sguardo, vuol giungere colla esperienza fino al trono di Dio. A que sto punto, sotto le apparenze del teista, par che Aristotile ondeggi fra il pantei smo e l'ateismo. Perciocchè, se in qual che luogo dice, che Dio è la sostanzadi tutte le sostanze e non fa che un sol tutto col mondo, col cielo, con la natura; altrove assicura che in tutti gli esseri si distingue, colla intelligenza, la materia e la forma(allo spirito non ac cenna). Or la forma scompare col di sgregarsi della materia, d'onde conchiude che l'anima al corpo non sopravvive. Un sol corpo con la sua traslazione circolare è causa e regolatore supremo di tutti gli altri movimenti. Questo corpo, che Aristotile chiama divino, è l'etere, o il Cielo, che spingesi agli estremi limiti dell' universo, oltre il quale non vi è nè vi può essere alcuna sustanziale realità. coraggio ? Ma egli nonè esposto ad al cunpericolo. L'amicizia? Egli basta a se stesso. La temperanza? Dio non ha desi deri. Labeneficenza? Ma o questi benefizi sarebbero il risultato di leggi generali, o sarebbero eccezioni a queste leggi. Nel primo caso le leggi generali avrebbero per fine l'universalità e non l'uomo in particolare, nel secondo si toglierebbe a Dio il suo carattere immutabile. Dopo questa succinta esposizione dei principi di Aristotile sopra Dio e l'ani ma umana, più non cirecherà sorpresa la foga con cui i nostri metafisici ten tano di rimorchiare la filosofia all'idea lismo trescedentale di Platone. « Aristo tile, scrive il Ravaisson, (Essai sur la Metaphis. d'Aristote.) fondando il ge nerale sopra l'individuale, gli toglie l' alto suo valore: l'essere rimane isolato nella sua particolarità: in natura altro non resta che divisione senza misura od ar monia, Dio senza provvidenza, la vita umana senza scopo ideale: la bellezza e la poesia vanno in dileguo ».. ed è questo che sopratutto rincresce ai signori metafisici ! Fa veramente meraviglia che un fi losofo così poco religioso come Aristotile, abbia goduto, eziandio nella Chiesa Cat tolica e perlunghissimo spaziodi tempo, una grande autorità. Tutta la scolastica fondavasi sull' autorità di Aristotile, e tant'era la venerazione che avevasi di lui, che nol chiamavano altrimenteche il quasi che fuori di Aristo tile altro filosofo non esistesse . Questo entusiasmo per lo Stagirita in uomini che professavano principii tanto con trari ai suoi, era ignoranza o voion tario acciecamento? Mala contraddizio ne forse si spiega con due circostanze che non devono trascurarsi nella que stione . Aristotile aveva nominalmente stabilita l'unità di Dio, e contro la moltitudine degli Dei del paganesimo, aveva spogliata ladivinitàdaogni antro pomorfismo. Quest'era già un gran ser vizio che egli aveva fatto al cristianesi mo, maforse non sarebbebastato a far chiudere gli occhi sulla sua incredulità se il suo libro della Metafisicanon fosse venuto ad ingarbugliare molte idee, che altrimenti sarebbero state assai più chia re. Nel XII libro della Metafisica il lampo del genio di Aristotile si spegne affatto ed una densa nebbia par che si stenda su tuttala suadottrina. Il con cetto del divino qui nuota inun mardi parole senza senso: le formole si succe dono alle formole e il pensiero s'oscura sempre più. Questo libro ha potuto far credere a molte cose che Aristotile non credeva; tutti i teologi e i professori di metafisica vi hanno dedicato i loro studi, e nei commenti che hanno fatto a queste formole, vi hanno distillata tutta la loro scienza. Gli è tanto dolce lo spiegare quel che non s'intende ! La Metafisica è stata dunque labase da cui l'ortodossia ha prese le mosse per spiegare tutti gli altri scritti del fi losofo di Stagira.Dio,dice la fet fisica, è eterno, perchè il movimento è eterno (Ant. XIX. 6, 8). Non ha parti, perchè è infinito (XIV. 9). La sua esistenza è una pura speculazione. Qui caque il Dio mondo di Aristotile comincia a ri vestire la forma cristiana. Ma afirettia moci a dire, che il libro della Moter quello si è appunto che la itica biblio grafica da lungo tempo tiene in sospetto come apocrifo e indegno del pensiero e del nome di Aristotile. L'incredulità di questo filosofo si ri leva a' altronde dalle accuse cri andò incontro quand' era vivo, e dalle perse cuzioni cui furono soggetti i suoi libri dopolamorte.Se moltiscolastici tenevano in alto onore Aristotile, nonmancarono, per altro, degli ortodossi più avveduti che previdero i pericoli di questo entu siasmo tutto pagano. Nel 1207 un con cilio provinciale di Parigi proibisce di leggere, si nelle scuole che in privato, i libri di Aristotile intorno alla filosofia naturale, e sei anni dopo il legato della Santa Sede, nel dare gli statuti dell'uni versità di Parigi, rinnovò quella proi bizione estendendola anche alla Metafi sica (Dubolay T. III) Questo fu un er rore, ma non durò molto, poichè nel 1831' il papa corresse la decisione del legato e tolse, com' era ben giusto, il divieto esteso alla Metafisica. Gregorio IX sospende i libri di fisica, libris illis naturalibus, finchè non siano purgati da ogni sospetto d'errori ; ein unmomento molti dotti vi si occupano intorno così bene, che in breve gli errori scompaiono e i libri sono ammessi dall' ortodossia. Ma, o fosse che gli errori rinascessero ad ogni tratto nei libri d' Aristotile, tanto n' eran zeppi, o fosse che i revisori a vessero mancato di perizia dommatica, fatto è che più tardi vediamo S. Tomaso d'Aquino applicarsi, d'ordine d' Urbano IV, a rivedere le traduzioni fatte sul te sto greco, e acommentarle egli stesso con tanta scienza e dottrina, che in breve del pensiero di Aristotile più non vi rimase un punto. Ma gli errori erano spariti, e la Chiesa dopo d'allora più non vi trovò aridire. Anzi fu appunto da quel mo mento che lo Stagirita sali in tanta fama, che il Nicolò Vcredette necessario man dare a farsi una nuova traduzione latina di tutti i libri d'Aristotile, e nel 1432 il suo legato richiamando l'università di Parigi all'osservanza delle prescrizioni già date dai suoi predecessori, dichiarò > Siccome, per altro,le condanne, fos sero esse cattoliche oprotestanti, non hanno mai potuto vincere l'eresia, così era condannato per la mancanza dei | s'intende che i Rimostranti non ces 4 50 ARTE sarono di insegnare e di propagare le loro idee, si moltiplicarono nelle pro vince Unite, e per evitare le persecu zioni dell' Olanda si ritrassero nel l'Holstein e nella Danimarca e vi fon darono la città di Fridericstad, dove si conservano anche attualmente. Arnaldo da Brescia. Eretico del XII secolo. Fu amico di Abelardo e recossi in Francia per assistere alle sue lezioni. Tornato in Italia, si fe'mo naco e gli presevaghezza di insegnare, che i preti e i vescovi che possedes sero beni stabili non potevano salvarsi. Non ci voleva dimeglioper acquistare il partito popolare, allora, come ades so, non troppo devoto ai pontefici; on de Innocenzo II mandollo in esilio. Non si tosto questo papa fu spento, Arnaldo tornò in Italia, ove predicò contro il suo successore, eccitando i romani a ristabilire quell' antica re pubblica che li aveva fatti grandi da vanti alla posterità. Arrise il pensiero al popolo, il quale saccheggio il pa lazzo dei signori e costrinse il papa a fuggire; ma poco durò la suaindipen denza. Dopo che Adriano IV ebbe po sto su Romal'interdetto, la città tornò alla Chiesa, e Arnaldo fu costretto ad uscire da Roma e a ricoverarsi nella Toscana. Ma arrestato poco di poi dalle genti del Cardinal Gerardo, venne ricondotto a Roma, ove fu condannato alla forca, il suo corpo ad essere abbru ciato e le sue ceneri disperse al vento. Lasentenzafu eseguita nell'anno 1155. Arte (teoria dell' ). Fra le teorie più oscure e men determinate che si conoscano, quella dell' arte occupa certamente il primo posto. Pure sun' altra disciplinafu soggetta a tante ricerche e a tanti studi quanto questa; nes ma la sua oscurità e indeterminatezza non deriva tanto dall arte in se stes sa, quanto dalle strane idee che la metafisica e la religione concepirono intorno alla teoria del bello, le con traddizioni della quale noi esporremo nell' articolo BELLO. Proudhon definisce l'arte « una rap presentazione idealista della natura e di noi stessi, tendente al perfeziona mento fisico e morale della nostra specie. » Questa definizione è in gran parte esatta, e lo sarebbe in tutto, se nel concetto di rappresentazione idea lista non si rinchiudesse necessaria mente, o un controsenso o un assenti mento estetico alle più strane aberra zioni dell' arte rappresentativa (chè di questa soltanto vogliamo parlare). La contraddizione è evidente nel concetto dirappresentare idealmente, perciocchè, o la rappresentazione trova un riscon tro nella realtà, e allora è realee non ideale; oppure alla realtà si oppone e allora, aparlar propriamente, può dirsi ch' ella rappresenti qualche co sa? No certamente, poichè quello solo si rappresenta che esiste e la rap presentazione di ciò che esiste è rea le. Per verità, suol dirsi che l'arte crea, ma anche questa la è una di quelle figure sconfinate, con che la rettorica suol esagerare quei principii che son troppo vaghi, per essere ben determinati. L'arte non crea, l'arte copia; l'arte è una pura imitazione. Certo, questa pretesa potenza creatrice dell'arte, la religione non ha mancato attribuire al cristianesimo, e filosofi molti e uomini d'ingegno non stettero in dubbio di affermarlo. Ma di solito la metafisica accieca e genera confu sione anche nelle intelligenze più po sitive, e l'arte ha la sua metafisica non men che lafilosofia! La metafisica hacreato il classicismo estetico,il quale allontanando l'uomo dellapura realtà dellanatura, che è il vero elemento del l'arte, lo gettò fra leindeterminatezze del convenzionalismo. Quindi le idee estetiche si sono capovolte: l'uomo si sforzò di trovar bello, non tanto ciò che gli piaceva, quanto ciò che rispon deva a certe determinate regole, le quali, se giovano poco all'arte, han no però il merito di avere unagrande antichità. E ciò che è antico impone ARTE sempre ai vulgari e ai non vulgari; e un po' per l'abito fatto a considerare come piacevoli certe forme che piace voli nonsono, un po' per quella cotal dosedisaccenteriaper laquale ogniuo mo ambiscedi mostrarsidotto e perito > (Matt.). Edaggiungono,che lo spiritodimorti ficazione è essenziale al vangelo ove i digiuni di S. Giovanni Battista e di Gesù sono ricordati con encomio (Matt. IV. 2). Sidisapprovano soltanto quelli che digiunano per ostentazione (VI: 16. 17). Gesù dice che vi son de moni che non possono essere discac ciati senoncoll'orazione e col digiuno; non obbligò adigiunare i propri discepoli, ma predisse che di ginnerebbero quand' egli più non fosse con loro (IX, 15): gli apostoli si pre pararono col digiuno alle importanti azioni del lor ministero (Atti XIII, 2 Cor. VI. 5) ed egli stesso digiunava (XI, 27) E concludono: se dunque il detto evangelico « non ciò che entra nella boccacontamina l'uomo dovesse letteralmente interpretarsi, Gesù si sa rebbe contraddetto insegnando il digiu no, e gli apostoli l'avrebbero smentito praticandolo,perciocchè l'astinenzadalle carni non è che una forma di digiuno men rigorosa dell'astinenza assoluta. Econvienpur confessare che sopra questo argomento i cattolici non ra gionano peggio dei protestanti, avve gnachè gliuni egli altri abbiano torto e ragione ad untempo, per laragion chiarissima, che nel vangelo d'ogni dottrina si trovano i contrari. Il fatto vero è questo, che già prima dei cri stiani gli Orficie i Pitagorici si aste nevano dalle carni e dal vino, e che Ori gene ci dice che nel terzo secolo tale uso trovavasi già in vigore tra molti fervorosi cristiani. Non è d'uopo dimostrare come que ste astinenze siano nocive al corpo e contrarie quindi ad unasana morale: soltanto una medicina cieca e superti ziosa ha potuto venire in soccorsO della religione, per mostrare il lato igienico delle astinenze, quasi che l'a stenersi da cibi in determinati tempi e quando forse il corpo ne hamag gior bisogno, possaprodurre gli stessi effetti delle astinenze ordinate durante uno stato patologico del nostro corpo! Astrazione. L' astrazione è una delle più care e più usate prerogative della metafisica; ciò val quanto dire che ella è affatto contraria al metodo spe rimentale. L'astrazione non è tanto ri provevole pel suo processo, quanto per le erronee e fatali conseguenze acui con 'duce chi ne abusa. Se io considero un corpo nella sua realtà e secondo il me todo sperimentale, non posso escludere, come elementi di una esatta cognizione, i suoi caratteri essenziali, tali che la forma, il peso, l' impenetrabilità, il colore, l'odore, il sapore, e tutte insomma| ficilmente compie il suo ufficio, quanto le proprietà che cadono sotto i miei sensi. Ma se ioelimino dalpensiero tutti gli elementi della cognizione, e nel corpo considero mentalmente un solo aspetto, per esempio il colore, avrò fatta una astrazione di tutte le altre qualità sen sibili, e il colore, sebben confusamente, mi apparirà al pensiero come possibile a separarsi dall' idea del corpo che lo assume. Da qui la tendenzanei metafisici aconcretizzare gli attributi della mate ria e a farne tante entità separate ein dipendenti dall' idea di corpo. Il pericolo è infatti evidente. Se io considero un corpo in movimento, e quindi facendo astrazione dal corpo, tento di riprodurre col pensiero l'idea di movimento sepa rata da quella di corpo, mi troverò co stretto ad attribuire a cotesto movimento una certa quale entità, che possa farlo cadere nel novero delle esistenze con crete. D'onde la creazione del concetto di forza, cagion del movimento,ed'onde ancora l' error metafisico di concepir la forza separata dalla materia, mentr' ella non n'è che l'attributo ( Vedi FORZA e MATERIA ). Or si è appunto in graziadi una cosi bella prerogativa dell' umano intelletto, che la metafisicaha arricchite le nostre cognizioni con un numero in finito di così dette verità astratte, le quali hanno tutte tanta realtà quantane ha l' idea di movimento separatadall'or gano o dal corpo che lo rappresenta. II principio della metafisica, che ogni astrazione dello spirito, presup pone qualche dato concreto,non potreb be essere oppugnato dalla filosofia spe rimentale. Anzi, cotesta filosofia tantè sicura di questa verità, che fondandosi saldamente sul concetto che ogni idea ne viene dai sensi,hanegate le idee innate. (Vedi IDEE INNATE). Ma dall' essere ogni nostro astratto concepimento come unå cotal sorta di riflessione delle cose este riori, non ne deriva che tutte queste a strazioni siano vere. L'intelletto astra endo s' allontana dalla realtà obbiettiva: piu lontani songli avvenimenti o le cose ch' essa si sforza di evocare; d'onde la facilità con cui confonde l'uno coll' al tro fatto, e appropria ad una cosa lé proprietà dell' altra. Se pensando alle ali di un uccello, la mente accoppia in quel momento una figura d'uomo, io posso ben creare l' immagine d'un che rubino, ma non nederivaper questo che essa trovi una concreta rappresentazione nella realtà, nè che in natura esistano tutti imostri creati dalla immaginazio ne; ma piuttosto si troveranno nella re altà tutti gli elementi separati, che l'a strazione ha insieme congiunti per for mare un nuovo essere. D' onde si vede, che la sintesi dell' astrazione non può essere ricondotta alla realtà, senza il soccorso dell'analisi sperimentale. Atavismo. Ilbotanico Duchêne ha per primo introdotto nel linguaggio scientifico questo vocabolo, che fu poi adottato da Darwin ed è ora divenuto pressochè universale. Indicasi con questo nome quella tendenza che si manifesta negli esseri viventi, a riprodurre certi caratteri anatomici o fisiologici od ezian dio patologici, che furono già propri dei loro antenati, e non sono più comparsi nei genitori. Ad esempio, la etisia più facilmente trasmettesi dall'avo ai nipoti, che dai genitori ai figli, e spesso lascia immune una o due generazioni, per ri comparire nella famiglia. Ma nelle ere dità fisiologiche l'atavismo è assai più frequente. Darwin ha citato ungrannu mero di casi, nei quali vien dimostrata conmolta chiarezzaquesta tendenza, che hanno gli organismi a riprodurre le forme antiche, e il sapiente naturalista inglese si è giovato assai di questi fatti per assegnare a certe specie di organi smi i loro antichi progenitori. Spesso nel cavallo notasi l'apparizione dei diti laterali, che fan credere che questo so lipede derivi dall' ipparione, animale fos sile molto simile al cavallo, ma che a veva tre diti. Altri nostri animali dome or è noto che la memoria tanto piùdif- | stici, a quando a quando riproducono i ATEISMO caratteri dei loro antenati e, per esem pio, in una razza speciale di buoi di Suffolk i quali, in grazia di un certo incrociamento, un secolo e mezzo fa si sono ottenuti senza corna, di tempo in temporiappaiono individui cornuti, i quali rivelano la tendenza a riprodurre questo carattere originale dei loro antichi an 57 contro l' ateismo. E convien confessare chese il fatto fosse vero,sarebbe, senon altro, una prova o della grandissima e videnza della esistenza di Dio, o della intima rivelazione che Dio avrebbe in stillato in ogni uomo della sua propria esistenza. Ma il fatto non è vero, e la pretesa universalità della credenzain Dio tenati. Darwin crede eziandio che le va scompare tosto che la critica sincera e samina le prove numerosissime raccolte rie forme embrionarie attraverso alle qualipassa il feto umano,nonsiano altro | dalla antropologiae dallastoria. L'atei che la riproduzione delle forme tipiche degli animali che l'hanno preceduto nella serie degli esseri da cui deriva ( Vedi EMBRIOLOGIA) e Vogt considera imicro cefali come una sorta di atavismo scim miesco. che interrompe la legge di evo luzione. I casi di donne con quattro e sei mammelle non sono rari, e Darwin li spiega anch'essi come effetti dell' a tavismo. Il quale al postutto vuol essere considerato siccome una legge contraria aquella di selezione (vedi DARWINISMO) imperocchè se questa, in grazia della varietà del clima, del nutrimento e del l' incrociamento, tende costantemente a trasformare i tipi, l'atavismo ha la co stante tendenza a mantenerli identici, e or qua or là, manifesta la sua potenza latente riproducendo, nel seno stesso dei nuovi organismi, le forme tipiche dei loro progenitori. Questa potenza si rende an cor piùevidentenelregno vegetale, dove i tipi derivati che si ottengono senza l'in crociamento (innesto), e per la sola va rietàdella coltura, inevitabilmente ritor nano alle forme primitive tosto che si cessa di coltivarle; la qual tendenza è comune anche agli animali domestici, i quali, se sono abbandonati allo stato sel vaggio, facilmente riprendono i loro ca ratteri originali. Ateismo.ParolacompostadaTeos, Dio, e dallaparticella negativa a; d'onde a-teos, assenza di Dio. La teologia e la filosofia teologale finora non hanno po tuto far di meglio che negare ostina tamente l'esistenza di veri atei, e fino ai nostri giorni fu questo ilmigliore ar gomento che i credenti seppero addurre smo è lo stato normale di una buona metà di tutti i popoli dell' Asia. Non havvi nella lingua cinese unaparola che esprima l'idea di Dio; della quale as senza il signor Renandot trova unapro va sicura nella iscrizione Cinese e Siriaca scoperta nel 1625. Gli Assiri, dic' egli, che la lasciarono come un monumento della loro missione, essendo vissuti 146 anni fra i Cinesi non nepotevano igno rare la lingua. E se eglino avessero trovato nella lingua del paese qualche parola che dinotasse l'Essere supremo, certo l'avrebbero adoperata invece della parola siriaca a Cobo. Quindi è ch' essi hanno fatto quello che gli spagnuoli dopo di loro hanno dovuto ripetere nel ' America, adoperando la parola Dios per instruire gli Americani, i quali non ave vano nè idea nè parolache esprimesse il concetto di Dio. Per giungere alla medesima dimostrazione, il signor de la Loubère si serve del seguente passo di Confucio, il massimo filosofo dei Cinesi.« Per quanto un uomo sia virtuoso, vi sarà sempre un grado di virtù ch' egli raggiungere non può. Il Cielo stesso e la Terra sì grandi e perfetti,nonpossono satisfare tutti a causa dell'incostanza del tempo e degli elementi, diguisachè l'uomo tro va contro di essi dei motivi di disgusto e d'indignazione. Laonde, se ben s' in tende la grandezza dell' estrema virtù, si dovrà confes are che l'universo intero non può contenerne nè sostenerne il peso > D'onde si vede che Confucio, negando la possibilità dell' esitenza di una virtù assoluta, implicitamente nega l'esistenza di Dio. ( v. CONFUCIO). Perfino i missionari mandati nella Cina non hanno potuto negare questo fatto. S. Francesco Saverio riferisce che i Bonzi del Giappone non volevano cre dere che vi vosse un Dio, perciocchè, dicevano essi, se ve ne fosse uno, i Ci nesi non l'avrebbero ignorato ( Epist. Lib. IV). Anche i gesuiti, tanto interressati a sostenere l'eccellenza dei Cinesi, le buone grazie dei quali si erano accaparrati, e n' usavano poco cristianamente contro le missioni di tutti gli altri ordini, fu rono costretti a confessare l' ateismo dei Cinesi. « I Cinesi, scriveva il padre An tonio Gorefa, sono pieni di spirito, e nondimeno finora sono vissuti nelle te nebre e nella più profonda ignoranza dell' esistenza di Dio La setta dei letterati, che condanna il culto degli idoli, non è, a parlare propriamente, che un Ateismo approvato dalle leggi dell' im pero ». Si los Chinas no son Atheos, que Nacion ay o houve quelo sea! esclama il padre Antoine di Santa Maria. Contro queste ed altre numerosissime testimonianze, non mancano coloro i quali vogliono che le voci cinesi Tien e Xangti esprimano il concetto della di vinità; e i gesuiti, infatti, nelle loro tra duzioni delle opere di Confucio resero queste parole per Dio. Ma il senso di que' vocaboli tant era lontano presso i Cinesi di rendere fedelmente il concetto della divinità, che il vescovo di Conon con sua ordinanza del 26 marzo 1693 stimò bene di vietarne l'uso per espri mere il vero Dio. Avendo i gesuiti ricusato di sottomettersi a questo divieto, ne nac que uno scandalo; l' affare fu portato aRoma, ove Innocenzo XII nominò una Congregazione di Cardinali e di Teologi per deciderlo. La decisione non fu resa che sotto Clemente XI, il 20 novembre dell' anno 1704, e confermava il divieto del vescovo di Conon. Prima di pronun ciare questa decisione i membri della Congregazione non avevano mancato di prendere informazioni sui luoghi. Tra queste informazioni vi è quella che il vescovo di Bérite mandò al cardinale Casanate, che qui rendo testualmente: > Le prove adotte in questo articolo mi dispensano di confutare siffatte idee. Quanto alle ragioni ontologiche dell' a teismo si troveranno nell' articolo Dio. Per i filosofi che dopo aver avuto la coscienza di Dio, lo negarono poi colle leggi del ragionamento, veggansi inque sto Dizionario gli articoli: CRIZIA, PRO TAGORA, BIONE, STRATONE, DIAGORA, LEU CIPPO, DEMOCRITO, LUCREZIO, Fò, AVERROE, POMPONAZIO, RUGGERI, VANINI, BRUNO, HOBBES, SPINOSA, TOLAND, MESLIER, LA METTRIE, BOULANGER, HOLBACH. Atomo. La parte più piccola della materia, che non può più oltre 3 60 ATOMISMO essere divisa chiamasi molecola. Tut tavia la malecola è ancora divisibile col pensiero, e l'ultimo limite al quale colla divisione giunge il pen siero, dicesi atomo. L'atomo è dunque una astrazione, perocchè ragion vuole che lo si suppongasenza dimensioni, chènel contrario caso,il pensiero po trebbe ancora dividerlo all'infinito. Vedi ATOMISMO) La chimicamoderna ha adot tati gli atomi come formola convenzio nale, adatta ad esprimerele più sottili combinazioni e il modo di aggrega zione delle varie sostanze fra di loro. Si é infatti osservato che leproporzioni fra le varie sostanze che costituiscono i corpi, rimangono inalterate anche nelle più piccole e intime parti del corpo stesso, di guisachè, posto peresempio come provato dalla chimica, che lo zucchero constadi 12parti di carbonio; 23di idrogeno; 11 di ossigeno,se pren diamo la più piccola molecola di zuc chero, che ci è data concepiree la di vidiamo in tre parti, troviamo senz'al tro che ognuna di essenonconsta già interamente di una delle tre sostanze componentilo zucchero, ma bensì di 12 parti di carbonio,23 di idrogeno, 11 di ossigeno, e che ogni ulteriore divisione all'infinito constasempre di una combi nazione simile. Orl'atomo nella chimica rappresenta appunto l'ultimo limite nel quale si suppone che le particelle di carbonio, d' idrogeno e d'ossigeno si separeranno senza combinazione. Onde si dirà, che dodici atomi dicarbonio,23 atomi di idrogeno e 11 di ossigeno costi tuiscono unamolecola di zucchero. Tut tavia questa locuzione è errata, avvegna chè gli atomi costituiscono spécialmente un principio di ragione, che impropria mente si trasforma in corpo materiale; motivo per cui molti chimici d' oggidi abbandonano gli atomi allafilosofiaspe culativa, e chiamano molecole tutte le parti più o meno piccole dei corpi, sieno esse semplici o composte, com binate o no. (Vedi MOLECOLA) Atomismo. Sotto questo nome generale s' intendono tutti i sistemi filo sofici, i quali hanno per fondamento l'i potesi degli atomi, ossia i corpuscoli impercettibili della materia. Se noi pen siamo alla divisibilità infinita della ma teria, l'antitesi dell' infinito contenuto nel finito,non può ameno di presentarsi alla nostra mente (Vedi INFINITO ). Ма pos siamo noi evitare questa assurdità logica? Fino a qual qunto dovremo noi pensare che un corpuscolo non possa ulterior mente dividersi? Tali furono le questioni generali che hanno originata la teoria atomica. Secondo gli atomisti, ciò che chiamasi atomo è essenzialmente semplice, e ciò che è semplice non può ulterior mente dividersi. L'atomo è dunque úna particella di materia elementare, imper cettibile e imponderabile; e perciò ap punto che sfugge alla tangente dei sensi, essa rivelasi subito come una mera astra zione. Epperò l'atomo è la materiaquin tessenziata, press' a poco com'è lo spi rito; e l'aggregato degli atomi costitui sce i corpi. Ciò basta per farci intendere che l'atomismo antico, nonostante la sua tendenza al materialismo, differisce dalle nostre teorie molecolari in questo, che le nostre molecole non sono semplici, e non dissomigliano essenzialmente dai corpi che compongono, non rappresentano unconcetto metafisico, ma semplicemente un concetto d'estensione, quella più pic colissima parte di materia che ci è dato di immaginare. Sebbene la teoria ato mica fiorisse nella Grecia ai tempi di Anassagora e di Democrito, ne troviamo però qualche anterior saggio nell' India nella setta filosofica detta dei Vaisechika della quale fu fondatore Kanada. Diceva questo filosofo, che se un corpo fosse veramente composto di un numero infi nitodi parti, sarebbe vero il paradosso che fra un grano di senape e unamon tagna non vi è alcuna differenza di grandezza, poichè l' infinito è sempre e guale all' infinito. Per evitare questa contraddizione supponeva egli che lama teria fosse un aggregato di particelle elementari, eterne e indivisibili; e tali ATOMISMO appunto sono gli atomi. Questi sono ne cessariamente intangibili, poichè tutto ciò che cade sotto i nostri sensi è un composto e ciò che è compostopuò sem pre dividersi: ma nondimentichiamo che l'atomo è indivisibile. Gli atomi non constano tutti della stessa sostanza. Ka nada supponeva che ve ne fossero di quattro specie: terrestri, acquei, aerei e luminosi: sono sempre iquattro elementi della fisica antica. La varietà di questi 61 Poco diversa dalla teoria del filosofo indiano è la teoria atomica dei filosofi greci. Gli atomi d' Empedocle, come quelli del filosofo indiano, sono di quat tro categorie, e il principio superiore dell' amore o dell' odio li fa congiun gere o li disgiunge. Nel sistema di A nassagora gli atomi son detti omeo meria, e si distinguono in un infinito numero di categorie, quante sono le sostanze e perfino i colori che vedia atomi costituisce i corpi, ma la loro combinazione non è meramente arbitra ria e casuale, bensì è regolata da una legge. La prima combinazione è sempre binaria, cioè composta di due atomi; la seconda formasi coll'aggregazionedi tre di questi atomi doppi; quattro atomi se condari formano una combinazione ter naria e così via. Ora questo modo di combinazione, per quanto sembri strano, non è poi molto lontano dalla realtà, quale ci fu rivelata delle moderne ipo tesi della chimica. Abbandonato il nu mero progressivo degli atomi, che è una mera astrazione, noi vediamo che ogni cristallo è infatti un aggregato di altri cristalli d' egual natura e forma. Se, ad esempio, noi prendiamo una delle più piccole cristallizzazioni del sale co mune, vedremo che ha la forma di un cubo. Or quel cubo può decomporsi in altri piccoli cubi, e ciascun di questi in una quantità di altri cubi più piccoli, e cosi di seguito fino all' atomo che si suppone elementare. La scienza è dun que venuta a convalidare, fino ad un certo punto, la teoria atomica. Se non che, mentre la teoria molecolare più modesta della prima, a questo punto si è fermata, limitandosi a concepire la molecola come la più semplice espres sionedellamateriaimmaginabile; lateoria atomica invece, ha voluto quintessenziare l'atomo e renderlo immutabile nell' uni verso. Dopo tutto questo, Kanada, per una sorta di astrazione, che non si sa comeben si concilii colla semplicità e lementare dei suoi atomi, ha ammessa un' anima distinta dal corpo. mo. Ma è soltanto con Leucippo e De mocrito che il sistema atomistico della Grecia assume una forma più risoluta e allontana, siccome ipotesi inutile, il prin cipio spirituale. Poichè gli atomi sono semplici e riempiono tutto, come potrebbe definirsi lo spirito, e qual posto dargli? Se l'atomo è semplice, e semplice è lo spirito, l'uno o l'altro è superfluo, oppure l'uno si confonde coll'altro (Vedi LEU CIPPO E DEMOCRITO). Mentre Anassagora aveva creato tante sorta di atomi quante sono le sostanze, Democrito, afferrando il gran principio dell'unità della materia, tutti li supponeva della stessa natura e sol diceva che i corpi differivano pel di verso modo della loro aggregazione. Si Leucippo che Democrito, ammettendo la eternità degli atomi e del movimento loro, escludevano esplicitamente la possi bilità della creazione. Ogni cosa è for mata degli atomi e gli atominonhanno principio nè hanno fine. Questa dottrina fu ad un dipresso adottata da Epicuro e cantata da Lucrezio coi suoi aurei versi. Qui l'atomismo antico si avvicina al materialismo moderno: non solo rico nosce l'eternità degli elementi materiali, ma energicamente afferma la realtà della materia. Verità triviale, se si vuole, ma che non èperciò, cosa incredibile ma pur vera, meno contrastata anche ai nostri giorni (Vedi BERKELEY, COLLIER е Ма TERIALISMO). Nei tempi moderni l'atomismo rinac que con Gassendi, ma fu sistema scem pio, perciocchè, fedele al domma della creazione ex nihilo, tolse agli atomi l'e ternità, li fece decadere dal grado di 62 AUTENTICITA principio a quello di fenomeno, e in tal senso la sua ipotesi diventava inutile. L'atomismo è invece passato nelle scienze naturali sotto il nome di teoria moleco lare, la quale, come già dissi, è benlon tana di considerare gli atomi con quel carattere di principio elementare che Cadivisioilità degli antichi ad essi at tribuiva. Attrazione. Newton hacosì chia mata la tendenza che hanno i corpi di attrar i fra di loro in ragione diretta delle ma-se e inversa del quadratodelle distanze. Quando questa tendenza eser citasi fra i corpi celesti, chiamasi attra sione universale, o gravitazione; è in vece attrazione molecolare o coesione quella che si compie fra le molecole a distanze infinitamente piccole. Filosoficamente parlando, l'attrazione esprime un fatto, non già una causa, onde sarebbe crroneo il supporre, che essa fosse un certo che di separatodalla materia in cui si manifesta. L'attrazione è una forza, e come tutte le forze è un attributo nominale, non sostanziale, della materia (Vedi FORZA). Attributo. Dicesi attributo ogni qualità o proprietà dei corpi, che ser vono a meglio determinarli o a far ne conoscere l' essenza. Vi sono at tributi reali ed attributi inetafisici; e ben si capisce che questi ultimi hanno tanta realtà quanto gli enti a cui si attribui scono. Così l'unità, ' attività, ' immor talità dell' anima sono attributi tanto veri quanto può esser vera la esistenza di quello spirito, che si chiama anima; come l' onnipotenza, la bontà e infinità di Dio sono subordinati all' esistenza di di quello spirito che si chiama Dio. Ma siccome sull' argomento degli spiriti l'e sperienza se ne rimane muta, e siccome d'altronde la metafisica nullac' insegna che sia assolutamente dimostrato intorno a questo argomento, così è chiaro che gli attributi della metafisica mancano di ogni dimostrazione. Non così accade degli attributi reali, propri della materia, i quali in qualche modo cadono sempre sotto i nostri sensi. Anzi tant'èlarealtà e l'evidenza di questi, che spesso la metafisica li confonde e li innalza al grado di sostanze separate, di entità metafisiche. Accade così del mo vimento, del pensiero ecc. ( vedi questi nomi) i quali, quantunque logicamente non si dimostrino altro che attributi soe cialissimi della materia, la metafisica li concreta in altre sostanze cae stanno fuori della materia, e quindi nel nulla. Anche l'idea generica di forza, che la metafisica ha creato e la filosofi speri mentale adottato per spiegare intelligi bilmente la causa dei fenomeni, non si risolve, in ultima analisi, che in un aturi buto della materia (vedi FORZA). Quindi è, che i soli attributi sui quali non cade onon dovrebbe cader disputa, son quelli stabiliti dalla fisica sperimentale per i corpi, come sarebbero ' impenetrabilità, l'estensione, la porosità, la divisibilità, il colore, il sapore, il peso e tutte in somma le maniere con cui lamateria si presenta ai nostri sensi. Audeo • Audio. Nacque nella Mesopotamia verso la metà del quarto secolo. D' indole atrabiliare e di un esa gerato ascetismo, soleva egli rimprove rare acerbamente la mollezza dei preti e dei vescovi de'suoi tempi, ond' era spes so svillaneggiato e talora anche maltrat tato. Denunziato all' imperatore ed esi gliato infine nella Scizia, v' istruì molti proseliti, insegnò la pratica della vergi nità e fondò monasteri colle regole del viver solitario. Dall'ortodossia si distaccò in alcuni punti di dottrina, come nella celebrazione della Pasqua, ch' egli faceva nel giorno stesso della Pasqua dei Giu dei; poichè diceva che il Conciliodi Ni cea l'aveva trasportata nel giorno na talizio dell' imperatore, per adulazione verso Costantino. Dopo la morte diAu deo la sua setta fu governata da vari vescovi fino alla fine del quarto secolo, col quale si spense. Autenticità Vedi CANONE E APO CRIFI. Per l'autenticitàdegliEVANGELI e del PENTATEUCO vedansi questi nomi. AVERROE 63 Autorità. In filosofiadicesi auto- mente rimettersi all'autorità, in quelle d'opinione, ha il dovere, per quanto e meglio può, di far egli stesso le sue rità quella testimonianza che l' uomo dotto nelle specialità fa sulle cose della scienza o dell'arte che gli appar tengono. E per quanto rifuggasi in buona filosofia dal prestar fede all'au torità, non può, per altro, questa eli minarsi affatto, poichè niun uomo può essere dotto intutte le scienze, nè tutto può sapere. Laonde, per quanto si in culchi e s' insegni che l'uom deve da se stesso accertare le cose a cui crede, non può, per altro, escludersi che in illazioni. Averroe. Pseudonimo di Ibn-Ro scd. Filosofo arabo nato in Cordova verso la metà del XII secolo. Egli fu il primo che volgesse dal Greco in arabo i libri di Aristotile, e i suoi commenti sopra questo filosofo a cui pro fessava grandissima stima, glimeritarono il sopranome di Commentatore. Aristo tile sintetizzando tutte le forze di natura e riducendole ad unità, n'aveva compo sto un tal simulacro di Dio, che nulla di molti casi ei nondebba necessariamente ricorrere all'autorità, vuoi nellescienze storiche, vuoi nelle fisiche o nelle ma tematiche, e rimettersi al parere di co loro che ne trattarono con fondamento. Escludere, infatti, l'autorità dalla storia sarebbe quanto il negare la storia, però che noi stessi non possiamo accertarci delle cose passate; ma del pari non possiamo conoscere per nostra espe rienza tutto ciò che riguarda le altre scienze, ond'è che inquelle parti nelle | di assoluto, d' inalterabile, d'eterno, on quali ci riconosciamo manchevoli, dob divino aveva. E fu con una cotal sintesi cheAverroe, sorvolando a tutti i fenomeni della coscienza individuale, considerava il pensiero umano come la risultante di tutte le forze dell'universo, o come parte o azione di una ragione universalo, che, indipendente dalla materia non poteva dirsi, ma nemmen che le fosse soggetta. La ragione fu per Averroe un cotalche biamo rimetterci all'autorità di uomini competenti. Abbisi soltanto l'avvertenza di non confondere il parere di uomini autorevoli con la vera dimostrazione, però che, come ben dice il Romagnosi, questi dotti possono essere interpreti della ragione, non la ragione medesima. Nè estendasi poi l'autorità loro invocata sopra una determinata cosa, a tutti i rami dello scibile, come spesso si suol fare, onde nascono i tanti abusi e le tante autorità effimere,che menano all'errore. Perocchè un uomo può es sere autorevole in una scienza e non avere autorità alcuna nelle altre, onde tutti i grandi, si smarrirono quando uscir vollero dai lorostudi. L'autorità specialmente s'invochi sulle questioni di fatto, poichè in quelle il giudizio di tutti gli uomini si accorda; madove vi è passione, o entusiasmo, o opinione determinata da un partito, l'autorità a nulla giova, perciocchè se nelle que stioni di fatto l'uomo deve necessaria de inalterabile e eterna doveva essere l'umanità che partecipava ai privilegi di cotesta ragione. Qui scambiando l'essen za con la forma, Averroe troppo presto dimenticava, che nessuna forma è inalte rabile e imperitura nell' universo e che l' umanità deve necessariamente seguire questa eterna legge di evoluzione. Averroe non è propriamente allascuo la esperimentale che vuol essere ascritto, ma negare non si può ch' eglinon tenda alquanto al panteismo. Perciocchè quella sua ragione universale, sintesi dell' uni verso che s'incarna e s'individualizza nella coscienza individuale, non ripugna aquesta scuola. Come Aristotile, dal suo Dio panteista aveva dedotta la conseguenza che non vi può essere relazione alcuna possibile tra Dioelaspecieumana, così Averroe esclude i preti e la teologia dal concorrere alla suprema felicità. La personalità finisce col corpo, e dopo la morte va per dendosi nel mare della intelligenza uni versale, alla quale, non solo è affine, ma 64 BACONE risale almeno a quattro secoli dopo. Avicenna, pseudonimodi Jbn-Si anzi identica. Perciò, tutte l'anime in | ribus, ma a torto, poichè quello scritto nulla differiscono fra di loro, e l'orga nismo solo quello è, che fadiversi gl' in dividui, che dà una personalitàpropria a Socrate diversa da quella di Platone. Or gli organi periscono, e l' anima, la ra gione rimane inalterata e si confonde nella ragione universale. Questa ragione è eterna; come eterna è la materia; on de il creare e il risorgere son cose del pari assurde. Per quel che si vede, non può dirsi che Averroe spingesse agli estremi le sue negazioni. Pure, senza volerlo, fu egli reputato, e restò per lungo tempo, come na. Celebre medico arabo nato nell'anno 880. Scrisse moltissime opere filosofiche, dove illustrò i principii dei peripatetici il capostipite dell' incredulità. A lui si attribuirono le più ardite opinioni e i più scettici pensieri; da lui si intitolò la tendenza al discredere. L'averroismo non fu dottrinapanteistica o filosofica, ma pei successori di Averroe fu ladottrina del con le massime della filosofia araba. Ammetteva ' eternità del mondo, seb benegli assegnasse unacausa efficiente, Ja quale però non cadeva nel tempo; l'anima voleva congiunta al corpo e la sua perfezione consisteva per lui in uno stretto legamecol mondo intellet tuale. Cadeva quindi nell' error dei mi stici, supponendo che l'uomo tanto più si fa perfetto, quanto meglio si allon tana dal mondo e si rivolge alla spe culazione. Non pare però cheAvicenna abbia messo in pratica le sue idee, poichè spesso si abbandonò all'orgia e mori infine d'una malattia d'intestini, l'incredulità. Ad Averroefu attribuita la coi conforti della religione mussul redazione del libro De Tribus imposto- mana. B Bacone(Francesco) Barone di Ve rulamio, Cancelliere d'Inghilterra, fu fi losofo profondissimo, e di quanti merite voli di tal nome siano stati, il meno o nesto e il men sincero. Avido di denari e d'onori ei non sempre curò di leal mente esporre le sue convinzioni, sicchè le opere di lui riboccano di passi scritti in favore di una religione ch'egli ogno ra combatteva coi dettatidella sua filo sofia. Fu egli che scrisse quel detto, di venuto famoso per esser stato poi ri scritto da tutti gli apologisti, che poca scienza conduce all'ateismo è molta scien zariconduce alla religione, ondeil catto lico Ladvocat lo chiama dotto teologo, modesto storico, profondo giurista e gra zioso poeta, e l'autoredelle memorie per la storia ecclesiastica dice, ch'egli era un protestante molto propenso al cattolice simo. Giova aggiungere però, che l' am missione nel pantheon cristiano di cote sto uomo, fa un gran torto al cristiane simo. Se l' apparenza e la lettera degli scritti di Bacone stanno per la religione, lo spirito delle sue opere è tutto diretto anegare il sovranaturale. Nel Trattato sulla natura delle cose e in quello Dei principi e delle origini, Bacone combatte fieramente l'antica scuola del trascen dentalismo Platonico ed Aristotelico, e rendendo ragione a Democrito e ad E picuro, egli fa sua la loro teoria atomica eproclama che la materia è eterna ed indestruttibile, che il mondo basta a se stesso e che fuori del mondo non vi so no corpi. « Lamateria, diceva Bacone, ha dessa un' origine? Ciascun uomo che BACONE ragiona, per la testimonianza dei sensi deve naturalmente pensare che la mate ria è eterna (Principj edorigine). Essa è indistruttibile, impenetrabile. Siamo 65 coli, ed essa li produce asuo tempo per una legge inevitabile (Dignità ed accre scimento lib. II. Cap. XIII). Or come si concilia ella mai questa ardita teoria disposti ad ammettere l'idea di Erone che ce la rappresenta come costituitada atomi separati da unvuoto misto. Tutto cambianella forma, in sostanzaniente si distrugge ed il volume della materia re sta sempre lo stesso. Non si neghi l'u tilità delle ricerche relative al primo stato degli elementi od atomi; sonoque ste forse più importanti d' ogni altra. Esse regolano l'atto e la potenza, esse moderano l'immaginazione e le opere (Pensieri sulla natura delle cose). Altrove Bacone parla con molto di sdegno delle cause finali, e vuole ope rare fra le scienze naturali e le teologi chequel divorzio che oggimai si è com piuto, non senza grandissimi contrasti. Baggemio di Lipsia. Visse verso la metà del XVII secolo. Si disputava allora tra i teologi e i filosofi se Dio avesse creato il mondo per meglio far risplendere i suoi attributi, o se pure l'avesse creato per farsi rendere omaggio dagli Enti liberi. Baggemio avanzò una certa ipotesi nonmeno assurda delle al mase parecchi anni. Ma essendo poi ve nuto amorte il superiore,Bacone seppe ingraziarsi il successore di lui, indiriz- tre, e pensò che Iddio si fosse determi zandogli, come segno di omaggio, uno scritto sui mezzi adatti a fermare ipro gressi della vecchiaia. Poco di poi Ba cone fu ridato alla libertà, manon molto sopravisse alla sua liberazione, poichè era vecchio, e gli effetti del tempo, che vo leva arrestare sugli altri, non aveva sa puto impedire sopra se stesso. Lafantasia degli scrittori moderni si è compiaciuta di trasformare questo mo naco inun uomo di scienza incompa rabile, sol perchè egli fu perseguitato; ma le persecuzioni degli stolti non ba stanomicaper innalzareun ingegno men che mediocre finoall' altezza dei tempi presenti. E che mediocrissimo sapere possedesse cotesto frate, ce lo attestano i madornali errori e gli stupidi suoi pregiudizi nelle scienze naturali, nelle quali pur sempre si vuol dottissimo. Egli insegna che con spermaceti, aloe e carne di dragone puossi prolungare la vita, e conla pietra filosofale immortalarla; che la constellazione dell' agnello ha una di retta influenza sulla testadell'uomo,quella del toro sul collo e quella dei gemelli sulle braccia. (Opus majus). Altrove dice che la luce si fa per moltiplicazione univora ed equivoca, che quest' ultima genera il calore, e il calore la putrefa zione. Gli fa troppo onore chi crede ch'egli sia stato l'inventore della polvere, per un certo passo che si legge nel suo Opus Majus, ove si accenna al fuoco greco ead un certo fuoco, che facevano i bimbi di quei tempi, i quali mettendo del salnitro in una piccola palla grande un pollice egettandola sul fuoco, produ cevano un rumore sì violento che sor nato ad agire per amore verso le crea ture. Così restò bene assodato che, in qualunque modo siconsidera,questo Dio creatore non può sfuggire all' antropo morfismo. I teologi e i filosofi gli attri buivano un vizio: l'ambizione d'imperare sopra dei sudditi, e di risplendere ai loro occhi; eBaggemio gl' imputò una virtu; virtù e vizi però che sono sempre copiati dalla passioni umane e che in nessuna maniera convengono all' Ente assoluto. Bajo, o Bay (Michele) Nacque a Malines nell'Haynaut nell'anno 1513, fu ricevuto dottore nel 1550e nell'anno se guente occupò lacattedra di Sacra Scrit tura nella università diLovanio. In quei tempi ferveva vivissima tra i cattolici e i protestanti la controversia sulla grazia e la predestinazione, e gli uni e gli al tri pretendevano di appoggiarsi sulla au torità di S. Agostino, il quale, coi passi scritturali, aveva dimostrato contro i pe lagiani, che l'uomo non può far nulla senza Dio, che tutte le nostre forze ven gono da lui, giacchè siamo corrotti e nasciamo figli d'ira. Imperocchè, diceva questo luminare della Chiesa, dopo il peccato, l'uomo da se stesso è impotente a salvarsi senza il soccorso della grazia divina, ed anzi senza questa grazia egli non avrebbe potuto perseverare nella giustizia originale. Condotto dallo spirito dei tempi astudiare questa questione, Michele Bajo credette di rettamente in terpretare S. Agostino contro ilduro fa talismo divino di Calvino e di Lutero, affermando, che la divina giustizia non avrebbe potuto creare gli uomini senza le grazie e le perfezioni dello statod' innocenza. Pertanto, mentre Agostino tenete voi, ai calvani sti, ai luterani, ai ammetteva che eziandio una certa qual zuingliani ?- Io, ripeteva Bayle, sono grazia sufficiente era necessaria per sal- protestante,equindiprotesto contro tutti. varsi, Bajo ammise, che l'uomo creato Odiato da molti, egli nondimeno co libero e giusto si è perduto per sua colpa, strinse i suoi nemici ad inchinarsi d' in e che persolavolontàdilui persevera nella nanzi alla perspicacia del suoingegno e colpa dopo la caduta. Bajo dunque, con- a riguardarlo come il luminare del suo tro Lutero e Calvino ammetteva il libero | secolo. Scrisse molte opere,frale quali il arbitrio, madifferiva dai cattolici in ciò, che mentre questi lo fanno consistere nel potere di determinarsi liberamente Dizionario Storico-Critico, nelquale rias sume tutte le eresie e tutte le opinioni della filosofia. Le scuole dommatiche non senza alcuna necessità esterna ed inter na, Bajo sosteneva che nel pensiero di S. Agostino il libero arbitrio consistesse in questo, che ' uomo non è esposto a nessuna necessità esterna, senza che in ternamente egli abbiailpotere di deter minarsi per una cosa diversa da quella ch'egli fa. Cotal divergenza di opinioni eccitò serie dispute, specialmente da parte dei religiosi dei Paesi Bassi dell' ordine di S. Francesco, i quali spedirono a Parigi dieciotto proposizioni del loro avversario, che la facoltà di Teologiacondannò. La sanno perdonargli il metodo della sua critica, perciocchè spesso assumendo la difesa di un domma, ei lo circonda di tante difficoltà, gli solleva contro le tante obbiezionidegli antichi eresiarchi, espone le tante fiate i difetti della ortodossia, che il lettore,dopo un difficilissimo cam mino attraverso alle cento controversie, giunge alla conclusione e alla vittoria dopo aver perduto la fede. Non è dun que senza fondamento che alcuno scrisse dilui : essere più fatali alla religione le sue difese, che gli stessi suoi colpi. Certo, questo sistema di critica nè disputa non si acquetò per questo; l'af- | sarebbe opportuno nè decoroso per la fare fu portatod' innanzi al soglio ponti ficio, ove le proposizioni di Bajo furono del pari condannate. Manon andò guari chele stesse dispute, risorte nella Spagna conMolinaeGiansenio,minacciarono per lungo tempo la pace e la tranquillità della Francia (Vedi GIANSENISMO). Bayle(Pietro)nacque a Carlat nella contea di Foix e fece isuoi primi studi di filosofia a Tolosa. Di nascita pro testante, egli per le insinuazioni di un prete, giovane ancora, si converti al cattolicismo, che abiurò dopo 17 mesi. Nel 1675 ottenne lacattedradi filosofia a Sèdan, ma le calunnie del ministro Jurieu lo costrinsero poco di poia rifu giarsi in Olanda, dove fu nominato ad altra cattedra in Rotterdam. Uomo di costumi austeri e di studi profondi, pro testante di nome, non apparteneva di fatto anessunareligione positiva. A co loro che lo interrogavano sulla sua cre denza, rispondeva: io sono protestante. Ma aqual comunità protestante appar flo moderna, ma noi dobbiamo pur concedere la lor parte al tempo ed Li costumi, perciò che quelle verità elementari che oggi non escono dai limiti della più modesta opposizione, po tevano altre volte esser sommamente ar dite e pericolose per chi avesse osato di vulgarle. D'altronde, non sempre il Bayle fu timido e riguardoso, e in parecchi luoghi del suo dizionario entrò in cam pagna quasi apertamente contro la divi nità. Egli è specialmente nell'esame cri tico del Manicheismo che scuote forte mente il principio dommatico d'ogni re ligione a tutto profitto dello scetticismo, e dimostra quanto poco le opere di Dio corrispondano all'idea che dobbiam farci della sua infinita sapienza, della bontà, della santità e dellapotenza infinita. Egli esamina se il mondo possa considerarsi come prodotto da un sol principio, e conchiude per la negativa. Ilmondo non è perfetto: zone glaciali, zona torrida, deserti spaventosi e mari immensi la BATTESIMO rendono poco abitabile ; montagne e rupi la sfigurano; fulmini, tempeste, terremoti evulcani la sconvolgono; gli animali si combattono e a vicenda si distruggono, e l'uomo stesso, pieno di mali e di biso gni, non può considerare la sua storia che come una sequela di sventure e di rovine. Or, dice il Bayle toccando iquat tro punti che formano il contrasto della sua critica, la Somma Bontà può pro durreuna creatura rea? La SommaBontà può produrre una creatura infelice? La Somma Bontà congiunta aduna potenza infinita non dovrebbe forse colmare l'o pera sua di tutti i benie da essa allonta nare tutto ciò che può offenderla o mo lestarla? Invano si risponderà che le di sgrazie dell' uomo son conseguenza del l'abuso della sua libertà: la sapienza in finita di Dio doveva prevedere tale abuso: e lasua bontà doveva toglierlo. Queste idee che il Bayle ripete nelle sue Ri sposte ad un Provinciale, non passarono inosservate alla filosofia religiosa, la quale rispose per la boccadei suoi mas simi organi. Le Clere, l'arcivescovo King, il Jacquelot, e il Placete scrissero parec chi volumi per confutarla, e se vi riu scirono ce l'insegna la storia dello spi rito umano, la quale ci dimostra,che le obbiezioni del Bayle sono la eterna anti tesi che la ragione di tutti i secoli op pone ai pretesi attributi della divinità. Baralloti. Così si chiamarono al cuni eretici di Bologna, altrimenti detti obbedienti. Di loro non si sa altro, se non che praticavano il comunismo così dei beni, come delle donne e dei figliuoli. Basilide. Visse adAlessandria cir ca 150 anni dopo Gesù. Non potendo concepire come il bene e il male deri vasserodauna stessa sorgente, immaginò che Iddio avesse creata la Intelligenza, questa il Verbo, il Verbo la Prudenza, la Sapienza, la Virtu, i Principi e gli Angeli. Gli angeli si dividevano in 365 ordini, ciascun dei quali aveva fatto un cielo, e ' ultimo di essi la Terra. Gesù era venuto per liberare gli uomini dalla schiavitù in cui gemevano, aveva fatto i miracoli che i cristiani narrano, ma non si era guari incarnato, poichè, al dir di Basilide, dell' uomo non aveva assunto che le apparenze; nè egli era morto sulla croce, poichè Simon Cireneo vi era morto in vece sua. Questo amal gamadei principi di Platone e di Pitagora con quelli dei Cristiani e dei Giudei, nulla c' interessa, fuorchè in questo, che le credenze di Basilide provano come già nel secondo secolo si negasse la realtà storica di Gesù. Basilide lasciò una setta che da lui prese il nome e si confuse coi cabalisti. Battesimo. Il principio della pu rificazione per mezzo dell' acqua è il più universale che si conosca, siccome quello che dalla natura stessa e dalla igiene è consigliato. Perciò varie religiose lavande troviamo instituite dagli antichi, quali per gli uomini, qualiper i templi e quali per gli animali; e la triplice abluzione dei mussulmani èpureunavanzo di que sti riti. Ma il lavacro considerato come segno di iniziazione noi lo troviamo pri mamente instituito nell' India, culla di Brama, dove i neonati, nei tre giorni che succedono la nascita, devono essere purificati nell'ondadel Gange, e i lontani nell' acqua lustrale santificata dal Bra mino. Presso gli ebrei troviamo non scarse instituzioni di sacre lavande; ma l'acqua non è più segno d'iniziazione: il battesimo è di sangue e appellasi circon cisione: il padre del bambino deve ta gliargli o fargli tagliare il prepuzio ne gli otto giorni successivi alla nascita. Più tardi, il battesimo d'acqua come se gno d'iniziazione ricompare fra gli stessi ebrei colla settadegliEsseni, posti lungo le rive del mar Morto, di cui vogliono alcuni che Giovanni il Battista fosse, se non partecipe, almeno imitatore. Gli E vangelisti hanno cercato di inquadrarlo nei loro racconti comeunprecursoredel Messia, ma nonè senza insulto alla ve rosimiglianza che questa predisposizione può essere ammessa. Il Battista è per se solo capo setta ed amministra il Batte simo senza preoccupazioni future. Gesù BATTESIMO 69 stesso riceve questo segno d' iniziazione | altro liquido, siavino o saliva. Alle quali ed è nel Giordano, come già i bramini nel Gange, che Giovanni dà il santo la esclusioni non si può negare per certo un carattere assolutamente magico, e vacro. Il bisogno difar primeggiare Gesù sopra ogni altro personaggio della leg genda evangelica, ha indotto gli evange listi a far comparire dei segni speciali | putata efficace al Sacramento, perchè una grandissima ignoranza degli ele menti chimici di cui si compongono i corpi. Avvegnachè se l'acqua è re nel momento del suo battesimo, ma nel fatto noi vediamo che non è primadella morte di Giovanni che il preteso Messia incomincia il suo proselitismo. Il batte simo era dunque stato perGesù il mezzo di aggregarsi ad un partito già costituito, del quale ebbe la direzione dopo che fu decapitato il maestro, ma si poca importanza egli dà a questo segno, che non lo vediamo mai amministra re il battesimo ai suoi proseliti. Ne gli apostoli, nè i discepoli suoi sono mai stati battezzati, nè mai battezza rono, e S. Paolo, che a buona ra gione può dirsi il fondatore del cri stianesimo, continuando il rito ebraico, circoncise ma non battezzò il suo di scepolo Timoteo. Onde i cattolici scu sano questa ommissione dicendo conS. Bernardo (Epist. 77), che non potevasi imputare a colpa il non ricevere il battesimo prima di una sufficiente pro mulgazione delVangelo. Nemmeno dopo Gesú e dopo itempi nol sarebbero l' azoto e l'idrogeno on de l'acqua è composta, e perchè non il vino, la saliva od altro qualsiasi li quidonel quale l' acqua entracome prin cipale componente ? Ma se il Sacramento del battesimo era contestato in quanto alla sostanza, non lo fu meno in quanto alla forma. Nonconoscevasi nei primi secoli alcuna formola canonica: i più battezzavanonel nome di Gesù Cristo; il diacono Lisino battezzava dicendo: Cristo te illumini; e S. Lorenzovi aggiungeva: nel corpo e nell'anima. Alla validità del battesimo non reputavasi dunque necessaria l'invo cazione della Trinità . La necessità di questa formola comparve officialmente nella Chiesa soltanto ai tempi del Con cilio di Nicea, il quale promulgò un ca none ove prescrisse, che i Paulinisti ve nendo ammessinella Chiesa,si dovessero ribattezzare perchè battezzati senza l'in vocazione della Trinità (Canone 7.) Fu gran questione nella Chiesa per sapere se fosse valido il battesimo amministrato della Chiesa apostolica troviamo che i cristiani fossero concordi sulla necessità di amministrare il battesimo d'acqua. Perciocchè molte sette negavano ogni Sacramento sensibile, i Manichei dice vano l'acqua prodotta da un principio cattivo, e i Seleuciani, per quanto dice Tertulliano, ripudiando il Battesimo di | III prescrisse essereinvalido il battesimo acqua vi sostituirono quello del fuoco, appoggiandosi a un passo diS. Giovanni evangelista. Anche i Giacobiti, fedeli a questopasso, furono soliti imprimere sulla colla formola prescritta, ma senzalepa role che esprimessero l'atto, cioè senza dire: io ti battezzo nel nome ecc. Tra gli scolastici Pietro il Cantore e Pietro Lombardo il sostennero valido, altri lo negarono; maunaDecretaledi Alessandro fronte o sulle braccia del neonato un segno di croce con ferro rovente. La Chiesa ha però dichiarati nulli questi amministrato senzale parole esperimenti l'azione. Respinte cost apoco a poco tutte altre formole, questa sola restò ufficial mente ammessa: Ego te baptizo in no mine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Intanto la semplicità primitiva del bat tesimo andava scomparendo, e i ritima modi di battezzare, e nelconcilio di Fi- gicichevisisoprapponevano dalla Chiesa, renze e in quel di Trentodecretò l'acqua lo elevavano man mano al grado di naturale essere la vera ed essenziale ma- Sacramento indispensabile alla salute. teria di questo Sacramento, escluso ogni | L'acquanaturale nonparve materia suf 70 BATTESIMO ficente al ritod' iniziazione ; s'incominciò acopiare l'uso pagano dell'acqua lustra le, e la si volle benedetta; poi nonbastò la benedizione : si ordinò di soffiare sulle acque, di unirvi il santo Crisma, d'im mergervi dentro l'acceso cero pasquale ; e a quest'acqua così benedetta attribui rono i padri la virtùmiracolosa di mon dare le animedal peccato. Ma la neces sità di mondare i neonati dalla macchia originale non ancora era vivamente sen tita, e lo prova l' antichissimo uso di ministrare il battesimo soltanto neigiorni solenni e per ministero esclusivo del Ve scovo, il quale, se era assente, dovevail battesimo differirsi. (Chardon, Histoire du Bapt. I). La quale costumanza mal si concilierebbecon lasollecitudinedellaChie sa per salvare le animepericolanti, nè am mettere sipuò che un vescovo solo bastas seabattezzare in ognigiornotuttii neonati posti sotto la suagiurisdizione. Provano questa costante costumanza degli antichi tempi, gli antichi battisteri sempre po sti in vicinanza dellaCattedrale,e toglie ogni dubbiouna lettera di S. Gregorio all' Esarca di Ravenna, colla quale il Pontefice esortava il ministro imperiale anon detenere il vescovo d' Ostia, onde colà non vi morissero i fanciulli senza battesimo (v. Gregorio Epist. 32). Nella Chiesa primitiva non battez zavansi i fanciulli, ma sì gli adulti; e a quelli rifiutavasi il battesimo i quali i struiti non fossero nei misteri della reli gione; onde in tempi più vicinigli ana battisti tennero siccome invalido il bat tesimo dei fanciulli,e fattiaduųli ribat tezzarono (vedi ANABATTISTI). Nei primi secoli i eandidati al cristianesimo dice vansi catecumeni, nè venivano ammessi al segno della iniziazione cristiana senza molte prove e un lungo noviziato. Ilpa ganesimo aveva avuto i suoi misteri, e alla nascente Chiesa sarebbe parso disdicevole il non avere i propri; onde ai catecumeni non rivelavansi le cose arcane senza prima farli passare per una lunga serie di iniziazioni. Queste, per verità, non costumavansi nè durante il primo, nè nel secondo secolo, nei quali la Chiesa, ancor fedele alla tra dizione apostolica, battezzava facilissi mamentechiunquechiedevadi essere fatto cristiano. Ma la semplicità è naturale nemicadella religione, la quale sempre abbisogna d' arcano, onde i padri del Concilio Illiberitano stabilirono, che nes suno dovesse ammettersi al battesimo se non dopo lo spazio di due anni di spe rimentata condotta. Durante questo pe riodo il noviziato dei catecumeni era diviso in tre gradi : di Uditori, di Ge nuflessi e di Competenti. I primi dove vano uscir dalla Chiesa subito dopo la spiegazione catechista e prima delle preghiere comuni; alle quali assistevano i secondi, ma sempre genuflessi. I soli Competenti erano ammessi all'istruzione dei divini Misteri. Alcuino nella quinta Epistola a Carlomagno, ci trascrisseun saggio delle istruzioni che si davano ai Competenti prima di ammetterli al bat tesimo, e lo toglieva dal trattato De chatechisandis rudibus di S. Agostino, onde siam sicuri che questa pratica già era in uso nel quinto secolo. « I ca tecumeni, dice Alcuino, si devono i struire sulla immortalità dell' anima e della vita futura, della retribuzione dei buoni e dei rei, dell'eternità del regnodei cieli e dell'Inferno..... si debbono illumi nare sulla fede nella Trinità; sulla na scita, passione e morte del Salvatore, e si darà loro una idea della risurrezione dei corpi e della seconda venuta di Cristo ». Quindi icatecumeni erano am messi alla cerimonia dell' Ephata, che significa aprire, perciocchè dicevasi che aprivansi le loro orecchie alla disciplina dei misteri, non però a quella dei riti, questa essendo riservata ai soli battezzati. Poi, sottoposti perunperiodo di tempopiù omeno lungo alle austerità e alle opere di mortificazione, davasi mano a libe rarli dalla potenza di Satana ond'e rano invasi, perciocchè la Chiesa, fedele al carattere demonologico del Cristiane simo, vedeva lo spiritodel male in ogni uomo che non partecipasse alla comu BATTESIMΜΟ nione dei fedeli. Provvedevasi a questa importante bisogna con gli esorcismi, i quali, come diceva S. Cirillo, avevano una singolare virtù per mettere in fuga il comune nemico : liberati dal quale il Calvario di quei poveri novizi non era per anco finito. Poco prima di ricevere il battesimo facevasi loro assaporare un po' di sale esorcizzato acciocchè, come spiegò con mistiche ragioni Rabano, fos sero premuniti dal fetore dell'iniquità e dalla putredine del vizio. Nè credasiche 71 il velo sol quando entravano nell' acqua, ma poichèdovevano fare tre immersioni, necessità voleva che almeno due volte sortissero dall'acqua, presente il ministro del Sacramento. Introdottosi l'uso di battezzare i fan ciulli, la triplice immersione apoco a pococadde indisuso,ma ipadrinidel bat tesimo si instituirono, siccome quelli che aquesto punto il catecumenato fosse fi nito. Tre scrutini facevansi nei primi dovevano rinunziare a Satana in nome del fanciullo, e per lui giurare la fede. Anticamente tre uomini e tre donne te nevano al sacro fonte il battezzando ; il concilio di Trento stabill bastare un secoli e sette nella Chiesaposteriore, in sol padrino o una madrina sola, o tut ciascun dei quali davasi ai novizi tut tociò che impararedovessero a memoria, eintanto facevasi inquisizione sulla loro t'al più l'uno e l'altra, onde fra molti non si contraesse affinità spirituale, condotta e se fallato avevano durante ii tirocinio, non rade volte avveniva che fossero rimandati ai gradi inferiori. Finalmente, ecco gli eletti ammessi ancora a fare la rinunzia a Satana e conformola evidentemented'origine pa gana, siccome quella che faceva rinun ziare a colui che ènell'Occidente,e face vastringerepattodiservitù col Sole della giustizia, ripetere imisteri di Mitra in o nore del sole. Ma spiega S. Cirillo que sto costume, dicendo che il patto strin gevasi colla parte orientale perchè colà eravi il paradiso terrestre, il che, per altro, laBibbianondice; eadognimodo gli orientali avrebbero dovuto stringere il patto con l'occidente. Ho già detto che nei primi secoli il battesimo si amministrava per immersio ne. Uomini e donne affatto nudi immer gevansi nell' acqua fino al collo, con quanto rispetto pel pudore ionon saprei dire. Ma passata la prima innocenza e venuto lo scandalo, si pensò a togliere ogni pericolo; gli uomini furono battez zati separatamente dalle donne, ma la immersione per gli uni eper le altre di venne triplice. Furono allorainstituite le Diaconesse affinchè spogliassero le don ne, le ungessero coll' olio e uscite dal l'acqua le asciugassero erivestissero. Di cesi, èbenvero,che le donne toglievansi la quale, come si sa, è impedimento al matrimonio. ( Concilio di Trento, Sess. 24.) Molte e singolari questioni la casi stica teologale suscitò intorno al batte simo; madiquellaprimissimadel peccato originale saràdiscorso a suo luogo (vedi PECCATO ORIGINALE). Una delle questioni che più acrementesi agitò fra icattolici, quella fu della validità del battesimo conferito dagli eretici. La chiesa antica lo riteneva nullo efuronodi questa opi nione Agrippino vescovo di Cartagine, Tertulliano, S. Cipriano emoltissimi al tri vescovi dell'Africa, che così decisero in tre successivi concili, però che, di cevano essi, i separati dalla Chiesa sono considerati siccome pagani e inca paci di esercitare il ministerio. Nono stante che lo Spirito Santo, come sideve credere, avesse inspirate queste decisioni conciliari, papa S. Stefano non si peritò di condannare la decisione dei vescovi dell' Africa, sostenendo bensì lamancanza degli effetti salutari in quel battesimo, non la sua nullità. Non per questo pie garono ivescovi alla infallibile decisione pontificia, perocchè convocato un terzo Concilio di ottantasette vescovi, confer marono le precedenti deliberazioni. Sde gnato da questa opposizione, contro S. Cipriano che n' era ilprincipale autore, il papa scagliò la scomunica, ilche non impedì ai suoi successori, sempre infalli- | il fanciullo, dice un papa infallibile, ê bili, di canonizzarlo. Fu antichissima consuetudine della Chiesa orientale di battezzare i cadaveri di coloro che erano morti senza battesi mo, e questa pratica tant'era invalsa in oriente, che S. Gregorio Nazianzeno ri prese acremente certi vecchi, che differi vano il loro battesimo fino alla decrepi tezza, persuasi che questo sacramento, non fosse essenziale alla salute. I seguaci di Marcione solevano invece conferire il battesimo a una personaviva,chelo ri ceveva in sostituzione del morto; ma l'una e l'altra di queste pratiche furono condannate dallaChiesa, dopo che s' in cominciò acredere, che il Battesimo can cellava il peccato originale. Anzi, dopo quel tempo tal fu l'importanza che que sto sacramento acquistò agli occhi della Chiesa, ch'ella non stette in dubbio di proclamare, che ove unebreo fosse stato battezzato cadeva senz'altro sotto la sua temporale autorità, Egli è in grazia di questa dottrina che si sanci quel bru talissimo costume del ratto dei figli, il quale, pur troppo riposa sopra il con senso unanime di tutti iteologi « I figli degli eretici e degli scismatici, dice An toine (Teologia Morale Vol. II. pag. 169), si possono battezzare lecitamente contro il volere de'parenti. Perchè i ge nitori per ragion del Battesimosonosud diti della Chiesa e perciò si possono co stringere ad osservare le sue leggi. Tolto il pericolo della religione e dello scan dalo, si deve separare daiparentiilbat tezzato, perchèsia istruito nella Cristiana religione. > Del pari lasacra Congrega zione del Sant' Uffizio ha deciso che il Battesimo dato al fanciullo infedele con tro la volontà dei parenti, sebbene ille cito, è valido, imprime carattere cristia no, e il fanciullo battezzato dev' essere educato da persone cristiane. (Decreto 30 marzo 1638, confermato il 3 marzo 1803). Ma se non è lecito battezzare i figli degli infedeli senza il consenso dei genitori, possono però essere battezzati gli infedeli adulti che lo richiedono. E ordinariameute adulto e in sua libertà epotere, quandohacompitosette anni!!! (Lettera diBenedetto XI, all'Arcivescovo di Tarsi). Negasi da molti Teologi, ela Civiltà Cattolica redatta dai gesuiti a Roma, nei tempi in cui colà la stola comandava, sosteneva contro l'autore diquesto Dizio nario, che la Chiesa nonha mai appro vato il taglio cesareo siccome mezzo le cito per estrarre il feto dal seno della madre e battezzarlo. Ma le testimo nianze sopra questo puntonon ci lascia nodubbio di sorta,e se imolti e recenti casi dioperazione cesarea fattadai preti nel Belgio, sopra donne lacui mortenon era ancora certa, non provassero da se soli il mio asserto, le citazioni che se guono mi dispensano da altre prove. S. Liguori afferma: > Beghine. Così chiamansi nei Paesi Bassi quelle fanciulle o vedove, lequali, per eccesso di religione, raccolgonsi in sieme, e senza professare i voti pur vi vono con una regola comune, quasi fos sero monache.Beghinaggidiconsi le case ove si raccolgono, e si narra che alcune siano così grandi e spaziose darivaleg giare in ampiezza con le più grosse bor gate. Vuolsi che a loro sia derivato il nome da Begga, figlia di Pipino il vec chio; e fra noi beghina è sinonimo di pinzocchera. Bello. (Idea del). Quali sono i ca ratteri dell' idea del bello? Vi è vera mente un bello assoluto? Il bello è den tro o fuori di noi, è subbiettivo od ob BELLO biettivo? Ecco tre quesiti intorno ai quali i filosofi speculativi hanno scritto molti volumi e non riuscirono ad altro che a confondere le idee, che erano assai chiare prima delle loro nebulose disputazioni. Intorno alla prima domanda sentiamo cosa ne dice Platone: « Quando l'uomo nei sacri misteri vedendo un viso ornato 75 che and smarrito: ma ci rimane di lui un trattato sulla musica, ov' egli pone come fondamento dell' arte del bello que sto principio: Omnis porro pulchritudinis forma unitas est. Noi vedremo che S. Agostino aveva più buon senso di tutti insieme i filosofi della scuola pagana, e cheper una veramente strana coincidenza la scuola sensualistica ha ella pure sta conforma divina, oppure qualche specie incorporea, provadapprima unsecreto fre- bilito, che un de' caratteri del bello è la mito ed una certa qual tema rispettosa; divinità. egli considera questa figura come una quando l'influenza della bellezza entra nell' anima sua per la via degli occhi, egli si riscalda: le ali del l'anima sua si bagnano, perdono la lor durezza, si liquefanno e i germi nascosti inqueste ali si sforzano di sortire per ogni specie dell' anima ». Intenda e am miri chi vuole, quanto a noi troviamo, che nulla è men bello di questa plato nica teoria del bello. Però se gli autori della scuola spiritualista devono essere riconoscenti a Platone per aver confinato l'idea del bello nella oscuraregione dei caratteri eterni, assoluti e divini, il buon senso non devedimenticareche anch'egli era infin costretto a convenire, che il bello artistico si fonda sul principio d'i mitazione (vedi ARTE), per la quale con cessione fatta alla realtà, gli idealisti mo derni gli serbano un imperituro rancore. Questo principio della imitazione nel l'arte fu pure ammesso da Aristotile, il quale però vuol le cose naturali miglio rare, onde dice che la pittura deve rappresentare non ciò che è,ma ciò che essere dovrebbe. Era troppo giusto che la filosofia Alessandrina fosse più chePla tonica: una filosofia che andò raccoglien do di tutte le scuole le parti meno chiare (vedi ALESSANDRIA) sarebbe stata incoerente, se per la bocca di Plotino non avesse dichiarato che il bello mate riale, non è altro che l' espressione o il riflesso del bello spirituale, e che la vera bellezza non è che il trionfo dello spirito sulla materia. Dopo la scuoladi Ales sandria ' antichità tace fino a S. Ago stino, il quale compose un libro sul bello varietà nell' unità. Quand' io chiedo a un architetto, dice questo padre della Chiesa, perchè dopo avere innalzato un arco ad un lato dell' edificio, egli ne in nalzi un altro all'altro lato, mi risponde che convien che cost faccia per amor della simmetria. Ma perchè la simme tria vi par ella necessaria? Perch' ella piace. Benissimo, ma ciò è egli bello perchè piace, o piace perchè è bello? E qui S. Agostino conclude, che una cosa piace perchè è bella; ma noi vedremo chesottoquesto rapporto egli s' inganna, avvegnachè il bello essendo affatto sub biettivo non è tale, se non a condi zione che ci piaccia, d' onde la varietà deigusti e le perpetue contraddizioni del l'estetica. Egli però è assai coerente quando, rispondendo all'ultima questione, aggiunge che quei due archi sonbelli per chè la loro duplicità si completa nell'u nità dell'edificio. Fa d'uopo aggiungere ch'egli da questa varietà nell' uno, vuol dedurre la conseguenza,che al di sopra del nostro spirito esiste una unità ori ginale, perfetta, eterna, che è regola es senziale del bello ? Non sarebbe stato un santo se non l'avesse detto. Nella Germania Baumgarten è il pri mo che pretenda di separare la scienza del bello dalle altre scienze filosofiche, per costituire la sua estetica. Kant invece nella sua critica della facoltàdi giudica re segue una via diversa, e con grandis sima penetrazione risolve la tesi, se la idea del bello sia subbiettiva od obbiet tiva. Molto ragionevolmente egli vuole che il bello non abbia alcun carattere assoluto, ma sia puramente relativo alle facoltà dello spirito umano: la sensibilità, 76 BELLO l'immaginazione e il gusto, sono i tre elementi che concorrono a formarlo e a concepirlo. Ma la scuola germanica non resta fedele alla tradizione di Kant. Ben presto vien Schelling, il quale vuol che l'arte sia l'accordo fra l'ideale ed il rea le, l'unità del finito coll'infinito: ed He gel finisce per scombuiare del tutto una nozione tanto chiara, ponendo l'arte al di sopra d'ogni scienza filosofica, come la sola rappresentante del vero diretto allo spirito per l'intermediario dei sensi. Pare che i filosofi del secolo XVIII avrebbero dovuto ritornare al concetto estetico la suachiarezza, ma così non è: essi scrissero poco o imperfettamente in torno aquesto soggetto. Per verità,qual che lampo di buona critica appare nel l'articolo di Marmontel, inserito nell'En ciclopedia, ma del resto son lampi rari, troppo presto soffocatinelle sottilitàdella metafisica. Un curioso fondamento all'i dea del bello era dato dall'autore del l'Essai sur lemerite etla vertu, (p. 48) il quale vuol che l'utile sia il solo e l'unico fondamento del bello; onde bel l'uomo quello è nel quale la proporzio nalità delle membra conspira nel miglior modo possibile al compimento delle sue funzioni animali. L'uomo, la donna, il ca vallo occupano un postonella natura ed hanno speciali funzioni a compiere : or l'organizzazione è più o men perfetta o bella secondo che più o men bene si presta al compimentodiqueste funzioni. Del pari le cose più comuni,le sedie,le tavole, le porte tanto più ci sembrano belle, quanto meglio convengono all'uso cui sono destinate. Se noi spesso can giamo di moda, ciò dipende perchè la conformazione più perfetta relativamente all'uso cui è destinata, è difficilissima a incontrarsi, e vi è in ciò una sorta di maximum che sfugge a tutte le finezze della geometria naturale o artificiale. Da questa definizione Diderot non è appagato e contro di essa vivamente protesta. (Di derot, Recherches philosophiques sur l'origine et la nature du beau, nelle opere complete T. 2.). « Non vi è alcuno, dic'egli, che non si sia accorto, che la nostra attenzione principalmente si ferma, sulla similitudinedelle parti ancheinquelle cose nelle quali questa similitudine non contribuisce all'utilità. Purchè le gambe di una seggiola siano eguali e solide, che importa se esse nonhanno la stessa forma ? L'una dunque potrà essere di ritta e l'altra ricurva ? » Qui Diderot ha pienamente ragione di porre la sim metria come fondamento del bello; però non'si dimentichi, che se una cosa può esser bella anche senza parerci utile; quellainvece che è bella e utile al tempo stesso è anche migliore: onde si vede che l'idea dell'utile concorre pure a for mare uno degli elementi del bello. La scuola spiritualista moderna per la bocca di M. Franck riconosce nel bello tre forme principali, vale a dire il bello assoluto, il bello reale e il bello ideale. L'assoluto bello risiede in Dio, il secondo nella natura, che è immagine e riflesso della beltà divina, e il terzo nel l'arte. Dei primi due appena occorre ao cennare la contraddizione: fra finito e in finito, tra spirito e corpo, tra Dio che non ha forma e ilmondo che è formato, non vi è relazione possibile, e chi dice che la bellezza del mondo, è il riflesso della bellezza di Dio dice una asinità, e una frase vuota di senso. Più giusta mente potrebbe anzidirsi, che la bellezza del mondo è l'opposto della bellezza di vina, poichè il finito è negazione, nonri flesso, dell' infinito ; la materia è nega zione, non riflesso, dello spirito; ciò che muta e si trasforma è negazione della immutabilitàdivina; la varietà (una delle condizioni fisiologiche del bello) è nega zione dell'unità. Dunque la definizione spiritualistica non proverebbe altro se non che la bellezza del mondo è il contrario della bellezza di Dio, e che se il mondo èbello, non lo può esser Dio, o vice versa. Quanto a quello che gli specula tivi chiamano bello ideale, ne abbiamo già esaminata la insussistenza nell'arti colo ARTE. Ma finalmente, vediamo ciò che la BELLO all'origine dell'idea del bello, i caratteri ragione veramente ci insegna intorno | il piacere non il dolore dunque ogni rappresentazione che ci disgusti sarà brutta, e il contrario invecediremo d'ogni rappresentazione piacevole. Ma quali sono del quale devono innanzi tutto essere distinti dall' idea del buono, perciocchè una cosapuò essere bella e non buona e viceversa, ciò che è buono non sempre è bello. Carattere essenziale del bello è la rappresentazione reale od ideale di una cosa, di un pensiero, di un avveni mento; quindi a giustamente parlare, la vista, che è il solo senso il quale si ap plica alla rappresentazione delle cose, costituisce il senso speciale della scienza ) del bello. Invece, tutti gli altri sensi de terminano il buono, onde diremo un bel quadro, una bella statua, e non già un buon quadro o una buona statua, in quantochè il quadro e la statua sono rappresentazioni percettecol senso della vista ; per la stessa ragione diremo buono e non già bello un odore od un sapore, poichè il gusto e l'odorato sono sensi che producono innoi una semplice modificazione, non già una vera e propria rappresentazione. Quanto all'u 'i caratteri di una rappresentazione pia cevole? Ogni esercizio degli organi cor porei, dice il signor Pouilly (Theorie des sentimens agreables), che non li in debolisca, è un piacere. E diciamo che non li indebolisca o nonli offenda, poi chè in diverso caso il piacere si trasfor dito, parrebbe a tutta prima che debba annoverarsi fra i sensi del buono, in quantochè il suono per se solo nulla ci | zione o sensazione tenuissima, è il men merebbe in noia e in dolore. Non vi è melodia musicale, per quanto sublime si sia, che udita per una giornata intera, non finisca per eccitare il tedio e pa rerci orrenda. Del parii colori sono tanto più belli quanto maggiormente sono il luminati, cioè quanta maggior luce ri filettono sul nervo ottico, lo eccitano e lo inducono all'azione. Egli è perciò che i corpi, più vivaci ci sembrano più belli degli oscuri, i lisci più belli dei ruvidi, e fra i vari colori dello spettro solare, dal violetto ascendendo fino al rosso, la progressione del bello aumenta sempre. Il nero che è assenza d'ogni luce, e quindi rappresenta l' assenza di sensa rappresenta, ma se riflettiamo che per mezzo dell' udito noi percepiamo la pa rola, e che la parola eccita immagini e rappresenta idealmente le cose già per cette con gli altri sensi, comprenderemo facilmente perchè un discorso dovrassi dire bello e non buono. Del pari direm una bella musica, una bell'aria, poichè sebbene la musica compongasi di puri suoni, pur ella eccita in noi pensieri ed affetti che ci rappresentano certi stati dell'animo nostro. Determinata così la vera distinzione delbelloe delbuono,vediamo qualisiano i veri caratteri del primo. Abbiam detto che il bello è una rappresentazione, ma nontutte le rappresentazioni sono belle; del pari nonbella si dirà l'assenza d'o gni rappresentazione. Inostri sensi hanno bisogno di agire ed è dall' azione loro che a noi deriva lacoscienzadell'essere, il piacere od il dolore; mabello diremo bellodi tutti, e infatti a nessuno piaccion le tenebre. Per l'opposto principio, il bianco, che è il più luminoso, dovrebbe parerci il più bello d' ogni altro colore, ma perchè troppo eccita lavista e ancor l'offende, non tutticonvengono in questo parere, tanto più ch'esso è color comu nissimo; e per lo stesso principio che anche la melodia a lungo andare vien a tedio, così il color bianco, che vediamo in ogni giorno e quasi ad ogni ora, ci disgu sta. Aben apprezzarlo convien soggior nare nella oscurità, e dopo che i fuochi di bengala gialli, verdi e rossi, avranno per lunga pezza tediata la nostra vista, ci accorgeremo facilmente qual dolce sorpresa e qual piacevole sensazione può recarci l' apparizione diunfuoco e lettrico che irraggi d'ogni intorno la sua bianca luce. Certo,dopo alcun tempo la riapparizione del rosso ci parrebbe forse più bella di quella del bianco, e 78 BELLO viceversa, ma questa apparente contra rietà di sensazione facilmente si spiega riflettendo, che i nostri sensi a poco a poco si abituano alle sensazioni conti nue, vi si uniformano e perciò, dopo un certo tempo,son meno adatti a perce pirle, o per meglio dire, tanto sono de terminati a quel dato movimento, che poco ne restano colpiti. Quindi un bello continuato nonpuò essere continuamente uniforme; conviene che le sensazioni va riino, e in quanto maggior numero si succedono e in maggior copia ci colpi scono senza offendere inostri sensi, tanto più ci sembreranno piacevoli. Egli è per questo che la successione di molti colori èpiù bella della continuazionedi un co lor solo, e quanti più colori noi vedia mo contemporaneamente, tanto più il loro complesso ci sembra bello. Onde qui si conferma il principio di S. Ago stino, che l'essenza del bello consta della varietà nell'unità; vale a dire molti co lori, o molte sensazioni,inunsol spazio o in un sol tempo. Quel chediciamo dei colori si confer mapienamente nei suoni. Una sol nota musicale può esser bella, ma due o più note musicali son più belle ancora, poi chè in questo caso le sensazioni si suc cedono e in un egual tempoci colpisco no inmaggior numero. Certo, può dirsi che una sola successione di suoni non basta a produrre l' armonia, la quale è per i suoni, quel che è la simmetriapei colori. I colori simmetrici o i suoni ar monici si gustan meglio,poichè si con giungono e s'intrecciano con una certa quale regolarità, la quale viemmeglio concorre a formare nell' uno il vario. Perciò diciamo, che i corpi simmetrici son più belli degli amorfi, ossia senza forma, ed è appunto su questa regola che si fonda il bello architettonico, il qualetanto più avvantaggia quanto mag giormente la varietà delle forme, che producono varietà di sensazioni, può accoppiarsi con launitàdel concetto ge nerale; onde sovente parlando di archi tettura si dice e si scrive l'armonia delle lines e dei colori, come si dice l'armo nia dei suoni. Aquesta dimostrazione alcuni potreb bero opporre, cheove il bellomusicale po tesse consistere in una armonia di suoni succedentisi in maggior numero nel più corto spazio di tempo, ne deriverebbe questo assurdo, che un'aria dovrebbe es sere più bella quanto più rapidamente fosse suonata. Questa però non è che una contraddizione apparente, che la fi siologia hagiàspiegata, ecerto i signori spiritualisti non la farebbero se non fos sero soliti a cercare le loro definizioni nelle nebulosità trascendentali, anzichè nelle scienze positive. Sanno anche i bimbi che le sensazioni, per quanto rapide esse siano, persistono nondimeno per qualche istante nel nostro cervello (vedi SENSAZIONE) onde,adesempio,se facciamo girare con gran velocità una ruota a raggi, ci parrà tutta solida, poichè prima che la percezione di un raggio sia can cellatanel nostro cervello, l'altro raggio la rinnova senza lasciare intervallo. Anzi, se sopra una ruota solida disegniamo i colori dello spettro solare, e la mettiam quindi in movimento con grandissima velocità, tutti i colori si confonderanno in un solo, perciocchè prima che l' im pronta sia cancellata, l'altra le succede e si sovrappone; e la risultante di que sta miscela saràuncolore bianco, poichè tale è appunto il coloredella luce prima che sia decomposta dallo spettro. Il fe nomeno è perfettamente identico per i suoni: quand'essisi succedono troppo ra pidamente, si sovrappongono, per così dire, l'uno all' altro senza lasciar tempo all'orecchio di percepirli separatamente; anzi, nel suono il fenomeno si complica maggiormente che nei colori,poichè, seb ben nel nervo acustico isuoni persistano per un tempo infinitamente minore di quelloche i colorinelnervo ottico, pure possono, anche se percettiseparatamente, produrre disarmonia a cagione del di verso numero di vibrazioniche i diversi suoni producono in una eguale unità di tempo. Onde avviene che, o la moltepli BELLO cità delle sensazioni si confonde in una sensazione unica e l'armonia della va rietàscompare, oppure questavarietànon è, per così dire, simmetrica, vale a dire che le vibrazioni non stanno fra loro in giusti rapporti di tempo e contrastano perciòcolbello musicale.Diciam lo stesso del bello architettonico. La sovrabbon danza dei fregi guastal'insieme, poichè quand'essi sono soverchiamente appaiati 79 tempi troppo brevi e abbondanza di fregi in spazi troppo piccoli. Per lo stesso principio quando ci riesce di accoppiare l'attività di un senso con la gradevole eccitazione di un altro, possiamo accrescere l'inten sità del bello. Ecco perchè l'arte rap presentativa congiunta allamusica ne accresce l'incanto. Nel teatro noi ve etroppo vicini, producono sibbene nel l'occhio una quantitàgrandissima di sen sazioni, ma per essere appuntotroppe e troppo molteplici fan lo stesso effetto come se sisovrapponessero l'una all' al tra. Onde lasoverchia abbondanza è ge neratrice di uniformità, in quel modo stesso che su unacartaun gran numero di disegni, anche simmetrici, ma infini tamente piccoli, produce una sensazione quasi uniforme nella quale la varietà, quantunque vera, o non è avvertita,o lo èmolto imperfettamente. Di questi dise gni potrà farci avvertire la varietà il microscopio, ilqualeingrandendo le parti le allontana, e produce lo stesso effetto del rallentamento dei suoni in una me lodia suonata troppo rapidamente. Così pure potremo avvertire ilbello dei fregi in un edificio soverchiamente adorno, considerandoli separatamente ad uno ad uno; ma in questo o in quel caso, il bello dei fregi o dei disegni non egua glierà quella sensazione puramente mol teplice che avremmo avuto, da un com plesso armonico. D'onde si vede, che tutta l'estetica non si riduce infine che ad una questione di proporzioni di tempo o di spazio, secondo che si tratti di musica o d' arte rappresentativa. Trattasi cioè d'imprimere ai sensi, in undeterminato tempo o in un deter minato spazio, il maggior numero di sensazioni possibili, pur sempre evi tando che la loro frequenzatolga agli organi di percepirle tutte separata mente. A raggiungere questo intento si capisce subito quanto giovi la pro porzione, e come convenga non pro durre inutili complicazionidi suoni in diamo e udiamo, onde la sensazione è doppia. Che se poi a ciò che si rap presenta si aggiunge l'ideadi una bella azione o di un grande avvenimento, tale che possa svegliare nel nostro a nimo una dolcecommozione,se label lezza fisica voluttuosamente ecciterà i nostri sensi, e i profumi l'odorato, l'in canto di quella situazione sarà accre sciuto a mille doppi, semprechè anche in questavarietàdi sensazioni sia salva la necessaria armonia delleproporzio ni, onde non avvenga che un senso non siasoverchiamenteeccitato a sca pito degli altri. Ma oltre alle percezioni attuali, il cervello ha la facoltà di riprodurre, sebben più sbiadite, le percezioni pas sate. Quest'è ufficio della memoria, ed è questanostra attitudine che cimette in grado di percepire il bello eziandio nelle opere d'ingegno. Senzabisogno di entrare nelleregioni astrattedellamé tafisica, basta un po'dinaturale discer nimentoper capire,che anche inquesto caso non abbiambisognodicercare un senso speciale, o quel non so che, il qual non si spiega, per giudicare i la vori dell'intelletto. Ilprincipio che ab biam già posto in precedenza è giusta mente applicabile anchein questo caso. Quindi diremo che un libro di poesia o di storia, di scienze filosofiche o na turali è tanto più bello, quante mag giori immagini, idee e cognizioni ci presenta, e quanto maggiormente, con l'ordine e la chiarezza, al nostro in telletto le rende percettibili. Certo, si notano de' grandi sviamenti nei giudizi dei lavori intellettuali, e non di rado si affetta un grande entusiasmo 80 BELLO per libri che sono assai poco chiari e ancor meno comprensibili. Ma riflettia mo che il bello effimero che certuni tro vano inquesti libri, iquali d'altronde non intendono, non dipende da un vero e intimo senso di piacere, sl piuttosto dal pensiero della vera o supposta difficoltà che l'autore ha dovuto superare per raggiungere il suo scopo.Non altrimenti si procede nel giudizio di unacerta poe sia o di una certa musica classica, dove meno si ammira l'armonia quanto la difficoltà della esecuzione. Tutto ciò che abbiam detto vienpie namente a conferma del principio di Kant, che il bello è subbiettivo e non obbiettivo, dentro di noi e non fuori di noi. Se facciamo astrazione dai nostri sensi,non vi è ragion di credere cheuna cosa sia bella o brutta: per lanaturaîn generale le cose non soffrono le acci dentalità della esteticae per essa ètanto bella enecessaria la putrefazione, che è Mase il bello è puramente subbiet tivo, su qual fondamento i filosofi della scuola idealista proclamano il suo carat tere assoluto? Per verità, se essi fossero sinceri dovrebbero confessare che quest'è un assoluto molto relativo, poichè oltre essere quasi impossibile il trovare due cervelli che pensino egualmente intorno all'idea del bello, si nota, che per rap porto ai medesimi sensi, una cosa può esser bella o non bella al tempo stes so. Per esempio, coloro che sono af fetti da daltonismo (vedi questo voca bolo) vedono rossi tutti gli oggetti di co lor verde, e per essi l' uno o l''altro di questi colori è egualmente bello, sebbe ne sia provato che l'uno ecciti men dell' altro il nervo ottico. La luce bianca sarebbe un sollievo per chi essendo col pito dall' itterizia tutte le cosevede sotto una tinta gialla; ma invece chi è affetto dal mal d'occhi l' ha in orrore. Comepoi si accordino gli uomini an principiodi vivificazione,quanto lo sonoi che nello stato di sanità intorno a que capolavori dell'arte odell'ingegno. Ilbello sto assoluto bello, è cosa che fu già le non esiste fuorchè in relazione ai nostri cento voltedimostrata dall' antropologia sensi: i capolavori della pittura e della moderna. Cheledonne abbianoi piedi pic musica,nonmen che quellidellascienza, coli sì che appena possano camminare nonsono belli se non inquantovi siano barcollando, è cosa che può parer bella occhi per vederli, orecchi per udirli o acerti Cinesi inventori delle scarpe di cervelli per pensarli. Oltre queste condi- ferro per impedire l' aumento delpiede. zioni puramente relative, l'esteticascom- Ma i Malesi i quali avrebbero moltodi pare, e nel senso assoluto la musica o sprezzo per questa usanza, schiacciano la pittura non sono altro che vibrazioni congran cura le cartilagini del naso ai più o meno rapide, più o meno armo- loro figli, poichè come mai un uomo niche dell' aria o pur dell' etere; il che può esser bello se non ha schiacciato il sarà dimostrato all' articolo SENSAZIONE. naso? Fra i negri più nera è la pelle, Questa stessaconsiderazione è quella che più belli si è, onde si narra che una ci conduce a considerare il bello come giovane australiana sedotta da un bian subbiettivo e non obbiettivo, vale a dire co, ebbe un figlio la cui tinta chiara piuttosto come una proprietà delle no- offendeva gravemente ilsuo materno sen stre percezioni, anzichè uno statovero e timento della beltà fisica; motivo per cui reale delle cose. Infatti, se il bello fosse ellalo fregava soventi volte con grasso una qualità estrinseca fuori di noi, i ca- e nero fumo per dargli una tinta più ratteri della bellezza dovrebbero essere carica. Quella giovane sarebbe stata un eguali per tuttigliuomini, imperocchèciò prezioso professore dell' assoluto estetico cheèbello intrinsecamente, è anche bello pei nostri idealisti. Dice bene Voltaire: nelsenso assoluto, nèdeve cessare di esser chiedete a un rospo checosa siailbello, talesolperchè vienconsiderato al polo o il supremo bello, il toKalon? Vi rispon all'equatore, inquestooin un altro mondo.deràche è lasuarospaggine,conduegros BENE si occhi rotondi, uscenti dalla sua pic cola testa, un collo largo e piatto, un ventre giallo, un dorso bruno. (Vedi an chegli articoli BENE E BUONO). giovamento altrui. Il piacereod il do lore rimangono tali, qual pur si sia la Bene. Disputasi dai filosofi per sa pere se il bene sia identico al Bello e al Buono e se possa darsi un bene brutto omen che aggradevole; ma per la nostra filosofia la questione appena posta è subito risolta, imperocchè non ci vuol molto acume per capire, che se il Bello e il Buono, come è a suo luogodimostrato, (vedi BELLO E BUONO) non sono altro che una eccitazione piacevole dei sensi, questo piacere sia per se stesso intrinsecamente unBene, come è male ogni sensazione disag gradevole o dolorosa. È dunque ovvio il dire che il bene altro non è che l'effetto, o la conseguenza del bello o del buono, od altrimenti, se meglio piace, che il bello e il buono sono le forme generatrici del bene. Epervero, non vi è uomo almondo natura della causa da cui derivano o del fine a cui tendono; onde non ces sano di essere un bene, od un mal fi sico, ma possono invece cessare di es sere un bene o un mal morale. La ra gione è questa,che nel male o nel bene fisico si considera un sol termine, il subbietto che li prova, mentre nel bene o nel mal morale si considera anche l'obbietto per le conseguenze che pro ducono.Infatti,ilben morale non consi derasi soltanto nell'individuo, ma nella società, ed è la somma dei beni indi viduali che produce il bene sociale. Ora, un bene che giova all'uno e nuoce all'altro, quando lo si considera collet tivamente, cessa di esser tale, poiché nel concetto morale entra l'idea di rapporto: non sono più solo a consi derarmi, ma devo considerare anche gli altri, onde ciascuno avendo la parte che gli spetta di diritto nei godimenti della vita, possa prodursi quel massimo di bene collettivo che chiamasi utilità che sia disposto a chiamar bene uno stato doloroso, astrazion fatta dagli ascetici, ai quali convien lasciare la li- sociale. Ma il regolare questi rapporti bertà, com'è lor costume, di capovol gere tutti gli argomenti della logica, è ufficio della morale. (Vedi MORALE). Qui convien esaminarese esista ve e di chiamar bene il soffrire, e male il godere. Di cotesti ragionamenti da menteccati non può far caso una sana filosofia. Però, anche da coloro che di sapprovano l'ascetismo suolsi commet tere lo stesso errore, quand'essi'ci op pongono che un godimento, procurato conmezzi immorali, è un male,e unbene invece il soffrire per amor della giu stizia. Così ragionando costoro non si avvedono di aver cambiati i termini delladiscussione, giacchè il bene fisico eil benmorale non sono mica la stessa cosa,comecomunemente sicrede perli dentitàdelnome.Einfatti,un godimento non cessa di essere intrinsecamente un bene fisico quand anche sia procurato con mezzi disonesti: e seio soffro per la felicità degli altri, uiuno dirà che l'atto del soffrire cessi di essere in ramenteunbene assoluto, quel Sovrano bene che i filosofi speculativi di tutti i tempi ricercarono colla stessa osti nazione e colla medesima fortuna degli alchimisti in traccia della pietra filo sofale. Ma avendo noi distrutto il bello e il buono assoluto, ben s'intende che anche il bene deve seguire la stessa sorte. Invero, se il bello e il buono produttori del bene, variano secondo il clima, gl' individui e le abitudini, non si sa perchè quest'ultimo, che è acces sorio, non dovrebbe seguire la sorte dei due concetti principali. Certo, noi ve diamo che non tutti gli uomini si ac cordano intorno al concetto del bene: secondo che l'uno o l'altro organo siano in questo o quell' individuo più o meno sviluppati,ilcarattere del bene cambiaesi manifesta in questo oin quel trinsecamente un male solperchè è di | modo. Pelgastronomo non vi è felicità 6 82 BENTHAM maggiore di una buona tavola; ma il lussurioso sol uell'amor sessuale vedrà il suo bene; invecenullapuò eguagliare lafelicitàdell'uomo di scienza, che fauna scoperta. Ed è appunto da questa di versa maniera di concepire il bene che derivano le varie tendenze degli uomini, e i vari modi con iquali i di versi popoli hanno immaginato il Para diso. Ma non solo l'idea del bene cam bia secondo gl'individui, ma eziandio nello stesso individuo cambia secondo il tempo ed i bisogni, onde ilprincipio della varietà, che è uno dei caratteri essenziali del bello e del buono, lo è pure del bene; novellaprova della loro pel molto che gli restava ancora. Or se questo sovrano bene nol si trova nè fra i diversi uomini, nè nello stesso paese, nè nello stesso uomo, ci sarà pur forza convenire ch'esso non esiste in altro luogo che nel mondo archetipo di Platone, dov' egli pone le idee assolute del Bello delBuono, e del Bene,come se fossero cose esistenti per se stesse e non un semplice rapporto degli organi umani colmondo esterno. Lateologiamoderna,e perfinolafamosa Enciclopediadel secolo scorso(art. Bien, par Yvon) ripongono in Dioil Sovrano Bene; ma qual sorta di bene è egli mai quello che non si vede, nè si tocca, nè identità. Anche nel concetto morale il | cade in alcuna guisa sottoinostri sensi? principio della varietà è necessario, e L'assenza d'ogni piacevole o dolorosa in quella stessa guisa che gli organi sensazione sarebbe forse mai il vero dei sensi si abituano e finiscono per Bene? Se così fosse, lamorte sarebbe diventare quasi indifferenti ad una sen- allora da preferirsi alla vita, il nulla sazione anche piacevolissima, così il all'essere, e i più grandi filosofidelmon-lo pensiero si abitua e diventa indifferente sarebbero i Buddisti, inventori del nir ad un bene provato o posseduto troppo vana, ó della finale annichilazione di lungamente.Plutarconell' opuscolodel- ogni pensiero. (Vedi RUDDHISMO). la Tranquillità dell'animo, ci narra che Aristippo, costretto a perdere unadelle migliori sue terre, s'incontrò con un de'suoiamici, il quale con molte espres sioni di condoglianza volle esprimergli | | Bentham (Geremia). Nacque a Londra nell' anno 1748, fello stesso paese, nè nello stesso uomo, ci sarà pur forza convenire ch'esso non esiste in altro luogo che nel mondo archetipo di Platone, dov' egli pone le idee assolute del Bello delBuono, e del Bene,come se fossero cose esistenti per se stesse e non un semplice rapporto degli organi umani colmondo esterno. Lateologiamoderna,e perfinolafamosa Enciclopediadel secolo scorso(art. Bien, par Yvon) ripongono in Dioil Sovrano Bene; ma qual sorta di bene è egli mai quello che non si vede, nè si tocca, nè identità. Anche nel concetto morale il | cade in alcuna guisa sottoinostri sensi? principio della varietà è necessario, e L'assenza d'ogni piacevole o dolorosa in quella stessa guisa che gli organi sensazione sarebbe forse mai il vero dei sensi si abituano e finiscono per Bene? Se così fosse, lamorte sarebbe diventare quasi indifferenti ad una sen- allora da preferirsi alla vita, il nulla sazione anche piacevolissima, così il all'essere, e i più grandi filosofidelmon-lo pensiero si abitua e diventa indifferente sarebbero i Buddisti, inventori del nir ad un bene provato o posseduto troppo vana, ó della finale annichilazione di lungamente.Plutarconell' opuscolodel- ogni pensiero. (Vedi RUDDHISMO). la Tranquillità dell'animo, ci narra che Aristippo, costretto a perdere unadelle migliori sue terre, s'incontrò con un de'suoiamici, il quale con molte espres sioni di condoglianza volle esprimergli Bentham (Geremia). Nacque a Londra nell' anno 1748, fu giureconsulto e filosofo distintissimo, e la convenzione la pena che ne sentiva. «E perchè do vrò io affannarrmi di questo, rispose Aristippo, e perchè devi tu dolertene a mio riguardo? Tra tutti i tuoi beni non è egli vero che tu non hai che un piccol podere, e io ne ho tre tuttavia, e maggiori ? Ciò è vero, rispose l'anti co. Ben dunque avrei maggior ragione, rispose il filosofo, di compiangere la tua fortuna, che tunonl'abbi di afflig gerti della mia >. É proprio questo il caso di dire che seAristippo aveva ra gione, anche l'amico suo non aveva torto; poichè se era vero che il filo sofo, relativamente al suo amico, pos sedeva maggior somma di beni; era altresì vero che la continua tranquil lità di quel possesso si era fatta a bito in lui, onde soffriva più del po co che perdeva, di quel che godesse francese lo tenne in tanto onore, che durante uno de' suoi viaggi nella Fran cia volle rimeritarlo col titolo di citta dino francese. Mori nel 1838 ordinando nel suo testamento, a disprezzo dei pre giudizi, che il suo corpo fosse abbando nato agli anfiteatri d' anatomia. Bentham fu colui che diede lapiù forte spintaalla riforma dell' amministrazione della giu stizia ; ma sopratutto vuolsi considerare in lui il filosofo fondatore dell' utilita rismo, di quel principio, che la mo rale desume dall' utile o dal danno, il quale se ad alcuni può parere assurdo, non cessa perciò di essere men vero. Nel sistema di Bentham la sola dif ferenza possibile fra l'una e l'altra a zione consiste nel maggiore o minor u tile ch'ella reca alla società, o nelle con seguenze nocive che ne derivano. Dic'egli (Introduction aux principes de la mo rale et de la législation) che tutte le BERENGARIO 83 azioni dovrebbero esserci affatto indif- | sul preteso diritto che ha la società di ferenti ove non potessero darci del pia cere o del dolore. Ricercare l'uno e l'altro evitare, incoraggiando o vietando le azioni che li producono, ecco qual è lo scopo vero della morale. Questo prin cipio parve a Bentham tanto evidente, ch' egli lo pose siccome assioma, la cui verità non ha nemmen bisogno di es sere dimostrata, e quest' assioma costi tuisce il criterio cardinale del diritto di punire. La legittimità, la giustizia, la bontà, si confondono quindi in quest' idea dell' utile, il quale è la veramisura del valor morale di tutte le azioni. Or vendicar l' oltraggio, egli non considera la pena altrimenti che sotto il rapporto del maggiore o minor utile che può recare, vale a dire della minore o mag giore attitudine ch'essa ha di prevenire i delitti. Sopra questo argomento gli studi di Bentham fatti allo scopo di e saminare il maggiore ominore danno di una data azione, e l'utilità di una data pena nei vari casi della vita, non sono men profondi che curiosi. Nella sua Teoria delle pene e delle ricompense, vien nella conclusione, che unadata penanon sempre può convenire alla medesima a ' utile degli individui è la maggiorzione, imperocchè dovendosi cercare di somma di felicità a cui ognuno possa arrivare; e'utile della società è la somma dell'utile di tutti gl'individui che la compongono: la morale dunque non non può nè deve avere altro scopo che quello di produrre il maggior bene pos sibile, così per gli individui come pella società. Bentham esamina quindi, se questo criterio possa applicarsi ai sistemi che considerano la morale sotto un aspetto opposto a quello dell' utilitarismo, e tro va che questi sistemi son due: uno asce tico, e l'altro che si fonda sopra sem plici idee di simpatia o di antipatia. II primo considera bensì negli atti umani le conseguenze piacevoli o dolorose che renderla proporzionale allo scopo che si vuol raggiungere, bisogna ch' essa vari, non solo secondo l'età o il sesso, ma anche secondo il clima, l'educazione, la professione, la razza, la natura del go verno e della opinione religiosa. L' eccletismo francese, il qual fonda la morale sopra un principio ch'esso stesso non sadefinire, ha cercato di com battere Bentham, ( Vedi Jouffroy, Droit naturel t. II. leçon 14) ma non è riu scito a distruggere pur uno dei principii cardinali dell' utilitarismo inglese, il. quale, nei nostri tempi, ha trovato un novello e potente alleato in Stuart Mill. Berengario. Nacque a Tours sulla fine del secolo X. Fu maestro delle pubbliche scuole in Tours, poi Arcidiacono, ed uno degli avversari del dommadella Transubstanziazione. Con ne derivano, ma odiatore com'è d' ogni felicità presente, chiama buoni quelli che producono pena o dolore, e cattivi de nomina quelli che generano il piacere. tro Pascasio che nel IX secolo aveva Il secondo sistema invece considera gli atti umani senza alcun riguardo al bene o al male che possono produrre, eli classifica puramente secondo certe tendenze di simpatia e di antipatia, di cui mal saprebbe spiegare la cagione, e che riposano sui pregiudizi sociali e sul l'abitudine. Posti questi principii, è naturale che Bentham non potesse discostarsi dalle opinioni di Beccaria intorno all'origine del diritto di punire. E infatti, escluse tutte le assurde idee del secolo scorso scritto un trattato per stabilire il dom ma della presenza reale (vedi PASCASIO) egli scrisse un altro trattato per dimo strare (cosa non difficile), che dopo la consacrazione il pane e il vinoconser vavanolequalità e leproprietà che ave vano prima della consacrazione, d'onde conchiudeva che queste sostanze non po tevano essersi transubstanziate in quel lo stesso corpo di Gesù Cristo cheera stato attaccato allacroce. Non negava per altro che la divinità non discendesse veramente sotto le apparenze del pane 84 BERKELEY edel vino, e con queste sostanze non si congiungesse, ma ammetteva perd che anche dopo la consacrazione non cessavano di esser pane e vino. Un secoloinnanzi, Berengario avreb be potuto esporre senza molestie la sua dottrina; maneldecimo secolo ildomma della transubstanziazione, che conferi sce ai preti la facoltà di trasformare un po'di lievito in Dio, era credenza giàqua si del tutto assodata. Quindi una lettera di Berengario mandata aRomanel1050, fu letta da Leone IX in unconcilioche pronunciò la scomunica contro la dot trina e la persona di un eretico cotanto biasimevole.Per altro, Berengario con tinuò ad insegnare le sue opinioni, onde nei vari concili che si succedet tero in quegli anni a Vercelli, a Tours e a Parigi ed ai quali fudenunziato, egli ritrattava costantemente le sue o nioni, per riprenderle poco di poi e pubblicamente insegnarle. Fu nuova mente condannato dal Concilio diRoma nel 1079, ma essendosi egli nuovamente ritrattato, Clemente VII lo tratto con molta indulgenza e scrisse anzi in suo favore all'arcivescovo di Tours. Però questa stessa indulgenzaper un eretico che negava uno dei dommi più capitali della Chiesa, sarebbe inesplicabile ove non si ammettesse, come benl'ha pro vato il Basnage, che in quei tempi la Transubstanziazione non era opinione universale della Chiesa, talchè non po tessecontrastarsi.Berengario ebbe anzi molti discepoli, i quali allora non sof frirono pena alcuna temporale, mentre si sa quel che soffrissero nei tempi po steriori Enrico di Bruyes, Arnaldo da Bresciae gli Albigesi che erano caduti nella stessa eresia. Berkeley(Giorgio).Nacque aKil krin nell'Irlanda, nel 1684, fece i suoi studi all' università di Dublino, viag gió la Francia e l' Italia e, infine, tatto ritorno in Patria, vi ebbe il po sto di decano con ricco beneficio a Dervy. Ma poco resto in quel posto, avvegnachè ascoltando soltanto i con sigli del suo spirito irrequieto e la smania di religioso proselitismo, parti per l'America, nel divisamento di fon darvi un collegio per l'istruzione dei selvaggi. Ma falli il progetto, e Ber keley, tornato in patria nel 1734, fu promosso vescovo di Cloyne, carica ch'egli tenne fino all' anno 1753 in cui mori. Prima e dopo il periodo del suo episcopato, egli scrisse parecchi libri, che vennero man mano gettando le fondamenta di una nuova filosofia : Eccone ititoli nell'ordine in cui furono pubblicati: Trattato della visione 1709; Trattato sui principii delleumane cono scenze 1710 ; Tre Dialoghi 1713; Ilpic colo filosofo 1732. Puossi mai concepire il più esage rato scetticismo accoppiato insieme al l'idealismo più spinto ? Il fondamento dell'incredulità puossi egli mai accop piare insieme col più esagerato dom matismo ? Tantacontraddizione non la si crederebbe davvero, se Berkeley non avesse voluto provarci, che nello spirito umanoanche icontrari possono trovare insieme il loro posto. Berkeley negava ogni realtà al mondo esterno: tutto è in noi e fuori di noinon esiste altro che l'apparenza. La materia sensibile, ciò che vediamo, tocchiamo e in qualsiasi modo sentiamo coi nostri sensi, non ha alcuna esistenza fuori delle nostre percezioni; quindi il mondo è tutto subbiettivo, ed'obbiettivo nonvi ènulla. Tutto ciò che diciamo sensazione non had'uopo, peressere prodotto che alcuna cosa esista fuori di noi, bastando una semplice operazione dello spirito per produrlo ; onde tutto quanto noi siamo abituati a considerare siccome fuori di noi e veramente esistente, altro non è che illusione. Per quanto strano ci possa parere, il sistema di Berkeley non aveva d'al tronde il merito della novità, poichè infine, non faceva altro che riprodurre le dubitazioni dell' antica scuola in diana (vedi BUDDHISMO). Però nella sua dimostrazionevi era alcun che di nuovo BERKELEY che merita di essere ricordato. Egli diceva che i corpi nonpossono essere la causa nè istrumentale, nè occasio nale delle nostre sensazioni, e lo di 85 rito nostro poteva avere le prova del mostrava cosl. L'essere supremo è puro spirito ed è onnipotente, e non sarebbe degno di lui il servirsi d' istrumenti nella produzione delle nostre sensa zioni, poichè il servirsi d' istrumenti nasce da impotenza. Or se noi per muovere un dito non ci serviamo d' i strumenti, potendolo fare con un sem plice atto della nostra volontà, perchè l'esistenza di altri spiriti. Ed ecco come egli si toglieva d'impaccio. Le idee, diceva, non dipendono dalla no stra volontà, e se si producono in noi devono necesariamente esistere anche fuor di noi; ma fuori di noi nella realtà materiale non possono esistere, poichè la materia non è che apparenza, dun que bisogna che vi sia qualche altro spirito nel quale abbiano l' esistenza. Berkeley a questo punto cadevain una purapetizione di principio, poichè colla tutto non potràfare Iddio col semplice | negazione della materiavoleva provare suovolere? Dunque icorpi non possono essere lacausa istrumentale dellenostre sensazioni. Ma nemmenopotrebbero es serne la causa occasionale, poichè la sapienza e la potenza di Dio bastano del pari per spiegare tutto l'ordine e la regolarità che si osserva nella suc cessione delle nostre idee. Non è forse la necessità dell'esistenza di uno spi rito, senza pensare che era appunto dalla dimostrazione della esistenza dello spirito che avrebbe potuto dedurre la negazione della materia. Ma infine, am messo pur come provato ciò che pro var sì doveva, restava asapersi in cosa differiva il suo modo di considerare la un umiliare lanaturadell'Essere per- | realtà materiale come una apparenza, fetto il supporre che una sostanza priva della facoltà di pensare possa influire sull'azione di lui, dirigerla e insegnar gli ciò che fare o non far dovrebbe? Dunque la materia non esiste, ma lo spirito soltanto è. Ed ecco in qual maniera per lo sdrucciolo dello spiritualismo, Berkeley era bellamentecondotto a capovolgere tutte lenostre sensazioni, a negare l'e sistenza alla materia, che è la sola che veramente esista, la quale vediamo, sentiamo, è in mille guise a noi si rende percettibile, per accordarla e sclusivamente allo spirito, il quale ve dere o toccare non si può, e non si sa come edove esister possa. Il dabben uomo si lusingava di a vere in questa guisa rovesciato l'atei smo, e non si accorgeva ch'era invece contro il deismo che la sua logica, falsa nelprincipio, ma stringente nelle conseguenze, andava a portare i suoi colpi. Annullata larealtà obbiettivae ma teriale di tutte le nostre percezioni, s'egli era pur costretto a dare alla re altà sensibile, cioć alle idee, un obbiet tivo spirituale. Ma il nostro Irlandese ancorliberavasi dalla importuna diman da, soggiungendo chese ilmondo sen sibile o ideale, è veramente esistente, non esiste però se non in quanto é rappresentato dallavolontàdello spirito infinito, presente dappertutto, il quale modifica a ciascun momento le im pressioni sensibili e ci da la varietà e l'ordine di esse; onde deve dirsi che le cose che noi percepiamoson conosciute dall'intendimento di uno spirito Infinito e prodotte in noi dalla sua sola volontà. Ilmondorealenon è dunque altro che il pensiero di Dio ; ciò che noi vediamo o sentiamo non è che sensazione prodotta da Dio, e tosto che noi cessiamo di vedere una cosa, quella cosa cessa pur di esistere, o per meglio dire, come non è mai esistita fuori di Dio, così continua ad esistere potenzialmente in Diocome un semplice atto volitivo. Non altrimenti diceva la filosofia indiana, quando insegnavacheBrahma produce od annienta tutto ciò che esiste, secon restava a sapersi in qual modo lo spi 86 entra. BESTIE do che si svolge o in se stesso ri- | IX. 5) Ecco che io fermeró il mio patto con voi e con tutti gli ani mali viventi che sono con voi, tanto vo latili come giumenti (Gen. IX. 10). D'ala parte, le azioni delle bestie Certo, nel secolo nostro tanto posi tivo, la teoria di Berkeley può parere un vaneggiamento di mente malsana, e tale é infatti, ma non convien però considerarla come se fosse senza nesso logico e senzacoordinazione di idee.Ben altrimenti, Berkeley, come tutti coloro che negarono la realtàdelmondo ester no, vi fu condotto colle leggi stesse del ragionamento, e da una cotal sorta di seetticismo che si è molto maraviglia ti di vedersi svolgere in quell' aperto dommatismo idealistico, ch'egli credeva fosse il miglior antidoto contro ildub bio. Noi esamineremo nell'articolo SEN non pot mo tuttemeccanicamente spie garsi. Ese dimostrano volontà, intelli genza, sapere e provano anche delle pas sioni, cose tutte che mal si conciliano con una semplice azion meccanica. Bi sognava dunque dotarle di un' anima o negar l'anima all'uomo. Ma di qual sostanza sarà mai fatta l' anima delle bestie? Se di materia, ella è corpo; se di spirito dovrà essere immortale. Ma le più granbestie, dice Voltaire, son coloro che avvanzarono ch' ella non era nè corpo nè spirito. Fra queste opposte o SAZIONE il ragionamento di Berkeley e ne mostreremole inconseguenze. (Vedi | pinioni disputarono lungamente gli an anche l'articolo SCETTICISMO, COLLIER E CERTEZZA). tichi, e il Bayle nel suo Dizionario sto rico ben le riassume. « Non si vede Bestie. Se siapossibile stabilire una assoluta distinzione fra l'uomo e le be che gli antichi quando hanno abbando nato il loro stile poetico abbiano sta bilito una vera differenza fra l'anima umana e la materia, onde non si deve stie è cosa che esamineremo all' articolo DARWINISMO. Qui voglio soltanto mostra re tutto quello che ne pensarono in be ne o in male gli scrittori dell' antichità. Dice laBibbia, e i credenti ripetono, che Dio ha dato all' uomo il dominio delle | secondo idiversi gradi di sottigliezza ». bestie. Ma come si vede in S. Agostino (Lib. I. De Gen. c. 18), già fin dai pri mi secoli del cristianesimo i Manichei trovavano che quest' impero dell' uomo è molto effimero. Il pesce cane, dicevano i dualisti, ingoia il marinaro, il quale ne paventa perfin la vista, e il coccodrillo mangiasi bell' e vivo lo stupido Egiziano pensare che l'anima delle bestie e quella dell' uomo differiscano fra loro in essenza, ma soltanto dal più al meno Tal fu infatti l'opinione di Anassagora il qual fra l'anima dell'uomo e quella delle bestie non metteva altradifferenza fuor che la prima può spiegare a se stessa i suoi ragionamenti e la seconda non lo pud. Pitagora e Platone am bi riconoscevano la ragionevolezza del che lo adora. Ma se gli animali forti ci resistono, i deboli ci sfuggono, e non vi è altro che la leggendadi qualche santo dove si legga che i pesci venivano com piacentemente a farsi friggere nella pa della e le quaglie ad infilzarsi sullo spie do. D'altronde, anche la Scrittura santa eleva gli animali alla dignità dell' uomo, avvegnaché mostra che lo stesso Iddio le tien degne della sua vendetta e della sua alleanza. Jeohvah, infatti, dice aifigli di Noè: « Io farò vendettadel sangue vo stro sopra qualsiasi delle bestie. ( Gen. l'anima delle bestie, laqualdistingue vano dall' umana sol per l'attributo della parol . Non si può dubitare che tal fosse ad un dipresso anche l' opi nione di Plutarco, dal momento che egli ammetteva la trasmigrazione delle anime umane anche neicorpidegli ani mali; anzi egli ha scritto anche un trat tato apposito per mostrare che le bestie pensano e ragionano. Non meno espli cito è Porfirio, il quale alle bestie at tribuisce,non solo la ragione, maanche l'attitudine a far intendere i loro ra gionamenti i quali, se non son tanto BESTIE sottili e complessi comequeidell'uomo, non differiscono perciò essenzialmente. La facilità con cui gli antichi am 87 cosa non sarebbe maggiormente contro l'evidenza che il dir l'altra ». mettevano la ragionevolezza dell'anima delle bestie, concorda d'alt 14 colla opinione della sua materiantà. vero, all'articolo ANIMA, noi abbiamo provato che tutte le scuole filosofiche della Grecia ignoravano affatto quell' astra zione alla quale i modernidanno ilnome di spirito; ed esclusa lasostanza spiri tuale, si capisce subito come convenga oalle bestie negare un'anima, o dotarle di una non essenzialmente diversa da quella dell'uomo. Ridotta in questi ter mini, la controversia diventa una pura question di parole. E invero, se chia miamo l' aníma funzione, intenderemo facilmente che tral'uomoele bestie que sta funzione non può differire essenzial mente, imperocchènell'uno e nelle altre essa si fonda sulla materia. Or una Anche nel secolo XVI Gomesio Pe reira, medico spagnuolo, fece meravi gliare i dotti annunciando che le be stie son pure macchine e spingen do il paradosso fino a negare l'ani ma sensitiva che a loro si attribuiva. Sul qual proposito il Bayle osserva chea' suoi tempi pretendevasi che De scartes avesse tolto a Pereira la sua singolar dottrina sull' anima delle be stie. Infatti, Descartes negò che vera mente nelle bestie esistesse un'anima, nonchè ragionevole, nemmen sensitiva, e fondava questa sua negazione, non già sulla ripugnanza della ragione a credere ad unospirito, maunicamente perchè ripugnava al suo pensiero il credere che fra l'uomo e le bestie non esistesse alcuna differenza essen ziale. Quindi i cartesiani giungevano alla credenza, che le bestie sono dei funzione che procede da causa iden tica non si può, senza contraddizione, puri automi, fondandosi sul princi concepire essenzialmentedifferente; ma può invece concepirsi come quantita tivamente differente in ragione della maggiore o minor perfezione dell' or ganismo incui simanifesta. Certo, nonmancarono nemmeno fra iGreci filosofi che abbiano ammessa la meccanicità delle funzioni delle be stie. Pare anzi che tal fosse l'opinione degli stoici; ma ben vi rispondeva Plutarco con queste parole: « Quanto a coloro che goffamente e con tanta impertinenza affermano che gli animali nè si rallegrano nè si corrucciano, nè temono di dire che larondine non am massa provvigioni, e l'ape non ha me moria, ma sembrasoltanto che la ron dine usi previdenza e il leone si cor rucci, e il rettile fremi per la paura, io non so cosa risponderebbero a co loro i quali avanzassero l'opinione, che convien purdire ch'essi nè credono, nè odono e ch'essi non hanno voce ma sol tanto che essi vedono oche hanno voce, in una parola ch'essi non vivono ma sembrach'essi vivano; poichè dire l'una pio, che lamateria non solo non puó pensare, ma nemmensentire e provare sensazioni di sorta. Conchiudevano dun que che selebestie avessero un'anima spirituale, questa doveva essere immor tale quanto quella dell'uomo, e che un' anima materiale non poteva pen sare, nè sentire, nè produrre la vita. É vero che gli avversari dei cartesiani potevano facilmente imbarazzare i so stenitori di questa così poco ragione vole dottrina, mostrando i molti atti degli animali, i quali provano e sen sazioni, e volontà e pensiero e perfino qualità morali, come la fedeltà e l'a more, virtù che sono essenzialmente proprie dell'anima; ma tornava facile ai cartesiani il rispondere in questa guisa: « Voi riconoscete che gli ani mali son cose, le quali rassomigliano a ciò che fal'anima ragionevole e che nullameno la loro anima non è punto ragionevole. Perché dunque non volete che si sostenga ch'essi sono delle cose che rassomigliano a ciò che fa l'anima sensitiva, senza che la loro anima sia 88 BIBBIA sensitiva? » Il perchè poi alle bestie | raccomandazione ai contadini di pagar volesse attribuirsi un'anima sensitiva e non immateriale, ci è detto da Sennert, medico dell'accademia di Wittemberg, il quale appunto nel secolo XVI fu ac cusato d' empietà per aver insegnato che l'anima delle bestie non è mate riale. Or il dare alle bestie un' anima immateriale val lo stesso che farle im mortali e quindi eguali all'uomo. le decime, eccellente rimedio contro gl'insetti devastatori. (Vedi la mia Sto ria Critica della superstizione al Vol. II Cap.XI. Bibbia. Voce greca che signi fica libro. Così chiamasi la raccolta degli scritti sacri degli ebrei e dei cristiani contenente i libri dell' An tico e del Nuovo Testamento. Il lo Il Cartesianismo aveva evitato que- ro numero e i loro titoli sono regi sto scoglio supponendo che uno spirito strati nel canone dei libri santi, il esterno fosse la causa delle interne a- quale, tuttochè si pretenda immutabile, zioni degli animali, le quali sono vere venne però man mano modificandosi macchine agenti sotto l'impulso di una per l'aggregazione dei nuovi libri che forza straniera. Questa opinione non la Chiesa, in progresso di tempo, e pei contrastava d'altronde con quella do- suoi interessi trovò opportuno di di minantenellachiesacattolicadel medio chiarare rivelati. ( Vedi CANONE ). É evo, perciocché vediamo che in diversi dottrina di tutte le Chiese cristiane tempi e invari paesi gl'inquisitori pro- ed ebraiche, che i libri della Scrittura cessarono e condannarono gli animali sono stati dettati sotto la immediata siccome i supposti agenti del demonio. inspirazione dello Spirito Santo, mo Nel 1451 una quantità di sanguisughe tivo per cui hassi ragione di credere, avendo infestate le acque del territorio | che un solo errore il quale si trovi di Berna, detto fatto il vescovo di Lo sanna le fa citare davanti ad un com missario incaricato di giudicarle. Un usciere è inviato sui luoghi occupatida quegli animaletti e con pubblico bando aloro ingiunge di comparire davanti nella Sacra Scrittura costituisca una prova formidabile contro la sua pre tesa rivelazione; imperocchè non possa ammettersi che Dio possa ingannare od essere ingannato. Or convien con fessare che nella Bibbia li errori son molti e di varia natura, e chi tutti li volesse raccogliere, avrebbe di che com porre un intero volume. Diró soltanto al rmagistrato, per essere udite e al l'uopo condannate ad abbandonare en tro breve termine e sotto le pene di diritto i campi occupati. S'intende che | dei principali e più manifesti. gli animali non si presentavano mai da vanti al giudice, ma di solito si nomi nava per loro d'ufficio un avvocato di fensore, e per non dir d'altri, il fa moso giureconsulto Chassanée stabili appunto la sua fama nella difesa dei topi d' Autun. Del resto, i processi contro gli animali non furono tanto rari e dal 1120 al 1741 se necontano 92, dei quali quattro contro i bruchi, quattro contro le lumache, quattro 1 contro i sorci, e altri contro le san guisughe, le cantaridi, le mosche, le talpe, i grilli ecc. e tutti, o quasi tutti, finirono con la scomunica, con l'esor cismo, con le processioni, e con la I. Risulta dal contesto del IV e V capitolo della Genesi, che Adamo ed Eva sono idue primi sposi dell' uni verso, che dalla loro unione nasce A bele e Caino,il quale avendo ucciso il fratello, si allontana dal padre e d alla madre, vale adire da tutto il genere umano. Egli non ha quindi alcuna donna a cui congiungersi, nè alcun uo mo da cui temere. Eppure si legge che Caino, tremante d'essere ucciso (da uo mini chenonesistevano) fuggì nel paese di Nod ove fondò una città ( i cui abi tanti non erano ancor nati ). II. Al capo XII verso 40 dell' Esodo, si legge che la durata del soggiorno BIBBIA degli Israeliti nell'Egitto fu di 430 anni. Ma S. Paolo, il quale non è meno in spirato di Mosè, afferma che la legge fu data sul Sinai 1030 anni dopo l'al leanza fatta da Dio con Abramo ( Gal. III 17 ) il quale era allora in età di 75 anni ( Gen. XII 4). Abbiamo dun que la seguente cronologia: Dall' alleanza alla nascita d' Isacco (XXI. 5) corrono . anni 25 Dalla nascita d' Isacco a quella di Giacobbe (XXV. 26) 89 anni 40 26 8 40 . mente stabilite dalla stessa Bibbia e citate da Spinoza. Mosè governa ilpopolo nel deserto per. Giosuè che visse 110 anni, non ebbe il comando, secondo Giuseppe ed altri storici, che KusanRisgataiin tiene ilpo polo sotto il suo imperio Otoniel figlio di Kenaz fu giudice durante Eglon re di Moab fu giudice « corrono Dopo 130 anni Giacobbe si stabilisce in Egitto (XLV II. 9). > 130 dici durante Dall'alleanza alla immigra 60 durante • Aod e Samgar furono giu .- Jabin tiene il popolo sotto zione in Egitto corrono dunque > 215 il suo giogo i quali se si tolgono dai 430 anni fissati da S. Paolo, nonnerimangono che 215 per il soggiorno nell' Egitto. Il popolo dopo un riposodi Ricade in servitù sotto la III. Risulta dai versi 6 e 7 (Deute ronomio X. ) che solo dopo cheAron ne fu morto e seppellito, gl' Israeliti passarono a Gadgad e poi a Jetbat. Ora, al capo XXXIII dei Numeri, verso 32 a 38, era stato detto iuvece che le stazioni di Gadgad e Jetbat avevano preceduto la morte diAronne, laquale non ebbe luogo che alla stazione del monte Hor. Il capo XX verso 22 a29 dei Numeri aveva già fatto morire A ronne sul monte Hor; si avverta poi che trovasi la stessa indicazione nel verso 50 del capo XXXII del Deutero nomio, il quale resta così in contrad dizione, non solo col libro dei Numeri, ma anche con se stesso. IV. Il quarto capitolo del primo li bro dei Re narra che Salomone fondò il tempio nell'anno 480 della sortita dall' Egitto. Ma consultando, non dirò ' istoria la quale tace di questi fatti dominazione di Madian per . Esso riprende la libertà al tempo di Gedeone Poi èsottomesso daAbimelch Tola figlio di Pua fu giu diceper. Jair per. Il popolo ricade sotto la do minazione de' Filistei,e degli Ammoniti durante . Jefte fu giudice durante. Abesan il Betelemita Aialon il Zebulonita Abdon il Faratonita Ilpopolo cade ancora sotto il dominio de' Filistei . Sansone fu giudice durante Eli durante Il popolo sottomesso nuo vamente da' Filistei, non fu li berato da Samuele chedopo un intervallo di.. Davide regna. Salomone avanti di fondare leggendari, ma la Bibbia stessa, il li bro infallibile e divinamente inspirato, il tempio regua . si trova che tra la fondazione del tem pio e l'uscita degli ebrei dall' Egitto, corre un lasso di tempo assai più lun go, e precisamente di 580 anni, come appare dal seguente prospetto, in cui si computano soltanto le date chiara 18 80 20 40 7 40 3: 23 22 18 6 7 10 8 40 20 40 20 40 4 Totale > 580 «Aquesti anni bisogna però ag giungere quellidel periodo immediata mente successivo alla morte di Giosuè, durante il quale la nazione ebrea si 90 BIBBIA mantenne indipendente fino al giorno in cui Kusan Risgataiin la ridusse in servitù. Periodo di prosperità che do vrebbe essere stato assai lungo, non potendosi supporre che subito dopo la morte di Giosuè tutti coloro che erano stati testimon: delle sue gesta prodigiose fossero periti in un mo mento, e i discendenti loro, abolite le leggi e gli ordinamenti civili del gran condottiero, fossero tosto caduti in ser vitù. Ciascuno di questi avvenimenti e sigendo quasi un secolo di tempo, non puossi mettere in dubbio che lascrit tura nei versetti 7.9 e 10 del secondo capitolo dei Giudici non abbracci un gran numero d'anni, la storiadei quali passata sotto silenzio. A questi bi sogna poi aggiungere quelli nei quali Samuele fu giudice degli Ebrei e non citati dalla Scrittura; quelli del regno di Saule a disegno ommessi, perchè la sua storia non lasciaindovinare la du rata del di lui regno; quelli dell' anar chia nella qualeperdurarono gli Ebrei, pure taciuti dalla Bibbia; poiché è im possibile di valutare giustamente ladu rata degli avvenimenti che sono rac contati nel libro dei Giudici, comin ciando dal capitoloXVII sino alla fine. V. Il quarto libro dei Re ( XXIV 8,9) dice che il censimento fatto da Davide mostrò che gli uomini atti alle armi erano in totale 1,300,000. Ma nel primo libro delle Croniche ( XXI 5,6) si trova che questo censimento non venne esteso alle tribù Beniamino e di Levi, e nondimeno diede per risultato 1,570,000 uomini atti alle armi. Lo Spi rito Santo, dice Miron, è autore del l'uno e dell'altro di questi due rac conti; ma qual de' due dobbiamo cre dere ? VI. Nel capo XI (verso32 e 36 del IV libro dei Re) Jeova dichiara che non lascerà a Roboamo che una sola tribù enel capo XI (verso 20 ) dicesi in fatti che questo re fu seguito dalla sola tribù di Giuda; ma nei versi se guenti ( 21 e 21) è rappresentato co me regnante sulle due tribù, quella di Giuda e quella di Beniamino. VII. Ocozia non avendo lasciato fi gliuoli, fu sostituito da suo fratello Jo ram, rapporto al quale sono da osser varsi queste notevoli contraddizioni. Se condo ilverso 17 del capo I (IV Re), egli sali sul trono d' Israele il secondo anno del regno di Joram, re di Giuda. Secondo il verso primo del capo III, in vece egli comincia a regnare nel diciot tesimo anno del regno di Giosafat, re di Giuda. Ma non basta! Secondo il verso 16 del capo VIII, Joram, figliuolo di Giosafat, cominciò a regnare sopra Giu dail quinto annodel regno diJoram re d'Israele; d'onde si trae che ravvicinan do il verso 17 del capo primo al verso 16 del capo VIII, Joram d' Israele sali sul trono nel secondo anno del regno di Joram di Giuda, il quale era salito sul trono nel quinto anno del regno di Jo ram re d'Israele. Gli annali compilati da scrittori, che non pretendono d' essere qualche cosapiùdi semplici mortali, non offrono certamente esempii di una peg giore cronologia. VIII. Nessun errore, dice Fréret (Oeu vres. T. IV. p. 372), può riuscire piú grande di quello che s'incontra nel nu mero degli israeliti, che dalla cattività di Babilonia ritornano aGerusalemme sotto la condotta di Zorobabele. Se noi som miamo insieme tutte le cifre che ci sono date dal Cap. II del 1º. libro di Esdra, troviamo che gl' israeliti ritornati dalla cattività ascendono alla cifra di 29818. E nondimeno il sacro scrittore facendo la somma a suo modo, ai versetti 64 e 65, dice che tutta questa radunanza in sieme sommava a 42360, non compresi i servi e le serve in numero di 7337! Bi sogna dunque credere che lo Spirito Santo nel fare l'addizione delle cifre si sia fermato ad un bel circa verso la metà della somma. IX. Nelprimo librodei Maccabei, si narra diffusamente la orrenda morte di Antioco Epifane persecutore dei preti, ma questo spogliatore sacri BIBLIA lego, prima di fare la suaterribile fine, era già mortoduevolte; la prima(Capo 91 connubio fra i >> Egli nasconde la luce nelle sue mani, e quindi glicomandadi ricomparire (Giob XXXVI. 32. Questo testo è infedelmente l'origine attribuendoli ad un carnale tradotto nelle nostre versioni). E i mari che sono essi mai ? La limitazione del mondo tra la terrae l'abisso. » Egli ha posto un certo termine intorno all'acque, il qual durerà fino alla fine della luce e delle tenebre » (Giob. XXXVI. 10). E chi potrebbe insegnar geometriacol sin golar metodo dei libri rivelati, nei quali si legge che il bacinoposto all'ingresso del tempio di Salomone era rotondo ed avea dieci cubiti di diametro e trenta di circonferenza? Calcolo sublime ed incon testabilmente rivelato, avvegnachè tutta la scienza nostra non sia ancor arrivata aprovare che il diametro stia precisa mente trevoltenellacirconferenza.Prova evidente è questa chequellaproporzione geometrica si basa sopra principii supe riori alla povera ragioneumana, laquale insegna che il diametro sta alla circon ferenza come 113 a 355, proporzione che è sempre maggiore del triplo. Manonostante tutti questi errori, che sono pochi fra i moltissimi che si po trebbero citare, rincresce ildire, che non mancanouomini, i quali, fedeli alla tra dizione antica, vorrebbero che tutte le nostre conoscenze alla Bibbia si attin gessero e ogni metodo d'insegnamento sullaBibbia si fondasse.«Come,donde, > La Enciclica del 1824 data da Leo ne XII, rinnova il divieto, e una bolla di Gregorio XVI, dopo avere richiamate tutte le disposizioni date dai suoi pre decessori, aggiunge: « Noi confermiamo erinnoviamo collanostra autorità apo stolica gli ordini suddetti, già da lungo tempo promulgati circa lapubblicazione, lapropagazione, lalettura edil possesso dei libri della Scrittura Sacra tradotti in lingua volgare. >>> Chiesa cattolica, se non in quanto essa sia pubblicata insiem colle note e gli schiarimenti, che ne raddoppiano il vo lume e la spesa, e la rendono poco ac cessibile alla borsa di tutti. Quando essa fu pubblicata senza queste note dalla Società Bibblica di Londra, e venduta a tenue prezzo, incorse in tutte le censure che sono comminate contro le altre ver sioni in lingua volgare. Ma la Bibbia tipo, laBibbia veramente ufficiale e rico nosciuta dalla Chiesa è la Volgata, così detta, perchè fu da S. Girolamo volga rizzata nel latino idioma (o, come altri credono, soltanto corretta)sui testi greci ed ebraici originali. Or, è pur cosa sin golare a dirsi, che questo testo ufficiale della rivelazione, è esso stesso così pieno di errori, che già ai tempi di S. Gero lamo se ne facevano nella Chiesa grandi lamenti. S. Agostino nella sua decima let tera, dice che essa non è conforme alla versione greca dei settanta, che gli e brei n' erano assai malcontenti e che egli perciò non volle adottarla, nè per metterne la lettura nella sua chiesa. Cionondimeno il Concilio di Trento nella sua quarta sessione, dichiarò la Volgata la sola autentica versione della Bibbia; ma la Chiesa ebbe inseguito a ramma ricarsi di quel suo decreto, inquantochè le critiche di uomini competentissimi, an che devoti, mostrarono troppo aperta mente i molti errori di quella versione. Sisto V credette di rimediare all' incon veniente, facendoricorreggere laVolgata e ripubblicandola coi tipi del Vaticano, onde quella ricorrezione ebbe il suo no me. Ma pare che neppure quel lavoro soddisfacesse tutte le esigenze, poichè anzi Clemente VIII, suo successore, sol tanto tre anni dopo fu obbligato di farne ritirare tutti gli esemplari, e far ese guire una nuova correzione ed unanuo va edizione della Bibbia, che è la Vol gata attuale. Anche questa però, nono stante l' infallibilità papale, non riusci opera perfetta, giacchè non pochi teo Osservisi poi chelaversionedel Mar- logi, fra cui il cardinal Gaetano, dimo 96 BIBBIA strarono che essa è ancor piena di er rori, e perfino Monsignor Martini, ar civescovo di Firenze, alla sua versione del Nuovo Testamento premette una nota, ove attesta che nel solo Nuovo Te stamento della Volgata si trovano 975 passi che differiscono dall' originale. Anzi ancora, il cardinal Bellarmino rispondendo a Luca di Bruge, il quale lo avvertiva appunto che nella Bibbia la tina trovavansi tanti errori, diceva: >> Einfatti, Clemente VIII nella prefa zione della Volgata da lui dichiarata sola autentica, ha l'ingenuità di avver tirci che « sebbene siasi adoperato con il Martini aggiunge SUPERSTI zioso, acciò si creda che il solo super stizioso culto degli angeli la Bibbia con danna, non già il vero culto. Del resto, parecchi altri passi più o Tutte le volte che il Diodati traduce la voce greca presbiteri per ANZIANI (AttiXV, 6, 22, 23; XVI, 4; I Timot. IV 14; X 19; Giac. V. 14), il Martini la rende colla voce Sacerdoti, onde fondare eziandio sui tempi apostolici la institu zione di un vero e proprio sacerdozio. Per lo stesso motivo ogniqualvolta il Diodati nei versetti 2 e 12Cap. III della epistola di S. Paolo a Timoteo traduce, SIA il vescovo, O SIENO i diaconi mariti di una sola moglie; il Martini traduce ABBIA PRESO il vescovo, od ABBIANO PRESO i diaconi una sola moglie. Il motivo della variazione è evidente: il verbo sia, sieno, è imperativo e impone come precetto ' obbligazione del matrimonio per gli ecclesiastici, mentre la locuzione abbia o abbiano preso, è condizionale, non impone nulla nel presente o nel fu turo, e lascia il posto al precetto po stumo del celibato. Giustizia vuole però che si confessi,che questo precetto è con forme allo spirito e alla dottrina di San Paolo, e che la versione del Martini, al meno essenziali differiscono nelle varie traduzioni della Bibbia; e si conosce quale strana importanza danno i credenti a queste per noi quasi insignificanti diver genze, quando si pensa che talora so pra un solo versetto e fin sopraunapa rola si fonda l'origine d'un sacramento, di un domma o di un rito della Chiesa. (Vedi anche gli articoli APOCRIFI, CANONE, EVANGELI, PENTATEUCO, ecc) Biologia. Etimologicamente: di scorso sulla vita. Labiologia, parola pri mamente usata da Comte, è la scienza delle leggi che regolano la vita negli organismi, e i rapporti fra di loro e il mondo esterno. Base dellabiologia sono quindi l'anatomia e la fisiologia, non menochelescienzenaturali; inquantochè ogni organismo trovasi necessariamente legato col mondo esterno, nè avviene va riazione nell'uno senza che vi corrisponda una modificazione dell' altro. (Vedi Po SITIVISMO). Bochm(Giacobbe)soprannominato il Filosofo teutonico.Nacque nel 1575 in un vilaggio della Lusazia presso Gorlitz daparenti poverissimi.Educato allascuola del villaggio, prese amore vivissimo alla meditazione edi tanto s'esalto, che infine credette d'essere chiamato a rivelare al meno inquesto caso,rispondemeglio alla dottrina del fondatore del cristianesimo. | nati nellaBibbia. Bohem scrisse parecchi l'umanità i divini misteri, appena accen Efesi, V, 32-33. Perciò l' uomo la scierà suo padre e sua madre, e si con giungerà con la sua moglie: ed i due diverranno una stessa carne. Questo MI STERIO è grande. Il Martini traduce misterio con SA CRAMENTO. Questa differenza fra i due traduttori facilmente s' intende, rifletten do che il matrimonio è sacramento pei cattolici soltanto e non pei protestanti. libri di rivelazione che nel secolo nostro non meritano nemmeno l'onore di essere esaminati, ma che a'tempi suoi, nei quali filosofi si dicevano icercatori della pietra filosofale e i cultori dell'alchimia, ebbero moltissimo successo. Il novello rivelatore pervenne a costituire una setta di nuovi mistici, iqualiil maestro illustrarono con lodiesagerate e senzafine. Singolare coin cidenza! Simile al Cristo sul quale riposa 7 98 BOLLA la grazia del Padre, anche Boehm vuol | membro della Camera dei Lord. Nel che la grazia divina riposi sopra di lui: il misticismo dell'uno nonval meglio di quello dell' altro, e l'uno e l'altro inse gnarono l'imprevidenza, il disprezzo del mondo e tutte le conseguenze che ne derivano. 1714 all'avvenimento altrono della casa d'Hanover si ritirò inFrancia, ove mend in moglie la vedova del marchese di Bogomili. Eretici diBulgaria,di scepoli di un tal Basilio,vecchio asceta, en tusiasta e fanatico. Dicesi che l'impera tore Alessio Comneno, nemico acerrimo dell'eresia, facesse chiamare a se Basilio sotto pretesto di volersi aggregare alla sua setta, onde indurlo apalesargli isuoi errori, e che quando glieli ebbe rivelati l'accusò davanti al Senato. Basilio si of ferse a sostenere le sue opinioni, mo strandosi pronto a incontrare il marti rio, e fu esaudito. Acceso ungran rogo inmezzo all'Ippodromo, fu dall'altro lato piantata una gran croce, e a Basilio si ingiunsedi sceglierefra l'uno e l'altra. Mirabile esempio di costanza e dicorag Villette. Bolingbroke ebbe amichevoli re lazioni coi principali filosofi del suo tem po e credesi sia stato il primo che abbia determinato alla carriera filoso fica Voltaire, ch' egli conobbe durante il suo esiglio in Francianella sua terra della Source, presso Orleans. Mori nel l'anno 1751 lasciando isuoi scritti a Da vide Mallet, che li mandò allestampe in cinque volumi, contenenti, fra gli altri, le Lettere sullo studio della Storia e quelle al Papa sulla religione e la filo sofia. Bolingroke apparteneva alla scuola dei deistidel secolo passato, epperciò era accanitissimo contro tuttele religioni ri velate, contro la Bibbia, ch'egli dice un romanzo da Don Quichotte e contro tutti i teologi che chiama « Folli. » Èdubbio che nellasuapolemica con gio, Basilio si precipitò sul rogo, dimo- tro l'ateismo egli portasse tanta convin strando al mondo che i martiri nullazione quanto in quella contro la rivela provano in favore dei principii pei quali zione. E invero, da una parte s'egli ri hanno data la vita. Basilio morì, ma non la sua setta, che fu assai diffusa nellaGrecia, ed alla quale appartenevano molte principalissi me famiglie di Costantinopoli. Qual fosse l'eresia dei Bogomili non è facile il de terminare, poichè le loro credenze sono un impasto di tutti gli errori di quei tempi. Par nondimeno che inclinassero al dualismo di Manete (vedi Manichei smo) e allademonologia di Platone. Dei libri della Bibbia sette soli accettavano, e molti interpretavano allegoricamente. Dio credevano corporeo, la Trinità spie gavano coi semplici attributi divini ; la terra e l'uomo dicevano creati da Sata naele; il battesimo facevano senz'acqua; ' Eucarestia negavano, e i vescovi e il clero disprezzavano. Bolingbroke. (Enrico San Gio vanni, viscontediBolingbroke)nacque nel 1672. Eletto membro della Camera dei Comuni di Londra nel 1702, divenne poi ministro segretario di Stato, e finalmente conosce un Dio, nega però al Creatore l'intenzione di fare gli uomini felici; ammette una provvidenza generale, ma la nega per gl'individui in particolare ; confessa l'antichità della dottrina dell'im mortalitàdell'anima,ma nega aquesta la qualitàdi sostanzaimmateriale e distinta dal corpo. Tutte queste affermazioni di uno scrittore che i suoi stessi nemici chiamavano, seducentenellaconversazio ne, di spirito fecondo, e molto istruito, erano tali da poter fare molta impres sione, d'onde la condanna data alle sue opere dal gran giuri di Westminster. L'Esameimportantedi milordBolingbro ke che si trova inserito nelle opere di Voltaire, è di quest'ultimo autore. Bolla pontificia. Rescritto del pon tefice il qual differisce dal Breve in que sto, che l'uno è spedito dalla cancelleria apostolica sotto il sigillo di piombo, l'al tro dalla segreteria dei brevi sotto l'a nello pescatorio; l'uno è scritto in per gamena rozza con caratteri antichi, l'al BONNET tro in pergamena fina con caratteri la tini; la bolla porta la data dell' anno dell'incarnazione, e il breve quello della Natività di Gesù. Due Bolle sono rinomatissime nella 99 abbastanza forte per poterimpunemente ripubblicarla. Bonnet (Carlo) di Ginevra. Na que nel 1720. Egli fu ad un tempo na turalista e teosofo, e questi due carat Storia: quella Unigenitus e l'altra in Cœna Domini. La prima data da Cle menteXI, condannavala dottrina del pa dre Quesnel,vennerespintada una quan tità di vescovi e fu il segnale di una lunga persecuzione contro il giansenismo (vedi GIANSENISMO ). S'ignora invece chi sia l' autore della seconda; essa legge vasi pubblicamente in Roma tutti gli anni nel giovedi santo, alla presenza del papa, accompagnato da cardinali e da teri si trovano così intimamente con giunti nelle sue opere,da recare sorpre sa e maraviglia al tempo stesso, per la stretta unione di principii che sono fra loro tanto contrarii. Con uno spirito profondamente religioso Bonnet, nel suo Essai analytique des facultés de l'âme e nel Traité des sensations, si mostra aperto partigiano della scuola sensua lista. Tutte le idee, egli dice, ci vengono vescovi. Paolo III nel 1536 pubblicando dai sensi, e tutte le sensazioni si risol una edizione di questa bolla, dice che vono nell' azione pura e semplice delle era antichissimo uso della chiesa il rin-fibre nervose. La varietà di queste fibre novare tutti gli anni questa scomunica, laquale si estendeva agli eretici, pirati, corsari ; contro, i giudici laici che giu dicano gli ecclesiastici e li citano da vanti al loro tribunale, sia pur esso u dienza, cancelleria, consiglio o parlamen to; tutti coloro i quali faranno o pub ela loro differente costituzione anato mica spiegano la varietà delle nostre percezioni, le quali trovano tutta la loro blicheranno editti diretti a restringere l'autorità ecclesiastica; infine contro i pubblici funzionari di qualsiasi re o principe, che evocano asele cause eccle siastiche o impediscono l'esecuzione delle lettere apostoliche, quand' anche lo fac ciano sotto il pretesto di impedire qual che violenza. Il Concilio di Tours nel 1510 aveva già dichiarato che labolla in Cœna Do mini non poteva sostenersi, e ire di Francia si sono sempre opposti alla loro pubblicazione,come contraria ai loro di ritti e alle libertàdella chiesa gallicana. corrispondenza nella modificazione di esse fibre. I movimenti di questi organi della sensazione sono determinati dagli oggetti esterni, e imprimono all' orga no, anche dopo essere cessati, una certa tendenza a riprodursi, la quale determi na le abitudini e al tempo stesso ci fa conoscere se una data sensazione la sen tiamo per la prima volta o se l'ab biamo già provata. Fedele al suo prin cipio, Bonnet credè che anche le idee più astratte e le men materiali deriva no dai nostri sensi. Perfin l'idea di Dio egli riferisce alla sensazione, e la deduce dal nostro ragionamento sul com plesso dei fatti edel preteso ordine che osserviamo nella natura. Ma se tutta la filosofia sensualista. Nel 1580, approfittandosi della vacanza di Bonnet è perfettamente materialista, del Parlamento, parecchi vescovi vollero | bisogna pur dire che tutta la sua teo farla ricevere nella lor diocesi, ma il Procuratore Generale vi si oppose e fu rono prese contro di loro delle misure severe. La pubblicazione della Bolla in Cæna Domini fuinfinesospesa nel 1773 da Clemente XIV, ond'evitare l' odio e il malcontento dei principi, nè pare che dopo d'allora nessun papa siasi stimato dicea è affatto idealista. Quand' egli ar riva al punto in cui ilmovimento delle fibre si trasforma in sensazione, là pone il mistero e l'anima; la sua logica si smarrisce, e la sua scienza positiva si trasforma in un mero idealismo. Egli cade ancora in questo eccesso nelle sue Considerations sur les corps organisés 100 BOULANGER ela Contemplation de la nature, ove la sua feconda fantasia trasforma l'uni verso nel tempio visibile della divinità, nel quale la saggezza e la potenza in finita si scoprono nelle minime come nelle massime cose. Ma se Bonnet è buon idealista, non lo è però ancora tanto da poter conce pire lo spirito separato dalla materia. Dopo la morte l'anima certamente ci sopravvive, ma esisterà ella senza cor po? Bonnet risponde negativamente. Egli crede che nel nostro corpo esista il germe di un'altro corpo, il quale si svilupperà dopo la morte e formerà lo inviluppo materiale del nuovo essere. Ma qual sarà questo germe ? Bonnet lo trova nel corpo calloso dell'encefalo: la sede del pensiero è, secondo lui, anche il principio materiale che avvilupperà nell' avvenire il suo substrato. Egli è in questa guisa che un uomo il quale ha scritto tante verità, e dimostra nei suoi ragionamenti, quando sono fondati sul fatto, una invincibile argomentazione, si smarrisce subito ed erra pazzamente nel I'assurdo tosto che entra nel campo della metafisica. Boulainvilliers (Carlo) Nacque a Saint-Laire nella Normandia nel 1658, emori nel 1722. Il suo nome è noto tra i filosofi del secolo XVIII per il suo spirito d' incredulità, velato da un apparente desiderio di combattere gli increduli. Fingendo di voler confutare i principii della filosofia eterodossa, in realtà egli non ha fatto altro che ripro durre per sunti i principii di essa, av valorarli con apparenti contraddizioni, la fiacchezza delle quali è più propria a farci perdere che a confermarci nella fede. È conquesto spirito ch'egli scrisse *i seguenti libri: Réfutation des erreurs de Benoît Spinosa, par M. de Fénelon, archevêque de Cambrai, par leP. Lami, benedectin, et par M. le Comte deBou Doutes lainvilliers. Bruxelles 1731. sur la Religion Londra 1767. Traité des trois imposteurs, 1775 senza luogo.-L'Espit de Spinosa. Amsterdam 1719. Boulanger (Nicola). Nacque a Pa rigi nei 1722, studiò nel collegio di Beauvais, e dopo essere stato nell'eser cito sotto il comando del barone di Uriers, fu impiegato nella qualità di in gegnere dei ponti e delle strade. Era geologo di qualche vaglia, ma i pro gressi delle scienze naturali fatti in questi ultimi tempi, più non si accor dano colle ipotesi sue, chè vuol egli es sere, com'è ben naturale, ascritto alla scuola la qual suppone che tutte le gran di trasformazioni avvenute sulla super ficie della terra furono l'opera di cata clismi. In filosofia ebbe idee liberalissi me, ed a lui si attribuiscono parecchi scritti contro la religione. Sono suoi gli articoli Corvèe, Guèbres, Deluge, Lan gue hebraique inseriti nell'Enciclopedia e così pure Le ricerche sull'origine del dispotismo orientale, ove i re ed i preti sonoegualmente maltrattati. L'autore del Dictionnaire des ouvrages anonymes, sulle traccie di Naigeon, assicura che l'opera intitolata L'antichità svelata dai suoi usi, è pure di Boulanger, seb bene sia stata rifatta dal barone di Holbach. È però a deplorarsi che l'au tore siasi lasciato guidare da un indi rizzo esclusivamente sistematico. Dotato di fervida immaginazione, e impressiona to da alcuni animali fossili antidiluviani da lui osservati in certi scavi, di cui gli era stata affidata la direzione, egli fu dominato dall' idea fissa di rinvenire in tutti gli usi dell' antichità, e special mente nellepratiche religiose, le rimem branze di un diluvio, e le impressioni di terrore che tal cataclisma ha lascia to nello spirito umano. Naigeon attri buisce a Boulanger varie dissertazioni sopra Elia, san Pietro, san Rocco e santa Genevieffa ed una storia dell' uo mo in società, che andò perduta. Nel Cristianisme devoile, egli esamina con saggia critica tutti gli errori della re ligione cristiana ed insiem della ebrea, dimostra qualmente gli atti del Dio del la Bibbia siano incongruenti e in con traddizione coll' idea stessa che la teolo BRAHAMANISMO gia pretende di darci della divinità, e 101 discrepanza che ben si comprende la morale si del Nuovo come dell' An tico Testamento sia contraria ai veri bisogni della società. Ad ogni modo, giova notare che le sue opere vennero pubblicate successivamente dopo la sua morte e per mezzo degli amici suoi. Mori il 15 settembre 1759. Era di ca rattere dolce, paziente, insinuante, e fu osservato che la sua fisonomia rassomi gliava moltissimo a Socrate, come si vede sopra le pietre antiche. Brahamanismo. La prima re ligione dell'India e la più antica che si conosca. I calcoli di Bailly, Colebrooke e Renand provano che i quattro Vedas sui quali si fonda la religione di Bra hama sono indubbiamente anteriori a Mosè e risalgano per lo meno all'anno 1400 prima di G. C. Questi libri costi tuiscono il codice religioso degl'indiani, come i quattro evangeli formano quello dei cristiani, e s'intitolano: Rig-Veda, o quando si consideri la vastità e il nu mero delle fonti a cui i commentatori attingono. Brama o Brahama è l'essere eterno per eccellenza: ogni cosa vive in lui e nulla vive fuori di lui. Assiso sul loto (caos primitivo) egli girava lo sguardo d'ogni intorno e non vedevacon gli oc chi delle sue quattro teste ( i quattro punti cardinali) che una vasta distesa di acque coperte di tenebre. Non ci vuol molto acume a vedere in questo concet to una forma mistica del panteismo. La materia non è creata, essa coesiste in Brahama eBrahama esiste inlei. Allora, dice il Rig-Veda, il quale ci richiama i primi versi della Genesi, non esistevanè l'essere nè il non essere, nè il mondo, nè il cielo, nè alcuna cosa sotto o so pra, nè terra, nè acqua, ma soltanto qualche cosa di oscuro e di terribile. Brahama dunque non crea, ma forma il mondo e il firmamento. Dapprima egli preghiere in versi; 2.º Jadjour-Veda o preghiere in prosa; 3.º Sama-Veda pre- | genera le acque in mezzo alle quali parato per il canto; 4.° Atharva-Veda destinato alle purificazioni. La natura, l'aurora, il Sole personificati in Indra, Diodellaluce, costituiscono il fondamento teologico di questi libri. Invano cerche resti nella quasi ingenua semplicità di questo mito primitivo tuttoil corpodella teologia di Brahama.I domminon nascono già fatti: lentamente e quasi per strati si sovrappongono, e quelli dell' India si trovano poi disseminati in una quantità grandissima di libri sacri, quali sono il codice di Manù, i diciotto Purana, il Marayana, poema di Valmichi, e nel colossale Mahabarata, il quale, come l'indica l'etimologia del nome (granpeso), è il libropiùlungoche siconosca; tanto che nessuno è ancor riuscito a tradurlo per intero in una delle lingue europee. Ecco ora la succinta esposizione del si stemateologico, quale suolsi più comune mene desumere daquesti libri; e diciam comunemente, avvegnachè non tutti e non sempre si accordino nelle acciden talità secondarie della teologia indiana, getta un uovo risplendente, ov'egli stesso si rinchiude e forma il principio vivi ficante della fecondazione; quindi separa l'uovo in due parti e ne forma il cielo e la terra (Creuser Simbolica 1. p. 179 Manù lib. 1 c. 1 IV) Ma ilmondo vi sibile non è, al postutto, che la mani festazione di Brahama, ilquale a vicenda riproducendosi o in se stesso rientrando crea od annienta il mondo. Abbiam così la notte e il giorno di Brahama, ossia un Kalpa, e ogni Kalpadura 4,320,000, anni, e il numero dei Kalpa è infi nito. Tuttavia, guardiamci bene dal pren dere questa cifra sul serio : essa non è altro che uno di quei tanti numeri simbolici i quali rappresentano un ciclo, oun fenomeno astronomico (vedi SIM BOLICA), È del rari concetto simbolico e periodo astronomicoquello delle quat tro età del mondo rappresentate dauna vacca, che si regge dapprima suquattro gambe, poi su tre, due e una sol gamba. A somiglianza del Dio cristiano, che ; 102 BRAHAMANISMO doveva nascere due secoli dopo il mito Vedantico, il Dio indiano è unoe trino: Brahamageneratore,Visnu conservatore e Siva distruggitore delle forme; ma questi tre (del resto simboli evidenti delle varie operazioni della natura) non son che uno: il Parabrahama creatore degli spiriti subalterni. Mohassura era capo di questi, ma li spinse a rivolta e fu scacciato dal cielo. Allora sotto la forma del serpente, egli tentò l'uo mo, tese insidie al suo orgoglio e lo spinse a proclamarsi eguale a Dio. An che la seconda persona della Trinità ha le sue incarnazioni, dette avatar. Se ne contano dieci, tutte narrate diversamente, alcune delle quali presentanouna singolarissima somiglianza con la vita mi stica del Cristo, e furono forse tolte a prestito dal Buddhismo in quella famosa incarnazione di Buddha, alla quale evi dentemente è stata attintala leggendadi Gesù (vedi BUDDHISMO) Il Brahamanismo riconosce lametem psicosi, in grazia della quale crede che tutte le anime dovranno reincarnarsi nel corpo degli animali più o men vili, se hanno demeritato, motivo per cui alcu ne caste di indiani si astengono dal ci barsi della carne d'ogni animale, e ci tansi certi asceti, i quali ebbero in tanto orrore l' uccisione anche degli animali più immondi, ch'essi preferirono lasciar crescere e moltiplicare i più schifosi in setti sul loro corpo piuttosto che di struggerli. Per altro, la metempsicosi non esclude l'esistenza di un inferno e d'un paradiso.Anzi, nella opinione vol gare di paradisi ve neson tanti quante dicibili delizie, come tormenti atroci e senza nome si provano nell'inferno. Ma la metempsicosi è purgatorio, e quelle sole anime vi sono soggette, le quali hannobisognodi espiazione. Quattro ca dagli agricoltori, e commercianti di pro dotti agricoli; e finalmente 4. la casta di Shudres che sono gli artigiani od o perai. Ognuna poi di queste classi si sud divide in altre speciali divisioni, ma dal l'una all' altra classe a niuno è lecito passare ; e se due persone di classe diversa contraggono matrimonio, deca dono d' ogni diritto e i loro discen denti sono compresi nelle suddivisioni vili dette Varna-Sankara . Un' ulti ma sotto classe più sprezzata di tutte è quella dei Pariahs o Paria, i quali convivere non possono con nessun uomo delle altre classi, devono starsene isolati, nella solitudine delle foreste, o nei luo ghi remoti delle valli, contrasegnare le loro fonti, arretrarsi alla presenza d' o gni indiano delle altre classi, e final mente sottoporsi alle più vili funzioni. In compenso essi non hanno leggi, nè obblighi religiosi, e d'ogni sostanza pos sono cibarsi, essendochè pel Bramino uomini veramente essi nonsono. Molte o brutali o superstiziose ceri monie osservano gli odoratori di Bra hama. Fra le prime vuol esseremenzio nato il barbaro uso delle vedove che si sacrificano sul rogo dove consuma il corpo del marito; e la festa di Ja grenaut nella quale il pesante carro del Dio, trainato dacavalli, schiaccia i fede li, che per stolta devozione si precipi tano sotto le sue ruote. Altre feste sono invece dedicate al mistero della genera zione, e in quei giorni congran pompa, frammezzo al popolo prosteso a terra, por tasi intorno il Lingam, simulacro degli organi genitali (Vedi AMORE). Leabluzio son le caste; ma in tutti si godono in- ni e le lustrazionisonpure parte princi palissimadel culto brahamanico; le imma gini del Dio si lavano nei fiumi sacri alla divinità, ove pure con simbolico la vacro si amministra il battesimo ai neo nati. ste stabilisce la religione Brahamica, e Il sacerdote di Brahama è nell'India sono 1. Quella dei bramini o sacerdoti; onorato come un Dio; ad esso solo 2. Quella dei Khatriyas o Kettris, com- spetta il diritto di leggere i Vedas, of posta dai guerrieri e pubblici funziona- frire sacrifizi, insegnar la religione ed ri; 3. La casta dei Vaishyas composta | appropriarsi le limosine deposte nelle BROUSSAIS pagode: le sue terre sono esenti dalle imposte e nulla deve agli operai che le 103 ne delle fibre nervose e sono il risultato lavorano. Il codice di Manu insiste for temente sul rispetto che la casta dei guerrieri deve al Brahamano, al quale è imposto il dovere di osservare la vita contemplativa siccome massima delleper fezioni.«AlBrahamano,dice questo strano legislatore, che possiede il Rig-Veda com pleto sarà perdonato ogni delitto, quan d' anche avesse uccisi gli abitanti dei tre mondi, od avesse accettato il nutrimento da un uomo dell' ultima casta. (Martin. La morale chez les Indiens, Per altro, questa iniqua sudditanza fondata sulla disparità delle caste, condusse alla riforma di Buddha, come gli abusi del giudaismo menarono alla riforma di Gesù. Breve. Vedi BOLLA. Broussais (Francesco Giuseppe Vittore). Nacque a S. Malo il 17 di cembre 1772, e mori nel 1838. Fu dap prima allievo all' ospitale di S. Malo, poi medico di fregata, e infine medico maggiore nell' esercito di terra. Venuto in Italia con la spedizione francese, fu per molto tempo addetto all'ospitale di Udine nel Friuli, ove raccolse i mate riali per comporre il suo Traité des phlegmasies chroniques. Dopo avere se guito l'esercito nel mezzogiorno della Francia e nella Spagna, nel 1814 fu in fine nominato secondo professore all' o spitale militare di Parigi, poi nell'ospizio di perfezionamento, ove tenne un corso di lezioni mediche, le quali, per la no vità delle osservazioni e per l'ordine delle idee, non meno che per la violen za del linguaggio, ottennero un gran dissimo successo. Nel 1831 fu nominato professore di patologia e terapeutica generale, ed infine ebbe anche l' onore di esser eletto membro dell' Istituto. Broussais non era soltanto medico eminente, ma anche eccellente filosofo. Nel suo Trattato della irritazione e della follia, procura di dimostrare che tutti i nostri atti, siano essi materiali o di un movimento o di una modificazio ne puramente chimica o meccanica dei nostri organi. Le emozioni,dic' egli, de rivano sempre da una eccitazione del ' apparecchio nervoso, e il nostro stato morale non è che la pura e semplice rappresentazione del nostro fisico. Brous sais aveva abolito dal suo linguaggio le parole anima, intelligenza, spirito e tutti i sostantivi astratti, che non hanno una reale rappresentazione, e ch'egli riduceva in ogni caso alla semplice per cezione dei sensi e ad una sensazione puramente materiale del cervello. Laon de egli chiamava sognatori i professori di filosofia, i puri ontologi e li mostra va come affetti da una sorta d'allucina zione, in forza della quale, creando la parola spirito o intelligenza, avevano creduto di separare in realtà la funzio ne del pensiero dall' apparecchio nervo so, e di confidarla aun' etere, a un gaz, il quale per la sua semplicità, nè può pensare, nè produrre entro di noi alcuna azione complessa. « Io non ho che un rammarico, diceva egli, ed è che i me dici i quali coltivano la fisiologia, recla mano troppo debolmente la loro com petenza nella scienza delle facoltà intel lettuali, e che gli uomini iquali non hanno fatto uno studio speciale delle funzioni, vogliono appropriarsi questa scienza sotto il nome di psicologia. >>> Sotto il titolo: Développement de mon opinion et expression de ma foi, Broussais lasciò scritto dopo la sua morte unasorta di testamento filosofico, dove, professandosi deista e riconoscen do, con poca congruenza però, l'esisten za di una intelligenza, non creatrice, ma semplicemente ordinatrice, persiste sem pre nelle sue opinioni sulla negazione dell' anima. « Fin daquando,dic' egli, la chirurgia m'insegnò che il pus accumu lato alla superficie del cervello distrug ge lenostre facoltà, e che l'evacuazio ne di questa sostanza concede ch' esse riappariscano, io non ho più potuto esi intellettuali, sono dovuti a un eccitazio- | mermi di concepire queste facoltà altri 104 BRUNO menti che quali semplici atti di un cer vello vivente. Brown). Filosofo scoz zese, nato a Kirkmabreck pres perquanto di sensato e di vero quel filosofo aveva scritto, ma nelle cose si ve nerava ch' egli forse non scrisse mai e che, non senza fondamento, sono tenute in sospetto di apocrife (VediARISTOTILE). Se a Ginevra d'altronde era morto Cal so Edimburgo. Bouillet dice ch'esso fu discepolo infedele della scuola scozzese, inquantochè contro Braidsostiene, che non è necessario supporre una facoltà speciale di percezione per conoscere i corpi esterni, bastando la semplice sen sazione e il concetto di causa; la quale, con Hume, egli riconosce essere una semplice idea di successione o di con nessione. Brown, senza appartenere alla scuola dello scetticismo, per la sua dot trina vi si dimostra però molto propen so, come par propenso alla negazione stotile, quel ricovero eziandio gli fu del libero arbitrio, quand' egli definisce la volontà: un semplice desiderio, con vino, il protestante Beza che vi regna va signore, aveva ereditata tutta l' in tolleranza di lui; onde si capisce per chè il Bruno trovò la Svizzera poco ospitale. Quindi passò a Lione, a To losa e venne aParigi insegnando filo sofia. Qui ebbe miglior fortuna,ed una cattedra gli fu aperta al libero inse gnamento della sua filosofia. Ma non appena si avventurò acombattere Ari ' opinione che l'effetto sta per seguirlo. Brownisti. Partigiani di una delle molte sette della religione inglese. Fu fondatanell'anno 1580 daRoberto Brown, il quale predicò contro l'autorità ecclesia stica, si attirò lo sdegno dei vescovi e sof frì molte persecuzioni. Egli stesso diceva di aver mutato ben trentadue prigioni. Infine gli stati gli permisero di fondare una Chiesa a Middelbourg nella Zelanda, dove proclamò il principio che il go verno della Chiesa deve essere affatto democratico e i ministri sempre revo cabili; potere ogni fedele fare le predi cazioni nella chiesa o rivolgere doman de al ministro. Le opinioni sue si spar sero nell' Inghilterra prestamente, tanto che nel 1692 si contavano ben ventimila Brownisti. Bruno (Giordano). Nacque aNola presso Napoli verso la metà del XVI chiuso, sicchè nel 1583 passò in In ghilterra, e quattro anni dopo visito la Germania. Fu a Vittemberga che egli ottenne maggior successo e tolle ranza, ond' egli scriveva al Senato di quella città, ringraziandolo « perchè a uno straniero, uomo alieno dalla vo stra fede, permetteste di insegnare in pubblico e tolleraste con mirabile mo derazione la sua veemenza nell' impu gnare la filosofia di Aristotile che tan to vi è cara. » Ma la riconoscenza trasportò il filosofo e gli fece trascu rare la verità storica; avvegnacchè in quella sua lettera di commiato abbia eglifatto un entusiastico elogio di Lu tero, senza pensare quanto quell'auste ro agostiniano fosse lontano dal nutri re quei sentimenti di libertà filosofica che il Bruno tanto encomiava. Il vivo desiderio ch' ei nutriva di rivedere la sua patria, lo spinse imprudentemente nel 1598 a Venezia. Ma quivi viveva la inquisizione: fu arrestato, e dopo sei anni di detenzione nelle carceri,la Re pubblicaconcesse finalmente l'estradi secolo; fu educato alle scienze matema tiche, filosofiche e teologiche in un Con vento di domenicani, ove assunse gli or dini sacri. Mabenpresto icorrotti costu- zione con infinita insistenza reclamata midei colleghi ele assurdità deidommi, lo disgustarono tanto di quella vita, che se ne fuggì a Ginevra. Sperava egli di trovarvi maggior tolleranza per la sua filosofia anti-aristotelica; ma quivi, come a Roma, Aristotile regnava sovrano, non dal Sant' Uffizio; fu trasferito a Roma, ov' egli langul nelle segrete per due anni, che ci vengono mostrati come un caritatevole indugio che la pietà cattolica offriva alla sua ritrattazione. Qui veramente lafigura di questo filo BUDDHISMO sofo spicca per la fermezza e com muove per la ferocità de' suoi giudici. Nulla volle il Bruno ritrattare, nulla modificare delle cose insegnate. Nè i primi teologi di Roma, nè il Cardinale Bellarmino che scesero con lui nel car 105 ne. « Ciò che fu seme, scriveva Gior dano Bruno, diventa erba, poi spica, poi pane, succo nutritivo, sangue, sper ma, embrione, uomo, cadavere; poi terra, pietra od altro corpo solido, e così di seguito. Per questo fatto noi cere per disputare,poterono rimuover lo dai suoi propositi, onde ai 9 di feb braio dell' anno 1600 gl' inquisitori leggevangli la sentenza, nella quale, dopo avere dichiarate empie ed ereti che le sue opinioni, lo si abbandonava al braccio secolare per essere punito con quella maggior clemenza che si potesse, senza spargimento di sangue; locuzione ipocrita che l' inquisizione usava per dannare al rogo! Ai suoi giudici, narra un biografo, egli rispon deva: >> Non lo credo; ma non monta: procu rate di avere qualche notizia su questo stato fisiologico, che ben spesso diventa patologićo, da quei poveri diavoli che ' hanno provato. Insomma, voi avete fame in tutto il senso prosaico della parola, Ed ecco appunto il momento in eui io vi presento una rosa... unabella rosa di maggio, appena colta,copertadi rugiada e piena di fragranza. Mail suo profumo vi irritainervi; voi la degnate appena d' uno sguardo quella povera rosa, che io aveva coltivata e vagheg giataper tanti giorni. Ohimè! voi cor rete alla tavola sulla quale è imbandito un bel cavolo bianco in insalata, al burro, alla crema, alla salsa majonnaise, in tutti i modi. E il suo profumo vi in nebria, vi trasporta, vi commuove, ben più che la fragranza ditutte le rose di questo mondo. Infine, voi mangiate quel povero cavolo tanto indegnamente di sprezzato, e vi saziate. E quel cavolo vi ritorna il buon umore, il colorito alle guance, l'allegria, l'espansione, la fe licità. «Oh potenza di un cavolo! « Il cavolo vi ha ritornato il desi derio della rosa, vi ha dato il brio, il bello e l'incarnato delle guancie, il sen timento, lo spirito: in una parola, vi ha dato l' anima. Anzi ancora, quel povero cavolo, digerito nel vostro sto maco, nelle sue sostanze nutritive si tra sforma in chilo, poi in sangue, poi in carne, e chi sa che non venga appunto aformare unpoco di quella vostra pelle bianca, morbida, vellutata, che è pure i Nella natura nulla viè che sia spre gievole, ma ogni cosa ci diletta più o meno secondo i nostri bisogni e il no stro stato fisiologico e patologico. Per esempio, io non vi consiglierei di dare la vostra rosa ad una puerpera e ilca-, volo ad un ammalato d' indigestione. Tutto è buonorelativamente, e può gio-; vare o nuocere, piacere o disgustare se condo i casi. » Intorno a questo carattere pura mente relativo del gusto, tutti si ac cordano; ed è strano il vedere quegli stessi filosofi i quali nel bello lottano accanitamente per sostenere l'assoluto estetico, ammettere poi senza difficoltà.. la distruzione dell'assoluto in unaparte principalissima del buono. Ma non è forse ' organo del gusto tanto essen-. ziale all' uomo quanto quello della vi sta e dell' udito? Non percepisce la sensazione come tutti gli altri nervi della sensabilità? E se sì, qual logica è mai quella che induce costoro ad ammettere una realtà obbiettiva, asso luta per il nervo ottico e per il nervo acustico, e a negarla invece ai due nervi ipoglosso e glosso-faringeo che presiedono alla funzione delgusto? Im perocchè se il buono del gusto è in rapporto, è relativo a questi nervi, perchè il bello della vista e dell'udito non dovrà essere relativo a quegli al tri? Ma non si domandi alla filosofia speculativa la ragione delle sueprefe renze. Ciò che è domma non può es sere spiegato, e quando si tenta di spiegarlo non si riesce ad altro che a dire: il bello si sente. Ma non si sente forse anche il buono? e ilgusto,varia bilissimo, non è forse da ognuno sen tito a suo modo? Buridan(Giovanni).S'ignora l'an no della sua nascita e della sua morte. BUFFON Nel 1327 era rettore dell' Università di di Parigi e si mostrava, per la fama e per l'ingegno, uno dei più abili difensori del nominalismo (vedi questo nome). In quei tempi di tanto impero per la sco lastica e per la teologia, egli fu, si può dire, il sol filosofo chenon siastato teo logo ed abbia evitato di trattare argo menti di pura teologia. Attivo commen tatore di Aristotile, egli si applicò alla ricerca dei termini medii d'ogni specie di sillogismo. Di lui nonsipossede altro scritto che i Commenti sopra Aristotile, stampati a Parigi nel 1518, ma il suonome è pas sato alla posterità per un sillogismo as sai caustico, ch'egli soleva ripetere nelle sue lezioni. I teologi negavano l' anima delle bestie per meglio far emergere la superiorità di quella che, adir loro, Dio aveva alitato nel corpo di Adamo, e che per ladiscendenzasi è trasmessa infino a noi. Buridan per combatterli supponeva un Asino ben affamato fra due misure di avena perfettamente eguali, e che e gualmente agissero sopra i suoi organi. Data questa supposizione, egli chiedeva allora: Cosa farà quest'asino?- Se alcuno gli rispondeva ch' esso sarebbe restato immobile fra le due tendenze e guali, Buridan conchiudeva:- Dunque esso morirà di fame inmezzo adue mi sure d'avena. Questa conseguenza pareva tanto assurda e strana che destava le risa. Ma qualche altro rispondeva tosto, che l'Asino non sarebbe poi stato tanto asino per morir di fame, essendo così vicino all'alimento.E allora il professore conchiudeva : Dunque o due pesi eguali che sicontrabilanciano possono l'uno far muovere l'altro, oppure quest' asino ha il libero arbitrio al par dell' uomo. Questo sillogismo non mancava mai di imbarazzare e filosofi e teologi, sicchè divenne celebre nelle scuole sotto l'ap pellativo dell'Asino di Buridan. Buffon (Giorgio Luigi conte di le Clerc ) Nacque a Montban nelle Bor gogna nel 1707 e fu uno dei più rino mati naturalisti del suo tempo. Poco amava Voltaire e punto gli enciclope disti; edicesi anche che non si mostrò più nell'Accademiadicui era membro, dopochè vi penetrarono iprincipii di quella libera filosofia, che dominava i dotti dei suoi tempi. Buffon molto ama va le apparenze, nè voleva parere irre ligioso. Lasua famacome filosofo ema terialista gli fu attribuita specialmente in grazia della sua Storia naturale, il primovolume dellaquale comparve nel 1749. In quest'opera si trovano, fram misti amolte esolide verità, non pochi errori, e ipotesi ardite o strane, che più nonconcordano con quelle dei moderni cosmologi. Per esempio, egli vuole che le acque del mare col flusso e riflusso abbiano prodotto i monti (Vol.I. p. 181) eche le correnti marine abbiano solcate le valli. Matuttoché sia stato atorto ac cusato di esagerazione dai suoi contem poranei, bisogna pur confessare, ch'e gli, sebben confusamente, fu un dei primi che abbiano indovinato la gran dissima azione che esercitano le acque sulla esterna configurazione del globo. Nel suo libro egli ebbe cura di dire che quanto al Diluvio bisogna limitarsi a saperne quanto ci apprendono i libri sunti, e confessare che non ci è permesso di saperne di più, e sopratutto guardarsi bene di mischiare una cattiva fisica con la purità di questi libri. Ma non valse questa sommessione all' autorità della Bibbia, per fargli perdonare certi prin cipii che quà e là nel suo libro sem bravano poco conformi all' ortodossia, come p. e. questi: > C Cabala. Dottrina dei cabalisti che | Descrivere per punto e per segno que sta dottrina, non si può, giacchè la cabala è mistero, o a dir meglio follia e aberrazione, per la quale soltanto gli si crede originaria dei Caldei, e passò poi fra gli ebrei, e quindi fra gli stessi cristiani dei primi secoli. In ebraico Ca bala significa tradizione, ed è la tra dizione dell' arte di conoscere le opera zioni degli spiriti edi spiegare l'essenza delle cose col mezzo dei simboli, o con la combinazione dei numeri o col ro vesciamento delle parole della scrittura. antichi potevano sbizzarirsi a cercare la occulta azione di certe parole efficaci in cui si supponeva esistere una certa potenza adirigere le sorti dell'umanità. Da qui tutto lo studio sul vario modo . di combinare le lettere dell' alfabeto o i 112 CABANIS numeri; ed è a credersi che tali pregiu dizi abbiano generato fra gli ebrei la persuasione, che il nome di Jehova po tesse operare miracoli, d' onde il di vieto di pronunciarlo e l'uso invalso fra i rabbini di cambiare i puntivocali, onde il vero suono ai vulgari restasse ignorato. Dai Caldei la Cabala passò nella Grecia con Pitagora. Si sa che questo filosofo, supponendo che i vari rapporti dei numeri fra di loro fossero immutabili, assoluti, volle che essi espri messero la legge dell' ordine e dell' ar monia dell' universo, la legge che diri geva ' Intelligenza suprema nelle sue produzioni. Onde suppose che i numeri esprimenti questi rapporti esercitassero anche una certa influenza sulla Intelli *genza suprema, e la potessero determi nare a produrre certi effetti invece di certi altri. Da quì la cabala numerica della filosofia Pitagorica. Siffatta aberra zione nonpuò maravigliarci, poichèlapo tenzache si attribuiva acertisegni, acerte parole, a certi colori o a certe sostanze formavano il più serio argomento degli studi degli antichi, e se ne trovano non pochi esempi tra gli stessi cristiani. Peres.Mersennoragionava cosi: > Cataclisma. Il cataclisma è il fondamento di una certa teoria geolo logica la quale grandemente si accor da con la teologia. Già nel medio evo si erano scoperte nel seno della terra delle conchiglie e degli ossami fos sili; ma si spiegava il fatto credendo che le prime fossero opera fortuita della natura, e attribuendo i secondi agli avanzi di una supposta razza di giganti, oppur agli scheletri degli ele fanti di Annibale. Fu solo nel 1580 che un tal Bernardo Bulissy osò dire in Parigi, alla presenza di tutti i dot tori, che le conchiglie fossili erano delle vere conchiglie state altra volta deposte dal mare inquegli stessi luo ghi dove allora si trovavano; che veri pesci eran quelli che avevano lasciata nelle pietre l'impronta della loro figu ra, e arditamente sfidò tutti gli scola stici a combattere le sue prove. Ma in qual guisa poteva il mare aver de posto quegli avanzi sul continente ? Ecco il quesito che senz' altro procu rò di spiegare la teologia col suo di luvio di Noè. Poichè eziandio sui monti trovavansi le conchiglie e l'impronta dei pesci lasciata nelle pietre, non era questa la più bella prova dell' univer salità del diluvio noetico? Non narra forse la Genesi che in quel grande ca taclisma le acque del mare s' innalza rono fin quindici cubiti sopra le più alte montagne ? Questa spiegazione parve tanto ingegnosa e così piena di evidenza, che nel secolo scorso uomi ni d'ingegno, come Reaumur e Jus sieu, e perfino increduli, come Bou langer, si credettero in dovere di adottarla, modificandola solo in quan to dicevano, doversi il diluvio consi derare come un cataclisma naturale, che le tradizioni religiose avevano poi, o bene o male,inquadrato nelle sacre leggende. Niuno per allora pensò ad opporsi a questa opinione, la quale, anche nel secolo nostro, trovò in Cu vier un potente e vigoroso propugna tore. Questo grande geologo, che per molti riguardi può dirsi che sia il pa dre della paleontologia moderna, dopo avere ben studiata e stabilita la in trinseca differenza dei vari strati geologici della corteccia terrestre, dopo di avere divinato colla sua scienza le 125 animali i cui avanzi si trovano sepolti nei vari strati geologici della terra. Ma forme dei grandi animali fossili, che egli chiamò antidiluviani, cercò di spiegare la successiva formazione di questi strati con una serie di catacli smi, che in varie remotissime epoche spensero la vita organica in sulla ter ra e riformarono la sua superficie. > Ma il decreto di Cuvier non val se a frenare lo spirito d'indagine on de erano invasi li scopritori. Cuvier fu sconfitto. Non solo si trovarono gran numero di ossami umani fossili, ma gli stessi fossili animali furono scoperti in gran numero, ed in terreni geologici sì bene caratterizzati, da po tersi provare colla massima evidenza, che queste creazioni non erano sparite lerà chiaro all' intelligenza quando si sappia tutta l'importanzadi quella tra sformazione, che si è introdotta nella geologia, e perla quale la vecchia teo ria dei cataclismi, fu definitivamente surrogata da quella delle cause at tuali. Quali sono le cause attuali che noi vediamo concorrere a modificare la su perficie del suolo? Per poca perspicacia che abbia un osservatore, basta ch'egli volga intorno uno sguardo ond' avve dersi che queste cause sono parecchie, e che la loro azione è continua. L'a zione dell'acqua, dei venti, dei vulcani e della vita organica,basterebbe da sola a cambiare tutta la faccia della terra. Negli strati inferiori non si trova alcuna traccia di esseri organici, non già per chè quand' essi si formarono la vita fosse spenta sulla terra, ma perché non esistevano allora gli animali e le conchiglie calcaree che soli avrebbero potuto conservarsi. Le conchiglie mi croscopiche giàcominciano a mostrarsi negli ultimi tempi di questo periodo e le pietre di costruzione di Parigi non constano d'altro che di conchiglie im percettibili insieme aggregate. Abbiam dunque delle roccie costruite per la per l'effetto di nessun cataclisma, ma che si erano semplicemente trasformate | sola e lentissima azione della vita ani pel lungo volger dei secoli e per quella legge che modifica la natura ad ogni minuto. La somma di questi impercet tibili effetti, ha prodotte quelle pro fonde variazioni, che noi ora conside male! Citansi ancora dai fautori dei cata clismi imassi erratici, come monumento di una forza violenta che si rovesciò riamo con occhio attonito, come il ri sultato di una immediata creazione. E Alessandro Humboldt ben intravedeva questa luminosa idea,dicendo che la for mazione dei continenti attuali si è com piuta a poco a poco attraverso una lunga serie di sollevamenti e di abbas samenti successivi ( Cosmos ). No, non vi furono diluvi, nè grandi e generali cataclismi sulla terra, e tut tavia la superficie di essa si è grande mente trasformata e si trasforma inces sulla terra. Nella valle di Worf lo strato inferiore di lavagna è coperto da uno strato di pietra calcarea, e un centinaio di piedi più sopra si osser vano degli enormi massi di lavagna in gran numero; altri massi si trovano nella duna del Niemen, ed altri in al tre parti. Come si trovano essi in tali paesi e qual forza ve li ha portati; e sopratutto, in qual maniera essi si tro vano in gran parte posti sopra degli altipiani, in luogo ove evidentemente occorreva una forza grandissima per trascinarveli ? Nessuna forza fuor di santemente. A molti questa idea potrå sembrare un paradosso, ma essa par- | quella d'una immensa corrente d' acqua avrebbe potuto strappare questi | quest' azione preponderante; l'acqua vi grandiosi massi dal vertice dei monti per trainarli al piano o sopra altri monti. Il Diluvio solo avrebbe potuto ottenere cotali grandiosi risultati. Qual finezza di ragionamento, quale indu strioso studio non pongono in opera i fautori del cataclisma ! penetra e vi riempie le cavità; ov'essa si congeli, tosto aumenta di volume e fa spaccare laroccia. Tutti gli scoscen dimenti delle montagne sono cagionati dal semplice ruscello che le corrode, le limae le assedia da ogni parte. L'ac qua penetra nella terra, scava de' con dotti sotterranei, causa di gran numero di disastri. La superficie terrestre so spesa per vastissimo tratto sopra un lago sotterraneo, un bel giorno si rom Non si creda però che ai pervicaci propugnatori delle cause attuali man chi la voce per rispondere. Essi ragionano così: Il fondo delle valli è ingombro di pietre rigate e sol cate pel continuo movimento dei ghiac ciai, i quali, sciogliendosi al fondo for- |di essi; la contrada si allaga ed av pe, i campi, le case, interi villaggi si sprofondano nell'abisso scavato sotto mano de' rivi e delle correnti, che a lungo andare scavano la pietra. I ghiac ciai per conseguenza, sciogliendosi al di sotto, corrodono la pietra e si sca vanounletto nel macigno. Ai bordi de valla. Le onde del mare che s'infrangono contro gli scogli, ne minano le fonda menta, frastagliano il macigno, formano i seni ed i golfi ed inoltrano il marenel positano i lapilli, che apoco apoco in- | continente. grossano e coprono i fianchi promi nenti, quà e là corrosi dalle correnti. Questi fianchi tondeggianti presentano l'aspetto dei massi erratici, i quali poi si trovano disposti lungo le valli nella direzione istessa dei ghiacciai, e lascia nopensare che altra volta questi ghiac- bie che trasporta cotidianamente il Nilo ciai scendessero più al basso e che i così detti massi erratici ( che però non In altre parti l'azione dell' acqua compie un ufficio opposto. Trasportando le sabbie che tiene disciolte, essa le de posita sulle sponde del mare od alla foce dei fiumi, ove col corso dei secoli forma immensi tratti di terreno. Le sab sarebbero più erratici sotto questo ri guardo) ne costituissero i bordi. Fu infatti calcolato che pochi anni simili aquelli più freddi ed umidi dei no stri tempi, basterebbero a distendere i ghiacciai fino alle linee dei massi er ratici. La dottrina delle cause attuali, spie gatutti i fenomeni della natura in que sta guisa, e dalla sola azione delle for ze che ancora agiscono, fa con meravi gliosa semplicità scaturire tutte le più grandi trasformazioni della terra. La goccia d'acqua che batte sul macigno, lo scava lentamente e per l'opera del tempo forma un colossale lavoro. Le correnti d'acqua sono le cause di mag gior trasformazione alla superficie ter restre. Le più durepietre, il basalto e la pietra focaia, vanno pure soggette a ne hanno invasa la foce, ed hanno for mato il Delta. La Lombardia fuun tem po palude, ed in tale stato sarebbe ri dotta inpochianni, ove l'uomo, con pian tagioni ed argini, non pensasse ad inca nalare le acque ed a dare ad esse uno sfogo al mare. In altri luoghi è il mare stesso che, rigettando le sabbie alla spiaggia, resti tuisce al continente quei terreni che al trove gl' invola. L' Olanda ed i Paesi Bassi sono terre che l'uomo ancora coi suoi argini contrasta al mare. Le sab bie che la marea sempre respinge alla spiaggia, ne ingrandiramo forse il ter reno, ma la potenza dei venti, terribili nemici d'ogni vita organica, lor contra stano ad ogni passo lo sviluppo della vita. Chi non ha udito parlare con terrore del lento e fatale cammino delle dune? Il granello di sabbia che il mare CATACLISMA rigetta alla spiaggia è trasportato dal vento sul continente. Là ingrossa, si fa superficie, colle, promontorio, monte. Il vento lo percuote coi suoi assalti, lo mina alla superficie e ne spinge le sab bie più innanzi, ove si depositano e for mano un nuovo colle, alto talora 200 piedi e lungo parecchie leghe. Queste montagne viventi figliano emoltiplicano, s'arrotondano per la pioggia sui fianchi, si allargano alla base, si avvallano, ma si inoltrano sempre! Il contadino, il proprietario ne calco lano con sgomento il rapido corso. Una solabufera le inoltra spesso di parecchi metri. Basta un anno per avanzarle di una lega! Oggi tocca i confini del mio campo, del mio villaggio, e l'annopros simo del villaggio e del campo non re sterà che un deserto! La Prussia, la Danimarca, l'Irlanda etutte le coste del mar Baltico hanno le lor dune. Nella Francia un tratto di oltre duecento miglia di terreno, sulle coste della Guascogna, è invaso dalle dune. Un tempo inquelpaese sorgevano città e castella, e quelle coste sulle quali muta or s'infrange l'onda del mare, si schiudevano alla navigazione ed al com mercio. A lato del mare oggi si è col locato un mar di sabbia, che il vento agita e trasporta, frastaglia in valli e spinge innanzi a contrastare il pane, la vegetazione e la vita stessa dell'uomo. Abbandonate a se stesse, in pochi secoli le sabbie avrebbero coperta la Francia. La Provvidenza distruggeva l'opera delle sue mani! Ma un uomo eminente, un genio, come sempre deriso, volle com batterela natura, non più colla preghie ra, ma colle forze della natura stessa. Dio vede e provvede, dicevano i nostri antichi. Ma le dune s'inoltravano sempre. L'ingegnere Brémontier vide e previde da se stesso. E le dune si fermarono. Semi di pini e di ginestri furono sparsi in quelle lande inospite. Essi gettarono le radici, produssero le piante e rallen tarono, se non vinsero del tutto, il corso delle dune. Forse fra qualche secolo i nostri nipoti invano andranno in cerca delle dune. Lå ove sorgeva l'elemento più distruttore della vita vegetale, essí non troveranno che terreni solidi, coperti dai boschi. Anche le sabbie col tempo si cristallizzano e formano sodi terreni. Sulle coste dell'Irlanda l'ignoranza produsse invece un effetto opposto. Nelle dunediquel paese esisteva ungiunco ab bastanza alto per contenere le sabbie. Gli abitanti ne tagliarono il fusto per loro uso. Nel 1697 tutta la contea, di venti leghe quadrate, fu devastata, e al posto di un fertile paese, ove sorgevano case e castella, oggi non si vede che un cimitero di sabbia. Gli scavi fatti e le inscrizioni trovate provano la passata prosperitàdi quella contrada. L'opera trasformatrice del mare si esercita sopra una grandissima estensione di terreno. Il Baltico si ritira lentamente dalle coste della Svezia ed invade invece il litorale della Prussia. Una parte del litorale della Pomerania è scoperto, e laddove li antichi storici ci segnavano il porto di Vineta, ora s'infrangono le onde marine. Aigues-mortes fu invece già porto di mare, ove nel 1248 Luigi IX s'imbarcò per la crociata; ora dista cinque chilometri dal lido. Altrettanto distano gli antichi porti italiani di Ra venna ed Adria, mentre invece le rovine del tempio di Serapide aNapoli, che era stato fondato nell'ultimo secolo dell' era antica a dodici piedi di altezza sul li vello del mare, è ora con tutta la base immerso nelle acque. D'altra parte nel seno stesso delle arque giace un elemento potentissimo per la costruzione delle terre. Il polipo del corallo lavora incessantemente a co struire nel fondo del mare dei monti, che man mano si innalzano e spesso raggiungono la superficie. Ove sorga uno scoglio sottomarino, il polipo vi si attacca e moltiplica, formando degli immensi banchi di pietra. Nelmezzo del grande Oceano le isole di corallo si contano a migliaia. Qualche volta spro fondano, perchè esse si allargano intorno CATACLISMA allo scoglio verso la superficie del mare, e mancano di base all' ingiro. Ma le materie precipitate all' intorno allargano questa base, sulla quale ilpolipo ripren de il suo infaticabile e secolare lavoro. Le pareti raggiungono ancora la super ficie dell' acqua, e l'isola si ricostruisce ancor più solida e più grande. Allora suquesto nuovo terreno, sorto comeper incanto inmezzo ai flutti, senza che l'uomo vi semini o che Dio vi crei, nascono spontaneamente alla superficie dei licheni bianchi, i quali ben presto si trasformano in licheni gialli e di una 129 tratto e che per l'effetto di questi scon volgimenti, le acque del mare innalzan dosi sopra l' ordinario livello, in gran dissima copia si rovesciassero sui conti nenti, ove avrebbero prodotti tutti gli effetti che al Diluvio si attribuiscono.Ma èben strano, dice ilgeologo inglese Carlo Lyell, che coloro i quali sogliono eser citare la loro immaginazione sopra cosi fatta supposizione, non abbiano addrit tura attribuiti questi effetti alla imme diata trasformazione di tutto il letto del l'Oceano in un'alto fondo. Avvegnache specie più forte. Il lichene, per chi nol sa, appartiene alle più infime specie vegetali, alla fami glia delle crittogame, e nascespontanea mente sui muri e sul sasso, che spesso ricopre d' un verde giallognolo. Dovrem mo quasi pensare, che esso costituisce il primo tipo della vita vegetale, come il polipo è il primo delregno animale. Nel mezzo dell' Oceano questi due regni si confondono e iniziano la materia allavita organica, come seivi ilmondo fosse nato ieri. L' anno susseguente alla loro na scita, questi licheni muojono sul corallo che li iniziò alla vita, ma essi lasciano una grande eredità per la vegetazione futura. La superficie pietrosa del corallo s'è ricoperta di uno strato di terra, sot tile ancora, ma sufficente a nuovavege tazione, e il navigatore chepasserà nel I' anno successivo in quei paraggi, vedrà crescere il musco; l'isola sarà verdeg giante. Chi ci assicura che fra due lustri nonvi possano crescere gli arbusti, e fra dieci secoli la foresta vergine ? Qui la generazionesi è prodotta spontaneamente; il dito del creatore qui non si scorge; ep pure la vita nasce e si riproduce! Diciamo pure che tutte queste cause, se spiegano assai bene la formazione di nuovi terreni e di nuovi continenti, non spiegano però la formazione delle catene deimonti che solcano tuttala superficie del globo. L'antica geologia spiegava l'azione dei diluvi ammettendo che que ste catene si fossero sollevate d' un facilmente s' intenda da chicchessia, chè il sollevamento dei monti non avrebbe avuto altro risultato che quello di spo stare una certa quantità d'aria atmosfe rica, mentre il sollevamento del fondo del mare potrebbe spostare una conside revole quantità d'acqua. D'altronde, biso gnaben convenire, che se la teoria dei cataclismi nettuniani non è verosimile, quella dei cataclismi plutonici non è più vera dell'altra. Lyell ha troppo ben di mostrato quanto siafalsa la supposizione chenei tempi antichi l'azione ignea nel l'interno del globo si esercitasse con maggiore intensità. I grandiosi effetti che noi oggi supponiamo prodotti da una straordinaria azione del fuoco, possono tutti spiegarsi con una serie lenta e suc cessiva di eruzioni vulcaniche, di terre moti succedentisi in un lungo periodo di tempo, come vediamo che tuttodi avvie ne in molte contrade. Lacontinuità delle eruzioni in unlunghissimo spaziodi tem po può produrre, a cagione della lava vomitata, dei nuovi monti. Oltredichě l'osservazione ha rivelato alla geologia moderna, che non solo possono per la lenta azione del calore centrale sollevarsi imonti apoco a poco e quasi impercet tibilmente, ma anche subire, per le sole forze attuali, delle grandi variazioni nel loro livello. Per esempio, la Svezia, la costa occidentale dell'America del Sud e certi arcipelaghi dell' Oceano Pacifico provano un movimento lento e insensi bile di innalzamento, mentre che altre regioni, come la Groenlandia, diverse parti del Mar Pacifico e dell'Oceano In diano che contengono molte isole di co rallo, provano un movimento contrario | superficie, basta supporre all' ovest di esi abbassano gradualmente. Certo, si Mendoza una zona di movimento più 4,900 metri incirca. Ora, per spiegare la causadelleprincipali ineguaglianze della può dire che non vi è alcuna analogia forte e all'est invece una forza sempre tra il sollevamento di grandi tratti di più decrescente, a misura che si avvicina terreno, e la formazione delle catene di all' Atlantico. In una parola, basta am monti, ma ogni discordanza anche sopra mettere che la regione delle Ande sia questo punto può essere ridotta a con- stata innalzata di metri 1. 22, mentre i formità col solo soccorso delle cause at- Pampas presso Mendoza nell' egual pe tuali. Vi sono, dice Lyell, delle catene riodo di tempo subirono un sollevamento considerevoli, come le Ande, nelle quali di tre decimetri e le coste dell'Atlantico l' azione dei vulcani e dei terremoti si soltanto di 25 millimetri. Che se noi manifesta con una grande energia, se- ammettiamo queste cifre come rappre guendo certe linee determinate. D' al- sentanti il lento innalzamento del suolo tra parte, osservasi che l'azione di quenelle varie parti di quella regione e nello sti fenomeni si propaga intorno intorno spazio di un secolo, capiremo facil conunaintensità decrescente. Ciò posto, si mente come, dopo un periodo di 300,000 capisce ches eunainteraregione del globo anni, questa lenta azione, impercettibile va lentamente innalzandosi nel corso dei ai contemporanei, abbia potuto produrre secoli, questo innalzamento non sarà e guale in tutti i suoi punti; ma se agli estremi lembi del terreno soggetto alla minima azione vulcanica, potrà aversi l'innalzamento, poniamo, di un piede in un secolo, sulla linea centrale dove l'a zione vulcanica è maggiore, l' innalza mento potrà essere cinque o dieci volte tanto. Diguisachè in capo a molti secoli la sproporzione nella rapidità dell'emer sione deve infine generare quelle grandi differenze di livello nei terreni, che tanto c'impongono, e che noisiamo inclinati a considerare come l'effetto di una subita emersione. Chi corre l' America dal l'Atlantico al mar Pacifico seguendo una linea che passa per Mendoza, attraversa una pianura di 800miglia di estensione, la cui parte orientale nonèemersa dalle acque da molto tempo. Verso l'Atlantico la pendenza dapprima è insensibile, poi si fa più aspra, finchè arrivando aMen doza il viaggiatore trova di aver rag giunto quasi insensibilmente una altezza le strane ineguaglianze che ora notiamo. Ora, 3000 secolinonsono gran cosa per un periodo geologico, e se riflettiamo che in Europa è stato riconosciuto, che al capo Nord il suolo si innalza di metri 1. 5in ogni secolo; chepiù lungi, verso il Sud, il movimento non è che di 3 deci metri ; a Stoccolma di76millimetri sol tanto, e che più oltre cessa interamente, non avremo difficoltà ad ammettere, che in unlungoperiododitempo le forze at tuali della terra non possano produrre e non vadano tuttodi producendo quelle stesse disuguaglianze di livello, che si sono già prodotte nei tempi andati. Gli effetti ultimi delle due teorie sono sempre identici; sol differiscono nella durata, bre vissima per la teoria dei cataclismi, lun ghissima invece per quella delle cause attuali. Piuttosto che ammettere un ro vesciamento improvviso delle acque sui continenti, quest' ultima teoria riconosce che i continenti furonoper un tempo in calcolabile sommersi sottole acque. Una carta geologicadell'Europa pubblicata da di oltre 1200 metri. Là immediatamante incomincia la regione montagnosa, la | Carlo Lyell, sulle traccie delle notizie quale, da Mendozafinoallerive del Pa cifico, presenta una superficie di 120 miglia in lunghezza; e l'altezza media della catona principale è da 4,600, a geologiche ottenute, mostra che dopo il periodo terziario due terzi dell' Europa restarono sommersi nelle acque. L'Adria tico invadeva la Lombardia e il Veneto; : CATACLISMA le maremmee lacampagnaromana era nopure sommerse; sommersa era quasi tutta laGermania e laRussia, e laFran cia e l'Inghilterra erano intersecate da mari. Leprovediquesta sommersione si fondano sul fatto, che i luoghi indicati come sommersi sono attualmente coperti dadepositi contenenti gli avanzi fossili di animali, i quali non possono essere vissuti altrimenti che sotto le acque; ma secoli. Nel primo caso avremmo un ca taclisma, il paese sarebbe privato dei suoi abitanti, e la superficie del suolo non presenterebbe altro che un am masso di rovine; nel secondo la vita e la vegetazione continuerebbero a sus sistere e andrebbero man mano gua dagnando anche i terreni novellamente l'emersione di queste terre è stata certa mente così lenta, come lento è l'innal zamento attuale di altre terre. Donati, emersi. Ma l'osservazione non ci lascia alcun dubbio nella scelta di queste due ipotesi. Ciò che succede nel Chill ed altrove, ci spiega con troppa evi denza che la violenza delle convulsioni del globo non è continua, è lenta e che, come ben dice Lyell « il solle esplorando il lettodel mareAdriatico,ha trovato che esiste la piùgrande analo gia,fra gli strati che vi si stanno for mando e quelli che costituiscono la | gionato da molte scosse di intensità mediocre, piuttosto che da un piccolo numerodiconvulsioni violenti. » ( Prin vamento delle catene dei monti è ca-> maggior parte dei monti d'Italia. Egli ha eziandio riconosciuto che certi te cipii di Geologia T. I. c. XII.) stacei viventi nell' Adriatico erano ag gruppati insieme, precisamente come lo sono negli strati terrestri i loro fossili analoghi, e che alcune conchiglie re centi dell' Adriatico cominciavano ade- | la terra ? No; anoi non occorre che del Abbiamo noidunque bisogno di cata clismi, di diluvi, di creazioni ab nihilo per spiegarci tutte queste evoluzioni del porsi nei letti di materia calcarea, men tre altre già si trovavano nascoste nei lettidi sabbia e di argilla, come lo sono le conchiglie fossili dei colli Sub appennini. Noi dunque sappiamo che nuovi depositi, nuovi terreni, nuovi monti si vanno formando nel fondo del tempo; e il tempo dura infinito. Il tem po trasforma in terreno sodo il gra nello di sabbia; il tempo spianai monti ecolma le valli, trasforma il minerale in vegetale e in animale; il tempo, infi ne, trasforma le specie, le uccide e le crea. Avvegnacchè ciò che la geologia ha provato nella trasformazione dei ter mare e dei laghi, e che un giorno e mergeranno dalle acque e costituiran- | reni, Darwin ha dimostrato nella tra sformazione delle specie. Nella natura non si fanno salti: tutto procede lenta mente, successivamente, e quelle specie estinte che a Cuvier non parvero spie no i nuovi continenti. Manoi possiamo essere ancor sicuri che questa emer sione si va tuttodi operando per l'ef fetto stesso dell' innalzamento del lit torale adriatico, e che perciò non è nè più celere, nè più violentadi quella che press' a pocosi osserva in tutte le altre regioni del globo. Si sa che in ogni terremoto la costa del Chill si e leva dicirca tre piedi sopra una esten zione di ben cento miglia, e si è cal colato che duemila colpi di ugual vio lenzaprodurrebberouna catenadimonti di 100 miglia di lunghezza e di 1800 metri di altezza. Or si tratta di sapere se questi 2000 colpi succederanno in un secolo o in un lungo periodo di gabili senza ' azione violenta dei cata clismi, il Darwinismo (v. questo nome) oggi le addita come un semplice e ne cessario effetto dell'elezione naturale e delle mutate condizioni della vita. Tal'è la teoria delle cause attuali, che la scienza moderna ha tanto felice mente opposta a quella dei cataclismi. Oltredichè questa teoria ha ilmerito di una grandissima naturalezza, soddisfa anche a un bisogno della filosofia speri mentale, siccome quella che procede col metodo induttivo,dal noto all' ignoto, e colle cause attuali e presenti spiega la successione dei fenomeni dei tempi an dati. Nulla, infatti, sembra più logico che lo studiare i terreni che sono in via di formazione, per poi farsi unagiusta idea dei processi che la natura ha impiegati nella formazione dei terreni delle altre età. In questa maniera noi ci spieghiamo facilmente le irregolarità, le anomalie, le imperfezioni stesse della terra. Ma se questa è la creazione di una potenza perfettissima e provvidenziale, con qua le idea la riguarderemo noi ? È coerente alle viste di una provvi denza il creare ciò che deve esseredi strutto ? Perchè il mare invade le coste e altrove le lascia a secco? Perchè le dune isteriliscono inostri terreni, e per chè le acque abbandonate a se stesse minerebbero il continente ? A qual fine Iddio ha create tante specie di animali che non dovevano nemmeno essere ve dute dall' uomo, e perchè ha fatta egli succedere una serie di cataclismi per poi estinguere l' opera delle sue mani? Si era egli ingannato, s' era pentito di un errore, oppure era egli impotente a produrre opera perfetta ? Ecco delle do mande che resteranno mai sempre sen za risposta. Catalessia. Stato patologico nel quale il sistema nervoso centrale che presiede ai movimenti volontari e rifles si, non ha azione sui nervi, e tutto il corpo perde la mobilità, senza che vi sia lesione alcuna negli organi. Durante que sto stato il malato perde il sentimento e ' intelligenza, ma la persistenza della circolazione e della respirazione e quindi l'integrità del sistema muscolare lo di bediscono a una volontà esteriore, poi chè si può comunicare ai, muscoli delle membra, dei diti della mano, delle pal pebre, delle labbra e delle gote, un grado di contrazione o di rilassamento, che il malato non potrebbe ottenere egli stesso volontariamente nello stato di sanità, a meno che non vi si fosse preparato con un lungo esercizio. I cambiamenti di at titudine, non sono egualmente facili per tutti i malati, e talora le membra pren dono una vera rigidezza nella situazione in cui son messe. Il carattere essenziale dello stato catalettico dei muscoli, il quale si distinguerà sempre dallo stato convulsivo propriamente detto, è la pos "sibilità di dare alle membra ogni sorta di attitudini, nelle quali esse restano im mobili, senza che il malato possa modi ficare volontariamente o involontaria mente questi atteggiamenti ». La Cata lessia, dice il dott. Pinel attacca più spe cialmente gli individui di costituzione sensibile e melanconica, quelli che hanno l'abitudine del ritiro e della meditazione, sopraggiunge spesso dopo le affezioni morali assai vive, le contenzioni di spi rito, gli eccessi di lavoro, e può essere anche generata della presenza di vermi negli intestini. Il Dictionnaire de médicine di Littrè narra pure, e non so sull' au torità di chi, che in molti casi il ma lato durante la catalessia non perde nè il sentimento, nè l' intelligenza, molto chiaramente intende ciò che si dice in torno a lui, sente vivamente le punture ele ferite che gli sono fatte, e ciò mal grado non gli è possibile di fare alcuno sforzo permuoversi operparlare. Isolato in mezzo al mondo che lo circonda, egli stinguono dalla sincope e dall' asfissia. Oltre aciò, nellacatalessi le membra han- sente il male che gli si fa, percepisce no la singolare proprietà di conservare le posizioni in cui si mettono. « I cam il suono, la luce, il solletico, ma nè egli può muoversi, nè queste sensazioni, siano biamenti di attitudine e di posizione, di cono Littrè e Robin, si eseguiscono sen za resistenza, come se la volontà vipre siedesse; anzi, più spesso sarebbe impos sibile ai muscoli di obbedire alla volontà di colui cui appartengono, come essi ob pur esse dolorose, riescono a deter minare sul suo corpo alcun movimento volontario o riflesso, ondechè, in man canza d' ogni espressione del sentimento, dubitasi ognora s' egli senta. Convien tuttavolta accettare con molte riserve queste conclusioni, inquantochè quan- | speciale intensità sopra MaddalenaMun tunquegli annali dellamedicinaricordino dol, l'eroina del dramma di Gaufridi, molti casidi catalessia, essi non si produ- come risulta dal racconto dell' inquisi cono però cosi di sovente perchè la fre- tore Michaëlis: le nella contea di Hoorn, presentarono i fece tanto distendere le gambe in tra più strani accidenti nervosi. Tormentate verso, ch' ella col perineo toccava il suolo, da incessanti allucinazioni e da spasimi ementr' era in tal postura le fece te convulsivi violentissimi, esse cadevano su- nere il tronco del corpo dritto e giun bitaneamente supine, prive dell' uso della gere le mani ». Eguali fenomeni nella parola, e così restavano stese al suolo neurosi epidemica delle religiosedel mo morte le braccia e le gambe rovesciate ». nastero di S. Elisabetta di Louviers. Per Una epidemia consimile perdurò durante quanto ne dice Besroger, la maggior dieci anni fra le religiose del monastero parte di queste religiose restava immo di S. Brigida. Spesso durante i divini bile durante un' ora, nelle più strane e uffici, nel coro, esse cadevano rovesciate insolite posizioni. « Una di esse si è tro in gran disordine. Nel 1610 le figlie di vata assai spesso tutta ripiegata in cer S. Orsola d' Aix presentarono i più com- chio, la testa contro i piedi fin sulla plessi sintomi di isterismo, demonopatia bocca, e il ventre in arco... Un' altra ecatalessia, iquali si manifestaronocon restava col corpoin aria, lebraccia stese e ricurve indietro, la testarovesciata fin | dottor Pinel nella suaNosographie phi sulle reni, i piedi e le gambe pure get tati indietro e presso la testa, senza losophique, ou la métode de ' analyse che i ginocchi, le coscie, il ventre, lo stomaco, nè altra parte del corpo toc cassero il suolo, salvo il fianco sinistro.>>> Eguali fenomeni furono osservati nel 1662 in un convento della città d' Au xonne, e verso il 1673 una epidemia istero-catalettica, descritta da Kniper, fu osservata nell' ospizio degli orfani di Hoorn. Alcuni di questi malati dive nivano tanto irrigiditi, che presi sol per la testa o i piedi si poteva portarli ove si voleva, e rimanevano inquesto stato parecchie ore. Numerosi esempi di esta si catalettica furono offerti dagli anabat tisti nel 1586. Spesso li si vedeva cade re a terra come morti, e pochi anni dopo i profeti delle Çevennes presen tarono gli stessi fenomeni »(vedi CAMI SARDI). Fra lestrane crisi prodotte sul la tomba del diacono Paris dal 1731 al 1740, vi era pure il così detto stato di morte, così descritto da Carrè de Mont geron. «Aleuni convulsionari sono ri appliquée a la medicine. « Tissot, dice quest'autore, traccia l'osservazione di una donna che i gran dispiaceri gettarono nello stato catalettico: la si trovò sedu ta, immobile, cogli occhi brillanti e fissi in alto,le palpebre aperte e senza movi mento,le bracciaalzatee le mani giunte; il suo viso, dapprimatristo e pallido, era più colorito, più gaio, più grazioso del solito; essa aveva la respirazione libera ed eguale, il polso lento e naturale, le membra flessibili, leggere; si poteva dar loro la posizione che si voleva ed ella così le conservava;lesi abbassò il mento, e la sua bocca restò aperta; le si alzò unbraccio, poi l'altro e non ricadeva no; li si rivolgevano indietro e si innal zavano tanto alto che un uomo anche fra i più forti non li avrebbe potuti te nere lungamente in quella posizione: ep pur vi rimanevano finchè non n'erano rimossi. La si coricò per fare sulle sue gambe le stesse prove e la malata fu sempre come una molle cera cheprende masti per lo spazio di due e fin tre giorni di seguito senza alcun movimen to, cogli occhi aperti, pallido il viso, il all' ultima. Il suo corpo,quantunque in successivamente tutte le figure che le sono date, e s' attiene con perseveranza corpo insensibile, immobile e rigido co me quello di un morto. » (V. CONVUL SIONARI). Chi ammettessetutti questi fattiche il Dictionnaire Encyclopedique des scien ces Médicales cita siccome veri, darebbe prova di poco senno. Laddove il fanati smo religioso o l'interesse di casta co stituiscono i moventi delle azioni uma ne, come succede nella maggior parte dei casi menzionati, non è rado che il ciarlatanismo e la frode abbiano una parte grandissima. Per altro, tutti quei fatti non ci è lecito negare, e senza grave rischio possiamo anche credere, che in granparte siano veri; tanto più che in nessun d' essi vediamo verificarsi la condizione ammessa da Littrè e Ro bin, che il malato nello stato di cata lessi conservi la coscienza e la sensibi lità, condizione nemmen supposta dal clinato, conservava sempre e costante mente uno stesso equilibrio. Questa don na pareva insensibile, la si scuoteva, la si pizzicava, la și tormentava, le simet teva sotto i piedi uno scaldino di fuoco, le si gridava all' orecchio che guadagne rebre il suo processo, senza ch' essa dasse alcun segno di vita. In questo stato durd da tre a quattro ore, finchè ridestatasi si mise a parlare sul suo processo con molta giustezza, e senza pure avvedersi dei tormenti che le erano stati inflitti durante l'accesso ». Il dottor Linas cita pure dei casi nei quali gli ammalati sor presi da catalessi nelmezzo di una frase, nell' atto di risvegliarsi dopo parecchie ore seguivano il loro discorso e compie vano la frase incominciata. È facile vedere che lacatalessia, sic come i sogni e il sonnambulismo, può interessare la psicologia. Domandasi in 1 CATEGORIE fatti che cosa avvenga dell' anima spi rituale mentre si è in questo stato. Ri mansi ella forse imprigionata nel ce rebro pronta a continuare il pensiero interrotto dalla crisi? Se il corpo fun ziona regolarmente, selavita vegetativa non è guari interrotta, se nessuna le sione si verifica negli organi sensori, nonèegli più ovvio pensare che una causa meramente patologica toglie al 135 schiosa capace di legare od'imbarazzare gli spiriti animali. In tal maniera que sti signori, piuttosto che confessare la loro ignoranza, preferivano congelare, coagularé, legare e invischiare gli spiriti animali. Strana e singolare idea che essi avevano dello spirito! Catari, ossia Puri. Nomeche si at tribuivano i Montanisti, iManichei, iNo vaziani e gli Albigesi. cervello ogni attitudine a ricevere le sensazioni o a trasmettere l' impulso ai nervi motori, anzichè ammettere che l'anima, per una qualsiasi causa fisica, abbia perduto ' attitudine a pensare ed asentire? Ma poniamo pure il caso in cui il catalettico perda la facoltà di muoversi e conservi quella di sentire ; sarà per questo maggiormente provata l'esistenza di uno spirito? È ormai ac certato che i nervi del movimento sono diversi da quelli della sensazione, (vedi SENSAZIONE) dimanierachè non è affatto straordinario, che unacausa fisica possa interrompere lacomunicazione fra il cen tro nervoso e gli organi del movimento elasciare intatti invece i conduttori della sensazione. Ciò s'intende e si spiega fa cilmente senza bisogno di supporre un substrato immateriale, ilquale, in findei conti, non spiegherebbe nulla, e rende rebbe anzi il fenomeno ancor più miste Categorie. Voce greca, la quale originariamente significava accusa, e che Aristotile pel primo applicò adefinire le più grandi e generali divisioni, le divi sioni, diremo così, cardinali, delle cose naturali e dello scibile umano. I Padar tha di Kanada, filosofo indiano, sono le prime categorie, ossia le prime classifi cazioni filosofiche che si conoscano, e Colebrooke le fa ascendere a sei: la sostanza, la qualità, l'azione, il comune, il proprio e la relazione. Una settima categoria era la negazione di tutte le qualità precedenti; il nulla. Le categorie dei pitagorici menzio nate nel 1º libro della Metafisica d' Ari stotile, sono in numero di dieci, cioè : L'infinito, e il finito; il dispari e il pari, l'unità e la pluralità; la diritta e la si nistra; il maschio e la femmina; il ri | poso e il movimento; il diritto e il curvo; la luce e le tenebre; il bene e il male; il quadrato e tutte le figure irre golari. Classificazione men esatta di que sta non potrebbe darsi,imperocchè consi derai contraricomeprincipj cardinalidelle rioso e strano, inquantochè la catalessia potendo anche essere prodotta artificial mente con mezzi esterni (v. IPNOTISMO) ne deriverebbe questo assurdo, che l'a nima si accende e si spegne con mezzi materiali, cosa d'altronde, che si osserva sempre nell' anestesia fatta con l'etere e il cloroformio e in tutti gli effetti pro dotti dai narcotici. Ma nonostante que st'evidenza non è adirsi quanto almanac carono i medici spiritualisti per spiegare | luminoso, le tenebre non rappresentano questa malattia, che Schilling, Senvert, Plater, e Sylvius attribuivano alla con gelazione o alla coagulazione degli spi riti animali; Hoffmann aun ingorgo di fluido vitale risultante dalle contrazioni delle fibre nervose, e Baron a una so vrabbondanza di materia grassa, e vi cose. Or si sa che i contrari solitamente si escludono, non esprimonopropriamente idee diverse, ma la cosa stessa concepita, nell'uno come esistente nell' altro come non esistente. Così, ad esempio, se la luce rappresenta la presenza del fluido una sostanza diversa, ma sol l'assenza di questo fluido. Crearedunque la nega zione della cosa come una qualità cardi nale della cosa stessa, è un controsenso. Dieci son pure le categorie di Ari stotile, e non molto dissimili da quelle di Kanada; cioè: la sostanza, la quantità,la 136 CATTANEO relazione, la qualità, il luogo, il tempo, la situazione, la maniera d' essere, l'a zione e la passione. Queste categorie sonpiù logiche e piùfondate di quelledei Pitagorici, ma non le direm perciò per fette. Certo, ogni cosa che esista biso gna che cada sotto quelle divisioni, ma rappresentano poi esse delle divisioni vere, assolute, intrinsecamente diverse fra di loro? Per es: il tempo e illuogo, non rientrano ancora nella categoria della re lazione? Il luogo e il tempo, non sono lo stesso della situazione? La categoria del modo d'essere non contiene implici tamente tutte le categorie precedenti? Or che valore hanno queste divisioni se esse non sono infine che la ripetizione di una stessa idea? Abbiamo infine le categorie di Kant ben diverse da tutte le precedenti, in quantochè questo filosofo dubitando della realità obbiettiva, doveva necessariamente cercare nella pura subbiettività del giu dizio i principii cardinali delle cose. La sensibilità, secondo Kant, ha due forme primordiali: il tempo e lo spazio; e l'in tendimento ha diverse specie di giudizi, vale a dire: generali, particolari, indivi duali, affermativi, negativi, limitativi, ca tegorici, ipotetici. Aquesti giudizi corri spondono le categorie di unità, plurali tà, affermazione, negazione, i quali poi si suddividono simmetricamente tre per essendo nella idea assoluta, concreta, es sa non può sortire da questo stato che per una contraddizione intima, la qual diviene la causa di unadivisione, di una diremption. D'onde il bisogno della con ciliazione e del ritorno all'unità; poi di rempzione nuova e nuova conciliazione, e così indefinitamente, fino all'ultimo ter mine dell'evoluzione. La dialettica specu lativa o immanente, procede con un mo vimento che si compieintre tempi. Dap prima vi è la tesi o la posizione, l' idea in sè, in potenza, allo stato d'involuzio ne; poi l' antitesi, la negazione, l' idea per sè, l'idea realizzata, allo stato d'evo luzione; infine la sintesi, la negazione della negazione con un risultato positi vo, l'idea in sè e per sè ritornata a sè stessa.>>> Cattaneo (Carlo) Nacque aMilano il 15 giugno 1801, fu allievo di Roma gnosi, professore di rettorica e due volte deputato, senza che i suoi principii gli permettessero di varcare la soglia delia Camera. Ritrattosi a Castagnola, borgata della Svizzera poco discosta da Lugano, morì nella notte dal 5 al 6 febbraio del 1869, dopo aver respinto dal suo letto l'intervento del prete.- Voi sapete che io e voi non siamo della stessa opinione. Tali furono le ultime parole che diresse a cui credendo di vincerlo in quel grandissimo momento che ci divide tre e così di seguito. In tal guisa Kant| dall'ignoto, gli consigliava il linguaggio è riuscito a formare una di quella lun ghissime e confusissime tavole, che tutti i filosofi più o meno speculativi ebbero il ghiribizzo di redigere ciascuno a loro modo, senza che mai alcuno li abbia in tesi. Anche Hegel cred certe sue divisioni di tutte le cose sensibili e intellettuali, le quali hanno molta analogia con le ca tegorie. Se non che, anche queste di visioni, come tutte le idee di questo fi losofo, sono siffattamente intricate in una confusa e oscurissima fraseologia, che può ben dirsi fortunato chi riesce a ca varne qualche idea precisa. Ecco come le spiega il professor I. Wilm, ispettore dell' Accademia di Strasburgo: « Tutto della superstizione e della fede, gli con sigliava l'apostasia del suo passato. La vita di Carlo Cattaneo è la vita mili tante del pensatore. Ingegno profondo e sagace, egli sfiorò quasi tutti i rami dello scibile; ma i suoi scritti, dettati come il bisogno e l'opportunitàdella di scussione richiedevano, vanno dispersi e dimenticati tosto che la brama di leg gerli è saziata. Di lui abbiamo una Sto ria dell'insurrezione del 1848 e Alcuni Scritti raccolti in tre volumi, nei quali troviamo una eccellentissima monografia sullo Stato presente dell' Irlanda, che fu molto lodata e che meriterebbe tutta l'attenzione del governo inglese. In un CATTANEO articolo inserito nel Politecnico, rivista scientifica che il Cattaneo fondò a Mila no ediresse per molti anni, egli annun ciò e propugnò quell'abolizione degli e serciti stanziali, che poi doveva essere proclamata parecchi anni doponel Con gresso della Pace e della Libertà. » Il nostro ideale, scriveva nel 1861, è che la generazione in Italia debba crescere tutta iniziata alle libere armi come ai liberi pensieri; e che ogniqualvolta scen 137 mo quella incertezza che necessariamente devono attribuirgli coloro che li consi derano come una semplice illusione. Di scostasi quindi, e profondamente, dalcri ticismo Kantiano, il quale ai fenomeni dà un carattere puramente subbiettivo : per lui essi sono un fatto obbiettivo, reale, l'azione di forze eternamente, ne cessariamente agenti; quindi la quiete e l'inerzia sono condizioni impossibili nel da sull' orizzonte della patria una nube di pericolo, debba dal seno di tutti i po poli italiani accorrere a gara un' eletta di volontarii e scriversi inlegioni mobili>>> Carlo Cattaneo è enciclopedico, e però il suo nome doveva passare in retaggio anche alla filosofia; ma delle sue idee filosofiche solo quel tanto sappiamo, che egli insegnò oralmente nel suo Corso di Filosofia insegnato nel Liceo di Luga no. E basta quel poco per farci inten dere com'egli profondamente dissentisse da quell' idealismo mazziniano al quale stortamente molti lo credettero fedele. Consente con Locke e Condillac che nes suna idea è innata innoi; per altro tro va che le ricerche intorno all' origine delle nostre idee elementari e primitive è sterile di frutti, nè ci conduce a scopi pratici: fors'egli non pensava che fu in grazia di questi studii, che l'ontologia| tangibile. Certo, più deplorevole confu l'universo. Fin qui la filosofia di Carlo Cattaneo è coerente; ma, un difetto logico si ri vela tosto ch'egli trovasi d'innanzi alla necessità di affermare l' origine primor diale e il principio delle cose. Dopo di essersi così bene opposto all'idealismo di Berkeley e di Collier, i quali negavano ogni realtà obbiettiva nel mondo, egli, conmolta inconseguenza e senza pure avvedersi, cade nel medesimo eccesso, avvegnachè affermi la realtà dei feno meni siccome forze in atto, e le forze sole egli consideri siccome veramente esistenti. Per lui la materia spogliata dei suoi attributi, ossia delle sue forze, non è che un nome vano, una illusione ; ciò che esiste non è la materia, la quale per se stessa intrinsecamente non ènulla, ma la forza sola è quella cheesiste, che genera i fenomeni e costituisce la realtà ha potuto ricondurre le idee composte ai primordiali elementi della sensazione, echesenza questo processo puramente analitico dei pazienti osservatori della scuola sensualistica, nessuna forza sareb be bastata a demolire l'edifizio della ontologia trascendentale, che ha la sua sede nel Platonismo. Fedele alla filosofia sperimentale, Cattaneo consente pure nel metodo induttivo: ogni scienza deve pro cedere dal noto all'ignoto; da ciò che conosciamo e da ciò che siamo, indurre cautamente quello che fu e che siamo stati. Intorno ai limiti dello scetticismo Cattaneononconcorda: una moderata af fermazione gli par migliore della dubi tazione continua; nè egli può risolversi ariconoscere nei fenomeni che percepia sione non poteva farsi, e che questa non sia che una mera question di parole è cosa di cui può avvedersi ogni più che superficiale osservatore.Nonvi è filosofo. che possa assentire allo strano metodo introdotto dal Cattaneo, di negare cioè l'esistenza del soggetto e affermar quella sola dell' attributo, chè la logica, per grama e confusa ch'ella sia, ripugnerà mai sempre ad ammettere l' effetto di una causa negata. Ora, o la forza è ef fetto della materia o non lo è. Se lo è, aniuno può capire nella testa come la forza generata dalla materia sia una re altà, e la materia che lagenera una il lusione. O non lo è, e allora domandasi se nel concetto di sapore, di estensione, di resistenza, di colore, di suono ecc. CATTOLICISMO comprendasi l'idea che noi abbiam del la forza, oppur quella della materia. Se in queste nozioni si compendia il concetto della materia, allora l'idea che vevole nella filosofia di Cattaneo fin di negare che la materia esiste ed affermare che la sola forza è. Tolto questo errore, null'altro è ripro noi abbiamo della forza è una mera fuorchequellaindeterminatezzache èpro astrazione con la quale procuriamo di priadi coloro chenon hanno idee all' in spiegare i vari modi per cui possiamo tutto formate o che ardire non hanno di percepire la materia; se invece in que- esporle pubblicamente senza molti sottin stenozioni comprendesi il concetto di tesi e molte reticenze. Nobile e grande forza, astrazione per certo diventa la nelle sue aspirazioni,egli vuole l'accordo materia. Ma in questo caso, osservisi fra la scienza e la filosofia, fra il pen bene, le idee essenziali che noi abbiamo siero e i fatti; colla filologia tiene delle cose non mutano: avremo soltanto che le lingue siansi venute formandosi a dato il nome di materia alla forza, e alla forza quello di materia; sarà cioè una trasposizione di nome, manon di idee, giuoco illecito inuna seria filosofia. E per vero, comunque si chiamino le cose, e qualunque siasi il nome che ad esse si vuol dare, rimane sempre fermo che il concetto che noi abbiamo di esse quello è soltanto che ci possono dare i nostri sensi. Ma è stato convenuto che ciò che è esteso, che ha colore, o sapore, o che oppone resistenza al nostro tatto debba dirsi materia; e forze invece, si chiamino le accidentalità che producono questi fenomeni . Il traslatare il poco apoco per l'istinto imitativo musicale; con l'astronomia toglie al mondo il suo carattere dipunto centrale e di scopo massimo di tutta la creazione; con lastatisticapar che dubiti del libero arbitrio, o per lo meno sottoponga i feno meni morali aregole costanti, determi nate, necessarie, perlequali abbiamo ri sultati costantidel pari, e prevedibili con le cifre date dai fatti passati; finalmente nuovo campo inesplorato vuole aprire alla ricerca della certezza, i fondamenti finora dati alla quale non ritiene con formi al senso comune. IL CATTOLICISMO e la religione della Chiesa cattolica, apostolica, romana, la qual sostiene la cattolicità, ossia la uni nome non muta dunque un jota alle idee; epperò trattasi di cambiare ildi zionario, non la filosofia. Quel che ri- versalità della sua dottrina. Parecchi mane fermo nel pensiero di Cattaneo e in quello del materialismo, si è che dei due concetti di forza e di materia, uno solo è vero, e l'altro è astrazione, in quel modo istesso che nei contrari un solo termine è vero, come caldo e freddo, luce e tenebre, nero e bianco, poichè tutti vedono che seesiste laluce, il calore, il bianco ece, le tenebre, il freddo e il nero non rappresentano che la negazione, ossia l'assenza di quelle qualità; mentre se queste esistono, quelle diventano astrazioni diqueste.Ma avrebbe tanta ragione chi volesse chiamar tene bre la luce affin di poternegare laluce ed affermare la positiva esistenza delle tenebre, quanto n' aveva Cattaneo di dar il nome di forza a quel concetto che nel comun linguaggio dicesi materia, af santi padri, dicono i commentatori di Bergier (Aggiunte al Diz. di Teologia) trattando della cattolicità distinguono una triplice universalità: quella di tempo, e consiste in ciò che la Chiesa sempre sussistette e sussisterà sempre fino alla consumazione dei secoli; quella della dottrina, ed è l'avere la Chiesa mai sempre insegnato quanto è da Cristo rivelato; quella finalmente di luogo, ed è la dif fusione della chiesa in tutto il mondo. Or convien dire che appunto di queste tre specie di cattolicità nessuna appartiene alla chiesa che s'intitola cattolica, e tutti gl’arzigogoli dei teologi romani non possono dimostrare il contrario. Intorno alla prima specie della cattolicità nessuno che siadi buona fede può asserire che la chiesa sempre sussistette e che sussisterà sempre. Lasciam | fedeli. Ora, la popolazione totale del pure al futuro la soluzione dei suoi problemi; ma quanto al passato, chi mai potrà credere che, ammettendo pure i calcoli della cronologia ortodossa, una religione fondata nell' anno 4004 sia sempre esistita? Certo, è cosa comoda il dire che la religione cristiana non è altro che la continuazione dell’ebrea; ma una opposizione di principii, di dommi, di tendenze, tutto insomma lo spirito delle due religioni è così avverso fra di loro, che bisogna aver proprio perduto la testa, per riconoscere siccome una logica continuazione, questo violento e forzato innesto della nuova religione sul l'antica. Ma sia pur vera questa continuità della tradizione cristiana, ne deriva forse perciò che la religione ebraica sia la più antica che si conosca, e ch'essa abbia cominciato col principio del mondo? Gl'idioti soltanto potrebbero crederlo, e agli articoli MONDO, BRAHAMA NISMO, UOMO, PALEONTOLOGIA, PENTA TEUCO, è dimostrato che, non solo vi sono religioni anteriori alla ebrea, ma che eziandio ella è molto recente in confronto della età dell' uomo e del mondo. Sarà essa forse più vera la univer salità di dottrina della Chiesa cattolica? Ma se mai può storicamente provarsi un principio, quello delle continue variazioni del cattolicesimo è il più sicuro ed il meglio dimostrato. Il Battesimo, la Confessione, la Confermazione, la Transubstanziazione, l'Ordine, l'Estrema Unzione, il Culto delle immagini, il Culto dei Santi, il Purgatorio, il Primato del papa e tanti altri dommi (vedi tutti questi nomi) o non si conoscevano dalla chiesa primitiva o non vi si attribuiva un carattere dommatico e sacramentale. Quanto alla terza specie di cattolicità, vale a dire l'universalità di luogo, basta gettare gl’occhi sulla statistica, per vedere quanto poco fondamento ella abbia. Basti dire che secondo i calcoli assai larghi di Balbi, la chiesa cattolica conta in tutto il mondo 139,000,000 di globo è dallo stesso autore, calcolata in 737,000,000 di uomini; il che val quanto dire, che la pretesa universalità della chiesa papale si riduce a meno di un quinto dell'attuale popolazione del globo. (Vedi RELIGIONI). Ben è vero che i teologi cattolici pretendono che a stabilire l'universalità della chiesa non sia necessario che sia diffusa in ogni parte e condivisa da tutti gli uomini, bastando ch'essaabbia i suoi rappresentanti, e, per così dire, le sue stazioni, in ogni regione del mondo; ma questa è una interpretazione che assolutamente non si accorda col vero criterio dell' universalità, e ad ogni modo in siffatta guisa potrebbe dirsi egualmente universale anche la chiesa protestante, la quale manda i suoi missionari in ogni terra conosciuta. Ma ammettasi pure perun momento che i teologi romani abbiano ragione, sarebbe perciò la cattolicità della Chiesa romana ben stabilitą? Prima che Colombo scoprisse l'America, quali rappresen tanti aveva la Chiesa in quella vastissima parte del globo? Ed oggi ancora è sicuro che non vi sieno terre o ignote o inesplorate dove della Chiesa cattolica nonsi è per anco udito parlare? Causa ed effetto. Nell'idea di CAUSA l'antica filosofia distingueva: 1. La causa efficiente, ossial'agente produttore. 2. La causamateriale, ossia il soggetto su cui l'agente si esercita. 3. La causa for male, o l'idea. 4. Finalmente, la causa finale, ossia lo scopo dell'azione. Queste distinzioni sono puramente nominali, e non hanno più ragione di essere, peroc chè le attuali cognizioni nelle scienze naturali non ci permettono più di sepa rare l'idea di forzadaquelladi materia, la causa efficiente da quella materiale, e di supporre quindi che fuor dellama teria ci sia un certo substrato che la faccia muovere. Del pari non possiam più ammettere lacausaformale e quella finale, poichè, ammesso nella natura il principio di necessità, non possiamo più riconoscere quella tal sorta di arbitramento che vuole un fine. (Vedi CAUSE FINALI). Dicesi causa ogni azione che inqual sivoglia maniera concorra a produrre un' altra azione, la qual poi chiamasi effetto. E dico azione, imperocchè la fi losofia sperimentale abbia ormai irrecu sabilmente accertato, che nessuna causa esiste la quale possa produrre o corpi nuovi o forze nuove, (vedi FORZA e MA TERIA) ma tutte le cause agenti nonrie scono, infine dei conti, ad altro che a produrre o nuove forme o nuove azioni, vale adire un nuovo modo di essere della materia. Questi effetti sono poi a volta loro causa di altri effetti, e così all' infinito. Onde a giusta ragione si deve dire, che ogni cosa che esista è sempre ed invariabilmente causa ed ef fetto al tempo stesso; vale a dire effetto di una causa precedente, e causa di un effetto susseguente. Certo, questa gran dissima verità, la qual suppone la co gnizionedellaeterna trasformazione della materia, non ha mai potuto essere sup posta nè tampoco concepita da quei cotali filosofi degli scorsi anni, e da molti ancora de' nostri contemporanei, i quali credettero e persistono a credere com'egli argomenta: « Col mezzo dei sensi considerando la costante vicissitu dine delle cose, noi non possiamo aste nerci di osservare che molte cose parti colari, siano esse qualità o sostanze, co minciano ad esistere, e che ricevono la loro esistenza dalla giusta applicazione od operazione di qualche altro essere. Or si è appunto per questa osservazione che noi acquistiamo le idee di causa e di effetto. Col nome generale di causa indichiamo ciò che produce qualche idea semplice o complessa, e con quello di effetto ciò che è prodotto. In tal guisa dopo aver veduto che nella sostanza alla quale diamo il nome di cera, la fluidità (una delle idee semplici che non esisteva innanzi ) è costantemente pro dotta dall'applicazione di un certo grado di calore, noi diamo all'idea semplice di calore il nome di causa per rapporto alla fluidità della cera, che n'è l'effetto. Del pari, provando che la sostanza detta legno, la quale è una collezione di idee semplici a cui si dà questo nome, me diante il fuoco è ridotta in un' altra so stanza, che chiamiamo cenere (altra ilea complessa che consiste inuna collezione di idee semplici affatto differente dall' i dea complessa che diciamo legno), noi consideriamo il fuoco, per rapporto al le ceneri, come una causa, e le ceneri che lamateria è inerte, e che fuor di lei esiste qualche cosa che la muove e la spinge e la induce ad agire siccome fa. Ben è naturale che costoro non sap piano concepire in qual maniera l'idea | ciò che noi consideriamo come contribu come un effetto. In tal maniera tutto di causa ha potuto entrare in noi, e la suppongano una di quelle tali nozioni innate, che il Creatore si è compiaciuto di infondere nel nostro spirito prima ancora di metterci al mondo. Nondimeno tre filosofi che non erano atei, si sono già adoperati per distrug gere questo assurdissimo pregiudizio, e vi riuscirono in tre diversi modi che meritano di essere riferiti. Il primo di questi filosofi è Locke, il capo della scuola sensualista, il quale colla sua stringente logica ha dimostrato, che an che l'idea di causa non è altrimenti innatainnoi,mache, comeognialtra idea, èentratainnoiper laportadei sensi. Ecco ente allaformazione di qualche idea sem plice o qualche collezione d' idee sem plici, sia sostanza o modo, che prima non esisteva, eccita nel nostro spirito la relazione di causa, e le diamo tal no me ». (Locke Saggio sull' intendimento umano Cap. XXVI § 1.) Hume,non solonon ammette l'inneità dell'idea di causa, ma pur ne combatte ogni realtà obbiettiva. Che ne sappiam noi, dic'egli, dei rapporti che passano tra causa ed effetto? Possiam noi dire se veramente la causa eserciti una qual siasi influenza sull'effetto prodotto, o se pure questa influenza non sia altro che una chimeradellanostra immaginazione? CAUSE FINALI Certi fenomeni che si seguono costante mente nello stesso ordine, possono darci l'idea del principiodi causalità, il quale, al postutto, si risolve in una semplice successione di tempo e di fenomeni, di modochè quando noi vediamo prodursi un dato fenomeno sempre aspettiamo 141 nali, ben lo disse Bacone due secoli fa: ( De augment. scientiarum lib. III c. 5) . Secrediamo a Lei bnitzla Provvidenzaè quella che dirige la luce inlinearettaerende eguale l'angolo diriflessione aquellod'incidenza; e Prieur nel Spectacle de lanature pretendenien temeno chelemaree siano date all'oceano affinchè più facilmente i bastimenti possano entrare nei porti.Ben dice Vol taire, che con altrettanta evidenza po trebbepretendersichele gambe son fatte appostaper essere calzate, eil naso per portare occhiali. E tuttavia non è poí lo stesso Voltaire che poche righe dopo trova cheogni cosafufattaper lo scopo cui deve servire? D'onde questacontrad dizione? Voltaire, crede che per assicu rarsi del vero fine di una causa convenga che l'effetto sia proprio di tutti i tempi e di tutti i luoghi. Povero spediente, il qual non salverà il filosofo di Ferney dalla contraddizione ! Infatti nessuna cosa è propria d' ogni tempo e d' ogni luogo, imperocchè tutte si modificano esi trasformano.Diremnoiche gli occhi furon fatti per vedere, o che noi vedia mo perchè abbiamo gli occhi ? Dalla ri sposta che daremo a questa domanda dipende tutta la teoriadelle cause finali. Se una causaintelligentehaprodotto un effetto con un determinato fine; cioè se Dio ha prodotto l'occhio per vedere, noi dovremo eziandio credere che questo effetto sia proporzionale allo scopo; vale adire che l'occhio deve soddisfare nel miglior modo possibile aibisogni per cui fu fatto. Ma in tal caso come spieghe remo noi le ulceri, lefistole lacrimali, la cataratta, la miopia, il presbitismo e tante altre malattie che affliggono que st'organo tanto poco perfetto e tanto poco proporzionale alla causadallaquale si pretende prodotto? Come! un organo tanto utile, dovrà esser fatto di sostanze contenute in tegumentitenerissimi, e per colmo d' imprudenza esposto all' aperto, senz'altro riparo che le sottilissime pal pebre? Come ! I nostri più comuni can nocchiali ci mostrano distintamente le cose alla distanza di parecchi chilometri, e i migliori telescopi ci disegnano le accidentalità della superficie lunare, e Dio ci ha da dotare di un organo il quale più non sa leggere alla distan za di poche spanne dal naso! Perchè mai l'occhio non è acromatico? Perchè, come dice Helmohlz, è desso così poco perfetto che nessun ottico sarebbe dispo sto ad accettarlo siccome un modello i narrivabile per la loro arte? Se l'occhio era fatto per vedere, perchè mai questa CAUSE FINALI causa intelligente non l'ha dotato di tal potenza ottica,che gli facesse vedere le cose più lontane e levicine ancora, e ci ponesse ingradodi ammirarelasapienza del Creatore, così nellecose infinitamente grandi come nelle infinitamente piccole? 143 i quali hanno dei veri polmoni, discen dono in via di generazione normale da un antico prototipo sul conto del quale null' altro sappiamo se non ch' esso_era provvisto di una vescicanatatoria. In tal Poi, l'occhio è veramente d' ogni tempo e d'ogni luogo, come Voltairepretende? Maveramente, no; poichè vi sono ani guisa noi possiamo facilmente spiegare il fatto strano, accertato dal prof. Owen, che ciascuna particola di nutrimento so lido o liquido che noi inghiottiamo, deve passare sull'orifizio della trachea, con ri mali che non hanno occhi ed altri che hanno occhi per non vedere. Gli occhi delle talpe e di qualche altro rosicante rimangono sempre allo stato rudimen tale, e qualche voltasonocompletamente coperti di pelle o dipelo.Unmammifero | libera fluttuazione dei pesci, perchè si è schio di cadere neipolmoni. Inquesti casi le cause finali comple tamente si ecclissano. Se Dioha prodotto lavescica natatoria perchè servisse alla rosicante dell'America del Sud, il tuco ioco, o cténomys hadelle abitudini an corpiù sotterraneechelatalpa, equando Darwin notomizzò l'occhio d' un di essi, gli parve che il suo stato di cecità do vesse attribuirsi ad una infiammazioneco stante delle palpebre. Occhi fatti per non vedere e membrane fatteper soffrire una perpetua malattia, non par che dimo strino la teoria teologica delle cause fi nali. La vescica natatoria dei pesci è un altro esempio che contrastasingolarmente col concetto delle cause finali. Quest' or gano, cheoriginariamenteparevacostrutto per aiutare il movimentodell'animalena tante, ha potuto in certi pesci trasfer marsi in un organodiretto aduno scopo tutt'affatto differente, tali come la respi razione o l'audizione. Darwin ha infatti accertatochepereffettodell'elezione, lave scicanatatoriainalcuni pesci haacquistato uncondottopneumaticodestinato alla re spirazione; e in altri si è in tal guisa modificata, da servire piuttosto come organo accessorio dell'audizione. Tutti i fisiologici, continua Darwin, ammettono che lavescica natatoria è omologa, vale adi re «idealmente similare > in posi zione ein strutturacoi polmoni dei verte brati superiori. Non è dunque straordi nario che l'elezione naturale abbiameta morfosato successivamente lavescica na tatoria in polmoni o in organi esclusiva mentedestinati alla respirazione. D'onde si può conchiudere, che tutti i vertebrati trasformatainun'altro organoche piùnon risponde al suoscopo? Didue usi acuiser vìunorgano,qualerappresenta lafinalità intenzionale dalla causa creatrice ? Ol tracciò vi sono degliorganirudimentali i quali sono completamente inutili, tali come le mammelle rudimentali di tutti i maschi dei mammiferi, e l'ala bastarda di certi uccelli. In un grandissimo nu mero di serpenti, uno dei lobi dei pol moni sono rudimentali, in altri esistono i rudimenti del bacino e delle membra posteriori. Vi sono esempi di organi ru dimentali assai curiosi; tali sono i denti osservati nei feti delle balene, che all'età adulta non ne hanno più; il qual fatto Darwin spiega supponendo che le balene abbiano probabilmente acquistato le abi tudini e i loro caratteri attuali per una metamorfosi regressiva, che le ha fatte retrogradare dal posto più elevato di a nimali anfibi, fluviatili o lacustri, a quello inferiore di specieesclusivamentemarine. Naturalisti degni di fede hanno pure as sicurato di aver veduto dei denti rudi mentali negli embrioni di certi uccelli. Nulla ci par piú ovvio, diceDarwin, che le ali siano state fatte per il volo e non dimeno le ali di molti insetti sono tanto atrofizzate, ch'esse non possono agire, e non è raro il caso che siano chiuse sotto delle elitri fortemente attaccate l'una al l'altra. Ci sono invece dei casi d' inter vertimento degli organirudimentali,come per esempio, lemammelledicerti maschi SA CAUSE OCCASIONALI che si sono in tal guisa sviluppate fino | tri organismi la natura ha prodotto ca adare il latte. Nelgenere Bos la mam mella unica presenta quattro capezzoli e due rudimentali; ma nelle nostre vacche domestiche qualche volta anche questi due ultimi si sviluppano e danno latte. Giustamentedomandasi perchè ilCreatore forma degli organi, iquali generalmente non servono ad alcun uso, oppure ser vono ad un usodiversodaquellopercui furono creati. >> (Origine delle specie Cap. XIII) Anche Büchner, primadi Darwin (Forza e ma teria cap, XI ) ha dimostrata la insus sistenza delle cause finali, dicendo che noi oggi ammiriamo gli esseri tali come sono senza pensare quale infinità di al sualmente per giungere agli attualiim perfettissimi risultati, come ben lo pro vano le moltissime specie estinte dei terreni fossili. « Se il pelo degli animali dei paesi settentrionali è più folto di quello degli animali dei paesimeridionali, e se tutti pol l'hanno relativamente più folto d'inverno che d'estate, non è forse più naturale il considerare questo fatto come il necessario effetto di una influ enza esterna, come la conseguenza della temperatura, piuttosto che supporre un artista celeste il qual prepari a questi animali gli abiti d'estate e d'inverno ? Se il cervo ha le gambe lunghe e adatte alla corsa, non devesi credere ch'egli le abbia avute per correre con celerità, ma piuttosto che egli correconcelerità per chè ha le gambe lunghe: se egli avesse avuto delle gambe poco adatte alla cor sa, sarebbe invece divenuto un ani male coraggioso, mentre ora per la sua tendenza alla fuga sidimostra timi dissimo. La talpa ha le zampe informa di pala per solcare il terreno; ma se essa non le avesse cosl conformate, non avrebbe mai pensato a scavarsi sotto terra la sua tana. Le cose sono tali come sono; e se esse fossero state diverse da quel che sono, noi nonle avremmo per ciò trovatemeno conformi al loro scopо». Vedi anche gli articoli CAUSA E PER FEZIONE. Cause occasionali.Certifilosofi cartesiani non potendo riuscire a spiegare il rapporto che poteva esistere fra lo spirito e il corpo, e l' influenza che l'uno esercita sull' altro, supposero che Dio stesso durante i pensieri dell' anima producesse nel nostro corpo i movimenti corrispondenti a questi pensieri, e vice versa, che nell' occasione dei movimenti delnostro corpo eccitasse nell'anima i pen sieri o le passioni che vi corrispondono. Questi movimenti iniziali dell' anima o del corpo son le cause occasionali del cartesianismo, ilquale,come ognun vede, troppo logico per ammettere che alcuna relazione potesse esistere fra il corpo e CELIBATO ECCLESIASTICO lo spirito, non lo fuperò abbastanzaper non capire che se Dio era produttore im mediato delle nostre sensazioni, noi siamo 145 sempre ai piaceri del senso per ser vire con più libero cuore a Dio. » Più nelle sue mani come delle marionette cui egli fa danzare a piacer suo. Celibato ecclesiastico. Sta to di coloro che per motivo di reli gione si astengono di unirsi in matri monio. Dicono i cattolici, presso i quali soltanto vige l'obbligazione del celibato, che nessuna legge naturale o positiva, divina od umana obbliga gli uomini allo stato conjugale (Ber gier Diz. Teol ); ma questa non è af fermazione che trovi fondamento nè tra i credenti, nè tra gl'increduli. Per ciocchè i primi giustamente oppongo no il Crescite et multiplicamini, col quale il loro Dio impose all' uomo l'obbligo di congiungersi e di figliare (Genesi I, 28); e i secondi ben a pro posito osservano che dal momento che la natura ha dato all'uomo gli organi del sesso, gli ha al tempo stes so imposto il dovere di usarne per la propagazione della specie e per la sod disfazione di un bisogno, il quale non èmenonecessario che naturale; per la qual cosa giustamente i gentili talora colpivano d'infamia il celibato (Cicero ne De legibus lib. III c. 3). Invece ecco che nel cattolicismo il Concilio di Trento dichiara: « Se alcuno avrà det to che lo stato conjugale sia da ante porsi allo stato di verginità o del ce libato, e non essere meglio e più bea to rimanersi vergine o celibe che con giungersi in matrimonio, sia anatema » (Sess. XXIV can. 10). La qual prefe renza, checchè ne dicano in contrario i protestanti, non è poi così contraria allo spirito del cristianesimo per non trovare appoggio fra i padri e fra gli stessi insegnamenti di Gesù. Il quale dice che vi son eunuchi che si son fatti eunuchi daloro stessi per amore del regno de' cieli (Matt. ΧΙΧ. 12). » del matrimonio dei preti. E tanto dis se e fece cotesto papa per raggiun gere il suo intento, che riuscì al fine di ottenere dal Concilio di Cartagine, radunato nel 397, un decreto, il qual rendeva obbligatorio il celibato dei chierici. Innocenzo I nel 417 rinnovava la legge del celibato; la rinnovò e la estese ai Suddiaconi Leone I nel 440; e dopo d' allora tutti i papi batterono la stessa strada. Il guaio si è, che quei decreti non ottenevano universale con ferma, il che dimostra che in quei tempi l'unità della Chiesa non era gran fatto assodata; imperocchè non solo il clero opponeva una resistenza passiva a quei decreti dei papi, ma eziandio nella Francia i concilii di Autun, di Tours, di Macon nel V se colo, e nella Spagna il Concilio di Toledo, e il prete Vigilanzio vi si op posero formalmente. Nel 1059 Nicco ld II nel Concilio di Laterano fa no vellamente proclamare la legge del ce libato; e cionostante poco di poi tro.. viamo tutta la diocesi di Milano retta da preti ammogliati, nè il papa riesce a farvi prevalere il disonesto divieto, senza che rivi di sangue scorrano nel le vie, senza aver scatenate le passio ni politiche e il fanatismo religioso rappresentati daArialdo e da Landolfo Cotta, capi del partito dei celibatari. Solo il cupo dispotismo d'Ildebran do (Gregorio VII) potè trionfare di tan te opposizioni, e la legge del celiba to novellamente procamata dal Conci lio di Roma del 1074, andò man mano estendendosi in tutte le provincie cri stiane. Il celibato era stato introdotto per moralizzare il clero, per acquistare un CELIBATO ECCLESIASTICO maggior titolo alla Santità e alla ve nerazione dei vulgari. Ma comechè nessuna legge contro natura può riu scire a buoni effetti, anche questa nel la Chiesa sciolse il freno d' ogni mo 147 tino con ledonne dellequali usavano. Quindi, alzatisi e preso un bagno, si as sidevano a nuovo desco. (Hist. Eccl. Francorum lib. 5. art. 21). Lo stesso ralità. Già fin dai primi tempi,monaci emonache convivevano insieme, sede vano alla stessa mensa, dormivano sot to lo stesso tetto: tutti avevano fatto voto di castità, ma chi l'osservava? Instruita dall' esperienza, dice un au tore, l' imperatrice Irene nel fondare il monastero delle vergini sotto il no me di Maria piena di grazie, volle che fossero assistite da un padre spi rituale, un economo, due frati per am ministrare il patrimonio e isacramen ti: eunuchi tutti quattro! (Helyot. Hist. des ordr. vol. I c. 28). La dipintura che nel VI secolo S. Gregorio di Tours ci fa diSalonio Ve scovo d'Embrun, e diSagittario vesco vo di Creso, già porta tutti i colori del medio evo. « Assunto l'episcopato inco minciarono a scatenarsi con insano fu rore in malversazioni, con morti, con omicidi, con adulteri e con diverse al tre scelleratezze, di guisa che ad un certo tempo, mentre Vittorio Vescovo _diTricastini celebrava il proprio nata lizio, mandata fuori una coorte con spade e giavellotti, irruppero contro di lui, gli stracciarono le vestimenta, ammazzarono iministri eportando via vasi ed ogni altra cosa appartenente al pranzo, lasciarono il vescovo con grande contumelia..... Essi si abban donavano ogni giorno amaggiori scel leratezze; corsero alle armi e con le proprie mani fecero molte uccisioni. Iafierirono contro i propri cittadini fa cendoli battere con verghe fino al san gue. Passavano molte notti parlando ebevendo con i chierici che celebra vano inChiesa nelle ore mattutine, e si sfidavano a bevere. Mai si faceva men zione di Dio. Surta l'aurora si leva vano dacena e coprendosi con legge ri drappi, sepolti nel sonno e nel vino, Santo (lib. IX ) scriveva: Vi prego di mandarmi i vo stri ordini per iscritto intorno a quei diaconi i quali fin dalla loro puerizia son sempre vissuti in stupri, in adul teri, ed in ogni altra sconcezza: e pu re con tali testimonianze vennero al diaconato, ed essendo diaconi ritengo no quattro, cinque ed anche più con cubine (Baronio Annali 741). Lo stes so cardinal Baronio che cita questa lettera,e che poteva essere molto ben informato, parlando della Chiesa nelX secolo esce in queste parole: « Domi navano allora in Roma potentissime e sozzissime meretrici; ed a loro arbi trio si davano i vescovati e si traslo cavano i vescovi; e, più orrendo a dirsi, s' introducevano nella sede di Pietro i loro drudi, pontefici falsi, i quali non devono essere inscritti nel catalogo dei papi. » Edgardo re d'Inghilterra in una lettera diretta ai vescovi del suo regno e riportata dalPadre Labbe (Tomo IX p. 698) scrive: « Dirò con dolore come gli ecclesiastici se la pas sino in gozzoviglie, in ubbriachezze, in adulteri ed impudicizie; di guisa che le case dei preti sono divenute postriboli di meretrici e conciliaboli di buffoni. » E per verità, pare che quel degno re non avesse poi gran torto di lagnarsi dei suoi preti, impe rocchè tanto bene osservavano essi la legge del celibato, che poco di poi papa Pasquale II, in una lettera diret ta al vescovo di Cantouberi, autorizza dormivano fino all' ora terza del mat 148 CELIBATO ECCLESIASTICO va l'ordinazione dei figli dei preti, stantechè tanti ve n'erano in Inghil terra, ch'era impossibile aver dei preti senza ricorrere alla loro progenie(Lab be Concil. X. p. 707). Fu nell' undecimo secolo, cioè in torno al tempo della solenne procla mazione del celibato fatta da Grego rio VII, che ai monaci orientali (i pri mi che si erano sottomessi alla legge della castità) si dovette vietare di introdurre nei conventi, non solo le donne, ma perfin le femmine degli animali. (De Potter. Hist. T. VI lib. II cap. III note suppl. n.º 3). Intorno a quel tempo Alberto d'Arbrissel fonda tore della celebre Badia di Fontevrand, nella diocesi di Poitiers, viaggiando colla sua Petronilla fondo altre quat tordici badłe, nelle quali religiosi e rë ligiose avevano comune il letto, non veramente pel godimento della carne, ma affine di fortificarsi contro la tenta zione, sfidandola nel suo maggior pe ricolo. Dicesi che anche il beato d' A brissel sen' giaceva colla donna sua, a somiglianza di S. Adelmo, che già nel VII secolo, aveva dato l'esempio dei condormienti. Ma ch'egli alla sua gui sa si serbasse casto, è cosa che dico no li apologisti suoi, ma che pochi credono. (Vedi Bayle. art. Fronte vrand). Ma vediamo che cosa scrivesse il Petrarca della Chiesa di Roma, là do v'era partito l'impulso alla promul gazione della legge obbligatoria sul celibato. « In questo regno di avari zianon si fa conto di nulla, purchè si faccia denaro... L'amore per verità è dichiarato pazzia, la pudicizia è una vergogna grandissima; la licenza al contrario è stimata grandezza d' ani mo, in guisa che si reputa più glorio so chi ha sorpassato gli altri in vizi; echi di grazia non sorriderebbe di sde gno nel vedere que' fanciulli decrepiti (prelati e cardinali) co' loro capelli bianchi, coperti di ricchissime cappe sotto le quali nascondono una impu denza ed una lascivia che supera ogni imaginazione?... Satana vede tali cose e ride; e nel suo tripudio siede arbi tro fra que' vecchi e le giovinette.... lascio da parte gli stupri, i ratti, gl'in cesti, gli adulteri, che sono giuochi per la lascivia pontificale. Non dirò nulla de' mariti delle doune rapite, i quali, non solo sono cacciati dalla lo ro casa,ma banditi anche dalla patria: non dirò che molti di essi sono forzati di riprendere le loro mogli quando portano nel loro seno il frutto de'de litti dei prelati: e restituirle allorchè sono sgravate; e così continuare fino a che l'impudico prelato non è pie namente sazio o disgustato. E il po polo tutto vede tali cose e tace, inti morito ma /orribilmente sdegnato. » (Petrarca Lettere sine titulo. Basilea 1496, Lett. 20). Nel 1401 Nicola diClemanges, oCle mangis arcidiacono di Bajeux e retto re della facoltà teologica di Parigi, in un opuscolo intitolato: De corruptioEc clesiae statu, così parla: « Passo sotto silenziole intercessioni simoniache pres so il papa, i patrocini venali e più al tre infamie di cui i cardinali sono au tori o consiglieri.... Taccio altresì i loro adulteri, i loro stupri, le loro for nicazioni con le quali anche adesso in cestuano la romana Curia; come an che l'oscenissima vita dei loro fami gliari, i cui costumi in nulla differi scono da quelli dei loro padroni ». Non altrimenti parla dei canonici " che qualifica ubbriaconi incontinenti, i quali non si vergognano di far pom padi una prole meretricio susceptam, e di tenersi in casa scortu vice con iugum, clie passano il tempo in cian cie ebuffonerie, studiosi soltanto della gola e del ventre edi carnali dissolu tezze, nelle quali fanno consistere la loro felicità ut porci Epicuri ». E par lando delle monache, aggiunge, che vergognasi di dir le infamie che suc cedono nei monasteri, i quali non so no santuari di Dio, ma Veneris eace CELIBATO ECCLESIASTICO cranda postribula; luoghi di lascivie e di impudicizie, ondechè, dice ancora, dar il velo ad unafanciulla è lo stes cinte ... L'originale della relazione di cotesta visita è perduto ; ma ' autore ne ha veduto un estratto, nel quale i so che esporla pubblicamente. Anche Santa Brigida, nelle sue ri velazioni, si fa dire da Gesù Cristo che E il professore con chiude, che la prima supposizione sol tanto è vera, non potendosi negare che la formazione della cellula non debba attribuirsi all'attività stessa dei suoi ele menti. Celso. Filosofo pagano che visse nel secondo secolo, ed è conosciuto come unodei più famosioppositori del cristianesimo, Nessuno dei suoi scritti ci è pervenuto, e della sua vita edot trina nulla sappiamo di preciso, fuor chè quel tanto che ne dice un dei pa dri della Chiesa, Origene; il quale nel suo trattato Contro Celso, mentre com batte quest' incredulo, quà e là ne ri porta le parole e ne rivela in parte le opinioni. Da questo padre sappiamo che Celso, ben lungi di riconosce la miracolosa nascita di Gesù, lo dice fi glio di connubio illecito; sorride della pretesa dei cristiani di diffondere per tutto il mondo laloro dottrina; e quanto ai miracoli di Gesù dice che i soli suoi discepoli li avevano visti e li esagera vano oltremisura. Ilpoco che avevafatto dovevalo, diceva Celso,alle arti magi che che aveva apprese, e per le quali Gesù era salito in tanta superbia per farsi credere un Dio, mentrechè poi tanti altri impostori avevano fatto mi stato veduto che da una donna e da pochi discepoli, i quali, o avevano so gnato o non veduto che un fantasma, quando pure non avevano narrata una favola. Se Cristo era risuscitato doveva mostarsi a'suoi nemici,a'suoi giudici, a tutto il mondo: meglio ancora, avrebbe dovuto non lasciarsi porre sulla croce, o posto che vi fosse, discenderne da sé solo in presenza de' suoi carnefici. Cena. Il secondo ed ultimo sacra mento delle Chiese riformate, che lo celebrano in commemorazione della ce na di Gesù. I cattolici la distinguono dall' Eucaristia, perciò che questa con siste essenzialmente nell' atto e nelle parole colle quali essi pretendono che Gesù abbia trasformato il pane e il vino nel suo corpo e nel suo sangue. (Vedi EUCARISTIA. ) Cenestesi.Dalgreco: comune fa coltà di sentire. Così chiamasi quel vago sentimento della nostra esistenza, che noi abbiamo, o piuttosto che pre tendiamo di avere, indipendentemente dai sensi, e che certi fisiologi dell' an tica scuola hanno voluto trasformare in un sesto senso, il senso dell' esi stenza, o cenestesia. La Cenestesi è dun que sinonimo di appercezione e di co scienza, e in quest' ultimo articolo esa mineremo qual fondamento abbia la pretesa coscienza dell' io indipenden temente dai sensi. Cerdone. Poco si conosce della vita di questo eresiarca. Credesi che fosse di origine siriaca, perchè S. Epi fanio disse che egli dalla Siria passò a Roma, e ilBarattieri suppone nella sua cronologia che ciò sia avvenuto nel l'anno 120. Adottando le dottrine de monologiche di quei tempi, egli accettò e compi il sistema teogonico di Simone e di Saturnino. Ma mentre questi due eresiarchi facevano discendere il mondo dagli spiriti creati dall' Essere su premo, Cerdone cercò di evitare lo sco glio in cui cadde l'unitarismo, di far derivare il bene e il male dallo stesso principio. E foss'egli della Siria o vi avesse soggiornato, certo è che essen do ai confini della Persia non po teva ignorare il dualismo di Zoroastro; e fu questo infatti che spiegò nel suo sistema. Suppose egli dunque che vi fossero due principii indipendenti l'un dall' altro, dall'un dei quali ogni bene derivava; e tutti i maliimputava all'altro. Opera dell' ente buono erano gli spiriti capaci diprovar piacere; del malvagio erano i corpi che ci affliggono in mille modi; supposizione, per verità, contrad ditoria, perocchè se Cerdone attribuiva al corpo le sensazioni dolorose, al corpo pure doveva riferire quelle di piacere. Però, da questa singolar distinzione Cerdone fuindotto ad un'altra singola rissima conseguenza, poichè al malva gio spirito attribul tutta la legge degli ebrei piena di minuziose e difficili e pe nose pratiche, edEssere malvagio chia inò ' Jehovah, che ordinava al popolo eletto continue guerre e stragi e perla bocca d' Isaia diceva: Io son quello che creò il male. Laleggedi dolcezza e di rassegnazione dei cristiani parve inve ce a Cerdone il segno del buon prin cipio; però non ammetteva che il fi gliuolo di questo buon ente fosse di sceso sulla terra per patire e soffrire e per essere messo a morte dagli uo mini, poichè queste cose sono contra rie alla bontà di Dio, il quale tanta crudeltà non avrebbe tollerata. Se dun que Cerdone rigettava a buon diritto tutto il vecchio testamento, nemmeno il nuovo accettava per intero; ma il solo vangelo di S. Luca ammetteva e ebbe fama anche maggiore del mae stro. (Vedi MARCIONE). Cerinto. Giudeo d'Antiochia con temporaneo degli apostoli. Riconosceva un essere supremo creatore degli spi riti con differenti gradi di perfezione, e dagli spiriti faceva derivare il mondo. Non ammetteva che il figliuol di Dio fosse nato da una vergine, ma ricono sceva che Gesù aveva fatto dei mira coli ingraziadello spirito di Dio, il qua le era disceso sopra di lui per illumi narlo. Certezza. Tre sorta di certezze distingue la filosofia: 1. La certezza matematica; 2. La certezza fisica; e 3. La certezza morale. Una quarta certez za vi aggiungono i metafisici e la pon gono prima d' ogni altra, ed è la cer tezza metafisica, ossia l'intimo convin cimento che noi abbiamo delle cose sovranaturali,la quale più propriamente dovrebbe spettare alla pura fede. Quando un giudizio nel suo contra rio importa contraddizione, dicesi ma tematicamente certo, imperocchè una cosa che è non può non essere, e ciò che non è,nonpuò essere; il che torna adire che una cosa non puo essere e non essere al tempo stesso. Or questo carattere é proprio di tutti gli assiomi e teoremi della matématica, i quali, sot to rapporti più o meno complicati, ven gono tutti a dire, che quando ad una quantità se ne aggiunge un'altra, quel la s'accresce in proporzione, e dimi nuisce invece se le si toglie una parte. 1 + 1 =2;oppure 2 1= 1. Mala certezza matematica non è propria sol tanto delle cifre,imperocchè la si espri neppur questo in ogni parte. Dicesi che Cerdone, abiurati i suoi errori, tornasse in seno alla Chiesa, per poi allontanarsene ancora; ma quando e di qual morte morisse non è certo. Lascið nua setta piuttosto numerosa, guidata da un de' suoi discepoli, Marcione, che ma o in cifre o in lettere o in formo le algebriche o col ragionamento, non muta per questo il suo carattere logi co e rimane sempre eguale. L' eviden za di questa certezza si fonda sempre sul principio di identità o di relazione che noi supponiamo assoluti, mentre invece non sono che relativi ai nostri mezzi di percezione.Ecco perchè puossi a buon diritto negare che, nonostante CERTEZZA la sua apparente evidenza, esista asso luta certezza matematica. Infatti, nel concetto di relazione io posso ben dire che due quantità eguali ad una terza sono eziandio eguali fra di loro; ma questo assioma matematico non è vero se non in quanto io lo concepisco a strattamente, non ' applico, cioè, a nessuna cosa reale; e tosto che io lo 155 può darmi una assoluta certezza, giac chè se io concepisco un angolo e men talmente ne prolungo i lati nello spa zio, ragion vuole ch'io supponga che questi lati vanno fra loro allontanan dosi all' infinito, e che nondimeno in ogni punto dell'infinito l'angolo non faccio uscire dall'astrazione per entra re nell' ordine della realtà, la certezza scompare e in nessun caso io posso verificarla. Imperocchè non si danno nella natura corpi eguali assolutamen te, ma appena simili nelle più grosso lane apparenze. Un'oncia d'oro può essere eguale a un'altra oncia d'oro in quanto io faccia astrazione dalla for ma, dal calore, dal sapore, dal suono, e dall' aggregazione molecolare, anzi ancora in quanto io faccia astrazione del peso stesso, poichè qual bilancia potrebbe darmi la sicurezza di non a vere errato nemmeno nella millesima parte di un gramma? E se la bilancia mi può dare la millesima parte di un gramma,sono io sicuro che essami possa accertare di una diecimillesima, di una centomillesima, o di una millionesima parte di un gramma? Del pari,possono i miei occhi accertarmi della iden tità del colore, della forma edell' ag gregazione molecolare ? Una sola mo lecola diversamente aggregata, puó cambiarne ladensità e il volume, e il colore e il suono, quantunque tutte queste proprietà sembrino eguali ai no stri organi atti a percepire soltanto le più grossolané parvenze. Quando adun que io dico, che un metro è eguale a un' altro metro, o che una moneta è eguale a un' altra moneta, non posso avere la certezza che questa eguaglian za sia assoluta, ma esprimo soltanto una certezza relativa ai mieisensi e al mio modo di vedere. Un'altro essere che avesse sensi più fini e delicati dei nostri, vedrebbe forse la diseguaglianza nelle cose che noi diciamo eguali. Ma nemmeno astrattamente la matematica aumenta nè diminuisce il numero dei suoi gradi. Qui dunque abbiamo due sorta di contraddizioni fra l'astrazione e l'esperienza; perciocchè sperimen talmente non possiamo concepire come due linee unite a un punto, allonta nandosi sempre fra di loro, non fini scano per congiungersi al lato op posto: nè tampoco possiamo conce pire come lo spazio contenuto nei due lati, il quale potendo allargarsi e pro lungarsi all' infinito, deve necessaria mente ritenersi infinito, non compren da però tutto l'infinito. Ilche implica contraddizione, poichè noi non possia mo concepire la contemporanea esi stenza di due quantità infinite, come non si può concepire inqual guisa un corpo finito sia divisibile all' infinito. Queste antinomie della logica la mate matica non spiega, per la ragion chia rissima ch'essa è una scienza mera mente relativa alle parti, alle quantità finite, epperò male argomenta chi la chiama scienza assoluta. Se non è assoluta la certezza ma tematica, a miglior titolo dovremo dire relativa ogni certezza fisica, la qual desumesi da varie cognizioni che mol te e molte volte abbiamo trovato che riposavano sull'errore. Che una tigre non partorisca agnelli, che i corpi spe cificamente più pesanti precipitino al fondo dei liquidi nei quali sono immer si, e che la terra giri intorno al sole, sono verità di certezza fisica inconte stabile; ma niuno penserà ch'esse sia no di certezza assoluta; imperocchè troppo spesso ci troveremmo nella ne cessità di correggere questo assoluto, che diventerebbe molto e anzi sover chiamente relativo. Nella scienza sol gl ignoranti dommatizzano assoluta 156 CERTEZZA mente; ma gli uomini civili e colti du bitano sempre con discrezione, ammae strati come sono dalla dolorosa espe rienza del passato. La certezza morale quella è, infi ne, che altrimenti chiamasi certezza storica, la quale essenzialmente riposa sulla testimonianza e sull' autorità di uomini competenti (V. AUTORITÀ). Già s'intende che questa certezza non ha nulla di assoluto, ed anzi più pro priamente dovrebbe dirsi massima pro babilità, avvegnachè sia molto proba bile che gli storici dicano sempre il vero, ma non sia altrettanto certo. In buona filosofia vuolsi distingue re la certezza dalla verità; imperoc chè la prima è la coscienza subbiet tiva che ha ogniuomo, che la tale o tall altra cosa sia vera, mentre la verità può anche essere puramente obbiettiva, senza giungere nella no stra mente al grado di certezza, E in questo senso può dirsi, che vi sono molte certezze non vere, come vi sono molte verità non certe. Infatti il con fondere, come molti fanno, la certezza colla verità, è error massiccio, impe rocchè altro è il credere che una cosa sia vera, altro è che essa lo sia,effet tivamente. E per quanto grande sia la nostra convinzione di aver raggiunta la verità essa non toglie che i secoli e le nuovescoperte distruggano molte certezze e scoprano l'errore laddove prima non vedevasi che verità. giosi o metafisici è verità di cui noi siamo o possiamo essere assolutamen te certi. Ben giova distinguere però fra gli scettici parecchie gradazioni; imperocchè non tutti affermano riso lutamente che certezza non vi sia, ma ipiù riconoscono che questa certezza è puramente relativa ai nostri mezzi di percezione, e in ogni caso, se non é tutta, è certamente parte della verità, o per lo meno rappresenta tutto quel tanto della verità che a noi è dato di percepire. Un eguale principio era quello che guidava gli stoici antichi all' affermazione del loro dommatismo; imperocchè fondandosi sulla stessa te stimonianza di Zenone essi dicevano che ogni percezione chiara e distinta risultando esattamente conforme alla cosa percepita, deve tenersi come un segno della verità, essendovi uno stretto enecessario legame tra la cosa perce pita e la percezione che si riceve. Non consideravano però che,per confessio ne dello stesso Zenone, può aversi o creder di avere una percezione chiara e distinta di una cosa che in realtà non esiste, o che esiste diversamente da quello che si percepisce;poichè, ad esempio, color che sognano hanno spesso percezioni chiarissime sulle qua li talora stanno dubbiosi se siano sta te percepite allo stato di sonno oppur di veglia; chiarissimamente percepisce il dolore nel membro che gli manca colui al quale fu amputato un brac Egli è dunque di capitale momen- cio o una gamba, e noi tutti chiaris to nella filosofia, il sapere se esista simamente vediamo piegato il remo per l'uomo una assoluta certezza, e nell' acqua sebben sia dritto. Vi sono quale ne sia il fondamento. Ma su dunque delle false evidenze, le quali questo proposito la filosofia si scinde ci possono trarre in inganno; per la in due grandi scuole: quelladello scet- qual cosa Protagora, al dir di Cicerone, ticismo, e quella del dommatismo. limitavasi a dichiarare, che ciascuno Nega la prima che esista una certezza deve considerar come vero ciò che ver assoluta per l'uomo e che l'uomo gli sembra. Il qual principio se può es possa credere di averla raggiunta; la sere un discreto accomodamento per la seconda invece afferma il principio op- tranquillità della nostra mente, essere posto e confessa che la cognizione non può unsicuro fondamentodella cer che noi abbiamo diDio, della spiritua- tezza. Meglio ragionava Epicuro quan lità dell' anima e d'altri dommi reli- | do egli giudicava nulla esservi di vero CERTEZZA oltre le immagini sensibili delle cose, che ci si rappresentano siccome vere, e peggio dicevano i platonici quando, a togliere ogni autorità ai sensi, toglieva no alle percezioni ogni criterio di cer tezza, e dicevano non esservi certezza che nelle cose propriamente intellettuali, che sono di giurisdizione del sentimento; imperocchè per questi filosofi nello spi rito trovansi iconcepimenti veri, sempli ci, astratti, costanti esprimenti la vera natura delle cose sensibili; e per conse 157 qual cosa hanno mai conosciuto di certo sulla questione capitale della formazione degli esseri e dell'origine del mondo ? Non èforse vero che su questo soggetto vi sono ancora tra i più grandi uomini tante contraddizioni di sistemi, tanta di scordia di opinioni da non sapere a che appigliarsi ?.... Ma con qual coraggio e per qual fondamento potremo attenerci all'opinione di un solo di questi filosofi e rigettare e condannare i sentimenti di tutti gli altri, il cui numero è si gran guenza lo spirito solo è il giudice le gittimodel vero. Né tal trasposizione nel l'ordine di giudicare può recarci mera viglia da parte dei platonici. Non era forse Platone gran fautore delle idee innate, idee archetipe di tutte le cose, che il nostro spirito deve precontenere prima ancora di nascere al mondo ? (V. IDEE INNATE). Questa dottrina supponeva appunto che iconcetti iquali ci formia mo delle cose già esistono in noi allo stato latente, prima ancora chenoi per cepiamo alcuna cosa col mezzo dei sen si. La quale sciocchissima dottrina pa reva a Platone tanto certa, che egli se n' era fatto adoratore e credeva di scor gervi alcun che di divino. Ma Aristotile non veggendovi altro che un sogno, un delirio umano, si pose a combatterla e la ridusse al nulla. AncheCicerone, nel secondo libro delle Questioni Accademiche, appoggiandosi all' autorità dello scetticismo della scuola accademica e specialmente di Carneade, che per ultimo lariformò, combattè ad oltranza il dommatismo degli avversari. >>> (Locke. Saggio libro III. Cap. 4) Qui Locke parteggia evidentemente, e assai poco logicamente pel dommatismo idea listico; distrugge, cioè, le idee innate, e crea gli archepiti; ma subitodopo ri cade nello scetticismo intorno all' idee delle sostanze, le quali non siamo certi che corrispondano esattamentealla realtà. Ecco le sue proprie parole: (I nervi e la vita, p. 30). Del pari una troppo abbondante copia di sanguepro duce eccitazione soverchia e follia, on d'è che il dott. Parry giunse a far ces sare gli eccessi di follia comprimendo la vena giugolare, e Flaming applicando invece lo stesso trattamento ai sani pro dusse il sonno, con sogni febbrosi (Rivista Britann.). Anche una corrente elettrica mandata attraverso al cervello, per solito, produce il sonno, causa la contrazione dei vasi sanguigni, eccitati dalla elettricità. I quali fatti tutti ci spiegano il perchè, le persone di temperamento sanguigno e quelle che hanno il collo corto, per solito, siano più appassionate e focose delle altre, nelle quali o il sangue non abbondante oil collo lungo non consentono a que sto liquido vivificatore di eccitare so verchiamente il centro nervoso. Ai piccioni possono recidersi in tutto o in parte i lobi cerebrali senza annul lare le funzioni della vita animale. An nullasi invece ' intelligenza, e le bestie così operate perdono la facoltà di cer care gli alimenti e di cibarsi, onde ri mangonsi immobili, come assonnate e imbecillite. Le funzioni della respira zione e della circolazione continuano non menche quella della digestione; gli or gani della vita animale assorbono e se cretano tuttavia; ma l' organo del pen siero essendo distrutto, distrutte son pu re in loro e la volontà e le tendenze, e quelli che con nome impropriosi dicono istinti. Ma se l'animale vien nutrito ar tificialmente, il cervello si riproduce ta lora a poco a poco, e col cervello rina scono le sensazioni e l'intelligenza. Questo esperimento ilBernard ha chiamato rein tegrazione per rigenerazione organica. Ma il Flourens prima di lui aveva già osservato che le galline alle quali veniva asportato il cervello perdonotutti gl'istin ti; e quellafula primaprova della stretta e inseparabile relazione che esiste tra l'azio nedelcervelloe laproduzionedelpensiero. Questa stessa relazione rivelasi con non minore evidenza nell' anatomiacom parata, imperocchè confrontando fra di loro i cervelli delle varie specie animali, acquistasi laconvinzione che quelle spe cie soltanto hanno più grande intelli genza, le quali sono dotate dei mag giori cervelli. Non ricerchisi nel pesce le forme complesse del ragionamento: lad dove appenasi trovano i primi rudimenti del cerebro è già segno di grande intel ligenza il riunirsi, come fanno i carpio ni, al suono del campanelloper ricevere il nutrimento. Negli uccelli vi è progres sione d' intelligenza, e nei mammiferi ancora maggiore. Ma i mammiferi più bassi mancano di circonvoluzioni cere brali: esse appariscono nei pachidermi, sono più grandi nei carnivori, più gran di ancora nelle scimmie e nell'uomo. > Dopo avere invano sollecitato dal ministro Guizot l'instituzione di una cattedra di storia generale delle scien ze fisiche e matematiche, nel 1842 ot tenne il posto di esaminatore e sup plente alla scuola Politecnica, che per dette poi per alcuni violenti attacchi contro Arago. Contro Mill che aveva aderito pienamente al positivi smo, Comte ebbe nel 1843 una pro fonda divergenza a proposito della condizione della donna, alla quale egli contesta ogni eguaglianza con l'uomo, e dichiara intellettualmente inferiore, mentre poi più tardi vorrà emanciparla dall'uomo anche nel processo delia fe condazione. Il signor Littrė pone all'anno 1845 il secondo periodo della vitadi Comte; e il suo retrocedere alla teologia e al metodo subbiettivo vuol far coincidere con una nuova crisi cerebrale. Mabi sogna convenire, checchè si dica in contrario, che una assoluta coerenza non pare che siamai stato il retaggio di questo filosofo, e che questo secon do periodo non presenta altri caratte ri che latendenza a simboleggiare gli enti naturali e a costituire una nuova religione avente perbase l'adorazione della natura e della umanità. Cadono dunque in questo secondo periodo della vita di Comte la sua Politica Positiva, tori, li incarica di conservare il suo appartamento tal quale, acciò serva nientemeno che al Culto dell'umanità; di dare unapensione alla sua dome stica, a cui dovevano passare in pieno possesso tutti gli averi suoi, salvo la mobilia e la biblioteca, e di pagare infine i suoi debiti, che ascendevano a circa 10,000 lire, e pei quali non rima neva naturalmente alcun fondo dispo nibile, dal momento che Comte dispo neva altrimenti dei suoi averi. Quan tunque il testamento fosse annullato dai tribunali, il suo appartamento fu, com' era desiderio del maestro, conser vato al culto dei suoi discepoli, i quali anche oggidi, sebbene innumero scar sissimo, si radunano in quel luogo per celebrarvi il « culto dell'umanità ». La dottrina filosofica di Comte sarà espo sta all'articolo POSITIVISMO, Concetto. Secondo la filosofia di danon confondersi con quellagiàpub- Kant sono idee i soli principii assoluti blicata nel Catechismo di Saint-Simon; della pura ragione, e intuizioni le per la Sintesi subbiettiva; il Catechismo Po- percezioni dei sensi. Ma vi sono idee che sitivista, o sommaria esposizione della religione universale; la fondazione della Società Positivista compiuta nel 1848; e la costituzione definitiva dela Reli gione dell' umanità di cui egli si era costituito gran prete e il cui tempio, per il momento, fu la tombadiMada ma di Vaux, per la quale egli aveva concepita una viva passione. Negli ultimi tempi dellasuavita, contrariamente ai più elementari pre cetti del positivismo, Comte si votava volontariamente ad una astinenza as surda: trattavasi sempre con gli stessi cibi, si inibiva il vino, il caffè, e tutti itonici,credendo di prolungare i pro prii giorni, ma nonriuscì ad altro che a dimagrarsi straordinariamente e a produrre un cancro del tubo digestivo, che lo trasse alla tomba il 5 settembre del 1857. Abituato a dirigere i suoi di scepoli senza pur discutere o ad essi spiegare le sue idee; egli non fumeno assoluto e meno ingiusto nel suo te stamento, nel quale nomina 13 esecu non sono nè pure sensazioni, nè principii assoluti; e questi Kant chiamò concetti, (begreifen),edivise intreserie: 1º Concetti puri, che nulla attingono all'esperienza; 2º Concetti empirici che interamente ri posano sulla esperienza ; e 3º Concetti misti, composti dall'esperienza e dall'in telletto. Appena è necessario accennare quanto sia arbitraria una tale divisione, inquantochè non esiste una sola idea, sia pur essa oscura o chiara, la quale non sia innanzi tratto percepita coll' espe rienza. Le idee di causa, di tempo e di spazio che Kant pone traiconcetti puri sono anch'esse acquistate col mezzo dei sensi. (Vedi IDEE INNATE ) Tra noi, filologicamente, concetto è meno generaledi idea eval più di perce zione, laquale è la primaimpressione che l'intelligenza riceve dagli oggetti esterni . Ma l'impressione non basta a produrre il concetto, il quale suppone una ulte riore operazione dell'intelletto per com prenderla e rischiararla. Chiunque sia dotato d'orecchi può avere Fimpressione 1 CONCILIO del suono; ma a niuno è dato di avere ungiusto concetto del suono, se non sa che esso risulta da undeterminato nu mero di vibrazioni dell'aria, che stanno inuncerto rapporto con la natura e la intensità dei suoni. 173 che l'aveva generata, rinnoverà la mede sima sottigliezza, distinguendo una cer tezza subbiettiva puramente ontologica, la qual s'ignora se corrisponda alla re altà delle cose che sonofuori di noi. (V. CRITICISMO) Concettualismo. Nomedato ad una cotal sorta di filosofia-teologica del di MARIA VERGINE. medio evo, laquale tenevail posto medio fra le altredue scuole opposte: il nomi nalismo e il realismo. (vedi questi nomi). Reputasi cheAbelardo siail fondatore di questa scuolache il Cousin dimostrò dis sentire dal nominalismo soltanto per una questione di parole. Disputavasi al lora fra realisti e nominalisti per sapere se gli universali, ossia i concepimenti empirici, generali, astratti, siano cose reali oppur semplici nomi inventati dal nostro intelletto per avere una ordi nata classificazione delle idee; e i primi sostenevano la realtà obbiettivadi questi concepimenti, mentre i nominalisti, per la bocca del loro maestro Roscelino, stando per l'opposto partito, tutti gliuni versali riducevano asemplici nomi sprov visti d'ogni senso. Un sol discepolo di Roscelino, Abelardo, ribellossi alla teoria del maestro, e spinto forse dalla sma nia di distinguersi, e di dare il suo nome ad unanuova scuola, fra i conten Concezione immacolata.Ve Concilio. Il Bergier così definisce il concilio: >(Bos suet. Storia delle Variaz. lib. VII. 24). Nei primi secoli della Chiesa, la confes sione era essenzialmente pubblica, e fa cevasi ad alta voce da tutti i fedeli nella Chiesa, come oggidì ancora si suol fare fra gli anglicani. Ma inquei tempi doveva ciascuno le sue colpe, anche più segrete e scandalose, rivelare alla Chiesa da Dio il suo perdono. Questa obbliga zione fu però mitigata in processo di tempo, acciocchè la confessionepubblica rende testimonianza dell'abolizione di tale confessione, e ne vanta la saviezza con queste parole: >> (Omelia 30)E nell'Omelia28, spiegando le paroledall'Apostolo La fantasia dicostoro nonrisparmia ipotesi alcuna. > Burchard ci insegna anche come le donne venissero interrogate. > scono Ma ecco altri orrori ad un tempo vergognosi e ridicoli, perchè si riferi a sortilegi femminili? > Aquesto punto lo schifo mi farebbe cader di mano la penua. Per buona sorte le mie citazioni non andranno più oltre su queste materie infami. Ma che scuola, che teologi son quelli del medio evo ! Sì, e questa scuola fu in onore per più di cinque secoli. CONFESSIONE V'ho citato il vescovo di Worms edovete ben argomentare che deplo rabili effetti l'auricolar confessione pra ticatacon questo metodo dovea produr re sui costumi. 183 se questi pensieri o questi piaceri non l'indussero aqualche azione disonesta; se confessa averne commessa qualcu na gli domanderà che azion fosse, e di che modo e con chi la commise. Devesi Per rimaner sempre nel vero e non riferire che testimonianze di incontra stabile autorità nella Chiesa, citerò la Somma angelica (Summa angelica) del reverendissimo padre frate Angelo Cla vasio dell'ordine dei frati minori, morto nel 1495. Il libro di questo religioso, vero manuale del clero secolare, specie di teologia in succinto, fu stampato almeno unaventina di voltenel secolo XV. L'ediziou principe comparve a Ve nezia in 4.º nel 1476. L'articolo prin cipale di questo famoso libro ha per titolo : Interrogationes in confessione, dove vengono in scena icasi gravi che già abbiamo veduto, e che non mi par verodiommettere.Ma già si capisce che il nostro gran teologo non intende che si risparmino anche sur un solo le in terrogazioni de opere luxuriæ. Un libro dello stesso genere maad uso moderno è la Mechialogia,trattato dei peccati contro il sesto e nono coman damento, e di tutte le questioni matri moniali che vi si riferiscono, del reve rendo padre Debreyne, prete e religioso dellaGranTappa,dove ilreverendotrap pista incomincia il suo lavoro dicen do: « Terrem dietro alla umanitànella via fangosa delturpevizio della carne» Tale era lavocazione del padre De breyne nel chiostro; ed eccone il suo metodo: > > Domandasi se chi mostra tanta pe rizia nell'arte dell'impurità, possa egli stesso esser puro, se il sacerdote co stretto a passare il suo tempo sopra questi casi di oscenità, alcuni dei quali sono anche impossibili, non finiscano col perdere fin la coscienza del loro pudore. E dato che frammezzo a tante sozzure abbiano potuto passare imma culati, domandasi se giovani sacerdoti nei quali già i stimoli della natura protestano contro il voto di castità, po tranno senza pericolo e senza pena, udire in confessione gli accenti di una francesi han ragione di così scrivere, poi chè il loro e avendo suono diverso, pro nunciasi press'a poco come la nostra Z ( Confus). In cinese Khoung-fou-tseu. Nacque nel villaggio di Chang-pingnella Cina, 551 anniprima diG. C. L'infanzia di questo filosofo di fama mondiale, come quella di tutti i grandi uomini dell'an tichità, si perde fra le innumerevoli fa vole colle quali i suoi biografi la vollero illustrare . A 20 anni fu eletto primo ministro del regno di Lou, suo paese natale, ebbe la sopraintendenza dei grani e delle bestie, la qual carica abbandonò dopo non molti anni, ondeviaggiare nei piccoli regni nei quali laCina era allora giovindonzella che confessalesue col-| divisa. Vogliono alcuni che questo suo pe, se potranno senza tremito della voce e convulsione delle labbra, interrogare le penitenti sulle circostanze di fatto e di tempo che accompagnarono la con viaggio avesse lo scopo di condurlo a Laotseu, altro filosofo suo contemporaneo; altri invece gli attribuiscono il pensiero di riunire in un solo stato le varie sumazione del peccato. Quali orrende torture per un'anima condannata a non mai provare le dolcezze dell'amore ! E quantipericoli per un uomo obbligato a strappare dalle pudiche labbra di una leggiadra giovanetta una confessione di debolezza! Bendiceva S. Tommaso, che certo avràprovate molte di queste ten tazioni: « Le anime dedite alla pietà, sulle prime non accorgonsi di questo processo, poichè il demonio guardasi bene dal lanciare da principio strali avvelenati, ma usa dardi che lievemente pungono il cuore. Presto cessano i trat tenimenti angelici, e comportansi quali esseri compaginati di carne. Avviene uno scambio di sguardi fra loro, poi s' indirizzano lusinghevoli accenti che s'addentrano fino all'animo, e che pur sembrano procedere dalla primiera de vozione; infine è reciproco il desiderio di trovarsi insieme. In questo modo, conchiude l'Angelodellascuola, la divo zione spirituale si converte in passione sensuale. Quanti virtuosi preti diserta rono la religione e Dio stesso, vittime di cotali affezioni originate dalla pietà ! >> Confazio e non Confucio, corru zione del nome francese Confuce. Ma i potenze della nazione. La mala riu scita dei suoi sforzi lo persuase ad ab bandonare il mondo; si ritrasse nella solitudine con pochi fidi discepoli, e spese il suo tempo a raccogliere e rive dere i King, libri sacri dei Cinesi, che già fin d'allora si reputavano di una grande antichità. È oggetto di antica controversia il sapere se Confuzio insegnasse l'esistenza di un Dio; ma intorno a questo punto sì grandi e numerose sono le testimo nianze che lo negano, che il manifestare una contraria opinione sarebbe temerità. Forse in gran parte devesi l' opposto av viso alla divulgazione dei libri Cinesi fatta dai gesuiti, i quali, com'è noto, sì bene s'insediarono nella corte di Pekino, che ogni lor cura fu diretta a far ve dere agli attoniti Europei, quanto poco dovessero alla lor coscienza ripugnare i principii religiosi della Cina, traviati sì, ma pur sempre derivati dall'eterna rive lazione di Mosè. Ma un celebre prelato, il vescovo diConon, il quale non era ge suita, e che vivendo in quel paese era in grado meglio d' ogni altro di com prendere lo spirito della religione cinese, così nel 1699 esprimevasi intorno alle cre CONFUZIO denze di questo filosofo: ( Hist. de la Philosophie Payenne T. I. p. 23) Per quanto sia d'antica data questa lunga citazione sulla filosofia di Confu zio, mi pare che imoderni studi abbiano nulla rivelato, nulla aggiunto all' opi nione del vescovo di Conon. Quel che riman certo si è, che per Confuzio e per tutta quanta la filosofia Cinese, la po tenza è strettamente congiuntacon l'u niverso materiale, che sopra la terra vi è il Cielo o Thien, e il Thien si con fonde conquel Sciang-ti che è sinonimodi supremo imperatore, di sommo edi pa dre. Ma questapersonificazione del Cielo nonhacarattere veramente filosofico: e i filosofi speculativi della Cina tant'erano Confuzio non solo era ateo, ma ch'egli ha sì fortemente inspirato l' ateismo ai suoi settatori, che mill' anni dopo non se ne trovò pur uno che non fosse ateo quanto il maestro. Tutti hanno letto | che pensar si dovesse dell' anima dopo lontani di credere a una potenza perso nale superiore alla natura, ch' essi non ebbero idea di pene o di ricompense oltre la vita, e Confuzio stesso, richiesto questo bel passo di Confuzio, e fratanti fedeli adoratori della sua dottrina non ve ne fu un solo il quale si avvedesse cheinquelpasso e in tutti gli altri che i gesuiti sogliono citare, non si parla d'altro che di un cielo materiale, ch'essi la morte, rispose che l' affermare o il negare ch' ella fosse conscia di se era cosa egualmente dubbia e pericolosa. >> da cui il giorno dopo accettò la ca rica di consigliere di Stato, durante i cento gicrni ! Caduto Bonaparte fu ab bastanza fortunato per farsi cancellare dalle listedi proscrizione. Rientrò quindi nelle file dell'opposizione parlamentare é si voto a tutti i partiti che potessero un'opera intitolata: Della religione con siderata nella sua sorgente, nelle sue forme e nel suo sviluppo (Parigi 1823) dove a chiare note si vede quella conti nua indecisione, e quella doppiezza che propriamente convengono al diplomatico, non al filosofo. Nega alla religione ogni carattere rivelato, ma si affretta a sog giungere, che la rivelazione è impressa nel cuore. « L'uomo, dic'egli, non ha d'uopo che di ascoltare se stesso e tut ta la natura che gli parla con mille voci, per essere invincibilmente condotto alla religione Il principio della verità non è nè il ragionamento, nè l'autorità, ma il sentimento ». Di questi luoghi co muni di cui tanto abusano i poeti-filo sofi dei nostri tempi, son piene le opere di Constant, il quale negando ogni au torità sacerdotale vuole che essa « non possa tentare di inceppare, nè pure di accelerare i miglioramenti portati alla religione per gli sforzi della intelligen za ». L'uomo disdegna le magnificenze delle cerimonie, esso non si occupa che del culto dell'Essere Infinito.... Una per cezione indefinibile sembra rivelarci un essere infinito, anima, creatore, essenza del mondo, poco importando le denomi nazioni imperfette che ci servono per designarlo ». Di leggieri si scorge quanto fosse superficiale una filosofia che reg gevasi sopra fondamenti così poco defi niti e così ambigui. I chiaroscuri, la pieghevolezza e la grazia delle frasi co stituiscono tutto il nerbo di cotesta scuola effeminata, che parla al senti mento, non mai alla ragione. Questafi losofia che evita tutte le angolosità, che piaggia tutta le scuole, e che le sue a spirazioni liberalilascia intravvedere come radi lampi di luce attraverso a un infi nito numero di sentimentali reticenze, fu con grandissimo successo adottata da tutti gli uomini politici che ebbero va 188 CONTEMPLAZIONE E RIFLESSIONE ghezza di acquistarsi fama di profondi pensatori e di filosofi. Noi abbiam ve duto qual successo abbia avuto per Con stant, e sappiamo, qual fama immeritata abbia dato a Vittor Hugo, Quinet, Maz zini, i quali (fatta la debita proporzione tra la volubilità politica del primo e l'onesta vita dei secondi) seguirono le orme sue. Il fatto si è, che cotesto modo di filosofare col sentimento, oltre che ap paga unbisogno delle deboli intelligen ze, le quali sono sempre il maggior nu mero, lascia insolute tutte le questioni, degli uni ottiene il plauso, degli altri evita l'odio ; il perchè tutti vi trovano dentro alcuna cosa buona, e pei più esi genti non mancano frasi, che torturate nella debita maniera, non possano essere intese nel senso che ad ognuno piace di leggervi dentro. Penetrato dalla coscienza che l'uomo politico deve piacere al maggior nume ro, e a nessuno dispiacere, Constant a busò di questo metodo, l' eccellenza del quale pare a molti confermata dal suc cesso. « Il sentimento religioso è sempre favorevole alla libertà » Tal è la sen tenza di Constant, il quale rende poi a se stesso questa testimonianza, che « nes suno prima di lui non aveva contemplata la religione sotto l'aspetto del sentimen to ». Per quanto poco intrepida fosse cotesta filosofia, parve tuttavia al suo autore ancor molto ardita, avvegnachè in un libro postumo pubblicato da Mat ter nel 1833 col titolo : Politeismo ro Constant era vissuto in tempi che aper tamente smentivano siffatte conclusioni. Egli aveva veduto l'incredulità degli en ciclopedisti precorrere la grande rivolu zione che doveva rovesciare l'antico feu dalismo e liberare gliuomini da un giogo secolare; egli aveva ancor veduto spe gnersi questo fuoco di libertà sotto la dominazione di Napoleone ristauratore del cattolicismo, e con Luigi XVIII sta bilirsi l'assolutismo della santa alleanza. Strana libertà era quella che portava il risorgimento del fervore religioso! Questo regresso era d'altronde atte so, avvegnachè già fin dal 1811 egli scriveva al signorHochet: >> (Nuovi saggi. Introd) Non si può ne gare che la spiegazione sia ingegnosa e sottile e non debba mettere in grave coscienza dell'io, ossia la coscienza che noi abbiamo delnostro essere, sia con tinua, sempre viva e presente a se imbarazzo i cultori della filosofia spe culativa. Quanto allascuola sensualista, essa può facilmente rispondervi dicen do, che il nervo acustico percepisce solo i suoni determinati da un certo numero e da unacertaintensità di vi brazioni; oltre quel limite non vi è percezione, ondechè se il nostro orecchio sente il rumore di 100,000 onde, non così può dirsi che senta il rumore di ciascuna onda. Il movimento vibratorio percepito è essenzialmente uno, cioè il risultante dai movimenti parziali, sepa ratamente impotenti a produrre un'a zione sul nervo. Quindi giustamente si può dire che i movimenti non avvertiti, nemmen sono sentiti; imperocchè non basta che le vibrazioni del suono o della luce o di altro qualsiasi movimento si comunichino a un nervo per essere sentiti, occorre anche che il cervello, organo centrale della percezione, age voli l'azione fisiologica di quel nervo, e, per così dire, sidisponga a ricevere la sensazione. Egli è perciò che chi è stessa. Iu altre parole, domandasi se in ogni istante della vitanoisappiamo di esistere. E ben a ragione si fa questa domanda, avvegnachésia indubitato, che se la coscienza é, come si pretende, ilri sultato di un esseresemplice,uno,nondi visibile inparti, debba ognora agire, non mai fermarsi, non ammettere divisibilità di tempo né disensazione. Or gli spiri tualisti affermano che così avvenga, e lo provanopure affermando che la coscien za dell'io è essenzialmente una eindivisi bile, onde tutte le sensazioni vanno a riunirsi in un punto solo, il qualeha la coscienza dell'essere. Or, dicono essi, se questo punto centrale fosse mate riale dovrebbe essere esteso, ma ciò che è esteso è composto di parti e non può dareuna sensazione unica, non può darci quel sentimento unitario per il quale, nell'atto di percepire le cose e sterne,noi sappiamo di percepirle, e ac canto all'oggetto percetto abbiam sem pre il sentimento del soggetto che per cepisce. Per spiegare questo sentimento che costituisce la coscienza, conviene ammettere che dietro agli organi mate riali della sensazione, vi è un substrato spirituale, non esteso, non composto di parti, il quale riunisce concentra in un punto solo, in una sola unità, tutta la varietà e la molteplicità delle sensa 197 Il Prof. Schiff ha bene e giustamente risposto all'obbiezione di Lotze, il quale afferma che noi sentiamo esistere in noi stessi, una unità consciente delle zioni, e produce infine quel sentimento unitario che ci fa dire : io sento, io penso. Maperò è unavera astrazione degli spiritualisti quella per la quale essi credono che in noi esista veramente quelsentimento misterioso, indipenden te dalla sensazione,che ci dàlacoscienza dell'esser nostro. Glidealisti stessi della scuola di Berkeley, e perfino Hegel hanno dimostrato che l'io è un essere puramente fenomenale, prodotto in noi dalla sensazione e strettamente con la sensazione congiunto; e che quando dall'idea dell' io si toglie quella di sen sazione, più non ci resta che una vaga idea astratta, senza determinazione, idea che è identica collo zero assoluto. Non so con qualfondamento ilProf. Schiff nella sua Cenestesi abbia scritto che questa negazione dell'io non rimane senza opposizione,specialmente da parte del materialismo. Il materialismo si ac corda anzı assai bene con la teoria sen sualistica, e non può quindi in nessuna maniera consentire a separare la sen. sazione dalla coscienza: esso sa troppo bene che noi acquistiamo la coscienza dell' essere allora soltanto che eserci tiamo i nostri sensi, tantochè sentire e sapere di sentire sono per noidue fatti contemporanei che si confondono in un solo concetto. Laddove non vi è sensa zione non può nemmen esservi coscien za; sebbene possa esservi vita chimica o vegetativa ; e questo fatto chiarisce ancora il materialismo che la coscien za dell'io entra in noi per la porta dei sensi. Il materialismo non poteva dunque combattere Berkeley per avere avanzata questa negazione, ma sì piut tosto ha combattuto il suo eccessivo idealismo col quale negava alla materia ogni realtà. molteplici sensazioni che proviamo. Or questa unità, questo punto dove con vengono e si uniscono tutte le sensa zioni per costituire l'unità dell' io, per quanto si possa concepire piccolissimo, èperò sempre esteso, e come tale può essere rappresentato come costituito di parti, come formato con faccette ed angoli, ciascuno dei quali forma una individualità separata. A menochè dun que questo punto non corrisponda a quello ipotetico dei matematici, non abbia, cioè, nessuna dimensione, noi nonpotremo mairappresentarcelo come il substrato per mezzo del quale si con centrano in una unità tutte le sensa zioni e si costituisce la coscienza del ' io. A siffatta obbiezione di Lotze, si può facilmente rispondere negando assolu tamente ogni substrato della materia, la quale trova in se stessa il principio della sua azione. Se l' io costituisce ve ramente una unità indivisibile, come pretende Lotze, egli avrebbe ben ra gione di negare, che un punto mate riale qualsiasi possa essere il centro di questa unitàconsciente; ma nella realtà ifatti ben ci dimostrano che questa in divisibilità dell'io non è altro che una idea metafisica non conforme al vero. Chi è assorto in profonda meditazione avverte appena il dolore che gli si ca giona se questo non è così grave per poterlo distrarre. Sol quando egli esce dalla preoccu pazione ricorda il dolore provato, e al lora soltanto riacquista l'idea dell' io, che lo sentiva. Mentr'io sto esaminando con interesse un fatto che può con durmi alla verità, non penso guari al mio io; io sono per così dire fuori di me, non penso che agli oggetti delle mie ricerche, ed appena so se io esi sto. Se un vestito stretto alla vita mi importuna, in quel momento il mio io è rappresentato da quella parte del corpo che sente l'impressione, dal ven tre o dal petto; se sono ferito penso alla sola parte ferita ed è essa sola che in quel dato momento rappresenta il mio io; se mi metto iguanti il mio io momentaneo è la mano, ecc. Dopo un centesimo di minuto secondo la mano potrà rammentarmi il braccio, lavambraccio, le gambe,la testa, e in fine generalizzare l'idea dell'io a tutto il corpo. Ma questo fatto non è imme diato; è soltanto mediato, successivo e interrotto da grandi lacune. Avviene in questi casi come nella storia e in tutte le associazioni di idee, che sicon nettono: la mia storia, può ricordarmi quella del mio paese, questa la storia così rapida che sfugge alla percezione nostra, di guisachè scambiamo facilmente la successione colla simultaneità. >> EPlinio ( Storia Nut. lib. I. Cap. 2 ) soggiunge: « Egli è da credere che il mondo, e questo che con altro nome ci è piaciuto di chiamar cielo,dal cui giro tutte le cose son coperte, sia una divi nità eterna, che non deve mancare mai. Egli è sacro, eterno, immenso, tutto nel tutto, anzi egli è proprio il tutto finito, e simile all' infinito. Non appartiene certo agli uomini, nè cape nelle con getture dell' umana mente, il voler in vestigare le cose estrinseche di esso ». Anche l'Antico Testamento si uni forma all' universale concetto della filo sofia pagana, perciocchè il primo versetto della Genesi nel testo ebraico ha un senso ben diverso da quello che gli è attribuito dai traduttori e commentatori. Laparola barà che si traduce per creare, dice il Larroque, non significa produrre dal nulla, ma nel concetto principale esprime tagliare, colpire, ed offre i si guificati secondari di formare, produrre, generare. Siffatta interpretazione che ri sponde al vero spirito della lingua e braica è d' altronde confermata dalla Genesi stessa, laddove l'autore usando la stessa, parola, dice che Dio formò (bard) l'uomo. Ove questo vocabolo ve ramente esprimesse in questo caso il senso di creare, implicherebbe contraddi zione. Anche la Sapienza, libro ebraico inscritto nel canone dal Concilio 'di Trento, insegnando che la mano di Dio da informe materia ha creato il mondo (XI, 18) prova che lo spirito della reli gione giudaicaammetteva l'ipotesi di un caos primitivo. Il nichilismo del cristianesimo trova dunque il mondo poco preparato a rice vere la sua dottrina della creazione, e il dualismo prevalente nelle prime eresie cristiane con Ermogene, Saturnino e Marcione ( vedi questi nomi ) rappresen tava lacoordinazione del nuovo domma coll' antica filosofia. Tutti gli sforzi de gli antichi padri della Chiesa sono di retti a combattere cotesta risplendente verità, che a loro pare errore. Lattanzio contro Cicerone ( Instit. ). Tertulliano contro Ermogene, Origene contro Marcione affastellano argomenti per distruggere il fondamento di questa filosofia. Origene lo dice chiaro: il sen timento della eternità della materia di vide i pagani dai cristiani ( Omelia XIV ); prima d'ogni cosaegli vuol che si creda a un Dio che tutto ha tratto dal nulla. Sopra questo punto il cristianesimo non transige e l'unanime consentiniento della Chiesa si smarrisce in ogni altro domma, ma in questo risplende. Gli antichi pa dri possono errare, smarrirsi, far l'ani ma eziandio materiale, (vedi ANIMA )ma in questo si accordano, che tutto ciò ch' esiste è tratto dal nulla. Dio solo è il principio dell' esistenza, ed egli regna nel cielo cristiano senza rivali. « Dio, dice Tertulliano confutando il dualismo di Ermogene, non avrebbe potuto ser virsi della materia nella sua qualità di padrone del tutto. Dio è padrone del tutto in quanto ha tutto creato, la ma teria come il rimanente; ma se Dio non CREAZIONE avesse creato la materia, se la materia fosse eternamente esistita come Dio ed 203 dimostrarela nullità di tutti i concepi menti umani intorno al principio delle indipendentemente da Dio, egli non ne sarebbe stato il padrone, non avrebbe avuto alcun potere sovra di essa ». La filosofia cristiana ben ragionava contro i dualisti: poichè a che giova l'ammet tere due principi coeterni, uno attivo e l'altro passivo ? Non ci basta forse una eternità sola, e non è anche questa di troppo per capire nel nostro cervello ? L'error degli antichi consisteva nel con siderare la materia siccome un essere passivo, privo di movimento, incapace quindi di produrre la vita. Quest'anti tesi è tolta ormai dalla nuova maniera di considerare il mondo e le forze che lo dirigono, e d'innanzi a questo indi rizzo della filosofia, il dualismo e il dei smo divengono egualmente assurdi e in concludenti. E nondimeno chi avrebbe mai creduto che nei tempi nostri do vesse sorgere una teoria ancor meno concludente e con ella uomini più in, cludenti ancora per innalzarla agli onori dell' accademia? Non abbiamo noi veduto Hegel e li Hegheliani farneticare conscon finate astrazioni e riporre ' universal principio dell' esistenza in qualche cosa di diverso da tutto ciò che esiste, in ciò che non è sostanza, nè causa, nè essere, e che per non sapersi con adatte parole definire, si chiamò non essere puro ; principio sempre presente a se stesso, la cui immutabilità s'intitola processione dialettica ? La pazzia ha i suoi gradi, ma quella diHegel doveva essere molto cronica perch'egli non si avvedesse, che creando nomi nuovi, noncreava sostanze nuove e nuove essenze, e che il suo non essere puro era propriamente un non essere davvero, dal qualefaceva procedere l'esistente. Contro queste astrazioni che si risol vono in meri giuochi di parole e che alcuni non si peritano di chiamarepro fondità, non vi è miglior rimedio di quel materialismo scientifico cotantodisprezza to, ilquale,s'anco nonavesse maggiorime riti, nessunogli potrebbecontestarequello cose. E per verità, sulla creazione non vi è filosofia che parli più chiaro e con una più insinuante evidenza del materialismo. Esso dice: le leggi del pensiero neces sariamente ci inducono a ricercare in tutte le cose un principio, ma la ragione di questa tendenza non riposa già, come vorrebbe la metafisica, in una certa quale prescienza dell'assoluto propria del 1' anima nostra; anzi essa riposa sopra un fatto puramente relativo, contingente, affatto transitorio e che rappresenterebbe piuttosto la negazione dell'assoluto. Una volta ammesso che noi non abbiamo idee innate e che tutte quelle che pos sediamo le abbiamo acquistate colla e sperienza (vediIdee innate), è necessario che anche l'idea di un principio non ci sia pervenuta in altra maniera. Infatti perchè mai noi pensiamo ad un princi pio? Perchè tuttele contingenze fenome niche che noi osserviamo ebbero princi pio e fine. Di tutte le forme che e sistono nessuna è eterna, e in un tem po più o meno lungo l'osservazione ci attesta che tutte cambiano e si trasfor mano. Noi stessi abbiamo principio e fine, ed è perciò che siano naturalmente con dotti a dare un principio e una fine a tutte le cose che vediamo. Ma possiamo noi applicare questa regola all'assoluto? Qui tutte le filosofie, tutte le scuole si accordano,perciocchèl'intelligenzanostra finita, intendere non può le cause infi nite, e unae il rimanente; ma se Dio non CREAZIONE avesse creato la materia, se la materia fosse eternamente esistita come Dio ed 203 dimostrarela nullità di tutti i concepi menti umani intorno al principio delle indipendentemente da Dio, egli non ne sarebbe stato il padrone, non avrebbe avuto alcun potere sovra di essa ». La filosofia cristiana ben ragionava contro i dualisti: poichè a che giova l'ammet tere due principi coeterni, uno attivo e l'altro passivo ? Non ci basta forse una eternità sola, e non è anche questa di troppo per capire nel nostro cervello ? L'error degli antichi consisteva nel con siderare la materia siccome un essere passivo, privo di movimento, incapace quindi di produrre la vita. Quest'anti tesi è tolta ormai dalla nuova maniera di considerare il mondo e le forze che lo dirigono, e d'innanzi a questo indi rizzo della filosofia, il dualismo e il dei smo divengono egualmente assurdi e in concludenti. E nondimeno chi avrebbe mai creduto che nei tempi nostri do vesse sorgere una teoria ancor meno concludente e con ella uomini più in, cludenti ancora per innalzarla agli onori dell' accademia? Non abbiamo noi veduto Hegel e li Hegheliani farneticare conscon finate astrazioni e riporre ' universal principio dell' esistenza in qualche cosa di diverso da tutto ciò che esiste, in ciò che non è sostanza, nè causa, nè essere, e che per non sapersi con adatte parole definire, si chiamò non essere puro ; principio sempre presente a se stesso, la cui immutabilità s'intitola processione dialettica ? La pazzia ha i suoi gradi, ma quella diHegel doveva essere molto cronica perch'egli non si avvedesse, che creando nomi nuovi, noncreava sostanze nuove e nuove essenze, e che il suo non essere puro era propriamente un non essere davvero, dal qualefaceva procedere l'esistente. Contro queste astrazioni che si risol vono in meri giuochi di parole e che alcuni non si peritano di chiamarepro fondità, non vi è miglior rimedio di quel materialismo scientifico cotantodisprezza to, ilquale,s'anco nonavesse maggiorime riti, nessunogli potrebbecontestarequello cose. E per verità, sulla creazione non vi è filosofia che parli più chiaro e con una più insinuante evidenza del materialismo. Esso dice: le leggi del pensiero neces sariamente ci inducono a ricercare in tutte le cose un principio, ma la ragione di questa tendenza non riposa già, come vorrebbe la metafisica, in una certa quale prescienza dell'assoluto propria del 1' anima nostra; anzi essa riposa sopra un fatto puramente relativo, contingente, affatto transitorio e che rappresenterebbe piuttosto la negazione dell'assoluto. Una volta ammesso che noi non abbiamo idee innate e che tutte quelle che pos sediamo le abbiamo acquistate colla e sperienza (vediIdee innate), è necessario che anche l'idea di un principio non ci sia pervenuta in altra maniera. Infatti perchè mai noi pensiamo ad un princi pio? Perchè tuttele contingenze fenome niche che noi osserviamo ebbero princi pio e fine. Di tutte le forme che e sistono nessuna è eterna, e in un tem po più o meno lungo l'osservazione ci attesta che tutte cambiano e si trasfor mano. Noi stessi abbiamo principio e fine, ed è perciò che siano naturalmente con dotti a dare un principio e una fine a tutte le cose che vediamo. Ma possiamo noi applicare questa regola all'assoluto? Qui tutte le filosofie, tutte le scuole si accordano,perciocchèl'intelligenzanostra finita, intendere non può le cause infi nite, e una successione di cause le une generatrici delle altre all'infinito è tanto poco comprensibile per l'intelletto nostro quanto il concetto di un causa prima esistente da tutta l'eternità. Nondimeno preferiamo attenerci a quest'ultima ipo tesi, siccome quella che più si avvicina alle così dette leggi del pensiero. Ora, supposto che si debba ricercare una causa prima di tutti i fenomeni che ci circondano, e che questa causa renda più chiaro all'intelligenza il concetto di origine (il che non è vero, perchè nel concetto di causa primacontiensi sempre 204 CREAZIONE l'inintelligibile eternità) domandasi se questa causa prima sia la materia op pure un ente che è fuori e che è ante riore alla materia. La metafisica dice che la materia non può essere causa prima, perchè il pensiero necessariamente ci conduce a dare una origine alla ma teria. Ma ognun vede che questa è una pura e semplice,petizione di principio; spiegasi, cioè, la cosa ricercata con la ragione stessa che ci induce a ricercarla. Mad'altronde, ammesso pure che questa causa causarum risieda in una entità che sta fuori della materia, avremo noi spiegata l' origine delle cose? Le leggi del pensiero saranno per questo appa gate? Non ci indurranno forse ancora a ricercare qual sia l'origine di questa causa prima, la quale diventerà perciò avolta sua causa seconda o terza, secondo che piaccia al pensiero di spingere più o meno innanzi le sue investigazioni ? Esiccome il creare delle cause ideali non costa al pensiero molta fatica, così non si saprebbe a qual punto si ferme rebbe. Çiò posto, non è egli più ov vio il fermarsi addrittura alla materia, questo ente sensibile, che vediamo, sen tiamo, e per il quale viviamo? E d' al tronde non vi è poi nessun motivo de terminante che ci possa consigliare que sta scielta? Fra un ente astratto che non possiamo concepire e che sfugge alla percezione di tutti i nostri sensi, e una realtà tangibile che negare non si può, è egli lecito rimanersi in dubbio ? Ciò che vediamo e sentiamo avrà egli per la nostra ragione minor evidenza di una supposta entità, laquale in nessuna ma niera possiamo concepire, in nessuna guisa rappresentare? E poi questa stessa materianon ci dà ella stessa le prove della sua eternità? L' abbiam noi veduta nascere? La vediam noi spegnersi? Non mai: nessuna materia nuova si produce, nessuna si distrugge; e se perfino la metafisica non osa negare che la mate ria nel tempo si produce o si distrugge, come oseremo noi privarladell'attributo dell' eternità, il qual suppone appunto l'ente senza fine? Ben si dice dai meta fisici, che se la materia non si produce nè sì distrugge ora, nulla prova che non siasi prodotta in principio, che non si distruggerà alla fine. Ma con altrettanta logica questa stessa conseguenza puossi applicare all'ente che si vuol sostituire alla materia, avvegnachè nulla ci dice che se esiste ora sia esistito prima, ed esisterà alla fine. L'astrazione dunque non spiega in nessuna maniera la que stione d'origine, e fradue ipotesi quella certamente è più probabile, la quale meno ripugna ai sensi, e vanta, se non altro, l'evidenza del fatto presente. Perfino la filosofia teista è costretta a convenire che l'idea di creazione in tendere non si può con la sola potenza dell'intelletto. S. Tommaso rimproveran do gli antropomorfi che concepire non sanno l'immaterialità,li accusava di non aver saputo elevarsi al di sopra della loro immaginazione; la qual cosa è ancor più chiaramente detta dall' inglese Clarke, ministroprotestante :> (Toledo 633). Se in giorno di digiuno un padrone ciba il suo schiavo con carni, questo sarà libero (Bergham stede 696) . Nè solo la Chiesa tollera e approva la schiavitù; essa ha pure i suoi schiavi. Oltre quelli che nel medio evo per fuggire la tirannia dei signori offrivansi in volontaria servitù ai ricchi conventi e alle potenti abbazie (La Fa rina Storia d' Italia), i bastardi dei preti, saranno schiavi della Chiesa, ed è fatto divieto ai giudicidi affrancarli, quand'an che la loro madre fosse libera (Toledo 658, Pavia 1012) ; i vescovi potranno vendere gli schiavi fuggitivi a lor pro fitto (Adge 506); ma essi non possono CRISTIANESIMO vendere nè gli schiavi nè gli altri beni della Chiesa ( Siviglia 619). Il vescovo non può nemmeno affrancare gli schiavi della sua Chiesa, s'egli non laindenizza altrimenti ; e se nonostante questo di vieto il vescovo affrancherà gli schiavi, il suo successore li ridurrà novellamente in servitù, poichè l'affrancazione non può tenersi valida (Toledo 633). Un altro con cilio di Toledo nel 773 trova necessario di proibire ai vescovi di mutilare i servi della Chiesa, e quello di Francoforte nel 894 vieta agli abbati di accecare i mo naci o altro gregge servo di Dio ». Cio nondimeno ancora nel 1253 il capitolo di Nostra Signora di Parigi avendo get tato in orride prigioni tutti i servi del villaggio di Chateney, sostenne con tro la stessa regina, ch' esso aveva il diritto di vita edi morte sui suoi schiavi (Dulaure); e intorno a quel tempo il vescovo di Cambrai faceva accecare tutti gli schiavi del suo nemico ( Malfilatre. Recueil des historiens de France). Nè si dica che queste massime non sono cristiane, che laChiesa ha subito i costumi del tempo. Ella non ha subito la schiavitù, ma sì l'ha imposta. Ancora nel 1522 il 3º concilio di Laterano dà ai sovrani il diritto di ridurre in servitù i dissidenti, e Gregorio X permette che siano ridotti in servitù coloro che for nissero armi o navigli agl'infedeli. Pro testanti e cattolici si combattono sui dommi, ma si accordano sulla schiavitù. Sentiamo le giurisprudenza ecclesiastica intorno aquesto punto. Bossuet, vescovo di Meaux, sullafine del secolo XVII così scriveva: > Allorchè nel 1792 i commissari per ' incameramento presero possesso del la biblioteca ecclesiastica di Clairvaux, 217 fezione spirituale del cristianesimo, un trovarono all' incirca 2000 manoscritti e 35000 volumi stampati, rinchiusi nelle stesse casse che otto anni prima avevano servito a trasportarli da Dijon, ove era no posseduti dal presidente Bouhier. Fu certamente per un atto di altis simo rispetto all'antichità e alla scienza che quei buoni monaci, durante questi otto anni, avevano religiosamente con servati i volumi nelle stesse casse e in luogo abbastanza umido; poichè all'a prirsi di esse si trovò che i libri erano tutti putridi e in gran parte guasti. Nel 1755 i Francescani di Anversa persba razzarsi d' un impaccio inutile, regala rono al loro giardiniere 1500 volumi, che furono poi venduti ad un erudito inglese pel valore di quattordici mila lire! Moltissimi altri fatti di questo ge nere provano pur troppo quanto i mo naci fossero penetrati dall' importante missione di conservare ai posteri il te soro delle cognizioni con tanti stenti accumulato dagli antenati. Certo, molte e molte opere uscirono dai conventi, molte polemiche e guerre guerreggiate a/colpi di penna, furono date in ispet tacolo al medio evo. Ma se le discus sioni fatte sulla consuntanzialità e sulla grazia, sulla fine del mondo e sui modi più adatti a scoprire le streghe, fecero si che quei buoni messeri si scervellas sero intorno alle più futili questioni, e sempre più imbestialissero il mondo, non so davvero quanto la civiltà debba es serne grata al cristianesimo e alla sua Chiesa. Bayle nel suo Dizionario Storico ha esaminato se una societàdi atei potrebbe sussistere; ma a ben miglior ragione a vrebbe potuto esaminare se sussistere potrebbe una società di veri cristiani. Imperocchè un popolo interamente as sorto nella idea di raggiungere la per popolo tutto compreso nel pensiero d' avverare sulla terra la morale evang lica, sarà insensibilmente condotto a 0 vina, quantunque credenti e filosofpo co profondi vadano magnificando l'al tissima perfezione di questa morte. Do vrà innanzi tutto ogni buon cristano che vuol essere perfetto votarsi a celibato, e alla mortificazione, avvegnanè il con trastare i sensi e il far soffrir la carne, è virtù veramente evangelica( v. CELI BATO ECCLESIASTICO E ASTIN-NZA DALLE CARNI ). Dopo avere tolti alsuo seguace la moglie e ogni piacere di sensi, Gesù gli toglie eziandio la ricciezza. Una an che modesta agiatezza pe fondatore del cristianesimo è colpa e ausa di perdi zione, perciocche egli èpiù agevole che un cammello passi pe la cruna di un ago, di quello che sia a un ricco l'en trare nel regno de'cieli. ( Luca, Matt., Marc. ). È tanto male il re spingere una offesa quanto il farla. Con questi principii chesono tutto il nerbo della dottrina cristiana, è impos sibile che una società possa sussistere lun gamente, onde ben aragioneG.G. Rous seau diceva, che una società di veri cri 219 applicasi perfino a un re pagano, a Ciro, come può vedersi dalle seguenti parole di Isaia: « Queste cose dice il Signore a Ciro, mio Cristo, cui io ho preso per mano a fine di suggellare a lui le nazioni e porre in fuga i re > (XIV,). Anche Lattanzio così parlava intorno a questo punto: Critolao.Nacquea Faselide nella Lidia, studio filosofia in Atene sotto Aristone di Ceo e fu capo della scuola peripatetica verso l'anno 155 prima di G. C. Sesto Empirico dice ch'egli condannavala rettorica siccome un' ar te nocevole, e Filone c'insegna ch'egli appoggiando la filosofia di Aristotile ammetteva l' eternità del mondo. Nel suo Trattato sulla incorruttibilità del mondo egli ragiona così: « Tutto ciò che nasce haun accrescimento, è sog getto alla corruzione, alla vecchiezza ed alla morte. Il mondo non ha accre scimento, non s'altera, non invecchia, dunque è eterno. : Croce. Tant'è l'importanza che il cristianesimo ha dato al simbolo della croce, che icattolici si sonoperfino la sciati indurre adadorarlo come segno della rigenerazione dell'umanità. Nono stantequesta pretesa importanza simbo lica si è molto sorpresi di vedere che la croce, come simbolo rappresentativo, non fa usata dal cristianesimo prima di tre secoli almeno dopo la morte di Gesù. Nessun monumento di data certa, scrive il cav. De Rossi, buon ortodosso diret tore degli scavi di Roma, non si pre senta prima del quinto secolo, il quale porti la croce immissa o quella detta greca. Un solo esempio della croce tau, riferito da Boldetti si incontro sotto la data del 370, e quelle che si osservano nelle catacombe sono state, per quanto nedice il citato antiquario romano, tracciate nei tempi relativa mente moderni dallamano più pia che esperta dei pellegrini che le visi tavano. Dunque non solo i contemporanei di Gesù, ma perfino tutti i cristiani, per il corso di oltre trecent'anni hanno affatto ignorato questo famoso signum Christi, il qual si vuolche fosse stabi lito in tutti i tempi. Ma ciò che ad al cuni parrà veramente strano, si è che se i cristiani non conobbero il segno della croce che in tempo molto inol trato, lo conoscevano invece i pagani e gli idolatri già da tempo immemo rabile prima della venuta di Cristo. Gabriele di Mortillet in un libro inti tolato: Le signe de la croix avant le christianisme; haraccoltonumerose te stimonianzepaleontologiche,dalle quali appare, che il segno di croce trovasi inciso sopra un gran numero di sto viglie scoperte nelle terremare dell'Emi lia presso Parma e Reggio e attri huite, secondo ogni verosimiglianza, ad unpopolo che abitava quei paesi as sai tempo prima dei romani e degli Etruschi. Lo stesso seguo si trova im presso sopra molte stoviglie peistori che del Cimitero di Villanova presso Bologna, e nelle tombe di Golasecca presso il lago maggiore, dove fu pure trovato sotto un vaso fabbricato forse mille anni prima dell'era nostra, quel segno che i cristiani adottarono poi siccome il famoso monogramma di Cri sto (Una X attraversata da un P). Al tri oggetti preistorici col segno di croce sono stati pure trovati nella Francia e nell' Inghilterra, ed è poi noto che la croce detta Tau fu nel l'Egitto un simbolo religioso, l'emble ma della vita e della potenza e come tale era posta nelle mani agli Dei di quel paese. Il Signor Letronne in una memoriapresentata all'Accademia delle inscrizioni, ha dimostrato che fu ap punto questo Tau et che i cristiani dell' Egitto hanno adottato nei primi tempi come simbolo cristiano ; mentre poi si vede che le prime croci incise dai cristiani di Roma, si avvicinano ad un altro tipo che, secondo il signor Letronne, si trovano sulle medaglie an tiche di Acarnani, di Atene, di Ales sandria e di Seleucide. Crociate. Guerre fatte dai cri stiani in nome di Dio e della croce per imporre altrui la loro volontà e la loro legge. Alla fine dell'undecimo secolo, scri ve il Laurente, l' Europa si precipita sull'Asia per conquistare il sepolcro di Cristo. Le vessazioni che i pellegrini subivano visitando la città santa, fu il pretesto di questa guerra di due se coli. Tuttavia queste vessazioni non erano altro che un accidente. Gli Arabi hanno gran venerazione di Gesù, e danno prova di grande rispetto per la fede che conduce icredenti alla visita dei luoghi santi. Nella prima metà dell'ottavo secolo un vescovo Sassone fatto prigioniero, fu tradotto davanti al capo degli Arabi per essere giudi cato: poniamo mente alla sentenza del l'emiro: Leopoldo Delisle (Études sur la con dition de la classe agricole inNormandie, au moyen-âge) toglie dagli Archivi nazionali di Francia (Sez. P. 305 n.º 38) il seguente testo del 1419 « En dit lieu (de laRivière-Bourdet in Norman CULTO dia) aussi ay droitde prendre sur mes hommes et autres, qui se marient sur ma terre, dix soutz tournois ou je puis et dois, s'il me plaist, aler cou chier aveque ' espousée, au cas où son mary ou personne de par lui ne paie 227 ligione positiva rendono a Dio ed agli altri esseri sovranaturali. Il culto pre senta tutti i caratteri dell'antropomorfi, roit >. Che laChiesa, non solo tollerasse, ma pretendesse cotesto diritto, è provato da fatti parecchi; se non che, volle ella san tificarlo adducendo, che siccome le pri aver veduto mizie dėl matrimonio erano dovute a Dio, e gli sposi avevano l'obbligo di esser casti durante le prime tre notti di matrimonio, così dovevano i vassalli pa gare alla Chiesa la licenza di giacersi insieme colla loro moglie subito dopo averla sposata. Cattiva giustificazione di una triste causa, però che questa tassa applicata ai soli vassalli, è sicuro indi zio della sua origine. Narra Boerins di in curia Bituricenci (Bourges), coram metropolitano, proces sum appellationis in quo rector, seu curatus parochialis, prætendebat, ex consuetudine, primam habere carnalem sponsæ cognitionem ». « Altri fatti ci attestano che ildiritto di cullagio era percetto dalla Chiesa. Un decreto del 19 marzo 1409 toglie al ve scovo d'Amiens il diritto di esigere una tassa dagli sposi (Arch. de France X. 57) Altro decreto del parlamento di To losa dato il 1 marzo 1558 vieta all'ab bate di Sorreze di prelevare questa tas sa nella signoria di Villepinte- Nel 1582 il Parlamento di Parigi fa lo stesso divieto ai religiosi di Saint-Etienne Egual divieto è fatto dal parlamento di Bordeaux nel 1620 agli Agostiniani di Limoges, e più tardi i Canonicidi S. Claudio, da Voltaire tanto giusta mente stimmatizzati, sequestravano i beni matrimoniali della sposa che a vesse passata la prima notte di matri monio col marito, invece di restare sotto il tetto paterno. (Veuillot. Le droit du seigneur au moyen age- Vedi anche l'articolo AMORE in questo Dizionario. Culto. Onore che i fedeli d'ogni re : smo siccome quello il qual suppone che Dio possa partecipare alle umane fragilità e placarsi e diventar benigno verso i suoi adoratori sol perchè essi gli tributano quella sorta di omaggi che, dal più al meno, rendono a tutti i potenti della terra. L' idea di un culto, infatti, riposa sopra l'assurda credenza che la mente, la qual pur si dice infinita, di Dio, attribuisca un grandissimo valore agli effimeri o nori dei meschini abitanti di questa molecola dell' universo, che si chiama mondo. Appo i selvaggi l'idea cardinale del culto si rivela con tutti i suoi ca ratteri antropomorfi. Essi con adorano le potenze sovranaturali, se non in ra gione del bene che possono sperare da loro o del maleche da loro possono te mere. Il loro culto è meramente rego lato dai rapporti che passano fra essi e gli altri uomini, epperò rendono ai loro idoli quegli stessi servizi o quegli stessi onori i quali sogliono rendere agli uo mini più potenti di loro. I popoli della Siberia rendono solenne culto e fanno offerte ai loro Dei sol nei giorni di sventura, e i Kamtscadali, come rife risce Feuerbach, per solito sono molto parchi in queste offerte, nè donano ai loro Dei altro che le ossa, le reste e la testa dei pesci, dei quali, com'è ben natu rale, essi non possono cibarsi. Anche i negri per solito non offrono agli Dei altro che le ossa e le corna delle loro bestie, e nell'antica Grecia Esiodo dice che Prometeo insegnava agli uomini di non offrire agli Dei altro che le ossa, e a se stessi riservare la carne degli' ani mali. Ma nontutti ipopolisono cosìpar chi nel loro culto, ecertiselvaggi credono ancora di rendersi accetti ai loro idoli ungendoli con grasso e riempiendo il loro naso di tabacco, imperocchè il ta bacco è cosa ad essi cara, e l'ungersi il corpo è usanza generale dove I' abbon danza degli insetti rende n cessario di CULTO mettere al riparo l' epidermide dai loro perniciosi attacchi. Gli insulari di Fidsci al loro Dio offrono vivande, e in gene rale vediamo che l'idea del culto non si disgiunge mai da quella di offerta e di sacrificio, avvegnachè gli uomini offrano agli Dei le cose cheper lororeputano utili, ond'acquistarsi laloro protezione e illoro appoggio; ondechè il culto nei suoi pri mi elementi risolvesi in una sorta di con tratto bilaterale, nelquale non si presta no onori senza promessa di beneficio. I Botocos, tribù degli Ottentotti, non ado rano forse lo spirito del maledal quale tutto possono temere, e albuonDio non negano culto, poich' essi credono che sia un buon vecchio incapace di far male ad anima viva? Anche Randall narra che gli indigeni delle isole Kingsmill (Micronesia meridionale) dacchè furono decimati da una orribile epidemia, per dettero ogni fiducia negli spiriti a cui prima rendevano culto. Di mano in mano che la civiltà si accresce anche il culto s'ingentilisce. Il concetto della divinità che subisce una elaborazione. metafisica, sempre più si allontana dall'antropomorfismo volgare ; l'uomo più non presume di potere tor nar utile al suo Dio, ma da lui tutto attende, e lui adora come il sovrano di spensatore delle grazie e dei castighi. Allora alla triviale offerta dei selvaggi su bentra il sacrificio di espiazione, e iriti e i simboli formano le arcane cerimonie in soccorso delle quali vengono le me raviglie dell'arte; e l'incanto della mu sica e degli odori accrescono il culto da rendersi in onore della maestà su prema. Però non sempre le religioni civili si sono limitate ad onorare il solo Dio, e il cattolicismo specialmente ha distinto il culto in varie specie delle quali qui appresso parleremo. CULTO DI LATRIA, che appartiene al solo Dio, ed intorno al quale'tutte le chiese cristiane concordano, siccome quello che è comandato dalla scrittura e specialmente dal primo comandamento della legge Temerai il Signore Dio tuo e lui solo servirai » (Deuter. VI 13). Però, non tutti icredenti in un Dio per sonale si accordano intorno alla maniera di prestare il culto dilatria, imperocchè propriamente questa parola greca signi fica servire (da latreia, servo) e varie sono le maniere di rendere servitù. Tra il lusso smodato delle chiese cattoliche e la modestapovertà delle assemblee dei quaccheri i quali, secondo un detto e vangelico, adorano Dio in ispirito e ve rità, corrono tante diversità di culti quante sono le Chiese e le comunioni religiose. Nè mancano deisti i quali so stengono che il culto daprestarsi a Dio deve essere puramente interno, e ogni culto esterno rigettano siccome inutile e superstizioso e sgradito alla divinità. Ma costoro mal ragionano, avvegnachė sia facile il dimostrare che, o Dio è un essere veramente antropomorfo, e percid gusta e ambisce gli onori, e allora l'ono rarlo esternamente e conquella maggior pompa che siapossibile è atto doveroso e non superstizioso ; oppure gli onori non ama, e allora l'adorazione, sia inter na od esterna, non cambia natura din nanzi ad un essere per il quale non esi ste nè dentro nè fuori, nè sopra nè sotto, e al cui cospetto ogni cosa è palese. CULTO DI IPERDULIA, con cui viene o norata la Vergina Maria, madre di Dio, la quale per la Chiesa cattolica essendo nata immacolata, merita un culto supe riore a quello degli altri esseri del Paradiso. CULTO DI DULIA, il quale nella Chiesa cattolica rendesi ai santi pei doni sopra naturali ond'essa dice che furono da Dio favoriti. Tutte le Chiese protestanti con unanime accordo rigettano questo culto, non meno che quello di iperdulia, sicco me superstizioso econtrario alla scrittura e non mai praticato dai cristiani dei primi quattro secoli. In quanto alla scrit tura essi dicono che quando alcuno dei suoi discepoli domandò a Gesù Cristo: Fondandosi su queste considerazioni, il Prof. Mantegazza conchiude che le dif ferenze caratteristiche che si notano fra gli animali dei due sessi, devono attri buirsi alla natura speciale della secre zione spermatica, laquale imbevendo per riassorbimento tutti i tessuti ne modifica profondamente la nutrizione, facendo ap parire nuove forme, nuovi colori, nuovi caratteri anatomici e fisiologici. Il Dar win inunalettera del 22 settembre 1871 dichiarò di non poter credere che l'as sorbimento del liquido spermatico possa modificare i tessuti dell'animale che lo secreta; ma questa denegazione del sa piente transformista inglese, non toglie che le obbiezioni del Mantegazza siano di qualche peso, e che la sua ipotesi acquisti tanta maggior evidenzainquanto par verificata da un certo numero di fatti abbastanza capitali. Invero, pri ma della pubertà, come osserva Mante gazza, il maschio e la femmina si rasso gliano tanto da non poterli distinguere, e la vecchiaia fa spesso scomparire i caratteri sessuali secondari, i quali pure non si sviluppano se il maschio è ca strato. Sappiamo che agli eunuchi non cresce la barba, chelaloro voce conser vasempre un timbro infantile eche giun gono all'età matura assumendo abitudi dini più femminee che virili; e sappia mo pure qual differenza esista fra il bove e il toro, fra un gallo ed un cap pone. Del resto, m' affretto a soggiungere che se il Mantegazza contrasta l'elezione sessuale, non nega però l'influenza del l'elezione naturale. Mi pare anzi che la DARWINISMO sua teoria della neogenesi si risolva ancora in questo ultimo genere di ele zione. Spieghiamo in poche parole que sta teoria. La regola normale della ge nerazione è che il figlio è sempre di verso dal padre o dalla madre, ma che questa diversità è però così accessoria 241 normale, mentre invece quando l'eredità immediata è quasi nulla, e prepondera no gli elementi atavici, cioè la som madi molte modificazioni già compiute nel passato, la nuovaforma si dice nata che nonbasta a costituire per se sola alcun carattere speciale che lo diversifi chi dai parenti. Non sono però tanto rari i casi di generazione anormale, nei quali il figlio presenta caratteri nuovi non propri dei genitori, ed è appunto in questi casi eccezionali, i quali si di scostano dalla legge normale dell'eredità fisiologica, che si verifica la neogenesi, o generazione nuova, improvvisa, che può costituire una varietà più o meno permanente. Tostochè,dice Darwin, qualche antico membro della grande famigliadei pri mati, o pel cambiamento nella maniera di procurarsi la sussistenza o per mo dificazioni nel paese primaabitato, sarà stato ridotto a vivere meno sugli alberi, il modo di camminare avrà dovuto modificarsi, esso sarà divenuto obipede o veramente quadrupede. I cinocefali L'uomo solo è divenuto bipede, ed io credo che, almeno in parte, noi possia mo capire com' egli abbia acquistata l'andatura verticale. Egli non avrebbe mai raggiunta la sua posizione domi nante nel mondo, senza l'uso delle sue mani, cost appropriate ad obbedire alla volontà. Ma braccia e mani non avrebbero mai potuto divenire organi così perfetti da poter fabbricare delle armi, lanciare pietre e giavellotti con giusta mira, se avessero dovuto servire abitualmente per muovere il corpo, o per sopportarne il peso; tanto meno poi se avessero continuato a servire per arrampicarsi sugli alberi; avvegnachè presso le scimmie, essenzialmente ar rampicanti, il pollice è quasi sempre rudimentale e la mano è un vero un cino. Un servizio così grave avrebbe d'altronde tolto in gran parte il senso del tatto, dal quale dipendono princi palmente gli usi delicati acui servono le dita. Queste sole cause sarebbero bastate perchè la stazione bipede fosse vantaggiosa all'uomo; ma vi sono molte altre azioni che richiedono la libertà delle due braccia e della parte supe riore del corpo, il quale deve perciò riposare fermamente sui piedi. Per rag giungere questo risultato vantaggioso, i piedi sono divenuti più piatti e il pollice si è singolarmente modificato, perdendo ogni attitudine a prendere i corpi, per l'opposizione alle altre dita.Ma vi sono selvaggi nei quali il piede non ha tuttavia perduto interamente la fa coltà di prendere, come lo dimostra la lor maniera di arrampicarsi sugli al beri, e i diversi altri usi in cui l' ad destrano ». Escluse così,le differenze organiche sulle quali la vecchia anatomia soleva fondare il carattere specifico del tipo umano, Darwin prosegue a combattere la scuola psicologica, la quale fonda questo carattere sulla superiorità intel lettuale dell' uomo. Questa superiorità non è certamente contestabile, ma essa non esclude però il fatto di una passata inferiorità morale, nè si riesce a stabi lire tra l'uomo e gli animali superiori alcuna differenza essenziale fuorchè con frontando la capacità intellettuale dei bruti con quella delle razze umane su periori. Ma tosto che si scende alle in fime razze, quando si osservano gli usi e i costumi e le morali attitudinidi certi selvaggi inetti finanche a contare oltre il numero cinque, allora si capisce di leggeri, che gli uomini meno sviluppati, stanno sui confini della classe più ele vata degli animali, sulla grande intelli genza dei quali tante sono oramai le testimonianze raccolte che non v'è più alcuno che non le sappia. Fondato su queste osservazioni, Darwinnonteme questa volta diaffer mare che l'uomo é derivato dal regno animale. Ma qual sarà il nostro imme diato progenitore ? Le nostre cognizioni attuali non possono rispondere a que sta domanda. Forse l'uomo non è de rivato da nessuno degli antropoidi vi venti, ma piattosto da una forma in termedia fra esso e le scimmie. Questo anello che avrebbe potuto congiungerci col regno scimmiesco andò perduto, nè gli archivi fossili della terra finora ci hanno fornito le tracce per ritro varlo. Ad ogni modo, bisogna ritenere che in quest'ipotesi, se noi non siamo i figli, siamo certamente i nipoti delle scimmie. Fatta astrazione di queste forme perdute Darwin traccia, così al l'ingrosso, la nostra geneologia facendo derivare l'uomo alle scimmie dell' an tico mondo, le scimmie dai lemuri che tanto le assomigliano e che sarebbero un ramo parallelo,il ramo cadetto dei mammiferi ordinari. Che i lemuri si innestino sul ramo dei marsupiali a Darwin pare probabile. Dai marsupiali ai monotremi il passo è breve e da questi ai rettili non corre gran diva rio. Facilmente i rettili si confondono cogli anfibi e coi pesci, e questi colle ascidie, forma più inferiore delle specie acquatiche. Secondo la novella teoria Darwinianauna delle più infime forme acquatiche sarebbe stato nei tempi re motissimi il progenitore dell' umanità (v. anche l'articolo CAUSE ATTUALI). Ba gnato dalle onde del mare,questo no stro antenato ha dovuto subire l'alter na fortuna delle maree lunari; e para a Darwin che questa influenza possa a vere qualche rapporto con la caduta delle uovae lemestruazioni della don na, che appunto si ripetono fra i periodi lunari. Concordanza, se vogliamo, un po'forzata, poichè, come osserva Ed mond Perrier, se fosse vera dovrebbe verificasi negli altri animali, il che non è. Del resto, giova notare che gli er rori possibili nelle induzioni che si fanno per scoprire la geneologia dei viventi, nonpossono in alcuna maniera infirmare il Darwinismo. Il concetto che dobbiamo avere di questa teoria non può limitarsi negli angusti limiti genealogici; ma deve abbracciare il granprincipiodella trasformazione delle specie prodotta da quelle stesse cause che anche attualmente agiscono sul mondo dei viventi. Il determinare poi quali specie precedano le altre nell'or dine del tempo,da qualtipo l'uomo sia immediatamente derivato. e se da una o da più coppie, sono questioni com plementari ma non essenziali pel Dar winismo (v. MONOGENESI E POLIGENESI). Davide de Dinant. Filosofo scolastico che visse nel secolo XII e forse al principio del XIII. Di lui s'i gnora la data precisa della nascita e della morte, e sol ci è noto per il De ereto di un concilio di Parigi (1209) che danna al fuoco le opere sue, e per quanto ne dice Alberto il Grande, il quale gli attribuisce un libro sugli atomi. Par che Davide combattesse l'a tomismo di Leucippo e di Democrito e tutte le cose esistenti nell' universo DE BONI dividesse in tre classi: i corpi, le ani me e le idee. La materia prima,senza attributo e senza forma, costituisce la essenza dei corpi, le qualità dei quali non sono quindi altro che semplici apparenze percepite dai sensi, ma sen za realtà. Il pensiero è invece l'essen za dell'anima, e Dio quella delle ideę. Par che poi questi tre caratteri della realtà, nel pensiero diDavide, si con fondessero in una sola unità universa le, d'onde forse il sospetto di pantei smo che gliene derivò, e la condanna del concilio. Davide l'armeno. Filosofo re putatissimo nell' Armenia, ma che da noi, senza gran danno, sarebbe forse sempre stato ignorato,se il signorNeu 245 cero disumare il suo cadavere e lo consegnarono alle fiamme. De Boni (Filippo). Nacque a Feltre nel 1817 e fu uno dei più illu stri e sinceri rappresentanti della po litica e della filosofia. Insigne filosofo e libero pensatore, la politica militan te non fu per lui sfogo sfrenato di passioni compresse, ma mezzo neces sario per tradurre logicamente e libe ramente in atto i principii esposti dal la libera filosofia. Nessun divorzio egli mai tollerò fra queste due scienze, di cui l'una è il pensiero l'altra l'azio ne della rivoluzione moderna. A que sto tanto armonico sistema che mai mann non ce lo avesse fatto conosce re con le sue traduzioni. Nacque a Herten,villaggio Armeno, verso l'anno 450 e mori sul principio del VI seco lo. I suoi connazionali lo dissero il esa gerazione solita a incontrarsi fra gli orientali. Egli scrisse un libro intitola to: Definizione dei principii di tutte le cose, nel quale dice che le cose tutte constano della sostanza e dell'acciden te; la sostanza divide in prima e secon da, e la seconda in sostanza speculati va e in sostanza attiva. Un altro libro intitolato: Fondamento della filosofia, è una confutazione del pirronismo a tutto beneficio della filosofia plato uica. Davidisti . Seguaci di un tal Giorgio David, pittore di Gand, il qua le nell' anno 1525 facendosi credere il Messia disse di essere stato inviato dal padre per riempire il vuoto para diso. Non ammetteva matrimonio, ne non precipita gli eventi, ma sempre li sospinge innanzi col desiderio del meglio e la coscienza di volerlo, egli dovette quella calma polemica, lonta na d' ogni astiosa smania,per la qua le tanto fu caro agli amici e dai ne mici rispettato. Per sottrarsi alle persecuzioni del l' Austria, esulò nella Svizzera e nel Piemonte, dove dall'anno 1846 al 1867 pubblicò l' effemeride: Cosi la penso, cronaca di Filippo De Boni, che è un fedele riassunto del movimento della nostra nazionale indipendenza, e una continua e formidabile accusa contro la istituzione del papato, allora rispet tata assai. E all' elezione al pontifica to di Pio IX, quando ancora l' Italia, per uno di quei traviamenti di cui la storia ne offre tanti esempi, inneggia va alla liberalità del nuovo pontefice e padre del popolo lo acclamava e sal vatore della libertà,solo ilDeBoni ten to comprimere quell' inconsulto slan cio, e avvertire il popolo che vana era la sua speranza, perciocchè all' I talia mai non venne utile alcuno dai gava la risurrezione, il peccato origi nale e ' abnegazione evangelica. Es sendo perseguitato fuggì daGand eri- straniere. coverossi sotto il nome di Giovanni papi, e loro opre erano le invasioni Bruch a Basilea, dove morì nell' anno 1556, lasciando credere che tre anni dopo sarebbe risuscitato. Dicesi che scorso questo termine i magistratife Pochi lavori di criticaletteraria ne lasciò egli, e fra tutti vuol essere men zionata una prefazione alle lettere di Jacopo Ortis, stupendo lavoro nel qua le stabilisce un giustissimo ed artisti 246 DE BONI co confronto fra Verber e quel nostro ingegno italiano. Ma i suoi scritti di filosofia, e della filosofia della storia, illustrarono specialmente il suo nome e più di tutti giovarono alla causa della libertà del pensiero. Bello è il libricciuolo intitolato ' Inquisizione e i Calabro-Valdesi, nel quale si dimo strano le crudeltà della Chiesa contro i dissidenti nelle provincie meridiona li; bellissimo lo scritto sulla incredu lità italiana del medio evo; ma sopra tutto meritano menzione i sette sacra menti, dei quali i primi due soltanto furono compiuti, e sono un monumen to di storia e di critica religiosa, spo gli di indigesto sapere e di erudita petulanza, e prova inconfutabile del come nascono e si formano per lenta aggregazione, i dommi della Chiesa. La sua versione della Vita di Gesù di Renan è pregevole sopratutto per una sua prefazione, che vince in bel lezza l'arte stessa di quel romanzo, chè invero difficilmente altro nome po trebbe darsi a quel panegirico di Gesù. e dogma fu in ultimo il titolo adotta tato, quando lo scritto venne in luce per iniziare una biblioteca del libero pensiero. Un passo di quel libro ove si ac cennava alla persistenza di una reli gione avvenire, fu per me cagione di una corrispondenza, colla quale il De Boni volle spiegarmi l'oscuro senso di quelle parole. Opportuna cosa per tanto mi pare il farepubblica la par te della lettera che è l'autentica, seb ben postuma, interpretazione di quel suo pensiero... « Non ho saputo spie garmi, o per la fretta del conchiudere o per la paura del soverchio ripetermi «Io non ammetto veruna religione positiva. Ma ciò non basta. La paura degli uomini per le nostre dottrine è nel credere che la sanzione d'una re ligione positiva sia necessaria per la morale. È mio intento mostrare che questa sanzione è altrove, che il do gma è ostacolo non aiuto all' irrag giamento nella coscienza umana delle leggi morali. Alle continue rivelazioni, agli antichi rivelatori io sostituisco l'umanità; essa è rivelatrice fedele e DeBoni stesso vedeva i difettidi quel | lavoro con cui Renan, rompendo vio lente le sue scientifiche tradizioni, vol- | perpetua a se stessa. Essa lo fece an le descrivere, sulle tracce degli evan geli, la cui autenticità, per altro, in gran parte contesta, un Gesù uomo, superiore all' umanità. E De Boni, ri spondendo a questo appunto, mi scri che per il passato ma inconsciamente; ora la scienza la conduce a farla con sciamente. veva: « Io non ammetto rivelazione alcuna. Cristo, l'uomo-Dio, non è al tro che la umanità che divinizza se stessa. E Gesù, se ha esistito, ha pro prio i suoi difetti come le sue virtù. >> Ragione e dogma fu l'ultimo dei suoi scritti . Egli dettavalo a Nervi quando solitario passeggiava lungo la spiaggia del mare, meditando sui pe ricoli, sulle speranze della patria. Il manoscritto portava in prima un al tro titolo: Durante i crepuscoli, ed era no davvero i crepuscoli della sua tor mentosa vita, che già in sul declino, per consiglio di medici cercava pro lungare in quel dolce clima. Ragione DeBoni non solo combattette dun que per la libertà politica, ma i suoi ultimi anni volle anche specialmente impegnare in quella guerra secolare che laRagione sostiene contro la Fede. La caduta della teocrazia e Roma ri data all' Italia furono il suo precipuo scopo, il pensiero che detto i suoi ul timi scritti. E quandoMazzini, temente di combattere in uno la potenza delle baionette straniere e la fede cattolica, alla sola Venezia voleva rivolte le no stre forze, De Boni mal non si appo neva dicendo, che l'azione nostra contro Roma mai non potrebbe dirsi precoce e immatura, e mai nonsi do vesse sacrificare, coll' astenzione, sul l'altare dei pregiudizi. Nè con tali ultimeparole egli esa gerava il suo stato: doveva morire po vero, come povero era vissuto. Da parecchi anni nelle sue lettere spesso lagnavasi di un lento malore che lo travagliava. Pure fu sempre assiduo alle sedute della Camera, nel la quale rappresentava il collegio di Tricarico. La sua voce mai non fu muta nelle gravi quistioni che si di batterono in questi ultimianni, espee so quasi solo difese quei principii di libertà di coscienza e di libero pen 218 DECIMA șiero, che st raramente si accoppiano, offrire al Signore la decima delle cose nel maggior numero di coloro che so no devoti alle idee della democrazia. Ma le sue forze mal rispondevano oramai agli impeti generosi del cuore. Non s' illudeva già sul male che len tamente lo prostrava, e agli amici ri peteva, che era uomo morto. Un pro cesso per diffamazione tentato contro di lui aNapoli fin da quando, con co raggioso proposito, assumeva la re sponsabilità di quanto altri scrivevano in un giornale liberale che colà era rimasto senza gerente, rinnovavasi con strana pertinacia all' incominciare di ogni vacanza parlamentare e di nuovo sospendevasi quando, all' aprirsi della sessione, egli rientrava nei diritti del la inviolabilità della deputazione. No vellamente fu pure ripreso in questa ultima proroga e minacciava già di essere condotto alla fine, quando per consigli d' amici, e accusatori e accu sato, vennero ad un onorevole accordo pel quale fu tolto dal suo capo il pe ricolo di una detenzione che, senza dubbio, cagionato avrebbe la sua fine. Ma fu guadagno di poco momento, Verso la metà del mese di novembre dell'anno 1870, mentre riedeva dal so lito bagno freddo che egli prendeva per consiglio del medico, cadeva sve-. nuto sulla piazza di Santa Croce in Fi renze. Trasportato al villino Schwart zemberg ov' egli dimorava, più non ne uscì che col funebre convoglio, il qual doveva accompagnarlo alla tom ba, non acquistata, ma concessa alla sua salma dalla pia liberalità di un amico. Decima. Come ' indica il nome, così chiamasi il diritto del clero o della Chiesa di percepire la decima parte dei prodotti o delle rendite dei fedeli. Coloro i quali sostengono che la decima è di diritto divino citano parecchi testi del l'antico Testamento, che, per verità, sono favorevoli al loro asserto. Quando Gia cobbe svegliossi dal sogno in cui aveva veduto la scala misteriosa, si propose di che avrebbe acquistate (Genesi XXVIII, 20,22). L'Esodo e il Levitico prescrivono espressamente al popolo di pagare le decime e le primizie (Es. XXII, 29 Lev. XXVIII, 30), e unaltro libro della Bib bia, dice che Dio diede ad Aronne ed ai Leviti le decime, le oblazioni e le pri mizieindiritto perpetuo(Numeri. XVIII), Il Nuovo Testamento non parla di deci me: la carità è il fondamento della nuova legge e par che Gesù facesse molto as segnamento su questa virtù del suo greggie, poichè mandando gli apostoli a predicare alle genti, lor vieta espres samente di prender seco nè denaro, nè borsa, nè due tonache, nè scarpe, nè altra cosa per il loro vestito o pel so stentamento, perciocchè i fedeli son quelli che devono mantenere gli operai del Signore (Matt. X. 9. 10-MarcoV17,8-Luca IX, 3) Adunque nei primi tempi del cri stianesimo i ministri dell'altare vivevano delle offerte dei fedeli, onde S. Ilario vescovo di Poitiers, potè scrivere che il giogo delle decime era stato tolto da Gesù Cristo. Ma il clero cristiano, così come quello dei leviti, non potè star lungamente alsobrio regime della carità, onde la decima risorge ben presto, e il Concilio di Macon dell' anno 585 è il primo che ingiunga, nel suo quinto ca none, di pagare la decima ai sacerdoti sotto pena di scomunica. I capitolari di Carlomagno ne regolarono la distribu zione e nel 1179 il Concilio lateranense dichiarò che le decime erano di precetto e le estese, oltre ai prodotti agricoli, e ziandio al profitto derivante dalla mano d'opera e dall' industria (Selden Storia delle decime). Infatti il concilio di Tro sly nell'anno 919 vi assoggetta tanto il soldato che l'artigiano:>>>L'industria che vi fa vivere, dicono i padri di quel con cilio, appartiene a Dio; dunque voi glie ne dovete la decima » (Bergier.. Diz. Tcol). I modi di esazione della decima erano coattivi e i decreti civili si uni vano ai precetti ecclesiastici per rendere quel peso insopportabile. Francesco I. DEDUZIONE E INDUZIONE con Decreto 1. marzo 1545, ordina che prima di trasportare ilgrano dal campo sia pagata la decima sotto pena di con fisca; egual decreto è dato dal governo belga nel 1650, e Carlo IX il 14 agosto 210 tori ecclesiastici, nè i concili dei primi otto secoli hanuo maicitato quelle false Decretali; che nessuna di esse discorre 1568 gli stessi proprietari rende respon sabili della decima. Nuova specie di de cimaeraquella conosciuta sotto il nome di Norale, e colpiva ogni dissodamento dei terreni, i tentativi di nuove semina gioni, ogui miglioramento, ogni progres so. Invano Carlo V colle sue lettere pa tenti tentò di impedire che le popola zioni fossero « oppresse nell' occasione della levata delle decime > ; le proteste del clero 1 obbligano a interpretare le sue stesse parole e a concedere l' ulte riore esazione delle Novali. Finalmente nell' Assemblea francese il 10 agosto 1789 Mirabeau tuona con tro le decime, che sono allora abolite di diritto e di fatto su tutto il territorio della Repubblica. Poco di poi le altre nazioni seguono l'esempio; così la deci ma è cancellata dagli oneri civili, ma nondimeno essa continua a sussistere fra i precetti della Chiesa, i quali ne impongono il pagamento come un dovere imperioso di coscienza. Decretali. Raccolta dei Decreti che furono attribuiti ai papi dall' anno 93 in avanti, e costitui per tanto tempo il fondamento del diritto canonico. Que sta raccolta è attribuita a un tal Isidoro Mercatore, che si suppone vivesse nel IX secolo, sul conto del quale null'al tro si sa che il nome, e fu approvata da papa Nicolò I. Oggidì niun dotto cattolico osa met tere in dubbio che buonnumero di que ste Decretali, e specialmente quelle di tutti papi anteriori a Siricio non siano apocrife, e in tal giudizio è indubbia mente convenuta la critica appoggian dosi a molte e varie considerazioni, fra cui meritano di essere accennate le se guenti: Che i passi della Bibbia citati in quei Decreti son tutti tolti dalla tradu zione di S. Gerolamo, che fu posteriore a tutti quei papi; che nessuno degli au fondatamente delle cose opportune al tempo incui si suppongono redatte ; che in alcune si trovano interi passi di De creti fatti dai papi posteriori; e final mente che le date segnate coi nomi dei Consoli sono false. Può credersi che uno dei principali motividi questa falsificazione quello fosse di dare una cotal sorta di retroattività alle pretese del papato, imperocchè fog giandosi i Decreti dei primi papi vole vasi specialmente mostrare che i vescovi di Roma, fino dai primi tempi del cri stianesimo, erano sovrani della Chiesa e autorizzati ad approvare di loro pieno arbitrio l'obbligo dei concili,o a disappro varli se convocati senza il loro assenso ; di regnare sovrani sugli altri vescovi, scomunicare i re e detronizzarli. In quella raccolta furono perciò alterati i canoni dei Concili, ed aquello di Ni cease ne aggiunserobencinquanta, tutti apocrifi. Nonostante però le grossolane im. posture ond'erano pieni quei Decreti, corsero essi per assaitempo nelle manı del clero come autentici, molti concili e molti vescovi appoggiarono su di essi le loro decisioni; Wicleff e Giovanni Huss furono condannati dal Conciliodi Costanza anche perchè le avevano di chiarate false, eilV.concilio di Laterano tenuto sotto Leone X condannava Lu tero per lo stesso motivo. Tante deci sioni infallibili non tolsero che fin dal secolo XVII la critica si levasse pode rosa contro questi atti apocrifi, sui i quali David Blondel scrisse un'opera laboriosa, intitolata: Pseudo Isidorus et Turrianus vapulantes (Généve 1628). Anche il Cardinal Baronio dovette ri conoscere la falsità delle Decretali (Annali A. D. 865), la cui autenticità oggimainessun teologo romano piùnon osa sostenere. Deduzione e Induzione. De duzione, da deducere, è parola novella 250DEDUZIONE E INDUZIONE mente introdotta nella filosofia per in dicare l'operazione del pensiero, il quale da un principio generale cava fuori, deduce, una verità particolare, in opposizione dell' induzione, la quale dalle verità particolari s'induce a sta bilire i principii generali. L'inferiorità del metodo deduttivo in confronto di quelloinduttivo può stabilirsi per quelle stesse ragioni che ai cultori della filo sofia sperimentale fa preferire il me todo analitico a quello sintetico, le ve rità accertate a posteriori a quelle stabilite a priori. ( V. ANALISI e A POSTERIORI). Non possiamo in fatti ra gionevolmente pretendere di stabilire dei principii generali, se prima non conosciamo le verità particolari che concorrono a formare la generalizza zione. Dal vedere che l'oro, il ferro, il rame ecc. si liquefanno al fuoco, con chiudo colla verità generale, che tutti i metalli sono suscettibili di liquefarsi al fuoco. Dal vedere che i gravi ca dono verso il centro della terra, con chiudo che negli altri corpi celesti i gravi seguiranno la stessa direzione. Osservando che in tutti itriangoli da ine veduti la somma dei tre angoli corrisponde sempre a due angoli retti, ne inferisco che questa relazione è as soluta e si verificherà in tutti i trian goli possibili nel mondo o negli astri. Tutti questi sono argomenti condotti coll'induzione, tanto acconcia alla ca pacitàdegli uomini; poichè innanzi tutto l'uomo percepisce le accidentalità par ticolari che cadono immediatamente sotto i suoi sensi, e non è mai senza una continuata osservazione di queste accidentalità, ch'egli riesce a stabilire i principii generali, d' onde emanano. Invano noi cercheremmo di avere l'idea del genere se prima non avessimo con cepita quella della specie, nè quella della specie sarebbe accessibile al no stro intendimento se non avessimopri mabenconosciuti e studiati tutti i ca ratteri degli individui che la compon gono. Questa è la ragione per cui nelle lingue dei selvaggi mancano assoluta mente i vocaboli esprimenti le idee generali. Gli australiani hanno bensi nomi particolari per indicare ogni sorta di piante, ma non hanno parola per indicare una pianta in genere, il che vuol dire, che essi non sono ancora riusciti a riunire per astrazione tutti i caratteri speciali e comuni della grande vegetazione, nella ideagenerale chenoi esprimiamo colla parolapianta. Il tem po soltanto e la continuata osservazione potranno condurre i selvaggi dalle idee particolari alle generali ; e sarebbe una assurdità filosofica il vo lere stabilire nella filosofia un metodo contrario a quello che segue la natura nelle percezioni ch'essa ci dà di se stessa. Il perchè anche lalogica ripu gna al metodo deduttivo, tanto caro ai metafisici, e pur tanto contrario al l'ordinario procedimento del nostro pensiero. Invero, se la conoscenza delle verità particolari non fosse necessaria perstabilire i principii generali, noi do vremmo essere sorpresi che iselvaggi e i bambini non riescano mai a inten dere i grandi principii che costituisco no, per cosi dire, tutta la sintesi della scienza. Ma se noi ammettiamo che le idee generali s'acquistano soltanto dopo la conoscenza delle particolari, saremo forzati a convenire che il metododedut tivo non può mai nulla dinuovo rive larci che già non ci sianoto, a meno chè non deduca da principii generali supposti a priori, e quindi non dimo strati. E veramente, quando il metodo deduttivo dall' esistenza di Dio deduce la necessità di una giustizia nel mon do, suppone in Dio lageneralizzazione dell'idea di giustizia, ma non dimostra che questa generalizzazione sia anche una realtà. Ben più, esso non fa altro che ripetere in senso inverso una ope razione che l'induzione aveva già com piuta in modo diretto, avvegnachè sia stato in grazia della osservazione della necessità di una giustizia particolare nel mondo, che l'uomo ha potuto elevarsi alla generalizzazione astratta di una giustizia divina e universale. Adunque, il metodo deduttivo per essere vero, e per avere un valore prodi nuovo mi rivela, e sempre mi porta a quegli stessi dati che io aveva pri ma d'incominciare la divisione. prio, deve necessariamente supporre in noi delle idee innate, dei principii ri velati a priori, i quali non ci siano pervenuti per la via dei sensi. E chi non ammette l'esistenza di questi prin cipii rivelati, è necessariamente con dotto a riconoscere che le verità inse gnateci dal metodo deduttivo non sono che una vana ripetizione e uno sfac ciato plagio di ciò che già era noto per mezzo dell'induttivo. Ma se il metodo deduttivo non ha alcun valore proprio, può nondimeno giovare nel ragionamento come prova della induzione, e può anche venire in soccorso della dialettica col sillogismo, il quale, secondo le regole della scuo la, ponendo innanzi tutto una premessa generale, da quella deduce una conse guenza particolare. Ogni corpo è dotato d'estensione; io sono esteso, dunque sono un corpo. Oppure : Ciò che non ha e tensione non esiste; ma lo spirito non ha estensione, dunque lo spirito non e siste. Ecco due deduzioni sillogistiche perfettamente logiche e intorno alle quali nulla vi è a ridire. Ma se la de duzione ci giova egregiamente come mezzo di prova, nulla però ci rivela che già non ci fosse noto. Infatti noi non avremmo potuto dedurre alcuna conseguenza dal principio generale che ouni corpo ha estensione e che ciò che nonhaestensionenon esiste, seprimal'in duzione, partendo dal fatto particolare della percezione che i nostri sensi im mediatamente hanno di ogni singo lo corpo, non avesse potuto stabilire i principi generali sopra enunciati. Mi sia dunque lecito di dire, che la dedu zione è per l'induzione, ciò che per l'aritmetica è la moltiplicazione, consi derata come prova della divisione. Que st'ultima, infatti, rifacendo l'operazione della prima, può provarci se in quella io abbia o nonabbia errato, ma nulla Per analogia noi direm dunque che il metodo induttivo è controllo e prova delle false dimostrazioni, ma nulla ci rivela . Invece il metodo rivelatore, quello che nelle scienze guida si curamente alla scopertadei nuovi prin cipii, è l'induttivo, il quale, nelle sue indagini dal noto all'ignoto, dal parti colare al generale, si fonda sempre sul principio che ogni effetto suppone una causa, la quale esso tenta di scoprire colla scorta dell'altro principio che data la medesima sostanza e le stesse condi sioni, gli effetti devono essere sempre eguali. Quindi è, che conosciuto l' ef fetto e trovate le condizioni in cui si è prodotto, l'induzione può scoprire la sostanza o la causa che l'hanno gene rato. In questo senso Bacone ben si apponeva discreditando il sillogismo perproclamare la prevalenza dell'indu zione. Il sillogismo fu, infatti, il solo mezzo di indurre della vecchia scuola, la quale fin'anco ignorava la parola deduzione, comparsa nei dizionari dei nostri tempi per opporla al metodo in duttivo inaugurato da Bacone. Questa è anche la ragione per la quale. si passi dal generale al particolare, o dal par ticolare al generale, suolsi sempre dir che si deduce, quantunque più propria mente in quest'ultimo caso dovrebbe dirsi che s' induce. Definizione. Due sorta di defini zioni distingue la filosofia: le nominali e le reali. Le primeson quelle che de terminano il senso in cuidevono inten dersi le parole ; le seconde invece con siderano le qualità stesse delle cose che le parole rappresentano, e le determi nano. Il difetto di buone definizioni è la causa precipua della maggior parte delledispute filosofiche, ondesivedequan to importi, per evitare ogni contraddi zione, di bene e chiaramentedefinire le cose di cui si parla e il senso della pa role che si adoperano, e quanto sia riprovevole l'uso di coloro che, per ri spetto ai pregiudizi dominanti, usano certe parole in un senso che è ben di verso da quello che hanno nell'uso co mune, senza farle innanzi tutto prece cedere da una chiara ed esplicità defi nizione del nuovo e inusitato senso con cui quelle parole vengono intro dotte nel discorso. Accade sovente di vedere degli uomini profondamente in creduli esaltare il sentimento religioso; il perchè essi per sentimento religioso intendono un qualche cosa che si av vicina alla morale, alla cognizione e all'osservanza dei doveri nostri. Costoro evidentemente abusano delle parole, av vegnachè per sentimento religioso da tutti s'intenda quella aspirazione che i credenti provano verso Dio, e quel ta cito bisogno che essi hauno di render gli un culto. Accade lo stesso anche nelle defini zioni reali. Quando la natura delle cose di cui si parla non è bene e chiara mente definita, non si può sperare di ragionarvi sopra con fondamento. Se lo spirito fosse meglio definito non si ve drebbe le tante fiate confuso con la forza, da quei cotali i quali prendendo lo spirito nel senso di una attività che muove l'universo, credono di ridurre alle strette i materialisti dicendo loro : fonderlo colla forza, la quale è una funzione inconsciente non creatrice, relativa ai corpi e cosi strettamente congiunta con la materia, che distrug gendo questa quella sarebbe distrutta al tempo stesso. La confusione che spesso si fa tra l'ente e la funzione dipende dunque da un difetto di definizione, che non sarà mai bastantemente lamentato, inquan tochè talora si spenda vanamente un tempo prezioso in controversie che, in fin dei conti, si risolvono in una mera questione di parole. Ma dalla necessità della definizione come mezzo adatto ad esporre e a ri chiamare alla memoria il meno imper fettamente che sia possibile le cose ve dute, alla defininizione considerata come principio corre un abisso. Si tenga bene amente, che ledefinizioni possono farsi soltanto sulle cose note, e che ogni de finizione piuttosto che essere un princi pio generale e sintetico, non è altro che un esame analitico delle proprietà della cosa definita. Il triangolo, dice Condillac, si definisce chiamandolo una superficie determinata da tre linee. Ma se questa definizione ci dà una idea del triangolo, si è perchè abbiamo veduta quella figura; se non l'avessimo veduta non avremmo mai pensato a definirla. La definizione in se stessa nulla rivela > (Argomento di Mazzini). Delresto, se i credentinelle religioni non si accordano fra di loro intorno ai principii della fede, convien dire che i deistinonsi accordano meglio fra di loro intorno ai limiti e alla potenza del loro Dio. Clarque distingue quattro classi di deisti che più propriamente si possono ridurre a tre : 1° Quelli che ricono scono un Dio senza provvidenza, indif ferente alle azioni degli uomini e agli avvenimenti di questo mondo; 2º quelli che credono in un Dio e in una prov videnza, ma negano le pene e i premi dell'altra vita. 3º Finalmente quelli che credono ai premi e alle pene della vita futura e ammettono la provvidenza di vina. A quest'ultima classe appartengono tutti i deisti moderni. Kantpoi, con una divisione affatto arbitraria, distingue il Teismo dal Deismo, e mentre il primo definisce la credenza in un Dio libero creatore e regolatore del mondo; il se condo vorrebbe che fosse limitato alla credenza in una forza infinita, non in telligente e strettamente unita alla ma teria (Critica della ragione pura p. 659)." Questa interpretazione non è passata nell'uso comune, avvegnáchè se cosi 254 DEMOCRITO fosse, tutti i materialisti dovrebbero og gimai dirsi deisti. (V. Dio) Deleyre ( Alessandro ). Nacque a Portrets, presso Bordeaux nel 1726, e fece i suoi studi nel collegio dei gesuiti, dei quali vesti l'abito fino all'età di quin dici anni. Quando i gesuiti furono e pulsi dalla Francia, egli si recò aPa rigi ove, nonostantelasua esagerata di vozione, ebbe tanta ventura distringere amicizia con Diderot, d'Alembert e Rous seau i quali lo persuasero a seguire le sue inclinazioni per le lettere. Da quel momento si può dire che incominciò il rinnovamento della sua educazione, sic chè abbandonato il bigottismo eccessivo professato nell'adolescenza, man mano si piegò al partito filosofico di quei tempi e volse infine ad un aperto ateismo. L'Analisi della filosofia di Bacone pub blicata nel 1755 in tre volumi, è lavoro pregevole per la chiarezza con cui egli espone la filosofia del cancelliere d' In ghilterra e per l' energia delle convin zioni che vi professa l'autore. Fece vari articoli nell' Enciclopedic, fra i quali merita menzione quello sul Fanatismo, che Voltaire riprodusse, sebbene abbre viato, nel suo Dizionario filosofico. La professione di principii apertamente ir religiosi contenuta in quello scritto, gli cagiond non pochi dispiaceri. Rousseau, chenon fu sempre religioso, volle allora dare all'amico suo consigli di strana moderazionè >> ( V. la mia Storia critica della superst. T. II cap. VIII ). Ma la demonologia non termina coi processi delle streghe. Ingentiliti i co stumi, non si abbruciarono più gl' inva sati, ma la potenza del demonio non fu perciòmeno grande. Gli animali. (v. BE STIE ) l'acqua, l'aria e tutti gli elementi apparvero congiuranti a danno dell'uo mo, diretti dalla potenza di Satana. A poco a poco la civiltà spegne i roghi, manon toglie gli esorcismi, e con essi la stupida credenza dei vulgari nelle opera zioni magiche del clero. I rituali sono pieni di esorcismi per tutti i casi e per tutte le circostanze della vita. Si esor cizza l'acqua prima di benedirla affin di scacciarvi il demonio che può esservi occultato, e con l'acqua esorcizzata si battezza, e il battesimo è novello esor cismo, col quale la Chiesa vuole innanzi tutto cacciare il demone ch'è in pos sesso del corpo. « Io ti esorcizzo, dice e ti allontani da questo servo di Dio. Avvegnachè egli sia Colui che ti coman da ecc ». ( Rituale di Toul Edizione del 1700 pag.. 32 35). Non vi è malanno che non si com metta dai demoni.> Nel 1742 Diderot strinse amicizia con Rousseau, ma questo filosofo bron tolone e diffidente non era guari fatto per viver cogli uomini. Nel 1758 l'a micizia fu rotta e convertita in aperta inimicizia. Diderot si unì poi a D' A lembert per redigere la famosa Enci clopedia, che interrotta per divieto del re, e poi ripresa fu infine condotta a termine sotto la direzione di lui solo (v. ENCICLOPEDISTI), La pubbli DIDEROT cazione dell' ENCICLOPEDIA assicurò la fama del filosofo, che ebbe la buona sorte di ottenere la protezione di Cate rina II di Russia, la quale volendo in bella maniera gratificarlo, acquistò la sua libreria per 15,000 lire, accordan dogli il diritto di conservarla presso di sè per tutta la vita, e assegnando gli inoltre una pensione per la custo dia dei libri che l' imperatrice in que sta singolar maniera aveva acquistati. Il procedere degli studi e della 273 dimento col quale faceva parlare il suo amico. Ma chi, diceva, oserà fir mare questo ?- Io, rispondeva l'ab bate, continuate dunque. Qual'è ancora l'uom di lettere il quale non riconosca facilmente nel libro dello spirito d' Helvetius e nel sistema della natura di Holbach molte belle pagine che non sono, che non possono esse re che di Diderot? Se noi dovessimo fama di Diderotlo fecero eziandio pro cedere nella negazione del sovranatu rale; e fint col dichiararsi ateo e ma terialista. Nei suoi Principii filosofici sulla materia e il movimento, egli ri conosce una forza inerente alle mole cole, inseparabile ed eterna, ed accu sa il cartesianismo di assurdità per avere insegnato che nella materia vi è una opposizione reale al movimento. La morale assoluta è pure combattuta daDiderot in uno scritto che ha per titolo: Supplemento al viaggio di Bou gainville, o Dialogo tra A e B sull'in conveniente di attribuire le idee morali a certe azioni che non le comportano. L'autore con singolarità e spirito di mostra che i costumi dei selvaggi son quelli della natura, che il pudore e il ritegno sono chimere, principii di mo rale puramente convenzionale,e la fe deltà conjugale una ostinazione ed un supplizio. Da buon epicureo Diderot insegna l' amor del piacere, ma non lo vuol disgiunto dai nobili affetti e dalle passioni pure. Oltre una quantità di scritti sull'ar te, sulla poesia e sulla filosofia, par che Diderot collaborasse in quelli eziandio i quali non figurano sotto il suo no me. L'amico suo Grimm, nella sua corrispondenza, scriveva di lui: Dilemma. Sorta di sillogismo il quale consta di due proposizioni oppo ste, di cui una sola può esser vera. E sempio: Se le tre persone divine sono distinte le une dalle altre, non possono essere consustanziali; dunque sono tre Dei; se invece sono consustanziali non possono essere distinte; e allora Dio di venta Uno senza persone distinte. Diluviano. Che si riferisce aldi luvio. In geologia dicesi terreno diluviano o diluvium quello strato terrestre il qual si suppone che fosse alla superficie della terra all' epoca del diluvio; e terreno post-diluviano quello che lo segue. Ma uno studio più accuratoha reso evidente che veri diluvi o cataclismi non vi fu rono mai, e che lo strato il qual si re puta diluviano fu lentamente costituito dall' azione delle correnti d' acque che anche tuttodi nell' alveo e alla foce dei fiumi e sulle sponde del mare forma no terreni nuovi, per l'effetto di una secolare accumulazione di materie. Im pertanto i geologi della nuova scuola evitano quest' antica denominazione e, con maggior proprietà di linguaggio, chiamano il terreno diluviano strato d'al luvione antica, il post-diluviano, strato d' alluvione moderna (v. CATACLISMA). Diluvio. Il racconto della Genesi (Cap VI) intorno al Diluvio di Noè non può lasciarci alcun dubbio sul carattere mitico di quella leggenda. Non solo il Diluvio contrasta con tutto l'indirizzo della geologia moderna (v. CATACLISMA) ma le circostanze stesse che l'accom pagnano sono assurde e impossibili.Nar ra la Genesi che nell' Arca sette per sone ricoverarono: Noè, i suoi tre figli e le loro mogli. Oltre a questi, di cia scuna specie d'animali mondi entra rono nell' arca sette paia, e degli ani mali immondi un sol paio per ogni specie ( Gen. VII. 2. 3. 14. 15). L'ar caavevalalunghezza di trecento biti, era larga cinquanta e alta trenta; cu DILUVIO la luce riceveva dall' alto, aveva una sol porta ed erafatta atre piani (Gen. VI. 15. 16). Secondo i dati stessi della Bib bia essa presentava dunque una super ficie di 15,000 cubiti quadrati per ogni piano e così in complesso una super ficie di 45,000 cubiti, corrispondenti a 15,000 metri all' incirca. Domandasi se questo spazio poteva bastare a con tenere anche soltanto un paio di tut ti gli animali viventi sulla terra. I soli mammiferi finora conosciuti, compresi i cetacei, ascendono a ben 1200 specie, e stando nei limiti di un più che mode rato calcolo, si può dire che, in media, per ogni mammifero occorre lo spazio 275 nel calcolo soltanto due individui per ogni specie. La Bibbia però ci avverte che delle specie pure sette paia furono ricoverate. Ma quali sono gli animali puri ? La Bibbianol dice; però ci indi ca poche specie soltanto come impure. Ma suppongasi, per abbondanza, che una metàdei mammiferi appartenga alle spe cie impure; dovremo sempre per l' altra metà aumentare di sei volte lo spazio occorrente. Questo aumento ci da la cifra di altri 66,000 cubiti quadrati. di cinque cubiti quadrati all' incirca. E siccome per ogni specie devono ricove rarsi nell' arca due individui almeno, così tutti insieme occuperanno una su perficie di ben 6000 cubiti. Ma una metà di questi mammiferi appartengono alla specie dei carnivori, d' onde la necessi tà di immettere nell' arca altrettanti animali quanti occorrevano pel loro man tenimento nel periodo di 355 giorni, du rante i quali restarono nell' arca. Ora, ammesso che in media ogni mammifero carnivoro consumasse mezzo chilogram mo dicarne per ogni giorno, dati 1200 carnivori (600 maschi e altrettante fem mine) il consumo giornaliero della car ne avrà dovuto ascendere a seicento chi logrammi, e così per tutta la durata del diluvio a chilogrammi 237,000, i quali possono essere rappresentati da circa 300 buoi, occupanti una superfi cie di 3000 cubiti quadrati almeno. Per l'altra metà dei mammiferi non carni vori dovevasi accogliere nell' arca il nutrimento vegetale necessario, il qua le, supposto che constasse di solo fieno, poteva occupare uno spazio per lo me no doppio dell' alimento necessario ai carnivori; tanto più che doveva servire eziandio al mantenimento dei 300 buoi riservati al pasto degli altri animali. Ecco quindi una superficie di 21,000 cubiti quadrati, occupata dai soli mam miferi. Ma finora abbiamo introdotto Questo per i mammiferi soltanto. Ma abbiamo oltre 500,000 specie di uccelli e parecchiemigliaia d' altre specie, tra insetti, vermi, rettili, moltissime delle quali sono carnivore e altre vivono sot to la terra ed hanno bisogno di gran dissimo spazio. Non è dunque fuor di proposito ilvalutare lo spazio occorrente a tutti questi animali inragione di una metàalmeno diquellooccorrente aimam miferi, e così avremo in complesso una superficie di circa centomila cubiti qua drati, che è quanto dire maggiore di oltre sei volte la reale capacità del l'arca! Il credere poi, come fanno gli orto dossi, che sette persone potessero ba stare a provvedere ai quotidiani biso gni di tutti questi animali, è cosa che muove il riso. Invero, se ifelici abita tori dell' arca avessero anche avuto la forza di provvedere tutti i giorni alle occorrenze di ogni singolo animale, non ci sarebbero riusciti per mancanza di tempo, imperocchè ammettendo che al l'incirca quattro milioni di individui fos sero rinchiusi in quel luogo (e il cal colo non è largo ) sette persone che avessero lavorato indefessamente, sareb bero appena riuscite a numerarli men talmente. Figuriamoci poi se sarebbero bastati a portare dall'una all'altra gab bia il nutrimento, a rifare il letto del le bestie, a pulire e lavorare i pavi menti, senza cui quella casa quadrata che si chiama arca, sarebbe in breve stata ripiena di un insopportabile fe tore. 276 DILUVIO Riesce ancor più difficile lo spiegare naturalmente, come vuole Don Calmet (Dis. Biblico), i fenomeni cosmici che accompagnarono il Diluvio; imperocchè senza che Iddio compiesse una nuova creazione di sostanza acquea, non siriu scirebbe ad intendere in qual maniera volte tutto l'elemento liquido esistente sul globo! Ma tolgansi pure queste impossibi lità fisiche all'effettuazione deldiluvio, e credasi, come vogliono i sapienti orto dossi, che questo non sia stato altro che un cataclisma geologico; ebbene, l' evi denza non sarà perciò più chiara e la pretesa conciliazione tra la Bibbia e la scienza non vi avrà nulla guadagnato. le acque potessero superare di quindici cubiti le piú alte montagne. Suppongasi pure che l'atmosfera fosse satura di va pore e che il passo biblico: in quel giorno si aprirono le sorgenti dell'abisso | cataclisma dei geologi corrisponde a e le cateratte del cielo, debba interpre tarsi nel senso, che le acque del mare Infatti, nessuno degli effetti attribuiti al si rovesciarono sui continenti e i vapori sospesi nell' atmosfera si sciolsero in pioggia. Ma si è calcolato che i vapori dell'atmosfera non potevano dare uno strato d'acqua che coprisse la terra per una altezza maggiore di dieci piedi. Nè possiamo credere che il mare uscisse dal suo letto, per coprire i continenti, giac chè questo fatto oltre all'essere contra rio alle leggi della statica e all'equilibrio dei liquidi, non avrebbe poi, anche se possibile, di molto superata una appena mediocre altezza. Aquesto proposito ben dice Voltaire, (Bible espliquée T I) che affinchè l'acqua potesse innalzarsi di quindici cubiti sopra le più alte monta gne, sarebbe stato necessario che si fos sero formati dodici oceani ' uno sopra l'altro, e che l'ultimo fosse stato venti quattro volte più grande di quello che oggidi circonda i due emisferi. Forse questo conto è alcun poco e sagerato, ma possiamo noi stessi ridurlo alle sue verosimili proporzioni, calco lando che la profondità del mare sia in media di tre chilometri ( ridotti a due, poichè una terza parte della su perficie non è coperta dalla acque) e prendendo per base del calcolo il raggio terrestre in 6000 chilometri. In tal caso tutta l'acqua dei mari sarà valutata in 215, 928,008 di chilometri cubi. Or l'Hi malaya sorge asei chilometri sul livello del mare, e a superare la sua cima oc correrebbe la quantitàdi648,648 216 di chilometri cubi d'acqua, ossiapiù di tre quelli annunziati nella relazione di Mosè. Questieffetti sono principalmenteloscava mento delle valli, ladenudazione e l'ero sione delle roccie, ladispersione su tutta la superficie della terra dello stesso de positodurante la rinnovazionedella mag gior parte degli esseri viventi, e special mente di quasi tutti imammiferi del pe riodo terziario. Or Mosè ebbe cura di avvisarci che nessuna delle specie viventi all'epoca del diluvio si è estinta in que sta catastrofe, ed ha prevenute tutte queste supposizioni di denudazione e di sprofondamento, raccontando con qual lentezza le acque diluviane si sono ab bassate, lasciando in piedi, non solo gli alberi delle foreste, ma ancora quelli dei campi, come gli olivi (Gen. cap. VIII. 11). Nessuna concessione della geologia, nè dell' astronomia potrebbe conciliare ciò che queste scienze hannodi più positivo coll' interpretazione letterale di parecchi passi del racconto di Mosè. La dottrina esposta nel celebre Discorso preliminare di Cuvier, quantunque re putata ortodossa, si allontana anch'essa in molti puntidal raccontogenetico. Es sa suppone l'emersione prolungata per molti secoli di una partedella superficie terrestre e l'immersione esclusivadiun'al tra parte ». (Reboul. Geologie de la pé riode quaternaire cap. 27). Finalmente non bisognadimenticare, siccome un fatto assai caratteristico, che questo diluvio mandato appunto per sterminare l'umana specie avrebbe avuto per conseguenza di produrre un terreno geologico nel quale si trovano animali DILUVIO d'ogni specie non più esistenti, eccetto quelli dell'uomo ! Ma piuttosto che andare incontro a tante assurdità, non è egli più savio consiglio il riconoscere che la leggenda diluviana non ha nulla di reale e deve forse la sua origine ad un mito indiano? La tradizione deldiluvio era infatti molto diffusa fra gli orientali. Il caldeo Beroso parla di un diluvio nel quale il buon re Xisustri, avvertito dagli Dei sulla pros sima innondazione del Ponto-Eusino, si salvò entro un'arca; un altro diluvio ri cordalamitologia greca nelquale Deuca clione e Pirra ripopolarono il mondo gettandosi dietro le spalle dei sassi, che si trasformarono in uomini ; e gli stessi egiziani ricordavano un diluvio nel quale si sommerse l'isola Atlantide. Ma tutte queste tradizioni la cedono in vetustà a quella dell' India, dove i Vedas, certa mente anteriori alla formazione definitiva del Pentateuco, narrano l' avvenimento del diluvio con quelle singolari concor danze coi nostri libri santi, le quali si possono vedere nel seguente parallelo del Diluvio di Vichnu. Notisi intanto che Vich-Nù, Me-Nù, hanno sempre la stessa desinenza di Nù, dallaquale gli Ebrei trassero il loroNoè. Èpoi curiosa laconcordanza del dilu vio del primo con quello del secondo. Se ne togli la differenza del mito, do vuta alla diversa indole dei due popoli che lo creavano, è impossibile negare che uno non proceda dall' altro. Per la migliore intelligenza del lettore qui sotto ne riporto la comparazione: Bibbia-Genesi, Cap. 6, 7, 8. Il Diluvio. Edecco, io farò veniresoprala terra il diluvio delle ac que, per farperire disottoal cielo ogni carne in cui è alito . di vita: tutto ciò che è in terra morrà. MAHABARATA BAGAVAD-GITA Episodio del pesce. Di ciò che si muo ve e di ciò che non si muove il tempo avvicina minaccioso e terribile. Fatti un' arcadi legno di Goser falla a stanze ed im peciala di fuori e di dentro conpece (Id. 14). Eprenditid' ogni cibo che si man giaedaccoglilo ap presso a te (id. 21). ENoèfececosì: egli fece secondo tutto ciò che Dio aveva comandato... ed entrò nell' Arca consuamoglie, con le moglide'suoifi glioli. Eildiluviovenne sopra la terra...... e le acque si rinfor zarono e crebbero grandemente e l'Ar canuotava sopra le acque (Id. 47, 18). Eleacqueavan zarono i monti che furonocoperti(VIII, 20 е 24). Ed essendo state chiuse le cateratte del cielo, l'acque an daronoritirandosi e nel decimosettimo giorno del settimo mesel'Arca si fermò sopra le montagne d'Ararat (VIII, g-4). E Iddio parlò a Noè dicendo : Esci fuor dell' Arca, tu e la tua moglie ei tuoi figlioli ( VIII, 15, 16,). Ed Iddio bene-. disseNoè e suoi fi gliuoli e disse loro: 277, Fatti una nave forte, solida, ben congiunta con le gami. Etusalirainella nave e porterai te co tutte le sementi perchè vi si con servino lunga sta gione. E stando sul legno mi vedrai ve nire a te con un corno sulla testa al quale mi riconosce rai.... E Manù racco gliendo tutte le se menti entrò nella nave con sette ri chis (sapienti) e si diede a vogar sul l'oceano orrenda mente gonfiato. Evidde ilpesce nuotante nelle acquə portante un corno come aveva predet to..... Attaccòuna corda al corno che esso portava al capo, e il pesce essendosi avviato trascinò ra pidamente il basti mento sui flutti del l'oceano. Agitata da fu riosi venti la nave vacillava sui caval loni. Nè la terra, nè le regioni del cielo erano visibili: tutto era acqua lo spazio e il cielo. Così il pesce fe ce vogare la nave per molti anni, poi lafeceposare làovè l' Himarat elevava lasuapiù altacima. Alloracosì il pe sce pariò ai sapienti della nave: lo sono Rama; nessun es sere è più elevato dime. Sotto forma di pesce io venni asal varvi dai terroridel 278 fruttate e moltipli catee riempite tutta la terra (IX, 1, 7). Io fermo il mio patto con voi, che ogni carne non sa ràpiùdistrutta per l'acqua del diluvio, e non vi sarà più diluvio per guastar la terra. (Id. II ). DINAMISMO lamorte. Da Manu | di essere dimostrata, imperocchè non devono ora nascere si va dal noto all'ignoto, dalla verità tutte le creature. Esso deve ri creare tutti i mondi e per via di auste rità e devozioni sa rà compiuto quel ch'io annuncio. Perfavormiola creazione degli es seri non cadrà più in confusione. Dimostrazione. La dimostra zione è il fondamento più ovvio d'ogni filosofia esatta. Non vi può essere per noi verità se non è dimostrata; la di mostrazione è quella che ci apre gli occhi all' evidenza e c'insegna le cose che credere dobbiamo. La dimostra zione deve seguire il metodo induttivo, anzichè il deduttivo ( v. DEDUZIONE ); essere a posteriori e non già a priori (vedi queste parole ); preferire il me todo analitico al sintetico (v. ANALISI ). Questi principii fondamentali della di mostrazione furono sempre miscono sciuti dalle vecchie scuole della filoso fia, le quali fondandosi appunto sul principio falsamente affermato daAri stotile, che la dimostrazione è l'atto del dedurre da una verità univer sale le conseguenze che ne sortono, necessariamente, hanno supposto che le verità universali potessero essere a nostra conoscenza prima ancora della dimostrazione, e che questa giovasse soltanto per mostrare l'evidenza delle verità particolari in quanto si riferi vano agli stretti e necessari rapporti immediatamente percepita a quella a stratta della generalizzazione, senza che i rapporti fra queste idee non siano dimostrati, e che la loro conformità non sia resa evidente. Ad esempio, io posso ben credere senza dimostrazione che l'acqua che bevo è incolore e trasparente, poichè il fatto stesso della sensazione che provano i miei occhi è dimostrazione sufficiente a indurmi in questa convinzione; e posso egualmente credere che tutte le acque della terra non sono egualmente incolori e tra sparenti, poichè ne vedo di più o di men chiare secondo le fonti, e i ter reni ov'esse si depositano. Ma la di mostrazione diventa solo necessaria quando io voglio astrarre da queste differenze e stabilire la proprietà ge nerale dell'acqua di essere incolore. È allora che io ho bisogno di doman dare alla chimica il soccorso della sua analisi e della sua sintesi per provare che le sostanze coloranti non sono parte essenziale di queste acque, e che in qualunque tempo, e in qualunque paese si combinino insieme 88, 91 parti di ossigeno con 11, 09 d'idrogeno si avrà quel liquido che si chiama acqua. Questa verità è dunque d'ordine uni versale, ma è vera sol in quanto è ve rità dimostrata, l'abbiam conosciuta coll'induzione passando dal noto all'i gnoto, l'abbiamo stabilita colla scorta delle verità particolari, ma non l'ab biamo dedotta da alcun principio più che questi avevano con quella. Questo | generale. errore è stato ben confutato dalla scuo la sensualista, la quale facendo rife rire tutte le nostre idee alla sensa zione, ha provato che le sole verità le quali non hanno bisogno di essere di mostrate, son quelle che diremmo as siomatiche, e che derivano immediata mente dai sensi ( v, ASSIOMA). La ge neralizzazione di queste verità primi tive direttamente provate dalla sensa xione, è quella che invece ha bisogno I cippo nè a Democrito è mai caduta in Dinamismo. Teoria filosofica opposta all' atomismo, per la quale si concepisce la materia come il risultato di sole forze. L'atomismo antico aveva cercato di spiegare i fenomeni della natura col solo soccorso degli atomi e del moto, ma è un errore di molti il credere che in questo sistema tanto av versato oggid) dai metafisici, gli atomi fossero inerti e senza forza. Nè a Leu DINAMISMO mente siffatta incongruenza, e l'ultimo specialmente si è assai ben spiegato intorno al movimento dei suoi atomi, ch'egli disse eterno, necessario, quan do intese il movimento con le parole necessità del fato ( v. DEMOCRITO ). Ciò posto, non si capisce proprio l'entu 279 non sono altro che i fenomeni, pro prietà assegnate alla materia per rap presentarla come una sostanza, men tr' essa poi non è altro che il risultato di azioni e combinazioni di forze, in una parola il movimento. Credette egli siasmo di coloro che esaltando le me tafisicherie del dinamismo, credono di dir cosa nuova insegnando contro l'a tomismo una teoria del movimento. Leibaitz, Kant e Schelling fondarono la teoria dinamica. Il primo, per ve rità, non intravvide altro che la im possibilità di un' azione degli atomi senza forze che fossero inerenti alla loro sostanza, ed ebbe, confessiamolo pure, il merito grandissimo di stabilire chiaramente che alla materia è inerente il movimento. « Ogni porzione dellama teria, non è soltanto divisibile all' infi nito, ma ancora suddivisa attualmente senza fine ciascuna parte in parti, o gnuna delle quali ha un movimento proprio. (MonadologiaNe.65 p. 710)». (Genesi). Non ha la prescien za nè la sicurezza dell'operare ; ed è solo dopo aver compiuta la creazione ch'egli si avvede d'aver fatto cosa buona. Spesso rammaricasi dell'opera sua : si pente di aver creato l' uomo ( Genesi VI, 6), e fatto re Saul (I Re XV, II); nè mai è sicuro se i popoligli saranno fedeli, on d' egli prevede di doversi pentire del beneche aloro fa (Geremia, XVIII, 10). Siffatti volgari antropomorfismi, sono ben altro cbe adatti a farci credere che l'antica rivelazione abbia dato agli uomini l'idea di unDio spirituale; e son poi così goffi e così bassi che la teolo gia è costretta a interpretarli allegori camente. Non èdunque lontano dal vero chi fa risalire a Platone la prima idea dello spirito; e per lo meno non è dub bio che il suo Dio fosse incorporeo. Egli considerò il corpo come un segno d'im perfezione e credette che un essere cor poreo non potesse essere eterno. I cinesi si avvicinavano a questaopinione quan d'essi dicevano che nessuna cosa nel faccia senzamorirne (Esodo XXXII! 18 i mondo gli rassomigliava, nè ch'egli po teva vedersi; e i pitagorici credevano anch'essi che Dio fosse un essere incor poreo. Giova avvertire però, che per quanto questi filosofi sembrino avvici narsi al concetto della metafisica moder na, non per questo si può credere che essi avessero una chiara intuizione di ciò ch'è spirito; imperocchè, come ben dice l'autore dellastoria della filosofia pagana (Haye 1724), dall'avere gli antichi chia mato Dio, asomatos, non ne deriva che essi l'abbiano creduto spirituale. Avve gnachè questa parola non esclude un corpo leggero e sottile,comeben si prova con latestimonianza di Porfirio, di Proclo e Giamblico . Il primo dice infatti che 281 proprietà della materia primitiva se condo gli antichi, è d'essere senza corpo (Senten. XXI.); e Giamblico e Proclo as sicurano che i corpi celesti sono assai so miglianti alla sostanza incorporea degli Dei ( Giamblico . De Misteriis . Sez . I cap. XVII. Proclo in Plat. Theologiam, cap. XIX). Perfino Tertulliano spiegava la parola latina incorporalis nello stesso senso che questi autori danno alla pa rola greca asomatos, poichè egli dice che la voce è incorporea (Adversus Pra DIO felicità; solita antitesi del politeismo, che si trova nella perpetua alternativa, o di ammettere molti enti assoluti, o di ricorrere all'unità di Dio. Comunque sia, niun può mettere indubbio che la filosofia Platonica non serva, in que sta e in molte altre cose, come d'in troduzione al cristianesimo. Invero, la prima trasformazione del Dio cristiano nell'ente spirituale della metafisica, si compieper l'intermediario di Giovanni, o per meglio dire, degli scritti che a lui si attribuiscono ; i quali sono indub biamente l'opera di unneoplatonico. Il non è affatto esatto: Piatone nulladice di ciò che sia spiritc, ma sol procede хеат. Cap. VII ) Il dire adunque che lafilosofia Pla tonica ha stabilita la dottrina spirituale, principio dell' Evangelo di S. Giovanni parla del Verbo divino, come già ne parlavano i filosofi della scuola Ales sandrina, i quali, come si sa, s'inspi ravano specialmente nei luoghi oscuri di Platone. Nel Verbo Iddio perde ogni per negazione, e c'insegnache Dionon ha corpo, onde bene aragione gli epi curei rimproveravangli quest'errore (Ci cerone. Della nat. degli Dei lib.I); e Se neca, il qual divideva l'opinione degli stoici non lo biasimava con minore e nergia. > (Il Demone di Socrates. Qui vi è evi dente contraddizione, poichè questo padre degli Deinon può essereil crea tore degli altri esseri che sono eterni e che bastano da se stessi alla loro d'essis'affrettano aliberarne la Divinità. Già nel quarto secolo Lattanzio così argomentava per provare l'esistenza di Dio: >> Seriade, ricco cittadino di Corinto, l'a equistò e alui confidò l'educazione de suoi figli, trattollo con ogni riguardo, sicchè infine ebbe il vanto di essere schiavo e di vivere come se fosse libero. Soleva passare l' estate a Corinto e ' inverno ad Atene; ma un bel giorno fu trovato morto nel Cranion, ginnasio vicino a Corinto. Morì nell'anno 323 a. G. C. in etàdi 90 anni. Dopo averegoduto in vita di una fama ch'egli doveva alle sue stra nezze, dopo la morte ebbe ancora dai suoi contemporanei onori e monumenti immeritati. (V. CINICA). Diogene soprannominato LAER zio, perchè supponesi ch' egli fosse di Laerzia in Cilicia. Della sua vita nulla si sa, e il suo stesso nome non ci ènoto che per un libro intitolato: Vita, dottrine e sentenze difilosofi illustri, ilqualeè per venuto fino a noi quasi per intero. An che il tempo preciso in cui viveva s' i gnora, poichè la biografia dell' ultimo filosofo di cui egli parla, è quella di Ateneo che viveva ancora al principio del regno di Alessandro Severo, 222 anni dopo G. C. Adunque quello che sicura mente si può dire di lui, si è che viveva dopo il secondo secolo dell'era nostra, e non oltre il quinto secolo, poichè Ste fano di Bisanzio, che visse verso l'anno 500, parla di luicome di un autore già antico. Moltihanno creduto che appartenesse alla setta di Epicuro, siccome fra le varie biografie da lui redatte più com piacentemente diffondesi in quella di questo filosofo. Altri invece vorrebbero annoverarlo fra gli stoici, parendo a costoro che la vita di Zenone e di Crizia filosofi come storico, e men che storico, come cronachista, unica sua cura essendo quel di raccogliere tutte le opinioni e tutte le notizie intorno ai filosofi di cui scrisse la vita, e di registrarle, quand'an che contradditorie, senza critica. Perciò appunto il suo libro ha tanto giovato alla storia della filosofia, in grazia delle notizie molte e varie che ci ha trasmesso intorno ai filosofi di cui ci ha data la biografia. Diritto V. MORALE. Disgiuntivo.(Argomentodisgiun tivo)Dicesi proposizione disgiuntivaquella nella quale si riferiscono al medesimo oggetto vari attributicome possibili. Per es.: l'uomo o è un animale o un tipo separato dalla classe dei viventi ; lo spi rito, o è materia o è nienteecc. Colla pro posizione disgiuntiva formasi quello che nelle scuole suolsi chiamare argomento disgiuntivo, sorta di sillogismo nel quale la premessa o maggiore consta di una proposizione disgiuntiva, e il rapporto fra la minore e la conclusione è, che se nella minore negasi uno degli attributi, la conclusione dovrà negare l'altro, e viceversa. Esempio: L'uomo o è un ani male o un tipo separato dalla classe Ma separato non è dagli- dei viventi altri esseri, coi quali presenta affinità ed analogie molte Dunque è un ani male.- Oppure: Lo spirito o è mate ria o è niente; una materia non è poichè in tal caso esser dovrebbe spiri tuale; dunque è niente. In conclusione si vede che l'argomento disgiuntivo non è in findei conti che un sillogismo nel quale d'ordinario la premessa è un di lemma. (V. SILLOGISMO). Divisibilità. Una delle proprietà fisiche dei corpi, per la quale essi pos sono dividersi all'infinito, e verificare in tal maniera l' antinomia dell'infinito con tenuto in un corpo finito. I mezzi məc canici o chimici che noi possediamo, sebbene ci permettanodidividere i corpi in molecole piccolissime e quasi imper sianoquellech'eglitrattò più lungamente.| cettibili, sono però sempre demodi gros Il fatto si è, che Laerzio parla de' suoi solani di divisione, se li confrontiamo con DIVISIBILITÀ una più alta potenza visiva. Un vaso di essenze odorose lasciato aperto in una stanza può impregnare del suo odore tutta l'aria di quell'ambiente, eppure la materia uscita da quel vaso e diffusasi in ogni parte è così piccola che non bastano le più precise bilancie per ac accertare una diminuzione di peso nella essenza odorosa, la quale con una tanto piccola parte ha prodotto sì mirabili effetti. Un grano di carmino può colo rare in rosso un litro d'acqua, vale a dire che il carminopuò dividersi in tante particelle così piccole, e così numerose da potersi spargere e mescolare in tutte 201 alle minime proporzioni possibili, tanto chè non ci sia per noi alcun mezzo di dividerlo ulteriormente; per es. un cor puscolo del sangue, non ne deriva già che colle leggi del pensiero non si possa ancora dividerlo consecutivamente inpar ti ancor più piccole. Io posso quindi supporre che quel corpuscolo sia diviso in due metà, l' una delle quali rigetto come inutile, e l'altra posso ulteriormente dividere col pensiero in due parti ancora. le parti del liquido in cui è disciolto. E tuttavia, un goccia di questo liquido sot tomessa al microscopio, ci lascia scorgere chiaramente queste particelle nuotanti nell'acqua. Chi considera il sangue sgor gato da una ferita non ha difficoltà a credere che esso sia un liquido omogeneo e che il color rosso sia proprio di tutte le sue parti. Ma appena una goccia di questo liquido è sottoposta all'esame mi croscopico, subito ci appare assai diversa daquello che suol parerci ad occhio nudo. Una infinità di granulazioni si disco prono al nostro occhio, parte colorate con una legger tinta rossa, parte affatto incolori, sicché quella sostanza liquida, scorrevole, omogenea che prima ci pa reva impossibile ad essere più finamente divisa per la sottigliezza delle sue mo lecole, dopo ci sembra un complesso di corpi solidi abbastanza vistosi e grossi per essere ancora divisi e suddivisi in più e più parti. Ma questo modo di divisione col mezzo dell' ingrandimanto ha pure il suo limite, nè ci è dato di oltrepassare colla potenza visiva la maggior potenza delle nostre lenti. Per altro, l'immaginazio ne questi limiti materiali non conosce, e trasportandosi oltre tutti i mezzi mec canici e fisici e chimici, trova che la divisibilità potrebbe spingersi più oltre, e che nessunlimite, in nessun tempo può esserle fissato. E veramente se conside riamo col pensiero un corpo già ridotto Nuovamente rigettata una di queste, l'al tra può ancora essere mentalmente di visa in dueparti, e così all'infinito. Onde si verifica, come ho detto nel principio, l'antinomia dell' infinita divisibilità con tenuta in uncorpo finito; imperocchè io non posso supporre col pensiero che un corpo si divida, senza che l'atto del di videre non separi due parti distinte, nè posso concepire l'esistenza di queste due parti, per quanto piccole esse siano, senza supporle dotate di estensione; e tutto ciò che è esteso può essere ancora diviso. E fu appunto per evitare cotesta con traddizione che l'antica scuola atomistica ha ammesso con Leucippo e con Demo crito che i corpi non sonodivisibili oltre uncertolimite, e che gli atomi, ch'essi sup ponevano semplici, elementari, non com posti di parti, erano anche indivisibili (v. ATOMISMO). Ma troncare la questione in questa guisa non era risolverla, e per quanto giusto fosse il desiderio degli a tomisti di sciogliere così la controversia sulle essenze, non è perciò men vero, che il pensiero trascorre oltre il limite degli atomi e ad essi vuol dare una di visione. Ora, questa singolare antinomia per la quale vediamo congiungersi in uno stesso oggetto due nozioni così contra l ditorie come sono il finito e l'infinito, non basterebbe per avventura ad avver tirci che il concetto che noi ci formiamo dell'infinito non è altro che una pura a strazione? Si suol dire che l' infinito ci si impone per le leggi del pensiero. Ma son pure le stesse leggi del pensiero quelle che ci rivelano l'infinita divisi 292 DOLORE bilità contenuta in un corpo limitato; cepirla egualmente senzail corpo ma equeste idee contradditorie sono non dimeno così bene congiunte fra di loro che io non le posso assolutamente se parare: non posso pensare a un corpo finito senza supporre la divisibilità in finita, nè posso pensare a questa senza concepirla contenuta in corpo finito. Se adunque il principio di contraddi zione di Aristotile fosse vero, (v. CON TRADDIZIONE) una di queste due idee vera non potrebbe essere. Ma il corpo finito negare non si può, senza negare l'esperienza dei sensi; dunque non ci rimane che a considerare ' infinito nella divisibilità come una mera astra zione. Ma d'altronde chi nega l'infi nita divisibilità nega l'infinità nello spazio, e nel tempo, vale a dire ne ga insieme l' infinità e ' eternità. Invero, il processo della divisione è identico, sebbene in senso inverso, aquello dell' addizione. Se io divido una quantità sommata rifaccio il la voro dell' addizione, e riduco la pro porzione al termine primitivo. Som mare edividere possono dunque para gonarsi al movimento di un uomo, che percorresse un determinato tratto di cammino, epoi rifacendo la sua strada ritornasse al punto primitivo. Infatti quale è l'idea che ci presenta l'infi nità dello spazio? Un metro, un chilo metro,un miriametro come qualunque altra misura delle distanze possono co stituire gli elementi dell'addizione del l'infinito Un chilometro aggiunto a un' altro chilometro e poi a un terzo, aun quarto e così via all' infinito. E colla parola infinito non esprimiamo altra idea fuor di quella che non tro viamo alcun ragionevole motivo per fissare un limite a questa addizione di chilometri. Nella divisibilità noi proce diamo in senso inverso: togliamo, cioè, gli spazi aggiunti per tornare al punto primitivo, e in questa operazione ci tro viamo ancora di fronte all' infinito. La teriale che le serva, per così dire, di substrato; basta che si consideri un determinato spazio e quello spazio lo si divida mentalmente in parti, per ca pire che eziandio in quello spazio fi nito esiste l'idea dell'infinito.Lo stesso processo può farsi per il tempo. Un'o ra posso dividerla in minuti, il mi nuto in secondi, il secondo in terzi e così via all'infinito. Abbiamo macchine chepossono indicare la diecimillesima parte di un secondo, ma quella stessa legge del pensiero che c'impone di cre dere all' eternità, ci impone pure di credere che la divisibilità del tempo non può fermarsi a quel punto, e che come si può con mezzi meccanici se gnare la diecimillesima parte di un minuto secondo, così la mente può di videre ancora ulteriormente questa mi nima frazione del tempo, e così all' in finito. Ond'è proprio questo il caso di dire che l'eternità, per le leggi del pensiero, è contenuta in un minuto. ( v. ETERNITA ed INFINITA ). Doceti. S. Girolamo (Contro iLu ciferiani C. 8) dice che contempora nei agli apostoli furono certi eretici, detti doceti, iquali negavano che Gesù Cristo avesse preso un vero corpo, la qual cosa è pure attestata da S. Cle menteAlessandrino(Strom. lib. VII) e da Teodoreto. Vuolsi anzi che l'apostolo Giovanni abbia inteso parlar di loro quando disse, che ogni spirito il qua le non confessa Gesù Cristo venuto in carne, è l'Anticristo. (Gio. I. Epi stola Cap. 4). Se questi eretici sono dunque esistiti, e non ne è dato dubi tare dopo le testimonianze addotte, sarebbe provato, che già i contempo ranei di Gesù negavano al preteso Messia ogni realtà storica,poichè realtà storica non può avere chi non è dotato di corpo. Dolore. Sensazione penosa per cepita inunaparte vivente del cervello. infinita divisibilità è adunque identica | E dicesi del cervello e non del corpo, all'infinità dello spazio; cioè, posso con- perocchè, come tutte le sensazioni, così DOLORE anche le dolorose non si sentono vera mente nel posto dove sono cagionate da malattia o da ferita, ma sono sen tite soltanto dall'organo cerebrale, di guisachè se recidonsi i nervi della sen sazione di un dato membro, quel mem bro rimansi insensibile ad ogni sensa zione dolorosa, nè per quanto si tor-. menti in ogni guisa esso riesce a per cepire il dolore. Organi della trasmis sione del dolore essendo tutti i nervi, è chiaro ch'esso è una sensazione d'un genere affatto diversa da tutte le altre che hanno organi speciali perprodurla; onde il dolore cambia d'intensità e di 293 uno stato speciale del nostro organi smo, unamodificazione più o meno pro fonda che si opera nel corpo, sia essa nel cerebro o altrove ; onde vediamo, ad esempio, che certe affezioni fisiche con ducono sempre ed inevitabilmente a certe altre affezioni morali. Gli è ben vero che alcune fiate vediamo lu affe zioni morali produrre nel nostro fisico alterazioni notevoli; tuttavia questa non èaltro che una apparenza, una illusione alla quale naturalmente noi tutti dob natura secondo laspecie del nervo che lo conduce, secondo lo stato dell' or gano che lo riceve e del cervello che biamo soggiacere, per la ragione che l'affezione morale è quella che ordina riamente si palesa ai nostri occhi prima dell' alterazione fisica che l'ha cagio nata. E siccome nell'ordine del tempo fra duefenomeni che si seguono imme diatamente noi siam soliti a dare il nomedi causa al precedente, e di effetto al susseguente, così è ovvio che in tali casi l'affezione morale onde siamo tra lo percepisce. Oltre alla lesione dei nervi, il dolore può essere prodotto da una difficoltà, che per una qualsiasi causa provano i diversi tessuti nel loro modo naturale d' azione. Non devesi, del resto, dimenticare che ad ogni mo dificazione fisica corrisponde sempre una modificazione morale, imperocchè, come ben lo ha dimostrato Cabanis, i rapporti che passano tra il fisico e il morale sono cost stretti fradi loro, da non potersi produrre un' azione qual siasi nell'uno senza che vi corrisponda | detti morali, che noi proviamo per la vagliati, e che per la prima si rivela ai nostri occhi, sia spesso creduta la causa delle alterazioni organiche che si manifestano poi. Ma laverità è questa, che nessuna affezione morale noi pos siamo eccitare negli altri o in noistessi, senza che sia preceduta da una modi ficazione fisica. Cosicchè i dolori cost una modificazione dell' altro. Io dirò anche di più, poichè il modoinvalsodi considerare il fisico ed il morale sic come due elementi distinti, quantunque in una stretta unione fra di loro, non mi pare esatto. Quel complesso di fe nomeni e di attività che costituiscono il carattere morale dell'uomo, non for ma una realtà sostanziale; esso non è altro che il risultato dell'azione fisica, epperd dobbiam dire giustamente, che se consideriamo nel fisico il corpo a gente, nel morale non vi possiamo ve der altro che la funzione. Coloro per collera o per lo spavento, sono infine sempre prodotti da cause organiche. « In vari casi, dice il dottore Frerichs, le malattie scoppiano improvvisamente in individui sani, dopo un violento spa vento, od un eccesso di collera, sicchè tanto i quali credono che possano darsi dei dolori morali, i quali non abbiano alcuna dipendenza dall' attività del cor po, errano a gran partito. Quel chedi- sibilità viziosa del centro nervoso, in ciamo dolore morale, non è altro che quellididistruzionegenerale delleforze, l'effetto della scossa moralepuò appena essere avvertito. Allora gl' infermi di vengonoitterici,inpreda adelirio emuo iono alcuni giorni più tardi » (Trattato delle malattie delfegato). Si sa d'altronde che tutte le malattie cancerose predi spongono singolarmente alla malinco nia, e che la malinconia è il principio di tutti i dolori morali. >> La dottrina di una religione qualunque, è quella che da essa s'insegna sia intorno al domma, sia intorno alla morale; del pari la dottrina di una filosofia quella è che riassume ed espone con ordine e metodo gl'insegnamenti della suascuola. Dovere. Vedi MORALE. Draidismo. Antica religione dei Galli sul conto della quale poco si sa, avvegnachè i Druidi o sacerdoti di questo popolo confidarono alla sola tradizione orale gl'insegnamenti della loro teologia. Il nome di Druidi gli antichi derivarono dalla parola greca che significa quercia, lerebbe forse un fondamento politeista ? >> (Cousin. Introd. alla storiadella filosof. lez. V.). In tal guisa la sostanzadi Dio èil mondo, o il mondo à Dio. Qui il panteismo si rivela chiaramente e senza sottintesi: ma la filosofia eccletica di Cousinsi farà un dovere di negarlo dieci volte in dieci luoghi diversi delle sue opere, onde essere fedele al sistema di non aver sistema; sicchè i cattolici nonebbero torto di rimproverargli quel Jo spirito subdolo che il cristianesimo accusa negli eccletici antichi, mezzo pagani mezzo cristiani, mezzo filosofi mezzo teologi, interi solo nel pensiero d'insinuársi in tutte le scuole e di tutte dominarle. 1 >> Eleatica. (Scuola). Setta filoso fica fondata da Senofane in Elea, città d'Italia, pochi anni dopo la caduta di Pitagora, dai principii speculativi del quale prese le mosse. Due periodi ben distinti voglionsi considerare nellascuo la eleatica, e meglio che periodi, do vrebbero dirsi addirittura scuole dif ferenti e assolutamente separate fra di loro. La prima scuola rappresentata da Senofane, Parmenide, Melisso e Ze nonetutti contemporanei, abbraccia un periodo di poco più di mezzo secolo, dal 430 al 540 circa av. G. C. e fondò una sorta di panteismo, dimostrato con principii attinti alla pura speculazione. Per vere, sulla eternità della materia convengono tutti i filosofi di questa scuola: essi nonpossono concepire co me esistere possa ciò che non è sem pre esistito, ma poi volendo troppo sintetizzare intorno a questo principio, nel mondo e nell'universo tutto vo gliono riconoscere un solo essere, una unità immobile e immutabile, perchè esistendo necessariamente e in sè stes so racchiudendo ogni cosa, deve avere una perfetta immobilità. Quest' unità universa, costituisce il Dio panteista degli eleatici, i quali, mal potendo so stenere la loro ipotesi a priori contro la costante testimonianza dei sensi, i quali attestano che nel mondo ogni cosa si muove e si trasforma, conven nero nel proposito di negare ai sensi ogni fede, e di far precedere le verità astratte a quelle d'osservazione. Quin di per essi la realtà non poteva esse re argomento, che di speculazioni a stratte, poichè le percezioni dei sensi, secondo essi, sono quasi sempre erro nee; e una vera scienza non possono costituire a cagione delle molte illu ounpezzo di metallo è sostenuto nel-sion cui vanno soggetti. In questa l'aria; toglietegli il suo sostegno, esso parte dunque gli eleatici si accorda cadrà; ma a considerare la cosa apriori vano con gli accademici, ma differiva ELEMENTI no poi nella conclusione; poichè men 315 come quelle del suo discepolo Demo tre quelli dall'incertezza dei sensi in ferivano nulla potersi con certezza asserice, questi volevano invece to gliere ai sensi ogni certezza per ri porla dommaticamente nelle specula zioni a priori della metafisica; nè si avvedevano che anche la unità astratta dell eternità della materia, che essi affermavano, non riposava, in fin dei conti, su altra testimonianza che quel la dei sensi, perciocchè noi non ab biamo mai veduto nascere dal nulla alcuna cosa, nè alcuna parte della materia assolutamente distruggersi. La teoria della prima scuola elea tica conduceva necessariamente all i dealismo puro: tutte le cose esterne sono mere parvenze; ciò che esiste è l'essere in sè e per sè, essenzialmen te uno edimmutabile; che non ha pas sato od avvenire, nè parti, nè limiti, nė divisioni, nè successione. Tutto il resto non è che illusione, poichè illu sioni sono le apparenze sensibili, e la realtà consiste soltanto nelle verità di ragione. Parecchi secoli dopo Berke ley e Collier riprodurranno nell' In ghilterra l'idealismo degli eleatici con tutte le sue conseguenze. Ma di queste astrazioni hanno fatto giustizia i filosofi eleatici della secon da scuola, contemporanea della prima, erappresentata da Leucippo e da De mocrito. Bisogna però riconoscere che nessun rapporto unisce fra di loro queste due scuole, della qual cosa tutti i filosofi furono si bene persuasi, che si accordarono nel dare alla teo ria dei primi eleatici il nome di scuolo metafisica, e quella dei secondi chia mare col nome di scuola fisica. Il solo rapporto, infatti, che ha potuto unire Tuna coll' altra è l'asserzione di Dio gene Laerzio (lib. VIII c. 55 e 56) il quale annovera Leucippo fra i disce poli di Parmenide. Ma se questo sia stato discepolo suo è cosa che poco importa il discutere; l' essenziale a sapersi è questo, che le sue teorie, crito, sono la perfetta antitesi di quel le degli altri filosofi eleatici: esse riget tano il puro idealismo di Parmenide e di Zenone, proclamano la realtà della sensazione; contro il riposo sostengo no la teoria del movimento eterno, e all' astrazione dell' unità assoluta e immobile dell' idealismo, contrappon gono la teoria atomica. (v. ATOMISMO). Elcessaiti o Essonieni. Ere tici dei primi secoli, i quali alle eresie degli ebioniti avevano congiunte molte superstizioni . Praticavano frequenti a bluzioni, credevano in un Messia, al corpo del quale, come gli ebioniti, at tribuivano proporzioni favolose; e te nevano per sicuro che lo Spirito Santo fosse femmina, però che in lingua ebraica ha denominazione di genere femminile. Un ebreo detto Elxai si fece loro capo a' tempi di Trajano, e lui morto rimasero due sorelle, Mar ta e Martena, le quali appartenendo alla stirpe benedetta, furono tenute in grandissima venerazione da quei set tari. Dicesi anche che essi raccogliessero i loro sputi per farsene dei reliquari. Le preghiere degli elecessaitierano fat te in lingua ebraica e dovevansi, reci tare senza intenderle, costume che fu adottato dalla Chiesa cattolica, le cui preghiere son pur fatte in una lingua sconosciuta. Elementi. È tendenza naturale dell'uomo il ricercare l'origine delle cose, ed è legge di natura ch'egli mai non riesca a trovarla. Invano esplorð gli spazi; quanto più potenti furono i suoi mezzi d' esplorazione di tanto si arretrarono i confini dell' universo. Nei corpi stessi la divisibilità ( v. questo nóme ) s'oppose mai sempre alla sua ricerca dell' atomo primitivo; e nella filosofia naturale la sua ricerca degli elementi fu altrettanto sfortunata. Per vero, la filos ofia antica s'era accomo data in un facile trovato; e credette lungamente che quattro fossero gli e lementi sostanziali di tutte le cose: la terra, l'acqua, l'aria e il fuoco. Da questi quattro principii elementari tut te le cose essa faceva scaturire. « Co me quei pittori, diceva Empedocle, mi schiando colori diversi con quelli van figurando uomini e piante, così la na tura coll'accozzare un poco di questo, un poco di quell' elemento, vien for mando uomini, piante, donne leggiadre e chiarissimi dei ». L'anima stessa era un fuoco o un'aria, e gli dei eran fatti della parte più sottile di questi stessi elementi. Qualche filosofo, come Platone e Aristotile, aggiunsero un unsero quinto elemento, l'etere. Aristotile ap pelld combinazione la proprietà d'ogni elemento, cioè nel fuoco il calore e la siccità, nell' aria il freddo e l'umido, nell' acqua l' umido e il freddo, e nel la terra il freddo e la siccità. Coll'an tagonismo delle qualità elementari egli carbonio e il diamante sono sostanze per la chimica intrinsecamente identi tiche, e non pertanto hanno modi di essere cotanto differenti, nulla ripugna a credere che una sola sostanza possa assumere tutta la varietà di forme che osserviamo in grazia di una sola di versità d' intima aggregazione moleco lare, che sfugge a tutti i nostri mezzi di percezione. Ben è questo il sistema di Democrito, ilquale,senza bisogno di elementi diversi, spiegava la varietà del le sostanze con la varia aggregazione molecolare, nè io so perchè i filosofi moderni vadano cercando sistemi nuo vi per spiegare cose che gli antichi avevano già intese, nel senso in cui le spiega la scienza nostra. Elezione (metodica, naturale . sessuale) vedi DARWINISMO. Eliosismo. ( Da H' λιος, sole ), spiegava i cambiamenti degli elementi Nome applicato a tutte le religioni la e il loro passaggio dall'uno all' altro. cui divinità sia una simbolica rappre Ma dilungarci sulla fisica degli antichi sentazione del sole. È certo che la luce non giova. Il male si è che anche i fu nelle religioni primitive il fondamento moderni ritennero per assai tempo che del culto. Dio nella lingua sanscrita, la gli elementi dei corpi scoperti dalla più antica che conosciamo, suona il lu chimica fossero un cotalchè di asso- minoso (vedi Dio); i persiani l'adoravano luto e costituissero i principi fonda- sotto le forme del fuoco (v. ZOROASTRO) mentali e indecomponibili della mate- e il paganesimo e il cristianesimo non ria. La scoperta di Volta ha tolto seppero allontanarsi da questo simbolo. questo errore e ci ha mostrato che se > Empedocle (Agrigento). Nacque in Girgenti nella Sicilia sul principio del quinto secolo avanti l'era nostra, da famiglia opulente. Uomo illustre, filosoto, medico, poeta, avversario del la tirannide, benefattore del popolo, egli fu pei suoi contemporanei più era virtù sua. Percorreva le vie seguito da numerosi littori, colla testa ri cinta da corona d'allord, tenendo nel le mani un ramo di lauro, sè stesso dicendo non uomo ma Dio. E la sua divinità fu riconosciuta da tutta la Si cilia. Divenuto vecchio egli abbandono l'isola carico di onori per recarsi ad Atene, ove lo vediamo maestro di fi losofia, poeta, e vincitore ne' giuochi olimpici. Poco dopo invano tento di rientrare nella città nativa; un partito potente sorto contro di lui gliene vietd l'accesso. Tornò nella Grecia e l'o scurità avvolse gli ultimi anni della sua vita. Niuno sa dove e quando mort. Lo si disse rapito al cielo, precipitato nel monte Etna, senza che alcuno sap pia con verità qual sia stata la fine dei suoi giorni. Dei molti scritti di Empedocle aulla ci resta, fuorchè alcuniversi delle Puri ficazioni, e alcuni frammenti deltrattato sulla Natura, opera che è ad un tempo di fisica, di cosmologia e di psicologia. Filosofo o teologo, uomo d'inge gno e ciarlatano, Empedocle riunisce nella sua dottrina gli opposti caratteri della verità, amministrata sotto il velo dell' errore. La sua filosofia,dice Con stant, è un mosaico di dommi sacer dotali; egli parla nou come uomo filosofo, ma come rivelatore e Dio: > Ma nonostante tutte queste attenzioni, il giudizio stesso dei due principali com pilatori non fu molto lusinghiero per l'Enciclopedia. « Esso è, scriveva d' A lembert a Voltaire, un abito d'arlecchino nel quale si trovaqualche pezzodibuona stoffa e troppi cenci » ( Corrispond. tomo LXIX. p. 26). E Diderot, espri mendosi ancor più energicamente, con fessava che « ' Enciclopedia divenne una concimaia entro la quale certe spe cie di cenciaiuoli gettarono alla rinfusa una infinità di cose mal viste, mal di gerite, buone, cattive, detestabili, vere, false, incerte e sempre incoerenti e di sparate ». Ad onta di questo severo giudizio, non si può negare all' Enciclopedia il merito di avere esercitata, almeno mo ralmente, una benefica influenza sulla filosofia del secolo XVIII. Fatta ragione alla vastità dell' impresa e alle moltis sime difficoltà che i tempi le opponeva no, bisogna riconoscere che questo fa moso Dizionario ha servito a costituire il vero partito filosofico e a dare ai pensatori d' allora maggior coraggio e coscienza delle loro forze, esercitandoli in quella sorta di palestra della pub blicità. Del resto, giova ripeterlo, gli Enciclopedisti non fondarono scuola, nè ebbero unità d' azione; ognunocombatte per conto proprio conservando la sua distinta individualità,la suaindipendenza e le sue idee; motivo per cui la loro filosofia non bisogna cercarla in un solo lavoro, ma nelle speciali tendenze dei vari filosofi del secolo XVIII. 326 ENTITA Gli articoli filosofici d' ogni genere ed'ogni scuola, sparsi nei vari volumi dell' Enciclopedia, furono poi raccolti e ristampati a parte col titolo: Lo spirito dell' Enciclopedia ( Parigi in 8° ). Encratiti Vedi TAZIANO. Enesimene. Uno dei più grandi scettici dell' antichità. Nacque a Gnossa nella Creta, in qualtempo s' ignora; ma probabilmente nel primo secolo dell'era cristiana. Fondò ad Alessandria la sua scuola, nella quale insegnò che nessun principio assoluto può essere affermato dalla nostra ragione; perciocchè se si consultano i sensi non ci è dato che di afferrare la pura apparenzadei fenome ni, senza alcun rapporto di causalità che sia necessaria; e se si consulta la ragione ella non potrà mai intendere qual sia la relazione e i rapporti che una sostanza potrebbe avere sopra un'al tra. D'onde Enesimene conchiudeva ne gando il principio di causalità. Vero è, diceva egli, che nella nostra ragione abbiamo l'idea di causa e di effetto, ma questa non è altro che un fenomeno dell' intelligenza, che non ha obbiettivo reale. correva i suoi tempi, e riproduceva le dubitazioni di Pirrone sotto forme che dovevano riapparire parecchi secoli dopo. principio della sua azione, e che senza altro esteriore impulso va da sè mede sima al suo fine. In questo senso l'en telechia è l'interno mobile della mate ria od altrimenti, ' essenza stessa o il substrato che genera l'azione. E fu in questo senso che Leibnitz ha tolto que sto nome dalla filosofia aristotelica per applicarlo alle sue monadi. Cantinema. Modo di argomenta re per il quale da certi segni visibili deduconsi le conseguenze che da quelli si attendono, come, p. e: il cielo è se reno, dunque non pioverà. L'entimema è perciò un ragionamento men comples so e più incerto del sillogismo, in quan to consta di una sola premessa dalla quale deducesi direttamente la conse guenza. Esso può presentare nel ragio namento gli utili o i svantaggi del me todo induttivo o deduttivo, secondochè il rapporto tra la conseguenza è il segno visibile su cui si fonda, sia palesamente manifesto, o imaginario. È chiaro che chi dice: il termometro oggi segna 40 gradi sopra zero, dunqi abbiamo un calore eguale a quello Senegal, fa un Entimema assai diverso e assai più Ben si vede che questo filosofo pre- congruente di chi dicesse: I miei af fari vanno bene, dunque la provviden za mi protegge. Entità. Nella lunga lotta che di battevasi nel medio evo fra gli opposti E se avesse spinto più innanzi la sua analisi dell' umano intelletto, che condu ceva con tanta perspicacia, nor avrebbe forse tardato ad avvedersi, che l'idea di causa ed effetto non è soltanto un fenomeno dell' imaginazione, ma civiene suggerita olbiettivamente dalla esperien za, in grazia della successione di tutti i fenomeni che noi osserviamo, succes sione alla quale nessun corpo sfugge. Ridurrebbe dunque l'idea di causa ed effetto al suo vero elemento, chi dices se ch' ella non è altro che una trasfor mazione dell' idea di successione e di movimento. Entelechia. Parola primamente composta da Aristotile per dinotare o gni cosa che in sè stessa contenga il partiti della filosofia scolastica, il reali smo sosteneva contro il nominalismo (v. questi nomi) che gli universali, ossia le generalizzazioni delle cose particolari, non erano astrazioni prive di consisten za, ma esistevano veramente e realmen te in una lor propria maniera. Secondo questa dottrina ogni cosa speciale attin ge i caratteri che la distinguono in una esistenza eterea, nella quale sono i ca ratteri comuni e universali del genere. Ondechè esistono gli uomini individuali Pietro, Paolo, Luigi, maoltre questi in dividui vi è qualche cosa di reale e fuo ri del mondo dei viventi che costituisce l'umanità. Nei tempi moderni le entità, queste esistenze spuree che partecipano ad un tempo dell'essere e del non essere, non chè rivivere, si moltiplicano straordina riamente nel campo della metafisica. Du bitare dell' esistenza della materia, du 327 entità della metafisica: l'entità ma tematica. bitar dei sensi, dubitare eziandio di e-i stere son partiti leciti anche agli idea listi, ma guai a colui che dubiterà del le entità della metafisica ! I tipi intel lettuali sono così superiori alle forme materiali che dubitar di questi si può, ma sarebbe eresia dubitare di quelli. Le idee innanzi tutto sono, non la so stanza che vediamo o che sentiamo, е perciò ' ontologia per i filosofi di que sta scuola deve esser scienza mille volte più esatta della fisica. Berkeley e Col lier negheranno l'esistenza reale del mondo per attribuirla alle sole idee, e nei tempi nostri Rosmini e Manzoni, più modesti, non toglieranno l' esistenza alle cose sensibili, ma creeranno una nuova entità, l'ente-idea che esiste in sè e per sè anteriore alla sensazione. Persistendo nella negazione d'ogni realtà obbiettiva, Descartes si fonda sul puro subbiettivo e spera di avere tro vata nell' idea una base sicura,incrolla bile alla filosofia. Ma non si accorge che cotesto sistema è pieno di palpabili contraddizioni, non vede che egli rico nosce l' effetto e respinge la causa, e che se i corpi esterni non esistessero e non reagissero dal di fuori, non avrem mo al di dentro le sensazioni, non le idee, non il pensiero! Aristotile è il padre dellametafisica; ma, la metafisica d' alloranon ha nulla ache fare con quella dell' oggi, Aristo tile insegnava che ogni causa efficiente ècorporea, dal che segue che è pure cor porea l'anima umana. Non vi è forza alcuna, diceva quel sommo, senza qual che materia, perciocchè ogni cosa che esiste deve esistere in qualche luogo. È questo un assioma che per quanto vi vano i secoli non potràmai essere smen tito. Ma Descartes si getta all' estremo opposto; per lui esiste la forma, la so stanza è nulla. E qui nasce la prima Colui che cogli occhi della mente considera un triangolo,concepisce i tre lati, i tre angoli che costituiscono le lince esteriori, ed ha il concetto di una forma ipotetica che corrisponde a deter minate regole. Questa forma o non ha una realtà o ne ha una affatto mate riale, in quanto sia rappresentata da un corpo; e a tutto rigore si può anzi dire che senza la materia, senza il cor po nemmeno la forma sarebbe mai sta ta concepibile dal nostro intelletto. Ma il metafisico astrae affatto dalla realtà, traccia linee e circoli immaginari e con chiude che la legge geometrica è una entità, un non so che d'indipendente dai corpi. Se considera i numeri, il metafisico non si allontanerà da questa via. Le cifre 10, 20 30 ecc, per chi le vuol in tendere, non sono altro che segni neri segnati in campo bianco. Concetti ideal mente, sono aggettivi numerali che non hanno alcun valore senza il corrispon dente sostantivo, senza i corpi che, in certo qual modo, li informino e li rap presentino. Ma il metafisico procede in senso inverso, da valore e realtà al nu mero, concepisce e fabbrica una legge arbitraria, una entità senza ente. I mo derni sorridono pensando al valore gran dissimo che li antichi attribuivano a cer ti numeri per l'effetto di inveterate cre denze superstiziose; ma abenmiglior ra gione dovremmo sorrideredei nostri me tafisici, i quali suppongono che esista in natura una logica division decimale o dodecimale, senza badare che in na tura ogni divisione equivale a qualun que altra. Data una realtà alle linee ed ai punti, Descartes non doveva durar fati ca nel creare quell' altra entità su cui posa oramai l'intero edificio della me tafisica, voglio dire l" entità pensante. Dove e come risiede l'anima nel corpo ? Se essa vi è diffusa per ogni lato, il fa moso ego cogito, ergo existo andrebbe 328 ENTITA a risolversi in una sostanza estesa, do tata delle tre dimensioni, si compene trerebbe col corpo e sarebbe, insomma, un ente di materia. Ma Descartes non sa per uno spazio, la si concepisce este sa, e quindi materiale; essendochè l' i dea della materia non è altro che quella d' una sostanza estesa. L'affermare che si sgomenta per si poco. La teoria dei punti edelle linee è piana,comoda e ben si presta ai concetti astratti. Descartes lo vede, ond' eccolo venir fuori colla sua proposizione, che l'anima entro il cor po occupa un punto matematico. La potenza della realtà da cui a strarre il metafisico impiega ogni mag giore sforzo, ad ogni momento imperio sa e imponente gli si affaccia.Descartes | denti nozioni ». vede i punti e le linee segnate sulla car ta, e s'immagina che, astrazion fatta dalla materia di che son formate, possa ridurli a quella data essenza per cui venga ad essi tolta ogni dimensione. vi è una presenza locale, propria delle nature immateriali, per cui sono tutte intiere in ogni punto dello spazio, tal chè senza essere composte di parti e senza avere estensione occupano un luo go che ha tre dimensioni, l' affermare, dico, queste cose, egli è non solamente un non darci idea di cosa alcuna, ma ancora un combattere le nostre più evi Manonpensa che le linee ei punti sono pure fatti di una qualunque siasi sostanza, con la quale soltanto a noi si rendono percettibili, e che se essi si con cepiscono senza reale rappresentazione, cessano di essere, non sono più nè pun ti nè linee, sono un nulla. Certo, il ma tematico può per un momento astrarre dai punti e dalle linee, e mentre li ve de, li tocca e li misura,può considerarli senza dimensione, tanto questa è mini ma e insignificante pe' suoi calcoli. Ma per quanto tenue sia la dimensione del punto, non perciò il punto stesso cessa di essere una realtà; chè anzi il mate matico traccia apposta i punti e le li nee perchè sa troppo bene che senza sostanza, senza un ente materiale che la rappresenti nessuna forma sarebbe pos sibile. L' argomentazione calzava si bene al proposito, che i Cartesiani non credet tero di poter uscire dal laberinto senza gettarsi all' estremo opposto. Se nega vano forma e figura ed estensione all'a nima, a molto miglior motivo dovevano negaria a Dio. Ma come conciliare que sta lezione colla immensità, per la qua le si vuol che Dio colla sua sostanza si diffonda in tutto l'universo ? Grave sa rebbe la risposta a noi pigmei della scienza che non sappiamo elevarci d'un palmo sullo strato di questa materialissi ma materia; ma alla metafisica che ar dita si slancia negli spazieterei e d'uno sguardo sagace abbracciala quintessen za di tutto il mondo, il compito dove va essere facile. Un ripiego semplicissi mo bastò ai Cartesiani per spiegare la cosa, e insegnando non potersi dire, sen za far Dio corporeo, che la sostanza di lui è diffusa dappertutto, sostennero che egli, per essere spirituale, non poteva trovarsi in luogo alcuno. Qui il punto matematico si trasfor ma in punto veramente metafisico. Per Il punto matematico, novella entità di Descartes, non giova dunque anulla| siffatto metodo Dio e l'anima vengono per provare la semplicità e la indivisi bilità di questa sostanza quintessenziata che si chiama anima, poichè anzi es sendo il punto idealmente divisibile al l'infinito, dovrebbe dedursi che anche l'anima lo è del pari. Eil Bayle stesso confutava molto a proposito Descartes con questo stringentissimo argomento. «Quando si concepisce una cosa difu a trovarsi in un luogo che non è luogo, sono ovunque e nello stesso tempo in nessun sito, esistono realmente e con stano di nessuna sostanza, non possedo no alcuna dimensione; in una parola questo metodo ha dato l'ultima entità della metafisica moderna colla creazione dell' atomo vuoto. A questo punto par che tutte le sco EPICHEREMA perte della metafisica si siano fermate. Grande e solenne lezione pei sognatori d' ogni risma, i quali, contanta smania di lanciarsi fuordella natura, non giun sero nemmeno a produrre una nuova 329 colo) così si esprime:Nel duodecimo secolo si pronunciava assai male il latino, onde invece di eum, come si dice oggidì, di cevasi eon, per cui nel simbolo invece di cantare per eum qui venturus est idea, non un nuovo pensiero, che non fosse un controsenso. In questa freneti ca gara di costrurre a forza di pensie ro una nuova sostanza, che fosse diver sa da tutte l'altre cadenti sotto l'azio ne dei sensi, essi riuscirono solo a far pompa d'una stolta e superba vanità, e, pur disprezzando i sensi, ricaddero for zatamente entro la sfera dei loro giudizi. Essi davano alla loro entità il nome e la figurad'un atomo, per questa capitalis sima ragione, che la forma più leggera e sottile che mai avessero veduto o sen tito, era quella appunto della più picco la parte della materia immaginabile. I sensi sono la porta dello spirito, e loro percezioni sono tutto quel tanto che a noi è dato di conoscere. Meglio che ostinarci e disprezzarli e astrarre da essi a cui siamo strettamente con giunti per una legge fatale e inesorabi le; meglio che creare delle entità effi mere che nei sensi ancora trovano la loro radice, conviene dunque che nor sia trascurata questapreziosissima dote del corpo, questa facoltà di sentire po sitivamente, per la quale soltanto siamo vivi, giudichiamo, compariamo e attin giamo tutti i criterii della realtà. Infi ne, non conviene dimenticare che il mi glior rimedio contro il pericolo di crea re le entità metafisiche, è quello di non separare mai il fenomeno dalla sostan za che gli serve di base; e per poco che uno pensi non tarda ad avvedersi che tutte le entità non sono infine che l'ef fetto di questa violenta separazione. Nes suno avrebbe mai pensato a dare alle idee o al movimento, una reale esisten za, se per astrazione non si fossero se parate dal corpo che le pensa o dalla sostanza in cui si manifestano. Eon della Stella. Gentiluomo Bretone la cui eresia l' abate Pluquet, sulle traccie del Dupin ( Bibliot. XII. se judicare vivos et mortuos, cantavasi per eon qui venturus ecc. Fu in grazia di tale pronunzia che Eon s' imagind che di lui fosse detto nel simbolo, che dovrebbe venire a giudicare i vivi ed i morti, la qual fantasia gli riscaldò l'ima ginazione e il persuase di essere il giu dice dei vivi e dei morti, e per conse guenza il figliuol di Dio. Ai suoi discepoli distribui uffizi col nome di Angeli, Apo stoli, il Giudizio, la Scienza, la Sapien za ecc. Molti partitanti egli ebbe e i soldati mandati per arrestarlo non ne vennero acapo in sulle prime, onde fu detto ch' egli erainviolabile per sovranaturale potenza. Tradotto infine davanti al con cilio di Rheims,vi fu condannato a pri gionia perpetua, e alcuni suoi discepoli che persistettero a riconoscere in lui il figliuel di Dio, incontrarono la morte. Stupendo esempio è questo per provare come intempi anche assai più vicini ai nostri di quelli in cui visse Gesù, facil cosa fosse a uno scemo il farsi crede re figliuol di Dio, e il trovare apostoli che incontrassero il martirio per amor di lui. Epicherema. Sorta di sillogismo composto, mediante il quale alla maggiore ( V. SILLOGISMO ) si aggiunge qualche ragione dimostrativa onde ren derla più evidente. Il seguente sarebbe un sillogismo semplice: Tutti i vapori a parità di massa hanno un volume maggiore dei liquidi; le nubi sono un vapore; dunque presentano maggior vo lume dei liquidi. Questo sillogismo si trasformerebbe in epicherema quando alla ragione assiomatica espressa nella maggiore, si aggiungesse una qualche dimostrazione, per es. così: Tutti i vapo ri a parità di massa hanno un volume maggiore dei liquidi, poichè il calorico disgiungendo le loro molecole le allon 330 EPICURO tana moggiormente fra di loro; le nubi sono un vapore, dunque ecc. Epicuro. Nacque inGargezio nel ' Attica nell' anno 341 prima di Gesù, da famiglia antica ed illustre, ma ca duta nell' indigenza. Per provvedere ai bisogni della vita, i suoi genitori emi grarono nell' isola di Samo, ove il pa dre fu maestro di scuola, e la madre divenne pitonessa e al figlio insegnò a pronunciare le parole che l'oracolo fa ceva sentire frammezzo alle magiche evo cazioni. Allevato così nei più arcani se greti della divinazione, Epicuro acquistò un anticipato disprezzo per le supersti zioni religiose d'ogni genere. Dicesi che a quattordici anni, al maestro che gl' insegnava il verso di Esiodo: Nel principio era il caos, egli chiedeva: E il caos d'onde nacque? Preso dal biso gno di sapere, egli si applicò allo studio dei filosofi, ma Democrito sopratutti fu da lui preferito. Spirito profondo e sa gace, ripugnante alle astruserie metafi siche dei suoi predecessori, egli com prese quanto di vero, di naturale e di pratico vi fosse nella dottrina del filo sofo d' Elea, e divisò d'applicarne i principii. Nell' età di 18 anni si recò ad Atene, ma poco vi rimase, chè fu presto a Lampsaco, ove cominciò a professare i suoi principii e vi fece proseliti, coi quali nell' anno 309 a. G. C. tornò ad Atene, acquistò un giardino e vi fondò stabilmente la sua scuola. Gli Epicurei soli vi erano ammessi e tutt' insieme vi vevano d' una vita comune,come idisce poli di Pitagora; con la differenza però che Epicuro non volle che ponesssero in comune i loro beni, dicendo che cid eccitava diffidenze fra di loro, ma volle che ciascuno pagasse una parte della spesa. L'accordo della comunità epicurea non fu mai turbato, e ancora dopo la morte del maestro sussistette lunga mente; tantochè Cicerone dice che nei tempi suoi gli epicurei vivevano ancora in comune. Le spese, d'altronde, erano poche, e tuttochè filosofi volgarissimi abbiano cercato di far credere che l'c picureismo amasse lo sfarzo e il pia cere soltanto, è ben sicuro che lavita degli epicurei fu purissimadaognimac chia, ch'essi vissero colla massima sem plicità e che tenue assai era la spesa che importava il loro vitto comune. Vero è che nella comunità epicurea anche le donne erano ammesse, e fra le più il lustri discepole di Epicuro citansiLeon tina, celebre cortigiana d'Atene, e The mista di Lampsaco. E gli stoici che avversavano la sua dottrina se ne val sero per calunniarlo. Diotino, uno degli stoici, fabbricò perfino sotto il nome di Epicuro cinquanta lettere indirizzate a cortigiane, piene di oscenità. Ma il falso fu svelato, e lo stesso Crisippo, il più autorevole capo della scuola stoica, pub blicamente riconobbe la purità de' co stumi di Epicuro. Egli è ben vero che per togliere alla dottrina del suo av versario il merito di far procedere in sieme l'amor della felicità con la pu rità dei costumi, disse che ciò dipen deva perch' egli era insensibile. Ma bi sognava ignorare qual fosse il fonda mento della vera dottrina di Epicuro per muovergli simile accusa. È vero ch'egli insegnava ilfine dell' uomo es sere il piacere, ma soggiungeva anche che la felicità si trova nella calma e nella tranquillità della vita, ond'esser savio consiglio il guardarsi dalle pas sioni che la possono turbare. É vero ch'egli diceva consistere il piacer fisico nellasoddisfazione dei naturali bisogni; ma aggiungeva poi anche che quanto minor sollecitudinc si usa nel soddi sfarli, tanto meno si corre il pericolo di essere esposti alle privazioni. Aste nersi per godere era la sua granmas sima, e se sia vera lo sanno i crapu loni d'ogni tempo, i quali per una pronta debilitazione delle loro sensa zioni, per una noia e una nausea an ticipate imparano a loro spese quali siano ipericoli dell'intemperanza. L'a mor del piacere non può dunque es EPIFANE sere separato da una vita temperante, e la vita di Epicuro, per la testimo nianza stessa de' suoi nemici, è la più perfetta e la più nobile applicazione de'suoi principii. Nonpertanto nel mon do de'vulgari, allora, come adesso,igno ravasi la connessione di queste due parti della dottrina, onde inferivasi che amare il piacere e soddisfarlo era una 331 re per vera solo in quanto corrisponde alla sensazione. Nella filosofia epicurea ' anticipa zione è facoltà identica alla memoria, ed è per suo mezzo che le immagini delle sensazioni già provate riproduconsi nel nostro pensiero. Le passioni, final mente, sono la nostra guida; esse ci in dicano ciò che ci conviene e ciò che cosa sola. Dicevasi che Epicuro faceva consistere il sovrano bene nella vo luttà, e senza oltre preoccuparsi di spiegare in che consistesse la volutta di Epicuro e per quali temperanti pre cetti si soddisfa, si abbandonarono a vita licenziosa, tantochè molti di questi falsi epicurei furono banditi da Roma ai tempi dellarepubblica. Ma la scuola fondata da Epicuro in Atene continuò a sussistere nella purità de' costumi, e col suo solenne esempio rese giustizia innanzi al mondo alle dottrine del maestro. Epicuro fu ancora accusato di a teismo, ma non pare che l'accusa a vesse fondamento. Nella sua lettera a Meneceo egli dice: Gli Dei non sono tali come il volgare li crede. L'empio non è colui che rigetta gli Dei della moltitudine, ma colui che attribuisce agli Dei le opinioni della moltitudine ». Intollerante d'ogni credenza supersti ziosa, Epicuro insegna la scienza della felicità, e i mezzi per ottenerla sono per lui quelli stessi che s'adoperano con l'ignoranza e l'illusione per giun gere alla verità. Tre sono i criteri della verità: le sensazioni, le anticipazioni e le passioni, fonte triplice d'ogui cono scenza. La sensazione è elemento pri mitivo e immediato della conoscenza, e come tale non può esser soggetta a sindacato. Imperocchè una sensazione non può controllare un' altra sensazio ne essendo pari in grado e autorità, nè purla ragione può correggerla se er rata, inquantochè la ragione stessa è di retta dalla sensazione. La sensazione non può generare errore, poichè ha una causa reale; ma l'opinione hassi a tene evitare dobbiamo. E poichè il fine del l'uomo quello è di cercare il bene ed evitare il male, così deve egli cercare, per quanto può, di fuggire le inutili sof ferenze e di risparmiarsi tutti quei go dimenti che potrebbero essere causa di dolori o che potrebbero togliere godi menti ancor migliori. Epicuro sorti natura dolce ed eleva ta, che spontaneamente lo portava ad amare i suoi simili; capace di devozione e di sacrificio fu visto in occasione di una grande carestia dividere il poco che aveva con i suoi discepoli. Nonostante I'amor de' piaceri di cui filosofi leggeri lo accusano, menò vita travagliatissima per i mali ond' era afflitto. Parco oltre ogni dire, e più che non convenisse alla sua mal ferma salute, poco pane basta vagli per nutrimento di tutti i giorni, onde Seneca disse di lui che un soldo gli era di troppo per un giorno. Afflitto negli ultimi tempi dal mal della pietra, non bastavano i vivi dolori di questa crudele malattia per turbare quella pla cida serenità che tanto lo facevano caro ai discepoli, ai quali, giunto agli estre mi, legò il suo giardino, acciocchè lui morto, potessero continuare la vita co mune e la sua scuola. Mori nel 271 a. G. C. nell' età di 71 anni. Epirane. Figlio di Carpocrate; di vise e giustificò l'eresia del padre. Dalia apparente eguaglianza in cui natura pose tutti gli uomini concluse che il male non esisteva nel mondo e che la giustizia divina era provata per questa stessa eguaglianza. Se il sole, diceva, si leva egualmente per tutti gli uomini e la terra a tutti egualmente offre le sue produzioni, segno è che Iddio ha ΕΡΙΤΕΤΤΟ stabilita questa eguaglianza e a tutti egualmente vuol ripartire le benefi cenze sue. D'onde conchiudeva che i frutti della terra e le donne fossero in comune. Secondo Epifane la legge sola quella era stata la quale aveva sviati gli uomini dal retto sentiero: abolire la legge e ritornare alla natura, era per Epifane un ritorno alla perfezione; e lo provava coi passi di S. Paolo, il qual dice che prima della legge non si conosceva il peccato, nè vi sarebbe peccato se legge non vi fosse. Epifane morì giovinetto ancora ( di cono alcuni di 17 anni ) e fu onorato siccome un Dio. Si innalzò un tempio in suo onore a Sarne, città di Cefa lonia, ove nei primi giorni del mese celebravasi la festa della sua apoteosi e si offrivano sacrifizi in suo onore. dalla parte della femmina lo spazio e il nutrimento necessari. Questa ipotesi è oggidì dimostrata falsa, e resta as sodato che gli spermatozoidi determi nano soltanto l'evoluzione del vitellius con un concorso materiale e diretto dalla loro sostanza. L'embriologia ha ancora mostrato che la generazione non solo è una vera produzione nuova in ciò che concerne l'ovulo e gli sper matozoidi, ma che lo sviluppo dell'uo vo, l'apparizione dell'erabrione nel seno materno risultano da una vera epigenesi successiva che si compie in tempi dif ferenti a spese delle sostanze fornite dall' ovulo; che nell'ovulo non preesi stono gli organi,i quali compaiono per autogenesi ciascuno in tempi differenti durante l'evoluzione embrionaria. ( V. EMBRIOLOGIA). Episcopali. Vedi Presbiteri Epitetto. Nacque nel 1° secolo dell' Era volgare ad Jerapoli nella Fir gia, dagenitoriindipendenti, e nell' ado Epigenesi(da έπι', soprae γένεσις, generazione ). Dottrina la quale stabi lisce che la generazione delle diverse specie degli esseri organizzati si è ef fettuata in tempi differenti. L'epige nesi è dunque contraria all' imbotta meuto, antica dottrina de' fisiologi i quali credevano che i germi di tutte Je forme future fossero precontenuti | bestiale, che Epitetto apprese le prime l'un dentro l'altro nel primo uovo di ogni specie ch'era stato creato ( v. A lescenza fu schiavodi Epafrodito, liberto e guardia particolare di Nerone, uomo rozzo e stupido e di malvagio animo. Fu sotto tal maestro, poco men che NIMAZIONE L' epigenesi invece consi dera ogni nascita come una nuova for mazione organica, inquantochè, se fra i nati e i primi parenti non vi è al tra affinità che le leggi di formazione, sarebbe assurdo il dire che in essi vi era la presistenza di tutte le genera zioni future. Laonde Kant che deno minava l'epigenesi la teoria della pre formazione organica, poteva dire che le generazioni attuali preesistettero vir tualmente o dinamicamente nei primi genitori. Vi furono degli epigenisti che credettero che la generazione fosse po steriore alla fecondazione, tali gli sper matisti, i quali credevano che lo sper ma contenesse le parti esenziali del nuovo essere, al quale l'atto procrea tore non avrebbe fatto che procurare massime della scuola dell' avversità, e si bene vi si assimild, che divenne il più illustre sostegno di quella filosofia desolante, inadatta alla natura e alla felicità dell' uomo, che fu poi da Plu tarco vivamente combattuta. La scuola cinica riviveva in lui sotto novelle forme. Men brutale e trascurato di Antistene, Epitetto non si allontana però grande mente dalla sua morale; ed è il cini smo di Socrate ch'egli prende a mo dello e pel quale dimostra una grande ammirazione. Naturale nemico diEpicu ro, egli proclamache il male è illusione, eche il bene non devesi ricercare. Non sono già le cose che ci fanno delmale, ma l'opinione che noi ci formiamo di esse. Conformandosi alla dottrina degli stoici, egli diceva che per quanto fosse tormentato, non lo si costringerebbe mai a confessare che il dolore sia un ERESIA male. Dicesi che il suopadrone ungiorno | quella di Gesù perquesto solo, ch' essa porta con sè lo stimmadel paganesimo. La volontà di Dio s'identifica col fata nella sua brutalità trastullavasi a tener gli una gamba. >> disse Epitetto, ed essendosi rotta dav vero, il filosofo riprese con tutta tran quillità: « io ve l'aveva ben detto che si sarebbe rotta ». Citando queste pa role Celso le oppone ai cristiani e a lor | verebbe il volervi resistere. « O Dio, lismo. Gesù vuol la rassegnazione ai voleri di Dio perchè è Dio; Epitetto, ch'è stoico, celaraccomanda per un'al tra considerazione, ed è che a nulla gio dice: « Il vostro Cristo ha egli fatto alcun atto più grande?- Si, risponde Origene, egli ha taciuto. D'allora in poi Epitetto zoppicò. La vita di questo fi losofo è nel resto molto oscura, e di lui s'ignora anche il nome, avvegnachè E pitetto sia un sopranome e significhi schiavo. Ci sa che fu libero, ma quando ebbe la libertà s'ignora. Pare che abbia avuto molta famigliarità coll' imperatore Adriano, ma contuttociò si sottopose sempre al regime di unapovertà volon taria. A Roma abitava una casa senza porte: un lettuccio, una sedia e un ta volo erano tutto il suo mobiliare. Ma volle un giorno acquistare una lampada di ferro che gli fu subito involata, on d' egli parlando del ladro, disse: (Matt. XXVI, 26-28; Giov. Χ, 7, XVI, 1). Fedeli alla lettera di questo passo, e contro l' impossibilità stessa che il pane e il vino potessero trasformarsi nel cor po e nel sangue di Gesù quando Gesù berrà il calice del Signoreindegnamente, sarà reo del corpo e del sangue del Si gnore. Provi perciò ' uomo se stesso e così mangı di quel pane e beva di quel calice (I Cor. XI 26-28). Ora quel ripetere tre volte il pane e il calice in vece del corpo e del sangue di Gesù, non dimostra forse che il pensiero di S. Paolo era ben diverso da quello che gli attribuiscono i cattolici, e ch' egli credeva che il pane restasse pane,e vino èvino il vino, e il corpo di Gesù non fosse introdotto nella cena che come stesso era presente, bamboleggiando so stengono che tutte le volte in cui il sa cerdote pronuncia le sacramentali parolespressione positiva questo è il mio corpo della consacrazione, il pane ed il vino si trasmutano e sotto le loro materiali parvenze occultano il corpo, il sangue simbolo materiale del nuovo patto? L'e e la divinità di G. C. Contro i cattolici dimostrano i pro testanti essere contrario al senso della scrittura l'interpretare letteralmente le parole di Gesù: Questo è il mio corpo, questo è il mio sangue, imperocchè egli ha pur detto: io sono la porta per la quale entrano le pecore; io sono il vero серро е mio padre è ilviguaiuolo, d'on de si dovrebbe conchiudere che Gesù Cristo è veramente una porta e un cep po, e il padre un vignaiolo. La prova che Gesù non voleva che le parole sue fossero intese alla lettera, è che nel momento stesso in cui dà il calice ai suoi discepoli, alle parole: questo è il mio appartiene alla natura di quei modi di dire che anche oggi i credenti usano nel natale o nella pasqua dicendo, oggi il Signore è morto od è risuscitato. Non si può negare che molti padri della Chiesa già nei primi secoli par lando dell' Eucaristia la chiamassero sempre il corpo e il sangue di G. C.; ma bisogna convincersi che questa espres sione nel loro linguaggio non esprimeva altro che il simbolo del corpo e del sangue di Gesù, non giàil suo vero cor po e il suo vero sangue. Questi padri erano così lontani dal pensare che i cat tolici dei secoli futuri avrebbero preteso di interpretare letteralmente le loro pa role, che anzi, quando a loro accadde non già di citare soltanto l'eucaristia, madi doversi spiegare intorno ad essa, EUCARISTIA lo fecero sempre con parole che non lasciano dubbio intorno al loro vero pensiero. Per esempio nel III. secolo Ter tulliano spiegando la santacena diceva: Gesù Cristo dopo aver preso il pane ne fece il suo corpo, e distribuendolo ai suoi discepoli loro disse: questo è il mio corpo, vale a dire la figura del mio corpo. (Adv. Marcion lib. 4 cap. 4). Nel IV secolo S. Efrem; diacono d'E dessa, scriveva : . Intorno al modo d'intendere il sim bolismo della scrittura, S. Agostino così si spiega: (Abadia, tom II, Sat. 2. c. 5). Una così dei pådri succitati. Egli è ben vero che essi citano de' passi che hanno una grande analogia con quelli che si trova no nei nostri evangeli, ma questa ana logia è ben lontana d'essere identità. Si sa che tra gli evangeli apocrifi e i canonici vi sono molte similitudi, onde non è a meravigliarsi che i padri rife riscano dei passi il senso dei quali è simile a quello degli evangeli canonici. Per es. nella seconda epistola di Cle mente, si leggono alcune parole, riferite come se fossero dette da Gesù, senza però che si vedaindicato l' Evangelio a cui sono attinte. Ma esse hanno mol ta analogia con alcuni passi di Matteo e Luca, come si vede dal seguente pa rallelo: Passo di un apo crifo citato da S. Clemente Il Signore dis se: Voi sarete come agnelli in mezzo ai lupi. Pietro rispo se: e se i lupi sbra nano gli agnelli ? EGesù disse aPie tro: Gli agnelli non devono temere ilu pi dopo la loro morte: non paven tate coloro che pos sono uccidervi ma non nuocervi dopo la morte; ma teme te colui che dopo la vostra morte può mandare l'animavo stra e il vostro cor po nelle gehenna». Passi dell'Evangelo secondo Matteo e Luca Ecco che io vi mando come peco re in mezzo ai lupi. Siate adunque (Mat. X, 16). An date ecco che io mando voi come a gnelli tra i Lupi (Luca). E non temete coloro che uccidono il corpo e non possono uc cider l'anima; ma temete piuttosto co lui che può mandar in perdizione l' a nima, e il corpo alla gehenna. (Mat. X, 28 conf. Luca XII, 45). Or si può egli credere che Clemente con queste parole abbia voluto riferirsi aMatteo e a Luca? Se Clemente aves se avuto sotto gli occhi l' Evangelio di Matteo e di Luca si sarebbe egli per 360 EVANGELIO messo di introdurre nella dizione le va rianti che vi si leggono ? Ciò non è cre dibile; onde tutti i critici convengono che quelle parole sono tolte da qualche apocrifo. Enon solo gli evangeli canonici non furono conosciuti dai primi padri, ma an che dopo essersi propagati nel cristiane simo, a forzadi copie, andarono soggetti atante e tali variazioni, che mettono seriamente in dubbio l'autenticità delle edizioni che ora possediamo. Giovanni Mill nella sua edizione del Nuovo Te Chiesa, abbilo co me pagano e pub blicano. AlloraPie tro accostandosegli, disse: Signore quan tevolte peccando il mio fratello, gliper donerò io ? Fino a sette volte? Gesù gli disse: Io non tidico fino a sette volte; ma fino a settanta volte sette. Qual di questi due passi è l'origi nale? Quel de' Nazarei per la sua sem stamento ha raccolte ben 30 mila va rianti, dovute in gran parte ad errori di ortografia o a postille scritte in mar gine, che nella trascrizione gli amma nuensi copiavano nel testo. Quando poi trattavasi di traduzioni non è facile dire come e quantierrori potessero commet tersi. Or, convien osservare, che, secon do ci attesta Papias il cui maestro, come ho detto, fu un discepolo degli apostoli, Matteo scrisse il suo Evange 'lio in ebraico, e ciascuno lo ha tradotto come ha potuto (Eusebio. Stor. Eccl. III. 19). Ma l' originale andò perduto, e di questo vangelo noi non possediamo plicità evidentemente precede l' altro, che ne è una parafrasi, nella quale si sono introdotte cose estranee all' argo mento. I versi 18, 19 e 20 qual rap porto hanno col principio del discorso? E poiquelprocesso, quei testimoni, quel la Chiesa eretta a tribunale giudicante potevano forse convenire col pensiero di Gesù di perdonare sette volte sette? vale a dir sempre? Ache servono allora quel giudizio e quei testimoni se si deve in ogni caso perdonare? Perchè dunque non crederemo che questa sia una interpo lazione, tanto più che contro Matteo sta il testo di Luca conforme a quello dei Nazarei? che il testo greco, il quale è una ap punto di quelle versioniche furono fat te come si è potuto. Qual fede mérita essa ? Quali errori e quali interpolazioni forse entrambi non sono che la copia L' Evangelo attribuito a Marco pud dirsi stereotipato su quel di Matteo, e non vi furono introdotte? Per es. con frontinsi questi due passi, l'uno di un antichissimo apocrifo, l' evangelio dei Nazarei, l' altro di Matteo. Nazarei. Se tuo fratello pecca contro di te in parole, e ti sod disfaccia, ricevilo sette volte il giorno. Simone suo disce polo gli disse: sette volte il giorno? Ri spose il Signore: io ti dico anzi fino a settanta volte sette. Matteo XVIII. Se tuo fratello pecca contro di te, va e riprendilo fra te e lui. Se ti ascol ta tu hai guada gnato tuo fratello; ma se non ti ascol ta prendi teco an cora uno odue, ac ciocchè ogni parola sia confermata da due o tre testimoni. E se disdegna di modificata di un apocrifo più antico. Ma quello di Marco è più breve, e noncontiene molte cose che evidentemente sono state aggiunte a quello di Matteo. > cementeche esse non si succedono in me, Dunque, conclude Berkeley, qualunque e che non si succederebbero in un'intel grado di calore e di freddo non è che ligenza di un altro ordine ? Uno stesso una nostra sensazione ; e siffatto argo- corpo può dunque sembrare aduno muo mento egli l'applica ai sapori, agli o dori, al suono e perfino all'estensione. Voi convenite, dice Filono al suo sup posto interlocutore, che nessuna qualità inerente a un corpo potrebbe combiare, senza che in questo corpo sia avvenuta qualche modificazione. Ma l'estensione visibile degli oggetti varia a proporzione versi su di uno spazio dato nellametà del tempo, che sembra a noi aver im che noi ce ne avviciniamo o che ce ne allontaniamo, poichè essa è dieci e cento volte più grande a certe distanze, che non ad altre, e da ciò non segue forse che questa estensione non è realmente inerente agli oggetti? Voi sareste ben deciso su questo punto, per poco che vi permetteste di giudicare della qualitàdi cui parliamo ora, colla stessa libertà di spirito che avete usata a riguardo delle altre. Non avete ammesso per buon ar gomento, che nè il calore, nè il freddo sono nell'acqua, perchè un'acqua stessa sembra calda a una mano e fredda al l'altra? E non potete voi concludere con un ragionamento perfettamente simile, piegato in questo moto, e questo stesso ragionamento potrà, d'altronde, applicarsi ad ogni altra specie di rapporto di tempo; e poichè secondo i vostri principii, tutti i moti che si percepiscono sono vera mente nell'oggetto in cui si percepiscono sarà, per conseguenza, possibile che un solo e medesimo corpo si muova, insie me, e molto velocemente e molto lenta mente e ciò realmente ed in uno stesso senso. Ora, come accordare queste con seguenze, non solamente con ciò di cui voi siete già convenuto, ma eziandio colle nozioni le più semplici che il buon senso possa fornirci? >> La conclusione di tutti questi ragio namenti, secondo Berkeley, è che l'e stensione, il moto, i colori e tutte, in somma, le qualità percettibili della ma teria, son fenomeni, i quali non sono nei corpi, ma qualità con cui le nostre sensazioni rivestono i corpi. FENOMENO Anzi, il corpo stesso, così come noi lo percepiamo, è un fenomeno; il che nel linguaggio filosofico vuol dire una cosa che ci apparisce e che non è, o può non essere nel modo in cui ci ap parisce. D'onde Berkeley, eccedendo nel l'illazione il contenuto delle premesse, conchiuse, negando ogni realtà alla materia. Ma l'essere i fenomeni effetti o azio ni non reali per se stessi, non implica che non devano avere un substrato in cui manifestarsi. Pud ammettersi che il color biancodella carta che io vedo non sia altro che un modo con cui certi movimenti molecolari dell'etere affet a no il mio occhio; ma che vuol direid ? Si dirà per questo che il fenomeno dei colori non ha bisogno di una sostanza per manifestarsi, e che vi possono es sere dei colori anche al di fuori dei corpi che li assumono ? Certo, i fenomeni ci rappresentano i corpi, e sono tutto quel tanto che dei corpi noi possiamo percepire; ma sappiam noi che cosa sono questi cor pi in realtà? L'idealismo li negava, lo scetticismo, menesagerato, della loro e sistenza dubitava soltanto. Quanto ai fe nomeni, tutti sono d' accordo a consi derarli come mereparvenze; e tutti cre dono ch' essi non costituiscono gene ralmente una percezione semplice, ma una collezione di percezioni, in quella maniera che nel color verde non per cepiamo il giallo e il turchino che en trano nella sua composizione, o che nelle vibrazioni di due corde armoni che unisone noi percepiamo un suono solo. Noi, dice Galluppi, non possiamo percepire gli oggetti semplici che com pongono l'estensione materiale: nonper cepiamo che la collezione totale, e la percezione di questa collezione totale, la quale è molto chiara, èciò che chia miamo il fenomeno dell' estensione ma teriale. Così, continua Galluppi, tutte le attività particolari di una estensione qualunque concorrono, in questa esten sione, a produrre un effetto generale e semplice, e questo effetto è la per cezione della collezione totale; percezio zione che non può decomporsi nelle percezioni degli esseri semplici da cui la collezione è composta.. L'estensione materiale non è dunque relativamente a noi, se non che una sem plice apparenza, un fenomeno. La realtà è negli esseri semplici, le cui azioni co spiranti producono il fenomeno. Se dun que la nostra maniera di percepire si cambiasse; se giungessimo a distinguere gli esseri semplici, noi perderemmo subi to la percezione indecomponibile della collezione totale, e per conseguenza quella dell'estensione sensibile; noipercepiremmo gli elementi dell' estensione, e non per cepiremmo affatto l'estensione. Ciò av verebbe in un modo simile a quello in cui la percezione dello spazio raccolto fra due corpi, la quale ci veniva tolta dalla distanza in cui era l'occhio dai corpi stessi, fa sparire il fenomeno della contiguità degli stessi corpi; ed in un modo simile a quello in cui la percezione delle prominenze di una superficie che si ha per mezzo del microscopio, fa spa rire il fenomeno del lisciamento ». Il criticismo non aveva seguito una via molto diversa da quella dello scet ticismo. Kant distingue i fenomeni dai nomeni: quelli oggetto della nostra per cezione, questi « unacosa in quanto essa non è oggetto della nostra intuizione sensibile, astrazion fatta della nostra maniera di percepirla ». Allorchè, dice Kant, noi chiamiamo certi oggetti col nome di fenomeni, ossia d' esseri sensi bili (phænomena), distinguendo la ma niera iu cui noi lipercepiamo, daquella assoluta che sebbene non percepita è però da noi pensata, questi oggetti che non sono dei sensi, noi li diciamo no meni, esseri intellettuali. Si domanda dunque se i nostri concetti puri dell'in tendimento hanno un valor reale e se non vi sia per noi qualche maniera per conoscerli. Qui, continua Kant, vi è un equivoco; ed è che quando l'intendi mento chiama fenomenounoggetto con FESTE 369 siderato sotto un certo rapporto, oltre seguendo le ormediBacone, raccomanda la rappresentazione di questo rapporto, il metodo sperimentale, lo studio dei si fa anche quella di una cosa in se, fatti come condizione fondamentale del onde si persuade che si possono fare progresso delle scienze fisiche e morali. eziandio dei concetti di cose simili;e sic- Applicando tal metodo, parteggiò per come l' intendimento null'altro ci forni- Locke nella questione dell' origine delie sce che le categorie, esso è condotto a idee, ch'egli considera come derivate, o prendere il concetto tutt' affatto indeter- | immediatamente dalla sensazione, o com minato di un essere di ragione,di qual- poste dalla sensazione col ragionamento. che cosa in generale, fuori del dominio Egli avrebbeanche potuto direaddrittura, della sensibilità, come un concetto de- come aveva fatto Locke, che la sensa terminato di un essere che noi possiamozione stessa è, in fin de'conti, la base conoscere in qualche maniera col soc corso dell' intelletto. (Critica della ra gione pura. Lib. II. c. III). Spogliato di tutta quella nebulosità misteriosa di che sontanto vaghi i filosofi tedeschi, il discorso di Kant non significa altro se non che le cose come sono nella realtà, non sono quelle che ci sembra no, eche il nostro pensiero è fatalmente costretto a credere che sotto o sopra i fenomeni vi è un qualche cosa, vi èun substrato che li informa. In questo con cepimento lo scetticismo e il criticismo, come al solito si accordano, e cosìm'ac cordo anch' io, non parendomi che si possa mettere menomemente in dubbio che'i fenomeni risultano dalle nostre percezioni subbiettive, ma che fuori di noi vi è pur qualche cosa, che è la ca usa occasionale delle nostre percezioni. . Questo qualche cosa è la sostanza, il concetto della quale vuol essere sepa rato da quello di fenomeno, e tutt' in sieme costituiscono quell' ente sostanziale esensibile che diciam materia. Ferguson (Adamo). Nacque nel 1724 a Logierait presso Perth nella Scozia, e fece i suoi studi all'università d'Edimburgo. Fu capellano di un reg gimento di montanari scozzesi diretti contro la Francia, manon rimase molto in quella condizione; nel 1757 fu eletto precettore dei figli di lord Buthe e due anni dopo fu nominato professore di filosofia naturale all'università di Edim burgo. Ferguson è uno dei filosofi della scuola Scozzese, e in tale qualità egli, del ragionamento. Dalla cattedra di filosofia naturale, essendo stato chiamato a quella di filo sofia morale nella stessa università, Fer guson fondò imotivi della morale sulla natura stessa dell'uomo ; nel quale cre dette di riconoscere tre leggi che lo portavano alla moralità, vale a dire : latendenza a conservarsi, la sociabilità, e la tendenza aperfezionarsi.Giunto a que sto punto Ferguson si allontana affatto dallo studio dei fatti, e contro Hobbes, il quale aveva supposto con molta pe netrazione, che le società all'origine do vettero esistere in uno stato di guerra, sostiene che i legami di famiglia e le atfezioni sociali hanno dovuto produrre fin dall'origine una condizione di cose assai men funesta. Ma è probabile che se il filosofo scozzese avesse conosciute lerelazioni dei viaggiatori che abbiamo noi, e specialmente se avesse conosciuto le recenti scoperte paleontologiche che ci rivelarono la barbara esistenza del l'uomo preistorico, sarebbe stato indotto a giudizi assai differenti. Feste. Anticamente le feste o ave vano un senso istorico, o astronomico. Presso i romani, scrive Constant, ciascun tempio, ciascuna statua, ciascuna festa rappresentava qualche pericolo ond' era stata salvata Roma dagli Dei, qualche calamità ch'essi avevano allontanata. Le Lucarie rappresentavano l'asilo accorda to da Romolo ai fuggitivi che dovevano popolare la nuova città. Il chiodo sacro che conficcava nel tempiopiù augusto il primo magistrato della repubblica, era 24 370 FESTE l'omaggio di un secolo civile verso i se coli predecessori in cui le lettere erano ignorate (Tito Livio VII. 3). Le Matro almeno un giorno dell'anno, in cui ella potesse circolare liberamente per tutte le classi, e che, pura e attiva come la Ne suoi primordii il cristianesimo non ha altre feste che quelle della sinagoga; nali celebravano la riconciliazione dei | fiamma, salisse come essa verso il cielo. padri e degli sposi colle figlie e colle mogli (Ovid. Fast. III). Sotto la Repubblica romana le feste più solenni avevano peroggetto di cele brare le calende di Gennaio, pronuncian do solennemente voti per la pubblica fe licità, e per quella dei cittadini; di rin novare la memoria dei morti, e di fis sare gli sguardi degli Dei sulla genera zione attuale; di porre i limiti invaria bili delle proprietà, e permaggior sicu rezza confidarli alla custodia d'un Nume; di salutare al ritorno di primavera le potenze vivificanti, che comunicano alla terra la fecondità; di perpetuare queste due ere memorabili di Roma: la fonda zione della città, e la nascita della re pubblica. In questi giorni i cittadini avevano per costume d'ornare le loro porte di lampade e di rami d' ulivo, di cingere le loro teste con ghirlande di fiori. In memoriadella primitiva eguaglianza, che significava pur qualche cosa presso gli antichi popoli, celebravano iRomani nel mese di dicembre le feste dei saturnali. ma manmano che esso si distende nelle provincie invase dal politeismo romano, il culto e i costumi, e le feste inveterate che distruggere non può, riconosce e santifica. Purchè s'entri nella Chiesa cristiana poco importa ai papi qual sia l'origine del simbolo adorato. Perciò ai missionari inviati nella Brettagna, Gre gorio I scriveva: « Non sopprimete le feste che fanno i Brettoni nei sacrifici ai loro Dei; trasportatele soltanto nel giorno della dedica della Chiesa o alla festadei santi martiri, affinchè, pur con servando alcuna delle materiali gioie dell'idolatria, essi siano più facilmente tratti a gustar le gioie spirituali della fele cristiana (Epist. IX, 71). Grazie a questo compromesso, il cristianesimo potè felicemente sostituirsi al paganesi mo; emoltefeste cristiane de'nostri tem pi ancoraci ricordano quelle dei pagani. I nomi stessi dei mesi e quelli dei giorni della settimana ricordano il pa ganesimo; il carnevale ci richiama i Sa Era questo un tempo incui lo spirito | turnali, e varie feste cristianenon sono che trasformazioni di feste pagane ; per chè i vescovi non volendo urtare troppo sciolto dagli affari s'abbandonava all'al legrezza. Vi si rinnovava la memoria dell'età dell'oro, in cui nulla era vietato. I fanciulli presso dei quali vedevasi l'immagine dell'antica innocenza, annun ciavano la festa. E ciò, che non sem brerà strano ai nostri nobili, i quali a vivamente le inveterate abitudini del vol go, si avvisarono d' ingentilirle e di de viarle da uno scopo profano ad uno re. ligioso. Dacchè il culto mitriaco o solare tutti i patti vogliono essere democratici | s'introdusse in Roma, fu parimente in in certi tempi, riservandosi il diritto di non esserli in certi altri, la servitù spa riva in quel frattempo. I padroni, e nè anche questo deve parere eccessivo, prendevano gli abiti dei loro schiavi, e li servivano; gli schiavi avevano la libertà di esporre i loro sentimenti; e le lagnan ze, che senza dubbio venivano menomate dalla politica, erano almeno una risorsa contro l' oppressione. Converrebbe, dice Baily, che in tutti ipaesi laverità avesse trodotto l'uso di festeggiare il Natale del Sole; e siccome questa solennità succedeva al 25 dicembre, subito dopo i Saturnali e le Sigillarie,così ella di venne una festa molto importante: ma i prelati cristiani vedendo quanto sa rebbe difficile di sradicarla, pensarono al ripiego di opporne un'altra, e in quello stesso giorno che i pagani ce lebravano il Natale del Sole, i Cristiani celebrarono quello di Cristo. Il ritrovamento di Adone o di Osi- | dai Longobardi, la quale poi si tra ride, altre due grandi solennità, cade vano entrambe al 6 gennaio, e i Cri stiani orientali in questo stesso giorno stabilirono la natività e il battesimo di Cristo, che chiamarono Epifania od il lustrazione ; ma l'uso romano di cele brare la natività di Cristo ai 25 di di cembre essendo prevalso da per tutto, l'Epifania si trasformò in un'altr a festa, cioè nella commemorazione dei Magi. L' Evagelio parlando di quei Magi non indica di loro nè il nome, nè il numero, nè la qualità, nè il paese natio, dicendo semplicemente che venivano dall'Oriente, il quale, rispetto alla Pa lestina dovrebb'essere l'Arabia: in ap presso si ritenne che fossero tre re, fa cendo allusione alle tre partidel mondo ed alle tre qualità di donativi che por tarono . I nomi caldaici di Gaspare, Melchiorre e Baldassare, s'incomincia a trovarli saltanto nel medio evo, e vuolsi che sieno di invenzione cabalistica. In fatti, nelle scienze magiche e teurgiche di quell'epoca, dice ilGiovini, i Magi han no una gran parte: sipretendeva cheme diante certe formole o purificazioni si po tesse evocarli, farli comparire, interro garli edavere da loro favorevoliindicazio ni periscoprire tesori; essi portavano la fortuna, facevano viucere algiuoco, rive lavano le cose occulte; ma una credu lità più innocente e che dura tuttavia in più paesi, si è che iMagi ogni anno, la notte dell'Epifania, andando in cerca di Gesù bambino, fanno il giro del mondo, e lasciano donativi ai ragazzi. «Lamitologiascandinava racconta alcun che di simile degli Asi e delle Ase, cioè degli Dei e delle Dee che fanno il loro passaggio ad ogni capo d'anno; e lasciano ricompense ai buoni. Nel medio evo era pure conosciuta una Donna Abundia, che in certi tempidel l'anno girava invisibile di casa in casa e lasciava mancie ed altri segni della sua generosità. Fanatismo,Esaltazione della men te per laquale l'uomo lasciasi interamente padroneggiare da una opinione falsa o nebre statistica che non si può leggere senza raccapriccio. Se crediamo alla Bibbia, l'adorazione smodata. Il fanatismo s'applica propria- | del vitello d'oro costò agli ebrei 23 mila mente alle opinioni religiose; ma non escludesi perciò ilfanatismo politico, nè quello che pur puòdarsinelle scienze o nelle lettere. Ma è principalmente nella religione ch'esso dispiega tutti i suoi caratteri funesti, e tal fiata si trasfor ma in un terribile flagello per l'uma nità. Quando a una stolta credenza si aggiunge la convinzioneche il suo trion fo è gradito a Dio, allora non tarda a sorgere l'intolleranza e la persecuzione (vedi questinomi), imperocchè il castigo degli eretici è segno di festa in cielo. Quante vittime abbia fatto il fanati smo, non è possibile determinare con sicurezza; magli archivi della storia ci hanno però lasciati sufficenti dati per stabilire, se non inmodo certo, almeno certamente approssimativo, cotesta fu uomini: > Acotali slanci di un lirismo senti mentale, la filosofia non può risponde re. « Nella sua critica di Feuerbach, Re nan-come ben dice J. Roy-ha obbedito soltanto alla sua antipatia per tutto ciò che è netto, chiaro, preciso, espresso senza ambagi e circonlocuzio ni. Nell'accento convinto, nella convin zione stessa egli trovaqualche cosache rivela una natura limitata. Le sfuma ture, la delicatezza, la frase, ecco cid ch'egli cerca innanzi tutto, e queste qualità nominate ad ogni istante nei suoi scritti, pare alui che manchino a tutti i pensatori, che osano esprimersi sotto una forma intrepida ». Si vede cheRenanhaviaggiato l'ltalia per diletto, e volle trarne il più gran partito per le cognizioni scientifiche. S'egli abbia scoperte, l'originidelle tra dizioni contemplando le vergini del Pe rugino o l' estasi di santa Caterina, è cosa ch'io non oso decidere, non es sendovi poeta che non scopra tante cose nuove in una effige di donna; ma ad ogni modo Feuerbach può ben con solarsi di non essere mai venuto in Italia per studiare l'antichità in quella guisa, specialmente per trarne tante scempie conclusioni.Ma s'egli non con templò nè vergini, nè sante, può ben vantarsi di avere, e lungamente assai, contemplata e studiata la natura senza artifizi e senza esagerazioni. 1 GALIENO G 401 Gall (Giuseppe ) È il fondatore | zione gli fu fatta dallascienza ufficiale. •il padre dellafrenologia, quella scien za che ha portato i più duri colpi alle dottrine teologiche sul libero arbi trio. Uno dei dieci figli di un modesto mercante di Tiefenbrunn, villaggio nel granducato diBaden, egli venne affidato alle cure di uno zio, che gli fece dare le prime lezioni d' anatomia dal celebre professore Hermann. Fatto adulto im prese uno studio affatto nuovo. Confron tava fra loro le teste sì dei vivi come dei morti, e dalla vita di coloro cui ap partenevano, e dalle diverse protube ranze chepresentavano, egli comincio a stabilire la sede delle varie facoltà. Lunga e penosa fatica fu la sua, ma e gli ebbe campo di fare ungran numero di osservazioni, poichè a lui dischiude vansi le porte delle prigioni e dei ma nicomi, ed alui si consegnavano le teste dei giustiziati. Narrasi che la sua peri zia nel riconoscere le tendenze umane fosse tanto secura, che al solo esaminare il teschio di un giustiziato ei sapeva sco prire il genere del suo delitto. > Egli è ben veroche i panspermisti af fermano esser l'aria un gran serbatoio di germi, ma infine, a cui spetta di provare l'esistenza di questi germi, se non a loro stessi ? Or l'esame micro scopico dei corpuscoli dell' aria dimo stra bensì che essa contiene degli avan zi di fecola, grani di silice, filamenti di lana, cotone o seta, particole di terra o di fumo, avanzi di vegetali o d' insetti morti, ma germi pochi o punti. Non altrimenti che per eccezione si trova qualche spora e qualche raro infusorio; ma l'eccezione può ella mai costituire la regola? Gli elementi della polvere dell' aria variano secondo che si esami ni quella raccolta nelle città popolose oppur quella delle solitudini, ma in ogni caso l'assenza di germi vegetali o animali è sempre un fatto caratteri stico. Le polveri introdotte dall' aria nelle ossa pneumatiche degli uccelli ne sono una prova evidentissima: tra quella fornita dalla gallina che vive nelle no stre case e quella che si trova nelle ossa del falco selvatico vi è notabilissi ma differenza; ma nè l' una nè l'altra somministrano prove della pretesa dif fusione dei germi come vogliono i pan spermisti. D'altra parte egli è pur forza rico noscere, che le prove degli eterogenisti sono abbastanza concludenti per respin gere ogni contraria ipotesi. Entro un provino di vetro, Pouchet pose una ma cerazione filtrata atta a generare dei ` pre nell' ovario d' individuo della stessa specie (omogenesi), mentre gl' infusori | cerazione verso entro un piatto di cri grossi microzoari ciliati, e la stessama GENERAZIONE SPONTANEA stallo, nel mezzo del quale pose il pro vino. Indi copri l'uno e l'altro con una campana di vetro immersa nell' acqua onde moderare l' evaporazione. In capo acinque giorni, con una temperatura media di 20 gradi, il provino presen tavaunaquantità di microzoari ciliati, mentre il piatto appena allora dava segno d' incominciare la formazione di qualche monade senza microzoari ciliati. Bastò dunque una differenza nellaquan tità del liquido per produrre così diversi risultati; cosa tanto più provata, inquan tochè il signor Pouchet diminuendo il liquido del provino e quello del piatto aumentando, ha potuto ottenere dei ri sultati inversi. Or come potrebbero spie garsi cotali differenze se gli stessi ger mi devono essere caduti nel piatto e nel provino, il primo dei quali sottostava immediatamente all' altro ? Altro sperimento ancor più decisivo è il seguente, pure fatto dal Pouchet: > Giorgia. Nacque inLeonzio nella Sicilia verso l'anno 845 avanti G. C. 1 Fu discepolo di Empedocle ma non segui la scuola del maestro . Versato nella sofistica di Melisso e di. Zenone, possiamo conoscere- Invero, acciocchè un oggetto possa essere conosciuto con verrebbe che il subbietto della cono scenza si confondesse con lui. Ma lo spirito divieneglibiancoperchè pensa alla bianchezza? Se così fosse, se lo spirito s'identificasse con l'obbietto del pensie 426 GIUBILEO ro, noi non potremmo pensare che alle cose concrete, ma si sa bene che noi pensiamo anche alle cose astratte. 3. Se qualche cosa esiste, e può es sere conosciuta, non possiamo farla co noscere agli altri. Ciascun senso è pria, ma non in altre. La vista perce pisce i colori, ' udito i suoni, ma la tarle, vuolsi aver riguardo nell'accettare le conseguenze che Platone specialmente deduce da quest'autore in rapporto alla morale. Che Giorgia insegnasse esseredestino dell'uomo il cercare la felicità, è cosa competente nella sfera che gli è pro- | ovvia; ma ch' egli trovasse questa feli cità nella potenza, e insegnasse essere diritto del più forte il soggiogare il de bole, e che le leggi son de'vincoli fatti pei deboli, lecito ai forti d' infrangere, prima non può percepire i suoni, il se condo non può percepire i colori. Or quando noi parliamo,che cosa trasmet tiamo ai nostri simili? De'suoni, e nul l' altro che de'suoni. Il linguaggio ar riva tutt'intero all' orecchio. Or l'orec chio non può percepire nè le idee, nè gli obbietti, se no gli obbietti e le idee sarebbero la stessa cosa delle nostre parole. Coteste argomentazioni non sono, per le son cose che, con tutta pace degli avversari di Giorgia, credere non posso. Con tali principii il filosofo di Leonzio nè avrebbe eccitato l' entusiasmo della popolazione greca, nè i cittadini d' Ate ne l' avrebbero pregato a soggiornare nella loro città, ove la necessità del ri spetto alla maestà della legge non si verità, tutte esatte, maben si vede che, | convincimento. al postutto, Giorgia già applicava le ragioni del sensualismo. Sta bene che colla parola non si possa dare l' idea può dire non fosse entrata nel comune dei colori: questo è un fatto che tutti possono sperimentare sui ciechi nati, Ma poichè i colori si percepiscono da noi direttamente, la parola che n'è la rap presentazione può sempre darci una idea dei rapporti che passano fra le percezioni giàprovate. Una volta che la bianchezza sia stata percepita dall' oc chio, tutte le volte che l'orecchio sen tirà quel nome, nel cervello sirisveglie rà quella stessa sensazione che abbiam provata la prima volta. È vero che quella sensazione è tutta dentro di noi, e non fuori di noi, poichè fuori di noi in quel momento esiste il suono che produce la parola bianco, ma non la bianchezza stessa: ed è qui appunto che Giorgia avrebbe avuto ragione d' intro durre il dubbio sulla esatta corrispon denza fra le nostre sensazioni e le cose esterne. Degli scritti di Giorgiala sola notizia che ci rimane è laconfutazione di Pla tone e di Aristotile. Ma comechè costoro esagerano oltremisura le sue dottrine per avere il facile vantaggio di confa Gioviniano.Austero cenobitache viveva in Milano sulla fine del quarto secolo. Dopo essersi sottomesso alle più austere privazioni, recatosi un giorno a Roma, fusedotto dalla piacevolezza della vita che colà si menava, onde cambiando parere intorno alle cose che fino allora aveva reputate sante, incominciò ad in segnare che l' astinenza non giovava a nulla, e che meglio conveniva il man giar cibi buoni che i cattivi; che la verginità non era uno stato più perfetto del matrimonio, e che non si potrebbe ammettere che Maria fosse rimasta ver gine dopo il parto senza cadere nell' er rore dei manichei, i quali a Gesù attri buivano un corpo fantastico. Fu con dannato da papa Siricio e nell'anno 412 relegato dall'imperatore Onorio nell'Isola Boa in Dalmazia, ove morì fra le pia cevolezze della vita, come compenso alle sofferte miserie della gioventù. Giubileo. Presso gli ebrei così chiamavasi ognicinquantesimo anno, nel quale i prigionieri e gli schiavi dove vano essere liberati, le eredità vendute ritornare agli antichipadroni, e la terra restare in riposo. (Levitico Cap. XXV, XXVII). L'anno del giubileo era fon GIUDAISMO dato sopra la simbolicadel numero sette, perocchè decorreva appunto nell' anno successivo a quello che chiudeva sette 427 aRoma,quindi nuova impazienza nella generazione sopraveniente, checerto non vorrà attendere il 1446, eche sarà ten settimane di anni 7×7=49. Altra cosa è invece il giubileo nella chiesa cattolica. Questo è indulgenza plenaria concessa dal papa a tutti i fe deli che visiteranno in Romale Chiese di S. Pietro e S. Paolo, e differisce dalle indulgenze ordinarie, perchè in tempo di giubileo il papaconcede ai confessori la facoltà di assolvere anche dai casi riservati. Dapprincipio ' indulgenza plenaria fu concessa ai crociati che si recavano acombattere perla liberazione del Santo Sepolcro. Ma quando infine i popoli fu rono lassi di farsi sgozzare ad onore e gloriadella chiesa, sipensò di concede re queste stesse indulgenze a quei pel legrini che si sarebbero recati àvisitare il Santo Sepolcro. Nondimeno anche que sto viaggio era lungo assai, assai di spendioso e nel medio evo non si ave vano tante strade di comunicazione co tata di cogliere al volo la cifra tonda dell'anno 1400. Sotto pretestodunque che il giubileodi trentatre annidi trop po affaticava la divina clemenza, fu ri stabilito il periodo più lungo di cin quant' anni, e per meglio attenderlo si ricominciò a contare gli anni partendo dal 1400 con nuovo giubileo. Fiù tardi Paolo II non attese nè 50 nè 33 anni, e giunto al 1425 liberò alla volta sua tutte le anime del purgatorio, fissando il periodo di 25 anni che attualmente sussiste. Maquante ampliazioni aggiunte col progresso dei tempi! S' inventarono i giubilei senza pellegrinaggio, i giubi lei parziali, i giubilei all' occasione di grandi avvenimenti, come il giubileo di Pio IX, i piccoli giubilei delle città, dei vescovadi, degli altari miracolosi, insom ma i giubilei venduti acontant, e traf ficati in mille modi. Lo storico Francesco Gucciardini me al dì d'oggi. Verso l'anno 1300 il assicura che nel 1500 sotto i Pontifi papa Bonifazio VIII pensò di tirare l'ac- cato di Alessandro VI il giubilo fruttò qua al suo mulino,convertendo il pel- | alla Chiesa grandissimaquantita di oro, legrinaggio in terra santa in un pel legrinaggio a Roma. Questa fu l'origine del Giubileo che doveva decorrere ogni 100 anni. Ma tanta felicità, dice unauto re, non poteva differirsi poi d'unsecolo, e Clemente VII abbrevia il periodo dell'a spettativa riducendolo a cinquant' anni; argento, gemme e altre cosepreziosis sime; il Bembo dice, e il Sapi ripete, come questo caritatevolissimo Papa, dal solo stato veneziano, in quell anno di grazia 1500, ritraesse 799 libbe di oro. Giudaismo.Religione egliebrei, o de'giudei, così detti perchè sortirono dalla tribù di Giuda, undei fgliuoli di per cui nel 1350 affluivano di nuovo i pellegrini da ogni paese dell' Europa | Giacobbe, a cui il padre predisse che verso la capitale del mondo cattolico. La frenesia, invecedi diminuire, cresce va: ad ogni giorno dell' anno santo en travano seimila pellegrini in Roma e ne uscivano altrettanti: appena si può com prendere tanto trasporto. Dopo il 1350 bisognava attendere fino al 1400 per ottenere una nuova remissione: ma non seppero rassegnarvisi i credenti, ed Urbano riduceva il giubileo al periodo di trentatrè anni, in commemorazione| della vita di Cristo. Ecco un nuovopel legrinaggio nel 1383, altre turbe affluenti | avrebbe lo scettro della nazime. All'articolo PENTATEUCo na vedremo che la pretesa antichità di questa reli gione, la qual si crede anterore ad o gni altra anche orientale, opinione fondata sopra documenti aporifi, l'an tichità dei quali non risale otre l'epoca di Zoroastro. I dommi del giudaismo ono quelli stessi i quali si pretende cheMosè ab bia rivelati al popolo d' Ismele, e che sono contenuti nell' Antico Testamento. Quali poi sianoquesti domm, non tutti concordano neldeterminare, imperocchè le mutate condizioni della vita, la ci viltà introdotta, e le religioni stesse fra cui vivono gli ebrei, hanno dovuto ne cessariamente corrompere le antiche tra dizioni, irgentilirle o migliorarle secondo l'influenza de'vari paesi. Ècerto intanto che le credenze del cenni alla rimunerazione che l' anime dei giusti riceverebbero in un' altravita. Il vivere lungamente, e ' odio di Dio fino alla terza e quarta generazione dei reprobi, son le sole ricompense e le sole penechecommina lalegislazione religio sa degli ebrei. Son noti i passidell'Eccle siaste attribuito a Salomone (II 20-34; giudaismodedotte direttamente dalla fon- | III 12, 13; 19, 22; V, 18; VIII, 15; te primadella rivelazione mosaica, vo glio dire dal Pentateuco, ci rivelano una religione grossolana e materiale, inse gnanteunDio corporeo, locale, limitato nel suo potere dalla possanza degli altri Dei de' pæsi circostanti ; un Dio unico sì, ma unico soltanto pel popolo d'Israe le. « Il Signore è più grande di tutti gli Dei, dire l'Esodo (XVIII). Il Signore | l'ha condato solo, e con luinon vi era alcun Diostraniero (Deut. XXXIII, 12) Nonvi è azione,perquantosia potente, i cui Dei siano più presso ad essa di quanto lo sia il nostro anoi. (Id. IV, 7). Ciò che possiede il vostro Dio Chamos non vi appartiene di pien diritto? Ciò che il nosro Dio ha ottenuto colle sue vittorie dive dunque venire in nostro potere (Gid. I, 24)». Ilpoliteismo inva dente in quei tempi, non rivelasi con grande evilenza in questi passi ? In qual conto gli orei tenevano il loro Dio, se non inquelo di un esseresovranaturale, potentissimo, nel quale riponevano tutte le loro spelanze per soggiogare gli Dei delle altre nazioni ? Essi esaltano cote sto suo pobre, lo proclamano il primo e l'inarrivabile, con quello stesso spirito d'orgoglio nazionale con cui avrebbero esaltata la jotenza e la superiorità del loro re. Coesto Dio ha corpo e mem bra umane, id è limitato nel suo potere così come nella sua essenza; madei vol gari antropmorfismi della Bibbia ho già discorsoall'articolo Dio. IX,4,9;) nel quale cotesto re parago nando gli uomini alle bestie dice che lo stesso avviene degli uomini comede'bruti, che tutti hanno un medesimo fiato, e come muore l'uno, cosi muore l' altro. 1 fedeli credono di confutare tutta la costante tradizione dell'antichità ebraica opponendo un passo di Tacito, ov' egli dice che le anime de'morti in guerra per giustizia gli ebrei tengono immor tali (Histor. lib. V, 5). Opporre Tacito all' Antico Testamento mi par che sia cosa singolarissima; nè so quanti siano disposti a credere allo scrittore latino, il quale degli ebrei non seppe che quel poco che gli fudato d'intendere, contro l'esplicito silenzio dei codici religiosi del popolo d' Israele. D'altra parte non è impossibile che ai tempi di Tacito gli ebrei, o molti fra essi, credessero alla vita futura, come ci credono oggidì. Il commercio cogli altri popoli hapur finito a far prevalere fra gl' israeliti molte credenze straniere alla dottrina mosaica, e l'essere ancora esistita ai tempi di Gesù una setta sacerdotale, laquale ne gava l'immortalità, è cosa che mi pare che possa ben provare l'antichità di questa dottrina. Perfino Bossuet vescovo di Meaux, ne convenne. Ancorchè, scri veva egli, gli ebrei avessero nelle loro scritture alcune promesse della felicità eterna, (quali?) e verso i tempi delMes sia, ne'quali essere dovevano dichiarate, e ne parlassero di vantaggio nei libri Lo spirio è anch' esso ignorato da gli ebrei, econ lo spirito l'immortalità. apocrifi!); tuttavolta questa verità fa Nel decalog il premio promesso a co loro che onereranno ilpadre lamadre tutto consise in una lunga vita, né vi ènel Pentateuco alcun passo che ac della sapienza e dei Macabei (che sono ceva si poco un domma universale del popolo antico, che i Sadducei, senza ri conoscerla, non solo erano ammessi nella Sinagoga, ma ancora innalzati al sacer GIURAMENTO dozio. È uno dei caratteri del popolo nuovo il mettere per fondamento della religione la fede nella vita futura: e que sto doveva essere il frutto della venuta del Messia. (Bossuet, Discorso sulla Sto ria Univ. 2 parte c. VI). 429 storo S. Paolo scrisse la sua epistola ai Galati, dalla quale pare che anche S. Pietro non fosse immunedaquesta ten denza giudaizante (Gal. II, 14) Giudizio universale. (Vedi MONDO) Toltiquestidommi fondamentalidelle religioni moderne, vale a dire la spiri ritualità di Dio e l'immortalità dell'ani Giuramento. Promessa formale di dire la verità o di adempiere a un impegno assunto, fatta nel nome di Dio o su quanto è più caro e più sacro al l'uomo. L'uso delgiuramento come mezzo atto ad imprimeremaggior solennità alle promesse, è antichissimo, e la Bibbia stessa ce ne offre non pochi esempi. Abramoprotesta congiuramentoche non accetterà i doni del re di Sodoma (Gen. ma, della religione giudaica altro non rimane che la parte cerimoniale, piena di superstizioni e di pratiche assurde. Ciò non toglie che gli ebrei non vi fos sero e non visiantuttora attaccati, tan tochè essi dicono che il culto esteriore prescritto dalla loro legge è più per fetto e a Dio più accettevole che non la | XIV, 22); eglipoigiura con Abimelecco pratica delle stesse virtù morali. (Gen. XXI, 25); quindi fagiurare aun Gli ebrei dalla loro dispersione in poi suo servo che non andrà a pigliare la hanno cessato di sacrificare all' Eterno, sposa d'Isacco frale Cananee. ed invece de' leviti o sacrificatori, non Isaccorinnovacon giuramento l'alleanza Lanno più che certi dottori, chiamati | fattadaAbramo con Abimelecco (XXVI, Rabbini, i qualiinsegnanola legge nelle sinagoghe. E i dommi della spiritualità di Dio e della vita futura si sono quie tamente infiltrati in tutte le loro sette, pel lungo commercio ch'essi ebbero coi popoli frammezzo ai quali son vissuti. Giudaizanti. Nell' occasione di tutte le riforme v'hanno uomini che sono sollecitati ad abbracciare le nuove idee, e al tempo stesso temono di abbando nare l'antica strada. Costoro appartengo no ai tempi nuovie aivecchi insieme, e sonqueconciliatori che vorrebbero unire insieme i contrari, e creanonuove scuole e nuove sette, che sono tanto logiche quanto lo è al dì d'oggi quel partito che nella Germania s'intitola dei vecchi cattolici, sebbene in fondo siano cattolici nuovissimi appena sortijeri. Così nel primo secolo del cristiane simo furono detti giudaizanti quei giudei convertiti, i quali asserivano bastare la fede in Gesù Cristo per salvarsi, ma che nel resto conveniva esser fedeli ai riti e alle cerimonie giudaiche ordinate dal l'antica legge, come l'osservanza del sabato, della circoncisione, dell' asti nenza da certe carni ecc.-Contro co 3); altrettanto fa Giacobbe con Labano (XXXI, 53); e Dio stesso giurando sul suo nome a conferma delle promesse fatte ad Abramo, dice: «Per me mede simo io ho giurato... Io ti benedirò e moltiplicherò la tua stirpe come le stelle del cielo. (Gen.). Altri e sempi e altre formole di giuramento si trovano nel libro dei Giudici VII, 19 e nel I dei Re XIV, 44. L'Antico Testamento non solo adun que ammette il giuramento, maquasi l'impone. Solo interdice di giurare pel nome degli Dei stranieri (Esodo XVIII, 13); e nel primo comandamento ag giunge: « Temerai il Signore Dio tuo, e lui solo servirai, e pel nome dilui farai giuramento (Deut.). Nonostante che Gesù affermasse di essere venuto, non per distruggere la legge, ma sì perconfermarla, egli con traddice apertamente e ipatriarchi, e i profeti e Dio stesso che giurò l'alleanza con Abramo. e gli apri rono d' innanzi l'ampio orizzonte della sua nuova filosofia. Distrutto il principio di causalità, tolta la certezza che l'effetto è neces sariamente prodotto dalla causa, ne de rivava la conseguenza che nulla vi è di certo nelle nostre conoscenze: nem meno l'esistenza delle cose esteriori aun altro fatto che è causa, e non è causa per altro che perchè precede l'ef fetto nell'ordine del tempo (vedi EFFET то). Ond'egli conchiude che neanche la fisica argomentando dall'unione di certi | l'universo, e nella Storia naturale della può essere dimostrata. Imperocchè se vedere, toccare, sentire in qualsiasi modo le cose esteriori non può essere effetto dell'esistenza stessa di queste cose, havvi luogo a dubitare che esse esistano. Hume evita però di cadere nell' idealismo di Berckeley, (v. questo nome) mantenendo la realtà dell' uni verso, per altro, senza positivamente affermarla. Egli dubita ancora della re altà sostanziale dell' io individuale, il quale si risolve in una semplice colle zione di idee, dubita quindi dell'anima, e alla ragione nega la facoltà di nulla affermare sull'esistenza e gli attributi di Dio. Nei Saggi combatte la prova di questa esistenza dedotta dall'ordine del fatti che tutti i fatti simili saranno sem pre simili, fa una dimostrazione intuiti vamente evidente. Manco la scienza fisi capuò quindi essere principio di cer tezza. Perchè noi dalle cose che sono siamo indotti a prevedere quelle che saranno? Hume ammette che l'abitudine e l'esperienza c'induconoa far cid: ma laconnessione necessaria fra questi fatti ci sfugge, e quando i fatti non corri spondono alle nostre previsioni noi non sappiam più concepire fra loro alcuna connessione necessaria. Lanegazione del principio di cau salità tende nientemeno che a distrug gere il fondamento d'ogni certezza e sol levò contro di Hume grandissime prote ste, talchè Reid,Dugald Stewart, Brown e altri scrissero energicamente per soste nere le fondamenta minacciate del dom religione distrugge ancor quella delle cause finali. Hus Giovanni. Decano della fa coltà di teologia e Rettore dell' univer sità di Praga. Visse nel secolo XIV e fu contemporaneo di Wicleff, del quale disapprovò le dottrine siccome eretiche, mentre poi protestava nonconvenire che i libri di lui fossero dati alle fiamme. Senza voler toccare alcuno dei dommi fondamentali del cattolicesimo, mostrava egli delle vaghe aspirazioni verso una riforma della Chiesa, e specialmente dei costumi del clero, al quale vanamente tentò di insegnare la tolleranza. Fu in quel tempo che il papa bandiva la cro ciata contro Ladislao re di Napoli, e pubblicava una bolla nella quale «pre >> Sono poche e sobrie parole, ma che per essere di un santo, in questions teologica, non valgono meno di quelle 476 MACOLATA CONCEL d'ogni filosofo. Tradotte in buon vol gare e adattate aitempi nostri, esse di cono chiaro, che non ci voleva meno della inesperienzadella curiaromana per comporreundommacosìcontrario aquel lo dell'Incarnazione, il quale è la pietra oratore, non reggono ove si mettano al paragone collaverateologia. Maracconti siffatti non sono insegnamenti di fede; nè il saggio cristiano deve appoggiare il grande interesse dell' anima sua a dubbiose o finte leggende. Non contenti di tante feste instituite in onore della angolaredel cristianesimo. Avvegnachè, se Iddio si è incarnatoper salvare tutti gli | Vergine, che superano quelle fatte in uomini, nessuno eccettuato, dal peccato originale, segno é ch' egli non poteva onore di Gesù, ne vanno meditando ogni salvarli senza incarnarsi. Ma dal mo mento che Maria, creatura umana, nata da umani genitori senza divina incuba zione, ha potuto veder la luce senza macchia, vale a dire senza peccato ori ginale, segno è che l'incarnazione a lei non ha giovato; cosa che è contraria perfino al Vangelo. Ascoltiamo ora le parole di Monsi gnor Godeau, Vescovo di Vence: « La divozione verso la santa Vergine, dice egli, andò sempre crescendo dopo la condanna di Nestorio, e l'ignoranzadel popolo giunse a tal segno ne'secoli se guenti, che vi si commisero molti ec cessi, di maniera che quando le eresie di Lutero e Calvino vennero al mondo, era sì grande la superstizione su questo conto, che faceva gemere chiunque co nosceva sino aqualtermine debba andare l'onore dovuto alla madre di Gesù Cri sto ». E il padre Petavio, quantunque gesuita, non aveva difficoltà a confessa re « che convien dare avviso ai pane giristi e devoti della Vergine santa, perchè si guardino bene dal non la sciarsi troppo trasportare dalla pietà e devozione verso di lei. La qual sorta di idolatria S. Agostino chiama occulta ed innata nel cuore degli uomini ». Finalmente anche il Muratori, uomo pio e di non sospetta fede, scriveva: Convien ricordarsi che Maria non è Dio, come giàci avverti S. Epifane e dopo di lui Teodoreto. Noi udiamo dire talvolta ch' essa comanda in cielo. So briamente s'ha da intendere queste ed altre simili espressioni, che cadute di bocca al fervore devoto di alcuni santi, e all'ardita eloquenza di qualche sacro di delle nuove ». Ma il lato più curioso diquesto dom ma, non tanto consiste nel modo vio lento della sua proclamazione, quanto nel fatto, che esso non trova neanche una linea di conferma negli evangeli. E per vero, tutti gli altri dommi, o bene o male fondati, furono nondimeno in qualche modo innestati sulla rivelazione evangelica, che è la base fondamentale di tutto il cristianesimo. Invece se gli evangeli ci narrano la portentosa incu bazione di Gesù fatta per opera dello Spirito Santo, in quel modo che tutti sanno, non ci dicono però che Maria sia essa pure nata senza peccato, nè tampoco ci parlano dei suoi genitori, i quali non vi sono menzionati nemmanco di nome. Dov'è dunque che Pio IX ha tratta la sua storiella della Immacolata Concezione, e con quale ardimentosa impudenza osa egli pretendere di essere informato intorno ai genitori di Maria, meglio di quanto nol siano li evangeli sti? Chi gli ha detto che Anna e Gio vachino abbiano generataMaria, e l'ab biano generata senza macchia? E se gli evangelisti, i quali ebbero la mis sione di trasmetterci la storia dellapre tesa salvazione del genere umano, tac quero di un sì grande ed augusto av venimento, sarà Pio IX, quegli che,die cianove secoli dopo, potràsmentire quel loro fin troppo eloquente silenzio ? Molti al certo avranno vaghezza di conoscere d'onde Pio IX e i panegeristi abbiano tratta la storiella di Anna e Giovachino e della loro concezione im macolata; ma negli apocrisi e non al trove convien cercare la sua origine. È infatti, nell' evangelo APOCRIFO della IMMAGINAZIONE Nascita di Maria e nel Protovangelo egualmente APOCRIFO di Giacomo, che per la prima volta si ha notizia del la nascita di Maria. Affrettiamoci pe rò a dire, che nemmeno questi due antichissimi evangeli, ci parlano della 477 scritture apocrife. Questo domma che compendia in sè tutte le contraddizioni del cristianesimo, se è il penultimo nella serie cronologica, non chiude però la porta a tutti gli altri a cui la Chiesa può essere condotta nell'orgia della su perstizione. Già molti inneggiano ad un culto speciale per S. Giuseppe, e speriamo che lo dichiarino anch'esso sine labe, con molti altri, finchè la ra Immacolata Concezione. Narrano essi soltanto che Anna e Giovachino di Betlemme la prima, di Nazaret il se condo, erano persone devote e pie, e tro vavano grazia presso Iddio, avvegnache| gione ed ilprogresso, spazzatevia tutte alla chiesa ed ai preti donavano la terza parte delle loro rendite. Anna però era sterile, cosa che grandemente l' acco rava, essendo dagli ebrei la sterilità ri guardata come una maledizione, con le fiabe inconcludenti o assurde e le in venzioni sul peccato originale, tutti non ci proclami immacolati infaccia a quella natura che tutti ci fa ad un modo. Immaginazione . La filosofia greca, più ragionevole di molte scuole forme al passo d' Isaia: maledetta la donnachenonhagenerato in Israel (Is.| moderne, non vedeva nella immagina C. IV. 1.). Ma un giorno Giovachino conobbe che finalmente i suoi voti sa rebbero esauditi, e che Anna, a so miglianza di Sara, genererebbe una fi glia, che sarebbe la madre del Salvato re. Questa notizia, ebbe Giovachino me diante l' annunciazione d'un angelo, е tal fu la sua gioia, che muto essendo acquistò la favella. Avvertasi però che ' apocrifo non parla qui dello Spi rito Santo, anzi dice chiaro che gli sposi, rassicurati della prole, resero grazie a Dio, e tornati a casa attesero con gioia la divina promessa; il che ci lascia supporre, onestamente, che nel frattempo del loro meglio cooperassero per realizzarla. Il Protovangelo di Gia como aggiunge ancora che Giovachino dopo l'annuncio donò alla Chiesa do dici vacche e cento becchi, e che in quel giorno egli riposò nella sua casa per la prima volta. Ecco a quali fonti il Santo Padre ha attinta la rivelazione dell' Immacolata Concezione. Colla sua infallibilità egli nonha temuto questa volta di dichia rare infallibili anche i libri che gli altri papi avevano dichiarati falsi, e i Vescovi del Concilio Vaticano non temettero di in zione altra facoltà che quella di ripro durre le percezioni dei sensi e di rap presentarci alla memoria gli oggetti percetti anche allora che non erano più presenti . Platone stesso e Aristotile ri ducono la φαντασία allamemoria im maginativa. I mistici d'Alessandria sono i primi che vogliono considerare nella immaginazione una facoltà speciale de stinata a rappresentare le immagini e gli esseri del mondo intellettuale; per cid essi insegnano che l'immaginazione sopravvive al corpo,segue l'anima nelle regioni celesti e divien facoltà dei beati. A' di nostri non sono pochi coloro che persistono a vedere nella immagi nazione una facoltà creatrice; ma è for tuna che molti ancora abbiano ricono sciuto il nessun fondamento di questa opinione. Tutta la scuola sensualista e ideologica ha ammesso e hadimostrato che l'immaginazione non è infine che il risultato della percezione. Riprodurre fedelmente una impressione provata è ufficio della memoria; combinare insie me parecchie impressioni è immagina nativa. Chi ha fervida immaginazione può combinare molte idee e molte im magini, e formartipi che possono parer nuovi, ma che nuovi non sono; impe vocare la inspirazione dello Spirito Santo, sotto il patrocinio di un domma fab- rocchè nessuno crea, nè nella scienza bricato sulle notizie, che ci danno le nè nell' arte (v. ARTE) e le cose anche 478 IMMANENTE più nuove possono tutte ridursi all' o rigine immediata dei sensi. L'immagi nazione è così poco creatrice ch'essa non è mai giunta a concepire manco la possibilità di un senso nuovo, di una nuova maniera di percepire i fenomeni Chi ha immaginazione, ha copia d'idee, penetrazione e attitudine ai lavori in tellettuali; ma chi ha immaginazione ec cessiva, nè sa dominarla e ridurla nei confini della ragione, prende spesso i fantasmi della sua mente per cose sal de; con quelli foggiasi teorie e sistemi, i quali perciò appunto che sono imma ginari trovano poi benpoco fondamen to nella realtà. Nei fanciulli e nei po poli incolti ma di svegliato ingegno la immaginazione e eccessiva, e gran par te de' loro errori deve imputarsi a ciò ch' essi per mancanza di sufficenti co gnizioni sperimentali, mal riescono a se parare nei loro strani concepimenti cid che appartiene all'immaginazione,da ciò è della realtà (v.SENSUALISMO E IDEE INNATE). Immagini (Culto delle). Domma cattolico stabilito dal Concilio di Trento nella sessione XXV. « Comanda il Con cilio che debbono tenersi e conservarsi principalmente nei Tempi le immagini di Cristo, della Vergine madre di Dio e d' altri Santi, e che loro deve darsi il dovuto onore e venerazione: non perchè si creda esservi inloro qualche divinità o virtù, per cui debbasi rispettare o perchè da esse debbasi chiedere nulla ; o perchè abbia ad aversi fiducia nelle immagini, siccome in altri tempi face vano i gentili che riponevano la loro speranza negl' idoli, ma perchè l'onore che loro si dà si riferisce a' prototipi che rappresentano; talmente che per le immagini che baciamo, e innanzi alle quali stiamo a capo scoperto, e ci prostriamo, adoriamo Cristo e veneriam i Santi, dei quali esse hanno la somi glianza ». Il decreto del Concilio è assai pru dente e poco appiglio offre alla critica dei protestanti. Il Concilio parla di ve nerazione è di onori da rendersi alle immagini, ma di culto positivo il suo decreto parla punto. Pure i riti catto lici sono siffattamente combinati, che nell'opinione comune le messe in onore dei Santi, meno si riferiscono al Santo stesso che all' immagine sull'altare del quale si officia. E poichè avviene che nelle menti vulgari i simboli finiscono sempre a sostituire le cose rappresen tate, così quegli eccessivi onori che nelle chiese si rendono alle immagini, si ri solvono infine in un vero culto tributato alle medesime. Tutte le sette cristiane le quali nè ammettono il culto, nè gli onori alle immagini, oppongono a' cattolici che l'antico testamento in più d'un luogo e perfinonel Decalogo, vieta positivamente di farsi immagine alcuna e render loro qualsiasi culto (Esodo XX, 4; Levitico XXVI, 1 ; Deuter IV, 15; V, 8). Ma i cattolici rispondono questa proibizione esser stata giusta e necessaria in quei tempi, stante la invincible tendenza degli ebrei all'idolatria; nullameno avere Mosè stesso sovrapposto all'arca dell'al leanzadue Cherubini, e Salomone averne fatto dipingere sul muro del tempio e sul velo del Santuario. Or gli è ben po sitivo che quanto lo stesso autore dei libri che contengono quel divieto, si fa lecito d' infrangere il comandamen o, hanno ben diritto a venia i cattolici se imitano l'esempio suo e nonrinunciano a costumanze che tanto profittano al l'esterno splendore materiale del loro culto. Vedi ICONOCLASTI) Imananente. (Da manere restare, e in dentro) Aggiuntivo di atto, per di stinguerlo dal transitorio. L'atto imma nente è quello che si compie dal sog getto e che rimane nel soggetto stesso senz'altro termine fuori di lui. In questo senso i teologi insegnano che Dio cred il figlio e lo Spirito Santo per atti im manenti, imperocchè nè il Figlio nè lo Spirito son fuori di lui, ma son Dio stesso. La creazione invece è atto tran sitorio. In senso non dissimile Spinosa IMMORTALITA poteva dire che Dio è la causa imma nente e non transitoria di tuttele cose, perocchè nel panteismo di Spinosa l'uni versalità delle cose, è Dio stesso. (Etica 479 più lungo quanto più lontano il mo vimento deve trasmettere i suoi effet ti. Or se l'azione di Dio a distanza im Jib. 1 prop. 18). Non vi è altro caso fuor di questi due in cui la voce imma nente possa usarsi in senso proprio. Ma nel traslato si usa ancora nella filosofia moderna per indicare un' azione e una attività continua inerente al soggetto. Così suol dirsi che la causa immanente del movimento è la materia, in quanto si ammetta che laforza generatrice del movimento è attributo intrinseco di essa, in essa si manifesta e vi rimane eter namente. Immenso. Attributo che si sup pone in Dio, in virtù del quale egli è presente dappertutto. Questa proprietà, come ognun vede, è in contraddizione con una delle più elementari nozioni della fisica, l'incompenetrabilità dei corpi ; perocchè dove corpi esistono, altre sostanze non possono stare. È vero che Dio è uno spirito,ma, infine, o spi rito o corpo, sostanza bisogna pur che sia, e nel posto occupato da tutta la materia di che son fatti i mondi, non potrebbe stare altra sostanza per sotti lissima che sia. I primi padri della Chiesa, i quali ammettevano che Iddio fosse corporeo, negavano implicitamente la sua immen sità ; per la stessa ragione la negavano i Manichei, i quali ammettendo due principii coeterni non li potevano fare egualmente immensi; e alcuni Calvinisti e i Sociniani sostennero esser Dio sola mente in cielo, nè altrove presente se non per la sua scienza e potenza, po tendo egli operar dappertutto. Convien però considerare che un Dio così li mitato operare non può dappertutto, perocchè l' azione suppone presenza, o per lo meno la traslazione dell' atto at tivo attraverso allo spazio fin che giunga al luogo dove si deve produrre e svol gere cotesta attività. Così è legge mec canica che ogni movimento importa la necessità del tempo, e il tempo è tanto porta tempi proporzionali valutabili colla ragione composta della distanza stessa e della velocità, ne deriva che l'azione sua a una distanza infinita richiede tempi infiniti, il che val quanto dire che quest' azione non giungerebbe mai a produrre i suoi effetti, imperocchè un tempo infinito non ha fine. Se dunque un Dio immenso contraddice una legge fisica, un Dio limitato contrasta con una legge meccanica, e così riman provato ancora che gli attributi di Dio sono la negazione di tutte le scienze positive. (Vedi INFINITO). Immortalità. L'immortalità per sonale dopo la morte è credenza fonda mentale di quasi tutte le religioni. Non è però esatto l' affermare, come gene ralmente si fa,che tutti i popoli e tutte le religioni la proclamano. Circa tre cento milioni di buddhisti credono nel nirvana, vale a dire che l'anima dei giusti dopo la morte giunge all'assoluto annichilamento in Dio (vedi BUDDHISMO). L'annichilamento dell'anima è pure opi nione professata da tutti i filosofi pan teisti, (v. PANTEISMO), imperocchè am. mettendo costoro che l'anima nostra congiungesi all' Essere universale, im plicitamente suppongono che la sua per sonalità si spegne e si fonde nella stessa personalità di Dio. Tutta la scuola sceltica antica e mo derna, per la cagione stessa delle sue dubitazioni non può considerarsi siccome accettante il domma dell' immortalità; imperocchè dubitando essa d'ogni cosa reale ed eziandio delle più evidenti, tanto meglio deve dubitare di un dom ma che non ci offre alcuna dimostra zione sensibile, e che per confessione stessa di coloro che lo ammettono, ha d'uopo di appoggiarsi precipuamente sulla fede, virtu incompatibile affatto col le ultime conseguenze dello scetticismo. Quanto all' idealismo il qual nega ogni realtà alle cose che ne circondano 480 IMMORTALITA e al nostro stesso corpo, e considera per fino il nostro io siccome un fenomeno, potrà egli mai fondatamen e annoverarsi fra le scuole credenti nell'immortalită? Tuttochè i principali idealisti abbiano affermato cotesto domma, è lecito cre dere che lo abban fatto per una non felice inconseguenza, piuttosto che per vera e naturale necessità dellorsistema. L'immortalità di un fenomeno non è invero cosa concepibile, e ad ogni modo se noi non possiam trovare nelle cose che ne circondano sufficienti argomenti per credere alla loro esistenza, tanto più dovremo dubitare dell' esistenza di undomma il cui concet.o implicante eternità sfugge eziandio ai limiti natu ra i della nostra ragione. Ecco dunque già un buon numero di uomini e di filosofi, i quali se non esplicitamente, certo implicitamente non credono all' immortalità. Quanto ai fi losofi antichi non mancano esempi di coloro che non ammisero cotesto dom ma. Democrito, Epicuro e Dicearco fra i greci lo negarono esplicitamente, e fra i latini Lucrezio nel suo terzo libro dice chiaro che l'anima ha le sue ma lattie come il corpo, e come il corpo deve perire. Anche Cicerone fu accu sato da Lattanzio di non credere all'im mortalità, e quel buon padrelo prova va citando un passo di lui, che ora si èsorpresi dinonpiùtrovare nelle opere sue. Cicerone vi ragionava secondo i principii degli Accademici, pei quali è noto ch' egli nutriva grandissima sim patia ( Latt. de vita beata, lib. VIII cap. 8). Plinio insegnava addrittura che tanto valeva il credere di esistere dopo la morte, quanto il credere di essere esi stiti prima di nascere, e che l'una e l'altra credenza non erano infine che una volgare superstizione (Plinio Storia nat. lib. VII, cap. 55). Non fu Seneca il tragico che nel coro dei Troadi fece adottare l'opinione della mortalità del l'anima ? (Seneca. Trod. vers. 395). E Sorano, come riferisce Tertulliano (De Anima, cap. VI), nei suoi quattro libri sulla immortalità, non negava egli co testo domma? Fu pure AlessandroAfro disio colui che sostenne essere cost as surdo il dire che l'anima è immortale, quanto l'affermare che me e due fanno cinque. Fra i greci ancora e fra i latini tutta la setta stoica volendo tenere il giusto mezzo fra le opposte opinioni, insegnava che le anime sarebbero bensì sopravissute ai corpi, ma che infine esse pure sarebbero annichilate. E fra gli stoici stessi chi, come Crisippo e Cleanto, ammetteva che questa distru zione sarebbe avvenuta alla fine del mondo, e chi,come Epitetto e Marc' An tonio,insegnavache ladissoluzione del le anime avvenisse o contemporanea mente o subito dopo la dissoluzione del corpo; onde furon detti hersciscundi, cioè, come spiega Servio, medium secuti. Que sta non è opinione molto diversa da quella espressa da Kant nella sua Cri tica della ragion pura, dov'egli insegna non essere impossibile che l'anima, mal grado gli attributi che la rendono indi visibile, perisca di languore per una graduale estinzione delle sue forze. Perfino fra il popolod' Israele noitro viamo esempi non dubbi della miscre denza nell'immortalità. Nessun atto della legislazione di Mosè accenna a questo domma, e i Sadducei stessi, che erano una delle sette più cospicue del giudai smo,non credendo nell'immortalità era no ammessi al sacerdozio (V. GIUDAISMO). Negasi che esistano interi popoli i quali ignorino il domma dell' immorta lità; ma è negazione contro la quale stanno prove positive. Oltre l'esempio dei buddhisti, ne' tempi andati si tro varono intere tribù selvaggie che non avevano alcuna cognizione nell'altra vita. Margravius riferisce che i popoli del Chill erau abbastanza brutali per non conoscere cotesto domma. Chilenses ne que Deum norunt, neque illius cultum nullum observant dierum discrimen, ne mortuorum quidem resurrectionem cre dunt sed post obitum nihil hominis pu tant superesse. (Margravius. lib. VIII IMMORTALITÀ app. cap. III). Lo stessodicasi di molte tribù di Madagascar. « Interrompc per un istante questa relazione, scriveva il missionario Tachard, per dire ciò che noi abbiamo veduto degli ottentotti. I quali essendo persuasi che non vi sia altra vita, lavorano appena tanto che basti per passare gradevolmente la vita presente » (Tachard T. 1 pag. 72) 481 Korannas, Thompson apprese che prima della venuta dei missionariin quel pae se, essi non avevano idea distinta di un Dio onnipotente, delle pene e delle ri compense di un'altra vita. « Presso i Béchuanas, dice il missionario Moffat,non havvi alcuna idolatria, alcuna tradizione degli antichi tempi.. Durante parec chi anni di un lavoro pressochè inutile, È certo che nel secolonostro anche tra cotesti popoli l'idea di Dio e dell'im mortalità si è insinuata. Ma badiam bene all'opra de' missionari che oramai in ogni parte diffusero fra i selvaggi le idee dei popoli civili. Or se poniam mente che ira coteste idee quella del l'immortalità è certamente la più facile a intendersi e ad accettarsi ancora dai meno colti, non ci saràdifficile scoprire i veri motivi della diffusione di questo domma. Pensiamo, infatti, che ogni uo mo nascendo sotto l'impero della pro pria personalità, sentendosi dotato di una coscienza individua, mal può adattarsi all' idea della cessazione del suo io. E pei selvaggi poi vihanno ragioni molte le quali possono confermarlinella opinione della sopravivenza dopo la morte. In paesi ove le più elementari funzioni fi siologiche sono pressochè ignote, qual non doveva mai essere l' influenza dei sogni, grandissima anche fra noi, sulle credenze religiose ? Quelle figure che l'immaginazione as sopita presenta al dormiente, quelle na turalissime immagini degli amici e dei pa renti che talora vediamo nel sonno, co me avrebbero potuto non far credere all'esistenza di quegli esseri che essendo morti, tuttavia ricomparivano colle loro precise sembianze? Veri fanciulli adulti, non potevano i selvaggi che confondere in una sola impressione la realtà col l'immagine, ed è così senz' altro che essi ebbero il concetto di una sopravvivenza dell'individuo, senza che, del resto, siano maicorsi colpensiero ad immaginare un soggiorno ulteriore, una pena ed un premio futuri. Dalla bocca stessa degli Ottentotti io ho spesso desiderato di scoprire qualche idea religiosa presso quegli in digeni; ma nessuna nozione di questo genere mai era entrata nel loro spirito. Dir loro che esiste uncreatore del cielo e della terra, parlare ad essi della ca duta dell' uomo, della redenzione, della risurrezione, dell' immortalità, era per loro un discorrere di cose altrettanto stravaganti e favolose quanto le loro ridicole leggende sui leoni e le jene... Non potevansi risolvere i Béchuanas ad ascoltare le nostre prediche, se non re galandoli di tabacco ed altre cose. Poi, dopo alcuneore di predicazione, essi do mandavano: Che volete dire? Le vostre fiabesono assai maravigliose, quandopure non gridavano: Pura menzogna. I più pratici fra loro osservavano che tutto ciò non empiva lo stomaco ». Più tardi quando ilmissionario riuscì a fare qual che conversione, i nuovi proseliti affer mavano chedapprima essi non avevano idea alcuna nè di Dio, nè della vita fu tura. L'uomo, dicevano altri, non è più immortale del bue e dell'asino, le ani me nessun le vede. Siffatte notizie raccolte nell'Encyclo pedie generale, furono nel 1870 piena mente confermate da Tsékélo, principe dei Caffri-Bassoutos che nel 1869-70 erasi recato a Parigi. Letourneau ebbe la ventura di vedere cotesto selvaggio incivilito, il quale parla passabilmente l'inglese, sa leggere e scrivere, e dopo avergli lette le notizie sopra riferite, ebbe da lui in risposta, esser questa la prima volta ch'egli sentiva dire la verità in Europa. Egli è vero che il Signor Casalis scrive che il vecchio Libè, zio del re dei Bassoutos, tuttochè dapprinci 31 482 IMMORTALITÀ pio, al missionario che gli insegnava il vangelo pizzicasse le labbra.e il naso chiamandolo mentitore, si era infine convertito. Ma Tsékélo contraddice tal notizia, e assicura che il suo parente era troppo vecchio e troppo ammalato per parlare lungamente. Egli d'altronde era sì poco convertito, che alle esorta zioni del missionario che gli parlava senza posa di Gesù Cristo, rispondeva: Gesù Cristo ? Chi è costui? Io non conosco cotest' uomo. (Bulletins de la société d'anthropologie de Paris T. VII. Serie 2. pag. 692). Il viaggiatore inglese White Baker che soggiorno parecchi anni fra i negri che abitano sulle sponde del Nilo Bianco e dei laghi d'onde questo fiume deriva, specialmente nella tribù degli Obbos e dei Latoukas (4 o 5 gradi di latitudine nord), afferma che non gli fu possibile di trovare fra questi popoliidea alcuna religiosa. Letourneau ha raccolte ed esposte le relazioni di questo viaggiatore alla Società d'antropologia di Parigi, ed è curioso il seguente frammento. Io. Un uomo non è superiore per la intelligenza ad un bue. Non ha egli una ragione per guidare la sua in telligenza? « Commoro. Molti uomini non so no intelligenti al pari del bue. L'uomo è costretto a seminare del grano per procurarsi la nutrizione, il búe e lebe stie selvagge l' ottengono senza semi nare. Io. Non sapete che esiste in noi un principio spiritüale differentedalno stro corpo ? Durante il vostro sonno non sognate mai? non viaggiate col vostro pensiero in lontane regioni ? Nullameno il vostro corpo è sempre nello stesso luogo. E come spiegate tutto questo? «Un pocodigrano che era stato tolto dai sacchi pel nutrimento de' cavalli e che trovavasi sparso sul terreno, mi suggerì l'idea di mostrare a Commoro la vita avvenire col mezzo della sublime metafora di cui fece uso S. Paolo. > Sotto il pontificato di Urbano II, diçe l'abate Fleury, videsi con sorpresa a conto di una sola buona opera, esimersi INDULGENZE il peccatore di ogni pena temporale pei suoi peccati. E non ci voleva meno che un numeroso concilio, presieduto da questo pontefice in persona, per au 493 fossero delegati da lui in Italia, Fran cia, Germania, Spagna ecc, la facoltà di concedere, mediante spontanea ele mosina o prezzi da stabilirsi secondo i torizzare siffatta novità. Questo concilio | casi, indulgenze pei vivi e pei morti, as tenutosi a Clermont l' anno 1095, con soluzione e remissione di tutti i reati cesse indulgenza plenaria, remissione intera di tutti i peccati a chi pren desse le armi per la liberazione di Terra Santa. Questa indulgenza valeva di paga ai crociati, e benchè essa non desse il mantenimento corporale, fu ac cettata con giubilo ». (6° Disc. sulla storia eccl. n. 2). Il quarto concilio di Laterano e il primo di Lione seguirono questo esempio, e s'andò in tal guisafor mando la giurisprudenza del giubileo (V. GIUBILEO). Ma ben peggiori abusi si dovettero poi lamentare sotto il pontificato di Leone X. Ai 14 novembre 1517 questo papa pubblicava la famosa bolla che co mincia Portquam, ad apostolatus apicem e che diede origine alla riformadi Lu tero: avverto che fu omessa nelle edi zioni di Roma, e la ricavo dalla edi zione di Lussemburgo 1727, supplemento al tomo X pag. 58. Èsingolare che il Sarpi, nella sua Storia del Concilio Tridentino, appena accenni la detta bolla, mentre un' ana lisi della medesima tornava così accon cia a descrivere la fede ed i costumi della Romana Chiesa. Di (Dern. Analyt. lib. 1. c. 2). Nella filoso fia moderna questa voce ha cambiato senso e ne ha acquistato un altro assai più determinato. L'ipotesi è oggidì sup posizione fondata sopra caratteri abba stanza evidenti per essere probabile, sen za tuttavia essere certa. È quindi errore di molti il credere che ogni più che azzardata affermazione possa dirsi ipo tesi: le cose manifestamente impossibili trettanto certo che fedelmente ci rap presentino le cose come sono. L'obbie zione sarebbe vera e ad evitarla con viensi che all'ipotesi diasi senso limi tato, proprio del comun linguaggio ; e per tale s' intenda quella dimostrazione la quale secondo lo stato delle nostre cognizioni non è ancora sufficientemente provata. Nemmen s' abbia per ipotesi ogni strambo ragionamento : sì convien ch'essa sia probabile e verosimile, senza di che diventerebbe vaneggiamento di non sono ipotesi; ma assurdità. Prima di scoprire le leggi generali, la scienza cerca le ragioni plausibili dei fatti che osserva fondandosi sull' analogia dei fatti simili ; ma finchè cotesta analogia non sia accertata da osservazioni diret- nogamia. te le sue ragioni rimangono ipotesi. Convien che il filosofo sappia ben mente insana. Ipparchia. Filosofessadella setta de' cinici e sposa di Crate. Nacque a Maronea, città della Trancia, da fami glia ricca, e tanto si appassionò per la filosofia di Crate, che nonostante le sue infermità e la sua miseria, e malgrado le rimostranze dei parenti, lo volle per marito. Vestita di miseri abiti, senza averi e senza tetto, andò vagando col marito, secondo i precetti della scuola cinica, chelavolle immortalare istituendo una festa in onor suo col nome di Ci Ippon(di Bhegium).Ignorasi l'epo distinguere le leggi dalle ipotesi: il con fondere le une con le altre è spesso cagione di errori gravissimi per le scien ze, che una maggior prudenza potrebbe evitare. Vero è che tutti i nostri prin cipii sono dubbi, che la certezza asso luta non è retaggio hostro, e che tal fiata i principii che ci parevano più certi sono dimostrati falsi da nuove sco perte. In tal senso lo scettico può ben dire che tutti i principii che noi abbiamo elevato al grado di legge sono ipotesi, ca precisa in cui visse, ma par che fos se nei primi secoli della filosofia greca. Aristotile nella sua Metafisica (lib. 1, c. 3) ci apprende che sull'esempio di Ta lete egli considerava l'acqua, o l'umidità come il principio delle cose; e nel libro dell' Anima (lib. 1, c. 2) aggiunge che non riconosceva all'anima altra origine. Sesto Empirico nelle Ipotesi Pirroniane (lib. III) dice ch' ei riconosceva due soli principii: l' acqua ed il fuoco, ed Alessandrio Afrodisio lo annovera fra i materialisti. J Jerocle. Filosofo neoplatonico che | tone, e compose sette libri sopra il de fiorì sul finire del IV secolo. Insegnd | stino, alcuni estratti dei quali ci furono filosofia in Alessandria, commento Pla- conservati da Fozio. Questo filosofo appartiene al periodo di transizione tra la filosofia pagana e il cristianesimo, e già nella sua dottrina si nota il primo mo vimento che confuse il Destino con la provvidenza. La provvidenza, insegna egli, è il governo col quale Dio man tiene l'universo. L'uomo è dotato di li bero arbitrio, ma le sue decisioni sono seguite da una certa azione di Dio che sollecita la sua volontà, e questa stessa azione che facilita o noilbuon uso del Par che gli ionici proclamassero an cora, sebben confusamente, i principii del sensualismo, e affermassero, che quello solo esiste il quale cade sotto i nostri sensi. Così sembra che Platone dicesse di loro, quando nel suo dialogo del Sofista scriveva: « Siccome tutte le cose cadono sotto i sensi, così essi af fermano che quello solo esiste che si può avvicinare e toccare: in talmaniera libero arbitrio è già principio di pena o ricompensa. Qui sorge poi il principio dalla predestinazione e della grazia, poi- grande disprezzo ». chè Jerocle ammette, senza manco av essi identificano l'essere col corpo ; e se qualche altro filosofo lor dice che l'es sere è immateriale, gli dimostrano un vedersi di cadere in contraddizione, che Dio fin dall' origine del tempo ha de terminato il principio e la fine dell'esi stenza. Anche nella creazione tenta di di avvicinare il paganesimo al cristia nesimo, e se non osa d'un tratto far scomparire il principio dell'eternità della materia, che tutta la filosofia pagana aveva ammessa, vuole almeno, con una delle sue solite contraddizioni, che Dio l'abbia creata, ammettendo però che la creazione non ha avuto un principio! Jonica (Scuola). Talete di Mileto, città della Jonia, fu il fondatore di que sta Scuola, continuata daEraclito, Anas simandro, Anassimene, Anassagora, e Archelao. La scuola ionica è sopratutto fisica per l'insegnamento nell'astrono mia che largamente vi fecero i suoi maestri. Intorno all'essenza delle cose disputarono assai gli ionici, e si divi sero in due partiti, l'unde'quali (Anas simandro e Anassagora) sostenne che il Jouffroy (Teodoro Simone). Pro fessò filosofia a Parigi al collegio Bor bone dal 1817 al 1819, fu quindi inse gnante alla facoltà di lettere nella mө desima città, poi professore di filosofia aggiunto alla cattedra di Royer-Collard e nel 1840 membro del Consiglio Supe riore dell' istruzione pubblica. Fu pro mosso a questo posto dal ministro Cou sin, ed è ben ovvio il pensare che il protetto facesse onore alle opinioni del protettore. Jouffroy non seppe introdur re nel suo insegnamento alcuna nuova idea, salvo quella veramente singola rissima, per la quale egli voleva distin guere ' anima dal corpo, e provarne l'esistenza dimostrando la diversa na tura delle funzioni digestive e volitive. Sarebbe inutile il confutare le idee di questo filosofo, basate sopra una com pleta ignoranza delle leggi della vita, Jouffroy ha fondato anche una teoria morale ed una teodicea. La prima pog giando sulle basi ipotetiche del duali smo fra la materia e la vita stabilisce mondo consta di elementi diversi ma nou numerabili; l'altro, che esso è com posto di un'unica sostanza (Talete, Anas simene), oppure di due o tre elementi come sarebbero l'acqua e il fuoco. Ar- | azioni materiali del corpo, le quali ten chelao). Gli uni e gli altri convennero lalegge del dovere nel raggiungimento del fine morale. dell' uomo, indipen dentemente dalla circolazione e dalle che la costituzione attuale dell'universo s'è formata cogli elementi o coll' ele mento primitivo mediante un'azione di namica di unelemento sull'altro, o col movimento dello stesso elemento in se stesso. dono alla pura conservazione di questo. La vita materiale, dice Jouffroy, tende al bene del corpo, la vita morale al bene dell' io. Così l'individuo si separa in due esseri distinti; il benessere del suo corpo non è più il benessere del suo io; dunque il corpo può essere 278.987 JACOBI martoriato, poichè l'io non è il suo diretto risultato. Si capisce bene che queste teorie possono fondare una mo rale ideale, ma non già una morale 513 non esamina, ma percepisce. lo vedo il sole, dunque il sole esiste; io mi sento, dunque io sono; io penso lo spi rito supremo,dunque lo spirito supremo vera e veramente utile alla società. Jacobi (Federico Enrico). Nacque il 25 gennaio 1743 a Dusseldorf nella Germania, da un ricco negoziante di quella città. Chiamato adirigere la casa di suo padre, non vi rimase però per lungo tempo, e quando l'Elettore pala tino lo nomind consigliere delle finanze del ducato di Bery, abbandonò affatto il commercio. Ricco e rispettato, la sua casa di Pempelfort fu ben presto il ri trovo delle notabilità scientifiche e let terarie del suo tempo, in mezzo alle quali presegli brama di prender posto egli stesso. Si atteggiò a filosofo, e in diversi tempi scrisse alcuni libri, tali che Woldemar, Lettere a Mendelson sulla filosofia di Spinoza; Una parola di Les sing; David Hume o l'Idealismo e il Realismo; Del tentativo del criticismo di rendere la ragione ragionevole, o di accordare la ragione coll' intendimento; Delle cose divine Lettere su Spinoza. Jacobi è avversario, non solo del l'idealismo, ma anche del criticismo di Kant, dello scetticismo e d'ogni incre dulità. Impotente, com' egli stesso con fessa, a spiegarsi iconcetti astrattidella filosofia, si gettò in braccio con sover chia fidanza agli stimoli del sentimento individuale: parve a lui che una certa armonia prestabilita dovesse esistere fra i nostri concepimenti e i fatti esteriori. Il suo realismo non è in sostanza che l'obbiettivazione nella realtà di tutte le chimere che una mente esaltata può concepire, e la sua ragione della quale con tanta pompasifacampione nei suoi libri, non s' adopera già a sceverare quanto di falso in queste chimere vi possa essere, perocchè egli è convinto che la nostra coscienza attuale, e non la ragione, sia la misura di tutte le verità. esiste ». È in tal maniera che Jacobi passa dallapercezione sensibile del sole veduto, all'astrazione intellettuale di un Dio pensato, senza pure avvedersi del l'immensa distanza che separa fra di loro questi due modi d'affermazione. Dal momento che la nostra coscienza intel lettuale è la misura della verità, che monta sia una cosa veduta o soltanto pensata? Ciò che si vede o si pensa è sempre vero, e Jacobi non si doman derà nemmeno se tutte le cose pensate siano sempre state vere. Ben a ragione insofferente delle ne bulose formole della filosofia trascen dentale, credette egli di avere evitata ogni dubitazione supponendo che la cer tezza fosse immediatamente inerente a tutti i nostri giudizi. « La vera scienza, dic'egli, è quella dello spirito che rende testimonianza di se stesso e di Dio.... Oggetto delle mie ricerche fu sempre la verità nativa, ben superiore alla ve rità scientifica ». E nel 1819 ripeteva : Nel seno stesso dell' Accademia di Berlino vi fu viva disputa, che nonvolse però a pro fitto della nuova scienza. Fu essa riget tataallaquasi unanimità siccome studio inutile e impotente a fondare checches a. Cotesto studio è infruttuoso, scri veva Formey, e il suo fondo indeci frabile. Lo stato attuale del viso umano verso la metà della sua carriera, risulta dal concorso di tante circostanze fisiche, morali, e casuali, ch' egli è affatto im possibile di ritrovare la fisionomia ori ginale e di seguire le tracce delle sue modificazioni: se il cuore è un enimma, il viso è un logogrifo, come quei ter reni vulcanici coperti di molti strati di lava, con una terra molto fitta sopra ciascuno ». Lafisiognomia restò a quel punto, nè più progredi; nè se ne discorre a tempi nostri fuorchè in quei libri che si stampano apposta per gli sciocchi. Ma le conseguenze di quella scuola non fu rono abbandonate, e quando venne Gall le rinnovò per la sua croniologia, ma con una scienza, con una pratica e con un sapere da cui il mistico Lavater era le mille miglia lontano. Lao-Tseu. Filosofo chinese con temporaneo diConfuzio.Lasua vita, co me quelladi tutt' i filosofi di quei tempi, è più leggendaria che storica. Fu con servatore della biblioteca della casa di Théon, dagli uni considerato come pro feta, dagli altri come uomo eminente mente santo, talchè fu ancor confuso con Shakya-muni, (Bouddha ) le cui dot trine egli introdusse nella China. (V. BUDDHISMO). costanze. È legge di natura che la luce diminuiscanella sua integrità in ragione inversa dei quadrati delle distanze; che colla stessa progressione diretta un cor po grave si acceleri nella sua caduta; è pure in forza di unalegge che l'elet tricità si trasmette di preferenza attra verso ai corpi conduttori, che il ferro è attratto dalla calamita, che il filo a piombo in qualunque parte del globo si dirige al centro della terra ecc. D'onde e perchè nasca la legge, s'ignora. Essa costituisce una nozione essenzialmente sperimentale e direi quasi assiomatica, per la quale noi affermiamo che esiste una legge quando vediamo che date le medesimecausesi produce costantemente il medesimo effetto. Romagnosi perciò non ebbe torto di definire la legge . Dunque lo statista che sulla media delle tavole degli anni anteceden ti predice approssimativamente il nu mero di certe classi di delitti che suc altri vincoli morali con cui cerchiamo di determinare o al bene, o all' utile, o a checchessia le azioni dei nostri si mili, provano, in sostanza, che sotto la influenza di certe cause noi ci attendia mo dagli uomini certi effetti. Senza di che, a cosagioverebbero le leggi ? Per chè l' oratore procurerebbe d'indurre altrui nelle sue convinzioni, se i suoi motivi non esercitassero una certa effi cacia, e perchè da tal sistema di go verno si attenderebbero tali popoli, e dai cattivi esempi malvagie azioni ? Il filosofo inglese Bailey ha ben ra gione di sorprendersi che la connessio ne fra imotivi e le azioni sia teorica mente revocata in dubbio quando poi nella vita pratica gli uomini non fanno altra cosa che impegnare perpetuamen te piacere, fortuna, riputazione, la vita stessa in questo principio che specula tivamente rigettano. La costanza delle cifre della statistica non è forse una evidentissima dimostrazione di questo principio, che anche nell'ordine morale, il qual si vuole assolutamente indipen dente da ogni determinazione, le mede sime cause conducono costantemente ai medesimi effetti ? Per ciò che si rife risce af delitti, scriveva nel 1853 il signor Quetelet, i medesimi numeri si riproducono con tale costanza che sa rebbe impossibile il disconoscerli anche per quei delitti che sembrerebbe do vessero più di tutti sfuggire ad ogni previsione umana, come sarebbero gli omicidi, dappoichè essi si commettono in seguito a risse che nascono senza stabili motivi, e in apparenza col con corso delle più fortuite circostanze. Non dimeno l'esperienza prova che non solo cederanno nell' anno successivo, non fa altro che prevedere gli effetti che do vranno necessariamente derivare da cer te cause, che generalmente si rinnovano; cosa che non potrebbefarsi certamente ove le azioni nostre fossero affatto in dipendenti dacause determinanti. Inve ro, se le azioni fossero assolutamente libere, le più grandi variazioni dovreb bero mutarsi nelle cifre statistiche, e la costanza di esse dovrebbe trovarsi sol nei fenomeni cosmici pei quali si ammette una assoluta dipendenza da cause uniformi. Ma nell' ordine morale dovrebbe notarsi una successione asso lutamente arbitraria, nè la statistica, nè l'esperienza mai potrebbero farci prevedere quali effetti potrebbero deri vare da certe cause. Quale uomo, per prudente che sia,potrebbe alloramaipre- vederechecoluichehacarattere sangui gno risponderà colla violenza alla vio lenza; che il pacifico subirà l' ingiuria senza rintuzzarla; che il coraggioso af fronterà il pericolo, e l'uom d' onore sarà fedele alla parola data? Se l'ar bitrio di una assoluta indipendenza pre siedesse alle nostre azioni, sarebbe di strutto ogni fondamento dell'ordine so ciale; la fedeltà delle contrattazioni di venterebbe una chimera, eniunopotreb be mai esser sicuro che giustizia gli fosse fatta, quando sull'animo del giudice nulla potessero i motivi determinanti dell' onestà, la convinzione acquisita e il sentimento del dovere. Si oppone che determinandosi secondo la convinzione il giudice non fa altro che seguire la sua volontà. Ciò è vero; ma è altresi vero che questa convinzione è acquisita in grazia di motivi esterni, e che la sua volontà, non potrebbe non essere LIBERO ARBITRIO conforme alla sua convinzione. In altre parole, egli vuole costantemente ciò che vuole la volontàdeterminatadai motivi. Nella vita pratica noi siamo tanto convinti che tali motivi determinano tali altre azioni, che siamo ben dispo sti a considerare come deboli di mente e anche pazzi, coloro i quali per ten denze organiche diverse da quelle della comun degli uomini, non agiscono nel modo stesso in cui agirebbero tutti gli altri quando fossero posti nelle mede sime circostanze. Se alcun ricusa il bene che gli si fa; o si cimenta contro pericoli evidenti senza scopo; o fa sper pero dei suoi averi senza obbedire ai motivi di filantropia che noi siamo di sposti a riconoscere, non si avrà in conto d' uomo che abbia il pieno pos sesso della sua ragione. E poichè tutti gli altri al posto suo non agirebbero in quella guisa, cosìnon si ha difficoltà a riconoscere che alcun che di anormale vi debba essere nel suo cervello. In conclusione son matti per noi quei co tali iqualinonsi comportanonel modo con cui in determinati casi noi ci com portiamo, e non agiscono secondo quei motivi dai quali nell' ordinario corso della vita noi ci riconosciamo determi nati. . (Trattato del libero arbitrio II). In questo esempio Bossuet presenta > Ecco dunque lo stato che sui tram poli del dommatismo cristiano qui pro clama ex Cathedra un principio reli gioso che fa a pugni col senso comune. Le pretese del papate non potrebbero essere peggiori nè più esigenti. E tut tavia l'art. 29 della stessa costituzione prescrive « che non vi sarànello Stato stabilimento di alcuna setta religiosa con preferenza sopra un' altra ». Qui dunque abbiamo unaperfetta eguaglian za e libertà dei culti, ma quanto non siamo noi ancor lontani dalla libertà di coscienza? stabilimento per una chiesa o una set ta religiosa qualunque di preferenza ad un' altra, e nessuno, sotto qualunque pretesto, sarà costretto a recarsi ad un luogo particolare di culto contro la sua fede e la sua opinione, nè obbligato a pagare per la compra di un terreno, o per la costruzione d' una casa desti nata al culto religioso, o pel manteni mento dei ministri o d'un ministro di religione, contro ciò che egli crederà giusto e ragionevole o contro ciò che si sarà quotato volontariamente e per sonalmente. Tutti avranno il libero e sercizio del culto, ben inteso che nulla potrà inferirsi dal presente articolo per esimere i predicatori che facessero di scorsi sediziosi e miranti al tradimento, dall' essere presi e puniti secondo la legge. >> Dopo questa ampiadichiarazione chi mai crederebbe di leggere quest' altro articolo, ove contiensi la più esplicita e violenta negazione della libertà di co scienza ? Nè ciò basta, l'ortodossia protestante qui raggiunge il suo massimo apogeo, e già collo stabilimento di una religione 547 stessi privilegi che le altre società. Ogni società di cristiani così formata si darà unnome che ladistingua, sotto cui sarà chiamata e riconosciuta in giu ufficiale ci fa sentire i tristi effetti della ingerenza della potestà civile nelle cose di coscienza, Qui lo stato, non solo stabilisce una religione ufficiale, ma si fa assoluta mente banditore di dommi, si erige ad autorità direttrice delle coscienze ed im pone alla pubblica credenza dei criteri della verità che sono fallaci e coerci tivi, per ciò solo ch' essi non possono da tutti essere condivisi. Quest'articolo, per vero dire, meglio che in una Co stituzione politica, starebbe a suo luo go in un rituale canonico, perciocchè continuando sullo stesso metro prescri ve poi regole pei ministri dei culti, ad essi ingiunge di instruire il popolo se condo le sante scritture; di essere e satti nel far le preghiere e le letture dei libri santi; di assistere gli infermi con tutti i mezzi pubblici di consiglio e di avvertimento richiesti dalla neces tro i miscredenti, il dommatismo prote stante, che in ciò poco differisce dal cattolico, assicura la libertà dei culti alle sette cristiane, ben s'intende, е spinge anzi la condiscendenza fino a derogare le disposizioni della legge ge sitâ, ed altre tali cose d'ordine pura- nerale in favore dei quackeri. mente canonico. Cosa strana, fra tanto scempio del ' umano buon senso, noi troviamo in questa costituzione la sanzione di due principii che le sono esclusivi e che pur sono essenziali alla libertà di co scienza: «Qualunque abitante dello stato, dice lo stesso articolo, chiamato a pren der Dio in testimonio della verità dei suoi detti, avrà il permesso di farlo nel modo più consentaneo aciò che la sua coscienza gli dice. > Del resto, bandita la crociata con > Affrettiamoci però a dire che tutte queste costituzioni date negli ultimi anni del secolo scorso, erano la conse guenza nećessaria, inevitabile dello svol gimento storico di quei paesi. Le po polazioni bianche dell' America anda rono formandosi per la continuata emi grazione degli europei e specialmente degli inglesi. Una moltitudine di fuoru sciti partivasi dall' Inghilterra fin dal tempo degli Stuardi ed emigrava in America, quivi portando quel desio di libertà e di emancipazione, che nella patria loro era stato ad essi impu tato a colpa. Sotto quel nuovo cielo e su quella vergine terra essi impianta rono li ordini inglesi sotto il protetto rato dell' Inghilterra; ma più lati, più liberi, sì che l'autorità del Re quasi si esinaniva nel lungo tragitto dell' Ocea no. Le dissenzioni politiche non solo, ma anche le persecuzioni religiose ave vano determinata quella emigrazione. I nuovi coloni in gran parte non erano soltanto protestanti, ma nel loro desi derio di purificare la religione prote stavano anche contro gli stessi prote stanti. Ora, la riforma religiosa,ben lunge di attutire le esaltazioni mistiche, ag giunge anzi nuova esca al fanatismo. Le religioni decrepite, simili al vecchio paganesimo, sono credute e osservate per abitudine, e più spesso chi ne osten ta i precetti poco li crede in cuor suo. La riforma, invece, seco trascina l'en LIBERTÀ DI COSCIENZA 549 tusiasmo, la convinzione, e con essi | magistrato d'intervenire nelle questioni quel principio di intolleranza che non rare volte tocca i confinidel ranatismo. Con ciò noi ci spieghiamo perfettamen te quelle strane costituzioni dei varii stati dell'America meridionale, ove sem di dottrina, o di restringere la profes sione o la propagazione di certi prin cipii, a motivo della incresciosa tenden za che si suppone in essi è un errore funesto che distrugge tutte le libertà pre si trova la libertàpoliticacongiunta al più gretto esclusivismo religioso. Ma le costituzioni parziali dei varii stati do vevano cedere ilposto a più late dispo sizioni nell' atto d'unione dei singoli stati in un corpo solo. Per ciò che la molteplicità delle sette imponeva ap punto a ciascuna di esse dei doveri in verso le altre, e rendeva necessarie quelle reciproche concessioni, senza cui non sarebbe stata possibile una legge comune. L' emancipazione degli stati dall'In ghilterra e la unione di essi in un cor po solo, doveva quindi portare i suoi frutti, e noi veggiamo infatti che laCo religiose, perciocchè è il magistrato medesimo che rimane giudice di questa tendenza, e che egli prenderà per re gola di giudizio la propria opinione; Si stupende idee non potevano du rare a lungo fra popoli sinceramente devoti alla fede, e il bigottismo prote stante, sotto molti aspetti, non più li berale del cattolico, doveva ancora pre valere contro il principio dell' assoluta libertà. Egli è perciò che l' Europa leggeva con gran stupore la notizia che il Senato e il Congresso degli Stati Uniti avevano approvato la seguente legge: La santificazione della dome cernenti lostabilimento di una religione nica è cosa di interesse pubblico; o per proibirne il libero esercizio. (Co stituz. art. 2, 6, e III addizionale). Sotto la presidenza di Jefferson era stato proposto e votato dal Congresso il seguente decreto: ch' egli per la sua tirannia di venne inviso a quanti lo avvicinavano. Calvino stesso scriveva al suo confidente Bulinger, « non potersi più tollerare gli eccessi di Lutero, cui l'amor proprio non permette di vedere i propri di fetti, nè di sopportare che alcuno gli si opponga ». E a Melantone: « Il suo spirito, dicesi, è violento, e i suoi mo vimenti impetuosi, come se questa vio lenza non si portasse soverchiamente agli eccessi, quando tutto il mondo non pensa che ad incontrare in tutto il suo genio. Abbiamo per lo meno una volta l'ardimento di produrre un gemito con libertà ». È vero che Calvino,dimentico ben presto di questa stessa libertà, im mold sul rogo il povero Servet, ma non è men vero che intorno a Lutero tutti convenivano in questo suo giudi zio. Muncer diceva esservi due papi: l'uno quello di Roma, l'altro Lutero, ma che questo era il peggiore, e Me lantone, uomo mansueto e pacifico, vi veva in tanta soggezione con Lutero e con i capi del partito, che a Camera rio amico suo, scriveva: « Io sono in ischiavitù come nell' antro del Ciclope, perchè non posso palesarvi i miei sen timenti, e penso spesso alla fuga ». Erasmo poi, cui Lutero erasi dapprima inclinato con parole servili, n'era stato quindi sivivamente maltrattato per non essersi seco lui accordato sul libero ar bitrio, che a propósito di Lutero ram maricavasi d'esser condannato nella sua vecchiezza a combattere -, 60 » » « 1, 20 7,50 2,50 5,00 » 15,00 Anno » 12,00 Semestre-Annuario filosofico del Libero Pensiero. Un vol. con ritratti Collezione delle leggi e decreti finanziari annotati. . Appendice periodica alla Collezione suddetta. Abbonamento. 6,00 » 6,00 > 50,00 5,0 DIZIONARIO FILOSOFICO CONTENENTE L'ESPOSIZIONE DEI PRINCIPALI SISTEMI FILOSOFICI E TEOLOGICI, LA BIOGRAFIA DEI FILOSOFI ANTICHI E MODERNI, LA CRITICA DEI DOMMI E DELLE ERESIE, LA DEFINIZIONE DEI VOCABOLI SCIENTIFICI ATTINENTI ALLA FILOSOFIA ECC. ECC. MILANO NATALE BATTEZZATI, EDITORE Via S. Giovanni alla Conca, Parma, Tipografia della Società fra gli Operai-tipograf. MALE M Macedonio Vescovo arianodiCo stantinopoli incompetenza di Paolo stato eletto a quella sede dai cattolici. Dopo 5 ste, ciò vuoldire, che Dio o è autore del male, o non ha potuto impedire che il molte turbolenze eccitate tra i fedeli di Costantinopoli che parteggiavano per ' uno o per ' altro partito, riuscì ad occupare la sede contrastata, non senza però aver fatto perire in una sedizione ben tre mila dissidenti. Poichè Ario a veva negata la divinità delFiglio, nulla di strano che alcun altro negasse la di vinità dello Spirito Santo.E così feceMa cedonio, il quale per una stranissima incongruenza, se da una parte trovava che le ragioni degli ariani non avevano valore contro la divinità di Gesù, le av male entrasse nel mondo. La prima i potesi contrasta con labontà e lagiu stizia, attributi che tutte le religioni ri conoscono nel loro Dio; laseconda ren de Dio impotente a combattere il male, e il principio d'onde il male emana fa superiore a Dio e Dio esso stesso. Due metodi tentarono leteologie per evitare siffatte conseguenze; e il primo già rece le sue prove, e grandiose, nel dualismo (v. questavoce), ilquale attri buiva l'origine del mondo al concorso e alla lotta di due opposti principii, l' uno buono e l'altro malvagio, che vi avevano impresse le tracce della lo ro potenza e della loro natura. Que sto sistema già molto diffuso nell'Asia, valorava però quando trattavasi dello Spirito Santo. Il quale, diceva Macedo nio, in nessun luogo della Scrittura è detto che sia Dio, chè anzi vi è sempre rappresentato come subordinato alPadre ed al Figliuolo: per essi esiste, per essi è istruito, e per la loro inspirazione | buon principio una superioritàmorale, parla (Giov. 16. Paolo ai Corinti I cap. 2.); egli è il consolatore dei cristiani e penetrò anche nell' Europa, e si divulgò nel cristianesimo col manicheismo : ma per quanto cercasse di attribuire al per essi prega (Rom. 8) il che non fa rebbe s'egli stesso fosse Dio, poichè in tal caso egli pregherebbe se stesso. D'altronde, o lo Spirito Santo è gene rato o non è generato. Se non è gene rato in che differisce dal Padre ? se è generato in che differisce cal Figlio? E se è generato dal Figlio, allora biso gnerà credere che esso è soltanto il ni pote del Padre. Male. Teologi e filosofi cercarono in ogni tempo di spiegare l'origine del male. Imperocchè se Iddio è l'autore del mondo e se il male nel mondo esi non potè togliere la conseguenza, che l'origine del mondo dovendo attribuirsi adue principii, questi diventassero due Dei competitori, perpetuamente lottanti per disputarsi il dominio dell' universo. Le religioni monoteiste cercarono perciò nuove spiegazioni, e andarono im maginando che Dio avendo creato un mondo perfetto, il male vi penetrò poi non per volontà sua, ma pel peccato dell' uomo che trasgredi i suoi coman damenti. E non pensarono che se l'uo mo potèpeccare, è segno ch'egli perfetto non era, e che, il germe del male già esisteva in lui fin dal momento della creazione. Imperocchè anche la facoltà, 6 MALE di volere il male è un male essa stessa. E l' obbiezione parve a tutti così seria, che nel secolo scorso filosofi e teologi, per confutare ilBayleche la riproduceva, andarono in tracciadi altre spiegazioni. Il padre Malebranche sperò di aver tolta la contradizione sviluppando un certo suo sistema, nel quale Dio veniva mo strato come l'essere sovranamente egoi sta, curante soltanto di sè e della glo ria sua, alla quale essendo necessaria l'Incarnazione, il peccato dell'uomo di veniva altrettanto necessario acciocchè portato adare l'esistenza alle creature, e che oggetto della suabontànon possono essere che le creature intelligenti, cost possiamo dire, ragionando a misura dei lumi che ci ha datoperconoscerlo, che si è proposto di creare il maggior numero di creature intelligenti, e di dar loro tutte le cognizioni, tutta la felicità, tutta la bellezza, di cui l' Universo era suscettibile, e condurle a tale stato fe lice nel modo più conveniente alla loro natura, e più conforme all'ordine. « Il mondo attuale per essere il mi Dio potesse esercitare la suainfinita migliore de' mondi possibili debb' essere sericordia. Leibnitz credetteche perdissiparegli scrupoli, che facevano nascere le diffi coltà di Bayle, si dovesse più positiva mente conciliare lapermissione del male colla bontà di Dio. Tutti i metodi te nutisi per giungere a tal fine, gli par vero imperfetti, e conducenti a moleste conseguenze, laonde prese un'altrastrada per giustificare la Provvidenza. Credet te, che tutto quello che succede nel mondo, essendo una conseguenza della scelta che Iddio hafattodel mondo at tuale, conveniva elevarsi a quel primo | istante, nelqualeIddioformò il decreto 1 di produrre il mondo. Un' infinità di mondi possibili erano presenti all'Intel ligenza divina e la sua potenza poteva egualmente produrli tutti: giacchè dun que ha creato il mondo attuale, con vien dire che l'abbia scelto. «Iddio non hadunque potuto creare il mondo presente, senza preferirlo a tutti gli altri: ora è contradditorio, che Iddio avendo dato l'essere ad uno di cotali mondi, non abbia preferito il più conforme a' suoi attributi, il più degno di lui, il migliore: un mondo insomma, quello, che corrisponda più esattamente atale oggetto magnifico del creatore, dimodochè tutte le sue parti, senza ec cettuarne alcuna, con tutte le loro mu tazioni, e riordinamenti cospirano colla maggior esattezza alla vista generale. Poichè questo mondo è un tutto, le parti ne sono talmente concatenate, che niuna parte potrebbe togliersi, senza che tutto il resto non fosse interamente mu tato. Il miglior mondo, conteneva dun que le leggi attuali del moto, le leggi dell'unione dell' anima col corpo, stabi lite dall'autor della natura, l' imperfe zione delle creature attuali e le leggi, anorma delle quali Iddio scomparte le grazie, che accorda alle medesime. Il male metafisico, il male morale, ed il mal fisico dovevano dunque entra re nel piano del migliore de' mondi. Tuttavia non si può dire, che Iddio ab bia voluto il peccato, ma bensì il mondo, nel quale può entrare il peccato. Quindi Iddio ha solamente permesso il peccato, e la sua volontà non è in questo punto che permissiva, per dir così; poichè la permissione non è altro, che una so spensione, o sia negazione d'un potere, il quale messo in opera impedirebbe l'azione di cui si parła, ed il permet tere è l'ammettere una cosa legata ad che nella sua creazione sia l'oggetto maggiore, ed il più eccellente, che si sia potutoprefiggere quell' essere per fettissimo. Noi nonpossiamo assolutamen- | altre, senza proporla direttamente, ben te deciderequale siastato un tale fine del Creatore, poichè siamo troppo limitati per conoscere la sua natura: tuttavia siccome sappiamo che la sua bontà l'ha chè sia in poter nostro l'impedirla. ( Corano).. Questi passi, se dimostrano cheMao metto attribuiva a Gesù una missione profetica, provano eziandio che ai suoi tempi era accreditata e diffusa la voce che Maria aveva concepito Gesù nell'a Il profeta d'altronde lasciava il Cora- dulterio, e che molti dubbi sussisteva no fatto raccogliere parecchi anni dopo no ancora intorno alla risurrezione. E daAbubeker successore di lui. Inque- la intima persuasione del profeta che sto libro, il cui titolo significa lettura gli ebrei si fossero contaminati atten per eccellenza,Maometto non parlamai| tando alla vita del Messia, fu forse in prima persona: è Dio stesso che parla per mezzo di lui, e questa cre denza è così radicata nei mussulmani, cagione del solo atto iniquo da lui commesso dopo la vittoria. Imperocchè non accordò quartiere ainumerosissima 12 MAOMETTO ebrei dimoranti nell'Arabia, ma li per- siete in viaggio, o ammalati; se avete segul, quanti potè uccise,saccheggið le fatti i vostri bisogni naturali, o se a loro case e tutti costrinse a rifugiarsi vete avuto commercio con donna, fre in paese non soggetto al suo dominio. gatevi il viso ele mani confina polvere, Di sè poi Maometto parla nel Co- se vi manca l'acqua. Dio è indulgente rano come di profeta predetto dalle e misericordioso ( Corano). stesse scritture degli ebrei. Alla sua 2.º La preghiera che si fa cinque missione trova allusioni nel Pentateuco volte al giorno in casa o al tempio, ma ( Corano VII, 156 ); e Gesù stesso è suo precursore e rivelatore.« Gesù, fi glio di Maria, diceva al suo popolo: O figli di Israele ! io sono l'apostolo di Dio a voi inviato per confermare il Pentateuco che vi è stato dato prima di me, e per annunciarvi la venuta di un apostolo che verrà dopo di me, il cui nome sarà Ahmed. E quando Gesù faceva loro vedere dei segni evidenti, essi dicevano : è magia manifesta (Corano). Ahmed, (il glorioso) è un dei nomidi Mohammed, e i Mao mettani pretendono che Gesù n' abbia predetta la venuta nel Paracleto di cui parla S. Giovanni ( XVI, 17), cor ruzione dicono essi, di Periclytos, che in lingua greca suona, come Ahmed, il glorioso. Così, aggiungono, l' alterazio ne della voce e la sua applicazione alla discesa dello Spirito Santo, non è altro che una prova della mala fede dei cri stiani. 11 Corano è la continuazione della rivelazione antica. « Prima del Corano esisteva il libro di Mosè, dato a guida degli uomini ed in prova della bontà di Dio; or quello conferma questo in lingua araba, affinchè i cattivi siano av vertiti, e i buoni sentano la buona no vella (Corano). I principali precetti dell' islamismo sono: 1.º La purificazione, la qual si ot tiene colle abluzioni molto raccoman sempre cogli occhi rivolti alla Mecca. Solo la preghiera solenne del venerdi dev'esser fatta in comune nella moschea, imperocchè il venerdì presso i mussul mani è giorno sacro a Dio. Il digiuno del mese di ramazan, nel quale il fedele non può durante il giorno cibarsi di checchessia. L' elemosina molto raccomandata dal Corano. Dio dice ai credenti: >> (Corano XI, 109 ). Il fatalismo e lapredestinazione son dommi pienamente confermati in molti passi del Corano, il quale accenna che il bene e il male son già da Dio pre determinati in modo invariabile. L'isla mismo ha, del resto, le sue dispute dottrinali, i suoi casisti e la sua teo logia. Poco dopo la morte del profeta imussulmani si divisero in una molti tudine di sette, le prime delle quali, quelle dei sciti ed i sunniti, disputano ancora intorno alla successione dei ca liffi; imperocchè i primi riconoscono in Ali il solo successore del profeta, e gli altri vogliono che Abubeker soltanto avesse il diritto di succedergli. E poi chè i dottori dell' uno e dell' altro par a salvamento. Marcione. Discepolo di Cerdone. Credesi che insegnasse il suo sistema nella Persia verso la metà del secondo secolo. Adottando i principii del duali smo orientale e volendoli applicare al cristianesimo, credette di trovare nella opposizione che presentavano fra loro l'Antico e il Nuovo Testamento il segno manifesto dellaloro intrinseca differenza. Opera del principio malvagio era l'An tico Testamento, e del buon principio il Nuovo. Tant' erano i Marcioniti con vinti di questo dualismo che nutrivano un grandissimo disprezzo pel Dio di Mosè, e Teodoreto narra che un mar cionita di novant'anni, era penetrato dal più vivo dolore ognivolta che il bisogno di nutrirsi l'obbligava ad usare i prodotti del Dio creatore. I discepoli di Marcione penetrati dalla nobiltà della loro anima che supponevano essere una emanazione diretta del buono principio, correvano valorosamente incontro al martirio e alla morte, ond' essere li berati dalle catene materiali fatte dal Dio creatore. Eusebio cita l'esempio di un marcionita, il quale essendo stato attaccato vivo ad un palo col capo in giù, e con i chiodi conficcati nelle carni, fu abbruciato a fuoco lento, senza che ritrattasse alcuna cosa delle sue cre denze. Marechal(PietroSilvano).Nacque nel 1750 a Parigi, ove esercitò l'avvo 14 MARIA VERGINE catura. Fu poi chiamato a coprire un posto nella biblioteca Mazarina, ma lo perdette nel 1783 peraverpubblicato le Litanie della provvidenza, libro che fu giudicato sommamente irreligioso. L'an no appresso pubblicò il Libro sfuggito al diluvio, o salmi nuovamente scoper ti. L' almanacco degli onesti stampato nel 1788, fu abbruciato per mano del boia e l'autore venne condannato a tre mesi di prigionia. Nel 1790 pubblicò : Dio e i preti, frammento di un poema filosofico; ott'annidopo il Lucrezio fran cese e il Culto degli uomini senza Dio, col quale egli intendeva fin d'allora di gettare le fondamentadi unasocietà di uomini onesti che praticassero il bene, ela morale osservassero senza coazione religiosa, Nell'anno 1800 mandò alle stampe il Dizionario degli atei antichi e moderni, lavoro dinongran mole, alla compila retto specialmente aintrodurre l'indiffe renza in materia di religione, come gli Incas furono volti a rendere odioso il fanatismo. Nel 1797 eletto membro del Corpo legislativo, egli compose un discorso sul libero esercizio dei culti, che non fu letto nell'assemblea, e si trova stampato infine alle sue memorie. «Questo scritto, dice l' autore della storia ecclesiastica, parla della religione con assai rispetto, come ne parla nella sua Metafisica e nella Morale, libri che entrambi vera mente non sono di unuomo irreligioso, tuttochè qua e là vi si trovino iprinci pii del Belisario. » Maria Vergine. Dei quattro e vangeli canonici, due negano implicita mente la verginità di Maria, e sono quelli di Marco e di Giovanni; e due l'affermano, ma in maniera così scon clusionata e contradditoria, che la loro testimonianza non può essere di alcun zione del quale fu aiutato da Lalande che ' arrichi poi di due supplementi. peso nemmeno per concludere che, vi L'autore affermava che il deista non differisce gran che dal cattolico romano, esi lagnava chemoltimembri dell'Isti tutoancora andassero allamessa,emolti atei portassero la corona e recitassero il rosario. Fra gli atei più fermi Mare chal contaval'economistaBandeau, l'ab bateArmand, Bourdin tesoriere di Fran cia, Fieville, Naigeon e d' Holbach. Tutti gli scritti di Marechal ap partengononecessariamente aquel perio dofilosofico del secolo XVIII, che lavoro assai, e assai coraggiosamente, non tanto per fondare una filosofia nuova, quanto per distruggere quelle secolari supersti zioni contro le quali la sola rivoluzione preparata dagli enciclopedisti potè com battere vittoriosamente. Marmontel(Giovanni).Nacquenel Limosino nel 1723. Chiamato aParigida Voltaire, frequentò le sale de' filosofidei suoi tempi,con alcundei quali contrasse amicizia. Sottogli auspici di Voltaire in venti ancora i loro autori, questo dom ma cattolico fosse già formato. È vero che Matteo e Luca parlando di Maria insegnano ch'ella aveva concepito Gesù per opera dello Spirito Santo, ma è pur vero che il primo di questi evangelisti aggiunge che Giuseppe non conobbe Maria finch' ella ebbe partorito il suo figliuol primogenito cui pose nomeGesù. Ed è chiaro che un primogenito sup pone per lo meno un secondogenito, e che seMaria fu vergine prima non lo potè essere poi. D'altra parte, se Giu seppe non conobbe Maria prima ch'ella avesse partorito Gesù, per illazione si deve conchiudere che la conobbe dopo, e che l'evangelista abbia voluto sol tanto indicare che la continenza degli sposi durd fino alla nascita del reden tore. Che questo fosse il suo vero pen siero, si può desumere dallo stesso e vangelista, il quale più innanzi narra, che mentre Gesù parlava ancora alle turbe >> o il sostegno dell' estensione, bisogne rebbe che essa avesse in se stessa un'al tra estensione che la rendesse propria ad essere substratum o sostegno, e così di seguito all'infinito. Ora io vi doman do se non è questauna cosa assurda in sè, e nel medesimo tempo contraddito ria a ciò che mi avete testè accordato, che il substratum, o il sostegno dell'e stensione debba essere qualche cosa di stinta dall' estensione ed ancora che 1 l' escluda ? Chi non vede che cotesto sofisma si risolve infine in una pura questione di parole ? Tutto l'errore dell' argomen tazione sta nel supporre che il substrato o sostegno, come si voglia chiamare, sta sotto all'estensione. La confutazione poteva correre per la vecchia scuola, la qual supponeva che sotto all'estensione, alla forza e agli altri fenomeni della sostanza esisteva un substrato sostan ziale. Oggidì nè sotto nè sopra alla materia si ammette che esista cosa al cuna. L'estensione e la forza non stanno nella materia, ma sono la materia, od altrimenti sono un modo di essere della materia. Sotto all' estensione non sta dunque cosa alcuna novellamente estesa, poichè l'estensione non è cosa, ma mo do di essere delle cose. Il Genovesi ha ben dimostrata tal trinsecamente da una cosa di cui è estensione; e perciò è, o modo o attri ( Metaf. par. V). L'argomentazione del Genovesi mi par così precisa che nulla rimanga da opporgli . Se non che, ponendo egli nella prima parte la questione della semplicità della sostanza, cade in una delle sconfinate astrazioni di Leibnitz che son, del resto, comuni a tutti i metafisici dei tempi andati. Ciò che sia semplice noi non sappiamo, e questa vocenonesprime pernoi cheunadi quel le tante idee di negazione che sì spesso si vennero confutando in questo dizio nario. Noi conosciamo una materia com posta di parti ed estesa; e per opposi zione imetafisici hanno voluto concepirne un' altra, che denominarono sostanza, la quale essendo semplice non è com posta di parti. Mail negare le proprietá della materia non è creare una sostan za nuova, e gl' antichi atomisti ( v. A TOMISMO ) che avevan concepito l'atomo indivisibile e inesteso, erano pur stati alle prese colla medesima contraddizio ne, di ammettere, cioè, una materia di cui negavano in ultimo gli attributi. Nel fatto lamateria, che in conclusione è tutto quanto esiste di sostanza, non la percepiamo altrimenti che sotto le parvenze di questi stessi attributi, e tutte le volte che noi cerchiamo col pensiero di sopprimerli, cadiamo in una MATERIALISMO vuota astrazione. Imperocchè la sem plicità, nel senso inteso da' metafisici, non sappiamo nemmeno approssimati vamente che cosa sia, e il significato di quella voce per noi rimane allo stato di una perfetta incognita. Tutte le dispute adunque che si son fatte e che si posson fare sulla sempli cità della sostanza, si risolvono infine 27 argomentazioni delle scuole, si deve con cludere che alcunchè veramente esi ste e compone l' universo, e questo che essere la materia, l'essenza della quale noi ignoriamo, si piuttosto conosciamo sol per i fenomeni ond' ella a noi si fa palese e pei quali soltanto ai nostri sensi è dato di percepirla. Codesta ma in meri giuochi di parole, imperocchè la sostanza non si può concepire altri menti che estesa, e una sostanza estesa non la si può concepire altrimenti che divisibile. Voler spingere il nostro pen siero oltre questi limiti segnati dalla sensazione è follia, è un ricadere nella teoria delle idee innate (v. questa voce) èun pretendere di avere idee metafisi che anteriori alla sensazione. Tal fu invero l'eccesso in cui cadde Leibnitz quando espose quel suo sistema delle monadi vuote, o sostanze senza estensione di che voleva composti tutti i corpi, le quali nessuno è mai riescito aconcepire, nè concepirà mai. Non è a dirsi in quanti errori e in quante cisquiglie la supposta e non mai compresa semplicità della sostanza abbia tratto i metafisici d'altri tempi. Wolf, per esempio, chiama la materia un fe nomeno sostanziato. La materia, dic'egli, è l'esteso dotato della forza d' inerzia, elamateria si mostra a noi come un soggetto che dura e che è modificabile, e perciò come unasostanza; ma essendo la sostanza semplice, l'estensione è un fenomeno, e perciò non può dirsi che la materia sia una sostanza, e per tal ragione puòchiamarsi fenomeno sostan ziato ( Cosmol.). In questa maniera, grazie alle in venzioni de' metafisici, tanto larghi di parole nuoveper supplire al difetto delle loro idee, non avremo la sola sostanza oil solo fenomeno, ma anche il feno meno sostanziato, ossia qualche cosache non essendo nè sostanza, nè fenomeno, dovrà naturalmente relegarsi nel regno delle chimere. Ripeto: a ben stringere tutte le teria, comunque si voglia chiamare e intendere,è poi identica a quella che i metafisici dicono sostanza, sol ch' essa, nel concettonostro, mai non si disgiun ge, nè può disgiungersi, dai fenomeni con cui ci si palesa. Tostochè noi fac ciamo astrazione di questi fenomeni, vale a dire la vogliamo concepire se paratamente dalla forza dall' estensio ne, da! movimento, dal colore, dal sa pore, dal suono e così via, essa scom pare per noi, diviene una idea priva di senso, inconcepibile e assurda, impe rocchè sia appunto ilcomplesso di questi fenomeni che per noi costituisce tutto quanto ci è dato d' intendere della ma teria. All' articolo CREAZIONE fu già dimo strata l'impossibilità della creazione della materia dal nulla, e la quasi u nanimità degli antichi filosofi nell' atte stare questo principio. Del dinamismo poi che nega alla materia l'esistenza e riconosce i soli centri di movimento senza sostanza che si muova, fu detto negli articoli DINAMISMO E CATTANEO. Materialismo. Sistemafilosofico il quale considera la materia come fon-' damento e substrato d'ogni esistenza. Non credo che del materialismo possa darsi definizione più esatta di questa, avvegnachè cotesta filosofia sia per se stessa così chiara e palese da non ri chiedere molte parole per essere defi nita, sendo le cose chiare da tutti su bito e chiaramente intese. Invero, tutto il domma materialista si compendia in queste sole parole: affermare che esiste la materia, e che lamateria è tutto quanto esiste di sostanziale. Tutto il resto nella dottrinamaterialista non è che accessorio; si hanno negazioni ma non altre affer MATERIALISMO mazioni. Le negazioni scendono natu ralmente dalla affermazione fondamen tale, ne sono, per così dire, la diretta conseguenza, ma non tutti, per essere materialisti sono obbligati ad intenderle ad un modo. Vedremo in seguito quali siano queste negazioni. Occupiamoci innanzi tutto dell' affermazione. Che cosa sia la materia e che in tenda il materialismo di esprimere con questa voce, fu già detto al precedente articolo Materia e a quello Forza, che non si possono dispensare di leggere coloro che ben vogliono intendere la teoria materialista. Materia e forza e sprimono pel materialista tutto quanto esiste di sostanziale e di fenomenico; sol ch' egli intende la forza quale un fenomeno e non una sostanza, unmodo di essere proprio della materiacome la forma, l'estensione, il colore ecc. di è che nemmeno Dio potrebbe esi stere fuorchè materiale, stando cioè en tro la cerchia di quell' elemento che solo possiede l'esistenza. Questa con seguenza l' avevano già preveduta gli antichi, e Descartes stesso l'annuncia tuttochè s' ingegni di respingerla. Al lorchè noi concepiamo la sostanza, dice egli, concepiamo solamente una cosa che esiste inunamaniera, in cuinon habiso gno se non di se stessaper esistere. Vi può essere dell' oscurità riguardo al l'espressione: non aver bisogno che di se stessa per esistere; poichè propria mente parlando non vi è se non il solo Dio che sia tale, e non vi è alcuna co sa creata, la quale possa esistere un solo momento senza la sua potenza ». Cosi, dopo avere sentita la necessità di porre per base dell' esistenza della ma teria la sua indipendenza daogni altro ente, Descartes, non vinto dal ragiona Da questa premessa fondamentale | mento, ma pieghevole ai pregiudizi co scendono tutte le negazioni del mate rialismo, le quali quà e là furono giá dimostrate nei vari articoli di questo muni, s'inchina al sofisma con che que sti gli dimostrano che la materia esi ste perchè Dio la sostiene. Dizionario. E primieramente, se la ma teria, di tutto quanto esista è il sub strato e il fondamento, l'anima e lo spirito (v. ANIMA) non possono esistere se non materiali; ma un'anima o uno spirito materiali non sarebbero più nè anima nè spirito, ma materia, d'onde si vede che l' ammissione dellamateria come fondamento unico dell' esistenza, ripugna coll'ammissione di una esisten za immateriale. Quest'esistenza sarebbe, in sostanza, nè più nè meno che l'atoто vuoto, ossia quella sostanza semplice, indivisibile che la metafisica è andata vanamente imaginando senza mai riu scire a concepirla. (v. MATERIA). Se la materia è il fondamento d'ogni esistenza, nessuna esistenza può essere anteriore ad essa e fuori di essa. Nem meno può essere stata creata, poichè fuori di essa nessuna cosa potendo esi stere, ' immateriale, ossia il nulla non poteva creare la materia e darle una qualità che esso stesso non aveva. Quin Ma la definizione era data e revo carsi non poteva; e Spinozache intravi de tutto il profitto che ne poteva trarre, l' usò largamente. Di maniera che, po sto il principio che per risolvere il pro blema generatore degli esseri bisogna risalire all'origine stessa delle cose e partire da alcune prime nozioni chiare chenon ne suppongono altre, egli pose come nozione primitiva quelladella so stanza. E come Descartes aveva detto, così Spinoza ripetè che la sostanza per esistere non aveva bisogno che di se stessa. E dappoichè ciò che esiste per se stesso non ripete da altri la sua e sistenza, così conchiuse che la sostanza èeterna e come nessuna molecola nuova nasce nell' universo, così nessuna si di strugge. La materia si trasforma per le sole forze che le sono proprie, nè mai se ne stà in riposo. (v. MATERIA). Che il concetto dell' eternità della materia escluda l'esistenza e l'eternità di Dio, non pare che tutti l'intendes MATERIALISMO sero. Per lo meno l'antico dualismo ammetteva la coternità di due principii (V. DUALISMO), e molti anche ne' tempi moderni si mantennero in tali idee. Tal fu Voltaire, il quale ammettendo la ve rità dell' antico assioma de nihilo nihil fit, riconosceva ancora l'esistenza di Dio, non creatore, ma regolatore della materia. Tale credenza, del resto, fu anche degli ebrei, i quali ammettevano che Dio aveva ordinata, ma nou creata la materia ( v. CREAZIONE). Si osservi bene però che nel solo concetto dell'e ternità della materia non è contenuta l'esclusione dell' esistenza di Dio. Que st' esclusione invece appare evidente nel principio fondamentale del materia lismo moderno: se la materia è fonda mento d' ogni esistenza, Dio non po 29 di esprimere il concetto che se una e ternità esiste, questa conviene perfetta mente allamateria la quale, colle stes se leggi del pensiero, ci si dimostra essere eterna e per l' infinita divisibilità e per l'infinita estensione. (v. INFINITO E DIVISIBILITA'). AncheDioper esistere dovrebbe essere sostanziale, sarebbe dunqueunasostanza. Da qui il panteismo di Spinoza il quale non differisce dal materialismo che per una mera questione di parole. L' uno e l'altro sono, infatti, disposti ad ammettere che un' unica sostanza è diffusa nell'u trebbe esistere senz' essere materiale o senz' essere una funzione; ora l'una e l'altra di queste idee ripugnano col concetto che noi abbiamo dell'esisten za di Dio. Dicendo che la materia è eterna il materialismo però non insegna un dom ma assoluto, nè pur pretende di a vere risolto il problema dell' eternità. Esso riconosce anzi e sostiene che noi non abbiamo, nè possiamo avereil concetto di ciò ch'è eterno, echel'eternitàper l'uomo rappresenta una idea negativa piuttosto che positiva ( v. ETERNITA' E IDEE INNATE). Ma in un modo o nell' altro, tutte le volte che noi pensiamo ai cor pi mutabili e perituri possiamo eziandio pensare alla negazione di questi carat teri transitori, e immaginarci un corpo, una sostanza che non perisce. Questa è la condizione di eternità che lo spiri tualismo afferma nello spirito senza in tenderla, e che il materialismo rimet te nella materia senza pretendere per questo d' intenderla meglio del suo av versario. Ma non fraintendiamo que sta sua affermazione come molti affet tatamente sogliono fare: affermando l'e ternità della materiail materialismo non intende menomamente di eccedere i li niverso, e che ogni cosa che abbia esi stenza è parte di questa immensa e u niversale unità di sostanza. Che il primo poi chiami Dio questa sostanza e il secondo materia, la filosofianon ciha che veder nulla, ma sì la fisiologia, la quale dirà se aun essere così composto di parti, omeglio a quest' universalità degli es seri esistenti a cui mal si può attribuire un pensiero e una individualitàpropria, convenga il nome di Dio. Premiando 0 castigando le sue creature questo Dio premierebbe o punirebbe se stesso. Io confesso che non ho mai saputo concepire il panteismo altrimenti che come un materialismo svisato, sotto il quale ad ogni tratto fan capolino tutte le premessedi questo sistema. Fra l'una e l'altra dottrina vi è differenza di voci, non d'idee, e qual de' due applichi le parole nel senso proprio o nel traslato è facile a vedersi. Dalla premessa fondamentale del ma terialismo, che la materia è base e fon damento d' ogni esistenza, scende na naturalmente la conseguenza ch' essa è increata. Imperocchè ciò che è fonda mento dell' esistenza ha già in se stesso la sua ragion d'essere, nè può riceverla da altri. La materia è dunque eterna. Riconoscendo che la materia è de terminata da leggi, che gli effetti suc cedono ognora in forza di cause prece denti, il materialismo è stato condotto anegare illibero arbitrio, che moltissimi miti della nostra intelligenza, ma solo í d'altrondehannonegato senz'esseremate MATRIMONIO rialisti (vedi LIBERO ARBITRIO). Anche in questa negazione il materialismo non ha creato un domma nuovo; ha sem plicemente accettate le premesse che già erano state poste da altri sistemi perfin teologici ( Vedi PREDESTINAZIONE e GRAZIA) ed ha obbedito ad un rigo roso bisogno della logica, impotente a spiegare la possibilità di effetti anco vo litivi che potessero verificarsi senza cau. se determinanti, senza la ragione del loro proprio essere. Togliendo alla morale ogni carattere assoluto, la filosofia materialista non poneva una semplice negazione al posto dell' affermazione de' suoi avversari, ma faceva ragione ai risultati dell' antro pologia, alle relazioni dei viaggiatori, alla storia stessa dello spirito umano, che concordemente ci dimostrano essere la morale un risultato variabile del cli ma, del tempo, dei costumi edei varibi sogni della societá secondo il suo grado di coltura e la fisica costituzione del l'uomo. (Vedi MORALE). Ma, come gia dissi, tutte queste ne gazioni costituiscono la parte accessoria del materialismo scientifico, e le dissi denze sull' uno o sull' altro punto pos sono stare nel suo seno, secondo le va rie maniere che ai filosofi di questa scuola piaccia d' interpretare i fenomeni e di dedurne le conseguenze. Il vero e fondamentale carattere che distingue la filosofia materialista dalle altre, è sempre l'affermazione di 1 una sostanza unica esistente veramente nell' universo. E parrà strano che su questo punto sul quale tutte le scuole, eccezion fatta per l'idealista, conven gono, possano nascere tante controver sie e tante recriminazioni. Imperocchè, aben considerare le cose, se tutti am mettono che alcun che esiste veramente ed é sempre esistito, tutti dovrebbero del pari riconoscere che il chiamare questa entità col nome di spirite, Dio, sostanza, quiddità, atomo o materia, può essere questione filologica ma non filo sofica, e purchè si convenga intorno agli attributi di questo quid, tutto il resto si riduce ad una mera disputa di parole. Il materialismo, più modesto degli altri sistemi, ha trovato il nome di ma teria bell' e fatto, e credette inutile van to il creare apposta voci nuove per e sprimere idee vecchie. Matrimonio. Uno dei sette sa cramenti della Chiesa cattolica. Sotto la legge di Mosè la poligamia non solo era permessa, ma poteva anche consi derarsi come di divina instituzione. La Genesi ci mostra Dio stesso sanzionante la poligamia dei santi patriarchi. Il ma trimonio indissolubile e contratto tra un solo uomo e una sol donna fu sta bilito da Gesù. Il quale insegnò ch' egli era venuto, non per annullare, ma per confermare l'antica legge; ed infatti nulla mutò degli ordinamenti religiosi del giudaismo; ma nel matrimonio in trodusse una vera innovazione. Ciò che Dio ha congiunto, diss' egli alludendo all' inviolabilità matrimoniale, l'uomo non separi. Certo è che introducendo la mono gamia, Gesù ha seguito un desiderio già sanzionato dalla morale del suo tempo. Ed'aver tolti li abusi della poligamia la filosofia modernanon può che saper gli grado. Ma fu errore grave quello d'aver tolto il divorzio, rimedio rara mente funesto, e sempre vantaggioso quando proscioglie da vincoli, che spes so la stessa loro indissolubilità rende insoffribili. Se lo stato matrimoniale sia prefe ribile alla verginità Gesù non disse, ed ebbe torto. Ma il cristianesimo non do veva rimanere entro i modesti confini che gli aveva tracciati il maestro. Uo mini zelanti e apostoli esaltati dovevano ben presto eccedere nell' insegnamento le dottrine stesse di Gesù. Giacchè s'e gli aveva corretta la poligamia e ordi nata la monogamia ond' attutire i sensi e rintuzzare la voluttà, perchè non sarebbe stata util cosa il vietare ad drittura ogni unione carnale e proclamare MATRIMOΝΙΟ 31 la verginita siccome uno stato di per- getta all' uomo ! E l'uomo ebbe il do fezione ? Primo apronunciarsi in questo senso è s. Paolo; e dopo di lui tutti o quasi tutti i padri trovarono nel loro santo delirio parole di amaro rimprovero contro l'amore che invade e penetra tutta la natura (v. AMORE). Gli stessi eretici de' primi secoli partecipano a cotesto sdegnoso diprezzo de'vincoli imposti dalla natura. Trattasi di soffocare la concupiscenza della car ne, di allontanare l'uomo dalla donna per la quale, come scriveva Lattanzio, il peccato era entrato nel mondo. Simon Mago, Basilide, Saturnino, Cerdone, Car pocrate, i gnostici, gli encratiti, Tazia no, i Marcioniti, i Manichei, alcuni Origenisti, gli Adamiti e i Valesiani riprovarono il matrimonio, non già per chè ammettessero siccome superfluo il minio sulla donna. La nascita di Gesù bastò almeno ariabilitare la donna per cui opera era stato concepito il redento re ? Ma no, poichè il cristianesimo, fedele alla maledizione, non vuole l'u nione dei sessi; fa concepire Maria fuori del matrimonio, per opera dello Spirito Santo: la sua maternità è una violazione della natura. Il cattolicesimo va ancora più in nanzi: esso insegna ormai che lastessa nascita di Maria fa eccezione a tutte le leggidi natura, imperocchè ella non nacque come nascono le altre femmine: ella fu immacolata. Disputano i cattolici e gli accatolici intorno al matrimonio, al quale gli ul timi negano l'efficacia del sacramento. Tutti però hanno la benedizione nuziale, obbligatoria pei primi, volontaria per gli vincolo religioso per l'unione dei sessi, altri. Ondechè se ai protestanti può ma perchè considéravano quest' unione come sostanzialmente malvagia. Invero nel dualismo prevalente in quasi tutte le eresie dei primi secoli, il malvagio principio accagionavasi di tutti i mali, eposciachè la vita stessa consideravasi comeunmale, a lui attribuivasi la pro creazione dei corpi. Onde asserivasiche la generazione dei figliuoli avvenivaper suggestione del cattivo principio, ed altro non giovava se non che ad esten dere il suo dominio. Combattere la ge nerazione valeva dunque quanto com battere l'impero del male, e Origene che da se stesso recidesi le parti geni tali, e i Valesiani più feroci ancora, che sè e gli altri forzatamente rendevano eunuchi facevano opera, nel senso loro, sovranamente benefica. Questo delirio durò lungamente; ma come ogni cosa contro natura, dovette pure avere il suo fine. L'unione dei sessi, bestemmiata dapprima, riconosciu ta o tollerata poi nel matrimonio, ri ceveva però nel cristianesimo la con danna originale. Eva era caduta per la concupiscenza, e la maledizione era stata seagliata contro di lei: Tu sarai sog parer cosa lecita il matrimonio anche puramente civile, pei cattolici quest' u nione divien concubinato, ed ove non intervengano il ministro e la materia del sacramento, unione dei sessi per loro, lecitamente non si può dare. E l'unione non è comunanza di sentimenti fondata sui principii della dignità per sonale e della civile eguaglianza, poichè laChiesa, secondo la maledizione scaglia tada Dio sul capo di Eva, vuol ladonna sottomessa all'uomo, e col matrimonio non ledauncompagno, maun padrone. Perciò essa dichiara, per la bocca di uno de' suoi più eminenti casisti, che nemmeno i mali trattamenti possono essere causa del divorzio. « Le batti ture, dice S. Alfonso de Liguori, sono una causa di divorzio ? Gli uni affer mano, gli altri negano. Il maggior nu mero insegna esser permesso al marito di battere la moglie, purchè nol faccia frequentemente, per cagion leggera e con collera, ma raramente e mediocre mente (mediocriter). D'onde l' opinione probabile di Sanchez che insegna la donnanon poter abbandonare il marito che la batte, se i colpi son leggeri, .. 32 MATRIMONIO quand' anche fosse colpita senza motivo, a meno che, secondo altri, non sia di condizione nobile ». Enondimeno gl' imperatori pagani avevano notevolmente migliorata la con dizione della donna, e il primo Anto nino aveva tolto al marito il diritto di accusare la moglie d'adulterio quand'e gli stesso non fosse stato irriprovevole. Dopo dieciotto secoli, la legislazione cri stiana non è ancor giunta a questo punto! Non già, dice uno scrittore moder no, che la donna manchi d'ogni diritto sul padrone che la batte. Essa, per e sempio, può involargli i cattivi libri, o un po' di danaro per fare l' elemosina; può abbandonarlo se cessa di essere cattolico, o se la sollecita nell'eresia, e la carità stessa neppur l'obbliga a ri prenderlo quand'egli si converte; ma essa deve lasciarsi battere se è buon credente, e cedere ai suoi desideri quan d' anche sia lebbroso, e il figlio ch'essa potrebbe concepire corresse pericolo di morte. ( Liguori Teologia morale). Il diritto canonico condanna esplici tamente il matrimonio tra i cattolici e gli eretici, imperocchè l' eresia, per comun consenso dei teologi, è uno degli impedimenti a ben ricevere il sacramen to. La legge civile in Francia, ancora nel secolo XVII, sanzionava siffatto principio, come ne fa prova un editto di Luigi XIV del mese di novembre 1680, così concepito : « Luigi ecc., I canoni dei concili avendo condannato il matrimonio fra gli eretici e i cattolici come un pubblico scandalo, e una pro fanazione del sacramento, noi abbiamo creduto tanto più necessario d'impedirli in avvenire, in quanto abbiamo ricono sciuto che la tolleranza di questi ma trimoni espone i cattolicia una tentazione continua per la loro perversione ecc. Laonde vogliamo che per l'avvenire i nostri sudditi cattolici non possano, sotto qualsiasi pretesto, contrarre ma trimonio con quelli della religione pre tesa riformata, dichiarando tali matri moni invalidi, e i figli nascituri ille gittimi ». Un decreto del 20 dicembre 1599 pubblicato nella Franca Contea dall'Ar ciducaAlbertoe dalla sua sposa Isabella, avea anche prima d' allora vietati i matrimoni tra cattolici ed eretici, pena la confisca del corpo e dei beni (An ciennes ordonnances de la Franche Comte lib. V. tit. XVIII). Per lo meno prima del 1724 era lecito ai protestanti francesi di maritarsi fra di loro; ma colla dichiarazione del 14 maggio 1724 minutata dal Cardinal di Fleury, siffatta concessione parve li cenza, e a tutti fu ordinato coll'art. 15 di tal legge che le « forme prescritte dai canoni fossero osservate nei matri moni, tanto dei nuovi convert.ti quanto di tutti gli altri sudditi del re ». E perchè quest' ultima frase comprendeva e cattolici e protestanti, non solo i giudici civili si rifiutarono di presiedere ai matrimoni fra i protestanti, ma an cora furono dichiarati invalidi quelli contratti sotto leconcessioni precedenti eche non fossero rivestiti delle forme canoniche. La rivoluzione francese tolse siffatte brutture colla instituzione del matrimo nio civile. E fu allora che la Chiesa, congiurando contro le nuove libertà, e non volendo riconoscere la potestà civile, nė pure quella dei preti che avevano giurato fedeltà alla costituzione, dichia rò validi i matrimoni dei cattolici fatti fuori della legge civile e senza il mini stero dei preti giurati, purchè contratti alla presenza di due testimoni. « Questa sorta di matrimoni, scriveva il cardinale di Zelada al vescovo di Luçon (Vatica no 28 maggio 1793) quantunque con tratti senza la presenza del curato, non saranno perciò men validi e leciti, come fu più volte dichiarato dalla Congrega zione interprete del Conciliodi Trento.>>> Più tardi se gli sposi troveranno l'oc casione di farsi benedire da un prete non giurato, faranuo cosa buona, ma MAUPERTUIS rare cha la benedizione non tocca in nulla la validità del matrimonio ». (Ri sposta della Congregazione incaricata degli affari di Francia 22 aprile1795). 33 questo sacerdote avrà cura di dichia- cattolica agli eretici, fu riconosciuto nella riforma dalla Chiesa anglicana e dal luteranismo (v. ANGLICANISMO e LUTERO). Perciò che riguarda il matrimonio dei preti, concesso nei primi secoli e nega to poi, si consulti l' articolo CELIBATO La Chiesa cattolica non soffre l'in tervento della potestà civile nel matri monio, nè concede che gli eretici con traggano matrimonio coi cattolici, ma autorizza il divorzio degli sposi eretici tutte le volte che un d'essi si converta al cattolicismo. Così essa divide per regnare, e molti esempi lo provano irre cusabilmente. Ne cito uno fra i molti, attestato dal seguente documento: «Emmanuele, per la misericordia di Dio e la grazia dalla Santa sede apostolica, vescovo di S. Sebastiano, o Rio-Janeiro. ! Al papa profugo concedeva con un ap posito articolo della costituzione tutte le guarentigie necessarie, ove fosse tor nato in Roma, per esercitarvi il potere L'8 settembre 1847,poco dopo l'ele zione di Pio IX, Mazzini mandavagli da Londra una lettera pereccitarlo, come già aveva fatto con Carlo Alberto, a lasciar libera la circolazione delle idee eapropugnare il principio dell' unitá nazionale. « Noi, scriveva Mazzini, vi faremo sorgere una nazione intorno, al cui sviluppo libero, popolare, voi, vivendo,presiederete. Noi fonderemo un governo unico in Europa che distrug gerá l'assurdo divorzio fra il temporale e lo spirituale; e nel quale voi sarete scelto a rappresentare il principio del quale gli uomini scelti a rappresentare la nazione faranno le applicazioni.... » La separazione fra il temporale e lo spirituale era dunque daMazzini di chiarata assurda. Fedele al suo motto La parte più spiccata della figura di Mazzini, emerge appunto per la missione religiosa ch'egli si era impo sta (della quale soltanto dobbiamo qui occuparci); e i principii suoi, fedel mente applicati, più presto ci avrebbero condotti alla teocrazia che alla libertà. Eccone alcuni saggi. Riti e Simboli « Cristo venne e can cozzo tra loro, e che pur sono e sa > Forse sfiduciato ne suoi arditi, quan tunque generosi, tentativi tendenti ad un fine che era per lui fonte perenne di vita e stimolo fortissimo all'azione, egli sentiva ne'momenti di scoramento, ilbi sogno di sfogare il cordoglio e d'impu tare la colpa dell'insuccesso ad unpar tito già troppo inoltrato nella lotta contro i pregiudizi dominanti, e troppo nemico di quanti idealismi e misticismi offuscarono l'intelletto umano, perchè ai più non paresse opera buona e azion di merito il condannarlo comechessia, anche nelle cose ov' esso meno poteva per l' incapacità stessa di cui l' aveva accusato. Il materialismo fu la vittima espiatoria da lui scelta, e come giàgli antichi pagani su di essa scagliavano le loro maledizioni, per farle portare sotto il coltello del sacrificatore tutto il peso delle colpe dagli uomini com messe, ma da essa soltanto espiate; così egli sul capo del materialismo a veva rinversato la colpa d' ogni insu cesso de' tentativi da lui fatti per l'e mancipazione politica. Fin dal giorno in cuipubblicando i cenni storici della sua vita, iogli espo neva con franchezza eguale a quella d'oggi, i motivi che mi avevano consi 40 MAZZINI gliato a sopprimere la sua formola «Dio e Popolo > laqualeposta a san zione di governo, io considerava e con sidero come contraria ai principii della separazione della Chiesa dallo Stato e alla libertà di coscienza, fra l'altre cose egli mi scriveva: > Egli credeva nel continuo rivelarsi di Dio attraverso la Vita collettiva dell' U manità. Dio, diceva, s' incarica peren nementenei grandifatti che manifestano la vita universale (Dal Conc. a Dio pag. 22). Quidunquelarivelazione èpermanen te e progressiva, ma nulla infatti rivela fuordiquanto nel sistema de' materialisti ègiàconcesso e preveduto. L'opposizio ne fra ledue scuole non cambianatura: noi dicevamo chelalegge morale, nata nel senso dell'umanità per la necessità stessa de' suoi bisogni progressivi, si va svolgendo in ragione dei tempi, dei costumi e della civiltà; egli traspor tava il principio di questo progresso fuori di noi, in un punto incognito dello spazio, d'onde esso emana peren nemente ma con varia efficacia, e s'in carna in noi per mezzo di un processo che nè l'analisi, nè la sintesi non ci hanno mai scoverto. Ma come nel no stro sistema vogliamo riservato all'uo mo il merito dellesue opere, così su di lui ricade la responsabilità delle colpe e degli errori che momentaneamente fermarono o fecero retrocedere il pro gresso dell'umanità. Invece la perenne rivelazione di Mazzini, la quale in so stanza non è altro che una copia adul terata del progresso,storico,ha questo do di maggiormente assurdo ogni altra, ch'essa toglie alsuo Dio ogni carattere assoluto, lo fa procedere per le sue vie emanifestarsi per fassi irregolari, con modo di filosofarenon cape nella testa. Noi procediamo col metodo per scoprire incarnazioni talora progressive, tal fiata il fine, non possiamo a mmettere un fine apriori, anteriore ad ogni esperienza, regredienti; ci additainfineun Ente incer to di sè che va esplorando i tempi e erivelatoci non si saprebbe come e da le idee, nè sa raggiungereil fine senza chi. In conclusione, idue sistemi dista evitare le dubbiezze e le contraddizioni no di poco; l' essenziale differenza sta nel modo di stabilire e condurre l'esa me, sta nel sapere se s' incomincerà a costruire l'edificio dal tetto o dalla base! Mabasti per il materialismo. Vediamo ora se questo intimo sentimento, questa sintesi dell'anima ha almeno a Mazzini del Dio mosaico. Questo Dio imperfetto e capriccioso, harivelato la barbarie in Australia, la civiltà inEuropa, la scienza all' antico Egitto, la superstizione e l'in famia ai cattolici del medio evo. Tutti quosti momenti storici che, nel sistema mazziniano, sono manifestazioni di Dio, non possono tutti ad un modo essere MAZZINI 43 progredienti; nè tutti possono derivare i lutava e gli sorrideva dalungi: esso at dalla incarnazione nell' umanità di quel medesimo essere che esso dice necessa riamente identico al Vero e al Giusto. Ecco dunque Mazzini di fronte al dua lismo che rimproverava a'vescovi catto lici del concilio, ma che fatalmente la logica doveva consigliare a lui, come già consigliò a Zoroastro, a Manete, a Saturnino. Questi erano i primi effetti della sublime sintesi chevuole emanci parsidall'analisi. Astraendo da'fatti par ticolari e dalle leggi di natura che ge nerano edirigono il morale svolgimento dell'umanità, e che a seconda de' casi, delle circostanze, del clima, della ferti lità del suolo la sospingono per questa o quella via, essa vuole riassumere in unprincipio solo fuor dell'universo tutti i fenomeni speciali che qui fra noi e dentro di noi si producono, ed incar nare la collettività degli esseri umani in un individuo solo, causa prima e u nica d'ogni fenomeno morale sorta d' antropomorfismo che volendo fog giarsi un Dio impersonale, non giunge amiglior parto che di darci una ima gine sbiadita di quanto è, opera o pensa l' Umanità! Veramente non ci voleva tanto per convincere i materialisti che la sintesi non crea idee nuove, ma co pia, congiunge, armonizza o deforma i fenomeni speciali rivelati dall' analisi, secondo che più o men bene su questa si appoggia. Ondechè allontanandosi dall' analisi Mazzini aveva creduto di foggiarsi un Dio nuovo, ma in verità non aveva raggiunto altro scopo che quello di trasportare tutti li attributi dell'umanità nella parola Dio. E sicco me questi attributi sono buoni e cat tivi, così egli non aveva evitato l'eter no scogliodi tutti i rivelatori: o di am mettere il Bene e il Male derivanti dallo stesso principio (quindi l' imperfezione in Dio stesso) o di creare un altro prin cipio d'onde emani ogniMale, come da Dio neviene ogni Bene. Mazzini aveva voluto respingere il Diavolo, ma lo spirito del Male lo sa tende il posto che gli spetta nell'incom pleto sistema mazziniano, e vivrà si curo di sè e fidente nel suo trionfo, fino a quando vi saranno religioni o filosofie, che vorranno far derivare il Bene o il Male da uno stesso eassoluto principio. Rispondendo a queste obbiezioni un anno dopo (1870)Mazzini inuno scritto sulla intolleranza e l'indifferenza, cost spiegava il suo concetto della rivela zione di Dio nell'umanità: « Noi non crediamo nella rivelazione diretta, imme diata, in un tempodeterminato, da Dio all'uomo. Crediamo nella rivelazione continua dai primi giorni dell'umanità fino a noi, per opera delle tendenze e delle facoltà ingenite in noi quando si sostanziano in armonia nell'intelletto e nella virtù ». Con queste parole non negava egli implicitamente l'esistenza di unDio immutabile? Non toglieva alla morale il carattere dell' immutabilitá, solo imperativo morale, per cui tutti i deisti che vissero finora credettero ne cessaria la credenza in Dio? Non ab bandonava cost la morale in balla del progresso, che è quanto dire dell' uma nita? Alla rivelazione non sostituiva la storia, il fatto, pietra angolare del me todo materialista; e al posto di Dionon metteva l' umanità? Quella che egli di ceva rivelazione continua, non è forse il pensiero dell'umanitá che perpetua mente lavora e si svolge, e conquista nuovi veri ? Or quest' è teoria affatto materialista, e checchè dicano in con trario i mazziniani, civuol poco a ca pire che Iddio compie una funzione af fatto inutile nel loro sistema teosofico; non è come nei miti religiosi il rivela tore di verità assolute, eterne ed im mutabili, chè anzi nasce, cresce e si svi luppa coll'umanitá e ha tante leggi e tanti comandamenti quante sono le ne cessità e i bisogni che si manifestano nelle varie età del mondo. Mazzini credeva nella continuitd della vita negli angeli: che sono l'ani 44 MAZZINI ma dei giusti che vissero nella fede e re misticismi nuovi, quando la dimenti morirono nella speranza, nell' angelo cata origine li fa porre sugli altari. custode, anima della creatura che piú | Certo, questa conseguenza non sgomen santamente ci amò, nella serie infinita di reincarnazioni dell' anima di vita in vita, di mondo in mondo, e finalmente nella trasformazione del corpo, che era per lui lo strumento dato al lavoro da compiersi (Dal Conc. a Dio pag. 24-25). Ora tutte queste idee cardinali della No; non invitate a concordia me: rivolgetevi altrove ». Mazzini diceva di non aver tesori, eserciti, carceri, ordinamento governati vo per far che la sua formola trionfas se e anche se li avesse avuti credeva di non aver dato in tutto il suo passato diritto ad alcuno di sospettarlo capace d'usarne. Nonpertanto bisognapur con fessare che quel sospetto non era poi affatto infondato. Da ben dieci anni si insisteva presso di lui, o con lettere o « con la stampa, affine di indurlo a fare una consimiledichiarazione, e pochi me si innanzi io gli scriveva queste parole: Non si tratta di render grazia ma giustizia; e il far chiaramente intendere ai vostri amici che la formola Dio e Popolo, è regola di coscienza che vuol essere accettata liberamente, non im posta come principio di governo, nè consegnata nella costituzione, è dovere a,cui, se siete tollerante, non potete sottrarvi. » Allora Mazzini non rispose, e secon do il suo costume, rispose indiretta mente poi con le parole or riferite. Ma se almeno dopo tanto ritardo la sua dichiarazione avesse soddisfatte tutte le esigenze della libertà, me ne sarei con a solato. Ma no; egli ritoglieva da una parte quello che dall' altra concedeva. Non voleva imporre colla forza la sua formola, ma lasciava però chiaramente intendere ch'egli la voleva inalzata principio di governo. Ora, una afferma zione ufficiale, checcè si dica in contra rio, implica obbligazione. Credo che Mazzini fosse tale da tenere la parola e E veramente l'oblazione sola, oltre l'e levazione, era stata levata, perchè, di cevasi, la Chiesa cattolica le attribuisce il merito di rimettere i peccati per la semplice offerta, senza esservi bisogno nè di recarvi la fede, nè alcun movi mento buono del cuore. Poco differisce anche la messa anglicana, la quale se ne togli il nome cambiato, la transu stanziazione negata, e le orazioni pei morti soppresse, ha conservato nella comunione, il prefazio, la consacrazione e altre parti fondamentali del canone cattolico. Metafisica. La scienza che tratta dei primi principi, delle idee universali, e delle operazioni dello spirito. È defi nizione cotesta generalmente accettata, e della poca stabilità di essa si può argomentare della pochissima solidità e delle immense pretese di questa scien za. Gl'idealisti moderni ricorrono spesso alla metafisica per spiegare in qualche maniera i fantasmi della loro immagi nazione; e Gioberti che tanto si com piaceva di correre i campi del pensiero per scoprirvi nuove forme, creare pa role nuove e definirle, assimila ad drittura la metafisica al soprannaturale. Non pare però che nei tempi anti 1 chi la metafisica fosse scienza così in determinata, e se guardiamo alle origini di questa voce, dobbiamo anzi conclu dere ch'essa esprimeva meno assai di quanto vogliono ch'esprima certi filosofi moderni. Aristotile aveva scritti molti trattati su quasi tutti i rami dello scibile, ma nonavevapensato a riunirli in classi e a dare un titolo a queste classi, che abbracciasse la generalità delle cose dimostrate. Fu questo un lavoro che fecero i suoi commentatori, eprincipal menteAlessandroAfrodisio,il quale delle opere aristoteliche fece due grandi di visioni: alla prima riferi le fisiche; ma dovendo poi dare un nome all' altra parte, non trovò di meglio che intito larla metafisica, cioè dopo la fisica. 61 nessuno intende. D'altronde una scienza che si occupa delle cose sopranaturali non è scienza, mateologia, e i suoi cul tori meglio chefilosofi sidirebbero teo logi. Dall' inutilità della metafisica sono insigne monumento la vanità de' suoi Altri, per verità, voglion dare a questa voce una diversa etimologia, e il prof. Martini così ragiona: Μετα' è una proposizione che ha vari signifi cati: ora esprime dopo, come si è testé avvertito; ma altre volte esprime oltre ossia indica passaggio da uno stato ad un altro, o da un luogoad un altro. Ri ferirò due esempi. Gravina, allettato dal raro ingegno poetico di Pietro Trapas si, povero fanciullo, se lo adottò a fi gliuolo, ed amante com'era della greca favella, grecizzò quel cognome, e l'ap pello Metastasio, che veramente e prime Trapassi. Se alcuni l'interpreta rono Metà dell'anima mia, certo erano affatto stranieri ad ogni ellenismo. Ovi dio intitolò il suo poema le Metamo rfosi in cui rappresenta le trasformazioni, o converzioni di persone in costellazioni, in pianeti, in animali. Dunque metà fi sica vorrebbe dire trasfisica, o trasna turale, o sopranaturale.Ma se noi dob biamo accettare in tal senso questa voce, e non v'é ragioneper cui non la si accetti, dopochè così è prevalso nel l'uso comune, qual concetto dov remo noi aver d'una scienza che si occupa di cose non naturali? Dove è il campo dei suoi studi ? Dove i soggetti delle sue sperienze? Che ne sa essamai delle cose che stanno fuori dell'ordine della na tura; anzi ancora vi son cose che non siano naturali, e delle quali la scienza possa seriamente occuparsi? A'metafisici credo che saràmolto difficile rispondere aqueste domande; ciò che non impe dirà loro di continuare a scrivere dei volumi per spiegare a tutti cose che sistemi. Quali scoperte ha esse fatte ? Cercando vanamente di spingersi fuor della natura, oltre i confini del mondo sperimentale, essa vagò sempremai nel regno delle ombre. In mancanza di fatti nuovi, di nuovi enti, inventò altre entità evocate dal nulla e chiamate trop po facilmente all' esistenza sostanziale. Niuno mai le vide nè le senti. (V. ENTITÀ) Ben disse Romagnosi, che il primo abuso, che non di rado fassi delle pa role e del loro accozzamento, è quello di adoperarle, con certe idee, che gli autori medesimi non saprebbero dirsi che si fossero. « Quando i peripatetici, per cagion d' esempio,spiegavano molti fenomeni della natura con due parole Simpatia e Antipatia, io non so se essi capissero niente di quel che voleva dir si. Interviene il medesimo, a coloro, i quali credono esservi, oltre i feno meni di attrazione, una vera forza at tratrice tra i corpi: questa forza non si capendo meccanicamente, divenuta un mistero, rende la lingua fisica arcana. Si trovano diqueste parolee frasi spesso negli autori antichi, e in tutti quelli i quali parlano di cose che non inten dono; ma in nessuna scienza v'è n' ha più quanto nelle metafisiche. Un meta fisico, ch'è sempre uno che si presume molto, nonpotrebbe coprire la sua igno ranza che con una lingua che impone. La lingua metafisicadi Omero e di tutti gli antichi poeti teologi, è piena di queste parole e frasi significanti un non so che, nelle quali si trovano da' nostri eruditi tanti misteri ignoti agli autori. Alcune volte sono parole tecniche, cioé d'arte, e servono a coprire l'ignoranza delle professioni le più triviali. Tutti gli artisti ne hanno, e sono arme da offesa e da difesa; ma in nessun a arte ve n'ha tantequanto in chimica, in me dicina, in astrologia.>>> Metempsicosi. Dottrina religio sa la quale suppone che le anime u mane dopo la morte passano in altri corpi. Par che i più antichi credenti nella metempsicosi siano stati gl'indiani (V. BRAMANISMO, BUDDISMO). Tuttavia lo ammisero anche molti filosofi greci, tali che Empedocle. Plutarco, Platone; e Beausobre sostiene che anchemolti pa dri della Chiesa, come Origene e Sine sio ebbero una simile opinione. Non occorre dire chequasitutte le religioni dell'antichità ebbero una tale credenza, la quale principalmente trova il suo appoggio nei sogni. Quando, infatti, l'i gnorante ricorda in sogno qualche per sona defunta, è naturalmente condotto acredere che quella persona esista ve ramente in qualche luogo. La filosofia poi, che per far muovere il corpo ave va inventato un'anima, composta di leggerissima materia, non poteva darle una occupazione conveniente durante la infinità dei secoli, che facendola tras migrare dall'uno in altro corpo, per richiamarla sempre a nuove vite, affine di premiarla e di punirla dei suoi me riti o de' trascorsi mancamenti. Platone nel Timeo, nel secondo li bro della Repubblica e nel Fedro cost spiega l'ordine della trasmigrazione delle anime. In primo luogo se l'anima ebbe molte perfezioni in Dio, e abbia scoperte molte verità, entra nel corpo di un filosofo o di un savio. Quelle men perfette entrano nel corpo di altri uomini meno illustri, secondo l'ordine seguente: 2. L'anima entra nel corpo di un re o di ungranprincipe. 3. Essa passa nel corpo di un magistrato o di uncapo diuna potente famiglia. 4. En tra nel corpo di un medico. 5. Entra nel corpo di un uomo che abbia l' in carico di provvedere al culto degli Dei. 6. Passa nel corpo di unpoeta. 7. Nel corpo di un operaio.8. Nel corpo di un sofista, e infine nelcorpo diun tiranno. Gl'indiani ammettevano anch'essi una successione poco dissimile attraverso alle loro caste, e i buddisti credono an cora che le anime possono passare nel corpo degli animali più immondi, opi nione che fu pur divisa da Pitagora e da Empedocle. I più accaniti nemici della trasmi grazione delle anime nella Grecia erano gli epicurei, i quali dicevano che se noi fossimo entrati nel corpo di altri uomini avremmo conservata la memo ria delle nostre azioni. Quanto al pas saggio delle anime umane nel corpo degli animali, essi dicevano che questa opinione non si appoggiava ai fatti; se ciò avvenisse l'anima dovrebbe im primere all'animale il suo proprio ca rattere, mentre invece vediamo che i leoni sono sempre coraggiosi, e 1 cervi sempre timidi. Tutti, o quasi tutti ipopoli selvaggi credono a una sorta di metempsicosi, ma questa credenza è andata scompa rendo dalle religioni e dalle filosofie dei popoli civili, ed ormai essa non ha fra noi altri settatori che gli spiritisti. (v. SPIRITISMO). Metodisti. Così son chiamati i membri di una delle più cospicue sette ond'è divisa la religione anglicana. Ne fu fondatore John Wesley nel 1730, il quale deplorando la depravazione dei costumi e la corruzione della Chiesa, volle con una nuova predicazione in trodurre nella riforma una nuova ri forma. Nei suoi viaggi nell'America, nell'Olanda e nella Germania strinse co noscenza con molti entusiasti luterani, e visitando le loro communità presto apprese quanto facil cosa sia il cre dersi inspirati e il farlo credere altrui. Alcuni anni dopo, il fratel suo Carlo, si unì a quella missione, insegnando che Dio, dopo avere colpito colla di sperazione i suoi prediletti,improvvisa mente apre i loro occhi alla luce e li vivifica col suo spirito. Così fu illumi nato S. Paolo sulla via di Damasco, e così fu Wesley chiamato alla scienza della rivelazione. Se non che non fu egli tocco dalla luceceleste, per quanto egli stesso afferma, che qualche anno dopo, cioè a Londra, nella via Alder role: 63 Passai un'ora nella scuola di Kingwood. Ma singolare stranezza! Che ne avvenne delle opere mirabili della grazia che il Signore operava nei fan gate il 29 maggio 1739 a ore otto e tre quarti. Sul qual proposito unoscrit tore cattolico argutamente osserva come sia assai difficile a capire com'egli, es sendo inpreda acommozioni così vio lente potè dar retta al batterdelle ore, o cavarsi di tasca l'oriuolo per osser vare con tanta precisione l'ora e il mi nuto. Lo spirito di Dio che avevavisitato il maestro, non poteva restarmuto pei discepoli. Whitefield, socio di Wesley, nella nuova Chiesa ebbe anch'egli i suoi moti convulsi e le suecrisi divire, e mentr'egli con impetuosa eloquenza su per le piazze parlava ai suoi ascol tatori, era bene spesso soprappreso da crisi nervose e da stranivaneggiamenti. Tali erano i segni esteriori della gra zia, colla quale i nuovi profeti, a so miglianza dei fanatici delle Çevennes, (v. CAMISARDI) invitavano i fedeli alla penitenza. E che si tentassedirinnovare allora l'invasione dei piccoli profeti, ri levasi da Soutey, il quale narracome i maestri di Kingwood tormentassero senza posa i fanciulli dell'età di sette ad otto anni finchè avessero dato se gno della loro giustificazione ». Si cer cava di gettarli in preda al terrore e alla disperazione spingendoli fino alla follia; e dappoi colla calma e la sicu rezza procuravasi di fugarne lo spa vento. Wesley, presente a simili ecces si, li approvava e li promoveva, ma sperò indarno di trarne partito per le predicazioni profetiche. O vuoi che le scuole di profezia non fossero così du ramente avviate al misticismo come quelle dei calvinisti, o che l'esempio mancasse a generare il contagio men tale, o che, infine, i maestri non per severassero nell'esaltare l'immaginazio ne dei giovanetti, fatto è che risultati soddisfacenti non si ottennero allora, e Wesley stesso lo attesta conqueste pa ciulli nello scorso settembre? Tutto di sparve come un sogno! >> La novella riformawesleiana fudun que fondata sulla sola predicazione de gli adulti,e fu questa così attiva e in defessa, che non pochi chiamò al suo partito. Le molte e lunghe preghiere i digiuni, la lettura dellaBibbia, le fre quenti comunioni, ai seguaci di quel nuovo quietismo, meritarono per ischer no il titolo di metodisti. Uniti sulprin cipio alla Chiesa anglicana, se ne se pararono poi per ordinare 1 loro sacer doti, ma non tardarono a dividersi fra loro stessi per le vive controversie su alcuni punti dottrinali, avvenute fra Wesley e Whitefield; perocchè mentre il primo riteneva che le opere erano essenziali alla salute, l'altro le teneva come meno importanti. Fondato sul suo principio, parve a Wesley che le migliori opere fossero quelle che po tessero indirizzare l'uomo a quella co tale perfezione cristiana che gli toglie ogni lecito godimento terreno per in dirizzare la sua mente al cielo. E per ciò proibi ai suoi seguaci 'le carte, i teatri, i balli, le corse dei cavalli, i ma nichini, le trine, i liquori spiritosi ed il tabacco. La verginità non impose, ma molto encomiò coloro che nel loro cuore fossero riusciti a totalmente e stinguere la concupiscenza. I metodisti sono anche oggi molto numerosi nell'Inghilterra e negli Stati Uniti, e possedono ricchi stabilimenti nelle Indie, a Calcutta, nell'isola di Ceylan e fin nell'Oceania. Essi hanno molti predicatori ambulanti, e parecchi ne mandano all'estero per diffondere le loro dottrine. Metodo. L'artedi disporre le pro prie idee ordinatamente acciò s' inten dano con maggior facilità. Il metodo è perciò necessario tanto a chi studia, quanto a chi insegna, e tutti sanno quanta maggior fatica si abbia ad ap prendere le cose esposte disordinata mente, che non abbiano, cioè, fra loro alcuna relazione. Il metodo è analitico o sintetico, secondo cheincomincia dalle cose par ticolari per passare alle generali, o vi ceversa. Era massima degli antichi che il metodo analitico forse adatto soltanto a ricercare e scoprire la verità, mache il sintetico meglio convenisse per inse gnarla e dimostrarla. Questa massima perdurò assai tempo nell' opinione dei filosofi, e si può ben dire che perdura tuttora nell' opinione di molti pedago gisti. Non si ha molta difficoltà a am mettere che l'analisi sola conduce alla verità (vedi ANALISI ); ma si pretende che quando gia si sia inpossesso della verità meglio si riesca afarla intendere altrui col metodo sintetico. Di qui i termini, le formole, le difinizioni di cui sono irti tutti i libri elementari. Ma questo ragionamento non è tutto vero. Le proposizioni generali non s'intendono se prima non siano spiegate coi fatti particolari, e non si mostri in modo certo in base a quali elementi si siano pronunciate tali proposizioni. Le idee non sono innate innoicome credevano certi antichi, ma si acquistano lenta mente coi processi sperimentali o con la continuata osservazione di fatti si mili; osservazione per la quale astra endo dai fatti particolari si stabilirono le regole generali, e principii le leggi. Nulla, infatti, pare a noi più evidente di questo teorema: se due rette si ta gliano in qualche punto, gli angoli ver ticali sono eguali tra loro; oppure in ogni triangolo la somma dei tre an goli equivale a due angoli retti. Eppu re avrebbe mai potuto lageometria ac certare queste così semplici verità, sen za che una precedente osservazione le avesse dimostrate? Certo che no. Solo dopo essersi accertato che in tuttii casi accennati sempre si verificava la me desima condizione, il geometra ha po tuto fare astrazione di tutti i casi par ticolari, e stabilire la regola generale. Ma l' osservazione precedente è stata essenzialmente analitica; la regola sol tanto è sintetica, siccome quella che riunisce in un solo principio tutte le osservazioni particolari. Ma così debole è l' evidenza di questa sintesi per co loro che manchino di tutte le cogni zioni analitiche da essa implicitamente supposte, che in ogni libro di geometria elementare si vede sempre che ogni teorema è immediatamente seguito dalla sua dimostrazione. È vero dunque che in questi casi si suole incominciare dal porre la sintesi per poi scendere col l'analisi, alla dimostrazione, ma direi the sarebbe assai più ovvio e naturale che prima si ponessero le dimostrazioni analitiche e dopo si facessero seguire dalla verità sintetica che ne è come la conclusione e la conseguenza. Certo è che in cotesti casi la sintesi che affer ma e l'analisi che dimostra l'afferma zione, si seguono così davvicino, che la precedenza momentanea dell' una sul l'altra non può avere inconveniente al cuno, fuor che quello di lasciare per pochi istanti sospesa la convinzione dello studioso, finchè la dimostrazione sia compiuta. Masuppongasiche untale imbizzarendo sulla pretesa precedenza della sintesi sull'analisi applicasse cote sto metodo a modo. Egli certamente incomincerebbe in un trattato ad es porre tutte le verità sintetiche della geometria, d' onde una sequela di as siomi e di teoremi tutti immediatamen te consecutivi, e tutti egualmente non comprensibili. Il teorema precenente suppone bensì il susseguente, e questo quello che gli è posto innanzi, ma sic come nessuno di essi è dimostrato, così éevidente che tutti riesciranno incom prensibili. È vero che anche seguendo il metodo sintetico, si dovrà pure in fine venire all' analisi e dare le dimo strazioni; ma quanta confusione, quale sforzo di memoria, quanto tempo per duto nello studio arido e puramente meccanico delle verita sintetiche o ge METODO nerali ! E dato pure che lo studioso rie sca a superare questa improba fatica, quale quantafaticanon durerà ancora perapplicare ad ogni principio generale 65 dessed'incominciare l'insegnamento di quella legge, senza aver prima dimostrate le verità speciali su cui essa si fonda e per le quali soltanto fu trovata, sarebbe la suadimostrazione e venire via viari schiarando nella sua mente tutte le for mole, e d'ognuna acquistarne l'evidenza? Ora, se si vorrà essere sinceri, si dovrà convenire che quello che succede per la geometria, avviene pure per le altre scienze. È un error gravissimo quello di credere che siccome tutte le verità particolari si trovarono come contenute nei principi generali che le rappresentano, da queste si deve inco minciare l'insegnamento e non da quelle; avvegnachè le verità generali per se sole non siano che una astrazione dei fatti particolari, alla conseguenza dei quali, infin dei conti, sono dirette tutte le scienze umane; ed è ben strano che per farci conoscere le leggi che rego lano i singoli fenomeni, si incominci dal trasportarci lontani da essi, e direi quasi fuor del campo della loro osser vazione. Dopo la geometriapongasi la fisica. Una delle leggi del pendolo è, che in diversi luoghi della terra, la durata delle oscillazioni, per pendoli di diver sa lunghezza, è in ragione inversa della radice quadrata della intensità della gravità. Non si può negare che questo principio generale non sia essenzial mente sintetico, e come tale non con tenga unaquantitàdiveritàparticolari. Maposto cosi solo,senza la cognizione analitica deiprecedenti esperimenti, che cosa esprime esso mai per lo studioso? Bisognerebbe innanzi tutto ch' egli co noscesse, che per i pendoli della mede sima lunghezza la durata delle oscilla zioni è eguale, qualunque sia la sostan za della quale sono formati; poi che conoscesse le leggidella gravità, l'azione suadallaperiferia al centro della terra, e tante altre cognizioni speciali, senza cui il principio generale non può acquistare la necessaria evidenza. Non v'è dubbio che unprofessoredi fisica ilqualepreten altrettanto biasimevole del maestro e lementare che pretendesse d' insegnare a'suoi alunni l'addizione delle centinaia prima di aver loro insegnata l'addizione delle decine e delle unità. Or non so davvero perchè un metodo che si è cosi concordemente disposti a biasimare nelle scienze positive, lo si voglia, non chè tollerare, anche preferire nelle di scipline filosofiche. In verità, la ragione di questa preferenza non si potrebbe attribuire ad altro che alla tendenza che hanno certi filosofi di stabilire con somma facilità le così dette leggi del pensiero, seguendo gl' impulsi del loro sentimento e della loro fantasia, piutto sto che quelli della ragione. Si capisce facilmente com' essi si troverebbero in un grande impiccio se fossero costretti a dare una ragionata analisi di quelle loro affermazioni, e come con molta co modità si tirino d'impaccio proclamando l'eccellenza della sintesi, siccome quella che si presta tanto facilmente a porre certi principii generali che sono molto opportuni per toccare il sentimento, mentre poi si sottraggono, per la stessa loro generalitá, all'analisi della ragione. Certo, si obbietterà che uomini di molto ingegno, come Euclide e Wolf, adottarono esclusivamente il metodo sin tetico ; ma uomini non meno illustri, quali Bacone, Locke, Condillacmostra rono quante ragioni dovessero far pre ferire il metodo analitico. É questa, in fatti, la via che segue naturalmente l'u mano intelletto nella scoperta della ve rità. Imperocchè l'uomo non incomincia già dalla conoscenza delle cose univer sali, ma sì dalle particolari: e dai feno meni più immediati che cadono sotto i sensi, grado a grado, s'innalza ai più complessi; dalle cose semplici passa alle composte, e per questa via scopre le leggi che regolano i più grandi feno meni della natura. Laonde, il metodo 5 66 MIRABEAUD analitico, per confession stessa de' suoi avversari, è detto essenzialmente d' in venzione; e non so proprio intendere perchè quello stesso metodo per ilquale siamo condotti a scoprire laverità, deb ba poi reputarsi disadatto quando si tratti d'insegnarla. Soave dice che ilmetodo analitico serba un ordine quasi del tutto opposto al sintetico. Imperocchè dove questo in comincia dal premettere i principii ge nerali, da cui intende cavar poscia le conseguenze particolari; quello all' in contro incomincia dall'esame delle cose particolari per farsistradadimano in ma no allegenerali: edovenel sintetico tutto è definito, e diviso, edistribuito in teo remi e problemi e corollari ecc, nell'a nalitico per lo contrario quasi niuna de finizione o divisione si adopera, eniuna menzione ci si fa nè di teoremi, nè di problemi, nè di corollari; ma tutto è seguito e continuato, e tutto nasce, e si sviluppa di mano in mano dall' analisi delle idee che prendonsi aconsiderare > (Istituz. di logica). Questo apprez zamento non è però esatto, poichè non è vero che le divisioni e le definizioni manchino affatto al metodo analitico. Esso anzi divide assai bene le varie parti dello scibile, e certe classi di no zioni particolari in una stessa scienza divide e raggruppa secondo le conse guenze generali a cui conducono. Esso definisce ancora queste conseguenze e le riduce a leggi generali includenti tutti za; se cioè si debba incominciare dal dimostrare o dall' affermare. E mi par che la logica insegni doversi innanzi tutto dare la dimostrazione delle cose ha bisogno di prendere le mosse da certe verità già note. Ma queste prime affermazioni saranno assiomi enon teo remi; attingeranno, cioè, la loro evi donzadall'esperienza immediatadei sensi enondal ragionamento, ed è per que sto che io ho detto altrove (V. ASSIOMA) e ripeto ora, che le verità assiomatiche sono essenzialmente analitiche. Metrodoro di Lampsaco. Uno dei più celebri discepoli, e l'amico più affezionato di Epicuro.Diogene Laerzio ce lo rappresenta come uomo d'inconcussi principii, onestissimo, intrepido contro la stessa morte. Morì nel 50° anno della sua vita, sett'anni prima del maestro di cui professò le dottrine.Epicuro mo rendo legò nel suo testamento agli a mici il compito di allevare e di aver cura dei figli lasciati dal discepolo che lo aveva preceduto nella tomba. Microcosmo e Macrocosmo. ( da micros piccolo, macros grande e κοσμοςmondo)Letteralmente queste pa role significano piccolo mondo e gran mondo, e furono primamente adoperate dai filosofi mistici ed ermetici per-desi gnare la perfetta corrispondenza che supponevano esistere fra l'uomo e ilmon do; fra l'essere piccolo e quello gran dissimo, che credevano anch'esso dotato di anima. Nella filosofia moderna si adoperano, ma raramente, queste voci per indicare il mondo delle molecole, degli infusori e di tutto ciò che per essere veduto ha bisogno dell' ingran e l'universalità dei mondi e degli astri che compongono il MACROCOSMO. i fatti particolari che si sono osservati | dimento del microscopio (Microcosmo), in quel gruppo. Si diràche quest'ultima operazione è essenzialmente sintetica ; e sia pure. Non si tratta giàdi escludere la sintesi, madi sapere quale tra lasin- | Nacque in Provenza nel 1674 e fu se tesi e l'analisi debba averela preceden- gretario dell' Accademia francese. A mico della libertà del pensiero, egli parteggiò per la filosofia liberale che allora appunto, nell'Inghilterra special mente, incominciava a dare qualche barlume di libertà. Il Sistema della natura d' Holbach fu pubblicato dap prima sotto il nome di Mirabeaud, ma niuno fuperciò indotto in inganno, etutti Mirabeaud. ( Giovanni Battista.) che si andranno in seguito affermando. Certo, anche l'analisi è pur d'uopo che che incominci dall' affermazione, poichè | ogni ragionamento, per sempliceche sia, 1 MIRANDOLA 67 sanno che l'ardire del filosofo tedesco restarne sorpresi. A ventiquattro anni mal conveniva alla peritosa incredulità egli pubblicò novecento tesi per un e che mostrò il segretario dell'accademia same scolastico de omni re scibili, ses nei suoi scritti pubblici.AMirabeaud si santaduedellequali,a sentirlo, dovevano attribuisce unadissertazione sull'origine enunciare dei dommi nuovi. Il vanto di del mondo; una lettera per provare che essere in possesso ditutteleumane co il disprezzo pergli ebrei è anteriore alla noscenze era in quei tempi assai comu maledizione di Gesù Cristo, e final- ne, imperocchè facilmente la dialettica, mente le opinioni dei filosofi sulla na- aproposito od a sproposito, discorreva tura dell'anima. Queste attribuzioni però d' ogni cosa, e facilmente ostentava una hanno la solatestimonianzadiNaigeon. | grande erudizione per coloroche in luo Due scritti lasciò che furono poi pubblicati dal marchese d' Argens, e sono: Sentimento dei filosofi sulla na tura dell'anima, e Il mondo, sua cri gine e sua antichità. Nell'uno e nell'al tro Mirabeaud dimostra che la spiri tualità dell'anima non fu conosciutadai filosofi dell' antichità; che essi consi derarono il mondo siccome eterno, non solo nella sostanza, ma eziandio nella forma, salvo un piccol numero, taliche Platone e Anassagora, i quali ne ave vano fatto risalire l'origine a un essere intelligente. Che, del resto, il domma della creazione ex nikilo è stato affatto ignorato dell'antichità, come fu sempre ignorato l'altro domma filosofico della finale distruzione della materia. Nella Fenicia e nella Persia, diceva Mirabeaud, si credeva bensì ad una fine del mondo, maquesto concettonon rappresentava altro che una rivoluzione astronomica. In tal maniera Mirabeaud, colla storia alla mano, distruggeva i dommi fondamentali dello spiritualismo edel cristianesimo insieme. Mirandola. (Giovanni Picoconte della Mirandola e principe della Con cordia ). Nacque nel 1463 a Mirandola, piccola terra dell' Emilia. Studid il di ritto canonico a Bologna e parve sulle prime che le sue tendenze lo chiamas go dei fatti si appagavano delle parole. Invece dei sessanta dommi nuovi pro messi, lacuria romana trovò che tredici delle900tesi date meritavano censura, e le altre proibil che fossero difese.Era colà spiaciuta l' arroganza di Pico, e aPico spiacque lacensura romana,sicchè partl d'Italia e si recò a Parigi, ov' ebbe buona accoglienza da Carlo VIII, colla discesa del quale in Italia, ritornò an ch'egli a Firenze. Pico della Mirandola aveva vana mente cercato di conciliare le dispute degli scolastici, dimostrando che Pla tone e Aristotile potevano benissimo stare insieme, e tutt' e due non servi vano che di commento a Mosè. Più che filosofo, ne' suoi scritti fu teologo: commentò la Genesi con sette diverse significazioni, poichè tante appunto egli trovava in ogni versetto; e si perdette nelle fantasticherie della cabala e della scuola mistica Alessandrina, e perfino in quelle di Raimondo Lullo. Con una memoria potentissima, e studi così mal digeriti, é facile immaginarsi qual sorta di filosofia fosse quella del nostro mi randolese. Una vacua ambizione lo spingeva a voler parere grande in tutte le scienze, e per questo forse gli par vero più apprezzabili le meno chiare alla intelligenza volgare. Aformarsi cotesta sero allo stato ecclesiastico. Ma dopo- | fama si poco meritata, egli riuscì cost chè Marsilio Ficino, maestro suo, ebbe gli infuso il proprio entusiasmo per la filosofia greca,si applicò allo studio delle lingue orientali e incominciò ben presto acredersi pieno di un così profondo e vasto sapere, che i dotti tutti dovessero bene, chedopo di lui ilnipote suo (Francesco Pico della Mirandola) scrivendo la biografia dello zio, narra che una fiam ma orbicolare venne per un istante ad illuminare la madre di Giovanni della Mirandola, per annunciare ch'ellastava perdare alla luce un figliodel quale la forma orbicolare indicava la perfezione del sapere. Mistero. Cosa secreta non possi bile a comprendersi. Tutte le teologie antiche hanno avuto i loro misteri, ed erano questi ciò che il paganesimo a veva di più augusto e di più sacro. I misteri erano cerimonie religiose alle quali i soli iniziati potevono assistere, ele cose che vi si vedevano e vi si u divano erano rivelate sotto il suggello del più rigoroso segreto: una legge col piva di morte i violatori. Tutte le prin cipali divinità avevano i loro misteri, laonde si celebravano in Egitto in onore di Iside ed Osiride; nella Fenicia e nel l' Isola di Cipro in memoria di Venere e di Adone; nella Frigia ad onore di Cibele ed Ari; nella Grecia e in Sicilia si commemorava Cerere e Bacco. Tutti i misteri avevano laloro par te pubblica, nella quale al popolo si la sciava intravedere ciò che si reputava necessario a conoscersi. Erano d' ordi nario la commemorazione di tutte le avventure degli Dei, iloro combattimenti e i loro trionfi; e vi si mostrava che tutti i loro sforzi erano stati rivolti a soccorrere il genere umano, a conso larlo de' suoi mali, a colmarlo di bene fizi. Tali erano i piccoli misteri, a cui seguivano i grandi. Isoli iniziati assiste vano a questi,e guai aiprofani che aves sero osato introdursi nel sacro recinto durante la celebrazione.Per lungo tem po il segreto di questi misteri fu im penetrabile. Coloro che furono sospetti di averlo tradito dovettero fuggire per sottrarsi alla morte. Esdulo corse gra vi pericoli per aver dette poche parole dei misteri di Cerere che si celebrava no in Eleusi, e Alcibiade fu condannato a morte per averli riprodotti nella sua casa, schernendoli. Gran numero bri gavano l'onore di esservi iniziati, ma molti dotti, tali come Socrate, non vol lero mai esservi ammessi. Diogene, in vitato a farvisi iniziare, rispondeva: Pa tecione, quel famoso ladro, ottenne l'i niziazione; Epamimonda e Agesilao non la chiesero mai. Nella parte pubblica dei misteri e rano rappresentati allegoricamente ide stini umani nell' altro mondo. Vi si mo stravano degli spettri erranti nelle te nebre, il dolore, la povertà, la morte, e si faceva in seguito apparire il Tar taro con le furie tormentatrici dei col pevoli, e i Campi Elisi con le loro de lizie. In ultimo gli iniziati erano intro dotti nel luogo santo ove si vedeva la statua del Dio risplendente di luce, e lá si udivano cose che a nessuno era permesso di rivelare. Quel secreto era infatti molto essenziale per la maestà della religione, imperocchè spesso si in segnassero cose che poco si accorda vano con le pratiche del culto. Non solo si revocd in dubbio l'apoteosi degli eroi, ma si dubitò perfino della divinità degli Dei superiori. Tali erano le concessioni che la Chiesa si vedeva costretta a fare all' incredulità della fi losofia dominante! Per questo Dionigi d' Alicarnasso diceva lore, ma abborrenti i piaceri dei sensi, condannanti il matrimonio. Colla loro vita incomune e colla contemplazione delle cose spirituali alle quali sempre rivolgevano la mente, essi furono i pre Ascoltiamo ora i precetti di Visnhu per ottenere l'estasi beatifica con mezzi molto adatti a produrre unbuona con gestione cerebrale. Il ragionamento non può spingersi al di là delle nostre percezioni. Questa è una verità così ovvia che fa meravi glia il vederla così spesso dimenticata. Leibnitz può bene innoltrarsi oltre i confini della sensazione, ma a patto però che fra la premessa e la conse guenza del suo ragionamento, o non vi sia rapporto alcuno necessario, o l'una sia la negazione dell'altra. Infatti quand'egli dice: vi sono esseri compo sti, dunque vi sono esseri semplici, ar gomenta nello stesso modo come sedi cesse: vi sono corpi, dunque non vi so no corpi. E veramente, se i composti costituiscono i corpi, i semplici sono la negazione dei corpi: l'una è l'affer verità generale che la filosofia può de- | mazione, l'altra la negazione. Ma an durre dall' eternità delle funzioni: (v. MORTE); e l'eternitàdella materia trova un corrispondente nella eternità delle Monadi. Ma il tortodi Leibnitz è quello di giungere a questi risultamenti per via di astrazioni, e di trasportare gra che i bimbi che vanno a scuola sanno che nel sillogismo la conseguenza de ve essere sempre contenuta nella pre messa. Ora nell'idea di corpo è conte nuta l'estensione; la logica dunque mi tuitamente le qualità dei corpi in certi principii che non hanno alcuna delle qualità che sono supposti di produrre. Il difetto capitale del Monadismo, come lo ha ben rilevato il prof. Justus, è quellodi supporre che degli esseri ine stesi possano generare l' estensione, che dalla esistenzadei corpi composti di parti possa logicamente dedursi quella di cose semplici. Considerando con attenzione la spiegazione del com posto, dic'egli, non si trova alcun dato che ci possa condurre all'idea di essere semplice. Gli esseri composti hanno delle parti. Dunque la prima conclu sione che si potrebbe fareper taleprin cipio è questa: che dove esistono dei composti, vi sono anche delle parti. Or l'idea di parte non ci conduce anco ra a quella di essere semplice, poi chè gli esseri semplici son quelli che non hanno parti: dunque per spin gersi più innanzi coll'induzione, non si potrebbe dir altro, se non che, laddove vieta di dedurre per conseguenza l'e sistenza di corpi inestesi. Posso bensl dire: il corpo è compostodiparti, dun que esistono le parti; ma queste parti partecipano alla natura del tutto d'on de emanano, e se io attribuisco loro qualità diverse da quelle che aveva il tutto, faccio una induzione difettosa. Mail sillogismo è per lalogicaciò che per l'analisi è la chimica: i risultati di questi due processi se vengono riuniti devono ricomporre il corpo, o il ragio namento decomposto. Ma se dalla riu nione di cose inestese non potrò mai avere l'ideadel corpo esteso, dovrò con cludere che la conseguenza contiene una nozione che non si trovava nella premessa (V. DEDUZIONE E SILLOGISMO). Tutto il Monadismo si fonda dun que sopra un artificio simile a quello su cui si basa il Dinamismo (V. CATTANEO) vale a dire che alle parole note sostituisce parolenuove, che son la ne gazione di quelle; poi scambia le pa role nuove per cosevere, e queste con MONDO sidera come esistenti, mentre quelle che esistono nega. Mondo. Quali fossero le opinioni degli antichi sulla eternitàdel mondo si può vedere in questo Dizionario all'art. CREAZIONE. Il maggior numero dei fi losofi pagani credette che la materia fosse eterna; e tuttavia parecchi fra essi negando l'intervento della divinità 79 role: Platone rigetto mai sempre l'in finità dei mondi, e dubito del numero di essi determinato e preciso. Concedendo che poteva ben esistere, come volevano alcuni, cinque mondi in ciascun elemen to, egli s'attenne però ad un solo. Un altro filosofo diceva che il numero dei mondi non era infinito, nè che ve n'era un solo o cinque, ma cento ottantatrè nella produzione della sostanza, ammi sero però che un ente divino avesse atteso a dar forma acotale materia e terna secondo le attuali disposizioni del mondo. Prima d'allora, credeva Anassagora, tutto eraconfusione, ma lo spiritovenne ed ogni cosa fu ordinata (Laerz. lib. Il, Sez, VI). Questa opinione è pienamente con forme a quella della Bibbia, dove si legge che nel principio era il caos, dal quale Iddio formò (non cred,secondo il testooriginale) il cieloe la terra. Perchè fin Platone ammetteva che Iddio ave va, non creata, ma ordinata la materia tal quale noi la vediamo ( Laerz. lib. III seg. LXX): e gli stoici, ei plato nici professavano tutti eguale opinione. Anzi, Platone e parecchi altri andaro no ancora più oltre, e attribuirono al mondo un' anima, distinguendo con ciò il principio motore dalla materia mos sa, e raffigurandosi il mondo quale un immenso animale dotato di un princi pio individuo e di una vita propria. Per i teologi, scriveva Macrobio, Jupiter è l'anima del mondo; donde il detto di Virgilio: Muse, cominciamo da Jupiter poichè ogni cosa è piena di lui ( Virg. Sogno di Scipione). Lo spirito a limenta la vita e l'anima sparsa nelle vaste membra del mondo ne agita la massa, e forma così un solo immenso corpo (Saturn.) La teoria della pluralità dei mondi che alcuni credono affatto moderna, già aveva trovato un eco fragli antichi, e molti dei filosofi greci l'hanno ammessa. Plutarco nel suo libro degli Oracoli mette in boccaaCleombroto questepa i quali erano regolati in forma di trian golo, ciascun lato del quale conteneva 60 mondi e che altri tre mondi erano aciascun angolo ». I Talmudisti cre devano che Dio avesse creati diciotto mondi, e Maometto nel principio del l'Alcorano invoca il Signore dei mondi. Quanto all'età del mondo sul quale viviamo, le teologie ci hanno dati dei numeri molto singolari e così diversi danon sapersi proprio a quale aggiu star fede. Anche la Bibbia presen ta tre età differenti nell'antico Te stamento. Infatti, coll'anno 1876 ilmon do conterebbe: Secondo le versione dei settanta, anni 7345 Secondo il testo samaritano > 6180 > 5879 Secondo la vulgata La teologia indiana ci offre dei cal coli assai diversi. Secondo il Riga-Veda il mondo deve durare 12,000 anni, ma un' altra versione fa durare il giorno di Brama corrispondente a quello del mondo 4,320,000 anni, divisi in quat tro età, l'ultima della quale, quella in cui viviamo, dura da oltre 432,000 an ni, e dovrà finire quando l'ultimo quar to di virtù, che ancora esiste sulla ter ra, sarà finito. Il cristianesimo fa correre più ra pidamente il mondo allasua fine. Gesú aveva promessodivenire nella gloria del padre suo, co' suoi angeli a giudicare i vivi ed i morti. E que' mille anni fu rono variamente valutati, finchè verso la metà del decimosecolo,Bernardo da Turingia, predicò che la finale catastrofe sarebbe avvenuta al cominciare dell'an no 1000. E i ricchi donativi fatti alla Pochi anni dopo, nel 1198, si sparse di nuovo la voce della prossima fine del mondo, non già col mezzo dei fe nonemi celesti, ma per la nascita del l'Anticristo in Babilonia alla quale do vera seguire la distruzione del genere umano. Nel principio del secolo decimo quarto, l'alchimista Arnaldo da Villano, annunciò l'avvenimento per l'anno 1335; e nel suo trattato De sigillis applicò l'influenza degli astri all' alchimia, e sponendo tutte le formole misteriose che dovevano essere atte a scongiurare i demoni. San Vincenzo Ferreri, da fa moso predicatore spagnuolo quale egli era, fissò al mondo tanti anni di esi chiesa in quel torno di tempo, e i te stamenti fatti colla formola appropi quante fine mundi, provano il grande impegno che mettevano i ricchi per ri conciliarsi con Dio, e per presentarsi con qualche merito al di lui giudizio. strutta in quell'anno stesso. Sul qual stenza, quanti sono i versetti che si contano nel Salterio, cioè 2537. Il secolodecimosesto produsse il mag gior numero di predizioni su la diştru zione del genere umano. Nel 1584 il famoso astrologo Leo vizio predisse che la terra sarebbé di Ma passò l'anno mille senzacataclismi, ela fine del mondo fu rimessa all' an no 1033, perciochè fu detto allora che i mille anni non dovevano contarsi dal l'anno primo dell' era volgare, ma da quello della morte del Salvatore, che aveva incatenato > ricchiti a buon mercato. La disdetta toccata aqueste profezie, non sgomen tò il loro autore, chè anzi lo Stoffler, insieme al famoso Regiomontano, pre disse di nuovo la fine del mondo per l'anno 1588, senza che il mondo mo strasse di darsi alcunpensierodi quella | recchie, così riassunte da E. Diamilla predizione. Ma lasciamo queste sciocche predi zioni, tristi avanzi dei tempi d'ignoran za, e vediamo ciò che nel campo della scienza può, in via d'ipotesi, logicamente argomentarsi sul fine ultimo del nostro mondo. Le ipotesi finora fatte sono pa Però una stella sconosciuta erasi accesa improvvisamente nel 1572 nella costellazione di Cassiope, sfolgorante di tanta luce da rendersi visibile in pien meriggio. E gli astrologhi divulgarono essere dessa la famosa Stella dei Magi, ritornata ad annunciare l'ultima venuta di Cristo, che non si lasciò vedere. Nuove predizioni sulla fine del mon dofurono fatte nei secoli XVII e XVIII, e, ciò che non parrà credibile, anche nel secolo nostro le predizioni conti nuarono. Ènota all'universale la predizione di Salmard Montfort pubblicata nel 1826, laquale concedeva alla terra soli dieci anni di esistenza. La signora di Krüdner; la donna mistica della Santa alleanza, l' amica dell' imperatore Alessandro, profetizzò laruina del nostro pianeta pel giorno 13 gennaio 1819; e sette anni dopo Sal mard Montfort prediceva la distruzione della terra per l'anno 1836. Nel 1840, un prete francese, Pierre Louis, dedicò a Gregorio XVI un com mentario dell' Apocalisse, che stabiliva la fine dei secoli per l'anno 1900. E la ragione era questa: Muller. Buffon aveva calcolato che la terra per raffreddarsi e ridursi alla sua tem peratura attuale, aveva dovuto impie gare 74,831 anni, e che l'umanitá po trebbe vivere ancora 93,291 anni prima che la temperatura della superficie ter restre si rendesse tanto freddadaestin guere la vita. Ma quando si conobbe che il calorico interno del globo non ha nessuna influenza alla superficie, e che la vita terrestre dipende esclusiva mente dal sole, il calcolo di Buffon fu trascurato. Una seconda ipotesi, fondata eziandio sul raffreddamento della terra, suppone che quando la sua temperatura sarà divenuta eguale a quelladel ghiaccio, il suolo si spaccherà come quello della luna, e l'ultimo avanzo d'aria e d'acс qua si fisserà in quelle caverne, ove gli uomini potranno trovare un rifugio, fin chè l'aria e l'acquanonsiperderanno in modo definitivo. Ma poichè la terra èquarantanove volte più grossa della luna, dovrà vivere 49 volte di più. Un' altra ipotesi, la più antica fra tutte, è quella che prevede la fine del mondocolfuoco. Questa teoria risale ai tempi di Zoroastro, degli Ebrei, e dei padri della Chiesa. La superficie del nessuna delle quali ha ottenuta l'universalità. MONTESQUIEU nella calma delle passioni egli potè con servare quella moderazione nei desideri Famaraviglia che opinioni si poco ortodosse abbiano potuto stamparsi e diffondersi in un secolo in cui la tor- | che rendono la vita piacevole a se, e tura e l'inquisizione erano le forme or dinarie del procedimento giudiziario ; manondimentichiamo che Montaigne, come disse Rousseau, dormiva fra due guanciali: quello del dubbio da una parte, e dall'altra quello del domma che riposa sopra l' autorità infallibile della Chiesa. agli altri gioconda. Nel 1721 egli mandò alle stampe sotto il segreto dell'anonimo le Lettere Persiane, romanzo che a' suoi tempi ottenne grandissima voga, e me ritò molta rinomanza al suo autore. Parlando di queste lettere, il celebre d' Alembert scriveva: « La pittura dei costumi orientali, reali o supposti che siano, non è che la minima parte di questo scritto. Per così dire, l' Oriente non è altro che il pretestoperfare una sottilissima satira dei costumi nostri. » E in realtà, per quei tempi, le lettere persiane potevano parere arditissime, inquantochè Montesquieu chiaramente scriveva che il papa è unvecchio idolo Montano Eretico nato in Ardban nella Frigia. Con le convulsioni e i con torcimenti soliti nei profeti, pretese di essere inviato da Gesù Cristo per puri ficare i costumi e riformare la morale. Negava la potestà della Chiesa nell'as solvere i grandi delitti; voleva che, non una, ma tre quaresime si osservassero con digiuni straordinari e due settimane | che s'incensa perabitudine (lettera 29); di Xerofagia, nelle quali sidoveva aste nersi, oltre dallecarni, da ogni cosa che avesse succo; le seconde nozzeconsiderò siccome adultere ; e il sottrarsi alla per secuzione dichiarò delitto. Due donne, Priscilla e Massimilla, lo seguirono e profetarono con lui. O maligni o matti ch'essi fossero, non mancarono però di seguaci ; aCostantinopoli stabilirono una setta, e si spinsero fin nell'Affrica, ove acquistarono al loro partito uno dei più famosi padri della Chiesa, Tertulliano. Se tutti praticassero le austerità imposte da Montano è lecito dubitare: tutti lo avevano in grande venerazione, lo cre devano inspirato dalParacleto e perciò dicevano che le sentenze di lui supe ravano in sapienza le stesse massime che allorquando Iddio mise Adamo nel paradiso terrestre col divieto di man giare un certo frutto, gli impose un precetto che era assurdo per un essere che conosceva la futura determinazione delle anime (lettera 59); eche il papa al postutto è un mago ilquale vuol far credere che tre nonsonoche uno, e che il pane non è pane. » Fu in grazia di questo libro che la elezione di Monte squieu all'Accademia francese fu viva mente combattuta dal cardinale Fleury, il quale in nome del renon vi consenti infine senza molte sollecitazioni. Dopo unlungo viaggio nei varipaesi d'Europa, tornato inFranciasi accinse ascrivere lo Spirito delle leggi, libro profondo di di Gesù. Montesquieu ( Carlo di Secon dat barone di) Nacque a Bordeaux nel l'anno 1689 da ricca e nobile famiglia, Nel 1716 fu nominato presidente per scienza e pregevolissimoper le congni zioni storiche, sebbene non tutti i principi propugnati possanodirsi egualmenteveri. Egli vi riconosce le leggi di Dio e quelle della natura, e confutando Hob bes pretende che i selvaggi, anzichè petuo delparlamento di Bordeaux e poi | combattersi, si uniscono in prima per eletto membro dell'Accademia poco pri ma fondata in quella città. Per suapro pria confessione, Montesquieu fu uno degli uomini più felici che mai siano e sistiti: nè invidia, nè gelosia vennero mai a tormentare la sua ambizione, e adempiere alla legge naturale della so ciabilità. Ma avrebbe detto più giusta mente che i selvaggi si uniscono e si combattono al tempo stesso, poichè quest'unione ha per movente il solo in teresse momentaneo e si risolve in aperta guerra tosto che cessa questo intero in ogni parte del corpo, poichè interesse (v. MORALE). In fatto di reli- cid varrebbe adire che la parte è e gione lo Spirito delle leggi, pubblicato | guale al tutto; pure occorreva aMorus da Montesquieu in età avanzata assai, non è tale che possa far credere che l'autore avesse modificate notevolmente le sue idee. Crede che il cristianesimo di stabilire che lo spirito esisteva in qualche luogo, e per ciò fare invento due estensioni, l'una materiale ed este riore, l'altra spirituale, interiore; la pri ma, come direbbe Kant, estensiva, la seconda intensiva. Create le parole, non sia religione adatta all'Asia, e di sapprova lo zelo dei missionari che vanno predicando lafede nell'Oriente, e nella Cina per costringere i popoli a cambiare lareligione. Combattendo l'in tolleranza del suo tempo, egli scriveva questa massima memorabile, la quale | speculativi di credere che le parole da parve aMore di aver creata la cosa, e poichè le parole eran diverse, credette anche che diverso dovesse esserne il significato, poichè è abito de' filosofi fu una delle accuse che la facoltà di teologia mosse contro al suo libro: Con viene onorar Dio e non vendicarlo mai. Nonostante queste disposizioni della sua mente, dicesi che Montesquieu sia morto riconciliato colla Chiesa. Tanto almeno affermò il padre Routh, gesuita, in una lettera al nunzio del papa a Parigi, nella quale afferma che l'incredulo si è a lui confessato abiurando tutti i suoi errori. Ma di queste ed altre abiura zioni è sempre lecito dubitare, non a vendo esse altrotestimonio che la troppo interessata coscienza dei signori con fessori. More (Enrico) in latino Morus. Nacque a Gutham nel Lincolnshire il 12 ottobre 1614 efu unodei propugna tori della scuola platonica in Inghilter ra. Ammetteva che la ragione potesse introdursi anche nella teologia, poichè, aparer suo, nulla vi era nel cristiane simo, chele fosse contrario. Combat teva l'entusiasmo delle turbe, conside randolo giustamente come una malattia contagiosa, mentre d'altro canto am metteva come cose vere tutti i racconti popolari che potessero provare l' esi stenza di un mondo spirituale. Bello è vedere in qual modo egli stabilisca l'e sistenza dello spirito entro il corpo, in tutte le parti del quale diceva che non si può credere che lo spirito sia dif fuso, senza ammettere che come il corpo risulti composto di parti. Nem meno si può credere che lo spirito sia essi inventate esprimano veramente le cose come sono. Moro (Tommaso) Nacque aLondra nel 1480, studio all'università d' Oxford e fu presto elevato alla dignità di Gran Cancelliere da Enrico VIII, carica nella quale durò due annisoltanto,dopo iquali si ritirò in una sua villa e Chelsea. Ma sopraggiunta la rivoluzione religiosa in seguito all' affare del divorzio, rifiuto di giurare per la supremazia religiosa del príncipe, che sottraevasi così alla Corte di Roma, fu rinchiuso nella Tor re e il 6 luglio 1535, persistendo nelle sue convinzioni cattoliche, fu mandato al patibolo. È strano che un uomo di convin zioni così fermamente cattoliche abbia scritta ' Utopia; ma ricordiamo che questo libro, fatto nella sua gioventú, comparve nel 1516 aLovanio in latino, col titolo: Del migliore degli stati pos sibili, e dell'isola d'Utopia nuovamente scoperta (De optimo reipublicæ statu, deque nova insula Utopia). In questo libro che fu tradotto in tutte le lingue d'Europa, Moro descrive un'isola imagi naria, nella quale la comunità dei beni coesiste col matrimonio e colla famiglia. Il principe è eletto avita; il divorzio con cesso solo neicasi di adulterio; le città hanno ciascuna una religione di propria scielta, e la tolleranza è generale. Il governo d'Utopia riposa su queste tre basi: assoluta divisione dei beni edei mali fra i cittadini amore fermo e MORALE 91 universale della pace- disprezzo del- | riti sono cost differenti e d'altronde le l'oro e dell'argento. Ho vergogna di ceva Moro, di non poter dire con pre cisione in qual mare sia situata l'isola di cui parlo ». E Budée scri veva: Aforza d'informazioni, ho scoperto che l'Utopia è situata al di là dei li miti del mondo conosciuto ». Morale. Lamorale è ilfondamento dell'etica. Essa è la regola dei costumi e per essa si stabilisce l'ordine mediante il quale gli uomini viventi in società sono condotti a godere, senza contrasti religioni stesse cost ben st accordano nel condannarsi vicendevolmente, che non si ha bisogno inquesto caso,d'altra testi monianza che di quella che esse mede sime spontaneamente ci forniscono le une contro le altre. Ma anche trala sciando la parte cerimoniale, eoccupan doci di quelle sole massime le quali sono date come regola dei costumi, le contrarietà che si notano fra i vari co mandamenti ofraessie le prescrizioni del laciviltànostra, sono tali e tante, damet morale, in un gran brutto impiccio. Po e senza lotte, la maggior felicità possiter l'uomo che va intracciadi una sana bile. Determinare i doveri ed i diritti, acciocchè gli atti nocivi agli individui o alla società siano impediti, eincorag giati invece quelli che ridondano a van taggio dell' umano consorzio, è dunque ufficio della morale. Sotto questo rap porto si può dire che la morale di un chi esempi basteranno aconvincerci. Prendasi il Codice di Manou, se non il più antico, certo uno de' più antichi codici sacriche siconoscono. Ivi si legge popolo è la più esattamisura della sua civiltá. Intorno aquesti principii che sem brano tanto ovvii, non tutti però si ac cordano; e perdurano ancoracerte scuole filosofiche le quali si ostinano a dare alla morale ben altro fondamento. II maggior numero si accorda ancora con la teologia, e ammette tra la religione 1 che il bramano venendo al mondo è collocato innanzi a tutti sopra la terra, sovrano signore di tutti gli esseri..... Tutto quanto il mondo racchiude è, in certaguisa, sua proprietà. » (Lib. 1. versetti 99-100). Questo santo uomo ha tutti i diritti ed assai pochi doveri, fuori di quelli religiosi. 11 Kchatrya lo difen de, il Vaicya lavora per lui. Se la sua donna gli è infedelé, il re la faccia di vorare dai cani sopra una piazza pub blica assai frequentata. (Lib. VIII, ver setto 37) Egli condanni l'adultera ed il suo complice ad essere bruciati sopra un letto di ferro arroventato (L ib. VIII verso 372) In ricambio convien essere pieni d' indulgenza per le sue piccole imperfezioni, dappoichè per essere bra ela morale una così intima unione, da non permettere che questa si separi da quella senza distruggerla; epperò le a zioni degli uomini vuole che siano o non siano morali in quanto si confor mano aiprecetti religiosi. Hanno costoro lapretesa, comune del resto a tutti gli altri, che la morale è unica ed univer- | mani non si cessadi esseruomini. « Se sale, propria, cioè, di tutti gli uomini e di tutti i tempi, e non si accorgono che così affermando pronunciano lapro pria condanna. Imperocché i principii morali d'ogni religione son cosi diversi fra di loro, e bene spesso così opposti, che il volerli conciliare insieme è im presa, nonchè da tentarsi, neppur da (Lib. XI vers. 130 o 131). Conmaggior ragione ilbramano ha il diritto di obbligare il soudra, « che > (Lib. VIII vers. 13). Se meglio gli ag grada può derubarlo con tutta pace di coscienza, così dice il codice (Lib. VIII verso 417). Che se il Soudra, que sto essere infame, prodotto dalla parte inferiore di Brama,ha poi l'audacia di dare dei consigli al bramano, un terri bile castigo gli è riservato. « Il re gli faccia versare dell' olio bollente nella bocca e nelle orecchie. (Lib. VIII. verso 299). Se egli ha l' audacia di prendere costituire agli occhi di Manou lagra vezza del delitto e che solo espone alla punizione. « Il Dawdja, dice il codice, posto allato ai gloriosi bramani, deve > (Ecclesiaste) Il divieto di colpire il figlio per lecolpe del padre. (Deut, XXIV, 16) è degno di nota; ma è però singolare che lo stesso Pentateuco in altri passi contra sti il merito di questa disposizione le gislativa, rappresentando la divinità co me disposta acolpire l'iniquitàdei padri sui figli sino alla decima generazione, e imponga una pena,allora infamante, ai bastardi. (Deut.) Fragli altri popoli dell' antichitànon sarebbe difficile trovare esempi nume rosi di morale depravata, secondo le nostre idee. Di eid che pensassero gli antichi intorno alla continenza e alla lussuria si è lungamente discorso in questo Dizionario all' articolo AMORE, dove si vedranno donne offerenti nel dei, ed uomini deliranti, che si re cidono le parti genitaliperguadagnarsi il paradiso. Di sacrifici umani per pla care la collera degli Dei son piene le cronache antiche, e non si può affer mare con sicurezza che ancor non si rinnovino tuttodi in qualche lontana parte della terra. Per lo meno, il signor de Varigny ci assicura che nelle isole Sandwich lamemoriadi queste ecatom be di vittime umane immolate sull'altare degli Dei, è viva ancora nelle tradi zioni di quei popoli, fortunatamente or mai incamminate sulla via della civiltà (Viaggio alle isole Sandwich) Tali sono i risultati della universa lità della morale religiosa. Ma vi è una certa classe di filosofi, i quali non vo lendo assumere la responsabilità delle contraddizioni teologiche, e riconoscendo che una separazione tra i dommi reli giosi ed i morali è necessaria, respin gono l'appoggio che spontaneamente offre a loro la Chiesa, e fondano ad drittura l'ordine morale o sopra Dio, come facevavano i deisti del secolo pas sato, o sopra certi principii metafisici nei quali l' oscurità è un carattere pre dominante. Gli uni e gli altri press' a poco ragionano all' istensamaniera, poi chè suppongono che, non già nella re ligione, ma nella stessa natura umana siano i caratteri ingeniti, indelebili della morale. Se non che i primi ammettono che questo carattere, o questa intuizio nemorale, sianostati impressı da Dio al l'uomo siccome facoltà innata; gli al tri l'origine non curano e, come fa cevano gli scrittori della Morale Indi pendente, si occupano del fatto che tro vano, senza cercare, del come sia av venuto. « La nozione del dovere, dice De Gerando, è una nozione semplice, primitiva, che non può definirsi, colla decomposizione in altri elementi, ma si affaccia alla riflessione quando interroga i fatti intimi della coscienza. La legge morale è obbligatoriaper se stes sa, è riconosciuta e applicata dalla ra T 96 MORALE gione; e riscontra nella coscienza una facoltà, un senso speciale, che può, a buon diritto, essere chiamato il senso morale». In tal manieracome giàBaum garten ebbe l' infelice idea di trovare un senso speciale per l' estetica, De Gerando ne trova un' altro per la mo rale. Ma sappiamo oramai quanto val gono questi sensi speciali con cui alcu ni filosofi troppo corrivi sogliono in realtà occultare le loro nebulose teorie, non possibili a concepirsi coi sensi veri. Confesso che creando sensi nuovi, facile fondamento si dà a qualsivoglia teoria, per strana ch' ella sia; ma il vantaggio èdi poco momento, poichè la vera dif immagin AC ficoltà non consiste nel creare cotesti sensi, ma sì nel provare che essi esisto no veramente. Ma quando coi cinque sensi che possediomo, e che la fisiolo logia solo riconosce; quando colle no stre passioni possiamo spiegare i feno meni che sembrano più ribelli agli ar gomenti della scuola spiritualistica, non vedo proprio qual necessità ci siadi in ventare o di supporre nuovi sensi o nuove facoltà, che sempre mancano di banditi delle caverne e fra le associa zioni dei più grandi scellerati; dimodo chè coloro che sembrano avere rinun ciato ad ogni carattere d'uomo, sono fedeli gli uni agli altri e osservano fra loro le regole della giustizia. lo am metto che i banditi usino così fra di loro, ma nego che ciò avvenga incon siderazione delle regole di giustizia e pei principii innati che sono impressi nella loro anima. Essi osservano que sti principii soltanto come una regola di convenienza assolutamente necessa ria per conservare la loro associazione. La giustizia e la verità sono i vincoli necessari d'ogni associazione d' uomini, ed è per questo che i banditi e i ladri sono obbligati di osservare la fedeltà, e qualche regola di giustizia fra di loro; senza di che essi nonpotrebbero vivere insieme. Si dirà forse che la con dotta dei briganti é contraria alle loro cognizioni, e che essi approvano tacita mente nella loro anima, ciò che smen tiscono colle azioni. Rispondo prima mente che ho sempre credutochenonsi potesse meglioconoscereil pensiero degli dimostrazione. Or, De Gerando non si è curato di ciò cha prima di lui con tanta evidenza aveva detto la scuola sensualistica. Im perocchè Locke avesse già discussa e sciolta quest'ardua questione. Ecco cosa scriveva il filosofo inglese. Per sape re se vi sia qualche principio dimorale nel quale tutti gli uomini convengono, io mi richiamo a tutti coloro ch'hanno qualche conoscenza della storia del ge nere umano, e che hanno, percosì dire, perduto di vistailcampaniledel lorovil laggio.Mi dicanoessi ove si trovi questa verità pratica che sia universalmente riconosciuta, come dovrebbe essere se fosse innata? (e sarebbe innata se un senso speciale fosse stato dato all'uomo per percepirla). La giustizia e l'osser vanza dei contratti par che siail punto sul quale gli uomini si accordano per dare il loro consenso. É un principio, per quanto si dice, accolto perfino dai uomini che dalle loro azioni. Se la natura si è data la pena di imprimere nell'anima nostra dei principii pratici, certo dev'essere stato affinchè essi siano messi in opera; e per conseguenza de vono produrre delle azioni conformi, e non già un semplice consenso che li faccia ricevere siccome veri. Confesso che la natura ha dato a noi tutti il desiderio di esser felici e una grande avversione per la miseria. Son questi dei principii pratici veramente innati, i quali secondo la destinazione di ogni principio pratico, hanno una continua influenza sulle nostre azioni. .. L'os servanza dei contratti è certamenteuno dei più incontestabili principii di mo rale. Ma se voi domandate a un cri stiano che crede alle ricompense e alle pene future, per qual ragione devesi tenere laparola, vi risponderà: Perchè Dio, arbitro supremo della felicità e della infelicità eterna, ce lo comanda. MORALE Un discepolo di Hobbes dirà: che il pubblico vuole che così si faccia, e che Leviathan punirà i trasgressori. Infine un filosofo pagano avrebbe risposto che il violare lapromessa è cosadisonesta, indegna dell'eccellenza dell'uomo, econ traria alla virtù, la quale inalza la 97 se ne troveràuno solo il quale abbia sufficiente forza per sopportare il bia simo e il disprezzo continuo della so cietà in cui vive. «Si dirà forse che poichè la co scienza ci rimprovera l'infrazione delle regole morali, devesi inferirne che noi natura umana al più alto grado diper fezione possibile. Da questi differenti principii deriva naturalmente lagrande diversità d'opinioni che siincontrano fra gli uomini intorno a certe regole di morale, secondo le differenti specie di felicità a cui tendono. Oltre le leg gi religiose e civili, v'è ancora lalegge di opinione o di riputazione, che ci fa essere morali. È chiaro che i nomi di virtù e di vizio considerati nelle loro applicazioni particolari sono costante mente attribuiti a tali o tali altre a zioni, che in ciascun paese e in ogni società sono reputate onorevoli o ver gognose. Or chiunque si immagina che l'approvazione e il biasimo non siano dei motivi sufficienti per obbligare gli uomini a conformarsi alle opinioni e alle massime di coloro fra i quali vi vono,non parrebbe molto instruitonella storia del genere umano, la maggior parte del quale si governa principal mente, colle leggi della pubblica co stumanza. D'onde risulta che essi pen sano sopra ogni cosa a conservare la stima di coloro che frequentano, senza darsi molta pena per le leggi di Dio o per quelle dei magistrati. Alle pene che sono attribuite all'infrazione delle leggi di Dio, alcuni, e forse il maggior numero, non pensano seriamente; efra coloro che vi pensano, molti sperano di mano inmano che violano queste leggi, che un giorno si riconcilieranno | col loro autore! E quanto alle pene in- | flitte dallo Stato, sperano sempre nel l'impunità. Ma non vi è uomo il quale violando le consuetudini e le opinioni di coloro che frequenta, ed ai quali vuol rendersi accetto, possa evitare la penadella loro censura e del loro dis degno. Sopradieci mila uomini, non ne riconosciamo la giustizia e l'obbligazione. Rispondo che queste regole ci sono insegnate dall'educazione, dalla compagnia che frequentiamo e dai co stumi del paese: e una volta stabilita la persuasione della morale, lacoscien zanon diventa altro che l'opinione che noi abbiamo della rettitudine morale e della perversità delle nostre azioni, secondo i principii appresi. Or se la coscienza fosse una prova dell'esistenza di principii innati, questi principii po trebbero essere opposti gli uni aglial tri, poichè certe persone fanno per principio di coscienza, ciò che altre e vitano di fare per lo stesso motivo. «Si trovano nella Mingrelia, scri veva Charpin citato da Buffon (Op. T. 10 р. 399), delle femmine bellissime, che hanno un'aria maestosa e il porta mento ammirabile, e che spirano dagli occhi una dolcezza che innamora. Por tano un abito simile a quello dellePer siane, sono civili e affettuose, ma per fidissime, e non vi è ribalderia di cui non facciano uso per farsidegli amanti, per conservarli o perderli. Gli uomini hanno similmente molte cattive qualità. Vengono educati al ladrocinio, e in MORALE 99 questo esercizio fanno consistere il loro | favore d'essere sepolti vivi, i figli più impiego, il loro piacere e la loro glo ria. Raccontano con estrema soddisfa zione i loro furti, e vengono perciò lo dati universalmente. L'assassinio, il fur to, la menzogna sono per essi azioni assai belle. Il concubinato, la bigamia, e l'incesto vengono considerati come abitudini virtuose. Gli uni rapiscono le mogli degli altri, prendono senza scru polo la zia, la nipote, e la zia della propria moglie; sposano due o tre don ne in una sola volta, e mantengono quante concubine vogliono. Imariti mo strano pochissima gelosia per le loro mogli; e quando le trovano sul fatto con qualche galante, hanno diritto di obbligarlo a pagare un porco; e nonsi pigliano d'ordinario altra vendetta, e mangiano fra loro tre l'animale. Pre tendonoche siaun costume assai buono elodevolissimo quello di avere molte femmine e concubine, mentre per tal modo si procreano molti figliuoli, che si vendono a denaro contante, o si cam biano con vestimenti e viveri. > L'abbandono dei malati, quello dei parenti troppo vecchi od infermi, è una regoladella maggior partedei selvaggi. Gli Esquimesi si prendono la cura di costruire una tana di ghiaccio nella quale li richiudono ancor viventi; ma i Neo-Caledoni non si danno poi tanta fatica. Scavare unafossa e gettarvi den tro ancor vivi i genitori decrepiti, od i malati tediosi, è un procedere più spe dito e che la morale neo-caledone non condanna. Il paziente d' altronde trova questo trattamento affatto naturale; tal volta anche si prende la briga di sca vare da se stesso la sua fossa, e solo domanda ai suoi parenti il lieve servi zio di un colpo di mazza. (De Rochas Nouvelle Caledonie.) AViti (Lubbock- Les Sauvages modernes d'apres Williams et le capi taine Wilkes ) se accade che i vecchi genitori, sia per dimenticanza, sia per un amore smoderato ed inconveniente della vita, ritardino un po' troppo il o meno dolcemente insinuano loro come sia veramente tempo di farla finita; dopo di che il seppellimento si compie alla piena luce del sole, non senza so lenizzare lacerimoniaconunbanchetto, al quale sono convitati i membri della famiglia ed i genitori stessi. I mede simi Vitiani, allorquando muore un personaggio di qualche importanza, han no l'abitudine di seppellire con lui le sue donne predilette e qualche schiava, che hanno però la cura di sgozzare. Ghiotti oltre ogni diredellacarne umana, questi isolani ingrassano gli schiavi per mangiarli. Talvolta li arrostiscono vivi per divorarli tosto; tal altra aspettano agustare il cadavere fin che abbia rag giunto un certo grado di putrefazione. A Viti ogni pasto officiale deve avere un piatto d'uomo nella sualista, e mol to disdirebbe se ciò non fosse. Tenero come l'uomo morto, è il più grande elogio che si possa fare d'una vivanda qualunque; e perciò la carne umana ha un nome significativo: puabba balava, ossia lungo porco. OgniVitiano chesia ben allevato, fino dalla sua infanzia ha appreso abasto nare la madre sua, e la sua maggiore ambizione è d' arrivare fino ad essere un grande assassino, ad acquistare, per esempio, la meritata considerazione di cui godeva Ra Undre-Undre capo dei Raki-Raki, che potevagloriarsi di aver mangiate novecento persone da solo, senza permettere a chi si fosse di pren dere la sua parte. I Vitiani d' altronde sono intelligenti, assai cerimoniosi, indu striosi e d'una squisita politezza. Nella NuovaCaledonia troviamo dei gusti e dei costumi analoghi. I quaranta o cinquanta mila individui che abitano questa fertile isola, trascorrono la loro vita nello scannarsi reciprocamente, so vente, senza altro motivo che il deside rio d'aggiungere un pezzo d'uomo agli ignami ed alle radici che costituisco no il loro abituale nutrimento. Di so lito è una tribù vicina che fornisce 100 MORALE il miglior piatto delbanchetto, ma tut tavolta non è raro di vedere un capo invitare gli amici a mangiare qualche duno de'suoi servi. All' infuori del pa ziente, tutti trovano che è questa una pratica assai semplice,legittima, ed an che gloriosa per il principe. Un capo della tribù di Heinguène chiamato Bou rano messi a morte dai loro genitori. Bougainville nel suo Viaggio intorno al mondo, così parla della sua perma nenza all'isola di Taiti. Ogni giorno, > Acciajo > Piombo> 12 Carta 13 Cartone> 14 14 Crine 15 Vermiglio Paglia 16 15 Biondo . ecc . Bronzo . > Nove Dieci 11 Fante 12 Dama Re . ecc Leone 12 Anna . ecc PAESI OGGETTI Italia Alfonso Fazzoletto Spagna Temperino Svizzera Camillo Inghilterra Francia Berta Moneta Elisa Ciondolo Ventaglio Alberto Occhiali Anello Adriana Chiave 11 Suggello Catena . ecc Germania Prussia Russia Turchia Belgio . ecc MAGNETISMO ecc ecc 136 MAGNETISMO ANIMALE Per meglio intendere la cosa, fac ciamo un breve esperimento. Noi siamo in una brigata di parecchie per sone delle quali conosciamo perfetta-- mente il nome, ed a cui abbiamo già fatto riferire un numero per distinguer le. Dopo brevi passi magnetici, la no stra sonnambola sbadiglia alcun poco, socchiude gli occhi e ci fa la grazia di addormentarsi. In questo esperimento si può bendare gli occhi alla sonnam bola, sebbene d' ordinario i magnetiz zatori non si prendano questa briga. Ma essi agiscono con una chiave più complicata, anche con segni non vocali, come più innanzi vedremo, e la son nambola ha allora bisogno degli occhi. Dopo aver reclamato dall' adunanza il silenzio e la fede, perchè non sia stur bata l'efficaciadel fluido, incominciamo l'azione. D. Vi sentite in istato di completa lucidità? R. Mi pare di poter soddisfare al vostro desiderio, tuttochè mi senta abdiglia alcun poco, socchiude gli occhi e ci fa la grazia di addormentarsi. In questo esperimento si può bendare gli occhi alla sonnam bola, sebbene d' ordinario i magnetiz zatori non si prendano questa briga. Ma essi agiscono con una chiave più complicata, anche con segni non vocali, come più innanzi vedremo, e la son nambola ha allora bisogno degli occhi. Dopo aver reclamato dall' adunanza il silenzio e la fede, perchè non sia stur bata l'efficaciadel fluido, incominciamo l'azione. D. Vi sentite in istato di completa lucidità? R. Mi pare di poter soddisfare al vostro desiderio, tuttochè mi senta abbattuta. Vi prego perciò di non affati carmi troppo. D. Terrò conto della vostra racco mandazione. Intanto VEDIAMO se sapreste dirmi il colore di questo oggetto ? R. È bianco. D. GUARDATE qual' è la sua forma. R. Quadrata. R. Elisa. D. ORA ditemi qual mano vi ha mo strato R. La sinistra. D. GUARDATE quante dita ella alza. R. Quattro. D. E ADESSO quante ? R. Soltanto due. D. VEDIAMO che forma ha l' oggetto che tiene in mano Camillo. R. Rotondo. D. POTRESTE voi dirmi che cosa sia? R. Una moneta. D. INDICATENE il metallo. R. D' argento. D GUARDATE bene in qual paese fu coniata. R. In Inghilterra. D. POTRESTE dirmi a qualmano Elisa ha posto l' anello che poc' anzi vi ha mostrato? R. Alla sinistra. D. VEDETE a qual dito. R. Al pollice. D. ADESSO ditemi a qual falangedel pollice. R. Alla seconda. D. DESIGNATE la persona che mi ha dato un libro. R.Alberto. D. VEDIAMO- ORA- PER FAVORE a qual pagina io apro il libro. R. Alla pagina 190. D. GUARDATE-ADESSO quest' altra pa D. ORA ditemi quale oggetto ha in gina. mano Camillo. R. Un anello. R. Ad Elisa. R. É la pagina 42. D. Vi sentite abbastanza lucida per D. INDICATE a chi appartiene l'anello. leggere? R. Ohimè! vi ho già detto ch' era D. PROCURATE di sapermidire a chi abbattuta. Di grazia, non vogliate dun Camillo lo ha consegnato. R. A Giorgetta. D. ADESSO ditemi con qual mano Giorgetta lo ha preso. R. Colla destra. que stancarmi troppo. D. Eppure bisogna che questi si gnori abbiano un saggio della vostra chiaroveggenza ... Lo voglio! R. Concedete almeno che legga una sola lettera per volta D. VEDETE ADESSO di che cosaè l'og getto sul quale essa pone quell'anello ? | questo esperimento mi affatica. ... R. Lo vedo è di carta. D. INDICATE lapersonache vi mostra una delle sue mani. sapete che D. Sia. NOMINATE la prima lettera di questa parola. R. (Dopo alquanto spasimo) è un C. MAGNETISMO ANIMALE D. VEDIAMO la seconda. R. È un A. D. VEDIAMO PROCURATE di dirmi la 137 Unbravo magnetizzatore ha bisogno di comunicare il pensiero senz'uopo di ri petere sempre le domande sopra una terza. R. È unR. chiave troppo limitata e che a lungo andare potrebbe essere avvertita; e D. VEDIAMO ancora, GUARDATE I' ul- prestigiatori Castagnola e Sisti che si tima. R. È un O. D. Benissimo. Tutti possono vedere che qui è scritta la parola Caro. Ma basta per la lettura. Passiamo ad altro esperimento. PROCURATE di dirmi quante carte ho in mano. R. Sette. D. VEDETE chi me ne prende una? R. ÉAlfonso. D. NOMINATE questa carta. R. É il tre. D. BENE. E quale? R. Il tre di picche. D. (agli spettatori). Ora io debbo incaricarono di sbugiardare il magneti smo, produssero con un semplice giuoco di memnotica, fenomeni tali di trasmis sione di pensiero, da rendere attoniti e increduli gli stessi spettatori. Il lato mirabile del giuoco, è quello di indovinare il nome e l'uso e la for madi quei piccoli oggetti chegli spet tatori, d'ordinario, presentano in simili circostanze, e di indovinare sopratutto senza uopo, per parte del magnetizza tore, di dovere ad ogni volta variare la domanda. Al caso si può provvedere in due modi: coi segni, o colla voce; ma me chiamare l' attenzione sopra un esperi- glio ancora con gli uni e con gli altri mento difficile e che non potrebbe rin novarsi spesso senza molto affaticare il soggetto. La mia sonnambola leggerà un numero in cifre ... Chi avrebbe la compiacenza di scriverlo sopra que sta carta? ... la signora Benis simo ( alla sonnambola ) VEDIAMO, PO ... TRESTE- ORA PER FAVORE INDICARE la cifra che la signora ha scritto su questa carta? R.(Dopoqualche sforzo) sono stanca, non lo posso. D. Eppure lo voglio! R. È il numero 15,906. Come ognunvede, il giuoco si riduce aben poca cosa, ad un artificio sem plice, ed è davvero gran motivo di me raviglia che a cose tante dozzinali pre stino ancor fede gran parte degli uo mini. Egli è pur forzaconvincersi, dopo un certo numero di esperimenti, che tutti i fenomeni di magnetismo si ridu cono a questo segreto. Veramente, la tavola memnotica può essere cambiata all'infinito. Quella che io ho dataè, co medissi, elementare, e l'esperimento con essa non potrebbe impunemente ripe tersi senza pericolo d' essere scoperti. insieme. Tutto l'arcano sta sempre nel creare nuovi segni, o vocali o mimici, che sieno abbastanza impercettibili per sfuggire al più attento osservatore, e questi poi non sono tanto difficili a for marsi, come può parere aprimagiunta. Una vocale accentuata, una consonante raddoppiata, un articolo premesso alla domanda, bastano per dare un nuovo numero. Un prestigiatore trasmetteva alla consorte il nome di un oggetto, senza che apparentemente mai cangiasse il genere della domanda. All' altro oggetto!- Tali erano le sole parole che invariabilmente accompagnavano la sua interrogazione. Ma quanti modi e quante forme non ha la voce per pro nunciare una stessa parola? Infatti, per il solo artificio della lingua, voi potete dare a questa semplice domanda dieci diversi significati, rappresentauti le disci cifre, dalla cui combinazione possono nascere tutti i numeri possibili. Ν. Ι. L'altro oggetto Dell' altro oggetto All' altro oggetto O l'altro oggetto «2. «3. «4. 1 MAGNETISMO ANIMALE Ed eccovi già, con unasemplice de clinazione, quasi quattro numeri. Non occorre dire che gli articoli premessi, si pronunciano rapidamente, quasi fossero errori di lingua. Il quintonumero lo si può comporre, per esempio, pronun ciando la rdella parola altro, col suono francese, e per gli altri cinque, neces sari a comporre la decina, si raddoppia la voce e si accentuano le sillabe. Con questo mezzo voi trasmettete una sola cifra, ma la combinazione dellaseconda cifra può farsi con un altro alfabeto tutto mimico. L'essere voltato a destra piuttosto che asinistra, l'alzata dell'una piuttosto che dell'altra mano, son tutti segui che sfuggono all'osservazione de gli spettatori, ma che servono assai bene alla sonnambula. Questa, infatti, ha già studiato amemoria unaspeciale nomen clatura per la quale, al nome di ciascun oggetto corrisponde un numero. E per chè il linguaggio dei segni non riesca di soverchio intralciato per dover ri correre alla composizione di più nume ri, giova assai che i numeri siano di visi in parecchie tavole. Sicchè, il nu mero che, acagiond'esempio,viendato colla voce si intenderà corrispondere, poniamo, alla tavolaA, e quel che vien dato col segno s'intenderà riferirsi al numero speciale di quella tavola, equindi al nomeche aquelposto vi si trova in scritto. Del resto, molti sono i mezzi per comunicare il pensiero, ed è sem pre utile il comporre alfabeti di due o tre sorta, pernon lasciarsi cogliere alla sprovvista. Un magnetizzatore comuni cava il pensiero senza parola e senza gesti: si poneva dietro alla sonnambola ecolle braccia tese le inviavailpotente suo fluido, sbuffando come un-mantice. Chi avrebbe mai sospettato che egli aveva composto un alfabeto sul sem plice modo della sua respirazione? Per chi dunque voglia sinceramente che l'osservatore siadotato diuna certa penetrazione delle cose,diuna provata esperienza e che sopratutto si trovi li bero da quegli impacci sociali,daquelle deferenze, che d' ordinario in una riu nione di persone impediscono di dubi tare di tutto e di tutti, di non accredi tar fede all' altrui parola, di voler ve dere e toccare con mano ogni cosa, di variare l'ordine degli esperimenti e di volerli riprodotti in diverse circostanze. Le arti dei magnetizzatori sonomolte e varie e perciò la regolasicuraper isco prirle deveemergere, asecondadei casi, dalla prontezza ed accortezza dell'osser vatore. Importanotareche ifenomenidel sonno, della catalessi, dell' insensibilità periferica dell' epidermide, del rallenta mento del polso e simili, non debbono mai considerarsi come prove valide nella questione. L'esercizio può produrre una tensione de'nervi superiore all' ordina naria, e la semplice volontà di tendere con forza i muscoli del braccio, può rallentare la circolazione di quel mem bro. Talora anche si ricorre ad un cinto di gomma elastica che circonda il brac cio sotto l'ascella, il quale con un semplice movimento stringe le vene e toglie il libero corso alla circolazione. Io stesso sono riuscito con una gran tensione dei muscoli e rallentando, per quanto è possibile il respiro, a modifi care, se non a sopprimere del tutto, la pulsazione di un braccio. Fra-i fenomeni prodottidai magne tizzatori ve n'è uno che maggiormente impone al pubblico, e che i magnetiz zatori tengono in serbo siccome l'espe rimento più adatto aridurre al silenzio l'incredulità. Sanno tutti che voglio parlare della perforazione del braccio. I magnetizza tori sogliono in codesto caso trapassare il braccio del supposto magnetizzato con un lungo spillo d'oro, senza che il paziente dia pur segno d' avvedersene, e, cosa ammirabile, quand'eglino estrag gono dal foro quello spillo, non una e senza idee preconcette esaminare i così detti fenomeni del magnetismo a nimale, la buona volontà, se ne accer tino pure i lettori, non basta. Bisogna | goccia di sangue escedalla ferita. Il pubblico che d'ordinario non sa come si faccia quell' esperimento, ne resta fortemente impressionato; le si gnore si coprono gli occhi per non ve derlo,e semai vigettanodi sbieco qual che occhiata, ne sono sì commosse, e così leggiadramente atterrite, che guai al malcapitato che in quel momento 139 mentre la gomma tende a distendersi circolarmente intorno alla periferia, l'ago comprime bensì la parte rotonda dek braccio, manon può piegarsi per ab bracciarne tutta lacirconferenza; d'onde quel leggero stiramento della gomma ches'increspa sui puntiestremi d'immer tentasse di disilluderle intorno al ma gnetismo. Comepotranno esse persuadersi che quell' esperimento che riesce sempre, e sempre impone, non è gran fatto dolo roso, come generalmente si crede, eche non occorre poi di essere magnetizzati, nètampoco catalettici per sostenerlode gnamente? Madacchè sono sull'argomento, vo glio pur persuadare i miei lettori, che in tutto cotesto apparato d'insensibilità non vi è cosa alcuna che veramente meriti la loro sorpresa, dacchè il foro non trapassa guari il muscolo del brac cio. Il magnetizzatore prende destre mente tra l'indice e il pollice la pelle dell' avambraccio, latira a sè, in guisa che quel tessuto sommamente elastico corre facilmente dai punti estremi della periferia, al luogo dove ledita lo strin gono, e al tempostesso formando come una piega l' allontanano dal muscolo. Ed èlàdove le dita tengono quel ri piegamento della pelle, il quale non è più grosso di un mezzo centimetro,che il magnetizzatore immerge l'ago da sione e d' emersione. E appunto questo leggero increspamento, che sempre si osserva sulle persone così operate dai magnetizzatori, come purelostudio che questi pongono di volgersi in maniera da non essere veduti dal pubblico nel brevissimo momento in cui fanno de stramente quella operazione, mi con dussero nel convincimento che lo spillo si immerge soltanto nella pelle, corre tra il muscolo e il derma, e se n'esce ancora dalla pelle senza avere offesa alcuna parte sensibile. Cosi spiegata la cosa si capisce subito la ragione per cui da queste ferite, per solito, non e see mai sangue, o una goccia al più. Salvo quei pochi e sottilissimi vasi san guignichesononelderma,nessuna vena resta offesa, e la tensione del braccio che viene alzato e tenuto immobile in una finta calessi, lo spillo lasciato im merso per alcun tempo onde tutti gli spettatori lo vedano e il sangue leg germente e internamente si raggrumi, sono motivi che dovrebbero farci mara vigliare che dalla ferita sortisse sangue, piuttosto che del casoopposto. Non ab biamoforsepiùdi unavoltaincertipaesi veduto ai giovani vitelli e agli agnelli, vivi ancora,tagliare la pelledelle gambe posteriori presso l' unghia, estrarne i tendini e con quelli attaccarli vivi col parte aparte. Quindi, abbandonata la pelle, quella ritorna al suo posto, la piega si distende sopra l' ago e lo co pre quasi interamente,dimanierachè, ad operazione finita, par che l'ago sia pas- | capo abbasso, acciocchè dalla ferita che sato attraverso al braccio. Egli è come se si stringesse fra le dita la manicadi un vestito di gomma elastica. La gom macede, si allontana dal braccio e in quel sottilissimo strato che resta fra le dita si può immergere unospillo. Quindi se la gomma vieneabbandonata, si di stende, comprime lo spillo contro il braccio e là dove sono ifori forma due lor si farà al collo più facilmente ne sgorghi il sangue? Ebbene, spesso ho veduto che da questi tagh, sempre ab bastanza ampi per poterne estrarre i tendini, nonusciva goccia di sangue, o tutt' al più rosseggiavano i margini della ferita; e nel laboratorio fisiologico del prof. Schiff, ho poi provato più di unavolta aforare la pelle di un cane vivo eterizzato senza che laferita, fatta Ita piccole crespe, cagionate dal fatto, che nel modo che si èdetto, accennasse pur anche a rosseggiare. In conclusione, se si pensa che i tessuti vivi trapassati dallo spillo non presentano in com plesso un diametro maggiore di tre o quattro millimetri, si capirà facilmente che il dolore cagionato da quella ope razione deve essere ancora inferiore a quello che si prova nell'innesto del va iuolo; e che perciò non occorre proprio di essere magnetizzati per poterla so stenere senza presentare tracce visibili di esteriore sensazione. Orcotestoesperimento,fatto e rifatto in privato, mi capitò appunto l' occa sione di ripetere in pubblico nell'estate dell'anno 1875, quando una sfida vera mente singolare era stata bandita a Firenze dal magnetizzatore Zanardelli. In quella occasione ho pubblicamente eseguita la perforazione del braccio senza bisogno di ricorrere al magne tismo. Lo spillo d'oro adoperato era lungo bennove centimetri; la distanza fra il puntod'immersione e quello d'on deusciva dalla pelle eradi sei centi metri, sicchè sembrava che il braccio fosse interamente perforato poco al di sopra del suo diametro. Il dolore della ferita, per quanto mi assicurò il prof. Golfarelli, che gentilmente si prestò come paziente, non fu maggiore di quello che potrebbe recare una sem plice puntura cutanea, è dopo l' opera zione, nè nei giorni successivi, ebbe a soffrire il più leggero incomodo. Ben si vede dunque che una operazione fatta in queste condizioni non può gran che spaventare le nostre finte sonnambole, e che se l'amore per laverità può spingere gli uomini onesti a sopportare ben di buon grado il leggero incomodo di quella puntura, l'avidità dell'interesse può renderlo sopportabilissimo a coloro che si fanno credere magnetizzati. Quando isignorimagnetizzatori siano posti in condizioni che escludano ogni possibilità di simulazione o di allucina zione, tosto tutte le meraviglie magne tiche scompajono, e il preteso fluido, nonchè essere inetto a generare lachia roveggenza, è eziandio impotente apro durre qualsiasi apprezzabile effetto. Fu questa conviuzioneche indusse la Società dei Razionalisti di Firenze a pubblicare il seguente concorso ma gnetico: «La Società dei Razionalisti di Fi (Wolf. Ontologia) Io convengo pienamente con Wolf che l'impossibile è nulla; ma sostengo ancora che è nulla anche il possibile, perciocchè ogni possibile che non sia in atto, non esiste ancora, e ciò che non esiste è nulla. Io ho un bel dire che fra una mezz'ora possc sperare di avere riempita questa pagina di fitta scrittura; ma finchè quella scrittura non sia com parsa sulla carta, potrò io dire che qualche cosa esiste? Il possibile è una idea di pura relazione, e si riferisce al fatti anteriori già osservati, che ci in ducono nella possibilità che fatti simili si ripetano ; questa relazione non può dun que esistere senza la cosa a cui si rife risce. È la stessa distinzione che con vien fare per le funzioni in atto e quelle in potenza. Finchè la funzione non si estrinseca e diviene un fatto, non può esistere. Io non posso dire che esista il movimento di una locomotiva ferma, sebbene sia possibile che si muova. So bene che in potenza essa ha questa fa coltà di moto, ma finchè la facoltà non si fa azione, moto non esiste. Concludo che la nozione del possi bile, è nulta anch' essa, come quella dell' impossibile. L'una e l'altra sono dei puri concetti, e come tali esistono subbiettivamente, solamente in quanto ci rappresentano cose o fenomeni che i sensi hanno percepito (possibile) o non hanno mai percepito, e che perciò ri tengono impossibili. Mi pare che Dumarsais definisca i limiti del quesito nel seguente passo del suo Trattato dei Tropi: « Gli og getti reali non sono sempre nella stessa situazione: essi cambiano di luogo, spa riscono, e noi sentiamo realmente que sto cambiamento e questa assenza. Al lora accade in noi un' affezione reale, per la quale sentiamo che non ricevia mo al un'impressione da un oggetto, la cui presenza eccitava in noi effetti sen sibili: da ciò deriva l'idea di assenza, di privazione, di nulla; di modo che, sebbene il nulla sia in se stesso nulla, questo vocabolo denota un' affezione reale dell'intelletto ; cioè un'idea astratta che noi acquistiamo coll'uso della vita, nell'occasione dell'assenza degli oggetti e di tante privazioni che ci recano pia cere o ci affliggono ». Nullismo o Nihilismo. Dot trina dei buddisti, per la quale credono essi che la suprema felicitá sia l'annien tamento del corpo e dello spirito; sorte riservata ai soli beati, i quali cessando di trasmigrare di corpo in corpo perdono lacoscienza di se stessi e si con fondono in Dio (v. BUDDHISMO). rità oggidi perdute ; ma questa opinione non ha altro fondamento che la ten Numero. Ciò che fu detto all'ar ticolo MATEMATICA, deve aver chiarita la ragione per cui facilmente gli uomini siano trascinati ad attribuire ai numeri un valore simbolico che ad essi manca assolutamente. Le operazioni che, gra zie all'aiuto dell' insegnamento tradizio nale, si compiono con grande facilità mediante i numeri, e poi si riconoscono esattamente corrispondenti alla realtà, hanno fatto credere a molti che i nu meri non solamente fossero i simboli dellecose, ma l'essenza delle cose stesse. Di tal novero furono Pittagora e Pla tone, i quali introdussero nella filosofia i simboli numerici, come se fossero per se stessi dei principii propri a spiegare le cose. Dei pregiudizi dei Pittagorici intorno a questo argomento, così parla Aristotile: > (Matt. V 29,30). Nel suo vivo entu siasmo, Origene, interpretando alla let tera questo precetto, si recise le parti genitali. La quale mutilazione fu ap provata da Demetrio suo vescovo. Ma quando il nome e lafamadi Origene lo fecero chiamare a Cesarea per inse gnarvi la scrittura nelle assemblee dei fedeli, Demetrio cominciò ad essergli contrario; e quando i vescovi di Cesa rea edi Alessandria lo ordinaronoprete, Origene nel suo libro contro Celso combattè le accuse che questo filosofo epicureo moveva contro i cristiani; ma il trattato di Celso essendo perduto, nonci resta alcun mezzo per giudicare il fondamento delle accuse, che dalla confutazione dalle citazioni di Ori gene; il quale se abbia sempre citato fedelmente è lecito dubitare vedendo com' egli descriva Celso, così accanito nemico dei cristiani, e al tempo stesso credente nei miracoli di Gesù. Origene mort nel 263 in età di 69 egli disapprovò vivamente quella ordi- anni. Di lui così scrisse S. Gerolamo : nazione, e disse essere Origene irrego lare, avendo commesso un omicidio so pra se stesso. Adund anche un concilio contro Origene a cui fu intimato di « Dopo gli Apostoli 10 considero Ori gene come il grande maestro delle Chiese; l' ignoranza sola potrebbe ne gare tale verità. Io mi caricherei volen uscire d' Alessandria . L' ordinazione vivamente combattuta da una parte e con altrettanto calore sostenuta dai ve scovi di Alessandria e di Cesarea, ca giond molte turbolenze nella Chiesa, e porse occasione a Demetrio di dimo strare gli errori dommatici che quel dottore della Chiesa aveva introdotto nel suo insegnamento. Il Trattato dei principii contiene l'e sposizione delle sue opinioni religiose. Secondo ogni evidenza Origene fu neo platonico. (v. NEOPLATONISMO). Platone è il filosofo antico che ottiene le sue maggiori simpatie, e nella sua filosofia egli trova chiaramente annunciata la Trinità. Le anime senza corpo egli non concepisce; fuor di Dio egli non vede che esseri in relazione colla materia, dotati di corpo. Questo carattere della teologia origenista ci rivela che l' idea tieri delle calunnie di che gravato venne il suo nome, purchè a tale prezzo io potessi avere la sua scienza profonda delle scritture ». Quantunque fatta da un santo e da un padre della Chiesa, non si può dire che questa dichiara zione sia molto ortodossa. Origenisti. Coloro che fondan dosi sugli scritti di Origene, sostene vano che Gesù Cristo è figliuol di Dio soltanto per adozione; che le anime e sistono prima di essere congiunte ai corpi; che i supplizi deidannati avranno unfine, eche i demoni stessi saranno li beratidallepene dell'inferno. Alcuni mo nacid'Egitto e di Palestina professarono queste opinioni, le propugnarono con pertinacia e furono cagione di gravi scompigli nella Chiesa: ma vennero con dannati dal quinto concilio generale te nuto in Costantinopoli l'anno 553, e in OTTIMISMO quellacondanna rimase avvolto lo stesso Origene. Erano allora gli origenisti divisi in due sêtte; ma nell'una e nell'altra pro fessavano tutte le sentenze de'librid'Ori gene. I sostenitori della figliuolanza so 193 della grazia ha stabilito ilprincipio che Dio non può operare che per la sua gloria; d' onde conclude che Dio nel creare il mondo lo ha fatto secondo quell'ordine di cose che era più adatto lamente adottiva di Gesù Cristo asseri vano altresì che nel giorno della risur rezione generale gli Apostoli sarebbero fatti eguali aGesù Cristo; perciò furono denominati isoscristi. Quelli che inse gnavano essere le anime umane esistite innanzi all'unione coicorpi, furono detti protocristi, voce indicante l'opinione che sostenevano. Ignorasi donde sia venuto aquesti il nome di tetraditi o infatuati del numero quattro. Non deesi confondere questo orige nismo con gli errori di un' altra sêtta i cui partigiani vennero chiamati anch'essi origenisti od origeniani da un Origene loro capo, uomo affatto oscuro. Condan navano costoro il matrimonio ed asse rivano che qualunque più enorme atto disonesto non è peccaminoso. I Santi Epifanio ed Agostino che ricordano que sto sozzo origenismo confessano che nessun motivo vi diede il celebre Ori gene, padre della Chiesa, ilquale, come si sa, si tolse da se stesso le parti ge nitali per non cadere in tentazione (v. EUNUCHI). Osservazione.VediEsperimento. Ottimismo. Sistema di chi af ferma che il mondo in cui viviamo è il migliore dei mondi possibili; che Dio stesso, sebbene sia onnipotente, non po trebbe farlo migliore di quel che è, perocchè all'atto della creazione egli ha appunto dovuto dispiegare tutta la sua possanza per produrre opera degna della sua perfezione. Malebranche e Leibnitz furono i principali sostenitori di questo sistema tutto teologico, col quale essi intesero di confutare le obiezioni di Bayle contro la provvidenza e l'unità di Dio, dedotte dall'esistenza del male (v. DUALISMO). Malebranche nei suoi Dialoghi me tafisici e nel trattato Della natura e amettere in evidenza le sue perfezioni. Egli fonda quel suo principio, confron tando il sesto dei Proverbi, (XVI, 4) con le parole di S. Paolo ai Colossesi (I, 16) e ne deduce che Iddio, creando il mondo,nonsolamente ebbe per scopo l'ordine fisico e la bellezza dell' opera, ma l' ordine morale e sovranaturale di cui Gesù Cristo è, per così dire, l'anima ed il principio, e che dispiega ai nostri occhi i divini attributi assai meglio che l'ordine fisico dell' universo: perciò a voler comprendere l' eccellenza dell' o pera di Dio, non bisognaseparare l'una dall' altra queste due considerazioni. > (Ici, N.º 10). (N.° 10). É facile vedersi che qui si ritorna sempre alla solita petizione di principio. Non si esamina se ' imperfezione del mondo non derivi da ciò: che nessuna intelligenza creatrice presiedette alla sua formazione; sibbene si ammette già a priori questa intelligenza, per con cludere che se essa ha scelto il mondo comesi trova, è segno che questo mondo è il miglioredei mondi possibili. Eppure non sarebbe difficile concepire un mondo migliore, ( v. ORDINE E PERFEZIONE ) e alla onnipotenza di Dio non doveva es sere impossibile di farlo. Secondo l'opi nione di Leibnitz, è falso che sul nostro globo la somma dei mali superi quella dei beni. « Il difetto d'attenzione, dice egli, è quello che diminuisce i nostri beni, e bisogna che questa attenzione venga in noi destata da una mescolanza di mali. > egli sostitui quest' altra più precisa e più conforme ai nostri bisogni: > Dalla Grecia il panteismo passò nella filosofia dei romani. Varrone, Plinio il naturalista, i poeti Manilio, Lucano e perfin Virgilio furono accusati di aver partecipato a questa scuola. Virgilio, di cono, ci parla di Giove come padre di tutti gli uomini e di tutti gli Dei; e Cicerone facendosi storico delle dottrine sparse nella sua patria, ci narra che secondo queste dottrine « l' Essere ani mato, ricco di prudenza, e d'intelletto, è stato generato (non creato) inmaniera ineffabile dal Dio supremo ». Alquanto più tardi gli stoici romani abbandonan do il panteismo per generazione, ab bracciarono quello per animazione. Lu cullo e Balbo, secondo Cicerone, eransi dichiarati per il mondo animale ed ani La scuola eleatica è più esplicita. mato; e per il Dio anima del mondo. Senofane considera Dio come Uno e La quale opinione Cicerone confutava PANTEISMO mettendo in bocca all' epicureo Vellejo | sospetti di averlo appoggiato. La sola queste parole: « Il nostro Dio è per lo meno felicissimo; mentre il vostro è so prafatto dalle occupazioni e sfinito. Im perocchè o Dio è il mondo medesimo, e alloraniuna cosa avvi meno tranquilla di questo Dio, obbligato continuamente a rivolgersi intorno all' asse del cielo: questo Dio non potrebbe essere felice, perchè felice non è chi non ètranquillo: ovvero Dio è mescolato al mondo per animarlo e reggerlo, per vegliare al cor so degli astri, coll' occhio sempre vigi lante su tutte le terre e su tutti mari perprocurare il bene e conservare la vita degli uomini, ed allora voi conver rete che questo Dio è schiacciato sotto il peso di tante sollecitudini e di tante no iose cure » (De nat. deor) Nè pure il panteismo pittagorico ap pagava Cicerone, il quale meravigliava che Pittagora ammettendo le anime u mane come tante particelle della divi nità, supponesse implicitamente un Dio capace di soffrire e di essere lacerato abrani. È opinione accreditata che il pan teismo delle scuole greche sia passato anche nella filosofia neoplatonica degli alessandrini. Ma anche di questo pas saggio si hanno pochi indizi; e mag giori induzioni che citazioni. Bayle nel suo Dizionario critico accusa Plotino di essere panteista, perch' egli diceva che ogni cosa pareva non essere infine che una sola sostanza, la quale non ha di visioni, nè differenze che nei nostri con cetti. Noi non ne percepiamo che qual che parte solamente, le quali non po tendo abbracciare nel loro insieme tras formiamo in esseri reali. (Ennead.). Anche B. Constant crede che mal grado la professione di fede deista dei neoplatonici, quell' essere uno, esistente realmente, quell' anima universale con tenente tutte le anime, quella materia creata dalla forma e tutte le altre sot tigliezze di quei filosofi si avvicinano troppo al panteismo perchè non siano differenza, secondo Constant, era nello spirito dell' epoca. Il panteismo che a veva condotto Senofane all' incredulità, conduceva invece i neoplatonici all'en tusiasmo. Anche parecchie sette del cristiane simo furono convinte di professare un panteismo mistico. Sotto il dualismo di Manete, alcuni hanno trovato una ten denza unitaria, per la quale i manichei insegnavano che il mondo è una sola anima che si comunica atutti gli esseri animati; non tutta a tutti come si co munica la voce, ma dividendosi come un' acqua distribuita in diversi canali. Marcione e Carpocrate sebbene unitari, anzi appunto perchè unitari, furono co involti nella stessa accusa; e dei gno stici fu detto che ammettevano un solo principio eterno, dalquale emanava ogni essere spirituale e materiale. Queste ac cuse hanno forse per fondamento una soverchia generalizzazione. Ciò nono stante, bisogna credere che il panteismo, o aperto o latente, fosse assai divul gato anche nei primi secoli del cristia nesimo, perchè i padri mettessero tanto impegno nel combatterlo. Lattanzio lo confuta nel libro De vita beatu (lib. VII); e S. Agostino nel libro II De Genesi combatte imanichei, e nella Città di Dio coloro che dicevano che ogni cosa era parte della divinità. Anche S. Crisostomo e dopo di lui Teodoreto nelle loro spie gazioni sulla Genesi confutarono l'opi nione di coloro che sostenevano essere l'anima una parte della divinità. Écosa singolare che il panteismo, oggetto di tante censure da parte dei padri, risorgesse poi nel seno stesso della filosofia scolastica, essenzialmente cattolica, e trovasse maestri e propu gnatori in Davide de Dinant, Almarico e generalmente in tuttiirealisti (v. Sco LASTICA). Non è però soverchio avver tire che questi, più che filosofi, teologi, nonfurono scientemente condotti alpan teismo, e che questo sistema filosofico PANTEISMO s' induce come necessaria conseguenza de' loro principii, piuttosto che essere stato dichiarato da essi come profes 201 veramente non dice S. Giovanni che nel principio era il Verbo e il Verbo era Dio, che ogni cosa è stata fattaper esso sione di fede. Maggior fondamento ha l'accusa fatta a Giordano Bruno, del quale così parla il padre Ventura. >> Hegel vuol invece che l'unità esista nella sostanza; e la sostanza che sola esiste, che sola pensa siaDio, il quale si manifesta nel mondo finito. Io ho appena accennatoleultime fasi del panteismo. Ricaduto neltrascenden tale esso riproduce le solite antinomie degli scolastici; senza averne la chiarez zae la potente dialettica, si aggira in un circolo vizioso di parole mal defini te, e di continue equivocazioni. Èdunque stretta giustizia il dire che Spinoza fu l'ultimo vero panteista che abbia fondato una scuola. Papa. Il nome di papa, che signi fica padre, anticamente era dato dai fedeli a tutti i sacerdoti; divenne in seguito un titolo di dignitàpei vescovi, efu in fine riservato al solo vescovo di Roma, quando questi pretese il pri mato. Per i cattolici è articolo di fede che San Pietro è stato capo del colle gio apostolico e pastore della Chiesa universale; che il romano pontefice è il successore di quel principe degli apostoli » ed ha come lui potestà e giurisdizione su tuttalaChiesa. Il Con cilio di Trento (Sess. VI de réform. C. I. Sess. XI c. 7) ha espressamente de finito che il sommo pontefice è il vi cario di Dio sulla terra, ed ha la su (XVI, 18) ove è scritto che Gesù disse aPietro: > Dunque a Costantinopoli piuttosto che a Roma i padri del concilio riconoscono la giurisdi zione in grado di appello. Anche i padri del Concilio generale di Affrica, fra i quali si trovava S. Agostino, si PAPA 209 lagnarono col papa Celestino, perchè come alle altre Chiese d' occidente, e aveva ammesso Appiario alla sua co- mandò lettere a Innocenzo, vescovo di munione, mentre era stato escluso da| Roma, nello stesso tempo che scrisse quella delle Chiese d' Affrica. una serie di considerazioni tendenti a rimettere in dubbio l'esistenza di questo Dio ; delle quali considerazioni ecco la sostanza. Delle cose pensate noi dobbiamo co noscere la sostanza, la forma e il luo go, poichè nessuno potrebbe concepire, p. e, un cavallo senza sapere chefi gura abbia, se sia corporeo o incorpo reo ecc. Ma intorno aDio i dommatici non si accordano nè sulla sostanza, nè sulla figura, nè sul luogo, giacché al cuni lofanno incorporeo, altri gli danno corpo; chi lo pone fuori e chi dentro il mondo: chi gli dà sembianze umane, echi no. Ma dicono: e tupensa un che di incorruttibilee beato, e argomen terai questo essere Dio. Ma alla guisa chenonconoscendo Dio altri non può pensare gli accidenti di lui; così poichè ignoriamo la sostanza di Dio, non po tremo immaginare gli accidenti a lui propri. Ma quando pure Dio fosse im maginabile, non potrebbe tuttavia di mostrarsi. Poichè la dimostrazione chiara od oscura. Ma se la dimostra zione di Dio fosse chiara, tutti l'ammet terebbero, poichè in tal caso la cosa dimostrata si concepisce insieme alla dimostrazione, e perciò anche si intende con essa : se la dimostrazione è o scura, ha bisogno di altra dimostra zione per essere dimostrata, la quale non può essere chiara, perchè in tal caso non sarebbe più oscura, ma chiara l'esistenza di Dio: nemmeno può essere oscura perchè una dimostrazione oscura non può chiarirne un' altra oscura. Infine si adduce l'obbiezione più formi dabilenella esistenzadel male,obbiezione che fu poi sostenuta dai manichei e da Bayle. Chi afferma esistere Dio, o dirà ch'ei provveda alle cose del mon do, o che non provvede: e se provvede, sarà o a tutte o a talune. Masedi tutte e' pigliasse cura, non sarebbe nelmondo verunmale, nè alcuna cattiveria: ma di cono che tutto sia pienodi male, dun que non si avrà a sostenere che Dio abbia cura di ogni cosa. Che se ei ne cura alcuna soltanto, perchè a queste provvede, a quelle no? In fatti, o egli vuole può atutte provvedere ; o vuole e non può; o può e non vuole: o non può e non vuole. Se volesse e potesse, avrebbe cura di tutte; ora ei non prov vedeatutto (secondo che dicemmoinnan zi), dunque nonvuole e non può a tutto provvedere. Se ei vuole, e non può, desso è più debole della cagione per cui non può provvedere alle cose di cui non si cura; ma è contro il concetto di Dio che ei sia più debole di altro. Se può curarsi di ogni cosa e non vuole, è da reputarsi invidioso. Se non vuole yè può, è invidioso e anche debole; e il dire ciò intorno a Dio è proprio degli empii. Alle cose del mondo non provvede dunque Iddio: e se egli non ha cura veruna e non esiste opera di lui, nè effetto: nessuno può dire inquale modo comprenda l'esistenza di Dio, poscia ch'ei non appare da sè e non si com prende per alcuno effetto. Anche perciò è dunque incomprensibile se Dio esista. Concludiamo, da siffatte avvertenze, che coloro i quali dicono asseverantemente che Dio è, sono costretti ad empietà; che se lo dicono provvidente ad ogni cosa, portano Dio ad essere cagione dei mali; selo dicono curante di alcune cose o di nessuna, sono costretti am mettere un Dio o invidioso o debole ; tali sentenze si conoscono proprie degli empii. Così del pari il pirronismo rima ne indifferente fra il bene e il male, nè afferma o nega che causaci sia, o movimento o quiete ecc. Che alcune volte non introducanei suoi giudizi dei veri sofismi, non può negarsi; ma nè manco è giusto affermare, come alcuni hanno fatto, che il pirronista abbia ap preso dai sofisti tutta la scienza del dubbio. La maggior parte degli argo menti dei pirronisti convengono piena mente agli scettici d'oggidì, e se tutto lo scetticismo consistesse nel negare che intuizione vi sia dell'assoluto, si apporrebbe al vero. Ma dalle cose as 267 il nulla. Più che diversità di principii, tra lo scettismo dell'Accademia e quello di Pirrone, vi è diversità nelle conseguen ze; giacchè gli accademici se sospende vano il loro giudizio intorno a molte cose, non erano per questo indifferenti solute alle relative ci è grande diffe renza, come non si può argomentare, dalla differenza dei gusti e delle aspi razioni alla felicità, che cosa buona non vi sia. Buona per tutti forse no; mada coloro a cui piace o a cui reca sollievo perchè non si dirà buona? E perchè i sensi talora ingannano, nè tutti perce piscono le cose nel modo stesso, si do vrà negare ad essi ogni fiducia? Non pronunciamo mai sentenze assolute, ma relative solamente al nostro giudizio, ai nostri sensi; non pretendiamo di intuire le essenze, nè di comprendere l'infinito eallora saremo nel vero. La relatività delle nostre conoscenze e dei nostri giudizi bastano per la vita pratica e per la nostra felicità Prendiamoqueste cognizioni relative come se fossero as solute e regoliamoci con esse, nè pre tendiamo di tenere ognora e per tutto sospeso il nostro giudizio, poichè una sospensione siffatta non è nella natura nostra, nè possibile ad applicarsi nella vita pratica. È una contraddizione del pirronismo quella di presentare il dub bio come uno stato fermo, costante, che rappresenta il perfetto equilibrio, il ri poso della volontà e il supremo bene. Questa condizione non può condurre che all'indifferenza perle cose del mon do; e lapersuasione dell'impotenza no stra a spiegare checchessia, deve as sopire la nostra intelligenza in un mor tale letargo. Questo stato dell'animo è la morte e non la vita; e la indifferenza di Pirrone per i dolori fisici così come per i morali, non è certol'idealedella vita, nè la vera felicità. L'assenza del dolore, e del piacere non è la felicità, è alle cose del mondo, ma stimavano con veniente fra le controversie appigliarsi alle più probabili, quali erano percepite dai sensi ( v. PROBABILITÀ). Pittagora. Lavita di questo fi losofo si perde nella favola, tanta è l' incertezza dei documenti che l'anti chità ci ha trasmessi intorno a lui. L'anno della sua nascita è molto con troverso: Lloyd la poneva nel 585 a. G. C.; Dodwell nel 568, o nel 567; Freret nel 580. Non si sadel pari con certezza il luogo ove nacque; ma i più ritengono che l'isola di Samo gli abbia dato i natali. Suo padre eratrafficante, l'associò per tempo ai suoi viaggi e gli procurò una educazione distinta. Cre sciuto in età, secondo le abitudini del suo tempo, prese a fare alcuni viaggi di studio, a solo fine di abboccarsi co gli uomini più illustri e visitare i luo ghi che la fama indicava come quelli che erano più innanzi nella civiltà. Abitò lungamente l'Egitto e l'Asia Mi nore, e vi fu chi lo mandò fino nell'In dia e nella Persia, sicchè dicesi che vi apprendesse l'astronomia, la medicina e la geometria, la quale scienza egli in segnò appena tornato in patria. Da Samo passò quindi nellaMagna Grecia; ma Porfirio e Giamblico lo fanno prima successivamente immigrare in tutte le isole della Grecia per propagarvi la scienza misteriosa che essi suppongono che abbia appreso dai sacerdoti egizi. Finalmente verso l' anno 410 a, G. C. formò stanza a Crotone, città del golfo di Taranto, nella Calabria che allora, per le Colonie greche che l' abitavano, veniva detta Magna Grecia. Di costumi austeri, frugalissimo e amante della so litudine, non tardò a suscitare quella viva curiosità che è foriera della fama. In breve e giovani e vecchi accorsero PITTAGORA a sentire la sua parola, e tanto fu l'au torità che acquistò anche tra i primati, che più e più volte fu richiesto di con siglio intorno alla cosa pubblica. Ai giovani, a' vecchi alle donne insegnava le virtù private, parlando in pubblico e più specialmente nei templi, come per dare ai suoi precetti il carattere sacro della religione. Ma le passioni non tardarono a scatenarsi contro di Jui, e la persecuzione che accanì contro la sua scuola pare che facesse anche il filosofo sua vittima verso l'anno 500. Da chi e perchè quella persecuzione fu suscitata ? Niuno sa dirlo. Si citano la vendetta e l' invidia per spiegarla, ma qual sarebbe stato il movente di queste passioni? Diogene Laerzio così raccon ta: Era entrato nella casa di Milone co'suoi compagni, quando uno di coloro che egli non volle accettare fra i suoi, bruciò la casa. Altri dicono che i Cro tonesi per sospetto e per paura di do ver soffrire la sua tirannia lo piglia rono mentre fuggiva l'incendio e l'uc cisero con alcuni de'suoi discepoli. Di cearco narra che Pittagora fuggì nel tempio delle Muse a Metaponto, ed es sendovi rimasto per quaranta dì senza nutrimento però d' inedia. Eraclide nel compendio delle vite del Satiro rac conta che Pittagora dopo avere inual zato un monumento in Delo sulla tom ba di Terecide suo maestro, ritornò in Italia, pervenne al Metaponto ed ivi, stanco di vivere, si lasciò morire di fame. Ermippo dice che essendo in guerra quei di Agrigento con i Siraçu sani, venne Pittagora con i compagni d'Agrigento a dare aiuti ; ma essendosi volti a fuga i suoi, egli ricoverò in un campo di fave, le quali volendo schi vare, siccome sacre, fu preso dai Sira cusani e fatto morire ». La famadi Pittagoracome filosofo, è certamente superiore ai suoi meriti. Inclinato alla contemplazione mistica, egli ama il mistero, e si compiace di creare una dottrina arcana, l' immenso successo della quale e certamente do vuta alle molte difficoltà che gli uo mini avevanod'intenderla. A somiglianza dei sacerdoti del paganesimo, instituì un doppio insegnamento: quello che egli indirizzava alla generalità degli ascol tatori, e quello riservato ai pochi eletti. Aveva fondato un istituto col quale i conventi del cristianesimo hanno moita analogia. Gli allievi vi erano assogget tati a lunghe prove, e passavano per gradi successivi proporzionati al loro ingegno e alla loro virtù. Era una sorta di iniziazione sacerdotale, una vita mistica, la quale si è sorpresi di vedere lodata anche da molti moderni, pedis sequi copiatori delle glorie pittagoriche. Gli allievi dell'Omachoion, nome dato all' istituto pittagorico, e che vale udi torio comune, mettevano in comune i loro beni e coabitavano insieme con le loro tamiglie, tutti restando sottoposti alla stessa regola. Vestivano una to naca bianca e alternavano le occupa zioni fra lo studio, la lettura dei poeti, la ginnastica, i sacrifizi e le cerimonie religiose. Dai loro pasti era bandita o gni specie di carne: le uova, il vino, e ognispecie di bevanda alcoolica era loro interdetta . Anco le fave dicesi che avessero in orrore perchè rappre sentano le parti sessuali della fem mina; ma altri lo negano e tengono ciò per una favola. Fatto è che Pitta gora raccomandava a tutti l'uso dei cibi vegetali, escludendo le carni e il pesce, come sacri agli Dei, non essendo conve niente, diceva, che la stessa imbandigione comparisse sulla mensadivina e su quella degli uomini. Voleva ancora in tal ma niera abituare gli uomini alla sobrietà e al facile vivere; acciò sempre avessero apparecchiati i cibi senza bisogno di cuocerli. Ma più che altro, mi par che questa prescrizione sia stata tolta dal l'India (se è vero che Pittagora vi sia andato) dove in grazia della metempsi cosi i bramini hanno orrore del cibo preparato con ogni cosa che viva. In fatti, Laerzio nella fine della sua vita di Pittagora, così l'apostrofa: « Non tu solo ti sei astenuto dagli animati. Dim mi, o Pittagora, chi è che mangi ani mali animati. Ma ben io mangio arro sto, o lesso, o salume, dai quali ormai l'anima è sfuggita. Così era savio Pit tagora chè ei non voleva gustare le carni, perchè diceva ciò esser peccato: io lodo, ch'egli, astenendosi, ai compa 260 (ossia nella proporzione di otto a sei) : o secondo la quinta perfetta (diapente) o di una volta e mezza tanto (ossia nella proporzione di nove a sei); o giusta il suono d'ottava (diapason) o del doppio (ossia nella proporzione di do dici a sei). tanto contagioso; e chi nell' Italia Comte ha molto giustamente fon data la nuova scienza sui tre diversi modi dell' arte di osservare; vale a dire l'osservazione pura, lo sperimento e il metodo comparativo. Ma non è già nel metod o ch'io trovo manchevole la sociologia ; sì nei mezzi stessi d'investi gazione. Il maggior numero delle vere cagioni delle cose ci sfugge inosserva to: noi vediamo le cause apparenti e immediate dei fenomeni sociali, e spesso anche su queste ci inganniamo. Con elementi così scarsi e così poco sicuri come mai si può pretendere di costi tuire una vera scienza, una scienza sin tetica che sia, per così dire, il com plesso di tutte le altre? Come preten dere di rivelare le varie cagioni dei fenomeni sociali, quando noi stessi ci inganniamo sui veri motivi per cui ta lora siamo determinati nei nostri atti, e se dubitiamo perfino se siamo liberi o necessitati? L'esperimento non è mezzo che possa applicarsi alla produzione dei fenomeni sociali, e il metodo com parativo fra fenomeni prodotti in tempi diversi, sotto l'impero di diverse circo stanze e da uomini diversi è un rime dio tutt'altro che adatto a correggere i nostri giudizi. Diciamo dunque ad drittura che la sociologia, come scienza sintetica ed esatta, è impossibile, avve gnachè suppone la conoscenza di cause infinite, ciò che implicherebbe la pos sibilità di conoscere il passato e il fu turo data la conoscenza di un solo punto della storia (v. CASO). Ma poichè tutte le nostre cognizioni attuali e probabilmente anche tutte quelle che potremo acquistare nell' avvenire, non sono tali da lasciarci prevedere le sorti di una battaglia, l' esito di una intra presa, o l'abbondanza dei raccolti di una contrada, non è temerità il dire che la sociologia già fin d'ora è con dannata a non essere altro che una raccolta di fatti storici, una scienza numismatica piuttostochè una scienza sperimentale e di previsione. Ed è, in fatti, entro questi soli limiti giàdetermi nati e precorsi dalla filosofia della sto ria che finora è rimasta compresa la Sociologia positiva. Essa si è limitata ad esporre ed a considerare come un semplice fatto dipendente dalle condi zioni stesse del nostro organismo e del mondo in cui viviamo, la successiva trasformazione dello scetticismo in po liteismo e monoteismo, per giungere al presente stato metafisico: tutto ciò era stato detto, e la sociologia con questa esposizione storica nulladi nuovo ci ha finora rivelato, salvo il coro namento dello stato moderno o meta fisico, mediante l'avvenimento della fi losofia positiva. La sociologia costituisce la prima parte della filosofia morale. La seconda parte è costituita dalla morale positiva propriamente detta, o religione positi va, detta altrimenti religione dell'uma nità. È il secondo periodo della filosofia di Comte e quello che segna anche la- sua, decadenza. Dopo avere gettate le fondamenta di una filosofia, alla quale, se non altro, non si poteva negare il nome di veramente positiva, Comte si è compiaciuto di rifare il suo lavoro per dargli una apparenza teologica, a busando in manierafin qui non mai ve duta del senso delle parole. Bichat, Cabanis, Giorgio Leroy ed infine Gall, a parere dei positivisti hanno gettatole fondamenta della teoria dell'anima. L'anima esiste ; è dotata di diciotto facoltà elementari, o, per meglio dire, sidecompone in queste di ciotto facoltà, la cui enumerazione af fatto inutile ed arbitraria non giova riprodurre. Basti dire che l'anima, com posta di cuore e spirito, si suddivide poi in quattro facoltà: nel cuore pro priamente detto, nel carattere, nell' e spressione e nelconcetto.Del resto, tutte queste facoltà, anche quella del cuore, sono, con molta disinvoltura, collocate nel cervello ; dimodochè non si sa poi bene se lo spirito stia nel cervello o se ne sia solamente la funzione. Il padre del positivismo ha avuto anche il torto di localizzare nel cervello le facoltà no stre e le nostre tendenze, ed è così ca duto nei soliti errori dei frenologi ( v. FRENOLOGIA). Il fondamento della morale positivi sta è l'altruismo, che essa costantemente contrappone ai così detti istinti del no stro egoismo. Vivere per gli altri è la sua divisa, come è regola fondamentale della sua morale personale: non fare cosa alcuna che non si possa confes sare. Il positivismo dichiara che una religione è necessaria, non già nel co mune senso che si suol dare a questa necessità, per dirigere le masse, le donne ed i fanciulli; ma una religione per tutti, per gl'ignoranti come per i dotti, da tutti ammessa, da tutti volontariamente riconosciuta perchè fondata sulla verità. Ma ogni religione ha bisogno di un culto, e la religione positiva deve pure avere il suo. Quale sarà il soggetto dell'adorazione di questa religione non rivelata? La rivoluzione francese aveva adorata la ragione, cosa buona in'sè, dicono i positivisti, mapericolosa, per chè conduce all'orgoglio e all'egoismo; meglio dunque vale adorare il cuore, e mantenere il culto di tutte le affezioni, il culto dell'avvenire; ecco il culto del l' Umanità, non inventato, dicono, ma scoperto dai positivisti. « L' Umanità, dice Longchamp nel suo Saggio sulla preghiera positivista, l' Umanità non è già la specie umana e non comprende l'universalità degli uomini. L' Umanità è la memoria dei mortiche inspirano e guidano i viventi, è l'insieme di tutti i grandi pensieri, di tutti i nobili senti menti e di tutti grandi sforzi, riferiti a un solo e medesimo essere, l'animadel quale è costituita daquesti grandi pen sieri e il corpo dal complesso di tutti i viventi ». Solamente coloro i quali hanno lavorato per il benessere dell'u manità possono sperare di essere im mortali e di vivere per sempre nella. 289 le sue preghiere. La preghiera non é una domanda, ma una preparazione ed una eccitazione all'affetto, la rimembran za rinnovata dei benefici ricevuti. Non si può chiedere al Grande Essere che un nobile progresso morale, senza ac crescimento di ricchezza materiale. Oltre al Grande Essere il positivi smo riconosce gli Angeli e gli Angeli memoria dei viventi. Il positivisimo professa dunque una sorta di panteismo simbolico. Il Grande Essere, che è il Dio positivista, si risolve nel concetto universale deli' umanità, mentre ogni benefattore dell' umanità dopo la morte entra a costituire una parte di questo Grande Essere ed a godere gli onori della divinità. « Ogni vero adoratore del Grande Essere, dice il dottor Robinet, uno dei tre esecutori testamentari di A. Comte ( Notice sur l'oevre et la vie de Comte),presenta due esistenze successive ; l'una che costitui sce la vita propriamente detta, è tem poraria ma diretta; l'altra che comincia dopo la morte è permanente ma indi retta ». Il Grande Essere ringiovanisce ad ogni generazione e le creature u mane diventano i suoi organi passeg custodi nella personificazione dei nobili concetti, quali l'idea del bene, del vero, del bello. 1 tre angeli custodi del no stro cuore, sono l'attaccamento. la ve nerazione ela bontd. I santi sono gli uomini che illustrarono l'Umanità colle loro opere. Il loro nome è consegnato in un Calendario positivista, nel quale l'anno è diviso intredici mesi eguali di 28 giorni ciascuno, i quali non lasciano che un giorno complementetare negli an ni ordinari e due negli anni bisestili. I mesi sono divisi in 4 settimane precise, ed ogni giorno dellasettimanaconserva il nome che ha attualmente. I mesi si chiamano: Mosè, Omero, Aristotile, Ar chimede, Cesare ecc.; e la stessa scelta di nomi si trova nei santi votivi della settimana, dove si leggono quelli di Confucio, Buddha, Maometto, Platone, Alessandro, Innocenzio III, S. Bernardo, gieri; ma i grandi pensieri e le grandi azioni possono elevare l'uomo al grado | Bossuet, Tasso, Milton ecc. Questastrana di organo permanente, o persistente. Nulla del resto puòquesto Essere sim bolico, per cambiare le cose del mon do. Se la fede teologica, dice Robinet, spiega sempre il mondo e l'uomo col l'intervento divino, la fede positiva in segna invece che tutti gli avvenimenti del mondo e dell'uomo si producono in forza di influenze invariabili, dette leggi ». Non è giàDio,dicono i positivisti, che ha creato l'uomo, ma è l'uomo che si é formato il suo Dio. E, come si vede in questo articolo, essi si sono valsi largamente di tale massirua, per ciocchè non solamente si sono creati un Dio e una religione, ma eziandio un culto. Il culto del Grande Essere, ossia dell'Umanità, deve avere le sue feste, e associazione di uomini che ebbero pen sieri e operarono con finibendiversi e talora opposti, si trova d'altronde d'ac cordo con la filosofia positiva, la quale considera tutti i fattisociali come una materiale esplicazione di leggi immuta bili. Ilconcetto del calendario positivista in surrogazione del calendario cristiano è uno di quelli che appartengono alla seconda fase dell' attività del signor . Comte. Il positivismo aveva completa mente cambiato il suo carattere: dopo essere stato una filosofia scientifica, era divenuto una religione dell' umanità. Così dice il signor Wirouboff (Remar ques sur le calendrier de M. Comte; Reuve de la Phil. Pos. il quale mette in evidenza i difetti in gran numero che sono nel calendario positivista, fra cui l'ommissione dimolti nomi notissimi nella scienza, mentre al loro posto si trovano molti altri o mi tologici o appena noti. Il culto dell' umanità, avrà i suoi sacramenti. Essi, dice il signor de Bli gnière, legano ciascuno a tutti: consa crando in nome della utilità sociale tutte le fasi e tutte le modificazioni generali e importanti della vitaprivata, essi por gono l'occasione di richiamare i doveri che incombono a ciascuno nelle circo stanze nuove della sua vita ». Le feste saranno, infine, la celebrazione dellame moria dei grandi uomini; lo studio della loro vita e dei loro servizi, sarà l'espres sione verso di essi della pubblica ri conoscenza. Ma la religione positivista morl pri madi nascere. Il solo tempio che ab bia avuto fu quello creato da Comte nella sua propria casa, nella quale, dopo di lui, si riunirono regolarmente i membri della società positivista che rimasero fedeli alle tendenze mistiche del maestro. Mauna eresia scoppiò ben presto nel seno stesso dei positivisti, e quelli i quali erano insofferentidei sim boh si unirono al signor E. Littrè, che è attualmente il più illustre rappresen tante del positivismo. La nuova filoso fia spogliata da ogni misticismo, è ri masta una filosofia materialista nella sostanza, sebbene nella forma accenni a velleità di far credere ad un sistema tutto proprio. Nel fatto però la sola Questo è il culto positivista ; ma differenza che esiste fra il positivismo quali ne saranno i sacerdoti ? Tutte le e il materialismo è, che il primo non funzioni che spettano normalmente ai | crede che l'uomo possa mai spiegare preti, sono ora divise fra i medici, i preti attuali, ed i dotti,professori e fi losofi di tutti i gradi. I positivisti tro vano che non è possibile di studiare separatamente l'uomo nel cuore, nel corpo e nello spirito, e perciò vogliono che i ministri della nuova religione le causeprime ed assolute, e che quan d'anche spiegate le avesse, queste spie gazioni non potrebbero influire sulla vita pratica. Io mi accordo, fino ad un certo punto, con questa conseguenza; ma si tratta di sapere sedopo aver di chiarato di non volersi occupare delle siano ad un tempo medici, filosofi e preti. Così il nuovo culto sarà comple to ; potrà sfidare i suoi nemici ed avere i suoi martiri. L'avvenire gli è assi curato. Al pari dei sacerdoti pagani, i quali sotto i simboli del politeismo, preten devano di onorare le leggi della natura (v.MISTERI ) Così i positivisti, creando una religione materialista, credevano di essere coerenti con la verità. E non pensavano nemmeno che col volgere degli anni questi simboli,per ladimen ticata origine, sarebbero stati posti su gli altari e adorati per se stessi, e non già per i principii che avranno rappre cause prime, la curiosità, che è figlia del sapere, non ci proporrà perpetua mente queste domande: Chi siamo ? d'onde veniamo? Il materialismo, che non rinnega alcuno dei mezzi di inve stigazione suggeriti dal positivismo, e chi li ha anzi applicati prima ancora che il positivismo fosse nato, non ha temuto di pronunciare i suoi giudizi, i quali, intorno allecause prime, nondevono in tendersi in un senso assoluto, ma come la conseguenza probabilissima che de riva dalle nostre attuali cognizioni. Il positivismo, più pudico, vuole riservare il suo giudizio, anzi nè pure consente adiscutere le origini dell' universo e il fine ultimo dell' umanità. La quale astenzione, se rende più facile la sua missione e gli risparmia le accuse di sentati. L'interesse dei sacerdoti li avreb be spinti a sollecitare questo felice mo mento, in cui essi soli, fatti padroni del vero senso dei simboli, avrebbero potuto | molti nemici, non rende perciò il suo dominare il popolo con le potenze mi steriose che avevano poste sugli altari. sistema più filosofico, e non toglie che ogni positivista individualmente non si PRASSEA trovi, tutti i giorni dinanzi agli eterni 201 dere a tale richiesta col Dato ma non einevitabili problemi della nostra ori gine e della nostra fine. Ammessopure chequesti problemi siano indifferenti per lavitapratica, nederiverà per questo che noi potremo evitarli? Quante altre que stioni hanno assorbita tutta l'attività di grandi pensatori ? Che cosaè ilmagneti smo, l'elettricità, l'attrazione? Che cosaso concesso » vale a dire « ammetto pel momento, ma non credo ». Kant chiama postulato della ragione pura l'immortalità dell'anima, essendo essa un domma dalla filosofia nondimo strabile, e non pertanto necessario ad ammettersi,aparer suo,comeconseguen. za dell' ordine universale. Il postulato é nole comete, il sole i pianetietutti gli | dunque unaipotesi chein seguito potrà essere dimostrata direttamente, od an che indirettamente con le conseguenze astri del firmamento? Quantopesano, di quali materie sono composti? Tutte que ste domande hanno unvalor puramente scientifico, senza alcuna pratica conse guenza. Ne deriverà per questo che i dotti devano trascurarle? Il positivismo se ne è occupato, e ha pure su molti argomenti, inutili per la pratica, fatte le sue ipotesi. E perchè troverà esso che per la vita pratica importi più il conoscere se la luna abbia o non abbia una atmosfera, di quel che sapere se esiste un Dio creatore, un'anima immor tale e una vita avvenire? Gli attuali e retici del positivismo, iquali non hanno creduto di accettare la religione inven tata daA. Comte,avranno forse ragione di dire cheprudenza è l'astenersi di sen stesse che deriveranno dall'insieme della discussione. Poveri cattolici. Nomi di certi religiosi, i quali erano un ramo di Val desi o Poveri di Lione che si converti rono nel 1207. Formarono una Congre gazione, che si diffuse nelle provincie meridionali della Francia e che s' ac crebbe per la successiva conversione di altri Valdesi, fondendosi poi, l'anno 1256, in quella degli eremitidi Sant'Ago stino. Heliot, storia degli ordini mona stici t. III. pag. 21 . Prassea. Eretico del secondo se colo e discepolo di Montano, che poi abbandonò per farsi capo setta. Fon tenziare in codeste materie; ma hanno | dandosi sopra i passi evengelici ove si torto di proclamare che codesta asten dice: zione sia veramente scientifica. Perfino lo scetticismo che non sentenzia, ha loro insegnato che anche per giungere al dubbio è necessario esaminare le ra gioni favorevoli e le contrarie al dom il Padre ed io siamo un solo; quello che mi vede, vedepuremio Pa dre; io sono nel Padre e il Padre è in me > concluseche Gesù, o ilFiglio, non era distinto dal Padre, che entrambi co stituivano una sola persona divina; che il Padre era disceso nel ventre della Ver gine si eraincarnato, avevapatito edera matismo. D'altronde, questa astensione non è sincera, e non vi è positivista il quale nell' intimo foro della coscienza | morto sulla Croce. Eresia non dissimile non abbia esaminato le ragioni dei cre denti e degli increduli, e non abbia pronunciato il suo giudizio. La stessa religione positivista, sotto i suoi simboli, non faceva altro che insegnare l'incre dulità. Postulato (dapostulatum, cosado mandata). Aristotile così chiama una proposizione non ancora dimostrata, ma che si richiede di ammettere intanto gratuitamente per il bisogno della di scussione. Dagli italiani si suol rispon da quella di Noeto edi Sabellio, per cui i settatori di questi tre eretici s' ebbero il nome di Monarchici, perchè ricono scevano soltanto il Padre qual signore di tutte le cose; e quello di Patripassia ni, perchè lo supponevano capace di patire. Il Beausobre (Storia del Mani cheismo, lib. III Cap. 6 § 7) citando un passo di Tertulliano ilqualdice che l'e resia di Prassea fu confermata da Vit torino, aggiunge che questi è, per co munconsentimento, il papa Vittore. 292 PREDESTINAZIONE Predestinazione.Vocabolo che letteralmente significa una destinazione anteriore : nel linguaggio teologico e sprime il disegno formato da Dio ab eterno, di condurre, mercè la sua gra zia, taluni all'eterna salute. Alcuni Padri della Chiesa adopera rono talvolta il vocabolo di predestina zione in generale, così per la destina zione degli eletti alla grazia ed alla gloria, che per quella de'riprovati alla dannazione; ma siffatta espressione par ve troppocrudele; oggidì pigliasi questa voce in buona parte soltanto ; signifi cando la elezione alla grazia od alla gloria, e chiamandosi riprovazione il decreto contrario; sebbene, in sostanza, e l'uno e l'altro decreto costituiscano la predestinazione, in quanto sono stati pronunciati da Dio prima ancora che gli uomini predestinati al paradiso o all'inferno fossero nati; anzi prima ancora del cominciamento dei tempi. Sant' Agostino nel suo libro de dono perseverantiæ (cap. 7 n. 15. e cap. 14n. 35)definiscelapredestinazione: Præscien tia et præparatio beneficiorum quibus certissime liberantur quicumque libe runtur. Aggiunge poi al cap.(17, n. 41.), Dio dispone egli stesso ciò che fard, secondo la infallibile sua prescienza : questo, e niente di più, essere prede stinare. Secondo San Tommaso (part. 1. Q. 23. art. 1.) la predestinazione è il modo, col quale guida Iddio la creatura ragionevole al suo fine, che è la vita eterna. I principii su cui si fondalaprede stinazione presso i cattolici sono così riassunti dal Bergier: 1.º Vi è in Dio un decreto di pre destinazione, ossia una volontà assoluta ed efficace di dare il regno de' cieli a tutti quelli che effettivamente vi giun geranno. 2.º Iddio, nel predestinarli alla glo ria eterna, ha loro altresì destinato i mezzi e le grazie, mercè le quali ve li conduce infallibilmente. (San Fulgenzio, de Verit. Prædestin. 1. 13.) 3.° Questo decreto è inDio ab eterno eloha egli formato, come dice San Paolo, (Ephes. I. 3. 5.) prima della creazione del mondo. 4.° Il medesimo è un effetto della pura bontà di lui: epperò questo decreto è perfettamente libero da parte di Dio ed esente da ogni necessità(San Paolo, Ibidem. 6 e 11.) 5.º Tal decreto di predestinazione è certo ed infallibile, deve immancabil mente sortire il suo effetto, il quale al cuno ostacolo nonpotrà mai impedire; così dichiara Gesù Cristo (Joan. c. 10, 27, 29.) 6.º Ameno di una esplicita rivela zione, nessuno può andar certo d'essere nel novero de'predestinati o degli elet ti, lo che provasi con SanPaolo (Filip. 11. 12. 5. Cor. IV, 4) e fu definito dal Tridentino (Sess. 6, c. 9, 12, 16. e can. 15.) 7.º Il numero dei predestinati è fisso ed immutabile, sicchè non può essere aumentato nè diminuito ; avendolo Iddio fissato ab eterno e non potendo la sua prescienza ingannarsi (Joan. IX. 27, Sant'Agostino, I, De corrept. et gratia XIII, 8). Non impone il decreto di pre destinazione, nè per sè, nè pei mezzi, onde giovasi Iddio per mandarlo ad ef fetto, veruna necessità negli eletti di praticare il bene. Dessi operano sempre liberissimamente e conservano sempre, allora pure che ottemperano alla Leg ge, la facoltà di non osservarla (San Prospero, Respons, ad object. Gallor). Quante contraddizioni in questi punti della fede cattolica! Il numero dei pre destinati è fisso e immutabile; essi sono scielti da Dio ab eterno e persemplice bontà di lui; e ciò nonostante essi sono liberissimi di salvarsi, o di dannarsi. Quale sciocchezza! La libertà suppone la facoltà di fare o di non fare una cosa: or come potrei io non dannarmi se giàperdecreto pronunciato ab eterno sono stato escluso dagli eletti? Si ri sponde che questo decreto indica la semplice prescienza di Dio, il quale sa PREDESTINAZIONE le cose future, manon suppone l'azione diretta di Lui sull' uomo per indurlo 293 psari; altri insegnarono avere Iddio fatto un tal decreto di condanna sol alla salute o alla dannazione. Codesta è una distinzione gesuitica che non ha fondamento. Ilfuturo si conosce per la successione delle cause edegli effetti, e Diocheè infinito, conosce cause infinite. Ma acciocchè il futuro possa essere preveduto, conviene che le cause indu cano la necessità dei loro effetti, e que sti siuno cause necessarie di effe tti sus seguenti. Senza questa necessità il caso e l'arbitrio sarebbero nell'universo, e la prescienza divina sarebbe un assurdo, poichè prescienza vale predetermina zione, conoscenza anticipata della suc cessione delle cause e degli effetti. Dove è il caso là non vi è prescienza possi bile, avvegnachè il caso sia appunto la negazione d'ogni predeterminazione. (V. Caso edEFFETTO). Se adunque Iddio non agisce direttamente sull'uomo, egli però vi agisce necessariamente colla succes sione di cause che ha create e prede stinate in maniera di conoscere antici patamente il loro risultato ultimo. Lutero e Calvino piú brutali, ma più sinceri, avevano evitata la contraddi zione dei cattolici, ammettendo questa conseguenza. Secondo la loro dottrina Dio aveva, ab eterno, con immutabile decreto separato il genere umano in due parti, l'una di eletti favoriti a cui volle assolutamente assicurata l'eterna beati tudine, ai quali largisce le grazie effi caci, la cui mercè operano necessaria mente il bene; l'altra di oggetti della sua collera, da lui destinati al fuoco eter no, e di cui dirige per modo le azioni che devono di necessità commettere il male, perseverare e morire in questo stato. La quale orribile dottrina so stennero Beza ed altri riformatori. Me lantone, più moderato, n'ebbe orrore e procurò raddolcirla. Parecchi de' setta tori di Calvino perseverarono, come il maestro, a sostenere che pur anterior mente alpeccato di Adamo, Dio hapre destinato la maggior parte degli uomini tanto consecutivamente alla previsione della colpa de' nostri progenitori, e a costoro venne dato il nome d' infrala psari. Non affermavano come i prece denti che Iddio avesse per si fatto modo determinata la caduta del primo uomo e che Adamo non potesse fare a meno di peccare, ma pretendevano che dopo questa caduta quelli che peccano non possano rimanersene dal farlo. Quantunque una tal dottrina, come dice ipocritamente il cattolico Bergier, sia orrenda, tuttavia essa regnò tra i calvinisti fin quasi a'nostri giorni.Eglino persistettero nell'affermare che tale è la pura dottrina della Santa Scrittura e che Sant' Agostino la propugnò a tut t'uomo contro aipelagiani. Sullo scorcio del secolo decimosettimo,Bayle asseriva come nessun maestro osasse insegnare il contrario, che se alcuni pareva che se ne fossero scostati, ciò era solo ap parentemente, non avendo cangiato che alcune espressioni dei predestinaziani. Nel 1601, Giacobbe Van-Hermine, conosciuto sotto il nome di Arminio, professore nell' Olanda, attacco aperta mente la predestinazione assoluta; so stenne che Iddio vuol sinceramente sal vare tutti gli uomini, che a tutti, sen z'eccezione di sorta, dà sufficienti mezzi di salute, e che riprova coloro soltanto, i quali abusarono di questi mezzi o vi hanno resistito. Arminio ebbe ben pre sto un gran numero di seguaci: ma Gomar, altro professore, sostenne perti nacemente la dottrina rigorosa de'pri mi riformatori e seppe conservarsi un partito potente. In tal maniera il cal vinismo resto diviso in due fazioni, l'una degli arminiani o rimostranti, l'altra dei gomaristi o contro rimostranti. A defi nire questa contesa gli stati generali d'Olanda convocarono nel 1615, a Dor drecht, un sinodo nazionale; vi preval. sero i gomaristi, i quali condannarono gli arminiani, della cui dottrina venne alla dannazione e furon detti soprala- I proibito l'insegnamento. Ma questa decisione lungi dall' ac quetare gli animi, non fece che au mentare la discordia: non trovò essa alcun partigiano in Inghilterra, e fu re spinta in più paesi dell' Olanda e della Germania, e nemmeno in Ginevra le si ebbe rispetto. N'assicura il Mosemio che d'allora in poi la dottrina della predestinazione assoluta andò dall'un di coll'altro declinando, e che gli arminia ni ripresero poco per volta il sopraven to. (Hist. eccles. secolo XVII, Lez. II, part. II c. 2. n. 12). Pregiudizio (da præ, prima, e judicare, giudizio, giudicar prima). Voce primamente usata nella giurisprudenza per indicare il giudizio di quelle cause le cui conseguenze erano così evidenti, che la sentenza veniva preveduta prima ancora del processo. Nella filosofia in dicò poi il giudizio pronunciato od ac cettato senza esame in forza dei princi pii ricevuti dalla tradizione. Questo si gnificato non esprime però interamente il concetto di pregiudizio, tale come le s'intende oggidi. Vi sono dei giudizi accettati senza esame che nondimeno sono verissimi, tali, ad esempio, tutte le leggi stabilite nelle scienze, le quali, in grazia del metodo sintetico, s' inse gnano nelle scuole prima della dimo strazione, o primache l'intelligenza ab bia acquistato il necessario sviluppo per poterle intendere. Aformare il vero pregiudizio ec corre che il giudizio, non solo sia pro nunciato senza esame, ma ehe ezian dio sia falso. Un pregiudizio vero non può esistere : non sarebbe più pregiu dizio, nel senso in cui intendiamo oggi questa voce, ma una verità. Sono pregiudizi gli errori a cui sia mo condotti nell'applicazione di princi pii tradizionali ricevuti senza esame ; se però questi errori riguardano la reli gione, meglio si chiamano superstizioni. Éuna superstizione il credere alla esi stenza delle streghe, all'invasamento del demonio, all'influenza degli spiriti ; ma èun pregiudizio il credere,come comu nemente si fa, alla chiaroveggenza ma gnetica, all'influenza delle comete sugli avvenimenti umani ; all'influenza di certi numeri piuttosto che di certi altri, e cosìvia. Vi sono pregiudizi politici e pre giudizi scientifici che dipendono unica mente dal nostro amor proprio. Fra i primi si conta la singolare pretesa d'o gni nazione di essere la prima del mon do; fra i secondi ' ostinata adorazione delle proprie idee, e la pretesa di tutti i cultori di qualche scienza speciale, i quali nelle loro prolusioni nonmancano mai di proclamare che la loro scienza è fra le più necessarie al consorzio u mano. Ho detto che non tutti igiudizi pro nunciati a priori sono pregiudizi ; e che non to sono precisamente quelli che sono fondati sulla verità. Del pari non tutti i giudizi falsi sonopregiudizi, ma lo sono solamente quelli i quali si pro nunciano senza esame, in forza di prin cipii già ricevuti. L'uomo il quale,dopo maturo esame, disgraziatamente affermacosanonvera, non cade in un pregiudizio, ma sem plicemente in un errore. Presbiteri. Due sorta di Chiese presbiteriane si trovano in Inghilterra. Quella così detta Chiesa stabilita o na zionale, e la Chiesa libera o Indipendente che si separò dall' altra per non voler conformarsi alla liturgia che fu stabilit a per la Chiesa ufficiale. (V. ANGLICANISMO) Preesistente. Cosa che esiste anteriormente ad un' altra. Gli antichi filosofi, non ammettendo la sua azione, stimarono che Iddio avesse fatte le cose tutte d'una maniera preesistente ed al pari di lui eterna. Alcuni dissero Iddio avere fatto ogni cosa da ciò che non esisteva, ex non extantibus; espressione che a prima vistapare voler significare ch'egli ha fatto il tutto dal nulla, quindi tutto creato; ma i critici moderni di mostrano che per non extanita inten devasi la materia, e che tal frase significava soltanto aver Iddio data una forma a ciò che non ne aveva alcuna. Del resto, una materia preesistente, e terna e senza forma, è per lo meno egualmente difficile a concepirsi che la tazione le parole di Gesù: lo sono la vite, io sono la porta,per mostrare che se doveva intendersi nel senso letterale creazione: poté forse la materia esistere senza dimensioni; non sono elleno una forma? I pittagorici ed iplatonici credettero nella preesistenza delle anime umane, ossia che le anime avessero esistito in un' altra vita prima d' essere mandate ne' corpi per animarli; soggiungevano che l'unione delle anime ai corpi che sono per esse una sorta di prigione, era una punizione de' peccati da lor commessi in una vita anteriore. Simove accusa a Origene di averpartecipato a tale opinione e talvolta veramente par la sostenga; ma Uezio osservò che Ori gene, e così sant' Agostino, si tennero entro i confini del dubbio intorno alla vera origine dell' anima. (Origenian., I. II c. VI, N. 1). Presenza reale. Dommaper il quale i fedeli credono che sotto le ma terie dell'Eucarestia esiste veramente il corpo ed il sangue diGesù Cristo. Que sto domma differisce da quello della transubstanziazione in ciò, che questo ultimo suppone che le stesse materie del Sacramento si trasformano nel corpo enel sangue di Gesù,mentre ilprimo ammette che il corpo e il sangue stanno sotto alle materie del Sacramento senza che però questecambino la loro natura. Il domma della presenza reale era generalmente ricevuto dalle Chiese ri formate, quando Carlostadiomandò per le stampe alcune scritture per combat terlo. A lui si unirono Zuinglio ed Eco lampadio, i quali convennero che le parole dette da Gesù nella Cena men tre spezzava il pane: questo è il mio corpo, dovessero intendersi in senso fi gurato. La parolaè devesi intendere in senso significativo, diceva Zuinglio : Corpo, cioè il segno del Corpo, aggiun geva Ecolampadio. L'uno e ' altro ad ducevano in prova della loro interpre che il pane era il corpo di Gesù, do veva pure intendersi che Gesù fosse la vite e la porta. Il segretario della città che disputava sostenendo la dottrina opposta, ben adduceva che questi esem pi non erano della stessa sorte, poichè quando Gesù disse: questo è ilmio cor po, questo è il mio sangue, non propo neva una parabola, nè spiegava una allegoria. Alla quale obbiezione Zuinglio cercava una soluzione. E dopo dodici dì ebbe un sogno in cui dice, che imma ginandosi di disputare ancora col se gretario della città, vide comparirsi ad un tratto un fantasma bianco o nero, che gli disse queste parole: vile, perché non rispondi tu ciò che è scritto nel l'Esodo, l'agnello è la Pasqua, per dir che n'è il segno? (Esod.). Frattanto non erano i soli cattolici quelli che osteggiavano l'interpretazione figurata. Lutero stesso, il qual vedeva di mal occhio le innovazioni degli altri riformatori, sosteneva che volgendo al figurato le parole del Vangelo, era a prire una porta, per la quale tutti i misteri sarebbero sfuggiti in figure. Elagnandosi di coloro che opponevan gli essere la presenza reale un domma inconcepibile, diceva: « Allorchè Gesù Cristo è stato concepito per opera dello Spirito Santo nel seno d' una Vergine, questo miracolo maggiore di tutti, a chi è stato sensibile? Quandola Divinità è corporalmente abitata in Gesù Cristo, chi lo ha veduto e chi l'ha compre so? Chi lo vede alla destra del Padre di dove esercita la sua onnipotenza su tutto l'universo ? É questo ciò che li costringe a torcere, a mettere in pezzi le parole del maestro ? Noi non com prendiamo, dicono essi, come egli le possa eseguire alla lettera. Mi provan bene con questa ragione che il seuso umano non si accorda colla sapienza di Dio: io ne convengo; ma non sapeva per anche essermi necessario il credere 2PRESENZA REALE solamente quel che scorgesi aprendo gli occhi, o quello che può adattarsi al l'umana ragione » (Sermo de corp. et sang. Christ ) Rispondendo a Lutero i Zuingliani non mancaronodi provargli che quando si dovessero intendere alla lettera le parole di Gesù, non la sola presenza reale, ma la transubstanzazione dei cat tolici diventerebbe necessaria. Osserva rono essi che Gesù Cristo non aveva dell'Eucarestia è il vero corpo naturale del nostro Signore, la quale dottrina contenuta nella ultima sua confessione di fede fu approvata da Melantone e da tutta la Sassonia. Contro a' Zuingliani scagliavasi furioso. α Mi hanno fatto piacere, scriveva in una lettera, chia mandomi infelice. Io dunque il più in felice di tutti gli uomini, mi sti detto : il mio corpo è qui; ovvero : il mio corpo è sotto questa cosa ; oppure: questo contiene il mio corpo. Così cid ch'ei voleva dare ai suoi fedeli, non era, una sostanzachecontenesse il suo corpo, ochelo accompagnasse, ma il suo corpo senz'altra sostanza straniera. Nonhadetto nemmeno: questo pane è il mio corpo, che è l'altra spiegazione di Lutero, ma disse: questo è il mio corpo, con un termine indefinito, per mostrare che la sostanza da esso data non è più pane, ma il suo corpo. Perciò Zuinglio nella confessione di fede che mandò ad Au gusta e che fu approvata da tutti gli Svizzeri, dichiarava espressamente « che il corpo di Gesù Cristo dopo la sua ascensione non era in altro luogo che in Cielo; e non poteva esistere in altra parte: che per veritá era come presente nella Cena per la contemplazione della fede, e non realmente, nè colla sua es senza » (Bossuet Storia delle variaz. lib. III, 14). E in una lettera indirizzata a Francesco I, dice che quanto al man giare che fanno gli Ebrei come i Pa pisti, deve cagionare lo stesso orrore che avrebbe un padre cui si desse da mangiare il suo figliuolo; che la fede ha orrore della presenza visibile e cor porale, e che non si deve mangiare Gesù Cristo in una maniera carnale e materiale: un'anima religiosa mangia il suo corpo sacramentalmente, cioè in segno, spiritualmente, cioè per la con templazione della fede. Contuttociò Lutero fu ben lontano di piegarsi alla opinione dei sacramenta ri; egli sostenne maisempre che il pane mo per una sola cosa felice, e non voglio che la beatitudine del Salmi sta: beato l'uomo che non è stato nel concilio dei sacramentari, e non hamai camminato per le vie dei Zuingliani, nè si è posto a sedere nella cattedra di quei di Zurigo ». Lutero moriva al 25 gennaio 1546, e nell'anno 1561 un'adunanza dei teclogi di Vittemberga e di Lipsia tenuta in Dresda per ordine dell'Elettore, ne mo dificava sensibilmente la dottrina. Di chiararono « che il vero corpo sostan ziale è veramente e sostanzialmente dato nella Cena, senza che tuttavia di venti necessario il dire che il pane sia il corpo essenziale o il proprio corpo di Gesù Cristo, nè che si riceva corpo ralmente e carnalmente colla bocca del corpo; che l' ubiquità loro faceva or rore ; che vi era argomentoa stupirsi che vi fosse tanto attaccamento al dire che il corpo sia presente nel pane, perché era molto meglio considerare ciò che si fa nell'uomo, per il quale, e non pel pane, Gesù Cristo si rendeva presente ». Questa attenuazione eracontraddito ria, giacchè, mentre voleva che il corpo fosse veramente dato nell'Eucarestia, si avvicinava poi all'interpretazione simbo lica dei sacramentari, in quanto non ammetteva che il corpo eucaristico fosse il proprio corpo di Gesù. Non si pote va in così poche parole annunciare due principii più contrari! Nonostante la sua poca conseguenza questa confes sione fu il principio di una serie di transizioni fra i due partiti. Calvino ammette una presenza quasi miracolosa e divina; non cessa dal ripetere che il mistero dell Eucaristia supera i sensi, PREVOST che èun'opera incomprensibile della di vina potenza, e nel suo catechismo si sforza di spiegare come sia possibile ma lo vollero addrit tura infinito ». Già s'intende che questa infinità contiene una impossibi lità implicita, imperocchè essa suppone nell' ingegno umano una potenza di svolgimento infinito. Or noi sappiamo bene che le facoltà percettive del no stro intendimento sono limitate a un maggiore o minor numero di cognizio ni, e che quando nuove idee vengono a imprimersi nella nostra memoria, di mentichiamo una seriedi altre idee, sic chè le une cancellano le altre, e non vi è nel nostro intelletto aggiunzione di idee nuove, ma semplice successione (V. MEMORIA). Vié dunque un limite intellettivo, oltre il quale l'uomo, così come è ora organizzato, non può spin gersi. Anche la divisione di una mede sima scienza i vari rami coltivati dagli specialisti, già indica che un nomonon può approfondire le sue cognizioni, se non si dedica esclusivamenle a un de terminato e ristretto numero di fatti. Ma il pragresso infinito malpuò conte ciclopedia delle scienze, e conoscere tutti i particolari dellastoria, per quanto grande sia il numero dei secoli che conta la vita del mondo.Epoichè pro gresso infinito vale tempo infinito, cosa infinita, così bisognerà credere che possa venire un tempo incuil'uomo conoscerà tutti i fenomeni dell' universo infinito, nel qualel'eternitànel tempo e nello spazio non saranno più una incognita per lui. Siffatta esagerazione nonhabisogno di essere confutata. Il mondo nè peg giora, nè progredisce infinitamente. II nostro miglioramento è semplicemente indefinito, vale a dire che se noi pos siamo accertare il costante progresso dellasocietà, manchiamo peròdi qualsiasi dato per stabilire il punto in cui que stoprogresso dovrà arrestarsi.Sappiamo però che una legge di trasformazione è immanente in tutta la natura; che la specie nostra e la nostra vita non rap presentano che un punto e un minuto nella vita dell' universo; e che nati su questa terra allorchè le condizioni di calore furono propizie allo sviluppodella vita organica, noi cesseremo di esistere tostochè il successivo raffreddamento di essa più non permetterà agli attuali organismi di trovarsi nelle condizioni necessarie alla loro esistenza (v. Mondo). Proposizione. La più semplice forma logica con laqualeesponiamo un giudizio. Ogni proposizione, infatti, per semplice che essa sia, contiene sempre un giudizio, avvegnachè, ancor che sia ridotta ai suoi minimi termini, essa e sprime sempre l'oggetto e l'attributo, e spesso la relazione tra l' uno e l'altro. Quando io dico la forza è eterna, il verbo é indica la relazione che corre fra il soggetto forza e l'attributo di eternità di cui è o la suppongo dotata. Questa sarebbe una proposizione affermativa perché il verbo afferma l'attributo; sa rebbe negativa se lo negasse, come per esempio in quest' altra: l'anima non è immortale. Platone nel Sofista riduce a due soli i segni vocali della proposizione: > Morto Francesco I, il suo succes sore restitul aRamus la libertà di par lare e di scrivere, e cred anche per lui una nuova cattedra al Collegio di Fran cia: ma la protezione reale non valse ad impedire l'odio di quelli che mal tolleravano i suoi tentativi di riforma in ciascuna delle arti liberali, dalla gram matica alle matematiche. Qui vuol es sere ricordata la questione, divenuta famosa, dei quisquis e dei quanquam. I teologi della Sorbona pronunciavano quelle parole alla francese, e cioè come se fossero scritte Kiskis e Kankam: i lettori del re invece respingevano come barbarismo quel modo dipronuncia. Un beneficiario che aveva adottata la pro nuncia di questi ultimi, fu perciò solo citato in giudizio davanti al Parlamento di Parigi, ed egli correva gran rischio di pagare la sua grammaticale eresia colla perdita del beneficio, se non lo avessero caldamente difeso i professori del Collegio di Francia e Ramus con essi, i quali a gravissimo stento riesci rono a persuadere i giudici che le re gole dell' ortoepia non erano soggette alla loro giurisdizione. Giudichisi da questo fatto quale fosse allora la forza delle vecchie consuetudini, e del princi pio di autorità, e quanto coraggio do vessepossedere chi in qualsiasi guisa vo lesse sfatare questo o quelle.Pure Ramus non si lasciò spaventare da ostacoli di tale natura ; riprese le sue lezioni di 329 le dottrine di Platone e di Aristotile logica ad onta dei clamori e dei tumulti con cui si tento ripetutamente di inter romperle; anzi adottò per testo appunto quelle considerazioni sulla logica di Aristotile » per cui erasi scatenata su lui tanta tempesta. Nello stesso tempo osò pubblicamentesostenere(ed era al lora esecranda eresia) che anche Cice rone e gli altri autori antichi avevano i loro difetti, e che « se furono ottimi in qualche cosa non erabuona ragione per adorarli in ginocchio e per procla marli perfetti in tutto ». Avendo Ramus abbracciata in quel l'epocala religione protestante,dapprima segretamente e pubblicamente dopo l'e ditto di tolleranza del gennaio 1562, offri ai numerosi nemici che si era procurati colla sua audacia una poten tissima arma per perderlo. Egli divenne l' oggetto delle calunnie più odiose, e per due volte fu costretto ad abbando nare la cattedra ed a correre la via dell'esiglio. Finalmente, come già dissi, fu barbaramente trucidato la sera della strage di San Bartolomeo, dopo che a veva già convenuto e pagato ai suoi as sassini il prezzo del suo riscatto. Tra le sue opere ricordo le « dia lectuæ partitiones ad Academiam Pari siensem, e gli arithmeticae libri tres ». Rapin. Nacque in Tours; morìl in Parigi: entrò nella compagniadi Gesù, dove fu destinato all'insegnamento. Scrisse molte opere filosofiche, nes suna però di qualche merito. Come un infecondo tentativo di filosofia teologica va ricordato il suo « confronto tra Pla tone ed Aristotile coi giudizi dei padri sulle loro dottrine. Con esso l'autore si propose di dimostrare che fu irra gionevole il disprezzo ostentato da De scartes per le tradizioni filosofiche che erano in auge prima di lui, ed erroneo ed incompleto il sistema da lui seguito e le conseguenze che ne dedusse. Pre messa unasuperficiale esposizione del (tra cui fa un confronto non meno su perficiale) come dei padri della chiesa, Rapin giunge alla conclusione che mal grado la loro ignoranza delle leggi fi siche tutti costoro furono eccellenti filo sofi appunto per aver saputo meglio di Descartes apprezzare l'importanzadella metafisica e per averne riconosciuta la preminenza sopra le scienze fisiche. Del resto, anche non tenendoconto della va cuitàdelle opere delRapin, i suoi stessi fautori riconoscono non aver egli saputo senonchè esporre conuna forma molto infelice le idee su Platone di un cano nico di poca fama, di cui egli in tal guisa non sarebbe stato che un impe rito plagiario. Razionalismo. Così si chiama quel sistema di filosofia il quale pro fessa di non riconoscere altre verità che quelle dimostrate dalla ragione. Data questa definizione,che è la piùgenerale, si capisce facilmente che le credenze dei Razionalisti possono essere tanto diverse quanto sono diversi icervelli degli uo mini. Se la ragione fosse eguale in tutti gli uomini, certo sarebbe unico anche il criterio dei razionalisti per scoprire la verità; ma disgraziatamente non è così; e poichè ogni uomo crede di se guire i dettati della sua ragione, anche quando non rettamente argomenta, da questa varietà doveva necessariamente derivare, come infatti n'è derivata, una grandissima diversità nelle conclusioni dei razionalisti, i quali vanno divisi in tante scuole, che a tutte nettamente determinare è ardua impresa. Dirò per tanto di alcune di esse e delle più note. La prima scuola,la quale interpreta il razionalismo nel modo più ristretto e, dirò anche in un senso affatto im proprio, è quella del razionalismo teo logico. Questa scuola, per la maggior parte compostadi veri teologi, professa sibbene di accettare la ragione come criterio di verità, ma riconosce poi che ci sono dei veri i quali eccedono la ca pacitànaturaledell'umana ragione, quali sono ad esempio i misteridella religione, primitivo ha potuto colsolo aiuto della iquali non possono dimostrarsi, ma devono di necessità essere creduti per fede. Tutti di leggeri intendono che impropriamente cotesti tali presero il nomedi razionalisti, imperocchè dalmo mento che l'uomo sottrae al giudizio della sua ragione una opinione od un principio, perde per ciò stesso il diritto di dirsi razionalista; altrimenti bisogna rebbe che tal nome fosse dato a tutti gli uomini; inquantochè tutti inqualche cosa si sottomettono ai dettati della ragione. Fra questi stessi teologi il nome di razionalisti fu disputato; ma infine ge neralmente convennero di applicare tale appellativo a quelli fra di loro i quali si sforzano didimostrare laverità della fede collaragione. Si sa che ilmaggior numero conviene che molti dommi te ologici sono superiori al nostro inten dimento, e che impresa vana è il ten tarne la dimostrazione. Non pochi però furono di contrario avviso, e appog giandosi al detto di S. Paolo « la cre denza sia ragionevole » hanno concluso che ognidommapuò edeve esserespie gatodallaragione, permezzodella quale si sono accinti a dimostrare, a parer loro razionalmente, le così dette verità della fede. Non e a dirsi la meschina figura che certi tali hanno fatto in co tale improba intrapresa, giacchè, messi alle strette tra la fede e la ragione, nonhanno fatto questa giudice di quella, ina piuttosto un' umile ancella, i cui servigi sono stati assai poco apprezzati e ancor peggio rimunerati. Molti teologi hanno severamente biasimataquesta ten denzadi introdurre laragione nelcampo dei misteri; e non avevano torto, poichè la ragione nulla possa in quelle cose che la Chiesa stessa ex cattedra ha de finite superiori all'umano intendimento. Appenapochi lustri or sono eraviva in Francia la disputateologica tra i ra zionalisti ed i tradizionalisti; i primi cercavano di dimostrare con esempi at tinti alla natura e alla storia che l'uomo sua ragione man mano sollevarsi dallo stato selvaggio alla presente civiltà. So stenevano invece i tradizionalisti che senza il soccorso della tradizione, per la quale venne trasmessa la rivelazione fatta da Dio al primo uomo, non solo il genere umano sarebbe andato dege nerando, ma non sarebbe mai riuscito neppure a crearsi un linguaggio. Era, per verità, da partedei teologi razionalisti, un'ardua impresa quella di sostenere arditamente la potenza civi lizzatrice della ragione, e di opporla al potere della rivelazione. Manon dimen tichiamo che quei singolari razionalisti nonsostenevano la ragione che per ado perarla poi a beneficio della fede. Essi non escludevano il sovranaturale, tut t'altro; partivano anzi da un principio poco diverso dalle idee archetipe di Pla tone, pel quale sostenevano che l'intel letto nostro contiene in germe tutte le verità così religiose come naturali; che queste verità, dono gratuitodi Dio, van no manmano svolgendosicol progresso storico dell' umangenere. Tutte le loro dispute si struggevano intorno aquesto solo principio: la rivelazione è un fatto vero ma non necessario. Se Dio non avesse data la rivelazione, gli uomini col solo aiuto dei germi che Dio ha posti nell'intelletto umano, si sarebbero innalzati alla civiltà, avrebbero acqui stata la conoscenza di Dio e della sua legge morale. Non si può negare che per dei filo sofi teologi questo era un passo assai ardito. Ma stretti com' erano dai vincoli della fede, alla quale non potevano sot trarsi, come avrebbero potuto non mal trattare la logica a beneficio della re ligione? Perciò vittoriosamente oppo nevano i loro avversari che laragione umana essendo limitata, non potrebbe da se solaelevarsi fino alla chiara idea diDio. Quindi conchiudevano con l'ar gomento di S. Tomaso (Contr. Gen. c.4) che tre inconvenienti sarebbero venuti ove Dio avesse abbandonato alle ricer RAZIONALISMO che di ciascun uomo l'opera di for marsi le nozioni riguardanti Dio, la cre azione, la legge morale e la vita avve nire. E cioè: 1.º che pochi uomini ar riverebbero fino alla cognizione di Dio, essendo il maggior numero impedito o da inettitudine o da estranee occupa zioni, o dall' inerzia; 2.º che anche que sti pochi i quali hanno capacità, tempo e volontà, a stento vi potrebbero per venire dopo anni assai, e ad età inol trata; 3.º che essendo limitata laragione e soggetta ad errare, non potrebbero quindi avere mai la piena e formale sulle forme del culto, divien scettico sui dommi fondamentali della vita av venire; non afferma nè nega, ma s'a stiene, come il positivismo. Ciò, pertan to, che fudetto perl'uno valeanche per l'altro. Dirò ancora che, a parer mio, questa astensione non èmolto ragione vole, poichè in tutte le cose l'uomo certezza di avere colto nel vero. I razionalisti teologi sono molti dif fusi inGermania dove, per razionalismo, non s'intende già una filosofia incredula, ma una filosofia, la quale, benchè sia contraria ai dommi della religione, è pur sempre sottomessa ai dommi fonda mentali dell' esistenza di Dio, della spi ritualità e dell' immortalità dell'anima. Ai nostri giorni nell' Italia e nella Francia è sorto il razionalismo filosofico, il quale, assai più ardito del suo confra tello, ha scosso tutti i dommidella fede pronunzia il suo giudizio seguendo le regole della probabilità. Nel Fedone, parlando Socrate della immortalità del l'anima, dice: « lachiara cognizione di tali cose in questa vita è impossibile, od almenodifficilissima ... Il savio deve dunque tenersi a ciò che sembra più probabile quando non abbia dei lumi più sicuri, o una rivelazione che lo gui di ». Or i razionalisti questa rivelazione non l'hanno, nè ammettono per vere quelle a cui credono gli altri uomini; perchè dunque non si atterranno al co mun modo di determinarsi nei casi dubbi? Dicono che questequestioni ec cedono lacapacitànostra e che i motivi addotti pro e contro non hanno alcun valore. Ragione di più anzi per deter mivarci alla negazione, perciocchè se alcuno ci venisse innanzi affermando l'e equelli ancora della filosofia spiritua lista. Questo razionalismo, proclamando l' assoluta indipendenzadella ragione, e la sua esclusiva competenza a scoprire prensibili, certo non si pretenderebbe cheda noi si adducessero argomenti sistenza dicosa impossibilee pretendesse dimostrarcela con argomenti incom il vero, nega recisamente ogni culto e sterno ed eziandio ogni religione. Si arresta, per altro, dinanzi ai dommi fon damentali dell'esistenza di Dio e dell'a nima immortale, non giá perché esso li ammetta siccome veri; ma perchè li di chiara impossibili a concepirsi e a di mostrarsi col nostro intendimento. Par rebbe ovvio che dopo taldichiarazione il razionalismo dovesse negarli; pure non è così, giacchè esso aggiunge inol tre, che come quei dommi non possono concepirsi nè dimostrarsi, così neppure possono confutarsi e negarsi; che tanto le prove affermative quanto lenegative non hanno valore quando si applicano ad argomenti che eccedono i limiti del l'umana ragione. Mentre adunque il positivi per negarla. Finchè una cosa non sia dimostrata, per noi non esiste ancora, e per negare ciò che non esiste occorrono forse argomenti positivi? Ma dimostrato non è ciò che si ammette eccedere i limiti delnostro intendimento, perciocchè la dimostrazione vuol essere compresa, o non è dimostrazione. Se non è dimostrazione, dunque la cosa rimane indimostrata; e se la dimostra zione non è conpresa, dunque la cosa non resta nè compresa ne dimostrata, come non lo sono tutti i sogni della nostra immaginazione, ad annullare i quali bastala semplice attestazione dei sensi. L' astensione del razionalismo sui razionalismo filosofico è affatto incredulo | dommi fondamentali della religione non può dunquefondarsi, come si pretende, sulla incompetenza della ragione. Un certo ritegno, consigliato piuttosto dalla opportunità, per non spingerela nega zione a tutta oltranza e per non cre arsi troppi nemici, è il vero motivo di questa astensione. Ma molti hanno già superato anche le ultime barriere e spingono il razionalismo filosofico alle sue ultime conseguenze, quali quelle di emancipare la ragione umana da ogni incomprensibile sovranaturale e di ren derla suprema giudicatrice d' ogni con troversia. Razza, Specie. I naturalisti divi dono gli esseri vivi che popolano il mon do in vari generi, ogni genere sidivide in varie specie, e le specie in razze. La specie dunque comprende la razza; e se si ammette che le razze comprese in una medesima specie derivano tutte da un'unica fonte, non così sono tutti disposti ad ammettere che le specie possono essere derivate le une dalle altre. Darwin è stato uno fra i primi che hanno dimostrata la trasformozionedelle specie e il loro possibile passaggio dal l'una in altra (v. DARWINISMO ). Rima ne tuttavia il dubbio sul valore delle varie razze umane, rimane, cioè, a co noscersi se le varietà che si notano nel fisico umano, derivano dalladegradazio ne o dal miglioramento di individui e guali, oppure se queste varietà sussi stettero in ogni tempoe fin dall'origine dei vari tipi, i quali sarebbero perciò distinti con caratteri specifici e costi tuirebbero altrettante specie. Già fin dal secolo scorso i naturalisti erano discordi intorno a questo punto. Buffon ammetteva una sola specieuma na, fondandosi sul fatto che da un clima all' altro le singole razze di uomini sono insieme collegate; che a lungo andare ogni uomo risente la influenza del clima, che una medesima latitudine, allorchè contiene climi diversi, presenta pure razze differenti; finalmente che le varie razze d'uomini possono associarsi vicen devolmente e generare individui fecondi. Quest'ultimo carattere fu però negato da molti naturalisti, specialmente dopo le infeconde unioni sperimentate sui negri d' Affrica trasportati in America (V. DARWINISMO ). D'altra parte si è pure giustamente obbiettato che la fe condità delle unioni fra individui di differente razza non proverebbe che essi appartengono alla medesima specie,poi chè, come osserva il prof. Adelon, è certo che molti animali di specie evi dentemente diversapossono accoppiarsi e procreare individui fecondi. A molti parve poi impossibile di attribuire al l'influenza del clima le differenze che si riscontrano fra le varie razze umane. Nella storia naturale, dicono essi, le specie si fondano sopra diversità im portanti, dipendenti dall' organizzazione primitiva, le quali resistendo ad ogni esterna influenza, si trasmettono immu tabili attraverso alle generazioni. Essi dicono che le differenze che si notano fra le razze umane in certi casi hanno questo carattere specifico. Si incontrano uomini neri vicino ai poli e uomini bianchi sotto ai tropici; gli uni e gli altri si mantengono tali in climi opposti quando non si uniscono con altre razze; ed in tal modo ibianchi rimangono bianchi sotto ai tropici ed imori restano mori nella terra di Diemen, paese fred do, come pure nell' America settentrio nale. Quante nazioni conservano il pri mitivo loro tipo a malgrado dei secoli e dei climi, quando non contraggono estranee alleanze, come, per esempio, la nazione ebrea! D'altronde il moro non ha mica la sola pelle nera; sono pure neri ilsuo sangue, i suoi organi interni, e se pretendesi che la prima sia stata annerita dal calore del clima si vorrà forse che egualmente abbia anneriti gli altri? D'altronde non fu forse osservato avere il negro un pidocchio particolare ad esso, e diverso da quello che affligge la razza bianca? Intorno a questo argomento così si spiega Bertillon in un notevole scritto sull' antropologia: «Uno dei criteri di coloro che sogliono attenersi al di principio per sviluppare la confusa. gruppo specifico è l'origine. Sono di chiarati della stessa specie coloro che sortono dalla medesima coppia. Compre sa in questa generalità la tesi è incon testabile, perchè si suppone che la discen denza è unfatto osservato, maquando la comunanza d'origine non è stata scien tificamente accertata, e in conseguenza tutte le volte che essa risale a tempi lontanissimi, come nel caso dell' uomo, bisogna relegare questo preteso criterio fra le più detestabili inspirazioni di cui i miti religiosi hanno infettate le fonti della scienza. Quand' anche gli uomini non fossero che delle scimmie antropo morfe perfezionate da una lunga selezio ne, non costituirebbero perciò meno un gruppo generico ben distinto; e se an che gli astronomi, che oggi ci mostrano l'esistenza del ferro, del rame, dell'i drogeno ecc. nelsole, riuscissero a farci vedere degli uomini nel pianeta Marte, Od altrimenti, il raziociniosi fa quando, con dei principii luminosi ben applicati alle cose oscure e ignote, si dimostra quel che era occulto. Raynal ( Tommaso Guglielmo ) nato a Saint-Genis il 12 Aprile 1713, morto a Chaillot il 6 Maggio 1796. Fudapprima ascritto alla compagnia dei Gesuiti, mase ne allontand ben pre sto e, recatosi a Parigi, vi abbandonò apertamente il sacerdozio. Alcuni lavori di diversa natura, sto rici in gran parte, incominciarono ad acquistargli rinomanza, e lo fecero ac cettare quale uno dei redattori del Mer curio. Avendo poi stretta amicizia con Holbach ed Helvetius difese con ar dire e convinzione i principi da essi professati. Ebbe fama luminosaper lasua ope ra maggiore intitolata « storiafilosofica e politica degli stabilimenti e del com mercio degli Europei nelle due Indie. qualunque fosse la loro eguaglianza or ganica con noi,dovrebbero forse costi Con quel libro Raynal tradusse in atto tuire una specie aparte, sotto pretesto che non discendono dagli stessi ante un concetto di difficile esecuzione e va nati ? Il solo proporsi queste questioni vale risolverle. La formazione dei gruppi specifici deve riposare, o sulla fecondità scientificamente accertata e duratura fra gli individui che li compongono, oppure sul complesso dei rapporti di rassomi glianza e d'intimità i quali possano condurci ad ammettere come attualmen te possibile la riproduzione durevole dello stesso tipo ». Con ciò si conclude che se in nessuna scienza si possono fare delle divisioni assolute, meno poi èlecito farle nella storia naturale, nella quale queste divisioni sono affatto con venzionali enon meritano proprio, come ben dice il dott. Bertillon, le lunghe discussioni che hanno generato. Raziocinio. L'atto del commet tere insieme giudizi per induzione o per dimostrazione. Il raziocinio, diceRo magnosi, discorso,argomento, prova, non è che lo sviluppo di una idea chiaro confusa, nellaquale laparte chiara serve stissimo, quale era quello diriunire in un quadro metodico e ben fattola sto ria di tutte le imprese degli Europei nell' India e nel nuovo mondo. Come egli sia riescito in questa impresa si ardua, lo mostra la splendida celebrità che al suo primo apparire l'opera gua dagnava all'autore. Della Storia filoso fica, furono fatte nella sola Francia venti edizioni, e più che cinquanta altrove. E fu un successo ben meritato, perchè se in qualche punto si sarebbe potuto usare una critica storica più severa, tale menda però scompare di fronte ai pre valenti pregi reali dell'opera, nella quale l'autore, alla esatta esposizione dei fatti, seppe accoppiare profondi insegnamenti, ed interessantissime considerazioni, qua li sono quelle sulla tratta deinegri, e sul la libertà del commercio, cherimangono adimostrare il suo profondo affetto per l'umanità, e per il civile progresso. L'opera, per la sua indole storica, più che filosofica, mal si prestava ad una completa ed ordinata esposizione di dot trine. Tuttavia Raynal non lascid sfug gire occasione veruna per battere in breccia l'assolutismo e lasuperstizione, eper ridurre al loro giusto valore le teorie dell'assoluto. Così egli rifiuta ogni fede all'esi stenza di Dio, ed anzichè supporre un ordine morale eguale in ogni tempo ed in ogni luogo ed indipendente dalla diversità dei fatti e delle forme sociali, dimostra essere la morale una creazione e della società, diversa nei diversi tempi nei diversi luoghi, ed intieramente subordinata ai climi, alle consuetudini, ed alle forme di governo. e «la storia del Parlamento d'Inghilterra». Realismo. Vedi NOMINALISMO. Redenzione. Nell' antico Testa mento redentore è detto chi redimeva od aveva diritto di redimere l'eredità venduta da alcuno dei suoiparenti, o il parente stesso, dalla schiavitù, e chi ri scattava una vittima destinata al sacri ficio. Redentore del sangue era colui che aveva diritto di vendicare l'uccisione di qualche suo parente, ammazzando l'uccisore. Nel nuovo Testamento Gesù è detto il Redentore, colui che diede la sua vita per la redenzione degli uomini (Matt. XX, 12). Ivi s' insegna che noi resero molti onori. RELAZIONE, RELATIVO siamo stati riscattati a gran prezzo (I Cor. VI, 20), che il nostro riscatto non fu fatto a prezzo d'argento,macol 335 uomini ed a concedere loro la vita e sangue dell' agnello immacolato, il quale è Gesù Cristo. (I Piet. I, 11). Gli scrit terna. La quale opinione, che fadi Gesù Cristoil nostro redentore per in tercessione e non per soddisfazione, è avversata dalla maggior parte dei cri tori sacri partendo dal concetto del| stiani, i quali siconfortanocolleparole peccato originale, giungevano fino a supporre che tutti gli uomini fossero dannati e fatti preda del demonio, e che Gesù solamente col versare il suo cato e la nostra liberazione. Conviene di Gesù: « Questo è il sangue mio del nuovo testamento, il quale sarà sparso per molti in remissione dei peccati ». Essi dicono ancora chenell'anticalegge la redenzione o il riscatto dei primo sangue, offrendolo in olocausto al Pa drè suo, ottenne laremissione del pec- geniti consisteva nel pagare il prezzo per ricuperarli; la redenzione dunque del genere umano consistere nell'avere ricordare che sotto l'anticalegge il sa Gesù pagato il prezzo per salvare gli uomini colpevoli e degui della morte eterna. Ma fu risposto che se quello di Gesù Cristo fosse stato un riscatto ve crificio costituiva il fondamento di tutto il culto. Il popolo d'Israele, simile in questo a tutto il paganesimo, non im petrava la clemenza di Dio in altro modo che coll' offrirgli de' sacrifizi. I migliori animali e i più immacolati e rano immolati sull'altare della divinità, e su quella vittima innocente ciascuno scagliava la sua maledizione come per rovesciare su di lei le colpe di tutti. Ammesso dunque il peccato originale, ai primi cristiani doveva parer cosagiu- muoia per alcuni colpevoli, nè offrendo sta che il sangue di unuomo fosse dato come corrispettivo del riscatto di tutta ro, egli avrebbe dovutopagarne il prezzo al demonio da cui li riscattava, e che questa idea era troppo orribile per es ser vera. D'altra parte fu detto che la redenzione per soddisfazione, sarebbe contraria alla giustizia divina, non es sendo giusto che un innocente patisca e l'umanità. Ai sociniani però non parve conve nevole per la divinità ch'ella vendesse, fosse pure a prezzo di sangue, la re denzione degli uomini; laonde cercarono di mitigare quanto ha in se stesso di brutale questo domma, insegnando che, non già per lamortedi Gesù,Dio aveva perdonato agli uomini, ma per le sue. preghiere. Quanto ai pelagiani che ne gavano la propagazione delpeccato ori ginale, dovevano necessariamente inten dere la redenzione in un senso simbo lico. Dissero perciò che Gesù è reden tore degli uomini perchè li ha istruiti con laparola e con l'esempio, riscat tandoli dalle tenebre dell' ignoranza, e ponendoli in condizione di acquistarsi il cielo. Anche Le Clerc nella sua Sto ria Ecclesiastica si avvicina a questa dottrina, dicendo che Gesù pregò il questa sostituzione soddisfazione alcuna pel delitto. Che, infine, sarebbe stata cosa più degna della bontà infinita il perdonare senz' altro a rei pentiti che l'esigere una rigorosa soddisfazione. Aqueste ed altre obbiezioni, i cre denti nella soddisfazione hanno risposto essere una veratemeritàil crederedi sa pere meglio di Dio ciò checonvenisse ad una bontà infinita. In questa maniera eludendo la domandaconvennero che il domma della redenzione non è spiega bile dalla ragione umana, e che costi tuisce perciò un mistero imperscruta bile. V. GESÙ, CRISTO, MESSIA, INCARNA ZIONE. Relazione, relativo.L'atto col quale l'intelletto consideradue cose di verse, ideali o reali, per indurne conse guenze sulla loro convenienzaosconve nienza si chiama paragone; le conse guenze indotte le quali indicano ciòche una cosa è rispetto all'altra, sono la Padre suo a perdonare i falli degli | relazione . Le relazioni che le cose hanno fra di loro sono innumerevoli, e la loro conoscenza costituisce il nerbo delle nostre cognizioni. Sono cose o ideerelative quelle che hanno dipendenza da altre cose o idee. L'effetto è relativo alla causa da cui dipende; il colore è relativo al corpo in cui si manifesta od all'organo da cui è percepito. Adoperasi perciò nella filoso fia la voce relativo per indicare uno stato o una condizione differente dal l'assoluto. Ogni nostra idea è relativa a noi,manon è assoluta; il concetto che io mi formo del suono, deicolori, della luce, è affatto relativo al mio modo di percepirli; ma chi sa in quale altra maniera sono percepiti da altri esseri ? e chi sa che cosa questi fenomeni sono in realtà? Di cose assolute non può e sisterne che una, ed è la sostanza, la quale essendo indipendente da ogni al tro essere, ed unica, non ha relazione conaltre cose, poichè tutte le cose sono parte di essa . Tolta questa unica eduniversale sostanza, tutti i feno meni percepiti sono relativi o al no stro modo di percepirli, o alla causa d'onde emanano, o alle condizioni di e sistenza che essi trovano. Tutte le idee che noi abbiamo sono relative. Invano noi cerchiamo di avere la nozione assoluta delle cose; tutto ciò che noi impariamo, lo impariamo in grazia dei nostri sensi e perciò la ve rità di tutte le nostre cognizioni è pu ramente relativa a questi sensi. (v. PIR RONISMO). Religione. Sentimento dell'animo verso Dio, il quale non deve confon dersi con gli atti di divozione, che costituiscono più propriamente il culto. Vi sono alcuni chehannouna religione enon uncultoesterno; ma l'elevazione della mente verso Dio è in ogni caso carattere essenziale della religione. Han no torto quegli increduli i quali affet tano di professare la « religione della scienza » la « religione dell'umanità >> ola « religione del vero ». Queste ed aitre tali espressioni o non esprimono giustamente il loro pensiero, oppure non servono che ad occultare la loro incredulità. Si possono professare delle opinioni filosofiche intorno alla scienza o all'umanità; ma acostituire una reli gione, ossia un sentimento di relazione fra l'uomo e un supposto essere sovra naturale, non bastano leideepuramente relative a cose naturali. Questo per ciò che riguarda la de finizione. Se poi si'considera la reli gione nella sua essenza, si vede che quel il quale si suppone innato in tutti gli uomini, non è altro che l' espressione di quel l'occulto timore che l'uomo prova din nanzi agli agenti naturali più potenti di lui. Feuerbachha detto giustamente che il sentimento di dipendenza è la sorgente di tutte le religioni; or il primo motivo di questa dipendenza de riva dalla natura, e perciò essa è stata l'oggetto del primo culto. « I filosofi speculativi rai hanno canzonato, scri veva Feuerbach, perchè ioho detto che il sentimento di dipendenza è la sor gente del sentimento religioso, defini zione che parve a loro faceta, dopo che Hegel disse a Schleiemacher, che se il sentimento di dipendenza è la sorgente della religione, il canedovrebbe averne una; avvegnachè esso si sente sotto la dipendenza del suo padrone ». AFeuerbach parve così poco seria ' obbiezione di Hegel, che dopo averla accennata non credette di spendere parole per confutarla. D'altronde gli sarebbe stato facile il dimostrare che, se il cane, col suo corto raziocinio, sentisse il bisogno di credere in un es- sere superiore, certo l'uomo sarebbe it' suo Dio, con la differenza che esso ha pel suo padrone un' affezione assai più vera di quella che l'uomoprova per la Divinità. ; ma ai filosofi moderni, siffatta credenza par troppo ridicola. Ben altrimenti che tor nare in polvere, il corpo umano per la massima parte si volatizza in gaz, i gaz sono assorbiti dalle piante, le piante si trasformano in frutti, i frutti sono man giati dall'uomo e si assimilano alla sua carne (v. MORTE). Questo esempio rac chiude così all' ingrosso tutto il con cetto della trasformazione della mate ria; ma uno studio accurato della spe cialità dimostra, che sì nell' uno che nell' altro modo, per un circolo di tra sformazione più o meno lungo, la ma teria torna quasi sempre al punto di partenza e compie una rotazione non dissimile da quella che subisce l'acqua nei suoi fenomeni apparenti: svapora, cioé, dal mare, si trasforma in nube, quindi si condensa in acqua o neve, penetra nei fianchi dei monti, scaturi sce in sorgenti e quindi le sorgenti fanno i ruscelli, i torrenti, i fiumi, che finalmente ritornano al mare. Così del pari la materia di che è composto il nostro corpo, sarà a poco a poco assi milata da altri corpi; formerà vegetali, animali e uomini, di guisa che, in ulti ma analisi, può dirsi con matematica esattezza, che tutti gli uomini son fatti dall'istessa sostanza. Ora se la materia di che é composto ilmio corpo è quella stessa che formò il corpo di altri uo mini che vissero prima di me, avremo un corpo solo ognidieci, ogni cinquanta ocento uomini, di guisa che molti sa ranno impossibilitati a risorgere. Lo statuario che modellando la sua creta forma una figura, e cessato il bisogno l'infrange per formare con essa nuovi modelli, potrebb'egli mai coll' istessa creta pretendere di ricostruire tutti i modelli che con essa egli ha prodotti? S. Paolo così rispondea questa diffi tempi gli opponevano i Corinti: « Ma, dirà alcuno, come risuscitano i morti e con qual corpo verranno? Pazzo che sei ! Quel che tu semininon èvivificato, se prima non muore. Tu non semini it corpo che deve nascere,maun granello ignudo; ed aciascunseme Iddiodà il suo proprio corpo. Non ognicarne è la stessa carne, anzi altra è la carne degli uo mini, altra quella delle bestie. Vi sono ancora dei corpi celesti e dei corpi ter restri, ma altra è la gloria dei celesti, altra quella dei terrestri. Cosi ancora sará la risurrezione dei morti: il corpo è seminato in corruzione e risusciterà incorruttibile Egli è seminato in diso nore e risusciterà in gloria: egli è se minato in debolezza, e risusciterà in forza: egli è seminato corpo animale e risusciterà corpo spirituale. (Cor.). Certo, qui San Paolo non spiega l' impossibilità fisica di formare due o più corpi con lamedesima mate ria contemporaneamente. Il corpo dei risorti dev'essere spirituale; e intendasi pure che in queitempi neiquali lo spi ritualismo moderno non eranato, con la voce spirituale intendesse di indicare una sostanza più leggera della materia (v. ANIMA), una sostanza incorruttibile, cioè non soggetta a trasformarsi Sarà pur sempre vero che, secondo S. Paolo, non saranno già i nostri propri corpi che dovranno risorgere, ma altri corpi fatti di una sostanza diversa. Perchè non è piaciuto ai teologi di restar fe deli a questo insegnamento ? Volendo lusingare la vanità dei vulgari essi hanno forse capito che se il domma della risurrezione giovava al cristiane simo, ciò era apatto che il nostro pro prio corpo fosse chiamato alla risurre zione; cioè quel corpo al quale siamo tanto attaccati, e che costituisce per noi tutta la nostra personalità. Perciò amolti teologi èpiaciuto di sbizzarrirsi descrivendo le condizioni della nostra risurrezione.A sentirli, tutti i corpi do vranno essere perfetti; quindi gli storpi si raddrizzeranno, i ciechi avranno la vista e i sordi l'udito; i grassi diver ranno un po'magri e i magri ingrasse ranno; i vecchi dovranno diventar gio vani e igiovani dovranno farsi adulti, in modoche tutti abbiano la perfetta età di 33 anni. Non hanno detto però se per amore di questa tanto invidiabile ugua glianza e di questa sublime perfezione, le vergini dovranno cessare di essere tali, o se le donne maritate dovranno tornare vergini. Quest'ultima opinione è però assai più probabile, attesochèGesù Cristo, rispondendo ad una interpellanza chegliavevanofatta iSadducei, dichiarò che quando gli uomini saranno risu scitati dai morti, non prenderanno nè daranno mogli, ma faranno come gli angeli che son ne'cieli » (Marco XII, 25). Quindi gli uomini avranno la bocca ma nonmangeranno; il ventricolo ma non digeriranno; gli organidellagene razione ma nongenereranno. In termini assoluti si può dunque dire, che tutti questi organi saranno superflui : or è molto dubbio che le cose superflue sian perfette. Perciò, guidati da questa ob biezione, molti teologi supposero che nella risurrezione non si farà più di stinzione di sesso. Questa opinione ha fondamento in un passo dell' Evangelo apocrifo degli Egiziani, nel quale si leggevano queste parole: « Il Signore fu interrogato daSalome quando verreb be il suo regno? Ed egli disse: quando voi calcherete sotto i piedi gli abiti della vostra nudità, quando due saranno una, e ciò che è di fuori sarà come cid che è di dentro e non vi sarà più nè maschio nè femmina » . Giustamente osservò BianchiGiovini,che con questa anfibologia pare si voglia dire, che la trasformazione del mondo presente deb ba produrre anche una trasformazione dell'essere umano, il quale sarà vestito di un corpo diafano, liscio, senza sesso, senza membri o visceri, di cui non vi sarà più bisogno; come non vi sarà bi sogno di vestimenta essendo cessati i riguardi del pudore e le esigenze delle stagioni. In tutti i casi le prime fonti cristiane insegnerebbero che la risurre zione si farà con corpi diversi dai no stri, e se i teologi vi avessero attinto fedelmente e senza esagerazioni, avreb bero almeno evitata la impossibilità fi sica di cui si è parlato. Rivelazione. Nelsenso dei dom matici è l'atto col quale Dio ha inse gnato agli uomini, a viva voce, o per mezzo dei suoi inviati, lecosì dette ve rità della religione. Tutte le religioni positive ammettono una rivelazione fatta daDioall'uomo,siadirettamente all'atte della creazione, sia indirettamente col mezzo di mandatari che consegnarono le regole della religionenei codici sacri, i quali perciò si considerano dai credenti come inspiratidalla divinità. I principali libri sacri sono: i Veddas, il CodicediMa nou e i Purana degli Indiani; il Zend Avesta dei Persiani; laBibbia degli ebrei (V. BIBBIA) l'Edda degli Scandinavi e il Korano dei mussulmani.IGreci ediRo mani avevano ingrande venerazione al cuni scritti dei poeti, tali che Omero ed Esiodo, certe raccolte degli oracoli ed i libri Sibillini, evidentemente apocrifi. Allora la poesia dettava le sue leggi ai popoli, dei quali i poeti erano i natu rali legislatori. Nei primordi della ci viltà gli uomini non ebbero altra re gola di condotta all'infuori di questa : ecoloro fra essi che per il loro inge gno, per il coraggio o per l'entusiasmo si distinsero dagli altri, furono creduti inspirati dagli enti superiori. L' uomo aveva vicino i suoi Dei, e tutti i giorni ne udiva la voce, iconsigli e icomandi in tutti i fenomeni della natura, nei tuoni e nei lampi, nel volo degli uc celli, nelle interiora degli animali, nei vapori delle caverne, nel canto dei poe ti, e perfino negli incoerenti propositi dei pazzi (v. ORACOLI). Chi per le doti del suo ingegno si sentiva chiamato a dirigere i destini della società, si cre deva o fingeva di credersi inspirato da Dio; dettava le sue leggi, e i suoi scritti andavano bene spesso ad aumen RIVELAZIONE tare il codice dei libri sacri. Il sorgere di un profeta, di un rivelatore era cosa assai comune tra gli orientali; come tra i Greci ed i Romani comunissima era la scoperta di nuovi oracoli. Dio parlava all'umanità in tutte le guise, sotto tutte le forme. Dal serpente del l'Eden che predice all' uomo la reden zione, dall'asino di Balaam all'umile fa legname di Nazareth, la storia degli ebrei non è che una continua succes 1 353 serie dei profeti. Pietro de Bruys, Eon della Stella, Epifane, gl'Illuminati, i Ca misardi, i Giansenisti, e gli Svedenbor gisti, ci provano quanto in ogni tempo sia stato facile il farsi credere in comu nicazione con la divinità. Ancora ai giorni nostri la rivelazione non è ces sata. Brigham Young non ha egli pro nunciati i suoi oracoli fra i mormoni? e tutti i giorni i medium spiritisti non rivelano ai credenti le cose dell' al sione di profeti e di entusiasti, del mag gior numero dei quali la tradizione forse ci ha taciuto il nome. Così divul gata era allora la credenza della par tecipazione degli Dei nei consigli uma ni, che molti filosofi non la posero in dubbio, e quando pure dubitarono di questo o quell'oracolo, non dubitarono di tutti. Pittagora si diceva egli stesso in comunicazione colla divinità. Platone nel quarto libro delle leggi insegnava doversi ricorrere a qualche Nume, o at tendere dal cielo una guida, un mae stro che ci istruisca. Nel Fedone par lando Socrate dell'immortalità dell'ani ma diceva, dovere il sapiente tenersi al probabile, quando non ha dei lumi più sicuri, o la parola di Dio stesso che gli serva di guida. Tutta la scuola pitta gorica e neoplatonica, come quella di tutti i mistici ha professato lacredenza nella facile comunicazione con ladi vinità. Il gran numero degli evangeli apo crifici ( v. APOCRIFI ) dimostra quanto fosse facile il compilare dei libri rive lati anche nei primi secoli del cristia nesimo. Solamente dopo che la Chiesa ebbe stabilito il suo poteree fu custode gelosa della sua autorità, tacque la voce dei profeti,e gli oracoli con leggi violenti furono costretti al silenzio. Ma non cessò per questo il popolo di con sultare i suoi genii; e nel medio evoebbe per profeti le streghe e gli stregoni e il demonio per rivelatore. Di tempo in tempo sorgevano nuovi inspirati, iquali, sempre condannati dalla Chiesa, ma sem pre creduti dalle turbe,continuarono la tro mondo? (V. MORMONISMO E SPIRI TISMO). I deisti, i quali non ammettono reli gione positiva, negano che vi sia stata una vera rivelazione, poichè a quanto dicono, l'uomo non ha che a seguire i dettami dellasua ragione e il lume della sua coscienza per conformarsi alle leggi divine. Una rivelazione, continuano essi, fatta ad un popolo o ad una schiatta, sarebbe ingiusta, poichè essa conter rebbe delle regole di condotta che sa rebbero ignorate dai popoli ai quali la rivelazione non venne data. Se ciò fosse vero, rispondono i cat tolici, bisognerebbe conchiudere essere interdetto il porgere agli uomini istru zione ed educazione di sorta; un im pertinente essere stato qualunque filosofo tentò farsi maestro ai propri simili, ed insegnare a pochi uominiquello ch'egli era in dovere di insegnare all'universo intero. Ma questa risposta non giova proprio ai cattolici, i quali sanno pure che Dio non è un filosofo, la cui azione è limitata necessariamente al ristretto numero di coloro che aspettano i suoi insegnamenti. Ma se il filosofo non può istruire tutti gli uomini, Dio poteva farlo, nè ciò gli sarebbe costata mag giore fatica di quellacheglisia costata l'istruzione di pochi eletti. Una religione rivelata,dicono ancora i deisti, non può essere destinata da Dio a tutti gli uomini, poichè non ve n'è alcuna che abbia tali prove, che comprendere si possano da ogni uomo; altrimenti Dio esigerebbe l'impossibile ; quanto poi alla rivelazione cristiana in particolare, non si può dire che essa eccelle in perfezione, imperocchè errori di fisica, di astronomia, di morale e per fino di cronologia si trovano nei libri nei quali questa pretesa rivelazione è stata consegnata (V. BIBBIA). Robinet nasce a Rennes, morì il 24 febbraio 1820. ed il riposo e la sicurezza di cui cia scuno gode. E la compensazione deriva da ciò, che immutabili sono soltanto Dio ed il nulla: l'essere finito cambia ad ogni istante ma nonpossiede senon chè laminima parte possibile di esi stenza, così che in ogni istante perde altrettanta esistenza, quanto ne riceve : e siccome esistere è il bene e non esi Entrò nella società dei Gesuiti, ma stere il male, ecco stabilitaper sè stessa si stancò ben presto di un genere di la compensazione. La quale è inoltre vita pel quale non era inclinato. Usci manifestata da tutti i grandi fenomeni quindi da quel sodalizio per dedicarsi della natura come da quelli dell'ordine interamente alla filosofia. Stampò in sociale: la nutrizione non può ristorare Olanda (dove recavasi a questo scopo) senza distruggere, l'attività distrugge il suo libro della Natura, la cui pub- quanto produce, la sensibilità accoppia blicazione non sarebbe stata permessa al piacere la pena; ogni stato ha le sue in Francia dall' autorità. L'opera fece gioie e le sue miserie, ogni condizione tanto rumore che fu attribuita agli i suoi vantaggi ed i suoi inconvenienti. scrittori più celebri dell' epoca, quali Ma gli esseri, oltre avere la stessa som Helvetius, Diderot, Voltaire, ma Robinet ma di beni e di mali, hanno anche la non tardo a rivendicare in termini fermi stessa origine. Tutti sono varietà del emodesti la paternità come la respon- tipo animale, hanno organi con cui ri sabilità del lavoro. Se però il suo nome prodursi, ed i minerali e gli astri sono fu più conosciuto, non migliorò per que- soggetti alle leggi della generazione, sto la sua condizione economica, tanto come gli animali e le piante. Ora legge che fu costretto a mettersi agli stipendi universale della natura animale è l'i de'librai, ed a tradurre dall'inglese per stinto: l' istinto è adunque la Legge su essi de' romanzi. Ritornò in cui si fondano la società, i costumi e Parigi, e qualunque fosse stata l'impres- la legge della specie umana; la stessa sione prodotta dal suo libro, la mede- | morale non è che un istinto più per sima era già così cancellata, che l'au tore fu nominato censore reale e con servò l'impiego fino al momento in cui quella carica fu soppressa. Robinet du rante la rivoluzione si ritrasse a sua Rennes, ove fint i suoi giorni. Concetto fondamentale dell' opera la Natura è che i benied i mali si e quilibrano perfettamente nel mondo. Il dolore ed il piacere, il vizio e la virtù corrispondono a monete il cui corso è regolato ed il cui valore si eleva e si abbassa in proporzioni costanti. Gli es seri più perfetti dopo Dio, i più ricchi, quelli che hanno ricevuto le facoltà più potenti sono anche quelli che trovansi più esposti alla corruzione e quindi alla maggiore infelicità. Vi è adunque com pensazione tra il benessere di ciascuno, fetto di quello degli altri animali. Quanto all' anima, Robinet suppone che dall'istante della creazione abbiano esistito insieme i germi di tutte le ani me e quelle di tutte le organizzazioni. Ledue nature non derivano l'una dal l'altra, ma non possono esistere l'una senza dell'altra. Ad ogni funzione dello spirito, alle sensazioni, alle idee, alle vo lontà corrispondono certi organi interni e certe fibre del cervello, così che se corpo. il corpo è animato dallo spirito, l'anima non pensa ed agisce che per mezzo del 1 Robinet riconosce che l'idea comune di Dio non è che l'idea stessa dell'uomo elevata a proporzioni chimeriche, o ri dotte, il che è lo stesso, ad un concetto negativo. Pure, anzichè concluderne che ROSCELINO con ciò stesso si distrugge la teoria del l'ideainnatadiDio, ed insieme uno degli argomentipiùfavoriti deideisti,egli siper deneltentativo di togliere dalla nozione dell'essere supremo ogni legadiantropo morfismo, ammettendo come indiscuti 355 da lui seguito nelle conferenze pubbli che che teneva in Parigi tutti i merco ledì. Egli incominciava col porre alcune generali proposizioni tratte dall' espe rienza e ne deduceva laspiegazione dei fenomeni: ciò dava origine a discus bile l'esistenza dell'essere stesso. « Noi sappiamo, egli dice, che Dio esiste, elo riconosciamo come creatore, poichè l'ef fetto ci attesta la causa e il finito l'in finito; ma nessuna analogia è possibile tra questi due ordini di esistenze. La causa prima abita una gloria inaccessi bile, e noi, non potendo che distinguerla da ciò che essa noné, dobbiamo rasse gnarci alla conclusione che la natura divina è per noi assolutamente incom prensibile ». Edal creatore venendo alla creazione, Robinet crede che Dio da tutta l'eternità dia alla natura una esi stenza temporanea, e cioè che se la creazione è eterna non lo sieno ilmondo e gli oggetti creati; con questa propo sizione egli addottò una opinionemedia tra quelli che considerano ilmondo co me eterno, e quelli che lo suppongono creato dopo una eternità, e non si av vide che l'idea di Dio creatore è tanto assurda che con essa nessuna teoria regge alla critica. Così che delle tre idee suaccennate nessuna è conciliabile coll' idea di Dio creatore: non la sua perchè suppone unDio che crea e non crea, o che vuol creare e non crea nel medesimo tempo; non la seconda che facendo il mondo coeterno a Dio lo so stituisce a lui, come fece Spinoza ; non la terza che suppone un' eternità limi tata, od un mondo che esiste senz' es sere stato ancora crea to, mentre non potrebbe d'altronde esistere che per la creazione. Rohault(Giacomo)nato in Amiens nel 1620, morto nel 1675. Fu uno dei sioni di ogni sorta sui diversi argomen ti, discussioni che egli poi riassumeva, esponendo il suo avviso, cui corrobo rava colla esperienza. Con siffatte le zioni Rohault compose il migliore trat tato di fisica che fosse stato stampato fino allora, cosi che fino a Newton ven ne considerato come opera classica in Francia ed in Inghilterra. Rohault fu autore anche di una o pera di metafisica intitolata cade talora in contraddizione, giacchè tra due pareri contrari egli non prende par tito senza avvilupparsi in un dedalo di distinzioni spesso inutili e sempre poco chiare. Perciò molti hanno detto scri vere il Romagnosi per sè A non per gli altri, e un suo apologista confessa che gli accadde sentire da qualcuno che a vendo letto per intero il suo libro della Mente sana, era giunto alla fine senza intender niente. ( Prof. Celso Mazzuc chi, sull' economia dell' umano sapere). Rosmini (Antonio)nato nel 1797 a Roveredo presso Trento. Studid all'u niversità di Padova e fino da allora diede segni di spiegata tendenza al mi sticismo. Nel 1821 fu ordinato frate. Si segnale per qualche tempo per fanati smo ed intolleranza, ma si mitigò poscia sensibilmente e tanto da dedicare il re sto della sua vita al trionfo del cosi detto cattolicismo liberale ed alla indi pendenza politica d' Italia. Con questi scopi fondò egli stesso un ordine reli gioso destinato a riunire in sodalizio preti istruiti e tolleranti, e pubblicò gran numero di opere che fecero di lui un capo-scuola. Per quanto la sincerità della sua fede religiosa e la sua opposizione alla teocrazia gli avessero guadagnata gran de rinomanza e numerosi seguaci, pure dovette convincersi asue spese che tenta un'opera impossibile chi aspira a con ciliare tra loro i due principi affatto incompatibili del cattolicismo e della libertà. I suoi progetti di riforma eccle siastica e le sue opinioni teologichesu scitarougli contre l'odio dei gesuiti. Speditoda re Carlo Alberto in missione presso il papa, lo segul a Gaeta all'e poca della fuga famosa, ma essendosi poi reso sospetto al papa e trovandosi sotto la minaccia del carcere della po lizia borbonica, dovette partire e rifu giarsi aTresa sul lagoMaggiore dove morì nel 1855, dopo avere (con un atto di sommissione inesplicabile di fronte alla energia del suo carattere) ricono sciutoil giudizio con cui la Chiesa met teva all'indice le sue opere, anzi dopo aver distrutti quanti più potè dei libri che avevano cagionata la condanna. Le fondamenta del nuovo ordine fu rono da lui gettate al Calvario di Do modossola nell'alto Novarese, dove con alcuni pochi compagni si era ritirato nel febbraio dell'anno 1828. Il voto era perpetuo, ma non privava imembridel diritto di possedere beni propri; sola mente li sottometteva ad una ammini strazione comune e li privava del diritto di applicarli per volontà propria in fac ROSMINI cia alla coscienza, non già in faccia alle leggi civili, per le quali possedevano come ogni privato. L'Istituto, come cor po,nonpossedendo nulla, i suoi membri dovevanoesser provveduti diuna rendita 359 se questi filosofi si fossero data la briga di uscire dalla ristretta cerchia del loro per la loro sussistenza personale, la quale per i nullatenenti è supplita dal superfluo dei loro fratelli. L' Istituto era diffuso nel Piemonte, dove aveva case a Stresa, a Domodossola e a S. Ambrogio di Susa. Qualche casa di ro veretani fu pure fondata nell'Inghilterra, mase abbiano prosperato o no, ignoro. Tutto il sistema della filosofia rosmi niana si fonda sopra unprimo errore, un errore fondamentale, distrutto il quale, l'intero sistema resta scomposto. Questo errore è l'intuizione dell' ente univer sale, la quale daRosmini cosi si dimo stra: « Io so d'esistere, io so che esi stono altri esseri simili a me; so ch'e sistono de' corpi estesi, larghi, lunghi eprofondi. Noncerco ora se questo mio sapere m'inganni o no; io intanto so tutto questo e cerco disapere come lo so. Ora io veggo che non saprei che esiste un solo ente, se io non dicessi, se non avessi mai detto a me stesso che quell'ente esiste. Sapere dunque che osiste un ente e dire e pronunciare meco stesso che esiste, é il medesimo. Lamia cognizione adunque degli entireali non è che un' affermazione interna, un giu dizio. Conosciuto questo, non mi rimane che ad analizzare un tale giudizio, ad osservarne l'intima costituzione. Quando io dico meco stesso che esiste un dato ente qualunque particolare e reale, non intenderei ciò che dico, se non sapessi che cosa è ente, che cosa è entità. La notizia dunque dell'entità in universale debb'essere in me, e precedere tutti quei giudizi, coi quali dico che qualche ente particolare e reale esiste ». Il frate roveretano supponeva dunque che noi abbiamo la conoscenzadegli u niversali, prima ancora di avere quella dei particolari, errore, che, d'altronde, bisogna perdonargli di buon grado, poi chè è stato comune a molti filosofi. Ma subbiettivismo, per esaminare ciò che accade nella realtà, si sarebbero presto accorti, che prima noi conosciamo le cose particolari, e poi ci facciamo l'idea değli universali, i quali non sono altro che l'astrazione o la generalizzazione dei particolari. I selvaggi australiani, per quanto ne riferisce il padre Salva do, hanno voci per dinotare ogni specie di albero, ma non hanno una voce per esprimere l'idea d'albero in generale; hanno voci per indicare i vari animali daessi conosciuti, manon per esprimere l'animale in genere, ossia la riunione dei caratteri comuni a tutti gli animali, astrazion fatta delle loro qualità par ticolari. Chi vede per la prima volta un og getto, ha l'idea particolare di quell'og getto e non altro; i particolari che gli sono propri lo colpiscono per i primi; ne apprezza il colore, l'odore, il sapo re o la forma, che sono i fenomeni, nè pensa in alcuna maniera all'essenza che assume la forma di quei fenomeni, e che costituisce l'idea dell' ente uni versale, tale come Rosmini l' intende. Solamente dopo una serie continua di percezioni la mente umana si eleverà dal particolare all' universale, ossia a quel carattere comune atutti gli esseri, che per astrazione si attribuisce ad un essere unico non percepito. Ma l'idea dell' ente privato delle sue realità feno menali èuna pura negazione. Percepisco il colore, e penso poi a uncorpo senza colore; questo secondo concetto non è altro che una negazione del primo, e quand' anche gli si volesse dare un ca rattere positivo, sarebbe sucessivo e non precedente alla percezione della cosa particolare. Pertanto ' affermazione ro sminiana,che noi abbiamo l'intuizione dell'ente in universale, astrazione fatta degli enti particolari, vale quanto dire che noi abbiamo la conoscenza di nes suna cosa prima che qualche cosa sia stata da noi percepita. Posto questo primo errore comeuna verità fondamentale del suo sistema, Rosmini ha bel giuoco nel confondere gli scettici. Data la cognizione della prima verità, cioè quella dell' ente in astratto, egli risponde all'obbiezione di coloro che gli dicevano « a voi pare di sapere che cosa sia essere, ma forse nol sapete. E dice: Il sapere, sem plicemente che cosa è essere, senza aggiungervi alcuna determinazione, e il credere di saperlo, è la medesima cosa: credere di sapere che cosa è es sere, e sapere che cosa è essere è sa pere la verità, perchè l'essere essen zialmente è... Si consideri bene che sapere che cosa è essere, è la semplice concezione dell' essere, non è afferma zione di alcuna cosa sussistente; l' illu sione adunque che si obbietta non è possibile, giacchè non si può favellare della illusione della concezione dell'es sere senza ammettere già questa con cezione di cui si disputa. Così dunque per Rosmini un' affer mazione che non riguarda alcuna cosa sussistente, provache un enteveramente esiste; e il credere che un ente vera mente esiste, provache esisteveramente. Anche volendo passar sopra a queste incongruenze, la prova rosminiana si ridurrebbe a dire: penso che penso, dunquepenso veramente. Può darsi ch'e gli abbiapensato dipensare; quello che per certo non ha pensato, è che ilpen siero non nasce in noi senza unacausa occasionale estérna, e che la percezione di questa causa, tale quale ci si mani festa nelle sue accidentalità, è il primo pensiero che noi abbiamo. Se vedo un oggetto verde, penso al verde; e se a questo pensiero tolgo il concetto di verde, che è l' accidentalità, non ho l'i dea dell' essenza dell'ente, ma sopprimo addrittura il pensiero, perocchè il pen siero non può stare senza l'oggetto pensato. Quanto alla teologia naturale rosmi miana nonsi può dire che abbia almeno il merito d' esser chiara. Rosmini vuole che il principio di causa conduca alla conoscenza di Dio; quanto all' esistenza dell' anima non cura di dimostrarla, parendogli di averne fin troppo bene dimostrati i carattari di semplicità e di immortalità. Questa dimostrazione è davvero così singolare che merita ne sia dato un saggio: « La semplicità si prova da questo appunto che l'anima èun principio unico e immune dallo spazio, perchè l'identico principio che sente è anche quello che intende: per chè l'atto del sentire in opposizione all'esteso sentito esclude l'estensione per lamedesima opposizione; finalmente perchè il principio intelligente riceve la forma dell'idea, cosa immune affatto dallo spazio e dal tempo ». Questa serie di pretese dimostrazioni, non sono che affermazioni pure e semplici, le quali supponendo cio che è inquestione, piut tosto che servire di dimostrazione a vrebbero anzi bisogno di essere dimo strate. Dello stesso genere sono le altre prove date nella teologia naturale ro sminiana, sicché inutile sarrebbe qui l'accennarle, e più inutile ancora il con futarle. Rubov, Rubovius, nato a Luchow, morto ad Hannovernel. Fu professore di teologia nell'università di Gottinga. Divise le opinioni filosofiche di Wolf, anzi imprese a mostrare che le medesime erano in perfetto accordo coi dommi del cristianesimo. Lasciò due opere Sviluppo delle idee razionali di Wolf su Dio-Dissertatio de anima brutorum. Rousseau nasce a Ginevra d’un orologiaio. I primi anni della sua giovinezza trascorsero in una vita avventurosa e assai poco edificante. Fu dapprima po sto in pensione presso un ministro a Bossey, dove imparò il latino, quindi collocato come scrivano presso il can celliere di Ginevra, fu poco appresso ri mandato siccome inetto. Fece poi il suo tirocinio presso un incisore, i cattivi trattamenti del quale instillarono nel l'animo di Rousseau, per quanto ne dice egli stesso, l'infingardaggine, la menzogna e la tendenza al furto. Con fessa egli stesso ; ammirava il carat tere della divinità dell' Evangelo; poi aggiungeva >> menò in moglie la signorina de Camp grand dalla quale si separò poi con atto di divorzio. Confessa egli stesso che vo leva usare del matrimonio come di un mezzoper studiareiscienziati, e che per migliorare l'organizzazione del sistema scientifico, gli occorreva di conoscere >> e la trasforma con uno slancio trascen dentale nel solo assoluto universale! Scho penhauer scrive: l'universo e volontà! Egli procura anche didimostrare laverità di questo sofisma con degli argomenti empi rici, e passando attraverso ai regni della natura, cerca di persuadere che il vege tale ha già degli istinti, i quali si tra sformano in volontà negli animali; che gli animali delle classi inferiori, quan tunque non abbiano ancor la coscienza della loro propria volontà, pure per la tendenza che hanno a soddisfare i loro bisogni accennano già alla volontà di vivere, la quale si va viavia sviluppan do nelle classi superiori. Nella sua sma nia di scoprire la volontà germogliante in ogni dove, il filosofo di Dantzig non teme di trovare una nuova formola della teoria delle cause finali, poiché egli dice che l'organismo si conforma alla volontà, che il leone p. e., ha le zanne perché vuol lacerare la preda, e che l'uccello ha le ali perché vuol vo lare. S'egli si fosse limitato a dire che l'uccello vola perché ha ie ali e che il leone squarta la preda perchè ha le zanne, sarebbe rimasto nel vero. Avreb be allora designata una legge e non una volontà, giacchè il senso che egli attri buisce a questa voce è assolutamente nuovo, per non dire addrittura contra rio a quello che essa ha veramente nella lingua. Questa pretesa volontà se parata dai corpi volenti, non è che una generalizzazione, è l'astrazione delle vo lontà particolari, e tanto varrebbe dire che esiste una persona generale, indi pendente da ogni individuo e da ogni forma, perchè esistono delle persone particolari. Qui Schopenhauer cade nello stesso errore dei realisti (v. SCOLASTICA) dal quale avrebbe tanto più dovuto guardarsi, in quanto egli non si perita di accusare Spinoza di usare le parole in un senso affatto nuovo, e di chiamar Dio l'universo, diritto la forza, volontá la determinazione. Io ho detto poc'anzi che la filosofia di Schopenhauer è un puroidealismo sub biettivo. Il suo sistema della volontà non mi pare fatto per togliermi da questa convinzione. Se il mondo non è che l' obbiettivazione della volontà, e se « la volontà è tutto ciò che costitui sce il mondo al di fuoridella immagine rappresentativa » a parte la poca coe renza di queste due idee, mi pare che niun dubbio possa esistere su questo punto. Pure è Schopenhauer stesso quello che nega questa conseguenza, e dopo aver detto che « il sole ha bisogno di occhio che lo veda per illuminare », si rappresenta il sole delle epoche geolo giche, quando la terra era coperta da «uno strato uniforme di granito >> e così lo fa interrogare : « Perché ti dai tu tanta pena di comparire così? Non vi è occhio che ti veda nè intel SCHOPENHAUER letto che ti comprenda! E il sole ri sponde: Ma io sono il sole, e appaio perchè io sono: coloro che lo possono mi vedano ». Dunque anche il sole esi ste e illumina senza che occhio vi sia per vederlo, senza intelletto ove riflettere la sua immagine rappresentativa ! Non ten terò di conciliare Schopenhauer con se 393 a dire che essa non può formarsi spon taneamente, nè aver fine; il quantum di sostanza che si trova nel mondo non stesso. Nessuno, per quanto io sappia, l'ha fatto. Vi sono de filosofi tedeschi che bisogna ammirare ma non discute re, e i più fanno così solo perchè ciò fa comodo al loro pigro intelletto. Se si riduce al suo vero valore la contraddizionediSchopenhauer,interpre tandola nel modo il più benigno, biso gnerebbe credere ch' egli abbia voluto stabilire, che senza intelletto non vi può essere immagine rappresentativa e che per noi l' immagine rappresentativa è tutto quanto conosciamo del mondo. Ma codesta è una verità così banale che nessun filosofo ha creduto di stabi lırla, appunto perché la sua evidenza è tale che anessuno é mai venuto in mente di negarla. Schopenhauer, volente o nolente, idea lista, combatte acerbamente Fichte, per ché le conseguenze del suo sistema con ducono a negare la realtà dell' ob biettivo; con la stessa coerenza com batte i materialisti, ch'egli accusa di fondarsi sopra una enorme petizione di principio, prendendo l'oggetto dellafilo sofia per base di essa,mentre senza laco noscenza che il materialismo fa derivare dalla materia, noi non avremmo alcuna cognizione, neppur quella della materia, che è il puntodi partenzadelmateriali smo. Così lanciata, come il solito, la sua accusa, forse per avere l'aria di costruire una filosofia tutt'affatto indipendente, egli prende senza scrupolo iprincipii fonda mentali del materialismo, al quale natu ralmente si crede dispensato di dirigere qualsiasi ringraziamento. In conseguenza egli dichiara che la materia è imperi tura, e contro Hegel dice che « negare questo fatto vale rinunciare al buon senso. La sostanza persiste sempre, vale può dunque nè aumentare nè diminui re ». Più innanzi Schopenhauer designa la materia come assoluta, la dice su scettibile di pensare, « se la materia può cadere perla gravitazione, essa può anche pensare ». Come poiqueste affer mazioni si accordino col suo sistemafi losofico, egli non cura di dircelo. Nelle scienze positive tanti e tanti sonogli errori di Schopenhauer, che rie sce difficile accreditar fede al suo si stema, vedendo quanto poco sia adden tro nell'arte di osservare. La storia della terra per lui non è altro che una ob biettivazione sensibilmente ascendente della volontà; suppone che l'uomo fu dalla natura creato erbivoro; tira in campo come cosa positiva quella forsa vitale, che fu oramai abbandonata da tutti i fisiologi. Tutte le favole più inve rosimili spacciate dai ciarlatani sul ma gnetismo animale, sulla chiaroveggenza, sulla apparizione degli spiriti trovano in lui uno strenuo difensore; egli le inquadra nel suo sistema come tante prove empiriche della, obbiettivazione della volontà. Egli considera natural mente tutti i contradditori del magne tismo animale come tanti ignoranti, e dice che la scienza mesmerica è la più istruttiva di tutte le scoperte. Dicesi che il suo entusiasmo per imagnetizza tori, ha dato luogo a delle scene co miche, nell'occasione in cui i medici di Francoforte si erano incaricati di sma scherare il famoso Regazzoni, magne tizzatore italiano. Nel 1836 Schopenhauer pubblicò uno scritto sulla Volontà nella natura, nel quale procurò di dimostrare che le ul time scoperte della scienza hanno pie namente confermata la sua filosofia. Non occorre dire che la maggior parte delle scoperte a cui egli allude, o non hanno alcun rapporto colle sue idee, o appartengono al novero di quelle ora accennate. SCIENZA Scienza. Conoscenza ordinata e metodica delle cose e dei fenomeni. Tutte le scienze degli antichi erano comprese nella filosofia, sicchè filosofo suonava allora amico della scienza, co Jui che la insegnava e che la faceva avanzare colle sue scoperte. Erano i filosofi greci che insegnavano l' astro nomia, la geologia, la musica, e la ma tematica, e per lungo tempo tutta la medicina fu campo aperto alle dispute filosofiche, per le quali l'arte di gua rire si deduceva da principii generali e astratti, piuttosto che dalla osserva zione e dalla esperienza. sotto quei reali rapporti d' unità che a noi è dato conoscere, si può dire sa piente. I sapienti sono assai più rari di quello che nella comune si crede; in vece la scienza appartiene a molti ». Questa distinzione é così poco chiara, che Tommaseo nella stessa pagina, con assai poca coerenza, lacontraddice « La scienza conosce; la sapienza conosce, contempla, opera ed ama. La sapienza comprende la teoria e la pratica; la scienza la sola teoria ». Dunque la sa pienza comprende la scienza e qualche cosa più. Ma poco dopo lo stesso au tore aggiunge: « Senza molta scienza La scienza si distingue dall'arte per può l'uomo essere sapiente. C'è una questo solo, che la prima conosce e sapienza pratica che fa a meno della scopre, la seconda eseguisce. La pittu- scienza e n' ha gli ultimi frutti ». Non ra, la scultura e lamusica sono arti in è questa la sola volta che Tommaseo quanto traducono in atto la rappresen- si contraddice nel suo dizionario. Cote tazione delle forme e dei suoni. Per lo sta smania di sottili distinzioni, utile stesso motivo è arte la poesia, lo stu- forse ai grammatici, è perniciosissima dio delle lingue e la rettorica ; ma lo ai filosofi, i quali piú che all'apparenza studio teorico della combinazione dei devono badare alla sostanza delle cose. colori e della produzione dei suoni, co- E finchè i grammatici non si saranno stituiscono l'ottica e l'acustica, che sono ben intesi per dare un chiaro senso scienze, com' è scienza la filologia, che alle parole, i filosofi che correranno si occupa della origine e della deriva-| sulle tracce delle loro affettate distin zione delle lingue. La scienza dunque 1 studia, scopre e stabilisce le regole che sono applicate dall'arte. La necessità di ordinare la varietà delle nostre cognizioni, ha resa neces saria la divisione della scienza in vari rami, a ciascuno dei quali venne pure dato il nome di scienza. Le principali di queste divisioni costituiscono lescien ze astratte o speculative, come la filo sofia, la logica e la matematica;le scienze sperimentali tali che la fisica, la chimica, la medicina; le scienze d'os servazione, come l'astronomia e la sto ria naturale; e le scienze morali e po litiche, come l' economia pubblica, la politica, la giurisprudenza ecc. Tommaseo sull'esempio da BALDINI (vedasi), nel Dizionario dei sinonimi, distingue la scienza dalla sapienza, qua sichè vi possa essere sapere senza scienza e viceversa. Chi, dice, vede il creato zioni crederanno di discutere sulla na tura di cose differenti, laddove in fondo non vi sarà che distinzione di parole. Nei passi ora citati, N. Tommaseo pone la sapienza umanacome conoscen za sinteticadel creato ; rari perciò sono i sapienti, e molti i scienziati. Non solo dice che la sapienza comprende la teo ria, ma anche la pratica; e giunge in fine alla conclusione che senza molta scienza si può essere sapienti! Non era meglio dire che cotesta sorta di sa pienza non è che una affettazione, una vana ostentazione? Si dicevano sapienti coloro che dettavano facili sentenze e luoghi comuni ; e i proverbi diconsi an cora la sapienza delle nazioni. Ma essa è la sapienza dei pregiudizi correnti; e a questa conoscenza veramente con poca scienza, si adatta così bene il nome di sapienza quanto quello di me dico conviene al ciarlatano che corre i villaggi e le città. SCOLASTICA Scisma. Voce greca che vale di stacco, separazione. Indica la separa zione dalla Chiesa cattolicadi una parte dei suoi membri, per costituirsi in una comunione separata. La Chiesa cattolica commina la sofia. La scolastica è filosofia religiosa; qualche volta un po'eretica, ma non mai incredula. Tutte le questioni teologiche sono state da essa discusse, e però non dobbiamo meravigliarci se tra coloro che la coltivarono noi troviamo dei teo scomunica contro i scismatici; ma le comunioni riformate, costrettevi dalla stessa libertá di interpretazione della Bibbia, che esse accordano ai fedeli, sono obbligate a proclamare che ladi versità delle opinioni non costituisce un peccato, e che le molte comunioni sistenti nella religione riformata, sono una conseguenza della libertà che ha ogni uomo d' intendere a suo modo la parola di Dio. e Io non voglio qui esaminare la stra nezza di questa dottrina, la quale sup pone che Dio si sia rivelato al mondo in tal maniera da farsi intendere da tutti gli uomini diversamente. Accettia mo questa libertà d'interpretazione per i benefizi che essa ha portato alla libertà del pensiero, senza preoccuparci del poco logico fondamento su cui si fonda. Ma i cattolici che hanno un grande in teresse nel conservare l'unità della Chiesa, hanno ben trovato nella Scrit tura molti passi che fanno al caso loro. Essi hanno citato S. Paolo, il quale biasima qualunque sorta di divisioni, e sostiene che le eresie sono necessarie per mostrare quali sono di buona lega (Cor.). L'uomo eretico, dice ancora S. Paolo, dopo la prima e la seconda correzione sia sfug gito ( Tito). Giovanni, vuole che gli si ricusi perfino il saluto (Giov.). Scolastica. Cousin, nel Corso della storia della filosofia, definiva la Scolastica l'applicazione della filosofia, come semplice forma, a servizio della fede. Questa definizione non è sempre vera, sebbene sia vero che tutti gli scolastici appartenessero alla filosofia cattolica e si allontanas sero qualche volta dall' ortodossia solo per certe accidentalità della loro filo logi, dei monaci e dei vescovi, e non mai de'veri filosofi. La scolastica è una lotta intestina combattuta nel seno stesso della Chiesa, da uomini profon damente credenti, tuttochè qualche volta nel calore della disputa i loro argo menti sembrino piuttosto adatti a dar ragione agli increduli. Di questa lotta nella quale combatterono vari teologi il cui nome è taciuto in questo dizio nario, mi par conveniente dare un sag gio alquanto diffuso, al quale scopo mi giova qui compendiare le varie notizie su questo argomento raccolte e pubbli cate da Bartolomeo Haureau. Egli esor disce col dire che la definizione di Cousin non è nè chiara nè esatta. Quanti, di fatto, tra i filosofi detti sco lastici furono dall' autorità richiamati al dovere! E se qualche paziente e sa gace inquisitore volesse di presente to gliere a censurare, dal lato della dot trina, tra questi filosofi, quelli il cui nome fu onorato e santificato anche dalla Chiesa, quanti troverebbe non e senti da sospetto d' eresia! La defini zione di Cousin potrebbe pertanto es sere così modificata: La scolastica è l'applicazione della filosofia alla discus sione dei dommi della fede. Maanche così emendata la definizione non troppo soddisfa il sig. Haureau: pe rocchè, dic'egli, lascolastica ha principio aduncerto tempo, e sebbene non siano concordi le opinioni degli storici intorno a questo tempo, tuttavia ne sono ormai convenuti i limiti, e questi non permet tono di accettare la definizione di Cou sin, neppure così emendata. Pare a lui che i padri e gli scolastici abbiano tutti fatta entrare la filosofia nell' analisi e nella discussione della fede . Conse guenza per verità un po'esagerata, im perocchè laddove la fede è sovrana e 306 SCOLASTICA impone ossequio alla ragione, la filoso fia vanamente dibattesi tra le distrette di principii già accettati e dichiarati inviolabili. Per essere giusti si dovrà dunque dire che la definizione di Cou sin, se non è sempre vera, è però in gran parte vera. Secondo il sig. Haureau, la scola stica non può essere definita, poichè essa non è una scienza distinta dalle altre scienze, e nemmeno è, a parlare esattamente, una forma particolare della filosofia, ma propriamente la filosofia di una cert'epoca, che ha e deve avere il carattere tutto teologico di quel tem po. Che se nondimeno vuolsi che, at tenendoci a quanto il rigore del metodo richiede, non passiamo oltre senza aver prima determinato l'oggetto di questo articolo, diremo, la storia della Scola stica essere quella delle diverse dot trine professate nelle scuole del medio evo, dall' istituzione di queste fino a quando fu ad esse tolta l' istruzione prima e la direzione delle menti. Ma quando furono le scuole insti tuite? Tutti gli storici monumenti ne attribuiscono a Carlo Magno l' onore, epperò il signor Haureau fa da lui in comincirre il primo periodo della sco lastica, il qual finisce col secolo XI, cioè da Alcuino a Berengario. Comin cia con questi due il secondo periodo. Il più illustre campione di questo pe riodo è Giovanni Scoto. Egli conosceva il greco e l'ebraico, corresse la Volga ta, e tradusse il libro dei Nomi divini, attribuito a San Dionigi areopagita, sopra un manoscritto mandato da Mi chele Balbo a Luigi il Pio. Era inol tre, se crediamo al signor Haureau, li bero pensatore, tanto che nel principio della sua opera principale così si espri me aproposito della Tradizione: « L'au Prende ad esempio il battesi mo. Nelle cerimonie di esso il tatto, la vista ed il gusto dandosi mano a vicen da accertano la presenza dell'acqua: la ragione va più oltre, ed arriva a cono scere le naturali proprietà e l'essenza della medesima, non che le parti che la compongono; ma non è dal battesi mo sollevata fino a comprendere il mi stero della salvazione ; la ragione è in feriore alla fede, come ad essa sono inferiori i sensi. Aldemanno non fu il solo oppositore; ma ebbe anche Beren gario i suoi discepoli, tra cui Ildeberto di Lavardino, arcivescovo di Tours. Egli vorrebbe rilevare la ragione; ma come farlo senza offendere la fede? Que sta difficoltà non fu punto da Ildeberto risoluta. Berengario, distinguendo varie maniere di certezza, ammetteva tanto le credenze della fede, quanto quelle della ragione ; ma non voleva che venissero confuse, siccome insegnava la Chiesa. Ildeberto ammette sì le distin zioni del maestro, ma dimostreremo che il pio arcivescovo di Tours, chiamato dai contemporanei colonna della Chiesa, s'accosta all'eresia più che non si crede. Apriamo il Trattato di teologia, e vi troveremo sul bel principio questa defi nizione per lo meno ardita: La fede è la certezza volontaria delle cose as senti ; essa è superiore all' opinione ed inferiore alla scienza ». egli dice « deve sotto > Fin quì il filosofo è unicamente idealista, mava più innanzi loro dice >> Questi due frammenti contengono intera la dottrina nominalistica. Rosce lino ne trasse alcune conseguenze teo logiche, ed a malgrado del rispetto che la fede imponeva pei misteri, osò, con iscandalo della Chiesa, sottomettere il Mistero della Trinità al criterio della ragione, argomentando in questo modo: Giusta le premesse, la cosa, come « cosa, non è altro che una e non ha parte; soltanto l'unità è reale. In pari modo, Dio, come Dio, non è altro che Dio, non il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo ». Faceva pertanto questo dilem ma: O la Chiesa, d'accordo con Sa bellio, deve nella Trinità ammettere tre Dei separati, distinti, individui, come sono tre angeli, tre spiriti; o non po trà attribuire la realtà e la sostanza che a un solo Dio, chiamato con tre nomi, ma senzadistinzione di persone ». Contro Roscelino si elevò Guglielmo di Champeaux il quale insegnava a Parigi, nella scuola del chiostro. Bayle accusa di spinozismo la dottrina di lui; nè priva di fondamento è quest' accusa, la quale, del resto, è diretta contro tutta la scuola realistica. Insegnava egli che il genere è essenzialmente, integral mente e simultaneamente identico in tutti gl'individui, e che gl' individui sono fralorodistintinon peraltro che persem plici accidenti, ed argomentava in cosi fattomodo: « L'umanità è unacosa essen zialmente una, che non possiede daper sè, ma riceve d' altronde certe forme che fanno Socrate. Questa cosa, re stando essenzialmente la medesima ri ceve del pari altre forme che fanno Platone e gli altri individui dell'umana specie; ed eccettuate le forme che si applicano a questa materia per pro durre Socrate, nulla è in Socrate che non sia ad un tempo in Platone, ma sotto le forme di Platone ». Questo teologo apparteneva, come si vede, alla scuola del più aperto reali smo. Egli non riconosceva altra esistenza che gli universali: le cose particolari sono accidenti o fenomeni. In questo modo il realismo volendo da una parte evitare lo scetticismo dei nominalisti, ri cadeva dall'altra nel panteismo. Gugliel mo di Champeaux doveva trovare un terribile oppositore nel giovane Abe l' universale esista, ma che la mente chiama universale ciò che esiste di si milare inciascunindividuo (v. ABELARDO). Così si ebbe il concettualismo, scuola che in sostanza non mipare diversa da quella dei nominalisti. Tra le scuole a cui ha dato origine il concettualismo di Abelardo, vuol es sere ricordata quella dei Cornificiani, di cui Giovanni di Salisbury lasciò un qua dro sì poco favorevole. I Cornificiani, partecipando ad un tempo dei realisti e dei nominalisti, riducevano tutte le dot trine e tutte le idee a semplici formole: queste formole, ne cercavano le con traddizioni. Questo metodo doveva age volmente guidare al più universale scet ticismo ; e Giovanni di Salisbury rac lardo (di Palais nella Bretagna), il più i quindi ponendo a confronto tra loro illustre discepolo di Roscelino. All' ar gomentazione realistica egli risponde va: « Se così è, chi potrà negare che Socrate sia ad un tempo stesso in Roma ed in Atene? Difatto dove è Socrate, trovasi altresì l'uomo universale che ha vestito nella sua intierezza la forma della sua socratità. Perocche tutto ciò che comprende l' universale, lo ritiene nella sua totalità. Se pertanto l'univer sale, che è affetto per intiero della so cratità, trovasi in Roma nel tempo stesso tutt' intiero in Platone, egli è impossi bile che nel tempo stesso e nel mede simo luogo non si trovi la socratità che è nell'uomo; là è Socrate, poichè Socrate è l' uomo socratico. Chiunque ragioni, conta che la più parte dei Cornificiani ne diedero non dubbia prova, rinun ciando per disperazione allo studio della filosofia, quali per chiudersi nei chio stri, quali per darsi alla medicina. Dopo Abelardo la scolastica ricade in un aperto misticismo. San Vittore e Ugone mostrano pari disprezzo per la ragione, e l'uno vanta i meriti dell'intui zione, ' altro quelli della contempla zione. Alano Magno delle Isole (Yssel o Rupel) dimostrò con vigoroso raziocinio nonhacome rispondere a ciò. Ache tende Abelardo? A provare che l'universale è, non una cosa, ma un'idea, una parola; che se l'universale fosse alcuna cosa, questa siccome universale od assoluta sarebbe necessaria mente contenuta per intero in ciascun individuo, il che è assurdo. Aggiunge: dicono gli autori del Compendio ad uso del collegio di Juilly una naturale inclinazione, che è come un' incoazione di questa virtù, la qual ; che « Iddio è una sfera impassibile. Diogene Laerzio gli fa dire che « l'essenza di Dio è sferica>>> e Teodoreto che « il tutto è uno; è sferico » . Lo stesso dice Aristotile quando assicura che secondo Senofonte > convennero che in certi animali infe riori la sede della sensibilitàrisiede nel midollo allungato,laquale,secondo Loriy, Desmoulins, Gerdy, J. Muller ecc. è anche la « sorgente del movimento ». Gerdy appoggiandosi ai suoi propri e sperimenti riconosce che l'ablazione del cervello pone l'animale in uno stato di sonnolenza, senza però distruggere ogni manifestazione della percezione e della volontà, giacchè se l'animale è viva mente irritato fa degli sforzi per sfug gire al dolore. Poichè la facoltà di per cepire e la volontà sono rese ottuse per l'asportazione dei lobi cerebrali, il cervello, dice questo autore, serve dun que a tali funzioni: ma poiché esse con tinuano ancora dopo la recisione, biso gna dire che non sia solo a produrle. Il suo completamento non sarebbe già il cervelletto, l'ablazione del quale par che ecciti l' animale piuttosto che stor dirlo, ma a giudizio di Gerdy, la per cezione e la volontà avrebbero sede nel cervello e nella protuberanza. Aquesta supposizione F. A. Longet presta tutto l'appoggio della sua espe rienza. Allorchè, dic'egli, viene mutilata la massa encefalica di un coniglio o di un giovane cane, fino al punto di non lasciare nella cavità del cranio altro che la protuberanza e il bulbo, questi ani mali, quantunque sembrino immersi in un coma profondo, sotto l' influenza di vive irritazioni esterne, potranno ancora mandare dei gemiti, ed agitarsi violen temente; ma quando vien lesa abba stanza profondamente la protuberanza anulare, subito i gemiti e l' agitazione cessano, e più non resta che un ani male nel quale la circolazione, la re spirazione e le altre funzioni nutritive continuano momentaneamente. Fu domandato se senza la parteci pazione dei lobi cerebrali può realmente esistere sensazione di dolore. lo chiamo l' attenzione del lettore sulla risposta che il signor Longet, fisiologo certo SENSAZIONE non materialista, e per conseguenza non sospetto di parzialità per la nostra filosofia, ha creduto di dover dare a questa domanda. Anatomie descriptive. Savart avendo osservato che la sabbia posta | degli ossicini! Chi pretendeva che il sopra una membrana vibrante saltava tanto più alto quanto meno la membrana era tesa, ha concluso, contrariamente a Bichat, che è la tensione e non già il solo martello picchiasse, chi tutti insie rilassamento della membrana che di minuisce la sua facoltà conduttrice. Que sta opinione, non è generalmente accet tata; e Longet, p. e, crede che l'a zione del muscolo sia quella di OV viare semplicemente alle variazioni di tensione che può presentare la mem brana, impedendo specialmenteche essa si rilassi completemente. La cavità del timpano è attraversata da una catena di ossicini articolati fra loro in guisa da formare una leva an golare, una estremità della quale è at taccata alla membrana del timpano, e l'altra a quella della finestra ovale. Questi ossicini sono in numero di quat tro: il martello, l'incudine, l'orbicolare e la staffa. Non si è ancora ben potuto spiegare quale utilità essi rechino nella funzione dell'udito. Certo essi trasmet tono le vibrazioni dell'orecchio medio al me, e chi voleva non avessero azione sulla trasmissione del suono. Del pari, cosa non si è detto della tromba di Eustachio, canale che mette in co municazione la fossa nasale colla pa rete interna della cassa del timpano! Non si accontentarono della supposi zione probabile ch' essa fosse data per la rinnovazione dell'aria contenuta nella cassa, ma vollero alcuni ch'essa servisse anche all'animale per udire la sua pro pria voce ! Dalle finestre ovale e rotonda, chiuse, da membrane vibratili le vibrazioni sonore sono trasmesse all' orecchio in terno, al vestibula, e alla linfa del co tugno, che riempie tutto il labirinto ; il quale nella parte anteriore è occupato dalla chiocciola e nella posteriore dai ' orecchio interno attraverso alla fine stra ovale ; male vibrazioni della cassa timpanica non avrebbero forse egual mente potuto trasmettersi col mezzo dell' aria contenuta nella cassa, come. ciò avviene per la viadella finestra ro tonda? Il meccanismo dell' orecchio in contra ad ogni passo serie difficoltà, e i fautori delle cause finali non man carono di ricercare in ogni organo uno scopo dato dal creatore alla sua fun zione. Boërhaave non ha forsedetto che il padiglione esterno dell' orecchio pre senta delle curve disposte geometrica mente ed in modo da riflettere nel con canali semicircolari. Ma queste tre parti, vestibolo, canali semicircolari e chioc ciola, non sono la porzione essenziale dell'organo, solo costituiscono la cavità ossea nella quale risiedeuna membrana, alla quale fanno capo gli ultimi filetti del nervo acustico, incaricato di por tare le sensazioni sonore all' encefalo. Il signor Adelon ha giustamente os servato che tutto questo apparecchio non serve infine che a trasmettere le vibrazioni sonore al nervo conduttore naturale del suono, e che in conse guenza il suono può pervenirci altri menti che per questa trafila, cioè col l' intermedio delle ossa del cranio, ma soltanto quando il corpo sonoro è posto a contatto immediato con esse. Il ru more di un orologio é inteso, benchè gli orecchi siano turati, quando ' orologio è tenuto fra i denti. Ingrassias | più debole,sia tale, non perchè lontano, cita l'osservazione di uno spagnuolo, il quale, divenuto sordo per l'ostruzione del condotto uditivo esterno, sentiva il suono di una chitarra ponendone il manico fra'denti, oppure mettendo nella ma perchè più debole veramente. Pos- siamo noi dire qual sia la distanza del rombo del cannone, se non sappiamo innanzi tutto da qual sorta di cannoni nasce quel rumore. Possono darsi can sua bocca l'estremità d'una bacchetta mentre coll' altra estremità toccava lo strumento. Questi fatti non ci avver tono, come ben diceva Blainville, che I udito non è altro, infine, che una specie di tatto? Molti animali che sono privi di quel senso, distinguono nondi meno le vibrazioni dei corpi sonori per la sola impressione che esse producono sulla loro pelle. Noi stessi riusciamo a sentire queste impressioni nei forti ru mori; cosa la quale può farcicompren dere facilmente, che quel fenomeno il quale è suono nel nervo acustico, fuori di esso non è che movimento. Berkeley e la scuola sensualista hanno perciò avuto ragione di dire che le sensazioni sono dentro di noi piuttosto che fuori di noi, tanto poca relazione ha il movi mento con l' idea che noi abbiamo del suono, che forza è concludere essere il suono una pura modificazione del nervo acustico al quale si comunicano le vi brazioni. Fu detto che il senso dell'udito po teva esso solo farci conoscere le di stanze, poichè noi sappiamo giudicare se un corpo sonoro è più o meno vi cino a noi. Ma questa è una induzione erronea, poichè noi riesciamo a giudi care la distanza della sorgente da cui partono i suoni solamente quando trat tasi di suoni noti. In questi casi noi abbiamo già veduto l'istrumento o il corpo da cui parte il suono, e l' espe rienza ci ha già avvertiti di quanto di minuiscono questi suoni per rapporto alla lontananza. E poichè sappiamo che tutti i suoni diminuiscono colla lonta nanza noi crediamo lontani tutti i suoni deboli, col qual giudizio cadiamo molte volte in errore. Ad esempio, dall'inten sità del tuono molti ne giudicano la lon tananza; pure può avvenire che un tuono noni di gran portata il cui rombo si faccia sentire distintamente a distanza maggiore di quella che basterebbe a rendere impercettibile la scarica di can noni di portata minore. Dunque la va lutazione delle distanze col mezzo degli orecchi suppone una esperienza combi nata con un altro senso. Senza questa esperienza, noi non avremmo alcuna ragione di dire che i suoni deboli sono più lontani dei suoni forti, giacchè vi sono dei suoni forti che succedono a distanza maggiore di quelli che ci sem brano deboli. Nè meglio riescirebbe l'orecchio solo a giudicare la direzione delle onde sonore. É vero che portando l'orecchio nella direzione delle onde so nore la sensazione si accresce, ma perchè mai l'orecchio giudicherebbe che quell' accrescimento sia lo stesso suono percepito più distintamente, an zichè un altro suono più forte ? Se gli occhi od il tatto non ci avessero mai avvertiti che lo stesso suono si indebo lisce o si rinforza secondo che l'orec chio è più o men bene posto nella di rezione della sorgente da cui partono le onde sonore, certo l'udito solo non ci avrebbe mai potuto istruire di que sto fatto. Il senso dell' odorato non è più di stinto di quello dell'udito, sebbene per cepisca delle impressioni che sono im percettibili a tutti gli altri sensi. In torno alla natura degli odori, fisici e fisiologi sono ancora divisi in due o pinioni; quella dell'emanazione, e quella della vibrazione. Coloro i quali adot tano la prima opinione suppongono che dai corpi odorosi emanino delle parti celle tenuissime ed imponderabili le quali penetrando nel nostro organo produ cono, mediante il contatto, la sensa zione dell' odorato. L'altra opinione applica eziandio agli odori quella legge di vibrazione che abbiamo attri buita alla luce e al suono. Secondo questa ipotesi i corpi odorosi, come i luminosi ed i sonori, avrebbero una spe ciale maniera di vibrazione, la quale comunicandosi al mezzo ambientę, ir raggerebbe tutt'intorno trasmettendo le onde odorose fino a noi. Gli emanatisti sostengono la loro opinione mostrando che i corpi più odorosi sono quelli che più facilmente si volatizzano; ma ri spondono gli avversari che questa vo latizzazione, se getta nell'atmosfera una parte del corpo odoroso, deve natural mente rendere anche più facile la per cezione dell' odore, in grazia dei molti centri di vibrazione che si stabiliscono intorno a noi; che per questa ragione 1 molte essenze diventano più odorose quando si volatizzano, mentre se si fiu tano nelle boccette producono una assai minore impressione sull'organo olfatto rio . Aggiungono che certe sostanze, come il muschio e l'ambra grigia, dopo avere eccitate per parecchi anni le no stre impressioni olfattive, se sono pesate anche colle più perfette bilancie, non si trova che abbiano diminuito di peso. Ma contro queste dimostrazioni si ri sponde che i nostri sensi sono assai più sensibili delle nostre bilancie e che l'ipotesi di un movimento vibratorio non si accorda nè col trasporto degli odori a distanze sovente enormi, nè con certe condizioni della sensazione olfattiva, come sarebbe la necessità di una cor rente d'aria per mettere l'apparecchio dell'olfatto in rapporto col suo eccitante naturale. Comunque sia, o corpuscoli o vibra zioni, il contatto o il movimento, per essere percepito, deve essere comunicato alla membrana olfattiva o pituitaria onde sono rivestite le fosse nasali ; cavità ossea che si trova sotto alla fronte e che corrisponde alla parte superioredel naso. Questamembrana del genere delle mucose, nella partesuperiore e media è intersecata da una quarantina di filetti nervosi, i quali, dopo avere attraversato i fori che crivellano la lamina dell'osso etmoidale, riunisconsinel nervo olfattorio incaricato di portare le sensazioni odo rose al cervello. I soliti fisiologi teleologi non hanno mancato di ricercare nell'organo dell'o dorato quella perfezione che essi tro vano sempre in tutte lecose (v. CAUSE FINALI). Dissero in prima che l' organo dell'odorato, per la sua stretta relazione coll'organo del gusto, ci era stato dato per avvertirci della bontà delle materie che ci prepariamo ad ingestire. Ma fu osservato che nell' uomo l'odorato è il senso meno perfetto di tutti gli altri, e che sotto questo rapporto egli è meno favorito di molti animali. Il nervo ol fattorio dell' uomo è, in proporzione, molto piccolo; il ganglio olfattorio è molto gracile, e il signor de Blanville lo dice addrittura rudimentario. Poco estese sono le fosse nasali, ed il naso esterno non è così ben disposto per ri cevere gli odori come il muso del cane, il grugno del porco o la proboscide dell'elefante. I nervi che lo dovrebbero muovere sono poco sviluppati, quasi come quelli delle orecchie, che sono nell' uomo affatto immobili ; e la mem brana olfattoria presenta poca superfi cie in confronto di quei giri doppi e tripli che offrono i cornetti del cane. Perciò nell' uomo gli avvertimenti del l'odorato sono poco sicuri; non gli sve lano la presenza di molti gas la cui respirazione è funesta, e gli fanno in vece incontrare un odore spiacevole nei buoni alimenti e un gradevole odore in molti veleni. La speciale disposizione dell' organo è quella che determina la natura degli odori, che ce li rende grati o sgrade voli indipendentemente dalla loro qua lità intrinseca. Ciò che è odoroso per un animale può essere inodoro per un altro e ciò che piace ad una specie può spiacere ad un'altra. Certe persone, dice il signor Adelon, amano gli odori che altri sfuggono; Luigi XIV, per esempio, gradiva gli odori virosi ; i Persiani qua lificavano col titolo di cibo degli Dei l'assa-fetida, che noi indichiamo col vo cabolo di stercus diaboli. 423 scellare superiore e dal ganglio sfeno Si è detto che gli odori gradevoli hanno una diretta influenza sugli or gani genitali, ed è un fatto ch'essi c'in nebbriano e ci dispongono all'amore. Ma èpur vero, come osserva il professore Longet, che vi sono degli uomini i quali nell'influenza esercitata dall'odore della vulva sulla pituitaria, trovano lo sti molo a disposizioni erotiche; come l'o dore dell' uomo eccita in alcune donne ardenti il bisogno del piacere. L'imma ginazione coopera certamente a pro durre in alcuni questo singolare feno meno. Manegli animali questa influenza delle impressioni olfattive è ancor più pronunciata, poichè gli organi sessuali delle femmine di molte specie,all'epoca del rut sviluppano un odore forte e speciale, le cui esalazioni sembrano at tirare i maschi sulle loro peste. Per la natura dell'organo che loper cepisce, il gusto è il senso che piú di tutti gli altri si avvicina al tatto. Per svilupparsi esso ha bisogno del contatto di un corpo estraneo, e questo contatto deve operarsi in una maniera perfetta, cioè colla dissoluzione delle parti sapide entro gli umori secretati dalla bocca. La sensazione del gusto, per comune consenso, si esercita dalle papille che si trovano sulla membrana mucosa della lingua, principalmente formate dalle fi nali estremità dei nervi, la cui tenuità però è tale, che difficile è il vedere com'essi vi si dispongano. Per la stessa ragione difficile è il sapere quale dei nervi che mettono alla lingua sia quello chepresiede allaloro formazione e quale meriti perciò di essere detto il nervo del gusto. Vi sono state e vi sono tut tavia delle controversie su questo pro posito, giacchè molti nervi distribui sconsi nella lingua, e sono: il nervo lin guale, del quinto paio, il nervo grande ipoglosso ed il grosso faringeo, come pure alcuni filetti provenienti dal ma palatino. Ma se uno o se diversi di questi nervi cooperano atrasportare la sensazione del gusto al cervello è que stione indifferente per la filosofia. Servendosi di una piccola spugna at taccata all'estremità di un osso di balena, Antonio Vernièr ha cercato di esplorare quali parti della bocca fossero sensibili alle impressioni sapide. Egli affermò di avere costantemente trovate insensibili all'azione dei sapori la membrana mu cosa della volta palatina, delle gengive, delle gote, delle labbra, della [regione media e dorsale della lingua; mentre la sensibilità gustativa fu da lui trovata nella mucosa che copre le glande sub linguali, la superficie inferiore, la punta, i contorni e la base della lingua, le due faccie del velo del palato e la fa ringe. I signori Gussot e Admyrauld rinnovando le esperienze in altre con dizioni confermarono le conclusioni di Vernière, colla sola differenza ch' essi trovarono traccie di sensibilità sopra una piccola parte della volta del palato situata al centro della sua superficie anteriore. I medesimi fisiologi si sono eziandio proposti di conoscere se tutte le superficie sensibili percepissero il gusto alla stessa maniera, e i loro e sperimenti li hanno condotti a conchiu dere che molti corpi, e specialmente i sali, producono sensazioni differenti se condo che sono gustati dalla parte an teriore della lingua oppure dalla poste riore. Per esempio, dicono essi, lace tato di potassa solido, d' una acidità bruciante alla parte anteriore della bocca, è amaro, insipido e nauseoso alla parte posteriore. L' idroclorato di po tassa semplicemente fresco e salato da vanti, diviene dolciastro vicino alla gola. Il nitrato di potassa fresco e piccante sul davanti, nella parte posteriore della bocca diviene leggermente amaro e in sipido. L' alunno solido, poco sapido, fresco, acido e molto stitico sul davanti, nella parte posteriore dà un sapore dolciastro senza alcuna acidità. Il sol fato di soda molto salato sul davanti, è amaro sul fondo della bocca ecc. Questi esperimenti sono adatti a ren dere assai dubbioso il nostro giudizio sulla vera natura dei sapori, e se poi teniamo conto della diversità grandissima di gu sti che si notano fra le diverse specie animali e fra gli stessi uomini, potremo facilmente essere condotti ad affermare che i sapori non esistono fuori di noi, ma che sono solamente in noi, o piut tosto sono unafunzionedipendente dal l'intima natura dei nostri organi. Il gusto non somministra all'intelli genza alcuna nozione estrinseca, salvo la qualità sapida dei corpi gustati; esso è assolutamente inetto ad obbiettivare la sensazione, nè vi è alcun dubbio che questo solo senso non basterebbe a darci alcuna cognizione dei corpi esteriori. Fu perciò detto che il gusto non è un senso della intelligenza, madella nutri zione. Se non che i teleologi hanno trovato che la sua destinazione provvi denziale era quella di farci scegliere, fra le diverse sostanze che la natura ci presenta, quelle che sono proprie a ser virci d'alimenti. Questa proprietà non è però rigorosamente vera. Vi sono delle sostanze velenose o nocive all'ingestione delle quali non proviamo alcuna nausea, se pure tal fiata non hanno sapore gra devole, mentre altre sostanze che sareb bero eminentemente plastiche e nutri enti ci ripugnano. Inoltre, se lo scopo del gusto fosse stato quello di avver tirci dei bisogni dello stomaco, pare na turale che certi farmachi, che pure gio vano adeccitare, a mantenere od ari stabilire le funzioni dell' organo dige stivo, avrebbero dovuto parere meno ingrati all'organo del gusto. In qual maniera i corpi agiscono sull' organo del gusto per generare la sensazione che gli è propria? Molte i potesi furono fatte a questo riguardo, ma tutte insufficenti. Alcuni hanno at tribuito questa facoltà alla forma delle molecole, ed in conseguenza hanno ri ferita ladiversità dei sapori alla differen te figuradelle molecole integranti; altri alla natura chimica dei corpi; altri alla vibrazione speciale delle molecole dei vari corpi; ma tutto questo non ci a vanza nella spiegazione del fenomeno, come non ne erano avvantaggiati gli antichi pei loro principii salino, acido, o igneo che supponevano risiedere nei corpi come causa dei sapori. Noi dobbiamo confessare che tutte le spiegazioni date su questo e sugli altri sensi non ci spingono più in là dell' idea di contatto (v. CAUSA) e che nel resto siamo affatto all' oscuro sul come questo contatto, secondo la di versa natura dei nervi su cui si opera, si trasforma in sensazioni diverse. Que sta oscurità impenetrabile non ha però in se stessa nulla di misterioso, e non è in alcuna maniera l'indizio che sotto il nostro involucro materiale si nascon da uno spirito. Questa conseguenza sa rebbe tanto fondata quanto quella di quel selvaggio, il quale vedendo un o rologio che si muoveva da sè, lo repu tava un Dio. Il nostro corpo è una macchina chiusa, i cui ordegni non co nosciamo interamente. Noi nonpossiamo aprire questa macchina senza scompor la, senza guastarla e senza sospenderne il movimento; noi non abbiamo mai potuto seguire i movimenti del cervello nelle sue intime fibre, nè percorrere insieme alla sensazione i nervi condut tori. L' anatomia spiega la forma e la disposizione dei congegnidi questa mac china, ma non la funzione; la fisiologia colle sue vivisezioni si è inoltrata al cunpoco nello studio dei movimenti in azione, ma tosto che essa si spinge al centro del movimento, le lesioni che produce sconvolgono tutta la macchina, e il movimento scompare. Qual maravi glia, dunque, se la causa dell'azione ci sfugge tuttora e se il nostro stesso corpo resta per noi come una scatola chiusa? Forsechè il solo pensiero può bastare a darci l' idea di quel che siamo? Ma il nostro io è la funzione, il risultato di questa macchina che diciamo uomo, SENSISMO O SENSUALISMO non può trovare in sè che gli elementi della funzione e non quelli della cau sa. Se non fosse così, perchè mai gli spiritualisti non intendono meglio lo spirito di quello che noi intendiamo il intesa da Cartesio, il quale sul pro posito delt' idea di Dio così si cor reggeva: « Quando dissi che l'esistenza di Dio è naturalmente in noi, volli in corpo? E perchè gli stessi materialisti rientrando col pensiero in se stessi non scoprono questa stupenda e misteriosa causaspirituale, laquale, tuttochè non sia altro che l'essenza di noi stessi, si ostinaa restare per noi nel più profondo mistero? Sensismo o Sensualismo. Dottrina colla quale si dimostra che tutte le nostre idee derivano dalla sen sazione. Dopochè Platone aveva inse gnato che le idee sono innate in noi, (v. IDEE INNATE) Aristotile sorse a com batterlo e a dimostrare il doppio prin cipio : 1º nulla trovarsi nell' intelletto che prima non esista nei sensi; 2º l'a nima umana essere in principio una tavola rasa sulla quale nulla è scritto. Queste due opposte teorie subirono na turalmente le fasi di favore e disfavore acui soggiacquero successivamente i si stemi di quei due filosofi; ma il pre dominio era rimasto a Platone e le sue idee innate, più o meno modificate, e rano state accolte dai più rinomati fi losofi del secolo XVII. Mentre Platone considerava le idee come enti sostan zialmente esistenti in noi, Cartesio le aveva ammesse solamente come esistenti per una certa disposizione dello spirito, in potenza ; mentre Leibnitz credeva che le idee stanno nello spirito come una statua si trova in un masso di marmo prima che ne sia tratta dallo scalpello dell'artista. Per verità, il modo che usavano questi due filosofi per con cepire leidee innate differiva sostanzial mente da quello di Platone, perciocchè una disposizione dello spirito a produrre una idea, non può dirsi ancora che sia una idea, come la proprietà che hanno i corpi di muoversi non può dirsi che sia movimento. Una cosa non può es sere e non essere al tempo stesso, e ciò che è possibile non è ancora un fatto. Questa sostanziale differenza fu pure tendere soltanto che la natura ha po sto in noi una facoltà mediante la quale noi possiamo conoscere Dio; ma non ho mai scritto nè pensato che questa idea fosse attuale ». Bacone fu il primo che intravvide lamodernateoriadei sensisti, insegnan do che le idee civengono trasmesse dai sensi, i quali ne formano degli idoli (idola) o delle immagini, grazie a certe particelle materiali, le quali, come a veva supposto Democrito, si staccauo dagli oggetti, e per mezzo dei sensi si introducono nel cervello. Questa teoria, per quanto possa parer singolare, non è poi affatto strana, se si considera che l'ultima parola della fisiologia e della fi sica, se non è favorevole ad una vera epropria traslazione della materia, am mette però una continuità di vibrazione che, per la via dei nervi sensori, dagli oggetti percepiti giunge al centro della percezione (v. SENSAZIONE). Il problema della filosofia sulla ori gine delle nostre idee ha cominciato ad essere metodicamente sottoposto ad una accurata analisi delle nostre sen sazioni nel 1694, nel quale comparve il Saggio di Locke sull' umano intendi mento. Questo celebre filosofo ha rigo rosamente impugnata la dottrina carte siana sulle idee preesistenti alla sensa zione, ed ha dimostrato la verità dell'a forismo aristotelico (v. IDEE INNATE). Egli costruì arditamente una nuova teoria, e dimostrò che tutte le nostre idee, così le più semplici, come le più complesse, derivano dalla sensazione e dalla riflessione. Divise perciò l' espe rienza in esteriore ed interiore e le idee in due specie: quelle che vengono dal l'esperienza esteriore, cioè dalle sensa zioni, e quelle che derivano dall' espe rienza interna, cioè dalla coscienza. Le prime si riferiscono alle cose materiali ; le altre alle morali. Condillac ha rassodata la teoria di Locke e l'ha anche perfezionata. Giu stamente egli ha osservato che la di stinzione del filosofo inglese, il quale fa procedere le idee dai sensi e dalla ri flessione è superflua. Sarebbe stato più esatto, dic'egli, di non riconoscere che una sola sorgente, sia perchè la ri flessione non è essenzialmente diversa dalla stessa sensazione; sia perchè essa non è tanto lasorgente delle idee quanto il canale per il quale esse derivano dai sensi. Questa inesattezza, continua Con dillac, quantunque sembri di poco mo mento, rende molto oscuro il sistema di Locke, giacchè lo mette nell' impossibi lità di svilupparne i principii; ragione per cui egli si accontenta di ricono scere che l' anima comprende, pen sa, dubita, crede, ragiona, vuole, riflet te; che noi siamo convintidell'esistenza di queste operazioni perchè le troviamo in noi stessi e vediamo che contribui scono al progresso delle nostre cogni zioni. Condillac tenta di dare un nuovo saggio delle nostre facoltà senza però riuscire più chiaro di Locke. Egli stesso lo confessa, e ne ha poi fatta larga ammenda, allorchènel 1754, pubblicando il Trattato delle sensazioni, intraprese vittoriosamente a ridurre nei loro primi elementi le idee complesse che noi ab biamo dei corpi. E fuin questo libro che ritrattò il parere contrario a quello che Locke aveva dato sul problema da Molineaux proposto in questi termini. L' autore segue a spiegarci come il tatto istruisce gli occhi a vedere al di fuori: « L'occhio, egli dice, è un or gano che si limita unicamente a modi ficar l'animo, e le sensazioni ch'esso le trasmette nonhanno, come il sentimento di solidità, quel doppio rapporto ilquale fa che noi ci sentiamo, e che sentiamo insieme qualche cosa esteriore a noi. Esso non ha dunque per sè stesso la facoltà di vedere gli oggetti colorati ; gli abbisognano de'soccorsi per acqui 429 denza stessa é la cosa più difficile ad starla. A questedomande Diderot aveva cer cato di rispondere prima di Condillac, nelle sue Lettere sui sordo-muti stara pate, quando appunto Condil lac, com'egli stesso afferma, stava lavo rando intorno al suo Trattato delle sen sazioni « La mia idea, dice l'autore delle lettere citate, sarebbe, per così dire, di decomporre un uomo e di con siderare ciò ch'egli tiene da ciascun senso. Sarebbe, a parer mio, una sin golare società quella di cinque persone, ciascuna delle quali non avesse che un senso. Per la facoltà ch'esse avrebbero di astrarre, tutte potrebbero essere geo metri, intendersi a meraviglia e non in tendersi che in geometria ». Leibnitz che già dalungo tempo non teneva più alcuna sentenza di Newton, si risentì giustamente di questa defini zione dello spazio come il sensorio della divinità, e sostenne l'opinione cartesia na, che lo spazio altro non è che la relazione che noi concepiamo tra gli enti coesistenti; non altro che l'ordine dei corpi, la loro disposizione, le loro distanze. ANewton mancò il coraggio di ri spondere direttamente al suo avversario, e lasciò al suodiscepolo,il dottor Clarke, la cura di difenderlo. Costui vi si ac cinse infatti con ardore e comincid col giustificare il maestro pel paragone preso dal sensorio, attesa l'impossibilità d'esprimersi chiaramente, diceva, in cui uno si trova inqualunque lingua quan do ardisce parlare di Dio. Quindi ri battendo l'opinione di Leibnitz sullo spazio, sostenne che se questo nor fos se reale ne deriverebbe un assurdo ; poichè se Dio avesse posta la terra, la Luna e il Solenel luogo in cui sono le stelle fisse, purchè la Terra, la Luna e il Sole fossero fra di loro nel mede simo ordine, in cui sono attualmente, ne seguirebbe che la Terra la Luna 29 •il Solesarebbero nel medesimo luogo | gli avversari di Descartes, non vi sa in cui ora sono; lo che, diceva, è una rebbe vuoto, e lamancanza delvuoto to-- contraddizione nei termini. glierebbe nell'universo la possibilità di ALeibnitz non fu difficile di rispon dere che se tutti i corpi dell' universo fossero trasferiti in altro luogo, sarebbe precisamente come se si trovassero nel luogo stesso, poichè ciò che determina il luogo è la relazione che esiste fra essi corpi, e una volta che questa re lazione rimane inalterata, non si può dire che vi sia, nè i nostri sensi lo po trebbero percepire, un cambiamento di luogo; poichè cambiamento di luogo importacambiamento di rapporti, e rap porti possono bensì esistere tra i corpi, ma non tra i corpi e il nulla. Lo spazio e laduratasonoquantità, ribatteva Clarke, dunque sono qualche cosa di veramente positivo. Ma qui il discepolo di Newton non rifletteva che nè lo spazio nè la durata sono quan tità, ma che le quantità sono propria--mente i corpi che occupano lo spazio onei quali si manifestano ifenomeni di successione che rappresentano la dura •ta. Egli aggiungeva quest' antico argo mento: Stenda un uomo il suo braccio ai confini dell'universo; questo braccio deve essere nello spazio puro, poichè esso non è nel nulla ; e se si risponde che esso è ancora nella materia, il mondo in questo caso è dunque infini to, il mondo è dunque Dio. Leibnitz che era deista, nonostante la sua teoria delle monadi, doveva trovarsi non poco im barazzato per rispondere a questa do *manda. Come mai un deista avrebbe potuto ammettere la materia infinita ? Newton si appoggiava forte a questo argomento, che oggidì non ha piú alcun valore, giacchè esso ha anzi condotto direttamente al panteismo ed al mate rialismo. Di tutti gli argomenti addotti con tro la negazione dello spazio come re altà uno solo è adoperato dai filosofi dei nostri giorni, i quali lo adducono ancora come una prova inconfutabile. Se tutto il mondo è pieno, opponevano qualsiasi movimento, giacchè l'impene trabilità della materia non permette rebbe che un corpo entrasse al posto occupato da un altro corpo. Ho veduto molte volte addurre que st' argomento ne' tempi nostri, da uo mini eruditissimi, tra cui anche Tyn dall, i quali mi parvero che neppur sospettassero che Descartes vi aveva già sufficientemente risposto. Ecco, infatti, in qual maniera un autore anonimo suo contemporaneo riassume la dimostra zione della possibilità del movimento nel pieno. > Per assai tempo, continua l' amico mio Miron, io ho frequentato un cena colo spiritista nel quale le comunica zioni si fanno con un cestello munito di una matita, sul quale un frequenta tore delle sedute e la padrona della casa pongono le loro dita. Codesta ultima signora è uno dei medium più famosi, avvegnachè dicesi che ella abbia otte nuto un libro che in certo qual módo serve di vangelo a una delle chiese spi sitiste. Alle sue serate s' incontravano spesso le sommitàdel magnetismo e dello spiritismo, prova evidente che quello era uno dei centri più importanti di rivela zione. Là ogni spettatore può a suo ta lento evocare lo spirito col quale vuol essere in comunicazione. E tosto fatta l'evocazione un signore, chepuò riguar darsi come co-medium, prova una vio lente scossa e annuncia che lo spirito evocato è presente. L'evocatore fa poi tutte le domande che crede, e il cestello, mettendosi in movimento sotto le dita del medium principale, traccia le risposte. Parecchie fiate alcuni evocarono de gli esseri immaginari, oppure dicendo di voler fare l'evocazione mentale, nulla invocarono. Il co-medium non perciò cessava di provare le sue scosse, e at testava con piena sicurezza la presenza degli spiriti evocati. Malgrado poi la diversità di questi spiriti, le loro ri sposte sono di un carattere uniforme e di una povertàveramente umiliante. Si evochi Cicerone o Cadet Roussel, lo stile ei pensieri sono sempre identici, edenotano la stessa ignoranza. Eccone un saggio. L'illustre astronomo Arago essendo evocato, dichiara che la scienza terre stre èun nulla in confronto della scienza celeste che egli possiede attualmente. Or è possibile che così sia; ma siccome non si possono revocare in dubbio le matematiche, bisogna credere che quanto aquesto ramo delle umane conoscenze 'gono di esercizi presso a poco eguali a SPIRITISMO la scienza celeste non può essere diffe rente dalla nostra. Arago, divenuto più sapiente, non può dunque aver disim parate le matematiche. Lo si interroga su questo proposito, e si vede che il cestello, nè comprende la domanda, nè pure il valore delle parole di cui si serve. Lo si interroga allorasul sistema del mondo, e il cestello risponde che la terra non gira intorno al sole più che il sole giri intorno alla terra, ma che la terra oscilla (se balance ) intorno al sole. Si domanda allora di quanti gradi sia l'ampiezza dell'oscillazione, lo spirito risponde : quattro miliardi di gradi. L'interrogatore manifestando allora qual chestupore per una tal risposta, il co medium, iniziato certamente ai misteri del cestello spiritico, si affretta a sog giungere che questi gradi sono di 25 leghe ciascuno. I devoti sono incantati di tal risposta ed hanno pietà della scienza terrestre che non avrebbe mai scoperte sì belle cose! Gli evocatori ingeneralenon hanno alcun dubbio sulla identità degli spiriti che si manifestano. Però talvolta alcuni vogliono accertarsene, ed invitano lo spirito a fornirequalche prova indicando peresempio il suo nome, o il tempo della sua nascita o della morte. Lo spirito allora risponde: scrivete dieci nomi fra i quali io indicherò quello dello spirito domandato. Per altro, cotesta prova non riesce quasi mai.Unasignora di mia co noscenza la quale avevaevocatoilmarito, evoleva che egli indicasse il suo pre nome, scrisse come gli fu prescritto, i dieci nomi, fra cui era quello che si doveva scoprire. Il cestello si mise in movimento e percorse lentamente la lista, e di tempo in tempo lapunta della matita si avvicinava a un nome, mentrechè il medium, cogli occhi fissi sull' evocatrice, cercava di leggere sul suo viso qualche traccia che gli accen nasse aver egli ben indovinato. Non trovandosi l'espressione cercata, il ce stello fint col segnare a caso un nome: scoraggiarsi, indicò unsecondo, poi un terzo e fino a sette nomi senza coglier nel segno! Cotali svarioni nonnocquero minimamente al medium. Si sa bene che gli spiriti liberati dai legami ter restri obliano spesso le particolarità della loro vita passata. Grande è la lezione che ci dà oggi lo spiritismo sull'attitudine dell'uomo a credere e a creare il maraviglioso. Se la scienza non fosse giunta ad una so luzione abbastanza negativa, e non ci garantisse oramai da ogni durevole traviamento, lo spiritismo sarebbe di ventato religione elegislatori inappella bili i suoi sacerdoti. Il lato temibile di questa nuova su perstizione, destinata fra noi a morire col secolo che le diede vita, non tanto sarebbe statala sua stravaganza, quanto l' l'apparente sua connessionecolla scienza, alla quale i suoi sacerdoti tentano rian nodarla. Approfittandosi essi della u mana credulità e delle superstizioni cor renti, cercano di provare l'esistenza di spiriti incorporei che col mezzo di tra smigrazioni, vengono sulla terra ad a nimare gli uomini, e ritornano nello spazio dotati di una personalità e di una volontà propria. Essi hanno inoltre una forma, sono limitati, si trasportano negli altri mondi a piacimento, e fra loro si distinguono in più o meno puri, cosicchè, come si è creato una scala saliente e progressiva per gli esseri viventi del nostro globo, lo spiritismo la crea per gli spiriti. Possono essere più o meno buoni, secondo il grado di perfezione a cui sono giunti; ipiù im perfetti sono anche quelli che tengono ancora alla materia, dalla quale vanno allontanandosi gradatamente, per avvi cinarsi a Dio. Del resto, l'uomo, come gli spiriti, sono destinati a progredire e aperfezionarsi, sino aqual punto poi, lo spiritismo non lo dice. Essi si incar nano, siaper compiere unamissione, sia per espiazione, e in tal caso diventano ciò che volgarmente chiamasi l' anima. Come nel mondo materiale, vi sono esso si eraingannato Ricominciò senza nel mondo spiritico sensazioni e piaceri, libero arbitrio, gerarchia, e tutta la sequela dei mali, che,sebben diversi dai nostri, non cessano però di esser mali. Il fine ultimo della perfezione ci è rap presentato dagli spiriti superiori, i quali non potendo più oltre perfezionarsi, sono interamente occupati aricevere diretta mente gli ordini di Dio, a trasportarli in tutto l'universo ed a vegliare diret tamente alla loro esecuzione (Le livre des Esprits, par Kardec). Evi dentemente lo spiritismo, che mostrasi, nemmen fa d' uopo dirlo, una religione o filosofia che pre tende insegnare il modo di evocar gli spiriti, che con mille illusioni tenta di traviar le menti dei creduli ; che dichiara il sonnambulismo l'effetto di tanto avverso al suo mortal nemico il materialismo, pare che non abbia sa puto inventare di meglio che il tra sporto della gerarchia sociale nello spazio! Il sistema, bisogna confessarlo, è in gegnosissimo; esso però ha un difetto solo, quello di mancar di prove. Infatti, qual'è la base dello spiritismo? Il si gnor Allan Kardec, che si può ritenere sia stato il maestro di questa nuova superstizione in Francia, lo dichiarava in modo esplicito: la rivelazione, i mi racoli, il sovrannaturale sono, secondo lui, il fine ultimo della dottrina spiriti ca, ed a questo fine pare che egli miri sopra ogni altra cosa, procurando di conformarvi la rivelazione degli spiriti (L'Evangile selon le spiritisme). « Essi non riflettono, dice egli, parlando degli avversari, che facendo il processo al meraviglioso, fanno anche quello della religione che è fondata sulla rivelazione esui miracoli ; ora, che è mai la rive lazione se non una comunicazione extra umana? I fratelliPettyhannopresentato parecchi dei fenomeni che essi avevano annunciati, allorchè non venne presa alcuna precauzione, tale da prevenire lapossibilità di inganno, oallorchè que ste precauzioni erano indicate dai te stimoni e non escludevano perciò la possibilità di questo inganno. I fenomeni promessi o non si sono prodotti, oppure la frode dei fra accolto questa proposta. Alla seconda | telli Petty è stata svelata ogni volta che seduta della Commissione essi hanno enumerato i generi di fenomeni che co noscevano ed hanno raccomandato di studiare quelli che avvengono in pre senza dei medium, cioè delle persone coll'intermediario delle quali i fenomeni si manifestano con maggior intensità e precisione. Il signor A. Axakof ha pro messo di presentare dei medium alla Commissione. Questa, da parte sua, ac cogliendo con riconoscenza il concorso che le era in questa guisa offerto pel compimento del suo mandato,hadeciso di ammettere ai suoi esperimenti tre testimoni designati dai medium, ha pro posto di limitare le ricerche ai più sem plici fra i fatti dello spiritismo, ed ha dai membri della Commissione furono prese lepiù elementari precauzioni per confondere l'impostura. I testimoni, riferendosi ad una lunga pratica dello spiritismo, ed ime dium stessi, hanno posto alle sedute delle condizioni, le quali escludevano la possibilità di una osservazione esatta, quali l'oscurità, la mezzaluce o l'allon tanamento dei membri della Commis sione ad una certa distanza dai medium. I testimoni adiverse ripresehanno determinato molto diversamente le con dizioni che essi pretendevano favorevoli alla manifestazione dei fenomeni spi ritici. Alla sedutadel 20 novembre, si fissato il termine di un anno per la du- | constato la rottura di una cortina po rata dei suoi lavori. Nel mese di ottobre 1875, due me dium, i fratelli Petty, di Newcastle, che il sig. A. Axakof aveva invitati a re carsi a Pietroburgo, sono stati presen tati alla Commissione. La loro qualità di medium era attestata dauna dichia razione scritta del signor A. Axakof e danumerose testimonianze stampate che provenivano dagli spiriti. «La Commissione tenne sedute coi fratelli Petty; i testimoni erano i si gnori Axakof e Boutlerof. Secondo il desiderio dei testimoni, le due prime sedute furono occupate dai medium nel far conoscenza coll' ambiente nel quale erano chiamati ad agire. Le quattro se dute successive sono state consacrate allo scopo della Commissione ed ebbero luogo nel mese di novembre. I loro ri sultati furono i seguenti: sta vicina al medium per isolarli dal campanello, il cui tintinnio doveva co stituire un fenomeno annunziato. > Dopoquesti fatti il sig. A. Axakof ha allontanato i medium dalla Commis sione. I testimoni dichiarano oggi che i fratelli Petty sono dei medium assai deboli. In quanto alla Commissione, essa ha, nella sua seconda seduta, dichiarato che i fratelli Petty erano due impo stori. Nelmese di gennaio 1876, il signor A. Axakof avendo annunziato l'arrivo dall'Inghilterra di madama Clayre, me dium dilettante, la Commissione si èdi nuovo radunata in seduta. I testimoni hanno certificato alla Commissione che la signora Clayre era un medium po tente e che il professore Crooks aveva fatto con lei inInghilterraparecchi degli esperimenti che sonopresentati co I sollevamentideitavolini ordinari me prove in favore dello spiritismo. La Commissione decise di procedere imme diatamente all'esame dei fenomeni spi ritici manifestati in presenza della si gnora Clayre, adoperando degli appa recchi a questo effetto preparati, affine di sostituire alle ossrrvazioni dirette, che sono incomode e non lasciano trac cia di sè, l'osservazione più probativa delleindicazionidiapparecchi, la testimo nianza dei quali è irrecusabile. Il sig. A. Axakof ha riconosciuto l'uso degli apparecchi possibile in questa circo stanza, vista la potenza singolare del medium e le esperienze di questo ge nere che erano già state fatte con quella persona. La Commissione tenne nelmesedi gennaio quattro sedute colla signora Clayre come medium e coi signori Axakof, Boutlerof e Wagner come te stimoni. I risultati furono i seguenti: I testimoni hanno insistito sulla necessità, per lo sviluppo dei fenomeni, di tenere le sedute intorno ad una tavola,ordinaria ; alcuni membri della Commissione non furono ammessi nella sala delle sedute; fu loro persino im pedito di fare delle osservazioni dalla stanza vicina. Le sedute stesse attorno ad una tavola ordinaria ebbero luogo, grazie ai testimoni, in condizioni che escludonolafacilitàd'osservare,lasciando al medium piena libertà d'azione, senza sindacato. É stato pure richiesto, per esempio, che tutte le persone presenti stessero contro la tavola, quando si u diva il moto di questa, ciò che facili tava la possibilità di farla muovere col che si osservarono nelle sedute colla signora Clayre, erano, per desiderio dei testimoni e del medium, circondati da condizioni tali, che il medium stesso poteva scuotere il tavolino, avanzare i piedi sotto il mobile e sollevare anche questo . I membri della Commissione hanno più volte osservato dei tentativi di questo genere, ed hanno veduto il piede del medium sotto quello del tavolino. Itestimoni nonhanno acconsen tito che una volta all' uso d'una tavola manometrica, provveduta d' apparecchi destinati a misurare lo sforzo delle mani apposte su quella tavola. Non avvenne oscillazione, nè movimento, nè sollevazione di quella tavola. I testimoni hanno poscia respinto a più riprese l'invito della Commissione di procedere adelle osservazioni mediante apparec chi misuratori. Un tavolino apiedi curvi, che in grazia della sua costruzione non era facile a farsi oscillare colla semplice pressione delle mani sulla tavoletta, e che allontanava la possibilità di porre un piede sotto il piede del mobile, non si mosse una volta sola, sebbene si fosse adoperato quando dei movimenti erano avvenuti con una tavola ordi naria. Tutti i fenomeni chesiprodus sero in presenza della signora Clayre possono esser prodotti da qualsiasi per sona che si trovasse nelle condizioni favorevoli alla frode in cui, per deside rio dei testimoni, questo medium era collocato durante le sedute della Com missione; i membri della Commissione lo hanno provato da se stessi. Nelle ultime sedute colla signora Clayre, la Commissione ha richiesto ca piede senza esser veduti. I movimenti e le oscillazioni di una tavola ordinaria che ebbero luogo nelle sedute, mentre le persone pre senti tenevano sulla tavolale loro mani, tegoricamente che non si fossero più sono stati incontrastabilmente prodotti coll'aiuto delle mani del medium, come impiegate delle tavole ordinarie, e che I' osservazione dei fenomeni non a si potè indurlodallaloro tensione e dai loro cambiamenti di posto che prece devano le mutazioni della tavola. vesse luogo che col sussidio dei mezzi proposti da essa. I testimoni vi hanno aderito, ma esprimendo ildesiderio che questi apparecchi fossero loro portati a domicilio per essere anticipatamente e sperimentati. Dopo aver ricevuto due di questi apparecchi, i te stimoni hanno sospeso le sedute e in seguito vi hanno definitivamente posto termine. Nelle dichiarazioni che essi hanno allora presentato, i testimoni hanno rinnovato l' assicurazione delle potenti facoltà me dianiche di madama Clayre, e hanno mo tivato il loro rifiuto principalmente sulla prevenzione della Commissione contro lo spiritismo, e sul desiderio di questa di non fare l'osservazione dei fenomeni dello spiritismo che con l'aiuto d'appa recchi. > La Commissione ha considerato al lora come raggiunto il suo scopo, per chè essa si era accertata che fra i fe nomeni prodotti dal piùpotente medium, in tutte le condizioni più favorevoli, non ve ne era stato un solo che potesse in dicare la esistenza di un ordine parti colare di fenomeni costituenti lo spiri tismo. >> Nelle quattro sedute che essa ha te nuto nel mese di marzo, la Commissione ha discusso: Dei dati stampati sui fenomeni spiritici e sullo spiritismo in generale; Delle prove ed osservazioni fatte dai suoi membri, fuori del suo seno, sopra dei fenomeni attribuiti allo spiri tismo e prodotti con o senza la presenza dei medium.. I suoi processi verbali e lestampe ricevute alle sedute che essa tenne coi medium Petty e Clayre, in presenza dei signori Axakof, Boutlerof e Wagner, testimoni. > 4. Ledichiarazioniscritte da questi testimoni alla Commissione. contrastabilmentedeterminati dall'effetto della pressione esercitata, intenzional mente o no, dalle persone presenti; si riferiscono cioè a dei movimenti mu scolari consci e incosci; per spiegarli non è necessario ammettere la esistenza della forza o della causa nuova, accet ta dagli spiritisti. Dei fenomeni, qualelasollevazione delle tavole o il movimento di diversi oggetti dietro una cortina o neila oscu rità, portano il carattere irrecusabile di atti di frode commessi scientemente dai medium. Allorchè delle misure efficaci sono prese contro la possibilità dell'im postura, questi fenomeni non avvengono, oppure l'inganno è svelato. I rumori e i suoninei quali gli spiritisti vedono dei fenomeni aventi un senso, e che possono servire a comuni care cogli spiriti, stanno negli atti per sonali dei medium ed hanno la stessa importanzae lo stesso carattere dell'acci dentalità o della frode, dei vaticini e dei presagi di buona fortuna. I fenomeni attribuiti all'influsso dei medium chiamati medium plastiques dagli spiritisti, come la materializzazione delle varie partidegli spiriti e l' appari zione di figure umane, sono incontra stabilmente falsi; si deve infatti così conchiudere, non solo per l'assenza di qualsiasi prova precisa, ma ancora: Dall' assenza di attitudine all'os servazione scientifica nelle persone che credono alla autenticità di questi-feno meni, le quali descrivono ciò che hanno veduto; b) Dalle precauzioni che gli spiri tisti e i medium chiedono ordinaria mente alle persone davanti alle quali devono compiersi questi fenomeni; Finalmente, dai casi numerosi nei quali i medium furono direttamente Da quest' esame la Commissioneha convinti d'avere prodotto coll' impostura tratto le seguenti conclusioni: simili manifestazioni, sia da sè stessi, > 1. Quelli fra i fenomeni attribuiti allo spiritismo, che avvengono coll' im posizione delle mani, come, per esem pio, i movimenti delle tavole, sono in sia col sussidio di terzi. Nelle loro manifestazioni, le per sone simili ai medium mettono a pro fitto, da unaparte imovimenti inconsci SPIRITUALISMO einvolontari delle persone presenti, e dall' altra parte la credulità dellagente onesta, ma superficiale, che non sospetta la frode e non prende precauzioni per prevenirla. Lamaggior parte degli aderenti allo spiritismo non danno prova nè di tolleranza per l'opinione delle persone che nulla di scientifico scorgono nello spiritismo, nè di critica per l'oggetto della loro credenza, nè di desiderio di partecipazione di persone umane alla produzione di quei fatti; quando si os servarono i principii razionali delle ri cerche scientifiche, come consiglianoGay Lussac, Arago, Chevreuil, Faraday, Tyn dal, Carpentier e altri, è stato provato che i fenomeni attribuiti ai medium so no il risultato, o di movimenti involon tari, che provengono da particolarità naturali dell' organismo, o dalla furbe ria, o dall' inganno di persone che por studiare i fenomeni spiritici coll' aiuto dei mezzi d' investigazione ordinari della scienza. Però gli spiritisti diffondono con ostinazione le loro idee mistiche, dandole per nuove verità scientifiche. Queste idee sono accettate da molti perchè rispondono a vecchie supersti zioni contro le quali la scienza e la verità da gran tempo combattono. Gli uomini di scienza che sono trascinati dallo spiritismo, si comportano verso di questo come dei dilettanti passivi di spettacoli e non come dei cercatori di fenomeni della natura. > 7. Lepoche esperienze con apparec chi atti a misurare, che si citano quali prove in favore dello spiritismo, sono state eseguite in condizioni, le quali permettono giudizi precisi, e mostrano che gli sperimentatori non conoscono sufficientemente i metodi adatti allo studio scientifico dei fatti nuovi e dub biosi. Questi sono, per esempio, gli e sperimenti eseguiti dagli spiritisti con una membrana o con delle bilancie. > 8. Ogni volta che degli spiritisti fu rono invitati, o che si sono offerti a provare coll' esperienza ciò che essi af fermavano nei circoli delle persone che conoscono le scienze esatte, esse si sono volentieri messi all' opera, maognivolta hanno interrotte le prove, hanno allonta nato i medium e si sono lagnati delle prevenzioni degli esperimentatori, appe na trovarono che i fatti osservati erano sottomessi ad un esame critico. > 9. Allorquando lo studio dei feno meni spiritici è stato circondato da pre cauzioni atte a mettere in luce la tano denominazioni analoghe a quelle dei medium. E ciò è quanto la Commissione ha pure constatato nelle sue osservazioni sui tre medium inglesi, che le furono presentati dai nostri spiritisti. Fondandosi sul complesso di ciò che essi hanno appreso e veduto, i membri della Commissione sono unanimi nel for mulare la seguente conclusione: ifeno meni spiritici provengono damovimeuti involontari e da una impostura consa pevole, e la dottrina spiritica è una su perstizione. Firmati: i membri della Commis sione: Bo Bylef, aggregato di fisica al l'Università di Pietroburgo.- Borgman, preparatore al gabinetto di fisica del l' Università di Pietroburgo Bouly guine- Hezehus, licenziato in fisica Elenef preparatore al laboratorio di chimica dell'Università di Pietroburgo-Krajëvitch, maestro di fisica all' isti tuto delle miniere e alla scuola degli ingegneri-Latchinof, maestro di fisica all' istituto agronomico di Pietroburgo Mendèleief, professore di chimica al l' Università di Pietroburgo- Perrat, professore dimeccanica-Pétrouschevski, professore di fisica all' Università di Pie-- troburgo- Khmolowsly, maestro di fi sica Van der Vliet, aggregato di fi sica all' università di Pietroburgo. Pietroburgo. Spiritualismo. Dottrina di co loro i quali credono all'esistenza dello spirito. La filosofia spiritualista è essen zialmente cristiana, nè vi è esempio tra i filosofici pagani, il qualeprovi che gli antichi concepissero l' anima secondo l'astrazione dei moderni spiritualisti. Anzi, alcuni tra gli stessi padri della Chiesa concepirono l'animain un senso affatto materiale, come una sostanza sottilissima, ma tuttavia molto diversa daquella dello spirito. (Vedi ANIMA, SPIRITO). Tra i filosofi cristiani, non mancarono coloro che, come Priestley, riconobbero non essere necessario am mettere l'esistenza di uno spirito per spiegare i fenomeni del pensiero, giac chè Dio ha benissimo potuto dare alla materia la facoltà di pensare, come le ha dato quella di muoversi e di agire. Anche Voltaire, che era Deista, aveva sposato questa opinione V. SPIRITISMO. Sensibilità. Suolsi definire la sensibilità la facoltà di sentire; poi la si considera come un fatto reale in se stesso ben distinto dalla sensazione. Ma se i metafisici facessero attenzione più alla sostanza delle cose di cui trattano, che alle parole colle quali le definisco no, si accorgerebbero che la sensazione contiene già in se stessa la sensibilità, giacchè non vi può essere sensazione che non sia sentita. Anzi, a propria mente parlare, la sensazione non è al tro che l'atto col quale sentiamo che una modificazione si è prodotta in noi. Or che cosa è la sensibilità? L'astra zione appunto di questo atto, e non per altro questo vocabolo entra nella cate gioria dei nomi astratti. Sensibilità è la possibilità di sentire. Ma questa possi blità é qualche cosa od è niente? Per essere qualche cosa bisognerebbe rap presentarcela in azione; ma nel mo mento in cui la sensibilità é, per così dire, in atto, essa diventa sensazione. Se poi si considera la sensibilità non in atto, essa non ha niente di reale in se, e indica solamente la facoltà che hanno gli esseri vivi di provare sen sazioni. Questo così elementare ragionamento basta a mostrare la vacuità di tutte le disquisizioni che i metafisici si credono in dovere di fare sulla sensibilità e mi limito a rimandare il lettore all' arti colo SENSAZIONE, per quella stessa ragione che un professore di meccanica, do po avere lungamente parlato del movi mento, troverebbe affatto inutile didilun garsi sulla mobilità, la quale non è unacosa in se, ma una semplice parola creata per indicare che icorpi possono entrare in movimento. Cionondimeno un filosofo contemporaneo, il signor A. Franck membro dell' Istituto, ha tro vato il modo di scrivere molte pagine intorno a questa voce, sulla quale ci dà delle notizie veramente peregrine, come, per esempio, questa che non mi sarei certamente immaginato di dover leggere nei nostri tempi: « La sensibilità, se si eccettuano le passioni, che sono l'opera dell' uomo, é un movimento che emana da Dio, una azione immediata della sua potenza, che ci inclina senza costrizione verso il nostro fine, e ci penetra senza assorbirci ». Io capisco bene che col l'intervento del Deus ex machina, i metafisici spiegano facilmente ogni cosa, ma sarebbe pur tempo che siffatti me schini espedienti fossero lasciati ai te ologi. Senso comune. (Dottrina del) Da tempo immemorabile teologi e filo sofi cattolici hanno combattuto lo scet ticismo coll' autorità della rivelazione e col senso comune, o consentimento u niversale. L'esistenza di Dio, la verità della fede, la stessa autorità della rive lazione, dicevano certissimamente con fermate dall' universale consentimentodi tutti gli uomini, i quali in tutti itempi ein tutti i paesi hanno creduto e cre dono in un Ente creatore e conserva tore del mondo. Finché le cognizioni antropologiche ed etnologighe furono limitate a poche relazioni di missionari, che d'altronde non erano divulgate, questa dottrina sembrò fare buonapro SI e va; ma quando le comunicazioni stesero e numerosi viaggiatori intrapre sero lo studio dei costumi de' popoli lontani, appari chiaramente che questa supposta unanimità di credenza erame SENSO COMUNE ramente effimera; che vi sono popoli increduli o credenti in esseri che non possono in alcuna maniera riferirsi al Dio metafisico immaginato dai cristiani. (ν. ΑTEL, DIO, IMMORTALITÀ, SPIRITO). Nemmeno come principio la dottrina del senso comune potrebbe addursi in prova di checchessia, giacché l' ade sione unanime di tutti gli uomini non 173 Fra gli autori cattolici favorevoli alla dottrina del senso comune, vuol es sere ricordato Lamennais. Egli ha detto che i nostri sensi c' ingannano, che la ragione individuale è impotente a sco prire la verità, e che l'uomo ridotto alle sue sole risorse, non potendo cre proverebbe che le cose sulle quali vi ė unanime accordo siano vere; essa pro verebbe solamente che gli uomini si accordano a ritenerle tali; ogni di più eccederebbe i limiti del sillogismo e costituirebbe una conseguenza i princi pii della quale non sarebbero contenuti nella premessa. Infatti, perché la conseguenza fosse corretta, il sillogismo dovrebbe costru irsi così: dere, nè a Dio, nè all' universo, nè a se stesso, cadrebbenel più assoluto scet ticismo. Solo rimedio efficace contro il dubbio egli credeva che fosse l' univer sale consentimento, fondato sulla tradi zione costante dell' umanilà alla quale é stato rivelato quel vero ch' essa stes sa è impotente a scoprire. Ma come si potrebbe consultare questo senso co mune? Lamennais trovava che il mezzo era molto semplice. LaChiesa cattolica, legittima depositariadella tradizione, era anche l'organo per mezzo del quale la Ciò che tutti gli uomini credono sic- tradizione parlava; e il papa che é il come vero, é vero realmente. Tutti gli uomini credono in Dio. Dunque Dio esiste realmente. Ma, domando io, esiste un solo filo sofo il quale sia disposto ad ammettere la maggiore di queste premesse? Io non lo credo, giacché non vi é alcuno che non veda a quali stolti giudizi esso ci condurrebbe. Se ciò che tutti gli uomini credono é realmente vero; tutti hanno creduto che il sole si muovesse intorno alla terra; dunque sarebbe vero che il sole si muove! Con questo principio non vi sa rebbe errore santificato dai secoli e dal l'ignoranza che non potrebbe essere di mostrato per vero; e allascienza non re sterebbe altro che raccogliere le antiche credenze, siccome le più attendibili e le più universalmente credute. (v. CERTEZZA REID). Nella stessa religione il principiodel senso comune potrebbe essere rivolto contro la verità di molti dommi; e per fino il cristianesimo dovrebbe essere con siderato come una falsa rivelazione, quando fosse confrontato colla gran maggioranza dei settatori di altre reli gioni (V. RELIGIONI). capo visibile di questa Chiesa ne era il legittimo interprete (Essai sur l'indif ference). Grazie e questo consentimento uni versale, Lamennais conferiva alla ragione umana collettivamente, ciò che singolar mente rifiutava ad ogni ragione parti colare, e concretava poi in un solo uo mo la collezione di tutte queste ragioni. Finché Lamennais si attenne a questa si poco liberale applicazione della dot trina del senso comune, la Chiesanulla trovò a ridire; ma venticinque anni ap presso, quand' egli, piegandosi al movi mento generale del pensiero, dettò l'E squisse d' une philosophie, nella quale, pur sempre restando prete, cessò di in carnare nella Chiesa cattolica la rap presentazione della ragione collettiva dell'umanità, papa Gregorio XVI trovò che quella dottrina era vana, futile e incerta, e solennemente la riprovò nel modo che segue: « Egli é assai deplo revole il vedere in quale eccesso di de lirio si precipiti l' umana ragione, al lorché l'uomo si lasciapigliare all'esca. della novità, e sforzandosi, malgrado l'avvertimento dell' apostolo, a riescire piu saggio di quel che abbisogni, troppo fidente di se, reputa che la verità possa cercarsi fuori della cerchia della Chiesa cattolica stupenda definizione che ha solamente il difetto di non esser chiara; manon si può volergli male per que sto: il miglior professore di sentimen talismo non potrebbe dircene di più. Servet Nasce a Villanova nell' Aragona. Si recaa Tolosa per studiarvi il diritto, che abbandonò poi per dedicarsi inte ramente alla teologia. Fra tutti i dommi religiosi quello della trinità gli parve il più strano, e il mendegno dellapub blica fede, sicchè cercò di renderlo, se non altro, più intelligibile, considerando le tre persone divine come la semplice manifestazione di un solo Dio. Trovata questa spiegazione per lui soddisfacente; sperò che i capi della riforma in Ger mania sarebbero stati del suo avviso; ne scrisse perciò ad Ecolampadio, ed egli stesso si trasferì a Strasburgo per conferire con Bucero. Ma ildabben uo mo non aveva pensato che i capi della riforma erano per lo meno tanto intol leranti quanto i papisti: egli fu detto un bestemmiatore ed un messo del diavolo » e Zuinglio trascorse fino a maledire il maledetto e scellerato Spa gnuolo. Nonostante questa opposizione pubblica il libro sugli Errori della Trinità e l'anno seguente i Dia loghi sulla Trinita. Lo scandalo destato da questi due scritti fu tale, ch'egli si vide costretto a cambiar di nome e a rifugiarsi a Lione, ove visse parecchio tempo in una tipografia, correggendo | lo calunnia, lo insulta, nè si sta pago, bozze di stampa. Fatto che ebbe qual finchè la sentenza di morte è pronun che risparmio, si trasferì a Parigi, ove stu diò le matematiche e la medicina,scienze nella quale fu addottorato. Dopo avere professato nel collegio dei Lombardi, Pietro Paumier, suo discepolo nominato vescovo a Vienna nel Delfinato, lo chia mò presso di senellaqualitàdimedico. Servet visse così tranquillamente dodici anni, nel qual tempo alternò i suoi studi di medicina con quelli di teologia, e venne compilando un libro col titolo Restitutio Cristianismi, nel quale in tendeva di proporre una nuovariforma della religione. Prima di pubblicarlo egli entrò in corrispondenza con Calvino, sperando forse di poterlo trarre alle sue idee. Ma dopo parecchie lettere, il capo della riforma di Ginevra, irritato forse dall' ostinazione e dalle arguzie di Ser vet, ruppe ogni commercio con lui. Intanto il Servet mandò alla stampe il suo libro, e poichè trovavasi in paese cattolico, lo fece imprimere con tutta segretezza, ma non tanto che Calvino non ne avesse sentore. Il furore teolo gico allora invase costui a tal punto, ch'egli, capo della riforma, non temette di far denunciare il suo avversario al l' inquisizione cattolica. In quell' occa sione, dice Gabriel, Calvino si mostra talmente acciecato dal fanatismo, che perde perfino le nozioni distinte del bene e del male » (Hist. de l' Eglise de Genève T. 2). ciata contro di lui e, mandata ad esecuzione mediante il rogo. Benchè oltre ogni dire abbattuto, Ser vet rifiutò mai sempre di ritrattare le sue opinioni, anche allora che gli fu promesso di convertire la penadimorte mediante il rogo,conquellaper la spada. Egli perì tra le fiamme dopo mezz' ora di inauditi tormenti. Tra i capi d'accusa della sentenza si leggono questi, i quali possono mettere in luce quali fossero le eresie che cat tolici e protestanti imputavano a Servet. « Item. Ha spontaneamente confes sato che nel libro Christianismi resti tutio egli chiama trinitari edatei coloro che credono nella Trinità. io, con è fatto arrestare dall' inquisizione e sot- tinua Calvino, essendo corrucciato di toposto a processo. Un giorno però gli una assurdità si grossa, replicai di ri vien fatto di fuggirsene; egli pensa di scontro: come, povero uomo, se qualcuno recarsi a Napoli per esercitarvi la me- battesse col piede questo pavimento, e dicina, e per la via delle Alpi scende a dicesse che calpesta il suo Dio non i Ginevra all' osteria della Rosa. Appena norridiresti di aver assoggettata lamae Calvino ha sentore dell' arrivo a Gine- stà di Dio ad un tale obbrobrio? Allora vra del suo avversario, tostolo denun- egli rispose: io non dubito menoma cia all' autorità criminale, e mette in mente che questo banco e questa cre cauzione il suo stesso segretario accioc- denza e tutto ciò che si potrà mostrare chè, secondo le leggi d'allora, avesse non sia la sostanza di Dio. Nuovamente egli la parte di accusatore. Egli assale gli fu opposto che, a parer suo, dun il suo avversariod' innanzi al Consiglio, | que il diavolo sarebbe sostanzialmente SESTO EMPIRICO Dio. Ridendo, egli arditamente rispose: | dallo affermare qualcosa,così senza mal ne dubitate voi? Quanto ame tengo per massima generale che tutte le cose sono una parte e porzione di Dio, e che ogni natura è il suo spirito sostanziale ». animo contro altri, eglino espongono le proprie dubitazioni sopra ogni ma niera di discipline; dacchè non rinven Sesto Empirico. Il luogo e il tempo preciso della nascita di questo filosofo si ignora. Sulla fe le di Diogene Laerzio che lo annovera tra i discepoli di Erodoto di Tarso, si crede general mente ch' egli sia fiorito verso il prin cipio del terzo secolo, e che sia origina rio d' Africa. Ch' egli fosse medico ed esercitasse l'arte salutare non è dub nero in nessuna la verità che cercavano con gli studi. « Nega, anzi tutto, l' esi stenza della disciplina, argomentandone e dalla indeterminata controversia dei filosofi circa la essenza sua e dal non potersi affermare quale si è la cosa in segnata, chi l'istruttore, chi l' ammae strato, e quale il modo dello appren bio, poichè egli stesso lo afferma; e che fra i medici egli appartenesse alla setta degli empirici pare altrettanto certo, per quanto dice Diogene, e per lo stes so nome di Empirico che gliene è de rivato. Null' altro si sa della sua vita, nè pure delle sue opinioni in medicina, giacchè le sue Memorie di medicinale, nè la istorica, né quella che con andarono perdute. dere. E come i principii e il metodo generale della asserita disciplina si por gono della grammatica; chiamandola unalusingatrice sirena, entra sottilmente amostrarla arbitraria ne' propri ele menti, nelle leggi stabilite per le sil labe, pei nomi, per lametrica, per l'or tografia, per la etimologia; e ne deduce non esistente nè la parte sua artificia cerne i poeti e gli scrittori (L. 7) e tanto meno quella chehaper iscopo di rizzata la filosofia di Pirrone. Nel suo libro Contro i matematici, egli confuta i dommatici inqualsiasi scienza, i gram matici dapprima, quindi i rettorici, i geometri, gli aritmetici, gli astrologi, e i musici. Più conosciute sono le sue Ipotiposi pirroniane, che furono tra dotte in francese prima da un tal Huart col titolo: Les Hipotiposes ou Institu tions pirroniennes (Amsterdam 1725) e poi da Samuele Sorbière. L'autore riproducendo le obbiezioni di Pirrone contro i dommatici si di chiara apertamente in favoredegliscet Sesto Empirico é invece conosciu tissimo nella filosofia per avere volga- persuadere, ossia la rettorica (L.). Passa ai Geometri; e subito toglie concludenza alle loro argomentazioni chiarendo inefficace ogni discorso che non abbia base dimostrata, come sono i loro; costruiti sopra ipotesi, e con principii egualmente indimostrabili (qua li il punto e la linea), e da cui nessu no può mai nulla togliere nè tagliare (L.) Conlo stesso argomento della impossibilità di aggiungere o sottrarre qualcosa, confuta le teorie degli arit metici massime pitagorici (L.). Ingegnosi ed afforzati da giusta erudizione, sono gli argomenti contro gli Astrologi Caldei i quali, dice, in vario modo fanno onta alla vita, fab bricandoci una grande superstizione, nè consentendoci operare nulla confor. me a ragione (L.) tici. Le parti principali di questo libro vôlto in italiano da Stefano Bissolati, essendostate riprodotte all'articolo PIRRONISMO, gioverà qui citare il sunto che lo stesso antore dà del libro contro i matematici. > Siccome i pirroniani accostatisi alla filosofia per desiderio di incontrarsi al vero, e non lo avendo trovato in nessuna parte, per l' eguale peso di ra gioni che stanno in tutte, si astennero > Pur accordando che dalle armo nie si sia potuto trarre bene, e dol cezza, e conforti; incalza i musici col mettere in aperto la nonesistenza delle modulazioni e de' ritmi (L. VI). > Spiegata la forma generale della 478 SOCINIANISMO scettica, viene alla particolare, ossia a quella che parzialmente combatte la filosofia divisa in razionale, naturale, morale. Nel primo libro (L.) contro i logici diffusamente espone e sottil mente oppugnaquanto erasidetto, circa il criterio della verità, dai filosofi che ne negavano la esistenza e da chi la ammetteva; bene avvertendo essere que sta la suprema delle indagini. Giac ché o non si trova la regola per cui conoscere la vera esistenza delle cose, ebisognerà finirla coi grandiosi vanta menti dei dommatici; o scorgerassi qual cosa che valga acondurci allacompren sione della verità, e meriteranno censura di audaci gli scettici che sanno andare contro alla comune credenza. « Nel se condo (L. VIII) discorre in particolare del vero, del segno, degli oscuri, della dimostrazione, della materia della di mostrazione e se la dimostrazione esi sta. E poiché ha concluso che tutto è incomprensibile e indimostrabile; e con tro l' obbiezione che, quando non ci abbia possibilità di dimostrazione, an che il discorso dello scettico non vale ed egli non può trarre arma che ab batta il dommatico, risposto con l'ar gomento dato nel Libro I. c. 8 delle Istituzioni; entra in lotta (L. IX) coi Fisici. E la critica è intorno i principii naturali, gli dei, la causa e l'effetto, circa il tutto e la parte e sopra il cor po; e appresso dice contro del luogo, del moto, del tempo, del numero,della generazione e del corrompimento. Chiu de la serie dei combattimenti opponen do ai filosofi moralisti sopra i sette punti fondamentali dell' etica: quale sia il bene, e il male, e l'indifferente; se per natura ci sieno il bene e il male; se pure ammessa la esistenza del bene e del male in natura, sia possibile il vi ver felice; se chi astiensi dallo ammet tere o dal negare l'esistenza del bene e del male, incontri ed essere felice, se una qualche arte si trovi per con durre la vita; e se quella possa venire insegnata ». Socinianismo. Dottrina inse gnata da Lelio e Fausto Socino, con traria alla Trinità. Nel 1546 dopochè le dispute di Lutero ebbero fatto ri sorgere il gusto per le controversie re ligiose, alcuni nobili stabilirono in Vi cenza una Accademia collo scopo di discorrere di siffatte materie. Lelio So cino era nel numero di costoro, i quali interpretando le scritture, dommatizza rono che vi è un sommo Iddio che hacreato tutte le cose pel ministero del suo Verbo, che il Verbo è Figlio di Dio; che il Figlio di Dio è Gesù di Nazareth; e che Gesù di Nazareth è un uomo. Questadottrinanon faceva molto onore alla logica dei novelli Accade mici; e tutto ciò che vi era in essa di chiaro era la riproduzione della eresia di Ario ( Vedi ARIO) che negava la divinità di Gesù, e la sua consustan zialità col Padre. Ma di pensare inque sta guisa in quei tempi, nemmeno ai nobili era cosa lecita,laonde, saputasi la cosa, il governo ne fece arrestare alcuni che mandò amorte; mentre altri, tracui il Socino, si rifugiarono nella Polonia dove l' unitarismo aveva fatto de' sen sibili progressi. Lelio Socino fu ospi tato dai nobili Polacchi, ma morì a Zurigo il 17 Marzo 1562 senza aver fatto molti proseliti. Alcuni anni dopo Fausto Socino nipote di Lelio, dopo aver brillato alla Corte ducale di To scana, divisò d' intraprendere la car riera teologica dello zio; fu a Basilea, quindi nella Transilvania, e finalmente l'anno 1579 giunse in Polonia. Quivi, posto al sicuro dalle persecuzioni cat toliche, non men che da quelle dei nuovi protestanti pure tremendi nelle loro vendette, armeggiò contro Lutero e Calvino e ottenne di riunire in una sol comunione le trenta e più Chiese an titrinitarie che esistevano nella Polonia. Morì nella villa di Luclavia l'anno 1604 e sul suo sepolcro fu posto un epitafio latino che diceva così: Lutero distrusse il tetto di Babilonia, Calvino ne ro- vesciò le muraglie, ma Socino ne strap SOFISMA pò le fondamenta. Dopo la morte di Socino non si spense l'eresia sua. Molti nobili erano venuti al suo partito, e questi in sì buon numero che nella Dieta riuscirono ad avere il sopravvento e a far proclamare la libertà di coscienza. 479 Nome dato da Augusto Comte alla fi losofia della storia. Nel sistema positi vista essa costituisce la prima parte della filosofia morale, e si propone di scoprire le leggi costanti che reggono la successione degli avvenimenti sociali. Ma non andò molto che Cattolici e Protestanti insieme intolleranti che si negasse la divinità di Gesù, unirono i loro suffragi e riuscirono a far décre tare che i Sociniani, o rientrassero in una delle chiese tollerate, o uscissero dai confini dello stato; il qual decreto fu il segnale della persecuzione gene rale di tutti gli stati contro i Sociniani che riparavano entro i lor confini. Dal catechismo di Cracovia compilato da Socino si deducono i seguenti prin cipii fondamentali della sua dottrina. 1. La sacra Scrittura è la sola regola di fede, ed è interpretata dalla ragione. 2. Conseguenza di questo principio è che i dommi della Trinità, della Incar nazione, della Divinità di Gesù Cristo, del Peccato originale, i quali non sono chiaramente annunciati nella Scrittura, non hanno diritto alla nostra fede. 3. Del pari la creazione dal nulla non è domma comprensibile nè credibile, poi chè Dio non chiaramente lo palesò nella Scrittura, dov' egli forma il mondo da una materia preesistente, Vedi CREAZIONE. Gesù è il divin verbo, figliuol di Dio; Dio manifestatosi in carne, ma questi simboli usati dai Sociniani non hanno per loro che un senso puramente metaforico. 5. Il battesimo e la cena, come credono i protestanti, sono i due soli sacramenti istituiti da Gesù, ma non hanno altra virtù che quella di eccitare la fede. 6. La risurrezione della carne è impossibile, le pene eterne in giuste: le anime dei malvagi saranno V. POSITIVISMO. Chiamasi SOFISMA ogni sillogismo il quale, sebbene lasci intendere di condurre a conseguenze assurde, pure presentasi con certe forme sotto le quali s’è imbarazzati a scoprirlo, o almeno si è imbrogliati a dire in qual parte il ragionamento è falso e capzioso. Varie classi di sofismi si distinguono nelle scuole, e a ciascuna classe l'antica filosofia applicato uno special nome. La grammatica fallace o amfibologia e una sorta di sofismi che derivano o dall' ambiguità dei termini o dall' equivoco. Esempio: Dio è dovunque; dovunque è un avverbio, dunque Dio è un avverbio. L’Ignoratio elenchi consiste nell' ignoranza del soggetto in questione. Petizione di principio succede quando si vuol spiegare la cosa che è in questione con un' altra cosa ch’essa stessa dev' essere provata, per cui si torna ancora alla questione di principio. Esempio: La Bibbia è infallibile perchè lo afferma la Chiesa; la Chiesa è infallibile perchè lo afferma la Bibbia; dunque la Bibbia e la Chiesa sono infallibili. Si capisce facilmente che i libri dei teologi sono pieni di petizioni di principio. Del falso supponente,o supporre vero il falso è vizio più comune di quel che si pensa, ond'è che in questa classe di sofismi cadono facilmente i credenti, i quali deducono lo annichilate. A niuno è lecito guereggiche conseguenze da falsi principii. giare nè reclamare in giudizio la riparazione d’una ingiuria, essendo queste cose chiaramente divietate dal vangelo, equesto principio è comune ai Qua CHERI e agli ANABATTISTI. Sociologia, o Scienza sociale. Non causa pro causa e prendere per causa ciò che non è causa. In quest' anno è succeduta una guerra; ma la guerra è stata preceduta dalla comparsa di una cometa; dunque la cometa è stata la causa della guerra. SONNO E SOGNI Consequentis. Sofisma | tative, e sopprime solamente i fenomeni che si fa quando si reciproca dove non della coscienza, della volontà, i movi si può, perchè il soggetto della propomenti muscolari e l' attitudine dei nervi sizione non contiene tutto il suo predi- a trasmettere le sensazioni. La respira cato. Ogni cubo è una figura, dunque zione e la circolazione deifluidi durante ogni figura è un cubo. Fallacia dicti non simpliciter si fa quando da quel che è vero in parte si conchiude che è vero in tutto. Esempio: Pietro è buono; ma Pietro è pittore; dunque Pietro è buon pittore. Il sonno e i sogni sono stati argomento di non poche controversie tra i psicologi, e hanno fornito a Dugald-Stevart l' occasione di un serio studio, per determinare quale sia lo stato dell'anima nel sonno. I fisiologi poi si sono occupatidello stesso argomento per stabilire di qual natura sia la funzione fisiologica del sonno, e inqual maniera essa succeda. Comin cerò da quest'ultimo argomento, dal quale principalmente dipende la solu zione del problema che si sono propo sti i psicologi. Cabanis ha definito il sonno uno stato che non è puramente passivo, ma che è una funzione particolare del cer vello, la quale succede quando si sta bilisce in quest' organo una serie di movimenti particolari, la cessazione dei quali conduce il risveglio (Rapport du physique et du moral). Que sta proposizione avrebbe bisogno di es sere provata, né alcuno ha ancor po tuto determinare quali siano i movi menti intracerebrali che producono e mantengono il sonno. Buffon ha detto più genericamente, ma perciò appunto con maggior verità, che il sonno é un modo di esistere altrettanto reale e più generale che ogni altro; che tutti gli esseri organizzati i quali mancano di sensi esistono in questa maniera (Hist. nat.). Questa definizione mi pare preferibile a quelle più o meno ampollose, date da vari fisiologi. In ef fetto, il sonno lascia intatte tutte le funzioniche, sarei tentato di dire, vege il sonno continua regolarmente, ma i nervi riposano, e coi nervi il cervello. Tuttavia questo riposo non succede immediatamente e in un sol tratto per tutti gli organi. Generalmente laprima azione che si sospende è lamuscolare; le membra si rilassano e cadonopel pro prio peso restando immobili nella posi zione che si sono scielta e secondo la disposizione delle articolazioni. Dumeril ha dimostrato che nessuna azione vo lontaria nè alcun sforzo muscolare de vono esercitare gli uccelli per mante nersi dritti sui rami durante il sonno. Egli sostiene che uno dei tendini del crurale passa sulla rotella per unirsi ai tendini motori dei pollici, cosicchè quando lagamba degli uccelli è pie gata, i pollici si trovano mantenuti nella flessione in una maniera fissa, perma nente e solida, quantunque passiva. Durante il sonno tutti isensi dimo rano in uno stato di riposo. Non biso gna però confondere questo stato colla soppressione assoluta della sensazione, poichè se ciò fosse si correrebbe peri colo di non svegliarsi più. Il sonno ot tunde i sensi, ma non li sopprime, e numerosi esempi ci dimostrano che la semplice eccitazione di un senso basta a svegliarci. Spesso però accade che quando l'eccitazione non è sufficente mente forte e che il sonno è profondo, la sensazione avvenga senza essere per cepita. L'uomo addormentato spesso si toglie da una posizione incomoda, ed eseguisce dei movimenti muscolari. La luce, dice il Prof. Longet, può manife stare durante il sonno la sua azione sulla retina senza che visia percezione. Infatti le pupille dell' uomo che dorme in un luogo oscuro sono dilatate, men tre quelle di chi si addormenta alsole cogli occhi rivolti verso quest' astro sono contratte, come si contraggono eziandio quelle di chi, senza svegliarsi, sia fatto passare dall' oscurità alla luce. Il Prof. Longet attribuisce quest' azione a un movimento riflesso dell' asse ce 187 Gli spiritualisti si sono proposti il problema: Quale è lo stato delio spirito rebro spinale. É certo però che alcune volte l'impressione luminosa giunge fino all' encefalo ed è da noi percepita sebbene spesso non sia così forte per svegliarci. L'udito è l'ultimo senso che si ad dormenta. Già i muscoli sono nel riposo, e l'occhio più non percepisce la luce, quando encora persiste l' udito. La vi sta trova nelle palpebre un riposo con tro le moleste impressioni esteriori, ma I'udito non ha mezzo alcuno per sot trarsi naturalmente all' azione dei suoni, Quest' organo, dice Longet, che è il più ribelle alle influenze del suono, è ezian dio quello che più resiste agli attacchi della morte: si ode ancora dopo che tutti gli altri sensi hanno cessato di vivere, nella stessa maniera che si ode ancora quando tutti gli altri sensi dor mono. É per l' organo dell' udito, con tinua Longet, che penetrano sovente le influenze soporifere, ed è per il suo in termediario che gli altri sensi dormono mentre esso veglia ancora. Però que sta osservazione non mi pare esatta, giacchè se è vero che certi rumori mo notoni sembrano conciliare il sonno, è pur vero che questo fatto non può at tribuirsi ad altro che ad una nostra illusione. Infatti, niuno può negare che il silenzio sopratutto sia favorevole al riposo, e che chi si addormenta nel si lenzio è senz' altro svegliato da ogni piccolo rumore. Che se noi riusciamo ad addormentarci nonostante certi ru mori regolari e continuati, ciò si deve attribuire al fatto che tutte le impres sioni eguali e continuate, divenendo, do po un certo tempo, abituali, l'organo finisce per adattarvisi e a restarvi pres sochè indifferente. É in questa maniera durante il sonno? E tutti si sono ac cordati nella sentenza, che durante il sonno lo spirito non è come il corpo in uno stato speciale, ma ch'esso ve glia sempre. Essi erano condotti neces sariamente a questa affermazione, dalle conseguenze imperiose del loro sistema, imperocchè ammessa che sia una so stanza semplice, indivisibile, immutabile ed essenzialmente pensante, com'è lo lo spirito, la cessazione del pensiero non avrebbe potuto a meno di condurre la cessazione o la modificazione della sostanza. Ma nè lo spirito può cessare di essere senza diventare mortale, nè può trasformarsi, perchè essendo sem plice e indivisibile ogni trasformazione cambierebbe essenzialmente la sua na tura. Gli spiritualisti hanno perciò as serito che nel sonno del corpo la vo lontà esiste pur sempre, tuttochè perda la sua influenza sui membri del corpo. Io consento che il corpo del Si gnor Voltaire sia trasportato senza ce rimonia, rinunziando a questo riguardo a tutti i diritti curiali che mi competono. Attesto e dichiaro che io sono stato chiamato per confessare Voltaire, che ho trovato, permancanza di sentimenti, incapace di essere ascoltato in confes sione Non tocca a noi parlare delle opere semplicemente letterarie di Voltaire ed esporne i pregi ed i difetti. Non accen neremo quindi che i suoi lavori filosofici e quelli che hanno una qualche re lazione colla filosofia. Presentasi prima il saggio sui co stumi e lo spirito delle nazioni, che è forse l'opera più ragguardevole usci ta dalla sua penna. Con tutt'altro scopo continua il lavoro omonimo di Bossuet, rire in pace! Il curato di S. Sulpicio | incominciando ove questi fini,dalla fon ciò udendo, rivolto ai circostanti: voi dazione, cioè, dell'Impero diCarlomagno. VOLTAIRE Ma mentre Bossuet proponevasi di ser vire alla gloria ed al consolidamento della religione cattolica, Voltaire invece combatte arditamente per avvilirla, anzi per distruggerla. Bossuet riferisce alla istituzione del cristianesimo come al loro unico fine tutti gli avvenimenti: Voltaire gli attribuisce come a vera causa di quasi tutti i delitti e dei mali che desolarono l'universo dalla fondazione dell'Impero d'occidente in avanti. Implacabile nella ricerca del vero, distrugge, nella sua rapida corsa attraverso i secoli, la fa di Voltaire vogliono essere menzionati le Questioni sull'enclopedia, pubblicate in seguito col titolo, per vero poco me ritato, di Dizionario filosofico; il Filosofo ignorante; La bibbia infine spiegata; Esame importante di milord Bolinbroke; Commentario su Malebranche, Trattato della tolleranza; Storia dello ma di civilizzatore usurpata dal cristia nesimo, lacera il velo che copriva le infinite infamie commesse dal clero e dai suoi seguaci in nome della religione, ne palesa le debolezze, i vizi e i de litti, imprimendo al papismo ed ai suoi ministri un marchio disonorante che non potrà più venir cancellato. Così l'opera spetta meglio alla filosofia che allastoria, perché gli avvenimenti vi sono riferiti non tanto per sè stessi, quanto come argomento alle riflessioni che vi fanno seguito. Fedele al suotitolo attende principalmente a far conoscere i costu mi e lo spirito delle nazioni, e nulla conveniva meglio al suo ingegno tanto abile nel cogliere i tratti caratteristici dei costumi, degli usi, delle opinioni e dei pregiudizi. Poche letture poi sono dilettevoli quanto i romanzi di Voltaire, e quasi tutti hanno uno scope filosofico. Cosi Candido, quadro giocoso delle miserie della vita umana è una confutazione del sistema ottimista, che già l'autore aveva combattuto in modo più serio manon più efficace nelpoema: il Disa stro di Lisbona. Mennone tende a pro vare che il proporsi di essere perfetta mente ragionevole è pretta pazzia, tanto gli avvenimenti trascinano l'uomo con maggior forza de' suoi propositi. I Viaggi di Scarmentado, la visione di Babuc, Micromegas ecc; celano sotto finzioni d'ordine naturale qualche principio di filosofia speculativa o qualche verità di morale pratica. Tra i libri di filosofia stabilimento del cristianesimo; e molti scritti minori. La maggior parte di queste opere comparve sotto una quantità di pseudonimi, ch'egli per la necessità di nascondersi, cambiava ad ogni tratto. Senonchè quando alcune volesse de terminare in che precisamente consista la filosofia di Voltaire, arrischierebbe di trovarsi gravemente imbarazzato. La sua, più che altro, è una dottrina nega tiva: sottrarre l'umanità al predominio di quell'ammasso informe di assurdi e di pregiudizi che costituiscono le reli gioni rivelate, ecco l'unico concetto che predomina nelle numerosissime opere di Voltaire. Le altre questioni filosofiche lo preoccupano generalmente benpoco: talora con quell'acutezza onde il suo genio getta così spesso splendidi lampi, d'una sola frase incisiva affronta e ri solve i problemi più difficili: talora in vece si lascia trascinare daidee precon cette, cade in inesplicabili contraddi zioni, e assale con indegni improperi i materialisti più illustri, tali che Hol bach e La-Mettrie ch'egli combatte, non già argomenti, ma col sarcasmo. Leggendo gli scritti di Voltaire più volte accade di trovarlo in contraddizione con sè stesso, sì perchè sovente egli stesso si compiaceva di occultare il suo pensiero, sì perchè talora le sue idee stesse si vennero modificando. Ad esem pio, mentre nel 1839 in una lettera ad Helvetius egli sostiene il libero arbitrio, nel Filosofo ignorante, partendo dal principio che nessun effetto vi è senza causa, conclude che se noi siamo liberi di seguire gl'impulsi dellanostravolontà, questa volontà è però necessariamente determinata da cause. Voltaire si dichiarò più volte puro sensista ; la teoria delle idee innate sembrava a lui come già a Locke il nec plus ultra dell'assurdo. A convin cersene basta leggere in Micromega il brano in cui adopera la sua sottile ironia contro quel paradosso: » Il car tesiano prese la parola e disse: l'anima è uno spirito che nel ventre della ma dre ricevette tutte le idee metafisiche, e che uscendone è obbligato di andare alla scuola per imparare tutto ciò che sapeva così bene e che non saprà più. Non valeva adunque la pena, rispose l'animale di otto leghe, che la tua ani ma fosse così sapientenel ventre di tua madre, perchè poi tu avessi a finire cosl ignorante, quantunque abbi già il barbuto mento. Un piccolo seguace di Locke. io non so, disse,come penso; so che non ho pensato che all'occasio ne de' miei sensi. La bestia di Si rio sorrise, non trovando costui ilmeno saggio, e l'avrebbe abbracciato senza l'estrema sproporzione (Micromega) Eppure ad affermazioni così recise, invano si ricercano conseguenze egualmente risolute. Voltaire non sa indursi a negare nè l'esistenza di una legge morale, né Dio, nè la libertà e nemmeno la vita futura. Dirò di più: egli anzi, quanto al meno alla legge morale, a Dio, alla li bertà, le ammette in guisa da escludere ogni equivoco. Perlaprimaveggasi ad esempio quan to esso scrive in Cu-Su et Kou: » Kου La setta di Laokium dice che non vi ènè giusto, nè ingiusto, nè vizio, nè virtù. Cu-Su. La setta di Laokium dice forse anche che non vi è nè salute nè malattia? E nel filosofo ignorante: Vi sono mille differenze, in mille circostanze, nella interpretazione della legge morale: ma il fondo rimane sempre eguale, ed è l'idea del giusto e dell'ingiusto. Voltaire èdeista e per sessan t'anni lotto in tutti i modi a difesa di questa idea: negò la generazione spon tanea che era un argomento in favore dell'ateismo, e fece ogni sforzo per com battere lecause finali,mentre poi, senza pur avvedersene, deducela maggior co pia delle sue prove dell'esistenza di Dio dalla perfezione del creato. Il pensiero di Voltaire non è così esplicito intorno alla natura dell'anima, ch'egli ammette possa anche essere ma teriale. » Le voci materia e spirito, scrive nel Filosofo ignorante, non so no che parole; noi non abbiamo alcuna nozione completa di queste due cose. In sostanza, vi è tanta temerità a dire che un corpo organizzato da Dio stesso, non può ricevere il pensiero da Dio me desimo, quanto sarebbe ridicolo di dire che lo spirito non può pensare ». Diffatti Voltaire non ammetteva che la ragione fosse privilegio esclusivo del l'uomo, e su questo argomento com battendo l' opinione contraria dei car tesiani, diceva: Quelli che non ebbero il tempo di osservare la condotta degli animali, leg gano nell' Enciclopedia l'eccellente ar ticolo ISTINTO: saranno convinti dell'e sistenza di questa facoltà, che è la ra gione delle bestie, ragione tanto infe riore alla nostra quanto lo è uno spiedo all'orologio di Strasburgo: ragione limi tata ma reale: intelligenza grossolana, ma intelligenza dipendente dai sensi COME LA NOSTRA ecc. (Dialogo Gli adoratori e le lodi di Dio). In sostanza, giovaripeterlo, Voltaire nè segui, nè creò alcun vero sistema filosofico positivo: indipendente da tutti, bene spesso anche dasè medesimo, non esaminò con attenzione delle dottrine filosofiche che quelle le quali servivan gli per il grande scopo della sua vita: la lotta contro la superstizione; le altre non approfondi, ma accetto o respinse,ZENONE  meno per convinzione ragionata che  per inclinazione. Cionondimeno egli  resterà sempre uno delle più splendide  figure del suo secolo, ed il suo nome  sarà sempre onorato, perchè indissolu bilmente congiunto alla storia della lotta, iniziatasi prima di lui ma da lui  capitanata per tanto tempo; lotta del  buon senso contro lasuperstizione, della  tolleranza religiosa e politica contro  l'assolutismo del progresso,contro l' im mobilità e l'oscurantismo. ZENONE nasce a Cizia nell' isola  di Cipro e muore ad Atene. Figlio di  un ricco mercante d' origine greca, si  esercita per tempo nello studio della  filosofia coi libri che il padre gli por restano i titoli, tali che quelli dei libri  sull' Etica di Crate, Sull' istinto, Sulle  passioni, Sull' Essere, Sui segni, e l'Arte  dell' Amore. Ciò che si sa della dottrina  di Zenone, grazie agli scritti dei filosofi  e deicommentatori antichi, è abbastanza  confuso; nè è facile a distinguersi cid  tava, ritornando dai suoi viaggi nella  Grecia. Venuto ad Atene si fece disce- | che gli appartiene in proprio da quello  polo di Crate il cinico e dalui apprese  a disprezzare i bisogni del corpo e a  dominare coll'impero della volontà le  che alle sue opinioni fu aggiunto dai  discepoli.  Dicesi che fosse il primo ad intro durre il dilemma nelle dispute filosofi che, e ch'egli usasse una dialettica ro busta e incalzante che distruggeva le  argomentazioni piùsicure de' dommatici.  passioni, i desideri e il dolore. Ma se  adottò le massime della scuola cinica,  non così ne approvò le forme esterne,  e l'ostentazione che i cinici ponevano  nel mostrarsi in pubblico noncuranti nel | Par che ammettesse un'unitàdetta Dio,  vestire. Si aggregò in seguito alla scuola  e che questa unità confondesse col mon megarica ed all' accademica, e, se cre diamo aDiogene Laerzio, vent' anni più  tardi, prese egli medesimo ad insegnare  filosofia in Atene. Scelse a luogo dei  suoi convegni coi discepoli il portico  (Stoa) dell' Azora, d'onde derivò il no me alla scuola stoica da lui fondata.  (V. STOICISMO). Presto egli salı in tanta  fama, che Antigone Gonata, re di Ma cedonia, si ascrisse ad onore di mettersi  fra i suoi discepoli; Tolomeo Filadelfo  lo chiamò, sebbene invano, nell' Egitto,  e Atene gli conferì il diritto di citta dinanza.  Resistendo alle splendide offerte che  gli venivano fatte, Zenone preferì re stare in Atene, ov' egli condusse vita  frugale, e mantenne ne' suoi costumi  una purità che nessuno gli contesta.  Gli scritti di Zenone andarono tutti  perduti, e d'alcuni di essi soltanto ci  do che diceva eterno. La creazione ne gava pel noto principio che dal nulla  si fa nulla, e che ciò cheesiste da tutta  l'eternità non può produrre cosa di versa da se. Più unità, ossia più Dei  non poteva ammettere, conciossiachè se  essi anche avessero perfezioni eguali,  non potrebbero esser Dei, non essendo  ciascun di loro, preso isolatamente, nè  il più grande, ne il più potente, nè il  più perfetto. Zenone sostene con Senofane che se Dio è uno deve avere  forma sferica, giacchè la Divinità per  essere perfetta deve essere in ogni parte  simile a se stessa; e la sfera non può  essere nè infinita nè circoscritta, giac chè circoscritte sono le cose finite, e  infinito è il solo nulla, il quale nonha  principio, nè mezzo, nè fine. L'unità  non può essere neppuremutabile o im mutabile, non essendovi d'immutabile   ZUINGLIO  che il solo nulla, il quale non può cam biarsi nè unirsi con le cose esistenti;  nè pure potrebbe mutarsi, poichè ogni  cambiamento importa movimento, e per chè col cambiamento la sostanza unica  cesserebbe di esser tale. La divinità di  Zenone è dunque un essere unico, sfe rico, sempre eguale a se stesso; nè fi nito, nè infinito; nè mutabile, nè in mo vimento.  Sulla pluralità delle cose Zenone  cadeva nello scetticismo, giacchè egli  si sforzava a dimostrare che il ragio namento è impotente a provare che e sista qualche cosa o che esista nulla.  Essere o non essere eran per lui forme  di dire, e il nulla a suo credere esisteva  tanto bene quanto l'esisteate. Le prove  empiriche respingeva siccome inefficaci  acondurci alla ricerca dellaverità; per chè secondo lui contro il ragionamento  che dimostra non potere esistere che  un essere unico, l'esperienza a nulla  giova. Quanto all'essere unico, egli  argomentava che fosse prova, non ne gazione del nulla, poichè, diceva, se e siste un essere unico, quest'uno è in divisibile; ma ciò che non è divisibile  non è qualche cosa, perchè non si può  porre nel numero degli esseri ciò che  per sua natura, se è aggiunto ad un  altro, non arreca aumento, distaccato  non vi produce diminuzione: dunque  I'essere unico è nulla, e non esiste pro priamente un essere.  Le sottigliezze di Zenone per negare  il movimento e l'empirismo l'hanno  fatto considerare da alcuni come un  sofista. Certo è che l'unitá del suo es sere sferico lo dimostra fedele alle ten denze panteistiche degli eleatici e che  i cavilli da lui adoperati per negare  la realtà obbiettiva delle cose, ci ri cordano le vane disquisizioni degli i dealisti. Aveva molti discepoli, che al cuni sommano fino a ottantamila, nu mero per certo esagerato, ma che ad  ogni modo prova sempre il facile di vulgarsi della sua dottrina. Questo fi losofo, che fu riguardato siccome un Dio,  presso amorire confessò ai suoi seguaci  che aveva loro sempre taciuta la verità,  e che essendo venuto il momento di  togliere le metafore ond' egli usava, li  ammoniva che nessuna ricercapuò farsi  con speranza di conseguire la cono scenza delle essenze, giacchè il nulla  ed il vuoto sono il principio di tutte  cose.  ZUINIGLIO e il capo della  setta protestante che da lui s' intitola. Nasce nella Svizzera ed e curato della  primaria parocchia nella città di Zurigo. Disputano iprotestanti per sapere  se prima o contemporaneamente a Lu tero predicasse la riforma. Certo è che,  o prima o poi, questi due riformatori,  senza nemmeno affiatarsi nèconoscersi,  predicarono quasi insieme li stessi prin cipii. Per altro, Zuinglio dissentiva dal la riforma luterana intorno a due punti,  il primo dei quali è la rigida prede stinazione predicata da Lutero, in forza  della quale niuno può salvarsi se non  è daDio predestinato. Zuinglio sperava  di addolcire quest' empio domma sup ponendo che eziandio i pagani potes sero salvarsi colle loro virtù e per una  certa qual grazia giustificante che, al  postutto, diventava ancora predestinante,  poichè proveniva dall' alto e non dal l'uomo. Il secondo punto dottrinale sul  quale Zuinglio differiva da Lutero, era  la cena, od eucaristia intorno allaquale,  mentre Lutero sosteneva il domma della  presenza reale di Gesù Cristo, quan tunque negasse la transubstanziazione,  Zuinglio invece non voleva riconoscere  che una semplice commemorazione. On de diceva che nelle parole di Gesù:  questo è il mio corpo ecc. il verbo è e quivale a significa, nello stesso modo  che nella Bibbia è detto: L'agnello è  la Pasqua, per indicare che è il segno  0  la rappresentazione della Pasqua  (Esodo XII. 27). WICLEFF  W  Wicleff. Nacque a Wicleff nella  provincia di Yorck; fu  professore di teologia e capo della setta  dei Wicleffisti. Egli accusò il papad'es sere simoniaco ed eretico; il potere dei  vescovi negò, gli ordini monastici chia md sette, l'eucaristia una falsità, le  preghiere per i morti inutili pratiche.  D'onde si vede che Wicleff fu uno  dei più arditi precursori della riforma  inglese. Molti seguaci egli ebbe, e come  lui arditi, ma il papa ancor troppo do minava nella Chiesa inglese perchè po 531  tessero i loro sforzi sortire allora piena  efficacia. Wicleff mori paralitico, non prima di aver  sentita l' Università di Oxford condan nare 278 proposizioni estratte dai suoi  libri. Il clero scomunicò poi i suoi pro seliti e ottenne dal re vari editti, in  grazia dei quali alcuni eretici furono  mandati al rogo. I libri di Wicleff por tati nella Germania furono stimolo e  fondamento alla nuova eresia di Gio vanni Huss. The fabric of philosophical Latin has undergone a series of crucial transformations induced by historical events as well as intellectual reasons. To begin with, the translation activity from Greek into Latin carried out by several humanists in Italy and their own reflection on that activity has a profound impact on the practice of philosophical writing, on both the stylistic and the conceptual level.   In this context, BRUNI, VALLA, and PICO, to mention only a few, are perfect cases in point.  But the debate about the style of philosophical Latin involves quite a number of humanists and schoolmen, continuing long after.  By injecting the germs of historicity, cultural relativism, and social constructivism into the body of metaphysical knowledge —a kind of knowledge viewed as stable and self-sufficient —, humanistic reflection helps accelerate the crisis of philosophical Latin in the early modern period.  Closely connected to characteristically humanist discontents about the status of scholastic jargon is the renewed eagerness to provide Latin translations from Greek, Arabic, and Hebrew sources.   While some of these works were in fact re-translations of previously translated texts, others were original versions of treatises that had never been translated before. The recovery of Platonic and Hermetic sources and Ficino’s influential translations represent some of the most significant instances in this field.   One should also add, however, the various editions of Aristotle’s collected works supplied with Averroes's commentaries, which, as was the case with the celebrated editions of the Venetian Giuntine press, come out with new translations and editorial contributions (Schmitt; Burnett). Among the new translations of Averroes's works, his Destructio destructionum refuting an earlier Destruction of Philosophers by Al-Ghazali) becomes certainly the most significant addition, first commented upon by NIFO in a slightly revised version of the translation by one Calonymos ben Calonymos of Arles, and later published in a new translation by a Neapolitan physician who also called himself Calonymos, entitled Subtilissimus liber Averois qui dicitur Destructio. Another factor in the transformation of philosophical Latin is the increasingly more frequent appearance of cases of philosophical bilingualism, evident among authors who began to write in both Latin and the vernacular, such as Ficino,  Patrizi, Bruno,  Bacon, Campanella, Descartes, Hobbes and Spinoza. Such a close proximity of Latin and the vernacular, besides signaling a growing tension between traditional institutional sites of  Latin knowledge such as the university and milieus that were becoming more and more receptive to philosophical discussions in the vernacular (courts in the first place, but also academies, convents, chanceries, and salons), result in particularly creative phenomena of hybridization and cross-pollination between different linguistic currencies. An important medium that more than any other reflects the early modern evolution of philosophical Latin is the genre of the Latin dictionary of philosophy, which became extremely popular between the sixteenth and the eighteenth century, as a by-product of a diffuse interest in lexica, glossaries, and other linguistic tools.    Dictionaries are meant to handle and organize an increasingly unmanageable load of information that pours out throughout Europe, as a result of the combined action of the printing press, geographical discoveries, technological progress, and a singularly vibrant culture of intellectual confrontation and debate. Among the various attempts to harvest and index philosophi-cal information, the most significant case was  Goclenius's Lexicon philosophicum  and Lexicon philosophicum Graecum. But but we should add Micraelius's Lexicon terminorum philosophis usitatorum and Chauvin's Lexicon rationale, sive thesaurus philosophicus. Bruno compiles his own dictionary of philosophical concepts, Summa terminorum metaphysicorum, probably devised as a teaching tool while he was lecturing in some German universities (Canone; Bruno). This tradition culminates with Bayles vernacular Dictionnaire historique et cri-tique and had its witty coda with Voltaires Dictionnaire philosophique. Major linguistic turns periodically affect the course of philosophical inquiries in Europe. In ancient Greece, the fifth-century sophists are  able to question the idea of an original correspondence between reason and reality by emphasizing the inherently conventional and contractual nature of language. While doing so, they act as powerful catalysts for both Plato's and Aristotle’s responses in the domain of metaphysics. Likewise, the effort to test the boundaries that separate reality from its linguistic descriptions became a recurrent leitmotif in philosophy, in both the Continental (Heidegger) and the analytical traditions (Wittgenstein). The Renaissance represents another of these decisive linguistic turns. The debate concerning the relationship between reason and language takes place on two different levels: one of a technical character (the nature of scholastic Latin), the other of a broader cultural significance (the issue of multilingualism). With respect to the first level, it should be pointed out that  a large part of the philosophical output is written in Latin. Starting with BOEZIO, a momentous effort in translation and exegesis, marked by a sophisticated level of analytical precision and linguistic creativity, results in a formidable corpus of knowledge. Its Latin is one of the principal reasons for its long-lasting success (Gregory; Dionisotti). Precisely because of its aspects of raw artificiality, free from the strictures of idiomatic decorum, Latins turns out to be a most flexible tool for the exercise of thinking, open to all sorts of experiments with respect to both language and logic. Here I am deliberately using the oxymoronic label "raw artificiality."    Latin is largely an artificial creation produced in the great translation laboratories of medieval Europe (Sicily) and remains characterized by a distinctive quality of unpolished immediacy that suits very well the task of thinking, and thinking outside the historical box. Due to particular circumstances, this encounter of Latin and philosophy is quite a unique episode in the history of Western culture, more so than in the fields of law and medicine, where the question of the relationship between verbal and nonverbal knowledge never manages to rise to the status of foundational issue, as happens in metaphysics. A number of philosophical innovators charge Latin with being a parasitical construction in relation to the free exercise of thought. In fact, that kind of Latin has long been an uncanny symbiosis of mind and word. As far as the second level is concerned —that is to say, the emergence of national vernaculars as legitimate media for literary pursuits of all kinds and orders—a generalized state of multilingualism creates the ideal conditions for the rise of original considerations on the nature of language. The humanist revolt against the use of Latin is fueled by discussions about the nature of translation. In De interpretatione recta, designed as a manifesto stating the requisites for a good translation, Bruni prefers to dwell on the technical aspects of the question rather than explore the speculative implications underlying the activity of thinking. Criticizing the medieval translator of Aristotle's Nicomachean Ethics, whom we know to be Grosseteste, Bruni points out the "(imperitia litterarum) of the latter-that is, both the naiveté with which he had undertaken a task well beyond his capabilities, and his obvious lack of literary taste, which had prevented him from reproducing the original flair of Aristotle'stext (Bruni). In Bruni's opinion, the "efficacy" and "rationale" (vis and ratio) of a good translation lie in transferring the written form of a particular language into the form of another language. In order to do so, a translator needs to have a vast and confident knowledge of both languages, acquired through long and careful readings of different kinds of writing (multiplex et varia ac accurata lectio omnis generis scriptorum;  Bruni). Being a transfer of forms more than an exercise in thinking, translation was first and foremost a reenactment of the original experience of literary enchantment and largely an aesthetic experience. This also applied to the field of philosophy, for, Bruni pointed out, Plato's and Aristotle's essays were "replete with  (exornationes) and venustates)" (Bruni). The best translator was therefore that artisan of the written word who was capable of transforming himself entirely-with both his mind and will-into the author he was translating (sese in primum scribendi auctorem tota mente et animo et voluntate convertet). Bruni argued that if a translator is not capable of recovering the spirit of the original, he cannot aspire to preserve its meaning (sensus). The skill lies in keeping the stylistic template of the original (figura primae orationis) and the verbal coloring (verborum colores). The model is therefore painting, not philosophy. More specifically, with respect to philosophical translation, the translator is supposed to combine knowledge of reality (doctrina rerum) with style (scribendi ornatus), for the ultimate aim behind all his efforts is to recover the life of the author's thoughts, their vividness (splendor sententiarum) and the naturally harmonic flow of the original (tota ad numerum facta oratio; Bruni). A militant anti-philosophical attitude lingers in Valla's Dialecticae disputationes composed in three different redactions).  As in Bruni's De interpretatione recta, Vallas arguments were grammatical and aesthetic rather than philosophical (Valla; Dionisotti). In focusing on the aspects of aesthetic and grammatical awkwardness among scholastic philosophers, Lorenzo Valla was close to Bruni's position. Like Bruni, he dismissed the scholastic tendency to reify adjectives and pronouns (sometimes even adverbs) into philosophical objects as an illegitimate and pointless practice, for they were abusing, as it were, the natural-grammatically correct-process of deriving abstract nouns from adjectives, such as sanitas ("health") from sanus ("healthy"). Contrary to the logic of historical lan-guages, philosophers made instead quiditas ("whatness") out of quid ("what"), perseitas ("per se-ness") out of per se and haecceitas ("thisness") out of haecce ("this"), and this was all the more irritating because creations of this kind could not even be found in Aristotle's own works (haec ab Aristotele non traduntur). Most of all, Valla condemned the artificial decision of giving a name to the very essence of being, entitas (literally  "being-ness," later entering standard English usage as "entity"), out of ens, which was a fictional present participle of the verb esse ("to be"), never used by Latin writers. Pico tackles the question of Latinate forms of philosophical expression by appealing to the ancient trope of contrasting nature with convention. In Pico's opinion, the effort to understand reality was always more pressing than finding the correct linguistic expression. Reworking in an original way the classical argument used to defend the power of language over freedom of thinking, Pico assigns a priority to philosophy over Latinity based on both nature and conventions. Addressing the Venetian scholar  Barbaro (Garin), Pico claims that he was even ready to embrace the argument based on convention, which is the traditional prerogative of rhetoricians and sophists. If the foundations of any language are deemed to be conventional, Pico goes on, every linguistic community on earth is entitled to have its “normae dicendi” and to philosophize in accordance with those “normae.” Indeed, it is precisely the thesis of the conventional, historical, and social origins of language, so often championed by the humanists, which, in Pico's opinion, make their charges against Latin irrelevant. However, Pico believes that anxieties against Latin are even more out of place if the discussion pertains to the natural origin of meanings and words. If “rectitudo nominum” depends on nature, Pico goes on, why should one turn to the rhetoricians to know more about the nature of this “rectitudo,” and not to those philosophers “who alone examine and clarify the nature of all things?" Formulated with a precise anti-rhetorical aim in mind, the tone of Picos question is clearly rhetorical. We know where Pico's allegiances lies — namely, for the philosophers and against the rhetoricians. “That which the ears reject as being too harsh, reason accepts as more in tune with reality (utpote rebus cognatiora)" (Garin). Pico is convinced that by revealing the unsettling domain of things that is not verbally articulated, the limits of language expose reality in its more perplexing aspects. The need for the philosopher to stretch the boundaries of the common use of words comes, therefore, directly from a perceived rift between what may and what may not be said. “Why does a philosopher need to introduce innovations into the language?” Pico asks, “if they were born among Latins?" This time, the question is not rhetorical. Indeed, it is the most crucial question of all.    Pico, like Plato, is convinced that, ontologically speaking, there is an original surplus of meaning that no historic language ever encompasses (Garin), and even a language as nuanced as Latin is not equal to putting into words the full range of human ideas and experience.    Not only is reality ontologically richer than any description language provides; it also evolves faster than a historic language like Italian.     At a time when the overflow of information demands new words and new linguistic solutions, philosophers, whether metaphysicians, logicians, or natural and moral thinkers  do not have time to check their Latin grammar or dictionary and repertoires of verbal elegantiae. In his Dialogo delle lingue, Speroni — one of the most illustrious members of the Paduan Infiammati, represents the contrast of “arbitrio” and “natura” by imagining a duel between Lascaris and Pomponazzi.     In this case, a curious reversal of roles occurs between nature and convention. Lascaris, who in the dialogue defends the need to be proficient in Latin in order to be able to practice philosophy, appeals to nature as a norm that is not changed by a social or a cultural intervention.    Pomponazzi, by contrast, resumes the well-rehearsed humanist argument about the conventional origin of languages in order to vindicate the right a nation like Italy to philosophize in the vernacular (Speroni). Stimulated by the broad linguistic turn that took place during the Renaissance and by individual contributions of humanist scholars (Schmitt), a good number of philosophers, including the most stylistically and linguistically alert, reach the conclusion that thinking requires a deeper investment than simply relying on grammatical and rhetorical proficiency. The reason is that reality itself is richer, and evolving more quickly than words. Thinking is also a more integral and wholesome experience than the one provided by a correct description of the thing, both grammatically and stylistically. Any verbal account of reality is inherently partial and effete compared to the freedom and poignancy of inner meditation.  As Pico points out to Barbaro, philosophers are always in search of a language is close to reality as a whole, including the reality of the soul. In this way, reasons of intellectual honesty make inward experience more valuable than linguistic proficiency. Those who create a disagreement between the heart and the *tongue* are mistaken. However, isn’t he who “totus est lingua” precisely because he is “excordes” simply a dead dictionary, as Cato says?" (Garin, Kraye).    Starting with Dante's ITALIAN Convivio  in Italy, GALLIC  translations of Aristotle's Nicomachean Ethics and Politics  and a teeming output of mystical treatises in TEDESCO (Eckhart being the most representative case), the use of the vernacular to compose a philosophical essay is prompted by rhetorical, political, and religious motives, such as the need to extend the range of the author's readership, the will to reach a social class not directly involved in courtly or intellectual life, the urge to give immediate expression to some lofty theological speculation, and a pathetic dearth of administrative and diplomatic personnel trained in the fine art of ‘classical’ argument. And yet, in all these cases, there is still a link that connects a neo-Latin vernacular such as Italian to the template of ‘palaeo’-Latin. Even the rising of a philosophical discourse in TEDESCO with strong mystical overtones emerges out of Latin (De Libera). When Segni, to give another example, translates and comments the Nicomachean Ethics into Tuscan Italian (Segni), the technical language remains appropriately highly Latinate when a vernacular couplet is even available (implicatura, empiegatura). Bruno, to mention someone who is as linguistically creative in his vernacular Italian as he loathes both scholastic obscurity and grammatical pedantry, fully recognises the speculative value of the scholastic tradition  Averroes, Bruno famously retorts, knows his Aristotle better than any of his Greek readers (Bruno). The relationship between Latin and the vernacular in the domain of the philosophical essay becomes increasingly more sophisticated. The practice of translating from palaeo-Latin into the neo-Latin Italian  vernacular and the complementary trend to turn a vernacular philosophical essay into Latin respond to different but parallel communicative strategies. While the move from palaeo-Latin into the vernacular like Neo-Latin Italian is largely aimed at expanding the social spectrum of the philosophical audience, the tendency to transpose vernacular essay into Latin makes the most recent and innovative results in the field accessible to a readership beyond the vernacular-only one. To these general lines of exchange one should add individual cases of self-translation, in which the philosopher,  depending on his specific needs and rhetorical preference, switches from one medium to another and experiment with different linguistic resources. To mention a few examples of self-translation, Ficino turns his “De amore and De Christiana religione” into Tuscan; Campanella translated his Città del sole, II senso delle cose, and Ateismo trionfato from Italian neo-Latin into palaeo-Latin.    Hobbes provides a palaeo-Latin version of his Leviathan with significant changes and additions to the original in his vernacular — Anglice — Malcolm in Hobbes. A translation into vernacular and Latin as well as self-translations are all ways of testing (sometimes breaking) the limits of linguistic rectitudo and of demonstrating that the boundaries of reason in different contexts (between different languages, nations, and classes) is in fact porous. Leibniz advocates the need to start  (Germanice philosophari) and rejects a distorted use of palaeo-Latin (cfr. Peano, Latino) as a way of narrowing the social compass of philosophy by excluding the plebs) and  (feminae) from its exercise (Leibniz  The use of a vernacular like neo-Latin Italian often ensures greater freedom of expression and a certain level of stylistic playfulness, which may turn out to be refreshing and inspiring (Dionisotti. Significantly, by the time Montaigne had written his Essais in Gallica "a type of philosophy had been created which was both colloquial and militant" (Zambelli  Within the general debate about the philosophical potential of palaeo-Latin in its relationship to both its contemporary neo-Latin vernacular like Itala or Gallica and other languages (first and foremost Greek, but also Hebrew and Arabic), some technical points betray specific assumptions of a more theoretical order. Bruni believes that all languages may be translated into each other without losing any of the original meaning and style. Bruno is not however interested in defending the special status of any particular *historical* language as better suited to the exercise of philosophical inquiry. Bruni’s position differs from the one championed by such philhellenes as those depicted by Speroni in his dialogue Lascaris and Buonamici), who show no qualms about advocating the philosophical primacy of Greek, claiming that it had been no accident that philosophy had originally been written in Greek and that Greek should continue to be the model — (philhellenism by the way, is a recurrent vogue in the history of philosophy, from  to Heidegger! By contrast, even an admirer like VALLA of the expressive potential of Latin and a firm believer in the superiority of both history and poetry over philosophy remains convinced that a philosophical concept — or twist of idiom: think the optative — that was originally elaborated in Greek may not find adequate expression in Latin and should be left UNtranslated. (V) multa belle dicuntur Graece quae non belle dicuntur Latine  (V) inclusa — Valla pomponazzi, a philosopher trained in the subtleties of scholasticism considers the question about what language — Palaeo-Latin, neo-Latin —  is most suitable for composing a philosophical essay as irrelevant and looks at the philosophical discussion about the veridical import of a historical language as a waste of time (Paccagnella. The  thesis that one is allowed to philosophize in one of the available idioms represents a further argument against the dogmatic belief that there is only *one* true description of the world. Speroni's recommendations to (filoso-far volgarmente), without knowing palaeo-Latin" (Speroni is a sign that the time has come when a philosopher  could compose an essay not only in Italian, or French — but Dutch, German, and beyond.    The philosophical potential of the vernacular neo-Latin Italian, being a question that is closely intertwined with issues of readership and communication, also bear on the problem of distinguishing between what is safe to say!    Resuming a characteristically Academic posture,  Pico does not miss the opportunity to describe the relationship between language and philosophy in terms of esoteric and exoteric communica-tion. Philosophers, Pico argues in De ente et uno, should  sentire quidem ut pauci, loqui autem ut plures), for (loquimur ut intelligamur; Pico. This was another situation that requires the philosopher to strike a balance between intellectual novelty and linguistic tradition.   Since language represents the vehicle of conventional wisdom (Grice on Austin), a philosopher was supposed to accept the rules of the linguistic game (with its attached social conventions) while skillfully circumventing the traps of linguistic pressure. The NEO-Latin lexicon gets enriched with new terms as a result of discovery, invention, insight, and the successive waves of Latin translations from Greek, Arabic, and Hebrew, from Boezio to Wolff's Latinization of Leibniz's metaphysics, and it is worth recording the most significant changes that affect the Latin philosophical vocabulary. Some Latin keywords mark the evolution of the philosophical lexicon: res subiectum obiectum conceptus intentio   intentionalitas Transliterations and calques from other languages, such as entelechia — or from a non-Aryan source colchodea (the intellect as "giver of forms"), enjoy a remarkable fate in Latin and continue to be the subject of heated debate among humanist philosophers. Poliziano devotes one of his essays in Miscellaneorum centuria prima  to clarify the many pphilosophical issues involved in a discussion of the difference between entelechia, an activity as the fulfillment of apotentiality,  and endelechia, the (activity as a perpetual movement; Poliziano — whereas Pico saw it as a vulgar typo! If it is true that not as many transliterations from the nonAryan Arabic became part of the technical lexicon of philosophical Latin as for mathematics, astrology, and alchemy (Burnett the impact of the translations from Arabic result in significant additions to the specific vocabulary of the internal senses ([virtus) aestimativa, i.e., animal instinct, and cogitativa, e. G. human rea-son. Some illustrious Greek transliterations also enjoyed a new life such as of energeia and energeticus which, begin to be used with increasing frequency to denote the life and energy of matter and a material being. Glisson is probably the most interesting case, with his De natura substantiae energetica, a foundational work of physiology. New words — such as Sidonius implicatura — are created by the philosopher who feels the need to hone his expressive tools and expand the range of the available vocabulary. Other examples are Campanellas primalitas,  essentiatio  specificatio ), corporatio  and toticipatio — Giglioni    In philosophy, where  (verba) find themselves in a relationship of uneasiness with res) from the very beginning, it is precisely the use of the neologism -in the technical sense of linguistic expressions contravening the standard of good use and purity-that often facilitate the task of finding words for a particularly vexing notion. Bruni recommends that translators avoid neologisms and new ways of expressing old things (et verborum et orationis novitas).  Above all, a translator is supposed to shun (inepta et barbara).    Bruni's main contribution is his idea that any language could be turned into any other: nihil Graece dictum est quod Latine dici non possit; Bruni While concerned with the use of the neologism in philosophy, others like Gockel, displays a more tolerant attitude. For instance, Gockel describes the use of “vigorari in Zabarella's commentary on Aristotle's De anima as an innovation, which is necessary to explain the heightened condition undergone by the intellect when invigorated by the power of a forceful intelligible (i.e., object of understanding; vehemens ac excellens intelligibile; Goclenius. It is significant to note that, a scholastic philosopher by training and profession, Govkrl allows for certain latitude in philosophese.  Among the innovators" Duns Scotus is probably the most creative, and Gockrl  carefully surveys his influence over philosophical Latin tlexicon. Gockel notes that even  Scaliger's (lautissima lingua) entertains  a conceptual closeness with Scotist ideas (Goclenius Glocker is so concerned with the influence that Latin innovations exercise on the philosophical tradition that he adds to his *Greek* dictionary a little APPENDIX to his earlier *Latin* dictionary, entirely devoted to a meticulous analysis of all sorts of inappropriate ways of expressing philosophical notions: a  Sylloge vocum et phrasium quarumdam obsoletarum, minus usu receptarum, nuper natarum, ineptarum, lutulentarum, subrusticarum, barmi-barbararum, soloecismorum et hyposoloikön Of the specific technical terms in philosophy, res may be considered one of the most important ones. In his Lexicon philosophicum, Goclenius defines res as (quodlibet conceptibile)non includens contradic-tionem), in the domain of both (ens rationis) and (ens reale). Glocker explains that in philosophy res may  be taken com-munissime), communiter), or i (strictissime seu appropriate). Combining Aristotle with Quintilian, and perhaps aware of Vallas sophisticated treatment of the matter in his Dialecticae disputationes, Goclenius identifies res in the strictest sense with (substantia; Goclenius. Here it is crucial to point out that, while Goclenius reconfirms the primacy of substance as the ontological marker of reality (and in this sense, res were substantiae), Valla follows the opposite route and brings substantia back to res, understood, in line with the rhetorical tradition, as that which can be said of a particular reality. By thus resolving  "substance" into "thing," Valla, like other humanists in fact deflates the ontological content of res by transforming it into any subject that could be conceptual-ized through words. Among the most illustrious Latin words that enter a phase of remarkable decline, actualitas can be taken as a vivid example of a term with a glorious past in the sphere of philosophical learning, which, finds itself heading towards extinction. Any professional philosopher trained in a university would have called reality actualitas. As recorded by Goclenius in his diction-ary, actualitas prima, is conceived as the principal ontological requirement behind the existence of anything. This alleged process of reifi-cation or actualitas through which the notion of being as activity (energeia in Aristotle) mutates into that of being as static presence (be that presence subiectum or res) is interpreted as the dominant event in the history of metaphysics. In an attempt to come to terms with the powerful consequences of Descartes's philosophy and the way he polarizes reality between the extremes of the res cogitans) and the res extensa) Gilson dissects with painstaking precision the many layers accrued by the principal categories of Latin ontology (esse, ens, entitas, and essentia), making a powerful case for the vitality and creativity of scholastic philosophy. After all, Descartes's great accomplishment, in Gilson's opinion, lies in the way in which the Gallic-speaking philosopher takes advantage- both speculatively and linguistically - of scholastic lore, fertile and productive as it is (Gilson Latin is also a source of speculative inspiration for  Heidegger,  who secures his philosophical credentials by detecting in the process through which energeia becomes actualitas the symptom of a lingering metaphysical malaise; that is, the gradual obfuscation or oblivion of the true meaning of being (Seinsvergessenheit. Here it may be useful to point out that behind Heidegger's effort to reawaken our awareness of the energeia of being, there is no humanistic intent, as he clearly intimates in his Brief über den Humanismus,. Indeed, the opposite is true for Heidegger. The legacy of scholastic philosophical Latin (and significantly Heidegger's first foray into the domains of philosophy had been a dissertation ion Duns Scotus's ontology) is clear and strong in his mind. Or perhaps, we might say that a peculiarly humanist urge underlies Heidegger's warnings about the "presentification" oGegenwärtigung), of being  in that, like Lascaris and Buonamici, he thinks that Greek is more suitable than Latin to metaphysical inquiries for the ominous Seinsvergessenheit had already happened with the Italic pre-Socratics in Crotone, Girgenti and Velia, and therefore the truth had begun to hide itself (Verborgenheit) quite early on. In the specific domain of thinking, unlike Latin, Greek is inherently philosophical, for Latin helps disseminate the Gegenwärtigung of being. It is by referring to Heidegger that Libera asks the crucial question: Is Latin a language suitable for philosophy? Libera’s answer to this question is unambiguously positive. Libera characterises the "multilingual translatio ["transfer"] of philosophy" (in particular its Latin transfer) as a "linguistic event" that affected the development of modern thinking in a significant way (De Libera Libera draws our attention to a moment in history when Latin stops being a language of philosophy to become the language of philosophical taxonomy (not to say, taxidermy). In other words, the moment in which Latin moves from the status of a language that is philosophically alive to that of a language that is *philosophically* dead" (Libera That is not the case  the transfer of learning prompted by t(translatio studiorum), when Latin plays a fundamental role in the "philosophi-cal acculturation of Europe" (Libera And yet, from its very beginnings at Rome — Appio — philosophy has always had an extremely uncomfortable relationship with the Latin language. The act of thinking cannot help stumbling over words. According to Libera, the most fascinating aspect of  Latin  is the far-reaching linguistic experiment—an extremely successful one, it must be said, through which, in the translation and exegetical laboratories of European studia and universities, masters of arts and theologians forge a language suitable for philosophy, a privileged medium that allowed a trans-national, trans-linguistic, and trans-cultural discussion for the transmission of ideas. So it happens that precisely the artificiality condemned by the humanists may be seen as the major innovation and resource introduced by the philosophical Latin of the schools, for that raw neo- Latin expands the scope of the thinking exercise. Petrarca and Bruni fail to understand this Addressing Grosseteste, Bruni, who asserts himself as part of the neo-Latin community, proudly declared his inability to make sense of Grosseteste's Latin. ego Latinus, istam barbariem tuam non intelligo ; Bruni From a genuinely philosophical point of view, what Bruni fails to understand is that not mastering a language, with all its idioms and elegancies (which, in the final analysis, we should admit is rather harmless, betrays the philosopher's effort to come to terms with a much deeper issue that is, the remorselessly foreign and alienating experience of thinking of the other qua other.Bruno opposes the obsession with linguistic decorum (an obsession that is for him the defining feature of "grammarians" and "pedants" to the philosophical disorientation that derives from delving into the depths of the thinking process (profondano ne' sentimenti, Bruno Bruno  Ciliberto Perhaps, the most significant point we can make out of this whole discussion is that, more than in any other discipline, novitas, the perplexing nature of what is unfamiliar) is the very hallmark of philosophy. Reality is inherently challenging" because it is every time foreign and new to the human mind, and it challenges the mind's attempts to represent it. This sense of ontological "novelty" was clear to Giovanni Pico, who as a philosopher was equally open to reasons of linguistic perspicuity and philosophical inquiry. His was a subtle mediation between language (tradition) and thought (novelty). In De ente et uno, Pico praises Poliziano, "vindicator of a more elegant lan-guage," for allowing the use of "a few terms that are not entirely Latin, but necessary in any case because of the (ipsa rerum novitas]" (Pico The fact is that reality is for the most part brutally opaque, while language is often employed to confirm and reassert its opacity (through the use of rhetorical and literary devices, for instance), more than to shed light on it. The exercise of thinking, as an attempt to dissolve this resistance to interpretation, finds itself uneasily squeezed between a reality that is perceived as already given and the expressive resources made available by a particular linguistic communities. The Latin of scholastic philosophy, precisely because of its artificiality is more than well equipped to cope with bouts of  reality, and it continued to do so. To Libera we should therefore add here  Schmitt: scholastic Latin was in good health — Schmitt. Indeed, the taxonomical and taxidermic use of Latin, so much feared by de Libera, if we bear in mind thatthe imposing system of Leibnizian scholasticism Latinized by Wolff became the breeding ground for  Kant's  pre-critical production.    On the development of philosophical ideas in Latinate contexts f see "Latin and philosophy" in ENLW  Garrod, Rees, Kraye, De Bom, and van Bunge). The close link between philology and philosophy is examined by Kraye The research institute Lessico Intellettuale Europe has been publishing regular contributions to the study of philosophical Latin keywords in their developments from antiquity to the eighteenth century. (Florence: Olschki): Ordo   Res   Spiritus   Phantasia/Imaginatio  Idea   Ratio    Sensus/Sensatio   Signum   ), Experientia   Machina   Materia Bruni, Opere letterarie e politiche, cur. Viti. Turin: Utet. Bruno, La cena de le ceneri. Cur. Aquilecchia. Turin: Einaudi.    De la causa principio e uno." In Dialoghi Italiani, cur. Gentile e  Aquilecchia, Firenze Sansoni.    Summa terminorum metaphysicorum. Cur. Gregory e  Canone. Roma: Ateneo. Burnett, The Enrichment of Latin Philosophical Vocabulary through Translations from Arabic: The Problem of Transliterations." In Les innovations du vocabu-laire latin à la fin du moyen âge: Autour du Glossaire du Latin philosophique, cur. Weijers, Costa, e Oliva, 37-44. Turnhout: Brepols. "Revisiting the Aristotle-Averroes Edition." In Renaissance Averroism and Its Aftermath: Arabic Philosophy in Early Modern Europe, cur. Akasoy e  Giglioni, Dordrecht: Springer. Canone, . "Phantasia/Imaginatio come problema terminologico nella lessico-grafia filosofica " In Phantasia-Imaginatio, cur. Fattori e  Bianchi,  Roma: Ateneo.    Ciliberto, Lessico di  Bruno. Roma: Ateneo  et Bizzarri. Libera, . Sermo mysticus: La transposition du vocabulaire scolastique dans la mystique allemande du XIV° siècle." Rue Descartes   Le latin, véritable langue de la philosophie." In Hamesse   Dionisotti, Philosophie grecque et tradition latine." In Hamesse   Dionisotti,  Introduction to Prose e rime, by Bembo, Turn: Utet.  Garin,  Prosatori latini del Quattrocento. Milan: Ricciardi.  Giglioni, "Primalità (primalitas)." In Enciclopedia bruniana et campanel-liana, ed. Canone/Ernst, Pisa: Serra.Gilson, Index scolastico-cartésien. Paris: Alcan.  Being and Some Philosophers. Toronto: Pontifical Institute of Mediaeval Studies. Goclenius, Lexicon philosophicum quo tanquam clave philosophiae fores aperiun-tur. Frankfurt: Becker.  Lexicon philosophicum Graecum ... accessit adiicienda Latino lexico sylloge vocum et phrasium. Marburg: Hutwelcker.  Gregory, Origini della terminologia filosofica moderna: Linee di ricerca. Firenze, Olschki.  Hamesse,  Aux origines du lexique philosophique européen: L'influence de la  Latinitas. Louvain-La-Neuve: Collège Cardinal Mercier.  Hobbes, Leviathan, ed. Malcolm,  Clarendon.  Kraye, Philologists and Philosophers." In The Cambridge Companion to Renaissance Humanism, edited by Jill Kraye,  Cambridge: Cambridge, Pico on the Relationship of Rhetoric and Philosophy." In Pico della  Mirandola: New Essays, edited by Michael V. Doughert. Cambridg.  Leibniz, Die philosophischen Schriften, 7 vols., edited by Carl I.  Gerhardt. Berlin: Weidmann.  Paccagnella, La lingua del Peretto" In Pomponazzi: Tradizione e dissenso, edited by Marco Sgarbi.  Florence: Olschki.  Pico, De ente et uno." In De hominis dignitate, Heptaplus, De ente et uno, e scritti vari, edited by Garin, Florence: Vallecchi.  Poliziano, Angelo. "Miscellaneorum centuria prima." In Opera omnia, Basel: Nicholas Episcopius.  Schmitt, Aristotle and the Renaissance.  Harvard. The Aristotelian Tradition and Renaissance Universities. London: Variorum. Renaissance Averroism Studied through the Venetian Editions Aristotle-Averroes (with Particular Reference to the Giunta Edition  In Schmitt, Aristotelian Textual Studies at Padova:  The Case of CAVALLI (vedasi), in Schmitt. SEGNI (vedasi), L'Ethica tradotta in lingua volgare fiorentina et comentata. Firenze: Torrentino.  Speroni "Dialogo delle lingue." In Opere,  Venezia, Occhi. Valla, Dialectical Disputations. Ed. Copenhaver/Nauta. Harvard. Zambelli, From the Questiones to the Essais: On the autonomy and  Methods of the History of Philosophy, In Astrology and Magic from the Medieval Latin and Islamic World to Renaissance Europe: Theories and Approches, Farnham:  Ashgate. Nome compiuto: Luigi Stefanoni.

 

Commenti

Post popolari in questo blog

LUIGI SPERANZA -- "GRICE ITALO: UN DIZIONARIO D'IMPLICATURE" -- A-Z A AB

GRICE ITALO A-Z G GI

LUIGI SPERANZA -- "GRICE ITALO: UN DIZIONARIO D'IMPLICATURE" A-Z A ASS