GRICE ITALO A-Z S ST
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Stella:
la ragione conversazionale dell’ iustum/iussum, o la causa dell’anormale come
l’ implicatura d’Honorè – la scuola di
Sernaglia -- filosofia veneta -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Sernaglia). Filosofo vento. Filosofo italiano. Sernaglia,
Treviso, Veneto. Grice: “What is it with Italian philosoophers that they are
all into what at Oxford we would call jurisprudence?” Grice: “It seems like all
Italian philosophers are like Italian versions of H. L. A. Hart!”. Studia a Treviso e Milano, sotto CRESPI. Insegna
a Catania e Milano. I suoi saggi si diregeno su alcune tipologie di reati,
successivamente sugl’elementi strutturali del reato. Il suo contributo filosofico più noto, presso
gl’operatori del diritto penale e la comunità accademica, è “La spiegazione
causale dell’azione umana” (Milano), in cui
ricostruisce il problema del nesso di causalità prospettando il criterio
della sussunzione sotto una *legge* come strumento per la soluzione di casi
dubbi. Solo mediante una legge di copertura, atta a spiegare il rapport causale
fra la condotta dell’attore ed il effetto e possibile formulare un giudizio
sulla responsabilità dell’attore. Ad es., solo dopo aver dimostrato, sulla base
di una legge, che l'ingestione di un determinato farmaco determina casualmente malformazioni
del feto, e possibile imputare alla ditta produttrice il reato di lesioni
gravissime, colpose o dolose. In difetto di questa spiegazione causale non puo
formularsi alcuna responsabilità a regola di giudizio dell'"oltre ogni
ragionevole dubbio" trovasse applicazione anche in un processo. Il principio
venne accolto in tema di nesso causale dalla corte suprema di cassazione, anche
a sezioni unite. Oggi è norma codicistica. Dirige riviste giuridiche di diritto
penale ed è fra i curatori di raccolte normative di largo successo presso la
comunità forense. S’interessa anche nella teoria generale del diritto e la
filosofia del diritto, mediante saggi maggiormente agili rispetto ai saggi
penalistici. Esercita la professione di avvocato, partecipa in qualità di
difensore d’alcuni imputati, al processo del petrolchimico di Porto Marghera,
dove fa applicazione, dal principio della spiegazione causale. Altri saggi: “L'alterazione
di stato mediante falsità” (Milano); “La
descrizione dell'evento” (Milano); “Giustizia” (Milano); “Dei giudici” (Milano);
“ll giudice corpuscolariano” (Milano); “Le ingiustizie” (Bologna); “il
galantumo del diritto”, Corriere della Sera. Grice’s implicature: ‘only
abnormal cases require a cause’ (Teoria causale della percezione). Nome
compiuto: Federico Stella. Stella. Keywords: Grice, implicature della
descrizione d’azione umana, H. L. A. Hart, Honoré, J. L. Austin, responsibity,
aspets of reason, alethic reason. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Stella”.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Stellini:
la ragione conversazionale dell’ortu morum – filosofia friulese -- la scuola di Cividale – filosofia friulana -- filosofia
italiana – By Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The
Swimming-Pool Library (Cividale).
Filosofo italiano. Cividale del Friuli, Udine, Friuli, Friuli-Venezia Giulia. Nasce
da Mattia Rodaro, e da Adriana Piccini. Il cognome Stellini, usato spesso anche
dal padre, deriva dal nome della nonna Stella Rotar. Della famiglia non si sa
molto. Mattia è sarto come la moglie. S. ha due sorelle: Maddalena, sposa di
Muschione -- la cui figlia, Adriana, commissionò con il marito Peretti un
ritratto del filosofo -- e Stella. Studia presso i padri somaschi di Cividale
con il maestro di retorica Leonarducci; vestì l’abito religioso ed entra a
Venezia nella congregazione con i voti solenni. Oltre a teologia con Visconti,
studia ebraico -- con Birone -- , greco – con Patrussa --, latino e matematica
nel seminario patriarcale di Venezia. Dall’anno dell’ordinazione sacerdotale, è
maestro di retorica ai chierici della Casa della Salute a Venezia ed insegna
presso l’Accademia dei nobili alla Giudecca; Emo, senatore e mecenate, lo prende
allora come consigliere ed educatore dei figli Pietro, Alvise e Angelo. A seguito della morte di Giacometti, con la
prolusione Oratio habita in Gymnasio Patavino -- pubblicata dal seminario -- entra come professore ordinario di filosofia
morale a Padova. Piccolo, brutto della
bruttezza di Socrate – Mabil --, oppresso da fastidi di stomaco e intestino,
senza denti, pur non dotato di particolari doti oratorie riusciva ad
appassionare studenti e uditori – fra cui anche Casanova – che accorreno alle
sue lezioni. Trascorse la sua esistenza fra l’Università e le mura del convento
di S. Croce. Sebbene schivo e non desideroso di onori, conosce fama e successo,
come testimoniano anche gli elogi scritti immediatamente e ancora qualche
decennio dopo la morte; è uomo coltissimo, di garbata conversazione e curioso
di diverse discipline, dalla musica, alla filologia alle scienze che studia con
passione, come risulta anche dalle lettere. La sua opera più importante, De
ortu et progressu morum atque opinionum ad mores pertinentium specimen – edita
presso Occhi e volgarizzata a cura di Valeriani, a cura di Spada – gli valse il
raffronto con VICO (vedasi), valorizzato da Croce. In vita uscirono anche le
Dissertationes presso l’editore Comino di Padova. Sempre a Padova vennero
pubblicati, a cura di Barbarigo C.R.S., gli Opera omnia dall’editore Penada,
che stampò anche i 6 volumi delle Opere varie curati da Evangeli C.R.S.; questi
mise mano anche alle numerose e arruffate carte manoscritte lasciate da S., ora
conservate presso il liceo classico di Udine a lui intitolato. Le opere che hanno suscitato maggiore
dibattito sono quelle che trattano di morale e pedagogia -- non a caso questi
scritti vennero tradotti dal latino --, ma S. si occupa anche di diritto,
psicologia, matematica; l’amore per la poesia e la conoscenza straordinaria
delle lingue antiche e moderne gli permisero di attendere a traduzioni e
componimenti poetici. Di modeste
origini, si trova a Venezia e poi a Padova calato in un ambiente ricco di
fermenti scientifici e metodologici, che approfondiva con letture e studio
continui. Se la sua eccezionale cultura venne apprezzata da Algarotti a Cantù a
Giordani, l’originalità della prospettiva filosofica venne invece dopo la sua
morte pian piano ridimensionata fino a lasciare il posto a un interesse
prevalentemente storico. Vi sono stati però autori che hanno rivalutato la sua
filosofia, come ad esempio Rensi, riconoscendo la cifra dell’etica di S. nella
ricerca dell’idea del BENE COMUNE e sociale avvicinando proprio su questo
aspetto la figura di S. a quella di ROMAGNOSI (vedasi) che al filosofo friulano
dedica pagine importanti nell’opera L’antica morale filosofia, in cui
sottolinea l’aristotelismo riformato di S. S. è infatti debitore al pensiero
dello Stagirita, che però ripensa alla luce della filosofia inglese -- in modo
particolare Hobbes, Locke e Mandeville -- e francese -- segnatamente Condillac,
la cui prima edizione italiana del Trattato delle sensazioni contiene una
lettera di S.-- mettendo a fuoco una visione equilibrata del rapporto
uomo-mondo, senza eccessi materialistici. Padova d’altronde non è luogo di
metafisica dogmatica e S. conosce a fondo Newton e Leibniz, tratta della storia
naturale e di molti aspetti della scienza dell’epoca, che intreccia alla
riflessione sulle teorie morali; adotta il metodo newtoniano deducendo le
conseguenze note in base all’esperienza, valorizzando sempre il documento umano
e l’osservazione empirica. Per questa impostazione venne accusato di sensismo,
anche se in realtà la sua morale va intesa come pratica di vita e criterio di valutazione
degli uomini, rivelando la dimensione operativa della sua filosofia tutta
volta, alla VICO (vedasi), alla valorizzazione del divenire e del progresso
umano. Un aspetto interessante della riflessione di S. è la centralità assunta
dal corpo come strumento dello spirito, evidenziata non solo nelle opere, ma
anche in prospettiva biografica nelle numerose lettere in cui riferisce sulle
condizioni del suo stomaco, sulle conseguenze del freddo prolungato, sui
benefici del latte caldo: a S. preme la ricerca dell’equilibrio – cioè della
felicità – sia mentale sia fisico, perché l’uomo va considerato nella
complessità delle sue relazioni dinamiche, lontano da ogni forma di rigore
stoico. Da questo nucleo teorico si svolge la sua riflessione, caratterizzata
dall’intendere i principi morali semplici e invariabili, posti nella mente
dell’uomo forgiata da quella divina, la quale contiene in sé le leggi di tutto
l’universo. La RAGIONE umana è però soggetta a corruzione e per evitare la
decadenza sono centrali l’osservazione diretta e il metodo induttivo. Da questo
punto di vista diventano importanti la riflessione pedagogica e il processo
educativo, in cui il maestro insegna all’allievo sia come adattarsi
all’ambiente sia come sviluppare in modo armonico e organico le proprie
facoltà. Muore a Padova a seguito di un
ictus; fu sepolto nella chiesa di S. Croce. Due lapidi ricordano il filosofo
friulano: una nella chiesa, ai piedi dell’altare maggiore; la seconda nel
convento di S. Croce. Opere Oltre alle
edizioni già citate, si vedano: Opere scelte filosofiche e poetiche, Udine ;
Etica volgarizzata da F. Bottini, Venezia 1843; Della filosofia morale, trad.
di C. Frediani, Firenze 1846; Opere di filosofia morale e civile, trad. di F.
Mestica, Macerata 1849; Dell’educazione, trad. di E. Micheli, Siena ; Opere
scelte, Udine 1927; Scritti filosofici, a cura di A. Rocco, Milano . Fonti e bibliografia P. Caronelli, Elogio di
Giacopo Stellini C.R.S., Venezia ; P. Cossali, Elogio di J. S., Padova ; L.
Mabil, Lettere stelliniane, Milano 1811 (poi I-II, Padova ); F. Croce, Elogio
di Giacopo Stellini detto il 18 novembre nel solenne riaprimento del C.R. Liceo
di Porta Nuova in Milano, Milano ; G.D. Romagnosi, L’antica morale filosofia
esposta quanto alla peripatetica dal Zanotti, alla stoica e pitagorica da vari
greci; aggiuntavi la delineazione di quella di J. S., Milano ; G. Montanelli,
Ragionamenti intorno alle dottrine morali di J. S., Pisa 1833; A. Podrecca,
Della patria di J. S. e del suo sistema di morale, Padova 1871; V. Zanon,
Iacopo Stellini. Studi e ricerche, Cividale ; F. Luzzato, Contributo agli studi
stelliniani, Udine ; Id., La morale sociale di J. S., Bologna 1899; L.F. Ardy,
J. S., Udine ; E. De Goetzen, L’opera di J. S., in Archivio di storia della
filosofia italiana, III (1934), pp. 231-254; F. Deva, L’educazione nella
filosofia morale di J. S., Torino 1957; E. Garin, Storia della filosofia
italiana, III, Torino ; A. Toso, J. S. filosofo friulano, Udine ; Il Liceo
classico “Jacopo Stellini”. Duecento anni nel cuore del Friuli, a cura di F.
Vicario, Udine (in partic. S. Perini,
Vita di J. S., pp. 205-210; M. Venier, Aspetti letterari e filologici
nell’opera di J. S., pp. 211-219); S. Perini, J. S., in Dizionario biografico
dei friulani (con ampia bibliografia), http://www.dizionariobiograficodeifriulani.it/stellini-iacopo/
.La sua fama è dovuta soprattutto al “Saggio dell’origine e del progresso de’
costume e delle opinion a’ medesimi pertinenti – con quale ordine si
sviluppassero le facolta degl’uomini, ed appetite ne uscissero loro
connaturali” (Siena, Porri). La sua concezione morale è di stampo liceale -- e
sotto alcuni aspetti può essere considerato uno dei precursori della
sociologia. A lui è stato dedicato il liceo classico di Udine e che nella sua
biblioteca contiene gli scritti autografi. Enciclopedia Treccani, su treccani.
Dizionario biografico friulano, su friul. SAGGIO so PK A L'ORIGINE ED IL
PROGRESSO DE’ COSTUMI, DELLE OPINIONI A’ MEDESIMI PERTINENTI DI giagopo
stellini VOLGARIZZATO DA Lodovico valeriani. 2lfeum sempcr jadlcmm omnia
nostros aiti iwenwe per se sapientius quam GreBcos, aut aecepta ab illts ^ccisse
meliora . Cecrroj^e TascuL lib* i* r. MILANO .Presso Pi ROTTA e Maspero
Stampatori-Librai in S. Margherita ragionamento OEL traduttore. CHIARISSIMO SI
MONE ST RAT ICO LODOVICO VALERIANI. ^ ■ QQiene Amico Veneratissimo, Cill Opere
di cert'* -Ingegni ciò che avveniva nel Paganesimo a" boschi sagrati a
qualche Divinità . Si o/zo- ravano, si rispettavano ^ se ne dicevano maraviglie
; ma ninno usa- appressarvisi, ninno era vago di venerarvi per sè medesimo la r
t % \ IV moesfft soUtana de’ loro Da . Co Sé U.Ù i prodi,!, C. ne rc,aoo per il
^ol,o, non ^rano cU „cn-.0inc di alquanti pn noaelhe- ri, /.none piuttosto a *
ragione umana al cospetto ro- mulgassero anch* essi nell* idioma de* Pajnnìani
e de* Cesari : nù gli ern certo di freno V esser dig^ aià questa lingua jiress'
ogni j'io- polo spenta nella memoria del volgo . Perchè a tenere le genti nella
unità delle massime bastava farla comune a quelli, che in ogni Stato governano
la mente e il cuore del popolo; e s* era ad essi già resa ^ non solo amabile, ma
necessaria con tutti i mezzi ^ che possono e lusingarne e costring,erne il
sentu mento, altronde tal generale igno* ranza felicemente contrihuwa a coprir
gli oracoli di quelle tenebre, dentro le quali fnchè sien chiusi gli oggetti
del culto pubblico ser- bano sempre inconcussa V autorità senza pericolo di mai
scemare nella comune opinione di riverenza. As~ sunta di questa forma ad intera
prete del Santuario e del Foro j qual maraviglia che fosse ancora trascelta per
dirozzare e diffondere le scienze e V arti ^ che piu cimentano la riflessione,
ed impegnano la estimazione degli uomini ? Piace agV ingegni estesa celebrità ;
nè piace meno di vivere per fama splendida nella memoria de" posteri, che
di fiorire per sentimento onorevole nella opinione de" coetanei . Quando
ella pure non fosse stata per se medesima commendabile su quante oTìdcivciTìO
ITI tanta pertUThazio ne di popoli rusticamente abozzan- dosi 3 e quando ancora
le fosse venula meno la digfiltà conferitale dal Sacerdozio, valeva a render^
la degna di preferenza^ nelle più nobili discipline la facoltà di rapire l nomi
degli Scrittori dulie strettezze di una provìncia o di un regno f>er farli
chiari iti ogni angolo deW universo . iVé finche Jìoma tenne tranquilla il
jmimato nel Cristianesimo tale opinione invi^ lì . Ma non s) tosto si ruppero
le Cermanie j che il primo impegno de’ Voratori, doi inique spirit o di libertà
religiosa insinuò, fu di ritogliere i Libri sacri alla iiiterpre- iazione (le*
j> 0 (hi addetti a* misteri, e nudi esporli ne’ jiopola ri diai etti alla
moltitudine, cui semjire igno^ tu è l’oggetto di riti arcani . /71 Inghilterra
intanto alle tiranniche rinnovazioni di culto successero le feroci rivalità di
governo ; e la pre* mura involgere nelle contese di Stato il popolo strinse a discutere
neW idioma del popolo ogni ragie- ne di Stato. E questo accadde mentre la
Francia, piena di Greca e di Latina eloquenza ^ spingeva il secolo di Luigi ad
emulare la gloria de'piu distinti per gentilezza di lettere ; talché ben presto
per tutta Europa si sparsero volumi ogni argomento, nativamente scritti da que^
due popoli ^ arbìtri già del commercio delle nazioni. Correano allora per noi
qué' giorni, che guasta la poesia, contaminato ogni genere di eloquenza ^
pareva poco agV ingegni di segnalarsi per frenesia di concetti, se non
rendevali ancor piu stolti la insania delV espressioni ; cosicché trattine
pochi e spezialmente de* trattatori di fisiche proprietà . era comune il
delirio di travagliare a corrompere con mostruose arditezze la dignità della
patria letteratura.^ Nel maggior impeto appunto di €piel farnetico fu presa
Italia da quel dispetto per le civili dottrine., che presto degenerò e in
colpevole dimenticanza per gli anlenaù,, che avevanle sujìcriormente
illustrate., e in esecrabile indifferenza pe^ successori, che allo spuntare di
miglior secolo arditamente prendevano a ristorarle . Rinacque allor vera~ mente
con la purezza delle maniere il desiderio e C amore di quelle scienze ., che
nostre parvero, e sono j per evidente cortforinila di carattere ; ma
ricevutesi, ed apprezzatesi come straniere, incominciarono ancora come
straniere /a trattarsi . Quindi la stima sLifyerstlzio- sa pe* libri d^ altre
naziorii; quindi la nausea per ogni cosa ^ moderna o antica f che fosse nostra;
(pùndi la smania di conformare la mente e il cuore j, come le mense e le vesti
cC costumi altrui ; di qui naque alfine per quanto io stimo doversene ar
fomentar e ^ che mentre in altre nazioni Vinvilimen- to della Romana crebbe
decoro e vaghezza alla propria lingua, tra noi col pregio scemato a quella
venne il languore, il fastìdio ^ e finalmente la corruzione, e lo strazio deir
Italiana, F* ebbero sempre dé^ Grandi, che V una e V altra onorarono; perchè in
Italia si può sopire ne* più, ma non estinguere in tutti il senso della verace
grandezza patria ; nè volse tempo così infelice per noi, che non brillasse d*
un raggio della primiera maestà. Ma le concordi querele di questi Grandi sul
depravato carattere del* la nazione fanno argomento, che Fuso, arbitro delle
lingue e de^ costumi de'* popoli, già insolentiva per modi barbari nelV
obbiezione d'ogni nativa eloquenza, Erano certo rpieste sciae bastantemente già
grapi per sè medesime, se non cfte resele ancor più. gravi, ciò eh'è di estrema
de- j/rara zinne argomento, V esser si fatta per esse vana ed infrutfuosa a’
jffogressi de* nostd ingegni nelle utili faroìtà la estimazione serbata pure
incorrotta a fjne* sommi uo- miìù^ che più tra r/ffi le illustrarono, J^oichò
non basta che s*ahhian essi la debita celebrità, perchè la gloria de*
trapassati divenga stimolo di virtù j)er ar(tendere la c- mulazione de*
jiosteri. Conviene sia noto il titolo ; se ne conosca il carattere^ la
rjnaiità, V estensioneche non solo aveste patria 'comune- con lui, ma suo
Collega pur foste nello splendore di antica Università; lui per lungh^ anni
congiunto ancora co* vincoli della più ferma ed mge- uUfa benevolenza. Quando
pur fosse la sua dottrina di tenebroso oarat- ter e per ingegni ritrosi ad alte
speculazioni > avrebbe potuto egli non acquistarsi la stima cZe* più volgari
intelletti? Urb Uomo d?ab- bietta . e\ misera condizione j che nella infanzia
stessa muove la maraviglia di un Istituto piamente inteso alla pubblica utilità
; che ammesso a tale Istituto j splendido già per carattere di sapienza;, fas-
sene tosto raro e pregiato ornamento ; che il primo aringo tentato in sua
giovinezza è di sforzare la patria lira a render libera i sensi della Tehana y
cercando adentro e chiarendo V arcano spU rito d^un Poeta, che i>aTve, ai-
dire d^illustre Critico, altro di se non volesse svelare asti uomini, che
quanto loro bastava per am- mìrarln senza permettere di cono-' scerlo ; che non
contento do co- irlier fiori d'agni vaghezza nella tolgar poesia, tratta anche
i numeri latini e greci ; c/te in ogni nohìLe estranea lingua niostra perizia e
valore eguale che nella patria ; che in età giovane ancora vedesi assunto aW
incarico, dovunque arduo, m.a somiTiamente gel(f- so in oligarchia 3 di
ammaestrare i figli del più distinto Patrizio della sua Patria, c del Ministro
più benemerito e caro alla sua Repubblica; che dall' onore di tal privata
istruzione viene di pubblica aìitorità destinatoad espor la scienza, come la
più necessaria al bene delie nazioni e degli uo^ r m mìni j co5Ì la più
malagepole per lo contrasto implacabile de^ costumi e delle opinioni^ in quella
Città che ricorda e Galileo e Santorio ^ ammira e Luzzarini e Morgagni ^ a cui
/ affrettano già di succedere un Cesarotti ^ un Toaldo, nè la modestia vostra
se ne quereli 5 uno Stratico ; che per interi sei lustri così la espone^ che
non più solida o più benefica la propose nè V Accademia, nè il Portico ^ nè il
Liceo ; che ne* riposi pur 7 nostrasi qual ne* cimenti gV ingegni meglio
addestrati ^ perocché sono suoi passatempi eruditi e liberare Euclide dalle
censure de* matematici j e vendicar dalla sferza dello Scaligero Giorgio di
Tre- bisonda ed Ermogene, chiarire Aristide Quintiliano^ proteggere dalle
aggressioni di Meìbomio Epicuro, purgar Platone dalle bruttezze appostegli da
traduttori ed interpreti^ pili mloroii nella grammatica che nella greca
filosofia y svolgere i sensi creduti già inestricabili di Aristotile, crearsi
in fine tal credito di universale intelletto^ che a Zui il- corrano scienziati
d ogni maniera ^ quale a maestro e ad oracolo ; che mentre illustra e feconda e
con precetti e con opere ogni arte e scienza profana e sacra ^ medita e compie
V ardito proponimento di stringer tutte le cognizioni in sistema i emulo di
Bacone j di Cìiarrl- hers ^ di Diderotto; un Uomo di tal carattere per quanto
veli sè stesso agli uomini ^ non è possibile che non tpeuminài una lucc'^ che
ìjfmwof i cuori più stupidi a ripe- penza . E come poi lo sarebbe ^ se a tarile
doti di spirito le piu soavi^ si unissero prerogative del cito-^ re? Parlo di
quelle virlit morali,^ che parvero così belle al Giovine Plinio in Eufrate
Filosofo ; virtù > che rendono V uomo caro agli uomini _j e cjie rendeva
nello Steliini più luminose ed amahili quella natica modestia rara ^ per cui
pareva lui solo non aver cuore per apprezzare se stesso . JVon p’ ha carattere
^ che non si pieghi benevolo a C 05 Ì. nobile immagine di virtù, I sommi
ingegni compìaccionsi di ravvisare in lei,, come in cristallo purissimo, senza
macola quella eccellenza di spirito j,' che li sublima dai vó lgo : i piccioli
vi si affisano ^ come a Sole ^ Il qual riscalda ed illumina senza offendere :
pur quegli stessi j che tanto un* ombra di scienza in sè stessi onorano quanto
ne ahborrono ogni sostanza in altrui y timidi sempre che il merito possa
decidere della fortuna y questi medesimi non ricusano di riverir e ^un
Filosofo, che sempre chiuso in sè stesso non si dà briga per niuho di quegli
eventi, che romo- t'Bggiano 6 pOiSsoiTio* I*^iufio stupoìc adunque ^ che lo
Stelliiii ^ vissuto nella benevolenza, morisse nella venerazione degli uomini :
niuno stupore 5 che ne sonassero elogj per tutta Italia^ ed uomini sapientis-
simi si consagrassero per anni interi a raccogliere quanto di grande lasciò
morendo senza curare che fosse per sop)ravvivergli : niuno stupore alfine^ che
così viva la sua memoria nel sentimento di quanti personalmente ammirarono la
sua virtù ^ che il nome vadane ancora di lìngua in lingua ^ siccome d^iio- mo
sempre mai degno di pubblica ricordanza . Può questa dirsi e parere in vero
assai splendida celebrità. Per dichiarirne il merito consideriamone la
sostanza. Pochi v’han certo ^ che nominando Steliini non lo ricordino.} come il
decoro di Padova pe^l suo mirabile magistero. Gioiti pur sono y che si
compiacciono di replicarne il giudizio datone dalV Algarotti y che non vi fosse
arte o scienza y ne^ cui segreti non penetrasse y talché potesse in un anno
spiegare in tutte carattere di maestro y siccome appunto quel Mimo, di Lucianoy
che in una danza contraffaceva tutti gli Dei. dorranno alcuni sino convincervi
e persuadervi y ch^ egli ebbe forme e carattere pressoché simili a Socrate .
jVoii vi sarà finalmente chi non lo esalti siccome un gran metafi- ficOy senza
neppure permettervi di riflettere che vaglia il suono indistinto di un tal
vocabolo . Qual è frattanto generalmente il suo credito sopra le Scienze Morali
? Dico generalmente y perche siccome da pochi mal s^ argomenta il costume y
cosi mal cercasi in pochi il giudizio pubblico, Non egli è impresa di poche
pagine stringere in hreoe argomento V Etica, intera dello Steliini . Pure non è
difficile con lievi tratti, che ne di- stinguan lo spirito, mostrarla lale^
quale non mai s* adombrò . Fu della Veneta Signoria sapientissima istituzione
tra le dottrine da esporsi a’ giovani collocar quella ^ che tutte le perfeziona
indirizzandole tutte alla pubblica felicita la scienza della ragione e de
costumi degli uomini. Perchè qual cosa più stolta, siccome aweite piacevolmente
il dottissimo Fonte- nelle, che rilegar la filosofia nel cielo a calcolarvi oziosa
i dìopì- menti degli astri, ovver condurla raminga sopra la- terra a vagheggiar
quanto s* offre dalla natura alV mnana curiosità ^ senza per^ metterle che mai
s* approssimi all* uomo per trarne leggi di vita cor- rispondeìiti ah carattere
delle'‘ sue splendide attribuzioni F Socrate fu per r uso di coiai proi^^ida
peritò detto il più 5 apio degli uomini . JJegno fu pure di tanto senno in^^
stituire a maestro di questa scienza Aristotile t Imperocché di quanti presero
in Grecia a distinguersi nella dottrina messa in onore da Socrate solo
Aristotile seppe acconciarla al carattere delle abitudini umane . Chi trasse V
uomo a tale felicità, quale da pochi appena si può raggiungere ^ e che
raggiunta niun bene arreca alla società voluta dalla natura tra gli uomini;
perciocché pochi son quelli ^ che distaccandosi affatto da quelle cose^ di cui
si allegrano i sensi, trag- gansi dietro ad oggetti, che solo possono
attingersi con V intelletto j perdendo V animo in vane contemplazioni . Chi ne
forrrpò tale immagine ^ che non potesse lusingar V uomo se non rinchiuso in sè
stesso 5 talché per ogni contatto di cosa estranea s* inamarisse, can- giando
Vuomo in un essere inerte e timido i che si tenesse beato qiian^ do si fosse
condotto a credere d’essersi fatto insensibile ad ogni umana COSI straniera che
propria necessità . Ohi tutto il volle ne sensi immerso, ammaestrandolo a non
curare che quanto stimola il corpo per disputare a'bruti una felicità ^ la
quale > appena toccati ^ fugge da quegli oggetti ^ che più fan mostra alV
istinto di possederla . Chi finalmente non trovò meglio per V uomo, quanto
distruggergli in cuore ogni regola di certezza^ ed infoscargli nelV intelletto
ogni luce di veri!à ^ perchè, non più da speranza o da paura condotto, si
abbandonasse senza consiglio alV impulso di quegli eventi ^ cZe’ quali, mai non
osando esplorar le cause^ mai non sapesse nè temperare;, nè rompere le
conseguenze ^ Sempre guardingo Aristotile dalle insidie della immaginazione e
de^ sensi ^ mentre dagli altri si apriva alV uomo un cammino ^ non prati-
cabile che a ritroso della ragione o del cuore ^ egli svolgendone le
attribuzioni e le primarie spiandone facoltà, lo trasse dove ciascuno ^ che
umano vivere non abborra, dee pur conoscere e consentire doversi affrettar
chiunque abbiasi fior intelletto, Imperocché cercò egli quella felicità ^ che
il meno si allontanasse dal comun senso degli uomini ; che r uomo intero >
quanto e qual fosse ^ abbracciasse ; che lo rendesse geloso amico di sè
medesimo, e cittadino benefico ed operoso ; che lo impegnasse in somma y non a
dibattersi vanamente per farsi libero,, ma per giovarsi utilmente di quelle
cose y tolte le quali è pur forza che si disciolgano i vincoli d* ogni civile e
domestica società . Mostrò ^ che il senso non dweniva inimico della ragione,
che quando già- la ra- gione pià rì,on curava se stessa y che ninna cosa
esteriore corrompe i sensi, od* essi stessi non prenda-^ no ad alterare il
carattere delle cose, disordinando le relazioni, che uniscon V uomo ad ogni
eS" sere deir universo ; che tra lo spi^ rito e il cuore v^ ha di natura
tale corrispondenza y che quando questo sia retto y quello non può suW ordine
della vita essere mai tenebroso ; che le virtù morali sono di tale carattere y
che rimanersi non possono y dovunque allignino, infruttuose ; che in
conseguenza può ciascheduno egualmente cori» darsi a tale felicità che altrui
si renda benefico nel provvedere a se stesso. Meritamente adunque fu tal Morale
distinta per ogni 56 * colo, come la più civile che pre5en£a55e alV umanità la
greca fi-’ lo sofia : meritamente da’ saQj d’o- « gni nazione fu sempre ornata
in maniera di affezionarle gV ingegni j eh’ amano instituirsi prwata- mente con
arti buone al possesso di una virtù non difficile a conservarsi, e procacciarle
nel tempo stesso il favore de’magistrati s che aspirano a stabilire la pubblica
felicità sopra leggi > che guidino con dodi freno i costumi sempre variàbili
e sempre varii degli uomini, Talmentechè que’ Sapienti^ che nel risorgere delle
scienze si argomentarono a svolgere la morale secon- dochè da filosofi d'altro
carattere fu composta, furono pochi e rivali rimpetto a molti e concordi s
ebbero fama d’ingegno più che frequenza di scuola ) soti chiari in fine per
merito di erudizione, fna non in grido egualmente per magistero di umana
felicità * Lad- doQe f caduta ancora la signoria che tenne ferma Aristotile su
le scienze sinché le scienze furono schiave di tali, che più temevano la
ragione che non i vizj degli uomini ; quando ancor pure si nau~ seava per moda
ciò che per moda in prima divini zzavasi ; e il Precet- tor di Alessandro si
ricordava per giuoco sino in que^ circoli ^ ne^ quali i nomi de^ grandi ingegni
^ pur pronunziati con riverenza, si disonorano ; furono e V Etica e la Politica
Aristotelica sempre onorate ed accette^ siccome quelle che illustrano ed
avvalorano ^ non vi-^ zìan V uomo o V insultano, e in luogo di provvedere a
pochi con la disperazione dei più mostransi pronte a’ bisogni j e Ze speranzè
sostengono delle nazioni . Bastava dunque ^ per essere veracemente utile e
grande j che si attenesse Stellini alV ordine di Aristotìle ; hastam certo^ che
Verme sue ricalcando, non 5’ impegnasse che a svolgerne i sensi astrusi ^ a*
renderne più luminosi i prìncipi, a costruirne più solidi gli argo* nienti, ad
ampliarne le conseguen^ ze j, ad estenderne le istruzioni ^ perchè amoreooli e
facili si pre^ stassero alle occorrenze e al carattere delle variate abitudini
y si prevalesse in somma della infinita sua erudizione per illustrare di nuova
luce le massime del Peripa~ io 3 con la eloquenza esponendole 3 che in lui
fi.oriva spontanea, ed era di tal carattere 3 che mentre con il calar delle
iminagini agitava la fantasia 3 con il vigore de* sentimenti sforzava il cuore,
e sì traeva despotica Vintelletto. Ma non contento di correre gloriosamente un
aringo già segnalato da molti 3 volle egli aprirsi una strada 3 per cui
potfssse così distinguersi 3 che 3 TìlCTltr6 pOjTCVOi iìltCìltO ^ SB^IMT altrui
fi riuscisse dove chiunque hra^ masse pure di spiri, ger si ad e guai mela
dovesse jmr confessare non rimanergli che seguitare lui stesso. Il primo
impegno fu dunque dare alle cose morali quella certezza, sommo argomento di
verità ^ ^ cui negò loro ÀristoLile ^ e che 2 ora maso d'Jquino stesso nel suo
Com-^ mento aW Etica Aristotèlica non seppe loro concedere j e la qual mentre
diceva Loche non esser loi o impossibile di sostenere fi si dimostrava da Vico
SI bene ad esse acconciar si fi siccome a cose^ che han di natura tal regolare
andamento fi qual si conviene a sostanze j, che hanno attributi e forme e
relazioni i iwariahili non altrimenti che qualunqu- essere organico deW
universo, Ma Vico non guardò V uomo individuo j che per librarlo operante in
massa con gli altri uomini ; i suoi riguardi non si fissarono sopra gli umani
caratteri costituenti Iq> spezie umana j, che per isQolge^ re e misurare e
conchiudere V in-' tero corso costante e certo nella sostanza quantunque
incerto nelle apparenze e volubiledelle umane generazioni. Steliini adunque
ìnsU stendo su que^ principi, ch^avea già Vico proposti siccome base d^ ogni
morale argomento, principi ingenu ti j che rivelati una volta non pos-> sono
non rimanersi eternamente uni per tutti ^ prese a discuter Z’uo- TUO
individualmente per avverare quali dalla spiegata natura sua regole uscissero e
forme di umana felicità . Ei conosceva assai bene quanto contribuisse a mettere
in luce e in forza ogni ragione di verità la via tenuta .nel rintracciarla per
consentire filosofando alla massima di Bacone, che quella forma di ragionare,
la qual d da" fird, cui s^è proposto V Autore della natura, intende
scoprir U leggi particolari degli esseri, vuoisi considerare, come una vergine
a Dìo votata e in feconda . Quindi ei non mosse dalla dichiarazione del foie
per poi discendere alla generazione delle virtù ed’alla forma degli abiti,
qualificando le azioni umane più dal soggetto parziale che le dispone, che dal
principio universale che V anima rispetto al fine che le necessita • jyia,
tutto inteso a discerner V uomo per il carattere delle distinte sue
attribuzioni, da cui può,solo evidente’^ mente raccogliersi a qual ragione di
vivere sia condotto, fecesi egli primieramente a considerare quelle facoltà
umane, che dalle umane attribuzioni si avvivano, e che pur tutte, benché non
tutte in un gta- do, sensibilmente negli uomini si manifestano; gli usi,
ne" quali coynunemente sogliono adoperarsi da- gli uomini ; gli effetti in
fine^ che al par io ed agitato lor vipere ne risultano, Conosciuto di questa
guisa non solamente il carattere ^ ma la estensione ancora di ciascheduna y ed
avvisato per conseguenza come tra loro son élleno di forze molto ineguali y
tali però da poter si. accordare insieme per attuarsi accordate insieme ad un
termine y dal contrapposto delle diverse lor indoli spiegò gli uffizj di
ciascheduna y segnando i limiti a tutte da contenersi y affinchè y ognuna
contribuendo (ù bisogni umani sol quanto lei sì conviene si avvalorassero
insiemey non / implicassero, nè soperchiandosi smodatamente si riduce ssej'O ad
essere scambievolmente disutili. risto però che uomo non solamente nascevasi
dal consorzio y ma nel consorzio ancora di altri uomini y e cK era tale
consorzio disposto in t zarà col crescere » in ciascun uomo guisa da
rlnfor", chiarì tal essere il carattere delie parziali sue facoltà, che
non sol queste si sviluppassero in comunw- ne con altri uomini, ma che da tal
comunione principalmente pulso e lena prendessero a svilupparsi. Quindi ei si
accinse a mostrare il segno, insino al juale dee V uso loro dagl’ individui
distendersi, non altrimenti rispetto a sè che ad altrui, chiarificando comè tal
uso per dirsi retto consiste nel provvedere alla vita individuale giovandosi
de* soccorsi, che appresta all* uomo la comunione degli uomini : soccorsi certo
maggiori di quanti altronde ne possa attendere ; ma che si perdono, anzi in
rovina si volgono per qualunqu* uomo si attenti a vivere senza rispetto ad
esseri, che similissimi a lui son come lui provveduti delle medesime facoltà.
Così fu tratto dal fine stesso della Worale a connettere essenzialmente con
essa ^ e in conseguenza a discutere la sostane za i le relazioni e il carattere
di quella prima società umana ^ senza di cui nè giammai stata sarebbe fumana
stirpe^, nè mai sarebbe per conseri^arsi e per essere. Parlo della famiglia y
della doìnestica società parlo y la quale è tale y che^ qualunqu^ altra ragion
di vwere si pongan gli uomini amplificati a popolazioni) non può non essere il
fondamento e il vincolo di tutto il pivere umano* Tale carattere Steliini in
lei ravvisò ; ne investigò la sostanza in modo y che ciascheduno vi
contemplasse y noti contraffatta dalle opinioni degli uomini) l'opera stessa
della naturay traen- dola dalla caligine y ove giacea per antica rivalità di
sistemi ; C 05 Ì fi"" nalmente esposela y che si mostrasse legata in
guisa con il parziale^ ben essere 3, che solaìnénf e da lei nascessero 3 e solo
in forza di lei si rannodasser que vincoli 3 che stringer debbono gli uomini in
quel-’ lo stato 3 in cui pur dopo le agitazioni domestiche 3 e per il bene deW
individuo e per la utilità della spezie 3 son violento ti a comporsi dalla
natura . Di questa forma pesando V originale carattere di questo stato 3
avverandone i fonda- menti 3 chiarificandone le naturali sue relazioni 3 sempre
rispetto al principio della individuale prosperità raccolto dalle individuali
facoltà umane 3 condusse VEtica sino a quél punto 3 oé ella deve arrestarsi per
non turbar le ragioni della Politica 3 cui si convien dalla essenza della Città
desumerne le varie forme per congegnarle in modo 3 che sempre a* voti
rispondano della natura e degli uomini* E questo fu V altro assunto ^ per cui
Steliini cercò distinguersi trcd maestri della maral facoltà. Imperocché gli è
pero ^ che fu la scienza morale introdotta in Grecia per soi?P€nire alV indole
delle cibili occorrenze ; gli è pero ancora ^ siccome ho già divisato j che il
più fra quanti accinsero a segnalarsi neir arte nobilitata da Socrate fu
certamente Aristotile^ che la vestisse di umana forma perchè guidasse benefica
le inclinazioni de-- gli uomini. Ma svolgere cosi Vuo- tno j che le medesime
facoltà sue palesassero V insufficienza propria di svilupparsi utilmente senza
il commercio degli altri uomini j cosi discutere gli usi loro 3 che si
apprendesse per essi come sia d*uopo accordarle utilmente insieme ; disaminarne
così gli effetti eh* essi medesimi suggerissero a quali regole convenga
attendersi per ben giocarsi degli uomini^ mostrare in somma nel virtuoso
.operare nx>n solameàtè la^ perfezione . del fio-e preposto' àlV uomo y» d
\mezzo ancora essenziale d'abilUm^fO'raggiunger e 'un colai fine ; e -in i. con
^ seguenza verificare e propor le basi d^ 'Ogni sociale rallori di n^ere ^ non
solo come illazioni > a cui debba andarsi dopo la istituzione d^or- gni
moral carattere per abbellirlo ^ ma quali temi così connessi con V argomento
della parziale felici-- tà, che separare non se ne posso^ no senza corrompere
la istituzioni delV uomo stesso ; fu questa impresa onorevole di Steliini .
Opera sua. fu pure ^ che le morali proposisioTbt -SI conducessero, ikii f orma
^ che ciascheduno per accertar- nè^ la 'verità xrrxm avesse clw a rintracciarne
i principi tacila coscienza^ à 6 doGunienti attenderne dalla esperiénzà di sè
medesimo* Nè vuol tacersi y di' ei veramente per non viziarne V essenza la
tenne ferma a quel fine y che le prescrisse Aristotile y e che Tommaso (TA^
quino stesso interpretando Aristotile le assegnò y di procurare alVuo- rao tale
felicità y quale può solo nel corso di questa vita raggiun-- gersi. Non però
volle siccome il greco Filosofo ridurla a tale da trasandare negli uomini y se
non forsbanco distruggere y ogni speranza di perfezione avvenire y dal che può
sorger neWuom.Oy temporalmente anche preso y un turbamento inimico della
terrena stessa felicità. Ma senza mescervi estranee cose y COSI gli attributi
umani considerò y che mentre il retto esercizio loro mostrasse a tutti la via
del temporale ben essere y mettesse pure vigore ed animo a quelli j che s^
indirizzano a miglior fine con vie. migliori speranze. Quindi quelle qui- xlij
stìoni, che in altre opere di mo- vale, o si dibattono con uno zeta inimico
della morale e degli uomini, oppur vi sono siccome a pompa dHngegno senza un
legame che le congiunga alla umana Je- licitày nella Morale dello Stellmi
discendono dal carattere della morale medesima i mostrano vivo l impegno di
provvedere a tutta la^ spezie umana, pesano solo alV em- pio 5 nè intimidiscono
che lo stolto. Si aggiunga a ciò la maniera ^ ond^ egli prese ad esporla,
Imperocché attenendosi nelV ordinare la tela de' suoi pensieri severamente al
carattere dii /éristotile ^ che preferiva al pomposo pensare il solido ^ €
procedeva negli argomenti per vie spedite a convincere V intelletto ^ volle nel
presentarli imitar Platone, il quale offrì colorito ai sensi ^anto potevasi
astrattamente dall animo concepire p non risparmiando grazia e vigore immagini
^ nè vezzo o numero di parole per impegnare a convincere la ragione la stessa
iimnaginazione degli uomini, iVè lo Steliini era tale di fantasia j, che
irresoluta e timida gli si prestasse aW incarico . Imperocché^ oltre alV essere
vivace ardita e feconda per sé medesima ren- densi ognora più vigorosa e pronta
con la consuetudine de’ poeti ^ de’ quali usava non solamente a ristoro delV
intelletto, ma per avverare in 65^1 principalmente il carattere delle opinioni
e degli usi predominanti de’ secoli ^ siccome in quelli f che le impressioni
più vivamente ne soffrono s più se ne irritano 5 e quindi con più calore ne
avvertono, e con più senso re’ esprimono V andamento, Da ciò pur venne eh’ ei
così scrisse latinamente j, che mal direttesi a qual latino esemplare si
conformasse j perche da tutti cogliendo il fiore cosi trattò questa lingua^
quasi^ pur fosse nativa in lui e fattasi in lui domestica o ne^ Comizj agitando
il popolo j o colloquiando aneli ei di filosofia negli ozj del Tusculano. Se
dunque fosse tal Etica venuta a luce quando V Italia pregiava Cantica lìngua
come reiag- gio non tenue di antica gloria ^ ne aveva appreso agli estranei a
sprezzare i suoi col farsi bella di non conoscerli o non curarli essa stessa ^
avrebbe certo incontrata tale celebrità ^ che nè splendore di commentari f nè
copia di traduzioni j nè tipografici adornamenti niun le sarebbe restato in
somma a desiderare di quegli onori ^ onde si videro illustri né* tempi andati
o- pere nostre dibassai minore importanza. Ma lo Stellini fiorì nel tempo f che
intiepidito generalmente il fervore di segnalarsi nelV idioìna, lutino ^ leggi
nè forti à reg^ gere piìi i costuìni y nè sagge al~ meno di concordarli con gV
inte^^ ressi degli uomini y perseuerai^ano CI riguardare come sacrilega qua~
lunque lingua y che avesse arditó d^ esporre giovani con altre for~ mole y che
latine y le facoltà necessarie a svolgere V ingegno umano. La scienza astrusa
per sè medesima j il nuovo aspetto da riguardarla y V impegno di presentarla in
relazione immediata co’ fondamenti sempre agitati deWuman vivere y la rigidezza
delV ordine per sostenerla in tale argomento y V erudizione recondita nel
dichiararla y una latinità finalmente y cpianto nervosa e florida y tanto più
scabra ed ardua y erano in vero cagione y che lo Stellini sì udisse dalla sua
cattedra con maggiore curiosità y che frutto y e accagionato pur fosse di
oscurità y come attestane il li SUO- discepolo e splendidissimo lo- dator suo
Carondli, prima per debolezza dagli uditori 3 quindi^ per interesse dal volgo
de"" letterati > alfine poi per invidia dagli scienziati medesimi.
Nè miglior sorte potea succederle^ quando per onera altrui tal Etica si
pubblicò : perocché gli usi f già guasti, non promettevano ancora miglior
fortuna. Da questo avviene, che ancor fiorendo la fama di tanto ingegno scodano
molti 3 chiari eziandìo per lettere j nel noverar gli argomenti e i titoli di
gloria patria dolersi ninno aver noi che ne agguagli nélla dottrina della
morale agli estranei ; i quali in vero non so in quaV arte voglian maggiore V
Italia ^ se quelle a lei non concedono^ che per giudizio degli stranieri
medesimi sue sempre furono ^ e che per tanti scrittori di chiaro merito ^
mancandole pur tal Etica j le xlvij si appartengono . E come infatti potrebbe
altrimenti credersi ^ quando lo Storico nostro della filosofia^ yiel punto
stesso di accingersi a conservare aW Italia la primazia nelle morali dottrine ^
trascelti alcuni ^ che benché sommi non erano i più opportuni al bisogno,
nomina appena Stellinì in truppa con altri nomi y non egualmente onorevoli a
ricordarsi ? Quindi non è maraviglia, se nella Istoria sua de^ sistemi il
Signore Degerandò non colloca tra gV istorici della jilosojia lo Steliini ^ che
tale istoria della morale adornò, quale non altra d^altra dottrina può
superiore aspettarsi, dimenticandolo affatto con Genovesi e con Fico ^ i quali
se fra gV inorici della filosofia non han luogo ^ non saprei quale più degno ne
resti a lei secondo i grandi caratteri di Bacone, Ma chi disprezza sè stesso
xlvilj mn,^-diritto alla stima altrui; '^''hu.ésta per qualche tempo fu nostra
calamità* Per altro come stupirsi^ che V opere di Stellini venute a luce, lui
morto, sì poco grido muovessero tra gli stranieri ^ e tra' suoi j, se quella
pure che vivo lui si 2>rodusse j anzi eh' egli medesimo nel fiore espose
dell'età sua^ quasi ad esperimento del suo valore^ nel magistero che
apparecchiavasi ad intraprendere tale fortuna incontrò 3 che fu quasi generalmente
dimsniicata. Io non ignoro eh' essa formo la delizia di Peccaria; che
pAlgarotti la predicava eguale aZ- la Dis’^crtrCzione del metodo di Cartesio c
il ^o&tì'Q illustre FrateU i 'sómmo per, eloquenza non meno che
per-d'ól’vfirialà "Estimò de- gnq> di meritar le sue cure per esser
fatta 3 di .lìngua arkcorag italiana.r- E cosu^')Ure fosse piaciuto alla sua
modestia di non inandare perduta almeno quest* opera con Valtre molte) non tali
certo da togliersi al desiderio della posterità) coinè tal Saggio or avrebbe si
in nostra lìngua quale potea recarcelo chi seppe usarla con tanta pompa ad
onore de* trapassati^ Ma tal proposito stesso ) penato in lui non certamente
d'altronde che dalVardore di propagare la fama di tanto senno ) basta sol esso
a convincerne ) che fu tal* opera) quale per altr* indlzj noto è che fosse )
non solo ignota alla moltitudine pur disadatta ad intenderla ) ma neppur messa
coni* era debito in pregio da que* medesimi che più doveano onorarla. Varie
cagioni concorsero a coiai esito ma somma fu V esser ella di tenebroso
carattere sopra ogni altra ) che lo Steliini imprendesse a scripere nella
medesima lingua ♦ La rese tale primieramente la sua .maniera di esprìmersi . Il
preseritare con i colorii de^ sensi allOi magmatica i concetti deW intelletto y
perchè discendano piu dolci e facili al cuore, è ardua impresa per ogni lingua
y w.a spezialmente per quella, che mancò alVuso degli uomini primachè loro^ si
ofirisserò e nuovi oggetti a discutersi, e nuove immagini a disegnarsi . Grandi
maestri seppero certo adattarla a ciò; ma non è agevole a tutti di poi
discernere speditamenn te sotto il velame di antiche forme pensieri e cose di
fresca origine, principalmente ove sieno di non volgare carattere, La quale
difficoltà vieppiù sHncontra in taV Opera, perchè Stellini, impegnato a
stringere in poche pagine ciocch e- ra pure argomento di piu volumi, così
raccolse i concetti, che si potessero per così dire agguagliare al numero delle
parole ; e di tal guisa intrecciandoli, che gravi e Ij CLTinonici sostenessero
la maestà del-^ V oratorio andamento. Uarduità del subbicito inoltre crebbe
durezza d^ intelligenza allo stile. Imperoc^ chè non intese ad altro ^ che a
di-^ mostrarci spiegata dinanzi agli occhi la vera istoria del cuore e dello
spirito umano, dalV età prima alla nostra^ storia che in quel volume sol potea
leggersi i in cui sì bene Vico avverò i principi delle civili catcì- ' strofi y
nella natura cioè delVuomo in relazione con Verdine delVuniverso . Talmentechè
rinchiudendo ^ siccome in germe ^ in, tal Saggio quanV ha e può avere
corrispondenza con il morale ben essere ^ non solamente insegnò come tracciare
e svolgere e le opinioni e i costumi de^ tempi andati ^ ma come ancora
distinguere e governare il carattere delle correnti abitudini ^ e prepararle a
que^ cangiamenti ^ quali senza consiglio andrehbono^ con il lij disegno di
renderli, se non propizjj non tanto molesti almeno alla pace delle nazioni.
Così rwelando alV uomo V origine e il fondamento d’ ogni moralità mostrò a’
rettori degli uomini le sorgenti della pe- ì'ace utilità pubblica^ e
dimostrando filologi quale filosofia si conpe- nlsse aW istoria diede il
modello a filosofi come condur la storia d o- gnifilosofià. Tale è il carattere
di questo Saggio j e tale essendo gli e forza inarapigliarsi non meritasse
altr^ onore dal chiaro Degerandò ^ cN essere con altr^ opere nudamente
rammemorato ^ alcune pur delle quali poco alV Italia dorrebbe in pero che
andassero dimenticate. E a rendere le dwisate due qua- lità pieppià disposte a
pelare il nervo de’ sentimenti altra ragione aggiunse. Era Steliini di massima^
come dichiarasi nel Proemio che non si debbono tutte ^ o che tdmen sempre non
dehbonsij in pie^ na luce mostrare agli uomini le verità . Quindi si dee
ripetere V a~ bitudìne di presentar molte idee con forme poco sensibili; di
preferir le * maniere non usuali agli autori stes^ si delV aurea latinità ^
traendole ancor talvolta da^ primi suoi for^- matori ; di usare in fine
vocaboli, frequentemente di equìvoco, e talor pure di opposto significato* E
avea ben egli onde credere, che procedendo altrimenti, con le piu rette
intenzioni ancora, correa pericolo di molto nuocere a se poco giovando ad
altrui . Poich^ egli volle discuter V uomo secondo che la ragione, senz^ altra
luce che quella del naturale intelletto, potea discernerlo; che anzi, com^egli
stesso esprimesi, prese le cose morali a svolgere, come Neutono le fisiche ;
poste cioè alcune leggi, per esperienza note, dedurne le conse- liv guenze^
senza nè inpesf igare j nè la ragione determinare delle medesime leggìi S'egli
è f e fu sempre, come pur sempre sarà bisogno di tutt i popoli i che pipan gli
uomini oì lestamente ^ se il conf ori are a condui si ad onesto vipere è il
fine ingenuo della morale' dee certo dirsi onorata impresa trarne le regole da
relazioni ^ che tutti sentono esistere in sè medesimi e a tutti possono
dimostrarsi purché abbian senso di esistere y piuLtostochè da princi- pj ^ Tie’
quali sgraziatamente tutti non possono o PogHono consentire j e che infoscaii
una volta nelV intelletto o per imbecillità di mente o per nequizia di cuore
debbono ancor offuscare in esso il carattere della morale, ove non voglia
permettersi di formarlo da cosiffatti principi indìpisam.ente. Nè punto può
nuocer questo alla stessa veracità de^ principi • P^^^oechè, sendo primaria
attribuzione del pero che sia mai sempre concorde a sè ^ gua~ lunque parte
dipisamenfe se ne di* mostri non può stenuar la forza o la chiarezza delV.altre
^ ma col riuscir necessariamente ciascuna allo stesso termine si presteranno a
pi- cenda chiarezza, e forza, altronde il bene sensibile^ che frutta al genere
umano V onesta vita degli Uomini ) e le miserie ^ di cui lo aggrava
sensibilmente 02;ni vipere hru- tale o stolto ^ sono argomenti opportuni alV
uopo delle nazioni per tener gli uomini concordi e docili nelle regole di una
morale solidamente benefica . A questo mirò Platone né suoi Colloquj sulla
repubblica j ne^ quali Socrate non già disegna la forma d* un^ ideale città f
per farsi giuoco degli uomini siccome credesi volgarmente ^ ma insegna agli
uomini V importanza della giustizia per il ben essere d^o^ni città, mostrando^
d quali fortune onorata meni e gV in-^ dioidui e i governi, vilipesa . E la
innocenza^ di questo metodo fu rispettata m maniera per lunga età, che Aristotile,
il qual restrinse più già d ogd altro filosofo la morale a regger Vuomo nel
corso di questa vita non olire certo all’acquisto della civile felicità, ebbe
il primato fra quanti antichi s" ebbero in essa a maestri, e per consenso
d interpreti e per numero di settarj, nella eminenza medesima del
Cristianesimo. Prese a combattersi con asprezza, dappoiché l urto di alcune
massime mise m impegno chi le guardava per argomento di regno di opporsi all
impeto via via crescente col dimostrare fatale agli uomini qualunque genere d^
istruzione che non mirasse a consolidare quella unità di credenza sopra gli
affari del cielo y che già costala tanti delit^ tij, e tanto sangue e vergogna
all* iiTìianità . JE tal politica inferocì, fonando Bayle spiegò V audacia di credere
potersi giusta repubblica stabilire senza nozione di Dio, La quale temerità ^
quantunque avesse Plutarco già molto prima inségna^ to doversi così ricevere
come il de~ lino di un sognatore ^ che si van^ tasse posseder Varie di
costruire e consolidare una città fra le nuvole ^ e in conseguenza comhattere
non con altt* arma che qual s* impiega a correggere una follia manifesta ^ pure
non fece che raddoppiar le ferocie centra ogni sforzo della ragione, irritò
dunque lo zelo in quella classe di uomini y che si potrebbero ben propriamente
chiamare y com^ altra razza molesta d’ uomini da Cicerone si nominò uccellatori
di sìllabe y i quali cosi notavan gli accenti de* ragionanti ^Iviij come
que" delatori di Tacito i volti de\ virtuosi^ per accusare colpevoli di
vilipesa deità chi più cercava Onorarla con la ragione ^ siccome quelli a
rovina degV innocenti pone- van fieri V accusa di violata maC’- sta. Da questo
io credo avvenisse che la sentenza da Grazio già senza scandalo intesa, esservi
tale intrinseca moralità nelle azioni da strina- s;er gli uomini ancora neganti
Iddio, fu con tanf ira ascoltata da Fuffendorfio . erano in vero con i costumi
alquanto pur le opinioni appiacevolite, quando Steliini illustrava V Dùca ; non
però a segno O^TÌTB ^ %Th ItCL—^ Ha, sicurtà piena di ragionare . jV’ è chiara
prova egli stesso, Imperocché nè gli valse la circospetta maniera di presentare
un tal Saggio ; nè gli giovò presentarlo al Pubblico dopo di averne deliberato
con uomini di timorosa pietà; nè fu schermo in fine un curai ter e di religione
austerissima. Villane e perfide accuse di SpinonUmo e Obbesismo V ojfeser vwo,
nè rispar- miaronlo morto. Che se non giunsero ad intristirlo fu che il suo
vivere sì poco ambiva il romor del mondo, che non turbava le pratiche dei zelatori
del cielo ^ ed ebbe sempre cuor saldo come la sua virtù* Fu però stretto ad
usare di apologie con amici postisi a lite per lui. Così quesf Opera ^ tale da
spingere oltre ogni credere alla civil perfezione governi e popoli e per la
propjria sua luce ^ e per maggiore ^ che avrebbe dovuto accenderne y fu pe^
suoi pregi medesimi e di argomento e di lingua,^ generalmente dimenticata.
Quanto sia poco il favore, che aspettar possa dà* dotti conoscitori delle due
lingue il mìo volgarizzamento ^ da niuno certo minore accoglienza attende y
Amico Venera* tissimo, che da Foi. Perciocché guanto sia grande la bontà vostra
in accogliere le cose mie per la benevolenza di cui solete onorarmi^ pur è
mestieri ^ che avendo viva nelV animo la maniera onde fu reso italiano questo
latino esemplare dal vostro illustre Fratello j, Voi vi dogliate di tanta
disparità ^ quanta è forza che tra noi due s^ in^ terponga. Io certamente nulla
intermisi f pìerchò perdendosi nella mia copia le grazie ^ che rendon vago V
originale ) serbasse almeno non alterato lo spirito de^ concetti. Quindi curaV
ho sempre di non ampliarne o restringerne V espressioni 3 fuori di casi
rarissimi j in cui la giunta di qualche voce esi- gevasi dalla chiarezza, senza
la quale è di peso la fedeltà . E ciò con tal diligenza ^ che avendo io preso a
recare in versi s quando noTè ]xj fossB ancof fatto^ od a me dato non fosse di
prevalermene ^ qua nto Stellini de* Greci o Latini Poeti adduce, ho jìreferito
esprimerlo co- m"* ei presentalo, ove altrimenti pa* resse nuocere
alVargomento. Perciò, studiandomi a volgere altre sentenze in modo più
consenziente agli originali che alle versioni recatene, volli seguirlo nel
presentare unita la diceria di Prometeo, la quale in Lschilo viene interrotta
dal Coro, sostituendo pwrciò una poco /e* dele e languida traduzione alV ottima
di Giacomelli, ed alla egualmente chiara di Cesarotti. Mi venne poi tal
proposito dall* impegno, che da qualch*anno mi stringe, di provvedere alla
istruzione civile di florida gioventù . Imperocché avvisando quanto da meno
fossero al carico le mie forze, mi sono sempre studiato di soddisfarvi con
ajutarla di que* Maestri, cui seguitando an- Isij drehhe sicuramente a bene^
simile a chi colendo, ma non avendo onde spegnere V altrui sete, si affretta
almeno a mostrare sof'genti pure e ahbondevoli per ogni brama Primo a
trascegliersi non poteva sicura^ mente non essere da ine Stellini^ e perchè
sommo in tal genere d^ istituzioni j e perchè nostro di patria potendo i nostri
destare in noi maggior fiamma di emulazione ^ per esser massimi nella dottrina
affidatami a senno ancora degli esteri^ e per offrirci uni^ immagine della
primiera virtù . Se dunque lai fu Vimpegno che a ciò mi trasse^ V oi non dovete
maravigliarvi j se in questo ragionamento io presi a discorrer cose j che mi
sarebbe stato assai meglio da Voi conoscere come 50720 j che palesarvi quali io
presumo doversi congetturare che sieno . E necessario ^ mostrando un fine alla
gioventù^ metterle innan- 1 » * « XJ]j zi le cause ^ le quali o spensero o indebolirono
i mezzi da conse-^ guirlo ; nè tali cause possono meglio indicarsi quanto
swlgendo il carattere delle incende, che precedettero o accompagnarono il
cambiamento delle opinioni . Di questa forma o si pongono veramente, lo che non
penso aver fatto ^ o 5 ? cimentano migliori ingegni a proporle f come io
pretesi di fare . Mao Vuno o V altro che facciasi ne siegue sempre tal frutto a
giovani j che non più dubbio rimane il fine ove intendere. Vorrete dunque
permettermi j che mentre in segno della mia stima altissima io P’ offro cosa )
che appartenendo ad Uomo per tanti titoli caro a voi non può non essere a voi
carissima ^ mi valga pur della stessa autorità vostra per infiammare la gio^
pentii ad apprezzarla . Io certamente non dubito ^ op ella sia me- Ixiv ditata
3 che basti sola ad amrnae* sfrarla a che ne meni il disprezzo de* nostri
patrii idiomi: Vuno de* quali} come nativo ancora ^ può darci proprio carattere
; V altro ^ siccome frutto della romana gran-^ dezza ^ può dare a tale
carattere parte d*antica maestà. Ma soprattutto le mostrerà^ che la stima
pressi ata a massimi ingegni per cono^ scenza di merito, quanto è di loro, più
degna, tanto più frutta alla patria di utilità. SI avranno allora come que*
Genj benefici che, venerandosi pel carattere delle azioni, a belle azioni
infiammavano, diversi affitto da quelli che si godevano una diylnifà usurpata
nella opinion-e del volgo senza neppure ì mpegnare i sensi con qualche dolce
prestigio a patrocinarla . SAGGIO SOPRA t* ORIGINE ED lE PROGRESSO DE’ COSTUMI.
£ DELLE OPINIONI A’ MEDESIMI PERTINENTI. Quantunque le istituzioni e le
ordinanze de’ popoli sovente aliene dalla onestà 5 e le discordi fra loro
opinioni e massime de’ filosofi estenuare la forza di quelle leggi non possano,
cui la natura ammaestrane dover sol reggere in vita ed in società umana
generazione; pure un cotal miscuglio di costumanze e di regole in tante tenebre
avviluppò la ragione, di tanto sozze lordure il vivere contaminò, che malamente
potrebbesi restituir la nativa sua luce a quella, ravvivar questo alla pristina
semplicità. Laonde perchè non troppo ^lle sentenze degli uomini e agli usi
delle nazioni concedasi da coloro, a’ quali, per istimare e magnificare alcuna
cosa per retta, basta il vederla in riverenza e in pratica fra gli antichi, o
sostenuta ancora dai credito di Scrittore fattosi commendevole per opinion di
sapienza ; e perchè pure gli scioperati semplici non sieno illusi da quelli,
che quali disperatissimi cittadini possono solo nello scompiglio e nel guasto
della repubblica la potestà procacciarsi d’impunemente osar tutto; venni in
proposito di nuovamente ritrai* la cosa dal primo suo nascirnent®, ed i suoi
gradi e quasi procedimenti ordinatamente raccogliere. Imperocché, ristrettane
in brevi linee la immagine, agevolmente ciasCLino comprenderà, da quali fonti
sgorgassero ed opinioni e costumi di tante forme ; come, al frequente scoppiare
di nuove usanze 5 le antiche o dissipate ne andassero, o sì ne fossero
modificate, che fune all’altre annestandosi, benché dissimili di qualità, pure
insieme prosperamente fiorissero ; donde avvenisse in fine, che trascorrendo
tali costumi ampie terre, non solamente allignassero tra fiorentissime genti,
ma v’impetrassero ancor l’onore de’ simulacri e de’ templi, sino a parere non
trapelativi furtivamente, ma di consiglio invitativi, nella città ricevuti con
l’approvazion degl’iddìi e degli uomini, e felicissimamente co’ sacri riti
medesimi incorporati. Perchè ciò possa più chiaramente conoscersi, dee
primamente avver tirsi con quale ordine secondo il vario spiegarsi delle
facoltà umane 5 datasi loro gradatam.ente occasione, si sviluppasser gli aifet-
ti, ed opinioni conformi a" distrigatisi affetti sopranna scessero ; di
poi con quale tenore e modo, ampliatasi appoco appoco la vigoria dell’ingegno,
si usasse esporre ed insinuare tali opinioni agli altri; e da qua’ capi
diversamente si deducessero, secondochè ciaschedun potè con la osservazione
assidua esplorar le leggi, che tutta reggono la natura, o indovinarle o
fìngerle ardi secondo quella dot-* trina, che più gli fosse autorevole e
familiare . Imperocché o le necessità della vita, o un animo insofferente di
posa, o l’alterazione di quello stato, ove a ciascuno è aggradevole di
rimanersi, quelle facoltà spingon fuori, che sieno a rompere più disposte, e
più ne 5 apprestino insieme di utilità. Le sviluppate facoltà poi spiegano e
svolgono cupidità a sè adatte e corrispondenti . Poiché ciascuno ordinariamente
tanto desidera ed. osa, quanto per vizio ingenito delPuman cuore stimasi valido
a prendere e a conseguire. Appena poi che prorompono gli appe- ^-iti 5 checché
pur loro s’acconcia pongono in conto di beni, e tutto debito estimansi di pien
diritto. Avvegnaché ciascuno perversamen- te reputi, essergli stato dalla
natura ed assegnato e concesso quanto gli sia pur data dalla natura medesima
facoltà di acquistare. IVTa perciocché quelle cose, alle quali può dietro
spingersi un appetito ardente di tutte brame 5 né senza contraddizione altrui
procacciare 5 né conservar procacciate senza fatica si possono, quindi a.
pensarsi occorsero alcune regole le quali o corroborassero, ed a buon fine gli
stimoli dell’appetito indri..assero, o con prudente avviso in certi e giusti
confini i contenessero. Conciossiachè le regole allora principalmente
convengono, quando le cose non d^ un tenore procedono, ma soglion essere
disturbate dalle altrui brame sopravvegnenti, o veramente impedite dalle
discordi fra loro^ inclinazioni degli uomini . Cotali le— gole poi, siccome
furono varie per la natura de’ tempi e la qualità delle spiegate affezioni,
cosi vesti- ronsi ad ora ad ora di varie forme e da più fonti s’ attinsero,
secondo la cognizione molti pi ice delle cose, per cui l’energia dell’ animo e
dell’ingegno più largamente si dilatava. Perchè però IMntel- letto massimamente
di ciò si piace, che sia talmente continuato e disposto, che benché unito di
molte cose e tra sè dissimili, pure si possa in una stessa ragione e forma come
una sola comprendere ; quindi 5 qualunque ohbietto gli sia proposto ad
investigarsi jed a svolgersi 5 lo paragona con quello, eh’ ei penetrò più
adentro e con più cura studiò, esplorane le somiglianze, e l’uno adatta con
Tai- tro e lega. Ora la conoscenza nostra, nata di quelle cose, che ognuno
sente in sè stesso occorrere o da’ suoi simili avvisa farsi, a quelle prima
inoltrò ^ che il più negli altri animali avvengonsi, e per le mosse e qualità
varie, per cui lo stato di quelle mutasi tratto tratto, più vivamente coramuo-
von gli occhi e gli spiriti ad osservarle ; cresciuta poi di vigore tutta spiò
la natura; allora dalla materia appoco appoco staccandosi, svolte le
convenienze delle grandezze e de’ numeri ed applicatele alF armonia moti ur-»
tanti le orecchie e aggirantisi in»* nanzì agli occhi, scioltasi affatto da®
sensi spiccossi a ciò finalmente, che veramente è, e che di natura sua ogni
composto ahhor- l’e 5 e in esso lui s’arrestò. Con progressione eguale
gradatamente si trassero le iustruzioni per governar la vita da’ fatti stessi
degli nomini, dalle leggi della na^ tura spiegate negli animali e negli esseri
inanimati j dair astronomia musica aritmetica geometria metafisica j Sendone a
guida i sensi la fantasia T intelletto, e loro procuratrici le immagini delle
cose 0 vere o fantasticate. Da tal descrizione che intraprendiamo, benché a misura
dell^ argomento lievemente adombrata, rilucerà lo svolgersi delle facoltà umane
; la nascita ed i progressi delle opinioni e degli appetiti. / che il più
convengano con alcuna facoltà svoltasi divisamente dall’ altre ; la causa in
fine perchè i costumi, 1 quali dalle opinioni e dagli appetiti si propagarono,
gli uni degli altri sìeno più antichi e durevoli. Imperocché siccome spiegasi e
vige il senso mentrechè anneghittisce quasi assonnata in carcere la ragione, e
sono i sensi più pronti ed alacri a muoversi che r intelletto ; così più ratto
si schiudono, e più altamente s’imprimono que’costumi, che più dal corpo
s’informano che dall’ animo . Ma la ragione o non può fiorire nel tempo dato
dalla natura, quasi germoglio in terreno ingombro d’erbe selvagge e maligne, o
perchè suole corrompersi, quasi inzuppata di quell’ umore cadutole
esteriormente vicino di cui si pascono i sensi ; o benché invigorisca, e
splenda libera e pura d’ogn’infezione corporea, pure è mestieri che ad arte
appannisi e velisi affinchè agli occhi del vulgo non sia di noja, nè rigettata
dal corso delle ordinarie abitudini . Conciossiachè qualunqu’ uomo, valendo
assai di ragione, voglia che tutto a norma della ragione adempiasi, nè si
conceda punto a’ costumi signoreggianti, se costui rechisi di società in
solitudine, e distaccatosi dagli affari s’addica tutto agli studj della
sapienza, abbandonato dagli altri uomini sarà sapiente soltanto a sè ; ove
operoso mischiisi tra la turba, ributterà per odiosa ritrosia tutti gli altri;
se di favore prevalga e d’autorità, susciterà tempeste importune. Laonde per
pravità dicata nella natura avvenne, che la ragione potesse apporre a’costumi
faccia e color di onestà, non però loro infondere dell’ onestà la sostanza e
quasi il sangue incorrotto ; e che allor pure che la virtù pregiavasi 5 e aveva
agli uomini intelligenti spiegata tutta la sua potenza ed il suo splendore,
fossero annoverati fra gli ottimi quelli, che larve ostentassero di virtù, più
lontani da’ vizj popolareschi, che di verace e reai virtù possessori. Nè quegli
eroi, dice Tullio *, Marco Catone, e Cajo Lelio, i quali si reputarono e nomi
naron sapienti, sapienti furonoj neppur que^ sette; ma di sapienti, pel
frequentar de’ mezzani ufRzj, certa sembianza ed immagine sostenevano . * Cicerone
degli offi&j l^’ 3- cap, 4’ Con quale ordine si sviluppassero Le facoltà
degli uomini ^ ed appetiti ne uscissero loro connaturali. I." u io che
osserviamo accadere singolarmente agii uomini nel breve tratto di vita a
ciascheduno segnato dalla natura, deesi pur dire avvenisse in più largo giro di
età alle nazioni medesime. Avvegnaché, per valermi delle parole di Tullio 5
come ha ciascuno in principio tale confusa ed incerta costituzione, che mira
solo a curar sé stesso, ma non intende nè ciocch'e’ siasi, nè ciocch’ e’possa,
nè finalmente che la sua stessa natura sia ; quindi avanzatosi al- ^ Cicerone
de’ Fini Uh, 5. cap. g. guanto, e fattosi ad avvertire sino a qual segno
ciascuna cosa lo scuota e attengagli, comincia allora insensibilmente a
spandersi, ed a conoscere sè medesimo, ed a comprendere donde in lui muova quel
vivo ardore di posseder quanto sente alla natura acconciargli- si : cosi pur
anco 1 Muterò vulgo, di cui dapprima formaronsi le nazioni 5 soleva reggere e
governar tutto il vivere con quella prima oscura ed incerta raccomandazione 5
che ne vien fatta dalla natura di noi medesimi, e con quel primo animale
istinto, il quale anela soltanto a procacciarne salvezza ed integrità ; coll’
inoltrar poi de’ tempi appoco appoco, o tardamente più tosto, prese a
discernere quale pur fosse il vigore della natura e delle parti individuali, ed
a sentire che fosse alfine una mente partecipe della ragione, ed a spronarsi
all’acquisto di quegli oggetti^ cui ciascheduno è pur nato. INel quale
discorrimento molte incontrandosi quasi pause e molte sinuosità, sogliono gli
uomini da varie dimore essere 5 chi qua ohi là, trattenuti, e da varj
declinamenti, qual più qual meno, isviati. Imperocché, siccome avverte Plotino
*, usando noi prima i sensi che V intelletto, e necessariamente applicando
Tanirno a quanto vellica il senso, per questo alcuni si restano a sensuali
argomenti, e reputando* le prime ed ultime ad agognarsi ripongono ogni sapienza
nelP abbondar parziale di quelle cose, che al corpo destan piacevoli sensazioni
; non altrimenti costituiti, che quali i più corpulenti uccelli, che
soperchiati dal grave ca- * Plotino Ennead, 5 . h 9 . rico di terra tolto non
posson alto elevarsi, benché di penne guer- niti dalla natura. Ma certi, cui
dal piacere spinge all’ onesto ed al bello un più gagliardo vigor di spirito,
levansi alquanto in vero da queste cose inferiori, ma non potendo affisarsi in
alto per non aver dove affiggersi, col nome stesso della virtù ricadono ad
occuparsi ed a pascersi di quegli oggetti, da cui sforzavansi in prima di
sublimarsi. La terza, maniera in fine è di uomini, che provveduti di più
robusto ed acuto ingegno, possono sostenere la viva luce del cielo, e
sollevatisi di gran tratto sopra le nebbie delle ter- fene caducità, quai
cittadini restituiti da lunghi pellegrinaggi alla patria, godonsi la regione
ov’ abita la verità, e eh’è la sede nativa degl’intelletti . Tra cosiffatti
gradi, ne’ quali o l’animo interamente al corpo, o il corpo all’ animo serve, o
l’uno e 1 ^ 1 " tro con bell’ accordo fra sè le veci del comandare e del
servire com- partonsì, altri assai gradi frap- pongoiisi, i quali 5 secondochè
sie- no schiuse le facoltà del corpo e dell’animo, e tutte pronte le cose
attevoli a metterle in esercizio, tra loro in varie maniere insieme e pressoché
inestricabili s’inviluppano . E in quella età, in cui la energia dell’animo
quasi era stupida per torpore, nè presenta va n- si a’ sensi che pochi
obbietti, da cui riscosse le incarcerate e sepolte voglie si alimentassero,
ogni appetito shramavasi con parco e rigido vitto e con que’ piace-ri, cui la
natura stessa, non irritata oltre il debito da niun’ estranea libidine,
dimandava, per ampliar di forze ed accorrere alla perpetuità dell’ umaiia
generazione. Rozzi palati di rozzi cibi appa- gavansi ; nè prevenivano la
natura per obbedire a piaceri ingordi, nè l’aggravavano di soverchio per
satollar piaceri insaziabili. Lie produzioni spontanee si reputavano
sufficientissime ad ogni necessità della vita j perche non era ordinata ancora
nè manifesta la maestria dell’ agricoltura e dell' altre arti, le cjuali, meii-
trechè aumentano la varietà ed insegnano le utilità delle cose soggette a’
sensi, e in certo modo si fan la stessa natura schiava sforzandola a
conformarsi obbediente a’ bisogni umani ^ aizzano intanto e irritano gli
appetiti, e avvivano la lussuria 5 eh’è vivo sprone a sè stessa e coll’ ingegno
francheggia i vizj, siccome fu con la favola di Prometeo e Pandora egregiamente
significato. Iniperoc- 2i eh’è Prometeo la immagine di coloro, i quali con
l’invenzione dell’arti sembrano avere ottimamente giovato l’umanità. Pandora
poi simboleggia P arti medesime e gli appetiti, cui Parti quasi con porger loro
esca moltiplice e varia accesero, e soprapposer tiranni alP umana stirpe 5
insinallo- ra ignorante affatto di tutte malvagità, Poiché in tal guisa
Prometeo confitto al Caucaso gloriosamente millantasi appresso Eschi- lo : * Io
trassi il fuoco dalle sfere, io 1 diedi Di tutt’ arti maestro all’ uomo in
dono. Sasso stupido egli era ; io gl’ ispirai Vita, e gl’ infusi intelligenza.
Invano Erravan gli occhi per le cose; invano EscMlo Prometeo legato. I>ì
(juesta mia versione de’ tratti d'Eschilo ristretti e recati in prosa latina
dallo Steliini, veggasi la mia Lettera proemiale al chiarissimo StraticQ., A’
suoni lor s’apHan le orecchie : muta Era natura, perchè sorda e cieca Degli
uomini la mente, e quale ì sogni Confusamente immagini mescea D’ogni sembianza;
e lunga età tal sogno Fu la vita mortale. Alzar di pietre Non sapeasi una casa
; era all’ uom casa Grotta incognita al sole, e avea l’Istinto Della vita il
governo. I nascimenti De’pianeti e i tramonti io gli mostrai; L’ arte scoprii
de’ numeri, dell’ arti Luminosa rema, ed II vocale Delle lettere accordo, e la
memoria Operatrice d’ogni cosa. Io primo Strinsi al giogo le fiere, e le
addestrai A sottentrar ne’ gravi incarchi all’ uomo. Io primo al cocchio
sottoposi, e dolce Resi il freno a’ cavalli, orgoglio e pompa Dello splendido
lusso. Altri non seppe Spronar, che me, de’ marina] gli alati Veicoli a lottar
con l’onde e i venti. Chi ’l rame e ’l ferro, e chi l'argento e l’oro, Della
vita conforti, estrar dal seno Della terra s’ardì, pria eh' i’ le cieche
Viscere ne cercassi ? Io sono, io padre D’ogui arte all’ uom, che il viver suo
fa belìo. ao Esiodo ^ poi, per espor vive agli occhi le conseguenze di
cosiffatte invenzioni^ formò tal Donna ^ nella qual fossero unite insieme di
tutte Tarti le qualità e gli ornamenti. Poiché Minerva nel lanifìcio l
ammaestrò ; le sparse Venere al capo di leggiadria ; le Grazie e Suade- la il
corpo d’aurei monili fascia- ronìe; le bionde ore la coronaron di fiori di
primavera ; Mercurio aggi unse le in fìne impudente animo, tratti insidiosi, e
parola. Il qual presente appena che fatto agli uomini fu dagli uomini ricevuto^
mentre se ne deliziano, riman- gon presi da tristi affetti e da cure
divoratrici, dovechè prima traevan vita scevera di fatiche ^ d'affanni:, e
d’infermità apportatrici della vecchiezza . Poiché la Donna, dischiuso il vaso
recato I Esiodo I laoorì e le giornate Uh* 2 . ax in mano, ver^onne fuora tra
gli nomini ogni maniera di voglie, e cotal piena infinita di tutti i mali, che
terre e mari per ogni dove occnpai'ono, senza offrir loro speranza di
liberarsene ; la quale speranza, essendo già per volarsene via del vaso,
postovi sopra il coperchio fuvvi respinta dentro, e sola dentro restò. Tale
stagione, come d’industria così sfornita d’ogni strumento di voluttà, au rea fu
detta e mirabilmente no- hilitata da quelli, a’quali o vennero a noja le umane
cose, o cui ^ da sè la fortuna, che a’diligenti [; e operosi prodigamente
donasi, f- come infingardi e torpidi ributtò. ^ Viveano tutti nella maggiore
egua- ^ glianza ; perchè mancava occasio- ^ ne d’usare ingegno e fatica, onde
jr l’un l’altro avanzasse. Si dice y che la giustizia albergasse in ter- ^ ra,
perocché in tanta tenuità di T 2 ^ 3, cose e sonnolenza d’affetti non V* era
luogo ad ingiuria. Vita sicura e libera si godevano; perchè non eravi
incitamento a voglie e gare inimiche, nè a fomentarle e irmasprirle argomento
si presentava. Parca soavissimo quanto a ventura V inculto suolo e selvaggio
offriva ; perchè neppure potevasi conìetturare quali soavità di frutta si
ritraessero da un terreno messo a travaglio e in appresto per generare. Si
dilettavano finalmente di beni tali, quali e la inerzia e la infìnga rdezza,
non eccitata da niun' ardenza interiore, nè da veruna impulsione estranea 5
poteva porgere in tenuissime cose, apparecchiate dalla ignoranza di più
eccellenti ; di beni in somma, quali da Pindaro s’ at^ (i) Pindaro Pition. io .
Lo StelUni riferisce questi versi di Pindaro secondo la versione tribuiscono
alienazioni iperboree: Cinta di lauro almofrondoso esulta A lieti deschi
banchettando : sacra Stirpe beata ! in lei morso non puote Di letal malattia ;
vecchiezza in lei Fior di vita non strugge. Affanni e doglia Son con la guerra
e la fatica in bando. Nè teme il cor, puro di colpe, il rio Flagello della Dea
delle vendette. Ma prestamente cotale ignavia fu scossa, e via rapitane quella
felicità, che più nella mancanza de’ mali, che nel possesso de’ beni si
comprendeva . Imperocché con asprissimo e frugalissimo vitto s’ingenerava nel
corpo fermezza e lena infinita; e il cuore, non addolcito per ninna cultura ed
arte, irrequieto ed indomito ribolliva . Avvegnaché di rozza fruga- fattane in
metro Oraziano dal celebre Sudo“ fio. lo nel recarli in Ttaliano ho avuto cura
di conformarmi più. alT originale, che alla traduzione recatane dallo Stellinì
* a4 lità son compagne sanità vegeta ^ e smisurata audacissima gagliar- dia.
Per lo che reputa Luciano * 5 doversi il vivej'e di alcuni popoli, tratto air
estrema vecchiezza 5 attribuire all’ uso di un vitto sobrio ed agreste ; e
Dicearco appresso Porfirio ^ dice, non darsi miglior consiglio, nè ad
incorrotta e durevole sanità più conforme, quanto il rimuovere le ridondanze
dal corpo. Imperocché il soperchio rompe le forze, o dal salutare impegno di
tener viva la vita e fioiida in ogni membro svagale a logorarsi per alleviarla
e purgarla d’ogni malignità. A membra poi di gran nerbo una brutale ferocità
s'accoppia, se la coltura non ammansisca Panimo,6 non comprima il rigoglio
soprab- I Luciano ?ìe* Macrobj. 3 Forfirio Ub. 4- astinenza. fondante d’iina
scoppiante energia. In quella maniera certo, siccome avvertesi da Platone ’,
che un cuore disanimato dalla vergogna e dair onta, e privo di risoluzione e
d’audacia, appoco appoco si fa più vile, e tutto alfine, quasi rappreso da una
tal quale stupidità, intorpidisce; così per l’opposto un animo commosso e
vivido, se con acconcio temperamento non sia represso ed a giustizia ridotto
dalla onestà, primieramente, quasi robusto in radice, e di vigore e di spiriti
lussureggia, poi finalmente rompesi tutto in insania. Laonde appunto dannò
Aristotile le istituzioni spartane, perchè indurati oltre il debito alle
fatiche calle asprezze gli uomini inferocivano. ^ 4.® L’ animo dunque, pieno di
* Platone della PepaUblica, * Aristotile de' Got^erni lib, 8. capi 4* fiere e
d'orrende for^e, e pronto ad ire precipitose e implacabili s'avventò prima con
tutto l'impeto Contro alle bestie feroci, da cui potesse temersi oltraggio alla
vita, o cibo trarsene e vestimento; poi contr'agli uomini stessi si scatenò,
ove pure incontrasse ostacolo il ventre inquieto e la importuna libidine,
ch'avea già preso a sforzare i limiti apposti dalla natura. Per la qual cosa,
venendo spesso afferrata e data oc- casion di risse rapine e stragi, fa da tal
uso ogni senso di umanità sopraffatto; nè conoscendosi cosa di maggior pregio
nell’ uomo quanto la vigoria del corpo messa in furore da non so quale veemenza
d’animo, si cominciò a reputar© sovrana cosa, e degna d’ uomo da numi nato e
destinato ad essere egli medesimo un dio, qualunque azione ripiena di
bestialissi- nia atrocità. Imperocché se talamo, come riflette Polibio %
incontri a caso contrasto all’ efFre- nata libidine, non avvi cosa nefanda e
barbara ch^ egli non sia per commettei’e 5 e a vanto recasi ed a virtù lo
sbaragliato ardimento. Ma come da guel rancore, che nasce e sopravviene nell’
animo di chi respinge e di chi muove l’ingiuria, vieppiù l’audacia innasprivasi
ed il furore infiam- mavasi di coloro, a’quali in nervose membra feroce indole
a idea; così gli spiriti più mansueti e deboli s’infervoravano a svolgere e
palesare V idea del giusto e del buono, solo rifugio degl’impotenti ; e chi
prestasse conforto ne’ casi miseri, oppure astrettovi lo ricusasse, porse con
l’utile procurato o con l’apprestato danno * Polibio Istoria Ub. j. occasione,
che sì traesse da’nascondigli deir ànimo e a piena luce venisse il valore dell’
onestà, la quale è principio e fine della giustizia, e si fondasse un concetto
di convenienza e turpezza, come Polibio osservò. Ma impadronitasi d’ogni cosa
tenne la forza il mondo con aspra dominazione, gran tratto innanzi che la
equità potesse trovare asilo fra gli uomini ; e la ferocia esercitò Inngamente
signoria barbara, prima che s’accordasse imperio giusto e legittimo alla
ragione, Conciossiachè richiedendo questa animo dolce e tranquillo, perchè sì
possa distintamente e ordinatamente spiegare un senso comune di umanità; quella
per lo contrario piacendosi d’allignare in selvaggio fiero alterato I Polibio
Istoria Uè. 6, spirito, gli uomini robustissimi, resi più baldi dalle frequenti
risse e,da’fatti prosperamente operati, ^lon si poteano reprimere dal macchinar
novità per arricchirsi di i>uove spoglie, e scapriccire il talento, cui
maggior fiamma agitava, che mai potesse per brama di alcun riposo acquetarsi.
La quale o avidità di preda, o frenesia di cuore efferato, non avendo per lo più
spazio abbastanza vasto da insolentire tra’suoi, contro l’altrui sì scagliava.
Onde ogni cosa fu guasto di ruberie, ad ora ad ora cambiaronsi le abitazioni,
nè più soggiorno fisso ad alcuno restò. Imperocché se taluno si ricovras- se in
luogo, che desse pure negli occhi per ubertà di frutti o per altra comodità, o
ch’egli andavane a sacco per rovinoso scarico d’assassini, o espulso di sua
dimora veniv’ astretto a cercar mendico alla raminga vita altro cielo . Nè
quella forza 5 la quale con cieco impeto prorompeva ovunque la veemenza e
l’ardore della passione la trasportasse, era a delitto e ad infamia ; rna, come
già da’poeti antichi inferi Tucidide % anche ad onore si attribuiva .
Perciocché fanno tali poeti interrogar quelli, che innanzi e indietro corseggiano
la marina, da quelli a’ cui lidi approdano, se sien ladroni colà venuti a
predare . E nè coloro, che son di ciò dimandati, il niegano qual opra indegna;
nè que’, cui preme di saper ciò j come di cosa obbrobriosa ne li riprendono.
Per lo che, dice a Telemaco Nestore e a’ suoi compagni % * Tucidide Istòria Uh.
i. 2 Omero Odissea Uh, 3. secondo la versione elegantissima recentemente datane
dal chiar* Soave . 3i .Onde le acquose vie Gite scorrendo ? per alcuno affare ?
O alla ventura, quai corsali erranti, Che espongon Talma e recan danno altrui?
Chè veramente un* indole impetuosa ed indomita non crede operar cosa più
grande, nè quindi reputa darsi cosa più degna di cuor sublime e magnanimo,
quanto fornire imprese piene di stento fatica e rischio ; e se la impresa
difficile arrechi ancora splendide utilità, coloro, a’quali nella energia de
nervi sta la ragion d’ogni cosa, non credon già d'oltraggiare chi a torto
assaltano, ma d’essern’ anzi oltraggiati, seppure ardiscasi di resistere e
contrariare al più forte. Per il qual vizio dell* unian cuore, agitato da un
turbolento fervor di sangue, avvenne che si apponesse alla violenza carattere
di ragion somma,6 dal potere si 3 a misurasse iu ciascuno ^ il giusto ? nè
alcun dovesse spogliar»! ^ tro, che quanto forza e necessita ne rapisse. E
questa legge nata dalla barbarie, avendo insensibilmente preso carattere di
grandezza e d/autorità, si propagò dalla prima salvatichezza per sino al tempo,
che la ragione pareva con giuste leggi signoreggiasse ; e mansuefatta la
crudeltà sinallora da lei mostrata, valendo l’animo appena ad altro che a
rendei gli ■uomini più perniciosi tra loro delle medesime fiere, conservò pur
questa legge la gagliardezza e la forza, la quale non come prima traeasi ad
atto per voglie tumultuarie, ma con la utilità governa vasi prudentemente
avvisata, e solca stringersi o rallargarsi secocidochè pa- rean chiedere le
cose e i tempi, a cui doveasi adattare, Per la qual cosa gli Ambasciadori
Ateniesi nell’ Assemblea Spartana asserirono francamente, esser di naturale
ragione eterna prescritto, che serva il debole al forte, nè stato uomo giammai,
eh’ ove abbondasse di forze e d’armi per eejuità si frenasse dal crescere
signoria ; e se taluno conducasi più doverosa e modestamente, che dell’ imperio
la vastità non comporti, muoverlo solo necessità di temprarsi all’ ingegno
umano, e di tener più sicuro gli altrui voleri obbedienti *. Ma tale
moderazione 5 messa nel cuore da un senno prudentemente inteso all’ utilità,
non conosceasi a que’tempi, ne’ quali tutto a furore si governava . Ond’ è 5
che agli animi imbestialiti dalla barbarie e di ferocia esultanti, per non
andare sbranati vivi o dilaniati morti dagli * Tucidide Istòria lib, i. 3
avoltoj e da’ cani, indarno i miseri la pietà della religione, indarno della
comune umanità la forza i tribolati opponevano . Folle, il Ciclope *, Folle ben
sei, rispose, o di ben lunge A me ne vieni tu, che a me proponi Di riverire e
paventar gli Dei . Conto di Giove o degli Dei non fanno Punto i Ciclopi assai
dì lor più forti. Nè per tema di Giove a’ tuoi compagni O a te Eia cbe perdoni,
ov’ io noi voglia. E Achille ad E-ttore, che nelle strette di morte lo
scongiurava a non frodargli il cadavere di sepoltura, intima averlo già
destinato pasto alle fiere, e la viltà maledice dei suo dolore, che a membro a
membro noi stracci, e gli stracciati marciosi brani non si divori *. 1 Omero
Odissea Uh. g. secondo la detta versione, 2 Omero jUade Uh. aa, 6 .® Laonde
traendo i deboli assai meschino conlbrto dalla giustizia, tanto per
guarentirsi, quanto per togliersi dalle ingiurie, cui bestialmente gl’
impetuosi spiriti si scatenavano, saltò fuori scossa dalle sciagure tal forza
ingenita 5 onde schernire le violenze de^ cuori privi di umanità . Perciocché
l’animo per ogni parte compresso sprigionò tale destrezza e sagacità, che
affinandosi come il poteva in que’tempi, in cui tant’era l’ingegno umano
imbecille e rozzo quanto addestrato e indurato il corpo, immaginò stratagemmi,
sortite, astuzie, ripari; cosicché quelli, che non potevano di robustezza
agguagliarsi, con una certa callidità respingessero od allentassero ogni nemica
irruzione. La qual furberia veramente, sendo ''argomento di un cuore non
animoso ad esporsi palesemente e timido di sè medesimo, era odiosissima a
quelli che solo al vanto anelavano di robustezza invitta, nè ad altro inteso
avean ranimo, che a non mostrare poca di sè fidanza, nulla curanza d altrui. 11
perchè queirAjace, che appresso Omero ^ protestasi non temer niuno, nel
Filottete di Sofocle rabbuffa Ulisse, che suggeriva a sottrar con fraudo quell'
armi, che non poteansi rapire a forza j perche ciò fosse a buon no™ mo
vituperevole. Chè buoni allora appellavansi que’che di forze e dispiriti
soprastassero. Avendo poi, tralignato alquanto da sè, consentito alla scaltra
volpe, riprende tosto il natio carattere, e si ricusa all! impresa per non
cessare, mentre di saggio briga celebrità, d'esser buono. Poiché sic- t Omero
Iliade Ub^ ^ come diceasi buono chi a niun pericolo impallidisse; cosi di
saggio ebbe nome chi astutamente tramasse inganni aU’occasione opportuni . Onde
Minerva, eh’ è quasi il simbolo della sapienza, sè con Ulisse paragonando gli
dice * .Entrambi al pari Siam nelle frodi esperti: ogni mortale Tu nel
consiglio e ne’ raggiri avanzi ; Io per senno ed astuzie ho il primo vanto Su
tutti i Numi. 7.° Quantunque però la forza sdegnasse in prima d’accompagnarsi
all’astuzia 5 l’ utilità nondimeno di mano in mano pacihcolle, e spesso insieme
le collegò. Onde l’astuzia fu assunta anch’essa al governo de’ fatti umani, e
reputandosi per lo innanzi vituperoso checché la forza non operasse 9 * Omero
Odìssm Hi. i3. secondo la delta versione. prese ad aversi anche in onore
ringegno; perchè sebbene rompa gli stimoli e afFreni Timpeto del vigore, spiana
ciò non ostante ed assicura la strada alte difficili imprese . Che anzi venendo
spesso costretto V animo dalla necessità a rivolgersi per ogni lato 5 e le
facoltà sue messe in campo espressamente mostrando 5 esser meschina 5 come
diceva Euripide ", la robustezza umana,ove affrontisi con doppia e cupa
sagacità, la qual doma quanto mai l’aria la terra e il mare alimentano ; quindi
te- neasi per uom compiuto e perfetto chi fosse insieme di mani armigero e
poderoso d’ingegno ^ . Sebbene poi l’astutezza contribuisse assaissimo ad ispedir
grandi imprese, pregiavasi tuttavia più di 1 Euripide appresso Plutarco della
sagacità degli Animali t 2 Omero Odissea Itb, i6. necessità che per nativa
eccellenza y ed ove non affettasse temerità era per sè medesima di vituperio e
di scherno. Per la qual cosa 5 dopo che la violenza per astutezza degli uomini
si fece industria, chi non avesse principalmente sortito dalla natura una
statura Orionèa non defraudavasi della debita estimazione 5 se gran vigore a
maggior cuore accoppiando si procacciasse dalla sagacita quegli ajuti, che gli
negavano i polsi e i nervi, e mentrechè, come si esprime Pindaro % simigliava
nell’ ardimento il lione ferocemente rugghiante nella fatica, contraffacesse
con la scaltrezza la volpe, la qual pontata la schiena scompiglia e rompe la
violenza dell’ aquila. Ma spezialmente a quelli 5 che soprastando per digni- T
Pindaro htmA Ode 4* 4 o tà fiorissero di potenza, a maggior onta ascrivevasi
usare speziosa fraude ^ che aperta forza ; sendo- chè questa si reputasse
intentarsi, come non nega Brasida presso Tucidide * ^ per il diritto di quel
potere, che ne donò la fortuna ; quella procedere dalle trame d’ingiusto
proponimento : quasi equità pur fosse tollerar quanto l’altrui libidine
sostenuta da pari forza ne scarica, e sì dall’esterne forze compiasi la potenza
^ che nulla possa un variato e pronto intelletto aggiugi>erle. Ma queir
astuzia, che braveggiava armata sinché le forze vegete per età soperchiavano,
fatta più mansueta nello sfiorire degli anni degenerava in quella sa- gacità,
eh’ è prudenza, ed ha temperato ingegno, e prende forza e I * Tucidide Js$oria
lib, carattere dalla ragione. Perciocché avendo preso a calmarsi Pani- mo, che
per T innanzi qua e là furioso agitavasi, e pel mancare degli appetiti, che con
il sangue e la vita si raffreddavano, essendo messo in balia, di stringere nel
suo pensiero più cose, paragonando insieme i turbolenti moti delle ostilità e
delle risse con quel benigno e tranquillo vivere, di cui la età declinante
muoveva alcun desiderio, poteva intendere di leggieri, queir ira essere
commendabile, che ne apprestasse pace sicura ed onesta ; quell’ ira poi, che
discordie battaglie stragi sovvertimenti perpetuasse, essere abhomi- nevole e
al naturale diritto opposta ; sendo la prima quasi un cotale boiler di sangue
purgantesi d’ogni contratta malignità; l’altra poi come un’insania d’uomo in
frenesia per febbre già soper-chiarite le forze della natura . Per lo che gli
uomini di canuto di- scernimento appUcaronsi a persuader quelle massime, che
da^ ferini usi e da’ mortiferi odj ritrai' potessero a mansuetudine e ad a-
inicizia l’umanità. Ma ne i calmati i>;vvisi di Nestore, dalla cui bocca
sentenze usciano assai piu dolci che mele, potean d’Achille disacerbare il
furioso animo ^ nè l’eloquenza di Ulisse, il qual versava parole simili a neve
d’inverno, iusinuaiitesi lieve lieve nell* animo esulcerato ne potea svolgere
la fitta collera, sicché ammollito si aprisse pure una volta a qualche
benignità Imperocché gracchia al vento chiunque affannasi a persuadere, doversi
in petto frenare gli alteri spiriti per essere 1 Omero Iliade Uh, i. 3 Omero
Iliade lib, 3. assai migliore Pumanità, a que*, eh’ essendo poderosissimi e di
nessun paventando, stimano indegno egualmente di vigoroso e grand’ a- nimo
cedere al senno dì consigiier prudentissimo, che al fiero scontro d’un inimico
soccombere. 9.® Quanto però non poteva operare ancora il consiglio e l’autorità
di quelli, che di prudenza e per età sopra stavano, lo effettuarono alfine gli
evenimentì medesimi delle cose 3 i quali insensibilmente volsero gl’
imbestialiti costumi ad umanità, e da un’ infesta e tumultuosa ragion di vivere
ad una li trasportarono, la quale colla giustizia e col senno, più che con
l’appetito e con le ardenti passioni, si governasse. Imperocché 0 spossati da
risse eterne cadeano loro di mano l’armi spontaneamente ; o più e più volte
respinti dalle uguagliate forze erano astretti a cessare la vana impresa; o
fracassati a segno 5^ che lena e onore mancasse da liten tar la fortuna,
abbandonavano ogni ragione divina e umana all arbitrio df^l vincitore per non
sospingersi con resistenze inutili ad un totale esterminio . Onde, sottratta
ogni oagion di combattere, cestrinser gli animi alteri e disiosi di vincere ad
usar cfualche riposo, e mentrechè si quotavano le turbolenze tutti
effondendosi, o per impulso di sentimento, o per consiglio ispirato dalla
necessità, ad ossequiar coloro, cui prevedevano già non potere per alterigia
tenersi a lungo nell’ozio, ed ammassando su d’essi a gara per ogni parte tutti
que’ fregi, co’quali può venerarsi e placarsi una preeminenza e potestà
segnalata, ottennesi finalmente che da siffatte lusinghe quasi, addormito
S'illanguidisse il furor di quelli5 © piegasse l’animo a quelle arti, le quali
in fiore mettessero con opportuno coltivamento le signo- l’ie procacciate,
perchè quel frutto non isvanisse che ne potevano somministrare. Perciocché
l’ani- uio 5 innanzi rìgido, pe’ conseguiti onori allentandosi e rallargandosì
nel riposo, apriva alcuni intervalli, per cui potevano insinuarsi ad agio le
ammonizioni de’ savj per ottenere, che si frenassero con le leggi le agitazioni
intestine, e gli uomini gareggiassero ad oh- hligarsi l’un l’altro con iscam-
hievoli offizj. Del quale accordo e consenso di sentimenti compresa la utilità,
cominciò pure ad amarsi da que’ medesimi, da’ cui invecchiati costumi più
discordava . Imperocché la esperienza e il medesimo interior senso
manifestarono, sebbene avesse taciuto pur la ragione, essere piu gioconda e
sicura cosa e più dicevo e ad uomo esser da’ suoi per coscienza dì benefizi
adorato 5 che a ingiuriati cuori temuto ; e soprastare ad uomini spontaneamente
ojeferenti ogni pompa di maestà, che tirannescamente signoreggiare a riottosi,
e col timore costringerli ad ogni via disperata per non servir laidamente, o
invendicati morire . Que’ poi che fossero di più benigno temperamento, e usciti
fosser di tanto scompiglio illesi, qual cosa mai po- tean credere e a disiarsi
piu cara, e a conservarsi gelosanaente più degna, che il menar vita scarica di
paure; da niun assalto improvviso di malfattori esser cacciati dì nido ; per
niuna civil tempesta essere dagli studj e costumi suoi distornati? Allora quasi
rammorbidita quella durezza, che per l’innanzi ostentava brutal carat- tere, si
modelìò tale immagine di fortezza, quale ad umani costumi avviensi. La
giustizia allora, che oppressa dal tempestoso mescersi delle cose teneasi
ancora nascosta, e cacciata dalla violenza si tramenava raminga ed esule per
ogni dove, liberamente alzò il capo, e incominciò ad aggirarsi pubblicaìmente
fra gli uo-' mini, e a posseder finalmente supremo grado ed autorità . Allora
certo si dirozzaron gP ingegni, trassersi a luce le arti e le discipline, da
cui io spirito avvivasi, e sogliono amplificarsi le utilità della vita, le forze
della repubblica, e gli ornamenti della maestà, IO.® Ma intantochè con le leggi
e con i giudizj si fortifican le ragioni del retto e del convenevole,
dall’altra parte le proprietà delle cose e la industria, messa in ardore dalle
utilità concorrenti, spingono dentro allo Stato to può scuotere i cardini ^ ^
giustizia, e fomentar le primarie nemiche sue, discoi'dia e gara tu multuaria
d’affetti. Imperocché d’ordinario avviene, che vada con la tran Cornelio Nepote
nella vita di Alcibiade . maniera dMngegni, con naturali lusinglio adescano gli
animi ardenti di cupidigie; con una posticcia indole di virtù gli austeri e
gravi guddagnansi; tengon poi pie* si di stupida maraviglia i popolari
intelletti. Ma Uavarizia di quelli, cui son di traffico i splendidi vizj
altrui, s^ alimenta dalla lussuria de’ ricchi e dalla boria de’ prepotenti, e
si corrobora dalla temerità de’ facinorosi, che non han seco speranza uè cosa
buona ; al primo genere de’ quali uomini giova che nulla sia ne’ costumi
d’intatto, alTaltro che a guasto mettasi ed a rovina ogni cosa. Poiché chiunque
brigasi d’arricchire con deferenze turpi e con prave arti, quanto più il vivere
sia scapestrato 5 tanto più larga e spedita via credesi aperta al guadagno, ed
afferrando occasion di sacco da’ rovinati costumi altrui stima suo grande
interesse, chea ciascheduno sia lecito sbizzarrire e disbrigliarsi a talento,
per aver mezzi rnoltiplici da secondarli. Per lo che in Plauto quell’ impudico
dice ' : .gii uomini onesti Riduconmi *n miseria, gli sciaurali Mi danno da
mangiare, e qu e'perduti M’Ingrandlscon l’entrate. I cittadini Di vaglia a me
mi son di danno, e la Canaglia è quella, che mi è di guadagno. A chi però non
ha molto nè che sperare, nè che poter conseguire in fermo e solido stato, giova
che rompasi dalla licenza ogni freno, perchè non manchi occasione da macchinar
novità ; nè tali uomini altro più agognano ardentemente, quanto che v’abbia
molti, che tr.avagliati dalla vergogna dalla 1 Plauto nel Trappola secondo la
vaghissima versione dell’ Angello Atto 4' ‘Scen® 7- miseria da^ debiti, non
abbian onde saziare le ingorde voglie, e a temerario colpo sia pronto un capo,
nella cui guardia chiusi, c congiurati di forze e di volontà spronino arditi
l’impresa. Per la qual cosa apportando i voluttuosi alla dissoluzione
dell’ordine le libidini, i barattieri e’ famelici deir altrui le usure ed i
ruifSane- simi, gli ambiziosi fazioni e cor» rompimenti, gli ardimentosi ed i
poverissimi violenza e disperazione, avviene insensibilmente che i be’ costumi
attaccati per ogni parte, e tutti sì delle leggi che de’ gìudizj spezzati i
vincoli, l’intero stato precipiti finalmente nel più sfrenato disordine. 11° I
mutamenti adunque delle vicende umane per questi gradi trascorrono,
promovendoli quella potenza dell’animo, che sviluppatasi il più di tutta quanta
la vita s’impadroni. Da un’ aspra e dura ragion di vivere, da cui si nutre la
gagliardezza, a quella vita con- duconsi le nazioni, in cui l’astuzia e la
ferocità si combattono, ed ogni cosa governano la violenza e la insidia da
prepotente furore convalidata . Da questo ferino stato, in cui sogliono i
principati occuparsi, a quello poi si trasportano, che alla fortezza e prudenza
at- tiensi, ed è opportuno a curare gli acquisti fatti, ed a comporre in bell’
ordine le signorie turbolente . A questa di poi sottentra quella perfetta
costituzion di città, che reggesi dalla giustizia, e vincolata conservasi dalle
leggi; ma che per essere piena d’ ozio e di grandi mezzi, onde accrescere le
ricchezze e coltivare le arti, è perciò sommamente propria a gustare tutte le
morbidezze e giocondità della vita . Ma dall* assodato ozio, dalle fortune
ingrandite, e dagli agj e da’ piaceri del vivere moltiplicati fatto più ingordo
il talento, si sforza a sciogliere i vincoli delle leggi, e così batte e
dirompe gli argini della ragione e del giusto, che gli e- stuanti appetiti più
contenere non possono. Omero, il quale come ritrasse ne’ versi suoi la natura,
che sempre simile a sè medesima equabilmente discorre ; così raccolse e
restrinse in nn tempo solo tutti ì costumi gradatamente variabili d’ogni età,
perchè dall’urto di tante forme disparatissime eveni- menti riuscissero più
ammirabili ; ne’ persoraggi primarj espresse le progressioni della natura umana
r dalla natia barbarie sino all’estrema dissolutezza, e i succedevoli gradi
meschiati insieme distinse e in una immagine sola rappresentò. Imperocché,
trasandati do la efferatezza, eh’è tutta propria de’ bruti, in Polifemo
adombrata, Achilie è forma della fortezza invitta e del coraggio indomabile ;
Ulisse della scaltrezza forte di braccio e di cuore ; Nestore della prudenza
corroborata dalla fortezza dell’ animo ; Ettore della fortezza e della
giustizia ; Antenore della giustìzia e della imbelle prudenza ; Paride
finalmente d’ una licenza si rotta, che nulla stima interdetto alla sua
libidine. Gli altri Capitani e Magnati empiono i gradi interposti, da’ quali
come da tante aneli a intermedie sono intrecciati insieme quelli che spiccano
il più. i 3 .° Ma tali stati, secondo la varia indole così de’ luoghi come
degli uomini, posson per varie accidentalità intraversantisi in mille guise
alterarsi e mescersi confusamente : ed i costumi e le leggi delle nazioni, che
di lor nacquero, e debbon loro apportar fermezza ed accrescimento, sogliono
correre le mutazioni medesime ch e gli stati. Perciocché agli uomini dì scarso
avere, di pingue ingegno, e di valida corporatura, per lungo tempo l’asprezza
appiccasi delle maniere e del vivere, che seco menasi d’ordinario costumi duri
e selvatici. Con quelli poi, che son di cuore più ardenti e di pieghevole e
vivo ingegno, a lungo quella fierezza allignasi, che si trae dietro la
fraudolenza, e che spossata dalla fatica prende alternatamente ristoro e total
sollievo nel seno della mollezza ; talché quell’ animo, che più a’ pericoli
indura, suole nell’ ozio con più veemenza diffondersi ad ogn' invito e lusinga
di voluttà. Que’ finalmente, i quali siffatta d’ani- mo costituzione sortirono,
che sieri lontani egualmente dalle virtù subì imi e da’ vizj più impetuosi, sviluppando
essi più prestamente la ragion loro dalle passioni tumultuose posson le cose
più quetamente fra loro paragonare, e più diligentemente nel valor vero
apprezzarle . Laonde fiorisce in essi e la prudenza e la scienza delle malvage
ed oneste cose, cui fida accoppiasi la giustizia, e la verace grandezza ed
altezza d’animo. Perciocché quelli, in cui ragiona buon senno e guida il senso
e lo spirito di lor natura già placidi, agevolmente posseggono virtù reali; ma
tutti gli altri o innocenti sono per ignoranza di vizj, o incitati da un cieco
ardore dell’ animo pro- ducon larve ed immagini di virtù. Conciossiachè nella
prima dell© due spezie d’uomini sopra esposte la temperanza non è che la
sazietà de* naturali appetiti, che son pochissimi, dal senso stesso indicata 5
la fortezza alle sole fope del corpo attiensi; altra giustizia che quella
appena conoscesi, la qual sedate le rozze voglie tollera eh’ altri s* abbia
quanto è disutile a sè; appena poi la prudenza ha luogo per la rarità de’
successi in tenuissime cose ed in selvaggi appetiti : dove nell* altra spezie è
temperanza astenersi da que* piaceri, i quali allignar non |xtnno in un animo,
che raramente è padrone di sè medesimo; fortezza tentare imprese, ch’abbian
feroce carattere; giustizia non rapir Ta- nima a quelli cui già strappasti le
facoltà, oppur se legge di soggezione durissima non ricusino stringerli a giogo
men aspro, e far che quanto non togli loro sia loro a prezzo di servitù ;
prudenza alfine snervar con fraudi ed insidie quanti Jion puoi con la forza .
Ma dell* ultima spezie d’ uomini il temperante è quegli, che svaga Tanimo da
quegli affetti, i quali con la ragione e col pregio della natura umana mal si
confanno; forte è colui, che dalle cose altamente labili, e sottoposte all’
arbitrio della fortuna, prenda vigore e baldanza, nè per le avversità si
fiacchi, nè follemente si gonfj per le prosperità; giusto chi nìun offenda e
voglia a tutti concesso ciocché gl’ ingeniti diritti umani e le leggi da tai
diritti ordinate vollero proprio a ciascuno ; prudente è quei finalmente, che
veglia il corso dubbioso de’ casi u- mani, e s’apparecchia e fornisce
providamente di tutto ciò, per cui possano o prevenirsi o correggersi. Poiché
però delle cose spettanti al vivere ciascuno giudica secondo sia passionato
(chè le opinioni dell’animo sogiion per cosi dire improntarsi delle affezioni
del cuore) quindi ciò ^ che fortezjza nominali quelli cui la ragione consiglia,
bassezza d’animo chiamasi da coloro, che non iscossero ancor dal petto la
ferità; i costumi ordinati ad umanità languidi e molli s’appellano ; le
fraudolenti ed ingiuste opere siccome azioni sì encomiano di vasto animo, a
somme cose anelante, e di sapiènza fornito pari alla sua vastità, Ma quando poi
gli appetiti, ammaestrati alle tresche d’ogni dissolutezza, s’impossessaron
d’un animo voto di retti pensieri e di affezioni onorate, e lo invasarono di
petulanti opinioni loro connaturali 5 allora, come Platone dice *, la
verecondia, la temperanza, la regolarità delle spese sogliono dirsi * Alatone
neWct Jìepuhhlicek Uh, 8. sciocchezza, ignavia, rozzezza, illiberalità ; la
petulanza al contrario s’ acquista nome d’indole ingenua liberalmente educata;
la sfienatezza, di libertà ; la prodigalità, di magnificenza; di magnanimità,
l’arroganza, ii4* bla tali fonti quella effu- sion di costumi si rovesciò, la
qual vizio la ragione, e corruppe o spense i germogli quasi in lei chiusi della
virtù; poi successivamente per altri ed altri sopraccresciuta, quale torrente
rigonfio d’aoque ingor- gantisi, contro la vita e le fortune degli uomini, e
contro ad ogn’ istituto e legge senza ritegno infuriò. Ma quale aver può mai
peso ed autorità, che la natura umana per lei si debba apprezzare, e giudicar
per lei debbasi delle cose desiderabili, e degne dell’ eccellenza della ragione
e dell’ animo ? Perciocché allora sgorgò tal piena, che la ragione quasi da
sonno era prega, 0 vaneggiava qua e là distratta dalle passioni, di un animo
tempestoso, o stemperata dalle lascivie de’ sensi si macerava . Ma tosto- cbè
si diè campo alla ragione o di scuotersi o di raccogliersi o di riaversi,
coloro eh’ erano vaghi di que’costumi, ne’quali s erano casualmente imbattuti,
o a quelli sperano conformati, placato siderio di migliorare dall’ abitudine 5
o soffocato da que terrori che sono sempre alle spalle de tramatori di novità
nemiche alle comuni maniere, stretti dalla grandezza delle contrarietà
compresero, che sì dovevano e riprovare e abolire le instituzioni usitate.
Imperocché, siccome non avvertiamo co’ sensi la gravità dell’ aria, in mezzo a
cui siam pur nati, mentre ne siam d’ ogn’ intorno equabilmente compressi j ma
se conimossa da moti insoliti crolli le cose più solide, e attortigliata in
turbine quasi avviluppi con le sue spire e diradichi quanto scontrasi, colla
esperienza apprendiamo allora qual forza eli® abbiasi, e qual Be possa recare
oltraggio ; così coloro, che generati e cresciuti fossero fra costumi dalla
ragione discordi, non presentandosene jni- gliori quali paragonarli, svagati da
Ile usuali pratiche forse a Ila loro malvagità non attendono ; riscossi poi
dalla varia perturbazion delle cose, la quale aumentasi con i costumi
degeneranti dall’onestà, son presi allor finalmente dalla vaghezza
d’instituzioni, che poss;rQ togliere siffatti danni, e preveggono essere
vieppiù nobile e salutare l’imperio della ragione, che la despotica signoria
degli affetti. Per lo che i Cirenesi rovinati dal lusso chiesero nuova
legislazione a Piatone celebratissimo per opinion di sapienza ^ ; e gli
Ateniesi commisero il sommo imperio a Solo- ne, perchè ordinasse i rozzi ed
infieriti costumi della citta . Che veramente il carattere delle cose
disconvenienti dalla natura è tale 5 che finalmente danni gravissimi accusano
quella mentita immagine di utilità, con cui sedassero rappetito : checché poi tiensi
alle regole dell’ onesto e del convenevole, quanto più opponsi al senso, tanto
più sano e giovevole con la esperienza continua si manifesta . i 5 .® Ma non
perchè alcuni usi disconvenevoli tra le nazioni prevalsero, deesi però
immaginare che fossero ovunque e sempre di I Plutarco mi Libro che un Principe
bisogna esser dotto, * Eliano Ist. Var, lib, 8, cap. io. pari stima onorati.
Poiché non tutti egualmente alle medesime cose inclinano ; nè se i legislatori
dissimularono, o veramente prescrissero alcuna pratica, deesi già credere eh’
eglino la commendassero, o la stimassero tale da preferirsi per sé medesima .
Concios- siachè tollerarono alcuni usi, perchè ajOTrettato medicamento non
inasprasse un morbo insofferente di medicina ; accarezzarono quelli, cui
prevedeano più duri a svellersi, perchè si potesser altri più facilmente
estirpare; misero certi in onore, affinchè gli uomini da* contrarj, a’ quali
fosser per indole più inchinevoli, si ritraessero ; non poterono affatto
sforzarne alcuni 5 perchè interpostasi ne li cacciava la religione
diversamente, giusta la varia depravazione degli animi, deformata. Era a’
Germani lecito mettere a ruba i vicini, perchè tenendosi viva la gioventù non
marcisse d infingardaggine *. Le leggi degli Spartani non apponevano pena al
ladro, sì bene al ladro colto nel furto, affinchè fossero piu. vigilanti a
prevenire le insidie, più scaltri ad apparecchiarle, e d’ogni strazio e dolore
pio. sofferenti *. In Egitto, non si potendo affatto sbandare i furti,
travagliò solo il legislatore a far sì che ad un Erodoto Istoria Uh, r. cap.
199. Stratone, lìb. i6. 2 Arriano delle Cose Indiane. 7a davano di calzari *,
Mogli comu- ni, quali nella repubblica di Piatone, dagli Agatirsi e Limirnj
usavansi ; perchè meschiati di sangue e di affinità, come racconta Erodoto %
non si rendessero scambievolmente odiosi, nè con invidie reciproche si
lacerassero . Que’ finalmente, che pe’selvaggi costu- jjiì ^ o per soverchia
alterezza neppure han gli altri per uomini, nè cosa alcuna comune con essi vogliono
( la quale per testimonio di Erodoto ^ fu de’ Persiani arroganza, che riputavan
sè ottimi, e tutti gli altri tanto più vUi ed abbietti quanto più loro
lontani), tratti da cieca passione, o da insolente disprezzo dell’ uman gene- 1
Sesto Emp. Ip- Pir, Uh, i. cap. r4* iVic. Damasceno appresso Stoheo Serm. 44» 2
Erodòto Istoria Uh, 4 - cap. 104. 3 Erodoto Istoria Uh. i, cap. i34* re rompono
in empie nozze queir istrumento, per cui potrebbe più largamente diffondersi
l’affratel- lanza degli uomini. 11 perchè Eolo appresso Omero le figlie a’
figli accoppiava ' ; ed a’ Persiani Cam- bise ne fece l’uso autorevole col
proprio esempio * . Anzi tra gli Arabi la figliuola d’un certo Re lu dal
fratello imputata di vituperio, perchè credeva si avesse dato r accesso ad uomo
d’altro IP gnaggio, cui disdiceva si d" entrare a lei con il segnale de
posto, ed era certo l’imputatore niun altro dentro aver seco de’suoi fratelli i
6 .® Essendoché tali cause della malvagità de’ costumi sien cosi varie, e così
pure tra lor connesse e ravviluppate, per quanto possano variamente e con forze
varia * Omero Odissect liÒ^ lii* ^ Erodoto Istoria Uh* l* cap^ 3r. 3 Stratone
Ut. i6* le facoltà dell’ animo svilupparsi « ed essere in consonanza o in
contrasto fra loro stesse, mal prenderebbe a patrocinare la pravità e la
ignoranza connaturale alT uomo chi sostenesse non darsi costituzione alcuna, e
quasi ottima conformazione di simili facoltà 5 ma ciascheduno doversi tenere a
quella, cui per ventura sortì fra’ suoi; tutto condursi dirittamente secondo i
patri! statuti ed usi ; nè mai potere ordinarsi ragione alcuna di vivere solida
e impermutabile; perciocché gli uomini, tramutandosi con le cose, varj costumi
addomandano . Avvegnaché il bisogno, che in armonia si concordino le facoltà, in
armonìa risultante dalla reciproca loro corrispondenza, si manifesta
principalmente da quel tumulto ch’arde neir animo, quando passioni tra lor
nemiche senza consiglio e proposito si tramischiano, e eh’ è da Dion Prusense,
nella sua quarta orazion del regno, adombrato. Poiché Dione, avendo principah
niente partito in tre gli stati del vivere, a’quali avvengonsi gli uomini ^
tratti più dair istinto e dal caso che da matui’a saga cita, voluttuoso, avaro,
e ambizioso; e avendo accuratamente, ad uso e stil de’ Poeti, una dall’ altra
divisamente dipinto le cupidigie ^ cui Genj appella di ciascheduno e a
ciascheduno stato assegna per condottieri ; sovente, die’egli, due o tutt’
insieme que’Genj, uno contrario all’ altro, uno stesa’ uomo sortirono, e ognun
di loro con la minaccia di un qualche massimo danno a favor suo spaventandolo,
se riverenza nieghigìi per compiacere ad alcuno de’ suoi rivali. Il Genio
voluttuoso tutto comandagli di profondere su quelle cose. 76 che un qualche
senso piacevolmente lusingano ; il Genio avaro all’ incontro ne lo ritiene, e
minaccia di macerarlo di fame sete e miseria, se presti a quello obbedienza. Di
nuovo il Genio ambizioso lo preme e stimola, perchè all’onore e alla gloria
sostanze e vita sagrifìchi; dall’ altra parte quel Genio stesso, tenace ed
avido di guadagno ^ con forte braccio ghermitolo ne U ritrae. IN è già tra loro
il cupido di piaceri e il bramoso dì gloria accordansi. Perciocché è quegli
disprezzator d’ o- gni lode, e reputa accattar baje chiunque briga
onorificenze, e gli tien sempre la morte agli occhi, che con la vita ne invola
il senso d’ogni giocondità; P altro poi da piaceri e da lussurie frastornalo
con la paura, fittagli viva in cuore, della ignominia e del biasimo. J\on
sapendo egli che farsi o a qual partito appigliarsi, furasi ad ora ad ora al
cospetto umano 5 e fra le tenebre appartasi per isfogar tutto solo la sua
libidine, ma P ambizione lo trae di tana, e nella pubbica luce lo risospinge.
Gli è forza dunque che un animo qua e là rapito e distratto, e sempre in guerra
con sè medesimo, sia finalmente del tutto misero. Perchè siccome è difficile e
perigliosa la cura di malattie complicate, e d’inimico carattere ; così pur
Panimo, ove contrarj affetti casualmente commischiarisi, e chiusi in petto
ferocemente battagliano, è da gravissima angoscia e da infermità, difficilmente
sanabile, travagliato. Chi poi le nostre facoltà reputa potersi in Bella e
perfetta armonia comporre per i costumi del popolo, che non son opera, a detto
dell’allegato autore*. I Dione Orazione 76 . d’alcun sapiente, ma della vita e
del tempo; e’ non intende certo, nulla potersi attendere di regolare e
immutabile denti’O inconcussi limiti da consuetudine aku- na. Imperoccliè la
consuetudine, come lo stesso scrittore osserva *, da niun periodo si vincola e
circoscrive. Per la qual cosa ogni giorno di nuova giunta aumentandosi, cresce
ed avanza insensibilmente, come cert’ulceri appunto^ che via via si profondano
e si dilatano. Avvegnaché forza è dire, essere a* sapientissimi legislatori
avvenuto ciò che di sé protesta candidamente Solone, che interrogato j se agli
Ateniesi ottime leggi imponesse, P ottime, disse, di quante fossero per
sopportare Perchè temeva lo scaltro ed assen- * .Dione Orazione Rhod, 3
Plutarco nella oita di Salone. nato filosofo non esser valido a rinnovar dalle
basi ricomponendo in bell* ordine la repubblica j se tutta quanta 1 * avesse
confusa e volta : ma bene si argomentò, debitamente accordate insieme giustizia
e forza 5 ad operar quelle cose, le quali egli o esortando, o usando tale
violenza quale potevano comportare, affidavasi di conseguire ; prendendo 1 *
uomo espertissimo più sano avviso, ed agli umani costumi più convenevole, che
Platone uso ad immagini perfettissime, il quale, chiesto dagli Arcadi e da*
Tebani per impor leggi alla nuova istituita città, fu a quelle genti scortese
dì tanto bene, perchè avvisatele ricalcitranti alla equabile ripartizione delle
sostanze ^ Qiie* finalmente, che temono di non parere, seppur volessero I
Diogene Laerzio Uh, 3i part, i, n. 3* 8 o sottomettere Tuman genere a’ dog- ani
della ragione immutabili, quasi tenere un Prometeo con insol ubil catena
confìtto al Caucaso, mentre non pongono alcuna regola certa, ma tutto estimano
da commeK tersi alla temerità de’ casuali accidenti, un quasi Proteo
introducono, che sappia regger la scena, e cessi d’essere tratto tratto ciò che
già fu, ed oggi ignori che e’ siasi per divenire domani, oche domani a sè buono
giudicherà. Coloro, certo, che solo agognano rendersi presso chiunque si vivano
graditissimi, potranno credere un mostro di bella e rara natura quell’
Alcibiade, cui parve aitarsi ogni forma, siccome quegli, che gli Ateniesi più
splendidi, stando in Atene, con la lautezza ed eleganza del vivere superò ; in
Tebe nella fatica e nella forza del corpo avanzò i Beozj applicati più alla
gagliardia delle membra5 che alla sagacità dell’iDgegnoj a Sparta vinse tutti i
Lacedemooj, giusta il costume de’ quali nella pazienza ponevasì la virtù somma,
nella frugalità del vestito e del vitto ; in tresche e in crapole sorpassò i
Traci servi del vino e del ventre ; così emulò de’ Persiani 1 © costumanze,
appo i quali era il cacciare e vivere lussuriosamente gran lode, che in tali
cose mosse persino a stupore la Persia stessa Ma quella indifferenza, onde nasce
che alcuna cosa si reputi onesta o sconcia, secondochè n’ è di peso o di
utilità, se oltre il dovere estendasi, e giunga sino alle stesse regole y che
prime prime germogliano dalla ragione, e spante quasi in moltiplici ramoscelli
arrivano a quelle minime cose, le I Cornelio Nepote nelloi vita di AlclHade
>' 6 8a quali possono dirittamente o tortamente operarsi, cangiasi Tuomo in
tal mostro, del quale ninno più orribile ne creò la fantasia sfrenatissima de’
poeti. Imperocché se ad un uomo quanto mai 1 ’ avarizia, la crudeltà, la
lussuria, e r ambizione produssero si appropriasse; e ad uso pur de’ poeti, che
in una immagine sola più cose unirono per alcuna conformità consenzienti, e
fabbricarono Giove Prometeo Ercole, si compendiasse tutta la umana stirpe in un
uomo, ed in tal uomo i costumi di tutte Pindoli, regioni, età si ammassassero ;
che mostruosa, che sregolata, di che discordi e fra loro contraddittorj
caratteri composta immagine sorgerebbe \ Quanto v^ha nelle favole di portentoso
accozzato dalle diverse affezioni degli animali, se unito quasi con più
grappelii ai costringesse a te- 63 nersì appiccato insieme, non offrirebbe un
mostro di così turpe ed orrendo aspetto, qual la natura umana sopra west ita di
costumanze cotanto sozze e cosi male augurate. Le quali cose essendoché sieno
aliene dalla eccellenza dell’ intelletto e dal perfetto carattere della
ragione, la qual n’è data per guida e governo all uomo, si con vie n pure che
v’ abbia un che immutabile e semplice, al cui modello la mente regoli ed i eonsiglj
e i costumi. Laonde benché le cose, che di materia costano, sien tutte labili,
e r uomo stesso, per ciò che tiene di corpo, soggiaccia ogni attimo a
mutamento, e, come dice Epi- carmo *, ciascuno cangi natura, né fermo tengasi
in un sol essere, ma già io stesso tntt’ altro facciasi X MpicHiTtno nell0
Rcùccolta di Gr’ozio^ dall’ uomo ch^ ora passò ; pur la ragione, per cui
difFerisce 1’uomo da li* altre cose, è costante, ed i dettami del vivere, che
ne procedono, perpetui sono, uniformi, e sempre a lei consentanei. Può la
ragion veramente spesso nascondersi e rilasciarsi. Ma se producasi, e chiesta
sia di consiglio, risponde sempre il medesimo a chi la interroga, e pone le
stesse massime. Imperocché la ragione umana, che della vita e del vivere tutta
s*occupa, fu generata dalla ragione di Dio, la quale * È dì beir arte
creatrice, a tutti Compagna sì, cKe a ciascheduno insegna A còr deir oprar suo
frutti onorati. Che non dell’arte istitutor fu Tuomo; Ma Dio la trae di sua
ragione, e il cieco De’ mortali intelletto e cuor ne avviva. * Questa sentenza
di Epicarmo, che io reco gwì in t>ersi Italiani^ si riferisce dallo
Stellini, secondochè trovasi nelVallegata Kaccolta posta in metro Latino da
Groaìo. Chè dalla mente divina certo Retarne leggi contengonsi delle cose, le
quali estendonsi a tutti gli esseri; ma la nostra, portando in un certo modo
quasi improntata quella porzione di esse leggi, che delle facoltà umane
l’onesto uso risguarda e stendesi ad ogni cosa che può dall’ uomo operarsi,
mentre si affisa in questa e i suoi progressi, datalesì occasione, inten^
tamente considera, nell’offerirsele partito a scegliere conosce quale consiglio
avvengasi ad ogni necessità. Talvolta pure interviene, che appunto come le
vene, che propagate dal cuore per tutto il corpo si spandono, furansi per la
troppa finezza al guardo tosto che per le estremità si diramano; cosi ove
giungasi a quelle azioni, che son di lieve importanza, v’ha perspicacia di
mente appena, che possa chiaro i precetti delia ragione là pervenuta discernere.
Ma deesi pure concedere alla fralet.- za del nostro spirito, che impunemente
possano le tenuissime cose o trascurarsi imprudentemente 5 0 temerariamente
operarsi; avvegnaché non sien esse di tal valore, che sommamente all’ u- mana
società importi non vadano vilipese. Che anzi essendo ogni cosa pieno dì
seduzioni, molte le strade all’ errore aperte, molte all’inganno le guide
pronte, molte le cupidigie rovinatrici e lacera- trici dell’ animo, alquanto
pure a’ costumi donisi, donisi alla natia debolezza dell’ intelletto, a quella
dolcezza donisi di umanità, di cui gli uomini si compiacciono, e chi la rifiuti
estimano essere in ira agli Dei; purché coloro, che punto all’appetito
accordassero, si persuadano abbisognar d’ una scusa qualunque possano; ma non
ardiscano protestarsi così operato5 perchè sia lecito. Confessino averlo fatto
per connivenza, non per assenso della ragione, la qual tenendosi unita alla
verità, di tutti i boni, siccome dice Platone *, ed agl’ iddìi ed agli nomini
operatrice, ha la sua stessa stabilità, ed è separata da ogni leggerezza,
incostanza, temerità, sedizione dì affetti, opinioni, ed usi; nè apprezzar può
cosa alcuna, che alla equabilità e costanza di un moderato e diritto animo sia
ripugnante. * Fiatone dellt ^ Con quale tenore e modo nascessero le opinioni
sopra le cose speitànti al i>ivere . I ® Come dalle spiegate facoltà umane
varj appetiti per ordine germogliarono, così egualmente sopra le cose
appetibili vennero fnora opinioni agli appetiti medesimi convenienti ; e quale di
costumanze, tale di errori, per molti continuati e gli uni agli altri
intrecciantisi, una infìnìta serie si congegnò. Poiché i giudi- zj, che
formansi delle cose, dalle affezioni dell’animo di ciascheduno emergono, e
dalle cospira- trici affezioni degli altri uomini, fra’ quali trovasi a vivere,
si rinforzano. Conciossiachè ciascuno così delle cose giudichi secondo- chè
siane affetto; ma (jue giudi- zj •, niuna per sè medesimi avendo solidità 5
scorrono e sfumano agevolmente 5 se dagli altrui giudizj tendenti tutti al
medesimo non si contengano. Se però molti consentano, e simulacri esprimano di
una medesima stampa 9 ad uno ad uno fra sè lor sogni paragonando, dalla
conformità che tra quelli si raffigura argomentano 9 niun apparenza vana
sicuramente deluderli, ma in que’ fantasmi rimirar eglino veracemente espressa
di una reale e sincera cosa la immagine. Donde avviene primieramente, che gli
uomini principalissime estimino quelle cose, le quali pensano che seco più si
con- vegnano di ragione e di qualità. Imperocché ciascuno quasiché d’ogni cosa
9 come Protagora * ^ si fa * Platone nel Cratilo, misura j cosicché tali
realmente sieno, quali da ciascheduno singolarmente s’* apprendono. Laonde
credendo T uomo ^ che tutte quan« te misurar debba osi da sé medesimo^ pone
ogni cosa vie maggior essere j, quanto si scosta meno da quella cb*ei può
grandissima concepire. Tostochè poi abbiasi alcuno acquistato, o con
presunzione stolta aversi acquistato estimi quanto sbramar può sua voglia, non
però tienseiie soddisfatto s* e- gli sol abbialo in conto, ma si argomenta e si
sforza perchè pur gli altri lo tengano d’inestimabile dignità. Perciocché
quanto più gli altri ammirano e onorano quelle cose, che in suo potere eì già
trasse, tanto più scorge dovern’e- gli essere necessariamente apprezzato . a.®
Niun uomo adunque, per giudicar di sé e delle cose esteriori, ricerca se in sè
medesimo, ma in quelle immagini vane, che d’Ogni parte l’attorniano j e in
«jue^ giiidizj rimirasi, che gii altri, involti delle medesime larve, portan di
lui ricoperto di quella estranea sembianza, la qual con luce fallace e torbida
inganna ^ per dir così, gli stravolti e cispo&i occhi deir animo. Laonde a
quelli, che da’ prestigi di tal maniera son guasti, e situati fra uomini
contaminati da que prestigi medesimi, gli è certo forza che accada ciò, che
sarebbe per avvenire a colui, che d occhi sconci e malsani si collocasse nel
mezzo di un gabinetto per ogni parte di specchi a vari colori e forme
incrostato . Imperocché ovun^ que si rivolgesse, vedrebhes egli configurato di
membra a mano a mano variarti colore, forma, at titirdine. Egli sarebbe in un
attimo rincagnatoj orecchiuto, di fronte e capo Bformato, guercio, rattorto,
strambo, e gli si aiFac- cerebbe una efbgie, ora oltremo- do stravolta, or
anche in bella e vaga armonia di membri atteggiata. Ma distraendo ei gli occhi
dalle sembianze di mostruosa apparenza, in quelle estatico affise- rebbesi, che
di bellissimi lineamenti sparsi di grazia e dolcezza ridono ; e spezialmente se
molti specchi la vaga forma concordi gli presentassero, con tanto maggior
fidanza e* la si approprierebbe, e da quella giudicherebbe se stesso; Taltre
figure poi, benché in alcuna di loro la effigie sua raffrontasse, rigetterebbe
ostinatamente come non sue, e quale affascinamento degli occhi disprezzerebbe .
Così colui spezialmente, che alla veduta di molti è posto, e sopra il volgo
signorilmente grandeggia, è d’ogni parte stipato di cotal gente, che lo disegna
e colora secondo i tratti e le tinte 5 cui le affezioni e il carattere di
ciascheduno sogliono somministrare, Ma fra i giudizj perversi e buoni, eh’ e’
sopra sè vede farsi 5 quelli ei disprezza i quali no’l favoreggiano ; veri all’
opposto reputa quelli, a quelli stupido appigliasi 5 che sommamente
ingrandiscono la opinione concetta già di sè stesso, e sè da questi misura e
dall’ altre cose, che soprappostegli e aggiuntegli esteriormente gli accrescon
luce e maestà. Perciocché quel Comandante, il qual co ’l nervo e lo spirito de’
suoi guerrieri, mossi dalla ragione presenza e fortuna sua, guastò campi 5
sbaragliò fior di nemici, agghiacciò popoli di spavento, sforzò città, e i
popolani suoi con prede terre e malia di gloria si affezionò s qualunque volta
a sè pensa non guarda sol tanto a sè; ma per crearsi una itnmagine di sè
medesimo 5 ravviva e pinge nella sua mente le schiere pronte al comando, le
debellate guerre, i fiumi travalicati, le terre corse colle vittorie, le messe
provineie al giogo, i munimenti, i doni, i trionfi ^ o la intora postoritE con
gli occhi e il cuore a’volumi delle sue gesta. Le quali azioni, mentre gli si
raggirano entro il pen- siere romoreggianti per lo fragor delle trombe, lo
strepito de’ soldati, e gli applausi de’ cittadini, si scorda già d’esser uomo
; nè più considera, benché col capo sollevisi tra le nuvole e colla parte
miglior di sè dal popolo sia diviso, di star co’ piedi alla terra, e d’ essere
per tal parte confuso an- ch’ esso col popolo . Chi ha poi pochissime cose.,
che da vicino gli facciali mostra e riflettanglì porn- posamente illustrata la
propria immagine, drizza lo sguardo a lontanissimi oggetti, e si diletta di
quella esangue e sparuta effigie, che può da cose squallide per la muffa
rendersi a lui di lontano. Ciò fanno quelli principalmente, che lo splendore si
appropriano degli antenati j e credono poter di quello ampiamente senz’altra
luce risplendere; quantunque il lustro delle fumose immagini, se punto in essi
ne può trasfondersi, per tanta distanza appannisi, e per le interposte ombre
talmente annegrisi, che non si possa ueppur discernere, e sfugga sino lo
sguardo. Se finalmente sia privo alcuno d’ogni esterior sostegno, e tutto
quanto restrin* gasi in sè medesimo, ei, quale i bachi, si fabbrica un
inviluppo, cui poscia quasi eoa nuove tinte vernica 6 liscia 5 e dentro a (juel
si vagheggia. Benché però 1 opinione di sé medesimo a suo talento adornata sia
scema affatto di quel valore, che dall’approvazione e consenso altrui suole
apporsi, e’ tuttavia vi si attiene, e ferma e solida la considera ; spaccia poi
tutti gli altri o stolti, che giu- dicar sanamente per ignoranza non possano,
ovveramente invidiosi, che per lividezza d’ animo, guardando tutte le cose con
occhi torti, ne falsin quante ne affisano. Sino a tal segno da’popolari costumi
proscritta fu quella massima di Chi- Ione conosciti ; nella qual massima
Platone insegna nel suo File- ho racchiudersi tre precetti, cioè, che ognuno
conosca sé, le sue cose, e checché ad esse appartiene; o, come spiega appresso
Stobeo Porfirio ' ^ 1 ’ uomo interiore pri- I Stobeo Serm, ai* mìeramente e
immortale; poscia il fugace uomo esteriore ; in fine tutte le cose, che all’uno
e all’ altro si riferiscono ; cioè, la mente, in cui sta propriamente ciò che
si dice uomo; cotesto corpo soggetto a’ sensi, ch^ è solamente ombra ed
immagine di ciascuno ; le cose in ultimo poste d'intorno al corpo, le facoltà
delle quali gli è pur mestieri conoscere, perchè alla parte mortale la dignità
non appongasi dell’ immortale, o air immortale i vantaggi della mortale non si
trasportino. 3 .° Ma i più degli uomini con incredìbile accordo quella porzioa
di sè stessi migliore estimano, la qual de’ sensi è stromento ; perchè è la
prima a spiegarsi, d’uso continuo è nel vivere, e ne siam tutti commossi
gagliardamente : quella per lo contrario, che di ragione partecipa e d*
intelletto, quasi confondesi con que’ vanissimi simulacri, cui già Epicuro
sognò disvoìgersi ed esalare da’ corpi. Imperocché quantunque sia questa parte
interiore attaccata a noi, ed abbia virtù e natura sicuramente celeste, ci è
pero men famigliare, più tarda svolgesi, e son più vividi i movimenti de’ sensi
che del pensiero. Reputan poi delle cose esterne quelle essere più eccellenti,
le quali sogliono più vivamente commuoverli; quelle più grandi, che rigonfiate
per cosi dire da un cieco ardore deir animo, occupan quasi un più vasto spazio
nel cuore, siccome acqua per sottoposte vampe so- prabhollente. Per lo che,
omesse le cose, guardiam concordi le loro immagini, le abbracciamo, le
vagheggiamo, definiamo secondo queste le qualità de’ beni, li compartiamo in
ispezie, li disponiamo ^ ed a ciascuna d’esse potenza ed essere attribuiamo.
Ciò stabilito, qualunque volta avvengane ad aver punto a decidere su beni ©’
mali, ci conduciamo precisa- mente come una volta certi filosofi usavano, ove
il ragionamento ad obbietti fisici si traesse. Con- ciossiachè come questi,
creati alcuni vocaboli universali, a quali determinarono doversi già riferire
quanto della natura può chiederai delle cose, interrogati esponevano il lor
giudizio secondo questi vocaboli, secondo questi vocaboli argomentavano, e
tolta inquisizione della natura circoscrivevano l’intera scienza ad una comoda
ed ingegnosa disposizion di parole, che surrogate alle cose potevano
agiatamente trattarsi; cosi disegnati i beni ed i loro gradi secondo que’
simulacri, che aboz- zati da’ sensi perlezionaroiisi ed abhellironsi dalla
immaginazione, ove ne occorre a deliberare qual cosa mai più si debba bramare o
scegliere, non si considera già quella congruenza, che tra le cose e noi
s’interpone, ma solamente indagasi con qual ragione sieno fra loro composte
quelle fantasi- me, che sottentrarono a tener vece di noi e delle cose
medesime. 4.° La Principal cosa poi ^ cui statuirono i più dover ciascuno
agognare, è di saziar l’appetito senza che ostacolo si frapponga. Imperocché
sin d’allora, che addormentate r altre potenze languono o cela risi
inviluppate, fiorisce vivido il senso, per cui senza pur niun’ avvertenza
nostra suole il piacere nell’ anima insìnuarcisi. Ma o son gli ostacoli nell’
uomo stesso, o sono fuori de Ih uomo. Nell’ uomo stesso è la imperfezione e la
fralezza de’ sensi: fuori di lui la penuria di quelle cose, donde si trae
diletto, e la violenza degli uomini, che lo circondano, all’uso delle medesime
ripugnante. Laonde, quali ministre, al piacere ag- giungonsi la integrità de’
sensi, la copia soprabbondante di quelle cose le quali a’ sensi conforrnansi, e
il pieno arbitrio di usarle, ciascuno a sua volontà : la prima certo perchè non
manchi il sub biotto, da cui le cose cagionatrici dì voluttà si ricevano;
l’altra perchè la materia, che dee riceversi, non venga meno; la terza in fine
perchè sijflPatto ricevimento non s’impedisca . Ma perchè più per la privazione
che pe’I possesso avvertiamo quanto ne sien giovevoli quelle cose, che per alcun
sentimento ci affezionarono ( sendo noi tali, che il desiderio di un qualche
bene intermesso j perchè niun voto ci re- r t t. r ioa sti in cuore, più a
lungo infìara- mane ^ che non ci gonfj il soave dell’allegrezza, la qual
coll’uso insensibilmente languisce); e perchè più d’ordinario a noi mancano gli
ajuti estrinseci del piacere, che i sensi stessi, la sazietà de quali ^ benché
in ciascheduno va- riino di potenza, da quella capacità misurasi, cui da
principio ciascun sortì ; perciò più spesso sprigionasi, e più vivamente
scoppia la brama di libertà e di ricchezza, che di fiorita e vegeta sanità. La
qual brama in vero quanta più vìvida cresce, tanto più estenua e consuma ancora
la cupidigia di quel piacere, per lo cui stimolo s’infervorò; e avviene insensibilmente
che tutta sola ella domini, e alle ricchezze la voluttà dia luogo, e servan
esse ricchezze alla libertà. 6 .° Ma succedendo assai volte. io5 che moìti
egualmente anelino alla medesime cose, e ciò dovendo tanto più spesso avvenire,
quanto pa loro più simili e più contigui sieri gli uomini ( poiché arde in
tutti la stessa brama di esercitai le me desime facoltà), nè cosa alcuna di
circoscritta grandezza realmente siavi per quanto vasta, la qua le in tutti
distribuita la cupidigia insaziabile ne satolli; quindi, se tutti di forza pari
valessero, chi pur volesse alcuna cosa appro priarsi divisamente dagli altri,
verrebbe da tutti gli altri, aspiranti a quell’oggetto medesimo, ributtato. Per
la qual cosa la libertà j che fondasi nelle forze equilibrate di tutti, potendo
solo serbarsi illesa tra quelli, che o son del tutto infìngardi e vivonsi
eternamente torpidi, o tutto l a nimo volsero a quelle cose, che nulla di
comune hanno con quan- io4 te allettano i sensi ; per questo in quanti e di
forze e di cuore ab- Londano alla vaghezza di libertà F appetito di signoria
sopranna- sce 3 ed a gran bene ascrivesi il soprastare agli altri di potestà,
ed alla stessa ragione ponesi qualunque obbietto, ch’abbia sembianza di
principato, o che in qualche modo possa al medesimo contribuire. 7.*^ Tale
potenza poi dee con le forze acquistarsi o proprie, o d’altri alle proprie
unite, ed insieme ad uno scopo medesimo cospiranti. Le forze proprie di
ciascheduno consistono nella energia delle membra 3 nella penetrazione e sagacità
dello spirito, ed in un impeto ardente di quegli affetti, che sogliono più
vivamente infiammarci ad imprese ardue, e sospingerci ad intentati, difficili,
precipitosi ardimenti. Perciocché ognuno tan- io 5 to più vale, quanto maggiore
vee» menza incitalo a cavar fuori sue facoltà, e quanto maggiori sono queste
facoltà sue : cioè con quan- to più vivo sforzo può ciascheduno affrontare
qualunque appostasi difficoltà e con quanta maggiore callidità può guardarsene.
Per lo che molti una volta furono dalla gagliardia delie membra nobilitati; e
coltivati con somma cura, furono in onoranza tutti quegli esercizj che lena
accrescono e agilità 5 ed assuefanno gli animi a non curare i dolori, ed a
mirar con disprezzo tutte le cose terribili, Ma successivamente la perspicace o
prudenza o sagacità, con cui sogliono, comunque possano, o procurarsi gli ajuti
per intraprendere, o dissiparsene gl’ impedimenti, talmente fu riputata, che
quanti più se ne ornassero si giudicavano prossimi agl’Iddii stessi, e si
credevano ammessi alF intima familiarità de’ naedesimi. 8 .® Ma non potendosi
che tenuissima stimar la forza, per quanto grande ella siasi, di cui ciascuno è
fornito, se con le forze congiunte, che posson muoverle impaccio, si paragoni;
perciò non puossi potenza niuna acquistar mai grande, nè mai durevole
conservare da chi non sia già da molti fatto signore ed arbitro de* loro
affetti. Ciò poi, che suole ordinariamente stimolar gli uomini a cospirare di
forza con esso noi, è o la paura di un qualche sconcio, o la speranza di un
utile, o la opinione di una eminente virtù, la quale abbagli con luce
straordinaria, e prometta vantaggi grandi ed a molti. Reputiam dunque esserci
bene avvenuto, ove ci teme assai gente, o ci ama, o sommamente ci estima ; e ne
solleticai! tutti, e tutti illustri nc pajono quegli argomenti, quali sogliono
gli altri significarci alta opinione di noi ; e questo infiammaci in petto
violente brame di gloria, onore, ed autorità. 9.° Ed a creare negli altri timor
di noi contribuiscono quelle cose, che noi dicemmo costituire la for2a di
ciascheduno, indole ardita a cimentar tutto, sagace e scaltro vigor di mente,
anima e corpo indomabili dalla fatica ; e quelle cose, che a queste
necessariamente conseguono, temerità minacciosa, vanto arrogante, furia precipitosa
e infrenabile. A. tali uomini certamente gli animi dolci e di soavi costumi,
impauriti dall’apprension delle ingiurie, non osano contrapporsi; e qualche
volta, per trarsi con lieve danno da somme calamità, li secondano: ma que’ eh’
hann’ indole impetuosa e feroce si uiiiscon loro spontaneamente, incitati dalla
speranza di maturare imprese, che ripugnando quelli sarebbero pericolose a
tentarsi . Imperocché quelle cose, che sommamente mimiche nocciono, se per
ventura a noi leghinsi d’amistà giovano sommamente. Tutti amiam poi
spezialmente quelli che agevolmente potendo essere altrui di molestia, sono da
certa bontà di cuore impegnati ad obbligarsi moltissimi co’ benetìzj piut-
tostochè con la forza 5 e ci crediamo di apparecchiare e di assicurare un certo
asilo a noi stessi, ove ingrandiamo e ravvaloriamo di tutto sforzo quegli
uomini, l quali ricchi di facoltà non le usan già per opprimere le fortune o la
libertà de’ più deboli, ma pronte l’hanno e disposte o a conforto de’ cittadini
afflitti, o ad onore de’ cittadini fiorenti, 0 a crear pubbliea ilarità nel
teatro e negli spettacoli. Siam usi in ultimo di venerar coloro, ch^ hanno in
dileggio e a vile quanto mai temesi o bramasi avidamente dal volgo, e i quali 5
sia che concedano, o sia che apprestino e guarentiscano agli altri cose che
arrecano alcun diletto o vantaggio, niun altro merito de* lor travagli sembrano
attendere 5 f'uorichè onore e celebrità . Dalla qual gloria veggen- dosi il più
degli uomini assai lontani per la mancanza di quegli ajuti 5 che debbono
sostentarla, o rinunziandola spontaneamente perchè impediti da que* mestieri,
co* quali essa non può congiungersi, non solo altrui non invidiano tal capitale
infruttuoso per sè, ma loro grande interesse estimano che attribuiscasi a
quelli, e si consolidi in quelli a perpetuità. Imperocché qual uomo pur non
vorrebbe rinfieritare quegli agj, da quali non può senza molestia astenersi,
con quella cosa, la qual da lui trasferita in altri non lascia alcun desiderio
di sè medesima ? E chi sdegnerebbe mai di promuovere quelle virtù, da cui span-
donsi a larga vena que’ beni tut-^ ti, che della vita stessa gli son più cari ?
. T IO.® Di questi mezzi, i quali vaglion moltissimo a far potenza e fortuna,
il timore abbassa gli animi altrui sino alla stupida condiscendenza ; r
ammirazione con l’abitudine delle profuse lodi genera 1 * adulazione, eh e il
genere di servitù più deforme, la speranza de' comodi all’ amicìzia alletta,
annoda le clientele, e stringe le affinità. Le qttali cose, accrescendo 1 ’
autorità senz’ adoprare violcaza, sogUon perciò spezialmente esser pregiate
assaissimo il £ ed avendo una certa immagine di grandezza e di gravità possono
ancora tenersi grandi per sè medesime, Ma perchè quanto più antiche sono
sifFatte cose^ denno aver messo radici tanto più vaste e profonde ; però
crediamo esser pur eccellente cosa l’antichità del li- gnaggio nobilitata da’
gesti di assai remoti antenati ; e tanto più strettamente a tale antichità ci
attenghiamop in quanto i lontani oggetti non sottostanno all’invidia, e tanto
più favoreggiasi quella eccellenza di stato, con la qual voglia taluno su tutti
gli altri risplendere, se comparisca involta da un’ apparenza di antichità ;
perocché allora ne sembra non usurpata certo, o rapita altrui maliziosamente 5 ma
in certo modo concessa dalla natura medesima . Conciossiachè come gli uomiin
por- tan invidia a’ presenti, così subii- jEnan gli assai lontani molti
precetti del quale5 dice Plutarco *, non variar molto da’ geroglifici Egizj.
Poiché somigliano a quegli oracoli, i quali appunto potean mostrare predetto
innac*;i qualunque caso avvenire, perocché nulla di certo e chiaro significando
lor s’accordavan benissimo tutti i sensi, quantunque più discordanti . Scelsero
poi tali enigmi o maliziosamente per guadagnarsi P ammirazione del popolo, e
fargli credere in certo modo aver dal consiglio di Giove attinto quanto sovente
spacciassero di più volgare; o perchè il volgo, che d’ordinario più ammira cose
che meno PlhìttarQù nel Libro di Iside e di Isiride^ i intende continuamente
d’interprete abbisognasse; o perchè avendo essi contezza piena di poche cose 5
paragonarono tra loro quelle, che per niun modo potevano consentire. Imperocché
bisogna, che ne sien certe e manifeste moltissime, perchè si possano
trasceglier quelle, che più tra loro convengano, affinchè ninna quasi a ritroso
del suo'carattere sostituiscasi a ir altra; e ninna avendo per così dire un
aspetto solo, ma innu- merahili uno velato dalP altro, convien che sieno con
accortezza ammirabile svelate tutte le qualità, che in ciascheduna si celano;
perchè si possa perfettamente discerner quella, che r una all’altra concorda.
Quindi Aristotile dice * essere impresa di prode in- I ArUtoUle delia Rettorica
Uh, 3. cap, Jl. « delia Poetica cap. a a. \ gegno, ed accorto a drizzar sua
niii'a 5 veder somiglianze in esseri, che più tra loro discordano. 7.° Come poi
gli uomini dì acuto ingegno, e gli ambiziosi ancora 5 dalle figure a’ proverbj
e a tenebrosi enigmi sì trasportarono j cosi gli spiriti più mansueti, i quali
più compiacevansi della dolcezza che della mordacità del parlare fecero passo
agli apologhi ; e mentre quelli involgevano gli uditori fra la caligine di
sensi arcani, questi con novellette ornate a schiette maniere li trattenevano
piacevolmente sponendo loro le conferenze e i colloqui, non pur de bruti, ma
delie piante eziandio. Con la qual arte sicuramente ottennero, che quanto
all’uomo fosse increscevole e duro mirare in sè e ne’ suoi simili, placido e ad
occhio fermo ragguardi in esseri di assai diverso carattere, e mentre i 5 o 5 n
oggetti, che non gl* irritano ii cuore per essergli assai dissimili, gli esempj
osserva della demenza e della cupidità, apprenda intanto, a tutt’altro inteso,
ciò che gli giovi a ben vivere. Così lo sparviere in Esiodo ^, nel dileggiar
Tusignolo, perch’e’ su lui, benché siasi dolce soave gorghegglatore, abbia
ragione di vita e morte, ammaestrane, essere imprudentissimo chiunque prenda a
cozjsare co’ prepotenti, sendogìi forza, oltre lo scorno, inghiottire qualunque
strazio ed acerbità, Oltracchè sono sijffatti modi più acconci, essendo pur
malagevole, siccome osserva Aristotile ^, ritrovar simili cose realmente
operate, agevolissimo poi jfigurarle finte a chi pur sappia discernere le
qualità delle si- * £siod,o i Tj^votì 6 Is GioviicttG * 2 Aristotile della
Rettorica libé a. cap* ao. \ i5i tnili, abilitandone a ciò la filosofia. Hari
di più tale comodità 5 che sendo odioso il nome di precettore V acerbità de’
precetti si raddolcisce con la giocondità della favola; talché quegli nomini, i
quali rigetterebbero una palese ammonizion pedantesca, I ab- braccian quasi
spontaneamente nata, ove si occulti il maestro, o 1 ’ a man pure qual parto del
proprio ingegno, siccome osserva TVIas- simo Tirio *, quasi di se medesimi la
traessero. Onde quel I^rigio novellatore ^ il quale, al dire di Gellio non
gravemente, non autorevolmente spose e chiari quanto fosse degno di avviso e
consiglio, ma chiuso in giocondi apologhi negl’intelletti e ne cuoii lo insinuò
con vezzo lusingatore * Maòsìmo Tirio Serm, 09 a A, Gelilo Notti Attiche Uh, a
cajp. ag. degli animi 5 non solo agli altri poeti si preferia da Apollonio
presso Filostrato, perocché quelli le orecchie degli uditori corrompono, e con
lo stimolo di grandi esempi spingono gli animi a scellerati amori e a brama
d’oro e di regno, dovechè Esopo favoleggiando mostra che farsi o lasciarsi
debba, e chiaramente additane qual verità sotto bella menzogna ascondasi; ma si
ammirava scolpito ancor da Lisippo innanzi a’ sette che furon detti sapienti:
lo che espressamente lodasi da Agatia ^ j perchè quelli severamente ed
aspramente ammoniscono, questi scherzando giocosamente gravissime cose insegna,
e raddolcendo con blande parole il cuore l’empie di sani consigli. i Fìlostrato
Uh. 5. nella i>ìta di Apollonio» * Antologia Uh, cap. 33. 8 .® Ma mentrechè
con apologhi velavan questi utilissime osservazioni j altri offuscarono le
medesime con inviluppi allegorici, tessuti non de’ costumi degli animali, ma sì
delle proprietà d’ogni qual altro oggetto più conoscessero ; o che una certa
grandezza li seducesse 5 o che una qualche paura li consigliasse. Poiché
talvolta avveniva che f ardimento e la forza di chi doveva ammonirsi togliesse
ogni libertà di parlare. Così non osando Alceo * palesemente lacerar Mirsilo,
che travagliava i Mitilenesi con barbara signoria, simboleggiò il tiranno ed i
cittadini con la tempesta e una nave, e mentre deplora il legno già soperchiato
dall’ onde piagne la schiavitù della patria, e lacera l’op- pressor della
libertà. La qual ma- I J^raQÌide Pontico nelle allegorie di Omero, niera, forse
dapprima inspirata dalla necessità, si usò dappoi per vaghezza, ed anche a
pompa d’ingegno . Ma dove imprima sotto la forma di alcuna cosa ordinaria così
celava si la verità, che di leggieri 136 trasparisse ; incominciò appoco
appoco, quasi incrostata di false immagini, ad occultarsi in guisa che
gl’imperiti non sospettava n pure di oggetto ascoso in quella vana corteccia, e
per la cosa prendeano il simbolo della medesima, e in esso lui s’arrestavano,
Al quale effetto concorsero con ammirabile accordo il vulgo stesso, i filosofi,
ed a’ filosofi i succeduti poeti, pe ’l tramezzarsi de’ quali gli osservatori e
gli operatori si uniscono delle cose. Perciocché come le favole, per quanto
Massimo Tirio afferma ^ 5 sono tramezzo alla scienza I ilfafiimo Tirio nel cit,
Sermé 99. ed alla ignoranza ; cosi coloro, che si applicarono con ogni cura a
trattarle, debbono aversi come un legame comune de’ dotti e degl’imperiti ;
essendo essi, che astrinsero la sapienza, i cui penetrali sono inaccessibili al
volgo, a conversar mascherata nelle assemblee degli uomini più numerose, e
spesse volte a prodursi in abito di comediante sopra la scena. E veramente il
volgo inettissimo a quegli oggetti, che per essere intesi vogliono mente astratta
da’ sensi, mirabilmente però disposto a quelli ch’abbian qualità proprie da
porre i sensi in ardore j diede motivo di tratto in tratto d’ immaginar cose
nuove a quegl’ ingegni che amassero brillare agli occhi del popolo, o trarlo ad
usi migliori. Per lo che, presa baldanza dall’ imperizia e leggerezza del volgo
quanti brigava usi credito di sapienza, qualunque oggetto dovesse proporsi al
volgo, lo presentavano a lui vestito di alcuna forma invievole per i sensi.
Furono poi molto utili ed opportuni tai velamenti filosofi per onestare quelle
opinioni, che immaginate s’erano della natura universal delle cose. Imperocché
poiché alcuni forti d’ingegno mos- ser dal nido con ali già vigorose, e dalle
immagini delle cose, che aperte spiegansi al sensi, alla interiore ed astrusa
natura loro in- nalzaronsi, strani portenti si presentarono a’sognatori sopra
le cause, l’ordine, e la struttura dell* universo. E prima, ciocché fu in tanta
oscurità facilissimo, in due sostanze divisero la natura, talché una fosse, per
adoprar le parole di Cicerone efficiente, l’altra * CicsTOìiB j4ccad6ìuich$ 2t
i# poi 5 quasi alla efficiente prestan- tesi, effettuata . Nell’ efficiente
cre- devan essere la potenza ; una materia poi nell’ effettuato j ma e questa e
quella in entrambi; che nè la materia stessa avria potuto accozzarsi senza una
forza vinco- Jatrice, nè senza materia niuna esercitarsi la forza. Chiamavano
dunque Iddio o V universo stesso, o una potenza oppur mente diffusa in tutte le
cose, e sotto la varia immagine delle cose occul- tantesi. Da tale principio
ritrasse Escliilo " quelle espressioni H terra ed aere e cielo e
firmamento, E scaltro v’ha nell' universo, è Giove; X io Steliini riferisce
questa sentenza di fischilo secondo la versione poetica datane in Latino da
Grazio nella già citata Raccolta Groziana. Io nel recarla in versi Italiani ho
procurato di adattarla più all’originale che alla Ti-adazione. Di qui nasce la
varietà, ehe si può incontrare, nella espression de concetti. io che alla prima
sentenza accordasi e consuona con la seconda : Non confondere Iddìo con mortai
cosa, Nè a lui caduca (jualitade apporre. Eì si cela al tuo sguardo : impetuoso
Orribil fuoco ora si mostra, or veste Delle tenebre il velo, or d’acqua prende
Sembianza ; talor ha di fiera aspetto, Di nuvola, dì turbine, dì vento, Dì
saetta, di folgore, di tuono. Pensavan poi che una mente per ogni parte del
mondo si diffondesse, in quella maniera che giudicavano la nostr’anima sparsa
per tutto il corpo, la qual per Fossa c pe’ nervi diramasi come abito, tiene al
principio poi come mente. Perciocché presso Laerzio * cre- deasi da Possidouio,
che F anima delF universo, o il purissimo etere si diffondesse col senso in
quanto esiste nell’aria, negli animali, e * Diogene Laerzio lib, i, partiz*
rSg, in tutte le piante ; nella medesima terra poi siccome vitale abito
s’internasse. E ad Epicarmo pareva che avesse mente qualunque cosa vitale *.
Pitagora gii;dicava partecipar della vita chi di calore partecipasse ; e perciò
essere le piante ancora animate * ; la qual fu pur di Democrito e di Platone
sentenza ^ ; ed affermavano Empedocle ed Anassagora, essere anch’ esse mosse
dal senso, dall’appetito, dalla melanconia, dal piacere Anzi poi molti
estimavano, come ne attesta Porfirio % che la ragion degl’ iddìi e degli
uomini, siccome d’ogni animale, non differisse tra loro per la so- JEpicarmo
nella cit- Raccolta Groziana. Diogene Laerzio Uh. 8. partiz. a8. 3 Plutarco
nelle Qiiestioni Platoniche, 4 Clemente Alessandrino Strom. Uh. 8., Arir
Piotile delle Piante Uh, i, 5 Porjirio delVAstinenza Uh, 3. stanza, ma
solamente per certi gradi, talmentechè T una fosse in un medesimo genere più
perfetta, F altra inferiore: dalla qual cosa avvenne, che strascinati da una
catena d’idee statuirono T uomo essere quasi di tutte le cose un centro, in cui
pur tutte o accresciute o diminuite potessero terminarsi. Per lo che la
materia, per cui la potenza penetra con varj nomi appellata, essendo spinta da
un movimento continuo, credean fra tali commovimenti della natura potersi tutto
consecutivamente di tutto fare; pe’l quale oggetto nuli’ altro si richiedeva,
se non che una cosa si disunisse da un’altra, ovveramente ad un’altra si
approssimasse. Quinci ^ cavarono gli Dii dagli uomini, e gli uomini dagli Dii;
e in bestie, in alberi, e in sassi questi medesimi trasformarono. Quinci presso
Elia no * Einpedocle trasse alcuni esseri generati da due dissimili spezie p e
in un sol corpo con doppia natura uniti. Quinci finalmente si propagò quella
metempsicosi 5 cui tratta dalle immondezze Egiziane Pitagora nobilito Poiché
asserivan gli Egizj I anima di Osiride esser passata in un .bove, dal quale
poscia ne’ posteri si trasfondesse, giusta la relazion di Diodoro ; secondo poi
la testimonianza di Eliano ^, intanto gli Eliopollti odiavano il coccodrillo,
perchè credevano che quella forma vestito avesse Tifone uccisor di Osiride.
io.° Afferrarono avidamente tali opinioni i Poeti, e non altrimenti che di
principj trasser di * JZUano Istoria degli Animali Uh* i6. cffp. 39 - * Diodoro
$lciL Istoria Uh. l. 5 EUano Istoria degli Animali I r lòii quelle quai
corollarj le loro trasformazioni, e le varie forme onde vestiti gl’iddi! usavan
cercare ogni angolo dell’ universo per riconoscere le virtù e’ vizj degli
uomini, Perciocché quelle trasmutazioni di cose, che si credeano i filosofi a
tempo certo uscir dell’ ordine eterno dell’universo a grado a grado spiega
ntesi, a lor piacere i poeti nella natura medesima le intrometteano, qualor
vaghezza o bisogno li stimolasse j nel che nuir altro si conveniva far loro 5
se non che poste opportunamente apparissero quelle occasioni e cagioni, cui
ciaschedun evento congiunto fosse di qualche necessità. Queste di vero si
mendicavano spesso da qualche alterazione dell’ animo, o d’alcun vizio o virtù,
perchè avevansi come i più proprj argomenti da ingenerare negli uomini spavento
ed odio p"' torti affetti, e riempierli di sentimenti onorati. Ma
temerariamente ammassando e spacciando importunamente trasformazioni di ogni
maniera que’ che cercavan miracoli per mostrarsi più venerabili al volgo, tali
prodigj perde ron fede, e annoveraronsi tra que’ fantasmi, di cui si può la
fantasia dilettare e ornare il mondo poetico, variato poi coll’accrescimento di
azioni, di movimenti, e di forme. ii.° Mentre però che questi di larve tali
coprivano la sapienza per farla pvù ragguardevole al popolo, altri qualche
particola ne dìvelsero, e chiusa in breve ed a- cuta massima la proposero.
Siffatte massime, o perche tratte dalla natura medesima delle cose per una
osservazione diuturna, o perchè espresse con la meditazione dalle nozioni
serbate nell’in tei letto 5 hanno grandissima autorità, sì per la gravità ed il
peso delle parole che le ristringono, come per la loro fecondità e per lo
agevole e libero adattamento loro ad assai casi del vivere. La stretta brevità
loro fa veramente, ch'el- ìeno apprese pur sieno dagl’imperiti e sfaccendati
egualmente, e pronte accorrati ovunque ad o- gni cenno delf animo. Perlo che il
volgo ignorante si vai dì loro frequentemente, e d’ordinario da quelle giudica
il bene e il male. Se l’ebbe certo in tal conto l’antichità 5 che scoi piansi
agl’ ingressi de’ santuarj, e adopravansi a pronunziare gli oracoli; o
perciocché talvolta se ne ignorava per la vec- diiiezza l’autore, si noveravan
tra que’principi, attingonsi dalla natura medesima, e a cui dà peso il concorde
assenso delle nazioni e de’secoli. Onde i fanciulli apparavanle per poi
giovarsene in ferma età 5 siccome asserisce E- schine nell’arringa contro dì
Te- sifonte . ia.° Ma nulla s’ era sin qui con certa ragione e regola sopra i
costumi determinato, perchè non era la mente per anco pari a tant opera 5 o
perchè quelli che avrebbero principalmente potuto farlo s’ eran»o agli esercìzj
d’ altri mestieri applicati,60 ninna cura essi posero sulla maniera del vivere,
o se pur tolsero a meditarla non presentarono che opinioni espresse in forme
allegoriche. Per la qual cosa le regole de costumi non eran altro che o un
indi- gesta massa dì brevi e facili detti ; o corollari di naturale istoria
raffazzonata in ogni maniera applicati alle costumanze; o gesta illustri die’
trapassati, le quali o rinchiuse in inni cantavansi fra le mense, o
propinavansi al popolo ineschiate a’* riti divini, o contraffatte di favole si
produceano a spettacolo sulle scene. Comparve Socrate finalmente, il qual s*
abbattè per sorte in que’ tempi, che rovinati i costumi degli Ateniesi dal
lusso erano inzavardati d’ ogni lordura : 1 ’ arroganza poi de’ Sofisti, forte
d’ inganni e le- nocinj rettorìci, signoreggiava ; ammaestrava i giovani già corrotti
dagli ordinar] usi del vivere in quelle arti, per cui potessero nella ignoranza
massima delle cose ammaliare il popolo in parlamento, e rinchiudeva tutta la
scienza in un girar di parole e di concetti splendidi comodamente adattabili ad
ogni assunto, o di ventose speranze pasceano il cuore del popolo. Per lo che
Socrate, siccome affermane Cicerone % pensò * Cicerone Questioni Tuscularte
Zi&, 3* doversi distrar la filosofia dagli arcani gelosamente nascosti
dalia natura medesima, ed applicarla al governo delia repubblica ; quindi ei la
trasse dal cielo, e la po se nelle città ^ e la introdusse ancor nelle case, e
a meditar l’obbligò sopra la vita e i costumi e le buone e malvage cose :
raccolse in un certo ordine gli ammaestramenti del vivere, che vagava no
dissipati; illustrò definendoli i tenebrosi caratteri delie virtù; i complicati
e confusi sbrogliò partendoli e dichiari; investigò gl i- gnoti con la
induzione de simili, e mise gli altri in cammino d’investigarli . Quindi
elegantemente dice Temistio * che, quale Atene da Teseo, fu in un sol luogo da
lui raccolta la sparsamente abi tante filosofia . Temistio Orazione it* i 3 .°
Quanta ignoranza ^ qual Lnjo Ja scienza de’costumi ingombrasse, chiaro è da
ciò, che ne disputa nelle morali sue conferenze Platone. Poiché non crasi
ancora determinato qual fosse e la natura e il valore della virtù ; lo che si
prende a rintracciare nel Mennone . ]Non s’ era ancor definito per quai
caratteri fra loro il giusto e Fingiusto si dipartissero5 le quali cose nel primo
cerca usi e nel secondo colloquio su la Repubblica . Che innanzi a Socrate mai
non si fosse indagato qual cosa aversi per santa e pia, V apprendiamo
dalPEutifrone. Per la quale ignoranza avvenne, che quelli che professavano
d’insegnar tiitto, quantunque nulla assolutamente sapessero, poteano
comodamente a vane ciance dar peso, ni un altro avendo così fornito l’ingegno
da scompigliare le reti fragili de’ Sofisti. Nè già le cose ignoravano
solamente, ma ne fa chiari Platone stesso che non sa- pesser neppure il tenore
e il mezzo da conseguirne sicura e limpida conoscenza. Imperocché, siccome
afferma nel Fedro, niente può stringersi con l’intelletto, o svolgersi col
discorso, ove le cose qua e là disperse in un ordine non sì raccolgano,
affinchè possa una sola definizione abbracciarne quante fra loro per alcun modo
concordano; e vicendevolmente ove le cose raccolte insieme gradata- mente non
si di nielli brino in parti, perchè sì possa spiegare ognuna distintamente. Ed
oltracciò nel Filebo, poiché, dice Socrate, quelle cose, che sempre sono, sono
una e molte, ed hanno un certo naturai termine e insieme han corso infinito;
per indagarle adunque e insegnarle agli altri è me- lyo stìeri primieramente,
che rintrac- ciarn quella forma, nella qual tutte contengonsì ; la qual trovata
si denno poscia ricorrer tutte, perchè non solo sappiamo essere quelle insieme
ed una e molte e infinite ; ma quante ancor quelle molte sieno ; nè ad esse
molte Ti» dea deir infinito adattiamo pri- machè ci sia noto evidentemente il
numero di tutte quelle, che fra runo e l’infinito frappongonsi. Lo che vuol
dire, che essendo il genere uno, più poi le spezie al genere sottoposte, ed
infiniti gli oggetti individuali che sottopon- gonsi a queste spezie, dehhesi
prima di scendere a’ singolari considerare gradatamente e percorrere tutte le
spezie del genere investigato. Ma quelli, come pur ivi avvertesì, che allor
brigavano credito di sapienza, oltre saltando i frapposti oggetti, dall’ uno
ratti passavano all’ infinito ; raccoglievano in una forma 5 siccome s ha nel
Politico, simili reputandole $ cose fra loro discordantissime ^ dovechè
avrehhon dovuto stringere dentro un medesimo genere cose fra loro affini} dopo
che avessero tutte esplorate le discrepanze } che fossero nelle parti, Per lo
che chiaro affermasi nel Sofista, aver essi V ingegno e Fuso della divisione
ignorato, onde avvenne che fosser poveri di parole. Perciocché quanto più sono
ravviluppate le idee, vie meno segni per ispiegarsi addoman- dano ; quanto più
sono distintamente partite, tanto è mestieri che più s’ accresca la vena delle
parole ^ perchè a ciascheduna idea proprio segnale s’apponga, per cui
discernasi nell’annunziarla. Nulla poteasi adunque sperar di saggio^ nulla di
chiaro da quelli. che nè raggi unta avevano la verità, nè conoscevano i mezzi
da rintracciarla; e ridncevano l’arte del disputare e del dire j, onde cotanto
si pompeggiavano, a mere baje ed a vanissimo strepito di parole. Per intuzzare
il fasto de’ quali uomini giudicò Socrate doversi quella sapienza, della quale
era ei solo veracemente maestro, velar con quella sua celebre dissimulazione,
per non respingere da’ suoi colloqui quanti volea costrignere a confessare di
nuli’affatto sapere, prima che avessero a piena bocca versata tutta la scienza,
nella qual più si fidavano, ed invescati dalle interrogazioni di un uomo, che
sol bramasse istruirsi, ben comprendessero non esser ella che vanità. Perciò
eloquentissimo essendo, e avendo insegnato il primo, come ne attesta Laerzio,
l’arte del ragionare 5 usava umile e / disadorna orazione, seconclochè nel
convito di Piatone afferma Alci- Liade, per animare coloro, di cui ■fingeasi
discepolo, a cavar fuori più arditamente quella, di cui si boriavano,
suppellettile di eloquenza, e dopo avere sfoggiate tutte siffatte merci di
belJa stra e di niun valore, a'’loro segni medesimi se ne svelasse la nullità .
Perciocché nulla ad ducendo egli del proprio, ma rivolgendo per tutti i lati
quanto ne avea concesso il contraddittore, appoco appoco inoltrandosi, colà
pingeva- ló filialmente ove forz*eraglì di confessare non si poter già
difendere quanto animosamente poco dinanzi asseriva. Ma raentrechè prestandosi
alP occasione mettea più cura a distruggere le altrui maniere, che a rassodare
le proprie ^ destò sospetto in alcuni, ©h’ ei ne insegnasse più tosto qua- ie
duL.bie2Sza chiudasi nelle cose, che quale s’ ahbian certezza e veracità, e
dicrollasse, piuttostochè invigorisse, le fondamenta del conveniente e del
buono . Ciò ad Aristofane ^ diede appicco per accusarlo, quasi ponesse in dubbio
quanto mai ha di più certo, e più ne importa sia vero, e questionasse che tanta
sia probabilità in ogni cosa, quanta potesse ap- porlene una insidiosa
allettatrice eloquenza. Per la qual cosa malignamente chiamalo antesignano di
quelli che si gloriavano di possedere e r uno e 1 ’ altro parlare, che
superiore e inferiore dicesi, il quale può veramente dare alle stesse cose
eguale aspetto di vere come di false . Ma benché Socrate, per non torcere dal
suo proposito, nulla affermasse 5 pure col * Aristofane nelle ISfuvolei
disputare ed abbattere le opinio= ni alla ragion ripugnanti, faceva sì che
ciascuno agevolmente inferisse qual fosse il massimo bene, quali virtù, quali
vizj alla natura umana distribuita nelle facoltà sue rispondessero. 14*'^ Ciò
fatto, quasi la tromba sonato avesse, mirabilmente eccitò gli affetti degli
uomini a coltivar la filosofìa de’ costumi ; ma ciascheduno amando meglio
parere autore di cose nuove, che apprendi to re delle scoperte, e
perfezionatore delle abozzate, miseramente molti la deformarono, e la
constrinsero di quando in quando a vestirsi di nuove forme. Perciocché ora
mostravasi con increspata fronte 5 con barba squallida^ e in sordido
niantellaccio, e spoglia d’ogni vergogna sfacciatamente lorda vasi d'*ogni
bruttura; ora splendidamente e mollemente abbigliata 5 ed odorosa d’unguenti si
in cerca di delicati conviti ^ nè riputa vasi a scorno far viso e lezio di
parassito ad uomini sontuosi . Alcune volte invaghita della piacevolezza degli
orticelli, e soddisfatta di semplicissimo vitto, abbandona vasi neghittosa alla
soavità di un ozio infingardo^ alcuna volta ingolfa vasi nelle civili tempeste,
e arma vasi di quante forze può mai natura e fortuna somministrare, per
acquistarsi, prudentemente operandole, tutti quegli agi che possono crear
diletto nel vivere. Talvolta sopra le cose umane di lungo volo innalzandosi
nelle divine affissavasi che sono eterne, e procurava di richiamare la nostra
mente, staccata affatto dalla materia, a quella mente, da cui credevasi
derivata ; talvolta sprezzando uomini e dei, ed ogni cosa mettendo sotto di sè$
con Giove stesso di libertà e d imperio rivaleggiava ^ e prometteva ardita di
crear essa monarchi e numi tutti coloro, che non prestandosi ad altri sol tanto
a lei s’ attaccassero . Alcuna volta agi* tavasi irresoluta, e vacillante
cercava dove fermare il piede ; alcun’ altra disperatissima di mai trovarlo 5
nè più curando soggiorno stabile e fermo ospizio lasciava trarsi dagli
accidenti secondo il corso incostante della fortuna . Ciascuno in somma di
quella forma la rivestì, che più gli fosse in acconcio o a cuore. i 5 .°
Imperocché Platone, sendo fornito di sommo ingegno, compiuto in ogni dottrina,
ed egualmente grande, pregio serbato a pochi, si nella facoltà di scemerò
quelle cose, che sgombre d ogni mortale impasto si svelan solo ad un’ anima
tutta staccata dal senta so, come nelTaltra facoltà di mostrare, quasi dipinte
e illustrate pomposamente, sensi stessi le cose, che dalla mente si percepì-
scono ; unendo insieme queste fra loro discordantissime facoltà, creò tal
genere di orazione dell’ una e l’altra composto, che per lo splendore delle
parole, e la pittura de’ sentimenti d’ogaì colore imbellita, frequentemente
diletta più, che non istruisca. E veramente fu spesso si stemperato in lisciar
io stile, che non mancò solamente alia gravità di filosofo ; ma deesi dire che
trascendesse la intemperanza medesima de’ poeti. Quindi, siccome Longino
attesta io censurarono alcuni, che quasi preso da frenesia si abbandonasse a
traslati arditi e a tumidezze allegoriche ; e Dionigi Alicarnassen- I Longino
del Sublime cap, a8.se * gli pone a colpa di avere, più che al valor deile
cose5 messo l’ingegno ai frastagli delle parole . Per la qual cosa, mentre
dagli argomenti sensibili agP insensibili 5 e dalle immagini eternamente
lubriche delle cose trasporta gli animi a* loro stessi e- semplari 5 che nè mai
nascono, nè sono mai per perire, affinchè il lume del vero sgombri un errore
contratto per la consuetudine di cosiffatte apparenze ; ei rivestendo ogni cosa
di ailegorie ritira gii animi alle apparenze medesime, e di sì vivo splendore
gli scuote e abbaglia, che stupefatti lasciali di maraviglia piu tosto che
rischiarati dalia evidenza. Perciocché avendo raccolto per ogni parte tutti i
fioretti poetici ed i misteri 1 Dionigi d"Alicarnasso della Graokà dell
Orazion Demostenica .de* numeri, e avendo cercato a- dentro il sistema
adombrato sopra le idee da Epicarmo, congiunse insieme siffatte cose
scambievolmente impacci antisi 5 e ravvolgendo gli animi per tortuosi argomenti
sparsi di tratto in tratto di favolose immagini, menali tutti sin dove ni uno
più riconoscasi, ma resti assorto dalla medesima universalità delle cose, e
finalmente unitosi a quella mente, da cui ciascheduno emana, si creda essere
Iddio . Poiché, siccome si esprime Tullio giusta il parer di Platone \ è Dio
chi vive, chi sente, chi si ricorda, chi prevede, chi questo corpo, ch’egli ha
in governo, così conduce e amministra, come il sommo Iddio questo mondo ;
talché non debba sembrare maravi- glioso, che tanti uscisser di que- ì Cicerone
nel Sogno di Scipione cap. 8.sta setta fanatici ed invasati ; e che tanti
concetti ornati di favolette poetiche si co^iessero da poeti cupidamente, e si
garrissero sino alla sazietà . 16.® Aristotile per lo contrario, uomo
egualmente di sommo acume e di gravissimo discernimento, può ^ « 1 • •
s^ttribuirc 3 - sè solo di suo diritto ciò, che generalmente da Massimo Xirio
affermasi de filosofi. 5 imperocché la sua mente rinvigorita e intollerante di
enigmi cavò la filosofia d^ogn’invoglio 5 de fregi suoi la spogliò ^ ed usò
nude maniere. Costrinse a legge determinate © chiarite per ogni parte le
argomentazioni ; da singolari, avanza agli universali, che soli possono produr
la scienza, la prima entrata de’ quali essendo già 1’ esperienza stessa, n’ è
più. dirit- ^ MOtSSITUO TÌTW SbTTUì. 5 ^ 9 * ta e sicura la progressione;
poiché ciascheduno è certo donde parti, qual via Batta, e dove gli è da
sospingersi. E per toccare ciò che più vale al proposito, Platone avendo opinato
j userò le parole di Cicerone ^, che fosse V intero mondo una città comune
degli uomini e degl’iddìi, ed esser gli uomini di generazione e di stirpe
agl’iddìi congiunti; e avendo perciò abbracciato co’ suoi precetti tal vastità,
quale da uomini, tutti occupati dei vivere, difficilmente si può comprendere;
parve più comodo ad Aristotile, che ciascheduno si reputasse, non dell’intero
mondo, ma solo d’una repubblica cittadino; ed a tal uomo acconciò la filosofia
de’ costumi, perchè stimava vieppiù valevole a tener gli uomini nel dovere
un’affinità più Cicerone delle Leggi Uh. i. cap. 7. ristretta © da scambievoli
e chiarì uffizj corroborata, che una la quale 3 -gguagìi in ampiezza la
infinità della natura medesima, incomprensibile affatto dalia comune degli
uomini, la qual si dee provvedere d^ instituzioni, Laonde mentre Platone con il
soccorso dell Aritmetica Geometria Astronomia si sforza a sublimar gli uomini
dalle concrete alle cose intellettuali, da’ sensi alle astrazioni, e insegna
doversi 1’ animo scevra re affatto dal corpo, trasse Aristotile ciascun uomo là
dove ognuno, che meni vita civile, si lasceia facil mente persuadere doversi
aggiungere ; e quante cose vedeva^ si care agli uomini da non soffi irne la
perdita, mostrò in qual modo valersene rettamente. Poiché qua lunque co’ suoi
precetti piovveda a que’ solamente, cui basta a beatamente vivere la pura
contemplazion delle cose intellettuali, e’ certo pensa, che o la più parte
deli’ unian genere sia dispregevole, lo che è superba arroganza, o nata unicamente
agli a£PannÌ, lo che guanto è ridicola supposizione, è altrettanto inumana
ferocità. Quindi Platone stesso, che argomentossi a comporre una città, non di
uomini, ma d’intelligenze scariche d’ ogni corpo, e col lega ria con P accomuna
mento di quelle cose, che sfuggono ad ogni forza di senso ; perchè nondimeno
tale città non sia ripudiata affatto dal popolo, le accorda l’uso de’ sensi ©
delle cose esteriori, e pone esser© le virtù, le quali civili appella, in
quella mediocrità, cui trattò poscia profusamente Aristotile, e il maggior
numero de’ filosofi commendarono. Ma per fondare o per figurare tale mediocrità
trasse da varie dottrine e scienze ciascuno varj argomenti. Imperocché Platone
dalle corrispondenze de^ suoni approvate dalla sagacità delle orecchie cavò le
leggi, onde i massimi cittadini dispostamente attemperati con gPinfimi, siccome
suoni dissimili ^ si concordino e formin quasi pura e soave armonia j ed egli
pure insegnò doversi in ciaschedun uomo le tre facoltà deir anima, appetitiva,
irascibile, e razionale, contempo rare secondo quegP intervalli, con cui tra
loro si rispondevano la corda somma, mezzana, ed infima nelle cetere. Le quali
cose spiegando crede Plutarco *, Platone aver la lagione alla somma corda. Pira
attribuito alla media, alP infima P appetito; essendo tale il carattere della
ragione, che signoreggi; delP ira, 1 JPlat&ne de Ilei Mepuòbiiw 4' 2
jPlutdTCO nelle Queitioni J^iutoniche - che ajutatrice ed ancella della ragione
governi e sia governata; dell’ appetito poi che interamente ob- bedisca,
siccome quello, che da Platone estimasi d’ ogni ragione incapace. Fu poi la
cosa assai più lungi portata da Tolomeo \ Poiché non solo costui pensò
consentire la facoltà razionale con il diapason 5 la irascibile vicina a lei
col diapente, e la concupiscibile più a lei discosta con il diatessaron; ma
tante qualità ancora ad ogni facoltà attribuì, quante son pur d’ ogni spezie le
consonanze ; cioè tre alla concupiscibile, alla irascibile quattro, sette alla
razionale. Conciossiachè tre, dice, della concupiscenza le virtù sono, come del
diatessaron le consonanze; la temperanza nello sprezzare i piaceri; la
continenza nel sopportare Tolomeo deWArmonia lib. 3, cap» 5 .il bisogno; la
verecondia nello sfuggire le turpitudini: quattro irascibile come le consonanze
del diapente; cioè la mansuetudine nel temperare la collera; r intrepidezza nel
solFocare i ter- ji'ori delle pendenti calamita 5 la fortezza nel dispregiare i
pericoli; e la tolleranza nel sostenere i travagli : sette son finalmente le
virtù della razionale, come già del diapason le consonanze ; cioè V acutezza,
di cui è proprio muoversi speditamente; T ingegno ^ a cui si conviene
dirittamente colpire ; la perspicacia, onde le cose discernonsi ; il giudizio,
per cui si estimano rettamente ; la sapienza, che s’occupa nella contemplazione
; la prudenza, che nell’azione raggirasi; e la perizia, che versa nell’
esercizio . Di più avendo partito i suoni in unisoni, consonanti, e concordi,
ed appellato unisoni que^ che il diapason costituiscono j consonanti quelli che
fondano il diapente, concordi in fine quelli che sono tonici, e quanti
compongon mai la minima delle consonanze; le cose, e’ disse, che spettano al
retto uso dell’ intelletto e della l’agione agli u- nisoni consomigliansi ; ai
consonanti le cose, che al ragionevole temperamento de’ sentimenti e del corpo,
alla fortezza e alla temperanza si riferiscono ; ai concordi poi quelle cose,
che si rapportano ad una qualche affezione; finalmente l’intera filosofia
de’costumi risponde al pieno concerto d’un’armonia perfettissima; talché si
debba e la virtù chiamare una certa armonia degli animi ^ ed una certa virtù
de’ suoni nominar debbasi V armonia '. Prova JEudemo Uh, a. cap, i. però
Aristotile * le virtù starsi in un mezzo, così per V indole di tutti quanti gli
affetti, i quali tanto per soprabbondanza corrom- ponsi quanto per mancamento;
come per la natura della quantità o continua o discreta, nella qual sempre si
può raccogliere il pari, il meno, ed il più. Ma tocca generalmente siffatte cose
Aristotile ; i Pitagorici poi, che s’eran tutti applicati alla dottrina della
quantità discreta, ossia numerica, minutamente le sposero. Poiché !Nicoinaco
Oeraseno, avendo nella introduzione alla scienza de’ numeri esposta da
Giamblico insegnato essere il numero ( il quale per sé medesimo è pari e
totalmente libero d’ogni affinità col dìspari ) altro più che perfetto ; altro
mancante e contrario a quel- Aristotile deir £!ti€c^ lib* si» 6 * Io ; altro
perfetto e mezzano tra l’uno e l’altro; uno cioè, la cui somma è maggiore delle
sue parti; uno, la cui somma è minore; uno, a cui totalmente è pari la somma
stessa ; prese il numero perfetto 5 che primo è dopo dell’ u- 3TÌtà il senario,
a dimostrazione delle virtù, le quali disse non essere alcuni estremi, siccome
a certi sembrò ; ma sol mezzi fra la soprabbondanza e la deficienza; e
veramente il male al mal contrapporsi ; e i’ uno e l’altro de’ mali opponersi
al solo bene ; non mai però il bene ai bene, ma i due beni insieme ad entrambi
i mali; come all’audacia la timidità, alle quali è comune la infingardaggine ;
r audacia poi e la timidità alla fortezza . Pose altresì consistere la
simiglianza della virtù e del vizio col numero perfetto, e col soprabbondante o
igi deficiente in ciò, che troverai i im nitori soprai) Ijondtin ti 6 ma n—
chovo^lì esser© assai di più ©d infiniti, qua e là disposti disordinatamente e
da ni un termine certo non ordinati ^ raro per lo contrario ritroyerai i
perfetti, e con facilità numerabili ; essendo assai pochi quelli, che sono con
fermo ordine procreati Imperocché la rarità del numero perfetto, come d’ un
bene ^ non già del male vario e nioltipìice, n’offre per legge di natura uno
sol tanto ne’ numeri, che sono sotto della decina j uno nelle decine, che sono
sotto del centinaio; un nelle centinaja, che sono sotto al migliajo ; e così
poi in infinito. 117.® Ma in tantoché tai filosofi da cosiffatte origini
ripetevano i Boezio citato da 'Benullt all allegato passo di iSlicornace, iga
londatiienti di una virtù conveniente al consorzio umano, siccome quella che
rende F uomo at- tuoso ed abile ad operar quelle cose, per la perfetta
esecuzìon delle quali tutti di tutti abbisognano; altri d’altre sorgenti si
affaticarono a derivare una virtù di tal foggia, che mentre credesi che perfezioni
ogni uomo divisamente, spezza in un certo modo il primario vincolo di società.
Imperocché Zenone, il qual mosso da innata severità tenne e nobilitò la setta
de’ Cinici, purgatene le sordidezze e rasane la impudenza, avendo tale
opinione, che la nostr’ anima fosse una particella dell’ anima dell’universo,
cioè del purissimo etere penetrante tutte le cose; la natura poi essere Dio
medesimo tramescolato col mondo j ossia il fuoco partecipe della ragione e
dell’ordine, e segnalato ài varj nomi secondo la varietà delie parti, cui
variamente informa nel penetrarle ; insegnò V ultimo fine deli’ uomo essere
uniformarsi a Dio, o, alla natura conformemente vivere, o a’ sentimenti
attenersi di un fermo animo, che sia discìolto da’ lacci del materiale impasto,
nè di godere impedito sua naturai perfezione. Poiché Dio essendo V animo di
ciascuno, essQ è perfetto per sè medesimo j per la cjnal cosa dee cu^ rar solo
a rimuovere quegli ostacoli, che il puro uso ed intero di una perfetta natura
potrebbero frastornare. ^Nascono poi tali ostacoli dalle cose fuori di noi per
nullo consiglio umano variabili; siccome quelle che giudicavan gli Stoici si
conducesser dal fato, cioè da una potenza immutabile governante ordinatamente
questo universo. Laonde estimò Zenone doversi allontanar dal sapiente qnaT-
luncjLie cosa esteriore ; perchè, se il sapiente creda che oggetti inori di
siJa balia gli appartengano, non sia da pensieri arditi e da sediziosi affetti
agitato; di che nulla vi è più contrario alla stabilità imper- mntabile della
natura . Gli è d''uopo adunque, che l’animo in sè medesimo si raccolga, riponga
tutto in sè stesso, e solo a sè stesso basti, perchè del tutto sia libero. Ma
benché 1’ animo del sapiente sia pur a neh’ esso implicato nel se m pi t e r no
ordine tl e11 e cose, non però fiore di liberta gli si macola, perchè adempie
ciò ch’ei medesimo sceglierebbe, se ancor nessuna fatale necessità il
violentasse j, e amministrando ed usando tutto dì suo consiglio segue spontaneo
il lato, non è dai fato rapito forzata niente, come del serve e iusensato volgo
è costume. Per io contrario Epìciiro portando avviso ohe iì mondo fos- se
aggirato dal caso, e avendo tolta ogni sapienza e costanza dall’ universo 5 e
rotto l’ordine delie cagioni, che da una prima spie- gantisi nella medesima si
rivolgano, volle che 1 ’ uman genere fosse una parte dell’universo staccata
affatto dall’ altre ^ e dall’ imperio e dal timor degli deilo sciolse, i quali,
dilungi a noi rilegatili, collocò oziosi negl’intermon ' dj, perchè nè eglino
ci sien di noja j, nè lor siarn noi di molestia, donde la pace deli’ animo sì
avve- ienh Quanto poi può s’ argomenta a liberar gli uomini, a libertà redenti
e tolti ad ogni governo della possanza regolatrice dell’universo 5 dalla
tirannide ancora di quelle cose, che ne riguardano e stringono più dappresso.
Imperocché degli affetti, i quali ad esse ci attaccano e sottoinettono, vcg-
gendo alcuni eccitarsi dalla «a^ tura medesima, alcuni dalla opinione 5 la qual
può essere cosi conforme come discorde dalla natura 5 e però certi di questi
affetti e naturali essere e necessari ; naturali, ina non necessari, molti; i
più veramente nè necessari, nè naturali; prima stimò doversi di- veglìer tutte
le cupidigie super- due ; impose poi di recìdere quelle ancora, die non sovvengono
all indigenza, ma solamente formano la varietà de^ piaceri ; onde non s’abbia
quindi a tnenare vita straziata e carica di travagli. Zenone adunque ed
Epicuro, movendosi da punti opposti, idscontransi insieme a credere,
abbisognare il sapiente di poche cose, e dojjo quasi aver corso uniti per bteve
tratto tornano a dipartirsi, uno a sfidare arditissimo tutta la forza della
natura, e a cimentarsi, pieno di cuore è d.i sapienza, con lei ; l’altro a
schivarla avveduta- mente e declinarne gli assalti, per non averla con
<jualche dan— no a combattere; ambedue liberi di paura, quei perchè giudica
essergli forza spontaneamente seguitar r ordine dell’universo; questi, perchè
solò dì sè geloso reputa nulla appartenergli tal ordine, dal quale è affatto
diviso. 19.° E a questi primarj capi ri- dur si possono quanti sistemi i
filosofi immaginarono su la ragione del vivere. Imperocché o sollevarono l’uomo
a celesti idee, o alle bisogne umane lo richiamarono; e gli uni e gli altri
principalmente diressero i loro ammaestramenti al vivere o solitario 0 civile.
Poiché sforzaronsi alcuni di sublimare il sapiente loro alla contemplazione di
quelle forme che sono eterne ; e perchè ognuna di quelle abbraccia quante ve
n’ha dello stesso genere, con il soccorso loro si argomentarono ad associare
insieme le menti portate via dal sensibile al mondo intellettuale, cui posson
tutti egualmente par^ tecipare, altri educarono i citta^- dini agli affa??!, e
a coltivar qpe’ doveri, co’ qiiali scambievolmente si confortassero in ogni necessità
della vita; altri estimando essere ognuno parte del mondo perfetta per sè
medesima, si allontanavano di lungo tratto dagli uomini, e tutti scioglieano i
vincoli, che a comunanza di vivere ne costrìngono, per non iscuotersi punto dah
la concetta loro immutabilità, se a quelli si accompagnassero, che soglion
essere dalle passioni diversamente agitati. Conciossiachè il sapiente fra loro
di nulla misericordia commovesi, a ni un fa gra-? ^ia j e giudica tutti gli
altri essere mentecatti, schiavi, ribaldi. Altri deliberarono finalmente dovere
ognuno curar sè stesso, nè mesco^ larsi in affari altrui per non ritrarne
gravezza o inamarirsi il pia-^ cere, se a caso scostisi d* un sol dito, o metta
fuori la testa de* suoi orticelli. Tutti estimarcn poi la virtù essere
necessaria o a mon<- dar r animo, perchè si dedichi più pronto e libero alla
contemplazione, o a renderlo atto agli affari, o a vestire quella fermezza, per
cui il sapiente j se fracassato subissi il mondo, o eh’ ei sia posto nel toro
ad ardere di Talari^ de, non crolli punto di sua pacifica securtà: altri in
fine, per acquistarsi pace e dolcezza di spirito senz* affanno. Mentre però i
filosofi più che non deesi esaltano, o indurano, o snervali gli uomini, li
rendono disadatti alle civili occorrenze ; o mentre cacciano i riottosi per
luoghi inospiti, o i già pendenti sospingono giù per la china, corrompono gli
uni e gli altri j e li distornano da que’ prin- cipj, cui la natura gittò per
base di umana felicità. ao.® Le quali massime essendosi tutte originate dalle
opinioni, che gli uomini, forse mossi o dalla disposizione del proprio cuore, o
da una oscura ed equivoca analogia, sulla natura forraaronsi delle cose; ne
avvenne che quelli principalmente sconciarono e intorbidarono la ragione, che
il più sem¬ bravano avere inteso a perfezio¬ narla. Imperocché d’ordinario chi
molto vale di ingegno, ed usalo assiduamente j mentrechè sdegna le cose facili
e spia le arcane, in¬ torniato da quelle tenebre fra cui sepolte si celano ^
egli mede¬ simo acconciasi fallaci immagini delie cose 5 © colora e irnhel-
lettale a suo talento; e ad uso de’ sognatoli, non conlVontando mai tali
immagini con esse cose, xieppuf s’ avvede esser nebbia ciò cb’e’ si crede
Giunone. E se per caso destisi T animo finalmente, e ad esse cose rivolgasi,
già estenua¬ to da vane speculazioni non vale a sostener quegli oggetti, de
quali percbè si possa ricevere l impres¬ sione havvi mestieri di un fondo in
certa guisa più solido. Laonde quel eh’ è più grave trapela e scorre, per cosi
dire, per le fessure di un’anima attenuata e forata per ogni parte; quel eh è
più lieve e di più volume v’è dalla sua medesima leggerezza soprattenuto.
Indarno adunque ricerche- rebbonsi dalle massime de’ filosofi le regole della
vita ordinate dalla natura e dalla sana ragione; es¬ sendo spesso inimica alia
ingenua l ragione e pura, più che i costumi, inconsiderati del volgo ^ T arte
di alcuni ammaestratori: talmente- chè non a torto si lagnò Seneca % che la
filosofìa sì trovasse non a rimedio dell'animo, ma ad esercizio d’ingegno, e
fosse a molti Cagione già dì pericolo . Smeca Epìstola io3.flo3 Hagtonameetto
del Tràdcitto- riE. . pon quale ordine sì sviluppasi sero le facoltà degli
uomini, ed appetiti ne uscissero loro connaturali, Con quale tenore e modo na¬
scessero le opinioni sopra le cose spettanti al vivere, Con qual tenore siensi
propo¬ ste e da che fonti attinte le instiiuzioni del pwere e de\ i^ostuTni
.UNIVERSITÀ' D! PADOVA Dipartimer^to di Storie e Filosofìo del Diritto e
Diritto Cononico ed i costumi e le leggi mo costituzione sortirono, che sien. Diaitized
b v ..’- y L . >-’-*£. • . - ± v ' ;
Ì .. - w;®'% , - ; WÈm$ i ;v :• • irjj ■ " V jt. v ■% ♦? : ' - fSV- ■•.-‘v
4 '’tìX K «ii. ’Tlj Jd . '• Ì«£fi ; 3-4 r ; Si .•'►>•.•>', . 4 pA. T* « *r*. r.' . f.-\ (K.
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: * ìr>?^ s m ' r ►; ^k. « 'tS < V * i :»yT fc y* jèt- - • .k i . WV« A| % I I % OPERE VARIE DI S. C. R. S. VOLUME I. JlL. *
^ 0 . CONTENÈNTE ORAZIONI ED ALTRI RAGIONAMENTI • r Format ttnut vertebar in
omnct . Propcrt. IN PADOVA.. N E L. JfcyV^ STAMPERIA PENADA. V/..' Con L $ c,
de' Su p. v. * • % % 0 • ! Digitized by-Google / Opportuna mea efi cunBis
natura figurts : In quamcumque voles verte , decorus ero . Vertumnus apud
Propert. ei. u lib. 4* A * • . u< DPREFAZIONE DI ANTONIO EVANGELI C R. S.
Uegli uomini ri , che forniti dalla natura d’ una ftraor- dinaria forza d’
inge- gno , e dall’ arte ar- ricchiti d’ una dottrina all* ingegno propor-
zionata , giganteggiarono fra letterati det loro fecolo , per quanto fieno
ftati poco premurofi di provvedere alla lor fama pref- fo la pofterita , non
fono mai periti nell’ obblivione per difetto di banditori della lor gloria, nè
a pofteri anno mancato mo- ( VI ) numeriti , che ad efli certa fede faceffero
delia loro eccellenza. Siafi egli effetto dell 1 amore a si fatte perfone da
noi profeffa- to , mentr’ erano in vita , il quale ci fac- cia credere di
mancare al dover noftro fe ommettiamo di procacciare al loro nome quel maggior
luftro , che per noi .fi può; 0 veramente dell’ amore , che porfiamo a noi
ftefii y il quale ne muova a ftudiar-i ci d 1 immortalare una gloria , della
qua- le è in certo modo a parte chi fu co’ pof. feffori d 1 efla congiunto con
qualche vin- colo ; o di quello finalmente , che fentia- mo verfo 1’ umanità ,
alla quale fiam per- fuafi di far un benefizio confervandole e* terna la
rimembranza di chi fembrò aver- la follevata ad un non ordinario grado d 1
altezza , o provvedendola di monumenti y da’ quali penfiamo eh’ ella trar ne
pofla alcun frutto ; o da qualfivoglia altra ca- gione ciò nafea ; qualunque
volta vengafi per morte a perder alcuno di que’ fublin mi intelletti , v’ k
fempre chi la cura fi pren- 4 * . (VII) prende di ravvivarlo e renderlo
immorta- le col raccoglier e pubblicare le produ- zioni che di elfo gli vien
fatto di rinve- nire . E non pur quello fi ritrova chi faccia, ma fe avvenga
mai che nulla ab- bian eglino lafciato ferino , v’ à di que- gli , che non
paventano la fatica di an- dar nella propria o nell’ altrui memoria ripesando
gli eccelfi penlàmenti di quelle grand’ anime , onde confacrargli all* im-
mortalità . Illultre ih quello genere fi è f efempio dato a molt’ altri , che
furono dopo di loro , da’ nobililfimi lìlofofi Plato- ne , Senofonte, ed
Efchine detto il So- cratico : i quali veggendo con pena che 1’ incomparabile
lor maellro Socrate punto non fi curava di fcrivere quelle belliffi- me cofe ,
ond’ eran ammirabili i Tuoi ra- gionamenti , e per cui era giunto ad ef- fer
riputato il maggior favio , che nella Grecia tutta vi fofle , a gara 1’ uno
deli’ altro grande Audio e fatica impiegarono nell’ efporre i pellegrini
concetti del cele- * ber- s Digitized by Google N . ( Vili ) berrimo Ior
precettore. Con che i bene* meriti e grati difcepoli e la di lui più nobil parte
eternarono , ed a se fteffi mol- tiffimo vennero ad obbligare la pofterita ,
che lor mercè dopo tanti e tanti fecoli può dir di converfare ancora con
Socrate , ed ancor gufta gli fquifiti frutti del divino ingegno di lui. Animato
io pure da’ fentimenti di que- lli grand’ uomini , allorché fi trattò di ri*
fiorare in qualche parte la perdita gravif- fima d’ un novello Socrate fatta
dalla re- pubblica letteraria nella morte del rino- matiffimo mio concittadino,
confratello, e maeftro Giacopo Stellini col mandar alla luce ciò, ch’egli in
Padova dalla pub- blica Cattedra di Filofofia Morale aveva molti e molt’ anni
infegnato , non potei non accettar di bonilfimo grado 1’ invito fattomi dal eh.
P. Barbarigo di concorrer colla mia opera alla fpaventofo non che difficile
imprefa . Imperciocché febbene a differenza di Socrate aveffe il P. Stellini
la- Digitized by Google -J'-J ( IX ) lafciate fcritte le fue dottrine , le
aveva però lafciate in tal confufione ed olcurita involte , che a liberarle
dall’ una e dall’ altra , un incredibile Audio ed applicazio- ne fi richiedeva.
A che grado precifamen- te gi ugnelle la fatica di Pififtrato , il qua- le già
ritolfe al difordine , in cui erano al fuo tempo i libri ( a ) d’Omero, c s’
avvisò di difporgli in quel fiftema , nel quale prefentemente gli abbiamo ; o
quel- la d’ Ariftarco , che i libri medefimi ri- purgò ed alla lor vera lezione
ridulfe , non faprei dirlo : fo bene-, che quelle due fatiche infieme congiunte
, ed al più alto grado che immaginar mai fi polfa porta- te , formarono la
nollra. Balta che a ri- dur quegli fcritti a quello flato , in cui ora fi
trovano tra le mani del pubblico , vi vollero tre anni e più di continuo la-
voro ^Fatica al certo fu la nollra bene Ipe- * . H, ' • * - <4 i « . '- jù*
i* • ■ (<*) CICERONE (vedasi), I. 3.
de Oratore. Aelian. Vàr. HHl. I. 13.C. 14. • % (X ) fpefa quant’ altra mai ,
per aver prodotto il riforgimento del più gran maeftro di cofiumi , che da
molti fecoli vi fia fin- to , mercè un’ opera tale , che la Moral Filofofia non
ne à forfè alcun altra , di cui pofla cosi lieta andarne e fuperba • Non è
quello il luogo di fpiegarne a par- te a parte i pregi fingolarifiimi , onde
far apparire da quali ragioni io fia con-» dotto a cosi penfare ; ma mi riferbo
a farlo in altro mio * Icritto , che ufcir'a quando che fia . Intanto mi
rimetto al giudizio , che ne an dato pubblicamente alcuni dotti uomini , e
principalmente gli eruditiflìmi Signori Giornalifti di Pi- la , i quali in tre
Eftratti da lor non à molto pubblicati ( a ) dell’ Etica Stelli- niana ne an
ben valutato il merito , e con onore non men loro che dell* Auto- re anno
additato molte delle Angolari bel- lez- (4) Nel Giornale de’ Letterati. Pifa
1780. ( XI ) .lezze , che in effa rifplendono. Oltrac* ciò ann eglino làputo
affai giudiziofamen- te collocarfi nel punto di villa , da cui vuol effer
guardata la Morale di quel va- lentuomo per poter dare del fiftema di lui una
diritta e vera fentenza : - il che non avendo alcuni faputo fare , an detto o
fcritto delle cofe , che inoltrano bensì il loro zelo , ma non la direzione e
la ragionevolezza , che ne debbon effer la guida. Cosi aveffero que’ faggi e
valoro- fi Giornalifti , ficcome an per ogni par- te giuftificato i libri dell’
Etica , cosi an- che voluto pigliarli la briga di far lo Iteffo d’ una
Dilatazione vivente 1’ Au- tore llampata , contro di cui , dicon elfi. , non è
mancato chi à pubblicamente fatte le fue doglianze ! eh’ io fon perfuafo , che
ad elfi verfati come fono nelle cofe filofofiche y e di buona critica forniti ,
non farebbe venuto meno il potere • Ma s’ eglino , qualunque ne fia la cagione
, non an creduto opportuno di ciò fare , non ( XII ) non refterà per quello il
P. Stellini fen- za la dovuta difefa. Con un’ opera cosi eccellente parrk for-
fè a taluno , che il mondo letterario ab- bia interamente ricuperato il P«
Stellini, e che nuli’ altro ornai redi a bramarli per aver , diciam cosi , un
perfetto e vi- vo ritratto del felici flimo ingegno di lui , e della fua rara
dottrina : ma ella non è certamente cosi. S’ è unicamente ravvi- vato il fommo
Profeffore di Etica ; e V ' quaddo ciò dico , intendo un perfetto co- nofcitore
della natura dell’ uomo , e di quanto an fu di lui’ meditato tutti gli an-
tichi - e moderni Fiiofofi ; un gran Me- tafifico , un valente Giureconfulto ,
un uomo delle Storie perniili rno ; perciocché fenz’ elfer tutte quelle cofe
non farebb’ egli mai giunto a quell’ apice : ma non s’ è già ravvivato un uomo
, che non tanto per effer in tutte quelle cofe eccel- lente è flato la
meraviglia de' noftri tem- pi , quanto . per 1’ uni ver Tali t'a del fuo Ta-
pe- ( XIII ) pere. Come ? mi dira qui taluno : 1* E- tica fola del P. Stellini
non batta ella forfè a dimoftrare un uomo univerfale ? Io non nego , anzi
confetto di buon gra- do , di veder io pure quegli ferirti dif- feminati tutti
e adorni d’ ogni maniera di dottrine ; talmentechè chi volefle far ciò , che
fecero nelle lor Vite d’ Omero Dionigi d’ Alicarnaflo e Plutarco , i qua- li fi
prefer 1’ aflunto di far vedere P u- niverfale feienza di quel gran Poeta col
trar da’ fuoi poemi , e metter infieme i paffi qua e la fparfi , che ne danno
indi- zio ; farebbe uno (lupare veder Mate- matica > Mufica , Fifica y
Medicina , Ret- torica , Poetica , Chimica , e cent’ altre facolta intervenir
tutte ad illuflrar tratto tratto ed abbellir 1’ opere dell’ Autor no- ftro. Ma
un tale (poglio , ov’ altri il fa- cefle 5 farebbe poi egli baftcvole a far del
fapere dello Stellini concepire un’ idea , che pareggiale la verità ? Egli
pretto i più dotti uomini del fuo tempo fi gua- da* • ( XIV ) dagnò ’l concetto
d’ aver una cognizione non folo eftefa maravigliofamente per tut- te quafi ,
dirò cosi , le provincie dello /cibile , ma , ciò eh’ è affai maggior co- fa ,
foda infieme e profonda. Ecco ciò , che di lui fcriveva ( a ) un giorno il ce-
lebratiffimo Co. Algarotti : Non c è arte \ nè fetenza , ne cui fecrcti
penetrato non abbia . Potrebbe leggere nel corfo di un an- no fcolaflico fu
qualunque cattedra 5 come quel pantomimo di Luciano , che in un balletto
contraffaceva tutti gli Dei . Ora non è poffibile in un’ opera ad un fol ar-
gomento dedicata toccar cosi di paffaggio e per incidenza infinite altre co fe
in mo- do che appaja Tempre fin a qual puti- to fia lo fcrittore in ciafcheduna
d’ effe verfato. Quindi è , che i due famofi Bio- grafi dianzi •. mentovati ,
ed altri antichi e mo- ( <* ) In una Lctt. inferita tra le Memorie per
fervir alla Storia Letteraria ft. in Ven. dal Valvafenfe. e moderni ammiratori d’ Omero , i quali nell’ opere di
lui an pretefo di tro- vare un teforo inefaufto di tutte le defi- derabili
dottrine , fono (tati da più d’ un Critico dottiflìmo (b) a. buona equità trat-
tati da vifionarj e pregiudicati di trop- po in favore del loro Eroe . Come
dun- que fperar potrebbe d’ andarfene immu- ne da fimil taccia chi voleffe
cimentar- fi di far lo fteffo in riguardo all’ ope- re Etiche del P. Stellini ?
Nefliino , è vero , potrà negare , che in ciafeheduna di quelle cofe ftraniere
, che va quefti nell’ argomento fuo principale inneftando , non riluca d’
ordinario anche nel poco il molto , cioè a dire ? un làpere in quella ta- ( a )
Angelo Poliziano nella Prefazione ad Omero , la qua- le fi legge tra le fue
opere latine , chiama etto Omero re - gem difciplinarum omnium , e i Tuoi libri
omnium dottrina- rum fapientiaque thefauror . Nè diverfamente parla il Pope
nella fez. terza del fuo EJfay on Homer . Vedi M. Perrault Paralelle de r
Ancienr & det Moder- ne r en ce qui regarde la Poefie . Anon. Ingl. An Enquiry imo tbe
Life and Writings of Homer , Seft. 12. P. Giambernardo ritenti Leeone f opra lo Scudo <P Achille , tra gli
Opufc. del Calogeri . ( XVI ) tale sfera affai più eftefo , che a prima giunta
non apparifce , ove confideri , eh’ ei cosi a tempo e cosi acconciamente a varj
propofiti quelle varie dottrine viene applicando , che non folo non fi feorge
la menoma violenza nell’ adattarle , ma fembran effe nate foltanto per fervire
a* bifogni di lui. Poich’ egli è chiaro che chi opera in tal modo non può a
meno di non fcegliere , e che non fi può fee- gliere dove non fi ritrova
opulenza. Ma in ogni modo quello non è ancora Ican- daglio 5 che badi a toccar
fondo nel fà- pere d’uno Stellini. A quello s’ aggiun- ga , che alcune facolta
delle più confide- rabili , così portando la condizion loro , nella Morale non
vi fon punto tocche ; ed inoltre che tutte quelle , le quali v’ an luogo y v’
entrano per lo più con dottri- ne prefe in prellito da altri , e non pro- prie
dell’ Autore , che ve le inferifee . Rella perciò a delìderarfi in ordine
ad> al- cune claffi adempiuto alla mancanza y che nell’ • tori grideranno il
bello , e perdoneranno a ciò che v* a d’ illodabile. Anche a Ca- tullo nel fuo
Epitalamio -per le nozze di Peleo fi perdona Y anacronifmo della nave , e lo
fmifurato epifodio, ingrazia de’ molti e bei pregi , di cui rilplende quel compo-
nimento ; e fu quello mai femore la deli- zia di tutti gli amatori della bella
poesia # E per parlare di cofe recenti , anche nel poemetto del cel. Ab.
Frugoni intitolato il Fero fi tollera un difetto del rutto fi- mile a quello
del P. Stellini ; e vien elfo a pcrderfi tra ’l molto lume , di che fpar- gono
quella poesia le molte fue belle pre- rogative. 11 terzo Epitalamio fu fimo
dall* Autore del 1740 , e 1 ’ Inno due anni dopo. Due produzioni fon quelle ,
1’ una nel genere e- pico , l’altra nel lirico, pregevoliffime . L’ Inno
fingolarmente affai IT; mo dee piacere a chi ama la foda e robufta poesia per
la novità de’ concetti , e per 1* energia e vi- vacità dell’ immagini. ** A’ (
xvm ) A’ verfi fciolti fuccede uni traduzione effa pure in verfo fciolto di
parecchie Ode di Pindaro. Innamorato il P. Steliini , di quedo fublime poeta
come prima fu in idato di lecerlo nella fua lingua origina- le , fi pensò di
recarlo in Italiano , d’ il- luderlo con note ovunque fembrato gli foffe
opportuno , e di accompagnare ciaf- chedun’Oda con un difcorfo diretto a (pia-
nare r idea del poeta , a modrar gli arti- fizj da lui adoperati ne’ Tuoi
componimen- ti , e le bellezze in quedi contenute. Bel penfiero per certo e
degno di lui ; e che y jfe foffe dato pienamente efeguito , fummo onore avrebbe
recato all’ autore ed all’Ita- liana letteratura , e giovamento grandifìi- mo
agli dudiofi della poesìa. Ma avendo le lue circodanze chiamato lo Steliini a
più gravi dudj; egli abbandonò a mezzo ilcor- fo Timprela , e quanto aveva
ferino lafciò giacer per fempre nell’obblio, fenz’ aggiu- gnervi dopo pur una
dilata. Delle quaran- tacinque Ode , che ci redan di Pindaro-, ven- ( XIX )
ventidue fole ne ò io trovate ne’ mano- fcritti del noftro Volgarizzatore ;
annota- zioni pochilììme ; ed un folo degli accen- nati difcorfi , cioè quello
eh’ è intorno al- la terza Nemeonica. Se oltre quello nella ftampa prefente fe
ne leggon due altri , di ciò fe ne dee faper grado al gentile nulla meno che
feienziato Sig. Ab. Toaldo Pub- ' blico Profeffore d’ Aftronorma in quefta
Univerfita di Padova , il quale avendogli ritrovati autografi tra’ man oleritti
dell’ im« mortale Ab. Conti fiato già amicifiimo del P. Steliini , a voluto
cortefemente comu- nicarmegli. Se la gentilezza di quell’ illu- ftre Profeffore
folle più comune, che non è , chi fa di quanti altri Difcorfi intorno a Pindaro
, c di quant’ altre Ode dal- lo Steliini volgarizzate ricca farebbe que- fta
Edizione ? Certa cofa è , che parec- chi frammenti d’ altre Ode da lui tradot-
te ò io trovati tra le carte dell’ Autore ; • e tra quelle vi è pure un foglio
di ofler- vazioni critiche fatte da non ,fo chi fopra la ** 2 li bilia traduzione della prima Pitionica, in
line al quale cosi Ita fcritto : OJfervo poi r Idea dell’ Oda , che è fatta
eccellen- temente . Ad ogni modo quell:’ opera cosi imperfetta , com 7 è , è
Tempre una cofa in liane . Una fola traduzione di tutto Pin- darò a finor avuto
1 ’ Italia , ed è quella d’ Alelfandro Adimari , la qual comparve alla luce 1 ’
an. 1631. Ma quella poco è da contarfi , perchè non avendo il tradut- tore un
ingegno proporzionato alla gran- dezza dell’ originale , nè certa finezza di
gufto ; ed oltracciò elfendofi legato a trop- po Hrette leggi di rima , ci ìi
dato di Pin- daro un ritratto affai poco fomigliante. Dopo f Adimari qualche
Oda ne tradulfe Francelco Cappone , egli pur lècentifta , aliai mediocre poeta
, ed ignaro della lin- gua Greca . Nel no Uro fecolo poi due Ode di Pindaro fur
tradotte dall’ illultre poeta. Girolamo Tagliazucchi , le quali fi leggo- no
tra le fue rime ; altre due fe ne tro- vano nel Giornale di Modena tradotte dal
dot- Digitized by Google ( XXI ) . dotto Ab. Vifconti , unite ad altre quat-
tro interamente , e ad alcune folo in parte volgarizzate dall’ Ab. Ceruti
(oggetto affai noto nella Repubblica letteraria ; ed una finalmente n’ abbiamo
volgarizzata dal cel. Sig. Saverio Mattei , da lui inferita nella terza delle
Tue Differtazioni Preliminari al. la Traduzione de’ Salmi . Oltre quelle ,
altre , eh’ io fappia y non ve n’ à. Cofa in vero maraviglio fa che un poeta si
gran- de , e tanto dall’ antichità celebrato , abbia in Italia avuto cosi pochi
amatori y e fia (lato lafciato da parte perfino dal dot- tifiimo Ab. Salvini
traduttore di tanti Gre- ci poeti , il quale di Pindaro nuli’ altro ci à dato ,
che uno (quarcio della prima O- limpionica , da lui inferito in una fua an-
notazione al c. II. del libro pur II. della perfetta Poesia Muratoriana . Il P.
Stellini dunque avrà la lode d’ effere (lato colui , che più d’ ogn’ altro
Italiano abbia con onore inoltrato il paffo in quella diffidi carriera. ** 2 II
Il modo da lui tenuto nel tradurre c da
ftimarfi il migliore , eh’ ei Iceglicr potef- fe . Imperciocché avendovi tre
principali maniere di traduzione ; I’ una religioni , che non curandoli gran
fatto di piacere, fi contenta d’effer utile a chi non la la lingua d’ un autore
, col rapprefentargli parola per parola la fua opera ; un’ altra licenziofa ,
che proponcndofi unicamente di dilettare , cangia , aggiunge , leva , riftringe
, dilata; cfpone in fomma gli altrui concetti in quel modo , che le par più adattato
a con- feguir il fuo fine ; ed una terza , che qua- fi mezzo fra due eftremi
cerca di concilia- re in qualche modo 1’ utile col dolce ; fe- guendo le pedate
dell’ originale con fedel- tà s\ , ma non però così Icrupolola , che non fi
faccia lecito alle volte di fcoflarfe- ne alcun poco o per fervi re alla
chiarez- za , ove torna bene il farlo , o per am- mollire qualch’ efpreflìone
troppo dura , o per render più leggiadro ed armonico il verfo : quell’ ultima è
appunto quella ma- nie- ( XXIII ) niera , die generalmente parlando k fegui* to
il P. Steliini . Maniera per certo , che da chiunque diritto giudica debb’
effer ap- provata molto più dell’ altre due , e maf- fi inamente della
parafrafi . Poiché i para- frasi direttamente s oppongono al fine della
traduzione , eh’ è di rapprefentar un autore con fedeltà. Quindi dice
benififimo il March. Maffei ( a ) ; Poco plaufibili fii-, mar fi foglio no da
chi ben in tende le tra- duzioni libere ed arbitrarie » Una tradu- zione debb ’
ejfer un ritratto , che tanto fi loda ^ quanto famiglia. Chi altramente fa ,
inganna il fuo lettore , non V infimi fee . Oltre di che cotefti traduttori , a
ben confi- derai , d’ ordinario neppur ottengono il lor fine ; poiché le
parafrafi pollone bensì piacere ai poco intendenti * c a coloro, che le leggono
difpersè , e fenza il confronto dell* originale ; ma al paragone di quello 4
per- (O Vedi il lib. intit. Traduzioni’ Poetiche , o fi a Tentativi per ben
tradurre in vtrfo : Verona 174 6. ( XXIV,) perdono gran parte del loro pregio .
E in vero qualunque volta fi tratti di traslatare un eccellente poeta , egli è
pur difficile per non dir imponìbile, togliere, e nulla emmetter d’ importante
; dilatare , e non indebolire ; cangiare , e non dar nel men buono ; aggiungere
, e non caricar la poe- sia di co fe fuperflue e talvolta anche con- trarie
alla mente dell’ autore . E perchè fi tocchi con mano la verità di quanto io
di- co , mi fia lecito , giacché fi tratta di Pin- daro , di porre innanzi a
miei lettori la foprammentovata Ode tradotta dal Sig. Mattei , che è la nona
delle Pitioniche . Bello è il cantar cf Jltene , c dell 9 ili ufi re bianconi a
famiglia . Ov è fra tutte xAltra città , che il capo cflolla a paro Dell ’ alma
%Atene ? Ov è piu chiara flirpe Di figli <r Jllcmeone ? Ovunque i raggi
Giungon del Sole , audace Penetra ancor de * forti jfteniefì Il chiaro nome * e
la tua flirpe ancora y Caro Megacle amato , Canta la fama in ogni parte , e
dice , Co- ( XXV ) Come il barbaro giogo De Pìft firati fcoffó , al^ò di Febo
Nell * tf/no a/fere *wo/i , e tutti i danni Già riparò de * barbari tiranni .
Baflan tai coJe*~ a risvegliar [e langue Il / acro mio furor : che farà poi Se
te , fe gli avi tuoi Di frondofe corone ornati il crine Cinque volte in Corinto
, e due rimiro Nel Piofo agone , e un altra volta al fine Ne iT Olimptca polve
? Aggiungi a quefle Dell* ultima corona il nuovo onore , Che nel Delfico corfo
Tu fra tutti , tu fofli il vincitore . Spiacenti fol che in me^gp Alle glorie ,
alle palme Atropo indegna * Ad Ippocrate tuo recife il filo , E gr illuflri
trionfi ' Tentò di funeflar . Ma qual riparo Contro a Parca sì cruda ? Or fappi
, amico 5 Che le gioje interrotte Sempre a ’ mortali cjfcr dovranno , e penfa ,
Che la dubbia fortuna è piu coflante Quando col bene il male Mefcendo va.' ma
quando è fempre e in tutte Fa - ( XXVI ) Favorevole e buona , Jlilor tofto ti
lafcia e t* abbandona . In quella parafrafi , ove leggali fola , e con buona
fede , non vi fi difcernc forfè cofa , che non piaccia ; ma s’ ella fi
confronterà coll’ originale , vi fi troveranno parecchi nei . Il principio di
quell’ Oda in Pindaro è 1’ apprelfo: KaM,/ro» «* [Lty oChoiroK'ts A'Sxyxt
TIp00tfJU09 A'hXfJLOUOVtly.V ÌLvpvrS’tnì yinx , xptp ir?S* olot^xt T'mroiTi
fixXÉrd’xt . Ma la troppa vaghezza del Sig. Mattei di metter in Alterna
ordinato ed efatto un poeta, che come faggiamente riflette il P. Steliini (/*),
d’ ordinario mal foffriva d’ effere tiretto da certe catene ; e 1’ elferfi egli
dimentico , che un traduttore non è altrimenti un pittore , che liberamente di-
pinga le proprie fantasìe , ma bensì uno che dee fedelmente copiare un quadro
al- trui , ( 4 ) Vedi il Difcorfo [opra la prima Olimpion. alla fac. 112. di
quefto Vok ( XXVII ) trui , an fatto , che il penfiero del Greco poeta ne’
citati verfi contenuto è altera- to in guilà , che più non fi raffigura per
quel deflo , eh’ è nell’ originale. Ecco il vero concetto di Pindaro
parafrafticamen- te efpreffo da Giovanni Benedetto : Pul- cherrimum eft ,
Megaclis Atbenienfis , qui genus ad Alcmaonem refert , laudum i - nitium ducere
ab Atbenis ita ut fun - damentum & exordium byntni y quo celebra - mus-
vittoriani ab ipfo quadrigis partam y ducamus a patria ejus commend attorie .
Nel fine poi della prima Stanza non vedo perchè fiafi voluto aggiugnere quell’
il bar», baro giogo De Pifijlrati fcojfo ; e quell’ e tutti i danni Già riparò
de barbari tiran- ni , che nel tefto non fi leggono . Quelle circoltanze
dovendo già cfler note a* Tuoi uditori y Pindaro le tralafcia . Potrà rifpon-
derfi , che s’ eran note a que di Pitone , non lo fono a noi • E' vero : ma
fenza far dire al Poeta ciò, ch’ei non dice, un bre- ve argomento premeffo all’
Oda può met- ter ( XXVIII ) ter noi pure , benché fenz’ alcun bifogno* , nel
cafo medefimo de’ Pizj. Nella terza Stanza e perchè mai a ag- giunto il Sig.
Mattei le parole : Atropo indegna Ad Jppocrate tuo reci fé il filo , le quali
nell’ originai non fi trovano ? Si dira forfè , per informar alla bella prima
il lettore d’ un fatto , a cui il poeta allu- de. A bell’agio: bifogna vedere
fe ciò lì può fare fenza pregiudizio di Pindaro . Io per me dico, che s egli a
ommette quelle parole , l’à ommeffe perchè cosi dovea fare. E vaglia il vero:
Pindaro veggendo, che la fciagura occorfà a Mcgacle molto a lui do- veva
intorbidar il piacere dell’ ottenuta vittoria , penfa di renderglielo più puro
col inoltrargli in sè fletto uno che com- piange il fuo cafo , e col
dichiararlo in poffeffo d’ una fiabile felicita. Ma veggen- do egli dall’altro
canto, che quefla era una colà affai dilicata , e da trattarfi con fom- ma
circofpezione , onde volendo produrre un effetto , non ne veniffe a produrre ,
com’ ( XXIX ) com’ era facile , uno del tutto oppoilo ; riflette di dover
guardarfi da due cole, ciò fono dall’ adoperar modi , che poteflero troppo gagliardamente
urtar la piaga ancor frefca ; e dal fermarfi troppo a lungo fo- pra colè alla
piaga medefima relative. Poi- ché s’ei non avelie avuto la prima ri ferva ,
rifvegliandc a Megacle un dolor troppo a- cuto, il fcnfo di quello avrebbe
alforto tut- ti gli altri affetti e penfieri di lui , e re- folo Tordo a tutti
i conforti dell’ ami- co. Se poi fi folfe il poeta troppo a lun- go trattenuto
a parlar intorno alla difgra- zia ; ciò , che non aveffe fatto un urto ga-
gliardo coll’ intcnfione , fatto 1’ avrebbero molti piccioli urti colla
durazionc , obbli- gando il vincitore a rifletter troppo fopra la propria di
fav ventura . Com’ k dunque fatto il favio Pindaro per ifchivare il pri- mo
inconveniente ? A' egli con tinte s'i leggere tocca , e cos'i in diftanza
rappre- fentata la morte d’ Ippocrate , che fe un Greco Scoliafle dato non ce
n’ aveffe con- tez- Digitized by Google ( XXX ) tezza, noi l’ ignoreremmo
onninamente, e crederemmo che il poeta a tutt’ altro al- luder volefle che a
quello. Egli mai non nomina Ippocrate , e per certo con molto avvedimento ;
poiché chi non là quanto al vivo ne tocchi il nome d’ una perfona ca- ra da noi
perduta di frefco? E' celebre la veemente commozione , che deflò nel cuor d’
Ottavia Torcila d’ Au^ufto il Tu Mar- cellus eris di Virgilio. E pure il poeta
aveva nominato (a) non il Marcello per- duto da Ottavia , ma bensì il vecchio,
vo- lendo dire , che quegli , Te fotte vivuto, farebbe flato un altro Marcello
. Per la fleffa ragione , per cui non nomina Ippo- crate , Pindaro non nomina
mai neppur morte , e nulla in fine tocca di particola- re (a) Il dottiamo P.
Catrou Gefuita cosi parla nella 14. delle fue Notes & Dijfertatiens fur le
VI. livre de P Ett. Il fatte rcmarquer qtte depuis le comrmnccnmn de ce bel iloge , le pocte
ri* avoit parie que eP un jeune Prime , fans le mmtner . Il ne le nomine pat
mime tei , à proprement parler . Il dir feulement , que ce jeune Hérof fera un
tour femblable au grand Marcellus . Cependant le min )eul de Mar cellus fit ,
fur une mere afjligée i P impreffton , que nous venons de dire . ( XXXI ) re ; ma folo in generale dice ,
dolergli che V invidia mal ricambi le belf opere : rp * f/ . — To ò oc%wp.xi ,
«fS'ovov xfxst. Solevo* Tot xx\x 'ipyx. Artifizio fomigliantiffimo a quel, che
usò Cicerone nel narrare a fuoi giudici 1’ ucci- fione di Clodio . Egli dice la
cofa , ma fenza nominare nè morte nè Clodio. Im- perciocché effendo il fuo fine
di affezionar gli animi di quelli a Milone , nulla fareb- be flato a tal fine
più contrario , che il nominar cofe , che potean verfo Y avverfa- rio rivolgere
quella compaffione , ch’ei cer- cava di dettar pel cliente. All’ oppofito il
Sig. Mattei non contento d’ aver partico- Jarizzato il fatto, e d’aver
mentovato una volta Atropo nelle fopraccitate parole, po- co dopo foggiunge: Ma
qual riparo Contro a Parca sì cruda? Riguardo poi alla brevità , che , come
dicevamo , doveva tener Pindaro trattando si fatto argomento , ei n’ è flato s
N i cauto offer- ( XXXII ) oflervatore > che da effo fi fpaccia con cin- que
verfetti e mezzo ; laddove il fuo tra- duttore fa una ftrofa di tredici verfi
per la maggior parte interi. Ma ciò 5 che re- car debbe più meraviglia , fi è ,
come dagli ultimi tre verfetti di Pindaro > fenza ag- giugnervi alcun nuovo
fentimento , abbia egli potuto trar materia da far fette verfi . E che direbbe
mai , le gli vedefle , l’om- bra di quel Pindaro , il cui Itile , per det- to
del Sig. Mattei licitò ( a ) , è conci fo 5 ftretto , c laconico ? M’ immagino
y ciò che dille a quel fuo interrogatore la Co- lomba d’ Anacreonte :
Ax\is~épxv fi Éd’VKxs 9 A'vd’pCOTS , <C TLOp'J'J'ÌS . Dicafi pure , eh’
elfendo le lingue fra loro dilfimili y nè fi potendo perciò corrifpon- der 1’
una all’ altra cosi per f appunto; nelle traduzioni s’ anno a pelare non a contar
le parole : eh’ io certamente non , laro (O Veggafi la Tua feconda Diflertaz.
Prelimin» ( XXXIII ) farò mai alla noltra lingua un torto sì palpabile di
crederla Icarlà di pefo a tale, che per bilanciar quelle quattro parole gre-
che, Ctvfyì T Xp [AQv'ipLXV Ox)\oiTX V EUÙxiUQvixV fc Tx <c rx (péperd'xi •
cì fia bifogno tra interi e rotti di fette verfi Italiani. E pur quello è quel
Mat- tei , che poco prima di quella fua ver- done cosi làggiamente declama
contra i traduttori afiatici . Io non faprei che mi dire , le non eh’ egli è
pur troppo vero che molte volte nelle cofe altrui damo o- culatilfimi , e nelle
proprie fìam ciechi. Di ciò . forfè nel Sig. Mattei può averne avuto colpa il
Sudori o ,• la cui traduzione (a) elegante elfendo per avventura a lui (s)
Eccola t Vrbi o Cecropidum maximg , vatibut Pulcbrum Alcmaonidar , acre virum
gtnut , T 'eque ornare fonantis Plettri materiam gravem . Nam qua turrigero
vertice eivitas ( XXXIV ) piaciinra di troppo , 1’ avru tratto inavve-
dutamente ne’ Tuoi difetti. ' - Se dunque il Sig. Mattel y uomo di quell’
ingegno e di quella dottrina y che fa ognu- no , nel fare una parafrafì a
urtato in tali fcogli ; conchiudafi pure y che chiunque ufa una foverchia
liberta nel tradurre un gran- de Graduiti Palladi a cel/ior enti net ? Qh*
jlirpi alti or a [quatti Forti Alcnueouidutn domo? Quafcumque axe placar fol
obit aureut TJbefeidarum b ilari s gloria permeai . Nec non fama , Megavles ,
Gentctn narrai adirne fusili. Vi Piftfbr andai vicerit , ocym Infiaurajfe novis
nudi bus stria Phabi , nuper iniqua; Flamini s ufla tyrattnidtt . Hoc prjrter
rapiunt me quoque , Ó* in ttijr Campimi Isudis agttnt quinque Corimbi re Palma;
, Pytbia duplex, Vna illuflris Ol/mpica , Quas otnncs fuperi vel tibi , vel
tuie Largiti proavi t Istitia Cf recati Me vittoria niulcet Curfui filia
Dclpbict . Vnum illui dolco , pojì tot adoresr Te Ufum Hippocratis morte
domcjlics . Verwn , ut di ci tur, b<ec ejl Duratura beat it ai , Quando no»
bominì currttur orbita Felix una diu , fed modo prof per a Ccdunt , & mala
rurfum Hurnanas variarti vidi • ( XXXV ) de originale , porta Tempre pericolo
di gua* darlo ; e che perciò la via dallo Steliini battuta fora Tempre la più
Ticura per - con_ Tervare, per quanto ad un traduttore è per- meilo , le
bellezze originali , e nel tem- po medeTimo ancora per piacere. Mi rin- crefcc
, che tra le Ode da lui volgarizzate non ci Tia la tradotta dal Sig. Mattei y
per- chè ponendola al confronto di quella , ap- parile la verità di quanto
afferiTco. Pure affinchè polla vederi! in qualche modo , mi Tia permeilo
portarne una mia traduzione lavorata a un dipreffo alla maniera Stelli- niana ,
per quanto per altro me T à con- Tentito la rima , di cui ò voluto Tar qual-
che ufo , come P x a fatto nella Tua il Sig. Mattei . Io dunque Y ò a quello
modo volgarizzata: O grand * %Atene , t vago La palma di cantar £ inclito germe
DelP sAlcmconia ftirpe , Pih bello , che da te , a lui di laude Trar principio
non fo * Q%al mai cittade , Qjxal * * * 2 ( XXXVI ) Qiial piu chiara nomar pofs
’ io famiglia Nell' lArgive contrade ? Di quejli d' Eretico figli pojfenti
aleuti non à così remoto lido , Ove non corra il grido . St tempio auguflo
egregio Prcjfo all' alma Pìton , Febo , a te forge , £' lor mercè. Ma me piu c
altro fregio Move , o Megacle , lo fplendor altero Onde cinque in Corinto , Una
in Olimpia , e due nel Pitto agone La nobil chioma an cinto x/T te , agli avi
tuoi belle corone • Che di quefia dirò , che tu poc an^i Col tuo valor t * ai
compra ? %Ah ! chi* ella tutto Tutto gioir tni fa. Solo m' increfce , Che la
maligna invidia Delle bell * opre il frutto * Goda d* amareggiar . Ma ti
conforta :■ In vati , s ’ ognor è *ntera , Stabil per uom felicità fi fpcra .
Per tornare al P. Steliini , (è le file tradu- zioni, in riguardo al metodo da
lui ufato nel farle , degne fon d’ ogni lode , non van per ( XXXVII ) per altro
‘ e Tenti da giufta cenfura per qualche altro rifpetto. Primieramente non fi
può lodare la maniera da lui alcune vol- te ufata nel traslatare le voci greche
com- pofte di più vocaboli . Egli alcuna volta le trafporta formando una voce
comporta all* ufànza Greca : a cagion d’ efempio da y'KaiuKÓùTris e’ fa
occhiazzurra ; da rar fcotitcrra * da chiomintonfo , ec. ] ftile praticato dal
March. Maffei ne’ libri dell’ Iliade da .lui tradotti , e dal Salvini nel
volgarizzar molti Greci poeti . Io in que- lli due celebri Scrittori non faprei
condannar tal coftume , ficcome quelli , che an pre- tefo di tradurre con fomma
fedeltà ed ine- renza a’ lor tedi , ond’ altri porta precifa- mente vedere le
forme di fcrivere proprie de’ Greci autori . Ma nello Steliini , il quale non
fi è obbligato ad un si fervi- le attaccamento , e fembra aver cercato di
fcrivere con gufto Italiano, io non pof- • fo aflolutamente lodarlo ; ficcome
non pof- fo neppur approvare il Maffei medefimo , ^ *** j jj ( XXXVIII ) il
quale dopo aver detto faggiamente (*): Per rapprefcntarc Omero in ogni fua par-
te 5 b ardito formare alquante parole nuo- ve y quelle trafportando , eh' egli
pur di nuovo eompo/e ; palla a commendare tai voci y come atte ad abbellire 1’
Italiana poes'ia , e dice fra V altre cofe : Ejfendo rotali voci patrimonio
fpezialc della poe- sìa e ben formate che fi ano , riufeendo graziofijjìme y fi
è ojfervaro 5 come quelli non le gufi ano , che non fono fiati dalla natura a
quefi ' arre indirizzati e difpofii : che quanto alt aver faccia dì Grecifmi y
balla ojfervare y come anche le maniere piu poetiche de * Latini nafeono dal
parlar Gre- co in Latino y come in Virgilio e in Ora- zio chi dclt una e dell '
altra lingua ab- bia pratica può riconofeere . Con buona pa- ce di quello
grandiflìmo uomo y le fue ra- gioni non poffono appagare alcuno , che ben
conofca il genio delle lingue Latina ed (4) Nei fopraccitato libro Traduzioni
poetiche ec. ( XXXIX ) ed Italiana . E per quello , che alla Lati* , na s
appartiene , e’ non fi vuol di tutte le maniere 'da’ Latini tolte a Greci farne
un fafcio , e dir eh* effe tutte riefeon be- ne . Bifogna diftinguere maniera
da manie- ra , ed offervar i gradi della riulcita delle varie lor claffi ,
mifurandogli dall’ ufo de* gli eccellenti Scrittori , e dal giudizio de’
Critici più avveduti di que’ tempi. Per ve- rità fe parliamo degli accozzamenti
di più voci in una , non può negarli , che molti i Latini poeti non ne
adoperaffero ; ma non può altresì negarfi , che la loro liber- tà non folle da
brevi confini circolcritta In fatti fe fi confronti Virgilio con Ome- ro , ed
Orazio con Pindaro , fi vedrà che nel particolare , di cui parliamo , non an
fra loro proporzione veruna ; effendo in -quello la lingua Latina per fua
natura mol- to più ritenuta della Greca , come ne fa fede Quintiliano , critico
di finiffimo di- Icernimento . Parlando egli de’ collega- menti delle parole ,
che s ufàvano ' nella ***4. lin- ( XL ) lingua Latina, così conchiude (a): Sed
res tota magis Gracos decet ; nobis minus fuccedit ; ?iec td fieri natura puto
, fed a - lienìs fa'bemus ; ideoque cum Kvpw^évx mirati fumus , incurvicervicum
vix a rifu defendimus * Ciò , che queir avvedutilfimo Retore diceva della Tua
lingua , polliamo dir noi della noftra . Ammette ella , non v’ k dubbio , delle
compofizioni di più vo- ci ad imitazione della lingua Latina , di cui è figlia
; ma ad imitazion pure di eflà è in ciò fobria aliai e modella, non ofan- do
nelle poesìe nobili adoperare neppur tut- te quelle , che lodevolmente s’
utavano dal- la fua madre . Di che ci pofibn chiarire gli fcritti de’ noflri
più illuftri poeti , i quali di tai Grecifmi fono par^hiffimi, tranne il folo
Chiabrera ; il quale per al-** tro fe più degli altri ne usò , il fece ad u-
nico fine ( b ) di fperimentare fe la noftra fa- (a) bijlit . Oratar. I. i. c.
$. ($) Vedi ia fua Vita nell’ Ediz. Romana del 1718. ( ( XLI ) favella
comportar poteva tai forme di voci . Dove quefta è più ardita, ed anche feli-
cemente , è nelle poesie piacevoli e cari- cate come fono i Ditirambi , e nel
parlar familiare, in cui riefcon beniflimo taglia - borfe , acconci aft agni ,
votapozzi , falifcen - di , buonavoglia , fai/, 'ariga , bellimbufto , ar -
cibai li (fimo , ed infiniti altri di fi-mil fatta . A torto dunque applaude
(a) il eh. Giufep- pe Torelli al fuo concittadino Maffei , per aver, coiti’ ei
dice, arricchita la noftra lin- gua poetica di pieveloce , bianchibraccia ,
occhinegra , guancifiorita , ditirofata , bo- viocchiuta , e d’ altre tali
dizioni . Quefta non è altrimenti una benemerenza verfo la lingua noftra , ma
sì bene un demeri- to . E lo fteflo fi dica di coloro , che an- no introdotte
ne’ dizionari tai voci, come à fatto il dotto P. Bergantini ( b ) , e le an
così mefle in commerzio , mentre doveva- no lafciarfi ne’ luoghi, ove Tavean
pofte i tra- (4) Nella Pref. al cit. lib. Traduzioni poct. ec* (O Nell*
fctilifs. fuo Diz. intit. Voci Italiane cc. Ven, 174$. ( XLII ) traduttori , ii
che fàggiamente anno fatto i dottiflimi -Compilatori del Vocabolario della
Critica : o fe pure regirtrar fi -voleva- no ne’ ledici , fi doveva almeno
imitar la prudente diligenza del Napolitano Editor della Crufca , il quale a
tai duri Grecif- mi da effo alle volte aggiunti a quel Vo- cabolario fuol
apporvi ; Voce ditirambica. • Pare , che lo Steliini vedeffe aneli’ egli la
poco buona lega di tali dizioni , e per- ciò a dir vero ne è flato affai parco
, per- chè nella fua traduzione di quelle , che s anno a confidcrar per viziofe
, non fe ne contano più che fei : ed à in quella ve- ce ufato più
frequentemente di fcioglie- re le voci greche compofte in più voci Italiane.
Con ciò ù egli fuggito, è vero, il barbarifmo , ma à dato molte fiate in uno
fconcio quali dilli peggiore del primo, affai togliendo di nerbo alla Pindarica
poesia. Dilli rholte fiate , perchè non Tem- pre è cofa biasimevole il cangiare
in più parole un Greco vocabolo comporto . Due fo- ( XLIII ) fono le maniere ,
in cui fi può fcioglie- re efempigrazia il vocabolo che fi legge nella prima
Olimpionica : fi può dire , come il Salvini , abbondante di gregge , o che di
greggi abbonda , come lo Scellini : ma non tutte due fono dello fteffò valore;
elfendo la prima miglior di lunga mano che non è la feconda. E la ra- gione fi
è quella. Efprimendo gli aggiunti., de’ quali parliamo, una qualità 'o per
natura o per ufo o per avventura inerente alle foltanze ; ficco me una foftanza
e la fua qualità o in realta o in apparenza forma- no una colà fola , e vengono
fimultanea- mente da noi concepite ; cosi a voler che l’ efpreffione adegualfc
il concetto, Info- gnerebbe che folle elfa pure una fola . Ma a tal perfezione
non potendo noi , fe non di rado , pervenire ; conviene che almen ci Itudiamo
d’ appreflàrvici il piu che fi può , efprimendo gli aggiunti con tratti vibrati
e rapidi . Ciò , ove 1’ epiteto abbia a rapprelèntare una fola idea , non è
diffi- ci- ( XLIV ) cile ; poiché fi può egli agevolmente ef- primere con una
fola dizione. Ma ove Y ■ ' aggiunto contenga due o più idee 5 come , che
include motti tudine y e pe- cora , s’ ei ncn fi può fpiegare con un fol
vocabolo , e’ fi vuol almeno ufare il pof- fibile ri (par mio di parole , e
maffimamen- te di quelle , le quali impedifeono , che Y idee accefforie corrati
velocemente addoflb alla principale . Il perchè eflendo tutt’ uno , quanto al
lignificato , il dire abbondante dì gregge , e che abbonda di greggi , quello
fara migliore di quello primieramente per- chè più breve ; e poi , quel che più
rile- va , perchè , come ofTerva Longino (a) , le con- ( a ) T» ivo T4»r K, tu*
xh \uv vpsffB‘>;<ur tu- vo$ic,cfxtr etyxrx'.TH ' t .» yxp tKtv&iOix*
xro^of* t # of:/xv y Xj to tif aV’ òpyàvt i to!< «u . De fublimit. feti. 21*
In conformità di quefta Longiniana offervazione , il celebra- tiflìmo Sig.
March. Beccarla nel Cip. Vili, delle fopraccita- te fue Ricerche cosi fcrive :
Virgilio nelle Georgiche dice : Satpe etiam fteriles incendere profuit agros ,
Atque leves ftipulas crepitantibus urere flammis. Sciogliamo queflo fecondo vtrfo
aggiungendogli le parole gramma- ticali , cP ei pud ammettere , dicendo cori :
atque ftipulas , qu* funi leves , urere flammis , quae funt crepitantes. Svani
(et ogni fall cg.%a di quel bellijfnm verfo , perchè la doppia infer - ( XLV )
congiunzioni illanguidifcono affai e ritar- dano la rapidità e 1’ empito , con
cui le cofe libere da cotali paftoje fi {caglierebbe- ro. E da quefto giunger
che fa più tardi r aggiunto al fuo foftantivo per colpa del che , ne nafte che
fermandofi troppo fovra l’aggiunto fteffo 1’ attenzione , 1’ accefforio diventa
in certo modo principale ; e ad effo fuccede ciò che fuccederebbe nella mu-
fica ad una di quelle picciole noterelle, che appoggiature s’ appellano ,
qualor fi can- giaffe in una minima o femiminima fimi- le a quella , innanzi a
cui foffe pofta. Quinci è manifefto quanto fopra il no- ftro fia vantaggiato il
Greco idioma , il quale abbonda di tanti accozzamenti di pa- role ; e che una
delle mire principali di chi volgarizza poesie Greche , effer dovreb- be di far
ogn opera per efprimere con una fola Zito ne delle parole grammaticali quae
funt allontana e feparo troppo le accejforie dalla principale e fra di loro ;
ciò , che pri - ma era un colpo fimultaneo eP imprejfioni , non è più che una
lenta fuccejfione di fen fazioni nude ed ì folate. ( XLvr) fola voce di guflo
Italiano quelle Greche compofizioni che può : e potrebbe certa- mente più che
comunemente non fi crede. Vaglia il vero : non fi potrebb’ egli la vo- ce
fopraddetta iro\uux\'& convertire in pe- corofa? O, quella voce non c’è
nella Cruf- ca , nè in altri dizionarj. E' vero : ma è formata fui conio di
tant’ altre voci Ita- liane lignificanti abbondanza d’ alcuna co- là , quai
fono facoltofo , danarofo , ghiajo- fo y bofcofo ec ; ma 1* orecchio non n’ è
difguflato ; ma viene da un’ ottima fonte, cioè dal latino. Quelli fono i cafi
di ar- dire e cf introdur nella nollra lingua qual- che nuova parola , come an
fatto alle vol- te alcuni de’ nollri celebri poeti . Così il Chiabrera k
efprcffo la voce fceptvwn tenens y con fcettrato ; vhptxim , tri dente inclytus
, con tri dentiere , alla maniera che i nollri antichi voltarono ‘ t&£o$
óp®* , arci tenens , in arderò ; il Ma- rino k cambiato il latino filvicola con
bof- chiere\ (intra colens con cavcrniere / e mol- ti ( XLVII ) ti altri efempj
abbiamo di tal fatta . Che fe anche la voce , che fi adopera * perfet- ■ tammte
non corrifpondeffe alla Greca o Latina , ciò* fara affai minor male , che #
adoperare un vocabolo duro , o {temperar- la in molte parole. Cosi per atto d’
e- fempio T epiteto di {leyatvwp dato da Pin- daro alle ricchezze , farà affai
meglio tra- dotto , benché indefinitamente , con fuper - bo , di quello che più
precifamente dallo Steliini col verfo , Di magnanimi genj ec - chatrki ; e
meglio farli tradurre yjpvTo\otU r ns con biondo , che con oricrinito , od
aureo la chioma J txvvfSetpa con crinita , come ottimamente a fatto il P.
Steliini , che con [par fa i crini ec. Tutte quefte cofe , eh’ io finora ò det-
to , non ci farebbe flato meftiero di dir- le y fe il P. Steliini , che
volgarizzò que- fte Odi giovine di forfè ventitré anni, a- veffe in età più
matura ripigliato in ma- no il fuo lavoro con animo di ripulirlo e
perfezionarlo. Avrebb’ egli , non ne du- bi- ( XLVill ) bito punto colla Tua
naturai perfpicacia, che cogli alfidui ftudj s’ andava ognor più inacutendo,
veduto meglio di qualunque al- tro quelli inconvenienti , e n’ avrebbe fpur-
gata la fua traduzione. Un* altra colà ancora io mi perfuado, eh’ egli avrebbe
fatto, cioè a dire che vo- lendo tradurre , come faggiamente ei fece, in verfi
fciolti , avrebbe cambiato il me- tro della nona Olimpionica , che è di fe-
narj , e di altre Ode da lui traslatate in quinarj doppi , almeno le più
lunghe. I fenarj non effendo capaci di molta va- rietà , perchè gli accenti
cadono collante- mente fulle medefime fedi ; e ’1 decafillabo compollo di due
quinarj effendo egli pur invariabilmente {pezzato nel mezzo , a lun- go andare
tornano llucchevoliffimi con quella loro monotonia , la quale a qua- lunque
collo fi vuol fuggire . Anche i La- tini lirici più giudiziofi offervo che fi
guar- davano dal fare componimenti lunghi di verfi , ne’ quali i piedi fono
invariabil- men- Digitized by Google V ( XLIX ) - mente gii fteffi; e per
evitare il nojofo ri- torno di limili numeri ufavano mefchiarli con verfi d’
altra forte. Orazio in tutte le ^ fue Ode non ne k che fei , le quali fian for-
mate d’ una fpezie fola di verfi , che abbiano tutti i piedi obbligati; ciò
fono tre in af- clepiadei maggiori, e tre altre in afclepia- dei minori: l’
altre tutte fon compofte qual di due, qual di tre maniere di verfo. Catul- lo
egli pure nel fuo Carme fecolare , e nell’ Epitalamio per Manlio e Giulia com-
pofe ciafcheduna ftrofa di tre gl iconici , e d’ un ferecrazio. Quanto agl’ Italiani
, i verfi fimili a foprammentovati allora folo poffon fra noi piacere , quando
.fono ri- • mati . Imperciocché la rima v’ introduce primamente un nuovo
elemento di varie- tk ; e poi fpargendovi un dolce incanto fupplifce al diletto
, che ne’ verfi lunghi , com’ è ’l noftro eroico fciolto , producono F
ondeggiamento vario , e la libertà di collocare gli accenti in un luogo
piuttofto che nèir altro , e di metter le cefure do- ****•. , Tl » Dlgitized by
Google ( L ) V3 più torna bene ; per le quali belle fue doti atto fi rende quel
verfo , benché dalla pima fcompagnito > a guifa del latino cfametro , a
qualfifia genere di componi- menti y ed c capace di tutta la maefta ed avmonìa,
che può defiderarfi, checche fcrit- tu n’ abbia in contrario il tante volte ci-
tato Sig. Mattei (a). Mancando dunque i piccoli verfi di tai privilegi , non
può y di- ce il Co. Akarotti nel fuo eruditismo 1/ Saggio fopra la Rima (£),
cader dubbio y a mìo credere y che non ci abbia da aver luogo la rima . Del
fèntimento fletto era anche il Salvini , come fi pare da una fua lettera al
Lazzarini (c). Dopo avere , die egli y tradotto in verfo fciolto i poeti eroici
Greci , io non ò tocca molto i tragici y e da Pindaro mi fono del tutto
ajlemtto / non parendomi y che ne Cori e itelle Ode y ove . ( * ) Vcggafi la
terzi delle fue Diflertazioni Plrelimin. alla Traduz. de* Saltiti . (£) Nel
tomo 3. delle fue Opere ft. in Livorno nel 1764. (e) Qucfta lettera fi trova
innanzi all* Ulijfe il gitnmnt ft. in Padova nel 1720. ( LI ) ove fi ufano ver
fi piccoli , potè fero molto i verfi fciolti pojfedere di grazia e di for- za.
Nè è gik da crederli , che fi fofs’ egli poi cangiato di parere , • perchè
fubito do- po foggiunge : Ma ella mi dà animo col farmi vedere , che ella ne à
faputo , come fi dice , Cavare finimento , alla' maniera che fecero anche i Tri
fini e gli Speroni nelle loro tragedie. Quefte parole ci dico- no y effere
fiato fentimento del Salvini , che far fi potefle a meno fol tanto d’ una rima
continua e ftrettamente’ obbligata; ma non già d* una rima libera di tempo in
tempo giudiziofamente introdotta. Quella appunto è la maniera per lo più dal
Lazzarini pra- ticata ne’ Cori del fuo Uliffe , dal Trilli* no nella Sofonisba,
e dallo Speroni nella Canace . Chiudono la Ichiera degli Stelliniani ver- fi
alcune compofizioni latine congiunte ad una,Greca. Le cofe latine, ed in
particola- re i poemetti , feorrono dolcemente da ricca e libera vena, c
fpi’rano una terfa elegan- Digitized by Google (LII) za degna di quel Virgilio
, colla cui pen- na fembrano fcritti. Nel primo tai do- ti (piccano tanto piu ,
quanto che è e- gli parto d’ un giovine di diciannove o vent’ anni , di che il
carattere , con cui è Icritto , a me ne fa fede ficura. Il fecondo è pofteriore
di qualche anno ; e ben lo dimoftrano , oltre il carattere , alcune altre
qualità, intrinfeche , e maflr- mamente la Cartefiana fimilitudine , che cosi a
propofito vi è inferita ; ficcome per lo contrario dalla poco decente
fimilitudi- ne di Clizia polla nel primo , fi fcorge elfer quello produzion d’
una mente , la quale contuttoché , fpiegato innanzi tempo un rapido volo ,
elevata fi folle ad abitar un elemento più puro e fereno di quello, ove llan 1’
anime volgari ; non s era per altro cos'i all’ improvvifo tanto potuta pu-
rificare , che alcuna reliquia non le rima- neffe ancor appiccata del balfo e
nebbio- fo luogo , ond’ èra dianzi partita. Ciò che' del merito de’ verfi
latini ò det- to, ( liii ) ro , dicali ancora della Greca Elegia dal- lo
Steliini comporta per le nozze ( a ) della eh. memoria dell’ Eccellentiflìmo
Sig. Principe D. Cammillo Borghefe padre di S. E. il vivente Principe D.
Marcantonio, e dell’ Eminentirtìmo Sig. Cardinale Sci- pione ; le quali nozze
feguirono T anno 1723 in Loreto. E' erta pure d’ ottimo fapore, e ci fomminiftra
una chiara ripro- va di quanto il fuo autore forte nudri- to della lettura de’
migliori lirici Gre- ci , fingolarmente d 1 Anacreonte e di Pin- daro . In
fomma , per terminare quefta ormai troppo lunga Prefazione , parmi di poter
conchiudere fenza punto dilungarmi dal vero , che i pregi delle cofe , che in
quefto Volume fi contengono , tanti fo- no ( a ) Di quelle notizie fon debitore
alla gentilezza del mio pregiatiflìmo Padrone ed Amico Sig. Ab. Pierantonio
Seraffi > da cui s* afpetta in breve una nuova Vita di Tor- quato Taffo ,
deli derata nndtiffìmo da chiunque conofce il giudizio , la diligenza, e 1’
eleganza di si dotto Biografo ben noto alla Repubblica delle lettere per molte
belle produzio- ni. ( LIV ) no , e quantunque offufcati da alcune mac- chie ,
che in opere per lo più poftu- me e giovanili , come quelle , fono inevi-
tabili , relìano ancor si chiari , che balle- rebbero a render illultre il nome
di chic- cheflia* Bella colà pel P. Steliini, che quel- la gloria , la quale fé
formafle 1’ inte- ro ornamento d’ un altro, egli andar ne potrebbe a ragione
fattolo, non fia fe non picciola parte della Tua? Qiiantus in poetica es ! Plin.
Prsf. Hift. N. \ Digitized by Google I Digitized by Google V 1 4 SONETTI. Digitized by Google t S Effondo Pt/fnt»vc flato
aggregato ad mi Accademia SONETTO T ^ Ivc. che in guardia 1* immortai teforo
De’ carmi avete in full’ Aonio monte i E quel , che premio delle dotte e conte
Fatiche crefce, tèmpre Verde alloro: Or che mi facra a voi quell’ aureo coro A
voi diletto, li fecreta fonte Moilrate.a me degl’ inni, onde la fronte Splende
agli Eroi , e della cetra d’oro I dolci modi. Se m’accende utì raggio Voflro ,
coi canti , onde qui tratte fpeffo Siete, accordarli potrarm’ anco i miei.
Pnftor dell* ngne avvezzo al fuort tèlvaggio Voflra mercè pur nell’ Afcrco
recedo Cantò 1* Erculeo feudo e gli alti Dei . Pa' A 2 , 4 Per fnnile
argom&nto « SONETTO Silvie pianta in ermo arido orrore Degli sdegni del
cielo or giaccio feorno: Non fcherza augello tra’ miei rami , o intorno Gode
all’ ombra danzar Ninfa o pallore. Ma fe la tleftra di gentil cultore Mi
trapianta hi piu lieto almo foggiomo,’ Graditi forfè darò frutti un giorno, E
del prato farò non vile onore. Del più bel lauro a par, che tra le fponde ■ S’
erga di Pindo , e del Caftalio rio Abbia in forte di ber le limpid’ondc. Andrà
mia gloria : e d* albergare anch’ io Godrò 1’ Aonie fuore, e di mie fronde
Coronar 1’ aureo crine al biondo Iddio. Per Per un Vefcovd. SONETTO j^^El dì
che là dal? Iperboreo gelo Oltre le vie del Sole Alba s’ aperfe Nuova , F
ignota luce al freddo ciclo Ogni fguardo ogni mente a sè conv^rfe* Tal oggi,
che d’ errore il folco velo Da noftrc menti il volto tuo difperfe. Sacro
Pallore, ed il tuo faggio zelo D’alme faville i nollri cori afperfe, Stalli
rapito in te F occhio e ’1 penliero : Ed ogni Ipirto di sì bei defiri S’
accende al folgorar di tue virtudi ; Che fi fente full* ale affai leggero ,
Ond’ egli formontando al varco afpiri , Che tu trafeorri, e coll’ tempio
fchiudi PrefagiQ di /confitta all' E] svelto Tur chef co . SONETTO O nc1c t
legno fuperbo, onci’ cfcl Fuora D’or, di gemme sì carco? e imperiofo. Quali a
domar t’ "accinga il procellofo Regno, ove volgi la roftrata prora? Non
odi a’ danni tuoi , non odi ancora Nero intorno fifehiar turbo fragofo? Non
vedi come torbido fpumofò Vortice già t 1 aflbrbe e ti divora? Veggo già l’
Aquilon , che d’ogni parte L’ onde fconvolge e a farti guerra sfida; Veggio
notar pe’ flutti arbori e far te. Odo de’ naufraganti odo le grida; Ma il mar,
che porta tue ruine fparte, Nulla cura i fofpir, nulla le Arida. In- Digitized
by Google 7 Inflitto alle perdite del medefimo . SONETTO j^^Ave* non tei
difs’io? cedono infranti Del fìer Borea tuoi membri ecco • a’ furori , E
fpflrfe per l’ irate onde fpumanti Van di piu regni le ricchezze e gli ori.
Vanne fuperba* ai bene onde ti vanti; Dclufc ai F ire già degli Auftri e Cori ,
Sofpefì in cielo i turbini fonanti. Di Nettun vinti i procellofi orrori .
Naufraga e nuda dell’ infano ed empio Tu’ orgoglio ricevetti ah! quanto degno
Premio, a’ fuperbi fpaventofo efempio. Erri difperfa pel ceruleo regno Tua
baldanza piagnendo ed il tuo feempio. Scherzo de’ venti e dell’ ondofo fdegno.
A 4 ** 8 Pel Principe EuGEtflO DI Sav'OJA . SONETTO legar Belgrado già la
fronte al piano , ( Del cader di Bizanzio altero pegno ) E col fuo fcempio
debellar T infano Euror doveva dell’ Odrifio regno. Gli Eroi piìi forti a lor
virtude in vano Cercar le fue ruine illuftre fegno. Ma vergognofli, Eugenio, ed
ebbe a sdegno D’altri all’ urto crollar che di tua mano. Non per genio d’aprire
al tuo valore Novo eccelfo fentiero , ond’ ei fi porte Al facro tempio dell*
eterno onore: Ma r orgogliofa alteramente forte Volle, che la virtù del
vincitore Sem di nobil vanto alla fua morte. Per 9 Per lo fteffo, SONETTO I. Se
giufto priego da te grazia impetra , Febo, fui tergo a 5 volator deftrieri Per
poco il fren deponi , e di guerrieri Mufici ftrai t' appresa aurea faretra.
Prendi in man P arco e la (onora cetra , Onde, i Giganti minacciofi e fieri
Domi, goderti celebrar gli alteri Trofei del forte regnator dell’ etra: E il
canto accorda, che le glorie intorno Feo rifonar del vincitor Tonante , Tra la
letizia di si faurto giorno. De' tuoi carmi ben degno è'1 trionfante Eugenio,
che d’ invidia empie e di fcorno „ Qual più l'antica età celebri e vante. SO-
Digitized by Google IO SONETTO IL « o .... V«/U al piìi l’antica età celebri e
vante ' Guerrier, che di sè fparfe alte memorie, Cogli altri, che a narrar dier
tante e tante Palme all* Argive alle Latine iftorie, • Sorga pur dalla tomba
oggi, e di quante Ebbe ne’ fuoi trionfi eterne glorie Far goda altera pompa , e
tragga innante D’ augufte fpoglie onufto e di vittorie: E chi fupefrbo della
Perfìa doma Vada , e chi vanti del furor d’ awerfe Spade ferbato il petto a Grecia
a Roma. Fa rà 1* alto valor , c’ ora difperfe Il Trace, e 1’ aggravò di fervil
Toma, «Vergognar chi già vinfe e Dario e Serfe. SO- II SONETTO III, Ergognar
chi già vinfe e Dario c Serie Al fulminar vedrei di quella fpada. Che mentre il
pian d’ eftinti ricoperfe, Fulmine raffembrò, che dal ciel cada» Nunzia di
morte , d’ atro fangue afperfe Le rive all’ litro, e ne flampò la ftrada, t Che
fovra i corpi degli ancifi aperfe. Onde in petto a ferir Bizanzio vada . * Che
itupor, fe non vai piaftra nè maglia Contra il gran brando ? fe ogn’ usbergo
cede ? Se il colpo atterra , e lofplendore abbaglia? A ferir F addeftrò full’
alta fede , Allor che vinfe la fatai battaglia, Pria di donarlo, Eugenio, a te,
la Fede. Per Digitized by Google i IZ Per un Proveditore di Cividale del Friuli
. v SONETTO ^^VlJando al tuo zelo A Area commife l’opra, Signore , onde
coglierti eterna loda , Va , difle , e ’1 brando , che t’ affido , adopra Sì
che opprefla ne fia Nequizia e Froda. Qual folgore tremenda ad ognor fopra Sei
vegga l’ empio , e fi contorca e roda : Sia feudo al giurto, che Io guardi e
copra, E mentre il mira e’ fi rinfranchi e goda. Venirti , e quanto i cenni
alti adempierti , Saggio rettore, padre amante, e giurto Giudice , fe mirarlo
in te non vuoi * Ne’ volti noftri lagrimofì e mefli, Or che ten parti d’ alte
lodi onufto , Scritto veder a chiari fegni il puoi . In j ! In lode di N. N, V
SONETTO S ’ Erge fovra degli aflri eccelfa fede , Ond’ a un fol guardo fi
rimira quanto L’ ampio cielo circonda, e dove à’1 vanto Stampar rare veftigia
umano piede. Reina augufla e imperiofa flede D’oflro trapunta lo (Iellato
manto: A piedi il Tempo incatenato, e accanto La terra il cielo e l’ocean fi
vede. Ivi a chi giugne di fue danze degno, D’eterna ambrofia rifiorando i lafii
Sudor d’ Eternità li facra al regno . Telici Spirti, che feguendo i palli Di
Tommafo gi ugnelle a sì alto fegno! Quello è ’1 fentier, ond’ alla gloria
vaili. Per Digitìzed by Google *4 Per utia Dama di mirabile fanti tù . SONETTO
iNfeguita dal Mondo, entro i. rigori La Santità fuggìp d’ aulleri chioftri ; E
i fogli odiando e lo fplendor degli oflri Amò fol muti e fblitarj orrori , Ma
dall’ efilio indegno in fra i fulgori Degli alberghi reali ella a’ dì noli ri
A' chi la chiama, e infiora, onde fi moftri Piu gentil di fembiante, e allctti
i cori. Di tc, grand’ Alma, che di foco fanto Accefa molili con efenipio
egregio Come Dio s’ ami , quello è nobil vanto - Tu r oro e T oflro , cui sì ’l
mondo h ’n pregio C’ infegni a non amar , fc non in quanto Alle virtù fon di
iòfiegqo e fregio . Pel *5 Pel Dottorato de* Signori Conti Giuseppe e Francesco
Tartacna Nobili Udine/i. SONETTO Aghi di merci peregrine ufciro Dal patrio nido
due gentili ingegni , E del laper entro gl’ immenfi regni Spingere i palli
avidamente ardirò. Scorti da faggia guida al loco e’ giro , Che ferba intatti
gl’ immortali pegni Delle due dotte lingue ; e i due sì degni D’ Atene e Roma
ragionare udirò . Il vallo campo indi a varcar fi diero Delle Leggi , per cui
conferva Roma Savia le genti ancora il prifco impero. Ed or beati oltre la
ricca Toma De bei tefori , onde Facquifto fero. Di lauro ornata anno la nobil
chioma . \ Per 1 6 Per No^ze . SONETTO I. L » Efca , Spofi , onde crebbe il
voftro affetto , Non fu d’ un guardo il lampo aureo fereno La lufinga non fu
d’eburneo feno. Non fu la grazia di ridente afpetto. Pura fe , nobil core ,
alto intelletto , Che de* voftri defir governa il freno* Santo coftume di
dolcezza pieno Son le faville , onde v* avvampa il petto . Spofi felici! L’
amorofo foco, Onde langue e s* avviva il voflro core , Col fior degli anni non
darà già loco. Dagli anni anzi trarrà novella forza : Poiché 1* efca, che nutre
il voflro ardore. Piu che langue 1* età , più fi rinforza . SO- *7 eViJ^s
SONETTO II. J^_Identi Grazie, onde tra noi difccndc Ciò che di faggio e di
gentil s’ ammira , Che piti tarda la Spofa? Intento mira La foglia Amore , ed
Imeneo 1* attende . Ma già fpunta , già viene. Ah! quanto fplende Del voltro
nume nel fuo volto, e fpira Dal portamento! Entro a qual altro gira La luce ,
ond’ ella i dolci fguardi accende ? Ma dir vi fento: Ah! fe vedefli il core! Ei
fu la noflra cura : agli atti al ciglio Ei le dolci comparte arti leggiadre. Ed
or che palla nel fuo regno, Amore, Se di bell’ Alba un di fercno è figlio. Di
qual prole da te s’ afpetta madre! B SO- i8 « CVJ^>3 SONETTO III. J^Rano in
ciel due Spirti, infin d’ allora Infiammati d’ onefto e puro ardore ; Leggiadri
in sò , ma più leggiadri ancora Il rifletto gli fea di lor fplendore k Scefe un
di lor quaggiufo , c 1’ altro , Fora A me , ditte , il rettar noja e dolore :
Non andrai foi; ti terrò dietro or ora. Lo fpron feguendo dell’ antico amore.
Di bel garzone 1* uno , e 1’ altro accolto Fu di gentil donzella entro la falma
: L’ interna fiamma trafparìa fui volto. Cogli occhi appena fi feontrar, che
riede Dolcemente ad unirli alma con alma , Ed il nodo ne ftringe eterna fede .
SO- Ip CK&1 é SONETTO IV. Il di che Amor con aureo nodo avvinfe D’alme la
più gentil c’ oggi tra noi Coppia s’ onori , ed i paflati fuoi Vanti maggior di
sè medefmo vinfc* Della Reina d’ Adria al foglio fpinfe I vanni altero, e
Sperar, difie, or puoi L’ aurea ftagione de* famofi Eroi , Che a te la chioma
d’alta gloria cinfo. Indi agli avi parlò falito in cielo; Novi germogli ai
vofìro ceppo intorno Sorgono ; di mia man 1* opra vi fvelo . Dopo volò nel più
bell’ aftro adorno L’alma a trovar, che del corporeo velo V edita adempia
l’alta fpeme un giorno. B 2 Per ( Digitized by Google 20 Per le No%%c dell '
EE. de' Signori Pietro Corraro e Maria Quirini. SONETTO V. N A tura allor eh’
ebbe la falma intefta, Che quello ammanta sì leggiadra e viva Spirito , Or fa
che tu V adorni e velia De’ vezzi tuoi , dille alla Palla Diva . Ed ella al
labbro ed alla guancia innella Rofe, che nutre 1* Acidalia riva* Indi la bacia
, e col fuo bacio della Nel volto il brio, che la bellezza avviva. Cogli anni
grazia e leggiadrìa crefcea, E fiamma ufcìa dal dolce fguardo ardente. Onde ’1
foco d’ amor fi nutre c crea : E già n’ ardea piu d’ un * ma la divina Cura il
penderò alla Corrara gente Volgea la bella ornando alma Quirina . Per Monaca.
SONETTO I. Hortus ccnclufus. Cult. 4. 12. Gì.* » por. » h* Paftor nè gregge:
che l’ eterna cura Per sè lo feo ; cT adamantine mura Lo cinfe , c in guardia
ad Oneftà lo diede Serbano a* fior gentili eterna fede Sempre fcreno il Soie e
P aura pura . Meravigliando il guarda alma Natura , Che 1’ antica fua forma ivi
rivede . Il Senfo per entrarvi oltre fi fpinge • L’adito cerca collo (guardo’
gira. Parte , torna , s’ arreda , c in sè fi ftringe . Ma l’Angelo di Dio, che
d’alto il mira, Col ciglio minacciando indi il refpinge. Freme, e, guatando in.
dietro, ei fi ritira 1 *» SONETTO IL T Irli piantava un rarftufcCl di lauro *
D’ argenteo rio fui margine , e dicea : Abbiafi in guardia, e da ventura rea
Serbi il favor del cielo il bel tefauro . Ei crebbe tal , che dal mar Indo al
Mauro Pianta si bella il Sole non vedea. Già de’ penficri il nido in lei ponea
Un cor gentile, e ne chieder riftauro. Pafsò dove la Pianta il rivo adombra Il
buon Pallore , e dimandò : Per cui Lauro si bel la verde fponda ingombra ?
Mortali , egli non è cofa da vui . E trafportollo in parte, ove coll’ombra
Xempri l’ardore in fui meriggio a lui. \ \ SO- 2-3 SONETTO III. .^^Priafi il
cielo, e di gentil roffore Tinte le foglie al dì Rofa fchiudea, E dal materno
feno le piovea L’ Alba ridente rugiadofo umore . Su vi fcherzava , cd il più
puro odore Tra l'ale accolto 1* Aura ne fpargea. Ed i pallori ad ammirar traea
L’alta bellezza del novello fiore: Ma il finto Amor per sè la volle, e quelle
Note v’ incile, che tra foglia e foglia L’ ale battendo mormorava il vento : „
Non fia chi di toccarmi abbia ardimento* Il fanto Amore afpetto che mi coglia,
Per farmi eterna nel giardin ceiefle. SO- 2-4 SONETTO IV. JP Er far mofira del
bel , che in sè chiudea , Raro efcmpio ci diè di leggiadria Il Cielo: ma
ritrarlo a sè volea. Quando fatto più bello anco di pria » Tra noi lo vide.
Alla tua prima idea Riedi, e’ diceva , per V eterea via. Non è ragion, la Terra
rifpondea, Che tolto il frutto, ch’io nudrii, mi fia. Convien, che gli altri si
bell* opra adorni, Ei difle * ed ella: Chi farà mia guida E luce , a te quando
colici ritorni ? Allora Dio, Finché tra voi convenga, Soggiunfe, ed a chi
tocchi fi decida , Sacra- cella il bel pegno in ferbo tenga. SO- SONETTO V.
Spiani » Celelli , a veder la gloria noftra, Ond’ il fuolo è fuperbo , e ’l
cicl giojofo, Ditte chiufa mirando il facro Spofo La Tua Diletta entro a romita
chioftra. Un gli dicea: La luce , onde s’ innoftra La guancia, e il dolce
(guardo arde amorofo, Dì , non è quella , ond’ arfe il maellofo Tuo volto allor
che di te felli molìra Sul monte ? e F altro : I fior , che a piè le miri
Sorger , fon quei , che alF antro , ove nafcelli , Spuntato intorno infra la
neve e ’l gelo . Ei ne gode ; e con voce da fofpiri Interrotta , Laggiù mentre
tu redi , Ditte, Amor vuol, eh’ io per te lafci il cielo. SO. -!■ 2 6 evifc/j
SONETTO VI. iu io di luce in chiufa ftanza ofcura Entra rifratto da crirtal
convello, E degli ertemi obbietti, ond’ è rifleflo. Gli atti i colori i volti
ne figura. Sulla cangiante e mobile pittura , Sofpende il ciglio da rtupore
oppreflo Il vulgo* e al fìnto intefo, che d’ apprerto Lo tocca , il vero , eh 1
ò lontan , non cura . Così 1* immago del fuo bello in quella Del mondo ofcura chioftra
imprefle Iddio. L’ammira l'uomo, e qui le voglie arrefta . Ma non appaga la
fugace forma, Vergine , te , che faggia il tuo desìo Rivolgi a lui , che dell’
immago ò norma . r SO. j Digitizsd by Google .SONETTO VII. XJ Na forza il
pianeta al Sol fofpinge , Diverfa forza ad altra parte il tira; Ed egli al Sol
d’ intorno fi raggira Lungi o da pretto , nè giammai V attinge . Tal verfo Dio
celefte impeto fpinge La parte , che nell’ uom ama e defira ; Da Dio la ftorna
il fenfo; ond’ ella gira Ed erra intorno al ben , nè mai lo ftringe,, Ma qual ,
fe f urto fotte unqua rimoffo , Che l’ altro altrove porta, ei fi vedria Ratto
gettarfi nel folar fuo centro; Tal tu 7 Vergin, da te 1* impeto fcoflb , Che
dietro a vano ben 1* alme difvia , A Dio t’ affretti , e vi ti perdi dentro .
28 CV*fc>5 SONETTO Viri, Il Re de’ cori in quefta baffo chiortra Mentre il
guardo volgea dall’ alta sfera , Vide condurfi bella prigioniera Da’ fuoi :
rara a mirar leggiadra ni offra ! Quant’ io vaglio , un dicea , ben ti dimoftra
Quefla , Signor , d’ affetti ancifa fchiera : L’ altro : Chi d’ eguagliar mia
gloria fpera, • Miri a cortei qual piaga il feno innoftra. La preda offrirò al
gran Monarca intanto. Ei vagheggiolla , e dille : Or abbia i fui Premj voftra
virtù dopo il fuo vanto. A vili dertino il bei crin d’oro; a vui Il bel tefauro
del gemmato manto : Ma il gentil cor fi ri Turbò per lui. SO- ~9 SONETTO IX. \
\ E incontra il Sol vapor gelato avvolto In vapor acqueo, ei dentro vi
fcolpifce Co’ rai rifratti il fuo fplendente volto, E fpetto il ver tra due
finti apparifee. Ma dall’ ardor frattanto il gel difciolto Retta , e ’l doppio
parelio impallidire; S’ appretta al Sole, e tra’ fuoi raggi involto L’ un dopo
F altro al fin langue e fvanifee . Tal a noi tralucea lume cedette Da due bell’
Alme, ove folea moftrarfe Vivamente, ritratto il fanto Amore. Ma quanto aveavi
di terreno in quelle Dileguatofi , pria F una difparfe , E F altra oggi ci
toglie il fuo fplcndorc . SO- 3 ° e^fe>3 SONETTO X. (jEnfil vapore, cui la
luce fpefìò Lafsù nel ciel di color varj pinge , Mentre s’ attiene a pigra
malfa e ftringe * Staffi dall’ altrui pefo al fuol comprelfo . Ma dall’
impaccio , ond’ è cinto e depreflo , Allor che il Sole co’ fuoi rai lo fcinge ;
Da sè T aere più grave lo refpinge , E P erge a quel , che s’ equilibri ad
elio. Tal in sè più tenere il balTo mondo Te, Vergine, non può, che fciolta vai
De* terreftri penfier dal grave pondo. Ma da sè ti fofpinge a facro chioftro,
Che tutto fplende di celefti rai , E dal cielo divide il mondo noftro . SO- 3 l
SONETTO XI. Or che di zelo accefa onelto e Tanto Vai , per eflergli fpofa , al
tuo Signore, Vergine , ond’ ò eh’ io veggo adorna tanto Te delle fpoglie del
mondano errore? L’ oro le gemme i fior f argentea manto Nebbia fon d’ alma pura
allo fplendore. Cerchi d’ efiemo culto il folle vanto Del bel fembiante chi men
bello à ’l core . « Ma già depor ti veggo il ric«o fregio. Col gran rifiuto ,
che l’ai prefo , moftri Sol per far più folenne il tuo difpregio. Ed avvolta
altrui dici jn rozzo velo: Profani , fe negletta agli occhi voftri Sembro , fon
bella a chi mi gparda in cielo. SO- i 3 l SONETTO XI r. XJ Na coppia di rai da
un punto fcende Di luce , e T uno nel cammin fi fvia Dall’ altro raggio , e
quanto è piu di pria Divifo e fparfo , tanto mcn rifplende. Ma fe cavo quaggiù
fpecchio T attende , Cui centro il punto , ond’ ella venne , fia* Rimbalza in
dietro , e per la fletta via Là } d’ onde motte , a riunirfi afeende . Da Dio
così , dov* anzi eran congiunti , Due fpirti ufeiro , e per fentier dive rii
Seguiano il corfo lor da sò difgiunti. Ma facro chioftro , di cui centro ai
giro E' ’1 ciel , gF incontra , e in dietro ambo convcrfi Li riflette al
principio, onde partirò. sa \ 33 i SONETTO XIII. vetro mai , che dal natio
fentiero Torce i rai , tra 1* oggetto e T occhio ficde L’occhio ingannato dal
Tuo loco vero « Trafportando l’ oggetto ,• altrove il vede. 7 Tal le tra ’l
bene e tra T uman penfiero Si pone il fcnfo , l’ intelletto crede C&e fìa
nel mondo il ben puro ed intero, Che da Dio procedendo in Dio rifiede. Ma tu,
cui dritto feende entro alla mente, Vergine faggia, il fovrumano lume, Non vedi
il ben, che nella fua forgente. Quindi T orme feguendo il tuo desìo Del fido
raggio, oltre T uman coftume Per la piu corta via sj addrizza a Dio . C SO- 34
SONETTO XI V. ^^^Ualora avvicn, che trapelar fi lalfi Raggio. in parte, che al
di l’adito nega, E per criftallo di tre lati palli, In piU colori ed in piu rai
fi slega . Tal il noflro defio, che unito ftafli A Dio tendendo, in piu defir
fi fpiega Quando palla pe’ lenii , e incontro fifffi L’uno a beltà, l’altro a
ricchezza piega. E negli oggetti, lovra cui fi fvia, Immagini di ben varie
dipinge , Come , ove cade , i fuoi colori il raggio . Veigine, quanto il tuo
configlio è faggio. Che de’ fenfi al defir chiufa la via , Per la via della
mente il guida e fpinge ! j SO- 35 SONETTO XV. ^^Uando T Onnipotente in un
raccolfc L’ acque fuperne , e dall’ ufata fede ■ Richiamò 1* oceano , e quanto
vede % L’.aftro diurno entro il. diluvio avvolte ; La Colomba dall* Arca il voi
difciolfe , Che fui naufrago mondo intatta fede* Ma non trovando ove pofare il
piede,- L’ umid’ ale tremanti indietro volfe . Tal ufcifti anche tu dal facro
albergo , • Che tra’ perigli dell’umana vita Nè di procella nè di nembo teme.
Ma P aere e l’ onda , che d’ intorno freme , Pallida rimirando e sbigottita ,
Volgi alla terra tempeftofa il tergo. r C 2 SO* . SONETTO XVI. FI Cco la Pianta
, ove il mio core afpira , Nido di pace, di letizia, e vita! La fcorgo all*
aura , che i fofpiri imita Dell* alme amanti, e dolci fenfi ifpira. Nembo d’
Amori , che d’ intorno gira , Con giocondo fufurro alT ombra invita : Vagando
un altro tra le fronde addita « Il frutto, e va dicendo: Ama e fofpira. Ma già
dentro di me difcende tutto Lo fciame alato , e quanto è di terreno Arde,
fvelle, e ne fa foave ftrazio. Indi m’ innefta dell* eterno frutto Mille defiri
entro il già vuoto, feno. O frutto , onde il mio cor non fìa mai fazio ! SO- 37
SONETTO XVII. Chì di monte filvoftro alla radice Mira tremula della in cheto Lago
, Volge lo fguardo^al cielo, onde 1* immago Nell* onda imprefla la Tua forma
elice . Chi tra gli orror di cava erma pendice D’ eco il rifponder ode ,
incerto e vago • Gira l 1 orecchio , ed allor fol n’ è pago , Che il fuono
fcorge, ond’ ella è imitatrice. Tal in mezzo agli error del mondo rio Odo le
voci , e veggio i nobil atti , , Che due Donzelle facran oggi al tempio. Ma in
quelle non s’ arreda il guardo mio : S’ addrizza, o Madre , in te, di cui gl’
intatti Co fiumi furo delle figlie efempio. c 3 SO- 3 * SOLETTO XVIII. P Ria
che fpieghi il fuo frutto , il grano muore : La terra altrice entro il fuo fen
1* accoglie. Dall’ aere il guarda , e col fuo caldo umore La fco'rza , che 1*
involve , allenta e fcioglie . Rifcoflo ei della il fuo natio vigore, E va
fnodando le intralciate foglie : Rugiada il pafce, ed il folar calore L’
aflòda, e lieto l’arator lo coglie. Tal tu, Vergin, t’ afcondi in facro
chioltro, Guardando i femi , che nell’alma chiudi, ‘Dagl’ infetti vapor del
mondo noflro: E fciolti i lacci , onde i defiri onelli Da’ vani affetti fon
involti , fchiudi Lieti germogli di virtù celelii . SO- 39 SONETTO XIX. jAlLIo
fpirar di lieve aura feconda Scioglie di rare merci onufta Barca , u 1 E del
bel pondo altera, ond’ ella è calca Sprezza i perigli dell’ inftabil onda. Lo
ftuol de’ numi , onde 1* oceano abbonda , V’ accorre intorno, c’1 glauco ciglio
inarca* * E chiede a lei , che li trafeura e varca , Qual mai 1* afpetti
avventurofa fponda . L’arreftano le Ninfe, e lufinghiera Serti le porge, e
d’approdar ciafcuna La prega ali’ifoletta , ov’ ella impera. Ma l’alto Spirto,
che la move e cura, Velo le fa di fottìi nube e bruna, Men lodata onde vada e
piu ficura , C 4 SO. Digitized by Google SONETTO XX. Q> Ue’ vaporetti , che
talor laffufo Afccfi , il ciel fan di parelj adorno ; Talor di bei color
dipinti intorno Del feren nunzj an di moftrarfi in ufo Benché gli attenui il
Sol , lenti quaggiufo Giacciono c gravi , fe un fottil contorno Di quella , che
le flelle à per foggiorno , Materia non gli abbraccia e leva in fufo. Tal
perchè s’ erga Filli alta dal fuolo , Dio la fcuote, e da terra la diffolve; Ma
la falma mortai ricufa il volo. Ed effa al fin , che tanto afpira al cielo ,
Già fiaccata dal fuol , tutta s* involve, Per più leggera farfi , in facro velo
. SO- 4i * SONETTO XXL D Ue vaghi Amori ( accende uno il penfiero D’ infano , e
P altro di celefte ardore ) Di lucid’ arme adorni ambo fi diero Gli archi a
prova ad armar contra ’1 mio core . Speli più dardi , la vittoria altero Al Tuo
chiedea già quegli alto valore : Applaudìa Palma all* orgogliofo Arderò, E ’l
cor dava in trionfo al vincitore . • * L’altro allor difle: Ir lungo tempo
ornato Del fregio , onde faftofo efulti or tanto , Già non ti lafcerà quell’
arco aurato. Tinto nel feno a Crillo un dardo intanto Di quegli, onde a
Franccfco aperfe il lato, Spenfe al fuperbo il baldanzofo vanto. SO- Digilized
by Google 4 * <rc*3l/s sonetto xxir. P Er atra patta impura nebbia il raggio
, Nò da’ vapori ò la fua luce offefa; Entra in acqua fangofa, e nel pattaggio
Macchia non retta al ftio fulgore apprefa. Tal della vita il lubrico viaggio,
Anima bella, trafcorrevi illefa* £*1 tuo bel velo non temea d’oltraggio Dall*
alto fango, ond* ò la via diftefa. Ma riguardando nella valle immonda La turba
avvolta entro il limofo vifchio Trarne a fatica i piedi anfante e greve , Di te
paventi , e fovra f erta fponda , Che le tta fopra, ti fottraggi al rifchio
Dove il fentiero è faldo e T aer lieve. SO- 43 « SONETTO XXIII. T V Uomo
nafcendo a sè d’intorno trova Di vani oggetti l’ ingannevol efca : L’ aflaggia
, e la dolcezza ignota e nuova , Mentre dorme la mente , il fenfo adefca .
Svegliali quella , e quanto noce e giova Sceme • ma tanto nell’ error I*
invefca L’ ufo de’ fenfi , che nojofo prova Il lume , e gode che l’ inganno
crefca . Vergine pura , quanto devi a Dio , Che per tempo t’accolfe entro il
ricetto, Ove s’ammorza ogni terren desìo! Ivi nudrita di piacer, che nafce Dal
cielo, intendi quanto altro diletto E' fciocco, e chi di cibo altro fi pafce.
Per ir Digilized by Google 44 Per la Profeffione delta N. D. Maria Giovanna
Vezzi . SONETTO XXIV.' Jtqua , quam ego dato e i , fi et in eo font aqujt
falienttt in vitam atcrnam . Ioan. 4. 4. (jlovanna faggia , che la pura voglia
Serbando illefa dal fangofo- umore , Che Ragna in quella valle, e crefcc al
core , . Quand’ afpetta riftoro, affanno e doglia. Quello guftafli , che dall’
alta foglia Vivo fcendendo limpido licore , Terge qui forme del mondano errore,
Rinfranca l’alma, e dilettando invoglia: 4 Indi rifale alla nativa altezza ,
Seco al mare portando della vita L’ anime , attratte dalla fua dolcezza. Stupor
non è , fe vi t’ immergi or dentro , Ond’ ei ti rechi in feno all’ infinita
Fonte del ben , che non à fponda o centro . Per Digitized by Google r % . #
CANZONI. A Digitized by Google i \ * »— » V* Digilized by Google 47 Per la
ProfeJJione di due Monache . CANZONE I. V Ergini (acre , fé il mio petto or
degno Fofie d’ un raggio del celefte lume, Che T alma a voi rifehiara , e
infiamma il core , Cofe direi, che di gelato orrore Il cieco feoteriano empio
Coffume Di sè medefmo incerto e del Tuo regno,. Di Tanto e pio difdegno L’
anime accenderei, cui denfo velo Avvolfe agli occhi , e ne’ terreni e frali
Beni Tempio tiranno invefeò Tali Agili e pronte a formontare il cielo. Quanti
defiri accenti D’ alzarfi detterei fovra de’ Tenti , E d* appreflarfì a Lui,
che Tolo accoglie Il ben , che meta è dell’ umane voglie l Ma Digitized by
Google 4 8 CANZONE I I. Ma non ritrovo in me si degno loco, Che inviti ad
albergar la pura luce, Che difpiega i Tuoi rai nel voftro feno . Ma voi , deh !
mi (velate in parte almeno Gli alti pender, che Amore in voi produce, E le
fiamme , che in voi della il fuo foco : Sicché volgete in gioco Quanto di più
leggiadro e di più dolce Dagli (tolti quaggiù s’ammira ed ama; Nè forza à d’
adefear la voltra brama Piacer, che lufinghicro i fenfi molce. Di così piena
gioja, A cui mai non fi mefee affanno o noja , Vi pafee il voftro Dio, che di
lui paghe, Siete d’nnirvi a lui per fempre vaghe. Se PRIMA. 4 9 I I I. * / Se
aperta ftanza agli Apollinei rai S’ affaccia, e li riceve entro a sè rteffa
Quali per 1* aere vann’ errando fparfi * D* un indiftinto albor folo
illurtrarfi Noi la veggiamo; nè l’ immago impreffa D* efterno oggetto ella ci
moftra mai . Ma fe fi fa giammai , Che angufto foro per criftallo terfo Lor
nella danza ombrofa apra il paflaggio Si fviluppa cqsì raggio da raggio, Che
giugnendo ad urtar nel muro avverfo, Con dilcttofo inganno Ivi dipinti rimirar
fi fanno Gli ertemi obbietti ; e vagamente tinto Di bei color non men del vero
è ’1 finto. D Tal CANZONE S° I V. Tal fe tutte le vie V alma difchiude * De’
fenfi a’ beni , che le ftan d* intorno , Per entrar là nel loco, ov* ella
fiede. Tutto vede confufo, o nulla vede. E fé di qualche lume b ’l loco adorno
, Lume che folo à d’abbagliar virtude. Ma quando ad cflt chiude QgrT altro
varco, e fol dell* intelletto Lor apre il paffo , li ravvila ; e fcopre Il bel
, che infufe il fommo Fabbro all’ opre Del fuo potere , e quel , che il vano
affetto De’ mortali vi finge: Scopre quanto s’ abballa , e quanto ftringe I
fuoi deliri oltre il dover chi in quella Sfera angufta di beni i voti arrefla .
In- Digitized by Google V. Indi fi volge alf infinito Bene, E mentre Io
vagheggia a parte a parte, Vede che foio ei le fue voglie adegua. Qual ombra in
faccia al fole fi dilegua La beltà, che alla terra egli comparte E del cielo
alle piagge auree ferene. Da foavi catene Trarfi ella fente ; ode la voce
amante, Che dolce la conforta , e dolce invita , E mentre il ben , che le promette
, addita Le aggiugne per poggiarvi ali alle piante. Ratta eli’ allor dal fuolo
Scuote le piume , e fpiega all* aure il volo Tanto varca del cielo , e tanto s’
erge , Che a Dio giugne anelante , e in lui $’ immerge D 2 Qual ■»*** 5 *
CANZONE . V I. Qual divengali allor che aflorta è un’ alma Da quel mar , cui
non ferra o fondo o riva Vergini facre , 1* intendete voi , Voi , eh’ il
provate. E ben fa fede a noi Come beato il voftro core or viva , La ferena del
volto eflerna calma. Dalla corporea falma Il novo fpirto , che l’avviva e
informa, Traluce. In voi non gii pih voi vivete; Nè voftri fono i bei defir ,
che avete. In voi Dio vive : ei creatore e norma E' dei penfier celefte , Che
vi toglie del mondo all* aure infette : Egli è , che il labbro a proferir vi
fnoda li detto , che per fempre a lui v* annoda Pel Veflimento di nabli
Donzella . C A NZONETT A. 53 G là s’ affretta La Diletta Allo Spofo , che la
chiama Giunta è 1* ora, • Che dimora Piu non foffre la fua brama. Gentil core,
Che T amore De’ Celefti intende a prova, La rimiri: Di fofpiri Vi vedrà
dolcezza nova. Lieta e vaga. Di sè paga Tra la turba ammiratrice Ella palfa,
D’ogni balTa Cofa fral difprezzatrice : D ^ Ed Digitized by Google k CANZONE Ed
intanto Le dà vanto Chi di Taggia , chi di prode. Fortunata ! Che curata Non à
qui grandezza e lode. Prefo a vile A' ’1 gentile Nome qui di dolce fpofa, • E T
altero Suo penfiero , Fino a Dio fpinge animofa. Cosi parla Nel moftrarla Cogli
fguardi e colla mano* Ma toccarla Lufingarla Non è dato a vanto umano; Mentre à
volto, E raccolto Ogni fenfo ed ogni affetto Nell* immenfa Gioja intenfa, Che
da Dio le piove al petto 55 SECONDA. Quindi luce Le traluce Sulla fronte e
fovra il guardo , Onde incifo L’ è nel vifo : Quanto dolce è il foco , pud’ ardo
! Le fi accende. Le fi flende Sulle gote un bel vermiglio : ' L’alma Aurora Tal
s’ indora D’ un color tra rofa e giglio* Velo quello Di modello Cor non è , che
fi nafconda; E' vapore Deli’ ardore , Che foverchio il cor le ii a . Ma davante
All’ Amante Suo celefte ella fi proto . Senza velo, Qual in cielo . Splende
> intero ei k fi moto . D 4 .Or $6 CANZONE Or che mira Ed ammira «La Tua
vita ed il Tuo bene, L* allegrezza La dolcezza Chi pub dir , end* ella fviene?
Uom , che giunga Dopo lunga kia procella al lido amato, Laflo e fmorto. Quando
a (Torto Si credea dal flutto irato; Angofciofa Madre annofa , Che rivegga
unico figlio, Quando trema. Che lo prema • Lungi errante afpro periglio; Nè
ftupifce Nè gioifce Come quella Veiginella, Che prefente Vede e fente • Il Tuo
Dio , che le favella. 57 SECONDA. Ei le chiede : Chi ti diede Forme , o Bella ,
si gioconde? Quel , eh’ io fono , E' tuo dono: Riverente ella rifponde. Ch* io
ti piaccia, Ch’ io mi sfaccia Al tuo lume , è tua virtude. Piu diria. Ma la via
Della voce il gaudio chiude. Ei la mira , E le fpira Novo ardore , nova grazia.
Co* fofpiri, E co* giri De* dolci occhi ella il ringrazia. Ma di tanti > Rai
fiammanti , Che noftr’ occhio non adegua, Ei la vela. Che fi cela Ella al
guardo , e fi dilegua . Jf S. Digilized by Google VERSI SCIOLTI. ài sA S, E, il
Sig. Paolo Antonio Labia per le fue No^ge con S. E. la Sig . Fiordiligi Emo ,
EPITALAMIO I. tridenti Grazie , che ad Amor compagne, Figlie e miniftre del
divin configlio, Diftribuifte per gli eterei giri L’ordin eterno , onde
s’abbella il mondo; E con mifura armonica accendefte Cintia di rai d’ argento ,
e d* oro il Sole , Giove di miti , e d’ infiammati Marte; Indi fcefe quaggiù di
sfera in sfera, Sovra le cofe , che produce Amore, li fior fpargete di beltà ,
che nafce Dall’ armonìa , che con foavi modi Lega e contempra le difcordi parti
; E quel fpirate , che nell’ alme elette Senno valore e leggiadrìa rifplende ,
Nell’ alme elette a rifvegliar 1* ardore Ne’ cori eccelli d’eternar ne’ figli
Del fangue il corfo da lontana vena Per lunga, ferie d’avi a lor trafmeflo: Se
% 6i EPITALAMIO Se qual v’alletta altere opre leggiadre Di tempo in tempo
dimòrtrar fra noi , L’arte anche forte di fvelarci vaghe, Onde formate le
grand* alme e rare ; Or che due n’adornafte oltre 1* ufato Con pari cura , e le
accordafte infieme Così , che come in fui confin fi vede Di due colori 1* un
all* altro aggiunti Un fpuntame , che d’ambo in sè più dolci Le tempre unendo ,
è d’ ambo anche più vago ; Tal de’ voleri e de’ penfìer concordi Un voler folo
, un fol penfier fi faccia * Quanto a voi più di gloria indi verrebbe, Tànto
più fora di fplcndor cofparfo Sovra i miei carmi , e de* gentili fpirti Vera
bel tate accenderla le brame . Così dianzi io dicea , quando repente La fofea
nebbia , onde la mente ingombra Nulla al di là di quel , che fere i fenfi ,
Scorge , fvanì , e agli occhi miei davante Nova s* aperfe luminofa feena. Mercè
fu delle Dee , fe dentro a*, facri Mifteri di natura al vulgo afeofi Non fummi
in parte penetrar disdetto* E contemplando ne’ modelli eterni Ciò , » *3 PRIMO.
Ciò , che veftito di corporeo velo Di sè non moftra che Fellema fcorza, A’ rai
mirar della natia Tua luce L’alma Virtute, che la mente* empiendo Di puro lume
, che. dal ver difcende , E coll’aura di placidi deliri Dolce animando la
tranquilla calma Del cor fedato , ne tramanda agli occhi L’ aureo fplendor ,
che la bellezza avviva , E diffonde fui volto il bel fereno, Che in un d’ amore
dolci fenfi fpira , E promette a chi l’ama e gioia e pace, Compagne eterne
dell’ amor , che crebbe Non tra’ vapor di tempeflofo affetto, Ma tra’ rai di
virtute e di configlio. Repente immerfo entro un fulgor mi vidi , Che quanto
vince , tanto affina il guardo, Ed è diftinto di faville a guifa De* punti
fcintillanti in ciel difperfi . . Qual fe in modo s’adatta ardente face, Che
tra due fpecchi paralleli fplenda , Ella in virtù de’ ripercofli raggi In due
file per entro a* vetri terfi Di cento faci fi propaga e cento: Così d’ intorno
ad inelàufto lume Fean \ Digitized by Google Ó4 EPITALAMIO Fean di sè moftra in
lunghi ordin diftinte Fiammelle innumerabili infinite , Varie d’afpetto , e di
fplendor diverte; Poiché di quella parte , ov’ era volta Di quel di luce
inefliccabil fonte, Avea ciafcuna la fembianza imprefla. E mentre aflòrto da sì
ftrano obbietto Softengo immoto colla mente il ciglio , Voce improvvifa , che
fonò dal centro , Dallo ftupor mi fcuote , e slega i fenfi. Quello , che vedi ,
folgorante cerchio Immenfo , difle , è P efemplar dell’ alme E tanto fpazio
entro al fuo giro ferra. Quanto s’eftende la divina mente: E. ad ogni raggio ,
che dai centro parte. Laggiù di voftre fchiatte una rifponde. Con quello fi
configlia , in quello guarda Quando tra voi 1’ onnipotente Amore Dà vita all’
alme : e tanto ognuna è bella Quanto l’ idea fimiglia , ond’ ella è prefa . Nè
già deve afpettarfi il mondo vollro Di veder unqua col girar de’ lullri Nell’
anime create efpreffe tutte Le fimiglianze dell’ eterne idee . Molte ne fon ,
che rimarranfi fole Mai w • PRIMO. 6 s Mai fempre , ad altro ufizio non
affitte, Che d’ empiere la ferie de* progredì Dell* infinita intelligenza.
Quelle, Che ornate piu , che ricoperte miri Di fottil velo trafparir , le forme
Dell* alme fon , che già n’ ufciro al giorno O ftanfi il gran momento anco
afpettando , A cui de’ tempi nello fpazio immenfo Dal provvido delfino annette
foro . Lieve rifletto di fulgor men puro , Che dall’ immago full* idea fi
manda, Le vela qui di tenuiflim’ ombra ; Qual men chiaro color fovra un piu
vivo Sparfo talora da maeftra mano , Senza macchiarlo , ne rattempra il brio .
Lo fguardo aguzza , e per lo cerchio il volgi Ed i veli , che in punti or piu
lontani , Or più vicini alternamente al centro * Sparir vedrai , fe colla vifla
unifci; Vedrai la forma , in cui t’ appare il Sole, Quando da terra col nud’
occhio il vedi Vibrante rai con ordine ineguali. Da quefti norma in fui
terrelìre globo Di voftre fchiatte la lunghezza - prende • Poiché tronca è
cialcuna ivi in quell* alma E Che 66 EPITALAMIO Che tralucendo lievemente
ombrata, Seguita è qui dalle piu vive e chiare . Se chiedi ond’ è , che dalla
propria fchiera Or per obbliqua or per diretta via Altre piegano a delira ,
altre a lìniftraj Tal che ogni ferie la fgura imita D’ angue , che ferpe fulla
terra aprica* Effetto è quello di confenfo innato, Per cui le forme piu tra lor
fimili Son l’una all* altra dolcemente attratte. L’alme , che d’efle col
fembiante in uno Portano leco anche gl’ iflinti imprefli. S’amano infieme ; nè
il defio s’acqueta Pria che le Aringa indilfolubil nodo* Qui la celefte ed
increata voce, Che a me venia dalla Ragione eterna, Tacque, e lafciommi al
maggior uopo. Ah ! dilli Ah ! fegui , e tu , che la deftafli , fazia La voglia
accefa nel mio cor profonda. Deh! tu m’ addita il loco , ove fcintilla L* idea
dell’ alma di colei , che novo Oggi all’ Adriache fpofe aflro s’ aggiunge . A
quella ferie , che piu lunga fplende, E piu lucenti le fue flelle moflra, ( Odo
la nota voce che rilponde ) i Por- PRIMO. 67 Porta le luci , e in quell’ idea
le fida , Che piti dell’ altre folgorante e valla A sè chiama gli fguardi , e
in sè gli arrefla . Ella il modello è dell* Eroe ( a ) , che padre Fu di colei
che chiedi , e tanta parte Del voftro globo col fuo nome empieo. Di là
fcendendo incontrerai coll’ occhio Una , che di piìx dolce e piano lume Splende
. Di quella nell* afpetto porta Fiordiligi , e negli atti e ne’ collumi L’
immago . Amore al placido di quella Fulgor foave le gentili membra Adattando ,
la cinfe di leggiadra Salma: di quella al temperato ardore Del cor le Grazie
accomodane i moti , Ed il governo ad Armonìa ne diero , Che loro è Italia , e
tra’ mortai fi noma Virtute . A quello nome in me fi delia L’ alto defir , che
fin d’ allor eh’ io vidi I vaghi modi , il portamento onelìo E z Di / (d)
Giovanni Emo Procura tor di S. Marco celebre nella memoria de’ Tuoi
concittadini , e degli ftranieri , e negli fcritti dell’ Ab. Conti , del Card.
Quirini , di Jacopo Fac-* ciolati, del Co. Al^arotti , del P. Steliini, e
d’altri. 6 \\ EPITALAMIO . Di lei , che fu con tanta cura in cielo Ornata , al
core di faper mi nacque L’alta radice afcofa , 'onde si rari Si fvilupparo
dilettoli frutti. Ed in un punto di tai detti V aura Move a temprarmi
rinfiammata brama: Non Tempre quel , che a mortai occhio fembra Più brillante ,
in sè fteffo è più perfetto . L’alme fublimi , e le virtudi eccelfe Voftro
collume è milurar da* grandi Rapidi lanci , onde talora il core Alto fi vibra
tralportato e fpinto Da chiufo fumo di bollente affetto*; Che d’ ogni parte ad
allargarfi tende, Più che da fenno e da virtù condotto. Ma più quell’ alma è
generofa e faggia , Che \ più ne’ moti Tuoi coftanza e modo, E par che men
fovra il comun s’ innalzi . Speffo è macchiata altifonante fiamma D’ aliti
folcili c di vapor nebbiofi * Poiché non lafcia la vorace vampa Spazio
d’attenuar l’efca indigefta, Che pura aflorbe coll’ impura milta. Ma lume , che
tranquillo arde e rifplende Più fchietta e pura la chiarezza ferba ; Per-
PRIMO. 69 Perchè piu puro ed a sè Hello 'eguale E! ftmpre l’alimento , onde, fi
pafce. Or fe a villa del ver , eh’ io ti dimoflro, La fallace da te luce
difgombri , Che qual accela folgore tonante V* abbaglia P alma , e vi ftordifee
il core Tanto gentil più ti parrà colei , Che pregi , e Halli di tua mente in
cima Quanto 1’ afpetto à più modello , e fparfo Di placido chiaror ; da cui fi
move Non fugace balen , che fere e palla , Ma fpirito fottil , che fol comprefo
E' dall’ alme gentili. E mentre il nido A porre in lei de’ fuoi penfieri
alletta Lui , che ad ampj tefori , a fangue chiaro Gran fenno accoppia , e
fplendidi collumi, Lo raflìcura , che intemperie acerba D’ affetti ciechi al
variar foggetti Mai non farà , che gli fconvolga ò turbi . L’uniforme tenor ,
che gli atti il vifo Fanno , la fua forgente à nel confenfo , Per cui confuona
colla mente il core , E del cor 1 * un coll* altro ogni deliro . La divina
virtù , che in sè contiene Le cole , e tutte le contempla accolte, E 3 Quan- 7
o EPITALAMIO Quando V idea del bel fovra di quelle , Che crea , feco d’
imprimer fi configlia , Sempre a sè fteffa è nell’ oprar conforme Or come feo ,
che la corporea luce Anima e vita del terreftrc mondo , * Finché tra lor ,
quali gli avventa il Iole Stanfi congiunti e rtretti i rai diverfi, Ond’ è
comporta , di giocondo albore L* aere la terra il cielo adorni e verta: Ma fe
dagli altri fi fcompagna il raggio Azzurro o giallo , ed in difparte moftra Fa
del natio colore , ond’ egli è tinto , L’albor > che prima da’ colori uniti
Nafcea , s offufchi , indi fparifca ^intero Quand’ ogni raggio dal vicin divifo
Corre diverfa via libero e fciolto: Tal fe gli affetti, l’intelletto, il fenfo
Vanfi difgiunti e fenza fren feguendo L’ impeto , che li porta a varie mete ,
Perde 1’ alma il fuo bello , ed incollante A tenor dell’ obbictto , che la move
, Or fi difperge fuora , or fi concentra ; Or tra la fpeme ed il timore
ondeggia ; Or fi rinfranca , e forge ardita e balda: E dell’ interno
ftempramento T orme Nel PRIMO. 71 Nel vifo ftampa , e di colori il tinge Troppo
o crudi, od ofcuri , o molli, o gai Ma quando avvien che non difcordi il fenfo
Dalla ragione , e full* idee Tevere Quanto cofparge 1 ’ un d’ ameno e vago ,
Tanto l’altra di quello il brio foverchio Corregga , e quel , che appar , col
vero adegui Nell’ alma forge una tranquilla gioja , Che fi trasfonde fui
ridente volto : E de’ coftumi dolcemente alteri , Delle maniere oneftamente
ornate . Di lei , che onori tanto , è 1 * aurea fonte . Felice Spofo , che sì
dolce e faggia Avrai compagna de’ tuoi giorni allegri* E delle cure, onde
l’umana vita Non può Tempre fchermirfi , alleggiatrioe. Nè tu dei meno ,
giovinetta Spola, Al del. cortefe , che sì bel foftegno Aggiunfc al fiore de’
verd’ anni tuoi . Ma più farete ancora ambo felici , Quando vedrete pullularvi
intorno, Come virgulti i vezzofetti figli , Dell* ardor voftro avventurofi
frutti , E Temi in uno di novello amore* Poi nell’ etade più robufta e franca E
4 Ca* 7 2 EPITALAMIO PRIMO. Cagioni a voi di memorando vanto, Ed alla patria d’
alt’ onore e pregio . Dille la voce , e ritornò qual prima Nube improvvifa ad
ingombrarmi il guardo Tanto de’ bei prefagj il fuon giocondo A sè mi traile , e
vi s’affitte tanto La mente mia , che me medefmo obblio. E a me più c’ altro
nel penfiero impreflà Profondamente de’* futuri figli L’ immago retta , onde il
tuo ceppo vecchio Inclito Paolo , fiorirà, mai Tempre Verde , e di rami
frondeggianti onufto . 73 Per le No^%e delP EE. de * Signori N. N. Patria)
Veneti . EPITALAMIO IL » v Enere bella , che ridente il volto Ai di fiorita
giovinezza eterna , ‘ E dolce madre de’ leggiadri Amori Quaggiù le cofe a
variar foggette Rinnovi , e quella vita , che ferbarfi Non puote in una ,
trasfondendo in molte Di grado in grado , Tempre verde Terbi: Alle rive dell’
Adria a te dilette Volgi lo Tguardo , onde gli eterei campi Sereni , ed
aggiogando all’ aureo carro L’ alme colombe , pe’ Tentieri uTati Reggine il
volo coll’ eburnee dita . Qui delle Grazie , che de’ doni tuoi La nova ornaro
giovinetta SpoTa Te aTpetta e chiama la concorde voglia; Onde al fin tu 1’
accolga , e rechi in mano A lui , che il cor ne porta acceTo e punto. Ed ambo
annodi con eterna fede . • • Ma già preflò è la Dea , che varie forme . Pren-
Digitized by Google 74 EPITALAMIO Prendendo , fcorre per le vie celedi , E
difpenfa con- provvido configlio Lo Ipirto infufo nella vada mole Dell’ univcrfo
• onde in sì varie membra Non fi perturbi l’armonìa nativa. Ben fi conofce ,
eh* ella è già vicina, Al novo lume , onde fi vede il cielo; E la letizia, ondo
Natura ride, E' dell* arrivo Tuo nunzia fedele . Già veggo Amor , cui 1* arco e
la faretra Rifuona al fianco , ed alle tempie intorno Viva rifplende la materna
rofa. Veggo Imeneo , che fu per 1* aure vibra La face ardente , ed odo il fuon
confufo , Che agli Amoretti gai per 1* aria midi Fanno lo Scherzo, 1’
Allegrezza, il Rifo. Scende la Diva, e dove preme e tocca L’ argenteo piè ,
fpuntano a prova i fiori . Sul molle tergo alle colombe alate Pofa le rofee
briglie , e drizza il pado, Dalle chiome fpirando aure divine , All’alta danza,
ove la Ninfa trova Tra 1’ auree Grazie e tra le fiorid’Ore. La mira con quel
volto, e con quegli occhi Onde un tempo al Padore in Ida aflifo Feo 75 SECONDO.
Feo la cura obbliar di fenno e regno, E dal petto di Marte adamantino Scofle i
penfier di debellate fchierc , Di Re domi , e di torri arfe e diftrutte . ■ E
nel mirarla , nel bel vifo adorno Sparge ed imprime co’ poflenti rai Il vezzo,,
il rifo, e lo fplendor leggiadro, Di che beltade peregrina armata Apre ne’ cor
gentili alta e profonda Piaga, e n' elice alti fofpiri , e dolce Rende la piaga
, ed i fofpir giocondi . Allo fpirar della virtù , che della Nell’alma i moti,
onde s’avviva il volto, Di fovrumana leggiadria rifui fe Raggio divino alla
donzella in vifo. Come quand’ entro a mufico {frumento Di varie canne armoniche
contefto, L’aria in mantice chiufo attratta fpira, In ogni canna, che da dotta
mano Sia con arte difchiufa, ella ugualmente S’ infinua, ed in ciafcuna il fuon
rendendo , Che a ciafcuna convien , di molti infieme Temprati e mifti almo
concento forma y Ed empie di dolcezza i cori amici Del biondo Apollo e
deli’Aonie Dive. Ta» 76 EPITALAMIO Tale allor che animata dallo fpirto Fu della
Dea la vergine amorofa j Nelle guance, negli occhi, c nelle labbra, Che le
Grazie tra lor dianzi accordaro, Sorfe armonìa mirabile a vederli Di vaghi moti
e di color gentili . Ma come allor che fui nativo «ftelo Stanfi fiori diverfi
in faccia al Sole , Che gli avviva e colora • fe rugiada Tenue frapponi! , che
rattempri alquanto L’efterno ardore ed il vigor interno, Quanto è ciafcun piu
dilicato e molle, Tanto fi moftra in fuo color più vago* Tal fra la Diva e la
donzella venne Modeftia a porfi , e i bei moti diverfi, Che nel fembiante
inufitato brio Spiegava , dolce rifofpinfe , e lieve L un fovra T altro
ripiegando , refe Piu venufto ciafcuno, e quella tempra Diede a ciafcun , che
piu foavi infieme Gli unifce. A quella villa fi compiacque Dell* opra fua
Ciprigna , e delle labbra I bei rubini a cotai detti Ichiufe: Figlia , del gran
valore , onde fovrana In mare, in terra , e tra le flette io regno, Quel-
SECONDO. 77 Quella nell* alma e ne’ begli occhi tuoi Parte trasfufi , che
dimoftra chiaro Quanto a me tu fei cara , e quanto volli Che te pregi , e da te
fperi ed afpetti Il bel paefe , ove à fede ed impero Giuftizia e Pace ed aurea
Libertade, Dell’ eccelfe virtù nutrice e madre. In te si bene i’ divifai
coltami, E parole e fembianti ed atti e modi, Che fuo diletto nel* foave giogo
Di tua beltà poneffe un cor leggiadro* ' E sì gli affetti del tuo cor compofi,
Che quanto amata e defiata fei , Tanto folli collante in amar lui, Che il cielo
à fatto dell’ amor tuo degno, E dietti in forte per compagno eterno . Che non è
pregio di volgar virtute, Nè d’ una fola , benché rara , un’ alma , Che in
amiffade e compagnia perfetta S’ adatti all’ altra , e 1 * una lìgnorìa Abbia
dell* altra , e libertà ciafcuna . Alma , che fia foverchio altera e viva , ,
Benché nel fen racchiuda efimie doti , Non foffre inciampo in fuo cammin , che
freni O volga altrove il corfo -a’ delìr fuoi .. Co- - i Digilized by Google 78
EPITALAMIO Come torrente , chè d’ alto difcelo Onda con onda impetuofo incalza
, Seco portando ogni ritegno oppofto, Sdegna , che lo divida arte ed ingegno In
rufcelletti limpidi e tranquilli , Onde s’ aggiri tra le vie preferì tte Di
labirinti in feno ad orti regj Con artifizio egregio compartiti • O chiufo e
ftretto entro ad aenee docce Si fpinga in alto , ed or nell’ aere formi Piegato
in arco lungo tetto , ed ora Velo dipinto de' color , che fpiega L’ Iride in
cielo di ricchezze altera. Ma gentil alma , che fornita fia Di chiari pregi ,
ed i fuoi moti a grado Altrui , quando ragion ed uopo il chiede Sappia cangiar
fenza fatica e pena , E far fua voglia della voglia altrui , Può 'facilmente
accompagnarli ad alma , Che le faccia tenor co* pregi fuoi . Felici Spofi , che
tra voi di voglie E di penfieri e di virtù conformi Del pari trafeorrendo il
mortai corfb, Sempre in voi troverete il piacer voflro : E col cangiarfi de'
volubil anni Con- 79 SECONDO. Concordemente cangerete ancora E defiri e diletto
; ed uno amore. Che di fiagion non fia , di grado in grado Altro ne produrrà ,
che della vita Ben fi confaccia alla cangiata fcena. Onde non fia , che coll’
età crefcente L’uno dell’altro mai noja vi prenda, O di voftr’ amifià s’
allenti il nodo. Come tra 1* alma e ’l corpo , onde comporto E' l’ uom , tal
delle cofe il fommo autore Maravigliofa mife alta armonia, Che di moti nell’ un
mentre fi fvolve Lunga catena ; di penfier , di fenfi , ' Che a que’ moti
rifpondono , fi fpiega Lunga ferie nell’ altra: e della vita, Che dal confenfo
lor nafce e dipende , Forza quindi non è che ’l desìo fpcnga , Mentre coll’alma
il corpo ognor cofpira, E dell’ uno al cangiar , l’ altra fuo ftato Cangia ella
pur : così tal io fra voi Di voglie pofi e di piacer progreflò , C’ ambo
uniformi e paralleli andranno Fino alla meta al corfo voftro fida. Per Per le
No^ge dell* EE. de Signori Lodovico Vidiman e Quintilia Rezzonico. / EPITALAMIO
III. T^ Temo Amor , che per la mole immenfa Delle cofe penetri , e compartendo
Tuo valore infinito in varie guife Delle nature agli ordini diverfi Dai vita e
moto e fenfo ed intelletto; Indi accordando variamente infieme Le virtù fparfe
in sì difcordi eflenze, Leghi il corporeo all* incorporeo mondo: Or che del tuo
poter tanta e sì rara Parte in Quintilia e Lodovico fpicghi , Ed eletti
finimenti ambo deftini Di lunga ferie di leggiadri eventi Da fviluppaHi ne*
futuri figli; Quello , che a te confacro , inno devoto In grado prendi , e la
mia mente reggi Per lo fenticr dell* ammirabil opre. Che produci nell* anime
gentili Di chiara fama e di virtute amiche. Qual chi s’abbatte in bel giardin
fiorito All* apparir del primo raggio in cielo, Mil* 8i TERZO. Mille colori in
un momento vede Dettarli in ogni parte, e il raggio fletto Purpureo farli nella
rofa , e bianco Nel giglio , e verde nella tener’ erba, E brillante de’ fiori e
delle foglie Sulle tremanti rugiadofe cime: Tal un di , che d’ intorno mi s’
avvolfe Non fo donde difcefo alto penfiero. Tratto mi vidi in vafto globo e
cavo, Ed attorniato da diverfe forme, In cui cangiarfi mi pareano i rai, Che
dal centro uniformi ufcendo e fchietti, Givano a’ punti ettremi in modp porti,
Che ripercofla fi vedea fovente 1/ una full’ altra immago , ed una farli Di due
beltà ; qual in metallo terfo Di Conica figura fi raccoglie Di molte informi ,
e ftranamente fparfe Nel pian fuggetto, una lembianza fola Di vaghe tinte e di
leggiadro afpetto • Volti io vedea di donne e di donzelle, V D’ alteri ero»»,,
di giovanetti gai . Dagli òcchi fpira altri valor guerriero. Altri faville d’
amorofo foco' Chi nella fronte fpiega il bel fercno, . ? Qhc 8z EPITALAMIO Che
nunzio è d’ alma grande e di sè paga • Chi dolce moflra , ed animato il vifo Da
invifibili moti graziofi , Che partono da un cor gentile e vivo • Chi tien lo
fguardo immoto e in sè raccolto , Qual uom , che lèco fi configlia e penlà.
Dappoi che alquanto ebbi girato il ciglio D’ intorno al bel fpettacolo giocondo
, /Quel , che duce mi fu , pcnfiero alato Mi fi venne a pofar fovra la mente, E
prefe a ragionarle in. quelli fenfi : Quello , ove fei , mifleriofo loco L*
opre d’ Amore e la portanza adombra. Sepolta flalfi entro gli umani petti Ogni
virtute e generofa voglia. Quando Amor non la delli e tragga in luce . Torpe
cieca la mente , e tardo il core, Se A mor l’ una non volge al vero al bello ,
E f altro col valor de’ raggi fuoi Non mette in moto, e la natia lentezza Non
arma d’ ale di defir focofi . Quello,ch’ è f alma al corpo, è all’ alma Amore .
L’ alma foflien le membra , e vita e fenfo Lor infonde, e dà pollo: Amore
avviva Ed avvalora Palma, e la feconda ) D’ al- TERZO. . gj D’alti concetti, e
le virtudi elice, Cli’ ei nell’ interne Iatebre;V afeofe , Quando la chiufe
entro il corporeo chioftro. Di vetro puro trafparente globo, Che immoto giaccia
, altra virtù non moftra, Che la pofiànza di cangiar la ftrada All* aure» luce
, che per entro palla. Ma quando avvien* che indagatore accorto Degl’ involti
fecreti di natura, L’aere n’eftragga, che v’ è. dentro chiufo, E sì l’ adatti
in tenebrofa ftanza , Che rapido 1* aggiri intorno al centro, E lieve intanto
colla man lo prema; Appare allor quel-, che celato innanzi Stavafi , interno
foco , e fi diffonde Tanto , che di fplendore empie il criffallo. Tal anche
l’alma , benché porti in feno Di virtudi infinite i Temi occulti , . Se langue
ignava , non appar fornita Che di fenfo , e d’ affetti ofeuri e baffi , • Che
dal fenfo commoffi intorno al fenfo » Vanfi aggirando. Ma qualora il vivo
Spirto infufo d’ Amor l’agita e move, Ei. le virtuti addormentate informi
Scioglie e figura; cd in cJafcuna imprime F 2 Def- 34 EPITALAMIO Della
inefautta univèrfal bellezza Quella parte ", che propria è di ciafcuna.
L’alma dalle celefli , ond’ ella è piena, Faville minutifiime inquiete Moda
divampa , e là fi lancia ardente , Dove aprirli di laude un raggio vegga
Accomodato alla virtù , che franca A' più di lena, ed è più fciolta e pretta.
Quindi dell’ opre il bel concento nafee Severe , ardenti , fplendide ,
leggiadre , Rapprefentate ne’ diverfi afpetti , Che vedi * e benché varie di
natura , Nafcono tutte dallo (tetto fonte. Quel , che ne* cor feroci , ov* uopo
il chiegga Fierezza accende ne’ perigli invitta, E falda incontro a’ fulminanti
bronzi , Ed alle orrende immagini di morte. Lo fletto ancora negli fpirti
accefi Di nobiltate e di detto d’ onore Saggio detta e magnanimo difpregio Di
ciò, che dona altrui forte incollante* E dalle nebbie iftabilì terrene , Che
fugace balen pinge cd inaura, E momentaneo vento aduna e feioglie , Gli trae
fublimi agl’ immortali obbietti. In T E R 2 O. Sj In Cui fiammeggia Tempre puro
il fole, E forza efterna non à dritto alcuno * Di quello effetto dell* Amor
fovrano Porta f immago il volto (ignorile, Che di ferena maeflà qui miri
Splendente , e cinto di bei genj alteri . Dirai , fe lo contempli : Il volto è
quefto Di Carlo , che sdegnando onor mortali , Ed i penfieri ergendo alto da
terra Sullo fplendore e le ricchezze avite Teforo ampio fi fe* d’aurei coflumi,
Di Tanto zelo , e di virtù celefli , Ed or rifulge agli occhi delle genti D’
offro veflito infra gli augufti Padri , Che alla greggia di Crifto il gran
Pallore Diero, cd in lui full* adorato foglio Di Pier locaro a governare il
mondo innocenza , pietà , giuflizià, e fenno* Allato a Carlo, effetto altro d*
Amore, . Brilla ridente un bel leggiadro vifo, In cui giunta la grazia ad
oneflade Altrui diletta e riverenza fpira , E fifli fianno i vivi fguardi
ardenti Di giovinetto, che all’incontro fparge Purpureo lume , dell* età
fiorita F 3 Com- te EPITALAMIO Compagno ed -ornamento. Il volto è quello Della
Nepote; e quella è la fembianza Di Lodovico, che la fpeme appoggia A lei de’
figli , che V onor vetufto Degli avi impaziente afpctta e chiede* Come
accondarfi i bei fembianti vedi , Tal convengono i cori , ed una niente Ann’
ambo , un fol penfier, fol una voglia Però che ad ambo dall’ iftefla vena
Difccfc il cibo , onde nudriti furo: Cibo , onde f alma qualitadi prende Non di
volgare affetto impreffe e tinte , Ma di fe , di modeftia , e di decoro , Ond*
anno atti c parole ordine e modo, L’ un nell’ altro contempla , c chiaro mira
Ciò, che voler, ciò, che feguire ei deggia E nella voglia altrui fua voglia
adempie. Poiché T una fi move dallo fteflfa Punto , ove V altra tende , e fi
confonde Quella, che vicn, colf altra che fi parte* Come due rai , che movonfi
all’ incontro Da’ fochi avverfi di convello vetro , Ambo ri fratti dal criftal
frappofto Vanfi intrecciando, e l’uno fi raccoglie Nel punto ftelTo, onde fi
fcioglic l’altro. Di §7 TERZO. Di si fi retto confenfo di defiri , E di virtudi
oh ! quai faranno i frutti ! Quali i figli faran , che V Adria afpetta Da si
bel nodo e da sì rara coppia! Come allor che due lenti criftalline Son T una
all’ altra fortemente ftrette , Ordini varj di colori in cerchio Piegati
intorno a* punti del contatto Nafcono , e raddoppiate Iri vagheggi Di
maraviglia e di diletto pieno: Così d’ intorno a voi , Spofi gentili , Sorgerà
di natura e d’ aurei pregi Varia progenie ad opre varie intenta Di valor, di
configlio , e di bontate ; Onde la gloria de* maggiori illuftri Sia tramandata
a’ fecoli remoti Di novi fregi rilucente è fparfa , Qui fi tacque il penfiero ,
ed alla voce Che dolcemente ragionava all’ alma , Succede il plaufo , che a
ferir mi venne L’ orecchio , ond’ Adria celebrava il giorno Delle nozze felici
, e le fperanze Cantava , e 1 lieti augurj , ed i difegni , Che fea la Patria
fu i futuri figli. % *' * M 88 « Al Signor Cardinale Alessandro, Tanara
Bolognefe , per la fua promozione . INNO. SlAcro Signor , che tra’ purpurei
Padri Pii» che per l’oftro, onde velli to Tei, Splendi pe’ rai , che dall’
interna luce Sparli per entro i be’ coflumi tuoi , E dall’ opre , che ftanfi a
te d’ intorno Sculte ed ornate da virtù celelle, RiflelTi d’ ogni parte a te
tornando , Come a Tuo centro, del tuo lume ftclTo Ti fanno infieme aurea corona
e velo: Se la mia lingua, che giacerli muta Non può tra’ moti armonio!! e lieti
Dagli inni facri a te nell’aura imprefli, . Non à tratti sì vivi e sì leggiadri
, Che nell’ aria ferena e pura ftampi Di te l’ immago; non è colpa tanto Dell’
intelletto , che la move e regge * Quanto del doppio fovrumano lume , Che
Digitized by Google INNO. 8? Che r in sè t’ avvolge , e ti nafconde a noi Io
pur entrar vorrei col guardo acuto De* pregi tuoi nella più interna parte, £
dell’alto valor , che tanto piacque A Lui , che Rege e Sacerdote impera In
Vaticano , e ’1 merto e ì premio libra , Far un ritratto , che Tornigli al vero
: Ond’ altri vegga la fublime idea, Su cui fi forma chi trafcelto è ’n cielo A
far corona al foglio alto di Piero, Perchè tramandi alle rimote genti Puro ed
intatto lo fplendor celefte, Che intatto e puro fi trasfonde in lui Dal fovrano
Pafior , che mentre pofa Quaggiufo i piè fovra 1* augufto trono , La mente
immerge entro gli eterei giri , E dall’ eterne idee del ver fuperno Prende 1’
immago , c faflene fuggello . Ma per quanto adottigli e affranchi il guardo, •
Non vi vegg’io, eh’ il folgorar confufo Di molti pregi l’un full’ altro fparfi.
L’un dall’altro ridotti a nova forma. E quand* anche divifi altri poteffe
Raffigurarli , allor che in un raccolti E midi fono, cercherebbe in vano go
INNO. Di ravviarli agli ufitati fegni . Nobiltà , che tra gemme ed or fiammeggi
, Altra fembianza e valor altro acquila Quando a configlio ed a virtù
s’accoppia. Più non raflembra altero idolo e vano. Che di torbida luce à pieni
gli occhi , E falfa maeftà dal volto fpira. Che riverenza fpreme e culto ed ara
Dal vulgo ufato ad eftimar la vera Grandezza dall* orgoglio , ond* egli è
oppreflò \ Ma da* fuperni rai l’idolo fufo. Che dianzi di fua mole il guardo
empica , Sparifce , e qual umor entro alle fibre Trasfufo di virtù, novo le
aggiunge Polfo , e la rende più fplendente e vaga. Quando la gloria, che
s’accefe intorno Agli avi , e fu i nipoti anco fcintilla , Cade in un’ alma
d’ogni pregio nuda, Prende figura di vapor, che fatto Gel trafparente, e vapor altro
opaco Nel fuo centro chiudendo, a Cintia il volto D’ aureo cerchio nell’ aria
alcuna volta Circonda , o di più Soli il cielo adorna . Poiché come vapor denfo
ed ofcuro, Allor .che involto è da pulita e chiara Scor- Digitized by Google
INNO. 9 i Scorza, che a’ raggi non contenda il palio, Dalla non Tua bellezza
onore e vanto Tragge, e nel cielo a farli ftella arriva; Tal uom , che mille
infra l’ofcura gente Non Ideerebbe nel mortai viaggio Pur orma , ond’ altri lo
difeema e miri , Se della gloria di grand’ avi illuftri S’ammanta ed orna, a sè
rivolge e chiama Lo fguardo altrui , che mentre erra difperfo Per F eftema
chiarezza , fi diftoma Dall’ atra nebbia , ond’ è ì’ interno avvolto . Ma
quando avvien , che generofa core , Com’apre gli occhi ad onorate imprefe,
Pollo li vegga tra vetufti fregi , Crefciuti intorno al ceppo, ond’ egli furfe,
Gli antichi vanti a* defir fuoi li fanno Terfo fpecchio, ove mira cfprelTa
l’arte Dell’ opre chiare e de’ configli egregj : E dallo fpecchio il ripercoflò
lume. Che fopra gli fi fpande , F apparecchia Sì , che virtute a figurarlo
intefa Pofcia v’ imprime più leggiadre -e vive L* immagini de* pregi , ond’ è
feconda*, Come pittor fulla diftefa tinta , Che la tela prepara a’ tratti fuoi
? Più pi I N N O. Pili vaghi traccia ed animati i volti. Nè fol afpetto di
cangiar fon ufe Le forme a’ fenfi efpofte , e di natura Varie ; ma quelle ancor
, che F occhio vede Sol della mente , ed uniformi fono Nell’ origine loro, ed
indi fvolte, Quafi vene lottili in verde foglia , Vanfi nell’alma diramando, e
danno Nudrimento dell’ alma a varie parti , Ond’ anno di virtù nomi divedi . Di
tutte le virtù nell’ alme eccelle Ogn atto è mirto , e d’ un color li tiige Che
d’ alcuna non è, quand’ ella è fola. Qual uomo o divo, che di molti in uno Fufi
metalli da Miron comporto, Starti tra lo fplendor di regia fala , Grande
ornamento di ricchezza altera , D’ oro non porta nè d’ argento il vilo Tinto,
ma d’ un color mirto e confufo Più che d’argento e d’or vago a mirarli' Cosi
ne’ cori dove regna e fpiega Il vero e il retto fua portanza intera , Giunta è
modelli a ad ardimento , giunta A giurtizia è clemenza , e fon compagni
Alterezza umiltà, fchiettezza e fenno, Digitized by Google n I N N O . Rigor e
cortefia , dolcezza e zelo ;■ E beo puoi dir: Ogn’ atto è bello e raro; Ma dir
non puoi qual in ciafcuno e quante Parte d’ ogni virtute adopri e mefea La
mente che del core i moti regge. Per tal cagion vano è , ch’io tenti c fperi Di
penetrar entro l’ idea , da cui , Alefìfandro , i coftumi aurei traefti , Onde
chiaro te ftefiò, e chiara fai La Patria d’alti eroi nudrice e madre. Vano è ,
eh’ io cerchi 1’ ammirabil arte , Onde affinate e variamente inteflc Doti
infinite , e d’indole diverfe D’ inclito fanguc, di vetufti onori. Di cor
eccelfo, di fovrana mente Te formatti , qual alto fimulacro Ora traslato al
Vaticano in cima. Ove non è che tu paventi oltraggio Da reo furore di fremente
nembo. Nè da Borea, che avverfo urta e minaccia Col piè feroce le fuperbe moli
. Ma fempre immerfa entro a fiderei lampi Tieni faugufta fronte, e fede altrui
Dell’intero giudizio e faggio fai Di lui , che t’ erfe a si fublime altezza , %
\ i ( I Digitized by Google 9 \ INNO. Già nota a’ tuoi , però che vive ancora
Splendono le profonde orme divine, Che poc* anzi fegnò 1* illuftre Zio ( a ) ,
Di cui rinnovi la memoria e Topre* Cosi guardando te fol in te fteflo Didefir
pieno e di fperanza privo . Io rimaneami fconfortato e lalTo; Quando una voce
al mio foccorfo molla A sè mi fece attefo , ed ogni fenfo Della mente foppreffe
e pofe in calma Col fuon pofTente de* foavi detti . Que’ foli, dille, la cui
mente avvezza Alto a levarli da’ nebbioli fenli , E da* ciechi del cor moti
inquieti Spello converla col principio noftro, E lieta fpazia ne’ configli
eterni , An la poflànza di mirar le vere Virtù celefti nel fuo fonte ftefifo,
Per cui falli la terra emula al cielo, E r uom confuona co’ beati fpirti La (O
Sebaftiano Antonio Tanara creato Cardinale da Inno-\ cenzo XII. nel 169$. Fu
egli Legato in Romagna , Vefcovo di Frafcati , e poi V anno lyu. Decano del
Sacro Colle- gio . * * INNO. P5 ; La mente di lafsù fornita fcende Di tanta
luce e di cotanto acume , Che ne* cori penetra, e dalla impreffa Notategli atti
e^ne’ coftumi edemi, Il valor vero dell* interna forma Conofce , e fcerne i più
fottili tratti , Che fono a* fenfi anche più fini afcoli. Pende da quelli la
fincera e retta Stima dell’ opre dell’ Onedo figlie : E F uom , che {pedo
incontro ad effi è cieco Confonde e mette nello deflò grado Atti , che di valor
fon diffimili , Benché conformi , e dalla della vena Sembrino ufciti a chi da
lunge mira Tra poco lume con ottufo ciglio. Ma chi gli vede a* rai del primo
vero , Didingue i tratti, che terreno affetto, E quei , che di virtù puro defio
Vi flampa; e quando non ifcopra alcuna Di vii didorta brama ombra cofparfa
Sull’ opre., che fembianza anno leggiadra, Col fuo giudizio le fuggella, e pode
In alto feggio, che lontan rifulga, Le confacra , onde fìano efempio e norma A
quei , che d’ appreffarfi al ver fovrano Non f 6 INNO. « Non an poffanza, e
formontar non fanno Del baffo immaginar Fangufla sfera. Or fe di lui , che nova
Della illuftra L* effigie in terra del celefle regno, Defio ti prefe d’
eflimare i pregi , Lo (guardo affifa nel figlilo , eh' ebbe Dal gran Pallore (a
) , al di cui raggio innanzi Ogni bellezza di fallace merto Svanifce , e puote
mantenerli intera Sola quell’ opra , che fcolpìo la mente Non in vapor d*
ambiziofa voglia. Ma , qual in terfo e folido diafpro , Nell 1 amore del vero e
dell* oneflo. Quello , che d’ Aleffandro ei fente e penfa , Nell’ oftro , che
gli avvolfe intorno al crine , Rifleflò altrui dimoflra , quanto rara Sia la
virtù , che in Aleffandro alberga : E T alto loco , ov’ ei 1’ à tratto , è
prova D’alto intelletto e di perfetto core. Però che non può llarfi a lui
vicino, Che centro ad alma è del Criftiano cielo , Chi Benedetto XIV., che creò
Ordinale il Tanara l 1 an. 91 INNO. Chi folido non à f animo e fpeffo Qual
adamante, in cui fenica il Sole. Come T altro , che avviva ed orna il mondo , E
i globi erranti a sè d’ intorno fparli Di luce empiendo negli eterei campi,
Mille diverfi accende aurei fplendori , Non (offre a sè da preflo i rari e
lievi Corpi • ma provvidenza alta infinita SI gli difpofe per lo vano immenfo,
Che fon dal centro de’ celefti giri Lontani meno i piu pcfanti e denfi; Ond’ è
che più di fua Juce prendendo, E folcii incontro al faettar gagliardo. Giungono
ad emular co’ raggi altrui Le ftelle ricche di fuleor natio: Tal ei, che regge
i moti ed i penfieri Dell’ eccelfe quaggiufo anime , elette A rifchiarar le
menti entro 1* umano Velo ravvolte , ed alT error foggette, Quelle più preflo a
sè tragge e fublima , Che fon per fenno e per virtù più gravi; E reggendo al
valor del Sol vicino , Mentre più fi fann’ effe ardenti e belle, Son più full’
altre ad operar poffenti. Ond* ei dalla virtù, che vi difcopre, G De- » I V \ l
i i t Digitized by Google $>$ INNO. Deftina il loco , ove adattar le deaaia;
E T uom dal loco , ove le mira afMe , ' Puote eftimar della virtute il grado.
Tacque la voce , ed io le ciglia volli Immantinente al fovruman confjglio, Che
te dell’ oftro facro in Vaticano Cinfe , Alcflandro ; nè più certo allora Di
tua fomma virtù chiefi argomento. Però che legno di fovrano merto E' la mercede
, onde corona altrui Sapienza ed in un Giuftizia accolta, Che non travia dal
vero, ed ama il retto. OLIM ODE VENTI DUE DI PINDARO tRADOTTE E alcune di
quelle coll annotazioni e difcorfi illuftrate . — r Di aitized b v Goc tox
OLÌMP IONICHE. • • O D A I. Per Jerone Siracusano vincitore net corfo del
cavallo . ^^Ttima è F acqua ; c f oro (a) Qual foco, che la notte arda e
fiammeggi. Splende tra le ricchezze G 3 Di . (tf) Il celebre Sig. Savèriò
Mattel hella feconda delle fue Diflertazioni Preliminari alla Traduzione de 1
Salmi parlando del principio di quell’ Oda , dopo aver detto , che mai non fi è
ben tradotto , né intefo , foggi unge : Chi ben intende po- trebbe
acconciamente tfidurre il fentimcnto di Pindaro in quefia guifa : V acqua è il
miglior tra gli elementi ; e P oro Tra ’ metalli è il miglior , che fplende a
paro t)el foco a notte buja. Il giuoco Olimpico Tal è fra tutti ancor. Tuoi
della Grecia Cantare i giuochi ? ah non cercar le jìelle Di mirar mentri il
Sole Lucido fplende ; ogni albo lafcia , e volgi ìn Olimpia lo f guardo . Ma è ella
nuova tal maniera d’ intendere quello principio? Chi non è del tutto ofpite
nella letteratura , fa che nella ftciTa gtiifa affatto lo intefe fin da’ primi
anni del fecole de- cimo folio il Lonicero , e dopo di lui Giovanni Benedetto .
Da quelli due cementatori qualche cofa diverlamente 1’ à in- tefo il Boiieau (
Refiex/on vux. far Lonein ) feguito dal Muratori ( Ptrjctta Po*fia i.l.c.z. ) e
dal Salvini ( ivi ) ; ma lo»
OLIMPIONICHE Di magnanimi genj eccitatrici* ' Ma fé battaglie di cantar Tei
vago, Caro mio core, ah non cercar col guardo Aftro, che più cjcl Sole il d\
rifplenda Per ma la fua fpiegazione altresì è bella c buona. Come dunque può
dire il Sig. Mattet , che nettuno prima di lui abbia in* tefo quel luogo di
Pindaro ? Molto meno può egli dire , che nettano 1’ abbia mai bea tradotto ,
perchè non 1* à tradotto conlc lui . A quello prò-* pofito ci farebbe molto che
dire , ma io , per non deviar pili che non conviene dal mio prefente iflituto ,
dirò folo, che due cofc principalmente ritrovo* nella verfione del Sig. Mattei
, che non trovo nell’ altre fatte prima di lui ; ciò fono 1’ aver egli in
cambio di dire , Ottima è P acqua , det-* to , V acqua è V miglior tra gli
elementi ; e ’l non aver vo- luto lafciar in pendente , come ò fatto Pindaro ,
le due .comparazioni dell’ acqua c dell’ oro. Ma perchè mai quefle giunte? Si
rifponde: perchè fenza di effe le traduzioni non fotta affatto intelligibili .
E a chi? nf immagino alle perfone inefper- te affatto di cofe poetiche .*
perchè chiunque abbia qualche tintura di poesìa non durerò certamente gran
fatica a vede- re , che nel primo verfo s’ à a fupplire tra gli elementi , o
qualche cofa di limile. Perciò il P. Steliini , il quale , co- me trovo ne’
tuoi manoferitti , aveva dapprima tradotto : V acqua tra gli clementi Siale
teina ec. , à poi rifiutata quefta manieri, c ad ella A preferito la comune.
Similmente i due paragoni dell’acqua c dell’ oro neffuno penerò molto a co-
noscere qual relazione s’ abbiano co’ giuochi Olimpici : nè vi può eflerc chi
dLa effe* inintelligibile il principio di queft’ Oda , fc non una perfetta
eccetrivamente pregiudicata , come "M. Terrault ( Para/, det atte. &
det moder. t. i. & z. ) , il quale per qltro fu dai dotto e giudiziofo
Boileau , e dall’ illultre Sai vitti , pagato di quella moneta eh’ e* meritava.
Si può dunque dir folamente che quello paffo fia ofeuro , ed oleure parimenti
diremo cflerne le traduzioni che abbia- mo ? I DI PINDARO. 103 Per T etere
deferto ; Nè altra di cantar gioftra onorata Più di quelle , ond* Olimpia è si
famofa ; Da cui s’avvolge intorno G 4 Alle tr.o ,• ma non per quello s’ à a
dire che fian effe mal fatte . Ben tradurre un poeta importa egli forfè renderlo
chiaro ed in- telligibile a chicchera ? Non nego , che non s’ abbia a cercar di
farlo : ma fe fi tratti di dover fcegliere o la chia- rezza o la energìa nella
traduzione d’ un bel palfo poetico, farà fempre minor male lafciarvi qualche
ofeurità , alla qua- le fi può rimediare con una nota , di quello che per adat-
tarlo alla comune intelligenza sfigurarlo e indebolirlo ; poi- ché lo feopo
principale d’ un traduttore di poesìe debb’ effe- re confcrvarc il piu che può
mai la forza e bellezza dell' o- riginale. Or a quefto bivio appunto fi trova
chi fi mette -a volgarizzare il paffo prefente : talché s’ ei vuoi cercare la.
perfpicuità , gli convien perder 1’ energìa , come à fatto il Sig. Mattei .
Egli , come fòpra accennammo , dopo le compa- razioni dell’ acqua e dell* oro
foggiunge : Il giuoco Olimpico Tal è fra tutti ancor . Così la cola è pili
chiara , non v’ h dubbio . Ma chi non vede quanto fi vien a perder di forza con
quefìa troppo affrettata applicazione ? Chi leva da que- fto pafTo Pindarico la
fofpenfionc , gii toglie il maggior fuo pregio. Il poeta, con favilfimo
accorgimento à Infoiate fen- za precila determinazione tutte le varie co fe da
lui propofte in quefto fquarcio , acqua , oro , giuochi , Soie , fino aila voce
O , affinché vadano tutte ad un tratto a piombar fovra d’ elfa , da lui
fìudiofamente riferbata nel fine , per- chè fia come il fuoco d’ una lente ,
che raccoglie i raggi fparfi , e cosi raccolti gli rende abili a far un’
impresone pili vigorola . E non an dunque avuto ragione il Boiioau , il
Muratori , il Salvini , il Ceruti , il P. Steliini , i quali tutti anno
certamente affai ben intefo q&efto celebre paffo , di non fi voler nelle
loro verfioni difcoftare dall’ordine tenuto da Pindaro ? Jltìt. Evértgclj. io 4
OLIMPIONICHE Alle nienti de’ faggi Inno , che per le bocche erra di molti , E
di Saturno a celebrare il figlio Li chiama nell’ agiato Felice albergo di
Jeron, che regge Scettro alle leggi amico Nella Sicilia , che di greggi abbonda
. Egli di tutte le virtudi coglie I più fublimi frutti • E de’ mufici fiori
anco fi fregia, Qual noi cantori , che fcherziamo intorno Speffo ad amica menfa
. Ma la Dorica cetra Al chiodo appefa in man ti reca ornai , Se di Pifa F onore
, Di Ferenico fe Teccelfo vanto Ti fottopofe a dolci cure il core, Quando lungo
1* Alfeo rapido corfe , Senza che fprone gli pungeffe i: fianco, E tratte alla
vittoria Il Siracufio rege Di cavalli amator. La gloria fplende Di lui nella
colonia - Illuftre per eroi del Lidio Pelope, Per cui $* accefe d* amorofa
fiamma . Net- DI PINDARO* 105 Nettun* poffentc , cht la terra abbraccia, Quando
Cloto lo trafle Fuor dal puro lebete , D’ avorio ornatola lucente fpalla .
Speflo la fama portentofe fole Sparge • e le menti de’ mortali inganna Oltre il
vero talor di varie e fcorte Menzogne intefla e divifata ilioria . Poiché de’
carmi il lufinghiero incanto , Che tutte le dolcezze all’ uom condifce , I
detti fuoi di maeftà ci vede, E fpeffo ottiene che fi creda ancora Quel , eh’ è
fopra la fede . Ma i giorni dopo riferbati fono Saggi del vero tefiimonj. All’
uomo * Dir convien degli Dei l’onefio a dirfi, Perchè minore n’ è la colpa . O
figlio Di Tantalo , diverfe io dirò cofe Da quelle, che finor altri credette.
Dirò , che quando agl’ invitati numi Nell’ amica Sipìle alterno porfe Legittimo
convito il padre tuo ; D’ amorofo delire allora vinto II Dio, che del tridente
orna la delira, Fece di te rapina, e fu dorati De- i oó OLIMPIONICHE Deftrièr
ti traile alla magion di Giove, Che dell’ alta fua gloria empie la terra. Dove
poc’ anzi al regnator de’ numi Per 1* ufo fteflò Ganimede falfe . Ma quando
fotti agli altrui fguardi tolto. Nè quei , che molto di te giro in traccia , Ti
rimenaro all’ affannata madre, Alcuno immantinente Degl’ invidi vicini Ditte in
fecreto , che fmcmbrarti intorno All* acqua , che bollendo Tra le fiamme
ondeggiava, e ’n fulla menfa Spartirò le tue carni , E le fi divorare. • • Ma
non fia mai , eh’ io chiami Un degli Dei rabbiofamente edace» Spedo raggiugne i
maldicenti il danno» Se quei , che dell’ Olimpo anno l’ impero , Uom mortale
onorare , Era Tantalo dello . Ma poflfente A digerir non fu 1’ alta ventura • E
la fazietà madre del fatto \ Lo fottomife a infuperabil danno* Sopra gli appefe
grave fallò il padre De’ numi , cui tentando Lo 107 DI PINDARO, Lo fventurato
allontanar dal capo, Schernito Tempre in Tuo desìo (a) fi vede. Involto è in
quella vita Ferma ne’ mali, e di foccorfo priva; Ed (e) Intorno alla punizione,
di Tantalo varie furono le opinioni. Altri credettero, che Giove 1’ avelie
pofto fotto il monte Sipilo nella Lidia per avere falbamente giurato a Mercurio
, che non aveva predo di sè il cane , che Panda- reo gli aveva lafciato in
depofito , ed avea prima rubato nel tempio di Creta , dov’ era rticflo per
cuftodc. Altri di- cono , che per avere palcfati i facri mifteri agli uomini è
flato meflo all’ Inferno in uno fragno immerfo fino ai men- to , in maniera che
non può mai bere , benché Tempre lo defuleri , ed indente fi vede femore
pendere un -fallò fovra la tefta in atto di cadere. Euripide dice, che Tantalo
è fof- pefo invifibiltncnte nell’ aria per edere fiato di lingua intem- perante
, e la pietra , che gli pende fulla tetta , altro non è che il Sole ; fecondo
il penfaro d' Anaflagora , di cui lùiripidc era fiato fcolaro , efleudo il Sole
una pietra info- cata . Le parole del te fio i roti* tirare» *;»ar fo- no
parimente in diverfe maniere interpretate . Altri dicono, che nei tre celebri
condannati Sififo , Tizio , ed Ilfione , Tantalo è fiato collocato per quarto :
nitri , che oltre lo ftare Tempre in piedi , la fame e la fete che patifee , h
la quarta pena del fadb .♦ altri , che fendo tutto quello , che può toccare
agli uomini , tlivifo in tre parti , una di bene e due di male per que* , che
noi chiamiamo in quefta vita felici , tutt* e tre di male per que’ che fi
chiamalo infe- lici , onde da’ Greci era detto un pienamente mifero t&tXoù-
(M>f , T£<(r«3-\i$- , cioè tre volte mifeto ; Tantalo quindi ol- tre le
tre porzioni di. male fopraddette, che come gli altri infelici potea foffrire e
foffrì , n’ ebbe una quarta particola- re. Quefta è la fpiegazione a tutte le
altre dallo Scoliafte preferita , per edere quefta da Pindaro ftefiò confermata
in un altro luogo , ove dice , che gli Dei per un bene diftri- buifeono due
mali agli uomini , loS OLIMPIONICHE Ed alle tre congiunta Soffre la quarta pena
* Perchè diede a’ compagni Furtivamente agi’ Immortali tolto * Il nettare e 1*
ambrofia , Onde fatto egli fteflfo era immortale. Uom , fe facendo alcuna cofa
, fpera Starfi occulto agli Dei, travia dal vero* Perciò di nuovo gl’ Immortali
il figlio Gli rimandaro tra 1’ umana gente, Di cui là Morte a tergo affretta i
pafli* Ed ei qualor nella fiorita etade Gli ricoprìa la guancia il nero pelo ,
A già pronto imeneo l’animo volfe, D’ impetrar defiofo L’ inclita Ippodamìa Dal
genitore , che regnava in Pifa* Quindi venendo folo Del mar canuto a’ tenebrofi
lidi , A lui gridò , che il gran tridente regge Alto fonante. Ed egli a piè gli
apparve* Ed il prode garzone al Dio poffente Tal fe’ preghiera : Se ti fono a
grado Di Ciprigna , Nettuno , i dolci doni * Raffrena d’ Enomao 1’ indomit’
afta* E me DI PINDARO, ic E me l'opra veloce Carro in Elide porta, e alla
vittoria M’ apprelfa ; poiché tolti Tredici amanti già di vita, indugia Della
figlia le nozze. Un gran periglio Preda non fa di neghittofo core. Ma fe di
morte al varco Siam tratti alfìn da necelfaria forza, A che fepolti in
tenebrofo obblio Ignobile vecchiezza Lungi da bella ed onorata imprefa Coviamo
indarno ? A me quella tenzone Il delfino ferbò : della battaglia Tu feconda 1*
evento . Difle, nè le preghiere all’ aura fparfe, Per efaltarlo il Nume Aureo
cocchio , ed armati L* agiliflime piante Dellrier gli diè d’ infaticabil ale .
Domò con efli d’ Enoraao la forza E la beltade ottenne Della donzella , che lo
fece patire Di fei figli regnanti, Che le virtù pregiato . Ed or s’ onora Di
fagrificj con folenne pompa Alla no OLIMPIONICHE Alla corrente dell* Alfeo
fepolto , Ove un bofco fi cole ad eflo facro, Che aperto intorno intorno A' ’i
varco a lato all’afa, A cui d’ ofpiti accorre immenfa folla* I luminofi rai
Lungi fpande la gloria bell’ Olimpiche gare Di Pelope dal corfo illuftri refe.
Dove la forza delle membra audace Nella fatica , e de’ veloci piedi L* agilità
fanno ammirande prove. E chi ne riede vincitor , di dolce Sereno mira
sfavillare i giorni , Che di vita gli ferba ancora il fato* Ma fempre alta
ventura, Che ci giunga novella, Sulle paffate à ’l vanto. Or d’ Eolici carmi,
Ond* an corona i cavalieri egregj , Cingere di Jeron la fronte io deggio. Però
che fpero in vano D’ inni fregiare con infetto ferto Ofpite , che pih fappia ,
* o tanto poffa . Iddio , Jerone , che il tuo fato regge % A He- DI PINDARO. ni
A lieto fine i tuoi defir conduce. Che fe benigna forte Qualche fpazio di vita
a me concede, Spero , che ritrovata La via de’ carnai aperta, Di Cronio m’
udirà 1* aprico giogo Cantare un di con più foave metro - Te vincitore fu
quadriga alata . Dardo la Mufa per me nutre e ferba L’ ire degli anni a faettar
poflente. Chi d’ un s’illuftra e chi d’ un altro pregio; Ma de’ Re la grandezza
L’ ultima meta è dell’ umane voglie . Non prendere però più lunghe mire. A te
conceda il fato Varcare il corfo agli anni tuoi preferitto In sì fublime grado
; E a me tra vincitori a te limili Soggiornando col fuon de’ faggi verfi Per le
Greche contrade illuftre farmi. DIS- Ili DISCORSO Sopra la prima Olimpionica .
O Pindaro , o niun altro fa l’arte di veftire le cofe d* un’aria forprendente ;
ed in Tua mano è l’arte del mi- rabile e del fublime. Ad efio non è difficile
l'accoppiare le cofe piU difgiunte , ravvifare delle fomiglianze tra le cofe
pili difparate , e dare della nobiltà alle cofe anche ordinarie collo fplendore
delle fentenze , colla novità dell’ immagini, colla vivacità delle figure , e
coll’ altezza dell’ efpreffioni. Si lafcia trafportare liberamente dall’ eftro
, che 1’ agita ; niente nel fuo viaggio P arreda ; fi fa firada tra luoghi non
piU tentati . Si getta alle volte ne’ precipizi , e quand’ altri ve lo crede
fommerfo , d’ improvvi fo fi vede riforto . Si per- de in calli obliqui ed
intricati , e quando pili fembra fmar- rito , ci comparifce di nuovo nella fua
firada diritta . Defule- rofo non d’ iftruire, ma di forprendere, lafcia d’
affoggettar- fi all' ordine , che non s’ accorda coll* inafpettato . Non va
dirittamente al fegno , che fi prefigge : efeo dalla ftrada pili femplice ,
perché non fi fappia dove à difegno d’ arri- vare prima che vi fi vegga
arrivato. Quefto trafgrediment® d’ ordine però non è già fenz’ ordine. I
componimenti Tuoi raffembrano que* pavimenti con artifizio intarfiati , ne’
quali le picciole parti , che li compongono , fi vanno tortuofa- mcnte
raggirando ; e dopo che fono fiate vagando per varie linee 1’ una tra l’altra
inviluppate , vanno deliramente ad incontrare le principali . Nel che quanto l'
immaginazione de’ riguardanti fi confonde , tanto riceve di quel diletto , che
nafee dalla maraviglia. Quindi non dobbiamo fiupirci , fe non DI PINDARO. 11$
non s’ incontra in Pindaro quella connefiìonc e fempiicità y che per lo piti s’
incontra in Orazio . Oltra la differenza del- la materia , in cui (i fono
occupati , avvene un’ altra , che nafee da loro medefimi. Orazio aveva un
difegno natural- mente dilicato , piacevole , giudiziofo , perfezionato fu*
migliori efemplari Greci , non molto fecondo d’ invenzioni » come fi feopre
anche dagli argomenti , fovra de’ quali fi è trattenuto ; offervandofene molti
1’ un all’ altro limili . Per- ciò s’ ingegnò di fupplire .con una finirti ma
pulitezza e leg- giadrìa ne’ concetti , che volea fpiegare , alla efienfionej
che mancava alla fua fantasìa ; ed offerviamo clic in molte cofe imitando i
Greci nella AefTa maniera , la quale egli condanna nella Poetica , altro non fa
che ftudiarfi di traf- portare con gentilezza nella fua lingua ciò che negli
altri gli era piaciuto. Laddove Pindaro avea 1’ ingegno vailo ed elevato , 1’
immaginazione fempre calda ed impetuofa , che non potea ritenerfi tra brevi
limiti , ma feoteva e sforzava tutto quello , che gli li par affé d’ innanzi .
Dal che nafeeva che non potea reggere ad un efame fcrupolofo de’ fuoi pen-
fitfri , perchè 1’ uno- all’ altro naturalmente fi fucccdc fiero ; perchè tutti
foffero fpiegati coll* eftenfione , che loro avreb- be data un animo, che fi
portìede ed è padrone d’ arreftaijfi quanto vuole fovra ogni cofa. In quella
guifa che un uomo agitato da qualche parttone violenta, per la moltitudine del-
le immagini , che gli s’ affollano , palla rapidamente dall’ una all’ altra ;
ed il fuo parlare 'è inter/otto , i fuoi con- cetti feonnefiì , ed altri appena
accennati , altri imperfet- tamente delineati ; onde molte volte piuttoAo ci
addita ciò che intende di dirci , di quello che io dica : ed all’incontro molte
volte parendogli fempre di dir poco , e di non trovar efprellìoni , che
agguaglino i fuoi pcnficri , li travede d* H im- IT4 OLIMPIONICHE immagini
nuove , e fovra le naturali innalzate ed ingrandi- te. Ma di ciò parleraflì
altrove pili didimamente . Vegniamo all’ Oda. L’entrata dell’ Oda non poteva
edere pili maertofa ; ed à perfettamente adempiuta il poeta la regola da lui
ftcflfo nell’ Oda feda pteferitta , che nel cominciare d’ un’ opera fi dee
porle un frontcfpizio magnifico. Ci prefenta in un tempo all’ immaginazione
quanto avvi nella natura di pili bello, di pili {limabile , di pili necefiario
; l’acqua creduta da qualche- duno la fonte , onde fono ulcite tutte le cofc ;
il fuoco, l’oro , il Sole , il cielo ; e tra l’ accompagnamento di que- lli
oggetti tutti grandi ci fa paffire dentro la mente 1’ idea de’ giuochi
Olìmpici. Chiunque fi fovveniva aver Omero chia- mato l’Oceano il padre degli
Dei , avea già dell’ acqua un’ idea vantaggiofa . Se l’oro non forte fiato da
lungo tempo te- nuto dal confentimento degli uomini in gran prezzo , badava a
metternelo nella nofira fantasìa 1’ unire l’ idea d’ eflo pollo tra’ metalli
all’ idea della fiamma acccfa tra le tenebre. Il Sole non potea rapprefentarfi
per una proprietà tanto forpren- dente , quanto è quella di rifplendcr folo ucl
cielo nel tem- po eh’ egli vi Ila . Dopo aver innalzato a quel grado tra’ giuochi
gli Olimpi- ci , nel qual è 1’ acqua tra gii elementi , l’oro tra’ metal- li ,
ed il Sole tra le {Ielle , nc accenna la gloria , che gl’ inni comporti da’
faggi poeti , recano a’ vincitori , tra’ qua- li Jerone à avuto luogo. Nei
tempo che lo nomina , v’ ag- gi ugne al fuo nome , per se (ledo grande per la
vittoria , la fua ricchezza , la fua giurtizia , la fecondità del fuo regno ,
il pofledimento delle virtU pili perfette in fommo grado , 1’ intelligenza
della Mufica a que’ tempi in molta dima. Cosi Jerone nel primo ingreflo , che
fa nella nortra mente , i’oc- cu- f DI PINDARO. cupa tutta con uno fpettacolo
tutto pien ■ di grandezza . Fatto quello volendoci metter il poeta nel punto di
villa principale , ci prepara alla grandezza della cola , che ci vuo^ porre
davanti » coll’ invito che fa a sè fteflo di prender in mano la cetra Dorica
adattata a foggetti gravi ; e per darC pili d’ impulfo f lì figura al vivo nel
Panimo Fifa nel tempo degli fpettacoli $ ed il cavallo di Jerone , nell’ atto
che fenza fprone , che 1* eccitalfe , correva alla vittoria * Coh un’ immagine
brillante contralfegna la gloria acquiftata , raf- fomiglìandola ad una
fiaccola , che accefa in Elide fegue Tempre a rjfplendere. Il poeta avvezzo a
non lafciare indietro alcuna cola , che poffa illuftrare il fuo foggetto , per
dare pili di rifalto alla gloria del vincitore , riduce l’origine de’ giuochi ,
ne’ quali vinfe $ alla vittoria , che Pelope venendo dalla Lidia nel corfo
delle carrette riportò da Enomao Re di Elide . Quello era un fatto nella
immaginazione de’ Greci tanto illuftre , che meritò di far uno de’ principali
ornamenti del ricco e fuper- bo tempio di Giove Olimpico . Ma Pindaro volea
portarlo a quel grado di fplendore , di cui Un allora niuno s’ era avvi- lito «
Perlochè non può far di meno di ripagar da principio ie avventure di Pelope »
che diedero pofeia occafione alla fua vittoria $ e per viaggio di riprovare
quegli avvenimenti ad eflò ed agli Dei poco onorevoli , che la fama comune gli
attribuiva . Racconto dunque che Tantalo tenne un giorno a convito gli Dei :
tra quelli Nettuno s’ innamorò di Pelope figlio di lui , e lo trafportò nel
cielo. Quando Pelope lafciò di com- parire tra gli uomini , la gente
naturalmente maligna divul- gò , che Tantalo 1’ avea porto agli Dei da mangiare
; che avendone quelli divorato un degli omeri , gliene iòftituirono H 2 un il 6
OLIMPIONICHE un <F avorio. Dopo qualche tempo per avere Tantalo data da bere
dell* ambrofia a* mortali Tuoi compagni , un de’ ca- lighi , che gli diede
Giove , fu rimandargli il figlio tra gli uomini. Ritornato Pelope in terra , ed
eiTendo nell* età d* ammogliarli , com’ era d’ animo generofo, non s’ invaghì
d’ altra moglie , che di quella , che potea col valore gua- dagnarli, Quella
era Ippodamla refa celebre dalla fua bellez- za , e dalla condizione , eh 1
Enomao fuo padre avea propo- rla a chiunque fofle vago di fpofarla. Prega
quindi Nettuno d’ aiutarlo a batter Enomao , fenza di che non potea ve- nir a
capo del fuo deliderio. Fu da Nettuno efaudito, e Co 1 cavalli , che gli diè
quello Dio , ne riportò colla vitto- ria la moglie; e quando egli fu morto , fe
gli fecero dell’ efequie magnifiche , e gli fi erelTe un fepolcro predo all’
ai- tare di Giove , ove foleano facrificare i combattenti. Dalla vittoria di Pelope
cominciò lo Splendore de’ giuochi Olimpi- ci y ed il frutto , che ne colgono i
vincitori , li rende fe- lici tntto il tempo della vita . Perchè Jerone polla
godere intieramente di quella felicità , propone il Poeta di celebrare la fua
vittoria con un inno , qual conviene ad un equellre vincitore . Indi con una
figura la pili atta a dominare fugli animi di chi ci afcolta , qual è quella di
adeverare francamente la cola , che vuolfi perfua- dere , ce lo dichiara l’
uomo il pili faggio e potente che fede a que’ tempi ; nelle quali due cofe
confi de 1’ idea pili alta , che poda farli d’ un Re . Che fe vi fi a'ggiugne
anche la fortuna , nulla vi reila di pili. Per ifpiegare che quell» lo feconda
in tutte le cofe , a lui rivolto gli fa credere, che Dio fia tutto occupato nel
condurre ad effetto tutto quello eh’ egli defidera. Con quello gli addita
fecretamente , che i fuoi defiderj non fono che di cofe onefte ed illuilri,
ne-. a DI PINDARO. 117 perocché fono degni che Dio fi prenda la cura d*
effettuarli : ed infieme gli promette degli accrefcitnenti Tempre nuovi del- la
Tua gloria , badando eh’ egli Tolamente li defideri ed in- traprenda-^
EfprefTamente gli dice , che Te vive , avrà da celebrarlo vincitore nel corfo
delle carrette , t che già la' Mufa va preparando un inno da presentargli* E’
naturale agli uomini dimenticarti di sé medefimi , quan- xdo fi veggono fovra
degli altri innalzati ; quindi prudente- mente il Poeta dopo aver eccitata nelP
anima di Jerone la pih grand’ idea , che potefle formarfi di sé , gli mette
qual- che freno , e P avverte di non edendere i Tuoi difegni piU di quello che
ad un uomo è concedo . Quedo avvertimento però dovea Jerone ricevere con non
meno di compiacenza di queila , colla quale àvea ricevute le Tue lodi , per
edere un tedimonio dell’ intero podedimento dell’ umana felicità . Ter
farglielo intendere chiaramente il Poeta nulla di piU gli de- riderà , che la
durazione dello dato , nel qual erafi allora dabilito ; e perchè non a tutti è
concedo P edere grandi nella defla cofa , fi contenta di defiderare per sé
Tolamente la podanza di lodare pari vincitori , e di rcnderfi co’ Tuoi vedi
famofo per la Grecia* h 3 ODA x 1 8 ODA II. / Per Telone Agrigentino vincitore
nel corfo delle carrette . JnoÌ , cui della cetra Diede Apollo 1* impero , Qual
nume , qual eroe , Qual uomo canterem ? Pifa è di Giove, Su bafe eterna à
ftabilite Alcide L’ Olimpiche battaglie. Primizie elette , ond’ ei fé* dono a
Giov^ Di riportate in guerra inclite fpoglie • Alfin quadriga vincitrice invita
- * I noftri canti a celebrar Terone • Terone ofpite giufto, Colonna d’
Agrigento; Rege , ond’ an le città gloria e foftegno; Fiore , che in sè
trasfufo in vita ferba L’alto valor degli avi, Che dopo lunghi e gravi Affanni
, onde gli affliffe iniqua forte, Fermaro il foglio in Agrigento alfine A Pai-
i 4 DI PINDARO. li? A Palla facro , e di Sicilia furo L’occhio. Degli anni, che
feguiro , il corfo Fu lor fecondo ; alle natie virtudi Ampio teforo di
ricchezze aggiunfe, E di Trinacria fottomife i cori, io di Rea , che nell*
Olimpo regni , E i piu fublimi tra gli agoni , e ’l corfo D’ Alfeo governi , 1*
armonìa de’ carmi , Che dolcemente or ti diletta , impetri , Che a’ figli ed a’
nipoti Il patrio regno tu difenda e guardi . Giulie o ree che fian l’oprc, C’
anno una volta già veduto il giorno, Neppure il tempo , ond’ an vita le cofe ,
Può far , che ufeite unqua non fieno in luce . Può ben lieta ventura { '
Ricoprirle d’obblio : doma ed oppreflà Da dilettola gioja Muor la memoria de’
molefti eventi , Quando il dettino amico alta fortuna Dal cielo invia. Che non
foffrir di Cadmo Le figlie or porte in maeftofo foglio? Ma cadeo dalla forza Di
maggior bene oppreflo il grave pianto. Vive tra gl* immortali H 4 Da 120
OLIMPIONICHE / Da folgore tonante Percofla ed arfa la crinita Semele. Pallade
l’ama e Giove, L’ama il Fanciul , che porta D’ edera ftretto l’ondeggiante
crine. Fama pur è , che nell’ ondofo regno Del gran Nerèo tra le marine figlie
Sia di goder concetto Vita ad Inon , che non vedrà mai fera. Incerto è ’l fin ,
che de’ mortali agli anni Darà la morte : e denfa nebbia ofcura Toglie il veder
, fe dagli sdegni infetti Potrem guardarci di nemica forte, Finché fi chiuda il
di figlio del Sole , Che ci trarrà dalle procelle in calma. Ittabili vicende
Scorrono fu’ mortali Or d’ affanno or di gioja apportatrici. Tale il dettino ,
che del ceppo vecchio Di Terone la forte : Colla felici tade , Che la fonte à
nel cielo, In fedele amiftà legata or tiene, . Volta in contraria parte La
tratte in altro tempo in afpri mali; Da DI PINDARO. ni Da che ’l figlio fatale
a Lajo incontro Per man condotto di ventura rea L’ uccife , e compimento Diede
all* antico augurio , Che da’ facri di Delfo aditi ufcìo. L’ implacabil Erinni
, AI di cui guardo acuto L’ empietà di celarli in damo fpera. Lo vide , e al
genitore parricida I bellico!! figli Diftefe a terra in (ingoiar battaglia L’
un Covra P altro , 1* un dall’ altro uccifi . Eftinto Polinice, Reftò Terfandro
, che di gloria colfe , Ampia mercede in giovanili aringhi, E ne’ perigli de’
guerrieri affanni : Germe , che forfè a vendicar del padre La morte , ed i
fofpiri Della vedova Adraflide. Su quello tronco crebbe _ * » D’ Enefidamo il
figlio, Che a contemprar mi chiama II dolce fuon de’ carmi , onde cofparfa Di
bella lode alma virtù rifplende. , Poiché d’alto valore ;j Egli m OLIMPIONICHE
Egli l colto in Olimpia aurea corona. Ed in Pitone e all* Iftmo Ad elfo , ed al
fratello De* fudori compagno e della gloria , La comune vittoria forfè l’alta
mercede Delle quadrighe, che fei volte e fei Volteggiaro la meta. A chi
pugnando ardito Lordi di polve e di fudore il volto Il dolce acquifto della
palma fgombra Dal cor gli affanni , che fofferfe in prima, aurea ricchezza , fe
compagne à feco Le virtudi , e da lor prende configlio, A felici venture apre
il fenderò ; E profondo defio fveglia e nudrifce Indagatore dell’ occulte cofe,
Fulgida ftella , e vera Luce dell’ uom . Chi la pofliede aperto Ciò fcerne ,
che il futuro in sè nafconde . Sa che difciolte dal corporeo laccio L’alme, che
alla virtù guerra oftinata Fero vivendo , a inevitabil pena Son condannate : e
quanto in quello regno Di Giove s’ è commeffo D’ in- DI PINDARO. 123 D’
ingiufìizia e di frode Dee fòtterra afpettar da ineforabile Giudice neceffaria
afpra fentenza. Ma la notte non meno Che il dì, fereni vagheggiando i rai Del
Sol , godono i buoni Vita, cui non travaglia egra fatica. Da fiancar e* non an
colle nervofe Braccia la terra e 1 * oceano infido , Per van guadagno , che gli
Terbi in vita. Ma predò a' numi dilettoli i giorni Menano lungi da fofpiri e
pianti Quei , che la fede inviolata e pura Serbar ne’ giuramenti ebbero in
pregio. Laddove gli fpergiuri Soffrono pena , al di cui guardo folo Trema il
ciglio , e 1 * orror le membra fcioglie , Ma quc* poi , che tre volte In quello
alternamente e in quel foggiorno Albergando , poterò L’alma ferbar dall’ opre
Nequitofe lontana * all’ alta rocca t Ove Saturno à il regno , Guida la via ,
che Giove a’ pii diflerra. Qui de’ beati all’ ifola d’ intorno L’ au- OLIMPIONICHE L’aura marina va battendo l’ale,
Splendono d* oro i fiori . D’altri cofparfe brillano L’crbofe fponde , fon
adorni e gravi D’ altri i vaghi arbufcelli , E d’ altri il colle fi colora e ’l
prato . Gentilmente inteflendo in varie guife L’ uno coll’ altro fiore Fanfi
que’ lieti fpirti Aurei monili al braccio , e ferti al crine* Come decreta il
giufto Radamanto , Che fiede a lato di Saturno padre Dell’ uni verfo , e fpofo
Di Rea, che ’l piu fublime Trono preme infra i mimi. In quella di diletto eterna
fede Cadmo alberga e Peleo; Ed impetrò la madre „ Con preghiere da Giove Di
trasferirvi Achille , Che al fuolo Ettore fpinfe D’Ilio colonna inefpugnabil
falda, Diede Cigno alla morte , e 1 * Etiope , . Cui l’ Aurora fu madre . Molte
faette alate En- DI PINDARO. Entro ad
aurea faretra al fianco io porto. Che ragionano a’ faggi ; Ma non comprende il
vulgo i fenfi occulti , Se interprete non à . Saggio è colui , Che per natura
molte cofe intende; Ma chi per arte è dotto, Loquace ed importuno Voci
imperfette rende, Qual corbo in faccia al divo augel di Giove , Alma , fu tendi
1* arco Ver gloriofa meta. Ma chi faetteranno i dardi illuflri , Che fiam
pronti a vibrar dal core amico ; ■ Ad Agrigento le quadrella volte , Canterò, che
cittade ( E giuro , che dal vero La lingua non travia . ) già da cent* anni
Uomo in luce non diede Piu di Terone liberal di mano , E più largo agli amici
Difpenfatore de’ tefori Tuoi . Ma livore infoiente Maligno afTalto a tante lodi
à mollò; E la lingua adoprando e P empia delira P’ uomini infani, à meditato
invano Di «k. r- OLIMPIONICHE Di
feppellir tra 1* ombre Del gran Terone i gloriofì pregi. Se non fi lafcia
noverar 1* arena , Chi ridir mai potrìa quant’ egli à fparte Altrui cagioni d v
infinita gioja? ODA IV. Per Psaumide Camarineo vincitore nell/t corfa de *
cavalli . l^Ccelfo Giove , che d* ale armata Infaticabili la folgor vibri: (
Giacché pe’ torti fentier del Sole Fatto ritorno anno i tuoi giorni , E dell*
eccelfe tra le battaglie Anno fpedito me teftimonio In compagnia d’ inno foave
, Per ifpofarlo a’ varj modi Dell’ aurea cetra : che alla novella Dolce d*
amabile palma , che cogliano Gli amici , brillano i buon di giubilo . } Grande
Saturnio , che alberghi in Etna , Ventofo incarco, che ’I formidabile Per 127
DI PINDARO. Per le fue cento tette Tifeo Preme anelante : a nome pregoti Dell’
auree Grazie, quett’ inno accogli Rifvegliatore d’ allegra danza, Inclito
fregio d’ Elea vittoria , Eterna luce delle poflenti Alte virtudi . Miralo
affilo Già Tulle fervide rote di Pfaumide, Che coronato dell* oleaftro Eleo ,
la gloria di Camarina Detta ed avviva. L’ altre fue brame Secondi il cielo, che
ben lo mettano Gl’ illuftri pregi, ond’ io lo lodo. Deftrier feroci ei nudrir
ama; Le facre onora leggi ofpitali Di tutti gli uomini accoglitrici ; Ed alla
pace de’ regni amica Puro e fincero P animo à volto . Nè di menzogne Ipargo il
mio canto. La fperienza dell’ uomo è prova. Quefta di Olimene fottrafle il
figlio Delle Lenniadi nuore al difpregio. Egli di ferrea lorica cinto Dille
nell’ atto che vincitore Nel corfo , giva alla corona Voi- Digitìzed by Google
n8 OLIMPIONICHE Volto ad Ipfipile : Quegli fon io , Che tu fpregiafti: del cor
non meno Pronta ò la mano. Prima degli anni Talor d’ argento fannofi i crini .
O D A V. j Per PsAUMlDE vincitore nella quadriga , nella carretta mutare , e
nel cavalcare . o Camarina dell’ Oceano Figlia , con animo ridente accogli
Quello dell’ alte virtù , dell* auree Corone , ond’ Elide fregia la chioma De’
vincitori , foave fiore , Cui la carretta infaticabile Nel corfo e Pfàumide ti
porge in dono . Vago ei d’accrefcere la tua di popoli Cittade altrice, ornò de’
dodici Numi le fei are, immolando Elette vittime di molti buoi Ne’ dì folenni
ad efli facri , E degli agoni ne’ cinque giorni Or aggiogando alla carretta Le
Digitized by Google ? \ DI PINDARO. Le mule , ed ora reggendo a celere Quadriga
il corfo , ed or premendo A corridore frenato il dorfo. A te v : ncendo novella
gloria A' confacrata* e rifonare Fece d’ Acrone fuo padre il nome ,* <E
della fede novellamente Rifabbricata . Or dalle amabili Sedi di Pelope e d’
Enomao Venendo , o Pallade delle cittadi Confervatrice , egli celebra Il fiume
Oano, ed il tuo bofco Santo , e la patria palude , e i facri Canali , 1* Ippari
per cui fcorrendo L’aurea cittade bagna, e conduce I legni , ond’ ergali di fermi
talami Eccella felva * onde alla luce Da povertade trae quello popolo.
Gaerreggia intorno alle virtudi Fatica, e fpefa incontro ad opera, Che di
periglio Ila ricoperta: E chi ne venne a lieto fine Da’ cittadini ftefli è
creduto Saggio. Te, Giove confervatore , Che regni altero full* alte nubi , I E
nei [30 OLIMPIONICHE E nel Saturnio colle foggiomi , E d’alto onore degni 1 ’
Alfeo, Che fpaziofo difcorre , e d 1 Ida L’ antro divino , te prego fupplice ,
Su Lidie tibie dolce cantando. Di fregiar quella cittade d’ inclite Virtudi ed
opre. Ed a te, Pfaumide, Che nelle Olimpiche gare vincerti , E di Nettunii
dertrieri godi. Devoto i’ prego, che venturofa ' Vecchiezza al fine de’ dì ti
guidi > E numerofa beata prole Ti fegga a lato . Quand’ uno , giunta Lode a
ricchezza, di che fìa pago, D’ aurea fallite beato gode , Ei non agogni di
farli Dio . ODA ODA VI. * 3 * Per A gesta Siracusano vincitore nel corfo delle
carrette » U dorate colonne aito veftibulo D’ altero alzando e maeltofo talamo
# Mole farò , cui di mirar s’invogli Il palfeggero , e di ftupor s’ arrefli * A
fuperbo edifizio Fronte fi dee , che da lontano fplenda . Ma fe cuftode è dell’
aitar fatidico Di Giove in Pifa> fe di lauro Oliirtpico Il crin fi cinfe * e
cittadin dell* inclita Siracufa è 1* Eroe , che m’ apparecchio A fregiare d’
eccello inno immortale; Fi dolce oggetto a* dilettoli carmi De’ cittadini amici
, Di cui l’invidia col valor già vinfe. Quale non otterrà lode gioconda? Sappi*
il figlio di Sottrato , Che già fermato in quello Talare egli à 1’ aVvcnturofo
piede. Virtù , che ne’ perigli I 2 Di / Digitized by Google OLIMPIONICHE Di sè
mottra non feo, fovra la terra Pregio non à , nè di Nettun nel regno Ma di
fudor cofparfa opra animofa Nella lingua di molti è Tempre viva. Agefia, è
pronta già per te la lode,' Che giuftamente Adralìo Porle d’ Oiclo al figlio
Anfiqrao , quando la terra ed etto E le feroci Tue cavalle aflbrfe. Erano a
fine già condotti i roghi De fette duci eflinti , e in quelle voci Il figlio di
Talao la lingua fciolfc : » Dell’ efercito mio l’occhio deliro, Che di faggio
indovino e di guerriero Prode accolto in sè vide il doppio vanto. Pregio, che
all’ uomo Siracufio or tocca Re di quell’ inno delle danze amante. Io che in
traccia di liti Non vo , nè fono de’ contratti amico , Ne fo con giuramento-
aperta fede; Nè fi opporran le Mule, Che fpargono di mele il dolce cani» ,
Ànimo fu * tu , qual efperto auriga , Quanto fi può te pretto Ghignimi il nerbo
delle mule al giogo * Onde DI PINDARO. %3ì Onde guidiamo per fentiero innanzi Non
tentato Ja biga, ed alto i’ poggi Degli avi fuoi fin alla prima origine; Che
tra 1’ altre elle fole Per quella via fapranno eflermi duci * Elle , che
riportaro Nell’ Olimpico corfo aurea corona* Dunque loro m’ è d’ uopo Aprir
degl’ inni le canore porte, E gir veloce , ove 1* Eurota corre, Oggi a Pitana ,
che a. Nettuno avvinta Con amorofo laccio Partorì, com’ è fama. La bella Evadne
dalle bionde chiome, Ella celato in Icno Tenne il virgineo pondo: Sgravata al
fin nel detonato giorno , Porfe Pinfarite a* fervi , onde portata Da nudrir
ella folfe All’ Elatida Eroe , che fovra gli Arcadi In Fefana regnava, ed ebbe
in lorte Per albergo T Alfeo. Com* ella giunfe All* etade matura ai dolci amori
, Sotto ad Apollo il primo frutto colfe Di Venere : nè il feme I 3 Dèi 134
OLIMPIONICHE Del Dio celando potè ftarfi occulta Sempre ad Epito . Egli nel cor
premendo La grave doglia e Fineffabil ira, Corfc' a Pi tona per udir 1* oracolo
$u quello da foffrirfi acerbo cafo. Ella deporta intanto La zona intefta di
vermiglia trama , E T urna argentea , tra gli opachi dumi Fanciullo partorì ,
che piena un giorno Avrìa la mente di divin configlio: Ed al parto artirtenti
L’ oricrinito Nume Le conduffe le Parche, ed Ilirìa Di foavi penfieri
infpiratrice , NelF amabile parto Dalle vifccre ufcì Giamo alla luce. Lalciollo
in terra , e di dolor conquifa La madre fé n’ andò. Blandi fi fero Intorno ad
effo per dertin de’ numi Due ferpenti occhiazzurri , e lo nudriro Col veleno
dell’ api almo innocente . Quando ritorno in fui deftricr frenato Fe’ da Pi
tona la faffofa allegro Il Re, del figlio, che avea dato al giorno Evadne,
ricercava entro il palagio, E di* DI PINDARO. 135 E dicea , che da Febo egli
era nato; Che tra* mortali 1 * indovin più faggio Agli abitanti della terra ei
fora , E la fua ftirpe non vedrìa mai fera . ei fpiegava gli Apollinei detti :
E negavano i fervi D* aver udito 0 villo Il fanciullo, ed il Sole avea compito
Già cinque volte il fuo diurno corfo , Da che giva di lui la madre fcarca: Ma
nafcofo giacea tra folti giunchi , Le membra molli afpcrfo ' Dalle viole
porporine c gialle Di rugiadofe e di brillanti Dille . Quindi la madre dichiarò
, che Giamo Folle chiamato , e gli durafìe eterno Sì bel nome . Ma quando il
primo pelo , Dell’ aurea pubertà giocondo frutto, Gli fpuntò lidia guancia ,
Scefe in mezzo all* Alleo, Ed invocò fotto notturno cielo L’ avo Nettuno , Re
di vado impero, Ed il fìgnor della divina Deio, Cui dagli omeri pende arco
dorato , Fregio regale al capo fuo chiedendo. * I 4 Gli i z6 OLIMPIONICHE Gli
rifpofe del padre La veridica lingua : Sorgi , dille , Figlio , e feguendo di
mia voce il Tuono , Vieni alla terra , che farà comune Della Grecia ricetto ai
dì felici. DifTe • ed ambo arrivati all’ erta rupe Dell’ alto Cranio , ivi
tefor gli diede Di doppio vaticinio. Gli concede Per allora d’ intendere la
voce , Cui dell’ empia menzogna ignota è Parte: Ma quand’ Ercole venga, Chiaro
germe d’ Alceo , che pronto à il core Pronta la mano a perigliofe imprefe , Ed
ordini la feda al padre facra, E de’ certami il piti folenne rito , A cui le
genti accorreranno a fchiera- Di porre allor full’ ara alta di Giove Dell’
oraeoi la fede , a lui commife. Da quel tempo tra’ Greci illuflre fplende La
ftirpe de’ Giamidi, ed à congiunta A gloriola fama ampia ricchezza. Chi la virtude
onora Per fentier luminofo i palli volge. Quale ciafcuno fia 1* opra dimoftra .
Ma degl’ invidi il morfo So- *37 DI PINDARO. Sovrafla a chi d’ intorno . Al
duodecimo corfo La prima volta s* affatica c fuda, Quando gentile ed immortai
vittoria • Sulla' f onie gli filila aurea bellezza. Ma fe i materni tuoi
congiunti , Agefia , Che a piè del giogo di Cillene albergano, Spello divoti
offrir vittime fupplici Al buon Mercurio meffagger de* numi. Che prefiede agli
agoni , e la feconda Madre d’ eroi poffenti Arcadia onora; Egli col padre tuo
Nettun fremente Conduce i tuoi defiri a lieto fine. Vienimi novo penfiero in
fulla lingua, Che me 1* affina qual acuta cote, E me già defiofo Spinge ad
enfiar la dolce tibia, ond* efe# Armoniofo fuono. E' la fiorita Stinfalica
Metòpe avola mia; Quella è madre di Tebe Di fpumanti deftrieri agitatrice, « Di
cui r amabil onda I* beo , teffendo a’ bellico!! eroi Inno leggiadro. Enea,
fpnona i compagni Prima a cantare la Partenia Giuno , In- 1^3 OLIMPIONICHE Indi
a moftrar , fe la ficura via Di fuggire i’ trovai P antico sfregio. Che di
vergogna la Beozia copre* Mentre fedele meflagger tu lei , Tu fecretario delle
bionde Mufe, Tu dolce vaio di fonanti carmi. Fa , che da loro fi rammenti
ancora Ortigia e Siracufa, Di cui Jerone , che nel cor nudrifee Retti configli
, il giufto fren corregge . Cerere ei cole , cui biondeggia il piede * E della
Figlia la folenne fella , Che aflifa in aureo cocchio A’ nevofi corfieri il
dorfo sferza; E P eccello poter di Giove Etneo: Eflb è noto alle lire e a*
dolci canti . Il tempo , che verrà , non turbi e franga Il fuo felice flato. Ma
con benigna fronte Egli cortefe accolga L’ inno d* Agefia , che di tetto in
tetto Pafiàndo , e dell’ Arcadia Ricca nutrice di lanofi armenti La madre
abbandonata , ora fi porta Da’ Stinfalici muri a Siracufa . Gio* DI PINDARO. Giova a fermare F agitata nave
Ancora doppia in tempeftofa notte . Di quegli e quelli Dio la forte illuftri E
tu , dell’ ocean Signore, e fpofo D’Anfitrite di rocca aurea fornita, Porgi al
nipote fortunato corfo ; Onde la via de’ mali egli non tocchi, E ’I fior foave
de’ miei carmi accrefci. ODA VII. Per Di agora Rodio giucatore alle pugna» Qui
s’ uomo porge a giovinetto genero Coppa , eh’ egli ebbe in don da ricca mano
Entro cui ferve e fpuma Rugiada , che flillò da vite Coa , Onde la vuoti, ed il
natio foggiorno Ad arricchir la porti • Coppa d’oro, fovrana altera parte D’
ampia ricchezza , di gioconde menfe Rallegratrice , ed onorato fregio Della
contratta affinità* sì raro Pegno agli amici in faccia Ren- w » Ho OLIMPI O.N I
C H £ Rende d’ invidia degno L* avventurato fpofo Per la fperanza del concorde
toro: Anch* io Pillato nettare, Dono dell* auree Mufe , e del mio core Soave
frutto , a’ prodi , Che riportar© negli agoni il pregio, Mandando , i vincitori
D’ Olimpia e di Piton rallegro e beo. E' quegli avventurofo , Di cui già s’ ode
ragionar la fama. Or a quello fi volge ed or a quello Colla foave armoniofa
cetra, E colla tibia , che sì varie e tante Voci fa temperar , la Mula mia ,
Onde la vita degli eroi fiorifce . Ed or con ambo al fianco Inno recando alla
marina Rodi, Figlia di Citerea, fpofa del Sole , E di prodi guerrieri illuftre
madre, Da Diagora tratto io qui difcendo , Onde la defiata aurea mercede Si
renda all’ uomo dalle valle membra , Che di Caftalia alle fiorite fponde , Ed
in riva all’ Alfeo d’ allor fi cinfe . Nè DI PINDARO. 141 Nè dal figlio farà
difgiunto il padre Damageto , che piacque alla Giuflizia, Col popolo , che
venne Dall’ Argive contrade , ambo an la fede Nell 5 ifola fuperba Di tre città
, vicina Dell 5 Alia fpaziofa a quella parte , Che l’Embolo fi noma. Pi
Tlepolèmo la memoria antica Deflando , i 5 vo 5 che fia comune il canto Al
popol Rodio , dell 5 invitto Alcide Poflente ftirpe. Ei di venir fi pregia
Dall* alto Giove , ed il materno ceppo Stende ad Aftidamìa figlia d’Amintore.
Stuol d 5 errori infiniti Pende alle menti de 5 mortali intorno : E mai non
avverrà , che l 5 uomo (copra Ciò , che per elfo d’acquiftar fia meglio E nel
prefente e nel futuro tempo. Mentre dall 5 ira vinto L’ uom , che porre doveva
in quella terra I fondamenti di novello impero, Con una mazza di nodofa oliva
In Tirinta percoffe e pofe a morte Licinnip d’ Alcmena 142 olimpioniche Fratei
baluardo , che verna da’ talami Della, madre- Midea . Paflion folle , Che le
menti fcompiglia , anche del faggio Fa forza al core , e nell’error lo fpinge.
Ei corfe a Delfo , c dimandò configlio Ad Apollo , e dall’adito odorofo Lo
confortò l’ oricrinito Nume, Che , le piagge Lernee lafciate addietro , D’
Argiva gioventù ftuolo animofo Ei conduce fle ad occupar la terra, Cui l’ocean
freme d’intorno e fpuma* Dove T eccelfo regnator de’ numi Di neve d’ oro la
città cofperfe , Quando Minerva dal paterno capo Per la via , che le aprì
ferrea bipenne , Della Vulcania delira opra ingegnofa, Fuori balzando , di
guerrieri gridi Feo rifonar il' mondo: La terra, il cielo di terror fi fcofie .
Quegli allor , che a’ mortali il dì conduce, Prole d’ Iperione , a’ figli amati
Comandò di vegliare al gran momento, Che doveva la Dea trarre alla luce ; Onde
un’ara fublitne e maeftofa Fodero primi ad innalzarle , e primi, . ' Pom- ■x
Dlgilized by Google DI PINDARO. 143 Pompofo fatto facrifizio , al padre
Rallegraflero il core , ed alla figlia , Che di trattar fi pregia afta fremente
f Puote faggio configlio, Che le cole previen , virtute e gioja Ifpirar de’
mortali entro le menti , Ma ci coglie talor nube improvvifa D’obblio , che 1’
alma dalla retta ftrada . Diftorna -delle cofe. All’ alta iticca Il popolo fall
* ma non avca D’ ardente fiamma il feme , e fenza foco Sacrificando dedicò la
felva Alla Dea. Ragunata un’ aurea nube. In pioggia d’oro la difciolfe Giove: E
f occhiazzurra Diva Gl’ infegnò tutte V arti , ond’ ei vincefte Nell’ opre
ognuno delle mani induftri . Già faceano le vie pompofa moftra Di fcol^i marmi
eletti , Che pareano fpirar , movere i palli ; E ne giva la gloria alta e
fuperba. Ma fe 1’ arte s’ accoppia alla natura , Crelce 1’ induftria dall’
error ficura. Racconta antica fama, Che quando (Jiove e gl’ immortali numi Di- OLIMPIONICHE Divifero le terre , in mezzo all’
onde Marine ancor non era Rodi apparfa ; Ma f ifola giacca negli antri falfi
Del mar fepolta . Era lontano il Sole , Nè fu chi la fua parte a lui ferbalfe.
Quind’ il Dio , che rifchiara e purga il mondo Senza forte lafciaro e fenza
regno. Ei ritornato dell’ errore accorti Li fece; 't Giove un’ altra volta* a
forte Por le terre volea : ma gli s* oppofe Il biondo Dio , che già fpuntar dal
fondo Del canuto oceano Terra vedea feconda D’ uomini altrice e di lanute gregge.
Ed a Lachefi tolto Entro dorate bende avvolta il crine Egli ordinò di ftendere
la delira , E di ferbare inviolato il grande Giuramento de’ numi , c in un col
figlio Del gran Saturno confentir, che fia L’ Ifola ad effo deftinata in dono ,
Quando apparire olla fi vegga al giorno. Nè traviò dal vero Il prefagio , ed
ottenne La fua dimanda il defiato effetto . Na- DI PINDARO. 145 Nata da’ fallì
umor 1* ifola forfè, E ne gode 1* impero Il Dio , che padre è degli acuti rai,
Ed i deftrier , che dalle nari foco Spirano , guida per 1’ eterea mole . Ivi
giacendo colla ninfa Rodo Generò fette figli , Che fomiti di faggi alti
penfieri Diero all’ antica età fplendorc e fregio. Uno di quelli padre Fu di
Gialifo , di Camiro, e Lindo, Che, divifa in tre parti La terra , andaro ad
abitar difgiunti Le città , che toccaro all’ avo in forte, E diè loro ciafcuno
il proprio nome. Quivi il Tirintio duce Tlepolemo , onde fgombri Della fventura
lagrimofa il duolo , Qual Dio s’ onora con folenne pompa Di vittime fumanti e di
fpettacoli. Delle fue frondi coronò le tempia Diagora due volte. All’ Ifimo
vinfe Quattro battaglie: e due l’una appo l’altra A Nemea. Lo conofce Atene la
petrofa , Arcadia, ed Argo, K Che 1 4 <5 OLIMPIONICHE Che di feudo di bronzo
ornato manda Il vincitore: lo conofee Tebe, E i legittimi agoni de* Beozj* E
Pellene ed Egina Sei volte udirò a celebrarne i vanti : Nè sì frequente marmo
D’ altri porta in Megara incifo il nome. O Giove , tu , che d’ Atabirio il
giogo Signoreggi , quell’ inno , e 1’ uomo accogli Che d’Olimpica polve i
membri fparfo Nella tenzon de’ pugni Di fua virtù feo memoranda prova. • Fa ,
che s* apprezzi ed ami Da’ cittadini c da ftraniere genti . Nel petto fcolti i
bei configli ferba. Onde il formaro i genitori , e retto Sentier nimico dell’
ingiuria ei preme. Non obbliar , mio core , il chiaro feme "fri
Callianatte e degl’ illuftri Eralìidi , Ond’ egli nafee , delle Grazie amici .
Tra folenni conviti Lieta qui pure la città fefteggia. Ma fpeflo in un momento
In infetta fi cangia aura feconda. ODA *47 0 D A Vili. Per Alcimedonte
fanciullo lottatore , e Tìmostene lottatore di lui fratello , • e Mi lesi A
fingitore . Olimpia , o madre delle battaglie D’ aurea corona riportatrici ,
Del ver cuflode , dove con arie Vittime i vati 1* occulte cofe Invefligando ,
prova di Giove Fanno , che vibra gli ardenti fulmini , Se de* mortali cura fi
prende , Che defìofi fon d’ adornarli fc Di virtù grandi 1’ alma , e rcfpiró -
Cercano un giorno dalle fatiche: E il Re de’ luperi l’afcofa mente Difpiega a
grado de’ vati pii. Ma tu , di Pi fa frondola felva , Cui corre a lato l’ onda
d’ Alfeo , Quell* inno accogli de’ balli amante, Splendor d* attorta corona al
crine . Grónde è la gloria dell’ uom mai fempre, K a Cui i 4 3 OLIMPIONICHE Cui
la tua fegue mercede illudre. A chi de’ beni F un , e a chi F altro Arriva:
molte le firade fono, Che col favore de’ numi guidano A lieto fine Fumane
voglie. Voi pofe il fato fotto F aufpizio Di Giove prefidc dell’ uom nafeente:
E fe* , Timodene , che di Nemea Tu ricco ufciffi di chiara fama* E Alcimedonte
che di Saturno Appiè del colle di fronde Olimpica Si coronale l’altera chioma.
Era il garzone bello a vederli , Nè la beltade macchiò coll’ opre. Nell’ afpra
lotta allor eh’ ei vinfe , Fe , che d’Egina fua patria il nome, Che F onde
folca co’ lunghi remi , Si rammentaffe. Dell’ ofpitalc Giove compagna qui la
Giuflizia Delle cittadi confervatrice , Qual non altrove , s’ onora c cole .
Dove s’ accoglie popolo vado E di codumi difeorde e d’ animo , Il governarlo
con retto e faggio Configlio è un’ opra d’ ardua fatica . \ Al- V DI PIKDAR O.
145? ; Alto decreto degl* Immortali Quella da’ flutti rinchiufa terra Diò per
divina colonna agli ofpiti, Che d’ ogni parte qui • fi raccolgono . Nè mai fi
fianchi da sì bell’ atto L’ età futura . Dal tempo d’ Eaco A' qui 1 * impero la
gente Dorica . Nettun fignore d’ immenfo regno, E di Latona 1 * imberbe figlio
Quando Ilionc d’ eccelfe mura Di coronare difegno fero , Eaco chiamaro compagno
all’ opra , Poiché ne’ fati era preferi tto , Che figgerebbe funefia guerra; E
eh’ efalare nelle battaglie Delle cittadi diftruggitrici Doveva Troja nembi di
fumo. Tofio che alzato fu l’alto muro, ‘ Tre ferpi glauchi della novella Rocca
balzato fiotta la cima . Due ne cadero , e tramortiti Ivi fpiraro ; fifehiando
il terzo Lancioflì dentro. Nel cor volgendo i I Febo F avverfo portento difle :
Pergamo cade da quella parte , K i Éroe »«. * v. 9 t 5 o OLIMPIONICHE Eroe ,
che forfè per la tua mano, ' Come predice chiaro il prodigio , Che m’ à mandato
Giove Saturnio, Che con orrendo fragore tuoni. Nè ciò dee farfi fenza i tuoi
figli : Faranno i primi le prime prove * L’ opra trarranno a fine i quarti. Il
Dio, ciò detto, drizzofli al Xanto, Ed alle Amaioni fovra i cavalli Snelle , ed
all’ Iftro fpinfe il deftriero . Ed il Rettore del gran tridente Qui rimandato
fovr* aureo cocchio Eaco , ver 1* Iflrno dall’ onde cinto , Ed il Corintio
giogo rivolfe Il carro celere , dove per effo Splendide dapi dall’ are fumano .
Varj degli uomini fono i diletti : Quindi fe il canto volgo a Milefia, E
rammentando fe vo la gloria , Che tra gl’ imberbi colfe , con afpra . Pietra
l’invidia non mi ferifea. Ebbe a Nemea la fteffa forte Tra’ giovinetti nella
paleflra, Che nel pancrazio dopo tra gli uomini . Agevolmente quegli, che fa,
Gli / DI PINDARO. 151 Gli altri
ammaeftra. Senza configlio Quegli è , che prima non apparò . Però che lievi
degl* inefperti Sono le menti. Colui, che l’arte Pugnando apprefe , fovra degli
altri Ad uom , che vago fia di raccogliere ' La defiata gloria da’ fiacri
Certami, puote la via molirare, 1 Che alla vittoria lo condurrà . Or a Milefia
luce immortale Alcimedonte reca , il trentèlimo De* vincitori , eh’ egli formò
. Ei per divina forte , virtude Cui fu compagna , dille!! al fuolo Quattro
fanciulli , lor odiofo Refe il ritorno : per vie nafeofe Ad ir furtivi gli
aflrinfe e muti . Dell’ avo al petto vigore infufe , Che di vecchiezza compenfi
i danni . Chi fe’ bell’ opra morte non teme . Ma già conviene , che de’
Blepfiadi Or io ravvivi l’alta memoria, / Ed inno canti delle vittrici Delire
ornamento . Lor alle tempia Ornai la fella corona avvolgeli , K 4 Che i$z
OLIMPIONICHE Che s’ acquiftaro nelle battaglie Apportatrici d’ eterne frondi .
Agli avi eftinti non dee negarli Del vanto parte , che de’ nipoti Suol coronane
1* eccelle prove . Nè dalla polve , che loro copre Le fredde membra , già de’
congiunti Retta impedita l’illuftre gloria. Quindi Ifione , quando afcoltata
Avrà la Fama , che da Mercurio Nacque , a Callimaco narri lo fplendida Fregio ,
che porle Giove in Olimpia A’ due nipoti. Mai Tempre Iddio A quelli aggiunga
novelli beni, E rei malori lontano mandi . Deh! non permetta, che di sì lieti
Giorni il fereno turbi l’ invidia De’ beni umani fcompigliatrice ; Ma lor
donando tranquilla vita, Ed etti efalti Tempre e la patria. ODA *53 i 1 ODA IX.
! Per Efarmosto Opunzio lottatore . (jlà 1’ inno d’ Archiloco D’ illuftre
vittoria Ufato fplendore, Che udifli tre volte Sonare in Olimpia , I balli a
baldanza Al colle Saturnio Guidò d’Efarmoflo, Che lieto fefteggia Tra’ dolci
compagni. Ed or delle Mule, Che lungi faettano, Tendiamo noi l’arco: E Giove
fiammante La delira di folgori Accefe , ed il facro — ' • Eleo promontorio, Che
in dote la figlia Recò d’ Enomao APe. ! Digilized by Google *54 OLIMPIONICHE A
Pelope Lidio, Mio core , fi prenda Coi verfi di mira. Ma d’ occhio trattantò
Pitone non perdafl: Là pure fi vibri Alata faetta * • Che dolce rifuoni •
Intatti fi giacciane I carmi , che radono II fuolo , or che dei La cetra
percotere Intorno alla lotta Dell’ uomo dall’ inclita Opunte , cantando Ed elio
e la patria. Qui Temi , ed Eunomia Sua figlia , onde i popoli An gloria e
falute, L’ albergo fortiro. Per alme virtudi De’ Locri la madre Illuflre
arborofa Fiorifce alle fponde Del fonte Caftalio Non v \ i i DI PINDARO. 15 $
Non meno che lungo L* Alfeo . D’ immortali Corone , che quello E quello le
manda. Altera fi fregia. Di fplendidi carmi Farò , che 1* amata Cittade rifulga
: E d* acre deliri ero Più ratto e di nave Alata , la fama Portar vo’ di quella
Novella vittoria Ovunque le terre Il Sole rifcalda; Se pur delle Grazie L*
eterno giardino Non fenza il favore De’ numi 'i’ coltivo. Da loro ogni cofa ,
Che piace e diletta , . Difcende : che prode Che s fàggio fia 1* uomo , E' dono
d’ Iddio., Con quale altra forza • Al- Djgitized by Google OLIMPIONICHE Alcide
potéa Vibrare la clava Incontro al Nettunio Tridente , qualora A Pilo d’
intorno A fronte gli flava Il Dio fcotitore Del fuolo ? qualora La guerra gli
fea Coll* arco d’ argento Apollo ? Nè tenne Plutone oziofa La veiga , che guida
I corpi mortali Al cavo ed ombrofo Albergo de’ morti. Da quelli racconti T*
aftieni, mia bocca. E' odiofa malizia Sparlare de numi , E fuor di flagione
Vantarfi è follìa . Di quello ora taci : Ometti le guerre , E tutte le pugne,
Qua- 157 DI PINDARO, Qualora de’ numi Ragioni. Ma volgi La lingua d’ Opuntc
All’ alta cittade . Qui Pirra e ’1 conforto Per fato di Giove Tonante difcefi
Dall’ erto Parnaflò, Il primo foggiomo Locaro. Indi lenza Di Venere 1’ opra Si
videro cinti DÌ prole novella A lor fomigliante Efprelfa da’ falli. Lor apri
de’ carmi Il calle fonoro . Il vino, che conta • Molt’ anni, fi loda* E i fiori
degl’ inni Novelli fon grati. E' fama , che d’ acqua Immenfo diluvio La terra
fommerfe ; Ma 1' onda repente Di \ 15S OLIMPIONICHE Di Giove per arte • A
(Torta da cupe Caverne difparve • Da quelli fortiro Armati i voftri avi Di
ferrea lorica Del ceppo di Giapeto, E delle dilette • A Giove Saturnio Antica
progenie , Che Tempre ove nacque Regnò. Della figlia D’ Opunte rapina Furtiva
già fatta Avea dell* Olimpo Il Re. Degli Epei La tolfe alla terra , E lieto con
éfià Ne’ gioghi di Menalo Si giacque , ed a Locro La refe • ondtf morte Fatai
non toglieflelo Sfornito di prole. Portava la moglie Il Teme divino; Gioì- DI
PINDARO.' Gioiva T Eroe Del figlio non Tuo, E volle , che folle Dal nome
chiamato Dell’ avo materno . Bellezza e Victude Infigne lo fero? • E il padre
da reggere Gli diè la cittade E il popolo . D’ Ai^go , Da Tebe , da Pifa
Concorfe , e d’ Arcadia Gran popolo d* ofpiti. Ma d’ Attore al figlio Menezio ,
e d’ Egina Tra gli altri , che amarono Piantarvi la fede. Fu grande I* onore.
Che fe*. Di Menezio Il figlio venendo In un cogli Atridi. A’ campi di Teutra,
Fu folo , che a lato D’ Achille il piè fermo Ritenne , qualora ióo OLIMPIONICHE
Gli Achivi gagliardi In fuga rivolle , E fino alle navi Refpinfe Telcfo. Allora
ciafcuno Conobbe di Patroclo Il petto feroce. Il figlio di Tetide Allor ne’
perigli Di Marte prcgollo, Che flefTe vicino All* afta fua fiera. Che gli
uomini atterra • Oh Piami de’ carmi Aperta la fonte Mai Tempre 1 ond’ io vaglia
Portar delle Mufe Affilo in fui carro A voi tra le genti Gli fplendidi nomi *
Magnanimo ardire. Ed -ampia poflanza - La brama fecondi. Rapito dall’ animo
Amante degli ofpiti , E dal- DI PINDARO. E dalla virtude, Io vegno di lodi A
fpargere 1* Iftmiche , Corone , onde cinta La fronte à Lampromaco Nel dì , eh*
E far modo A' vinto ad Olimpia. A quello di gioja Due nove cagioni Toccaro a
Corinto, Ed altre a Nemea . Negli anni virili Ad Argo , in Atene Fanciullo di
gloria Colfe ampio teforo,. Ma quale mirollo Allor Maratona,. Che a vile
prendendo Gl’ imberbi garzoni, Ardì co’ provetti D’ etade in tenzone Entrar ,
defiofo Dell’ auree fiale, Mercede dell* alto Valor de’ vincenti! L
OLIMPIONICHE Allora che domi Con agii’ inganni Ei faldo e collante Lafciò gli
avverfarj, Tra quanti clamori Il circo palfava D’ età giovinetto, Leggiadro di
volto, E chiaro per opre D’ eccello valore! Stupio di Parralìa Il popolo quando
Ei fe di sè moftra Ne’ giochi di Giove Liceo : quand’ e’ carco Tornava del
manto, Che guarda le membra Dall’ aure gelate, Pellene flupìo . Ci fa di Jolao
La tomba , ed Eleufi Marina ampia fede De’ chiari fuoi vanti . Virtù , che
natura Ci dona , è perfetta . p A DI PINDARO. 1 6 $ Cercaro già molti Con arti
acquillate Ornarli di gloria ; Ma quello , che fatto * E' fenza d 1 Iddio , E'
meglio che muto Si giaccia . Son atte Ad altri altre vie : Nè tutti nudrirci
Può fola una cura. Le vie delle fagge Sorelle di Febo Son ardue. Recando Quell
1 inno , d 1 illuflre Fatica riftoro, Ardito la voce • Innalza , mio core .
Quell 1 uomo portate A' feco nafcendo Divine virtudi : • A' pronta la mano, A'
delire le membra , E fpira dagli occhi Valor ei che P ara D 1 Ajace d 1 Oileo L
- Digitized by Google 1^4 OLIMPIONICHE Di d^pi feftive Ornò vincitore Ne’
giochi , onde cole Opuntc il Tuo nome. ODA X. Per Agesidamo Locrese Epizefirio
fanciullo , giucatore alle pugna • R Ammentatcmi in quale del core Parte incifo
m’ è ’1 figlio d’ Archeftrato , Che d’ Olimpico Lauro il crine fi cinfe. Di
dolce * Inno i’ oli era O Debitore ; ed obblio me ne prefe . Ma tu , Mula , e
di Giove tu figlia , Veritade , ' i Ritorcete da me colla giufla Voftra mano
rampogna , che nota Di mendace m’imprima , ed agli ofpiti D’ infedele . Mentre
il tempo , che lungo è già corfo , Di vergogna A' mac- DI PINDARO. 165 A'
macchiato 1 * immenfo mio debito. Ma f ufura può far , che difciolgafi L* onta
acerba , che viene dagli uomini . Come Tonda , fe trova nel corfo Lieve fatto ,
travolto T immerge; Fia fgombrata la macchia , che coprenti , Quand* io renda
con inno , che celere Per le Greche contrade difpergaG, La mercede a’ vincenti
sì cara* A' la fede Veritade tra 1 Locri Zefirj; Ed in pregio tra loro è
Calliope, E d’ acciar T afpro Marte veflito . Fe’ dar volta la pugna Cicnea
Anche ad Ercole Più , che ad uom fi conceda , robutto . Alle pugna vincendo
Agefidamo Ad Olimpia, Grato ad Ila ne fia , come Patroclo Ad Achille. Ei T
amico fpronando A virtude , lo tratte ad eccella Gloria , Dio lui pfettando la
mano. Raro è Tuomo , cui doni la forte Di gioire d’ illuttre vittoria , Della
vita alma luce immortale, L 3 Se lóó OLIMPIONICHE Se fatica Non r impetra. Le
leggi di Giove Sommi fprone a cantar del più grande Tra gli agoni. D’ Alcide il
valore Al vetufto fepolcro di Pelope L* ordinò . Per avere delT opra Già
predata ad Augea la mercede Dell’ altero a difpetto , avea morti L’ innocente
Cteato Nettunio , Ed Eurito . Gli attefe nafcofo Nella macchia , che fopra à
Cleone; E tra via li domò , perchè prima Gli fconfifle Di Molionc la prole
orgogliofa Il Tirintio drappello , che d’ Elide Nelle valli ripofle fedea . Ed
il Re t Degli Epei fchernitore degli ofpiti Indi a poco mirò la ricchiflima
Patria fcofla dal ferro , e difciolta Dalle fiamme Struggitrici giacere fommerfa
Negli abiffi del danno profondi . Ardua cofa E' fottrarfi al valor de* più
forti . Trat- DI PINDARO. 1 67 Tratto anch’ egli da folle confìglio, All’ affai
to s’ oppofe , e da morte Non potpo fvilupparfi .'L’ invitto Figlio allora di
Giove in Olimpia E la gente e la preda raccolfe . Volle , al maflimo Padre che
facro Il divino Bofco folle : rinchiufe il piu puro Sito , al tempio Riferbollo
; e lo fpazio d* intorno Dettino per ottetto a’ giottranti Da curare cenando le
membra . Infra i dodici numi regnanti Collocò la forgente d’ Alfeo. Ed al
cotte, Che da prima , regnando Enomao , Era incolto e di neve cofparfo, Di
Saturnio Diede il nome. Nè a quello folenne Primo giorno fdegnaro le Parche Di
trovarfi , $d il Tempo , che folo E' del .vero certiflimo giudi.ee. Dopo lungo
viaggio ei fé’ chiaro, Dove Alcide partendo le fpoglie , Che donogli la guerra
, le ofFerfe L 4 « Agli Digitized by Google 1 6 S OLIMPIONICHE Agli Dei , come
diede principia Alla fetta , che pofcia di nuovo Il quint’ anno condurre dovea.
. Ma chi mai nella prova , che prima De’ deftrieri , de’ piè , delle mani S’
ammirò , la novella corona Ebbe in forte ? ed il vanto togliendo Col valore al
nimico , di gloria Alla cima foli ? Nello ftadio. Che giammai dalla meta non
torce, Vinfe Eòno fìgliuol di Licinnio. Da Midea , dove a’ popoli è duce , Egli
venne* Lottando a Tegea Crebbe Echemo 1* onore . Doriclo La città di Tirinta
abitante Nella gara de’ pugni la palma Riportò. Nell’ alata quadriga Celebrato
fu Senio , che vanta Mantinea per fua patria. Di Fraftore La factta il
berfaglio percoffe. Arrotando la deftra Eniceo Si lafciò tutti addietro nel
difeo , E commoflè fettofo tumulto Tra’ compagni. Splendea Culla fera Della
luna , che intiera la faccia DI PINDARO. : 169 . Già molìrava , 1 ’ amabile lume
. *Tra le menfe gioconde fonava Tutto il tempio di lodi canore. Or il primo
coftume ferbando . * ; Inno acuto cantar vo’ pur io, Che fia pregio d’ altera
vittoria: Dir vo’ il tuono ed il telo trifulco. Che vibrare con delira di foco
Giove fuole fco tendo 1 ’ Olimpo . Ei del fulmine ardente la mano Arma , quando
convien che altrui moftri Quanto e’ può. Ma di carmi leggiadri Dolce fuono s
accoppj alla tibia. . Tardi , è vero , dell’ inclita Dirce Alle fponde apparirò
: ma quanto E' giocondo , ed il petto d’ amore Scalda ad uomo , che d’ anni già
grave E' già predo a tornare fanciullo. Figlio nato da moglie pudica! Odiofa a
chi more ò ricchezza. Quando pada ad erede Urani ero . E quand* uom , che già
fece bell’ opre Senza lode ed ignoto , Agefidamo, Di Plutone alla foglia
difcende, Vani fono i fudor , eh’ egli fparfè. Ed ijo OLIMPIONICHE Ed è breve
la gioja , onde fco Travagliando guadagno infelice. Ma la lira , che dolce
rifona , E la tibia a belT inno fpofata A te poFge immortale diletto, E dell’
ampia tua gloria cuftodi Son le Mufe , alme figlie di Giove. Alle Dive compagno
i’ m’ aggiunfi. Ed allora , che 1’ inclito popolo Abbracciando de’ Locri ,
cofparfa La città d’ alme grandi feconda O' di mele , lodato d’ Archeftrato O'
1’ amabile 'figlio . Lo vidi Col valor della mano fregiarli All’ Olimpico
altare di gloria. Era allora leggiadro di volto , E nel fior dell* etade , che
tolfe Con allato la Diva di Cipro Ganimede di morte all’ orgoglio. ODA
Digitized by Google / IJl ODA XI.. jfl mede fimo A cesi damo Ufura , Mortali di
molt’ ufo Talor fono i venti celeri, D’ atra nube acquofe figlie. Ma s’avviene
, che ludando Uom pervenga. a lieto fine; Di mel tinti inni canori. Che gturaro
eterna lega All’ eccelfe auree virtudi, Fanfi guida ai dolci canti. Ma
d’Olimpia a’ vincitori Riferbata è quella lode , Che d’ invidia il reo veleno
Non paventa . Alto difio Ora fprona a farli duce La mia lingua a quello vanto.
Che mai Tempre di penfieri Saggi un anima fìorifce. Se Dio F empie di Tua luce.
Talor fon l’aerie pioggie Age- Digitìzed by Google 172 OLIMPIONICHÉ Agefidamo ,
che crefci Nova gloria al padre Archertrato, La battaglia , che vincerti , Ad
incidere mi chiama Di bei carmi dolce fregio D’ oleaftro all’ aureo ferto ,
Ond’ or porti avvinto il crine J E de’ Locri Epizefirj A membrar l’illuftre
popolo. Oblivi , Mufe , fnella danza Intrecciate : io vi prometto, Che verrete
ad* una fchiera Non agli ofpiti nemica, Non ignota ai chiari pregi , Ma del
fenno e del valore Già falita ali* erta cima . Nè la volpe il tergo fulva, Nè
leone afpro fremente Canneranno unqua il cortume, Che natura lor imprefle. ODA
Digitized by Google 175 » ODA XII.* Per Ergotele Imereo vincitore in lungo
corfo. 1 E , di Giove donatore Dell’ amata libertade » Figlia invoco , alta
Fortuna , Guardatrice degl’ imperi , Per Imera , che lontano L’ampia ftende Tua
poffanza. Tu nel mar guidi le celeri Navi * tu nel fuol le rapide Guerre moderi
, e governi V aflcmblee cojifigliatrici . De’ mortali le fperanze Or fu
volgonfi ed or giù Per la via di vani fogni. Uom , che alberga in fulla terra,
Dagli Dei non ave ancora Certo apprefo e fido fegno Degli eventi , che faranno
, Sono ciechi del futuro I pcn- Digitized 174 OLIMPIO NICHE I penfieri , e
molte cofe A’ mortali oltre la fpeme * Dal diletto lor difcordi Accadèro : e
chi fu colto Tra procelle atre affànnofe. La (ventura in breve tempo Tramutò
con alto bene . Come gallo, che rinchiude Le feroci fue. battaglie Entro il
nido , ov’ egli nacque * Nell’ albergo tuo natio, Prole illuftre di Filanore ,
II valor delle tue piante Marcirebbe , come fronda , Che caduta al fuolo giace
, Se dettata empia difcordia , Che l’uom arma contra l’uomo, Te dal feno della
patria Gnoflia tolto non a Vette . Ma in Olimpia or coronato, E due volte in
Delfo e all* Iftmo, Di tua gloria ergi full’ ale Delle Ninfe i bagni tepidi,
Abitando le campagne, Che fceglietti per tua patria . ODA v Digitized by Google
Per Senofonte Corintio curfore dello fladio vincitore nel corfo e nel pentatlo
. i , O . V^/R che magione io lodo Già tre volte in Olimpia vincitrice, Cortefe
a* cittadini , Offequiofa agli ofpiti , A Corinto il penderò , avventurofa
Cittade, volgerò , polla fui varco Dell’ Iftmico Nettuno , Di leggiadre
donzelle inclita madre. Quivi Eunomia loggiorna e le forellc, Che fon delle
città bafe e foftegno, La ficura G indizia, E T unanime Pace • Di tefori a’
mortai difpenfatrici , Aurea prole di Temi Madre di bei configli. Lor brama e
cura è di fugar 1* ingiuria All’ onte audace , figlia Della fatollità. Gentili
pregi ijó OLIMPIONICHE t Da celebrare ò pronti* E di freno incapace Ardimento
la lingua a dir mi fprona: Il coftume natio non può celarfi , Figli d* Alete ,
a voi L’ Ore di fior veli ite Spello dello fplendore Fero di liete palme
illuftre dono , Mercè 1* alte virtudi Di que’ che formontaro L’altrui valore
nelle facre gioftre; Ma fpeflo anche ne’ cuori Degli antichi ifpiraro arti
novelle. Si dee d’ ogn’ opra all’ inventore il vanto . Onde ufciro alla luce Di
Bacco le leggiadre Fefte col ditirambo. Che altero manda il vincitor d’un toro?
Chi degli arredi equeftri Moftrò la fimnaetrla ? chi a’ tempj in cima , A
fronte , a tergo pofe L’augel, che il regno à fui pennuto ftuolo? Quivi le Mufe
, che foave fpirano , Quivi fiorifce Marte De’ giovinetti eroi \ Nelle 177 DI
PINDARO. Nelle mortali guerre. Sommo padre de’ numi , Giove d’ Olimpia regnator
, i miei Carmi fecondo in ogni tempo afcolta* E qued’ inclito popolo Guardando
sì , che di nemica forte Non tema offefa , di propizio vento Sull’ ale la
fortuna Guida di Senofonte , e accogli quello , Che da’ campi di Pifa adduce
feco, Inno y poflente fregio, Vinto lo lladio , e infieme De’ cinque agoni il
celebrato giro. Ciò mortai uom mai non ottenne in prima. ' Nell’ Illmiche
battaglie Comparve ancora, e due ghirlande intede Di frondi d’apio gli velar le
tempia. Nè difcorda Nemea; lungo d’Alfeo La corrente sfavilla , Lo fplendore ,
che impredo Lafciaro i piè di Teflalo fuo padre. Ed in Pitone ancora Dura la
gloria , che acquidò vincendo Lo dadio , e ’l doppio corfo Entro un fol
volgimento M Di 178 OLIMPIONICHE Di Sole , e nello fletto Mefe l’alato giorno .
Pretto ad Atene alpeftre Di tre corone circondogli il crine. Tre volte e
quattro nell’ Ellozie pugne Vinfe; ma negli agoni Sacri a Nettuno, cui
d’intorno freme Il mar , verranno dietro Col genitore Pteodoro infieme A
Terpfia ed Eri timo Più lunghi carmi . Quante volte in Delfo , E del Leone
nell’ erbofa felva Dette d’alto valore illuftri prove! A foftener fon pronto
Che il numero infinito Sia di voftre vittorie* Nè faprei già contarlo, Come il
numero efpreflò Dir non faprei delle marine arene. Ma prefcritti ogni cola à i
fuoi confini, Ed ottimo configlio è ’1 ravvifarli . Io , qual uno di voi ,
Spedito de’ vetufti Maggiori a celebrar la faggia mente, E le guerre , in cui
fero Del- 179 DI PINDARO. Dell* eroiche virtù pompofa moftra , Del gran Corinto
non dirò menzogna. Sififo membrerò faggio ed accorto Qual Dio ne’ Tuoi configli
• Rammenterò Medea , Che malgrado del padre Le nozze apparecchiofli , La nave
d’Argo e i condottier falvando. Un tempo in faccia alle Dardanie mura Mirar fi
fero d’amendue le parti A calcare le vie delle battaglie Gli uni d’ Atreo colia
progenie amica Elena ripetendo , c gli altri, a tutto Sforzo lor impedendo il
caro acquifio. Glauco , che venne dalla Licia , empieo I Danai di terrore :
egli vantava . Nella cittade , cui Pirene bagna, Del padre il regno e le
ricchezze- immenfe E ’l palagio di lui , Che vago di frenar Pegafo figlio Della
Gòrgóne al di cui capp. attorti Angui fifehiaro^ al patrio fiume in riva Molto
foffrì pria che l’aurato freno Palla gli delle. Ella repente in fogno Gli fi
feo manifefia, e dille : Dormi, M 2 ✓ ¥ Re OLIMPIONICHE Re figlio cT Eolo ? Prendi Quello
, che dei corfier 1* ire ammollifcc , Freno , ed al padre il moftra Domator de’
cavalli , im toro eletto Sacrificando. In fra 1* orror notturno Tanto, mentr’
ei dormiva, Dirfi udìo dalla Vergine Dell* egid* atra armata. Balza in piè
ritto, e al portentofo dono, Che d’ appretto giacca , dato di mano, Trova
giojofo 1* augure natio , E al Ceranide tutto efpon f evento : Coiti’ ei la
notte giacque Sull’ aitar della Dea, giuda il configlio Dell’ indovino * e come
Di fua mano la figlia Del vibratore del fulmineo telo Diegli l’aurato freno,
Che de’ corfieri la ferocia domi . Quegli lo perfuafe Immantinente d’ ubbidire
al fogno* E fcannato , eh’ egli abbia Il toro al Dio polente. Che la terra
comprende, D’ erger un’ ara facra All’ / ^JDigitized by Google DI PINDARO. All'
equeftre Minerva. Rende il poter de’ numi agevol opra Ciò , che all* uom fembra
pollo Oltre le fue fperanze e oltre la fede . Quindi Bellerofonte Ardito e
forte all’alta imprefa mofle, E intorno alle mafcelle Quel farmaco dell’ ire
ammonitore Stendendo , fa cattivo L’ alato corridor * e fu montando
Incontanente di ferrato usbergo Cinto provofli alla guerriera gioflra. Con efTo
al faretrato Drappello delle Amazoni, Che dal freddo venia deferto clima. Di
profonde ferite il feno imprcffe ; E la Chimera , che fpirava fiamme, Ed i
Solimi ancife . La di lui tacerò morte fatale. Su nell’ Olimpo alberga Il
corridor traslato Nell 1 eterne di Giove aurate Ralle . Ma per diritta via de*'
dardi il volo Spegnendo , emmi disdetto Molte faette oltre il prefcritto fegno
M 3 134 OLIMPIONICHE Colle mani indrizzar* mentre alle Mufe Sovra fplendido
trono A (fife , e agli Oligetidi Contra V ofeuro óbblio venni in foccorfo. Per
le palme , che all* Iftmo ed in Nemea An colte. In poche note Molte n’ adunerò
chiare cd aperte: Sia teftimon del vero il giuramento. Sefifanta volte
vincitori udirli Preconizzare in quello ed in quel loco Dalla del banditor
gioconda voce. * Già celebrate prima O' le corone , onde fregiolli Olimpia ; E
le venture farò conte allora Che avverranno* Or lo fpero; Ma degli Dei 1*
evento è nelle mani. Se il Genio, cui nafeendo e* fur commefli A nuove imprefe
fpnoneralli , in cura Cederemo 1* evento a Marte e a Giove . Delle vittorie ,
onde ritorno ei feo Altero di Parnafio Dal giogo, da Argo , e Tebe, E dall’
Arcadia , teftimon ne fia L’ ara reina di Giove Liceo , Pellene , e Sidone, Me-
DI PINDARO. 1S3 Megara , e degli Eacidi La felva intorno chiufa , ed Eleufme ,
té * La ricca Maratona , e Je cittadi Splendide per ricchezze Sotto T aereo
Mongibello polle, Ed Eubea. Riandando Tutta la Grecia , troverai maggiori Di
valor orme imprefle Di quello che tu pofla Immaginar. Ma con leggiero piede Deh
fa , Giove , eh’ io n’ elea, Onor dandomi , e forte , Che il cor mi fparga di
foave gioja. ODA . % Per Asorico Orcomenio, figlio di Cleodamo , curfore dello
Jladio . (j Razie , voi , che avete in forte Le bell* onde di Cefìfo, E abitate
antica lede Di deltrieri altrice illuflre : / J O del fertile Orcom^no M 4 Ce-
i$4 OLIMPIONICHE Celebrate alme reine, E cuflodi del vetufto Popol ' inclito ,
cui padre Fu già Minio , or m’ afcoltate , Che a voi fon volti i miei prieghi .
Da voi fcende fu’ mortali i Quanto gode il loro petto Di dolcezza e di diletto.
O gentile , o faggio , o prode Che fia T uomo , è voftra lode . Tra gii Dei
danza non menali, Non appreftafi convito , Che non regganlo le Grazie . A'
lafsìi nel cielo ogn* opra Dalle Grazie ordine e legge, Che fedendo allato a
Febo , Cui compagno indivifibile Pende al fianco T arco d’ oro , Del Piton faettatore,
Fanfi gloria al fommo padre Dell* Olimpo regnatore. D’ alto onor Aglaja degna ,
Eufrofina a* canti amica , *• Del poffente infra gli Dei Figlie , udirmi non vi
gravi. Te DI PINDARO. Te , Talìa de’
carmi amante , Pur invoco ’ che quell* inno Deftator di ballo amabile Leggier
vedi Tulle penne Ire a voi d’amica forte: Perciocché fu Lidio tuono Con nov*
arte e molta cura Dolcemente a celebrare Son venuto il prode Afopico, Che in
Olimpia coronata À' di Minio la cittade Per tuo dono vincitrice. Eco , va di
Proferpina All* albergo tenebrofo, E , trovato il buon Cleodamo , Tu gli narra
, come il figlio A' di Pifa nella valle Celebrata il giovinetto Crin cerchiato
delle frondi. Che fon 1 * ale , onde la gloria Va dell* inclite battaglie Della
terra a* lidi eftremi • DIS- DISCORSO i$6 Sopra la decimaquarta Olimpionica. L
’ Economia dell’ Oda è fcmplicilfima . L 1 età del vinci- tore e la patria P
anno al Poeta fomminiftrata . A To- pico era fanciullo , e perciò non ancora
capace di virtU grandi e perfette ad anni pili maturi riferbate . L 1 ornamento
delle bell 1 arti , la bellezza , la leggiadrìa fono le doti proprie de 1
fanciulli . In Orcomeno la prima volta fu fa- crificato alle Grazie da Eteocle
figlio del fiume Cefifo : do- po la quale iftituzione il loro culto (ì dilatò
per tutta la Grecia . Angelione e Tecteo nella ftatua , che fecero a’ De- lii ,
d’ Apolline gii pofero in mano le tre Grazie , che E- teocle avea (labi lite ;
come abbiamo da Paufania ( Boto:, c. 35. ). Le Grazie presiedono a 1 fanciulli
, e tutto ciò, che v 1 à di gentile , è loro attribuito. Quindi nel tempio ad
effe in Elide dedicato , le loro ftatue tenevano in mano P una una rofa , P
altra un dado , e la terza una fronde di mirto ; e fulla bafe a delira v 1 era
la ftatua d 1 Amore , fe- condo lo ftelTo Paufania ( El. x. c. 14. ). Quelle
circoftan- ze an data occafione alla prima parte dell 1 Oda. L’antico coftume
di riferire alla patria ed a* genitori le lodi da 1 cit- tadini e da 1 figli
acquiftate à preparato la materia alla fe- conda parte . L 1 entrata dell 1 OcU
è grave e maeftofa ; la figura » che l 1 anima , della nell 1 uditore una dolce
forprefa , che lo mette in afpettazione di qualche cofa di grande e di gen- tile.
Non è cofa comune quella , che à bifogno dell 1 ajuto delle Grazie ; nè fi
crede volgare un foggetto , che merita Pat- i I 1 DI PINDARO. 187 1' Attenzione
di quelle grandi divinità. La numerazione de 1 loro attributi , che potrebbe
fembrare un epifodio troppo lungo a chi non fa che una via di lodare , è tutta
lode in* diretta d’ Afopico. Chi celebra il donatore di qualche cofa fuppone il
dono . Chi loda in prefenza di qualcheduno qual- che virth , fuppone che la
poffegga chi l’ode e chi gli dà P occafione di farne P elogio. Quindi il dire
che le Grazie fono le largitrici delle belParti, della bellezza, e del valore,
fa torto penfiire , che il foggetto , per occafione di cui fi dice quefto , non
è fenza tai doti . Il dire , che nulla fen- za d’ effe v’ à di giocondo tra gli
uomini nè tra gli Dei , naturalmente ci fi dedurre , che nella perfona , per
onore di cui fi favella, non vi manca quefta giocondità, che nafee dal portello
de’ beni dell’animo a quei del corpo congiunti. Dalla allufìone alle generali lodi
di qualità d’ Afopi- co parta all’ aperta dichiarazione dell’ effetto , che n’
è rifultato , cioè 1 della vittoria ne* giuochi riportata . Senza determiuar la
fpezie lo chiama in generale vincitore Olim- pico , per imprimere nella mente
degli uditori un’ idea pili grande , quale il nome d’ Olimpia ne’ Greci in que’
tempi foleva eccitare. L’ ufo di que’ tempi , di cantare gP inni , e di
adattare ad erti varj generi d’ armonìa , dà luogo al Poeta di determinare P
età del vincitore dall’ armonìa , fili- la quale à comporto P inno. Quefta era
la Lidia', la qual era di fuono molle , ed a’ fanciulli , come Ariftotele
affer- ma , convenevole. Il rapportare che fa la vittoria alla pa- tria del
vincitore , chiamando quefta vincitrice Olimpica, aggiugne alla vittoria piU di
dignità, facendola divenire una cofa pubblica; e concilia al vincitore pili di
gloria, attri- buendo ad erto il merito d’ un bene , che non termina in erto ,
ma fi ftende a tutti. La / i Digitized by Google 188 OLIMPIONICHE La morte di
fua padre che avea preceduto quello fatto, dà luogo ad un’ immagine ingegnofa
ed inafpettata . Non potendo il Poeta recargli sì lieta nuova , manda la Fama
all’ Inferno ad annunziargli P o* ore , che il figlio in Olim- pia fi è
meritato. ODA Digitized by Google 1 8p ODA PRIMA PITIONICA. Per Jerone Etneo
Siracufano , che vinfe nel giuoco delle carrette . jAuUrea cetra d’ Apollo, e
delle Mufe Da' violati crini Natio teforo cd immortai compagna ( a ) , Te ( a )
rtuoy M cktÒÌv trituro?. ìCictxot proprie dicuntur piu - res patroni , qui
camdttn cattjfam defendun: . Inde vox trans - fertur ad fignifica/idas comites
& adjutrices . Not. Lat. in edit. . Oxon. Dallo Scoliaftc Greco la voce
{Iella $’ interpreta evira- to? , cioè trurrltf. c fecondo lo fteffo da
Apollonio fu in- terpretata trirrfsvo ? . Tejlis , comes , adjutor fi fpiega
dallo Screvelio quello medefimo vocabolo . I-a voce confon a dello Stefano ,
che corrifponde al avremo? dello Scoliafte , non mi pare che corrifponda nè
alla intenzione del Poeta , nè alla lignificazione primitiva della parola
trvyhto? ; come neppure la voce convenicns dello Semidio. La cetra non può
dirli che troppo generalmente convenien- te pojfejftone delle Mufe : ella pili
precifamente fi dice compa- gna e ajutatrice in quanto il Tuono accompagna d’
ordinario il canto , ed aiuta la fantasia nella compofizione de 1 verli , in
quella maniera che ajuta i palli de’ danzatori Vegliando- li prima , c poi
dirigendoli nell’ atto del ballare . Ond’ io non fapendo meglio efprimere il
evàtxor xri%?o? , ò cangiato 1* aggettivo in fuftantivo , e vi ò aggiunti
quegli epiteti , che mi fon venuti io mente , perchè i due fuftantivi mi pa- i
7 tpo PÌTIOMCA I. Te afcolta il piè de’ danzatori fusili Fregio e corona di
giojofa feda ( a ), Alle tue note de’ cantor la voce Prontamente ubbidifee,
Qualor tentata da maeftra mano (b) Le parevano troppo lecchi fé li lafciava
foli . Natio ed immorta- le fono due voci , che fpiegano una perfetta
convenienza ; efiendo quello convcnientiflìmo , che nafee colla cofa , c che
fino eh 1 ella dura , non le manca mai. Onde così fo ufo di tutt’ e due le
interpretazioni . ( • ) A'yKaÀ*' d;x* • A ?x* non s’ interpreta folamente ini
titan , ma fecondo lo Semidio fi rende anche ape* , feu maxima pars. E rapporta
quefto fenfo all* eìrx$>i / mot* t curar d’ Omero nell’ Odiil’ea A , dove
Eurtazio : fo- no xio-fior <n? eirotxfi/uivy' rr, tauri t aennp moli a»at^
> orna- mentimi impofitum convivio , ut templi s anatbemata , feu d/,- naria
. Ond’ io P ò refa colla voce corona , che porta fui la tefta fa io rteifo
effetto , che i donarj ne’ templi fecondo P P efpreflìone d’ Omero. A'yxcùu non
è lentia folamente , ma convivium fplendtdum , ÉT latiti a (2 bilaritate plenum
. Ond’ io 1’ ò interpretata giojofa fejla j la voce fejla fignificando o- gni
radunanza d’ allegrìa. ( b ) A r&xss Nelle note Latine: aW* interpretatur
Ovidius Metani . /. 5. hoc ver fu : Calliope qucrulas prertentat pollice c
bordar ; Ptndarus vero imitatur Ho - merum Odyjf. A , ut conjlat ex ver fu a
Scbohajle citato. F.\«- A» ^o/uirei fingitur a fono *Ki\t . Lo Scoliarte:
T«< vtoouupcri^M . *amaur/t^C«£*H « ut <c Cf fi ipor' H *tsi 0 QopfilZvr
Kri&u>A.m nuXc» àùtfv * iKtK&julyx ìì tiaxtrsvfiim . Ond’ io non
fapendo efpri- mere il fuono muto , che nafee dalle ofcillazioni alterne delle
corde della cetra , con una voce fola corri fponden te alla Greca , ò efprelfo
il tremito della corda nato non da un fuono perfetto , ma piuttofto da un
imperfetto , eli’ è una preparazione ed un tentativo , che fi fa per trovare P
armo- . nìa che fi vuole . DI PINDARO. • Le tremolanti fìJa, Fai dolce agl’
inni invito Guidatori de’ balli . Tu del trifulco telo Spegni l’eterno foco, E
1* Aquila reina Degli augelli ripofa Sullo fcettro di Giove Ambe lentando V ale
; ed al roftrato Capo intorno le fpargi ofcura nube, Che le palpebre dolcemente
chiude. Da tue faette oppreffa ella dormendo Inarca il molle dorfo. Anche il
feroce Marte Pofa 1 afta pugnace, e farli al core - Dolce diletto di tue corde
ei fuole . Tua celefte armonìa* L alme pur degli Dei lufinga e molce Quando le
fon compagni i faggi fenfi Del figlio di Latona, E delle Mufc dal profondo
fieno*. Ma color , cui perfegue L ila di Giove , o nella terra albergl O del
vallo ocean ne’ fieni algofi , ‘ Si fcuotono d’orror, quando la ve**. ipz PIT
IONICA I. Rifuona intorno deli’ Aonie Dive . Tal è Tifeo , che nell’orrendo
Tartaro Giace avverfo agli Dei , terror da cento Capi fpirando . Lo nudrì
fpelonca , Che per lui tra le genti anco li noma. Nella Cilicia ; ed il vellofo
petto Del moftro or preme la Sicilia , e il lido , Che l’onda frena, onde
bagnata è Cuma. Colonna , che nafeonde infra le nubi La cima, gli Ita fopra, e
fìtto il tiene D’ Etna il canuto monte, Di neve acuta nudritore eterno* Che da’
fuoi feni cavernofi erutta Pure fontane d* infinito foco . Gli ardenti laghi ,
onde ribolle il fondo , Di fumo al cielo nuvolofi vortici Mandano il giorno , e
la rovente fiamma, Che per entro s’ avvolge , adulte pietre , Qualor annotta ,
con fragore orrendo Lancia del mare nell’ immenfo piano. . La belva ancora di
Vulcanie fiamme Spaventofi rampolli alto fofpinge. Strano portento da mirare ,
e Arano L’udir non meno da chi preffo il vide Come tra 1* imo fuolo , ed i
frondofi D’ Et* DI PINDARO, , i 9 $ D’ Etna ed opachi gioghi avvinto il moftro
Giace ; e ’l pungente letto di profonde Orme gl’ imprime lo fdrajato dorfo ( a
) . Deh non Ila cofa in noi, Che a te , Giove, difpiaccia ; a te, che reggi
Quella montagna, che la fronte eccelfa Erge dal feno di feconda terra . Del
nome d’ efìfa la città .vicina Ornata ad alta gloria Per la virtude or fale Di
lui, che pria le diede Grandezza e maeftade . Mentre annunziando la vittoria
illuflre Della carretta di Jeron nel corfo A Febo facro il banditor memoria
Fece di lei . La prima Da’ naviganti defiata forte E' che propizio vento empia
le vele Nel cominciare del viaggio ondofo; Che di piu lieto fine N Lie- ( * )
^Tpofjttù ài yjtpxffffOtfT ara? jutsv -rroriztKKifxiyst kbth. O* cangiato la
voce x*?t« in participio, c la voce x*;«<r<ro«r* in verbo , e (Tendo la
puntura anteriore alle orme , che (lampa, nella fchiena del Gigante lupino il
pavimento (cabro» che £li ferviva di letto. j?4 PITIONICA L Lieta principio par
che fi a prefago. Quindi fperanza io prendo Da si felici eventi , Che la futura
età chiaro ed illudile Etna vedrà di vincitor defìrieri E di corone; e n’ udirà
famolò Infra le menfe a celebrarfi il nome. O Licio Febo, o regnator di Deio,
Che ti diletti del Caftalio fonte , Siati nel core imprefTo il voto mio, E la
terra d’ eroi madre feconda. Mentre quanto d ’ ingegno e di virtude Nell’uom s’
ammira , dagli Dei difcende. Forti di mano , d’ intelletto faggi , E di lingua
facondi Ci fa natura , non induftria ed arte. Ma defilando coronar di lode Il
vincitor , io (pero Che la mia delira al fiaettare avvezza Non torcerà dall’
ideato fegno Il telo armato di ferrata punta; E sì lontan lo fpìgnerà , che
doma Degli avverfarj .caderà 1’ invidia . Così gli duri eterna L’ alta fortuna
-, che lo fa beato , Nè DI PINDARO. t?S Nè altrui fia di lue ricchezze avara :
E diagli il tempo, che obbliar mai Tempre Poffa il dolore , onde affannato or
geme. Rammentar gli potrà quali foftenne Battaglie in guerra con invitto core ,
Quando protetti dal favor de' numi Fero di. regno acquifto, Regno d' ampj tefor
fregio fuperbo , Qual non ottenne mai Greco finora. EgT imitando il celebrato
cfempio Di Filottete lampeggiò tra 1' arme : E tal , che in core alti pender
volgea , Depofe a forza le fuperbe voglie* Che di provarlo non osò nimico. E'
fama , che da Lenno ufciro in traccia Eroi , prole di numi , Del folio arderò
di Pcante, infermo Di mortai piaga il piede. Di Priamo la cittade a terra ci
fpinfe y E le fatiche terminò de 5 Greci , Lento movendo e vacillante il pafTo
. Tal era il fato. A sì beata forte Il nume , onde falute anno i mortali ,
Jerone aggiunga • e nc’ venturi giorni Spazio gli dia , che le fue brame
adempia . N 2 Mu- i 9 6 pitio nic a i. Mufa , a’ mici voti non avverfa, cinta
Anche preflo a Dinomcnc Della quadriga vincitrice il pregio ; Che non dee
fcompagnarfi La vittoria del padre • Dalla gìoja del figlio. Or via fi trovi
Inno, cui d’Etna il rcgnator gradifca. Per farne dono a lui , Diede a quella
città sì bella forma Jeron , che ornai tra le più chiare à loco . Di libertà
celefte Amò d’ ornarla, e delle patrie leggi, Che diè Licurgo , le concede 1*
ufo . Di Panfilo i nipoti e degli Eraclidi , Che del Taigeto albergano alle
falde , Son deliofi di ferbar d’ Egirnio Le leggi Tempre. Abbandonato Pindo,
Vennero Amicla ad abitar felici, • Celebrati vicini De’ Tindaridi avvezzi A*
nevofi deflrier premere il dorfo, E in la gloria dell’ arme illuftri furo.
Giove , d'erba immortale a* regi , a’ popoli , Che alle fponde d’ Amena anno la
fede , Tanta ventura; e rifonar. la fama Sen- DI PINDARO. i 9 y Senza menzogna
pofla , Che Libertade e le Spartane leggi An di loro il governo. Col tuo
foccorlò di Sicania il rege, Che di virtude al giovinetto figlio Moftra il
fentiero , e del novello popolo Crefce gli onori , nelle menti imprima Delire
eterno di concorde pace. Saturnio , umile a te preghiera invio, ( Del tuo cenno
la degna ) Che il Fenicio quieto , ed il Tirreno Tenga ne’ Tuoi coniini Il fuo
furore a freno , intento il guardo Nella ftrage tenendo Che fi fé* de’ fuoi
legni in faccia a Curaa . Rammenti egli quai danni Vinto (offrì dalle veloci
navi Del Re di Siracufa , che nell’ onde Spumanti il fior di gioventù gl’
immerfe; E dal timore liberò la Grecia Del grave giogo , che le flava fopra. Da
celebrare abbraccio L’ immortale trofeo , Che a Salamòia l’Attica virtude. Per
la comune libertà pugnando, N 3 Del- I pS PITIONICA I.* Delle fpoglie adornò
de* Perii domi. Canterò la battaglia , in cui fé’ Sparta Al Citerone in faccia
Mordere il fuolo a’ faretrati Medi , Ma telfere vo’ prima Alle fponde d’ Tmera
inno gentile, Che la virtù mi chiede De’ figli di Dinomene , Dolce mercede di
fudor pucrricro , Che de’ nimici la. ferocia fpenfe. Non importuna lode, Che
molti pregi in breve giro accoglia , De* mortali all* invidia è men foggetta •
• Nojofo impaccio alle veloci menti E' lungo dire* ed onorata fama. Che dell*
altrui virtudi alto rifuoni , Occultamente a’ cittadini il core Morde . Ma' fc
più giova Farfi d’ invidia legno , Che di pietade , non ritrar la mano Dalle
bell* opre. Il popolo governa Con giufta legge: e fia di veritade Interpetre la
lingua. Non è sì lieve fallo, Che venendo da te , ftarfi nafeofo Po fifa DI
PINDARO." r 99 Pofia , e non fembri grande. Re di molti tu fei; molti d’
intorno Del vero o falfo , che tu dica , fidi Tefiimonj ti ftan. Serba cofianza
i * Nel bel penfiero di giovare altrui . Se brami , che di te mai Jion fi
taccia , Non mai fi fianchi la regai tua defira D’ eflere larga de* tefori fuoi
* Ma le ventole vele , Qual buon nocchiero fpandi . Non ti feduca lufinghier
guadagno . L’ immortale memoria , Che ne’ carmi fi ferba e nelle ftorie , Sola
dopo la morte altrui fa nota Di quei la vita , che Jafciaro il giorno.
"Vive di bella luce Cinta di Crefo la virtù cortefe* E nera fama copre Il
detefiato Falari, Che ( di fierezza non più vifio efempio! ) Nell* infocato bue
gli ofpiti ardea • Nè cetra amica delle menfe allegre Loco gli dà ne’ dilettofi
canti De’ fanciulli leggiadri . Il vincere è la prima 4 Del- o PITIONICA I.
Della virtù mercede ; e la feconda E' T udirli fregiar d’ illuflre lode . L’
uom , cui la forte d’ amendue fa dono , Della felicitadc à la corona. ODA % 101
ODA NEMEONICA. Per Aristoclide Egineta vincitore nel pavcrazjo . O Veneranda
Mufa , o madre mia , Ne* dì facri alle felle (a) Nemee vieni , ti prego , Alla
Dorica Egina D’ ofpiti numerofi accoglitrice. Perocché ftanfi giovani teflori
D’ inni melifonanti a’ balli amici Pref- ( a ) Con quelle parole indetefminate
efprimo le Greche ì\pofMi»io c 'Nifxieiit . Non s’ accordano gli Scoliafti
nella fpie- gazione della parola . Altri la prendono in vece di l'tpotojwirU ,
per edere il di primo del mele facro ad Apol- line , che rapprefenta il Sole .
Altri credono , eh’ ella li- gnifichi il mele intiero della celebrazione de’
giuochi Ne- mei . Cosi gl iA tenie fi fecondo Filocoro con decreto pubbli- co
ftabilirono che il mefe Demetrione, anticamente chiamato Munichione , avelie a
denominarli Jeromenia, cioè tutto fefli- vo. In quello fenfo prendendofi la
parola Jeromenia , cioè di mefe tutto fedivo , »fi deve intendere della
folcnnità, che facevano i vincitori dopo la vittoria privatamente. 202
NEMEONICA III. Preflo all* Afopic’ onda ( a ) Di tua voce bramofi . Altr’ opra
altra mercede ama e delira; Ma la “vittoria delle gare illuflri Sovra ogni cofa
il canto Ama , di cui non è , che più convenga Alle corone alle virtù compagno.
Fa che dalla mia mente Larga vena ne (gorghi. Inno gradito Comincia , o figlia
al rcgnator del cielo , Vallo campo di nubi ; Ed io ne farò parte De’ cantori
alle voci ed alla lira ; E prenderà quella fatica in grado Egina del paefe, ,
Che le fi llende intorno , alto ornamento . Ove prima abitaro i Mirmidòni ( b
Di « C * ) Ariftarco fuppone , che abbiano cantato all* Afopo pretto a Nemea
qualche inno eftemporaneo , c fi fian dopo trafportati ad Egina per cantar quel
di Pindaro. Didimo ac- cenna, che vi fieno molti fiumi denominati Afopo , ed
an- che in Egina ne mette uno. Forfè Pindaro intende l* Afopo della Beozia , e
vuol lignificare , che i cantori d’ Egina fon venuti a pregarlo d’un inno per
AriftocHtle. C ^ } Intorno all’ origine de’ Mirmidòni Efiodo poetica- mente
riferifee 9 che Eaco figlio d’ Egina arrivato alla pu« ber- 10J DI PINDARO. Di
cui l’antica celebrata fama Guada non à con biafimevol atto, ( Qual fi conviene
al tuo dedin felice, Chiara Cittade ) da franchezza vinto E fciolto Ariftoclidc
i nervi molli , Del pancrazio nell’ impeto robudo. Ma polente ridoro All*
affannofe piaghe Reca ne’ campi di Nemea profondi Bella vittoria . Ma fe bello
eflendo , E cofc oprando alla beltà conformi , ■ Del fovrano valore afeefo è in
cima D' Aridofane il figlio , Varcar non è fpedito L’ onda inacceffa oltra 1*
Erculee mete , Che de’ confini al navigar preferi tti In- bertà ftavafi mal
volentieri folo , e che Giove trasformò le formiche dell’ Ifola in uomini , che
furono i primi a metter infieme delle navi . Ma Teogene lafciando la favola
riferi- fee , che gli abitatori d’ Egina e (fendo (i ridotti a pochi , fca-
varono delie tane fotterranee per abitarvi dentro , e rico- vrarvi i frutti
dalla terra prodotti ; e della terra fcavata fi fervivano per rendere la
campagna , eh’ era falTofa , colti- vabile . Ciò vedendo gli ftranieri li
raflòmigliarono alle for- miche , e li chiamarono Mirmidoni. Ma Eaco gl’
incivilì, vi {labili delle leggi , e li riduffe a fiftema politico; onde di
formiche divennero uomini. 104 NEMEONICA Iti. Incliti tefiimonj Pofe l’Eroe tra
gli alti Dei traslato. Ei le vaRe domò marine belve, E da sè RefiTo ad indagar
fi mofle Delle palufiri il corto acque limofe , Ove dechina il lido ( a ) , Che
l’audace nocchier rimanda in dietro, E dimofirò la terra. A qual Rranicro Pro-
( a ) Ti tefto Greco portai 'T f?xy l'or podi , et*. tI/avi/ao* KuriiìxAtt rJr*
Quello parto nella edizione ultima di rindaro fi traduce : Staguorum fluxus ,
quoufque redufloriut ad occsfrtm verni t reditut terni inut. La verfione comune
por- ta .* Ubi reduci jrium defceitdit ti reditus finem . Lo Scolia tic fpiega
in generale , linde redire quit potefi : e deducendo la parola urxy>i dai
verbo rùtu o t iyyv , la prende per uno fporto di terra , che fi (tende in un
fiume , ed è da erto bagnato. Lo' Scapula aderendo ad un pafTo di Polibio la
prende per un luogo paludofo , o per Io fango d’ un’ acqua morta e da erba
interrotta, [o m’ immagino , che Pindaro voglia con tali efprertioni indicare
il lido , che va feendendo nell’acqua , la quale prefio alla terra avendo poco
corfo fuol eflerc limacciofa : e m’ induco a ciò credere , perchè v* ag- giunge
dopo f die Ercole navigò fintantoché vi trovò terra ierma. Platone nel Timeo :
Allora quel mare era navigabile, avendo alla [uà bocca quell* Ifola , la quale
fi chiama , come voi dite , le Colonne d* Ercole: e fi dice , che quell* Ifola
era inficine la Libia e l* Afta m.ippiirc , dalla quale vi era P ad- dito
allora alle altre vicine Ifole , e dalle Ifole a unta la ter- ra ferma all ’
incontro vicina a quel vivo mare . Ma dentro a quella bocca , che mi diciamo ,
appare ej fere fiato un porto di uno firetto golfo. E quel pelago bene fi
potrìa dire vero mare , e la terra , che da ogni parte è da quello abbracciata
, veramente in tutto terra ferma nominare. DI PINDARO. io* Promontorio il mio
corfo, animo, torci ? W che ad Eàco tu la Mufa fcorga Ed a’ nipoti. Di
giuftizia il fiore Accompagna la lode, Che a’ buon fi porge . Ma non è desto
Saggio al prode recar pregi ftranieri . Cercane di domeftici . Opportuno
Argomento ricevi a dolce canto. Dell’ antiche virtudi il Re Pelèo Gioì , quando
troncata ( a ) Ebbe l’afta tremenda Solo fenza guerrieri. Ei , Giolco prefo , *
Strinfe 3 fatica la marina Tcti (4); Ed il polente Telamone , a lato ( c )
Stari- C a ) Omero II. ló. tut&4 $i*Ap W/u» Xw : e Pindaro la fa tagliare
non a Chirone , ma a »’e- leo Oeflo . Non fu Peleo iolo , che prefe Giolco , ma
in compagnia di Giafone e de’Tindaridi , come narra Ferecide, combattendo
contro ad Acafto figliuolo dì Pclia. ( b ) Tctide influita da Peleo fi cambiava
ora in fuo- co, ora in acqua , ora in qualche fiera. Di quefte trasfor- mazioni
di Tetide parla anche Sofocle nel Troilo : E tòt iy»(xyr «ji &cyyttf y
'ifjt.it', T* vetrrtLu ; 'rv/XTKxiùt wsri l C negl’ Innamorati d’ Achille: Tis
yùp ju# ** »V»s-»t« ; ÀIW , Cazzar -r» , tu;, vtvp . ( c ) Jola figlio d 7
Ificle era auriga di Ercole ; e Tela- mone in compagnia ali Ercole fu nella
fpedizione contro a Troja , c coti tra le Amazoni ; ed Ellanico narra , che
tut- ti quei, eh’ erano nella nave d’ Argo, feguirono Ercole nel- la fpedizione
. 20 6 NEMEONICA III. Stando ajola in battaglia, Laomedonte flefe ; E gli fi
feo feguace Contro ’i valor dell* Amazonie fchiere D’ arco di rame armate . Nò
timore , che doma i petti umani , La fortezza nel core unqua gli fpcnfe , Per
innata virtude ad opre illuflri Di levarfi taluno à gran poflanza • Ma chi
dall’arte apprefe Le cofe, ofcuro Raffi, ed or a quello Or a quello afpirando
inclito pregio, Su fermo piè mai non fi regge , e mille Virtudi e mille
afiaggia Con imperfetta mente . Ma ’l biondo Achille , fin d’ allor eh’ ei
flava Entro all’ albergo Filirèo (*), fovente Fanciullo ancora colla man
fcherzando Grand’ opre fea. Di corto ferro armato Vibrando il dardo , e
pareggiando i venti ( a ) Cioè di Chirone. Perocché fecondo Omero Achille fu
fidamente irtruito da Chirone nella medicina ; ma fecon- do i moderni fu anche
allevato. Chirone fu figlio di Satur- no] e di Filira , come narra anche
Apollonio . In Google 207 DI PINDARO. In battaglia , i leoni Metteva a morte
più felvaggi e feri , Ed ancidea cignali , cd al Centauro Figlio a Saturno i
corpi ancor fpiranti Portava , e d’anni fei maggior non era. Dopo con iflupor
Tempre lo vide Diana , e P animofa Minerva fenza cani e fenz^ reti Ingannatrici
( perocché polente Era ne’ piedi ) ad ammazzar de* cervi . Nè cofe io dico ,
che da prima dette Non fian. Chirone di profondo fenno Nudrì Giafon (a) entro a
felvaggio fpeco ; Ivi nudrì pofeia Efculapio , e 1’ arte Gl’infegnò di trattar
con molle mano* I farmachi . Alle nozze egli conduflfe ( b ) La figlia di Nerèo
per belle braccia Ammirata , e Ja prole Predante n’ educò, l’alma accrefcendo
Delle doti opportune * ond’ ei portato Dall’ ( a ) Che Giafone Ila fiato
allevato da Chirone , lo narra Efìodo ; che Efculapio , Socrate Argivo . ( b )
Chirone tenne a convito gli Dei nelle noaze di Tc- tide. io8 NEMEONICA III.
Dall’ impeto de’ venti incontro a Troja, De’ Dardani e de’ Frigj Solteneffe e
de Licj I guerrieri clamor col fuon confufi Dell’ acciaro percoffo ; ed alle
mani Cogli Etiòpi aitati Venendo , in mente ei fi teneffe fiflò , Che F animofo
Mennone cugino D’ Elcno , e loro duce , Far non dovea ritorno al patrio regno.
Splendor , che da lontano i raggi fpande , Agii Eacidi quindi , o Giove, forfè*
Ed a ragion , perchè tuo fangue fono , Ed è tua la tenzon che colla voce Di
giovinetti a faettar va l’ inno , I.’opra cantando , onde s’ allegra e gloria
La loro patria : e al vincitor fi dee Ariftoclide il canto, Che quell’ Ifola
traile A gloriofa fama , ed alle cure Inclite de’ poeti il tempio augulto D*
Apolline commife Pitio. La prova moflra Quanto nell’ alte imprefe uom fia
preltante • Egli è tra* giovinetti Gio- Digitized by Google DI PINDARO. aop
Giovinetto , maturo è tra’ maturi . Degli flati , che noi , gente mortale ,
Trafcorriamo , tra’ vecchi il terzo à loco. Ma tutt’ e quattro fcorre Le virtù
lunga vita. Perocché la vecchiezza Ultima ci configlia Di penfar al prefente .
Arifloclìde Lungi non è da sì beati doni . vi , amico , felice . I* mirto a
bianco Latte ti mando quello mel : rugiada , Ch’ io vi verfo co* fiati D’ Eolia
tibia , benché tardi , cinge Il mufico licore. Tra* volatori è l’aquila veloce,
Che da lunge tracciando in un momento Coll’ artiglio ghermifee L’ infanguinata
preda . Ma di terreftre cibo La garrula cornacchia Si pafee . Per favore a te
di Clio Dall’ aureo trono , in grazia Della vittoria al tuo valor compagna , Da
Nemea , da Epidauro , e da Megara Lume forge e rifplende. O DIS- 1 IO DISCORSO
Sopra la ter^a Ntmeonica . Ome il Poeta non ebbe occafione di comporre quefV
Oda nel tempo della vittoria , ma ne fu ricercato molto dopo ; così non
fentendo P ardore , che detta nella fantasìa la prefenza de* fatti ftrepitofi ,
ricorre alla Mufa, perchè gli rifvegli P agitazion nella mente. Quindi la prega
di portarfi ad Egina ; e non eflendovi cofa , che pili degP inni convenga alle
vittorie , la invita ad ifpirargliene uno , eh 7 ei pofeia darà da cantare al
coro de 7 giovanetti , che lo ftanno nfpettando . | Nafcendo lo fplcndore c la
gloria delle città dalle azioni illuftri c dalla lode de 7 cittadini , è
naturale , che il Poeta lodando Ariftoclide fi perfuada di obbligarli Egina fua
pa- tria. Quindi egli dice , che quella fatica le farà cara. Penfando alla
gloria , che ne r;Tulta ad Egina dalla vit- toria riportata da Arittoclide (
perchè ad una mente , che abbia della vivacità , quanto è facile il
rapprefentarli in un tempo P idee di molti oggetti anche lontani e difparati ;
tanto è giocondo il rapportarle Puna alP altra , e per mez- zo delle
fomiglianzc , che vi difeopre , ridurle all’ unità . ) non può trattenere il
Poeta la fervida fantasìa dallo feorre- re per la ferie degli eroi pili famoli
, clic con opere di va- lore di mano in mano contribuirono ad illuftrarla ; nè
pri- varla dell’ eftretno piacere , clic trova ne’ paragoni , che fo- no una
fpezie di raziocinio. « Il richiamare alla memoria le cofe antiche , fe piace
al Poe- DI PINDARO. . « t Poeta per la naturale inclinazione , che anno i
fervidi in* gegni di confrontar inficine le cofe l’ima <hriP altra piti lon-
tane , e all* apparenza diffimiii ; dovea fotnmamente pia- cere a* popoli della
Grecia per un altro principio • Si fa quanta gara di antichità , di riputazione
tra le città Grecite ardeva: e come quella era la pafliou dominante di
ciafchedu- na , cosi qualunque volta nafceva qualche fatto celebre , r.on
arredavano in elfo le loro mire , ma dovcauo fempre rapportarlo alla pretensone
nella mente radicata e perciò fempre prefente, che ognuna avea iovra l’altra, A
preferen- za , e confederarla come argomento , che la prova , o co- me
confeguenza che ne rifui ta . Dall’ accoppiare infieme uomini e fatti antichi e
nuovi, oltre l’ accrefcimento , che ne riceve l’idea, che ci formia- mo d’un
popolo , d’una fucceflìone continuata di cofe illu- flri comporta ; anche
l’uomo , che fi prende a Rodare , ne trae del vantaggio. Fcrocchè le prefeuti
colle partale para- gonandofi , fi compone , per cosi dire , un lume totale cd
uniforme di molti lumi particolari e diverfi : e preftandofi quelle
fcambievolmente la vivacità , che anno le prefenti , per le imprertìoni che
fanno attualmente , e la grandezza, che dalla fama fi attacca alle lontane ; fi
confondono l’una coll’altra nella immaginazione agitata , e perciò di rifleflb
incapace , come dalla illuftrazione de’ vapori , che fi rtcn- dono qualche
volta d’ intorno al Sole , e dalla luce del So- le rtdTo fi forma un’ eftenfion
luminofa pili grande del So- le , e talmente unita ed uniforme , che non è
facile Sepa- rare il lume naturale del corpo folarc dall’ afei tizio . Quin- di
l’avvenimento prefente , tuttoché fia porto fotto gli oc- chi , fenza che vi fi
fcuopra fproporzione , fi rende capace dell’ ingrandimento , che la fervida
fantasia di chi loda ; O 2 vuol ili NEMEONICA III. vuol adattargli , quando
principalmente le cofe tra di loro difparate fi leghino con dellrezza e
leggiadria . L’arte di tai legami fi pofiedeva da Pindaro a maraviglia. In vece
di nominar Egina , quando dice che la fua fatica le farà cara , la chiama il
fimolacro del paefe anticamente a« hi tato da’ Mirmidoni ; tra quelli cd
Arilloclide trovandovi della fomiglianza , ne accenna il valore , eh’ egli à
mo. tirato nel pancrazio : fe lo figura nell’ atto della battaglia, e vi vede
la robullezza neceflaria al doppio combattimento, le piaghe che ne riporta , la
vittoria che ne rifulta , e la mercede che l’accompagna. E quello completo di
cofe gli riempie in modo la mente , che non crede altra cofa poter*» fi
aggiugnere alla umana felicità < IST- * 1 * ISTMIONICHE. ODA I. Per Erodoto
Tlbano* o Madre mia, Tebe dall’aureo feudo, Cura , che te riguardi, 10 porrò
fopra ancora All’ occupazion . Deio faflofa , Sovra cui la mia mente or è
diffufa. Meco non t’adirar. Qual cofa è a’ buoni De’ venerandi genitor piu
cara? Apolloniade , cedi: Ch’ io mercè degli Dei 11 compimento accoppierò di
quanto Devo ad ambo, cantando Cogl’ ifolani in Ceo Dal mar percofla, che le
corre intorno. Il chiomintonfo Febo , - E ’l, giogo fra due mari Iflmico
chiufo, Che al popolo di Cadmo Dalle battaglie fei corone porfe* O 3 In-
Digitized by Google M4 1STM IONICHE Inclito fregio alla vittrice patria , Ove
Alcmena alla luce Diè T intrepido figlio , a cui davante Inorridirò i cani Di
Gerion feroci . Ma gloriofo fregio TefTendo alla quadriga D’ Erodoto , che
reffe Di propria mano a* corridor le briglie , Adattargli vo* 1’ inno Di
Caflore e Giolao , t Che tra gli eroi di carri agitatori . Nacquero a Tebe e
Sparta i piu predanti . Di tenzoni infinite ambo la mano Stefero a’ premj , e
fa magione ornaro Di fiale d’or, di tripodi e lebeti , Guftando le corone, onde
s’accende Bel defio di vittoria in cor gentile . Chiara la lor virtude Splende
ne’ corfi inermi , Splende ne’ corfi armati Di rifonanti feudi. Quali appariano
colla man lanciando Or dardo acuto , ora marmoreo difeo! Che formato il
pentatlo ancor non era ; -v Ma DI PINDARO. 215 Ma premio aveafi ogni tenzon
divifo. Quindi alla chioma attorte Portando fpeflo vincitrici fronde, Si
prefentaro a Dirce ed all* Eurota D* Ificle il figlio , che à comun la patria
Col popol nato dagli fparfì denti , E^la Tindarea prole, Che di Terapne entro
alla fede eccella . Soggiorna cogli Achei. Rimanetevi in pace , Eroi beati;
Ch’io bell’inno intrecciando all* Iflmo (acro Al gran Nettuno, ed all’Oncheftie
fponde, Tra gli onori del figlio Celebrerò d’ Afopodoro il padre L* inclita forte
, e 1 * Orcomenia terra , Che tra 1 * orrore avvolto D’atra tempefla, e dagli
avverfi flutti Gravato lo raccolfe Da mar , che lido non avea . Di nuovo Or il
natio dettino Lo ricondufle a’ lieti giorni antichi . L’ uom da’ travagli
acquifta Antivedenza e fenno . Che fe virtude alberga ove fi fpande L* oro in
nobili ftudj , e fi fatica ; O 4 Con 21 6 ISTMIONICHE Con non invida mente
Convien , che a chi trovolla Lode fi rechi , ond’ ei ne vada altero. Perocché
lieve dono è all* uomo faggio In ricompenfa di fatiche immenfe Con un buon
detto ftabilir la gloria De’ popoli. Dell* opre altra mercede Ad altri è dolce.
L’arator, chi tende Lacci agli augei , chi guida l’agne alpafco, E chi del mar
fi nutre , è folo intefo Dal ventre a dilungar la fame grave. Ma chi pugnando
ne’ certami coglie Splendida gloria , alta mercede trova Nella lode , che il
fiore è della lingua De’ cittadini e foraftier. Ma il canto Convien , eh’ io
volga di Saturno al figlio Vicino feotiterra , Lui ringraziando , che agli
equeflri corfi Prefiede , ed accompagna Col fuo favore i cocchi . Anche i tuoi
figli illuftri , Anfitrione , oltrepafiàr non debbo , Non di Minio ’l riceffo,
Non Eleufina celebrato luco Di Cerere , o d’ Eubea Le DI PINDARO. m'7 Le molte
volte raddoppiate corfe. Protefilao t v* aggiungo anche il delubro, Che in
Filaca facraro a te gli Achei. . Ma 1* inno entro a confini Brevi riftretto
noverar mi toglie Ad una ad una le vittorie equeftri , Che ad Erodoto diè delle
tenzoni Mercurio almo cuftode. Ma di maggior diletto ' Spello è cagione anche
taciuto pregio . Deh venga il dì , che ’n Tulle fplendid’ ale * Delle Mufe
canore alto levato Empia la mano dell’ efimie frondi Di Pitone e d’Olimpia !
ond’ ei la gloria Compia di Tebe dalle fette porte. . Che Te taluno ampj tefori
afcofi Guarda nell’ arca , * e balda nzofo forge Contro chi li difchiude ad
opre illuflri, ■ Ei non s’avvede , che tributa all’Orco Inonorata l’alma. * ODA
218 ODA II. Per Senocrate Agrigentino. J Saggi , Trafibùlo, Prifchi, che
rincontrando inclita cetra. Saliano il carro delle Mule il crine Avvolte in
naftri d’oro, Feano repente fegno A* melifoni ftrali Degl’ inni un bei
fanciullo , In cui maturo già fpuntafle il frutto, Onde l’alma a’ deliri Dolci
fi della della Dea, che nacque Dalle fpume, e fu trono aureo rifiede.
Mercenaria la Mufa Non era allor , nè di guadagno amante; Nè le dolci canzon di
mei cofparfe Molle fuono fpiranti , Inargentate il volto Terficore vendea. Ma
dell’ Argivo Il detto , che s’ accoppia A verità , coniente or che fi fegua :
L’ar- Digitized by Google DI PINDARO. %i 9 L’ argento è 1* uom , 1* argento ( *
) . Colui , che il difie , era d’amici privo E di ricchezze inficine. Saggio tu
Tei : non ad ignaro io canto Iftmia vittoria equeflre. Quando la diè Nettuno A
Senocrate , intefta Di Doric’ apio gli mandò corona, Ond* ei cerchiale il
crine. Onorando l’auriga Predante , luce d’ Agrigento . Apollo , Che regno
ampio poffiede, Lo vide in Crifa , e lo colmò di gloria * E nello fteflb tempo
Nella fplendida Atene , * Quando agl’ incliti prem; De- ( * ) Quello detto è di
Ariftodemo Spartano , come fi legge nel frammento d’ Alceo , riferito dallo
Scolialte Gre- co , che divenuto povero fi vide abbandonato dagli amici . Ne fa
menzione anche Laerzio nella vita di Talete , ed ag- giugne , che quello proverbio
era famofo tra gli Spartani. In vulgar proverbio fi dice anche da’ Tofcani :
Chi non à non è. E nello (tetto fenfo fi legge una fentenza greca d’un Comico
feonofeiuto: V or genio è de 1 mortoli il / angue e Palmo : C hi noi pofiiede ,
morte avrà no ’ vivi • 220 IST MIONICHE Degli Erettìdi ei s’ adattò, non ebbe A
condannar del prode sferzatore De’ cavalli la delira Del carro fpronatrice, Che
Nicomaco a tutte, Quand’ uopo lo chiedea , le briglie porle . Lo ravvifaro
ancora I preconi dell’ ore, E facerdoti del Saturnio Giove Eleo , che di
cortefe atto ofpitale Goduto avean entro ai fuo tetto accolti • E con voce
fpirante Dolcezza 1 * acclamaro , Mentre all’ auree ginocchi* Della Vittoria in
atto ei di proftrarfi \ Sfavali nella terra , Che delubro fi noma Dell’
Olimpico Giove* Ove fon ufi con eterni onori D* Enefidàmo frammifchiarfi i
figli. Perocché non ignoti , o Trafibùlo, Sono alla vollra cala Gli amabil inni
delle danze amanti, Nè gli afperfi di mele alteri carmi . Ch’ erta via non
opponfi , o rupe alpeftra A chi zzi DI PINDARO, A chi gli onori porta Dell*
Eliconie Dive Entro all’ albergo de’ famofì eroi , Deh ! tanto a me d’
oltrepaffar fia dato D’ ogn’ altro il fegno faettando, quanto Ne’ foavi coftumi
Senocrate lafciofli ogn’ altro addietro ! Co’ cittadini egli era Nel converfar
modello: Ei di nudrir cavalli, Come legge è tra’ Greci Univerfale , fi prendea
diletto, I fellivi conviti . Ei frequentava degli Dei: nè vento, Che procellofo
fpiri , unqua riftri nfe Le vele intorno all* ofpiral. fua menfa * Ma pafiava
la fiate Al Fall , e il verno alle Niliache fponde . Ora perchè pendenti Stanfi
alle menti de* mortali intorno Maligne voglie , ed invide fpcranze • Nè la
virtù paterna, Nè l’inno mio fa che giammai fi taccia. Ch* io non 1* 6 già
contefio , Ond’ oziofo c lento ei fi rimanga. Tu Dlgitized by Google 211 IST M
IONICHE é Tu, giunto che farai, Leggilo , Nicafippo, Al mio divino albergatore
Etneo . ODA III. Per Melisso Tebano vincitore co ’ cavalli . Se mortale felice
O per illuflri pugne, O per ampia ricchezza , Entro al core raffrena Arrogante
alterezza , Degno è che infra le lodi De’ cittadini loco abbia il fuo nome . Da
te , Giove , a* mortali Scetidon le gran virtudi . E la felicitade a lungo
vive. De* faggi e pii : ma nelle torte menti Non Quell’ Oda fu da Pindaro mandata per mano di
Ni- cafippo a Trafibulo figlio di Senocrate vincitore , fuocero di Jerone Re di
Siracufa . DI PINDARO. 22; Non già Tempre così mantieni! in fiore . Il premio
fegue i glorio!! fatti. Onde con inni il prode Dee celebrarfi , e tra conviti e
danze Con lufinghieri carmi alto levarfi. Anche a Meliffo il fato Due vittorie
conceffe * Ond’ ei converta a dolce gioja il core. Una corona ei colfe Nelle
valli dell’ Iftmo , e l’altra ottenne Del Leon pettoruto entro alla cava
Forefla , e proclamò Tebe vincendo Nel corfo de’ cavalli . Ei degli avi Y
ingenita virtude Non difonora: è nota L’ antica gloria , onde fi refe illuftre
Cleonimo co* carri . E i maggior Tuoi materni Da’ Labdacidi nati Trafcorfero la
via delle ricchezze Sulle quadrighe affaticando il fianco. Ma col volger de’
giorni Sì bel corfo alterò l’ invido tempo . Sol i figli de* numi illefi fono.
ODA 2 24 O D A V. Per Filaci de Ecineta vincitore nel pannarlo O Tea P er molti
nomi Chiara , madre del Sole , Per te l’oro fi pregia Grand ipoflente dall’
umane genti Sovra gli altri metalli . Nelle rapide gare Per la gloria di te
fono ammirande , Reina , in mar le tenzonanti navi , E ne’ piani i cavalli a’
cocchi aggiunti . E ne’ duri contraili Inclita fama, che de* cor gentili Efca è
al defiro, guadagnò chi fpeflo Colla robulla mano, O co’ veloci piedi Vincendo,
auree corone al crin s’avvinfc. Ma dal favor divino Pende il giudizio del
valore umano. E tra beata florida ricchezza Sol da quelle due cofe Si 22-5 DI
PINDARO. Si nutre della vita Il più foave fiore , Se giunto a lieto fin d’
illurtri fatti Uomo afcolta di sè detti onorati. Non afpirare a farti Giove. Ai
tutto, Se di quelli due beni Ti perviene la forte. Ad uom mortai convien cofa
mortale. Ma rtafli a te nell’Iftmo, Filacide , riporto Doppio fiorito pregio
Del Pancrazio , e in Nemea Ad ambidue, Pitea. Ma la dolcezza Non può lenza gli
Eacidi il mio core Guftar degl’ inni . In compagnia venuto Son delle Grazie di
Lampone ai figli In quella d’auree leggi Città fornita. Che fe volti i parti
Eli’ à dell’ opre dagli Dei concerte Al puro calle, non vi fìa ehi tinto Porti
d’invidia il volto, ' Se col mio canto io verfo Sull’ illuftri fatiche altero
vanto . Però che fu coftume * e Sempre de’ prodi bellico!! eroi P Far nò ISTMIONICHE
Far di lode guadagno ; e in Tulle cetre, E ne’ concenti delle tibie railli Hi
Tuona il loro nome Eterno : ed onorati Per volere di Giove , offrirò a’ Taggi
Dolce argomento d’ ingegnoTe cure . Godono i Torti Enidi Inclito premio nelle
fede illuflri Degli Etoli • lo gode In Tebe di deftrieri L’agitator Giolao; In
Amo PerTeo; e dell’ Eurcta all’ onde Di Cadore e Polluce La bellica virtute. Ma
d’ Eaco e de’ figli I magnanimi ardori Sono in Enone chiari . Efli compagni
Prima ad Alcide, indi agli Atridi, il guado Diero due volte alla città de’
Teucri. O Mula , alto da terra Ora ti leva , e canta: Chi fu , che ucciTe
Ettorre , uccife Cigno, E T intrepido duce Degli Etiopi Mennone , coll’ afta
Apportator di flragi ? Chi Digitized by Google DI PINDARO. $ Chi fu , che colla
lancia il petto aperfc Al buon Tclèfo del Caico in riva ? Lo fur coloro , di
cui patria Egina Si vanta dalla fama* Ifola, che tra 1* altre illuftre fplende.
Fin da’ vetufti tempi eretta furfe Torre', ove lor colle virtudi eccelfe Fu di
falir coftume. Molti à la mia verace Lingua fonanti Arali , Onde può farli
fegno. Ed atteftarlo Può la città d’ Ajace Salamina ■ Ne* marziali affanni
Dalle navi fuffulta e da' guerrieri Entro a nembo di Giove Sterminatore , e
tempeftofa ftrage Di mortali infiniti . Ma di filenzio il gloriofo .vanto
Cofpargi . I lieti ed i finiftri eventi Giove com parte , Giove Signor dell’
univerfo. Ma dagli onori ancora, Che feguono le imprefe afpre di Marte S’ ama
la gioja , che d’ amabil mele Sparfa , dagl’ inni nafce , ) ' P 2 2,2.8
ISTMIONICHE Di cui fi fregia avventurofa gara. Altri di Cleonico Nelle
battaglie la progenie vegga , E d’ emularla oprando indi fi provi. Tra cieca
notte avvolte Degli avi e de’ nipoti le fatiche Lunghe non fon; nè pentimento
mai Lor punfe il cor d’ampio teforo fpefo Per la fperanza di felici imprefe.
Tra’ domatori delle membra i’ lodo Anche Pitea , che dritti Di Filacide i colpi
al fegno feorfe, Dcflro di mano nel ferir , di mente Nello fchivar fagace. Tra
le dita ti reca Corona , e benda intefta Di lana molle, e al vincitor la manda
In compagnia d’alato inno novello. ODA ODA VI. 'Liy Per Filacide, Pitea , ed
Eutimene loro %to materno. C^Ual a florida menfa D’ uomini avventurofi , Di
mufici tempriamo Carmi fecondo nappo Per la progenie di Lampon guerriera. A te
, Giove , in Nemea temprammo il primp Cogliendo il fior delle corone: ed ora
Che Filacide vinfe , ultimo germe Di Lampone , fi vuota Il fecondo nell* Iflmo
al Re Nettuno , E alle cinquanta figlie Di Nereo . Deh ! conccfTo anche mi fia
, Ch* io ne prepari il terzo , onde ne vada Di melilbni canti Egina afperfa.
Però che tra* mortali Se v’ è chi d’oro e di fatica fpefi In bell’ opre s’
allegra, e le virtudi Cole da Dio prodotte , e ij fato amico P 3 Gl’ 2.3 o ISTM
IONICHE Gl’ inncfta amabil gloria ; al porto ei getta Della Fclicitade L’àncora
già , (l’onore Splendendo adorno, che da Dio procede. Da tali fiudi a tal
ventura uniti , Prega , che feompagnato La vecchiezza canuta e il fato diremo
Non lo raggiunga , il figlio Di Cleonico. Ed io l’ affila Cloto Su d’alto
foglio, e 1’ altre fuore invoco, Onde 1’ inclite brame D’ uomo , che m’ è si
caro , Il favor delle Parche oda e fecondi. O fu dorati cocchi Eacidi famofi ,
alto protetto Eflermi legge , che qualora il palio A quell’ Ifola i’ movo, Per
me di lode ve n’andiate afperfi. Mille a voi di bell’ opre Non interrotti ampj
fentieri Hanno 7'ra l’ Iperboree felve Difchiufi , ed oltre le Niliache fonti .
Nò barbara cotanto, Nò di linguaggio evvi città diverfa, * Che dell’
avventurofo eroe Peleo, Ge- DI PINDARO. Genero degli Dei , non oda il grido ;
Nè eh? non oda il grido •Del Telamonio Ajace, E di Tuo padre , cui d’ Alcmena
il figlio Colle Tirintie lchiere Traile alla guerra, che tra l’arme gode,
Pronto compagno in Tulle navi Argive Sotto a Troja , fatica afpra agli eroi.
Per vendicar la frode Laomedontea. Coi fuo foccorfo prefe Ei le Pergamee torri
; Col fuo foccorfo uccife De’ Meropi le genti. E colto in Fiegra il guardian
de’ buoi Alcionèo , che pareggiava i monti , Giacque trafitto: nè trattanto Alcide
Rifparmiò colle mani L’ orrifonante nervo . in pieno convito L’Eacide invitando
al corfo ondofo. Dell’ alta imprefa il proclamò compagno . Ed il buon Telamone
invito feo Al poffente nell’ afta Anfitrioniade , che ravvolto flava Entro la
fpogiia del leone ancifo, P 4 Ond’ 232, ISTMIONICHE Onci’ ci libafìe a Giove
Con nettareo licore • e tazza d’oro Di vino accoglitrice ad etto porfe , E per
intagli fcabra . Ercole allora al cielo Le mani invitte alzando Ditte tali
parole : O Giove padre , Se mia preghiera con propizio core Udirti mai , te
priego in quello punto Con voce , che m* ifpira impeto lacro , Perchè da’ fati
impetri , Che da Eribea fia fatto Padre quell* uom di coraggiofo figlio Ofpite
nortro un giorno . Ei come quella Ipoglia Della fiera , che un dì fieli in
Nemea , E fu la prima delle mie fatiche , Sia d’indomite membra, e l’accompagni
Un cor feroce. Appena detto egli ebbe, Che Giove gli fpedio Grand* aquila reina
degli augelli. Ed ei fentiffi punto Da dolce gioja il core, ed alto ditte, Qual
fatidico vate : Il figlio avrai , O Telamon , che chiedi • e dall’augello DI
PINDARO. Apparta lo chiamò robufto
Ajace, Negli affanni di Marte afpri tremendo. Diffe , e torto ei s’ affife . Ma
troppo lungo fora, Se tutte le virtudi Io celebrai. Ad Eutimene, o Mufa, A
Filacide venni , ed a Pitea D’ inni difpenfator compagni a’ balli . Ma fìa
corto il mio dire all’ ufo Argiva. Però che tre vittorie DalP Ittmo , ed altre
da Nemea frondofa Nel pancrazio portaro i figli illuftri , Ed i materni zii. .
. Ed oh! qual d’inni avventurofo frutto » Alla luce recaro ! e delle Grazie
Colla rugiada più gentil cofparfa De* Pfalichiadi anno la gente ; e, in piedi
Riabilita la giacente cafa Di Temiftio , il taggiorno anno fermato In quella
agli alti Dei città gradita . Ma Lampone apprettando all’ opre cura ( * ) ,
Mol- ( * ) MfA(TJ) li tu ipyof . Hef. Op, & Di. 1 » 2. ▼. 41 z. 2J4 ISTM
IONICHE Molto d’ Efiodo il detto onora e cole , E coll’efempio e colla voce a’
figli Lo configlia, recando A sè comune ed alla patria fregio . Agli ofpiti
cortefe, Ne coglie amore: ei fegue Mediocritade col penfier , nell* opre Mediocri
tade ei fcrba, E dalla mente non travia la lingua. Tra gli atleti il potrefti
Dir , qual tra V altre pietre Naflia cote del ferro domatrice. Ed io la
temprerò coll* onda pura Di Dirce , che alle porte Ben murate di Cadmo Tratterò
al giorno l’alticinte figlie Di Mnemofine avvolta in peplo d* oro . ODA ODA
VII. 23 5 Per Strepsiade Tebano vincitore nel pancra^lo. % Qual de* veturti ,
avventurofa Tebe, Tuoi domertici pregi T’afperfe il core di maggior diletto?
Goderti più quando alla luce defti L’ ampicrinito Bacco, Che di Cerere amica
De’ bronzi ripercofli a lato fiede? O quando il piu poflente infra gli Dei
Difcefo a mezza notte in neve .d’ oro Alla foglia accoglierti D’Anfitrione, ov’
ei fermando il piede Furtivo fi condurti: Alla conforte coll’ Erculeo feme? Il
vanto a te piu caro Son di T.irefia i faggi Configli? o l’arte, onde Giolao nel
corfo Refle i cavalli? o nel trattar la lancia L’ infaticabil delira De’ nati
croi da’ feminati denti? Piu ne gioirti quando Dal- 2 $6 1STM IONICHE • Dalla
battaglia da clamor feroce • Accefa rimandarti Ad Argo atto a’ cavalli Adrafto
privo Di mille e mille de’ compagni ? o quando La Dorica colonia Su dritta
ftabilifti e ferma bafe* Nel fuol Spartano ; ed occupare Amicla Gli Egidi figli
tuoi Dall’oracolo Pitico condotti? Ma dorme antico fregio; Ed i mortali
d’obbliar fon ufi Ciò , che dall’ inclit ? onda De’ carmi non è tratto in cima
al fiore Di fapienza. Dunque anco a Strepfiade Dcrta una danza al fuon d* inno
foave , Però che nel pancrazio ali* Iftmo ei porta Vittoria e per robufie
Membra tremendo , e per beltà leggiadro E sì virtude ei cole, Che a’ pregi di
natura onta non reca. Or delle Mufe a’ rai Gl* inanellati crin tinte in viola
Splende ; e al materno zio , A cui comune à ’1 nome, Refe 1’ onor comune , . i
Che w • DI PINDARO. *37 Che germogliò dalle fue cure illuftri. L’invitto Marte
per aeneo feudo Ben lui tra morte avvolfe* Ma di rincontro a’ buoni i ' f 1
Staffi la gloria. Sappia Qualunque doma dalla patria amata Tempefta atra di
fangue, Che le fovrafta da nimico nembo, ■ Sappia , che diffamando Con eferci
to avverfo Da’ cittadin la ftrage, Difmifurata gloria alla fua ftirpe E vivo e
morto accumula. Or tu , di Diodoto inclito figlio , Lodando il bellicofo
Meleagro , lodando Ettòr e Anfiarao, L’ età fpirafti nel piò verde fiore *
Entro alle prime fchiere , Ove della battaglia Il più fiero contrailo Si
foftenea colla fperanza eflrema ; De’ più robufti : ed i fofferti affapni
Lingua non è, che raccontando adegui. Ma dopo la tempefla Gior- \ 13*
ISTMIONICHE Giorni mi diè fereni Il gran Néttuno , che la terra abbraccia. Or
adattando le vittrici chiome Alle corone , canterò . Nè meco L’ invidia degli
Dei Si fdegni , le diletto Seguendo giornaliero , io mi conduco Tranquillo e
cheto alla vecchiezza , e il tempo Delfina to trafeorro . Però che tutti a
morte , Del pari andiamo, ed è la forte ignota. Ma fe lungi taluno i guardi
Itende , Ei troppo breve à il palio Per ergerfi de’ numi All’ alta aenea fede .
Dal tergo fcolTe il volator deftriero Bellerofonte , che poggiar del cielo Alla
magion volea ) Tra il conlelfo di Giove. Acerbo fine afpetta Ciò, che di dolce
oltre il dover fi brama. Ma tu , per aurea chioma Febo lucente , nelle tue
tenzoni Anche in Piton corona A noi concedi di bei fiori intefta . ODA 2 3 p
ODA Vili. V Per Oleandro Egineta . Oxiovanetti leggiadri, Alla fplendida foglia
N’ accorra alcun di Telefarco, e delti Al figlio fuo Oleandro Ed alla
gioventude inno de’ balli Compagno , inclito prezzo Che l’alma dagli affanni
Gli rifeatti , e mercede D’ Ilìmica in uno e di Nemea vittoria, Mentre delle
battaglie Ei fovrano s’ è fatto - Anch’ io richiedo , Benché porti da doglia il
core opprelTo , Son l’ aurea Mufa d’ invocar per lui . Ora , che fiam difciolti
Da’ lagrimofi danni, Non è ben che in difagio Di corone fi cada , e tu fomenti
Gli afpri penfieri, afflitto animo mio. Or che fon iti a voto I mi- z 4 o ISTM,
IONICHE I minacciati mali, Anche dopo il travaglio Divulghiam qualche colà Di
dolce e di giocondo : Mentre dal noftro capo ave diftolta Propizio nume la Tantalea
pietra. Che non era fatica Da fuperarli dalla Grecia fola ; E in me fedato de’
perigli fcorfi A' lo fpavento e la gravofa cura . Ciò, che dinanzi a* piedi Ci
fta , fempr’ è migliore* Perchè dubbiofo ed infedele è ’1 tempo , Che fovra de’
mortali Pende volgendo della vita il corfo • Ma puote libertade Spegner il
fenfo de’ piìi gravi cafi : E l*uom di buona fpeme Dee farfi fchermo al
travagliato core. Ma convien , che ad Egina Chi dentro a Tebe dalle fette porte
Crebbe, difpenli delle Grazie il fiore. Ultime delle Afopidi Nacquero al padre
due gemelle figlie: Ne divenne amorofo Gio- DI PINDARO. 241 Giove regnante ; e
F altra a Dirce in riva Che di bell’ onde corre , Duce e cuftode feo Della
cittade alle quadrighe attica: Te nell 7 ifola Enopia Trafportando , fi giacque
Teco . Al Padre tonante Ivi il divino Eàco Fu da te partorito , infra i
terreftri Piu d’ ogn 7 altro onoratole de’ celefti Eletto ancora a terminar le
liti • Di quello i figli pareggianti i numi, Ed i figli guerrieri De’ figli fi
lafciaro ogn’ altro addietro Nel valore , trattando Il ferreo della guerra
Strepito luttuofo * - E furo temperati, E di configlio pronti . Anche nell 7
aflemblea De 7 beati fi fe 7 di quelle colb Ricordo , allor che Giove E l’
illullrc Nettuno Per le nozze di Teti contendendo. Ambo voleano , che fua fpofa
folle <ì La 24 * ISTRIONICHE La bella , poiché amore ambo avea prefi . Ma le
menti immortali degli Dei Non conduffero a fine il lor desìo , Quando i decreti
de’ dcftini udirò. In mezzo agli afTembrati Numi la Taggia Temi Dille , come
da’ fati era prefcritto , Che la marina Diva Partorirebbe un figlio , Che Re
fora del padre Piu poflfente , e altro dardo Scoterìa colla delira Del fulmin
più robulìo, E del tridente invitto, Se a Giove fi fpofafle, O a 5 fratelli di
Giove. Ma da quello penfiero Defiftete* e la Dea letto mortale Abbiali in
forte, e vegga in guerra morto Il figlio a Marte nella delira eguale , E nelle
piante a’ lampi. Or mio configlio E* , che il premio fatai di quelle nozze Si
dellini all* Eacide Pdeo, Che dd più pio, che di Giaolco il fiiolo Abbia
nutrito , à fama. La novella Im- Digitized by Google DI PINDARO. 243
Immantinente all* incorrotto fpeco Di Chiron fe ne rechi ; Nè più fparga tra
noi Temi di liti La figlia di Nereo. Ma quando Efpero forga, E l’uno e l’altro
corno empia la luna, Sciolga fotto all’Eroe l’amabil freno Della Verginitade.
Così la Diva di Saturno a’ figli Dille: e vi confentiro Colle ciglia immortali;
Nè fi difperfe delle voci il frutto. Anzi è fama , che Giove anche promofic Di
Teti abbia le nozze. E le lingue de’ faggi al vulgo nota Fero d’Achille la
virtù novella. Di Mifia ei fparfe e tinfe I vitiferi campi Dell’atro fangue di
Telèfo eftinto; Stcfe al ritorno degli Atridi il ponte; Elena fciolfe , colf
indomit’ alla D’ Ilio i nervi troncando , ond’ egli un tempo Stornato fu
dall’omicida pugna, Mentr’ ei l’opra incalzava Per la campagna, e il violento
orgoglio Q. 2 Di ISTMI O NI CH E Di
Mennonc ed Ettorre, e gli altri duci: Cui la magione aprendo Atra di Proferpina
Degli Eacidi Achille inclito germe, Novo fplendor fovra d’ Egina ei fparfe, E
full’ illuftre ceppo , -ond’ egli crebbe. Neppure allor che morto Cadde l’Eroe,
l’ abbandonato i carmi; Ma d’ intorno alla pira ed al fepolcro Gli li fermaro
l’ Eliconie Dive, E vi flillaro memorando pianto. Agl’ Immortali piacque , Che
i’uom prode anche morto Agl’inni folle delle Dive facro. Nè fpento ancor n’ è
’l celebrato grido. Al corfo fi di (ferra Il carro delle Mufe-, onde fi defli
La memoria ed onori Di Nicoclc ne’ pugni Valente , che fortio D’ apio Dorico
intefto Iftmico fregio : Però che travagliati anch^ egli un tempo Colla tenace
incvitabil mano I finitimi vinfe. Nè deli’ inclito zio la prole il mente . Per DI PINDARO. Per lo pancrazio or a Oleandro
intefla Alcuno de’ compagni Molle’ cerchio di mirto : Però che d’ Alcatòo L’
agone , e pria la gioventù l’ accolfe In Epidauro con felice forte ; E de’
buoni alla lode ora lo porge. Che dentro a bujo fpeco ci non opprefle La prima
etade alle bell’ opre ignota. Q. 3 IN Digitized by Google Digitized by Goijple IACOBI STELLINI CARMINA
* LATTINE ET CR^ECE SCRIPTS. 249 IN M A RI AMJV I RGI N E M Et gelidam
obfervata fequens veftigia retro Alter ab undecimo jam fol luftrayerat Ar£ìon,
Poftquam magna Dei foboles remearat ad aftra, Laeta triumphata referens de
morte tropaeum • Cum tandem fenfìt fìnem adventare laborum Alma parens,fimul
exauditaque vota precefque,. Queis oculos caelo n oéìes defixa diefque Laflarat
natum , ut mortales folveret artus , Neve diu miferse torqueret matris amorem.
Forte ergo ad Solymum variis e fini bus urbem Convenere patres , tot >quos e
millibus heros PraeconeS operum voluit , teftefque laborum . Affatu triftes tum
dimifiura fu premo Primores matrefque vocat, folatia curis, Quas inter triftis
fallebat taedia vitìe , Oreque laetitiam prodens ita farier infit : In cxlum
translatam CARMEN I. curru peragraverat orbem Expe&ata dies nimium ,
nimiumque vocatum Tempus adeft, focii, pofito quo corpore liber Atque
indignatus mortalis vincula clauftri Gefliat aptherias animus volitare per
auras. Me tandem altra vocant* me ftans in limine Carli Laetus ad amplexus
invitat & ofcula natus, Et nimium dilata parat nova gaudia matri. Per
no£lem rutilo facies o clacior auro , Atria quar acterno caeleftia tornine
comples, Iam jam te afpicio, lartorque fruorque beato Intuitu, fuperamque datur
depafcere lucem. At vos, o comites, quos fervat ad afpera fata Natus , adhuc
& multa manent difcrimina rerum , Egregias animas, mox lucida fiderà cadi,
Vivite* ne duris pigeat fuperefle pericl is . Pandam iter ad fuperas mea per
veftigia fedes , Nec fero excipient cadi vos atria ovantes. Interea exanimes
artus ornare fupremis Muneribus de more juvet , confpergere lympba Gorpus ,
& extremum affàtos decorare fepulcro . Tu vero, & nati quondam &
mea maxima cura, ( Se fignari oculis Ioannes fenfit & ore ) Quem nobis
trilli moriturus in arbore natus Tradidit , ut miferse penfaret damna parentis,
Claude oculos: hoc fit lupremum pignus amori* Harc w • CARMEN I. 251 Hax
extrema dari pofcit fibi munera mater. Dixerat, utque oculos fupera ad convexa tenebat, Hxfit
: tum infuetus diffulfit fplendor in ore ,. Pallentefque genas linquens
collapfaquc membra, . Spiritus ad fuperos volat axes praepete penna: Signat
iter lucem longo dans limite iiilcus. Non morientis erat facies, fed ad aurea
te£la Qux fugienti animae nifu Comes ire pararet. N»c mortis jam pallor erat,
fed quo folet ora Pingerc, dum nimiis amor urit pecora flammis. Sic amens
Phoebi Clytie dum flagrat amore, Perque poli fpatia ampia oculis comitatur
euntis Ora dei, quoties Titan jubar abdidit undis, Languefcit moriens , rofeus
color ora relinquit , Demittitque caput veluti comitata fub umbras, Donec ab
Eoo tra£lu confurgat , amantem . Quis , pia turba , tibi cernenti talia fenfus
? Quofve dabas gemitus , heu ! dum pallcfcere morte Profpiceres rofeafque
genas, vultufque decoros, Nec licuit notas audire & reddere voces! Extemplo ut vultum
morientis vidit 5 & ora Exanimae, ftupuit, faxoque fimillimus haefit
Quifque. Sed ut tandem paullum laxata dolori eli Semita, lu£lifcnis refonant
clamoribus ardes, Difcinduntque comas xnatres , & pecora pulfant : Pri- IN MAR 1 AM VIRGIN. Primores ipfi lacrimis
haud parcere poffunt . Ante alios nefcit gemitu faturare dolorem ioannes •
amplexa tenens at frigida membra Fletibus hume&at vultus, atque ofcula
fàgit , - Multaque fufpirans trahit has e pecore voces : Quo te, diva parens ,
hinc quo te proripis ? cheu Deferere & folum potuifti linquere natum? Nec
te nofler amor, nec te fub flipite quondam CommifTum denti tenuit miferabile
pignus? Haec tua magna fides? fervas fic matris amorem Amplius ergo frui dia
non luce licebit, Nubila qua quondam tempcftatefque fugabas ? Non dulci affatu
triftes avertere curas, Verfantemque flmul veterum monumenta vi^orum Altius
humanis animos extollere rebus? Quod te fi tandem pofeebat regia cadi. Et
meritos matri properabat Olympus honores, Quid fi me comitem non dedignata
vocafles, Noftra nec in tantum fervaffes fata dolorem ? % Plura queri lacrima’,
quas inter fingula fundit Verba, vetant, & vox crcbris fmgultibus haeret .
Tum lu&urn matres & femineos ululatus Ingeminant: nullus lacrimis fìnifvc
modufve. Interea tepidis alias frigentia lymphis Membra lavant, ali* nardo
myrrhaque perungunt Ro- CARMEN Rorantes
flccat paflis harc crinibus artus, Haec properat corpus nivco circumdare peplo.
Tum magna ftipante fenum juvenumque caterva, Concierà t triftes fati quos rumor
acerbi , Ducitur haud umquam fat lamentabile funus. Devenere Iccum , ante alios quem
proxima morti Cptarat Virgo, facros fervaret ut artus. R ore levi fparfum ,
deficntdum multa gemuntque, Corpus humocondunt, adduntque noviflima verba.
Pofl: ubi digrefli comites, populufque ferebat Virtutem egregiam memorans ad
moenia greflus, Solus Ioannes, quo non pradlantior alter Ore fuit quondam ,
macie confe£lus honeftum Percuticns pe£ìus, tumulo madliflìmus hxret. Expleri lu£ìu nefeit: non vertere vultus , Non
ili ine auferre pedem , nec membra quieti , Lumina nec finit indulgere cadentia
fomno . O Ingemit at faxo pronus, repetitaque figit Ofcula ; fxpe manu tenet ,
amplexuque fatigat : Non refponfurum conclamat voce fepulcrum , Et matrem :
folum refponfant flebile montes . Terquc adeo Titan oriens mediufque cadenlque
Viderat hxrentem tumulo, tam fxvaque paflum; Sera quies tandem feflos cum
corripit artus , Accipit ifque oculis ingratam & pecore no&em . Arti-
254 IN M A RI AM VIRGIN. Aftitit hic fubito manifefto in lumine matris, Non
qualis vcl quanta fuit, cum carpcret auras Mortalcs nuper , fed nota major
imago , Os habitumque dea» fimilis , vocemque genalque : Demifia ex humeris
ardebat murice veftis, Et gemmis longe ftellatum fyrma trahebat. Obflupuit vilu
juvenis, pulcherrima Virgo Quem (jc aggreditur, rofeo folatur &.ore:
Degeneri lu&u quid 5 nate , parentis honorcs Funeflas , & te nimium
crudelibus angis Suppliciis? Tandem vano jam parce dolori: Non lacrimas pofeit
noftrum, fed gaudia , fatum. Haud tulit , aetherius quam Rcx habitavit , ut
aulam Ambitiofa diu mors in ditione teneret, Exuviis vi&rix & fe
ja£laret opimis. Aeternum fed, quale vides, radiifque corufcum Sidereos inter
ccetus fuper aera corpus Evehet, & regni fublime in parte locabit. Surge
ei^o, & fociis tanta» pramuncius erto Laetitiae : properent altum fpcflare triumphum
. Dixit, & attonitum linquens, & multa parantem Dicere, confcftim in
tenues evanuit auras, Et late ambrofium fiigiens ditFudit odorem . Excutitur
fomno, lu£ìumque immobilis haeret Laetitiamque inter. Tandem fibi redditus ille
In- • *55 CARMEN I. Invifit focios. Stupidi vix talia credunt : Continuo tamen
approperant, urbemque relinquunt, Iamque propinquabant tumulo, cum vifa repente
Ampia poli regio puro radiare feretro «, Atque nova circum compleri littora
luce . Aetheris aula patet recali fplendida luxu: Velantur feda poftes &
meenia fronde;; Murice fternuntur pi&is auroque tapetis Limina : multa
aditus ftellatus jafpide fulget. Se interea fundit portis bipatentibus agmen
Caeleftum aligerum : gemmi s oftroque fuperbi Difcurrunt volucres, &
multicoloribus alis Dant plaufum,luftrantque polum,indulgentque choreis. Hi
manibus Isti geftant rutilantia ferta, Purpureafque rofas calathis & lilia
fundunt, Lilia fidereis, quas nutriit aura viretis. Intendunt alii nervos,
fìdibufque itiaritant Carmina* permixti refonant lituique tubseque. Ingeminant
Mariam crebro, Mariaroque celebrant , Et Mariam montes, Mariam cava littora
clamant . Emicat ecce autem forma pulcherrima Virgo , Cui natus rutilafque
comas, lumenque juvetite, Atque immortales oculis afflarat hónores , Et laetos
inter plaufus per lucida fertur Regna: pii ccetus dextram contingere certant.
Ta- 25 6 IN MARIAM VIRGIN. Talis erat facies terrarum principis urbis, Dux
quoties domito curru veheretur ab Iflro, Ditibus extremi aut fpoliis orientis
cnuftus, Atque altas viftor Capitoli fcanderet arces. Mirantur tantum per inane
vagantia monftrutn Sidera ; mirantur , caelum quos educat , ignes . Ornatum
capiti radiis fulgentibus offert Titan , & fcamnum pedibus fe Cynthia
prabet. Attonitis haec dum fociis miranda videntur , Ardcntefquc oculos
tendunt, & mente fequuntur Solennem pompam , Virgo caput intulit aftris ,
Et vifum fugiens fubiit penetralia caeli . Certatim currunt proceres ad inane
fepulcrum : Hinc permixtus odor fefe diffundit in auras , Quo non turiferis
redolet Parchaia filvis, Quem non Paeftanis edu&a rofaria campis. Non
virides Libani fpirant in vertice cedri. Acclinis tumulo dum quifque haerctque
ftupetque Pallentes violas, & purpureos narciflòs, Et permixta rofis pr©
corpore lilia cernunt . IN MAR I AM VIRGINEM In ceri tim trans lat am CARMEN IL
OR quarti res Èrebi , fedemque evertere Ditis , Fraude potens odiifque ferox
qui viélor habebat Iamdudum terras , regi , qui temperat orbem Omnipotens ,
vifum • Gabriel demifit Olympo, Panderet ur Maria; ( Diti lacrimabile nomen )
Admirandum ingens, animo quod preflèrat alto, Confilium , fummumque olii
deferret honorem . Exuit ille alas, juvenis mutatus in ora: Caefarie Titan
caput induit ; aRra ferenos Accendere oculos* intexuit Iris amiéìum. Non adeunda
viro penetralia Virginis intrat , Et falvere jubet matrem dominamque futuram.
Audiit ut vocem primum , primum ut confpexit AdRantem Virgo juvenem , tremor
occupat artus, Inque vices pallorque ruborque per ora recurfat * ObRupet ipfa
fui jam nefeia* peélora pulfat I&ibus alternis fubfultans pratrepidum cor.
Omnia tuta timet ( pudor eR res piena timoris R Vit> IN MARIAM VIRGIN. Virgineus ); verfatque
animo, rex invidus Orci Quas ftruat infidias , artes cui mille noccndi ;
Quamque agitant ftimulis obliquis livor & ira, Quid mala mens poflit .
Nimium fiat mente repoftum Exemplum antiqua; , heu quam lamentabile ! frnudis .
Aft ubi vis fuperae disjecit pe6io r e nubes Aurai , juvenifque fidem fé fecit
ab alto Miflum ( talis erat , credi qui poffet ab alto MiiTus ) , &
expofuit, dederat mandata per auras Quae ferre omnipotens; fummiflo vertice
adorat Virgo Deum, tollenfque cculos ad fiderà fatur : O pater, o tandem cafus
miferate tuorum, Quem culpam delere juvat , fed parcere fonti , Ergo Dei
foboles aeterni aeterna parentis Ventura excidio Stygii raptoris iniqui Non
indignatur noftris ex artubus artus? Illum ego, qui caelo incedit de numine
numen, Appellem natum , materque appeller ab ilio ? Sed tibi fi placitum ( nodi
quando optima folus ) Olim expeftatum me gentibus edere partum, ^Mi quidquid
jubeas fit inelu&abile fatum. Quo me cumque vocas , en adfum : gloria non me
Non me laudis amor, tua fed reverentia tangit. Vix ea finierat Virgo , cum
protinus aether Pennarum crepi tu reboat, plaufuque canentum. Narri. CARMEN IL Nam chorus aligeri:m tremulis fufpenfus in
alis, H#c dumres agitur, compleverat omnia late, Pars ut labenti fecreto
tramite regi Adfint , parfque pios properent invifere manes , Atque ferant
venifle ditm , quo maximus ultor Tartara dcbellet, poftefque refringat Averni.
At Pater #ternus jubet alta filentia c#Io Nutu : jufifa filet Phcebi domus
utraque * pennis Se librant aur# ; omnipotenti ipfe incipit ore : O gentis
decus human#, mea gloria, Virgo, Emendas virtute tua qua: crimen avorum , Quam
te confpicio! Veteris veftigia form# In teagnofcohominis, qualern jam mente
recondo, Ordine ubi ftant cun£Ia Tuo, mea dextera qualern Finxit, in imperlimi
curri primum mitteret orbis. In te nofter honos, in te manet integra fola Laus
operis, quo me quondam magis omnibus uno Afpeftans oble&abar, magnumque
ferebam , Sol niteat quamvis rutilo pulcherrimus axe. Ergo eadem maneat te nunc
fortuna, pararam Quam prius human# genti , vefana ftetiffet Si juflis, ulli qu#
nunquam frangere tutum efh Oblitufque fui , fretufque audacibus aufis Certavit
noftri fe in partem obtrudere regni C#cus Adam , dicique Deus , divihaque nolfe
; R z In- ìrfo INMARIAM VIRGIN. Infdix! illi feci letum rcddita mcrces ,
Morborumque cohors ignotum vcnit in orbem : Et federi ut patrio , patriis
obnoxia fatis , Qualunque ex ilio foboles le ftipite fundit, Nafcitur .
Aufpiciis fed tu melioribus orta, Arcanos fervata mihi non nupcr in ufus, Virgo
parenfque cadem culpa; morfumque luemque Vt non fenfifti , culpa; nec damna
timebis. Sed cum tempuserit , terras quo , Diva, rclinquas. Et ca;lo nova lux
accedas , arthera fupra Alcendcs , quali fque foles hisdegere tcrris, Auras
tranabis , lolioque locaberis aureo* Numen eritque tuum fanftum , populifque
vercndum , Atque aris pia turba tuis imponet honores . Audiat hxc manes Adam, dolcatque ,
fub imos. Annuit; & capita incurvarunt ardua montcs. Excepit Vocem plaufu
Natura Tonantis, Vcntiquc , aligerique chori crepitantibus alis Aethcra
findebant* illuxit purior orbi Sol , Mariaeque domum denfum circumftetit agmen
Caelicolum , ut caneret div«T felicia fata. Interea Ccdcftis Amor, qui cunda
pcrcrrat. Ad metas & quoque fuas trahit undique, fìxit Qiias femel
omnipòtens lex rerum , ajternus Se ordo • Offa per & fìbras arcana fe
inlìnuans vi , Vir. CARMEN IT. i6t Virgìneos artus jam tum fuper attra
tuliffet, Eervidus & facris uflìflet pecora flammis, Illorum ni vis, fati
qua* conditor olim Sanxcrat , indomiti vini comprefliffet Amoris. At pottquam
omne datum jus illi in Virginis artus , Lu&antcs folvit nexus, fpiramina
laxat, Humor ut cxfudct , lentus qui praegravat artus . Ardens inttat Amor ;
nunc huc , nunc fubjicit illue Igncm , invi&um ignem , qui permeat omnia ,
doncc Abfumat quidquid mortalia corpora tardat. Sidereos veluti qua; nunc
interni tet orbes , Sidus Se ipfa , decus cadi , vis ignea , erutta * Si forte
obdu&a ctt, 'partes Se partibus haercnt , Iam gravior, fedemque polo minus
apta tueri , Truditur inferius , quo corpora tarda feruntur, Et ferale rubens ,
adverfo Iole , cometes Caudam agitat,fpargitque comam, terrifquc minatur. Att ,
intus quae fe mi feet , pars setheris alti Stare loco impatiens, vincla
indignataque, tergo Pondus ut cxcufììt, connitens impcte magno, Et tnolem
implexam disjccit, difpulit, atque Compedc fc rupto purgavit in aera clarum ,
Tarn jam fe rapicns fupcra ad convexa, fcrcnum Invi fi t caelum , fublimis
& infidet axi Stellifero , atque attris circuiti plaudentibus ardet . R 3
Haud i6i IN MARIAM VIRGIN. Maud ali ter Mariae per vifcera diditus ardor ,
Perque oculos felè , per corda , per oraque verfans , Terrenos artus
depafcitur; offa perurit, Ncrvorumquc moras , venis hauritque cruorem <
Exanima» fimilis ftupet, ac mortalibus ultra Non fpe&anda oculis , non
tangenda amplius ulli , Iam levior fiamma, rapidis pernicior auris Puro invefla
polo rofeum caput intulit aflris . Accepit circum venientem fufa juventus
Cadicolum portis bipatentibus : obvius ultro Procedit natus media inter millia
matri , Praetendcns dextra fceptrum , lacvaque coronam , Qua pontus ftabat ,
tellulque, & fignifer arcus. Natura artifìcis non enarrabile textum;
Amplexatque parens natum, natufque parentem . Ifacidum pia turba fenum , pia
turbaque matrum Miratur luce infolita radiifque corufcam , Ac fecum : Tu ne
illa Dcum quae pevere callo Claulifli ? o noftra falve unica caufia falutis ! Haerent interea defixi in Virgine vultum, Ora
fnnulque rigant lacrimis . Sed tendere contra Non audent oculos, generis
primordia noflri, Mater,Adamquc parens, pudibunda at lumina fle£lunt . Incedit
radiata comam, radiataque frontem Conventu in medio , jamque lios , jam
refpicit illos , Et CARMEN II. • , Ft
centum gradibus folium confcendit : id unus Format onyx * adamante gradus ,
adamante columnae Stant , quibus incumbit ftellis ardentibus aptum Teftum
auguftum ingcns.Sceptrum divum atque homi- Inferit auratum dextra; diademate
cingit ( num rex Sidereo caput, & qua olim omnia voce crea vi t , Audiat
haec , inquit , tellus , haic audiat aether : Quidquid ubique vides,quidquid
fub numine noilro eft , Tu ditione reges ; uni tibi ferviat orbis : Tc cadi
facio, terra te, Diva, potentem. Dixerat - y & dominam venerantur protinus
omnes : Reginam obfequio , reginam voce fatentur . In Senem EPIGRAMMA Vtrique
es, Ditique & Soli, injurius; illi' Quod te furripias , hunc quod adhuc
videas ( a ) . Efc ( a ) Redditum ex fequenti , quod ineft c. 4. 1. J. Grac- co
Angiologia:: A '/mprripif àitxitf ftì» ITakti« <c ^xi3-t>yrx * T òf ftt»
tr nr:p:uf , àv3KtrrófAt^ J . R 4 264 . Eis To'y yxpLov kami'aaot b o t p r h j
r o r kxÌ A’TNH'2 KOAOfMNAS E’ A E m A, J^Pxt* póSois ocyxvxls ttt pvyemv xep*
E’Vt%to yvSópLEVOS rxrxv eV xìxv eptcs , ( S’éjs A 'yyelkxs Pttfjxys té JiXéos
, S’eToy rs [/.éhyfjLx Ovpxvx y oKoiriv t ì^ven yyjSorvv.iv . K xfhipótf rvtyyf
-^Mpirixx TrxpetyeTo SevSpuv A'kxxp o8* * irrepoeis e pere re Se upo Seos .
Koct (X evpuv xpytsvTx ófAoxXyrxTKe r xp' oySxis' n xvTtóv ti Tiyxs rrò piovos
qìSopce'ywv * Oy '(x$éys Ayvys yxia,<& evyevé'& te Kxpu'M.* T oì
virò ‘hxu'irpoTx-mis (ppovTin 3-ijx.e vóov * eìircóv [/.tv eScoHe kupijY * tt
othocrSe tvv xvtuj Etve yxptrrófxev'& rolsye o-oqóìs xekxSeìv. E’v
^etpercriv c^wy % epixxM.es e^xuulxtx Scopov . A>) 8’ xItetxe kvpy arp C
ekeki^ouéyx. Et Xks Tt [A aòfiv, 805 <c pLè\lyypiv ocoiSocv , 'PxTXQV EpXTl
* Opwy 8’ CUTI EpOùTX &kéwU) . Apxuoov ocrepoev totxvos Txyx Su.u
eZe&yixh O'J pXyÓd’EV HkfHTXV US qépoi EVTQKtXY . EA- / EADEM ELEGIA In
Camilli Bvrghesii % & A G N E T I S C‘o LVMNAE nuptias Latine reddita . • \
vin&us Amor rofeo, fulgentibus alis Luftrarat quidquid Phoebus uterque
videt; Romulea?que novum vulgarat jam decus urbis , Et divum curarti,
hetitiamque hominum. Lene fluentis aquse murmur, ludentis & aura Invitat lafifum forte
labore \ìx . Labiturhuc, ftratumque videns me in margine rivi , Increpat: Hic
mutus tu quid inerfque jaces? Non tibi nonAgnes, cado aufpice, jun£la Camillo
Inftigat curis pecora nobilibus ? Sic ait, inque meumeitharam , nam plurima
facro # Pendebat lateri , projicit ille finum . Lsetabar tacite miratus nobile
munus , Pofcebatque melos pulfa chelys zephyro . Vin’ cantem? dixi ; mibi tu
qux dulcia cantem Des . Circumfpicio , nec mihi vifus Amor. Prapete ftelliferum
penna confcenderat axem , Dignam ut avis fobolem deferat & patria . Digilized by Google 2 66 N O I f RIFORMATORI
Dello Studio di Padova. A Vcndo veduto per la Fede di Reviiìone , ed
Approvazione del P. F. Gio : Tommafo Mac- cheroni Inquifitor General del Santo
Offizio di Venezia nel Libro intitolato Opere varie di Giam copo S telimi C. R.
S. Volume fecondo MS. non v* efler cofa alcuna contro la Santa Fede Catto-
lica, e parimente per AtteRato del Segretario noRro , niente contro Principi ,
e buoni Colta- mi , concediamo Licenza a Giovambatijla Penada Stampator di
Padova , che polii eflere Rampa- to , oflcrvando gli ordini in materia di Ram-
pe, e prefentando le folite Copie alle Pubbli- che Librerie di Venezia , e di
Padova . Dat. li 4. Gennaro 1782. ( Andrea Querini Riformator. ( Niccolo'
Barbarico Riformator. ( Girolamo Ascanio Giustinian C. r Rif. RegiRrato in
Libro a Carte 2 p. al Num. 272. Davidde Mar chef ni Segr. Digitized by Google 1
67 TAVOLA Di quanto fi contiene in quello Volume. Refazione . Pag. Ili Sonetti
. 3 Cannoni . 47 Ver fi Jciolti . Ode ventidue di Pindaro tradotte , e alcune
di quefte con annotazioni e di f cor fi illujlrate • ioi lacobi Steliini
Carmina Latine & Grtece feri • pta* ' 24 p NUO- Digitized by Google NUOVI
ASSOCIATI. BELLUNO INJob. Sig. Co. Luigi Pagani Cefa. BERGAMO Kob. Sig. Pie
trr> Bali-Ara Nunzio ili Bergamo in Venezia. Nob. Sig. Co. Bartolommeo
Berretta. Ilimo Sig. Ab. D. Stanislao Gorini . CASTELFRANCO Sig. Valentino
Moietta. Sig. Matteo Puppato . C E N E D A Nob. Sig. Girolamo Perrucchini .
COMO M. R. P. D. Aleffandro Pagliari C R. S. ( per la 3. Copia ) F E L T R E
Nob. Sig. Co. Luigi Angeli. MILANO I Fratelli Reycends Librai. PADOVA Illmo
Sig. Francefco Baracbetto. Nob. Sig. Co. Annibaie Baffoni Pub. Prof. M .R. I 2
Ó? M. R. P. D. Francefco Belgrado Mon. Caflinefc . M. R. Sig. Ab. D. Camini Ilo
Bonvicini . Nob. Sig. Co. Marco Carburi Pub. Prof. Illmo Sig. Ab. Melchiorre
Cefarotti P. P. (per la 2. Copia) Nob. Sig. Marino ('orai A . Illmo Sig. Ab.
Francefco Dottor Fanzago Pub. Precett. di Belle Lettere . S. E. Reverendi fs.
Monfig. Niccolò Antonio Giuftiniani Vef- covo * Nob. Sig. Giovanni Mariani.
Nob. Sig. Marino MetaxA . Iilmo Sig. Ab. Antonio Dott. Pierato Pub. JVecett. d’
Urna-» nità . M. R. Sig. D. Bartolommeo Prane . Illmo Sig. Ab. Bartolommeo
Dott. Renier. Illmo Sig. Benedetto Sandi . Sig. Carlo Scappino Librajo. Il
Seminario Ve '.covile . PIOVE DI SACCO. Illmo c Rmo Sig. Canonico D. Giammaria
Dott. Bocchini « Jllmo c Rmo Sig. D. Francefco Dott. Moretti Cau. Teol. Illmo
Sig. Ab. Giovanni Dott. Perfico . Illmo e Kmo Sig. Canon. D. Giandomenico Dott.
Pinato. Ilhno e Rmo Sig. Canon. D. Stellano Dott. Scola. PORTOGRUARO S. E. Rma
Monf. Santo Balbi Decano della Cattedr. Illmo Sig. Dott. Vincenzo Binda M. F.
Nob. Sig. Dott. Girolamo Diodati M. F. SESTO NEL FRIULI Illmo Sig. Ab. Antonio
Cremon . VENEZIA Sig. Giovanni Biondini . Illmo Sig. Girolamo Bagolin. M. R. P.
D. Benedetto Buratti C. R. S. III. Digitized by Google lllmo Sig. Angelo
Calicbiopolo . Illmo Sig. Marcantonio Crivellari. Nob. Sig. Co. Angelo dalla
Decima ( per Copie 2 . ) Illmo Sig. Ab. Giovanni Dott. Donà . S. E. Sig. Tcrefa
Corner Duo do . Illmo Sig. Ab, Benedetto de Luca . S. E. Sig. Alvife Marin fu
di f. Antonio. S. E. Signora Chiara Zen Moeenigo. S. E. Sig. Cav. Giovanni
Mocenigo. S. E. Sig. AlclTandro Molin. Sig. Ambrogio Pefenti. Illmo Sig. Ab.
Giovammario Ortes. S. E. Sig. Alvife Pifani fu di m. 1 uigi Cav. Troc. S. E.
Sig. Francefco Pifani fu di m. Luigi Cav. Proc. Nob. Sig. Antommaria Santorio.
M. R. P. D. Carla» tonio Volpi C. R. S. M. R. Sig. D. Domenico Zucchiatti . VERONA
Nob. Sig. Co. Gherardo Pellegrini . Nob. Sig. Co. Giovanni Pindemonre , ERRORI
271 CORREZIONI Nel Volume primo. rag. 220. Sig. Luigi Piantoti Nel Volume Pag.
XV. 1 . $. voi XLV. 1 . 1. congiunzioni 10. v. io. del furor 23 v. 6. fpargea.
. v. 8. fiore; p6. v. il. ad alma 103 nelle note 0\i/xrU< Illmo Sig. Luigi
Pianton prefente . vois congiunzioni ed altre giunte dal furor fpargea : fiore
. ed alma Okvfxv'imi f t IN PADOVA NELLA STAMPERIA PENADA . ADDI' IV. APRILE. »
1 ? r» * *. > - i r Digilized by Google Digitized by Google 0Nome compiuto: Jacopo
Stellini – dalla nonna Stella – Modaro. Stellini. Keywords: liceo. Refs.: Luigi
Speranza, “Grice e Stellini” – The Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza -- Grice e Stenida: la ragione conversazionale di Romolo,
il primo re – Roma – la scuola di Locri – filosofia calabrese -- filosofia
italiana – Luigi Speranza (Locri).
Filosofo italiano.
Locri, Reggio, Calabria. A Pythagorian, cited by Giamblico – sometimes as
“Stenonida.” Stobeo preserves a fragment of a work on kingship attributed to
him. Nome compiuto: Stenida. Keywords:
re, regno, principe, Romolo.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Sterlich:
la ragione conversazionale dei georgofili – la scuola di Chieti – filosofia
abruzzese -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Chieti). Filosofo abruzzese. Filosofo italiano. Chieti,
Abruzzo. Nato da Rinaldo e da Margherita Alfieri, dopo i primi studi in casa è
mandato a Napoli, dove frequenta il collegio dei nobili e la scuola privata di
Serao, noto professore. Abbiamo anche notizia di suoi studi a Roma. Essendo
figlio unico è indotto a sposarsi e a seguire gli affari della sua
famiglia. Tornato a Chieti, vi
intraprese una vivace attività di promozione culturale. Crea infatti una
biblioteca aperta al pubblico che nella Chieti ha un'importanza notevole, sia
per il numero dei volumi, sia per la tempestività con cui veniva aggiornata e
per il valore delle opere che vi si trovavano.
Ricca di classici latini, la biblioteca è ben fornita di autori della
letteratura italiana. Numerose erano poi le opere di storia, di filosofia, i
dizionari enciclopedici; numerosissimi i giornali. Presenti anche molte opere
scientifiche, soprattutto di medicina, di cui S. è un ottimo cultore. La
caratteristica più importante, però, che fa di questa biblioteca un momento di
rottura con la cultura circostante, è la presenza delle opere degli
illuministi. La biblioteca S. divenne uno dei centri più attivi del
rinnovamento della cultura abruzzese. In essa si forma una generazione di filosofi
che danno un contributo politico notevole nel periodo delle riforme prima e
della rivoluzione dopo. Ma l'attività culturale di S. e il ruolo che anda acquistando
la biblioteca non passarono inosservati ai gesuiti: lo attaccano pubblicamente
accusandolo di empietà e di possedere libri proibiti. S. non si fa intimorire.
Anzi, per controbattere le accuse, compose i Duedialoghi di fra' Cipolla e la
Nanna, che circolarono manoscritti a Chieti suscitando molte polemiche. Una
copia è mandata a Firenze a Lami per la pubblicazione, che fu però bloccata
dalla censura. I Dialoghi restarono così inediti tra le carte di Lami, a cui F.
Fontani -suo biografo - li attribuì. Anche manoscritti, hanno comunque una
notevole diffusione. Scritti per
difendersi dalle accuse dei gesuiti, i Dialoghi sono caratterizzati da una
forte carica polemica. In essi l'autore non nega l'accusa dei reverendi padri,
anzi la conferma con le numerose citazioni di autori licenziosi -- Boccaccio,
Berni, Aretino -- o poco ortodossi dal punto di vista della dottrina -- Pascal,
Bayle. Egli si difende facendo discutere due personaggi letterari: Nanna e fra'
Cipolla. Il primo è il noto personaggio dei Ragionamenti di Aretino, che qui
viene rappresentato sulla via della redenzione. È però ignorante, bigotto e
superstizioso, quindi facile vittima dei gesuiti. In realtà - così come viene
caratterizzato - Nanna rappresenta chiaramente il pubblico cui S. si rivolge:
gli abitanti di Chieti, come lui li descrive nelle sue lettere. Fra' Cipolla -
personaggio intelligente e disincantato tratto dal Decamerone - è il
personaggio da cui S. si fa rappresentare nel compito di illuminare i suoi
concittadini. Pur se scritti in modo
brillante - soprattutto il secondo - i Dialoghi non risultano comunque
originali e di ciò è cosciente lo stesso autore, che attribuiva loro piuttosto
una funzione divulgativa. Egli utilizza ampiamente, come fonti, da un lato le
Lettere provinciali e altre opere anti-gesuitiche allora molto diffuse,
dall'altro i Dizionari di Bayle e di Moreri, da cui trae un vasto repertorio di
accuse contro i gesuiti. Il materiale è però ben organizzato e l'autore riesce
a mettere in luce le contraddizioni sia della dottrina sia dell'azione della
Compagnia. Attraverso i richiami a quegli autori licenziosi di cui si è detto,
egli riesce, inoltre, a fare una critica di costume pungente e a volte anche
divertita e compiacente. Per superare
l'isolamento culturale della sua città, intanto, S. si era andato creando una
vasta rete di amici e di corrispondenti in tutti i centri più importanti
dell'Italia. La gran mole di lettere pervenutaci - risultato di un'attività di
epistolografo molto intensa - oltre a documentare la ricchezza e vivacità culturale
del nobile chietino, costituisce oggi una fonte importante per lo studio di
vari argomenti: la formazione del pensiero illuministico nel Regno di Napoli,
l'attività culturale di GENOVESI (vedasi) e, soprattutto, lo studio della
fortuna della cultura europea nell'Italia. Tra i suoi molti corrispondenti
ricordiamo: Bandini, Gori, Antinori, Argelati, A. e F. Vettori, Mamachi, il suo
maestro Serao, i ministri della corte di Napoli M. Imperiali principe di
Francavilla, C. De Marco, Fragianni e anche Tanucci, che incontrerà più volte
in occasione di un suo viaggio a Napoli. I corrispondenti più importanti sono
comunque Lami, Bianchi e, soprattutto, GENOVESI (vedasi). Con Lami - il
redattore delle Novelle letterarie di Firenze - la corrispondenza si protrasse
dal 1750 al 1768. Attraverso Lami S. collabora per molti anni alle Novelle
letterarie con notizie sulla cultura napoletana e con recensioni di opere
dell'illuminismo, argomenti sui quali scrisse anche per il Giornale de'
letterati di Roma. Sempre tramite Lami, entrò nell'Accademia della Crusca, per
la quale compone una Lezione, di cui ci è pervenuto solo il riassunto nel
verbale della seduta in cui fu letta.
Nella Lezione si dimostrava - come si legge nel verbale della seduta -
che le scienze ed arti più nobili hanno sempre ricevuto illustrazioni ed
ingrandimento dalle lingue più celebri e rinomate, cioè dalla greca, latina e
toscana; e di queste si lodavano principalmente i più insigni scrittori, che
coll'opere loro l'avevano sommamente arricchita. Con Bianchi - il noto riminese - egli iniziò
la corrispondenza i due polemizzarono, S. sostenendo i valori di una cultura
politica ed economica capace di trasformare la realtà, Bianchi facendosi
fautore della cultura erudita ed antiquaria. Di qualche interesse in questo
carteggio sono le discussioni scientifiche.
Per quanto riguarda GENOVESI (vedasi), è sicuro che S. non lo conobbe
nel suo primo soggiorno di studi a Napoli e che non fu suo discepolo. Infatti,
quando Genovesi arrivò a Napoli, egli era già tornato in Abruzzo da tre anni.
Il primo contatto con Genovesi è invece epistolare. A far da tramite tra i due
era stato Thaulero, che aveva studiato con Genovesi e che era a Chieti, in
familiarità con S. L'amicizia con
Genovesi è determinante per il nobile chietino. L'amico di Napoli lo rende
partecipe dei progetti e degli entusiasmi che andavano maturandosi nel gruppo
di Intieri, e quando S. gli mandò una lunga lettera sulla natura dell'uomo e
sull'origine del male, Genovesi lo invita a lasciar perdere la metafisica e ad impegnarsi
attivamente per conoscere lo stato dell'economia in Abruzzo e cercare di
migliorarla. Col passare degli anni Genovesi si convinse sempre di più di aver
trovato in S. l'uomo capace di realizzare praticamente le sue idee. Non a caso,
a lui dedica la traduzione della Storia del commercio della Gran Bretagna del
Cary. Sotto l'influenza dell'economista
napoletano, S. evolse verso una cultura illuministica. Infatti, se ancora lo
vediamo impegnato in discussioni erudite intorno alla storia ecclesiastica e in
ormai stanche discussioni teologiche -- ne è un esempio la polemica con Mamachi
sulla residenza dei vescovi --, è uno dei più attivi rappresentanti del partito
genovesiano. In questo processo di maturazione hanno però una notevole
importanza anche le letture di autori come Montesquieu, Rousseau, Morelly e BECCARIA
(vedasi), intorno ai quali più di altri si concentrò la sua riflessione. Primo - insieme a Sanctis e a Thaulero - ad
aderire in Abruzzo al programma genovesiano e sicuramente il più attivo nella
diffusione di queste idee nella sua regione, S. fa conoscere le opere di Genovesi
anche in Toscana, dove ne diventarono propagatrici le Novelle letterarie e
l'Accademia dei Georgofili, alla quale sia Genovesi sia S. sono associati.
Negli anni successivi quest'ultimo è eletto socio anche di un'altra accademia
fiorentina: La Colombaria. Ad aumentare
l'impegno di S. nel campo degli studi economici giunse l'incarico della
reggenza di preparare una relazione sulla situazione economica dell'Abruzzo.
Questa relazione - dal titolo Riflessioni economiche - circola a Napoli in
molte copie manoscritte ed ebbe un encomio personale del re, ma non ci è
pervenuta. Possiamo comunque ricostruirne parzialmente il contenuto da alcune
lettere. Dopo alcune considerazioni
generali sulla natura fisica della regione e sull'indole dei suoi abitanti - chiaramente
ispirata al Montesquieu - l'autore si soffermava sugli inconvenienti e sui
sacrifici che la transumanza portava ai pastori, si lamentava inoltre per
"gli abusi delle dogane e le avanie de' pubblicani"; raccomandava una
riduzione del numero e del potere del clero, la creazione di porti e di strade,
un servizio postale più efficiente. Infine, proponeva di rendere navigabile il
fiume Pescara, che così sarebbe diventato la principale fonte di ricchezza
della provincia. Il D. morì a Chieti il
6 marzo 1788. Fonti e Bibl.: Firenze,
Arch. dell'Accademia della Crusca, Diario 1751, verbali delle sedute 4, 11, 18,
25 settembre; Ibid., Diario, verbale della seduta 7 settembre; Ibid., Bibl.
Marucelliana, ms. B. VIII.4. V 30.: Lettera di D. ad A. F. Gori, 11sett. 1755;
Ibid., mss. B.II.27. XXVII. 50; B.II.27. XXVII.59; B.II.27. XXIX.55; B.II.27-
XXX.61; B.II.27- XXXII.74; B.II.27. XXXXV.103: Lettere di D. ad A. M. Bandini,
1771-79; Ibid., Bibl. Riccardiana, mss. 3755-56: Lettere di D. a G. Lami,
1750-68; Ibid., ms.: Dialoghi di fra' Cipolla e la Nanna, cc. 238r-252v; Ibid.,
ms. 3755: Lettera di T. M. Mamachi a D. sulla questione della residenza dei
vescovi; Ibid., ms. 3820: Lettera di C. I. Ansaldi al marchese De Crescenzi
sulla polemica tra D. e Mamachi; Ibid., ms. 3809: G. Lami, Diario storico, alle
date 10, 20 e 26 giugno 1750; Ibid., ms. 3820: Lettera di D. in risposta alla
lettera di C. I. Ansaldi sulla residenza dei vescovi; Milano, Bibl. Ambrosiana,
Mss. Trotti 284: Lettere di D. a F. Argelati, 1752-54; Rimini, Bibl. civica
Gambalunga, Fondo Gambetti, Lettere di D. a G. Bianchi, 1754-1772, in Lettere
autografe al dottor G. Bianchi (in due buste al nome del mittente); Ibid., Sc.
Ms. 971-972: G. Bianchi, Minute di lettere; Bibl. apost. Vaticana, Autografi
Ferraioli, I, nn. 18.866 ss.: Lettere di R. D. a G. Bianchi; Savignano sul
Rubicone, Accad. Rubiconia dei Filopatridi, ms. 14.1.314: Lettere di D. a G. C.
Amaduzzi, 1774-1786; A. Genovesi, Lettere familiari, Venezia 1787 (ora in
Autobiografia e lettere, a cura di G. Savarese, Milano 1962, passim). Molti
riferimenti al D. sono nelle Novelle letterarie di Firenze, dove furono
pubblicati anche numerosi suoi articoli, per lo più anonimi; le sue lettere al
Lami ci hanno consentito d'identificarne molti: XI (1750), coll. 735, 741, 751; XII (1751),
coll. 72, 206, 767, 798, 856; XIII (1752), coll. II, 141, 460, 523, 805; XIV
(1753), coll. 75, 87, 521; XV (1754), col. 458; XVI (1755), coll. 20, 26, 251,
419, 428, 443; XVII (1756), coll. 144,
250, 396, 731; XVIII (1757), col. 421; XIX (1758), coll. 137, 446, 488, 829; XX
(1759), coll. 357, 629; XXIII (1762), coll. 134, 606. Sul D. si veda: G. Ravizza, Notizie
biografiche che riguardano gli uomini illustri della città di Chieti, Napoli
1830, pp. 114-17; C. Justi, Winckelmann und seine Zeitgenossen, II, Leipzig; E.
Appolis, Le "tiers parti" catholique au XVIIIe siècle, Paris 1960, p.
123; P. Berselli Ambri, L'opera di Montesquieu nel Settecento italiano, Firenze
1960, passim; Illuministi italiani, V, a cura di F. Venturi, Milano-Napoli
1962, p. 286, n. 1; F. Venturi, Settecento riformatore, Torino 1969, pp.
586-90; Id., Utopia e riforma nell'Illuminismo, Torino 1970, pp. 119 s.; G. L.
Masetti Zannini, La storia del nostro baronaggio, in Rivista araldica; Id.,
Chieti e l'Abruzzo nella seconda metà del Settecento, in Atti del III Convegno
sui viaggiatori europei negli Abruzzi e Molise nel XVIII e XIX secolo, a cura
di G. De Lucia, Teramo 1975, pp. 111-132 (pubblica anche alcune lettere del
D.); U. Russo, Nel museo di R. D., in Riv. abruzzese, XXX (1977), 3-4, pp.
153-66; G. L. Masetti Zannini, Voltaire e Rousseau nel carteggio R. D.-Jano
Planco (1754-1774), in Misura, I (1977), 4, pp. 97-112, e II (1978), 1, pp.
41-73; U. Russo, Figure e aspetti della vita culturale a Chieti nell'età
illuministica, in Abruzzo, XVI (1978), 1-3, pp. 61-81; W. Bernardi, Morelly e
Dom Deschamps, Firenze 1979, passim (riporta ampi brani di lettere del D.); F.
Montefusco, La cultura illuministica in Abruzzo: la figura di R. D., in
Incontri meridionali, 1982, n. 2, pp. 215-18; S. Parodi, Quattro secoli di
Crusca 1583-1983, Firenze; A. Genovesi, Scritti economici, a cura di M. L.
Perna, Napoli 1984, I-II, ad Ind.; U. Russo, L'accesso a Rousseau del
"genovesiano" R. D., in Itinerari. Riv. bim. di storia e lett., 1985,
nn. 1-3, pp. 195-219. © Istituto della
Enciclopedia Italiana fondata da Giovanni Treccani - Riproduzione
riservata -ALT -ALT -ALTStudia a Napoli
nel collegio dei nobili, gestito dalla compagnia di Gesù. È proprio questa
esperienza che lo porta a concepire la sua profonda ostilità verso i gesuiti,
che è uno dei tratti caratteristici della sua filosofia. La cura dei beni
ereditati dal padre, di cui era l'unico figlio maschio, lo portano a dover
compromettere le sue aspirazioni letterarie. Ma la filosofia rimase sempre la
sua prima passione e per superare l'isolamento culturale che gli venne imposto
dal dover vivere a Chieti, comincia a costituire la sua biblioteca. Questa cresce
in misura esponenziale di anno in anno, divenendo così una delle migliori
biblioteche del regno. Il suo intento e di mettere la stessa a disposizione di Chieti
per la sua crescita culturale. Sfortunatamente il suo desiderio è reso vano
dall'incuria di chi gestì la stessa dopo la sua morte. Cospicue parti della biblioteca
sono stati individuate in tutta Italia: nelle biblioteche di Pescara, Chieti,
Napoli, etc. Aggiornatissimo sui dibattiti filosofici e commentarista di
Montesquieu, Rousseau, Voltaire, e di altr’illuministi. Di questa
partecipazione all’illuminismo è
testimonianza un copioso scambio di lettere con GENOVESI, BATTARRA, LAMI,
BIANCHI, e TORRES. Questo carteggio è un documento prezioso per delineare l’illuminismo.
Lascia anche alcune testimonianze della sua filosofia anche in due dialoghi di fra'
Cipolla e la nanna. In essi trova largo spazio la sua antipatia per i gesuiti.
Tramite la solida amicizia con LAMI, e membro della crusca e uno dei georgofili.
L'illuminismo nell'epistolario (Sestante, Bergamo). Nome compiuto: Dei marchesi
di Cermignano. Romualdo de Sterlich. Sterlich. Keywords: illuminismo. Refs.:
Luigi Speranza, “Grice e Sterlich” – The Swimming-Pool Library.
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