GRICE ITALO A-Z S SPI
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Spintaro: la ragione
conversazionale della filosofia pre-romanica -- Roma – la scuola di Taranto –
filosofia pugliese -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Taranto). Filosofo pugliese. Filosofo italiano. Taranto, Bari. Teacher
– and father – of Aristosseno. Grice: “Oxonians might wonder why Italians are
so obsessed with Crotona, Taranto, and the rest of them, but I SEE it: it’s all
about the pre-Roman!”
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Spirito:
la filosofia dello spirito – filosofia fascista – ventennio fascista – i corpi
– corpo e corporazione – la scuola d’Arezzo -- filosofia toscana -- filosofia
italiana – Luigi Speranza (Arezzo).
Filosofo aretino. Filosofo toscano. Filosofo italiano. Arezzo, Toscana. Allievo
di Gentile, teorico di una filosofia nota come problematicismo e del
corporativismo fascista, S. è stato uno dei più importanti filosofi italiani.
Dagli anni giovanili fino al termine del suo lungo percorso intellettuale, S.
ha espresso una riflessione incentrata sulla ricerca di valori
incontrovertibili, capaci di resistere al pensiero critico e di trasformare
concretamente la vita degli uomini. Per la varietà dei suoi interessi, per i
temi di cui si è occupato e per le scelte politiche che ha compiuto, S. è
certamente uno dei protagonisti più interessanti della storia della cultura
italiana. Nasce da Prospero e Rosa
Leone. Dopo essersi diplomato al liceo classico Vico di Chieti, inizia a
frequentare la facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Roma per laurearsi.
Lo stesso anno si iscrive a Lettere e filosofia e si laureò con Gentile
discutendo una tesi sul pragmatismo italiano che pubblica. Da allora divenne
uno dei più stretti collaboratori del filosofo idealista: nominato segretario
di redazione del «Giornale critico di filosofia italiana», aderì al fascismo;
firmò il «Manifesto degli intellettuali fascisti» e, quando lavora
all’Enciclopedia Italiana ed era assistente alla cattedra di pedagogia
dell’Università di Roma, fondò il bimestrale «Nuovi studi di politica, economia
e diritto» con l’obiettivo di diffondere i principi della filosofia di Gentile
nelle scienze sociali. E, in effetti, per tutti gli anni Venti si impegnò nelle
battaglie promosse dal filosofo idealista, convinto che l’attualismo
rappresentasse l’espressione più importante della filosofia moderna, come
dichiarò in L’idealismo italiano e i suoi critici del 1930. Negli anni Trenta la volontà di contribuire
alla trasformazione della società italiana, e quindi di partecipare sempre più
attivamente alla costruzione del regime fascista, determinò una nuova fase
della sua biografia: a Ferrara, al 2° Convegno di studi sindacali e
corporativi, nel maggio del 1932, Spirito espose la teoria della «corporazione
proprietaria» criticando radicalmente la concezione tradizionale della
proprietà privata e divenendo da allora il più autorevole teorico del
corporativismo fascista. Nel 1933 pubblicò Scienza e filosofia prendendo le
distanze dal pensiero del maestro e nel 1937, con La vita come ricerca, si
allontanò definitivamente dall’attualismo di Gentile approdando a un nuovo
percorso di ricerca che volle definire problematicismo. Da questo punto di
vista, la critica verso Gentile, maturata sul terreno filosofico, e in
particolare su quello del rapporto fra scienza e filosofia, coincise con
l’elaborazione di una teoria politica ed economica radicale. Coerentemente con
questa nuova riflessione, negli anni Trenta, Spirito intensificò la
collaborazione con Giuseppe Bottai insegnando nella scuola di studi corporativi
di Pisa ed entrando a far parte del gruppo di giovani intellettuali che
scrivevano su «Critica fascista» e si battevano per accelerare il processo di
costruzione del regime totalitario. Proprio con questo obiettivo, nel 1941
Spirito scrisse Guerra rivoluzionaria sostenendo l’importanza dell’alleanza fra
l’Italia e la Germania. Lo stesso anno pubblicò La vita come arte in cui
proseguì le sue riflessioni filosofiche, dopo aver insegnato filosofia e
pedagogia all’Università di Messina, nell’ateneo di Genova e dal 1938 alla
Sapienza di Roma, come docente di filosofia teoretica nella facoltà di
Magistero. Spirito non aderì alla
Repubblica sociale italiana e nel giugno del 1944 fu processato per apologia del
fascismo. Sei mesi dopo venne dichiarato non colpevole e riammesso in servizio
nel maggio 1945. Direttore della casa editrice Sansoni, nel 1951 assunse la
direzione del «Giornale critico della filosofia italiana» e fu nominato
professore ordinario di filosofia teoretica nella facoltà di Lettere e
filosofia dell’Università di Roma. Due anni dopo, nel 1953, diede alle stampe
La vita come amore, il terzo volume della trilogia iniziata con La vita come
ricerca e proseguita con La vita come arte.
Attento osservatore della realtà del suo tempo, negli anni del
dopoguerra Spirito collaborò con vari giornali occupandosi di politica e di
cultura, pur non tralasciando mai la sua principale attività di docente
universitario e studioso di filosofia. Nel 1944 pubblicò Machiavelli e
Guicciardini, nel 1955 Significato del nostro tempo, nel 1961 Inizio di una
nuova epoca, nel 1962 Comunismo russo e comunismo cinese e nel 1970 Tramonto o
eclissi dei valori tradizionali? con Augusto Del Noce. Negli stessi anni
riprese gli studi corporativi e, come presidente della Fondazione Giovanni
Gentile, nel 1975 organizzò il primo convegno sul filosofo. Due anni dopo
pubblicò le Memorie di un incosciente che contiene il bilancio della sua vita
di ricerca. Morì a Roma il 28 aprile 1979.
Un giovane idealista fascista Il percorso intellettuale di Ugo Spirito
ebbe origine alla fine degli anni Dieci nella facoltà di Legge dell’Università
di Roma dove frequentò le lezioni di economia politica di Maffeo Pantaleoni e
quelle di diritto penale tenute da Enrico Ferri, che lo colpirono particolarmente
per la scelta del criminologo positivista di connettere i fattori sociali ed
economici ai comportamenti delittuosi. In realtà, questa prima adesione al
positivismo non durò molto: nel gennaio del 1918, subito dopo la laurea in
giurisprudenza, Spirito ascoltò una lezione di Gentile e, muovendosi alla
ricerca di «una rivoluzione più intima, capace di dare attraverso un’energia
interiore l’energia necessaria ad un’opera creatrice», sentì di aver trovato
nelle parole del filosofo idealista «la metafisica della libertà» (Memorie di
un incosciente, 1977, p. 33), cioè una concezione esaustiva della realtà,
sicuramente più attraente del positivismo. Decise allora di iscriversi a
Lettere e filosofia e divenne uno dei più brillanti allievi di Gentile, come
dimostrano alcuni suoi noti scritti degli anni Venti. Nel volume Il pragmatismo nella filosofia
contemporanea che pubblicò nel 1921, quando era assistente di Luigi Credaro
alla cattedra di pedagogia della Sapienza di Roma, Spirito fece propria
l’interpretazione gentiliana della storia della filosofia: in questo senso
sottolineò i meriti dei pragmatisti italiani che avevano combattuto contro
l’intellettualismo pur non riuscendo a varcare i confini di una filosofia
scettica. Quattro anni dopo, nella Storia del diritto penale italiano, espresse
la sua prospettiva idealistica dichiarando l’insufficienza di qualunque
presupposto deterministico nello studio delle scienze sociali e infine, nel
volume L’idealismo italiano e i suoi critici, raccolse i contributi apparsi sul
«Giornale critico» dall’inizio degli anni Venti e definì l’attualismo di
Gentile la più importante riflessione della filosofia moderna. In quelle
pagine, dedicate alla critica del pensiero crociano, al confronto con i
filosofi neoscolastici, ma anche ai giovani gentiliani che si stavano
allontanando dal maestro, Spirito sostenne che l’attualismo era la sintesi
ultima del processo storico del pensiero occidentale, «la soluzione del
problema intorno a cui si era travagliato il pensiero greco e cristiano: il
problema dell’unificazione del mondo dell’essere col mondo del divenire»
(L’idealismo italiano e i suoi critici, 1930, p. 40). Coerentemente con questa scelta e
profondamente convinto che la filosofia di Gentile fosse una filosofia in grado
di identificarsi con la vita, una filosofia capace di intendere lo spirito non
come qualcosa di già dato, ma come uno sforzo di trasformazione della realtà,
Spirito divenne anche uno dei maggiori sostenitori dell’ingresso dei gentiliani
nel fascismo. Per questo si impegnò concretamente nella difesa delle scelte del
regime: per es., all’indomani del delitto Matteotti, polemizzò con quanti
speravano di riportare il fascismo nell’alveo delle istituzioni liberali e
affermò che «gli accordi con i fiancheggiatori e il miraggio della
normalizzazione stavano rodendo» «le radici del fascismo», rischiando di
allontanarlo dai propri obiettivi rivoluzionari. Contro qualsiasi ipotesi
moderata Spirito affermò che la prima vera prova della coscienza rivoluzionaria
si era avuta quando il fascismo aveva compreso che poteva e doveva «fare a meno
di tutti i fiancheggiatori e di tutti gli ex presidenti del consiglio»
(Tarquini 2009, p. 80). Scienza e
filosofia Nella seconda metà degli anni Venti Spirito maturò una nuova
riflessione e nel 1927 fondò la rivista bimestrale «Nuovi studi di diritto,
economia e politica» insieme all’amico Arnaldo Volpicelli, con l’intento di
rinnovare le scienze sociali alla luce della filosofia di Gentile. Con questa
iniziativa, Spirito e Volpicelli riaffermavano la loro adesione al pensiero
gentiliano, ma al contempo dichiaravano la difficoltà dell’attualismo di
riuscire a incidere concretamente sul diritto, sulla politica e sull’economia
del fascismo. A questo proposito i due giovani studiosi ritenevano che per
trasformare la realtà politica e sociale occorresse prendere le mosse da un
nuovo rapporto fra scienza e filosofia. Nel programma di «Nuovi studi» si
legge: Scienza, quella da noi
propugnata, e non filosofia, se per questa ha da intendersi la non mai troppo
derisa e scansata metafisica, che si sequestra dal mondo e dalla storia e alla
realtà effettuale contrappone trascendenti chimere […]; ma scienza e insieme
filosofia, se per questa ha da intendersi […] la riflessa coscienza della
realtà e dello spirito, la determinazione dei criteri adeguati d’indagine e
d’intellegibilità del reale. Questa filosofia, più modesta ma utile, non è che
la scienza stessa rettamente intesa nella sua storicità (Programma, «Nuovi
studi di diritto, economia e politica», a. I, novembre 1927, f. 1, p. 1). Proprio a questa riflessione Spirito dedicò
l’intervento che presentò al 7° Congresso nazionale di filosofia del 1929. In
quella sede il giovane filosofo sviluppò la tesi dell’identificazione di
scienza e filosofia e sostenne che la scienza doveva essere pensata come lo
studio del particolare concreto, come un sapere storico che si confronta con la
realtà e supera così ogni distinzione fra concezioni astratte e problemi
concreti. L’ipotesi di Spirito non prevedeva che la scienza si trasformasse in
filosofia, ma al contrario che fosse la filosofia a trovare la propria
concretezza nelle scienze sociali per affrontare i problemi posti dal proprio
tempo. E per questo, contro l’idea di una filosofia che definisce la verità come
un’astratta teoria, il giovane filosofo si allontanò da Gentile e nel 1933, in
un articolo intitolato «attualismo costruttore», sostenne di aver ritrovato «la
vera filosofia nella politica, nella pedagogia, nel diritto, nell’economia,
nell’arte, dovunque la vita chiamasse con l’urgenza di uscire da vecchi schemi
e da metodi infecondi» (Scienza e filosofia, 1933, pp. 5-16). Il suo
attualismo, dunque, era una filosofia che per vivere doveva esprimersi nelle
diverse manifestazioni della realtà. A partire da questa nuova consapevolezza
Spirito percorse due strade diverse: come si è accennato, da un lato divenne il
principale teorico del corporativismo fascista, dall’altro si fece sostenitore
di una riflessione che definì problematicismo.
Il corporativismo Sia in La critica all’economia liberale del 1930, sia
in I fondamenti dell’economia corporativa del 1932, Spirito articolò la propria
concezione dell’economia politica partendo da un dato che, dopo la crisi del
1929, a lui come a molti intellettuali sembrava inoppugnabile: il fallimento
dell’economia classica e dell’idea di homo oeconomicus su cui era fondata.
Teorico di una nuova economia politica basata sull’identità di Stato e
individuo e «sulla statalità di ogni fenomeno economico» (I fondamenti dell’economia
corporativa, cit., p. 28), all’inizio degli anni Trenta formulò una dottrina
integralmente totalitaria in cui lo Stato si configurava come un «organismo
unico armonicamente costituito» «con il quale l’individuo, in quanto animale
sociale», non avrebbe potuto non coincidere (p. 41). Come ha sottolineato
Alberto Asor Rosa, si trattava di una posizione che esprimeva «la più netta
affermazione della superiorità dell’etico (e, se si vuole, del politico, ma
solo in quanto il politico discende ancor più direttamente dall’etico)
sull’economico» (Asor Rosa 1975, p. 1495).
E, infatti, Spirito, come tutti gli ideologi fascisti degli anni Trenta,
sostenne che lo Stato fascista non sarebbe stato ostacolato da nulla: né
individuo, né gruppo, né istituzione avrebbe potuto ledere il suo potere
illimitato. Convinto, quindi, che per realizzare gli obiettivi del fascismo
occorresse imprimere un’accelerazione al processo di costruzione del nuovo
Stato, dal 5 all’8 maggio del 1932, quando già da un anno collaborava con
Giuseppe Bottai alla scuola di studi corporativi di Pisa, Spirito partecipò a
Ferrara al 2° Convegno di studi corporativi. Riproponendo un’antica polemica
contro il sindacalismo, che a suo avviso era un retaggio del capitalismo, egli
spiegò come superare la distinzione fra datori di lavoro e lavoratori esponendo
la tesi della corporazione proprietaria: propose allora di trasformare le
singole aziende in enti di proprietà dei corporati, cioè degli azionisti
proprietari, e di consentire a lavoratori e datori di lavoro, in misura diversa
e relativa al grado gerarchico, di condividere la proprietà e la gestione della
corporazione. Ovviamente la corporazione doveva essere intesa come un organo
dello Stato, «un organo che si innesta nel suo organismo attraverso il Consiglio
nazionale delle Corporazioni» e non perché lo Stato avrebbe risolto i conflitti
interni alle corporazioni, ma perché, sottolineava Spirito, «è la stessa realtà
della corporazione vista nel sistema nazionale» (Atti del secondo convegno di
studi sindacali e corporativi, 1932, p. 189).
Nella sua autobiografia Spirito ha sostenuto che dopo il convegno di
Ferrara divenne vittima di una vera e propria persecuzione, nonostante avesse
avuto il sostegno di Mussolini (Memorie di un incosciente, cit., p. 183),
perché da allora molti fascisti lo considerarono un comunista e un pericoloso
sovversivo. Per questo sarebbe stato costretto a trasferirsi all’Università di
Messina e a lasciare la scuola di studi corporativi di Pisa. In realtà i
ricordi di Spirito non sono del tutto esatti: nel 1935 il ministro
dell’Educazione nazionale, Cesare Maria De Vecchi di Val Cismon, lo invitò a
lasciare la scuola pisana di scienze corporative e a trasferirsi a Messina,
dove nel dicembre del 1933 aveva vinto la cattedra di filosofia e storia della
filosofia nell’Istituto Superiore di Magistero. De Vecchi era uno dei più
severi nemici di Gentile ed è probabile che Spirito avesse ragione
nell’individuare un fumus persecutionis ai suoi danni. D’altra parte,
nell’obbligarlo a trasferirsi e a prendere servizio a Messina il ministro non
fece che applicare la legge. Le carte della polizia politica, inoltre, non
testimoniano un particolare accanimento dei fascisti nei confronti del teorico
del corporativismo che venne controllato perché era considerato un eterodosso,
ma non suscitò più attenzione di altri intellettuali (Tarquini 2009, p.
286). Nel 1935 lo stesso Spirito fece
parte di una commissione giudicatrice dei littoriali, nell’ottobre del 1936 fu
invitato a svolgere una conferenza nell’Istituto fascista di cultura di Bologna
sul problema dello Stato corporativo, nel gennaio del 1937 parlò all’Istituto
di cultura di Parma e in quello di Catanzaro, e nel gennaio del 1938 in quello
di Pisa (Dessì 1999, p. 88). Non emerge, quindi, la figura di un perseguitato
politico costretto a ritirarsi a vita privata. Stando alle sue memorie, invece,
dagli anni Trenta avrebbe iniziato ad allontanarsi dal fascismo e a maturare
una riflessione filosofica che avrebbe avuto il suo esito più importante nel
volume La vita come ricerca pubblicato nel 1937, quando si trasferì a Genova
come docente di filosofia teoretica. Il
problematicismo La vita come ricerca inizia con una frase divenuta celebre che
Spirito ripeté più volte nel corso del volume: «pensare significa obiettare».
In quelle pagine affermò il carattere antinomico della realtà definendola come
un incessante tentativo di rispondere alle obiezioni del pensiero, e quindi di
ricercare la verità: Ideale succede a
ideale e, al fondo di ognuno di essi, non ritrovo che il mio pensiero
nell’ansia della conquista, l’antinomia: un pensiero cioè potenziato fino
all’ipercriticismo, che mi dà la gioia di una libertà non mai prima raggiunta e
il dolore di una schiavitù anch’essa non mai tanto profonda e completa (La vita
come ricerca, 1937, p. 56). Nel
ripercorrere la storia della filosofia moderna, Spirito spiegò che aveva
aderito all’attualismo di Gentile perché vi aveva riconosciuto la libertà
dell’autocoscienza emancipata «dall’oggettività opaca dell’ignoto e del
mistero» (p. 81) e la volontà di superare la distinzione fra pensiero e azione.
In questo senso, come si è accennato, gli era sembrato che la filosofia di
Gentile esprimesse un autentico sforzo creativo, antintellettualistico, e
quindi aperto verso la vita. Alla fine degli anni Venti, tuttavia, si era reso
conto che l’idealismo italiano aveva perso il contatto con la società, era
«rimasto chiuso di fronte a problemi e a manifestazioni di indiscutibile
valore», non aveva capito il positivismo e la scienza e non aveva avuto «occhi
per tutte quelle espressioni spirituali che ripugnano al rigoroso criterio di
una filosofia sistematica» (p. 91). In sostanza la riflessione di Gentile,
secondo Spirito, era diventata una teoria incapace di affermare un orizzonte dotato
di una pluralità di forme e di valori.
Di fronte a questo fallimento nel volume La vita come ricerca affermò
l’esigenza di una filosofia pensata come problema e non come metafisica, una
filosofia che assumesse l’antinomia come suo tratto caratterizzante e al
contempo riconoscesse la necessità di cercare l’incontrovertibile e quindi di
non abbandonare il «mito» della verità. «Allo stato attuale delle cose,
scrisse, dobbiamo riconoscere di non avere la capacità di uscire dal mito e di
acconciarci a quello della ricerca come al meno dogmatico di tutti» (p. 93). Da
questo punto di vista, come è stato rilevato, la sua posizione assumeva
connotazioni religiose (Cavallera 2000, p. 30). Lo sottolineò per primo lo
stesso Gentile che sul «Giornale critico della filosofia italiana» nel 1938
definì La vita come ricerca un libro profondamente sbagliato. Il fondatore
dell’attualismo accusò il giovane critico di assumere una posizione filosofica
dogmatica che sosteneva, senza motivarne le ragioni, l’impossibilità di non
ricercare la verità e al contempo di trovarla: considerava cioè come acquisita
la necessità di dare un senso all’esistenza e la percezione della sua
inafferrabilità. -ALT In realtà,
indipendentemente dalle sue aporie, si trattava della prima riflessione critica
sull’attualismo nata all’interno della scuola di Gentile, elaborata da uno
degli allievi più importanti, esponente di quella che viene definita la
sinistra gentiliana, laica e problematicista, per distinguerla dalla destra
spiritualista e cattolica rappresentata da Armando Carlini e Augusto Guzzo. In
questo senso la critica di Spirito ha un’importanza che va oltre il suo
percorso intellettuale e rappresenta un momento decisivo della storia della
cultura italiana del Novecento: quello in cui il fascino esercitato dalla
filosofia di Gentile sui molti giovani intellettuali che avevano aderito
all’orizzonte di pensiero rappresentato dall’attualismo lasciava il posto a
riflessioni diverse che avrebbero caratterizzato il dibattito del dopoguerra. Come si è affermato, nell’autobiografia
pubblicata alla fine degli anni Settanta Spirito sostenne che il suo
allontanarsi dall’attualismo coincise con una nuova stagione in cui egli maturò
il proprio distacco dal fascismo: così come aveva aderito al regime seguendo il
maestro nel 1922, nella seconda metà degli anni Trenta, criticando Gentile sul
piano filosofico, aveva preso le distanze dal regime fascista. In realtà è vero
il contrario. La critica di Spirito a Gentile derivava dalla convinzione che
l’attualismo, divenuto una teoria come altre, non fosse più in grado di
imprimere la propria forza sulla realtà e dalla volontà di realizzare un
progetto più radicale di quello che Spirito aveva sostenuto negli anni
precedenti collaborando con Gentile. Deciso sostenitore dell’alleanza fra
l’Italia e la Germania, in cui vedeva l’affermarsi del «carattere
rivoluzionario dell’asse», era persuaso che avrebbe «vinto la pace» chi avesse
saputo «fare la rivoluzione», credeva che i tedeschi fossero «più avanti» degli
italiani nel combattere la «guerra rivoluzionaria» e si augurava che l’Italia e
la Germania avrebbero costruito «un’alleanza fedele» e duratura. Queste
riflessioni confluirono nel volume Guerra rivoluzionaria che Spirito scrisse
nel 1941 e nel suo intervento al convegno organizzato dall’Istituto nazionale
di cultura fascista nel 1942 sul tema dell’Idea di Europa. In quella sede
distinse il ruolo dell’Italia da quello svolto dalla Germania, senza mai porre
in discussione la natura rivoluzionaria della guerra, dell’alleanza
italo-tedesca e del regime totalitario.
Epurato nel giugno del 1944 con l’accusa di apologia del fascismo,
Spirito presentò ricorso sostenendo che aveva aderito al regime non per
tornaconto, o per abito mentale acritico, ma per una sincera passione politica.
Da un lato rivendicò le sue scelte, dall’altro volle spiegare che non era mai
stato un fascista ortodosso e che anzi dagli anni Trenta aveva espresso severe
critiche nei confronti del regime. Come considerare queste affermazioni?
Avremmo bisogno di spazio maggiore per riflettere su chi dichiarò la propria
buona fede e presentò la propria esperienza nel fascismo come una scelta
esistenziale, salvo sostenere che il fascismo in cui credette non era quello
del governo. In effetti, nell’Italia del dopoguerra, la testimonianza di
Spirito non rappresentò un caso isolato: al contrario, la maggior parte degli
intellettuali che erano stati fascisti affermò di aver creduto in un proprio
fascismo, diverso da quello «ufficiale», un fascismo eterodosso che non avrebbe
costituito un problema per chi si apprestava a partecipare alla costruzione
dell’Italia repubblicana spesso svolgendo ruoli significativi nel dibattito
culturale del Paese. La metafisica della
scienza Nei trenta anni successivi alla Seconda guerra mondiale Spirito
esercitò ancora la sua influenza sulla cultura italiana: direttore della casa
editrice Sansoni, della Fondazione Giovanni Gentile e del «Giornale critico
della filosofia italiana», nel 1951 divenne ordinario di filosofia teoretica
alla Sapienza di Roma, nella cattedra che era stata del suo maestro. Da allora
tornò a concentrare la sua attenzione sulla critica contro l’individualismo, il
tema che caratterizzò il suo lungo itinerario speculativo: in questo senso
propose una metafisica della scienza e aderì a una delle grandi ideologie del
Novecento dichiarandosi comunista. Nel
1953 Spirito portò a compimento la trilogia iniziata nel 1937 con La vita come
ricerca e pubblicò La vita come amore. In quelle pagine sostenne che la
filosofia occidentale, dalle origini ai tempi moderni, si configurava come una
storia della metafisica dell’Io e cioè di un soggetto giudicante, intento a
dominare il mondo attraverso la ragione e quindi a separare, analizzare e valutare
le diverse espressioni della realtà. In questo quadro anche il cristianesimo,
che pure aveva rappresentato il tentativo di superare la civiltà
giudaico-ellenistica, e quindi di battere l’intellettualismo di queste culture,
aveva fallito il proprio obiettivo: contrapporre i salvati ai dannati, il bene
al male, spiegava Spirito, significava esprimere un giudizio di valore in nome
di un principio assoluto; significava perdonare chi sbaglia senza riuscire ad
amarlo veramente; significava restare prigionieri della più radicale
separazione fra l’Io e il mondo. Negli
anni Sessanta, espresse questa volontà di abbandonare il soggettivismo
razionalistico della filosofia occidentale, e quindi di rinunciare alla
centralità dell’Io, per concepirsi oggetto fra gli oggetti, attraverso la
scoperta di una metafisica della scienza. Nel 1961, in Inizio di una nuova
epoca spiegò che in un mondo in continuo movimento, in cui i valori
tradizionali erano prossimi al tramonto, la scienza riusciva a svilupparsi
senza essere investita dalla diffusa instabilità e preservando un carattere di
oggettività. Diversamente dalla filosofia, infatti, la scienza considerava
l’uomo come un prodotto, un microcosmo analogo a tanti altri. E così, pensando
alla realtà in termini collettivi e anonimi e occupandosi di grandi aggregati,
la scienza avrebbe lasciato sullo sfondo l’antropocentrismo della filosofia e
della religione. Spirito definì questo suo nuovo umanesimo onnicentrismo,
auspicando l’avvento di una nuova era non più dominata dal giudizio di valore,
ma dalla scienza e quindi dalla comprensione della diversità. Un filosofo comunista Come si accennava, la
critica contro l’intellettualismo, e contro l’individualismo che ne era il
presupposto, non rimase confinata nell’ambito delle riflessioni filosofiche di
Spirito. Persuaso che in un’epoca caratterizzata dallo scontro ideologico la
violenza delle contrapposizioni nascondesse la fragilità degli ideali,
all’inizio degli anni Sessanta il filosofo dedicò la sua attenzione al mito
della democrazia, il più diffuso e il meno contestato di tutti i miti politici
emersi in Occidente dopo la Seconda guerra mondiale. Per mostrarne le
contraddizioni, nel 1963, nel volume Critica della democrazia sostenne che,
malgrado le intenzioni, il regime democratico, basandosi sul potere della
maggioranza, e quindi su un criterio meramente quantitativo, si presentava come
un sistema politico fondato sulla forza e sul sopruso. Riprendendo una polemica
assai diffusa negli anni Trenta, Spirito considerava la democrazia come un
governo di minoranze intente a gestire il potere in nome e per conto della
maggioranza, quindi una dittatura di pochi che governano tutti, in modo assai
meno trasparente di quanto accadeva nelle dittature. A questo proposito,
confrontando i sistemi democratico-parlamentari con i regimi totalitari,
Spirito affermò che il dittatore unico, fosse Mao Zedong o fosse Nikita S.
Chruščëv, era leader di un regime politico certamente «meno imposto» dei
diversi e molteplici governi democratici che dominavano il mondo, «voluto dal
popolo più di ogni altra forma di élite» (Critica della democrazia, 2008, p.
27). Auspicando l’avvento di un mondo
antidemocratico, collettivizzato e armonico, Spirito spiegò che in una società
organizzata su principi scientifici, il metodo maggioritario sarebbe stato
abbandonato e sostituito dal criterio dell’unanimità: l’unico in grado di
assicurare carattere scientifico alle decisioni prese dalla politica (p. 161).
In questo modo mostrò di considerare la metafisica della scienza e la critica
contro la democrazia aspetti dello stesso tema e cioè di una visione del mondo
ancora una volta totalitaria, antindividualista e antidemocratica, in cui aveva
sempre creduto e in cui si ritrovava negli anni della maturità. Per es.,
riflettendo sul Partito comunista italiano, che a suo avviso stava
trasformandosi in una forza riformista, scrisse: In questa confusione […] il comunismo,
perduta la speranza o la volontà di fare la rivoluzione, aiuta la così detta
democrazia cristiana nell’opera revisionistica e riformistica di imborghesimento
del proletariato, e si scava progressivamente la fossa, cedendo al socialismo e
poi alla socialdemocrazia (p. 168). E,
in effetti, fu proprio il comunismo il nuovo orizzonte politico di Spirito.
All’indomani della Seconda guerra mondiale il filosofo si preoccupò di indicare
le origini della sua scelta: nel 1946, durante il 1° Congresso internazionale
di filosofia, dichiarò di aver formulato già all’inizio degli anni Trenta la
prima identificazione fra individuo e Stato e affermò che era giunto il tempo
di rivedere il giudizio sul marxismo e di sottolineare la comune origine
idealistica di socialismo e idealismo, come fece in Gentile e Marx che uscì nel
1947. Da allora non cessò di considerare con interesse non solo il marxismo,
che ovviamente ben conosceva, ma anche la prassi politica e le vicende del
comunismo internazionale. Affascinato di fronte allo spettacolo di un «miliardo
di uomini che hanno creduto alla nascita della verità» (Memorie di un
incosciente, cit., p. 68), dopo aver visitato l’Unione Sovietica e la Cina, nel
1962 Spirito scrisse Comunismo russo e comunismo cinese e spiegò la sua
preferenza per l’esperienza orientale, nell’ambito della quale le giovani
generazioni rivoluzionarie avrebbero costruito in autonomia un nuovo marxismo e
una società basata sulla scienza. In
un’epoca segnata dalla guerra fredda, dalla contrapposizione ideologica e dalle
grandi battaglie per il futuro di una società che all’inizio degli anni
Settanta mostrava i segni della sua crisi, Spirito non rinunciò a esprimere una
concezione politica totalitaria, antidemocratica e antindividualista: fascista
eterodosso e comunista sui generis, cercò per tutta la vita di precisare la
qualità delle sue scelte politiche. In realtà fu assai meno eterodosso di come
si descrisse e in questo senso costituisce uno dei protagonisti più
rappresentativi della cultura italiana del 20° sec.: una cultura impegnata
nella trasformazione della realtà, almeno nei desideri dei suoi
protagonisti. Opere Il pragmatismo nella
filosofia contemporanea, Firenze 1921.
Storia del diritto penale italiano, Roma 1925. L’idealismo italiano e i suoi critici,
Firenze 1930. I fondamenti dell’economia
corporativa, Milano 1932. Scienza e
filosofia, Firenze 1933. La vita come
ricerca, Firenze 1937. La vita come
arte, Firenze 1941. La vita come amore.
Il tramonto della civiltà cristiana, Firenze 1953. Inizio di una nuova epoca, Firenze 1961. Comunismo russo e comunismo cinese, Firenze
1962. Critica della democrazia, Firenze
1963. Tramonto o eclissi dei valori
tradizionali?, Milano 1970.
Dall’attualismo al problematicismo, Firenze 1976. Memorie di un incosciente, Milano 1977. Guerra rivoluzionaria, Roma 1989. Per tutti gli scritti di Ugo Spirito, cfr.
L’opera di Ugo Spirito, a cura di F. Tamassia, Roma 1986. Bibliografia A. Negri, Dal corporativismo
comunista all’umanesimo scientifico. Itinerario teoretico di Ugo Spirito,
Manduria 1964. A. Asor Rosa, Una
polemica corporativa, in Storia d’Italia, 4° vol., t. 2, Dall’Unità a oggi,
Torino 1975, pp. 1488-1500. L. Punzo, La
soluzione corporativa dell’attualismo di Ugo Spirito, Napoli 1984. Il pensiero di Ugo Spirito, 3 voll., Roma
1988-1990. G. Parlato, Il carteggio
Bottai-Spirito 1924-1932, Roma 1994. G.
Dessì, Ugo Spirito. Filosofia e rivoluzione, Milano 1999. H.A. Cavallera, Ugo Spirito. La ricerca dell’incontrovertibile,
Formello 2000. A. Tarquini, Il Gentile
dei fascisti, Bologna 2009. D. Breschi,
Spirito del Novecento, Soveria Mannelli 2011.Studia sotto GENTILE. Firma il manifesto
dei filosofi fascisti. Teorico del corporativismo. Insegna a Pisa, Messina,
Genova e Roma. Tra i principali filosofi a Roma insieme con ANTONI, allievo di
CROCE, CALOGERO -- filosofo del "dialogo" -- Cf. Grice – “dialogo”
vs. “conversazione” -- e NARDI grande studioso di filosofia di ALIGHERI e
medievale. Rinomate sono non tanto le sue lezioni quanto i suoi pomeriggi di
discussione del GIOVEDÌ. Tre ore, non di lezione, ma di discussione serrata su
un problema filosofico -- uno soltanto per un intero anno. Uno, per esemptio, e
dedicato al concetto di sogno. Ai giovedì nell'aula grande dell'istituto di filosofia
interveneno tante e diverse persone: gli studenti, i numerosi assistenti e
inoltre partecipanti di convinzioni e provenienze. Ascolta tutti, rilancia e
guida la discussione verso nuove prospettive interpretative. Pubblica saggi
connessi a quei giovedì. Tra le altre: “Il problematicismo”; “La vita come ricerca”
(Rubbettino); “La vita come amore”, “Cattolicesimo e comunismo”, fino a l’autobiografica
“Vita d’un incosciente”. Volendo indicare un tratto distintivo della sua
filosofia, essa consiste nella curiosità e nel rispetto per qualsiasi
posizione. Non esiste una parola definitiva. La ricerca della verità dove
essere portata sempre ulteriormente avanti.
In questa maniera vanno interpretate le sue riflessioni che spaziano dai
campi della speculazione filosofica. Tra i vari livelli di ricerca, spicca la
riflessione sulle strutture dello STATO. Allontanandosi nettamente dal
liberalismo filosofico, non vede alcuna contra-posizione tra la figura
dell'individuo o cittadino e quella dello stato. Con un passo oltre questa
interpretazione, che giudica dis-organica e arbitraria, vede LO STATO come
figura entro cui i cittadini vieneno a realizzarsi. Il binomio stato/cittadino diventa
così un'equazione, in cui il secondo termine viene a risolversi e quindi
realizzarsi pienamente nel primo. Caratterizza lo stato non come una semplice
sovra-struttura disciplinatrice, ma come un organismo che esprime UN’UNICA
VOLONTÀ e compone tutti i dissidi dei cittadini. In questa maniera, l'unica via
percorribile nella realizzazione di tale modello è la via corporativa in cui lo
stato -al meno due cittadini -diventa stato di al meno due produttori. Lo stato
rappresenta il luogo in cui interesse pubblico o comune ed interesse privato o
soggetivo del cittadino vengono a coincidere. In esso non deve venire annullata
quella sorgente di vita che sono i cittadini. Questa concezione è stata
definita immanenza dei cittadini nello stato, volta alla mobilitazione dei
cittadini nelle e per le strutture create dallo stato. L’economia è politica.
Deve garantire la sub-ordinazione alle scelte sociali. Inquadra il ruolo che
assegna allo stato in termini di intervento pubblico o comone. Ben lungi dal
prospettare una situazione paragonabile al collettivismo, è lontano anche dagli
eccessi dis-organici che imputa al sistema liberale. Il funzionario di stato,
che in prospettiva dove andare a sostituire il capitalista privato, e giudicato
non come un agente del collettivismo o del capitalismo statale -che sappiamo
cosa produce col sovietismo -ma un semplice delegato tecnico, che si fa garante
di una diversa realtà: assicurare socialmente il controllo della produzione e la
stessa proprietà dei mezzi produttivi. Altre saggi: “Il diritto penale italiano”;
“Il nuovo diritto penale”; “Critica dell'economia liberale, “L'idealismo
italiano e i suoi critici” – Grice: “A delightfull read, especially for us
Oxonians, since he manages to quote extensively from the Proceedings of the
Aristotelian Society, seeing that Ryle hated idealism!” --; “I fondamenti dell'economia
corporativa”; “Capitalismo e corporativismo” (Rubbettino); Scienza e filosofia”;
Dall'economia liberale al corporativismo, “La vita come arte, Critica della democrazia” (Rubbettino); “Il
comunismo, Dall'attualismo al problematicismo”, Memorie d’un incosciente”
(Rusconi, Milano); “Pareto” (Cadmo, Roma); “Critica della democrazia” (Luni, Milano);
“Il corporativismo: dall'economia liberale al corporativismo; Rodotà,
Passeggiando in bicicletta; Bighellonando dentro il Verano, Corriere della
Sera, Stefano, Filosofo, Giurista, Economista, VOLPE Roma, “Individuo e stato”,
NEGRI, “Dal corporativismo comunista
all'umanesimo scientifico. Itinerario teoretico” (Manduria, Lacaita); Tamassia,
Roma, Russo, Positivismo e idealismo” (Roma); Dessì, “Filosofia e rivoluzione”
(Milano, Luni); Russo, “Dal positivismo all'anti-scienza” (Milano, Guerini); Cavallera,
“La ricerca dell'incontrovertibile, Formello, SEAM); Breschi, Spirito del
Novecento. Il secolo di S. -dal fascismo alla contestazione” (Rubbettino), Cammarana,
Roma, Pagine, Cammarana, “Teorica della
reazione dialettica: filosofia del postcomunismo” (Roma). Pirro, Ricordo, in Studi
Politici (Bulzoni, Roma). Filosofia, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, Enciclopedia
machiavelliana, Bettineschi, L'esperienza storica e l'intrascendibilità del
conoscere. Sul sapere di non sapere, Rivista
di filosofia neo-scolastica,, Problematicismo Corporativismo Fascismo
Corporazione proprietaria. Treccani, Dizionario di storia, Dizionario
biografico degli italiani, Dizionario di filosofia, Istituto dell'Enciclopedia
Italiana. È verità comunemente ammessa die l’economia
politica o, senz’altro, l’economia sia una scienza sociale. Questo vuol dire
ch’essa non studia 1’/ionio ceconomicus e i fenomeni economici,
quali si possono immaginare in uno stato pre-sociale o anti-sociale, ma
considera invece gli aspetti economici della vita sociale nella sua organicità
essenziale. Ed è chiaro che in tanto può studiarli e intenderli
sistematicamente in quanto la vita sociale abbia essa stessa un’unità, un
ordine, una disciplina: sia, in altri termini, non uno stato di natura
bensì un organismo politico, uno STATO. Fondamento, dunque, di ogni
scienza sociale e dell'economia in particolare è IL CONCETTO DI STATO,
con il correlativo problema dei rapporti tra stato e individuo. Per
intendere la storia dell’economia politica e le vicende degli indirizzi
predominanti -economia liberale ed economia socialista -è necessario
indagare come le diverse scuole abbiano impostato e risolto tale
problema. Se si guarda all'economia classica e in genere all’economia più
comunemente intesa come scientifica, si deve convenire che essa è stata
via via costruita e perfezionata dal secolo XVIII a oggi trascurando,
qualche volta in modo assoluto e sempre in modo essenziale, IL PROBLEMA DELLO
STATO. Dalreconomia del baratto fino a quella complicatissima delle banche e
dell’industria contemporanea, tutti i trattati sono stati concepiti in
rapporto a una vita economica in cui dello Stato non si sente quasi mai il
bisogno di occuparsi, come se fosse realtà estrinseca e irrilevante ai fini di
una vera costruzione scientifica. La spiegazione di questo fatto,
evidentemente in antitesi con la qualifica di scienza sociale con
cui si caratterizza l’economia, va trovata nella particolare concezione
dello stato teorizzata dalla scienza politica e giuridica dal secolo XVIII
in poi, e classificata ormai globalmente con l’epiteto di liberale. Essa
sorge come reazione ai vecchi sistemi politici, per i quali lo Stato era
una realtà diversa dagli individui che lo componevano e sì rappresentava quindi
ai loro occhi conte un’autorità meramente arbitraria, con fini propri e opposti
a quelli dei sudditi: sorge come bisogno di distruggere un
potere estrinsecoedannoso, e con tale esigenza non puòfar altro che
rivendicare i sacri diritti dell’individuo, nella cui celebrazione si vede
l’unico scopo così della vita sociale come della ricerca scientifica. Allo
Stato, che storicamente appariva come un limite e un ostacolo, anziché
come essenza e vita deirorganismo sociale, si opponeva una
negazione perentoria destinata a mutare radicalmente non solo i
rapporti politici, ma anche i fondamentidi ogni scienza sociale. Si può
anzi affermare che, solo in seguito a questa violenta ribellione, il
pensiero scientifico acquista la libertà indispensabile per
uno studio sistematico dei fenomeni sociali, e ciò vale a spiegare
perché le cosiddette scienze sociali si rinnovino sostanzialmente, si
costituiscano e cerchino di organizzarsi tra loro soltanto dopo la prima
metà del Settecento. L’esigenza immediata era quella dell’assoluta
negazione, dalla quale ci si ritrasse unicamente per le necessità irriducibili
di una vita politica organizzata: il ritorno alla natura non poteva essere
altro che il grido nostalgico di un ideologo. Ma se la negazione non poteva
divenire totale, essa tuttavia si spinse al massimo limite consentito
dai tempi, e, in sede scientifica, alla realtà dello Stato non si
riconobbe se non la funzione del tutto estrinseca di salvaguardare le sfere di
arbitrio dei singoli individui, Se unica realtà e unico valore sono
quelli dell’individuo, se al mondo non c’è altra finalità oltre
quella che l’individuo si pone nel suo chiuso egoismo, ne consegue che
allo Stato deve spettare 1 unico compito di determinare i confini tra
quegli infiniti regni costituiti dai singoli cittadini e
di sorvegliare la loro pacifica convivenza: esso non entra nella vita
dell’individuo, ma ne resta al margine come garante. Ora è chiaro che uno
Stato così concepito non deliba trovar posto nella maggior parte delle
scienze sociali: esso è più una realtà di diritto che non una realtà di
fatto, e la sua considerazione tende a esaurirsi nelle indagini di
carattere giuridico. Valori e fini sociali sono quelli dell’individuo, che
si affermano e si negano indipendentemente dallo Stato, il quale ha il
solo scopo di non farne turbare il libero svolgimento. Di questa funzione
di tutore le scienze sociali possono e debbono, dunque, disinteressarsi,
in quanto essa non modifica la realtà dei fatti sociali, ed anzi rende
possibile la loro genuina attuazione. A tali presupposti ideologici e
politici si deve ricondurre in particolar modo lo svolgimento
della scienza economica classica. Facendo sua questa soluzione del
problema circa i rapporti tra individuo c Stato, essa dà allo Stato un
valore positivo solo in quanto garante della libera concorrenza, ma
lo ritiene perturbatore e distruttore di ricchezza ogni volta che
intervenga attivamente nella vita economica: assume poi ad oggetto della
propria indagine 1 unica realtà dell individuo, considerato nella
sua vita immediata e mosso esclusivamente dai suoi particolari interessi.
L homo œconomicus è per definizione extrastatale. Di qui l’equivoco
fondamentale di tutta la scienza economica quale è pervenuta fino a noi.
Se la scienza, infatti, non deve studiare l’organismo sociale (lo
Stato) perché questo, in quanto organismo, non ha un significato e un valore
proprio, non avrà, per ciò stesso, nulla da dire all’individuo singolo che
di quell’organismo fa parte. L’individuo scisso dall’organismo è per
definizione anarchico, e norma della sua vila non potrà essere che il suo
arbitrio affatto soggettivo: la scienza non può insegnargli niente perché non
può saperne niente. Per saperne qualcosa bisogna che un individuo
esca dalla sua particolarità, si esprima, entri in relazione con gli
altri individui e venga, dunque, a far parte di una vita sociale organica
: dello Stato. Solo allora ; solo, cioè, quando Yhomn ceconomicus è
diventato cittadino, la sua attività diventa intelligibile e suscettibile
d’investigazione scientifica. Ma la scienza economica si è voluta
ostinare in questo assurdo, di considerare l’individuo prescindendo dallo
Stato; e non è potuta giungere die a risultati mediocrissimi : le sue
soluzioni sono, in fondo, tutte negative, e si riassumono sostanzialmente
nel dogma della libera concorrenza. Il quale, se ben si riflette, vuol
dire solo cbe la scienza si rimette all arbitrio degli individui, e che la
soluzione più perfetta del problema economico è quella che scaturisce
dal cozzo indisciplinato di tutti gli infiniti interessi particolari. Allo
Stato la scienza dice: non fare; all'individuo: fa quel che ti pare.
Questa l'essenza dell’economia classica. 1 tentativi fatti per uscire
dal circolo vizioso del liberalismo tradiscono tutti il bisogno di
superare una soluzione affatto negativa del problema della scienza
economica. Se non che l’incapacità di abbandonare il presupposto
individualistico non ha consentito di giungere a una sistemazione
scientifica che non fosse nella massima parte illusoria. E infatti, una
volta ammesso il fondamento soggettivistico dell’economia, null’allro restava
da fare all’economista se non aggirarsi all’infinito in
quella contraddizione in termini in cui si risolve ogni tentativo di
conoscere le leggi sistematiche dell’arbitrio. Se al puro e semplice « fa
quel che ti pare », lo scienziato ha voluto aggiungere una sola
parola di carattere positivo, lo ha potuto fare soltanto illudendosi di
entrare nel mondo ermeticamente chiliso del soggetto. Così si spiegailsorgere
della scuola psicologica e matematica, con la quale si è creduto di
attingere il maximum della scientificità e si è condotto all assurdo il
postulato classico dell'individualismo. Scuola psicologica: e cioè
costrizione dell’anima umana entro schematismi arbitrari, concepiti da chi
non aveva nessuna dimestichezza con gli studi di psicologia; riduzione
dell’/iomo ceronomicus all’edonista, o all’egoista, o all’altruista, e, in
ogni caso, a un’etichetta di cui non sì sarebbe potuto dare nessuna
giustificazione: livellamento dei soggetti e cervellotica costruzione del
tipo, che rendesse uniforme e perciò intelligibile la multiforme vita
individuale; negazione, insomma, del vero mondo della soggettività e
sostituzione ingiustificabile di una formula meramente fantastica
alla realtà che si pretende conoscere. Scuola matematica: e cioè
quantificazione di quegli stessi elementi soggettivi illusoriamente
determinati: comparazione di dati incomparabili perché essenzialmente diversi;
processo astrattivo sorto su illegittime astrazioni e perciò irriducibile alla
concretezza della vita; formule algebriche, dunque, che non
potranno mai vestirsi di numeri effettivi. L indirizzo psicologico e
matematico, sorto a correzione ed integrazione di quello liberistico, è valso
solo a mettere in luce l’errore fondamentale. Gli individui nella loro
particolarità sono esseri necessariamente eterogenei: i gusti, i bisogni,
gli interessi, le finalilà non sono paragonabili: nessuno potrà mai
dire quante volte il profumo di un fiore vale per una signora
aristocratica più che per una popolana, ed io stesso, che presumo di
conoscermi, non potrò mai dire quante volte il godimento datomi da una
sensazione corrisponda a quello procuratomi da un altra, o dalla stessa in un
momento diverso. Nessun tentativo dì approssimazione può essere
concepito seriamente e perciò tutta la cosiddetta economia marginalistica non è
suscettibile di alcuna interpretazione di carattere pratico. Concludere,
come fa 1 economia liberale, che il massimo dell utilità sociale equivale alla
somma dei massimi delle utilità individuali significa dire una cosa
senza senso, se è vero che di addendi incomparabili — come sappiamo
dalla più elementare conoscenza matematica nonè possibile fare la
6omma. Con il tentativo di passare dal massimo benessere individuale a
quello sociale, si chiude il ciclo dell economia classica o liberale, e la
vanità del tentativo ne conferma il definitivo dissolversi. Di un inondo
concepito coinè moltitudine caotica di individui, vivente ognuno sotto il solo
impero del proprio arbitrio, è insensato voler fare la scienza. Scienza vuol
dire disciplina, e l’individuo che non è ancora cittadino è senza disciplina;
vuol dire norma, c 1 individuo non può riconoscerne alcuna oltre
il suo gusto del momento; vuol dire, soprattutto, conoscenza obiettiva e
universale, e l’individuo del liberalismo è soggettività particolare. A tale
individuo l'economista si volge solo per constatarne la natura e
garantirne la primitività: lungi dal guidarlo e disciplinarne gli interessi, lo
abbandona al cozzo brutale della domanda e dell’offerta, in cui tutto
il suo ideale si riassume. È la scienza dell’anarchia. All’economia
liberale si è opposta quella socialista. Tutti i presupposti della prima
sembrano negati dalla seconda, che all’individuo sostituisce la
classe, la società, lo Stato. Ma lo Stato di cui parla il socialismo ha lo
stesso difetto di origine di quello liberale: esso, cioè, è sempre
considerato come una realtà diversa dall’individuo, come
limite dell’attività individuale e sua condizione estrinseca. La
situazione si è invertita, ma il problema è rimasto impostato nella stessa
maniera, poiché l’antinomia individuo-Stato in entrambi i casi è
risolta sacrificando uno dei due termini all’altro; e, in quanto il
termine sacrificato ha conservato un minimo di validità, esso rappresenta una
limitazione, sia pure necessaria, della realtà del termine ipostatizzato.
Limite deirindividuo è Io Stato nel liberalismo, limite dello Stato è
l’individuo nel socialismo. L’incapacità di risolvere l’antinomia con
l’identificazione di individuo e Stato ha condotto il socialismo a concepire lo
Stato burocraticamente. Se lo Stato infatti non è la realtà stessa della
Nazione, ma viene entificato e opposto alla Nazione, esso non può
concepirsi se non come un organismo a sé e con organi propri. Quando il
socialismo nega la proprietà privata e dichiara che i mezzi di produzione
appartengono allo Stato,evidentemente attribuisce a questo una personalità
giuridica ed economica distinta da quella dei privati: ed è chiaro che, se
lo Stato ha una personalità distinta, deve avere i anche il motlo di
vivere ed agire distintamente, attraverso quei determinali organi che
costituiscono appunto la burocrazia. È così che la teoria socialista,
negando l’individuo nello Stato, sostituisce all'economia individuale quella
burocratica e fa dello Stalo, in quanto realtà giuridica diversa dagli
individui, il proprietario, il datore di lavoro, il risparmiatore, il
distributore, e via dicendo. La critica violenta e altezzosa che reconomia classica
ha opposto all’economia socialista è sostanzialmente giusta e irrefutabile. Se
contro il liberalismo ha ragione il socialismo in quanto
richiama l’attenzione dall’individuo allo Stato, contro il socialismo ha
egualmente ragione il liberalismo clie rivendica la superiorità
dell’economia individuale rispetto a quella statale. L’economia statale è
per definizione un’economia monca e patologica, poiché essa non solo
accentra e quindi limita la vita economica, ma ne affida la direzione a un
organo relativamente estrinseco quale è la burocrazia. Quando il liberale
afferma che lo Stato è cattivo amministratore, ha perfettamente ragione, perché
per Stato s’intende appunto una realtà sopraordinata e non costruttiva
della cosa amministrata. In altre parole si vuol dire che l’industriale, il
quale nasce c vive con la sua industria facendo di essa la
stessa ragione della sua vila, farà prosperare la sua azienda
indubbiamente meglio del burocrate, che nell’industria a lui affidala vede solo
la contingente espressione del suo dovere di funzionario. Ma più che
antieconomica l’economia statale è livellatrice e mortificatrice delle
attività individuali. che lulte sì debbono uniformare al meccanismo burocratico
e perdere quella libertà di movimenti la quale costituisce la condizione prima
della loro iniziativa. La comune opinione del
carattere tradizionalista e conservatore della burocrazia è la più
evidente conferma della sua incapacità a rinnovarsi con quel ritmo
acceleratissimo che è proprio della industria contemporanea : l’economia
statale tende per sua natura a diventare economiastatica. Il dualismo
di individuo e Stato, che ha reso inadeguate le soluzioni dell’economia
classica e di quella socialista, non è stato superato neppure dai tentativi
compiuti, specialmente in questi ultimi decenni, per la costruzione della
cosiddetta economia nazionale o di Stato (la Volkswirtschaft o
Staatswirtschafi dei Tedeschi). Anche quando tali tentativi non si sono ridotti
a concepire la vita della Nazione come la somma delle vite dei singoli
individui, e si è voluto invece considerare l’organismo sociale con
caratteristiche e finalità proprie, l’economia pubblica è rimasta sempre
accanto all’economia privata e la necessità della loro assoluta identificazione
non è stata mai dimostrata, né da sociologi né da nazionalisti. I sociologi,
infatti, tutti compresi dal compito di descrivere le varie forme
della vita, si sono preoccupati soltanto di analizzare le diverse
economie, dall’individuo alla famiglia, alla classe, alla Nazione ecc., di
classificarle e di studiarne estrinsecamente i rapporti; i nazionalisti,
poi, infatuati dall ideologia della Nazione, non hanno saputo far
altro che ipostatizzarla come una realtà superiore all’individuo,
affermando in conseguenza la superiorità deireconomia nazionale e la
subordinazione a essa di quella individuale. In entrambi i casi lo Stato è
rimasto come una delle forme, sia pure la massima, della vita sociale; e
l’economia ad esso relativa come una delle forme, sia pure la suprema,
delle possibili economie. E in tal guisa il — pensiero scientifico e
andato oscillando dall’ideologia anarchica del liberalismo a quella
statolatria del socialismo e del nazionalismo, senza mai
cogliere l’essenza del problema. Respinto a volta a volta dagli
assurdi di uno dei due estremi, si è ritratto acriticamente dalle
conseguenze ultime delle opposte concezioni,ed è al solito scivolato verso
i mezzi termini dell’eclettismo: il concetto di Stato è penetrato di
straforo nei trattati deireconomia scientifica, e quello di individuo e di
libera iniziativa nelle costruzioni ideologiche degli statalisti. La
soluzione integrale del problema è delineata, se pur non ancora esplicitamente
chiarita, nelTordinamento corporativo del regime fascista. Si tratta per
ora di un’intuizione politica più che di vera consapevolezza scientifica,
e anzi la lettera di alctine disposizioni legislative consacra ancora
il dualismo di individuo e Stato. Nella stessa formulazione della Carta
del Lavoro, alcune espressioni di principi, e soprattutto il famoso
articolo 9, legittimerebbero le vecchie interpretazioni liberali e socialiste,
di cui abbiamo discorso. L’intervento dello Stato nella produzione economica —
dice infatti 1 articolo 9 — ha luogo soltanto quando manchi o sia
insufficiente 1 iniziativa privata o quando siano in giuoco interessi
politici dello Stato. Tale intervento può assumere la forma del controllo,
dell'incoraggiamento o della gestione diretta. Nulla di strano che questo
articolo abbia prodotto i più svariati malintesi nell'interpretazione dell'economia
corporativa. I liberali vi hanno visto a ragione la conferma delle loro
dottrine, poiché gli stessi classici più ortodossi hanno sempre sostenuto
che, per motivi eccezionali o per superiori interessi politici, lo Stato può e
deve intervenire nella vita economica del paese. 1 filosocialisti,
insistendo sul maggior intervento statale che la Carta del Lavoro
promuove, 1 hanno legittimamente interpretata come un passo decisivo verso
Tordinamento socialista. Gli eclettici hanno piaudito entusiasticamente.
illusi di veder consacrata la solita via dei mezzi termini. Gli economisti
della cattedra, infine, hanno dato un'occhiaia distratta e hanno
sentenziato senz’altro che l’economia corporativa non esiste, risolvendosi essa
in una mera prassi politica contingente. E che Leeonoinia corporativa
non esista parrebbe, infatti, dimostrato dal fatto che i tentativi finora
compiuti per defi nirla e sistemarla scientificamente hanno condotto alla
riduzione del nuovo al vecchio n alle sterili soluzioni di compromesso
tra liberalismo e socialismo. Mafortunatamente l’infelice esito dei
tentativi è dovuto soltanto all’inopportuno zelo degli interpreti, i quali, per
malinteso ossequio alla lettera, si sono lasciati sfuggire lo spirito più
profondo della Carta del Lavoro e del faseismo in generale. L’imperfetta
dizione dell'art. 9 fii spiega proprio per la mancanza di una sistemazione
scientifica del nuovo concetto dell’economia e gli interpreti avrebbero
dovuto capire che la Carta del Lavoro, per il suo carattere
rivoluzionario, costituisce un punto di partenza più che un punto dì
arrivo, e che alla scienza spetta appunto il compito di rendere esplicita
e sistematica quella visione che in essa è intuitiva. L’articolo 9,
dunque, non può essere considerato come la chiave di volta e il
criterio infallibile del sistema, sihbene come una delle proposizioni da
interpretarsi e coordinarsi alla luce delle nuove esigenze. Le quali
trovano piuttosto la loro esatta formulazione nell'articolo 1. per
cui LA NAZIONE ITALIANA E UNA UNITA MORALE, politica ed economica, che si
realizza integralmente nello STATO FASCISTA: nell’articolo 2, per cui « il
lavoro. solto tutte le sue forme intellettuali, tecniche e manuali, è un
dovere sociale e soprattutto nell’arlicolo 7, per cui l’organizzazione privata
della produzione essendo una funzione di interesse nazionale,
l’organizzatore dell’impresa è responsabile deH’indirizzn della produzione
di fronte allo Stato )). È qui il motivo più profondamente rivoluzionario del FASCISMO,
per cui si afferma l’identità sostanziale di interesse pubblico e privato, di
benessere dei singoli e potenza nazionale. Certo, nella Carta del Lavoro,
questa identità alle volte si spezza e riappaiono i due termini
dell’antinomia, ma al nuovo bisogna guardare e non al vecchio, con
gli occhi ben intenti all’avvenire. Quando l’articolo 7 proclama il
privato responsabile di fronte allo Stato della sua vita economica, vale a dire
di ciò che per la tradizionale mentalità politica e scientifica — si
ritiene il più geloso attributo della sfera di arbitrio dell’individuo, rende
finalmente Fuorno cittadino, lo trasforma in organo costitutivo dello
Stato, e distrugge alla radice ogni differenza tra ciò che è privato
e ciò che è pubblico. Il cittadino risponde di tutta la sua vita allo
Stato cui appartiene, perché il fine della sua vita è quello stesso dello
Stato; e, in quanto ne differisca, in quanto vi si opponga, o anche
in quanto si presuma indipendente da esso, è illegittimo. Ma, perché
Firnificazione della sfera pubblica e di quella privata sia effettiva e
non illusoria, è necessario avere dello Stato un concetto heu
più adeguato di quel che non abbiano i socialisti e. tanto meno, i
liberali. Chi ritenesse che lo statalismo che propugna la Carta del
Lavorosia sostanzialmente sullo stesso piano dell ideologia socialista non
saprebbe poi come spiegare la riaffennazione della proprietà privata. Se
questa non è una contraddizione vuol dire che Ira socialismo e
corporativismo, e cioè tra queste due forme di statalismo, v’ha
una differenza essenziale che occorre chiarire. E il chiarimento dovrebbe
già risultare da quanto è stato detto sul carattere burocratico dello
Stato socialista, concepito tuttavia come entità distinta dagli individui. Il
vero Stato è, al contrario, la stessa realtà dell’individuo e sì esprime
quindi, non in particolari organi e istituti, sibbene nella vita stessa di
ogni cittadino. La proprietà deve rimanere privata, perché essa è già
assurta a finalità e caratteri pubblici con 1 elevazione del proprietario
a organo costitutivo dello Stato. Credere che la proprietà da
privata diventi pubblica solo se essa venga amministrata direttamente
dallo Stato, significa identificare lo Stato con la burocrazia, e opporlo
all’individuo; significa insomma arrestarsi all’ideologia liberale
e socialista. Lo Stato per realizzarsi nella sua integrità
non ha bisogno di livellare, disindividualizzare, annientare l’individuo e
vivere della sua ^istruzione: al contrario esso si potenzia col
potenziamento dell’individuo, della sua libertà, della sua proprietà,
della sua iniziativa, della sua peculiare posizione nei rapporti con
gli altri individui. E tutto ciò è possibile, in quanto 1 individuo non è più
un mondo particolare e la sua libertà non si chiama più arbitrio, ma e
individuo sociale che nella prosperità dell’organismo statale vede il
proprio fine. L’individualisino del liberalismo e lo statalismo del socialismo
sono superati, perché sono trasvalutati i termini di individuo e Stato che
avevano condotto ai due assurdi opposti. Avere coscienza precisa di
tale trasvalutazione non è davvero cosa molto facile, soprattutto
perché occorre vincere continuamente il pregiudizio tradizionale che ci
porta a entificare lo Stato, a opporlo a noi stessi, a riconoscerlo
soltanto in determinati organi e funzioni. La vecchia concezione
intellettualistica è ormai così radicata in noi e la stessa terminologia che
siamo costretti a usare è così aderente al concetto dello Stato come
personalità trascendente i cittadini, chenonci riesce agevole sfuggire a
tutti i paralogismi del senso comune. E in siffatto modo si spiega
l'accusa di metafisicheria che si vuole rivolgere, anche da persone non
sciocche, all’identificazione di Slato e individuo. Ma bisogna
resistere all apparente evidenza di queste critiche e persuadersi che
quando un concetto ha davvero fondamento speculativo è per ciò stesso il più
pratico, e vale a risolvere anche quelle difficoltà di
carattere tecnico, che invano si cercherebbe di rimuovere con i vaghi
concetti del senso comune, se pur questi sembrino agli occhi degli
inesperti i più precisi, i più certi, i più assiomatici possibili. Negate
infatti questa metafisicheria che è l'identità di individuo e Stato,
e vi accorgerete che, volendo precisare sul serio il concetto
apparentemente lapalissiano dello Stato e dei suoi limiti, ogni
definizione riesce inadeguata. e quella che sembrava una salda realtà diventa
un nome senza consistenza. 11 concetto, dunque, fondamentale e sistematico
dell economia corporativa è la statalità di tutti i fenomeni economici.
Economia individuale ed economia statale sono termini assolutamente
identici. Questa conclusione, così netta e perentoria, sembrerà
paradossale e assurda a ogni economista che abbia tuttavia nel cervello i!
più piccolo pregiudizio classicista e individualista: ma, per
chiunque voglia riflettervi su, con mente aperta e con buona volonlà,
dovrà pure apparire come la verità più logica ed evidente. Le obiezioni
che si possono sollevare sono principalmente due: Luna di carattere
psicologico, la seconda in particolar modo tecnico-economica. Secondo la
più ovvia osservazione psicologica sembra che tra il mio interesse di
privato e quello pubblico dello Stato vi sia non solo differenza, ma
spesso opposizione. Il cittadino, ad esempio, che investe in un modo
piuttosto che in un altro i suoi risparmi, fa gli interessi propri, e le
sue decisioni in proposito sono indifferenti allo Stato: il cittadino,
poi, che cerca di sfuggire alle imposte fa gli interessi suoi e si
oppone a quelli dello Stato. Ecco dunque due economie ben distinte e
con finalità differenti: l’una individuale e l’altra
statale. Senoncbé basta saggiare appena la fondatezza di queste
opinioni per convincersi della loro superficialità: e infatti è chiaro che il
modo d’investire i risparmi dei cittadini non può essere
indifferente allo Stato, perché non può essere indifferente
allo Stato che l’indirizzo economico sia tino piuttosto che un altro,
che certe industrie siano favorite o neglette, che le forze produttive
siano armonicamente finanziate: quanto poi airopposizione dì interessi
individuali e statali che si verifica nel caso del cittadino che si
sottrae alle imposte, è non meno evidente ch’esso dimostra soltanto il lato
abnorme della vita economica e noii può essere assunta a criterio
distintivo di due economie. Non si nega che il dualismo tra individuo e
Stato esista, ma si vuole affermare ch’esso rappresenta l’aspetto negativo
e non quello positivo della vita sociale. Questa, nella sua essenza,
importa l’unità dei due termini e può scientificamente studiarsi alla luce
di tale unità: il dualismo sempre risorgente — e necessariamente risorgente per
la stessa dialettica della vita umana, che è perfezionamento e non
perfezione — indica ii Iato patologico, l’ostacolo «la rimuovere,
e insomma l’arbitrio fuori della legge e fuori della scienza. Cbi
ipostatizza il dualismo e lo legittima facendone il fondamento di due
economie, individuale e statale, confonde il positivo col negativo, la
legge con la sua infrazione, e costruisce infine due simulacri di
scienza. L obiezione di carattere tecnico, che sembra legittimo
sollevare contro l’assoluta identificazione di individuo c Stato, concerne
la possibilità d’intervento dello Stato nell'economia individuale. Appare,
infatti, evidente che, se lo Stato alle volte interviene a controllare,
incoraggiare, gestire, ecc., e alle volte invece si disinteressa
completamente, vuol dire eb’esso rappresenta una realtà diversa da
quella su cui esercita il controllo: la possibilità dell intervento è la
conferma ad oculos del dualismo. Eppure a una analisi più appropriata del
problema una simile rappresentazione dei fenomeni economici deve risultare
fondamentalmente errata ed equivoca. Se infatti lo Stato non vien
concepito in forma mitologica, come un organo o un insieme di organi
sui generis, ma come la stessa Nazione nella sua organicità (giuridicità)
essenziale, è chiaro ch’esso non può intervenire perché è sempre presente,
immanente in ogni manifestazione, sia pure la più trascurabile, degli individui
costitutivi della Nazione. Si può intervenire negli affari
degli altri, ma intervenire in quelli propri è cosa senza senso. Ogni
atto economico da me compiuto s’innesta nel sistema economico della Nazione cui
appartengo (vedremo poi come nella Nazione entri anche il mondo
internazionale) e risulta quindi da esso condizionalo, anche se nessuna
particolare norma lo regoli esplicitamente. Questa sistematica disciplina, per
cui il mio atto economico si realizza nell’organismo statale, costituisce
il così detto intervento dello Stato, il quale è, per ciò stesso, assolutamente
sostanziale. Pensare che possa esistere un fenomeno economico che si
sottragga a questa disciplina e che viva in un mondo extrastatale, è pensare
l’assurdo. Fenomeni antistatali potranno esservi, e saranno appunto gli atti di
arbitrio dell'individuo che si oppone alla disciplina statale, ina fenomeni
extrastatali no, perché fuori dello Stato v’c il nulla. Da un punto
di vista assoluto, dunque, è illogico parlare di intervento dello Stato. Ma
dell’assoluto — ci oppongono gli empirici — noi non ci occupiamo: noi
intendiamo spiegarci un fenomeno molto concreto e innegabile, e cioè
quello dello Stato che pone un dazio, un calmiere, sovvenziona
una industria e viadicendo: di uno Stato, in altre parole, che ha una
personalità distinta da quella degli individui e che, come soggetto
economico diverso, compie degli atti che gli individui non possono
compiere. E credono così, codesti empirici, di aver tagliato la testa al toro,
senza accorgersi invece che di ogni problema non ci sono due soluzioni,
una filosofica e lina empirica, una assoluta e una relativa, sibbene una
soluzione sola e propriamente quella giusta. La quale, in questo caso,
consistendo nell assoluta identità di individuo e Stato, dà a quello
Stalo di cui parlano gli economisti un significato molto meglio
determinato ch’essi non pensino, e cioè il significato di una delle
particolari espressioni della vita dello Stato. Nessuno si sogna di negare
quella realtà di fatto che è lo Stato nell’accezione più comune del
vocabolo: nessuno quindi pretende negare che esista un’amministrazione centrale
con un bilancio proprio (il bilancio dello Stato), con finalità sui
generis, e con fenomeni economici peculiari: si vuol soltanto affermare
che questa realtà non è lo Stato, bensì uno degli elementi dello Stato,
la cui vita effettiva è nell’organismo integrale della Nazione,
ipostatizzare quell’elemento, e vedere soltanto in esso lo Stato, significa
precludersi la via a un’intelligenza adeguata dei fenomeni economici. Gli
empirici, al solito, potranno esserci indulgenti e concederci di aver ragione
circa il modo di intendere il concetto di Stato: ma — essi continueranno a
opporci — sia pure elemento lo Stato di cui parliamo, noi intendiamo
discutere appunto di esso quando ci riferiamo al suo intervento nella
vita economica. Senonché tale soluzione del problema sarebbe affatto
illusoria, come quella che ridurrebbe a una questione di parole la più
sostanziale delle questioni. Ammettere, infatti, che lo Stato di
cui parlano gli economisti sia un elemento dello Stato e non
esaurisca la realtà di questo, significa riconoscere ch’esso è appunto elemento
di un organismo dal quale non può scindersi, ovvero ch’esso è coessenziale
a ogni altro elemento dell’organismo medesimo.Per tradurre questo concetto nei
termini usuali, è facile osservare che il bilancio dello Stato vive in
un’unità indissolubile con la vita economica della Nazione, sì che nessun
fenomeno economico sfugge a un rapporto diretto o indiretto con esso. Quando lo
Stato fissa un’imposta, non modifica soltanto l’economia dei colpiti
dall’imposta, ma anche di quelli non colpiti: così quando lo Stato
stabilisce un dazio protettore, non muta soltanto le condizioni
dell’industria protetta, ma contemporaneamente quelle di tutte le altre.
Ogni intervento dello Stato è globale. Credo che non vi sia ormai
nessun economista che voglia contestare una verità tanto
lapalissiana: ma purtroppo da essa non si è tratta ancora in maniera veramente
esplicita la conseguenza inevitabile, e cioè che lo Stato, per il fatto stesso
di essere, interviene sempre; e che discutere quindi si può su questa
o su quella forma di intervento, ma non sulla legittimità ed economicità
deirintervento. Tutti gli infiniti tomi che si sono dedicati alla
discussione del problema circa il valore economico
dell’intervento statale, e tutta la secolare opposizione dei liberisti
a ogni forma di intervento, riposano su un colossale equivoco,
dipendente appunto dall’errato concetto di Stato. Discutere se sia lecito
o no l’intervento dello Stato e nello stesso tempo riconoscere la
necessità del bilancio dello Stato —vale a dire, per l’Italia, di un
movimento annuo di decine di miliardi — è un assurdo che può non risultare
soltanto alla cecità degli economisti puri. I quali non sanno quel che si
dicano quando affermano che 1 ideale della vita economica sarebbe quella della
più perfetta libera concorrenza. Se una Nazione è tale in quanto è
Stato, la libera concorrenza, quale è concepita dagli economisti, non solo
non è raggiungibile, ma è negata nel modo più perentorio. Per conseguire
que! presunto ideale bisognerebbe spezzare 1’organismo. negare lo Stato e
tornare al cozzo violento dell’anarchia di natura. 11 progresso di
una Nazione, al contrario, è segnato dalla sua organicita sempre maggiore,
e cioè dalla sempre più consapevole realtà dello Stato; il quale, in
conseguenza, tende a diventare sempre più immanente alla vita degli
individui e sempre più costitutivo di ogni loro manifestazione. L’intervento
dello Stato, in altri termini — se ancora d’intervento può parlarsi — è di
fatto, e tende a diventarlo anche nella coscienza comune, la realtà stessa
della vita economica. E se la scienza dell’economia auspica il trionfo dell
ideale opposto, è troppo palesemente fuori di strada. Allorché la
Carta del Lavoro, dunque, dice all’articolo 9 che « l’intervento dello
Stato nella produzione economica ha luogo soltanto quando manchi o sia
insufficiente 1 iniziativa privata o quando siano in giuoco interessi
politici dello Stato»,parla, evidentemente, un linguaggio d’altri
tempi. Se lo Stato interviene sempre, perché è sempre presente e i suoi
interessi politici investono tutta la vita della Nazione con cui si
identifica, è chiaro che tutta l’economia tradizionale deve spostare il
suo centro di indagine e trasformarsi fin dalle fondamenta. Il suo
problema era, infatti, quello della libera concorrenza (economia
individuale), e della convenienza o meno, in certi casi, dell’intervento
statale (economia prevalentemente monopo* listica): oggi diventa quello
delle forme statali dell’intervento e della organizzazione
dell’economìa, nazionale. 11 binomio di libera concorrenza e monopolio non
ha più significato, e i due termini si risolvono in uno solo, quello della
unità organizzata della vita economica, in cui la stessa concorrenza viene
disciplinata. Cade così l’argomentazione degli economisti, cbe affermano
essere tutte le forine della vita economica riconducibili alle due
sole ipotesi della libera concorrenza e del monopolio. La forma è
unica ed è quella lìbera e monopolistica insieme, in un’unità tale per cui
il concetto di libertà e quello di monopolio sono radicalmente trasformati e
resi inintelligibili in quanto distinti. Gli schemi non servono più perché
non rispondono a nessuna approssimazione alla realtà, e sono
anzi nella loro essenza opposti alla realtà. Liberi sono gli
individui, ma nella Nazione, in questo colossale monopolio in cui la loro
concorrenza si effettua: questa è la realtà a cui invano si opporrebbe
il tradizionale dilemma. Né si creda di sfuggire a questa
conclusione passando dall’economia nazionale a quella internazionale,
poiché la Nazione non va concepita antistoricisticamente come un’entità
limitata dai suoi confini e, nei suoi rapporti con le altre Nazioni, alla
stessa guisa dell’uomo di natura rispetto agli altri individui. La Nazione
include in sé il mondo internazionale, e lutto ciò cbe costituisce la
vita di questo mondo non ha altra sede appunto che nella Nazione, unità
suprema di là dalla quale non esiste che l’unità astratta, perché non
dialettica, dell’umano genere. Il compito che si deve perciò proporre la
scienza è, sì, la costruzione sistematica dell’economia nazionale, nia
intendendo questa come unità concreta ne mondo internazionale, che
non e, neppur esso, riconducibile alPideologia anarchica del liberalismo,
in quanto rientra nella disciplina e nel sistema della Nazione. È al sistema che
bisogna tener sempre fissi gli occhi, specialmente oggi che 1
organizzazione della vita economica sta incendo passi giganteschi e che,
dinanzi al rapido processo di unificazione delle industrie, del commercio, dei
mercati e delle banche, diventa sempre più anacronistico e irrisorio lo
schematismo individualistico della tradizionale economia
pura. Riassumendo, possiamo ormai determinare i capisaldi della nuova
economia, facendoli tutti derivare dal concetto fondamentale della statalità
dì ogni fenomeno economico : Subordinazione di ogni fenomeno
economico al fine statale (essenziale politicità o storicità dell’economia). Interdipendenza
dei fenomeni economici, considerata in funzione del fine statale (
sistematicità o organicità della vita economica). Carattere
pubblicistico della proprietà privata e della vita economica
individuale. Obiettività dei fenomeni economici data dall
obbiettività del fine statale, e quindi loro intelligibilità scientifica, in
contrapposizione alla soggettività dell individualismo (ofelimità). )
Critica dei concetti di libera concorrenza e monopolio, e affermazione di
un’effettiva epiù profonda libertà economica (negazione del liberismo
anarchico e del vecchio statalismo burocratico). Carattere internazionale
della Nazione e unità essenziale del mondo economico. Questa
Veconomia corporativa o senz’altro la economia. Poiché è bene intendersi
una volta per sempre, ed escludere perentoriamente quel mostruoso
tentativo di concepire la scienza economica come una forma astratta, da
adeguarsi a una qualunque delle infinite ipotesi economiche. L’ipotesi è
nna sola e, cioè, quella interpretativa dell’effettiva realtà storica: il
resto non è che fantasia di puristi, abituati a scambiare le formule con
la vita. La scienza dell’economia non può essere che una, perché una è
la vita ch’essa studia: e non ha bisogno dì aggettivi. Quando
contrapponiamo l’economia corporativa a quella liberale o socialista o
nazionalista, non intendiamo dichiarare una nostra preferenza rispetto
a questi possibili sistemi economici, ma vogliamo proprio affermare la
scientificità della prima rispetto al carattere ideologico ed arbitrario
delle altre: l’aggettivo corporativa, che noi aggiungiamo all’economìa, ha il
solo scopo di distinguere la vera dalla falsa economìa, e non un’economia
da un’altra. Che poi essa si chiami corporativa e non altrimenti,
vuol dire non ch’essa si identifichi immediatamente — e perciò in
modo contingente — con l’ordinamento corporativo, ma soltanto che in
questo ordinamenlo la consapevolezza delle sue verità si è resa
più esplicita ed evidente. Che lo Stato sia costitutivo essenziale
della vita individuale non è verità che si instauri col regime
corporativo, né è limitata alla vita politica deiritalia di oggi : ma mai
come nell’Italia di oggi questa verità è stata esplicitamente affermata :
mai si è concepita la vita economica nazionale come un’unità così saldamente
organica. L’epiteto di corporativa non è dunque arbitrario, né menoma
comunque la dignità della scienza a cui si applica oggi ai soli fini
polemici contro il liberalismo, il socialismo, il nazionalismo ecc. Poiché, se 1
economia corporativa è senz’altro l’economia, Io stesso non si può dire,
ad esempio, di quella presunta economia pura che è la quintessenza
dell’economia liberale. A chi, seccato della qualifica di liberale attribuita
al suo metodo scientifico, ha protestato di volersi porre al di là dei
particolari indirizzi e di voler fare solo della scienza, oggi è possibile
dare una smentila categorica. E la smentita suona così: — fino a quando
sulla prima pagina dei trattati di economia non figurerà, a guisa di
postulato fondamentale, il concetto di Stato, sarà vano parlare di scienza
e sarà stolto negare il preconcetto secolare del liberalismo
individualistico. La scienza, abbiamo detto, è una: e tutti
gli indirizzi scientifici dal mercantilismo alla scuola fisiocratica
e dal liberismo allo storicismo, al socialismo, al corporativismo non sono che
i momenti del suo unico processo storicamente determinato. L economia
corporativa vuol rappresentare soltanto lo sladio più avanzato del
processo, in cui tutti i precedenti debbono risolversi trasvalutandosi. A
chi fosse troppo preoccupato del pericolo di subordi ilare la scienza
a fenomeni politici contingenti, possiamo rispondere che la politica non
profana la scienza quando a essa ci s’avvicini con la fede
dello scienziato e non con l’anima del politicante. TI pavido si ritrae
per falso pudore, e nega l'obiettività della scienza col volerla troppo
salvaguardare: il ricercatore spregiudicato non teme, invece, di
fissar gli occhi nella realtà di cui viviamo, e di scoprire l’eterno
nel contingente. La difficoltà maggiore, che si è incontrata nella
comprensione della tesi dell’identità di individuo e Stato, è derivata
generalmente dal non aver approfondito i concetti di individuo e di Stato
che si ponevano a fondamento del rapporto di identificazione. È chiaro
che. prima di discutere sulla validità di tale rapporto, occorre rendersi conto
del significato dei termini che siconfrontano, perché, se si suppone
noto il significato stesso, si insiste evidentemente in quella concezione
dell’individuo e dello Stato, che ha condotto, nello sviluppo
storico del pensiero, airantinnmia da noi contestata. Storicamente, vale a
dire nel processo della attività speculativa come di quella pratica e politica,
è certo che lo Stato si è configurato a guisa di un ente contrapposto e
sovrapposto all’individuo: e si è parlato, quindi, di autorità di fronte a
libertà, di sovranità di fronte a sudditanza, di arbitrio politico
di fronte a interesse economico, e via dicendo. Lo Stato, insomma, era una
sovrastruttura, sia pur necessaria, della vita degli individui, e si esauriva
nel compimento di particolari funzioni, dette appunto statali. Ne
derivava che lo Stato poteva individuarsi in determinati organi e in
determinate persone, cui erano attribuiti determinati compiti, entro una
sfera esplicitamente circoscritta e non coincidente che in minima parte
con la sfera d’azione degli individui. A questo Stato, così concepito, gli
economisti negavano e negano tuttora la possibilità di un intervento
benefico nella vita economica degli individui. Ed avevano ed hanno
perfettamente ragione; così come hanno torto quegli altri economisti che,
senza persuadersi del mutato concetto di Stato, accedono tuttavia
ecletticamente all’opinione della possibilità benefica di un certo intervento
statale nell’economia individuale. Se lo Stato trascende, sia pure rispetto a
una zona soltanto, il campo d’azione dell’individuo, esso non può non turbarne
Tequilibrio ogni volta che vi porti un mutamento. Ammettere la
possibilità di un intervento benefico, di un solo, di un transitorio, di
un limitatissimo, del più piccolo tra tutti gli interventi immaginabili,
significa ammettere la possibilità che lo Stato alteri vantaggiosamente
con quel suo intervento tutto il sistema generale dell’equilihrio
economico della vita degli individui, e cioè faccia coincidere, non
limitatamente all’oggetto del particolare intervento, ma nella totalità
delle determinazioni, la propria realtà con quella degli individui. Se si
vuol restare nell’ipotesi che Stato e individuo siano due realtà diverse,
anche solo parzialmente diverse, la conclusione logica non può essere che
una, e precisamente quella del liberismo intransigente: lo Stato non deve
intervenire mai e per nessuna ragione; il suo intervento, implicando
sempre un’alterazione dell’equilibrio naturale, non può essere che
nocivo. Se non che la concezione storica dello Stato, che ha dato
luogo a tali conseguenze nel campo della scienza economica, ha cominciato a
modificarsi profondamente proprio quando, nella seconda metà del
secolo XVIII, i classici dell’economia iniziavano una sistemazione della loro
scienza con la consapevolezza critica del carattere negativo di uno
Stato trascendente. Sì che tutta la scienza dell economia si è venuta
costruendo sul presupposto dell’antitesi di Stato e individuo, in funzione
di quel concetto di Stato che rispondeva alla realtà storica anteriore
al processo di trasformazione. E a poco a poco — quasi senza nessuna
consapevolezza — si è giunti al paradossale risultato di uno svuotamento
progressivo della scienza del’economia, svuotamento non dovuto ad errore nella
critica dello Stato trascendente, ma solo aU’illusione di credere ch’esso
davvero esistesse e che esistesse perciò quell’individuo extra-statale, su cui
la scienza aveva costruito il castello delle sue astrazioni. Il fondamento
liberistico di tutta l’economia classica e della migliore
economia contemporanea, e l’atteggiamento antistatale
che l’accompagna, costituiscono certamente l’interna logica e il principio
sistematico di questa scienza: e possiamo aggiungere che, se lo Stato
fosse quella realtà che gli economisti immaginano e se l’individuo fosse
quel soggetto economico che la scuola psicologica ha caratterizzato spingendo
all’assurdo il concetto già implicito nelle teorie dei classici, la scienza
dell’economia avrebbe raggiunto un grado notevole di perfezione, forse il
più alto grado raggiungibile sulla base di tali presupposti. Ma il
guaio, o meglio la fortuna è che così quello Stato
come qucll’individiio non esistono in realtà, e che col mancare dei presupposti
si vanifica inesorabilmente tutla la costruzione faticosamente elaborata.
È quell ìntimo anacronismo di principi e finalità che caratterizza la
crisi della scienza economica contemporanea, sia pure attraverso gli sforzi che
da più parti si vanno facendo per superare -— in modo peraltro molto
empirico — l'antinomia di cui si comincia ad avere coscienza. Né la colpa
può attribuirsi completamente agli economisti, -se è vero che ancor oggi
si stenta ad acquistare familiarità con i nuovi concetti fin nel campo più
rigorosamente speculativo, e solo ìin'infima minoranza di giuspubblicisti
comincia a porsi con qualche precisione problemi del genere. Tuttavia è tra gli
economisti soprattutto che si nota la maggiore riluttanza ad occuparsi
della questione, o addirittura l'ignoranza della sua esistenza : tra gli
economisti che, per tradizione di specialismo scientifico, disdegnano di
valicare in qualsiasi senso gli arbitrari confini della loro scienza e
credono di contaminare la purezza della economìa coordinandola con il
processo della speculazione, della politica e del diritto. Si
spiega perciò come essi possano tener fede dogmaticamente a concetti tanto
controversi, accontentandosi di dar loro un significato empirico
rispondente a presupposti teorici di altri tempi: si comprende infine come
possa suonar loro strana, e anzi impertinente, la pretesa di chi chieda
loro il significato dei concetti di Stato e di individuo. L’economista —
essi rispondono — non pretende porsi e risolvere scientificamente questi problemi;
egli accoglie questi termini nel significato corrente e a tutti noto, e su
essi costruisce i teoremi dell’economia. Che poi il significato corrente
non 3 Sunna sia rigoroso e sia anzi suscettibile di critiche più
o meno radicali, è questione cbe reconoinista non discute, perché
relativamente indifferente alla sua scienza: a lui hasta richiamarsi con
quei termini a una realtà di fatto riconoscibile facilmente
da chiunque. ') E il ragionamento non farebbe una grinza se potesse
esserci veramente un significato comune precisamente determinato dei
concetti di Stato e di individuo, se, cioè, noi potessimo sul serio
sostituire mentalmente a quelle parole una qualunque realtà di fatto a confini
netti. Ma, al contrario, è facile accorgersi cbe. quando ciò si
volesse fare con sincerità, ogni sicurezza vacillerebbe, e a poco a
poco all’illusione della certezza subentrerebbe la certezza dell’illusione, i
termini diverrebbero ambigui e la presunta realtà di fatto andrebbe
allargandosi o restringendosi arbitrariamente fino a comprendere tutto o a
ridursi a un misero moncone. Sottigliezze — si obietterà ancora
incredulamente, — questioni di lana caprina, da cui resta
turbato soltanto chi è abituato a spaccare in quattro il capello, ma che
non possono preoccupare sul serio ehi guarda alla realtà nelle sue
manifestazioni essenziali: se tutti parliamo di Stato e
c’intendiamo perfeLtamente, vuol dire che, in sostanza, sappiamo *)
Questo è, in sostanza, l'appunto che mi fece il Gotitii nel eno (apporlo
al Congresso di Bolzano (settembre 193. o Lo Sialo, si disse, non può
intervenire in un dato momento, perché è presente sempre. Ma non bisogna
prendere la parola intervento in senso diverso da quello che ormai è di uso
comune » (Il procedimento sperimentale dell’economia corporativa, in « Giornale
degli economisti». La risposta alle obiezioni del Gobbi dovrebhe risultare
abbastanza chiara da lutto il contenuto di questo capitolo, che vorrei porre
come pregiudiziale di ogni ulteriore discussione sulla validità dei
principi della scienza economica. tutti che cosa esso sia. o per lo meno
che cosi crediamo che sia. Ebbene, a rischio di apparire banali,
abbandoniamo per un momento il terreno più propriamente scientifico della
discussione, trascuriamo cioè le attuali controversie dottrinarie, e
scendiamo anche noi a quel senso comune cui ci richiamano perentoriamente
alcuni economisti, quasi avessimo perso il contatto con la terra per la
velleità di correre inutilmente per i cieli. Scendiamo, dico, a ragionare all
ingrosso e a determinare su per giù questo comunissimo concetto dello Stato:
vediamo, insomma, se è possibile giungere a una conclusione pralica
qualsiasi, che ci autorizzi poi a rimanere fedeli a ciò che gli economisti
dicono quando parlano di Stato e individuo, di intervento, di libera concorrenza,
di monopolio, ecc. Se vi perverremo, se potremo comunque pervenirvi, ogni
ragione di dissenso sarà tolta, e ognuno potrà proseguire in pace il
suo cammino; ma se, per avventura, ciò non fosse possibile, bisognerebbe
pure che gli economisti si decidessero ad affrontare tutte le conseguenze e a
mettere cioè in discussione tutti i principi della loro scienza. Tra
le diverse risposte che potrebbero darsi alla domanda: «che cosa è lo
Stato?», credo che un economista finirebbe col preferire quella che
si ricollegasse al concetto di bilancio dello Stato: Stato è 1 ente
il cui bilancio si chiama appunto bilancio dello Stato. E sarebbe ima risposta
precisa, inequivocabile., perfettamente individuata nell’organismo di un
sistema scientifico, sì cbe ogni ulteriore discussione sulla sua legittimità
dovrebbe apparire inutile. Ma se gli economisti danno allo Stato questo
significalo ristretto di amministrazione centrale, non è certamente a esso
che si limitano quando parlano di intervento statale nell’economia individuale.
Nessuno infatti crede di dover distinguere l’intervento dello Stato strido
sensu da quello, ad esempio, della provincia, o del comune, o di un ente
pubblico in genere: e nessuno pensa a un rapporto necessario tra
intervento politico e bilancio dello Stato quando si stabilisce, ad esempio,
lina riduzione del numero delle osterie. Ci deve essere, dunque, un
altro criterio per determinare i confini di quella realtà cbe gli
economisti chiamano Stato, e studiano in rapporto ai fenomeni della libera concorrenza.
A tal riguardo, oggi Stato in Italia sono senza dubbio anche l’organismo
corporativo e il partito nazionale fascista, che di gran lunga trascendono
la particolare vita del bilancio statale, e da cui nessuno potrebbe senza
arbitrio prescindere per spiegarsi l’attuale vita economica della nazione. E
dunque lo Stato si allarga necessariamente, anche se ci limitiamo a questa
prima considerazione empirica del problema, daH’ammiiiistrazione centrale
a quella periferica, da pochi organi determinati a una molteplicità indefinita di
poteri regolatori. Sì che l’economista deve tornare a porsi il problema da
capo e andare alla ricerca di un criterio comprensivo di questa più vasta
realtà cui deve riconoscere la qualifica di Stato. Non più
tecnicamente rilevabile attraverso un particolare fenomeno economico come
quello del bilancio statale, la distinzione di Stato e individuo deve
a questo punto trascinare l’economista di là dai confini della sua
scienza, e indurlo a ricercare nel campo del diritto e della politica quel
concetto di Stato che gli è necessario per costruire scientificamente una
teoria degli effetti economici dell’intervento statale. Lo sconfinamento è, al
solito, in gran parte inconsapevole e la soluzione del problema resta,
nella letteratura della odierna scienza economica, affatto indeterminata ed
equivoca. All’ingrosso si può dire che l’economista contrappone Stato e
individuo intendendo contrapporre governo e governati. E anche questa
distinzione potrebbe reputarsi precisa e perentoria, se fosse possibile
in realtà individuare non arbitrariamente il concetto di governante;
se fosse possibile, in altri termini, distinguere di fatto i governanti
dai governati, ossia la volontà e l’azione economica dei governanti dalla
volontà e dall’azione economica dei governati. Se lo Stato, in effetti, è
sinomino di governo, l’intervento statale non potrà concepirsi se non
come quello esercitato da un’autorità governativa, ma, anche qui,
nessun economista può essere tanto ingenuo da identificare tale autorità con la
persona del sovrano e con il gabinetto. Anche qui è necessario scendere
dal governo strido sensu al potere governativo esteso a tutte le autorità
centrali e periferiche, da quelle dei ministri a quelle degli enti locali,
delle federazioni, dei sindacati, del partito, ecc. E il problema di nuovo
si allarga in modo indefinito, senza che all’eonomia sia possibile
empiricamente raggiungere i limiti dell’attività governativa e degli uomini che
la impersonano. Di gerarca in gerarca si scende tutta la scala dell’
organismo sodale, senza die sia mai possibile arrestarsi e trovare sul
serio l’individuo che sia governato senza governare. Quando anche si sia
scesi fino al fondo della scala e si sia raggiunta la massa degli
individui che sembra non abbia altro compito sociale se non quello di
lavorare e di obbedire, si deve pur riconoscere, e lo Stato moderno lo
riconosce di fatto, che la massa stessa si articola, si eleva, si spiritualizza
e fa cioè sentire la sua volontà. In quanto essa è qualche cosa nel mondo
sociale, è azione, e cioè governo, così come lo stesso ordinamento
giuridico riconosce allorché a essa affida il compito di votare, vale a
dire di porsi a tu per tu con la suprema autorità governativa, e riconoscerla o
disconoscerla, darle o toglierle il governo, e quindi condizionare e
disciplinare tutta l’azione governativa. Governo e governati vengono
perciò a fondersi nel circolo della vita polìtica, e gli ultimi toccano i
primi, in un organismo unico armonicamente costituito. Quest’organismo, che
tutti li comprende e che si esprime in una volontà unica, è appunto e
soltanto lo Stato, con il quale l'individuo, in quanto animale sociale,
non può non coincidere assolutamente. A questo nuovo concetto e a questa
nuova realtà dello Stato, per cui l’antinomia di Stato e individuo si è venuta
via via risolvendo, si è pervenuti a traverso un processo storico che qui non è
il caso di illustrare in modo particolare. Basti dire ch’esso è il
processo dello spirito umano, del pensiero del secolo XÌX e dei primi decenni del
XX, 39 — della critica della vecchia trascendenza e dell’ultima sua
forma concretatasi neìl’individualisino illuministico: è il passaggio del
liberalismo dalla sua forma irrazionale e anarchica a quella organica
e disciplinata, è il trasformarsi dell’opposizione più o meno
radicale all’autorità e alla realtà dello Stato nel riconoscimento del suo
universale valore immanentistico. Naturalmente le fasi dello sviluppo non
si possono individuare con facilità e anzi di esse non è dato aver
coscienza, se non quando si sia pervenuti alla piena comprensione dei
risultati raggiunti: sono fasi riconoscibili solo dall’occhio esperto del
cultore di studi storici e filosofici, che sa risalire alle fonti del nuovo
orientamento speculativo e determinarne la necessità logica, ragione delrineluttabile
shocco nella vita pratica. E allo storico solo è, quindi, consentito di
volgersi con piena consapevolezza alla presente realtà politica
per adoperare in senso non occasionale termini ed espressioni
relativi a un’esperienza anch’essa non occasionale. Quando si parla, non
ciarlatanescamente, di economia corporativa, non s’intende parlare né di una
speciale forma di economia relativa a una contingente esperienza politica,
né di una esperienza politica arbitraria da ordinare scientificamente.
S’intende, invece, riconoscere storicamente e scientificamente un
ulteriore sviluppo della scienza economica, ossia l’erroneità di certi suoi
presupposti e la necessità di sostituirli con altri: e s’intende, insieme,
riconoscere la razionalità di uno sviluppo politico, dovuto agli stessi motivi
spirituali dello sviluppo scientifico e tutt’uno con esso.
Stato corporativo ed economia corporativa sono, in altri termini,
frutti imprescindibili dello spirito moderno ed espressioni del massimo livello
da esso raggiunto : qualunque sia la forma clic verrà assumendo l’idea
eorporativa, è eerlo che essa, per il superiore concetto di Stato che
rappresenta, informerà tutta la scienza e la politica dell’avvenire. Ma
perché la previsione non riesca fallace è necessario saper discernere bene
ciò che vi ha di essenziale nel movimento corporativo, e non confondere la
sua realtà positiva con le particolari forme, con i molteplici tentativi e
anche con le inevitabili deviazioni della complicata prassi politica.
Il che vuol dire che non bisogna considerare i fatti nella Ioto
immediatezza indistinta, bensì valutarli alla stregua di un criterio
storico che ne spieghi la necessità logica. Se essi sono frutto della
storia non possono intendersi se non attraverso la storia, ossia
attraverso lo sviluppo del pensiero che nella storia si esprime, e debbono
essere avviati verso quegli ulteriori ideali che sorgono dalla
consapevolezza storica e scientifica. Allora l’idea corporativa può venire
sul serio individuata e resa intelligibile, cioè elevata alla considerazione
scientifica, non a titolo di nuovo oggetto di studio, ma come ragione
interna dello stesso processo scientifico. Allora l’idea corporativa esce dalla
vaga formulazione propria di un’esperienza politica in rapidissimo movimento
e si riconosce in una verità storica che è frutto di una secolare
elaborazione dottrinaria e pratica: l’identità di Stato e
individuo. Ora, se guardiamo all’ordinamento corporativo da questo
superiore punto di vista, dobbiamo convenire che il suo effettivo
significato storico sta appunto nel tentativo di rendere sempre più
concreta l’organicità statale della vita della nazione, e cioè di rendere
lo Stato sempre più immanente alla vita dell’individuo. Nel regime
corporativo lo Stato è destinato a perdere la caratteristica di un ente
trascendente, a non contrapporsi, cioè, agli individui che sono soggetti
alla sua autorità, ma ad estendere via via i propri confini scendendo dal
vertice alla base e ricomprendendo senza residui tutta la
realtà sociale. L’autorità dello Stato non è più una disciplina che si
impone ai cittadini dall’esterno, ma è la stessa disciplina con cui lo
Stato si organizza nel suo interno: poiché nella corporazione si
incontrano di fatto Stato e individuo, e reciprocamente si trasformano in
un rapporto dialettico che dà significato a entramhi i termini. Cosi nel
diritto come nell’economia rincontro, naturalmente, si esprime con
la identificazione progressiva del pubblico e del privato, e basta
guardarsi intorno per convincersi della radicale e rapidissima trasformazione
die questi concetti vanno subendo in tutti i rapporti della
vita sociale. Parlare oggi, ad esempio, di proprietà privata, senza
riconoscere anche ad essa un sostanziale carattere pubblicistico, è un
assurdo che risulta evidente a ogni giurista non fossilizzato. E, se dal
concetto base della proprietà scendiamo agli altri infiniti che a esso si
ricollegano, tanto dal punto di vista giuridico quanto da quello economico, è
facile accorgersi che tutti acquistano un significato statale al quale
nella realtà non possono sottrarsi. Costi, prezzi, salari, iniziative, imprese,
banche, negozi, commerci, ecc., tutto è ormai, non solo
implicitamente come sempre, ma anche con progressiva consapevolezza ed
esplicita volontà, subordinato a una disciplina statale di cui sarebbe assurdo
voler segnare i confini. Ed è proprio questa impossibilità che ormai rende
chiaro, anche sul terreno della realtà politica, il progressivo
svuotamento delle locuzioni tanto abituali nella letteratura della vecchia
economia. Che cosa può mai significare oggi intervento statale nell
economia individuale, quando si è reso esplicito anche ai più ciechi che
non esiste alcun atto economico che non sia condizionato dall’organisnio
statale? Finché lo Stato si personificava in un ente e si esauriva nell
opera di una burocrazia, esso poteva intervenire in una realtà che era
fuori dell ente e della burocrazia: ma oggi che Io Stato non è,
neppure in apparenza, un ente, né si limita a una huroerazia, perché si
estende attraverso la vita sindacale a tutti gli individui, oggi
finalmente è scomparso il soggetto stesso dell’intervento
facendo scomparire con sé tutte le proprie particolari
manifestazioni. Per chi continuasse a sorridere scetticamente sarà
opportuno portare un esempio molto noto: quello del calmiere. Non so se
molti hanno riflettuto sulle vicende che ha subito il calmiere in Italia in
questi ultimi anni: a chi non lo avesse fatto e si domandasse 6e oggi in
Italia esistono tuttavia dei calmieri, dovrebbe apparire chiara una sola
risposta e cioè che oggi in Italia la parola calmiere non ha più
significato, è diventata anacronistica e ha seguito la sorte di quella
concezione politica ed economica che il fascismo viene liquidando. Ancora
fino a qualche anno fa si parlava di bardature economiche e della
necessità di sopprimerle, ancora si contrapponeva l’intervento alla libertà e
si discuteva quindi sulla legittimità o meno dei calmieri. Oggi la
questione è superata, non risolta né nell’uno né nell’altro senso, ma
vuotata di conte mito attraverso la consapevolezza acquisita dell’assoluta
unità della vita economica italiana. Che significato dar piu alla parola
calmiere quando in pochi giorni prezzi e costi sono mutati in tutto il
paese in virtù di una sola parola d’ordine? Quando contratti collettivi,
stipendi, salari, prezzi di vendita all’ingrosso e al minuto, ecc., sono
tutti legati da una ferrea disciplina nazionale? Che non è, si comprende
bene, una disciplina arbitraria e quindi antigiuridica e antieconomica, ma,
almeno nella sua realtà migliore, il disciplinarsi stesso, e dairinterno,
della vita economica d^l paese vista in funzione di un unico fine
statale^ È lo Stato che coincide con l’individuo e lo risolve nella propria
organicità : è l’individuo che vede nello Stato la sua ragion d’essere
e lo risolve nella propria volontà. La tesi dell'identità di Stato e
individuo, che teoricamente e storicamente si è venuta
delineando, può ancora andare incontro — come si è già accennato — a una
obiezione di carattere empirico, fondata sulla constatazione di un reale
contrasto tra l’attività e le finalità economiche dell’individuo
e quelle dello Stato. È vero — ci si può opporre e ci si oppone in
effetti da più parti — che in teoria, ossia, idealmente. Stato e individuo
coincidono, ma nella concreta vita sociale è pur vero che
l’opposizione o almeno la differenza c’è, e con il suo solo
esserci non può non smentire la teoria. O voi dunque — si continua —
vi contentate di restare in un’atmosfera di pura idealità io cui la teoria
si esaurisce compiutamente in se stessa, e allora potrete avere anche ragione:
o voi invece volete che la teoria si adegui alla realtà e serva ai suoi fini, e
allora dovete riconoscere che la vita è radicalmente diversa
da quella che voi andate teorizzando. Nel primo caso fate una
metafisica, nel secondo lina cattiva economia. Prima di rispondere
esplicitamente a questa obiezione, sarà opportuno ricercare le ragioni
effettive del contrasto indubbiamente esistente e sempre risorgerne nella
vita sociale tra fine pubblico e fine privato. Tale contrasto — diciamo
anche noi — c’è e sarebbe stolto negarlo o porlo comunque in dubbio, tanto
evidente esso è nella vita di ogni giorno e nella coscienza intima di
ognuno di noi. Se diminuiscono gli stipendi e io sono uno stipendiato, posso logicamente
convincermi della necessità e quindi dell’utilità economica nazionale
della riduzione, ma, se mi fosse lecito sottrarmi alla legge comune, e
ottenere che il mio stipendio sfuggisse al provvedimento generale, con molta
probabilità sarei lieto dell’eccezione e agirei perché essa si
verificasse. Il che vuol dire che in realtà tra il mio fine individuale e
quello stalale c’è un contrasto esplicito e che l’agire economico mio non
è identificabile con quello dello Stato. Ma se così è, non bisogna tuttavia
arrestarsi al riconoscimento e occorre spiegarsi la contraddizione Ira ciò che
sarebbe logico e ciò che è reale. E basta appena porre il problema in
questi termini per accorgersi che la ragione dell’indisculibile fatto è
appunto contraria alla logica, è essenzialmente. profondamente illogica. Il
contrasto, in altri termini, c’è, ma è dovuto a una deficienza, a una
negatività; esso rappresenta il lato patologico dell’effettiva realtà
sociale, ossia l’elemento disgregatore e non quello unificatore della
società. Se poi volessimo renderci conto della radice del male e
ricercare in'quale dei due termini del rapporto Stato-individuo si
verifica la ragione del contrasto, dovremmo riconoscere che non a
uno solo di essi può limitarsi la colpa, poiché a fondamento di entrambi è
sempre una attività umana suscettibile di degenerare nelFegnismo
antisociale, l’identità si spezza o almeno si attenua ogni volta che
l’individuo si fa diverso dallo Stato: ogni volta insomma che lo Stato
diventa sopraffattore o che l’individuo diventa ribelle. Alcune brevi
osservazioni potranno chiarire il duplice modo del
sorgere dell'antitesi. E cominciamo dallo Stato, contro il quale
generalmente si appuntano le critiche degli economisti, insofferenti del
contrasto soltanto quando l’azione statale ne sia la fonte. Chi può negare
un qualsiasi fondamento alle critiche dei liberisti contro gli interventi
dello Stato nel campo dell'economia individuale? E se non è possibile una
negazione perentoria, come si spiega il verificarsi di interventi dannosi
e antieconomici? Per rispondere in modo scientificamente esatto bisogna
convenire che l’azione economica statale è nociva soltanto quando lo Stato
non è veramente tale, e cioè quando rinnega la sua realtà universali
zzatrice e si parti eoi arizza in determinati individui o in una
determinata classe. Il modo, poi, in cui il particolarizzarsi dello
Stalo può effettuarsi è duplice, a seconda che lo Stato
si differenzia dalla nazione per ignoranza o per interesse. Nel primo caso
lo Stato — o, per non equivocare, il governo in senso stretto, o, meglio
ancora, gli individui che lo impersonano — interpreta arbitrariamente la
volontà della nazione e agisce in senso antieconomico perché rompe
l’organismo sociale, imponendo una volontà affatto individuale, disgregatrice
di quella universale. È il governante che vuole agire per lo Stato, ina
che in effetti opera contro lo Stato per l’incapacità di dare valore
universale alla propria volontà. Nel secondo caso, in cui il governante
agisce per interesse proprio, non solo manca la capacità di
universalizzarsi e di assurgere veramente a Stato, ma c è addirittura la
volontà di particolarizzatsi anteponendo dolosamente la propria
individualità allo Stalo. È il caso del tiranno o della classe dirigente
che abbassa la nazione a strumento dei propri fini particolari. Ora,
è chiaro che tanto nel primo quanto nel secondo caso la tesi dell’identità
d’individuo e Stato, lungi dall essere scossa e compromessa, è
luminosamente confermata nella sua assolutezza. Il dualismo infatti è possibile
in entramhi i casi non per la contemporanea esistenza di due realtà
distinte che sarebbero l’individuo e lo Stato, nia per la inesistenza di
una vera volonlà statale. Sono individui (Stato) che si contrappongono a
individui (sudditi) in un contrasto anarchico di fini particolari:
l’unità di individuo e Stato non può effettuarsi, perché inanca
quella realtà universale in cui i due terniini debbono incontrarsi e
sintetizzarsi; manca — rigorosamente parlando — lo Stato. E l’individuo
si oppone allo Stato non perché veda in esso uno volonlà e un fine
universali contrastanti con la propria volontà particolare, ma solo perché
vi scorge una volontà anch essa particolare che non ha alcuna ragione
intrinseca di prevalere. Queste stesse osservazioni, fatte per
dimostrare 1 origine patologica del dualismo di Stato e individuo,
valgono, presso a poco negli stessi termini, per il caso che la colpa di
esso debba attribuirsi all’individuo. È vero che 1 individuo spesso concepisce
il proprio fine e il proprio interesse come contrastanti con quelli
dello Stato, ma la ragione va trovata anche qui o nell'ignoranza del valore del
fine statale o nella volontà di sopraffare lo Stato abbassandolo a
strumento del proprio interesse particolare e violentando la volontà degli
altri individui. In entrambi i casi la sua condotta non si spiega con
l’esistenza di due realtà distinte: individuo e Stato, ma solo con la
negazione di uno dei due termini. È rindividuo che non riconosce lo Stato.
Se per poco lo riconoscesse, se ne ritenesse giustificata l’esistenza e lo
sentisse come valore da difendere, diverrebbe sua preoccupazione quella di
conformare la propria volontà alla volontà dello Stato, di coordinare cioè
il proprio mondo con quello dello Stato in un'unità superiore in cui
i due termini si risolvessero. E insomma ancora una volta si deve concludere
che se di Stato può propriamente parlarsi, se lo Stato non è un nome
ma una realtà effettiva, esso non può che coincidere con l’individuo.
L’antinomia sussiste e sempre sussisterà, ma come il male nel processo
dello spirito, vale a dire come la volontà di negare ciò che ha valore
universale, di sopprimere o di menomare lo Stato. Forse neppure dopo
l’analisi del contrasto tra Stato e individuo possono ritenersi
definitivamente combattute le obiezioni che si fanno alla tesi
della identità dei due termini. Ebbene — ci si potrebbe ancora dire —
sia pur giusto quanto voi sostenete e sia pur vero che il contrasto denota
soltanto la mancanza o la menomazione della realtà dello Stato, ma
intanto, comunque, il contrasto c’è ed è fondamentale, sì che da esso non è
lecito prescindere, senza abbandonare la realtà concreta e smarrirsi
dietro un utopistico ideale. Noi dobbiamo fare la scienza della vita
quale essa storicamente ci si presenta, e non quella di un mondo astratto,
fosse anche il più celestiale dei mondi possibili. A evitare ogni
timore di tal sorta potremmo richiamarci al carattere radicalmente
storicistico del nostro assunto: nessuno più di noi può aver l’intenzione
di aderire alla realtà e di trovare in essa e soltanto in essa la norma
scientifica. E perciò sarà opportuno dichiarare senz’altro
perentoriamente che nessuno più di noi è convinto dell’esistenza
del contrasto; che nessuno più di noi è disposto a riconoscere
l’impossibilità dell’eliminazione totale, sia pur fantasticata nel più
lontano futuro, del contrasto stesso. L’antinomia c’è e sempre risorgerà,
perché essa è nella dialettica della vita, sì che sopprimerla davvero
per sempre significherebbe sopprimere con essa la vita. La quale non è
perfezione ma processo I ; di perfezionamento, e perciò non
identità statica dì individuale e universale, vale a dire non
conquista definitiva del valore, ma sforzo continuo di adeguamento
dell’individuale all'universale, ossia conquista di valori sempre più alti. Per
adeguarsi allo Stato l'individuo deve vincere se stesso, superare
la propria particolarità, dominare gli impulsi, rinunciare all’arbitrio,
disciplinarsi insomma attraverso una serie di sforzi, in cui il dualismo
riaffiora continuamente e non può mai dirsi risolto
per intero. Ma se questa è legge di vita, anzi la vita stessa nel suo
svolgimento, occorre poi saper distinguere entro il processo i due termini
dialettici e non confondere il negativo con il positivo.
L’individuo è veramente tale, è cioè una realtà positiva o un valore
spirituale solo per quel tanto che riesce a universalizzarsi nello Stato:
per quel tanto invece per cui resta al di qua dello Stato egli è non
valore, irrazionalità, mero arbitrio disgregatore della realta sociale; è
particolarità chiusa in se stessa e incapace di divenire comunque termine di
rapporto, lira, è chiaro che un soggetto il quale sfugga
alla possibilità di un rapporto con gli altri soggetti — se non
sfuggisse, la sua particolarità sarebbe con ciò «lesso superata, e quindi
l’ipotesi negata — è assolutamente negativo, ossia assolutamente
inintelligibile. Volerlo considerare oggettivamente, facendolo assurgere a
contenuto di scienza, è impresa tanto disperata e assurda, quanto quella di
voler fare scienza dell irreale: e purtroppo in questa assurda fatica si è
cimentata finora la scienza dell’economia per quel tanto per cui ha voluto
tener fede ai suoi presupposti e assumere veste ^ • SniJTtì 50
— sistematica. 11 così detto homo aeconomicus è appunto l’ipotesi astratta
dell’individuo visto, non in un particolare aspetto della sua attività di
uomo — come erroneamente è stato ritenuto dagli economisti —, bensì nella
mera negatività del soggetto considerato come particolare. Esso, dunque,
non è un’ipotesi scientifica — per astratta cbe la si voglia pensare — ma
proprio l’ipotesi negativa della scienza: se esistessero di fatto gli “homines
œconomici”, il loro agire, per definizione, non sarebbe suscettibile di
sistemazione scientifica. Per quel tanto, invece, per cui l’uomo
entra in rapporto con gli altri e supera la propria particolarità
nell’opera di collaborazione, per quel tanto appunto esso diventa
intelligibile e logicamente considerabile. La sua azione trascende,
infatti, l’arbitrio e si razionalizza, il suo procedere si disciplina secondo
norme determinate e la sua soggettività si risolve neH’organismo della
vita sociale, nello Stato. Per quel tanto, insomma, per cui individuo
e Stato si identificano, il soggetto economico — In Stato cbe è
individuo o l’individuo che è Stato — diventa una realtà positiva, e
l’azione economica diventa suscettibile di considerazione scientifica.
O si fa scienza e si riconosce l’identità sostanziale dei due
termini, o si ipostatizza l’individuo considerandolo positivo nella sua
particolarità e si rinuncia alla scienza. Ogni via di mezzo è fatalmente
destinata all’equivoco e all’errore. A illustrare l’argomentazione potrà
forse valere un esempio tratto da altre discipline: la grammatica o la
sintassi. Sono discipline cbe ci indicano le leggi del parlare e dello
scrivere; leggi non fissate arbitrariamente, ma ritrovate nella realtà
di coloro die parlano e scrivono. Se non che, così come nel rapporto tra
individuo e Stato nella vita economica, anche qui l’individuo non si
adegua sempre all universale della legge e comunemente sgrammatica.
Anche qui il parlar secondo grammatica è un ideale che di fatto non è mai
raggiunto, né sarà mai raggiunto; eppure a nessuno viene in mente di
fare la grammatica dell’individuo e di porre a fondamento di essa
l’arbitrio di parlare come si desidera. Se si vuol fare scienza occorre
pur considerare l'elemento positivo e non quello negativo: occorre cioè
determinare l’universale in cui gl'individui convengono e non il
particolare che non riescono a superare. Ora, la scienza
deH’economia ha mirato proprio a fare la grammatica dell’individuo, e,
quando non è stata arrestata lungo la china dalla forza imperiosa della
realtà, è precipitata addirittura nell unica conseguenza possibile, quella dell
ideale della libera concorrenza, che, mante? nendo ancora il paragone, vai
quanto l’ideale del lihero parlare, ossia del parlare senza
grammatica. Mapotrebbe forse osservare a questo punto I economista a
fondo positivisteggiante — noi non vogliamo indicare norme di vita. Noi
vogliamo, cioè, indicare nella libera concorrenza non un
ideale economico, ma un ipotesi economica : se si raggiungesse I ideale
della lihera concorrenza quali fenomeni si verificherebbero? — ecco il
problema. Ebbene, rispondiamo ancora una volta, l’ipotesi non ha senso
come non avrebbe senso lo sforzo del grammatico che volesse studiare la
grammatica di un ipotetico paese in cui ognuno parlasse un linguaggio
proprio. 0 la libera concorrenza ha una qualsiasi disciplina e si compone nella
vita statale, e allora si può analizzare entro l’ambito di tale disciplina; o
la libera concorrenza è davvero l’incontro irrazionale di soggettività
particolari, e allora non può essere cbe abbandonata a se
stessa. Nelle osservazioni che precedono si è cercato di dare un
concetto preciso della tesi dell’identità di individuo e Stato, e di
mostrarne il carattere storicistico, che la pone non a fondamento di una
qualsiasi opinione scientifica, bensì come principio informatore necessario
della nuova scienza economica, in quanto la si renda adeguata al livello
speculativo e politico della vita contemporanea. A quali conseguenze il
nuovo principio conduca nella costruzione sistematica dell’economia non è
possìbile illustrare se non costruendo appunto la nuova scienza; tuttavia
deve già a questo punto risultar chiaro che le conseguenze non possono
essere di carattere accessorio o particolare, ma tali da trasformare
radicalmente la fisionomia della dottrina economica. Spostare il soggetto
economico daWhomn cecoiwmicus, ossia dall’individuo particolare,
all’individuo visto nella sua identità con lo Stato, significa mutare
nb imis i concetti di valore, di utilità, di benessere, di bene
economico, di ricchezza, di libera concorrenza, di monopolio, di
intervento statale, ecc. : di tutti i concetti fondamentali, cioè,
dell’economia quale si è venuta costruendo da secoli. Sarà una
trasformazione lunga e faticosa, e tanto più ardua quanto piu ci si andrà
avvicinando alla trattazione dei pròblem, particolari, in cui è facile smarrire
la coscienza c ei presupposti e degenerare in un falso tecnicismo. Ma sarà una
trasformazione assolutamente necessarla, alla quale converrebbe che aprissero
fin da ora gli occhi quegl, economisti che si cullano tuttavia nella
illusione di possedere leggi e teoremi di inoppugnabile certezza. Uno
dei problemi fondamentali dell’economia, in cui la tesi dell’identità di
individuo e Stato può Irovare la conferma del suo valore critico e
ricostruttivo, è certamente quello del benessere. Preoccupazione costante della
scienza è stata la ricerca delle condizioni necessarie per il
raggiungimento del massimo benessere individuale e del
massimo benessere sociale, e a questo supremo fine si può dire siano
subordinate tutte le particolari teorie e indagini degli economisti, anche
quando essi ripudiano come antiscientifico il concetto di disciplina normativa.
Se essi confrontano, infatti, le diverse ipotesi economiche e ne studiano, sia
pure astrattamente, le peculiari conseguenze, debbono avere, per il
fine stesso che si propongono, un criterio di confronto, e debbono poter
esprimere un giudizio comparativo di valore (economico). Vero è che
Feconomista, a cui oggi si domandi se sia migliore il regime di libera
concorrenza o quello di monopolio, risponde di non potersi pronunziare
in merito dovendosi limitare scientificamente a esporre 1 andamento dei
fenomeni economici nei due casi indicati, ma è pur vero che tali fenomeni
— presi almeno a uno a uno, — non possono chiarirsi e determinarsi se
non in funzione di un concetto quantitativo (più o meno utile, maggiore o
minore reddito, aumento o diminuzione della produzione, ecc.) che è
implicitamente valutativo o normativo. Si potrà non concludere in favore
dell’uno o del1 ahro regime, ma ciò dipenderà esclusivamente dall’impossibilità
di sommare con esattezza tutti i prò e tutti i contro delle diverse
ipotesi, non dalla rinuncia a determinare i singoli prò e i sìngoli
contro. Così, quando l’eoononiista afferma che la moneta cattiva scaccia
la buona, condanna, limitatamente al fenomeno preso in esame, la emissione
di moneta cattiva, anche se poi, tenendo presenti altri fenomeni,
riconosce che in determinati casi l’emissione di moneta cattiva possa
essere necessaria. E deve allora risultare chiaro che la rinunzia
dell economista a far diventare normativa la sua scienza va attribuita
unicamente all’incapacità di una visione sistematica dei fenomeni economici e
all impossibilità di decidersi fra regimi economici non bene determinati
in tutte le conseguenze. Un’economia veramente sistematica, sebbene fondata su
un principio affatto negativo, era 1 economia rigorosamente liberistica,
che assumeva a fondamento logico della scienza la libera concorrenza e
vedeva in essa l'ideale normativo della prassi politica. Ma quando la
negatività del principio si è andata a poco a poco rivelando anche ai più
ortodossi, il rigore sistematico si è affievolito e la scienza è scivolata
inavvertitamente nel frammentarismo di indagini contradditorie. La ricerca è
diventata più complessa e meno dogmatica, e in tal senso sì è accostata
maggiormente alla vita e alle esigenze dello storicismo, ma, per l'incapacità
di dominare il mondo in la] guisa allargato, è caduta in un relativismo
scettico scientificamente disorganico e praticamente inutile e dannoso. Si
che, se oggi ci 6Ì volgesse intorno e si domandasse agli
economisti quale sia la strada da percorrere per giungere al massimo
benessere individuale e a quello sociale, non si potrebbero ascoltare che
risposte monche, indeterminate e, peggio ancora, evasive. Gli uni
ci direbbero che il problema riguarda la distribuzione e non la
produzione, e tenderebbero perciò a convertire il problema economico in un
problema di politica economica, per lavarsene le mani e rimettersi al
prudente arbitrio delluomo polìtico; allri ci risponderebbero che la
soluzione teorica è sempre quella della lihera concorrenza, la quale
in aslratto garantisce il massimo di ofelimità individuale e SQciale: ma
poi aggiungerebberoche tale soluzione teorica ha bisogno, per una quantità
di ragioni determinabili o indeterminabili, di correttivi più o meno
radicali; altri ancora distinguerebbero tra benessere individuale più
propriamente economico e benessere sociale, determinato, invece, da motivi
in gran parte di natura extraeconomica : altri, infine, si smarrirebbero nella
casistica del contingente e accumulerebbero risposte su risposte, senza
venire a capo di nulla. Ma tutti poi eviterebbero di affrontare o
sommariamente risolverebbero il problema fondamentale di determinare sul serio
il concetto di benessere individuale e sociale, e quindi tutti si
porrebbero nell’impossibilità di dare una risposta scientificamente rigorosa.
Poiché, al solito, l’incapacità degli odierni economisti di dar veste
sistematica alla loro scienza sta proprio nel sorvolare sui presupposti
della costruzione e nell impelagarsi in una congerie disastrosa di
questioni oziose o addirittura inesistenti, smarrendo la nozione stessa del
problema che pur si vuole affrontare. E perciò ancora una volta occorre fermarsi
al limitare, e domandarsi con precisione che cosa vuol dire benessere
individuale, che cosa benessere sociale, e che cosa infine il rapporto tra
le due specie di benessere. Vediamo anzitutto quale significato hanno
preteso di dare e quale significato hanno effettivamente dato al concetto di
benessere gli economisti individualisti o liberali, nel tentativo più
sistematico da essi compiuto per la soluzione di questo problema. Vogliamo
riferirei in particolar modo alla interpretazione soggettivistica del
concetto di utilità, e quindi alla cosiddetta ofelimità massima individuale e
statale. Credo che, anche limitando a questa teoria la nostra indagine critica,
nessun economista vorrà accusarci di unilateralità, perchè nessuno potrebbe sul
serio affermare resistenza nella scienza economica contemporanea di una
concezione più comprensiva del problema in esame. Con il concetto di
ofelimità la teoria classica dell economia individuale ha raggiunto il
massimo rigore che le era consentito. Se il soggetto economico è 1
individuo singolo con finalità proprie estranee a quelle degli altri individui,
la nozione oggettiva di utile va necessariamente cangiata in
quella soggettiva di ofelimo: nessuno potrà affermare in astratto
Futilità di un bene, perché beni per se stessi utili non esistono, essendo
la loro utilità in funzione dei gusti e dei relativi bisogni degli
individui, L utilità di un bene varia perciò da indivìduo a individuo da
momento a momento della sua vita: quello stesso bene cbe oggi è al sommo
delle mie aspirazioni e cbe m’induee a sacrifici notevolissimi,
può diventare domani affatto irrilevante e tale da costringermi
addirittura a nuovi sacrifici per disfarmene. Vano era dunque il tentativo dei
vecchi economisti di determinare il valore dei heni e di spiegare obiettivamente
le ragioni della loro utilità: utile è soltanto Fofelimo, vale a dire ciò
cbe risponde al gusto contingente e arbitrario di dii compie la scelta
economica. Tutta la cosiddetta economia marginalia ha preso le mosse
da questo presupposto fondamen¬tale e si è trascinata fin qui nell'illusione —
non sempre cieca e totale — che nel puro soggettivismo fosse tuttavia
possibile alla scienza di porre un certo ordine, frazionando idealmente in
unità elementari i vari beni di un individuo e confrontando le unità
ultime di ciascun bene tra loro. Se soggettivo è il concetto di utile, entriamo
pure nell’anima del soggetto e facciamo la sintesi delFeeonomia e della
psicologia: così hanno pensato i più coerenti tra gli individualisti, giungendo
infine alla conclusione alquanto lapalissiana che di veramente certo nella
logica di ogni indivìduo non v’è che il bisogno di procurarsi beni economici in
quantità tali da rendere eguali le soddisfazioni procurate dalle unità
ultime dei diversi beni. Il ragionamento, a prima vista impeccabile, si è
svolto in questi termini: se io vado al mercato a comprare pane e vino è
chiaro che comprerò tanto pane e tanto vino da far coincidere il piacere
che potrà procurarmi l’ultima parte del mio pane con quello che potrà
venirmi dall’ultima parte del mio vino. Se l’ultimo boccone del mio pane
avesse per me maggiore o minor valore dell’ultimo sorso del mio vino, la mia
opera sarebbe illogica, perché rinuncerei senza ragione al massimo
di utilità possibile, facendo acquisto di troppo vino o di troppo
pane. Estendendo il ragionamento a tutti i miei beni e misurando la quantità di
ognuno posso giungere a determinare il valore relativo di essi: posso
cioè avere una nozione sperimentale del mio equilibrio economico. E se
infine dalla mia persona passo a quella degli altri individui che formano
la collettività, posso sempre sperimentalmente e oggettivamente giungere
alla nozione di un equilibrio generale, che è tuttavia la risultante di
molteplici mondi assolutamente soggettivi. Si compie in tal guisa il
miracolo della trasformazione di un’economia psicologica in un’economia
matematica, e ciò che sembrava l’espressione di un arbitrio inafferrabile
e indeterminabile diventa elemento rigorosamente determinato in una formula
algebrica. Ma la matematica è in questo caso una cattiva consigliera
e conviene aver la forza di resistere al suo fascino, per non essere
trascinati in un mondo tanio più fantastico quanto più tecnicamente
perfetto. E dalle sue equazioni vogliamo per un istante ritrarre lo
sguardo per ritornare all’mdividuo economico e vedere se tanta scienza possa
comunque illuminarlo nel suo cammino e se, soprattutto, posea comunque
illuminargli la strada che gli altri individui percorrono con
lui. Ora è chiaro che l’economia marginalista non può dare
all’individuo nessun criterio orientativo nel mondo economico, poiché
l’azione economica, qualunque essa sia, è sempre, per definizione,
la migliore possihile. Se vado al mercato, compro quel hene, in
quella quantità, e a quel prezzo che rispondono nel modo più infallibile
all’unico criterio logico eh io possa in queiristante seguire: al
criterio cioè del mio gusto e del mio bisogno. Fare liberamente una cosa
che non piaccia è evidentemente una contraddizione in termini, e se dunque
fondamento dell’economia è l’ofelimità, ogni atto ecomico, in quanto compiuto
senza costrizioni, e necessariamente perfetto. E se perfetto è ogni
atto, perfetto sarà pure il sistema degli atti ossia tutta la vita
economica, si che ogni individuo, che agisca lìberamente, non può non
vivere lina vita rispondente al più allo ideale economico e non esser sempre
nello stato del massimo benessere possibile. Se non che una perfezione
così a buon mercato ha già dato qualche sospetto a taluno degli economisti
più intelligenti e c’è stato chi, sia pure di sfuggita, dando uno sguardo
più profondo alla vita del soggetto, si è accorto nientemeno che le
ofelimità marginali non sono confrontabili tra di loro, neppure nello
stesso individuo e neppure nello stesso istante. E poi si è notato che il
marginalismo implica la possibilità per lo meno ideale di frazionare in
unità elementari ogni bene economico e che invece tanti beni economici sfuggono
necessariamente a tale procedimento. Obiezioni queste che, aggiunte a molte altre,
hanno cominciato a scuotere la fede che dai pm si aveva nel rigore del
principio escomi» \f a non tanto si sarebbe avvertita lLsurdita della
posizione, se non si f osse tornali al p . aggio, dapprima
inconsapevolmente ritenuto lefanello* dall’equilibrio individuale a quello
collettivo e cioè dal benessere del singolo a quello della società. Posto,
infatti, l’individuo a centro del sistema, il massimo di ofelimità
generale non ai e potuto trovare che nella somma deimassimi delle ofelimità individuali,
e allora logicamente il p rmin problema è sparito, in quanto rias?.°. r lt0
Senza ^e ® 1 l du, nel secondo: ogni individuo ubero raggiunge il suo
massimo e con ciò stesso raggiunge la somma massima la società di cui egli
fa parte. Al a scienza non resta da far altro che prender atto del
migliore dei mondi possibili. Se la scienza volesse comunque uscire da
questo suo atteggiamento dì completa passività di fronte al problema del
massimo benessere individuale e sociale, il primo scoglio contro cui i
suoi sforzi dovrebbero necessariamente infrangersi sarebbe quello del
confronto tra il benessere di due individui diyersi. Abbiamo già accennato
allbbiezione di chi ha dichiarato inconfrontahili le ofelimità marginah di
due beni per uno stesso individuo, ma in quel caso si era tuttavia
nell’ambito del soggetto economico e la possibilità del paragone restava in
qualche modo suscettibile di discussione. Ma quando si tratta di
confrontare il benessere di due individui e lo stesso presupposto
psicologico soggettivista che nega a P” 01 ; 1 °8 ni senso alla ricerca ed
esclude la possibilità di un qualsiasi risultato. E basta
appena accennare a questa conseguenza della teoria per accorgersi che la
presunta soluzione del problema è affatto verbalistica e vuota. Se dire
massimo di benessere sociale vuol dire somma di massimi individuali, questa
somma deve pur concepirsi possibile e gli addendi debbono pur potersi
confrontare. Ma confrontare vuol dire conoscere il rapporto quantitativo
della soddisfazione che un medesimo bene procura a due persone diverse e
tale rapporto è purtroppo impossibile per definizione. Dunque? Dunque il
circolo vizioso èsenza uscita di sorta e occorre impostare diversamente il
problema. Né, d’altra parte. l’economista potrebbe rinunziare al
confronto, attenendosi per astrazione a un tipo medio di uomo, che
rendesse omogenei gli addendi da sommare. In tal caso, infatti, l’unica
soluzione del problema sarebbe di eguagliare tutti i redditi individuali e
di presumere in tal guisa raggiunto il massimo benessere sociale. Il che, oltre tutto,
sarebbe in netta antitesi con il criterio di libera concorrenza, che è a
fondamento, assoluto o relativo, dell’economia marginalista. Ma il
guaio peggiore di questa ingarbugliatissima situazione viene a porsi in
evidenza allorché l’economista è costretto a passare dall’economia
individuale a quella della collettività (Stato, enti pubblici, sindacati,
società, ecc.) L’agnosticismo dello scienziato trova qui un limite
assoluto ed egli non può più evitare di rispondere con precisione ai
problemi che scaturiscono dalla coesistenza delle due economie. Se lo
Stato deve stabilire un’imposta, quali industrie e quali redditi colpirà e con
quale criterio? È chiaro che il criterio economicamente non può essere che
uno e cioè quello del massimo benessere sociale: ma intanto tale massimo può
concepirsi solo in regime di libera concorrenza e Firnposta è estranea per
definizione a tale regime, e slugge necessariamente alla logica del suo
sistema. imposta Sara scelta esclusivamente con criteri extra-economici e
l’economista, al solito, non solo non potrà dire la sua parola, ma non
riuscirà poi in alcuna maniera a misurare gli effetti di un imposta dal
punto di vista del benessere sodale: egli non potrà, cioè, giudicare né a
priori né a posteriori della bontà di un’imposta. Lo stesso ragionamento
può ripetersi a proposito di qualsiasi intervento statale nella vita economica
del paese: anzi lo stesso problema dell’intervento acquista una nuova
fisionomia e rende vanaogni attività dello scienziato in questo campo. Quando
gli economisti si sono poco o molto allontanati dalla tesi rigorosamente
liberista e hanno ammesso la possibilità, in determinate condizioni, di un
intervento statale economicamente vantaggioso, hanno dato, senza avvedersene,
un colpo mortale alla teoria dell’ofelimità, rendendo oggettivo ciò
che avevano perentoriamente affermato come soggettivo, e confrontando, sia
pure in astratto e in linea di mera ipotesi, il benessere procurato da due
situazioni economiche diverse. 0 si tien fede al carattere soggettivo della
ofelimità e allora bisogna lasciare 1 individuo arbitro incondizionato
della sua vita economica e giudice incontrollato del suo benessere; o si
ammette, anche per un attimo e con ogni sorta di limitazioni, la
confrontabilità delle soddisfazioni, e allora si deve rinunziare a
costruire la seienza sul fondamento della scuola psicologia. Ma intanto convien
pure riconoscere, con i soggettivisti, che il benessere procurato da una
sterlina a un povero è maggiore di quello procurato a un ricco e che,
in tesi generale, uno stesso bene procura soddisfazioni diverse a diversi
individui; come pure bisogna riconoscere, contro i soggettivisti,
che qualunque indagine relativa ai problemi economici implica
inesorabilmente la determinazione obiettiva di un rapporto tra diversi stati di
benessere: e ingomma è necessario concludere che tra soggettivismo e
oggettivismo economico esiste un'antinomia radicale, sulla quale non si è
fatta la debita luce, e che perciò rende infecondi tutti gli studi e i
tentativi compiuti dagli economisti per giungere a una costruzione
veramente sistematica. Il problema che vien fuori dalle considerazioni
precedenti è, dunque, quello di trovare un criterio con il quale superare
Tantinomia di ofelimo e utile, ossia di soggettivo e oggettivo, e dare in
conseguenza un significato intelligibile e non contradditorio ai concetti di
massimo benessere individuale e massimo benessere sociale. La via da
seguire deve essere naturalmente quella prescelta dagli stessi economisti
che hanno posto la nozione di ofelimità a fondamento della scienza, vale a
dire l’analisi psicologica del soggetto economico. E non sarà certamente
colpa nostra se i confini della particolare scienza economica saranno
valicati, come non è sta¬ta colpa dei puristi che sono scesi su questo
terreno, anche se oggi fanno la voce grossa a chi osa parlare di
rapporti tra scienza e filosofia. La distinzione tra ofelimo e utile
domina ormai tutta la scienza economica e ne spiega 1 attuale struttura: se non
si vuol dunque accoglierla come le colonne d’Èrcole dello scienziato,
bisogna pur che i tecnici si abbassino a discuterla, lasciando per un poco di
ammirare e perfezionare i maestosi castelli matematici che vi hanno
fondato sopra. La teoria soggettivista considera l'individuo economico,
che fa una scelta, come dominato immediatamente da un gusto o da un bisogno che
è quello che è: essa non si rende conto né si vuol render conto del
perché di quel gusto, né del rapporto tra un gusto e un altro dello stesso individuo. Vero
è che di tale rapporto si parla quando si confrontano tra loro le utilità
marginali dei diversi beni acquistati da un individuo e si afferma
ch’esse sono eguali, ma il rapporto si limita a una scelta economica
puntualizzata in un dato momento della vita di un individuo e non vale in
alcuna maniera a chiarire il passaggio da un equilibrio di gusti a
un altro equilibrio di gusti, o, più semplicemente, da un gusto all
altro. Inoltre, anche quando il rapporto lo si supponga puntualizzato in una data
scelta, esso non può tradursi in un’eguaglianza quantitativa se non
attraverso Tarhitrio dello scienziato, perche di fatto l’ofelìmità dei diversi
beni non è confrontabile dal soggetto, se per definizione questo
si intenda dominato da una mera molteplicità di gusti. Per dosare un gusto
e il bene atto a soddisfarlo è necessario rendersi conto di rapporti
logici deterv-u L V n S Ca de “ dlst,nzi .°. ne è stala da noi fatta nel
saggio Tr ' r ?oi°n P * j 610 ’ m L, ‘ crltlca dell’economia liberale,
Milano, re\es, Ì9ó0. Ad essa quindi rimandiamo il lettore che volesse
appio on ire. la questione: qui ci limitiamo a presupporla e intentino
insistere invece sui criteri ricostruitivi cui essa dà luogo. minabili
con criteri che non possono ridursi al gusto stesso: in guanto semplici gusti,
il gusto di un profumo e quello di un colore non sono confrontabili. E fin
qui è arrivato lo stesso Pareto. Se oggi vado al mercato e acquisto una
determinata quantità di beni, in tanto posso far questo consapevolmente in
quanto pongo un ordine nei miei gusti, e li determino e li graduo in una
visione complessiva della mia vita. Così non mi abbandonerò al primo
capriccio cbe ini verrà in mente e non esaurirò il imo avere nella
soddisfazione del primo bisogno apparentemente imperioso, ma vaglierò l’oggi
e il domani, i bisogni che mi è lecito soddisfare e quelli al cui
appagamento debbo rinunziare, i capricci e i doveri, e insomm 3 mi spiegherò la
ragione dei miei gusti e agirò con la coerenza logica che avrò saputo
raggiungere. Sarà buona o cattiva la mia logica, ma pensare che i
miei gusti possano guidarmi a caso, senza alcuna logica che li leghi,
è pensare l’assurdo. Ma dire logica, significa già dire soggettività
non immediata né irrelata: significa dire vita unificata e
universale, significa vedere i miei gusti in relazione con quelli degli altri
cbe con me vivono. Lungi dall’essere inconfrontabile, ogni mio
gusto si spiega soltanto in funzione degli altri miei gusti e dei
gusti degli altri, e nelPintimo della mia coscienza è un continuo confronto
attraverso cui i miei gusti sorgono e si modificano. E vado allora
al mercato e compero dei beni economici che servonoper me e per i miei,
perché è anche un mio gusto e un mio bisogno che i miei soddisfino i loro
gusti e i loro bisogni: e la mia scelta economica, allora, sarà
certamente mia e in rapporto aH’ofelimità che i diversi Leni per me
rappresentano, ma io non sono più il soggetto che immaginano gli
economisti, chiuso in una sfera assolutamente impenetrabile, bensì un
individuo in rapporto ad altri individui e perciò attore di lina vita
economica che si svolge in virtù di tale rapporto. Se poi cerchiamo di
determinare meglio la natura del rapporto e di precisarne i limiti, ci
accorgiamo ch’esso non solo lega la mia persona alla mia famiglia, ma anche
agli amici, ai compagni di lavoro, alla classe, al paese e
infine allo Stato in cui la mia vita si disciplina e sì potenzia. Nel
mio agire economico, come in tutto il mio agire, mi propongo, dunque, un
fine che è mio e che risponde ai miei gusti, ma questo fine non è arbitrario
e si spiega solamente inquadrandolo nella vita dello Stato; sì che, se
altro fosse lo Stato, altre sarebbero le condizioni di vita in esso
esistenti, altri i gusti dei cittadini e altro, insomma, il fine
che ciascuno di essi potrebbe porsi e in effetto si porrebbe. Se io non
sono un ladro o un farabutto, se cioè il mio agire economico non ha un
valore negativo, il fine che io ho in vista deve essere in armonia con quello
dello Stato, e non perché lo Stato me lo comanda dall’esterno, ma perché
la mia stessa vita individuale non ha significato senza lo Stato, e
tanto più significato ha quanto più con lo Stato
si identifica. Appena l’uomo supera la mera animalità e differenzia i
suoi gusti da quelli della fiera, sorgono bisogni che hanno un’origine affatto
sociale: nessuno dei tanti beni economici che si son venuti
creando nella storia dell’uomo sarebbe stato mai prodotto senza il
fondamento della collaborazione. E collaborare vuol dire appunto tendere a un
medesimo fine e cioè avere un medesimo gusto e un medesimo bisogno. Se 1
utile economico fosse veramente l’ofelimo, nessun bisogno potrebbe soddisfarsi,
che, se mi viene il gusto di avere un’automobile, h soddisfazione di esso
mi è possibile solo in quanto lo stesso insogno e stato inteso dalla
società in cui vivo e in cm esistenza delle automobili, perciò, si è resa
possibile. h Se, al contrario, l’utilità delle automobili rappresentasse
soltanto una mia particolare ofelimita, nessuna forza al mondo potrebbe valere
ad appagare il mio gusto, perché nessuno coìlaborerebbe con me al
raggiungimento del fine propostomi. Anche quando da me solo, estraneo a tutti,
mi costruissi un oggetto atto a soddisfare un mio specialissimo gusto
non potrei rinnegare la natura sociale di esso e porlo m rapporto al
giudizio di approvazione o disapprovazione degli altri individui, che sono
sempre presenti nella mia coscienza di uomo, nonostante il mio proposito
di prescinderne assolutamente. Sono quel che sono in forza del processo storico
che m me s individua, e la mia azione deve avere sempre il carattere di
universalità che è proprio della stona. Utile e ofelimo coincidono nel
modo più rigoroso e 1 illusione della loro differenza può sorgere soltanto
considerando l’aspetto negativo delI uomo che si oppone alla logica della vita,
e quindi allo Stato che di quella logica è l’espressione concreta. Ma in
quanto si oppone alla logica, l’ofelimo, al solito, non può essere oggetto
di scienza e resta a indicare il limite della scienza come il limite della vita.
L antinomia tra soggettivismo e oggettivismo economico si risolve negando
ogni positività al soggettivismo che non coincida con l’oggettivismo,
e cioè al procedimento puramente arbitrario e irrelativo dell’individuo. I
gusti e i bisogni di cui l’economista può e deve occuparsi sono quelli cbe
si rendono intelligibili nell organismo della vita sociale e cbe
rispondono quindi a finalità essenzialmente sociali: gli altri non sono
veramente gusti né bisogni, bensì piuttosto manifestazioni patologiche di un
attività antisociale e vanno perciò considerati unicamente da questo punto
di vista. Parlare in un Iratlato di economia dell ofelimo in quanto
diverso dall'utile vai quanto occuparsi del furto o del ricatto come mezzi
razionali di produzione. Risolta l’antinomia tra individuo e Stato,
ossia Ira ofelimo e utile, è possìbile tornare al problema del
massimo benessere senza incontrarsi nelle difficolta che rendevano assurda ogni
soluzione. Il concetto stesso di benessere si sposta dalla soddisfazione del
gusto immediato a quella di un gusto consapevole e logicamente determinato: il
benessere non è più in relazione a uno stato naturale cbe va appagato per
il fatto stesso di essere, ma in relazione a un fine da raggiungere e da
far valere nell’organismn della vita statale. È quindi dallo Stato, e
non dall’individuo in quanto concepito senza lo Stato, cbe occorre
prender le mosse per intendere quale significato possa avere la ricerca
del massimo benessere individuale e sociale. Non dallo Stato, tuttavia,
concepito come somma di individui, bensì dallo Stato cbe è volontà unica e
unica finalità, ogni giorno storicamente determinata e in continuo
processo di superamento. Ma domandarsi che cosa sia e come si
raggiunga il massimo benessere dello Stato vai dunque quanto chiedersi
che cosa sia e come si raggiunga il massimo ideale dello Stato stesso: ed è
chiaro che a un tale quesito non nuò seguire che una sola risposta, e
cioè che l’ideale di una Nazione è esso stesso processuale e diventa più grande
e più alto via via che 10 si raggiunge, così come il massimo benessere
che una Nazione può proporsi non ha limiti di sorta e s ingigantisce
via via che il benessere aumenta. Se non che non ci si potrebbe arrestare
a questa constatazione, che pur è Tunica logica e incontrovertibile, senza
eliminare addirittura il problema da risolvere e senza eludere quel tanto di
legittimo che pur si cela nella affannosa ricerca delle vie per
raggiungere il massimo benessere. Occorre, dunque, che quesla stessa
constatazione si traduca in termini di scienza economica, dando una
risposta non effimera a un problema sia pur malamente impostato. Se
muoviamo dal concetto dell’unità dell’organisnio statale, possiamo agevolmente
convincerci che 11 valore dei beni economici varia, aumenta, diminuisce, o
addirittura si annulla, col variare del fine dello Stato. Se una legge
stabilisce l’uso di una merce considerata pressoché inutile fino alla
formulazione della legge stessa, quella merce acquista improvvisamente un
valore economico che nessuno prima si sarebbe mai sognato di attribuirle.
È lo Stato, che con un atto di volontà ha creato un valore economico, e
conseguentemente ima ricchezza già prima esistente, ma non come ricchezza.
Le quali considerazioni, si badi bene, non hanno una portata ristretta al
caso di una legge vera e propria, ché anzi con il termine legge si vuol
significare ogni espressione della vita sociale, sia cli’essa giunga
alla determinatezza di una norma giuridica, sia ch’essa si limiti
alle vaghe linee di una opinione, di un uso, di una moda, di una
convenzione, ecc. Basta assistere a una vendita all’asta per accorgersi
delle vicende, a volte stranissime, dei beni economici: ciò che un
tempo rappresentava un grande valore, è caduto in disuso e buttato via
come cosa inutile, o di nuovo è tornato in gran pregio rispondendo
a diversi bisogni spirituali. Ma è chiaro che questa vicenda non è
l’espressione di un arbitrio individuale, sibbene di un processo storico che ha
una logica. Anche la moda più strana e più insulsa non si afferma se
non risponde direttamente o indirettamente a un’esigenza dell’epoca e delle
particolari condizioni in cui fa la sua apparizione. Quest’esigenza è
appunto la legge che dà vita ai valori economici, come a tutti i valori della
vita, e fa nascere gusti e bisogni che non sono individuali senza
per ciò stesso essere collettivi. Ne deriva che tutti i
beni pennoniici, e quindi la ricchezza di una nazione, sono
concepibili e sono determinabili unicamente in funzione della volontà e
del fine statale. Nulla esiste che sia un bene economico in sé, bene è
solo in quanto tale lo fa essere la volontà dello Stato; e la
ricchezza di una nazione, quindi, può variare e varia in effetti
continuamente, anche senza che muti la quantità dei beni esistenti. Il
che, espresso in altri termini, vai quanto dire che non esiste una nazione
povera o una nazione ricca in senso assoluto, ma povera o ricca ogni
nazione diventa a seconda del valore attribuito ai Leni ch’essa possiede o
che essa è in grado di produrre. In questo senso ogni nazione può
essere ricca, perché la ricchezza dipende esclusivamente dalla sua
volontà. Ora, se si conviene in queste considerazioni, e in parte
almeno di esse convengono, sia pure indirettamente, molti economisti, il
quesito circa la via per raggiungere il massimo benessere sociale può
ricevere una risposta precisa anche dal punto di vista più particolarmente
economico. E la via da seguire è appunto quella che vien rivelata dalla determinazione
storica dell ideale economico della nazione: determinazione cui si
perviene studiando il problema economico in rapporto al problema politico
e che si esprime perciò in un programma non aprioristicamente fissato una
volta per sempre, ma in continuo sviluppo e perfezionamento. Il programma
naturalmente si concreterà in un indirizzo d insieme e in direttive
particolari ben precisate, e tutti i suoi aspetti si integreranno a
vicenda in modo sistematico, sì che le diverse manifestazioni
dell’attività economica non abbiano a contrastare tra di loro. E
l’indirizzo potrà essere, ad esempio, prevalentemente agricolo o
prevalentemente industriale, tendente all incremento o alla limitazione
demografica. favorevole o contrario all’emigrazione, e via dicendo; tutto
in relazione all’avvenire del paese, alla sua individualità e alle sue
condizioni: le quali consentiranno poi di determinare in qualche maniera
le direttive generali che dovranno essere seguite nell'attuazione delle
tante iniziative della vita economica e come in ognuna di esse debba aversi
sempre di mira il fine comune. Si comprenderà, in tal guisa, come e perché
siano da favorirsi certe industrie e da vincolarsi certe altre, siano da
potenziarsi al massimo le industrie più specificamente nazionali e siano
da trascurarsi quelle più rispondenti ai fini e alle risorse di altri
paesi; siano, infine, da crearsi gusti, bisogni diretti ai beni economici
che più conviene produrre. Poiché bisogna ben convincersi che il problema
del massimo benessere sociale non si risolve solo creando il modo di
soddisfare al massimo i gusti e i bisogni esistenti, ma soprattutto modificando,
correggendo, creando gusti e bisogni in relazione all’ideale economico — ed
economico in quanto politico — della nazione. E si comprende che
quest’opera non deve svolgersi unicamente entro i confini dello Stato, ma
divenire il programma della stessa politica economica internazionale, che
soprattutto airestero conviene far nascere il gusto di ciò che è prodotto
dell’industria nazionale: possibilità questa di cui purtroppo gli Italiani
hanno parecchi esempi in casa loro, dove tanti usi stranieri si son lasciati
attecchire e con essi l'importazione di tante merci che fanno passare
in seconda linea le nostre. Né questo solo aspetto, più propriamente
produttivo. va considerato del problema, che anzi ad esso è strettamente
collegato quello distributivo, in quanto in un’economia dinamica — e può
esistere un’economia non dinamica? — ripartizione dei redditi e
determinazione della produzione sono precisamente la stessa cosa. È chiaro che
in un’economia nazionale ben consapevole la ripartizione dei redditi avverrà
favorendo gli uomini e le industrie la cui attività produttiva sarà più in
armonia con l’ideale economico del paese. Questo ideale determina il
valore dei beni e questo stesso ideale deve determinare la scala dei
valori umani, clie sono in rapporto con quei beni. Beni e uomini che
vengono perciò ad acquistare un significato economico solo nel] organismo
statale di cui sono espressioni, e che perciò possono essere valorizzati
davvero solo se nell organismo statale sia chiara la consapevolezza della
loro particolare funzione e la volontà che essa si adempia nel miglior
modo. Se poi, dal problema de] massimo benessere sociale, passiamo a
quello del massimo individuale, la soluzione ci dovrà apparire logicamente
implicita nel già detto. Sì è visto che ogni individuo vive la sua vita
individuale come vita statale, e che anche ciò che sembra più proprio della sua
personalità ha un significato e un valore in quanto è in rapporto con
l’organismo sociale. Ne deriva, dunque, che il fine di ogni individuo —
così politico come economico — non può essere che quello di potenziare al
massimo la propria personalità in funzione del fine politico ed economico
della nazione. Se sono un buon cittadino, vale a dire se la mia
attività non è antisociale e negativa, il mio massimo ideale è quello
di esser degno della mia nazione e di fare lutto il possibile per esserne
degno. La ricchezza cui tenderò non sarà in antitesi con questo ideale,
ma la consacrazione delFessermi reso degno, più dei non ricchi, della
mia nazione. Se cosi non fosse, tenderei alla ricchezza senza preoccuparmi
del mezzo, vi tenderei soprattutto col furto. Ma se così è, le condizioni
per raggiungere il mio massimo benessere individuale non possono essere che
due, e cioè in primo luogo la mia decisa volontà di adeguarmi al fine
statale e di contribuire nel modo migliore alla realizzazione di esso: in
secondo luogo, poi, il riconoscimento sociale della mia attività e il
relativo compenso proporzionato. Sì che volendo giungere a una
definizione : imissimo benessere dell’individuo è quello che gli proviene
dall adeguazione perfetta del compenso della sua opera al valore della
sua personalità vista in funzione del fine supremo
dello Stato. Se poi volesse conoscersi come e quando il massimo
benessere individuale possa effettivamente conseguirsi, sarebbe da
osservarsi che, di fatto, esso è sempre raggiunto perché ogni individuo ha
quel che si merita, dato l’ideale consapevole cui è pervenuto il suo
Stato, ina che poi non è mai raggiunto una volta per sempre, in quanto il
livello spirituale dello Slato è in continuo sviluppo e con esso la
capacità di riconoscere più adeguatamente Inpera dell’individuo. Se, ad
esempio, ci proponessimo il problema di conoscere se gli attuali
stipendi dei professori rispondono al massimo benessere individuale di
questi, dovremmo convenire eh essi rispondono perfettamente alla
consapevolezza che lo Stato ha del valore di questa funzione in rapporto
alle altre della vita sociale, ma dovremmo altresì augurarci, e contribuire
con la nostra opera a raggiungere, la realizzazione di uno Stato, in cui
la funzione culturale fosse maggiormente valorizzata e perciò meglio
compensati fossero i professori a confronto di altre categorie di
lavoratori. C’e sempre uno St a to reale e uno S ta to ideale nella 3iaiet tica
della storia, e il p roblem a del massimo bencssere, c osì social e come
individuale, d eve av ere una soluzione che viva in questa
dialettica. Basta impostare in tal guisa il problema del massimo
benessere per accorgersi del significato che nella sua soluzione può avere
lo Stato corporativo; il quale si differenzia dallo Stato liberale così
come dall’economia liberale si differenzia la nuova economia. La soluzione
scientifica non può differire da quella politica perché scienza e politica
non possono essere che le manifestazioni di una stessa vita
spirituale. Allo Stato liberale non poteva accompagnarsi che l'ideale
scientifico dell’uomo œconomicus, del massimo benessere sociale come somma dei
massimi individuali, dell’ofelimità che si differenzia dall’utilità; allo
Stato corporativo deve dar significato il principio dell’identità di
individuo e Stato, del massimo benessere sociale come massimo benessere
nazionale e individuale, deH’utilità che si identifica con l’ofeìimità. Il
problema della libertà non può avere che un unica soluzione, sia che lo si
consideri dal punto di vista filosofico, politico e giuridico, sia che
lo si traduca in termini di scienza economica. Coloro che parlano
della libera concorrenza come di una ipotesi scientifiea apolitica da
porsi accanto alla opposta ipotesi del regime monopolistico,
anch’essa apoliticamente considerata, dimostrano soltanto di aver
smarrito completamente la nozione storica dei concetti che adoperano, e
soprattutto dei concetti di individuo, di Stato, di benessere individuale
e sociale, sui quali la scienza economica deve poggiare come sui suoi
fondamenti primi. Avendo già di essi largamente discusso, basterà farli
riaffiorare nella determinazione del concetto di libertà, quale può venir
dato dall esame il più immediatamente aderente alla vita effettiva della
socielà economica. Il modo comune di intendere la libertà è quello
individualistico di arbitrio, per cui ogni uomo si considera veramente
libero quando ha la possibilità di fare lulto ciò che desidera, senza
subordinare o comunque legare la sua volontà a quella di qualsiasi altro.
Perché ciò sia logicamente possibile è necessario che 1 individuo, per
dirla in termini rousseauiani, sia unità intera e non unità
frazionaria: occorre cioè che egli non faccia parte di un organismo
sociale, ma viva allo stato selvaggio, soddisfacendo da solo a tutti i suoi
bisogni. Ne deriva, dunque, che l’usuale nozione di libertà si
adegua soltanto all idea presociale dell’uomo-fiera. Facciamo invece
il caso di due uomini o di piu uomini che, insoddisfatti dì una vita
puramente animale, decidano — e anche qui restiamo nei termini di Rousseau
— di legarsi in società, dividersi il lavoro, e migliorare con l’unione delle
forze il tenore della vita. Allora la situazione cambia radicalmente e i
collnhnralori debbono anzitutto porsi il fine comune da raggiungere, a
esso subordinando le singole attività. Se prima, ad esempio,
l’uomo svegliandosi al mattino poteva andare a caccia o restare ili
riposo rinunciando per un giorno al cibo, ora, invece, a caccia deve
andarvi in ogni caso, perché il sistema piu perfezionato di ricerca e
catturatone degli animali esige ch’egli sia al suo posto pronto ad aiutare
gli altri individui con i quali si è unito in società. S’egli restasse a
riposare, gli altri dovrebbero rinunziare alla sua collaborazione, e
la società si spezzerebbe, perché il fine comune per cui si è
costituita non potrebbe essere raggiunto. Il passaggio dalla fiera all’uomo
implica dunque: la costituzione di un organismo sociale; la determinazione
di un fine comune; fideiitità di questo fine comune con ì fini dei
singoli; l’elevazione del fine comune a LEGGE della società e la
subordinazione a essa dei singoli membri; la conseguente necessità
dell’attuazione della legge e la trasformazione dell’organismo sociale in STATO;
l’identità del benessere individuale e di quello statale; la rinunzia
definitiva alla libertà intesa come arbìtrio. Si apre a questo punto un
dilemma, al quale non vedo come si possa seriamente sfuggire: o
la vita civile non è conciliabile con la libertà o della libertà
occorre formarsi un concetto che non sia quello di arbitrio
individuale. Prima di risolvere il dilemma, occorre eliminare ogni dubbio
circa la possibilità di un terzo termine. e precisamente di quel terzo termine
escogitato dalla stessa teoria contrattualistica, secondo cui il
necessario vincolo imposto dalla vita sociale dovrebbe essere il minimo
possibile e tale da lasciare la più ampia sfera all’arbitrio
dell’individuo. È questa la teoria ebe è a fondamento dello Stato
liberale e, secondo essa, l'unico arbitrio vietato al singolo sarebbe
quello dell invadenza nella sfera di arbitrio degli altri individui: il
contenuto sociale o statale sarebbe appunto la garanzia dei particolari
arbitri. Ma e chiaro che questa teoria, equivocando sui termini di società
e Stato, sposta il problema, ponendolo in termini affatto fantastici: io
Stalo vien concepito come un ente distinto dalla società e la legge è
ridotta al significato formale e negativo di limite. Se riportiamo, invece, la
questione nei termini concreti dell’agire economico, è facile convincersi
che la legge non è un limite formale, bensì una esplicita norma di
produzione e di distribuzione. che non si esaurisce in un divieto di
sconfinamento. ma impone un determinatissimo lavoro. Se voglio far parte
della società, debbo in modo assoluto occupare il posto che mi spetta e fare
tutto quello che il mio posto esige. Quando sono entrato in società
con il mio simile, non Tho fatto per dividere la mia sfera dalla sua e segnare
i confini della mia proprietà (legge limite, Stato carabiniere,
ecc.) ma l'ho fatto per condurre con esso una vita migliore, per produrre
più e meglio, per raggiungere risultati impossibili alle mie sole forze
(legge di azione, Stato etico). Sì che il confine posto tra la proprietà
mia e quello degli altri non ha neppure esso un valore
négàlivojjfi^pura“difesa''tjrrisTTpi^e^de'ter ni ina li va-del-campo _in cui
esercitare la mia opera di collaborazione: non indica la sfera del mio arbitrio,
ma il mio posto di lavoro. Né quello che io faccio, vincolato dalla
società, può stare comunque accanto ad altro ch’io faccia all’infuori di
questo vincolo, perché all’infuori del vincolo io non ho altra realtà
oltre quella dell’animale, e tutto quanto dall’aniinale mi distingue
ho conquistato nella società, collaborando, ossia sottomettendomi alla
legge del fine comune. Se oggi v’è apparentemente la possibilità di
separare un’attività libera da un’altra obbligatoria, ciò avviene solo per
un equivoco di valutazione, che consiste nel considerare alcuni elementi
sociali scissi dalla vita da cui sono stati originati. Ma, a guardar bene,
bisogna pur convincersi che nulla della nostra condotta sfugge alla legge
della convivenza sociale e che anche nelle questioni propriamente personali,
noi agiamo secondo una volontà comune, individuale e sociale insieme,
in piena identità di termini. Se mi vesto, posso apparentemente
abbigliarmi come mi detta la fantasia, ma in realtà debbo pur seguire le
leggi, gli usi, le tradizioni, il gusto, ecc., della società in cui vivo; e se,
ad esempio, posso mettermi una cravatta rossa ovvero una grigia, anche
questo arbitrio non è un arbitrio, ma un operare entro quella legge che
nell’attuale momento storico impone varietà di colori nelle
cravatte. Questa è la realtà della vita sociale, e, quanto più
progredita e complicata essa diviene, tanto più ferrea è la disciplina cbe
la governa e die deve rendere possìbile l’armonia di tanti elementi
disparati. Le leggi, i regolamenti, le mode, gli usi, le convenzioni, gli
orari ecc. ecc., investono sempre più metodicamente tutta la nostra vita
quotidiana, da un minimo cbe è lasciato alle forme rudimentali di vita
(vita dei campi) a un massimo elle caratterizza l’azione dei maggiori
esponenti della politica, della cultura, dell’industria e del commercio.
Sì che assenza di arbitrio e massimo di civiltà divengono via via termini
equipollenti, e la vita del più civile uomo di domani non può immaginarsi
se non attraverso un’adeguazione sempre più perfetta della vita e della
volonlà del singolo a quella dello Stato. Ma, dunque, si potrà obiettare
dai nostalgici del liberalismo vecchio stile, la vita deve
diventare una schiavitù, un procedimento meccanico e inesorabile, al quale
non sia possibile sottrarsi a nessun costo, per rivendicare la spensierata
felicità di chi si leva al mattino arbitro incondizionato della propria
giornata? È dunque questa la vera civiltà o non conviene buttar tutto
all’aria e tornare all’immediatezza della natura? Questione vecchia
cotesta, almeno quanto l’opera di quel Rousseau cbe ci ha dato In spunto
per discuterla : e, appunto perché vecchia, orinai risolta e
superata, se pur la soluzione non abbia ancora avuto modo di pervenire
agli orecchi degli economisti. Essi amano indulgere tuttavia al miraggio
di d Spinila — felina libertà
individualisticamente intesa, e non si sono neppure domandati se ormai
occorra, o se sia comunque possibile, che la scienza economica dia anch'essa
un altro significato al termine tradizionale. Poiché di un altro significato
deve ben potersi parlare, dato che al dilemma sopra proposto non si
può rispondere, evidentemente, eoi negare addirittura la libertà. Notiamo
anzitutto che la libertà dei liberali è. per loro stessa eonfessione, una
libertà a mezzo, la quale lia sempre qualcosa da invidiare alla completa
libertà dello stato di natura. A quell’assoluto arbitrio si è dovuto
rinunziare per necessità di vita e per sicurezza reciproca, ma intanto di
una rinunzia pur sempre si tratta, che fa assaporare con voluttà quel giorno
felice in cui, per il superiore livello della comune moralità, sarà possibile
abolire lo Stato e la sua funzione di inutile gendarme. La libertà del
liberale, dunque, nessuna maggiore profondità e spiritualità acquista con lo
svolgersi della storia, che anzi essa ha lasciato alle sue spalle il
proprio modello perfetto e immodificabile. Basterebbe questa
considerazione per farci diffidare della giustezza della comune soluzione del
problema: se libertà è sinonimo di valore, la sua realtà non può essere
che nel suo approfondirsi e spiritualizzarsi continuo, sì che il suo
modello possa brillare della luce dell’ideale da instaurarsi e non
perdersi nel buio della preistoria. La giusta soluzione, dunque,
dovrà ricercarsi nel concetto di una libertà che non si è persa,
ma cbe si deve conquistare; di una libertà non seivaggia, ma
identificabile addirittura con la vita civile. E la via ci è indicata dalla
stessa ipotesi contrattualistica, da cui volutamente abbiamo preso
le mosse per restare nell’ambito dei problemi cari agli ideologi del
liberalismo. Quando due o più uomini deliberano di unirsi in società per
migliorare le loro condizioni, liberamente si sottopongono alla
legge del comune lavoro, e questa legge diventa, per ciò stesso, il
contenuto del loro atto di libertà. Libertà e legge, lungi dairescludersi,
si identificano senza residui. Ma la loro identificazione, si badi bene,
non è accidentale, bensì essenziale, perché, se contenuto dell atto
di libertà non fosse la legge, la libertà stessa tornerebbe ad essere arbitrio.
Quel che distingue infatti la liberta dall arbìtrio è appunto
l’universalità della prima di fronte alla particolarità del secondo: il
selvaggio può agire in un qualsiasi modo; 1 uomo civile, invece, deve
agire secondo una volontà che, pur essendo sua, abbia insieme un valore
universale {la legge). Costitutivo, insomma, del nuovo concetto di libertà
deve essere la sua identificazione con la legge, ossia la identificazione
della volontà particolare con quella universale, dell’individuo con In
Stato. Né si creda che il libero processo secondo cui gli individui
si costituiscono in società si esaurisca nell’atto della costituzione — il
quale anzi non esiste ebe nella fantasia dei contrattualisti —
poiché esso si perpetua in tutta la vita sociale e ne caratterizza ogni
momento. La legge cbe lega gli individui nel comune lavoro non si determina una
volta per sempre meccanicizzando l’attività da essa regolata, ma si
rinnova continuamente in virtù della stessa forza d’iniziativa che l’ha
fatta sorgere. Ogni individuo, infatti, è indotto a perfezionare
l’organismo sociale ed escogita nuovi procedimenti e ricerca nuove vie,
sempre insoddisfatto dei risultati conseguiti e sempre pronto a conseguirne di
nuovi. Ma si comprende che in questo processo ogni iniziativa del
singolo deve inserirsi nel processo unitario della vita sociale: la sua
volontà deve diventare la volontà di tutti e la sua libertà di attuarla deve
coincidere con la legge che ne impone l’attuazione. Che se l’iniziativa
restasse particolare e si giustapponesse a infinite altre iniziative
ancli’esse particolari, tutte si intralcerehbero a vicenda spezzando
l’organismo della socielà e portandolo fatalmente alla disgregazione
aiomistica. Questa identificazione iniziale e processuale della
volontà e libertà del singolo con l’universalità della legge risulta molto
evidente dalla considerazione del funzionamento di una qualsiasi associazione.
Anche se prendiamo ad esempio il caso limite dell’associazione a
delinquere, dobbiamo convenire ch’essa si costituisce con un atto
di libertà dei singoli membri, volonterosi di sottoporsi alla sua
disciplina; che i singoli tendono al benessere dell’associazione vedendo in
esso il proprio; che ogni particolare iniziativa di un membro è
subordinata all’approvazione degli altri; e che insomma l’associazione tanto
meglio vive, ed è capace di conseguire il fine che i singoli si sono
proposti nel formarla, quanto più unitaria è la sua volontà e quanto
più rigorosa la sua disciplina. Ma se dall’esempio di una singola associazione,
passiamo a quello della grande società che è lo Stato, l’evidenza
della identità si attenua, i termini del problema divengono indecisi e la
questione arbitrariamente si sposta dando luogo agli equivoci propri
dell’individualismo liberale. Ogni cittadino nello Stato, come
ogni delinquente nell’associazione di cui abbiamo discorso, 6arà tanto più
degno di appartenere alla società quanto più saprà far coincidere la sua
libera volontà con quella sociale. Che se nel caso del cittadino par ci
sia differenza tra il benessere proprio c quello dello Stato, la ragione
va trovata solo nel fatto che, per la maggiore estensione e
complessità dello Stato rispetto all’associazione a delinquere,
più facilmente il cittadino smarrisce la coscienza dell’organismo e più
facilmente è indotto a frodare gli alIri membri della società cui appartiene.
Ma per ciò appunto il contrasto tra le due volontà rappresenta il
lato negativo e non quello positivo della vita dello Sfato e tutte le
forze debbono essere impegnate a eliminarlo. Anche nell’associazione a
delinquere uno dei membri può sottrarsi alla disciplina sociale e
averne i vantaggi senza gli oneri, ma egli sarà appunto il prepotente,
l’elemento disgregatore della società e finirà col fare il danno di essa e
quello proprio. In tal guisa considerata la libertà, si comprende
come si sia decisamente sorpassata l’ambigua soluzione del problema data dal
liberalismo. Il cittadino non si sdoppia più in due attività opposte, nell
una delle quali si conserva la libertà originaria dell' uomo di natura e
nell’altra invece si riconosce Tobbligatorietà della legge: il cittadino è
libero in ogni sua manifestazione a patto che tale libertà sappia
conquistare dimostrando il valore dei suoi atti e facendo 1 ! perciò
riconoscere dalla società di cui fa parte. La libertà per esser vera deve
costare, e il suo costo è dato appunto dallo sforzo necessario
a trasformarla da volontà particolare in volontà universale. Abbiamo
ora gli elementi cbe ci sono indispensabili per discutere il tormentatissimo
problema della libera concorrenza e del monopolio. Secondoi termini
tradizionali la libera concorrenza si esercita Ira individui cbe cercano
il massimo benessere individuale, senza alcuna preoccupazione del fine
sociale. L'ideale della perfetta concorrenza è appunto quello dì un giuoco
di forze individuali autonome, la cui autonomia o irrelatività sia assoluta, 6Ì
cbe il fenomeno economico scaturisca dall’incontro indisciplinato di
interessi diversi e opposti. Ogni limite sociale, ispirato
dalla visione di un fine che trascenda quello dell’arbitrio dei
singoli, è considerato come una menomazione della concorrenza e come una
forza antieconomica. Si consacra in tal modo nel campo dell’economia l’assolutezza
del principio della libertà come arbitrio, cbe aveva dovuto trovare un limite
nel riconoscimento della necessità giuridica dello Stato. Quando tuttavia
da questa concezione ideologica ritorniamo all’analisi dell’effettivo processo
della vita sociale, dobbiamo riconoscere cbe un tal modo di intendere l’ideale
economico è intimamente incongruente. Se la società, infatti, è costituita
al fine di collaborare, essa implica, come abbiamo visto, una disciplina
comune, una legge che neghi gli arbitri dei singoli, e cioè i loro
interessi individuali in quanto altri da quelli sociali. Ne viene di
conseguenza che o bisogna ripudiare la libera concorrenza come un fenomeno
essenzialmente antisociale o bisogna intenderla e promuoverla in un senso
radicalmente diverso da quello comune. Per rendere più evidente la
questione sarà opportuno ritornare un momento all’esempio
dell’associazione a delinquere, e vedere in questa forma rudimentale di società
il sorgere della concorrenza e il suo adeguarsi al fine unico della
collettività. Determinate le mansioni dei sìngoli membri, a qualcuno di
essi può sembrare dì avere attitudini speciali per un compito assegnato a
un altro. In tal caso egli fa la proposta di mettere a confronto
le due capacità e di decidere chi dei due debba essere adibito a quel
compito o anche se debbano esservi dedicati entrambi. Si inizia così
nell’ambito della società un fenomeno di concorrenza, ma esso ha
il peculiare carattere di essere voluto dalla società stessa e per un
fine sociale: volontà e finalità che ne costituiscono l’intima legge e
l’unica ragion d’essere. Lungi dall’affermarsi come un contrasto di interessi
particolari, esso si realizza e sì giustifica in virtù del criterio
fondamentale della società, per il quale ogni atto dei singoli membri è
integralmente libero e insieme integralmente necessitato. Né diverso
deve apparire l’opposto caso del monopolio, che, secondo l’interpretazione
corrente, rappresenterebbe l’antitesi netta della libera concorrenza,
perché toglierebbe ai singoli la libertà di far valere i propri interessi
particolari. Ritornando anche qui all’esempio dell’associazione a
delinquere, è facile dimostrare che, quando uno dei suoi componenti abbia
rivelato qualità speciali per l’adempimento di una funzione, l’attribuirgliene
il monopolio è atto libero di tutti, e, né più né meno della libera
concorrenza, fondato sulla comune volontà. Libera concorrenza e monopolio,
dunque, visti nella loro effettiva origine e giustificazione, si rivelano
dotati della stessa libertà e della stessa necessità, e nessun elemento
essenziale può comunque caratterizzarne una differenza logica. La
molteplicità dei concorrenti nell’un caso e l’unità del monopolista
nell’altro sono affatto apparenti, poiché la volontà che agisce in entrambi i
casi è quella di tutti, e identici ne sono gli effetti. Questa tesi,
teoricamente ineccepibile, può apparire smentita dalla realtà della vita
economica, in cui concorrenza e monopolio troppo evidentemente si
differenziano nei caratteri costitutivi e nelle conseguenze immediate. È
esperienza molto elementare quella che ci insegna il diverso determinarsi dei
prezzi nei due casi, né alcun ragionamento potrà mai riuscire a
convincerci che si tratti di un unico processo. Bisogna trovar, dunque, la
ragione della differenza e vedere in che modo essa possa conciliarsi
con i risultali cui siamo pervenuti. Caratteristica della libera
concorrenza è l’arbitrio dei singoli non vincolati da alcuna necessità, caratteristica
del monopolio la necessità eliminatrice di ogni libero procedimento : due
fenomeni opposti, entrambi in antitesi con il carattere fondamentale della
società, quale è stato fin qui chiarito. Il che può subito farci avvertiti
che i due fenomeni, in quanto si differenziano, non rispondono al
regolare effettuarsi della vita sociale, ma ne rappresentano la
radicale alterazione e trasformazione. Libera concorrenza e monopolio sono
i casi limiti, patologici e assurdi, della normale vita economica
caratterizzata dairidentificazione della libertà e della legge. La prova
più evidente della contraddittorietà e anormalità dei due fenomeni opposti
può esserci data dalla constatazione della impossibilità di una loro
effettuazione integrale. Anche il liberista più convinto è oggi d accordo
nel ritenere che una vera libera concorrenza non è mai esistita né potrà
mai esistere e, anche guardando ad essa come al perfetto ideale, egli
si arresta alla solita soluzione a mezzo del liberalismo politico, che in
tal guisa riaffiora in economia attraverso questo riconoscimento di fatto
: è tutto il mondo della necessità che grava sull’arbitrio dei singoli e
finisce col distruggerlo o con Televario alla vera libertà. Né altrimenti
avviene per il monopolio, costretto sempre a far i conti con
una concorrenza potenziale, sempre limitato dalla forza della legge o
dalla pressione delTopinione pubblica, spesso evitato per vie traverse o
collaterali. È la realtà effettiva che reagisce sulle sue
deformazioni e lentamente o violentemente finisce con Taverne ragione.
I$|W La libertà economica, dunque, non può concepirsi se non come la
perentoria negazione degli opposti arbitri rappresentati dalla libera
concorrenza e dal monopolio, ovvero dalTanarcbia e dalla tirannia
economica. E basta porre in questi termini rigorosi il problema per comprendere
tutta la vanità degli sforzi compiuti dagli economisti per riportare
i loro teoremi a quelle due ipotesi scientifiche. Lungi dall’essere
scientifiche, quelle ipotesi esprimono la più radicale istanza
antiscientifica e conducono necessariamente a una generale, continua
miscomprensione dell’essenza della vita economica. Né vale opporre che tali
ipotesi sono soltanto schemi irreali ed astratti, ai quali lo scienziato
perviene per intendere fenomeni economici in prima approssimazione: ciò
che a quegli schemi si rimprovera non è l’astrattezza, bensì la netta
opposizione alla realtà effettiva dei fenomeni economici sociali, i quali
si svolgono normalmente fuori di quelle ipotesi e vi tendono solo in
quanto degenerane. Perché la scienza economica possa darci il tipo astratto del
fenomeno economico occorre che abbandoni decisamente la via finora
percorsa e, al di sopra dei concetti negativi dj libera concorrenza e
monopalio, ponga quello evidentissimo e concretissimo di collaborazione, Resta
ora da esaminare come l’ideale della vera libertà economica debba
intendersi nelle sue determinazioni pratiche e quale via debba seguirsi
per la sua più profonda attuazione. Se il nuovo concetto è fondato stili
identità di liberta e di legge, è chiaro che instaurare una maggiore libertà
economica vuol dire rendere sempre più rigorosa tale identità e cioè
considerare 1 individuo sempre più identico allo Stato, così nei fini
della vita come nei mezzi per raggiungerli. L ideale della vita economica
e di quella sociale in genere dovrà condurre a una lotta più consapevole
contro tutte le forme dualistiche tendenti a separare il mondo dell’individuo
dalla realtà dello Stato, e dovrà insemina imporre il capovolgimento delle
ideologie individualistiche del liberalismo politico e del liberismo economico.
Il che nel campo più strettamente economico si traduce nell'istanza
scientifica e pratica di combattere con ogni mezzo 1 individualismo che
ispira il dogma della libera concorrenza e insieme lo statalismo che
per 10 più è a fondamento delle forme, monopolistiche. Consentire
ancora che gli individui si esauriscano in una lotta destinata al
soddisfacimento di particolari interessi, e non ricondurre la lotta stessa
ai fini dello Stato, significa indulgere tuttavia alla più immorale e
antieconomica forma di vita politica, riaffermando inconsapevolmente il
trionfo del più egoistico arbitrio. Se lotta deve esserci e
rimanere a fondamento del progresso, occorre ch’essa si impegni per la conquista
di un più alto fine statale, e sempre con la coscienza di tendere a un
benessere individuale che sia il benessere sociale: non lotta dunque
di individui contro individui per il trionfo degli uni sugli altri, bensì
lotta tra gli individui per il trionfo di un unico fine che rappresenti il
massimo bene di tutti. Non si tratta di eliminare la concorrenza, ma di
intenderla nel solo significato giusto, che è quello dell’affermazione
dell’iniziativa individuale nella ricerca del bene comune. Essa
deve svolgersi nello Stato e per lo Stato, con ì limiti,
la disciplina e la volontà dello Stato: la statalità deve costituirne
l’essenza e il fine. Ma se convien combattere l’individualismo
tradizionale della lihera concorrenza occorre poi eliminare con non minore
energia tutte le forme statali che tendono a differenziarsi dagli
individui. Come 1’individiio degenera nell’egoismo, così lo Stato degenera
nel particolarismo della classe o degl’uomini dominanti: allora esso diventa
lina forza contro altre forze, un’entità contro altre entità, e il
dualismo di benessere individuale e benessere statale si riafferma come
differenza di arbitri e di egoismi. Così si spiega e si giustifica
incontrovertibilmente la critica del liberalismo alle forme statali
monopolistiche o comunque di intervento. Quando il monopolio, o l’azione
economica delloStato, è ispirato da una volontà trascendente quella
dei cittadini, quando lo Stato si differenzia dalla Nazione e diventa
burocrazia o governo o oligarchia o comunque un ente particolare con volontà
autonoma, allora 1 intervento statale è antieconomico e il monopolio
distruzione di ricchezza. All’arbitrio degl’individui abbandonati nella lotta
egoistica si sostituisce l’arbitrio di un governo che impone un proprio fine
altrettanto egoistico : e in entramhi i casi la libertà economica è
radicalmente legata. Il perfezionamento della vita economica non potrà
essere che in forme sempre più unitarie di collaborazione, con il
progressivo allargarsi degli organismi produttivi e il disciplinarsi delle varie
forze nell’unico sistema statale. Questa è l’intuizione fondamentale dello
Stato corporativo, destinato a realizzare con progressiva consapevolezza
la compenetrazione e identificazione assoluta di individuo e Stato,
ossia della volontà e dell’iniziativa dell’individuo con il fine
supremo dello Stato. La critica dell’econoinia liberale e la tesi
dell’identità di individuo e Stato, che di quella critica è la inevitabile
conclusione, hanno condotto a una impostazione radicalmente diversa dei
problemi tradizionali. E la differenza fondamentale va trovata nella
sostituzione del concetto di molteplicità di soggetti economici — gli individui
o gli homines (Economici, arbitri del proprio mondo particolare, limitato solo
dalle sfere di arbitrio degli altri individui — con quello di organismo
economico unico, con unica volontà e unico fine, quello statale.
Nell’economia liberale la molteplicità degli individui è
sostanziale e costituisce il valore base della costruzione: l’unità del
mondo economico risulta solo dalla giustapposizione e conciliazione estrinseca
delle diverse volontà e dei diversi fini. Nell’economia nuova,
invece, l’unità dell’organismo politico è il presupposto imprescindibile,
e la molteplicità degli individui è risolta in essa senza dualismi di alcuna
sorta. Si nega, cioè, che oltre al fine statale abbia ragion
d’essere un qualsiasi fine economico individuale. Naturalmente questa
differenza teorica tra le due economie ha una conseguenza pratica anchessa
fondamentale, che può, all ingrosso, determinarsi contrapponendo al concetto di
concorrenza e di lotta, che domina la vecchia economia individualistica, quello
di collaborazione e di organizzazione che è caratteristico della nuova. La
concorrenza e la lotta sono anch essi concetti trasvalutati : non cozzo
violento di interessi diversi e contrastanti, ma sforzo e competizione per
il miglior raggiungimento deirinteresse unico. La stessa nozione di
equilibrio viene ad essere intimamente corretta, in quanto non si pensa
più ad una risultante meccanica, ma a un processo intelligentemente voluto
e guidato. Dove i soggetti sono molti, Limita è secondaria e fatale: dove
il soggetto è uno, l’unità è originaria e intelligente. Ma ima grave
obiezione può sollevarsi a questo punto, ed è stata difatti sollevata a difesa
dell’economia individualistica. Ammesso pure, si dice, che la concezione
unitaria del soggetto economico si dimostri giusta e irrefutabile, quando
si consideri a fondo la realtà di un'economia nazionale, non
per questo il ragionamento può estendersi
all’economia internazionale. Se Stato e individuo si
identificano, facendo con ciò diventare unico il soggetto economico, resta
tuttavia sempre una molteplicità di stati, che non possono non concepirsi
come molteplicità di soggetti economici. Ne consegue — si
conclude perentoriamente — che, se l’economia individualistica non ha più
valore per lintelligenza dei fenomeni economici nell’ambito di una Nazione,
essa è. ciò non ostante, l'unica che ci consenta di comprendere i fenomeni
dell’economia interstatale. Gli stati, infatti, diventano essi individui
economici e la toro azione va considerata alla stessa stregua
di quella degli individui dell’economia liberale, Criteri fondamentali per
l’intelligenza della loro vita econemica saranno quelli di concorrenza e di
lotta : secondaria e necessaria sarà l'unità della vita economica:
meccanico e fatale l’equilibrio delle diverse forze contrastanti. E
il ragionamento, a prima vista, sembra impeccabile, sì da rendere vana o almeno
solo parzialmente valida la tesi dell’idemità di individuo e Stato: la
struttura dell'economia liberale e individualistica resta quella che è, almeno
per ciò che riguarda la vita internazionale. Ma fortunatamente il ragionamento
non resiste a un’indagine più accurata e profonda, e la stessa critica
rivolta all’individuo cittadino finisce per valere per l’individuo StatoI
economia individualistica non può reggere in nessun caso, perché non può
reggere il principio naturalistico su cui essa è fondata. Per chiarire
adeguatamente la questione è necessario approfondire il concetto di Stato e di
rapporto interstatale quale si è venuto delineando attraverso la speculazione e
il diritto pubblico contemporaneo, Occorre precisare alcuni
presupposti teorici c e servano a illuminare la concreta prassi nella
vita economica. Di organismo economico inteso come unità essenziale, se
pur in modo affatto meccanicistico, si è già parlato dai sociologi, i quali,
muovendo dall’individuo isolato, son passati alle diverse forme dei gruppi
sociali (famiglia, tribù, società, comuni, regioni. nazioni, umanità) tutti
ponendoli su di un unico piano ed eliminando ogni differenza qualitativa
tra i gruppi stessi. E si parlato, quindi, di economia individuale, familiare,
nazionale, sociale, mondiale, ecc., riconoscendo la possibilità di
tante economie quante sono le forme sociali o di un unica economia
che tutte le comprenda. Pur ammessa, perciò, la necessità di considerate i
fenomeni economici nell’organismo della vita sociale, sembrerebbe. dal punto di
vista della sociologia, affatto ingiustificata Videntificazione di individuo e
Stato, e la riduzione dell’economia a economia statale. Perché mai
arrestarsi o sollevarsi allo Stato per riconoscervi il fondamento della scienza
economica, se è possibile concepire una vita economica sia di gruppi inferiori
allo Stato sia dell’umanità che gli Stati tutti
comprende? L’obiezione, anche qui, sembra inconfutabile e decisiva ;
e finisce per congiungersi all’altra dell'economia individualistica, in quanto
riconosce, essa pure, la molteplicità degli individui sociali, o
come persone fisiche o come gruppi di persone. Al solito, l’esigenza
sociologica antindividualistica, e perciò antiliberale, è condotta dai
suoi presupposti naturalistici agli stessi risultati della tesi che vuol
superare. Ma l’obiezione, anche qui, è destinata a cadere definitivamente
quando si abbia la forza di sollevarsi a un punto di vista più alto, dal
quale e le persone e gli enti possano essere considerati nella loro
vera essenza unitaria. Unità che non può esser data né dall’individuo
particolare, in quanto uno Ira ì tanti, né dall’umanità, in quanto
sommaNi^^ wU tanti, bensì dallo Stato in cui l’individuo e l’umanità
acquistano la loro effettiva concretezza. Il superiore punto di vista nel
quale occorre metterci per giungere a questo risultato è dato dalla
concezione storicistica o dialettica della vita sociale, per cui allo Stato e
soltanto allo Stato è consentita quella vera individualità ebe coincide
con la vera universalità. E la ragione è questa: che tutti gli individui
(persone o enti) che sono nello Stato, vivono, appunto, nello Stato, e sono
perciò in esso risolti come momenti della sua vita; laddove al di
sopra degli stati non può concepirsi un’umanità che sia organismo unitario
(Stato o superstato) senza annullare, per ciò stesso, il concetto di Stato.
Lo Stato, infatti, ha questo di caratteristico rispetto a tutte le
altre unità sociali storicamente esistenti: di essere la suprema unità
dialettica della storia, in quanto è unità differenziata rispetto alla molteplicità
degli stati e non ha al di sopra nessuna unità differenziata. Lo
stato-umanità è una contraddizione in termini in quanto unità senza
molteplicità, e perciò unità statica, indifferenziata e indifferenziabile,
sottratta a ogni dialettica spirituale. Lo Stato non può essere che
unità-molteplicità, ossia veramente sovrano, per il fatto di avere una
sovranità riconosciuta dagli altri stati: se non ci fossero gli stati
a riconoscere lo Stato, Io Stato non sarebbe perché non avrebbe coscienza
della sua sovranità, non avendo ragione di essere sovrano. In tanto
lo Stato può dettar legge ai cittadini, in quanto deve fonderli in un
unità che viva e si affermi nella molteplicità: che, se questa molteplicità non
esistesse, lo Stato non avrebbe un fine suo, ma vivrebbe per i "
Svinilo fini degli elementi che lo compongono: non sarebbe perciò
sovrano ma strumento, e la vera sovranità competerebbe agli organismi
(persone o enti) cbe vivono nello Stato; sollevati al grado di vero individuo,
unità-molteplicità, o unità dialettica. Questo primo risultato della
nostra indagine ci consente di rifiutare ristanza sociologica di più
economie sociali, a seconda delia qualità dei gruppi considerati, o di
un’unica economia sociale, coincidente con l’economia dell’umanità. La vera
unità storicamente concreta è quella dello Stato, e perciò l’economia
scientifica non può essere cbe statale. Ma, se ! istanza sociologica è
superata, non altrettanto sembra quella individualistica, cbe si fonda
appunto sulla molteplicità degli stati. Che, anzi, questa seconda
obiezione pare rafforzata dal riconoscimento esplicito die abbiamo fatto
della molteplicità degli stati, e addirittura del carattere essenziale e
imprescindibile di tale molteplicità. Se non cbe, guardando più a fondo, si
deve convenire cbe il nostro riconoscimento non può avere lo stesso significato
di quello su cui si fonda l’obiezione individualistica, per il fatto
cbe nel caso nostro si tratta di nna molteplicità essenziale soltanto ai fini
deirunità. E la unità è lo Stato, ossia l’individuo concreto, in
cui gli stati, in quanto molteplicità, si risolvono
senza residuo. Per intendere con precisione questo carattere di
interiorità degli stati rispetto allo Stato, occorre m ritornare al
concetto di sovranità, cui abbiamo prima accennato. Perché lo Stato sia sovrano
è necessario che tale sovranità sia riconosciuta dai cittadini, ma è necessario
insieme che venga riconosciuta dalla molteplicità degli stati. Il che vuol
dire che la sovranità ha due aspetti egualmente imprescescindibili: uno interno
e 1 altro esterno, rispetto ai cit-tadini e rispetto agli stati. E se di
fronte ai primi la sovranità si esprime con ridentificazione dei fini
individuali col fine statale, è necessario che anche di fronte ai secondi
la sovranità abbia la stessa ragion d’essere. In altri termini, nella vita internazionale
lo Stato deve vedere negli stati altrettanti elementi del proprio
organismo unitario, vale a dire altrettanti strumenti del proprio fine. Il
che, si badi bene, non va inteso nel senso assurdo di un nazionalismo
cieco, bensì in un senso affatto spirituale e perciò il più
internazionalistico possibile. Come i cittadini, invero, sono strumenti
dello Stato, non sacrificando i propri fini particolari a quello
dello Stato, bensì riconoscendo che i primi si identificano col
secondo e lottando per un sempre maggior riconoscimento di tale identità, così
gli stati debhono trovare nel fine dello Stato gli stessi loro fini
particolari e dare incremento a una vita che, se è potenziamento dello Stato,
è, per ciò stesso, potenziamento della collaborazione internazionale. Se
così non fosse, se cioè lo Stato non fosse sovrano così verso i cittadini come
verso gli stati, non si avrebbe sovranità di sorta, perché la stessa
sovranità, esercitata sui cittadini non sarebbe sovranità, in quanto
necessariamente condizionata dalla realtà degli altri stati. Il che sanno
bene quei giuristi i quali non ammettono che il diritto internazionale sia un
diritto superstatale, di natura diversa dal diritto interno. Due modi,
insoninia, ni sono di intendere la vita internazionale: uno, che può
dirsi liberale o individualistico, per cui esistono gli stati nella
loro molteplicità atomistica, legati da un rapporto estrinseco concepito come
risultante della coesistenza degli stati stessi; un altro, invece,
che potremmo denominare idealistico o storicistico, per cui esiste Io
Stato nella sua unità assoluta, che risolve in sé dialetticamente la
molteplicità degli stati, legati da un rapporto sostanziale e intrinseco
che è il fine stesso dello Stato. Da una parte una vita internazionale che
è quella che è, bruto incontro di forze eterogenee e di fini particolari
contrastanti; dall’altra un organismo internazionale che ha un fine
consapevole e un unico centro : lo Stato. Ora, se applichiamo questo
concetto dello Stato e della vita internazionale alla scienza
dell’economia, possiamo ripetere in questa sede la critica già svolta a
proposito deireconomia liberale o individualistica. 0 si accetta la concezione
atomistica della vita internazionale, e allora bisogna riconoscere
che una scienza deireconomia non può esistere, in quanto i fenomeni
economici internazionali hanno la stessa illogicità (itnprevedibililà) dei
fenomeni economici dell’individuo soggettivisticamente inteso e non possono
sottrarsi alla sfera del puro arbitrio; o, invece, si crede che una
scienza deireconomia possa esistere, e allora bisogna riconoscerne il
fondamento in un organismo intelligibile, che è, così nella vita economica
nazionale come in quella internazionale, lo Stato nella sua concretezza
storica e nella sua consapevole attualità. E lo Stato in nessun caso può
venir superato o sostituito, come principio primo della scienza, senza
annullare la scienza stessa nella sua possibilità teorica e nella
sua validità pratica. Ancora una volta l’identità di individuo e Stato
segna il punto di arrivo delle scienze sociali in genere e deireconomia
politica in particolare. Risolto il problema dei rapporti tra
economia nazionale ed economia internazionale, riconducendolo al più vasto
problema del concetto dello Stato, occorre ora mostrarne le conseguenze
più particolarmente economiche e vedere in quale senso le conclusioni cui
finora è pervenuta la scienza vadano rivedute e corrette. È opportuno
anzitutto precisare il significato che per la scienza tradizionale ha il
concetto di economia interstatale. Purtroppo tale precisazione non può
avere che un carattere tulio negativo, in quanto a rigore per reeonomia
classica un problema economico interslatale non può neppure sussistere. Dato,
infatti, il concetto di homo ce conomicus come presupposto fondamentale
della scienza, tutta l’indagine si esaurisce in un’economia
individualistica nella quale non v’è posto alcuno per lo Stato. Quando lo
Stato ha fatto sentire la sua esigenza imprescindibile, airesigenza stessa si è
tentato soddisfare individuando lo Stato in un ente particolare,
con un fine e una vita economica propri, diversi da quelli degli
individui. Ne è derivata, nella migliore delle ipotesi, una sottoscienza
sui generis cui si è dato il nome di scienza delle finanze. Ma lo
Stato vero, quello che si identifica con l’individuo, e
ne costituisce la vita logica, quello non è entrato mai in questione
e i fenomeni economici sono stati studiali in quanto fenomeni interindividuali.
La vita economica naturale esclude lo Stato e si esprime tutta nella
libera concorrenza delle forze particolari, sì che rintervento statale può
essere studiato lutt’aì più come causa di deviazione dal corso naturale,
ossia come uno degli ostacoli alla libera estrinsecazione delle forze in
contrasto. E questa conclusione non varia col passare dall’economia
nazionale all’economia internazionale, per il fatto stesso che lina nazione o
uno Stato come unità economica è negato a priori nel modo più
categorico. Come neirambito dello Stato i fenomeni economici si svolgono
indipendentemente dallo Stato, così si svolgono pure quelli che si
verificano nel più vasto mercato mondiale. Non sono, infatti, gli
stati che contrattano fra loro, sibbene gli individui o i gruppi di
individui che ne fanno parte, e che agiscono economicamente così quando si
trovano ad appartenere a una stessa nazione, come quando sono cittadini dì
stati diversi. I fenomeni economici che ne risultano sono precisamente gli
stessi, e la scienza non ha ragione di porre un qualsiasi problema al
riguardo. Problemi diversi nascono invece quando tra slato e stato si
elevano delle.barriere che distìnguono il mercato interno da quello esterno.
Sono le barriere doganali, espressioni tipicamente statali, che
alterano tutti gli scambi facendo sorgere, anche nell’economia classica,
la specifica teoria del commercio internazionale. Tuttavia bisogna star
bene attenti alla natura del problema, e non credere che la scienza
tradizionale abbia con ciò abbandonato o comunque menomato il presupposto individualistico.
Lo Stato di cui, anche qui, discorre la teoria, è sempre quello che è
oggetto della scienza delle finanze e cioè un ente a sé con particolari
fini e funzioni. E la scienza in tanto lo prende in considerazione in quanto
esso fa deviare l'economia naturale dal suo libero corso. Se, infatti, si
analizzano le comuni teorie del commercio internazionale, è
facile avvedersi come tutto il loro contenuto si risolva, per un
verso, in un’istanza negativa, implicita o esplicita, contro l'intervento degli
siati (soppressione delle barriere doganali), e, per un altro verso,
nell’indagine delle conseguenze che il sussistere delle barriere doganali
ha nell economia degli individui appartenenti ai diversi stati. In ogni
caso si resta ligi al presupposto d eWhomo ceconomicus, unico centro
e ragione della vita economica, e si resta conseguentemente ligi al vecchio
concetto di Stato, inteso come una superfetazione, sia pur necessaria,
e un limite più o meno grave della libera vita dell’individuo. Una
vera economia internazionale può nascere solo col sorgere del concetto di
Stato, come organismo economico di carattere universale ; lo Stato, cioè,
come soggetto economico in cui si fonde tutta la vita economica dei
cittadini. In che cosa consista la differenza essenziale dei due concetti
di Stato nella concreta prassi economica potrà risultare
molto agevolmente da un esempio notissimo. In Italia si produce meno
grano di quel che non si consumi: non solo, ma io posso trovar convenienza
a rinunziare alla coltivazione del grano e a importarlo dall’estero. Secondo la
dottrina liberale, della convenienza economica di produrre grano o di
importarlo, sono giudice assoluto io solo: lo Stato è tenuto a
disinteressarsene completamente. Nel caso di un suo intervento, questo è
dovuto o a ragioni politiche concepite come extraeconomiche o al bisogno
di provvedere, mercé i proventi di un dazio doganale, alle spese
inerenti alle sue peculiari funzioni. 0 un problema politico, dunque, o un
problema di scienza delle finanze: e l’economia scientifica, in ogni caso,
non ne è toccata, racchiusa come essa è nell’indagine dello scambio tra me,
produttore e consumatore, e il produttore straniero. Ma quando lo Stato
cessa di essere un ente particolare per divenire la stessa nazione nella sua
unità, il problema del grano diventa problema economico solo in quanto
problema nazionale. E come quello del grano 6Ì impostano tanti e tanti
problemi — a rigore tutti i problemi economici — che non hanno significato
alcuno per l’economia fondata sul presupposto dell’homo œconomicus. Che
significato, infatti, possono avere per una concezione individualistica
problemi come quelli della ruralizzazione o industrializzazione,
dell’incremento demografico, dell’emigraQuando considero la scienza delle
finanze lucri dell'economia politica non intendo parlare di un'estraneità
assoluta, bensì relativa al particolare concetto di Stalo sul quale la scienza
delle finanze finora è stata costruita. Dato uno Stalo —essa dice —
else ba particolari funzioni (pubblica sicurezza, giustizia, esercita,
ecc.l, esso deve pur avere un proprio bilancio; e le sue entrale e le
sue spese, come pure la loro influenza sulla vita economica dei cittadini,
devono esser studiate dalla scienza economica: tuttavia la vita economica
dello Stato è altra cosa dalla vita economica dei cittadini, sì che scienza
delle finanze ed economia politica non coincidono. Cbi invece crede allo
identità di indivìduo e Stato deve necessari ante me intendere tale identità
come fondamento di quella di scienza delle finanze ed economia. Ma sul
problema della riforma della scienza delle finanze avremo modo di tornare
in altra sedezione, ecc.? A ognuno, secondo i suoi gusti e le
sue capacità, risponde Peconomia pura, perché per essa tali problemi
sono tanti quanti gli individui. Ognuno al suo posto secondo il fine unico
dello Stato, risponde la nuova economia, perché per essa tali problemi si
risolvono in uno solo. E i gusti si educano e le capacità ci creano: sì
che al posto di tanti centri economici se ne mette soltanto uno, e all’incontro
di tanti mondi si sostituisce un organismo consapevole. Organizzazione:
ecco la grande realtà della vita civile in genere e della economia in
particolare; ma organizzazione vuol dire organismo e l’organismo non
può essere che unico: lo Stato. V’è poi l’organizzazione internazionale e
sembra vi sia anche un organismo internazionale. E difatti esso esiste, ma in
un senso diverso da quel che comunemente si crede. Se lo Stato ha un
fine da raggiungere, risolve a suo modo tutti quei problemi economici cui
abbiamo prima accennato, risolvendo la vita economica dei cittadini in
quella della propria unità. Ma è chiaro che il fine non sarebbe raggiunto
se lo Stato non operasse egualmente con gli stati, che tutti, direttamente
o indirettamente, entrano in rapporto con esso. Scendendo anche qui a un
esempio concreto, possiamo notare come l’Italia per industrializzarsi deve
importare alcune materie prime e trovare i mercati di
esportazione per i manufatti. Il che è possibile solo in quanto altri
stati siano disposti a darci quelle e a comprare questi; vale a dire a
divenire strumento di raggiungimento del fine che ci proponiamo. Ora, le
condizioni necessarie perché gli altri diventino mezzi per il nostro fine
sono essenzialmente due. Prima: che il fine che ci proponiamo sia davvero
proposto, e cioè sia un fine consapevole; seconda: che si abbia la
capacità di far divenire tale fine il fine economico degli altri stati.
Perché la prima condizione si verifichi è necessario che lo Stato si
identifichi con l’individuo, ossia con la nazione, e sia organismo unico,
soggetto economico unico. Perché si verifichi la seconda è necessario che
lo Stato si identifichi con Tumanità, ossia con la vita internazionale,
risolvendo nel proprio organismo l’organismo internazionale. La forza dunque
che ci può consentire di raggiungere il nostro fine è forza organizzativa
di noi e degli altri, ossia la forza di collaborazione, in cui la lotta e la
concorrenza vengano risolte come momenti dialettici. Vi sono,
infatti, due modi di concepire la lotta e la concorrenza economica, come,
in genere, ogni sorta di lotta: l’uno per il quale il fine
della lotta è la distruzione dell’avversario, l’altro, invece, per
cui il fine è l’unificazione delle volontà. TI primo è puramente negativo e
infecondo, il secondo, momento necessario di ogni sviluppo e
progresso. Ora, nel campo economico internazionale una lotta intesa
nel primo senso non potrebbe avere alcuno scopo intelligibile all’ìnfuori
di quello del distruggere per il distruggere. E ciò non può lasciar dubbio di
sorta se si pensa che lo stesso effetto della distruzione sarebbe
raggiungihile senza il minimo sforzo chiudendo i confini e facendo
divenire l’economia nazionale un’economia chiusa. Se i confini restano
aperti, è segno che gli altri stati non sono ostacoli da abbattere, ma
forze da utilizzare, e utilizzare vuol dire coordinare le proprie forze
per procedere in un’unica direzione. Allora la concor rema diventa —
così come nel campo nazionale — voluta, disciplinata e subordinata al fine
nazionale da raggiungere: il suo scopo non è più quello di eliminare
delle forze avverse, ma di convertirle a una funzione che risulti più
rispondente ai bisogni dell’organismo. 11 che si ottiene non lasciando
che i concorrenti si urtino a vicenda seguendo i propri fini
particolari, ma regolando la competizione verso la più opportuna divisione
di lavoro. Che le conclusioni, cui siamo pervenuti, noti siano
arbitrarie e utopistiche, lo dimostra, a chiunque abbia gli occhi per vedere,
la trasformazione sempre più rapida del mondo economico nella direzione
indicata. All’interno il processo di unificazione della vita economica ha fatto
passi giganteschi e tutto fa pensare che il cammino sarà ancora più notevole
nel prossimo avvenire. Il concetto di organismo economico va
sostituendosi, nella realtà ancor prima che nella scienza, a quello di
individuo o di homo o economicus, tra svalutando soprattutto i concetti di
monopolio e di libera concorrenza. Sul terreno internazionale poi le intese e
gli accordi economici sono sempre più frequenti e l’esasperazione della lotta
doganale va richiamando sempre più l’attenzione generale sulla necessità di
una organizzazione più salda e profonda delle forze economiche dei diversi
stati. E anche qui la concorrenza va di fatto mutando i caratteri arbitrari di
una volta, per rientrare nel circolo di un sistema dalla — lofi cui
logica unità viene incanalata e corretta. È una disciplina certamente più
ardua e instabile, data la immensità del mercato e la molteplicità degli
elementi da controllare, ma solo i ciechi potrebbero negare 1 abisso che
corre tra l’atomismo economico di alcuni decenni fa e l’ingranamento
odierno d’infiniti centri economici in giganteschi organismi a carattere
internazionale. Né l’urto e l’esasperazione di tanti nazionalismi sorti o
rafforzati nel dopoguerra riescono ad arrestare questo processo di
collaborazione internazionale, che è, d’altronde, l’unico strumento di un
nazionalismo non illusorio. L’economia individualistica o liberale ha
fatto il suo tempo e la realtà ce lo insegna additandoci le necessità
della vita economica dentro e fuori i confini. Al dogma del liberismo
e alla fede nella lotta incondizionata degli arbitri dei singoli va
sostituendosi la convinzione critica dell’apriorità dell’organismo economico
coincidente con la realtà dello Stato. E con la realtà deve ormai
procedere la scienza, che, non avendo più a suo oggetto una molteplicità
caotica e inintelligibile come quella presupposta dal liberismo. può
cominciare a veder chiaro nella logica del1 organismo economico e trovare quei
fondamenti sistematici che ha invano perseguito per due secoli. Dopo
aver precisato il concetto di libertà economica e i rapporti tra economia
nazionale ed economia internazionale è possibile procedere all’analisi della
secolare antinomia tra liberismo e protezionismo. Nessun problema della scienza
economica e stato tanto dibattuto come questo e l immensa letteratura sull
argomento continua di giorno in giorno ad arricchirsi di nuovi saggi, che sostanzialmente si
esauriscono nella ripetizione dei motivi fondamentali addotti dai fisiocrati in
poi in favore dell’una o dell altra tesi. Ma, nonostante tutta questa mole
di studi, sta di fatto che l'antinomia è rimasta teoricamente e
praticamente insoluta, sì che liberisti e protezionisti continuano tuttavia ad
accusarsi a vicenda di sproposilare nel campo scientifico e
di rovinare, in pratica, l’economia della nazione. La soluzione
classica del problema — conforme al motivo fondamentale della scienza
dell’economia quale si è venuta configurando dal secolo XVI1T a — è quella
rigorosamente liheristica. Muovendo dal presupposto del carattere naturale
della vita economica, si è giunti a fil di logica alla eonclusione che.
così negli scambi interindividuali come in quelli internazionali, le varie
forze vadano lasciate affatto libere nel loro giuoco e che il
risultato dell’anarchico incontrarsi e scontrarsi sia quello della
loro più perfetta composizione. A tale teoria naturalistica degli scambi
internazionali ha dato poi — come si è detto — nuova forza la scuola
psicologico-matematica, che, giungendo, con Pareto, al concetto di ofelimità e
frantumando, in tal guisa, il giudizio della economicità delle azioni
nella molteplicità dei soggetti economici postulati, ha sottratto alla
sfera di competenza dello scienziato e a quella dell’uomo politico la stessa
possibilità di un giudizio obiettivo di valore. Intervenire negli
scambi non si può perché si ignorano in modo assoluto le utilità
soggettive di coloro che scambiano. L'opposta tesi protezionistica,
invece, non ha mai trovato un fondamento ideologico così deciso e
preciso e, sebbene confortata dal costante esempio storico di una politica più
o meno antiliberistica, è rimasta nel campo scientifico in condizioni
di evidente inferiorità. Il che spiega come essa nella maggior parte
dei casi non abbia assunto le caratteristiche di una vera e propria teoria, ma
si sia limitata a contemperare il rigore della concezione liberistica, mettendo
capo a varie forme intermedie. E il compromesso ha finito, in sostanza,
col trionfare nella letteratura scientifica più recente, sia per
l’impossibilità di eliminare in modo assoluto i motivi della tesi
protezionistica, sia per la sempre maggiore coscienza storicistica dei cultori
dell’economia, costretti, volenti o nolenti, ad avvicinarsi alle nuove
concezioni speculative. I tentativi di conciliazione si possono
raggruppare intorno a due tipi principali. Gli ortodossi bauno mantenuto fede
al postulato Veristico limitalidosi a confinarlo nel campo della così detta
economia pura. Da un punto di vista astrattamente economico, essi dicono, resta
incontrovertibile che ogni dazio protettore distrugge ricchezza: ciò non
vuol dire, tuttavia, che in pratica sia da eliminare sempre e dovunque
ogni sorta di barriere doganali; possono esservi, infatti, altre ragioni
di carattere politico che consiglino l’intervento protettivo
non ostante il danno economico da esso prodotto. Ma accanto agli
ortodossi vi sono ormai parecchi esempi di economisti che, nello stesso ambito
dell’economia pura, ammettono la possibilità di un dazio proficuo. Secondo
essi, l'economia pura non può stabilire a priori se un dazio sia
economicamente vantaggioso o dannoso: in certi casi la
protezione, lungi dal distruggere ricchezza, è condizione necessaria per
il suo accrescimento. A chi, direttamente o indirettamente, segua
le tracce della vecchia economia sembra verità di carattere addirittura
lapalissiano che con le soluzioni del problema ora prospettate si siano
esaurite tutte le alternative possibili. 0 liberismo, o protezionismo o
forme intermedie di compromesso: e la venta va cercata eliminando due di queste
soluzioni. Ma chi ormai ci ha seguito nella critica della scienza
economica e nella riduzione dei diversi indirizzi a quello classico liberale,
può agevolmente rendesi conto dell’impossibilità di giungere a
un risultato davvero conclusivo accettando i termini della questione
e limitando l’indagine a una semplice scelta. Se il problema ha messo capo a
queste tre alternative e fra di esse si è dibattuto per due secoli, è
segno cb'esso è rimasto aderente a una determinala concezione scientifica e cbe
è vano tentare ancora di risolvere l’antinomia, senza superare quella
concezione e porre la questione in termini affatto diversi. Ma perché il
superamento non sia illusorio e perché l’antinomia appaia nella sua
assoluta irriducibilità, è necessario anzitutto chiarire la sostanziale
identità dei due termini opposti. Occorre, in altre parole, dimostrare che
liberismo e protezionismo non sono due soluzioni cbe si riportano a due
diverse concezioni della vita economica, sì che l’errore dell'uno possa
significare o per lo meno possa non escludere la verità dell'altro, bensì
che l’uno e l’altro scaturiscono da uno stesso principio informatore e rappresentano
l’antinomia interna di esso. L’errore dell’uno è lo stesso
errore dell'altro, ed entrambi si spiegano con l’errore del principio
di cui sono espressioni. Il principio, s’intende, è quello solito
dell’individualismo economico. Si parte dal presupposto che le forze reali
siano gli indivìdui nella loro autonomia e si pretende ch’essi soddisfino i
loro bisogni nel libero giuoco della concorrenza, Nel caos in cui si
scontrano le infinite forze individuali ognuna salvaguarda come può i propri
interessi e cerca di trarre il massimo profitto possibile. Così
come per la naturalistica legge della selezione, i migliori si
affermano e trionfano, i peggiori sono travolti e soccombono: né mai altro
equilibrio o composizione delle forze si instaura che non sia quello derivante
dall urto disorganico e disordinato. Ora, in questa concezione liberistiea
o individualistica del1 economia, la teoria protezionistica, se appare come una
contraddizione alle leggi di natura e però sostanzialmente illogica dal
punto di vista scientifico ortodosso, è tuttavia escogitata per servire
allo stesso sistema della concorrenza di cui apparentemente è la
negazione. Quando un’industria chiede un dazio protettore lo
faesclusivamente per vincere la concorrenza, e il dazio si risolve in un aiuto
a una delle forze concorrenti e non in una forza eliminatrice della
concorrenza. Anche nel caso di un dazia proibitivo il fine ultimo è quello
dì spostare e non di eliminare la concorrenza: i dazi, insonuna, non
sono che altrettante forze gettate sul mercato per meglio resistere allumo
e vincere nella lotta. Ma, con o senza dazi, la vita economica resta
sempre quella primitiva o naturale di una bruta molteplicità di elementi
contrastanti. Nel mercato internazionale come nel mercato interno si
incontrano soggetti economici diversi, reciprocamente estranei fino
al momento deH’incontro e che dal solo atto deirincontro debbono trarre
norma per l’ulteriore difesa di propri fini particolari. Ragione della
concorrenza è quindi il persistere di una molteplicità atomistica incapace di
unificarsi, e il mercato, che è appunto la classica espressione dell’economia liberista,
rappresenta il campo di lotta di individui (persone o nazioni) fino allora
chiusi in mondi non comunicanti. Ambita Il carattere primitivo
della vita economica fondata sul principio della concorrenza (compreso
in questo termine l’intervento protezionistico) è dovuto, dunque, alla sua
disorganicità o irrazionalità. Come il liberalismo politico di cui è la
necessaria conseguenza, essa è il punto di partenza per il cammino della
civiltà e non l’ideale della civiltà stessa. Il trionfo assoluto della
concorrenza, lungi dal rappresentare, come pensano i liberisti, un ideale
da raggiungere allorché sarà superata ogni sorta di pregiudizi
antiscientifici, è soltanto una realtà che si perde nella notte del
primitivo stato di natura, in quello stato precontrattuale che vagheggiava
la mente del ginevrino. Il carattere irrazionale della vita
economica fondata sulla concorrenza e sul protezionismo è dato appunto
dalla irrelatività primitiva degli uomini e dei paesi, i quali rimangono
gli uni fuori degli altri e non possono o non vogliono fondersi in
un organismo unico. Credere che ogni forza economica possa rimanere
autonoma e tuttavia ottenere il massimo di utilità possibile nello spontaneo
equilibrio di tutte le altre forze, significa cadere nella
più grossolana delle contraddizioni, in quanto si pretende far derivare la
razionalità da un processo non razionale. Se razionalità vuol dire
universalità, ossia unità di volere e di fine, è chiaro che il
modo migliore di raggiungere il fine non potrà esser quello di ignorarsi
reciprocamente e di procedere per vie diverse. La scienza dell’economia
che finora ha teorizzato la libera concorrenza o la protezione
è caduta in un errore che ha tutto compromesso.’in quanto ha cercato
di dare le leggi di ciò che è ex ege.. e ha lasciato fuori proprio la vita
economica razionale. Libera concorrenza e protezione sono al di qua
di ogni norma per il fatto stesso che sono al di qua di ogni organismo:
esse rappresentano ratinino, la natura, il male, il frammentarismo, la
negatività, msomma, della vita; e fare scienza di esse vai quanto fare
scienza del caso. La vera vita economica e quindi la vera scienza può sorgere
soltanto allorché si comincia a uscire comunque dalla irrelatività e a
unificare i mezzi e i fini da raggiungere. Se, in apparenza, la vita degli
individui e quella delle nazioni è stata finora denominata
dalla concorrenza e dal protezionismo e tuttavia ha proceduto nel cammino
della civiltà, ciò è dovuto in realtà al fatto che, di là da ogni
liherismo e protezionismo, si è andata sempre più affermando una intesa e
una collaborazione di forze completamente sfuggita alla miopia degli
scienziati. Accordo, collaborazione, organismo: ecco ì termini del
problema, una volta superato il presupposto irrazionale dell’individualisnio. E
tanto più è necessario porsi per questa via quanto maggiore è lo sviluppo
della vita economica e dei suoi elementi essenziali. Se, infatti, si resta
nei limiti di iorze individuali o quasi, la cieca competizione dà luogo
a danni meno appariscenti e profondi: ma quando, come nella vita
contemporanea, gli organismi economici sono diventati tanto complessi
e grandiosi, andare avanti ignorando quel che faranno gli altri significa
esporsi a crolli improvvisi e spaventevoli. Superate in gran parte nella
vita economica interna le forme dell’individualismo e divenute normali le
forme delle società anonime, delle banche, dei trust, ecc., continuare a
tener fede all’individualismo nei rapporti internazionali diventa sempre più
assurdo e pericoloso. La crisi economica mondiale è l’espressione più evidente
e convincente di tale assurdo. Dunque: né liberismo, né protezionismo; nessuna,
insomma, di quelle soluzioni che presuppongono l’autonomia radicale delle forze
economiche. Anche qui l’obiezione più facile sarà quella che deriva
da una grossolana ipostasi della lotta e della dialettica della
vita. Ma, anche qui, è facile rispondere che c’è lotta e lotta, e che il
camminodella civiltà sta appunto nel rendere sempre più elevata e
spirituale la competizione e sempre più abnorme ed eccezionale la guerra.
E della guerra e non della competizione hanno proprio i caratteri la
concorrenza economica e la protezione, in quanto tendono a sopraffare e
non a collahorare con l’avversario. La competizione che si deve
instaurare è quella che ha per fine l’inciemento dell’organismo e si svolge
quindi nell’ambito dell’organismo, non quella che ha, invece, per
fine l'incremento dell’individuo (persona o nazione) visto nella sua
particolarità irrelata. Dalia tesi teorica è molto facile scendere
alla pratica applicazione nella vita politica. La realtà urge da
tutte le parti e sta già facendo giustizia dei vecchi dogmatismi
scientifici. Dobbiamo rendercene 9empre più consapevoli e affrettarne il
procedimento. Le forme concrete di realizzazione sono naturalmente quelle
die tendono all’unificazione dell’organismo economico mondiale. In primo
luogo, lo studio internazionale delle forze economiche dei diversi
paesi e delle vie più adatte alla loro collaborazione e fusione. E, in
conseguenza, la politica degli accordi industriali e commerciali atti a
realizzare quella fusione. La traduzione in pratica della tesi non avverrà
tanto facilmente, né mai in forma assoluta. Ma, se questa è la mèta cui
tendere, bisogna die il periodo di transizione sia informato alla coscienza
del punto d arrivo. Voglio dire che nell’organizzare l’economia della
nazione occorre dalle fin d’ora quella fisionomia che più risponde alla
sua funzione specifica nel sistema dell’economia mondiale. Eliminando, per
quanto è possibile, ogni sterile concorrenza, deve cercarsi un’affermazione
dell’industria che assuma un’importanza essenziale nella vita
del nostro e degli altri popoli. 11 nostro orizzonte deve allargarsi
e non si può più pretendere di giovare alla nostra economia senza con ciò
stesso giovare all’economia degli altri. Questa è la legge di ogni organismo e
a questa legge deve essere informata anche la politica economica di un paese
che voglia guardare sul serio all’avvenire. V è, abbiamo detto, una
concorrenza superiore a quella comunemente intesa; ed essa si vince
oggi ponendosi all avanguardia nel processo dell’unificazione. La
grandezza economica di una nazione si instaura col darle un posto di primo
ordine nell’organismo internazionale: chi ha la consapevolezza della via
da seguire può concorrere più decisamente degli altri alla creazione di un
organismo in cui far valere al massimo le proprie energie. Ma a
quest'azione politica internazionale va accompagnata, s intende, una
trasformazione adeguata della vita interna in modo da porla all’altezza di
quella vita mondiale del cui rinnovamento ci si fa promotori. Per
uscire dai termini generali e scendere al1 esempio pratico del nostro Paese,
che dei fondamenti della nuova economia ha tentato prima e più degli altri
una concreta attuazione, è facile precisare alcune conseguenze imprescindibili
da cui trarre norma per l’avvenire. L’Italia è la prima nazione — si può
aggiungere la Russia, ma per essa dovrebbe farsi altro discorso — cbe ba
proceduto alla formazione di un sistema economico nazionale, attraverso
l’ordinamento corporativo: ma i suoi sforzi, per quanto innovatori e
fecondi, non possono raggiungere un risultato decisivo finché il
suo sistema rimarrà un centro organizzato in mezzo a una vita
mondiale disorganizzata. La vera vittoria del FASCISMO o del
corporativismo si avvererà il giorno in cui avremo fascistizzato o
eorporativizzato tutto il mondo. Fino a quel giorno avremo la possibilità
di resistere un po’ meglio degli altri ai marosi dell’oceano, ma rimarremo in
gran parte in balìa di essi. Primo compito, dunque, quello di persuadere il
mondo della verità dell’economia corporativa e di farsi iniziatori di un
sistema corporativo internazionale. Ma questo fine, a sua volta, implica la
necessità di considerare fin d’ora il sistema corporativo italiano, non
come un sistema a sé, chiuso e sufficiente nella sua autonomia, bensì come
il sistema in cui si risolve tutta la vita economica mondiale. E alla realtà di
questo più ampio sistema bisogna volgere gli occhi per la
soluzione degli infiniti problemi propri della nostra nazione. Se,
per esempio, nella soluzione del problema del grano consideriamo il
sistema economico nazionale come un sistema chiuso, è chiaro che spingeremo al
massimo la produzione fino al punto da non importare più un quintale
dall’estero; ma se, al contrario, badiamo al sistema corporativo mondiale,
i nostri sforzi tenderanno a raggiungere una produzione massima per ettaro
coltivato, ma insieme a ridurre progressivamente la superficie coltivata. È
evidente che una produzione che per reggersi ha bisogno di un dazio di 75 lire
a quintale oltre a varie altre provvidenze legislative, e che non può
sperare di modificare sensibilmente queste condizioni nell avvenire, deve
rappresentare uno stadio provvisorio nel processo dell’organismo mondiale.
Ben diverso è il problema dell’industria siderurgica e delle industrie
meccaniche nella cui soluzione non si può affatto convenire con i
teorici del liberismo. (Tanto è vero che l'economia corporativa è di là da
ogni liberismo o protezionismo). Le industrie siderurgiche e meccaniche
sono al fondamento di tutta la più alta industria moderna, e una nazione
che vi rinunci, si suicida. Ma anche qui occorre non perdere d’occhio il
sistema mondiale e quindi indirizzare tali industrie verso quelle forme
superiori in cui il tecnicismo (preparazione e ingegno dei dirigenti e bontà
della mano d'operai diventi fattore di produzione predominante fino a
rendere trascurabile il maggior costo delle materie prime. Alla
visione dell’avvenire, verso cui certamente si cammina a gran passi, contrasta
la politica dell’oggi con altissime barriere doganali e con
la sfrenata concorrenza. Ma se la logica è dell’avvenire -— ci dicono
ancora gli scettici — intanto come si va innanzi? Dobbiamo togliere le
barriere e dar ragione ai liberisti, ovvero dobbiamo elevarne ancora e
difenderci a tutti i costi? La vita economica sociale, si è detto, è
conoscibile scientificamente solo in quanto razionale e organica. Se il
problema resta posto nei termini consueti della concezione
individualistica, nessuna risposta può darsi ebe abbia valore di norma.
Liberismo e protezionismo sono le soluzioni di uno stato di guerra, di un
urto violento e indisciplinato; e in guerra, si sa, ci si difende come si
può. Se un individuo viene affrontato, deve uccidere o
deve corazzarsi? Tutte e due le soluzioni sono buone, ma certo
sarebbe meglio che i due casi fossero eliminati e ebe gli avversari si dessero
la mano, risolvendo in modo logico la ragione del contrasto. E così oggi
nella vita economica internazionale: cerchiamo di affrettare il processo
di razionalizzazione, e intanto andiamo avanti con o senza barriere doganali,
secondo l’urgenza del momento e le particolari condizioni economiche e
politiche. Lettera operici di Berlini a S.) Chiarissimo Professore, Intorno
ai problemi dell’Economia corporativa ai è formala in breve tempo una
vasta letteratura, ma di carattere — oom Ella afferma — piuttosto
giornalistico, mentre i tentativi di rigorosa sistemazione
scientifica della nuova materia sarebbero scarsi o poco notevoli.
Di tale condizione di cose Ella chiama responsabili gli economisti della
cattedra, i quali evitano di parlare di quei problemi, considerandoli
pertinenti ad un indirizzo antieconomico e, per ciò stesso, estraneo alla
scienza. Richiesto cortesemente del mio avviso, non voglio chiudermi
in un silenzio che potrebbe essere interpretato come un adesione al modo
di fare e di pensare, da Lei attribuito ai miei autorevoli eollegbi.
Veramente, il mio tacere avrebbe avuto piuttosto lo scopo di prender
tempo, innanzi di esporre un’opinione molto radicale, la cui elaborazione
non è forse arrivata a termine nel mio proprio pensiero. Ma, se non è arrivata
a perfetto termine, essa ha già fatto tal cammino, che il discorrerne
non parrà intempestivo o inopportuno. Le persone di spirito non la
troveranno neppure irritante. Io consento in quasi tulle le riflessioni da
Lei svolte nell’articolo: «Verso l’Economia corporativa» — ma vado
più diritto alla sede del male. Dico dunque, senza ambagi, che alcuni
economisti fanno dell'Economia teorica una mezza scienza. Non « mezza » nel
significato poco riguardoso di scienza superficiale, dalle conclusioni mal
cucite alle premesse; ché anzi (io lo riconosco volentieri) da certe cattedre
fluiscono ragionamenti, i quali partecipano del rigore delle matematiche.
Dico mezza scienza nel significato dimensivo dei termini, ossia dottrina
che nelle sue premesse fondamentali non ha gettato il seme diquestioni che
pur le appartengono; questioni di vita della stirpe o di potenza della
Nazione; questioni di interventi o non interventi dei poteri pubblici nei
rapporti d’interesse privato; questioni anche di scuole o di parLiti
economico-politici. Certo, ogni buon professore sa trattarne, e spesso ne
tratta in apposite lezioni dedicate alla politica economica, alla storia delle
dottrine, ecc.; ma altro è che ne discorra fuori sistema, per la coltura
generale de’ suoi allievi, senza sentirsi obbligato a farlo dalla forza
delle premesse; ed altro è che ne discorra, perché così esige lo sviluppo
logico degli enunciati, previdentemente inseriti in uno schema introduttivo
della disciplina. Ora, il problema dell’ordinamento corporativo,
al pari di altri consimili, non è discusso affatto (a quanto sembra)
o è discusso « fuori sistema » a titolo semplicemente informativo. Esso
appartiene alla... seconda metà della scienza — quella che non s’insegna
come scienza, ma piuttosto come storia — e invano ne
cercheremmo nella prima metà i cardini d’attacco o i motivi
prenionilorii. Ciò dipende anzitutto, a mio avviso, dalla ripugnanza che
provano non porhi economisti ad accogliere nei loro preliminari
scientifici il concetto dello Stato, quale fattore della produzione. Tale
disposizione d'animo non si giustifica menomamente. Il processo della
ricchezza è la risultante di due fasci di forze componenti:
l’attività individuale, singola o associata, e l’attività dell’organizCfr.
La critica dell'economia liberale. Milano, Treves. zazione politica, di cui lo
Stato è l’espressione suprema. I punti d'applicazione di queste forze
(diciamoli cosi per completare la similitudine coi fatti della meccanica)
son da ricercare nella stessa ricchezza esistente al momento iniziale
del processo — ricchezza in gran parte d’origine ereditaria, cioè prodotta
da anteriori generazioni. Fa della scienza a metà colui che si ferma alla
prima componente e tace della seconda o l’assume come « costante » lungo
tutta la linea di condotta della sua disciplina. Lo Stato, che provvede
alla difesa nazionale, alla sicurezza, alla giustizia, alla viabilità,
all'istruzione, ecc., e trasforma così buona parte della ricchezza privata in
potenza collettiva (che rigenera ricchezza), è un produttore continuo di
beni, servizi e ordinamenti aventi carattere di stretta complementarità
coi beni, servizi e ordinamenti dell’iniziativa privata. E come questi
secondi si sviluppano in quantità e varietà, col progredire dell incivilimento,
e fanno luogo a rapporti viepiù complessi o differenziati tra gli individui o i
gruppi, così i primi, cioè i loro complementari forniti dallo Stato, non
hanno colonne d’Èrcole che li fermino ad un punto obbligato. Lo sstato è
coevo all’uomo, ché la prima famiglia umana fu in embrione un impero. I
caratteri di necessità e immanenza, che gli son proprii, non ammettono
che si prescinda da esso per astrazione, come se fosse
una circostanza secondaria, accidentale o di semplice perturbazione.
Basterebbe un momento d’incertezza nella vita dello Stato per rompere
tanti fili nel tessuto della società, da gettare il disordine in ogni specie di
operazioni. Voler vedere in esso anzitutto un elemento
perturbatore dell’attività spontanea dei privati e dei loro calcoli
edonistici, è generalizzare solo a suo carico difetti di funzionamento che non
sono né più rari, né meno gravi presso i singoli individui. Si può invece
assumere lo Stato come una costante fin che l’assunto giovi alla soluzione
di problemi in prima approssimazione; ma per conclusioni più aderenti
alla realtà è mestieri rivedere da vicino il valore della costante. E
allora si scorge che costante non è. Lo Stato è un organismo in
evoluzione, ad immagine degli uomini che lo compongono e soprattutto ad
immagine degli uomini più rappresentativi di interessi,
dì 126 ideali, di temperamenti, che esercitano una
influenza sulla legislazione e si avvicendano al potere. Qui cessa
d’esser valida la similitudine presa dai fatti della meccanica. Nelle
scienze l’uso dei trafilati, che sono spedienti proprii delle belle
lettere, vuoisi fare con cautela e sobrietà. Coloro invece che vi
insistono a fondo, trattando le forze evolutive dell’uomo, come se
fossero le forze rigide della fisica, non scrivono l’economia dell’homo
sapiens, ma dell’uomo-macchina, tutto ruote dentate e molle di
precisione. Può l’eeonomista addurre a sua scusa che Io studio della
componente Stato appartiene ad altre discipline? L’eccezione d’incompetenza
sarebbe irricevibile. Ad altre discipline spetterà di considerare lo Stato
ir relazione ad altri scopi della vita, che non siano la costituzione della
ricchezza; ma per questo particolare scopo, che implica la conoscenza di
due variabili essenziali e interdipendenti, l’egoismo individuale e lo
spirito di solidarietà nella sua più imperativa espressione che è
lo Stato, sarebbe strano che il più interessato ad averla, non la
volesse avere che per una delle variabili e chiamasse pura anziché
incompleta la teorica innalzata su base siffatta. Ho insistito varie
volte su questo punto: non esserci Ira 1 homo oer.onomicus e il cittadino
( civis ) soluzione di continuità. La moda di oggigiorno è quella di
separare una figura dall altra. Ma se c’è qualità che non si
possa isolare dal soggetto dell’economia politica se non per un
capriccio dialettico, è proprio quella del cittadino. Essa lo segue come
l’ombra il corpo. L’individuo può essere dotto o indotto, credente o
miscredente, originale o imitatore, padre o non padre di famiglia; ma
cittadino lo è sempre. E come tale spiega un'influenza più o
meno grande sulla formazione del costume e su quella del diritto. L’àomo
ceconomicus, dunque, inseparato dal cittadino, è creatore del diritto. Ecco
scoprirsi alla nostra veduta l’aspetto genuino della questione. Tutti
veniamo al mondo con un patrimonio ereditato, che può variare da zero a qualche
miliardo di nostra moneta; ci presentiamo alla carriera della vita,
come ad una gara di corsa, movendo da posizioni iniziali vantaggiose o
svantaggiose. La distribuzione dei corridori in posti di partenza
diversamente avanzati rispetto al traguardo, non è per anco entrata nelle
regole sportive ma certamente fa regola nel mondo economico. Anzi, il
primissimo capitolo da scrivere in Economia — dopo la definizione e un po’ di
nomenclatura — dovrebb’essere proprio quello delle posizioni iniziali più o
meno avanzate (leggasi: distribuzione più o meno equa della proprietà) che
la sorte e la legge ci assegnano al nostro nascete, perché da esse dipendono
molte cose: educazione d’ambiente, modi di sentire riguardo al valore dei beni
e dei servigi, professioni preferite, capacità di resistenza nei contratti,
possibilità (grazie al diritto successorio e al fenomeno dell’interesse del
capitale) di far vivere una discendenza infinita su una quantità finita di
ricchezza. E così via. Ond’è con meraviglia che vediamo gran
parte degli economisti e l’autore stesso della felice similitudine posizioni
iniziali relegare la premessa in capitoli terminali dell’insegnamento o in
separata sede; insomma, fare dell’Economia teorica una costruzione senza
la chiave di volta, che le è necessaria per reggersi in piedi in
tutta la sua interezza. I fatti dimostrano che l’uomo (chiamisi pure
l’uomo economico) venuto al mondo senza i favori della sorte, cioè in
posizione iniziale svantaggiosa, si industria come cittadino, a
modificarla in meglio per sé o per la sua classe, influendo, come può, sulla
legislazione; e se ci venne in posizione favorita s’industria, come
cittadino, a conservarla. Le armi a ciò non sono tutte dell’arsenale economico,
perché una delle parti in campo, già per ipotesi non ne possiede; se le
possedesse in pieno, vorrebbe dire che disuguaglianza di posizioni non
c’è, e non c’è la ragion del contrasto. Le armi, allora, sono quelle del
cittadino: la scheda elettorale, la lega di resistenza, lo sciopero, ecc. ; e
le chiamo del cittadino, in quanto presuppongono il riconoscimento di libertà e
diritti che a poco a poco fanno mutare ilviso e l’animo al legislatore.
Or si domanda: questo giuoco di azioni e reazioni potendo riuscire
pericoloso alla collettività, ossia agli stessi combattenti e ai semplici
spettatori, a chi toccherà di regolarlo nell interesse della pacìfica
collaborazione delle classi? A chi, se non allo Stato, a cui fanno capo
tutti i problemi attinenti alla coesione sociale? Ed ecco come dalla
considerazione del cittadino — qualità inseparabile dal soggetto
dell’Economia politica — arriviamo al regolamento dei contrasti di classi,
come ufficio di competenza dello Stato. Che il regolamento sia bene o
male idealo, che il servizio valga o non valga quello che costa, sarà
questione subordinata da risolvere in Economia applicata, se l’altra
Economia teme di perdere della sua purezza. Il fatto che il regolamento
implichi un costo, non costituisce motivo perché si debba riguardarlo come
un affare antieconomico ed estraneo alla scienza. Chi afferma questo,
dimentica che i beni, i servizi, gli ordinamenti che lo Stato crea, non li
crea ex nihilo ; il rapporto in cui stanno coi beni, servizi, ordinamenti
prodotti dall’iniziativa privala è di stretta complementarità, complementarità
ebe deve intendersi nel duplice rispetto, delle utilità e dei
costi. Gl’economisti, che vedono nell'aumento di spese generali delle
aziende una ripercussione, a tutta perdita, dell’assetto corporativo della
Nazione, si mettono da un punto di vista unilaterale, quello degli
imprenditori; ed anche in questo riducono la loro scienza ad una
mezza scienza. L’assetto corporativo fu pensato nell’interesse
di ambo le parti: imprenditori e lavoratori; meglio ancora, fu
pensato nell'interesse generale del paese. La disciplina restituita al
lavoro, lo spirito di concordia che va informando ogni giorno più i contratti
collettivi e il valore morale della magistratura che veglia sulla loro
osservanza e sui mutamenti delle condizioni del mercato, sono vantaggi,
che non si misurano in moneta, come non si misurano in moneta quelli di
una efficace organizzazione della giustizia, della sicurezza,
dell’istruzione o della difesa nazionale. Si ripensa forse con
nostalgia ad un’economia prettamente individualista? Senza dubbio essa,
limitando all’estremo le funzioni dello Stato, riduceva al minimum le
spese dell’azienda pubblica e di riflesso alleggeriva il carico alle
private imprese; ma lasciava esposti ad un maximum di rischio i buoni
rapporti delle classi, Che le poche funzioni attribuite allo Stato erano
giusto quelle desiderate dai cittadini delle posizioni favorite, ai
quali faceva comodo che la macchina collettiva da produrre il diritto
e la forza esecutiva del diritto, lavorasse a conservarle. Ma era inevitabile
che gli altri cittadini ruminassero a farla lavorare altrimenti, prendendone in
mano le leve, di forza o di sorpresa. Quindi lotta aperta o insincera
collaborazione di classi. Molti molto si aspettano da un sistema
collettivista. \ogliono, dunque, un maximum di funzioni dello
Stato, il sistema implicando la trasformazione, graduale o di impeto,
dei servizi oggi resi dalla privata proprietà e dalla libera concorrenza
in servizi pubblici. Ma quel maximum si accompagnerebbe ad un minimum di
rendimento del lavoro e delle libere iniziative. Tale la previsione più
ragionevole. D'altronde lo sfruttamento del1 uomo per l’uomo, cacciato dalla
porla rientrerebbe dalla finestra, perché esso è un fenomeno generale, non
del1 officina soltanto, ma dell’ambiente stesso della famiglia, di quello
delle amicizie, dei partiti politici, ecc.; ha radici nella natura umana. Il sistema
socialistico ne svilupperebbe in un senso la fioritura, come il sistema
individualistico la sviluppava in un altro senso. L’assetto corporativo
nazionale si tiene egualmente lontano dai due estremi: mira ad attuare un
maximum di rendimento del lavoro con un minimum di attriti fra
le classi sociali e di ritardi per il progresso civile della nazione. Se
non è il sistema perfetto, è perfettibile. Avrei altro da dire, ma la
lettera aperta vuol essere chiusa. Le sono quasi grato, caro professore,
d’avermi indotto a scriverla. Che, alla mia età, si può anche promettere
un trattato di Nuovi principiì, ecc.; ma difficile e mantenere la
promessa! Devotissimo Benini 5 S m bit* La lettera che precede fu
pubblicata in Nuovi Studi di diritto, economia e politica ed era seguita
da un articolo di Fnvel su L’individuo e lo Stato nella scienza economica in
cui si discutevano alcune mie affermazioni. Al Bellini e a Fovel rispondevo con
le pagine seguente. Il tentativo compiuto da questa rivista per un
primo orientamento nello studio dell’economia corporativa comincia a dare
i suoi frutti, e già si veggono chiarite alcune posizioni
fondamentali, che consentono una certa disciplina
nell’ulteriore ricerca. I due scritti pubblicati in questofascicolo —
la lettera aperta del Benini e l’articolo di Fovel — sono due sintomatici
documenti di quella svolta decisiva nella storia della scienza economica
che deve ormai risultare evidente a chiunque abbia una mentalità non
irretita da pregiudizi dogmatici. Ma il risultato raggiunto è soprattutto
notevole perché il significato della svolta è stato reso esplicito e
ìnequivocahiìe, ed è stato posto il criterio fondamentale per le nuove
costruzioni scientifiche. Si è usciti — ìai insomma dallo stato dì
disagio proprio di chi, pur insofferente del vecchio, non conosce ancora
la nuova via da intraprendere ; e si è posto un quesito che non può più
restare senza una risposta categorica. Benini, con squisita ironia e con
una critica che va anche al di là delle sue affermazioni esplicite,
ha accusato senz’altro l’economìa teorica di essere una mezza scienza, e
mezza « nel significato dimensivo dei termini, ossia dottrina che
nelle sue premesse fondamentali non ha gettato il seme di questioni che
pur le appartengono; questioni di vita della stirpe o di potenza della
Nazione; questioni di interventi o non interventi dei poteri pubblici nei
rapporti d’interesse privato; questioni anche di scuole o di partiti
economico-politiei. Certo, ogni buon professore sa trattarne, e spesso ne
tratta in apposite lezioni dedicate alla politica economica, alla
storia delle dottrine, ecc. ; ma altro è che ne discorra filari sistema,
per la coltura generale de’ suoi allievi, senza sentirsi obbligato a farlo
dalla forza delle premesse; ed altro è che ne discorra, perché così
esige lo sviluppo logico degli enunciati, previdentemente inseriti in uno
schema introduttivo della disciplina. Ciò dipende, continua Benini, anzitutto
dalla ripugnanza che provano non pochi economisti ad accogliere nei loro
preliminari scientifici il concetto dello stato, quale fattore della
produzione. Tale disposizione d’animo non si giustifica menomamente ». E
non si giustifica perché lo Stato è coevo all’uomo », perché tra 1
homo (Economicità e il civis non ci può essere soluzione di continuità, perché
infine solo per un capriccio dialettico » è possibile isolare la
qualità del cittadino dal soggetto dell’economia politica. Né meno
categorico è l'atteggiamento di Fovel, il quale prende atto « che la scienza —
ripetiamo ancora: la scienza nel suo stato più puro — è negativa di fronte
alle scelte statali, le esclude da sé, non le mette neanche, a rigore, nel
novero delle scelte, è, insomma, negativa di fronte allo Stato. Ciò
può essere venuto per le origini antistatali della scienza economica stessa;
oppure per un incolpevole e vergine oblio teorico: oppure insomma (sia
detto con la massima prudenza) per un errore, che la ha viziata fin qui.
Lasciamo andare: il nascere del fatto poco ei importa. E ci importa,
invece, il fatto stesso, che è questo: per la scienza l’ipotesi statale,
o, meglio, lo Stato-ipotesi è (oppostamente aH’individuo-ipotesi) la non
economia; e lo è solo, e solo perché la scelta statale implica per
definizione, la non libera scelta individuale ». 11 quesito, dunque, che
si pone oggi alla scienza può formularsi brevemente così. È lecita ed
è scientificamente giustificabile una costruzione sistematica
dell’economia pura che prescinda dal concetto dì Stato e dal rapporto tra Stato
e individuo? E in caso negativo, in quale senso tale concetto
va introdotto nella scienza e a quali conseguenze teoriche deve
condurre? Questo, il punto di partenza per un’intelligenza critica
dell’economia corporativa, e ci sembra ormai che nessuno onestamente possa
eludere il problema con una fin de non recevoir. Finché il
corporativismo s’intende come una mera esperienza pratica, i puristi possono
disinteressarsene, chiusi come sono nel loro preconcetto dualistico
dei rapporti tra scienza e politica, ina quando esso si traduce in
una perentoria istanza teorica, bisogna pur decidersi ad accogliere o a
respingere criticamente. E noi ci auguriamo di avere dall’esperienza dei
maestri un valido aiuto all’attuazionedel nostro programma. Una volta
posto il problema in siffatti termini, il primo punto da chiarire e da
precisare concerne, naturalmente, il significato stesso da attribuirsi al
termine Stato e, correlativamente, al termine individuo. E su tale punto
conviene insistere con molta perseveranza, soprattutto perché il concetto di
Stato sembra a prima vista il più semplice ed evidente che ci sia, sì da
poter su di esso costruire senza preoccupazioni di sorta; ma la sicurezza, poi,
con cui si procede su tale terreno viene subito a mancare appena si cessi
dal presupporre noto il conceLto e si tenti di determinarlo
effettivamente. 11 che ci sembra di poter dimostrare alla luce degli stessi
scritti sopra accennati. 11 Benini parla dello Stato, come di chi provvede
alla difesa nazionale, alla sicurezza, alla giustizia, alla viabilità, all’istruzione,
ecc., e altrove osserva che il processo della ricchezza è la risultante di
due fasci dì forze componenti: l’attività individuale, singola o
associata, e l’attività della organizzazione politica, di cui LO STATO è
l’espressione suprema. Ora, questo linguaggio implica un dualismo
irriducibile di Stato e individuo, e per quanto il vigile senso di
concretezza che ispira Benini lo conduca a concepire i rapporti
di complementarietà delle due forze nel modo più in134 timo e
indissolubile, sussiste tuttavia una radicale contrapposizione di funzioni
e di finalità che compromette il sistema, Tanto è vero che il Benini avverte
infine il bisogno di mettere in guardia contro la tendenza di attribuire «
un maximum di funzioni allo Stato, perché « quel maximum
si accompagnerebbe ad un minimum di rendimento del lavoro e delle
libere iniziative ». L’assetto corporativo sarebbe ottimo sol perché « si tiene
egualmente lontano dai due estremi. Inutile dire che la critica contro il
collettivismo, ripetuta da Benini e mossa da tutta l’economia lihcrale a quella
socialista, è esatta nella diagnosi e nella conclusione, ma occorre tener
presente che il socialismo è superato sol perché è superato il
concetto di Stato ch’esso implica, e che è quello stesso del liberalismo,
dal quale non riesce a staccarsi neppure il Benini. Lo stato, cioè, è
circoscritto a un ente immaginario, in limiti imprecisabili, e con
personalità essenzialmente distinta da quella degli individui che lo
compongono. Si cambia cioè 10 Stato con un organo centrale, relativamente
estraneo alla vita della nazione e perciò sopraffattore delle energie
individuali. Di quest’organo — che è poi la burocrazia — a ragione si
diffida e giustamente si protesta contro l’attribuzione che a esso si
voglia fare di un maximum di funzioni. Ma questo è lo Stato ancien regime,
al quale il FASCISMO deve opporsi con tutte le sue forze, perché
essenzialmente contrario al suo spirito; lo Stato non deve essere, non è,
un organo fuori delTorganismo, una sovranità opposta ai sudditi,
una realtà sui generis diversa dal cittadino: lo Stato, insomma, non
è più quello contro cui insorgeva il secolo elei lumi e che si è
trascinato come misero residuo nella storia del liberalismo. Lo Stato
s’identifica con l’individuo, in una sintesi idealmente assoluta, e, di fatto,
sempre più realizzabile e realizzata. Se noi cercassimo infatti di precisare i
confini dello Stato ci accorgeremmo subito di questo progressivo suo immedesimarsi
nella vita della nazione. Dallo Stato alle provincie, ai comuni, agli enti
parastatali, agli enti morali è tutto un lento compenetrarsi della vita
pubblica in quella privata, sino all’esperienza rivoluzionaria del FASCISMO
che, prima sul terreno più strettamente politico dell organizzazione del
partito, poi, e ben più radicalmente, su quello dell’organizzazione
sindacale, ha posto decisamente l’esigenza di un combaciamento assoluto
della sfera dell’attività statale e di quella individuale. Lo stato contro il
quale nacque il liberalismo è veramente morto eoi morire dello Stato propugnato
dallo stesso liberalismo. E continuare oggi a discutere dello Stato,
illudendosi di poterlo individuare entro quei limiti in cui lo si individuava
nel Settecento, significa perpetuare un equivoco di gravissimo pregiudizio
per tutte le scienze sociali. Il potere dello Stato non ba limiti e
chiunque tentasse di determinarne le funzioni resterebbe fatalmente a mani
vuote: ogni determinazione della sua sfera rispetto agli individui sarebbe
fondamentalmente erronea. Ritornando ora alle esemplificazioni del Bellini
è facile spostare i termini del problema: uno Stato comequello concepito
dal fascismo, non provvede soltanto « alla difesa nazionale, alla sicurezza, alla
giustizia, alla viabilità, all istruzione, ecc., ma provvede a tutto
perché è immanente a tutto. Ed esso perciò non può rappresentarsi come un
fascio dii forze da aggiungersi all’altro delle attività individuali,
bensì come le stesse forze individuali nella loro vita solidale. Di quest
unica vita sono manifestazioni tutti i poteri pubblici e privati, centrali
e periferici: e, nel campo economico, il bilancio dello Stato, quello
degli enti pubblici, degli enti para¬statali e morali, delle organizzazioni di
partito e sindacali, e infine di tutti i cittadini, che tutti nello e
per lo Stato vìvono. Ogni barriera che si volesse porre a un punto della
serie sarebbe affatto arbitraria e irragionevole. E si comprende, dunque,
come 1 ideale del corporativismo non debba esser quello dì rimanere
egualmente lontano dai due estremi (sopravvento dell’iniziativa privata o
della pubblica), bensì di rendere insussistente il problema eliminando ogni
differenza tra l’essenza delle due iniziative. Certo, se per Stato s’intende
la burocrazia, affidare ad essa l’economia nazionale non può non essere una
mostruosa utopia: ma lo sforzo del FASCISMO deve essere appunto quello di
sburocratizzare lo Stato, elevando ogni cittadino al grado di funzionario
pubblico. Il processo di trasformazione non è dei più facili e dei più
rapidi: v’è anzi il pericolo di periodi di transizione in cui il
fenomeno burocratico si aggravi, e dia luogo a nuovi inconvenienti. Si
pensi che l’organizzazione sindacale e corporativa, prima di aderire in modo
soddisfacente alla realtà, è destinata in gran parte a pesarvi
su come una soprastruttura — vale a dire come una burocrazia. Ma gli
ostacoli non debbono arrestare ilcammino, anzi debbono porre la necessità
di accelerarlo, sì da superare con energia sufficiente gli inevitabili
punti morti. E per accelerare il ritmo, a me sembra che uno dei mezzi
{ondamentali debba essere fornito dalla scienza, la quale deve sgombrare il
terreno dai pregiudizi teorici che arrestano, con la forza della
tradizione, la stessa mano dell’uomo d’azione. L immedesimazione assoluta
della vita dello Stato con quella dell’individuo dà il criterio preciso
della riforma della scienza economica, la quale, dunque, non è « mezza
scienza nel significato dimensivo dei termini), vale a dire nel senso di essersi
occupata dell’individuo (una delle componenti) e non dello Stato (l’altra
componente), ma mezza proprio nel significato deteriore di scienza fondata su
premesse erronee, e propriamente sull’ipostasi di un individuo e di uno Stato
inconcepibili, o concepibili soltanto come manifestazioni patologiche
(individuo anarchico e Stato tiranno. ÀI quale ulteriore concetto sembra
accennare Fovel nella chiusa del suo articolo quando dice che per
colmare l’iato tra le scelte dette libere dell’individuo e le scelte dette non
libere dello Stato (si può tentare di mostrare che anche le
sedicenti scelte libere dell’individiio non sono libere, ma economicamente
imperative, quanto quelle statali; e ciò perché sono esattamente
prescritte dalle scelte pure libere degli altri individui, ossia dalla
società economica. Oppure si può tentare di mostrare che anche le
cosidette scelte non libere dello Stato sono libere, né più né meno che le
scelte individuali; e questo perché anche le scelte dello Stato
non sono altro, anch’esse, che scelte di individui nella società
economica. Senonché per Fovel, Stato e individuo hanno ancora una loro
particolare personalità, e lo Stato conserva una fisionomia corpulenta, che
rende estremamente difficile il processo di risoluzione della sua autorità
nella libertà degli individui e viceversa. Quando l'iato sarà
effettivamente colmato, il vero concetto di libertà economica apparirà in
tutta la sua luce e le forme stereotipate della libera concorrenza e del
monopolio, che restano a fondamento della costruzione del Fovel,
si risolveranno in uno schema economico ben altrimentiadeguatoalla
realtà.II SE ESISTA, STORICAMENTE, LA PRETESA REPUGNANZA DEGL’ECONOMISTI
VERSO IL CONCETTO DELLO STATO PRODUTTORE. Alla lettera sopra riportala del
Benini rispose anche L. Einaudi con il seguente articolo pubblicato in
Nuovi Studi. Renini, 1. Mi è accaduto solo adesao di leggete, una tua
suggestiva lettera aperta pubblicata nel lasci colo di gennaio-febbraio di
quest’anno dei Nuovi Studi-, suggestiva, perché costringe a pensare e a
dubitare. Le questioni « di interventi o non interventi dei poteri
pubblici nei rapporti d’interesse privato; questioni anche di
scuole o di partiti economico-poi itici », sarebbero di
quelle questioni che dagli economisti sono discusse fuori sistema;
apparterrebbero a quella « seconda metà della scienza, quella che non
s’insegua come scienza, ma piuttosto come storia ed invano ne cercheremmo nella
prima metà i cardini d’attacco o i motivi premonitorii. Quale la
spiegazione del fatto? fecondo te, eaao « dipende anzitutto dalla ripugnanza
che provano non pochi economisti ad accogliere nei loro preliminari
scientifici il concetto dello Stato, quale fattore della produzione
». E benissimo aggiungi: «Tale disposizione d'animo non si giustifica
menomamente. Il processo della ricchezza è la risultante di due fasci di
forze componenti : l’attività individuale, singola o associata, e l’attività
dell’organizzazione politica, di cui Io Stato è l’espressione suprema... Fa della
scienza a metà colui che si ferma alla prima componente c tace della
seconda o l’assume come « costante » lungo tutta la linea di condotta
della sua disciplina. Lo Stato, che provvede alla difesa
nazionale, alla sicurezza, alla giustizia, alla viabilità, all’istruzinne, ccc.,
e trasformacosì Intona parte della ricchezza privala in potenza collettiva (che
rigenera ricchezza), è un produttore continuo di beni, servizi e
ordinamenti aventi carattere di stretta complementarità coi beni, servizi
e ordinamenti dell’iniziativa privata ». 2. Chiudo qui la citazione,
perché, altrimenti, dovrei riprodurre tutta la tua bella lettera. Né la
chiudo, per ridiscutere il problema della parte avuta dallo
Stato nella produzione della ricchezza; ma esclusivamente per porre
un problema di storia: chi sona quei cotali economisti (non pochi, dici
tu, e dal contesto del discorso sarebbero i più, sicché occorre affermare
contro di essi, quasi come teoria nuova, la tesi dello Stato come fattore
necessario e inscindibile della produzione), M i quali repugnerebbero ad
accogliere nei loro preJ ) Appunto perché non intendo menomamente intervenire
nella sostanza della discussione aperta Ira te ed il prol. Spirito :
ma soltanto porre un dubbio storico su ehi e quanti siano
coloro quali reputarono alla tesi da te posta, così non discuto la
critica che a queeta tesi muove lo Spirito: implicare dessa, sebbene
materiata di realtà, un « dualismo irriducibile di Stato ed individuo
» oramai superato dalle nuove concezioni dello Stato, le quali identificano
lo Stalo con l’individuo «in una sintesi idealmente sssoIma, e, di latto,
sempre più realizzabile e realizzata ». Vero è che, incidentalmente, lo
Spirito afferma ebe il suo dualismo è implicito nel « linguaggio a da le
adoperalo. Il che porterebbe a chiedersi se, per avventura, non si traiti
di un contrasto — Ira la tua (e quindi fra quella degli economisti ebe io
tento di dimostrare essere identica alla tua) e la tesi di S. — più di
linguaggio — di terminologia, che di parole. Se io possedessi la
meravigliosa facoltà «he in sommo grado aveva il compianto amico Vadali di
tradurre una qualunque teoria dal linguaggio geometrico in quello
algebrico, da quello edonista in quello della morale kantiana, dalla
termino limiaari scientifici il concetto dello Stato come
fattore della produzione? La domanda non è impertinente. È rosi
supremamente difficile sapere chi, in economia, ha detto o non detto
qualcosa, ei è dichiarato fautore od avversario di un certo indirizzo, o
teoria, soxT-attutto è cosìstraordinariamente difficile riprodurre, anche
usando il massimo scrupolo, esattamente il pensiero altrui che
forse, penso, sarehhe opportuno non citare mai nessuno e
non attribuire ad altri, neppur ricordati genericamente, un qualunque
pensiero. 3. La mia impressione è che di codesti negatori
o dimentichi dello Stato, non ce ne siano oggi e non ce ne siano
stati mai tra gli economisti. Non bisogna scambiare per negazione o repugnanza
atteggiamenti mentali profondamente diversi. Se l’economista intendeva compiere
una ricerca del tipo che diceBi astratto
— ed i classici conseguirono i loro maggiori successi per
tal via — era ovvio ragionassero sulla base di premesse semplici,
ridotte talvolta ad una sola, e giungessero a conseguenze vere nell’ambito
delle premesse fatte. Se tra le premesse non aveva luogo lo Stato, sarehhe
illogico tuttavia affermare che essi lo negassero o vi repugnassero. Anzi, il
loro stesso procedimento logico dilogia economico pura normativa in quella
applicala precettistica, potrei tentare di ritradurre la pagina dello Spirilo
nella formuliallea tua, orna economialica classica. Sarebbe un esercizio
feconda, simile a quelli di cui racconta Loria, da lui intrapresi in
gioventù; di RBporre 6uccessivamenie una data dimostrazione economica
prima in linguaggio di Smith, e poi di Ritardo e quindi di Marx, di Mill e di Cairnes. Ma sono esercizi che
vanno, come faceva Loria, dopo fatti, ripoBti nel cassetto. Giovano ad
ingegnate la umilio ad ognuno di noi, quando per un momento ci
illudiamo dì aver visto qualcosa di nuovo. Perché se questo novità
poteva essere stala delta con le loro parole e inquadrarsi nel pensiero
dei vecchi, segno è che quel qualcosa era contenuto in quel
pensiero. Ma non posaono né devono impedire cheogni generazione usi
quel linguaggio che meglio si adatta al modo suo di pensare e d’inlendere
il mondo. Si riscrive la Binria ; perché non si dovrebbe riscrivere la scienza
economica, prima in termini di costo di produzione, e poi di utilità e
quindi di equilibrio statico e poi di equilibrio dinamico? mostrava
che essi affermavano la esistenza dei fattori esclusi e riservavano ad
allra indagine il tenerne conto. Si può criticare il metodo, si può
cercare di dimostrare che con quel metodo non si può giungere alla
scoperta della verità; non si può tuttavia dire, senza offesa
alia verità storica, che a causa della adozione di quel metodo essi
negassero la esistenza dei fattori da eui in prima approssimazione
astraevano. Tanto poco negavano o repugnavano che, per lo più, quando esei dall’indagine
astratta si voltavano alla concreta, dalla costruzione di schemi ipotetici
passavano allo studio dei problemi reali, ossia complessi e vivi, essi per lo
piò facevano nelle loro discussioni gran parte allo Stato. 4, Si può
ammettere, sebbene storicamente si debba andare assai guardinghi nel fare
affermazioni generali in proposito, che gli economisti, a partire
dai membri della « setta » fisiocratica, attraverso a Smith sino a Mill
non compreso, siano stati contrari all’intervento dello Stato e favorevoli al
laissez faire, laisser passar. Ma fu già dimostrato (c(t., per le fonti,
una mia recensione del libretto The end oj laissez-faire del Keynes, in La
Riforma Sociale) che siffatta contrarietà non era teorica, ma puramente
contingente. l 'avversione all’intervento dello Stato non aveva cioè alcuna
connessione logica necessaria coi postulati fondamentali della dottrina
economica, non faceva corpo, come dici tu, con i cardini d’attacco della
scienza; ma discendeva da ragioni contingenti. L’osservazione degli effetti
dannosi delle vecchie corporazioni d’arti e mestieri, e del vincolismo
economico e doganale spiegano abbastanza il liberalismo di Adamo Smith e
dei classici. Dopo le ricerche di Nicholson in A Project oj empire
(di cui il concetto dominante è che per lo Smith la considerazione
delTacquisto della ricchezza deve cedere dinnanzi aquella della difesa ossia
della grandezza dello Stato: de.je.nce is oj much more impor lance
than opulence)-, dopo Laureo libretto di Schùller, Les économistes classiqu.es et leurs
adversaires fin cui viene dimostrato, testi alla mano, che la accusa rivolta
agli eco-Doratati di avere creato un fantoccio (il eosidetto
homo rp.conomicus] avulso dai luoghi, dai tempi, dalla storia, c di
aver dato ad un puro strumento di indagine figura di realtà concreta o
storica, è una invenzione gratuita dei loro avversari socialisti,
socialisti della cattedra, economisti storicisti, ecc. eec.], non è più lecito
attenersi ad una tesi dimostrata. all’iiifuori di ogni dubbio,
contraria alla verità storica. Quegli stessi economisti, i quali
affermavano i danni di certe determinate maniere di intervento dello Stato
reputate feconde di male, altrettanto recisamente affermavano la necessità
rii quell’azione (azione e non intervento, ae la parola
intervento implica il concetto che lo Stato si immischi sempre
in cose non sue] nelle maniere che reputavano più confacenti all’indole
dello Stato e più vantaggiose alla collettività. 5. S'intende che sempre
fu d’uopo non occuparsi degli imitatori, dei pedissequi,
dei sicofanti i quali colgono a volo le idee che corrano nell’aria ed
impasticciando scienza e pratica, un po’ di senso comune e molti pregiudizi
correnti, si gittano dalla parte che è alla moda e dimentichi oggi di quel
che avevano asseverato ieri, oggi sono liberisti e domani,
indifferentemente, interventisti. Costoro non sono scientificamente nulla,
sebbene siano i maggiori fabbricanti di scuole, di conventicole
protezioniste, interveniste, liberiste, cattedratiche e delle vane ingiurie che
i rispettivi adepti ai scagliano l’un l'altro. La caratteristica
fondamentale del pensiero degli economisti in questo particolare
campo (naturalmente essi si occuparono sovratutto di problemi più
difficili, che dai laici sono detti, per dispregio, tecnici e che sono e
probabilmente sempre saranno i problemi economici specifici) è stato un
approfondimento vie maggiore del problema dei rapporti fra Stato,
individuo, società, gruppi sociali. Da Mill a Marshall, da Marshall a
Pigoli è tutta una indagine minuta e delicata, la quale talvolta diventa un
ricamo tenuissimo, rivolta a precisare, a limitare, a scrutare i metodi di
massitui 77azione della ricchezza, del benessere, della felicità, della potenza
degli uomini organizzati in società. Come è accaduto in tutte le scienze
progressive, ogni passo innanzi si innesta su perfezionamenti
precedenti ed è preludio a perfezionamenti successivi. Nella
nostra chiesa non è di moda la parola superamento, che veggo assai usata
tra ì filosofi; ma ben potrebbe tale parola eesere usata ad indicare gli
stadi successivi del pensiero economico, di cui ognuno non nega ma contiene
e trasforma gli stadi precedenti c sarà contenuto e trasformato negli
stadi fuluri. Perché, caro Benini, non ricordare il contributo che
taluni italiani colleghi tuoi e miei maestri hanno dato a queata
meravigliosa ascesa della scienza economica? Per ragioni scientifiche di
divisione del lavoro, è toccato a quella sottospecie degli economisti, la
quale studia ed insegna la cosiddetta scienza delle finanze, di occuparsi
dello Stato e dell’indole teorica del suo operare. Piace anche a me il pensiero
che supera Stato ed individuo ed insieme li fonde; ma piace non meno e
per la difficoltà dell’impresa soddisfa intellettualmente di più lo
sforzo di coloro che hanno tentato di ficcare lo sguardo in fondo
all’azione dello Stato ed hanno tentato definire in che cosa consistesse la sua
azione. Scartata la concezione errata dì uno Stato il quale interviene a
cose fatte, a ricchezza prodotta e preleva l’imposta per consacrarla,
ossìa distruggerla, sia pure per altissimi fini pubblici (ed un ultimo
vaghissimo ricordo di questa concezione lo vedo nelle tue stesse parole,
laddove parli di uno Stato, il quale (( trasforma buona parte della ricchezza
privata in potenza collettiva », dove l’errore involontario sta nel
supporre che esista una ricchezza privata da trasformare, dopoché essa è
stata prodotta, in qualcosa di collettivo, mentre la realtà è che la
ricchezza che lo Stato trasforma in potenza collettiva, non fu mai privata, ma
fin dall’inizio era prodotta dallo stato, se per prodotta intendiamo cosa che
non sarebbe nata se lo Stato non fosse esistito e non avesse operato
secondo l’indole sua), i teorici italiani assai discussero intorno all’indole
dell’apporto od azione dello Stato. Tu bene bai scritto,
continuando, che nella atessa maniera come i beni, i servizi e gli
ordinamenti delTiniziativa privata « ai sviluppano in quantità e varietà,
col progredire dell’incivilimento, e fanno luogo a rapporti viepiù
complessi e differenziati Ira gli individui o i gruppi, così i beni,
servizi ed ordinamenti] loro complementari forniti dallo Stato non Iranno
colonne d’Eicole che li fermino ad un punto obbligata. Quarantanni fa Mazzola
aveva già scritto: c Che CROCE non comprenda l'accusa di antistoricismo da
me rivolta alla scienza economica, non deve certo meravigliare chiunque
legga i periodi ora riportati. L’economia come l’arilxnetiea non cangia
quale che sia il corso della storia : l’economia è matematica anch’essa, e
quattro e quattro hanno fatto e faranno sempre otto. Con quale
entusiasmo accoglieranno queste parole ì nostri economisti matematici, che
giurano sulla purezza della loro scienza 1 Ma che queste parole avessero dovuto
suonare con tale durezza anche sulla bocca di un filosofo e di uno storico, non
ci saremmo davvero aspettato. Oh, dunque, anche per Croce la distinzione
tra economia pura ed economia politica è ovvia? Che ovvia sia sembrata e
sembri a tanti economisti — non a tutti — è cosa fuori dubbio, ma non
crede Croce che io, aprendo quei tali trattati cui egli allude, abbia già
dimostrato come, in realtà, la distinzione non stia né in cielo né in terra,
e sfugga immediatamente dalle mani, appena si cerchi comunque di
precisarla? Ecco, io non vorrei ritorcere l’accusa di scarsa conoscenza
delle opere degli economisti, ma non so proprio come spiegarmi questa
fiducia illimitata che Croce ha sull’esistenza effettiva di un’economia pura e,
peggio ancora, di una economia matematica che non abbia fondamenti
illusori. Non si lasci intimidire dall apparente rigore delle ben collegate
serie di formule, penetri un poco in questo mondo di
superiore tecnicismo e veda se gli sia possibile trovare un tentativo
sistematico di economìa matematica — nella possibilità e opportunità del
metodo matematico nella determinazione dei rapporti di alcuni fenomeni
economici non ci può esser dubbio — che non poggi su basi di creta e non
si riattacchi a presupposti affatto arbitrari e verbalistici. L articolo di
Croce si chiude con un esempio, che dovrebbe provare ad oculos la riduzione
allW surdo dell’economia attualizzata. Ma l’esempio — oltre la poco
simpatica e poco generosa ironia verso un uomo che merita tanto rispetto —
riesce a provare soliamo una cosa, vale a dire la poca coscienziosilà di
un critico che pretende di far giustizia di un tentativo scientifico,
artificiosamente riducendolo a una sua particolare espressione.
Poeti giorni prima che uscisse il fascicolo de La Critica era apparsa
sul Giornale critico della filosofia ita liana la mia recensione del libro di
Emilio La Bocca Abbozzo di una interpretazione idealistica della economia
politica, Perugìa-Vcnezia. «La Nuova Italia »): che io non intenda a quel
modo l'identità di scienza e filosofia, CROCE avrebbe dovuto risultar chiaro, e
che nel libro dei La Rocca io veda Io stesso pericolo che vi
vede Croce, anche questo avrehhe dovuto essere evidente a chi si fosse
accinto alla discussione con animo sereno. Ma di serenità oramai il Croce
non è piu capace e prima di ogni altra cosa egli cerca di convincersi
che le nostre « manipolazioni pseudodottrinali siano più o meno direttamente a
servigio di equivoci ideali », che lo autorizzino a diicuteruè in maniera
astiosa e ingiusta. Terreno, questo dell ingiuria, nel quale sarebbe vano
seguirlo, sia che si cercasse di pagar della stessa moneta eia che si
tentasse di persuadere dell’errore. In chi lavora con fede, trascurando frutti
che pur sarebbe facile (e quanto facile!) raccogliere, la ripetuta insinuazione
di Croce può gettare solo un’ombra di tristezza: forse un giorno, ritornando
con altro animo su queste discussioni e avendo altri elementi
per giudicare gli uomini di oggi, egli sentirà il
rimorso dell’ingiustizia commessa. Ed ecco la recensione del saggio
di Rocca : È un audace tentativo di dominate nelle sue grandi linee
tutta la scienza economica da un punto di vista rigorosamente idealistico
: un tentativo che va considerato con molta attenzione da quanti sono persuasi
della necessità di porre in primo piano il problema del rapporto tra
scienza e filosofìa. Rocca, dopo aver accennato al principio fondamentale
dell’attualismo, cerco appunto di chiarire nel secondo capitolo il
concetto di scienza in generale e di scienza empirica in particolare, e
conclude « che se non può proprio parlarsi di identificazione perfetta tra
quella che è l’attività del filosofo e quella che è l’attività dello
scienziato, non deve potersi escludere tra esse una parentela
molto stretta che, mutate talune circostanze, potrebbe diventare quasi tra
esee una vera e propria identificazione. In verità, questa soluzione, così
schematicamente riassunta, non può non apparire alquanto indecisa e
problematica, né tutte le argomentazioni che la precedono e la seguono
valgono a farci superare effettivamente lo stato di dubbia da casa ingenerato.
L’Autore ai oppone con malta efficacia a una concezione necessariamente
naturalistica della scienza, ma quando si tratta di giungere alla estrema
conseguenza di tale critica arretra un po’ perplesso e ripristina il
dualismo che voleva eliminare: la distinzione di scienza e filosofia,
dialetticamente negala con acutezza non comune, ai riafferma infine in
modo categorico e nel senso forse più pericoloso. Ma, osserva infatti
Rocca, se una distinzione rigorosa Ira le due non si può avere perché
non può nel fatto aver luogo, non è mica detto che una distinzione dedotta
dal diverso oggetto o fine che entrambe perseguirebbero non si possa
avere. Si può avere di fatti, consistendo la prima nella risoluzione nello
spirito della realtà universale, e l'altra nella risoluzione in esso di un
aspetto particolare della realtà universale. Dove è. chiaro che la
realtà universale viene abbassata a oggetto e che la filosofìa
si concepisce ancora al vecchio modo intellettualistico. La soluzione
non molto rigorosa del problema ha avuto le sue necessarie conseguenze
nella scelta dei criteri seguiti per determinare i principi fondamentali del1
economia. La filosofia come scienza della realtà universale è rimasta un
presupposto di fronte all’economia che è scienza di un particolare aspetto
di quella realtà, sì che la ricostruzione filosofica dell'economia è
stala intesa nel senso di ricondurre ì principi scientifici
alle categorie filosofiche. E Rocca ha potuto perciò avvicinarsi
all’economia dall'esterno c tradurre i principi scientifici in termini
altualisticì, senza preoccuparsi troppo della fecondità di un tale
procedimento, destinata a esaurirsi in una zona di confine tra la scienza
c la filosofìa, intese al vecchio modo. Concepito in tal guisa il
problema, la prima preoccupazione di Rocca è stata quella di
individuare il principio primo della scienza economica, e l’individuazione
naturalmente e stata da lui cercata non sul terreno storico dell’origine c
dello sviluppo della economia, bensì sul terreno filosofico della dialettica
dello spirito. L a priori è stalo inteso non nell’attualità
dell’esperienza scientifica, ma come la determinazione prescientifica del
principio della scienza. E il principio è diventato allora un momento
assoluto della dialettica dello spirito, astoricamente concepito. «Ma», dice
infatti il La Rocca, parlando del rapporto tra economia ed etica, « se per
quel che riguarda la sua legittimità filosofica esso si identifica
perfettamente col principio dell’eticità, non si deve concludere insieme,
che non possa avere un suo oggetto speciale c inconfondìbile pur
sulla base della sua realtà etica. Es90 può ben affermare un suo originale
compito: quello della spiritualizzazione-materializzazione,
deH’acquisizione-alienazione, della valorizzazione-degradazione, il quale non
è certo il compito della eticità che, se lien l’occhio al primo
termine, non lo tiene, nello stesso tempo, ad entrambi. Tale procedimento
dialettico non si limila alla determinazione del principio primo, ma si estende
a tutti i concetti tradizionali della scienza economica, e Rocca tenta di
dedurre apeculativamente anche i termini di produzione, circolazione,
distribuzione e consumo; e finisce infine con l’idealizzare la figura dell
imprenditore identificandolo addirittura con il soggetto economico. Ma per
quanta fede e calore l’Autore ponga in siffatta ricostruzione, l’astrattezza
del procedimento non può non colpire l’attento lettore, che vede, pur
attraverso l’esigenza giustissima di cui il La Rocca è tra i primi
sostenitori, il grave pericolo di un ritorno all’hegelismo o al
filosofismo antiscientifico. Ho voluto insistere più sul lato negativo che
su quello positivo del libro del T,a Rocca — che pur è ricco di belle
pagine e di acutissime critiche — perché ritengo necessario e urgente
sgombrare nettamente il campo di tutti quei preconcetti filosofici e
scientifici ohe non consentono ancora di giungere all’assoluta convinzione
di un’unica forma del sapere e alla conseguente ricostruzione storicistica
della scienza. L idealismo attuale ha dato il colpo di grazia al concetto
intellettualistico di categoria, che è vano voler fare risorgere comunque
in una malintesa determinazione di principi assoluti. I principi di tutte le
scienze non possono che ricercarsi sul terreno concreto dell esperienza
stosebbene egli siTuìa^ Rocca ’ w problemi filosofie-; narnn •of.ro « MMh> (atelier,„ (1 ]i
M "r iivemlno^ne 0110 mente sinonimi. — lv enlano necessariad 1'~
» '•*.Srrjiar * »In un articolo, Verso l’economia corporativa, Nuovi
studi: La critica dell’economia liberale, Milano, Treves) ebbi occasione di
occuparmi di Tonelli e di accennare agli errori metodologici delle sue
teorie di politica economica. Esemplificando in una nota, scrivevo. Rinviando
la critica della concezione ebe il de Pietri Tonelli ha della scienza
della politica economica a quando sarà pubblicato il trattato che I A.
annunzia, ci limitiamo qui, in via d’esempio, a riferire una delle presunte
leggi della nuova disciplina. Nella prolusione citata {Di una scienza
della politica, in Rivista di politica economica, fase. 1) si afferma
perentoriamente che « gli impulsi non si possono creare, né distruggere «,
che, « se gli impulsi esistono, si trovano in proporzioni diverse in tutti
gli uomini, dello stesso tempo e di tempi diversi )), ecc. Non ci
meraviglieremmo se tutto ciò, prima o poi, fosse tradotto in termini
matematici e additato come una delle eipiesaioni della scienza più pura ;
ma la facilità che cobi bì dimostra di trasportare sul terreno scientifico
i termini più empirici e indeterminati non può non rendere diffidenti
contro le leggi dell'economia razionale. La mentalità è sempre la
stessa, e cioè — piaccia o non piaccia l'aggettivo essenzialmente
dogmatica, come potrebhe riconoscere anche Tonelli, qualora provasse a
domandare a uno studioso di psicologia e se Raffermare che gli impulsi non
si creano né si distruggono possa avere un qualsiasi significato men che banale.
Come risposta a questa critica il de' Pietri Tonelli non ha trovato di
meglio che recensire con troppo evidente acrimonia il volume in cui
Particolo è stato riprodotto (Rivista di politica economica, Ma a
una recensione che si limita a una filza di improperi non è il caso
di ribattere : la polemica diventerebbe personalistica e quindi estranea ai
fini di una discussione scientifica. Sarà piuttosto opportuno prendere in esame
quel trattato che allora Tonelli ci annunciava e di cui recentemente è apparso
il primo volume (Corso di politica economico, Introduzione, Padova, Cedam. Purtroppo
le previsioni contenute nella mia nota sono state confermate dalla realtà,
e sarà sufficiente qualche assaggio perché chiunque voglia giudicare con
animo sereno se ne possa convincere. Dopo aver discusso in generale
dell'oggetto della politica economica, 1\A. determina gli elementi
fondamentali dello studio. « Per limitare », egli scrive, « o meglio, per
delimitare, il campo della ricerca politica che ci interessa e metterlo
alla portata della mente dello studioso, si può cominciare con lo
sceverare e considerare, in sé, e nelle loro reciproche relazioni, tre
elementi fondamentali della realtà sociale, cioè della vita delle cerehie
sociali. Insieme coi fatti di natura, questi clementi formano la vita
deU’universo. Tali elementi sono precisamente: 1) gli impulsi, che
indicheremo con I, cioè i moventi, o le determinanti, o gli
stimoli, ecc., quali i bisogni, i sentimenti, gli interessi, le passioni,
il raziocinio, ecc., assai vari e che si conviene debbano effettivamente
esistere e operare, per indurre gli uomini ad agire e ad esprimersi ;
2) gli atti, che indicheremo con A, cioè le azioni, di diversa
specie, a cui si ritengono indotti gli uomini, soprattutto dagli I; 3) le
espressioni, che indicheremo con E, cioè le manifestazioni di linguaggi,
gestiti, verbali e scritti, riguardanti appunto gli I e gli A. Tutta la
costruzione del sistema è impostata su questa tripartizione della realtà
sociale, sì che convien fermarsi al limitare e domandarsi quale sia
il carattere e la validità scientifica di tali presupposti. È chiaro che una
distinzione fra impulsi, atti ed espressioni non può avere valore
sistematico se non si giustifica alla luce di tm criterio scientifico, ed
è chiaro che un tale criterio non può trovarsi se non nella disciplina che si
occupa ex professa di tali fenomeni. La distinzione, in altri
termini, ha bisogno di una giustificazione logica che le venga dalla
psicologia: ogni allra giustificazione sarebbe di carattere empirico e però
irrilevante ai fini di un sistema scientifico. Ma, intanto, dal punto di
vista psicologico, nessuno potrebbe dare un qualsiasi valore a quella
distinzione, affatto arbitraria aia per la scelta degli elementi, sia per
la loro definizione, sia per l’interferenza dei rispettivi campi, bolo chi
non ha alcuna dimestichezza con questi studi può illudersi di dare un
significato critico a termini così radicalmente antiscientifici. . Si
P° lr ehbe, a questo punto, porre una pregiudisiale perentoria a tutto il
sistema escogitato da Tonelli e chieder conto di tali presupposti, esihiti
senza alcuna garanzia della loro legittimità. Ma noi vogliamo far credito
all’À. e ammettere che si possa accettare, su un terreno meramente astratto,
una classificazione ottenuta con un gros¬olano senso comune. Se non che,
riconosciuto nel senso connine o nell’opinione il fondamento
della distinzione, è possibile pervenire da essa a risultati che
trascendano la sfera del senso comune e dell’opinione? In altri termini,
se la distinzione ha carattere empirico, può da essa ricavarsi una
qualsiasi conclusione non empirica? La risposta non dovrebbe esser dubbia, e il
lettore dovrebbe aspettarsi che nel resto del volume si continuasse a discutere
mantenendosi sullo stesso terreno sul quale poggiano gli elementi
fondamentali. Ma le cose, purtroppo, procedono ben diversamente,
perché, appena esposta la distinzione delle tre classi, le classi
stesse vengono ipostatizzate e si comincia a giuncare con esse come con
quantità esattamente definite. Le tre classi a loro volta si
suddistinguono m classi minori, in cui l’arbitrio della definizione e
sempre più palese, ma nelle quali la rigidità del metodo appare via via
più dogmatica. La molteplìcita delle classi acquista corpulenza numerica, e
tra lettere e numeri si trova subito il materiale per
una trasformazione in termini matematici. Dopo poche pagine le
grossolane definizioni si sono cangiate in entità aritmetiche c dalla
penna tecnicamente formidabile del de Pietri Tonelli cominciano a scaturire
le formule algebriche. Per chi volesse delibare la bontà del metodo riportiamo
il seguente periodo: « Così ad es., in 5a la ed Iy possono, negli
individui e quindi nelle C. accentuarsi, palesando individui e C
materialistici; in 82, Ix ed le possono, negli individui e quindi nelle C,
accentuarsi palesando individui c C spiritualistici; in II 2, Ih ed
le possono, negli individui c quindi nelle C, accentuarsi, palesando individui
e C aperti alle novità nel campo spirituale; in 122, Ih ed Iy possono, negli
individui e quindi nelle C, accentuarsi, palesando individui e C aperti alle
novità nel campo pratico; in 22, la ed Ih possono, negli individui
e quindi nelle C, accentuarsi palesando individui e C inclini a
rinnovarsi nel loro interesse, poiché coloro i quali hanno lai,2 ed Ib son
coloro che vogliono salire nel campo economico e in quello politico e son
disposti alle mutazioni necessarie » (pp. 39 Son cose che farebbero sorridere
ironicamente, se poi non atterrissero con la conseguenza di duecento pagine
irte delle più complicate formule matematiche, sotto le cui lettere e i
cui numeri si celano le elucubrazioni psicologiche e sociologiche del
professore di Tonelli, ad ineffabile gaudio dei suoi studenti. Non è il
caso, naturalmente, di dimostrare ciò che ha solo bisogno di
esemplificazione: casi simili di aberrazione scientifica si spiegano solo
con motivi di carattere patologico che fanno smarrire ogni contatto con la
realtà e con quello stesso buon senso con cui la imitazione vorrebbe iniziarsi.
E tanto più grave diventa la sensazione del patologico, quanto più
l’A. insiste sul carattere obiettivo delle sue ricerche, facendo amene
riserve sulla loro attendibilità. Come non rimanere addirittura sconcertati
leggendo, dopo non poche costruzioni matematiche relative agli impulsi, che «
ancora non sappiamo se gli I siano una nostra astrazione, per coprire la nostra
ignoranza, non esistendo di fatto che gli A; ovvero se gli 1 siano
effettivamente una realtà finora poco o nulla conosciuta? Le constatazioni
ora fatte a proposito del saggio del de 1 Tonelli non vogliono limitarsi
a un caso particolare, ma dal caso particolare, in cui l’assurdità
giunge alla massima evidenza, debbono estendersi un po’ a tutti i tentativi di
mateinatizzare i fenomeni sociali e alla stessa economia matematica quale è
comunemente intesa. L’unione della psicologia e della sociologìa con il
metodo matematico è una delle espressioni più gravi della mentalità
antiscientifica che domina nel campo delle scienze sociali: e non è ormai
lecito ritenere comunque valido uno solo dei tentativi compiuti in
tal senso. Il che, si badi bene, non è dovuto a una impossibilità
costitutiva di applicare la matematica a siffatti fenomeni, bensì
all’incapacità di ridurre a unità matematiche ì fenomeni stessi. E
l’incapacità si spiega eoi fatto che, se gli studiosi i quali si cimentano
nell’impresa hanno una preparazione matematica sufficiente, non hanno poi
alcuna preparazione scientifica alla intelligenza dei fenomeni psicologici e
non si sono resi conto delle critiche mosse alla sociologia dalla
speculazione moderna. Sì che, assumendo a fondamento delle proprie
ricerche concetti scelti e definiti arbitrariamente, scambiano l’oggettivo
col soggettivo, il determinato con l’indeterminato, e matematizzano
indifferentemente tutto, senza preoccuparsi di raggiungere l’effettiva
quantificazione degli elementi posti nelle loro formule. L’errore del
procedimento appare con maggiore evidenza nel campo delle ricerche sociologiche, dove
l’ncongruenza stessa delle conclusioni basta a far giustizia dell inutile
fatica degli studiosi che tuttora vi insistono. Ma purtroppo nel campo
della cosiddetta economia matematica l’illusione è più saldamente
radicata e le conseguenze dell’errore, meno manifeste, sono e diventano
sempre più pericolose. Siccome a nessuno può venire in niente di negare
l’opportunità e la necessità di servirsi della matematica nella analisi
dei fenomeni economici, il senso del limite si smarrisce agevolmente e messici
per quella china si sdrucciola a poco a poco dalla matematica utile
all’economia all’economia matematica, che è la negazione
dell’economia. Per comprendere la differenza che passa tra l’uso
lecito della matematica nel campo delle scienze economiche e la cosiddetta
economia matematica, è necessario distinguere la matematica come mezzo di
ricerca dalla matematica come sistema in cui le ricerche vanno composte e
fissate una volta per sempre. Ora, la validità del primo criterio
non dimostra affatto la legittimità del secondo, che è fatalmente destinato
a fallire. La matematica come sistema, infatti, implica la necessità di
quantificare non solo i fatti economici, ma anche la ragione di tali
fatti; e il processo di oggettivazione, perciò, investe illecitamente il
mondo della soggettività. Basta riflettere un poco sui risultati
dell’economia matematica di Pareto per accorgersi delle mostruose conseguenze
cui dà luogo rillegittimo bisogno di presupporre quantificato o
comunque quantificabile ciò che condiziona lo stesso processo di
quantificazione. Perché gli economisti possano una buona volta uscire dal
vicolo cieco in cui si sono andati a ficcare, occorre che si decidano
ad abbandonare la loro psicologia da dilettanti e a distinguere nettamente
il fatto dall’atto, vale a dire ciò che è necessario considerare in veste
di numero e ciò che del numero è condizione. Allora finalmente si
accorgeranno che l’economia matematica non è possibile, per il semplice
fatto che il numero è nella vita, ma la vita non può essere numero. Per
chi lavora, desideroso soltanto di allargare gli orizzonti e di aver la
certezza di andare innanzi nel cammino della scienza, vi sono dei dissensi che
hanno perfino maggior valore dei consensi. E sono i dissensi dei cattedratici,
che, allarmati e disorientati dai colpi inferti agli schemi tradizionali
della loro scienza, scendono in campo uno dopo l’altro a difendere il loro
regno pericolante, non senza gratificare di burbanzose parole chi osa
ficcarvi lo sguardo un po’ a fondo. Ne vengon fuori delle confutazioni, le quali,
o raggiungono 1 effetto contrario per la inadeguatezza dei vecchi criteri
di giudizio relativamente alle nuove teorie da combattere, o addirittura
sbagliano il bersaglio per la mancanza di quel tanto di buona volontà che
occorrerebbe per scorgerlo davvero, e per la fretta di liberarsi di
qualcosa che inconsciamente s intuisce come un grave pericolo. Effetto
contrario, dico, in quanto tali critiche finiscono col fare insuperbire chi ne
è oggetto e col far trascurare, in conseguenza, anche ciò che di valido
può essere al fondo di siffatte negazioni globali e violente. 0 come
non insuperbire, infatti, considerando lo sforzo compiuto da Contento ’)
attraverso ima quarantina di pagine dedicate a difendere P homo œconomicus
dalle, mie critiche.' 1 Come non insuperbire di fronte a tanta
ingenuità di argomenti e a tanta incomprensione della mia tesi? Ma è
un malinconico insuperbire, come quello di cbi pur vorrebbe convincere e far sì
che la propria certezza, sempre più consapevole e salda, diventasse
la certezza degli altri. Il che purtroppo non è neppur da sperare di
fronte a chi troppo evidentemente è su una strada affatto diversa e
parla un linguaggio che non consente la discussione. La risposta non
può avere valore che per i terzi, vale a dire per quelli che,
affacciandosi più spregiudicatamente alla questione, sono in grado di
vedere obbiettivamente e di fare quello sforzo di buona volontà che è
indispensabile per comprendere ciò che si vuol giudicare. Prendendo
lo spunto da quanto affermarono Alfredo Rocco e Filippo Carli nel
congresso della Associazione Nazionalista del 1914, che non vè «
forse un’azione economica che l’uomo compia sotto la spinta del puro
interesse economico, cioè sotto l’impero del principio edonistico », il
Contento giustamente fa osservare che Vhomo cecarwmicini è una astrazione
scientifica per nulla compromessa dall’affermazione dei nazionalisti, con
la quale non si può non concordale. Dal punto di vista scientifico una
sola cosa importa ed è la preciJ ) Albo Contento, Dilesa dell'ut homo œconomicus.
L'homo œconomicus » nello STATO CORPORATIVO, in « Ginnialo degli economisti. sazione
del concetto di homo cecanomicus : precisazione alla quale 1 A. vuole
addivenire dopo aver convenuto con me che « molta dell'incertezza
che domina nello svolgimento e nelle conclusioni della scienza
economica, derivi da una mancata definizione di quel postulato, cui si
assegnano valore e limiti più o meno diversi. Senonché raccordo si arresta a
questa constatazione, dopo la quale le vie divengono sempre più
divergenti, per non incontrarsi mai più. E, per cominciare, il
Contento attribuisce anche a me la mancata precisazione del concetto,
quasi che fosse possibile precisare ciò che si nega in quanto
imprecisabile. Io ho affermato che l’uomo osconnmicus non può valere come
ipotesi scientifica, perché è un termine scientificamente tutt altro che
rigoroso e determinato: chi pensa il contrario ha il dovere di mostrare la
possibilità di ima definizione valida, ma non può pretenderla da
me. Alla definizione, per conto suo, si è accinto Contento, eliminando in
via preliminare i comuni concetti di egoismo, edonismo e utilitarismo.
Questi concetti non sono adatti a caratterizzare l'homo œconomicus ed è
stato un errore degli economisti aver fatto implicitamente o
esplicitamente una tale confusione. La dimostrazione che ne dà l’A. non
appare, in verità, gran che persuasiva, fondata cont essa è sulle
definizioni dei vocabolari di Zingarelli e di Tramatter: comunque
possiamo dare per buona la conclusione e passare all'analisi del
concetto che si vuol sostituire a quelli ritenuti errati. Richiamandoci al
pensiero, scrive Contento, di quelli che fecero dell’fi. ne. il
postulato fondamentale, o la base di tutto l’edificio scientifico, può
dirsi deva intendersi, con tale designazione. 1 individuo immaginato nella sua
pura condotta economico, la quale, nei moventi e nei fini, si ritiene
informata, generalmente, ad un tipo uniforme corrispondente alla ricerca della
massima soddisfazione col minimo di sforzo cioè all'applicazione integrale
del principio del minimo mezzo. Si comprende bene come dopo questa definizione
l’A. non sappia giustificare la critica che si fa dell 5 *. ck., né sappia
vedere alcuna incompatibilità tra Vh. 03. e la concezione corporativa
dell’economia. Un individuo che cerchi di seguire il principio del minimo mezzo
non solo è perfettamente a posto qualunque sia l’ambiente politico in
cui vive, ma è anche Punico individuo concepibile nella sfera della
normalità. Il che riconosce esplicitamente lo stesso Contento quando afferma: «
Ogni uomo vivente tende a comportarsi da h. ce., cioè misurando la
convenienza dei mezzi al fine, non pure nel rampo stoltamente economico,
ma in ogni campo della sua esistenza, e affermiamo che, se così non fosse,
se ognuno non cercasse di condursi, sempre, seguendo il principio della
economicità, danneggerebbe, alla fine, non pure se stesso, ma
la società tutta intera. Chi così non facesse, sistematicamente, darcbhe
prova non tanto di non essere un egoista, quanto di essere... un
incosciente! E allora? Relegate nella sfera delFincoscienza le azioni non
subordinate alla legge del minimo mezzo, l’uomo è sempre Vh. ce. non
pure nel campo stoltamente economico, ma in ogni campo della sua esistenza
[enfasi mio], né resta dunque modo di distinguere mediante tale principio
le azioni economiche dalle non economiche. Il presupposto fondamentale
della scienza economica si dissolve in una vuota generalità e la fictio
del1 h. ce. si rivela ancora una volta assolutamente inadatta a servire da
ipotesi scientifica. Ex ore tuo iudico te: e non v’è bisogno di aggiungere
altro alla confutazione che Contento ha fatto involontariamente della sua
definizione. Inutile dire che con ciò stesso viene a mancare ogni ragion
d’essere alla critica mossa a Rocco e a Carli — con la quale pur
avevamo convenutotendente a mostrare il carattere astratto dcll’ft. re.:
se Yh. re. è colui che segue il principio del minimo mezzo, h. re. è
l’individuo concreto nella pienezza della sua realtà, in ogni
momento. Dato un concetto così anodino di li. re., si comprende come
Contento non sappia spiegarsi il suo necessario collegamento col
liberalismo politico. Qualunque sia la concezione politica dell’economista,
l’astrazione dell’/i. re. resta nella sua assoluta integrità, perché
rispondente a un rapporto di mezzo a fine che non muta per il mutare del
fine. V’è Yh. re. nel regime liberale, come in quello autocratico come nel
democratico, e Yh. re. adatterà la sua condotta all’ambiente in cui vive
seguendo tuttavia in ogni caso il principio della economicità. Di qui
scaturisce la seconda accusa che Contento muove alle mie affermazioni circa
l’intervento dello Stalo e il rapporto Ira individuo e Stalo.
Per l’A. esistono due modi d’intendere lo Stato e, in particolare, lo
Stato corporativo. « Secondo alcuni, die partono dal vecchio e normale
concetto dello Stato, quale ente rappresentativo degli interessi generali
dei cittadini, creato come organo ad essi superiore, la figura dello STATO
CORPORATIVO è una concezione che evitando i mali dello stretto individualismo,
o liberalismo, come quelli del completo statalismo, riunisce di tali principi i
vantaggi, creando nuove forme d'organizzazione politico-economica, nelle quali
le varie categorie ed i vari ed opposti interessi sociali si riuniscono e con
temperano, consentendo al progresso della vita civile un più armonico
e intenso sviluppo. Secondo alcun altTo. come, e specialmente, lo Spirito,
la differenza consisterebbe in ciò, che la nuova forma, non pure avvicina e
unisce, ma chiaramente accomuna e immedesima Stato e cittadino, in modo da
renderli un unico ente Alle due diverse teorie il Contento fa
seguire i seguenti perentori giudizi. La seconda delle ricordate concezioni
è, a nostro avviso, inconsistente per lo Stato corporativo, come per ogni
altro Stato. Se pur corrispondesse alla realtà, e sarebbe, evidentemente, per
qualunque Stato, ciò avrebbe importanza dall aspetto filosofico, più che
economico. La prima invece, fondamentalmente vera, parte da un
presupposto errato, quale quello della semplice condotta negativa dello Stato
nella organizzazione liberale. E Contento continua mostrando come anche lo
Stato liberale sia sempre intervenuto, in misura maggiore o minore,
nell’economia della nazione e abbia quindi influito sulle economie
individuali. Con l’ECONOMIA CORPORATIVA non si è mutato il problema, e
l’intervento dello Stato è rimasto sostanzialmente della stessa
natura. L’unica questione viva è quella dei limiti di
tale intervento, e i limiti sono stati certamente
spostati, richiedendo nìf individuo una limitazione più ampio alla sua
condona economica. Ld ecco come 1"A. può concliiudere ripetendo
ancora una volta la concezione dello Stato contrattualista-liberale per
cui questo, pur frenando l’arbitrio individuale », concede all’uomo
({il massimo di libertà compatibile in lina civile convivenza. Ma, intanto,
scartata come meramente filosofica (che cosa mai Contento intenderà per
filosofia?) la teoria dell’identità di individuo e Stato, mito il
ragionamento ha preso altra direzione e la mia tesi, che pur si voleva
confutare, non è stata neppure sfiorata. Io volevo contrapporre Stato
liberale e Stato corporativo in quanto il primo è concepito come Stato limite
delle libertà individuali e il secondo invece come Stato potenziatore
delle libertà stesse: volevo contrapporre al dualismo di individuo e
Stato, e alla conseguente distinzione di economia individuale ed economia
statale, l'unità dei due termini e la negazione dell economia
individualisticamente concepita: volevo insomma negare, insieme alla vecchia
concezione economicopolitica dello stato, quel concetto di homo œconomicus che
il Contento si affanna a difendere. Ma la risposta dell'A. lascia
assolutamente impregiudicala la questione, perché gira, senza
affrontarlo, proprio il principio fondamentale della mia critica, vale a
dire quello che dà significato e valore a tutte le particolari
conseguenze. Quell’ individuo che vive nello Stato senza essere lo Stato e
che perciò può venir limitato nella sua lihertà dallo Stato stesso;
quell'individuo che ha finì propri, realtà propria e diversa, sia pure
in parte, dall’organismo di cui è espressione; quel1 individuo è appunto
l’esponente del liberalismo politico e del liberalismo economico, in netta
antitesi col corporativismo come è stato da me teorizzato. Quell’individuo
si è scientificamente dimostrato irreale, e con lui è venuto a
mancare ogni fondamento alla ficiio dell’homo œconomicus di cui è il
presupposto necessario. Non avendo inteso né avendo comunque analizzato questa
negazione perentoria, Contento è rimasto anche lui sulle orme del vecchio
liberalismo, precludendosi la via a ogni comprensione del significato
rivoluzionario della concezione politica del fascismo e del
corporativismo. Al quale proposito il Contento crede di scoprirmi in
grossolana contraddizione, quando io, pur avendo riconosciuto proprio di
ogni Stato il carattere dì immanenza all’individuo, affermo esplicitamente
che solo l’ECONOMIA CORPORATIVA pttò dirsi sul serio scientifica.
Confermato così, anche su questo punto, dice infatti l’A.,
il carattere di congiunzione, o di derivazione, dello Stato
corporativo da quello liberale, non possiamo spiegarci come lo Spirito,
che asserisce non potersi separare, nel campo economico, la concezione
della vita dello Stato da quella delle economie individuali, dato che lo
Sialo interviene sempre in queste, sostenga poi che soltanto l’ECONOMIA
CORPORATIVA sia degna del titolo di scientifica, scrivendo; « che lo Stato
sia costitutivo essenziale della vita individuale non è verità che
s’instauri col regime corporativo, né è limitata alla vita politica
dell’Italia di oggi: ma mai come nell’Italia di oggi questa verità è slata
esplicitamente affermata, inai si è concepita la vita economica nazionale
come una unità così saldamente organica ». — 11 semplicismo di questa
conclusione è troppo evidente per dovervi insistere. — Sarebbe come dire che
soltanto quello e degno del nome di inverno, perché mai come allora ci si
accorse del freddo !). Ma semplicistica, a ver dire, è la osservazione del
Contento ed egli stesso dovrà convenirne se rifletterà sul senso preciso delle
mie parole. Che la concezione copernicana del mondo sia la sola
scientifica non vuol dire che prima di Copernico il mondo fosse governato
da altre leggi; allo stesso modo con l’economia corporativa, o, per essere
più esatti, con l’economia che riconosce l'identità di individuo e Stato
(il corporativismo essendo solo l’espressione teoricamente realizzantesi
di questa identità), si giunge alla consapevolezza della vera realtà dello
Stato e ci si pone in grado di eliminare quegli errori teorici e pratici
che ostacolavano la libera affermazione deH’individuo. Tra la libertà del
liberalismo e quella del corporativismo bene inteso, v’è appunto la stessa
differenza che passa tra Vhomo mconomicus e l’individuo visto nella sua
identità con lo stato. RIFORMISMO 0 RIVOLUZIONE SCIENTIFICA? In un
recente articolo (1/economia corporativa, l’individuo, lo Stato e una polemica,
in Politica Sociale, FoveI cerca di chiarire in qual senso egli consente e
in qual senso dissente dalle tesi da me sostenute. E conclude con questa
pagina che è opportuno trascrivere per intero: « Identificazione ideale,
dunque, fra individuo e Stato. D’accordo. Ma per quale via? Qui si
affaccia la terza cosa, che si deve dire allo Spirito. Essa è che, se la
sua posizione del problema è perfetta, la soluzione che egli ne dà è, dal
punto di vista della scienza economica, imperfetta. Dal punto di vista della
scienza economica, noti bene Io Spirito, e non già da un altro
diverso, per esempio, quello genericamente storico. Ma però, noti ancor
meglio lo Spirito, dal punto di vista della scienza economica toni
court. e non già di quella detta liberale. E dove sta Firnperfezione? Non
si può certo qui. nello scorcio di quest’articolo, già troppo lungo,
neanche delibare la questione. Indichiamo soltanto la grande direttivi! di
marcia. Eccola. Spirito tenta la idenlificuzione ideale dell'individuo e dello
Stato, risolvendoli entrambi in una terza nozione, che è la Nazione. Ora
ci chiediamo noi. forse, qui, se questo tentativo può, scientificamente,
riuscire? Ossia se la nozione di Nazione sia esprimibile in
termini quantitativi? No. Si può anche aggiungere che non siamo
troppo diffidenti in proposito. 0, almeno, non vi crediamo molto meno di
quello che crediamo all'esprimibilità quantitativa dell’individuo. Ci limitiamo
invece a dire clie, tentando questa via. Spirito tenta ab imis una nuova
scienza economica. E che noi invece pensiamo che la identificazione possa
avvenire, estendendo allo Stato lutti i dati formali dell’individuo (e
viceversa), cosi come oggi la scienza economica lo concepisce. E che, così
facendo, la identificazione voluta si realizza attraverso una espansione
energica, ma non eversiva, della scienza economica, quale oggi si
presenta. È un metodo. È un metodo anche questo — esso
consiste nell'innestare nuove teorìe sui vecchi principi rianalizzati e
rifecondati, e che chiameremo riformista — che ha i suoi vantaggi. E che,
tralasciando quelli teorici che ci trascinerebbero nel cuore
della questione, ha i vanlaggi pratici seguenti. Mettendosi per questa via
si potrebbe marciare, almeno per un bel tratto, fianco a fianco con altri
molti studiosi; quelli che anche in altri paesi pensiamo soprattutto alla
nuova scienza economica dinamica americana — lavorano a rinnovare e a
ricostruire, senza ripudiarla, la scienza economica accettata.
Si utilizzerebbero, agli effetti della penetrazione delle nuove
teorie nello spirito pubblico e sopratutto nelle élites, quei sedimenti, che la
tradizione sdentiliea forma sempre, ravvivandoli senza distruggerli. FoveI,
dunque, d’accordo con me con la tesi fondamentale di ricostruire la
scienza economica alla luce del principio della identificazione di individuo e
Stato, non erede che ciò debba farsi operando una vera rivoluzione
scientifica e propone un metodo riformista ebe concilii il nuovo col
vecchio e utilizzi i sedimenti della tradizione. Ora, lasciando da parte i
vantaggi pratici che sono e debbono essere fuori questione, bisogna riconoscere
che una scienza, qualunque essa sia, non può progredire che su se stessa,
svolgendo e perfezionando i principi che ne costituiscono
il fondamento. È questa una verità ormai lapalissiana, specialmente per
chi riconosce nello storicismo il carattere precipuo della nuova scienza.
Chi si proponesse a un bel tratto di arrestare il corso delle cose, e
ricominciare daccapo, dimostrerebbe per lo meno una grande ingenuità e
sarebbe costretto suo malgrado a smentire con i fatti la sua
pretesa verbalistica. Anzi, v’ha di più: a guardare bene a fondo,
ogni scienza coincide con la sua storia, e intenderla e perfezionarla non si
può senza intendere e continuare il suo processo di formazione. E se questo
avviene in generale per ogni scienza, tanto più deve verificarsi per le
scienze sociali e per leconomia politica in particolare: scienze in cui
l’aderenza alla vita storica è più immediata e palese e in cui le vicende
politiche sono più manifestamente condizioni del sorgere e dello svilupparsi
di certi problemi teorici. Né ad altro, in fondo, ha miralo lutto il
lavoro eia me compiuto, con cui ho cercato di porre in chiaro il
delincarsi delle nuove esigenze scientifiche alla luce de] processo
storico che in esse è sboccato trasvalutondosi. Ora, è chiaro che. se
questo è il nostro programma e il carattere fondamentale della
nostra critica, porre il dilemma se convenga meglio una revisione
riformistica o un’opera rivoluzionaria non può avere il significato che a]
dilemma stesso si da accennando all utilizzazione dei residui
tradizionali. Nessun dubhio infatti che tutto il passato vada utilizzato e
inverato, e non superficialmente o rapsodicamente, bensì nella sua realtà
integrale e imprescindibile. Nessun dubbio, dunque, che si debba trattare
di riforma e non di negazione pura e semplice di quanto è stato fatto nel
campo di questi studi: di riforma, e cioè di ulteriore processo che viva
dell’esperienza già fatta e la conduca a nuovi e più profondi
risultati. Se non che c’è riforma e riforma: quella che si svolge nel
ritmo normale della vita di ogni giorno e cambia il mondo quasi
inavvertitamente ponendo pietra su pietra; e quella, invece che segna un
punto di arresto e di ripresa, perché nel lento processo di trasformazione
ci si accorge a un tratto che la via presa non è proprio la più adatta
e che, se non si vuol precipitare, eonvien volgersi in altra e più
giusta direzione. V’è, insomma, la trasformazione ordinaria e quella
straordinaria, senza che tra l’una e l’altra ci sia iato o contraddizione, che
anzi il lento modificarsi delle condizioni crea a poco a poco mia nuova
situazione, la quale all’improvviso si svela ed esige un nuovo
orientamento. Abbiamo allora la rivoluzione, che non è, si comprende,
neppur essa negazione, bensì processo accelerato e rapido dissolvimento di
tutto il negativo che via via era andato affiorando. Una rivoluzione degna
di questo nome non è eversiva, non distrugge nulla che non sia già
distrutto, ma toglie via le macerie perché il lavoro proceda senza
impedimento. e il nuovo si affermi in tutta la sua pienezza di vita. A chi
ci domandasse, a questo punto, se nella revisione della scienza economica
occorra oggi una opera riformistica o rivoluzionaria, potremmo sicuramente
rispondere, senza timore di essere fraintesi. che la crisi di questa disciplina
è giunta ormai a un punto culminante e che vano sarebbe aver fiducia
in soluzioni non assolutamente radicali. Ma si deve, poi, aggiungere, che
la rivoluzione da noi auspicata acquista un carattere storico sui
generis e quasi in apparente contraddizione con quanto è stato fin
qui detto. È una rivoluzione, infatti, che nega, in un certo senso, la
scienza economica quale si è venuta svolgendo da due secoli a questa
parte e che tende a far riprendere il cammino ex nova, per vie finora
non tracciate. Contraddizione apparente, dico, perché anche qui la
negazione non è sterile negazione, e cioè annullamento di qualcosa che abbia
una realtà positiva, bensì riconoscimento esplicito dell’inesistenza di
ciò che si nega. E quel che si nega è addirittura la dignità di scienza
airecnnomia costruita da Smith in poi: si nega, in altri termini, che sia
esistito un economista capace di superare l’empiricità delle ricerche
particolari per assurgere a un sistema informato a un principio unico e
organico; si nega che la sistematicità dei più famosi trattati di
economia sia più che estrinseca e formale; si nega, infine, che ci
sia un solo concetto fondamentale dell’economia (valore, utile, bene
economico, gusto, homo œconomicus, libera concorrenza, ece.) cui si
attribuisca un significato non intimamente contradditorio. Si
comprende bene come un’affermazione così perentoria, così grave e
paradossale, debba provocare il dissenso e anzi lo sdegno di ehi, educato
a questi studi, ha imparato a venerare come sommi maestri Smith e
Ricardo, Mill e Pareto; ma bisogna pure una buona volta spezzare
l’angusto cerchio in cui l’economista si chiude, geloso del
suo tecnicismo, e reinterpretare i classici alla luce del loro tempo,
dei loro presupposti speculativi e delle esigenze loro fondamentali.
Occorre, insomma, far scendere gli dèi dall’olimpo in cui sono stati
posti con scarsa consapevolezza storica e procurare di giudicarli con
criteri più larghi e comprensivi, senza farsi deviare dall’esagerato rispetto
di fame consolidate troppo esotericamente. Ma perché questa opera dia i
suoi frutti, è necessario pure che coloro i quali sono urtati nelle loro
convinzioni o nelle loro opinioni abbiano la forza di considerare
senza intolleranza i risultati che loro si offrono, e soprattutto si
dispongano a sceverare ciò che nelle loro convinzioni è frutto di ricerca
personale da ciò che vi si confonde come presupposto acquisito e
indiscutibile sol perché non discusso. Certo, agli occhi loro deve apparir
strano ed assurdo che si possa dubitare del valore scientifico di una siffatta
disciplina e che scrittori ritenuti classici nel senso più alto della
parola siano di punto in bianco riportati a una non aurea mediocrità; ma
essi debbono pur convenire che tutto è relativo e che con un
occhio solo si è re nel inondo dei ciechi, sì che chiudendosi nel mondo
dell'economia non v’è da meravigliarsi se diventino luminosissimi soli le
semplici lanterne del più vasto mondo della cultura. 0 che forse avrebbero
nozione della loro piccolezza i lillipuziani se non conoscessero altro che il
paese di Lilliput? Né, d’altra parte, è lecito pretendere che i giganti di
Lilliput siano presi sul serio fuori del loro regno. E 1’economia non è un
regno che possa vivere in una beata solitudine. Uno degli esempi
tipici del consolidarsi di una fama esageratamente superiore alla realtà
dei meriti effettvi è quello di Smith, il cosiddetto fondatore
dell’economia scientifica. Mezzo empirista e mezzo huonsensista, incline per
educazione alle vaghe ideologie, con troppa abbondanza coltivate nelle
sfumature di una etica inconsistente, lo Smith era certo la persona meno
adatta a dar forma scientifica a una disciplina come l’economia. >)
Vero è rbe ormai i migliori Ira gli storici dellVonomia mettono per lo meno in
dubbio tale qualifica, ma ciononostante Smith reeta sempre in altissimo
loro e in lulti i modi si certa di gontiare ciò che a Smith non appartiene o
ciò che, a lui appartenendo, non è certamente esempio di particolare
prolondilà. Tra labro Smith è diventalo il classico ohbligalorio per chi si
presento agli esami di concorso per l’insegnamento dell’economia
politica nelle scuole medie. A quale titolo? Sta di fatto che i candidali
non lo Studiano e gli esaminatori girano al largo. Evidentemente
ne gli uni nò gli altri riescono a entusiasmarli per una sì
grande □para. Non sarebbe tempo di finirle? Ma, intanto, se il suo
nome, per quel che rigirarti 1 etica, è stato completamente offuscato dai
colossi della speculazione, a cominciare dal suo maestro ed amico Hume,
Leu altra è stata la sorte della sua opera sulla ricchezza delle nazioni,
assurta, non certo per meriti superiori a quelli della sua etica, a pietra
miliare o addirittura iniziale della storia della scienza economica. E il
più strano è che tra le lodi più comunemente rivolte allo Smith
v’è appunto quella di aver sistemato in un organismo unitario ciò che
prima di lui era frammentario e disperso. Ora, se v’è cosa che salta
subito agli occhi a chi legga 1 opera di Smith, è proprio la sua radicale
incapacità a porre unità nelle sue considerazioni e a dare una qualsiasi veste
sistematica alle sue aprioristiche affermazioni da esscryist. Se poi
dall unità passiamo alle singole teorie, la stessa indeterminatezza di
limiti e di formulazione si rivela, anche là dove l’espressione verbale
sembrerebbe più categorica e decisiva; e da indeterminato a indeterminato, si
scende giù giù fino alla fine dell opera senza aver mai agio di poggiar su
un terreno di una qualche solidità. Comunque — valore sistematico a parte
— quale la parola nuova dettaci da Smith? Vano sarebbe cercare una
risposta nella sua opera, ma anche vano cercarla negli storici e negli
apologeti che ne hanno consacrato la fama. La letteratura intorno a Smith
è immensa, ma tutta fondamentalmente viziata dal pregiudizio di trovare ciò che
non c’è: nulla di strano dunque che ancor oggi si discuta se Smi ili abbia
seguito il metodo deduttivo ovvero quello induttivo, se la sua economia
sia conciliabile con la sua etica, se l’interesse
personale Spunto faccia a pugni con la simpatia, e via dicendo:
restando sempre, come Fautore di cui si discute, nel campo di un’economia
a base di opinioni. Che se poi si tenta di fare di Smith il teorico del
liberalismo economico, lo si solleva, sì, nel campo della storia, dandogli
finalmente una fisionomia ben determinata, ma si commette una grande
ingiustizia verso i fisiocrati che in modo ancor più perentorio e
genuino erano giunti prima di lui alle stesse conclusioni. Figura scialba e
inconsistente, mentalità antiscientifica c mnralisteggiante, Adamo Smith
è tuttavia oggi onorato come il padre o uno dei padri dell’economia: non è
certo questa una grande garanzia per la serietà di una scienza. Ma
l’esempio di Smith non è un'eccezione nella storia dell’economìa, che anzi il
fatto che egli stia ancora a godere una fama pressoché incontrastata è la
dimostrazione più evidente del livello speculativo al quale sono rimasti gli
economisti posteriori. Sviluppatasi sempre fuori o ai margini
del movimento idealistico, l’economia politica ha ricevuto a volta a volta
l’impronta di filosofie di secondo ordine, rese ancora più superficiali dal
contatto con i fenomeni empirici presi a trattare. Empiristi, storicisti,
scettici, positivisti, sociologi, ideologi dell’umanitarismo, e simili, si son
conteso il campo, costringendo la realtà viva dei fatti economici entro
gli schematismi aprioristici di vieti dogmatismi. E la realtà è stata svisata e
resa irriconoscibile, ora in nome della scienza, ora in nome di una astratta
idealità sociale, senza mai uscire dall'astratto che si postulava e senza mai
accostarsi alla vita per intenderla davvero e dominarla con una
scienza che non fosse una pseudoscienza. Non è qui il caso di continuare
in una esemplificazione che saia data in forma organica in altra sede:
tanto più che a questa conclusione non è opportuno arrestarsi considerando
solo gli economisti che hanno fatto la scienza, ché anzi dagli economisti
convien passare alla scienza per vedere se il lavoro di molti non ahhia potuto
compensare la mediocrità dei migliori. Al di là della consapevolezza dei
singoli. la scienza può venirsi costruendo in modo pressoché anonimo, col
lento fondersi e integrarsi dei contributi degli studiosi, e quella
concezione che non è stata mai chiara nella mente di
ciascuno scienziato, tutt’assorto nel suo lavoro
particolare, potrchhe rivelarsi all’occhio dello storico abituato a
guardare dall’alto e a comprendere il molteplice nell’unità. Ma purtroppo
v’ha nella storia dell’economia un vizio di origine che ha tolto finora a
questa scienza la possibilità di giungere a un organismo logico e non
contradditorio. È un vizio sui generis, in quanto più che infirmare la
perfezione della scienza, ne ha addirittura vietato la nascita: è un
presupposto assolutamente negativo che ha sbarrato il cammino prima che si
avesse modo di incamminarsi. Si è detto che si cercherebbe invano
nella stoiia dell economia un sistema informato a un principio unico e
sistematico. Ma se questo è vero in senso positivo non è altrettanto vero
in senso negativo; e a tutti è noto, infatti, come la storia dell’economia
coincida in modo quasi assoluto conla storia del liberalismo economico,
anche se questo, velato da un apparente obiettivismo scientifico,
sia rimasto celato agli occhi di molti economisti. Un principio
informatore c’è stato, dunque, e sistematica perciò deve essere stata la
scienza che ad esso si è attenuta. Il che è tanto evidente da non
poter temere smentita, soprattutto da parte di chi quel principio ha
cercato e cerca di mettere nella maggior luce possibile, ad esso riportando
anche quelle conseguenze teoriche che ai più non sembrano necessariamente
connessevi. Ma il fatto è che quel principio lungi dall’essere un
principio costruttivo è meramente negativo e distruttivo, sì che
proprio ad esso si deve Timpossibilità in cui l’economia si è trovata
di assurgere a vera scienza. Per intendere la negatività del principio è
opportuno confrontare la storia dell’economia con quella del diritto, dal
secolo XVIII in poi. E il confronto si rende necessario per il chiarimento
di quel concetto di individuo, che è alla base di tutte le scienze
sociali quali si sono svolte in questi ultimi due secoli. Presupposto, infatti,
di queste scienze, che, alimentate dalle ideologie illuministiche, hanno
poi avuto il loro massimo sviluppo col positivismo sociologico, è l’esistenza
di un individuo concepito come un microcosmo, un individuo, cioè, fine a
se stesso, con volontà autonoma, con libertà di arbitrio, e insomma come
un mondo chiuso in sé, col sacrosanto diritto di rimaner chiuso e di
regnare indisturbato entro la sua sfera d’azione. È il presupposto
liberale, ormai superato da una critica perentoria e inconfutabile, in nome di
una libertà ben altrimenti profonda e coerente. Ma intanto a quel
presupposto bisogna risalire per spiegarsi il valore e i limiti delle scienze
sociali nella loro attuale struttura. Ora, da una libertà intesa in
senso atomistico è chiaro che non può, a rigore, derivare
alcuna scienza, se è vero che una scienza è tale in quanto studia dei
rapporti obiettivi. Una scienza sociale può esistere solo a patto che la
società costituisca un organismo e cioè un’unità intelligibile.
Ma quando si sostiene a priori che la vera unità è l’individuo e che i
rapporti sociali sono disciplinati al solo fine del benessere individuale,
l’oggetto della scienza si frantuma nella molteplicità di
individui, per definizione irrelati e inconfrontabili. L’unica scienza
che si salva è il diritto: e il perché è evidente. Se la società si
costituisce e vive non per un fine sociale bensì per la
salvaguardia dei fini individuali, l’unico contenuto della
società sarà la difesa dei diritti reciproci e Tunico contenuto della
scienza sociale sarà Io studio dei limiti delle sfere individuali: il
diritto. Sarà anche questa una concezione formale ed estrinseca del diritto,
inadeguata alle superiori esigenze oggi manifestatesi, ma intanto è certo che
un contenuto specifico e positivo la scienza del diritto lo ha pur restando
nell’ambito di una teoria prettamente individualistica. E un contenuto positivo
ha il diritto perché ha lo Stato cui propriamente quella funzione compete, e
che in tanto lia una realtà in quanto ha lo scopo di garentire le sfere degli
arbitri individuali. Si spiega, dunque, molto bene come la scienza
giuridica ahhia potuto tanto svilupparsi in questi ultimi due secoli; e si
spiega anche prescindendo dal fatto che al mondo giuridico si sono affacciati
scienziati e filosofi di ben altra forza speculativa che non quella dei più
illustri economisti. Si può dire anzi che nel diritto si conchiude ed
esaurisce teoricamente tutto il mondo sociale illuministicamente inteso, senza
alcun margine per altra scienza che non sia affatto descrittiva. Trasportato
questo stesso principio nel campo deH’economia, esso si è necessariamente
mutato in principio distruttore della scienza. E, infatti, logicamente lasciata
in disparte la realtà dello stato — realtà affatto giuridica con
l’esclusiva funzione di determinare i confini interindividuali — o
relegata in una particolare scienza detta scienza delle finanze,
l’economia ha ipostatizzato l’individuo, rendendolo assolutamente irrelato attraverso l’astrazione
dell’homo œconomicus. Ma una volta fatta oggetto di scienza una
molteplicità irrelata, nessuna via era aperta per la determinazione di
un qualsiasi rapporto entro la stessa molteplicità. 0 l’homo œconomicus
è veramente arbitro e allora la relazione tra gli homines si potrà
soltanto constatare a posteriori, o la relazione è in qualche
modo scientificamente determinabile e allora
l’arbitrio dell’individuo è negato. E la scienza economica per gran
parte è stata fedele al principio individualistico giungendo a conclusioni
meramente negative (libera concorrenza), e quando se ne è scostata è
caduta in una serie di contraddizioni che hanno rotto l’unità del sistema,
o ne sono rimaste al margine. Peggio è avvenuto quando l’economia,
raffinata metodologicamente e spinta da esigenze di maggiore sistematicità, ha
voluto togliere al proprio liberalismo la veste di mera ideologia
politica, traducendn il presupposto individualistico in termini di pura
scienza. Ne è venuta fuori la scuola psicologica e matematica, sboccata in quel
fuoco d’artitìzio cbe è la teoria dell’equilibrio economico generale. Non
è il caso di ripetere qui quanto si è detto altrove e ripetutamente di
questa scuola: basterà porre in rilievo l’antinomia irriducibile tra
l’esigenza di scientificità che l’ispira e l’impossibilità di soddisfarla
per la natura stessa del presupposto da cui muove. Tutta la storia
dell’economia è giunta al suo logico plinto di sbocco e ha segnato il
fallimento di una scienza costruita su una base illusoria. Alla debolezza
speculativa degli uomini si è aggiunta la contradditorietà del principio
informatore e l’economia ha invano tentato per due secoli di sollevarsi a
un grado veramente scientifico. La scienza dell economia è ancora una
speranza dell’avvenire. Ma cbe cosa è oggi, dunque, la scienza della economia?
Credo che migliore risposta non possa esservi di quella data da Luigi Einaudi
parlando della storia delle dottrine economiche, nelle pagine riportate in
questo volume. Per lui tale storia « dovrebbe occuparsi solo di quelle che
sono dottrine economiche proprie, ossia postulati, assiomi, teoremi,
corollari enunciati dagli economisti come tali e non come filosofi, o
politici, o religiosi, o industriali. Quei teoremi o corollari non sono
moltissimi e si chiamano prezzi di monopolio o di concorrenza, o dei beni
congiunti, costi comparati, distribuzione dei metalli preziosi fra i diversi
paesi del mondo, rendita del produttore, del risparmiatore, del
consumatore, equilibrio economico, equazione degli scambi, rapporto fra moneta
propriamente detta e surrogati della moneta, elasticità delle curve di domanda
e di offerta, traslazione e capitalizzazione dell’imposta, doppia tassazione
nella tassazione del risparmio, e simili astruserie, fortunatamente noiose
per la comune degli uomini e poco appetitose per gli uomini storici,
politici, pratici esercenti banca o commercio o industria, sebbene atte a
formare l’unica e suprema delizia degli economisti di professione. Da
qualche secolo gli economisti faticano per costruire, in questo
campo chiuso, un beH’edificio astratto di teorie logiche e coerenti.
Sono lontanissimi dalla meta e questa non sarà mai raggiunta, perché ad
ogni passo compiuto, nuove mete, nuovi teoremi attraggono la loro
attenzione. Per tanto tempo si erano industriati a creare schemi astratti
statici, rappresentazioni atte a raffigurare un meccanismo in equilibrio
in un dato momento. Disperavano, per la imperfezione degli strumenti
di ricerca da essi posseduti, di riuscire mai a creare schemi atti a
raffigurare il « movimento » da un equilibrio a quello successivo ; ossia a
trasformare i loro schemi astratti relativi ad un momento del tempo in
schemi pure astratti, ma relativi al susseguirsi dei momenti del tempo.
Da qualche anno si sono gettati su questo terreno vergine e, nonostante la
difficoltà dell’impresa, non dobbiamo disperare che un giorno un uomo di
genio, capitato a prediligere la dinamica economica, abbia da dire
qualcosa ai filosofi cd ai politici che quei campi del movimento, ossia
del reale e del vivo, hanno sempre, a modo loro e giustamente a modo loro,
coltivato. Per ora, non sarebbe bene che noi confessassimo di non essere
riusciti in tante generazioni adorne di qualche uomo di genio e di molti
ingegni di prim’ordine, i quali avrebbero onorato, se ci si fossero dedicati, i
più illustri campi della matematica pura, della fisica, della chimica e
delle altre scienze, ad uscire dal regno del [Se, dell ipotetico, dell
irreale? Non per mancanza di buona volontà; ma per sordità della materia,
la quale appena ora si piega, in mano a sottilissimi statistici armati
di tutti i più penetranti strumenti del calcolo, a fornire qualche
pallidissima luce, per ora diffusa attraverso schemi astratti, intorno
al reale, che è vita e movimento. Confessione di fallimento, dunque,
e riduzione della scienza alla molteplicità di alcuni
postulati, teoremi e corollari. E questa è la parola di uno di quegli
economisti che, rifiutando la qualifica di liberali, credono ancora alla
saldezza scientifica di teoremi alla concezione liberale pur
intrinsecamente connessi. Vano sarebbe per lui fare una storia dell economia,
che fosse la storia di un principio della molteplicità delle sue
derivazioni. Soltanto alla molteplicità deve badare lo storico e
ricercare 1 atto di nascita dei vari teoremi che mette
conto d’illustrare. Al di là dei teoremi non c’è il sistema e tanto
meno la storia del sistema. E la scienza dunque non c’è se non come
giustapposizione di ricerche particolari. La diagnosi è precisa, ma non
altrettanto precisa ne è l’interpretazione. La scienza non c’è perché è fallito
quel principio liberistico che la negava nell atto stesso rEinformarla :
oggi non sono rimasti che gli scarsi frammenti (postulati, teoremi,
corollari) che vanno finalmente intesi e rifusi alla luce di un principio
ricostruttivo positivo. E, se è vero che il nuovo principio deve
rappresentare il superamento del vecchio, contrapponendo alla pura negatività
di un individuo irrelato la positività e la concretezza deiridentificazione di
individuo e Stato, non può trattarsi evidentemente di un
procedere sulla via già percorsa se non nel senso di riprendere il cammino
con la consapevolezza del fallimento avvenuto. Nulla di quanto si è fatto deve
essere negato: e nessuno potrebbe in buona fede cancellare i tanti
risultati raggiunti nella soluzione di particolari problemi (molti, se non
tutti, tra quelli citati d’Einaiidi, e altri ancora non meno importanti); ma
soli risultati limitati a fenomeni ridotti a termini matematici, o
illustrati da una sapiente statistica, o descrittivi di momenti storici
determinati: non sono la scienza, l’organismo, il sistema, in cui
la luce e sempre unica perché unico il principio c il fine. Quel che
si nega è appunto la scienza che non c’è, e non ci potrà essere fino a
quando non sarà compiuta quella rivoluzione scientifica di cui
fin qui si è discorso. Tra le tante critiche rivolte alla tesi della
identità di filosofia e scienza nell’applicazione fattane nei problemi
della scienza economica, meritano di essere considerate a parte quelle che
ci provengono dai cultori della filosofia. Curiosa posizione,
invero, la nostra, di fronte a scienziati, che loro malgrado sono
indotti a occuparsi, sia pure di sbieco, di filosofia, per rispondere alle
critiche di principio che loro moviamo; e di fronte a filosofi, costretti
a scivolare, con evidente senso di disagio, nel campo scientifico, per salvare
la filosofia da una presunta contaminazione. Curiosa, perché ci troviamo a
dover discutere con illustri scienziati, i quali, per evidente
inesperienza di studi filosofici, vengon fuori con ingenuità sconcertanti
e gettano un’ombra non lieve sulla stessa scienza che professano; e
con non meno illustri filosofi, i quali immaginano una scienza che
non esiste e con essa fanno i conti senza voler uscire dal guscio di
quella pseudo universalità di cui si ritengono depositari. E gli uni e gli
altri, naturalmente, ci combattono in relazione a quella filosofìa o a
quella scienza che non conoscono e concordano a priori nella conclusione
di ritenerci pseudofilosofi o pseudoscienziati. Ma non è colpa nostra
se, stando nel mezzo, ci punge il desiderio di sollevarci sulla reciproca
incomprensione di cui gli uni e gli altri danno prova, e di dimostrare
come quell’universalità cbe i filosofi difendono sia verbale e apparente e come
il rigore sistematico di cui gli scienziati sono orgogliosi abbia la
stessa consistenza delle affermazioni filosofiche che si lasciano
sfuggire. A noi non resta cbe invitare ancora una volta a porsi da questo più
comprensivo punto di vista, dal quale è possibile una visione precisa di
quel cbe siano la falsa filosofia e la falsa scienza. Armando
Carlinicomincia con l’avvertire, in linea di massima, cbe « bisogna
vincere il preconcetto, ancora molto diffuso, cbe ci siano dei principi da
riformare nelle scienze con criteri filosofici, per poi procedere alla riforma
di esse. I principi sono immanenti al lavorio scientifico, il quale
procede riformandosi da sé: l’enunciazione dei principi avviene dopo, non
prima. Se non che tale modo d’impostare il problema presuppone già un
dualismo dogmatico di scienza e filosofia che preclude inevitabilmente la
strada alla comprensione del nostro tentativo. Se principi scientifici e
criteri filosofici son cose diverse, se 1 enunciazione dei principi vien dopo,
se il lavorio scientifico procede riformandosi da sé, vuol dire cbe
la lesi dell’identità di scienza e filosofia resta fuori discussione
e che rammonimento va a coloro i quali 5 ) CIr. la sua recensione del mio
libro su Lo critica dell'econamia liberale, in Leonardo. mescolano una
scienza e una filosofia intese Alla vecchia maniera. Per conto nostro non
possiamo aver la pretesa di riformare i prìncipi delle scienze con criteri
filosofici perché non conosciamo criteri filosofici che non siano i principi
stessi delle scienze: ammettiamo che il lavorio scientifico proceda
riformandosi da sé per la semplice ragione che non conosciamo alcun altro
lavorio oltre lo scientifico: e infine non possiamo ammettere che l
enunciazione dei principi avvenga dopo per la stessa ragione per cui non
possiamo ammettere che avvenga piìma essendo i principi, come ben
osserva Carlini stesso, immanenti al lavorio scientifico. Ma il
Carlini non si arresta a queste osservazioni e riafferma il dualismo in modo
ben più perentorio. La vita, egli scrive, nella filosofia gentiliana è pura
spiritualità e personalità del soggetto: per lo scienziato, è nel divenire
storico della realtà eh egli studia, e a questa cerca di adeguare i
suoi concetti. La scienza, se non procede così, con questa mentalità, non
è più scienza. Introdurre nella scienza una questione morale (la
consapevolezza che quel mondo della scienza ha dei limiti, e che in noi è
una ragione di vita che lo supera) è distruggere il prohlema proprio dello
scienziato. Dove è da osservare che la vita del soggetto è appunto il
divenire storico della realtà ch’egli studia; che il mondo della scienza non ha
limiti, bensì li ha ogni scienza vista nella sua particolarità ;
e infine che lo scienziato, il quale non avesse la consapevolezza dei
limiti della sua particolare scienza, non sarebbe scienziato. Del
resto, il dualismo cui si arresta il Carlini è più un residuo di vecchie
teorie che non una precisa convinzione. Tanto è vero ch’egli ammette
la bontà dei miei saggi e la spiega « non con gli schemi
dellTntroduzione ma con quanto l’autore vi porta di conoscenza concreta
dei problemi dibattuti, e soprattutto con quel vivo senso della storicità di
questi problemi ch’è, nel campo della cultura in generale, specialmente per noi
italiani, una delle conquiste fondamentali dell’idealismo contemporaneo.
Ora, è chiaro che il senso della storicità dei problemi discussi è appunto la
consapevolezza dei limiti delle affermazioni scientifiche e sta a
dimostrare, in atto, l’identità di scienza e filosofia. Che poi
l’Tntroduzione si riduca a schemi irrilevanti ai fini delle affermazioni
scientifiche contenute negli altri saggi, è cosa per lo meno discutibile:
comunque ciò non denoterebbe la natura filosofica dellTntroduzione in contrasto
con la natura scientifica dei saggi, bensì lo scarso valore filosofico
e perciò lo scarso valore scientifico della Introduzione stessa. In altri
termini, in essa permarrebbe alcunché di quell’astrattismo filosofico che
noi ci proponiamo di combattere non meno del correlativo astrattismo
scientifico. Il dualismo di scienza e filosofia è presupposto in modo
ancor più perentorio da COLAMARINO (vedasi), che ripetutamente ha voluto
dimostrare ) G. Col A Marino, Scienze e filosofìa, in Nuovi problemi;
recensione, La eritrea della economia liberale; Scienze sociali,
filosofia e scienze economica, 1 autonomia della scienza dando come unica
legittima una scienza non filosofica e perciò a lui. studioso di filosofia,
affatto ignota. « Ma peggio sarebbe certamente », egli osserva, « se
l’idealismo assoluto volesse entrare nel dominio della scienza per
migliorarla e renderla più rispondente alla vita — come appunto sostiene il
libro di cui parliamo. Non potendo la filosofia dettar legge alla scienza. né
costruirla come una finzione intellettuale che le rimarrebbe sempre
estranea, potrebbe accadere che, col concorso di circostanze che non occorre
specificare, l’invocato connubio tra scienza e filosofia, segnasse in
Italia l’inizio di un periodo di grande confusione, se non nel mondo della
cultura, per lo meno in quello della scuola (recensione cit.). E qui, al
solito, si parla di una filosofia che dovrebbe entrare nel mondo della
scienza, e di un connubio di scienza e filosofia, laddove la tesi che
con ciò si vuol combattere è quella di una scienza che è filosofia e che
filosoficamente progredisce correggendo i suoi principi. Non si tratta
di unire due mondi, bensì di riconoscerne l’identità. Al che
Colamarino, finché rimarrà sulla via intrapresa, non potrà certamente giungere
per l’inesperienza da lui dimostrata degli studi scientifici in genere e
deireconomia in ispecie. Chi dubitasse di questa mia affermazione non
avrebbe che a leggere le osservazioni che Colamarino fa sulla mia critica
di Pareto, e riflettere in particolare sul seguente passo, in cui si cerca di
svalutare il mio giudizio giudicandolo meramente filosofico.
Bisogna concludere perciò, egli scrive, « che di uno scienziato è troppo
vano e tardivo fare la critica filosofica, dopo che tale critica si è già
esercitata sulla forma del sapere scientifico, e che quella critica
è poi anche fuor di luogo se deve valere per gli scienziati. Se Pareto non
avesse scritto il Manuale, tutti i suoi libri pseudostorici e sociologici
non sarebbero valsi a ricordarlo agli scienziati, e quindi lo Spirito non
avrebbe sentito il bisogno di occuparsi di lui. Ora, parlare di Pareto,
come egli ha fatto, svalutando il Manuale, e concentrando tutto Tinteresse
sullo scetticismo sorto nell’animo paretiano nel vano tentativo di
combinare insieme la sociologia con l'economia, significa rimanere ai
margini dell’argomento, rinunciare a parlare di scienza per eccessivo
attaccamento alla filosofia. Se Colamarino avesse letto davvero Pareto
e si fosse reso conto delle mie critiche, non avrebbe certamente
scritto queste righe che sono la conferma decisiva dell’impossibilità in cui egli
si trova di discutere il problema dei rapporti tra filosofia ed
economia. Il Manuale ch’egli contrappone ai libri pseudostorici e sociologici è
proprio il saggio di Pareto in cui le ideologie sociologiche e
pseudofilosofiche prendono il sopravvento sulla scienza economica più aderente
alla tradizione rappresentata dal Cours, e mettono capo a leggi e
teoremi privi di qualsiasi rigore logico. Lungi dal rinunciare a parlare
di scienza per eccessivo attaccamento alla filosofia, io ho voluto dimostrare l’inconsistenza
scientifica della costruzione di Pareto dovuta al suo impelagarsi nella
filosofia (che è, s’intende bene, una cattiva filosofia). Se Colamarino ritiene
che scientificamente il Manuale rappresenti qualcosa di altro e di meglio
di ciò che è stato da me filosoficamente criticato, lo dimostri, e
si finisca ima buona volta dì contrapporre al mio Pareto un Pareto scienziato
che nessuno dà prova di conoscere e di saper difendere contro un
giudizio che ne investe i principi fondamentali. E qui mi occorre di
dare un consiglio ai contraddittori, filosofi o economisti, che siano, ma
soprattutto se economisti: non continuino a oppormi inutilmente vaghi
filosofemi e opinioni approssimative sulla possibilità o impossibilità del mio
assunto, ma cerchino di saggiare in concreto la validità deile critiche
particolari e dei criteri ricostruttivi. Allora soltanto la discussione potrà
riuscire feconda ed esser liberata da quel filosofismo di cui sono
purtroppo infetti i miei accusatori. Delle tante pagine che il Colamarinn mi ha
dedicate non interessano certo quelle che pongono una pregiudiziale filosofica:
non interessano e perciò non le discuto. Interessano invece, e vorrei quindi
discutere, le osservazioni circa i problemi concreti della scienza
economica, ma purtroppo di queste vi ha molta scarsezza negli articoli
citati. L’unico punto un po’ determinato è quello che concerne
l’ipotesi dell homo cp.canomic.ua, da Colamarino riproposta a
fondamento della scienza economica. Contro il Contento, ch’era della
stessa opinione, e che aveva definito l’homo œconomicus « l’inividuo immaginato
nella sua pura condotta economica, la quale, nei moventi e nei fini, si
ritiene informata, generalmente, ad un tipo uniforme corrispondente
alla ricerca della massima soddisfazione col minimo sforzo, cioè all’applicazione
integrale del principio lfi Suino del minimo sforzo », avevo opposto
che, se tale è l’ homo cp.conomicus. l’uomo è sempre economico, in
ogni campo della sua esistenza, perché sempre tende alla massima
soddisfazione col minimo sforzo, e che dunque la fictio dell’/i. ce. si rivela
ancora una volta assolutamente inadatta a servire da ipotesi scientifica.
Ora, su questo ragionamento, « impressionante nella sua semplicità », come
dice lo stesso Colamarino, si trova modo di
sofisticare distinguendone la validità scientifica da quella filosofica e
concludendo che il principio si estende, sì, a tutti i campi dell’attività
umana, ma acquista un particolare significato allorché si parla di
economia politica. « E qual’è, continua Colamarino, C( l’economicità sulla
quale si erge l’edificio della scienza economica? È indubbiamente
l’attività che sì esercita nella produzione, nello scambio, nel consumo
dei beni materiali, misurabili, trasferibili, o riducibili comunque a
nozione quantitativa. E l’homo œconnmicus non è altro che l’individuo
che esercita tale attività: individuo che non è certo l’Io della filo
sofia e neppure tutto l’individuo sociale (che allora la economia sarebbe
tutta intera la scienza sociale), ma che è appunto
quell’astrazione, quella fictio necessaria alla scienza dell’economia
» (Scienze sociali ecc.). Ma con ciò Colamarino conferma appunto che la definizione del
Contento, e di tanti altri prima, è errata, perché generica, e che il vero homo
ceconomicus è invece l’individuo che esercita la sua attività
nella produzione, nello scambio, nel consumo dei benimateriali,
misurabili, trasferibili, o riducibili comunque a nozione quantitativa.
Filosofica o scientifica che fosse, la mia obiezione era dunque valida e la
definizione è stata cambiata. Che poi la nuova formula non abbia, neppur
essa, alcun valore scientifico, è cosa che dovrebbe risultare abbastanza
evidente dopo tante discussioni in proposito, ma non sono alieno dal tornarvi
su, se al Colamarino, o a qualche altro in sua vece, venisse il
desiderio di maggiori delucidazioni. Ciò che importa è di discutere su questa
piano, senza continuare a domandarsi se si tratti di scienza ovvero di
filosofia, e cercando, semplicemente, di ragionar bene. À coronamento
della sua grande opera di storia economica. Werner Sonibart ha voluto compiere
un tentativo di sistemazione scientifica dei principi fondamentali
dell’economia, e ha scritto un’opera (Die drei Nationalókonomien,
Miinchen und Leipzig, Duncher und Humhlot) intenzionalmente rivoluzionaria,
che non potrà non destare scandalo presso tutti gli economisti convinti
dell'assolutezza e infallibilità delle loro leggi. Ai cattedratici ortodossi
che si compiacciono della solidità di quel corpo di dottrine economiche
messo insieme dai classici e via via perfezionato dagli scienziati puri
pervenuti al rigore delle discipline matematiche, il Somhart getta risolutamente
in faccia l’accusa di radicale incongruenza e di cieco dogmatismo. Lungi dal
rappresentare una scienza esatta, l’economia si trova oggi in
una situazione disperata -verzweifelle J.u&tand unserer Wissenschaft -che
Somhart non teme di rappresentarsi con le fosche tinte di uno spaventoso
caos. Naturalmente il giudizio è confortato dallanalisi dei motivi e dalla
dimostrazione inoppugnabile della indeterminatezza dei principi su cui la
scienza delFeeonomia è stata fondata. Si tratta di un imprecisione che ha
involto lo stesso concetto di economia e poi lutti i metodi di
ricerca e tutta la terminologia scientifica. Criteri estrinseci di
classificazione, interferenza di motivi disparati, delimitazioni
arbitrarie, presupposti infondati e concetti equivoci hanno portato la
confusione nel campo degli studi economici, facendo smarrire
ogni senso dei suoi confini e delle sue caratteristiche peculiari.
L’economia si è accontentata fin qui di concetti che a guisa di vagabondi
si sono aggirati tra 1 confini dei vari paesi, senza Leu sapere
dove avessero diritto di cittadinanza. Con tal genia errante e vagabonda l’economia
ba voluto riempire i quadri del suo esercito di concetti: valore, bisogno,
bene, piacere, pena, utilità, eco., e ha persino concesso a questi
vagabondi la dignità di “Grundbegriffe.” Non si tratta dunque di eliminare
errori o di colmare lacune, bensì di trasformare ab imis tutta la
scienza economica mediante l’assunzione di principi affatto diversi e a confini
ben determinati. Non v’è uno solo dei concetti di cui ] a scienza economia
oggi fa uso che non sia di carattere empiri co e perciò suscettibile delle
infinite interpretazioni giustificate dalle contingenze del suo uso. Aver
la pretesa di far della scienza rimanendo su un terreno così poco stabile
è un assurdo che il Somharf riesce a mettere efficacemente in
luce, mostrando l’urgenza dei rimedi. Ed egli senz’altro’ afferma,
con simpatico orgoglio, di aver appunto intenzione di recare « un po’
d’ordine in questo caos )) e di dar finalmente rigore scientifico a una
disciplina che con troppa evidenza ha dimostralo di non averne affatto. Con
questo libro una nuova epoca dovrebbe, dunque, iniziarsi nella storia
della scienza economica. Per chiarire la sua posizione di fronte a
tutti gli altri indirizzi scientifici, Sombart compie fin dalle prime
pagine una generale ripartizione dei sistemi di economia in tre grandi tipi,
caratterizzati dal metodo di ricerca: il metafisico o normativo (Tirhtende
Nationalokonomie), il naturalistico o classificatorio o descrittivo
(ordnende A lational-Òknnomie) e infine lo spiritualistico o critico
(vptslehende Nationalokonomie). Del primo sarebbe rappresentante tipico
Sau Tommaso, del secondo il Pareto, del terzo il Sombart (das « meinige
»). E tutto il libro quindi vien ripartito in tre parti, due delle
quali volte alla critica dei sistemi giudicati inadeguati (metafisico e
naturalistico) e l’ultima invece destinata a porre i fondamenti della
nuova costruzione spiritualistica. L’economia normativa non ba lo
scopo di studiare il mondo nella sua effettiva realtà, ma di indicare ciò
ch’esso deve divenire: non si riferisce all’essere ma al dover essere, e
in quanto tale pone le direttive della condotta umana per l’instaurazione
dell’economia giusta. I concetti su cui essa si fonda sono perciò concetti
sociologici come classe o mestiere; concetti di giustizia come giusto
prezzo, giusto salario o giusta distribuzione; concetti di valore come
sfruttamento, ecc. I suoi fini sono quelli di determinare i valori
assoluti, di riconnettcre ad essi le proposizioni scientifiche, di
tradurli nella pratica della vita e di segnalare le deviazioni della
realtà dall’ideale. Dopo aver esposto i vari tipi di questa economia
normativa, l’Autore si domanda se essa sia scientificamente ammissibile e
se possa quindi rappresentare il vero canone metodologico dello studioso. Nella
risposta si rivelali d’un tratto tutti i limiti dell’orizzonte speculativo
del Sombart e si iniravvedono le difficoltà che egli dovrà
superare per liberarsi, almeno in parte, dai pregiudizi
della ideologia da cui prende le mosse. Ancora fedele al concetto
positivistico di scienza e alla conseguente critica antifilosofica, egli
distingue in modo categorico il mondo dell’esperienza dal mondo dei valori, la
scienza dalla filosofia, e alla prima riconosce la possibilità di una verità
obbiettiva laddovealla seconda consente un significalo
esclusivamente soggettivo. L’economia, in quanto scienza, non
può indicarci l’ideale di una maggiore produzione, perché tale ideale
implica la soluzione di un problema non semplicemente economico, ma totale
o metafisico, quale è quello del fine sociale: implica, cioè, una
particolare visione del mondo una Weltanschauung, che trascende assolutamente i
meri dati scientifici. Né è possibile, secondo il Sombart, che tale
concezione integrale informi comunque di sé una scienza particolare,
perché la differenza fra la parte e il tutto, ossia tra la scienza e la
filosofia, non è soltanto quantitativa, bensì anche qualitativa. La
filosofia è da lui intesa come intuizione religiosa, come conoscenza personale
e soggettiva: se essa si insegna, i] suo insegnamento non può considerarsi
come 1 introduzione a una verità, ma come una suggestione personale del maestro
sull’alunno, come un invito alla lede del maestro. La conoscenza
filosofica, perciò, è essenzialmente relativistica e può rivelarci un solo
aspetto della realtà, mutando legittimamente da persona a persona,
con pari validità per ognuno. Alla fede scientifica, originariamente
positivistica, il Sombart può giustapporre, senza timore di ledere la
sicurezza obiettiva dell’esperienza, una filosofia relativistica e scettica,
fornitagli a troppo buon mercato dall’indulgente Simrnel. E allora dalla
scienza si dà il bando a tutti i giudizi di valore, che. in quanto
personali, non possono costrìngere logicamente, ma debbono rimanere fuori
dell’esperienza e dell’evidenza. 11 loro fondamento è Femore: per i
valori 1 uomo vive e muore, ma i valori non conosce: essi appartengono alla
sfera filosofica o religiosa, nella quale dunque può solo rientrare
tutta l’economia normativa. In tal guisa vien liquidato dal Sombart
uno dei tipi fondamentali della scienza economica, e il lettore non
può non rimanere sorpreso dalla facilità e diciamo pure — superficialità,
con cui si ripetono monotonamente la istanza scientifica del positivismo,
l’affermazione dogmatica della validità di un’esperienza e di un’evidenza
logica non meglio definite, l’accusa di relativismo alla filosofia, e 1
impossibilità scientifica di un qualsiasi giudizio di valore. Se dovessimo
arrestarci a questa prima parte del libro, non avremmo che a concludere in modo
affatto negativo, perché se il Sombari avesse sul serio mantenuto fede a tale
pozione iniziale, nessun motivo nuovo e nessuna nugoli esigenza sarebbero
scaturiti dalla sua ricostruzione. 1] dualismo di conoscenza e fede, di
fatto e valore, di oggettivo e soggettivo, ci appare finora così radicale
e grossolano, da far ritenere completamente fallito il tentativo e da far
per lo meno dubitare della serietà di un effettivo riordinamento
della scienza economica. Più che la rozzezza dei motivi critici^
meraviglia vedere in un uomo di tanta cultura l’assoluta incapacità di prender
atto dello sviluppo del pensiero contemporaneo e delle infinite istanze
critiche sollevate d’ogni parte al massiccio credo positivistico, cui il
Sombart sostanzialmente serba ancora fede. Lo stesso Pareto, del quale
egli ricalca fin qui le orme, aveva detto queste cose in ben altra e
più nuova maniera: né si capisce come vi si possa ancora tanto insistere,
senza porre in campo argomenti nuovi o senza impostare diversamente la
logora questione. Si tratta, oltre tutto, anche di sensibilità e di
gusto. Ma fortunatamente il Sombart. pur portando attraverso tutto il
libro il peso di tali presupposti, sa presto sollevarsi a un altro livello e
affacciare esigenze in netta antitesi con le prime affermazioni. Da una parte
si affina in lui il concetto di esperienza, dall altra si attenua fin
quasi a scomparire il crudo dualismo di scienza e filosofia. E già nell
analisi del secondo tipo di sistemi economici, quello classificatorio o
descrittivo, si comincia a delineare una forte istanza critica rispetto alla
comune concezione naturalistica della scienza. Caratteristiche della
scienza della natura sono la validità universale e l’assoluta obiettività
dei principi e delle leggi: ma questo risultato, che è il risultato
più grande raggiungibile dalla scienza, è possibile solo a patto di
rimanere in una zona meramente formale. Se analizziamo, infatti, le
proposizioni delle scienze naturali, ci accorgiamo ch’esse si riferiscono a
fenomeni morii, già realizzati fìssati e resi calcolabili attraverso un
processo di elementarizzazione. Il tutto, l’essenza della
natura sfugge completamente e va relegato nei campi della metafìsica:
ciò che resta oggetto di scienza sono i particolari aspetti, i fatti
semplici, i fenomeni misurabili, i quali vengono raccolti e ordinati secondo
principi formali estrinseci (concetti generali, schemi, leggi,
uniformità). « La conoscenza, come viene intesa nelle moderne scienze
naturali, è una comprensione esteriore delle cose; è una conoscenza dal di
fuori, o, come fu anche detta, particolare, vale a dire ch’essa si limita
a un solo carattere: la quantità (Gròsse). Fornendoci solo la misura o
il numero delle proprietà dei fenomeni, le scienze naturali hanno
sostituito un rapporto formale e unilaterale all’unità complessa. Ora, v’è
un modo di costruire la scienza delreconomia, che si ispira appunto a tali
criteri naturalistici, poco preoccupandosi del valore conoscitivo dei
risultati. E il Sombart giustamente ravvisa nei seguaci di questa ordnende
Nationalókonomie non solo i teorici delFoggettivismo, ma gli stessi
soggettivisti, gli psicologi, i marginalisti e i seguaci delle teorie
dell’equilibrio. Egli non si lascia ingannare da un presunto soggettivismo
e. dopo aver osservato cbe esiste un modonaturalisticodi fare la
scienza dell’anima e dello spirito, giunge fino a rilevare il carattere
equivoco del principio di ofelimità del Pareto. Una critica condotta in termini
sì efficaci e rigorosi della concezione naturalistica della scienza basta
a farci comprendere come la posizione piattamente positivistica dell’altra
critica alla richtende Nationalókonomic non fosse sufficiente per
individuare il livello speculativo cui Sombart è pervenuto. Qui si rivela una
coscienza abbastanza esatta e approfondita di tutto quel movimento di
reazione idealistico alla scienza che ha caratterizzato gran parte
del pensiero filosofico e scientifico degli ultimi decenni, e si dimostra
a chiare note una radicale insoddisfazione per rinfallibile obiettività e
assolutezza di cui presumevano avere il monopolio i positivisti. Se, quindi, si
volesse nuovamente definire, limitandoci a questa seconda tappa, la
concezione speculativa del Sombart. occorrerebbe cercarne i limiti in
quella stessa critica alla scienza cbe caratterizza le filosofie contemporanee
antintellettualistiche. E i lìmiti allora si ritroverebbero nel
dualismo di natura e spirito, cbe pesa purtroppo sulla scienza e sulla
filosofìa come dualismo delle stesse discipline, e che fa ritenere tuttavia a
molti insuperabile la concezione naturalistica delle scienze naturali. L’accusa
che il Sombart muove alla scienza della economia non riguarda, per sua
esplicita confessione, la scienza della natura, la quale è e deve essere
naturalistica, e necessariamente degenera nella metafisica quando voglia supeiare
il proprio caratiere meramente formale: il che vuol dire che scienza
naturale e scienza sociale sono assolutamente eterogenee, e che alla prima
competono metodi di ricerca affatto diversi da quelli seguiti dalla
seconda. La conseguenza ultima sarà che la scienza sociale per quel tanto
che interferirà con la scienza naturale diverrà per definizione
impossibile e assurda, come appunto confermerà
nell’ultimo svolgimento del suo pensiero lo stesso Sombart. Egli, al
solito, non sospetta che la critica alla scienza ha il solo valore di una
critica alla concezione naturalistica della scienza e non pensa neppure che
la scienza della natura possa farsi con altri criteri che non siano
quelli estrinseci del positivismo : dalla sua critica perciò egli non
perviene a una nuova visione della scienza, in generale, bensi soltanto a
un distacco arbitrario delle scienze sociali, che vorrebbe sottrarre alla
metodologia propria delle scienze naturali. È questo certamente un passo
innanzi rispetto alla comune critica alla scienza, ma è un passo fatto a
costo di un dualismo che comprometterà inevitabilmente la nuova
costruzione. Dall’analisi compiuta della richtende Nationalókonomie e
della ordnende Nationalókonomie sono scaturiti per contrasto i caratteri che dovrà
avere la vera scienza dell’economia, la verstehende Nationalokonomie. E il
problema viene a porsi in termini almeno apparentemente rigorosi, quando
il Sombart affaccia l’esigenza di un criterio conoscitivo che sfugga per la sua
obiettività al relativismo di una metafisica soggettività e non
si esaurisca d altra parte in una sistemazione affatto estrinseca e
classificatoria dei fenomeni sottoposti a indagine. La nuova scienza dovrà
giungere alla essenza della realtà economica, pur non abbandonando mai il
terreno concretissimo dell’esperienza. Per giungere a questo risultato il
Sombart compie il maggiore sforzo speculativo che gli è
possibile assumendo entusiasticamente a guida indiscussa il pensiero
del nostro Vico, dal quale appunto trae argomento per ipostatizzare il
dualismo, cui abbiamo accennato, di scienza della natura e scienza sociale. ((
lo sono disposto )), afferma risolutamente il Sombart, « a riconoscere in
Vico il padre delle moderne scienze dello spirito e di un relativo particolare
metodo di conoscenza. Egli è. a mio modo di vedere, il primo che nei tempi
moderni abbia contrapposto con coscienza le scienze storiche alle scienze
naturali e abbia dimostratolanecessità perle prime di un metodo d indagine
diverso dall’usuale)). E che il Vico sia proprio il padre della « verstebende »
sociologia il Sombart vuol dimostrare trascrivendo addirittura nel testo
italiano il noto passo della Scienza nuova: «Questo mondo civile
certamente egli è stato fatto dagli uomini: onde se ne possono, perché se
ne debbono, ritrovare i Principi dentro le modificazioni della nostra
medesima mente umana. So che a chiunque vi rifletta sopra, deve recare una
somma maraviglia, come tutti i Filosofi seriosamente si studiarono di
poter conseguire la Scienza di questo Mondo naturale, del quale, perché
Dio egli il fece, esso solo ne ha la Scienza ; e trascurarono di meditare su
questo Mondo delle Nazioni, o sia Mondo civile, del quale, perché
l’avevano fatto gli uomini, ne potevano conseguire la Scienza gli
uomini ». Ora, la scienza dell’economia, come tutte le scienze
sociali e la sociologia in genere — il Sombart preferisce ancora questo termine
a quello di storia — riguarda appunto il mondo fatto dagli uomini, vale a
dire non il mondo della natura, bensì quello dello spirito o della Kultur
: quel mondo che noi possiamo conoscere veramente perché costruito da
noi. « Noi e noi soltanto siamo i creatori della cultura e ci muoviamo in
questo piccolo mondo come Dio in quello grande. In questo nostro mondo noi
siamo in effetti il Dio onnisciente e onnipotente », Intesa in tal modo la
cultura come tutta l’opera umana in contrapposizione alla natura, si
comprende bene come il Sombart possa concepire una scienza dell’economia
spiritualistica e al tempo stesso sperimentale e obiettiva. Metafisica era
la richtende Natianalòkonomie perché presumeva di conoscere un mondo
trascendente il nostro pensiero: formalistica era la ardnende Nationalòkonomie
perché voleva arrestarsi nel campo delle scienze sociali agli stessi
criteri validi per le scienze naturali : ma non più metafisica né
formalistica sarà la verstehende JSationalókonomie, che potrà giungere
all’essenza delle cose, senza tuttavia sconfinare in un
mondo trascendente. Essa potrà divenire veramente
una Erfahrungxwi.'isp.nschaff, quando sarà concepita come una
Geistwissenschaft nel senso di Kulturtcissenschaft. Con l’affermazione
della verstehende Nationnlofconomie come sociologia il Sombart raggiunge
il più alto livello che gli è consentito dai suoi presupposti filosofici:
e alla luce di essa ci è ota possibile ritornare alle critiche delle due
prime forme scientifiche dell’economia e intravederne quel più profondo
significatico intuitivo che mal ci è apparso attraverso la rigorosa
riduzione in termini logici che ne abbiamo fatto. Perché adesso ci è dato
capire come la critica grossolanamente positivistica rivolta alla
richtende Natiflìialakonomie non stava a dimostrare una meschina
adorazione del fatto, visto fuori della vita dello spirito e della storia,
bensì piuttosto l’insofferenza per ogni forma di scienza moralistica,
volta a determinare aprioristicamente i fini dell’attività umana in genere
e di quella economica in ispecie. Se in quella critica predominava senza
dubbio il vecchio pregiudizio positivistico di un’esperienza intesa in modo
affatto oggettivo, è pur vero che a esso si accompagnava una coscienza
storicistica di ben altro valore, tendente non all’eliminazione dei valori
spirituali, bensì al loro spostamento dall’astratto campo della metafisica
moralistica alla salda e concreta realtà della storia. Che è poi
la 6tessa esigenza che induce Sombart a svalutare le scienze naturali
e insieme il modo naturalistico dì costruire la scienza economica. Non che
egli non creda utile una sistemazione formale dei
dati dell’econoniia, che anzi ne conferma in questo stesso libro
l’opportunità e addirittura la necessità, ma non ritiene che in essa possa
esaurirsi il compito di una scienza destinata allo studio di una realtà
viva e progrediente quale è l’attività umana creatrice della storia.
Gli economisti tanno finora oscillato tra un arbitrario moralismo e un
formalismo tautologico enon hanno mai saputo assurgere a una effettiva
comprensione dei fenomeni che volevano spiegarsi: Sombart ne ha visto
efficacemente le ragioni ed è salito a lina forma superiore di
storicismo. Lo storicismo del Sombart, infatti, è molto diverso da quello
tradizionale della scuola storica e si comprende come egli non ami troppo
la parola, che pur è la più adatta a caratterizzare la sua posizione. Al
vecchio storicismo Sombart è giustamente contrario e la diagnosi che ne compie
coglie proprio il segno. Se la scuola storica aveva avuto rintuizione
delle complessità e varietà dei fenomeni economici, non aveva poi saputo
elevarsi fino al loro dominio ed era finita neH’irrazionalismo :
lo storicismo, come descrizione empirica dei fenomeni visti nella
loro caotica molteplicità, non è la scienza ma la negazione della
scienza. Lo storicismo di Sombart, invece, penetra al fondo della
mutevole realtà e vuol coglierne la logica del movimento: e questo può fare,
perché, grazie a VICO (si veda), ha compreso che quella logica è la
logica stessa del nostro pensiero. Ma se così è, necessariamente ne deriva
che in tanto è possibile intendere un qualsiasi fenomeno della realtà — e
nel caso particolare, un fenomeno economico — in quanto lo si
riconduce al sistema integrale di quel pensiero che gli ha dato origine
dando origine a tutto il mondo della cultura. Vano e assurdo è ogni
tentativo di determinare un qualsiasi principio scientifico nel campo
dell'economia, se non si tiene ben presente che il fatto economico è
intelligibile soltanto in funzione di tutti gli altri aspetti della
realtà in cui esso sorge e si svolge. E il significato stesso dei
termini cbe si adoperano dagli economisti non è definibile se non in
rapporto alle diverse condizioni storiche, continuamentevariando con il variare
di queste; sì che soltanto con un atto di arbitrio ingiustificato è possibile
agli economisti fissare una legge sciertifiea di presunto valore assoluto,
trascendente il tempo e lo spazio. L’errore più grave della scienza
economica quale si è svolta fin qui è stato appunto quello di
ipostatizzare alcuni termini e alcuni principi, obliando il nesso
loro imprescindibile con la concreta vita storica dalla quale termini
e principi avevan tratto alimento. Anche le parole di significato più
generale e apparentemente affatto libere da legami con una particolare epoca
storica — ad es. scambio — in effetti non significano nulla, e per
diventare davvero intelligibili hanno bisogno di una determinata qualificazione
storica — lo scambio presso i primitivi, nell’epoca capitalistica, ecc. Il
che implica che la scienza dell’economia va ricostruita ex novo,
come scienza storica che utilizzi concetti storici e si ponga perciò in
grado di superare l’attuale stato caotico dovuto al giustapporsi di
principi originati da diverse situazioni storiche e tuttavia messi su di
uno stesso piano, con la pretesa di farli corrispondere a qualsiasi
situazione storica. Si continuano oggi a ritenere scientifiche tante leggi
dell’economia classica, e non ci si accorge che quelle leggi non hanno più
valore perché i termini in cui sono espresse 17 - Srum hanno
cambiato di significato, senza che Leconomi- sta ahhia riflettuto sulla
portata di tale mutamento. E a poco a poco l'economia è diventata un
lavoro di mosaico, in cui ogni pietruzza sta per conto suo, senza che
neppure in tale indipendenza possa avere una fisionomia sua, suscettibile
com’è di infinite colorazioni, alle diverse luci che la illuminano.
11 Somhart ha visto come pochi questa essenziale inorganicità e
incongnienza della scienza economica e ha saputo scoprirne la piu profonda
ragione. Senonché il Somhart non può raccogliere tutti i frutti della
sua concezione per i limiti stessi entro cui rigorosamente la circoscrive
arrestandosi alla dottrina dì Vico. Se l'aver riallacciato il nuovo
storicismo al pensiero del grande filosofo italiano costituisce il più gran
merito del Somhart, l’aver poi creduto che si possa ancor oggi, dopo due
secoli di intensissimo travaglio speculativo,impostareil problema proprio
negli 6tessi termini, è purtroppo tale un errore da compromettere in modo
irrimediabile il risultato di ogni ricerca. L’errore
consiste nel dualismo vichiano di mondo umano e mondo naturale,
considerati l’uno come fattura dell’uomo e l’altro di Dio. Poiché si può
essere dualisti quanto si vuole, ma bisogna pur rendersi conto che, se
esistono due realtà, esiste per ciò stesso il problema del loro rapporto.
Ora, tale rapporto è sfuggito in gran parte alla mente del Vico, ed è
appena analizzato da Somhart che lo concepisce in modo molto estrinseco e
a posteriori. Egli non si preoccupa, infatti, di ricercare l’unità originaria
dei due mondi, sì ch’essi possano rendersi intelligibili alla luce
di un unico fine, ma si limita a constatarne i rapporti di
coesistenza e il reciproco influsso: le due realta restano presupposte e
la soluzione del problema si trasforma in un mesebino modus
vivendi. Se l’uomo fosse davvero costretto a creare — secondo le
parole del Somhart — il piccolo mondo della cultura lasciando nel mistero
della sua essenza il grande mondo della natura creata da Dio,
evidentemente il grande non potrebbe non soffocare il piccolo e renderlo
affatto illusorio. Se viviamo nella natura, se natura siamo noi stessi
venendo alla luce, se la nostra vita fisica e spirituale è costretta a
svolgersi nelle determinate condizioni fissate dalla natura, com’è poi
possìbile comprendere l’essenza di quel che facciamo ignorando l’essenza
di quel che troviamo? Se esistono due mondi, l’uno nostro e l’altro
di Dio, è pur necessario che il primo sia subordinato al secondo e adegui il
proprio fine a quello dell'altro; ma se è così, o l’uomo conosce il
fine di Dio, vale a dire l’essenza della natura, e allora può agire
seguendone le tracce, o non lo conosce, e allora procede alla cieca senza
aver coscienza della direzione del proprio cammino. E la scienza,
del cui rinnovamento il Sombart giustamente si preoccupa, deve ormai
decidersi ad affrontare il problema nella sua integrità, diventando
storicistica nel senso più rigoroso della parola e cioè
intendendo per storia dell’uomo la storia stessa del mondo,
e riconoscendo in tal guisa l’identità assoluta di storia e di
filosofia.Scienza storicistica e scienza filosofica non possono essere altro
che sinonimi. Da questa conclusione rigorosa e perentoria il Sombart
si è ritratto per un residuo di positivistico odio contro la filosofia e
per il conseguente agno- ticismo metafisico ; ma s’egli si informasse più
ade- ^natamente dei risultati del movimento
idealistico italiano finirebbe forse eoi convenire cbe, se ancora di
metafisica resta traccia nella filosofia contemporanea, è proprio in cotesto
agnosticismo positivisti- co, il quale, proprio perché nega la possibilità
di conoscere l’essenza della natura, ammette nientemeno l’esistenza di un
mondo trascendente e si preclude la via a una conoscenza effettiva della
realtà. Perché si possa parlare di scienza è necessario cbe il nostro
conoscere non abbia limiti insuperabili e cbe il mondo di Dio sia lo
stesso mondo nostro: fino a quando nel concetto tedesco di cultura
non sarà risolta anche la natura, esso non potrà caratterizzare l’umana
realtà nella sua più profonda consapevolezza. Che tale sia veramente
il limite della concezione del Sombart basterebbe a dimostrarlo la
parte ricostruttiva della sua teoria, nella quale dovrebbero essere
tracciate le linee maestre della nuova scienza economica. Putroppo questa
è la parte più scadente e irrilevante del libro, dove
l’insostenibi- lità del dualismo viebiano finisce col rivelarsi a
ogni passo in continua ed evidente contraddizione, e dove l’urgenza dei
motivi più disparati non consente una visione organica del problema. Tutto
ciò ch’era stato negato e relegato nel mondo della filosofia o della
metafìsica, viene ora bruscamente fuori a riaffermare esigenze imprescindibili,
e il Sombart lutto accetta rifacendo un posticino alla filosofia
deH’eco- nomia, alla richtende ISationalòkonomie, alla dottrina dei
valori, ece., senza che nella molteplicità degli elementi giustapposti sia
più possibile discernere un criterio direttivo rigorosamente determinato. È la
scienza che deve servire alla vita e cbe deve perciò riconciliarsi in
qualche modo, attraverso una serie di compromessi, con il mondo naturale e
il divino incautamente trascurato. Ma intanto Punita della visione si
spezza a causa della molteplicità dei punti di vista e la scienza diventa
la somma anodina di infinite constatazioni. L’esigenza storicistica è
tradotta in termini po9tivistici e si muta nel bisogno di tutto includere
oggeltivisticamente nel gran pozzo della scienza, dove tutto il bene e
tutto il male va buttato a pari titolo per il fatto stesso di
esistere. E la così detta W'ertefreiheit torna a essere ancora una
volta — sia pure attraverso qualche timida smentita — il più alto ideale
scientifico. Se vogliamo ora trarre le somme di quanto 6Ì è detto e
indicare brevemente il risultato del tentativo compiuto dal Somhart di
giudicare tutta la scienza economica classica e contemporanea, e
di gettare le fondamenta della nuova costruzione, dobbiamo concludere che
l’istanza critica dell’opera supera di gran lunga il breve abbozzo
sistematico e che il lato veramente positivo si riduce in effetti
a una mera esigenza. Quel che v’è di saldo e perentorio nel volume è la
diagnosi, spietata ma giustissima, delle attuali condizioni della scienza. La
erisi è presentata nelle sue effettive proporzioni e soprattutto nc sono
indicate con grande precisione le ragioni più notevoli: dogmatismo,
antistoricismo, indeterminatezza di principi e di terminologia, asistema
licita, metodo naturalistico, moralismo. Sono accuse di cui gli economisti non
riescono a persuader- si, ma che pure ormai dovrebbero richiamare una più
profonda attenzione ed essere esaminate con mentalità più sgombra da
preconcetti. A noi in particolare, che da quattro anni andiamo
precisando questa diagnosi nei Nuovi studi di diritto, economia e
politica, non può non esser gradita l’analogia dei risultati cui è
pervenuto il Sombart; e tanto più interessante e fecondo sarebbe raccordo
se potesse estenderei al lato più propriamente ricostruttivo del
sistema. Poiché se la diagnosi della economia attuale basta a dimostrare
la necessità di una visione storicistica della scienza, non è sufficiente di
ner sé sola a chiarire la peculiare forma che deve avere il nuovo
storicismo. F a noi pare che il Sombart, per gli stessi presupposti
speculativi da cui prende le mosse, è fatalmente destinato ad arrestarsi
ad una forma di positivismo vichianeggiante in cui la vita vera della
storia 9Ì frange e si acqueta tuttavia nell’eclettica stasi contemplativa
della sociologia. Nome compiuto: Ugo Spirito. Spirito.Keywords:
stato/cittadini, pathos romantico, romanticism e nuovo ordine, sindicalismo,
fascismo da sinestra, filobolcevicco, corporativismo, attualismo, stato
fascista, equilibrio liberta/autorita, gentile e spirito, i filosofi fascisti,
filosofia e revoluzione, romanticismo, proprieta, filosofia come pedagogia. Refs.:
Luigi Speranza, “Grice e Spirito” – The Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Spisani:
la ragione conversazionale della contestazione – la scuola di Ferara -- filosofia
italiana – Luigi Speranza
(Ferrara), Filosofo emiliano. Filosofo italiano. Ferrara, Emilia-Romagna. Si laurea
a Padova con una tesi di sull'attualismo italiano, Natura e spirito
nell’idealismo attuale” (Milano, Fabbri). In seguito collabora a Urbino. A
Bologna fonda “Rassegna di Logica” e il centro
di logica. In una lettera Carnap critica una sua decisione di non pubblicare
un'opera. Morì suicida. Altri saggi: “Neutralizzazione dello spazio per sintesi
produttiva” (Bologna, Cappelli); “Implicazione, endo-metria e universo del
discorso” (Bologna) e “Introduzione alla teoria generale dei numeri relativi, con
ingresso dei numeri moltiplicatori e divisori, legati alla logica e alla
matematica trascendentale” (Bologna, Centro di logica e scienze comparate,
analisi matematica). C'è una relazione divisoria che ipotizza il valore “M,”
numero logico trans-infinito all'origine della neutralizzazione dello spazio
trans-finito. “ℵ” va verso successivi aumenti. Ma è la relatività dei numeri, espressa
nel calcolo per valori di posizione, che ne individua la direzione inversa. Spiega
le sue scoperte in forma di dialogo. Tra gli interlocutori la misteriosa figura
della piovra Clipso. Logo-fenica. Altri saggi: “Il numero nell'istanza
ontologica del rapporto d'identità” (Imola, Galeati); “Logica ed esperienza”
(Milano, Marzorati); “Logica della contestazione” (Bologna, Cappelli). Sulla storia della pubblicazione della Teoria
generale, importanti ricerche erano già pronte. Allora, dice: “Ne discuto con
Carnap. Carnap sottopone i risultati dell'indagine. Carnap spiega anche le
ragioni che mi induceno a non diffonderne le conclusioni. Carnap risponde che
quella scelta gli sembra affatto ingiustificata: l'operas crises non poteva
rimanere nel silenzio. Tuttavia non cambiai parere. Non avrei pubblicato, e glielo
confermai. “Dai numeri naturali ai numeri relativi, moltiplicatori e divisor”. Gallo,
“Un uomo genial”, Nuova Ferrara, L'ha vegliato prima di suicidarsi, di Gulotta,
la Repubblica, sezione Bologna, Archivio. In occasione del IV Congresso
Internazionale di Logica, Metodo- logia
e Filosofia della Scienza, nel settembre
1971, ho incontrato a Bucarest il
Presidente della Repubblica Romena. All'uomo che piú decisamente ha concorso a
cambiare il volto della Romania (proprio quest'anno ricorre il decimo
anniversario della presidenza di Ceau-sescu e della sua assunzione della
segreteria del Partito), ho chiesto quali sviluppi fossero prevedibili nei
rapporti culturali e scientifici dei nostri Paesi. Egli ha risposto che molto
si è fatto e molto ci si appresta a fare: ha confermato la sua fiducia in un
progresso comune dei popoli. Da allora si è percorso un lungo cammino.
Scienziati romeni e italiani hanno potuto incontrarsi a Roma come a Bucarest, a
Bologna come a lasi, e, nella capitale della Repubblica Romena, nel maggio 1973, in un clima di
partecipazione attenta, si è svolto quel Simposio sulla Logica Produttiva, di
cui in questo numero della rivista, dedicato al XXX Anniversario
dell'Indipendenza romena, vengono pubblicati gli Atti nella sintesi di
Stancovici e Stanciu. Gli studiosi
romeni hanno pienamente compreso l'urgenza e la necessità di proporre,
nell'ambito della logica, il problema vivo della dialettica oggi: non semplice
antitesi di elementi di cui ciascuno -
nella prepotenza di un sistema - concorrerebbe a frenare, comprimere o dominare
l'altro (il suo reale ovvero presunto antagonista o sottoposto); non piú, neppure,
la vocazione d'accordarsi apertamente con l'avversario, ma l'emergenza della
contraddizione (che prima di tutto è autocontraddizione), capacità, cioè, di
confermare il valore autosintetico del rapporto. Non sono solamente i concetti, gli elementi
del discorso, i frammenti dell'universo concettuale, a procedere, dall'interno,
alla realizzazione libera di sé: sono gli uomini, i popoli, quando l'arbitrio
lasci posto all'esercizio dell'autonomia. Essi danno cosí la
"misura" di se stessi. La logica dialettica come logica
dell'autocontraddizione, non erede nell'immobilità dell'identico. Non tenta di
fingersi - di fronte o contro -, la differenza: è convinta della capacità
dell'eguale di produrre, esso, il diverso, di andare avanti, di momento in
momento,non autoritariamente, ma liberamente, nel moto della propria
de-terminazione. La dialettica può
creare un mondo di esseri liberi, senza cadere nella pragmatica immobilità di
un "vero" e di un "falso", che, come giustapposizioni
(persino intercambiabili) spegnerebbero il processo della definizione interna
delle sintesi. Sono i canonizzatori
della dialettica di vecchio stampo, gli epigoni del tardo hegelismo, a
diventare, oggi, gli alleati delle soluzioni
pragmatiche,
"classicheggianti"; ed un simile modo di concepire il processo dialettico va respinto, perché
contrario alla realizzazione, nel contesto concettuale, come in quello storico,
umano, di quei fattori che si vorrebbero ridotti, dalla logica del dominio e
dell'op-pressione, a caratteri attributivi, subalterni, secondari di una
presunta primalità della sostanza: mondi immobilizzati, nella fissità del
succubo, del soggetto, nell'indifferenza dell'eguale. Nel mondo della logica - come in quello della
vita - non vi possono essere stati privilegiati e dominanti. L'universo
concettuale ed umano riconfermano il valore della loro autonomia. Nessuno ha
diritto di stabilire dall'esterno ciò che può trovar integra la forza d'un
cambiamento interiore. La dialettica per questo è rifiuto della stasi. Non
basta guardare al positivo e al negativo: c'è l'autosintesi che afferma, dal
proprio interno, la sua piena reale autonomia.
Per questo si può parlare di collegamento dei processi logici - e, in
generale, di tutti i processi - alle manifestazioni di "parteci-pazione
diretta", in cui si realizza quella che è stata chiamata "etica dell'eguaglianza" ! Ancora è il principio di autodeterminazione
che può condurre al dissolvimento ogni politica autoritaria fondata
"sull'impiego della forza"1, E sono le forme oppressive d'un pensiero
che si collega, nella teoria come nella prassi, alla violenza di forze egemoni
a provocare quello stato di disagio e di ribellione che ha sconvolto l'intera
umanità sino a indurre a chiedere con sempre maggiore consapevolezza la
cessazione dell'esercizio ravvilente della logica del dominio'. I N. CEAUSESCO, Lo Sviluppo della Democrazia
Socialista Romena, in Scritti Scelti
(1972), vol. III, Milano, 1973, pp. 105-106.
2 N. CEAUSESCU, Distensione e Lotta di Liberazione Nazionale, in Scritti
Scetti (1973), vol. IV, Milano, 1974, p. 307.
1 Cfr. N. CEMUSESCU, La politica Antimperialista della Romania
Socialista, in Scritti Scelti (1973),
vol. IV, p. 324:Nome compiuto: Franco
Spisani. Spisani. Keywords: il concetto di numero, numero naturale, numero
relativo, logica auto-genetica, numero relativo moltiplicatore, numero relativo
divisore, opposto, contradittorio, regole e segni, contestazione, esperienza,
limiti della metafisica. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Spisani” – The
Swimming-Pool Library.
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