GRICE ITALO A-Z S ST

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Stella: la ragione conversazionale dell’ iustum/iussum, o la causa dell’anormale come l’ implicatura d’Honorè – la  scuola di Sernaglia -- filosofia veneta -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Sernaglia). Filosofo vento. Filosofo italiano. Sernaglia, Treviso, Veneto. Grice: “What is it with Italian philosoophers that they are all into what at Oxford we would call jurisprudence?” Grice: “It seems like all Italian philosophers are like Italian versions of H. L. A. Hart!”. Studia a Treviso e Milano, sotto CRESPI. Insegna a Catania e Milano. I suoi saggi si diregeno su alcune tipologie di reati, successivamente sugl’elementi strutturali del reato.  Il suo contributo filosofico più noto, presso gl’operatori del diritto penale e la comunità accademica, è “La spiegazione causale dell’azione umana” (Milano), in cui  ricostruisce il problema del nesso di causalità prospettando il criterio della sussunzione sotto una *legge* come strumento per la soluzione di casi dubbi. Solo mediante una legge di copertura, atta a spiegare il rapport causale fra la condotta dell’attore ed il effetto e possibile formulare un giudizio sulla responsabilità dell’attore. Ad es., solo dopo aver dimostrato, sulla base di una legge, che l'ingestione di un determinato farmaco determina casualmente malformazioni del feto, e possibile imputare alla ditta produttrice il reato di lesioni gravissime, colpose o dolose. In difetto di questa spiegazione causale non puo formularsi alcuna responsabilità a regola di giudizio dell'"oltre ogni ragionevole dubbio" trovasse applicazione anche in un processo. Il principio venne accolto in tema di nesso causale dalla corte suprema di cassazione, anche a sezioni unite. Oggi è norma codicistica. Dirige riviste giuridiche di diritto penale ed è fra i curatori di raccolte normative di largo successo presso la comunità forense. S’interessa anche nella teoria generale del diritto e la filosofia del diritto, mediante saggi maggiormente agili rispetto ai saggi penalistici. Esercita la professione di avvocato, partecipa in qualità di difensore d’alcuni imputati, al processo del petrolchimico di Porto Marghera, dove fa applicazione, dal principio della spiegazione causale. Altri saggi: “L'alterazione di stato mediante falsità” (Milano);  “La descrizione dell'evento” (Milano); “Giustizia” (Milano); “Dei giudici” (Milano); “ll giudice corpuscolariano” (Milano); “Le ingiustizie” (Bologna); “il galantumo del diritto”, Corriere della Sera. Grice’s implicature: ‘only abnormal cases require a cause’ (Teoria causale della percezione). Nome compiuto: Federico Stella. Stella. Keywords: Grice, implicature della descrizione d’azione umana, H. L. A. Hart, Honoré, J. L. Austin, responsibity, aspets of reason, alethic reason. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Stella”.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Stellini: la ragione conversazionale dell’ortu morum – filosofia friulese --  la scuola di Cividale – filosofia friulana -- filosofia italiana – By Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Cividale). Filosofo italiano. Cividale del Friuli, Udine, Friuli, Friuli-Venezia Giulia. Nasce da Mattia Rodaro, e da Adriana Piccini. Il cognome Stellini, usato spesso anche dal padre, deriva dal nome della nonna Stella Rotar. Della famiglia non si sa molto. Mattia è sarto come la moglie. S. ha due sorelle: Maddalena, sposa di Muschione -- la cui figlia, Adriana, commissionò con il marito Peretti un ritratto del filosofo -- e Stella. Studia presso i padri somaschi di Cividale con il maestro di retorica Leonarducci; vestì l’abito religioso ed entra a Venezia nella congregazione con i voti solenni. Oltre a teologia con Visconti, studia ebraico -- con Birone -- , greco – con Patrussa --, latino e matematica nel seminario patriarcale di Venezia. Dall’anno dell’ordinazione sacerdotale, è maestro di retorica ai chierici della Casa della Salute a Venezia ed insegna presso l’Accademia dei nobili alla Giudecca; Emo, senatore e mecenate, lo prende allora come consigliere ed educatore dei figli Pietro, Alvise e Angelo.  A seguito della morte di Giacometti, con la prolusione Oratio habita in Gymnasio Patavino -- pubblicata dal seminario --  entra come professore ordinario di filosofia morale a Padova.  Piccolo, brutto della bruttezza di Socrate – Mabil --, oppresso da fastidi di stomaco e intestino, senza denti, pur non dotato di particolari doti oratorie riusciva ad appassionare studenti e uditori – fra cui anche Casanova – che accorreno alle sue lezioni. Trascorse la sua esistenza fra l’Università e le mura del convento di S. Croce. Sebbene schivo e non desideroso di onori, conosce fama e successo, come testimoniano anche gli elogi scritti immediatamente e ancora qualche decennio dopo la morte; è uomo coltissimo, di garbata conversazione e curioso di diverse discipline, dalla musica, alla filologia alle scienze che studia con passione, come risulta anche dalle lettere. La sua opera più importante, De ortu et progressu morum atque opinionum ad mores pertinentium specimen – edita presso Occhi e volgarizzata a cura di Valeriani, a cura di Spada – gli valse il raffronto con VICO (vedasi), valorizzato da Croce. In vita uscirono anche le Dissertationes presso l’editore Comino di Padova. Sempre a Padova vennero pubblicati, a cura di Barbarigo C.R.S., gli Opera omnia dall’editore Penada, che stampò anche i 6 volumi delle Opere varie curati da Evangeli C.R.S.; questi mise mano anche alle numerose e arruffate carte manoscritte lasciate da S., ora conservate presso il liceo classico di Udine a lui intitolato.  Le opere che hanno suscitato maggiore dibattito sono quelle che trattano di morale e pedagogia -- non a caso questi scritti vennero tradotti dal latino --, ma S. si occupa anche di diritto, psicologia, matematica; l’amore per la poesia e la conoscenza straordinaria delle lingue antiche e moderne gli permisero di attendere a traduzioni e componimenti poetici.  Di modeste origini, si trova a Venezia e poi a Padova calato in un ambiente ricco di fermenti scientifici e metodologici, che approfondiva con letture e studio continui. Se la sua eccezionale cultura venne apprezzata da Algarotti a Cantù a Giordani, l’originalità della prospettiva filosofica venne invece dopo la sua morte pian piano ridimensionata fino a lasciare il posto a un interesse prevalentemente storico. Vi sono stati però autori che hanno rivalutato la sua filosofia, come ad esempio Rensi, riconoscendo la cifra dell’etica di S. nella ricerca dell’idea del BENE COMUNE e sociale avvicinando proprio su questo aspetto la figura di S. a quella di ROMAGNOSI (vedasi) che al filosofo friulano dedica pagine importanti nell’opera L’antica morale filosofia, in cui sottolinea l’aristotelismo riformato di S. S. è infatti debitore al pensiero dello Stagirita, che però ripensa alla luce della filosofia inglese -- in modo particolare Hobbes, Locke e Mandeville -- e francese -- segnatamente Condillac, la cui prima edizione italiana del Trattato delle sensazioni contiene una lettera di S.-- mettendo a fuoco una visione equilibrata del rapporto uomo-mondo, senza eccessi materialistici. Padova d’altronde non è luogo di metafisica dogmatica e S. conosce a fondo Newton e Leibniz, tratta della storia naturale e di molti aspetti della scienza dell’epoca, che intreccia alla riflessione sulle teorie morali; adotta il metodo newtoniano deducendo le conseguenze note in base all’esperienza, valorizzando sempre il documento umano e l’osservazione empirica. Per questa impostazione venne accusato di sensismo, anche se in realtà la sua morale va intesa come pratica di vita e criterio di valutazione degli uomini, rivelando la dimensione operativa della sua filosofia tutta volta, alla VICO (vedasi), alla valorizzazione del divenire e del progresso umano. Un aspetto interessante della riflessione di S. è la centralità assunta dal corpo come strumento dello spirito, evidenziata non solo nelle opere, ma anche in prospettiva biografica nelle numerose lettere in cui riferisce sulle condizioni del suo stomaco, sulle conseguenze del freddo prolungato, sui benefici del latte caldo: a S. preme la ricerca dell’equilibrio – cioè della felicità – sia mentale sia fisico, perché l’uomo va considerato nella complessità delle sue relazioni dinamiche, lontano da ogni forma di rigore stoico. Da questo nucleo teorico si svolge la sua riflessione, caratterizzata dall’intendere i principi morali semplici e invariabili, posti nella mente dell’uomo forgiata da quella divina, la quale contiene in sé le leggi di tutto l’universo. La RAGIONE umana è però soggetta a corruzione e per evitare la decadenza sono centrali l’osservazione diretta e il metodo induttivo. Da questo punto di vista diventano importanti la riflessione pedagogica e il processo educativo, in cui il maestro insegna all’allievo sia come adattarsi all’ambiente sia come sviluppare in modo armonico e organico le proprie facoltà.  Muore a Padova a seguito di un ictus; fu sepolto nella chiesa di S. Croce. Due lapidi ricordano il filosofo friulano: una nella chiesa, ai piedi dell’altare maggiore; la seconda nel convento di S. Croce.  Opere Oltre alle edizioni già citate, si vedano: Opere scelte filosofiche e poetiche, Udine ; Etica volgarizzata da F. Bottini, Venezia 1843; Della filosofia morale, trad. di C. Frediani, Firenze 1846; Opere di filosofia morale e civile, trad. di F. Mestica, Macerata 1849; Dell’educazione, trad. di E. Micheli, Siena ; Opere scelte, Udine 1927; Scritti filosofici, a cura di A. Rocco, Milano .  Fonti e bibliografia P. Caronelli, Elogio di Giacopo Stellini C.R.S., Venezia ; P. Cossali, Elogio di J. S., Padova ; L. Mabil, Lettere stelliniane, Milano 1811 (poi I-II, Padova ); F. Croce, Elogio di Giacopo Stellini detto il 18 novembre nel solenne riaprimento del C.R. Liceo di Porta Nuova in Milano, Milano ; G.D. Romagnosi, L’antica morale filosofia esposta quanto alla peripatetica dal Zanotti, alla stoica e pitagorica da vari greci; aggiuntavi la delineazione di quella di J. S., Milano ; G. Montanelli, Ragionamenti intorno alle dottrine morali di J. S., Pisa 1833; A. Podrecca, Della patria di J. S. e del suo sistema di morale, Padova 1871; V. Zanon, Iacopo Stellini. Studi e ricerche, Cividale ; F. Luzzato, Contributo agli studi stelliniani, Udine ; Id., La morale sociale di J. S., Bologna 1899; L.F. Ardy, J. S., Udine ; E. De Goetzen, L’opera di J. S., in Archivio di storia della filosofia italiana, III (1934), pp. 231-254; F. Deva, L’educazione nella filosofia morale di J. S., Torino 1957; E. Garin, Storia della filosofia italiana, III, Torino ; A. Toso, J. S. filosofo friulano, Udine ; Il Liceo classico “Jacopo Stellini”. Duecento anni nel cuore del Friuli, a cura di F. Vicario, Udine  (in partic. S. Perini, Vita di J. S., pp. 205-210; M. Venier, Aspetti letterari e filologici nell’opera di J. S., pp. 211-219); S. Perini, J. S., in Dizionario biografico dei friulani (con ampia bibliografia), http://www.dizionariobiograficodeifriulani.it/stellini-iacopo/ .La sua fama è dovuta soprattutto al “Saggio dell’origine e del progresso de’ costume e delle opinion a’ medesimi pertinenti – con quale ordine si sviluppassero le facolta degl’uomini, ed appetite ne uscissero loro connaturali” (Siena, Porri). La sua concezione morale è di stampo liceale -- e sotto alcuni aspetti può essere considerato uno dei precursori della sociologia. A lui è stato dedicato il liceo classico di Udine e che nella sua biblioteca contiene gli scritti autografi. Enciclopedia Treccani, su treccani. Dizionario biografico friulano, su friul. SAGGIO so PK A L'ORIGINE ED IL PROGRESSO DE’ COSTUMI, DELLE OPINIONI A’ MEDESIMI PERTINENTI DI giagopo stellini VOLGARIZZATO DA Lodovico valeriani. 2lfeum sempcr jadlcmm omnia nostros aiti iwenwe per se sapientius quam GreBcos, aut aecepta ab illts ^ccisse meliora . Cecrroj^e TascuL lib* i* r. MILANO .Presso Pi ROTTA e Maspero Stampatori-Librai in S. Margherita ragionamento OEL traduttore. CHIARISSIMO SI MONE ST RAT ICO LODOVICO VALERIANI. ^ ■ QQiene Amico Veneratissimo, Cill Opere di cert'* -Ingegni ciò che avveniva nel Paganesimo a" boschi sagrati a qualche Divinità . Si o/zo- ravano, si rispettavano ^ se ne dicevano maraviglie ; ma ninno usa- appressarvisi, ninno era vago di venerarvi per sè medesimo la r t % \ IV moesfft soUtana de’ loro Da . Co Sé U.Ù i prodi,!, C. ne rc,aoo per il ^ol,o, non ^rano cU „cn-.0inc di alquanti pn noaelhe- ri, /.none piuttosto a * ragione umana al cospetto ro- mulgassero anch* essi nell* idioma de* Pajnnìani e de* Cesari : nù gli ern certo di freno V esser dig^ aià questa lingua jiress' ogni j'io- polo spenta nella memoria del volgo . Perchè a tenere le genti nella unità delle massime bastava farla comune a quelli, che in ogni Stato governano la mente e il cuore del popolo; e s* era ad essi già resa ^ non solo amabile, ma necessaria con tutti i mezzi ^ che possono e lusingarne e costring,erne il sentu mento, altronde tal generale igno* ranza felicemente contrihuwa a coprir gli oracoli di quelle tenebre, dentro le quali fnchè sien chiusi gli oggetti del culto pubblico ser- bano sempre inconcussa V autorità senza pericolo di mai scemare nella comune opinione di riverenza. As~ sunta di questa forma ad intera prete del Santuario e del Foro j qual maraviglia che fosse ancora trascelta per dirozzare e diffondere le scienze e V arti ^ che piu cimentano la riflessione, ed impegnano la estimazione degli uomini ? Piace agV ingegni estesa celebrità ; nè piace meno di vivere per fama splendida nella memoria de" posteri, che di fiorire per sentimento onorevole nella opinione de" coetanei . Quando ella pure non fosse stata per se medesima commendabile su quante oTìdcivciTìO ITI tanta pertUThazio ne di popoli rusticamente abozzan- dosi 3 e quando ancora le fosse venula meno la digfiltà conferitale dal Sacerdozio, valeva a render^ la degna di preferenza^ nelle più nobili discipline la facoltà di rapire l nomi degli Scrittori dulie strettezze di una provìncia o di un regno f>er farli chiari iti ogni angolo deW universo . iVé finche Jìoma tenne tranquilla il jmimato nel Cristianesimo tale opinione invi^ lì . Ma non s) tosto si ruppero le Cermanie j che il primo impegno de’ Voratori, doi inique spirit o di libertà religiosa insinuò, fu di ritogliere i Libri sacri alla iiiterpre- iazione (le* j> 0 (hi addetti a* misteri, e nudi esporli ne’ jiopola ri diai etti alla moltitudine, cui semjire igno^ tu è l’oggetto di riti arcani . /71 Inghilterra intanto alle tiranniche rinnovazioni di culto successero le feroci rivalità di governo ; e la pre* mura involgere nelle contese di Stato il popolo strinse a discutere neW idioma del popolo ogni ragie- ne di Stato. E questo accadde mentre la Francia, piena di Greca e di Latina eloquenza ^ spingeva il secolo di Luigi ad emulare la gloria de'piu distinti per gentilezza di lettere ; talché ben presto per tutta Europa si sparsero volumi ogni argomento, nativamente scritti da que^ due popoli ^ arbìtri già del commercio delle nazioni. Correano allora per noi qué' giorni, che guasta la poesia, contaminato ogni genere di eloquenza ^ pareva poco agV ingegni di segnalarsi per frenesia di concetti, se non rendevali ancor piu stolti la insania delV espressioni ; cosicché trattine pochi e spezialmente de* trattatori di fisiche proprietà . era comune il delirio di travagliare a corrompere con mostruose arditezze la dignità della patria letteratura.^ Nel maggior impeto appunto di €piel farnetico fu presa Italia da quel dispetto per le civili dottrine., che presto degenerò e in colpevole dimenticanza per gli anlenaù,, che avevanle sujìcriormente illustrate., e in esecrabile indifferenza pe^ successori, che allo spuntare di miglior secolo arditamente prendevano a ristorarle . Rinacque allor vera~ mente con la purezza delle maniere il desiderio e C amore di quelle scienze ., che nostre parvero, e sono j per evidente cortforinila di carattere ; ma ricevutesi, ed apprezzatesi come straniere, incominciarono ancora come straniere /a trattarsi . Quindi la stima sLifyerstlzio- sa pe* libri d^ altre naziorii; quindi la nausea per ogni cosa ^ moderna o antica f che fosse nostra; (pùndi la smania di conformare la mente e il cuore j, come le mense e le vesti cC costumi altrui ; di qui naque alfine per quanto io stimo doversene ar fomentar e ^ che mentre in altre nazioni Vinvilimen- to della Romana crebbe decoro e vaghezza alla propria lingua, tra noi col pregio scemato a quella venne il languore, il fastìdio ^ e finalmente la corruzione, e lo strazio deir Italiana, F* ebbero sempre dé^ Grandi, che V una e V altra onorarono; perchè in Italia si può sopire ne* più, ma non estinguere in tutti il senso della verace grandezza patria ; nè volse tempo così infelice per noi, che non brillasse d* un raggio della primiera maestà. Ma le concordi querele di questi Grandi sul depravato carattere del* la nazione fanno argomento, che Fuso, arbitro delle lingue e de^ costumi de'* popoli, già insolentiva per modi barbari nelV obbiezione d'ogni nativa eloquenza, Erano certo rpieste sciae bastantemente già grapi per sè medesime, se non cfte resele ancor più. gravi, ciò eh'è di estrema de- j/rara zinne argomento, V esser si fatta per esse vana ed infrutfuosa a’ jffogressi de* nostd ingegni nelle utili faroìtà la estimazione serbata pure incorrotta a fjne* sommi uo- miìù^ che più tra r/ffi le illustrarono, J^oichò non basta che s*ahhian essi la debita celebrità, perchè la gloria de* trapassati divenga stimolo di virtù j)er ar(tendere la c- mulazione de* jiosteri. Conviene sia noto il titolo ; se ne conosca il carattere^ la rjnaiità, V estensioneche non solo aveste patria 'comune- con lui, ma suo Collega pur foste nello splendore di antica Università; lui per lungh^ anni congiunto ancora co* vincoli della più ferma ed mge- uUfa benevolenza. Quando pur fosse la sua dottrina di tenebroso oarat- ter e per ingegni ritrosi ad alte speculazioni > avrebbe potuto egli non acquistarsi la stima cZe* più volgari intelletti? Urb Uomo d?ab- bietta . e\ misera condizione j che nella infanzia stessa muove la maraviglia di un Istituto piamente inteso alla pubblica utilità ; che ammesso a tale Istituto j splendido già per carattere di sapienza;, fas- sene tosto raro e pregiato ornamento ; che il primo aringo tentato in sua giovinezza è di sforzare la patria lira a render libera i sensi della Tehana y cercando adentro e chiarendo V arcano spU rito d^un Poeta, che i>aTve, ai- dire d^illustre Critico, altro di se non volesse svelare asti uomini, che quanto loro bastava per am- mìrarln senza permettere di cono-' scerlo ; che non contento do co- irlier fiori d'agni vaghezza nella tolgar poesia, tratta anche i numeri latini e greci ; c/te in ogni nohìLe estranea lingua niostra perizia e valore eguale che nella patria ; che in età giovane ancora vedesi assunto aW incarico, dovunque arduo, m.a somiTiamente gel(f- so in oligarchia 3 di ammaestrare i figli del più distinto Patrizio della sua Patria, c del Ministro più benemerito e caro alla sua Repubblica; che dall' onore di tal privata istruzione viene di pubblica aìitorità destinatoad espor la scienza, come la più necessaria al bene delie nazioni e degli uo^ r m mìni j co5Ì la più malagepole per lo contrasto implacabile de^ costumi e delle opinioni^ in quella Città che ricorda e Galileo e Santorio ^ ammira e Luzzarini e Morgagni ^ a cui / affrettano già di succedere un Cesarotti ^ un Toaldo, nè la modestia vostra se ne quereli 5 uno Stratico ; che per interi sei lustri così la espone^ che non più solida o più benefica la propose nè V Accademia, nè il Portico ^ nè il Liceo ; che ne* riposi pur 7 nostrasi qual ne* cimenti gV ingegni meglio addestrati ^ perocché sono suoi passatempi eruditi e liberare Euclide dalle censure de* matematici j e vendicar dalla sferza dello Scaligero Giorgio di Tre- bisonda ed Ermogene, chiarire Aristide Quintiliano^ proteggere dalle aggressioni di Meìbomio Epicuro, purgar Platone dalle bruttezze appostegli da traduttori ed interpreti^ pili mloroii nella grammatica che nella greca filosofia y svolgere i sensi creduti già inestricabili di Aristotile, crearsi in fine tal credito di universale intelletto^ che a Zui il- corrano scienziati d ogni maniera ^ quale a maestro e ad oracolo ; che mentre illustra e feconda e con precetti e con opere ogni arte e scienza profana e sacra ^ medita e compie V ardito proponimento di stringer tutte le cognizioni in sistema i emulo di Bacone j di Cìiarrl- hers ^ di Diderotto; un Uomo di tal carattere per quanto veli sè stesso agli uomini ^ non è possibile che non tpeuminài una lucc'^ che ìjfmwof i cuori più stupidi a ripe- penza . E come poi lo sarebbe ^ se a tarile doti di spirito le piu soavi^ si unissero prerogative del cito-^ re? Parlo di quelle virlit morali,^ che parvero così belle al Giovine Plinio in Eufrate Filosofo ; virtù > che rendono V uomo caro agli uomini _j e cjie rendeva nello Steliini più luminose ed amahili quella natica modestia rara ^ per cui pareva lui solo non aver cuore per apprezzare se stesso . JVon p’ ha carattere ^ che non si pieghi benevolo a C 05 Ì. nobile immagine di virtù, I sommi ingegni compìaccionsi di ravvisare in lei,, come in cristallo purissimo, senza macola quella eccellenza di spirito j,' che li sublima dai vó lgo : i piccioli vi si affisano ^ come a Sole ^ Il qual riscalda ed illumina senza offendere : pur quegli stessi j che tanto un* ombra di scienza in sè stessi onorano quanto ne ahborrono ogni sostanza in altrui y timidi sempre che il merito possa decidere della fortuna y questi medesimi non ricusano di riverir e ^un Filosofo, che sempre chiuso in sè stesso non si dà briga per niuho di quegli eventi, che romo- t'Bggiano 6 pOiSsoiTio* I*^iufio stupoìc adunque ^ che lo Stelliiii ^ vissuto nella benevolenza, morisse nella venerazione degli uomini : niuno stupore 5 che ne sonassero elogj per tutta Italia^ ed uomini sapientis- simi si consagrassero per anni interi a raccogliere quanto di grande lasciò morendo senza curare che fosse per sop)ravvivergli : niuno stupore alfine^ che così viva la sua memoria nel sentimento di quanti personalmente ammirarono la sua virtù ^ che il nome vadane ancora di lìngua in lingua ^ siccome d^iio- mo sempre mai degno di pubblica ricordanza . Può questa dirsi e parere in vero assai splendida celebrità. Per dichiarirne il merito consideriamone la sostanza. Pochi v’han certo ^ che nominando Steliini non lo ricordino.} come il decoro di Padova pe^l suo mirabile magistero. Gioiti pur sono y che si compiacciono di replicarne il giudizio datone dalV Algarotti y che non vi fosse arte o scienza y ne^ cui segreti non penetrasse y talché potesse in un anno spiegare in tutte carattere di maestro y siccome appunto quel Mimo, di Lucianoy che in una danza contraffaceva tutti gli Dei. dorranno alcuni sino convincervi e persuadervi y ch^ egli ebbe forme e carattere pressoché simili a Socrate . jVoii vi sarà finalmente chi non lo esalti siccome un gran metafi- ficOy senza neppure permettervi di riflettere che vaglia il suono indistinto di un tal vocabolo . Qual è frattanto generalmente il suo credito sopra le Scienze Morali ? Dico generalmente y perche siccome da pochi mal s^ argomenta il costume y cosi mal cercasi in pochi il giudizio pubblico, Non egli è impresa di poche pagine stringere in hreoe argomento V Etica, intera dello Steliini . Pure non è difficile con lievi tratti, che ne di- stinguan lo spirito, mostrarla lale^ quale non mai s* adombrò . Fu della Veneta Signoria sapientissima istituzione tra le dottrine da esporsi a’ giovani collocar quella ^ che tutte le perfeziona indirizzandole tutte alla pubblica felicita la scienza della ragione e de costumi degli uomini. Perchè qual cosa più stolta, siccome aweite piacevolmente il dottissimo Fonte- nelle, che rilegar la filosofia nel cielo a calcolarvi oziosa i dìopì- menti degli astri, ovver condurla raminga sopra la- terra a vagheggiar quanto s* offre dalla natura alV mnana curiosità ^ senza per^ metterle che mai s* approssimi all* uomo per trarne leggi di vita cor- rispondeìiti ah carattere delle'‘ sue splendide attribuzioni F Socrate fu per r uso di coiai proi^^ida peritò detto il più 5 apio degli uomini . JJegno fu pure di tanto senno in^^ stituire a maestro di questa scienza Aristotile t Imperocché di quanti presero in Grecia a distinguersi nella dottrina messa in onore da Socrate solo Aristotile seppe acconciarla al carattere delle abitudini umane . Chi trasse V uomo a tale felicità, quale da pochi appena si può raggiungere ^ e che raggiunta niun bene arreca alla società voluta dalla natura tra gli uomini; perciocché pochi son quelli ^ che distaccandosi affatto da quelle cose^ di cui si allegrano i sensi, trag- gansi dietro ad oggetti, che solo possono attingersi con V intelletto j perdendo V animo in vane contemplazioni . Chi ne forrrpò tale immagine ^ che non potesse lusingar V uomo se non rinchiuso in sè stesso 5 talché per ogni contatto di cosa estranea s* inamarisse, can- giando Vuomo in un essere inerte e timido i che si tenesse beato qiian^ do si fosse condotto a credere d’essersi fatto insensibile ad ogni umana COSI straniera che propria necessità . Ohi tutto il volle ne sensi immerso, ammaestrandolo a non curare che quanto stimola il corpo per disputare a'bruti una felicità ^ la quale > appena toccati ^ fugge da quegli oggetti ^ che più fan mostra alV istinto di possederla . Chi finalmente non trovò meglio per V uomo, quanto distruggergli in cuore ogni regola di certezza^ ed infoscargli nelV intelletto ogni luce di veri!à ^ perchè, non più da speranza o da paura condotto, si abbandonasse senza consiglio alV impulso di quegli eventi ^ cZe’ quali, mai non osando esplorar le cause^ mai non sapesse nè temperare;, nè rompere le conseguenze ^ Sempre guardingo Aristotile dalle insidie della immaginazione e de^ sensi ^ mentre dagli altri si apriva alV uomo un cammino ^ non prati- cabile che a ritroso della ragione o del cuore ^ egli svolgendone le attribuzioni e le primarie spiandone facoltà, lo trasse dove ciascuno ^ che umano vivere non abborra, dee pur conoscere e consentire doversi affrettar chiunque abbiasi fior intelletto, Imperocché cercò egli quella felicità ^ che il meno si allontanasse dal comun senso degli uomini ; che r uomo intero > quanto e qual fosse ^ abbracciasse ; che lo rendesse geloso amico di sè medesimo, e cittadino benefico ed operoso ; che lo impegnasse in somma y non a dibattersi vanamente per farsi libero,, ma per giovarsi utilmente di quelle cose y tolte le quali è pur forza che si disciolgano i vincoli d* ogni civile e domestica società . Mostrò ^ che il senso non dweniva inimico della ragione, che quando già- la ra- gione pià rì,on curava se stessa y che ninna cosa esteriore corrompe i sensi, od* essi stessi non prenda-^ no ad alterare il carattere delle cose, disordinando le relazioni, che uniscon V uomo ad ogni eS" sere deir universo ; che tra lo spi^ rito e il cuore v^ ha di natura tale corrispondenza y che quando questo sia retto y quello non può suW ordine della vita essere mai tenebroso ; che le virtù morali sono di tale carattere y che rimanersi non possono y dovunque allignino, infruttuose ; che in conseguenza può ciascheduno egualmente cori» darsi a tale felicità che altrui si renda benefico nel provvedere a se stesso. Meritamente adunque fu tal Morale distinta per ogni 56 * colo, come la più civile che pre5en£a55e alV umanità la greca fi-’ lo sofia : meritamente da’ saQj d’o- « gni nazione fu sempre ornata in maniera di affezionarle gV ingegni j eh’ amano instituirsi prwata- mente con arti buone al possesso di una virtù non difficile a conservarsi, e procacciarle nel tempo stesso il favore de’magistrati s che aspirano a stabilire la pubblica felicità sopra leggi > che guidino con dodi freno i costumi sempre variàbili e sempre varii degli uomini, Talmentechè que’ Sapienti^ che nel risorgere delle scienze si argomentarono a svolgere la morale secon- dochè da filosofi d'altro carattere fu composta, furono pochi e rivali rimpetto a molti e concordi s ebbero fama d’ingegno più che frequenza di scuola ) soti chiari in fine per merito di erudizione, fna non in grido egualmente per magistero di umana felicità * Lad- doQe f caduta ancora la signoria che tenne ferma Aristotile su le scienze sinché le scienze furono schiave di tali, che più temevano la ragione che non i vizj degli uomini ; quando ancor pure si nau~ seava per moda ciò che per moda in prima divini zzavasi ; e il Precet- tor di Alessandro si ricordava per giuoco sino in que^ circoli ^ ne^ quali i nomi de^ grandi ingegni ^ pur pronunziati con riverenza, si disonorano ; furono e V Etica e la Politica Aristotelica sempre onorate ed accette^ siccome quelle che illustrano ed avvalorano ^ non vi-^ zìan V uomo o V insultano, e in luogo di provvedere a pochi con la disperazione dei più mostransi pronte a’ bisogni j e Ze speranzè sostengono delle nazioni . Bastava dunque ^ per essere veracemente utile e grande j che si attenesse Stellini alV ordine di Aristotìle ; hastam certo^ che Verme sue ricalcando, non 5’ impegnasse che a svolgerne i sensi astrusi ^ a* renderne più luminosi i prìncipi, a costruirne più solidi gli argo* nienti, ad ampliarne le conseguen^ ze j, ad estenderne le istruzioni ^ perchè amoreooli e facili si pre^ stassero alle occorrenze e al carattere delle variate abitudini y si prevalesse in somma della infinita sua erudizione per illustrare di nuova luce le massime del Peripa~ io 3 con la eloquenza esponendole 3 che in lui fi.oriva spontanea, ed era di tal carattere 3 che mentre con il calar delle iminagini agitava la fantasia 3 con il vigore de* sentimenti sforzava il cuore, e sì traeva despotica Vintelletto. Ma non contento di correre gloriosamente un aringo già segnalato da molti 3 volle egli aprirsi una strada 3 per cui potfssse così distinguersi 3 che 3 TìlCTltr6 pOjTCVOi iìltCìltO ^ SB^IMT altrui fi riuscisse dove chiunque hra^ masse pure di spiri, ger si ad e guai mela dovesse jmr confessare non rimanergli che seguitare lui stesso. Il primo impegno fu dunque dare alle cose morali quella certezza, sommo argomento di verità ^ ^ cui negò loro ÀristoLile ^ e che 2 ora maso d'Jquino stesso nel suo Com-^ mento aW Etica Aristotèlica non seppe loro concedere j e la qual mentre diceva Loche non esser loi o impossibile di sostenere fi si dimostrava da Vico SI bene ad esse acconciar si fi siccome a cose^ che han di natura tal regolare andamento fi qual si conviene a sostanze j, che hanno attributi e forme e relazioni i iwariahili non altrimenti che qualunqu- essere organico deW universo, Ma Vico non guardò V uomo individuo j che per librarlo operante in massa con gli altri uomini ; i suoi riguardi non si fissarono sopra gli umani caratteri costituenti Iq> spezie umana j, che per isQolge^ re e misurare e conchiudere V in-' tero corso costante e certo nella sostanza quantunque incerto nelle apparenze e volubiledelle umane generazioni. Steliini adunque ìnsU stendo su que^ principi, ch^avea già Vico proposti siccome base d^ ogni morale argomento, principi ingenu ti j che rivelati una volta non pos-> sono non rimanersi eternamente uni per tutti ^ prese a discuter Z’uo- TUO individualmente per avverare quali dalla spiegata natura sua regole uscissero e forme di umana felicità . Ei conosceva assai bene quanto contribuisse a mettere in luce e in forza ogni ragione di verità la via tenuta .nel rintracciarla per consentire filosofando alla massima di Bacone, che quella forma di ragionare, la qual d da" fird, cui s^è proposto V Autore della natura, intende scoprir U leggi particolari degli esseri, vuoisi considerare, come una vergine a Dìo votata e in feconda . Quindi ei non mosse dalla dichiarazione del foie per poi discendere alla generazione delle virtù ed’alla forma degli abiti, qualificando le azioni umane più dal soggetto parziale che le dispone, che dal principio universale che V anima rispetto al fine che le necessita • jyia, tutto inteso a discerner V uomo per il carattere delle distinte sue attribuzioni, da cui può,solo evidente’^ mente raccogliersi a qual ragione di vivere sia condotto, fecesi egli primieramente a considerare quelle facoltà umane, che dalle umane attribuzioni si avvivano, e che pur tutte, benché non tutte in un gta- do, sensibilmente negli uomini si manifestano; gli usi, ne" quali coynunemente sogliono adoperarsi da- gli uomini ; gli effetti in fine^ che al par io ed agitato lor vipere ne risultano, Conosciuto di questa guisa non solamente il carattere ^ ma la estensione ancora di ciascheduna y ed avvisato per conseguenza come tra loro son élleno di forze molto ineguali y tali però da poter si. accordare insieme per attuarsi accordate insieme ad un termine y dal contrapposto delle diverse lor indoli spiegò gli uffizj di ciascheduna y segnando i limiti a tutte da contenersi y affinchè y ognuna contribuendo (ù bisogni umani sol quanto lei sì conviene si avvalorassero insiemey non / implicassero, nè soperchiandosi smodatamente si riduce ssej'O ad essere scambievolmente disutili. risto però che uomo non solamente nascevasi dal consorzio y ma nel consorzio ancora di altri uomini y e cK era tale consorzio disposto in t zarà col crescere » in ciascun uomo guisa da rlnfor", chiarì tal essere il carattere delie parziali sue facoltà, che non sol queste si sviluppassero in comunw- ne con altri uomini, ma che da tal comunione principalmente pulso e lena prendessero a svilupparsi. Quindi ei si accinse a mostrare il segno, insino al juale dee V uso loro dagl’ individui distendersi, non altrimenti rispetto a sè che ad altrui, chiarificando comè tal uso per dirsi retto consiste nel provvedere alla vita individuale giovandosi de* soccorsi, che appresta all* uomo la comunione degli uomini : soccorsi certo maggiori di quanti altronde ne possa attendere ; ma che si perdono, anzi in rovina si volgono per qualunqu* uomo si attenti a vivere senza rispetto ad esseri, che similissimi a lui son come lui provveduti delle medesime facoltà. Così fu tratto dal fine stesso della Worale a connettere essenzialmente con essa ^ e in conseguenza a discutere la sostane za i le relazioni e il carattere di quella prima società umana ^ senza di cui nè giammai stata sarebbe fumana stirpe^, nè mai sarebbe per conseri^arsi e per essere. Parlo della famiglia y della doìnestica società parlo y la quale è tale y che^ qualunqu^ altra ragion di vwere si pongan gli uomini amplificati a popolazioni) non può non essere il fondamento e il vincolo di tutto il pivere umano* Tale carattere Steliini in lei ravvisò ; ne investigò la sostanza in modo y che ciascheduno vi contemplasse y noti contraffatta dalle opinioni degli uomini) l'opera stessa della naturay traen- dola dalla caligine y ove giacea per antica rivalità di sistemi ; C 05 Ì fi"" nalmente esposela y che si mostrasse legata in guisa con il parziale^ ben essere 3, che solaìnénf e da lei nascessero 3 e solo in forza di lei si rannodasser que vincoli 3 che stringer debbono gli uomini in quel-’ lo stato 3 in cui pur dopo le agitazioni domestiche 3 e per il bene deW individuo e per la utilità della spezie 3 son violento ti a comporsi dalla natura . Di questa forma pesando V originale carattere di questo stato 3 avverandone i fonda- menti 3 chiarificandone le naturali sue relazioni 3 sempre rispetto al principio della individuale prosperità raccolto dalle individuali facoltà umane 3 condusse VEtica sino a quél punto 3 oé ella deve arrestarsi per non turbar le ragioni della Politica 3 cui si convien dalla essenza della Città desumerne le varie forme per congegnarle in modo 3 che sempre a* voti rispondano della natura e degli uomini* E questo fu V altro assunto ^ per cui Steliini cercò distinguersi trcd maestri della maral facoltà. Imperocché gli è pero ^ che fu la scienza morale introdotta in Grecia per soi?P€nire alV indole delle cibili occorrenze ; gli è pero ancora ^ siccome ho già divisato j che il più fra quanti accinsero a segnalarsi neir arte nobilitata da Socrate fu certamente Aristotile^ che la vestisse di umana forma perchè guidasse benefica le inclinazioni de-- gli uomini. Ma svolgere cosi Vuo- tno j che le medesime facoltà sue palesassero V insufficienza propria di svilupparsi utilmente senza il commercio degli altri uomini j cosi discutere gli usi loro 3 che si apprendesse per essi come sia d*uopo accordarle utilmente insieme ; disaminarne così gli effetti eh* essi medesimi suggerissero a quali regole convenga attendersi per ben giocarsi degli uomini^ mostrare in somma nel virtuoso .operare nx>n solameàtè la^ perfezione . del fio-e preposto' àlV uomo y» d \mezzo ancora essenziale d'abilUm^fO'raggiunger e 'un colai fine ; e -in i. con ^ seguenza verificare e propor le basi d^ 'Ogni sociale rallori di n^ere ^ non solo come illazioni > a cui debba andarsi dopo la istituzione d^or- gni moral carattere per abbellirlo ^ ma quali temi così connessi con V argomento della parziale felici-- tà, che separare non se ne posso^ no senza corrompere la istituzioni delV uomo stesso ; fu questa impresa onorevole di Steliini . Opera sua. fu pure ^ che le morali proposisioTbt -SI conducessero, ikii f orma ^ che ciascheduno per accertar- nè^ la 'verità xrrxm avesse clw a rintracciarne i principi tacila coscienza^ à 6 doGunienti attenderne dalla esperiénzà di sè medesimo* Nè vuol tacersi y di' ei veramente per non viziarne V essenza la tenne ferma a quel fine y che le prescrisse Aristotile y e che Tommaso (TA^ quino stesso interpretando Aristotile le assegnò y di procurare alVuo- rao tale felicità y quale può solo nel corso di questa vita raggiun-- gersi. Non però volle siccome il greco Filosofo ridurla a tale da trasandare negli uomini y se non forsbanco distruggere y ogni speranza di perfezione avvenire y dal che può sorger neWuom.Oy temporalmente anche preso y un turbamento inimico della terrena stessa felicità. Ma senza mescervi estranee cose y COSI gli attributi umani considerò y che mentre il retto esercizio loro mostrasse a tutti la via del temporale ben essere y mettesse pure vigore ed animo a quelli j che s^ indirizzano a miglior fine con vie. migliori speranze. Quindi quelle qui- xlij stìoni, che in altre opere di mo- vale, o si dibattono con uno zeta inimico della morale e degli uomini, oppur vi sono siccome a pompa dHngegno senza un legame che le congiunga alla umana Je- licitày nella Morale dello Stellmi discendono dal carattere della morale medesima i mostrano vivo l impegno di provvedere a tutta la^ spezie umana, pesano solo alV em- pio 5 nè intimidiscono che lo stolto. Si aggiunga a ciò la maniera ^ ond^ egli prese ad esporla, Imperocché attenendosi nelV ordinare la tela de' suoi pensieri severamente al carattere dii /éristotile ^ che preferiva al pomposo pensare il solido ^ € procedeva negli argomenti per vie spedite a convincere V intelletto ^ volle nel presentarli imitar Platone, il quale offrì colorito ai sensi ^anto potevasi astrattamente dall animo concepire p non risparmiando grazia e vigore immagini ^ nè vezzo o numero di parole per impegnare a convincere la ragione la stessa iimnaginazione degli uomini, iVè lo Steliini era tale di fantasia j, che irresoluta e timida gli si prestasse aW incarico . Imperocché^ oltre alV essere vivace ardita e feconda per sé medesima ren- densi ognora più vigorosa e pronta con la consuetudine de’ poeti ^ de’ quali usava non solamente a ristoro delV intelletto, ma per avverare in 65^1 principalmente il carattere delle opinioni e degli usi predominanti de’ secoli ^ siccome in quelli f che le impressioni più vivamente ne soffrono s più se ne irritano 5 e quindi con più calore ne avvertono, e con più senso re’ esprimono V andamento, Da ciò pur venne eh’ ei così scrisse latinamente j, che mal direttesi a qual latino esemplare si conformasse j perche da tutti cogliendo il fiore cosi trattò questa lingua^ quasi^ pur fosse nativa in lui e fattasi in lui domestica o ne^ Comizj agitando il popolo j o colloquiando aneli ei di filosofia negli ozj del Tusculano. Se dunque fosse tal Etica venuta a luce quando V Italia pregiava Cantica lìngua come reiag- gio non tenue di antica gloria ^ ne aveva appreso agli estranei a sprezzare i suoi col farsi bella di non conoscerli o non curarli essa stessa ^ avrebbe certo incontrata tale celebrità ^ che nè splendore di commentari f nè copia di traduzioni j nè tipografici adornamenti niun le sarebbe restato in somma a desiderare di quegli onori ^ onde si videro illustri né* tempi andati o- pere nostre dibassai minore importanza. Ma lo Stellini fiorì nel tempo f che intiepidito generalmente il fervore di segnalarsi nelV idioìna, lutino ^ leggi nè forti à reg^ gere piìi i costuìni y nè sagge al~ meno di concordarli con gV inte^^ ressi degli uomini y perseuerai^ano CI riguardare come sacrilega qua~ lunque lingua y che avesse arditó d^ esporre giovani con altre for~ mole y che latine y le facoltà necessarie a svolgere V ingegno umano. La scienza astrusa per sè medesima j il nuovo aspetto da riguardarla y V impegno di presentarla in relazione immediata co’ fondamenti sempre agitati deWuman vivere y la rigidezza delV ordine per sostenerla in tale argomento y V erudizione recondita nel dichiararla y una latinità finalmente y cpianto nervosa e florida y tanto più scabra ed ardua y erano in vero cagione y che lo Stellini sì udisse dalla sua cattedra con maggiore curiosità y che frutto y e accagionato pur fosse di oscurità y come attestane il li SUO- discepolo e splendidissimo lo- dator suo Carondli, prima per debolezza dagli uditori 3 quindi^ per interesse dal volgo de"" letterati > alfine poi per invidia dagli scienziati medesimi. Nè miglior sorte potea succederle^ quando per onera altrui tal Etica si pubblicò : perocché gli usi f già guasti, non promettevano ancora miglior fortuna. Da questo avviene, che ancor fiorendo la fama di tanto ingegno scodano molti 3 chiari eziandìo per lettere j nel noverar gli argomenti e i titoli di gloria patria dolersi ninno aver noi che ne agguagli nélla dottrina della morale agli estranei ; i quali in vero non so in quaV arte voglian maggiore V Italia ^ se quelle a lei non concedono^ che per giudizio degli stranieri medesimi sue sempre furono ^ e che per tanti scrittori di chiaro merito ^ mancandole pur tal Etica j le xlvij si appartengono . E come infatti potrebbe altrimenti credersi ^ quando lo Storico nostro della filosofia^ yiel punto stesso di accingersi a conservare aW Italia la primazia nelle morali dottrine ^ trascelti alcuni ^ che benché sommi non erano i più opportuni al bisogno, nomina appena Stellinì in truppa con altri nomi y non egualmente onorevoli a ricordarsi ? Quindi non è maraviglia, se nella Istoria sua de^ sistemi il Signore Degerandò non colloca tra gV istorici della jilosojia lo Steliini ^ che tale istoria della morale adornò, quale non altra d^altra dottrina può superiore aspettarsi, dimenticandolo affatto con Genovesi e con Fico ^ i quali se fra gV inorici della filosofia non han luogo ^ non saprei quale più degno ne resti a lei secondo i grandi caratteri di Bacone, Ma chi disprezza sè stesso xlvilj mn,^-diritto alla stima altrui; '^''hu.ésta per qualche tempo fu nostra calamità* Per altro come stupirsi^ che V opere di Stellini venute a luce, lui morto, sì poco grido muovessero tra gli stranieri ^ e tra' suoi j, se quella pure che vivo lui si 2>rodusse j anzi eh' egli medesimo nel fiore espose dell'età sua^ quasi ad esperimento del suo valore^ nel magistero che apparecchiavasi ad intraprendere tale fortuna incontrò 3 che fu quasi generalmente dimsniicata. Io non ignoro eh' essa formo la delizia di Peccaria; che pAlgarotti la predicava eguale aZ- la Dis’^crtrCzione del metodo di Cartesio c il ^o&tì'Q illustre FrateU i 'sómmo per, eloquenza non meno che per-d'ól’vfirialà "Estimò de- gnq> di meritar le sue cure per esser fatta 3 di .lìngua arkcorag italiana.r- E cosu^')Ure fosse piaciuto alla sua modestia di non inandare perduta almeno quest* opera con Valtre molte) non tali certo da togliersi al desiderio della posterità) coinè tal Saggio or avrebbe si in nostra lìngua quale potea recarcelo chi seppe usarla con tanta pompa ad onore de* trapassati^ Ma tal proposito stesso ) penato in lui non certamente d'altronde che dalVardore di propagare la fama di tanto senno ) basta sol esso a convincerne ) che fu tal* opera) quale per altr* indlzj noto è che fosse ) non solo ignota alla moltitudine pur disadatta ad intenderla ) ma neppur messa coni* era debito in pregio da que* medesimi che più doveano onorarla. Varie cagioni concorsero a coiai esito ma somma fu V esser ella di tenebroso carattere sopra ogni altra ) che lo Steliini imprendesse a scripere nella medesima lingua ♦ La rese tale primieramente la sua .maniera di esprìmersi . Il preseritare con i colorii de^ sensi allOi magmatica i concetti deW intelletto y perchè discendano piu dolci e facili al cuore, è ardua impresa per ogni lingua y w.a spezialmente per quella, che mancò alVuso degli uomini primachè loro^ si ofirisserò e nuovi oggetti a discutersi, e nuove immagini a disegnarsi . Grandi maestri seppero certo adattarla a ciò; ma non è agevole a tutti di poi discernere speditamenn te sotto il velame di antiche forme pensieri e cose di fresca origine, principalmente ove sieno di non volgare carattere, La quale difficoltà vieppiù sHncontra in taV Opera, perchè Stellini, impegnato a stringere in poche pagine ciocch e- ra pure argomento di piu volumi, così raccolse i concetti, che si potessero per così dire agguagliare al numero delle parole ; e di tal guisa intrecciandoli, che gravi e Ij CLTinonici sostenessero la maestà del-^ V oratorio andamento. Uarduità del subbicito inoltre crebbe durezza d^ intelligenza allo stile. Imperoc^ chè non intese ad altro ^ che a di-^ mostrarci spiegata dinanzi agli occhi la vera istoria del cuore e dello spirito umano, dalV età prima alla nostra^ storia che in quel volume sol potea leggersi i in cui sì bene Vico avverò i principi delle civili catcì- ' strofi y nella natura cioè delVuomo in relazione con Verdine delVuniverso . Talmentechè rinchiudendo ^ siccome in germe ^ in, tal Saggio quanV ha e può avere corrispondenza con il morale ben essere ^ non solamente insegnò come tracciare e svolgere e le opinioni e i costumi de^ tempi andati ^ ma come ancora distinguere e governare il carattere delle correnti abitudini ^ e prepararle a que^ cangiamenti ^ quali senza consiglio andrehbono^ con il lij disegno di renderli, se non propizjj non tanto molesti almeno alla pace delle nazioni. Così rwelando alV uomo V origine e il fondamento d’ ogni moralità mostrò a’ rettori degli uomini le sorgenti della pe- ì'ace utilità pubblica^ e dimostrando filologi quale filosofia si conpe- nlsse aW istoria diede il modello a filosofi come condur la storia d o- gnifilosofià. Tale è il carattere di questo Saggio j e tale essendo gli e forza inarapigliarsi non meritasse altr^ onore dal chiaro Degerandò ^ cN essere con altr^ opere nudamente rammemorato ^ alcune pur delle quali poco alV Italia dorrebbe in pero che andassero dimenticate. E a rendere le dwisate due qua- lità pieppià disposte a pelare il nervo de’ sentimenti altra ragione aggiunse. Era Steliini di massima^ come dichiarasi nel Proemio che non si debbono tutte ^ o che tdmen sempre non dehbonsij in pie^ na luce mostrare agli uomini le verità . Quindi si dee ripetere V a~ bitudìne di presentar molte idee con forme poco sensibili; di preferir le * maniere non usuali agli autori stes^ si delV aurea latinità ^ traendole ancor talvolta da^ primi suoi for^- matori ; di usare in fine vocaboli, frequentemente di equìvoco, e talor pure di opposto significato* E avea ben egli onde credere, che procedendo altrimenti, con le piu rette intenzioni ancora, correa pericolo di molto nuocere a se poco giovando ad altrui . Poich^ egli volle discuter V uomo secondo che la ragione, senz^ altra luce che quella del naturale intelletto, potea discernerlo; che anzi, com^egli stesso esprimesi, prese le cose morali a svolgere, come Neutono le fisiche ; poste cioè alcune leggi, per esperienza note, dedurne le conse- liv guenze^ senza nè inpesf igare j nè la ragione determinare delle medesime leggìi S'egli è f e fu sempre, come pur sempre sarà bisogno di tutt i popoli i che pipan gli uomini oì lestamente ^ se il conf ori are a condui si ad onesto vipere è il fine ingenuo della morale' dee certo dirsi onorata impresa trarne le regole da relazioni ^ che tutti sentono esistere in sè medesimi e a tutti possono dimostrarsi purché abbian senso di esistere y piuLtostochè da princi- pj ^ Tie’ quali sgraziatamente tutti non possono o PogHono consentire j e che infoscaii una volta nelV intelletto o per imbecillità di mente o per nequizia di cuore debbono ancor offuscare in esso il carattere della morale, ove non voglia permettersi di formarlo da cosiffatti principi indìpisam.ente. Nè punto può nuocer questo alla stessa veracità de^ principi • P^^^oechè, sendo primaria attribuzione del pero che sia mai sempre concorde a sè ^ gua~ lunque parte dipisamenfe se ne di* mostri non può stenuar la forza o la chiarezza delV.altre ^ ma col riuscir necessariamente ciascuna allo stesso termine si presteranno a pi- cenda chiarezza, e forza, altronde il bene sensibile^ che frutta al genere umano V onesta vita degli Uomini ) e le miserie ^ di cui lo aggrava sensibilmente 02;ni vipere hru- tale o stolto ^ sono argomenti opportuni alV uopo delle nazioni per tener gli uomini concordi e docili nelle regole di una morale solidamente benefica . A questo mirò Platone né suoi Colloquj sulla repubblica j ne^ quali Socrate non già disegna la forma d* un^ ideale città f per farsi giuoco degli uomini siccome credesi volgarmente ^ ma insegna agli uomini V importanza della giustizia per il ben essere d^o^ni città, mostrando^ d quali fortune onorata meni e gV in-^ dioidui e i governi, vilipesa . E la innocenza^ di questo metodo fu rispettata m maniera per lunga età, che Aristotile, il qual restrinse più già d ogd altro filosofo la morale a regger Vuomo nel corso di questa vita non olire certo all’acquisto della civile felicità, ebbe il primato fra quanti antichi s" ebbero in essa a maestri, e per consenso d interpreti e per numero di settarj, nella eminenza medesima del Cristianesimo. Prese a combattersi con asprezza, dappoiché l urto di alcune massime mise m impegno chi le guardava per argomento di regno di opporsi all impeto via via crescente col dimostrare fatale agli uomini qualunque genere d^ istruzione che non mirasse a consolidare quella unità di credenza sopra gli affari del cielo y che già costala tanti delit^ tij, e tanto sangue e vergogna all* iiTìianità . JE tal politica inferocì, fonando Bayle spiegò V audacia di credere potersi giusta repubblica stabilire senza nozione di Dio, La quale temerità ^ quantunque avesse Plutarco già molto prima inségna^ to doversi così ricevere come il de~ lino di un sognatore ^ che si van^ tasse posseder Varie di costruire e consolidare una città fra le nuvole ^ e in conseguenza comhattere non con altt* arma che qual s* impiega a correggere una follia manifesta ^ pure non fece che raddoppiar le ferocie centra ogni sforzo della ragione, irritò dunque lo zelo in quella classe di uomini y che si potrebbero ben propriamente chiamare y com^ altra razza molesta d’ uomini da Cicerone si nominò uccellatori di sìllabe y i quali cosi notavan gli accenti de* ragionanti ^Iviij come que" delatori di Tacito i volti de\ virtuosi^ per accusare colpevoli di vilipesa deità chi più cercava Onorarla con la ragione ^ siccome quelli a rovina degV innocenti pone- van fieri V accusa di violata maC’- sta. Da questo io credo avvenisse che la sentenza da Grazio già senza scandalo intesa, esservi tale intrinseca moralità nelle azioni da strina- s;er gli uomini ancora neganti Iddio, fu con tanf ira ascoltata da Fuffendorfio . erano in vero con i costumi alquanto pur le opinioni appiacevolite, quando Steliini illustrava V Dùca ; non però a segno O^TÌTB ^ %Th ItCL—^ Ha, sicurtà piena di ragionare . jV’ è chiara prova egli stesso, Imperocché nè gli valse la circospetta maniera di presentare un tal Saggio ; nè gli giovò presentarlo al Pubblico dopo di averne deliberato con uomini di timorosa pietà; nè fu schermo in fine un curai ter e di religione austerissima. Villane e perfide accuse di SpinonUmo e Obbesismo V ojfeser vwo, nè rispar- miaronlo morto. Che se non giunsero ad intristirlo fu che il suo vivere sì poco ambiva il romor del mondo, che non turbava le pratiche dei zelatori del cielo ^ ed ebbe sempre cuor saldo come la sua virtù* Fu però stretto ad usare di apologie con amici postisi a lite per lui. Così quesf Opera ^ tale da spingere oltre ogni credere alla civil perfezione governi e popoli e per la propjria sua luce ^ e per maggiore ^ che avrebbe dovuto accenderne y fu pe^ suoi pregi medesimi e di argomento e di lingua,^ generalmente dimenticata. Quanto sia poco il favore, che aspettar possa dà* dotti conoscitori delle due lingue il mìo volgarizzamento ^ da niuno certo minore accoglienza attende y Amico Venera* tissimo, che da Foi. Perciocché guanto sia grande la bontà vostra in accogliere le cose mie per la benevolenza di cui solete onorarmi^ pur è mestieri ^ che avendo viva nelV animo la maniera onde fu reso italiano questo latino esemplare dal vostro illustre Fratello j, Voi vi dogliate di tanta disparità ^ quanta è forza che tra noi due s^ in^ terponga. Io certamente nulla intermisi f pìerchò perdendosi nella mia copia le grazie ^ che rendon vago V originale ) serbasse almeno non alterato lo spirito de^ concetti. Quindi curaV ho sempre di non ampliarne o restringerne V espressioni 3 fuori di casi rarissimi j in cui la giunta di qualche voce esi- gevasi dalla chiarezza, senza la quale è di peso la fedeltà . E ciò con tal diligenza ^ che avendo io preso a recare in versi s quando noTè ]xj fossB ancof fatto^ od a me dato non fosse di prevalermene ^ qua nto Stellini de* Greci o Latini Poeti adduce, ho jìreferito esprimerlo co- m"* ei presentalo, ove altrimenti pa* resse nuocere alVargomento. Perciò, studiandomi a volgere altre sentenze in modo più consenziente agli originali che alle versioni recatene, volli seguirlo nel presentare unita la diceria di Prometeo, la quale in Lschilo viene interrotta dal Coro, sostituendo pwrciò una poco /e* dele e languida traduzione alV ottima di Giacomelli, ed alla egualmente chiara di Cesarotti. Mi venne poi tal proposito dall* impegno, che da qualch*anno mi stringe, di provvedere alla istruzione civile di florida gioventù . Imperocché avvisando quanto da meno fossero al carico le mie forze, mi sono sempre studiato di soddisfarvi con ajutarla di que* Maestri, cui seguitando an- Isij drehhe sicuramente a bene^ simile a chi colendo, ma non avendo onde spegnere V altrui sete, si affretta almeno a mostrare sof'genti pure e ahbondevoli per ogni brama Primo a trascegliersi non poteva sicura^ mente non essere da ine Stellini^ e perchè sommo in tal genere d^ istituzioni j e perchè nostro di patria potendo i nostri destare in noi maggior fiamma di emulazione ^ per esser massimi nella dottrina affidatami a senno ancora degli esteri^ e per offrirci uni^ immagine della primiera virtù . Se dunque lai fu Vimpegno che a ciò mi trasse^ V oi non dovete maravigliarvi j se in questo ragionamento io presi a discorrer cose j che mi sarebbe stato assai meglio da Voi conoscere come 50720 j che palesarvi quali io presumo doversi congetturare che sieno . E necessario ^ mostrando un fine alla gioventù^ metterle innan- 1 » * « XJ]j zi le cause ^ le quali o spensero o indebolirono i mezzi da conse-^ guirlo ; nè tali cause possono meglio indicarsi quanto swlgendo il carattere delle incende, che precedettero o accompagnarono il cambiamento delle opinioni . Di questa forma o si pongono veramente, lo che non penso aver fatto ^ o 5 ? cimentano migliori ingegni a proporle f come io pretesi di fare . Mao Vuno o V altro che facciasi ne siegue sempre tal frutto a giovani j che non più dubbio rimane il fine ove intendere. Vorrete dunque permettermi j che mentre in segno della mia stima altissima io P’ offro cosa ) che appartenendo ad Uomo per tanti titoli caro a voi non può non essere a voi carissima ^ mi valga pur della stessa autorità vostra per infiammare la gio^ pentii ad apprezzarla . Io certamente non dubito ^ op ella sia me- Ixiv ditata 3 che basti sola ad amrnae* sfrarla a che ne meni il disprezzo de* nostri patrii idiomi: Vuno de* quali} come nativo ancora ^ può darci proprio carattere ; V altro ^ siccome frutto della romana gran-^ dezza ^ può dare a tale carattere parte d*antica maestà. Ma soprattutto le mostrerà^ che la stima pressi ata a massimi ingegni per cono^ scenza di merito, quanto è di loro, più degna, tanto più frutta alla patria di utilità. SI avranno allora come que* Genj benefici che, venerandosi pel carattere delle azioni, a belle azioni infiammavano, diversi affitto da quelli che si godevano una diylnifà usurpata nella opinion-e del volgo senza neppure ì mpegnare i sensi con qualche dolce prestigio a patrocinarla . SAGGIO SOPRA t* ORIGINE ED lE PROGRESSO DE’ COSTUMI. £ DELLE OPINIONI A’ MEDESIMI PERTINENTI. Quantunque le istituzioni e le ordinanze de’ popoli sovente aliene dalla onestà 5 e le discordi fra loro opinioni e massime de’ filosofi estenuare la forza di quelle leggi non possano, cui la natura ammaestrane dover sol reggere in vita ed in società umana generazione; pure un cotal miscuglio di costumanze e di regole in tante tenebre avviluppò la ragione, di tanto sozze lordure il vivere contaminò, che malamente potrebbesi restituir la nativa sua luce a quella, ravvivar questo alla pristina semplicità. Laonde perchè non troppo ^lle sentenze degli uomini e agli usi delle nazioni concedasi da coloro, a’ quali, per istimare e magnificare alcuna cosa per retta, basta il vederla in riverenza e in pratica fra gli antichi, o sostenuta ancora dai credito di Scrittore fattosi commendevole per opinion di sapienza ; e perchè pure gli scioperati semplici non sieno illusi da quelli, che quali disperatissimi cittadini possono solo nello scompiglio e nel guasto della repubblica la potestà procacciarsi d’impunemente osar tutto; venni in proposito di nuovamente ritrai* la cosa dal primo suo nascirnent®, ed i suoi gradi e quasi procedimenti ordinatamente raccogliere. Imperocché, ristrettane in brevi linee la immagine, agevolmente ciasCLino comprenderà, da quali fonti sgorgassero ed opinioni e costumi di tante forme ; come, al frequente scoppiare di nuove usanze 5 le antiche o dissipate ne andassero, o sì ne fossero modificate, che fune all’altre annestandosi, benché dissimili di qualità, pure insieme prosperamente fiorissero ; donde avvenisse in fine, che trascorrendo tali costumi ampie terre, non solamente allignassero tra fiorentissime genti, ma v’impetrassero ancor l’onore de’ simulacri e de’ templi, sino a parere non trapelativi furtivamente, ma di consiglio invitativi, nella città ricevuti con l’approvazion degl’iddìi e degli uomini, e felicissimamente co’ sacri riti medesimi incorporati. Perchè ciò possa più chiaramente conoscersi, dee primamente avver tirsi con quale ordine secondo il vario spiegarsi delle facoltà umane 5 datasi loro gradatam.ente occasione, si sviluppasser gli aifet- ti, ed opinioni conformi a" distrigatisi affetti sopranna scessero ; di poi con quale tenore e modo, ampliatasi appoco appoco la vigoria dell’ingegno, si usasse esporre ed insinuare tali opinioni agli altri; e da qua’ capi diversamente si deducessero, secondochè ciaschedun potè con la osservazione assidua esplorar le leggi, che tutta reggono la natura, o indovinarle o fìngerle ardi secondo quella dot-* trina, che più gli fosse autorevole e familiare . Imperocché o le necessità della vita, o un animo insofferente di posa, o l’alterazione di quello stato, ove a ciascuno è aggradevole di rimanersi, quelle facoltà spingon fuori, che sieno a rompere più disposte, e più ne 5 apprestino insieme di utilità. Le sviluppate facoltà poi spiegano e svolgono cupidità a sè adatte e corrispondenti . Poiché ciascuno ordinariamente tanto desidera ed. osa, quanto per vizio ingenito delPuman cuore stimasi valido a prendere e a conseguire. Appena poi che prorompono gli appe- ^-iti 5 checché pur loro s’acconcia pongono in conto di beni, e tutto debito estimansi di pien diritto. Avvegnaché ciascuno perversamen- te reputi, essergli stato dalla natura ed assegnato e concesso quanto gli sia pur data dalla natura medesima facoltà di acquistare. IVTa perciocché quelle cose, alle quali può dietro spingersi un appetito ardente di tutte brame 5 né senza contraddizione altrui procacciare 5 né conservar procacciate senza fatica si possono, quindi a. pensarsi occorsero alcune regole le quali o corroborassero, ed a buon fine gli stimoli dell’appetito indri..assero, o con prudente avviso in certi e giusti confini i contenessero. Conciossiachè le regole allora principalmente convengono, quando le cose non d^ un tenore procedono, ma soglion essere disturbate dalle altrui brame sopravvegnenti, o veramente impedite dalle discordi fra loro^ inclinazioni degli uomini . Cotali le— gole poi, siccome furono varie per la natura de’ tempi e la qualità delle spiegate affezioni, cosi vesti- ronsi ad ora ad ora di varie forme e da più fonti s’ attinsero, secondo la cognizione molti pi ice delle cose, per cui l’energia dell’ animo e dell’ingegno più largamente si dilatava. Perchè però IMntel- letto massimamente di ciò si piace, che sia talmente continuato e disposto, che benché unito di molte cose e tra sè dissimili, pure si possa in una stessa ragione e forma come una sola comprendere ; quindi 5 qualunque ohbietto gli sia proposto ad investigarsi jed a svolgersi 5 lo paragona con quello, eh’ ei penetrò più adentro e con più cura studiò, esplorane le somiglianze, e l’uno adatta con Tai- tro e lega. Ora la conoscenza nostra, nata di quelle cose, che ognuno sente in sè stesso occorrere o da’ suoi simili avvisa farsi, a quelle prima inoltrò ^ che il più negli altri animali avvengonsi, e per le mosse e qualità varie, per cui lo stato di quelle mutasi tratto tratto, più vivamente coramuo- von gli occhi e gli spiriti ad osservarle ; cresciuta poi di vigore tutta spiò la natura; allora dalla materia appoco appoco staccandosi, svolte le convenienze delle grandezze e de’ numeri ed applicatele alF armonia moti ur-» tanti le orecchie e aggirantisi in»* nanzì agli occhi, scioltasi affatto da® sensi spiccossi a ciò finalmente, che veramente è, e che di natura sua ogni composto ahhor- l’e 5 e in esso lui s’arrestò. Con progressione eguale gradatamente si trassero le iustruzioni per governar la vita da’ fatti stessi degli nomini, dalle leggi della na^ tura spiegate negli animali e negli esseri inanimati j dair astronomia musica aritmetica geometria metafisica j Sendone a guida i sensi la fantasia T intelletto, e loro procuratrici le immagini delle cose 0 vere o fantasticate. Da tal descrizione che intraprendiamo, benché a misura dell^ argomento lievemente adombrata, rilucerà lo svolgersi delle facoltà umane ; la nascita ed i progressi delle opinioni e degli appetiti. / che il più convengano con alcuna facoltà svoltasi divisamente dall’ altre ; la causa in fine perchè i costumi, 1 quali dalle opinioni e dagli appetiti si propagarono, gli uni degli altri sìeno più antichi e durevoli. Imperocché siccome spiegasi e vige il senso mentrechè anneghittisce quasi assonnata in carcere la ragione, e sono i sensi più pronti ed alacri a muoversi che r intelletto ; così più ratto si schiudono, e più altamente s’imprimono que’costumi, che più dal corpo s’informano che dall’ animo . Ma la ragione o non può fiorire nel tempo dato dalla natura, quasi germoglio in terreno ingombro d’erbe selvagge e maligne, o perchè suole corrompersi, quasi inzuppata di quell’ umore cadutole esteriormente vicino di cui si pascono i sensi ; o benché invigorisca, e splenda libera e pura d’ogn’infezione corporea, pure è mestieri che ad arte appannisi e velisi affinchè agli occhi del vulgo non sia di noja, nè rigettata dal corso delle ordinarie abitudini . Conciossiachè qualunqu’ uomo, valendo assai di ragione, voglia che tutto a norma della ragione adempiasi, nè si conceda punto a’ costumi signoreggianti, se costui rechisi di società in solitudine, e distaccatosi dagli affari s’addica tutto agli studj della sapienza, abbandonato dagli altri uomini sarà sapiente soltanto a sè ; ove operoso mischiisi tra la turba, ributterà per odiosa ritrosia tutti gli altri; se di favore prevalga e d’autorità, susciterà tempeste importune. Laonde per pravità dicata nella natura avvenne, che la ragione potesse apporre a’costumi faccia e color di onestà, non però loro infondere dell’ onestà la sostanza e quasi il sangue incorrotto ; e che allor pure che la virtù pregiavasi 5 e aveva agli uomini intelligenti spiegata tutta la sua potenza ed il suo splendore, fossero annoverati fra gli ottimi quelli, che larve ostentassero di virtù, più lontani da’ vizj popolareschi, che di verace e reai virtù possessori. Nè quegli eroi, dice Tullio *, Marco Catone, e Cajo Lelio, i quali si reputarono e nomi naron sapienti, sapienti furonoj neppur que^ sette; ma di sapienti, pel frequentar de’ mezzani ufRzj, certa sembianza ed immagine sostenevano . * Cicerone degli offi&j l^’ 3- cap, 4’ Con quale ordine si sviluppassero Le facoltà degli uomini ^ ed appetiti ne uscissero loro connaturali. I." u io che osserviamo accadere singolarmente agii uomini nel breve tratto di vita a ciascheduno segnato dalla natura, deesi pur dire avvenisse in più largo giro di età alle nazioni medesime. Avvegnaché, per valermi delle parole di Tullio 5 come ha ciascuno in principio tale confusa ed incerta costituzione, che mira solo a curar sé stesso, ma non intende nè ciocch'e’ siasi, nè ciocch’ e’possa, nè finalmente che la sua stessa natura sia ; quindi avanzatosi al- ^ Cicerone de’ Fini Uh, 5. cap. g. guanto, e fattosi ad avvertire sino a qual segno ciascuna cosa lo scuota e attengagli, comincia allora insensibilmente a spandersi, ed a conoscere sè medesimo, ed a comprendere donde in lui muova quel vivo ardore di posseder quanto sente alla natura acconciargli- si : cosi pur anco 1 Muterò vulgo, di cui dapprima formaronsi le nazioni 5 soleva reggere e governar tutto il vivere con quella prima oscura ed incerta raccomandazione 5 che ne vien fatta dalla natura di noi medesimi, e con quel primo animale istinto, il quale anela soltanto a procacciarne salvezza ed integrità ; coll’ inoltrar poi de’ tempi appoco appoco, o tardamente più tosto, prese a discernere quale pur fosse il vigore della natura e delle parti individuali, ed a sentire che fosse alfine una mente partecipe della ragione, ed a spronarsi all’acquisto di quegli oggetti^ cui ciascheduno è pur nato. INel quale discorrimento molte incontrandosi quasi pause e molte sinuosità, sogliono gli uomini da varie dimore essere 5 chi qua ohi là, trattenuti, e da varj declinamenti, qual più qual meno, isviati. Imperocché, siccome avverte Plotino *, usando noi prima i sensi che V intelletto, e necessariamente applicando Tanirno a quanto vellica il senso, per questo alcuni si restano a sensuali argomenti, e reputando* le prime ed ultime ad agognarsi ripongono ogni sapienza nelP abbondar parziale di quelle cose, che al corpo destan piacevoli sensazioni ; non altrimenti costituiti, che quali i più corpulenti uccelli, che soperchiati dal grave ca- * Plotino Ennead, 5 . h 9 . rico di terra tolto non posson alto elevarsi, benché di penne guer- niti dalla natura. Ma certi, cui dal piacere spinge all’ onesto ed al bello un più gagliardo vigor di spirito, levansi alquanto in vero da queste cose inferiori, ma non potendo affisarsi in alto per non aver dove affiggersi, col nome stesso della virtù ricadono ad occuparsi ed a pascersi di quegli oggetti, da cui sforzavansi in prima di sublimarsi. La terza, maniera in fine è di uomini, che provveduti di più robusto ed acuto ingegno, possono sostenere la viva luce del cielo, e sollevatisi di gran tratto sopra le nebbie delle ter- fene caducità, quai cittadini restituiti da lunghi pellegrinaggi alla patria, godonsi la regione ov’ abita la verità, e eh’è la sede nativa degl’intelletti . Tra cosiffatti gradi, ne’ quali o l’animo interamente al corpo, o il corpo all’ animo serve, o l’uno e 1 ^ 1 " tro con bell’ accordo fra sè le veci del comandare e del servire com- partonsì, altri assai gradi frap- pongoiisi, i quali 5 secondochè sie- no schiuse le facoltà del corpo e dell’animo, e tutte pronte le cose attevoli a metterle in esercizio, tra loro in varie maniere insieme e pressoché inestricabili s’inviluppano . E in quella età, in cui la energia dell’animo quasi era stupida per torpore, nè presenta va n- si a’ sensi che pochi obbietti, da cui riscosse le incarcerate e sepolte voglie si alimentassero, ogni appetito shramavasi con parco e rigido vitto e con que’ piace-ri, cui la natura stessa, non irritata oltre il debito da niun’ estranea libidine, dimandava, per ampliar di forze ed accorrere alla perpetuità dell’ umaiia generazione. Rozzi palati di rozzi cibi appa- gavansi ; nè prevenivano la natura per obbedire a piaceri ingordi, nè l’aggravavano di soverchio per satollar piaceri insaziabili. Lie produzioni spontanee si reputavano sufficientissime ad ogni necessità della vita j perche non era ordinata ancora nè manifesta la maestria dell’ agricoltura e dell' altre arti, le cjuali, meii- trechè aumentano la varietà ed insegnano le utilità delle cose soggette a’ sensi, e in certo modo si fan la stessa natura schiava sforzandola a conformarsi obbediente a’ bisogni umani ^ aizzano intanto e irritano gli appetiti, e avvivano la lussuria 5 eh’è vivo sprone a sè stessa e coll’ ingegno francheggia i vizj, siccome fu con la favola di Prometeo e Pandora egregiamente significato. Iniperoc- 2i eh’è Prometeo la immagine di coloro, i quali con l’invenzione dell’arti sembrano avere ottimamente giovato l’umanità. Pandora poi simboleggia P arti medesime e gli appetiti, cui Parti quasi con porger loro esca moltiplice e varia accesero, e soprapposer tiranni alP umana stirpe 5 insinallo- ra ignorante affatto di tutte malvagità, Poiché in tal guisa Prometeo confitto al Caucaso gloriosamente millantasi appresso Eschi- lo : * Io trassi il fuoco dalle sfere, io 1 diedi Di tutt’ arti maestro all’ uomo in dono. Sasso stupido egli era ; io gl’ ispirai Vita, e gl’ infusi intelligenza. Invano Erravan gli occhi per le cose; invano EscMlo Prometeo legato. I>ì (juesta mia versione de’ tratti d'Eschilo ristretti e recati in prosa latina dallo Steliini, veggasi la mia Lettera proemiale al chiarissimo StraticQ., A’ suoni lor s’apHan le orecchie : muta Era natura, perchè sorda e cieca Degli uomini la mente, e quale ì sogni Confusamente immagini mescea D’ogni sembianza; e lunga età tal sogno Fu la vita mortale. Alzar di pietre Non sapeasi una casa ; era all’ uom casa Grotta incognita al sole, e avea l’Istinto Della vita il governo. I nascimenti De’pianeti e i tramonti io gli mostrai; L’ arte scoprii de’ numeri, dell’ arti Luminosa rema, ed II vocale Delle lettere accordo, e la memoria Operatrice d’ogni cosa. Io primo Strinsi al giogo le fiere, e le addestrai A sottentrar ne’ gravi incarchi all’ uomo. Io primo al cocchio sottoposi, e dolce Resi il freno a’ cavalli, orgoglio e pompa Dello splendido lusso. Altri non seppe Spronar, che me, de’ marina] gli alati Veicoli a lottar con l’onde e i venti. Chi ’l rame e ’l ferro, e chi l'argento e l’oro, Della vita conforti, estrar dal seno Della terra s’ardì, pria eh' i’ le cieche Viscere ne cercassi ? Io sono, io padre D’ogui arte all’ uom, che il viver suo fa belìo. ao Esiodo ^ poi, per espor vive agli occhi le conseguenze di cosiffatte invenzioni^ formò tal Donna ^ nella qual fossero unite insieme di tutte Tarti le qualità e gli ornamenti. Poiché Minerva nel lanifìcio l ammaestrò ; le sparse Venere al capo di leggiadria ; le Grazie e Suade- la il corpo d’aurei monili fascia- ronìe; le bionde ore la coronaron di fiori di primavera ; Mercurio aggi unse le in fìne impudente animo, tratti insidiosi, e parola. Il qual presente appena che fatto agli uomini fu dagli uomini ricevuto^ mentre se ne deliziano, riman- gon presi da tristi affetti e da cure divoratrici, dovechè prima traevan vita scevera di fatiche ^ d'affanni:, e d’infermità apportatrici della vecchiezza . Poiché la Donna, dischiuso il vaso recato I Esiodo I laoorì e le giornate Uh* 2 . ax in mano, ver^onne fuora tra gli nomini ogni maniera di voglie, e cotal piena infinita di tutti i mali, che terre e mari per ogni dove occnpai'ono, senza offrir loro speranza di liberarsene ; la quale speranza, essendo già per volarsene via del vaso, postovi sopra il coperchio fuvvi respinta dentro, e sola dentro restò. Tale stagione, come d’industria così sfornita d’ogni strumento di voluttà, au rea fu detta e mirabilmente no- hilitata da quelli, a’quali o vennero a noja le umane cose, o cui ^ da sè la fortuna, che a’diligenti [; e operosi prodigamente donasi, f- come infingardi e torpidi ributtò. ^ Viveano tutti nella maggiore egua- ^ glianza ; perchè mancava occasio- ^ ne d’usare ingegno e fatica, onde jr l’un l’altro avanzasse. Si dice y che la giustizia albergasse in ter- ^ ra, perocché in tanta tenuità di T 2 ^ 3, cose e sonnolenza d’affetti non V* era luogo ad ingiuria. Vita sicura e libera si godevano; perchè non eravi incitamento a voglie e gare inimiche, nè a fomentarle e irmasprirle argomento si presentava. Parca soavissimo quanto a ventura V inculto suolo e selvaggio offriva ; perchè neppure potevasi conìetturare quali soavità di frutta si ritraessero da un terreno messo a travaglio e in appresto per generare. Si dilettavano finalmente di beni tali, quali e la inerzia e la infìnga rdezza, non eccitata da niun' ardenza interiore, nè da veruna impulsione estranea 5 poteva porgere in tenuissime cose, apparecchiate dalla ignoranza di più eccellenti ; di beni in somma, quali da Pindaro s’ at^ (i) Pindaro Pition. io . Lo StelUni riferisce questi versi di Pindaro secondo la versione tribuiscono alienazioni iperboree: Cinta di lauro almofrondoso esulta A lieti deschi banchettando : sacra Stirpe beata ! in lei morso non puote Di letal malattia ; vecchiezza in lei Fior di vita non strugge. Affanni e doglia Son con la guerra e la fatica in bando. Nè teme il cor, puro di colpe, il rio Flagello della Dea delle vendette. Ma prestamente cotale ignavia fu scossa, e via rapitane quella felicità, che più nella mancanza de’ mali, che nel possesso de’ beni si comprendeva . Imperocché con asprissimo e frugalissimo vitto s’ingenerava nel corpo fermezza e lena infinita; e il cuore, non addolcito per ninna cultura ed arte, irrequieto ed indomito ribolliva . Avvegnaché di rozza fruga- fattane in metro Oraziano dal celebre Sudo“ fio. lo nel recarli in Ttaliano ho avuto cura di conformarmi più. alT originale, che alla traduzione recatane dallo Stellinì * a4 lità son compagne sanità vegeta ^ e smisurata audacissima gagliar- dia. Per lo che reputa Luciano * 5 doversi il vivej'e di alcuni popoli, tratto air estrema vecchiezza 5 attribuire all’ uso di un vitto sobrio ed agreste ; e Dicearco appresso Porfirio ^ dice, non darsi miglior consiglio, nè ad incorrotta e durevole sanità più conforme, quanto il rimuovere le ridondanze dal corpo. Imperocché il soperchio rompe le forze, o dal salutare impegno di tener viva la vita e fioiida in ogni membro svagale a logorarsi per alleviarla e purgarla d’ogni malignità. A membra poi di gran nerbo una brutale ferocità s'accoppia, se la coltura non ammansisca Panimo,6 non comprima il rigoglio soprab- I Luciano ?ìe* Macrobj. 3 Forfirio Ub. 4- astinenza. fondante d’iina scoppiante energia. In quella maniera certo, siccome avvertesi da Platone ’, che un cuore disanimato dalla vergogna e dair onta, e privo di risoluzione e d’audacia, appoco appoco si fa più vile, e tutto alfine, quasi rappreso da una tal quale stupidità, intorpidisce; così per l’opposto un animo commosso e vivido, se con acconcio temperamento non sia represso ed a giustizia ridotto dalla onestà, primieramente, quasi robusto in radice, e di vigore e di spiriti lussureggia, poi finalmente rompesi tutto in insania. Laonde appunto dannò Aristotile le istituzioni spartane, perchè indurati oltre il debito alle fatiche calle asprezze gli uomini inferocivano. ^ 4.® L’ animo dunque, pieno di * Platone della PepaUblica, * Aristotile de' Got^erni lib, 8. capi 4* fiere e d'orrende for^e, e pronto ad ire precipitose e implacabili s'avventò prima con tutto l'impeto Contro alle bestie feroci, da cui potesse temersi oltraggio alla vita, o cibo trarsene e vestimento; poi contr'agli uomini stessi si scatenò, ove pure incontrasse ostacolo il ventre inquieto e la importuna libidine, ch'avea già preso a sforzare i limiti apposti dalla natura. Per la qual cosa, venendo spesso afferrata e data oc- casion di risse rapine e stragi, fa da tal uso ogni senso di umanità sopraffatto; nè conoscendosi cosa di maggior pregio nell’ uomo quanto la vigoria del corpo messa in furore da non so quale veemenza d’animo, si cominciò a reputar© sovrana cosa, e degna d’ uomo da numi nato e destinato ad essere egli medesimo un dio, qualunque azione ripiena di bestialissi- nia atrocità. Imperocché se talamo, come riflette Polibio % incontri a caso contrasto all’ efFre- nata libidine, non avvi cosa nefanda e barbara ch^ egli non sia per commettei’e 5 e a vanto recasi ed a virtù lo sbaragliato ardimento. Ma come da guel rancore, che nasce e sopravviene nell’ animo di chi respinge e di chi muove l’ingiuria, vieppiù l’audacia innasprivasi ed il furore infiam- mavasi di coloro, a’quali in nervose membra feroce indole a idea; così gli spiriti più mansueti e deboli s’infervoravano a svolgere e palesare V idea del giusto e del buono, solo rifugio degl’impotenti ; e chi prestasse conforto ne’ casi miseri, oppure astrettovi lo ricusasse, porse con l’utile procurato o con l’apprestato danno * Polibio Istoria Ub. j. occasione, che sì traesse da’nascondigli deir ànimo e a piena luce venisse il valore dell’ onestà, la quale è principio e fine della giustizia, e si fondasse un concetto di convenienza e turpezza, come Polibio osservò. Ma impadronitasi d’ogni cosa tenne la forza il mondo con aspra dominazione, gran tratto innanzi che la equità potesse trovare asilo fra gli uomini ; e la ferocia esercitò Inngamente signoria barbara, prima che s’accordasse imperio giusto e legittimo alla ragione, Conciossiachè richiedendo questa animo dolce e tranquillo, perchè sì possa distintamente e ordinatamente spiegare un senso comune di umanità; quella per lo contrario piacendosi d’allignare in selvaggio fiero alterato I Polibio Istoria Uè. 6, spirito, gli uomini robustissimi, resi più baldi dalle frequenti risse e,da’fatti prosperamente operati, ^lon si poteano reprimere dal macchinar novità per arricchirsi di i>uove spoglie, e scapriccire il talento, cui maggior fiamma agitava, che mai potesse per brama di alcun riposo acquetarsi. La quale o avidità di preda, o frenesia di cuore efferato, non avendo per lo più spazio abbastanza vasto da insolentire tra’suoi, contro l’altrui sì scagliava. Onde ogni cosa fu guasto di ruberie, ad ora ad ora cambiaronsi le abitazioni, nè più soggiorno fisso ad alcuno restò. Imperocché se taluno si ricovras- se in luogo, che desse pure negli occhi per ubertà di frutti o per altra comodità, o ch’egli andavane a sacco per rovinoso scarico d’assassini, o espulso di sua dimora veniv’ astretto a cercar mendico alla raminga vita altro cielo . Nè quella forza 5 la quale con cieco impeto prorompeva ovunque la veemenza e l’ardore della passione la trasportasse, era a delitto e ad infamia ; rna, come già da’poeti antichi inferi Tucidide % anche ad onore si attribuiva . Perciocché fanno tali poeti interrogar quelli, che innanzi e indietro corseggiano la marina, da quelli a’ cui lidi approdano, se sien ladroni colà venuti a predare . E nè coloro, che son di ciò dimandati, il niegano qual opra indegna; nè que’, cui preme di saper ciò j come di cosa obbrobriosa ne li riprendono. Per lo che, dice a Telemaco Nestore e a’ suoi compagni % * Tucidide Istòria Uh. i. 2 Omero Odissea Uh, 3. secondo la versione elegantissima recentemente datane dal chiar* Soave . 3i .Onde le acquose vie Gite scorrendo ? per alcuno affare ? O alla ventura, quai corsali erranti, Che espongon Talma e recan danno altrui? Chè veramente un* indole impetuosa ed indomita non crede operar cosa più grande, nè quindi reputa darsi cosa più degna di cuor sublime e magnanimo, quanto fornire imprese piene di stento fatica e rischio ; e se la impresa difficile arrechi ancora splendide utilità, coloro, a’quali nella energia de nervi sta la ragion d’ogni cosa, non credon già d'oltraggiare chi a torto assaltano, ma d’essern’ anzi oltraggiati, seppure ardiscasi di resistere e contrariare al più forte. Per il qual vizio dell* unian cuore, agitato da un turbolento fervor di sangue, avvenne che si apponesse alla violenza carattere di ragion somma,6 dal potere si 3 a misurasse iu ciascuno ^ il giusto ? nè alcun dovesse spogliar»! ^ tro, che quanto forza e necessita ne rapisse. E questa legge nata dalla barbarie, avendo insensibilmente preso carattere di grandezza e d/autorità, si propagò dalla prima salvatichezza per sino al tempo, che la ragione pareva con giuste leggi signoreggiasse ; e mansuefatta la crudeltà sinallora da lei mostrata, valendo l’animo appena ad altro che a rendei gli ■uomini più perniciosi tra loro delle medesime fiere, conservò pur questa legge la gagliardezza e la forza, la quale non come prima traeasi ad atto per voglie tumultuarie, ma con la utilità governa vasi prudentemente avvisata, e solca stringersi o rallargarsi secocidochè pa- rean chiedere le cose e i tempi, a cui doveasi adattare, Per la qual cosa gli Ambasciadori Ateniesi nell’ Assemblea Spartana asserirono francamente, esser di naturale ragione eterna prescritto, che serva il debole al forte, nè stato uomo giammai, eh’ ove abbondasse di forze e d’armi per eejuità si frenasse dal crescere signoria ; e se taluno conducasi più doverosa e modestamente, che dell’ imperio la vastità non comporti, muoverlo solo necessità di temprarsi all’ ingegno umano, e di tener più sicuro gli altrui voleri obbedienti *. Ma tale moderazione 5 messa nel cuore da un senno prudentemente inteso all’ utilità, non conosceasi a que’tempi, ne’ quali tutto a furore si governava . Ond’ è 5 che agli animi imbestialiti dalla barbarie e di ferocia esultanti, per non andare sbranati vivi o dilaniati morti dagli * Tucidide Istòria lib, i. 3 avoltoj e da’ cani, indarno i miseri la pietà della religione, indarno della comune umanità la forza i tribolati opponevano . Folle, il Ciclope *, Folle ben sei, rispose, o di ben lunge A me ne vieni tu, che a me proponi Di riverire e paventar gli Dei . Conto di Giove o degli Dei non fanno Punto i Ciclopi assai dì lor più forti. Nè per tema di Giove a’ tuoi compagni O a te Eia cbe perdoni, ov’ io noi voglia. E Achille ad E-ttore, che nelle strette di morte lo scongiurava a non frodargli il cadavere di sepoltura, intima averlo già destinato pasto alle fiere, e la viltà maledice dei suo dolore, che a membro a membro noi stracci, e gli stracciati marciosi brani non si divori *. 1 Omero Odissea Uh. g. secondo la detta versione, 2 Omero jUade Uh. aa, 6 .® Laonde traendo i deboli assai meschino conlbrto dalla giustizia, tanto per guarentirsi, quanto per togliersi dalle ingiurie, cui bestialmente gl’ impetuosi spiriti si scatenavano, saltò fuori scossa dalle sciagure tal forza ingenita 5 onde schernire le violenze de^ cuori privi di umanità . Perciocché l’animo per ogni parte compresso sprigionò tale destrezza e sagacità, che affinandosi come il poteva in que’tempi, in cui tant’era l’ingegno umano imbecille e rozzo quanto addestrato e indurato il corpo, immaginò stratagemmi, sortite, astuzie, ripari; cosicché quelli, che non potevano di robustezza agguagliarsi, con una certa callidità respingessero od allentassero ogni nemica irruzione. La qual furberia veramente, sendo ''argomento di un cuore non animoso ad esporsi palesemente e timido di sè medesimo, era odiosissima a quelli che solo al vanto anelavano di robustezza invitta, nè ad altro inteso avean ranimo, che a non mostrare poca di sè fidanza, nulla curanza d altrui. 11 perchè queirAjace, che appresso Omero ^ protestasi non temer niuno, nel Filottete di Sofocle rabbuffa Ulisse, che suggeriva a sottrar con fraudo quell' armi, che non poteansi rapire a forza j perche ciò fosse a buon no™ mo vituperevole. Chè buoni allora appellavansi que’che di forze e dispiriti soprastassero. Avendo poi, tralignato alquanto da sè, consentito alla scaltra volpe, riprende tosto il natio carattere, e si ricusa all! impresa per non cessare, mentre di saggio briga celebrità, d'esser buono. Poiché sic- t Omero Iliade Ub^ ^ come diceasi buono chi a niun pericolo impallidisse; cosi di saggio ebbe nome chi astutamente tramasse inganni aU’occasione opportuni . Onde Minerva, eh’ è quasi il simbolo della sapienza, sè con Ulisse paragonando gli dice * .Entrambi al pari Siam nelle frodi esperti: ogni mortale Tu nel consiglio e ne’ raggiri avanzi ; Io per senno ed astuzie ho il primo vanto Su tutti i Numi. 7.° Quantunque però la forza sdegnasse in prima d’accompagnarsi all’astuzia 5 l’ utilità nondimeno di mano in mano pacihcolle, e spesso insieme le collegò. Onde l’astuzia fu assunta anch’essa al governo de’ fatti umani, e reputandosi per lo innanzi vituperoso checché la forza non operasse 9 * Omero Odìssm Hi. i3. secondo la delta versione. prese ad aversi anche in onore ringegno; perchè sebbene rompa gli stimoli e afFreni Timpeto del vigore, spiana ciò non ostante ed assicura la strada alte difficili imprese . Che anzi venendo spesso costretto V animo dalla necessità a rivolgersi per ogni lato 5 e le facoltà sue messe in campo espressamente mostrando 5 esser meschina 5 come diceva Euripide ", la robustezza umana,ove affrontisi con doppia e cupa sagacità, la qual doma quanto mai l’aria la terra e il mare alimentano ; quindi te- neasi per uom compiuto e perfetto chi fosse insieme di mani armigero e poderoso d’ingegno ^ . Sebbene poi l’astutezza contribuisse assaissimo ad ispedir grandi imprese, pregiavasi tuttavia più di 1 Euripide appresso Plutarco della sagacità degli Animali t 2 Omero Odissea Itb, i6. necessità che per nativa eccellenza y ed ove non affettasse temerità era per sè medesima di vituperio e di scherno. Per la qual cosa 5 dopo che la violenza per astutezza degli uomini si fece industria, chi non avesse principalmente sortito dalla natura una statura Orionèa non defraudavasi della debita estimazione 5 se gran vigore a maggior cuore accoppiando si procacciasse dalla sagacita quegli ajuti, che gli negavano i polsi e i nervi, e mentrechè, come si esprime Pindaro % simigliava nell’ ardimento il lione ferocemente rugghiante nella fatica, contraffacesse con la scaltrezza la volpe, la qual pontata la schiena scompiglia e rompe la violenza dell’ aquila. Ma spezialmente a quelli 5 che soprastando per digni- T Pindaro htmA Ode 4* 4 o tà fiorissero di potenza, a maggior onta ascrivevasi usare speziosa fraude ^ che aperta forza ; sendo- chè questa si reputasse intentarsi, come non nega Brasida presso Tucidide * ^ per il diritto di quel potere, che ne donò la fortuna ; quella procedere dalle trame d’ingiusto proponimento : quasi equità pur fosse tollerar quanto l’altrui libidine sostenuta da pari forza ne scarica, e sì dall’esterne forze compiasi la potenza ^ che nulla possa un variato e pronto intelletto aggiugi>erle. Ma queir astuzia, che braveggiava armata sinché le forze vegete per età soperchiavano, fatta più mansueta nello sfiorire degli anni degenerava in quella sa- gacità, eh’ è prudenza, ed ha temperato ingegno, e prende forza e I * Tucidide Js$oria lib, carattere dalla ragione. Perciocché avendo preso a calmarsi Pani- mo, che per T innanzi qua e là furioso agitavasi, e pel mancare degli appetiti, che con il sangue e la vita si raffreddavano, essendo messo in balia, di stringere nel suo pensiero più cose, paragonando insieme i turbolenti moti delle ostilità e delle risse con quel benigno e tranquillo vivere, di cui la età declinante muoveva alcun desiderio, poteva intendere di leggieri, queir ira essere commendabile, che ne apprestasse pace sicura ed onesta ; quell’ ira poi, che discordie battaglie stragi sovvertimenti perpetuasse, essere abhomi- nevole e al naturale diritto opposta ; sendo la prima quasi un cotale boiler di sangue purgantesi d’ogni contratta malignità; l’altra poi come un’insania d’uomo in frenesia per febbre già soper-chiarite le forze della natura . Per lo che gli uomini di canuto di- scernimento appUcaronsi a persuader quelle massime, che da^ ferini usi e da’ mortiferi odj ritrai' potessero a mansuetudine e ad a- inicizia l’umanità. Ma ne i calmati i>;vvisi di Nestore, dalla cui bocca sentenze usciano assai piu dolci che mele, potean d’Achille disacerbare il furioso animo ^ nè l’eloquenza di Ulisse, il qual versava parole simili a neve d’inverno, iusinuaiitesi lieve lieve nell* animo esulcerato ne potea svolgere la fitta collera, sicché ammollito si aprisse pure una volta a qualche benignità Imperocché gracchia al vento chiunque affannasi a persuadere, doversi in petto frenare gli alteri spiriti per essere 1 Omero Iliade Uh, i. 3 Omero Iliade lib, 3. assai migliore Pumanità, a que*, eh’ essendo poderosissimi e di nessun paventando, stimano indegno egualmente di vigoroso e grand’ a- nimo cedere al senno dì consigiier prudentissimo, che al fiero scontro d’un inimico soccombere. 9.® Quanto però non poteva operare ancora il consiglio e l’autorità di quelli, che di prudenza e per età sopra stavano, lo effettuarono alfine gli evenimentì medesimi delle cose 3 i quali insensibilmente volsero gl’ imbestialiti costumi ad umanità, e da un’ infesta e tumultuosa ragion di vivere ad una li trasportarono, la quale colla giustizia e col senno, più che con l’appetito e con le ardenti passioni, si governasse. Imperocché 0 spossati da risse eterne cadeano loro di mano l’armi spontaneamente ; o più e più volte respinti dalle uguagliate forze erano astretti a cessare la vana impresa; o fracassati a segno 5^ che lena e onore mancasse da liten tar la fortuna, abbandonavano ogni ragione divina e umana all arbitrio df^l vincitore per non sospingersi con resistenze inutili ad un totale esterminio . Onde, sottratta ogni oagion di combattere, cestrinser gli animi alteri e disiosi di vincere ad usar cfualche riposo, e mentrechè si quotavano le turbolenze tutti effondendosi, o per impulso di sentimento, o per consiglio ispirato dalla necessità, ad ossequiar coloro, cui prevedevano già non potere per alterigia tenersi a lungo nell’ozio, ed ammassando su d’essi a gara per ogni parte tutti que’ fregi, co’quali può venerarsi e placarsi una preeminenza e potestà segnalata, ottennesi finalmente che da siffatte lusinghe quasi, addormito S'illanguidisse il furor di quelli5 © piegasse l’animo a quelle arti, le quali in fiore mettessero con opportuno coltivamento le signo- l’ie procacciate, perchè quel frutto non isvanisse che ne potevano somministrare. Perciocché l’ani- uio 5 innanzi rìgido, pe’ conseguiti onori allentandosi e rallargandosì nel riposo, apriva alcuni intervalli, per cui potevano insinuarsi ad agio le ammonizioni de’ savj per ottenere, che si frenassero con le leggi le agitazioni intestine, e gli uomini gareggiassero ad oh- hligarsi l’un l’altro con iscam- hievoli offizj. Del quale accordo e consenso di sentimenti compresa la utilità, cominciò pure ad amarsi da que’ medesimi, da’ cui invecchiati costumi più discordava . Imperocché la esperienza e il medesimo interior senso manifestarono, sebbene avesse taciuto pur la ragione, essere piu gioconda e sicura cosa e più dicevo e ad uomo esser da’ suoi per coscienza dì benefizi adorato 5 che a ingiuriati cuori temuto ; e soprastare ad uomini spontaneamente ojeferenti ogni pompa di maestà, che tirannescamente signoreggiare a riottosi, e col timore costringerli ad ogni via disperata per non servir laidamente, o invendicati morire . Que’ poi che fossero di più benigno temperamento, e usciti fosser di tanto scompiglio illesi, qual cosa mai po- tean credere e a disiarsi piu cara, e a conservarsi gelosanaente più degna, che il menar vita scarica di paure; da niun assalto improvviso di malfattori esser cacciati dì nido ; per niuna civil tempesta essere dagli studj e costumi suoi distornati? Allora quasi rammorbidita quella durezza, che per l’innanzi ostentava brutal carat- tere, si modelìò tale immagine di fortezza, quale ad umani costumi avviensi. La giustizia allora, che oppressa dal tempestoso mescersi delle cose teneasi ancora nascosta, e cacciata dalla violenza si tramenava raminga ed esule per ogni dove, liberamente alzò il capo, e incominciò ad aggirarsi pubblicaìmente fra gli uo-' mini, e a posseder finalmente supremo grado ed autorità . Allora certo si dirozzaron gP ingegni, trassersi a luce le arti e le discipline, da cui io spirito avvivasi, e sogliono amplificarsi le utilità della vita, le forze della repubblica, e gli ornamenti della maestà, IO.® Ma intantochè con le leggi e con i giudizj si fortifican le ragioni del retto e del convenevole, dall’altra parte le proprietà delle cose e la industria, messa in ardore dalle utilità concorrenti, spingono dentro allo Stato to può scuotere i cardini ^ ^ giustizia, e fomentar le primarie nemiche sue, discoi'dia e gara tu multuaria d’affetti. Imperocché d’ordinario avviene, che vada con la tran Cornelio Nepote nella vita di Alcibiade . maniera dMngegni, con naturali lusinglio adescano gli animi ardenti di cupidigie; con una posticcia indole di virtù gli austeri e gravi guddagnansi; tengon poi pie* si di stupida maraviglia i popolari intelletti. Ma Uavarizia di quelli, cui son di traffico i splendidi vizj altrui, s^ alimenta dalla lussuria de’ ricchi e dalla boria de’ prepotenti, e si corrobora dalla temerità de’ facinorosi, che non han seco speranza uè cosa buona ; al primo genere de’ quali uomini giova che nulla sia ne’ costumi d’intatto, alTaltro che a guasto mettasi ed a rovina ogni cosa. Poiché chiunque brigasi d’arricchire con deferenze turpi e con prave arti, quanto più il vivere sia scapestrato 5 tanto più larga e spedita via credesi aperta al guadagno, ed afferrando occasion di sacco da’ rovinati costumi altrui stima suo grande interesse, chea ciascheduno sia lecito sbizzarrire e disbrigliarsi a talento, per aver mezzi rnoltiplici da secondarli. Per lo che in Plauto quell’ impudico dice ' : .gii uomini onesti Riduconmi *n miseria, gli sciaurali Mi danno da mangiare, e qu e'perduti M’Ingrandlscon l’entrate. I cittadini Di vaglia a me mi son di danno, e la Canaglia è quella, che mi è di guadagno. A chi però non ha molto nè che sperare, nè che poter conseguire in fermo e solido stato, giova che rompasi dalla licenza ogni freno, perchè non manchi occasione da macchinar novità ; nè tali uomini altro più agognano ardentemente, quanto che v’abbia molti, che tr.avagliati dalla vergogna dalla 1 Plauto nel Trappola secondo la vaghissima versione dell’ Angello Atto 4' ‘Scen® 7- miseria da^ debiti, non abbian onde saziare le ingorde voglie, e a temerario colpo sia pronto un capo, nella cui guardia chiusi, c congiurati di forze e di volontà spronino arditi l’impresa. Per la qual cosa apportando i voluttuosi alla dissoluzione dell’ordine le libidini, i barattieri e’ famelici deir altrui le usure ed i ruifSane- simi, gli ambiziosi fazioni e cor» rompimenti, gli ardimentosi ed i poverissimi violenza e disperazione, avviene insensibilmente che i be’ costumi attaccati per ogni parte, e tutti sì delle leggi che de’ gìudizj spezzati i vincoli, l’intero stato precipiti finalmente nel più sfrenato disordine. 11° I mutamenti adunque delle vicende umane per questi gradi trascorrono, promovendoli quella potenza dell’animo, che sviluppatasi il più di tutta quanta la vita s’impadroni. Da un’ aspra e dura ragion di vivere, da cui si nutre la gagliardezza, a quella vita con- duconsi le nazioni, in cui l’astuzia e la ferocità si combattono, ed ogni cosa governano la violenza e la insidia da prepotente furore convalidata . Da questo ferino stato, in cui sogliono i principati occuparsi, a quello poi si trasportano, che alla fortezza e prudenza at- tiensi, ed è opportuno a curare gli acquisti fatti, ed a comporre in bell’ ordine le signorie turbolente . A questa di poi sottentra quella perfetta costituzion di città, che reggesi dalla giustizia, e vincolata conservasi dalle leggi; ma che per essere piena d’ ozio e di grandi mezzi, onde accrescere le ricchezze e coltivare le arti, è perciò sommamente propria a gustare tutte le morbidezze e giocondità della vita . Ma dall* assodato ozio, dalle fortune ingrandite, e dagli agj e da’ piaceri del vivere moltiplicati fatto più ingordo il talento, si sforza a sciogliere i vincoli delle leggi, e così batte e dirompe gli argini della ragione e del giusto, che gli e- stuanti appetiti più contenere non possono. Omero, il quale come ritrasse ne’ versi suoi la natura, che sempre simile a sè medesima equabilmente discorre ; così raccolse e restrinse in nn tempo solo tutti ì costumi gradatamente variabili d’ogni età, perchè dall’urto di tante forme disparatissime eveni- menti riuscissero più ammirabili ; ne’ persoraggi primarj espresse le progressioni della natura umana r dalla natia barbarie sino all’estrema dissolutezza, e i succedevoli gradi meschiati insieme distinse e in una immagine sola rappresentò. Imperocché, trasandati do la efferatezza, eh’è tutta propria de’ bruti, in Polifemo adombrata, Achilie è forma della fortezza invitta e del coraggio indomabile ; Ulisse della scaltrezza forte di braccio e di cuore ; Nestore della prudenza corroborata dalla fortezza dell’ animo ; Ettore della fortezza e della giustizia ; Antenore della giustìzia e della imbelle prudenza ; Paride finalmente d’ una licenza si rotta, che nulla stima interdetto alla sua libidine. Gli altri Capitani e Magnati empiono i gradi interposti, da’ quali come da tante aneli a intermedie sono intrecciati insieme quelli che spiccano il più. i 3 .° Ma tali stati, secondo la varia indole così de’ luoghi come degli uomini, posson per varie accidentalità intraversantisi in mille guise alterarsi e mescersi confusamente : ed i costumi e le leggi delle nazioni, che di lor nacquero, e debbon loro apportar fermezza ed accrescimento, sogliono correre le mutazioni medesime ch e gli stati. Perciocché agli uomini dì scarso avere, di pingue ingegno, e di valida corporatura, per lungo tempo l’asprezza appiccasi delle maniere e del vivere, che seco menasi d’ordinario costumi duri e selvatici. Con quelli poi, che son di cuore più ardenti e di pieghevole e vivo ingegno, a lungo quella fierezza allignasi, che si trae dietro la fraudolenza, e che spossata dalla fatica prende alternatamente ristoro e total sollievo nel seno della mollezza ; talché quell’ animo, che più a’ pericoli indura, suole nell’ ozio con più veemenza diffondersi ad ogn' invito e lusinga di voluttà. Que’ finalmente, i quali siffatta d’ani- mo costituzione sortirono, che sieri lontani egualmente dalle virtù subì imi e da’ vizj più impetuosi, sviluppando essi più prestamente la ragion loro dalle passioni tumultuose posson le cose più quetamente fra loro paragonare, e più diligentemente nel valor vero apprezzarle . Laonde fiorisce in essi e la prudenza e la scienza delle malvage ed oneste cose, cui fida accoppiasi la giustizia, e la verace grandezza ed altezza d’animo. Perciocché quelli, in cui ragiona buon senno e guida il senso e lo spirito di lor natura già placidi, agevolmente posseggono virtù reali; ma tutti gli altri o innocenti sono per ignoranza di vizj, o incitati da un cieco ardore dell’ animo pro- ducon larve ed immagini di virtù. Conciossiachè nella prima dell© due spezie d’uomini sopra esposte la temperanza non è che la sazietà de* naturali appetiti, che son pochissimi, dal senso stesso indicata 5 la fortezza alle sole fope del corpo attiensi; altra giustizia che quella appena conoscesi, la qual sedate le rozze voglie tollera eh’ altri s* abbia quanto è disutile a sè; appena poi la prudenza ha luogo per la rarità de’ successi in tenuissime cose ed in selvaggi appetiti : dove nell* altra spezie è temperanza astenersi da que* piaceri, i quali allignar non |xtnno in un animo, che raramente è padrone di sè medesimo; fortezza tentare imprese, ch’abbian feroce carattere; giustizia non rapir Ta- nima a quelli cui già strappasti le facoltà, oppur se legge di soggezione durissima non ricusino stringerli a giogo men aspro, e far che quanto non togli loro sia loro a prezzo di servitù ; prudenza alfine snervar con fraudi ed insidie quanti Jion puoi con la forza . Ma dell* ultima spezie d’ uomini il temperante è quegli, che svaga Tanimo da quegli affetti, i quali con la ragione e col pregio della natura umana mal si confanno; forte è colui, che dalle cose altamente labili, e sottoposte all’ arbitrio della fortuna, prenda vigore e baldanza, nè per le avversità si fiacchi, nè follemente si gonfj per le prosperità; giusto chi nìun offenda e voglia a tutti concesso ciocché gl’ ingeniti diritti umani e le leggi da tai diritti ordinate vollero proprio a ciascuno ; prudente è quei finalmente, che veglia il corso dubbioso de’ casi u- mani, e s’apparecchia e fornisce providamente di tutto ciò, per cui possano o prevenirsi o correggersi. Poiché però delle cose spettanti al vivere ciascuno giudica secondo sia passionato (chè le opinioni dell’animo sogiion per cosi dire improntarsi delle affezioni del cuore) quindi ciò ^ che fortezjza nominali quelli cui la ragione consiglia, bassezza d’animo chiamasi da coloro, che non iscossero ancor dal petto la ferità; i costumi ordinati ad umanità languidi e molli s’appellano ; le fraudolenti ed ingiuste opere siccome azioni sì encomiano di vasto animo, a somme cose anelante, e di sapiènza fornito pari alla sua vastità, Ma quando poi gli appetiti, ammaestrati alle tresche d’ogni dissolutezza, s’impossessaron d’un animo voto di retti pensieri e di affezioni onorate, e lo invasarono di petulanti opinioni loro connaturali 5 allora, come Platone dice *, la verecondia, la temperanza, la regolarità delle spese sogliono dirsi * Alatone neWct Jìepuhhlicek Uh, 8. sciocchezza, ignavia, rozzezza, illiberalità ; la petulanza al contrario s’ acquista nome d’indole ingenua liberalmente educata; la sfienatezza, di libertà ; la prodigalità, di magnificenza; di magnanimità, l’arroganza, ii4* bla tali fonti quella effu- sion di costumi si rovesciò, la qual vizio la ragione, e corruppe o spense i germogli quasi in lei chiusi della virtù; poi successivamente per altri ed altri sopraccresciuta, quale torrente rigonfio d’aoque ingor- gantisi, contro la vita e le fortune degli uomini, e contro ad ogn’ istituto e legge senza ritegno infuriò. Ma quale aver può mai peso ed autorità, che la natura umana per lei si debba apprezzare, e giudicar per lei debbasi delle cose desiderabili, e degne dell’ eccellenza della ragione e dell’ animo ? Perciocché allora sgorgò tal piena, che la ragione quasi da sonno era prega, 0 vaneggiava qua e là distratta dalle passioni, di un animo tempestoso, o stemperata dalle lascivie de’ sensi si macerava . Ma tosto- cbè si diè campo alla ragione o di scuotersi o di raccogliersi o di riaversi, coloro eh’ erano vaghi di que’costumi, ne’quali s erano casualmente imbattuti, o a quelli sperano conformati, placato siderio di migliorare dall’ abitudine 5 o soffocato da que terrori che sono sempre alle spalle de tramatori di novità nemiche alle comuni maniere, stretti dalla grandezza delle contrarietà compresero, che sì dovevano e riprovare e abolire le instituzioni usitate. Imperocché, siccome non avvertiamo co’ sensi la gravità dell’ aria, in mezzo a cui siam pur nati, mentre ne siam d’ ogn’ intorno equabilmente compressi j ma se conimossa da moti insoliti crolli le cose più solide, e attortigliata in turbine quasi avviluppi con le sue spire e diradichi quanto scontrasi, colla esperienza apprendiamo allora qual forza eli® abbiasi, e qual Be possa recare oltraggio ; così coloro, che generati e cresciuti fossero fra costumi dalla ragione discordi, non presentandosene jni- gliori quali paragonarli, svagati da Ile usuali pratiche forse a Ila loro malvagità non attendono ; riscossi poi dalla varia perturbazion delle cose, la quale aumentasi con i costumi degeneranti dall’onestà, son presi allor finalmente dalla vaghezza d’instituzioni, che poss;rQ togliere siffatti danni, e preveggono essere vieppiù nobile e salutare l’imperio della ragione, che la despotica signoria degli affetti. Per lo che i Cirenesi rovinati dal lusso chiesero nuova legislazione a Piatone celebratissimo per opinion di sapienza ^ ; e gli Ateniesi commisero il sommo imperio a Solo- ne, perchè ordinasse i rozzi ed infieriti costumi della citta . Che veramente il carattere delle cose disconvenienti dalla natura è tale 5 che finalmente danni gravissimi accusano quella mentita immagine di utilità, con cui sedassero rappetito : checché poi tiensi alle regole dell’ onesto e del convenevole, quanto più opponsi al senso, tanto più sano e giovevole con la esperienza continua si manifesta . i 5 .® Ma non perchè alcuni usi disconvenevoli tra le nazioni prevalsero, deesi però immaginare che fossero ovunque e sempre di I Plutarco mi Libro che un Principe bisogna esser dotto, * Eliano Ist. Var, lib, 8, cap. io. pari stima onorati. Poiché non tutti egualmente alle medesime cose inclinano ; nè se i legislatori dissimularono, o veramente prescrissero alcuna pratica, deesi già credere eh’ eglino la commendassero, o la stimassero tale da preferirsi per sé medesima . Concios- siachè tollerarono alcuni usi, perchè ajOTrettato medicamento non inasprasse un morbo insofferente di medicina ; accarezzarono quelli, cui prevedeano più duri a svellersi, perchè si potesser altri più facilmente estirpare; misero certi in onore, affinchè gli uomini da* contrarj, a’ quali fosser per indole più inchinevoli, si ritraessero ; non poterono affatto sforzarne alcuni 5 perchè interpostasi ne li cacciava la religione diversamente, giusta la varia depravazione degli animi, deformata. Era a’ Germani lecito mettere a ruba i vicini, perchè tenendosi viva la gioventù non marcisse d infingardaggine *. Le leggi degli Spartani non apponevano pena al ladro, sì bene al ladro colto nel furto, affinchè fossero piu. vigilanti a prevenire le insidie, più scaltri ad apparecchiarle, e d’ogni strazio e dolore pio. sofferenti *. In Egitto, non si potendo affatto sbandare i furti, travagliò solo il legislatore a far sì che ad un Erodoto Istoria Uh, r. cap. 199. Stratone, lìb. i6. 2 Arriano delle Cose Indiane. 7a davano di calzari *, Mogli comu- ni, quali nella repubblica di Piatone, dagli Agatirsi e Limirnj usavansi ; perchè meschiati di sangue e di affinità, come racconta Erodoto % non si rendessero scambievolmente odiosi, nè con invidie reciproche si lacerassero . Que’ finalmente, che pe’selvaggi costu- jjiì ^ o per soverchia alterezza neppure han gli altri per uomini, nè cosa alcuna comune con essi vogliono ( la quale per testimonio di Erodoto ^ fu de’ Persiani arroganza, che riputavan sè ottimi, e tutti gli altri tanto più vUi ed abbietti quanto più loro lontani), tratti da cieca passione, o da insolente disprezzo dell’ uman gene- 1 Sesto Emp. Ip- Pir, Uh, i. cap. r4* iVic. Damasceno appresso Stoheo Serm. 44» 2 Erodòto Istoria Uh, 4 - cap. 104. 3 Erodoto Istoria Uh. i, cap. i34* re rompono in empie nozze queir istrumento, per cui potrebbe più largamente diffondersi l’affratel- lanza degli uomini. 11 perchè Eolo appresso Omero le figlie a’ figli accoppiava ' ; ed a’ Persiani Cam- bise ne fece l’uso autorevole col proprio esempio * . Anzi tra gli Arabi la figliuola d’un certo Re lu dal fratello imputata di vituperio, perchè credeva si avesse dato r accesso ad uomo d’altro IP gnaggio, cui disdiceva si d" entrare a lei con il segnale de posto, ed era certo l’imputatore niun altro dentro aver seco de’suoi fratelli i 6 .® Essendoché tali cause della malvagità de’ costumi sien cosi varie, e così pure tra lor connesse e ravviluppate, per quanto possano variamente e con forze varia * Omero Odissect liÒ^ lii* ^ Erodoto Istoria Uh* l* cap^ 3r. 3 Stratone Ut. i6* le facoltà dell’ animo svilupparsi « ed essere in consonanza o in contrasto fra loro stesse, mal prenderebbe a patrocinare la pravità e la ignoranza connaturale alT uomo chi sostenesse non darsi costituzione alcuna, e quasi ottima conformazione di simili facoltà 5 ma ciascheduno doversi tenere a quella, cui per ventura sortì fra’ suoi; tutto condursi dirittamente secondo i patri! statuti ed usi ; nè mai potere ordinarsi ragione alcuna di vivere solida e impermutabile; perciocché gli uomini, tramutandosi con le cose, varj costumi addomandano . Avvegnaché il bisogno, che in armonia si concordino le facoltà, in armonìa risultante dalla reciproca loro corrispondenza, si manifesta principalmente da quel tumulto ch’arde neir animo, quando passioni tra lor nemiche senza consiglio e proposito si tramischiano, e eh’ è da Dion Prusense, nella sua quarta orazion del regno, adombrato. Poiché Dione, avendo principah niente partito in tre gli stati del vivere, a’quali avvengonsi gli uomini ^ tratti più dair istinto e dal caso che da matui’a saga cita, voluttuoso, avaro, e ambizioso; e avendo accuratamente, ad uso e stil de’ Poeti, una dall’ altra divisamente dipinto le cupidigie ^ cui Genj appella di ciascheduno e a ciascheduno stato assegna per condottieri ; sovente, die’egli, due o tutt’ insieme que’Genj, uno contrario all’ altro, uno stesa’ uomo sortirono, e ognun di loro con la minaccia di un qualche massimo danno a favor suo spaventandolo, se riverenza nieghigìi per compiacere ad alcuno de’ suoi rivali. Il Genio voluttuoso tutto comandagli di profondere su quelle cose. 76 che un qualche senso piacevolmente lusingano ; il Genio avaro all’ incontro ne lo ritiene, e minaccia di macerarlo di fame sete e miseria, se presti a quello obbedienza. Di nuovo il Genio ambizioso lo preme e stimola, perchè all’onore e alla gloria sostanze e vita sagrifìchi; dall’ altra parte quel Genio stesso, tenace ed avido di guadagno ^ con forte braccio ghermitolo ne U ritrae. IN è già tra loro il cupido di piaceri e il bramoso dì gloria accordansi. Perciocché è quegli disprezzator d’ o- gni lode, e reputa accattar baje chiunque briga onorificenze, e gli tien sempre la morte agli occhi, che con la vita ne invola il senso d’ogni giocondità; P altro poi da piaceri e da lussurie frastornalo con la paura, fittagli viva in cuore, della ignominia e del biasimo. J\on sapendo egli che farsi o a qual partito appigliarsi, furasi ad ora ad ora al cospetto umano 5 e fra le tenebre appartasi per isfogar tutto solo la sua libidine, ma P ambizione lo trae di tana, e nella pubbica luce lo risospinge. Gli è forza dunque che un animo qua e là rapito e distratto, e sempre in guerra con sè medesimo, sia finalmente del tutto misero. Perchè siccome è difficile e perigliosa la cura di malattie complicate, e d’inimico carattere ; così pur Panimo, ove contrarj affetti casualmente commischiarisi, e chiusi in petto ferocemente battagliano, è da gravissima angoscia e da infermità, difficilmente sanabile, travagliato. Chi poi le nostre facoltà reputa potersi in Bella e perfetta armonia comporre per i costumi del popolo, che non son opera, a detto dell’allegato autore*. I Dione Orazione 76 . d’alcun sapiente, ma della vita e del tempo; e’ non intende certo, nulla potersi attendere di regolare e immutabile denti’O inconcussi limiti da consuetudine aku- na. Imperoccliè la consuetudine, come lo stesso scrittore osserva *, da niun periodo si vincola e circoscrive. Per la qual cosa ogni giorno di nuova giunta aumentandosi, cresce ed avanza insensibilmente, come cert’ulceri appunto^ che via via si profondano e si dilatano. Avvegnaché forza è dire, essere a* sapientissimi legislatori avvenuto ciò che di sé protesta candidamente Solone, che interrogato j se agli Ateniesi ottime leggi imponesse, P ottime, disse, di quante fossero per sopportare Perchè temeva lo scaltro ed assen- * .Dione Orazione Rhod, 3 Plutarco nella oita di Salone. nato filosofo non esser valido a rinnovar dalle basi ricomponendo in bell* ordine la repubblica j se tutta quanta 1 * avesse confusa e volta : ma bene si argomentò, debitamente accordate insieme giustizia e forza 5 ad operar quelle cose, le quali egli o esortando, o usando tale violenza quale potevano comportare, affidavasi di conseguire ; prendendo 1 * uomo espertissimo più sano avviso, ed agli umani costumi più convenevole, che Platone uso ad immagini perfettissime, il quale, chiesto dagli Arcadi e da* Tebani per impor leggi alla nuova istituita città, fu a quelle genti scortese dì tanto bene, perchè avvisatele ricalcitranti alla equabile ripartizione delle sostanze ^ Qiie* finalmente, che temono di non parere, seppur volessero I Diogene Laerzio Uh, 3i part, i, n. 3* 8 o sottomettere Tuman genere a’ dog- ani della ragione immutabili, quasi tenere un Prometeo con insol ubil catena confìtto al Caucaso, mentre non pongono alcuna regola certa, ma tutto estimano da commeK tersi alla temerità de’ casuali accidenti, un quasi Proteo introducono, che sappia regger la scena, e cessi d’essere tratto tratto ciò che già fu, ed oggi ignori che e’ siasi per divenire domani, oche domani a sè buono giudicherà. Coloro, certo, che solo agognano rendersi presso chiunque si vivano graditissimi, potranno credere un mostro di bella e rara natura quell’ Alcibiade, cui parve aitarsi ogni forma, siccome quegli, che gli Ateniesi più splendidi, stando in Atene, con la lautezza ed eleganza del vivere superò ; in Tebe nella fatica e nella forza del corpo avanzò i Beozj applicati più alla gagliardia delle membra5 che alla sagacità dell’iDgegnoj a Sparta vinse tutti i Lacedemooj, giusta il costume de’ quali nella pazienza ponevasì la virtù somma, nella frugalità del vestito e del vitto ; in tresche e in crapole sorpassò i Traci servi del vino e del ventre ; così emulò de’ Persiani 1 © costumanze, appo i quali era il cacciare e vivere lussuriosamente gran lode, che in tali cose mosse persino a stupore la Persia stessa Ma quella indifferenza, onde nasce che alcuna cosa si reputi onesta o sconcia, secondochè n’ è di peso o di utilità, se oltre il dovere estendasi, e giunga sino alle stesse regole y che prime prime germogliano dalla ragione, e spante quasi in moltiplici ramoscelli arrivano a quelle minime cose, le I Cornelio Nepote nelloi vita di AlclHade >' 6 8a quali possono dirittamente o tortamente operarsi, cangiasi Tuomo in tal mostro, del quale ninno più orribile ne creò la fantasia sfrenatissima de’ poeti. Imperocché se ad un uomo quanto mai 1 ’ avarizia, la crudeltà, la lussuria, e r ambizione produssero si appropriasse; e ad uso pur de’ poeti, che in una immagine sola più cose unirono per alcuna conformità consenzienti, e fabbricarono Giove Prometeo Ercole, si compendiasse tutta la umana stirpe in un uomo, ed in tal uomo i costumi di tutte Pindoli, regioni, età si ammassassero ; che mostruosa, che sregolata, di che discordi e fra loro contraddittorj caratteri composta immagine sorgerebbe \ Quanto v^ha nelle favole di portentoso accozzato dalle diverse affezioni degli animali, se unito quasi con più grappelii ai costringesse a te- 63 nersì appiccato insieme, non offrirebbe un mostro di così turpe ed orrendo aspetto, qual la natura umana sopra west ita di costumanze cotanto sozze e cosi male augurate. Le quali cose essendoché sieno aliene dalla eccellenza dell’ intelletto e dal perfetto carattere della ragione, la qual n’è data per guida e governo all uomo, si con vie n pure che v’ abbia un che immutabile e semplice, al cui modello la mente regoli ed i eonsiglj e i costumi. Laonde benché le cose, che di materia costano, sien tutte labili, e r uomo stesso, per ciò che tiene di corpo, soggiaccia ogni attimo a mutamento, e, come dice Epi- carmo *, ciascuno cangi natura, né fermo tengasi in un sol essere, ma già io stesso tntt’ altro facciasi X MpicHiTtno nell0 Rcùccolta di Gr’ozio^ dall’ uomo ch^ ora passò ; pur la ragione, per cui difFerisce 1’uomo da li* altre cose, è costante, ed i dettami del vivere, che ne procedono, perpetui sono, uniformi, e sempre a lei consentanei. Può la ragion veramente spesso nascondersi e rilasciarsi. Ma se producasi, e chiesta sia di consiglio, risponde sempre il medesimo a chi la interroga, e pone le stesse massime. Imperocché la ragione umana, che della vita e del vivere tutta s*occupa, fu generata dalla ragione di Dio, la quale * È dì beir arte creatrice, a tutti Compagna sì, cKe a ciascheduno insegna A còr deir oprar suo frutti onorati. Che non dell’arte istitutor fu Tuomo; Ma Dio la trae di sua ragione, e il cieco De’ mortali intelletto e cuor ne avviva. * Questa sentenza di Epicarmo, che io reco gwì in t>ersi Italiani^ si riferisce dallo Stellini, secondochè trovasi nelVallegata Kaccolta posta in metro Latino da Groaìo. Chè dalla mente divina certo Retarne leggi contengonsi delle cose, le quali estendonsi a tutti gli esseri; ma la nostra, portando in un certo modo quasi improntata quella porzione di esse leggi, che delle facoltà umane l’onesto uso risguarda e stendesi ad ogni cosa che può dall’ uomo operarsi, mentre si affisa in questa e i suoi progressi, datalesì occasione, inten^ tamente considera, nell’offerirsele partito a scegliere conosce quale consiglio avvengasi ad ogni necessità. Talvolta pure interviene, che appunto come le vene, che propagate dal cuore per tutto il corpo si spandono, furansi per la troppa finezza al guardo tosto che per le estremità si diramano; cosi ove giungasi a quelle azioni, che son di lieve importanza, v’ha perspicacia di mente appena, che possa chiaro i precetti delia ragione là pervenuta discernere. Ma deesi pure concedere alla fralet.- za del nostro spirito, che impunemente possano le tenuissime cose o trascurarsi imprudentemente 5 0 temerariamente operarsi; avvegnaché non sien esse di tal valore, che sommamente all’ u- mana società importi non vadano vilipese. Che anzi essendo ogni cosa pieno dì seduzioni, molte le strade all’ errore aperte, molte all’inganno le guide pronte, molte le cupidigie rovinatrici e lacera- trici dell’ animo, alquanto pure a’ costumi donisi, donisi alla natia debolezza dell’ intelletto, a quella dolcezza donisi di umanità, di cui gli uomini si compiacciono, e chi la rifiuti estimano essere in ira agli Dei; purché coloro, che punto all’appetito accordassero, si persuadano abbisognar d’ una scusa qualunque possano; ma non ardiscano protestarsi così operato5 perchè sia lecito. Confessino averlo fatto per connivenza, non per assenso della ragione, la qual tenendosi unita alla verità, di tutti i boni, siccome dice Platone *, ed agl’ iddìi ed agli nomini operatrice, ha la sua stessa stabilità, ed è separata da ogni leggerezza, incostanza, temerità, sedizione dì affetti, opinioni, ed usi; nè apprezzar può cosa alcuna, che alla equabilità e costanza di un moderato e diritto animo sia ripugnante. * Fiatone dellt ^ Con quale tenore e modo nascessero le opinioni sopra le cose speitànti al i>ivere . I ® Come dalle spiegate facoltà umane varj appetiti per ordine germogliarono, così egualmente sopra le cose appetibili vennero fnora opinioni agli appetiti medesimi convenienti ; e quale di costumanze, tale di errori, per molti continuati e gli uni agli altri intrecciantisi, una infìnìta serie si congegnò. Poiché i giudi- zj, che formansi delle cose, dalle affezioni dell’animo di ciascheduno emergono, e dalle cospira- trici affezioni degli altri uomini, fra’ quali trovasi a vivere, si rinforzano. Conciossiachè ciascuno così delle cose giudichi secondo- chè siane affetto; ma (jue giudi- zj •, niuna per sè medesimi avendo solidità 5 scorrono e sfumano agevolmente 5 se dagli altrui giudizj tendenti tutti al medesimo non si contengano. Se però molti consentano, e simulacri esprimano di una medesima stampa 9 ad uno ad uno fra sè lor sogni paragonando, dalla conformità che tra quelli si raffigura argomentano 9 niun apparenza vana sicuramente deluderli, ma in que’ fantasmi rimirar eglino veracemente espressa di una reale e sincera cosa la immagine. Donde avviene primieramente, che gli uomini principalissime estimino quelle cose, le quali pensano che seco più si con- vegnano di ragione e di qualità. Imperocché ciascuno quasiché d’ogni cosa 9 come Protagora * ^ si fa * Platone nel Cratilo, misura j cosicché tali realmente sieno, quali da ciascheduno singolarmente s’* apprendono. Laonde credendo T uomo ^ che tutte quan« te misurar debba osi da sé medesimo^ pone ogni cosa vie maggior essere j, quanto si scosta meno da quella cb*ei può grandissima concepire. Tostochè poi abbiasi alcuno acquistato, o con presunzione stolta aversi acquistato estimi quanto sbramar può sua voglia, non però tienseiie soddisfatto s* e- gli sol abbialo in conto, ma si argomenta e si sforza perchè pur gli altri lo tengano d’inestimabile dignità. Perciocché quanto più gli altri ammirano e onorano quelle cose, che in suo potere eì già trasse, tanto più scorge dovern’e- gli essere necessariamente apprezzato . a.® Niun uomo adunque, per giudicar di sé e delle cose esteriori, ricerca se in sè medesimo, ma in quelle immagini vane, che d’Ogni parte l’attorniano j e in «jue^ giiidizj rimirasi, che gii altri, involti delle medesime larve, portan di lui ricoperto di quella estranea sembianza, la qual con luce fallace e torbida inganna ^ per dir così, gli stravolti e cispo&i occhi deir animo. Laonde a quelli, che da’ prestigi di tal maniera son guasti, e situati fra uomini contaminati da que prestigi medesimi, gli è certo forza che accada ciò, che sarebbe per avvenire a colui, che d occhi sconci e malsani si collocasse nel mezzo di un gabinetto per ogni parte di specchi a vari colori e forme incrostato . Imperocché ovun^ que si rivolgesse, vedrebhes egli configurato di membra a mano a mano variarti colore, forma, at titirdine. Egli sarebbe in un attimo rincagnatoj orecchiuto, di fronte e capo Bformato, guercio, rattorto, strambo, e gli si aiFac- cerebbe una efbgie, ora oltremo- do stravolta, or anche in bella e vaga armonia di membri atteggiata. Ma distraendo ei gli occhi dalle sembianze di mostruosa apparenza, in quelle estatico affise- rebbesi, che di bellissimi lineamenti sparsi di grazia e dolcezza ridono ; e spezialmente se molti specchi la vaga forma concordi gli presentassero, con tanto maggior fidanza e* la si approprierebbe, e da quella giudicherebbe se stesso; Taltre figure poi, benché in alcuna di loro la effigie sua raffrontasse, rigetterebbe ostinatamente come non sue, e quale affascinamento degli occhi disprezzerebbe . Così colui spezialmente, che alla veduta di molti è posto, e sopra il volgo signorilmente grandeggia, è d’ogni parte stipato di cotal gente, che lo disegna e colora secondo i tratti e le tinte 5 cui le affezioni e il carattere di ciascheduno sogliono somministrare, Ma fra i giudizj perversi e buoni, eh’ e’ sopra sè vede farsi 5 quelli ei disprezza i quali no’l favoreggiano ; veri all’ opposto reputa quelli, a quelli stupido appigliasi 5 che sommamente ingrandiscono la opinione concetta già di sè stesso, e sè da questi misura e dall’ altre cose, che soprappostegli e aggiuntegli esteriormente gli accrescon luce e maestà. Perciocché quel Comandante, il qual co ’l nervo e lo spirito de’ suoi guerrieri, mossi dalla ragione presenza e fortuna sua, guastò campi 5 sbaragliò fior di nemici, agghiacciò popoli di spavento, sforzò città, e i popolani suoi con prede terre e malia di gloria si affezionò s qualunque volta a sè pensa non guarda sol tanto a sè; ma per crearsi una itnmagine di sè medesimo 5 ravviva e pinge nella sua mente le schiere pronte al comando, le debellate guerre, i fiumi travalicati, le terre corse colle vittorie, le messe provineie al giogo, i munimenti, i doni, i trionfi ^ o la intora postoritE con gli occhi e il cuore a’volumi delle sue gesta. Le quali azioni, mentre gli si raggirano entro il pen- siere romoreggianti per lo fragor delle trombe, lo strepito de’ soldati, e gli applausi de’ cittadini, si scorda già d’esser uomo ; nè più considera, benché col capo sollevisi tra le nuvole e colla parte miglior di sè dal popolo sia diviso, di star co’ piedi alla terra, e d’ essere per tal parte confuso an- ch’ esso col popolo . Chi ha poi pochissime cose., che da vicino gli facciali mostra e riflettanglì porn- posamente illustrata la propria immagine, drizza lo sguardo a lontanissimi oggetti, e si diletta di quella esangue e sparuta effigie, che può da cose squallide per la muffa rendersi a lui di lontano. Ciò fanno quelli principalmente, che lo splendore si appropriano degli antenati j e credono poter di quello ampiamente senz’altra luce risplendere; quantunque il lustro delle fumose immagini, se punto in essi ne può trasfondersi, per tanta distanza appannisi, e per le interposte ombre talmente annegrisi, che non si possa ueppur discernere, e sfugga sino lo sguardo. Se finalmente sia privo alcuno d’ogni esterior sostegno, e tutto quanto restrin* gasi in sè medesimo, ei, quale i bachi, si fabbrica un inviluppo, cui poscia quasi eoa nuove tinte vernica 6 liscia 5 e dentro a (juel si vagheggia. Benché però 1 opinione di sé medesimo a suo talento adornata sia scema affatto di quel valore, che dall’approvazione e consenso altrui suole apporsi, e’ tuttavia vi si attiene, e ferma e solida la considera ; spaccia poi tutti gli altri o stolti, che giu- dicar sanamente per ignoranza non possano, ovveramente invidiosi, che per lividezza d’ animo, guardando tutte le cose con occhi torti, ne falsin quante ne affisano. Sino a tal segno da’popolari costumi proscritta fu quella massima di Chi- Ione conosciti ; nella qual massima Platone insegna nel suo File- ho racchiudersi tre precetti, cioè, che ognuno conosca sé, le sue cose, e checché ad esse appartiene; o, come spiega appresso Stobeo Porfirio ' ^ 1 ’ uomo interiore pri- I Stobeo Serm, ai* mìeramente e immortale; poscia il fugace uomo esteriore ; in fine tutte le cose, che all’uno e all’ altro si riferiscono ; cioè, la mente, in cui sta propriamente ciò che si dice uomo; cotesto corpo soggetto a’ sensi, ch^ è solamente ombra ed immagine di ciascuno ; le cose in ultimo poste d'intorno al corpo, le facoltà delle quali gli è pur mestieri conoscere, perchè alla parte mortale la dignità non appongasi dell’ immortale, o air immortale i vantaggi della mortale non si trasportino. 3 .° Ma i più degli uomini con incredìbile accordo quella porzioa di sè stessi migliore estimano, la qual de’ sensi è stromento ; perchè è la prima a spiegarsi, d’uso continuo è nel vivere, e ne siam tutti commossi gagliardamente : quella per lo contrario, che di ragione partecipa e d* intelletto, quasi confondesi con que’ vanissimi simulacri, cui già Epicuro sognò disvoìgersi ed esalare da’ corpi. Imperocché quantunque sia questa parte interiore attaccata a noi, ed abbia virtù e natura sicuramente celeste, ci è pero men famigliare, più tarda svolgesi, e son più vividi i movimenti de’ sensi che del pensiero. Reputan poi delle cose esterne quelle essere più eccellenti, le quali sogliono più vivamente commuoverli; quelle più grandi, che rigonfiate per cosi dire da un cieco ardore deir animo, occupan quasi un più vasto spazio nel cuore, siccome acqua per sottoposte vampe so- prabhollente. Per lo che, omesse le cose, guardiam concordi le loro immagini, le abbracciamo, le vagheggiamo, definiamo secondo queste le qualità de’ beni, li compartiamo in ispezie, li disponiamo ^ ed a ciascuna d’esse potenza ed essere attribuiamo. Ciò stabilito, qualunque volta avvengane ad aver punto a decidere su beni ©’ mali, ci conduciamo precisa- mente come una volta certi filosofi usavano, ove il ragionamento ad obbietti fisici si traesse. Con- ciossiachè come questi, creati alcuni vocaboli universali, a quali determinarono doversi già riferire quanto della natura può chiederai delle cose, interrogati esponevano il lor giudizio secondo questi vocaboli, secondo questi vocaboli argomentavano, e tolta inquisizione della natura circoscrivevano l’intera scienza ad una comoda ed ingegnosa disposizion di parole, che surrogate alle cose potevano agiatamente trattarsi; cosi disegnati i beni ed i loro gradi secondo que’ simulacri, che aboz- zati da’ sensi perlezionaroiisi ed abhellironsi dalla immaginazione, ove ne occorre a deliberare qual cosa mai più si debba bramare o scegliere, non si considera già quella congruenza, che tra le cose e noi s’interpone, ma solamente indagasi con qual ragione sieno fra loro composte quelle fantasi- me, che sottentrarono a tener vece di noi e delle cose medesime. 4.° La Principal cosa poi ^ cui statuirono i più dover ciascuno agognare, è di saziar l’appetito senza che ostacolo si frapponga. Imperocché sin d’allora, che addormentate r altre potenze languono o cela risi inviluppate, fiorisce vivido il senso, per cui senza pur niun’ avvertenza nostra suole il piacere nell’ anima insìnuarcisi. Ma o son gli ostacoli nell’ uomo stesso, o sono fuori de Ih uomo. Nell’ uomo stesso è la imperfezione e la fralezza de’ sensi: fuori di lui la penuria di quelle cose, donde si trae diletto, e la violenza degli uomini, che lo circondano, all’uso delle medesime ripugnante. Laonde, quali ministre, al piacere ag- giungonsi la integrità de’ sensi, la copia soprabbondante di quelle cose le quali a’ sensi conforrnansi, e il pieno arbitrio di usarle, ciascuno a sua volontà : la prima certo perchè non manchi il sub biotto, da cui le cose cagionatrici dì voluttà si ricevano; l’altra perchè la materia, che dee riceversi, non venga meno; la terza in fine perchè sijflPatto ricevimento non s’impedisca . Ma perchè più per la privazione che pe’I possesso avvertiamo quanto ne sien giovevoli quelle cose, che per alcun sentimento ci affezionarono ( sendo noi tali, che il desiderio di un qualche bene intermesso j perchè niun voto ci re- r t t. r ioa sti in cuore, più a lungo infìara- mane ^ che non ci gonfj il soave dell’allegrezza, la qual coll’uso insensibilmente languisce); e perchè più d’ordinario a noi mancano gli ajuti estrinseci del piacere, che i sensi stessi, la sazietà de quali ^ benché in ciascheduno va- riino di potenza, da quella capacità misurasi, cui da principio ciascun sortì ; perciò più spesso sprigionasi, e più vivamente scoppia la brama di libertà e di ricchezza, che di fiorita e vegeta sanità. La qual brama in vero quanta più vìvida cresce, tanto più estenua e consuma ancora la cupidigia di quel piacere, per lo cui stimolo s’infervorò; e avviene insensibilmente che tutta sola ella domini, e alle ricchezze la voluttà dia luogo, e servan esse ricchezze alla libertà. 6 .° Ma succedendo assai volte. io5 che moìti egualmente anelino alla medesime cose, e ciò dovendo tanto più spesso avvenire, quanto pa loro più simili e più contigui sieri gli uomini ( poiché arde in tutti la stessa brama di esercitai le me desime facoltà), nè cosa alcuna di circoscritta grandezza realmente siavi per quanto vasta, la qua le in tutti distribuita la cupidigia insaziabile ne satolli; quindi, se tutti di forza pari valessero, chi pur volesse alcuna cosa appro priarsi divisamente dagli altri, verrebbe da tutti gli altri, aspiranti a quell’oggetto medesimo, ributtato. Per la qual cosa la libertà j che fondasi nelle forze equilibrate di tutti, potendo solo serbarsi illesa tra quelli, che o son del tutto infìngardi e vivonsi eternamente torpidi, o tutto l a nimo volsero a quelle cose, che nulla di comune hanno con quan- io4 te allettano i sensi ; per questo in quanti e di forze e di cuore ab- Londano alla vaghezza di libertà F appetito di signoria sopranna- sce 3 ed a gran bene ascrivesi il soprastare agli altri di potestà, ed alla stessa ragione ponesi qualunque obbietto, ch’abbia sembianza di principato, o che in qualche modo possa al medesimo contribuire. 7.*^ Tale potenza poi dee con le forze acquistarsi o proprie, o d’altri alle proprie unite, ed insieme ad uno scopo medesimo cospiranti. Le forze proprie di ciascheduno consistono nella energia delle membra 3 nella penetrazione e sagacità dello spirito, ed in un impeto ardente di quegli affetti, che sogliono più vivamente infiammarci ad imprese ardue, e sospingerci ad intentati, difficili, precipitosi ardimenti. Perciocché ognuno tan- io 5 to più vale, quanto maggiore vee» menza incitalo a cavar fuori sue facoltà, e quanto maggiori sono queste facoltà sue : cioè con quan- to più vivo sforzo può ciascheduno affrontare qualunque appostasi difficoltà e con quanta maggiore callidità può guardarsene. Per lo che molti una volta furono dalla gagliardia delie membra nobilitati; e coltivati con somma cura, furono in onoranza tutti quegli esercizj che lena accrescono e agilità 5 ed assuefanno gli animi a non curare i dolori, ed a mirar con disprezzo tutte le cose terribili, Ma successivamente la perspicace o prudenza o sagacità, con cui sogliono, comunque possano, o procurarsi gli ajuti per intraprendere, o dissiparsene gl’ impedimenti, talmente fu riputata, che quanti più se ne ornassero si giudicavano prossimi agl’Iddii stessi, e si credevano ammessi alF intima familiarità de’ naedesimi. 8 .® Ma non potendosi che tenuissima stimar la forza, per quanto grande ella siasi, di cui ciascuno è fornito, se con le forze congiunte, che posson muoverle impaccio, si paragoni; perciò non puossi potenza niuna acquistar mai grande, nè mai durevole conservare da chi non sia già da molti fatto signore ed arbitro de* loro affetti. Ciò poi, che suole ordinariamente stimolar gli uomini a cospirare di forza con esso noi, è o la paura di un qualche sconcio, o la speranza di un utile, o la opinione di una eminente virtù, la quale abbagli con luce straordinaria, e prometta vantaggi grandi ed a molti. Reputiam dunque esserci bene avvenuto, ove ci teme assai gente, o ci ama, o sommamente ci estima ; e ne solleticai! tutti, e tutti illustri nc pajono quegli argomenti, quali sogliono gli altri significarci alta opinione di noi ; e questo infiammaci in petto violente brame di gloria, onore, ed autorità. 9.° Ed a creare negli altri timor di noi contribuiscono quelle cose, che noi dicemmo costituire la for2a di ciascheduno, indole ardita a cimentar tutto, sagace e scaltro vigor di mente, anima e corpo indomabili dalla fatica ; e quelle cose, che a queste necessariamente conseguono, temerità minacciosa, vanto arrogante, furia precipitosa e infrenabile. A. tali uomini certamente gli animi dolci e di soavi costumi, impauriti dall’apprension delle ingiurie, non osano contrapporsi; e qualche volta, per trarsi con lieve danno da somme calamità, li secondano: ma que’ eh’ hann’ indole impetuosa e feroce si uiiiscon loro spontaneamente, incitati dalla speranza di maturare imprese, che ripugnando quelli sarebbero pericolose a tentarsi . Imperocché quelle cose, che sommamente mimiche nocciono, se per ventura a noi leghinsi d’amistà giovano sommamente. Tutti amiam poi spezialmente quelli che agevolmente potendo essere altrui di molestia, sono da certa bontà di cuore impegnati ad obbligarsi moltissimi co’ benetìzj piut- tostochè con la forza 5 e ci crediamo di apparecchiare e di assicurare un certo asilo a noi stessi, ove ingrandiamo e ravvaloriamo di tutto sforzo quegli uomini, l quali ricchi di facoltà non le usan già per opprimere le fortune o la libertà de’ più deboli, ma pronte l’hanno e disposte o a conforto de’ cittadini afflitti, o ad onore de’ cittadini fiorenti, 0 a crear pubbliea ilarità nel teatro e negli spettacoli. Siam usi in ultimo di venerar coloro, ch^ hanno in dileggio e a vile quanto mai temesi o bramasi avidamente dal volgo, e i quali 5 sia che concedano, o sia che apprestino e guarentiscano agli altri cose che arrecano alcun diletto o vantaggio, niun altro merito de* lor travagli sembrano attendere 5 f'uorichè onore e celebrità . Dalla qual gloria veggen- dosi il più degli uomini assai lontani per la mancanza di quegli ajuti 5 che debbono sostentarla, o rinunziandola spontaneamente perchè impediti da que* mestieri, co* quali essa non può congiungersi, non solo altrui non invidiano tal capitale infruttuoso per sè, ma loro grande interesse estimano che attribuiscasi a quelli, e si consolidi in quelli a perpetuità. Imperocché qual uomo pur non vorrebbe rinfieritare quegli agj, da quali non può senza molestia astenersi, con quella cosa, la qual da lui trasferita in altri non lascia alcun desiderio di sè medesima ? E chi sdegnerebbe mai di promuovere quelle virtù, da cui span- donsi a larga vena que’ beni tut-^ ti, che della vita stessa gli son più cari ? . T IO.® Di questi mezzi, i quali vaglion moltissimo a far potenza e fortuna, il timore abbassa gli animi altrui sino alla stupida condiscendenza ; r ammirazione con l’abitudine delle profuse lodi genera 1 * adulazione, eh e il genere di servitù più deforme, la speranza de' comodi all’ amicìzia alletta, annoda le clientele, e stringe le affinità. Le qttali cose, accrescendo 1 ’ autorità senz’ adoprare violcaza, sogUon perciò spezialmente esser pregiate assaissimo il £ ed avendo una certa immagine di grandezza e di gravità possono ancora tenersi grandi per sè medesime, Ma perchè quanto più antiche sono sifFatte cose^ denno aver messo radici tanto più vaste e profonde ; però crediamo esser pur eccellente cosa l’antichità del li- gnaggio nobilitata da’ gesti di assai remoti antenati ; e tanto più strettamente a tale antichità ci attenghiamop in quanto i lontani oggetti non sottostanno all’invidia, e tanto più favoreggiasi quella eccellenza di stato, con la qual voglia taluno su tutti gli altri risplendere, se comparisca involta da un’ apparenza di antichità ; perocché allora ne sembra non usurpata certo, o rapita altrui maliziosamente 5 ma in certo modo concessa dalla natura medesima . Conciossiachè come gli uomiin por- tan invidia a’ presenti, così subii- jEnan gli assai lontani molti precetti del quale5 dice Plutarco *, non variar molto da’ geroglifici Egizj. Poiché somigliano a quegli oracoli, i quali appunto potean mostrare predetto innac*;i qualunque caso avvenire, perocché nulla di certo e chiaro significando lor s’accordavan benissimo tutti i sensi, quantunque più discordanti . Scelsero poi tali enigmi o maliziosamente per guadagnarsi P ammirazione del popolo, e fargli credere in certo modo aver dal consiglio di Giove attinto quanto sovente spacciassero di più volgare; o perchè il volgo, che d’ordinario più ammira cose che meno PlhìttarQù nel Libro di Iside e di Isiride^ i intende continuamente d’interprete abbisognasse; o perchè avendo essi contezza piena di poche cose 5 paragonarono tra loro quelle, che per niun modo potevano consentire. Imperocché bisogna, che ne sien certe e manifeste moltissime, perchè si possano trasceglier quelle, che più tra loro convengano, affinchè ninna quasi a ritroso del suo'carattere sostituiscasi a ir altra; e ninna avendo per così dire un aspetto solo, ma innu- merahili uno velato dalP altro, convien che sieno con accortezza ammirabile svelate tutte le qualità, che in ciascheduna si celano; perchè si possa perfettamente discerner quella, che r una all’altra concorda. Quindi Aristotile dice * essere impresa di prode in- I ArUtoUle delia Rettorica Uh, 3. cap, Jl. « delia Poetica cap. a a. \ gegno, ed accorto a drizzar sua niii'a 5 veder somiglianze in esseri, che più tra loro discordano. 7.° Come poi gli uomini dì acuto ingegno, e gli ambiziosi ancora 5 dalle figure a’ proverbj e a tenebrosi enigmi sì trasportarono j cosi gli spiriti più mansueti, i quali più compiacevansi della dolcezza che della mordacità del parlare fecero passo agli apologhi ; e mentre quelli involgevano gli uditori fra la caligine di sensi arcani, questi con novellette ornate a schiette maniere li trattenevano piacevolmente sponendo loro le conferenze e i colloqui, non pur de bruti, ma delie piante eziandio. Con la qual arte sicuramente ottennero, che quanto all’uomo fosse increscevole e duro mirare in sè e ne’ suoi simili, placido e ad occhio fermo ragguardi in esseri di assai diverso carattere, e mentre i 5 o 5 n oggetti, che non gl* irritano ii cuore per essergli assai dissimili, gli esempj osserva della demenza e della cupidità, apprenda intanto, a tutt’altro inteso, ciò che gli giovi a ben vivere. Così lo sparviere in Esiodo ^, nel dileggiar Tusignolo, perch’e’ su lui, benché siasi dolce soave gorghegglatore, abbia ragione di vita e morte, ammaestrane, essere imprudentissimo chiunque prenda a cozjsare co’ prepotenti, sendogìi forza, oltre lo scorno, inghiottire qualunque strazio ed acerbità, Oltracchè sono sijffatti modi più acconci, essendo pur malagevole, siccome osserva Aristotile ^, ritrovar simili cose realmente operate, agevolissimo poi jfigurarle finte a chi pur sappia discernere le qualità delle si- * £siod,o i Tj^votì 6 Is GioviicttG * 2 Aristotile della Rettorica libé a. cap* ao. \ i5i tnili, abilitandone a ciò la filosofia. Hari di più tale comodità 5 che sendo odioso il nome di precettore V acerbità de’ precetti si raddolcisce con la giocondità della favola; talché quegli nomini, i quali rigetterebbero una palese ammonizion pedantesca, I ab- braccian quasi spontaneamente nata, ove si occulti il maestro, o 1 ’ a man pure qual parto del proprio ingegno, siccome osserva TVIas- simo Tirio *, quasi di se medesimi la traessero. Onde quel I^rigio novellatore ^ il quale, al dire di Gellio non gravemente, non autorevolmente spose e chiari quanto fosse degno di avviso e consiglio, ma chiuso in giocondi apologhi negl’intelletti e ne cuoii lo insinuò con vezzo lusingatore * Maòsìmo Tirio Serm, 09 a A, Gelilo Notti Attiche Uh, a cajp. ag. degli animi 5 non solo agli altri poeti si preferia da Apollonio presso Filostrato, perocché quelli le orecchie degli uditori corrompono, e con lo stimolo di grandi esempi spingono gli animi a scellerati amori e a brama d’oro e di regno, dovechè Esopo favoleggiando mostra che farsi o lasciarsi debba, e chiaramente additane qual verità sotto bella menzogna ascondasi; ma si ammirava scolpito ancor da Lisippo innanzi a’ sette che furon detti sapienti: lo che espressamente lodasi da Agatia ^ j perchè quelli severamente ed aspramente ammoniscono, questi scherzando giocosamente gravissime cose insegna, e raddolcendo con blande parole il cuore l’empie di sani consigli. i Fìlostrato Uh. 5. nella i>ìta di Apollonio» * Antologia Uh, cap. 33. 8 .® Ma mentrechè con apologhi velavan questi utilissime osservazioni j altri offuscarono le medesime con inviluppi allegorici, tessuti non de’ costumi degli animali, ma sì delle proprietà d’ogni qual altro oggetto più conoscessero ; o che una certa grandezza li seducesse 5 o che una qualche paura li consigliasse. Poiché talvolta avveniva che f ardimento e la forza di chi doveva ammonirsi togliesse ogni libertà di parlare. Così non osando Alceo * palesemente lacerar Mirsilo, che travagliava i Mitilenesi con barbara signoria, simboleggiò il tiranno ed i cittadini con la tempesta e una nave, e mentre deplora il legno già soperchiato dall’ onde piagne la schiavitù della patria, e lacera l’op- pressor della libertà. La qual ma- I J^raQÌide Pontico nelle allegorie di Omero, niera, forse dapprima inspirata dalla necessità, si usò dappoi per vaghezza, ed anche a pompa d’ingegno . Ma dove imprima sotto la forma di alcuna cosa ordinaria così celava si la verità, che di leggieri 136 trasparisse ; incominciò appoco appoco, quasi incrostata di false immagini, ad occultarsi in guisa che gl’imperiti non sospettava n pure di oggetto ascoso in quella vana corteccia, e per la cosa prendeano il simbolo della medesima, e in esso lui s’arrestavano, Al quale effetto concorsero con ammirabile accordo il vulgo stesso, i filosofi, ed a’ filosofi i succeduti poeti, pe ’l tramezzarsi de’ quali gli osservatori e gli operatori si uniscono delle cose. Perciocché come le favole, per quanto Massimo Tirio afferma ^ 5 sono tramezzo alla scienza I ilfafiimo Tirio nel cit, Sermé 99. ed alla ignoranza ; cosi coloro, che si applicarono con ogni cura a trattarle, debbono aversi come un legame comune de’ dotti e degl’imperiti ; essendo essi, che astrinsero la sapienza, i cui penetrali sono inaccessibili al volgo, a conversar mascherata nelle assemblee degli uomini più numerose, e spesse volte a prodursi in abito di comediante sopra la scena. E veramente il volgo inettissimo a quegli oggetti, che per essere intesi vogliono mente astratta da’ sensi, mirabilmente però disposto a quelli ch’abbian qualità proprie da porre i sensi in ardore j diede motivo di tratto in tratto d’ immaginar cose nuove a quegl’ ingegni che amassero brillare agli occhi del popolo, o trarlo ad usi migliori. Per lo che, presa baldanza dall’ imperizia e leggerezza del volgo quanti brigava usi credito di sapienza, qualunque oggetto dovesse proporsi al volgo, lo presentavano a lui vestito di alcuna forma invievole per i sensi. Furono poi molto utili ed opportuni tai velamenti filosofi per onestare quelle opinioni, che immaginate s’erano della natura universal delle cose. Imperocché poiché alcuni forti d’ingegno mos- ser dal nido con ali già vigorose, e dalle immagini delle cose, che aperte spiegansi al sensi, alla interiore ed astrusa natura loro in- nalzaronsi, strani portenti si presentarono a’sognatori sopra le cause, l’ordine, e la struttura dell* universo. E prima, ciocché fu in tanta oscurità facilissimo, in due sostanze divisero la natura, talché una fosse, per adoprar le parole di Cicerone efficiente, l’altra * CicsTOìiB j4ccad6ìuich$ 2t i# poi 5 quasi alla efficiente prestan- tesi, effettuata . Nell’ efficiente cre- devan essere la potenza ; una materia poi nell’ effettuato j ma e questa e quella in entrambi; che nè la materia stessa avria potuto accozzarsi senza una forza vinco- Jatrice, nè senza materia niuna esercitarsi la forza. Chiamavano dunque Iddio o V universo stesso, o una potenza oppur mente diffusa in tutte le cose, e sotto la varia immagine delle cose occul- tantesi. Da tale principio ritrasse Escliilo " quelle espressioni H terra ed aere e cielo e firmamento, E scaltro v’ha nell' universo, è Giove; X io Steliini riferisce questa sentenza di fischilo secondo la versione poetica datane in Latino da Grazio nella già citata Raccolta Groziana. Io nel recarla in versi Italiani ho procurato di adattarla più all’originale che alla Ti-adazione. Di qui nasce la varietà, ehe si può incontrare, nella espression de concetti. io che alla prima sentenza accordasi e consuona con la seconda : Non confondere Iddìo con mortai cosa, Nè a lui caduca (jualitade apporre. Eì si cela al tuo sguardo : impetuoso Orribil fuoco ora si mostra, or veste Delle tenebre il velo, or d’acqua prende Sembianza ; talor ha di fiera aspetto, Di nuvola, dì turbine, dì vento, Dì saetta, di folgore, di tuono. Pensavan poi che una mente per ogni parte del mondo si diffondesse, in quella maniera che giudicavano la nostr’anima sparsa per tutto il corpo, la qual per Fossa c pe’ nervi diramasi come abito, tiene al principio poi come mente. Perciocché presso Laerzio * cre- deasi da Possidouio, che F anima delF universo, o il purissimo etere si diffondesse col senso in quanto esiste nell’aria, negli animali, e * Diogene Laerzio lib, i, partiz* rSg, in tutte le piante ; nella medesima terra poi siccome vitale abito s’internasse. E ad Epicarmo pareva che avesse mente qualunque cosa vitale *. Pitagora gii;dicava partecipar della vita chi di calore partecipasse ; e perciò essere le piante ancora animate * ; la qual fu pur di Democrito e di Platone sentenza ^ ; ed affermavano Empedocle ed Anassagora, essere anch’ esse mosse dal senso, dall’appetito, dalla melanconia, dal piacere Anzi poi molti estimavano, come ne attesta Porfirio % che la ragion degl’ iddìi e degli uomini, siccome d’ogni animale, non differisse tra loro per la so- JEpicarmo nella cit- Raccolta Groziana. Diogene Laerzio Uh. 8. partiz. a8. 3 Plutarco nelle Qiiestioni Platoniche, 4 Clemente Alessandrino Strom. Uh. 8., Arir Piotile delle Piante Uh, i, 5 Porjirio delVAstinenza Uh, 3. stanza, ma solamente per certi gradi, talmentechè T una fosse in un medesimo genere più perfetta, F altra inferiore: dalla qual cosa avvenne, che strascinati da una catena d’idee statuirono T uomo essere quasi di tutte le cose un centro, in cui pur tutte o accresciute o diminuite potessero terminarsi. Per lo che la materia, per cui la potenza penetra con varj nomi appellata, essendo spinta da un movimento continuo, credean fra tali commovimenti della natura potersi tutto consecutivamente di tutto fare; pe’l quale oggetto nuli’ altro si richiedeva, se non che una cosa si disunisse da un’altra, ovveramente ad un’altra si approssimasse. Quinci ^ cavarono gli Dii dagli uomini, e gli uomini dagli Dii; e in bestie, in alberi, e in sassi questi medesimi trasformarono. Quinci presso Elia no * Einpedocle trasse alcuni esseri generati da due dissimili spezie p e in un sol corpo con doppia natura uniti. Quinci finalmente si propagò quella metempsicosi 5 cui tratta dalle immondezze Egiziane Pitagora nobilito Poiché asserivan gli Egizj I anima di Osiride esser passata in un .bove, dal quale poscia ne’ posteri si trasfondesse, giusta la relazion di Diodoro ; secondo poi la testimonianza di Eliano ^, intanto gli Eliopollti odiavano il coccodrillo, perchè credevano che quella forma vestito avesse Tifone uccisor di Osiride. io.° Afferrarono avidamente tali opinioni i Poeti, e non altrimenti che di principj trasser di * JZUano Istoria degli Animali Uh* i6. cffp. 39 - * Diodoro $lciL Istoria Uh. l. 5 EUano Istoria degli Animali I r lòii quelle quai corollarj le loro trasformazioni, e le varie forme onde vestiti gl’iddi! usavan cercare ogni angolo dell’ universo per riconoscere le virtù e’ vizj degli uomini, Perciocché quelle trasmutazioni di cose, che si credeano i filosofi a tempo certo uscir dell’ ordine eterno dell’universo a grado a grado spiega ntesi, a lor piacere i poeti nella natura medesima le intrometteano, qualor vaghezza o bisogno li stimolasse j nel che nuir altro si conveniva far loro 5 se non che poste opportunamente apparissero quelle occasioni e cagioni, cui ciaschedun evento congiunto fosse di qualche necessità. Queste di vero si mendicavano spesso da qualche alterazione dell’ animo, o d’alcun vizio o virtù, perchè avevansi come i più proprj argomenti da ingenerare negli uomini spavento ed odio p"' torti affetti, e riempierli di sentimenti onorati. Ma temerariamente ammassando e spacciando importunamente trasformazioni di ogni maniera que’ che cercavan miracoli per mostrarsi più venerabili al volgo, tali prodigj perde ron fede, e annoveraronsi tra que’ fantasmi, di cui si può la fantasia dilettare e ornare il mondo poetico, variato poi coll’accrescimento di azioni, di movimenti, e di forme. ii.° Mentre però che questi di larve tali coprivano la sapienza per farla pvù ragguardevole al popolo, altri qualche particola ne dìvelsero, e chiusa in breve ed a- cuta massima la proposero. Siffatte massime, o perche tratte dalla natura medesima delle cose per una osservazione diuturna, o perchè espresse con la meditazione dalle nozioni serbate nell’in tei letto 5 hanno grandissima autorità, sì per la gravità ed il peso delle parole che le ristringono, come per la loro fecondità e per lo agevole e libero adattamento loro ad assai casi del vivere. La stretta brevità loro fa veramente, ch'el- ìeno apprese pur sieno dagl’imperiti e sfaccendati egualmente, e pronte accorrati ovunque ad o- gni cenno delf animo. Perlo che il volgo ignorante si vai dì loro frequentemente, e d’ordinario da quelle giudica il bene e il male. Se l’ebbe certo in tal conto l’antichità 5 che scoi piansi agl’ ingressi de’ santuarj, e adopravansi a pronunziare gli oracoli; o perciocché talvolta se ne ignorava per la vec- diiiezza l’autore, si noveravan tra que’principi, attingonsi dalla natura medesima, e a cui dà peso il concorde assenso delle nazioni e de’secoli. Onde i fanciulli apparavanle per poi giovarsene in ferma età 5 siccome asserisce E- schine nell’arringa contro dì Te- sifonte . ia.° Ma nulla s’ era sin qui con certa ragione e regola sopra i costumi determinato, perchè non era la mente per anco pari a tant opera 5 o perchè quelli che avrebbero principalmente potuto farlo s’ eran»o agli esercìzj d’ altri mestieri applicati,60 ninna cura essi posero sulla maniera del vivere, o se pur tolsero a meditarla non presentarono che opinioni espresse in forme allegoriche. Per la qual cosa le regole de costumi non eran altro che o un indi- gesta massa dì brevi e facili detti ; o corollari di naturale istoria raffazzonata in ogni maniera applicati alle costumanze; o gesta illustri die’ trapassati, le quali o rinchiuse in inni cantavansi fra le mense, o propinavansi al popolo ineschiate a’* riti divini, o contraffatte di favole si produceano a spettacolo sulle scene. Comparve Socrate finalmente, il qual s* abbattè per sorte in que’ tempi, che rovinati i costumi degli Ateniesi dal lusso erano inzavardati d’ ogni lordura : 1 ’ arroganza poi de’ Sofisti, forte d’ inganni e le- nocinj rettorìci, signoreggiava ; ammaestrava i giovani già corrotti dagli ordinar] usi del vivere in quelle arti, per cui potessero nella ignoranza massima delle cose ammaliare il popolo in parlamento, e rinchiudeva tutta la scienza in un girar di parole e di concetti splendidi comodamente adattabili ad ogni assunto, o di ventose speranze pasceano il cuore del popolo. Per lo che Socrate, siccome affermane Cicerone % pensò * Cicerone Questioni Tuscularte Zi&, 3* doversi distrar la filosofia dagli arcani gelosamente nascosti dalia natura medesima, ed applicarla al governo delia repubblica ; quindi ei la trasse dal cielo, e la po se nelle città ^ e la introdusse ancor nelle case, e a meditar l’obbligò sopra la vita e i costumi e le buone e malvage cose : raccolse in un certo ordine gli ammaestramenti del vivere, che vagava no dissipati; illustrò definendoli i tenebrosi caratteri delie virtù; i complicati e confusi sbrogliò partendoli e dichiari; investigò gl i- gnoti con la induzione de simili, e mise gli altri in cammino d’investigarli . Quindi elegantemente dice Temistio * che, quale Atene da Teseo, fu in un sol luogo da lui raccolta la sparsamente abi tante filosofia . Temistio Orazione it* i 3 .° Quanta ignoranza ^ qual Lnjo Ja scienza de’costumi ingombrasse, chiaro è da ciò, che ne disputa nelle morali sue conferenze Platone. Poiché non crasi ancora determinato qual fosse e la natura e il valore della virtù ; lo che si prende a rintracciare nel Mennone . ]Non s’ era ancor definito per quai caratteri fra loro il giusto e Fingiusto si dipartissero5 le quali cose nel primo cerca usi e nel secondo colloquio su la Repubblica . Che innanzi a Socrate mai non si fosse indagato qual cosa aversi per santa e pia, V apprendiamo dalPEutifrone. Per la quale ignoranza avvenne, che quelli che professavano d’insegnar tiitto, quantunque nulla assolutamente sapessero, poteano comodamente a vane ciance dar peso, ni un altro avendo così fornito l’ingegno da scompigliare le reti fragili de’ Sofisti. Nè già le cose ignoravano solamente, ma ne fa chiari Platone stesso che non sa- pesser neppure il tenore e il mezzo da conseguirne sicura e limpida conoscenza. Imperocché, siccome afferma nel Fedro, niente può stringersi con l’intelletto, o svolgersi col discorso, ove le cose qua e là disperse in un ordine non sì raccolgano, affinchè possa una sola definizione abbracciarne quante fra loro per alcun modo concordano; e vicendevolmente ove le cose raccolte insieme gradata- mente non si di nielli brino in parti, perchè sì possa spiegare ognuna distintamente. Ed oltracciò nel Filebo, poiché, dice Socrate, quelle cose, che sempre sono, sono una e molte, ed hanno un certo naturai termine e insieme han corso infinito; per indagarle adunque e insegnarle agli altri è me- lyo stìeri primieramente, che rintrac- ciarn quella forma, nella qual tutte contengonsì ; la qual trovata si denno poscia ricorrer tutte, perchè non solo sappiamo essere quelle insieme ed una e molte e infinite ; ma quante ancor quelle molte sieno ; nè ad esse molte Ti» dea deir infinito adattiamo pri- machè ci sia noto evidentemente il numero di tutte quelle, che fra runo e l’infinito frappongonsi. Lo che vuol dire, che essendo il genere uno, più poi le spezie al genere sottoposte, ed infiniti gli oggetti individuali che sottopon- gonsi a queste spezie, dehhesi prima di scendere a’ singolari considerare gradatamente e percorrere tutte le spezie del genere investigato. Ma quelli, come pur ivi avvertesì, che allor brigavano credito di sapienza, oltre saltando i frapposti oggetti, dall’ uno ratti passavano all’ infinito ; raccoglievano in una forma 5 siccome s ha nel Politico, simili reputandole $ cose fra loro discordantissime ^ dovechè avrehhon dovuto stringere dentro un medesimo genere cose fra loro affini} dopo che avessero tutte esplorate le discrepanze } che fossero nelle parti, Per lo che chiaro affermasi nel Sofista, aver essi V ingegno e Fuso della divisione ignorato, onde avvenne che fosser poveri di parole. Perciocché quanto più sono ravviluppate le idee, vie meno segni per ispiegarsi addoman- dano ; quanto più sono distintamente partite, tanto è mestieri che più s’ accresca la vena delle parole ^ perchè a ciascheduna idea proprio segnale s’apponga, per cui discernasi nell’annunziarla. Nulla poteasi adunque sperar di saggio^ nulla di chiaro da quelli. che nè raggi unta avevano la verità, nè conoscevano i mezzi da rintracciarla; e ridncevano l’arte del disputare e del dire j, onde cotanto si pompeggiavano, a mere baje ed a vanissimo strepito di parole. Per intuzzare il fasto de’ quali uomini giudicò Socrate doversi quella sapienza, della quale era ei solo veracemente maestro, velar con quella sua celebre dissimulazione, per non respingere da’ suoi colloqui quanti volea costrignere a confessare di nuli’affatto sapere, prima che avessero a piena bocca versata tutta la scienza, nella qual più si fidavano, ed invescati dalle interrogazioni di un uomo, che sol bramasse istruirsi, ben comprendessero non esser ella che vanità. Perciò eloquentissimo essendo, e avendo insegnato il primo, come ne attesta Laerzio, l’arte del ragionare 5 usava umile e / disadorna orazione, seconclochè nel convito di Piatone afferma Alci- Liade, per animare coloro, di cui ■fingeasi discepolo, a cavar fuori più arditamente quella, di cui si boriavano, suppellettile di eloquenza, e dopo avere sfoggiate tutte siffatte merci di belJa stra e di niun valore, a'’loro segni medesimi se ne svelasse la nullità . Perciocché nulla ad ducendo egli del proprio, ma rivolgendo per tutti i lati quanto ne avea concesso il contraddittore, appoco appoco inoltrandosi, colà pingeva- ló filialmente ove forz*eraglì di confessare non si poter già difendere quanto animosamente poco dinanzi asseriva. Ma raentrechè prestandosi alP occasione mettea più cura a distruggere le altrui maniere, che a rassodare le proprie ^ destò sospetto in alcuni, ©h’ ei ne insegnasse più tosto qua- ie duL.bie2Sza chiudasi nelle cose, che quale s’ ahbian certezza e veracità, e dicrollasse, piuttostochè invigorisse, le fondamenta del conveniente e del buono . Ciò ad Aristofane ^ diede appicco per accusarlo, quasi ponesse in dubbio quanto mai ha di più certo, e più ne importa sia vero, e questionasse che tanta sia probabilità in ogni cosa, quanta potesse ap- porlene una insidiosa allettatrice eloquenza. Per la qual cosa malignamente chiamalo antesignano di quelli che si gloriavano di possedere e r uno e 1 ’ altro parlare, che superiore e inferiore dicesi, il quale può veramente dare alle stesse cose eguale aspetto di vere come di false . Ma benché Socrate, per non torcere dal suo proposito, nulla affermasse 5 pure col * Aristofane nelle ISfuvolei disputare ed abbattere le opinio= ni alla ragion ripugnanti, faceva sì che ciascuno agevolmente inferisse qual fosse il massimo bene, quali virtù, quali vizj alla natura umana distribuita nelle facoltà sue rispondessero. 14*'^ Ciò fatto, quasi la tromba sonato avesse, mirabilmente eccitò gli affetti degli uomini a coltivar la filosofìa de’ costumi ; ma ciascheduno amando meglio parere autore di cose nuove, che apprendi to re delle scoperte, e perfezionatore delle abozzate, miseramente molti la deformarono, e la constrinsero di quando in quando a vestirsi di nuove forme. Perciocché ora mostravasi con increspata fronte 5 con barba squallida^ e in sordido niantellaccio, e spoglia d’ogni vergogna sfacciatamente lorda vasi d'*ogni bruttura; ora splendidamente e mollemente abbigliata 5 ed odorosa d’unguenti si in cerca di delicati conviti ^ nè riputa vasi a scorno far viso e lezio di parassito ad uomini sontuosi . Alcune volte invaghita della piacevolezza degli orticelli, e soddisfatta di semplicissimo vitto, abbandona vasi neghittosa alla soavità di un ozio infingardo^ alcuna volta ingolfa vasi nelle civili tempeste, e arma vasi di quante forze può mai natura e fortuna somministrare, per acquistarsi, prudentemente operandole, tutti quegli agi che possono crear diletto nel vivere. Talvolta sopra le cose umane di lungo volo innalzandosi nelle divine affissavasi che sono eterne, e procurava di richiamare la nostra mente, staccata affatto dalla materia, a quella mente, da cui credevasi derivata ; talvolta sprezzando uomini e dei, ed ogni cosa mettendo sotto di sè$ con Giove stesso di libertà e d imperio rivaleggiava ^ e prometteva ardita di crear essa monarchi e numi tutti coloro, che non prestandosi ad altri sol tanto a lei s’ attaccassero . Alcuna volta agi* tavasi irresoluta, e vacillante cercava dove fermare il piede ; alcun’ altra disperatissima di mai trovarlo 5 nè più curando soggiorno stabile e fermo ospizio lasciava trarsi dagli accidenti secondo il corso incostante della fortuna . Ciascuno in somma di quella forma la rivestì, che più gli fosse in acconcio o a cuore. i 5 .° Imperocché Platone, sendo fornito di sommo ingegno, compiuto in ogni dottrina, ed egualmente grande, pregio serbato a pochi, si nella facoltà di scemerò quelle cose, che sgombre d ogni mortale impasto si svelan solo ad un’ anima tutta staccata dal senta so, come nelTaltra facoltà di mostrare, quasi dipinte e illustrate pomposamente, sensi stessi le cose, che dalla mente si percepì- scono ; unendo insieme queste fra loro discordantissime facoltà, creò tal genere di orazione dell’ una e l’altra composto, che per lo splendore delle parole, e la pittura de’ sentimenti d’ogaì colore imbellita, frequentemente diletta più, che non istruisca. E veramente fu spesso si stemperato in lisciar io stile, che non mancò solamente alia gravità di filosofo ; ma deesi dire che trascendesse la intemperanza medesima de’ poeti. Quindi, siccome Longino attesta io censurarono alcuni, che quasi preso da frenesia si abbandonasse a traslati arditi e a tumidezze allegoriche ; e Dionigi Alicarnassen- I Longino del Sublime cap, a8.se * gli pone a colpa di avere, più che al valor deile cose5 messo l’ingegno ai frastagli delle parole . Per la qual cosa, mentre dagli argomenti sensibili agP insensibili 5 e dalle immagini eternamente lubriche delle cose trasporta gli animi a* loro stessi e- semplari 5 che nè mai nascono, nè sono mai per perire, affinchè il lume del vero sgombri un errore contratto per la consuetudine di cosiffatte apparenze ; ei rivestendo ogni cosa di ailegorie ritira gii animi alle apparenze medesime, e di sì vivo splendore gli scuote e abbaglia, che stupefatti lasciali di maraviglia piu tosto che rischiarati dalia evidenza. Perciocché avendo raccolto per ogni parte tutti i fioretti poetici ed i misteri 1 Dionigi d"Alicarnasso della Graokà dell Orazion Demostenica .de* numeri, e avendo cercato a- dentro il sistema adombrato sopra le idee da Epicarmo, congiunse insieme siffatte cose scambievolmente impacci antisi 5 e ravvolgendo gli animi per tortuosi argomenti sparsi di tratto in tratto di favolose immagini, menali tutti sin dove ni uno più riconoscasi, ma resti assorto dalla medesima universalità delle cose, e finalmente unitosi a quella mente, da cui ciascheduno emana, si creda essere Iddio . Poiché, siccome si esprime Tullio giusta il parer di Platone \ è Dio chi vive, chi sente, chi si ricorda, chi prevede, chi questo corpo, ch’egli ha in governo, così conduce e amministra, come il sommo Iddio questo mondo ; talché non debba sembrare maravi- glioso, che tanti uscisser di que- ì Cicerone nel Sogno di Scipione cap. 8.sta setta fanatici ed invasati ; e che tanti concetti ornati di favolette poetiche si co^iessero da poeti cupidamente, e si garrissero sino alla sazietà . 16.® Aristotile per lo contrario, uomo egualmente di sommo acume e di gravissimo discernimento, può ^ « 1 • • s^ttribuirc 3 - sè solo di suo diritto ciò, che generalmente da Massimo Xirio affermasi de filosofi. 5 imperocché la sua mente rinvigorita e intollerante di enigmi cavò la filosofia d^ogn’invoglio 5 de fregi suoi la spogliò ^ ed usò nude maniere. Costrinse a legge determinate © chiarite per ogni parte le argomentazioni ; da singolari, avanza agli universali, che soli possono produr la scienza, la prima entrata de’ quali essendo già 1’ esperienza stessa, n’ è più. dirit- ^ MOtSSITUO TÌTW SbTTUì. 5 ^ 9 * ta e sicura la progressione; poiché ciascheduno è certo donde parti, qual via Batta, e dove gli è da sospingersi. E per toccare ciò che più vale al proposito, Platone avendo opinato j userò le parole di Cicerone ^, che fosse V intero mondo una città comune degli uomini e degl’iddìi, ed esser gli uomini di generazione e di stirpe agl’iddìi congiunti; e avendo perciò abbracciato co’ suoi precetti tal vastità, quale da uomini, tutti occupati dei vivere, difficilmente si può comprendere; parve più comodo ad Aristotile, che ciascheduno si reputasse, non dell’intero mondo, ma solo d’una repubblica cittadino; ed a tal uomo acconciò la filosofia de’ costumi, perchè stimava vieppiù valevole a tener gli uomini nel dovere un’affinità più Cicerone delle Leggi Uh. i. cap. 7. ristretta © da scambievoli e chiarì uffizj corroborata, che una la quale 3 -gguagìi in ampiezza la infinità della natura medesima, incomprensibile affatto dalia comune degli uomini, la qual si dee provvedere d^ instituzioni, Laonde mentre Platone con il soccorso dell Aritmetica Geometria Astronomia si sforza a sublimar gli uomini dalle concrete alle cose intellettuali, da’ sensi alle astrazioni, e insegna doversi 1’ animo scevra re affatto dal corpo, trasse Aristotile ciascun uomo là dove ognuno, che meni vita civile, si lasceia facil mente persuadere doversi aggiungere ; e quante cose vedeva^ si care agli uomini da non soffi irne la perdita, mostrò in qual modo valersene rettamente. Poiché qua lunque co’ suoi precetti piovveda a que’ solamente, cui basta a beatamente vivere la pura contemplazion delle cose intellettuali, e’ certo pensa, che o la più parte deli’ unian genere sia dispregevole, lo che è superba arroganza, o nata unicamente agli a£PannÌ, lo che guanto è ridicola supposizione, è altrettanto inumana ferocità. Quindi Platone stesso, che argomentossi a comporre una città, non di uomini, ma d’intelligenze scariche d’ ogni corpo, e col lega ria con P accomuna mento di quelle cose, che sfuggono ad ogni forza di senso ; perchè nondimeno tale città non sia ripudiata affatto dal popolo, le accorda l’uso de’ sensi © delle cose esteriori, e pone esser© le virtù, le quali civili appella, in quella mediocrità, cui trattò poscia profusamente Aristotile, e il maggior numero de’ filosofi commendarono. Ma per fondare o per figurare tale mediocrità trasse da varie dottrine e scienze ciascuno varj argomenti. Imperocché Platone dalle corrispondenze de^ suoni approvate dalla sagacità delle orecchie cavò le leggi, onde i massimi cittadini dispostamente attemperati con gPinfimi, siccome suoni dissimili ^ si concordino e formin quasi pura e soave armonia j ed egli pure insegnò doversi in ciaschedun uomo le tre facoltà deir anima, appetitiva, irascibile, e razionale, contempo rare secondo quegP intervalli, con cui tra loro si rispondevano la corda somma, mezzana, ed infima nelle cetere. Le quali cose spiegando crede Plutarco *, Platone aver la lagione alla somma corda. Pira attribuito alla media, alP infima P appetito; essendo tale il carattere della ragione, che signoreggi; delP ira, 1 JPlat&ne de Ilei Mepuòbiiw 4' 2 jPlutdTCO nelle Queitioni J^iutoniche - che ajutatrice ed ancella della ragione governi e sia governata; dell’ appetito poi che interamente ob- bedisca, siccome quello, che da Platone estimasi d’ ogni ragione incapace. Fu poi la cosa assai più lungi portata da Tolomeo \ Poiché non solo costui pensò consentire la facoltà razionale con il diapason 5 la irascibile vicina a lei col diapente, e la concupiscibile più a lei discosta con il diatessaron; ma tante qualità ancora ad ogni facoltà attribuì, quante son pur d’ ogni spezie le consonanze ; cioè tre alla concupiscibile, alla irascibile quattro, sette alla razionale. Conciossiachè tre, dice, della concupiscenza le virtù sono, come del diatessaron le consonanze; la temperanza nello sprezzare i piaceri; la continenza nel sopportare Tolomeo deWArmonia lib. 3, cap» 5 .il bisogno; la verecondia nello sfuggire le turpitudini: quattro irascibile come le consonanze del diapente; cioè la mansuetudine nel temperare la collera; r intrepidezza nel solFocare i ter- ji'ori delle pendenti calamita 5 la fortezza nel dispregiare i pericoli; e la tolleranza nel sostenere i travagli : sette son finalmente le virtù della razionale, come già del diapason le consonanze ; cioè V acutezza, di cui è proprio muoversi speditamente; T ingegno ^ a cui si conviene dirittamente colpire ; la perspicacia, onde le cose discernonsi ; il giudizio, per cui si estimano rettamente ; la sapienza, che s’occupa nella contemplazione ; la prudenza, che nell’azione raggirasi; e la perizia, che versa nell’ esercizio . Di più avendo partito i suoni in unisoni, consonanti, e concordi, ed appellato unisoni que^ che il diapason costituiscono j consonanti quelli che fondano il diapente, concordi in fine quelli che sono tonici, e quanti compongon mai la minima delle consonanze; le cose, e’ disse, che spettano al retto uso dell’ intelletto e della l’agione agli u- nisoni consomigliansi ; ai consonanti le cose, che al ragionevole temperamento de’ sentimenti e del corpo, alla fortezza e alla temperanza si riferiscono ; ai concordi poi quelle cose, che si rapportano ad una qualche affezione; finalmente l’intera filosofia de’costumi risponde al pieno concerto d’un’armonia perfettissima; talché si debba e la virtù chiamare una certa armonia degli animi ^ ed una certa virtù de’ suoni nominar debbasi V armonia '. Prova JEudemo Uh, a. cap, i. però Aristotile * le virtù starsi in un mezzo, così per V indole di tutti quanti gli affetti, i quali tanto per soprabbondanza corrom- ponsi quanto per mancamento; come per la natura della quantità o continua o discreta, nella qual sempre si può raccogliere il pari, il meno, ed il più. Ma tocca generalmente siffatte cose Aristotile ; i Pitagorici poi, che s’eran tutti applicati alla dottrina della quantità discreta, ossia numerica, minutamente le sposero. Poiché !Nicoinaco Oeraseno, avendo nella introduzione alla scienza de’ numeri esposta da Giamblico insegnato essere il numero ( il quale per sé medesimo è pari e totalmente libero d’ogni affinità col dìspari ) altro più che perfetto ; altro mancante e contrario a quel- Aristotile deir £!ti€c^ lib* si» 6 * Io ; altro perfetto e mezzano tra l’uno e l’altro; uno cioè, la cui somma è maggiore delle sue parti; uno, la cui somma è minore; uno, a cui totalmente è pari la somma stessa ; prese il numero perfetto 5 che primo è dopo dell’ u- 3TÌtà il senario, a dimostrazione delle virtù, le quali disse non essere alcuni estremi, siccome a certi sembrò ; ma sol mezzi fra la soprabbondanza e la deficienza; e veramente il male al mal contrapporsi ; e i’ uno e l’altro de’ mali opponersi al solo bene ; non mai però il bene ai bene, ma i due beni insieme ad entrambi i mali; come all’audacia la timidità, alle quali è comune la infingardaggine ; r audacia poi e la timidità alla fortezza . Pose altresì consistere la simiglianza della virtù e del vizio col numero perfetto, e col soprabbondante o igi deficiente in ciò, che troverai i im nitori soprai) Ijondtin ti 6 ma n— chovo^lì esser© assai di più ©d infiniti, qua e là disposti disordinatamente e da ni un termine certo non ordinati ^ raro per lo contrario ritroyerai i perfetti, e con facilità numerabili ; essendo assai pochi quelli, che sono con fermo ordine procreati Imperocché la rarità del numero perfetto, come d’ un bene ^ non già del male vario e nioltipìice, n’offre per legge di natura uno sol tanto ne’ numeri, che sono sotto della decina j uno nelle decine, che sono sotto del centinaio; un nelle centinaja, che sono sotto al migliajo ; e così poi in infinito. 117.® Ma in tantoché tai filosofi da cosiffatte origini ripetevano i Boezio citato da 'Benullt all allegato passo di iSlicornace, iga londatiienti di una virtù conveniente al consorzio umano, siccome quella che rende F uomo at- tuoso ed abile ad operar quelle cose, per la perfetta esecuzìon delle quali tutti di tutti abbisognano; altri d’altre sorgenti si affaticarono a derivare una virtù di tal foggia, che mentre credesi che perfezioni ogni uomo divisamente, spezza in un certo modo il primario vincolo di società. Imperocché Zenone, il qual mosso da innata severità tenne e nobilitò la setta de’ Cinici, purgatene le sordidezze e rasane la impudenza, avendo tale opinione, che la nostr’ anima fosse una particella dell’ anima dell’universo, cioè del purissimo etere penetrante tutte le cose; la natura poi essere Dio medesimo tramescolato col mondo j ossia il fuoco partecipe della ragione e dell’ordine, e segnalato ài varj nomi secondo la varietà delie parti, cui variamente informa nel penetrarle ; insegnò V ultimo fine deli’ uomo essere uniformarsi a Dio, o, alla natura conformemente vivere, o a’ sentimenti attenersi di un fermo animo, che sia discìolto da’ lacci del materiale impasto, nè di godere impedito sua naturai perfezione. Poiché Dio essendo V animo di ciascuno, essQ è perfetto per sè medesimo j per la cjnal cosa dee cu^ rar solo a rimuovere quegli ostacoli, che il puro uso ed intero di una perfetta natura potrebbero frastornare. ^Nascono poi tali ostacoli dalle cose fuori di noi per nullo consiglio umano variabili; siccome quelle che giudicavan gli Stoici si conducesser dal fato, cioè da una potenza immutabile governante ordinatamente questo universo. Laonde estimò Zenone doversi allontanar dal sapiente qnaT- luncjLie cosa esteriore ; perchè, se il sapiente creda che oggetti inori di siJa balia gli appartengano, non sia da pensieri arditi e da sediziosi affetti agitato; di che nulla vi è più contrario alla stabilità imper- mntabile della natura . Gli è d''uopo adunque, che l’animo in sè medesimo si raccolga, riponga tutto in sè stesso, e solo a sè stesso basti, perchè del tutto sia libero. Ma benché 1’ animo del sapiente sia pur a neh’ esso implicato nel se m pi t e r no ordine tl e11 e cose, non però fiore di liberta gli si macola, perchè adempie ciò ch’ei medesimo sceglierebbe, se ancor nessuna fatale necessità il violentasse j, e amministrando ed usando tutto dì suo consiglio segue spontaneo il lato, non è dai fato rapito forzata niente, come del serve e iusensato volgo è costume. Per io contrario Epìciiro portando avviso ohe iì mondo fos- se aggirato dal caso, e avendo tolta ogni sapienza e costanza dall’ universo 5 e rotto l’ordine delie cagioni, che da una prima spie- gantisi nella medesima si rivolgano, volle che 1 ’ uman genere fosse una parte dell’universo staccata affatto dall’ altre ^ e dall’ imperio e dal timor degli deilo sciolse, i quali, dilungi a noi rilegatili, collocò oziosi negl’intermon ' dj, perchè nè eglino ci sien di noja j, nè lor siarn noi di molestia, donde la pace deli’ animo sì avve- ienh Quanto poi può s’ argomenta a liberar gli uomini, a libertà redenti e tolti ad ogni governo della possanza regolatrice dell’universo 5 dalla tirannide ancora di quelle cose, che ne riguardano e stringono più dappresso. Imperocché degli affetti, i quali ad esse ci attaccano e sottoinettono, vcg- gendo alcuni eccitarsi dalla «a^ tura medesima, alcuni dalla opinione 5 la qual può essere cosi conforme come discorde dalla natura 5 e però certi di questi affetti e naturali essere e necessari ; naturali, ina non necessari, molti; i più veramente nè necessari, nè naturali; prima stimò doversi di- veglìer tutte le cupidigie super- due ; impose poi di recìdere quelle ancora, die non sovvengono all indigenza, ma solamente formano la varietà de^ piaceri ; onde non s’abbia quindi a tnenare vita straziata e carica di travagli. Zenone adunque ed Epicuro, movendosi da punti opposti, idscontransi insieme a credere, abbisognare il sapiente di poche cose, e dojjo quasi aver corso uniti per bteve tratto tornano a dipartirsi, uno a sfidare arditissimo tutta la forza della natura, e a cimentarsi, pieno di cuore è d.i sapienza, con lei ; l’altro a schivarla avveduta- mente e declinarne gli assalti, per non averla con <jualche dan— no a combattere; ambedue liberi di paura, quei perchè giudica essergli forza spontaneamente seguitar r ordine dell’universo; questi, perchè solò dì sè geloso reputa nulla appartenergli tal ordine, dal quale è affatto diviso. 19.° E a questi primarj capi ri- dur si possono quanti sistemi i filosofi immaginarono su la ragione del vivere. Imperocché o sollevarono l’uomo a celesti idee, o alle bisogne umane lo richiamarono; e gli uni e gli altri principalmente diressero i loro ammaestramenti al vivere o solitario 0 civile. Poiché sforzaronsi alcuni di sublimare il sapiente loro alla contemplazione di quelle forme che sono eterne ; e perchè ognuna di quelle abbraccia quante ve n’ha dello stesso genere, con il soccorso loro si argomentarono ad associare insieme le menti portate via dal sensibile al mondo intellettuale, cui posson tutti egualmente par^ tecipare, altri educarono i citta^- dini agli affa??!, e a coltivar qpe’ doveri, co’ qiiali scambievolmente si confortassero in ogni necessità della vita; altri estimando essere ognuno parte del mondo perfetta per sè medesima, si allontanavano di lungo tratto dagli uomini, e tutti scioglieano i vincoli, che a comunanza di vivere ne costrìngono, per non iscuotersi punto dah la concetta loro immutabilità, se a quelli si accompagnassero, che soglion essere dalle passioni diversamente agitati. Conciossiachè il sapiente fra loro di nulla misericordia commovesi, a ni un fa gra-? ^ia j e giudica tutti gli altri essere mentecatti, schiavi, ribaldi. Altri deliberarono finalmente dovere ognuno curar sè stesso, nè mesco^ larsi in affari altrui per non ritrarne gravezza o inamarirsi il pia-^ cere, se a caso scostisi d* un sol dito, o metta fuori la testa de* suoi orticelli. Tutti estimarcn poi la virtù essere necessaria o a mon<- dar r animo, perchè si dedichi più pronto e libero alla contemplazione, o a renderlo atto agli affari, o a vestire quella fermezza, per cui il sapiente j se fracassato subissi il mondo, o eh’ ei sia posto nel toro ad ardere di Talari^ de, non crolli punto di sua pacifica securtà: altri in fine, per acquistarsi pace e dolcezza di spirito senz* affanno. Mentre però i filosofi più che non deesi esaltano, o indurano, o snervali gli uomini, li rendono disadatti alle civili occorrenze ; o mentre cacciano i riottosi per luoghi inospiti, o i già pendenti sospingono giù per la china, corrompono gli uni e gli altri j e li distornano da que’ prin- cipj, cui la natura gittò per base di umana felicità. ao.® Le quali massime essendosi tutte originate dalle opinioni, che gli uomini, forse mossi o dalla disposizione del proprio cuore, o da una oscura ed equivoca analogia, sulla natura forraaronsi delle cose; ne avvenne che quelli principalmente sconciarono e intorbidarono la ragione, che il più sem¬ bravano avere inteso a perfezio¬ narla. Imperocché d’ordinario chi molto vale di ingegno, ed usalo assiduamente j mentrechè sdegna le cose facili e spia le arcane, in¬ torniato da quelle tenebre fra cui sepolte si celano ^ egli mede¬ simo acconciasi fallaci immagini delie cose 5 © colora e irnhel- lettale a suo talento; e ad uso de’ sognatoli, non conlVontando mai tali immagini con esse cose, xieppuf s’ avvede esser nebbia ciò cb’e’ si crede Giunone. E se per caso destisi T animo finalmente, e ad esse cose rivolgasi, già estenua¬ to da vane speculazioni non vale a sostener quegli oggetti, de quali percbè si possa ricevere l impres¬ sione havvi mestieri di un fondo in certa guisa più solido. Laonde quel eh’ è più grave trapela e scorre, per cosi dire, per le fessure di un’anima attenuata e forata per ogni parte; quel eh è più lieve e di più volume v’è dalla sua medesima leggerezza soprattenuto. Indarno adunque ricerche- rebbonsi dalle massime de’ filosofi le regole della vita ordinate dalla natura e dalla sana ragione; es¬ sendo spesso inimica alia ingenua l ragione e pura, più che i costumi, inconsiderati del volgo ^ T arte di alcuni ammaestratori: talmente- chè non a torto si lagnò Seneca % che la filosofìa sì trovasse non a rimedio dell'animo, ma ad esercizio d’ingegno, e fosse a molti Cagione già dì pericolo . Smeca Epìstola io3.flo3 Hagtonameetto del Tràdcitto- riE. . pon quale ordine sì sviluppasi sero le facoltà degli uomini, ed appetiti ne uscissero loro connaturali, Con quale tenore e modo na¬ scessero le opinioni sopra le cose spettanti al vivere, Con qual tenore siensi propo¬ ste e da che fonti attinte le instiiuzioni del pwere e de\ i^ostuTni .UNIVERSITÀ' D! PADOVA Dipartimer^to di Storie e Filosofìo del Diritto e Diritto Cononico ed i costumi e le leggi mo costituzione sortirono, che sien. Diaitized b v ..’- y L . >-’-*£. • . - ±  v ' ; Ì .. - w;®'% , - ; WÈm$ i ;v :• • irjj ■ " V jt. v ■% ♦? : ' - fSV- ■•.-‘v 4 '’tìX K «ii. ’Tlj Jd . '• Ì«£fi ; 3-4 r  ; Si .•'►>•.•>', . 4 pA. T* « *r*. r.' . f.-\ (K. •»■ 4*. r y# % V^ 1 .* • ^ v» - • - r\y * iv *«£&^ _• 1 *- t r ’ r*l ■pV ‘■- aBt ..v-'- 4 Ù 3 A> ■ J- .- vvj i : I - \--T \ . |k^ t V> « .;> !nr, .£ >/.-!{ 'v:  *&r.} M ' - . V ’ vf-! y . _• Vi '- r ’tÌ-'I. «• ~ - . V V &'. 1 » , v ■ • . .“ + v a* 4 <% •*. *(*■• i - * 1 ^i •: B„ .. ... Jfe*: 2 ^'' Tfiì *1 . /s '^1 ■' .V* > v * *< ^ A : * ìr>?^ s m ' r ►; ^k. « 'tS < V * i :»yT fc y* jèt- - • .k i . WV« A| % I I  % OPERE VARIE DI S. C. R. S. VOLUME I. JlL. * ^ 0 . CONTENÈNTE ORAZIONI ED ALTRI RAGIONAMENTI • r Format ttnut vertebar in omnct . Propcrt. IN PADOVA.. N E L. JfcyV^ STAMPERIA PENADA. V/..' Con L $ c, de' Su p. v. * • % % 0 • ! Digitized by-Google / Opportuna mea efi cunBis natura figurts : In quamcumque voles verte , decorus ero . Vertumnus apud Propert. ei. u lib. 4* A * • . u< DPREFAZIONE DI ANTONIO EVANGELI C R. S. Uegli uomini ri , che forniti dalla natura d’ una ftraor- dinaria forza d’ inge- gno , e dall’ arte ar- ricchiti d’ una dottrina all* ingegno propor- zionata , giganteggiarono fra letterati det loro fecolo , per quanto fieno ftati poco premurofi di provvedere alla lor fama pref- fo la pofterita , non fono mai periti nell’ obblivione per difetto di banditori della lor gloria, nè a pofteri anno mancato mo- ( VI ) numeriti , che ad efli certa fede faceffero delia loro eccellenza. Siafi egli effetto dell 1 amore a si fatte perfone da noi profeffa- to , mentr’ erano in vita , il quale ci fac- cia credere di mancare al dover noftro fe ommettiamo di procacciare al loro nome quel maggior luftro , che per noi .fi può; 0 veramente dell’ amore , che porfiamo a noi ftefii y il quale ne muova a ftudiar-i ci d 1 immortalare una gloria , della qua- le è in certo modo a parte chi fu co’ pof. feffori d 1 efla congiunto con qualche vin- colo ; o di quello finalmente , che fentia- mo verfo 1’ umanità , alla quale fiam per- fuafi di far un benefizio confervandole e* terna la rimembranza di chi fembrò aver- la follevata ad un non ordinario grado d 1 altezza , o provvedendola di monumenti y da’ quali penfiamo eh’ ella trar ne pofla alcun frutto ; o da qualfivoglia altra ca- gione ciò nafea ; qualunque volta vengafi per morte a perder alcuno di que’ fublin mi intelletti , v’ k fempre chi la cura fi pren- 4 * . (VII) prende di ravvivarlo e renderlo immorta- le col raccoglier e pubblicare le produ- zioni che di elfo gli vien fatto di rinve- nire . E non pur quello fi ritrova chi faccia, ma fe avvenga mai che nulla ab- bian eglino lafciato ferino , v’ à di que- gli , che non paventano la fatica di an- dar nella propria o nell’ altrui memoria ripesando gli eccelfi penlàmenti di quelle grand’ anime , onde confacrargli all* im- mortalità . Illultre ih quello genere fi è f efempio dato a molt’ altri , che furono dopo di loro , da’ nobililfimi lìlofofi Plato- ne , Senofonte, ed Efchine detto il So- cratico : i quali veggendo con pena che 1’ incomparabile lor maellro Socrate punto non fi curava di fcrivere quelle belliffi- me cofe , ond’ eran ammirabili i Tuoi ra- gionamenti , e per cui era giunto ad ef- fer riputato il maggior favio , che nella Grecia tutta vi fofle , a gara 1’ uno deli’ altro grande Audio e fatica impiegarono nell’ efporre i pellegrini concetti del cele- * ber- s Digitized by Google N . ( Vili ) berrimo Ior precettore. Con che i bene* meriti e grati difcepoli e la di lui più nobil parte eternarono , ed a se fteffi mol- tiffimo vennero ad obbligare la pofterita , che lor mercè dopo tanti e tanti fecoli può dir di converfare ancora con Socrate , ed ancor gufta gli fquifiti frutti del divino ingegno di lui. Animato io pure da’ fentimenti di que- lli grand’ uomini , allorché fi trattò di ri* fiorare in qualche parte la perdita gravif- fima d’ un novello Socrate fatta dalla re- pubblica letteraria nella morte del rino- matiffimo mio concittadino, confratello, e maeftro Giacopo Stellini col mandar alla luce ciò, ch’egli in Padova dalla pub- blica Cattedra di Filofofia Morale aveva molti e molt’ anni infegnato , non potei non accettar di bonilfimo grado 1’ invito fattomi dal eh. P. Barbarigo di concorrer colla mia opera alla fpaventofo non che difficile imprefa . Imperciocché febbene a differenza di Socrate aveffe il P. Stellini la- Digitized by Google -J'-J ( IX ) lafciate fcritte le fue dottrine , le aveva però lafciate in tal confufione ed olcurita involte , che a liberarle dall’ una e dall’ altra , un incredibile Audio ed applicazio- ne fi richiedeva. A che grado precifamen- te gi ugnelle la fatica di Pififtrato , il qua- le già ritolfe al difordine , in cui erano al fuo tempo i libri ( a ) d’Omero, c s’ avvisò di difporgli in quel fiftema , nel quale prefentemente gli abbiamo ; o quel- la d’ Ariftarco , che i libri medefimi ri- purgò ed alla lor vera lezione ridulfe , non faprei dirlo : fo bene-, che quelle due fatiche infieme congiunte , ed al più alto grado che immaginar mai fi polfa porta- te , formarono la nollra. Balta che a ri- dur quegli fcritti a quello flato , in cui ora fi trovano tra le mani del pubblico , vi vollero tre anni e più di continuo la- voro ^Fatica al certo fu la nollra bene Ipe- * . H, ' • * - <4 i « . '- jù* i* • ■ (<*) CICERONE (vedasi),  I. 3. de Oratore. Aelian. Vàr. HHl. I. 13.C. 14. • % (X ) fpefa quant’ altra mai , per aver prodotto il riforgimento del più gran maeftro di cofiumi , che da molti fecoli vi fia fin- to , mercè un’ opera tale , che la Moral Filofofia non ne à forfè alcun altra , di cui pofla cosi lieta andarne e fuperba • Non è quello il luogo di fpiegarne a par- te a parte i pregi fingolarifiimi , onde far apparire da quali ragioni io fia con-» dotto a cosi penfare ; ma mi riferbo a farlo in altro mio * Icritto , che ufcir'a quando che fia . Intanto mi rimetto al giudizio , che ne an dato pubblicamente alcuni dotti uomini , e principalmente gli eruditiflìmi Signori Giornalifti di Pi- la , i quali in tre Eftratti da lor non à molto pubblicati ( a ) dell’ Etica Stelli- niana ne an ben valutato il merito , e con onore non men loro che dell* Auto- re anno additato molte delle Angolari bel- lez- (4) Nel Giornale de’ Letterati. Pifa 1780. ( XI ) .lezze , che in effa rifplendono. Oltrac* ciò ann eglino làputo affai giudiziofamen- te collocarfi nel punto di villa , da cui vuol effer guardata la Morale di quel va- lentuomo per poter dare del fiftema di lui una diritta e vera fentenza : - il che non avendo alcuni faputo fare , an detto o fcritto delle cofe , che inoltrano bensì il loro zelo , ma non la direzione e la ragionevolezza , che ne debbon effer la guida. Cosi aveffero que’ faggi e valoro- fi Giornalifti , ficcome an per ogni par- te giuftificato i libri dell’ Etica , cosi an- che voluto pigliarli la briga di far lo Iteffo d’ una Dilatazione vivente 1’ Au- tore llampata , contro di cui , dicon elfi. , non è mancato chi à pubblicamente fatte le fue doglianze ! eh’ io fon perfuafo , che ad elfi verfati come fono nelle cofe filofofiche y e di buona critica forniti , non farebbe venuto meno il potere • Ma s’ eglino , qualunque ne fia la cagione , non an creduto opportuno di ciò fare , non ( XII ) non refterà per quello il P. Stellini fen- za la dovuta difefa. Con un’ opera cosi eccellente parrk for- fè a taluno , che il mondo letterario ab- bia interamente ricuperato il P« Stellini, e che nuli’ altro ornai redi a bramarli per aver , diciam cosi , un perfetto e vi- vo ritratto del felici flimo ingegno di lui , e della fua rara dottrina : ma ella non è certamente cosi. S’ è unicamente ravvi- vato il fommo Profeffore di Etica ; e V ' quaddo ciò dico , intendo un perfetto co- nofcitore della natura dell’ uomo , e di quanto an fu di lui’ meditato tutti gli an- tichi - e moderni Fiiofofi ; un gran Me- tafifico , un valente Giureconfulto , un uomo delle Storie perniili rno ; perciocché fenz’ elfer tutte quelle cofe non farebb’ egli mai giunto a quell’ apice : ma non s’ è già ravvivato un uomo , che non tanto per effer in tutte quelle cofe eccel- lente è flato la meraviglia de' noftri tem- pi , quanto . per 1’ uni ver Tali t'a del fuo Ta- pe- ( XIII ) pere. Come ? mi dira qui taluno : 1* E- tica fola del P. Stellini non batta ella forfè a dimoftrare un uomo univerfale ? Io non nego , anzi confetto di buon gra- do , di veder io pure quegli ferirti dif- feminati tutti e adorni d’ ogni maniera di dottrine ; talmentechè chi volefle far ciò , che fecero nelle lor Vite d’ Omero Dionigi d’ Alicarnaflo e Plutarco , i qua- li fi prefer 1’ aflunto di far vedere P u- niverfale feienza di quel gran Poeta col trar da’ fuoi poemi , e metter infieme i paffi qua e la fparfi , che ne danno indi- zio ; farebbe uno (lupare veder Mate- matica > Mufica , Fifica y Medicina , Ret- torica , Poetica , Chimica , e cent’ altre facolta intervenir tutte ad illuflrar tratto tratto ed abbellir 1’ opere dell’ Autor no- ftro. Ma un tale (poglio , ov’ altri il fa- cefle 5 farebbe poi egli baftcvole a far del fapere dello Stellini concepire un’ idea , che pareggiale la verità ? Egli pretto i più dotti uomini del fuo tempo fi gua- da* • ( XIV ) dagnò ’l concetto d’ aver una cognizione non folo eftefa maravigliofamente per tut- te quafi , dirò cosi , le provincie dello /cibile , ma , ciò eh’ è affai maggior co- fa , foda infieme e profonda. Ecco ciò , che di lui fcriveva ( a ) un giorno il ce- lebratiffimo Co. Algarotti : Non c è arte \ nè fetenza , ne cui fecrcti penetrato non abbia . Potrebbe leggere nel corfo di un an- no fcolaflico fu qualunque cattedra 5 come quel pantomimo di Luciano , che in un balletto contraffaceva tutti gli Dei . Ora non è poffibile in un’ opera ad un fol ar- gomento dedicata toccar cosi di paffaggio e per incidenza infinite altre co fe in mo- do che appaja Tempre fin a qual puti- to fia lo fcrittore in ciafcheduna d’ effe verfato. Quindi è , che i due famofi Bio- grafi dianzi •. mentovati , ed altri antichi e mo- ( <* ) In una Lctt. inferita tra le Memorie per fervir alla Storia Letteraria ft. in Ven. dal Valvafenfe.  e moderni  ammiratori d’ Omero , i quali nell’ opere di lui an pretefo di tro- vare un teforo inefaufto di tutte le defi- derabili dottrine , fono (tati da più d’ un Critico dottiflìmo (b) a. buona equità trat- tati da vifionarj e pregiudicati di trop- po in favore del loro Eroe . Come dun- que fperar potrebbe d’ andarfene immu- ne da fimil taccia chi voleffe cimentar- fi di far lo fteffo in riguardo all’ ope- re Etiche del P. Stellini ? Nefliino , è vero , potrà negare , che in ciafeheduna di quelle cofe ftraniere , che va quefti nell’ argomento fuo principale inneftando , non riluca d’ ordinario anche nel poco il molto , cioè a dire ? un làpere in quella ta- ( a ) Angelo Poliziano nella Prefazione ad Omero , la qua- le fi legge tra le fue opere latine , chiama etto Omero re - gem difciplinarum omnium , e i Tuoi libri omnium dottrina- rum fapientiaque thefauror . Nè diverfamente parla il Pope nella fez. terza del fuo EJfay on Homer . Vedi M. Perrault Paralelle de r Ancienr & det Moder- ne r en ce qui regarde la Poefie . Anon. Ingl. An Enquiry imo tbe Life and Writings of Homer , Seft. 12. P. Giambernardo ritenti Leeone f opra lo Scudo <P Achille , tra gli Opufc. del Calogeri . ( XVI ) tale sfera affai più eftefo , che a prima giunta non apparifce , ove confideri , eh’ ei cosi a tempo e cosi acconciamente a varj propofiti quelle varie dottrine viene applicando , che non folo non fi feorge la menoma violenza nell’ adattarle , ma fembran effe nate foltanto per fervire a* bifogni di lui. Poich’ egli è chiaro che chi opera in tal modo non può a meno di non fcegliere , e che non fi può fee- gliere dove non fi ritrova opulenza. Ma in ogni modo quello non è ancora Ican- daglio 5 che badi a toccar fondo nel fà- pere d’uno Stellini. A quello s’ aggiun- ga , che alcune facolta delle più confide- rabili , così portando la condizion loro , nella Morale non vi fon punto tocche ; ed inoltre che tutte quelle , le quali v’ an luogo y v’ entrano per lo più con dottri- ne prefe in prellito da altri , e non pro- prie dell’ Autore , che ve le inferifee . Rella perciò a delìderarfi in ordine ad> al- cune claffi adempiuto alla mancanza y che nell’ • tori grideranno il bello , e perdoneranno a ciò che v* a d’ illodabile. Anche a Ca- tullo nel fuo Epitalamio -per le nozze di Peleo fi perdona Y anacronifmo della nave , e lo fmifurato epifodio, ingrazia de’ molti e bei pregi , di cui rilplende quel compo- nimento ; e fu quello mai femore la deli- zia di tutti gli amatori della bella poesia # E per parlare di cofe recenti , anche nel poemetto del cel. Ab. Frugoni intitolato il Fero fi tollera un difetto del rutto fi- mile a quello del P. Stellini ; e vien elfo a pcrderfi tra ’l molto lume , di che fpar- gono quella poesia le molte fue belle pre- rogative. 11 terzo Epitalamio fu fimo dall* Autore del 1740 , e 1 ’ Inno due anni dopo. Due produzioni fon quelle , 1’ una nel genere e- pico , l’altra nel lirico, pregevoliffime . L’ Inno fingolarmente affai IT; mo dee piacere a chi ama la foda e robufta poesia per la novità de’ concetti , e per 1* energia e vi- vacità dell’ immagini. ** A’ ( xvm ) A’ verfi fciolti fuccede uni traduzione effa pure in verfo fciolto di parecchie Ode di Pindaro. Innamorato il P. Steliini , di quedo fublime poeta come prima fu in idato di lecerlo nella fua lingua origina- le , fi pensò di recarlo in Italiano , d’ il- luderlo con note ovunque fembrato gli foffe opportuno , e di accompagnare ciaf- chedun’Oda con un difcorfo diretto a (pia- nare r idea del poeta , a modrar gli arti- fizj da lui adoperati ne’ Tuoi componimen- ti , e le bellezze in quedi contenute. Bel penfiero per certo e degno di lui ; e che y jfe foffe dato pienamente efeguito , fummo onore avrebbe recato all’ autore ed all’Ita- liana letteratura , e giovamento grandifìi- mo agli dudiofi della poesìa. Ma avendo le lue circodanze chiamato lo Steliini a più gravi dudj; egli abbandonò a mezzo ilcor- fo Timprela , e quanto aveva ferino lafciò giacer per fempre nell’obblio, fenz’ aggiu- gnervi dopo pur una dilata. Delle quaran- tacinque Ode , che ci redan di Pindaro-, ven- ( XIX ) ventidue fole ne ò io trovate ne’ mano- fcritti del noftro Volgarizzatore ; annota- zioni pochilììme ; ed un folo degli accen- nati difcorfi , cioè quello eh’ è intorno al- la terza Nemeonica. Se oltre quello nella ftampa prefente fe ne leggon due altri , di ciò fe ne dee faper grado al gentile nulla meno che feienziato Sig. Ab. Toaldo Pub- ' blico Profeffore d’ Aftronorma in quefta Univerfita di Padova , il quale avendogli ritrovati autografi tra’ man oleritti dell’ im« mortale Ab. Conti fiato già amicifiimo del P. Steliini , a voluto cortefemente comu- nicarmegli. Se la gentilezza di quell’ illu- ftre Profeffore folle più comune, che non è , chi fa di quanti altri Difcorfi intorno a Pindaro , c di quant’ altre Ode dal- lo Steliini volgarizzate ricca farebbe que- fta Edizione ? Certa cofa è , che parec- chi frammenti d’ altre Ode da lui tradot- te ò io trovati tra le carte dell’ Autore ; • e tra quelle vi è pure un foglio di ofler- vazioni critiche fatte da non ,fo chi fopra la ** 2  li bilia traduzione della prima Pitionica, in line al quale cosi Ita fcritto : OJfervo poi r Idea dell’ Oda , che è fatta eccellen- temente . Ad ogni modo quell:’ opera cosi imperfetta , com 7 è , è Tempre una cofa in liane . Una fola traduzione di tutto Pin- darò a finor avuto 1 ’ Italia , ed è quella d’ Alelfandro Adimari , la qual comparve alla luce 1 ’ an. 1631. Ma quella poco è da contarfi , perchè non avendo il tradut- tore un ingegno proporzionato alla gran- dezza dell’ originale , nè certa finezza di gufto ; ed oltracciò elfendofi legato a trop- po Hrette leggi di rima , ci ìi dato di Pin- daro un ritratto affai poco fomigliante. Dopo f Adimari qualche Oda ne tradulfe Francelco Cappone , egli pur lècentifta , aliai mediocre poeta , ed ignaro della lin- gua Greca . Nel no Uro fecolo poi due Ode di Pindaro fur tradotte dall’ illultre poeta. Girolamo Tagliazucchi , le quali fi leggo- no tra le fue rime ; altre due fe ne tro- vano nel Giornale di Modena tradotte dal dot- Digitized by Google ( XXI ) . dotto Ab. Vifconti , unite ad altre quat- tro interamente , e ad alcune folo in parte volgarizzate dall’ Ab. Ceruti (oggetto affai noto nella Repubblica letteraria ; ed una finalmente n’ abbiamo volgarizzata dal cel. Sig. Saverio Mattei , da lui inferita nella terza delle Tue Differtazioni Preliminari al. la Traduzione de’ Salmi . Oltre quelle , altre , eh’ io fappia y non ve n’ à. Cofa in vero maraviglio fa che un poeta si gran- de , e tanto dall’ antichità celebrato , abbia in Italia avuto cosi pochi amatori y e fia (lato lafciato da parte perfino dal dot- tifiimo Ab. Salvini traduttore di tanti Gre- ci poeti , il quale di Pindaro nuli’ altro ci à dato , che uno (quarcio della prima O- limpionica , da lui inferito in una fua an- notazione al c. II. del libro pur II. della perfetta Poesia Muratoriana . Il P. Stellini dunque avrà la lode d’ effere (lato colui , che più d’ ogn’ altro Italiano abbia con onore inoltrato il paffo in quella diffidi carriera. ** 2 II  Il modo da lui tenuto nel tradurre c da ftimarfi il migliore , eh’ ei Iceglicr potef- fe . Imperciocché avendovi tre principali maniere di traduzione ; I’ una religioni , che non curandoli gran fatto di piacere, fi contenta d’effer utile a chi non la la lingua d’ un autore , col rapprefentargli parola per parola la fua opera ; un’ altra licenziofa , che proponcndofi unicamente di dilettare , cangia , aggiunge , leva , riftringe , dilata; cfpone in fomma gli altrui concetti in quel modo , che le par più adattato a con- feguir il fuo fine ; ed una terza , che qua- fi mezzo fra due eftremi cerca di concilia- re in qualche modo 1’ utile col dolce ; fe- guendo le pedate dell’ originale con fedel- tà s\ , ma non però così Icrupolola , che non fi faccia lecito alle volte di fcoflarfe- ne alcun poco o per fervi re alla chiarez- za , ove torna bene il farlo , o per am- mollire qualch’ efpreflìone troppo dura , o per render più leggiadro ed armonico il verfo : quell’ ultima è appunto quella ma- nie- ( XXIII ) niera , die generalmente parlando k fegui* to il P. Steliini . Maniera per certo , che da chiunque diritto giudica debb’ effer ap- provata molto più dell’ altre due , e maf- fi inamente della parafrafi . Poiché i para- frasi direttamente s oppongono al fine della traduzione , eh’ è di rapprefentar un autore con fedeltà. Quindi dice benififimo il March. Maffei ( a ) ; Poco plaufibili fii-, mar fi foglio no da chi ben in tende le tra- duzioni libere ed arbitrarie » Una tradu- zione debb ’ ejfer un ritratto , che tanto fi loda ^ quanto famiglia. Chi altramente fa , inganna il fuo lettore , non V infimi fee . Oltre di che cotefti traduttori , a ben confi- derai , d’ ordinario neppur ottengono il lor fine ; poiché le parafrafi pollone bensì piacere ai poco intendenti * c a coloro, che le leggono difpersè , e fenza il confronto dell* originale ; ma al paragone di quello 4 per- (O Vedi il lib. intit. Traduzioni’ Poetiche , o fi a Tentativi per ben tradurre in vtrfo : Verona 174 6. ( XXIV,) perdono gran parte del loro pregio . E in vero qualunque volta fi tratti di traslatare un eccellente poeta , egli è pur difficile per non dir imponìbile, togliere, e nulla emmetter d’ importante ; dilatare , e non indebolire ; cangiare , e non dar nel men buono ; aggiungere , e non caricar la poe- sia di co fe fuperflue e talvolta anche con- trarie alla mente dell’ autore . E perchè fi tocchi con mano la verità di quanto io di- co , mi fia lecito , giacché fi tratta di Pin- daro , di porre innanzi a miei lettori la foprammentovata Ode tradotta dal Sig. Mattei , che è la nona delle Pitioniche . Bello è il cantar cf Jltene , c dell 9 ili ufi re bianconi a famiglia . Ov è fra tutte xAltra città , che il capo cflolla a paro Dell ’ alma %Atene ? Ov è piu chiara flirpe Di figli <r Jllcmeone ? Ovunque i raggi Giungon del Sole , audace Penetra ancor de * forti jfteniefì Il chiaro nome * e la tua flirpe ancora y Caro Megacle amato , Canta la fama in ogni parte , e dice , Co- ( XXV ) Come il barbaro giogo De Pìft firati fcoffó , al^ò di Febo Nell * tf/no a/fere *wo/i , e tutti i danni Già riparò de * barbari tiranni . Baflan tai coJe*~ a risvegliar [e langue Il / acro mio furor : che farà poi Se te , fe gli avi tuoi Di frondofe corone ornati il crine Cinque volte in Corinto , e due rimiro Nel Piofo agone , e un altra volta al fine Ne iT Olimptca polve ? Aggiungi a quefle Dell* ultima corona il nuovo onore , Che nel Delfico corfo Tu fra tutti , tu fofli il vincitore . Spiacenti fol che in me^gp Alle glorie , alle palme Atropo indegna * Ad Ippocrate tuo recife il filo , E gr illuflri trionfi ' Tentò di funeflar . Ma qual riparo Contro a Parca sì cruda ? Or fappi , amico 5 Che le gioje interrotte Sempre a ’ mortali cjfcr dovranno , e penfa , Che la dubbia fortuna è piu coflante Quando col bene il male Mefcendo va.' ma quando è fempre e in tutte Fa - ( XXVI ) Favorevole e buona , Jlilor tofto ti lafcia e t* abbandona . In quella parafrafi , ove leggali fola , e con buona fede , non vi fi difcernc forfè cofa , che non piaccia ; ma s’ ella fi confronterà coll’ originale , vi fi troveranno parecchi nei . Il principio di quell’ Oda in Pindaro è 1’ apprelfo: KaM,/ro» «* [Lty oChoiroK'ts A'Sxyxt TIp00tfJU09 A'hXfJLOUOVtly.V ÌLvpvrS’tnì yinx , xptp ir?S* olot^xt T'mroiTi fixXÉrd’xt . Ma la troppa vaghezza del Sig. Mattei di metter in Alterna ordinato ed efatto un poeta, che come faggiamente riflette il P. Steliini (/*), d’ ordinario mal foffriva d’ effere tiretto da certe catene ; e 1’ elferfi egli dimentico , che un traduttore non è altrimenti un pittore , che liberamente di- pinga le proprie fantasìe , ma bensì uno che dee fedelmente copiare un quadro al- trui , ( 4 ) Vedi il Difcorfo [opra la prima Olimpion. alla fac. 112. di quefto Vok ( XXVII ) trui , an fatto , che il penfiero del Greco poeta ne’ citati verfi contenuto è altera- to in guilà , che più non fi raffigura per quel deflo , eh’ è nell’ originale. Ecco il vero concetto di Pindaro parafrafticamen- te efpreffo da Giovanni Benedetto : Pul- cherrimum eft , Megaclis Atbenienfis , qui genus ad Alcmaonem refert , laudum i - nitium ducere ab Atbenis ita ut fun - damentum & exordium byntni y quo celebra - mus- vittoriani ab ipfo quadrigis partam y ducamus a patria ejus commend attorie . Nel fine poi della prima Stanza non vedo perchè fiafi voluto aggiugnere quell’ il bar», baro giogo De Pifijlrati fcojfo ; e quell’ e tutti i danni Già riparò de barbari tiran- ni , che nel tefto non fi leggono . Quelle circoltanze dovendo già cfler note a* Tuoi uditori y Pindaro le tralafcia . Potrà rifpon- derfi , che s’ eran note a que di Pitone , non lo fono a noi • E' vero : ma fenza far dire al Poeta ciò, ch’ei non dice, un bre- ve argomento premeffo all’ Oda può met- ter ( XXVIII ) ter noi pure , benché fenz’ alcun bifogno* , nel cafo medefimo de’ Pizj. Nella terza Stanza e perchè mai a ag- giunto il Sig. Mattei le parole : Atropo indegna Ad Jppocrate tuo reci fé il filo , le quali nell’ originai non fi trovano ? Si dira forfè , per informar alla bella prima il lettore d’ un fatto , a cui il poeta allu- de. A bell’agio: bifogna vedere fe ciò lì può fare fenza pregiudizio di Pindaro . Io per me dico, che s egli a ommette quelle parole , l’à ommeffe perchè cosi dovea fare. E vaglia il vero: Pindaro veggendo, che la fciagura occorfà a Mcgacle molto a lui do- veva intorbidar il piacere dell’ ottenuta vittoria , penfa di renderglielo più puro col inoltrargli in sè fletto uno che com- piange il fuo cafo , e col dichiararlo in poffeffo d’ una fiabile felicita. Ma veggen- do egli dall’altro canto, che quefla era una colà affai dilicata , e da trattarfi con fom- ma circofpezione , onde volendo produrre un effetto , non ne veniffe a produrre , com’ ( XXIX ) com’ era facile , uno del tutto oppoilo ; riflette di dover guardarfi da due cole, ciò fono dall’ adoperar modi , che poteflero troppo gagliardamente urtar la piaga ancor frefca ; e dal fermarfi troppo a lungo fo- pra colè alla piaga medefima relative. Poi- ché s’ei non avelie avuto la prima ri ferva , rifvegliandc a Megacle un dolor troppo a- cuto, il fcnfo di quello avrebbe alforto tut- ti gli altri affetti e penfieri di lui , e re- folo Tordo a tutti i conforti dell’ ami- co. Se poi fi folfe il poeta troppo a lun- go trattenuto a parlar intorno alla difgra- zia ; ciò , che non aveffe fatto un urto ga- gliardo coll’ intcnfione , fatto 1’ avrebbero molti piccioli urti colla durazionc , obbli- gando il vincitore a rifletter troppo fopra la propria di fav ventura . Com’ k dunque fatto il favio Pindaro per ifchivare il pri- mo inconveniente ? A' egli con tinte s'i leggere tocca , e cos'i in diftanza rappre- fentata la morte d’ Ippocrate , che fe un Greco Scoliafle dato non ce n’ aveffe con- tez- Digitized by Google ( XXX ) tezza, noi l’ ignoreremmo onninamente, e crederemmo che il poeta a tutt’ altro al- luder volefle che a quello. Egli mai non nomina Ippocrate , e per certo con molto avvedimento ; poiché chi non là quanto al vivo ne tocchi il nome d’ una perfona ca- ra da noi perduta di frefco? E' celebre la veemente commozione , che deflò nel cuor d’ Ottavia Torcila d’ Au^ufto il Tu Mar- cellus eris di Virgilio. E pure il poeta aveva nominato (a) non il Marcello per- duto da Ottavia , ma bensì il vecchio, vo- lendo dire , che quegli , Te fotte vivuto, farebbe flato un altro Marcello . Per la fleffa ragione , per cui non nomina Ippo- crate , Pindaro non nomina mai neppur morte , e nulla in fine tocca di particola- re (a) Il dottiamo P. Catrou Gefuita cosi parla nella 14. delle fue Notes & Dijfertatiens fur le VI. livre de P Ett. Il fatte rcmarquer qtte depuis le comrmnccnmn de ce bel iloge , le pocte ri* avoit parie que eP un jeune Prime , fans le mmtner . Il ne le nomine pat mime tei , à proprement parler . Il dir feulement , que ce jeune Hérof fera un tour femblable au grand Marcellus . Cependant le min )eul de Mar cellus fit , fur une mere afjligée i P impreffton , que nous venons de dire . ( XXXI ) re ; ma folo in generale dice , dolergli che V invidia mal ricambi le belf opere : rp * f/ . — To ò oc%wp.xi , «fS'ovov xfxst. Solevo* Tot xx\x 'ipyx. Artifizio fomigliantiffimo a quel, che usò Cicerone nel narrare a fuoi giudici 1’ ucci- fione di Clodio . Egli dice la cofa , ma fenza nominare nè morte nè Clodio. Im- perciocché effendo il fuo fine di affezionar gli animi di quelli a Milone , nulla fareb- be flato a tal fine più contrario , che il nominar cofe , che potean verfo Y avverfa- rio rivolgere quella compaffione , ch’ei cer- cava di dettar pel cliente. All’ oppofito il Sig. Mattei non contento d’ aver partico- Jarizzato il fatto, e d’aver mentovato una volta Atropo nelle fopraccitate parole, po- co dopo foggiunge: Ma qual riparo Contro a Parca sì cruda? Riguardo poi alla brevità , che , come dicevamo , doveva tener Pindaro trattando si fatto argomento , ei n’ è flato s N i cauto offer- ( XXXII ) oflervatore > che da effo fi fpaccia con cin- que verfetti e mezzo ; laddove il fuo tra- duttore fa una ftrofa di tredici verfi per la maggior parte interi. Ma ciò 5 che re- car debbe più meraviglia , fi è , come dagli ultimi tre verfetti di Pindaro > fenza ag- giugnervi alcun nuovo fentimento , abbia egli potuto trar materia da far fette verfi . E che direbbe mai , le gli vedefle , l’om- bra di quel Pindaro , il cui Itile , per det- to del Sig. Mattei licitò ( a ) , è conci fo 5 ftretto , c laconico ? M’ immagino y ciò che dille a quel fuo interrogatore la Co- lomba d’ Anacreonte : Ax\is~épxv fi Éd’VKxs 9 A'vd’pCOTS , <C TLOp'J'J'ÌS . Dicafi pure , eh’ elfendo le lingue fra loro dilfimili y nè fi potendo perciò corrifpon- der 1’ una all’ altra cosi per f appunto; nelle traduzioni s’ anno a pelare non a contar le parole : eh’ io certamente non , laro (O Veggafi la Tua feconda Diflertaz. Prelimin» ( XXXIII ) farò mai alla noltra lingua un torto sì palpabile di crederla Icarlà di pefo a tale, che per bilanciar quelle quattro parole gre- che, Ctvfyì T Xp [AQv'ipLXV Ox)\oiTX V EUÙxiUQvixV fc Tx <c rx (péperd'xi • cì fia bifogno tra interi e rotti di fette verfi Italiani. E pur quello è quel Mat- tei , che poco prima di quella fua ver- done cosi làggiamente declama contra i traduttori afiatici . Io non faprei che mi dire , le non eh’ egli è pur troppo vero che molte volte nelle cofe altrui damo o- culatilfimi , e nelle proprie fìam ciechi. Di ciò . forfè nel Sig. Mattei può averne avuto colpa il Sudori o ,• la cui traduzione (a) elegante elfendo per avventura a lui (s) Eccola t Vrbi o Cecropidum maximg , vatibut Pulcbrum Alcmaonidar , acre virum gtnut , T 'eque ornare fonantis Plettri materiam gravem . Nam qua turrigero vertice eivitas ( XXXIV ) piaciinra di troppo , 1’ avru tratto inavve- dutamente ne’ Tuoi difetti. ' - Se dunque il Sig. Mattel y uomo di quell’ ingegno e di quella dottrina y che fa ognu- no , nel fare una parafrafì a urtato in tali fcogli ; conchiudafi pure y che chiunque ufa una foverchia liberta nel tradurre un gran- de Graduiti Palladi a cel/ior enti net ? Qh* jlirpi alti or a [quatti Forti Alcnueouidutn domo? Quafcumque axe placar fol obit aureut TJbefeidarum b ilari s gloria permeai . Nec non fama , Megavles , Gentctn narrai adirne fusili. Vi Piftfbr andai vicerit , ocym Infiaurajfe novis nudi bus stria Phabi , nuper iniqua; Flamini s ufla tyrattnidtt . Hoc prjrter rapiunt me quoque , Ó* in ttijr Campimi Isudis agttnt quinque Corimbi re Palma; , Pytbia duplex, Vna illuflris Ol/mpica , Quas otnncs fuperi vel tibi , vel tuie Largiti proavi t Istitia Cf recati Me vittoria niulcet Curfui filia Dclpbict . Vnum illui dolco , pojì tot adoresr Te Ufum Hippocratis morte domcjlics . Verwn , ut di ci tur, b<ec ejl Duratura beat it ai , Quando no» bominì currttur orbita Felix una diu , fed modo prof per a Ccdunt , & mala rurfum Hurnanas variarti vidi • ( XXXV ) de originale , porta Tempre pericolo di gua* darlo ; e che perciò la via dallo Steliini battuta fora Tempre la più Ticura per - con_ Tervare, per quanto ad un traduttore è per- meilo , le bellezze originali , e nel tem- po medeTimo ancora per piacere. Mi rin- crefcc , che tra le Ode da lui volgarizzate non ci Tia la tradotta dal Sig. Mattei y per- chè ponendola al confronto di quella , ap- parile la verità di quanto afferiTco. Pure affinchè polla vederi! in qualche modo , mi Tia permeilo portarne una mia traduzione lavorata a un dipreffo alla maniera Stelli- niana , per quanto per altro me T à con- Tentito la rima , di cui ò voluto Tar qual- che ufo , come P x a fatto nella Tua il Sig. Mattei . Io dunque Y ò a quello modo volgarizzata: O grand * %Atene , t vago La palma di cantar £ inclito germe DelP sAlcmconia ftirpe , Pih bello , che da te , a lui di laude Trar principio non fo * Q%al mai cittade , Qjxal * * * 2 ( XXXVI ) Qiial piu chiara nomar pofs ’ io famiglia Nell' lArgive contrade ? Di quejli d' Eretico figli pojfenti aleuti non à così remoto lido , Ove non corra il grido . St tempio auguflo egregio Prcjfo all' alma Pìton , Febo , a te forge , £' lor mercè. Ma me piu c altro fregio Move , o Megacle , lo fplendor altero Onde cinque in Corinto , Una in Olimpia , e due nel Pitto agone La nobil chioma an cinto x/T te , agli avi tuoi belle corone • Che di quefia dirò , che tu poc an^i Col tuo valor t * ai compra ? %Ah ! chi* ella tutto Tutto gioir tni fa. Solo m' increfce , Che la maligna invidia Delle bell * opre il frutto * Goda d* amareggiar . Ma ti conforta :■ In vati , s ’ ognor è *ntera , Stabil per uom felicità fi fpcra . Per tornare al P. Steliini , (è le file tradu- zioni, in riguardo al metodo da lui ufato nel farle , degne fon d’ ogni lode , non van per ( XXXVII ) per altro ‘ e Tenti da giufta cenfura per qualche altro rifpetto. Primieramente non fi può lodare la maniera da lui alcune vol- te ufata nel traslatare le voci greche com- pofte di più vocaboli . Egli alcuna volta le trafporta formando una voce comporta all* ufànza Greca : a cagion d’ efempio da y'KaiuKÓùTris e’ fa occhiazzurra ; da rar fcotitcrra * da chiomintonfo , ec. ] ftile praticato dal March. Maffei ne’ libri dell’ Iliade da .lui tradotti , e dal Salvini nel volgarizzar molti Greci poeti . Io in que- lli due celebri Scrittori non faprei condannar tal coftume , ficcome quelli , che an pre- tefo di tradurre con fomma fedeltà ed ine- renza a’ lor tedi , ond’ altri porta precifa- mente vedere le forme di fcrivere proprie de’ Greci autori . Ma nello Steliini , il quale non fi è obbligato ad un si fervi- le attaccamento , e fembra aver cercato di fcrivere con gufto Italiano, io non pof- • fo aflolutamente lodarlo ; ficcome non pof- fo neppur approvare il Maffei medefimo , ^ *** j jj ( XXXVIII ) il quale dopo aver detto faggiamente (*): Per rapprefcntarc Omero in ogni fua par- te 5 b ardito formare alquante parole nuo- ve y quelle trafportando , eh' egli pur di nuovo eompo/e ; palla a commendare tai voci y come atte ad abbellire 1’ Italiana poes'ia , e dice fra V altre cofe : Ejfendo rotali voci patrimonio fpezialc della poe- sìa e ben formate che fi ano , riufeendo graziofijjìme y fi è ojfervaro 5 come quelli non le gufi ano , che non fono fiati dalla natura a quefi ' arre indirizzati e difpofii : che quanto alt aver faccia dì Grecifmi y balla ojfervare y come anche le maniere piu poetiche de * Latini nafeono dal parlar Gre- co in Latino y come in Virgilio e in Ora- zio chi dclt una e dell ' altra lingua ab- bia pratica può riconofeere . Con buona pa- ce di quello grandiflìmo uomo y le fue ra- gioni non poffono appagare alcuno , che ben conofca il genio delle lingue Latina ed (4) Nei fopraccitato libro Traduzioni poetiche ec. ( XXXIX ) ed Italiana . E per quello , che alla Lati* , na s appartiene , e’ non fi vuol di tutte le maniere 'da’ Latini tolte a Greci farne un fafcio , e dir eh* effe tutte riefeon be- ne . Bifogna diftinguere maniera da manie- ra , ed offervar i gradi della riulcita delle varie lor claffi , mifurandogli dall’ ufo de* gli eccellenti Scrittori , e dal giudizio de’ Critici più avveduti di que’ tempi. Per ve- rità fe parliamo degli accozzamenti di più voci in una , non può negarli , che molti i Latini poeti non ne adoperaffero ; ma non può altresì negarfi , che la loro liber- tà non folle da brevi confini circolcritta In fatti fe fi confronti Virgilio con Ome- ro , ed Orazio con Pindaro , fi vedrà che nel particolare , di cui parliamo , non an fra loro proporzione veruna ; effendo in -quello la lingua Latina per fua natura mol- to più ritenuta della Greca , come ne fa fede Quintiliano , critico di finiffimo di- Icernimento . Parlando egli de’ collega- menti delle parole , che s ufàvano ' nella ***4. lin- ( XL ) lingua Latina, così conchiude (a): Sed res tota magis Gracos decet ; nobis minus fuccedit ; ?iec td fieri natura puto , fed a - lienìs fa'bemus ; ideoque cum Kvpw^évx mirati fumus , incurvicervicum vix a rifu defendimus * Ciò , che queir avvedutilfimo Retore diceva della Tua lingua , polliamo dir noi della noftra . Ammette ella , non v’ k dubbio , delle compofizioni di più vo- ci ad imitazione della lingua Latina , di cui è figlia ; ma ad imitazion pure di eflà è in ciò fobria aliai e modella, non ofan- do nelle poesìe nobili adoperare neppur tut- te quelle , che lodevolmente s’ utavano dal- la fua madre . Di che ci pofibn chiarire gli fcritti de’ noflri più illuftri poeti , i quali di tai Grecifmi fono par^hiffimi, tranne il folo Chiabrera ; il quale per al-** tro fe più degli altri ne usò , il fece ad u- nico fine ( b ) di fperimentare fe la noftra fa- (a) bijlit . Oratar. I. i. c. $. ($) Vedi ia fua Vita nell’ Ediz. Romana del 1718. ( ( XLI ) favella comportar poteva tai forme di voci . Dove quefta è più ardita, ed anche feli- cemente , è nelle poesie piacevoli e cari- cate come fono i Ditirambi , e nel parlar familiare, in cui riefcon beniflimo taglia - borfe , acconci aft agni , votapozzi , falifcen - di , buonavoglia , fai/, 'ariga , bellimbufto , ar - cibai li (fimo , ed infiniti altri di fi-mil fatta . A torto dunque applaude (a) il eh. Giufep- pe Torelli al fuo concittadino Maffei , per aver, coiti’ ei dice, arricchita la noftra lin- gua poetica di pieveloce , bianchibraccia , occhinegra , guancifiorita , ditirofata , bo- viocchiuta , e d’ altre tali dizioni . Quefta non è altrimenti una benemerenza verfo la lingua noftra , ma sì bene un demeri- to . E lo fteflo fi dica di coloro , che an- no introdotte ne’ dizionari tai voci, come à fatto il dotto P. Bergantini ( b ) , e le an così mefle in commerzio , mentre doveva- no lafciarfi ne’ luoghi, ove Tavean pofte i tra- (4) Nella Pref. al cit. lib. Traduzioni poct. ec* (O Nell* fctilifs. fuo Diz. intit. Voci Italiane cc. Ven, 174$. ( XLII ) traduttori , ii che fàggiamente anno fatto i dottiflimi -Compilatori del Vocabolario della Critica : o fe pure regirtrar fi -voleva- no ne’ ledici , fi doveva almeno imitar la prudente diligenza del Napolitano Editor della Crufca , il quale a tai duri Grecif- mi da effo alle volte aggiunti a quel Vo- cabolario fuol apporvi ; Voce ditirambica. • Pare , che lo Steliini vedeffe aneli’ egli la poco buona lega di tali dizioni , e per- ciò a dir vero ne è flato affai parco , per- chè nella fua traduzione di quelle , che s anno a confidcrar per viziofe , non fe ne contano più che fei : ed à in quella ve- ce ufato più frequentemente di fcioglie- re le voci greche compofte in più voci Italiane. Con ciò ù egli fuggito, è vero, il barbarifmo , ma à dato molte fiate in uno fconcio quali dilli peggiore del primo, affai togliendo di nerbo alla Pindarica poesia. Dilli rholte fiate , perchè non Tem- pre è cofa biasimevole il cangiare in più parole un Greco vocabolo comporto . Due fo- ( XLIII ) fono le maniere , in cui fi può fcioglie- re efempigrazia il vocabolo che fi legge nella prima Olimpionica : fi può dire , come il Salvini , abbondante di gregge , o che di greggi abbonda , come lo Scellini : ma non tutte due fono dello fteffò valore; elfendo la prima miglior di lunga mano che non è la feconda. E la ra- gione fi è quella. Efprimendo gli aggiunti., de’ quali parliamo, una qualità 'o per natura o per ufo o per avventura inerente alle foltanze ; ficco me una foftanza e la fua qualità o in realta o in apparenza forma- no una colà fola , e vengono fimultanea- mente da noi concepite ; cosi a voler che l’ efpreffione adegualfc il concetto, Info- gnerebbe che folle elfa pure una fola . Ma a tal perfezione non potendo noi , fe non di rado , pervenire ; conviene che almen ci Itudiamo d’ appreflàrvici il piu che fi può , efprimendo gli aggiunti con tratti vibrati e rapidi . Ciò , ove 1’ epiteto abbia a rapprelèntare una fola idea , non è diffi- ci- ( XLIV ) cile ; poiché fi può egli agevolmente ef- primere con una fola dizione. Ma ove Y ■ ' aggiunto contenga due o più idee 5 come , che include motti tudine y e pe- cora , s’ ei ncn fi può fpiegare con un fol vocabolo , e’ fi vuol almeno ufare il pof- fibile ri (par mio di parole , e maffimamen- te di quelle , le quali impedifeono , che Y idee accefforie corrati velocemente addoflb alla principale . Il perchè eflendo tutt’ uno , quanto al lignificato , il dire abbondante dì gregge , e che abbonda di greggi , quello fara migliore di quello primieramente per- chè più breve ; e poi , quel che più rile- va , perchè , come ofTerva Longino (a) , le con- ( a ) T» ivo T4»r K, tu* xh \uv vpsffB‘>;<ur tu- vo$ic,cfxtr etyxrx'.TH ' t .» yxp tKtv&iOix* xro^of* t # of:/xv y Xj to tif aV’ òpyàvt i to!< «u . De fublimit. feti. 21* In conformità di quefta Longiniana offervazione , il celebra- tiflìmo Sig. March. Beccarla nel Cip. Vili, delle fopraccita- te fue Ricerche cosi fcrive : Virgilio nelle Georgiche dice : Satpe etiam fteriles incendere profuit agros , Atque leves ftipulas crepitantibus urere flammis. Sciogliamo queflo fecondo vtrfo aggiungendogli le parole gramma- ticali , cP ei pud ammettere , dicendo cori : atque ftipulas , qu* funi leves , urere flammis , quae funt crepitantes. Svani (et ogni fall cg.%a di quel bellijfnm verfo , perchè la doppia infer - ( XLV ) congiunzioni illanguidifcono affai e ritar- dano la rapidità e 1’ empito , con cui le cofe libere da cotali paftoje fi {caglierebbe- ro. E da quefto giunger che fa più tardi r aggiunto al fuo foftantivo per colpa del che , ne nafte che fermandofi troppo fovra l’aggiunto fteffo 1’ attenzione , 1’ accefforio diventa in certo modo principale ; e ad effo fuccede ciò che fuccederebbe nella mu- fica ad una di quelle picciole noterelle, che appoggiature s’ appellano , qualor fi can- giaffe in una minima o femiminima fimi- le a quella , innanzi a cui foffe pofta. Quinci è manifefto quanto fopra il no- ftro fia vantaggiato il Greco idioma , il quale abbonda di tanti accozzamenti di pa- role ; e che una delle mire principali di chi volgarizza poesie Greche , effer dovreb- be di far ogn opera per efprimere con una fola Zito ne delle parole grammaticali quae funt allontana e feparo troppo le accejforie dalla principale e fra di loro ; ciò , che pri - ma era un colpo fimultaneo eP imprejfioni , non è più che una lenta fuccejfione di fen fazioni nude ed ì folate. ( XLvr) fola voce di guflo Italiano quelle Greche compofizioni che può : e potrebbe certa- mente più che comunemente non fi crede. Vaglia il vero : non fi potrebb’ egli la vo- ce fopraddetta iro\uux\'& convertire in pe- corofa? O, quella voce non c’è nella Cruf- ca , nè in altri dizionarj. E' vero : ma è formata fui conio di tant’ altre voci Ita- liane lignificanti abbondanza d’ alcuna co- là , quai fono facoltofo , danarofo , ghiajo- fo y bofcofo ec ; ma 1* orecchio non n’ è difguflato ; ma viene da un’ ottima fonte, cioè dal latino. Quelli fono i cafi di ar- dire e cf introdur nella nollra lingua qual- che nuova parola , come an fatto alle vol- te alcuni de’ nollri celebri poeti . Così il Chiabrera k efprcffo la voce fceptvwn tenens y con fcettrato ; vhptxim , tri dente inclytus , con tri dentiere , alla maniera che i nollri antichi voltarono ‘ t&£o$ óp®* , arci tenens , in arderò ; il Ma- rino k cambiato il latino filvicola con bof- chiere\ (intra colens con cavcrniere / e mol- ti ( XLVII ) ti altri efempj abbiamo di tal fatta . Che fe anche la voce , che fi adopera * perfet- ■ tammte non corrifpondeffe alla Greca o Latina , ciò* fara affai minor male , che # adoperare un vocabolo duro , o {temperar- la in molte parole. Cosi per atto d’ e- fempio T epiteto di {leyatvwp dato da Pin- daro alle ricchezze , farà affai meglio tra- dotto , benché indefinitamente , con fuper - bo , di quello che più precifamente dallo Steliini col verfo , Di magnanimi genj ec - chatrki ; e meglio farli tradurre yjpvTo\otU r ns con biondo , che con oricrinito , od aureo la chioma J txvvfSetpa con crinita , come ottimamente a fatto il P. Steliini , che con [par fa i crini ec. Tutte quefte cofe , eh’ io finora ò det- to , non ci farebbe flato meftiero di dir- le y fe il P. Steliini , che volgarizzò que- fte Odi giovine di forfè ventitré anni, a- veffe in età più matura ripigliato in ma- no il fuo lavoro con animo di ripulirlo e perfezionarlo. Avrebb’ egli , non ne du- bi- ( XLVill ) bito punto colla Tua naturai perfpicacia, che cogli alfidui ftudj s’ andava ognor più inacutendo, veduto meglio di qualunque al- tro quelli inconvenienti , e n’ avrebbe fpur- gata la fua traduzione. Un* altra colà ancora io mi perfuado, eh’ egli avrebbe fatto, cioè a dire che vo- lendo tradurre , come faggiamente ei fece, in verfi fciolti , avrebbe cambiato il me- tro della nona Olimpionica , che è di fe- narj , e di altre Ode da lui traslatate in quinarj doppi , almeno le più lunghe. I fenarj non effendo capaci di molta va- rietà , perchè gli accenti cadono collante- mente fulle medefime fedi ; e ’1 decafillabo compollo di due quinarj effendo egli pur invariabilmente {pezzato nel mezzo , a lun- go andare tornano llucchevoliffimi con quella loro monotonia , la quale a qua- lunque collo fi vuol fuggire . Anche i La- tini lirici più giudiziofi offervo che fi guar- davano dal fare componimenti lunghi di verfi , ne’ quali i piedi fono invariabil- men- Digitized by Google V ( XLIX ) - mente gii fteffi; e per evitare il nojofo ri- torno di limili numeri ufavano mefchiarli con verfi d’ altra forte. Orazio in tutte le ^ fue Ode non ne k che fei , le quali fian for- mate d’ una fpezie fola di verfi , che abbiano tutti i piedi obbligati; ciò fono tre in af- clepiadei maggiori, e tre altre in afclepia- dei minori: l’ altre tutte fon compofte qual di due, qual di tre maniere di verfo. Catul- lo egli pure nel fuo Carme fecolare , e nell’ Epitalamio per Manlio e Giulia com- pofe ciafcheduna ftrofa di tre gl iconici , e d’ un ferecrazio. Quanto agl’ Italiani , i verfi fimili a foprammentovati allora folo poffon fra noi piacere , quando .fono ri- • mati . Imperciocché la rima v’ introduce primamente un nuovo elemento di varie- tk ; e poi fpargendovi un dolce incanto fupplifce al diletto , che ne’ verfi lunghi , com’ è ’l noftro eroico fciolto , producono F ondeggiamento vario , e la libertà di collocare gli accenti in un luogo piuttofto che nèir altro , e di metter le cefure do- ****•. , Tl » Dlgitized by Google ( L ) V3 più torna bene ; per le quali belle fue doti atto fi rende quel verfo , benché dalla pima fcompagnito > a guifa del latino cfametro , a qualfifia genere di componi- menti y ed c capace di tutta la maefta ed avmonìa, che può defiderarfi, checche fcrit- tu n’ abbia in contrario il tante volte ci- tato Sig. Mattei (a). Mancando dunque i piccoli verfi di tai privilegi , non può y di- ce il Co. Akarotti nel fuo eruditismo 1/ Saggio fopra la Rima (£), cader dubbio y a mìo credere y che non ci abbia da aver luogo la rima . Del fèntimento fletto era anche il Salvini , come fi pare da una fua lettera al Lazzarini (c). Dopo avere , die egli y tradotto in verfo fciolto i poeti eroici Greci , io non ò tocca molto i tragici y e da Pindaro mi fono del tutto ajlemtto / non parendomi y che ne Cori e itelle Ode y ove . ( * ) Vcggafi la terzi delle fue Diflertazioni Plrelimin. alla Traduz. de* Saltiti . (£) Nel tomo 3. delle fue Opere ft. in Livorno nel 1764. (e) Qucfta lettera fi trova innanzi all* Ulijfe il gitnmnt ft. in Padova nel 1720. ( LI ) ove fi ufano ver fi piccoli , potè fero molto i verfi fciolti pojfedere di grazia e di for- za. Nè è gik da crederli , che fi fofs’ egli poi cangiato di parere , • perchè fubito do- po foggiunge : Ma ella mi dà animo col farmi vedere , che ella ne à faputo , come fi dice , Cavare finimento , alla' maniera che fecero anche i Tri fini e gli Speroni nelle loro tragedie. Quefte parole ci dico- no y effere fiato fentimento del Salvini , che far fi potefle a meno fol tanto d’ una rima continua e ftrettamente’ obbligata; ma non già d* una rima libera di tempo in tempo giudiziofamente introdotta. Quella appunto è la maniera per lo più dal Lazzarini pra- ticata ne’ Cori del fuo Uliffe , dal Trilli* no nella Sofonisba, e dallo Speroni nella Canace . Chiudono la Ichiera degli Stelliniani ver- fi alcune compofizioni latine congiunte ad una,Greca. Le cofe latine, ed in particola- re i poemetti , feorrono dolcemente da ricca e libera vena, c fpi’rano una terfa elegan- Digitized by Google (LII) za degna di quel Virgilio , colla cui pen- na fembrano fcritti. Nel primo tai do- ti (piccano tanto piu , quanto che è e- gli parto d’ un giovine di diciannove o vent’ anni , di che il carattere , con cui è Icritto , a me ne fa fede ficura. Il fecondo è pofteriore di qualche anno ; e ben lo dimoftrano , oltre il carattere , alcune altre qualità, intrinfeche , e maflr- mamente la Cartefiana fimilitudine , che cosi a propofito vi è inferita ; ficcome per lo contrario dalla poco decente fimilitudi- ne di Clizia polla nel primo , fi fcorge elfer quello produzion d’ una mente , la quale contuttoché , fpiegato innanzi tempo un rapido volo , elevata fi folle ad abitar un elemento più puro e fereno di quello, ove llan 1’ anime volgari ; non s era per altro cos'i all’ improvvifo tanto potuta pu- rificare , che alcuna reliquia non le rima- neffe ancor appiccata del balfo e nebbio- fo luogo , ond’ èra dianzi partita. Ciò che' del merito de’ verfi latini ò det- to, ( liii ) ro , dicali ancora della Greca Elegia dal- lo Steliini comporta per le nozze ( a ) della eh. memoria dell’ Eccellentiflìmo Sig. Principe D. Cammillo Borghefe padre di S. E. il vivente Principe D. Marcantonio, e dell’ Eminentirtìmo Sig. Cardinale Sci- pione ; le quali nozze feguirono T anno 1723 in Loreto. E' erta pure d’ ottimo fapore, e ci fomminiftra una chiara ripro- va di quanto il fuo autore forte nudri- to della lettura de’ migliori lirici Gre- ci , fingolarmente d 1 Anacreonte e di Pin- daro . In fomma , per terminare quefta ormai troppo lunga Prefazione , parmi di poter conchiudere fenza punto dilungarmi dal vero , che i pregi delle cofe , che in quefto Volume fi contengono , tanti fo- no ( a ) Di quelle notizie fon debitore alla gentilezza del mio pregiatiflìmo Padrone ed Amico Sig. Ab. Pierantonio Seraffi > da cui s* afpetta in breve una nuova Vita di Tor- quato Taffo , deli derata nndtiffìmo da chiunque conofce il giudizio , la diligenza, e 1’ eleganza di si dotto Biografo ben noto alla Repubblica delle lettere per molte belle produzio- ni. ( LIV ) no , e quantunque offufcati da alcune mac- chie , che in opere per lo più poftu- me e giovanili , come quelle , fono inevi- tabili , relìano ancor si chiari , che balle- rebbero a render illultre il nome di chic- cheflia* Bella colà pel P. Steliini, che quel- la gloria , la quale fé formafle 1’ inte- ro ornamento d’ un altro, egli andar ne potrebbe a ragione fattolo, non fia fe non picciola parte della Tua? Qiiantus in poetica es ! Plin. Prsf. Hift. N. \ Digitized by Google I Digitized by Google V 1 4 SONETTI. Digitized by Google t S Effondo Pt/fnt»vc flato aggregato ad mi Accademia SONETTO T ^ Ivc. che in guardia 1* immortai teforo De’ carmi avete in full’ Aonio monte i E quel , che premio delle dotte e conte Fatiche crefce, tèmpre Verde alloro: Or che mi facra a voi quell’ aureo coro A voi diletto, li fecreta fonte Moilrate.a me degl’ inni, onde la fronte Splende agli Eroi , e della cetra d’oro I dolci modi. Se m’accende utì raggio Voflro , coi canti , onde qui tratte fpeffo Siete, accordarli potrarm’ anco i miei. Pnftor dell* ngne avvezzo al fuort tèlvaggio Voflra mercè pur nell’ Afcrco recedo Cantò 1* Erculeo feudo e gli alti Dei . Pa' A 2 , 4 Per fnnile argom&nto « SONETTO Silvie pianta in ermo arido orrore Degli sdegni del cielo or giaccio feorno: Non fcherza augello tra’ miei rami , o intorno Gode all’ ombra danzar Ninfa o pallore. Ma fe la tleftra di gentil cultore Mi trapianta hi piu lieto almo foggiomo,’ Graditi forfè darò frutti un giorno, E del prato farò non vile onore. Del più bel lauro a par, che tra le fponde ■ S’ erga di Pindo , e del Caftalio rio Abbia in forte di ber le limpid’ondc. Andrà mia gloria : e d* albergare anch’ io Godrò 1’ Aonie fuore, e di mie fronde Coronar 1’ aureo crine al biondo Iddio. Per Per un Vefcovd. SONETTO j^^El dì che là dal? Iperboreo gelo Oltre le vie del Sole Alba s’ aperfe Nuova , F ignota luce al freddo ciclo Ogni fguardo ogni mente a sè conv^rfe* Tal oggi, che d’ errore il folco velo Da noftrc menti il volto tuo difperfe. Sacro Pallore, ed il tuo faggio zelo D’alme faville i nollri cori afperfe, Stalli rapito in te F occhio e ’1 penliero : Ed ogni Ipirto di sì bei defiri S’ accende al folgorar di tue virtudi ; Che fi fente full* ale affai leggero , Ond’ egli formontando al varco afpiri , Che tu trafeorri, e coll’ tempio fchiudi PrefagiQ di /confitta all' E] svelto Tur chef co . SONETTO O nc1c t legno fuperbo, onci’ cfcl Fuora D’or, di gemme sì carco? e imperiofo. Quali a domar t’ "accinga il procellofo Regno, ove volgi la roftrata prora? Non odi a’ danni tuoi , non odi ancora Nero intorno fifehiar turbo fragofo? Non vedi come torbido fpumofò Vortice già t 1 aflbrbe e ti divora? Veggo già l’ Aquilon , che d’ogni parte L’ onde fconvolge e a farti guerra sfida; Veggio notar pe’ flutti arbori e far te. Odo de’ naufraganti odo le grida; Ma il mar, che porta tue ruine fparte, Nulla cura i fofpir, nulla le Arida. In- Digitized by Google 7 Inflitto alle perdite del medefimo . SONETTO j^^Ave* non tei difs’io? cedono infranti Del fìer Borea tuoi membri ecco • a’ furori , E fpflrfe per l’ irate onde fpumanti Van di piu regni le ricchezze e gli ori. Vanne fuperba* ai bene onde ti vanti; Dclufc ai F ire già degli Auftri e Cori , Sofpefì in cielo i turbini fonanti. Di Nettun vinti i procellofi orrori . Naufraga e nuda dell’ infano ed empio Tu’ orgoglio ricevetti ah! quanto degno Premio, a’ fuperbi fpaventofo efempio. Erri difperfa pel ceruleo regno Tua baldanza piagnendo ed il tuo feempio. Scherzo de’ venti e dell’ ondofo fdegno. A 4 ** 8 Pel Principe EuGEtflO DI Sav'OJA . SONETTO legar Belgrado già la fronte al piano , ( Del cader di Bizanzio altero pegno ) E col fuo fcempio debellar T infano Euror doveva dell’ Odrifio regno. Gli Eroi piìi forti a lor virtude in vano Cercar le fue ruine illuftre fegno. Ma vergognofli, Eugenio, ed ebbe a sdegno D’altri all’ urto crollar che di tua mano. Non per genio d’aprire al tuo valore Novo eccelfo fentiero , ond’ ei fi porte Al facro tempio dell* eterno onore: Ma r orgogliofa alteramente forte Volle, che la virtù del vincitore Sem di nobil vanto alla fua morte. Per 9 Per lo fteffo, SONETTO I. Se giufto priego da te grazia impetra , Febo, fui tergo a 5 volator deftrieri Per poco il fren deponi , e di guerrieri Mufici ftrai t' appresa aurea faretra. Prendi in man P arco e la (onora cetra , Onde, i Giganti minacciofi e fieri Domi, goderti celebrar gli alteri Trofei del forte regnator dell’ etra: E il canto accorda, che le glorie intorno Feo rifonar del vincitor Tonante , Tra la letizia di si faurto giorno. De' tuoi carmi ben degno è'1 trionfante Eugenio, che d’ invidia empie e di fcorno „ Qual più l'antica età celebri e vante. SO- Digitized by Google IO SONETTO IL « o .... V«/U al piìi l’antica età celebri e vante ' Guerrier, che di sè fparfe alte memorie, Cogli altri, che a narrar dier tante e tante Palme all* Argive alle Latine iftorie, • Sorga pur dalla tomba oggi, e di quante Ebbe ne’ fuoi trionfi eterne glorie Far goda altera pompa , e tragga innante D’ augufte fpoglie onufto e di vittorie: E chi fupefrbo della Perfìa doma Vada , e chi vanti del furor d’ awerfe Spade ferbato il petto a Grecia a Roma. Fa rà 1* alto valor , c’ ora difperfe Il Trace, e 1’ aggravò di fervil Toma, «Vergognar chi già vinfe e Dario e Serfe. SO- II SONETTO III, Ergognar chi già vinfe e Dario c Serie Al fulminar vedrei di quella fpada. Che mentre il pian d’ eftinti ricoperfe, Fulmine raffembrò, che dal ciel cada» Nunzia di morte , d’ atro fangue afperfe Le rive all’ litro, e ne flampò la ftrada, t Che fovra i corpi degli ancifi aperfe. Onde in petto a ferir Bizanzio vada . * Che itupor, fe non vai piaftra nè maglia Contra il gran brando ? fe ogn’ usbergo cede ? Se il colpo atterra , e lofplendore abbaglia? A ferir F addeftrò full’ alta fede , Allor che vinfe la fatai battaglia, Pria di donarlo, Eugenio, a te, la Fede. Per Digitized by Google i IZ Per un Proveditore di Cividale del Friuli . v SONETTO ^^VlJando al tuo zelo A Area commife l’opra, Signore , onde coglierti eterna loda , Va , difle , e ’1 brando , che t’ affido , adopra Sì che opprefla ne fia Nequizia e Froda. Qual folgore tremenda ad ognor fopra Sei vegga l’ empio , e fi contorca e roda : Sia feudo al giurto, che Io guardi e copra, E mentre il mira e’ fi rinfranchi e goda. Venirti , e quanto i cenni alti adempierti , Saggio rettore, padre amante, e giurto Giudice , fe mirarlo in te non vuoi * Ne’ volti noftri lagrimofì e mefli, Or che ten parti d’ alte lodi onufto , Scritto veder a chiari fegni il puoi . In j ! In lode di N. N, V SONETTO S ’ Erge fovra degli aflri eccelfa fede , Ond’ a un fol guardo fi rimira quanto L’ ampio cielo circonda, e dove à’1 vanto Stampar rare veftigia umano piede. Reina augufla e imperiofa flede D’oflro trapunta lo (Iellato manto: A piedi il Tempo incatenato, e accanto La terra il cielo e l’ocean fi vede. Ivi a chi giugne di fue danze degno, D’eterna ambrofia rifiorando i lafii Sudor d’ Eternità li facra al regno . Telici Spirti, che feguendo i palli Di Tommafo gi ugnelle a sì alto fegno! Quello è ’1 fentier, ond’ alla gloria vaili. Per Digitìzed by Google *4 Per utia Dama di mirabile fanti tù . SONETTO iNfeguita dal Mondo, entro i. rigori La Santità fuggìp d’ aulleri chioftri ; E i fogli odiando e lo fplendor degli oflri Amò fol muti e fblitarj orrori , Ma dall’ efilio indegno in fra i fulgori Degli alberghi reali ella a’ dì noli ri A' chi la chiama, e infiora, onde fi moftri Piu gentil di fembiante, e allctti i cori. Di tc, grand’ Alma, che di foco fanto Accefa molili con efenipio egregio Come Dio s’ ami , quello è nobil vanto - Tu r oro e T oflro , cui sì ’l mondo h ’n pregio C’ infegni a non amar , fc non in quanto Alle virtù fon di iòfiegqo e fregio . Pel *5 Pel Dottorato de* Signori Conti Giuseppe e Francesco Tartacna Nobili Udine/i. SONETTO Aghi di merci peregrine ufciro Dal patrio nido due gentili ingegni , E del laper entro gl’ immenfi regni Spingere i palli avidamente ardirò. Scorti da faggia guida al loco e’ giro , Che ferba intatti gl’ immortali pegni Delle due dotte lingue ; e i due sì degni D’ Atene e Roma ragionare udirò . Il vallo campo indi a varcar fi diero Delle Leggi , per cui conferva Roma Savia le genti ancora il prifco impero. Ed or beati oltre la ricca Toma De bei tefori , onde Facquifto fero. Di lauro ornata anno la nobil chioma . \ Per 1 6 Per No^ze . SONETTO I. L » Efca , Spofi , onde crebbe il voftro affetto , Non fu d’ un guardo il lampo aureo fereno La lufinga non fu d’eburneo feno. Non fu la grazia di ridente afpetto. Pura fe , nobil core , alto intelletto , Che de* voftri defir governa il freno* Santo coftume di dolcezza pieno Son le faville , onde v* avvampa il petto . Spofi felici! L’ amorofo foco, Onde langue e s* avviva il voflro core , Col fior degli anni non darà già loco. Dagli anni anzi trarrà novella forza : Poiché 1* efca, che nutre il voflro ardore. Piu che langue 1* età , più fi rinforza . SO- *7 eViJ^s SONETTO II. J^_Identi Grazie, onde tra noi difccndc Ciò che di faggio e di gentil s’ ammira , Che piti tarda la Spofa? Intento mira La foglia Amore , ed Imeneo 1* attende . Ma già fpunta , già viene. Ah! quanto fplende Del voltro nume nel fuo volto, e fpira Dal portamento! Entro a qual altro gira La luce , ond’ ella i dolci fguardi accende ? Ma dir vi fento: Ah! fe vedefli il core! Ei fu la noflra cura : agli atti al ciglio Ei le dolci comparte arti leggiadre. Ed or che palla nel fuo regno, Amore, Se di bell’ Alba un di fercno è figlio. Di qual prole da te s’ afpetta madre! B SO- i8 « CVJ^>3 SONETTO III. J^Rano in ciel due Spirti, infin d’ allora Infiammati d’ onefto e puro ardore ; Leggiadri in sò , ma più leggiadri ancora Il rifletto gli fea di lor fplendore k Scefe un di lor quaggiufo , c 1’ altro , Fora A me , ditte , il rettar noja e dolore : Non andrai foi; ti terrò dietro or ora. Lo fpron feguendo dell’ antico amore. Di bel garzone 1* uno , e 1’ altro accolto Fu di gentil donzella entro la falma : L’ interna fiamma trafparìa fui volto. Cogli occhi appena fi feontrar, che riede Dolcemente ad unirli alma con alma , Ed il nodo ne ftringe eterna fede . SO- Ip CK&1 é SONETTO IV. Il di che Amor con aureo nodo avvinfe D’alme la più gentil c’ oggi tra noi Coppia s’ onori , ed i paflati fuoi Vanti maggior di sè medefmo vinfc* Della Reina d’ Adria al foglio fpinfe I vanni altero, e Sperar, difie, or puoi L’ aurea ftagione de* famofi Eroi , Che a te la chioma d’alta gloria cinfo. Indi agli avi parlò falito in cielo; Novi germogli ai vofìro ceppo intorno Sorgono ; di mia man 1* opra vi fvelo . Dopo volò nel più bell’ aftro adorno L’alma a trovar, che del corporeo velo V edita adempia l’alta fpeme un giorno. B 2 Per ( Digitized by Google 20 Per le No%%c dell ' EE. de' Signori Pietro Corraro e Maria Quirini. SONETTO V. N A tura allor eh’ ebbe la falma intefta, Che quello ammanta sì leggiadra e viva Spirito , Or fa che tu V adorni e velia De’ vezzi tuoi , dille alla Palla Diva . Ed ella al labbro ed alla guancia innella Rofe, che nutre 1* Acidalia riva* Indi la bacia , e col fuo bacio della Nel volto il brio, che la bellezza avviva. Cogli anni grazia e leggiadrìa crefcea, E fiamma ufcìa dal dolce fguardo ardente. Onde ’1 foco d’ amor fi nutre c crea : E già n’ ardea piu d’ un * ma la divina Cura il penderò alla Corrara gente Volgea la bella ornando alma Quirina . Per Monaca. SONETTO I. Hortus ccnclufus. Cult. 4. 12. Gì.* » por. » h* Paftor nè gregge: che l’ eterna cura Per sè lo feo ; cT adamantine mura Lo cinfe , c in guardia ad Oneftà lo diede Serbano a* fior gentili eterna fede Sempre fcreno il Soie e P aura pura . Meravigliando il guarda alma Natura , Che 1’ antica fua forma ivi rivede . Il Senfo per entrarvi oltre fi fpinge • L’adito cerca collo (guardo’ gira. Parte , torna , s’ arreda , c in sè fi ftringe . Ma l’Angelo di Dio, che d’alto il mira, Col ciglio minacciando indi il refpinge. Freme, e, guatando in. dietro, ei fi ritira 1 *» SONETTO IL T Irli piantava un rarftufcCl di lauro * D’ argenteo rio fui margine , e dicea : Abbiafi in guardia, e da ventura rea Serbi il favor del cielo il bel tefauro . Ei crebbe tal , che dal mar Indo al Mauro Pianta si bella il Sole non vedea. Già de’ penficri il nido in lei ponea Un cor gentile, e ne chieder riftauro. Pafsò dove la Pianta il rivo adombra Il buon Pallore , e dimandò : Per cui Lauro si bel la verde fponda ingombra ? Mortali , egli non è cofa da vui . E trafportollo in parte, ove coll’ombra Xempri l’ardore in fui meriggio a lui. \ \ SO- 2-3 SONETTO III. .^^Priafi il cielo, e di gentil roffore Tinte le foglie al dì Rofa fchiudea, E dal materno feno le piovea L’ Alba ridente rugiadofo umore . Su vi fcherzava , cd il più puro odore Tra l'ale accolto 1* Aura ne fpargea. Ed i pallori ad ammirar traea L’alta bellezza del novello fiore: Ma il finto Amor per sè la volle, e quelle Note v’ incile, che tra foglia e foglia L’ ale battendo mormorava il vento : „ Non fia chi di toccarmi abbia ardimento* Il fanto Amore afpetto che mi coglia, Per farmi eterna nel giardin ceiefle. SO- 2-4 SONETTO IV. JP Er far mofira del bel , che in sè chiudea , Raro efcmpio ci diè di leggiadria Il Cielo: ma ritrarlo a sè volea. Quando fatto più bello anco di pria » Tra noi lo vide. Alla tua prima idea Riedi, e’ diceva , per V eterea via. Non è ragion, la Terra rifpondea, Che tolto il frutto, ch’io nudrii, mi fia. Convien, che gli altri si bell* opra adorni, Ei difle * ed ella: Chi farà mia guida E luce , a te quando colici ritorni ? Allora Dio, Finché tra voi convenga, Soggiunfe, ed a chi tocchi fi decida , Sacra- cella il bel pegno in ferbo tenga. SO- SONETTO V. Spiani » Celelli , a veder la gloria noftra, Ond’ il fuolo è fuperbo , e ’l cicl giojofo, Ditte chiufa mirando il facro Spofo La Tua Diletta entro a romita chioftra. Un gli dicea: La luce , onde s’ innoftra La guancia, e il dolce (guardo arde amorofo, Dì , non è quella , ond’ arfe il maellofo Tuo volto allor che di te felli molìra Sul monte ? e F altro : I fior , che a piè le miri Sorger , fon quei , che alF antro , ove nafcelli , Spuntato intorno infra la neve e ’l gelo . Ei ne gode ; e con voce da fofpiri Interrotta , Laggiù mentre tu redi , Ditte, Amor vuol, eh’ io per te lafci il cielo. SO. -!■ 2 6 evifc/j SONETTO VI. iu io di luce in chiufa ftanza ofcura Entra rifratto da crirtal convello, E degli ertemi obbietti, ond’ è rifleflo. Gli atti i colori i volti ne figura. Sulla cangiante e mobile pittura , Sofpende il ciglio da rtupore oppreflo Il vulgo* e al fìnto intefo, che d’ apprerto Lo tocca , il vero , eh 1 ò lontan , non cura . Così 1* immago del fuo bello in quella Del mondo ofcura chioftra imprefle Iddio. L’ammira l'uomo, e qui le voglie arrefta . Ma non appaga la fugace forma, Vergine , te , che faggia il tuo desìo Rivolgi a lui , che dell’ immago ò norma . r SO. j Digitizsd by Google .SONETTO VII. XJ Na forza il pianeta al Sol fofpinge , Diverfa forza ad altra parte il tira; Ed egli al Sol d’ intorno fi raggira Lungi o da pretto , nè giammai V attinge . Tal verfo Dio celefte impeto fpinge La parte , che nell’ uom ama e defira ; Da Dio la ftorna il fenfo; ond’ ella gira Ed erra intorno al ben , nè mai lo ftringe,, Ma qual , fe f urto fotte unqua rimoffo , Che l’ altro altrove porta, ei fi vedria Ratto gettarfi nel folar fuo centro; Tal tu 7 Vergin, da te 1* impeto fcoflb , Che dietro a vano ben 1* alme difvia , A Dio t’ affretti , e vi ti perdi dentro . 28 CV*fc>5 SONETTO Viri, Il Re de’ cori in quefta baffo chiortra Mentre il guardo volgea dall’ alta sfera , Vide condurfi bella prigioniera Da’ fuoi : rara a mirar leggiadra ni offra ! Quant’ io vaglio , un dicea , ben ti dimoftra Quefla , Signor , d’ affetti ancifa fchiera : L’ altro : Chi d’ eguagliar mia gloria fpera, • Miri a cortei qual piaga il feno innoftra. La preda offrirò al gran Monarca intanto. Ei vagheggiolla , e dille : Or abbia i fui Premj voftra virtù dopo il fuo vanto. A vili dertino il bei crin d’oro; a vui Il bel tefauro del gemmato manto : Ma il gentil cor fi ri Turbò per lui. SO- ~9 SONETTO IX. \ \ E incontra il Sol vapor gelato avvolto In vapor acqueo, ei dentro vi fcolpifce Co’ rai rifratti il fuo fplendente volto, E fpetto il ver tra due finti apparifee. Ma dall’ ardor frattanto il gel difciolto Retta , e ’l doppio parelio impallidire; S’ appretta al Sole, e tra’ fuoi raggi involto L’ un dopo F altro al fin langue e fvanifee . Tal a noi tralucea lume cedette Da due bell’ Alme, ove folea moftrarfe Vivamente, ritratto il fanto Amore. Ma quanto aveavi di terreno in quelle Dileguatofi , pria F una difparfe , E F altra oggi ci toglie il fuo fplcndorc . SO- 3 ° e^fe>3 SONETTO X. (jEnfil vapore, cui la luce fpefìò Lafsù nel ciel di color varj pinge , Mentre s’ attiene a pigra malfa e ftringe * Staffi dall’ altrui pefo al fuol comprelfo . Ma dall’ impaccio , ond’ è cinto e depreflo , Allor che il Sole co’ fuoi rai lo fcinge ; Da sè T aere più grave lo refpinge , E P erge a quel , che s’ equilibri ad elio. Tal in sè più tenere il balTo mondo Te, Vergine, non può, che fciolta vai De* terreftri penfier dal grave pondo. Ma da sè ti fofpinge a facro chioftro, Che tutto fplende di celefti rai , E dal cielo divide il mondo noftro . SO- 3 l SONETTO XI. Or che di zelo accefa onelto e Tanto Vai , per eflergli fpofa , al tuo Signore, Vergine , ond’ ò eh’ io veggo adorna tanto Te delle fpoglie del mondano errore? L’ oro le gemme i fior f argentea manto Nebbia fon d’ alma pura allo fplendore. Cerchi d’ efiemo culto il folle vanto Del bel fembiante chi men bello à ’l core . « Ma già depor ti veggo il ric«o fregio. Col gran rifiuto , che l’ai prefo , moftri Sol per far più folenne il tuo difpregio. Ed avvolta altrui dici jn rozzo velo: Profani , fe negletta agli occhi voftri Sembro , fon bella a chi mi gparda in cielo. SO- i 3 l SONETTO XI r. XJ Na coppia di rai da un punto fcende Di luce , e T uno nel cammin fi fvia Dall’ altro raggio , e quanto è piu di pria Divifo e fparfo , tanto mcn rifplende. Ma fe cavo quaggiù fpecchio T attende , Cui centro il punto , ond’ ella venne , fia* Rimbalza in dietro , e per la fletta via Là } d’ onde motte , a riunirfi afeende . Da Dio così , dov* anzi eran congiunti , Due fpirti ufeiro , e per fentier dive rii Seguiano il corfo lor da sò difgiunti. Ma facro chioftro , di cui centro ai giro E' ’1 ciel , gF incontra , e in dietro ambo convcrfi Li riflette al principio, onde partirò. sa \ 33 i SONETTO XIII. vetro mai , che dal natio fentiero Torce i rai , tra 1* oggetto e T occhio ficde L’occhio ingannato dal Tuo loco vero « Trafportando l’ oggetto ,• altrove il vede. 7 Tal le tra ’l bene e tra T uman penfiero Si pone il fcnfo , l’ intelletto crede C&e fìa nel mondo il ben puro ed intero, Che da Dio procedendo in Dio rifiede. Ma tu, cui dritto feende entro alla mente, Vergine faggia, il fovrumano lume, Non vedi il ben, che nella fua forgente. Quindi T orme feguendo il tuo desìo Del fido raggio, oltre T uman coftume Per la piu corta via sj addrizza a Dio . C SO- 34 SONETTO XI V. ^^^Ualora avvicn, che trapelar fi lalfi Raggio. in parte, che al di l’adito nega, E per criftallo di tre lati palli, In piU colori ed in piu rai fi slega . Tal il noflro defio, che unito ftafli A Dio tendendo, in piu defir fi fpiega Quando palla pe’ lenii , e incontro fifffi L’uno a beltà, l’altro a ricchezza piega. E negli oggetti, lovra cui fi fvia, Immagini di ben varie dipinge , Come , ove cade , i fuoi colori il raggio . Veigine, quanto il tuo configlio è faggio. Che de’ fenfi al defir chiufa la via , Per la via della mente il guida e fpinge ! j SO- 35 SONETTO XV. ^^Uando T Onnipotente in un raccolfc L’ acque fuperne , e dall’ ufata fede ■ Richiamò 1* oceano , e quanto vede % L’.aftro diurno entro il. diluvio avvolte ; La Colomba dall* Arca il voi difciolfe , Che fui naufrago mondo intatta fede* Ma non trovando ove pofare il piede,- L’ umid’ ale tremanti indietro volfe . Tal ufcifti anche tu dal facro albergo , • Che tra’ perigli dell’umana vita Nè di procella nè di nembo teme. Ma P aere e l’ onda , che d’ intorno freme , Pallida rimirando e sbigottita , Volgi alla terra tempeftofa il tergo. r C 2 SO* . SONETTO XVI. FI Cco la Pianta , ove il mio core afpira , Nido di pace, di letizia, e vita! La fcorgo all* aura , che i fofpiri imita Dell* alme amanti, e dolci fenfi ifpira. Nembo d’ Amori , che d’ intorno gira , Con giocondo fufurro alT ombra invita : Vagando un altro tra le fronde addita « Il frutto, e va dicendo: Ama e fofpira. Ma già dentro di me difcende tutto Lo fciame alato , e quanto è di terreno Arde, fvelle, e ne fa foave ftrazio. Indi m’ innefta dell* eterno frutto Mille defiri entro il già vuoto, feno. O frutto , onde il mio cor non fìa mai fazio ! SO- 37 SONETTO XVII. Chì di monte filvoftro alla radice Mira tremula della in cheto Lago , Volge lo fguardo^al cielo, onde 1* immago Nell* onda imprefla la Tua forma elice . Chi tra gli orror di cava erma pendice D’ eco il rifponder ode , incerto e vago • Gira l 1 orecchio , ed allor fol n’ è pago , Che il fuono fcorge, ond’ ella è imitatrice. Tal in mezzo agli error del mondo rio Odo le voci , e veggio i nobil atti , , Che due Donzelle facran oggi al tempio. Ma in quelle non s’ arreda il guardo mio : S’ addrizza, o Madre , in te, di cui gl’ intatti Co fiumi furo delle figlie efempio. c 3 SO- 3 * SOLETTO XVIII. P Ria che fpieghi il fuo frutto , il grano muore : La terra altrice entro il fuo fen 1* accoglie. Dall’ aere il guarda , e col fuo caldo umore La fco'rza , che 1* involve , allenta e fcioglie . Rifcoflo ei della il fuo natio vigore, E va fnodando le intralciate foglie : Rugiada il pafce, ed il folar calore L’ aflòda, e lieto l’arator lo coglie. Tal tu, Vergin, t’ afcondi in facro chioltro, Guardando i femi , che nell’alma chiudi, ‘Dagl’ infetti vapor del mondo noflro: E fciolti i lacci , onde i defiri onelli Da’ vani affetti fon involti , fchiudi Lieti germogli di virtù celelii . SO- 39 SONETTO XIX. jAlLIo fpirar di lieve aura feconda Scioglie di rare merci onufta Barca , u 1 E del bel pondo altera, ond’ ella è calca Sprezza i perigli dell’ inftabil onda. Lo ftuol de’ numi , onde 1* oceano abbonda , V’ accorre intorno, c’1 glauco ciglio inarca* * E chiede a lei , che li trafeura e varca , Qual mai 1* afpetti avventurofa fponda . L’arreftano le Ninfe, e lufinghiera Serti le porge, e d’approdar ciafcuna La prega ali’ifoletta , ov’ ella impera. Ma l’alto Spirto, che la move e cura, Velo le fa di fottìi nube e bruna, Men lodata onde vada e piu ficura , C 4 SO. Digitized by Google SONETTO XX. Q> Ue’ vaporetti , che talor laffufo Afccfi , il ciel fan di parelj adorno ; Talor di bei color dipinti intorno Del feren nunzj an di moftrarfi in ufo Benché gli attenui il Sol , lenti quaggiufo Giacciono c gravi , fe un fottil contorno Di quella , che le flelle à per foggiorno , Materia non gli abbraccia e leva in fufo. Tal perchè s’ erga Filli alta dal fuolo , Dio la fcuote, e da terra la diffolve; Ma la falma mortai ricufa il volo. Ed effa al fin , che tanto afpira al cielo , Già fiaccata dal fuol , tutta s* involve, Per più leggera farfi , in facro velo . SO- 4i * SONETTO XXL D Ue vaghi Amori ( accende uno il penfiero D’ infano , e P altro di celefte ardore ) Di lucid’ arme adorni ambo fi diero Gli archi a prova ad armar contra ’1 mio core . Speli più dardi , la vittoria altero Al Tuo chiedea già quegli alto valore : Applaudìa Palma all* orgogliofo Arderò, E ’l cor dava in trionfo al vincitore . • * L’altro allor difle: Ir lungo tempo ornato Del fregio , onde faftofo efulti or tanto , Già non ti lafcerà quell’ arco aurato. Tinto nel feno a Crillo un dardo intanto Di quegli, onde a Franccfco aperfe il lato, Spenfe al fuperbo il baldanzofo vanto. SO- Digilized by Google 4 * <rc*3l/s sonetto xxir. P Er atra patta impura nebbia il raggio , Nò da’ vapori ò la fua luce offefa; Entra in acqua fangofa, e nel pattaggio Macchia non retta al ftio fulgore apprefa. Tal della vita il lubrico viaggio, Anima bella, trafcorrevi illefa* £*1 tuo bel velo non temea d’oltraggio Dall* alto fango, ond* ò la via diftefa. Ma riguardando nella valle immonda La turba avvolta entro il limofo vifchio Trarne a fatica i piedi anfante e greve , Di te paventi , e fovra f erta fponda , Che le tta fopra, ti fottraggi al rifchio Dove il fentiero è faldo e T aer lieve. SO- 43 « SONETTO XXIII. T V Uomo nafcendo a sè d’intorno trova Di vani oggetti l’ ingannevol efca : L’ aflaggia , e la dolcezza ignota e nuova , Mentre dorme la mente , il fenfo adefca . Svegliali quella , e quanto noce e giova Sceme • ma tanto nell’ error I* invefca L’ ufo de’ fenfi , che nojofo prova Il lume , e gode che l’ inganno crefca . Vergine pura , quanto devi a Dio , Che per tempo t’accolfe entro il ricetto, Ove s’ammorza ogni terren desìo! Ivi nudrita di piacer, che nafce Dal cielo, intendi quanto altro diletto E' fciocco, e chi di cibo altro fi pafce. Per ir Digilized by Google 44 Per la Profeffione delta N. D. Maria Giovanna Vezzi . SONETTO XXIV.' Jtqua , quam ego dato e i , fi et in eo font aqujt falienttt in vitam atcrnam . Ioan. 4. 4. (jlovanna faggia , che la pura voglia Serbando illefa dal fangofo- umore , Che Ragna in quella valle, e crefcc al core , . Quand’ afpetta riftoro, affanno e doglia. Quello guftafli , che dall’ alta foglia Vivo fcendendo limpido licore , Terge qui forme del mondano errore, Rinfranca l’alma, e dilettando invoglia: 4 Indi rifale alla nativa altezza , Seco al mare portando della vita L’ anime , attratte dalla fua dolcezza. Stupor non è , fe vi t’ immergi or dentro , Ond’ ei ti rechi in feno all’ infinita Fonte del ben , che non à fponda o centro . Per Digitized by Google r % . # CANZONI. A Digitized by Google i \ * »— » V* Digilized by Google 47 Per la ProfeJJione di due Monache . CANZONE I. V Ergini (acre , fé il mio petto or degno Fofie d’ un raggio del celefte lume, Che T alma a voi rifehiara , e infiamma il core , Cofe direi, che di gelato orrore Il cieco feoteriano empio Coffume Di sè medefmo incerto e del Tuo regno,. Di Tanto e pio difdegno L’ anime accenderei, cui denfo velo Avvolfe agli occhi , e ne’ terreni e frali Beni Tempio tiranno invefeò Tali Agili e pronte a formontare il cielo. Quanti defiri accenti D’ alzarfi detterei fovra de’ Tenti , E d* appreflarfì a Lui, che Tolo accoglie Il ben , che meta è dell’ umane voglie l Ma Digitized by Google 4 8 CANZONE I I. Ma non ritrovo in me si degno loco, Che inviti ad albergar la pura luce, Che difpiega i Tuoi rai nel voftro feno . Ma voi , deh ! mi (velate in parte almeno Gli alti pender, che Amore in voi produce, E le fiamme , che in voi della il fuo foco : Sicché volgete in gioco Quanto di più leggiadro e di più dolce Dagli (tolti quaggiù s’ammira ed ama; Nè forza à d’ adefear la voltra brama Piacer, che lufinghicro i fenfi molce. Di così piena gioja, A cui mai non fi mefee affanno o noja , Vi pafee il voftro Dio, che di lui paghe, Siete d’nnirvi a lui per fempre vaghe. Se PRIMA. 4 9 I I I. * / Se aperta ftanza agli Apollinei rai S’ affaccia, e li riceve entro a sè rteffa Quali per 1* aere vann’ errando fparfi * D* un indiftinto albor folo illurtrarfi Noi la veggiamo; nè l’ immago impreffa D* efterno oggetto ella ci moftra mai . Ma fe fi fa giammai , Che angufto foro per criftallo terfo Lor nella danza ombrofa apra il paflaggio Si fviluppa cqsì raggio da raggio, Che giugnendo ad urtar nel muro avverfo, Con dilcttofo inganno Ivi dipinti rimirar fi fanno Gli ertemi obbietti ; e vagamente tinto Di bei color non men del vero è ’1 finto. D Tal CANZONE S° I V. Tal fe tutte le vie V alma difchiude * De’ fenfi a’ beni , che le ftan d* intorno , Per entrar là nel loco, ov* ella fiede. Tutto vede confufo, o nulla vede. E fé di qualche lume b ’l loco adorno , Lume che folo à d’abbagliar virtude. Ma quando ad cflt chiude QgrT altro varco, e fol dell* intelletto Lor apre il paffo , li ravvila ; e fcopre Il bel , che infufe il fommo Fabbro all’ opre Del fuo potere , e quel , che il vano affetto De’ mortali vi finge: Scopre quanto s’ abballa , e quanto ftringe I fuoi deliri oltre il dover chi in quella Sfera angufta di beni i voti arrefla . In- Digitized by Google V. Indi fi volge alf infinito Bene, E mentre Io vagheggia a parte a parte, Vede che foio ei le fue voglie adegua. Qual ombra in faccia al fole fi dilegua La beltà, che alla terra egli comparte E del cielo alle piagge auree ferene. Da foavi catene Trarfi ella fente ; ode la voce amante, Che dolce la conforta , e dolce invita , E mentre il ben , che le promette , addita Le aggiugne per poggiarvi ali alle piante. Ratta eli’ allor dal fuolo Scuote le piume , e fpiega all* aure il volo Tanto varca del cielo , e tanto s’ erge , Che a Dio giugne anelante , e in lui $’ immerge D 2 Qual ■»*** 5 * CANZONE . V I. Qual divengali allor che aflorta è un’ alma Da quel mar , cui non ferra o fondo o riva Vergini facre , 1* intendete voi , Voi , eh’ il provate. E ben fa fede a noi Come beato il voftro core or viva , La ferena del volto eflerna calma. Dalla corporea falma Il novo fpirto , che l’avviva e informa, Traluce. In voi non gii pih voi vivete; Nè voftri fono i bei defir , che avete. In voi Dio vive : ei creatore e norma E' dei penfier celefte , Che vi toglie del mondo all* aure infette : Egli è , che il labbro a proferir vi fnoda li detto , che per fempre a lui v* annoda Pel Veflimento di nabli Donzella . C A NZONETT A. 53 G là s’ affretta La Diletta Allo Spofo , che la chiama Giunta è 1* ora, • Che dimora Piu non foffre la fua brama. Gentil core, Che T amore De’ Celefti intende a prova, La rimiri: Di fofpiri Vi vedrà dolcezza nova. Lieta e vaga. Di sè paga Tra la turba ammiratrice Ella palfa, D’ogni balTa Cofa fral difprezzatrice : D ^ Ed Digitized by Google k CANZONE Ed intanto Le dà vanto Chi di Taggia , chi di prode. Fortunata ! Che curata Non à qui grandezza e lode. Prefo a vile A' ’1 gentile Nome qui di dolce fpofa, • E T altero Suo penfiero , Fino a Dio fpinge animofa. Cosi parla Nel moftrarla Cogli fguardi e colla mano* Ma toccarla Lufingarla Non è dato a vanto umano; Mentre à volto, E raccolto Ogni fenfo ed ogni affetto Nell* immenfa Gioja intenfa, Che da Dio le piove al petto 55 SECONDA. Quindi luce Le traluce Sulla fronte e fovra il guardo , Onde incifo L’ è nel vifo : Quanto dolce è il foco , pud’ ardo ! Le fi accende. Le fi flende Sulle gote un bel vermiglio : ' L’alma Aurora Tal s’ indora D’ un color tra rofa e giglio* Velo quello Di modello Cor non è , che fi nafconda; E' vapore Deli’ ardore , Che foverchio il cor le ii a . Ma davante All’ Amante Suo celefte ella fi proto . Senza velo, Qual in cielo . Splende > intero ei k fi moto . D 4 .Or $6 CANZONE Or che mira Ed ammira «La Tua vita ed il Tuo bene, L* allegrezza La dolcezza Chi pub dir , end* ella fviene? Uom , che giunga Dopo lunga kia procella al lido amato, Laflo e fmorto. Quando a (Torto Si credea dal flutto irato; Angofciofa Madre annofa , Che rivegga unico figlio, Quando trema. Che lo prema • Lungi errante afpro periglio; Nè ftupifce Nè gioifce Come quella Veiginella, Che prefente Vede e fente • Il Tuo Dio , che le favella. 57 SECONDA. Ei le chiede : Chi ti diede Forme , o Bella , si gioconde? Quel , eh’ io fono , E' tuo dono: Riverente ella rifponde. Ch* io ti piaccia, Ch’ io mi sfaccia Al tuo lume , è tua virtude. Piu diria. Ma la via Della voce il gaudio chiude. Ei la mira , E le fpira Novo ardore , nova grazia. Co* fofpiri, E co* giri De* dolci occhi ella il ringrazia. Ma di tanti > Rai fiammanti , Che noftr’ occhio non adegua, Ei la vela. Che fi cela Ella al guardo , e fi dilegua . Jf S. Digilized by Google VERSI SCIOLTI. ài sA S, E, il Sig. Paolo Antonio Labia per le fue No^ge con S. E. la Sig . Fiordiligi Emo , EPITALAMIO I. tridenti Grazie , che ad Amor compagne, Figlie e miniftre del divin configlio, Diftribuifte per gli eterei giri L’ordin eterno , onde s’abbella il mondo; E con mifura armonica accendefte Cintia di rai d’ argento , e d* oro il Sole , Giove di miti , e d’ infiammati Marte; Indi fcefe quaggiù di sfera in sfera, Sovra le cofe , che produce Amore, li fior fpargete di beltà , che nafce Dall’ armonìa , che con foavi modi Lega e contempra le difcordi parti ; E quel fpirate , che nell’ alme elette Senno valore e leggiadrìa rifplende , Nell’ alme elette a rifvegliar 1* ardore Ne’ cori eccelli d’eternar ne’ figli Del fangue il corfo da lontana vena Per lunga, ferie d’avi a lor trafmeflo: Se % 6i EPITALAMIO Se qual v’alletta altere opre leggiadre Di tempo in tempo dimòrtrar fra noi , L’arte anche forte di fvelarci vaghe, Onde formate le grand* alme e rare ; Or che due n’adornafte oltre 1* ufato Con pari cura , e le accordafte infieme Così , che come in fui confin fi vede Di due colori 1* un all* altro aggiunti Un fpuntame , che d’ambo in sè più dolci Le tempre unendo , è d’ ambo anche più vago ; Tal de’ voleri e de’ penfìer concordi Un voler folo , un fol penfier fi faccia * Quanto a voi più di gloria indi verrebbe, Tànto più fora di fplcndor cofparfo Sovra i miei carmi , e de* gentili fpirti Vera bel tate accenderla le brame . Così dianzi io dicea , quando repente La fofea nebbia , onde la mente ingombra Nulla al di là di quel , che fere i fenfi , Scorge , fvanì , e agli occhi miei davante Nova s* aperfe luminofa feena. Mercè fu delle Dee , fe dentro a*, facri Mifteri di natura al vulgo afeofi Non fummi in parte penetrar disdetto* E contemplando ne’ modelli eterni Ciò , » *3 PRIMO. Ciò , che veftito di corporeo velo Di sè non moftra che Fellema fcorza, A’ rai mirar della natia Tua luce L’alma Virtute, che la mente* empiendo Di puro lume , che. dal ver difcende , E coll’aura di placidi deliri Dolce animando la tranquilla calma Del cor fedato , ne tramanda agli occhi L’ aureo fplendor , che la bellezza avviva , E diffonde fui volto il bel fereno, Che in un d’ amore dolci fenfi fpira , E promette a chi l’ama e gioia e pace, Compagne eterne dell’ amor , che crebbe Non tra’ vapor di tempeflofo affetto, Ma tra’ rai di virtute e di configlio. Repente immerfo entro un fulgor mi vidi , Che quanto vince , tanto affina il guardo, Ed è diftinto di faville a guifa De* punti fcintillanti in ciel difperfi . . Qual fe in modo s’adatta ardente face, Che tra due fpecchi paralleli fplenda , Ella in virtù de’ ripercofli raggi In due file per entro a* vetri terfi Di cento faci fi propaga e cento: Così d’ intorno ad inelàufto lume Fean \ Digitized by Google Ó4 EPITALAMIO Fean di sè moftra in lunghi ordin diftinte Fiammelle innumerabili infinite , Varie d’afpetto , e di fplendor diverte; Poiché di quella parte , ov’ era volta Di quel di luce inefliccabil fonte, Avea ciafcuna la fembianza imprefla. E mentre aflòrto da sì ftrano obbietto Softengo immoto colla mente il ciglio , Voce improvvifa , che fonò dal centro , Dallo ftupor mi fcuote , e slega i fenfi. Quello , che vedi , folgorante cerchio Immenfo , difle , è P efemplar dell’ alme E tanto fpazio entro al fuo giro ferra. Quanto s’eftende la divina mente: E. ad ogni raggio , che dai centro parte. Laggiù di voftre fchiatte una rifponde. Con quello fi configlia , in quello guarda Quando tra voi 1’ onnipotente Amore Dà vita all’ alme : e tanto ognuna è bella Quanto l’ idea fimiglia , ond’ ella è prefa . Nè già deve afpettarfi il mondo vollro Di veder unqua col girar de’ lullri Nell’ anime create efpreffe tutte Le fimiglianze dell’ eterne idee . Molte ne fon , che rimarranfi fole Mai w • PRIMO. 6 s Mai fempre , ad altro ufizio non affitte, Che d’ empiere la ferie de* progredì Dell* infinita intelligenza. Quelle, Che ornate piu , che ricoperte miri Di fottil velo trafparir , le forme Dell* alme fon , che già n’ ufciro al giorno O ftanfi il gran momento anco afpettando , A cui de’ tempi nello fpazio immenfo Dal provvido delfino annette foro . Lieve rifletto di fulgor men puro , Che dall’ immago full* idea fi manda, Le vela qui di tenuiflim’ ombra ; Qual men chiaro color fovra un piu vivo Sparfo talora da maeftra mano , Senza macchiarlo , ne rattempra il brio . Lo fguardo aguzza , e per lo cerchio il volgi Ed i veli , che in punti or piu lontani , Or più vicini alternamente al centro * Sparir vedrai , fe colla vifla unifci; Vedrai la forma , in cui t’ appare il Sole, Quando da terra col nud’ occhio il vedi Vibrante rai con ordine ineguali. Da quefti norma in fui terrelìre globo Di voftre fchiatte la lunghezza - prende • Poiché tronca è cialcuna ivi in quell* alma E Che 66 EPITALAMIO Che tralucendo lievemente ombrata, Seguita è qui dalle piu vive e chiare . Se chiedi ond’ è , che dalla propria fchiera Or per obbliqua or per diretta via Altre piegano a delira , altre a lìniftraj Tal che ogni ferie la fgura imita D’ angue , che ferpe fulla terra aprica* Effetto è quello di confenfo innato, Per cui le forme piu tra lor fimili Son l’una all* altra dolcemente attratte. L’alme , che d’efle col fembiante in uno Portano leco anche gl’ iflinti imprefli. S’amano infieme ; nè il defio s’acqueta Pria che le Aringa indilfolubil nodo* Qui la celefte ed increata voce, Che a me venia dalla Ragione eterna, Tacque, e lafciommi al maggior uopo. Ah ! dilli Ah ! fegui , e tu , che la deftafli , fazia La voglia accefa nel mio cor profonda. Deh! tu m’ addita il loco , ove fcintilla L* idea dell’ alma di colei , che novo Oggi all’ Adriache fpofe aflro s’ aggiunge . A quella ferie , che piu lunga fplende, E piu lucenti le fue flelle moflra, ( Odo la nota voce che rilponde ) i Por- PRIMO. 67 Porta le luci , e in quell’ idea le fida , Che piti dell’ altre folgorante e valla A sè chiama gli fguardi , e in sè gli arrefla . Ella il modello è dell* Eroe ( a ) , che padre Fu di colei che chiedi , e tanta parte Del voftro globo col fuo nome empieo. Di là fcendendo incontrerai coll’ occhio Una , che di piìx dolce e piano lume Splende . Di quella nell* afpetto porta Fiordiligi , e negli atti e ne’ collumi L’ immago . Amore al placido di quella Fulgor foave le gentili membra Adattando , la cinfe di leggiadra Salma: di quella al temperato ardore Del cor le Grazie accomodane i moti , Ed il governo ad Armonìa ne diero , Che loro è Italia , e tra’ mortai fi noma Virtute . A quello nome in me fi delia L’ alto defir , che fin d’ allor eh’ io vidi I vaghi modi , il portamento onelìo E z Di / (d) Giovanni Emo Procura tor di S. Marco celebre nella memoria de’ Tuoi concittadini , e degli ftranieri , e negli fcritti dell’ Ab. Conti , del Card. Quirini , di Jacopo Fac-* ciolati, del Co. Al^arotti , del P. Steliini, e d’altri. 6 \\ EPITALAMIO . Di lei , che fu con tanta cura in cielo Ornata , al core di faper mi nacque L’alta radice afcofa , 'onde si rari Si fvilupparo dilettoli frutti. Ed in un punto di tai detti V aura Move a temprarmi rinfiammata brama: Non Tempre quel , che a mortai occhio fembra Più brillante , in sè fteffo è più perfetto . L’alme fublimi , e le virtudi eccelfe Voftro collume è milurar da* grandi Rapidi lanci , onde talora il core Alto fi vibra tralportato e fpinto Da chiufo fumo di bollente affetto*; Che d’ ogni parte ad allargarfi tende, Più che da fenno e da virtù condotto. Ma più quell’ alma è generofa e faggia , Che \ più ne’ moti Tuoi coftanza e modo, E par che men fovra il comun s’ innalzi . Speffo è macchiata altifonante fiamma D’ aliti folcili c di vapor nebbiofi * Poiché non lafcia la vorace vampa Spazio d’attenuar l’efca indigefta, Che pura aflorbe coll’ impura milta. Ma lume , che tranquillo arde e rifplende Più fchietta e pura la chiarezza ferba ; Per- PRIMO. 69 Perchè piu puro ed a sè Hello 'eguale E! ftmpre l’alimento , onde, fi pafce. Or fe a villa del ver , eh’ io ti dimoflro, La fallace da te luce difgombri , Che qual accela folgore tonante V* abbaglia P alma , e vi ftordifee il core Tanto gentil più ti parrà colei , Che pregi , e Halli di tua mente in cima Quanto 1’ afpetto à più modello , e fparfo Di placido chiaror ; da cui fi move Non fugace balen , che fere e palla , Ma fpirito fottil , che fol comprefo E' dall’ alme gentili. E mentre il nido A porre in lei de’ fuoi penfieri alletta Lui , che ad ampj tefori , a fangue chiaro Gran fenno accoppia , e fplendidi collumi, Lo raflìcura , che intemperie acerba D’ affetti ciechi al variar foggetti Mai non farà , che gli fconvolga ò turbi . L’uniforme tenor , che gli atti il vifo Fanno , la fua forgente à nel confenfo , Per cui confuona colla mente il core , E del cor 1 * un coll* altro ogni deliro . La divina virtù , che in sè contiene Le cole , e tutte le contempla accolte, E 3 Quan- 7 o EPITALAMIO Quando V idea del bel fovra di quelle , Che crea , feco d’ imprimer fi configlia , Sempre a sè fteffa è nell’ oprar conforme Or come feo , che la corporea luce Anima e vita del terreftrc mondo , * Finché tra lor , quali gli avventa il Iole Stanfi congiunti e rtretti i rai diverfi, Ond’ è comporta , di giocondo albore L* aere la terra il cielo adorni e verta: Ma fe dagli altri fi fcompagna il raggio Azzurro o giallo , ed in difparte moftra Fa del natio colore , ond’ egli è tinto , L’albor > che prima da’ colori uniti Nafcea , s offufchi , indi fparifca ^intero Quand’ ogni raggio dal vicin divifo Corre diverfa via libero e fciolto: Tal fe gli affetti, l’intelletto, il fenfo Vanfi difgiunti e fenza fren feguendo L’ impeto , che li porta a varie mete , Perde 1’ alma il fuo bello , ed incollante A tenor dell’ obbictto , che la move , Or fi difperge fuora , or fi concentra ; Or tra la fpeme ed il timore ondeggia ; Or fi rinfranca , e forge ardita e balda: E dell’ interno ftempramento T orme Nel PRIMO. 71 Nel vifo ftampa , e di colori il tinge Troppo o crudi, od ofcuri , o molli, o gai Ma quando avvien che non difcordi il fenfo Dalla ragione , e full* idee Tevere Quanto cofparge 1 ’ un d’ ameno e vago , Tanto l’altra di quello il brio foverchio Corregga , e quel , che appar , col vero adegui Nell’ alma forge una tranquilla gioja , Che fi trasfonde fui ridente volto : E de’ coftumi dolcemente alteri , Delle maniere oneftamente ornate . Di lei , che onori tanto , è 1 * aurea fonte . Felice Spofo , che sì dolce e faggia Avrai compagna de’ tuoi giorni allegri* E delle cure, onde l’umana vita Non può Tempre fchermirfi , alleggiatrioe. Nè tu dei meno , giovinetta Spola, Al del. cortefe , che sì bel foftegno Aggiunfc al fiore de’ verd’ anni tuoi . Ma più farete ancora ambo felici , Quando vedrete pullularvi intorno, Come virgulti i vezzofetti figli , Dell* ardor voftro avventurofi frutti , E Temi in uno di novello amore* Poi nell’ etade più robufta e franca E 4 Ca* 7 2 EPITALAMIO PRIMO. Cagioni a voi di memorando vanto, Ed alla patria d’ alt’ onore e pregio . Dille la voce , e ritornò qual prima Nube improvvifa ad ingombrarmi il guardo Tanto de’ bei prefagj il fuon giocondo A sè mi traile , e vi s’affitte tanto La mente mia , che me medefmo obblio. E a me più c’ altro nel penfiero impreflà Profondamente de’* futuri figli L’ immago retta , onde il tuo ceppo vecchio Inclito Paolo , fiorirà, mai Tempre Verde , e di rami frondeggianti onufto . 73 Per le No^%e delP EE. de * Signori N. N. Patria) Veneti . EPITALAMIO IL » v Enere bella , che ridente il volto Ai di fiorita giovinezza eterna , ‘ E dolce madre de’ leggiadri Amori Quaggiù le cofe a variar foggette Rinnovi , e quella vita , che ferbarfi Non puote in una , trasfondendo in molte Di grado in grado , Tempre verde Terbi: Alle rive dell’ Adria a te dilette Volgi lo Tguardo , onde gli eterei campi Sereni , ed aggiogando all’ aureo carro L’ alme colombe , pe’ Tentieri uTati Reggine il volo coll’ eburnee dita . Qui delle Grazie , che de’ doni tuoi La nova ornaro giovinetta SpoTa Te aTpetta e chiama la concorde voglia; Onde al fin tu 1’ accolga , e rechi in mano A lui , che il cor ne porta acceTo e punto. Ed ambo annodi con eterna fede . • • Ma già preflò è la Dea , che varie forme . Pren- Digitized by Google 74 EPITALAMIO Prendendo , fcorre per le vie celedi , E difpenfa con- provvido configlio Lo Ipirto infufo nella vada mole Dell’ univcrfo • onde in sì varie membra Non fi perturbi l’armonìa nativa. Ben fi conofce , eh* ella è già vicina, Al novo lume , onde fi vede il cielo; E la letizia, ondo Natura ride, E' dell* arrivo Tuo nunzia fedele . Già veggo Amor , cui 1* arco e la faretra Rifuona al fianco , ed alle tempie intorno Viva rifplende la materna rofa. Veggo Imeneo , che fu per 1* aure vibra La face ardente , ed odo il fuon confufo , Che agli Amoretti gai per 1* aria midi Fanno lo Scherzo, 1’ Allegrezza, il Rifo. Scende la Diva, e dove preme e tocca L’ argenteo piè , fpuntano a prova i fiori . Sul molle tergo alle colombe alate Pofa le rofee briglie , e drizza il pado, Dalle chiome fpirando aure divine , All’alta danza, ove la Ninfa trova Tra 1’ auree Grazie e tra le fiorid’Ore. La mira con quel volto, e con quegli occhi Onde un tempo al Padore in Ida aflifo Feo 75 SECONDO. Feo la cura obbliar di fenno e regno, E dal petto di Marte adamantino Scofle i penfier di debellate fchierc , Di Re domi , e di torri arfe e diftrutte . ■ E nel mirarla , nel bel vifo adorno Sparge ed imprime co’ poflenti rai Il vezzo,, il rifo, e lo fplendor leggiadro, Di che beltade peregrina armata Apre ne’ cor gentili alta e profonda Piaga, e n' elice alti fofpiri , e dolce Rende la piaga , ed i fofpir giocondi . Allo fpirar della virtù , che della Nell’alma i moti, onde s’avviva il volto, Di fovrumana leggiadria rifui fe Raggio divino alla donzella in vifo. Come quand’ entro a mufico {frumento Di varie canne armoniche contefto, L’aria in mantice chiufo attratta fpira, In ogni canna, che da dotta mano Sia con arte difchiufa, ella ugualmente S’ infinua, ed in ciafcuna il fuon rendendo , Che a ciafcuna convien , di molti infieme Temprati e mifti almo concento forma y Ed empie di dolcezza i cori amici Del biondo Apollo e deli’Aonie Dive. Ta» 76 EPITALAMIO Tale allor che animata dallo fpirto Fu della Dea la vergine amorofa j Nelle guance, negli occhi, c nelle labbra, Che le Grazie tra lor dianzi accordaro, Sorfe armonìa mirabile a vederli Di vaghi moti e di color gentili . Ma come allor che fui nativo «ftelo Stanfi fiori diverfi in faccia al Sole , Che gli avviva e colora • fe rugiada Tenue frapponi! , che rattempri alquanto L’efterno ardore ed il vigor interno, Quanto è ciafcun piu dilicato e molle, Tanto fi moftra in fuo color più vago* Tal fra la Diva e la donzella venne Modeftia a porfi , e i bei moti diverfi, Che nel fembiante inufitato brio Spiegava , dolce rifofpinfe , e lieve L un fovra T altro ripiegando , refe Piu venufto ciafcuno, e quella tempra Diede a ciafcun , che piu foavi infieme Gli unifce. A quella villa fi compiacque Dell* opra fua Ciprigna , e delle labbra I bei rubini a cotai detti Ichiufe: Figlia , del gran valore , onde fovrana In mare, in terra , e tra le flette io regno, Quel- SECONDO. 77 Quella nell* alma e ne’ begli occhi tuoi Parte trasfufi , che dimoftra chiaro Quanto a me tu fei cara , e quanto volli Che te pregi , e da te fperi ed afpetti Il bel paefe , ove à fede ed impero Giuftizia e Pace ed aurea Libertade, Dell’ eccelfe virtù nutrice e madre. In te si bene i’ divifai coltami, E parole e fembianti ed atti e modi, Che fuo diletto nel* foave giogo Di tua beltà poneffe un cor leggiadro* ' E sì gli affetti del tuo cor compofi, Che quanto amata e defiata fei , Tanto folli collante in amar lui, Che il cielo à fatto dell’ amor tuo degno, E dietti in forte per compagno eterno . Che non è pregio di volgar virtute, Nè d’ una fola , benché rara , un’ alma , Che in amiffade e compagnia perfetta S’ adatti all’ altra , e 1 * una lìgnorìa Abbia dell* altra , e libertà ciafcuna . Alma , che fia foverchio altera e viva , , Benché nel fen racchiuda efimie doti , Non foffre inciampo in fuo cammin , che freni O volga altrove il corfo -a’ delìr fuoi .. Co- - i Digilized by Google 78 EPITALAMIO Come torrente , chè d’ alto difcelo Onda con onda impetuofo incalza , Seco portando ogni ritegno oppofto, Sdegna , che lo divida arte ed ingegno In rufcelletti limpidi e tranquilli , Onde s’ aggiri tra le vie preferì tte Di labirinti in feno ad orti regj Con artifizio egregio compartiti • O chiufo e ftretto entro ad aenee docce Si fpinga in alto , ed or nell’ aere formi Piegato in arco lungo tetto , ed ora Velo dipinto de' color , che fpiega L’ Iride in cielo di ricchezze altera. Ma gentil alma , che fornita fia Di chiari pregi , ed i fuoi moti a grado Altrui , quando ragion ed uopo il chiede Sappia cangiar fenza fatica e pena , E far fua voglia della voglia altrui , Può 'facilmente accompagnarli ad alma , Che le faccia tenor co* pregi fuoi . Felici Spofi , che tra voi di voglie E di penfieri e di virtù conformi Del pari trafeorrendo il mortai corfb, Sempre in voi troverete il piacer voflro : E col cangiarfi de' volubil anni Con- 79 SECONDO. Concordemente cangerete ancora E defiri e diletto ; ed uno amore. Che di fiagion non fia , di grado in grado Altro ne produrrà , che della vita Ben fi confaccia alla cangiata fcena. Onde non fia , che coll’ età crefcente L’uno dell’altro mai noja vi prenda, O di voftr’ amifià s’ allenti il nodo. Come tra 1* alma e ’l corpo , onde comporto E' l’ uom , tal delle cofe il fommo autore Maravigliofa mife alta armonia, Che di moti nell’ un mentre fi fvolve Lunga catena ; di penfier , di fenfi , ' Che a que’ moti rifpondono , fi fpiega Lunga ferie nell’ altra: e della vita, Che dal confenfo lor nafce e dipende , Forza quindi non è che ’l desìo fpcnga , Mentre coll’alma il corpo ognor cofpira, E dell’ uno al cangiar , l’ altra fuo ftato Cangia ella pur : così tal io fra voi Di voglie pofi e di piacer progreflò , C’ ambo uniformi e paralleli andranno Fino alla meta al corfo voftro fida. Per Per le No^ge dell* EE. de Signori Lodovico Vidiman e Quintilia Rezzonico. / EPITALAMIO III. T^ Temo Amor , che per la mole immenfa Delle cofe penetri , e compartendo Tuo valore infinito in varie guife Delle nature agli ordini diverfi Dai vita e moto e fenfo ed intelletto; Indi accordando variamente infieme Le virtù fparfe in sì difcordi eflenze, Leghi il corporeo all* incorporeo mondo: Or che del tuo poter tanta e sì rara Parte in Quintilia e Lodovico fpicghi , Ed eletti finimenti ambo deftini Di lunga ferie di leggiadri eventi Da fviluppaHi ne* futuri figli; Quello , che a te confacro , inno devoto In grado prendi , e la mia mente reggi Per lo fenticr dell* ammirabil opre. Che produci nell* anime gentili Di chiara fama e di virtute amiche. Qual chi s’abbatte in bel giardin fiorito All* apparir del primo raggio in cielo, Mil* 8i TERZO. Mille colori in un momento vede Dettarli in ogni parte, e il raggio fletto Purpureo farli nella rofa , e bianco Nel giglio , e verde nella tener’ erba, E brillante de’ fiori e delle foglie Sulle tremanti rugiadofe cime: Tal un di , che d’ intorno mi s’ avvolfe Non fo donde difcefo alto penfiero. Tratto mi vidi in vafto globo e cavo, Ed attorniato da diverfe forme, In cui cangiarfi mi pareano i rai, Che dal centro uniformi ufcendo e fchietti, Givano a’ punti ettremi in modp porti, Che ripercofla fi vedea fovente 1/ una full’ altra immago , ed una farli Di due beltà ; qual in metallo terfo Di Conica figura fi raccoglie Di molte informi , e ftranamente fparfe Nel pian fuggetto, una lembianza fola Di vaghe tinte e di leggiadro afpetto • Volti io vedea di donne e di donzelle, V D’ alteri ero»»,, di giovanetti gai . Dagli òcchi fpira altri valor guerriero. Altri faville d’ amorofo foco' Chi nella fronte fpiega il bel fercno, . ? Qhc 8z EPITALAMIO Che nunzio è d’ alma grande e di sè paga • Chi dolce moflra , ed animato il vifo Da invifibili moti graziofi , Che partono da un cor gentile e vivo • Chi tien lo fguardo immoto e in sè raccolto , Qual uom , che lèco fi configlia e penlà. Dappoi che alquanto ebbi girato il ciglio D’ intorno al bel fpettacolo giocondo , /Quel , che duce mi fu , pcnfiero alato Mi fi venne a pofar fovra la mente, E prefe a ragionarle in. quelli fenfi : Quello , ove fei , mifleriofo loco L* opre d’ Amore e la portanza adombra. Sepolta flalfi entro gli umani petti Ogni virtute e generofa voglia. Quando Amor non la delli e tragga in luce . Torpe cieca la mente , e tardo il core, Se A mor l’ una non volge al vero al bello , E f altro col valor de’ raggi fuoi Non mette in moto, e la natia lentezza Non arma d’ ale di defir focofi . Quello,ch’ è f alma al corpo, è all’ alma Amore . L’ alma foflien le membra , e vita e fenfo Lor infonde, e dà pollo: Amore avviva Ed avvalora Palma, e la feconda ) D’ al- TERZO. . gj D’alti concetti, e le virtudi elice, Cli’ ei nell’ interne Iatebre;V afeofe , Quando la chiufe entro il corporeo chioftro. Di vetro puro trafparente globo, Che immoto giaccia , altra virtù non moftra, Che la pofiànza di cangiar la ftrada All* aure» luce , che per entro palla. Ma quando avvien* che indagatore accorto Degl’ involti fecreti di natura, L’aere n’eftragga, che v’ è. dentro chiufo, E sì l’ adatti in tenebrofa ftanza , Che rapido 1* aggiri intorno al centro, E lieve intanto colla man lo prema; Appare allor quel-, che celato innanzi Stavafi , interno foco , e fi diffonde Tanto , che di fplendore empie il criffallo. Tal anche l’alma , benché porti in feno Di virtudi infinite i Temi occulti , . Se langue ignava , non appar fornita Che di fenfo , e d’ affetti ofeuri e baffi , • Che dal fenfo commoffi intorno al fenfo » Vanfi aggirando. Ma qualora il vivo Spirto infufo d’ Amor l’agita e move, Ei. le virtuti addormentate informi Scioglie e figura; cd in cJafcuna imprime F 2 Def- 34 EPITALAMIO Della inefautta univèrfal bellezza Quella parte ", che propria è di ciafcuna. L’alma dalle celefli , ond’ ella è piena, Faville minutifiime inquiete Moda divampa , e là fi lancia ardente , Dove aprirli di laude un raggio vegga Accomodato alla virtù , che franca A' più di lena, ed è più fciolta e pretta. Quindi dell’ opre il bel concento nafee Severe , ardenti , fplendide , leggiadre , Rapprefentate ne’ diverfi afpetti , Che vedi * e benché varie di natura , Nafcono tutte dallo (tetto fonte. Quel , che ne* cor feroci , ov* uopo il chiegga Fierezza accende ne’ perigli invitta, E falda incontro a’ fulminanti bronzi , Ed alle orrende immagini di morte. Lo fletto ancora negli fpirti accefi Di nobiltate e di detto d’ onore Saggio detta e magnanimo difpregio Di ciò, che dona altrui forte incollante* E dalle nebbie iftabilì terrene , Che fugace balen pinge cd inaura, E momentaneo vento aduna e feioglie , Gli trae fublimi agl’ immortali obbietti. In T E R 2 O. Sj In Cui fiammeggia Tempre puro il fole, E forza efterna non à dritto alcuno * Di quello effetto dell* Amor fovrano Porta f immago il volto (ignorile, Che di ferena maeflà qui miri Splendente , e cinto di bei genj alteri . Dirai , fe lo contempli : Il volto è quefto Di Carlo , che sdegnando onor mortali , Ed i penfieri ergendo alto da terra Sullo fplendore e le ricchezze avite Teforo ampio fi fe* d’aurei coflumi, Di Tanto zelo , e di virtù celefli , Ed or rifulge agli occhi delle genti D’ offro veflito infra gli augufti Padri , Che alla greggia di Crifto il gran Pallore Diero, cd in lui full* adorato foglio Di Pier locaro a governare il mondo innocenza , pietà , giuflizià, e fenno* Allato a Carlo, effetto altro d* Amore, . Brilla ridente un bel leggiadro vifo, In cui giunta la grazia ad oneflade Altrui diletta e riverenza fpira , E fifli fianno i vivi fguardi ardenti Di giovinetto, che all’incontro fparge Purpureo lume , dell* età fiorita F 3 Com- te EPITALAMIO Compagno ed -ornamento. Il volto è quello Della Nepote; e quella è la fembianza Di Lodovico, che la fpeme appoggia A lei de’ figli , che V onor vetufto Degli avi impaziente afpctta e chiede* Come accondarfi i bei fembianti vedi , Tal convengono i cori , ed una niente Ann’ ambo , un fol penfier, fol una voglia Però che ad ambo dall’ iftefla vena Difccfc il cibo , onde nudriti furo: Cibo , onde f alma qualitadi prende Non di volgare affetto impreffe e tinte , Ma di fe , di modeftia , e di decoro , Ond* anno atti c parole ordine e modo, L’ un nell’ altro contempla , c chiaro mira Ciò, che voler, ciò, che feguire ei deggia E nella voglia altrui fua voglia adempie. Poiché T una fi move dallo fteflfa Punto , ove V altra tende , e fi confonde Quella, che vicn, colf altra che fi parte* Come due rai , che movonfi all’ incontro Da’ fochi avverfi di convello vetro , Ambo ri fratti dal criftal frappofto Vanfi intrecciando, e l’uno fi raccoglie Nel punto ftelTo, onde fi fcioglic l’altro. Di §7 TERZO. Di si fi retto confenfo di defiri , E di virtudi oh ! quai faranno i frutti ! Quali i figli faran , che V Adria afpetta Da si bel nodo e da sì rara coppia! Come allor che due lenti criftalline Son T una all’ altra fortemente ftrette , Ordini varj di colori in cerchio Piegati intorno a* punti del contatto Nafcono , e raddoppiate Iri vagheggi Di maraviglia e di diletto pieno: Così d’ intorno a voi , Spofi gentili , Sorgerà di natura e d’ aurei pregi Varia progenie ad opre varie intenta Di valor, di configlio , e di bontate ; Onde la gloria de* maggiori illuftri Sia tramandata a’ fecoli remoti Di novi fregi rilucente è fparfa , Qui fi tacque il penfiero , ed alla voce Che dolcemente ragionava all’ alma , Succede il plaufo , che a ferir mi venne L’ orecchio , ond’ Adria celebrava il giorno Delle nozze felici , e le fperanze Cantava , e 1 lieti augurj , ed i difegni , Che fea la Patria fu i futuri figli. % *' * M 88 « Al Signor Cardinale Alessandro, Tanara Bolognefe , per la fua promozione . INNO. SlAcro Signor , che tra’ purpurei Padri Pii» che per l’oftro, onde velli to Tei, Splendi pe’ rai , che dall’ interna luce Sparli per entro i be’ coflumi tuoi , E dall’ opre , che ftanfi a te d’ intorno Sculte ed ornate da virtù celelle, RiflelTi d’ ogni parte a te tornando , Come a Tuo centro, del tuo lume ftclTo Ti fanno infieme aurea corona e velo: Se la mia lingua, che giacerli muta Non può tra’ moti armonio!! e lieti Dagli inni facri a te nell’aura imprefli, . Non à tratti sì vivi e sì leggiadri , Che nell’ aria ferena e pura ftampi Di te l’ immago; non è colpa tanto Dell’ intelletto , che la move e regge * Quanto del doppio fovrumano lume , Che Digitized by Google INNO. 8? Che r in sè t’ avvolge , e ti nafconde a noi Io pur entrar vorrei col guardo acuto De* pregi tuoi nella più interna parte, £ dell’alto valor , che tanto piacque A Lui , che Rege e Sacerdote impera In Vaticano , e ’1 merto e ì premio libra , Far un ritratto , che Tornigli al vero : Ond’ altri vegga la fublime idea, Su cui fi forma chi trafcelto è ’n cielo A far corona al foglio alto di Piero, Perchè tramandi alle rimote genti Puro ed intatto lo fplendor celefte, Che intatto e puro fi trasfonde in lui Dal fovrano Pafior , che mentre pofa Quaggiufo i piè fovra 1* augufto trono , La mente immerge entro gli eterei giri , E dall’ eterne idee del ver fuperno Prende 1’ immago , c faflene fuggello . Ma per quanto adottigli e affranchi il guardo, • Non vi vegg’io, eh’ il folgorar confufo Di molti pregi l’un full’ altro fparfi. L’un dall’altro ridotti a nova forma. E quand* anche divifi altri poteffe Raffigurarli , allor che in un raccolti E midi fono, cercherebbe in vano go INNO. Di ravviarli agli ufitati fegni . Nobiltà , che tra gemme ed or fiammeggi , Altra fembianza e valor altro acquila Quando a configlio ed a virtù s’accoppia. Più non raflembra altero idolo e vano. Che di torbida luce à pieni gli occhi , E falfa maeftà dal volto fpira. Che riverenza fpreme e culto ed ara Dal vulgo ufato ad eftimar la vera Grandezza dall* orgoglio , ond* egli è oppreflò \ Ma da* fuperni rai l’idolo fufo. Che dianzi di fua mole il guardo empica , Sparifce , e qual umor entro alle fibre Trasfufo di virtù, novo le aggiunge Polfo , e la rende più fplendente e vaga. Quando la gloria, che s’accefe intorno Agli avi , e fu i nipoti anco fcintilla , Cade in un’ alma d’ogni pregio nuda, Prende figura di vapor, che fatto Gel trafparente, e vapor altro opaco Nel fuo centro chiudendo, a Cintia il volto D’ aureo cerchio nell’ aria alcuna volta Circonda , o di più Soli il cielo adorna . Poiché come vapor denfo ed ofcuro, Allor .che involto è da pulita e chiara Scor- Digitized by Google INNO. 9 i Scorza, che a’ raggi non contenda il palio, Dalla non Tua bellezza onore e vanto Tragge, e nel cielo a farli ftella arriva; Tal uom , che mille infra l’ofcura gente Non Ideerebbe nel mortai viaggio Pur orma , ond’ altri lo difeema e miri , Se della gloria di grand’ avi illuftri S’ammanta ed orna, a sè rivolge e chiama Lo fguardo altrui , che mentre erra difperfo Per F eftema chiarezza , fi diftoma Dall’ atra nebbia , ond’ è ì’ interno avvolto . Ma quando avvien , che generofa core , Com’apre gli occhi ad onorate imprefe, Pollo li vegga tra vetufti fregi , Crefciuti intorno al ceppo, ond’ egli furfe, Gli antichi vanti a* defir fuoi li fanno Terfo fpecchio, ove mira cfprelTa l’arte Dell’ opre chiare e de’ configli egregj : E dallo fpecchio il ripercoflò lume. Che fopra gli fi fpande , F apparecchia Sì , che virtute a figurarlo intefa Pofcia v’ imprime più leggiadre -e vive L* immagini de* pregi , ond’ è feconda*, Come pittor fulla diftefa tinta , Che la tela prepara a’ tratti fuoi ? Più pi I N N O. Pili vaghi traccia ed animati i volti. Nè fol afpetto di cangiar fon ufe Le forme a’ fenfi efpofte , e di natura Varie ; ma quelle ancor , che F occhio vede Sol della mente , ed uniformi fono Nell’ origine loro, ed indi fvolte, Quafi vene lottili in verde foglia , Vanfi nell’alma diramando, e danno Nudrimento dell’ alma a varie parti , Ond’ anno di virtù nomi divedi . Di tutte le virtù nell’ alme eccelle Ogn atto è mirto , e d’ un color li tiige Che d’ alcuna non è, quand’ ella è fola. Qual uomo o divo, che di molti in uno Fufi metalli da Miron comporto, Starti tra lo fplendor di regia fala , Grande ornamento di ricchezza altera , D’ oro non porta nè d’ argento il vilo Tinto, ma d’ un color mirto e confufo Più che d’argento e d’or vago a mirarli' Cosi ne’ cori dove regna e fpiega Il vero e il retto fua portanza intera , Giunta è modelli a ad ardimento , giunta A giurtizia è clemenza , e fon compagni Alterezza umiltà, fchiettezza e fenno, Digitized by Google n I N N O . Rigor e cortefia , dolcezza e zelo ;■ E beo puoi dir: Ogn’ atto è bello e raro; Ma dir non puoi qual in ciafcuno e quante Parte d’ ogni virtute adopri e mefea La mente che del core i moti regge. Per tal cagion vano è , ch’io tenti c fperi Di penetrar entro l’ idea , da cui , Alefìfandro , i coftumi aurei traefti , Onde chiaro te ftefiò, e chiara fai La Patria d’alti eroi nudrice e madre. Vano è , eh’ io cerchi 1’ ammirabil arte , Onde affinate e variamente inteflc Doti infinite , e d’indole diverfe D’ inclito fanguc, di vetufti onori. Di cor eccelfo, di fovrana mente Te formatti , qual alto fimulacro Ora traslato al Vaticano in cima. Ove non è che tu paventi oltraggio Da reo furore di fremente nembo. Nè da Borea, che avverfo urta e minaccia Col piè feroce le fuperbe moli . Ma fempre immerfa entro a fiderei lampi Tieni faugufta fronte, e fede altrui Dell’intero giudizio e faggio fai Di lui , che t’ erfe a si fublime altezza , % \ i ( I Digitized by Google 9 \ INNO. Già nota a’ tuoi , però che vive ancora Splendono le profonde orme divine, Che poc* anzi fegnò 1* illuftre Zio ( a ) , Di cui rinnovi la memoria e Topre* Cosi guardando te fol in te fteflo Didefir pieno e di fperanza privo . Io rimaneami fconfortato e lalTo; Quando una voce al mio foccorfo molla A sè mi fece attefo , ed ogni fenfo Della mente foppreffe e pofe in calma Col fuon pofTente de* foavi detti . Que’ foli, dille, la cui mente avvezza Alto a levarli da’ nebbioli fenli , E da* ciechi del cor moti inquieti Spello converla col principio noftro, E lieta fpazia ne’ configli eterni , An la poflànza di mirar le vere Virtù celefti nel fuo fonte ftefifo, Per cui falli la terra emula al cielo, E r uom confuona co’ beati fpirti La (O Sebaftiano Antonio Tanara creato Cardinale da Inno-\ cenzo XII. nel 169$. Fu egli Legato in Romagna , Vefcovo di Frafcati , e poi V anno lyu. Decano del Sacro Colle- gio . * * INNO. P5 ; La mente di lafsù fornita fcende Di tanta luce e di cotanto acume , Che ne* cori penetra, e dalla impreffa Notategli atti e^ne’ coftumi edemi, Il valor vero dell* interna forma Conofce , e fcerne i più fottili tratti , Che fono a* fenfi anche più fini afcoli. Pende da quelli la fincera e retta Stima dell’ opre dell’ Onedo figlie : E F uom , che {pedo incontro ad effi è cieco Confonde e mette nello deflò grado Atti , che di valor fon diffimili , Benché conformi , e dalla della vena Sembrino ufciti a chi da lunge mira Tra poco lume con ottufo ciglio. Ma chi gli vede a* rai del primo vero , Didingue i tratti, che terreno affetto, E quei , che di virtù puro defio Vi flampa; e quando non ifcopra alcuna Di vii didorta brama ombra cofparfa Sull’ opre., che fembianza anno leggiadra, Col fuo giudizio le fuggella, e pode In alto feggio, che lontan rifulga, Le confacra , onde fìano efempio e norma A quei , che d’ appreffarfi al ver fovrano Non f 6 INNO. « Non an poffanza, e formontar non fanno Del baffo immaginar Fangufla sfera. Or fe di lui , che nova Della illuftra L* effigie in terra del celefle regno, Defio ti prefe d’ eflimare i pregi , Lo (guardo affifa nel figlilo , eh' ebbe Dal gran Pallore (a ) , al di cui raggio innanzi Ogni bellezza di fallace merto Svanifce , e puote mantenerli intera Sola quell’ opra , che fcolpìo la mente Non in vapor d* ambiziofa voglia. Ma , qual in terfo e folido diafpro , Nell 1 amore del vero e dell* oneflo. Quello , che d’ Aleffandro ei fente e penfa , Nell’ oftro , che gli avvolfe intorno al crine , Rifleflò altrui dimoflra , quanto rara Sia la virtù , che in Aleffandro alberga : E T alto loco , ov’ ei 1’ à tratto , è prova D’alto intelletto e di perfetto core. Però che non può llarfi a lui vicino, Che centro ad alma è del Criftiano cielo , Chi Benedetto XIV., che creò Ordinale il Tanara l 1 an. 91 INNO. Chi folido non à f animo e fpeffo Qual adamante, in cui fenica il Sole. Come T altro , che avviva ed orna il mondo , E i globi erranti a sè d’ intorno fparli Di luce empiendo negli eterei campi, Mille diverfi accende aurei fplendori , Non (offre a sè da preflo i rari e lievi Corpi • ma provvidenza alta infinita SI gli difpofe per lo vano immenfo, Che fon dal centro de’ celefti giri Lontani meno i piu pcfanti e denfi; Ond’ è che più di fua Juce prendendo, E folcii incontro al faettar gagliardo. Giungono ad emular co’ raggi altrui Le ftelle ricche di fuleor natio: Tal ei, che regge i moti ed i penfieri Dell’ eccelfe quaggiufo anime , elette A rifchiarar le menti entro 1* umano Velo ravvolte , ed alT error foggette, Quelle più preflo a sè tragge e fublima , Che fon per fenno e per virtù più gravi; E reggendo al valor del Sol vicino , Mentre più fi fann’ effe ardenti e belle, Son più full’ altre ad operar poffenti. Ond* ei dalla virtù, che vi difcopre, G De- » I V \ l i i t Digitized by Google $>$ INNO. Deftina il loco , ove adattar le deaaia; E T uom dal loco , ove le mira afMe , ' Puote eftimar della virtute il grado. Tacque la voce , ed io le ciglia volli Immantinente al fovruman confjglio, Che te dell’ oftro facro in Vaticano Cinfe , Alcflandro ; nè più certo allora Di tua fomma virtù chiefi argomento. Però che legno di fovrano merto E' la mercede , onde corona altrui Sapienza ed in un Giuftizia accolta, Che non travia dal vero, ed ama il retto. OLIM ODE VENTI DUE DI PINDARO tRADOTTE E alcune di quelle coll annotazioni e difcorfi illuftrate . — r Di aitized b v Goc tox OLÌMP IONICHE. • • O D A I. Per Jerone Siracusano vincitore net corfo del cavallo . ^^Ttima è F acqua ; c f oro (a) Qual foco, che la notte arda e fiammeggi. Splende tra le ricchezze G 3 Di . (tf) Il celebre Sig. Savèriò Mattel hella feconda delle fue Diflertazioni Preliminari alla Traduzione de 1 Salmi parlando del principio di quell’ Oda , dopo aver detto , che mai non fi è ben tradotto , né intefo , foggi unge : Chi ben intende po- trebbe acconciamente tfidurre il fentimcnto di Pindaro in quefia guifa : V acqua è il miglior tra gli elementi ; e P oro Tra ’ metalli è il miglior , che fplende a paro t)el foco a notte buja. Il giuoco Olimpico Tal è fra tutti ancor. Tuoi della Grecia Cantare i giuochi ? ah non cercar le jìelle Di mirar mentri il Sole Lucido fplende ; ogni albo lafcia , e volgi ìn Olimpia lo f guardo . Ma è ella nuova tal maniera d’ intendere quello principio? Chi non è del tutto ofpite nella letteratura , fa che nella ftciTa gtiifa affatto lo intefe fin da’ primi anni del fecole de- cimo folio il Lonicero , e dopo di lui Giovanni Benedetto . Da quelli due cementatori qualche cofa diverlamente 1’ à in- tefo il Boiieau ( Refiex/on vux. far Lonein ) feguito dal Muratori ( Ptrjctta Po*fia i.l.c.z. ) e dal Salvini ( ivi ) ; ma  lo» OLIMPIONICHE Di magnanimi genj eccitatrici* ' Ma fé battaglie di cantar Tei vago, Caro mio core, ah non cercar col guardo Aftro, che più cjcl Sole il d\ rifplenda Per ma la fua fpiegazione altresì è bella c buona. Come dunque può dire il Sig. Mattet , che nettuno prima di lui abbia in* tefo quel luogo di Pindaro ? Molto meno può egli dire , che nettano 1’ abbia mai bea tradotto , perchè non 1* à tradotto conlc lui . A quello prò-* pofito ci farebbe molto che dire , ma io , per non deviar pili che non conviene dal mio prefente iflituto , dirò folo, che due cofc principalmente ritrovo* nella verfione del Sig. Mattei , che non trovo nell’ altre fatte prima di lui ; ciò fono 1’ aver egli in cambio di dire , Ottima è P acqua , det-* to , V acqua è V miglior tra gli elementi ; e ’l non aver vo- luto lafciar in pendente , come ò fatto Pindaro , le due .comparazioni dell’ acqua c dell’ oro. Ma perchè mai quefle giunte? Si rifponde: perchè fenza di effe le traduzioni non fotta affatto intelligibili . E a chi? nf immagino alle perfone inefper- te affatto di cofe poetiche .* perchè chiunque abbia qualche tintura di poesìa non durerò certamente gran fatica a vede- re , che nel primo verfo s’ à a fupplire tra gli elementi , o qualche cofa di limile. Perciò il P. Steliini , il quale , co- me trovo ne’ tuoi manoferitti , aveva dapprima tradotto : V acqua tra gli clementi Siale teina ec. , à poi rifiutata quefta manieri, c ad ella A preferito la comune. Similmente i due paragoni dell’acqua c dell’ oro neffuno penerò molto a co- noscere qual relazione s’ abbiano co’ giuochi Olimpici : nè vi può eflerc chi dLa effe* inintelligibile il principio di queft’ Oda , fc non una perfetta eccetrivamente pregiudicata , come "M. Terrault ( Para/, det atte. & det moder. t. i. & z. ) , il quale per qltro fu dai dotto e giudiziofo Boileau , e dall’ illultre Sai vitti , pagato di quella moneta eh’ e* meritava. Si può dunque dir folamente che quello paffo fia ofeuro , ed oleure parimenti diremo cflerne le traduzioni che abbia- mo ? I DI PINDARO. 103 Per T etere deferto ; Nè altra di cantar gioftra onorata Più di quelle , ond* Olimpia è si famofa ; Da cui s’avvolge intorno G 4 Alle tr.o ,• ma non per quello s’ à a dire che fian effe mal fatte . Ben tradurre un poeta importa egli forfè renderlo chiaro ed in- telligibile a chicchera ? Non nego , che non s’ abbia a cercar di farlo : ma fe fi tratti di dover fcegliere o la chia- rezza o la energìa nella traduzione d’ un bel palfo poetico, farà fempre minor male lafciarvi qualche ofeurità , alla qua- le fi può rimediare con una nota , di quello che per adat- tarlo alla comune intelligenza sfigurarlo e indebolirlo ; poi- ché lo feopo principale d’ un traduttore di poesìe debb’ effe- re confcrvarc il piu che può mai la forza e bellezza dell' o- riginale. Or a quefto bivio appunto fi trova chi fi mette -a volgarizzare il paffo prefente : talché s’ ei vuoi cercare la. perfpicuità , gli convien perder 1’ energìa , come à fatto il Sig. Mattei . Egli , come fòpra accennammo , dopo le compa- razioni dell’ acqua e dell* oro foggiunge : Il giuoco Olimpico Tal è fra tutti ancor . Così la cola è pili chiara , non v’ h dubbio . Ma chi non vede quanto fi vien a perder di forza con quefìa troppo affrettata applicazione ? Chi leva da que- fto pafTo Pindarico la fofpenfionc , gii toglie il maggior fuo pregio. Il poeta, con favilfimo accorgimento à Infoiate fen- za precila determinazione tutte le varie co fe da lui propofte in quefto fquarcio , acqua , oro , giuochi , Soie , fino aila voce O , affinché vadano tutte ad un tratto a piombar fovra d’ elfa , da lui fìudiofamente riferbata nel fine , per- chè fia come il fuoco d’ una lente , che raccoglie i raggi fparfi , e cosi raccolti gli rende abili a far un’ impresone pili vigorola . E non an dunque avuto ragione il Boiioau , il Muratori , il Salvini , il Ceruti , il P. Steliini , i quali tutti anno certamente affai ben intefo q&efto celebre paffo , di non fi voler nelle loro verfioni difcoftare dall’ordine tenuto da Pindaro ? Jltìt. Evértgclj. io 4 OLIMPIONICHE Alle nienti de’ faggi Inno , che per le bocche erra di molti , E di Saturno a celebrare il figlio Li chiama nell’ agiato Felice albergo di Jeron, che regge Scettro alle leggi amico Nella Sicilia , che di greggi abbonda . Egli di tutte le virtudi coglie I più fublimi frutti • E de’ mufici fiori anco fi fregia, Qual noi cantori , che fcherziamo intorno Speffo ad amica menfa . Ma la Dorica cetra Al chiodo appefa in man ti reca ornai , Se di Pifa F onore , Di Ferenico fe Teccelfo vanto Ti fottopofe a dolci cure il core, Quando lungo 1* Alfeo rapido corfe , Senza che fprone gli pungeffe i: fianco, E tratte alla vittoria Il Siracufio rege Di cavalli amator. La gloria fplende Di lui nella colonia - Illuftre per eroi del Lidio Pelope, Per cui $* accefe d* amorofa fiamma . Net- DI PINDARO* 105 Nettun* poffentc , cht la terra abbraccia, Quando Cloto lo trafle Fuor dal puro lebete , D’ avorio ornatola lucente fpalla . Speflo la fama portentofe fole Sparge • e le menti de’ mortali inganna Oltre il vero talor di varie e fcorte Menzogne intefla e divifata ilioria . Poiché de’ carmi il lufinghiero incanto , Che tutte le dolcezze all’ uom condifce , I detti fuoi di maeftà ci vede, E fpeffo ottiene che fi creda ancora Quel , eh’ è fopra la fede . Ma i giorni dopo riferbati fono Saggi del vero tefiimonj. All’ uomo * Dir convien degli Dei l’onefio a dirfi, Perchè minore n’ è la colpa . O figlio Di Tantalo , diverfe io dirò cofe Da quelle, che finor altri credette. Dirò , che quando agl’ invitati numi Nell’ amica Sipìle alterno porfe Legittimo convito il padre tuo ; D’ amorofo delire allora vinto II Dio, che del tridente orna la delira, Fece di te rapina, e fu dorati De- i oó OLIMPIONICHE Deftrièr ti traile alla magion di Giove, Che dell’ alta fua gloria empie la terra. Dove poc’ anzi al regnator de’ numi Per 1* ufo fteflò Ganimede falfe . Ma quando fotti agli altrui fguardi tolto. Nè quei , che molto di te giro in traccia , Ti rimenaro all’ affannata madre, Alcuno immantinente Degl’ invidi vicini Ditte in fecreto , che fmcmbrarti intorno All* acqua , che bollendo Tra le fiamme ondeggiava, e ’n fulla menfa Spartirò le tue carni , E le fi divorare. • • Ma non fia mai , eh’ io chiami Un degli Dei rabbiofamente edace» Spedo raggiugne i maldicenti il danno» Se quei , che dell’ Olimpo anno l’ impero , Uom mortale onorare , Era Tantalo dello . Ma poflfente A digerir non fu 1’ alta ventura • E la fazietà madre del fatto \ Lo fottomife a infuperabil danno* Sopra gli appefe grave fallò il padre De’ numi , cui tentando Lo 107 DI PINDARO, Lo fventurato allontanar dal capo, Schernito Tempre in Tuo desìo (a) fi vede. Involto è in quella vita Ferma ne’ mali, e di foccorfo priva; Ed (e) Intorno alla punizione, di Tantalo varie furono le opinioni. Altri credettero, che Giove 1’ avelie pofto fotto il monte Sipilo nella Lidia per avere falbamente giurato a Mercurio , che non aveva predo di sè il cane , che Panda- reo gli aveva lafciato in depofito , ed avea prima rubato nel tempio di Creta , dov’ era rticflo per cuftodc. Altri di- cono , che per avere palcfati i facri mifteri agli uomini è flato meflo all’ Inferno in uno fragno immerfo fino ai men- to , in maniera che non può mai bere , benché Tempre lo defuleri , ed indente fi vede femore pendere un -fallò fovra la tefta in atto di cadere. Euripide dice, che Tantalo è fof- pefo invifibiltncnte nell’ aria per edere fiato di lingua intem- perante , e la pietra , che gli pende fulla tetta , altro non è che il Sole ; fecondo il penfaro d' Anaflagora , di cui lùiripidc era fiato fcolaro , efleudo il Sole una pietra info- cata . Le parole del te fio i roti* tirare» *;»ar fo- no parimente in diverfe maniere interpretate . Altri dicono, che nei tre celebri condannati Sififo , Tizio , ed Ilfione , Tantalo è fiato collocato per quarto : nitri , che oltre lo ftare Tempre in piedi , la fame e la fete che patifee , h la quarta pena del fadb .♦ altri , che fendo tutto quello , che può toccare agli uomini , tlivifo in tre parti , una di bene e due di male per que* , che noi chiamiamo in quefta vita felici , tutt* e tre di male per que’ che fi chiamalo infe- lici , onde da’ Greci era detto un pienamente mifero t&tXoù- (M>f , T£<(r«3-\i$- , cioè tre volte mifeto ; Tantalo quindi ol- tre le tre porzioni di. male fopraddette, che come gli altri infelici potea foffrire e foffrì , n’ ebbe una quarta particola- re. Quefta è la fpiegazione a tutte le altre dallo Scoliafte preferita , per edere quefta da Pindaro ftefiò confermata in un altro luogo , ove dice , che gli Dei per un bene diftri- buifeono due mali agli uomini , loS OLIMPIONICHE Ed alle tre congiunta Soffre la quarta pena * Perchè diede a’ compagni Furtivamente agi’ Immortali tolto * Il nettare e 1* ambrofia , Onde fatto egli fteflfo era immortale. Uom , fe facendo alcuna cofa , fpera Starfi occulto agli Dei, travia dal vero* Perciò di nuovo gl’ Immortali il figlio Gli rimandaro tra 1’ umana gente, Di cui là Morte a tergo affretta i pafli* Ed ei qualor nella fiorita etade Gli ricoprìa la guancia il nero pelo , A già pronto imeneo l’animo volfe, D’ impetrar defiofo L’ inclita Ippodamìa Dal genitore , che regnava in Pifa* Quindi venendo folo Del mar canuto a’ tenebrofi lidi , A lui gridò , che il gran tridente regge Alto fonante. Ed egli a piè gli apparve* Ed il prode garzone al Dio poffente Tal fe’ preghiera : Se ti fono a grado Di Ciprigna , Nettuno , i dolci doni * Raffrena d’ Enomao 1’ indomit’ afta* E me DI PINDARO, ic E me l'opra veloce Carro in Elide porta, e alla vittoria M’ apprelfa ; poiché tolti Tredici amanti già di vita, indugia Della figlia le nozze. Un gran periglio Preda non fa di neghittofo core. Ma fe di morte al varco Siam tratti alfìn da necelfaria forza, A che fepolti in tenebrofo obblio Ignobile vecchiezza Lungi da bella ed onorata imprefa Coviamo indarno ? A me quella tenzone Il delfino ferbò : della battaglia Tu feconda 1* evento . Difle, nè le preghiere all’ aura fparfe, Per efaltarlo il Nume Aureo cocchio , ed armati L* agiliflime piante Dellrier gli diè d’ infaticabil ale . Domò con efli d’ Enoraao la forza E la beltade ottenne Della donzella , che lo fece patire Di fei figli regnanti, Che le virtù pregiato . Ed or s’ onora Di fagrificj con folenne pompa Alla no OLIMPIONICHE Alla corrente dell* Alfeo fepolto , Ove un bofco fi cole ad eflo facro, Che aperto intorno intorno A' ’i varco a lato all’afa, A cui d’ ofpiti accorre immenfa folla* I luminofi rai Lungi fpande la gloria bell’ Olimpiche gare Di Pelope dal corfo illuftri refe. Dove la forza delle membra audace Nella fatica , e de’ veloci piedi L* agilità fanno ammirande prove. E chi ne riede vincitor , di dolce Sereno mira sfavillare i giorni , Che di vita gli ferba ancora il fato* Ma fempre alta ventura, Che ci giunga novella, Sulle paffate à ’l vanto. Or d’ Eolici carmi, Ond* an corona i cavalieri egregj , Cingere di Jeron la fronte io deggio. Però che fpero in vano D’ inni fregiare con infetto ferto Ofpite , che pih fappia , * o tanto poffa . Iddio , Jerone , che il tuo fato regge % A He- DI PINDARO. ni A lieto fine i tuoi defir conduce. Che fe benigna forte Qualche fpazio di vita a me concede, Spero , che ritrovata La via de’ carnai aperta, Di Cronio m’ udirà 1* aprico giogo Cantare un di con più foave metro - Te vincitore fu quadriga alata . Dardo la Mufa per me nutre e ferba L’ ire degli anni a faettar poflente. Chi d’ un s’illuftra e chi d’ un altro pregio; Ma de’ Re la grandezza L’ ultima meta è dell’ umane voglie . Non prendere però più lunghe mire. A te conceda il fato Varcare il corfo agli anni tuoi preferitto In sì fublime grado ; E a me tra vincitori a te limili Soggiornando col fuon de’ faggi verfi Per le Greche contrade illuftre farmi. DIS- Ili DISCORSO Sopra la prima Olimpionica . O Pindaro , o niun altro fa l’arte di veftire le cofe d* un’aria forprendente ; ed in Tua mano è l’arte del mi- rabile e del fublime. Ad efio non è difficile l'accoppiare le cofe piU difgiunte , ravvifare delle fomiglianze tra le cofe pili difparate , e dare della nobiltà alle cofe anche ordinarie collo fplendore delle fentenze , colla novità dell’ immagini, colla vivacità delle figure , e coll’ altezza dell’ efpreffioni. Si lafcia trafportare liberamente dall’ eftro , che 1’ agita ; niente nel fuo viaggio P arreda ; fi fa firada tra luoghi non piU tentati . Si getta alle volte ne’ precipizi , e quand’ altri ve lo crede fommerfo , d’ improvvi fo fi vede riforto . Si per- de in calli obliqui ed intricati , e quando pili fembra fmar- rito , ci comparifce di nuovo nella fua firada diritta . Defule- rofo non d’ iftruire, ma di forprendere, lafcia d’ affoggettar- fi all' ordine , che non s’ accorda coll* inafpettato . Non va dirittamente al fegno , che fi prefigge : efeo dalla ftrada pili femplice , perché non fi fappia dove à difegno d’ arri- vare prima che vi fi vegga arrivato. Quefto trafgrediment® d’ ordine però non è già fenz’ ordine. I componimenti Tuoi raffembrano que* pavimenti con artifizio intarfiati , ne’ quali le picciole parti , che li compongono , fi vanno tortuofa- mcnte raggirando ; e dopo che fono fiate vagando per varie linee 1’ una tra l’altra inviluppate , vanno deliramente ad incontrare le principali . Nel che quanto l' immaginazione de’ riguardanti fi confonde , tanto riceve di quel diletto , che nafee dalla maraviglia. Quindi non dobbiamo fiupirci , fe non DI PINDARO. 11$ non s’ incontra in Pindaro quella connefiìonc e fempiicità y che per lo piti s’ incontra in Orazio . Oltra la differenza del- la materia , in cui (i fono occupati , avvene un’ altra , che nafee da loro medefimi. Orazio aveva un difegno natural- mente dilicato , piacevole , giudiziofo , perfezionato fu* migliori efemplari Greci , non molto fecondo d’ invenzioni » come fi feopre anche dagli argomenti , fovra de’ quali fi è trattenuto ; offervandofene molti 1’ un all’ altro limili . Per- ciò s’ ingegnò di fupplire .con una finirti ma pulitezza e leg- giadrìa ne’ concetti , che volea fpiegare , alla efienfionej che mancava alla fua fantasìa ; ed offerviamo clic in molte cofe imitando i Greci nella AefTa maniera , la quale egli condanna nella Poetica , altro non fa che ftudiarfi di traf- portare con gentilezza nella fua lingua ciò che negli altri gli era piaciuto. Laddove Pindaro avea 1’ ingegno vailo ed elevato , 1’ immaginazione fempre calda ed impetuofa , che non potea ritenerfi tra brevi limiti , ma feoteva e sforzava tutto quello , che gli li par affé d’ innanzi . Dal che nafeeva che non potea reggere ad un efame fcrupolofo de’ fuoi pen- fitfri , perchè 1’ uno- all’ altro naturalmente fi fucccdc fiero ; perchè tutti foffero fpiegati coll* eftenfione , che loro avreb- be data un animo, che fi portìede ed è padrone d’ arreftaijfi quanto vuole fovra ogni cofa. In quella guifa che un uomo agitato da qualche parttone violenta, per la moltitudine del- le immagini , che gli s’ affollano , palla rapidamente dall’ una all’ altra ; ed il fuo parlare 'è inter/otto , i fuoi con- cetti feonnefiì , ed altri appena accennati , altri imperfet- tamente delineati ; onde molte volte piuttoAo ci addita ciò che intende di dirci , di quello che io dica : ed all’incontro molte volte parendogli fempre di dir poco , e di non trovar efprellìoni , che agguaglino i fuoi pcnficri , li travede d* H im- IT4 OLIMPIONICHE immagini nuove , e fovra le naturali innalzate ed ingrandi- te. Ma di ciò parleraflì altrove pili didimamente . Vegniamo all’ Oda. L’entrata dell’ Oda non poteva edere pili maertofa ; ed à perfettamente adempiuta il poeta la regola da lui ftcflfo nell’ Oda feda pteferitta , che nel cominciare d’ un’ opera fi dee porle un frontcfpizio magnifico. Ci prefenta in un tempo all’ immaginazione quanto avvi nella natura di pili bello, di pili {limabile , di pili necefiario ; l’acqua creduta da qualche- duno la fonte , onde fono ulcite tutte le cofc ; il fuoco, l’oro , il Sole , il cielo ; e tra l’ accompagnamento di que- lli oggetti tutti grandi ci fa paffire dentro la mente 1’ idea de’ giuochi Olìmpici. Chiunque fi fovveniva aver Omero chia- mato l’Oceano il padre degli Dei , avea già dell’ acqua un’ idea vantaggiofa . Se l’oro non forte fiato da lungo tempo te- nuto dal confentimento degli uomini in gran prezzo , badava a metternelo nella nofira fantasìa 1’ unire l’ idea d’ eflo pollo tra’ metalli all’ idea della fiamma acccfa tra le tenebre. Il Sole non potea rapprefentarfi per una proprietà tanto forpren- dente , quanto è quella di rifplendcr folo ucl cielo nel tem- po eh’ egli vi Ila . Dopo aver innalzato a quel grado tra’ giuochi gli Olimpi- ci , nel qual è 1’ acqua tra gii elementi , l’oro tra’ metal- li , ed il Sole tra le {Ielle , nc accenna la gloria , che gl’ inni comporti da’ faggi poeti , recano a’ vincitori , tra’ qua- li Jerone à avuto luogo. Nei tempo che lo nomina , v’ ag- gi ugne al fuo nome , per se (ledo grande per la vittoria , la fua ricchezza , la fua giurtizia , la fecondità del fuo regno , il pofledimento delle virtU pili perfette in fommo grado , 1’ intelligenza della Mufica a que’ tempi in molta dima. Cosi Jerone nel primo ingreflo , che fa nella nortra mente , i’oc- cu- f DI PINDARO. cupa tutta con uno fpettacolo tutto pien ■ di grandezza . Fatto quello volendoci metter il poeta nel punto di villa principale , ci prepara alla grandezza della cola , che ci vuo^ porre davanti » coll’ invito che fa a sè fteflo di prender in mano la cetra Dorica adattata a foggetti gravi ; e per darC pili d’ impulfo f lì figura al vivo nel Panimo Fifa nel tempo degli fpettacoli $ ed il cavallo di Jerone , nell’ atto che fenza fprone , che 1* eccitalfe , correva alla vittoria * Coh un’ immagine brillante contralfegna la gloria acquiftata , raf- fomiglìandola ad una fiaccola , che accefa in Elide fegue Tempre a rjfplendere. Il poeta avvezzo a non lafciare indietro alcuna cola , che poffa illuftrare il fuo foggetto , per dare pili di rifalto alla gloria del vincitore , riduce l’origine de’ giuochi , ne’ quali vinfe $ alla vittoria , che Pelope venendo dalla Lidia nel corfo delle carrette riportò da Enomao Re di Elide . Quello era un fatto nella immaginazione de’ Greci tanto illuftre , che meritò di far uno de’ principali ornamenti del ricco e fuper- bo tempio di Giove Olimpico . Ma Pindaro volea portarlo a quel grado di fplendore , di cui Un allora niuno s’ era avvi- lito « Perlochè non può far di meno di ripagar da principio ie avventure di Pelope » che diedero pofeia occafione alla fua vittoria $ e per viaggio di riprovare quegli avvenimenti ad eflò ed agli Dei poco onorevoli , che la fama comune gli attribuiva . Racconto dunque che Tantalo tenne un giorno a convito gli Dei : tra quelli Nettuno s’ innamorò di Pelope figlio di lui , e lo trafportò nel cielo. Quando Pelope lafciò di com- parire tra gli uomini , la gente naturalmente maligna divul- gò , che Tantalo 1’ avea porto agli Dei da mangiare ; che avendone quelli divorato un degli omeri , gliene iòftituirono H 2 un il 6 OLIMPIONICHE un <F avorio. Dopo qualche tempo per avere Tantalo data da bere dell* ambrofia a* mortali Tuoi compagni , un de’ ca- lighi , che gli diede Giove , fu rimandargli il figlio tra gli uomini. Ritornato Pelope in terra , ed eiTendo nell* età d* ammogliarli , com’ era d’ animo generofo, non s’ invaghì d’ altra moglie , che di quella , che potea col valore gua- dagnarli, Quella era Ippodamla refa celebre dalla fua bellez- za , e dalla condizione , eh 1 Enomao fuo padre avea propo- rla a chiunque fofle vago di fpofarla. Prega quindi Nettuno d’ aiutarlo a batter Enomao , fenza di che non potea ve- nir a capo del fuo deliderio. Fu da Nettuno efaudito, e Co 1 cavalli , che gli diè quello Dio , ne riportò colla vitto- ria la moglie; e quando egli fu morto , fe gli fecero dell’ efequie magnifiche , e gli fi erelTe un fepolcro predo all’ ai- tare di Giove , ove foleano facrificare i combattenti. Dalla vittoria di Pelope cominciò lo Splendore de’ giuochi Olimpi- ci y ed il frutto , che ne colgono i vincitori , li rende fe- lici tntto il tempo della vita . Perchè Jerone polla godere intieramente di quella felicità , propone il Poeta di celebrare la fua vittoria con un inno , qual conviene ad un equellre vincitore . Indi con una figura la pili atta a dominare fugli animi di chi ci afcolta , qual è quella di adeverare francamente la cola , che vuolfi perfua- dere , ce lo dichiara l’ uomo il pili faggio e potente che fede a que’ tempi ; nelle quali due cofe confi de 1’ idea pili alta , che poda farli d’ un Re . Che fe vi fi a'ggiugne anche la fortuna , nulla vi reila di pili. Per ifpiegare che quell» lo feconda in tutte le cofe , a lui rivolto gli fa credere, che Dio fia tutto occupato nel condurre ad effetto tutto quello eh’ egli defidera. Con quello gli addita fecretamente , che i fuoi defiderj non fono che di cofe onefte ed illuilri, ne-. a DI PINDARO. 117 perocché fono degni che Dio fi prenda la cura d* effettuarli : ed infieme gli promette degli accrefcitnenti Tempre nuovi del- la Tua gloria , badando eh’ egli Tolamente li defideri ed in- traprenda-^ EfprefTamente gli dice , che Te vive , avrà da celebrarlo vincitore nel corfo delle carrette , t che già la' Mufa va preparando un inno da presentargli* E’ naturale agli uomini dimenticarti di sé medefimi , quan- xdo fi veggono fovra degli altri innalzati ; quindi prudente- mente il Poeta dopo aver eccitata nelP anima di Jerone la pih grand’ idea , che potefle formarfi di sé , gli mette qual- che freno , e P avverte di non edendere i Tuoi difegni piU di quello che ad un uomo è concedo . Quedo avvertimento però dovea Jerone ricevere con non meno di compiacenza di queila , colla quale àvea ricevute le Tue lodi , per edere un tedimonio dell’ intero podedimento dell’ umana felicità . Ter farglielo intendere chiaramente il Poeta nulla di piU gli de- riderà , che la durazione dello dato , nel qual erafi allora dabilito ; e perchè non a tutti è concedo P edere grandi nella defla cofa , fi contenta di defiderare per sé Tolamente la podanza di lodare pari vincitori , e di rcnderfi co’ Tuoi vedi famofo per la Grecia* h 3 ODA x 1 8 ODA II. / Per Telone Agrigentino vincitore nel corfo delle carrette . JnoÌ , cui della cetra Diede Apollo 1* impero , Qual nume , qual eroe , Qual uomo canterem ? Pifa è di Giove, Su bafe eterna à ftabilite Alcide L’ Olimpiche battaglie. Primizie elette , ond’ ei fé* dono a Giov^ Di riportate in guerra inclite fpoglie • Alfin quadriga vincitrice invita - * I noftri canti a celebrar Terone • Terone ofpite giufto, Colonna d’ Agrigento; Rege , ond’ an le città gloria e foftegno; Fiore , che in sè trasfufo in vita ferba L’alto valor degli avi, Che dopo lunghi e gravi Affanni , onde gli affliffe iniqua forte, Fermaro il foglio in Agrigento alfine A Pai- i 4 DI PINDARO. li? A Palla facro , e di Sicilia furo L’occhio. Degli anni, che feguiro , il corfo Fu lor fecondo ; alle natie virtudi Ampio teforo di ricchezze aggiunfe, E di Trinacria fottomife i cori, io di Rea , che nell* Olimpo regni , E i piu fublimi tra gli agoni , e ’l corfo D’ Alfeo governi , 1* armonìa de’ carmi , Che dolcemente or ti diletta , impetri , Che a’ figli ed a’ nipoti Il patrio regno tu difenda e guardi . Giulie o ree che fian l’oprc, C’ anno una volta già veduto il giorno, Neppure il tempo , ond’ an vita le cofe , Può far , che ufeite unqua non fieno in luce . Può ben lieta ventura { ' Ricoprirle d’obblio : doma ed oppreflà Da dilettola gioja Muor la memoria de’ molefti eventi , Quando il dettino amico alta fortuna Dal cielo invia. Che non foffrir di Cadmo Le figlie or porte in maeftofo foglio? Ma cadeo dalla forza Di maggior bene oppreflo il grave pianto. Vive tra gl* immortali H 4 Da 120 OLIMPIONICHE / Da folgore tonante Percofla ed arfa la crinita Semele. Pallade l’ama e Giove, L’ama il Fanciul , che porta D’ edera ftretto l’ondeggiante crine. Fama pur è , che nell’ ondofo regno Del gran Nerèo tra le marine figlie Sia di goder concetto Vita ad Inon , che non vedrà mai fera. Incerto è ’l fin , che de’ mortali agli anni Darà la morte : e denfa nebbia ofcura Toglie il veder , fe dagli sdegni infetti Potrem guardarci di nemica forte, Finché fi chiuda il di figlio del Sole , Che ci trarrà dalle procelle in calma. Ittabili vicende Scorrono fu’ mortali Or d’ affanno or di gioja apportatrici. Tale il dettino , che del ceppo vecchio Di Terone la forte : Colla felici tade , Che la fonte à nel cielo, In fedele amiftà legata or tiene, . Volta in contraria parte La tratte in altro tempo in afpri mali; Da DI PINDARO. ni Da che ’l figlio fatale a Lajo incontro Per man condotto di ventura rea L’ uccife , e compimento Diede all* antico augurio , Che da’ facri di Delfo aditi ufcìo. L’ implacabil Erinni , AI di cui guardo acuto L’ empietà di celarli in damo fpera. Lo vide , e al genitore parricida I bellico!! figli Diftefe a terra in (ingoiar battaglia L’ un Covra P altro , 1* un dall’ altro uccifi . Eftinto Polinice, Reftò Terfandro , che di gloria colfe , Ampia mercede in giovanili aringhi, E ne’ perigli de’ guerrieri affanni : Germe , che forfè a vendicar del padre La morte , ed i fofpiri Della vedova Adraflide. Su quello tronco crebbe _ * » D’ Enefidamo il figlio, Che a contemprar mi chiama II dolce fuon de’ carmi , onde cofparfa Di bella lode alma virtù rifplende. , Poiché d’alto valore ;j Egli m OLIMPIONICHE Egli l colto in Olimpia aurea corona. Ed in Pitone e all* Iftmo Ad elfo , ed al fratello De* fudori compagno e della gloria , La comune vittoria forfè l’alta mercede Delle quadrighe, che fei volte e fei Volteggiaro la meta. A chi pugnando ardito Lordi di polve e di fudore il volto Il dolce acquifto della palma fgombra Dal cor gli affanni , che fofferfe in prima, aurea ricchezza , fe compagne à feco Le virtudi , e da lor prende configlio, A felici venture apre il fenderò ; E profondo defio fveglia e nudrifce Indagatore dell’ occulte cofe, Fulgida ftella , e vera Luce dell’ uom . Chi la pofliede aperto Ciò fcerne , che il futuro in sè nafconde . Sa che difciolte dal corporeo laccio L’alme, che alla virtù guerra oftinata Fero vivendo , a inevitabil pena Son condannate : e quanto in quello regno Di Giove s’ è commeffo D’ in- DI PINDARO. 123 D’ ingiufìizia e di frode Dee fòtterra afpettar da ineforabile Giudice neceffaria afpra fentenza. Ma la notte non meno Che il dì, fereni vagheggiando i rai Del Sol , godono i buoni Vita, cui non travaglia egra fatica. Da fiancar e* non an colle nervofe Braccia la terra e 1 * oceano infido , Per van guadagno , che gli Terbi in vita. Ma predò a' numi dilettoli i giorni Menano lungi da fofpiri e pianti Quei , che la fede inviolata e pura Serbar ne’ giuramenti ebbero in pregio. Laddove gli fpergiuri Soffrono pena , al di cui guardo folo Trema il ciglio , e 1 * orror le membra fcioglie , Ma quc* poi , che tre volte In quello alternamente e in quel foggiorno Albergando , poterò L’alma ferbar dall’ opre Nequitofe lontana * all’ alta rocca t Ove Saturno à il regno , Guida la via , che Giove a’ pii diflerra. Qui de’ beati all’ ifola d’ intorno L’ au-  OLIMPIONICHE L’aura marina va battendo l’ale, Splendono d* oro i fiori . D’altri cofparfe brillano L’crbofe fponde , fon adorni e gravi D’ altri i vaghi arbufcelli , E d’ altri il colle fi colora e ’l prato . Gentilmente inteflendo in varie guife L’ uno coll’ altro fiore Fanfi que’ lieti fpirti Aurei monili al braccio , e ferti al crine* Come decreta il giufto Radamanto , Che fiede a lato di Saturno padre Dell’ uni verfo , e fpofo Di Rea, che ’l piu fublime Trono preme infra i mimi. In quella di diletto eterna fede Cadmo alberga e Peleo; Ed impetrò la madre „ Con preghiere da Giove Di trasferirvi Achille , Che al fuolo Ettore fpinfe D’Ilio colonna inefpugnabil falda, Diede Cigno alla morte , e 1 * Etiope , . Cui l’ Aurora fu madre . Molte faette alate En- DI PINDARO.  Entro ad aurea faretra al fianco io porto. Che ragionano a’ faggi ; Ma non comprende il vulgo i fenfi occulti , Se interprete non à . Saggio è colui , Che per natura molte cofe intende; Ma chi per arte è dotto, Loquace ed importuno Voci imperfette rende, Qual corbo in faccia al divo augel di Giove , Alma , fu tendi 1* arco Ver gloriofa meta. Ma chi faetteranno i dardi illuflri , Che fiam pronti a vibrar dal core amico ; ■ Ad Agrigento le quadrella volte , Canterò, che cittade ( E giuro , che dal vero La lingua non travia . ) già da cent* anni Uomo in luce non diede Piu di Terone liberal di mano , E più largo agli amici Difpenfatore de’ tefori Tuoi . Ma livore infoiente Maligno afTalto a tante lodi à mollò; E la lingua adoprando e P empia delira P’ uomini infani, à meditato invano Di «k. r-  OLIMPIONICHE Di feppellir tra 1* ombre Del gran Terone i gloriofì pregi. Se non fi lafcia noverar 1* arena , Chi ridir mai potrìa quant’ egli à fparte Altrui cagioni d v infinita gioja? ODA IV. Per Psaumide Camarineo vincitore nell/t corfa de * cavalli . l^Ccelfo Giove , che d* ale armata Infaticabili la folgor vibri: ( Giacché pe’ torti fentier del Sole Fatto ritorno anno i tuoi giorni , E dell* eccelfe tra le battaglie Anno fpedito me teftimonio In compagnia d’ inno foave , Per ifpofarlo a’ varj modi Dell’ aurea cetra : che alla novella Dolce d* amabile palma , che cogliano Gli amici , brillano i buon di giubilo . } Grande Saturnio , che alberghi in Etna , Ventofo incarco, che ’I formidabile Per 127 DI PINDARO. Per le fue cento tette Tifeo Preme anelante : a nome pregoti Dell’ auree Grazie, quett’ inno accogli Rifvegliatore d’ allegra danza, Inclito fregio d’ Elea vittoria , Eterna luce delle poflenti Alte virtudi . Miralo affilo Già Tulle fervide rote di Pfaumide, Che coronato dell* oleaftro Eleo , la gloria di Camarina Detta ed avviva. L’ altre fue brame Secondi il cielo, che ben lo mettano Gl’ illuftri pregi, ond’ io lo lodo. Deftrier feroci ei nudrir ama; Le facre onora leggi ofpitali Di tutti gli uomini accoglitrici ; Ed alla pace de’ regni amica Puro e fincero P animo à volto . Nè di menzogne Ipargo il mio canto. La fperienza dell’ uomo è prova. Quefta di Olimene fottrafle il figlio Delle Lenniadi nuore al difpregio. Egli di ferrea lorica cinto Dille nell’ atto che vincitore Nel corfo , giva alla corona Voi- Digitìzed by Google n8 OLIMPIONICHE Volto ad Ipfipile : Quegli fon io , Che tu fpregiafti: del cor non meno Pronta ò la mano. Prima degli anni Talor d’ argento fannofi i crini . O D A V. j Per PsAUMlDE vincitore nella quadriga , nella carretta mutare , e nel cavalcare . o Camarina dell’ Oceano Figlia , con animo ridente accogli Quello dell’ alte virtù , dell* auree Corone , ond’ Elide fregia la chioma De’ vincitori , foave fiore , Cui la carretta infaticabile Nel corfo e Pfàumide ti porge in dono . Vago ei d’accrefcere la tua di popoli Cittade altrice, ornò de’ dodici Numi le fei are, immolando Elette vittime di molti buoi Ne’ dì folenni ad efli facri , E degli agoni ne’ cinque giorni Or aggiogando alla carretta Le Digitized by Google ? \ DI PINDARO. Le mule , ed ora reggendo a celere Quadriga il corfo , ed or premendo A corridore frenato il dorfo. A te v : ncendo novella gloria A' confacrata* e rifonare Fece d’ Acrone fuo padre il nome ,* <E della fede novellamente Rifabbricata . Or dalle amabili Sedi di Pelope e d’ Enomao Venendo , o Pallade delle cittadi Confervatrice , egli celebra Il fiume Oano, ed il tuo bofco Santo , e la patria palude , e i facri Canali , 1* Ippari per cui fcorrendo L’aurea cittade bagna, e conduce I legni , ond’ ergali di fermi talami Eccella felva * onde alla luce Da povertade trae quello popolo. Gaerreggia intorno alle virtudi Fatica, e fpefa incontro ad opera, Che di periglio Ila ricoperta: E chi ne venne a lieto fine Da’ cittadini ftefli è creduto Saggio. Te, Giove confervatore , Che regni altero full* alte nubi , I E nei [30 OLIMPIONICHE E nel Saturnio colle foggiomi , E d’alto onore degni 1 ’ Alfeo, Che fpaziofo difcorre , e d 1 Ida L’ antro divino , te prego fupplice , Su Lidie tibie dolce cantando. Di fregiar quella cittade d’ inclite Virtudi ed opre. Ed a te, Pfaumide, Che nelle Olimpiche gare vincerti , E di Nettunii dertrieri godi. Devoto i’ prego, che venturofa ' Vecchiezza al fine de’ dì ti guidi > E numerofa beata prole Ti fegga a lato . Quand’ uno , giunta Lode a ricchezza, di che fìa pago, D’ aurea fallite beato gode , Ei non agogni di farli Dio . ODA ODA VI. * 3 * Per A gesta Siracusano vincitore nel corfo delle carrette » U dorate colonne aito veftibulo D’ altero alzando e maeltofo talamo # Mole farò , cui di mirar s’invogli Il palfeggero , e di ftupor s’ arrefli * A fuperbo edifizio Fronte fi dee , che da lontano fplenda . Ma fe cuftode è dell’ aitar fatidico Di Giove in Pifa> fe di lauro Oliirtpico Il crin fi cinfe * e cittadin dell* inclita Siracufa è 1* Eroe , che m’ apparecchio A fregiare d’ eccello inno immortale; Fi dolce oggetto a* dilettoli carmi De’ cittadini amici , Di cui l’invidia col valor già vinfe. Quale non otterrà lode gioconda? Sappi* il figlio di Sottrato , Che già fermato in quello Talare egli à 1’ aVvcnturofo piede. Virtù , che ne’ perigli I 2 Di / Digitized by Google OLIMPIONICHE Di sè mottra non feo, fovra la terra Pregio non à , nè di Nettun nel regno Ma di fudor cofparfa opra animofa Nella lingua di molti è Tempre viva. Agefia, è pronta già per te la lode,' Che giuftamente Adralìo Porle d’ Oiclo al figlio Anfiqrao , quando la terra ed etto E le feroci Tue cavalle aflbrfe. Erano a fine già condotti i roghi De fette duci eflinti , e in quelle voci Il figlio di Talao la lingua fciolfc : » Dell’ efercito mio l’occhio deliro, Che di faggio indovino e di guerriero Prode accolto in sè vide il doppio vanto. Pregio, che all’ uomo Siracufio or tocca Re di quell’ inno delle danze amante. Io che in traccia di liti Non vo , nè fono de’ contratti amico , Ne fo con giuramento- aperta fede; Nè fi opporran le Mule, Che fpargono di mele il dolce cani» , Ànimo fu * tu , qual efperto auriga , Quanto fi può te pretto Ghignimi il nerbo delle mule al giogo * Onde DI PINDARO. %3ì Onde guidiamo per fentiero innanzi Non tentato Ja biga, ed alto i’ poggi Degli avi fuoi fin alla prima origine; Che tra 1’ altre elle fole Per quella via fapranno eflermi duci * Elle , che riportaro Nell’ Olimpico corfo aurea corona* Dunque loro m’ è d’ uopo Aprir degl’ inni le canore porte, E gir veloce , ove 1* Eurota corre, Oggi a Pitana , che a. Nettuno avvinta Con amorofo laccio Partorì, com’ è fama. La bella Evadne dalle bionde chiome, Ella celato in Icno Tenne il virgineo pondo: Sgravata al fin nel detonato giorno , Porfe Pinfarite a* fervi , onde portata Da nudrir ella folfe All’ Elatida Eroe , che fovra gli Arcadi In Fefana regnava, ed ebbe in lorte Per albergo T Alfeo. Com* ella giunfe All* etade matura ai dolci amori , Sotto ad Apollo il primo frutto colfe Di Venere : nè il feme I 3 Dèi 134 OLIMPIONICHE Del Dio celando potè ftarfi occulta Sempre ad Epito . Egli nel cor premendo La grave doglia e Fineffabil ira, Corfc' a Pi tona per udir 1* oracolo $u quello da foffrirfi acerbo cafo. Ella deporta intanto La zona intefta di vermiglia trama , E T urna argentea , tra gli opachi dumi Fanciullo partorì , che piena un giorno Avrìa la mente di divin configlio: Ed al parto artirtenti L’ oricrinito Nume Le conduffe le Parche, ed Ilirìa Di foavi penfieri infpiratrice , NelF amabile parto Dalle vifccre ufcì Giamo alla luce. Lalciollo in terra , e di dolor conquifa La madre fé n’ andò. Blandi fi fero Intorno ad effo per dertin de’ numi Due ferpenti occhiazzurri , e lo nudriro Col veleno dell’ api almo innocente . Quando ritorno in fui deftricr frenato Fe’ da Pi tona la faffofa allegro Il Re, del figlio, che avea dato al giorno Evadne, ricercava entro il palagio, E di* DI PINDARO. 135 E dicea , che da Febo egli era nato; Che tra* mortali 1 * indovin più faggio Agli abitanti della terra ei fora , E la fua ftirpe non vedrìa mai fera . ei fpiegava gli Apollinei detti : E negavano i fervi D* aver udito 0 villo Il fanciullo, ed il Sole avea compito Già cinque volte il fuo diurno corfo , Da che giva di lui la madre fcarca: Ma nafcofo giacea tra folti giunchi , Le membra molli afpcrfo ' Dalle viole porporine c gialle Di rugiadofe e di brillanti Dille . Quindi la madre dichiarò , che Giamo Folle chiamato , e gli durafìe eterno Sì bel nome . Ma quando il primo pelo , Dell’ aurea pubertà giocondo frutto, Gli fpuntò lidia guancia , Scefe in mezzo all* Alleo, Ed invocò fotto notturno cielo L’ avo Nettuno , Re di vado impero, Ed il fìgnor della divina Deio, Cui dagli omeri pende arco dorato , Fregio regale al capo fuo chiedendo. * I 4 Gli i z6 OLIMPIONICHE Gli rifpofe del padre La veridica lingua : Sorgi , dille , Figlio , e feguendo di mia voce il Tuono , Vieni alla terra , che farà comune Della Grecia ricetto ai dì felici. DifTe • ed ambo arrivati all’ erta rupe Dell’ alto Cranio , ivi tefor gli diede Di doppio vaticinio. Gli concede Per allora d’ intendere la voce , Cui dell’ empia menzogna ignota è Parte: Ma quand’ Ercole venga, Chiaro germe d’ Alceo , che pronto à il core Pronta la mano a perigliofe imprefe , Ed ordini la feda al padre facra, E de’ certami il piti folenne rito , A cui le genti accorreranno a fchiera- Di porre allor full’ ara alta di Giove Dell’ oraeoi la fede , a lui commife. Da quel tempo tra’ Greci illuflre fplende La ftirpe de’ Giamidi, ed à congiunta A gloriola fama ampia ricchezza. Chi la virtude onora Per fentier luminofo i palli volge. Quale ciafcuno fia 1* opra dimoftra . Ma degl’ invidi il morfo So- *37 DI PINDARO. Sovrafla a chi d’ intorno . Al duodecimo corfo La prima volta s* affatica c fuda, Quando gentile ed immortai vittoria • Sulla' f onie gli filila aurea bellezza. Ma fe i materni tuoi congiunti , Agefia , Che a piè del giogo di Cillene albergano, Spello divoti offrir vittime fupplici Al buon Mercurio meffagger de* numi. Che prefiede agli agoni , e la feconda Madre d’ eroi poffenti Arcadia onora; Egli col padre tuo Nettun fremente Conduce i tuoi defiri a lieto fine. Vienimi novo penfiero in fulla lingua, Che me 1* affina qual acuta cote, E me già defiofo Spinge ad enfiar la dolce tibia, ond* efe# Armoniofo fuono. E' la fiorita Stinfalica Metòpe avola mia; Quella è madre di Tebe Di fpumanti deftrieri agitatrice, « Di cui r amabil onda I* beo , teffendo a’ bellico!! eroi Inno leggiadro. Enea, fpnona i compagni Prima a cantare la Partenia Giuno , In- 1^3 OLIMPIONICHE Indi a moftrar , fe la ficura via Di fuggire i’ trovai P antico sfregio. Che di vergogna la Beozia copre* Mentre fedele meflagger tu lei , Tu fecretario delle bionde Mufe, Tu dolce vaio di fonanti carmi. Fa , che da loro fi rammenti ancora Ortigia e Siracufa, Di cui Jerone , che nel cor nudrifee Retti configli , il giufto fren corregge . Cerere ei cole , cui biondeggia il piede * E della Figlia la folenne fella , Che aflifa in aureo cocchio A’ nevofi corfieri il dorfo sferza; E P eccello poter di Giove Etneo: Eflb è noto alle lire e a* dolci canti . Il tempo , che verrà , non turbi e franga Il fuo felice flato. Ma con benigna fronte Egli cortefe accolga L’ inno d* Agefia , che di tetto in tetto Pafiàndo , e dell’ Arcadia Ricca nutrice di lanofi armenti La madre abbandonata , ora fi porta Da’ Stinfalici muri a Siracufa . Gio*  DI PINDARO. Giova a fermare F agitata nave Ancora doppia in tempeftofa notte . Di quegli e quelli Dio la forte illuftri E tu , dell’ ocean Signore, e fpofo D’Anfitrite di rocca aurea fornita, Porgi al nipote fortunato corfo ; Onde la via de’ mali egli non tocchi, E ’I fior foave de’ miei carmi accrefci. ODA VII. Per Di agora Rodio giucatore alle pugna» Qui s’ uomo porge a giovinetto genero Coppa , eh’ egli ebbe in don da ricca mano Entro cui ferve e fpuma Rugiada , che flillò da vite Coa , Onde la vuoti, ed il natio foggiorno Ad arricchir la porti • Coppa d’oro, fovrana altera parte D’ ampia ricchezza , di gioconde menfe Rallegratrice , ed onorato fregio Della contratta affinità* sì raro Pegno agli amici in faccia Ren- w » Ho OLIMPI O.N I C H £ Rende d’ invidia degno L* avventurato fpofo Per la fperanza del concorde toro: Anch* io Pillato nettare, Dono dell* auree Mufe , e del mio core Soave frutto , a’ prodi , Che riportar© negli agoni il pregio, Mandando , i vincitori D’ Olimpia e di Piton rallegro e beo. E' quegli avventurofo , Di cui già s’ ode ragionar la fama. Or a quello fi volge ed or a quello Colla foave armoniofa cetra, E colla tibia , che sì varie e tante Voci fa temperar , la Mula mia , Onde la vita degli eroi fiorifce . Ed or con ambo al fianco Inno recando alla marina Rodi, Figlia di Citerea, fpofa del Sole , E di prodi guerrieri illuftre madre, Da Diagora tratto io qui difcendo , Onde la defiata aurea mercede Si renda all’ uomo dalle valle membra , Che di Caftalia alle fiorite fponde , Ed in riva all’ Alfeo d’ allor fi cinfe . Nè DI PINDARO. 141 Nè dal figlio farà difgiunto il padre Damageto , che piacque alla Giuflizia, Col popolo , che venne Dall’ Argive contrade , ambo an la fede Nell 5 ifola fuperba Di tre città , vicina Dell 5 Alia fpaziofa a quella parte , Che l’Embolo fi noma. Pi Tlepolèmo la memoria antica Deflando , i 5 vo 5 che fia comune il canto Al popol Rodio , dell 5 invitto Alcide Poflente ftirpe. Ei di venir fi pregia Dall* alto Giove , ed il materno ceppo Stende ad Aftidamìa figlia d’Amintore. Stuol d 5 errori infiniti Pende alle menti de 5 mortali intorno : E mai non avverrà , che l 5 uomo (copra Ciò , che per elfo d’acquiftar fia meglio E nel prefente e nel futuro tempo. Mentre dall 5 ira vinto L’ uom , che porre doveva in quella terra I fondamenti di novello impero, Con una mazza di nodofa oliva In Tirinta percoffe e pofe a morte Licinnip d’ Alcmena 142 olimpioniche Fratei baluardo , che verna da’ talami Della, madre- Midea . Paflion folle , Che le menti fcompiglia , anche del faggio Fa forza al core , e nell’error lo fpinge. Ei corfe a Delfo , c dimandò configlio Ad Apollo , e dall’adito odorofo Lo confortò l’ oricrinito Nume, Che , le piagge Lernee lafciate addietro , D’ Argiva gioventù ftuolo animofo Ei conduce fle ad occupar la terra, Cui l’ocean freme d’intorno e fpuma* Dove T eccelfo regnator de’ numi Di neve d’ oro la città cofperfe , Quando Minerva dal paterno capo Per la via , che le aprì ferrea bipenne , Della Vulcania delira opra ingegnofa, Fuori balzando , di guerrieri gridi Feo rifonar il' mondo: La terra, il cielo di terror fi fcofie . Quegli allor , che a’ mortali il dì conduce, Prole d’ Iperione , a’ figli amati Comandò di vegliare al gran momento, Che doveva la Dea trarre alla luce ; Onde un’ara fublitne e maeftofa Fodero primi ad innalzarle , e primi, . ' Pom- ■x Dlgilized by Google DI PINDARO. 143 Pompofo fatto facrifizio , al padre Rallegraflero il core , ed alla figlia , Che di trattar fi pregia afta fremente f Puote faggio configlio, Che le cole previen , virtute e gioja Ifpirar de’ mortali entro le menti , Ma ci coglie talor nube improvvifa D’obblio , che 1’ alma dalla retta ftrada . Diftorna -delle cofe. All’ alta iticca Il popolo fall * ma non avca D’ ardente fiamma il feme , e fenza foco Sacrificando dedicò la felva Alla Dea. Ragunata un’ aurea nube. In pioggia d’oro la difciolfe Giove: E f occhiazzurra Diva Gl’ infegnò tutte V arti , ond’ ei vincefte Nell’ opre ognuno delle mani induftri . Già faceano le vie pompofa moftra Di fcol^i marmi eletti , Che pareano fpirar , movere i palli ; E ne giva la gloria alta e fuperba. Ma fe 1’ arte s’ accoppia alla natura , Crelce 1’ induftria dall’ error ficura. Racconta antica fama, Che quando (Jiove e gl’ immortali numi Di-  OLIMPIONICHE Divifero le terre , in mezzo all’ onde Marine ancor non era Rodi apparfa ; Ma f ifola giacca negli antri falfi Del mar fepolta . Era lontano il Sole , Nè fu chi la fua parte a lui ferbalfe. Quind’ il Dio , che rifchiara e purga il mondo Senza forte lafciaro e fenza regno. Ei ritornato dell’ errore accorti Li fece; 't Giove un’ altra volta* a forte Por le terre volea : ma gli s* oppofe Il biondo Dio , che già fpuntar dal fondo Del canuto oceano Terra vedea feconda D’ uomini altrice e di lanute gregge. Ed a Lachefi tolto Entro dorate bende avvolta il crine Egli ordinò di ftendere la delira , E di ferbare inviolato il grande Giuramento de’ numi , c in un col figlio Del gran Saturno confentir, che fia L’ Ifola ad effo deftinata in dono , Quando apparire olla fi vegga al giorno. Nè traviò dal vero Il prefagio , ed ottenne La fua dimanda il defiato effetto . Na- DI PINDARO. 145 Nata da’ fallì umor 1* ifola forfè, E ne gode 1* impero Il Dio , che padre è degli acuti rai, Ed i deftrier , che dalle nari foco Spirano , guida per 1’ eterea mole . Ivi giacendo colla ninfa Rodo Generò fette figli , Che fomiti di faggi alti penfieri Diero all’ antica età fplendorc e fregio. Uno di quelli padre Fu di Gialifo , di Camiro, e Lindo, Che, divifa in tre parti La terra , andaro ad abitar difgiunti Le città , che toccaro all’ avo in forte, E diè loro ciafcuno il proprio nome. Quivi il Tirintio duce Tlepolemo , onde fgombri Della fventura lagrimofa il duolo , Qual Dio s’ onora con folenne pompa Di vittime fumanti e di fpettacoli. Delle fue frondi coronò le tempia Diagora due volte. All’ Ifimo vinfe Quattro battaglie: e due l’una appo l’altra A Nemea. Lo conofce Atene la petrofa , Arcadia, ed Argo, K Che 1 4 <5 OLIMPIONICHE Che di feudo di bronzo ornato manda Il vincitore: lo conofee Tebe, E i legittimi agoni de* Beozj* E Pellene ed Egina Sei volte udirò a celebrarne i vanti : Nè sì frequente marmo D’ altri porta in Megara incifo il nome. O Giove , tu , che d’ Atabirio il giogo Signoreggi , quell’ inno , e 1’ uomo accogli Che d’Olimpica polve i membri fparfo Nella tenzon de’ pugni Di fua virtù feo memoranda prova. • Fa , che s* apprezzi ed ami Da’ cittadini c da ftraniere genti . Nel petto fcolti i bei configli ferba. Onde il formaro i genitori , e retto Sentier nimico dell’ ingiuria ei preme. Non obbliar , mio core , il chiaro feme "fri Callianatte e degl’ illuftri Eralìidi , Ond’ egli nafee , delle Grazie amici . Tra folenni conviti Lieta qui pure la città fefteggia. Ma fpeflo in un momento In infetta fi cangia aura feconda. ODA *47 0 D A Vili. Per Alcimedonte fanciullo lottatore , e Tìmostene lottatore di lui fratello , • e Mi lesi A fingitore . Olimpia , o madre delle battaglie D’ aurea corona riportatrici , Del ver cuflode , dove con arie Vittime i vati 1* occulte cofe Invefligando , prova di Giove Fanno , che vibra gli ardenti fulmini , Se de* mortali cura fi prende , Che defìofi fon d’ adornarli fc Di virtù grandi 1’ alma , e rcfpiró - Cercano un giorno dalle fatiche: E il Re de’ luperi l’afcofa mente Difpiega a grado de’ vati pii. Ma tu , di Pi fa frondola felva , Cui corre a lato l’ onda d’ Alfeo , Quell* inno accogli de’ balli amante, Splendor d* attorta corona al crine . Grónde è la gloria dell’ uom mai fempre, K a Cui i 4 3 OLIMPIONICHE Cui la tua fegue mercede illudre. A chi de’ beni F un , e a chi F altro Arriva: molte le firade fono, Che col favore de’ numi guidano A lieto fine Fumane voglie. Voi pofe il fato fotto F aufpizio Di Giove prefidc dell’ uom nafeente: E fe* , Timodene , che di Nemea Tu ricco ufciffi di chiara fama* E Alcimedonte che di Saturno Appiè del colle di fronde Olimpica Si coronale l’altera chioma. Era il garzone bello a vederli , Nè la beltade macchiò coll’ opre. Nell’ afpra lotta allor eh’ ei vinfe , Fe , che d’Egina fua patria il nome, Che F onde folca co’ lunghi remi , Si rammentaffe. Dell’ ofpitalc Giove compagna qui la Giuflizia Delle cittadi confervatrice , Qual non altrove , s’ onora c cole . Dove s’ accoglie popolo vado E di codumi difeorde e d’ animo , Il governarlo con retto e faggio Configlio è un’ opra d’ ardua fatica . \ Al- V DI PIKDAR O. 145? ; Alto decreto degl* Immortali Quella da’ flutti rinchiufa terra Diò per divina colonna agli ofpiti, Che d’ ogni parte qui • fi raccolgono . Nè mai fi fianchi da sì bell’ atto L’ età futura . Dal tempo d’ Eaco A' qui 1 * impero la gente Dorica . Nettun fignore d’ immenfo regno, E di Latona 1 * imberbe figlio Quando Ilionc d’ eccelfe mura Di coronare difegno fero , Eaco chiamaro compagno all’ opra , Poiché ne’ fati era preferi tto , Che figgerebbe funefia guerra; E eh’ efalare nelle battaglie Delle cittadi diftruggitrici Doveva Troja nembi di fumo. Tofio che alzato fu l’alto muro, ‘ Tre ferpi glauchi della novella Rocca balzato fiotta la cima . Due ne cadero , e tramortiti Ivi fpiraro ; fifehiando il terzo Lancioflì dentro. Nel cor volgendo i I Febo F avverfo portento difle : Pergamo cade da quella parte , K i Éroe »«. * v. 9 t 5 o OLIMPIONICHE Eroe , che forfè per la tua mano, ' Come predice chiaro il prodigio , Che m’ à mandato Giove Saturnio, Che con orrendo fragore tuoni. Nè ciò dee farfi fenza i tuoi figli : Faranno i primi le prime prove * L’ opra trarranno a fine i quarti. Il Dio, ciò detto, drizzofli al Xanto, Ed alle Amaioni fovra i cavalli Snelle , ed all’ Iftro fpinfe il deftriero . Ed il Rettore del gran tridente Qui rimandato fovr* aureo cocchio Eaco , ver 1* Iflrno dall’ onde cinto , Ed il Corintio giogo rivolfe Il carro celere , dove per effo Splendide dapi dall’ are fumano . Varj degli uomini fono i diletti : Quindi fe il canto volgo a Milefia, E rammentando fe vo la gloria , Che tra gl’ imberbi colfe , con afpra . Pietra l’invidia non mi ferifea. Ebbe a Nemea la fteffa forte Tra’ giovinetti nella paleflra, Che nel pancrazio dopo tra gli uomini . Agevolmente quegli, che fa, Gli /  DI PINDARO. 151 Gli altri ammaeftra. Senza configlio Quegli è , che prima non apparò . Però che lievi degl* inefperti Sono le menti. Colui, che l’arte Pugnando apprefe , fovra degli altri Ad uom , che vago fia di raccogliere ' La defiata gloria da’ fiacri Certami, puote la via molirare, 1 Che alla vittoria lo condurrà . Or a Milefia luce immortale Alcimedonte reca , il trentèlimo De* vincitori , eh’ egli formò . Ei per divina forte , virtude Cui fu compagna , dille!! al fuolo Quattro fanciulli , lor odiofo Refe il ritorno : per vie nafeofe Ad ir furtivi gli aflrinfe e muti . Dell’ avo al petto vigore infufe , Che di vecchiezza compenfi i danni . Chi fe’ bell’ opra morte non teme . Ma già conviene , che de’ Blepfiadi Or io ravvivi l’alta memoria, / Ed inno canti delle vittrici Delire ornamento . Lor alle tempia Ornai la fella corona avvolgeli , K 4 Che i$z OLIMPIONICHE Che s’ acquiftaro nelle battaglie Apportatrici d’ eterne frondi . Agli avi eftinti non dee negarli Del vanto parte , che de’ nipoti Suol coronane 1* eccelle prove . Nè dalla polve , che loro copre Le fredde membra , già de’ congiunti Retta impedita l’illuftre gloria. Quindi Ifione , quando afcoltata Avrà la Fama , che da Mercurio Nacque , a Callimaco narri lo fplendida Fregio , che porle Giove in Olimpia A’ due nipoti. Mai Tempre Iddio A quelli aggiunga novelli beni, E rei malori lontano mandi . Deh! non permetta, che di sì lieti Giorni il fereno turbi l’ invidia De’ beni umani fcompigliatrice ; Ma lor donando tranquilla vita, Ed etti efalti Tempre e la patria. ODA *53 i 1 ODA IX. ! Per Efarmosto Opunzio lottatore . (jlà 1’ inno d’ Archiloco D’ illuftre vittoria Ufato fplendore, Che udifli tre volte Sonare in Olimpia , I balli a baldanza Al colle Saturnio Guidò d’Efarmoflo, Che lieto fefteggia Tra’ dolci compagni. Ed or delle Mule, Che lungi faettano, Tendiamo noi l’arco: E Giove fiammante La delira di folgori Accefe , ed il facro — ' • Eleo promontorio, Che in dote la figlia Recò d’ Enomao APe. ! Digilized by Google *54 OLIMPIONICHE A Pelope Lidio, Mio core , fi prenda Coi verfi di mira. Ma d’ occhio trattantò Pitone non perdafl: Là pure fi vibri Alata faetta * • Che dolce rifuoni • Intatti fi giacciane I carmi , che radono II fuolo , or che dei La cetra percotere Intorno alla lotta Dell’ uomo dall’ inclita Opunte , cantando Ed elio e la patria. Qui Temi , ed Eunomia Sua figlia , onde i popoli An gloria e falute, L’ albergo fortiro. Per alme virtudi De’ Locri la madre Illuflre arborofa Fiorifce alle fponde Del fonte Caftalio Non v \ i i DI PINDARO. 15 $ Non meno che lungo L* Alfeo . D’ immortali Corone , che quello E quello le manda. Altera fi fregia. Di fplendidi carmi Farò , che 1* amata Cittade rifulga : E d* acre deliri ero Più ratto e di nave Alata , la fama Portar vo’ di quella Novella vittoria Ovunque le terre Il Sole rifcalda; Se pur delle Grazie L* eterno giardino Non fenza il favore De’ numi 'i’ coltivo. Da loro ogni cofa , Che piace e diletta , . Difcende : che prode Che s fàggio fia 1* uomo , E' dono d’ Iddio., Con quale altra forza • Al- Djgitized by Google OLIMPIONICHE Alcide potéa Vibrare la clava Incontro al Nettunio Tridente , qualora A Pilo d’ intorno A fronte gli flava Il Dio fcotitore Del fuolo ? qualora La guerra gli fea Coll* arco d’ argento Apollo ? Nè tenne Plutone oziofa La veiga , che guida I corpi mortali Al cavo ed ombrofo Albergo de’ morti. Da quelli racconti T* aftieni, mia bocca. E' odiofa malizia Sparlare de numi , E fuor di flagione Vantarfi è follìa . Di quello ora taci : Ometti le guerre , E tutte le pugne, Qua- 157 DI PINDARO, Qualora de’ numi Ragioni. Ma volgi La lingua d’ Opuntc All’ alta cittade . Qui Pirra e ’1 conforto Per fato di Giove Tonante difcefi Dall’ erto Parnaflò, Il primo foggiomo Locaro. Indi lenza Di Venere 1’ opra Si videro cinti DÌ prole novella A lor fomigliante Efprelfa da’ falli. Lor apri de’ carmi Il calle fonoro . Il vino, che conta • Molt’ anni, fi loda* E i fiori degl’ inni Novelli fon grati. E' fama , che d’ acqua Immenfo diluvio La terra fommerfe ; Ma 1' onda repente Di \ 15S OLIMPIONICHE Di Giove per arte • A (Torta da cupe Caverne difparve • Da quelli fortiro Armati i voftri avi Di ferrea lorica Del ceppo di Giapeto, E delle dilette • A Giove Saturnio Antica progenie , Che Tempre ove nacque Regnò. Della figlia D’ Opunte rapina Furtiva già fatta Avea dell* Olimpo Il Re. Degli Epei La tolfe alla terra , E lieto con éfià Ne’ gioghi di Menalo Si giacque , ed a Locro La refe • ondtf morte Fatai non toglieflelo Sfornito di prole. Portava la moglie Il Teme divino; Gioì- DI PINDARO.' Gioiva T Eroe Del figlio non Tuo, E volle , che folle Dal nome chiamato Dell’ avo materno . Bellezza e Victude Infigne lo fero? • E il padre da reggere Gli diè la cittade E il popolo . D’ Ai^go , Da Tebe , da Pifa Concorfe , e d’ Arcadia Gran popolo d* ofpiti. Ma d’ Attore al figlio Menezio , e d’ Egina Tra gli altri , che amarono Piantarvi la fede. Fu grande I* onore. Che fe*. Di Menezio Il figlio venendo In un cogli Atridi. A’ campi di Teutra, Fu folo , che a lato D’ Achille il piè fermo Ritenne , qualora ióo OLIMPIONICHE Gli Achivi gagliardi In fuga rivolle , E fino alle navi Refpinfe Telcfo. Allora ciafcuno Conobbe di Patroclo Il petto feroce. Il figlio di Tetide Allor ne’ perigli Di Marte prcgollo, Che flefTe vicino All* afta fua fiera. Che gli uomini atterra • Oh Piami de’ carmi Aperta la fonte Mai Tempre 1 ond’ io vaglia Portar delle Mufe Affilo in fui carro A voi tra le genti Gli fplendidi nomi * Magnanimo ardire. Ed -ampia poflanza - La brama fecondi. Rapito dall’ animo Amante degli ofpiti , E dal- DI PINDARO. E dalla virtude, Io vegno di lodi A fpargere 1* Iftmiche , Corone , onde cinta La fronte à Lampromaco Nel dì , eh* E far modo A' vinto ad Olimpia. A quello di gioja Due nove cagioni Toccaro a Corinto, Ed altre a Nemea . Negli anni virili Ad Argo , in Atene Fanciullo di gloria Colfe ampio teforo,. Ma quale mirollo Allor Maratona,. Che a vile prendendo Gl’ imberbi garzoni, Ardì co’ provetti D’ etade in tenzone Entrar , defiofo Dell’ auree fiale, Mercede dell* alto Valor de’ vincenti! L OLIMPIONICHE Allora che domi Con agii’ inganni Ei faldo e collante Lafciò gli avverfarj, Tra quanti clamori Il circo palfava D’ età giovinetto, Leggiadro di volto, E chiaro per opre D’ eccello valore! Stupio di Parralìa Il popolo quando Ei fe di sè moftra Ne’ giochi di Giove Liceo : quand’ e’ carco Tornava del manto, Che guarda le membra Dall’ aure gelate, Pellene flupìo . Ci fa di Jolao La tomba , ed Eleufi Marina ampia fede De’ chiari fuoi vanti . Virtù , che natura Ci dona , è perfetta . p A DI PINDARO. 1 6 $ Cercaro già molti Con arti acquillate Ornarli di gloria ; Ma quello , che fatto * E' fenza d 1 Iddio , E' meglio che muto Si giaccia . Son atte Ad altri altre vie : Nè tutti nudrirci Può fola una cura. Le vie delle fagge Sorelle di Febo Son ardue. Recando Quell 1 inno , d 1 illuflre Fatica riftoro, Ardito la voce • Innalza , mio core . Quell 1 uomo portate A' feco nafcendo Divine virtudi : • A' pronta la mano, A' delire le membra , E fpira dagli occhi Valor ei che P ara D 1 Ajace d 1 Oileo L - Digitized by Google 1^4 OLIMPIONICHE Di d^pi feftive Ornò vincitore Ne’ giochi , onde cole Opuntc il Tuo nome. ODA X. Per Agesidamo Locrese Epizefirio fanciullo , giucatore alle pugna • R Ammentatcmi in quale del core Parte incifo m’ è ’1 figlio d’ Archeftrato , Che d’ Olimpico Lauro il crine fi cinfe. Di dolce * Inno i’ oli era O Debitore ; ed obblio me ne prefe . Ma tu , Mula , e di Giove tu figlia , Veritade , ' i Ritorcete da me colla giufla Voftra mano rampogna , che nota Di mendace m’imprima , ed agli ofpiti D’ infedele . Mentre il tempo , che lungo è già corfo , Di vergogna A' mac- DI PINDARO. 165 A' macchiato 1 * immenfo mio debito. Ma f ufura può far , che difciolgafi L* onta acerba , che viene dagli uomini . Come Tonda , fe trova nel corfo Lieve fatto , travolto T immerge; Fia fgombrata la macchia , che coprenti , Quand* io renda con inno , che celere Per le Greche contrade difpergaG, La mercede a’ vincenti sì cara* A' la fede Veritade tra 1 Locri Zefirj; Ed in pregio tra loro è Calliope, E d’ acciar T afpro Marte veflito . Fe’ dar volta la pugna Cicnea Anche ad Ercole Più , che ad uom fi conceda , robutto . Alle pugna vincendo Agefidamo Ad Olimpia, Grato ad Ila ne fia , come Patroclo Ad Achille. Ei T amico fpronando A virtude , lo tratte ad eccella Gloria , Dio lui pfettando la mano. Raro è Tuomo , cui doni la forte Di gioire d’ illuttre vittoria , Della vita alma luce immortale, L 3 Se lóó OLIMPIONICHE Se fatica Non r impetra. Le leggi di Giove Sommi fprone a cantar del più grande Tra gli agoni. D’ Alcide il valore Al vetufto fepolcro di Pelope L* ordinò . Per avere delT opra Già predata ad Augea la mercede Dell’ altero a difpetto , avea morti L’ innocente Cteato Nettunio , Ed Eurito . Gli attefe nafcofo Nella macchia , che fopra à Cleone; E tra via li domò , perchè prima Gli fconfifle Di Molionc la prole orgogliofa Il Tirintio drappello , che d’ Elide Nelle valli ripofle fedea . Ed il Re t Degli Epei fchernitore degli ofpiti Indi a poco mirò la ricchiflima Patria fcofla dal ferro , e difciolta Dalle fiamme Struggitrici giacere fommerfa Negli abiffi del danno profondi . Ardua cofa E' fottrarfi al valor de* più forti . Trat- DI PINDARO. 1 67 Tratto anch’ egli da folle confìglio, All’ affai to s’ oppofe , e da morte Non potpo fvilupparfi .'L’ invitto Figlio allora di Giove in Olimpia E la gente e la preda raccolfe . Volle , al maflimo Padre che facro Il divino Bofco folle : rinchiufe il piu puro Sito , al tempio Riferbollo ; e lo fpazio d* intorno Dettino per ottetto a’ giottranti Da curare cenando le membra . Infra i dodici numi regnanti Collocò la forgente d’ Alfeo. Ed al cotte, Che da prima , regnando Enomao , Era incolto e di neve cofparfo, Di Saturnio Diede il nome. Nè a quello folenne Primo giorno fdegnaro le Parche Di trovarfi , $d il Tempo , che folo E' del .vero certiflimo giudi.ee. Dopo lungo viaggio ei fé’ chiaro, Dove Alcide partendo le fpoglie , Che donogli la guerra , le ofFerfe L 4 « Agli Digitized by Google 1 6 S OLIMPIONICHE Agli Dei , come diede principia Alla fetta , che pofcia di nuovo Il quint’ anno condurre dovea. . Ma chi mai nella prova , che prima De’ deftrieri , de’ piè , delle mani S’ ammirò , la novella corona Ebbe in forte ? ed il vanto togliendo Col valore al nimico , di gloria Alla cima foli ? Nello ftadio. Che giammai dalla meta non torce, Vinfe Eòno fìgliuol di Licinnio. Da Midea , dove a’ popoli è duce , Egli venne* Lottando a Tegea Crebbe Echemo 1* onore . Doriclo La città di Tirinta abitante Nella gara de’ pugni la palma Riportò. Nell’ alata quadriga Celebrato fu Senio , che vanta Mantinea per fua patria. Di Fraftore La factta il berfaglio percoffe. Arrotando la deftra Eniceo Si lafciò tutti addietro nel difeo , E commoflè fettofo tumulto Tra’ compagni. Splendea Culla fera Della luna , che intiera la faccia DI PINDARO. : 169 . Già molìrava , 1 ’ amabile lume . *Tra le menfe gioconde fonava Tutto il tempio di lodi canore. Or il primo coftume ferbando . * ; Inno acuto cantar vo’ pur io, Che fia pregio d’ altera vittoria: Dir vo’ il tuono ed il telo trifulco. Che vibrare con delira di foco Giove fuole fco tendo 1 ’ Olimpo . Ei del fulmine ardente la mano Arma , quando convien che altrui moftri Quanto e’ può. Ma di carmi leggiadri Dolce fuono s accoppj alla tibia. . Tardi , è vero , dell’ inclita Dirce Alle fponde apparirò : ma quanto E' giocondo , ed il petto d’ amore Scalda ad uomo , che d’ anni già grave E' già predo a tornare fanciullo. Figlio nato da moglie pudica! Odiofa a chi more ò ricchezza. Quando pada ad erede Urani ero . E quand* uom , che già fece bell’ opre Senza lode ed ignoto , Agefidamo, Di Plutone alla foglia difcende, Vani fono i fudor , eh’ egli fparfè. Ed ijo OLIMPIONICHE Ed è breve la gioja , onde fco Travagliando guadagno infelice. Ma la lira , che dolce rifona , E la tibia a belT inno fpofata A te poFge immortale diletto, E dell’ ampia tua gloria cuftodi Son le Mufe , alme figlie di Giove. Alle Dive compagno i’ m’ aggiunfi. Ed allora , che 1’ inclito popolo Abbracciando de’ Locri , cofparfa La città d’ alme grandi feconda O' di mele , lodato d’ Archeftrato O' 1’ amabile 'figlio . Lo vidi Col valor della mano fregiarli All’ Olimpico altare di gloria. Era allora leggiadro di volto , E nel fior dell* etade , che tolfe Con allato la Diva di Cipro Ganimede di morte all’ orgoglio. ODA Digitized by Google / IJl ODA XI.. jfl mede fimo A cesi damo Ufura , Mortali di molt’ ufo Talor fono i venti celeri, D’ atra nube acquofe figlie. Ma s’avviene , che ludando Uom pervenga. a lieto fine; Di mel tinti inni canori. Che gturaro eterna lega All’ eccelfe auree virtudi, Fanfi guida ai dolci canti. Ma d’Olimpia a’ vincitori Riferbata è quella lode , Che d’ invidia il reo veleno Non paventa . Alto difio Ora fprona a farli duce La mia lingua a quello vanto. Che mai Tempre di penfieri Saggi un anima fìorifce. Se Dio F empie di Tua luce. Talor fon l’aerie pioggie Age- Digitìzed by Google 172 OLIMPIONICHÉ Agefidamo , che crefci Nova gloria al padre Archertrato, La battaglia , che vincerti , Ad incidere mi chiama Di bei carmi dolce fregio D’ oleaftro all’ aureo ferto , Ond’ or porti avvinto il crine J E de’ Locri Epizefirj A membrar l’illuftre popolo. Oblivi , Mufe , fnella danza Intrecciate : io vi prometto, Che verrete ad* una fchiera Non agli ofpiti nemica, Non ignota ai chiari pregi , Ma del fenno e del valore Già falita ali* erta cima . Nè la volpe il tergo fulva, Nè leone afpro fremente Canneranno unqua il cortume, Che natura lor imprefle. ODA Digitized by Google 175 » ODA XII.* Per Ergotele Imereo vincitore in lungo corfo. 1 E , di Giove donatore Dell’ amata libertade » Figlia invoco , alta Fortuna , Guardatrice degl’ imperi , Per Imera , che lontano L’ampia ftende Tua poffanza. Tu nel mar guidi le celeri Navi * tu nel fuol le rapide Guerre moderi , e governi V aflcmblee cojifigliatrici . De’ mortali le fperanze Or fu volgonfi ed or giù Per la via di vani fogni. Uom , che alberga in fulla terra, Dagli Dei non ave ancora Certo apprefo e fido fegno Degli eventi , che faranno , Sono ciechi del futuro I pcn- Digitized 174 OLIMPIO NICHE I penfieri , e molte cofe A’ mortali oltre la fpeme * Dal diletto lor difcordi Accadèro : e chi fu colto Tra procelle atre affànnofe. La (ventura in breve tempo Tramutò con alto bene . Come gallo, che rinchiude Le feroci fue. battaglie Entro il nido , ov’ egli nacque * Nell’ albergo tuo natio, Prole illuftre di Filanore , II valor delle tue piante Marcirebbe , come fronda , Che caduta al fuolo giace , Se dettata empia difcordia , Che l’uom arma contra l’uomo, Te dal feno della patria Gnoflia tolto non a Vette . Ma in Olimpia or coronato, E due volte in Delfo e all* Iftmo, Di tua gloria ergi full’ ale Delle Ninfe i bagni tepidi, Abitando le campagne, Che fceglietti per tua patria . ODA v Digitized by Google Per Senofonte Corintio curfore dello fladio vincitore nel corfo e nel pentatlo . i , O . V^/R che magione io lodo Già tre volte in Olimpia vincitrice, Cortefe a* cittadini , Offequiofa agli ofpiti , A Corinto il penderò , avventurofa Cittade, volgerò , polla fui varco Dell’ Iftmico Nettuno , Di leggiadre donzelle inclita madre. Quivi Eunomia loggiorna e le forellc, Che fon delle città bafe e foftegno, La ficura G indizia, E T unanime Pace • Di tefori a’ mortai difpenfatrici , Aurea prole di Temi Madre di bei configli. Lor brama e cura è di fugar 1* ingiuria All’ onte audace , figlia Della fatollità. Gentili pregi ijó OLIMPIONICHE t Da celebrare ò pronti* E di freno incapace Ardimento la lingua a dir mi fprona: Il coftume natio non può celarfi , Figli d* Alete , a voi L’ Ore di fior veli ite Spello dello fplendore Fero di liete palme illuftre dono , Mercè 1* alte virtudi Di que’ che formontaro L’altrui valore nelle facre gioftre; Ma fpeflo anche ne’ cuori Degli antichi ifpiraro arti novelle. Si dee d’ ogn’ opra all’ inventore il vanto . Onde ufciro alla luce Di Bacco le leggiadre Fefte col ditirambo. Che altero manda il vincitor d’un toro? Chi degli arredi equeftri Moftrò la fimnaetrla ? chi a’ tempj in cima , A fronte , a tergo pofe L’augel, che il regno à fui pennuto ftuolo? Quivi le Mufe , che foave fpirano , Quivi fiorifce Marte De’ giovinetti eroi \ Nelle 177 DI PINDARO. Nelle mortali guerre. Sommo padre de’ numi , Giove d’ Olimpia regnator , i miei Carmi fecondo in ogni tempo afcolta* E qued’ inclito popolo Guardando sì , che di nemica forte Non tema offefa , di propizio vento Sull’ ale la fortuna Guida di Senofonte , e accogli quello , Che da’ campi di Pifa adduce feco, Inno y poflente fregio, Vinto lo lladio , e infieme De’ cinque agoni il celebrato giro. Ciò mortai uom mai non ottenne in prima. ' Nell’ Illmiche battaglie Comparve ancora, e due ghirlande intede Di frondi d’apio gli velar le tempia. Nè difcorda Nemea; lungo d’Alfeo La corrente sfavilla , Lo fplendore , che impredo Lafciaro i piè di Teflalo fuo padre. Ed in Pitone ancora Dura la gloria , che acquidò vincendo Lo dadio , e ’l doppio corfo Entro un fol volgimento M Di 178 OLIMPIONICHE Di Sole , e nello fletto Mefe l’alato giorno . Pretto ad Atene alpeftre Di tre corone circondogli il crine. Tre volte e quattro nell’ Ellozie pugne Vinfe; ma negli agoni Sacri a Nettuno, cui d’intorno freme Il mar , verranno dietro Col genitore Pteodoro infieme A Terpfia ed Eri timo Più lunghi carmi . Quante volte in Delfo , E del Leone nell’ erbofa felva Dette d’alto valore illuftri prove! A foftener fon pronto Che il numero infinito Sia di voftre vittorie* Nè faprei già contarlo, Come il numero efpreflò Dir non faprei delle marine arene. Ma prefcritti ogni cola à i fuoi confini, Ed ottimo configlio è ’1 ravvifarli . Io , qual uno di voi , Spedito de’ vetufti Maggiori a celebrar la faggia mente, E le guerre , in cui fero Del- 179 DI PINDARO. Dell* eroiche virtù pompofa moftra , Del gran Corinto non dirò menzogna. Sififo membrerò faggio ed accorto Qual Dio ne’ Tuoi configli • Rammenterò Medea , Che malgrado del padre Le nozze apparecchiofli , La nave d’Argo e i condottier falvando. Un tempo in faccia alle Dardanie mura Mirar fi fero d’amendue le parti A calcare le vie delle battaglie Gli uni d’ Atreo colia progenie amica Elena ripetendo , c gli altri, a tutto Sforzo lor impedendo il caro acquifio. Glauco , che venne dalla Licia , empieo I Danai di terrore : egli vantava . Nella cittade , cui Pirene bagna, Del padre il regno e le ricchezze- immenfe E ’l palagio di lui , Che vago di frenar Pegafo figlio Della Gòrgóne al di cui capp. attorti Angui fifehiaro^ al patrio fiume in riva Molto foffrì pria che l’aurato freno Palla gli delle. Ella repente in fogno Gli fi feo manifefia, e dille : Dormi, M 2 ¥ Re  OLIMPIONICHE Re figlio cT Eolo ? Prendi Quello , che dei corfier 1* ire ammollifcc , Freno , ed al padre il moftra Domator de’ cavalli , im toro eletto Sacrificando. In fra 1* orror notturno Tanto, mentr’ ei dormiva, Dirfi udìo dalla Vergine Dell* egid* atra armata. Balza in piè ritto, e al portentofo dono, Che d’ appretto giacca , dato di mano, Trova giojofo 1* augure natio , E al Ceranide tutto efpon f evento : Coiti’ ei la notte giacque Sull’ aitar della Dea, giuda il configlio Dell’ indovino * e come Di fua mano la figlia Del vibratore del fulmineo telo Diegli l’aurato freno, Che de’ corfieri la ferocia domi . Quegli lo perfuafe Immantinente d’ ubbidire al fogno* E fcannato , eh’ egli abbia Il toro al Dio polente. Che la terra comprende, D’ erger un’ ara facra All’ / ^JDigitized by Google DI PINDARO. All' equeftre Minerva. Rende il poter de’ numi agevol opra Ciò , che all* uom fembra pollo Oltre le fue fperanze e oltre la fede . Quindi Bellerofonte Ardito e forte all’alta imprefa mofle, E intorno alle mafcelle Quel farmaco dell’ ire ammonitore Stendendo , fa cattivo L’ alato corridor * e fu montando Incontanente di ferrato usbergo Cinto provofli alla guerriera gioflra. Con efTo al faretrato Drappello delle Amazoni, Che dal freddo venia deferto clima. Di profonde ferite il feno imprcffe ; E la Chimera , che fpirava fiamme, Ed i Solimi ancife . La di lui tacerò morte fatale. Su nell’ Olimpo alberga Il corridor traslato Nell 1 eterne di Giove aurate Ralle . Ma per diritta via de*' dardi il volo Spegnendo , emmi disdetto Molte faette oltre il prefcritto fegno M 3 134 OLIMPIONICHE Colle mani indrizzar* mentre alle Mufe Sovra fplendido trono A (fife , e agli Oligetidi Contra V ofeuro óbblio venni in foccorfo. Per le palme , che all* Iftmo ed in Nemea An colte. In poche note Molte n’ adunerò chiare cd aperte: Sia teftimon del vero il giuramento. Sefifanta volte vincitori udirli Preconizzare in quello ed in quel loco Dalla del banditor gioconda voce. * Già celebrate prima O' le corone , onde fregiolli Olimpia ; E le venture farò conte allora Che avverranno* Or lo fpero; Ma degli Dei 1* evento è nelle mani. Se il Genio, cui nafeendo e* fur commefli A nuove imprefe fpnoneralli , in cura Cederemo 1* evento a Marte e a Giove . Delle vittorie , onde ritorno ei feo Altero di Parnafio Dal giogo, da Argo , e Tebe, E dall’ Arcadia , teftimon ne fia L’ ara reina di Giove Liceo , Pellene , e Sidone, Me- DI PINDARO. 1S3 Megara , e degli Eacidi La felva intorno chiufa , ed Eleufme , té * La ricca Maratona , e Je cittadi Splendide per ricchezze Sotto T aereo Mongibello polle, Ed Eubea. Riandando Tutta la Grecia , troverai maggiori Di valor orme imprefle Di quello che tu pofla Immaginar. Ma con leggiero piede Deh fa , Giove , eh’ io n’ elea, Onor dandomi , e forte , Che il cor mi fparga di foave gioja. ODA . % Per Asorico Orcomenio, figlio di Cleodamo , curfore dello Jladio . (j Razie , voi , che avete in forte Le bell* onde di Cefìfo, E abitate antica lede Di deltrieri altrice illuflre : / J O del fertile Orcom^no M 4 Ce- i$4 OLIMPIONICHE Celebrate alme reine, E cuflodi del vetufto Popol ' inclito , cui padre Fu già Minio , or m’ afcoltate , Che a voi fon volti i miei prieghi . Da voi fcende fu’ mortali i Quanto gode il loro petto Di dolcezza e di diletto. O gentile , o faggio , o prode Che fia T uomo , è voftra lode . Tra gii Dei danza non menali, Non appreftafi convito , Che non regganlo le Grazie . A' lafsìi nel cielo ogn* opra Dalle Grazie ordine e legge, Che fedendo allato a Febo , Cui compagno indivifibile Pende al fianco T arco d’ oro , Del Piton faettatore, Fanfi gloria al fommo padre Dell* Olimpo regnatore. D’ alto onor Aglaja degna , Eufrofina a* canti amica , *• Del poffente infra gli Dei Figlie , udirmi non vi gravi. Te DI PINDARO.  Te , Talìa de’ carmi amante , Pur invoco ’ che quell* inno Deftator di ballo amabile Leggier vedi Tulle penne Ire a voi d’amica forte: Perciocché fu Lidio tuono Con nov* arte e molta cura Dolcemente a celebrare Son venuto il prode Afopico, Che in Olimpia coronata À' di Minio la cittade Per tuo dono vincitrice. Eco , va di Proferpina All* albergo tenebrofo, E , trovato il buon Cleodamo , Tu gli narra , come il figlio A' di Pifa nella valle Celebrata il giovinetto Crin cerchiato delle frondi. Che fon 1 * ale , onde la gloria Va dell* inclite battaglie Della terra a* lidi eftremi • DIS- DISCORSO i$6 Sopra la decimaquarta Olimpionica. L ’ Economia dell’ Oda è fcmplicilfima . L 1 età del vinci- tore e la patria P anno al Poeta fomminiftrata . A To- pico era fanciullo , e perciò non ancora capace di virtU grandi e perfette ad anni pili maturi riferbate . L 1 ornamento delle bell 1 arti , la bellezza , la leggiadrìa fono le doti proprie de 1 fanciulli . In Orcomeno la prima volta fu fa- crificato alle Grazie da Eteocle figlio del fiume Cefifo : do- po la quale iftituzione il loro culto (ì dilatò per tutta la Grecia . Angelione e Tecteo nella ftatua , che fecero a’ De- lii , d’ Apolline gii pofero in mano le tre Grazie , che E- teocle avea (labi lite ; come abbiamo da Paufania ( Boto:, c. 35. ). Le Grazie presiedono a 1 fanciulli , e tutto ciò, che v 1 à di gentile , è loro attribuito. Quindi nel tempio ad effe in Elide dedicato , le loro ftatue tenevano in mano P una una rofa , P altra un dado , e la terza una fronde di mirto ; e fulla bafe a delira v 1 era la ftatua d 1 Amore , fe- condo lo ftelTo Paufania ( El. x. c. 14. ). Quelle circoftan- ze an data occafione alla prima parte dell 1 Oda. L’antico coftume di riferire alla patria ed a* genitori le lodi da 1 cit- tadini e da 1 figli acquiftate à preparato la materia alla fe- conda parte . L 1 entrata dell 1 OcU è grave e maeftofa ; la figura » che l 1 anima , della nell 1 uditore una dolce forprefa , che lo mette in afpettazione di qualche cofa di grande e di gen- tile. Non è cofa comune quella , che à bifogno dell 1 ajuto delle Grazie ; nè fi crede volgare un foggetto , che merita Pat- i I 1 DI PINDARO. 187 1' Attenzione di quelle grandi divinità. La numerazione de 1 loro attributi , che potrebbe fembrare un epifodio troppo lungo a chi non fa che una via di lodare , è tutta lode in* diretta d’ Afopico. Chi celebra il donatore di qualche cofa fuppone il dono . Chi loda in prefenza di qualcheduno qual- che virth , fuppone che la poffegga chi l’ode e chi gli dà P occafione di farne P elogio. Quindi il dire che le Grazie fono le largitrici delle belParti, della bellezza, e del valore, fa torto penfiire , che il foggetto , per occafione di cui fi dice quefto , non è fenza tai doti . Il dire , che nulla fen- za d’ effe v’ à di giocondo tra gli uomini nè tra gli Dei , naturalmente ci fi dedurre , che nella perfona , per onore di cui fi favella, non vi manca quefta giocondità, che nafee dal portello de’ beni dell’animo a quei del corpo congiunti. Dalla allufìone alle generali lodi di qualità d’ Afopi- co parta all’ aperta dichiarazione dell’ effetto , che n’ è rifultato , cioè 1 della vittoria ne* giuochi riportata . Senza determiuar la fpezie lo chiama in generale vincitore Olim- pico , per imprimere nella mente degli uditori un’ idea pili grande , quale il nome d’ Olimpia ne’ Greci in que’ tempi foleva eccitare. L’ ufo di que’ tempi , di cantare gP inni , e di adattare ad erti varj generi d’ armonìa , dà luogo al Poeta di determinare P età del vincitore dall’ armonìa , fili- la quale à comporto P inno. Quefta era la Lidia', la qual era di fuono molle , ed a’ fanciulli , come Ariftotele affer- ma , convenevole. Il rapportare che fa la vittoria alla pa- tria del vincitore , chiamando quefta vincitrice Olimpica, aggiugne alla vittoria piU di dignità, facendola divenire una cofa pubblica; e concilia al vincitore pili di gloria, attri- buendo ad erto il merito d’ un bene , che non termina in erto , ma fi ftende a tutti. La / i Digitized by Google 188 OLIMPIONICHE La morte di fua padre che avea preceduto quello fatto, dà luogo ad un’ immagine ingegnofa ed inafpettata . Non potendo il Poeta recargli sì lieta nuova , manda la Fama all’ Inferno ad annunziargli P o* ore , che il figlio in Olim- pia fi è meritato. ODA Digitized by Google 1 8p ODA PRIMA PITIONICA. Per Jerone Etneo Siracufano , che vinfe nel giuoco delle carrette . jAuUrea cetra d’ Apollo, e delle Mufe Da' violati crini Natio teforo cd immortai compagna ( a ) , Te ( a ) rtuoy M cktÒÌv trituro?. ìCictxot proprie dicuntur piu - res patroni , qui camdttn cattjfam defendun: . Inde vox trans - fertur ad fignifica/idas comites & adjutrices . Not. Lat. in edit. . Oxon. Dallo Scoliaftc Greco la voce {Iella $’ interpreta evira- to? , cioè trurrltf. c fecondo lo fteffo da Apollonio fu in- terpretata trirrfsvo ? . Tejlis , comes , adjutor fi fpiega dallo Screvelio quello medefimo vocabolo . I-a voce confon a dello Stefano , che corrifponde al avremo? dello Scoliafte , non mi pare che corrifponda nè alla intenzione del Poeta , nè alla lignificazione primitiva della parola trvyhto? ; come neppure la voce convenicns dello Semidio. La cetra non può dirli che troppo generalmente convenien- te pojfejftone delle Mufe : ella pili precifamente fi dice compa- gna e ajutatrice in quanto il Tuono accompagna d’ ordinario il canto , ed aiuta la fantasia nella compofizione de 1 verli , in quella maniera che ajuta i palli de’ danzatori Vegliando- li prima , c poi dirigendoli nell’ atto del ballare . Ond’ io non fapendo meglio efprimere il evàtxor xri%?o? , ò cangiato 1* aggettivo in fuftantivo , e vi ò aggiunti quegli epiteti , che mi fon venuti io mente , perchè i due fuftantivi mi pa- i 7 tpo PÌTIOMCA I. Te afcolta il piè de’ danzatori fusili Fregio e corona di giojofa feda ( a ), Alle tue note de’ cantor la voce Prontamente ubbidifee, Qualor tentata da maeftra mano (b) Le parevano troppo lecchi fé li lafciava foli . Natio ed immorta- le fono due voci , che fpiegano una perfetta convenienza ; efiendo quello convcnientiflìmo , che nafee colla cofa , c che fino eh 1 ella dura , non le manca mai. Onde così fo ufo di tutt’ e due le interpretazioni . ( • ) A'yKaÀ*' d;x* • A ?x* non s’ interpreta folamente ini titan , ma fecondo lo Semidio fi rende anche ape* , feu maxima pars. E rapporta quefto fenfo all* eìrx$>i / mot* t curar d’ Omero nell’ Odiil’ea A , dove Eurtazio : fo- no xio-fior <n? eirotxfi/uivy' rr, tauri t aennp moli a»at^ > orna- mentimi impofitum convivio , ut templi s anatbemata , feu d/,- naria . Ond’ io P ò refa colla voce corona , che porta fui la tefta fa io rteifo effetto , che i donarj ne’ templi fecondo P P efpreflìone d’ Omero. A'yxcùu non è lentia folamente , ma convivium fplendtdum , ÉT latiti a (2 bilaritate plenum . Ond’ io 1’ ò interpretata giojofa fejla j la voce fejla fignificando o- gni radunanza d’ allegrìa. ( b ) A r&xss Nelle note Latine: aW* interpretatur Ovidius Metani . /. 5. hoc ver fu : Calliope qucrulas prertentat pollice c bordar ; Ptndarus vero imitatur Ho - merum Odyjf. A , ut conjlat ex ver fu a Scbohajle citato. F.\«- A» ^o/uirei fingitur a fono *Ki\t . Lo Scoliarte: T«< vtoouupcri^M . *amaur/t^C«£*H « ut <c Cf fi ipor' H *tsi 0 QopfilZvr Kri&u>A.m nuXc» àùtfv * iKtK&julyx ìì tiaxtrsvfiim . Ond’ io non fapendo efpri- mere il fuono muto , che nafee dalle ofcillazioni alterne delle corde della cetra , con una voce fola corri fponden te alla Greca , ò efprelfo il tremito della corda nato non da un fuono perfetto , ma piuttofto da un imperfetto , eli’ è una preparazione ed un tentativo , che fi fa per trovare P armo- . nìa che fi vuole . DI PINDARO. • Le tremolanti fìJa, Fai dolce agl’ inni invito Guidatori de’ balli . Tu del trifulco telo Spegni l’eterno foco, E 1* Aquila reina Degli augelli ripofa Sullo fcettro di Giove Ambe lentando V ale ; ed al roftrato Capo intorno le fpargi ofcura nube, Che le palpebre dolcemente chiude. Da tue faette oppreffa ella dormendo Inarca il molle dorfo. Anche il feroce Marte Pofa 1 afta pugnace, e farli al core - Dolce diletto di tue corde ei fuole . Tua celefte armonìa* L alme pur degli Dei lufinga e molce Quando le fon compagni i faggi fenfi Del figlio di Latona, E delle Mufc dal profondo fieno*. Ma color , cui perfegue L ila di Giove , o nella terra albergl O del vallo ocean ne’ fieni algofi , ‘ Si fcuotono d’orror, quando la ve**. ipz PIT IONICA I. Rifuona intorno deli’ Aonie Dive . Tal è Tifeo , che nell’orrendo Tartaro Giace avverfo agli Dei , terror da cento Capi fpirando . Lo nudrì fpelonca , Che per lui tra le genti anco li noma. Nella Cilicia ; ed il vellofo petto Del moftro or preme la Sicilia , e il lido , Che l’onda frena, onde bagnata è Cuma. Colonna , che nafeonde infra le nubi La cima, gli Ita fopra, e fìtto il tiene D’ Etna il canuto monte, Di neve acuta nudritore eterno* Che da’ fuoi feni cavernofi erutta Pure fontane d* infinito foco . Gli ardenti laghi , onde ribolle il fondo , Di fumo al cielo nuvolofi vortici Mandano il giorno , e la rovente fiamma, Che per entro s’ avvolge , adulte pietre , Qualor annotta , con fragore orrendo Lancia del mare nell’ immenfo piano. . La belva ancora di Vulcanie fiamme Spaventofi rampolli alto fofpinge. Strano portento da mirare , e Arano L’udir non meno da chi preffo il vide Come tra 1* imo fuolo , ed i frondofi D’ Et* DI PINDARO, , i 9 $ D’ Etna ed opachi gioghi avvinto il moftro Giace ; e ’l pungente letto di profonde Orme gl’ imprime lo fdrajato dorfo ( a ) . Deh non Ila cofa in noi, Che a te , Giove, difpiaccia ; a te, che reggi Quella montagna, che la fronte eccelfa Erge dal feno di feconda terra . Del nome d’ efìfa la città .vicina Ornata ad alta gloria Per la virtude or fale Di lui, che pria le diede Grandezza e maeftade . Mentre annunziando la vittoria illuflre Della carretta di Jeron nel corfo A Febo facro il banditor memoria Fece di lei . La prima Da’ naviganti defiata forte E' che propizio vento empia le vele Nel cominciare del viaggio ondofo; Che di piu lieto fine N Lie- ( * ) ^Tpofjttù ài yjtpxffffOtfT ara? jutsv -rroriztKKifxiyst kbth. O* cangiato la voce x*?t« in participio, c la voce x*;«<r<ro«r* in verbo , e (Tendo la puntura anteriore alle orme , che (lampa, nella fchiena del Gigante lupino il pavimento (cabro» che £li ferviva di letto. j?4 PITIONICA L Lieta principio par che fi a prefago. Quindi fperanza io prendo Da si felici eventi , Che la futura età chiaro ed illudile Etna vedrà di vincitor defìrieri E di corone; e n’ udirà famolò Infra le menfe a celebrarfi il nome. O Licio Febo, o regnator di Deio, Che ti diletti del Caftalio fonte , Siati nel core imprefTo il voto mio, E la terra d’ eroi madre feconda. Mentre quanto d ’ ingegno e di virtude Nell’uom s’ ammira , dagli Dei difcende. Forti di mano , d’ intelletto faggi , E di lingua facondi Ci fa natura , non induftria ed arte. Ma defilando coronar di lode Il vincitor , io (pero Che la mia delira al fiaettare avvezza Non torcerà dall’ ideato fegno Il telo armato di ferrata punta; E sì lontan lo fpìgnerà , che doma Degli avverfarj .caderà 1’ invidia . Così gli duri eterna L’ alta fortuna -, che lo fa beato , Nè DI PINDARO. t?S Nè altrui fia di lue ricchezze avara : E diagli il tempo, che obbliar mai Tempre Poffa il dolore , onde affannato or geme. Rammentar gli potrà quali foftenne Battaglie in guerra con invitto core , Quando protetti dal favor de' numi Fero di. regno acquifto, Regno d' ampj tefor fregio fuperbo , Qual non ottenne mai Greco finora. EgT imitando il celebrato cfempio Di Filottete lampeggiò tra 1' arme : E tal , che in core alti pender volgea , Depofe a forza le fuperbe voglie* Che di provarlo non osò nimico. E' fama , che da Lenno ufciro in traccia Eroi , prole di numi , Del folio arderò di Pcante, infermo Di mortai piaga il piede. Di Priamo la cittade a terra ci fpinfe y E le fatiche terminò de 5 Greci , Lento movendo e vacillante il pafTo . Tal era il fato. A sì beata forte Il nume , onde falute anno i mortali , Jerone aggiunga • e nc’ venturi giorni Spazio gli dia , che le fue brame adempia . N 2 Mu- i 9 6 pitio nic a i. Mufa , a’ mici voti non avverfa, cinta Anche preflo a Dinomcnc Della quadriga vincitrice il pregio ; Che non dee fcompagnarfi La vittoria del padre • Dalla gìoja del figlio. Or via fi trovi Inno, cui d’Etna il rcgnator gradifca. Per farne dono a lui , Diede a quella città sì bella forma Jeron , che ornai tra le più chiare à loco . Di libertà celefte Amò d’ ornarla, e delle patrie leggi, Che diè Licurgo , le concede 1* ufo . Di Panfilo i nipoti e degli Eraclidi , Che del Taigeto albergano alle falde , Son deliofi di ferbar d’ Egirnio Le leggi Tempre. Abbandonato Pindo, Vennero Amicla ad abitar felici, • Celebrati vicini De’ Tindaridi avvezzi A* nevofi deflrier premere il dorfo, E in la gloria dell’ arme illuftri furo. Giove , d'erba immortale a* regi , a’ popoli , Che alle fponde d’ Amena anno la fede , Tanta ventura; e rifonar. la fama Sen- DI PINDARO. i 9 y Senza menzogna pofla , Che Libertade e le Spartane leggi An di loro il governo. Col tuo foccorlò di Sicania il rege, Che di virtude al giovinetto figlio Moftra il fentiero , e del novello popolo Crefce gli onori , nelle menti imprima Delire eterno di concorde pace. Saturnio , umile a te preghiera invio, ( Del tuo cenno la degna ) Che il Fenicio quieto , ed il Tirreno Tenga ne’ Tuoi coniini Il fuo furore a freno , intento il guardo Nella ftrage tenendo Che fi fé* de’ fuoi legni in faccia a Curaa . Rammenti egli quai danni Vinto (offrì dalle veloci navi Del Re di Siracufa , che nell’ onde Spumanti il fior di gioventù gl’ immerfe; E dal timore liberò la Grecia Del grave giogo , che le flava fopra. Da celebrare abbraccio L’ immortale trofeo , Che a Salamòia l’Attica virtude. Per la comune libertà pugnando, N 3 Del- I pS PITIONICA I.* Delle fpoglie adornò de* Perii domi. Canterò la battaglia , in cui fé’ Sparta Al Citerone in faccia Mordere il fuolo a’ faretrati Medi , Ma telfere vo’ prima Alle fponde d’ Tmera inno gentile, Che la virtù mi chiede De’ figli di Dinomene , Dolce mercede di fudor pucrricro , Che de’ nimici la. ferocia fpenfe. Non importuna lode, Che molti pregi in breve giro accoglia , De* mortali all* invidia è men foggetta • • Nojofo impaccio alle veloci menti E' lungo dire* ed onorata fama. Che dell* altrui virtudi alto rifuoni , Occultamente a’ cittadini il core Morde . Ma' fc più giova Farfi d’ invidia legno , Che di pietade , non ritrar la mano Dalle bell* opre. Il popolo governa Con giufta legge: e fia di veritade Interpetre la lingua. Non è sì lieve fallo, Che venendo da te , ftarfi nafeofo Po fifa DI PINDARO." r 99 Pofia , e non fembri grande. Re di molti tu fei; molti d’ intorno Del vero o falfo , che tu dica , fidi Tefiimonj ti ftan. Serba cofianza i * Nel bel penfiero di giovare altrui . Se brami , che di te mai Jion fi taccia , Non mai fi fianchi la regai tua defira D’ eflere larga de* tefori fuoi * Ma le ventole vele , Qual buon nocchiero fpandi . Non ti feduca lufinghier guadagno . L’ immortale memoria , Che ne’ carmi fi ferba e nelle ftorie , Sola dopo la morte altrui fa nota Di quei la vita , che Jafciaro il giorno. "Vive di bella luce Cinta di Crefo la virtù cortefe* E nera fama copre Il detefiato Falari, Che ( di fierezza non più vifio efempio! ) Nell* infocato bue gli ofpiti ardea • Nè cetra amica delle menfe allegre Loco gli dà ne’ dilettofi canti De’ fanciulli leggiadri . Il vincere è la prima 4 Del- o PITIONICA I. Della virtù mercede ; e la feconda E' T udirli fregiar d’ illuflre lode . L’ uom , cui la forte d’ amendue fa dono , Della felicitadc à la corona. ODA % 101 ODA NEMEONICA. Per Aristoclide Egineta vincitore nel pavcrazjo . O Veneranda Mufa , o madre mia , Ne* dì facri alle felle (a) Nemee vieni , ti prego , Alla Dorica Egina D’ ofpiti numerofi accoglitrice. Perocché ftanfi giovani teflori D’ inni melifonanti a’ balli amici Pref- ( a ) Con quelle parole indetefminate efprimo le Greche ì\pofMi»io c 'Nifxieiit . Non s’ accordano gli Scoliafti nella fpie- gazione della parola . Altri la prendono in vece di l'tpotojwirU , per edere il di primo del mele facro ad Apol- line , che rapprefenta il Sole . Altri credono , eh’ ella li- gnifichi il mele intiero della celebrazione de’ giuochi Ne- mei . Cosi gl iA tenie fi fecondo Filocoro con decreto pubbli- co ftabilirono che il mefe Demetrione, anticamente chiamato Munichione , avelie a denominarli Jeromenia, cioè tutto fefli- vo. In quello fenfo prendendofi la parola Jeromenia , cioè di mefe tutto fedivo , »fi deve intendere della folcnnità, che facevano i vincitori dopo la vittoria privatamente. 202 NEMEONICA III. Preflo all* Afopic’ onda ( a ) Di tua voce bramofi . Altr’ opra altra mercede ama e delira; Ma la “vittoria delle gare illuflri Sovra ogni cofa il canto Ama , di cui non è , che più convenga Alle corone alle virtù compagno. Fa che dalla mia mente Larga vena ne (gorghi. Inno gradito Comincia , o figlia al rcgnator del cielo , Vallo campo di nubi ; Ed io ne farò parte De’ cantori alle voci ed alla lira ; E prenderà quella fatica in grado Egina del paefe, , Che le fi llende intorno , alto ornamento . Ove prima abitaro i Mirmidòni ( b Di « C * ) Ariftarco fuppone , che abbiano cantato all* Afopo pretto a Nemea qualche inno eftemporaneo , c fi fian dopo trafportati ad Egina per cantar quel di Pindaro. Didimo ac- cenna, che vi fieno molti fiumi denominati Afopo , ed an- che in Egina ne mette uno. Forfè Pindaro intende l* Afopo della Beozia , e vuol lignificare , che i cantori d’ Egina fon venuti a pregarlo d’un inno per AriftocHtle. C ^ } Intorno all’ origine de’ Mirmidòni Efiodo poetica- mente riferifee 9 che Eaco figlio d’ Egina arrivato alla pu« ber- 10J DI PINDARO. Di cui l’antica celebrata fama Guada non à con biafimevol atto, ( Qual fi conviene al tuo dedin felice, Chiara Cittade ) da franchezza vinto E fciolto Ariftoclidc i nervi molli , Del pancrazio nell’ impeto robudo. Ma polente ridoro All* affannofe piaghe Reca ne’ campi di Nemea profondi Bella vittoria . Ma fe bello eflendo , E cofc oprando alla beltà conformi , ■ Del fovrano valore afeefo è in cima D' Aridofane il figlio , Varcar non è fpedito L’ onda inacceffa oltra 1* Erculee mete , Che de’ confini al navigar preferi tti In- bertà ftavafi mal volentieri folo , e che Giove trasformò le formiche dell’ Ifola in uomini , che furono i primi a metter infieme delle navi . Ma Teogene lafciando la favola riferi- fee , che gli abitatori d’ Egina e (fendo (i ridotti a pochi , fca- varono delie tane fotterranee per abitarvi dentro , e rico- vrarvi i frutti dalla terra prodotti ; e della terra fcavata fi fervivano per rendere la campagna , eh’ era falTofa , colti- vabile . Ciò vedendo gli ftranieri li raflòmigliarono alle for- miche , e li chiamarono Mirmidoni. Ma Eaco gl’ incivilì, vi {labili delle leggi , e li riduffe a fiftema politico; onde di formiche divennero uomini. 104 NEMEONICA Iti. Incliti tefiimonj Pofe l’Eroe tra gli alti Dei traslato. Ei le vaRe domò marine belve, E da sè RefiTo ad indagar fi mofle Delle palufiri il corto acque limofe , Ove dechina il lido ( a ) , Che l’audace nocchier rimanda in dietro, E dimofirò la terra. A qual Rranicro Pro- ( a ) Ti tefto Greco portai 'T f?xy l'or podi , et*. tI/avi/ao* KuriiìxAtt rJr* Quello parto nella edizione ultima di rindaro fi traduce : Staguorum fluxus , quoufque redufloriut ad occsfrtm verni t reditut terni inut. La verfione comune por- ta .* Ubi reduci jrium defceitdit ti reditus finem . Lo Scolia tic fpiega in generale , linde redire quit potefi : e deducendo la parola urxy>i dai verbo rùtu o t iyyv , la prende per uno fporto di terra , che fi (tende in un fiume , ed è da erto bagnato. Lo' Scapula aderendo ad un pafTo di Polibio la prende per un luogo paludofo , o per Io fango d’ un’ acqua morta e da erba interrotta, [o m’ immagino , che Pindaro voglia con tali efprertioni indicare il lido , che va feendendo nell’acqua , la quale prefio alla terra avendo poco corfo fuol eflerc limacciofa : e m’ induco a ciò credere , perchè v* ag- giunge dopo f die Ercole navigò fintantoché vi trovò terra ierma. Platone nel Timeo : Allora quel mare era navigabile, avendo alla [uà bocca quell* Ifola , la quale fi chiama , come voi dite , le Colonne d* Ercole: e fi dice , che quell* Ifola era inficine la Libia e l* Afta m.ippiirc , dalla quale vi era P ad- dito allora alle altre vicine Ifole , e dalle Ifole a unta la ter- ra ferma all ’ incontro vicina a quel vivo mare . Ma dentro a quella bocca , che mi diciamo , appare ej fere fiato un porto di uno firetto golfo. E quel pelago bene fi potrìa dire vero mare , e la terra , che da ogni parte è da quello abbracciata , veramente in tutto terra ferma nominare. DI PINDARO. io* Promontorio il mio corfo, animo, torci ? W che ad Eàco tu la Mufa fcorga Ed a’ nipoti. Di giuftizia il fiore Accompagna la lode, Che a’ buon fi porge . Ma non è desto Saggio al prode recar pregi ftranieri . Cercane di domeftici . Opportuno Argomento ricevi a dolce canto. Dell’ antiche virtudi il Re Pelèo Gioì , quando troncata ( a ) Ebbe l’afta tremenda Solo fenza guerrieri. Ei , Giolco prefo , * Strinfe 3 fatica la marina Tcti (4); Ed il polente Telamone , a lato ( c ) Stari- C a ) Omero II. ló. tut&4 $i*Ap W/u» Xw : e Pindaro la fa tagliare non a Chirone , ma a »’e- leo Oeflo . Non fu Peleo iolo , che prefe Giolco , ma in compagnia di Giafone e de’Tindaridi , come narra Ferecide, combattendo contro ad Acafto figliuolo dì Pclia. ( b ) Tctide influita da Peleo fi cambiava ora in fuo- co, ora in acqua , ora in qualche fiera. Di quefte trasfor- mazioni di Tetide parla anche Sofocle nel Troilo : E tòt iy»(xyr «ji &cyyttf y 'ifjt.it', T* vetrrtLu ; 'rv/XTKxiùt wsri l C negl’ Innamorati d’ Achille: Tis yùp ju# ** »V»s-»t« ; ÀIW , Cazzar -r» , tu;, vtvp . ( c ) Jola figlio d 7 Ificle era auriga di Ercole ; e Tela- mone in compagnia ali Ercole fu nella fpedizione contro a Troja , c coti tra le Amazoni ; ed Ellanico narra , che tut- ti quei, eh’ erano nella nave d’ Argo, feguirono Ercole nel- la fpedizione . 20 6 NEMEONICA III. Stando ajola in battaglia, Laomedonte flefe ; E gli fi feo feguace Contro ’i valor dell* Amazonie fchiere D’ arco di rame armate . Nò timore , che doma i petti umani , La fortezza nel core unqua gli fpcnfe , Per innata virtude ad opre illuflri Di levarfi taluno à gran poflanza • Ma chi dall’arte apprefe Le cofe, ofcuro Raffi, ed or a quello Or a quello afpirando inclito pregio, Su fermo piè mai non fi regge , e mille Virtudi e mille afiaggia Con imperfetta mente . Ma ’l biondo Achille , fin d’ allor eh’ ei flava Entro all’ albergo Filirèo (*), fovente Fanciullo ancora colla man fcherzando Grand’ opre fea. Di corto ferro armato Vibrando il dardo , e pareggiando i venti ( a ) Cioè di Chirone. Perocché fecondo Omero Achille fu fidamente irtruito da Chirone nella medicina ; ma fecon- do i moderni fu anche allevato. Chirone fu figlio di Satur- no] e di Filira , come narra anche Apollonio . In Google 207 DI PINDARO. In battaglia , i leoni Metteva a morte più felvaggi e feri , Ed ancidea cignali , cd al Centauro Figlio a Saturno i corpi ancor fpiranti Portava , e d’anni fei maggior non era. Dopo con iflupor Tempre lo vide Diana , e P animofa Minerva fenza cani e fenz^ reti Ingannatrici ( perocché polente Era ne’ piedi ) ad ammazzar de* cervi . Nè cofe io dico , che da prima dette Non fian. Chirone di profondo fenno Nudrì Giafon (a) entro a felvaggio fpeco ; Ivi nudrì pofeia Efculapio , e 1’ arte Gl’infegnò di trattar con molle mano* I farmachi . Alle nozze egli conduflfe ( b ) La figlia di Nerèo per belle braccia Ammirata , e Ja prole Predante n’ educò, l’alma accrefcendo Delle doti opportune * ond’ ei portato Dall’ ( a ) Che Giafone Ila fiato allevato da Chirone , lo narra Efìodo ; che Efculapio , Socrate Argivo . ( b ) Chirone tenne a convito gli Dei nelle noaze di Tc- tide. io8 NEMEONICA III. Dall’ impeto de’ venti incontro a Troja, De’ Dardani e de’ Frigj Solteneffe e de Licj I guerrieri clamor col fuon confufi Dell’ acciaro percoffo ; ed alle mani Cogli Etiòpi aitati Venendo , in mente ei fi teneffe fiflò , Che F animofo Mennone cugino D’ Elcno , e loro duce , Far non dovea ritorno al patrio regno. Splendor , che da lontano i raggi fpande , Agii Eacidi quindi , o Giove, forfè* Ed a ragion , perchè tuo fangue fono , Ed è tua la tenzon che colla voce Di giovinetti a faettar va l’ inno , I.’opra cantando , onde s’ allegra e gloria La loro patria : e al vincitor fi dee Ariftoclide il canto, Che quell’ Ifola traile A gloriofa fama , ed alle cure Inclite de’ poeti il tempio augulto D* Apolline commife Pitio. La prova moflra Quanto nell’ alte imprefe uom fia preltante • Egli è tra* giovinetti Gio- Digitized by Google DI PINDARO. aop Giovinetto , maturo è tra’ maturi . Degli flati , che noi , gente mortale , Trafcorriamo , tra’ vecchi il terzo à loco. Ma tutt’ e quattro fcorre Le virtù lunga vita. Perocché la vecchiezza Ultima ci configlia Di penfar al prefente . Arifloclìde Lungi non è da sì beati doni . vi , amico , felice . I* mirto a bianco Latte ti mando quello mel : rugiada , Ch’ io vi verfo co* fiati D’ Eolia tibia , benché tardi , cinge Il mufico licore. Tra* volatori è l’aquila veloce, Che da lunge tracciando in un momento Coll’ artiglio ghermifee L’ infanguinata preda . Ma di terreftre cibo La garrula cornacchia Si pafee . Per favore a te di Clio Dall’ aureo trono , in grazia Della vittoria al tuo valor compagna , Da Nemea , da Epidauro , e da Megara Lume forge e rifplende. O DIS- 1 IO DISCORSO Sopra la ter^a Ntmeonica . Ome il Poeta non ebbe occafione di comporre quefV Oda nel tempo della vittoria , ma ne fu ricercato molto dopo ; così non fentendo P ardore , che detta nella fantasìa la prefenza de* fatti ftrepitofi , ricorre alla Mufa, perchè gli rifvegli P agitazion nella mente. Quindi la prega di portarfi ad Egina ; e non eflendovi cofa , che pili degP inni convenga alle vittorie , la invita ad ifpirargliene uno , eh 7 ei pofeia darà da cantare al coro de 7 giovanetti , che lo ftanno nfpettando . | Nafcendo lo fplcndore c la gloria delle città dalle azioni illuftri c dalla lode de 7 cittadini , è naturale , che il Poeta lodando Ariftoclide fi perfuada di obbligarli Egina fua pa- tria. Quindi egli dice , che quella fatica le farà cara. Penfando alla gloria , che ne r;Tulta ad Egina dalla vit- toria riportata da Arittoclide ( perchè ad una mente , che abbia della vivacità , quanto è facile il rapprefentarli in un tempo P idee di molti oggetti anche lontani e difparati ; tanto è giocondo il rapportarle Puna alP altra , e per mez- zo delle fomiglianzc , che vi difeopre , ridurle all’ unità . ) non può trattenere il Poeta la fervida fantasìa dallo feorre- re per la ferie degli eroi pili famoli , clic con opere di va- lore di mano in mano contribuirono ad illuftrarla ; nè pri- varla dell’ eftretno piacere , clic trova ne’ paragoni , che fo- no una fpezie di raziocinio. « Il richiamare alla memoria le cofe antiche , fe piace al Poe- DI PINDARO. . « t Poeta per la naturale inclinazione , che anno i fervidi in* gegni di confrontar inficine le cofe l’ima <hriP altra piti lon- tane , e all* apparenza diffimiii ; dovea fotnmamente pia- cere a* popoli della Grecia per un altro principio • Si fa quanta gara di antichità , di riputazione tra le città Grecite ardeva: e come quella era la pafliou dominante di ciafchedu- na , cosi qualunque volta nafceva qualche fatto celebre , r.on arredavano in elfo le loro mire , ma dovcauo fempre rapportarlo alla pretensone nella mente radicata e perciò fempre prefente, che ognuna avea iovra l’altra, A preferen- za , e confederarla come argomento , che la prova , o co- me confeguenza che ne rifui ta . Dall’ accoppiare infieme uomini e fatti antichi e nuovi, oltre l’ accrefcimento , che ne riceve l’idea, che ci formia- mo d’un popolo , d’una fucceflìone continuata di cofe illu- flri comporta ; anche l’uomo , che fi prende a Rodare , ne trae del vantaggio. Fcrocchè le prefeuti colle partale para- gonandofi , fi compone , per cosi dire , un lume totale cd uniforme di molti lumi particolari e diverfi : e preftandofi quelle fcambievolmente la vivacità , che anno le prefenti , per le imprertìoni che fanno attualmente , e la grandezza, che dalla fama fi attacca alle lontane ; fi confondono l’una coll’altra nella immaginazione agitata , e perciò di rifleflb incapace , come dalla illuftrazione de’ vapori , che fi rtcn- dono qualche volta d’ intorno al Sole , e dalla luce del So- le rtdTo fi forma un’ eftenfion luminofa pili grande del So- le , e talmente unita ed uniforme , che non è facile Sepa- rare il lume naturale del corpo folarc dall’ afei tizio . Quin- di l’avvenimento prefente , tuttoché fia porto fotto gli oc- chi , fenza che vi fi fcuopra fproporzione , fi rende capace dell’ ingrandimento , che la fervida fantasia di chi loda ; O 2 vuol ili NEMEONICA III. vuol adattargli , quando principalmente le cofe tra di loro difparate fi leghino con dellrezza e leggiadria . L’arte di tai legami fi pofiedeva da Pindaro a maraviglia. In vece di nominar Egina , quando dice che la fua fatica le farà cara , la chiama il fimolacro del paefe anticamente a« hi tato da’ Mirmidoni ; tra quelli cd Arilloclide trovandovi della fomiglianza , ne accenna il valore , eh’ egli à mo. tirato nel pancrazio : fe lo figura nell’ atto della battaglia, e vi vede la robullezza neceflaria al doppio combattimento, le piaghe che ne riporta , la vittoria che ne rifulta , e la mercede che l’accompagna. E quello completo di cofe gli riempie in modo la mente , che non crede altra cofa poter*» fi aggiugnere alla umana felicità < IST- * 1 * ISTMIONICHE. ODA I. Per Erodoto Tlbano* o Madre mia, Tebe dall’aureo feudo, Cura , che te riguardi, 10 porrò fopra ancora All’ occupazion . Deio faflofa , Sovra cui la mia mente or è diffufa. Meco non t’adirar. Qual cofa è a’ buoni De’ venerandi genitor piu cara? Apolloniade , cedi: Ch’ io mercè degli Dei 11 compimento accoppierò di quanto Devo ad ambo, cantando Cogl’ ifolani in Ceo Dal mar percofla, che le corre intorno. Il chiomintonfo Febo , - E ’l, giogo fra due mari Iflmico chiufo, Che al popolo di Cadmo Dalle battaglie fei corone porfe* O 3 In- Digitized by Google M4 1STM IONICHE Inclito fregio alla vittrice patria , Ove Alcmena alla luce Diè T intrepido figlio , a cui davante Inorridirò i cani Di Gerion feroci . Ma gloriofo fregio TefTendo alla quadriga D’ Erodoto , che reffe Di propria mano a* corridor le briglie , Adattargli vo* 1’ inno Di Caflore e Giolao , t Che tra gli eroi di carri agitatori . Nacquero a Tebe e Sparta i piu predanti . Di tenzoni infinite ambo la mano Stefero a’ premj , e fa magione ornaro Di fiale d’or, di tripodi e lebeti , Guftando le corone, onde s’accende Bel defio di vittoria in cor gentile . Chiara la lor virtude Splende ne’ corfi inermi , Splende ne’ corfi armati Di rifonanti feudi. Quali appariano colla man lanciando Or dardo acuto , ora marmoreo difeo! Che formato il pentatlo ancor non era ; -v Ma DI PINDARO. 215 Ma premio aveafi ogni tenzon divifo. Quindi alla chioma attorte Portando fpeflo vincitrici fronde, Si prefentaro a Dirce ed all* Eurota D* Ificle il figlio , che à comun la patria Col popol nato dagli fparfì denti , E^la Tindarea prole, Che di Terapne entro alla fede eccella . Soggiorna cogli Achei. Rimanetevi in pace , Eroi beati; Ch’io bell’inno intrecciando all* Iflmo (acro Al gran Nettuno, ed all’Oncheftie fponde, Tra gli onori del figlio Celebrerò d’ Afopodoro il padre L* inclita forte , e 1 * Orcomenia terra , Che tra 1 * orrore avvolto D’atra tempefla, e dagli avverfi flutti Gravato lo raccolfe Da mar , che lido non avea . Di nuovo Or il natio dettino Lo ricondufle a’ lieti giorni antichi . L’ uom da’ travagli acquifta Antivedenza e fenno . Che fe virtude alberga ove fi fpande L* oro in nobili ftudj , e fi fatica ; O 4 Con 21 6 ISTMIONICHE Con non invida mente Convien , che a chi trovolla Lode fi rechi , ond’ ei ne vada altero. Perocché lieve dono è all* uomo faggio In ricompenfa di fatiche immenfe Con un buon detto ftabilir la gloria De’ popoli. Dell* opre altra mercede Ad altri è dolce. L’arator, chi tende Lacci agli augei , chi guida l’agne alpafco, E chi del mar fi nutre , è folo intefo Dal ventre a dilungar la fame grave. Ma chi pugnando ne’ certami coglie Splendida gloria , alta mercede trova Nella lode , che il fiore è della lingua De’ cittadini e foraftier. Ma il canto Convien , eh’ io volga di Saturno al figlio Vicino feotiterra , Lui ringraziando , che agli equeflri corfi Prefiede , ed accompagna Col fuo favore i cocchi . Anche i tuoi figli illuftri , Anfitrione , oltrepafiàr non debbo , Non di Minio ’l riceffo, Non Eleufina celebrato luco Di Cerere , o d’ Eubea Le DI PINDARO. m'7 Le molte volte raddoppiate corfe. Protefilao t v* aggiungo anche il delubro, Che in Filaca facraro a te gli Achei. . Ma 1* inno entro a confini Brevi riftretto noverar mi toglie Ad una ad una le vittorie equeftri , Che ad Erodoto diè delle tenzoni Mercurio almo cuftode. Ma di maggior diletto ' Spello è cagione anche taciuto pregio . Deh venga il dì , che ’n Tulle fplendid’ ale * Delle Mufe canore alto levato Empia la mano dell’ efimie frondi Di Pitone e d’Olimpia ! ond’ ei la gloria Compia di Tebe dalle fette porte. . Che Te taluno ampj tefori afcofi Guarda nell’ arca , * e balda nzofo forge Contro chi li difchiude ad opre illuflri, ■ Ei non s’avvede , che tributa all’Orco Inonorata l’alma. * ODA 218 ODA II. Per Senocrate Agrigentino. J Saggi , Trafibùlo, Prifchi, che rincontrando inclita cetra. Saliano il carro delle Mule il crine Avvolte in naftri d’oro, Feano repente fegno A* melifoni ftrali Degl’ inni un bei fanciullo , In cui maturo già fpuntafle il frutto, Onde l’alma a’ deliri Dolci fi della della Dea, che nacque Dalle fpume, e fu trono aureo rifiede. Mercenaria la Mufa Non era allor , nè di guadagno amante; Nè le dolci canzon di mei cofparfe Molle fuono fpiranti , Inargentate il volto Terficore vendea. Ma dell’ Argivo Il detto , che s’ accoppia A verità , coniente or che fi fegua : L’ar- Digitized by Google DI PINDARO. %i 9 L’ argento è 1* uom , 1* argento ( * ) . Colui , che il difie , era d’amici privo E di ricchezze inficine. Saggio tu Tei : non ad ignaro io canto Iftmia vittoria equeflre. Quando la diè Nettuno A Senocrate , intefta Di Doric’ apio gli mandò corona, Ond* ei cerchiale il crine. Onorando l’auriga Predante , luce d’ Agrigento . Apollo , Che regno ampio poffiede, Lo vide in Crifa , e lo colmò di gloria * E nello fteflb tempo Nella fplendida Atene , * Quando agl’ incliti prem; De- ( * ) Quello detto è di Ariftodemo Spartano , come fi legge nel frammento d’ Alceo , riferito dallo Scolialte Gre- co , che divenuto povero fi vide abbandonato dagli amici . Ne fa menzione anche Laerzio nella vita di Talete , ed ag- giugne , che quello proverbio era famofo tra gli Spartani. In vulgar proverbio fi dice anche da’ Tofcani : Chi non à non è. E nello (tetto fenfo fi legge una fentenza greca d’un Comico feonofeiuto: V or genio è de 1 mortoli il / angue e Palmo : C hi noi pofiiede , morte avrà no ’ vivi • 220 IST MIONICHE Degli Erettìdi ei s’ adattò, non ebbe A condannar del prode sferzatore De’ cavalli la delira Del carro fpronatrice, Che Nicomaco a tutte, Quand’ uopo lo chiedea , le briglie porle . Lo ravvifaro ancora I preconi dell’ ore, E facerdoti del Saturnio Giove Eleo , che di cortefe atto ofpitale Goduto avean entro ai fuo tetto accolti • E con voce fpirante Dolcezza 1 * acclamaro , Mentre all’ auree ginocchi* Della Vittoria in atto ei di proftrarfi \ Sfavali nella terra , Che delubro fi noma Dell’ Olimpico Giove* Ove fon ufi con eterni onori D* Enefidàmo frammifchiarfi i figli. Perocché non ignoti , o Trafibùlo, Sono alla vollra cala Gli amabil inni delle danze amanti, Nè gli afperfi di mele alteri carmi . Ch’ erta via non opponfi , o rupe alpeftra A chi zzi DI PINDARO, A chi gli onori porta Dell* Eliconie Dive Entro all’ albergo de’ famofì eroi , Deh ! tanto a me d’ oltrepaffar fia dato D’ ogn’ altro il fegno faettando, quanto Ne’ foavi coftumi Senocrate lafciofli ogn’ altro addietro ! Co’ cittadini egli era Nel converfar modello: Ei di nudrir cavalli, Come legge è tra’ Greci Univerfale , fi prendea diletto, I fellivi conviti . Ei frequentava degli Dei: nè vento, Che procellofo fpiri , unqua riftri nfe Le vele intorno all* ofpiral. fua menfa * Ma pafiava la fiate Al Fall , e il verno alle Niliache fponde . Ora perchè pendenti Stanfi alle menti de* mortali intorno Maligne voglie , ed invide fpcranze • Nè la virtù paterna, Nè l’inno mio fa che giammai fi taccia. Ch* io non 1* 6 già contefio , Ond’ oziofo c lento ei fi rimanga. Tu Dlgitized by Google 211 IST M IONICHE é Tu, giunto che farai, Leggilo , Nicafippo, Al mio divino albergatore Etneo . ODA III. Per Melisso Tebano vincitore co ’ cavalli . Se mortale felice O per illuflri pugne, O per ampia ricchezza , Entro al core raffrena Arrogante alterezza , Degno è che infra le lodi De’ cittadini loco abbia il fuo nome . Da te , Giove , a* mortali Scetidon le gran virtudi . E la felicitade a lungo vive. De* faggi e pii : ma nelle torte menti Non  Quell’ Oda fu da Pindaro mandata per mano di Ni- cafippo a Trafibulo figlio di Senocrate vincitore , fuocero di Jerone Re di Siracufa . DI PINDARO. 22; Non già Tempre così mantieni! in fiore . Il premio fegue i glorio!! fatti. Onde con inni il prode Dee celebrarfi , e tra conviti e danze Con lufinghieri carmi alto levarfi. Anche a Meliffo il fato Due vittorie conceffe * Ond’ ei converta a dolce gioja il core. Una corona ei colfe Nelle valli dell’ Iftmo , e l’altra ottenne Del Leon pettoruto entro alla cava Forefla , e proclamò Tebe vincendo Nel corfo de’ cavalli . Ei degli avi Y ingenita virtude Non difonora: è nota L’ antica gloria , onde fi refe illuftre Cleonimo co* carri . E i maggior Tuoi materni Da’ Labdacidi nati Trafcorfero la via delle ricchezze Sulle quadrighe affaticando il fianco. Ma col volger de’ giorni Sì bel corfo alterò l’ invido tempo . Sol i figli de* numi illefi fono. ODA 2 24 O D A V. Per Filaci de Ecineta vincitore nel pannarlo O Tea P er molti nomi Chiara , madre del Sole , Per te l’oro fi pregia Grand ipoflente dall’ umane genti Sovra gli altri metalli . Nelle rapide gare Per la gloria di te fono ammirande , Reina , in mar le tenzonanti navi , E ne’ piani i cavalli a’ cocchi aggiunti . E ne’ duri contraili Inclita fama, che de* cor gentili Efca è al defiro, guadagnò chi fpeflo Colla robulla mano, O co’ veloci piedi Vincendo, auree corone al crin s’avvinfc. Ma dal favor divino Pende il giudizio del valore umano. E tra beata florida ricchezza Sol da quelle due cofe Si 22-5 DI PINDARO. Si nutre della vita Il più foave fiore , Se giunto a lieto fin d’ illurtri fatti Uomo afcolta di sè detti onorati. Non afpirare a farti Giove. Ai tutto, Se di quelli due beni Ti perviene la forte. Ad uom mortai convien cofa mortale. Ma rtafli a te nell’Iftmo, Filacide , riporto Doppio fiorito pregio Del Pancrazio , e in Nemea Ad ambidue, Pitea. Ma la dolcezza Non può lenza gli Eacidi il mio core Guftar degl’ inni . In compagnia venuto Son delle Grazie di Lampone ai figli In quella d’auree leggi Città fornita. Che fe volti i parti Eli’ à dell’ opre dagli Dei concerte Al puro calle, non vi fìa ehi tinto Porti d’invidia il volto, ' Se col mio canto io verfo Sull’ illuftri fatiche altero vanto . Però che fu coftume * e Sempre de’ prodi bellico!! eroi P Far nò ISTMIONICHE Far di lode guadagno ; e in Tulle cetre, E ne’ concenti delle tibie railli Hi Tuona il loro nome Eterno : ed onorati Per volere di Giove , offrirò a’ Taggi Dolce argomento d’ ingegnoTe cure . Godono i Torti Enidi Inclito premio nelle fede illuflri Degli Etoli • lo gode In Tebe di deftrieri L’agitator Giolao; In Amo PerTeo; e dell’ Eurcta all’ onde Di Cadore e Polluce La bellica virtute. Ma d’ Eaco e de’ figli I magnanimi ardori Sono in Enone chiari . Efli compagni Prima ad Alcide, indi agli Atridi, il guado Diero due volte alla città de’ Teucri. O Mula , alto da terra Ora ti leva , e canta: Chi fu , che ucciTe Ettorre , uccife Cigno, E T intrepido duce Degli Etiopi Mennone , coll’ afta Apportator di flragi ? Chi Digitized by Google DI PINDARO. $ Chi fu , che colla lancia il petto aperfc Al buon Tclèfo del Caico in riva ? Lo fur coloro , di cui patria Egina Si vanta dalla fama* Ifola, che tra 1* altre illuftre fplende. Fin da’ vetufti tempi eretta furfe Torre', ove lor colle virtudi eccelfe Fu di falir coftume. Molti à la mia verace Lingua fonanti Arali , Onde può farli fegno. Ed atteftarlo Può la città d’ Ajace Salamina ■ Ne* marziali affanni Dalle navi fuffulta e da' guerrieri Entro a nembo di Giove Sterminatore , e tempeftofa ftrage Di mortali infiniti . Ma di filenzio il gloriofo .vanto Cofpargi . I lieti ed i finiftri eventi Giove com parte , Giove Signor dell’ univerfo. Ma dagli onori ancora, Che feguono le imprefe afpre di Marte S’ ama la gioja , che d’ amabil mele Sparfa , dagl’ inni nafce , ) ' P 2 2,2.8 ISTMIONICHE Di cui fi fregia avventurofa gara. Altri di Cleonico Nelle battaglie la progenie vegga , E d’ emularla oprando indi fi provi. Tra cieca notte avvolte Degli avi e de’ nipoti le fatiche Lunghe non fon; nè pentimento mai Lor punfe il cor d’ampio teforo fpefo Per la fperanza di felici imprefe. Tra’ domatori delle membra i’ lodo Anche Pitea , che dritti Di Filacide i colpi al fegno feorfe, Dcflro di mano nel ferir , di mente Nello fchivar fagace. Tra le dita ti reca Corona , e benda intefta Di lana molle, e al vincitor la manda In compagnia d’alato inno novello. ODA ODA VI. 'Liy Per Filacide, Pitea , ed Eutimene loro %to materno. C^Ual a florida menfa D’ uomini avventurofi , Di mufici tempriamo Carmi fecondo nappo Per la progenie di Lampon guerriera. A te , Giove , in Nemea temprammo il primp Cogliendo il fior delle corone: ed ora Che Filacide vinfe , ultimo germe Di Lampone , fi vuota Il fecondo nell* Iflmo al Re Nettuno , E alle cinquanta figlie Di Nereo . Deh ! conccfTo anche mi fia , Ch* io ne prepari il terzo , onde ne vada Di melilbni canti Egina afperfa. Però che tra* mortali Se v’ è chi d’oro e di fatica fpefi In bell’ opre s’ allegra, e le virtudi Cole da Dio prodotte , e ij fato amico P 3 Gl’ 2.3 o ISTM IONICHE Gl’ inncfta amabil gloria ; al porto ei getta Della Fclicitade L’àncora già , (l’onore Splendendo adorno, che da Dio procede. Da tali fiudi a tal ventura uniti , Prega , che feompagnato La vecchiezza canuta e il fato diremo Non lo raggiunga , il figlio Di Cleonico. Ed io l’ affila Cloto Su d’alto foglio, e 1’ altre fuore invoco, Onde 1’ inclite brame D’ uomo , che m’ è si caro , Il favor delle Parche oda e fecondi. O fu dorati cocchi Eacidi famofi , alto protetto Eflermi legge , che qualora il palio A quell’ Ifola i’ movo, Per me di lode ve n’andiate afperfi. Mille a voi di bell’ opre Non interrotti ampj fentieri Hanno 7'ra l’ Iperboree felve Difchiufi , ed oltre le Niliache fonti . Nò barbara cotanto, Nò di linguaggio evvi città diverfa, * Che dell’ avventurofo eroe Peleo, Ge- DI PINDARO. Genero degli Dei , non oda il grido ; Nè eh? non oda il grido •Del Telamonio Ajace, E di Tuo padre , cui d’ Alcmena il figlio Colle Tirintie lchiere Traile alla guerra, che tra l’arme gode, Pronto compagno in Tulle navi Argive Sotto a Troja , fatica afpra agli eroi. Per vendicar la frode Laomedontea. Coi fuo foccorfo prefe Ei le Pergamee torri ; Col fuo foccorfo uccife De’ Meropi le genti. E colto in Fiegra il guardian de’ buoi Alcionèo , che pareggiava i monti , Giacque trafitto: nè trattanto Alcide Rifparmiò colle mani L’ orrifonante nervo . in pieno convito L’Eacide invitando al corfo ondofo. Dell’ alta imprefa il proclamò compagno . Ed il buon Telamone invito feo Al poffente nell’ afta Anfitrioniade , che ravvolto flava Entro la fpogiia del leone ancifo, P 4 Ond’ 232, ISTMIONICHE Onci’ ci libafìe a Giove Con nettareo licore • e tazza d’oro Di vino accoglitrice ad etto porfe , E per intagli fcabra . Ercole allora al cielo Le mani invitte alzando Ditte tali parole : O Giove padre , Se mia preghiera con propizio core Udirti mai , te priego in quello punto Con voce , che m* ifpira impeto lacro , Perchè da’ fati impetri , Che da Eribea fia fatto Padre quell* uom di coraggiofo figlio Ofpite nortro un giorno . Ei come quella Ipoglia Della fiera , che un dì fieli in Nemea , E fu la prima delle mie fatiche , Sia d’indomite membra, e l’accompagni Un cor feroce. Appena detto egli ebbe, Che Giove gli fpedio Grand* aquila reina degli augelli. Ed ei fentiffi punto Da dolce gioja il core, ed alto ditte, Qual fatidico vate : Il figlio avrai , O Telamon , che chiedi • e dall’augello DI PINDARO.  Apparta lo chiamò robufto Ajace, Negli affanni di Marte afpri tremendo. Diffe , e torto ei s’ affife . Ma troppo lungo fora, Se tutte le virtudi Io celebrai. Ad Eutimene, o Mufa, A Filacide venni , ed a Pitea D’ inni difpenfator compagni a’ balli . Ma fìa corto il mio dire all’ ufo Argiva. Però che tre vittorie DalP Ittmo , ed altre da Nemea frondofa Nel pancrazio portaro i figli illuftri , Ed i materni zii. . . Ed oh! qual d’inni avventurofo frutto » Alla luce recaro ! e delle Grazie Colla rugiada più gentil cofparfa De* Pfalichiadi anno la gente ; e, in piedi Riabilita la giacente cafa Di Temiftio , il taggiorno anno fermato In quella agli alti Dei città gradita . Ma Lampone apprettando all’ opre cura ( * ) , Mol- ( * ) MfA(TJ) li tu ipyof . Hef. Op, & Di. 1 » 2. ▼. 41 z. 2J4 ISTM IONICHE Molto d’ Efiodo il detto onora e cole , E coll’efempio e colla voce a’ figli Lo configlia, recando A sè comune ed alla patria fregio . Agli ofpiti cortefe, Ne coglie amore: ei fegue Mediocritade col penfier , nell* opre Mediocri tade ei fcrba, E dalla mente non travia la lingua. Tra gli atleti il potrefti Dir , qual tra V altre pietre Naflia cote del ferro domatrice. Ed io la temprerò coll* onda pura Di Dirce , che alle porte Ben murate di Cadmo Tratterò al giorno l’alticinte figlie Di Mnemofine avvolta in peplo d* oro . ODA ODA VII. 23 5 Per Strepsiade Tebano vincitore nel pancra^lo. % Qual de* veturti , avventurofa Tebe, Tuoi domertici pregi T’afperfe il core di maggior diletto? Goderti più quando alla luce defti L’ ampicrinito Bacco, Che di Cerere amica De’ bronzi ripercofli a lato fiede? O quando il piu poflente infra gli Dei Difcefo a mezza notte in neve .d’ oro Alla foglia accoglierti D’Anfitrione, ov’ ei fermando il piede Furtivo fi condurti: Alla conforte coll’ Erculeo feme? Il vanto a te piu caro Son di T.irefia i faggi Configli? o l’arte, onde Giolao nel corfo Refle i cavalli? o nel trattar la lancia L’ infaticabil delira De’ nati croi da’ feminati denti? Piu ne gioirti quando Dal- 2 $6 1STM IONICHE • Dalla battaglia da clamor feroce • Accefa rimandarti Ad Argo atto a’ cavalli Adrafto privo Di mille e mille de’ compagni ? o quando La Dorica colonia Su dritta ftabilifti e ferma bafe* Nel fuol Spartano ; ed occupare Amicla Gli Egidi figli tuoi Dall’oracolo Pitico condotti? Ma dorme antico fregio; Ed i mortali d’obbliar fon ufi Ciò , che dall’ inclit ? onda De’ carmi non è tratto in cima al fiore Di fapienza. Dunque anco a Strepfiade Dcrta una danza al fuon d* inno foave , Però che nel pancrazio ali* Iftmo ei porta Vittoria e per robufie Membra tremendo , e per beltà leggiadro E sì virtude ei cole, Che a’ pregi di natura onta non reca. Or delle Mufe a’ rai Gl* inanellati crin tinte in viola Splende ; e al materno zio , A cui comune à ’1 nome, Refe 1’ onor comune , . i Che w • DI PINDARO. *37 Che germogliò dalle fue cure illuftri. L’invitto Marte per aeneo feudo Ben lui tra morte avvolfe* Ma di rincontro a’ buoni i ' f 1 Staffi la gloria. Sappia Qualunque doma dalla patria amata Tempefta atra di fangue, Che le fovrafta da nimico nembo, ■ Sappia , che diffamando Con eferci to avverfo Da’ cittadin la ftrage, Difmifurata gloria alla fua ftirpe E vivo e morto accumula. Or tu , di Diodoto inclito figlio , Lodando il bellicofo Meleagro , lodando Ettòr e Anfiarao, L’ età fpirafti nel piò verde fiore * Entro alle prime fchiere , Ove della battaglia Il più fiero contrailo Si foftenea colla fperanza eflrema ; De’ più robufti : ed i fofferti affapni Lingua non è, che raccontando adegui. Ma dopo la tempefla Gior- \ 13* ISTMIONICHE Giorni mi diè fereni Il gran Néttuno , che la terra abbraccia. Or adattando le vittrici chiome Alle corone , canterò . Nè meco L’ invidia degli Dei Si fdegni , le diletto Seguendo giornaliero , io mi conduco Tranquillo e cheto alla vecchiezza , e il tempo Delfina to trafeorro . Però che tutti a morte , Del pari andiamo, ed è la forte ignota. Ma fe lungi taluno i guardi Itende , Ei troppo breve à il palio Per ergerfi de’ numi All’ alta aenea fede . Dal tergo fcolTe il volator deftriero Bellerofonte , che poggiar del cielo Alla magion volea ) Tra il conlelfo di Giove. Acerbo fine afpetta Ciò, che di dolce oltre il dover fi brama. Ma tu , per aurea chioma Febo lucente , nelle tue tenzoni Anche in Piton corona A noi concedi di bei fiori intefta . ODA 2 3 p ODA Vili. V Per Oleandro Egineta . Oxiovanetti leggiadri, Alla fplendida foglia N’ accorra alcun di Telefarco, e delti Al figlio fuo Oleandro Ed alla gioventude inno de’ balli Compagno , inclito prezzo Che l’alma dagli affanni Gli rifeatti , e mercede D’ Ilìmica in uno e di Nemea vittoria, Mentre delle battaglie Ei fovrano s’ è fatto - Anch’ io richiedo , Benché porti da doglia il core opprelTo , Son l’ aurea Mufa d’ invocar per lui . Ora , che fiam difciolti Da’ lagrimofi danni, Non è ben che in difagio Di corone fi cada , e tu fomenti Gli afpri penfieri, afflitto animo mio. Or che fon iti a voto I mi- z 4 o ISTM, IONICHE I minacciati mali, Anche dopo il travaglio Divulghiam qualche colà Di dolce e di giocondo : Mentre dal noftro capo ave diftolta Propizio nume la Tantalea pietra. Che non era fatica Da fuperarli dalla Grecia fola ; E in me fedato de’ perigli fcorfi A' lo fpavento e la gravofa cura . Ciò, che dinanzi a* piedi Ci fta , fempr’ è migliore* Perchè dubbiofo ed infedele è ’1 tempo , Che fovra de’ mortali Pende volgendo della vita il corfo • Ma puote libertade Spegner il fenfo de’ piìi gravi cafi : E l*uom di buona fpeme Dee farfi fchermo al travagliato core. Ma convien , che ad Egina Chi dentro a Tebe dalle fette porte Crebbe, difpenli delle Grazie il fiore. Ultime delle Afopidi Nacquero al padre due gemelle figlie: Ne divenne amorofo Gio- DI PINDARO. 241 Giove regnante ; e F altra a Dirce in riva Che di bell’ onde corre , Duce e cuftode feo Della cittade alle quadrighe attica: Te nell 7 ifola Enopia Trafportando , fi giacque Teco . Al Padre tonante Ivi il divino Eàco Fu da te partorito , infra i terreftri Piu d’ ogn 7 altro onoratole de’ celefti Eletto ancora a terminar le liti • Di quello i figli pareggianti i numi, Ed i figli guerrieri De’ figli fi lafciaro ogn’ altro addietro Nel valore , trattando Il ferreo della guerra Strepito luttuofo * - E furo temperati, E di configlio pronti . Anche nell 7 aflemblea De 7 beati fi fe 7 di quelle colb Ricordo , allor che Giove E l’ illullrc Nettuno Per le nozze di Teti contendendo. Ambo voleano , che fua fpofa folle <ì La 24 * ISTRIONICHE La bella , poiché amore ambo avea prefi . Ma le menti immortali degli Dei Non conduffero a fine il lor desìo , Quando i decreti de’ dcftini udirò. In mezzo agli afTembrati Numi la Taggia Temi Dille , come da’ fati era prefcritto , Che la marina Diva Partorirebbe un figlio , Che Re fora del padre Piu poflfente , e altro dardo Scoterìa colla delira Del fulmin più robulìo, E del tridente invitto, Se a Giove fi fpofafle, O a 5 fratelli di Giove. Ma da quello penfiero Defiftete* e la Dea letto mortale Abbiali in forte, e vegga in guerra morto Il figlio a Marte nella delira eguale , E nelle piante a’ lampi. Or mio configlio E* , che il premio fatai di quelle nozze Si dellini all* Eacide Pdeo, Che dd più pio, che di Giaolco il fiiolo Abbia nutrito , à fama. La novella Im- Digitized by Google DI PINDARO. 243 Immantinente all* incorrotto fpeco Di Chiron fe ne rechi ; Nè più fparga tra noi Temi di liti La figlia di Nereo. Ma quando Efpero forga, E l’uno e l’altro corno empia la luna, Sciolga fotto all’Eroe l’amabil freno Della Verginitade. Così la Diva di Saturno a’ figli Dille: e vi confentiro Colle ciglia immortali; Nè fi difperfe delle voci il frutto. Anzi è fama , che Giove anche promofic Di Teti abbia le nozze. E le lingue de’ faggi al vulgo nota Fero d’Achille la virtù novella. Di Mifia ei fparfe e tinfe I vitiferi campi Dell’atro fangue di Telèfo eftinto; Stcfe al ritorno degli Atridi il ponte; Elena fciolfe , colf indomit’ alla D’ Ilio i nervi troncando , ond’ egli un tempo Stornato fu dall’omicida pugna, Mentr’ ei l’opra incalzava Per la campagna, e il violento orgoglio Q. 2 Di  ISTMI O NI CH E Di Mennonc ed Ettorre, e gli altri duci: Cui la magione aprendo Atra di Proferpina Degli Eacidi Achille inclito germe, Novo fplendor fovra d’ Egina ei fparfe, E full’ illuftre ceppo , -ond’ egli crebbe. Neppure allor che morto Cadde l’Eroe, l’ abbandonato i carmi; Ma d’ intorno alla pira ed al fepolcro Gli li fermaro l’ Eliconie Dive, E vi flillaro memorando pianto. Agl’ Immortali piacque , Che i’uom prode anche morto Agl’inni folle delle Dive facro. Nè fpento ancor n’ è ’l celebrato grido. Al corfo fi di (ferra Il carro delle Mufe-, onde fi defli La memoria ed onori Di Nicoclc ne’ pugni Valente , che fortio D’ apio Dorico intefto Iftmico fregio : Però che travagliati anch^ egli un tempo Colla tenace incvitabil mano I finitimi vinfe. Nè deli’ inclito zio la prole il mente . Per  DI PINDARO. Per lo pancrazio or a Oleandro intefla Alcuno de’ compagni Molle’ cerchio di mirto : Però che d’ Alcatòo L’ agone , e pria la gioventù l’ accolfe In Epidauro con felice forte ; E de’ buoni alla lode ora lo porge. Che dentro a bujo fpeco ci non opprefle La prima etade alle bell’ opre ignota. Q. 3 IN Digitized by Google Digitized by Goijple IACOBI STELLINI CARMINA * LATTINE ET CR^ECE SCRIPTS. 249 IN M A RI AMJV I RGI N E M Et gelidam obfervata fequens veftigia retro Alter ab undecimo jam fol luftrayerat Ar£ìon, Poftquam magna Dei foboles remearat ad aftra, Laeta triumphata referens de morte tropaeum • Cum tandem fenfìt fìnem adventare laborum Alma parens,fimul exauditaque vota precefque,. Queis oculos caelo n oéìes defixa diefque Laflarat natum , ut mortales folveret artus , Neve diu miferse torqueret matris amorem. Forte ergo ad Solymum variis e fini bus urbem Convenere patres , tot >quos e millibus heros PraeconeS operum voluit , teftefque laborum . Affatu triftes tum dimifiura fu premo Primores matrefque vocat, folatia curis, Quas inter triftis fallebat taedia vitìe , Oreque laetitiam prodens ita farier infit : In cxlum translatam CARMEN I. curru peragraverat orbem Expe&ata dies nimium , nimiumque vocatum Tempus adeft, focii, pofito quo corpore liber Atque indignatus mortalis vincula clauftri Gefliat aptherias animus volitare per auras. Me tandem altra vocant* me ftans in limine Carli Laetus ad amplexus invitat & ofcula natus, Et nimium dilata parat nova gaudia matri. Per no£lem rutilo facies o clacior auro , Atria quar acterno caeleftia tornine comples, Iam jam te afpicio, lartorque fruorque beato Intuitu, fuperamque datur depafcere lucem. At vos, o comites, quos fervat ad afpera fata Natus , adhuc & multa manent difcrimina rerum , Egregias animas, mox lucida fiderà cadi, Vivite* ne duris pigeat fuperefle pericl is . Pandam iter ad fuperas mea per veftigia fedes , Nec fero excipient cadi vos atria ovantes. Interea exanimes artus ornare fupremis Muneribus de more juvet , confpergere lympba Gorpus , & extremum affàtos decorare fepulcro . Tu vero, & nati quondam & mea maxima cura, ( Se fignari oculis Ioannes fenfit & ore ) Quem nobis trilli moriturus in arbore natus Tradidit , ut miferse penfaret damna parentis, Claude oculos: hoc fit lupremum pignus amori* Harc w • CARMEN I. 251 Hax extrema dari pofcit fibi munera mater. Dixerat, utque oculos fupera ad convexa tenebat, Hxfit : tum infuetus diffulfit fplendor in ore ,. Pallentefque genas linquens collapfaquc membra, . Spiritus ad fuperos volat axes praepete penna: Signat iter lucem longo dans limite iiilcus. Non morientis erat facies, fed ad aurea te£la Qux fugienti animae nifu Comes ire pararet. N»c mortis jam pallor erat, fed quo folet ora Pingerc, dum nimiis amor urit pecora flammis. Sic amens Phoebi Clytie dum flagrat amore, Perque poli fpatia ampia oculis comitatur euntis Ora dei, quoties Titan jubar abdidit undis, Languefcit moriens , rofeus color ora relinquit , Demittitque caput veluti comitata fub umbras, Donec ab Eoo tra£lu confurgat , amantem . Quis , pia turba , tibi cernenti talia fenfus ? Quofve dabas gemitus , heu ! dum pallcfcere morte Profpiceres rofeafque genas, vultufque decoros, Nec licuit notas audire & reddere voces! Extemplo ut vultum morientis vidit 5 & ora Exanimae, ftupuit, faxoque fimillimus haefit Quifque. Sed ut tandem paullum laxata dolori eli Semita, lu£lifcnis refonant clamoribus ardes, Difcinduntque comas xnatres , & pecora pulfant : Pri-  IN MAR 1 AM VIRGIN. Primores ipfi lacrimis haud parcere poffunt . Ante alios nefcit gemitu faturare dolorem ioannes • amplexa tenens at frigida membra Fletibus hume&at vultus, atque ofcula fàgit , - Multaque fufpirans trahit has e pecore voces : Quo te, diva parens , hinc quo te proripis ? cheu Deferere & folum potuifti linquere natum? Nec te nofler amor, nec te fub flipite quondam CommifTum denti tenuit miferabile pignus? Haec tua magna fides? fervas fic matris amorem Amplius ergo frui dia non luce licebit, Nubila qua quondam tempcftatefque fugabas ? Non dulci affatu triftes avertere curas, Verfantemque flmul veterum monumenta vi^orum Altius humanis animos extollere rebus? Quod te fi tandem pofeebat regia cadi. Et meritos matri properabat Olympus honores, Quid fi me comitem non dedignata vocafles, Noftra nec in tantum fervaffes fata dolorem ? % Plura queri lacrima’, quas inter fingula fundit Verba, vetant, & vox crcbris fmgultibus haeret . Tum lu&urn matres & femineos ululatus Ingeminant: nullus lacrimis fìnifvc modufve. Interea tepidis alias frigentia lymphis Membra lavant, ali* nardo myrrhaque perungunt Ro- CARMEN  Rorantes flccat paflis harc crinibus artus, Haec properat corpus nivco circumdare peplo. Tum magna ftipante fenum juvenumque caterva, Concierà t triftes fati quos rumor acerbi , Ducitur haud umquam fat lamentabile funus. Devenere Iccum , ante alios quem proxima morti Cptarat Virgo, facros fervaret ut artus. R ore levi fparfum , deficntdum multa gemuntque, Corpus humocondunt, adduntque noviflima verba. Pofl: ubi digrefli comites, populufque ferebat Virtutem egregiam memorans ad moenia greflus, Solus Ioannes, quo non pradlantior alter Ore fuit quondam , macie confe£lus honeftum Percuticns pe£ìus, tumulo madliflìmus hxret. Expleri lu£ìu nefeit: non vertere vultus , Non ili ine auferre pedem , nec membra quieti , Lumina nec finit indulgere cadentia fomno . O Ingemit at faxo pronus, repetitaque figit Ofcula ; fxpe manu tenet , amplexuque fatigat : Non refponfurum conclamat voce fepulcrum , Et matrem : folum refponfant flebile montes . Terquc adeo Titan oriens mediufque cadenlque Viderat hxrentem tumulo, tam fxvaque paflum; Sera quies tandem feflos cum corripit artus , Accipit ifque oculis ingratam & pecore no&em . Arti- 254 IN M A RI AM VIRGIN. Aftitit hic fubito manifefto in lumine matris, Non qualis vcl quanta fuit, cum carpcret auras Mortalcs nuper , fed nota major imago , Os habitumque dea» fimilis , vocemque genalque : Demifia ex humeris ardebat murice veftis, Et gemmis longe ftellatum fyrma trahebat. Obflupuit vilu juvenis, pulcherrima Virgo Quem (jc aggreditur, rofeo folatur &.ore: Degeneri lu&u quid 5 nate , parentis honorcs Funeflas , & te nimium crudelibus angis Suppliciis? Tandem vano jam parce dolori: Non lacrimas pofeit noftrum, fed gaudia , fatum. Haud tulit , aetherius quam Rcx habitavit , ut aulam Ambitiofa diu mors in ditione teneret, Exuviis vi&rix & fe ja£laret opimis. Aeternum fed, quale vides, radiifque corufcum Sidereos inter ccetus fuper aera corpus Evehet, & regni fublime in parte locabit. Surge ei^o, & fociis tanta» pramuncius erto Laetitiae : properent altum fpcflare triumphum . Dixit, & attonitum linquens, & multa parantem Dicere, confcftim in tenues evanuit auras, Et late ambrofium fiigiens ditFudit odorem . Excutitur fomno, lu£ìumque immobilis haeret Laetitiamque inter. Tandem fibi redditus ille In- • *55 CARMEN I. Invifit focios. Stupidi vix talia credunt : Continuo tamen approperant, urbemque relinquunt, Iamque propinquabant tumulo, cum vifa repente Ampia poli regio puro radiare feretro «, Atque nova circum compleri littora luce . Aetheris aula patet recali fplendida luxu: Velantur feda poftes & meenia fronde;; Murice fternuntur pi&is auroque tapetis Limina : multa aditus ftellatus jafpide fulget. Se interea fundit portis bipatentibus agmen Caeleftum aligerum : gemmi s oftroque fuperbi Difcurrunt volucres, & multicoloribus alis Dant plaufum,luftrantque polum,indulgentque choreis. Hi manibus Isti geftant rutilantia ferta, Purpureafque rofas calathis & lilia fundunt, Lilia fidereis, quas nutriit aura viretis. Intendunt alii nervos, fìdibufque itiaritant Carmina* permixti refonant lituique tubseque. Ingeminant Mariam crebro, Mariaroque celebrant , Et Mariam montes, Mariam cava littora clamant . Emicat ecce autem forma pulcherrima Virgo , Cui natus rutilafque comas, lumenque juvetite, Atque immortales oculis afflarat hónores , Et laetos inter plaufus per lucida fertur Regna: pii ccetus dextram contingere certant. Ta- 25 6 IN MARIAM VIRGIN. Talis erat facies terrarum principis urbis, Dux quoties domito curru veheretur ab Iflro, Ditibus extremi aut fpoliis orientis cnuftus, Atque altas viftor Capitoli fcanderet arces. Mirantur tantum per inane vagantia monftrutn Sidera ; mirantur , caelum quos educat , ignes . Ornatum capiti radiis fulgentibus offert Titan , & fcamnum pedibus fe Cynthia prabet. Attonitis haec dum fociis miranda videntur , Ardcntefquc oculos tendunt, & mente fequuntur Solennem pompam , Virgo caput intulit aftris , Et vifum fugiens fubiit penetralia caeli . Certatim currunt proceres ad inane fepulcrum : Hinc permixtus odor fefe diffundit in auras , Quo non turiferis redolet Parchaia filvis, Quem non Paeftanis edu&a rofaria campis. Non virides Libani fpirant in vertice cedri. Acclinis tumulo dum quifque haerctque ftupetque Pallentes violas, & purpureos narciflòs, Et permixta rofis pr© corpore lilia cernunt . IN MAR I AM VIRGINEM In ceri tim trans lat am CARMEN IL OR quarti res Èrebi , fedemque evertere Ditis , Fraude potens odiifque ferox qui viélor habebat Iamdudum terras , regi , qui temperat orbem Omnipotens , vifum • Gabriel demifit Olympo, Panderet ur Maria; ( Diti lacrimabile nomen ) Admirandum ingens, animo quod preflèrat alto, Confilium , fummumque olii deferret honorem . Exuit ille alas, juvenis mutatus in ora: Caefarie Titan caput induit ; aRra ferenos Accendere oculos* intexuit Iris amiéìum. Non adeunda viro penetralia Virginis intrat , Et falvere jubet matrem dominamque futuram. Audiit ut vocem primum , primum ut confpexit AdRantem Virgo juvenem , tremor occupat artus, Inque vices pallorque ruborque per ora recurfat * ObRupet ipfa fui jam nefeia* peélora pulfat I&ibus alternis fubfultans pratrepidum cor. Omnia tuta timet ( pudor eR res piena timoris R Vit>  IN MARIAM VIRGIN. Virgineus ); verfatque animo, rex invidus Orci Quas ftruat infidias , artes cui mille noccndi ; Quamque agitant ftimulis obliquis livor & ira, Quid mala mens poflit . Nimium fiat mente repoftum Exemplum antiqua; , heu quam lamentabile ! frnudis . Aft ubi vis fuperae disjecit pe6io r e nubes Aurai , juvenifque fidem fé fecit ab alto Miflum ( talis erat , credi qui poffet ab alto MiiTus ) , & expofuit, dederat mandata per auras Quae ferre omnipotens; fummiflo vertice adorat Virgo Deum, tollenfque cculos ad fiderà fatur : O pater, o tandem cafus miferate tuorum, Quem culpam delere juvat , fed parcere fonti , Ergo Dei foboles aeterni aeterna parentis Ventura excidio Stygii raptoris iniqui Non indignatur noftris ex artubus artus? Illum ego, qui caelo incedit de numine numen, Appellem natum , materque appeller ab ilio ? Sed tibi fi placitum ( nodi quando optima folus ) Olim expeftatum me gentibus edere partum, ^Mi quidquid jubeas fit inelu&abile fatum. Quo me cumque vocas , en adfum : gloria non me Non me laudis amor, tua fed reverentia tangit. Vix ea finierat Virgo , cum protinus aether Pennarum crepi tu reboat, plaufuque canentum. Narri. CARMEN IL  Nam chorus aligeri:m tremulis fufpenfus in alis, H#c dumres agitur, compleverat omnia late, Pars ut labenti fecreto tramite regi Adfint , parfque pios properent invifere manes , Atque ferant venifle ditm , quo maximus ultor Tartara dcbellet, poftefque refringat Averni. At Pater #ternus jubet alta filentia c#Io Nutu : jufifa filet Phcebi domus utraque * pennis Se librant aur# ; omnipotenti ipfe incipit ore : O gentis decus human#, mea gloria, Virgo, Emendas virtute tua qua: crimen avorum , Quam te confpicio! Veteris veftigia form# In teagnofcohominis, qualern jam mente recondo, Ordine ubi ftant cun£Ia Tuo, mea dextera qualern Finxit, in imperlimi curri primum mitteret orbis. In te nofter honos, in te manet integra fola Laus operis, quo me quondam magis omnibus uno Afpeftans oble&abar, magnumque ferebam , Sol niteat quamvis rutilo pulcherrimus axe. Ergo eadem maneat te nunc fortuna, pararam Quam prius human# genti , vefana ftetiffet Si juflis, ulli qu# nunquam frangere tutum efh Oblitufque fui , fretufque audacibus aufis Certavit noftri fe in partem obtrudere regni C#cus Adam , dicique Deus , divihaque nolfe ; R z In- ìrfo INMARIAM VIRGIN. Infdix! illi feci letum rcddita mcrces , Morborumque cohors ignotum vcnit in orbem : Et federi ut patrio , patriis obnoxia fatis , Qualunque ex ilio foboles le ftipite fundit, Nafcitur . Aufpiciis fed tu melioribus orta, Arcanos fervata mihi non nupcr in ufus, Virgo parenfque cadem culpa; morfumque luemque Vt non fenfifti , culpa; nec damna timebis. Sed cum tempuserit , terras quo , Diva, rclinquas. Et ca;lo nova lux accedas , arthera fupra Alcendcs , quali fque foles hisdegere tcrris, Auras tranabis , lolioque locaberis aureo* Numen eritque tuum fanftum , populifque vercndum , Atque aris pia turba tuis imponet honores . Audiat hxc manes Adam, dolcatque , fub imos. Annuit; & capita incurvarunt ardua montcs. Excepit Vocem plaufu Natura Tonantis, Vcntiquc , aligerique chori crepitantibus alis Aethcra findebant* illuxit purior orbi Sol , Mariaeque domum denfum circumftetit agmen Caelicolum , ut caneret div«T felicia fata. Interea Ccdcftis Amor, qui cunda pcrcrrat. Ad metas & quoque fuas trahit undique, fìxit Qiias femel omnipòtens lex rerum , ajternus Se ordo • Offa per & fìbras arcana fe inlìnuans vi , Vir. CARMEN IT. i6t Virgìneos artus jam tum fuper attra tuliffet, Eervidus & facris uflìflet pecora flammis, Illorum ni vis, fati qua* conditor olim Sanxcrat , indomiti vini comprefliffet Amoris. At pottquam omne datum jus illi in Virginis artus , Lu&antcs folvit nexus, fpiramina laxat, Humor ut cxfudct , lentus qui praegravat artus . Ardens inttat Amor ; nunc huc , nunc fubjicit illue Igncm , invi&um ignem , qui permeat omnia , doncc Abfumat quidquid mortalia corpora tardat. Sidereos veluti qua; nunc interni tet orbes , Sidus Se ipfa , decus cadi , vis ignea , erutta * Si forte obdu&a ctt, 'partes Se partibus haercnt , Iam gravior, fedemque polo minus apta tueri , Truditur inferius , quo corpora tarda feruntur, Et ferale rubens , adverfo Iole , cometes Caudam agitat,fpargitque comam, terrifquc minatur. Att , intus quae fe mi feet , pars setheris alti Stare loco impatiens, vincla indignataque, tergo Pondus ut cxcufììt, connitens impcte magno, Et tnolem implexam disjccit, difpulit, atque Compedc fc rupto purgavit in aera clarum , Tarn jam fe rapicns fupcra ad convexa, fcrcnum Invi fi t caelum , fublimis & infidet axi Stellifero , atque attris circuiti plaudentibus ardet . R 3 Haud i6i IN MARIAM VIRGIN. Maud ali ter Mariae per vifcera diditus ardor , Perque oculos felè , per corda , per oraque verfans , Terrenos artus depafcitur; offa perurit, Ncrvorumquc moras , venis hauritque cruorem < Exanima» fimilis ftupet, ac mortalibus ultra Non fpe&anda oculis , non tangenda amplius ulli , Iam levior fiamma, rapidis pernicior auris Puro invefla polo rofeum caput intulit aflris . Accepit circum venientem fufa juventus Cadicolum portis bipatentibus : obvius ultro Procedit natus media inter millia matri , Praetendcns dextra fceptrum , lacvaque coronam , Qua pontus ftabat , tellulque, & fignifer arcus. Natura artifìcis non enarrabile textum; Amplexatque parens natum, natufque parentem . Ifacidum pia turba fenum , pia turbaque matrum Miratur luce infolita radiifque corufcam , Ac fecum : Tu ne illa Dcum quae pevere callo Claulifli ? o noftra falve unica caufia falutis ! Haerent interea defixi in Virgine vultum, Ora fnnulque rigant lacrimis . Sed tendere contra Non audent oculos, generis primordia noflri, Mater,Adamquc parens, pudibunda at lumina fle£lunt . Incedit radiata comam, radiataque frontem Conventu in medio , jamque lios , jam refpicit illos , Et CARMEN II.  • , Ft centum gradibus folium confcendit : id unus Format onyx * adamante gradus , adamante columnae Stant , quibus incumbit ftellis ardentibus aptum Teftum auguftum ingcns.Sceptrum divum atque homi- Inferit auratum dextra; diademate cingit ( num rex Sidereo caput, & qua olim omnia voce crea vi t , Audiat haec , inquit , tellus , haic audiat aether : Quidquid ubique vides,quidquid fub numine noilro eft , Tu ditione reges ; uni tibi ferviat orbis : Tc cadi facio, terra te, Diva, potentem. Dixerat - y & dominam venerantur protinus omnes : Reginam obfequio , reginam voce fatentur . In Senem EPIGRAMMA Vtrique es, Ditique & Soli, injurius; illi' Quod te furripias , hunc quod adhuc videas ( a ) . Efc ( a ) Redditum ex fequenti , quod ineft c. 4. 1. J. Grac- co Angiologia:: A '/mprripif àitxitf ftì» ITakti« <c ^xi3-t>yrx * T òf ftt» tr nr:p:uf , àv3KtrrófAt^ J . R 4 264 . Eis To'y yxpLov kami'aaot b o t p r h j r o r kxÌ A’TNH'2 KOAOfMNAS E’ A E m A, J^Pxt* póSois ocyxvxls ttt pvyemv xep* E’Vt%to yvSópLEVOS rxrxv eV xìxv eptcs , ( S’éjs A 'yyelkxs Pttfjxys té JiXéos , S’eToy rs [/.éhyfjLx Ovpxvx y oKoiriv t ì^ven yyjSorvv.iv . K xfhipótf rvtyyf -^Mpirixx TrxpetyeTo SevSpuv A'kxxp o8* * irrepoeis e pere re Se upo Seos . Koct (X evpuv xpytsvTx ófAoxXyrxTKe r xp' oySxis' n xvTtóv ti Tiyxs rrò piovos qìSopce'ywv * Oy '(x$éys Ayvys yxia,<& evyevé'& te Kxpu'M.* T oì virò ‘hxu'irpoTx-mis (ppovTin 3-ijx.e vóov * eìircóv [/.tv eScoHe kupijY * tt othocrSe tvv xvtuj Etve yxptrrófxev'& rolsye o-oqóìs xekxSeìv. E’v ^etpercriv c^wy % epixxM.es e^xuulxtx Scopov . A>) 8’ xItetxe kvpy arp C ekeki^ouéyx. Et Xks Tt [A aòfiv, 805 <c pLè\lyypiv ocoiSocv , 'PxTXQV EpXTl * Opwy 8’ CUTI EpOùTX &kéwU) . Apxuoov ocrepoev totxvos Txyx Su.u eZe&yixh O'J pXyÓd’EV HkfHTXV US qépoi EVTQKtXY . EA- / EADEM ELEGIA In Camilli Bvrghesii % & A G N E T I S C‘o LVMNAE nuptias Latine reddita . • \ vin&us Amor rofeo, fulgentibus alis Luftrarat quidquid Phoebus uterque videt; Romulea?que novum vulgarat jam decus urbis , Et divum curarti, hetitiamque hominum. Lene fluentis aquse murmur, ludentis & aura Invitat lafifum forte labore \ìx . Labiturhuc, ftratumque videns me in margine rivi , Increpat: Hic mutus tu quid inerfque jaces? Non tibi nonAgnes, cado aufpice, jun£la Camillo Inftigat curis pecora nobilibus ? Sic ait, inque meumeitharam , nam plurima facro # Pendebat lateri , projicit ille finum . Lsetabar tacite miratus nobile munus , Pofcebatque melos pulfa chelys zephyro . Vin’ cantem? dixi ; mibi tu qux dulcia cantem Des . Circumfpicio , nec mihi vifus Amor. Prapete ftelliferum penna confcenderat axem , Dignam ut avis fobolem deferat & patria . Digilized by Google 2 66 N O I f RIFORMATORI Dello Studio di Padova. A Vcndo veduto per la Fede di Reviiìone , ed Approvazione del P. F. Gio : Tommafo Mac- cheroni Inquifitor General del Santo Offizio di Venezia nel Libro intitolato Opere varie di Giam copo S telimi C. R. S. Volume fecondo MS. non v* efler cofa alcuna contro la Santa Fede Catto- lica, e parimente per AtteRato del Segretario noRro , niente contro Principi , e buoni Colta- mi , concediamo Licenza a Giovambatijla Penada Stampator di Padova , che polii eflere Rampa- to , oflcrvando gli ordini in materia di Ram- pe, e prefentando le folite Copie alle Pubbli- che Librerie di Venezia , e di Padova . Dat. li 4. Gennaro 1782. ( Andrea Querini Riformator. ( Niccolo' Barbarico Riformator. ( Girolamo Ascanio Giustinian C. r Rif. RegiRrato in Libro a Carte 2 p. al Num. 272. Davidde Mar chef ni Segr. Digitized by Google 1 67 TAVOLA Di quanto fi contiene in quello Volume. Refazione . Pag. Ili Sonetti . 3 Cannoni . 47 Ver fi Jciolti . Ode ventidue di Pindaro tradotte , e alcune di quefte con annotazioni e di f cor fi illujlrate • ioi lacobi Steliini Carmina Latine & Grtece feri • pta* ' 24 p NUO- Digitized by Google NUOVI ASSOCIATI. BELLUNO INJob. Sig. Co. Luigi Pagani Cefa. BERGAMO Kob. Sig. Pie trr> Bali-Ara Nunzio ili Bergamo in Venezia. Nob. Sig. Co. Bartolommeo Berretta. Ilimo Sig. Ab. D. Stanislao Gorini . CASTELFRANCO Sig. Valentino Moietta. Sig. Matteo Puppato . C E N E D A Nob. Sig. Girolamo Perrucchini . COMO M. R. P. D. Aleffandro Pagliari C R. S. ( per la 3. Copia ) F E L T R E Nob. Sig. Co. Luigi Angeli. MILANO I Fratelli Reycends Librai. PADOVA Illmo Sig. Francefco Baracbetto. Nob. Sig. Co. Annibaie Baffoni Pub. Prof. M .R. I 2 Ó? M. R. P. D. Francefco Belgrado Mon. Caflinefc . M. R. Sig. Ab. D. Camini Ilo Bonvicini . Nob. Sig. Co. Marco Carburi Pub. Prof. Illmo Sig. Ab. Melchiorre Cefarotti P. P. (per la 2. Copia) Nob. Sig. Marino ('orai A . Illmo Sig. Ab. Francefco Dottor Fanzago Pub. Precett. di Belle Lettere . S. E. Reverendi fs. Monfig. Niccolò Antonio Giuftiniani Vef- covo * Nob. Sig. Giovanni Mariani. Nob. Sig. Marino MetaxA . Iilmo Sig. Ab. Antonio Dott. Pierato Pub. JVecett. d’ Urna-» nità . M. R. Sig. D. Bartolommeo Prane . Illmo Sig. Ab. Bartolommeo Dott. Renier. Illmo Sig. Benedetto Sandi . Sig. Carlo Scappino Librajo. Il Seminario Ve '.covile . PIOVE DI SACCO. Illmo c Rmo Sig. Canonico D. Giammaria Dott. Bocchini « Jllmo c Rmo Sig. D. Francefco Dott. Moretti Cau. Teol. Illmo Sig. Ab. Giovanni Dott. Perfico . Illmo e Kmo Sig. Canon. D. Giandomenico Dott. Pinato. Ilhno e Rmo Sig. Canon. D. Stellano Dott. Scola. PORTOGRUARO S. E. Rma Monf. Santo Balbi Decano della Cattedr. Illmo Sig. Dott. Vincenzo Binda M. F. Nob. Sig. Dott. Girolamo Diodati M. F. SESTO NEL FRIULI Illmo Sig. Ab. Antonio Cremon . VENEZIA Sig. Giovanni Biondini . Illmo Sig. Girolamo Bagolin. M. R. P. D. Benedetto Buratti C. R. S. III. Digitized by Google lllmo Sig. Angelo Calicbiopolo . Illmo Sig. Marcantonio Crivellari. Nob. Sig. Co. Angelo dalla Decima ( per Copie 2 . ) Illmo Sig. Ab. Giovanni Dott. Donà . S. E. Sig. Tcrefa Corner Duo do . Illmo Sig. Ab, Benedetto de Luca . S. E. Sig. Alvife Marin fu di f. Antonio. S. E. Signora Chiara Zen Moeenigo. S. E. Sig. Cav. Giovanni Mocenigo. S. E. Sig. AlclTandro Molin. Sig. Ambrogio Pefenti. Illmo Sig. Ab. Giovammario Ortes. S. E. Sig. Alvife Pifani fu di m. 1 uigi Cav. Troc. S. E. Sig. Francefco Pifani fu di m. Luigi Cav. Proc. Nob. Sig. Antommaria Santorio. M. R. P. D. Carla» tonio Volpi C. R. S. M. R. Sig. D. Domenico Zucchiatti . VERONA Nob. Sig. Co. Gherardo Pellegrini . Nob. Sig. Co. Giovanni Pindemonre , ERRORI 271 CORREZIONI Nel Volume primo. rag. 220. Sig. Luigi Piantoti Nel Volume Pag. XV. 1 . $. voi XLV. 1 . 1. congiunzioni 10. v. io. del furor 23 v. 6. fpargea. . v. 8. fiore; p6. v. il. ad alma 103 nelle note 0\i/xrU< Illmo Sig. Luigi Pianton prefente . vois congiunzioni ed altre giunte dal furor fpargea : fiore . ed alma Okvfxv'imi f t IN PADOVA NELLA STAMPERIA PENADA . ADDI' IV. APRILE. » 1 ? r» * *. > - i r Digilized by Google Digitized by Google 0Nome compiuto: Jacopo Stellini – dalla nonna Stella – Modaro. Stellini. Keywords: liceo. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Stellini” – The Swimming-Pool Library.

 

Luigi Speranza -- Grice e Stenida: la ragione conversazionale di Romolo, il primo re – Roma – la scuola di Locri – filosofia calabrese -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Locri). Filosofo italiano. Locri, Reggio, Calabria. A Pythagorian, cited by Giamblico – sometimes as “Stenonida.” Stobeo preserves a fragment of a work on kingship attributed to him. Nome compiuto: Stenida. Keywords: re, regno, principe, Romolo.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Sterlich: la ragione conversazionale dei georgofili – la scuola di Chieti – filosofia abruzzese -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Chieti). Filosofo abruzzese. Filosofo italiano. Chieti, Abruzzo. Nato da Rinaldo e da Margherita Alfieri, dopo i primi studi in casa è mandato a Napoli, dove frequenta il collegio dei nobili e la scuola privata di Serao, noto professore. Abbiamo anche notizia di suoi studi a Roma. Essendo figlio unico è indotto a sposarsi e a seguire gli affari della sua famiglia.  Tornato a Chieti, vi intraprese una vivace attività di promozione culturale. Crea infatti una biblioteca aperta al pubblico che nella Chieti ha un'importanza notevole, sia per il numero dei volumi, sia per la tempestività con cui veniva aggiornata e per il valore delle opere che vi si trovavano.  Ricca di classici latini, la biblioteca è ben fornita di autori della letteratura italiana. Numerose erano poi le opere di storia, di filosofia, i dizionari enciclopedici; numerosissimi i giornali. Presenti anche molte opere scientifiche, soprattutto di medicina, di cui S. è un ottimo cultore. La caratteristica più importante, però, che fa di questa biblioteca un momento di rottura con la cultura circostante, è la presenza delle opere degli illuministi. La biblioteca S. divenne uno dei centri più attivi del rinnovamento della cultura abruzzese. In essa si forma una generazione di filosofi che danno un contributo politico notevole nel periodo delle riforme prima e della rivoluzione dopo. Ma l'attività culturale di S. e il ruolo che anda acquistando la biblioteca non passarono inosservati ai gesuiti: lo attaccano pubblicamente accusandolo di empietà e di possedere libri proibiti. S. non si fa intimorire. Anzi, per controbattere le accuse, compose i Duedialoghi di fra' Cipolla e la Nanna, che circolarono manoscritti a Chieti suscitando molte polemiche. Una copia è mandata a Firenze a Lami per la pubblicazione, che fu però bloccata dalla censura. I Dialoghi restarono così inediti tra le carte di Lami, a cui F. Fontani -suo biografo - li attribuì. Anche manoscritti, hanno comunque una notevole diffusione.  Scritti per difendersi dalle accuse dei gesuiti, i Dialoghi sono caratterizzati da una forte carica polemica. In essi l'autore non nega l'accusa dei reverendi padri, anzi la conferma con le numerose citazioni di autori licenziosi -- Boccaccio, Berni, Aretino -- o poco ortodossi dal punto di vista della dottrina -- Pascal, Bayle. Egli si difende facendo discutere due personaggi letterari: Nanna e fra' Cipolla. Il primo è il noto personaggio dei Ragionamenti di Aretino, che qui viene rappresentato sulla via della redenzione. È però ignorante, bigotto e superstizioso, quindi facile vittima dei gesuiti. In realtà - così come viene caratterizzato - Nanna rappresenta chiaramente il pubblico cui S. si rivolge: gli abitanti di Chieti, come lui li descrive nelle sue lettere. Fra' Cipolla - personaggio intelligente e disincantato tratto dal Decamerone - è il personaggio da cui S. si fa rappresentare nel compito di illuminare i suoi concittadini.  Pur se scritti in modo brillante - soprattutto il secondo - i Dialoghi non risultano comunque originali e di ciò è cosciente lo stesso autore, che attribuiva loro piuttosto una funzione divulgativa. Egli utilizza ampiamente, come fonti, da un lato le Lettere provinciali e altre opere anti-gesuitiche allora molto diffuse, dall'altro i Dizionari di Bayle e di Moreri, da cui trae un vasto repertorio di accuse contro i gesuiti. Il materiale è però ben organizzato e l'autore riesce a mettere in luce le contraddizioni sia della dottrina sia dell'azione della Compagnia. Attraverso i richiami a quegli autori licenziosi di cui si è detto, egli riesce, inoltre, a fare una critica di costume pungente e a volte anche divertita e compiacente.  Per superare l'isolamento culturale della sua città, intanto, S. si era andato creando una vasta rete di amici e di corrispondenti in tutti i centri più importanti dell'Italia. La gran mole di lettere pervenutaci - risultato di un'attività di epistolografo molto intensa - oltre a documentare la ricchezza e vivacità culturale del nobile chietino, costituisce oggi una fonte importante per lo studio di vari argomenti: la formazione del pensiero illuministico nel Regno di Napoli, l'attività culturale di GENOVESI (vedasi) e, soprattutto, lo studio della fortuna della cultura europea nell'Italia. Tra i suoi molti corrispondenti ricordiamo: Bandini, Gori, Antinori, Argelati, A. e F. Vettori, Mamachi, il suo maestro Serao, i ministri della corte di Napoli M. Imperiali principe di Francavilla, C. De Marco, Fragianni e anche Tanucci, che incontrerà più volte in occasione di un suo viaggio a Napoli. I corrispondenti più importanti sono comunque Lami, Bianchi e, soprattutto, GENOVESI (vedasi). Con Lami - il redattore delle Novelle letterarie di Firenze - la corrispondenza si protrasse dal 1750 al 1768. Attraverso Lami S. collabora per molti anni alle Novelle letterarie con notizie sulla cultura napoletana e con recensioni di opere dell'illuminismo, argomenti sui quali scrisse anche per il Giornale de' letterati di Roma. Sempre tramite Lami, entrò nell'Accademia della Crusca, per la quale compone una Lezione, di cui ci è pervenuto solo il riassunto nel verbale della seduta in cui fu letta.  Nella Lezione si dimostrava - come si legge nel verbale della seduta - che le scienze ed arti più nobili hanno sempre ricevuto illustrazioni ed ingrandimento dalle lingue più celebri e rinomate, cioè dalla greca, latina e toscana; e di queste si lodavano principalmente i più insigni scrittori, che coll'opere loro l'avevano sommamente arricchita.  Con Bianchi - il noto riminese - egli iniziò la corrispondenza i due polemizzarono, S. sostenendo i valori di una cultura politica ed economica capace di trasformare la realtà, Bianchi facendosi fautore della cultura erudita ed antiquaria. Di qualche interesse in questo carteggio sono le discussioni scientifiche.  Per quanto riguarda GENOVESI (vedasi), è sicuro che S. non lo conobbe nel suo primo soggiorno di studi a Napoli e che non fu suo discepolo. Infatti, quando Genovesi arrivò a Napoli, egli era già tornato in Abruzzo da tre anni. Il primo contatto con Genovesi è invece epistolare. A far da tramite tra i due era stato Thaulero, che aveva studiato con Genovesi e che era a Chieti, in familiarità con S.  L'amicizia con Genovesi è determinante per il nobile chietino. L'amico di Napoli lo rende partecipe dei progetti e degli entusiasmi che andavano maturandosi nel gruppo di Intieri, e quando S. gli mandò una lunga lettera sulla natura dell'uomo e sull'origine del male, Genovesi lo invita a lasciar perdere la metafisica e ad impegnarsi attivamente per conoscere lo stato dell'economia in Abruzzo e cercare di migliorarla. Col passare degli anni Genovesi si convinse sempre di più di aver trovato in S. l'uomo capace di realizzare praticamente le sue idee. Non a caso, a lui dedica la traduzione della Storia del commercio della Gran Bretagna del Cary.  Sotto l'influenza dell'economista napoletano, S. evolse verso una cultura illuministica. Infatti, se ancora lo vediamo impegnato in discussioni erudite intorno alla storia ecclesiastica e in ormai stanche discussioni teologiche -- ne è un esempio la polemica con Mamachi sulla residenza dei vescovi --, è uno dei più attivi rappresentanti del partito genovesiano. In questo processo di maturazione hanno però una notevole importanza anche le letture di autori come Montesquieu, Rousseau, Morelly e BECCARIA (vedasi), intorno ai quali più di altri si concentrò la sua riflessione.  Primo - insieme a Sanctis e a Thaulero - ad aderire in Abruzzo al programma genovesiano e sicuramente il più attivo nella diffusione di queste idee nella sua regione, S. fa conoscere le opere di Genovesi anche in Toscana, dove ne diventarono propagatrici le Novelle letterarie e l'Accademia dei Georgofili, alla quale sia Genovesi sia S. sono associati. Negli anni successivi quest'ultimo è eletto socio anche di un'altra accademia fiorentina: La Colombaria.  Ad aumentare l'impegno di S. nel campo degli studi economici giunse l'incarico della reggenza di preparare una relazione sulla situazione economica dell'Abruzzo. Questa relazione - dal titolo Riflessioni economiche - circola a Napoli in molte copie manoscritte ed ebbe un encomio personale del re, ma non ci è pervenuta. Possiamo comunque ricostruirne parzialmente il contenuto da alcune lettere.  Dopo alcune considerazioni generali sulla natura fisica della regione e sull'indole dei suoi abitanti - chiaramente ispirata al Montesquieu - l'autore si soffermava sugli inconvenienti e sui sacrifici che la transumanza portava ai pastori, si lamentava inoltre per "gli abusi delle dogane e le avanie de' pubblicani"; raccomandava una riduzione del numero e del potere del clero, la creazione di porti e di strade, un servizio postale più efficiente. Infine, proponeva di rendere navigabile il fiume Pescara, che così sarebbe diventato la principale fonte di ricchezza della provincia.  Il D. morì a Chieti il 6 marzo 1788.  Fonti e Bibl.: Firenze, Arch. dell'Accademia della Crusca, Diario 1751, verbali delle sedute 4, 11, 18, 25 settembre; Ibid., Diario, verbale della seduta 7 settembre; Ibid., Bibl. Marucelliana, ms. B. VIII.4. V 30.: Lettera di D. ad A. F. Gori, 11sett. 1755; Ibid., mss. B.II.27. XXVII. 50; B.II.27. XXVII.59; B.II.27. XXIX.55; B.II.27- XXX.61; B.II.27- XXXII.74; B.II.27. XXXXV.103: Lettere di D. ad A. M. Bandini, 1771-79; Ibid., Bibl. Riccardiana, mss. 3755-56: Lettere di D. a G. Lami, 1750-68; Ibid., ms.: Dialoghi di fra' Cipolla e la Nanna, cc. 238r-252v; Ibid., ms. 3755: Lettera di T. M. Mamachi a D. sulla questione della residenza dei vescovi; Ibid., ms. 3820: Lettera di C. I. Ansaldi al marchese De Crescenzi sulla polemica tra D. e Mamachi; Ibid., ms. 3809: G. Lami, Diario storico, alle date 10, 20 e 26 giugno 1750; Ibid., ms. 3820: Lettera di D. in risposta alla lettera di C. I. Ansaldi sulla residenza dei vescovi; Milano, Bibl. Ambrosiana, Mss. Trotti 284: Lettere di D. a F. Argelati, 1752-54; Rimini, Bibl. civica Gambalunga, Fondo Gambetti, Lettere di D. a G. Bianchi, 1754-1772, in Lettere autografe al dottor G. Bianchi (in due buste al nome del mittente); Ibid., Sc. Ms. 971-972: G. Bianchi, Minute di lettere; Bibl. apost. Vaticana, Autografi Ferraioli, I, nn. 18.866 ss.: Lettere di R. D. a G. Bianchi; Savignano sul Rubicone, Accad. Rubiconia dei Filopatridi, ms. 14.1.314: Lettere di D. a G. C. Amaduzzi, 1774-1786; A. Genovesi, Lettere familiari, Venezia 1787 (ora in Autobiografia e lettere, a cura di G. Savarese, Milano 1962, passim). Molti riferimenti al D. sono nelle Novelle letterarie di Firenze, dove furono pubblicati anche numerosi suoi articoli, per lo più anonimi; le sue lettere al Lami ci hanno consentito d'identificarne molti: XI (1750), coll. 735, 741, 751; XII (1751), coll. 72, 206, 767, 798, 856; XIII (1752), coll. II, 141, 460, 523, 805; XIV (1753), coll. 75, 87, 521; XV (1754), col. 458; XVI (1755), coll. 20, 26, 251, 419, 428, 443; XVII (1756), coll. 144, 250, 396, 731; XVIII (1757), col. 421; XIX (1758), coll. 137, 446, 488, 829; XX (1759), coll. 357, 629; XXIII (1762), coll. 134, 606.  Sul D. si veda: G. Ravizza, Notizie biografiche che riguardano gli uomini illustri della città di Chieti, Napoli 1830, pp. 114-17; C. Justi, Winckelmann und seine Zeitgenossen, II, Leipzig; E. Appolis, Le "tiers parti" catholique au XVIIIe siècle, Paris 1960, p. 123; P. Berselli Ambri, L'opera di Montesquieu nel Settecento italiano, Firenze 1960, passim; Illuministi italiani, V, a cura di F. Venturi, Milano-Napoli 1962, p. 286, n. 1; F. Venturi, Settecento riformatore, Torino 1969, pp. 586-90; Id., Utopia e riforma nell'Illuminismo, Torino 1970, pp. 119 s.; G. L. Masetti Zannini, La storia del nostro baronaggio, in Rivista araldica; Id., Chieti e l'Abruzzo nella seconda metà del Settecento, in Atti del III Convegno sui viaggiatori europei negli Abruzzi e Molise nel XVIII e XIX secolo, a cura di G. De Lucia, Teramo 1975, pp. 111-132 (pubblica anche alcune lettere del D.); U. Russo, Nel museo di R. D., in Riv. abruzzese, XXX (1977), 3-4, pp. 153-66; G. L. Masetti Zannini, Voltaire e Rousseau nel carteggio R. D.-Jano Planco (1754-1774), in Misura, I (1977), 4, pp. 97-112, e II (1978), 1, pp. 41-73; U. Russo, Figure e aspetti della vita culturale a Chieti nell'età illuministica, in Abruzzo, XVI (1978), 1-3, pp. 61-81; W. Bernardi, Morelly e Dom Deschamps, Firenze 1979, passim (riporta ampi brani di lettere del D.); F. Montefusco, La cultura illuministica in Abruzzo: la figura di R. D., in Incontri meridionali, 1982, n. 2, pp. 215-18; S. Parodi, Quattro secoli di Crusca 1583-1983, Firenze; A. Genovesi, Scritti economici, a cura di M. L. Perna, Napoli 1984, I-II, ad Ind.; U. Russo, L'accesso a Rousseau del "genovesiano" R. D., in Itinerari. Riv. bim. di storia e lett., 1985, nn. 1-3, pp. 195-219.  © Istituto della Enciclopedia Italiana fondata da Giovanni Treccani - Riproduzione riservata  -ALT -ALT -ALTStudia a Napoli nel collegio dei nobili, gestito dalla compagnia di Gesù. È proprio questa esperienza che lo porta a concepire la sua profonda ostilità verso i gesuiti, che è uno dei tratti caratteristici della sua filosofia. La cura dei beni ereditati dal padre, di cui era l'unico figlio maschio, lo portano a dover compromettere le sue aspirazioni letterarie. Ma la filosofia rimase sempre la sua prima passione e per superare l'isolamento culturale che gli venne imposto dal dover vivere a Chieti, comincia a costituire la sua biblioteca. Questa cresce in misura esponenziale di anno in anno, divenendo così una delle migliori biblioteche del regno. Il suo intento e di mettere la stessa a disposizione di Chieti per la sua crescita culturale. Sfortunatamente il suo desiderio è reso vano dall'incuria di chi gestì la stessa dopo la sua morte. Cospicue parti della biblioteca sono stati individuate in tutta Italia: nelle biblioteche di Pescara, Chieti, Napoli, etc. Aggiornatissimo sui dibattiti filosofici e commentarista di Montesquieu, Rousseau, Voltaire, e di altr’illuministi. Di questa partecipazione all’illuminismo  è testimonianza un copioso scambio di lettere con GENOVESI, BATTARRA, LAMI, BIANCHI, e TORRES. Questo carteggio è un documento prezioso per delineare l’illuminismo. Lascia anche alcune testimonianze della sua filosofia anche in due dialoghi di fra' Cipolla e la nanna. In essi trova largo spazio la sua antipatia per i gesuiti. Tramite la solida amicizia con LAMI, e membro della crusca e uno dei georgofili. L'illuminismo nell'epistolario (Sestante, Bergamo). Nome compiuto: Dei marchesi di Cermignano. Romualdo de Sterlich. Sterlich. Keywords: illuminismo. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Sterlich” – The Swimming-Pool Library.

 


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