GRICE ITALO A-Z S SOL
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Solonghello: la ragione
conversazionale (Roma). C G Tòddi -- Pseudonimo del
giornalista Pier Silvio Rivetta. M. Roma. Ottimo conoscitore di lingue, addetto
all'ambasciata italiana a Tokyo, è poi prof. incaricato di giapponese e cinese
all'Istituto orientale di Napoli. Ma soprattutto dedica il suo versatile
ingegno al giornalismo come direttore dei periodici La Tribuna illustrata, Noi
e il mondo, Travaso delle idee, e redattore del quotidiano La Tribuna. Autore
di numerosissimi volumi, di vivace stesura, in cui si riflettono i suoi molteplici
interessi e una notevole vena di narratore umoristico (Grammatico giapponese;
Validità giorni dieci; La pittura moderna giapponese; Itinerari bizzarri;
Avventure e disavventure delle parole; Che bella lingua, il greco; Grammatica
rivoluzionaria della lingua italiana; Geometria della realtà e inesistenza
della morte; ecc.). «Non tutto il male vien per nuocere? Bugia! Ogni male viene
per nuocere. Se produce qualche beneficio, è un male fatto male» (S.) Pietro Silvio Rivetta di Solonghello, noto
anche con lo pseudonimo di Toddi, è stato un filosofo, giornalista, scrittore,
illustratore e cineasta italiano. Membro
di una famiglia aristocratica di conti originari di Solonghello, nel Basso
Monferrato, nacque da Vittorio S. e Chiara De Blasio. Compagno di classe del
critico teatrale Amico, il conte S. si laurea in giurisprudenza ed esorde come
giornalista al quotidiano romano La Tribuna.
Trova impiego all'ambasciata italiana a Tokyo. Tornato in Italia, collabora
a L'Epoca, e successivamente collabora a Noi e il mondo e a La Tribuna
illustrata. Poliglotta, S. conosce ben 14 lingue, tra cui il cinese e il
giapponese. Appassionato della cultura orientale, ottenne la cattedra di
docente di lingua e cultura giapponese e cinese presso il Regio Istituto
Universitario Orientale di Napoli. Pubblica inoltre numerosi volumi riguardanti
la cultura, la grammatica e la storia del paese nipponico. Personalità poliedrica, S. si cimenta nel
cinema, con la direzione del film Il castello dalle cinquantasette lampade e in
seguito con la creazione a Roma della casa di produzione Selecta-Toddi, dove è
principale regista e soggettista con lo pseudonimo Toddi, affiancato da sua
moglie, la vignettista russa Vera Ангара, Михайловна, prima attrice e anch'ella
soggettista della casa. Attiva per poco più di un anno, la Selecta-Toddi produce
complessivamente 12 pellicole, come "L'amore e il codicillo",
"Fu così che..." e "Italia, paese di briganti?". Tra gl’attori
che lavorano nella casa vi sono Jacobini, Pierozzi, Parpagnoli, Malavasi e
altri. È nominato reggente consolare in Giappone. Passa a Il Tevere, è
direttore della rivista satirica Il travaso delle idee e in seguitò collabora
con Il Popolo di Roma. Collabora all'EIAR, e alla radio S. idea, e conduce le puntate
di un programma radiofonico, L'ora del dilettante, le cui trasmissioni
partirono dall'auditorio di Torino e che è uno dei più popolari del periodo
antecedente alla seconda guerra mondiale. In precedenza S. aveva ideato e
condotto, insieme a Campanile, un altro programma radiofonico dal titolo Il
mondo per traverso, ove narra al pubblico le curiosità incontrate durante i
suoi numerosi viaggi all'estero. Il film Validità giorni dieci diretto da Mastrocinque,
il cui soggetto era tratto dall'omonimo romanzo di S., ottenne un discreto
successo di pubblico e di critica. È direttore della rivista mensile
italo-giapponese Yamato, organo della Società degli amici del Giappone. Sempre agli inizi degli anni quaranta,
istituì a Roma la “Scuola del Benessere Integrale”, fondata sul principio del
minimo sforzo e del massimo rendimento. S. infatti è tra i padri della demo-doxalogia.
Al termine della guerra è docente alla Facoltà di Giurisprudenza
dell'Università di Roma. Scrittore molto
fecondo S. pubblica numerosi volumi, inerenti per la maggior parte alla storia
e cultura giapponese, ma anche manuali linguistici e divertenti libri in cui
"gioca" con le regole grammaticali della lingua italiana, e altri
scritti in varie lingue. Opere (parziale) Saggistica Il teatro al Giappone –
Milano, Chronologia Japonica - Firenze, Società Asiatica Italiana, Shinto: la
religione nazionale dei giapponesi - Roma, Società Editrice Laziale, Una
dinastia che crolla – Milano, Un conciliabolo di scienze. Il I Congresso
Internazionale di Fonetica in Amburgo - Roma, Noi e il Mondo, La guerra europea
e il Giappone - Roma, Scotti, Rettangolo-Film (25x19) - Articolo apparso sulla
rivista "In penombra" con lo pseudon. E. Toddi) Storia del Giappone,
dalle origini ai giorni nostri secondo le fonti indigene - Roma, Ausonia, La
pittura moderna Giapponese - Roma, Istituto Nazionale LUCE, Momotaro - Fiabe
giapponesi come sono narrate ai bimbi del Giappone - Milano, Hoepli, Il paese
dell'eroica felicità. Usi e costumi giapponesi - Milano, Hoepli, Il benessere
integrale (Alimentazione economica e redditizia. L'arte di respirare,
Grafoterapia, Tecnica della Felicità) - Roma, De Carlo, Geometria della realtà
e inesistenza della morte. Manuale teorico-pratico per la serenità in questa
vita e nell'altra - Roma, De Carlo, Linguistica e didattica Rudimenti di Cinese
- Napoli, Regio Istituto Orientale, Katakana, testi ed esercizi - Napoli, Regio
Istituto Orientale, Hiragana, testi ed esercizi - Napoli, Regio Istituto
Orientale, Grammatica della lingua giapponese parlata - Venezia, Ferrari, Come
parlano le trincee – Milano, I cartelli indicatori... nei libri dei popoli –
Milano, Metodo rapido e ortodosso per imparare il Mah Jongg - Roma, La Tribuna con
lo pseudon. Toddi, Guida per la versione automatica dalla lingua latina -
Firenze, Bemporad, Avventure e disavventure delle parole. Bizzarrie e curiosità
linguistiche, Milano, Ceschina, Guida per la lingua francese viva, parlata e
scritta - Milano, Ceschina, Preferite i prodotti nazionali: curiosità
linguistiche stravaganti e sagge - Milano, Ceschina, Che bella lingua, il Greco
! - Milano, Hoepli con lo pseudon. Toddi, I numeri, questi simpaticoni -
Milano, Hoepli, con lo pseudon. Toddi, Il centauro maltese. Mostruosità
linguistiche nell'isola dei Cavalieri - Milano, Ceschina, Giro d'Italia in
cerca della buona lingua - Milano, Hoepli, Kanji ye no dai ippo: ideogrammi per
il I Corso di giapponese - Roma, ediz. eliografica, Istituto per il Medio ed
Estremo Oriente, Nippongo gaikan; Tavole sinottiche della lingua nipponica -
Roma, ediz. eliografica, Istituto per il Medio ed Estremo Oriente, Nihongo no
Tebiki - Avviamento facile alla difficile lingua giapponese parlata e scritta -
Milano, Hoepli, Grammatica rivoluzionaria e ragionata della LINGUA ITALIANA e
di orientamento per lo studio delle lingue straniere - Roma, De Carlo, L'anima
delle lingue - Firenze, Le Lingue Estere, L'alfabeto parla di sé - Roma, Ave, Bussola
inglese d'orientamento linguistico e culturale - Firenze, Valmartina, Narrativa
Il carciofo bisestile. Manuale per nascere felici - Roma, Tiber, con lo
pseudon. Toddi, Apri la bocca e chiudi gli occhi - 20 dosi di buon senso per la
cura del buon sangue (con nove intermezzi) - Bologna, Cappelli con lo pseudon.
Toddi, Validità giorni dieci - Roma, Sapientia, con lo pseudon. Toddi) La
felicità col manico - Seconda edizione riveduta ed ampliata del "Carciofo
Bisestile" - Milano, Ceschina, con lo pseudon. Toddi, Zero in amore -
Milano, Ceschina, con lo pseudon. Toddi, Il destino in pantofole - Milano,
Ceschina, con lo pseudon. Toddi, Il sorriso dietro la porta. Psicologia
casalinga - Milano, Ceschina, con lo pseudon. Toddi, Itinerari bizzarri:
curiosità italiche - Milano, Ceschina, Synetikon marca Toddi - Mastice per il
buonumore familiare - Milano, Ceschina, con lo pseudon. Toddi, La patria dei
punti cardinali - nuova serie di "Itinerari bizzarri" - Milano,
Ceschina, Dove le ragazze non possono dir di no - e altri itinerari bizzarri -
Milano, Ceschina, con lo pseudon. Toddi, E tu no! - Milano, Ceschina, I 15
ministeri visti da un non-funzionario - Roma, Cremonese, con lo pseudon. Toddi,
Il viaggio di nozze di Re Alboino (Viaggiatori e interviste fuori tempo) -
Milano, Ceschina, con lo pseudon. Toddi, Filmografia Il castello dalle
cinquantasette lampade, L'isola scomparsa, Al confine della morte, Fu così
che..., Il miracolo dell'amore, Le due strade, Dva sagapà para, Italia, paese
di briganti?, L'amore e il codicillo, La crisi degli alloggi, Per salvare il
porcellino, Il suocero di se stesso, Tocca prima a Teresa, Una tazza di thè, Validità
giorni dieci, regia di Camillo Mastrocinque, Note ^ Scheda su S. dal sito della
Regione Piemonte, su regione.piemonte.it. Amico, Cronache III tomo, Novecento,
2005, p. 561 ^ AA.VV., Gli italiani trasmessi: la radio, Accademia della
Crusca, Sica, A. Verde, Breve storia dei rapporti culturali italo-giapponesi e
dell'Istituto Italiano di Cultura di Tokyo, Longo, ristampato in "Tra una film e l'altra:
Materiali sul cinema muto italiano 1907-1920" - Marsilio, Venezia Bibliografia
AA. VV. - Annuario della stampa italiana (a cura della Federazione nazionale
della stampa italiana e del SINDACATO NAZIONALE FASCISTA dei giornalisti -
Milano, Garzanti, AA. VV. - Bianco e
nero, vol. 65 (a cura del Centro sperimentale di cinematografia ) - Milano, Il
castoro, Bragaglia - Il piacere del racconto: narrativa italiana e cinema, Firenze, La Nuova Italia, Formiggini - Chi è?:
Dizionario degli Italiani d'oggi - Milano, Formiggini editore, Collegamenti
esterni Opere di S., su Liber Liber. Opere di Pietro Silvio Rivetta / Pietro
Silvio Rivetta (altra versione), su Open Library, Internet Archive. Pietro
Silvio Rivetta, su IMDb, IMDb.com. "Shinbun: il giornale giapponese" -
Articolo di Toddi apparso sul settimanale "Novella" (Anno VII n. 6,
Giugno 1925), su blognew.aruba.it. Portale Biografie Portale Cinema Categorie: Giornalisti
italiani del XX secoloScrittori italiani del XX secoloIllustratori
italianiIllustratori del XX secoloNati nel 1886Morti nel 1952Nati l'8
luglioMorti il 1º luglioNati a RomaMorti a RomaRegisti italiani del XX
secoloSceneggiatori italiani del XX secoloProduttori cinematografici
italianiCinema muto italianoStudenti della Sapienza - Università di Roma [altre]
GRAMMATICA rivoluzionaria e ragionata DELLA LINGUA ITALIANA e di orientamento
per lo studio delle lingue straniere con lIO grafici dell'autore e 16 tavole
fuori testo DE CARLO. L’Autore e l’Editore si riservano ogni diritto per tutto
ciò che, in questo volume, è nuovo ed originale. De Carlo S. R. L. Roma STAMPATO
E RILEGATO NELLO STABILIMENTO DELLA CASA EDITRICE DE CARLO AVVERTENZA. Nella
trascrizione dei vocaboli stranieri sono stati adottati alcuni ripieghi
tipografici. Così, ad esempio, per il rumeno e il turco l's con la sediglia è
stato sostituito con il digramma « sh » o eccezionalmente con ‘ «s,», ed il
rumeno t con la sediglia è rappresentato con il digramma «ts» o «tz». Nell'espressione
gràfica « a0 » -- svedese, giavanese, siamese --, il circoletto deve intendersi
sovrapposto all’a; parimenti, nelle forme «C'», «g'», «n’», ecc. l'apostrofo ha
valore di accento sovrapposto alla consonante. Nelle voci portoghesi, l'accento
circonflesso sta talora a rappresentare la til di nasalizzazione. Per le lingue
indiane, americane, africane e vceaniche son stati seguiti i sistemi più
comunemente diffusi nelle rispettive grammatiche. Il cinese è reso con grafia
italiana, e va quindi letto a modo nostro. Gl’esponenti numerici indicano il tono
delle varie sillabe. Per il giapponese si è adottato il sistema R6maji Hepburn,
usando l'accento circonflesso come segno di vocale lunga. Il sistema Nipponsiki
(Nipponshiki) a, più razionale, ma il R6maji è più diffuso e più semplice, poi
che le vocali van sempre lette all'italiana, sia isolate che nei dittonghi, e
le consonanti sempre all'inglese. Analoga è la trascrizione del coreano, osservando
però che la vocale i dopo a, u ed o equivale allo umlaut tedesco. Quindi kai=
ki, uihata = linata, yoi = yÒ. x pos, 2 — de ‘>! Il lettore intelligente
correggerà gl’errori di stampa, dovuti alle circostanze eccezionali. Il repertorio
– concetto usato da H. P. Grice: avere un procedimeno nel repertorio -- in
fondo al volume potrà servire per il controllo ortografico. Essere. L’energia verbale. Numero e armonia. Non filiazione
ma evoluzione. Le cellule del discorso – chioe che H. P. Grice chiama la ‘conversational
move’ -- I modi dell’energia verbale, La localizzazione nel tempo, Psicologia,
fisiologia e anatomia del verbo i Rel, L’androceo e il gineceo dei sostantivi
sw > è Il plurale è a i corte I tipici surrogati dei sostantivi I pronomi
integrali Parole-catena e parole Il pronome-specchio e il Sig. N. Ne Le voci
determinanti Le voci descrittive Le parole sulle terre, sui mari e nei cieli é Dai
luoghi alle persone e viceversa - I
termometri delle azioni e delle qualità, Gli eredi della declinazione, Le voci
connettive, Le voci appassionate INTERMEZZO, Quando si è « di scena » Il
discorso personale REPERTORIO degli argomenti delle persone e dei vocaboli ln Essere.
Iddio è. Soltanto Iddio è. Il verbo “essere,” nel suo significato completo –
cf. H. P. Grice, “Aristotle on the multiplicity of being,” H. P. Grice, “Aristotle
on being” --, assoluto e senza limitazione nel tempo o nello spazio o nel modo,
può usarsi solamente se riferito a Dio. L’essere è indefinibile, perché è il
più semplice e generale di tutti i concetti. Non si può tentare di definire
l’essere senza cadere in un assurdo, giacché non si può definire una parola
senza cominciare con questa: “è”, sia espressa, sia sottintesa – o implicata
come preferisce H. P. Grice, che sa greco – anthropos mikrocosmos. Quindi per
definire l’essere bisogna dire che è, e così adoperare nella definizione la
parola da definire – Pascal. Ma cf. H. P. Grice on Fa – Tom works --. Dell’essere
abbiamo diretta intuizione: ed essa è fondamentale. L’oggetto dell'intelletto è
ciò che è -- objectus intellectus esi enis. Dalla fondamentale affermazione: esistono
enti, ed enti diversi fra loro, si giunge alle più alte vette del pensiero
speculativo, pur in aderenza perfetta con l'obiettiva realtà. Il nostro
intelletto non può non dare il suo spontaneo assenso all’evidenza oggettiva del
reale e dei primi principî in esso impliciti. di La philosophia perennis aristotelico-tomista
– AQUINO (vedasi) è la scienza dell'essere. La grammatica perennis è parte della
filosofia, in quanto è un settore della conoscenza e della normativa saggezza.
cala e ‘essere ? ATL . o î Le. Ae = dA È . 0 \ | 1 { z °° RA Su "ia &
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4. La grammatica è l'insieme delle norme e leggi che regolano il valore e il
nesso dei suoni articolati onde esprimere con precisione e correttezza per
mezzo di essi (a voce o con simboli grafici che li rappresenti- x Roio RI
SOLTANTO IDDIO « È » no) le limitazioni dell’essere, in corrispondenza coll’obiettiva
realtà esistente e pensata. e * * * Iddio è colui-che-è: in lui si identificano
soggetto e predicato verbale. In lui non dobbiamo infatti distinguere l’agente dall’azione,
poi che egli è atto puro, e la sua essenza non è distinta dal suo essere. Di lui
soltanto si può affermare che è. Ed egli soltanto poteva dare di se stesso la
adeguata definizione. Ego sum qui sum. Nelle lingue la cui scrittura
rappresenta più o meno regolarmente i suoni dei vocaboli. La grammatica assume
aspetto diverso per quelle lingue la cui scrittura è ideo-grafica, ossia con SEGNI
che simboleggiano DIRETTAMENTE l’idea, indipendentemente, più o meno, dalla
loro manifestaziofie orale. Il pensiero formulato è anch’esso una obiettiva
realtà: ed è possibile pensare ed esaminare il pensato, come ente a sé: è una
realtà psico-fisica, in quanto nessun pensiero umano è possibile senza l’intervento
dello strumento fisiologico – o ‘naturale’ come preferisce H. P. Grice -- dell’intelletto,
ossia il cervello, nelle cui cellule corticali il fatto del pensiero produce
variazioni bio-chimiche specifiche, connesse con quel che si pensa. Da ciò non
deve dedursi che il pensiero possa considerarsi una secrezione del cervello. Al
contrario, le cellule cerebro-corticali sono tipicamente modificate
dall’attività spirituale, pur essendovi sempre tra spirito e corpo un nesso di
inter-dipendenza. S., Geometria della realtà e inesistenza della morte, Roma,
De Carlo. Esodo. Il testo ebraico dice letteralmente. Disse Dio a Mosè. Sono
colui che è “Io sono.” Ed aggiunse: Così dirai ai figli di Israele: “”Io sono” m'ha
inviato a voi. È da notare che, in ebraico, “io sono” – il ‘sum’ di Cartesio –
H. P. Grice, “Descartes on clear and distinct perception” -- è regolarmente la
prima persona singolare del verbo “essere,” cioè Ehyeh, la quale è qui usata
perché dio parla di se stesso. Quando invece L’UOMO – e. g. Mose -- parla di dio
lo chiama con la TERZA persona singolare dello stesso verbo, “egli è,” cioè
Yahveh (Jahvé). La sacra Bibbia. Introduz. e note di Ricciotti, Firenze, Salani.
In qualsiasi altro caso il verbo “essere” ha un significato non assoluto ma
limitato o RELATIVO – chioe che H. P. Grice chiama IZZING HAZZING --, e perciò
è sempre accompagnato da elementi – co-copulativi -- i quali esprimono tale
limitazione. La più semplice limitazione temporale può aversi dando al verbo “essere”
il significato – ma non il senso che e unico – univocalita -- di “cominciare ad
esistere,” es.: “Sia la luce, e la luce fu. – Genesi – cited by H. P. Grice in
Intention and uncertainty – FIAT LUX – Let there be light – future intentional,
not future indicative; o dando al verbo “essere” il significato – ma non il ‘senso’,
che e unico – univocalita -- di “cessare di esistere,” es.: “Ei fu.” -- Manzoni,
Il 5 Maggio); o ri-unendo nel verbo essere le due limitazioni a) e D), es.: Il
misero orgoglio d’un tempo che fu. – Capponi. Ignoriamo come gl’ebrei
intendessero realmente PRONUNZIATO il nome di dio — che è del resto ineffabile ossia
innominabile per rispetto, giacché i testi non indicano le vocali. Le quattro
consonanti – TETRAGRAMMATAON -- che io compongono -- JHVH -- implicano,
comunque, l’idea dell’essere. Non certo nella mente del compilatore dell’esodo
puo spontaneamente, o per elucubrazione filosofica alla H. P. Grice, sbocciare
una definizione tanto perfetta. Assai più tardi i Presocratici, in VELIA e in Grecia,
cominciarono a porsi il problema dell’essere e della realtà, problema che
tuttora assilla le menti più acute e più allenate alle profonde speculazioni
filosofiche – vide: H. P. Grice, “Aristotle on the multiplicity of being” and
H. P. Grice, “Aristotle on being” -- : e nessuna di queste menti – cf. AOSTA --
e di quelle future saprebbe escogitare una sì grandiosa, semplice e precisa
definizione. Non è ciò prova luminosa, atta a dimostrare l’ispirazione diretta
dei sacri testi? Super-naturali ipse – iddio -- virtute, ita eos – gl’agiografi
-- ad scribendum excitavit et movit, ita scribentibus adstitit, ut ea omnia
eaque sola quæ ipse iuberet, ut recte mente conciperent et fideliter conscribere
vellent et apte infallibili veritate exprimerent. Secus non ipse esset auctor sacrae
scripturae universae . Leone XIII, Enciclica providentissimus deus, Enchir. B.. Vanno sotto il nome di Capponi, sia nei
manoscritti come nelle stampe, i Commentari dell’acquisto di Pisa; ma par che
piuttosto ne fosse autore il figliolo Neri Capponi. Cfr. L. A. Muratori, Rerum
Italicarum Scriptores.: said RETTA E SEGMENTI D’ESSERE. Acconciamente, il
valore del verbo “essere” può esprimersi con una RETTA, la quale è infinita nei
due sensi, per il significato integrale di essere -- iddio è --: possono
raffigurarsi con semi-rette i casi a) e bd). Il primo caso è limitato dal punto
o momento iniziale: “La luce fu” equivale a “La luce D’ALLORA fu.” Nel secondo
caso, la semi-retta è determinata dal punto terminale: “ei fu” equivale a “ei
fu [fino a quel RETTA:» “Dio è” 1000000 0000005: I .. “e la luce fu” YTYT SEMI-RETTE
i SEGMENTO: I Pili tempo che fu” (8 7) momento]. In tanto però è esprimibile
con una semi-retta, in quanto non si tien conto che l’esistenza di Napoleone HA
un inizio. Giacché in tal caso l’essere sarebbe rappresentato da un segmento,
quale è appunto nel caso c), in cui l’essere è limitato da A e da B. La
limitazione temporale, de-limitante il valore del verbo essere nel suo
significato di esistenza -- o accadere --, può essere espressa o implicita –
chioe che H. P. Grice chiama l’implicatura. La limitazione è espressa quando
altri elementi indicano il principio, la fine, o entrambi. I limiti
dell’esistenza. Nel verso “Dinanzi a me non fr cose create”—ALIGHIERI, Inferno
-- il complemento “dinanzi a me,” ossia “PRIMA DI me,” è chiaro confine
temporale. Nel Verso “Nacqui sub Julio, ancor che FOSSE [è] tardi – ALIGHIERI, Inferno
-- l'indicazione “tardi,” connessa a “sub
Julio,” localizza nel tempo il momento -- segmento d’essere nel senso, o
meglio, SIGNIFICATO o USO, d’avvenire, della nascita di VIRGILIO (vedasi). La
limitazione è implicita – o implicata come preferisce H. P. Grice -- allorché
il soggetto stesso ha valore temporaneo, istantaneo o di durata, Es.: “È
primavera.” [H. P. Grice: “Spring exists”] – “Sono tre mesi che...” – “It’s
been seven hours and fifteen days” — “Sono le 4 e 40.” “Saranno le tre meno un
quarto.” “Era già l'ora che volge il disìo ai naviganii. – ALIGHIERI, Purgat. La
limitazione temporale può mancare quando il verbo “essere” sia – è -- accompagnato
da una negazione, poi che in tal caso la sua durata si riduce a zero – The king
of France aint’s bald --. Es.: “Non c'è modo di...”; “Né creator né creatura
mai — cominciò el — figliol, fu senza amore.” – ARIOSTO (vedasi), Orl. Fur. È
evidente l’affinità d’“essere,” nel senso – o meglio, significato, implicatura,
od uso -- di esistere, in tempo e luogo limitati, e quello in cui essere ha
significato di accadere, avvenire, in quanto esiste la realtà dell’evento – cf.
H. P. Grice, “Table alla von Wright” in “Actions and Events” – You have not
ceased to eat iron – Non cessas edere ferrum --, es.: “Che è?” – “Che è sfalo?.”
Nato nel 70 av. Cr., VIRGILIO (vedasi) era appena ventiseienne quando GIULIO
(vedasi) Cesare fu assassinato -- 44 av. Cr. --, e forse il Poeta non era
ancora venuto a Roma. La corrispondente espressione dialettale romanesca va
scritta “Ched è?,” e NON “Che d’è?”. Pascarella scrive: “E mo ched’è laggiù fra
li cancelli? -- Er fattaccio. ma l’apostrofo è abusivo, poi che nessuna vocale
è RE pai FUNZIONE DEL VERBO “ESSERE” “Quel che è stato è stato. “Gli domandai
che della donna fusse” -- Ariosto, Orl. Fur. Il verbo “essere” può avere una
limitazione spaziale. Anche questa limitazione, come la temporale, può essere
espressa o implicita, es.: “Chi è?,” ossia: “Chi è qui?”. “Sono io!” (id.). “Quel
ore è lî.” “Le chiavi del Mediterraneo sorto nel Mar Rosso” – Maneini. Può
aversi anche una localizzazione spaziale metaforica – alla H. P. Grice, You are
the cream in my coffee: “Im vino veritas” -- sottinteso o implicato: “est”: “Nel
vino *è* la verità. In tutti i casi sin qui elencati, il verbo essere ha
significato autonomo, ed equivale ad esistere o stare oppure ad accadere, avvenire,
senza altra limitazione che quella temporale o spaziale. In tutti gl’altri casi
il verbo essere ha la funzione di affermare o negare un'identità: constatare o
negare una qualità nel soggetto; constatare o negare nel soggetto uno stato
prodotto dall'azione compiuta di un verbo; constatare o negare nel soggetto uno
stato prodotto dall’azione in atto di un altro verbo. La grammatica
tradizionale confonde le due prime funzioni, ben diverse fra loro, riunendole
in una sola, cui vien dato la impudica ed impropria denomi- stata elisa: ched è
il latino “quid” -- italiano “che”. La consonante “d” è rarissima come finale,
ma l’abbiamo nella parola “sud.” Andava invece apostrofato il “mo',” tronco per
“modo.” (= “ora, adesso.” Come il “Ched è?” romanesco va graficamente trattato
quello napoletano, pronunziato quasi “Cher è?” Seduta parlamentare. ria DI «| nazione di “copula.” Se la proposizione
è negativa, la grammatica burocratica parla, con patologica contraddizione in
termini, di “copula disgiuntiva”! Ben
distinte tra loro sono le due prime funzioni -- es.: “Questo fiore è una rosa
canina” — “Questo fiore è bianco.” Quando afferma o nega una identità tra il
soggetto e un altro termine, il verbo essere si basa su uno dei principî
fondamentali del nostro pensiero, quale è appunto il principio di identità,
affermando, o negando, la « me- EGUAGLIANZA a+b=c Ù Ù ---q90c00d- <---
IDENTITÀ I due valori d’essere (8 13) desimezza » della cosa. Allorché diciamo
che “l’ipotenusa è il lato opposto all’angolo retto di un triangolo rettangolo”
-- non constatiamo una proprietà o
qualità del soggetto, ma defi- Per l’inriverenza che ebbono al sacramento
matrimoniale, di copularsi prima che avessono la dispensagione. Guicciardini,
Storia d’Italia, Firenze, Torrentino. Disgiuntivi si dicono quei nessi che
servono di copula negativa di un predicato a un subbietto. TOMMASEO (vedasi).
ii EGUAGLIANZA E IDENTITÀ niamo con altre parole la stessa cosa espressa dal
sostantivo, o altro vocabolo o insieme. di vocaboli in funzione di sostantivo.
Allorché, invece, si afferma che “il quadrato costruito sull’ipotenusa è uguale
alla somma dei quadrati costruiti sui cateti -- Teorema di Pitagora --, s’afferma
un’eguaglianza, ossia una delle proprietà del quadrato stesso, il quale non è
la somma dei quadrati costruiti sui cateti. Questi son due quadrati diversi da
esso. Nei primo caso, infatti, il predicato deve essere un: sostantivo, o
vocabolo o insieme di vocaboli in funzione sostantivale, appunto perché NON SI
PUÒ AFFERMARE L’IDENTITÀ DI DUE COSE DIVERSE, mentre nel secondo caso il
predicato ha carattere aggettivale, attributivo, predicativo. Esprime un
connotato, una DIODRIEIA, una qualifica. Nel verso dantesco ALIGHIERI (vedasi):
“Or se’ tu quel Virgilio e quella fonte...” – Inferno -- il verbo essere
esprime un'identità, che è rafforzata dal “quel” e “quella;” e fonfe e Virgilio
sono LA STESSA COSA – allora – H. P. Grice on time-relative identity -- che tu.
Né deve trarci in inganno l’uso pratico fatto da Forte – “=def.” -- del segno
matematico dell’uguaglianza – “=” --, adoperato correntemente per le due
diverse funzioni, ossia anche per esprimere l’identità. Riferendosi alle figure
qui riprodotte, il segno “=” – cf. H. P. Grice, “SYSTEM G – first order
predicate calclus with identity -- ha ben diverso valore nelle ‘due
affermazioni: AB = ipotenusa atb=c. Nella prima affermazione il segno significa
“è;”nella seconda significa “equivale a,” “è *uguale a*.” Nel simbolismo della logica
matematica, escogitata da Leibniz per assoggettare gl’enti logici ad un calcolo
simile a quello algebrico – H. P. Grice, EINHEIT WISSENSCHAFT -- e perfezionata
da varî filosofi e matematici e specialmente dal nostro PEANO (vedasi), il
segno “ε” – l’iota iniziale del greco “esti,” “è,” significa “è,” “è un ...” --Forti,
Logica matematica, Milano, Hoepli. Più ristretta funzione ha quindi il verbo
essere, ossia quella di affermazione o negazione parziale – H. P. Grice: “Someone
is not hearing a noise” --, quando non stabilisce un'identità ma predica un
accidente, ec.: “E li parenti miei furon lombardi, e mantovani. – ALIGHIERI – Inferno.
– ma cf. Kripke, che pensa che la sua identitia e essentiale a lui. Non è
sempre facile distinguere se il verbo essere abbia – o ha -- l’una o l’altra
funzione. Ma la difficoltà di distinguerle, in taluni. Casi, non implica che
esse siano – o sono -- identiche e neppure analoghe: Nel verso, “Qual che tu
sii, od ombra od omo certo” – ALIGHIERI, Inferno -- quale è la funzione di
essere – “sii”? Cf.
H. P. Grice: “Love that never told can BE” – “Love that never can be told.” La mancanza di articolo lascia propendere per
la interpretazione attributiva, qualificatrice. L'esame in profondità di simili
casi è utilissimo, addestrandoci alla comprensione dei processi
logico-linguistici e psicologico-linguistici. Attraverso questi meccanismi si
rivela la peculiare forma mentis di un popolo come l’italiano, e, anche, di un
individuo, come io. Un errore – o malapropismo -- di sintassi o di morfologia
può equivalere, come sintomo – o SEGNO -- rivelatore, ad una dislalia cui
corrisponde una anomalia — sia pur lievissima — fisio-psichica – Tarzan: “Me,
Tarzan; thee, Jane.”. — <+_——€@6»@m6_ In realtà, non si è mai tanto idioti da non
aver nulla da dire. Se un idiota non parla, s’è perché ha un ostacolo nella
formazione dei simboli motori della parola, nella loro evocazione e nella loro
esecuzione. Chi pensa, sia pure con immagini ottiche e tattili-muscolari, deve
esprimere il suo pensiero. Se l’idiota a-fasico non parla, s’è che manca della
percezione dei rapporti fra le cose ce I SEGNI, ha un difetto specifico d’esprimere
in simboli verbali le rappresentazioni e i sentimenti che possiede e le
sensazioni che prova. Lo sviluppo del pensiero logico e quello della lingua
sono paralleli. Bilancioni, La voce parlata e cantata, normale e patologica,
Roma, Pozzi – citato da H. P. Grice, “Models of implicature”. ROVERE (EE NON AUSILIARE MA PRINCIPE * >»
%* Inesattamente si dà al verbo “essere” la qualifica di “verbo ausiliare.” Il
verbo “essere” è verbo principe, non servo ma signore. Il verbo “essere” vive
sempre di vita propria, anche quando ha la funzione di affermare, o negare, uno
speciale stato del soggetto, derivante dall’azione di un altro verbo. Non
esistono, anzi, altri verbi se non in quanto contengono, come principio attivo
e vitale, il verbo “essere.” POSTULARE CHE IL VERBO “ESSERE” SIA OD È “AUSSILIARE”
NEL DISCORSO È COME AFFERMARE CHE L’ANIMA È L’AUSSILIARE DEL CORPO. Ogni voce
verbale è scindibile nei due elementi logici ed espressivi che la compongono:
cioè appunto nel verbo “essere” elemento indispensabile pell’azione, e nell’elemento
specifico che determina il tipo di azione. Na Se l’azione s’esaurisce
interamente nel soggetto stesso ed ha il suo risultato completo, -- e perciò
l’azione stessa è terminata -- il verbo, detto comunemente IN-transitivo – ma cf.
H. P. Grice, aIb, a IZZ b, aHb, a HAZZ b, a IZZES b, a HAZZES b -- , si scinde
nei suoi due elementi, Il verbo perde infatti le sue caratteristiche “verbali”
di “persona” -- prima, seconda, terza --, di dinamismo sotto i varî aspetti – “modo”
--, ed assume quelle tipiche dell’aggettivo -- genere: maschile, femminile.
Rimane integro invece il verbo essere, per affermare o negare il risultato
statico di questo processo dinamico. Nella proposizione “io sono venuto,” il
verbo “essere” ha piena vitalità. “Sono” afferma, nel soggetto, il risultato
della compiuta azione IN-transitiva di venire. Nella proposizione, “Questo
fiore è sbocciato,” il verbo “essere” afferma nel fiore le condizioni derivanti
dalla compiuta azione IN-transitiva di sbocciare. In alcune lingue, più o meno
sintetiche, questa separazione o scioglimento, che potremmo chiamare “logo-litico”
per la sua analogia con il processo elettro-litico — non avviene. Il latino “veni”
equivale al nostro passato remoto ed al nostro passato pros- Analogo al
processo di elettro-lisi è quello per cui l’italiano scinde il latino VENI nei
due elementi dei quali. consta. L’ideo-gramma cinese dell’azione terminata:
l'antico segno del bimbo (a), stilizzato dal pennello nella forma moderna (b),
ha perduto le braccia (c) pormanco così l’ideo-gramma lia03, (8 the, -- simo. In
questo secondo caso, l’italiano lo scinde in “sono venuto,” ossia “sono” – “esisto”
-- nelle condizioni risultanti dalla completa esecuzione dell’azione IN-transitiva
“venire.”. Nelle lingue interamente analitiche, come l’isolanti, nelle quali
ogni idea, anche accessoria, costituisce un elemento a sé, questa compiutezza
dell’azione ha una sua speciale espressione fonica, e, nella scrittura, un
simbolo specifico. L’ideogramma ci- Ms RISULTATI DELL’ANALISI Non dissimile è
ia funzione del verbo essere nelle forme passive. Qui l’azione verbale è
compiuta da persona diversa dal soggetto, e può perciò co-esistere nello siesso
tempo. L’intera Îlessione passiva latina -- epistula scribitur -- è scomparsa,
per lasciare il posto alla cosiddetta forma passiva italiana. La lettera *è* scritta
da “littera (= epistula) scripta est. Anche qui il verbo “essere” ha tutta la
sua vitalità, né può essere “passivo” – cf. H. P. Grice on P. F. Strawson: The
exhibition was visited by the King of France” -- tipico passivo, nella forma e
nel significato, è il participio passato del verbo transitivo, il quale ha
perso ogni connotato verbale di persona -- 1°, 2°, 3° --, per assumere quello
aggettivale del genere -- maschile, femminile. + poi che il risultato
dell’azione non è nella persona o cosa che la compiono, ma nel SOGGETO PAZIENTE
di tale azione “transitiva,” più esatto sarebbe chiamare “participio passivo” quello
che s’accompagna col verbo essere ad indicare tale stato, e che ufficialmente è
detto “participio passato.” Questa distinzione e questa denominazione presenta
due vantaggi: chiarisce il diverso uso e significato dei due “participî” passato
e passivo -- l'uno è proprio il rovescio della medaglia dell’altro. In “Ho
letto il libro,” nese per tale idea è stato ricavato dal segno esprimente «
bimbo, fanciullo: questo era raffigurato da un neo-nato con le gambe riunite
nelle fasce e le braccia aperte -- in azione: rendendo invisibili le braccia,
fuse cioè con il corpo -- perché non più in azione -- l'ideogramma così
semplificato esprime la compiutezza e il termine dell’azione espressa
dall’ideogramma specifico. li segno si pronuncia lido3, o lao? o la, a seconda
della maggiore o minore energia affermativa di tale compiutezza. In molte
lingue l’indicativo passato – perfetto -- serve anche da participio passato. Il
suffisso “-ed,” tipico del passato e participio passato dell’inglese, è la
contrazione di “did,” passato di “to do.”
= il participio /etto è attivo e passato.
In “Il libro è letto da me,” il participio letto è passivo e PRESENTE -- e
inoltre elimina il ridicolo contro-senso — al quale legittimamente si ribellano
i nevizî di grammatica — per il quale il “soggetto” di un “verbo passivo” resta
“soggetto” sebbene l’azione espressa dal verbo sia compiuta da altri. Ad un
fanciullo che aspira a conoscere, dalla grammatica, l'aderenza delle parole con
il pensiero e con i sentimenti, riesce ben difficile intendere che nella
proposizione “Pietro (Strawson) è picchiato da Paolo (Grice),” Pietro STRAWSON è
il soggetto del verbo “picchiare,’ sia pure in forma passiva. Assai più facile
sarà spiegare a quell’anima semplice, ed anche agl’adulti, che Pietro STRAWSON è,
ossia ESISTE, ma nelle condizioni di “picchiato”. Al vocabolo corrisponde la
realtà obiettiva, il corpo fisico contuso: dolorosa limitazione dell’essere. Ma
se Pietro STRAWSON non fosse – Have you stopped beating your wife? --, non
potrebbe essere in tale condizione. I mirabili versi foscoliani “Ahi, sugli
estinti Non sorge fiore ove non sia d’umane Lodi onorato e d’amoroso pianto” – Sepolcri
-- hanno vera vita e bellezza, nell’accento
e nel significato, solamente se “fiore” sia – e -- considerato SOGGETTO di “sia,”
e questo come vero verbo “essere,” non “ausiliare,”ma completato anzi,
predicativamente, dal “participio passivo.” Non v'è ragione legittima per cui,
avendo la lingua italiana scisso alcune voci verbali latine nei loro
componenti, questa scisssione, rispondente ad una forma di pensiero e di
sentimentò, sia negata da un formalismo nominalistico che continua a
considerare tempi composti quelli che sono proprio il risultato di una *s*-composizione.
IL SOLO VERBO INDISPENSABILE. Resta invece incorporalo nel vocabolo specifico,
per formare il “verbo in azione,” il verbo essere, onde conferire a quello
vitalità e diretia efficacia, allorché l’azione va più immediatamente espressa.
Ideologicamente, però, anche queste forme risultanti sono sempre scindibili nel
verbo essere, indispensabile, e nel participio presente: es.: “Quel fiore
olezza” = “Quel fiore *è* olezzanie.” Ogni voce verbale esprime dunque l’idea
dell’esistenza reale o intellettuale o l’idea di una determinata modificazione
unita all'esistenza. “Essere,” pur limitato e modificato, e pur
morfologicamente incorporato nelle voci verbali, rimane sempre l'elemento
essenziale dell’azione o dello stato espressi d’esse. “Essere” è il solo verbo
indispensabile, persino nel limitato, come l’“essere” assoluto è l’unico necessario
in senso assoluto. On pourrait se passer de tous les verbes, excepté de celui-là seul qui,
dans chaque langue, est destiné à exprimer l’idée de l’existence ou réelle ou
intellectuelle.Landais, Grammaire générale des grammaires francaises, Paris,
Didier. Tutte e singole le cose
dell’universo si muovono perché sono mosse, causano perché sono causate,
esistono perché c’è chi le fa esistere, hanno varî gradi di perfezione perché
li ricevono, tendono al fine perché vi sono dirette. Ma non è possibile
procedere all'infinito nella serie delle cose che ricevono il moto, la
causalità efficiente, l’esistenza, la perfezione, la tendenza finalistica;
bisogna arrivare ad un essere che tutto dà e nulla riceve. Se vogliamo spiegare
dunque il moto, la causalità efficiente, l’esistenza, la perfezione e l’ordine
del- l'universo, al di là dei motori mossi, delle cause causate, degli esseri
contingenti, partecipanti la perfezione e diretti al fine, bisogna collocare un
motore immobile, una causa non causata, un essere assolutamente necessario, un
essere sommo, una suprema intelligenza ordinatrice, Dio. ZACCHI (vedasi), Dio, Roma,
Ferrari. l'i “L'energia verbhale. Il verbo è la parte vitale della lingua. Ogni
espressione del pensiero a mezzo della parola, se non sia una semplice interiezione,
s’impernia sul verbo. Il verbo è la parola fondamentale ed essenziale del
discorso. Il verbo è la parola per eccellenza. Tutti gl’altri elementi del
discorso servono a limitare e precisare il fenomeno espresso dal verbo. Talora
il verbo può rimanere fonicamente -- e quindi graficamente anche – in-espresso –
il “Fa” di H. P. Grice --. Ma ciò non significa che esso manchi interamente
nella proposizione, la quale è espressione del pensiero: e, nel pensiero, il
verbo è sempre presente ed agente. Allorché, ammirativamente, esclamiamo “Bello!”,
intendiamo DIRE – indicare --: “È bello!”. Quando invochiamo “Aiuto!,” questo
solo vocabolo non avrebbe nessuna -- La parola, in latino, è “verbum”: traduce
il logos greco che, psicologicamente, è il termine della cognizione
intellettiva, ossia idea, concetto, “parola della mente.” Teologicamente, il verbo
è la seconda persona della SS. Trinità, che procede dal padre per via d’intellezione
e di vera generazione spirituale. S. Giovanni ne afferma l’eternità, la
personalità, la natura divina e la potenza creativa. In principio erat. Verbum.
Omnia per ipsum facta sunt, et sine ipso factum est nihil, quod factuni est; in
ipso vita erat. Joh., I, —upa efficacia, se l’appello non significasse: “Datemi
ailito! Prestatemi aiuto!”; “Silenzio!” non produrrebbe l’effetto voluto, se
non fosse detto ed inteso nel significato completo di “*Fate* silenzio!”:
persino i cartelli nelle vetrine dei negozi sottintendono altrettanti verbi
quanti sono i “concetti” numerici o di altro genere cui si accenna
sinteticamente nei cartelli stessi. [INGRESSO | LIBERO | [OGGI FORTI RIBASSI
Persino i cartelli nelle vetrine dei negoziî. Nella comune grammatica tradizionale,
il verbo e gl’altri elementi si chiamano parti del discorso. Possiamo accettare
questa denominazione, pur generica ed imperietta. Ma dobbiamo dividere le “parti
del discorso” in tre distinte categorie: a a) il verbo, o parte vitale ed
energetica del discorso; | LE PARTI DEL DISCORSO b) il nome o parte sostantiva
del diSCOrso; | | c) le parti accessorie del discorso. Gl’uomini sono arbitri
di usare i vocaboli a loro piacimento, ma le parole hanno speciali proprietà,
indipendentemente dalla pnl; | È Pri d_P stav Sad. ESTR .. sottintendono
altrettanti verbi... volontà di chi le
adopera: e perciò esistono leggi grammaticali precise. Taluno ha negato la
grammatica normativa, asserendo che la grammatica si impari “leggendo, leggendo,
leggendo, e intanto parlando, parlando parlando: come per capire appunto le
regole del nuoto, bisogna buttarsi in acqua, e restarvi un pezzo, e muovervisi,
e nuotare; e si sa che si impara a patto che Il verbo può esistere anche
isolato, ed esprimere un fenomeno generale, senza soggetto e senza complementi.
I verbi esprimenti fenomeni meteorologici sono esempi del verbo isolato – H. P.
Grice on P. F. Strawson: “It is raining” – what is “it”? -- e senza limitazione:
piove, iuora, grandina, nevica, lampeggia... È artificio di grammatisti voler
trovare un “soggetto” sottinteso di “32 persona” in questi verbi – detti peraltro
“im-personali”! --, che sono la più evidente manifestazione dell’energia
verbale non limitata nei riguardi di un “soggetto” – cf. H. P. Grice and P. F.
Strawson on ‘substantial’ like ‘Socrates’ being basic in not being able to be a
predicate --. La lingua italiana, logica e geniale insieme, non esprime il
soggetto di questi verbi laddove altre lingue – come la gallica -- hanno la
necessità formalista di dar loro un soggetto grammaticalmente convenzionale Con
ciò non si intende affermare che l’energia verbale possa stare a sé, senza una
subsiantia. Commetteremmo lo stesso errore nel quale si dibattono i fisici, i UN
PO’ D’ACQUA DA PRINCIPIO SI BEVA. GENTILE (vedasi), La nuova grammatica
italiana -- Leonardo. Se così fosse, i migliori nuotatori sarebbero coloro che
tanto energicamente si sono immersi, inesperti, nell'acqua e tanto hanno
bevuto, da affogare. Esistono invece saggissime “regole del nuoto,” alle quali
non è estraneo il “principio di Archimede” e sulle quali premono inderogabili
leggi cinematiche e fisiologiche. Così esistono norme e leggi grammaticali. Le
limitazioni, determinate dai complementi, sono d’altra natura, e sempre “impersonali.”
Anche quando diciamo semplicemente “Piove!,” l’affermazione non è illimitata,
ma ben definita nel tempo e nello spazio. Il latino plui: -- senza soggetto --
diventa “il pleut,” ossia “egli piove,” “esso piove” in francese. Ciò è dovuto
alla forma mentis nordica, che si rivela nelle forme similari dell’inglese – “it
rains” -- del tedesco – “es regnet” --, dello svedese – “det regnar.” Omettono
invece l’artificioso pronome lo spagnolo – “llueve” --, il portoghese – “chove”
-- , il rumeno – “ploua” -- , che non hanno subìto tale influenza. IO NU CHI
PIOVE? quali, affermano che “tutto è vibrazione,” confondono “energia” e “materia,”
imponendoci di riuscire a concepire che “tutto vibri,: ma che quel “tutto” è la
vibrazione stessa. Logicamente ci chiediamo “che cosa vibri.” Parimenti siamo
autorizzati a chiederci “che cosa piova, nevichi, grandini, ecc.” E la risposta
ci viene spontanea. “L’acqua, la neve, la grandine!”. I latini dicevano “pluit
aqua” – cf. cats and dogs -- La “sostanza” -- e quindi il “sostantivo” o “soggetto”
-- è per noi implicito nello stesso verbo meteorologico -- facendo
ideologicamente corpo con esso. Questa logica interpretazione ci Îa comprendere
perché, con il “participio passato” di questi verbi si debba usare il verbo
essere, e non mai avere. Si usa sempre essere con il “participio passivo. S’usa
essere nelle iorme riflessive, anche per i verbi che richiedono normalmente
avere – “egli ha lavato,” ma “egli s’*è* lavato”: a maggior ragione si deve
usar essere per questi verbi, nei quali non si tratta di un’azione, ma di un fenomeno
che si esaurisce in sé, d’un avvenimento che accade: perciò dire e scrivere “ha
piovuto,” “ha nevicato,” “ha spiovuto,” -- Supponiamo che taluno chieda se il
camminare, l’esser sano, lo star seduto, e qualsiasi altra cosa di tal genere
siano ciascuno un essere o un non-essere. Nessuna di tali cose esiste per
natura da sé, né può esser separata dalla sostanza. Sarà un essere ciò che
cammina, ciò che sta seduto, ciò che è sano. LIZIO Aristotele Metaphys. – cf.
H. P. Grice and P. F. Strawson, ‘Categories’ – ‘Socrates as substatial in that
it cannot be a predicate. -- In italiano, “piove” significa “l’acqua cade dal
cielo,” o, più scientificamente: “Avviene una precipitazione atmosferica allo
stato liquido. Il giapponese usa un verbo unico – “furu” -- per le varie precipitazioni,
ed ha quindi necessità di specificare se CIÒ che “cade” – “furu” -- sia
«pioggia» (ame), «neve » (yuki), « grandine » (arare), facendo di questi vocaboli
il soggetto del verbo. Ame ga furu, yuki ga furu, arare ga furu... Ri), pr ecc. è altrettanto erroneo quanto lo sarebbe
il dire o scrivere “Ha accaduto,” “ha avvenuto,” “ha capitato”: “Questi giorni
è piovuto soavemente.” Usati in senso traslato, questi verbi meteorologici
cessano di Îar parte di una speciale categoria, possono avere un soggetto, e
anche forme del plurale, non essendo più “impersonali” – “Cats and dog rain.” “Vedi
ben quanta in lei dolcezza piove” -- Petrarca. Astrologhi eccelsi d’ogni parie piovono a dire
delle stelle il corso. Sacchetti, Rim.). Il verbo “denota esistenza assoluta o
modificata” – TOMMASEO (vedasi); esprime positivamente o negativamente ciò che
è avvenuto, avviene o ha probabilità di avvenire. Il verbo è tanto più autonomo
e generale quanto meno è accompagnato d’altre “parti del discorso,” le quali
diminuiscono la sua ampiezza. L’area di significato nel verbo – H. P. Grice, “Fido
is shaggy” -- è in ragione inversa degl’elementi determinanti. Nelle
proposizioni seguenti, qui date come esempi, è sempre più precisa, ma sempre
più ristretta la zona verbale, ossia quella in cui si svolge il fenomeno
verbale, nel tempo, nello spazio, nel modo. Piove. Stamane piove. Stamane a
Roma piove; Stamane a Roma piove a calinelle. Nella gran maggioranza dei casi,
l'avvenimento espresso dal verbo non è è gene- Salvini, Prose toscane, recitate
nell’Accademia della Crusca, Firenze, Manni. DI i hi n’ AREA DELL'AZIONE
VERBALE -- rale, ma si limita ad uno o più individui, ad una o più cose.
Persone, animali o cose cui è limitato il fenomeno espresso dal verbo
costituiscono il soggetto, es.: “urna fanciulla cania.” “Hulti quegli uccellini
fuggirono.” “Il treno parte.” “Lo giorno se n’andava” – ALIGHIERI, Inf.; “Venga
il Regno duo.” “L'area dell’azione verbale è inversamente proporzionale al
numero degl’elementi che la determinano. Il soggetto è un nome – sostantivo -- o
una parola che ne fa le veci, o un insieme di parole in funzione di sostantivo.
L’avvenimento espresso dal verbo può esser limitato non soltanto dal “soggetto,”
ossia non esaurirsi in esso, ma completarsi su un altro elemento; es.: “Il
soldato canta uno slornello.” Mo, pre L'elemento della proposizione sul quale si
compie l’azione – transitiva -- espressa dal verbo è il complemento oggetto. Anche
il complemento oggetto è sempre un “nome” – “sostantivo” -- o una parola -- o
insieme di parole -- che ne fa le veci. Il “verbo” è l’elemento vitale ed
energico della proposizione. Sel' energia verbale rimane nel soggetto, il verbo
è intransitivo. Nei verbi transitivi, invece, avviene la scarica dell'energia
verbale -- azione istantanea -- o il Îlusso dell’energia verbale -- azione
continua. È forse audace, ma chiarificatore il parallelo tra energia verbale ed
energia elettrica. Considerando il fenomeno linguistico del verbo affine a
quello fisico dell’elettricità, comprenderemo come soltanto alcuni vocaboli
siano “buoni conduttori” dell’energia verbale. Questi sono i nomi –"sostantivi.”
Soltanto i “nomi” – o vocaboli o gruppi di vocaboli che ne assumano le proprietà
funzionali -- possono compiere o ricevere l’azione espressa dal verbo, es.: “L’uomo
pensa.” Il leone insegue la gazzella.” “La goccia scava la pietra.” “La notte
porta consiglio.” Oltre il “soggetto” e il “complemento oggetto,” altri “sostantivi”
possono limitare indirettamente l’azione espressa dal verbo, ec.: “La fortuna
addice agli audaci.” Penetrando nella natura intima dei vocaboli, comprenderemo
che i “sostantivi neutri” – speme, spes -- nelle lingue che posseggono tale
genere -- non sono tali solamente perché né maschili né femminili, ma perché
presentano una certa inerzia rispetto all’energia verbale, e perciò non
assumono forme diverse per il nominativo (soggetto) e per l’accusativo o meglio
causativo -- complemento oggetto. In inglese questa continuità è espressa dalla
scissione del verbo in “essere” e la tipica forma in “-ing” – inglese antico: ‘-and’
latino italiano CONVERSANDO – “Vado a Londra”, “I am go-ing to London. ca DA a
INTEGRITÀ DEI SOSTANTIVI Anche aggregandosi Îra loro e con altri vocaboli, e
qualunque sia la loro funzione nella proposizione, i “sostantivi” -- appunto
perché tali -- non perdono mai le loro qualità e proprietà intrinseche. Quando
diciamo “ ur martello di ferro,” il martello resta martello . verbo : verbo
intransitivo transitivo Solamente i “sostantivi” e î vocaboli – o insieme di
vocaboli – “sostantivati” sono “buoni conduttori” dell'energia verbale. -- e il
ferro resta ferro, sia dal punto di vista grammaticale che da quello fisico e
ideologico. “Il ferro del martello” è un’espressione diversa, nella quale però
i due “sostantivi” conservano integri i connotati, le proprietà e le
caratteristiche. Nelle due formule, “un uomo alto” e “un monte alto,” la parola
“alto” ha un significato in funzione del sostantivo al quale si riferisce.
Nella proposizione “La casa di Cristoforo Colombo è tutta coperta di edera,” i
sostantivi -- casa, n. ESSI -- Cristoforo Colombo, edera -- non sono
influenzati dalle altre parole con le quali si trovano in connessione. Queste
possono variare, senza alterare la forma, la sostanza e il valore dei “sostantivi.”
Il verbo “è” afferma l’esistenza di quella casa in quelle condizioni, e perciò
dà vita alla proposizione. L’aggettivo “tutta” ha un significato non totale, ma
determinato esattamente dalla dimensione del “sostantivo” al quale si
riferisce, ed assume anche la forma del femminile, modificandosi cioè a causa
di esso; e lo stesso dicasi di “coperta.” Parimenti, non l’articolo la
determina il “genere femminile” della casa, ma viceversa: e la preposizione di
ha due funzioni diverse nei due diversi casi: di specificazione – cf. H. P.
Grice on Hardie, “And what did you mean by ‘of’?” -- -- “di C. Colombo” -- e strumentale – “d’edera”.
– “The house of Columbus is all covered of ivy.” Il discorso è l’esposizione
dei fenomeni verbali che si svolgono nei sostantivi, sui sostantivi e tra i
sostantivi. Questa introduzione apparentemente prolissa serve a dare un
concetto unitario della grammatica, collocando al legittimo posto il verbo,
elemento attivo, ed il sostantiivo, elemento “sostanziale.” – H. P. Grice and
P. F. Strawson, “Socrates is a substantial because it cannot be a predicate and
thus it’s basic. Tutte le alire parti del discorso – ONOMA RHEMA da Platone nel
CRATILO -- vanno considerate in rapporto con il verbo e con i sostantivi. Esse
infatti possono essere: 4) elementi che fanno le veci del nome, assumendone
perciò le caratteristiche e proprietà; e sono: a) il pronome; b) l'aggettivo o il
verbo sostantivati; B) elementi che determinano o qualificano il nome; e cioò:
c) l’articolo – H. P. Grice, the listing of ‘the’ --; d) l’aggettivo; cla LA
GRAMMATICA, PRIMA ‘ARTE C) elementi che qualificano 6) modificano l'azione del
verbo; e cioè: e) avverbio; D) elementi che esprimono speciali rapporti tra più
sostantivi c più verbi, o tra sostantivi e verbi, -- o eventualmente tra più
ag-o gettivi e più avverbî -- ; € 10è: Î) la congiunzione; g) la preposizione;
E) elementi che esprimono l’intervento passionale di chi parla; e cioè: h) l’interiezione.
Come si vede, anche in una visione grammaticale nuova e anti-burocratica SÌ
pos- sono conservare le denominazioni tradizionali, purché queste non formino
un’arida terminologia da museo, ma concorrano a dare una limpida
interpretazione della “rappresentazione: linguistica.” Affinché questa “rappresentazione”
-- nella quale il verbo è l’azione, i sostantivi sono gli attori e le altre
parole gl’accessorî del costume e della messin- scena -- sia opera d’arte, è
necessario che essa sia armonicamente costruita, secondo precise norme che la
grammatica deve insegnare. “Arte prima” è detta la grammatica d’ALIGHIERI – H.
P. Grice: “And if Austin loved Chomsky it was just because he dethroned logica
and crowned grammatica instead!” --, il quale, tra gli spiriti beati della seconda
ghirlanda del cielo quarto, collocò l’autore dell’ars grammatica — codice
secolare per ben parlare e ben scrivere – “quel Donato che alla primarie degnò
porre mano. – Paradiso. Pone Elio Donato grammatico tra i sapienti, in
compagnia dei teologi, poi che la parola è dono di dio. E ogni sgrammaticalura
è quasi una bestemmia. Re, x VE LI
Numero e armonia. L'esame dei fenomeni linguistici con i medesimi criterî e
metodi che si impiegano nella speculazione delle scienze esatte – H. P. Grice: “Well,
I do borrow the radicals from chemistry!” -- e per la tecnica ci permette di
riscontrare insospettate analogie, convincendoci sempre più che tutto è
coerente nell'universo e che a questa generale armonia debbono intonarsi, e
normalmente si intonano, anche le manifestazioni umane, Le norme e leggi
grammaticali, che regolano la formulazione del pensiero in parole, son norme e
leggi d’armonia: armonia dei vocaboli tra loro, e armonia tra i vocaboli e la
realtà, obiettiva e pensata. La presente grammatica è è “rivoluzionaria” non
nel senso che essa voglia de-molire l’edificio costruito nei secoli – H. P.
Grice: “Austin too thought he was the head of a minor revolution!” -- . Al contrario,
intende liberarla dalle artificiose super- strutture, dall’occlusioni abusive --
e dalle aperture non meno arbitrarie --, ed anche dalle numerose “scritte
murali’ che ne alterano la simmetria e l’estetica, mentre ostacolano l’orientamento,
la comprensione logica, l’interpretazione naturale, intralciando non poco l’uso
pratico. È detto uni-versum perché riconosciuto unitariamente e armonicamente
rivolto – versum -- un unico fine. Fsso è “governato da Dio con una perpetua ragione”
-- O qui perpetua mundum ratione gubernas – BOEZIO (vedasi), De Consolatione
Philosophiae. Vedi 8 4. Ree0,, | E E sembrerà più “rivoluzionaria” proprio iì ove
intende semplificare – VIA L’IMPLICATURA DI GRICE COME GRAMMATICA RAZIONALE -- l’interpretazione
dei fenomeni linguistici, rendere le definizioni aderenti alla realtà, snellire
le regole, dimostrandone l’armonica derivazione dall’indole della lingua e dal
buon senso comune – H. P. Grice, “Common sense and ordinary language: the lay
and the learned”. Molto ha nociuto e nuoce alla purezza e dignità della lingua
italiana l’illegittima identificazione di essa con il dialetto della TOSCANA. È
una vecchia pretesa, che Alighieri — cui non si negherà la competenza come
autore italiano e come fiorentino — qualifica “insania.” Colla riflessione si
formano le idee di relazione, si raggruppano le idee – sintesi -- , o si
dividono -- analisi. E quando io adopero la riflessione per analizzare un’idea,
e separare ciò che è comune in essa da ciò che è proprio, allora formo quella
operazione che si chiama astrazione. L’astrazione si deve dividere
dall’universalizzazione; e l’averla confusa è causa di molti errori.
Coll’astrazione si toglie via qualche cosa alla cognizione -- p. es. le note
proprie; coll’universalizzazione, s’aggiunge, s’amplifica, in una parola s’universalizza:
sottrarre e aggiungere sono parole contrarie. SERBATI (vedasi), Saggio
sull’origi- ne delle idee. La lingua italiana è, con certi contemperamenti e
mescolanze, il dialetto di FIRENZE, venuto a prevalere per virtù propria, per
opportunità geografiche e storiche, per l’eccellenza degli scrittori che ebbero
a servirsene, fra tutte le parlate della nostra nazione. Rajna. cit, in Fiamini,
Compendio della storia della letteratura italiana, Livorno, Giusti. Post hoc
veniamus ad Tuscos, qui, propter amentiam suam infroniti, titulum sibi vulgaris
illustris arrogare videntur; et hoc non solum plebea demertat intentio, sed
famosos quamplures viros hoc tenuisse comperimus. ALIGHIERI, De Vulgari
Eloquentia. E Trissino d’ORO (vedasi) efficacemente traduce. Vegniamo a li
Toscani, i quali per la loro pazzia insensati, pare che arrogantemente
s'attribuiscano il titolo del volgare illustre; ed in questo non solamente la
opinione dei plebei impazzisce, ma ritruovo molti uomini famosi averia avuta --
Ediz. Opere, in Verona, Vallarsi. I LINGUA NAZIONALE E DIALETTO Il “risciacquare
in Arno” è uno dei peggiori lavaggi cui possa esser sottoposto il nostro
idioma, il quale, al contrario, va mondato di qualsiasi impurità regionale,
specialmente quando questa sia in contrasto con i caratteri fondamentali e
tipici della lingua nazionale. È vocabolo non nazionale, ossia non italiano,
quello che non sia inteso e “sentito” ed usato dalle classi colte di qualunque
regione d’Italia. È locuzione non nazionale, ossia non è locuzione “italiana,” quella
che non sia intesa, “sentita” e -- Nel
più moderni sistemi di insegnamento delle lingue estere è ritenuto
importantissimo elemento il “feeling,” ossia appunto il “sentimento” che ogni
vocabolo desta in noi. Esso ci stimola direttamente verso l’“immagine” o l’“idea”:
e ci dà anche l'esatta “sfumatura” – H. P. Grice: implicatura -- di significato
– shades of meaning, Platts, ways of meaning --: così, ad esempio, il vocabolo
inglese fair, riferito aggettivamente al “tempo” -- clima, stato atmosferico --,
significa “bello,” ma da esso irradia anche un “feeling” – connotazione – atleta/alto
– Grice STEVENSON -- di luminosità. Quando, per intendere un vocabolo, dobbiamo
ricorrere alla “traduzione” di esso – “shaggy”, ‘hairy-coated’ --, perdiamo
questo feeling e quindi non “sentiamo” il vocabolo. Allorché, fuori di Toscana,
s’usi un vocabolo o un’espressione regionale, chi ascolta ricorrerà ad una
mentale traduzione, e non avrà quindi la possibilità di “sentire” direttamente
il vocabolo o l’espressione “che non appartengono alla sua lingua.” Due secoli
prima che la filosofia della lingua ponesse così in rilievo questo elemento
psicologico del linguaggio, un coltissimo e geniale prete italiano, professore
di greco ed ebraico nell’Università di Padova, lo identificava e gli conferiva
la dovuta importanza. I termini oltre il senso diretto ne hanno spesso un altro
accessorio di favore o disfavore, di approvazione o di biasimo. Questo secondo
senso è ora intrinseco, ed ora estraneo. Ma l’estraneo può abolirsi o quando il
vocabolo passa da una nazione all’altra, o anche nella nazione stessa col
progresso del tempo; e talora uno scrittore riabilita l’onor di un termine,
usandolo con desterità e collocandolo acconciamente. Il senso accessorio è
quello che distingue fra loro voci sinonime, e la conoscenza di questo doppio
senso è una parte essenziale del gusto. CESAROTTI (vedasi), Saggio sulla
filosofia delle lingue. SUR usata dalle classi colte di qualunque regione
d’Italia. È buon toscano, eccellente fiorentino ed è armonico dialettalmente
con Piazza della Signoria e S. Frediano, dire: « Noi si era in ire» o «Ci si
vede al tocco!”. Ma è pessimo italiano: e perciò non è “italiano.” È non meno
improprio e scorretto che di- re: « Erimo in ire » o « Se vedemno all'una »,
romanescamente. I due “toscanismi” s’allontanano infatti dalla buona lingua
assai più di quel che se ne allontanino i due “romanismi,” pur volgarissimi, in
quanto lo “scarto” dei due primi non è di natura morfologica -- come “erimo” e “se
vedemo” -- ma *sintattica* -- H. P.
Grice and G. J. Warnock. The syntax of illusion – syntax in linguistic
botanising --, ossia incide proprio nella struttura e nella forma mentis
dell’idioma. “Noi si era in tre” è errato in sede della logica linguistica
italiana. Poi che “noi” è il soggetto della proposizione, il verbo deve avere
anche formal- Insistendo sull’affermazione che “il vulgare che noi cerchiamo
sia altro che quello che hanno i popoli di Toscana -- ALIGHIERI, loc. cit.
trad. Trissino d’ORO --, il Poeta sostiene che, altrimenti, anche le altre
parlate regionali avrebbero il medesimo diritto. Il romanesco “erimo” si
allontana dall’italiano “eravamo” non molto più di quel che se ne allontani il
dantesco « eram »: « Già eram desti, e l’ora s’appressava » (Inf.); e nel
romanesco « se» permane integro il latino se, anche quando esso si attenua nel
«si » italiano. «Quanto ai modi di dire genuinamente romani, essi — secondo noi
— oltre il privilegio di essere nati sulle rive del Tevere, autentica
espressione del sentimento del popolo, conservano in maniera efficacissima il
ricordo vivo e perenne di antiche costumanze, d'avvenimenti e persino di
personaggi, il tutto sapientemente velato dalla nebbia o levigato dall’uso.” Romano
e Ponti, Modi di dire popolari romani, Roma, Ars. Non poche di tali espressioni
hanno emigrato in altre regioni, e parecchie si sono affermate nazionalmente,
appartenendo quindi ‘oramai alla « lingua ». Ra. e LOGICA LINGUISTICA “Noisi
era in tre” = 3 campanelli suona o nana 0° aoroppononosooso® Peo no L’analogia
elettrotecnica dimostra l'errore di un toscanismo “Noi st-erea- in, tre”
eravamo ll verbo esprime l'energia vitale rispetto a tutto il soggetto (8 53)
«ada mente l’estensione che ciò che esso
esprime ha nella realtà: deve perciò essere espresso in forma plurale.
L’espressione fiorentina è mal congegnata quanto lo sarebbe un impianto
elettrico nel quale non vi fossero tante connessioni di circuito quante sono le
lampade, i campanelli o altri congegni che debbono essere in funzione; e
l’intrusione del pronome indeterminato « st» — del quale sarebbe difficile
determinare la natura. e il significato — non fa che accrescere la confusione.
Lo stesso dicasi della proposizione: « Ci si vede al iocco », nel senso di « Ci
rivedremo all'una ». È esatto e corretto dire « Qui ci si vede bene », nel
senso generico — e perciò con un « SÌ » generico — di « Qui le condizioni di visibilità
sono buone ». È esatto e corretto dire « Qui ci si vede » nel senso di « Qui
qualcuno ci può vedere », « Qui noi siamo visibili »: il « soggetto » è
generico, indeterminato: la «zona di azione » del verbo è correttamente
determi- « È chiaro che la differenza
tra la lingua volgare -- sermo rusticus, H. P. Grice, ‘ordinary language’ -- e
la lingua dotta -- sermo nobilis -- non si limita al lessico, ma si estende
alla morfologia e, ancor più, alla sintassi. Quanto alla morfologia, la persona
dotta, dopo averne ricavate le leggi con lo studio della lingua viva, si
conforma strettamente; né può dirsi, per questo, che la sua lingua non sia
naturale.” Tondi, La lingua greca del Salento, Noci, Cressati. Qualche
grammatica sente persino il bisogno di chiarire che «il tocco» significa
«un'ora dopo mezzogiorno; non il mezzogiorno, come s'intende in alcuni
dialetti» -- Morandi & Cappuccini, 8 357. E i vocabolari non son neppure
concordi nell’accettare -- Tommaseo, Palazzi -- o escludere -- Petrocchi, Zingarelli
-- che «il tocco» possa dirsi anche della prima ora dopo la mezzanotte.
L’indicazione oraria «il tocco» è «regionale » quanto lo sono le espressioni
partenopee «le due meno un terzo » (i ddoie manco ’nu terzo = le 1 e 40), «le
nove e un terzo » (= le 9 e 20). Il « terzo » d’ora non è una misura oraria «
nazionale ». E, I SINTOMI DELLA COERENZA nata pronominalmente dal «si»; e il
chiaro complemento oggetto » è « noi », rappresentato dal pronome « ci », e il
verbo è legittimamente al singolare. È esatto e corretto dire « LÌ ci si vede
bene » nel senso generico di « Lì le condizioni di visibilità sono buone ».
Perciò il pronoine generico «si» è qui legittimamente usato; e il « ci » non è
pronome, ma avverbio di luogo (= « Lì ci sono buone condizioni di visibilità ».
È esatto e corretto dire: « Cosfì ci si vede », nel senso di « Costì qualcuno
ci vede, o può scorgerci », « Costì noi siamo visibili ». Anche qui il
«soggetto » è generico, indeterminato: la «zona» dell’azione verbale è indicata
pronominalmente dal «si »: e il chiaro complemento oggetto è «noi»,
rappresentato da ci, che qui è pro-nome. In queste proposizioni tutto è
armonico, equilibrato: la logica linguistica è ben disciplinata e
disciplinante. « Ficcordo » o « concordanza » implicano armonia: nel campo
logico sono il sintomo della coerenza. Per coerenza, il verbo concorda con il «
soggetto », poi che esprime l’azione di questo, limitatamente cioè ad esso. ©
‘Dev’essere perciò in forma plurale, quando il soggetto è plurale, e singolare
quando il soggetto è singolare. Può essere espresso in forma singolare il verbo
che sia retto da più soggetti, 1 quali però vengano considerati come un -- È
scorretto, artificioso e lezioso dire: « C'è delle persone che non la pensano
così». E si arzigo- . gola che si tratta di un verbo «impersonale »! Ma quelle
« persone » ci sono, e sono appunto il « soggetto ». «sie complesso unico, formando cioè una sola idea
(singolare). Nell’efficace distico dantesco « Grandine grossa, e acqua tinta e
Neve per l’aer lenebroso si riversa » (Inferno) il verbo è in forma singolare,
poi che l’infernale precipitazione atmosferica del 3° cerchio è considerata
globalmente come un tutto unico, come appare anche dai versi precedenti: « lo
sono al terzo cerchio della picva eierna, maledetta, jredda e greve » A quesla
pioggia (« piova »), unica, pur se composta, corrisponde un « soggetto » considerato
singolare, pur se formalmente plurale, e appunto ciò rende i versi danteschi
più espressivi e aderenti alla realtà. Analogo, pur nel significato inverso,
perché negativo, è il fenomeno meteorologico-linguistico nel 59 girone del
Purgatorio: « Per che non pioggia, non grando, non neve, non rugiada, non brina
più su cade... » Purg. Il «soggetto » formale è composto di ben cinque
sostantivi, ed è quindi plurale, ma v'è una negatività totale che li fonde, in
perfetta corrispondenza con la purezza atmosferica: e perciò il verbo sta in
forma singolare. Al contrario, il verbo può avere forma di plurale allorché il
soggetto ha significato collettivo o numerico plurale. Anche in questo caso, la
« realtà » si impone, es.: « Una immensa turba di persone lo seguivano »; « La
metà dei deputati diedero volo favorevole ». In questa concordanza al senso, il
soggetto pensato è quello (plurale) de- — (0 LA MISURA È IL NUMERO gli elementi
costituenti il soggetto espresso in forma singolare (collettivo). Tale
concordanza col pensiero trova espressione anche nella disposizione e persino
nella diversa accentuazione della parola. Infatti, il verbo al plurale sarebbe
meno armonicamente usato allorché il nome collettivo (singolare) sia posto in
evidenza. In ogni caso, alle due diverse formuiazioni -- verbo al singolare e
verbo al plurale -- corrispondono due DIVERSE INTENZIONI – alla H. P. Grice -- nel
pensiero di chi parla: dicendo « Dei depu- tati, la metà diede voto favorevole
», si considera questa metà del corpo parlamentare come un tutto unico, mentre
dicendo « La metà dei deputati diedero voto favorevole », si considerano i
deputati singolarmente votanti. Singolarmente considerate dal Poeta sono lc anime
componenti la « schiera » dei Sodomiti: « Quando incontrammo d’anime una
schiera che venìan lungo l’argine, 2 ciascuna ci riguardava come suol da sera
guardar l’un «altro sotto nuova luna ». Inferno. E, pur nel particolare minuto,
la prova della grande armonia, della « misura e del numero », che reggono tutta
la mirabile struttura della Comedia. La misura e il numero regolano il Creato:
«patet quod rerum diversitas exigit quod non sint omnia aequalia, sed sit ordo
in rebus et gradus». AQUINO (vedasi), Summa contra Gentiles, Il vero credente
spontaneamente e fervidamente si intona a questa universale armonia: l’artista
credente vi si ispira, sì che essa si riflette nelia struttura dell’opera
d’arte. « L’alta fantasia di Dante costringeva se medesima in una rigida
disciplina, al « fren dell’arte » -- Purg.: e può esser curioso notare che dei
14.233 versi onde il poema è coposto, 4.720 costituiscono la I cantica, 4.755
la II, 4.758 la III; e delle 99.542 parole, 33.444 la I, 33.379 la II, 32.719
la III. Ciascuna cantica si chiude poi con la parola stelle. Scherillo, Le
origini e lo svolgimento della letteratura italiana: Le Origini: Dante,
Petrarca, Boccaccio, Milano, Hoepli. a È La sintassi — ossia l’ordinata
disposizione delle parole nel discorso, ed il coerente nesso tra esse — è
regolata dal pensiero, e non viceversa. La sintassi ha le sue norme e regole,
in quanto queste son conseguenti a quelle del pensiero razionale e affettivo,
L’armonia e la coerenza grammaticali e sintattiche non vanno cercate soltanto
nella forma, ma, entro e dietro il fenomeno linguistico, va sempre indagato
quello logico e psicologico – chioe che H. P. Grice chiama ‘intention-based’.
Così molte apparenti contraddizioni e stranezze linguistiche vengono chiarite,
e rientrano anch'esse disciplinatamente nella generale armonia. Un'analisi
superficiale può farci apparire discordanti l’articolo e il sostantivo della
comune espressione: « fe ore una » -- o semplicemente « le una ». Tali
espressioni -- analoghe a « lire una » « chilogrammi uno » -- derivano dalla
preesistenza di un modulo mentale, corrispondente a quei materiali moduli nei
‘quali bisogna riempire i « bianchi », e che hanno una dicitura fissa: peso:
chilogrammi... prezzo: lire... (asta a8s11) Sullo spazio bianco di questo
modulo mentale applichiamo -- quasi scriviamo mentalmente-- il valore numerico –
“zero tolerance” -- specilico, lasciando al plurale la formula fissa preesistente:
e diciamo perciò «chilogrammi uno », « lire una e ceniesimi 50 », « ore una »,
« le -- In questi moduli l’indicazione metrica è al plurale, poi che la
probabilità che il numero da scrivere nello spazio bianco sia superiore ad 1 è
assai maggiore che non il caso contrario. Aa L’ARITMETICA È UN’OPINIONE? ore
una », e anche semplicemente «/e una ». Il verbo, coerentemente, assume la forma
del plurale, accordandosi con il modulo fisso: « Sararmo le ore una ». Sarà
bene, però, evitare queste forme, che sanno troppo d’orario ferroviario e di
ragioneria: il sostantivo metrico, preposto in tal modo al numerale, serve ad
esprimere una precisione pedante: « lire cento » -- ‘couple lires -- son
proprio esattamente 100 lire, mentre « cento lire » -- a couple of lires -- può
anche avere un valore approssimativo. Paradossale regola può apparire quella
che prescrive il verbo al singolare quando il soggetto sia « più d’uno », es.: “Più
d'uno la pensa così.” “Più d’uno” è evidentemente plurale, sia nell'espressione
che nella numerica realtà. ‘L’aritmetica è dunque un’opinione? Possiamo però
chiederci, appunto con matematica pedanteria, in che punto della progressione
aritmetica incominci il « plurale ». Evidentemente, poi che non possediamo il «
duale » -- che bello e il greco – S. e H. P. Grice – ambidue --, il plurale
incomincia con il numero 2. L’èspressione “più d’uno” è però matematicamente e
psicologicamente diversa da « almeno due » -- H. P. Grice on ‘some’ at least
one – at least two --: v’è uno stato d’animo e un’indeterminatezza per cui, pur
oltrepassando l’« uno », non specifichiamo oltre. L’espressione « più d’uno »,
ha -- « Ore una » significa piuttosto « un’ora di tempo », mentre «le ore una»
ha valore indicativo del momento. I DUE SIGNIFICATI SON BEN DIVERSI. Nel primo
caso si indica un « segmento » di tempo, nel secondo un « punto » nel tempo: ed
infatti alcune lingue hanno due vocaboli ben diversi (es.: Stunde e Uhr in tedesco).
i -- A dimostrare come non tutti i popoli la pensino allo stesso modo, e quindi
differentemente si esprimano, è interessante notare che in russo, ad esempio,
il significato è approssimativo quando il sostantivo metrico PRECEDE il numero:
rubljéi sorok è « cir- ca cento rubli », mentre sorok rubljéi ha valore più
preciso. Dall’antico ‘indo-europeo, il duale, conservato nel greco in Omero,
scomparve nel latino – ma cf. ambidue --. sii Bois quindi un valore simile a
quello che in matematica st chiama «asintotico »: tende cioè al «2», ma non lo
raggiunge. Inoltre, la presenza del chiaro ed alquanto enfatico « uno » — sul
quale infatti cade l'accento principale e significativo dell’espressione —
acutizza nel- l’espressione stessa il carattere e ii « sentimento » di unicità, ossia del « singolare »,
concorrendo a farci prescegliere appunto la forma singolare del verbo. Altrettanto
singolare, ma proprio in senso contrario, appare la regola che impone la forma
del plurale per il verbo retto da due sostantivi singolari disgiunti però in
modo che, nella realtà, uno solo sia il vero e proprio soggetto: si dovrebbe
dire « O Tizio o Caio sposerà Sempronia », poi che uno solo dei due convolerà a
nozze con lei – cf. O. P. Wood and H. P. Grice, O. P. Wood, review, Mind – “No
passageway: “She is in the kitchen or the bedroom” – bigamia -- , ma si dice
correntemente e correttamente « O Tizio o Caio sposeranno Sempronia »; e, in
ogni ca- -- Non si confonda l’asìntote, termine matematico, che esprime la
«tendenza » geometrica di una curva verso una retta senza mai raggiungerla (e
la corrispondente «tendenza » aritmetica o algebrica), con l’asìrndeto, che è
l’omissione di congiunzioni nelle enumerazioni: « di que, di là, di su, di giù
li mena -- Inf.. Il numero 1,9 è assai vicino al 2; e ancor più lo è il numero
1,99; l’approssimazione cresce aggiungendo ancora i 9/10 dell’unità dell’ultimo
ordine espresso; ma anche 1,999999999... non è 2, né pur proseguendo in
infinitum, si potrà raggiunger mai il 2. Tra i due valori vi sarà sempre non
soltanto una differenza, ma un « salto ». Gli stessi Leibniz e Newton sentirono
che qualcosa di insidioso s’annidava - - matematicamente c filosoficamente -—
nell’arduo probiema, ma non riuscirono a capire con chiarezza di che si
trattasse: e ciò condusse — e conduce — non pochi matematici e filosofi ad «
una idea erronea, che per molto tempo ha gettato un’ombra assai oscura sulle
basi de! calcoio infinitesimale ». Waisman [esilato da Germania a Oxford], Introduzione
a! pensiero matematico, Trad. ital., Torino, Einaudi. Vedi 8 52 a pag. 28,
nota. SERI. IS nd PSICOLOGIA E GRAMMATICA so, non si può dire altrimenii che «
O Caio o io sposeremo Semprottia » con il verbo al plurale, sebbene il vero
soggetto sia singolare, e Sempronia non possa esser BIGAMA, il che è appunto
escluso anche formalmente dalla disgiuntiva « o ». 8 qposerd . D sposerò
“’Sposeremi N (0 empronia Un plurale (« sposeremo ») che NON IMPLICA bigamìa...
Il caso è interessante: ed è
grammaticalmente e psicologicamente complesso. È evidente che «o Tizio
sposerà... o Caio sposerà...»: ma entrambi hanno questa « possibilità », e ciò
è espresso appunto ‘dalla forma plurale, determinando con essa l’« area verbale
», la quale comprende l’azione di entrambi i soggetti. Abbiamo, grammaticalmente
una somma dei due singolari, e cioè: sposerà -- sposerà = sposeranrio. È
evidente che, in casi simili, la forma plurale del verbo è obbligatoria allor-
sla la) ché, usando quella singolare,
non si avrebbe la concordanza di « persona » con il soggetto: bisognerebbe
poter dire: sposerà 5 «O Caio o io sposerò Sempronia », ciò che non è possibile
– o Caio sposera o io sposero Sempronia -- : onde la necessità del plurale,
comprensivo delle due forme. – cf. I promesi sposi – due maschi? -- Il problema
non si pone neppure al. lorquando la congiunzione « o » (o altra equivalente)
non ha funzione separativa – dilferenziativa -- ma dichiarativa poi che in tal
caso Il soggetto è non soltanto singolare, ma unico: si dirà perciò: « La
miosotide o occhi della” Madonna o non-ti-scordar-di-me o falco cele- ste è una
borraginea », poi che si tratta di un unico soggetto, di un’unica pianta, della
stessa cosa. Le altre « denominazioni », dopo la prima, non hanno neppure un
loro articolo, appunto perché sono in pura funzione dichiarativa. Si dirà
invece: « Lo strofanto o la digitale curano l'arilmìa cardìaca», pur se uno -- Nel
testo di questo paragrafo la proposizione « La congiunzione « o », O altra
equivalente non hanno funzione separativa» è un altro esempio della apparente
discordanza tra il verbo (forma. plurale) e il soggetto -- sostanzialmente
singolare --, in quanto una particella separativa esclude l’uso dell’altra
equivalente. Abusivamente taluno dice « il miosotide »: il sostantivo è di
genere femminile: etimologicamente significa « orecchio di topo », ma poi che
la nozione di ‘tale significato non si presenta con il nome, esso ci appare
assai più poetico. Si noti anche come un'intera proposizione può «
sostantivarsi »>: non-ti-scordar-di- me è un «sostantivo ». a -- La corretta
pronunzia «strofànto » è ora rispettata soltanto da alcuni vecchi medici e
dagli insegnanti di botanica e di farmacologia. Le « classi giovani» e men
legate alla tradizione dicono « stròfanto », sì che probabilmente tale forma
finirà per imporsi. Già i latini dicevano che « Graeca per Ausoniae fines sine
lege vagantur », non intendendo però che.i vocaboli greci potessero esser
pronunziati a capriccio: so Ala ® PENSIERO E REALTA dei due medicamenti esclude
l’altro, nel soggetto grammaticale e nell’uso. Il numero, nel significato grammaticale,
esprime la singolarità o la pluralità del sostantivo: perciò con esso deve
concordare, in forma plurale o singolare, ogni vocabolo che esprime l’azione o
lo stato o la qualità o quantità del sostantivo, disciplinando il pensiero in
armonia con la realtà. « È nel vero colui che pensa esser diviso ciò che è
diviso, e composto ciò che è composto; e nel falso invece chi la pensi
altrimenti che le cose non siano. l'accento era regolato o sull’accento greco o
sulla « quantità » della penultima sillaba: il vocabolo poteva esser quindi
pronunziato o « alla greca » o «alla latina ». Così « stròfanto » è ‘pronunzia
« alla greca », e « strofànto » alla romana. Aristotele, Metaphys, VI, 29. Ma
66 ® « “ a Non filiazione,, ma “evoluzione, RI RI A rin (Iv) 64. LA LINGUA
ITALIANA NON DERIVA DELLA LATINA, MA È LA STESSA LINGUA LATINA, in un grado
ulteriore della sua evoluzione. Una delle più antiche frasi in latino arcaico
che ci siano rimaste (« MANIOS MED VHE- VHAKED NUMASIOI ») differisce dal latino classico (« MANIUS ME
FECIT NUMASIO ») assai più di Quel che il latino classico differisca dall’italiano
(«MANIO MI FECE per NUMA- SIO »). Se chiamiamo « latino arcaico », cioè latino
nella Prima fase del suo sviluppo, quello di cui abbiamo campioni i quali tanto
si allontanano dalla lingua di CICERONE (vedasi), di GIULIO (vedasi) Cesare, di
VIRGILIO (vedasi) e degli altri classi- ©!, non meno legittimamente possiamo
considerare “latino » l'idioma in cui ALIGHIERI (vedasi), PETRARCA (vedasi), Boccaccio
- _— nel li È l'iscrizione su una fibula d’oro, LAI la sal Lin una tomba di
Palestrina e conservata nel- « Mu i XL del Museo Preistorico ed Etnografico
(già So Kircheriano »), a Roma. i cn f sla Volta, grande è la differenza che
inter- doc parle Prime frasi italiane che si trovano nei TMiRti del Medio Evo,
a cominciare dai secoli VII dere deb Italiano d’ALIGHIERI. p. es.: (anno 759).
« Red- 960): « S “ uno soldo bono expendibile » — e fini ke I dC ko (= «so come
») kelle terre por kelle Sedette ») € Monstrai trenta anni le possette (= «
pos- "te Sancte Marie». — Cfr. E. Monaci, 'estoma>j, è A ; ch ; Ì ttà
di Castello, 18gocaliana dei primi secoli, 3 voll., Ci e gli altri grandi
classici italiani composero i loro capolavori, e che è, strutturalmente e
sostanzialmente, anche la lingua italiana dioggi. ua B11814AM TMT ap MANIOS MED
VHEVHAKED NVMASIOI MANIVS ME FECIT NVMASIO A . fece Maniîo mi hé fatt 5 per
Numasto Lat. arcaico * Lat. classico :: Lat. classico Italiano In alto:
l’antichissima fibula romana (6 64) 65. Tra le lingue dette neo-latine,
l'italiana non è, quindi, la « discendente » diretta del latino, ma la CONTIUAZIONE
di esso. Le altre lingue neo-latine si diversificarono dal latino, ossia ne
derivarono e ne sono quindi la filiazione, per le stesse cause che, in Italia,
determinarono a formazione dei dialetti. Pa Un dialetto –cf. H. P. Grice, idio-lect,
coined dopo S. -- assurge all'importanza e funzione di lingua allorché sia «
portato alla scrittura e sia diventato mezzo di espressione di una collettività
per i suoi bisogni letterarî, politici, amministra- tivi... ». P. Savj-Lopez,
Le origini neo-latine, Milano, Hoepli. Per i dialetti italiani è interessante
constatare « come le linee degli antichi dominii linguistici ed etnografici pre-romani
corrispondano fedelmente ai confini dialettali moderni. Pullè, Le origini
dell’Italia contemporanea, Bologna, Monti. Analogamente, le linee che delimi- 4
46 FORZA FONICA E FORZA ANALITICA AI di sopra di tuiti i dialetti italiani si è
formata la « lingua italiana », ossia si è sviluppato in latino moderno il
latino parlato. Due fattori hanno principalmente concorso a trasformare la
lingua latina tanto che essa divenisse la moderna lingua italiana, la quale è
sostanzialmente quello che Alighieri usa e fissa nella Divina Comedia. Questi
due fattori agirono come due vere e. proprie forze deformanti: possiamo perciò
denominarle lorza Îîònica, tendente alla vocalizzazione e, al tempo stesso,
alla eliminazione dei contrasti consonantici e delle consonanti finali; e forza
analitica, tendente a scindere le forme sintetiche nei loro elementi ideo-logici.
Colla declinazione la lingua latina da a ciascun «caso » del sostantivo, degli
aggettivi e dei pronomi una particolare desi- = tano i territorî delle varie
lingue neo-latine -- spagnolo, portoghese; francese o gallo-romano, ladino,
rumeno -- coincidono con quelle etnografiche dei popoli spagnolo, lusitano, gallo-celtico,
daco-danubiano. Se la lingua latina è considerata « madre » di questi idiomi,
la « paternità » -- maternita -- va” attribuita a ciascuno di detti popoli: e
quindi il processo è di « filiazione », e non di « evoluzione » come nella
lingua italiana. Anche i nostri dialetti derivano dalla lingua latina per «
filiazione »: non la lingua italians. — Cfr. Toddi, Giro d'Italia in cerca
della buona lingua, Milano, Hoepli. « Il lessico neo-latino non è formato
soltant dal latino volgare, ma anche dal latino letterario, il quale con
l’altissimo prestigio della cultura pone il suo suggello sull’unità idiomatica
già creata dalla conquista romana: e ancora una volta potremo ripetere che le
lingue neo-latine continuano veramente non il latino volgare ma tutto il latino.
P. Savj-Lopez. Usiamo il verbo « deformare » non nel senso di « render deforme
» o «guastare la forma», ma semplicemente in quello di « alterare la forma,
modificarla ». cad forza fonica x forza analitica quei che il latino perse irta
PALI cCaresrosgIT o rene vente 0a Rie è N è . . > 7) . Z3A - 9 A ci Po 4 z i
° D : rà ISAIA F A piana na PARA LAROOGI28 8 a ZE a; b'-quel che Ge @ 2 suoni
lessicolibi [#f D' x nie ( \ ) we db 5) S dro Sul latino, rappresentato dal
quadrato ABDC, hanno agito le due forze ® e a, sì che, come in un parallelogramma
di fisiche forze, la risultante ha sollecitato tutto il quadrato a deformarsi,
in modo che il punto p passasse in p’. Il lettore immagini il quadrato formato
da un filo di ferro, e facilmente lo vedrà assumere la forma del rombo AB'D’C
della figura II, in cui il punto p è passato in p’, e tutta l’area si è de-
formata, non coincidendo più con quella che il quadrato occupava: ha
abbandonato alcune zone (AC°CA, ossia a, e AB’ BA ossia b), e queste
rappresentano ciò che, del latino, è andato perduto, sia nella pronunzia che
nel lessico: ma la superficic della lingua italiana si è estesa oltre l’area
della lingua latina, ed ha coperto nuove zone, sia nei suoni (C°D’°DC’ ossia
a’) che nel lessico (B'D’'DB’ ossia b’) Oramai le due figure debbono apparire
chiare al lettore. (8 67) BE, gs . 40.000 DISPOSIZIONI DIVERSE nenza, la quale
ne esprimeva la funzione sintattica: era quindi possibile riconoscere la funzione
stessa indipendentemente dal posto occupato dal vocabolo, e senza necessità di
speciali « preposizioni » che la indicassero – H. P. Grice, “I, me, mine” --. I
due versi con i quali, dopo i nove introduttivi, ka inizio il racconto nella 22
favola di Fedro, si compongono di 10 parole: « Ranae vagantes liberis paludibus
clamore magno regem petiere a Jove ». Comunque vengano disposte tali parole, il
significato della proposizione rimarrebbe inalterato e perfettamente
comprensibile. Ciò è possibile appunto in virtù delle tipiche desinenze dei «
casì ». L’abolizione delle terminazioni tipiche avrebbe reso impossibile il
riconoscere la. « funzione » dei vocaboli declinabili, e implica perciò la
necessità di indicare (con la – La lingua latina, però, non è «sintetico » al
punto da eliminare totalmente le preposizioni, le quali esisterono sin dai
primordi di tale lingua. Ne è esempio il « complemento d’agente » a Jove. Il
latino arcaico ha il « caso locativo », esistente nel sanscrito, rimasto poi
soltanto per alcuni vocaboli. Ed è sintomatico che, a misura che si risale nel
tempo, la paleo-linguistica ci mostra lingue sempre più complesse e complicate,
fenomeno che non depone certo a favore della teoria secondo la quale la parola
sarebbe un’invenzione umana. Soltanto l’espressione «a Jove » è inscindibile, e
l’ablativo magno non dev’esser collocato in modo da poter esser ritenuto
riferito a Jove: ogni altra disposizione è teoricamente possibile, e i due
versi significherebbero sempre: « Le rane scorazzanti per le libere paludi
chiesero con gran strepito un re da Giove ». Il fecondissimo e geniale sacerdote
matematico Ozanam calcolò che 8 chie- rici possono disporsi in 40.320 modi
diversi! (J. Oza- nam, Récréations mathématiques et physiques, Paris.
Altrettante disposizioni, e più, potrebbero quin- Ai prendere le 10 parole dei
due versi di Fedro. RAR, (> pete PORTOGHESE: . peixe FRANCESE: poisson
RUMENO peste Sat ar bere E 0 0 TE 0 e 5 atum PORTOGH, thon - FRANC. ton RUMENO
Dalla lingua latina alla lingua italiana. Se la cosa rappresentata subisse le
medesime trasformazioni che il vocabolo che l’esprime, il pesce o tonno
sagomato nel quadrato della lingua «latina» si modificherebbe prendendo la
forma sagomata nel rombo della lingua « italiana ». Si constata che la
modificazione è coerente e proiettivamente regolare, appunto perché la lingua
latina è « evoluzione » della lingua italiana. Ciò non avviene per le altre
lingue, dette neo-latine: ‘elementi estranei al latino concorrono a.
determinare un fenomeno non di « evoluzione » ma di « filiazione », nel quale
cioè la lingua latina rappresenta uno dei genitori. Delle differenti forme che,
nei successivi stadî evolutivi, i vocaboli hanno assunto prima di consolidarsi
in quella attuale, abbiamo innumerevoli docu- 600 ‘IL TRAMONTO DELLE
DECLINAZIONI. posizione più o meno fissa dei vocaboli nella rase e con l’uso di
altri vocaboli specifici) in quali rapporti sintattici stessero le parole fra
loro. Ciò corrisponde, del resto, alla tendenza analitica che si anda sempre
più affermando nell’indole della lingua latina. Le due « forze » modilicatrici
svolgevano, così, un’azione concomitante e interdipendente, in quanto la
semplificazione fònica delle finali determinava la necessità della scissione
analitica, e questa, a sua volta, rendeva inutili le terminazioni tipiche — o «
desinenze » — dei casi. Né tale duplice ed armonico processo si ridusse alle
sole « declinazioni »: anche i « gradi di paragone » degl’aggettivi e le «
coniugazioni » dei verbi subirono lo stesso destino. Comparativo e superlativo
ed alcune voci verbali assunsero forma analitica, scindendosi negli elementi
ideo-logici, ossia nelle « parole » corrispondenti alle singole idee componentimenti
nei testi delle lingue più diverse. E assistiamo anche a fenomeni evolutivi
linguistici che si svolgono sotto i nostri occhi, nel corso di una sola
generazione in periodi ancor più brevi, e possiamo riconoscere le cause che
determinano tale « evoluzione », perfettamente identificandole. Il principio
evoluzionistico geologico di Lyell può esser accettabile, poi che gli strati
terrestri sono la concreta documentazione dei successivi stadî. Ma si può
legittimamente rimaner saldamente aderenti alla teoria della « fissità della
specie » sostenuta dal buon vecchio Linneo nel campo biologico e respingere le
teorie trasformiste di Lamark e di Darwin quando queste si presentano tanto
sprovviste di « pezze d’appoggio » documentarie, e pretendono imporci una
degradante concezione della nostra origine presentandoci soltanto qualche
isolato resto di osso, miserrima documentazione che pretende esser « probante »
di un fenomeno quantitativamente grandioso: l’evoluzione del genere umano
attraverso i millenni! Anche da questo punto di vista lo studio dei fenomeni
linguistici è profondamente istruttivo ed ammonitore. La « parola» italiana non
ha dunque la medesima «area di significato » che quella latina, allorché questa
sia sottoponibile a « Îlessione ». Tipico delle « lingue flessive » — alle
quali continua ad appartenere la nostra pur nella sua semplificazione analitica
— non è soltanto il fatto che alcune « parti del discorso » assumono forme
diverse per le varie funzioni, ma anche ii fatto che tali vocaboli non possono
usarsi che in tali forme « flesse ». Ed a ciò corrisponde una non meno tipica
forma mentis, quindi con un diverso sviluppo logico-linguistico. Nella lingua greca,
nella lingua latina — come in san- scrito e nelle altre lingue « flessive » —
la parola « idea » non poteva essere espressa — e quindi « pensata » nel
pensiero discorsivo — se non in « nominativo » o « genitivo », o « dativo »,
ecc., al singolare o al plurale. Finche în italiano, noi dobbiamo dire o « idea
» o « idee ». Tipico delle lingue non flessive -- «isolanti » -- è invece la
possibilità di esprimere -- e quindi di pensare – Occam, sermo mentalis non ha
casi -- anche nella connessione discorsiva -- l’idea pura da ogni
specificazione sintattica o grammaticale. E perciò è più appropriata la
denominazione di « lingue isolanti » che quella di « lingue monosillabiche »,
in quanto la loro monosillabicità è un connotato puramente fònico teorico,
limitato alla lingua scritta -- oggi incomprensibile senza l’ausilio compensatore
della speciale grafia. Nella espressione orale, tali lingue -- quali il cinese,
il siamese -- uniscono più sillabe -- generalmente due -- per costituire quelle
unità fònico-ideologiche che i moderni grammatici cinesi chiamano ming?-tsz?
(letteralm. « espressioni denominanti ») ossia « vocaboli » -- cf. H. P. Grice,
“Utterer’s meaning, SENTENCE-meaning, WORD-meaning” – what is a ‘word’? -- Cfr.
Aldrich, Hua yù hsiù chih: practical Chinese, Peiping, Vetch. Tipico invece è
che in tali lingue ogni elemento ideo-logico semplice costituisca un’entità linguistica
a sé, inalterata e « isolata ». Le lingue a g- glutinanti rappresentano lo
siadio intermedio fra. le « flessive » e le «isolanti »: posseggono « desinenze
», ma queste conservano una relativa autonomia, e si attaccano semplicemente --
si « agglutinano » -- al vo- 69 La _- MENTALITÀ ED ESPRESSIONE La conoscenza di
una lingua non soltanto nei suoi aspetti morfologici superficiali. ma in profondità,
e lo studio razionale e ragionato della sintassi permettono di comprendere la
mentalità del popolo che in quella lingua ha la sua coerente espressione.
Utilissimo è perciò io studio ragionato della grammatica italiana, come
preparazione indispensabile per ben imparare le lingue estere e per comprendere
la peculiare indole di ciascuna di esse. Le lingue flessive sono coerente
espressione di quei popoli che, come i mediterranei in genere e particolarmente
i latini, hanno per caratteristica fondamentale della loro forma mentis la
determinatezza e la precisione, e la innata tendenza a conoscere la realtà per
via SPERIMENTALE, analitica e razionale. Gl’asiatici invece, e particolarmente
gl’etremo-orientali, e specialissimamente i giapponesi, son portati per natura
e per tradizionale allenamento alla comprensione intuitiva e sintetica. Non è
facile, per noi, concepire che si possa pensare all’idea « mano » senza
associarla ad una mano concreta, e noi determiniamo —- anche mentalmente — se
si tratta di una o più mani, e la pensiamo ò le pensiamo in riposo o in azione,
oppure, ma successivamente, nei due diversi stati. Perciò, al diverso numero e
alla diversa condizione corrispondono « voci » diverse o in diversa funzione:
il sostantivo « mano » non può essere espresso che al singolare oppure al
plurale ed avere funzione di soggetto, o di complemento oggetto, o di
strumentale, ecc. Ad un giapponese, invece, il vocabolo « mano » -- l’idea
«mano » --, rappresentato da un «ideogramma », desta l’idea astratta di «
mano», aderente più al simbolo – Saussure EQQVS -- che alla realtà, mentre, al
tempo stesso, egli ha la rappresentazione intima della mano concreta, né cabolo
senza alterarlo (« fletterlo »). Hamit, Méthode directe et
combinée pour l’étude de la langue rurque, Instanbul, Imp. Hamit Bey singolare né plurale, e
simultaneamente egli può f- gurarsela (o piuttosto intuirla) in riposo ed in
moto, mentre, sempre sinteticamente, l’ideogramma gli rappresenta tutte insieme
le differenti pronunce che l’ideogramma può assumere. Così l’idea «idea» può
esser considerata nell’astrazione più completa – the idea of idea, the meaning
of meaning, citato da H. P. Grice --, pur aderendo, simultaneamente, a tutto
ciò che possa avere comunque una struttura ideologica. Negli esercizî
religioso-psicologici della sètta buddhistica Zen, la « meditazione » o «
concentrazione » ha un carattere tutto speciale, che questi due nostri vocaboli
non riescono a rendere, e che sarebbe difficile definire con parole nostre. Ma
colui il quale abbia veramente compreso la struttura della lingua giapponese
avrà fatto un gran passo per intendere che cosa sia lo Zen, e come in esso
possa esser la chiave di tutta la psicologia giapponese, permeando ogni
manifestazione spirituale e pratica, familiare e sociale, sentimentale c
razionale. Non sembrino Îuor di luogo, in una grammatica italiana -- che però è
« ragionata » -- queste note su una lingua ed un popolo così distanti da noi:
servono a determinare un estremo dell’ampia gamma nella quale possono
classificarsi le lingue in considerazione della -- Ogni « ideogramma »,
normalmente, ha almeno due pronunzie diverse in giapponese, quando non ne ha
parecchie: il segno « mano » si può leggere te, specialmente se isolato,
oppure, nei composti, te, shu, zu; l’ideogramma « idea » è letto Kangae e ké.
Su que- sta almeno duplice lettura e le sue ragioni, cfr. S., Nihongo no
tebiki: avviamento facile alla d:f- ficile lingua giapponese parlata e scritta,
Milano, Hoe- pli. Questi esercizî sono molto praticati non soltanto dai
sacerdoti e novizi, ma anche dai laici. E vi sono altre pratiche frequenti. le
quali hanno sostanzialmente lo stesso fine di allenamento dello spirito
all'equilibrio. Tra queste, la celebre « cerimonia del tè ». S., // Paese
dell'eroica felicità: usi e costumi giapponesi, Milano, Hoenli. Come non è
facile definire la dhyana indiana, dalla quale essa deriva. DR, LA GAMMA DELLE
MENTALITÀ «mentalità » che a ciascuna di esse è con- nessa (1). * * %* Denominiamo
« parola » in senso generico l’espressione orale, ossia fonica e articolata,
del pensiero, o anche la forma del dire. Nella «selva oscura », Virgilio dice a
Dante: « Si ho ben la tua parola intesa » (Inf.) ossia: « Se io ho ben capito
quel che tu hai detto » -- « ciò che tu INTENDI dire » -- H. P. Grice,
intention-based. Più genericamente ancora va interpretata la « parola »
allorché Virgilio interrompe il suo dire nell’Anti-purgatorio: « E com'egli
ebbe sua parola detta » (Purg.) ossia « appena egli ebbe finito di parlare ».
Equivale invece a «favella », cioè «facoltà di parlare » allorché Buonconte da
Montefeltro dice al Poeta: « Quivi perdei la vista e la parola». In questa
gamma, ad esempio, la lingua inglese occupa un posto diverso da quello che si
supporrebbe, ossia a notevole distanza dalla nostra lingua. Il vocabolo “hand,”
– cf. Grice, ‘shaggy’ -- ad esempio, non evoca in un anglo-sassone soltanto
l’idea di « mano », ma anche quella delle sue possibili attività -- verbo to
hand, ecc.. Il fatto che, in inglese, quasi ogni sostantivo di origine sassone
possa aver anche funzione verbale fa sì che lo «stimolo ideologico » del
vocabolo sia diverso che nelle nostre lingue. Più raro è tale abbinamento per i
sostantivi di derivazione latina, specialmente se polisillabi: sicché un inglese
italianato – diavolo incarnato -- « sente » in modo diverso un vocabolo sassone
e un vocabolo latino, pur se ne ignora la diversa provenienza. Alcuni dantisti
sostengono che la proposizione (e perciò il senso) non terminano con la fine di
questo verso dantesco, e leggono, con diversa. inter- punzione: e Quivi perdci
la vista, e la parola nel nome di Maria finii... ». ossia « conclusi il mio
dire pronunziando il nome di Maria ». ua Parimente diciamo che taluno «ha /a parola
facile », o che « la parola ha tradito il suo pensiero ». Oltre questi
significati generici — e perciò senza pretesa di precisione — la parola «
parola » ne ha anche uno specifico, e serve ad indicare l'insieme dei fonèmi –
cf. fonetico, fonematico – Luigi Speranza, unita etica ed unita emica – H. P.
Grice – inter-soggetivo -- che esprimono un'idea. In tal senso la parola è
l'elemento costitutivo del discorso, equivalente appunto a ciò che l'ELEMENTO –
alla GIRGENTI -- è nella chimica e ciò che la cellula è nella fisiologia. Nei
suci significa:i generici, la « parola » -- in lingua latina: PARA-BOLA -- è
semplice facoltà di esprimersi e l'espressione nel suo insieme: nel secondo senso,
specifico, ha valore determinan'!e l’unità fondamentale del discorso. In questo
secondo senso, « parola » ha significato affine a « vocabolo ». Il vocabolario
di una lingua è la raccolta delle « parole » -- o « vocaboli » -- in uso in
quella lingua. Il francese usa “parole” nel senso generico, e “mot” – italiano:
motto -- nel senso di « vocabolo »: « C'est pour faire usage de la parole que
le mot est établi. On a le don de la parole et la science des mots. GELLNER/Foucault, Les mots
et les choses. Girard, Les vrais principes de la langue francaise ou de la
parole reduite en méthode, cit. in Landais, Grammaire générale des grammaires
francaises, Paris. In inglese,
vocabulary ha un significato ancor più specifico: significa il particolare «
repertorio di ‘ vocaboli » -- e. g. Grice’s Aunt Matilda’s ‘runt’ – under-sizd
person -- di una branca scientifica o che siano noti ad una determinata persona
-- idioletto. « My English vocabulary is very poor » significa « Il mio
repertorio di vocaboli inglesi è molta povero». ossia « Non conosco molti
vocaboli inglesi ». Questo è uro dei numerosi esempî i quali dimostrano che il
significato di un « vocabolo » può variare da lingua a lingua, pur quando
l’aspetto resti assai simile: e ciò può facilmente trarre in inganno lo
studioso. Cfr. in proposito, l'eccellente volume di Rossetti, Tranelli
dell'inglese, Firenze, Le lingue estere;
e H. Veslot & J. Banchet, Les traquenards de la version anglaise, Paris,
Hachette LA PAROLA E LE PAROLE La « parola» (in senso generico: «facoltà di
parlare ») è dono divino; è. universale e generale nel genere umano; le «
parole » -- cioè i vocaboli -- -- cf. langue/parole Saussure -- hanno invece.
aspetto fonico, uso e valore diverso presso i diversi popoli. Formati che ebbe
il Signore Dio daila terra. tutti i volatili del cielo, li condusse ad Adamo,
acciò vedesse come chiamarli; il nome infatti col quale Adamo ‘chiama ogni
essere vivente, è il suo vero nome. E Adamo chiama coi loro nomi tutti gli
animali, e tutti i volatili del cielo, e tutte le bestie della terra. Genesi,
traduz. Ricciotti. Non vi è quindi un nesso universale per cui a determinati
suoni articolati corrispondano determinate idee definite. Vocaboli di lingue
diverse possono coincidere fra loro per suono, e significar cose del tutto.
diverse nelle rispettive lingue. Così troviamo, ad esempio, non poche parole
che si direbbero italiane ver la loro pronunzia, ma che hanno tutt’altro valore
significativo in lingue prossime e lontane: è noto che burro, per gli spagnoli,
significa « somaro », bisofio (pronunziato « bisogno ») equivale al nostro
vocabolo « recluta »; facultativo è il « medico »; amo, che per noi è voce del
verbo amare. significa « padrone » in spagnolo ed è negazione in coreano; in
giavanese topi è «cappello » .e mitra è « amico »; per gl’albanesi, gas vuol
dir « gioia » e urì è « fame », mentre per gl’arabi le urì son le note
fanciulle semprevergini del paradiso coranico; panna è la «signorina » polacca;
affàr significa « onesto » in amarico; in russo, pagoda è il « tempo » (stato
atmosferico), e scirocco vuol dir «largamente »; /argo vuol dir «lungo » per
gli Spagnoli. Il monosillabo tu, che per noi è pronome, vale « due » in coreano
ed in inglese (two): tocco è « uno » in galla, salassa è «trenta ».in tigré,
sfo è «cento » nelle lingue slave, mentre otto, in giapponese, significa «
marito ». Nella lingua telefonica ed in usi similari, gli anglo-sassoni usano
oggi il semplice suono o per indicare lo «zero » (es.: 307 = three-oh-seven),
mentre lo stesso suono rappresenta il « cinque » (dal cinese ww) in
sinico-coreano. Per noi, la sillaba « su » esprime l’idea di «sopra» -- preposizione
e avverbio: in francese significa « sotto » -- sous, preposizione --, e anche «
soldo » (sowu) e « satollo » (sot), ed in cinese vuol dire « informare », ed in
basco « fuoco »; e giù, in giapponese, vuol dir « dieci »... sit Nel suo
formarsi, ogni « parola » esprimente un'idea ha dovuto necessariamente
stabilire anzitutto un nesso ed un confronto con altre nozioni conosciute già:
partire da queste, per individuare, definire e de-nominare l’idea da esprimere:
ha eseguito quasi quell’operazione di tiro, con cui, stando ‘| Dopo aver
descritto una « parabola », una « parabola » è una « parola... » i . in un punto, si mira e si colpisce un
altro punto: perciò, nella sua formazione, ogni « parola » ha descritto una TRAIETTORIA
o « parabola », proprio come quella di un proiettile che, emesso dal punto di
partenza -- significato originario o etimologico --, va a colpire con
precisione l’”idea” da Fopnimicre -- significato reale e d’uso. Ed è « parabola
» anche nel senso di « racconto allegorico », -- H. P. Grice, echatological -- poi
che si serve di allusi oni ad a!tro per individuare e definire l’idea. L’uso
corrente confonde « parabola » e « traiettoria », sebbene, geometricamente,
sian due curve ben diverse. — \4 NJ L'EQUILIBRATO ED EQUILIBRANTE REALISMO
L'etimologia è branca linguistica interessante e divertente, poi che ci rivela
insospettate origini delle parole e insospettate « parabole » che esse hanno
percorso per arrivare al significato attuale. Così, ad esempio, l’etimologia ci
rivela che da parabola è venuto parola. Dopo aver compiuto — in tempo più o
meno lungo e con vicende varie — la sua traiettoria o parabola, ia « parola »
si fissa a rappresentare l’idea specifica – Humpty Dumpty Impenetrability –
Luigi Speranza --, salvo a mutar valore col procedere del tempo e attraverso
nuove’ vicende, in connessione con un'evoluzione ideologica e come riflesso di
un’obiettiva realtà. Il processo evolutivo delle lingue neo-latine, e
specialmente quello della lingua italiana, si svolge in armonia col progresso
scientifico-filosofico – H. P. Grice to Austin – no, to Warnock – how CLEVER
language is! --, ossia con criterio analogo ad esso. Alcuni popoli hanno una
mentalità prevalentemente intuitiva – Those spots mean measles, those spots ‘mean’
measles --, talora in contrasto colla « razionalità »: la mentalità latina-italiana
ha una struttura sillogistica sintetizzante ed analitica: essa ha maturato
quell’equilibrato realismo che, da Socrate a Platone, da Aristotele – la dialettica
atenense -- alla mirabile sintesi scolastica. Dal verbo sophizo, « render
sapiente » che lo forma, il vocabolo «sofista » qualifica in origine il dotto
argomentatore, onesto addestratore degli altri sul cammino della saggezza; ma
il prezzolato cavillar dei « sofisti » altera il valore del vocabolo, applicato
perciò poi a indicar una trista genìa di pseudo-filosofi. Parimenti l’ingiusto
dominio esercitato con violenza fa sì che il vocabolo « tiranno »,
originariamente significante « Signore, Principe, Sovrano », -- cf. H. P. Grice,
‘Can discs be square?’ -- acquistasse il truce valore che ha oggi. Al
contrario, il vocabolo « martire », che in greco era semplicemente « testimone»
(martyr), si circonfuse di gloriosa aureola, per l’eroica condotta di coloro
che soffrirono tormenti e morte per « testimoniare » come vera la dottrina professata.
Le « parole » costituiscono, così, anche l’indelebile registro del bene e del
male, rispondendo armonicamente ad un fine generale di giustizia. 12 004 medievale
– AQUINO (vedasi) -- , e attraverso i filosofi veramente italici -— e non
importatori di nebbie nordiche — sospinge sul cammino assolato e mediterraneo
della limpida conoscenza, il nostro intelletto al fine di porlo in armonia -- e
quindi aderenza, adaequatio -- con l’obiettiva realtà. Questa armonia tra lo
spirito e la realtà costituisce la « verità ». Pure la grammatica, fissando le
« norme » RAZIONALI – H. P. Grice reasonable/rational -- del discorso, e disciplinandolo
affinché risponda ai suoi fini, è tecnica -- ossia « arte » -- e « scienza »:
e, come tale, è anche branca della « saggezza ». In processu generationis
humanae semper crevit notitia veritatis». Duns Scoto, Theoremata. = 60 \ Le
cellule del discors. Ogni discorso è formato di « parole ». Nel parlare, però,
nessuna sensibile separazione fonica isola una parola dall’altra. Possiamo, in
casi speciali — H. P. Grice, soot, suit -- ossia per valorizzare con
l’espressione le varie idee — distaccare con pause una parola dall’altra, e
dire, ad esempio: « È questa la quarta volta che....». o nelle esitazioni, es.:
n « Insomma... non... vorrei... » È un artificio, o il risultato di incertezza,
timore, ecc.; e le medesime cause possono produrre una pronunzia eccezionale,
nella quale persino le sillabe sono articolate ben distinte una dall’altra: «
As-so-lu-ta-men-te no! » -- cf. H. P. Grice, “STRESS – Ab-so-blooming-lute-ly!”
Ma nemmeno in questi casi eccezionali è possibile sciogliere quei legami fonici
che servono di saldatura acustica tra due o più parole; p. es.: « L'ho
av-ver-ti-to per l'ul-ti-ma vol-ta ». Questa fusione Îònica avviene in tutte le
lingue. Nessuna di esse è pronunziata parola per parola separatamente. Oitre la
« pausa », si può avere una separazione ancor più violenta (pur se assai più
breve) tra i suoni del discorso: l’« occlusiva laringea », ossia la completa
chiusura della rima delle corde vocali. I tedeschi, allorché pronunziano la
lingua italiana, non dicono “ioavevoancoravuto” -- io avevo ancora avuto -- ,
ma “io*avevo*ancora*avuto,” ponendo questa occlusione Ad esempio, la
proposizione francese « Zls y ont DI retrouvé leurs bons amis d'’il y a trois
ans», che è composta di ben tredici « parole », viene pronunziata correntemente
in tre gruppi fònici: ilziòn riruvé loer- bonzamì diliatruazàn. Una delle
maggiori difficoltà per chi oda parlare una lingua a lui poco nota, è appunto
il riuscire a identificare i confini Îra parola € parola. Se poi egli sia
assolutamente digiuno di quella lingua anche l’analisi più minuta non gli
permetterà di stabilire dove. nella successione dei suoni ch’egli ode, cadano
tali punti separativi. La divisione del discorso in « parole » è mentale e
logica. Ed è tanto importante da influenzare persino la struttura fonica della
« parola», la quale si afferma anche così come entità a sé. Nelle lingue
regolate dalla legge dell'armonia vocalica, l’unità della « parola » come
entità a laringea nei punti qui indicati con asterischi. Ma, in tedesco, tale
frattura fonica si può avere anche nel corpo della parola: ad es.: « das
Amtsalter », « l’an- zianità », si pronunzia « das*amts*alter »; -— in « beer-
ben », « ereditare », vi è fra i due e un distacco (« be* erben » — che manca
invece in « Beere », « bacca, aci- no ». È ben strano che nessun manuale per
l’insegnamento del tedesco esponga questa importantissima caratteristica della
pronunzia tedesca. È un appunto (il solo) che si può fare anche a Ferrero, Elementi
di fonetica della lingua tedesca, Modena, S. T. mod.. Assai utilmente si potrà
consultare: Panconcelli-Calzia, Experimentelle Phonetik, Berlin u. Leipzig,
Géòschen. Pur nelle lingue che hanno l’accento in posto fisso – cf. H. P.
Grice, conTENT, CONtent -- sempre sulla prima sillaba della parola, come in
ungherese o in finnico; oppure sempre sull’ultima, come in francese -- tale
connotato non è sufficiente guida alla separazione acustica, poi che si attenua
nelle parole secondarie ed è invece accompagnato da accenti – H. P. Grice,
STRESS -- secondarî nelle parole lunghe. Beyer und Passy, Elementarbuch des
Gesprochenen Franzéò- sisch. Gòthen, Schultze. ea HIER L'UNITÀ DELLA « PAROLA »
sé è sentita a tal punto che, in una stessa « parola » si trovano normalmente o
soltanto «vocali basse » -- posteriori, velari --, o soltanto « vocali alte » --anteriori,
palatali. | etkergettem. 1) A macskal az asztal alòl: (D tupakanpolito oni tall
kielletty vocali alte \ (anteriori) P Ì . (2) 1 ra I (8) ù (y) vocail | - N
basse a lingua € (a) (posteriori). Esempi di « armonia vocalica »: 1)
ungherese: « Ho scacciato il gatto di sotto la tavola »; 2) finlandese: «
Vietato fumare »; 3) turco: «Per un innamorato, Bagdad non è lontana»
(proverbio) – cf. It’s a long way to Tipperary. L’equivoco interpretativo per
il quale il dialetto romanesco dice « un apis » credendo – malaprops, an otter,
cherry -- che lapis sia « l’apis », e per il quale abbiamo in italiano « la
matita », formatasi da « l’ama- La
pronunzia popolare turca trasforma perciò l'italiano brillante in pIrlanta,
modificando in / e a (vo- cali « basse ») i due nostri i, che sarebbero in
contrasto con l’a accentata, la quale dà fisonomia fònica alla parola.
Parimenti, dal francese congrès il turco popolare forma congrà. Il nome di
Karagoòz, il noto protagonista del cosiddetto «teatro delle ombre », contrasta
apparentemente con l’armonia vocalica, avendo vocali delle due specie: esso
prova invece che, in turco, Kara-g6z è considerato composto da due parole: e
infatti significa « Occhio (géòz) nero (kara) ». ii lita », conferma tale sensibilità che il popolo
ha della « parola », i cui confini vengono così stabiliti: in modo erroneo
dapprima, per diventare definitivi. Anche la lingua italiana ha leggi fòniche
particolari per l’inizio e la fine delle « parole », pur se queste, nel
discorso, sono pronunziate legate le une alle altre, riunite in gruppi di
respiro. Le leggi e norme delia buona pronunzia e della corretta scrittura
formeranno un volume a parte – cf. H. P. Grice, suit, soot --. Qui sono però
indispensabili questi cenni fonetici per definire il valore e, anche grammaticalmente,
la funzione della « parola ». Molti popoli, nello scrivere, non usano la
separazione tra parola e parola, rappresentando così, __——r—r—r—r——_ 6 Per ematite (haematites), ossia « sanguigna »,
che designò una pietra da disegnare color sangue. Viceversa il francese chiama
l’ugola «la luette », per aver creduto parola unica « l’uette » (da uvulette),
cui premette perciò un secondo articolo. Una successiva interpretazione
popolare -- a Parigi e nell’Est della Francia -- ha poi fatto sì che «/a
luette» apparisse « l’aluette », e, per attrazione paronimica, anche l’ugola è
divenuta «l’'alouette ». Sicché questa popolare « rondine » (alouette)
inesplicatamente annidatasi in fondo alla bocca, non è che un chicco d’uva
(uvuletta), proprio come la nostra « ugola (per uvula). Abbiamo delle vere e
proprie idiosincrasìe – cf. H. P. Grice, idioletto -- foniche iniziali di
parola: pur possedendo l’articolo maschile plurale gli, sempre prevocalico o
precedente gruppi consonantici complessi (s impura, z [cioè is o ds], ps, gn, x
[cioè Ks]), non abbiamo nessuna parola incipiente per tale suono: eppure diciamo,
con raggruppamento fonico, « gl’ingegni, « gl’In- diani », ecc. Nessuna.
parola, in basca, comincia per r; e chi si chiami Ramòn diventa Erramon in
Biscaglia o Guipuzcoa. Arrigarai, Euskal- Irakaspidea: Gramàtica del Euskera,
San Sebastiàn, S. Ignacio. Men buono, per lo studio del basco, il Método
pràctico del Euskera, di M. de Inchaurrondo, Pamplona, Aramendia; povera cosa è
il volumetto La lingua basca, di Portal, Milano. ina Ri mi mint + nontiinet
Aziz oceania delemic ver asciariolmso mr ue ini iii siii derit iii ri DL e ii
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SIATIZIA IRE A Ln II « Il tocco» è espressione regionale ... ($ 53). In alto:
Piazza della Funicolare, a Capri, In basso: Firenze e l’Arno, da Palazzo
Vecchio con il profilo della campana «la Martinella >, ii di agito © sg + .
ae PAROLA E GRAFIA graficamente, la sola pronunzia, indipendentemente cioè
dalle idee connesse con i suoni. Anche in sanscrito la scrittura era «seguitata
» (kramapàtha): L’India ha dato un grande contributo alla grammatica e alla
logica grammaticale, ma anche ora l’isolamento « parola per parola» (pada-
pàtha) è più o meno commisto con la grafia « conte- sta ». Nella lingua italiana,
l'isolamento grafico delle parole si afferma quando la lingua era già
solidamente costituita, Di | Oggi non ci è facile leggere un testo nel quale le
sillabe siano graficamente riunite come esse sono oralmente emesse: abbiamo bisogno
di vederle raggruppate non come esse lo sono nella nostra voce, ma come lo sono
nel nostro pensiero. Tale fenomeno è sintomatico, poi che rivela la forte
tendenza analitica che è peculiare nell’indole della lingua italiana. Nel
succedersi delle generazioni, ossia nel suo sviluppo, il genio della lingua –
H. P. Grice: “How CLEVER Italian is!” -- ha compiuto costantemente un lavoro di
indagine analitica. Come i fisiologi hanno ricercato nella struttura dei
tessuti orga- Preziosa fonte filologica è l’antichissima grammatica indiana,
che raggiunse la vetta nell’Astadhiaii (« Le otto sezioni [grammaticali] »),
trattato comprendente circa quattromila regole, compilato da Pànini, vissuto,
secondo alcuni, nel V secolo av. Cr. e che, con Vararuci Katiàiana e
Patafijali, forma la triade dei grandi grammatici indiani. Secondo Pànini, la
grammatica ha sì grande importanza, che la conoscenza profonda di essa può
bastare per raggiungere la salvazione. Il grande filologo danese Jespersen – citato
come JESPERSON da H. P. Grice (his editors) -- non esita a proclamare l’opera
di Panini « la più completa grammatica esistente per qualsiasi lingua, viva ©
morta ». In essa vale come criteria di
separazione l’interpunzione oppure il non collegamento tra vocale finale e la
seguente. tu e Mg rate” SERE det n ent ani SITE RT MV dt Sen no VENERE
"POI. RT n Sese © Nd Sharing ii aeneon dai micati l'elemento unitario fondamentale, così la
lingua italiana cerca di isolare l’unità biologica della lingua. Chiamiamo
testo l'insieme dei vocaboli che sono organicamente disposti a formare un
discorso -- il « testo » scritto è la rappresentazione con segni del « discorso
» orale: e « testo » significa « tessuto ». In anatomia chiamasi «tessuto » il
complesso di cellule che formano i varî organi del corpo. Il microscopio ha
permesso la scoperta « cellula » -- H. P. Grice, “The theory of text and
context – tissue and cell.. Quel che nel tessuto vegetale e animale è la «
cellula », nel tessuto linguistico è la « parola ». L’isolamento della « parola
» rappresenta quindi un progresso, in quanto attesta una più intima conoscenza,
una più approîondita analisi del processo psicologico-linguistico. È un brutto
neologismo: « organicato » è in uso da alcuni scienziati per definire quei
composti e aggregati che non sono solamente « organici », ma di struttura co-ordinata
ad un fine unitario. Textus, donde
textum, è il participio passato (e participio passivo) di texere, e perciò «
tessuto ». Per il fisico Hooke, che diede
il nome alle « cellule », queste non possedevano una propria individualità –
cf. A-TOMO – atomic semantic, cellular semantic --: erano semplici « cavità »
in una massa fondamentale: « il primo naturalista che ha messo in vera luce la
struttura cellulare nei vegetali è stato il nostro Malpighi », R. Galati
Mosella, / più significativi trovati della citologia, Milano, Sonzogno. Dai
fenomeni linguistici noi potremo trarre delle conclusioni sui caratteri
generali del pensiero. Le forme diverse del pensiero, nel loro incessante mutamento,
reagiscono sulla lingua, mentre questo influisce dal canto suo sul carattere
del pensiero: noi non possiamo ammettere che i pensieri dei nostri antenati
remoti, si siano svolti nelle stesse forme nostre; anzi, tali mutamenti
avvengono sicuramente, sia pur in minor grado, in periodi molto più brevi. Wundt,
Vòlkerpsychologie, trad. ital. (« La psicologia dei popoli »), Torino, Bocca. Ù
Po — ESA LA CELLULA DEL DISCORSO La « parola », appunto come la cellula, è la
più piccola entità significativa del discorso. Non si può quindi scinderla
senza pregiudicarne la funzione, ossia il significato – soot, suit, H. P. Grice.
Nel processo analitico, allorquando il nostro pensiero riconosce che un
vocabolo, pur costituendo una entità semplice, contiene potenzialmente due
idee, avviene un fenomeno simile a quello della cariocinesi nelle cellule: la
formazione di un doppio nucleo -- due idee – “shag-gy” -- determina la
formazione di due cellule distinte. Per questa tendenza analitica la lingua
italiana — ossia la lingua latina in ulteriore sviluppo — ha trasformato in due
o più parole quasi tutte le forme « declinate » e parecchie forme «coniugate»,
nonché i « comparativi » ed i « superlativi relativi ». Dopo tali premesse —
che appariranno persino prolisse — dobbiamo concludere la lapalissiana verità
grammaticale che sono separate quelle parole che non son più unite: dobbiamo
rispettare cioè — nelle de-finizioni e nelle regole. — ciò che il genio della
lingua ha voluto distinguere – H. P. Grice: “How CLEVER ITALIAN is!” . Impropria
e contraria all’indole della lingua italiana è definire e considerare « tempi
composti » del verbo, ossia ciascuno dei raggruppamenti di due o tre « parole»,
come unica « voce » del verbo esprimente l’azione compiuta (passata o passiva).
Il latino “veni,” nel suo significato di « passato prossimo », si è scisso
nell’italiano « è venuto ». Considerarlo ancora « voce » del verbo “venire"
è altrettanto errone» quanto lo sarebbe il rappresentarlo graficamente in una
parola sola: “evvenuto.” Nel volume di ortografia ed ortoepìa sarà adeguatamente
esaminato l'importante fenomeno del rad- ld L0 Nella denominazione « tempo composto
» si può anche intravvedere la preoccupazione di definire un fenomeno il quale
non può apparire curioso e contraddittorio se si consideri “è venuto” come voce
del verbo “verire”—or ‘went’ come voce del verbo ‘go.’ Allorché diciamo che «
Caio è venuto », noi affermiamo anzitutto che Caio «è». Lo affermiamo presente,
sia in senso cronologico che locale: sicché la voce « è » è proprio il presente
indicativo del verbo « essere ». Ma affermiamo anche che egli è nelle condizioni
derivanti in lui dall’aver compiuto l’azione di « venire »: e ciò è espresso
dal participio passato del verbo « venire »: venuto. Sicché «Caio è venuto»
significa chiaramente quel che significa e cioè che | Caio è venuto e ciò è
espresso in tre «parole », manifestando uno pensiero formato da TRE idee: 1) Caio
2) è 3) venuto. Cf. H. P. Grice, Fido is shaggy. Impropria è anche la
denominazione di « passato prossimo », appunto perchè il verbo « essere » al
presente (« è venuto, sono venuti ») indica che si tratta di un presente: il
participio, o attributo, è « passato ». Ma il verbo è presente. E trova, così,
la sua logica giustificazione la regola sull’uso di tale forma. Si adopera il
cosiddetto « passato prossimo » (ossia il presente del verbo essere con il
participio passato come attributo): a) quando perdura la conseguenza o ‘
effetto indicato dal participio passato, es.: « Questa lettera è arrivata ire
giorni fa », os- doppiamento consonantico iniziale nella buona pronunzia
dell’italiano, ed in quali casi esso avvenga: per ora ci basti constatare che «
è venuto » non si pronunzia come « eventuale », e che la durata dell’r non è la
stessa in “A ROMA” e in “AROMA”. RETE; QUeBE IL PRESENTE E IL PASSATO sia « è »
qui presente, nella condizione determinata dall’essere « arrivata »; Si potrà
dire « La lettera arrivò due giorni fa», INTENDENDO – alla H. P. Grice -- che
ogni effetto è oramai cessato. b) quando il periodo di tempo espresso non è
ancora terminato: « L’anno (oppure il mese, il giorno, il secolo, ecc.) è
cominciato bene! », INTENDENDO – alla H. P. Grice -- questo anno (0 mese, gior-
no, secolo) che ancora dura; ma si dirà cominciò se tali periodi sono « passati
». C) in eccezione al comma precedente, quando l’evento (o lo stato) è incluso
nelle 24 ore in corso. Nel pomeriggio, bisognerebbe dire « Stamane piovve »,
poi che non è più « stamane »; ma si dice « Stamane è piovuto », poi che
l’evento è così vicino da esser considerato incluso nel « presente. Questa
regola conferma che il pensiero espresso è di vero e proprio « presen- te ». In
molte regioni d’Italia l'influenza dialettale spinge ad usare il cosiddetto «
passato prossimo » anche fuori dei limiti prescritti – cf. Et Dieu crea la
femme -- dalla regola del $ 96. AI
contrario, i siciliani usano spesso il « passato remoto » anche per eventi
inclusi in tali limiti temporali, sicché essi dicon persino, nella lingua
italiana -- ma non la corretta lingua italiana: « Proprio adesso venne ». « Il presente è la porzione di tempo che abbiamo
la sensazione di occupare. Ma ogni evento che noi percepiamo come presente, per
il fatto stesso che lo percepiamo è già avvenuto, ossia è passato. S.,
Geometria della realtà e inesistenza della morte, Roma, De Carlo. Dice infatti
la grammatica tradizionale che il passato prossimo indica anche «azioni e fatti
compiuti da così poco tempo, che paiono presenti ». Morandi & Cappuccini. Se
« paiono » presenti, è logico che siano anche espressi come tali. È la
letterale traduzione del siciliano: « Propriu ora vinni ». Perna, gp La
distinzione del « tempo » in considerazione dell’« effetto » perdurante in seguito
all’azione è di grande importanza nello studio delle lingue siraniere. Applicando
questo criterio separativo e dando a ciascuna « parola » l’autonomia
grammaticale che le compete, si rispetta grammaticalmente l’indole della
lingua, mentre al tempo stesso si semplificano gl’artificiosi paradigmi,
tormento dei giovani e imbarazzo degli adulti – H. P. Grice: “Careful speakers –
that most of us are not –” . Tutti i cosiddetti «tempi composti» vengono scissi
legittimamente nei loro componenti, sicché. i tradizionali « specchietti »
delle coniugazioni vengono già, con ciò, ridotti del 50%. I grammatici inglesi rimasero incerti nelle definizioni
dei « tempi composti » (compound tenses), dividendoli anche in « first double
compound », « second double compound », « third double compound » e « triple
compound » Priestley, The Rudiments of Grammar, London, Rivington, finché non
venne adottata una più moderna terminologia per tali « tempi »: il « passato
prossimo » è chiamato « tempo presente perfetto » (present perfect tense), ed è
giustamente considerato « presente », differenziato dal semplice « presente » e
dal « presente continuo » (present continuous tense: es.: « He is writing ». «
Egli scrive (= sta scrivendo) ». Brackenbury, Studies in Idiom, London, Macmillan., e
A. Reed & B. Kellogg, Graded Lessons, New York, Maynard. I grammatcii svedesi considerano sia il
«presens» (es.: han skrifver, « egli scrive ») che il «perfektum» (es.: han har
skrifvit, « egli ha scritto ») come «tempo attuue, di oggi» (nàrva- rande tid).
Cfr. A.
Sundén,Svensk Spraoklira i sam- mandrag, 10de uppì., Stockholm, Deckman, 8 114.
RE | RE I ‘“modi,, dell'energia
verbale. Il riconoscimento formale (ossia la coerente formulazione in
definizioni e norme grammaticali) di quel che sostanzialmente è avvenuto ed
avviene nei fenomeni linguistici italiani, e perciò la interpretazione rivoluzionaria
di essi conducono alla logica abolizione di tutto ciò che è artifizio burocratico.
La nuova grammatica ha il triplice programma di: a) armonizzare; b)
semplificare; c) chiarire. Possiamo considerare b) e e) come logica conseguenza
da a). Formati ibridamente con il francese dureau, « ufficio », e il greco
Kratos, « potere », i neologismi « burocrate », « burocrazia », «
burocraticamente », nel significato peggiore esprimono la supremazia del criterio
pedante e formalistico nella pubblica amministrazione, sì che la realtà
scompare dietro la « pratica» da « emarginare » e da «evadere »: ciò che importa
non è il provvedimento sensato da prendere, ma il « protocollare », 1’«
archiviare » la pratica stessa. Nella sua acuta filosofia e con le volute
ssrammaticature, Marginati (Locatelli) ha eternato, come tipica, quella «
pratica » « che era un curato il quale dice che si non aripparavano l3 chiesa,
ci cascava in testa e accusì ci si mettesse una pezza per via gerarchica »; e
la complessa procedura fu tale che «un mese dopo cascò la chiesa acciaccando il
curato; il capodufficio fu mandato sul posto indove lo fecero cavaliere per il
contegno curaggioso. Locatelli, Come ti erudisco il pupo, 37° migliaio, ediz. «
Il Travaso » Bologna, Cappelli. Hausa le
definizioni e le regole grammaticali all’obiettiva realtà (ispirarsi cioè anche
nella scienza e nella tecnica grammaticali ai criterî di sano realismo su cui
poggia sempre più stabilmente da millenni la nostra philosophia perennis)
significa stabilire un'armonia. Tutto ciò che, non avendo il suo corrispettivo
nella obiettiva realtà, è superiluo, impedisce l'equilibrio, e va perciò
eliminato. Tale eliminazione del superfluo giova alla chiarezza delle
definizioni e delle norme grammaticali. Come già constatato, le voci verbali della forma
passiva latina si (1) Intenzionalmente usiamo il verbo adeguare. con allusione
alla tomistica – AQUINO (vedasi) -- adaequatio, chiave di volta della
«conoscenza ». «Les choses matérielles sont sensibles en acte, mais ne sont
intelligibles qu’en puissance, et tout le procès de la connaissance humai- ne
consiste à les amener progressivement, d’abord à l’intelligibilité -en acte
(dans la species intelligibilis impressa), puis à l’état d’intellection en acte
(dans le verbe mental et l’opération intellective). Maritain, Les degrés du
savoir, Paris, Desclée. «Et quoniam tripliciter potest aliquis per sermonem,
quem habet apud se, interpretari, ut scili- cet vel notum faciat mentis suae
conceptum, vel ut amplius moveat ad credendum, vel ut moveat ad amo- rem vel
odium; ideo sermocinalis sive rationalis phi- losophia triplicatur, scilicet:
in gremmaticam, logicam et rhetoricam; quarum prima est ad exprimendum, secunda
ad docendum, tertia ad movendum. Prima re- spicit raticnem ut apprehensivam,
secunda ut indica- tivam, tertia ut motivam ». S. Bonaventura, De reduc- tione
artium ad theologiam, T. V, pag. 308. (2) Applicando il criterio filosofico-economico lella « ragion
sufficiente ». Cfr. Enriques, /! principio di ragion sufficiente nella
costruzione scientifica, in « Riv. di Scienza. « Definitio sit brevis. Sobria
enim brevitas per- spicuitati maxime inservit. Adde quod brevis defini- tio
facilius retinetur... ». « In definitione nihil redun- det, nihil deficiat ». V. Remer S. I.,, Summa philoso-
phiae scholasticae: I: Logica minor, Romae, Univers. Gregor. pas. 49. PER: (FRI « PASSA TO » E « PASSIVO » sono
scisse: ognuna di esse è stata sostituita, in italiano, da più « parole »,
ossia dalle cor- ‘rispondenti voci del verbo essere completate con il «
participio passivo ». Nel verbo essere è espressa l’idea verba- le; nel «
participio passivo » l’idea passiva, | distintamente. Il« participio passivo »
ha i connotati e le. proprietà intrinseche grammaticali dell’ a g- gettivo, e
le funzioni sintattiche dell’ a t - tributo. Sebbene prodotto morfologica-
mente dal verbo, esso, una volta formato, esorbita dall'ambito verbale: è
un’altra par- te del discorso (vedi 8 47 B, d), e come tale va considerato (1).
Viene così interamente abolita, nella gram- matica italiana, la coniugazione
passiva, poi che non esiste nella linguistica realtà. 104. — Morfologicamente,
il participio pas-. sivo coincide con il participio passato: poi che entrambi
esptimono il risultato di un’azione compiuta: se il verbo è intransiti- vo, il
nostro pensiero non la può considerare « com-- piuta » se non in quanto è
semplicemente « passata »; se invece il verbo è transitivo, l’azione è com-
piuta per quel tanto di essa che si è trasferito nella persona, nell’animale o
cosa che risulta affetta da ta- le passaggio: questa « passività » è espressa
dal par- ticipio passivo. 105. — Poi che il soggetto che è così af- fetto
acquista la qualità derivantene, il verbo essere esprime tale stato (2). 106. —
Le funzioni del « participio passivo » son: ben distinte da quelle del «
participio passato ». (1) « Asinus non differt ab equo per solam for- mam, sed per materiam
aliam specificam ». Bacone, Opus tertium, ediz. Bewer, Il
tedesco esprime il passivo usando il « par- ticipio passivo » retto dal verbo
werden: es.: der Brief wird geschrieben, « la lettera è scritta »: l’idea di
pas- sato è espressa o nel verbo werden oppure con il par- ticipio passato di
questo: es.: der Brief wurde geschrie-- RR sE . La prova che esse non si confondono è fornita
dal ‘fatto che il «participio passivo » ha significato pre- PRESENTE | ‘Caio
PASSATO PRESENTE | PASSATO “Caio A ha ai i COTSO. e eni to” “| (venire)
(essere) PRESENTE | PASSATO “Caio ha portato sons e00eo ‘ “la valigia IPRESENTE
> PASSATO — stata Ogni « parola » conserva la sua autonomia pur quando
collabora intimamente con altre... (8 106). ben, « la lettera era scritta »;
das Brief ist geschrieben worden «la lettera è stata scritta » (letteralm.: « è
di- venuta scritta »). Cfr. O. Basler, Grammatik der deut- -schen Sprache; eine
Anleitung zum Verstindnis des Aufbaus unserer Muttersprache, Leipzig, Bibliogr.
‘ Inst., . — Affine a questo « divenire » (« di-veni- re ») è il nostro verbo
venire in sostituzione di essere: es.: « la lettera viene scritta ». A DARE E
AVERE sente: per esprimere anche l’idea di passato, bisogna aggiungere il «
participio passato » del verbo essere: es.: « il pacco è portato » (azione
presente, poi che il participio è soltanto « passivo »); «il pacco è stato
portato » (azione passata [« stato », participio « pas- sato » di essere]
passiva [« portato »]). * * * 107. — Si comprende così anche perché, mentre il
«participio passivo » richiede il verbo essere per esprimere l’esistenza di
tale qualità (passività) nel soggetto, il « participio passato » dei verbi
transi- tivi attivi richiede il verbo avere, poi che in tal caso il soggetto
agisce. Il verbo avere non significa soltanto « pos- sedere ». Infatti lo si
adopera non soltanto nel senso di « essere possessore », ma anche come opposto
di dare: nell’espressione « dare e avere» c’è un’antitesi di direzione: î >
PIA, dare avere AI nostro concetto di « avere » corrispon- dono, in alcune
lingue, espressioni che, pur se coerenti con una jorma mentis diversa, gio-
vano ad illuminarci: | all'italiano « egli ha molti amici » corri- sponde il
latino « ei sunt multi amici »: le due formule, pur dicendo la stessa cosa,
stanno Îra loro in posizione antitetica di direzione: italiano: « egli he molti
amici »; latino: « a lui s o no molti amici ». È proprio un rapporto analogo a
quello di « dare e avere ». Molte lingue ricorrono a locuzioni del tipo della latina
per indicare l’apparlenenza e il possesso. L’arabo non possiede un verbo «
avere »: « io avevo » si traduce «c’era presso di me» (kén ’andi). —- Nel
cinese yu? si fondono le due idee di «essere » (« esservi ») e di « avere »,
ben distinte peraltro dalle idee di «essere» («esistere »: scih4) ed «esser in
qualche posto » (tsai4). Anche il tipico
verbo inglese fo gef ci illu- stra eccellentemente tale rapporto. È un verbo
‘sui generis (1), il quale ha. apparentemente funzioni ed usi varissimi: ma
l’idea che è con- nessa con questo verbo, in ogni sua accezio- ne, è unica: è
sempre cioè allusiva ad un ac- quisto fisico, fisiologico o morale: molte volte
questo « procacciarsi », od « ot!enere », nell’idea corrispondente italiana è
incorpora- ta nel verbo: fo gef married, « sposarsi »; 10 get old, «invecchiare
»: passare cioè nello ‘ stato di « sposato » 0 di « vecchio ». Allorché, in
italiano, diciamo « aver fame >», « aver rabbia », o « aver voglia », si
tratta di un « possedere » uno stato fisiologico o psichico, ossia quasi essere
in possesso di un’azione. Ì Analogo è il feeling (vedi ìa nota al 8 52)
allorché diciamo « ha corso» o « ha portato. E poi che il verbo avere, come
ogni altro verbo, contiene il verbo essere (egli ha=egli è avente (8 21-23), il
signicato logico che ha ispirato le locu- 0 zioni attive formate con avere + «
participio passa- to » è «essere nelle condizioni di chi ha compiuto l’azione
espressa dal participio passato ». La costruzione habeo + « part. passato »
appare già, e non infrequente, in Cicerone. L’autentico verbo, in queste lo-
cuzioni, è il verbo avere, che non va quindi considerato come ausiliare, poi
che è, (1) « It gives to the English language a middle voice, or a power of
verbal expression which is nei- ther active nor passive ». J. Earle, Philology
of English Tongue, 1871.) es. « Get me some paper », « Procuratemi del- la
carta »; — fo get evidence, « ottenere la prova »; — to get talked over, « far
parlare di sé»; — e per- sino to get run over, « essere ‘investito da un
veicolo » (quasi ottenere un investimento »!). (3) «Habeo scriptum », «rationes
cognitas har beo », — Cfr. P. Thielman, « Habere » mit dem Part. Perf. Pass.,
in « Archiv fiir lateinische Lexikographie und Grammatik », Leipzig, II, 372,
pag. 415. PA, E ENERGIA LIBERA O DIPENDENTE - al contrario, la « parola »
energetica della pro- posizione. Ogni autentica voce verbale è dunque formata
da una sola « parola », espri- mente autonomamente un’idea: lo stato o l’azione.
L'azione espressa dal verbo può essere indicata come certa: tale forma è quel-
la del modo indicativo: «Caio vie- ne », « Caio è venulo ».. I « ella giunse e
levò ambe le paline » (Purg., VIII, 10) « Leva in roseo fulgor la cattedrale Le
mille guglie bianche e i santi d'oro ». (G. Carducci, Sole e amore) 113. — Può
essere congiunta, come ipo- tesi (per mezzo della « congiunzione » se) ad altra
azione, o dipendente da altra azione per altro nesso (espresso da altra «
congiunzio- ne »): tale forma è quella del modo con- giuntivo»: es.: - « Che
l’ubidir, se già fosse, m'è tardi » (Inf.); « Come d’un stizzo verde ch’arso
sia dall’un de’ Capi... ». (Inf., XIII, 40) Il congiuntivo può esser usato
anche indipendentemen'e, con valore esortativo o imperativo: sulla porta
dell’infer- nal città di Dite, i diavoli dicono a Virgilio: « Vien tu solo, e
quei sen vada, che sì ardito intrò per questo regno. Sol si ritorni per la
folle s'rada: pruovi, se sa...» (Inf., VIII, 89-92) 115. — L'azione espressa
dal verbo può esser subordinata ad una condizione: tale forma è quella del modo
condizionale: «Se a ciascun l’interno affanno si leggesse in fronte scritto, Sl
a quanti mai, che invidia fanno, ci
farebbero pietà. (Metastasio, Giuseppe riconosciuto, I). La condizione non
sempre è espli- citamente enunciata, e talora è una condizio» ne generica: es.:
« Dovrebbero esser già le dieci ». — « Sarebbe mollo meglio non occu- parserne
». Poi che il « modo condizionale » serve ad esprimere non un avvenimento cer-
to, ma più o meno probabile, in quanto dipen- dente dal verificarsi o no della
condizione, lo stile giornalistico l’usa spesso (e più spesso ancora ne abusa)
per segnalare la non cer- tezza di un evento: « Gli scioperanti accette-
rebbero il lodo arbitrale ». Tali forme sono frequenti specialmente nei titoli.
Talora la forma interrogativa inten- de diminuire la responsabilità di colui
che se- gnala la « probabilità »: « La nota diplomatica sarebbe gia partita? ».
Queste forme non nuocciono soltanto al bello stile, ma anche al prestigio
giornalistico. Nell’uso di manuali per lo studio delle lingue straniere, si
faccia attenzione al significato che spesso si dà alla definizione di « modo
condizionale »: spesso infatti si de- finisce tale non quello con cui si
esprime l’a- zione subordinata ad una condizione, ma quel- la che esprime la
condizione stessa (2). (1) Tali titoli in forma condizionale interrogativa
spingono il lettore del giornale a commentare: « E io si chiede a me, che ho
comperato il giornale per sa- perlo! ». Tali denominazioni, che rischiano di porre lo
studioso su falsa strada, son frequenti specialmente nelle grammatichec per
lingue orientali. Cfr., ad esem- pio: C. A. Bell, Grammar of Colloquial
Tibetan, 22 edit., Calcutta, Bengal S.B.D., 1919, pag. 58, 8 15 e segg. — e
l’eccellente Grammatica teorico-pratica del- la lingua araba, di L. Veccia
Vaglieri, Roma, Ist. p. l'Oriente, 1938, vol. I, pag. 128, 8 262 e segg. sara
REI Pi I DUE DIVERSI «SE» Lo studioso di lingue straniere porrà per- cid molta
attenzione, distinguendo la prò - tasi, ossia la proposizione che, nel periodo
ipotetico esprime la condizione, dall’ a pò - dosi, che esprime l’azione
condizionata. La distinzione tra pròtasi e apòdosi è importante sia per il
corretto uso del condizio- nale in italiano che per il coordinamento
sintattico. nelle lingue straniere. Le norme per l’uso del condizionale non
sono altrettanto rispettate dai dialetti quanto lo sono dalla buona lingua
nazionale: l’impie- go dialettale del congiuntivo invece del con- dizionale e
viceversa si infiltra talora nella lingua, specialmente allorché il periodo sia
alquanto complesso, rendendo più difficile l'orientamento logico di chi parla o
scrive. I nostri dialetti meridionali sono stati par- ticolarmente influenzati,
in ciò, dallo spa- gnolo (1). 120. — Soltanto l’azione condizionata (apòdosi)
può essere espressa con il condiziona- le, in buon italiano: non mai l’azione
condizio- nante: è perciò crrato dire: «se egli vorrebbe... ». 121. — Si noti
però che la congiunzione se può nascondere un tranello: essa non ha sem- pre il
significato ipotetico, ossia non sempre serve ad introdurre la premessa
(pròtasi) di un periodo condizionale: può avere valore du- bitativo o
disgiuntivo. Si potrà dire correttamente: « Non si sa se egli accetterebbe tali
condizioni », poi che qui non si tratta di un'ipotesi, ma appunto di un dubbio
(2). (1) Ad es.: « Si hubiera venido, lo hubiera dicho » (o anche,
indifferentemente, « lo habrìa dicho »), « Se fosse venuto, lo avrebbe detto ».
In tal caso, infatti, la lingua tedesca
usa due ‘ congiunzioni diverse per i due diversi casi: « Se do- mani è tempo
bello (pròtasi dell’ipotesi) andremo a sso DESCa colma :tAl iran o c0ce lisca
te ren bna ttt ire Die ONTO | Scorretto
è, invece, dire: « Se egli accelte- i rebbe, tulti ne ‘sarebbero contenti »,
poi che in questo caso la congiunzione se ha valore ipo- tetico e serve ad
introdurre la pròtasi: bisogna perciò dire: « Se egli accellasse... ». È
corretto, nella seconda proposizione, l’uso ! del condizionale (« sarebbero
contenti ») poi che costituisce l’apòdosi. I ! 122. — In italiano, la pròtasi
può indiffe- | rentemente precedere o seguire l’apòdosi: es.: I « Se egli ci
avesse penscto, (pròtasi), lo avrebbe fatto (apòdosi) », oppure « Lo avrebbe
fatto, ce si avesse pensato ». Però sentiamo che nella’ prima di queste due
costruzioni la condizione è espressa con mag- gior energia che non nella
seconda: ed anche l’into- nazione nelle due costruzioni differisce: la pròta-
si ha maggior rilievo fònico nella prima, mentre si attenua in tono decrescente
nella seconda. Diisseldorf »: « Wenn morgen schònes Wetter ist, fah- ren wir
nach Diisseldorf » — «Se dbmani sia tempo bello [o no] (quindi dubbio e non
ipotesi) non lo si può sapere »: « Ob morgen schònes Wetter ist, das kann man
nicht wissen ». — Cfr. R. Mohr, La lingua tede- sca per gli Italiani: metodo
graduale ad uso delle scuo- le e delle persone colte, Roma, Signorelli. — In
inglese, il se del primo ca-. so è reso con if (condizionale); nel secondo caso
(du- bitativo), si può usare if o whether. -— Le lingue neo- latine hanno
riunito nel se (spagn., portogh., franc. si, rumeno s,i) il si ipotetico latino
e le varie particelle dubitative: « Rogavit consul adfuissentne ludis necne »:
« Il console chiese se essi erano intervenuti ai giochi o no »; « Nesciunt an
pro filia eam habeat, an pro an- cilla », « Non sanno se egli la tenga come una
figliola o come una serva ». Cfr. in proposito l’ottima espo- sizione in W. Ripman, A Handbook of the
Latin Lan- guage, being a Dictionary, classified Vocabulary, and . Grammar, London and Toronto, Dent, 1930, pag.
776 e segg.; la riduzione in italiano di questo manuale sa- rebbe preziosa per
i nostri studenti, giovando a ben inquadrare le loro idee. Purtroppo continuano
ad es- ser diffusi i manuali più o meno calcati su modelli te- deschi,
filiazioni naturali o artificiose della nefasta grammatica di Ferdinando
Schultz. — 80 — «mu Forma mentis ed espressione linguistica... ($ 73).
Catecumeni della setta Zen, in meditazione. In alto: L'’ottantenne abate
buddhista Sugawara Vestovò della «setta della meditazione » (Zen-sh{). hd ll
LIPTPERA Edo RA LITTA LIETTA LITAPTERI LL LI IITOtenei delhcsi x . _ = 7 Treo
agi Troooerergg IT \FTTTRe:ITT ET PIETER te be LAI LIT TO LILITIETAARO bha 1
CIO tte — asa pay _ —#—Pr _——razt L’ «infinito» è immobile sul quadrante del
tempo: le «voci ver- bali» sono lie mobili sfere. DA sLa pensée» di A. RODIN
(Parigi: Musée du Luxembourg), I TRE SOLI « MODI » DEL VERBO La nostra
elasticità mentale permette an- che di insinuare la pròtasi come inciso nella
proposizione esprimen'e l’apòdosi: «Tanto m'agrada il luo comandamento che l'ubidir,
se già fosse, m'è fardi ». (Inf.,). - Simile libertà non esiste în alcune
lingue, o per lo meno non è alirettanto ampia: e an- che questo fenomeno è
interessante, permet- tendo di intendere l’indole dei varî linguaggi,
corrispondente alla forma mentis dei rispeiti- vi popoli. Allorché il discorso
è puramente narra- tivo ossia obiettivamente espositivo senza cioè im- plicare
l’espressione imperativa (2) di chi par- la o scrive, il verbo non può
manifestarsi che in uno di questi tre modi: indicativo, congiun- tivo,
condizionale. Le altre « voci» sono erroneamente o per le meno impropriamente
considerate apparte- nenti al verbo. Possono derivarne morfologi- Soltanto la posizione determinava la coordi-
nazione della proposizione secondaria alla principale nella lingua egiziana
antica. Cfr. G. Farina, Grainma- tica della lingua ‘egiziana antica in
caratteri gerogli- fici. Milano, Hoepli 1910, pag. 104-105. — Anche in
giapponese moderno la pròtasi deve normalmente pre- cedere l’apòdosi. (Le
costruzioni ipotetiche giappone- si sono magistralmente esposte, con lodevole
limpidi- tà, nella Grammatica della lingua giapponese di O. & E. E.
Vaccari, T6ky6, Vaccari, 1942, pagg. 353 e segg. 500, 504; e, per la lingua
parlata — e purtroppo sen- za gli ideogrammi — in Balet, Grammaire Japonaise,
langue parlée, Paris, Leroux — La Grarimatica giapponese della lingua parlata
di G. Scalise, [Milano, 1942] condensa in 20 righe (15 alla pag. 156 e S alle
pag. 209-210) le regole, neppur chiare ed esatte, delle proposizioni ipotetiche
giapponesi). (2) L’intervento attivo o « presenza scenica » di chi parla o
scrive provoca nel discorso tali mutamenti che tutto il problema sarà trattato
unitariamente in altra parte della « grammatica rivoluzionaria », costi-
tuendone uno dei connotati fondamentali. == camente, ma hanno le so taihi e le funzioni di
aggettivi (participî), oppure di av - verbî (gerundio), oppure di sostantivi
(infinito). Ogni ragionamento procede per «giudizi », che le «proposizioni »
esprimono con « parole ». Le « aree di significato » dei tre termini del
sillogismo. (È interessante ed istruttivo confrontare l’ergo della dialettica
classica con l’erg che, nella moderna fisica, è l’unità di misura dell’«
enERGia » nel sistema metri- co C.G.S. (centimetro-grammo-secondo): 1
chilogram- metro = 9,8 107 erg. Il nome di tale unità proviene anch'esso dal
greco ergon, « lavoro, efficacia », come . lo scolastico ergo con il quale si
esprime conclusiva- mente il risultato del « lavoro » logico, dell'energia dia-
lettica, e la convincente efficacia del limpido ragiona- mento sillogistico
aristotelico. _- TT N] n i i ii IL VERO
VERBO Il verbo è davvero verbo allorché ne ha le caratteristiche e le funzioni:
allorché esprime l'azione in atto, e allorché, per tale proprietà vitale, può
dar vita alla proposizione. Soltanto il verbo che venga espresso in uno di
questi tre modi (1) rivela l’azione del soggetto, la defi- nisce e limita, e
perciò, con il soggetto stesso e con gli eventuali accessorî o complementi,
forma una proposizione (2). T_T —Sempre, non considerando per ora l’impera-
tivo, per le ragioni di cui nella nota precedente. (2) Una proposizione è,
secondo la defini- zione tradizionale, « un giudizio espresso con parole »: il
nostro ragionamento procede per « proposizioni »; e « proposizioni » sono i due
« giudizî » dai quali, nel sillogismo, si deduce la « conclusione », che è
anch’es- sa un «giudizio » e quindi, grammaticalmente, una « proposizione »: «
Ratiocinium sive syllogismus ex duobus iudiciis tertium concludit, quatenus instituta
comparatione duarum idearum cum tertia, illarum aut identitatem aut
diversitatem statuit ». J. Donat, S. J., Logica et Introductio in Philosophiam
christianam, Oeniponte (Innsbruck), 1935, c® III, art. 1, 216, 10893 — Ul 1) La
localizzazione nel tempo (VID) 125. — Caratteristica proprietà del verbo è
quella di esprimere un’azione o uno stato localizzati nel tempo. Anche con
altri mezzi viene indicata la lo- calizzazione nel tempo, con maggiore o mi»
nore precisione: « alle due meno dieci », «.nel 1492 », « dopo il suo arrivo »,
« în primavera », « ieri >, « sempre », « spesso », « di quando. in quando
», « mai »... Ma tutte queste espressio- ni, anche quando conslino di una sola
parola, sono semplici indicazioni temporali, senza si- gnificare un’azione o
uno stato: sono fuori della parola che esprime l’azione o lo stato. Nel verbo,
invece, la stessa « parola » espri- me l’azione o lo stato e li localizza nel
tempo: camminò nana i se camminava mmina camminera aspeltò : aspettava aspetta
aspetterà piovve > . 1 pioveva piove pioverà 126. — Può apparire
contrastante con l’in- dole analitica della lingua italiana il fatto che essa
abbia conservato la coniugaz ione latina, ossia la flessione dei verbi, mentre
ha abolito la declinazione ossia la Îlessio- ne dei nomi, dei pronomi e degli
aggettivi, ri- solvendo i « casi » in costrutti composti di più parole. - Tale contraddizione — che sarebbe a sca-
pito dell'armonia unitaria della nostra lingua — non v'è: la coniugazione ha
tuttora un legittimo nome, rispondente alla sua Îun- zione, pur se l'etimologia
stessa ci dice che .non si tratta di un fenomeno analitico ma proprio del
contrario. | — PO) — Due elementi concorrono nella « coniugazione» dei ‘
verbi... B) Due cellule ideologiche, una
significante l’azione o lo stato e l’altra localizzante nel tempo, si
congiungono per formare un'unica «idea» (azione o stato localizzati nel tempo)
e quindi una. « parola », coniugata in determinata forma, così come due cellule
si « coniugano » a formarne una sola (ad es. nella nocti-. duca miliaris,
protozoo rappresentato nella figura). «
Coniugare » (da con-jugare, « accoppia- re sotto lo stesso giogo (jugum)»),
significa « Congiungere », e « coniugi» o « coniugati » sonoi due sposi
congiunti in matrimonio, allo — 86— NOBILTÀ DEL VERBO scopo di generare prole
(1). Nella « coniuga- zione » del verbo l’idea dell’azione specifica o dello
stato specifico si congiunge con quella della localizzazione nel tempo: ma
queste due idee, rappresentabili con due «cellule » lin- guistiche, ossia due «
parole », si congiungo- no appunto per formare un'idea unica: l’azio- ne o lo
stato localizzati nel tempo. Infatti, al- lorché diciamo « camminava », o «
mangio », o «corre», o « starà», a ciascuna di queste « parole » non
corrispondono, nel nostro pen- siero, due idee, ma una sola: e perciò unica è
la parola, pur se generata da due elementi, appunto come, biologicamente, da
due cellule che si coniugano si sviluppa una nuova spora o un nuovo germe. 127.
— Il verbo è mirabile anche per tale sua intrinseca proprietà, che ci fa
comprendere il suo valore funzionale e, insieme, il suo alto significato
simbolico (2). Abbiamo così una conferma della necessi- tà di considerare
autentiche « voci verbali » soltanto quelle che, in una sola parola, espri-
mono l’azione o lo stato in atto nel tempo. Considerare «voci verbali » i
cosiddetti « tempi composti » e le «voci passive », ossia pensare e de- (1) «
Matrimonium ab eo dicitur, quod foemina idcirco maxime nubere debet, ut mater
fiat... Coniu- gium quoque a coniungendo appellatur, quod legitima mulier cum
viro quasi in jugo adstringatur ». Catechi- smus ex decreto SS. Concilii
Tridentini ad Parochos, Patavii, Gregoriana, 1930, p. II, c. VIII, 2, pag. 284.
(2) Cfr. l’evangelico: « Et erunt duo in carne una. Itaque non sunt duo, sed
una caro. Quod Deus coniun- xit homo non separet ». Matth., IX, 5-6. (3)
Teologicamente, il Verbo è l’'Idea che Iddio genera di se stesso ab aeterno: e
perciò il Verbo è nell’eternità: «in principio erat Verbum » Joh., I, 1; —
incarnandosi, il Verbo passa dall’eternità nel tem- po, nel mondo fenomenico: «
et. Verbum
caro fac- tum est, et habitavit in nobis; et vidimus gloriam eius » ibid., I,
14. TER og ‘ finire come
scindibili in due o più parole un verbo (voce verbale) è altrettanto contrario
all’indole della lingua italiana, quanto lo sarebbe il considerare fa- cilmente
solubile il vincolo matrimoniale (1). È
verbo ogni parola la quale esprima di per sé l’azione o lo stato localizzati
nel tempo. 129. — Perciò non è « verbo » l’infini- to, in quanto non localizza
nel tempo, ap- punto perché ha il cara:tere di « infinito » os- sia, meglio, di
un indefinito. Infatti l’« infinito » equivale spesso ad un « sostantivo »: «
il mangiare » =" « la nutrizio- ne » ‘0 «il cibo »; ed è di fatto un «
sostanti- | VO», potendo avere l’arlicolo, attributi aggetti- vi, lunzienare da
soggetto, oggetto, comple- mento: | «Un bel morir lutta la vila onora »
(Petrarca, Canzoniere, I, Canz. 20) In questo verso, «un bel morir » potreb-
be, se il metro lo permettesse, esser sos!ituito da « una bella merte »:
viceversa, nel verso «la morte è fin d'una prigione oscura » (Petrarca, Trionfi,
III, 2) il soggetto «la morte » può esser sostituito con il soggetto « lil]
morire »: la morte e il morire sono entrambi sosi!antivi; come tali funzionano
gramma'icalmente e sin'atticamen- te, ed entrambi significano « cessazione
della vita », mentre nessuno dei due significa «la vita cessa, o cesserà, 0
Cessò », L'infinito, come« parte del discorso » non è verbo. 130. — A causa
della sua provenienza ver- bale, l’infinito conserva, pur essendo sostan- tivo,
la proprietà di poter reggere, come suo complemento, un al'ro sostantivo, e
cioè ave- re un « complemento oggetto » (v. 8 37) e non (1) Peggio, anzi,
negandone il carattere di « uni- tà » che ne è essenziale. L’ACCUSATIVO CON
L'INFINITO | soltanto i complementi che possono accompa- gnare i sostantivi di
altra origine: « sì che possibil sia l'andare in suso; ché perder fempo a chi
più sa più spiace ». (Purg., III, 77-78). Nel primo di questi due versi
l'infinito (so- stantivo) andare può essere sostituito da cam- mino, marcia,
percorso, o altro che non siano di diretta origine verbale, poi che il suo com-
plemento («im suso») non è « complemento oggetto », mentre nel secondo verso
l’infinito perdere, pur essendo sostantivo ed avendo un suo articolo, non
potrebbe esser sostituito da un sostantivo non verbale (ad es. « la perdi-
fa»), giacché regge un « complemento ogget- to »: la sostituzione obbligherebbe
a sostitui- re questo complemento oggetto con un com- plemento indiretto («la
perdila di tempo », complemento di specilicazione). L’attento esame di tali
meccanismi è assai utile per comprendere la maggiore o minore vitalità dei
vocaboli, ossia quanto permanga e funzioni in essi dell’ energia verbale, e so-
prattutto sviluppa la facoltà di sentire il tem- peramento delle varie lingue. La
comprensione di tale meccanismo ci è di valido aiuto anche per intendere, ad
esempio, la natura della tipica costruzione latina dell’« infinito con
l’accusativo », sia come soggetto che comc com- plemento oggetto: « vider
pueros studere », « Vede i ragazzi studiare »: pueros studere forma un tutto
uni- co, in quanto le due idee compongono un solo « com- piemento oggetto »: il
caso accusativo dipende però. dal fatto che studere, non essendo un vero verbo
non può avere il soggetto in « nominativo », poi che ciò è caratteristico dei
soli verbi in funzione ver- bale, ossia effettivamente in azione. Nella
proposizio- ne « Necesse est Deum mundum regere » possiamo chiaramente
constatare simile fenomeno: infatti la proposizione Deus regit mundum, ha un
soggetto in nominativo (Deus) ed un complemento oggetto in ac- ice Qi cusativo (mundum) poi che l’energia verbale
passa effettivamente dall’uno all’altro, e ciò è espresso con un verbo in atto
(regit): allorché questa azione vien portata fuori della determinazione
temporale e diventa perciò indefinita (infinito) perdendo quindi il suo
carattere energetico verbale in atto, anche i due « conduttori » di tale
energia cessano di avere la loro funzione specifica (v. $ 41): anche il «
nominativo » deve quindi attenuarsi ed assume perciò la forma di « accusativo
»: la non distinzione morfologica tra no- minativo e accusativo è una
caratteristica del « neu- tro » (v. 8 239). Tutta l’espressione « Deum mundum
regere » è « neutra » non solo come « genere » (1), ma anche riguardo
all’energia verbale. Il costrutto latino di un infinito con il soggetto
all’accusativo, usato allo scopo di esprimere l’azione avulsa dal tempo, è
passato anche in italiano per conferire veemenza ammirativa o di sdegno o di
altro sentimento alla frase. « Patrem repudiare fi- lium! », « Un padre
ripudiare il figlio! ». È ovvio che, in questo caso, l’infinito con- . serva
energia sufficiente per animare una vera e pro- pria proposizione. Non dobbiamo
considerare « ver- bo » il gerundio, il quale non localizza di per sé nel tempo
l’azione o lo stato: tale localizzazione è determinata dal tempo del verbo cui
il gerundio avverbialmente si appone: es.: « sfa scrivendo », « stava scri-
vendo », « starà scrivendo »j « Qual è colui che suo dannaggio sogna, che
sognando desidera sognare ». (Inf., XXX, 136-137) in cui « sognando » equivale
a « nel sogno ». (1) Questa minor capacità dei neutri in fun- zione di
soggetto, rispetto agli altri due generi, è con- fermata dal fenomeno per cui,
in alcune lingue, il soggetto neutro plurale può avere il verbo al singo- lare:
es. il greco « panta rhei», « tutto fluisce »: let- teralm.: «tutte le cose
(panta neut. plur.) scorre (rhei, singol.) ». 59) IL PRESENTE È PRESENTE Come
l’infinito, anche il gerun- dio conserva dell’energia verbale tracce sul-
licienti per reggere un « complemento ogget- to»: es.: « Perdonando ie offese
si merita maggior lode che vendicandosi » (1). 135. — Parimenti non è «verbo »
il partici- pio presente, il quale è «presente» soltanto quando è retto dal
verbo essere in tempo presente. 136. — Il participio passato edil par- ticipio
passivo esprimono l’azione compiuta o subìta, ma la localizzazione nel tempo è
affidata esclusivamente al verbo essere o al verbo avere (o al verbo venire con
valore di « divenire », v. 8 105) che li reggono. Perciò non vanno considerati
come verbo... ù* * d* ‘137. — La voce verbale che localizza l’a- zione o lo
stato nel momento in cui si parla o scrive, o presenta l’azione o lo stato come
così localizzati, è in tempo presente; es.: « egli corre », « le stelle
splendono »; « il Po ha molti affluenti », « Romolo è il fonda- lore di Roma ».
Le voci verbali è e sono (verbo essere), ha ed hanno (verbo avere), viene e
vengorto (verbo verire con valore di diveni- re) sono in tempo presente ed
espri- mono perciò lo stato presente anche quando sono accompagnate da
participio passato o da participio passivo. Non esiste perciò in italiano una
forma verbale di passato prossimo e non esiste una forma passiva dei verbi.
Esi- stevano in latino: la lingua le ha abolite; an- che la grammatica deve
coerentemente rite- nerle scomparse. Per il passato prossimo avrem- mo la
curiosa equazione. presente + [partic.] passato = passato (1) In latino: «
Zniurias ferendo maiorem laudem quam ulciscendo meretur ». | = e, per le forme passive, la non meno curiosa
equazione: presente + [partic.] passato = presente, ossia be atb=b e atb=a
equazioni ‘che non possono sussistere se non dando ad a (nella prima) e a b
(nella seconda) il valore zero. | 139. — Rarissimamente il « presente » esprime
un’azione istantanea: « sono le 10, 3° e 26” »: un’azio- ne ha sempre una certa
durata, ed uno stato ha ne- cessariamente una durata: es.: « la bomba esplode »
(1), « l’uccello vola », « il Po nasce dal Monviso e si getta nell'Adriatico ».
La continuità e durata dell’azione sono in- dicate: ao a) dalla natura e
significato del verbo stesso: « il fiore sboccia », «la palla rimbal- za », «
Calo accende una sigaretia »... b) dalla estensione di significato tempo- rale
che è implicita nel soggetto, nel comple- mento oggetto: « Je giornate si
accorciano », «la Controriforma occupa la seconda metà del XVI secolo e la
prima metà del XVII ». c) da un avverbio, o da un complemento di tempo: « è
sempre qui », « viene di quando in quando »,.« mon lo si vede mai »... ° d)
dalla connessione con altra espres- sione che implichi continuità o durata: «
fin- chè c’è vita c'è speranza ». Normalmente, una voce verbale in tempo
presente considera l’azione o lo stato specialmente nella sua stabilità, e
spesso afferma appunto il perdurare dell’azione o del- lo stato: | « la bufera
infernal, che'mai non resta, mena li spirli con la sua ruina... ». (Inf., V,
31-32) (1) Persino la bomba atomica esplode con un pro- cesso di reazione «a
catena ». TAG 31 EOOO CON UNO O PIU’ FOTOGRAFI Sono generalmente espresse in
tempo presente le verità generali e permanenti, le definizioni, le leggi
fisiche, i dogmi, i teoremi, ecc.: « due quan- tità uguali a una terza sono
uguali fra loro »; « ogni 2. ha diritto al voto », « l'articolo si usa
quando... Il costrutto sta + gerundio (plura- le: stanno + gerundio) si adopera
in italiano 99 ‘‘vengono °° opuauaa duunzs ‘*,, Un pezzo di film ci chiarisce
la differenza tra « ven- gono » e «stanno venendo » (8 142) allorquando si vuol
porre in evidenza la con- tinuità dell’azione: «i ire amici vengono » e «i tre
amici stanno venendo » esprimono lo stesso evento, ma la seconda formula dà
mag- gior risalto all'estensione dell'a azione che essi « stanno compiendo ». _
BC Con un paragone ispirato dalla cinemato- grafia, potremmo dire che « vengono
» è la rappresentazione dell’azione in un solo Îoto- gramma, mentre « stanno
venendo » rappre- senta la medesima azione, ma in più foto- grammi, Tale
costrutto è molto usato in inglese (1). Alcuni autori chiamano « permansivo »
quel tempo che, nelle lingue semitiche, non ha significato temporale specifico,
e può quindi applicarsi ad eventi presenti, passati o Îu- {uri (2). * * %* 143.
— La voce verbale che localizza l’a- zione o lo stato in momento precedente a
quel. lo in cui si parla o scrive è in tempo pas - sato. 144. — La lingua
italiana usa una iorma verbale speciale per esprimere l’azione pas- sata non
completa, interamente concomitante con altra o ancora PEBGUTOIIE mentre
un’altra abbia inizio: « Lo giorno se n’andava, e l'aer bruno toglieva gli
animai che sono in terra dalle fatiche loro... (Inf., II, 1-3). (1) La tipica
forma in -ing è molto abbondante in inglese giacché anche il «nome verbale »
(verbal noun) termina oggi in tal modo, avendo alterato, per mimetismo, la
terminazione sassone in -ung: soltanto un’acuta analisi può oggi distinguere la
diversa fun- zione di building nelle due proposizioni: « Forty and six years
was this temple in building » (« Questo tem- pio è stato in costruzione per 46
anni », « Ci son vo- luti 46 anni per costruire questo tempio ») e « He is
engaged in building a sky-scraper » (« È impegnato a costruire un grattacielo
»). — Cfr. J.M.D. Meiklejohn, The English Language: its Grammar, History and
Li- terature, London, 1887, pag. 82. (2) In assiro, marush=<«è ammalato » o
«era ammalato ». Cfr. G. Boson, Assiriotogia, Milano, Hoe- pli, 1918, pag. 38.
SL 04 | L'AZIONE INCOMPIUTA Tale tempo si chiama imperfetto, appunto perché non
esprime il completo per- fezionamento dell’azione. Non è necessario che l’altra
azio- ne, totalmente o parzialmente coincidente nel tempo, sia esplicitamente
indicata. L’imper- fetto è spesso usato come Îondale scenico dinanzi al quale
il resto del discorso si svol- ge: es.: « era una bella giornata di primave-
ra...»: « Scendeva dalla soglia di uno di que- gli usci e veriiva verso il
convoglio una don- na, il cui aspetto annunziava una bellezza... » (1 Promessi
Sposi). Con maggior evidenza ancora si può esprimere l’estensione dell’azione
passa- ta e la sua incompiutezza in coincidenza (to- tale o parziale) con
altra, usando il costrutto formato con sfava (plurale stavano) ed ii ge-
rundio: la correlazione temporanea, in simili costrutti, è spesso espressa con
congiunzioni quali « mentre » (preposta all’azione imperîet- ta), « quando »
(preposta all’azione totalmente o parzialmente coincidente nel tempo). 147. —
Anche per tali costrutti vale quan- to affermato nel 8 138: la « voce verbale »
è soltanto quella « parola» che iocalizza nel tempo l’azione o lo stato,
esprimendola in atto. È puro artificio grammatical-burocratico voler
considerare « voce verbale » il costrutto chiamato tradizionalmente «
trapassato pros- simo »: complica lo studio, disorienta lo stu- dioso e non
corrisponde a verità. Nella propo- sizione « ella era uscila » il verbo (« voce
ver- bale ») è soltanto la « parola » era con cui si esprime come perdurante
nel passato lo stato del soggetto, e la « parola » uscita qualifica
aggettivamente tale stato: uscifa ha Îunzione di « attributo »: ha terminazione
femminile, appunto perché « aggettivo »: può essere so- stituita da un altro
aggettivo, (ed es. « ella era assente »), senza spostare il valore di era nel
sigg tempo; può esser persino
rimpiazzata con un avverbio (« ella era fuori ») (1): ed era rimane ‘mentre
ANRITTZZZZZ ZEBRA VR N» i scriveva iquella lettera, dd @@@@$è}).YNNTCC___TCc
AAA A NY VITARA ARA . ‘sorridevaì stranamente.” ARRAAAAEZZIACRRE CANE, s
MUONRNRN* “A è stava \ancora scrivendo, vee S SS STESO quando \sopraggiunse B”
aa “ella f era \ già vestita, Nanna! quando ‘giunsero le amiche.” MN
VARAAAREAN: N “ella i era già uscita, quando Ègiunsero le amiche ” L’imperfetto
è un passato non concluso, on « perfetto », e che totalmente o parzialmente
coincide temporalmente con un'altro. (8 147) (1) Infatti in inglese fluido si
tradurrebbe « she was out», non soltanto nel significato di «ella era fuori »,
ma anche in quello di «ella era uscita ». Pa- rimenti « è uscita» si traduce
«she is out», poi che è è presente. — Anche la traduzione in tedesco è chia-
rificante: « ella è uscita »: « sie ist ausgegangen », con ist in tempo
presente: se fosse «voce verbale » ossia . « passato prossimo », la logica
linguistica dovrebbe portare a dire « sie ist gegangen aus », trattandosi di «
verbo separabile »: ciò non avviene appunto perché ausgegangen non è nemmeno in
tedesco « voce ver- bale », ma participio, e regolato quindi dalle norme
morfologiche 'e sintattiche degli aggettivi. Ma anche la burocrazia
grammaticale tedesca ha accettato l’artifi- ciosa classifica complicante,
delizia dei grammatisti di tutti i paesi europei e tormento di tutti gli
scolari di tutti i paesi europei. Le lingue vanno sempre più semplificandosi e
razionalizzandosi: je grammatiche ufficiali seguono la direzione opposta.
Perciò è oppor- iO L'AZIONE PERFETTA imperfetto, perché una « parola » non può
essere che quello che è: l'espressione di una « idea ». 148. — La denominazione
di imperiîet. to dato a questo tempo, richiede che si deno- mini perietto quel
tempo del verbo in cui l'azione è espressa come compiutamente pas- sata: «Nel
pensiero di Dio poi simmerse; la croce strinse, e con fÎioca voce pregò », (G.
B. Maccari, Nuove Joao 149. — Scompaiono dalla grammatica le denominazioni di «
passaio prossimo » e « pas- sato remoto », ed a maggîor ragione quelle di «
trapassato prossimo » e «trapassato re- moto ». Il passato è espresso in due
forme sol- tanto, quella che esprime l’azione incompiuta (imperiîetto) e quella
che l’esprime com. piuta interamente (perîfetio). 150. — Non tutie le lingue
hanno questa distinzione (1). | tuna una «rivoluzione » che le renda snelle e
in ar- monia col progresso linguistico teorico e pratico. La vera grammatica non
deve essere una catena al piede, ma una provvidenziale bussola. (1) Il tedesco
«er antwortete », l’olandese « hij antwoordde », \inglese «he answered»
significano tanto « egli rispondeva » che «egli rispose ». — L’in- glese usa
però il perfetto di essere con il participio continuativo in -ing, quando vuol
porre in evidenza la non compiutezza dell’azione: he was answering, «
rispondeva », « stava rispondendo »; he was going to London, :-« andava a
Londra », « stava andando ‘a Lon- dra ». — In ungherese sono oramai inus!tate,
nel lin- guaggio comune, le forme antiche dell’imperfetto in -a- ed -è-, e
quelle formate aggiungendo vala («era ») alle forme del presente.
All’imperfetto e al perfetto ita- liani corrisponde il perfetto magiaro. — Cfr.
E. Vàrady, Grammatica della lingua ungherese, Roma, Edit. Roma. 1931, pag. 103,
8 148-149. "OTRS Il passato non ha valore sol- tanto perché è anteriore al
momento in cui si parla o scrive, ma anche perché l’azione, non essendo «
presente », assume i caratteri di mi- nore realtà attuale. Questa
considerazione aiuta a comprendere perché il passato indica- tivo possa in
alcune lingue essere usato là ove noi usiamo il congiuntivo (1): e persino come
la semplice forma del passato possa, in altre, assumere addirittura il valore
ipote- tico (2). * * %* 152. — Le voci verbali che localizzano l’azione o lo stato
in un momento successivo a quello in cui si parla o scrive sono.in tempo
futuro. Noi non abbiamo però, in italiano, un vero e pro- prio futuro, come
l’aveva il latino, ossia specifica- mente ed esclusivamente riservato ad
esprimere even- ti a venire. Più che la localizzazione nel tempo suc- cessivo
al presente, il nostro cosiddetto Î u - tur'o esprime l'incertezza dell’azione
o dello stato: è piuttosto un dubitativo in fun- zione talvolta di futuro e
talvolta di presente. Allorché alla mia domanda « Dov'è la mia pi- pa? » mi si
risponde «Sarà sul tavolo », la voce verbale sarà non esprime uno stato Îu-
turo, ma afferma che la pipa « probabilmente è sul tavolo ». Con la domanda «
Che età avrà quella bel- la signora? » non si chiede quanti anni avrà in avvenire,
ma quale LOSS essere oggi, al- (1) Es.: in francese: « Sil était là, il
parlerait ». « Se egli fosse (letteralm. « era ») lì, parlerebbe ». (2) Con
l’inversione del verbo e del soggetto, l’in- glese esprime l’ipotesi per mezzo
del passato, omet- tendo persino la congiunzione if: es.: « Had he been
there...» « Se egli fosse stato lì »: letteralm. « [se] era . egli stato lì».
Analogamente può fare il tedesco: « Hcitte ich dieses gestern gewusst (invece
di: wenn ich...), « se l'avessi saputo ieri ». mr NON FUTURO, MA PROBABILE
l’incirca, l’età di lei. Tale interrogazione at- tende infatti una risposta
meno precisa di quel che, invece, si esige con la domanda « Che età ha quella
bella signora? ». Non ha valore di futuro, ma di « presente probabile », il ripetuto
saranno che la musica di Verdi ha reso famoso: « Saranno i disinganni, le
veglie, le astinenze. saran le penitenze che il capo gli turbar ». (La forza
del Destino) 153. — Morfologicamente, il nostro cosiddetto futuro non deriva
dal latino: le forme uamabit, amabunt,- monebit, monebunt, audiet, audient,
ecc. sono scomparse. Sembra che il futuro in -bit, -bunt della I e II
coniugazione fosse praticamente in uso soltanto in Roma e dintorni: somigliava
troppo all’imperietto; e quello in -(i)et, -(i)ent (III e IV coniugazione) si
confondeva troppo con il congiuntivo. Per maggior chiarezza, e anche perché il
significato si andava man mano modificando, l’italiano sostituì il futuro
latino con la forma infinito-ha (plurale: infinito-hanno) così ama- bo fu
sostituito da amare-ho=amerò; ad ama- bunt si sostituì amare-hanno = ameranno. Una
forma diretta per il futuro è scomparsa in quasi tutte le lingue europee:
quelle non latine ricorrono a forme periîra- stiche (2). | (1) Cfr. P.
Thielman, « Habere » mit dem Infini- tiv und die Entstehung des romanischen
Futurums, in « Archiv. fiir lateinische Lexikograpliie und Gramma- tik »,
Leipzig, II, 48, pag. 158 e 161. A forme
perifrastiche ricorrono tutte le lin- gue teutoniche e le slave. Il francese
usa il verbo aller infinito per esprimere l’azione futura molto pros- sima: «
Zl va venir sous peu». « Verrà fra poco ». Il finlandese manca di futuro e lo
sostituisce con il pre- = 909 Potrebbe dedursi, da tale fenomeno, che l’intero
continente europeo ha mutato opinio- ne in merito agli eventi futuri. 155. — La
tendenza a ripudiare le Îorme future si rivela più evidentemente ancora nei
dialetti: rarissimamente il romanesco dice « Domani annerà a Frascati»:
sostituirà il futuro con il presente (« Domani va a Frasca- ti ») (1), se
l’evento è espresso come certo, mentre userà un costrutto diverso a seconda che
l’evento sia considerato come necessario, voluto, desiderato: « domani ha da annà
a Frascati », « domani vo’ annà a Frascati » (2). L’esame di queste perifrasi
dialettali è as- sai utile per intendere il « pensiero » che de- termina, ad
esempio, l’uso di wil/ e shall per esprimere in inglese eventi Îuturi (3). 156.
— Valgono, naturalmente, anche per il futuro le osservazioni fatte in merito ai
« tempi composti ». Scompare dalla grammatica la comica de- nominazione di «
futuro passato ». sente. (Cfr. A. Himilainen, Finnisch, Berlin, Langen-
scheidt, (s. d.), pag. 29) — Hanno invece un vero e proprio futuro, con una
tipica desinenza in -s, il li- tuano e il lettone. (Cfr. M. Aschmies,Litauisch,
Berlin, Lingenscheidt, (s. d.) pag. 35; -— e W. Litten, Lettisch, Berlin,
Langenscheidt, (s. d.) pag. 35). (1) Il presente per il futuro si trovo già in
Cice- rone: « Cum volueris ire, imus tecum », — e, in S. Agostino, il venire
habet prepara già il nostro « verrà » (= venire-ha): cfr. A. Regnier, De la
latinité des ser- mons de Saint Augustin, 1886, pag. 128. (2) L’idea di volontà
interviene anche in rumeno per la formazione di entrambe le forme perifrastiche
. di futuro (viitorul I e viitorul II) ottenute con va « vuole », e vor, «
vogliono », e l'infinito. L’inglese usa
will e shall per costrutti che spesso possiamo tradurre con il nostro futuro;
ma non raramente il will può esprimere semplicemente consuetudine, evento
ovvio, senza alcuna idea di fu- turo: ad es.: « Boys will be boys» non
significa «I ragazzi saranno ragazzi », ma « Che volete farci? I ragazzi sono
ragazzi! ». — — PER OGNI PAROLA UN'IDEA Allorché diciamo: « La letiera sarà
arri- vaia mezz'ora fa», esprimiamo un presente dubitativo con le conseguenze
di un’azione passata. Ma il vero verbo è sarà, con il valore di « probabilmente
è ». E, infatti, la lettera è (con una ceria pro- babilità) nel luogo di
arrivo. | Ila realtà corrispondono le « parole »,. ciascuna connessa con una
«idea ». — Ne Psicologia, fisiologia e anatomia del verho (VII) L'idea di
un’azione o di uno stato loca- lizzati nel tempo è diversa dall’idea della
stessa azio- ne o dello stesso stato pensati senza tale localizza- zione.
Perciò, come già detto, l’infinito ha carat- tere non di « voce verbale », ma
di sostantivo: le « idee » e le « parole » camminare, mangia- re, sedere non
includono una determinazione temporale né di momento né di estensione, appunto
come passeggiata, cibo, sedia son vocaboli indipendenti da nozioni temporali.
Il camminare, il mangiare, il sedere di ieri non differiscono, così espressi,
né per forma né come pensiero, dal camminare, dal mangiare, dal sedere di oggi
o di domani o di qualsiasi altro « tempo » espresso o pensato, appunto come
passeggiata, cibo, sedia restano inva- riati, sia nella forma che nel pensiero,
pur se altri elementi della proposizione o del periodo (« complementi di
tempo») localizzano nel passato, nel presente o nel Îîuturo la cosa espressa da
questi « sostantivi ». | Allorché diciamo: » // dipingere a tempera precedette
la pittura a encausto: i primi pit- tori a encausto appaiono in Grecia soltanio
nel 1 secolo ed avranno nelle opere di Apelle la loro più alta manifestazione»,
le idee . espresse dai « sostantivi » dipingere, pittura, pittori, opere,
Apelle non sono di per se stes- se localizzate nel tempo; ma altre parole, nel
periodo, fan sì che le cose e persone espresse da tali sostantivi siano
mentalmente colloca- SUL QUADRANTE DEL TEMPO te in ordine temporale,
rispettivamente in passato, presente e Îuturo (po- nendo il I secolo come
«presente »: « presente storico »). Invece la determinazione temporale poirà
essere contenuta nella medesima parola che esprima contemporaneamen!e l’azione
di dipingere, usando tre « voci verbali ». « Si di- pinse (o dipingeva) a
iempera prima che si dipingesse a erncauslo: nel ] secolo si dipin- ge già in
tal modo, ed Apelle dipingerà pit- ture che... » Le « voci verbali » sono le
mobili sfere sul quadrante del tempo, mentre l’« infinito » è inciso — immobile
— sul quadrante stesso. Nell’« infinito » l’azione o lo stato non son pensati
in atto; però l'infinito ne suggerisce la possibilità. Si comprende, così, come
alcune lingue possano trasformare in « verbi » molti « so- stantivi »,
semplicemente ponendoli in moto, esattamente come si pone in azione un mo- tore
che, quando è fermo, è « un motore » (so- stantivo) il quale ha possibilità di
essere qual- cosa che « si muove » (verbo) (1). (1) Nella lingua inglese, la
particella fo (espri- mente « moto a luogo ») somiglia proprio alla mano-:
vella di messa in marcia di un motore d’auto: se la si premette infatti ad un
vocabolo che di per sé è un sostantivo, lo si trasforma in «infinito », pronto
cioè a divenire « verbo ». Ciò è frequentissimo soprattutto per vocaboli di
origine sassone, perché congenitamen- te più rispondenti all’indole della
lingua anglosasso- ne. Così, ad esempio, hand è la « mano », ma to hand è «
porgere », da cui he hands, «egli porge»; they hand, « essi porgono »; —
persino man, « uomo », può divenire to man, « fornire degli uomini necessarî »
(una barca da mettere in mare, un argano da far funzionare, una fortezza da
presidiare, ecc.): il no- stro comando marinaro « Arma la lancia!» è in in-
glese « Man the barge! ». — E la lingua inglese, a sua volta, ci aiuta ad
intendere la natura delle scritture ideografiche che, nello stesso segno,
condensano spes- so l’idea verbale in potenza ostanayo, infinito) e in atto
(verbo). Quando l’azione sia pensata in atto, l’idea rispettiva sembra «
flettersi »: conserva il suo significato, ma par quasi curvarsi in direzione
di- versa. i In questo senso, meglio ancora che in quello morfologico, si
possono chiamare îlessive quelle lingue che, nella strultura della parola,
esprimono tale modificazione, La coniugazione, infatti, si ottiene - non
alterando o « curvando » (« Îlettendo ») la Satàru sh,8$, in hsieh? A B__ € Le
scritture ideografiche condensano nel segno l’idea verbale in potenza e in
atto: l’ideogramma « scrive- re », in cuneiforme (A), geroglifico (B) e cinese
(C). parola, ma aggiungendo al tema espressivo: speciali terminazioni, le quali
possono Incor- porarsi più o meno con esso (1). La vera e propria flessione è
quindi piut- tosto ideologica che formale. Avviene, in questo « Îlettersi », un
| fenome- no assai simile a quello per cui un raggio lu- TT Le modificazioni
interne deîla parola sono più rare che le aggiunte in fine di essa. Tipicamente
fles- si anche formalmente sono i cosiddetti « verbi forti », i quali però,
appunto perciò, son considerati irrego- lari: ad es.: presente: fa, fanno;
passato: fece, fecero; spagnolo: hace, hacen, e hizo, hicieron; portogh.: pres.
faz. fazem; pass.: féz, fizeram; franc.: il fait, ils font; il fit, ils firent;
tutti dal latino facit, faciunt; feci fe- cerunt. — Il fenomeno avviene anche
in lingue flessi- ve non neo-latine: es.: tedesco: er tuf, « egli fa», pas-
sato: er tat, imperf. cong. tùte. UNIVERSALE ARMONIA minoso si « piega »
passando da un mezzo di una certa densità ad un altro di densità di- versa: ad
esempio dall'aria all'acqua. L’idea connessa con il: verbo, immergendosi nel
«tempo », devia, proprio come un’asta im- mersa ‘nell acqua appare piegata: e
possiamo. considerare anche che il diverso angolo sia dovuto alla diversa
densità dei tre «tempi »: passato, presente e futuro (1). 160. — Queste
analogie servono non solo a chia- rire il fenomeno, ma anche a confermare che,
in ogni TR AMEN févorto = fiat (1) uit N uu S_ Sl” — ZITTI) sro dol LL Li:
MTEMLOTOUMÉVWG | =fideliter omm ma ni na
a diem La più diffusa parola del mondo, che i Settanta tra- dussero « così sia»
(1) e che per Aquila significò « fedelmente » (2) $ 160) La virtù arcana della.
parola. La formula magico-reli- giosa di sci sillabe, da un talismano lamaista.
campo, ogni evento si svolge naturalmente secondo . leggi armoniche,
simmetriche, e tutte in funzione di un’unica finalità. © Questo « gomito » o angolo dell’idea potrebbe
| essere anche studiato ispirandoci proprio al « princi- pio di Fermat » del «
minimo percorso »: e per esso Vi sono,
pur nelle parole, nessi più intimi di quelli che una superficiale osservazione
ri- velano (1). Le accurate indagini dei filologi dànno spiegazioni del
meccanismo fònico dei fenomeni lin- guistici: meno chiariti sono quelli
psicologici che li determinano (2): del tutto sconosciute rimangono le cause
intime per cui le lingue si modificano secon- do determinate tendenze. E tanto
più rimangono im- perscrutabili tali ragioni, quanto più le si voglian ri-
cercare in puri fattori materiali di clima e di razza. viene a formarsi una
vera e propria immagine « vir- tuale » di un evento che è « proiezione » dal punto
di vista dal quale esaminiamo eventi passati, presenti o futuri. L’affermazione
platonica che « Iddio geometriz- za» è vera in ogni fenomeno: pure in quelli
del no- stro pensiero. (1) L’inglese spelling, ossia la « compitazione »
(enunciare lettera per lettera un vocabolo) è la forma continuativa di to
spell, che primieramente significò — e tuttora significa — «incantare,
ammaliare », poi che spell è anche il « potere magico delle parole ». Non
soltanto le superstizioni di quasi tutti i popoli attribuiscono virtù arcane
alle parole, ma pur le più alte religioni considerano le parole non soltanto
come espressioni di idee, ma anche come veicolo di ener- gie spirituali e
superiori. Tutto il mondo buddhista ha iede illimitata nella potenza
magico-religiosa della «preghiera in sei sillabe» («OM MA-NI PA-DME IUM »). --
La parola più diffusa che esista sulla ter- ra, perché passata integralmente o
quasi nella grande maggioranza delle lingue e tradotta in tutte, cioè l’e-
braica invocazione amen, ha tale efficacia intrinseca che il Chatechismus
Romanus si conclude con una 'unga trattazione (P. IV, cap. XVII, art. 1-6) per
il- iustrare « quis usus et fructus sit huius particulae », «quomodo dictio », e
« quanta bona » da essa emani- no. Ed amen è voce verbale ed avverbiale,
insieme: . 1 Settanta la tradussero con ghénoito (= fiat) (Ps. XL, 14); nel
testo di Aquila è resa con pepistuménos (= fideliter): « ma poco importa che
sia tradotta nel- l'uno o nell’altro modo, purché comprendiamo che abbia quella
forza che abbiamo detto » (« Parvi re- fert, hoc an illo modo sit redditum,
modo habere in- telligamus eam vim, quam diximus » (Catech. Rom.). (2) Cfr. A.
Stoppani, La santità del linguaggio, Discorso all'Accademia della Crusca, 25,
IX, 1883. == 0a IL SEGRETO D'UN COMUNE ISTINTO L’uso — che getermina la scelta
dei vo- caboli e delle forme — « non è ciecamente ar- bitrario, ma vien guidato
da certe norme di natura sapientissime, che sono l’umana ra- gione stessa, o,
per dir meglio, rampollano da quell’istinto messo in noi da una ragione più
alta, cioè dalla sapienza divina » (1). 162. — Per quali ragioni la «
coniugazione » » la- tina si semplificò ed armonizzò in quella italiana, co- me
rispondendo ad un piano prestabilito, se la tra- sformazione fu opera inconscia
del popolo italiano? 163. — Le quattro coniugazioni del latino si ri- dussero a
tre, secondo la vocale tematica; e possia- mo conservare la tradizionale
divisione: 1 CONIUGAZIONE: verbi ai quali corrisponde l’infinito in -are; II
CONIUGAZIONE: verbi ai quali corrisponde l’infinito in -ere; III CONIUGAZIONE:
verbi ai quali corrisponde l’infinito in -ire. Ci limiteremo per ora all’esame
delle sole forme verbali di quella che, nella grammatica tradizionale, è
chiamata « voce di 32 persona (singo- lare e plurale). Questa separazione della
cosiddetta « 3? persona » dalle altre è ispirata ad un criterio che è
fondamentale nella « grammatica rivo- luzionaria » e ne costituisce forse la
caratte» ristica più importante. Essa afferma infatti che il discorso
obiettivo, cioè semplicemente espositivo degli eventi senza implicare né di-
(1) I. Amilcarelli, Della lingua e dello stile italia- no, Napoli, Leitenitz,
1870, vol. I, pag. 25. — E nella sua profonda trattazione — pur ignorata o
quasi non ostante il grande valore dei due grossi volumi — l’autore aggiunge
che tale istinto «in nessuna cosa meglio si manifesta, che nel fatto delle
lingue; dove non sarebbe possibile niuno general consenso della nazione, se non
fosse che tutti parlano, secondo lor natura, come son mossi per la ragione
segreta di un comune istinto ». /d. ibid., loc. cit. rettamente né indirettamente l’azione di chi
parla o scrive, ha caratteri differenziali che lo diversificano fortemente dal
discorso il qua- le esplicitamente o implicitamente involva la « presenza in
scena » del soggetto parlante o scrivente: tale partecipazione influenza i con-
cetti, altera le forme ed i cosî!rutti in modo co- sÌ profondo da richiedere
legittimamente una trattazione a sé. Molti fenomeni interessanti e
significativi non vengono chiariti dalla grammatica tradizionale: non vengono
anzi neppure segnalati. Essi passano inav- vertiti giacché l’arbitraria
burocratica catalogazione. delle voci verbali in paradigmi artificiosi
allontana proprio quelle voci che dovrebbero essere avvicinate e viceversa, sì
che le somiglianze e le simmetrie scom- paiono, come scompaiono i significativi
contrasti. 165. — L’elencazione delle « voci verbali » secondo la tradizionale
cantilena «io ho, iu hai, egli ha, noi abbiamo, voi avete, essi han- no » è
quanto di più innaturale vi possa esse- re nell’esposizione dell'attività
verbale: nes- sun fatto linguistico o psicologico giustifica tale ordinamento,
mentre non pochi legitti- memente vi si oppongono. Nella recitazione stessa del
tradizionale ri- tornello o canzoncina grammalicale (coniuga- zione) avvertiamo
facilmente l’aritmìa e la dissonanza della 1° e 2° persona plurale: spes- so
non soltanto la forma, ma persino la radi- ce stessa è diversa: eppure ciò non
ha arre- stato la burocratica manìa dei grammatisti, sì che la filastrocca
scolastica continua imper- turbabilmente a suonare (0, meglio, a « disso- nare
»): io dissi io ruppi io vado tu dicesti © tu rompesti tu vai egli disse egli
ruppe egli va noi dicemmo noi rompemmo noi andiamo voi diceste voi rompeste voi
andate essi dissero essi ruppero essi vanno. DOPO DIECI SECOLI... Da più che un
millennio tale concatena- mento è stato spezzato nella realtà obiettiva
linguistica: la tiritera « dixi, dixisti, dixit, di- ximus, dixistis, dixerunt
» oppure « vado, va- dis, vadit, vadimus, vaditis, vaduni » poteva ancora
trovare qualche giustificazione nella scuola dell'antica Roma. Ma poi che
l’indole del linguaggio, per ragioni che vedremo, ha rotto formalmente e
sostanzialmente questo concatenamento, riconoscendolo non confor- me alla nuova
mentalità linguistica che modi- ficava parole e idee, ed ha persino attinto ad
altre radici verbali alcune voci, proprio per separarle con maggiore evidenza
dalle altre, sarà ben giunto il momento (dopo 10 secoli) di porre la grammatica
in armonia con la realtà. . 166. — La « grammatica rivoluzionaria » aboli- sce
la denominazione di «33 persona »: sicché non saremo più costretti ad affermare
ridicolmente che sono « voci verbali di 32 persona » quelle contenute nelle
proposizioni: « sul tetto il gatto miagola » (il gatto potrà esser considerato
« persona » in una fa- vola di Fedro, non quando zoologicamente miagola sul
tetto), « il sole tramonta alle ore 6 e 40 » (il sole, astro e non Febo); «il
peggior passo è quello del- l’uscio » (il soggetto proverbiale è il «passo » e
non la persona passante), « chiodo scaccia chiodo » (sen- za allusione né
materiale né allegorica all’individuo che lo pianta), « /a somma degli angoli
di un trian- golo equivale sempre a due retti » (proprio indipen- dentemente da
qualunque « persona » che constati o meno tale verità geometrica), « il
biglietto costa lire 100 » (e nessuna delle persone collegate direttamente o
indirettamente con le operazioni di compra o ven- dita del biglietto ha
rapporti grammaticali con il ver- bo «costare »), « piove, Governo ladro!» (né
il Go- verno, né altra « 33 persona » sono soggetto del verbo « piovere »)...
(1). (1) Pur nell’Inferno dantesco era necessario un minimo di apparenza umana
perché le anime dei dan- Sarà facile constatare come l’abo- lizione dei
paradigmi artificiosi e la netta di- stinzione tra « discorso obiettivo » e «
discor- so con intervento personale » chiariscono i fenomeni linguistici e
psicologici e pongono in evidenza le significative analogie delle vo- ci
verbali. | * dd %* 168. — I verbi regolari tendono a conser- vare la vocale
tematica; il presente è espresso con tale terminazione, l’imper- îetto con
l'aggiunta di -va. Il plurale si forma con la voce del singo-. lare cui si
aggiunge -i10. PRESENTE: singol.: am-a - cred-e vest-e plur.: am-a-n0 cred-o-no
vest-0=J10 IMPERFETTO: singol.: am-a-va —cred-e-va — vest-i-va plur.:
am-a-va-no cred-e-va-rto vest-i-va-m0 nati sembrassero « persone »: ..@ ponevam
le piante sopra lor vanità che par persona. (Inf.) Per « persona » noi
intendiamo un essere umano completo, anima e corpo, indissolubili in un «
compo- sto » indistruttibile » (« quoniam Deus creavit homi- nem
inexterminabilem », Sap. II, 23). Su questo punto è esplicito il parere di S.
Tommaso: « Ego sum Deus Abraham et Deus Isaac et Deus Jacob » quia non est Deus
mortuorum, sed viventium » [Matth. XXII, 31- 32]. Sed constat quod quando verba
illa dicebantur,. Abraham, Isaac et Jacob non vivebant... Anima Abra- hae non est, proprie
loquendo, ipse Abraham, sed pars eius: et sic de aliis. Unde wita animae
Abrahae non sufficeret ad hoc quod Abraham sit vivens, vel quod Deus Abraham
sit Deus viventis: sed exigitur. vita totius conjuncti, scilicet animae et
corporis ». (Summa Theol. Suppl.
Qu. 75, art. 1). La religione cri- stiana è rassicurante in quanto garantisce
la totale resurrezione dell’uomo, anima e corpo, cioè nella sua unica possibile
« personalità », integralmente. Cfr. in proposito Toddi, Geometria della realtà
e inesistenza della morte, Roma, De Carlo, 1947. — lil — RIVOLUZIONE
COSTRUTTIVA (Come si vede, la «grammatica rivoluzionaria » sistematizza la
coniugazione e permette di stabilire delle « regole ». Sicché è «rivoluzionaria
» nel senso costruttivo). Il singolare del presente dovrebbe termi- nare in -i
nella terza coniugazione, conser- vando la vocale tematica: Îa invece in -e,
co- me la seconda, perché già nel latino classico vi era qualche confusione tra
la lI e la III co- niugazione (1). Inoltre, la tipica sensibilità acustica
della lingua italiana attribuisce a que- sta vocale, particolarmente acuta (2),
un valo- re espressivo proporzionale alla sua vivacità, e questa sarebbe
eccessiva per la semplice for- ma indicativa presente. Nel plurale del presente
le forme in -ono della II e III coniugazione son dovute all’in- îluenza della
terminazione lalina -uni, sempre per la confusione delle due coniugazioni. È
regolare invece la terminazione -a-no della I coniugazione, poi che già il
lalino aveva net- tamente -ani. Si osservi che il suono consonantico fina- le #
del latino (-ant, -uni) si è sostituito con la. vocale 0, perché l'italiano non
ama i suoni consonantici in fine di parola (3). (1) Tale confusione è frequente
nei nostri dialet- ti. — Nello spagnolo, tuiti i verbi della III latina pas-
sarono alla II. (2) Vedi 8 208. (3) La determinazione -ono è sostituita da -eno
in parecchi dialetti italiani: romanesco crédeno, na- poletano védeno
(pronunzia quasi vérene) — In aitri, invece, il plurale non differisce dal
singolare: in abruz- — ‘zese, cande significa « canta » e «cantano », candéve è
«cantava» e «cantavano ». Identico fenomeno è avvenuto in francese, giacché il
chante e ils chantent, il chantait e ils chantaient non differiscono che nella
grafia. Lo spagnolo e il portoghese riducono rispetti- vamente a -n e -m (che
però è semplice nasalizzazio- ne) tali finali: spagn. canta, cantan; cantaba,
canta- ban; portogh.: canta, cantam; cantava, cantavam. Il rumeno si comporta
in modo diverso nel presente e “= VIVACITA CONCLUSIVA 169. — Il perfetto si
forma accenian- do la vocale tematica: questa, nel singolare della I
coniugazione, si muta in -ò; ritorna però integra nel plurale. Il plurale si
forma aggiungendo -ro-no al singo- lare, ossia lo stesso suffisso -no che per
il presente e l’imperfetto, interponendo la sillaba -ro-. Sicché: PERFETTO:
singol.: am-ò cred-é fin-i plur.: am-à-ro-no cred-é-ro-no Îin-i-ro-n0 Si
ottengono così delle forme « sdruccio- le », per conservare alla sillaba
accentata la sua espressiva vivacità fònica. Si chiaman legittimamente « paro-
le tronche » in italiano quelle che terminano con vocale accentata, non
soltanto perché molte di esse sono appunto risultanti da un «troncamento »
(ciftà per ciltade, virtù per viriude), ma anche perché la voce non si pro-
lunga sulla vocale stessa, come nelle « silla- be aperte » delle parole « piane » (accen- tate sulla
penultima): è « troncata ». nell’imperfetto: il latino audit diventa aude,
mentre il plurale audiunt diventa aud; nell’imperfetto, audiebat diventa auzià
e audiebant dà auziau. — L'italiano se- gue invece una linea costante, coerente
a criterî più semplici e più armonici. — (Cfr. G. Savini, La gram- matica e il
lessico del dialetto teramano, Torino, Loe- scher, 1881, pag. 63 e segg.). (1)
Nella sillaba che termini in consonante, que- sta blocca la possibilità di prolungare
la vocale stes- sa, e perciò la sillaba è « chiusa »: se, invece, la silla- ba
termina in vocale, questa ha libertà di espandersi senza ostacolo, e perciò la
sillaba si dice «aperta ». In italiano le vocali accentate in sillaba aperta
sono lunghe e più basse, in sillaba chiusa sono brevi e più acute. Cfr. fato
(pron. fato) e fatto. — Tale distin- zione è importante anche nella studio
delle lingue straniere. Alcune lingue non hanno che sillabe aperte. Questo
connotato avvicina moltissimo la lingua giap- ponese alle lingue del Pacifico:
nella scrittura fonica indigena, nella pronunzia e nella metrica, nessuna
consonante si appoggia sulla vocale precedente: o è Per ora ci basti notare che
la « percussio- ne » che ne risulta si conserva nei vocaboli derivati «
chiudendo la sillaba » (ad esempio raddoppiando la consonante seguente, sì che
metà di questo doppio suono consonatico ap- partenga alla sillaba precedente)
oppure con un espediente « sdrucciolo ». Per mantenere la vivacità Îònica alla
vo- cale « tronca » che caratterizza il perfetto si è adottato, nel plurale, un
suffisso bissillabo non accentato, formando il vocabolo sdrucciolo. Così si
spiega la sillaba -r0-, conservata dal latino -runi (-averuni, -ueruni, ecc.).
171. — Nella II coniugazione oltre la forma © credé usiamo anche la forma
credette per il singola- re, e credettero per il plurale. Qui il -f finale
latino non è stato elimina- to, né mutato in vocale: si è aggiunta una vo-
cale: per conservare però all’-é tematica la sua vivacità si è « chiusa » la
sillaba, raddop- piando la consonante: cre-dét-te. Il plurale fa credettero e
non credetterono, poi che era superfluo ricorrere all’espediente del suffisso
sdrucciolo, quando la « chiusura » della sillaba era già assicurata da -{l-.
172. — Il futuro non ha terminazioni proprie, essendo il risultato
dell’infinito + ho e, al plurale, dell’infinito+ hanno: FUTURO: singol.: amer-à
creder-à finir-à plur.: amer-à-nroo creder-à-nno finir-à-nrt0 seguita da vocale
o fa sillaba a sé. Nello stornello di Sazanami: kiku momiiji « crisantemi e
acero Nippon-jti no di tutto il Giappone haregi kana son l’abito di gala ». il
secondo verso non è un quinario come gli altri due, ma un settenario (Ni-p-po-n
ju-u no), come prescrive la metrica di tale genere poetico. (kaiku). Cfr. Sh.
Matsuoka, Go-san-shichi-chò (« Sul ritmo di 5, 3, 7 sil- labe »), in « Bungaku
», Téky6, 1933, I, 6. 114. REGOLARITÀ DI FORME La vocale tematica della I
coniugazione si attenua in €, per iniluenza della Il coniuga» zione. Il
raddoppiamento dell’n nel plurale è do- vuto alla derivazione da hanno, il
quale se- gue la norina della « vocale tronca » (ossia « percossa » con
vivacità: lo stesso fenomeno si ha nella formazione del plurale di altri ver-
bi monosillabi: fa, fanno; dà, dànno, sa, san- no) (1). 2 * * %* 173. —
L'italiano affida alla vocale -a il còmpito di esprimere il congiuntivo, differenziando
così questo modo dall’ indicati» vo. Poi che la differenziazione, così
ottenuta, non avverrebbe nella I coniugazione giacché l’a c'è già
nell’indicativo (perché è nel tema), si ha, per la I coniugazione la desinenza
«i. . nu plurale si ha regolarmente con l’aggiunta di -no al singolare, come
nell’indicativo pre- sente. Sicché si ha: CONGIUNTIVO PRESENTE: singol.: am-i
cred-a vest-a plur.: am-i-N0 cred-a-No vest-a-N0 (1) In armonia con questa
norma, la forma dia- lettale ponno come plurale di po (= può) è più rego- lare
che possono, e la si trova anche in lingua: usato da Dante («il monte — per che
i Pisan veder Lucca non ponno », /nf., XXXIII, 29-30; e Par., XXVIII, 101), è
frequente ancora in Torquato Tasso: « Vansene gli altri e dan le membra al sonno;
Ma i suoi pensieri in lui dormir non ponno ». Gerus. Lib., X, 78). (Cfr. anche
VIII, 57; VII, 122; X, 16 e 44, ecc.). La forma possono è ottenuta aggiungendo
la desinenza -no al singolare della cosiddetta 12 persona posso, come tengono
da tengo e non da tiene. Si noti che anche il plurale del presente indicativo
del verbo essere è ottenuto in modo analogo: sono (plurale) non è formato da è
ma dalla cosiddetta 12 per- sona, con la quale anzi viene a coincidere (sum
e«=io. sono », sunt= « essi SONO »). Nel congiuntivo passato resta invariata,
ed è anzi « percossa » fonicamente la vo- cale tematica: il latino fornisce
l’elemento consonan- tico adatto, poi che la sibilante s è, delle consonanti,
la più penetrante ed espressiva (1), atta perciò ad in- dicare il passato o
perfetto del congiuntivo, così come la vocale «tronca» (fonicamente percos- sa)
lo esprime nell’indicativo: le tre coniugazioni han- no un’unica desinenza
-sse. Il plurale si forma con l’aggiunta di -ro: è inu- tile aggiungere più
sillabe, ossia entrambe cuelle del perfetto indicativo (-ro-no), poi che il
vocabolo così formato ha già entrambi i requisiti ciascuno dei quali è
sufficiente a mantenere « percossa » la vocale: è in sillaba chiusa (a causa
del doppio s) ed è in struttura « sdrucciola ». Abbiamo perciò: CONGIUNTIVO
PERFETTO: singol.: am-à-sse cred-é-sse — Îin-i-sse plur.: am-à-sse-ro
cred-é-sse-ro Îin-ì-sse-ro Le forme sfesse e desse sono irregolari, e
probabilmente scelte per evitare equivoci con slesse nel significato di « medesime
» e d'esse. Da queste si formano regolarmente i plurali slessero e dessero. Il
condizionale italiano non si formò dal latino (2) ma combinando l’infi- (1)
Pronunziata isolata, la consonante ‘s « può raggiungere valori compresi tra
9000 e 10000 oscilla- zioni al secondo »». A. Gemelli e G. Pastori, L'analisi
elettroacustica del linguaggio, Milano, Università Cat- tol. Sacro Cuore,
Scienze Biologiche, 1934, vol. I, pag. 143. — Per chiamare qualcuno, per
imporre si- lenzio, usiamo questa consonante: « (p)sss! », « Sss! ». Qualsiasi
altra sarebbe inefficace: la labiodentale f ha una frequenza assai più bassa:
non più di 5500 oscil- lazioni, e, generalmente, intorno alle 4000. — «La
chiusura del velo palatino è la più forte, nell’emissia- ne della sibilante s».
G. Panconcelli-Calzia, Experi- mentelle Phonetik, Berlin, de Gruyter, 1921,
pag. 109. (2) Né dal condizionale latino si formarono i con- dizionali delle
altre lingue « neolatine ». Si ricordi pe- 2% SIMMETRIA DELLE FORME nito con il
perfetto del verbo « essere >: da amare-ebbe si iormò amerebbe; da credere-
ebbe si ottenne crederebbe: ed i plurali si for- mano con il plurale ebbero:
sicché: CONDIZIONALE: . singol.:amer-ebbe creder-ebbe vestir-ebbe plur.:
amer-ebbero creder-ebbero vestir-ebbero Si osservi, nella I coniugazione, la
mede- sima attenuazione della vocale tematica che nel futuro (amerebbe invece
di amarebbe); ve- di $ 169). Così semplificata, la coniugazione del verbo (nel
discorso obiettivo o narrativo) si ridu- ce a 7 voci per il singolare ed
altrettante per il plu- rale. Semplificata ed esposta in tal modo, la
coniugazione del verbo italiano pone in evidenza la simmetria delle forme,
connotato tipico della nostra lingua. Non sappiamo come gli antichi Romani
pronunziassero la loro lingua: nel latino cer- tamente esisteva, oltre
l’accento tònico, un «tono musicale» (1): tale differenza di in- rò quanto già
osservato nel 8 118: lo spagnolo ha amara (plur. amaran), « se] amasse
(amassero) », di diretta derivazione latina (amaret, amarent): la gram- matica
spagnola non ha una denominazione del « con- dizionale »: definisce modo
subjuntivo e modo poten- cial i due modi, spesso intercambiabili fra loro. Cfr.
Diccionario de la lengua espafiola dell’Accademia, Ma- drid. Il rumeno ha forme
speciali. ‘ del verbo «avere » (a aveà) che si combinano con l’infinito, senza
fondersi però con esso, ma, anzi, pre- cedendolo: ar studià, « studierebbe » e
« studierebbe- ro »; e persino ar aveà « avrebbe » o « avrebbero ». (1) Cfr. E.
Weil & L. Benloew. Théorie générale de l’accentuation latine, Paris,
Durand, 1855. — Il « tono » ha fondamentale importanza anche in connes- sione
con il significato, nelle lingue che hanno tale caratteristica: i Cinesi «
stentano a comprendere gli stranieri che in nessun modo tengono conto dei toni flessione determinò la peculiare prosodìa, la
quale non corrisponde affatto alla interpreta- zione fònica che se ne dà nelle
scuole (1). Ci- cerone afferma che persino nel comune di- scorso vi è « come un
canto sommesso » (2). Il latino era dunque una lingua che po- iremmo dire
«cantata » (3), la quale, man mano, venne perdendo il suo carattere melo- dico,
‘avviandosi verso la forma del recitati- VO (4). Questo mutamento richiedeva
basi Îfò- niche diverse, menire conferiva la possibilità di un diverso nesso
tra « suono » e « signifi- cato ». Tale nuova « armonia » rivela il genio e
pronunziano il cinese con un monotono retto tono (cosa sconosciuta in Cina) o
con una cantile- na simile a quella delal lingua materna ». F. Bortone,
Sillabario Cinese, Zi-ka-wei, 1935 vol. I, pag. 100; — Nel presente volume, le
parole cinesi citate sono ac- compagnate da un esponente numerico, il quale
indi- ca appunto il « tono » di ciascuna sillaba. Cfr. D. Jo- nes & K. T.
Woo, A Cantonese Reader, London, Uni- versity Press, [1912], che è eccellente,
ma riguarda il cantonese e non la «lingua mandarinica » (kwuan!- huà4). Per il
pechinese, ottimo è il corso del Lingua- phone (in due volumi e 16 dischi
doppi) di J. P. Bru- ce, E. D. Edwards & C. C. Shu. (1) È assurdo pensare
che i Romani pronunzias- sero i loro versi con un’accentuazione tònica diversa
che nel. discorso, € che spezzettassero le frasi in « piedi »: òde- | -runt
pec-|-càre bo-|-ni vir-|-tùtis a- e -mòre (F. Schultz, Grammatica latina, 172
ed., Tonno; Chian- tore, (s. d.), pag. 299.. (2) « Est autem in dicendo quidam
cantus obscu- rior », De Orat., XVII. (3) Sappiamo da Dionigi di Alicarnasso
che gli oratori latini arrivavano a fare anche l'intervallo di quinta,
ascendente e discedente. (De compositione ver- borum, c. XI). (4) « La melodia
gregori'ana nella sua linea archi- tettonica è calcata sugli accenti
grammaticali del te- sto liturgico. Il che vuol dire che le sommità melodi- che
coincidono in generale cogli accenti tonici delle parole ». P. Ferretti,
Trattato delle forme musicali del Canto Gregoriano, Roma, Pont. Ist. di Musica
Sacra, 1934, vol. I, pag. 16. — 1130tme MUSICALITÀ DECLAMATA musicale italiano,
nella lingua che è espres- sione artistica del popolo che la parla, se- guendo
istintivamente alcune norme di equi- librio sonoro che soltanto uno studio
acuto rie- sce a riconoscere, e soltanto in parte. Accadde, nella parlata
italiana, un feno- meno di insieme, del quale un episodio mu- sico-teatrale può
servirci di esempio come ca- so singolo. Il libretto della Cavalleria Rusti-
cana, nel primo testo compilato da G. Targio- ni Tozzetti, si concludeva con
due quinarî: Hanno ammazzato compare Macca! Essi erano destinati ad essere
musicati: in una melodia tutto l’effetto estetico sarebbe stato affidato alle
note musicali: volendone Îa- re un « declamato », Mascagni comprese che
bisognava mutare il suono della parola finale, che avrebbe compromesso
V’eîficacia: la mu- sica avrebbe dato un tragico acuto; il « recita- tivo»
doveva dare un « aculo vocalico » per avere il massimo dell’espressione. I due
qui- narî divennero per ciò un endecasillabo, e il cognome Macca Îu sostituito
col nome Turid- du (con un i tra due u), formando l’efficacis- simo finale:
Hanno ammazzato compare Turiddu! « Tutta la parlata italiana segue sempre
questo procedimento musicale » (1). —_==2=p=Hkk11_1À_ (1) M. Campana, La
musicalità della lingua ita- liana, Roma, Augustea, 1934, pag. 45-47. — 129 —
L'androceo e il gineceo dei sostantivi (IX) 177. — Tutte le parole che,
isolate, posso- no essere soggetto o complemento oggetto di un verbo sono no
mi, ossia sostantivi, oppure sono altre parti del discorso che fanno le veci o
le funzioni di sostantivo (vedi $ 41). Anche un insieme di parole, può esser:
soggetto o complemento oggetto id un verbo. In tal caso, l’intero costrutio ha,
sintatti- camente, le funzioni di sostantivo: | « è duro calle lo scendere e ’l
salir per l'altrui scale (Par., XVII, 59-60). Tutto l’endecasillabo. « Jo
scendere e ’| sa- lir per l’allrui scale» serve da soggetto alla voce verbale
è: può considerarsi come un’u- nica espressione algebrica incluse Îra paren-
tesi e che quindi può esser globalmente ele- vata a potenza, moltiplicata per
un numero, sottoposta a segno di «radice», servire da « nominalore » 0 «
denominatore », ecc. Ha funzioni di sostantivo, ma è composto di più parole:
quindi non è un nome o sostan- tivo. 179. — Nella lingua italiana ogni nome
deve appartenere ad uno dei due generi grammaticali: maschile o femminile.
Nella sua evoluzione, il latino moderno (ossia l’italiano) ha eliminato il
genere neutro, che esisteva nel latino classico e nelle lingue precedenti, e
che persiste in altre lingue (1). I nomi o sostantivi SONO « maschili» o
«femminili» per ragioni prevalentemente etimologiche e fòniche, ma anche per
altre cause che non è facile indagare. Possiamo adottare la denominazione di
gene - re maschile e femminile, insistendo però soprattutto sul primo vocabolo
di tale denominazio- ne, ossia sulla parola genere, e non attribuendo troppo il
valore distintivo di sesso alla qualifica « ma- schile » o « femminile » (2).
Sono, ad esempio, grammaticalmente « femminili » la sentinella e la spia, pur
se in- dicanti un uomo; son « femminili » l'aquila e la friglia, anche se si tratti
del maschio di tali animali. Sono ripartiti nei due generi anche i nomi che
esprimono oggetti o idee che non posso- no avere un sesso nella realtà: il
fosso è ma- schile, mentre la fossa è femminile; il /egro non è, fisicamente,
diverso dalla legna; gran parte delle malattie hanno un nome femmini- le
(scialica, idropisia, scarlatlina, influenza), mentre sono maschili il tifo, il
carbonchio, lo scorbuto, ecc.; il Coraggio è maschile e l’au- dacia è
femminile; maschile è lo spavento e femminile è la paura. (1) Tracce del neutro
rimangono nelle lingue neo- latine: lo spagnolo /o bueno, lo malo differiscono
da el bueno, el malo; esprimono, appunto con valore neu- tro, ciò che è «buono»
o «cattivo » in senso gene- rale e astratto, o « qualunque cosa » buona o
cattiva: e l’articolo /o (distinto da el) serve appunto a speci- . ficare tale
genere. Parimenti si hanno in porto- ghese i pronomi neutri isfo, « questo »,
isso, « code- sto », e aquilo, « quello », distinti dai maschili éste, ésse
aquele. Anche in italiano sentiamo un valore neutro nel pronome ciò e altri
simili. (2) La lingua inglese usa il vocabolo gender nella sola accezione di «
genere grammaticale ». Si consi- deri che il nostro vocabolo genere, pur
essendo con- nesso con generare, significa semplicemente « specie », GENERE E
DESINENZA Né la sola desinenza in -0 o in -a basta. a giustificare
l’attribuzione all'uno o all’altro genere: l'asma e il colera sono maschili.
Inoltre, la massima irregolarità presentano i nomi in -e, terminazione va-
levole per entrambi i generi. Non v’è regola nemmeno per i nomi di ani- mali:
il formichiere, il camaleonte, ecc. sono sempre maschili, mentre la vo/pe, la
cimice, la pulce, l’anojele, ecc. sono femminili anche se indicano il maschio
di tali animali. Oggi si può liberamente dire «il figre » e «la figre », « il
[lepre » e la lepre ». Più restii ancora ad una catalogazione ge- nerale sono i
sostantivi in -e al quali non cor- . risponde un «sesso» fisico in ciò che essi
rappresentano; il mofore è maschile, mentre l'automobile e la juricolare sono
femminili (1); il bafltaglione è maschile, mentre la divisione è femminile,
Sono maschili i nomi dei mesi (aprile, settembre, ottobre) ed è femminile
l’esfate (2); son maschili i nomi "degli alberi (abete, elce), ma è
femminile la querce (3); son maschili il rame e l’oltone, ma è femmi- nile la
pirife; maschile è il diamanie e femmi- nile è l’orice. « categoria », senza
implicare l’idea di « generazione » e tanto meno quella di « sesso ». (1)
S’intende « una vettura automobile » e « una ferrovia funicolare »: il francese
ha un funicolaire, al maschile, come ellissi di un chemin de fer funiculaire:
lo spagnolo preferisce conservare l’espressione intera: un ferrocarril
funicular. (2) Le altre tre stagioni hanno la terminazione in -a ed -0. (3)
Querce (plur. querci) invece di quercia (plur. querce) è usato frequentemente
in Toscana, ed in poesia o nello stile elevato. Però Dante e Petrarca usa- no
quercia: « La carne dei mortali è tanto blanda, che giù non basta buon
cominciamento dal nascer della quercia al far la ghianda ». (Par., XXII, 85-87)
« Spenti son i miei lauri, or querce ed olmi » (Petrarca, Rime, II, Son. 83) Sono prevalentemente femminili i nomi astratti
uscenti in -e, e specialmente i nume- rosissimi in -ione: questione, ragione,
addi- zione, interpolazione. Maschili, invece, sono i nomi in -ore, anche se
astratti: dolore, calore, valore, colore, sapore, ecc. Complesse e
interdipendenti sono le ra- gioni per le quali un sostantivo può aver mutato
ge- nere grammaticale dal latino divenendo italiano o BEIPANCS in una lingua
neolatina. * x x Comunque, il popolo non ha seguìto un semplice capriccio, ma
ha ubbidito ad un istin- to, poi che unanime è stato il consenso nel-
l'assegnare al maschile piuttosto che al fem- minile o viceversa un sostantivo
che era del- l’altro genere, oppure nel determinare a quale dei due generi
dovesse essere assegnato un « neutro » (2). Le cause van forse ricercate in
fattori che . non è facile identificare a distanza di tempo, e che forse erano
anche difficilmente identifi- cabili nel momento in cui essi agivano (3). (1) I
corrispondenti nomi astratti francesi in -eur sono invece femminili: /a
douleur, la chaleur, la va- leur, la couleur, la saveur. Son però maschili
honneur, déshonneur, bonheur, malheur: mentre è femminile la fleur « il fiore
»: e, in spagnolo, son femminili la. flor, « il fiore », Za labor, « il lavoro
» (donnesco o dei cam- pi). In portoghese sono femminili a flòr, «il fiore », a
còr, «il colore », a dér, «il dolore »; «l’onore » è a honra, con terminazione
femminile. (2) Si dice che i «vocaboli seguono l’uso », ma « l’uso può in
verità definirsi: viva e certissima espres- sione delle naturali proprietà
della lingua e dell’indole del popolo che la parla ». I. Amicarelli, op. cit.,
vol. I, pag. 25. (3) « Gli antichi, conoscendo più intimamente i valori dei
vocaboli, doveano spesso gustare un’occulta allusione, ove noi non ne scorgiamo
pur l’ombra... Così veggiamo che Eschine chiama spauracchi e mo- stri alcune
frasi di Demostene, che a noi sembrano vi- vaci ed energiche ». M. Cesarotti,
Saggio sulla filoso- fia delle lingue, P. II, XIV, 2. cu fia MUTAMENTI DI
GENERE Il sostantivo basso-latino amuletum, neu- tro, divenne in italiano e in
spagnolo un amu- - leto, ed in portoghese um amuleto, ossia al AMVLE ETVMO ein
i Wmulett di “een amulet can amulet : un i pniuleto. fo ‘une amulette I ‘um
amuleto. | {0 amuletà <> | - MASCHILE: - — “NEUTRO” Valtr > FEMMINILE:
IE Quale sa ha trasformato l'amuletum (neutro) în maschile o femminile? Amuleto
scozzese del XV s;e- colo: reca incise, come parole magiche: « Consumma- tum »
ed i nomi dei tre Re Magi: Gaspare, Melchior- re e Baldassarre. - maschile,
come gran parte dei neutri in -um (ablativo i in -0-, Inizialmente fu maschile
an- che in francese (1): poi divenne femminile — une amulelte — com'è femminile
i in rumeno. (1) Appare nel 1558 in Pontus de Tyard; è ma- schile in Tabourot,
femminile in d’Aubigné. Una causa ha dovuto ben esservi per produr- re questo
mutamento (1). ù* * %* 183. — Constatiamo anzitutto che l’assegnazio- ne al
genere è determinato assai spesso dalla vo- cale finale del sostantivo, o, più
esattamente, che vi è una stretta relazione tra vocale finale e genere
grammaticale. Talora è stata modificata la vocale finale, proprio in armonia
con il genere: meridies era già maschile in latino, ma con aspetto fem- minile,
poi che femminili eran tutti i sostanti- vi in -es della V declinazione.
L'italiano ne ha fatto meriggio, con uscita in -0. Tipica terminazione maschile
è la robusta vocale o. | Sono infatti maschili in italiano i sostantivi uscen-
ti in -0. Fanno eccezione: a) la mano, per diretta eredità dal lati- no (3);
(1) Tatuno ritiene che ciò sia dovuto alla finale, -ette, presa per suffisso
femminile. (A.
Dauzat, Dic- tionnaire étymologique de la langue francaise, Paris, Larousse,
1938; pag. 33). Ciò è possibile,
ma il fran- cese ha un squelette, « uno scheletro », al maschile. (2) Il lat.
meridies è sempre maschile, sebbene composto da dies, che talvolta è femminile
al singo- lare, allorché esprime tempo o termine: praestituta die, « nel giorno
prestabilito »: ha assunto la termi- nazione in -a, ma è maschile, in spagnolo
e in porto- ‘ghese (el dìa, o dia). (3) Già in latino manus è uno dei
pochissimi ‘no- mi della IV declinazione (nominat. e genit. in -us, abiat. in
-w) che sono femminili: il femminile acus ha dato il maschile ago all’italiano,
e il maschile ac al rumeno (acul, « l’ago », un ac, « un ago », ma femmi- nile
al plurale: ace, « aghi », acele, « gli aghi »), men- tre il diminutivo
femminile acucula è divenuto aguja in spagnolo, agulha in portoghese e aiguille
(< ago » e anche « scambio ferroviario ») in francese. Femminile era
porticus in latina, e si è mascolinizzato in « por- tico », mentre arcus, che
era maschile sia al singolare ECHI MITOLOGICI b) l'eco, al singolare (« un'eco
», con l’a- postroîo), per un riguardo alla ninfa di que- sto nome. | Il
plurale, però è maschile: gli echi, poi che la mitologia non registra che una
sola Eco (1); c) la virago e l’imago, che stanno latina- mente per viragine e
imagine (o immagine): .« Avrem Camilla La gran volsca virago... » (A. Caro,
Eneide, XI, 695) « Vedi le triste che lasciaron l’ago, la spuola e °l juso, e
jecersi ’ndovine: fecer malie con erbe e con imago ». (Inf.) « Astolfo, poi
ch'ebbe cacciato il mago, Levò di su la soglia il grave sasso, E vi ritrovò
sotto alcuna imago... » (Ariosto, Orl. Fur., XXII, 23) d) la spicanardo o
spiganardo, secondo alcuni pedanti. Ma la graîfìa più corretta è Spi- che al
plurale, ha dato al rumeno arc, che è maschile al singolare (arcul, « l’arco »)
e femminile al plurale (arce, « archi », arcele, « gli archi »). Femminile era
Idus, rimastoci soltanto nella forma plurale, mascoli- nizzandosi: « gl’Idi di
marzo ». (1) Soltanto la lingua italiana estende cavallere- scamente anche al
nome comune eco la femminilità della ninfa: è maschile in francese, (un écho),
in spa- gnolo e portoghese (el eco, o echo) e in rumeno (ecou, « eco », ecoul,
«l’eco »), ed è neutro in tedesco (das Echo). La mitologia greco-romana non è,
nel nostro ricordo, svanita come presso altri popoli neolatini: l’esclamazione
popolare « per Bacco! » documenta quo- tidianamente quanto sia rimasto di
romanissimo nel nostro sentimento. Soltanto la malafede politica ga- reggiante
con l’ignoranza può spingere un italiano (!) ad affermare che «tra Roma antica
e noi c’è rottura . storica, etnica e morale » e che «noi non abbiamo niente a
che fare con gli antichi Romani, di cui con- serviamo i ruderi per motivi
unicamente topografici ». G. de Ruggiero nel discorso inaugurale dell’Istituto
di Studî Romani (! 1944-45. (Cfr. « Avanti! », anno XL VIII, n. 168, 19 dic.
1944). | — 1 .canardi, anche al singolare: e, in ogni caso il genere femminile
è determinato dalla parola “spica; | e) alcuni sostantivi moderni, abbrevia-
zioni di parole femminili nella forma intera, come aulo per automobile, joio
per fotografia, torpedo per torpedine, autoblindo per auto- blindata, ecc. Î)
La dinarno e la radio. La prima può considerarsi come abbrevia- zione di «
macchina dinamoelettrica »; la ra- dio è femminile per distinguersi dal radio,
me- tallo oppure osso dell’avambraccio (1). Tale distinzione fa sì che si
chiami « una radio » anche un apparecchio di radiotelefonia: e si dice infatti
persino « una radiotrasmittente », « una radioricevente ». Vengono
spontaneamente a polarizzarsi nel genere maschile i sostantivi importati dal-
le lingue straniere, i quali terminino in -0, anche se non esprimano un essere
maschio puro se, nella lin- gua d'origine, non siano di tal genere. Si dice
perciò non soltanto « il mikado » (2) e il gaucho, ma anche « un igloo » (3) «
un ki- (1) In un primo tempo si adottò radium per il metallo: e tale è il nome
di esso nelle altre lingue. AI contrario, il « quanto » della fisica moderna
(interpre- tazioni e formule di Einstein e di Planck) tende ad esser sostituito
con il latino quantum. Meglio che « quanto di azione », che si presta
all’equivoco, si di- rà perciò « quantum di azione », ecc. Così è talvolta
opportuno, per chiarezza, sostituire « massimo » e « mi- nimo » con maximum e
minimum ogni volta che si esiga una scientifica precisazione. (2) I Giapponesi
non usano la parola antiquata mikado più di quel che noi adoperiamo Rege per
Re, o Prence per Principe. Usano Tennò (« Celeste Sovra- no »), che ora è
vocabolo in uso anche in italiano. In eschimese – H. P. Grice: “Austin was a
master of it!” -- idg/o (da cui abbiamo preso igloo per esprimere la « capanna
fatta di blocchi di ghiac- cio) è la forma tematica della parola che significa
«casa » e che può prendere una ottantina di suffissi diversi, modificatori
dell’idea. L’eschimese è un esem- LA VOCALE PIU’ FEMMINILE mono » (o chimono),
« un kRakemono » (1), « il macao » (gioco), anche se questi vocaboli non sono
di genere maschile nelle lingue dalle quali li abbiam presi. Sentiamo come
tipicamente Îîem- minile la riposante vocale -a. Sono prevalentemente
femminili, in italia- no, i sostantivi uscenti in -a. Fanno eccezione: | a) la
massima parte dei sostantivi in -a i quali indicano persona di sesso maschile:
es.: il papa, il poeta, l'artista, l'autista, il boia, l’ulema, il paria, lo
scriba, il pediatra, l’au- riga, il pilota, il radiogoniomeirista, il fa-
scista, il nazista, l’antinazifascista ed altri nu- merosissimi sostantivi di
tal tipo, di vecchio e nuovo conio: giornalista, linguista, idealista,
opporiunisia, legittimista, barisia, arrivista, camionettista... Eccezione a
questa eccezione sono quei sostantivi in -a i quali, pur riferendosi ad in-
dividuo maschio, coincidono con il sostantivo che indica la loro professione:
si dice perciò, al femminile, «la guardia» (colui che fa la guardia), « la spia
» (che fa la spia) (2), « la pio di lingua « polisintetica »: igdlo è « casa »,
igdlors- suaq « grande casa », igdlulorpoq (igdlu-lorpog) « casa-
ch’egli-costruisce »; igdlorssualiorpog (igdlo-rssua-lior- poqg) «
grande-casa-che-egli-costruisce ». 1 Il
suono, spesso simile all’italiano, di molti vocaboli giapponesi, non deve
lasciar supporre che questa lingua abbia i generi grammaticali: diciamo « una
katana » (« spada »): ma il Giapponese non vede nel vocabolo un genere diverso
che in kimono, « ve- stito », o kakemono (pannello decorativo). Non ha « genere
» neppure kodomo (« ragazzo » o « ragazza », » figlio » o « figlia », come il
francese enfant: un en- fant, une enfant, o il russo celavièk, « uomo o donna
», « essere umano »). (2) Il familiare « far la spia» non significa sol- tanto
« agire da spione » ma anche «dar notizia seguida » (che serve di guida),
mentre «il ca- merala » non fa «la camerata », o «il Sren Lama » non fanno «la
grande lama » (1), ed « il caricaturisia » non Îa «la caricaturista » ma la «
caricatura », e perciò son tutti sostan- tivi maschili. L’uso lezioso
toscaneggiante di dire «il guardia » (per guardaboschi ) è altrettanto ri-
provevole quanto ‘quello partenopeo di dire «il guardio ». Questo, anzi, è più
coerente, poi che mascolinizza la terminazione! Sono anche femminili birba e
recluta (2). b) parecchi nomi di cosa o astratti, uscenti in -/a e in -ma e
derivati dal greco, co- me poema, telegramma, cablogramma, feore- ma, pianeta,
dilemma, dramma (3), ecc. È rò femminile fisima, che non deriva affatto. dal
greco physema (4); c) alcuni nomi esotici di animali o di greta e delatoria »,
coincidendo con il significato che ebbe anche in lingua: dal gotico spànan
(affine al lat. specio: ad-spicio, con-spicio) « esplorazione », tale fu il
primo suo valore: «Il re cercar fe di Lucina bella, Né sin l’altrieri aver ne
poté spia ». (Ariosto, Orl. Fur., XVII, 66) (1) In tibetano [b]la-ma significa
« prete », ‘e la traduzione letterale di Dalai-lama è « Sacerdote-Ocea- no »,
ossia il più grande fra tutti. 2) Entrambe le pronunzie « rècluta » e « reclùta
» sono giustificabili, per l’incontro muta-liquida (come « rùbrica » e «rubrica
»): più corretto sarebbe « re- clùta », per la derivazione dal francese recrue,
ma più diffuso è « rècluta ». (3) Dramma è maschil: come componimento tea-
trale (dal neutro greco drama) e può scriversi anche drama (plur. drammi e, più
raramente drami), mentre è femminile come nome di monéta (dal greco drach- me,
femminile): plur. dramme. | (4) Forse da sofisma: anche in tal caso vi sareb-
be mutamento di genere, poi che sophisma, in greco, è neutro. « NULLA » cose: gorilla, puma, lama (1),
pigiama, ben- gala (2). È regolarmente femminile froika (0 froica), che è
femminile anche in russo (3). d) il vaglia, nel significato astratto (« uo- mo
di gran vaglia », « scrittore di vaglia »), e in quello bancario o postale; e)
il sostantivo nulla, che alcuni gram- matici definiscono arbitrariamente
avverbio ed altri pronome. Di quale nome fa le veci il nulla? (4). N (1) Più
esatto, parlando del ruminante sud-ame- ricano, è scrivere Îlama e pronunziare
« gliama », alla spagnola: il vocabolo non ha nulla di comune con il verbo
/lamar, « chiamare », provenendo dalla lingua indigena chiciua (quichua). (2)
L’inglese coloniale pyjamas, o pajamas, plu- rale, passato poi nella lingua e
quindi anche negli altri idiomi europei, è originariamente il persiano paejama,
che letteralmente significa « indumento (jama) per le gambe (pae), e indica i
pantaloni portati dai Musul- mani di entrambi i sessi. — Il nome bengala, dato
ai colorati fuochi di artificio, proviene da quello della provincia indiana
Bengala (in inglese Berngal, pronun- zia « bengdl »): si chiamarono « Bengal
lights» (luci del Bengala) i segnali pirotecnici usati nelle campa- gne inglesi
in India, donde il nome. I bengala a sco- po festivo son chiamati dagli Inglesi
« candele roma- ne» (Roman candles) probabilmente in riconosci- mento della
superiorità dell’arte italiana, specialmente meridionale, nella fabbricazione
di essi. (3) Il russo froika non è il nome di un veicolo, ma dell’attacco di
tre cavalli, come per noi « pari- glia » è l’attacco di due: perciò è ridicolo
dire o scri- vere « viaggiarono molte verste nella veloce troika »: per voler
dar troppo il « colore locale », lo si dipinge con strafalcione italo-russo.
(4) L'italiano nulla viene dal latino nulla res, «nessuna cosa »: lo spagnolo e
il portoghese nada stanno per res nata, «cosa accaduta », e richiedono perciò
il verbo negativo (no es nada, ndo é nada), e la negazione è sottintesa quando
vengano usati isolati. Per la stessa ragione vuole il negativo il francese (ce
n’est rien, « non è nulla »), giacché rien è il lat. rem, accusativo di res, «
cosa ». Contiene invece la negati- va il rumeno nimic, « niente », dal lat. ne
mica « nem- — 131 Con l’occidentale nulla possiamo associa- re,
grammaticalmente, il buddhico rirvéna. Solamente le vocali -a ed -0, come
finali di sostantivi, rivelano una polarizzazione preferen- ziale di questi
rispettivamente verso il genere fem- minile e verso il genere maschile. Per i
sostantivi uscenti in altra vocale, predomi- na piuttosto, come fattore
determinante la scelta, il significato. Tra gli uscenti in -e son maschili
quelli indicanti persone di sesso mascolino, come pontefice, primate, fante,
esule, ecc., ed i numerosi nomi di pro- fessionisti e artisti in -ere ed -ore:
ragioniere, aviere, spedizioniere, parrucchiere, cerimoniere, gondoliere, ecc.;
imperatore, genitore, tutore, pretore, ecc. Analogamente, esprimendo la
caratteristi- ca e la funzione, sono maschili i nomi in -ere e -ore di animali,
meccanismi, strumenti e og- getti a scopo determinato: frampoliere, formi-
chiere; roditore, — candeliere, paniere, carnie- re; motore. carburatore,
silenziaiore, compres- sore, ventilatore; e persino gli astratti mate- matici o
fisici divisore, faflore, denominatore, vettore, i quali hanno anch'essi una
funzione specifica ed operante. Gli altri nomi in -e son più difficilmen- te
catalogabili secondo norme generali (vedi 8 181). Preferenza per il genere
maschile mo- strano i nomi uscenti in -i, ma non son numerosi: es.: brindisi
tranvai, beri-beri, harakiri (2): ma son fem- meno una briciola ». — L'inglese
nothing è « nessuna cosa » (no thing). — Il tedesco nichts e l'olandese niets
son le rispettive negazioni (nicht. niet) sostantivate e di genere neutro. (1)
Da ni-vana=<« non essere », con un r eufo- nico interpolato. Diffusa e persino registrata da qualche dizio-
nario rispettabile, è l’errata forma di karakiri, che in giapponese non
significa nulla: harakiri è «taglio (Ki- TRE PAROLE DA CORREGGERE | rate mah
fràja | o nel significato... (8 190) ri) del ventre (lara) >»: ma i
Giapponesi usano più correntemente seppuku, che ha Io stesso significato, e che
si scrive quindi con i medesimi ideogrammi, ma invertiti (sep = setsu = kiri, e
puku==fuku hara). — Il beri-beri deve il suo nome al singalese beri, « de-
bolezza », essendo questa una delle consequenze di tale polineurite epidemica,
diffusa in Estremo Orien- te, e dovuta all’alimentazione quasi esclusiva di
riso brillato (avitaminosi). minili
quelli di origine greca: es.: metropoli, crisi, stasi, ipotesi, sintesi,
analisi, crisi, dieresi; tisi, clo- rosi, elefantiasi, ipodermoclisi; ed in
gran DErte so- . no astratti. : sciah sLò scacco. mata -\o matto Na DE Di, . CÀ
Ne Ì: Zeliose FRANC. ! ica et 1 su. "” " \ a noi Ca i " Nrpa
& a _Ò S_Ò i MA XMATBI Lo «scacco matto » ‘non implica idea di follìa... Nestia sostantivo italiano termina in -U non
ac- centata. Per il loro carattere fòrlico forte, sono ‘ di genere maschile i
sostantivi uscenti in vocale ac- centata: esempî: in -à: sofà, baccalà,
podestà, scià (1), pascia, DIAGIIZ, UL, i È il persiano sciah, da cui abbiamo avuto an-
che gli scacchi: e l’espressione « scacco matto » ‘non ha nulla di folle, ma è
il persiano sciah mate, « il Re / i 134 ta I SOSTANTIVI TRONCHI gagà, ragià,
maharagià (1), baccarà; —. in -è: caffè, tè, canapè, viceré, corsè, lacchè,
gilè (2); in -ì: giurì, colibrì, lunedì, mariedì, mezzodì, cadì, ecc.; in -ò:
falò, pagherò (« un pagherò »), oblò (3); in -ù: fisciù, caucciù, bambù. Fanno
eccezione i nomi, quasi tutti astrat- ti) in -tà e -iù, che terminavaon in -fade
(-tale) e -lude (- -tute), come città, verità, castità, ca- rità, virtù
,gioventù. Nell’Italia meridionale è frequente la forma està per estate. Per
analoga ragione è femminile mercè (da mercede): « lo son ]atta da Dio, sua
mercè, tale che la vosira miseria non mi tange » Unf., II, 91-92) È oramai
introdotto nell’uso corrente il no- me della musmé, che è anch’esso femmini- le
(4). — 192. — Sono maschili tutti i nomi terminanti in consonante: bar, bazar,
radar, harem, nord, sud, est, è sorpreso ». Ciò spiega perché tale espressione
abbia suoni simili anche in altre lingue: è lo stesso « matto » che si usa per
distinguere il colore non brillante. (1) Non rajah e maharajah, con grafìa
inglese, che spinge anche ad erronea pronunzia: l’indiano ra- gia significa «
Re » (lat. rex, ablat. rege), e maharagia «gran Re». (2) Oramai corset e gilet
hanno assunto forma na- zionale e l’uso li ha messi abbondantemente in circo-
lazione. (3) I puristi ammoniscono che oblò non è buon italiano, e che si
dovrebbe dire « occhio » o « portel- lino »: ma ogni cameriere di bordo
riderebbe del pas- seggero il quale gli ordinasse di « chiudere l’occhio » o di
« pulir bene il portellino ». (4) AI vocabolo nipponico musmé si è dato arbi-'
trariamente un significato più o meno piccante, men- tre, nel paese di origine,
vale « fanciulla » o « figlio- la »: la più borghese delle mamme giapponese
dirà che ha futari no musmé, ossia « due figlie », come di- rà che ha sannin no
muskò, ossia « tre figli maschi ». ovest, referendum, autobus, film, urang-utang,
bùme- rang. 193. — Sono maschili le note musicali, indipen- dentemente dalla
loro terminazione: fa, la, re, mi, si, do, sol. 194. — Analogamente possiamo
adottare un cri- terio il quale disciplini l’incertezza che regna il me- rito
alle lettere dell’alfabeto: si dice « una emme» o «un emme »? Allorché si
voglia esprimere il « suo- no », sarà meglio considerar « maschile » qualsiasi
lettera: ad es. «l’erre siciliano », « il c schiacciato », «un d raddoppiato ».
Considerate come segno grafico, lianno fisonomia femminile le lettere il cui
nome termina in -a, mentre sono da considerarsi maschili tutte le altre, ed in
special modo quelle che hanno una terminazione ti- picamente maschile: «
un’acca maiuscola », «la dop- pia zeta»; ma «un ipsilon maiuscolo ». L’uso ha
fis- sato, con espressioni correnti, il genere di alcune let- tere: si dice
infatti: « mettere i puntini sugli i», « un trave a doppio T:, «il doppio v »,
«l’i lungo ». Nel linguaggio matematico, si può dire «un x» e « una x ». Nel
primo caso si inten- de piuttosto il segno grafico; nel secondo si allude all’«
incognita ». 195. — Sono maschili tutte le lettere greche, che nella lingua
originale son tutte di genere neutro. Il rapporto fra diametro e circonîerenza
si chiama « p greco », o « pi-greco », per distin- guerlo dal « pi » italiano,
che ha lo stesso no- ‘me (1). I 196. — Si considerano maschili tutti i vocaboli
e i gruppi di vocaboli «sostantivati »: «il perché », (1) Perciò è inutile la
specificazione di « greco » nelle altre lingue, nelle quali il « p» nazionale
ha un nome differente dal «pi» dell’alfabeto greco: in fran- cese basterà dire
pi, poi che la lettera francece è pé; parimenti in tedesco a « das Pi »; in
inglese la lettera latina è pe (pronunzia « pi »), mentre il @ è pi (pro-
nunzia « pài »). PIU’ CHE IL LETTERARIO INCHIOSTRO DI «il dolce far niente »,
«è vietato transitare sui pra- ti», «sono arrivati quando l’ite missa est era
già passato », « al fre per otto si può sostituire un sei per quattro ». 197. —
Le speciali denominazioni, marche di fabbrica, tipo di merce, ecc. seguono il
genere della parola che esprime la cosa: si dice perciò: « un Cin- zano »
(intendendo vermut), « un bicchiere di buon Chianti » (vino); «una millecento »
(vettura), « una diciotto-ventiquattro » (macchina o lastra o positiva
fotografica); « una tre-cilindri » (vettura); « un Savoia- Marchetti»
(aeroplano); «una tre-alberi» (nave); «una fuori-serie » (vettura), «un
delizioso Lacrima Christi» (vino), «dell’autentico Vedova Clicquot » (vino
sciampagna), « un elegantissimo tre-quarti » (ve- stito, mantello). | o 198. —
Il genere di un sostantivo può mutare con il tempo e per speciali eventi:
nessuno dice più, oggi, «il Genesi », parlando del 1° libro della Bibbia. Dopo
ia Grande Guerra, il nome fronte si è militar- mente mascolinizzato: « Colpito
alla fronte, cadde sul fronte della IV Armata ». Né i puristi possono
cancellare ciò che è stato: scritto assai: più indelebilmente che con
letterario in- chiostro. Il plurale è a onde corte (X) 199, — Invece che
maschile e femmi- nile, meglio si chiamerebbero solare e luna- re i due «
generi » grammaticali, e quindi anche « so- lari » e «lunari» i sostantivi
appartenenti all’uno © all’altro. Come già detto, (8 180), le due denomina-
zioni « maschile » e « femminile » in uso nel- la terminologia grammaticale non
significano infatti che l'appartenenza all'uno o all’altro « genere » sia
necessariamente connesso con il sesso della persona, dell'animale o della co-
sa che il sostantivo esprime. Un banco, un orologio, un capello o un
locomotore, non hanno nulla di mascolino che li distinguano da una sedia, una
clessidra, una barba ed una locomotiva: quei sostantivi son definiti « ma-
schili » perché, grammaticalmente, seguono le regole vigenti per la classe di
sostantivi alla quale, insieme con numerosissimi altri di tut- l'altra specie,
normalmente appartengono i so- stantivi che significano individui maschi (u0-
mo, leone, gallo) o considerati come tali (ser- pente, verme, granchio); invece
la sedia, la clessidra, la barba e la locomotiva si compor- tano,
grammaticalmente, come la donna, la leonessa, la gallina (e la faraniola, la
lumaca, l’ameba). 200. — Neppure le antiche e moderne nozioni di anatomia,
fisiologia e genetica hanno determinato in modo decisivo l’attribuzione dei
sostantivi all’uno o all’altro « genere » in considerazione della funzione e
dei caratteri dell’uno o dell’altro « sesso ». È maschile il seme (lat. semen, neut.), ve-
getale o animale che esso sia (1), ma non in "i restate, “So i : Ù Arcane
connessioni collegano î fenomeni umani — e quindi anche quelli linguistici —
con i moti astrali... A) tavola astrologica medioevale di corrispondenze ed l
influenze dello Zodiaco sulle parti del corpo umano. B) e C) «epatta» e é
lettera domenicale » servono a stabilire le « feste mobili» cattoliche in
connessioni con i periodi solari e lunari. — D) tracce di « raggi | cosmici»
nella « camera di Wilson », alcuni dei quali curvati o deviati da un campo
magnetico. (8 200) 4 (1) Gli antichissimi riconoscevano un semen an- che nella
materia prima dei minerali (Lucrezio). CONNESSIONI ARCANE quanto sia
fecondatore, poi che è maschile anche l’uovo (lat. ovum, neut.), e lo è anche
l’ovulo, mentre è femminile la cellula (1). At- tribuire all’etimologia
fonetica le ragioni del- l'attribuzione all’uno o all’altro « genere » non îa
che spostare il problema nel tempo, senza con ciò risolverlo. Probabilmente più
vicine al vero erano quelle interpretazioni fisiologiche che stabilivano arcane
connessioni tra i Îe- nomeni umani e quelli astrali (2). (1) Biologicamente,
l’uovo, come l’ovulo è una cellula. (2) Tali connessioni vengono oggi definite
strava- ganze « astrologiche » e ridicolizzate come « supersti- ziose »: ma
«oggi non si ha più alcuna idea di quel che l’astrologia antica poteva essere,
e persino coloro che han cercato di ricostruirla son giunti solo a vere
contraffazioni, sia per voler fare di essa l’equivaiente di una scienza
sperimentale moderna, poggiante sulla statistica e il calcolo delle
probabilità, e quindi infor-° mata da un punto di vista che in nessun modo può esser
quello dell'antichità e del Medioevo; sia per dar- si esclusivamente ad un
teutativo di restaurazione di - un’« arte divinatoria », la quale fu solo la
deviazione di una astrologia già prossima alla sua scomparsa, da considerarsi
al massimo come una sua applicazione assai inferiore e ben poco degna di
considerazione, come si può ancora constatare nelle civiltà orientali ». R.
Guénon, La crisi nel mondo moderno, traduz. ital. I. Evola, Milano, 1937, pag.
108. — Il superbo di- sprezzo ostentato dalla «scienza» moderna verso la
sconosciuta o misconosciuta antica saggezza non im- pedisce che si facciano
oggi tentativi serî — o almeno qualificati tali — per distillare i dogmi e le
norme di un’« astroterapia ». Non si negano, ma anzi si inda- gano i nessi tra macchie
solari, raggi cosmici e feno- meni biologici, ma si ritiene inutile e «
superstizioso » riconoscere ragioni profonde nel meccanismo del « ca- lendario
ecclesiastico », reputando non degni di atten- zicne gli « arcani » motivi
(arcani per la nostra igno- ranza) per i quali ia religione cattolica -- pur
nemica dichiarata di ogni superstizione — continui a fissare le più importanti
manifestazioni del culto, ossia le « feste mobili », con criterî astronomici,
ossia « astro- logici» (nel senso non deformato del vocabolo). — Cfr. Clavius,
Romani Calendarii a Gregorio XIII P. M. restituti Explicatio, Romae, 1603; — L.
Ciccolini, Formole analitiche nel calcolo della Pasqua, Roma, gl Il latino
considerava grammaticalmente femminili gli alberi, e ciò poteva apparir logico,
in quanto la pianta può esser considerata la madre dei frutti, che in latino
erano di genere neutro (1). In italiano, invece, i nomi degli alberi divennero
ma- maschili, e femminili, in generale, quelli dei frutti: il ciliegio dà le
ciliegie; si chiamano castagno l’albe- ro e il legno, castagna il frutto: così
« il noce» e «la noce ». . I grammatici tradizionalisti strepitano a torto
contro il nome arancio, verso il quale. sembra propendere la simpatia del
popolo, specialmente nell’Italia centro-meridionale, Si può dire « ha mangiato
un arancio », senza ti- more che si intenda « un albero di arancio », poi che
si dice « ha mangiato un portogallo e un mandarino » (2). E non son frutta
mascolinissime (gram- maticalmente) il fico, il cedro, il pistacchio, il
limone, l'ananasso? La tendenza maschile ha forse la sua giustificazione nel
colore ru- . bicondo, che ha polarizzato quel frutto verso il «genere solare »,
come il pomodoro.. Il latino arbor (îemm.) è divenuto albero, che è maschile.
Forma antiquata è àrbore, che è maschile o femminile, a seconda del « sen-
timento » con cui lo si usi: « Portano le galee 1817; — Elementi del Computo
Ecclesiastico, nel « Ca- lendario del R. Osservatorio e Museo Astronomico ‘di
Roma », 1943, n. s., vol. XIX, pag. 29 e segg. (1) Il «pero» era pirus (femm.)
e la «pera» pirum (neut.); così malus, « il melo », e malum, «la mela » « il
pomo ». (2) Il francese distingue une mandarine (il frutto) da un mandarin
(dignitario cinese). Quest’ultima deno- minazione non viene dal cinese (i
Cinesi dicono kuan! o kuan!-fu3), ma dal portoghese mandarim « colui che
comanda » (mandar= « comandare »); ed in porto- ghese il frutto è mandarino.
Dal Portogallo (Portus Cale) vennero a noi i portogalli. 1490 RAGIONI CHE
IGNORIAMO ordinariamente due arbori, quello di maestro e quello di trinchetto »
(1); ma « di fiori onoraia arbore amica — le ceneri di molli ombre consoli... »
(Foscolo, Sepolcri, 39-40) 202. — Non ragioni botaniche o considerazioni del
rapporto di maternità e di figliolanza, e nemmeno la termînazione in -us hanno
determinato la masco- linizzazione degli alberi e la femminilizzazione dei
frutti (2). Verisimilmente intervennero ragioni di al- tra natura (3). Furon
probabilmente le medesime ragioni. . per cui mar ed aèr, entrambi neutri in
latino, divennero «il mare» (masch.) e «l'aria» femm.). Così la terra (lat.
terra, femm.) assor- bì anche #ellus (femm. non ostante la termi- nazione in
-us); il latino ignis (« fuoco ») iu abbandonato, e venne adottato }ocus, che
era. piuttosto il « focolare » e specialmente « il bra- ciere acceso per il
sacrificio ». L’assegnamento all’uno o all’altro genere andreb- be ricercato
piuttosto in ragioni « arcane», in un: (1) Pant. Nav., 47. (2)
Mascolinizzandosi, populus (femmin.; genit. populus) divenne «il pioppo». — La
facile confu- sione con populus (masch.; genit. populi), « popolo » fece sì che
a Roma si chiami Piazza del Popolo quel- la che dovrebbe essere « Piazza del
Pioppo», così chiamata per un pioppo stregato, creduto sede dello spirito di
Nerone, e che fu abbattuto da Pasquale II nel 1099 per erigervi una cappella,
più tardi ingrandi- ta nella chiesa di S. Maria del Popolo. — Cfr. T. Ashby,
The Piazza del Popolo, Rome, nella « Town- planning Review », dic. 1924, XI,
pag. 73 e segg. — Î VE i Piazza del Popolo, Roma, Palombi, 1946]. (3) Ignoriamo
i criterî in base ai quali i varî al- beri fossero consacrati a questa o quella
divinità: il cipresso a Plutone, la quercia a Giove, l’alloro ad Apollo: si
decorava con corona di quercia chi aves- se salvato la vita ad un cittadino
romano; di alloro si cingevano il capo i flamines in determinate feste; con
rami di alloro si decoravano i ritratti dei geni- tori e degli avi defunti. n
agi ‘tempo nel quale l'istinto popolare
manifestava an- ‘cora più potentemente la sua « sensibilità collettiva », la
quale è qualcosa di assai diverso dalla somma del- le sensibilità individuali
(1). Nel periodo in cui la lingua italiana anda- va formandosi, agivano sulla
sua formazione influenze tipiche, che del resto caratterizza- no tutte le
manifestazioni ed attività di tale periodo. Nel suo «Cantico delle Creature»,
S. Francesco poteva lodare il Signore nel nome di « frate ventu » e « frate
focu », per « sora acqua » e per « sora nostra matre terra »: que- sta «
mascolinità » e « femminilità » hanno un vero e proprio carattere cosmico.
Siamo pro- prio nel periodo in cui il più alto fervore mi- stico e, insieme, il
più rigoroso ragionamento collaborano ad intendere e sentire le grandi leggi
armoniche che reggono il Creato ed han- no il loro riflesso nello spirto umano
(2). (1) «Les
représentations appelées collectives... sont communes aux membres d’un groupe
social don- né; elles se transmettent de génération en génération; elles
s’imposent aux individus et elles éveillent chez ‘eux, selon les cas, des
sentiments de respect, de crain- te, d’adoration, etc. Elles ne dépendent pas
de l’in- dividu pour existér, mais parce qu’elles se présentent avec des
caractères dont on ne peut rendre raison par la seule considération des
individus comme tels. C’est ainsi qu’une: langue, bien qu’elle n’existe, à
propre- ment parler, que dans l’esprit des individus qui la. parlent, n’en est
pas moins une réalité sociale indu- bitable, fondée sur un ensemble de
représentations collectives. Car elle s’impose à chacun de ces indivi- dus,
elle lui préexiste et elle lui survit ». L. Lévy- Biiihl, Les fonctions
mentales dans les sociétés infé- rieures, Paris, Alcan, 1910, Introd. (2) San Francesco muote nel 1226, ossia
nell’an- no stesso in cui nasce S. Tommaso d’Aquino; e que- sto colosso della
filosofia muore (1274) nove anni pri- ma della nascita (1265) dell’autore della
Divina Co- media, tutta permeata di tomismo, (e non soltanto nella sua
concezione filosofica e religiosa, nia anche in quella estetica e
sentimentale). In questo periodo si forma e consolida la lingua italiana. iL VI
I DUE GENERI: SOLARE E LUNARE 203. — Le denominazioni «genere solare» “e
«genere Iunare» si intonano alla concezione ‘ sacra, ed hanno bellezza di
poesia. Queste due nuove denominazioni, proposte dalla grammatica
rivoluzionaria, non appari- rarino più stravaganti di quel che sia l’analo» ga
ripartizione delle consonanti arabe in « lu- nari » e «solari» (1). | | si ò
fitog O SOL SECITIO | i Do 1. &ile ODI cosesa NV 0 Goo n SEE, tutte le cose
ge9, po ARA 19 CLCELCÌ stiro 159 | coecao ses ant rv! OSO id LI so oee0O |
veosese. |. Tutte le cose e tutti i fenomeni son dipendenti da un .| «dualismo
» affermato dai più diversi sistemi cosmo- gonici e filosofici. (8 203) . (1)
Le consonanti arabe si ripartiscono in «so- lari» e «lunari» non perché abbiano
diretta connes- sione con i due astri, ma perché posseggono o non . I «generi»
grammaticali sono impor- tanti perché rivelano, anche nel campo linguistico,
quel « dualismo » che, da Platone in poi, è servito di base a quasi tutti i
sistemi filosofici più solidi e per- manenti. Nella cosmogonia cinese, tutte le
cose esi- sienti (Warn+-wu*, le « diecimila cose », le « in- numerevoli cose»)
e quindi tutti i fenomeni dipendono dall’azione dei « due principî: yang? e
yin', attivo e passivo, energia e materia, lu- ce ed ombra, ecc.: e questi
trovano un riflesso nel po e mo tibetano, nello J0h e in nipponici. Con questi
criterî. un nesso può esser ricercato, con reciproca influenza, tra suono e «
ge- nere », intendendo però questo non nel senso di « ses- so» ma in quello di
ampia ripartizione dualista, nel- la quale rientra (ma non tutta occupandola)
anche la distinzione dei sessi (2). posseggono quella « energia assimilatrice »
che agi- sce nell’iniziale del vocabolo «sole » a contatto con la liquida (/îm)
dell’articolo (al+sciams= assciams), energia che l’iniziale del vocabolo «luna»
non pos- siede (alt qgàmar resta inalterato). (1) La terminologia moderna
cinese e giapponese si serve di questi due nomi per formare anche i vo- caboli
speciali di elettrotecnica (« positivo » e « nega- tivo »). Tutta la medicina
«classica » cinese — che è ora in pieno rifiorire in tutto l’Estremo Est — si
basa sullo yang? e lo yin!. Importantissimi sono gli studî che si fanno in
Giappone, a scopo scientifico e tera- peutico. N. Sakurazawa estende il valore
dello yang? e dello yin! anche nel campo delle vibrazioni lumi- ‘nose: il dr.
T. Nakayama in quello della biochimica. — Cfr. T. Nakayama, Acupuncture et
médecine chi- noises vérifites au Japon, in « Hippocrate », Paris, « déc. 1933,
I, 5, pag. 1109 e segg. — Utilmente gli studî vanno estendendosi nel campo
dell’acidità e al- calinità fisiologiche, con una originale e chiarificante
interpretazione estremo-orientale del « pH ». (2) Il latino sexus significa
propriamente « divi- sione », « ripartizione », per la sua affinità con « sec-
LIO ». Ut, III « -A », TIPICAMENTE FEMMINILE La natura « melodica » della
pronunzia latina faceva sì che la vocale finale avesse valore so- prattutto per
la sua « quantità », ossia per il « tono » con cui veniva detta (1). Già però
la finale -a si afferma in latino come caratteristica femminile, ossia « lunare
» (2). _In italiano, avendo maggior valore il timbro della vocale, (cioè
indipendentemente dal « tono ») la finale -a è ancor più tipicamente femminile
(vedi 8 186). La vocale a è la più pura e più semplice; è pronunziata con gli
organi Îonatorî nello stesso atteggiamento che essi hanno nella po- sizione di
riposo: per pronunciarla, basta aprir la bocca ed emetter la « voce », senza
alterare la forma delle labbra né collocare in modo speciale la lingua (3). Per
tale sua «inerzia »», ben le si addi- rebbe la qualifica di « lunare ». Ben
differente è invece l’articolazione della vo- cale o, che nella sensibilità
acustica italiana si affer- ma come finale tipicamente « maschile », ossia «
so- lare ». . (1) La voce, cioè, si alzava o si abbassava: « Na- tura vero
prosodiae in eo est quod aut sursum est aut deorsum: nam in vocis altitudine
omnino specta- tur ». Schoell, De accentu linguae latinae veterum grammaticorum
testimonia, Leipzig, 1902, pag. 75. (2) Maschili in -a son in latino parecchi
nomi co- muni e proprî di individui maschi, nomi di popoli e di fiumi, parecchi
dei quali assumono terminazione maschile in italiano, oppure femminilizzano il
signi- ficato: agricola, l’« agricoltore »j scriba, lo « scriva- no »; conviva,
il « convitato », l’« invitato »; Persa, il « Persiano »; — il fiume Mosa, che
è maschile in la- tino, diventa «la Mosa»; il maschile Sequana diven. ta «la
Senna», ecc. — Cfr. A. Dauzat, Les noms des Lieux, origine et évolution, Paris,
Delagrave, 1932, pag. 197-198. (3) Più diffusamente questi argomenti verranno
trattati nel volume di fonetica, pronunzia e grafìa. Le labbra assumono infatti
il massimo del- l'arrotondamento, la lingua arretra verso il palato molle (velo
palatino: vedi fig. a pag. 63): il suono è grave. 207. — Questa «
polarizzazione » della vocale fi- nale verso i due generi persiste, ma in modo
diverso, nelle varie lingue neolatine. Son terminazioni tipiche rispettivamente
« maschile » e « femminile » le finali -0 ed -a in spagnolo e portoghese; in
francese, l’-0 si perde e l’-a si attenua in un suono torbido (e muta): in
rumeno si ha il fenomeno misto dei due: latino ital. spagnolo franc. rumeno
portogh. portus porto puerto pori pori poria poria puerta porie poarta * * *
208. — l’indole musicale della lingua italiana, e quindi l’istinto collettivo
del popolo a risolvere « vocalicamente » i problemi grammaticali, appaiono
evidenti nel genialissimo e scientificamente razionale espediente per formare
il plurale. Il plurale dei sostantivi italiani è espresso dalla finale vocale
-i. La pluralità degli oggetti rappresentati in parole troverebbe la sua più semplice
espres- sione ripetendo tante volte il sostantivo quan- ti sono gli oggetti che
si intende esprimere: così libro significherebbe « il libro » 0 « un li- bro »,
librolibro «due libri », librolibrolibro « tre libri », e così di seguito (1).
Ma tale si- (1) Alcune lingue hanno il plurale per raddop- piamento, ma
soltanto in casi speciali e si tratta piut- tosto di un «plurale generale »:
così, ad esempio, il cinese kuo? « paese », forma kuo!-kuo?, « tutti i paesi »,
«i varî paesi »; nello stesso senso il giapponese for- ma kuni-guni da kuni, «
paese »: e toki-doki, « spesso, di quando in quando », da toki, «tempo, volta
»; 2A A F‘FZ[(‘1ZI «-1», VOCALE DEL
PLURALE stema non sarebbe fonicamente economico (1). Genialmente, l'italiano —
istintivamente — invece che aumentare i in tal modo il vocabolo, aumentò al
massimo il numero delle vibrazio- ‘ni della vocale finale scegliendo appunio
quel- la a « frequenza » più alta, ossia la vocale -i. La vocale -i è tipica
desinenza del plurale ita- liano perché è il suono più acuto, ossia a ciclo più
alto. 209. — Il latino aveva due terminazioni tipiche per il plurale: in -i ed
in -s, ossia vo- calico e consonantico: nella grande concorde evoluzione,
l'italiano ha portato alla desinen- za -i anche quei sostantivi che, in latino,
ave- vano la terminazione plurale in -S: così lupus, plur. lupi rimase lupi, ma
anche piscs, plur. pisces divenne pesci. Lo spagnolo e il portoghese seguirono
le via consonantica, unificando nell’uscita in -S tutti i plurali: anche quelli
che in latino usci- pe in -i: spagnolo /obo, « lupo », /obos, « lu- ì »; pez, «
pesce», peces, « pesci »; portog. lobo, lobos; peixe, peixes. tokoro-dokoro
«varî posti», da tokoro, «luogo »; nichi-nichi, «ogni giorno », da nichi,
«giorno». Il giavanese anche: ad es.: dongèng «racconto », don- géng-dongèng «
racconti d’ogni sorta »; woh « frutto », woh-woh, « varie specie di frutta »; e
persino con pa- role straniere: /ampu, « lampada », lampu-lampu, « lam- pade
d’ogni specie ». Si pensi anche al valore di plu- ralità continuativa che è nel
nostro «eccetera ecce- tera »: e nel continuativo onomatopeico della locu-
zione familiare francese «et patati et patata» allu- sivo ad un discorso
interminabile. -— Cfr. Toddi, Gui: da alla lingua francese viva parlata e
scritta, Milano, Ceschina, 1936, pag. 418 — e L. E. Kastner & J. Marks, A
Glossary of Colloquial and Popular French, Lon- don, Dent, 1930, pag. 279. (1) La parola è « un
simbolo dell’idea » e il sim- bolo «exprime simplement d’une manière économi-
que un acte que l’on juge trop grave pour l’accomplir en réalité ». P. Janet, L’intelligence avant le langage,
Paris, Flammarion LADEN POT ARR ER RAT SATTA NA TAR e anta ara ARAN APCRAA
TRAVIANZE BI AA RAS ANO ve e afro eni ae i e rei iau Il suono «s» (0 meglio
«rumore ») è tra le consonanti ciò che il suono «i» è tra le vocali. (vedi nota
al 8 174) (1): 211. — Alla regola generale della formazione del plurale con la
desinenza in -i sembrano far ecce- zione i sostantivi femminiti in -a, i quali
hanno il plurale in -e. | L’eccezione è apparente, poi che questa -e non è che
la risultante di a+i. La desinenza -i esprime il plurale. Per indicare più
cose, si usa la vocale che ha più vibrazioni. (8 206) (1) In portoghese l’s
finale si pronunzia « SC » (come nell’italiano « scìa »): anche così
palatizzata la sibilante è efficace e penetrante, e la si usa per im- porre
silenzio. — +150 = L’« A» NON FEMINEO Il suono vocalico e è prodotto dagli
orga- ni fonatorî in posizione intermedia fra quella necessaria per emettere il
suono a e quella che serve per produrre il suono i. Nell’alîa- beto sànscrito —
che è disposto con criterî Îfo- netici — tale suono non è considerato vocale
semplice ma « dittongo »: e il suono vocalico lungo ad esso corrispondente è
al. Ha $i Su Hr dll Has: dar de Fai) Flo =au) Vai cai) Il au eau) In sanscrito,
la: vocale e è un dittongo (=a + i) (8 211) semplici idittonghi 212. — Non
formano il plurale in -e, ma in -i, ossia perdono l’-a del singolare, quei
sostantivi nei quali tale suono -a non esprime la femminilità (0 « lunarità »)
del vocabolo. Questa è la ragione per la quale i « maschili » in -a hanno il
plurale in -i: artista (masch.), pliur. arti- sti; ma artista (femm.), plur.
artiste. Rimangono inalterati al plurale i sostan- tivi — maschili o femminili
che essi siano — i quali già hanno -i come vocale finale al singolare: perciò
si dice e scrive «i brindisi, le tesi, le sublimi estasì ». 214. — Rimangono
inalterati al plurale i sostan- tivi femminili in -ie provenienti dalla IV
declinazio- ne latina, come serie, specie, canizie, superficie (lat. series,
species, canities, superficies). | — Quest'ultimo fa però anche, e oggi lo si
preferisce, superfici. Il sostantivo moglie fa mogli, giacché deriva da mulier.
‘ 215, — I] due i che risulterebbero dalla modifi- cazione della vocale finale
in -i dopo un -i- preceden- te si unificano: perciò abbiamo mogli e non moglii,
superfici e non superficii; così anche nei maschili figlio fa figli; occhio fa
occhi. A maggior ragione scompare il segno -i- quando, al singolare. serve
soltanto ad indicare il suono schiacciato (palatale) del c o g precedente: per-
ciò: sorcio, sorci; orologio, orologi. 217. — Però l-i- va conservato: a)
quando sia accentato: leggio, leggîi; b) quando l’ometterlo potrebbe generare
equi- voci: principio, principii; (per non confonder con prìncipi, da
principe). La grafla -ii non è economica: oggi vien. sostituita con -î. L’uso
dell’î lungo (principj) è antiquato: in un testo moderno o in un gior- nale fa
l’effetto anacronistico di una biga in una stazione ferroviaria. ; Si può usare
la grafia -î anche per espri- mere una maggior accuratezza di pronunzia,
allorché appunto il suono della parola impli- ca un prolungamento, poi che l’-i
finale è pre- ‘ceduto da un -i- tematico: es.: Umversità degli Studî. E talora
è bene mantenere distinti i due i: es.: «i carmi dei Salli». 218. — Nei nomi
femminili scompare l’-i- che sia puro segno grafico indicante la palatizzazione
del _c o del g precedente: guancia fa guance; frangia fa frange; spiaggia fa
spiagge. Si conserva però l’-i- quando abbia l’accento: magìa fa magìe;
farmacia, farmacie. | . La si conserva anche in provincia (provin- cie) per
reminiscenza dell’amministrazione «
PATER FAMILIAS » romana (1); in reggie (da reggia) per non confondere con la
voce verbale « egli regge). Si conserva l’-i- anche in tutti quei nomi femmi-
nili nei quali esso sia preceduto da vocale: acacia, acacie; socia, socie;
camicia, camicie (2); valigia, va- ligie; guarentigia, guarentigie; minugia,
minugie. 219. — Assai perplessi sono i grammatici per i plurali dei sostantivi
maschili in -co e -go, non aven- do sinora potuto escogitare una norma
direttiva, atta a stabilire quando il plurale debba essere in -chi e -ghi e
quando in -ci e -gi. Tutte quelle finora formulate contemplano tante eccezioni
da perdere il valore di «re- gola ». Unica guida sarà. un buon dizionario, il
quale av- vertirà ad es., che cuoco, fuoco, fungo, valico, chi- rurgo, ecc.
fanno cuochi, fuochi, funghi, valichi, chi- rurghi, mentre porco, amico,
traffico, medico, antro- pofago fanno porci, amici, traffici, medici, antropo-
fagi. Mago fa maghi (però «i Re Magi»). Piccola consolazione è sapere che tutti
i nomi in -òlogo (di derivazione greca e indi- cante scienziato specializzato)
fanno in -gi: feologi, filologi, otorinolaringologi. Importanti sono i due plurali anomali uomini,
da uomo, e dèi da Dio. (1) Alcune forme antiquate restano appunto per affermare
una tradizione: il latino pater familias man- ‘tenne la forma arcaica perché
essa fosse simbolica custode della tradizionale autorità paterna e della
santità familiare: questa forza sentimentale ed espres- siva dell’eccezione non
fu capita dai profanatori della grammatica latina: (Schultz e seguaci) i quali
si limi- tarono ad elencare le eccezioni, con burocratica in- sensibilità al
grandioso fenomeno. — La forza socia- le della nazione inglese ha la sua
espressione lingui- stica nel fatto che «l’inglese si scrive come all’epoca
Tudor e si pronunzia come all’epoca vittoriana »: co- sì due potenti epoche si
perpetuano nel linguaggio e nella grafìa. (2) Invece camice fa camici, e la
distinzione è utile per due vocaboli di significato affine ma distinto. Però
morologo fa monologhi, perché non si tratta della persona. E così dialogo. Come
spiegazione non basta il riferirsi al latino homo e homines, poi che i
sostantivi italiani, normalmente, non si son formati dal nominativo ma
dall’accusativo o dall’ablativo: da leone(m) e non da leo si è avuto il /eone,
da ordine(m) e non da ordo l'ordine. Ma, nel mistico e possente Medio-Evo,
calunniato quanto misconosciuto (1), l'aderenza della vi- ta con la fede ed il
culto rendeva vivo il voca- bolo evangelico homo. Considerare questo sin-
golare « irregolare », senza motivarlo è tra- scurare un fenomeno
significativo, espressio- ne intensa di un’epoca (rivedi nota al $ 216): è come
visitare una città e volerne intendere la storia medievale senza neppur
sbirciare la cattedrale. Analoga spiegazione va data del plurale « irregolare »
dèi, sebbene qui il fenomeno sia inverso: deus divenne « dio », come meus di-
venne mio (2); ma il sentimento religioso eb- be il suo riflesso sulla lingua:
il Dio della — « Nel 1179 Alessandro III
prescrisse che ogni chiesa cattedrale avesse un maestro, «il quale istruis- se
gratuitamente i chierici e gli scolari poveri nella grammatica e nelle arti »;
particolarmente per le chie- se metropolitane prescrisse che il grammatico
fosse distinto dal teologo e che questi tenesse lezione an- che per j laici.
Forse in quest’ultimo ordinamento si deve cercare la causa dell’eminente
cultura teologica di uomini laici che tutto seppero il profondo sentire
cristiano che tanta luce irradiò sui genii italiani del- l’ultimo Medioevo, e
fu poesia inarrivabile in Dante, fu arte sublime in Arnolfo di Cambio, in
Giotto, in Nicola Pisano: era l'armonia del divino e dell’umano, che
risplendeva nei genii in cui tutto era luce, e che il cosiddetto oscuro
Medioevo possedette ben più che il secolo dei lumi ». G. B. Nigris, Zl
Medioevo, Mila- no, Vita e Pensiero, 1933, pag. 49. (2) Vedi D’Ovidio-Meyer
Liibke, Grammatica sto- rica della lingua e dei dialetti italiani. Milano, Hoe-
pli, 1919, pag. 60. == ° V'È UN SOLO DIO nuova fede non poteva avere «plurale:
dii sa- rebbe suonato eresia: e perciò Îu detto dèi, alla latina, come si disse
e sì dice dea, alla latina, lasciando pagani i due vocaboli, poi che pagane
eran le idee espresse. Infatti Si può e si deve anzi dire Dii soltanto in senso
negativo, allorché si afierma che « le tre Per- sone della SS. Trinità non sono
tre Dii, ma un solo Dio». Solamente in tale accezione (negativa), si può avere
il plurale grammati- cale e concettuale di Dio: il plurale dèi è tut- l'altra
cosa: lo sì scrive infatti con la minu- scola, e sentiamo che, parlando di una
singo- la divinità pagana, è ‘preferibile dire « Giove, sommo tra gli dèi »,
anziché « Giove, sommo dio dell’antichità ». È più chiaro, più ‘ortodos- so e
più consono alle ragioni che hanno deter- minato la distinzione tra Dio e dèi,
distillando istintivamente nella differenza formale un in- tero brano di Summa
Theologica e di fede (1). In questo periodo formidabilmente signiîi-, cativo e
plasmante per noi Italiani, si è for- mato, con materiale linguistico pagano
(mea domina), il nostro Madonna, mentre il senti- mento e il fervore d'arte
traducevano le fede in capolavori tali che il vocabolo si irradiò, e permane
gloriosamente italianissimo, in tutti gli idiomi civili. 221. — Maschili al
singolare, hanno il plurale , femminile i due sostantivi uovo e miglio, con la
de- sinenza -a: uova, miglia. (1) La dottrina dei rapporti tra ragione e fede
ha la più chiara formulazione in S. Tommaso: «il fer- vore mistico di cui è
pervaso il suo spirito non gli impedisce di mantenere ‘al ragionamento un
assoluto rigore: logico, e l’uso dell’argomentazione sillogistica, esente da
ogni vano formalismo, e spesso addolcita da esempi e allegorie, aggiunge
vigoria e precisione alla dimostrazione. L’equilibrio della mente di S. Tomma-
so si manifesta in ogni aspetto della sua sintesi ». L. Stefanini, // pensiero
antico e medioevale, Tori- no, S.E.I. III NI OLII I PARI PARO RIE ICI PEARSON E
Ca IERIOT, SEE I sparitazana La
desinenza -a del neutro plurale (ovum, plur. ova; — millum e mille, plur.
milia) ha prodotto questa îemminilizzazione. L’eteroge- neità del plurale crea
dei con!rosensi appa- renti nell’uso: si deve infatti dire: « delle due uova
fresche, egli ne ha mangiato uno solo », e « molte miglia delle quali il primo
è stato percorso... ». 222. — Parecchi nomi in -o, maschili al singo- lare,
hanno al plurale, oltre la forma regolare, un’al- tra forma femminile in -a,
generalmente con signi- ficato lievemente o fortemente diverso (1). Così fempo
ha il plurale fempi, e anche fempora, nel significato esclusivo, però, dei
quattro giorni di digiuno prescritti dalla Chie- sa all’inizio di ciascuna
stagione (2): «le Quattro Tempora ». Parimenti: membro, plur. membri; ma son
«le membra » quelle del corpo; (1) La grammatica rumena considera neutru ogni
sostantivo che sia « de un gen la singular si de alt gen la plural»: es.: vin,
« vino », vinuri, « vini», vinurile, « i vini »; amor, amori, amorile; bal («
ballo »), baluri, balurile; amestec (« miscuglio »), amestecuri, ameste-
curile; ecc. (2) Le Quattro Tempora ebbero inizialmente ca- rattere eucaristico
per ringraziare Iddio dei frutti del- la terra e fargliene quasi sacrificio per
mezzo del di- giuno. Nelle ricorrenze e feste cattoliche «tutto fu così ben
disposto e alle singole circostanze adattato, cerimonie, parole, canto e ogni
altra esteriorità, da far penetrare profondamente nell’animo i misteri e le
verità, o i fatti celebrati, e da muoverlo ad affetti ed azioni corrispondenti.
Se i fedeli fossero ben istruiti in proposito e celebrassero le feste con lo
spirito vo- luto dalla Chiesa nell’istituirle, si otterrebbe una rin- novazione
e un accrescimento notevole di fede, di pietà e di istruzione religiosa, e, per
conseguenza, l’in- tera vita dei Cristiani ne uscirebbe rinvigorita e mi-
gliorata ». Catechismo di Pio X, Append. II. DA «LE OSSA » A «LE PECCATA » muro, plur.
muri, ma son mura quelle di una città, di una fortezza, o anche di una ca- sa,
se considerate nel loro i insieme; osso, plur. ossî, ma son «le ossa » quelle
del corpo, se considerate nel loro insieme, o di un membro, oppure quelle di
grandi ani- mali. . Perciò si dirà:' « i due membri di un'equazione », « il co-
mitato si compone di sette membri effettivi », ma « quel bimbo ha le membra
gracilissime »; ca « è vieato scrivere sui muri »; ma «fra le mura di un convento
»; « O patria mia, vedo le mura e gli archi... » (G. Leopardi, All’Italia, 1) «
mangiar la polpa e lasciar gli ossi », ma « le ossa del cranio »; — « è proprio
lui in carne e Ossa », «un Sasso che distingua le mie dalle injinite ossa che
in terra e in mar semina Morle ». (U. Foscolo, I Sepolcri, 14-15) Un buon
vocabolario dà gli opportuni av- vertimenti per l’uso corretto, e indica quelle
locuzioni nelle quali il plurale regolare non è ammesso: sarebbe infatti
ridicolo sostituire con i plurali regolari maschili quelli femmi- nilizzati in
-a delle locuzioni seguenti: « leccarsi le dita »; « avere il lalte alle
ginocchia »; «Jar saltar le cervella »; « roba da far cascar le braccia »; «
gli Ja le corna »; « volger le terga »; poeticamente, in Dante: «E quel
conoscitor delle peccata » (Inf., V, 9) AIAR rr ani IT TI dI TON NOTIFICA rn
grI Zona; 4 RR e PILATO LOTITO IERI ONION 3» Maga ISIN PARI NEMENTORI RINT . —
Non hanno forma differente per il plu- rale, ossia non mutano nei due numeri
tutti quei sostantivi la cui vocale finale non è passihile di mu- tamento: e
cioè: a) i sostantivi uscenti in vocale tronca; Il troncamento implica la
perdita di una sillaba, nella quale avveniva il mutamento: virtù è
abbreviazione sia di virtute che di vir- tuti; città può significar citfade o
ciltadi; an- che il monosillabo Re è abbreviazione di Rege odi Regi. I
sostantivi a vocale « tronca » perché per- cossa tonicamente non possono
alterare que- sta tipica vocale (1): si ha perciò « gli scià », «i caffè », «i
falò », « gli gnu» (2). b) i sostantivi in consonante; - È erroneo dire e
scrivere «i filmi », poi che non si dice o scrive « gli haremi », «i ba- zari »
o «i trami »; ma è non meno erroneo, oltre che antinazionale, scrivere «i
films», « gli sporfs », con una desinenza plurale che non è italiana e non è
pronunziata. c) le parole sostantivate ossia che han- no solo « funzione » di
sostantivo, ma non ne ‘hanno acquistato la natura e le proprietà: Si deve
perciò dire «i quando e i come »; « | distinguo »; «1 bravo! »: «1 bene! »j «I
bis ». (1) La lingua inglese, per la quale la vocale fina- le non dittongata è
rara, la isola graficamente nel piurale: e ciò spiega perché il plurale di
potato, do- mino, negro sia potatoes, dominoes, negroes, mentre fanno
regolarmente boy, day, key, bee (boys, keys, bees). La vocale in fine di parola
ha in inglese valore tonale simile alla nostra accentata. (2) Il nome di questa
antilope africana, derivato dalla lingua ottentota, va pronunziato cen il g
duro (ghnu) e non con il suono gn come in « sogno ». Abu- - sivamente gli
Inglesi lo pronunziano « niù ». PROPRIETA TIPICHE DEI VOCABOLI A questa
categoria appartengono i tre so- stantivi vaglia, boia e domino (1). d) i
cognomi e i nomi proprî usati come tali, ad indicare individui di una stessa
fami- glia o di uguali qualità fisiche o morali: Si dirà perciò: « i
Bentivoglio », «i Colon- na», «i Savoia »s — «Î Pietro e i Paolo », « sono
altrettanti San Tommaso », « due veri Quasimodo », « fre autentici Barabba ».
L’uso è incerto sui due plurali possibili: « due ottimi ciceroni » o « due
ottimi cicero- ne ». È evidente che, trattandosi di persone che servon da guida
nelle visite dei musei o delle città, si dirà «due ciceroni », come si dice «
due automedonti » (2); mentre di due orato- ri, valenti quanto Cicerone si dirà
« due Cice- rone », lasciando questo nome al singolare e scrivendolo-con
l’iniziale maiuscola. e) a maggior ragione sono invariabili i cogno- mi e nomi
di scrittori ed artisti quando significano le loro opere: «alcuni magnifici
Carpaccio », « due Tasso in elzeviro e tre Ariosto in-folio ». I nomi delle
gentes e delle familiae latine ‘hanno però il plurale regolare: «i Giulil »,
(quelli della gens Julia), «i Claudii » (della gens Claudia). (1) Il nome
vaglia è propriamente voce del ver- bo valere, ossia valga (="« abbia il
valore di lire... »). Sconosciuta è l’etimologia del sostantivo boia, e quin.
di ignota è la causa della sua invariabilità grammati- cale. — Il gioco del
domino deve il suo nome al rin- graziamento che i giocatori (originariamente i
mona- ci che lo avevano inventato) pronunziavano alla fine della partita: «
Laus Domino! ». È dunque un dativo e non un nominativo. Ciò prova come i
vocaboli con- servino delle proprietà tipiche, all’insaputa di coloro che li
adoperano. — (E il gioco prova pure che si può servire il Signore ed onorarlo
anche con il gio- co, specialmente in una religione che prescrive di « servire
Domino in laetitia »). (2) Come il cicerone deve il suo nome al celebre Marco
Tullio, così l’automedonte perpetua quello del guidatore del cocchio di
Achille. al 'etdiaitron ina IECIAALILI 7797000100044 1] IPT97 0O6d pe EI è;
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cotone nio f) i sostantivi — in massima
parte neologismi . tecnici — che han forma abbreviata o sintetica (vedi 8 184-e
e 197): es.: «le foto», « due Cinzano », « po- tenti dinamo », « alcune moto »,
«tre o quattro mi- tra»; i g) i nomi delle lettere dell’alfabeto italiano o di
quello greco, anche se bissillabi o trissillabi: « le acca », (o « gli acca,
vedi 8 194), «due enne», « gli omega » (1); | Quelli di una sola sillaba sono
invariabili anche perché rientrano nella categoria a), ter- minando in vocale
necessariamente accentata perché unica. Per la stessa ragione è inutile
elencare a parte, come invariabili, le note musicali: «i ja», «ire»,«i sol»
(uscente in consonante). h) i nomi composti, dei quali la seconda parte sia un
sostantivo diretto dalla prima parte del com- posto stesso. Generalmente questo
secondo elemento del composto è già un sostantivo in forma plura- le: « il
portasigarette », «i portasigarette »; il guardacoste, un mangiapreti, un
serrafili, un cavatappi, un caccialorpediniere, un lanciasi- luri, un
acchiappanuvole, un fagliacarie, un copialettere, ecc., tutti invariabili al
plurale. Alcuni però hanno il secondo elemento al sin- golare, ma ciò,
generalmente, non impedisce l’'invariabilità: il reggipetto, i reggipetto; il
pa- rabrezza, i parabrezza; il portalampada, i por- falampada; e così sono
invariabili lo stringi- (1) È corretto pronunziare « òmega » e non « omè- ga »,
poi che si scrive come parola unica (in greco è «o méga», ossia «o grande »),
seguendo la norma la- tina della « quantità » della vocale (l’e è breve) e non
quella dell’accento greco; altrimenti bisognerebbe dire: anche « omicròn » (in
greco «o mikròn», ossia «0 piccolo ») e «ipsilòn », (in greco «y psilòn», ossia
« y spelato, nudo, semplice », perché non dittongato), ed « epsilòn ». — Cfr.
L. Macinai e L. Bianchi, Gram- matica greca, Roma, Lux 7 HEI IAA 17 6; 4 4; TE
di ji 6; LA LOGICA DEI COMPOSTI naso, l’abbassalingua (strum. med. ), il para-
pioggia (1). Non tutti i composti di deine ca- tegoria seguono però la regola:
si dice «i parafan- ghi», «i ficcanasi », «i guardaportoni », «i lavama- ni»,
ecc.; plurali di i ficcanaso, guardapor- tone, ecc. Questi sostantivi hanno un
plurale norma- le, perché hanno perduto oramai il loro carat- tere di composto.
225. — Con troppa disinvoltura alcuni gramma- tici hanno affermato *che «il
plurale di queste parole composte non è sempre sicuro » (2). Al contrario,
l'esame di questi vocaboli e dei rispettivi plurali è interessante e persino
divertente, poi che dimostra con quanto acu- me logico ed istintivo equilibrio
la lingua sap- pia distinguere ed armonizzare. (1) I superpuristi hanno in
orrore questo voca- bolo: bisognerebbe usare « ombrellino » per il para- sole e
« ombrello » per il paracqua. (C. Meano, Com- mentario Dizionario italiano
della Moda, Torino, En- te Naz. della Moda, 1936, pag. 267). Il Fornaciari
trova giustamente ridicolo che si. chiami ombrello lo strumento che non serve a
far ombra ma si usa proprio quando non v'è il sole, e piove: il Fanfani, in
testa alla falange dei puristi, sostiene che ombrello non deriva da ombra, ma
da imber, « pioggia ». Sta a dimostrare il contrario l’inglese umbrella preso
dal- l'antico francese umbelle, nel quale i Francesi stessi inserirono
nuovamente l'r nel XVI sec. (1588, Mon- taigne): e il latino umbratilis
corrobora tale deriva- zione lampante. Ma il Fanfani adduce di « aver sen- tito
gattigliare un Senese con un Fiorentino a pro- posito di questa voce ». Sarà
più saggio e italiano, ossia non regionalistico ma nazionale, non seguire i
dettami di coloro che usano il verbo « gattigliare » come moneta a
corso.legale: e diremo parapioggia, limpido vocabolo sostantivo italiano nella
forma e nel buonsenso. Ché, se ombrello viene da imber, « piog- gia », sarebbe
improprio usarlo come parasole! — Ma la lingua cammina e si perfeziona, anche
se i « puri- sti» si affannano a mettere i bastoni o gli ombrelli fra le ruote!
(2) A. Panzini, Gwida alla Grammatîca italiana, con un prontuario delle
incertezze, Firenze, Bempo- rad, La
forma assunta nel plurale pone in evi- denza il processo mentale e linguistico
attra- verso il quale il vocabolo composto si è for- mato. La figura di una
mezzaluna rappresen- ta la metà di una luna: al plurale avremo al- . trettanie
metà quante sono le mezze-lune raî- ligurate: perciò si dice e scrive
mezze-lune: e così mezzenolli, mezzelinte, ecc. Tipici sono i nomi composti con
capo-: la seconda parte può infatti esser connessa alla prima in modo diverso:
se il secondo ele- mento è un sostantivo o aggettivo con valore attributivo,
entrambi gli elementi prendono il suffisso del plurale: un capocuoco è un capo
che è cuoco; al plurale saranno altrettanti ca- pi che sono cuochi: quindi
capicuochi; il capo- saldo è un capo ossia un punto che è ben sta- bile cioè
saldo: al plurale avremo altrettanti capi i quali dovranno esser tutti saldi al
loro posto: e quindi capisaldi. Ma un capostazione è capo ossia dirigente della
stazione: al plura- le avremo tanti capi, ma il numero delle sta- zioni non
varia per ciascuno di essi, e posse- no esser persino parecchi capisiazione
della imedesima stazione. Il composto caporione ofire un bell'esem- pio
dell’armonia tra forma del plurale e signi- licato: se il caporione è inteso
come capo di un rione, il plurale sarà capirione; ma se in- vece si intende non
nel senso storico e signi- fica colui che sia capo di una combriccola di
bricconi o burloni, perde il caraitere di com- posto, l'etimologia passa in
secondo piano, 0 mi. svanisce, ed il plurale è caporio- ni (1 (1) Anche una
sottile differenza di pronunzia di- stingue i due significati: come «capo di un
rione» il vocabolo diventa di 5 sillabe (caporione), mentre nel significato
traslato è di 4 sillabe, senza insistenza fònica sull’-i-. E la stessa
sfumatura di pronunzia è, più accentuata ancora, nel plurale: capirione, capo-
riont. UNA BUONA GUIDA Molti vocaboli hanno perduto appunto la loro fisonomia
di « composti »: perciò sostan- tivi come falsariga, madreperla, melarancio,
biancospino, cartapecora sono oramai consi- derali come semplici, ed hanno
quindi il plu- rale normale. La sensibilità linguistica è buona guida: essa, ad
esempio, ci îa percepire la differenza che v'è tra due plurali possibili del
nome pomodoro: si può dire pomidoro e pomodori: nella seconda forma il vocabolo
è considerato semplice, ed esprime l’idea nel suo insieme: Invece pomidoro è
più lezioso ed insiste sul valore dei componenti: « pomi d’oro ». V’è poi una
terza forma di plurale, più popolare, più SImpatica e più pittoresca: pomidori.
— 163 — Digitized ù Google I tipici surrogati dei sostantivi (X1) Un
sostantivo, il quale sia già noto a chi legge od ascolta, in modo cioè che non
vi sia possibilità di equivoco, può essere sostituito da un surrogato. Questa
sostituzione ha un triplice scopo: a) economizzare fonèmi; | b) evitare
ripetizioni esteticamente nocive; c) porre in rilievo speciali rapporti. 227. —
Il vocabolo che serve da surrogato di un nome si chiama «pronome, poi che
sostituisce il nome ». da SÈ Secondo la ufficiale definizione della gramma-
tica tradizionale, il pronome è quella parte del di- scorso che fa le veci del
nome (1). Non è dunque « pronome » un
vocabolo al posto del quale non si possa collocare il nome del quale esso fa le
veci. Nel periodo testé enunciato, le due espres- sioni « del quale » e «esso»
possono esser sostituite da « del pronome » e « il pronome ». Nella figura qui
annessa, la prima propo- sizione contiene tre sostantivi (San Martino, un
povero ed il mantello): nelle proposizioni successive, raggruppate sotto i
numeri 2 e 3, - (1) Il latino pro (dall’umbro pru, sanscrito pra) aveva il
significato fondamentale di « avanti »: da que- sto si svilupparono i due
significati di « difesa, van- taggio, favore » (pro-fitto, proteggere, « pro
patria », « far buon pro ») e di « sostituzione, scambio » (pro- sindaco,
pro-cura); in questo secondo senso esso en- tra a far parte del vocabolo «
pro-nome ». la ripetizione di tali
sostantivi non avviene, poi che essi sono sostituiti da surrogati, o « pronomi
»: questi, alla lor volta, possono esser sostituiti dai sostantivi che ciascuno
di essi rappresenta, e ciò senza alterare né la forma né il significato delle
proposizioni. ‘S.Martino € nni - senza un povero “IS i copertose-. i me, se ne
va, il dopo aver: fp lo rin- val. ii graziato td È "0 n } ì “Sid on tutto
il egli are sino le N0I e ® 6 et pla oznanini Il complesso gioco dei pronomi...
(Le due figure son ricavate da un manoscritto miniato del XII secolo) Nella
prima proposizione (contrassegnata con il n. 1) era indispensabile usare nomi
(so- stantivi), per indicare di quali persone ed 0g- getti si intendeva
parlare: erano necessarî vo- caboli con significato specifico: e questa è
proprietà essenziale dei « nomi ». Se non si «nomina » la cosa, non si può «
conoscere »' VALORE « ALGEBRICO » DEI PRONOMI di che o di chi si parli o scriva
(1). Nelle pro- posizioni seguenti basta, invece, quel tanto di allusione che
permetta l’identificazione: da ciò l'espediente genialissimo dei « pro-nomi »,
vo- caboli con significato generale, il quale diven- ta specilico a causa della
loro collocazione formale e quindi ideologica. 229. — I « pronomi » sono, nel
dis@orso, ciò che le lettere sono nel linguaggio algebrico. L'equazione atb=c—
b non ha nessun signilicato quantitativo, poi che ciascuna delle ire lettere
che in essa ap- paiono può avere qualsiasi valore (2). Infatti l'equazione
stessa risponde perfettamente al- l’interpretazione aritmetica. (I) 0,00005 +
0,00001 = 0,00007 — 0,00001, ma. è anche altrettanto vero che essa corri- sponde
non meno esattamenie alla interpreta- zione aritmetica _dD 1.235.336 + 6.444 =
1.248.224 — 6.444, (1) IH sanscrito naman (donde il greco ò-noma, dorico onyma;
gotico namò, tedesco name, slavo [n]i- me; — lat. nomen, ital. nome) sta per
[g]jnaman, don- de il lat. co-g-no-scere, come ben appare dai compo- sti
co-gnomen, co-gnitio, ecc. (2) Le lingue isolanti, alcune agglutinanti, e, fra
le europee, l'inglese, ci mostrano come alcuni prono- mi possano presentare una
tendenza a ridursi e scom- parire, seguendo cioè un processo evolutivo di sem-
plificazione. Cfr. J.M.D. Meiklejohn, The English lan- guage; its Grammar,
History, and Literature; Lon- don, Blackwood, 1887, pag. 23. — Vedi anche 8
271. — La ricerca di una «paleolingua » rudimentale e senza pronomi sarebbe
altrettanto infruttuosa quanto lo è stato l’affannosa e vana ricerca di un «
paleopo- polo » o popolo primitivo senza Dio. (I due problemi hanno una
connessione più intima di quanto possa apparire a prima vista). —
«L'esplorazione storico- culturale ha constatato che, prima di ogni mitologia
astrale e al di sopra di essa, si trova la figura del- l’Essere Supremo ». G.
Schmidt, Manuale di Storia comparata delle religioni, 33 ediz., Brescia,
Morcellia- na, 1943, pag. 131 (con ricchissima bibliografia). In unequazione,
il. simbolo (lettera) può esser sostituito dal suo valore numerico, sen- - za
mutare il significato (valore) dell’intera espressione. Non possiamo però
scambiare il valore che una lettera ha in un’equazione (ad es.: nella (I)) o
serie di equazioni connesse, S.Martino 0000 I gua, incontra —. > un povero |
(Senza po gue D: Ti iL mantello; __| QUegli 3 É \; è | prende È me, Se ne va,
dopo aver- “o rin- graziato g contutto il “Suo cuore. ha bad. ba Gi a: DI di.
epli SI toglie ca S il suo nie ta-?h; 9 glia la metà, eglieladà. | I I pronomi
sono i simboli algebrici nel discorso (8 229) con quello che possa avere in
un’alira equa- zione (ad es.: nella (II)) o serie di equazioni connesse. |
Cosìil valore (significato) di tutti i « pro- nomi » contenuti nella figura
della pag. 166 e , Il loro complicato gioco nelle proposizioni UNIVERSALITÀ DEL
PRONOME nelle quali compaiono sono dipendenti dalla premessa: in virtù di
questa a= San Martino; (III) b= il povero; C = il mantello. Se la premessa
fosse stata: « Giorgio incontra un amico senza cappel- lo », le proposizioni
successive avrebbero po- tuto esser composte con i medesimi pronomi che nella
figura in esame, ma i! valore di essi sarebbe ben diverso, poi che, per la
premessa, a = Giorgio; (IV) b= l’amico; c = il cappello. Il pronome questi può
dunque significa- re S. Martino, Giorgio o qualunque altro per- sonaggio; il
pronome gli può significare « al povero, all'amico, all'individuo N. N. »; il
pro- nome /o può sostituire il mantello, il cappello o qualsiasi allro oggetto,
come le lettere alge- briche a, b, c possono rappresentare qualsiasi numero; ma
non è possibile ad un pronome usato nelle proposizioni del gruppo (IV) il
valore (significato) che essi hanno nelle pro- posizioni del gruppo (III) o
viceversa. 230. — In questa universalità e, insieme, nella possibilità del
significato specifico è la geniale carat- teristica dei pronomi. | E, poi che i
pronomi sono, tra le parti del discorso, ira le più antiche, e complicatissimi
nella forma, nella connessione ideologica e nell'uso, e presenti nelle lingue
considerate « più primitive » (1) essi stanno formidabil- (1) «Il Lévy-Bruhl
non ha mai definito in modo esatto che cosa intenda per primitivo... L’autore
pone tutti i primitivi allo stesso livello in modo così con- fuso da ricordare
per questo i classici dell’evoluzio- nismo ». R. Boccassino, La religione dei
primitivi, in « Storia delle religioni » di P. Tacchi Venturi, Torino, UTET,
1939, pag. 53. mente a documentare (con una imponente massa di esempî probanti,
in ogni tempo € paese) che il linguaggio non può esser opera di « evoluzione »
nel senso che esso sia stato congegnato dall’animale (pitecantropo, antro-
poide o altro fantasma scomparso senza trac- ce) il quale decise un bel giorno
di trasîor- marsi in uomo ragionevole, artista, creatore, forse per l’arcana
virtù magica di coloro che, nei secoli del razionalismo, avrebbero trasmes- so
a ritroso nel tempo l’energia miracolosa (1). Il mirabile e logico criterio di
economia e del « massimo rendimento », il quale regola tutto il Creato e i suoi
fenomeni (2) irova nell’uso dei pro - nomi una sua interessantissima
manifestazione. Il ripetere un sostantivo, ossia usare la medesima quan- tità
di suoni (e perciò di energia muscolare) per espri- mere idee che, per esser
state già espresse, non han- no più il medesimo rilievo che ebbero nella prima
emissione (allorché cioè si presentavano come nuove all’ascoltatore) sarebbe
stato in contrasto con tale principio, poi che sarebbe bastato un minimum di
suoni per riconoscerle. Anche il fenomeno dei pronomi trascende il puro fatto
grammaticale, concorrendo a convincerci che (1) Non è raro che i programmatici
negatori del- la fede obblighino i loro « fedeli » a credere in feno- meni
miracolistici assai più « eccezionali » di quelli che essi per partito preso
combattono. E la scienza « arcipositiva » moderna non ha portato forse al mi-
steriosissimo dogma irrazionale della « materia-ener- gia? ». Cfr. L. de
Broglie, Materia e luce, Milano, Bompiani, 1940. (2) Un massimo scienziato ed
artista tipicamente italiano, Leonardo da Vinci, formula e ripete questo
fondamentale criterio: «// principio di causalità si identifica col principio
di finalità e col principio di ragion sufficiente, senza residui... ” Ogni
azione na- turale è fatta per la via brevissima” — ” Nessuna azione naturale si
può abbreviare” — ” O mirabile e stupenda necessità, tu costringi colla tua
legge tutti gli effetti per brevissima via a partecipare alle lor cause, Questi
son li miracoli!” ». F. Orestano, Leonardo da Vinci, Roma, Optima, 1919, pag.
83-86. PRONOMI « SCIENTIFICI » mon è troppo esagerata l’affermazione per cui
«la grammatica è parte di metafisica la più sublime » (1). Brevi e sintetici, i pronomi possono an- ‘che
sostituire tutto un insieme di vocaboli, sostanti- vando tutto il loro
complesso è ponendosi quindi al posto di tale sostantivo ideologico. Così, ad
esempio, dopo aver riferito tutta intera la celebre Prima Catilinaria
pronunzia- ta da Cicerone nella storica seduta senatoriale dell'’8 novembre 6
av. Cr., possiamo aggiun- gere: « Cicerone, detio ciò, sollevò le braccia, €...
». La semplice sillaba ciò, pronome, rap- presenta, globalmente sosiantivale (e
con la sostituzione del « pronome » al «nome» o « sostantivo » ideologico),
tutte le parole e idee dell'intera orazione. ‘’ Anche per questo caso vale il
paragone al- gebrico: complicatissima, ad esempio, è, nel- la moderna fisica,
la formula quantistica di Planck riassumente la legge dell’intensità di
radiazione lungo lo spettro del corpo nero: E, =2hcX—5 i e ben complicato
sarebbe il riferirla tutta in- tera ogni volta che ad essa si allude. Sempli-
ce e pratico, data l'equazione, è servirsi del solo simbolo E; , intendendo con
esso la for- mula completa. Sicché E, è proprio un « pro- nome » scientifico
(2). (1) P. Giordani, Opere, Milano, Botroni & Scotti, 1854-65, in 14
voll., vol. I, pag. 323. (2) Parimenti, in chimica il simbolo Cy può es- ser
considerato un « pronome » dello stesso tipo, in quanto rappresnta un « gruppo
di atomi » (il cui « no- me » è CN): il gruppo, costituito da un atomo di car-
bonio ed uno di idrogeno, funziona infatti precisa- mente come un atomo di un
metalloide monovalente. — Tipici connotati e proprietà di prono- mi e solamente
di pronomi hanno quelli che la gram- matica tradizionale chiama «pronomi
dimostrati- vi» (1). i | Questi pronomi tipici, ossia veri e proprî pronomi, si
usano infatti per rappresentare individui, animali o cose di cui si sia già
parlato o si stia per parlare e ne sostituiscono il nome, senz'altro:
riferimento o rapporto. È 235. — Sono «pronomi tipici» (o « dimostrati-. Vi», O
« indicativi »): egli, quegli, colui, questi, costui per il maschile ella,
quella, colei, questa, costei per il femminile ESSO) cd pae 0000 sei per il
neutro I « maschili » (o « solari ») si usano per indicare: le persone o. gli
animali umanizzati (ad es., nelle fa- vole). Chiamiamo «neutri» i due pronomi
esso e ciò in quanto, pur avendo aspetto maschile (giac- ché l’italiano manca
di genere neutro formale), cor- rispondono ad un’« idea» che non è né maschile
né femminile. Tali pronomi si usano infatti per surroga» re anche un complesso
di vocaboli presi glo- balmente (vedi 8 232). 236. — I pronomi questi (questa)
e costui (co- stei) fanno le veci di nomi che, nel periodo, sono più . La
grammatica tradizionale considera a parte: egli, ella, esso, definendoli «
pronomi personali », in- sieme con io e tu. La grammatica rivoluzionaria nega
persino l’esistenza di « pronomi. personali », non ri- scontrando in essi
nessuno dei connotati e nessuna delle proprietà dei « pronomi », (vedi $ 480).
‘ (2) Potrebbero venir inseriti qui anche i pronomi neutri quello e questo, ma
essi sono propriamente aggettivi dimostrativi sostantivati. Lo sono anche le
forme quella e questa, ma la loro « pronominalizza- zione » è più forte,
appunto per il carattere di « ge- nere », DECLINAZIONE PRONOMINALE prossimi,
mentre colui (e colei) sostituiscono nomi più lontani (I). Prescindiamo qui dal
valore che gli stessi vocaboli hanno nel discorso nel quale inter- viene come
attore colui che parla o scrive (vedi 8 480 e segg.). 237. — In tutti questi
pronomi tipici si conservano abbondantemente le tracce della « decli- nazione
», pur se le forme si siano allontanate da quelle latine, e sia stato persino
spostato il valore delle desinenze dei casi (2).. Abbiamo infatti: Singolare:
genitivo: ne (per i tre generi); dativo: masch.: gli; — femm.: le; accusativo:
masch.: lui, lo; — femm.: lei, la; neut.: /o. . (1) In alcune lingue tale
vicinanza o lontananza è espressa con speciale evidenza: il francese, ad esem-
pio, usa l’enclitica -ci nel primo caso e l’enclitica -là per il secondo:
celui-ci, celui-là; celle-ci, celle-là; ed usa cela («ciò ») riferendosi a cose
già dette, mentre ceci si riferisce a cose che seguiranno: « Après avoir dit
cela, il lui dit encore ceci», « Dopo avergli detto tutto ciò, gli disse ancora
questo [che segue] ». — L’inglese ha vocaboli specializzati per riferirsi alle
persone in connessione con l’ordine in cui sono state già indicate: «Jack and
John are in the garden; the former is reading, the latter is singing», « Gianni
e Giovanni sono in giardino: il primo legge e il secon- do canta ». (Si noti
che Jack è diminutivo di John ed equivale a « Giovannino », « Giannetto » e non
a « Gia- comino! »). (2) L'italiano loro, valevole per tutti i casi, si è
formato sul genitivo illorum, sebbene il genitivo non sia normalmente sfruttato
per la derivazione in ita- liano, essendo un caso che non è retto da alcuna
pre- posizione, e la tendenza analitica scindeva perciò il genitivo in « de +
ablativo ». sla . Plurale: nominativo: masch.: eglino (1), essi; femm.: elleno
(2), elle, esse genitivo: loro; ne dativo: loro; (e le forme del nominat.)
accusativo: masch.: loro, lis | e le forme del femm.: loro, le J nominativo Si
hanno anche, per i casi diretti, i plurali: quelli, quei, (ant. queglino);
questi; coloro; costoro; per il maschile; — quelle; queste; costoro; coloro per
il femminile. I pronomi riservati alle persone non van- no usati riferendosi ad
animali e tanto meno per sostituire nomi di oggetti. , Perciò si dirà
correttamente: « gli mette il cappello », poi che gli significa « a lui » (per-
sona); e « le mette la cultia », poi che /e= a lei: ma sarebbe improprio dire «
gli mette il coperchio », trattandosi di un oggetto (= ad esso) (3). (1) Forma
antiquata: «E alla madre narrò lo °’nganno, il quale ella ed eglino da Gisippo
ricevuto avevano », Boccaccio, Decam., g. 10. (2) Forma antiquata: « E elleno
conoscono me », Fioretti di S. Francesco, ediz. Firenze, Tartini, 1718, pag.
60. (3) Questa distinzione tra esseri animati e oggetti è importante, e si
rivela ancora più evidente in alcune lingue: il francese, ad esempio, pone
precise limita- zioni all’uso di pronomi riservati alle persone: è abu- siva, è
vero, l’espressione « on en parle » (nel senso di « si parla di lui »),
frequente nel linguaggio fluido: ma anche, nella conversazione più familiare,
alla doman- da «Parlera-t-il de Jean? » nessuno risponderebbe: « Certainement
il en parlera », si dirà: « Il parlera de lui ». Viceversa, anche parlando di
un animale, è cor- retto dire: « Ce chien mord, n’en approchez pas », ap- punto
perché l’animale non è persona. Parlando di nersone si dirà « Elle leur a
répondu », « Ha risposto loro », ma, parlando di lettere, si dovrà dire: « Elle
y a répondu », «Ha risposto ad esse» (letteralmente: « vi ha risposto »: e
perciò si dirà, di un recipiente (oggetto) « il faudra y remettre un couvercle
». — Cfr. ANIMATO E INANIMATO . — Importante è constatare un’altra parti-
colarità dei pronomi tipici: che, cioè, essi for- mano il plurale assumendo le
desinenze caratteristi- ‘che del plurale dei verbi (8 168-169): eglino corrono;
costoro dissero; coloro amerebbero; Queste forme, nelle quali è implicita un’i-
dea di energia, non sono mai connesse con l’idea neutra, la quale rimane
limitata al sin- golare (1). Si può affermare che l’italiano, nella sua
struttura e nella sua mentalità linguistica, ha soltanto in questa occasione il
concetto e l’e- spressione di « genere neutro ». Non bisogna infatti confondere
il « neutro » grammaticale con il concetto di « oggetto inanimato ». Que- sta
coincidenza, invece, esiste in alcune lin- gue (2). I 240. — Significativa è
anche, in questi « prono- mi tipici» la desinenza in -i del nominativo singola-
re (vedi 8 208), sintomo della loro vitalità. — P. Martinon, Comment on parle
le francais, Paris, Larousse, 1927, pag. 291. — Questi esempî ci chiari- scono
il processo mentale in relazione con l’espressio- ne linguistica. — Non per
imitare una lingua straniera, ma per porre l’espressione in- buona lingua
nazionale più aderente al pensiero, diremo perciò: « mettercì (o: mettervi) un
coperchio ». Vedi nota al 8 180. (2)
L'inglese, salvo specrali eccezioni, usa il pro- nome neutro if, «esso », per
tutto ciò che non sia persona. — I Giapponesi, i quali pur conferiscono una
sensibilità e persino un’« anima » anche alle cose (cfr. I. Yamazaki, La
concezione giapponese della Natura, in « Yamato », 1942, a. II, XII, pag. 296),
usano due diversi verbi «essere », uno per gli oggetti e l’altro: per gli
esseri animati (persone o animali): hon ga ari- masu, « c'è un libro »; neko ga
ori-masu, « c’è un gat- to ». — L’inerzia del neutro è messa in evidenza dal-
l’uso del russo TO, dimostrativo neutro, che, aggiun- to encliticamente ad un
pronome o avverbio indeter- minato, ne esaspera l’indeterminatezza: ktò-to, «
qual- cuno, non so chi », gdjé-to, « in qualche posto, non so dove »; kudà-to,
id. (moto a luogo). i Le Questa terminazione, espressione di vita- lità, si
trova anche nel nominativo dei femmi- nili (costei, colei); il pronome ella
esce in -a per la sua origine aggettivale (lat. illa): ma hon ga arì-masu ì (9
"po - pri Cedesi Pai pri ceti - i! A) esseri animati e cose: in
giapponese, il verbo « es- sere» non è il medesimo per un soggetto animato e
per un soggetto non vivente (neko ga ori-masu, « c’è un gatto »; hon ga
ari-masu, « c’è un libro ») — B) lV’i- nerzia del neutro: il neutro russo «-TO
» unito encli- ticamente ad un vocabolo, ne accresce l'indetermina- tezza,
(vedi nota al $ 239). l'uso, appunto per questo, tende a sostituirlo con lei
(uscente in -i) anche nel nominativo. | 241. -—— I pronomi lui e lei sono
propriamente due accusativi: l’uso però tende a dar loro anche il valore di
nominativo, e ciò a causa della loro inten- sità tonale. — 176 — (4%) sO =
" el : S he” Q v no) % _Ò = v v po iu e) = gas 9 3) 5 $ >= pronome
monosillabo sost Cat n U Inaria ») ... il a lin i at cne e C icet C ( ARI MACC
IG affresco d lare dell’ | PN POT ICO (parti icerone seaCanaltnan oa C Tre M
"na SI ABBUET uan i di i; È hi SEUI È Hi FEAR He sisi ERA, dti ;) MII iii
e n A di; FORME E TONALITÀ DI Non soltanto è lecito, ma è obbligatorio adope-
rare queste forme, tonalmente. più forti: a) quando, per inversione: (ossia per
la prece- denza del verbo), l'intonazione richiede maggiore in- tensità tonale
sul soggetto così posposto; b) nelle opposizioni concettuali ad altre per-
sone; c) quando siano isolate, sottintendendo il verbo. Perciò sarà erroneo
dire «lui arriva con l'elettrotreno delle 5 »; si dovrà dire « egli ar- riva...
»; — ma si dirà benissimo « con l’elet- irotreno delle 5 arriva lui, e con il
seguente arriva lei ». — Alla domanda: « Chi è stato? » non si può rispondere «
È sfafo egli! », ma si dovrà dire « È sfato lui! », 0 anche semplice» mente «
Lui! ». Per le stesse ragioni si dice « Poveretto ‘ lui! », « Felice lei! »
(1). Al contrario, allorquando, per il minor rilievo che il pensiero dà
all’idea espressa dal prono- me, anche l’intensità tonale è minore,
l’accusativo di tali pronomi tipici assume una forma «atònica »: lo, la, li,
le. | Queste forme atòniche precedono il verbo, pro- “cliticamente (il /o ed il
/a potendosi anche ridurre alla sola consonante: «I°» apostrofata); oppure lo
seguono encliticamente, sì che, nella scrittura, si fon- de in unica parola con
esso: « /o vede, l’abbraccia; li ammira; credevalo; lodanli »; «io l’odiai sì,
che non potea vedella » (Ariosto, Orl. Fur., XLIII, 45) In questo verso,
vedella sta per vederla, con un’assimilazione che è frequente in molti
dialetti. (1) Rivelatore del nesso che lega il « sentimento » con il «caso »
grammaticale è il latino, il quale pone in accusativo il nome della persona o
cosa che desta il sentimento espresso esclamativamente: infatti, do- po 0 si
può usare non solo il vocativo ma anche (ed è più efficace) l’accusativo: « O
stultum hominem! » =« Ma che imbecille! »). Il raddoppiamento della consonante
si ha invece normalmente quando tali pronomi se- guono una voce verbale «
tronca », per la già nota legge fonetica (vedi $ 172): « farallo, ve- stilli »
(= « lo farà, li vestì »). Anche altre forme pronominali (dativi gli, le; ge-
nitivo ne) diventano atoniche e si aggiungono encli- ticamente al verbo. Non si
può raddoppiare la consonante ini- ziale di gli, perché di natura composta (=1+
D | e già quindi equivalente ad una doppia (1): perciò si ha vedranne = ne
vedrà; mostrolle = le mostrò; udillo = lo iudì; ma diragli = gli dirà;
lanciògli = gli lanciò (2). « e ’I grifon mosse il benedetto carco sì che,
però, nulla penna crollonne ». (Purg., XXXII, 26-27) Gli atonici possono anche
unirsi Îra lo- ro: in tal caso il pronome gli assume eufo- nicamente la forma
glie: e si ottengono così i gruppi: glielo, glieli, gliene, ecc., che si pos-
sono scrivere anche staccati: glie /o, glie li, glie ne, ecc. 243. — Il
complicato gioco dei pronomi e, spes- so, l’intricato intreccio ideologico che
essi determi- nano nelle proposizioni che li contengono richie- (1)
L'articolazione italiana del suono gli si può insegnare facilmente agli
stranieri, addestrandoli fa- cendoli pronunziare sempre più rapidamente «
fil-li-jo, fil-1jo », « filljo, figlio ». (2) Questo vocabolo, così congegnato,
non è trop- po bello, ma può servire, ad esempio, nello stile fa- ceto: è bene
scriverlo con l’accento (/anciògli) per non confonderlo con il presente in 12
persona (/ànciogli). In greco — sia antico che moderno — il fatto che più
enclitiche possano seguirsi (ciascuna inviando il proprio accento sulla
precedente) non impedisce che esse si scrivano staccate: es.: dòs moi to, («
damme- lo »: pron. mod. « dhos-mi-to »); an tis pote éipe («x se alcun dicesse
»: pron. « an-tìs-pote ìpi »). Cfr. C. Ca- pos, Nouvelle grammaire grecque (gr.
moderno), Hei- delberg, Groos, 1908, pag. 11 e segg. — 178 — Ma . — — ur—»
& “o —= Faa Lera IL SIGNIFICATO INTUIBILE dono la massima attenzione è cura
nel loro uso, af- finché questi ottimi strumenti di semplicità, eleganza: e
chiarezza non si risolvano invece in coefficienti di oscurità e confusione:
sarà bene che il «nome» che ogni pronome sostituisce non sia troppo lontano da
questo nel periodare; la « concordanza » serve appun- to a determinare una
maggior chiarezza: un nome maschile o femminile, singolare o plurale deve avere
come suo «surrogato » un pronome dello stesso ge- nere e numero. Non è raro,
nel parlare familiare, l’uso er- tia del dativo maschile gli per il femmini- e
le. Talora può essere imbarazzante stabilire quale sia il nome che il pronome
rimpiazza. Vi sono dei casi in cui, ad esempio, il pro- nome la sta invece di
un nome femminile che non è espresso perché tale nome non esiste nella lingua
italiana: è vano arzigogolare di grammatisti il voler trovare ad ogni costo il
«nome » che il « pronome » la sostituisce nel» le espressioni: « Chi la dura la
vince ». « Chi la fa, l’aspetta ».. « Me la pagherà! ». «L'ha fatta grossa! ».
Ma sappiamo benissimo che cosa si inten- da: il «sentimento » ci rivela
intuitivamente Il vero significato, che qualunque « nome » preciso
attenuerebbe. , E si ha anche il plurale le, con analogo significato; efficace
perché indefinibile: « Ma le pensa proprio tultel ». ta I pronomi integrali
(XII) 244. — Mentre i « pronomi tipici » hanno la li- mitata funzione di
sostituire il nome, e possono quin- di esser sostituiti alla lor volta con il
nome che essi rimpiazzano, poi che non aggiungono alcun altro ele- mento
all’idea espressa dal nome stesso, vi sono altri pronomi i quali non hanno
puramente e semplicemen- te questa funzione di sostituzione, poi che contengo-
no qualche altro elemento. Ricollocando al posto di essi il nome del quale sono
« pro-nomi », è infatti necessario aggiungere ancora qualche vocabolo, che cor-
risponde appunto a tale elemento inte - grante il significato del nome.
Allorché diciamo « uno è venulo », « cia- scuno la pensa a suo modo », «
nessuno è lì », «Checché se ne dica », usiamo, come prima parola in ciascuna di
queste proposizioni un pronome,. che sostituisce il nome di persona o cosa, ma
che non potrebbe esser sostituito semplicemente con il nome che es- so
rimpiazza, dovendovisi aggiungere — per mantenere inalterati il significato e
il rappor- to ideologico — qualche altro elemento inte- grante il nome stesso:
« un uomo è venu- to », « ciascun individuo la pensa a suo mo- do », « nessun
uomo è lì », « qualunque cosa se ne dica ». A Paolo e Francesca Dante dice: «
venite a noi parlar, s'altri no! niega! » (Inf., V, 81) ss con una proposizione ipotetica, nella quale il
pronome altri sostituisce « persona, Individuo, essere », ma non senz’alira
indicazione: ed è infatti una riverente ed eîlicace espressione. che significa
« Iddio ». 245. — Come si vede, l’aggettivo specificante che va aggiunto al
nome perché questo abbia un signifi- cato equivalente a quello del pronome,
coincide spes- | so per forma, e sempre per significato, con il prono- ‘me
stesso. Nella grammatica tradizionale questi pro- nomi sono chiamati «
indefiniti ». Tale deno- minazione è vaga ed inesatta. Nella grammatica «
rivoluzionaria >» essi assumono il nome di pronomi integranti o inte- grali.
a 246. — Definizione' di tali pronomi può dunque essere la seguente: « Chiamasi
pronome integrale quella par- te del discorso che, sostituendo un nome (e
perciò « pro-nome »), aggiunge all’idea espressa da questo l’elemento-limite
nel quale essa va intesa » (1). (1) Intenzionalmente usiamo l’espressione mate-
matica di «elemento-limite », appunto per stabilire un’analogia con il
signicato che la qualifica di « inte- grale » ha nel calcolo differenziale:
l’area (di signi- ficato) del pronome è data appunto da tale concetto di limite
che il pronome integrale pone all’idea espres- sa dal semplice nome: la
definizione corrente di « pro- nomi indefiniti » potrebbe esser accettata con
la ri- serva di dare ad essa un valore matematicamente as- sai complesso
(«integrale indefinito » della funzione della variabile per la: quale s’intende
il valore del pronome stesso), e ciò non gioverebbe alla chiarezza. — È
interessante notare come i grammatici, nel de- finire « indefiniti » (ossia
«illimitati » nel significato) questi pronomi, abbiano commesso un errore assai
simile a «quello che per molto tempo ha gettato un’ombra oscura sulle basi del
calcolo infinitesimale » (« il cosiddetto rapporto differenziale non è affatto
un rapporto, ma è semplicemente il limite di una succes- sione di termini, che
sono dei rapporti ») F. Waisman, Introduzione al pensiero matematico, Trad.
ital., 22 ediz., Torino, Einaudi, 1941, pag. 205. — Al lettore 2a 182 — usi gie
lr PRE INIE Siia rai I a rie RO « TUTTO » NON HA PLURALE 247. — Il «limite» che
determina l’ampiezza massima dell’« area di significato » di questi pronomi può
essere anche 0 (infinito = indefinito), ma, nel- la grande maggioranza dei
casi, il contesto pone un limite più o meno ristretto: sicché questi prono- mi
sono quasi sempre «relativamente indefiniti ». Allorché diciamo: « Chiunque
avrebbe agi- to come lui », il pronome esprime qualsiasi persona, senza
limitazione. Parimenti nel pro- verbio « Ognuno per sé, e Iddio per tuffi ».
248. — Va qui notato che il pronome tutti è ap- punto il plurale di ognuno,
ciascuno, come appare — evidente dal proverbio or ora citato (1). Che, per
forma, esso sembri il plurale di lutto non deve indurre nel facile errore. Il
pronome tutto (con valore neutro = lat. omnia, « tutte le cose ») non può avere
plurale, poi che già ha l’estensione massima. 249. — Generalmente, però, vi è
una limitazio- ne, normalmente espressa con una proposizione rela- « letterato
» queste « divagazioni » matematiche sem- breranno fuori luogo: auspicabile è
invece il giorno in cui un intelligente Ministro dell’Istruzione Pubbli- ca
comprenderà quale funzione chiarificante e coordi- natrice potrà avere sui
giovani avviati nel cammino delle belle lettere lo studio del calcolo
infinitesimale, della geometria analitica, e di tutti quegli affascinanti
settori matematico-filosofici esclusi oggi dai program- mi della Scuola Media.
— Legga il lettore «lettera- to » il delizioso volume dell’Ing. G. Bessière, ZI
calcolo differenziale ed integrale reso facile ed attraente, Mi- lano, Hoepli,
1930, e scoprirà insospettati panorami, grandiosi ed inspiratori. E ricordi che
Dante aveva una vasta cultura scientifica, e che Wolfango Goethe avrebbe avuto
miglior successo nei suoi studî sulla teoria della luce e dei colori, se una
maggior cono- scenza delle matematiche l’avesse controllato nel suo « dirizzone
» anti-newtoniano. — Cfr. W. Goethe, Zur Farbenlehre, Tiibingen, Gotta, 1810.
(1) Tale affermazione vale anche per le altre lin- gue: cfr. il francese «
Chacun pour soi, Dieu pour tous »; spagn.: « cada uno para sì. y Dios para
todos »; ted. « Ein jeder fir sich, und Gott fiir alle »; ingl.: « Every man
for himself, and God for us al/». e tiva: (vedi 8 266): parlando del proprio
amore, dice il Petrarca: « e proval ben chiunque E infin a qui, che d'amor
parli o scriva». (In morte di Mad. Laura, s. XLI, 10-11) limitando, nel secondo
verso, l’estensione del prono- me chiunque | “chiunque o: chiunque
contravvenga...” | ° { violazione della legge So °° a (d(0 ES I. Nella
proposizione « La legge è uguale per tutti >, il pronome è illimitato. — II.
Nelle disposizioni di legge la zona del pronome chiunque è « infinita» ma non
«illimitata» (è limitata dall'angolo). (8 249) Per giuridica coerenza ha valore
limitato il chiunque contenuto nelle disposizioni di leg- ge: «Chiunque
contravvenga alle presenti LIMITI DELL'AREA PRONOMINALE norme sarà punito...
ecc. »: è evidente che la pena non è comminata a chiunque nel senso generale,
ma limitatamente a coloro che vio- lino la legge emanata. Tale limitazione può
essere rappresentata geome- tricamente con un angolo, il quale ha un’area infi-
nita ma non illimitata. Un angolo di 360 gradi esprime ottima- mente il valore
di questi pronomi, allorché nessuna determinazione precedente o succes- siva
interviene a limitarne l'ampiezza di si- gnificato: tale, ad esempio, è il
valore di ognu- no nel detto: « Ognuno ha il suo ramicello [di follia] (1) e il
valore di tutti nella massima: « LA LEGGE È UGUALE PER TUTTI » (2). * * * 250.
— Analoghe limitazioni hanno i pronomi negativi, in quanto sono gli stessi
pronomi che i precedenti, i quali hanno attratto e incorporato la ne- gazione
che, propriamente, si riferisce all’azione o allo stato espressi dal verbo. «
Nessuno è venuto » significa infatti che ognu- no si è astenuto da tale azione
(venire), ossia « ognu- (1) Franc.: « Chacun a sa marotte »; spagn.: « To- dos
somos locos, [los unos y los otros] »; ted.: « Jeder hat seine Schelle »;
ingl.: « Everyone has his hobby ». (2) Anche tutti, perchè plurale di ognuno,
ciascu- no, ecc., e il singolare tutto con valore neutro posso-. . no avere
limitazioni: la limitazione numerica è espres- sa in italiano con una forma
speciale, ossia interpo- nendo la congiunzione e tra tutti e il numero « tutti
e cinque », « tutti e due »: non si tratta in realtà del- la congiunzione, ma
di una trasformazione della pre- posizione a, come è rivelato da antichi
esempî: « Mettiamo caso ch’un venga a sonare - *N un campanile ove cinque ne
siano, E tutte a cinque (campane) le voglia adoprare (A. Firenzuola, Rime
burl., I, 289). Tale forma idiomatica italiana non va trasportata nella
traduzione in lingue straniere: in francese si dirà «tous les trois». Notare
anche la forma idiomatica inglese all of them, « tutti loro » (letteralm.: «
tutti di loro », come noi diciamo « due di loro »). se no non è venuto »: da cui si è avuto, appunto
con tale spostamento della negazione, « né-uno è venuto »: «niuno è venuto »
(1). È così posto in evidenza il trucco del noto falso sillogismo dei sofisti,
i quali pretende- ognuno non è venuto x II Nè a NANO Ci —, (| €DI < Di a cm
ef \— 44/8 7. da DL) e . o ‘0, cotipa uno è venuto niuno è venuto La negazione
negante il verbo è passata nel pronome... (8 250) vano di dimostrare che «ogni
gatto ha tre code », ponendo «nessun gatto» come un gatto realmente esistente
(2). (1) Le forme neuno e neuna si trovano ancor nei trecentisti: « Neuna ebbe
mai gli dèi sì favorevoli » (Boccaccio, Fiammetta, V). (2) Il noto sofisma era:
« Nessun gatto ha due code; ma ogni gatto ha una coda di più che nessun gatto;
quindi ogni gatto ha tre code ». Questo falso sillogismo non potrebbe neppure
es- ser formulato in quelle lingue nelle quali non esisto- no pronomi e
aggettivi negativi: « Nessun gatto ha due code » deve tradursi in giapponese «
A qualsiasi — LA DOPPIA NEGAZIONE – L.
J. Cohen on R. C. S. Walker on L. J. Cohen on H. P. Grice, “I don’t want more
beer” -- Niuno (e niuna), nessuno (e ressuna) sono i pronomi negativi di
ognuno, ciascuno. Poi che escludono persino il singolo individuo, a maggior ra-
gione implicano l’esclusione di più persone. Perciò non hanno plurale. 252. —
Si osserverà che l’idea connessa a questi pronomi ha sempre un contenuto di
pluralità: la forma « singolare » è dovuta al fatto che queste « più persone »
son conside- rate uti singulae (ciascuno, ognuno) mentre il plurale (futli) le
considera uti universae: si tratta sempre dello stesso contenuto se di- ciamo:
| « Ciascurto è padrone in casa propria, ma nessuno è padrone in casa altrui ».
« Tutti son padroni in casa propria, ma, nessuno è padrone in casa altrui ».
253. — Il negativo di tutto è nulla o niente. Es.: « Chi tutto - vuole, nulla
stringe » (1). 254. — Come il pronome tutto non ha plurale, così non lo ha il
suo negativo nulla (e niente). 255. — In italiano non vige rigorosamente la
nor- ma per la quale due negazioni affermano, ossia non è rispettato il
criterio matematico per cui —(—a)= ta LI Si dice infatti « Non è venuto nessuno
»: le due gatto, due code non sono » (Nan no neko ni mo, fu- tatsu no o ga
nai), oppure « Gatti di due code non ve ne sono » (Futatsu no o no neko ga nai;
— futatsu no o wo motte iru neko ga nai). — Il sofisma poggia appunto sul fatto
che la seconda premessa sembra af- fermativa, (« nessun gatto ha due code »)
mentre è ne- gativa («nessun gatto » equivalendo a « [ciasc]un gatto non... »):
ed interviene perciò, a dimostrare la falsità del ragionamento, la sana regola
tradizionale del sillogismo: « Utraque si praemissa neget, nihil inde sequetur
». Non poche argomentazioni delle varie fi- losofie postcartesiane son gatti
con tre code! (1) O «Chi troppo vuole, nulla stringe» — cfr. il ted.: « Der
alles will haben, soll nichts haben ». negative dànno anzi maggior forza
negativa alla pro- posizione (1). Tale duplicazione non è però ammessa allorché
il pronome negativo precede il verbo: si dovrà dire quindi: « nessuno è venuto
». La negazione può essere espressa anche con altro vocabolo negativo: si dirà
perciò « Senza che l’abbia visto nessuno », ma si do- vrà dire « Senza che
alcuno l’abbia visto ». I pedanti obbietteranno che la doppia ne- gazione è
sempre da evitare: ma le lingue — e non l’italiano soltanto — camminano pro-
prio verso l’uso sempre più invadente di tale raddovpiamento: i « veto »
contrarî a tali cor- renti « non otterranno nulla », « non serviran- (1) La
doppia negazione appare anche in spagno- lo ed in portoghese: « No falta nada
», « Nao falta nada », (« Non manca nulla »). Il rumeno può usarla anche quando
il pronome negativo preceda il verbo: « Nimeni nu l’a vazut » (« Nessuno l’ha
visto », lette- ralm.: « Nessuno non l’ha veduto »). — L'’equivalente francese
« Personne ne l’a vu non contiene propria- mente una doppia negazione, poi che
personne (lat. persona) non ha intrinseco valore negativo, e va quin- di sempre
accompagnato da negazione. Questa può esser inespressa: alla domanda « Qui l’a
vu? » si può rispondere semplicemente « Personne!» intendendo però «... ne l'a
vu ». — La doppia negazione è da evi- tare nelle lingue nordiche (ed in altre):
si dirà per- ciò in inglese « Nobody saw him »; in tedesco « Nie- mand hat ihn
gesehen ». — Il cockney {dialetto-gergo di Londra) e lo slang (= franc. argot)
americano in- frangono con grande frequenza il divieto della dop- pia
negazione: nello East End londinese si può udire « You don't know nobody » per
« You don't know any- body » 0 « You know nobody »; e nei quartieri an- che non
popolari di New York non appare troppo «scandaloso dire: « He had never seen
nothing like that » (« Egli non aveva visto non mai nulla di si- mile »). —
Cfr. R. Kron & R. J. Russell, Slang and Colloquial English, Ettlingen,
Bielefie!ds, 1929, pag. 34. — W. Matthews, Cockney Past and Present: a Short
History of the Dialect of London, London, Routledge, 1933 — e C. Rossetti,
Lingua Americana, Firenze; Lin- gue Estere, 1944, pag. 147. — 188 — “ranno,
alcunché », PRONOMI QUANTITATIVI no a nienie», «non convificeranno nessu- no »
(1). i * * * » 256. — Pronomi integrali quantitativi so- no troppo, poco,
molto, tanto, quanto, ecc., che al- cuni grammatici definiscono impropriamente
sostan- tivi: quando non siano avverbi (vedi 8 405) o agget- tivi (vedi 8 384)
o chiaramente sostantivati (vedi 8 177), essi sono veri e proprî pronomi:
possono es- sere collocati, grammaticalmente e ideologicamente, nella gamma
pronominale che ha per estremi niente e tutto (ossia da zero alla totalità).
“non lascia altrui passar i do Lal L, t LI Ù e d \ h n° Ù Ù | Ù I Pi IN ì "i
1) se So N Pa . SN L # e “- . Sei, o % ", VIZZAS ni eg 14 n , in A, «
altri » = « chiunque » (tutti) fuorché la lupa »; in B, « altri» = « chiunque
(tutti) fuorché gli uni ». (8 257) (1) Si dovrebbe dire, correttamente: « Non
otte- «Non serviranno ad alcunché » « Non convinceranno alcuno »..Limitazione
di natura del tutto speciale è quella che fa sì che l’« area di significato »
del pro- nome altri sia illimitata, con esclusione però di una «zona di
significato » determinata da altri elementi, estranei al pronome stesso. Nel I
Canto della Divina Commedia, la lupa «non lascia altrui passar per la sua via »
(Inf., I, 95) . Il pronome altrui (= altri) si riferisce al chiunque, ad
eccezione della lupa stessa. Pa- rimenti, nell'espressione « gli uni e gli
altri », il significato di aliri non ha altra limitazione che quella di
escludere « gli uni ». 258. — Il pronome dltri richiede quindi neces-
sariamente un’esplicita dichiarazione correlativa, la quale permetta di
conoscere chiaramente la « zona di significato » che è esclusa (1). | 259. — Il
pronome dltri ha la privilegiata desi- nenza in -i (caratteristica dei «
pronomi tipici » (vedi 8 240); vale per i due numeri (singolare e plurale). Al
singolare, però, si usa solo riferendosi a persone. 260. — Come corrispettivo
con valore neutro si ha il pronome altro: es.: « altro è dire e altro è fare ».
Il valore neutro e generico di tale pronome è evi- ‘dente in numerose
espressioni tipiche della nostra (1) Inorridirebbe il lettore non simpatizzante
con le matematiche se qui-si affermasse utile ed interes- sante lo studio di
questo fenomeno con criterî « to- pologici », ossia riscontrando analogie con i
postulati della nuova scienza (la topologia), che può ben defi- nirsi «la
geometria senza forme e senza dimensioni ». Anche l’analysis situs è invece meno
astrusa e meno lontana dalle pratiche applicazioni (grammaticali com-. prese)
di quel che ne possa pensare il profano, atter- rito dall’aspetto esteriore. Lo
studioso di buona vo- . lontà potrà consultare utilmente il bello studio rias-
suntivo di K. Menger, Bericht iiber die Dimensions theorie, nello
«Jahresbericht der Deutschen Mathe- matiker-Vereinigung », 1926, vol. XXXV,
fasc. 5-8, pag. 113 essegg. IL COSTRUTTO RECIPROCO H. P. Grice: “He shaved” “He
shaved himself” -- lingua: « fra l’altro », « senz'altro », «tutt'altro» (1),
«ci vuol altro!», «non fosse altro», «...e tant’al- tro... ». 261. — Il pronome
altri, al singolare, non è mai preceduto da articolo: questo si può usare con
la for- ma altro, poi che è l’aggettivo sostantivato. Si dirà perciò « Un altro
non agirebbe così », ma « Altri agi- rebbe altrimenti ». Sia altri che altro
derivano etimologica- mente dal latino alfer, il quale però aveva il
significato ristretto di « uno dei due » o « l’al- tro dei due »: es.: Audialur
et altera pars (2). L'italiano vi ha incorporato anche il significa- to di
alius « altro » (fra più). La distinzione se si tratti di « altro » fra due
oppure di « altro » fra più di due è molto importante in alcune lingue (3).
262. — Sebbene tale distinzione si sia perduta in italiano, abbiamo però il
pronome entrambi (femm. entrambe) che riunisce «l’uno e l’altro »: « Colei
Sofronia, Olindo egli s’appella, D’una cittade entrambi e d'una fede ». (Tasso,
Gerus. Lib., II, 16) 263. — Con questi stessi pronomi si forma l’ori- ginale
costrutto reciproco «l’un l’altro », che va (1) Tale risposta è frequente,
contro la domanda: « Vi dispiace? » o « Vi disturba? » o altra simile. (2) «Si
ascolti anche l’altra delle due parti », « Bisogna udire anche l’altra compana
». I latini dice- vano altera ripa per « la sponda opposta »: talora alter
equivaleva persino al numerale ordinale « secondo »: anno trecentesimo altero,
« nell’anno 302 ». (3) L’inglese ha either, « uno o l’altro (di due) »: es.:
either of them can go, « uno o l’altro dei due può andare ». — Ed ha anche il
negativo neither: es.: nei- ther of them knows, « nessuno (dei due) sa ». Nel
lin- guaggio corrente si usa, pur se abusivamente, anche il verbo al plurale:
neither of them know, « nessuno dei due sa» (letteralmente «sanno », come noi
di- ciamo « entrambi sanno »). Tale abuso non è troppo deprecato nemmeno dal
Dizionario di Oxford. Cfr. The Concise Oxford Dictionary of Current English,
3rd edit., Oxford, 1934, pag. 759. — 191 — ” dea dbm or - Tizio | | = saluta
—> _ Cai == saluta=3 Tizio: si salutano l al tro Menjehen follen| cinander
helfen [ They are spoaki ng fo each other CETTE icnsicà A) Nel costrutto
reciproco, i pronomi « l'uno » e l’al- tro » sono bi-valenti... — B) (tedesco)
« Glì uomini deb- bono aiutarsi l'un l altro ». Formato con due pronomi,
einander è un avverbio. — O) (inglese) « si parlan l'uno all'altro »
(letteralm.: « al ciascun-altro »); each other è un costrutto globale,
preceduto da preposizione. (8 263) — 192 — « UN, UNO » HA TRE VALORI DIVERSI
considerato in funzione unica, poi che il significato risultante è diverso da
quello dei due componenti: infatti la proposizione « Tizio e Caio si salutano
l’un * l’altro » non significa soltanto che Tizio saluta Caio, ma che anche
Caio saluta Tizio: sicché «l'uno» fa le veci di entrambi i nomi, e la stessa
funzione ha « l’altro » Perciò questo idiotismo italiano non va tradotto
letteralmente nelle varie lingue: ma soltanto in quelle che ammettono tale
ampli- ficazione (1). 264. — Il pronome uno non va confuso con il mumerale né
con l’articolo: soltanto come pronome può avere plurale: « gli uni ». Parlando
del numero uno ripetuto più vol- te, sarà più corretto e più chiaro dire «gli
uno ». È inesatto grammaticalmente e poco chiaro l'esempio addotto dal
Tommaseo: « Scrivete cinque uni e ditemi che numero fanno » (2). Più
correttamente, più moderna- mente e più elegantemente si dirà: « cinque, UNO »,
0, a maggior chiarezza « cinque volte ciîra 1 » (3). (1) Per esprimere tale
reciprocità, il greco si ser- vì del tema di dllos, « altro » ripetuto
(allo-allo) e ne formò alléloin, « l’un l’altro », il quale, naturalmente,
manca di singolare (e manca anche del nominativo): è in forma di duale o di
plurale. — Il tedesco ha einander, che, pur formato con ein (« uno ») e ander
(< altro »), è avverbio (= « reciprocamente »). — L’in- glese ha in each
other (letteralm.: « ciascun l’altro ») un costrutto unico, che va préceduto
dalla preposi- zione che noi, invece, inseriamo fra i due pronomi: «They are
speaking to each other », « Essi si parlano l’un l’altro », «parlano l’uno
all’altro » (letteralm.: « Essi parlano a Vun-l’altro »). (2) N. Tommaseo,
Dizionario della Lingua Italia- na, ediz. UTET, Torino, 1929, vol. VI, pag.
340. (3) È vero che si dice « tre zeri », ma tale voca- bolo è di uso assai più
frequente, ha aspetto fònico diverso, ed il plurale non ammette equivoci. — Il
fran- cese non apostrofa l’articolo le né fa la liaison fònica dinanzi a un
quando questo ha valore di numero e — 193 — . — Il « gioco dei pronomi», ossia
la loro complessa funzione, ha molta importanza ideologica, grammaticale e
stilistica. Chi apprenda una lingua straniera troverà gran giovamento
osservando l’uso dei pronomi come rive- latore dell’indole della lingua stessa.
Così considerati, gli appariranno più lim- pidi alcuni fenomeni, quali ad
esempio, quello dello « stato costrutto » dei nomi érabi cui en- cliticamente
venga aggiunto il pronome suî- fisso (1). Molti fenomeni linguistici appaiono
strani se li consideriamo senza indagare il processo ideologico che li
determina, o se prendiamo come unico punto di vista quello della nostra lingua
nazionale. Le frequenti esplorazioni nelle lingue este- re vicine e lontane
servono, viceversa, a me- non di.articolo: dice l'un et l’autre », ma «le un
qui précède la virgule... »: pronunzia «c'est un fait! » (« c’et-t-un fait »),
«è un fatto », «è così»; ma dice senza liaison: ce un est inal écrit, « questo
uno è scrit- to male ». (1) L’arabo Kitéb diventa kitàbuhu, «il libro d> lui
», e Kitàbuka «il libro di lei », che han significato determinato. Per « un
libro di lui (o di lei) bisogna ricorrere ad una perifrasi: « un libro
[appartenente] a lui (o a lei). Con due punti di vista di lingue diverse
intendiamo il doppio fenomeno: le forme italiane en- clitiche -gli e -le
(diedegli= diede +. gli; chiesele = chiese + le) ci fan comprendere come un
suffisso pro- nominale possa esser aggiunto, in altra lingua, ad un nome come
noi lo aggiungiamo ad un verbo (kirabuhu = kitàb + u + hu; hu=«-gli»; —
kitàbuka= kitàb + u-+t-hà; hà = «-le »); ed il significato determinato ci
appare più chiaro, quando pensiamo che il france- se « son livre », l’ingiese «
his (o her) book », lo spa- gnolo « su libro » significano « il suo libro »
(determi- nato), e che anche in queste lingue è necessaria une perifrasi per
esprimere «un libro di lui (o di lei)»: «un livre à lui (à elle) », o « un de
ses livres »; « one of his books»; o un’inversione come neilo spagnolo «un
libro suyo ». IDIOTISMI glio renderci conto delle peculiarità idiomati- che del
nostro idioma (1) la cui natura e la cui importanza ci sîuggono, poi che non
pre- stiamo ad esse maggior attenzione che alle altre locuzioni, comuni a
parecchie lingue: e rischiamo, così, di tradurre alla lettera o qua- si, in
lingue straniere ciò che, in queste non ha alcun significato. (1) In inglese,
idiom, « idioma », è correntemente usato nel significato di «idiotismo, modo di
dire » La lingua inglese è formata prevalentemente di « modi di dire ». Per
quelli tradizionali, e per riferimenti sto- rico-letterarî vi è il grosso (1440
pag.) Dictionary of Phrase and Fable, di E. C. Brewer, 105° migliaio, Lon- don,
Cassell, 1897; — moderno ed agile è il volumet- to di J. M. Dixon, English Idioms,
London, Nelson s. d.;: — abbondante di « idiomatic notes » il manuale pratico
di M. M. Mason, English as spoken and writ- ten to-day, London, Nutt, 1910. —
195 — Digitized by Google Parole - catena e parole X O (XI) 266. — Alcuni
pronomi hanno non soltanto la funzione di sostituire un nome, ma anche quella
di indicare chiaramente il rapporto che intercorre fra questo nome sostituito e
lo stesso nome contenuto in un’altra proposizione. Essi segnalano dunque la
ripetizione della mede- sima «idea sostantivale » in due proposizioni diverse.
Nelle due proposizioni « L'uomo che giun- ge è un amico », il soggetto fisico
della prima (« L'uomo è un amico ») è un certo uomo; e il soggetto della
seconda (« che giunge ») è an- che un certo uomo, rappresentato dal pronome
che, il quale però ha anche l’ufficio di indicare che si tratta del medesimo
uomo. Per espri- mere tale nesso non basterebbe dire « L'uomo è venuto; l'uomo
è un amico »: bisogna ag- giungere l'indicazione specifica di relazione
(identità) contenuta nel pronome relativo: « L'uomo è venuto; quell'uomo è un
amico ». 267. — Il pronome relativo più usato in italiano è il pronome che,
agilissimo, perché, invariato (in- declinabile), può riferirsi a persona,
animale o cosa, di qualunque genere e di qualunque numero, in fun- zione di
soggetto, di complemento oggetto, e, oggi più raramente, anche per i casi
obliqui (1). (1) Nel verso del Petrarca « Ed io son un di quei che ”l pianger
giova », (In vita di Mad. Laura, c. III, 5) il pronome che può esser inteso come
dativo, sebbene Non v'è altra parola italiana che sia usata con tanta
frequenza, quanto la parola « che » (1). Diciamo « la parola che », poi che
tale mo- nosillabo può essere anche congiunzione (ve- di $ 444) la quale è però
pur essa derivata dal «pronome, sia nella sua Tunzione connettiva tra
proposizione e proposizione, sia in quella con- sequenziale o comparativa, e
persino quando, scritta con l’accento (ché) equivale a perché, poi che (poiché;
vedi $ 448). 269. — Il nome, espresso in altra proposizione, ed al quale il che
si riferisce, costituisce l’ante- il Leopardi ed altri lo intendessero come
accusativo, alla latina (« Quem iuvat luctus »). — Il Boccaccio scrisse
persino: « Che rusignuolo è questo, a che (= al cui canto) ella vuol dormire? »
(Decamer., g. VIII, n. 3). Nel detto proverbiale « Paese che vai, usanza che
trovi» il primo « che » equivale a « nel quale ». (1) Nel 1° canto della Divina
Commedia il mono- sillabo che ricorre ben 55 volte in 45 terzine. Nell’ul- timo
canto appare 59 volte in 48 terzine, con la mate- matica precisa proporzione:
55 145 1:59: 48 Il fenomeno è tale da stupirci come altri consi- mili
nell’opera del Poeta, il quale certamente non contò i « che » man mano che li
usava nei suoi versi. Né contò i versi di ciascuna cantica: e pure 4.720
compongono la I cantica, 4.755 la seconda; 4.758 la terza; e persino le parole
(99.542 in tutto) son distri- buite con eguale regolarità: 33.444 nell’Znferno,
33.379 nel Purgatorio; 33.719 nel Paradiso. Ed ancor più stu- pefacente è la
constatazione che persino la frequen- za del «che» secondo le diverse funzioni
di prono- me, congiunzione connettiva, congiunzione comparati- va o
consequenziale e causativa (che= perché, poi che) ha una proporzione
rigorosamente costante nel- la 12 e nell’ultima cantica, e quindi
verisimilmente anche nell’altra. Infatti abbiamo: Inferno, Canto I:
28+12+11t4=55 Paradiso, =» XXXIII: 29+13+14+3= 59 Dal che possiamo inferire che
il monosillabo che sia ripetuto circa 5.700 volte nelle 4.744 terzine della
Divina Commedia. — 193 — ae ri. > META fr ei ra, e UR di tr" Ai Tetide
«6 a: saro LA PAROLA PIÙ FREQUENTE “- cedente, del quale il «relativo » che è
apppunto. il conseguente; ad es.: « Chi guarda pur con l’occhio che non vede ».
. sO (Purg., XV, 134) (occhio = antecedente; che = conseguente). PASTE SII ZASE
, CANI] gli (1) y, LA > RO IE f) J La 14 Cantica della Divina Commedia
contiene 55 volte la parola «che »... Verisimilmente questa è ripetuta 5.700
volte nelle 4.744 terzine del poema, Xilografia in un’edizione veneziana (ed.
Matheo de Codecha) del 1493. (8 268) ‘ 270. — L’antecedente può anch’esso es-
ser costituito da un pronome: | «Questo misero modo ‘tengon l’anime triste di
coloro che visser sanza infamia e sanza lodo ». (Inf., III, 34-36). La proposizione « antecedente » può es- sere —
e assai spesso lo è — spezzata dalla « conse- guente », la quale viene così ad
insinuarsi in essa co- me «inciso »: « Amor, ch'al cor gentil ratto s'apprende,
prese costui... ». de (Inf., V, 100-101). . « Amor prese costui» è la
proposizione antecedente: « ch'al cor gentil ratto s'apprende » è la
conseguente. La proposizione «relativa », cioè conte- nente il pronome
«relativo », ha infatti fun- zione globale di attribuito specifico nei riguar-
di del sostantivo specificato. Il considerare come attributive (ossia con il
valore globale di « aggettivo ») le proposi- zioni relative faciliterà la
comprensione del loro comportamento sintatiico in parecchie lin- gue siraniere
(1). Parecchie iingue collocano la proposizio- ne relativa in modo che essa sia
evidentemen- te in funzione aggettivale rispetto al ncme che essa qualifica
(2). Quando l’antecedente è indeterminato, quella che per noi è una
«proposizicne relativa » perde il pronome « che » passando in arabo, ed i
grammatici arabi la considerano un « qualificativo » del nome. Co- sì « Vidi
una donna che aveva con sé un bimbo » si traduce: « Vidi una donna con lei un
bimbo », (« ra’aya- tu ’mrahat(an) ma'aha tifl(un) >»), in cui con-lei-un-
bimbo è il qualificativo di una donna. — Qualcosa di assai simile avviene
nell’inglese corrente, appunto con la soppressione del pronome relativo quando
sia .in accusativo o in caso obliquo: « Ha visto il bimbo che la donna portava»
si traduce infatti: « Ha visto il bimbo la donna portava» (« He saw the child
the woman was carrying »), in cui /a-donna-portava può utilmente esser
considerato « qualificativo » di « bim- bo ». Ed infatti noi possiamo
trasformare le due pro- posizioni in una sola, con un procedimento che ci
chiarisce il fenomeno: « Vide il bimbo portato dalla donna ». I (2) Due lingue
lontanissime, quali l’amarico ed il giapponese traducono infatti in modo del
tutto paral- lelo l’espressione italiana «l’uomo che venne ieri»: IL SINTETICO
PRONOME «CHE » Il sintetico pronome che può esser sem- pre sostituito dalle
formule equivalenti il quale, la quale, i quali, le quali. i ‘ Queste,
accordandosi chiaramente, per ge- nere e numero, con il nome o pronome che ne
sono l’antecedente, servono ad elimi- nare la eventuale possibilità di
equivoco, quan. do cioè l’uso del che potrebbe generarlo. Dante, dopo aver
parlato « dell’alma Roma e di suo impero » (antecedenti), aggiunge la
proposizione relativa: «la quale e ’I quale, a voler dir lo vero, Îùr stabiliti
per lo loco santo u’ siede il successor del maggior Piero ». (Inf., II, 22-24).
chiarificando nettamente in tal modo un rap- porto che il semplice « che » non
avrebbe po- tuto esprimere: /a quale si riferisce a Roma e il quale all'impero.
273. —— Il pronome che (1) ha conservato traccia di declinazione: dal dativo
latino (cui) e conglobando in esso anche le funzioni del genitivo (cuius)
nonché quelle dei plurali, si è formato il pronome italiano cuì, che vale per
tutti i casi tranne il nominatvo: « Molti son gli animali a cvi s'ammoglia »
(Inf., I, 100). « Parea ciascuna rubinetto in cui raggio di sole paresse sì
acceso... » Parad., XIX, 4-5) in entrambe le lingue essa diventa «i/
che-venne-ieri uomo » (amarico: «tfeulante yamaettàu saeaù »: in giapponese: «
kinò kita hito». — Etnicamente, geo- graficamente e per struttura lontanissimo
da entram- be le lingue è il basco, che pur ricorre ad espediente analogo, poi
che manca di pronomi relativi: tale rap- porto viene espresso con la lettera n
posposta al ver- bo, e la nostra proposizione relativa diventa un at- tributo
dell’« antecedente »: eldu diran gizonak, « gli uomini che son giunti »,
letteralmente: «i giunger-che- sono uomini ». 0 (1) Il nostro che deriva
dall’accusativo maschile latino quem. — 201 — GRAMMATICA DELLA LINGUA ITALIANA
‘ossia ciascun’anima sembrava un piccolo rubino (1), nel quale brillasse vivido
un raggio di sole. 274. — Poi che il pronome cui può significare tanto «il
quale » quanto «al quale », nel caso dativo lo si può usare con o senza la preposizione
«a »: si può dire egualmente « la persona a cui faceva cenni » o « la persona
cui faceva cenni ». Questa seconda for- ma è migliore. Nel genitivo, invece, la
preposizione « di » è obbligatoria, tranne però quando l’espressio- ne genitiva
venga a trovarsi fra l’articolo ed il nome: Beatrice dice a Virgilio: - «O
anima cortese mantovana, di cui la fama ancor nel mondo dura, e durerà quanto
’| mondo lontana » (Inf., II, 58-60) poi che l’articolo segue l’espressione «
di cui ». Non avrebbe potuto dirgli « /a di cui fama »: séltanto «la cui fama »
era ed è la forma corretta. Ciò è dovuto alla permanenza, nel prono- me cui,
anche del valore che aveva l’aggetti- VO latino cuius, cuia, cuium (2). ‘ok k
275. Gravissimo torto è fatto dalla gramma- tica tradizionale al pronome chi,
classificandolo con gli altri « relativi », misconoscendo così le sue parti-
(1) Il nome francese robinet, dato alla chiavetta terminale di un tubo, appare
solo nel XV secolo: fu preso da Robin, soprannome fiabesco e familiare del
montone, poi che i « rubinetti » raffiguravano spesso una testa di tale
animale. Soltanto in tempi recenti il vocabolo è passato in italiano, ed è
ancora ripreso «come « gallicismo » dai puristi. Si trasformò in rubi- netto
per influenza del rubino, il cui nome è dovuto al basso latino rubinus, lat.
classico rubeus, « FOSSO >. (2) Lo spagnolo dice: « E! padre à cuyos nifios
he visto », « Il padre i cui figlioli ho veduto » (lat.: « Pa- ter cuius pueros
vidi »). — Il francese direbbe: « Le père dont j'ai vu les enfants », usando un
relativo di tutt'altra origine, poi che. dont si è formato da de . unde, come
il nostro donde, il quale ha conservato il valore di provenienza da luogo (e
PERCIO anche conse- guenza da premesse). — 202 — IL PRONOME BIVALENTE colari
proprietà e funzioni, che nettamente lo diver- sificano dagli altri. Nel latino
qui (1) e nell'italiano chi è condensato al massimo il valore « relativo ». I «
suoni di relazione », ossia quelle paro- le o parti di esse che non esprimono
idee spe- cifiche ma i rapporti ira esse (pronomi, arti- coli, preposizioni,
congiunzioni, prefissi, suî- fissi) hanno ciascuno una propria struttura
intima, che è interessante studiare, poi che essa presenta delle « linee di
fcrza e di resi- stenza » proprio come un corpo materiale (2). Pur se non
possiamo ancora — poi che è un vasto còmpito a venire — riconoscere e trac-
ciare queste linee con un procedimento ana- logo all’esame fotcelastico della
più moderna Scienza delle Costruzioni (3), dobbiamo per lo meno intuire tale
mirabile insieme di linee di forza, e sentirle, sì che più evidenti ci ap-
paiano le « proprietà » tipiche di tali « gruppi di suoni », e ci sia più
agevole servircene in armonia con la loro naturale funzione. Un aviatore non
può esser buon pilota se egli non conosca la struttura ed il funzionamento del
velivolo, e non ne senia il meccanismo in azione. I pronomi che, cui, il quale,
ecc. necessitano di un «antecedente »: essi si limitano ad indicare una (1)
Dalla stessa radice (sanscr. Kos, ka, Kod: lat. qui[s], quae, quod {[quid]) si
son formati anche qualis, quantum; e dall’analogo hwa gotico il sassone AWA,
donde l’inglese who, what, which, where, when etc. (2) « Les signes dont la langue
est composée ne sont pas des abstractions mais des objets réels ». F. de
Saussure, Cours de linguistique générale, Paris, Payot, 1931, pag. 144. (3) Due valorosi tecnici, il prof. Danusso e
l'ing. Oberti, banno compiuto nel laboratorio di Meccanica del Politecnico di
Milano studî e ricerche di fotoela- sticità, che non sono affatto inferiori a
quelli dello U. S. Bureau of Standards di Washington o del Na- tional Physical
Laboratory di Teddington (Inghilterra). Da relazione con tale irecsnenie: ma
appartengono in- teramente alla proposizione relativa. Il pronome « chi »,
invece, non necessita di antecedente, poi che lo contiene: è un pronome
bi-valente, il quale equi- vale a due pronomi, uno dei quali appartiene alla
proposizione antecedente, e l’altro alla relativa. « Chi m'ama, mi segua » è
formato da due proposizioni, poi che vi sono due verbi: il pro- nome « Chi » è
soggetto di entrambi: equivale infatti a « colui che mi ama mi segua », poten-
dosi cioè scindere nei due soggetti. E possibile anche l’operazione inversa,
0s- sia fondere « colui che » in « Chi »: «Qual è colui che sommniando vede »
(Parad., XXXIII, 58) può esser ridolto in « Qual è chi vede so- gnando ». 276.
— Il pronome chi, indeclinabile, si usa uni- camente per le persone, e vale
soltanto per il singo- lare (1): può avere perciò come equivalenti « colui il ,
quale », « colei la quale ». È interessante constatare che, in tutte le lingue
europee (2) e nella gran maggioranza delle al- tre, i pronomi relativi
coincidono con gli interro- gativi: la tipica intonazione (3) sembra trasfor-
marne interamente il valore e la funzione. (1) Queste esclusioni non valgono
per tutte le lin- gue; in ungherese, ad esempio, si usa aki (che ha il plurale
akik) per le. persone: aki szeret, kbvet, « chi mi ama, mi segue »; e ami
(plur. amik) per le cose in- definite: amire vàrtam, megérkezett, « ciò che atten-
devo è avvenuto »; — amely (plur. amelyek) s’usa per cose definite. — In arabo,
man, « chi, colui che», e mà, «ciò che» possono rappresentare, pur restando aio
anche un caso obliquo: « Allah[u] Khalig{u] mà fî ’l-’alam[i] », « Allah è il
creatore di ciò che è nell'universo ». o (2) Tranne il basco, che non ha
pronomi rela- tivi. (3) L’intonazione interrogativa non è però ugual- mente
modulata in tutte le lingue. Si può anzi affer- — 204 — LE « INCOGNITE » In
realtà si tratta proprio dei medesimi pronomi, e la funzione è analoga.
L’interroga- ‘a il “un povero | 4 mantello ?_2 sm i ra un inconi chi \é Senza,
n, ) mantello <, N NS Î\ / v )) gpr-a SE DE” —>—-=55 il VAT I pronomi
interrogativì sono, nel discorso, i simboli algebrici delle incognite’ (8 277)
mare che essa varia, in misura minore o maggiore, in tutte le lingue, e persino
in molti dialetti. Il tono interrogativo napoletano e siciliano differiscono
non poco da quello romano, veneto o genovese. — 205 zione contiene infatti
implicitamente una re- lazione con la risposta attesa, altrimenti sa- rebbe
inutile rivolgerla. La risposta costitui- sce l’« antecedente virtuale » del
pronome in- terrogativo. « Colui che giunge è un amico » è un’aî- fermazione; «
Chi è colui che giunge? » è una interrogativa equivalente a « Colui che giun-
ge è chi? », ossia « Colui che giunge è X », in cui X è l’incognita (1). I
pronomi interrogativi corrispondono infatti a quel che le incognite (x, y, z)
sono nella no- tazione algebrica. (1) In alcune lingue la struttura della
proposi- zione interrogativa (pronominale o non) non differi- sce dalla
positiva: la positiva « Quell’uomo è un ami- co » (cinese: « na4-ko sgén? scîh4
p'éng?-yu»; giappo- nese: « Ano hito wa hòyi desu ») diventa interroga- tiva
con la semplice aggiunta di mo in cinese e ka in giapponese; e la domanda « Chi
è quell’uomo?» si! traduce sostituendo «chi?» ad «amico », senza Va- riare
l’ordine delle parole: « Na4-ko sgén? scîh4 sciùl? » (senza neppure il tono interrogativo).
e « Ano hito We dare desu» (con una intonazione assai diversa dalla nostra
interrogativa). — 206 — Il pronome - specchio e il Sig. N. N. (XIV) Del tutto a
parte va considerato il pro- nome riflessivo, poi che esso « fa le veci» di un
nome, ma vi aggiunge l’idea di « rapporto con se stesso ». Questo rapporto,
evidentemente, differisce da qualsiasi altro. Nella proposizione « Giorgio si
lava », os- sia « Giorgio lava sé » si può ancora scorge- re un’analogia con «
Giorgio lava un altro », e si può sostituire il pronome sé (sì) con il nome che
questo sostituisce: « Giorgio lava Giorgio ». L'espressione non è economica né
elegante, ma il significato è comprensibile. Evidentemente, però, allorché
diciamo « Gior- gio si sveglia », l’azione espressa è ben diver- sa da quella
che Giorgio compie per destare un’altra persona: sarebbe perciò assurdo ri-
solverla sostituendo « Giorgio » al pronome: « Giorgio sveglia Giorgio », Le
lingue sono ricorse (1) ad espedienti varî per esprimere questo singolare
rapporto. In geroglifico, il gruppo simbolico che lo indica significa « corpo »
(h°); l’ideografia ci- nese adottò il segno che indica anch'esso il « Corpo »
(ÎsZ') e che anticamente raffigurava il naso, sintesi dell'intera persona (2),
oppure (1) Vedi 8 32. (2) Nell’embriologia cinese il naso è il punto di
partenza dello sviluppo fetale. Cfr. G. D. Wilder & G. H. Ingram, Analysis of Chinese Characters,
Pei- ping, College of Chinese Studies, 1934, pag. 40, n. 104. 200 | .
una linea curvata in modo da simboleggiare le volute dell’aria espirata (chi*)
(1). L’amari- co, come altre lingue semitiche e cuscitiche, ie — | Muta
bnuxKHero Kax camoro cea CA) i HMUero cede » TaK cede ‘‘così così” (BENE) Un
campionario di « riflessivi »: A) « Ama il prossimo come te stesso » (russo) —
2) il tipico riflessivo sjebjà (russo) — C) il gruppo geroglifico per « corpo »
— D) ideogrammi cinesi della personalità: (a) forma antica. — E) «Egli andò da
sé » (amarico) (8 278) (1) Ossia « il potere emesso da una persona, la sua |
azione », ibid., pag. 68, n. 101. — 208 — IL RAPPORTO CON SE STESSO non è
riuscito a formare, un pronome riîlessi- | vo, ed usa perciò il pronome
personale seguì- to da « testa », « mano », « bocca » € l’agget- tivo possessivo
(1). Il più eîficace dei pronomi riflessivi è il russo s/ebjà, il quale vale
per tutte le perso- ne (2). 279. — L'esame delle varie forme adottate è in-
teressante ed utile per intendere — più intuitivamente che per precisa analisi
— la natura di questo parti- colare « rapporto con se stesso », il quale può
essere più o meno «intenso », in quanto l’azione espressa dal verbo è connessa
più o meno intimamente con la personalità e l’attività psicologica del
soggetto. Esiste in fatti una « gradazione » nelle di- verse azioni riflessive
espresse nelle propo- sizioni seguenti: « Tizio si veste », « Tizio si peltina
», « Ti. zio si nutre », ossia compie queste azioni in modo analogo a quello
con cui vestirebbe, pet- tinerebbe, nutrirebbe un ‘altra persona; « Tizio si
reca a...», « Tizio si accovaccia » ossia compie azioni che sono anche musco-
larmente diverse da quelle che dovrebbe com- piere per recare altri in qualche
luogo, o per farlo accovacciare; ‘ «Tizio si imbatte », ossia compie un’azio-
(1) « Egli andò da sé» si traduce in amarico: « Essu rasùn hiedù », cioè « Egli
la sua testa (ras= « capo ») andò ». (2) « Ama il prossimo come te stesso » si
tradu- ce in russo « Ljubì blishnevo kak samavò sijebjà »: letteralmente: «
come sé stesso », ma quel sé è rife- rito alla seconda persona. — Il valore di
tale prono- me riflessivo è sensibile, più che spiegabile, nelle due tipiche
espressioni correnti nicevò sjebje » (letteralm.: « niente a sé stesso »} e tdk
sjebije (« così a sé stesso ») che significano entrambe « così così »; la prima
però vale « piuttosto bene che male » e la seconda « piutto- sto male che bene
». ne che, in italiano, non può essere espressa se non in forma riflessiva (1);
« Tizio si sveglia», « Tizio si ricorda», « Tizio si adira », ossia passa in
stati d’animo e di intelletto che non possono essere che per-o sonalissimi.
280. — Il pronome riflessivo italiano ha due forme: sé e si. La prima è più
forte, nell’accento e nell’espres- sione. Per tale accento tonale, e per
distinguersi dal monosillabo omofono se, che è congiunzione ipoteti- ca, il sé
riflessivo reca anche graficamente l’accento (acuto, poi che il suono è
chiuso). È invalso l'uso di omettere tale i al- lorché il sé sia seguito da «
stesso » 0 « me- desimo ». Non è esalto affermare Da tale omissione sia del
tutto ingiustificata (2). L’ap- (1) Si pensi però sempre se vi siano anche
altre espressioni equivalenti, in forma non riflessiva, pri- ma di tradurre in
lingua straniera. Ii nostro incon- trarsi con equivale infatti a « incontrare
»: e in ingle- se sarà to meet, e, per incontri fortuiti, ‘o meet with, to come
across. Anche qui è importante il feeling del vocabolo (vedi 8 52 e 108). (2)
«Non c’è ragione di creare questa doppia ortografia ». Morandi &
Cappuccini, op. cit., pag. 117, 8 379. — Ma è anche inesatto affermare che «in
que- sto congiungimento con stesso o medesimo l'accento è inutile perché non si
può confondere con se, parti- cella condizionale ». (A. Panzini, Guida alla
gramina- tîca italiana, Firenze, Bemporad, 1933, pag. 31). L’ac- cento grafico
sui monosillabi che lo hanno rimane obbligatorio anche quando non vi sia possibilità
di equivoci: (es.: « Di qua, di là, di giù, di su li mena». Inf., V, 43; — «
del bel paese là dove ’l sì sona» "= Inf., XXXIII, 80). L’accento gràfico
si conserva poi che rimane il rilievo tonale. — Contravvengono a questa
istintiva norma grafico-musicale della lingua nostra gli innovatori che hanno
voluto rimpiazzare con un accento l’% nelle due voci verbali ha e hanno (à,
ànno), che, infatti, non hanno un rilievo nell’into- nazione. La tradizione
aveva istintivamente conser- vato l’A: l'accento è una «stonatura », è uno
stimolo ad una «stecca ». E son riconoscibili, nell’artificiosa — 210 — inizino
‘n — L’AGENTE INDETERMINATO parente anomalia corrisponde invece al fatto
ionico, poi che in tale posizione il sé perde il suo accento tonale,
appoggiandosi procliti- camente sul vocabolo seguente (« stesso », « medesimo
»): l'accento va però conservato anche graficamente quando l'intonazione po- ne
fonicamente in rilievo tale monosillabo, per ragioni metriche o per intensità
di espressio- ne: nella palude infernale del V cerchio il dannato Filippo
Argenti compie un’iraconda « azione riflessiva », e l'accento del verso cor-
risponde a quello gràfico: « e °] fiorentino spirito bizzarro in sé medesmo si
volgea co’ denti »; (Inf., VIII, 62-63). La forma atona si, enclitica o procli- tica,
si usa specialmente ad immediato contatto con il verbo: se enclitica, si
aggiunge ad esso formando una sola parola, e raddoppia l’iniziale se segue una
voca- le « percossa » fonicamente «tronca» (8 170): « Asperges me » sì
dolcemente udissi». (Purg., XXXI, 98) Con il si riflessivo si esprime anche un
soggetto generico dell’azione verbale: « Vuolsi così colà dove si puote ciò che
si vuole... » (Inf., XII, 95-96 e V, 23-24) 282. — Per tale indeterminatezza
dell’agente, il si può dare al verbo il valore passivo. « Egli si lava così» è
riflessivo, ma « Questa stoffa si lava così» equivale a « Questa stoffa è
lavata (o « viene lavata 2), così », implicando anche, spesso, un’idea di
necessità, opportunità o consuetudine » (1): es.: «Si comincia grafìa le forme
composte, quali hassi, hallo, hollo? Si dovrà dunque scrivere dssi, dllo, òllo?
Sono voci in disuso, ma possono adoperarsi a scopi faceti o iro- nici. Hanvi
cogitato (anzi, «ànvi cogitato ») gli in- novatori? 7, (1) La stessa idea è
spesso connessa con il pro- nome indeterminato francese on: « Comme on fait son
x così, e non si sa dove si va a finire
»; « Come si dice in latino...? »; Per andare alla stazione si volta a si-
nistra ». * * %* 283. — Fuori serie, poi che non è un pro- nome ma un
sostantivo, va considerato un cu- rioso vocabolo italiano, il quale ha una
certa affinità con i pronomi, in quanto fa le veci di un altro nome, anzi di
qualsiasi nome che non venga prontamente alla memoria o che si ignori. È il
nome coso, da evitare per quanto possibile, ma talora indispensabile: «Che è
quel coso? ». Lo strano vocabolo è stato formato stra- namente, ossia
mascolinizzando il nome cosa, poi che si tratta infatti di una cosa, ma non
definibile (1). 284. — E, finalmente, possiamo chiudere il reparto pronominale
con quelli che potreb- bero a buon diritto chiamarsi pronomi propri, poi che
fanno le ‘veci di autentici nomi proprî: i nomi Tizio, Caio e Sempronio, venuti
in italiano dalla giurisprudenza latina, lit on se couche» (=<« Ciascuno è
artefice del pro- prio destino »). Deriva da homme e l’etimologia spie- ga anche
la persistenza dell’articolo in alcuni casi (l’on= l'homme). Analoga etimologia
ha il pronome indeterminato tedesco man (da Mann, « uomo »): «Wie man sich
bettet so schlift man» (proverbio corrispondente a quello francese). — « Ci si
abitua a tutto » diventa « On se fait à tout» in francese e « Man gewòhnt sich
an Alles» in tedesco. L’inglese usa il generico « one », « uno »: « One gets
accustomed to everything ». (1) Con procedimento analogo, il francese ha for-
mato il suo coso mascolinizzando in machin il sostan- tivo femminile machine;
gli Inglesi usano un come-si- chiama: what-s-his-name o how-do-you-call-it; gli
Ame- ricani preferiscono il whatyoumaycallit, e, nel lin- guaggio molto
familiare, persino whazzit, abbrevia- zione di what-is-it. ; — 212, | «PRONOMI
PROPRI» E NOME UNIVERSALE FULANO |puian zl also Tizio, Caio e Sempronio possono
esser chiamati « pro- nomi proprî ». Il nome coso è, tra i sostantivi, ciò che
il joker e la matta sono nelle carte da gioco e nei ta- rocchi: vale qualunque
altro nome. equivalgono ai simboli algebrici delle quanti» tà indeterminate:
rn, n... (1). : Analegamenle usiamo «il Tal de’ Tali», « il sig. N. N. ». (1)
Nello stile forense inglese l’ipotetico attore è chiamato John Doe; lo spagnolo
ha per « pronomi proprî » Fulano (dall’arabo fulan « un certo »), Zutano (da
citano, per il lat. scitus, «noto »), e Mengano (dall’arabo man kana,
«chicchessia »; il portoghese usa Fulano, Beltrano e Sicrano. — 214 — Le voci
determinanti (XV) 235. — L'idea espressa da un nome può essere modificata,
specificata, completata con parole che ne limitino la « quantità »,
determinandola con maggior o minor precisione, oppure che ne indichino una «
pro- prietà » o « qualità ». La parte del discorso che ha tale funzione modi-
ficatrice del sostantivo è l'aggettivo. 286. — Gli aggettivi si dividono in due
grandi categorie: quelli che modificano il nome esprimendo — sia numericamente
che con altra determinazione — la « quantità » della cosa espressa, e sono gli
aggettivi determinativi; quelli che modificano il nome esprimendo una « qualità
» o « proprietà » della cosa espressa, c sono gli aggettivi qualificativi, che
più efficacemen- te potrebbero chiamarsi descrittivi. 287. — I primi («
determinativi ») hanno buon diritto ad una precedenza che la gram- matica
tradizionale nega loro (1), mentre tale precedenza esiste nella realtà
obiettiva del (1) Cfr. qualsiasi grammatica tradizionale. Una di queste, dopo
aver enunciato che l’aggettivo « chia- masi qualificativo nel primo caso,
indicativo nel se- condo », consacrando così la tradizionale illegittima
precedenza del qualificativo, cita esempî manzoniani, nei quali « un indicativo
ne determina un altro o dice la quantità del qualificativo » (perciò
logicamente pre- cedendolo). — Trabalza e Allodoli, La Grammatica degli
Italiani, Firenze, Le Monnier pensiero e del linguaggio. Infatti, prima di
sapere come sia una cosa (qualificandola), dobbiamo conoscere di che cosa si
tratti (de- terminandola tra più dello stesso nome). Nel pensiero e
nell'espressione, gli agget- tivi determinativi precedono quelli descrittivi:
altrio--_—T___ curiosi e lepidi — + Nel pensiero e nell’espressione gli
aggettivi determi- nativi hanno la precedenza sui qualificativi. La xilografia
è riprodotta dal Terentius, ediz. Joh. Griininger, Stasburgo. UNA LEGITTIMA
PRECEDENZA es.: « Quei suoi due altri curiosi e lepidi per- sonaggi ». (1).
288. — Molti aggettivi determinativi coincidono, per forma e per significato,
con i pronomi: si distin- guono da questi perché sono accompagnati dal nome:
allorché diciamo: « Alcuni libri sono interessanti ed alcuni no », usiamo due
volte il vocabolo « alcuni », la prima come aggettivo determinativo (perché ac-
compagnato dal nome) e.la seconda come pronome (comprendente cioè anche l’idea
del nome). 289. — Da notare l’aferesi del latino ista nell'italiano « sta- »
che appare nei composti stasera, stamane, stanotte (2). Non si com- prende
perché i puristi debbano criticare il comunissimo e fluido sfavolia. “Dallo
stesso aggettivo pronominale iste, ista, istud si è formato lV’articolo sardo
su (— « il, lo »), sd (= « la ») (3). 290. — Il più usitato aggettivo
determina- tivo è l'articolo il, nelle sue varie forme, tutte derivate dal
latino ille, illa, illud. n (1) Poi che si tratta di precedenza logica, essa è
rispettata da tutte le lingue con la coerente prece- denza nell’espressione: «
ces jolies fleurs », « quelques vieux livres »; « these beautiful flowers », «
some old books »; così fin nel lontano Estremo Est: cinese: cé4- ko
haoi-k'an4s-ti hua! », « hsieh!-pén chìu4-ti sciù? »; giappon.: « kono kirei-na
hana », « ikura-ka-no furui hon ». Eppure «il pensiero orientale si svolge più ampiamente
nel campo intuitivo che in quello logico » (P. S. Rivetta, Nihongo no tebiki,
cit., pag. 77), e «si, comme l'Europe le pense, la philosophie est en son fond
une théorie de la connaissance, on pourrait dire que notre philosophie est
absolument étrangère à V’es- prit japonais ». G. Bonneau, Bibliographie de la
lit- térature japonaise contemporaine, Tòkyò, Mitsukoshi, 1938, pag. XXXIV. Non più in uso è la forma « esto, esta »: «
Tutta esta gente che piangendo canta », (Purg., XXIII, 64). . (3) O forse dal
latino ipse, ipsa, ipsum. — Dal la- tino volgare ecce-iste è venuto il francese
ce, cet (femm. ceste dell’XI sec.). — Cfr. G. Rydberg, Zur Geschichte der
franzòsischen. Determinativi sono anche gli aggettivi possessivi; quando non
sono accompagnati dal nome cui si riferiscono ne fanno anche le veci, dive-
«nendo così pronomi possessivi. Essi sono variabili e si accordano in gene- re
e numero con il nome cui si riferiscono: però altrui serve, invariato, per
entrambi i ge- neri ed entrambi i numeri: « fo pane altrui », « l'altrui sposa
», «î diritti altrui ». Si potrebbe ‘considerare altrui come un persistente
genitivo di altri (1); ma in tal caso si dovrebbe considerare genitivo anche
/o0- ro (2), ch'è pur esso invariato per i due gene- ri e per i due numeri: «/a
loro vanità », «i Jatti loro ». 292. — I pronomi possessivi possono esser con-
siderati aggettivi possessivi sostantivati, o, viceversa, gli aggettivi
possessivi possono considerarsi pronomi ‘che hanno assunto la funzione
aggettiva. Spesso ciò che appare « derivazione » non è che formazione
parallela. In parecchie lin- gue i pronomi possessivi differiscono formal-
mente dai corrispondenti aggettivi possessivi. È perciò assai importante
distinguere ideolo- gicamente le due categorie, affinché la coinci- «denza
formale del vocabolo italiano non indu- ca a facile errore nelle lingue estere.
293. — È anche importante distinguere il genere e numero della cosa posseduta dal
ge- nere e numero del possessore. Così, ad esem- pio, mentre l’italiano Îa
concordare l'aggettivo con il nome cui si riferisce (cosa posseduta),
l'inglese, -avendo tutti gli aggettivi invariabi- li (3) (e quindi anche i
possessivi), usa agget- (1) Dal lat. alterius, genit. di alter, come lui da
illins, genit. di ille. — Cfr.C. H. Grandgent, /ntrodu- zione allo studio del
latino volgare, trad. ital., Milano, Hoepli, 1914, pag. 214, 8 395. (2) Da
illorum, genit. plur. di ille (vedi $ 240). (3) Gli aggettivi inglesi restano
invariati persi- no quando sono sostantivati: « The old suffer more from the
cold than the young », «I vecchi (senza suf- — 218 — CONCORDANZE tivi
possessivi diversi a seconda che il pos- sessore sia maschile, femminile o
neutro; noi diciamo « sua moglie » e « suo marito », per- ché moglie è
femminile e marito è maschile: l'inglese dice « his wife » e «her husband »,
tenendo conto del genere del coniuge (« mo- lie di lui », « marito di lei »):
ed il possessivo 11s allude ad un possessore neutro. Alcune lingue tengon conto
di entrambe le distinzio- ni, ossia nei riguardi del possessore e della cosa
posseduta (1). 294. — La concordanza degli aggettivi con il so- santivo cui si
riferiscono si ispira ad un criterio mu- sicale e ideologico insieme (2). fisso
del plurale) soffrono il freddo più che i giovani (id.) ». Le rare eccezioni,
come the Ancients, « gli an- tichi », the goods, «ie merci» (letteralm. «i
buoni » per «i beni») son dovute probabilmente a formazio- ni dirette; — Cfr.
G. Brackenbury, Studies in English Idiom, London, Macmillan, 1925, pag. 133.
(1) Il francese «ses enfants» può avere quattro significati diversi, ossia «i
figli» o «le figlie» di lui o di lei: dicendo, in olandese, « zijne pantoffels
», si capisce invece immediatamente che non può trattarsi che delle pantofole
di lui (zijn è possessivo per pos- sessore maschio; laar se invece chi possiede
è una donna). Lo stesso avviene in tedesco, nelle lingue scandinave, ecc. (2)
Per quei popoli che non hanno tale concor- ‘danza nella loro lingua, è grave
difficoltà uniformarsi a tale criterio allorché parlano una lingua straniera,
appunto perché essa richiede connessioni mentali al- le quali non sono
allenati. Viceversa a noi è difficile, parlando una lingua ideologicamente
lontana dalla nostra, abituarci ad escludere dalle nostre frasi voca- boli che
possono essere adoperati soltanto dall’uno o dall’altro sesso. Persino per
esprimere l’avversativo «ma» o «però» una donna giapponese non userà shikashi o
shikashîì nagara, poi che tali forme sono riservate ai soli uomini: ella dovrà
usare ga :o kere- domo, leciti ad entrambi i sessi. Un uomo giapponese potrà
dire « Kodomo ga aru shikashi musume ga ari- masen », « ho prole, ma non ho
figlie femmine » (let- teralm.: « ragazzi (senza distinzione di sesso) vi sono,
però ragazze (musume, pronunzia musmé, vedi 8 193, nota) non ve ne sono »): la
stessa frase, in bocca ad una donna stonerebbe, a causa del « però » maschile SRI
DTT ONE Liv bo t'trerenosisi.] Mi EA Dopo questi aggettivi determinativi, per-
ché collocati dopo di essi nell’ordine mentale e nel- l’espressione
linguistica, vengono i determinativi arit- metici ossia i numerali, i quali
indicano la quan- tità della cosa espressa. 296. — Sono aggettivi numerali
cardinali quelli che indicano il numero puro e semplice, ossia di quante unità
simili fra loro si compone la cosa espressa dal nome: es.: «il gioco dei
quattro canto- ni», «i Cento giorni», «millecinquecentottantotto lire ». «
Nella profonda e chiara sussistenza dell'alto lume parvermi tre giri di tre
colori e d’una contenenza ». (Parad., XXXIII, 115-117) 297. — Gli aggettivi
numerali cardinali so- no invariabili, tranne l’uno. In latino erano
declinabili, oltre unus, una, unum, anche duo, duae, duo e tres, ires, tria
nelle unità semplici; le centinaia (ducenti, du- centae, ducenta, ecc...
nongenti, nongentae, nongenta, «900 ») (1). Nelle lingue neolatine vigono
regole varie, alle quali si deve fare attenzione (2). (shikashi), quanto se
ella dicesse « jo Sono dale di soli maschi ». (1) Il latino mille non è un
aggettivo ma un sostantivo cardinale, ed ha come plurale millia; indeclinabile
al singolare (mille equites, cum mille equitibus), si declina al plurale (duo
milia equitum, ossia « due migliaia di cavalieri »; cum duobus mili- bus
equitum, «con 2.000 cavalieri »). (2) In francese ad esempio, vingt e cent
assumono - forma di plurale nei multipli, purché non siano segui- ti da altri
numeri: quatre-vingts soldats, « 80 soldati», ma quatre-vingt-dix soldats, « 90
soldati »; « deux cents francs, ma deux cent cinquante-huit francs ». — Lo
spagnolo dice cuatrocientos hombres, « 400 uomini » e quinientas mujeres, « 500
donne », e parimenti il por- ‘toghese: quatrocentos homens, quinhentas
mulheres. — Variabili in rumeno sono un e doi, ed hanno forme di plurale nei
composti le centinaia (o suta= 100; MENTALITÀ ARITMETICA È anche interessante
osservare e compren- dere il « regime » richiesto dai numerali nelle varie
lingue, talora con costrutti che sembra- no molto strani, ma che hanno la loro
radice nella « mentalità linguistico-aritmetica », tra- smessa atavicamente e
persistente pur attra- verso i mutamenti lessicali (1). patru sute= 400) e le
migliaia (o mie= 1000; cinci mii = 5000). (1) Un intero volume potrebbe
scriversi sulia lin- . guistica aritmetica: l’idea numerica ha le più varie
influenze sintattiche: l'arabo ha regole diverse riguar- danti il genere il
numero e il caso del sostantivo, a seconda che esso sia determinato da numeri
diversi: . i numeri dal 3 al 10 richiedono il plurale del nome, quelli dall’11
al 99 esigono l’accusativo singolare; cen- to, mille e miliardo vogliono il
caso obliquo singolare; con il milione si può usare-il singolare o il plurale.
— In russo i numeri sino al 4 incluso richiedono il ge- nitivo singolare,
persino se sono terminali di numeri anche grossissimi: il genitivo plurale si
usa invece per tutti i numeri dal S in su: e vi son regole speciali a seconda
che si tratti di esseri animati o cose inani- mate. — In parecchie lingue
d’Asia, il numerale espri- me l’idea numerica astratta, la quale non può quindi
normalmente collegarsi con un nome che non abbia carattere metrico: si deve
perciò ricorrere all’interpo- sizione di « numerali ausiliari » che servano di
colle- gamento ideologico: questo criterio ha influenzato an- ‘ che la sintassi
:del pidgin-English, ossia del bizzarro linguaggio confezionato nell’Estremo
Est costiero con materiale linguistico prevalentemente inglese misto a voci
cinesi, il tutto deformato e servito con sintassi cinese: così « You catchee
one piecee wifey? » signi- fica « Siete voi sposato? » (letteralmente: « Voi
preso ‘un pezzo moglie? »). Una canzonetta che nel 1938 era popolare a
Scianghai — e forse lo è ancora — dice, fra l’altro: « Only some piecee word
you have, One piecee word in ole Chinee You talkee-talkee «um to me ». «
Soltanto poche parole tu conosci ma una (let- teralm. « un pezzo ») in Cinese,
— dimmela, dimme- la! ». — Nella lingua cimci della Colombia Britannica, il
nome stesso dei numeri varia a seconda della na- tura e forma degli oggetti
numerati: così il numero 8 è guandalt, ma per le persone si usa yuktleadal, per
i canotti yuktaltk, per gli oggetti lunghi ek tlaedskan; il numero 10 diventa
anch' esso rispettivamente gy'ap, kpal, gy'apsk, kpéetskan... L’aggettivo
determinativo numerale uno, femmin. una, assumendo valore indeterminato, ha
for- mato l’articolo indeterminato, il quale è pur sempre un «aggettivo
determinativo ». Nella sua funzione di articolo si è semplificato in un,
rimanen- do nella forma intera sol dinanzi a gruppo consonan- tico di pronunzia
complicata {(«s impura », Cioè se- guita da consonante, z, gn, ps, x): esempî:
un uomo, un animale, un oggetto, uno straniero, uno zero, uno gnomo, uno
psicologo (anche un psicologo), uno xilo- fonista. Dinanzi alla semivocale ] si
può usare la forma intera o quella monosillabica: uno jo- duro o un jeduro. La
prima è preferibile, per chiarezza iònica e per eufemìa. 299. — Che. si tratti
di vero aggettivo, anche in tale funzione di « articolo » è provato dal fatto
che esso può sostantivarsi e prendere, come gli altri ag- gettivi
determinativi, le funzioni e proprietà di « pro- nome »: « un pilastro è caduto
e uno è rimasto în piedi ». 309. — Tutti gli aggettivi numerali, quando non
signo accompagnati dal nome, si sostantivano: diven- tano cioè veri e propri «
nomi ». Se:così non fosse, l’aritmetica sarebbe una scienza che usa a ggettivi
come materiale di studio e di operazioni quantitative! Son veri sostantivi i
numeri nelle proposizioni: « due e due fanno quattro », « la radice quadra- ta
di nove è tre », « 121 è un numero primo », « la regola del tre. fu chiamala
la” prima re- gola” » (1). La struttura dei numeri è tra i sintomi più
caratteristici i quali rivelino la tipica forma men- tale del popolo che se ne
serve. In essa la tradizione (1) « Prima est regula proportionum, quam nunc
corrupte vocant De Tri», De Numeris Libri Duo, authore Johanne Noviomago,
esposti e illustrati da G. Frizzo, Verona, Dricker, 1901, pag. 110. — 222 —
FRANCESE si DI quatre-vingt-di na x th 10. ; pr 99 | GALLESE w arpedwar ugain a
deg dar PA Mast: %10° | I DANESE i ni og halvfemsmdstyve È 9 È 4 PrO Ne | =9+(--120])+(5x20)
= =9%(- 29).100—= | =9+100-f0=99 | A) Le vere «cifre arabe» differiscono non
poco da quelle cui noi diamo tale nome. — B) La numerazio- me a base decimale è
dovuta al fatto che abbiamo dieci dita (*). — C-F) I quattro più complicati «
99 » europei. | ($ 301) (*) Da una incisione in legno del Perpetuale delle
Feste mobili, & Lunario, di Serafino de Campora « Maestro d’abbaco », Roma,
ed. Blado conserva elementi remotissimi resistenti alle forze in- terne ed
esterne modificatrici delle lingue (1). 302, — Gli aggettivi determinativi
ordinali precisano il posto in una serie in relazione con il nu- mero dei posti
che precedono: « quattordicesima fila, quinta sedia », « quarto piano, sesta
finestra » sono in- dicazioni che tengon conto dei posti precedenti, indi-
cando in relazione a quelli quello occupato, nel tem- po, nello spazio o in un
ordine mentale, dalla cosa così determinata Assai spesso il numero « cardinale
» vie- ne usato per esprimere un’idea « ordinale »: ad es.: « Questo è il
paragrafo 302 ». È facile distinguere i due valori, poi che in questo ca- so,
qualunque sia il numero espresso, il signi- ficato è singolare. Nell’esempio
citato, infatti, non si tratta di 302 paragrafi, ma del paragra- fo che occupa
il 302° posto nella serie, Parimenti allorché diciamo « sono le tre », non
affermiamo l’esistenza di tre ore di 60 mi- nuti ciascuna (2), ma indichiamo
w'ora, anzi, il punto cronologico in cui ha termine la terza (1) Il francese,
pur avendo tutta la sua numera- zione formata con vocaboli tratti dal latino,
ha con- servato la base vigesimale, e perciò il « 70 » è reso con « 60 + 10 »
(soixante-dix), l'« 80 » con « 4X20 » (quatre- vingts), sì che il «99» francese
è espresso con una formula complicatissima: «4XX20+10+9» (quatre.
vingt-dix-neuf). — Gili Yoruba della Nigeria non pos- sono nemmeno pensare ad
un numerc senza concre- tizzare l’idea quantitativa in quel certo numero di
cauri, poi che tali conchiglie servono loro come stru- menti di calcolo, e che
distribuiscono in gruppi co- stanti: perciò; ad esempio, il numero 47 è, per
essi, « cinque mucchietti di cauri meno tre ». — Cfr. Mann, On the numeral
system ‘of the Yoruba nation, in « J.A.I., XVI, pag. 61. (2) Il tedesco
distingue l’« ora » come durata (spa- zio di tempo di 60 minuti) che è Stunde,
dall’« ora » come punto nel corso del tempo, che è «Uhr»: per- ciò drei Stunde
significa « tre ore [di tempo] », mentre drei Uhr significa «le ore tre, le tre
». — 224 — POPOLI ED ORE A 139 Nere Stunde Co x/)l VOTA HORA EST f - Sa ésht
ora? asa I | — Hur mycket dir klochan 2 SVED. = Hvor mange Klokken er? yogv —
Wiieviel Ubr ites? teo _ Saat kag dîr? TURCO — Hany 6ra van? UNGHER, — Ktéra godzina? POL.
-— KoaKo e YacbTb? = Bule. - Ce orà este? RUM. — Que horas so? 1 PORT. — jQué
hora es? SPAGN. Ti épo elvat; GRECO — Quelle heure est-il? FR. — Koropni uac?
RUSSO — Koja je ura? CROATO —Cik pulkstens? __1eTt. {? INCL. SERBO LT. _ What
time Li n Koje je 1002: _ Kas laikas ti - Hoe laat ist?” ivano! — Ob kolikih
je? SU. Non in tutte le lingue si
chiede allo stesso modo « che ora è? ». (8 302) ora dopo mezzogiorno o dopo
mezzanotte (1). Allorché i Francesi dicono Louis Quinze (che taluno traduce pur
in italiano « Luigi Quin- dici » per mantenere il sapore gallico) non si tratta
di 15 Luigi, ma del 15° dei Luigi (Luigi XV), mentre « quinze louis » sono
davvero 15 monete di un luigi l’una (2). La distinzione è importante, poi che
la tra- duzione varia, in parecchie lingue, a seconda che si tratti di
cardinali veri e proprî o di cardinali in funzione di ordinali. Allorché il
portinaio fornisce l’indicazione « Il signor Tale abita al 3° piano, interno
15, scala C », si tratta dell’uscio che è il 15° della serie della scala C, e
persino questa indica- zione ha valore ordinale, poi che « C » signi- fica «
terza » (cioè dopo la scala A » e la « sca- la B ») (3). ° (1) La domanda
stessa « che ora è? » si può pre- sentare ideologicamente e linguisticamente
diversa: in alcune lilingue si chiede, alla latina, « Quanta ora sia? ». (A,
nella figura annessa): in altre (B), come nella no- stra, che ora sia; in altre
ancora (C) che tempo sia; e vi sono infine lingue (D) con espressioni ancora.
più tipiche, come l’olandese che chiede quanto tardi sia, o lo sloveno, la cui
domanda è:. « Circa quanto è?». (2) Per convenzione, i numeri ordinali si
scrivo- no con la numerazione romana, mentre le cifre arabe (dette arabe, ma
provenienti dall'India) indicano i nu- meri cardinali: queste perciò, per
esprimere gli ordi- nali, vanno completate con l’esponente che indica la
desinenza: « 10° » = decimo »; « 4? edizione » = « quar- ta edizione »: non si
scriverà « IVa edizione » né « se- colo XIX9 », o « Capitolo XXV° ». — Cfr.. S.
Landi, Tipografia, vol. I, Guida per chi stampa e per chi fa stampare; vol. JI,
Lezioni di composizione, Milano, Hoepli, 1914-1917, II, pag. 120. ° (3) Così,
in qualunque elencazione, le lettere a), b), c), .. hanno valore numerale
ordinativo. Quando « contiamo » gli oggetti, il procedimento è di carattere «
ordinale »: la stessa idea numerica si basa sul princi- pio fondamentale che da
un numero (ordinale) qual- siasi si può sempre passare ad un successivo, ma gli
oggetti già contati, presi nella loro totalità costitui- scono un numero
globale, nel quale ogni traccia della — 226 — I « DENOMINATORI » SON « NOMI » Gli
aggettivi ordinali, sostantivan- dosi, servono anche come « denominatori
frazionarî »: sono veri e proprî nomi (1) i quali indicano il nume- ro delle
parti in cui è stata divisa l’unità: « un quindi- cesimo » significa il 15°
frammento dell’unità che, con- seguentemente, è considerata divisa in 15 parti.
Non bisogna però credere che questa coin- cidenza del denominatore Îirazionario
con il numerale ordinale sia comune a tutte le lin- gue: molte di esse
distinguono nettamente le due espressioni, usando termini diversi (2).
successione ordinale scompare, ogni unità equivalendo interamente a tutte le
altre. Di qui il concetto di nu- mero cardinale, senza il quale le matematiche
non sarebbero possibili. Cfr. T. Dantzig, Le Nombre, lan- gage de la Science,
Paris, Payot, 1931, pag. 14, 17 e segg. (1) Per eseguire un’addizione di frazioni, bisogna ridurle tutte allo
stesso « denominatore », in modo cicè che siano tutte cose identiche, ed
abbiano perciò lo stesso «nome », Nell’espressione «50 centesimi fdi lira] » il
denominatore « centesimi » è un nome, come è « soldi » nell’espressione
equivalente « 10 soldi ». — Cfr. Toddi, I numeri, questi simpaticoni, Milano,
Hoe- pli, 33 ediz., 1945, pag. 119. (2) Anche in italiano, del resto, gli
ordinali quali ventesimoterzo invece di ventitreesimo, decimo- sesto invece di
sedicesimo, ecc. non possono usarsi come denominatori frazionarî. -- In
portoghese, al- cuni denominatori coincidono con gli ordinali, ma la maggior
parte ne differisce: così undécimo o décimo primeiro ha significato ordinale,
mentre 1/11 si dice un onze avo; però centésimo vale nei duc sensi, poi che
centavo si dice solo della moneta brasiliana. — In spa- gnolo la terminazione
-avo si fonde con il nuraero: 1/25 = «un veinticincoavo; 1/100 è un centésimo o
un centavo, ma si chiama un céntimo la centesima parte di una peseta, di un
franco, ecc. — Al nostro « cente- simo » corrispondono tre diversi vocaboli
inglesi: hun- dreth come ordinale o frazionario, centime per la cen- tesima
parte di lira o franco, cent per la centesima parte di dollaro. — Il rumeno ha
i frazionarî (0 cin- cime = 1/5; o zecime = 1/10; o sutine=1/100) ben distinti
dagli ordinali (a/ cincilea= «il 50»; al zece- lea = « il 10° »; al sutalea =
(il 100°); Aritmeticamente chiarissime sono le espressioni cui molte lingue
ricor- rono: « di n parti, tot unità » (molte delle lingue asia- Anche in
italiano il denominatore di 1/2 non è espresso con secondo, ma con metà (1). |
304. — Il medesimo significato può avere | anche mezzo, che si adopera però
prevalente- | mente in funzione di aggettivo: è quindi coe- rente accordarlo
con il nome, anche quando ° MBNTI tiga- tenga °, (RS t 9 . Di Tedeschi e
Giavanesi, pur così lontani tra loro, espri- mono allo stesso modo il numero
misto « 2 e mezzo ». (8 303) | i i Ù | ‘tiche, alcune africane, ecc.). — È
curioso che lingue lontanissime usino speciali espressioni analoghe: così - «2
e 1/2» si enuncia in giavanese tiga-téngah, «la terza metà », esattamente come
il tedesco dritthalb. — Cfr. H. Bohatta, Praktische Grammatik der Javanischen
Sprache, Wien-Pest, Hartleben, s.d.,-pag. 51. (1) Un tempo, «secondo» ebbe
anche il signifi- cato frazionario: « Si divide [lo intero] in due parti fra
loro uguali; e ciascuna di dette parti si chiama © la metà o un secondo dello
intero ». Opere di Orazio Fineo, divise in cinque parti: Aritmetica, Geometria,
Cosmografia e Oriuoli, Venezia, Franceschi, 1587, p. 26.. e ta; DERIVATI
NUMERICI sia posposto: « mezza libbra », « due ore e mezza » (1). Più
correttamente che «due mezzi fanno un intero », si dirà « due metà fanno un in-
tero ». Con riferimento all’evangelico « ef eruni duo in carne una », «la mia
metà » ha il si- gnificato di « mia moglie » (2). 305. — Il femminile
dell'aggettivo ordinale vie- ne sostantivato, sottintendendo « potenza » per
indi- care quante volte un numero (« base ») va moltipli- cato per se stesso:
«2°» si legge infatti « due alla ° quinta ». Si possono anche, allo stesso
modo, indi- care le « posizioni » ginnastiche o della scher- ma: « In prima! »,
« In seconda! » (3). Primo e secondo (con i plurali primi e se- condi)
esprimono i « minuti » risultanti dalla « prima » o successiva (« seconda ») divisio-
ne dell’ora in 60 parti (4). 306. — Innumerevoli sono, nelle varie lingue, i
derivati numerici, a scopi pratici o scientifici (5). (1) Dissentiamo da coloro
che vorrebbero si di- cesse: « due mele e mezzo », sostenendo che mezzo è
indeclinabile se posposto al nome. (Cfr. F. Palazzi, Grammatica italiana
moderna, Messina, Principato, 1939, pag. 99). — E perché? (2) Cavallerescamente
l’inglese dice «my Better half », «la mia metà migliore ». (3) Cfr. J. Gelli,
Ginnastica da camera, -da scuola compensativa e militare, 3% ed., Milano,
Hoepli, 1921, pag. 63; — J. Gelli, Scherma italiana, 38 ed., Milano, Hoepli,
1917, pag. 98 e segg. (4) I sottomultipli sono denominati non numeri- camente,
sino al « sigma » che è la millesima parte del minuto secondo. (5) Abbiamo così
gli ordinali sostantivati otfavo e sedicesimo per i fascicoli stampati, donde
le deno- minazioni di in-8° e in-/6° indicanti il formato risul- tante dal
numero di piegature del foglio, Cfr. i! magni- fico grosso volume (1116 pag.)
di Gianolio Dalmazzo, Il libro e l’arte della stampa, Torino, R. Scuola Ti-
pografica, 1926, pag. 395. — Dai distributivi son deri- In alcune lingue e per
alcune parole av- vengono i casi inversi: voci non numerali acquistano
significato aritmetico più o meno preciso. Così, ad esempio, in italiano una
grossa significa « 264 », ossia « dodici dozzine » (1). 308. — La totalità non
numerica, ma « di massa » è espressa con il determinativo tutto, (femminile
fut- ta), che non può avere plurale (8 248). I plurali tutti e tutte esprimono
il totale numeri- co: debbono quindi essere considerati come plurali di ogni,
che è invariabile, e che si usa soltanto per il singolare. Allorché diciamo «
fulta la parete è imbrat- tala » esprimiamo una realtà oggettiva che è assai
diversa da quella che è espressa nella vate la dozzîna, la cinquina, Ya sestina
poetica, e la terzina (dall’ordinale l’ottava postica e musicale). Il croato ha
forme speciali per indicare la capa- cità di un recipiente: dvojka, trojka,
cetvorka, ecc. servono a denominare botti da 2, 3, 4, ecc. misure; e gli stessi
nomi si usano per lle carte da gioco; — dvizak (femmin. dvizica o dviska) è un
animale ovino di 2 anni, trec'ak (femmin. trec’akinja) un equino e. bovi- no di
3 anni; cetvrtak di 4, e così di seguito. — Il bulgaro può formare un solo
vocabolo per indicare l’« età di 5 anni », o il « 150° anniversario ». Cfr. G.
Nu- rigian, Grammatica Bulgara, Milano, Hoepli, 1930, pag. 65. (1) L’inglese
score, che propriamente significa « in- taglio, intaccatura », passò a
significare « còmputo » (perché si teneva conto del bestiame e dei giorni con
intaccature su bastoni o asticelle), e quindi indicò — come indica — il «
numero dei punti » (persino quelli delle partite a carte si chiamano oggi
così), e fu poi fissato il valore: 1 score= una ventina; lalf a score = 10. —
Nella lingua dei Cunama dell’Etiopia rara- mente si usa sceb bàre, che è il
vero nome per «20 »: più comune è l’espressione koélla, ossia «un uomo completo
(con tutte le dita delle mani e dei piedi)»; e, per «40», si dice koé bare, «
due uomini ». — Tutte le numerazioni decimali, che prevalgono in ogni con-
tinente, derivano dal fatto che abbiamo dieci dita; e_ quella vigesimale,
persistente in basco, in francese, in “ix in norvegese, dal ,totale delle ditai
(mani e piedi VOCABOLI E REALTA proposizione « tulte le pareti sono imbrattate
»: la somma (plurale) non può variare il valore degli addendi (singolare). La
prova inversa ‘l'abbiamo esaminando la proposizione « quei PIA. _r Nidi Vota a
DI Gera ii ere, =” n TIRÒ ha cdi MOIO < 8 x Sc Oi Ve R e) t La parete A è «
tutta imbrattata »: le pareti B non le sono, poi che sono semplicemente
imbrattate; ma, poi che « ciascuna di esse » è îmbrattata, esse sono « tutte
imbrattate ».. — Tutti (tutte) è il plurale di « ogni ». (ognuno, ciascuno). (8
208) vecchi sono tutti presbili »: non diremo certo che è il plurale di « que/
vecchio è tutto pre- sbite »! È esatto invece, nella realtà e nel pen- siero,
che il singolare debba essere « Ognuno (= ogni uno) di quei vecchi è presblle
». Il numero indeterminato è espresso da qualche, che vale per i due generi
ed.ha come plurale corrispondente alcuni, alcune: « Qualche casa è anco- ra in
piedi» = « Alcune case sono ancora in piedi ». Nell’esaminare il valore dei
vocaboli, non la loro forma deve esser considerata, quanto la realtà che essi
esprimono. Un grande e ge- niale pedagogo, Giovanni Amos Romensky, detto
Comenius, poco noto e pochissimo seguìto nei suoi saggi precetti pedagogici, si
la- mentava perché « le scuole insegnano a fare un discorso prima che a
conoscer le cose » (1). Pi —& ——» Comenius, Didactica Magna, Amsterdam, 1657, c.
XVI, f. 1, 8 15.-— Ed aggiunge, in merito allo studio delle lingue, che «si
fanno le cose fuori tempo, giac- ché non si comincia con la lettura di qualche
autore o con qualche dizionario illustrato a dovere, ma con la grammatica,
benché gli autori (come anche i dizio- narî) forniscano la materia del
discorso, e la gram- matica aggiunga soltanto la forma, ossia le leggi per
formare, ordinare e collesare i vocaboli ». (ibid. 8 16). — Nato nel 1592 in
Moravia, Comenius morì nel 1671 in Amsterdam. La Didactica Magna, composta dap-
prima in lingua ceka, (1628-1632) fu da lui stesso tra- dotta in latino. Buona
è la traduzione italiana di V. Gualtieri, ediz. Sandron, Palermo, 1935. é — 232
— Le voci descrittive (XVI 310. — Ricchissima è la categoria degli aggettivi
che esprimono una proprietà o qualità del soggetto, e. son perciò «descrittivi»
o qualificativi. Otto efficacissimi aggeltivi esprimono « re- gola e .qualità »
terribilmente costanti dei fe- nomeni meteorologici infernali del III cerchio:
«.. terzo cerchio, della piova, etlerna (1), maladetta, fredda e greve; regola
e qualità mai non l’è nova. Grandine grossa e acqua tinta (2) e neve per l’aer
fertebroso $i riversa... ». (Inf., VI, 4-10). (1) Dante scrive «etterno », pur
se il latino è aeternus; ma questo è contrazione di aeviternus, ossia una
«durata » (aevum) che è «tripla» ((ernum) di qualsiasi altra. (2) Il latino
tingere significò originariamente « ba- gnare »: ora tincta lacrimis sono, in
Ovidio, « le guan- ce bagnate di lagrime »; dalla tunica sanguine tincta (Cic.)
è semplice il passaggio al significato di « tin- gere » nel senso italiano. Per
analogo fenomeno, l’ag- gettivo spagnolo colorado si specializzò a significare
“« rosso ». Tale è il significato ne? nomi geografici Colo- rado e Rio
Colorado, che son quindi parenti lingui- stici del « Mar Rosso ». — Nel
dialetto cubano «el colorado » è la « scarlattina ». — Ed è anche interes-
sante constatare che nell’espressione latina «/oca lu- mine tingere » (che si
trova in Lucrezio, grande osser- vatore e interprete dei fenomeni naturali) nel
signifi- cato di «illuminare », è adombrata intuitivamente la più moderna
teoria delle radiazioni luminose, il colore non essendo una qualità intrinseca
dei corpi, ma ri- sultante soltanto da uri «bagno di luce ». — E, nel- La
qualità può essere espressa semplice- mente come aggregata al nome, ossia
attribuita ad esso, ed in tale funzione attributiva l'aggettivo qualificativo
ha un valore ornamentale (1), che è molto importante ai fini dell’efficacia e
dell’eleganza lette- raria. Il] gusto e il senso di misura debbono gui- dare lo
scrittore e il parlatore nella scelta e l’ultimo canto della Divina Commedia,
la meraviglio- sa descrizione della Trinità come cerchi luminosi dei quali « un
dall’altro — parea riflesso come iri da iri » non precorre forse la moderna
analisi ottica basata tutta sulle divesse « lunghezze d’onda? ». La sensazio-
ne coloristica è espressa assai più efficacemente in Dante che in Omero; cfr.
W. E. Gladstone, Der Far- bensinn mit besonderer Bericksichtigung der Farben-
kenntniss des Homer, Breslau, 1878. -— Nella lingua degli Zulù l’aggettivo
/ullaza esprime tanto il verde che l’azzurro, e lo stesso fa la lingua dei
negri Sotho con l’aggettivo talà: rosso e giallo son confusi dai Bongo in
un’unica parola (kKamaheke), e lo stesso fan- no gli Abaka con il loro
aggettivo sukim. — Cfr. Kir- chhoff, Zur Frage liber den Farbensinn der
Naturvòl- ker, nella « Deutsche Revue », 1881, III. — « Il genere di vita,
l’attenzione, la formazione delle idee astratte, che è l’espressione dello
sviluppo psichico, influiscono sullo viluppo del linguaggio... Perciò prima si
avran- no i vocaboli per indicare le cose più necessarie e più impressionanti;
ed ecco quindi prima parole appro- priate per esprimere il rosso, poi quelle
per esprimere l'azzurro ». G. Ovio, La scienza dei colori: visione dei colori,
Milano, Hoepli. « Attribuire » significa « assegnare »: e perciò l'attributo è
la semplice citazione della qualità | espressa, assegnata al nome cui si
riferisce; « predi- care », invece, significa «annunziare pubblicamente una
verità », e perciò il predicato afferma (per mezzo del verbo «essere» ad altro)
una qualità del soggetto: nella quartina del.Tasso « Così all’egro fanciul
porgiamo aspersi di soave licor gli orli del vaso: succhi amari, ingannato,
intanto ei beve, e dall'inganno suo vita riceve ». (Gerus. Liber., I, 3). gli
aggettivi egro, aspersi, soave, amari, ingannato, suo sono aggettivi usati come
«attributi ». Essi sono in- vece « predicati » nelle proposizioni: «il
fanciullo è egro (malato) », « gli orli del vaso sono aspersi », « il
ESTENSIONE DELL’AGGETTIVO nell’uso di tali aggettivi: la penuria di aggetti- vi
rende scarno il discorso, la soverchia ab- bondanza lo rende tronfio; l’impiego
di agget- tivi sproporzionati per eccesso o per difetto significativo nuocciono
alla sua ellicacia. Il linguaggio dei resoconti sportivi è un pietoso esempio
di esagerazioni aggettivali (1). 312. — L'aggettivo « qualificativo » aderisce
com- pletamente al nome, sì che la sua estensione-è limitata da questo: in «un
foglio bianco » l’idea qualitativa di bianco @oincide, per estensione, con il
foglio che essa qualifica: la loro estensione serve a definire la quan- tità
delle cose che essi determinano. Mentre la « qualità » è aderente alla cosa, la
de- terminazione quantitativa le viene da un rapporto con l'esterno. Allorché diciamo
«quel gaio uccellino », « due fogli sovrapposti », « la luna crescente », «un
muro dipinto », i determinativi quel, due, la, un sono indicazioni dirette
verso le cose, mentre i qualilicativi gaio, sovrapposti, cre- scenie, dipinto
esprimono qualità inerenti nel- le cose stesse. licore è soave », « il succo
sembra amaro », e nel pro- verbio : «Chi tì lusinga più di quel che suole o
t'ha ingannato, od ingannar ti vuole ». (Anche i « participî » aspersi e
ingannato sono aggettivi: vedi 8 313). (1) Esageratamente laudativa è l’ode
leopardiana « Acun vincitore nel pallone » (« magnanimo campion » — «te
fiemendo appella — ai fatti illustri il popolar favore »... — « oggi la patria
cara — gli antichi esempi a rinnovar prepara »); a meno che (l’ipotesi è audace)
il Leopardi non abbia voluto, invece, fare dell’« iro- nia » o addirittura del
sarcasmo. — Cfr. S. Tissi, L’iro- nia leopardiana, (Saggio critico-filosofico),
Firenze, Vallecchi, 1920. — Del resto, abitualmente « Leopardi produce
l’effetto contrario a quello che si propone... La profonda tristezza con la
quale Leopardi spiega la vita, non ti ci fa acquietare, e desideri e cerchi il
conforto di un’altra spiegazione ». F. de Sanctis, Scho- penhauer e Leopardi,
in « Saggi critici », Milano, 1914, vo.l I, pag. 269. oggi Questa constatazione
ci conferma: a) che gli «articoli» sono veri «aggettivi de-. terminativi » (o «
indeterminativi »). Infatti nessuna differenza di regime e di funzione li
diversifica da questi. Sono, come questi, preceduti dal determinativo futfo, che
ha significato generale (« tutto il mondo », . ed fapposti, NEL L'aggettivo
determinativo indica dall'esterno; l’agget- tivo qualificativo aderìsce al nome
e coincide con esso per estensione... (8 312) « tutti i giorni », « tutte le
volte », come direm- mo « fulto quesito mondo », « lutte quelle vol- te »),
mentre sono seguiti dai determinativi di significato più ristretto (« l’aliro
mondo », « le | poche volte »). Si comporta, insomma, esatta- mente come gli
altri « determinativi ». I PARTICIPÎ SONO AGGETTIVI Tranne in italiano, una
determinazione possessiva esclude l'articolo, esattamente co- me esclude gli
altri determinativi (1). b) che i « participî » (presente, passato e passi- vo)
sono veri e proprî aggettivi qualificativi; La qualità o proprietà da essi
espressa è quella risultante dallo star compiendo un’azione, (« part. | pres.
»), di averla compiuta (« part. passato ») o di averla subìta (« part. passivo
»). L’aggeltivo crescente indica appunto la qualità o proprietà di chi cresce;
e dipinto è la conseguenza dell’aver subìto l’azione del dipingere: tra rosso e
colorato non v'è che differenza di tinta, il primo essendo di signi- ficato
generale: ma ciò che è rosso è fisica- men!e e grammaticalmente colorato, e ciò
che è coloraio è fisicamente e grammaticalmente rosso, o giallo, o verde, o di
altro colore. I participî hanno anche la proprietà di po- ter essere «
sostantivati », come gli altri ag- geltivi: es.: « i presenti », « il passato
». In ogni cerchio infernale, Dante trova «novi tormenti e novi tormentiali ».
(Inf., VI, 4). (1) Noi diciamo «il mio orologio », laddove le al- tre lingue
escludono questa doppia determinazione: spagn. mi reloj, franc. ma montre,
ingl. my watch, ted. mein Uhr, ecc. — Il portoghese usa l’articolo: o meu
relogio, e lo stesso fa il rumeno: ceasornicul meu, in cui ceasornicul=
ceasornic (« orologio ») + ul (arti- colo). — In italiano escludono l’articolo
i nomi di gra- di di stretta parentela preceduti dal possessivo: « suo padre »,
ma « il padre suo »; così « sua cugina », « vo- stro zio», ecc. Lo esigono,
invece, quando siano ac- compagnati da aggettivo: « il suo caro nipote» o da un
prefisso (che equivale ad un aggettivo) « il vostro pronipote », « il tuo
bisnonno ». La regola non è sem- plice. — Il romeno ha locuzioni simili ad
alcune no- stre dialettali: « tua madre » si dice mama-ta e (tran- ne il
raddoppiamento dell’m) si pronunzia, anche co- me intonazione, proprio come il
napoletano mammeta; e « tua sorella » è sord-ta. Gli aggettivi concordano in
genere e nu- mero con il nome al quale si riferiscono. Essi ed i pronomi son ie
uniche parti del discorso che hanno tale concordanza (1): gli aggettivi perché,
nella realtà obiettiva, aderiscono completa- mente alla cosa che determinano o
qualificano, e i pronomi perché fanno le veci del nome stesso. 315. — Questa
concordanza linguistica è in per- fetta coerenza con la nostra mediterranea
forma men- tis, la quale trova la naturale espressione nel più so- lido sistema
filosofico che abbia durato e duri nei ‘tempi: la philosophia perennis: anche
l’indole della. lingua italiana si è plasmata in armonia con questo criterio
fondamentale di adaequatio tra lo spirito e il mondo esterno, tra il pensiero e
l’obiettiva realtà, ot- tenendone un insieme coerente, unitariamente armo- nico
(2). Tale concordanza si ritrova in tutte le lin- gue neolatine. L' aggettivo è
invece invariabile in inglese; ha regole di concordanza molto complesse in
tedesco, le terminazioni varian- Il verbo russo ha, nell’indica- tivo passato,
tre forme diverse, per i tre generi: on byl, « egli fu, o era »; anà bylà, «
ella fu o era »; anò bylo, « esso fu o era ». — Il polacco distingue anche
negli altri tempi e modi: così, ad esempio, « sarebbe- ro » è byliby per
soggetto maschile e di persona, byly- by per gli altri casi. Analogamente fa il
ceko. — Le lingue semitiche hanno una forma verbale speciale per il femminile
nella 22 e 34 persona, ma non distinguono il genere nella 1a. (2) Sin da giovane
il nostro Rosmini « disegnava il saper umano in grandi alberi diramantisi con
ordine bello di un’unica vita, e si addestrava a comporre quelle tavole
meravigliose nelle quali le idee madri si veggono via via generare altre idee,
e propagarsi giù giù la feconda famiglia, distintane la legittima di- scendenza
e cognazione e affinità; onde l’astratto ren- desi quasi palpabile, e le
sottili gradazioni del vero si colorano d’intellettuale bellezza ». N.
Tommaseo, I! ritratto dì Antonio Rosmini, 1855, c. XIV. — 238 — é LA GRAN
MURAGLIA do e spostandosi (1). Il fenomeno rivela, come altri similari —
linguistici e non linguistici — la mancanza di un criterio fondamentale uni-
co, in corrispondenza con il temperamento del popolo (2). A Ginevra, il
monumento della Riforma ha l’a- spetto di una muraglia: e lo è: una muraglia
che se- para due mentalità, la mediterranea e la nordica: due diverse visioni e
interpretazioni del mondo, con tutte le conseguenze filosofiche, religiose,
morali e so- ciali (3). (1) In un costrutto, la desinenza dell’articolo de-
terminativo deve apparire in ogni caso una volta, o. nell'articolo, o in altra
parola determinativa, o nell’az- gettivo: noi diciamo « in questa lunga strada
» e « que- sta strada è lunga », mentre il tedesco dice «in dieser langen
Strasse » e « diese Strasse ist lang ». (2) Il tedesco ha la possibilità di
formare parolo- ni composti, riunendo in un solo vocabolo chilome- trico molte
idee interdipendenti mentre pci scinde in due parti un concetto unico, con i
verbi « separabili »: il « distretto di reclutamento di Corpo d’Armata » è
Korpsaushebungsbezirk, la « capacità dei carbonili di una nave » è
Kohlenfassungsvermògen, mentre « accet- tare » deve, in alcuni casi, spezzarsi
in due vocaboli ossia in due idee: « Ha accettato il dono ringraziando » « Er
nahm dieses Geschenk mit Dank entegegen », ma resta riunito, con interpolazione
di un prefisso in « Er hat dafiir kein Geld entgegengenommen » (« Non ha
accettato denaro per questo »). Eppure è lo stesso idio-. ma che è capace di
espressioni monosillabiche ed ef- ficaci: « Sag ’mal, wer steht denn dort? », «
Dì un po”: chi c’è lì? ». (Nella Germania settentrionale è frequen- tissimo
l’uso di mal per einmal). (3) « Davanti al problema dell'Universo le attitu-
dini che il pensiero umano può assumere si riducono in sostanza a due: o si
ammette insieme a quella del soggetto la realtà del mondo esterno, o si afferma
che lo spirito costruisce la natura. Si è realisti nel primo. caso, e nel
secondo idealisti... L’idealista domanda, con una contraddizione male
dissimulata, di salvare i fenomeni o le apparenze, il realista vuole ancora
qualcosa di più ». A. Garbasso, La tradizione del pen- siero toscano, in «
Scienza e poesia », Firenze, Le Mon- nier, 1934, pag. 245-246. — Per «idealismo
» si inten- de qui il noto nordico indirizzo filosofico, che l’acca- demico F.
Severi proponeva giustamente di chiamare doo 316. — Il fatto che l'aggettivo
qualificativo espri- ma una qualità non impedisce che esso, esprimendola, possa
implicare una determinazione. Allorché un regolamento prescrive che « ogni
conducente di veicoli deve far aiten- zione ai cartelli indicatori »,
l’aggettivo indi- catori è qualificativo, ma, al tempo stesso, di- stingue quei
cartelli dagli altri (ai-quali il con- ducente non deve fare attenzione), e
cioè li determina: ma questa sua funzione non altera sostanzialmente ii
carattere qualificativo del- l'aggettivo e la sua aderenza al nome. 317. — Le
lingue neolatine esprimono. questa spe- ciale funzione, armonizzando forma e
pensiero, e pen- siero ed obbiettiva realtà. | Nella quasi totalità delle altre
lingue l’ag- gettivo precede in ogni caso il nome cui esso si riferisce (1): le
lingue neolatine, invece, piuttosto « ideismo ». — Opera di disorientamento han
© fatto e fanno tutti coloro che, in terra nostra, sono coscienti o incoscienti
apostoli di tali teorie contrarie alla nostra tradizione e all’indole della
nostra stirpe, ed in netto dissidio con la nostra fede. (1) Il tedesco pone
prima del nome anche gli ag- gettivi o participî modificati da altri vocaboli:
« Die Quadratur ist die Flichenbestimmung einer von krum- men Linien begrenzten
Figur » « La quadratura è la determinazione della superficie di una figura
limitata da linee curve » letteralm.: « da una da linee curve limitata figura
»; — « Die Biihnensprache soll eine edle und darum sehr rein gesprochene
Sprache sein » (« La lingua teatrale deve essere una lingua nobile e quindi
pronunziata molto pura» letteralm.: «una nobile e molto puramente pronunziata
lingua ». — Infatti la Biihnensprache è presa come modello per buona for- ma e
corretta pronunzia del tedesco). — Cfr. anche 8 271..— L'inglese invece colloca
dopo il sostantivo l'aggettivo che abbia complementi: « A building 40 me- ters
high», « Un edificio alto 40 metri»; nonché gli aggettivi comincianti con il
prefisso « a- », come dii... « simile », asleep, « addormentato », ufloat, « galleg-
giante », alone, « solo », ecc.; o pone dopo il sostan- tivo l’aggettivo cui
voglia dare più efficacia: « in times long past », « in tempi molto remoti ».
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(2°) Na 67-90 (Numero unique 10lrgnes). sii « Cartello indicatore » (A)
qualifica e determina insie- me, escludendo gli altri cartelli (B) (*) L’illustrazione A è tolta dal volume « Circu-
lez!, texte officîel du Code da la Route, illustré de 50 dessins humoristiques
de Pacquérieux », Paris, Denoel, 1930. Se il burocratico Codice della Strada
può esser volgarizzato lietamente, non v’è ragione per cui anche la grammatica
non possa avere la sua nota gaia. pongono prima del nome l’aggettivo che abbia
pura funzione decorativa, mentre lo pongono dopo il nome allorché abbia una
funzione de- terminativa: nella proposizione « Egli scorse la bionda fanciulla
» l'aggettivo è preposto al nome avendo soltanto un valore decorativo, mentre «
Egli scorse la fanciulla bionda » si- gnifica che si tratta di quella,
identificabile per aver la qualità di bionda, e non di altra fan- ciulla;
perciò l’aggettivo è posposto al no- me (1). 318. — Tale diversa disposizione è
dovuta ad una norma di armonia: posposto al nome, l’aggettivo ri- ceve un
rilievo fònico maggiore, cadendo su di esso l'accento ritmico della
proposizione. Questa norma musicale Îîa sì che, ad esempio, l'aggettivo
possessivo posposto al nome sia più intenso affettivamente; tale po- sposizione
è abituale nelle esclamazioni, nel- le invocazioni: diciamo, perciò: « Padre
no- stro, che sei nei cieli... » (2). 319. — Il collocamento dell’aggettivo
prima o dopo del sostantivo produce non soltanto una diversa intensità espressiva,
ma talora anche una differenza di significato. Così, ad esempio, un brav’uomo
non è la stessa cosa che un uomo bravo; allorché diciamo «i primi due »
intendiamo «il 1° e il 2° d: una serie», —_ ——=@& (1) La posposizione al
nome può aversi anche nel caso di aggettivo ornamentale, ma è di rigore per gli
aggettivi che implicano una determinazione. (2) Il francese non ha questa
possibilità espressi- va dei possessivi posposti. Si pensi all’efficacia
dell’i- taliano « patria mia!» portogh. « patria minha! », ecc. — Il rumeno può
non soltanto posporre al no- me l’aggettivo, ma rinforzarlo anche con l’«
articolo improprio » (articolul impropriu): si può tradurre « [il] cavallo
bianco », calul! alb, e calul cel alb (lette- ralm.: «il cavallo quello bianco
»); « rozele cele fru- moase ate Mariei », «le belle rose di Maria», («le rose
quelle belle quelle di Maria »). DAI INUTILI CATEGORIE SPECIALI mentre quando
diciamo «i due primi» intendiamo il 1° di una serie e il 1° di un’altra (1).
320. — L'aggettivo preposto anche all’articolo as- sume un valore ancora più
intenso esprimendo la qua- lità come stato sopravvenuto: perciò « Ho trovato il
bicchiere rotto » non ha lo stesso significato che « Ho trovato rotto il
bicchiere ». Particolare attenzione va fatta per parec- chi aggettivi Îrancesi,
i quali assumono un diverso significato a seconda che precedano o seguano il
nome: così un galani homme è « un galantuomo », mentre un homme galani è « un
uomo galante »; un petit homme è « un uomo piccolo (basso) », mentre uri homme
pe- tit è piuttosto «un uomo meschino (moral- mente) »; la dernière année » è «
l’ultimo an- no » (di una serie, di un corso), mentre l’an- née dernière è
«l’anno scorso » (e lo stesso vale per altri nomi che indicano periodi di
tempo: siècle, saison, mois, semaine, jour, ecc.). * * % 321. — Alcuni
aggettivi esprimono una qualità in modo assoluto ed hanno perciò valore fisso:
tali sono, ad esempio, quelli significanti un massimo, qua- li eterno,
infinito, immortale, sublime, massimo, mi- nimo, ottimo, pessimo. Questi non
possono essere mo- dificati da avverbî o con complementi che ne attenui- no o
ne accrescano il valore. Come si vede, non è necessario costituire una
categoria speciale per collocarvi i sel (1) Avviene una sostantivizzazione (o,
per lo me- no, una «semisostantivizzazione ») dell'uno o dell’al- tro
aggettivo: nel primo caso si tratta dei due (sost.), che sono primi (agg.),
mentre nel secondo si tratta dei due (agg.) primi (sost.). Ma tale
sostantivizzazione non vè quando il sostantivo sia espresso: «i due primi posti
», «i primi due posti »; ma, così dicendo, la dif- ferenza è meno chiara,
appunto perché non intervie- ne la sostantivizzazione indicatrice. 0 « superlativi » che ci rimangono dal latino
(1). Essi hanno perduto tale significato « rela- tivo » (2). Non modificabili
sono anche gli aggettivi che si- gnificano qualità o proprietà fisiche,
geometriche, fi- losofiche che non ammettono graduazioni, quali, ad esempio,
sferico, circolare, rettangolare, sinusoide, in- solubile, monovalente (e
bivalente, ecc.) primo (nel senso matematico di indivisibile per altro numero
che se stesso e l’unità), immanente, impossibile, impro- crastinabile, assurdo
(3). | 322. — Il valore del significato della grande maggioranza degli
aggettivi —ossia di tutti quelli che non esprimono una qualità o proprietà
assoluta — può essere modificato o con avverbî o con speciali suffissi. Di una
cosa si può dire che essa è buona, abba- stanza buona, non molto buona,
piuttosto buona, ve- ramente buona (4); di una persona potremo afferma- (1) Le
grammatiche elencano come tali: massimo, minimo, sommo, infimo, ottimo,
pessimo, qualificando- li come « superlativi » di grande, piccolo, alto, basso,
buono, cattivo. (2) Il latino « pessimus omnium poeta » significa- va « il
peggiore di tutti i poeti », in summa Sacra Via «in capo alla Via Sacra »;
minimus cibus, « la più pic- cola quantità di cibo ». (3) Si dice « Questo è
ancora più assurdo », « Non è poi tanto improcrastinabile », ecc., ma sono
espres- sioni improprie, o che nella forma di « graduazione » esprimono una
negazione, giacché una ‘cosa o è assur- da o non lo è, o è rinviabile,
impossibile, ecc., o non lo è. (4) In italiano, a differenza del latino, ottimo
non è, morfologicamente — e nemmeno ideologicamente — il « superlativo » di
buono, se non ‘in quanto espri- me un «limite ». Assai interessante sarebbe qui
un paragone linguistico-matematico, applicando cioè al «grado di significato »
degli aggettivi quello stesso criterio per cui, nel calcolo differenziale, per
risol- vere qualsiasi problema di « massimo e di minimo » si deve calcolare il
coefficiente angolare della tangen- — 244 — I « GRADI DI PARAGONE » re che è
onesta, quasi onesta, assolutamente onesta, onestissima; del suò aspetto fisico
diremo che è gras- sa, troppo grassa, grassottella, grassoccia, grassissima.
323. — La grammatica rivoluzionaria non nega che esistano dei « gradi » negli
aggettivi, nel senso che la « qualità » possa essere espressa appunto in « gra-
do » diverso: nega però che vi siano, nelle lingue neo- latine, i « gradi di
paragone » degli aggettivi come vi ‘ erano in latino, e come vi sono in altre
lingue. Con ciò la grammatica rivoluzionaria chie- de soltanto che si riconosca
formalmente ciò che è avvenuto nella linguistica realtà. L’ita- liano, oramai
da un millennio, ha scisso il - comparativo e il superlativo latino nei suoi
componenti, distinguendo nettamente, ossia in due idee e perciò in due vocaboli,
ciò che era morfologicamente e ideologicamente uni- to nel « comparativo » e
nel « superlativo » del latino. È doveroso che la grammatica prenda atto di
questa oramai millenaria scissione (1). 324. — Il « grado», ossia l’« intensità
» dell’ag- gettivo qualificativo è espresso, in italiano, da uno o più vocaboli
che modificano l’aggettivo stesso. Il si- gnificato di quest’altro vocabolo o
di questi altri vo- caboli è chiaro, e non v'è quindi nessun bisogno di
complicare nella grammatica ciò che venne semplifi- te ad una curva. La curva
più primitiva è la retta, la cui equazione è del tipo y=a xt. La dblivata di y
rispetto ad x è a = tg A; essa è una costante in contrapposizione ad x che è
una va- riabile. Si potrebbe così arrivare a tracciare la « cur- va » della «
funzione (esponenziale) » dei valori di un aggettivo. Il lettore che, amante di
ricerche ed eserci- tazioni matematiche, voglia dilettarsi con lo studio di
tali analogie, leggerà utilmente le acute osservazioni di un geniale matematico
inglese sulle « curve espo- nenziali »: L. Hogben, La matematica nella storia e
nella vita, trad. ital, Milano, Hoepli, 1940, vol. II, pag. 588 e segg. (1) I
primi documenti scritti dell’italiano risalgo- no all'VIII e IX secolo: nel XX
secolo è tempo di aggiornare la grammatica. cato nella realtà linguistica, in
coerenza con il pen- siero, analiticamente (1). L’avverbio « più » significa
«in quantità maggiore »: può esprimere una quantità nume- rica superiore
all'unità: « Se una o più per- sone... », « Questo problema ammette più so-
luzioni ». 325. — In questa funzione, l’avverbio diventa vero e proprio
aggettivo determinativo, e può anche essere sostantivato: « Che i più tirano i
meno, è verità, posto che sia, nei più, senno e virtù; ma i meno, caro mio,
tirano i più, se i più trattiene inerzia o asinità » (G. Giusti) 326. — È
notevole che, in italiano, l’espres- sione « più d’uno », che ha chiaro valore
di plurale, richieda il verbo al singolare: « Più d'uno la pensa diversamente
». — Vedi, in proposito, il 8 59 (2). 327. — Può anche, sempre in funzione
determi- lativa, indicare una maggior quantità della cosa espressa dal nome: «
Più gente entra e più danaro si incassa ». È invece avverbio allorché, premesso
ad un aggettivo qualificativo, lo modifica sì che venga espressa una maggior
quantità della qualità signifi- cata dall’aggettivo: «Né contro il sonno credo
che vi sia mezzo più pronto, antidoto migliore ». (G. Guadagnoli. Zl tabacco).
(1) Vedi 8 67. (2) Anche l’analoga espressione inglese richiede il verbo al
singolare: Many a scholar maintains that... « Più di un erudito sostiene che...
» (Si ricordi che scholar ha comunemente il valore di « dotto, erudito,
competente in una branca del sapere ». — Cfr. C. Ros- setti, Z tranelli
dell’Inglese, 58 ediz., Firenze, Le lingue Estere, 1943, pag. 423). — 246 — IL
«SECONDO TERMINE » In questo caso equivale all’avverbio « mag- giormente », che
lo può sostituire, sebbene sia meno agile. Anche gli aggettivi ‘possessivi possono essere
rinforzati con avverbî di intensità: « Questa casa oramai è più mia che sua ».
| In tal caso, però, l’aggettivo possessivo acquista il carattere e la funzione
di qualificativo, inversamen- te cioè a quel che accade talvolta per gli
aggettivi qualificativi (8 316). 330. — La grammatica tradizionale pone in par-
ticolare evidenza, come « comparativi speciali », 6. ag- gettivi rimastici dai
« comparativi » latini (1). Non v’è ragione alcuna per cui tali aggettivi me-
ritino di essere considerati a parte: miaggiore di..., migliore di...,
inferiore a..., ecc. sono costrutti che, for- malmente e ideologicamente, hanno
gli stessi conno- tati che molti altri consimili: eguale a.., connesso con...,
diverso da..., valevole per... ossia di aggettivi che esprimono una qualità, ma
in connessione con un elemento estraneo all’aggettivo stesso, limitandone il
significato in relazione a tale elemento. La matematica, la quale usa il
simbolo « + » per indicare la voce «più», e ha simboli per indicare « maggiore
di... », « minore di... », abbonda di costrut- ti linguistici i quali provano
che tali espressioni van- no considerate tutte come appartenenti alla stessa
ca- tegoria, sia ideologicamente che formalmente. Ed an- che gli aggettivi che
formano tali costrutti non ap- partengono a categorie diverse. Se la grammatica
tradizionale dedica una speciale trattazione al « secondo termine di paragone
», essa dovrebbe coerentemente oc- cuparsi nella stessa misura e con lo stesso
criterio del « secondo termine di somiglian- za », del « secondo termine di
derivazione », del « secondo termine di diversità », ecc. ecc. (1) Cioè gli
aggettivi: maggiore, minore, superiore, inferiore, migliore, peggiore; e
corrispondono ai co- siddetti « superlativi » del 8 321. DIR La grammatica
rivoluzionaria definisce con la denominazione di « complemento di paragone »
l'elemento che determina il valore quantitativo o in- tensivo espresso
dall’aggettivo modificato dall’avver- bio più, dall’avverbio meno,
dall’avverbio tanto (altret- tanto). | e = lenticoa ... = uguale a ... i
maggiore di... minore di ... non uguale a ... non maggiore di ... non minore
di... x moltiplicato per... : + diviso per... f | parallelo a... + non
parallelo I fattoriale di AMA V a 060 A) La matematica usa molti. simboli
equivalenti ad aggettivi qualificativi implicanti un rapporto, una con-
nessione, un complemento. — B) L'aggettivo « duro.» ha. qualsiasi valore della
« scala del Mohs » ed anche oltre... (88 330-331) ANALISI E BUROCRAZIA
L'analisi logica, esaminando la proposizione « II topazio è meno duro del co-
rindone e più duro del quarzo », afiermerà che gli avverbî più e meno
modificano l’aggettivo. qualificativo duro per esprimere che la durez- za non
va intesa in senso assoluto, ma rela- tivo: questa relatività espressa
dall’avverbio richiede l’altro elemento di confronto o rap- porto, ‘che è
appunto il « complemento di pa- ragone » (1). (Come si vede, per la grammatica
rivoluzionaria l’analisi logica non va confinata burocratica- mente in un
compartimento stagno accuratamente separato da quello dell'analisi grammatica-
le: è necessario — se vogliamo comprendere i fe- ‘ nomeni linguistici — che la
morfologia sia trat- tata sempre in considerazione della sintassi: la causa
finale concorre a determinare la forma dei vo- caboli. Non basta l’anatomia a
darci ragione della struttura di un organo: l’istologia è scienza incompleta se
non ci dice il perché finale, ossia la relazione tra struttura e funzione.
Purtroppo il «respice finem » non serve di bussola alla scienza « moderna » che
si proclama obiettiva e che invece prescinde proprio dalla fondamentale
obiettiva realtà: che, cioè, l’intero. (1) La durezza, ad esempio, è una
proprietà che ha, come la maggioranza delle altre, un valore rela- tivo: di due
minerali è più duro quello che riesce a scalfire l’altro: su questa
constatazione era basata l’antica « scala di durezza » del Werner, che suddivi-
de i minerali in teneri (scalfiti dall’unghia), semiduri (scalfiti dall’acciaio)
e duri (non scalfiti dall’acciaio). Oggi si usa prevalentemente la «scala del
Mohs», formata di dieci termini dei quali ognuno scalfisce il precedente: 1)
talco; 2) gesso; 3) calcite; 4) fluo- rite; 5) corindone; 6) apatite; 7)
ortoclasio; 8) quar- zo; 9) topazio; 10) diamante. — L’aggettivo duro può avere
tutti i valori della scala, ed un altro elemento, espresso o sottinteso, ne
precisa l’intensità, con mag- giore o minore precisione. e Creato con tutti i
suoi fenomeni è mirabilmente coor- dinato in un disegno e ad un fine) (1). * *
%* 332. — Anche quando non siano modificati da altri vocaboli o con speciali
terminazioni, gran parte degli aggettivi qualificativi, esprimendo una qualità passibile
di gradazione, hanno un significato non as- soluto ma relativo. Così il valore
degli aggettivi bian- co, rosso e verde non è nell’uso comune rigorosamen- te
cuello determinato dalla lunghezza d’onda » (4) del- le fisiche vibrazioni
luminose: infatti, allorché dicia- mo «la bandiera bianca, rossa e verde »
intendiamo colori ben diversi da quelli che i medesimi aggettivi esprimono
allorché descrivendo l’aspetto di una per- sona diciamo che ella è «bianca per
la paura» o « rossa per la vergogna » o « verde per l’invidia ». Parimenti
aggettivi quali grosso (o gran- de) e piccolo, largo e stretto, lungo e corto,
al- to e basso, caldo e freddo, pesante e leggero, forte e debole non hanno mai
un valore metri- co assoluto: un piccolo elefante è sempre enor- memente più
grande che un grosso calabro- ne: si può benissimo « percorrere a lunghi passi
un breve percorso » e ciò non significa che il passo abbia una dimensione
lineare maggiore che l’intero percorso. 333. — Una maggiore precisazione
metrica, ma sempre relativa, viene espressa modificando l’agget- tivo con
avverbî, oppure con speciali suffissi. L'aggettivo qualificativo, modificato da
un suffisso, acquista così un valore «accrescitivo », (1) La scienza moderna è
in crisi per le stesse ra- gioni per cui tutta l’umanità è in crisi: ma «crisi
si- gnifica richiamo a non ismarrire il senso di equilibrio nella valutazione
delle cose, a non perdere di vista il trascendente fra il groviglio dei
sensibili, a seguire senza preconcetti le esigenze e le eventuali conclusio- ni
della ragione nella ricerca delle supreme finalità del mondo e della vita ». Nigris,
Crisi nella Scienza, Milano, Vita e Pensiero A AO LT A SAETTA e PL ei NON «
SUPERLATIVO », MA «INTENSIVO » « diminutivo », « peggiorativo », « comparativo
», « vez- zeggiativo », ecc. Tra questi suflissi modificanli l’intensità va
annoverato il suffisso -issimo, che è il più forte, ma che non implica
necessariamente un grado superlativo assoluto: infatti possiamo dire: « questo
cibo è salatissimo, ma quello di ieri era ancora più salato ». Talmente
fluttuante è il valore di ciascuno di questi sulfissi, implicando anche
sîumature di significato che esorbitano dalla specifica qualità espressa
dall’aggettivo, che l’uso di essi è difficilissima per uno straniero: rosso,
rossiccio, rossastro, rossissimo esprimono di- versità di intensità ma anche
diversità di to- no cromatico; potremo dire grigiasiro, grigio- finto, ma non
diremo mai grigissimo; abbia- mo grasso, grassotto, grassottello, grassoccio,
grassone (usato piuttosto sostantivato) e gras- sissimo, ma non abbiamo
grassastro (1). Nel III Congresso Internazionale dei Linguisti (Roma, 22
settembre 1933) il prof. Viggo Bréòndal del- l'Università di Copenhagen deplorò
che le grammati- che delle lingue neolatine continuassero a parlare di un «
superlativo », mentre si tratta di un « intensivo »: questo calco grammaticale
sul sistema latino è stato condannato da molto tempo dal buon metodo lingui-
stico (2). ° (1) Nella terminologia tipografica, grassetto è il nome di un
carattere più marcato: e parimenti il ne- retto. Impiegando suffissi diversi, e
con l’eventuale aggiunta di prefissi, la nomenclatura chimica ha po- tuto
formare aggettivi e aggettivi sostantivati espri- menti la maggiore o minore
ossidazione di un acido e del sale derivato: si hanno così, ad esempio: Hz S
04, acido solforico, H=? S 03 acido solfo- roso, K Cl 04 perclorato di
potassio, K. CI O2 clorito di potassio; e si hanno anche un ossido
manganoso-manga- nico, un ossido ferroso-ferrico, ecc. (2) « Le roman a perdu
le superlatif en tant que superlatif (car ottimo en italien ne veut pas dire
«le Non dunque « superlativo », ma inten- sivo: e l’intensivo è per l’aggettivo
ciò che l’ac- crescitivo è per il nome: grossissimo sta a gros- so come
palazzone sta a palazzo. Parecchi dei suffis- si accrescitivi o diminutivi o
vezzeggiativi degli agget- tivi coincidono con quelli dei sostantivi (1). 336.
— Questa chiarificazione e semplificazione grammaticale italiana giova anche
per lo studio del- le lingue straniere: si eviterà di confondere i cosid- detti
« comparativo >» e « superlativo » italiani, che non esistono, con tali
gradi in quelle lingue che li hanno, come il latino, e le lingue europee
derivate dal go- tico. Il cosiddetto comparativo, specificato con l'articolo,
serve in italiano a formare il cosid- meilleur »; comme les formes en -issimo,
c’est un in- tensif). Il est vrai que dans les grammaires on trouve toujours le système complet:
bon, meilleur, le meilleur; bien, mieux, le mieun Mais ce n’est ià qu’un simple
calque sur le latin, condanné depuis longtemps par la bonne méthode
linguistique ». V. Bròndal, Structure et variabilité des systèmes
morphologiques, Rome, 1933 (negli Atti del Congresso e in «Scientia », 1, VIII,
1935, vol. LVIII, n. CCLXXX-8). (1)
Nel linguaggio faceto si aggiunge la desinen- za -issimo ad alcuni sostantivi,
ottenendo vocaboli di indubbia efficacia, quali salutissimi (« saluti
cordialis- simi »), banchettissimo. Oramai di uso corrente è il veglionissimo,
che finirà certamente per passare nel linguaggio autorizzato. Abbiamo già il
generalissimo. —- L’intensivo direttissimo, sostantivato a scopi ferro- viarî,
ha funzioni analoghe a quelle che l’accrescitivo torpedone ha
nell’automobilismo turistico. — Il lin- guaggio giudiziario ha ufficialmente
adottato la for- mula « giudicare per direttissima », ed abbiamo «la
direttissima Roma-Napoli ». — Non vi sono regole per decidere quali desinenze
debbano esser usate per al- terare il significato degli aggettivi e dei
sostantivi: vi sono simpatie e incompatibilità ideologiche e formali: abbiamo
graziosetto, giallino, belloccio con tipiche .sfumature di significato:
intelligentino ha sapore iro- nico, saputello esprime eccelttentemente la
presuntuo- sità di chi vuol aver l’aria di tutto sapere (il linguag- gio faceto
ha costruito, in tal senso, anche « sapone », come comico equivalente di «
sapientone »). DI ATTENZIONE AI GRADI! detto « superlativo »: bello, più bello,
il più bello. L'articolo determinativo è dunque rite- nuto caratteristico del «
superlativo » (1). Pro- prio questa « ricetta grammaticale » può esse- re
pessima consigliera per la traduzione in lingue siraniere o classiche. Nel
verso del Pe- trarca « Veggio ’1 meglio ed al peggior m'’appiglio » (In vita di
Mad. Laura, c. XVII) l’ariicolo che precede meglio e peggiore indu- ce a
delinire « superlalivi » i due aggettivi so- stantivati: e, al contrario, essi
corrispondono a due « comparativi » (comparativi veri e pro- prî) latini: il
verso del Petrarca è infatti imi- tato dal latino: ..« Video meliora proboque:
Deteriora sequor ». (Ovidio, Metamorph., VII, 20-21) 337. — Per ben tradurre in
quelle lingue che hanno le forme « comparative » e « super- lative », bisogna
prescindere daila « forma » italiana, ed esaminare se l’aggettivo modificato
esprima una qualità in misura superiore ri- spetto ad altra cosa o altra
qualità o altro tem- po, ecc., nel qual caso si tradurrà con il « com- parativo
», o se si tratta, invece, di un « pri- (1) Infatti il francese ripete
l'articolo allorché l'aggettivo modificato dal plus (o un aggettivo che ne
contenga l’idea intensiva) è posposto al nome: l’ami le plus cher, «l’amico più
caro » (e non «l’amico il più caro», che è riprovevolissimo gallicismo); /es
meilleurs livres possible, oppure les livres les meil- leurs possible. Ma
l’articolo può invece mancare quan- do si tratti di un partitivo: ce que j'ai
vu de plus in- téressant; ce que nous avons mangé de meilleur. — Il confronto
fra lingua e lingua giova a comprendere la vera natura, ossia l’autentico
«grado » di questi in- tensivi. Un
intero gruppo di parole può valere da « intensificatore »: così ad esempio, la
locuzione fa- miliare francese on ne peut plus in frasi a significato «
superlativo »: es.: il est on ne peut plus aimabile. mato » in tale qualità,
nel qual caso è eviden- te che la traduzione deve far ricorso al super- lalivo.
Si spiega così, ad esempio, perché ad una nostra forma « intensiva » possa
corrisponde- re in inglese tanto un comparativo quanto un superlativo: allorché
noi diciamo «il più ca- ro », «il più a buon mercato », « il più ulile », « il
più comodo », non facciamo differenza al- cuna per il caso che si tratti di due
oggetti o di più: ciò prova che si tratta di un « inten- sivo », e che soltanto
il « complemento di pa- ragone » stabilisce il valore dell’avverbio « più »:
l'inglese, invece, che possiede i « gra- di » degli aggettivi e degli avverbî,
dirà ‘he dearer, the cheaper, the more useful, the more comfortable («
comparativo ») se si tratti di uno dei due oggetti, essendo evidente il « pa-
ragone » con l’altro, mentre dovrà dire the dearest, the cheapest, the most
useful, the most comjortable, se gli oggetti sono ire o più, poi che si tratta
di un primato (« superlativo »): non si possono paragonare tre cose come non vi
può essere un « superlativo » in un « para- gone » di due cose (1). Noi siamo
spontaneamente portati ad esagerare il grado della qualità affermata, appunto
per dar maggior rilievo alla qualità stessa: diciamo « pal- lido come un cencio
», sebbene nessun pallore epi- dermico possa arrivare mai al bianco assoluto, «
rat- to come il fulmine », non intendendo certo la velocità di 300.000 km. a
secondo. È la ragione stessa per la quale, sulla deposizione obiettiva dei
nostri sensi, la (1) Nella forma mentis anglosassone, questa di- stinzione è
fondamentale e si riflette anche in altre espressioni: noi diciamo «le classi
ricche », ma nella mente inglese è spontaneo il paragone con l’altra ca-
tegoria sociale, e l’espressione è perciò « the richer classes» («comparativo
»), cui sono opposte «the poorer classes ». Invece «l’allievo più diligente
della. classe » sarà « the most industrious boy in the form ». o) I LA TENDENZA
A ESAGERARE tendenza amplificatrice ci porta alle «illusioni ottiche ». Diciamo
«È un secolo che l’aspetto », «È ro- ba da morire». Psicologicamente
interessanti sono perciò i modi con cui le varie lingue esprimono più o meno
esageratamente l’« intensità » aggettivale, con avverbî e terminazioni. A un
secolo che aspetto!” (un secolo=20 minuti) (NIITIITITITT) 0000000000000 Vi sono
delle esagerazoni linguistiche dovute a cau- se fisio-psichiche analoghe a
quelle che creano alcune « illusioni » ottiche... A) Nei « cerchi di Delboeuf »
il cerchio interno della figura di sinistra sembra più grande di quello esterno
della figura di destra, cui in- vece corrisponde per diametro e circonferenza.
— B) Nei «punti di Ponzo», la linea verticale a sinistra sembra più corta di
quella di destra, ed invece è del- la stessa lunghezza. (8 338) Le Précieuses si servivano
abbondantemente di avverbî quali terriblement, furieusement, formidable- ment (1). Nell’inglese moderno si dice awfully. good, (letteralm.
« spaventosamente buono ») tremendously- glad (« terribilmente contento »).
Invece mancano di terminazioni accrescitive, vezzeggiative o peggiora- tive.
Noi abbiamo parole, paroline, parolone e. parolacce. (1) E vennero chiamati
Zncroyables coloro che esagerarono nell’affettato modo di vestire, di parlare e
di gestire. Il nomignolo venne dal loro intercalare « C'est incroyable!» che
essi usavano frequentemente. e senza pronunziare la lettera r: « C’est
incoyable, ma paole d’honneu! ». — Cfr. Toddi, Guida per la lingua francese
viva parlata e scritta, Milano, Ceschina, 1936, pag. 313. Le parole sulle
terre, sui mari e nei cieli (VII) Come congruo supplemento alla tratta- zione
dei nomi e degli aggettivi, la grammatica rivo- luzionaria ossia aggiornata con
i tempi, dà largo svi- luppo alle regole concernenti i vocaboli codificati in
un volume diffusissimo e che, pure, non è un testo letteratio: è un volume sui
generis, ricchissimo di nomi, alquanto ornato di aggettivi, con alcune pre-
posizioni, rare congiunzioni, ma assolutamente man- cante di verbi, di avverbî,
e tanto più di interiezioni: l’atlante (1). CSI . (1) « Ah! moglie mia! » è il
nome geografico col- lettivo dato alle quindici province orientali e setten-
trionali dello Honshà, a ricordo dell’accorata escla- mazione che, dall’alto
dello Usvi, il grande guerriero nipponico del III secolo (ufficialmente del II)
Yamato- takeru pronunziò ricordando l’eroico sacrificio della consorte
Ototachibana-hime, immolatasi nella sotto- stante baia per salvarlo: dalla sua
esclamazione (« A tsuma wa ya! ») venne all’intera regione il nome di Azuma,
che non è più, però, un’interiezione. — Cfr. P. S. Rivetta, Storia del Giappone
secondo le fonti in- digene, Roma, Ausonia, 1920, pag. 26; e Japan-Hand- buch,
Nachschlagewerk der Japankunde, Berlin,-Japa- ninstitut, 1941, pag. 654. — Si
dice che da un’ammira- tiva frase di Napoleone (« Mais quel beau lieu! ») de-
rivi il nome di Beaulieu sulla Costa Azzurra. — Il nome del Capo Guardafui,
ossia « Guarda e fuggi! », fu dato dai navigatori italiani all’imponente
promon- torio orientale africano detto dagli Arabi Ras Assir, dall’aspetto di
leone accovacciato, perché a chi venga da sud o da est, le nebbie frequenti
fanno confondere con esso il Falso Capo Guardafui, provocando un pe- ricoloso
dirottamento. —- Ma tutte queste interiezioni hanno soltanto valore
etimologico, e non conferiscono L’atlante è un libro senza testo: non ap-
partiene alla lelteratura: ne è però ausilio pre- zioso, non soltanto ai fini
geografici, ma an- che a quelli direttamente grammaticali relativi alla
toponomastica (1). | 340. — Allorché, nell’atlante, un nome geografi- co appare
accompagnato dall’articolo, questo va con- siderato come facente parte
integrale del nome stes- so: non potrà esserne quindi mai separato, come non
potrebbe esser separata la prima sillaba di un qual- siasi altro nome
geografico. Perciò si deve sempre dire La Spezia, L'Aquila La Valletta, anche
nei casi indiretti, potendosi però, in tal caso, aver anche la fusione con la
preposizione (vedi 8 422). Si dirà perciò « La Spezia è capoluogo di provincia
», « È partito per l'Aquila», « Ha ricevuto lettere dalla Valletta? ». Lo
stesso dicasi per tutti gli altri nomi geogra- fici articolati, sia di luoghi
italiani sia di luoghi stra- nieri: alcuni di questi nomi hanno una forma
italia- nizzata, altri rimangono nella loro forma originaria. Abbiamo, in
Italia, anche La Consuma, La Futa, Il Furlo, La Gaiola, ecc. Italianizzati so-
ai nomi geografici derivati la qualifica di « esclama- zioni ». — Anche
l’espressione « Zch bringe es dir! » - («Io porto ciò a te!» ossia « Alla tua
salute! ») ha generato il nostro « brindisi » (non il nome della città, che è
il latino Brundisium), che non va però. qualifi- cato « interiezione ». (1)
Dall’italiano gazzetta, « giornale » (così chia- mata perché originariamente
ogni numero costava una gazzetta, moneta veneziana del valore di 2 soldi cir-
ca), gli Inglesi hanno formato gazetteer, che, dal signi- ficato originario di
« gazzettiere » ossia « scrittore per gazzette » passò a quello attuale di «
dizionario geo- grafico », in quanto questo fornisce le utili nozioni sui
luoghi. Un gazetteer non manca mai nella redazione dei giornali, né negli
uffici pubblici e privati: esso in- dica anche, generalmente, la corretta
pronunzia dei nomi elencati. — 258 — ni ARR L'ARTICOLO GEOGRAFICO no ll Pireo
(1), La Canea (2), L’Aja (3), L’A- vana (4), Il Cairo (5), mentre restano nella
forma originaria spagnola La Asunciòn del Venezuela, La Paz per tre ciità
importanti di America (in Argentina, Bolivia e California), La Union (in
Spagna, Cile e Salvador), La Plata presso Buenos Aires (6), La Corufia e El
Ferrol in Galizia; in portoghese O Porto (scritto anche Oporto, non distaccando
l’arti- colo O = «il »); in francese Le Bourget, pres- so Parigi, che ha dato
il nome anche all’aero- porto, Le Mesnil le Roi, ecc.; in olandese De Kaapsche Hoop
nel Transvaal, ecc. 341. — Importante è l’esame di questi articoli, poi che la
loro presenza potrebbe indurre in errori (1) Dal greco Tò Péiraion, che i
nostri vecchi na- vigatori chiamavano « Porto Leone ». (2) In greco è
semplicemnte Kanià: l'articolo fu dato dai Veneziani, quando, nel 1252,
fondarono la città sulle rovine dell’antica Cidonia. (3) Dall’olandese ’s Hag
(tedesco Den Haag, in- glese The Hague, francese La Haye), abbreviazione di *s
Gravenhage, « Il Parco dei Conti »), poi che la città si sviluppò, nel XIII
secolo, intorno ad un castello nobiliare. In spagnolo La Habana, dal nome
popolare dato ad una statua che è sulla torre di guardia del Castillo della
Real Fuerza. Un detto cubano si burla di coloro che «hanno visto L’Avana senza
vedere l’Avana ». — Sulle numerose curiosità locali, cfr. il vecchio, ma sempre
interessante lavoro di J. M. de la Terre, Lo que fuimos y lo que somos, o la
Habana antigua y moderna, La Habana, 1857. (5) In arabo e/-Kahireh, «la
Vittoriosa »; gli Egi- ziani la chiamano abitualmente il Masr, « la Capitale ».
Gli Arabi premettono l’articolo anche a nomi di altre città: Nazaret diventa
in-Ndasre, Alessandria d’Egitto il-Iskandarîje. i (6) È la capitale della
provincia di Buenos Aires, questa città essendo la capitale nazionale. In
spagno- lo, plata significa « argento » ed è femminile: il nome Rio de la Plata
venne dato al gigantesco fiume da Se- bastiano Caboto per i numerosi oggetti
d’argento tolti agli indigeni rivieraschi. Più a sud di La Plata è Mar del
Plata: in questo nome, Plata è maschile giacché si allude al «territorio »
circostante. di concordanza, sia in
italiano che nelle lin- gue straniere. E potrebbe sospingere verso l'errore
pro- prio coloro che, conoscendo una lingua stra- AQVISGRANV, VM SN Su ii
TENEIORAARNA Lol SANCTE AGATH/E FAN vm ì YStì “N BO» se? Le alterazioni subìte
dai nomi geografici sono spesso assai profonde... (8 341) niera, ‘sentirebbero
maggiormente l'impulso ad accordare verbo e aggettivi con il numero e il genere
indicati dall'articolo. Questo articolo, più o meno incorporato anche
formalmente con il nome (1), ha puro (1) Le alterazioni dei nomi geografici
sono spesso ancora più profonde che quelle delle parole comuni, con singolari
mutilazioni e, insieme, singolarissime persistenze. Non ci stupiremo che il
latino Aquisgra- — 260 — ‘ PLURALI APPARENTI valore etimologico, e quasi sempre
è il resi- duo di un’abbreviazione (1). Così la città di Los Angeles ha un nome
che va interpretato « città dedicata a Nuestra Sefiora la Reina de los Angeles
» (2), e la bella capitale della Gran Canaria si chiama Las Palmas a causa
della lussureggiante vegetazione, sì che essa è «la città delle palme » (3).
Tutti questi no- mi e altri simili vanno quindi considerati sin- golari
femminili, indipendentemente dalla loro apparenza: si dirà quindi: « Las Palmas
è collegata con il suo porto di La Paz con una tranvia' elettrica di 6
chilometri ». 342. — Questo criterio vale anche per quei nomi che, pur senza
articolo, hanno forma num sia divenuto Ais (= Aquis) nella Chanson de Ro- land,
poi che « Carles serat ad Ais a sa capele » (Chans. de Rol., 52) da questa
cappella carolingia si è avuto il nome mo- derno francese di Aquisgrana
Aix-la-Chapelle, mentre per i Tedeschi essa è Aachen, con un allontanamento,
dall’originale, non maggiore di quello che, ad esempio, vi sia tra l’originario
greco archìatros e il moderno tedesco Arzt, « medico » (in ceko è Cachy, che si
pro- nunzia Tsdhi). — Si pensi che forum Livii si è sin- tetizzato in Forlì, e
che delle sei sillabe di Sanctae Agathae Fanum: non ne sopravvivono che due in
San- thià, ma è rimasta nella grafìa lA, pur eccezionalis- sima in tale
posizione. — Cfr. P. Nigra, Notizie stori- che intorno al borgo di Santhià,
Vercelli, Guglielmoni, 1876, vol. I, pag. 134. — L’A etimologico eccezional-
mente permanente nella grafìa si trova anche in Thie- ne, Rho; nell’estrema
Calabria montana sono i due paeselli di Chorìîo e Roghudi. (1) E si trova anche
in forma di preposizione arti- colata, come ad esempio nel nome di Desvres (nel
Pas-de-Calais), che va pronunziato « dèvr ». (2) Così fu battezzato il 2 agosto
1769, ricorrenza festiva della Madonna degli Angeli, il villaggio che gli
indigeni chiamavano Yang-ma. ; (3) La vegetazione tropicale fa ancor più
impres- sione a chi abbia lasciato, come ultimo porto, un pae- se a vegetazione
temperata. Perciò, ai provenienti dal- l’Europa il connotato appariva più
tipico e suggeriva la denominazione geografica. SIA evidente di plurale, come,
ad esempio, Buertos Aires. Sarebbe ridicolo e inesatto considerare tal nome un
plurale maschile! (1). Si tratta anche qui di un’espressione sintetica: in ori-
gine (1536) il nome della città era Puerto de Nuestra Seniora Santa Maria del
Buen Hire (2). 343. — Ben diverso era il pensiero dei Latini al- lorché essi
parlavano o scrivevano di Syracusae, Vol- sinii, Pompeii, Corioli, Veii,
Athenae. Questi nomi erano veri e proprî plurali, poi che l’idea connessa era
di conglomerati di rioni, o, meglio, città minori riunite a formare quella che
aveva, così, significato collettivo. Si hanno perciò i genitivi plurali Syracu-
sarum, Volsiniorum, Veiorum, ecc. Si diceva: « Athenae omnium artium
inventrices jue- rutti », letteralm.: « Atene furono le inventrici di tutte le
arti»; « Corioli diruti suni » (« furo- no distrutti »); e persino « Syracusas
nomina urbs habet », ossia « La città ha i nomi di Si- racuse », ciò che, del
resto, corrispondeva alla realtà toponomastica, poi che Syracusae era il
nome-somma (quindi plurale) dei cinque Regio; dei quartieri, considerati
altrettante cit- tà (3). In italiano tutti i nomi di città o paesi, antichi o
moderni, sono singolari, anche se han forma e signi- ficato plurale nella
lingua originaria. (1) In spagnolo, aire (come il francese air) è ma- schile;
si dice el aire per ragioni eufoniche, come in francese si dice son air. (2)
Dal titolo di una compagnia mercantile di Si- viglia; è leggenda che il nome
sia stato suggerito dal- l'italiano Leonardo Gribeo, facente parte della spedi-
zione di Pedro de Mendoza, e che avrebbe voluto ri- cordare un santuario
cagliaritano, Santa Maria della Buon’Aria. — Cfr. V. F. Lòpez, Historia de la
Repù- . blica Argentina, in 10 voll., 1883-93. (3) Ortygia, Achradine, Tyche,
Epipole e Neapolis. — 262 — IL SAPORE LOCALE In rumeno hanno forma di plurale
parec- chi nomi di città, a cominciare dalla capitale che è Bucuresti (1),
genitivo Bucurestilor, ap- punto in forma di plurale: non per questo, però,
esige al plyrale i verbi ed aggettivi (2). È singolare persino Budapest, che
pur è formato, nella realtà e nel nome, dall’unione di Buda e di Pest: diremo
perciò: « Buda e Pest formano” Budapest, la quale è... ». 344, —- Esigono
invece regolare concordanza completa — in genere e numero — i nomi plurali,
maschili o femminili, che indicano quartieri, rioni, lo- calità, passeggiate e
simili, e richiedono l’articolo ve- ro e proprio (ossia non soltanto
etimologico): così « i Parioli», «i Prati», «le Capannelle» a Roma, «le Cascine
», «i Colli » a Firenze, « le Procuratìe » a Ve- nezia, «i Bastioni », «i Viali
» ecc. in parecchie città. A Roma si dice indifferentemente « abita ai Prati »
e « abita in Prati ». Questa seconda forma ha maggior sapore locale (3). I (1)
La mancanza, tra le matrici della linotype, del carattere adatto impedisce di
porre la sediglia sotto la lettera s (che dovrebbe averla come il € francese):
pa- rimenti non è rappresentato esattamente il t con la sediglia, sostituito
per approssimazione con ts, per renderne il suono. (La trascrizione sc per l’s
con se- diglia altererebbe troppo l’aspetto grafico). Per le stes- se ragioni
viene omesso il segno sulle vocali brevi. (2) Si dice quindi, al singolare «
Bucuresti a fos! de multe ori ocupat de armate streine », « Bucarest è stata
molte volte occupata da eserciti stranieri », Pari- menti: « Galatsi (plur.) se
pomeneste (sing.) po vremea lui Alexandru cel Bun », « Galatz è ricordata sin
dal tempo di Alessandro il Buono ». (3) Essa ha quindi una tinta dialettale. Il
« Ro- mano de Roma » (v. pag. 127), anche quando parla ita- liano, omette
l’articolo dinanzi ad alcuni nomi di rio- ni: dice «l’Esquilino », «la Regola
», ma «si trova in Borgo » o « a Borgo », « abita in Panico »: « ... annamo
dritti p’er Biscione, Piazza S. Carlo, traversamo Ghetto... » (Pascarella, La
serenata, II, 7-8) (esattamente come un Londinese direbbe «we cross PI , — Come
regola generale, prendono l’arti- colo tutti i nomi geografici, tranne quelli
di città, pae- si e isole minori: sicché si dirà: « È venuto da Creta, passando
per lo Stretto di Messina, avvistando lo Stromboli, sostando a Salerno e a
Capri ed è sbar- cato al Molo Beverello a Napoli, tra il Vomero e il Vesuvio ».
Per le stesse ragioni geografico-sentimen- tali (1) per cui si dice « a
Trastereve », si usa dire senza articolo « a Posillipo »; ed è consa- crato
sulle ali del canto che «a Marechiaro c'è una finestra » (2). Si può affermare
che una imprecazione Piccadilly >»). È tipica la locuzione romanesca « passà
ponte » (senza articolo) nel senso di « prendere una de- cisione irrevocabile »
(cfr. P. Romano & E. Ponti, Mo- di di dire popolari romani. Roma, A.R.S.,
1944, pag. 7). Si intende il ponte per eccellenza, ossia il Ponte S. An- gelo.
« Per gli Ebrei di Roma, « ponte » riferito al ghetto è sempre il ponte Quattro
Capi, mentre « Pon- tc » riferito alla città è, come per tutti i Romani, il
ponte S. Angelo ». C. del Monte, Nuovi sonetti giu- daico-romaneschi, con note
esplicative, Roma, Cremo- nese, 1932, pag. 120. — È il ponte cui allude Dante
nell'VIII Cerchio: « Come i Roman, per l’esercito molto, l’anno del giubileo,
su per lo ponte : hanno a passar la gente nodo colto, che dall'un lato tutti
hanno la fronte verso "l castello e vanno a Santo Pietro; dall'altra
sponda vanno verso il monte... ».. (Inf., XVIII, 28-33). Anche in puro
italiano, non si usa premetter l’ar- ticolo a Trastevere, considerandolo quasi
un nome di paese a sé: «tutto il popolo di Trastevere, ottimo sangue romano, da
questa sede che sta fra il Gianicolo e Ripa Grande... ». G. d'Annunzio, cit. in
L. Huetter, Trastevere, in Roma nei suoi rioni, Roma, Palombi, 1936, pag. 336. Vedi 8 52 e 108. ù (2) « Marechiaro » non ha
l’etimologia che sem- brerebbe ovvia, ma deriva da Mare planum, « Mare
tranquillo ». ne D64 ca CON O SENZA ARTICOLO dantesca abbia definitivamente
fissato l’arti- colo ai nomi di due isole minori del Tirreno: « Movasi la
Capraia e la Gorgona, e jaccian siepe ad Arno sulla joce, sì ch’elli anneghi in
te ogni persona! ». . (Inf., XXXIII, 82-84) (1). Le regioni e le grandi isole,
così come i nomi degli Stati, possono avere e non avere l’arti- colo: e v’è una
lieve differenza di significato. Si può dire indifferentemente: « in Sicilia »
o « nella Sicilia » «in Spagna» o «nella Spagna »; si preferisce omet- terlo
allorché si tratta di moto a luogo, mentre è di rigore quando si esprime la
provenienza. Si dirà quin- di: « È partito dalla Turchia per recarsi in
Svizzera » (meglio che « nella Svizzera »). 347. — Non è facile codificare i
casi in cui si usi l'articolo o no dinanzi a nomi di Stati, grandi isole
nazioni e regioni: generalmente, come si è visto, l’articolo è adoperato. Potrà
apparire strano che le grandi isole extra-euro- pee (ed anche Maiorca e
Minorca, Creta, Ci- pro nel Mediterraneo) vengano trattate come piccole isole,
ossia escludano l’articolo: « a Giava », « da Sumatra », « oltre Luzon », e che
invece sia sempre obbligatorio l'articolo per «il Madagascar ». Questa varietà
di uso o meno dell’articolo è uno scoglio spesso insidioso allorché ci si
esprime nelle lingue straniere. Fortunatamente, parecchie di esse hanno regole
tassative ed unificatrici. Ad esempio, non v'è pericolo di errare in tedesco,
poi che nomi di città, paesi e isole non vogliono mai l'articolo (2). (1) In
questa terzina, invece, l'Arno non ha arti- colo. Si dice, per reminiscenza
manzoniana, « risciac- quare in Arno ». A Roma è comune l’espressione « a
Tevere » e anche « a fiume » intendendo appunto il Te- vere. (2) « Sein Onkel
wohnt in Schanghai », « Suo zio abita a Scianghai »; « Kennen Sie Ungarn? », «
Cono- La violazione delle norme grammaticali ‘e sintattiche implicanti
localizzazioni geografiche pos- sono non soltanto generare errori, ma anche dar
luo- go ad equivoci. Chi parla o scrive usa vocaboli e co- strutti che
esprimano l’idea che egli ha già: nell’in- terlocutore o lettore quel vocabolo
o costrutto può suggerire invece un’altra idea, la cui espressione coin- ‘cide
con il vocabolo e con il costrutto udito o letto. Chi dica, ad esempio, che «
Tizio è certis- simamente a Capri » può non sospettare che la sua proposizione
possa avere due signifi- cati diversi: uno più vasto, affermante che Ti- zio è
« nell'isola di Capri », l’altro, più ristret- to, limitato cioè al « paese di
Capri? ». Nel pri- mo caso, Tizio potrebbe anche essere ad Ana- capri, o al Salto
di Tiberio, o nella Grotta Az- zurra o sulla vetta del Monte Solaro, mentre nel
secondo non deve essersi allontanato trop- po dalla tipica piazzetta intorno
alla quale si addensa il paese di « Capri »: la Punta Tra- gara e la Via Krupp
son già « fuori Capri » in tal senso, mentre sono «in Capri » nel primo
significalo. L’ungherese usa suffissi diversi (corri- spondenti a nostre
preposizioni, dato il carat- tere agglutinante della lingua) a seconda che
scete l’Ungheria? »; però si dice «Sie gehen in die Schweiz und in die Tiirkei
». — Parco di articoli è anche l’inglese, che ne fa uso solo eccezionalmente
«dinanzi ai nomi geografici: « These islands belong to Spain », « Queste isole
appartengono alla Spagna »; « Does he like South America? », « Gli piace l'America,
Meridionale? ». — Inoltre l’inglese considera nomi geo- . grafici — o per lo
meno li assimila ad essi — anche il Cielo, il Paradiso, il Purgatorio,
l’Inferno, l’Elisio e il Tartaro (Heaven, Paradise, Purgatory. Hell, Elysium,
Tartarus), poi che li usa sempre senza articolo. — Semplificatore è anche lo
spagnolo, omettendo l’arti- ‘colo: ir a Parìs, a Francia, a Espafia; — salir
para América (« partire per l’America »), volver de Cata- lufia (« ritornare
dalla Catalogna »), « la capa se lleva mucho en Espafia» (« Nella Spagna si
porta molto il mantello »). LOCALIZZAZIONE AMPIA O RISTRETTA il nome cui si
aggiungono debba intendersi come significante una città oppure la provin- cia:
così, ad esempio, Szalmàron (= Szaf- ——_—_—» “Tizio rrtogTt è s ri 1 i a C pri.
ALTO DI mimi E 9% erat SE ATI ION MONTE SOLARO - SPARE INDI SS =<CAPR ti o
TTORE ly ==aezIe. NR: VI ll FEAVIVATA 7 ® TSRM EAU CAI d; pesa, TORRETESA
NIUOSED? 4 - ARINA GRANDE <A: sa ia o se nata È o a = PE ep pu re i “Tizio è
certamente pi @UGAL VA ci hi cf A) « Essere a Capri» può avere due significati diver-
si. — B) In magiaro, due differenti suffissi specificano la localizzazîione
ampia o ristretta. (6 348) màr+on) significa «in Szatmàr (città)», : mentre
Szalmàrban (= Szatmar + ban) vuol ‘dire « nella provincia di Szatmàr »;
Csongràd- . ròl significa « dalla città
di Csongràd », men- tre Csorigràdbò! vuol dire « dalla provincia di Csongràd »
(1). ‘ 349. — L'articolo è obbligatorio ogni volta che il nome geografico sia
accompagnato da un aggettivo, sia attributivo che facente parte del nome
stesso: si dirà quindi « /a vecchia Castiglia » o « la Vecchia Ca- hia
Castiglia ) IOBBIIA Les È) è csi) hY So AI DATO FAX Ta 9 DA Di Tri rr a
Graficamente la maiuscola e. oralmente, una lievissi- ‘ ma differenza di
pronunzia determinano un diverso | significato, (8 349) (1) Nello stesso senso
i suffissi locativi -én (-on, -6n), -ròl, -ròl, -ra, -re si diversificano dai
suffissi -ben, -bol, -bòl, -ba, -be. — La localizzazione ha una grande.
importanza come connotato psicologico-linguistico. Proprio presso alcuni popoli
non troppo amanti della precisione espressiva, si trovano costrutti che manca-.
« A » FEMMINILE E «A » MASCHILE stiglia
» (1), « il Grande Belt e il Piccolo Belt », « l'I- talia Settentrionale », «la
Venezia Giulia», anche quando l’aggettivo sia sostituito da un prefisso o da un
genitivo di specificazione: perciò si dirà: « È stato in America ma non so se
nel Sud-America o nell’Ame- rica del Nord ». 350. — Da quest’ultimo esempio si
vede che le regioni, anche se di genere femminile, sono trattate come maschili
allorché son precedute dal nome (che LI è maschile) di un punto cardinale: «il
.Nord-Ame- rica» (2). Imbarazzante è la determinazione del genere per le
nazioni e regioni il cui nome termina in -a: in America vi sono, allineanti
lungo la costa atlantica ma alternantisi come « genere » grammati- cale, « Za
Guiana, il Venezuela, la Colombia, il Pana- . ma, la Costa-Rica e il Nicaragua
», tutti nomi uscenti in -a e fonicamente non molto diversi fra loro. In no
alle nostre lingue: con il semplice suffisso -mo ag- giunto al verbo, la lingua
kinyamwesi esprime che l’azione si svolge completamente nel luogo indicato:
numba iyi tukulalamo «dormiamo in questa casa » (letteralm.: «la ecco-casa [in
cui] dormiamo dentro [e non mai fuori] ». Allorché l’esquimese dice «io »
intende sempre «io che sono qui», poi che uvanga è composto di uva+nga (= « iot
qui »): Del resto, il francese, « moi qui vous parle » non dice forse qual-
cosa di assai simile? (1) Le due espressioni hanno significato diverso, e si
differenziano non soltanto graficamente, ma anche, sia pur leggermente, nella
pronunzia; nel primo caso, infatti, l'articolo determinativo e l’aggettivo
qualifica- tivo si uniscono in un solo gruppo fònico (« lavecchia Castigla »)
intendendo così tutta la Castiglia, sempli- cemente qualificata come « vecchia
»; nel secondo ca- so, invece « Vecchia » fa gruppo fònico con Castiglia,
costituente con essa un’unità toponomastica («la Vec- chiacastiglia »). La
differenza fònica è lievissima, ma avvertibile perché intenzionale e perciò
particolarmen- te espressiva. (2) Sebbene jug significhi « sud » in serbo,
Jugo- slavia è femminile, poiché si considera espressione globale: il punto
cardinale si è incorporato con il nome etnico-geografico. — Cfr. U. Vukicevic’,
/Istorija Srba, Hrvata i Slovenaca, Beograd, 1921. A Africa « la Rhodesia » è
fra « il Beciuana » e « il Tan- ganyika »; in Asia «il Bengala » confina con
«la Bir- mania » e fa parte dell’« India Britannica ». Come orientarsi per
distinguere i due generi, poi che è noto che non si può dire «/a Nicaragua » né
« il Birmania? ». FANFA_RA x “G RENI )) . *oe0000d8*0,° Ò e? 00, 0 Ud dd ‘ cz
Si alternano, maschili (M) e femminili (F), nomi di nazioni, pur tutti uscenti
in a-. (8 351) Proprio il nostro «senso di latinità » ci è di gui- da nel
determinare quali di questi nomi in -a siano indubbiamente femminili e quali
invece richiedano aggettivi ed articoli maschili. Per i nomi europei non v'è
dubbio possibile, poi che essi sono stati appunto modellati alla latina, dalla
Bulgaria all’Irlanda, dalla Lapponia all’ Andalusia; dalla Galizia alla Croazia
e alla Siberia. Molti di questi nomi derivano dai nomi dei po- LA GUIDA DELLA
LATINITÀ poli, e sono femminili, significando la regione: così la Francia è la
regione dei Franchi, l’Andalusia la. regione dei Vandali, l'Arabia la regione
degli Ara- bi (1). Son perciò femminili anche quei nomi extraeuro- pei nei
quali appunto si è « femminilizzato » alla lati- na il nome di un popolo, o una
qualità, o che siano derivati da un nome proprio di persona. Così l’Oceania
deve il suo nome all’Ocea- no, la Polinesia alle « molte isole », la Micro-
nesia alle « piccole isole », l'Australia al fat- to di essere nell’emisfero
Australe. Come da Amerigo Vespucci e da Cristo- foro Colombo ebbero il loro
nome l’ America e la Colombia o Columbia, così da Simon Bo- livar prese nome la
Bolivia, da Cecil Rhodes la Rhodesia. Non hanno invece questo carattere di de-
rivazione alla latina tutti quei nomi che sono la più o meno esatta
trascrizione di denomi- nazioni indigene: perciò, pur se terminanti in -a, non
sono femminili: così abbiamo « îl Tan- ganyika », «l'Uganda» (=<«/o
Uganda»), « l’Angola » («lo Angola ») (2), «il Benga- la » (3), ecc. (1)
Gravitano nella sfera storica e culturale « euro- pea » i paesi
circummediterranei, appartenenti anch’es- si al mondo latino e che alla civiltà
latina diedero un largo contributo: l’Europa in tanto è « civile », in quanto è
« Mediterrania ». Da oltre i confini dell’Im- pero Romano, vennero a noi
piuttosto i coefficienti ne- gativi, nella cultura e nella morale: dai Vandali
a Kent, da Attila a Nietsche, dagli Sciti a Lenin. (2) In lingua suabili, nyika
significa « bosco, bo- scaglia » e Tanga è una località costiera. Uganda è
erroneamente invece del bantù Buganda, sì che ora si vuole ripristinare la
forma corretta. — È curiosa la formazione del nome dell’Angòla, che è
originaria- mente il nome indigeno « Ngola », cui i Portoghesi premisero
l’articolo femminile « A Ngola »: fondendosi, formò un tutto maschile. (3) Dal
regno di Banga o Vanga. La lingua che chiamiamo « bengali » è localmente
chiamata Bangga- bhasa. LI — Sumatra e Giava debbono la loro femmi- nilità al
fatto di essere grandi isole; Formosa è nome europeo (1). 352. — Nessuna
incertezza è possibile per i nomi «di regioni o nazioni che abbiano altra
desinenza, vo- calica o consonantica che essa sia: quindi «il Cana- dà », «il
Cile», «il Messico », «lo Honduras », « il Marocco », « il Nepal», ecc. 353. —
Sono femminili plurali e richiedono sem- pre l’articolo i nomi collettivi di
isole, qualunque sia da loro etimologia e la loro terminazione: « le Ebridi »,
« le Canarie », «Je Ryl-kyà », « le Kurili », « le Antil- le », «le Hawaii »»,
«le Salomone », ecc. E Sono ‘invece maschili i nomi collettivi di scogli: «i
Faraglioni », «i Galli», «i Fratelli ». 356. — Non si dovrebbe dir mai «/e
isole Fàr Oer », poi che Oer, in danese, significa « isole » (2). Parimenti,
poi che non si dice «il monte Monvi- s0 », « il monte Monte Bianco », non si
dovrebbe pre- mettere il nome comune monte a quei nomi che già contengono tale
vocabolo: ma, per attenersi scrupolo- samente a questa regola, bisognerebbe
aver conoscen- ze linguistiche vaste quanto è vasto il mondo con i suoi
numerosissimi idiomi (3). (1) Così chiamata da Spagnoli e Portoghesi: in
"Cinese è T’ai? uàn!. Ceduta con il Trattato di Shimo- noseki (1895) ai
Giapponesi, è da questi chiamata Tai-wan. (2) È il plurale di « 6 », «isola »:
in islandese ey, plùrale eyjer. (3) Chi volesse meticolosamente applicare
questa regola, teoricamente giusta, dovrebbe assicurarsi, pri- ma di premettere
o no la qualifica di « monte », se il nome orografico straniero contenga o no
berg o ge- birge in tedesco; monte, cerro, pefia, pefion in spagno- lo; planina
o vrh in slavo; gora in russo, bulgaro, croa- to; ben, beinn, fell in celtico;
kaln in lettone; mdggi in estone; iz o urr in samoiedo; mdki, tjùrro, tunturi
in finlandese; aivi, péîé in lappone; fell, fjell, fjall, fjoll in islandese;
berg o fjéll in svedese; bjerg o fiell in da- nese, hegy in magiaro, hori in
sloveno; gora o brdo in jugosalvo; munte, muntele, muntsii, varful in romeno; ‘oros
in greco; malj in albanese; dagh in turco. E ciò — 272 — IL « MONTE NON-DUE »
adi idee dl de A 2 rali è . -| è Né chi lo contempli da lontano, né chi lo
ascenda chiama il « Monte senza pari» con il deformato no- me di « Fusciyvama»
— In alto a destra: Etichetta dell’« Albergo Fuji», in vista del sacro Monte,
pres- so il Lago di Hakone. — A sinistra: Bollo che, culla vetta, viene apposto
sul libretto turistico di chi ab- bia compiuto l’ascensione. —($ 356) Desa 18 Si potranno, però, evitare almeno gli erro- ri
più grossolani. Così, ad esempio, dicendo « il Monte Fusciyama » si riesce a
riunire tre improprietà in tre parole: infatti, yama signi- fica « monte », in
giapponese: tale vocabolo non è mai collegato direttamente con Fusci, e,
finalmente, non bisogna dire Fusci ma Fu- gi (1). 357. — Sono maschili tutti i
nomi di monti e col- li, qualunque sia la loro terminazione: il Cervino, il
Gran Sasso, l’Altissimo, il Monte Rosa (2), l’Everest, l'Olimpo, il Ruwenzori,
il Monte Bianco, il Campido- glio, il Viminale, l'Esquilino. soltanta,per le
denominazioni orografiche europee; chè, fuori d’Europa,dovrebbe considerare
anche gebal arabo con le sue varie forme dialettali, kuh in persiano; kanda in
singalese-tamilo; tagh in turki; gangri in ti- betano: doi, pou, kao in
siamese; pnom in cambogia- no; goenoeng o gunong in malese; alin o ola in mon-
golo; sciàn in cinese; san o yama o take in giappo- nese; senza contare le
lingue africane, dal berbero tamgut al somalo bur e all’afrikaans klip. Qualche
nome sud-americano contiene l’indio puna, che anche significa « monte ». Non è-
possibile tener presente tut- to ciò; però, di quando in quando, assumono
speciale importanza allcuni nomi, collegati ad eventi importanti, ed in tal
caso, data la frequenza con cui essi ricorro- no nel discorso, è bene tener
conto di questa buona norma, controllando l’etimologia. (1) Solamente con la
-pronunzia Fuji (trascrizione all'inglese, corrente oramai in tutto l’Est per
indicare la lettura « Fùgi ») è giustificato il bisenso con il quale i
Giapponesi esaltano il monte veneratissimo, simbo:o della terra nipponica: essi
dicono che Fuji è il « Mon- te Non-due » (Fu-ji), ossia «senza pari ». Con il
me- desimo ideogramma si esprime graficamente sia il vo- cabolo san che il
vocabolo yama, poi che entrambi si- gnificano « monte » e corrispondono quindi
alla stessa « idea » (vedi nota al $ 73), e tale ideogramma si leg- ge san
allorché è direttamente unito al nome: Fuji-san = «il Fuji-monte », e si legge
yama sol quando ne è distaccato: Fuji no yama, «il monte del Fuji ». Ì (2) Il
nome non è collegato etimologicamente con il colore, ma va congiunto con
l’antico alto tedesco [h] rosa, « ghiaccio, cristallo »: dalla stessa radice
indoeu- ropea proviene il nostro « crosta ». L09294 — NON « RISCIACQUARE IN
ARNO! » Pochissimi fanno eccezione: la Majeila, la Jung- frau (1). 358. — Le
catene di monti hanno generalmente forma plurale e possono essere maschili o
femminili: così abbiamo i Pirenei, i Vosgi, i Sudeti, i Carpazi, gli Urali, gli
Appennini, ecc.; e le Alpi, le Ande, le Ce- venne, le Madonìe, le Montagne
Rocciose. Alcune catene, però, hanno nome singolare, ma- schile o femminile:
son maschili /o Himalaya (2), il Caucaso, il Pindo, l'Atlante, ecc.; femminili
la Sier- ra Morena, la Sierra Nevada, la Sierra de Grados in Spagna, la Sierra
Madre nel Messico ed altre nell’A- merica del Sud, la Cordigliera (delle Ande).
Come regola generale, si può affermare che sono maschili i nomi dei fiumi: il
Tevere, il Rc- no, il Rodano, il Tamigi, il Nilo. Francesca da Rimini nacque in
terra ravennate, «su la marina dove ’i Po discende per aver pace co’ seguaci
Sui ». (Inf., V, 97-98). Di questi « seguaci » ossia affluenti, non pochi son
di genere femminile: la Dora Baltea, la Dora Riparia, la Bormida, ecc. Nei
Promessi Sposi, l’Adda è femminile: « Ftenzo, ora che l’Adda era, si può dir,
pas- salta, gli dava fastidio di non saper di certo se lì essa fosse confine...
» (cap. XVII) (3). (1) Propriamente la Maiella o Majella è piuttosto un gruppo,
la cui zona culminale è costituita dalle cime del Monte Amaro (m. 2795), e dei
monti Tre Portoni (m. 2663), Acquaviva (m. 2737) e Pesco Fal- cone (m. 2646);
ma nella considerazione popolare e nella letteratura è trattata come vero e
proprio « mon- te ». Lo stesso può dirsi del Gran Sasso, che già i Ro- mani
chiamarono Fiscellus Mons. -— La Jungfrau è femminile anche nei significato:
«la Vergine ». (2) L'articolo non va apostrofato, trovandosi di- nanzi alla più
consonantica delle consonanti, ossia l’h aspirata, formata dalla semplice
emissione di fiato con gli organi fonatorî in posizione neutra e senza inter-
vento delle corde vocali. (3) Questo brano del Manzoni rivela quanto sia stato
nocivo «risciacquare in Arno» il suo lavoro: i Da GRAMMATICA DELLA LINGUA
ITALIANA In latino eran maschili, salvo pochissime eccezioni, tutti i nomi di
fiumi, ed uscivano in -us molti nomi che si son poi feniminilizzati: la Sava,
con il suo affluente la Drava, erano Savus e Dravus, la Drina era Drinus, la
Ma- recchia Ariminus. Ma eran maschili anche quelli uscenti in -a, come
Sequana, (« la Sen- na »), Mosa, Mosella, Duria (« la Dora »), ecc. Non
corrisponde a verità l'affermazione che in italiano siano femminili tutti
quelli uscenti in -a. Lo sono soltanto quelli che, già femminili nella lingua
originaria, hanno assunto una fisonomia italiana che conferma tale genere: così
/a Loire è divenuta la Loira, la Seine è la Senna, la Garonne è la Garonna,
ecc. Son femminili la Sava, la Drava, la Duna; ma son maschili il Volga, il
Lena, l’Oka, sebbene siano fem- minili in russo (I); e maschili anche son altri
fiumi extra-europei, appunto perché lontani da una conce- « Renzo, gli dava
fastidio » per « a Renzo dava fasti- dio » è una vera e propria doppia
sgrammaticatura dia- lettale. — Nel VI capitolo, questo buon contadino
brianzolo chiede a Tonio: « M'hai tu inteso? », inter- ragazione che si associa
con la tipica intonazione fio- rentina; e questo buon brianzolo è riconosciuto
tale, perché « questa sua qualità (di contadino brianzolo) si manifestava da sé
nelle parole, nella pronunzia, ne- gli atti », mentre, dalle parole citate e
dalla pronunzia connessa con esse, avrebbero dovuto crederlo toscano. Tra i ben
1556 appunti critici che un acre volume (M. Rigillo, Gnomologia dei « Promessi
Sposi», Parte prima, Piacenza, Porta, 1929) muove al Manzoni, pa- recchi sono
pienamente giustificati. Il romanzo «ci avrebbe guadagnato ad essere, cioè a
rimanere in quel- la sincerità di forma in cui era stato concepito ». (Ibid.
introduz., V). La 2 edizione, risciacquata in Arno, è molto meno italiana che
la prima. (1) Un divertente scioglilingua (skorogovorka, pronunzia: «
skaragavorka ») russo dice: — Eta riekà scirokà (pronunzia «scyrakà ») kak Okà
(pron. « akà »). i — Kak? Kak Okà? — Tak! Kak Okà! ossia « Questo fiume (femm.)
è largo («larga ») come. l’Okà! — Come? Come l’Okà? — Sì, come l’Okà ». È — 276
— VM‘. _ __—11112k2z___mm_ _r__ I GRANDI FIUMI zione fonica latina della vocale
-a intesa come desi- nenza femminile: si dirà quindi «i/ Brahmaputra », « lo
Yarra Yarra» (che attraversa Melbourne), «il Sumidagawa » (che è «il Tevere di
T6ky6 »), « il Loan- gua » (affluente dello Zambesi), « il Tana » (nel Kenia) e
« il Giuba » (nella Somalia). Son maschili tutti i nomi di fiumi uscenti in
altra vocale o in consonante. Per i nomi uscenti in -e vi poteva esser qualche
dubbio in passato: prima della Guerra Europea, non pochi dicevano e scrivevano
« la Piave »: il maschile è stato definitivamente sancito nella Leggenda del
Piave: « Il Piave mormorava calmo e placido al passaggio... » « Il Piave
mormorò: ” Non passa lo straniero!” » (1). . * * * 360. — Per ragioni analoghe
a quelle esposte nel 8 356, si può dire «il Fiume Giallo », traduzione di
Hoang?-ho?, ma non «il fiume Hoang-ho », poi che ho? significa « fiume »:
uguale significato ha chiang! Yang-tze-kiang (2): sicché si dovrà dire o « lo
Yang- tze-kiang » o «il fiume Yang-tze ». Tra le peculiarità linguistiche
fluviali va notato il diverso collocamento del vocabolo river, « fiume »
nell’inglese d'Inghilterra € nell’inglese d'America: l’inglese dice « Lon- don
is on the river Thames >», « Londra è sul fiume Tamigi », preponendo river a
Thames, (1) Versi e musica di E. A. Mario (pseudonimo di Giovanni Ermete Gaeta)
— Cfr. C. Caravaglios, / canti delle Trincee, Roma, 1930 pag. 249. (2)
Pronunzia quasi « Iànnz-dsz-ciànn! ». È detto anche, dagli Europei, « il Fiume
Azzurro » (« le Fleuve Bleu », « the Blue River »), che non è però traduzione
del nome cinese, di incerta etimologia, poi che l’ideo- gramma yang? significa
« sollevare, estendere, lodare » e tze (tsz3) può avere numerosi significati.
In cinese è chiamato anche C’iang?-chiang!, « Fiume Lungo ». mentre l'americano dice che « the Hudson ri-
ver empties into New York bay », «il fiume Hudson si getta nella baia di New
York », po- sponendo river a Hudson. 361. — Ugualmente improprie, per
ripetizione, dovrebbero esser considerate le espressioni « il deser- Non
dovrebbe esser lecito dire «il deserto del Saha- ra» e « il deserto di Gobi...
». (8 361) to del Sahara » e « il deserto di Gobi », poi che Saha- ra in arabo
e gobi in mongolo significano « deser- to » (1). (1) Propriamente sahéra è il
plurale di sahrà, « de- serto ». — Al mongo'o gobi corrisponde il cinese Scia!-
mo, « Mare di sabbia, deserto », con cui ‘esso viene denominato. Del tutto
ingiustificata è la forma, che . pur si trova persino in qualche atlante e
qualche ma- nuale di geografia « Deserto dei Gobi »! — Non v'è, purtroppo, una
buona grammatica per lo studio del mongolo, né del manciù: assai sommario (50
pagine in tutto, sebbene di gran formato e molto dense) è il ma- nuale di P. G.
von Méllendorff, A Manchu Grammar, with analysed texts Shanghai, Presbyt. Miss.
Press, 1893. — Mirabile per accuratezza, ampiezza e in ma- — 278 — I NOMI IN
CIELO Anche l’astronomia ha le sue norme gram- maticali, disciplinanti le
denominazioni dei corpi ce- lesti. Poi che i pianeti hanno i nomi delle antiche
divi- nità, il loro genere coincide con il sesso: è di genere femminile Venere,
mentre son maschili tutti gli altri: Mercurio, Marte, Giove, Saturno, Nettuno,
Urano, Plu- tone, che vanno sempre espressi senza articolo, come i nomi delle
divinità corrispondenti. La stessa norma regola i nomi dei pianetini e dei
satelliti: son quindi femminili i pianetini Pallade, Giu- none, Vesta; è
maschile Eros; dei satelliti galileiani (1) di Giove, è maschile Ganimede, son
femminili gli al- LI tri: Zo, Europa, Callisto (2). Dei satelliti di Urano è
femminile Titania, son maschili gli altri tre: Ariel, Umbriel, Oberon (3), sempre
senza articoli. gnifica edizione con tavole a colori fuori testo è il Méko-go
daijiten, (« gran dizionario della lingua mon- gola ») compilato a cura del
Ministero giapponese del- la Guerra: 2 voll., Tòkyé. 1932. i (1) Chiamati così,
perché scoperti da Galileo: so- no molto più grandi che i non galileiani:
Ganimede è 5 volte più grande che la Luna. (2) Comicissimo strafalcione è l’uso
dell'articolo e di aggettivi maschili per Callisto la ninfa che, amata da
Giove, fu da lui portata in cielo, e collocata dal- l'antica astronomia nel
Carro. Dopo Galileo ha mutato sede, ma non sesso. (3) Questi nomi non son presi
dalla mitologia gre- co-romana, ma dalle fiabe nordiche, popolando così il
cielo anche delle belle fantasie di origine carolingia. Oberon, re delle Fate,
appare nei Racconti di Canter- bury di Chaucer e nel Sogno di una notte di
mezza estate di Shakespeare. Ed è interessante ricordare che il nome del gaio
nano è incasellato nel cielo per ra- gioni che sono anche letterarie: il grande
astronomo tedesco Federico Guglielmo Herschell, dopo aver sco- perto Urano nel
1776, scopriva i satelliti, dei quali il quarto nel 1787. Era già popolare
quell’opera che giustamente è considerata la gemma tra tutti i. poemi di
Cristoforo Martino Wieland, il poema eroico-roman- tico Oberon, compiuto nel
1780. Lo Herschell dimo- strò anch'egli il suo entusiasmo: ed ebbero, così,
ono- ri celesti, nella terminologia astronomica, i personag- Regime speciale
hanno il Sole, la Terra e la Luna, che richiedono sempre l’articolo, e debbo-
no esser scritti con la maiuscola allorché son congsi- derati dal punto di
vista astronomico. Si scriverà perciò « la terra » quando tale nome esprima
l'elemento in opposizione al mare e al cielo, o sia considerata come mate- ria;
in tal caso può mancare di articolo, si di- ce e si scrive « chiaro di luna »,
« in cielo, in terra e in mare e în ogni luogo », « asciugarsi al sole ». Sono
nomi comuni, e possono aver anche il plurale: « Solto due negri e sottilissimi
archi son duo negri occhi, anzi duo chiari soli ». (Orlando Fur., VII, 12); e
nel proverbio popolare meteorologico: « A la luna settembrina sette lune se le
inchina ». Ma vogliono lo stesso regime che gli altri pianeti e satelliti,
allorquando sono usati con analogo significato: « La disfanza dalla Terra alla
Luna e quella dal Sole a Mercurio... ». Allorché consideriamo la Terra
astronomicamen- te, essa diventa un corpo celeste come tutti gli altri: ci poniamo
quasi al di fuori di essa: anche gramma- ticalmente essa si comporta perciò
come gli altri. Non deve sottrarsi alla legge delle maiuscole, più di quello
che, nella obiettiva realtà, possa sottrarsi alla Legge di Bode (1). gi del
capolavoro letterario, che sarà ammirato « fin- tanto che la poesia resterà
poesia, l’oro oro e il cri- stallo cristallo » (« Solange Poesie Poesie, Gold
Gold und Krystall Krystall bleibt, wird das Gedicht als Mei- sterwerk
poetischer Kunst geliebt und bewundert wer- den » Goethe). (1) Per la Legge di
Bode, così chiamata dal suo scopritore J. E. Bode, le distanze dei pianeti dal
Sole possono essere rappresentate aggiungendo 4 a ciascun termine della serie:
0, 3, 6, 12, 24, 48, 96, 192, 384, ossia 4 per Mercurio, 7 per Venere, 10 per
la Terra, 16 per Marte, 28 per i pianetini, 52 per Giove, 100 per Saturno, 196
per Urano e 388 per Nettuno. 0280 — OLIMPO E ASTRONOMIA Se, a differenza degli
altri pianeti e satelliti, la Luna e la Terra richiedono l’articolo, come lo
richie- de il Sole a differenza delle altre stelle, ciò dipende da un’altra
regola, che lo prescrive appunto quando il nome dell’astro è anche nome comunè.
365. — Vi è anzi perfetta correlazione tra la maiuscola e l’articolo, nella
loro funzione, che è analoga. La maiuscola indica grafica- mente che quello è
un nome proprio, ossia appartenente individualmente a quel corpo ce- leste (1).
Fonicamente non v'è rischio di con- fusione, poi che quel nome non si usa che;
per quel significato proprio. Quando invece il so- stantivo può esser anche
nome comune, biso- gna determinare che si tratta di quella tra le cose
possibili (in quanto tutte espresse dal nome stesso): « fa Terra » significa «
illa n ra»; «la Luna» è « illa luna », «il Sole », « ille SOL ». Prendono
l'articolo tutti quei nomi di astri i quali coincidono con un nome comune: si
dice perciò «il Cane », «il Centauro », « la Giraffa », « la ‘Vergine », e
tanto più quando il nome sia composto con un aggettivo o con una
determinazione: «/a Stel- la Polare », « l'Orsa Maggiore », «la Croce del Sud
», « la Chioma di Berenice », ecc. Come i gruppi di isole, prendono l’articolo
le co- stellazioni che hanno nome plurale: «i Gemelli », «i Pesci », « Le
Cefeidi », ecc. Si faccia ben attenzione nell’esprimere in lingue straniere
questi nomi astronomici, poi che spesso la COLIGIASIZA tra nome comune e - La maiuscola denota la singolarità o indivi-
dualità. È strano che proprio un eccellente volume di volgarizzazione di
astronomia (B. Berro, L’astronomia per tutti, Torino, S.E.I. 1935) degradi i
nomi di tutti gli astri, umiliandoli con la minuscola. Nei cieli e nel-
l’atlante astronomico, Giove e gli altri luminari hanno lo stesso diritto alla
maiuscola che hanno Giove e gli altri dèi nel pantheon e nell’Olimpo: son tutti
nomi | proprî. nome siderale non v'è, in
questa o quella lin- gua. Così, ad esempio, la coincidenza della Bilancia..(o
Libra) con la comune bilancia, v'è anche in Îrancese (la Balancea) e in inglese
(the Balance), ma il Cancro ha un nome ben distinto: fe Cancer e ihe Cancer:
come sem- plice animale è rispettivamente écrevisse e crab. Sarebbe un grosso «
granchio » collo- carli tra i segni dello Zodiaco. Parimenti i Ge- melli sono
in francese /es Gémeaux, distinti dai jumeaux (« gemelli »); l'inglese ha The
Twins, che coincide con fwins, ma ha, ad esclusivo significato astronomico, The
Ge- mini. Variano, nelle varie lingue, le denomina- zioni dell'Orsa Maggiore e
dell'Orsa Mino- re (1). NOR La fantasia dei popoli ha arricchito il firmamento
con leggende e con nomi che poi la scienza ha san- zionato, continuando nella
stessa via per le denomina- zioni nuove: l’astronomo si è sentito artista e non
ha voluto tradire l’anima popolare, che interpreta con miti il ritmo degli
astri: i cieli son costellati di lette- ratura e le letterature brillano di
tutte le stelle, crean- do così una nuova armonia tra due armonie. (1) L’Orsa
Maggiore resta « Maggiore » in spagno- lo (Osa Mayor), ma diventa semplicemente
« Grande » in francese (Grande Ourse) e in romeno (Ursa mare); è « grande Orso
» in parecchie lingue (ingl. Great Bear; oland. Graote Beer; ted. Grosser Bir; sved. Stora Bjòr-
nen): in ceko è « Orsa siderale » (Souvezdì Medvéda). Come noi la chiamiamo anche « Gran Carro », i Fran-
cesi la chiamano « Chariot de David », i Romeni «il Carro con i buoi » (Caru!
cu boi.») ricordando i sep- tem triones, i sette buoi aranti, da cui il «
settentrio- ne ». Per gli Inglesi è «il Carro di Carlo » (Charles’s Wain)
trasformando Arturo in Carlomagno; e per gli Americani è the Dipper, ossia un
uccello tuffatore. Più uniformi sono le denominazioni dell’Orsa Minore, che,
tranne in spagnolo (Osa Menor), è semplicemente « Orsa Piccola » (franc. Petite
Ourse, romen): Ursa mica), o « Orso Piccolo » (ted. Kleiner Bàr, ingl. Little
Bear, oland. Kleine Beer, sved. Lilla Bjòrnen). — 282 — Bici lane "PR la
ina biso: Lager ; LE DUE ORSE La realtà dei fenomeni non riconosce burocratici
compartimenti stagni: e nemmeno la realtà viva ed umana riconosce frontiere tra
arte, scienza, lettera- tura, filosofia, fede. ia L’Orsa Maggiore e. l'’Orsa
Minore. hanno nomi varî nelle varie lingue... (8 366) Appartengono
all’astronomia a alla prosodia clas- sica i due esametri latini che elencano
mnemonica- mente i dodici segni ‘dello Zodiaco? —-,283, SASSI trio alt dep più
A DB | Il firmamento è co- stellato di
miti... A) La costellazione di Andromeda, se- condo l’astronomo Abd-er-Rhaman
al- Sàfi, da un mano- scritto arabo del X . secolo. — B) Due esametri mnemo-
tecnici peri 12 segni dello Zodia- co. — C) Ogni an- no l’Estremo Orien- te
commemora l’in- contro del pastore (Altair) e della tes- PII1SOA MW
GUNTARIESTAURUS:GEMINI CANCER: LEOMIRGI: 9 PIAN DPI 1 = KS E, QUA RO STIVA NL
ee Te sitrice (Vega) separati dal fiume celeste (la Via Lat- (8 366) sii CI SE
Yamazaki, Tanabata-matsuri, la Festa ella stella Vega, in « Yamato, mensile gia
Roma-Novara, 1941, I, VII, pag. siii - | [SI IIMBTOR8 RAC |
«...««iiii..iIEÉiIECLL.Errt1rt11/<€€€ IL PIÙ ASTRONOMO DEI POETI N La Divina
Commedia reca, nel primo canto, la da- ta d'inizio del gran viaggio, con
preciso riferimento astronomico e biblico: il più astronomo dei poeti cen-
densa con rigorosa esattezza nell’armonia di tre ende- casillabi l’indicazione
rigorosa: « prime ore antimeri- diane dell’8 aprile 1300, con il Sole nella costellazione
dell’Ariete, come nel giorno iniziale della Creazione »: « e ’l sol montava in
su ‘con quelle stelle ch’eran con lui quando l’amor divino mosse da prima
quelle cose belle ». ° (Inf., I, 38-40) — 285 — Dai luoghi alle persone e
viceversa (XVID. 367. — Dai nomi di luoghi si formano gli ag- gettivi
qualificativi geografici. Questa derivazione è, in italiano, assai varia, poi
che essa non è ottenuta con suffissi costanti (1). — Predominano i suffissi
-ese e -ano, in sostituzio- ne della finale del nome esprimente città, paesi,
re- gioni, fiumi, laghi, monti, ecc.: abbiamo, così, da Pie- monte, piemontese;
da Bologna, bolognese; da Capri, caprese; da Tivoli, tivolese; da Albano e da
Albania, albanese (2), ecc.; e da Africa abbiamo africano, da Australia, australiano;
da Orvieto, Orvietano; da Fra- scati, frascatano, ecc. 368. — Il suffisso -ese
si può adoperare per for- mare l’aggettivo da tutti quei nomi geografici che
con- servano la loro fisonomia esotica: così da New York si ha newyorkese o
newyorchese (3); da Queensland, (1) Molto più semplice è la derivazione in
tede- sco e nelle altre lingue nordiche, prevalendo il suffisso -ische, con o
senza un’n eufonica: così da Italien si ha italienisch, da Amerika
amerikanisch. Si formano in -er gli aggettivi sostantivati per indicare gli
indigeni: c si hanno, così, ein /taliener, ein Amerikaner. Si han- no però
anche formazioni diverse, quali der Deutsche « il Tedesco », der Franzose, der
Grieche, der Chine- se, ecc. Sicché anche in tedesco non vi è regola fissa. Più
varie ancora sono però le lingue neolatine. (2) Ed albanese è anche l’aggettivo
formato da Albany, nome di più città dell'America Settentrionale. (3) La prima
forma è preferibile: non v'è infatti nessuna ragione di italianizzare il k in
ch, quando si conserva il w nella prima parte del vocabolo. La forma
nuovaiorchese è pedante, poi che pochi son coloro che dicono oggi Nuova Iorca
per New York. 287, Gi queenslandese; da
Tananarivo, tananarivese; da Can- ton, cantonese; da Pechino, pechinese; da
Nanchino, nanchinese (1); dal Canton Ticino, ticinese (2); da Mal- ta, maltese
(3), ecc. 369. — Oltre i due suffissi, alquanto frequenti, -ino ed -ense, ve ne
sono altri ancora, alcuni dei quali derivati, con alterazioni più o meno gravi,
da desi- nenze antiche o locali; così abbiamo perugino da Pe- rugia, sorrentino
da Sorrento, spezzino da La Spe- zia (4); estense da Este, parmense da Parma
(5), ecc.; ed abbiamo anche comasco da Como, casalasco da Casale
(Casalmonferrato) bergamasco da Bergamo, va- resotto da Varese, brianzolo dalla
Brianza, cipriota da Cipro, smirniota da Smirne, chioggiotto da Chioggia, (1)
Nella lieve italianizzazione, scompare il g finale di Peking (Pei3-ching!, «
Capitale del Nord »), Nanking (Nan?-king!, « Capitale del Sud »), che però non
è sensibile nella pronuncia cinese: sta solo ad in- dicare il valore dell’n
nasale velare sonorizzato (come nell’inglese thing, ring). . (2) Italianissimo
è il Canton Ticino, e il fatto di esser politicamente fuori dei confini
d’Italia non impe- disce che lo si debba considerare linguisticamente e
letterariamente una delle migliori regioni nostre. (3) L’artificiosa promozione
del dialetto maltese al rango di lingua non fa che provare maggiormente, con le
sue mostruosità, il fatto che la lingua di Malta è l’italiano. — Cfr. Toddi, Jl
Centauro maltese, ovvero mostruosità linguistiche nell'Isola dei Cavalieri,
Mila- no, Ceschina, 1940. | (4) Mentre il nome della città si scrive con una
sola zeta, l'aggettivo ne ha due. In realtà tale conso- nante è, fonicamente,
sempre doppia, equivalendo a fs (e a dz se sonora): infatti nessuna differenza
di pro- nunzia di essa vi è nel nome della Spezia e nell’agget- tivo. Il
cognome dei due scrittori veneziani Carlo e Gaspare Gozzi non si pronunzia
diversamente da quel- lo di Manlio Gozi, scrittore sanmarinese. (5) Dei due
aggettivi, parmense e parmigiano, il primo è di rango più elevato,
latinizzante, e perciò si dice « codice parmense », mentre il secondo è più
cor- rente, e si dice quindi «formaggio parmigiano » o, sostantivando
l’aggettivo «il parmigiano ». Il pittore cinquecente»co Francesco Mazzola è
detto «il Parmi- giano » (e non «il Parmense »), perché quello fu l'ag- gettivo
usato dai contemporanei. =D FINE I I I I, e, ‘-’Ò iii Tiosoiratoat_a i...
Troesoetoiotiaiai pia tit A ILMITIA L'articolo nei nomi geografici... ($ Il
Cairo (Cittadella) — La Turbie (Torre di Augusto) — La alletta (Porta Reale ‘i
3 4 : È è E Considerarstacttren nni inn i rr CITTÀ E ABITANTI palermitano da
Palermo, cagliaritano da Cagliari, an- | conetano da Ancona. > i | 370. — La
desinenza in -itano dovrebbe essere di rigore per tutti gli aggettivi derivan-
bizantino | | costantinopoli fano I stambulino Byzantium | KovatavtivoonoÀ:c
sic Tmy Téiv - Istanbul | suearo: Iapnrpaa® è pusso: Hapbrpaa croato. Carigrad
ceco: Carihrad ‘amarico: PALTIMIS (Questentinèya) La città dai molti nomi...
(Le iniziali contrassegnate con asterisco vanno pronunziate «ts». — Per i Ro-
mani, Tsarigrad è una città della Bessarabia). (8 370) — 289 — = Gi A _TT O La ti da nomi composti con -poli, come Costan-.
tinopoli, Adrianopoli, Monopoli (cosiantinopo- litano (1), adrianopolitario,
monopolitano, co- me, dal nome comune metropoli si ha metro- politano) (2). Da
Tripoli si è formato però l'aggettivo ftripolino, riferentesi alla città,
mentre fripoli- tano significa « della Tripolitania » (3). 371. — Con questi
suffissi, gli aggettivi qualifi- cativi geografici si formano spesso non dal
nome at- tuale della località, ma da quello antico, creandosi così degli
allontanamenti tra i due vocaboli: ad esem- pio, l'aggettivo corrispondente a
/vrea è eporediese (dal lat. Eporedia), per Gubbio abbiamo eugubino, per
Mondovì monregalese, per Frosinone frusenate, per Tivoli tiburtino. | Tali
aggettivi geografici eterogenei abbon- dano, ad esempio, in francese: per
Forntaine- bleau si ha fontainibléen e bellefontain; per Saint-Julien si ha
saini-juniaud; per Saini- Valéry-en-Caux si ha valéricain; per Saint-
Paul-Chéteaux, tricastin o tricastinois; da Li- (1) Tre diversi aggettivi geografici
derivano dai tre nomi topograficamente coincidenti, poi che la pri- mitiva
Bisanzio (Byzàantion), ingrandita da Costantino e promossa al rango di « Nuova
Roma » (Néa Roma) fu detta Costantinopoli: perciò nei paesi slavi essa ha
tuttora il nome di Tsarigrad, « Città dei Cesari», o anche « Città degli Zar »
per la vecchia aspirazione russa a possederla. I Greci la chiamano tuttora,
cor- rentemente, Polis, «la Città »: e dalla locuzione greca « eis ten polin »
(pronunzia « istimbòlin ») « alla città » (moto a luogo) è derivato il nome
turco di /stanbul, unico ammesso oggi ufficialmente. Le lettere indiriz- zate
con il nome corrente in Europa sono respinte, essendo Costantinopoli «
sconosciuta al portalettere ». (2) Il femminile sostantivato «la metropolitana
» significa già, in italiano, « ferrovia sotterranea urba- na », per imitazione
del Métropolitain (maschile, che è sottinteso chemin de fer) parigino,
abbreviato corren- temente in Metro. (3) Tale distinzione non v'è, ad esempio,
in fran- cese: fripolitain significa tanto « tripolitano » che « tri- polino ».
— 290 — rn ABITANTI, POPOLI E GENTI moges si ha limougeaud e limousin, donde il
nome del veicolo limousine, ecc. Aitenzione anche agli aggettivi geografici
francesi per - paesi esteri: « londinese » è loridonien; « ber- linese »
berlinois; « lisbonese » lisbonninj; « ci- nese » chinois; « andaluso »
andalou, femm. andalouse, ecc. Anche lo spagnolo abbonda di anomalie di tal
genere: ad es., per Valladolid si ha valliso- letano o valisoletano (dall'antico
nome Vali- soletum); per Madrid, madrilefio; per Càdiz (Cadice), gaditano (dal
lat. Gades); da Gibral- tar ,Gibilterra), jibraltarefio; per Sevilla (Si-
viglia), sevillano e hispalense; per Santiago de Compostela si ha santiagués,
per Santiago de Cuba, sanliaguero; per Santiago del Este- ro, sanfiaguefio, e
per Santiago del Chile, san- fiaguino; ecc. (1). Anche noi abbiamo distinzioni
di tal genere, poi che usiamo reggiano ‘come aggettivo derivante da Reggio
Emilia, e reggino da Reggio Calabria; da Mo- naco di Baviera formiamo monachese
mentre da Mo- naco (Principato) formiamo monegasco. 372. — Alcuni aggettivi
geografici non sono de- rivati dal nome, ma viceversa: Grecia deriva da gre- co
(mentre ellenico deriva da Ellade), Turchia da tur- co, Serbia da serbo, ecc.
Si faccia attenzione, nelle varie lingue, a questa « direzione » derivativa che
non è ugua- le, pur per gli stessi nomi e aggettivi geogra- fici: per noi,
persiano è derivato da Persia: lo spagnolo, invece ha, come aggettivo, persa,
(per entrambi i generi). (1) Si tenga presente che lo spagnolo altera non poco
anche parecchi nomi di città e regioni straniere, e, di conseguenza, anche gli
aggettivi derivati: perciò, ad esempio, sueco è « svedese » (da Suecia, «
Svezia »), mentre suizo è «svizzero» (da Suiza « Svizzera »); « tedesco » è
alemàn (Alemania, « Germania »); « dane- se », danés e dinamarqués (Dinamarca);
« cinese » chi- no (vedi 8 376). Anche il portoghese presenta, pur se in misura
minore, peculiarità analoghe. In italiano, tutti questi aggettivi geogra- fici,
sostantivandosi, assumono la doppia funzione di esprimere sia l’indigeno del
luogo (1), sia la lingua ivi parlata: « gli Spagnoli parlan spagnolo ». 374. —
È stata abbandonata una buona vecchia ‘ regola, la quale prescriveva che
l’aggettivo gcografico sostantivato dovesse scriversi con la maiuscola allor-
ché indica gli abitanti del luogo, mentre la minuscola basta per la lingua (2);
nel primo caso, infatti, si tratta di vero e proprio nome proprio, mentre nel
se- condo la sostantivizzazione è meno completa, sottin- tendendosi la parola
«idioma »: « il francese dei Ca- nadesi è più antiquato che il francese dei
Parigini », «un Americano che parli il tipico americano no: è compreso da un
Inglese o da un Australiano, sebbene egli parli inglese ». Si scriverà quindi
anche: « Quel signore è polacco », ma « Quel signore è un Polacco ». Viene,
così, rispettata una buona norma grammaticale, e se ne avvantaggia la chia-
rezza. | In merito alla grafìa, la quale, nel caso specifico, rispecchia anche
la pronunzia, è Îre- quente l’erronea inversione delle due conso- nanti z/
nell’aggettivo e nome azieco: i due (1) I romanzi di avventura lasciano nei
ragazzi una impressione la quale permane anche nell’età adul- ta: quella, cioè,
che indigeno implichi più o meno l’idea di « uomo di colore »; e si ha, perciò,
una certa rilut- tanza ad ammettere che noi siamo indigeni d’Italia. Ha il
medesimo significato che native in inglese, natu- ral in spagnolo (equivalenti
al nostro « nativo »). (2) « Obbligatoria l’iniziale maiuscola », Morandi e
Cappuccini, op. cit., pag. 99, 8 308. — Gli Italiani sono i soli che,
possedendo le maiuscole, non ne fac- ciano uso per la dignità del loro nome
nazionale. L’in- glese (lingua) usa la maiuscola per qualsiasi derivato da nome
geografico, sostantivo o aggettivo che esso sia, tranne i casi che il vocabolo
abbia nettamente as- sunto un altro valore; come china per « porcellana »,
turkey per «tacchino », ecc. — Il francese segue la buona regola della maiuscola
per il nome del popolo e la minuscola per l’aggettivo e per la lingua. — 292 —
: ihhd. AL UNA MINUSCOLA UMILIANTE suoni appartengono etimologicamente a due
parole, riunite a formare un composto (1). 375. — Pochissimi sono gli aggettivi
(sostanti- vati o non) i quali non abbiano la doppia funzione di riferirsi sia
agli indigeni che all’idioma: così, ad esem- pio, siriaco, ebraico si usano
prevalentemente per in- dicare la lingua, la letteratura, lo stile, mentre per
le altre accezioni si adoperano siriano, ebreo. Parecchie lingue distinguono
nettamente l’una dall’altra funzione, o come norma gene- rale o per casi
specifici. Il tedesco, ad esem- pio, usa la stessa forma che per l’aggettivo
per indicare la lingua: die deutsche Sprache, « la lingua tedesca», Sprechen
Sie Deutsch? « Parlate tedesco? », ma non per il popolo: ein Deutscher, « un
Tedesco » (2). Il primato di semplicità, nella formazione dei derivati
geografici spetta alle lingue ag- glutinanti: in ungherese basta aggiungere -i
al nome: così da Budapesi si ha budapesiti, « budapestino »; da Becs (pronunzia
« bécc' »,) « Vienna », si ha becsi, « viennese »; da Ròma, (1) Gli Aztechi si
distinguono dai Coroteghi e da- gli Zapotechi. Un grande contributo per lo
studio del- la civiltà di questi popoli e delle loro lingue è stato dato
dall’italiano B. Giacalone: Gli Aztechi, Genova, Bozzi, 1934. — Dello stesso
autore, / Maia, Genova, Bozzi, 1935, ricco anche di documentazione fotogra-
fica. (2) L’inglese differenzia per significato — e quindi anche nell’uso — tre
aggettivi e sostantivi: Arab, si- gnifica «un Arabo o appartenente ad un Arabo
», Arabian « dell'Arabia », e Arabic si riferisce solo alla lingua, alla
letteratura, alla scrittura: si dirà perciò: an Arab girl, « una fanciulla
araba », Arab fatalism, Arabian tradition, Arabian philosophy, ecc., ma the
Arabian Gulf, « il Golfo d’Arabia », the Arabian fau- na and flora, mentre si
dirà an Arabic word, « una pa- rola araba », Arabic literature, the Arabic
numerals. Eccezionalmente, la « gomma arabica» è gum arabic (con la minuscola),
poi che preso direttamente dalla terminologia farmaceutica. Crf. H. W. Fowler,
Mo- dern English Usage, Oxford, Clarendon Press, 1927, (utilissimo anche per i
costrutti sintattici). ròmai; da Euròpa, euròpai. In finlandese si ha il
suffisso -lainen (o -léinen per l'armonia vo- calica, vedi 8 49 e 84), e quindi
da Saksa, « Germania », si ha saksalainen; da Ruoisi, « Svezia », ruoisalainen;
da Ranska, « Fran- cia », ranskalainen; da Rooma, « Roma », roo- malainen. Il
giapponese aggiunge -jin per in- dicare il popolo, e -go per indicare la
lingua: ° Nipponjin è «il Giapponese » 0 «i Giappone- si», Nippongo «il
giapponese » (lingua); Ifa- riajin, «PItaliano » e « gli Italiani », ltariago «
l'italiano », ecc. i = N PZ = rd ATL ” PES Ti Ne: bMT=<=>"< l
"f È « Mapigrukhe Mae Ù \ z 4 K V O Di I (( i Ù e a VARA RI de, a 2 ISIN
TATZAS? CRA TRAE AC VIA | IA UU ALUGATTEZIITAA fol \ ))) YI = Pre ant e Non è
lecito ignorare alcune nuove denominazioni asiatiche, oggi ufficiali... ma
neppure è lecito usare | peri cinesi un vocabolo a significato canino... (8
376) 376. — Poi che i traffici hanno avvicinato i po- poli e persino le guerre
hanno avvicinato le lingue, la grammatica e il vocabolario debbono aggiornarsi
al- meno quanto una: collezione di francobolli affinché questa non sia più
istruttiva che il testo scolastico. Non è più lecito, oggi, usare i vocaboli
China e A Ai BISOGNA AGGIORNARSI! chinese, senza aver l’aria di esser rimasti
ai tempi in cui il treno era «la vaporiera » (1). Non è lecito oggi ignorare
che la Persia ha ripreso l’antico nome di /ran (donde iranico) e che il Siam è
oramai ufficialmente la Thai- landia (in siamese Thai, o 7’ai) fornendoci
quindi ‘hai come aggettivo che sostituisce « siamese »; né che l'aggettivo e
sostantivo corrispondenti al Manciukuo è manciù o man- cese. 377. — Un tempo
era sufficiente conosce- re che gli abitanti di Londra, Parigi, Madrid sono
rispettivamente Londinesi, Parigini, Ma- drileri. Oggi sono acclimatate da noi
voci an- cora straniere, ma di uso comune, quali cock- ney e parigot (2), che
avranno prima o poi una traduzione italiana. "o (1) Cina e cinese son più aderenti
all’uso inter- nazionale, ed anche più esatti etimologicamente, poi che il nome
occidentale deriva da quello della dina- stia degli Ts'ing (pronunzia
«c’'ing!=«i Puri»). In cinese, la Cina è Ciùngi-kuo pronunzia quasi « giùn-
nguo »), « il Paese di Mezzo ». — Per i nomi composti si deve usare soltanto la
forma latinizzata, e perciò si dirà, correttamente, sinico-giapponese, e non
cino: giapponese, giacché non si può dire spagno-portoghese o inglese-egiziano,
dovendosi usare le forme latinizza- te: ispano-portoghese, anglo-egiziano.
Dicendo o scri- vendo « il conflitto cino-giapponese » si intende un con-
flitto tra i cani e i Giapponesi! ; (2) Al Romano de Roma, ossia il nato a Roma
da genitori romani, corrisponde il cockney, che do- vrebbe essere, per definizione
tradizionale, soltanto chi sia « nato entro [la zona in cui si ode] il suono
delle campane [della chiesa] di Bow », nel Cheapside (« born within the sound
of the Bow Bells»), ma si dice di chiunque si sia interamente acclimatato alla
metro- poli. — Un Parigot non è semplicemente un Parisien, ma chi abbia in sé,
esasperati, i connotati spirituali e spiritosi derivanti dal vivere a Panam,
Pantruche, Pan- tin, tutti soprannomi di « Parigi » in argot parigino. Persino
un moderno Giapponese è tutto orgoglioso al- lorché si riconosca in lui un
autentico Yedokko, ossia un vero « Tochiese di T6ky6 » (Yedo o Edo è l’antico
nome della città, usato sinché essa divenne, nel 1868, la capitale). - a — 295
—. , A Poteva ancora esser scusabile
chi, un se- colo fa, avesse scritto di « una bella creola » credendola
congenitamente di pelle color caî- fellatte, ritenendola cioè di sangue misto:
oggi MEestiz meticcio, half-breed DO 00098 dà 34 | Hindoo or x x Mohammedan | i
DOO BO n BO @ O) DE vI®,C « Meticcio » e « mulatto » non rappresentano tutta la
i gamma degli ibridi... (8 377) LINGUA IN CORSO E LINGUA FUORI CORSO gli
Italiani dell’America del Sud son troppo vicini a noi, e quindi partecipi della
nostra let- teratura, perché a questa sia ancora permesso ‘ un simile errore. E
alla distinzione tra metic- cio e mulatto si aggiungeranno ben presto an- che
le altre distinzioni terminologiche nella gamma degli ibridi (1). 378. —
Accanto alla lingua libresca, spesso as- sai lontana dalla vita e dalla realtà
tanto da costituire un idioma a sé, vive la lingua vera ed agile, che sarà la
lingua letteraria di domani e che è, intanto, l’au- tentica « lingua parlata ».
Nell’apprendere le lingue straniere, biso- gnerà quindi attenersì alla vera
lingua che è in circolazione (2), spesso assai diversa da quella propinata dai
manuali ad uso scola- stico. Non ci si reca in un paese straniero portando
seco, come scorta finanziaria, delle monete fuori cor- so. Il repertorio di
vocaboli e di frasi deve essere composto di « valuta corrente » (3). (1)
Giuseppina, moglie di Napoleone, era intera- mente di razza bianca, e «creola»
sol perché nata alla Martinica. Soltanto il luogo di nascita distingue i «
creoli », nati cioè nel Sud-America da genitori euro- pei, dai direttamente
immigrati. Si formarono i voca- boli mestizo, ossia « mescolato » e mulato (da
« mulo ») per indicare rispettivamente il nato di sangue misto bianco-indio
(americano di razza indigena) o bianco- negro, e da tali voci abbiamo meticcio
e mulatto. Lo spagnolo d’America ha anche distinzioni terminologi- che speciali
per il negro-indio (che è zambo) e lo indio-zambo, che è chino. Nello spagnolo
di Cuba, chino indica l’incrocio negro-mulatto. — La lingua in- glese coloniale
usa half-caste per il sangue-misto bian- co-indiano (dell’India: con sangue
hindù o maomet- tano), mentre usa half- breed per il mestizo (chiamato pure in
tal modo). (2) I Tedeschi chiamano Umgangssprache questa « lingua circolante »,
con opportuno avvicinamento an- che alle Umgangsformen, che sono le « buone
manie- re », ossia le forme contemporanee della socevolezza. (3) Per un
Inglese, vocabulary non è il « vocabo- lario » — per il quale si usa dictionary
— ma piuttosto Molte espressioni classiche conservano integro il loro valore:
l'Olimpo è ancora il soggiorno degli dèi, pur se essi siano, ad esempio, i «
divi» e le « dive » di Hollywood; e Scilla e Cariddi hanno an- cora la loro
piena efficacia simbolica, ma esse sono anche il nome di due modernissime
navi-traghetto che trasportano da una sponda all’altra dello stretto i va-
goni-letto dei grandi espressi europei. Il linguaggio figurato continua, non
meno che nel passato, ad avere il suo pieno vigore: la metafora, la metonimia,
la sl- neddoche, l’antonomasiasono « tra- slati » o « tropi » che hanno
funzione non di- versa di quella che avessero nelle lingue clas- siche o nelle
opere letterarie italiane del ‘300 o del Rinascimento: ma possiamo trovare « un
Ercole » sostituito con « un Carnera » e Apol- lo rimpiazzato metaforicamente
da Caruso. Alcuni nomi proprî, divenuti comuni, son passati a noi
dall’antichità: Marco Tullio Ci- cerone ha dato il vocabolo cicerone a molte
lingue europee; e abbiamo il nome di Vespa- siano utilizzato a fini non
imperiali (1). La terminologia tecnica è ricca di voci, special- mente
metriche, che furono nomi proprî: voli (da Alessandro Volta), watt, Ohin,
Joule, ecc., e da cognomi si son formati verbi e parole composte come
galvanizzare (dal nostro Gal- vani) e marconigramma, marconiterapia. il «
repertorio » di veci. Dal dictionary bisogna intel- ligentemente estrarre il
proprio vocabulary, a fini pra- tici, ossia selezionato con .criterî utilitarî.
(1) Si dice che al figliolo Tito il quale trovava non dignitosa una tassa
imposta sui gabinetti di de- cenza, Vespasiano mostrasse il denaro ricavatone
e, fiutatolo dicesse « Non olet! » (« Non ha cattivo odo- re! »). Da questo
episodio (cfr. Svetonio, Vita Vespa- siani, c. XXIII) sarebbe nato il vocabolo
vespasiano. — In Francia, e specialmente a Parigi si chiama pou- belle il
secchio delle immondizie domestiche, perché, nel 1883, ne fu imposto l’uso da
M. Poubelle, pre- fetto della Senna. i ITINERARI COMPLICATI L’itinerario
linguistico è spesso comples- so e con variazioni insospettate; (1) un ame- j
Via Gaetana Palazzo Caetantr Per itinerario complicato, il nome della nutrice
di Enea è giunto ad una vîa di Roma... (8 379) (1) Dal nome della nutrice di
Enea, Caieta, ven- ne il nome alla città di Gaeta, ov’ella fu sepolta. Da Gaeta
si ha il nome proprio Gaetano e da Gaeta è originaria la famiglia dei Caetani
che diede alla Chie- sa due papi, dei quali uno fu Bonifacio VIII, il gran
nemico di Dante, che pur aggiunse una terza corona alla tiara. Sicché la via
Gaetana, a Roma, è «la stra- da che prende il nome dal palazzo della famiglia
che ricano è anche un aperitivo; a
Parigi un furin è un vermut, e un martini (dal nome del fab- bricante italiano)
ha oggi valore internazio- nale. Nella nebbia del passato scompare l Eli- cona,
mentre altri nomi geografici assumono un significato iraslato: il Viminale, per
il « Mi- nistero dell'Interno », Palazzo Chigi per il « Ministero degli Affari
Esteri», Downing Street per il Foreign Office britannico, Scof- land Yard per
la «Questura Centrale» di Londra, ecc. ecc. 380. — Intanto si accreditano
anche, in italia- no, vocaboli esotici che son divulgati per via lette- raria,
artistica, cinematografica, turistica, politica, co- me pampa, steppa, giungla,
puszta, cafion, e, in qual- che scrittore di viaggi in oriente, si trova già,
grafica- mente italianizzato in ricsciò il nome della vetturetta a trazione
animale che è diffusissima in Estremo Oriente ed in Africa meridionale: il
rickshaw (1). I vocaboli migrano e si affermano, e mu- tano significato e
assumono nuova importan- za, sospinti da eventi grandiosi o da piccoli fatti
banali: la rivoluzione russa ha immesso in tante lingue le voci « sovietico »,
« bolsce- vismo », ecc., mentre la semplice confezione dei fiammiferi in «
bustine » ha reso necessa- prese il cognome dalla città denominata dalla balia
di Enea ». Il processo etimologico è alquanto com- plesso, pur trascurando
l’origine del nome di Caieta, nutrice di Enea, dovuto a voce greca che
significa Montagna Spaccata. (Per strana coincidenza, la Mon- tagna Spaccata è
proprio sotto il promontorio di Gaeta). ° (1) Il fin-riki-sha, ossia «vettura
(sha) a forza (rikî) di uomo (jin) », fu inventata in Giappone nel 1869 da
Yasuke Izumi, Késuke Takayama e T$@chiré Suzuki e prestissimo si diffuse in
tutta l’Asia orien- tale e sulle coste sud-orientali africane, mentre il suo
nome si trasformava, in inglese coloniale, in rickshaw. Ai tre inventori Tòky6
eresse un monumento, nel parco del monastero buddhico di Zenk6-ji. Cfr. H.S.K.
ae We Japanese, Miyanoshita, 1936, vol. II, pag. 77. — — ir —— ". | | TT. — — ccm |. (E. pn 2
iù. forma senza et ra, nz PP tile LE IMPORTAZIONI RECENTISSIME ria l’estensione
di questo vocabolo ad una nuo- va accezione (1). A PC$CP Poccniickan
COLManucTUNECHaa: PenepaTMBHaA, Cosetckaa PecnyOnnka COBETCKHI, sovietico 00m1eBH3M,
bolscevismo o CI W0O (Ad) | A) La rivoluzione russa ha diffuso alcuni
vocaboli... (in alto: la denominazione ufficiale della « Repubblica Socialista
Federale Sovietica Russa ») — B) ... la con- fezione dei fiammiferi in «
bustine » ha creato una nuova necessità espressiva... — C) La « bomba atomi- ca
» ha fatto assurgere a grande importanza un voca- bolo modesto... (I, II e III:
Fasi di formazione di un atollo) (8 380) (1) L’inglese dice «un libro di
fiammiferi », «a book of matches. — In italiano si va affermando il Dalla lingua delle isole maldive era passa. to
come semplice termine tecnico geografico nelle lingue europee il nome
dell'atollo: ed ec- colo assurgere oggi a grande importanza, as- sociato ben
tragicamenie alla più gigantesca viltà scientifica e sociale, associata domani
a chi sa quale significato metaforico, E tanto più facile sarà la metafora
ironica, in quanto proprio quella « scienza » che si è dimostrata così acuta
nell'indagine dei segreti intra-atomici per ricavarne il più formidabile mezzo
di distruzione, non è ancora riuscita a spiegare perché e come la Natura abbia
dato ai minuscoli polipi zoofiti il còmpito di essere meravigliosi ingegneri, e
costruire quei gran- diosi cerchi coralliferi, anelli di bellezza ver-
deggiante sulle acque dei Mari del Sud (1). È gli animaletti assolvono la loro
missione nel- l'universale armonia, assai meglio di quel che l’uomo, a Bikini e
altrove, assolva la propria. vocabolo « stecca » per significare un pacco o
scatola contenente venti pacchetti di sigarette, secondo la confezione
americana ed inglese. (1) Cfr. W. M. Davis, The Coral Reef Problem, 1929 (con
abbondante bibliografia, che dà un quadro delle varie ipotesi). Cfr. anche J.
S. Gardiner, Maldi- vo nel « Geographic Journal », 1902, XIX, pag. 277- P. Sp
pre Betti i N pe I go 7 nen nei i n | I termometri delle azioni e delle qualità
(XIX) 381. — La funzione che l’aggettivo ha rispetto al nome, determinandolo o
qualificandolo, è compiu- ta rispetto al verbo e all’aggettivo da un’altra «
parte del discorso ». L’avverbio è quella parte del discorso che determina o
qualifica un verbo o un aggettivo. 382. — Si chiama «avverbio » dal latino ad
verbum, intendendo però questo vocabolo non soltanto nel significato di « verbo
», ma anche in quello più generico di « parola ». In- fatti, oltre il verbo,
l’avverbio può determina- re o qualificare un aggettivo, un sostantivo in
funzione aggettivale e persino un altro av- verbio. Esempî: « Molto egli oprò
col senno e con la mano; Moltò soffrì nel glorioso acquisto; E invan l'Inferno
a lui s'oppose, e invano S’armò d’ Asia e di Libia il popol misto... » (Tasso,
Gerusal. Liber. I, 1). in cui l’avverbio molto determina i verbi « o- prare » e
« soffrire », mentre l’avverbio invano qualifica i verbi « opporsi » e «
armarsi »; « E largamente a’ duo campioni il campo volo riman fra l'uno e
l’altro campo. AL in cui l’avverbio
largamenie qualifica È in una certa misura anche determina) l’aggetti- vo «
voto » (1). « /1llor sen ritornàr le squadre pie per le dianzi da lor calcale
vie ». (Ibid., XI, 15) in cui l’avverbio dianzi qualifica il participio passivo
(aggettivo) « calcate ». Nelle espressioni « molto prima », « poco dopo », «
assai presto », « incredibilmente tar- di », « ‘assolutamente no », ecc., un
avverbio ne modifica un altro, Nell’ espressione « ancor fanciullo »,
l’avverbio modifica un sostantivo che ha significato qualificativo ossia senso
più aggettivale che sostantivo. 383. — In considerazione della loro funzione,
gli avverbî possono quindi, non diversamente dagli ag- gettivi, dividersi in
avverbi determinativi e avverbî qualificativi. I primi esprimono la « quantità
» o «intensità » o servono a localizzare nel tempo o nello spazio; i secondi si
riferiscono alla « qualità », al « modo ». Questa distinzione permette di
compren- dere perché, logicamente, i primi (determina- tivi) siano prevalentemente
adoperati per mo- dificare un aggettivo o un altro avverbio, men- tre i secondi
si usano prevalentemente per modificare il significato di un verbo. « Sicco- me
questi luoghi sono alquanto (avv. deter- minat.) pericolosi ed è già molto
(id.) buio, sarà opportuno procedere cautamente (avv. qualificat.) ». 384. — A
tal punto l’avverbio può consi- derarsi « l'aggettivo del verbo », che in non
po- (1) La ripetizione, in rima, del medesimo voca- bolo, non è contraria alle
buone norme stilistiche, al- lorché esso — come qui il nome « campo » — sia in-
teso in due accezioni diverse. 22304 TE - a Pigilihatl.otototolaeiate A. Li:
Lio nina re ARSA, MY DI PE pan mi _ a oaprrr[__ = = ne = — - - etna : -- - - et
iii a crnt —- Voti io ___9[9[r@s‘@îpu@@cu’ ti si, cerci iii lA let zare tt 4
SNA P ACRI iv . mi Lit U 2% ” ; , F, % = fire ire fore e] Sf De + saretta
NAZIONALE ji di} idr impari: = irta = rio a, ae e * Col (3 SII > + #0 or Da)
Terre italianissine... ($ In alto: La stazione di Lugano, In basso: La « Piazza
Reale», a Gozo (Malta), quando si chiamava ancora così, e non era scomparsa
l'insegna del «Caffé Nazionale 2 \ e SSR Lasa RE È ea AVVERBIO E VERBO che
lingue lo stesso vocabolo, inalterato, può îunzionare da aggettivo o da
avverbio (1). Tale coincidenza è frequente specialmente quando il legame
ideologico tra verbo e av- verbio è intimo, come, ad esempio, allorché
l’avverbio contiene le idee di colore, sapore, suono e simili, e il verbo
esprime la loro ma- nifestazione. Un Francese dice « Ca sent bon » e «ca sent
mauvais » (letteralmente « odora buono », « odora cattivo ») per « emette buon
odore », «emette cattivo odore », e che noi possiamo esprimere rispettivamente
con un ‘unico verbo (« odora », « puzza »), appunto per l’intima connessione
tra le due idee, verbale e. avverbiale. Un Inglese dice « This music sounds
delighiful » usando l'aggettivo piutto- sto che l’avverbio (delightfully),
ossia, let- teralm.: « Questo musica risuona deliziosa- [mente] » (2). | 5 385.
— L’aderenza ideologica dell’avverbio con il verbo che esso qualifica è tale
che, assai spesso, a) un verbo specifico può, per significa- (1) Il tedesco
dice: « Diese Milch schmeckt nicht gut, sie schmeckt sauer », « Questo latte
non ha buon sapore (letteralm. « non sa buono »), sa d’acido («sa ‘acido ») »,
usando avverbialmente gut e sauer, che han- no invece funzione di aggettivi
(predicat.) nelle due proposizioni: « Diese Milch ist nicht gut, sie ist sauer
.» « Questo latte non è buono: è acido ». (2) E parimenti dirà: « A rose by any
other name would smiell as sweet »; letteralm.: « Una rosa sotto qualunque
altro nome odorerebbe altrettanto dolce », laddove noi diremmo, in vero
italiano fluido: « Co- munque la si chiami (« Qual che sia il nome che le si
dia »), una rosa avrà sempre odore soave ». Questi esempî dimostrano come la
«traduzione » diretta dal- 1a propria lingua non sia la miglior via per
arrivare a rendersi padroni di una lingua straniera. Dalla frase italiana
bisogna passare al pensiero non formulato in parole: svilupparlo quindi secondo
la forma mentis che è tipica del popolo che si serve spontaneamente di quella
lingua. to, equivalere ad un verbo di
significato più generico, accompagnato da un avverbio qua-. lificativo o da un
insieme di più parole con valore avverbiale: ad esempio, divorare = mangiare
avidamente; urlare = gridare molto forte; Ì b) (reciprocamente) un verbo
modifica- to da un avverbio qualificativo può avere, Pa; k out Molta importanza
ha la possibilità analitica e sinte- tica...’ (8 385) to wal come equivalente
per significato, un verbo specifico nel quale si fondano le due idee: ad es.:
imitare scimmiescamente = scimmiol- lare. | È molto importante tener presente
questa possibilità analitica e sintetica, giacché le va- — 306 |— ANALISI E
SINTESI AVVERBIALE rie lingue si comportano molto diversamente in casi
obiettivamente analoghi: noi diciamo, ad esempio, « uscire a piedi »: la
traduzione letterale sarebbe ridicola e incomprensibile i in parecchie lingue
(1). Essa può ridursi, astraen= ‘do dalla nostra mentalità linguistica, al
verbo « uscire » accompagnato da un avverbio che qualifichi specificamente il
modo dell’azione: « uscire pedestremente ». L'inglese scinde il verbo « uscire
» in « andar fuori », mentre in- ‘corpora con « andare » l’idea di «
pedestremen- mente » («a piedi ») e fluidamente dice. « fo walk out »
(letteralm.:« passeggiare fuori ») (2) Vi sono lingue nelle quali il processo
di analisi e sintesi è talmente diverso dal nostro, che la traduzione nell’uno
o nell’altro senso richiede il cambiamento strutturale dell’intera frase, poi
che la connessione ideologica è diî- ferente. Alcune lingue africane sono
singolarmente povere di avverbî, ma ciò non implica che i popoli che le parlano
siano nella impossibi- lità di esprimere le idee corrispondenti ai no- stri
avverbi: essi incorporano nel verbo quel- l’idea che, nelle lingue nostre, è
espressa se- paratamente con un avverbio o con una locu- zione avverbiale: in
lingua duala, per esem- pio, il verbo pumane significa, « venire 0 agi- (1)
Ancor più comica sarebbe la traduzione lette- rale di altri idiotismi, quale,
ad es., « far quattro pas- si »: il francese può dire « faire deux pas »: in
altre lingue, però, si intenderebbe rigorosamente « percor- rere circa m. 1,40
». In fluido inglese si dirà « To have a stroll», «To take a stroll ». ._ (2) I
due procedimenti, analitico e sintetico, de- terminano, alternandosi, le due
differenti forme dei verbi « separabili » tedeschi: (chiarendone, così, il fe-
nomeno, il quale rimane però pur sempie una « ano- malia »): « Auf die Strasse
muss man achtgeben », « Per la strada bisogna far attenzione » (achigeben=acht
+ geben, « agire attentamente »),, ma « Geben Sie acht! », « Fate attenzione! »
(« geben... acht » = achtgeben). — 307 — è. re presto o troppo presto »; indea, « venire 0
agire tardi o troppo tardi »; /ortdo, « fare vo- lentieri » (1). Pur a chi non
intenda dedicarsi allo studio di queste lingue così lontane dalle nostre, è
utile l’esa- me di queste differenze; per rendersi conto che ogni lingua ha la
sua mentalità, e per affrancarsi da quella visione burocratica grammaticale
nazionale, la quale è spesso il più grave impedimento per penetrare nello
spirito di un idioma straniero, qualunque esso sia. vo * 386. — Poi che
l’avverbio ha la funzione di «li- mitare » il significato del verbo e
dell’aggettivo (2), tale limitazione può raggiungere il massimo, ossia far sì
che l’azione verbale o la quantità o qualità espres- se dall’aggettivo siano
ridotte a zero. Questo «mas- simo » è espresso dagli avverbî negativi, i quali
sono quindi da considerarsi collocati ad un estremo della gamma degli « avverbî
determinativi »: « Questo fiore non è una rosa canina »; « Questo fiore non è
bianco », « Questo fiore non è sbocciato », DI « Questo fiore non olezza » (3);
« Caio non è venuto », « Caio non ha corso », ecc. (4). 387. — Le espressioni
negative costitui- scono uno dei connotati più caratteristici delle lingue, le
quali possono distribuirsi in gruppi (1) La lingua giapponese esprime con una
sem- plice terminazione verbale l’azione che avvenga alter- nativamente con
un’altra, o che si interrompa per ri- prendere: « un po’ piove e un po’ no» si
rende con questa tipica forma: ame ga futtari yandari shimasu, ossia «la
pioggia compie [l’azione di] piovere-un-po’ e di cessare-un-po’ ». Parimenti «
Qualche volta leggo il giornale, e qualche volta non lo leggo » diventa, in
giapponese « Compio [l’azione alternativa di] leggere- un-po’ e
non-leggere-un-po’ »: « shinbun wo vyondari yomanakattari itashimasu ». (2)
Cfr. 8 4 e segg. e 8 246 e segg. (3) Cfr. figura a pag. 2. (4) Cfr. figura a
pag. 74. — 308 — IL POSTO DELLA NEGAZIONE ii E A O ZIA - "353 RITMI = 35,
j —__r__ rr | E è una signorina | ella non è una signorina | eg IMUONN!. 12) =
| PESA TIT 7 e È i 0]o-san de wa i SGGANMEANGZIAZIZE nar | CMMMAM GU SSMDLLA4À
Con il « modulo » italiano alla mano, possiamo con- sfatare gli spostamenti
della negazione e del verbo nelle varie lingue... mo a P 9A -@ graduati, a seconda della maggiore o minore
aderenza formale della negazione con il verbo. .La lingua italiana occupa un
posto intermedio, poi che la negazione è espressa con un avverbio a sé,
separato dal verbo. e precedendolo per determinarne la non-azione. Il tedesco,
invece, pospone la negazione al verbo: oppure sposta la negazione su un al- tro
vocabolo determinante il soggetto, l’ogget- to, un complemento: er kommt heute
nichi, « egli oggi non viene » (letteralm.: « egli oggi viene non »); « Ist das
ein Friulein? — Nein, das ist kein Fraulein, sondern eine Frau », « È una
signorina? » — No, non è una signo- rina (letteralm.: «è nessuna signorina NI è
una signora ». 1l francese esprime la negazione con due voci, una preposta e
l’altra posposta al verbo: il ne vieni pas arjourd'hui, — elle n’est pas une
demoiselle: elle est une dame. Ad un estremo della graduazione può esser
collocato l'inglese , il quale non coniuga il verbo del quale si nega l’azione:
esso rimane quiescente, nella forma inerte dell’infinito, mentre un altro verbo
significa il « non ese- guirsi » dell’azione: al positivo « egli scrive » (he
writes) non corrisponde, in inglese, un ne- gativo «egli non scrive», ma
l’espressione « he does riot write » ossia « egli non esegue [l’azione di]
scrivere » (1). All’estremo opposto van collocate quelle lingue che, come il.
giapponese, conglobano la negazione con il verbo, possedendo cioè una
‘coniugazione negativa, con forme proprie, di- (1) Per analoga ragione rimane
quiescente il verbo inglese anche nelle forme interrogative (does he wri-. te?,
« esegue egli [l’azione di] scrivere? » ossia « scri- ve? »), ipotetiche (he
would write, he should write, « compirebbe [l’azione di] scrivere », ossia «
scrivereb- be »), future (he will write, he shall write). Slo fi LINGUA E
LOGICA stinte dalle positive: Rakimasu, «scrive »; «kakimasen « non scrive »
(1). I Altre lingue, infine, hanno entrambe le possibilità, come, ad esempio,
il coreano (2). Nello studio di una lingua straniera qua- lunque essa sia, si
tenga sempre conto di que- ste differenze strutturali, sempre collegan- dole
con il contenuto ideologico. Non è possi- bile, ad esempio, intendere la
sintassi araba delle proposizioni negative esaminandole se- condo la nostra «
analisi logica »: è una logi- ca linguistica diversa, ma non perciò meno «
logica »: (3). Per un Russo è perfettamente .(1) Il « verbo garbato » -masu,
obbligatorio nella conversazione cortese, si comporta come tutti gli altri, ed
in esso passa la negazione: omettendolo, la nega- zione passa direttamente
nella forma verbale sempli- ce: kaku, « scrive » (o anche « scrivo, scrivi,
scrivono, scrivete... »), kakanai «non scrive ». Propriamente il suffisso
agglutinato -nai ha valore di aggettivo ver- bale, esprimente la non esistenza,
e di esso può for- miarsi anche l’avverbio, corrispondente al nostro gerun- dia
negativo: kakanakute « non scrivendo », Il nai può usarsi anche
attribuitivamente, implicando il verbo. Frase usitatissima nipponica di
rassegnazione o di im- posizione, nel senso di « Non c’è nulla da fare », « Bi-
sogna accettare le cose come sono », «O mangiare questa minestra... ecc.» è
shikata ga nai (letteralm.: « modo d’agire non V'è »). | (2) Se non vi fosse il
coreano, il giapponese sa- rebbe per noi, Occidentali, la lingua più
complicata: ma il coreano detiene il primato, contenendo tutte le diffi- coltà
del giapponese (anche grafiche) più parecchie sue peculiari. La negazione, ad
esempio, può esser espressa in un paio di dozzine di modi diversi, a se- conda
dei casi. Cfr. A. Eckardt, Koreanische Konver- sations-Grammatik, Heidelberg,
Groos, 1923, lezione 148, pag. 121-131. (3) «In modo particolare bisogna tener
presente che i termini grammaticali nostri e arabi non sempre collimano, se si
abbia un Arabo come insegnante. Di- versi infatti sono i principî di analisi
logica donde si muove nei due sistemi grammaticali ». — L. Veccia Vaglieri,
Grammatica teorico-pratica della lingua ara- ba, Roma, Ist. p. l'Oriente, 1938,
vol. I, pag. 59: e la «logico » che un
verbo negativo, ossia espri- mente un’azione che non si compie, non ab- bia un
vero e proprio soggetto né un vero e proprio complemento oggetto:
coerentemente, in questo caso, non Îa uso del nominativo per il soggetto né
dell’accusativo per il comple- mento oggetto, ma adopera il genitivo: « il pa-
dre non è a casa »: olsà met doma (letteralm.: « del padre [si dice chel non è
a casa »: ossia si parla di lui, ma non è lui il soggetto vero e proprio); «
egli non dà il bicchiere »: on nié daiòt staRana (se egli « non dà », non v’è
com- pliemento oggetto, poi che non "dà nulla: ma poiché questa negazione
è limitata, in quanto egli può dare altra cosa, il genilivo specifica il
rapporto negativo: « egli non dà [e ciò è detto] del bicchiere »). * * %* 388.
— L’avverbio negativo può essere usato an- che isolatamente, ossia come
negazione sintetica, equivalendo ad un’intera proposizione: in tal caso as-
sume una forma speciale, la quale è anche tonica- mente più energica. Per forma
e per tono, il nostro no si distingue perciò dal non: questo accompagna sempre
il verbo o aggettivo che esso modifica, mentre il no serve come pura e semplice
negazione generale, prevalentemente in risposta ad una domanda. Può usarsi
perciò anche quando, essendo omesso il verbo o l’aggettivo modificato dalla
negazione, que- sta ha funzione sintetica: « Voglia o no, dovrà farlo »,
chiarissima arabista aggiunge: « Non possiamo trattare la materia secondo le
idee degli Arabi, perché turbe- remmo la sicura conoscenza di quei principi
gramma- ticali che spesso, con molta fatica, professori di ita- liano e latino
sono riusciti a inculcare nelle loro men- ti quali verità assiomatiche »
(ibid.). Ma appunto que- sta « assiomaticità » impedisce non di rado la com-
prensione di fenomeni linguistici che ne esorbitano, perché derivanti da altra
forma mentis. — 312 — IL «NO » ‘mentre si dovrà dire «Voglia o non voglia,
dovrà farlo » (1). 389. — Il nostro no equivale a « mort è co- SÌ ». Contrario
ad esso è l’avverbio sì, avverbio sintetico, equivalente anch’esso ad una
intera proposizione: « è così ». Il latino non aveva un vero e proprio sì: la
risposta affermativa si esprimeva ripeten- do il verbo principale della
domanda. — Dor- mitne adhuc? (« Dorme ancora? ») — Dormit. (« Dorme » = « Sì
»). Oppure si usava ila « COSÌ », abbreviazione di ila est. «è così »: tale
forma rimase diffusa, specialmente nello stile curiale, anche quando il
linguaggio cor- rente adoperava già il sì, derivato da «sic est », « è COSÌ »
(2). Ne fa menzione Dante, nella sua invettiva contro la corruzione invadente a
Lucca, ove. « del no, per li danar, vi si fa ita » (Inf., XXI, 42) (3). La
negazione isolata era espressa con lo stesso espediente (ripetendo cioè al
negativo il verbo principale della domanda) o con mom ita, minime, rinforzato
in minime vero, mini- me hercle vero, ossia con un costrutto affer- (1) Anche
il francese ha due forme diverse per la negazione isolata (non) e per quella
modificante il verbo o l’aggettivo (ne... pas). Nelle altre lingue neo- latine,
invece, le due forme coincidono: no in spagno- lo, ndo in portoghese, nu in
romeno, mentre il tedesco. le distingue (nein e nicht) e parimenti il russo
(niet e mie): in altre lingue la distinzione non è assoluta (l’o- landese ha
neen e niet, ma può usare questo per quello; e parimenti lo svedese con nei ed
ej, icke, ecc.). (2) « La frase dové esser popolare: valgano questi due esempî
di Simone Serdini: « E non si può dir non quando si dice ita »; e « e non vale
dir no al suo dir ita ». Scartazzini, Comm. Div. Comm., Milano, Hoe- pli, 1929,
pag. 169. (3) Facile era anche la falsificazione grafica, tra- sformando no in
ita. . mante che « [non è così eanichiel in minima parte » (1). Anche il mon
(dal quale abbiamo ricavato il no) si è formato in modo analogo, derivan- «do
da un arcaico noenum (= ne-oenum = ne- unum) « neanche uno ». n Ah #È A 3 # x
pu' fel wu met Espedienti curiosi per ottenere ideogrammi negativi... (8 339)
& Con diversi espedienti i popoli sono arri- vati ad esprimere la
negazione, giacché ciò è ‘meno semplice di quel che potrebbe sembrare .a primo
esame: poi che ogni vocabolo implica (1) Ponendo così il germe di costrutti
esprimenti la negazione del tutto sin nella sua minima parte: -« non.. . punto
», ne... pas, («nemmeno un passo »), .«« non... Mica » (ossia «nemmeno una
mollica »): e il milanese « miga » del XIII secolo (Bonvesin da Riva), divenuto
il « minga » del milanese d’oggi. Cfr. L. Pa- ‘via, Nuovi studî sulla parlata
milanese, Bergamo, 1928, ‘pag.. 217 e 286. — Stesso significato ha il bolognese
« brisa » (=<« briciola »). — Cfr. G. Gréòber, Vulgdrla teinische Substrate
romanischer Woòrter, nell’« Archiv. fiir lateinische oa und Grammatik », V, 25,
234, 453, e VI, 117, 377. IL TONO DA SIGNIFICATO – L’IMPLICATURA DI GRICE – IL COLORE
DI FREGE -- un riferimento ad altra idea (1), a quale idea o insieme di idee ci
si può riferire per espri- mere ciò che non è? Le scritture ideografiche ci
mostrano quali diversi espedienti son stati trovati per ottenere gli ideogrammi
negati- vi (2). 390. — Nel linguaggio parlato, grande im- portanza ha
l’intonazione (3), poi che essa può attenuare e persino capovolgere il valore
del vocabolo negativo o affermativo. Esiste infat- ‘ti un « tono » di
incredulità e di sfida, per cui il no assume il significato di « ma è incredi-
bile! », il che è ben diverso dalla negazione . pura e semplice: ed il sì,
pronunciato in « to- no » ironico, acquista il valore dubitativo e
prevalentemente negativo. Alcune lingue hanno speciali forme per i diversi « no
» e per i diversi « sì » (4). (1) Cfr. 8 78. (2) Il segno geroglifico (an)
rappresentava due braccia aperte separatesi appunto per esprimere il di- niego.
Originariamente l’ideogramma cinese pu‘ raffi- gurava un uccello che tenti
inutilmente di raggiungere gli strati superiori dell’atmosfera; il segno fei!
era composto da due parti opposte fra loro; l’ideogram- ma wu: mostrava una
foresta entro la quale si sia inoltrato un carro dileguandosi tra gli alberi;
‘e final- mente il carattere mei? constava di « acqua » (rappre- sentata dalla
corrente e da alcune gocce, e oggi sti- lizzata e sintetizzata dalle «tre gocce
»), di un « vor- tice » (in alto a destra) e di una « mano », intendendo, così,
che «la mano cerca inutilmente di acciuffare qualcosa che, nell'acqua, sfugge
alla vista e alla pre- sa a causa del movimento vorticoso del liquido ». (3)
Vedi 8 277. (4) In amarico, ad esempio, auò(n) è la risposta affermativa ad una
interrogazione; escì esprime il con- senso o la rispettosa prontezza ad
eseguire un ordi- ne; egcuò ha il senso di «sì, davvero! »; degh neu equivale a
«sì, va bene »; m’-n cheffà significa «sì: non c’è nulla in contrario », « non
c'è nulla di male » ed è quindi concessivo, mentre ihuonàl è dubitativo; e
finalmente aiè è dubitativo-interrogativo (« Ah sì? »). Per la negazione,
aidèllem è la pura negazione obiet- tiva (« non è così »); embì è un «no» di
rifiuto scor- ce Isa me si vede, . — Generalmente, con la negazione pura e
semplice si intende escludere l’azione espressa con il ‘verbo sottinteso: e
questo verbo è il medesimo della cui non ja nein Za. HET vai, parata = oùyi,
dx. APT uom ALLNI° + esci aidèliem Fieccnd embi h 2A . ; "7 | nu Me) —
m’-n cheffa iellèm“(\7° LIFE Aihuondi vid AT Afaiè ALFA 9° aiccia-l-m L’amarico
ha forme speciali per i diversi « sì » e « no » ($ 390) domanda cui si risponde
o che sia stato precedente- mente espresso. Es.: «— Piove? — No» (= non piove).
tese, e lo è anche asciafferègn; iellèìm constata che «non vi è », mentre
aiduòli-m significa che «non è »: e finalmente aiccià-l-m nega persino la
possibilità. Co- a tutti questi diversi vocaboli corrispon- dono altrettante
nostre diverse « intonazioni ». — 316 — 22 e A a n « SÌ » E « NO » DIPENDENTI
L’affermazione pura e semplice attesta il verifi- carsi dell’azione o dello
stato espressi dal suddetto verbo. Es.: « — Piove? — Sì» (= piove). In
italiano, e nella IMA GGIoranza delle lin- gue, il no e il sì hanno tale
valore, indipen- dentemente dalla forma in cui sia stata rivol- ta la domanda,
ossia tanto se la premessa sia in forma positiva che in forma negativa. Es.: «
É venuto il sig. Tal de’ Tali? », op- pure « [Nori è venuto il sig. Tal de’
Tali? ». Le risposte « Sì » e « No » affermano o negano rispettivamente che
egli sia venuto, senza te- ner conto se la domanda sia stata rivolta nella
prima o nella seconda forma, ossia in forma positiva o negativa. In qualche
lingua, inve- ce, vi è un nesso di significato tra la forma della domanda e la
risposta, in quanto questa conferma o nega l'affermazione o la negazio- ne
contenute nella domanda (1). Anche in lingue meno lontane dalle no- stre
possiamo trovare una connessione di tal genere, pur se non così rigorosa. Il
îrancese, ad esempio, oltre l’affermazione oui, ha anche l'affermazione si
(rinforzata eventualmente in « mais si » e « si fait ») che serve ad affermare
(1) In giapponese, ad esempio, alla domanda « So- regashi San ga kimashita
ka> (« È venuto il sig. Tal de’ Tali? » forma positiva) si risponde come in
italia- on: « Sì: è venuto » (Hai: kimashita), o « No: non è venuto ». (Zie:
kimasen-deshita »): ma alla domanda espressa in forma negativa (« Non è venuto
il sig. T. d. T.? »: Soregashi San ga kimasen-deshita ka ») biso- gna
rispondere con criterio inverso che il nostro, poi che il «sì» significherebbe
che non è venuto, ossia che le cose stanno proprio come sono espresse nella
domanda, mentre il no, negando la negazione della domanda, afferma la; venuta
del sig. T. d. T. — E ciò dipende anche dal fatto che la « domanda » nipponica
ha, nel tono e nell’intenzione, un minor grado interro- gativo che la nostra: è
piuttosto dubitativa che inter- rogativa. — Cfr. nota al 8 277. = GRAMMATICA
DELLA LINGUA ITALIANA in contraddizione ad una domanda rivolta in forma
negativa (1). 392. — Gli avverbî sintetici sì e no si usano an- che, in
italiano, per esprimere l’intermittenza o alter- nanza dell’azione o dello
stato, in espressioni come «un giorno sì e uno no», « una finestra sì e una no
», ecc. i Anche questi idiotismi non possono veni- re trasportati letteralmente
nelle lingue stra- niere: in tedesco, ad esempio, « un giorno sì e uno no » è
einen Tag um den andern, oppu- re alle zwei Tage: quest’ultimo costrutto cor-
risponde al Îrancese fous les deux jours, lad- dove in inglese si dice every
other day (lette ralm. « ogni altro giorno ») (2). Non è buon italiano dire «
ogni secondo giorno », pur se questa espressione sia frequente, specialmente
nella Venezia Giulia. 393. — Particolare attenzione va posta sul non
pleonastico, il quale, non avendo valore nega- tivo, non può esser sempre
trasportato in altre lingue. Nel suo primo colloquio con Virgilio, Bea- trice
dice: « e temo ch’ei non sia già sì smarrito, ch'io mi sia tardi al soccorso
levala » (Inf., II, 64-65). ma ciò che ella teme è che Dante sia già sl
smarrito. Abbiamo qui, in italiano, una reminiscenza del tipico costrutto
latino dei verba timendi, i (1) « N’est-il pas venu? — Mais si! » (= « Mais si
qu'il est venu! »). — Da quest’ultimo tipo di risposta derivano quelle, così
frequenti nel discorso familiare: « Que cui; que non »; « Que si, oh! que si!
», con tipi- cissime intonazioni. (2) o anche every alternate day, every second day,
every two days. Così every other
boy significa « uno scolaro su due ». «NO » = « SÌ » quali spesso rendono perplessi
gli studenti classici (1). | 394. — Anormale può apparire anche il fatto che in
talune espressioni, la presenza o la mancanza della negazione non influiscono
sul significato, il qua- le, invece, dovrebbe essere inverso nei due casî: noi
diciamo indifferentemente: a) « Bisogna camminare finché non si arrivi al
binario del tram »; i Talora la negazione e l'affermazione dicono la stes- sa
cosa... (1) Ottima è la ricetta pratica
data dall’eccellente Dizionarietto della sintassi latina di E. Levi, (Firenze,
Barbèra, 1933): « Occorre osselvare che timere etimo- logicamente e
sintatticamente risponde al nostro « sgo- mentarsi », « sperar poco », «
disperare », assai meglio che al nostro « temere ». «Ciò premesso: a me p. es.
la pioggia farebbe comodo, ma ho scarsa speranza che piova: in italiano dico: «
Temo che non piova »; in latino: « Timeo uf pluat ». Invece: la pioggia mi dan-
neggerebbe, e io dico: « Temo (ho paura) che piova ». In latino: « Timeo ne
pluat » (pag. 411). B) « Bisogna
camminare finché non si arrivi al binario del tram». Riferendosi però alla
realtà obiettiva, constate- remo che le due espressioni, apparentemente contra-
rie, esprimono il medesimo punto di riferimento, con- siderato però da due
punti di vista diversi. Infatti, seguendo la prescrizione ©, si deve camminare
sino al punto (p) in cui si incro- cia il binario: si percorre cioè tutto il
segmento in ciascun punto del quale mon si arriva al binario del tram, se non
nel punto finale P (1). 395, — Nella gamma degli avverbî deter- minativi (8 383
e 386), la «limitazione » che essi | determinano può aver differenti gradi:
esprimono in- fatti una misura crescente di quantità o intensità gli avverbî
nulla, niente, poco, alquanto, abbastanza, as- sai, molto, troppo: * * %* «e
quando l'ali juro aperte assai... » (Inf., XXXIV, 72) « era una fraude pur
troppo evidente » . (Ariosto, Orl. Fur., V, 26). 396. — Propriamente, nulla e
niente hanno più il carattere sostantivale e pronominale che avverbia- le: talora
si usano come avverbî, specialmente il se- condo, nel linguaggio corrente: «
Ecco una cosa nien- affatto piacevole ». 397. — L’avverbio affatto non ha
valore negati- vo, ma esattamente il contrario, poi che significa
«completamente »: sicché l’espressione « É affatto dello stesso parere »
significa che la persona di cui si tratta condivide interamente l’opinione
accennata. Si (1) È una ragione analoga a quella per cui un avvenimento che
duri fino alla mezzanotte del 31 di- cembre 1946 ha termine alle ore 0 (zero)
del 1° gen- naio 1947. — Negli orarî ferroviarî, la mezzanotte è indicata come
«ore 24» per i treni in arrivo e come «ore 0» per i treni in partenza: pur
trattandosi dello stesso punto nel tempo. — 320 — 4 =. fa AVVERBÌ CORRELATIVI
DI dirà, per il significato negativo, « Egli non è affatto dello stesso parere
». 398. — Gli avverbî correlativi di quantità @€ di intensità determinano in
correlazione con altra - quantità o intensità (tanto..., altrettanto...,
COSÌ..., ecc.) e richiedono perciò, espresso o sottinicso, il « termi- ne » con
il quale essi stabiliscono la connessione: «Tanto gentile e tanto onesta pare
la donna mia quando ella altrui saluta, che... 3 (Dante, Vita Nova, XXVI) 399.
— A questa categoria appartengono gli av- verbî più e meno, per mezzo dei quali
la lingua ita- liana ha sostituito i « gradi di paragone » del latino, che ora
non esistono più, morfologicamente (vedi 8 321 e segg.). 400. — Sono avverbi
determinativi temporali quelli che localizzano nel tempo l’azione o lo stato,
oppure ne determinano la durata, la frequenza, ecc., come ora, .allora, ancora,
prima, poi, quindi, presto, tardi, ieri, oggi, domani, alquanto, spesso,
sovente, ecc.: « Da ch’ebber ragionato insieme alquanto... » (Inf., IV, 97).
401. — Sono avverbî determinativi tempora- li correlativi quelli che indicano
tale localizza- zione o durata in riferimento ad altro termine espres- so o
sottinteso: tali sono quando, allorquando, allor- ché, appena: Le forme
allorché, allorquando equivalgono ad al- lora che, allora quando: « Allor che
fulminato e morto giacque il mio sperar... ». (Petrarca, Canz., IV, 3) 402. —
Sono avverbî determinativi locativi quelli che localizzano nello spazio: qui,
là, costà, co- stì, colà, sopra, sotto, avanti, dietro (antiq. retro): « Allor
si mosse, ed io gli tenni retro». (Inf., I, 136). — 321 — z2I Sono avverbî
determinativi locativi correlativi quelli che esprimono una localizza- zione in
correlazione ad altra indicazione espressa o sottintesa: donde, dove, ove, e
vi, ci, ivi: « Quivi sospiri, . pianti ed alti guai risonavan per l’aer sanza
stelle... » (Inf., III, 22-23) 404. — L'italiano non distingue lo « stato in
luo- go » dal « moto a luogo »: «il luogo dove si è, e il luogo dove si va».
Questa distinzione è importante nella gran maggioranza delle lingue. Alcune
lingue riuniscono nel medesimo avverbio le due funzioni temporali e locative:
ad es., il francese dice non soltanto /e pays où il éfait, («il paese dove egli
era »), ma an- che le momeni où il l'a renconiré, « il momen- to in cui
(letteralm. « dove ») l'ha incontrato ». * >» 3 405. — Abbsidanti stia è la
categoria degli av- verbî qualificativi, perché, oltre quelli che banno una
forma speciale, se ne possono formare da tutti gii aggettivi qualificativi con
la semplice aggiun- ta del suffisso -mente. Con l’ablativo menie qualificato da
un ag- gettivo, il latino cominciò a denotare uno stato d’animo: forfi mente,
obstinala mente, jocunda mente, dubia mente (1). Nei testamenti diven- ne
comune la formula sana mente, finché l’uso si estese, con significato più
generale, gene- rando così i numerosissimi avverbî di manie- ra nelle DRBHE
neolabne (2). (1) Apuleio, I, 6; V, 23. (2) Cfr. H. Goelzer, Etude
lexicographique et grammaticale sur la latinité de Saint Jérome, 1884, pag.
428. — Questa formazione degli avverbî in -mente non è comune in rumeno. Cfr.
W. Meyer-Liibke, Die lateinische Sprache in den romanischen Ltindern, in
«Grundriss der romanischen Philologie, 1904, vol. I, pag. 487. — 322 — UN FALSO
PRIMATO Lo spagnolo e il portoghese hanno la ca- ratteristica di poter Îar
servire un’unica desi- nenza per più avverbi: Ciceròn escribiò clara, concisa y
elegantemente »; « O senhor Dou- tor jalou (« parlò ») simples e humildamenie
». Il francese, da comme, « come», ha for- mato l’avverbio commeni (= «
comemente »). — 406. — Gli avverbî in -mente si formano con ‘ l’aggettivo
femminile in -a, se l’aggettivo ha tale for- ma, altrimenti togliendo la vocale
finale -e; a meno che essa non sia preceduta da due consonanti o da c: perciò
da caro si ha caramente; da facile, facilmente; da triste, tristemente; da pari
si ha parimente; da semplice, semplicemente; da feroce, ferocemente. 407. —
Tutti gli avverbî possono sostantivarsi: « Ma quella ond’'io aspetto il come e
’l quando del mio tacer... ». (Par., XXI, 46-47) 408. — Gran parte di essi
possono assumere la forma intensiva, peggiorativa, diminutiva; ad es. spesso,
spessissimo; — bene, benino, benone, benissi- mo; — male, maluccio, malaccio,
malissimo. Per gli avverbî in -mente le desinenze intensive ed eventualmente le
altre (più rare) si pongono all’ag- gettivo formante, prima dell’aggiunta della
desinenza verbale: da facile avremo perciò facilmente, ma faci- lissimamente.
409. — Possono anche esser rinforzati con prefissi, come ad esempio nel
bellissi- simo avverbio italianissimo ed ingiustamente detronizzato, il quale
forma da solo un solen- ne Ra supermagnificentissimamen- fe (1). ‘ (1) «
Precipitevolissimevolmente » è un ridicolo av- verbio artificioso il quale ha
usurpato il titolo di cam- pione di lunghezza tra i vocaboli italiani. Il
legittimo avverbio in -mente formato con il non frequente ag- gettivo
precipitevole reso « superlativo » (intensivo) è precipitevolissimamente. Per
farne un endecasillabo, vi si è insinuata un’arbitraria metrica « zeppa »,
ossia — 323 — Tee RR TEOR O Abbiam visto per quale processo logico (8 277) i
pronomi relativi assumano funzione interrogativa. Il medesimo fenomeno si
verifica per le stesse ragioni, in alcuni avverbî correlativi: essi possono,
infatti, esprimere una correlazione (re- lazione) con un elemento incognito e
che si desidera conoscere. Tale incognita (x, y, z del simbolismo alge- brico)
può riguardare il tempo, il luogo, la quantità o intensità, il modo: ed abbiamo
perciò i quattro tipici avverbî interrogativi: .quando?, dove?, quanto?, come?
(1). 411. — Il parallelismo diviene evidente, se tali avverbî vengano
analizzati risolvendoli ideologica- mente negli elementi costitutivi: un
secondo -vol- in aggiunta a quello che già conte- neva. L’avverbio «
supermagnificentissimamente » ende- casillabo solidamente costrutto, sonoro,
prosodicamen- te ben accentato, armonico tra forma e significato, presenta
anche un certificato di prim’ordine: quello di Dante Alighieri che, nel De
Vulgari Eloquîo, lo po- ne fra gli « ornativa polysyllaba, quae mixta cum pexis
pulchram faciunt harmoniam compaginis». (Lib. II, c. VII). — Cfr. Toddi, Il
processo al « precipitevolissi- mevolmente », in « Sapere », Milano, 15 febbr.
1940, n. 123, pag. 86. | (1) Il confronto con le «categorie » aristoteliche ci
dimostra quanto intimo sia il nesso tra gramma- tica e filosofia, non soltanto
per la «logica» inter- pretazione dei fenomeni linguistici, ma per la loro
aderenza all’essenza stessa delle cose e degli eventi, passando quindi dalla
/ogica alla ontologia e alla stessa metafisica. « Aristoteles decem suprema
gene- ra distinguit; quibus omnia entia creata, exsistentia et possibilia,
substantias et substantiarum determina- tiones subsumit... Categoriae a
praedscabilibus diffe- runt quia non exhibent diversos modos logicos prae-
dicandi, sed diversitates essendi sive discrimina et , classes rerum. Ideo non
tam ad logicam, quam potius ad ontologiam pertinent ». J. Donat, Logica et intro- a
philosophiam christianam, Innsbruck, 1935, pag. 75. 994 - Ù #7 "EN e # . IL PERCHÉ DEL « PERCHÉ »
Infatti: { (positivo) = nel tempo mel quale... « quando > (interrog.) = in
quale tempo? {(positivo) = nel luogo nel quale... \(interrog.) = in quale
luogo? 412. — Una apparente analogia induce molti grammatici a considerare
avverbio an- che il vocabolo perché, sia nella sua Îunzione esplicativa
(causale) che in quella interroga- tiva. Il vocabolo perché non ha, invece, le
ca- ratteristiche avverbiali, né ‘morfologicamente né ideologicamente: esso si scinde
infatti in per-che = « per ciò che » ed è quindi, morîo- logicamente, una
congiunzione (vedi 8 448). Inoltre, esso non modifica un aggetti- vo né il
solo, verbo ma regge tutt’intera la pro- posizione (1). 413. — La confusione
fra avverbio e pre- posizione va anche evitata. Molti avverbî coincidono
formalmente con preposizioni. La distinzione però è assai Îacile, giacché
l’avverbio non può mai aderire direttamente ad un nome. Così, ad esempio, sopra
e sotto sono avverbî quando non reggano un sostan- tivo: « 4 tutti altri sapori
esto è di sopra» (Purg., XXVIII, 133) « E io sentì chiavar l’uscio di sotto » |
(Inf., XXXIII, 46) Sono invece preposizioni quando reggano un sostantivo: (o
pronome): . «Così vidi adunar la bella scola di quel signor dell’altissimo
canto | che sovra li altri com’aquila vola » (Inf., IV, 94-96) « dove » (1)
L’intera proposizione è sottintesa, retta ap- punto dal perché, quando questo
vocabolo è usato isclato, come interrogazione. 1, «... Una nave piccioletta venir per l’acqua
verso noi in quella, sotto ’1 governo d'un sol galeolo ». (Inf., VIII, 15-17) «
Ed adombrando il ciel par che s'anneri Sotto un immenso nuvolo di strali ».
(Tasso, Gerus. Lib., XVIII, 68) invece, il vocabolo prima, è sempre avver- bio,
poi che non regge mai direttamente un sostantivo: si dirà « prima di...» e la «
prepo- sizione» di serve ad esprimere la « correla- zione » tra l’avverbio e il
termine correlativo. Questo di, infatti, va tradotto coerentemente alla sua
îfunzione « comparativa » (1), e ciò dimostra: a) che si tratta anche qui di un
« para- gone »; * b) che il nesso non è diretto, e che quin- di il vocabolo
prima è avverbio, necessitando appunto di una preposizione per collegarsi con
un'idea sostantiva. 414. — Facile è anche la confusione tra avver- bio e
aggettivo allorché i due coincidono per forma. L’avverbio è invariabile,
l’aggettivo invece con- corda in genere e numero con il nome che esso de-
termina o qualifica. « Troppo mia morle |jOra acerba e rea, Se innanzi a me
vedessi morir lei ». (Ariosto, Orl. Fur., VI, 10) (l’avverbio modifica gli
aggettivi femminili acerba e rea, ed è invariabile) « Qui vidi gente più
ch'alirove troppa » (Inf., VII, 25) (l'aggettivo troppo concorda con il nome
gen- ie, che esso qualifica). (1) Si intende perché questo di non vada tradot-
to con un genitivo ma con un comparativo quam in latino; e perché in inglese si
dica before than (com- parat.) e non before of. Però before può essere an- che
preposizione, e perciò può reggere direttamente un nome o pronome: before him «
prima di lui ». — 326 — & IL GERUNDIO È UN AVVERBIO * * > 415. — La
grammatica rivoluzionaria non esita a classificare tra gli avverbî tutti i
gerundî: «questi si formano dai verbi mediante ii suffisso inva- riabile -ando,
-endo, come la massima parte degli av- verbî qualificativi si formano dagli
aggettivi per mez- zo del suffisso -mente: ed anche il significato è ana- logo,
esprimendo il « modo » in cui viene compiuta l’azione espressa dal verbo principale,
che il gerundio (avverbic) modifica. «Su per la viva luce passeggiando menava
io gli occhi per li gradi, mo’ su, mo’ giù e mo’ recirculando » (Inf., XXXI,
46-48). (I due avverbî in rima modificano il verbo menare. L’ultimo verso della
terzina è, ad esclusione della congiunzione e, composto interamente di avverbî:
il triplice mo' è av- verbio temporale (== « ora »);j Su e giù sono avverhî
locaiivi, e recirculando è anch'esso un avverbio (di modo), che Saluvale a «
circolar- mente ». | 416. — Ogni avverbio può venir risolto in un so- stantivo
retto dall’acconcia proposizione ed eventual- mente determinato o qualificato
da un aggettivo: qui =. in questo luogo; così = in. questo modo (1); pre-
sto=in modo veloce (oppure di buon mattino, ecc.); abbondantemente = con
abbondanza; sempre == in ogni tempo; mai= qualche volta (2); ecc. Anche il
gerun- DI (1) Chiarita e chiarificante è perciò l’espressione inglese this way
(« [in] questo modo ») nel senso di « COSÌ ». (2) Propriamente « mai »
significa « qualche vo!- ta» e richiede quindi la negazione per aver signi-
ficato iù .Né lagrime sì belle Di sì besli occhi uscir mai vide il sole ».
(Petrarca, Son. 107). E il significato positivo è evidente in espressioni quali
« Se mai egli capitasse da queste parti...» e simili. Ciò non impedisce, però,
che mai, pur senza la negazione esplicita, la sottintenda, come, ad esem- pio,
nel proverbio « Meglio tardi che mai ». dio può risolversi analiticamente in un
sostantivo ret- to da preposizione o in un infinito (che è sostantivo: vedi $
129 e segg.) retto da preposizione: nella ter- zina dantesca, il gerundio
passeggiando =a passeg- gio, nel passeggiare; e recirculando = con movimento
circolare. Nella notissima poesiola « La vispa Tere- sa » si susseguono
parecchi gerundî: « A lei supplicando l’ajflitta gridò: « Vivendo, volando, che
male ti jo? Tu, sì, mi jai male, stringendomi l’ale... » essi possono esser
tutti risolti nel modo sud- detto: supplicando = con tono supplichevole
(supplichevolmente); vivendo = con la Imia vita; volando = con il Imio] voto,
con il [mio] volare; stringendo = con la [tua] stretta, con il tuo] stringere.
417. — Il fatto che il gerundio possa ‘ avere un complemento oggetto o altro
com- plemento non attenua la sua qualità di avver- bio, come ($ 131) l'infinito
non perde il suo carattere di sostantivo pur se regga un com- plemento oggetto
o altro complemento. « .. Seggendo in piuma in fama non si vien, né sotto
coltre » . (Inf., XXIV, 46-47) (Il gerundio — ossia avverbio — seggeri- do
esprime il « modo » (la posizione) nella quale non si viene in fama; e in piuma
speci- fica tale posizione avverbialmente espres- sa) (1). (1) Il dialetto
veneziano esprime con una locu- zione avverbiale (« star in sentòn del leto »)
la posi- zione di chi stia assiso nel letto, ma a gambe diste- se:
l’equivalente italiano dovrebbe essere «stare a bioscia » (Cfr. P. Contarini,
Vocabolario portatile del dialetto veneziano, 3% ediz., Venezia 1888, pag.
156), — 328 — GLI « AVVERBI-RUMORE » * * %* 418. — Tra gli avverbî vanno
classificati ‘quei tipici ed insieme eccezionali vocaboli che riproduco- no
direttamente dei suoni o rumori, ossia le onom a topeiche. Le onomatopeiche
sono senza dubbio di. natura speciale per quel che riguarda la loro etimologia,
ma la loro funzione ha nettamente carattere avverbiale. Esse costituiscono
l’accompagnamerito so- noro (1) dell’azione, e perciò qualificano il baglio con
funzione più o meno ornamenta- le (2). ma non si può considerare appartenente
alla lingua viva una espressione incomprensibile al 96% delle persone colte. —
‘Abbiamo in italiano avverbî che esprimono speciali posizioni del corpo:
bocconi, gi- nocchioni, carponi, tutti con la stessa desinenza, espri- mendo la
direzione della bocca, dei ginocchi, del car- po (della mano) verso terra. Per
« carponi » il dialetto lugudorese ha le espressioni avverbiali imbàttula, ad
s'imbàtula, che valgon forse « gattescamente » (battu = « gatto »). Cfr. V.
Martelli, Vocabolario lugudo- rese-campidanese, Cagliari, Il Nuraghe, 1930, p.
I, pag. 76; p. II, pag. 179. — Soltanto con gerundî pos- . sono .rendersi in
italiano parecchie espressioni av- verbiali còrse, quali a salticchiéra, «
saltellando »; a frauléra, «scagliando »; a lampéra, «lanciando (0 lanciandosi)
precipitosamente »; nei quali -era è una « desinenza usata a formare modi
avverbiali indi- canti la maniera esagerata e frequente di fare una cosa» P. T.
Alfonsi, // dialetto còrso nella parlata Balanina Livorno, Giusti, 1932, pag.
58. — Morfolo- gicamente simile ai nostri avverbî in -oni è il còrso
camminoni-camminoni, « a passo svelto ». (1) Il coreano, ossia la lingua che
più abbonda di voci onomatopeiche, le considera appunto come ele- menti
musicali decorativi. Le enciclopedie coreane antiche (fino cioè alla fine del
’700) trattano queste voci sotto il titolo « Musica »: è vero che conside- rano
« musica » anche molti altri fenomeni che noi classifichiamo come « fonetici ».
Comunque, anche in “coreano, queste voci onomatopeiche sono veri e pro- prî
avverbî (pusa). (2) Cfr. 8 311) “"t>a Son perciò veri e proprî avverbî, tranne nel
caso che siano sostantivate, dovendo allo- ra considerarsi nomi non diversi
dagli aliri: il ghiaccio dell’infernal lago Cocìto, anche percosso da una
gigantesca rupe cadente su di esso, « non avrìa pur dall’orlo fatto cricch.
(Inf., XXXII, 30) « i cricch » equivale a « far rumore » con li differenza che
il nome « rumore » è sosti- tuito da un avverbio sostantivato, meglio spe-
cificante il rumore, perché « onomatopeico ». Così diciamo «il tic-iac
dell'orologio », «il prolungato dritin di un campanello », ecc. (1). Ma
allorché, generalmente come inciso ossia îra due virgole, la voce onomatopeica
inter- viene per esprimere il « modo » in cui il fe- nomeno espresso dal verbo
si svolge, evi- dentemente si tratta di un vero e proprio avverbio: « e gli
uccellini, cip-cip, cip-cip, ac- correvano giocondi »: l’onomatopeica cip-cip
equivale ad un gerundio (« cingueltando ») os- sia ad un avverbio (2). 419. —
Le onomatopeiche non mancano in al- cuna lingua, sebbene alcune ne siano
poverissime. (1) La presenza dell’articolo conferma la qualità di sostantivo.
In alcune lingue, in tali casi, si può an- che formare il plurale: es. « on entendait bien
claîre- ment les deux ronrons du chat et de la bouilloire », « si udivano
chiaramente i due ronron del gatto e del bricco ». (2) Nelle lingue che più abbondantemente e tipi-
camente ne fanno uso, molte di queste onomatopei- che assumono un suffisso
avverbiale: ad es. in corea- no il suffisso -taîta o -hata, che è tipico
dell’avver- bio: così da gororòk-gororòk, « chicchirichì », si ha
‘gororòk-gororòk-hata (letteralm.: « chicchirichimen- te »). Egualmente può
fare il giapponese, anche ric- chissimo di onomatopeiche, usando i suffissi
-niî e -to: ad es.: kisha ga poppo-to kemuri wo haite... « il tre- no,
sbuffando (letteralm. « vomitando fumo poppo- mente ») »; taiko ga dondon-ri
natte iru, «un tambu- ro rulla con il suo rataplan» ({letteralm. « don-don-
mente »). — 330 — PAESE CHE VAI, GALLO CHE TROVI È molto interessante osservare
che i medesimi suoni o rumori non sono ugualmente interpretati e resi
fonicamente nelle diverse lingue, persino quelli che a noi sembrano
evidentemente corrispondenti alla nostra riproduzione fonetica. Per noi è
evidente che l’abbaiar canino non possa meglio esprimersi che con « bù-bù »,
menire il vocabolo infantile francese iouiou deriva dall’interpretazione
dell’abbaiamento (tou-tou) (1), e l'inglese ha bow-wow (2) ed il giapponese lo
esprime nientemeno che con ghin-ghin. Il chicchirichì del gallo ha tante
interpre- tazioni onomatopeiche diverse quante sono le lingue che lo
riproducono. Vi sono rumori i quali non hanno, acusti- camente, alcuna
Îfisonomia che ne Îfaciliti la trascrizione i in vocali e consonanti, sicché
l’o- nomatopeica è puramente arbitraria. A noi sembra naturalissimo esprimere
con pafapun- fete e con palatrac i rumori di una caduta e di un crollo, mentre
per un Anglosassone l’ono- matopeica bang! è impiegata per gli usi più diversi,
spesso equivalendo al nostro pum! o bum! Per noi il campanello ha l’indiscutile
suo- no di flin o tino, se elettrico, di drin, laddove per un Tedesco esso
suona R/ingling. 420. — È anche molto interessante constatare che le lingue non
hanno soltanto delle vere e pro- prie onomatopeiche, ma anche delle pseu-
do-onomatopeiche, se così vogliamo chiama- re quelle voci che riproducono suoni
e rumori non esi- stenti: hanno cioè un carattere evidentemuente musi- cale,
esprimendo un suono immaginario: il suono cioè che sarebbe prodotto da
un’azione, se questa produ- cesse un suono. (1) Il vocabolo appare anche letterariamente
nel XVII secolo (Cyrano de Bergerac). (2) Pronunzia « bàu-uàu »). --,La più
tipica ed eificace di queste voci è zip-zag, esistente in tutte le lingue
europee. In italiano è un sostantivo, dal quale però si for- ma la locuzionne
avverbiale «a zig-zag »: SOT E dukup: ou ju pi ur! eL0 "i & g catia P)
cock-a- doodle-doo! Biba B 34K3aKaMH A) Il canto del gallo per noi è «
chicchiricchì » (1) € quasi lo stesso è in ceko (2), in tedesco (3), in spagno-
lo (4: pronunzia kikirikì), ma diverso è in francese (5), in portoghese (6), in
rumeno (7), in russo (8: pro- nunzia kukuriekù, poi che la lettera p è un r e y
un u), in giapponese (9: pron. kokekokkéo), in coreano (10: pron.
gororok-gororok), in mongolo (11: pron. gogou), in tibetano (12), e, per gli
Anglosassoni (13) è cock-a-doodle-doo. — B) « Zigzag » é un sostantivo, come
das Zickzack tedesco: e, in russo, lo si usa in «caso strumentale »
(zigzakami). (68 418-420) LE « PARA-ONOMATOPEICHE » « camminare a zi ig-zag »,
« ‘un tracciato a. zig- zag» (1). A tale categoria appartengono anche altre
voci, alcune delle quali evidentissimamente avverbiali, es.: « procedere
lemme-lemme » (2) 421. — 1Il corretto uso delle onomatopeiche ha importanza non
minore di quello degli altri vocaboli: (1) In inglese, zigzag può essere
sostantivo (a zig- zag, some zigzags), avverbio (to run zigzag), verbo (fo
zigzag, zigzagging): in tedesco è sostantivo de- clinabile (der Zickzack, des Zickzacks;
plur. die Zick- zacke) o avverbio (zickzack laufen); il russo ha lo strumentale
zigzakami, con funzione -avverbiale. (2) In questa categoria di
pseudo-onomatopeiche Oo « para-onomatopeiche », o « onomatopeiche metafo- riche
» appare ancora più evidente il temperamento artistico del popolo, poi che
l’interpretazione musicale di ciò che non ha suono lascia libero corso alla
fan- tasia. Ad un italiano non sembra naturale che. pop possa esprimere
efficacemente una partenza improv- visa: e ad un Inglese, invece, è
naturalissima l’espres- sione « he went off with a pop», «se ne andò via con un
pop », cioè « di colpo » (il pop sarebbe appun- to il « rumore » immaginario di
questo «colpo »); ed un Francese dice: « Crack! le voilà parti! ». Le due
lingue estremo-orientali onomatopeiche per eccellen- za ci offrono gli esempi
più curiosi: il coreano usa l’avverbio onomatopeico napsin-napsin-hata (hata =
« -mente ») per esprimere ciò che si fa gingillandosi, scherzevolmente; al
nostro « delicatamente, tenera- mente » corrispondono gli avverbî onomatopeici
mal- làng-mallàng-hata, mullong-mullong-hata, mulsin-mul- sin-hata,
nalsin-nalsin-hata; « nostalgicamente » è ghi- rùk-ghirùk-hata; « velocemente »
gallòk-gallok (che cor- risponde al cinese k’udis-k'uàis, k'uài4-K'uài4-ti); «
len- tamente » kKamàn-kaman (cinese man4-man4, man4-man4- ti). Per un
Giapponese il sapore acre « fa hiri-hiri » (Giri-hiri suru); la carta sottile
dà una sensazione « pera-pera », e « parlare fluidamente giapponese » si dice «
Nihongo wo pera-pera-ni hanasu > (letteralm.: « Parlare giapponese
pera-pera-mente »); altri curiosi esempî sono: O-jiisan mada pin-pin shite iru
« il non- no agisce ancora pin-pin », cioè «e arzillo » kodomo wa pata-pata
arukimasu, « qual bimbo cammina pata- pata », cioè «a passettini » (cfr.
l’inglese « the child walks pit-a-pat »): persino per gli alberi cresciuti ra-
pidamente si può usare un’onomatopeica efficace: ano. matsu no ki wa zun-zun
sodachimashita, letteralm.: anzi, poi
che esse rappresentano un elemento espres- siva e musicale insieme, ogni
erroneo uso, nel parlare una lingua straniera, equivale ad una ridicola stona-
tura (1). « quell’albero di pino è cresciuto proprio zun-zun »; € possiamo
confrontare il giapponese « osoroshisa de ashi ga wana-wana furuela» (« per lo
spavento le gambe tremavano [facendo] wana-wana ») con il no- stro «le gambe
fanno lippe-lappe »: ed alla stessa categoria appartiene la curiosa espressione
familiare «le gambe fànno Giacomo-Giacomo ». Anche l’ita- liano ha dunque le
sue « giapponeserie » avverbiali onomatopeiche. (1) Vi è poi un effetto
onomatopeico ottenuto con il raggruppamento di più vocaboli consonanti o asso-
nanti producenti nel loro insieme un voluto effetto so- noro rappresentativo.
Tipico e bellissimo esempio è il famoso esametro vergiliano descrivente con
mira- bile efficacia il rumore del galoppo del cavallo: « Quadrupedante putrem
sonitu quatit ungula campum » cui corrisponde il daharòth dahardth del testo
ebraico dei Giudici (V, 22). de pen (Gli eredi della declinazione I (XX) 422. —
Speciale sviluppo hanno avuto le preposizioni nella trasformazione del latino
in italiano. _ Ad esse infatti è stata affidata quella fun- zione connettiva
che, nel' latino, si impernia- va sulla deélinazione (1). | Bvratooe / «
Declinare » è « assumere una inclinazione »... Esem- pî di «casi» in greco (A),
tedesco (B), serbo (C). (8 422) (1) Vedi 8 68. — 335 — À E: IUYATNO \ see « Declinare » è, etimologicamente, assumere
una maggiore pendenza, « inclinare »: implica cioè una no- zione angolare (1).
L’azione del verbo transitivo passa direttamente (ossia nel senso che potremmo
rappresentare geome- ‘tricamente come « verticali ») sulla cosa che è « ogget-
to» di tale azione, ed il sostantivo (o vocabolo so- stantivato) che lo esprime
è appunto il « complemen- to oggetto » o «caso diretto »: l’accusativo del
latino e delle altre lingue che hanno una declinazione. Allorché diciamo: « Chi
lava la testa all’asino per- de il ranno e il sapone », abbiamo, la chiara
nozione che l’« oggetto » che si lava è la festa e ciò che si per- de sono il
ranno e il sapone, mentre l’asino, pur in- teressato nella faccenda, non ‘è
direttamente (ossia tutt'intero) l'oggetto "del primo verbo: è connesso
con l’azione di esso in un senso che possiamo appunto considerare « angolare »
(2). (1) Nel linguaggio nautico si chiama « declina- zione » appunto l’angolo
che l’ago magnetico fa con il meridiano geografico. Questa coincidenza dei due
vocaboli, grammaticale e nautico o astronomico, non deve però indurre a
confonderli in altre lingue: in inglese, ad esempio, essi, pur coincidendo per
etimo-: logia, sono distinti: è declination (o anche variation) quella magnetica
o astronomica, mentre è declension quella morfologica grammaticale. Molti
termini gram- maticali sono, in inglese, distinti da quelli comuni: così il «
genere» è gender (in scienze naturali è ge- nus), il « tempo » è tense e non
time; per « far l’ana- lisi grammaticale », l’ingiese ha un verbo speciale, fo
parse; e per « compitare lettera per lettera» il verbo to spell (cfr. la nota
al 8 160): « How do you spell your name? ». « Come si scrive. il vostro nome?
», (2) Il latino esprime in accusativo (caso diretto) ed in dativo (caso
obliquo) i due diversi rapporti. — Il proverbio latino non coincide, per
vocaboli, con quello italiano, ma mantiene i medesimi rapporti grammaticali,
poi che dice: « Zrngrato benefaciens per- dit oleum et operam », « Chi fa bene
ad un ingrato (dativo) ‘spreca olio e fatica (accusativo). — Lo stesso concetto
non è però espresso con il medesimo « an- golo » nelle varie lingue (cfr. 8
434), potendo ciascuna usare un diverso caso obliquo: il proverbio francese, ad
esempio, dice: « A laver la tète d’un dàine, on perd — 336 — L’OBLIQUITA DEI
CASI Questa nozione « angolare » (ossia di « declinazione ») è espressa appunto
con le - preposizioni, le quali pongono i nomi in « caso obliquo », aîfinché
essi possano assumere la iunzione di « complemento indiretto ». Nel latino —
come in tutte le lingue che conser. vano la declinazione — tale còmpito era
affidato alle desinenze. Per quanto ricca di desinenze potesse essere Q possa
essere una lingua, le « possibilità » angolari so- no limitate: il latino aveva
sei casi (1), il greco cin- que (2), il tedesco ne ha quattro (3), le lingue
slave sei o sette (4), però, con frequenti coincidenze morfo- logiche fra caso
e caso. son savon », e lo spagnolo « Lavar cabeza de asno, perdimiento de jabòn
»: il proverbio tedesco lava l’asi- no tutt’intero: « Wer den Esel mit Seife
wdscht, hat schlechten Lohn davon ». (1) Senza calcolare il « locativo », che
nel latino classico ha lasciato solo poche tracce isolate: domi, «in casa»;
ruri, « nella villa »; humi, « per terra, in terra »; e nei nomi di luogo. Il
domi (e anche domo) di Cicerone diventa in domo in Seneca. — Cfr. C. H.
Grandgent, op. cit., pag. 57, 8 86. (2) Nel greco classico rimangono tracce
degli altri casi, cioè dell’ablativo, dei locativo e dello strumen- taie. Cfr.
L. Macinai e L. Biacchi, Grammatica greca, 22 ediz., Roma, Lux, 1900, pag. 47,
$ 19-bis. — Il greco moderno conserva il dativo soltanto nella lingua scritta:
la lingua parlata lo sostituisce con l’accusa- tivo preceduto dalla
proposizione eis (pronuncia is). —: Cfr. C. Capos, Nouvelle grammaire grecque,
Hei- delberg, Groos, 1908, pag. 20; e Palumbo, Grammatica del greco volgare,
Heidelberg, Groos, 1907. (3) Lo stesso numero di casi, cioè, che aveva il
gotico: nominativo, genitivo, dativo e accusativo: il vocativo non aveva forma
propria: si usava — come si usa in tedesco — il nominativo, ma, in alcuni casi,
l’accusativo. — Cfr. 8 241. — Cfr. S. Friedmann, Lin- gua gotica, con speciale
riguardo al tedesco, inglese, latino e greco, Milano, Hoepli, 1896, pag. 14. i
(4) Il russo non ha l’ablativo, ma lo «strumen- tale » (tvarìtelnyi padièsg’)
esprimente, senza prepo- sizione, lo strumento, il mezzo dell’azione, ed il «
pre- posizionale » (prédlosg'nyi padièsg’), che è sempre ret- — 337 — Tese dgo
as ASA E TL ni dn rl|L1111_——1—— _—_mr——_—_——90Ò0ooIÒT ‘I «casi» son dunque insufficienti ad
esprimere tutta la grande varietà dei complementi. Perciò anche. le lingue con
nomi a flessione (declinazione) necessi- tano di preposizioni, destinate ad
ovviare a tale deficienza espressiva. | | Persino quelle lingue che hanno un
grandissimo numero di casi necessitano di preposizioni (o postpo-. sizioni). Il
primato per dovizia di «casi» spetta a due lingue agglutinanti: il finlandese
con i suoi 15 casi (1) ed il birmano con 17 (2); ma neppure tanta ricchezza
morfologica. impedisce a queste due lingue di dover ricorrere a costrutti
preposizionali. 424. — Le preposizioni sono così. chiamate perché si «
prepongono » al nome, a differenza delle desinenze che erano aggiun- te ad esso
nella declinazione. 425. — In origine, la preposizione non era che un avverbio,
esprimendo appunto una mo- dificazione ‘dell’azione verbale. Anche nella sua
funzione attuale essa, pur reggendo un to da preposizione. — Cfr. R.
Gutmann-Polledro & A. Polledro, Grammatica russa teorico-pratica, 3% ediz.,
Torino, Lattes, 1933, pag. 19. — Il serbo e il croato hanno anche il «locativo
», il quale esige però an- ch’esso la preposizione. — Cfr. B. Guyon, Grammatica
teorico-pratica della lingua serba, Milano, Hoepli, 1919, pag. 45 e segg. — G.
Androvic’, Grammatica della lingua croata, 4% ediz., Milano, Hoepli, 1942, pag.
53 e segg. (1) Nominativo, genitivo, accusativo, partitivo, in- struttivo,
comitativo, privativo, essivo, traslativo, ines- sivo, elativo, illativo,
adesivo, ablativo, allativo, senza tener conto di un «prolativo » di alcuni
sostantivi come meri, « mare » (meritse, « per via di mare »), maa, « terra »
(maitse, « per via di terra »). — Cfr. A. Hà- màlainen, Finnisch, Berlin,
Langenscheidt, 1917, p. 22 e segg. (2) Nominativo, nominativo specifico,
nominativo enfatico, oggettivo, oggettivo specifico, possessivo, da- tivo,
dativo finale, causativo, strumentale, connettivo, locativo, locativo
specifico, ablativo, ablativo nomi- nativo, vocativo, espletivo. — Cfr. A.
Judson, A Gram- mar of the Burmese Language, Rangoon, Phinney, 1888, pag. 17 e
segg. NATURA DELLA PROPOSIZIONE sostantivo, è ideologicamente connessa con il
verbo, che ne resta modilicato. Allorché diciamo « passarono sotto il ponte» e
« passarono sopra il pontc», percepiamo benissimo che non soltanto il ponte è
affetto dalla nozione pre- posizionale, ma anche l’azione del passare ha una
mo- dificazione (1). 426. — Il valore « avverbiale » viene con- servato e reso
ancora più evidente allorché le stesse parole che servono come « preposizio- ni
» si combinano con un verbo, generando un verbo composto. È evidentissimo che
in verbi quali comporre, sot- tostare, percorrere, trasferire, addurre,
circondare, ecc., i varî prefissi (« con- », «sotto- », « per- », lat. trans-,
« ad- », lat. circum-) non potrebbero aver fun- zione più tipicamente « avverbiale
», cioè modificatri- ce del verbo, poi che formalmente si incorporano ad esso,
formando quindi anche nel pensiero un’idea unica con il verbo stesso. La natura
avverbiale della preposizione af- fiora nuovamente, allorché essa viene a
trovarsi priva (1) Infatti il gesto eventuale che accompagni tali espressioni
non allude soltanto al ponte, ma anche allo specilale modo di-passare. — Il
gesto, spontaneo ed atavico in ciascun popolo, è commento, interpre- tazione e
complemento del linguaggio orale, quando non ne è addirittura un surrogato.
Verbo ed avverbio si unificano nell’interpretazione mimica. Presso molti
popoli, ad esempio gli Halkomelen della Columbia Britannica, « un terzo almeno
dei significati delle loro parole o delle loro frasi è intimamente legato ai
gesti. Se un Coroado vuol dire «io andrò nel bosco » egli dice « andare nel
bosco » e con un movimento della bocca indica la direzione che vuol prendere ».
Ed al- tri numerosi esempî son elencati da L. Lévy-Bruh], Les fonctions
mentales dans les sociétés inférieures, Paris, Alcan, 1910, pag. 182 e segg. —
« Nell’Africa occidentale non si può parlare nelle tenebre, essendo
invisibili-i gesti» A. H. Kingsley, Travels in West Africa, London, 1897, pag.
439, — e «la determina- zione del verbo è stabilita dal gesto che l’accompa- .
gna » J. L. Wilson, cit. dal DEE Primitive Culture, vol. I, pag. 149. — 339 —
Fe a. I usnesntiotnt -29T YFre pois *» d. del sostantivo cui si riferisce.
Perciò il francese può dire « /ls prirent son manteau et s'en allèrent avec »,
« Presero il suo cappotto e se lo portarono via »: in cui « andarsene-con »
forma un’idea unica. E analoga struttura (sintattica e quindi ideologica) è
ancor più frequente in inglese: the man she was speaking with, « l’individuo
con il quale ella parlava » (letteralmente: « l’individuo [che] ella
parlava-con »); the book he is looking for, «il libro che egli sta cercando »
(dlette- ralm. « il libro [che] egli guarda-per »). Considerando la «
preposizione » aggregata al verbo, e perciò in fun- zione avverbiale, queste
strutture ci divengono chiare, e ne è quindi facilitato l’uso. 427. — Queste
premesse sorio indispensa- bili perché, chiarendo la natura e le funzioni della
preposizione, servono a spiegar- ci anche altri fenomeni che ci apparirebbero
illogici se non addirittura paradossali. Così, ad esempio, può sembrar curioso
che, nel distinguere lo « stato in luogo » dal « mo- to a luogo », le lingue
fornite di declinazione pongano in caso diverso non il nome espri- mente la
cosa che sta ferma o si muove, ma il nome esprimente il luogo, le cui
condizioni reali non mutano. Si dice in latino Caius Romae habitat, « Caio abi-
ta a Roma», e Caius Romam venit, « Caio è venuto a Roma », ponendo in
genitivo-locativo oppure in ac- cusativo proprio Roma, che resta immutata,
mentre non varia Caio, nel quale è la differenza reale di sta- to o di moto.
Parimenti, in altre linguc, l’espressione « nella scatola » assume una forma
grammaticale di- versa, a seconda che l’oggetto vi stia o vi sia posto, sebbene
la scatola non muti affatto nella realtà. L’apparente stranezza ha invece la
sua lo- gica spiegazione allorché si consideri che di- cendo in der Schachiel o
v Raròpku o v iàsc’cik (moto a luogo) invece che in der Schachtel o v Raròpkie
o v iàsc’cikie (stato in luogo) non si intende che il recipiente subisca una
modi- ficazione, ma che sia diverso il rapporto di esso con il verbo: tale
diverso rapporto è co #40 = I TRE STADI LOCATIVI mn capsa n ‘capsàm in der
Shaohtel in Sie Shadtel B kopoòke _ B Kopo0xy B AIMMKe B SHIHK mn the box into
the box nella scatola | en la caja —. | STATO nacara MOTO IN LUOGO dans la
boîte AA LUOGO Tre stadî grammaticali: I) Il mota influenza morfo- logicamente
il luogo; II) Il moto influenza la prepo- sizione; III) Il moto non influenza
né l'una né l'altra (8 427) — 341(=, affini: e EST £ Ye koh «a. espresso dalla desinenza, la quale è un com-
pletamento dell’idea preposizionale: 0, più esattamente, la preposizione ha la
funzione di completare ‘specificamente l’idea che la sola desinenza del « caso»
non è sufficiente ad esprimere (1). 428. — L'uso del « caso » completato da una
preposizione rappresenta uno stadio in- termedio tra l’espressione sintetica e
l’anali- tica. Più vicino all’espressione analitica è il co- strutto di quelle
lingue nelle quali la difîe- renza tra « stato in luogo » e « moto a luogo » è
resa con differenti preposizionui (2). Completamente analitiche son le lingue
neolatine, avendo abolito ogni differenza an- che nelle preposizioni: queste
hanno il sem- plice significato locativo: se si tratti di « stato » e « moto »
sono di pertinenza espres- siva del verbo. 429. — Come si vede, l’esame di
differenti lingue serve ad illuminarci sulla evoluzione della mentalità
linguistica. Con questi con- ironti constatiamo inolire la grande coerenza
della lingua italiana con il criterio fondamen- tale prevalentemente analitico
che ne regola le espressioni. (1) Si noti anche l’analogia per cui ila preposi-
zione in non è necessaria, in latino, dinanzi a quegli stessi nomi (città e
piccole isole) che nelle lingue neolatine non prendono l’articolo (vedi 8
345-347). Essi necessitano di una minor determinazione, poi che la
localizzazione è già espressa con sufficiente precisione. ._ (2) Intermedio tra
i due stadî (I e II) ossia con le caratteristiche di entrambi è il costrutto
locativo greco classico, in cui lo «stato in luogo » è espresso da en con il
dativo, ed il « moto a luogo » con eis e l’accusativo. Il greco moderno segue
ie norme classi- che nella lingua scritta, mentre nello stile parlato non fa
distinzione, usando sempre eis (pronunzia is) o es, o 5 o sé con l’accusativo,
sia per lo Stato che per il moto: « eis tèn pòlin», «in città, nella città,
alla città » (cfr. 8 370). — 342 — Lama 1 e lAbiuian e cera | amm —_—ointe n,
TRE DIVERSI « DOVE» less 430. — Il medesimo criterio ha indotto la nostra
lingua ad abolire la differenza morîfo- logica degli avverbî locativi, non di-
stinguendosi in essi lo « stato in luogo » dal «« moto a luogo » né dal « moto
da luogo » (1). hol? )honnan going to? î coming from? La localizzazione può
essere statica o implicare mo- to... (8 430) - Gli studenti di latino non
debbono stupirsi se l’in- segnante considera gravissimo errore l’uso di ubi per
quo e viceversa (2). (1) Questi -paragrafi son collocati qui, appunto per la
loro analogia con le preposizioni locative. Queste rispondono alle domande dei
pronomi locativi inter- rogativi. (2) È nota ed istruttiva la barzelletta,
utilmente ripetuta ad ogni novizio di studî latini. All’allievo che chiedeva: «
Ubi vadis, magister? », l’insegnante rispon- de: « Ad reperiendum quo! » (« A
ritrovare il quo! »). i 7. ? 4 dI di hd Pur nelle lingue più lontane, questa
differenza, se esiste, va rispettata rigorosamente. Per un Ungherese o per un
Giapponese, esatta- mente come per un Tedesco, i tre avverbî interroga- tivi
locativi rappresentano tre domande ben diverse, in due delle quali essi
riconoscono una vera e propria « freccia di direzione » esprimente il « moto a
luogo» o la « provenienza ». L’inglese ha un solo «dove» iniziale, ma esso è
completato con una preposizione (propriamente av- verbio; vedi 8 428): il to
della domanda per il « moto a luogo » è il medesimo che trasforma la
preposizio- ne in (stato in luogo} in into (moto a luogo) (1). Nelle lingue che
hanno tale differenza, lo scambio dei diversi avverbî è errore grave, poi che
essi corrispondono a tre differenti idee: quo? = [stando] dove? ubi? =
[andando] dove? unde? = [venendo] da dove? È perciò un controsenso dire «ubi
vadis? », poi che equivarrebbe a « vai stando dove? », oppure « quo es? » che
significherebbe «stai fermo movendo verso dove? ». La lingua italiana ha escluso
dall’avverbio loca- tivo ogni idea di stato o di moto, e perciò il nostro
«dove» ha sostituito tre diversi avverbî latini. In tanto li ha sostituiti
però, non in quanto il « dove » equivalga ad essi, ma perché, in coerenza con
il gene- rale criterio analitico, ha scisso dall’avverbio ed ha affidato al
solo verbo ogni còmpito espressivo delle idee di «stato » o di « moto ». (1) Ed
è il medesimo fo, implicante idea di « mes- sa in moto », che l’inglese prepone
all’infinito. (Cfr. 8 150 a pag. 97). L’aderenza del to con l’infinito è anzi
così intima che l’inserzione di un avverbio o lo- cuzione avverbiale tra i due
equivale a «spaccare l’infinito » (to split an infinitive), e ciò è condannato
dai puristi come « norma abusiva dello stile scadente » («a shibboleth of
second-rate style ». J. F. Genung, The working principles of Rhetoric, Boston, Ginn, 1900,
pag. 230. — Cfr. anche la divertente trattazio- ne in H. W. Fowler, A
Dictionary of Modern English Usage, Oxford, Clarendon Press, 1927, pag.
558-561). Id _. ni AE ho - 7 dr I
VARI UFFICI DEL «DI » * * %* 431. — Il limitato numero di « casi » con- tro la
grande varietà di complementi possibili rendeva necessario l’uso di un medesimo
caso per complementi diversi, accompagnandolo 0 non con preposizioni. Il
genitivo latino, ad esempio, non è mai accom- pagnato da preposizione: sua
funzione caratteristica è quella di esprimere il « complemento di specificazio-
ne »: ma anche tale complemento può avere significati ben differenti: il «
genitivo » che è in flumen Italiae non è del medesimo significato di quello che
è in am- phora aquae: nel primo caso si specifica che il fiume è «d’Italia »
(genitivo) in quanto è «in Italia », men- tre nel secondo l’anfora è «di acqua»
(genitivo) in quanto è piena di acqua, ossia è proprio l’acqua che è
nell’anfora e non l’anfora nell’acqua (1). Persino in casi in cui il «
complemerto di speci- ficazione » sembra grammaticalmente identico, una certa
differenza è osservabile. Allorché diciamo «la casa di Dante », la preposizione
« di» non esprime il medesimo rapporto con Dante che allorquando di- ciamo «il
poema di Dante » o «il ritratto di Dante »: la casa appartenne a Dante, il
poema fu scritto da Dante, il ritratto raffigura Dante: i tre « rapporti » son
‘ben diversi. Ed esiste persino una differenza di rap- porto con Dante allorché
diciamo «la casa di Dante » oppure «la tomba di Dante »: in quella era Dante
vivo, in questa giacciono i resti di Dante. 432. — Oltre i suddetti
complementi, la preposi- zione « di» può servire ad esprimerne parecchi altri,
i quali possono non coincidere affatto con il genitivo latino o di altre
lingue, né la nostra preposizione va sempre resa con le equivalenti
preposizioni in altre lingue (inglese of, tedesco von, francese, spagnolo e
portoghese de, ecc.). (1) Tra i numerosi manuali di avviamento allo studio
latino ve ne sono di eccellenti: particolare se- gnalazione merita, per
chiarezza, quello — pur rigo- rosamente tradizionalista — di Q. Ficari, /anua:
analisi logica e prime letture latine, Roma, Sormani, 1938, con un nitido «
Quadro sinottico dell’uso dei casi». — 345 — murzvpr Suri fici ire US Può trattarsi, ad esempio, di un complemento
di origine, natura, patria, provenienza: pesce d’acqua dolce ,Dionigi d'
Alicarnasso; vien di lontano, porcella- ne di Sèvres, nuovo di zecca, fresco di
bucato. « di quella nobil patria natìo » (Inf., X, 26). Può esprimere misura:
un foro di 4 millimetri, una pistola di calibro 8, una tensione di 20.000 vol-
ta (1), ecc. l Può indicare il soggetto, l'argomento: si parlava molto di lui,
un libro di grammatica, che c’è di nuo- \o?; oppure di maniera: di corsa, di trotto,
di sfug- gita, dì traverso, di fretta (meglio in fretta). Può anche esprimere
complemento di agente o causa: «semo perduti, e sol di ‘tanto offesi, che sanza
speme vivemo in disìo ». (Inf., IV, 40-41). E la serie è ben lungi dall’esser
completa. . 433. — Non meno ricca di significati diversi è la preposizione da,
che ha anch’essa numerosissime accezioni differenti, come appare dalla vignetta
ac- clusa, nella quale pur non son compresi molti altri usi: es. un motore da 8
cavalli-vapore, chi fa da sé fa . per tre, l’aspettiamo da tre ore, questa
porta si apre da dentro, di là dal confine, ecc. Percepiamo benissimo che tutti
questi da esprimo- no relazioni differenti. 434. — Praticissima e facile regola
per ri- conoscere di quale complemento si tratti, os- sia come debba esser
espressa la preposizione passando ad altra lingua, è quella di sostituire la
preposizione stessa con un costrutto che dica esattamente la stessa cosa.
Allorché, ad esempio; diciamo la città di Firenze, sentiamo che il rapporto con
Firenze non è il mede- . . (D Oppure di 20.000 volt, adottando il vocabolo
internazionale; ma non volts, con una desinenza eso- tica per un vocabolo tanto
gloriosamente italiano! (cfr. 8 223). i n pra * POLIEDRISMO PREPOSIZIONALE simo
che allorché diciamo una veduta di Firenze o i palazzi di Firenze. In questo
secondo caso la prepo- sizione di ha il suo vero valore di « specificazione »,
mentre la città di Firenze significa la città che ha no- me Firenze; e così,
diventa evidente che in latino si debba usare non il genitivo ma il «
nominativo ». una donna dai capelli ne- ri guarda dalla finestra CARTE
DROGHERIA il pacco DAPARATI] | @z--1.datole i stag 7 / \) va dal droghiere ma
esce dal | droghiere non lontano a dal droghiere i Una medesima preposizione può
aver significati ben differenti esprimendo rapporti diversi... (8 433) Non
facile è il corretto uso delle preposi» zioni nelle lingue straniere, e spesso
proprio in quelle che maggiormente sembrano avvi- cinarsi alla nostra, poi che
più agevole è l'er- rore di trasportare 1 In esse quel tipo di « con- nessione
» che ci appare naturale e logico e che, invece, è tipico della nostra lingua,
e che 0 quindi può essere — e assai
spesso lo è — ben diverso in un altro idioma (1). Analisi e riflessione ci
riveleranno, ad esempio, che « andare in bicicletta » non significa essere nel
veicolo come quando si va «în treno » o « in barca » o «in aeroplano », e ci
sarà agevole comprendere e ricordare perché il francese dica, invece, « aller à
bi- ciclette », come dice « aller è cheval », poi che la po- sizione è la
stessa. Allorché diciamo « parlare col raso », la preposizione con esprime un
rapporto ben diverso di quel che essa esprime allorché diciamo « parlare con un
amico »: ed il francese dice infatti « parler du nez », il tedesco « durch die
Nose spre- chen ». | 435. — Per analogia con la matematica, possiamo applicare
il criterio della « scompo- sizione in fattori primi ». Se il significato della
preposizione non è scomponibile in altre idee, la preposizione ha il suo pieno
valore, appun- to come un numero non scomponibile in fatto- ri primi è un
numero « primo », cioè inscin- dibile (2). 436. — Buona guida è anche il «
sentimen- to » (cÎr.8 52 e 8 108), specialmente in quelle espressioni che hanno
appunto un contenuto affettivo. Il «dativo etico » esprimeva appunto, in
latino, questo rapporto che è parzialmente « finale », mentre esprime anche
interesse, affetto, piacere o dispiacere: tale « dativo » — per indicare il
quale la qualifica di © (1) « Toute collectivité humaine identifie ou as-
simile les idées d’une manière particulière et caracté- ristique. Les peuples divers voient
les choses et les faits sous des angles différents et sont diversement
impressionnés; chaque nation persoit les étres et les mouvements d’une facon
qui lui est propre ». I. Ep- stein, La pensée et la polyglossie, Paris, Payot,
1910, pag. 100. . (2) Per la
comprensione razionale dei numeri pri- mi, cfr. Toddi, / numeri, questi
simpaticoni, 32 ediz., Milano, Hoepli, 1945, pag. 60 e segg. VE EE (IRE SE BE
sa . IL DATIVO ETICO etico è ben appropriata — è conservato in italiano: id
vobis bene est, «ciò va bene per voi», questo vi sta bene!» (anche nel senso
ironico): « quid mihi Caius agit? « Che diamine mi sta combinando Caio? ». 437.
— La comprensione di questo fattore sentimentale in una preposizione giova non
di Firenze dildi 3131 2}? 4j 1 | . ni Analizzare le preposizioni con il
criterio della scom- posizione in fattori primi... (Firenze, in una xilogra-
fia di Michele Wohlgemuth e Guglielmo Pleydenwurff nel Liber Chronicarum di
Sebaldo Schedel, . 1493). | i ‘ (8 435) soltanto a renderne la natura e
l’efficacia al- lorché si voglia esprimere la medesima cosa in una lingua
straniera, ma l’analisi psicolo- gica e linguistica di tali espressioni ci
rivela connotati interessanti sulla mentalità dei po- poli e persino sulla loro
visione della realtà. ‘949 - Sol chi si
ponga da un punto di vista del creden- te potrà infatti intendere tutta
l’efficacia espressiva della comune invocazione italiana « Fatelo per le ani-
me sante del Purgatorio! »: la preposizione ha ap- punto un contenuto
etico-religioso (1): e si intenderà anche il valore, che non è aridamente
grammaticale, dei numerosi per che sono nel Cantico delle Creature . di S.
Francesco: « Laudatu sii, mì Signore, per frate ventu et per aere, et nubilu,
et serenu, et onne tempu... » (1) Il sostantivo inglese sake è tipicamente
espres- sivo di questo valore affettivo adombrato in un voca- bolo.
Originariamente affine al tedesco Sache, « cosa», ha acquistato un significato
prevalentemente etico, proprio come il latino causa, da: cui il nostro « cosa»,
ha anche dato «causa» nel senso di procedimento giudiziario nel quale sia in
gioco l'interesse‘ mate- riale e morale delle parti. (Cfr. E. Weekley, The Ro- mance
of Words, London, Murray, 1925, pag. 2). — Le espressioni « for charity's sake!
», « for Goodness sake! », « for charity's sake! » (« per l'amor di Dio! »), «
for mercy's sake », « for pity's sake! » (« per pietà! »), « for old sake’s sake!» («in nome dei tempi passa- ti!
») illuminano questo feeling, che si ritrova in name- sake che non esprime
soltanto « omonimia »: se ad un bimbo è imposto il nome di Jàmes in onore del
nonno, il rapporto di esser namesake, ossia « omoni- mo » non è soltanto
onomastico ma anche. affettivo. — Parimente non si può intendere la vera
differenza intima tra le due postposizioni locative giapponesi ni e de
(equivalenti grammaticalmente alla nostra pre- posizione «in») se non si prende
come chiave la mono no aware, ossia quel sentimento di tenerezza e sintonia che
armonizza in un tutto affettivo esseri umani e cose, e per la quale anche
l’ambiente « par- tecipa » all’azione umana. Si comprende così perché il
Giapponese usi ni come semplice indicazione di « stato in luogo » senza azione,
mentre usa de (strumentale) allorché vi si compia un’azione, qualunque essa
sia. poi che anche il luogo è « strumentalmente » connes- so con essa. Es.:
niwa ni wa kodomo ga orimasu, « nel giardino c’è un bimbo »; niwa de wa kodomo
ga aso- bimasu, « nel giardino un bimbo gioca ». -— 350 — fé Le voci connettive
(XX1) 438. — I concetti, espressi in « pro- posizioni » (vedi $ 125), sono
connessi fra lo- ro (1). | | Alla concatenazione mentale corrisponde la
concatenazione dell’espressione linguisti- ca (2). Tale concatenazione è talora
evidente di per sé, ed il nesso tra i concetti non necessita di speciale
indicazione con parole specifiche: è sottintesa nella pausa, breve o lunga, che
intercorre tra le proposizioni di un periodo e tra i periodi del discorso.
Anche nel discorso in cui «si salta di palo in (1) Secondo R. Avenarius il
concetto rappre- senta un risparmio di energia, permettendo di abbrac- ciare
con il minimo sforzo un gran numero di oggetti, e ciò risponde al criterio che
lo Avenarius pone a base della conoscenza, per cui — per il principio d’i-
nerzia e del minimo consumo di forza — l’anima non adopera in una percezione
più forza di quella che | sia necessaria. — Cfr. A. Avenarius, Kritik der
reinen Erfahrung, 1888-1890. — Vedi oltre, $ 452. (2) Secondo un felice
paragone di J. Piaget, «il linguaggio fa uso costante di spago », poi che le
con- giunzioni e le preposizioni son lo spago del linguag- gio, per tener unite
le idee. I bimbi che non sanno an- cora far uso di tali parole di collegamento
« sont des enfants qui ne savent pas faire de paquets ». J. Pia- get, La pensée symbolique
et la pensée de l’enfant, in «Archives de Psychologie », Genève, 1923, V, pag.
302. ——_ Py VEO dd a.t. frasca » vi è una connessione, per associazione
di idee (I). Ad esprimere la connessione tra le propo- sizioni serve una
speciale « parte del discor- so » e cioè la congiunzione. 439. - La
congiunzione compie, ri- spetto alle proposizioni, la stessa funzione che la
preposizione compierispetto ai nomi ed altre parole. In alcune lingue molte
congiunzioni coincidono con le preposizioni (2). La correlazione tra
congiunzione e preposizione è dimostrata dal fatto che una preposizione può so-
stituirsi ad una congiunzione allorché un verbo di mo- do finito sia mutato in
un sostantivo (infinito, cfr. 8 129 e segg.): es. « Siccome egli ha scritto, si
è final- mente saputo dov'è » —« Dal suo scrivere (o « dal . l'aver egli
scritto ») si è finalmente saputo dov'è ». 440. — Le congiunzioni sono così
chiamate perché « congiungono » le proposi- (1) Allorché questa associazione ha
calatteri tali da poter apparire stravagante all’interlocutore, sen- tiamo il
bisogno di segnalargli l’inattesa ed apparen- temente illogica deviazione. A
tale scopo è destinata la formula « a proposito », la quale — contrariamente al
significato letterale — serve generalmente ad in- trodurre concetti i quali non
presentano una connes- sione con i concetti ai quali fan seguito. Pur se non
v'è connsssione «logica », v'è però pur sempre una connessione « ideologica »,
-costituita appunto dall’as- sociazione di idee. E ciò dimostra ancora quanto
complesso e interessante sia lo studio del nesso tra formule linguistiche e
pensiero. (2) Il giapponese Kara, ad esempio, è una « post- posizione » che
vale la preposizione «da» (prove- nienza, causa) se regge un nome, mentre vale
una congiunzione (causale) se regge un verbo: sono tega- mi kara, « dalla sua
lettera », Kaita kara, « poich8 [egli] ha scritto »: con la postposizione
concretiva no si può sostantivare tutta una proposizione, la quale diventa così
un nome e può esser retta da postposi- zioni (= preposizioni): sono tegami wo
kaita no de, «per (de, postposiz. strumentale) il fatto di (no) aver scritto la
lettera ». ni: 850) tn Scilla e Cariddi non fanno più paura... ($ 378). n
TREZIN x SA YSIAVNAL®S> ANDÒ CONCITA POR NOCEREPOLTAROioa ... diversi valori
della preposizione « di» ($ 431). La casa di Dante (a Firenze) — La tomba di
Dante (a Ravenna)— Il poema di Dante (tavola di D. pA MIcHELINO, in S. Maria
del Fiore). RANGO DELLE PROPOSIZIONI zioni: queste possono essere dello stesso
ran- go o di rango diverso. Nel primo caso le con- giunzioni sono coordinanti o
coordi- native, nelsecondo sono subordina n- tio subordinative. « Lo giorno se
n’andava, e l’aer bruno loglieva gli animai che sono in terra dalle fatiche
loro; e io sol urto m ’apparecchiava... (Inf., II, 1-4). Le tre proposizioni
(1) esprimono tre eventi che «sono sul medesimo piano: sono l’esposizione di
tre fatti che avvengono parallelamente, espressi senza nesso di
interdipendenza: ia congiunzione e, indican- te tale « coordinazione » è una
congiunzione Ccoor- dinativa. Allorché, invece, diciamo: « Se non ‘è vera, è
ben trovata », la prima proposizione non è sullo stesso piano che quella
principale: esprime una condizione, ossia quasi un retroscena, un «secondo
piano »; ap- partiene insomma ad un altro rango. Vi è un nesso di dipendenza, e
tale nesso è espresso appunto dalla congiunzione ipotetica se, che è
congiunzione subo T- dinativa. 441. — Le preposizioni possono ripartirsi in
tante specie quante sono le relazioni di coordinazione e di subordinazione che
esse esprimono. 442. — Tra le congiunzioni coordinative le più importanti e
Îrequenti sono: le congiunzioni copulative, le qua- li si limitano ad esprimere
una pura e sem- plice unione di due proposizioni, affermativa- emnte o
negalivamente: tali sono €, ariche (positive); né, neanche, neppure, nemmeno
(negative); (1) Non tenendo conto dell’inciso «che sono in terra ». Specialmente quelle negative possono usarsi
cor- relativamente: ed in tal caso si noti che in alcune lin- gue hanno forma
diversa pur quando noi useremmo la ripetizione del né: p. es.: « Non mangerete
di esso, né lo toccherete » diventa, in inglese: « Ye shall not eat of it,
neither shall ye touch it » (Genesi, III, 3). le congiunzioni disgiunitive, le
quali stabiliscono un’alternativa, in modo che una delle due proposizioni
escluda l’altra: tali sono e, ovvero, oppure, ossia; Valgono anche per queste
le osservazioni prece- denti: p. es. «O entrate o uscite! » diventa, in ingle-
se: « Either come in or go out! ». le congiunzioni avversative, le quali
esprimono un’opposizione; tali sono ma, anzi, tultavia, peraltro, pure, però: «
Il mini- stro si ricordi che non i {itoli illustrano gli uomini, ma gli uomini
i titoli » (Machiavelli, Pensieri, XIV, 26); le congiunzioni dimostrative o
dichiarative, le quali introducono una diversa esposizione dei medesimi
conceiti (1): tali sono le congiunzioni cioè, ossia, infatti. 443. — Tra le
congiunzioni subordinative le più importanti e frequenti sono: le congiunzioni
temporali, di con- temporaneità, precedenza, durata, successio- ne, ecc.: tali
sono quando, allorché, come, ap- perta, ecc.: «. Quel giusto figliuol d’ Anchise,
che venne da Troia, quando il superbo Ilion ju combusto » (2) (Inf., 1, 73-75)
(1) Alcune grammatiche denominano « dichiara- tive » le congiunzioni integranti
(vedi 8 444). (2) Secondo taluno deve leggersi invece: « poi che ’l superbo
Ilion fu combusto »; ma anche « poi che » è un costrutto congiuntivo temporale.
(Cfr. $ 447). — 354 — CONGIUNZIONI INTEGRANTI le congiunzioni condizio nali, e-
sprimenti un'ipotesi o condizione: tali sono se, qualora, purché, Con la
congiunzione condizionale se coincide la congiunzione dubitativa se, la quale
esprime una con- nessione ben diversa: « Se la domanda sarà presen- tata in
ritardo, non si sa se essa sarà accettata » (il primo se è condizionale, il
secondo è dubitativo). Di tale differenza bisogna tener conto esprimendosi in
quelle lingue che hanno voci distinte per i due diver- si casi. (Cfr. $ 113).
le congiunzioni causali (perché, poi. ché, giacché), finali (affinché,
acciocché, perché), concessive (quantunque, seb- bene, ancorché), ecc. le
congiunzioni integranti. 444, — Si può dare il nome di inte- granti a quelle
congiunzioni che hanno il còmpito di conglobare in un tutto unitario la
proposizione che esse reggono, sì che essa possa servire da soggetto, oggetto o
comple- mento circostanziale al verbo della proposi- zione cui è subordinata.
La più usitata di tali congiunzioni è che: « E par che sia una cosa venuta di
cielo in terra a miracol mostrare » (Vita Nova, XXVI) Tutta la proposizione che
segue la congiunzione che è, in questi versi, il soggetto del verbo pare. Pa-
rimente accade nei versi: I «Non è ver che sia la morte il peggior di tutti i
mali» (Metastasio, Adriano in Siria, a. III, sc. 62) nei quali tutto ciò che
segue la congiunzione che serve da soggetto alla proposizione principale « non
è ver ». : « Gioco che l'hanno in tasca come noiî » (G. Giusti, Sant'Ambrogio,
v. 93) — 355 = ia /S/SS(‘\),\(\‘\‘\‘\‘————#|E e e grzEE A AAIENSINIE « l'hanno in tasca » (=«l'hanno in uggia »,
cioè « non lo possono soffrire ») è il complemento oggetto di gioco (= «
scommetto »). 445. — Questa congiunzione che può es- ser chiamata anche
determinativa, in ° quanto ha Îunzione affine a quella dell’ artico- lo
determinativo: è quasi un articolo determi- nativo preposto a tutta la
proposizione che es- sa unifica obiettivamente. Infatti, in latino, tutta la
proposizione soggettiva o obiettiva si sostantiva nel tipico costrutto del sog-
getto in accusativo con il verbo all’infinito: « Deum esse certum est», « È
cosa certa che Dio esiste», « Aristoteles censet omnia moveri », « Aristotele
cre- de che tutto si muova ». 446. — Il che determinativo non va conîu- so con
il che consecutivo (vedi 8 267), il quale è sempre preceduto da un antecedente
con il quale è in correlazione: « Il freddo è tal che i bajfi
stala!titificanomi- [SI » (1) (A. Boito) 447. — Funzione intermedia Îra la
deter- minativa e la consecutiva ha il che quando concorre a formare i
costrutti congiuntivi, os- sia accoppiamenti di parole con valore di con-
giunzione: fosfo che, appena che, non osianie che, ecc. Talvolta forma un
vocabolo unico, fon- dendosi con l’antecedente: poiché, giacché, al- lorché,
ecc. equivalgono a poi che, già che, allor che: e si usano, infatti, in
entrambe le (1) Questo vocabolo è un arguto campione della possibilità che la
lingua italiana ha di collocare l’ac- cento lontano dalla fine quanto ne dista
la sillaba più significativa: abbiamo in esso una parola sestisdruc- ciola, la
quale, pur avendo nove sillabe, conta metri- camente per quattro sillabe, poi
che le cinque sillabe che seguon l’accento contan per una sola. — 356 — «
PERCHE » forme, Così son nate anche alire congiunzio- fi, quali acciocché,
fuorché; benché, finché, ecc., tutte risolvibili nei loro componenti. 448. —
Analoga formazione ha avuto la congiunzione causale e finale perché. 449. — Il
perché interrogativo è, invece, un avverbio, edilche in esso contenuto non è la
congiunzione che ma il pronome che con significato neutro, equivalente a « che
co- sa» (1). La distinzione tra il perché della doman- da e il perché della
risposta — che esiste nel- la gran maggioranza delle lingue — v'è anche in
italiano, ed a questa differenza ideologica (2) corrisponde anche una
differenza di pronun- zia, coerentemente con il significato. Allorché la bella
fiamma della curiosità ci fa esprimere il desiderio di conoscere la causa o il
fine delle cose noi chiediamo « per che » (3) ed il che è sostanziale (pronome
sintetizzante l’incognita -che vo-. gliamo conoscere) e perciò espresso anche
fonicamen- te con energia, mentre nella risposta il che del perché è puramente
congiuntivo del per con ciò che segue, e vien perciò pronunziato con minor
energia. Ciò avviene anche nelle interrogative indirette, nelle quali il
perché, appunto perché interrogativo, (1) Cfr. 8 268. (2) Caratteristica della
domanda è contenere l’e- spressione dell’incognita (la x matematica, che era
ori- ginariamente chiamata res), oppure di porre il dubbio interrogativo su un
dilemma (dubbio ha la stessa ra- dice di due, come il tedesco Zweifel deriva da
zwei). —- Il cinese ha particelle interrogative diverse, a se- conda che la
risposta si possa esprimere con un sem- plice «sì» o «no», oppure se richieda
indicazioni più specifiche. ° (3) L’interrogativo latino cur (formatosi da
quoi+ rei, cuirei, poi cuire, cuir, cur) è stato scisso nell’ita- liano perché
= per+t che, in coerenza con il criterio analitico informante l’evoluzione del
nostro idioma (cfr. 8 67). -GRAMMATICA PELLA LINGUA IS H0N conserva la sua
importanza. In due versi consecutivi danteschi abbiamo i due perché: « Ma.
perché poi‘ ti basti pur la vista, intendi come e perché son costretti » 7
(nf., XI, 20-21). See
TED. warum? \i\ weil INGL. ARABO INGL. why? Ri Fa... sen 2 rm OTUerO? ur sy to
CUR. perche erche . PEG MT 6. La
bella fiamma del « perché? ». (8 449) | cciQsgica È OR ‘2 - _ Fi ti GIUDIZI
ARTICOLATI FRA LORO Il primo perché è congiunzione finale, equivale ad affinché
ed ha perciò l’ultima sillaba (congiun- zione) fonicamente tanto debole che la
parola diven- ta quasi piana; il secondo perché, invece, è avverbio con
contenuto di derivazione interrogativa: in esso il che ha carattere
pronominale, (equivale a «che cosa, quale ragione ») ed è perciò fonicamente
percossa da nitido accento, conservando pur nell’intonazione un che di
interrogativo. 450. — Tale distinzione è molto importan- te, non soltanto ad
intendere con chiarezza ciò che diciamo, ma anche per la traduzione in altre
lingue. Infatti il secondo perché della citazione dantesca va reso con il perché
dell’interrogazione — diretta o indiretta — nelle lingue che hanno tale
distinzione formale (1). 451. — Normalmente, la congiunzione uni- sce due
proposizioni: essa può anche unire, formalmente, due parti della stessa
proposi- zione: si tratta, in tal caso di una proposizio- ne composta, nella
quale ciascuna delle parti equivale ad una proposizione intera: « È arrivato,
ma troppo tardi » equivale a « È arri- valo, ma è arrivato troppo tardi ». 452.
— «La congiunzione è propria delle lingue arrivate ad un notevole grado di svi-
luppo. Difatti, ciascuna delle. altre parti del discorso non esprime altro che
un elemento del giudizio. La congiunzione invece, che uni- sce e articola tra
loro i diversi giudizi, e di più (1) E queste lingue, alla lor volta, ci rivelano
in modo evidente la differenza ideologica fra i due per- ché: il rumeno ha:
pentru ce, in cui ce è pronome, e pentru ca, in cui ca è congiunzione; il
francese ha pourquoi (= pour+quoi) e parce que; il russo ha tre interrogativi
diversi (« perché? », «a quale scopo? » e « per qual ragione ») formati con
diversi casi del pro- nome neutro c’to, mentre il perché di risposta ha, ben
distinta, la congiunzione (indeclinabile) c’fo. Re ne esprime esattamente le diverse relazioni,
rende possibile la manifestazione di tutta una ordinata serie di giudizî, ossia
di tutl’intero un ragionamento » (1). (1) Morandi & Cappuccini, op. cit.,
pag. 230, 8 683. — Cfr. anche la nota al $ 436. Le voci appassionate (XXIII) Onomatopeiche
degli stati d’animo — intendendo l’« onomatopeica » (0 « parao- nomatopeica »)
nel senso chiarito dal $ 418 — possono considerarsi le interiezioni o
esclamazioni, in quanto sono la diret- ta interpretazione e manifestazione
Îfònica dei sentimenti e delle passioni. 454. — Nella loro forma più genuina,
esse sono l’espressione sonora di uno stato d’ani- mo, senza collegamento con
radici linguisti- che significative (1). 455. — Le interiezioni possono
ripartirsi quindi in tante specie quante sono le diverse passioni e i varî
sentimenti e stati d’animo. 456. — Il valore delle interiezioni non di- pende
tanto dall’articolazione, ossia dai particolari fonèmi che la costituiscono,
quanto dalla intonazione. Il medesimo monosillabo o polisillabo può acqui-
stare significati diversissimi, a seconda. deli « tono » con il quale è
pronunziato. Così, ad esempio, l’interie- zione ah! può essere di stupore, di
ammirazione, di dolore, di contrarietà, di ammonimento severo o bo- nario, di
incredulità, ecc. L’interiezione «A! può esprimere la sorpresa, lo (1) Le
radici significative, anzi, hanno un’origine onomatopeica o « paraonomatopeica
», associata cioè ad uno stato d’animo. spavento, l’intolleranza,
l’acquiescenza o approvazio- ne completa (nel senso di «altro che! ma certo!
>»), diversificandosi soltanto per il «tono ». La grafìa non registra tali
differenze tonali, e neppure la diversa durata della vocale che il « tono »
altera, prolungandola più o meno e modulandola su note diverse (1). - Persino
quella tipica interiezione che è costituita da un suono emesso a bocca chiusa e
prodotto cioè dalla semplice vibrazione delle corde vocali (2), può significare
« sì » nel senso più completo, oppure un « sì » con riserva, mentre può essere
interrogativo, du- bitativo, ecc. 457. — Anche nel campo delle interiezioni le
lingue si diversificano, ciascuna interpre- tando fonicamente sentimenti e
stati d'animo secondo il proprio temperamento e lo speciale senso acustico,
mentre altri coefficienti pos- (1) Lo ah! di meraviglia può essere breve e
senza variazione di nota musicale, oppure prolungarsi con modulazione
decrescente (daaal’), mente lo ah! di. disapprovazione e di rimprovero ha un crescendo
di intensità (aaaàh!). . (2) Questo suono viene reso graficamente, spe-
cialmente dagli Anglosassoni, con « hm! » 0 « hum! », e ne è stato derivato il
verbo to hum (olandese hom- melen) il quale significa appunto emettere tale
suono a bocca chiusa, o il prodursi di esso: « my head hums » (letteralmente: «
la mia testa fa hm ») equivale al no- stro « ho un ronzìo nel capo », o, meglio
che un ron- zio, appunto quel suono confuso che la grafia « hm! » o « hum!»
vuol esprimere. Il
verbo to hum si trova anche in Shakespeare: « The cloudy messenger turns me his
back, and hums... ». Nelle antiche
assemblee sassoni l’approvazione si esprimeva con tale suono e la
disapprovazione con suoni sibilanti. — Il « doppiaggio » cinematografico,
dovendo usare per la «riduzione » in italiano suoni la cui articolazione
corrisponda all’atteggiamento del- le labbra nell'immagine proiettata, conserva
general- mente tale suono, cooperando alla sua diffusione nel nostro
linguaggio. DIFFUSIONE DELLE INTERIEZIONI sono intervenire ad influenzare la
formazione e l'evoluzione delle espressioni interiettive. Esempio tipico dei
risultato di tali influenze è l’interiezione telefonica « allò » che ha oramai
una diffusione quasi universale (1). Per tramite sportivo sì è invece diffuso
lo urràh! (hurrah!), originariamen- te scandinavo. Insieme con i numerosi
vocaboli arti- stici e musicali che, in ogni lingua, documentano il prestigio
dell’arte e delle melodie italiche, ha emi- grato negli idiomi. più diversi il
nostro aggettivo « bra- vo », diventato interiezione: conserva più o meno il
suono italiano, (2) ma, appunto come interiezione ri- mane invariabile pur
nelle lingua che hanno la « con- cordanza »: il francese esclama « Bravo! » pur
per ap- provare una cantante. A differenza delle onomatopeiche, che sono veri e
proprî avverbî e quindi più o meno collegate con il verbo espresso o sottin-
teso (cîr. $ 418), le interiezioni hanno caratte- re più autonomo e possono
stare anche a sé, in quanto non sono l’espressione di un’idea, o, per lo meno,
in esse il « sentimento » preva- le sul concetto. 459. — L’interiezione ha
tanto mag- giormente il carattere esclamativo quan. to minore è il significato
lessicale che essa contiene. | Lo ahi! di dolore, ad esempio, può esser consi-
derato una reazione fisiopsichica ad uno stimolo do- lorifico: come tale, esso
è ai margini tra il linguaggio (1) I Giapponesi, che pur hanno sì vastamente
adottato la terminologia inglese (specialmente nella forma americana) e
chiamano erebétà (= elevator) l'ascensore e birudingu (= building) ogni grosso
edi- ficio moderno, rispondono al telefono con il nazio- nale moshi moshi. (2)
Poi che in greco moderno il f si pronunzia « Vv », la trascrizione mprabo serve
appunto a con- servare all’interiezione il suo valore. fònico italiano. razionale
e la pura espressione animale; questa rea- zione fònica, però, si distingue dal
semplice « grido » di dolore, che non è articolato. Appunto perciò ha caratteri
linguistici, e l’interiezione è « par- te del discorso ». 460. — L’interiezione
può essere in diver- so grado connessa sintatticamente — e quin- di anche
ideologicamente — con gli altri Voca- boli della proposizione o del periodo di
cui a parte. « Ahi! su gli estinti Non sorge fiore ove non sia d’umane Lodi
onorato o d’amoroso pianto ». (U. Foscolo, Dei Sepolcri, 88-90) Qui lo ahi!
iniziale serve di introduzione interiet- tiva all’intero periodo. Invece, nei
versi danteschi « Ahi quanto a dir qual era è cosa dura questa selva
selvaggia... » (Inf., I, 4-5) lo ahi serve a intensificare passionalmente il
valore determinativo di « quanto », e parimente nei versi man- zoniani : «oh!
quante volte, al tacito morir di un giorno inerte... » . (Il Cinque Maggio,
72-73) l’interiezione iniziale oc’! aderisce al determinativo « quante ». La
più o meno intima connessione influenza an- che la pronunzia, sia
nell’intonazione che nella pausa fra l'intonazione stessa e le altre parole che
sono o non sono ideologicamente collegate con essa. 461. — Si può avere persino
il fenomeno della interiezione che si fonde con un voca- bolo significativo:
così, ad esempio, l’escla- mazione di dolore ahi! forma composti — esclamativi
anch'essi — quali ahimé! ahilui!, o, in spagnolo, ay de mi! Il rumeno ha,
similmente, vai de mine! — 364 — ee TT — ia ON DESINENZE INTERIETTIVE In latino
una interiezione può reggere un caso, sicché la si può considerare una
preposizione passionale: ad es. heu me miserum! (Cicerì.); heu stirpem invisam!
(Verg.). — Cfr. 8 241). — In turco alcune interiezioni, quali aferin, vay, yaz
k, reg- gono il dativo: aferin sana, « bravo tu!» (ietteralm : | «bravo a
tel»), vay sana, « disgrazia a tel», yazik sine, « mal per voi! ».
Interessantissimo, e tipico, è il fenomeno morfo- logico della lingua coreana,
la quale possiede veri e proprî « suffissi interiettivi » (1). . Il fenomeno,
del resto, è meno peregrino di quel che possa sembrare, giacché il caso
vocativo del gre- co, del latino e di altre lingue è appunto un «caso », nel
quale la desinenza ha valore interiettivo: « Eheu fugaces, Postume, Postume, _labuntur
anni... » (2). (Orazio, Odi, II, 14, 1-2) La desinenza -e del vocativo è affine
all’interie- zione eheu, ma intimamente collegata con il nome, per « declinarlo
» (cfr. 8 422). 462. — Dalle interiezioni autonome deri- . vano quelle che, per
la maggiore aderenza ad' (1) Ed essi sono anche molto numerosi, ciascuno
significando uno speciale sentimento o stato d’animo (cfr. 8 440). Così, ad
esempio, il suffisso -rokòn (-iro- kòn dopo una consonante) esprime la
meraviglia e si affigge al sostantivo: es.: tjohun ahai-rokòn, « ma che bravo
ragazzo!» (letteralm.: «bravo oh-che-ragaz- zo! »); — il suffisso -tjukedta
aggiunto al tema ver- bale gli conferisce il senso interiettivo di eccesso:
es.: usoso-tjukedta! «c'è da morir dal ridere!» (let- teralmente: « rider-oh-che-non-se-ne-può-più!
»); pun- hai-tjukedta! «c'è di che far uscir dai gangheri! ». Persino nel
linguaggio infantile abbondano tali desi- nenze, alcune delie quali esclusive
nella parlata dei bimbi: ad es. il suffisso -ne (pronunziato quasi -nai per
l’enfasi interiettiva) che implica gioia e meravi- glia e che si aggiunge al
tema verbale: ajko tjoha! apotji osi-ne! «che gioia! viene papà!» (letteralm.:
« Come bello! Il babbo venir-oh-che-gioia! »). (2) « Ohimé, o Postumo, veloci
fuggono gli anni! ». at un vocabolo,
assumono funzioni avver- biali o preposizionali. ‘ Così, ad esempio,
dall’interiezione oh! deriva lo 0 interiettivo (preposizionale) che si premette
ad un nome, ad un aggettivo o ad altro vocabolo. È utile la distinzione
grafica, per la quale si scri- ve « 0h! » nel primo caso e semplicemente «o»
nel secondo: ma è opportuno scrivere « oh» anche nel secondo, qualora possa
sorgere dubbio se si tratti del prefisso preposizionale interiettivo o della
congiun- zione disgiuntiva «o » (1): (1) « Oh! che dolci accoglienze caste e
pie! » (Petrarca, /n morte di Mad. Laura, son. LXXI) (II) «O passi sparsi, o
pensier vaghi e pronti, o tenace memoria, o fero ardore, o possente desire, o
debil core, o occhi miei, occhi non già, ma fonti; o fronde, onor delle famose
fronti, o sola insegna al gemino valore; o faticosa vita, o dolce errore, che
mi fate ir cercando piagge e monti; o bel viso, ov Amor insieme pose gli spronì
e ’l fren, ond’è mi punge e volve com’a lui piace, e calcitrar non vale; o
anime gentili ed amorose, s'alcuna ha ’! mondo; e voi nude ombre e polve; deh!
restate a veder qual è ’! mio male. (Petrarca, /In vita dî Mad. Laura, son. CX)
(2) (1) L'inglese ha la pratica regola per la quale si deve scrivere oh quando
sia seguìto da segno di in- terpunzione, che appunto isola l’interiezione («
Oh, what a lie! », « Oh! che bugia! »; « OA! how do you know that? », « Toh! E
come lo sai? ») mentre si scri- ve senz’h allorché ‘è direttamenie legato alla
parola seguente: «O Rome! my country! city of the soul! » (Byron, Childe
Harold's Pilgrimage) (2) Questo sonetto dettene il primato interiettivo con i
suoî 13 o. Giacomo Leopardi commenta: « È da sapere che O in questo Sonetto sta
in due guise: do- dici sono che stanno in forza di dolore ed uno, cioè l’ultimo,
in forza di chiamata ». — 366 — bn ani I n De INTERPUNZIONE E INTONAZIONE (111)
(Congiunzione): « Lassare "1 velo o per sole o per ombra, Donna, non vi
vid'io.. “n ballata 1). 463. — "de nella pronunzia, nettamen- te si
distinguono l’« 0h!» e «0» interiettivi dalla congiunzione « 0», poi che questa
pro- voca il raddoppiamento della consonante ini- ziale della parola seguente,
se consonante v'è (Vedi 8 172 e 242). ΰ facile controllarlo rileggendo il
sonetto del Petrarca e constatando che «o pensier» non si pro- “ nunzia come
«coperare », né «o dolce» come « odo- re », ma V'è una maggiore « implosione »
nell’emissio- ne del suono consonantica che segue l’o iniziale. 464. — Anche
quando nessuna desinenza o altro fonèma stia ad indicare il sentimento che accompagna
la parola, esso può essere espresso dall'intonazione. Il punto esclamativo non
ha il carattere di « segno ortografico di inter - punzione» come gli altri, i
quali indica- no una « pausa » più o meno lunga o una se- parazione Îra più
idee o concetti: il « punto esclamativo » segnala l'intonazione (1). Raggiunto
finalmente il mare, i diecimila greci di Senofonte prorompono nel celebre
grido: « Thàlatta! T'hàlatta! ». Il vocabolo « mare » fu da essi arti- colato
come nel comune discorso, ma nella into- nazione fu espresso tutto il giubilo
dinanzi allo spettacolo del Ponte Eussino, promessa di ritorno in patria. (1) « C'est le plus ou lc
moins de liaison entre les idées voisines qui doit seul régler le degré de
force . de la ponctuation ». O. C.
V. Boiste, Traité de la ponctuation, 1829. — Non a tale criterio si ispirano i
due segni grafici che indicano l'interrogazione e l’e- sclamazione. Apparso per
la prima volta nel famoso Un vocabolo, un costrutto o un’in- tera proposizione
possono assumere un valo- re diverso da quello letterale o addirittura op-
posto ad esso, se l’intonazione sia ironica 0 sarcastica: « Ma bertone! benone!
»; — « Ah! Sì, sì! È proprio il fior fiore dei galantuo- mini! ». 0 Nell’VIII
cerchio della 53 bolgia, Dante afferma, per bocca d’uno dei diavoli
arroncigliatori, che a Lucca I «ogn'uom v’è barattier, fuor che Bonturo » °
(Inf., XXI, 41) intendendo appunto al contrario che nel senso lette- rale, che
proprio Bonturo Dati fosse il peggiore tra i barattieri (1). i 466. —
Illimitato è quindi il numero delle interiezioni possibili in ogni lingua, poi
che Salterio di Schoeffer (1459), il punto interrogativo fu formato con la
prima e l’ultima lettera del vocabolo latino quaestio, sottoposte l'una
all'altra, ad indicare appunto l’intonazione di domanda: ed il punto
esclamativo è costituito dall’interiezione latina /o, scritta verticalmente. —
Nella scrittura armena non esiste un « punto interrogativo » né un « punto
escla- mativo »; si usano due « accenti », i quali contrasse- “ gnano quella
vocale che ha tipico rilievo nelle doman- dl de e nelle esclamazioni. Si ha
così la possibilità di se- gnalare graficamente quale vocabolo serve di fulcro
‘ alla domanda, il cui significato può esser diverso a seconda che, pur non
variando i vocaboli, questa o quella parola sia interrogativamente accentata.
(1) Cfr. Minutoli, Dante e il suo secolo, pag. 212. — 368 — PRE: VNKVYWù È
reali rs ÈLNYYYÒÎ cc age ES UDO TT Ne TT" RE ; jp 0 VICLG CELA EAT, TYÒ U
{ik SRI TRVTTRTOVTZTZETE*eÈ+®É® i) Ni IRE Ò ù \ ì S LI o d TÙ Ò LTT N dd NIN NY
T_T} E ” Y >) î serrata Ò TRN TT I Ò TRINÌ REAR \Ò Ò AÒ NN N x CTR TTTA\
& saetta ti È i Mie PAESE CHE VAI... qualsiasi vocabolo o costrutto può
assumere valore esclamativo. Esistono, però, tipiche interiezioni e carat-
teristici costrutti interiettivi per ciascun po- polo, e persino peculiari
interiezioni regionali o ancor più ristrettamente limitate ad un de- terminato
paese. i Una interiezione può esser quindi sufficiente a rivelare la
nazionalità ed anche il più preciso terri- torio di origine di colui che parla:
uno « hombre! » o un «caramba! » rivelano uno spagnolo, « pécaire! » un
provenzale e, con una tipica intonazione, persino un Tarasconese (1): lo «
heusch! » è caratteristico de- gli Olandesi, e l’interiezione « bre! » pur
priva di si- ‘gnificato, è sufficiente a far riconoscere un Serbo. 467. —
Alcuni dei vocaboli usati interiet- tivamente conservano la forma ed il
signifi- cato originario, mentre altri hanno subìto mo- dificazioni più o meno
profonde. Il « good-bye » inglese è « God by you! », il no- stro «ciao! » è la
corruzione di « schiavo » (2); il fre- quentissimo « spasìbo » russo è usato
anche dal co- munista ateo (o proclamantesi ufficialmente tale) seb- bene sia
ancora evidentemente la trasformazione di « spasì Bog », « Iddio! ti salvi! »
(3); e, al contrario, il più cattolico degli Spagnoli o il più religioso dei
Portoghesi esclameranno rispettivamente « ojalà! » e (1) Cfr. il capitolo «
Tarascona senza Tartarino » in Toddi, /l viaggio di nozze di Re Alboino,
Viaggia- tori e interviste fuori tempo, Milano, Ceschina, 1941, pag. 165 e
segg. (2) Ha il significato di «sono ai vostri servigi »: più evidente è la
derivazione nella forma «s'’ciao », dialettalmente frequente nell’Italia
Settentrionale. (3) L’originario « spasì Bog! » è tuttora usato dai mendicanti
russi, i quali sono grandi recitatori di « Versi spirituali » (duhovnie stihì)
ossia compianti re- ligiosi. Un’interessantissima raccolta di tali « com-
piaintes » e di canti di accattoni in generale è stata fatta da P. A. Bezsonov,
con il titolo Ka- Ijèki Pierehòsgie, « gli storpi erranti », « oxalà! » non
ostante la derivazione musulmana delle due interiezioni (1). cuacnoo ‘Il
bolscevico ateo dice «spasìbo », ringraziando nel nome di Dio, ed ìl cattolico
iberico esclama invocan- ‘do Allah... (8 467) (1 Derivano entrambe da «in 5cia
Allah >, 0 « u scia’llah », o — secondo l’Academia Espafiola — da «na scia
Allah », « voglia Iddio! ». — 370 — STORIA E INTERIEZIONI 468. — Nelle
espressioni interiettive si ri- flettono usi e costumi, sì che alcune di esse
sono veri cimelî linguistici, ricchi di carattere e di interesse, | Ne tenga
conto lo studioso di lingue estere, poi che una di tali interiezioni,
acconciamente usata, può arricchire di «colore locale » il discorso, e giovare
anche per la buona intesa con l'interlocutore, quanto — se non più — una dotta
citazione poetica o storica. L’avvertimento arabo zalraka, « attenzione » è,
letteralmente «il tuo dorso!», con allusione al peri- colo che minaccia da
tergo: ed è infatti il grido dei vetturini, come lo sportivo « pista! » è la
richiesta di « via libera » degli sciatori. Di uso comune in portoghese è «
agua vai! » che sarebbe espressione misteriosa senza la opportuna
chiarificazione (1), ed altrettanto Jo sarebbero i co- strutti interiettivi
lusitani, tipici e frequenti: «ò da guardia! aqui del Rei! » (2). (1) Quando le
città erano sprovviste di fognatura, e tubi di spurgo — come tuttora nei
piccoli agglomera- ti non ancora modernizzati igienicamente — alla man- canza
di tali impianti si rimediava (e si rimedia) lan- ciando dalla finestra l’acqua
immonda facendo prece- dere la non piacevole cateratta dal grido ammonitore per
il passante « agua vai! ». Di qui, oltre l’interiezio- ne, anche l’espressione
« sem dizer agua vai », che va- le « senza preavviso », specialmente per cosa
spiace- vole, con al!usione etimologica alla non gradita doc- cia. Esattamente
identico, per significato e per eti- mologia, è il costrutto interiettivo
partenopeo » «’a sotto!» (=«da sotto! »), il quale è persino accom- pagnato da
una mimica coerente al senso originario, con accenno cioè all’atteggiamento di
chi sia brusca- mente irrorato dall’alto. (2) In queste espressioni è il
ricordo dei tempi in cui, in caso di pericolo, si invocava l’intervento delle «
guardie del Re»: son contrazioni di « acuda aqui a gente del Rei! ». — E si
noti anche che, pur oggi, il vocabolo Rei, quando significhi un sovrano porto-
ghese, è accompagnato dall’articolo in forma antica (el Rei, o El-Rei, invece
che o rei), con intenzione onorifica. Cfr. anche il 8 218 — Cfr. J. Leite de
Va- sconcellos, Licéòes de philologia portuguesa, 33 ediz., Lisboa. Lo studioso
di lingue straniere dovrà pre- stare molta attenzione anche alle interiezioni,
alla loro forma grafica, all’intonazione tipica nell’espres- sione orale, al
gesto che le accompagna. Osserverà anche, prendendone buona nota, in quali
circostanze ed in quale ambiente esse vengano usate, per evitare figure
ridicole o inconvenienti ancora più gravi. Il Serbo che, esprimendosi in
italiano, isasse la nazionale interiezione kuku per significare il dolore non
otterrebbe che un effetto di ilarità. Per interiezione negativa, in molte
lingue si usa un fonema ottenuto con il distacco rapido della lin- gua dagli
alveoli degli incisivi superiori: presso altri popoli tale fonèma è scorretto,
perché usato soltanto per richiamo verso gli animali domestici, come noi
usiamo, per chiamare il gatto, un fonèma che corri- sponde al suono di un bacio
ripetuta (1). Persino rivolgendosi agli animali i diversi popolî usano
interiezioni diverse: in russo si usa Kys-Kys per chiamare il gatto, mentre in
portoghese si usa bizbîz. In Spagna si adopera « tus! » per chiamare i cani, ed
in Portogallo « tiztiz! » (2). (1) Questo fonèma può esser trascritto con « p*
», intendendosi convenzionalmente l’asterisco come indi- cazione della
«inspirazione » invece che della nor- male « espirazione »: infatti il rumore
del bacio viene articolato esattamente come ‘il suono consonantico « p», ma
l’aria viene « aspirata » invece che emessa. Parimenti potrà indicarsi ‘con «
uì* », la tipica pro- nunzia dello «cui» francese, che è interiettivo an- ch’esso
e che si usa per far intendere all’interlocutore che si è attenti a ciò che
egli dice e se ne intende il senso. E qui, per affinità ideologica e in
connessione con la intonazione, può esser menzionata la locuzione « plaît-il?
», che serve a chiedere la ripeti- zione di ciò che non si è ben inteso. Nello
stesso sen- so l’inglese usa «/ beg your pardon! » (pronunziato spesso
contratto in «'beg ’pardon »), con intonazione ben diversa di quella che la
stessa espressione ha al- lorché si chiede scusa per disturbo che si arreca. Lo
stesso dicasi del tedesco «bitte! », nei due usi ana- loghi. (2) Allorché i
Giapponesi udirono i primi Anglo- sassoni dir «come!» per chiamare i loro cani,
cre- TSE 3 p E “Re —. K —,,jìi PARLANDO AGLI ANIMALI Il richiamo tpru è dai
Russi riservato ai cavalli, come l’albanese pri! Ma in albanese, per i muli, si
adopera mus! 470. — li iniefizione può dunque avere anche un significato
ambientale, non meno importante che quello diretto. Se, per pregare taluno di
spostarsi, gli si dica « poggia! », ossia si usi un .-comando che ha il signi-
| ficato di « farsi da parte », ma che si usa dirigendosi a quadrupedi,
l’invito non è certo amabile: può es- sere offensivo o scherzoso. | La
locuzione francese, che è anche letteraria, « n’entendre ni à hue (oppure à
huhau) ni à dia » si- gnifica « non sentir ragioni », ma deriva dai due gridi
dei carrettieri per ‘far voltare il cavallo a destra o a sinistra (1). | ° * *
%* 471. — Grandissima importanza ha anche il rango delle interiezioni, ossia il
livello di maggiore o minor cortesia che esse impli- cano. dettero che questo
fosse il nome dell’animale, e per- ciò ne formarono il sostantivo kame, che
significò e significa tuttora «cane di razza straniera ». (1) A queste
interiezioni corrispondono quelle in altre lingue: l’inglese gee, (o anche
gee-ho, gee-up, gee-hup, geewoo) comanda al quadrupede di voltare a destra,
mentre haw è il comando contrario. Ed è in- teressante notare che le due
interiezioni ippiche han- no esattamente il valore inverso negli Stati Uniti e
nel Canadà: ciò deriva dal fatto che, mentre il con- tadino britannico cammina
a destra del carro, quello americano usa camminare a sinistra, ed i due gridi
di comando esortano l’animale a piegare in direzione del padrone o ad
allontanarsi da lui. È ancora una prova dello stretto nesso tra usi locali e
peculiarità ‘linguistiche. — Il linguaggio agreste tedesco ha hott e hii
(=<«a destra» e «a sinistra»): e la combina- zione dei due comandi ha
generato Hottehii e Hotto, che nel linguaggio infantile significa « cavallo »
(equi- valente cioè al nostro infantile « tettè »). Dal solo gee si è invece
formato il « tettè » pei bimbi anglosassoni, che è gee-gee (pronunzia gigîi). —
373 — L’interiezione « pss!» (scritta
anche « psst ») ser- ve di richiamo, ma non è corretto usarla per attirar
l’attenzione di persona di riguardo. Lo stesso dicasi dello « ehi! » dello «
ohi! ». È esclamazione di richiamo anche il turco bana bak, ma, poi che lo si
usa soltanto dirigendosi ad un facchino, ben s’intende quale significato esso
possa assumere se rivolto a persona di altro rango sociale. Gentile ed
affettuoso è invece il richiamo catalano noy!, ma, poi che lo si adopera
normalmente soltanto dirigendosi ad un bimbo, il significato divienc ironico o
scherzoso se tale interiezione è usata verso un adulto. 472. — Pur quelle
interiezioni che non si rivolgono direttamente all’interlocutore hanno un loro
rango, nel senso che, pur riferen- dosi ad eventi che non lo riguardano ed
espri- mendo lo stato d’animo e il sentimento di chi parla, hanno connotati
espressivi che ne de- terminano lo stile. Così, ad esempio, l’interiezione
diamine! è più raf- finata che diavolo!, della quale è un surrogato: acci- denti!
non è esclamazione del linguaggio garbato, spe- cialmente se usata
avverbialmente come rafforzativo di altro vocabolo (« Non so dove accidenti si
sia fic- cato! »). 473. — La maniîfestazione violenta dei pro- prî sentimenti
non è mai indizio di buona edu- cazione: tale criterio regola l'uso delle
interie- zioni, poi che su base etica va posta Ve- spressione linguistica, pur
là dove essa non è riconoscibile alla superficiale analisi. 474. — Il maggiore
o minore riguardo ver- so la persona alla quale ci rivolgiamo non è espresso
soltanto dal significato letterale dei vocaboli, ma appunto dal loro rango e
dal sentimento che è adombrato in essi. Sono dunque espressioni di stato
d’animo non soltanto le interiezioni ma tutte quelle espressioni le quali,
oltre il significato — 374 — - , = 5 ——
P——6€—_—T—_—_— \R%ccii -—i r— ;|I+++o o wm. fo LINGUE ASCENDENTI E DISCENDENTI
diretto, implicano un « sentimento di rispetto » verso la persona alla quale si
parla. In alcune lingue tale criterio genera addirittura due linguaggi diversi,
che possono chiamarsi rispetti- vamente « ascendente » o « discendente »: il
giavanese ha due stili, il kra°-ma°, che si usa rivolgendosi a su- periori, e
lo ngoko, che si usa rivolgendosi ad infe- riori: fra pari grado si usa uno
stile misto, che è detto ma?dya?. Non soltanto i costrutti, ma anche i più
elementari vocaboli differiscono nei due stili (1). Le lingue dell’Estremo
Oriente hanno, in questo campo, regole complicatissime, le qua- li sono non
meno importanti che quelle mor- fologiche e sintattiche. Per la corretta e
naturale applicazione di esse è indispensabile porsi dal punto di vista
dell’indige- no, e sentire come lui. In giapponese, in cinese, in coreano, in
siamese esistono verbi e costrutti « ascendenti » e « discen- denti », prefissi
« onorifici » ed «auto-umilianti » (2). (1) Persino la numerazione varia nei
due stili: i primi cinque numeri, ad esempio, sono rispettiva- mente: . |
kra°mao: 1: satunggil 9. kalih 3. tiga° |. sa-kawan ngoko : °° sa-wiji, siji”’
ro ‘ telu ° pat Sy gangsal lima Vi è poi anche un Kra°ma0-hinggil o « linguaggio
ascendente superiore » che si usa verso coloro più altolocati che i semplici
superiori diretti: il « rango » è chiamato hinggil-lan in kra°ma°, e duwur-ran
in ngoko: coloro che sono «in rango superiore » si chia- mano pa-nginggil in
kra°nia° e panduwur in ngoko. Una « domanda » sarà pi-takèn se ascendente e pi-
takon se discendente; e la «risposta» sarà jawab se data da un superiore, e
wangsul-lan se da un inferio- re. Persino la stessa isola di Giava è Jawi in
kra°oma e Ja°wa° in ngoko, ed il Giavanese è rispettivamente tiyang-Jawi e
wong-Ja?°wa°. (2) Ciò complica e semplifica al tempo stesso: ad esempio, la
nostra domanda « Volete favorirmi il Vo- stro riverito nome? » è totalmente
espressa nelle due sillabe cinesi kuei4hsing4, poi che hsing4 significa « co-
gnome », e nella sillaba precedente (onorifica) si con- densa l’espressione del
massimo riguardo. — 3755 — a Il più
tipico esempio, in quanto più si allontana dalle nostre concezioni
linguistiche, ossia dalla nostra for- ma mentis in connessione con il
linguaggio, è quello del tibetano, in cui persino il corpo umano ha una doppia
terminologia anatomica, una corrente, e l’al- tra di formale etichetta: e tali
« pezzi anatomici di cortesia » servono a formulare speciali costrutti lin-
guistici esprimenti rispetto ed ossequio (1). 475. — Alla nostra intonazione,
che è diretta manifestazione dello stato d’animo, può corrispondere una diversa
intonazione nelle lingue straniere, in quanto parte di tale funzione espressiva
è devoluta alla forma stessa del vocabolo, implicante un significato
passionale. Diversa infatti è l'intonazione in quelle lingue nelle quali la
varietà « tonale » ha an- che qualche alira funzione. | | Anche in questo
settore, la lingua italiana, in coerenza con il criterio analitico al quale si
ispira, ha distinto il «tono » dal puro conte- nuto lessicale semantico dei
vocaboli (2). (1) Così, ad esempio, la comune « chiave » è di-mi, ma «la Vostra
chiave » diventa «la chiave connessa con l’onoratissima mano » (chhan-di); «
aver sete » è kha-kom-pa, ma se si tratta di persona di riguardo, essa sarà
letteralmente « venerata-bocca-sete » (sh'’e- kyem-pa); ed il « fazzoletto »
(nap’-chhi, « panno da naso ») è « panno da pregevol naso» (sh’ang-chhi); «
mostrare », che nel linguaggio corrente è tem-pa, diventa chem-pe-sh'u-wa,
ossia «chieder che l’augu- sto occhio intervenga ». Vi sono delle espressioni
che sono riservate alle azioni dei soli lama: soltanto di essi, allorché
muoiono, si può dire che ku-sh-ing-la phep'-pa, o, ancora più onorificamente,
sh'ing-la chhip'- gyu nang-wa, ossia « si son degnati di recarsi in cielo ».
(2) Nelle lingue che hanno i « toni », il medesimo fonèma, pronunziato in tono
diverso è un altro voca- bolo. (Cfr. nota al $ 176). — « La parola contiene in
se stessa il pedem (quantità de’ tempi), il rhythmum (os- sia la relazione
dell’arsi e della tesi), e il modum (ossia la chiave del tono). ... Le parole
dei latino e del greco antico non sono più pronunziate corretta- mente dai
volghi di quelle due nazioni, ‘quindi non fa meraviglia se, corrottasi la
-pronunzia della parola, — 376 — ZA II 70 Pe » + I | LE VOCI INCIVILI 476. —
Inîimo rango, non soltanto tra le interiezioni, ma tra tutti i vocaboli,
occupano . le bestem mie, le quali sono anche rive- latrici del grado di
inciviltà di un popolo e dei singoli individui che ne fanno uso (1). I
Storicamente, la diffusione della bestemmia è re- lativamente recente (2). Dal
punto di vista linguistico e logico, « la bestemmia è l’espressione impotente
dello sta- to anormale di un individuo... Diceva il P, Se- gneri: «O ci credete
o non ci credete: nel primo caso non vi è maggiore empietà che in- sultare il
proprio creatore, nel secondo caso non vi è maggiore imbecillità che prenderse-
la col nulla » (3). non furono più distinti-gli organismi ritmici... Rileg-
gete il latino ed il greco secondo l’accento tonico delle parole, siabilito
dalla ragione quantitativa, e non dagli immaginati accenti srammaticali, voi
ve- drete tosto riapparire l’uniformità dei principio rit- mico delle parole,
voi le vedrete, come i rettangoli delle mura tebane al suono della lira di
Orfeo, al- zarsi e collocarsi di per se stesse nella classica crea- zione
poetica greca e latina, come nella non meno splendida della poesia italiana ».
S. Becchetti, Ritmica oraziana, 28 ediz., Taranto, Martucci, 1898, pag. V-VI.
(1) Giustamente afferma un grande sanscritista che «quanto più bassa è la
condizione morale del- l'individuo, quanto più ruînosa la china che egli batte
del disonore e del vizio, tanto più acre, intenso, effi- cace, frequente è il
turpiloquio di lui ». A. Ballini, La parola, conferenza, Padova, Teatro
Garibaldi, 12, II, 1922, e Torino, Teatro Regio 14, V, 1923. (2) « La bestemmia
nel Medio-Evo fu linguaggio di eretici e di apostati, ma non divenne mai
popolare. Il nostro popolo, la magnifica plebe italiana, che fa- ticosamente
assurgeva verso l’altezza dei liberi comu- ni, ebbe sempre in orrore la
bestemmia ». « Nella fe- tida corrente di depravazione morale che sgorga dal
Manicheismo, la bestemmia serpeggia e si moltiplica ». G. Chiot, La bestemmia
attraverso i secoli, in G. Cà- prez, Bestemmia e turpiloquio, Bologna,
Cappelli, 1923, pag.. 22 e 20. (3) G. Spagnolo, cit. in G. Càprez, op. cit,
pag. 194. Il volume contiene, oltre interessanti mono- grafie, 461 giudizî e
massime di personalità sulla be- stemmia. — 377 — Intermezzo ll dualismo,
inelutiabilmente conse- guente da ogni sana speculazione, e quindi saldissima
base per ogni forma di filosojfare — speculativo o normativo — irova la sua
con- ferma e la sua pratica applicazione anche nel- la grammatica, sia per la
spiegazione dei fe- nomeni linguistici che per la formulazione delle norme
disciplinanti l’uso della parola. Il dualismo è fondamento della phi - losophia
perennis, ponendo come certa la realtà obiettiva, che « è », ed « è » in-
dipendeniemente e distinta da colui che la pensi. iu | Nel cartesiano « cogito,
ergo sum », l’equi- voco sul valore rell’ergo è stato causa dell’er- rore
}ondamentale, dal quale sono scaturiti lutti gli altri, sino alle esireme
degenerazioni dialettiche, psicologiche e morali dell’« idei- smo » hegheliaro
(1) con tutte le sue filiazio- ni, sino alle recentissime, nelle quali van ri-
cercafe le cause profonde dell'immane trage- dia mondiale, (1) In una sua
conferenza su «L'infinito e la mente umana » (Roma, Associazione per il
progresso degli studî morali e religiosi, 9 maggio 1946) l’Acca- demico prof.
Francesco Severi giustamente proponeva che si chiami «ideista », meglio che «
idealista », l’in- dirizzo filosofico per cui l’idea è considerata princi- pio
dell’essere: sarà quindi «ideismo critico » quello di Kant; «ideismo
trascendentale » quello di Fichte, Schelling, Hegel; «ideismo volontaristico »
quello di Lai Come i più efficaci
slogans della pubblici- là commerciale (1), il « Cogito, ergo sum » è luttora
sbandierato da non pochi quale vessil- lo della riscossa filcsofica, mentre è
il fitto velario oscurante l’obiettiva realtà. Descaries (2) ju arlefice e
vittima dell’e- quivoco dialettico (3): non pochi errori gram- matîicali
somigliano al suo, ché dovuti anch’es- si ad un burocratico equivoco verbale
(4). La grammatica « rivoluzionaria » lo è so- prattutto in quanto vuol
liberare quest'arte e scienza dalle artificiose strutture: vuol ricon- durla
alla sua naturale funzione di scienza interpretatrice della realtà linguistica,
e, quin- di, alla sua funzione di arte normativa, jormu- Schopenhauer; «
ideismo assoluto » quello di Gentile, non molto diverso sostanzialmente dall’«
ideismo » di Benedetto Croce: tutte deviazioni « donec paulatim scepticismus et
cogitandi dissolutio oritur, quam hoc tempore observamus », J. Donat, Summa
Philosophiae Christianae: I: Logica, Innsbruck, Rauch, 1935, pag. 25. (1) « A
dir le mie virtù basta un sorriso », « Chi beve birra campa cent’anni », ecc.
hanno oggi non minore importanza linguistica che « Datemi un punto di appoggio
e vi solleverò il mondo », « Suonate pure le vostre trombe e noi suoneremo le
nostre campane ». (2) Grandissimo merito ebbe Renato Descartes (Cartesio) nel
campo delle matematiche, ed.al suo ge- nio è dovuta la geometria analitica:
nella sua ricerca dei « metodi generali » è la caratteristica di tutta la
matematica moderna. Ma la sua impostazione filoso- fica fu la prima causa del
grande sbandamento del quale tuttora tragicamente soffriamo. (3) Nel « Cogito,
ergo sum », la semplicistica iîn- terpretazione gioca sull’equivoco: « Penso,
quindi esi- sto »: ma non esisto, invece, in quanto penso: al con- trario, impossibile
mi sarebbe pensare, come qualsiasi altra attività, se non esistessi: il mio
pensare è « pro- va », non «causa » del fatto che, anzitutto, io « so- no »: «
Cogito, ergo sum» doveva essere interpretato sanamente (scolasticamente): «
Penso, quindi è certo . che io esisto [altrimenti non potrei pensare] ». (4)
Cfr., ad esempio, il 8 308, in cui si segnala come il «vocabolo »,
formalisticamente considerato, assuma un’interpretazione contrastante con la
obietti- va realtà. AERE PERENNIUS lalrice delle regole per il corretio uso del
lin- guaggio. Nel qualificaria grammatica peren. nis, l'auiore è ben lungi
dall’osar ripetere l'oraziano « exegi monumentum aere peren- nius! ». A/
contrario, egli fa sua la formula di Ez-Zaggiàg Abu Isciaq Ibrahim ben Sali
(1). La presente grammatica è qualificata « pe» rennis» soloin quanto essa si
ispira a quel- le norme fondamentali che fanno appunio del- la filosofia
aristotelico-tomislica un « monu- mentum aere perennius ». * * Il limpido dualismo
iomisticò ci conduce a riconoscere come cerio che ogni jenomeno « è » (2), cioè
esiste in sé, indipendeniemente cioè dal fatto che « io » lo pensi o no.
Persino il faito stesso che «io penso » è indipenden- fe dal jatto che « io
pensi che stia pensando » (3). Esiste una obiettiva realtà dei fatti e fe- (1)
Allievo del grande grammatico El-Mobarrad Mohammed ben Yezid el-Azdi (l’autore
del celebre trattato Kamil), il filologo Eì-Zaggiàg’, professore a Damasco e a
Tiberiade, ove morì ottantenne nel 949, scrisse il Kitab el-Giumal (« Libro
delle frasi », opera grammaticale) alla Mecca: dopo aver terminato cia- scun
capitolo compiva setîe giri intorno alla Ka’ba, come fanno i pellegrini, e
chiedeva ad Allah perdono per gli errori che il capitolo potesse contenere. (2)
Il tomismo è stato giustamente definito «la filosofia dell’essere ». — «Per S.
Tommaso l'essere non è qualche cosa di oscuro, di misterioso, di incom-
prensibile, ma, al contrario, è ciò che la nostra intel- ligenza coglie meglio
e subito, in ogni cosa.... La scien- za dell’essere si applica ad ogni forma
del sapere, si estende a tutti gli esseri e domina quindi tutte le . scienze».
E. Bianchi, Tommaso d'Aquino: la dottrina . dell’anima e la teoria della
conoscenza, Firenze, Val- lecchi, 1937, pag. 14-15. (3) Se infatti fosse vero
il principio -‘hegheliano, la « realtà » sarebbe soltanto l’idea, ossia in
tanto « real- tà » in quanto «io penso di pensare ». Ma anche que- sta dovrebbe
esser realtà solo in quanto io Îa pensi, nomeni (1), delle azioni proprie o altrui,
indi- * pendentemente dal jalto che essa sia consia- lata ed espressa con
parole. * * * Da questa prima fondamentale nozione si può passare alla seconda:
che, cioè, l’esposi- zione dei jenomeni per mezzo della parola può esser
semplicemente obiettiva: esporre cioè il fenomeno in sé, senza riferimento alla
persona parlante. I concetti espressi son pur sempre « personali », in quanto
generati e jor- mulati nella mente di chi parla, e da lu espressi con parole:
ma la persona parlante non interviene come elemento del discorso: non è «
attore » nel fenomeno espresso dalle parole. Questa forma, prevalente in bilta
la pro- duzione letteraria e nel quotidiano linguaggio orale, è quel che si
chiama comunemente — ed ufficialmente nella grammatica iradizio- nale — il «
discorso in 3° persona ». Si chiama invece « discorso in 1° perso- ria » quello
nel quale colui che parla o scrive è « allore» nell'azione: può agire (soggetto
del verbo), oppure essere il personaggio su cui cade l’azione alirui
(complemento oggetto del verbo), oppure esser semplicemente « di scena »
(trovarsi in « caso obliquo » o in altra ossia in quanto «io pensi che penso di
pensare »: è così in infinitum, con un comico risultato che è la miglior
dimostrazione della sua fallacia. (1) Oltre gli eventi e le azioni, anche lo
«stato» è un fenomeno. Del resto, il « divenire » è sempre e dovunque, nel «
tempo ». Per tale importante nozione, e per la distinzione tra ciò che è
fenomenico, tempo- rale, transeunte, e ciò che è permanente, immutabile ed
eterno, cfr. Toddi, Geometria della realtà e ine- sistenza della morte, Roma,
De Carlo, 1947, tomo I. pag. 105 e segg. Mn ed by \aO0QLC ©) I DUE DISCORSI
connessione complementare con i concetii e- spressi) (1). I due discorsi sono
di tipo talmente diver- si, con proprietà e caralteristiche che netta- mente li
distinguono uno dall’aliro, sì che è lo- gico, e anche praticamente utile,
separarli nei- famente nella grammatica, così come essi s0- no distinti nella
linguistica realtà. Ù* * I capitoli seguenti, conclusivi della « gram-. malica
rivoluzionaria », Iraltano appunto di lali differenze fra i due tipi di
discorso, a se- conda cioè che colui che parla o scrive sia «in scena » o «
fuori del palcoscenico ».. Non esiste un « discorso in 2° persona », in quanto
l’uso di quesia deriva dal fatto che chi parla o scrive esprime in 2° persona
ciò che si riferisce all’azione della persona alla quale egli parla o scrive. È
dunque pur sem- pre «discorso in 1° persona»: chi parla 0 scrive è « di scena
». Lo stile letterario nel quale il lettore si rivolge al lettore può esser
considerato anch'esso «discorso scenico », nel quale l'« attore » (attore)
parli dal prosce- nio, rivolgendosi al pubblico invece che agli altri ‘attori.
* * Questo « intermezzo » era necessario, non soltanto per introdurre
l'innovazione (distin- zione Îra i due tipi di discorso), ma anche per creare
pure materialmente un distacco tra le due traitazioni. (1) Basta, ad esempio,
che una proposizione con- tenga un aggettivo possessivo di 18 persona (« mio,
miei, mia, mie ») od un riferimento locativo che im- plichi una relazione con
chi parli o scriva (« qui. co- sì... »), perché la «18 persona» sia
necessariamente coinvolta grammaticalmente e ideologicamente, ossia « sia di
scena ». — (Cfr. 8 492 e segg.). Quando si è “di scena,, (XXIII) Perché possa
esservi un discorso è necessario, evidentemente: a) che vi sia una persona la
quale parli; b) che ella abbia qualcosa da dire. Il « soggetto » parlante non è
però neces- sariamente il « soggetto » della proposizione: può essere, anzi,
del tutto estraneo alla pro- posizione, ed all’intero discorso. — Ailorché M.
Porcio Catone, nelie sedute senato- riali, affermava: « Carthago est delenda »,
il soggetto grammaticale — e quindi anche ideologico — della proposizione era
Cartagine, pur geograficamente lon- tana: Catone era presente in Senato, ma non
nella proposizione, che pur egli stesso pronunziava. La sua proposizione, pur
esprimendo un pensiero di lui, lo esponeva come indipendente da chi lo aveva
pensato e formulato: chiunque altro avrebbe potuto dirla in sua vece, e in
nulla la proposizione avrebbe mutato, né formalmente né ideologicamente. «
Allorquando, invece, egli diceva: « Ceterum cen- seo Carthaginem esse delendam
», « Del resto io cre- do doversi distruggere Cartagine », egli entrava in scena,
diveniva attore nell’azione linguistica, « sogget- to » grammaticale del verbo:
personaggio, insomma, nella proposizione. Nessun altro avrebbe potuto
pronunziare in sua vece quelle stesse parole, poi che censeo (« io credo »),
detta da altri, avrebbe significato un’altra cosa, ossia che non Catone, ma un
altro era di quell’opinione. == 9gfinca. . — In latino si chiamò
originariamente persona la maschera teatrale, così detta perché destinata ad
amplificare e far risonare (per-sonare) la voce dell’attore: poi indicò il «
personaggio »: dramafis personae erano ap- punto i « personaggi del dramma »
(1). Possia- mo perciò riferirci a questo stadio etimologico del vocabolo e
chiamare persona quella parte del discorso che esprime il « personag- gio »
intervenente come attore nella scena ver- bale. | È esatta l’espressione «
parlare in 12 persona», poi che la « 12- persona » è, evidentemente, quella che
parla o scrive (vedi 8 477). Chiameremo dunque semplicemente « 13 persona » il
vocabolo «io », e gli altri « casi » dello stesso voca- bolo: io è soggetto di
12 persona; me e mi sono oggetto o casi obliqui di 12 per- sona, a seconda che
corrispondano ad un accusativo o a un dativo latino (vedi $ 422 e 498). (1) E,
poi che ogni personaggio teatrale ha una sua individualità con peculiari
connotati fisici e di azione, persona acquistò il significato. attuale, impli-
cando l’idea di « personalità ». Esattamente inverso è stato il cammino
semantico del vocabolo inglese cha- racter, che significa non soltanto
«carattere » ma, | esprimendo l’insieme dei connotati morali ed il tem-
peramento di un individuo, assunse anche il signifi- cato di « personaggio »
teatrale o letterario: Shake- spearian characters sono « personaggi
shakespearia- ni»; — e character può significare anche « reputazio- ne, buona
reputazione », e quindi persino il « certi- ficato » che ne fa fede; the
character of an employee, the character of a servant possono significare non
sol- tanto il «carattere » di un impiegato o di un dome- stico, ma anche l’«
attestato » del suo buon carattere, il «certificato di benservito ». —
Peculiare della lin- gua inglese è la facilità con cui essa dilata l’« area di
significato » di un vocabolo, esprimendo con esso idee che, in altre lingue,
sono espresse con « derivati » dal vocabolo. (Cfr. 8 71). ( i } I NON « PRONOMI
» MA « PERSONE » - 479. — Contraria alla natura, alle proprie- tà ed alla
funzione di fali vocaboli è la deno- minazione di « pronomi » data a tali
vocaboli. Il pronome Îa le veci del nome, e può per- ciò esser sostituito dal
nome che esso rimpiaz- za, senza che la sostituzione alteri la forma o il
significato della frase (1). Nome e pronome debbono cioè equivalersi
ideologicamente e funzionalmente (2). Nei 88 229 e 277 è stato abbondantemente
illustra- to, anche figurativamente, l’ufficio dei « pronomi », ponendo in
evidenza che essi equivalgono a simboli algebrici: sostituiscono i nomi, e la
sostituzione non provoca alterazione alcuna né nel nesso logico, né nella
forma, né nel significato della frase. Soltanto i vocaboli che rispondono a
tali requisiti possono essere definiti « pronomi »: arbitraria ed erronea è
l’inclusio- ne tra essi dei cosiddetti « pronomi personali ». (1) Appunto
perciò nei cap. XI e XII si è abbon- dantemente insistito sulla chiara
definizione dei carat- teri e delle proprietà dei « pronomi ». (2) Pronomi e
nomi debbono essere in quel rap- porto che nel linguaggio giuridico è definito
« fungi- bilità », ossia la totale possibilità di surrogarsi a vi- cenda: ogni
moneta o banconota è « fungibile » con altra del medesimo valore. I cosiddetti
« pronomi per- sonali di 12 e 22 persona» hanno come loro caratte- ristica
fondamentalmente tipica proprio la « non fun- gibilità » con il nome della
persona che essi rappre- sentano. «Io sono Tizio », ha un significato, espri-
me un concetto, ha una ragione di esser detto: «io » rappresenta la persona di
Tizio, ma non fa le veci del suo nome, e non è perciò sostituibile con esso: «
Tizio è Tizio » significa tutt'altra cosa: è un’ovvia ed inu- tile
constatazione, del tutto diversa dall’affermazione « io sono Tizio ». — La
grammatica deve « rettamente definire », estendendo nel proprio campo il
principio giuridico del suum unicuique tribuere: «la ragione umana serve a
sentenziare quello che spetta e quello che non spetta ai soggetti di essa »
(Taparelli-d’Aze- glio, Saggio teorico di diritto naturale appoggiato sul
fatto, 48 ediz., vol. II, c. IT, art. 3). La grammatica ha affinità quindi con
la morale e con il diritto. Le regole grammaticali costituiscono la «
giurisprudenza del di- SCOTSO ». . — Appunto perché sono « personali », ossia «
personaggi » (dramafis personae) in azione diretta sulla scena, agiscono (o
parte- cipano passivamente all’azione o sono indi- rettamente ad essa
collegati) ben diversamen- 1 incontro. A un povero _| rcntello; _| Quegli 3)
y|laprende e, a copertose- \ / ne, sene va, | dopo aver. mi Tin: graziato con
tutto i o mitolgo, _. suo cuore. RE il MIO, ne tal "2 2 glio la metà,
eglie lado. San Martino entra in scena « in 1° persona »: La per- sona «io» è
insostituibile con il nome; non è « pro- nome », e provoca anzi il mutamento
dei verbi e dei possessivi che ad essa si riferiscono, mentre i « pro- nomi »
che la indicano debbono divenire anch'essi « 1® persona ». Restano inalterati i
pronomi, i possessivi ed i verbi che si riferiscono al « povero » ed al
mantello, espressi da « nomi» e dai « pronomi» che ne fanno le veci. (8 480) te
che allorquando, invece, rimangono assen- ti dalla scena verbale, la quale si
svolge inte- ra obiettivamente, perché esposta in pura Îor- ma narrativa,senza
tale intervento pe r- sonale. —s 386 Ss O OLIC 1008 le «IO » È INSOSTITUIBILE
L'evento che serve di esempio nei 88 229 e 277 per illustrare l’uso dei pronomi
e la loro funzione è 2Spo- sto in modo assai differente se esso sia espresso «
in 1a persona » da S. Martino: »_.«Ilo incontro un mendicante e... ».
(Osservare attentamente la vignetta e ia dicitura). Forma e contenuto
ideologico son mutati, pur esprimendo lo stesso evento: i pronomi non son più
sostituibili con i nomi, gli aggettivi possessivi espri- ‘ mono in modo ben
diverso i rapporti di appartenen- za: i verbi hanno mutato desinenza. Non è
possibile sostituire con i nomi i vocaboli « io », « mi » senza al- terare
tutta la realtà linguistica e scenica. Di tutti questi fenomeni sostanziali e
for- mali la grammatica tradizionale non tiene con- to, definendo « pronomi »
proprio quei voca- boli che, generando così profonda trasforma- zione,
conferiscono un personalissimo carattere al discorso, che diventa « personale,
drammatico, scenico... ». 481. — Queste elementari considerazioni e constatazioni
inducono la « grammatica rivo- luzionaria » a proclamare che «io» è non «
pronome » ma « persona » (appunto « 1° per- sona »). 482. — Unici « pronomi
personali » sono quelli che, altrettanto impropriamente, son det- ti « pronomi
di 3° persona ». Poi che sono « pronomi », ossia sostitui- scono i nomi, e
tutti i nomi esprimono le idee sostantive «in 3° persona» la definizione «
pronome di 3° persona » è altrettanto impro- pria quanto lo sarebbe la
definizione di « no- me di 3? persona »: Come esistono nomi di persona, animale
o cosa. fungibilmente con essi esistono « pro- nomi di persona » (pronomi
personali), « pro- nomi di animale », « pronomi di cosa », a se- conda: del «
nome » del quale fanno le veci. Così, ad esempio, quegli, questi, egli, son « pronomi
di persona » (maschile); colei, ella — son « pronomi di persona » (femminile); esso è
« pronome di cosa » (1). San Martino .. © incontra mantel la prendoe,
copertome- ne,me ne VI, cd 3 graziato con tutto il mio cuore. me la dà. li si
toglie i eg , BI suo, ne ta: 2 glia la metà, e Il provero entra in scena in «©
persona »: La persona « io » (« me ») è insostituibile con il nome; non è «
pro- nome », e provoca anzi il mutamento dei verbi e dei possessivi che ad essa
si riferiscono, mentre i « pro- nomi » che la indicano debbono divenire
anch’essi « 12 ‘persona ». Restano invece inalterati i pronomi, i pos- sessivi
ed i verbi che si riferiscono a San Martino ed al mantello, espressi da « nomi
» e da « pronomi » che i ne fanno le veci. (8 482) (1) L'appartenenza al genere
maschile o femmini- le non implica che il pronome sia perciò « personale »:
parlando anche di cosa, essa è espressa con pronome femminile (cfr. $ 235). —
L’inglese, che pur considera neutri tutti gli oggetti, usa il pronome she ir
alcuni casi. Una corazzata, che è oggetto, è chiamata man-of- war (« uomo di
guerra »): ma di. essa si dice, ad esem- pio, che « she is in the harbour », «
essa (pronome fem- minile) è nel porto ». i 0 — 390 — me senza e er | io 3 sii
| ‘Li i » fe 22 C___._ _..° ‘‘P.00666460’’«—»a. di i ro ieri «TU» È INSOSTITUIBILE
483. — Non meno radicale è il mutamen- to, nell'intera struttura morfologica e
ideologi- ca, pur quando la persona interviene non co- me « soggetto » ma come
« complemento og- getto » dell’azione verbale. il mio, ne 2 taglio la metà, e
te lado. San Martino è in scena in « 19 persona», e il « pove- ro » è in scena
in 29 persona: Le persone «io » e « tu» (« te ») sono, insostituibili con i
nomi: non sono « pro- nomi »: provocano, anzi, il mutamento dei verbi e dei
possessivi che ad esse si riferiscono, mentre i « pro- ‘ nomi » che le indicano
debbono divenire anch'essi, ri- spettivamente, « 132» e «22 persona ». Restano
inalte- tello, espresso da un nome e da « pronomi » che ne rati ) pronomi e i
possessivi che si riferiscono al man- fanno le veci. (8 482). Nell’esempio
citato, il mendicante, rimanendo « complemento oggetto », ma intervenendo «in
12 per- sona », ossia come attore della'scena linguistica, pro- vocherà
mutamenti analoghi a quelli già citati: «San Martino incontra me e,
vedendomi... ». . — Il bimbo, allorché incomincia a far uso della parola, non
ha ancora una chiara idea della per- sonalità. Egli vi arriva lentamente, per
gradi, con un laborioso processo mentale di analisi. Egli ode pai- lare di sé,
e comincia ad intendere che egli è « Pieri- 1) tu e ch: Pb eo Ea santz: yo
incontri aa pit Lo la prendoe, copertome- ne,mene vo, dopo aver: ti rin:
graziato con tutto il mio cuore. il tuo, ne ta- = 2 gli la metà, e mela dèi. e
_—_______—-- San Martino è in scena in « 29 persona » ed il povero è in scena
in « 1° persona ». Le persone « io » (« me ») e «tu» sono insostituibili con i
nomi: non sono « pro- nomi »; provocano, anzi, il mutamento deil verbi e dei
possessivi che ad esse si riferiscono, mentre i « pro- nomi » che le indicano
debbono divenire anch'essi, ri- spettivamente, « 18 persona » e « 22 persona ».
Restano inalterati i pronomi), i possessivi ed i verbi che si rife- riscono al
mantello, espresso da un nome e da « pro- nomi » che ne fanno le veci. (8 482)
no» o « Giorgio »: perciò, nelle sue prime espressioni, usa questi «nomi» per
indicare se stesso, come usa altri «nomi» per indicare persone ed oggetti del
mondo esterno: « Pierino vuole il pane », « Giorgio è stato bravo », =_= =-——— |” — "E" —— E. x A na LA
PERSONALITÀ Poi che ode il pronome «lui », anche riferito a sé, usa pur questo
per indicare se stesso: « Lui vuole il pane », « Lui è stato buono »: usa il
pronome, come sostituto del nome: fin qui, nella evoluzione mentale-
linguistica, non vi è differenza né formale né ideolo- gica nel discorso: il
pronome fa le veci del nome (1). Solo più tardi, con lo sviluppo
dell’intelligenza e la maggior comprensione del mondo esterno, ed il più
preciso coordinamento tra parola (ossia pensiero) e realtà (2), egli arriverà a
comprendere il valore gram- maticale della persona, ed importantissimo mo-
mento per ia sua personalità sarà quello in cui egli dirà: « Zo voglio il pane
», « Zo sono stato bravo ». Ha abolito il nome, ha sorpassato il pronome: ha.
mu- tato stile cioè forma mentis: è divenuto persona, grammaticalmente e
mentalmente. Ha la completa coscienza di se stesso, e perciò sa esprimerla.
L’uso della ragione l'ha portato a questa grande conquista (3). (1) Cioè «lui»
non equivale ad io: equivale a « Pierino » o « Giorgio ». — Alla treenne
Gianna, la mamma chiede: « Gianna, vorresti andare alla spiag- gia? ». La
piccina intende già che la risposta deve contenere un’affermazione della
propria personalità: ma la forma condizionale del verbo, nuova per lei, le
rende difficile la trasformazione in « 18 persona »: e perciò, dopo uno sforzo
anglitico-sintetico, rispon- de: « Sì, mammina, ci andresto volentieri ».
L'episodio chiarisce il valore delle desinenze personali, mentre: pone in
evidenza, appunto con esse, la distinzione tra discorso obiettivo e discorso
con intervento personale. (2) « La raison humaine est bàtie sur le langage: elle
n’est au fond qu’une manière de parler, d’assem- bler les. mots les uns avec
les autres ». P. Janet, L’in- telligence avant le langage, Paris, Flammarion,
1936, pag. 253. (3) « La razza
umana, presa in massa, concorda largamente, a proposito di ciò di cui può aver
notizia e a cui può dare un nome... V’ha tuttavia un caso del tutto
straordinario in cui non si trovano due persone che facciano la stessa scelta.
Ognuno di noi divide l’Universo intero in due metà, e per ognuno di noi quasi
tutti gli interessi si riferiscono all’una o all’al- tra di queste due metà;
soltanto che ognuno disegna -— 393 — hifi lrn Quando però siederà sui banchi scolastici, la
gram- matica burocratica non terrà conto di tutto ciò; la grandiosa realtà
scomparirà, negata da una visione artificiosa, ed egli dovrà apprendere che io
è « pro- nome », cioè « fa le veci del nome», ed equivale per- ciò a « Pierino
» o a « Giorgio ». Poi che la grammatica ha il diritto e il do- vere di
formulare regole che rispecchino la realtà obiettiva e linguistica, sarà «
rivoluzio- nario » nel senso costruttivo il denominare « persone » e non «
pronomi » quei vocaboli insostituibili (io, tu...) la cui presenza nel di-
scorso esprime l’azione scenica linguistica, corrispondente alla realtà
esposta, e che ri- chiede perciò forme speciali in ogni vocabolo che si
riferiscono alla persona stessa. Còmpito della grammatica, è quello di ren- der
chiari i fenomeni linguistici, razionalmen- te qualificandoli, e non
complicarli, o, peggio ancora, deîormarli. * * * 484. — L’erronea
interpretazione e quali- fica, e la tendenza a burocratizzare con in-
controllato formalismo hanno prodotto altri | errori e false qualifiche. Per
burocralica simmetria si è voluto for- zare la « persona » negli schemi
morfologici | degli altri pronomi; e si è affermato che « i0 » ha per suo
plurale « noi ». È possibile il plurale di me stesso? bi Basta che io dica che
tutti chiamiame le due metà con gli stessi nomi, cioè me e non me,
rispettivamente, perché si veda a colpo d’occhio ciò che intendo. Ognu- no di
noi dicotomizza il Cosmos in un punto diffe- rente ». G. Tarozzi, Compendio dei
principî di psico- logia di W. James, Milano, S.E.L., 1911, pag. 113. — Di
questa divisione dell’universo in due parti, essen- ziale per il nostro
pensiero, non tien conto la gram- matica formalistica tradizionale. la linea di
divisione fra esse in un punto differente. | — 394 — SINGOLARITÀ DELL’« IO »
485. — Caratteristico dell’« io » è la sua « individualità », e quindi «
singolarità ». La qualifica di «.noi » come plurale di « io » assu- me
addirittura un carattere patologico (1). È esatto affermare che egli, esso,
colui, colei, essa, ecc. siano « pronomi » (di persona e di cosa) e che abbiamo
per loro « plurali » rispettivi eglino, essi, coloro, esse, ecc., poi che
ciascun egli o ciascun es- so, ecc. si trova nel medesimo rapporto ideologico
con il soggetto parlante, mentre vi è un solo «io» possi- bile, ed è lo stesso
soggetto parlante (2). Non sembri esagerata tale
affermazione. « Les obsédés ne peuvent se débarasser d’une opposition qui
tiraille leur esprit en deux sens différents et qu’ils traduisent souvent en
disant qu'il y a plusieurs per- sonnes en eux ». P. Janet, op. cit., pag. 58. — La con- vinzione del
maniaco, il quale si immagini di essere un altro, troverebbe piena conferma in
questa defini- zione della grammatica tradizionale. Il « plurale » è il totale
di.una somma, la quale può aversi soltanto con addendìî omogenei: la grammatica
tradizionale affer- ma cioè che, come individuo -+ individuo + individuo... =
individui così » io + io + io... = noi in cui tutti gli «io» si equivalgono.
Sicché Tizio, il quale affermi di essere Cristoforo Colombo o Napo- leone trova
sua piena giustificazione in questo plurale « noi », poi che la grammatica lo
autorizza ad affer- mare che io (Tizio) + colui (Colombo) + colui Napoleone =
noi, LI e, poi che noi è « plurale di io, ossia noi = io + io + io, io e colui
si equivalgono; e perciò Tizio = Colombo = Napoleone. — «Lo studio
fisio-psicologico della pazzia illumina quello filosofico sulla condotta della
ragion sana ». B. Cassinelli, Storia della pazzia, Mila- no, Corbaccio, 1936,
pag. 15. (2) Questa assoluta individualità e quindi singo- darità dell’« io »
non vien meno neppure quando pa- recchie persone dicano in coro «noi», giacché
per ciascuno dei parlanti tale vocabolo significa « to e co- loro che sono con
me». L'unico caso di vero « plu- rale » della persona «io » si ha nel pluralis
majestatis, La morfologia è in perfetto
accordo con l’idea espressa, poi che tutti questi plurali sono formati dal
singolare: conservano lo stesso tema (significativo dell’idea stessa), cui si
aggiunge un suffisso (signifi- cante l’idea di pluralità). Questo suffisso è,
in italia- no, il medesimo che serve ad esprimere il « plurale » nelle forme
verbali (1). Ù | Abbiamo infatti, al singolare: egli canta; — colui corse e, al
plurale: | eglino cantano; — coloro corsero, con un parellelismo assai
sintomatico. 486. — Che questi suffissi derivino, eti- mologicamente da
suffissi latini diversi non diminuisce l’importanza del fenomeno, né ne altera
il valore sintomatico. L'italiano è il la- tino trasformato con criterî
generali e co- stanti: questi criterî hanno determinato la scel- ta e le
modificazioni dei suffissi (2). 487. — Nelle lingue neolatine, come in tut- te
le altre europee, e nella quasi totalità delle extraeuropee (3), il « noi » non
ha alcun lega- tà IO “ cioè nel « noi » usato dal Sommo Pontefice e dai So- vrani:
è un autentico « plurale », ma soltanto formal. mente, rimanendo singolare
l’idea espressa. (1) Per « forme verbali » si intendono quelle che la
grammatica tradizionale chiama « voci di 32 perso- na» e che la grammatica
rivoluzionaria non ha biso- gno di qualificare in tal modo, poi che esse
rappre- sentano la forma normale o semplice (narrativa, obiet- tiva) del verbo,
ossia senza intervento scenico della persona. (2) Troviamo applicato qui lo
stesso criterio per il quale in italiano vengono condotti al plurale in -i
anche quei nomi ed aggettivi i quali hanno in latino il plurale in -s. (Cfr..8
208). (3) Pur in quelie lingue nelle quali il « noi » sem- bra formato dal
singolare « io », il fenomeno va com- preso intendendo il vero significato dei
vocaboli. ]l cinese wo3-mén, « noi », si forma da wo03, « io », aggiun- gendo
l’ideogramma mén?, il quale implica l’idea di « pluralità », ma non nel nostro
senso di « suffisso plu- rale ». Graficamente esso è costituito infatti dal
sim- bolo dell’uomo (o dell’azione umana) e dalla figura- — 396 — vi i vigiizsd
y Google | JJ‘tl/ GIG: SI « NOI » NON È IL PLURALE DI «IO » ir” | PRONOMI |
itaLno { ord si o pt bn (o Se ii olii Fid dueic n | sorico Ivi Tui Veis"
SIR TEDESCO e i ihr er, n | sassone { - la Po è ded | inerese Ile eg hey SERBO
| E ip pi | RUSSO Ca | moti); ta mi e | n | tonno f& n pre di Nella
linguistica realtà, nessuna affinità etimologica o) morfologica lega «noi» con
«io», né «voi» con «tu ». (8 487). zione dei «due battenti di un uscio », i quali
non sono uguali ma simmetrici. Ed è sintomatico chse tale « plurale simmetrico
» si usi appunto per quelli che la grammatica tradizionale chiama « pronomi
personali ». me etimologico con « io »:
non è mai formato | À | secondo lo schema « 10 » + sulîfisso plurale. Se i
popoli han distinto nettamente, sia nell’idea (radice, tema del vocabolo), sia
nel- l’espressione (forma del vocabolo) il singolare dal plurale, lo « io » dal
« noi », ciò documenta nel modo più assoluto e completo che si trat- ta di due
cose ben diverse. La grammatica non ha alcun giusto titolo per unire ciò che è
nettamente distinto nella obiettiva linguistica realtà. Nel V canto
dell’Inferno, Francesca da Riminì dice a Dante: « Noi leggiavamo un giorno per
diletto di Lancialotto come amor lo strinse ». (Inf., V, 127-128) Il vocabolo
lo è vero e proprio « pronome »: fa le veci di Lancillotto, e infatti questo «
nome» può esser sostituito al pronome senza alterare né la for- ma né il
significato del periodo: ma « noi » non è né « pronome » né « plurale di (0 »:
come plurale di « io », ossia di colei che paria in 18 persona, dovrebbe esser
il plurale di « Francesca »! Il «noi» non può esser sostituito da nessun altro
vocabolo senza alterare la forma e il significato del periodo. Qualsiasi nome
so- stituito ad esso provocherebbe addirittura il passaggio del periodo intero
dal « discorso diretto » al discorso obiettivo, narrativo: Francesca e Paolo
non sarebbero più gli attori parlanti: si parlerebbe di loro: la 12 per- Sicché
anche il plurale cinese non fa che confermare la diversità di questo plurale
sui generis dagli altri plurali veri e proprî. — Anche il « noi» giapponese
(boku-ra, ware-ra, watakushi-domo) si forma da «io» (boku, ware, watakushi) ma
i suffissi -ra e -domo esprimono piuttosto una «categoria» che una « plu-
ralità »: sicché questi « noi » hanno il valore di « per- sone come me ».
(L’ideogramma è il medesimo che si usa per significare « classe » persino nel
sigrificato ferroviario: sicché il giapponese considera il « noi» “come
comprensivo di « coloro che sono nella stessa classe con me »), — 398 — ey
Google « NOI » NON HA SINGOLARE . sona perderebbe proprio questo suo connotato
essen- ziale. 488. — Il plurale « noi » non ha singolare. È un vocabolo a
significato collettivo: e- sprime più persone (e perciò è plurale), nelle quali
è compresa la f° persona. Non è, quindi, un « plurale di 1° persona » ma un «
plurale con 1? persona » (1). Questo plurale sui generis è meno eccezionale di
quanto potrebbe sembrare. Esso .presenta infatti una certa analogia con quei
nomi che hanno soltanto la forma plurale; alcuni di questi si riferiscono ad
og- getti materiali simmetrici come le forbici, le manette, i calzoni, le nari:
altri esprimono collettivamente l’in- sieme di più cose concrete o astratte le
quali presen- tano una certa eterogeneità pur costituendo nella lo- ro somma
qualcosa di unitario: tali sono, ad esempio, le sartie, le regaglie, le
fattezze, le moine, le nozze, le esequie, gli sponsali. Nessun grammatico o
mari- naio sosterrebbe che sartie sia il plurale d: draglia, o di strallo o di
paterazzo, sebbene ciascuna di queste corde (2) sia compresa nel vocabolo
sartie; né gram- matico o massaia asserirebbero che regaglie sia il plu- rale
di cresta, bargiglio o fegato o di qualsiasi altra parte del pollo che
costituiscono ideologicamente tale nome plurale. Parimenti le nozze e gli
sponsali impli- cano necessariamente la benedizione nuziale, ma non ne sono il
plurale: ché, anzi, non può aversi più di una benedizione nuziale in tutte le
cerimonie che (1) Infatti noi può significare « io + tu», «io + voi », «io +
colui», «io + tu + colui », « io +-colo- ro », ecc. ossia « io +chiunque altro
che non sia io ». — Allorché taluno dice «noi Italianî » non intende « 44
milioni di io », ma «io + tutti i miei connaziona- li »: basta, cioè, che
nell’idea collettiva espressa dal vocabolo sia contenuta quella della 7/35
persona, la quale non può essere che una sola. (2) Le draglie sono tese tra
il-trinchetto e il bom- presso per farvi scorrere i fiocchi; gli stralli o
stragli sostengono gli alberi delle navi dalla parte di prora; i paterazzi
frenano lateralmente le parti medie degli alberi. | complessivamente sono
espresse dal vocabolo plura- le, nozze o sponsali. Analogo è il rapporto del
plu- rale noi con il singolare io, in quanto zoi non è il « plurale » di io,
sebbene necessariamente io conten- ga (1). * * %* 489. — Le medesime considerazioni
sono, nella loro quasi totalità, estensibili anche alla «2° p<ersona». . La
« 2° persona » presuppone però neces- sariamente l'intervento in scena della 1.
Si può dire «tu» solo dirigendosi direttamente alla persona, la quale è «2° »
appunto perché la « 1° » è parlante, ossia interviene direttamente nell’azione
linguistica (2). L'analisi di due terzine dantesche, nel notissimo episodio
della Antenora ci permette di ben osservare la radicale differenza tra persone
e «pronomi». «Io non so chi tu se’, né per che modo venuto se’ qua giù; ma
fiorentino mi sembri veramente quand’io t’odo. Tu dei saper ch'i fui conte
Ugolino, e questi è l'arcivescovo Ruggieri: or ti dirò perch’i son tal vicino
». (Inf., XXXIII, 8-15) (1) Il « plurale» grammaticale equivafe a quel che, in
aritmetica, è una «somma », la quale presup- pone più addendi omogenei; a,
meglio ancora un « multiplo », che è la somma di più addendi uguali tra loro.
Questa identità, o, per lo meno, omogeneità (ossia identità deil caratteri
essenziali sc non quanti. tativi) è indispensabile affinché sia possibile
un’addi- zione. Più frazioni non possono addizionarsi se non siano ridotte allo
stesso denominatore, ossia ad una medesima denominazione. 1l plurale « noi »
corrispon- de ad un «numero misto »: potrebbe chiamarsi per- sona mista:è
infatti misto di « io » e di « non-io ». (2) La persona «alla quale si parla »
è detta in tedesco die angeredete Person, usando il participio passivo del
verbo anreden, «rivolgersi parlando» (« parlare [reden] a [an]}); ugual valore
ha l’espressio- ne inglese ihe person spoken to (letteralmente: «la =. 400 ——_—___hknmTeoeet"
’w@"r—_—_—»_TrT, .yry—_-> -<--—1}___ > —r *————m@—@m@1@——@—@—@—@—@—@—@—È@È@——nÈk21k1kh2kì41kt1kx.c==
“e Ì)Îa gt ===“. e = SOLO LA 32 PERSONA HA PRONOMI I vocaboli chi, questi, e i
(== gii) dell’ultimo ver- so sono pronomi. Il primo è pronoine interrogativo:
equivale a « quale uomo » (cfr. 8 275) ed esprime l’in- cognita (nel significato
algebrico); questi fa le veci di « l’uomo che è qui » ed è pronome
dimostrativo, sosti- tuendo un nome, con l’agsgiunta di una determina- zione,
ed i’ (= gli) significa « a lui » ed è perciò pro- nome personale (i). ossia «
all'uomo già nominato » o «arcivescovo Ruggieri ». Le sostituzioni dei «nomi»
ai «pronomi» che i ne fanno le veci è possibile, senza che ciò provochi
alterazione alcuna né nel significato né nella struttura linguistica delle due
terzine (2) Analoga sostituzione ‘ non è invece possibile per i vocaboli io (ed
i’ del 40 verso), fu, mi e ti. Ad essi, infatti, non corrispondono, nella
realtà linguistica obiettiva, due semplici indivi- dui, ossia il conte Ugolino
e Dante, ma due « per- sonaggi in azione linguistica », che sono il conte Ugo-
lino e Dante; e sia la forma che le idee che i voca- boli esprimono
stabiliscono che il Conte Ugolino è la « 12 persona» e Dante la « 22 persona ».
Il valore di « io » è quindi « il-Conte-Ugolino-che- sta-parlando »; e quello
di « iu » è « Dante-cui-il-Con- te-U golino-parla ». Anzi, neppure sostituendo
con tali complesse formule i due vocaboli si avrebbe la legit- tima e totale
sostituzione con equivalenza completa, poi che il significato completo di «io »
è « io-Conte- U golino-che-pario », e il significato di « tu» è « Dante- i
cui-parlo-in-seconda-persona ». Nei vocaboli usati per . « far le veci» dei due
da sostituire bisognerebbe ne- . cessariamente includere questo elemento
persona- —— ; persona parlata-a », cioè « alia quale si parla »). Que- «ste
formule pongono in maggior evidenza il carattere «diretto del rapporto tra 1? e
22 persona. ; (1) Non « pronome di 38 persona », poi che sol- «tanto la 38
persona può esser rappresentata da un “« pronome »: i vocaboli indicanti la «
13» e la «22» “non fan le veci di esse, ma direttamente le csprimono: “@ perciò
son persone, nel senso già chiarito. | (2) Prescindendo, naturalmente
dall’alterazione “metrica e prosodica, dipendente soltanto dalla misura :
diversa dei vocaboli scambiati. sad _ mC _—_mm——_—_eeeRaI Ti. le che ne costituisce il fondamentale
connotato lin- guistico e ideologico. Essi sono perciò insostituibili. 490. —
Il vocabolo « voi » può essere in alcuni casi il plurale di «tu». Rivolgendosi
direttamente a più persone, esse son tutte e- gualmente « 2? persona »; sicché
abbiamo, per la loro omogeneità, la possibilità di conside rare lu+t1+ iu... =
voi. Ma il « voi » può significare anche « fu ed aliri » e può anche
significare « voi ed altri »: lu + colui = voi fu + tu + colui = voi. Sicché
anche « voi » va definito « plurale con 2* persona », 491. — Tali formule
useremo anche per definire grammaticalmente le voci del verbo relative
all’azione compiuta dalla 1° o dalla 2? persona, o alla quale partecipino la 1°
o la 2? persona. Si dirà. perciò che scrivo è voce singolare (indi- cativo
presente) del verbo scrivere, in 18 persona; scrivemmo è «voce (indicativa
passata) del verbo scrivere, plurale con 12 persona »; scrivereste è « vo- ce
(condizionale presente) del verbo scrivere, plurale con 22 persona); ecc.
L’innovazione potrà apparire stramba e disorientante, ma un po’ di riflessione
la ‘rive- lerà utile, chiarificatrice, giovando a porre în Ta la grammatica con
la linguistica realtà — 402 — Il discorso personale. (XXIV) 492. — Il discorso
personaliz- zato o«discorso diretto » costituisce un tipo di discorso del tutto
speciale, poi che le per-. sone lo influenzano con le proprietà e ca-
ratteristiche che sono loro esclusive. Il discorso « personalizzato » viene
anche grafica-| mente distinto, ponendosi tra « virgolette » (1): « Noi
veggiam, come quei ch’ha mala luce, ele cose » disse «che ne son lontano ».
(Inf., X, 100-101). Ciò non impedisce che esso possa essere normal- mente
commisto con il discorso espositivo o obiettivo anche nell’interno delle virgolette
stes- se (2). | 493. — La persona, quando divenga soggetto del verbo, influenza
la forma verbale. (1) Chiamate « virgolette » (« inverted commas » in inglese,
« comillas » in spagnolo, ecc.) per la loro forma grafica, esse sono
funzionalmente «segni di citazione » (« quotation marks » in inglese,
Anfùhrungs- striche in tedesco, citationstecken o anfòringstecken in svedese,
ecc.). Attribuitane l’invenzione ad un im- pressore Guillaume o Guillemet che
le avrebbe adot- tate per primo nel 1546, i Francesi le chiamano guille- mets,
donde anche il rumeno ghilemele. Più ampia- mente ne tratterà il volume
sull’ortografia e pronunzia. (2) Nei due versi danteschi le proposizioni «
ch'ha mala luce » è «che son lontano », entrambe relative, hanno la medesima forma
e lo stesso contenuto ideo- logico che avrebbero in un contesto narrativo, poi
che sono appunto « narrative ». Perciò
il verbo assume desinenze diverse al- lorché non sia semplice esposizione
dell’azio- ne o dello stato, ma implichi (e perciò espri- ma) la presenza
attiva’ della 1° o della 2° per- sona. 494. — La grammatica rivoluzionaria abo-
lisce quindi i paradigmi tradizionali delle co- niugazioni, qualificandoli anzi
artificiosa e bu. rocratica elencazione nella quale vengono ar- bitrariamente
abbinati fenomeni linguistici che sono invece nettamente separati nella obietti-
va realtà. Esiste una sola forma verbale narrativa (0 espositiva o obiettiva),
la une ha il suo rego- lare plurale: l’uomo cammina; gli uomini camminano; la
bimba cantò la bella canzone; le bimbe caniarono le belle canzoni. Esistono poi
le due diverse forme deter- minate dal fatto che il soggetto è o contiene la 1*
o la 2° persona: io cammino; tu cammini; io canto; tu canii. Esistono anche
forme verbali plurali, le quali non sono però « plurali di 1° o di 2° per- sona
», ma, parallelamente a quanto si è detto per i plurali roi e voi (che ne sono
il sogget- to), « plurali con 1° o con 2° persona ». Che esse non siano da
considerarsi « plu- rali » delle forme singolari è convalidato dal fatto che,
anche morfologicamente, esse non hanno alcuna connessione con. quelle: îo
cammino, noi camminiamo; tu canti, voi cantate. 495. — Sintomatico è invece il
fatto che il « plurale con 1° persona » contenga sempre nella desinenza il
fonèma significante la 1° persona: questo fonèma è m, richiamante lo stesso
suono consonantico che è in me, mi: PLURALI CON 12 E 22 PERSONA noi camminiamo;
noi cantammo; noi vorremmo; se noi fossimo. Parimente, il « plurale con 2?
persona » contiene sempre, nella desinenza, il suono f, richiamante lo stesso
suono consonantico che è in fe, ti: voi camminate; voi canfaste; voi vorre-
sie; se voi foste. Questa coincidenza non è fortuita, ma. rivelatrice e
sostanziale. Si è conservata, dal sanscrito (1), in gre- co ed in latino e si è
mantenuta in italiano, confer- mando anche in questo settore la grande coerenza
che la nostra lingua costantemente mantiene fra suono e significato. Il
fenomeno è invece molto attenuato nelle altre lingue neolatine. Il
caratteristico suono conso- nantico m si conserva nella forma « plurale con 1
persona » nella desinenza -mos dello spagnolo e del portoghese, e nelle
desinenze -[a]m, -[e]m, (i)m del rumeno, mentre il t della forma verbale «
plurale con 28 persona » è divenuto -s nelle due lingue iberiche, conservandosi
nella desinenza rumena -tsi (scritta -ti con la sediglia sotto il t). Il francese
ha unificato tutte le forme verbali, poi che alla differenza grafica non cor-
risponde una diversa pronunzia: je marche, tu marches, il marche e ils marchent
si pronunziano tutti allo stes- so modo: ma anche in francese è sintomatico che
i due piurali personali abbiano una forma diver- sa: nous marchons, in cui la
nasalizzazione è appun- to una corruzione dell’m; e vous marchez, in cui -ez =
-ets. Delle
altre lingue indoeuropee (2), il gotico distin- (1) Le desinenza personali
plur. con 18 pers. -ama[h], -ima e plur. con 22 pers. -tha, -[i]ta richiama- no
rispettivamente il mà (accusat.) e me (gen., dat.) della 13 persona edil tvà
(accus) c fe (gen., dat.) della 22, (2) «La plupart des langues actuellement
em- ployées en Europe sont des transformations d’une méme langue, dite
indo-européenne, dont la période d’unité est préhistorique, et dont les
élémenits compo- sants ont depuis longtemps fortement divergés. L’unité gueva le due forme plurali « personali » (1):
tale dif- ferenza si è perduta nel tedesco. Plurale unico (perso- nale e
narrativo) aveva il sassone e quindi unico è anche in inglese. Le desinenze
-em, -im (plur. con la pers.) e -ete, -ite (plur. con 2? pers.) conservano in
russo le caratteristiche foniche personali. 496. — Esclusivo del discorso
perso- nale è la forma « imperativa » del verbo, in quanto essa presuppone
necessariamente la presenza attiva di colui che comanda o im- plora. Tale
presenza essendo indispensabile, l’imperativo esprime questa sua parte-
cipazione diretta esprimendo non soltanto l’a- zione della 22 persona, ma anche
lV’ele-. mento volitivo della 1?. L’imperativo, pur indicando l’azione della 22
per- sona, contiene anche un elemento interiettivo della 1® persona: onde il
suo carattere esclamativo, il quale tende a contrarre la forma verbale (2).
Per- ciò, in quasi tutte le lingue, l’imperativo assume la forma più semplice,
riducendosi spesso al puro tema verbale. du groupe n'est plus sensible
aujourd’hui au premier coup d’oeil. Il n’en subsiste d’appréciable qu’une va- gue
ressemblance générale de structure ». A. Meillet, Les langues dans l'Europe
nouvelle, Paris, Payot, 1918, pag. 15. (1) Le desinenze -am del presente, -um del pre- terito, ed -aima, -eima
dell’ottativo per il plur. con 1? pers., e le corrispondenti -ith, uth, e
-aith, eith per il plur. con 28 pers. richiamano il mik, meina, mis (ac- cus.
gen. dat.) della 13 persona, ed il thuk, thei- na, thus della 22. (2) Il
fenomeno è analogo a quello per cui, inte- riettivamente ossia nel vocativo,
molte forme dialet- tali dei nomi proprî siano tronche sulla sillaba accen-
tata: il romanesco dice: « Ah Michè! » per « Michele! », e persino « Ah
Giù"! » per « Giulio! » e « Ah Ro!» per « Romolo! »: parimenti il
napoletano: « Neh, Gen- nà’! » (Gennaro), «’onna Carmè’!» (« donna Car- mela!
»). MO a al L’IMPERATIVO TIPICO I E forma tipica imperativa è soltanto quella
per da 22 persona, ossia del comando diretto (1). Coerentemente, minor vigore
ha, nei riguardi del- l’azione espressa dal verbo, l'imperativo negativo: il
comando o la preghiera possono esser assai forti pur nella negazione, ma più
sulla negazione che sul ver- bo è il carattere imperativo. E si spiega perciò
perché, in tal caso, l'italiano usi la formula « Non + infinito» (« Non fare!»,
« Non dire!», negativi di « Fa! » e « Di! »), ed anche altre lingue usino forme
che si allontanano dall’imperativo positivo (2). L’imperativo in 38 persona,
non essendo rivolto direttamente, ha minor energia interiettiva, e perciò non è
espresso con forme tipiche, adottando quelle di altri « modi »: dica, vadano.
497.—La persona può essere « com- plemento oggetto » o « complemento indiret-
to ». In tal caso, poi che essa non compie l’a- zione espressa dal verbo,
questo rimane in forma normale (narrativa o obiettiva): però la « persona » è
presente in scena, rappresentata rispettivamente dalle forme me, mi; te, fi. Le
forme me, te conservano il valore di accusa- tivo che avevano in latino quando
seguono il verbo e sono poste in rilievo con l’accento. Perciò vanno ‘ scritte
separate da esso. Deiivano dall’ablativo quan- do dipendono da preposizione. Le
forme mi e ti, deri- vanti dai dativi latini mihi e tibi conservano il loro
valore quando precedono il verbo. In posizione diver- sa, i valori si
invertono. Per ragioni eufoniche, i dati- (1) Lo spagnolo ha forme speciali
anche per l’im- perativo plurale: comed!, « mangiate! », diverso da « vosotros
coméis » « voi mangiate » (indicativo); e il portoghese ugualmente: « tirai »,
« tirate! », diverso da tirais (indicativo). (2) Latino ne facias! (0, meglio
ancora, ne fece- ris), «non fare! »; noli me tangere! « non mi tocca- re! ».
Alcune lingue hanno però la forma negativa formata con la negazione della
positiva: ne fais pas!, «non fare! », ne me touchez pas! »; tedesco: vergiss
mein nicht! « non ti scordar di me! ». * — 407 — dacia ai vi mi e ti diventano me e te quando siano
seguiti da pronomi, appoggiandosi procliticamente su essi. E lo stesso dicasi
per i plurali ce, ci, e ve, vi: «Non vi mettete in pelago, ché, forse, perdendo
me, rimarreste smarriti ». (Par., II, 5-6). \ « Per me si va nella città
dolente » (Inf., I, 1). «lo son Beatrice che ti faccio andare » (Inf., I, 70).
Queste regole rendono spesso perplesso lo stra- niero che parli italiano, come
dubbioso può esser lT'I- taliano allorché voglia esprimere in una lingua estera
questi rapporti pronominali connessi con quelli per- sonali (1). Interessante è
notare che, mentre le altre parti del discorso (nomi, aggettivi, pronomi) non
hanno più, in italiano, le « declinazioni », le persone costituiscono l’unica
parte del discorso che le abbia conservate. È ancora una prova che esse si
diversificano dagli al- tri vocaboli (2). È un altra caratteristica peculiare
del d:- scorso personale. 498. — Le persone influenzano, natu- ralmente, anche
gli aggettivi possessivi, i qua- li variano per indicare rispettivamente
l’appar- tenenza alla 1° o alla 2° persona: «Quando sarò dinanzi al Signor mio,
di te mi loderò sovente a lui ». (Inj., II, 73-74) 499. — Le persone
influenzano anche gli aggettivi determinativi, in quanto la pre- senza del soggetto
parlante sulla scena rende possibile la « localizzazione » con riferimento ni n
(1) Il francese dice « donne-le moi » laddove l’'i- taliano dispone
diversamente la « persona » e il « pro- nome »: « dàmmelo ». (2) Le forme lo e
gli della cosiddetta « 32 perso- na » son dovute alla influenza delle persone. LOCALIZZAZIONE
E CORTESIA alla persona stessa: quesito, codesio e quello esprimono appunto una
localizzazione con riferimento alla 1° persona: questo indica la vicinanza ad
essa; codesto la vicinanza alia 2° persona (la quale implica la presenza della
1°) e quello la distanza da entrambe (1). Lo stesso dicasi per gli avverbîì
analoghi: qui, così, lì. 590. — E, finalmente, la « presenza in sce- na »
determina speciali formule per esprimere i diversi gradi di cortesia, ossia il
maggiore 0 minor riguardo con cui il discorso è diretto alla 2° persona. |
Alcune lingue usano anche per la 18 persona vo- caboli diversi, indicanti la
posizione morale e di eti- chetta di essa rispetto all’interlocutore (2). Per
la 22 persona, l’italiano genuino usa il « Voi »,. che solo in tal caso è
«plurale » (ma solo formal- mente) di 22 persona, ossia di «tu ». Esso è
infatti un «tu» ampliato (pluralizzato) per un atto di riguardo, magnificando
la persona cui si parla. L’aggettivo che ad esso si riferisce resta al
singolare, documentando che si tratta di un plura!e improprio, perché fittizio.
(1) In alcune lingue la localizzazione rispetto a. colui che parla influenza
anche l’espressione fònica, sì che la maggiore distanza è indicata con un
raffor- zamento interiettivo: in kinyamwesi essa è indicata in- fatti con una
maggiore intensità di accento sulla sil- laba finale: « quell’albero » (non
molto lontano)» è mti gwen-ugo, e « quell’albero [là giù] » è anche mti
gwen-ugò, ma pronunziato con la vocale finale pro- lungata e più intensa. (2)
In giapponese, ad esempio, l’uso di boku o watakushi per la 12 persona implica
che si dà rispet- tivamente del « tu » (omae, kimi) o del « Lei » (anata) alla
persona cui si parla. Il coreano, oltre il normale na, può servirsi di altri
numerosi « io », connessi per-- sino con la diversa credenza religiosa: umile
prono- me cristiano di i? persona è sintja, e ancor più umile è tjOiin, mentre
sosung viene usato soltanto dai bud- dhisti. Il tibetano può usare non soltanto
nga o nga- rang, ma anche un «io» più umile, ossia da e, nello stile
epistolare, thren. = Il « Lei »,
relativamente recente e di importazione. spagnola, è anch’esso fittizio, ma
presenta caratteri di maggior anomalia. Il « Lei» di cortesia sta a rappre-
sentare la « Signoria » della persona alla quale si par- la: questa non è più
considerata come presente in sce- na, ma collocata fuori di essa: si parla ad
essa o di essa considerandola un’astrazione estranea al « discor- so personale
». st | RIiGlì $ Vo ifiansscnÒ ITA Li z:eenò Il discorso a carambola... Il «
dare del Lei » è un biz- zarro espediente di cortesia con il quale alla «
perso- na » si sostituisce la sua « Signorìa », la quale, collo- ‘cata
artificiosamente « fuori scena », può esser perciò sostituita a sua volta con
un pronome. (8 500). Questa finzione è artificiosa, e, poi che il prono- me è
femminile anche se rappresentante una persona fisicamente Mascnlle, può dar
luogo a curiosi equi voci. —'dld ae L’ITALIANISSIMO « VOI » La coerenza e la
chiarezza hanno perciò oppor- tunamente consigliato il ritorno
all’italianissimo « Voi » (1). Nessun fanatico del «Lei» oserebbe mai sosti-
tuirlo al « Voi» nel linguaggio solenne o nelle pre- ghiere. *o Ro >* I 500
paragrafi che precedono non preten- dono di contenere fulte le norme per un
lim- pido e corretto discorso, ma appena le fonda- mentali e di orientamento.
Non è esagerato aî- fermare che 5.000 paragrafi con altrettante «regole»
sarebbero ancora insulficienti, pur se ogni fenomeno morfologico, sintattico e
di connessione Îra pensiero ed espressione fosse formulabile con una regola, Un
periodo, una proposizione, una parola, o anche una semplice intonazione sono il
ri- sultato di più « regole » o « leggi », che diffe- rentemente confluiscono e
— jogicamente — con differenti effetti. Vi è una ragione per cui noi diciamo «
sa- le e tabacchi » e non mai «tabacchi e sale »: a noi è spontaneo dire«
bianco e nero », « cani e gatti », ecc., mentre per un Anglosassone quest
ordine è del tutto « anormale », poi che egli pensa e dice « black and while »
(« nero (1) Il « Voi» non altera la direzione della parola, mentre il « Lei» si
dirige fuori scena, convenzional- mente, appunto per evitare quel « discorso
diretto » che, nella realtà, pone i due interlocutori nella stessa scena
linguistica. — La campagna contro il « Lei » e per il ripristino del « Voi» fu
iniziata dall’autore nel 1928 (cfr. La Tribuna, 31 ott. e 10 nov., Giornale
d'I- talia, 16 dicembre). Ripresa da Bruno Cicognani un decennio più tardi, fu
inconsultamente trasformata in provvedimento autoritario. Altrettanto
inconsultamen- te, la questione filologica divenne anche più tardi 0g- getto di
polemiche a base politica. Per la chiarezza letteraria del problema, cfr.
Toddi, Perché il « Lei » non è italiano, in «Sapere », Milano, 15, V, 1939: N.
105, pag. 350 e segg. n Uli e bianco »)
e « cats and dogs» (« gatti e ca- ni »). Più che una ragione, vi è tutto un
insie- me di ragioni. Ma anche là ove sarebbe complessa l’ana- lisi dei fattori
storici, psicologici, fisiologici, climatici che determinano il particolare
feno- meno linguistico, ciò che soprattutto importa è la constatazione della
diversità di. espres- sione in quanto rivela una diversità di pen- siero. E, in
ciascuna lingua, l’espressione è chia- ra e corretta allorché rende esattamente
il pen- siero: ed è sintomo che il pensiero stesso si è ben coordinato in «
idee »: un ‘espressione lin- guistica torbida o inesatta — cioè comunque «
scorretta — rivela una mal congegnata con- nessione di idee, non corrispondente
cioè ad una disciplinata realtà. Coerenza e chiarezza sono i due connotati
fondamentali del nostro idioma, il quale è non soltanto armonioso nel senso
musicale, ma an- che armonico, nel significato più essenziale, ponendo in
armonia l’espressione del pensie- ro con l’obiettiva realtà, ossia ciò che
real- mente « è », FINE Liza REPERTORIO degli argomenti, delle persone e dei
vocaboli (*) a, caratterist. del femm,, . — (—a)=+a, pag. 187. a, prep. 348.
a-, pref. ingl., pag. 240!. -a, femm., persiste nel plur., 212. -a, nei nomi
geogr., 351, 259. | Aachen, ted., p. 260, fig. abbassalinguu, 223. abbastanza,
395. a, b, c, - A, B, C, valore ordinale, 302. Abd-er-Rhaman, pag. 184. abete,
181. abitanti (nomi di), 373. ac, rum., pag. 1263. acacia, 218. accento latino,
206. accento in lingue stranie- re, pag. 621, accentuazione latina, 176.
accidenti!, 472. acciocché, 443, 447. accrescitivi, 334. accusativo, 422 -
nelle e- sclamaz., 241; - nei pro- nomi, 237. Achrad°ne, pag. 262, n. 3. achtgeben, ted., pag.
3072. « adaequatio », pag. 72, n. adal, mald., pag. 301, 302. Adamo, pas. 57, n. 1. 3723, aér, lat., 202.
aferin, turc., 461. affar, amar., pag. 572. affatto, 397. affinché, 443. ‘
afloat, ingl., pag. 241!. aggettivo: cap. XV, - 37 - funz. da avverbio, 384- -
agg. e avverbio, 414 - concordanza, 314 - gradi, 321 e segg. - po- sizione, 319
- uso e sti- le, 311 - con valore as- soluto, 321. aggett. composti geograf.,
pag. 2951. è aggett. determin., cap. XV aggett. geograf., 367 e segg. aggett.
determinat. locat., ‘ 499. aggett. numer., 295 e segg. aggett. possessivi, 291,
498 - rinforz. da avverbio, 329. aggett. qual:ficat., 286, 300 e segg. - in
funzione de- termin., 316 - in funz. attribut, 311. aggett. qualificat. geogr.,
367 e segg. aggett. qualificat. nei no- mi geograf., 350. aggett. sostantivati.
37, 300. (*) I numeri, se non preceduti da « pag. » (=« pa- gina »), rimandano
ai paragrafi. Gli esponenti riman- dano alle note. — 413 — REPERTORIO ago, pag.
1263. agricola, pag. 1442, agua vai!, port. pag. 371!. aguja, spagn., pag.
126!. ah!, 456, pag. 362, n. 1. iah!, 456, pag. 362!. ahi!, 459, 460, 461.
ahimé!, 461. ahilui!, 461. aicc.a-l-m, amar., pag. 316, aidèllem, amar., pag.
314, aiè, amar., pag. 3154. aìguille, franc., pag. 1263. air, franc., pag.
262!. aire, spagn., pag. 2621. aiuto!, 26. aivi, lapp., pag. 2723. Aix, franc.,
pag. 260. ajédrez, spagn., pag. 134, fig. aki, ungh., pag. 2041. albanese, 367.
albanese (lingua) vedi lin- gua albanese. alberi (nomi di), 181. - in lat.,
201. albero, 201. alcunché, pag. 1891. ‘ alcuno, pag. 1891. Aldrich H. S., pag.
521. alemàn, spagn., 372. algebra, simbol., 232, 239. alike, ingl., pag. 240!.
all, ingl., pag. 185°. Allah, pag. 370!. alle, ted., pag. 1831. alléloin, gr.,
pag. 192, fig.; pag. 1931. allora, 400. allorché, 401, 443, 447. allorquando,
401. alone, pag. 204!. alouette, franc., pag. 64!. | Alpi, 358. alquanto, 395,
400. Altair, pag. 284. alter, lat., pag. 1912. alternanza, 392. Altissimo, 257.
altrettanto, 398. altri, altrui, 257, 258, 291; pag. 189, fig. ‘amulette,
franc., alto, pag. 244!. ame, giapp., pag. 212. ameba, 199. amely, ungher.,
pag. 204!. amen, ebr., pag. 106, 161, « americano », 379. ami, ungher., pag.
204, n. Amilcarelli I., pag. 1081; pag. 1242. amo, spagn., pag. 572. amtsalter,
ted., pag. 62. amuleto, 182. 182. an, egiz., pag. 3152. analisi e sintesi, 385.
analisi grammatiicale, 331. analisi logica, 331, 431. analogie, 160. ananasso,
201. analysis situs, pag. 1901. anata, giapp., pag. 4001. anconetano, 369.
ancorché, 442, andalou, franc., 371. Andalusia, 351. Ande, 358. -ando, 415.
Andromeda, pag. 284. Androvic’ G., pag. 336, n. anfòringsticken, svedese, pag.
4031. anfiihrungsstriche, pag. 4031. anglo-, pag. 3951. Angola, 351. anima,
delle cose, p. 175:. ted., ‘anima + corpo = perso- na, pag. ill, n. animali,
masch. e femm., 181. i -ano;, suff. aggett., 367. anofele, pag. 123. anreden,
ted., pag. 4002. antecedente, nelle relati- ve, 269 e seggio Antille, 353.
antînazifascista, pag. 129. antonomasia, 379. anybody, ingl., pag. 1881. apis,
romanesco, pag. 63. apodosi, 118, 119, 120. Apollo, pag. 143, n. 3. — 414 —
wr-m<W W È 'ÀÈÉÉÈhrhqJÎq UPE€©’_'wwo_——uE::[[|k<;iI:-(:(:(::Ii5
REPERTORIO appena, 401, 443, Appennini, 358. Apuleio, pag. 322. Aquisgrana,
pag. 261!. pag. 260, fig. Arab, Arabian, ingl., pag. 2931. aqui del Rei!,
port., 468. Arabia, 351.0 | arancia, arancio, 201. arare, giapp., pag. 212.
arc, rum., pag. 127, n. arbor, lat., 201. _archiatros, gr., pag. 260, fig.
Archimede, pas. 20, n. area di significato, 71, 478, argot, pag. 2952. aria,
202. Ariel, 363. Ariminus, 359. Ariosto, pagg. 6, 7, 127, 130, 177, 280, 320,
326. ari-masu, giapp., p. 1752; pag. 176, fig. Aristotele, pag. 21!; pag. 431;
pag. 59, 82, 3241; pag. 356. armonia. universale, 49. armonia vocalica, 84.
Arnolfo di Cambio, pag. 1541. arrivista, 186. articolazione e intonazio- ne,
441. arte e interiezione, 442. articolo,37-èaggett. determinat., 290, 313 - nei
nomi astronom., 365 - nei nomi geograf., 340, 345 e segg. - coi nomi di
parentela, 313 n. - nei nomi di quartieri, rioni, ecc., 344 - artic. e
numerale, 298 - art. sostantivato, 299. articolo apparente, 84. articolo
doppio, pag. 64, n. articolo etimologico, 341. artista, 212. as’, lit., pag.
397. Arabic, asciafferègn, amar., pag. 316. «asco, suff. aggett., 369.
asindoto, pag. 401, asintote, pag. 40!. asleep, ingl., pag. 2401. assai, 295.
associazione d’idee, 438. assurdo, 321. astri (nomi di), 366. astrologia, pag.
140-141. astronomia (nomi), 363 e segg. aten, ar., pag. 50. Atene, 343,
Athenae, lat., 343, atlante, 339. Atlante, 353. atollo, pag. 301 fig.
attributo, pag. 234. atum, port., pag. 50. atùn, spagn., pag. 50. arzt, ted.,
pag. 260 fig. ‘ auò(n) amar., pag. 3154. autista, pag. 129. auto, 184.
autoblindo, 184. autobus, 192. automobile, 181. avanti, 402. Avenarius R., pag.
3511. avere, 108, 109 - forma il futuro, 153 - manca in arabo, pag. 751,
aviere, 188.0 avo, port., pag. 2272. avverbio, p. 37; cap. XIX; 381 e segg. -
av- verbio e aggettivo, 414 - aggettivo del verbo, 381, 384 - incorporato nel
verbo, 385 - etimol., 382 - avverbio e prepo- siz., 413 - vale sost. +
preposiz. 416 - avv. + verbo = verbo specifico 385. avverbî affermativi, 389.
avverbî correlativi, 398, 410. avverbî determinativi, 383 e segg. » — 415,4 avverbî interrogat., 449. avverbî locat., 430
e segg.; 499. avverbî in -mente, 406. avverbî negat., 386 e segg. - negat.
sintet., 388. avverbî onomatopeici, 418 e segg. avverbî qualificat., 383, 405 e
segg. avverbî sostantivati, 407. avverbî temporali, 400, 401. \ jay de mi!
spagn., 461. azione alternata, 385. azione verbale angolare, 422. azione
verbale dir., 422. Aztechi, pag. 293!. azteco, 374. Azuma, pag. 257!. baccalà,
191. baccarà, 191. bacio, 469. Bacone, pag. 73!. Balance, franc., ingl., 366.
Ballini A., pag. 3771. bambù, 191. bana bak!, turc., 471. banchettissimo, pag.
252!. banggabhasa, beng., pag. LDIAEE bar, 192. Barabba, 223 d). barista, 186.
base etica delle zioni, 458. Basler O., pag. 74. basso, pag. 244. battaglione,
121. bazar, 192, 223. Beaulicu, pag. 257!. because, ingl., pag. 358 fig.
Becchetti S., pag. 377. Beciuana, 351. becsi, ungher., 375. bee, ingl., pag. 1581. beer, ted.,
pag. 62. beerben, pag. 62. beinn, celt., pag. 2723. Bell C. A., pag. 782. interie- 402, 403, bellefontain,
franc., 371. Beltrano, port., pag. 214!. ben, celt., pag. 2723. benché, 447.
Bengala, 351; bengala, p. 131. Benloew L., pag. 1164. berg, ted., pag. 2723.
bergamasco, 369. beri-beri, 190. berlinois, franc., 371. Berro B., pag. 281!.
bestemmia, 461. Bessière G. pag. 183. Beyer F., pag. 62!. Bezsonov P. A., pag.
3693. Biacchi L., pag. 1601; pag. 3372. Bibbia, pagg. /l, 3, 575, 10717 CIVITAS
bien, franc., pag. 252. Bilancia, astron., 366. Bilancioni G., pag. 10!.,
birba, 186. birudingu, giapp., p. 363!. bitte!, ted., pag. 372. bizbiz, port.,
469. bjerg, dan., pag. 27235. blanco, spagn., pag. 296, 297. bocconi, pag. 329.
Boccaccio, pagg. 45, 174!, 1861, Boezio, pag. 20!. Bohatta H., pag. 228. boia,
186, 223. Boito A., pag. 356. Boiste O. C. V., pag. 367!. boku, giapp., pag.
398: pag. 4092. boku-ra, giapp., pag. 398. Bolivar S., pag. 271. Bolivia, 351.
bolscevismo, 380. bomba atomica, pag. 91!, pag. 300-301. bon, franc., pag. 252.
bonheur, pag. 124. Bonifacio VIII, pag. 2991. Bonvesin da Riva, pag. 3ZI4I,
book, ingl., pag. 301. ì rvmò0_ù_—òwo WWW ‘él0@q1#10@e’ MMM) Size REPERTORIO
Bormida, 359. Bortone
F., pag. 118. bow-wow, ingl., 419. boy, ingl., pag. 158. Brackenbury G., pag.
701. Brahmaputra, 359. bravo!,
tranc., 457. brdo, jugosl., pag. 2723. bre, serb., 466. Brewer E. C., pag.
1951, brianzolo, 369. Brindisi, pag. 258; brindi- si, pag. 258, 213. brisa,
bologn., pag. 3145. Bròndal V., pag. 252. Bruce E. D., pag. 118. Bucarest, 343. Budapest, 343;
budapesti, ungher., 375. Buenos Aires, 342. « Biihnensprache », pag. 240!.
building, ingl, pag. 363!. Bulgaria,
351. bùmerang, 192. buono, pag. 244!. bureau, franc., pag. 71!. ° burocrazia,
pag. 71! - bu- rocrazia grammaticale, 100, 147. burro, spagn., pag. 572.
bustina, 380. byl, bylà, bylo, russ., pag. “2381. byliby, bylyby, pol., pag.
2381, ted., cablogramma, 186. Caboto, pag. 2596. cacciatorpediniere, p. 160.
Càchy, boem., pag. 260. cada uno, spagn., p. 183. cadì, 191. Càdiz, spagn.,
371. caffè, 191, 223. cagliaritano, 369. Caio, 284. calcolo differenziale, pag.
2444, calcolo integrale, p. 183. Callisto, astron., 363. camaleonte, 181.
camerata, 186. camice, pag. 1532. camicia, 218. camionettista, 186. Campana M.,
pag. 1191, Campidoglio, 357. Canadà, 352. canapé, 191. candel:ere, 188. Cane,
astron,. 366. canizie, 214. cafion, spagn., 380. canto gregoriano, p. 1184.
Canton Ticino, pag. 288. cantonese, 368. Capannelle, 344. caporione, 225. Capos
M., pag. 1782; pag. 3372. capostazione, 225. Capponi Gino, pag. 4. Capraia,
345. Caprez G., pag. 3772. Capri, pag. 266, 267; par. 367. icaramba!, spagn.
466. caratteristiche nazionali nelle esclamazioni, 451. carburatore, 188.
Carducci G., pag. 77. caricaturista, 186. Caridd?, 379. carità, 191. Carnera,
379. carniere, 188. Caro A., pag. 127. Carpazi, 358. Cartesio, pag. 380. Carul
cu boi, rum., pag. 2821. Caruso, 379. casalasco, 369. Cascine, 344. casi, in
latino 21 - abbon- danza di casi, 423. caso ablativo, 423. caso adesivo, pag.
3381, caso allativo, pag. 3381. caso comitativo, p. 3381. caso connettivo, p.
3382. caso dativo etico, 426. caso diretto, 422, 478, 498. «dla 27 REPERTORIO
caso elativo, pag. 338!. caso espletivo, pag. 3382. caso essivo, pag. 3381.
caso genitivo, 431.0 caso illativo, pag. 3381. caso inessivo, pag. 3381. caso
istruttivo, pag. 3381. caso locativo, 423, p. 3371. caso obliquo, 422, 478,
498. | caso partitivo, pag. 3381. caso possessivo, p. 3382, caso
preposizionale, 423. caso privativo, pag. 3381. caso prolativo, pag. 338!. caso
strumentale, 423. caso traslativo, pag. 3381. caso vocativo, 423. Cassinelli
B., pag. 3951. Castiglia, pag. 268. castità, 191. Cataluîia, pag. 266.
categorie aristoteliche, p. 3241, | catene di monti (nomi), 258. Catone M. P.,
pag. 385. 358. cattivo, pag. 244!, Caucaso, 358. caucciù, 191. causa, lat.,
pag. 350!. ce,
ci, pron., 498. cedro, 201. Cefeidi, astron.. 366. celaviek (celoviek), pag.
123!. celle-ci, celle-là, franc., p. 1731. cellula, 200, pag« 663. celui-ci,
celui-là, franc., p. 1731. cent, ingl., pag. 2272. Centauro, astron., 366. centavo, spagn., pag. 2272.
centime, ingl., franc., pag. 2272. céntimo, spagn., pag. 2272. centesimo, pag.
2271. « 3 di Delboeuf », D. cerimoniere, 188. russ., cerro, spagn., pag. 2723.
Cervino, 357. . Cesare, pag. 45. Cesarotti Melcn., pag. 31!; pag. 1243.
cetvorka, croat., Cevenne, 358. chacun, franc., pag. 1831; ‘pag. 1851. chaleur,
franc., pag. 124. character, ingl., pag. 3861. Chariot de David, franc. pag.
2821. Charle’s Wain, ingl., pag. 2821. Chaucer, pag. 2793. che, congiunz., 268,
444, 446; consecut., 447; de- terminat. 446. che, pron., 267 e segg. checkmate, ingl., pag. 134 fig.
chem-pe-sh’u-wa, tibet. p. 3761. ched è?, roman., pag. 10!. chess,.ingl., pag.
134, fig. chi, pron. bivalente, 275. Chianti, 197. chicchirichì, 419. chimica,
pag. 171. chimono, 185. pag. 230. . China, 376. china, ingl., pag. 292. chino,
spagn., pag. 2911; pag. 296-297. chinois, franc., 371. chioggiotto, 369. Chioma
di Berenice, 366. Chiot G., pag. 3772. chiunque, 247. Chorìo, pag. 261. chove,
port., pag. 202. ci pron., 403, 498, p. 175. -ci, franc., pag. 1731. -cia, gia,
(plur. dei nomi in), 218. C’iang?-chiangi, 2771. ciào, 467. ciascuno, 252.
Cicerone, pagg. 45, 1007, 118, 159, 171, 298, 337. cicerone, 279. — 418 — dee
RI LIZIEoRAI Rita AAA DL ILILIIITIT TTI i i REPERTORIO Cicognani B., pag. 411*.
Cile, 352. Cina, 376. cincilea, rum., pag. 2272. cincime, rum., pag. 2272.
cinese, 376. cino-, 376; pag. 2951. cinquina, pag. 230. Cinzano, 197, 223. cioè
442. ciò, 235. cipriota, 369. circolare, 321. città (nome di), 343, 427. città,
191, 223. citationstecken, sved., p. 4031, civiltà e linguaggio, 461. civiltà
latina, pag. 271!. -C0, -g0, (plur. dei nomi in), 219. « cockney », pag. 2952 -
doppia negazione in, p. 1881. cocoroco, rum., pag. 332. codesto, 499. cognomi
(plur. dei), 223. colà, 402. colei, 235, 236, 482. colibrì, 191. colli (nomi
dei), 357. Colombia, 351. Colombo Cristoforo, pag. 271. colorado, spagn., p.
2331. colore, 181. colori (parole indicanti i), pagg. 233-2342. coloro, 237.
colui, 235, 236, 490. comasco, 369. come 443 - come? 410. come!, ingl., pag.
3722. Comenio, pag. 231. comillas, spagn., p. 4031. comparativo 70 - compa-
rativi spec., 330. complementi, 125. complemento di agente, 432. complemento di
causa, 432. complemento di denomi- nazione, 434. . complemento di misura, 432.
— complemento di natura, 432. complemento oggetto, 37, 38, 422. complemento di
origine, 432. complemento di prove- nienza, 432. complemento di specifica-
zione, 431. « compound tenses », ingl., pag. 701. Computo Ecclesiastico, p.
141-142. | concatenazione mentale e concatenaz. verb., 438. concetto, 438.
concordanza, 54 - di ag- gett. 314 - criterio mu- sicale 294 - concord. e forma
mentis, 315 - c. dei pronomi, 243. condizione - non sempre espressa: 116.
congiunzione, 37; 438 e segg. congiunzioni 442. congiunzioni causali, 443, 448.
congiunzioni 443. congiunzioni condizionali, 443 congiunzioni consecutive, 446.
congiunzioni coordinative, 440, 442. congiunzioni 442. congiunzioni
determinati- ve. 445. congiunzioni dichiarative, 62, 442 avversative,
concessive, copulative, congiunzioni dimostrative, 442. congiunzioni
disgiuntive, 442. — 419 — REPERTORIO congiunzioni disgiuntive, 442, 447.
congiunzioni finali, 443, 448. ‘congiunzioni integranti, «443, 444, 445.
congiunzione nei nomi geograf., 339. congiunzioni ipotetiche, 113, 121.
congiunzioni subordinati- ve, 440, 443. congiunzioni 443. | congrà, turc., pag.
631. congrès, franc., pag. 601. coniugare, pag. 86. temporali, coniugazione, 91
- non in antitesi con l’in- dole analitica, 126; I, II, III coniug.; 163.
coniugazione semplificata, 494. coniugazione passiva (non esiste in italiano),
138. consonante iniziale, 298. consonante (nomi in), 192. conviva, pag. 1472.
Constantinoupolis, gr., p. 289 fig. Contarini P., pag. 328!. coordinazione,
441. coquerico!, franc., p. 332. « copula » pag. 12. còr, port., pag. 124.
Cordigliera, 358. Corioli, 343. Coroteghi, pag. 2931. correlazione tra domanda
e risposta, 391. corsè, 191. corset, franc., pag. 1352. Cortesia e
interiezioni, 458 e segg.. cosa, pag. 3501, così, 398, 416. costà, 402. coso,
283. Costantinopoli, pag. 289. . Costa Rica, 351. costei, 235, 236.
costellazioni (nomi delle), 366. costoro, 237. © ‘costrutti congiuntivi, 447.
costrutti esclamativi, 450. costrutti interiettivi, 453. costui, 235, 236.
couleur, franc., pag. 1241. crab, ingl., 366. crack, franc., pag. 3332. creolo,
377. Creta, 347. crisi, 190. crisi della scienza, pag. 2501. criterio analitico
e into- nazione, 460. criterio econom., p. 3511. criterio fondament., 315.
Croazia, 351. Croce Benedetto, pag. 380. Croce del Sud, 366. c’to, russ., pag.
3591. cucurigu, rum., p. 332. cui, 273, 274. cui, lat., 273. cuius, lat., 273.
cur, lat., pag. 3573. curve esponenziali, 2444. cuyo, spagn., pag. 2022. « Cy
», pag. 1712. pag. da, pag. 347; par. 433. da, tibet., pag. 4092. dagh, tur.,
pag. 2723. Dalai Lama, pag. 130. danés, spagn., pag. 291. D'Annunzio G., pag.
264. Dante Alighieri, pagg. 6, 9, 10, 23, 27, 30, 321, 36, 37, 40, 45, 47, 55,
77, 81, 90, 92, 110, 111, 121, 1233, 127, 135, 144: 1541, 157, 181, 183, 190,
198, 199, 200, 201, 202, 204, 210, 211, 2331, 237, 253, 265, 275, 285, 313,
321, 318, 320, 323, 324, 325, 326, 328, 330, 345, 346, 353, 355, 358, 364, 398,
400, 403, 408. — 420 — e ||" €/}]) Dantzig T., pag. 227. dare, pag.. 75.
dare-avere, 108. dativo, nci pronomi, 237. D’Aubigné, pag. 1251, Dauzat A.,
pag. 1261; pag. 1472. Davis W. M., pag. 3021. D'Azeglio Massimo, pag. 3872. de,
spagn.., port., 432. de, giapp., pag. 350!. De Arrigarai B., pag. 642.
declension, ingl., p. 3351. declination, ingl., p. 3361. declinazione, 422.
declinazione latina, 68 - scomparsa in italiano, 91. declinazione delle «
perso- ne », 497. declinazione pronominale, 237, 273. declinazione e
coniugazio- ne, differenza, 126. definizione, pag. 723 - è al presente, 141 -
suoi re- quisiti, 101. degh neu, amar., p. 3154. De Kaapsche Hoop, olan- dese,
340. Demostene, pag. 1243. den Haag, pag. 2593. denominatore, 188.
denominatori, 302. derivati numerici, 306. dernier, franc., 320. De Ruggiero G., p. 127!.
De Sanctis F., pag. 2351. De Saussure F., pag. 2032. Descartes, vedi Cartesio. deserto, 361. deshonnheur,
franc., pag. 1241. desinenza e genere, 183. Desvres, pag. 2611. « derivata »,
pag. 245. determinatezza delle lin- gue flessive, 73. deutsch, Deutscher, ted..
375. i di, prep., 431, 432. dia, franc., 470. dia, port.; dia, spagn., p. 1262.
dialetti arabi, (nomi geo- _ gr.) pag. 274. dialetti italiani, pag. 461.
dialetto, 155 - d. e lingua, pag. 46! - vocat. 496. dialetto abruzzese, p. 113.
dialetto bolognese, p. 314! dialeto brianzolo, p. 276. dialetto cantonese, p.
118. dialetto còrso, pag. 329. dialetto fiorentino, p. 276. dialetto genovese,
p. 205. dialetto lugudorese, pag. 329. dialetto maltese, p. 2883. dialetto
milanese, p. 3141. dialetto napoletano, p. 7, 342, 113, 205, 4062. dialetto
romanesco, p. 53, 155, 62, 113, 264, 205, 4062. dialetto sardo, 289, p. 205.
dialetto siciliano, p. 205. dialetto toscano, 51. dialetto veneziano, p. 205,
pag. 328. diamante, 181. diamine!, 472. diavolo!, 472. | dicotomia
dell’Universo, pag. 3933. dictionary, ingl., p. 2972. did, ingl., pag. 13.
dieresi, 190. dies, lat., pag. 1262. dietro, 402. dilemma, 186. di-mi, tibet.,
pag. 376!. diminutivi, 334. dinamarqués, Dinamarca, spagn., pag. 291! dinamo,
186, 223. Dio, 1, 6, 220 - popoli sen- za D., pag. 1672. Dionigi D’Alicarnasso,
p. 1183. Dipper, ingl., pag. 282. direttissima, direttissimo, pag. 252!. “i
REPERTORIO discorso narrativo e discorso personale, 480 e segg. discorso
obiettivo, 164. discorso in 3* persona, p. 379 e segg. discorso personalizzato,
492. dita e numerazione, pag. 2301. divinità (antiche, genere, 363. divisione,
181. divisore, 188. Dixon J. M., pag. 195!. [10] do, ingl., 387; pag. 13. do;
nota mus., 193. doko, giapp,. pag. 343, fig. dogmi, espressi al presen- te,
141. domanda, correlaz. con la risposta, 391. domani, 400. domi, lat., pag.
337! domino, 223. domo, lat., pag. 337!. -domo, giapp., pag. 398. Donat J., p.
324:; p. 380. donde, 403, pag. 2022. dongèng,dongéng-dongèng giav., pag. 149.
donna, 199. dont, franc., pag. 2022. - doppia negazione, 255. dòr, port., pag.
124!. Dora Baltea, D. Riparia, 259. douleur, franc., pag. 124!. dove, 403;
dove?, 410. D’Ovidio, pag. 1542. Downing Street, 379. dozzina, pag. 230.
dramma, 186. Drava, 359. Drina, 359. dritthalb, ted., pag. 228. duale, 59.
dubbio, pag. 3572. dubitativo (futuro), 155. Duna, 359. Duns Scato, pag. 601.
durata dell’azione, 139. . einander, ted., pag. durata dell’imperf., 145.
durata del presente, 139. durata dello stato, 139. durezza, pag. 249. dvizak,
croat., pag. 230. dvojka, croat., pag. 230. duwur-ran, giav., p. 375!. e=ati,
211. -e (nomi in), 181 - nomi dei fiumi in -e, 359. each other, ingl., p. 192,
- 193. Earie J., pag. 76!. ebraico, ebreo, 375. Ebridi, 353. eccuò, amar., pag.
3154. échec, pag. 134, fig. echo, port., écho, franc., pag. 127!. Eckardt A.,
pag. 3112. echo, 184-b. economia di energia, pag. 3511. economia nel
linguaggio, pag. 149!. economia in Natura, 231. economia, proprietà dei
pronomi, 226. ecou, rum., pag. 127! écrevisse, franc., 366. Edo = Yedo, pag.
295°. Edwards E. D., pag. 118. egli, 235, 482. eglino, 237. ehi!, 471. 192, 1931. einmal, ted., pag.
2392. Finstein A., pag 1281. eis, gr. mod., pag. 342. either, ingl., pag. 1913.
ej, sved., pag. 313!. elce, pag.
123. elefantiasi, 190. elevator, ingl., pag. 363!. Elicona, 379. Elio Donato,
pag. 27 el-Kahireh, ar., pag. 2595. ella, 235, 482. elle, 237. ellenico, 372. i
MOD REPERTORIO ellenò, 237. El-Mobarrad, pag. 3811. el-Rei, port., pag. 3712.
Elysium, pag. 266. ematite, pag. 641. embì, amar., pag. 3154. en, franc., pag.
1743. enclitiche greche, 242. enclitici. (pronomi), 242. -endo, pag. 415.
energia nei neutri, 239. energia verbale, 40, 41. enfant, franc., pag. 1291,
-ense, 368, 369. entrambi, 262. epatta, pag. 140, fig. Epipole, pag. 2623.
eporediese, 371. Epstein J., pag. 348!, equazioni, 229. -. equivoco cartesiano,
pag. 380. er, ted., pag. 397. erebéta, giapp., p. 363!. erg, pag. 82. ergo,
gr., pag. 82. Eros, astron,. 363. esagerazione, 338. Eschine, pag. 1243. escì,
amar., pag. 3154. -ese, 367, 368. esortazioni ippiche, 455. espressioni
negative, 386 e segg. Esquilino, 357. esse, pron. 27. essere, 1, 21, 23, 25 -
fun- zione del verbo e., 12 - = «accadere », 10 - li- mitaz. spaziale, 11 - li-
mitaz. temporale, 7, 8, 9 - nei verbi riflessi, 32 “. con partic. passivo, 105.
essi, 237. esso, 235. est, 192. estasi, 213. està, 191. estate, 181, 191.
estense, 369. esule, 133. eterno, 321.‘ etimolozia delle zioni, 452. eugubino,
371. «eur, franc., pag. 124. Furopa, 363. europai, ungher., 375. Everest, 357.
every, everyone, ingl. pag. 1831. evoluzione, pag. 51. evoluzione delle espres-
sioni interiettive, 442. evoluzione della persona- lità, 483. ey, isuand., pag.
2722. Ez-Zaggiàg’, pag. 381. interie- fa, nota mus., 193, 223. facultativo,
spagn., p. 572. fair, ingl., pag. 311, falò, 191, 223. Fanfani, pag. 161. Fir
Oer, 356. Faraglioni, 353. Farina G., pag. 81!. farmacia, 218. fante, 188.
fascista, 186. fattore, 188. fattore etico relig., 437. fattore psicologico,
161. fattore sentimentale, vedi feeling. fattori primi (scomposiz.), 435.
Fedro, pagg. 49, 110. feeling, 52, 436; pag. 3501. fe, cin., pag. 3152. fell,
celt., isl., pag. 2723. fenomeni umani e astrali, 200. Ferretti P., pag. 1184.
Ferrero: V. C., pag. 62. fiat, lat., pag. 106. fico, 201. figlio, 215. film,
192 223. filosofia dell’essere, pag. 381. Fineo O., pag. 2281, Firenzuola A,.
pag. 1852. SI, IA fisciù, 191. fisima,
pag. 130. fiumi (nomi di), 359. Flamini F., pag. 302. flessione dell’idea, 159.
fleur, franc., pag. 124!. flor, spagn., pag. 124!. flòr, port., pag. 124’.
flusso dell’energia verba- le, 41. fiall; island., p. 2723. ficill, sved., p.
2723. fiell, dan., island., pag. 2723. fjoll, island., p. 2723. focus, lat.,
202. fontainibléen, franc., 371. forma mentis linguistica, 73 - sviluppo, 483.
forma mentis e cortesia, 459, forma passiva, 102. forma verbale narrativa, 494.
forma verbale personale, 494. formazione 203. former, ingl., pag. 1731.
formichiere, 181, 188. Formosa, 351. Fornaciari, pag. 161!. forza analitica,
67. forza fònica, 67. Foscolo Ugo, pagg. 14, 143, 157, 364, foto, 184, 223.
Fowler H. W., pag. 2933; pag. 3441. Francia, 351. frangia, 218. Fratelli, 356.
frazioni, 303. fronte, 198. Frosinone, 371. frusenate, 371. frutti, 201. Fuji
no yama, Fujisan, pag. 273, 274. Fulano, spagn., port., pag. 214, dell’italano,
fungibilità dei pronomi, 479. funiculaire, franc., pag. 123:. funicolare, 181.
funzione sintattica, 68. funzioni mentali colletti- ve, pag. 144!. fuoco, 202.
fuorché, 447. fuori-serie, 197. furu, giapp., pag. 212. Fusciyama, vedi Fuji.
fusione fònica, 83. gaditano, spagn., 371. Gaeta, pag. 299. gagà, 191. galant,
320. Galizia. 351. Galli, 353. gallòk-gallok, corean., p. 3333. galvanizzare,
379. gangsal, giov., pag. 375!. Ganimede, astron., 363. Garbasso A., pag. 2383.
Garonna, 359. gas, alban., pag. 572. gaucho, 185. gazetteer, pag. 2581,
gdjé-to, russ., pag. 1752. gebirge, ted., pag. 2723. gee, gee-gee, gee-up, gee-
wo, ingl., pag. 3731. Gelli J., pag. 2291-2. Gémeaux, franc., 366. Gemelli,
astron., 366. Gemelli A., pag. 116!. Gemini, ingl., 366. Gender, ingl., pag.
1222. generalissimo, pag. 2521. genere, 180, 199 - nei nomi geogr., cap. XVII
masch. e femm., 199 - neut. 179, 235, 239, 260 - del possessore, 293. genere
lunare, 199 e segg. genere solare, 199 e segg. Genesi, 198. genitivo, ne’
pron., 237. genitore, 188. — 424 — Google O dè Gentile G., pag. 20, 380. Genung J. F., pag.
3441. geometria, pag. 107. geometria cartesiana, pag. 3802. geroglifico,
negaz., 390. gerundio, 133, 134, 415 e segg. gesto, 426. [to] get, ingl., pag.
76. ghilemele, rum., p. 4031, ghnu, ottent., pag. 1581, -gia, plur. dei nomi
in, 218. Giacalone B., pag. 393! giacché, 443, 447. Giava, 351. gilè, 191.
gilet, franc., pag. 1352. Giordani P., pag. 171. giornalista, pag. 129. Giotto,
pag. 1541. Giove, pagg. 1433, 155, 363. gioventù, 191. Giraffa, astron., 366.
Girard A., pag. 56. gif. giapp., vedi ji. Giuba, 359. giudizio espresso con pa-
role, 125. giungla, 380. giurì, 191. Giusti G., pagg. 246, 355. gli 237, 238.
242, 243. gliela, glieli, glielo, gliene. 242. Gladstone W. E., pag. 234. gnu,
223. ‘-g0, plurale dei nomi in, 219. Gobi, 361. Goelzer H., pag. 3222. Goethe
W., pagg. 183, 289. gogou, mong.. pag. 332. gondoliere, 188. good-bvye, ingl.,
467. gora, russ., bulg., croat., jugosl., pag. 2723. Gorgona, 345. gorilla,
186-c. gororòk-gororòk, corean., pag. 3301. Gozi Manlio, pag. 2884. Gozzi Carlo
e Gaspare, pag. 2884. gradi di paragone, 321 e segg. grado superlativo, 321.
grafia e tono, 441. grammatica, 4, 81, 101, 231. grammatica araba, pag. 3113. |
grammatica indiana, 86. grammatica latina, 121. grammatica normativa, p. 191,
grammatica perennis, 3. grande, pag. 244!, Grande Belt, 349. Grande Ourse,
franc., pag. 2821. Gran Lama, 130. Gran Sasso, 357. Great Bear, ingl., p. 2821.
greco, 372. Gribeo L., pag. 2622. Gròber G., pag. 3141. Groote Beer, oland.,
pag. 2821. Grosser Br, ted., p. 2821. grosso, 332. gruppi di respiro, 85.
gruppo di vocab. sostan- tivato, 232. | Guadagnoli G., pag. 246. guancia, 218.
guardia, 186. Gubbio, 371. Guénon R., pag. 1411. Guicciardini, pag. 31, guida,
186. Guiana, 351. guillemets, franc., p. 4031. Gutmann-Polledro R., p. 338. _h
etimolog, pag. 261. hai, giapp., pag. 317!. half, ingl., pag. 2292? half-breed,
ingl., pag. 296, 297. “405 a Himilainen
A., pag. 100, -i, sui. plur., 208. 3381. -i, nei pronomi, 240, 259. Hamit I.,
pag. 53. icke, sved., pag. 313!. hand, ingl., pagg. 55, 1041, idealismo e
realismo, 315. hara, giapp., pag. 133. idealista, 186. harakiri, giapp., pagg.
132, ideismo, pag. 379!. 133. ideografia pag. 140!. harem, 192, 233.
ideogrammi, 73; pag. 54! - -hata, corean., pag. 3302. - negazione, 390. haw,
ingl., pag. 373! identità, 13. Hawaii, 353. idiom, ingl., pag. 1951. he, ingl.,
sass., pag. 397. idioma e idiotismi, 265 - Heaven, ingl., pag. 266. traduzione,
385. Hegel, pagg. 3791, 3813. idiosincrasie fòniche, pag. hegy, ungher., pag.
2723. 642, helios, gr., pag. 145, fig. Idus, lat., pag. 127. Hell, ingl., pag. 266. iellèm,
amar., pag. 316. her, ingl., pag. 194!. ieri, 400. Herschell F. G., p. 2793.
if, ingl, pag. 982. heu!, lat., 461. igdlo, eschim., pag. 128. heusch!, oland.,
466. igloo, eschim., 185. hie, sass., 397. ignis, lat., 202. hinggil-lan,
giav., p. 375!. hr, ted., pag. 397. Himalaya, 358.. ihuonàl, amar., pag. 3154.
his, ingl., pag. 1941. ile, giapp., pag. 317!. hispalense, spagn., 371. dk, got., pag. 397. hm!, pag.
3622. il Cairo, 340. Hogben L., pag. 245. © il Furlo, 340. homo, lat., 220.
illusioni ottiche. 338. Honduras, 352. i il-Masr, pag. 2595. honneur, franc.,
p. 124!. il Pireo, 340. honra, spagn, pag. 124! imago, lat., pag. 127. Hooke
R., pag. 663. imbàttula. cors., pag. 329. hori, siov., pag. 2723. imber, lat.,
pag. 1611. hott!, ted., pag. 373!. immanente, 321. hottehii, ted., pag. 3731.
immortale, 321. hotto, ted., pag. 373t. _ imperativo, 496. Hoang?-ho?, 360.
imperatore, 188. ihombre!, spagn., 466. impossibile, 321. .how-do-yo-call-it,
ingl., p. in, ital., lat., ingl., ted, 2121. pag. 341. hsieh3, cin., pag. 105.
. in, giapp., 204. hsing4, cin., pag. 3752. Inchaurrondo M.. p. 642. hii, ted.,
pag. 3731. inciso relativo, 271. Hudson, pag. 278. incognita (nel « perché »),
hue, franc., 470. 449. hum. pag. 3622. Incroyables, pas. 2561. hundreth, ingl.,
pag. 2272. indea, duala, pag. 308. hwa, got., pag. 203!. India, 351. .
indigeno, pag. 2921. I, ingl., pag. 397. indio, spagn., p. 296. 297. 1, segno
grafico, 215 indo-europeo, pag. 393. — 426 — o" " "PT T———
—|-|,,,,;MiIOiIO REPERTORIO . individualità dell’« io », 485. inerzia del
neutro, p. 24!; pag. 90!. infatti, 442. inferiore, pag. 247!. infimo, pag. 244.
infinito, 321. infinito, nonè verbo, 129 e segg. - idea non localizzata, 157 -
immo- bile, 158 - idea, verbale in potenza, 158. infinito con l’accusativo,
:131. infinito esclamativo, 132. «ing, ingl., pag. 243; pag. 94!; pag. 971.
Ingram G. H., pag. 2072. in-Nasre, pag. 2593. «ino, 369, 371. in-8°, pag. 2295
| in scia Allah, ar., p. 3701. inspirazione, 455. in-16°, pag. 2295.
insolubile, 321. intensità degli aggettivi, 324. intensivo, 335. intensivo
degli avverbi, 408. interiezione, 37, 438 e segg., cap. XXI - nei nomi geogr.,
339. interiezione telefon., 442. interpunzione, 449. intonazione, 390.
intonazione interrogat., p. 2043, intonazione ironica, 450. into, ingl., pag.
341. intuizione dell’essere, 2. inversione e tonalità, 241. inverted commas, p.
4031. Io, astron., 363. io, 478 e segg., 481 e segg., pag. 172! - non ha plu-
rale, 484. -ione (nomi in), 124. -iota, suff., 369. ipodermoclisi, 190.
ipotesi, 190. - hd Iran, iranico, 376. Irlanda, 351. -irokon, corean., p. 3651.
- ironia, 450. -isch, ted., pag. 287. isole (nomi di), 427. isole maggiori,
346. isole m.nori, 345. isole (nomi collett.), 353. ispano-, pag. 295!.
«issimo, 334, Istanbul, pag. 289. istinto, mentalità colletti- va, pag. 144!.
it., ingl., pag. 175:. ita, 389. «itano, 370. Itariago, giapp., 375. Itariajin,
giapp., 375. Îvi, 403. ja, ted., pag. 316. ja, serb, russ., pag« 397. Jack,
ingl., pag. 173". James W., pag. 394. Janet P., pag. 393!; pag. 149,
Ja°wa°o, giav., pag. 375!. jawab, giav., pag. 375!. Jawi, giav., pag.
375". jaque-mate, spagn., p. 134 fig. je, lit., pag. 397. jieder, ted.,
pag. 1831. Jespersen O., pag. 65. jibraltareîto, spagn., 371. jin-riki-sha,
giapp., pag. 3001. jis, lit., pag. 397. Jones D., pag. 118. joule, 379. jù, giapp., pag.
575. Judson A., pag. 338:. Jugoslavia. pag. 269. Julia (gens), pag. 159.
jumeaux, franc., 366. Jungfrau, 357. jus, lit., pag. 397. k, pag. 287. ka,
giapp., pag. 206!. ka, sanscr., pag. pag. 203!. — 427 REPERTORIO kakemono,
giapp., p. 129. kalih, giav., pag. 3751. kaln, lett., pag. 2723. kamaheke,
sotho, p. 234. kamàan-kaman, corean., p. 333. kame, giapp., pag. 373. Kant E.,
pag. 271!; pag. 3791. kara, giapp., pag. 3522. Karagòz, pag. 63!. karakiri
(errato), p. 132- 133. Kastner L.
E., pag. 149. katana, giapp., pag. 129!. Kellogg B., pag. 70!. key, ingl., pag.
1581. Kha-kom-pa, tibet., 3761. kikeriki, ted., pag. 332. kikiriki, ceko, pag.
282. kimi, giapp., pag. 4092. kimono, giapp., pag. 128. Kingsley A. H., pag.
3391. kiri, giapp., pag. 133. Kitab-el-Giumal, p. 3811. kleine Beer, oland.,
pag. 2821, kleiner Bùr, ted., p. 2821. kod, sanscr., pag. 2031. kodomo, giapp.,
pag. 129. koébare, cunama, p. 2301. koélla, cunama, pag. 2301. kokekokkéò,
giapp., p. 332. Komensky G. A., p. 231. kos, sanscr., pag: 203!. kra°ma°,
giav., 474. kraomao-hinggil, giav. p. 3751, kramapàtha, ind., pag. 65. Kroan
R., pag. 1881. kt6-to, russ., pag. 176. 176. kR’uais-k'uai4-ti, cin., pag.
3332. kuant, kuan!-fu?, cin. pag. 1422. 1752, kudd-to, russ., pag. 1752, 176.
kuéi4, cin, pag. 3752. kueis-hsing4, cin., p. 3752. pag. kuku, serb., 469.
kukuriekti, russ., pag. 332. kuni, kuni-guni, giapp., p- I 148 kuo?, kuo?-kuo,
cin., pag. 1481 Kurili, 358. - ku-sh-ing-la-phep”-pa, tib., pag. 376!. kys-kys,
russ., 469. fa, pron., 237, 242, 243. —, nota mus., 193. là, avv., 402. La
Asunciòn, 340. labor, spagn., pag. 142!. lacchè, 191. La Canea, 340. La
Consuma, 340. La Corutta, 340. Lacrima Christi, 197. La Futa, 340. La Caiola, 340. La Habana,
pag. 2594. La Haye, pag. 2593. L’Aja, 340. lama, [b}lama, tibet., pag. pag.
130. Lamarck, G. B., pag. 51. lampu, lampu-lampu, giav., pag. 149. Landais N.,
pag. 151; pag. 561, Landi S., pag. 2262. lao3, cin., pag. 13. La Paz, 340, 341. lapis, 84. La Plata, 340.
Lapponia, 351. L'Aquila, 340. largo, spagn., pag. 572. Las Palmas, 341. La
Spezia, 340, 369. latinità nei nomi geogr. 351. latter, ingl., pag. 173!. La
Uniòn, 340. le, pron., 237, 242, 243. Le Bourget, 340. legame ideologico. 384.
legge di Bode, 364. leggi fisiche, 141. = e veÌ7:55;CC0om REPERTORIO . leggi
grammaticali, 28. leggio, 217. . Iegittimista, 186. lei, 237, 240, 241. Lei,
410, 500. Leibniz
G. W. von, pag. 91, pag. 402. Leite de Vasconcellos J., pag. 3712. lemnie
lemme, 420. Le Mesnil le Roi, 340. Lena,
359. Lenin, pag. 271!. leo, lat., 220. Leonardo da Vinci, pag. 1701, | Leone
XIII, pag. 4. Leopardi G., pagg. 2351, 3662. lessico neolatino, pag. 471.
lettere dell’alfab., ge- nere, 194 - invariabile, 223. lettere greche, 195.
lettere a b c, 302. Levi E., pag. 319, Lévy-Bruhl L., pagg. 1681, 3391, li,
pron., 242. lîao3, cin., pag. 13. Libra, astron., 366. Lilla Bjòrnen, sved.,
pag. 2821. lima, ar., pag. 358, fig. — limitazione avverb., 386, 395.
limitazione temporale, 7. limite nei pronomi, 246 e segg. limone, 201.
limougeaud, franc., 371. limousin, limousine, franc. 371. linee di forza, 275.
lingua abaka, 310. lingua afrikaans, p. 2723. lingua albanese, pag. 572 - ora,
302 - nomi geogr., 356. lingua amarica, pag. 572 - affermaz., 390 - prop.
relat., 390, pag. 371". 157, lingua angola, pag. 271!. , lingua araba,
pag. 571 - «avere» pag. 75! - in- teriez., 453 - ipotet. p. 782 - nomi geogr.,
361, 356 - pron. enclit., pag. 194! - pron. relat., pag. 204! - prop. relat.,
pag. 2001, lingua assira, pag. 105 - permans., pag. 942. lingua bantù, 351.
lingua basca, pag. 57! - a- crof., pag. 64 - nume- raz., 307 - relat., 271,
271. lingua bengali, pag. 2713. . lingua berbera, nomi geo- gr., pag. 2723.
lingua birmana, 423, lingua bongo, pag. 2331 lingua bulgara, nomi geo- gr.,
pag. 2723 - numer. spec., 306 - ore, p. 225. lingua cambogiana, nomi geogr.,
pag. 2723. ‘ lingua catalana, interiez., 456. lingua ceka, nomi astron., 366.
lingua celtica, pag. 2723. lingua cimci, 297. lingua cinese, pagg. 12, 57! - «
avere », pag. 75! - cortesia 459 - inter- rog., 277 - negaz., 390 - piur., 208
- nomi geo- gr., 351, 356, 360 - toni, 176. lingua coreana, pagg. 571, 3112 -
cortesia, 459 - desin. interiett., 446 - negaz., 387 - onomato- peiche, 418.
lingua croata, casi, 423 - nomi geogr., pag. 272! - numerali spec., 306. lingua
cunama, numerali, 307. lingua danese, 301 - nomi geogr., pag. 272!. — 429 — lingua ebraica, onomato- pe.che, 421. lingua
egizia, ideogram- mi, 390 - negaz., 390 - sintassi, 122. lingua esquimese, p.
1283 - locat., 348 - pron. 18 pers., 348. lingua estone, nomi geo- gr., pag.
2723. lingua finlandese, accento, pag. 62! - casi, 423 - fu- turo, 154 - nomi
geogr., pag. 2723 - nomi di po- poli, 375. lingua francese, 29 - ac- cento,
pag. 62! - aggett., 320, 384 - ‘agg. possess., pag. 2422 - agg. geogr., 371 -
aller+infin., 154 - alternanza, 392 - artic. 340 - avverbî in -ment., 405 - complem.
indir., 422 - doppia negaz., 255 - genere dei possess., 293 - gradi di parag.,
336 - imperat. negat., 496 - interiez., 442 - lo- cat. e tempor., 404 - masch.
e femm., 207 - negaz., 387, 389 - nomi astronom., 366 - nomi in eur., 181 -
nomi geo- gr., 340 - numerali, 297 - num. ordin., 302 - nu- meraz. vigesimale,
pag. 224! - onomatop., 418 - ore, pag. 225 - passato ipotet. 151 - persone
verbali, 495 - plur. ge- ner., 208 - possess., 265 - preposiz. posposta, 426 -
pronomi, 236, 238 - risposta, 391 - si con- diz., 121 - si affermat,, 391 -
verbo plur. e sing., 166. lingua galla, pag. 57!. lingua gallese, numeraz.,
307. lingua giapponese, p. 212, 571, 1282 - azione alter- nat., 385 - congiunz.
e postposiz., 429 - inte- . riez. telefon., 442 - in- terrogaz., 277 - -masu,
387 - mentalità, 287 - sillaba, 168 - ipotetiche, 122 - nomi geogr., pag. 2723,
375 - nomi di lin- gue, 375 - nomi di po- poli, 375 - onomatop, pag. 330 -
relative, 271 - risposte, 391 - senti- mento, 437 - sesso di chi parla o
scrive, 294 . sintassi, 287 - strumen- tale, 439 - verbo negat,, 250, 387.
lingua giavanese, p. 57! - cortesia, 459 - denomi- nat. fraz., 305 - plur.
gener., 208. lingua gotica, casi, pag. 3373 - plur. verbi, 495. lingua greca,
casi, 72, 423 - enclitiche, 242 - nomi in -i, 190 - nomi geogr, pag. 2723 -
pron. recipr,, 263 - neutro, 131. lingua greca moderna, in- teriez., 442 - ore
p. 225 - Jocat., 423, 428. lingua india, 342, p. 2723. lingua inglese, pag. 13
- | carattere, 73 - aggett. e avverbio, 384 - aggett. invariato, 293, 316 - ag-
gett. possess., 313 - al- ternanza, 392 - area di significato, 478 - con-
giunz., 442 - fo do, 387 feeling, 52, 437 - forma continua, 41 - genere neut.,
482 - gradi di pa- rag., 337 - genere del possessore, 293 - imperf. e perf.,
150 - interiez. 441, 453 - interrogat. 337 - ipotetiche, 387 - locat., 430 -
negaz., 387 - nomi astron., 366 - no mi geogr., 347, 375,361 > nomi
ultraterreni, 347 - a 430: REPERTORIO onomatop,. 419 - ore, pag. 225 - 28
persona, 489 - possess., 265 - pre- cedenza aggettivi, 287 - preposiz. e
avverbî, 413, 426 - processo analitico e sintetico, 385 - pron. recipr., 262 -
pron. re- lat., 229, 271 - raggrup- pam. ideologico, 385 - termini grammat.,
422 - vocale finale, 223 - pas- sato ipotet. 151 - su- perlat., 321 - tempi
com- posti, 98. lingua islandese, p. 2723. lingua italiana, 51 - non deriva dal
lat., 64 - pri- mi documenti, 323, lingua. kinyamwezi), suffis- so locativo
verbale, 348 - locativi, 499. lingua lappone, nomi geo- gr., pag. 2723. lingua
latina, sintetismo, 68 - accusat. 267, 422 - accusat. interiett., 446 -
affermaz., 389 - avverbî in -mente, 405 - avver- bî locat., 430 - casi, 72, 423
- casa genit., 431 - dativo, 422 - dativo eti- co, 436 - declinaz., 423 -
esclamaz. 241 - futu- ro, 153 - fut. perifrast., 155 - habeo+t-part. pass., 109
- imperat. negat., 496 - infinito accusat., 131 - infin. esclamativo, 132 -
interiez., 446 - in- terrogat. 449 - masch. in -a, 206 - moto a lun- go. 427 -
negaz., 389 - nomi di fiumi, 359 - no- mi di luogo, 342 - neu- tro, 182 - nomi
in -us (IV), 184 - numer., 297 - onomatop., 421 - ore, 302 - plur. in -i, in
-s, 209 - plur. nei nomi geo- gr., 343 - quam compa- rat:, 413 - religione, 220
- stato in luogo, 427 - tradizione, 218 - verba timendi, 393 - vocativo, 446.
lingua latina arcaica, 64. lingua lettone - futuro, 154 - nomi geogr., pag.
2723 - ore, pag. 225. lingua lituana, futuro, 154 - ore, pag. 225. lingua
malayalim., 380. . lingua maldiva, 380. lingua malese - nomi geo- gf... pag.
2723. lingua manciù, 361. lingua mandarina, p. 118. lingua mong., nomi geo-
gr., 361, pag. 2723 - ono- matop.. pag. 332. lingua nazionale, 52. lingua
norvegese - nume- raz., 307 - ore, pag. 225. lingua olandese, articolo, 340 -
genere del posses- sore, 293 - imperf. e perf., 150 - negaz., 389 - nomi
astron., 366 - nomi geogr., 340 - ore, pag. 225. lingua ottentotta, p. 1582,
lingua parlata, 378. lingua pechinese, p. 118. lingua persiana, nomi geo- gr.,
pag. 2723. lingua pidgin-English, 297 lingua polacca, pag. 57! - ore, pag. 225.
lingua portoghese, p. 20? - pag. 188! - aggett. pos- sess., 313, 318 - articolo
nei nomi geogr., 340 - avverbî in -mente, 405 - denominat. fraz.. 303 -
interiez., 452, 453 - no- mi geogr., 340 - masch. e femm., 207 - negaz. 389 -
numerali, 297 - ore, pag. 225 - si ipotet., 121 - genere grammat., 181 -
imperat., 496 - neutro, 179 - plur. pers., 495 - verbi forti, 159 - i @l-ea
REPERTORIO verbo plur. e sing., 166. lingua rumena, pag. 202 - agg. possess.,
313, 318 - avverbio interrog., 450 - cong. causale, 450 - futuro perifrast.,
155 - condizionale, 175 - de- nominat. fraz., 303 - doppia negaz., 255 - masch.
e femm., 207 - negaz., 389 - nomi a- stron., 366 - nomi geo- gr., pag. 2723 -
numer., 297 - ore, pag. 225 - plu- rale eterogeneo, 221 - plur. geogr., 343 -
plur. pers., 495 - verbo piur. e sing., 156 - trascriz., 343 - vocali brevi,
340. lingua russa, pag. 392, p. 57! - casì, 423 - con- cord. del verbo, 315 -
congiunz. causale, 450 - interiez., 452 - interro- gaz., 450 - moto a luo- go,
427 - negaz., 387, 389 - nomi geogr., 359, pag. 2723 - numer., 297 onomatop.,
420 - ore, pag. 225 - scioglilin- gua, 359 - sogg. e og- getto con negat., 387
- stato in luogo, 427 - To, 240 - verbi, 495, lingua samoieda, p. 2723. lingua
sanscrita, casi, 72 - desin. verb., 495 - scrit- tura, 86. lingua sassone, 142.
lingua serba, casi, 423 - interiez., 454 - nomi geogr., 350, 356 - ore, pag.
225. lingua siamese, cortesia, 459 - nomi geogr., pag. 2723. à lingua
singalese, pag. 133 - nomi geogr., p. 2723. lingua slovena, ore, pag. 225.
lingua somala, nomi geo- PILEnaAo2723; lingua sotho, colori, pag. 234. lingua
spagnola, pag. 202, pag. 57! - artic. nei no- mi geogr., 340 - avver- bî in
-mente, 405 - com- plem. indir., 422 - con- dizion., 119 - denomi- nat. fraz.
303 - doppia negaz., 255 - imperat,, 496 - masch. e femm,, 207 - neutro, 179 -
no- mi astron., 360 - nomi geogr., 340, 347, 356 - aggett. geogr., 371, 372 -
interiez., 452 - modo potenziale, 175 - negaz., 389 - numerali, 297 - ore, pag.
225 - plurale pers., 495 - possess., 265 verbi forti, 159 - verbi di III e II
con., pag. 1123. lingua svedese, pag. 202 - negaz., 389 - nomi a- stron., 366 -
nomi geo- gr., 356 - ore, pag. 225 - passato pross., 98. lingua suahili, nomi
geo- gr., 351. lingua tamil, nomi geogr., pag. 2723. lingua tedesca, pag. 202 -
agg. geogr., 367 - agget- tivi, 316 - in funz. di avverbio, 384 - alter- nanza,
392 - artic. nei nomi geogr., 340 - casi, 423 - complem., 422 - concordanza,
315 - de- nominat. fraz., 303 - im- perat. negat., 496 - im- perf. e perf., 950
- mo- to a luogo, 427 - negaz., 387, 389 - nomi astron., 366 - nomi geogr.,
340, 347, 356 - onomatop., 419, 420 - part. pass, 147 - passato ipot., 151 - 22
pers., 489 - proces- so analitico e sintetico, 385 - pronunzia, p. 61! ky = «Go
0g le Eee ‘’_,.KL0M0 - stato in luogo,
427 - Umgangssprache, 378 - verbi forti, 159 - verbi separabili, 385 - wer-
den+pass., 105 - wenn e ob, 121. lingua tibet., ipotet., 118 - nomi geogr., p.
2723 - onomatop., pag. 332. lingua turca, pag. 52! - armonia vocalica, p. 63 -
interiez., 446, 456 - nomi geogr., pag. 2723 - ore, pag. 225. lingua umbra,
pru, 227. lingua ungherese, -accen- to, pag. 62! - antico im- perf., 150 -
locat., 430 - nomi geogr., pag. 2723, 275 - nomi di popoli, 375 - ore, pag. 225
- pron. relat., 276 - suffis- si locat., 348. lingua yoruba, numeraz., pag.
2241, linguaggio e civiltà, 461. linguaggio femminile, p. - 2192. linguaggio
infantile, 483. linguaggio nautico, 422. lingue africane, 385. lingue
agglutinanti, p. 52! - casi, 423. lingue flessive, 71, 72, 73, - fless. delle
idee, 159. lingue indiane, 191. lingue indoeuropee, pag. 4052, lingue isolanti,
72. | lingue neolat., 65 e segg. - avverbî in -mente, 405 - se, lat. si, 121 -
con- cordanza, 315 - condi- zioni, 175 - gradi di pa- rag., 334 - negaz., 389 -
numerali, 297 - e realtà, 316 - plur. person., 487, 495 - tracce di neutro,
179. lingue nordiche, doppia negaz., 256. lingue orientali, numerali, 297.
lingue del Pacifico, sillabe aperte, pag. 113:, lingue polisintetiche, pag.
1283 > lingue povere di avverbî, 385. lingue primitive, 230.0 lingue
semitiche, tempo permansivo, 142 - con- cordanza del verbo, 315 lingue
sintetiche, 18. lingue slave, pag. 571 - casi, 423 - futuro peri- frast., 154 -
nomi geo- gr., pag. 2723. lingue teutoniche, futuro perifrast., 154. linguista,
186. Linneo, pag. 51. lisbonnin, franc., 371. Little Bear, ingl., p. 282.
liturgia, s'gnificato, 222 llama, 186. Ilueve, spagn., pag. 202. lo, pron.,
237, 242. lo, artic. spagn., p. 1221. Loangua, 359. lobo, spagn., port., 209.
localizzazione nel tempo, 125 e segg. Locatelli L., pag. 711. locomotiva, 199.
locomotore, 199; logica e teologia, p. 721. logica linguistica, p. 961, logica
orientale, p. 2171. Loira, 359. londinese, 371, 377. londo, duala, p. 308.
londonien, franc., 371. lontananza dalla 12 per- sona, 499. loro, pron. 237,
pag. 173! agg. possess., 291. «Los Angeles, 341. Lucrezio, pag. 233!. luette,
franc., pag. 641. luhlaza, zulù, pag. 234!. lui, pron., 237, 241, 483. “da
REPERTORIO luna, pag. 145 - Luna, 363, 364. lunedì, 191. lunghezza d’onda, p.
234. lupus, lat., 209. Luzòn, 347. Lvyeil, pag. SI. ma, 451. maa, finl., pag.
331!. Maccari G B., pag. 97!. Machiavelli N., pag. 354. machin, franc., pag.
2121. Macinai L. 'pagg., 161!, 2372. Madagascar, 347. Madonie 358. Madonna,
pag. 155. madrilerio, spagn., 37. ma°?dya?, giavan., 474. miiggi, eston., pag.
2723. maggiore di..., 330, pag. 248, fig. magia, 218. Mago, 219. maharagiah,
pagg. 133, 135.1 mai, 416. Maiorca, 347. maitse, finl., pag. 3381. maiuscole
nei nomi di po- poli, 374. Majella, 357. miki, finl., pag. 2723. mal, ted., ag.
2382. malattie, genere, 180, 181. malheur, franc., pag. 124!. mallàng - mallang
- hatu, giavan., pag. 3332. Malpighi M., pag. 663. Malta, pag. 288. maltese,
368. malum, lat., pag. 142!., malus, lat., pag. 1421. mama-ta, rum., pag. 237!.
man, ingl., pag. 104!. man, ted., pag. 212. man, ar., pag. 204,1. mandarin,
mandarine, fr., pag. 1422. mandarino, 201. mancese, 376. Mancini P. S., pag. 7.
manciù, Manciukuò, 376. man4-man4, cin., p. 3332. mano, 184. manus., lat., pag.
1263. many a..., ingl., pag. 2463. Manzoni A., pagg. 4, 95, 275, 364. mar,
lat., 202. marconigramma, 379. marconiterapia, 379. mare, 202. Mar del Plata,
pag. 2596. Marechiaro, 345. Mario E. A., 359. Maritain J., pag. 72!. Marocco,
352. Marte, 363. martedì, 191. Martinon P., pag. 175. martyr, gr., pag. 591.
marush, assir., pag. 942. _ massimo, 321, pag. 2441. massimo rendimento in
Natura, 231. mat, franc., sved., p. 134. mata, pers., pag. 134. matita, pag.
63. Matthiae G., pag. 1432. Matthews W., pag. 1881. maximum, pag. 128!. me,
422, 478, 498. Meano C., pag. 161. medicina cinese, p. 146!. Medio-Evo, pp.
1411, 1541. Mediterrania, pag. 2712. [to] meet, ingl., pag. 210!. mei?, cin.,
pag. 3152. Meiklejohn J. M. D., pag. 941, meilleur, franc., pag. 252. membro,
222. méen?, cin., pag. 3963 meno, 399. mentalità collettiva, pas. 1441,
mentalità greco-latina, 80. mentalità linguistica, 429. . mentalità e numeraz.,
301. mentalità orientale, pas. 2171. mentalità tedesca, 315. — 434 — î i ERE 1
O MEI iii, è » °° REPERTORIO -mente, 405. mentre, 146. mercé, 191. i meri,
finì., pag. 3381. meridies, lat., pag. 1262. mes, lit., pag. 397. Messico, 352.
mestizo, pagg. 296, 297. metà, 303. metafora, 379. Metastasio P., pagg. 78,
355. meticcio, pagg. 296, 297. metonimia, 379. métro, franc., pag. 290.
metropoli, 370, pag. 134. métropolitain, franc., pag. 290. Meyer-Liibke W., p.
3222. mezzaluna, pag. 162. mezzo, -a, 304. mezzodì, 191. mi, 422, 478, 498. mi,
nota music., 193. Micronesia, 351. mieux, pag. 252. miglio, 221. migliore, pag.
247. migrazione di vocab., 380. mihi, lat., 497. mikado, 185. milita, lat.,
221. miliuni, lat., 221. mille, ital., lat., 221. millecento, 197. minga,
milan., pag. 3141. ming?-tsz?, cin., pag. 52!. minime, lat., 389. minimo, 321.
minimum, pag. 128. minimus, lat., pag. 2442. minore di..., 330, pag. 248.
Minorca, 347. mitologia e astronomia, pag. 282. mitra, 223 f). mitra, giavan,
pag. 572. -mme, finl., pag. 397. m’n cheffà, amar., p. 3154. mo, cin., pag.
206!. mo, tibet., pag. 145, 146. -mo, kinyamwesi, p. 269. modi del verbo, cap.
VI, 123. modo condizionale, 115, 116, 175 - in lingue stra- niere, 117 - anom.,
120. modo congiunt., 113 - pas- sato, 174; pres., 173 - esortat., 114. modo
imperativo, 123. modo indicativo, 112. modo potenziale, pag. 117. moglie, 214,
215. molto, 395. monachese, 371. Monaci E., pag. 452. Monaco, 371. Mondovì,
371. monegasco, 371. mono no aware, giapp., p. 3501, ‘ monologo, 220.
monosillabismo, pag. 521. monovalente, 321. monregalese, 371. Montaigne, pag.
1611. Montagne Rocciose, 358. monte, spagn., pag. 2723. Monte Bianco, 356, 357.
Monte Rosa, 357. monti (nomi di), 357 e segg. Morandi & Cappuccini, p. .
2102. Mosa, 359, Mosella, 359. moshi moshi, giapp., pag. 3631. mot, franc.,
pag. S6!. moto a luogo, 404, 427, 428, 430 e segg. moto da luogo, 428. motore,
181, 188. mulato, spagn., pagg. 296, 297. î mulatto, 377. mulier, lat., 215.
mullong-mullong-hata, co- rean., pag. 3332. mulsin-mulsin-hata, pag. 3332.
munte, rum., pag. 2723. muntele, tum., pag. 2723. COr., —. Uh REPERTORIO
Muratori L.A., pag. 4!. muro, 222. musica e onomatopeiche, 421. musicalità
dell’ital., pag. 119. mus[u]ko, giapp., pag. 135. musmeé, giapp., 191. mY,
russ., pag. 397. 208, nada, spagn., port., pagg. 131, 1881. “nai, giapp., pag.
311!. Nakayama T., pag. 1463. -nakute, giapp., pag. 311!. naman, sanscr., pag. 166!.
name, ted., pag. 1673. namesake, ingl., pag. 3501. namò, got., pag. 1661.
nanchinese, 368. Nan?-kingî, pag. 2881. nao, port., pag. 313!. nap'-chhi,
tibet., p. 3761. napsin-napsin-hata, cor., pag. 3332. na scia Allah, pag. 3701.
native, ingl., pag. 292!. nazioni
(nomi di), 346 e segg. nazista, 186. ne, 237. né, 442. “ne, corean., pag. 365!.
né... né...,
442. ne... pas, franc., pag. 313!. neanche, 442. Neapolis, pag. 2623. neen,
oland., pag. 313!. negazione, 386
e ss. nei, sved., pag. 313!. neither, ingl., pag. 1913. nemmeno, 442. Nepal,
352. neppure, 442. Nerone, pag. 1432. nessuno, 250, 252, 255. Nettuno, astron.,
363. neutro, 131. Newton I., pas. 402. New York, 367. nga, tibet., pag. 4091,
ngarang, tibet., pag. 4092. RA rc—oqqMmMPm°P—_——_ ngoko, giavan., 474. -ni,
finland., pag. 397. ni, giapp., pag. 3501. Nicaragua, 351. nichi, nichi-nichi,
giapp. pag. 149. nicht, ted., pag. 3131. nichts, ted., pag. 132. niente, 254,
395, 396. nie, russ., pag. 313!. niet, oland., russ., p. 313!. niets, oland., pag. 132.
Nigra P., pag. 261. Nigris G. P.,
pag. p. 154!, 2501. Nietsche F., pag. 271!. Nihongo, giapp., 375. Nihonjin,
giapp., 375. Nilo, 359. nimic, rum., pag. 131. Nippongo, giapp., 375.
Nipponjin, 375. nirvana, pag. 132. niuno, 251, pag. 186. -nne, finl., pag. 397.
no, 388 e segg. no, spagn., pag. 3131. -no, suff. verb. plur., 168, 169 - suff.
pron. plur, 239, 485. nobody, ingl., pag. 188. noi, 487 e segg. nome, 228.
nomen, lat., pag. 1661. nomenclatura chim., 334. nomi, 177- buoni con- .
duttori, 41 - di fiumi in -a, 359 - geograf. in -a, 351 e segg. - astron. 365 e
segg. - di città, 343, 345, 427 - di colli 357 - di costellazioni, 366, - di
fiumi, 359 - geogr., cap. XVII - di isole, 343, 345, 353 e segg. - di lingue,
372 - di loca- lità, 344 - di monti, 357 e segg. - di paesi, 343 - di
parentela, 313 - di pianeti, 363 -di popoli, 351 - proprî divenuti comuni, 379
- di quar- Google | Ò° REPERTORIO tieri, 344 - di regioni, 345 e segg. - di
rioni, 344 - di scogli, 353 - di Stati, 346. nomi in -a, 186. nomi in -e, 187.
nomi in -i, 190. nomi in -o, 191. nomi composti, 223. nomi invariab., 213. nomi
proprî, 233. nomi topografici, 379. non, no, 388 e segg. - pleon., 393, 394.
non, franc., pag. 3131. non ita, lat., 389. note musicali, 193, 223. nothing,
pagg. 1881, 132. nord, 192. Nord America, 349. noy, catal., 471. -nsa,
finland,, pag. 397. nu, rum., pag. 313!, nulla, pag. 131, 253, 254, 395, 396.
numerali ausil., 297. numerali cardinali, 295, 297, 301. numerali ordinali,
302. numerali speciali, 307. numerazione e tradizione, 300. . numerazione
giavn., 459. numerazione romana, 302. numeri arabi, 302. numero indetermin.,
309. numero singol. e plur., 63, 342. numeri primi, 435. Nurigian G., pag. 230.
nyika, suabili, pag. 2712. O, vacat., 462, 463. o, congiunz., pag. 42!. o,
numerico, ingl., p. 572. o, numerico, corean., pag. 572. ò, dan., pag. 272.
Oberon, astron., 363. oblò, 191. occhio, 215. occlusiva laringea, p. 61!.
Oceania, 351. oggi, 400. ognuno, 248, 249, pag. 184. oh!, 460, 462, 463. ohi!,
471. ohm, 379. iojalà!, spagn., 467. -olo, 369. -ologo (nomi in), 219. Okà,
359. Olimpo, 357, 379. ombrello, pag. 1615. Om.mani padme hum, p. 1071. on,
franc., pag. 211!. on,
russ., serb., pag. 397. one, ingl., pag. 212. i oni, russ., serb., pag. 397. ‘onice, 181. “ono, suff. piur., pag. 112.
onomatopeiche, 418 e segg. onze avo, port., pag. 2222. opportunista, 186.
oppure, 442. ora, 302. ora, avv., 400. Orazio, pag. 365. ordine nel Creato, p.
37!.. ore una, 58. ori-masu, giapp., p. 1753. orologio, 216. oros, gr., pag.
2723. Orsa Maggiore, 366. Orsa Minore, 366. ortografia, 85. Ortygia, pag. 2623.
Osa Mayor, pag. 282!. Osa Menor, pag. 2821. ossia, 442. osso, 222. “ota, 369.
otorinolaringologo, 219. ottava, pag. 230. ottavo, pag. 2295. ottimo, 321, pagg.
244), 2512. otto, giapp., pag. 572. -otto, 369. ottone, 181. oui, franc., pag.
372!. out, ingl., pag. 307. — 437—- . REPERTORIO oxala, port., 467. Ozanam G.,
pag. 492. ove, 403. ovest, 192. Ovidio, pag. 253. ovulo, pag. 1411. ovum, lat.,
200, 221. ovvero, 442. TT 195. pùii, lapp., pag. 2723. padapàtha, ind., pag.
65. paesi (nomi), 343. pagherò, 191. Palazzo Chigi, 379. paleolingua, pag.
1672. palermitano, 369. Pallade, astron., 363. pampa, 380. Panam, franc., pag.
2952. Panama, 351. panduwur, giav., p. 3751. pa-nginggil, giavan., pag. 37531,
paniere, 188. Pantruche, franc., p. 2952. Panzini A., pagg. l6l!, 2102. papa,
186. paradigmi superflui, 167. Paradise, ing!., pag. 266. parafango, 224.
parallelo a.., pag. 248, fig. paraonomatopeiche, 438, 439. parce que, franc.,
p. 358, g. parentela (nomi di), pag. 2371. paria, 186. parigino., parigot, 371.
« Parioli », 344. parmense, parmig., 369. parola, 74, 75, 78, 82 e segg., 208.
parole sdrucciole, 168. parole sostantivate, 197. parole tronche, 170.
parrucchiere, 188. [to] parse, ingl., pag. 3351. parti del discorso, 27, 34,
37. . personaggi «480. . Pesci, participio, 313 - part. passato e p. passivo
19, 20, 102, 106, 136 - p. presente, 22, 135. Pascarella C., pag. 2633. pascià,
191. passato prossimo, 95, 96, 137, 149. passato remoto, 149 passioni e
interiezioni, 438 e segg. passivo (lat.), 102. pat, giavan., pag. 375!.
pata-pata, giapp., p. 333?. patati-patata, franc., pag. 149. patatrac!, 419.
pater familias, pag. 153:. pausa e intonazione, 449. Pavia L., pag. 314!. pechinese,
368. eggiorativi, 334. peggiore, pag. 247!. Pei3-ping!, pag. 2881. peixe,
port., pag. 50. pefia, pefion, spagn., pag. 2723. pentruca, pentruce, rum.,
pag. 358, fig. per, 437. pera- pera, giapp., pag. 3332. perché, 412, 443, 447,
449, 450. perfetto, 148. persa, spagn., 372. Persia, 372, 376. persiano, 372.
persone, 166 - 32 pers., 164, 480. del discorso, personne, franc., perugino,
369. astron., 366. pessimo, 321, pag. 244!. pessimus, lat., pag. 244!. pes,te,
rum., pag. 50. petit, franc., 320. Petite Ourse, pag. 2821. Petrarca F., pp. 123, 184, 197, 366, 321, 3272,
367. p.-1881. = dia morso — | 7 im REPERTORIO Pez, spagn., 209, pag. 50. pH,
pag. 146!. « philosophia perennis », 2 101, 315, 379. pianeta, 186. pianet;
(nomi dei), 363. physema, gr., 130. Piaget J., pag. 3512. Piave, 359. pi,
franc., ingl., ted., 195. Piazza del Popolo, pag. 1432. pidgin-English, pag.
221!. Pindo, 358. pin-pin, giapp., pag. 3332. piccolo, 332, pag. 244!. Piccolo
Belt, 349.0 pigiama, pag. 1312. piove, pag. 212. Pirenei, 358. pirlanta, turc.,
pag. 63!. pirite, 181. pirum, pirus, lat., p. 142!. piscis, lat., 209. piscis,
lat., 209. « pista! », 468.
pistacchio, 201. pi-takèn, giavan., p. 375!. pitecantropo, 230. più, 324, 337,
326, 399 - più d’uno, 59, 326. plaît-îl, franc., page 372!. Planck, pag. 171.
planina, slav., pag. 2723. plata, spagn., pag. 259°. pleut (il), franc., pag.
202. PleydenwurtF G., pag. 349. ploua, rum., pag. 202. pluit, lat., 30.
plurale, 59, 485 - dei pron., 239 - eterogeneo, 221 - p. generale, 208 - pl. in
i-, 208 - in -î, 217 pl. invariab., 223 - pl. con 1? pers., 485 e segg., 495 -
pl. con 2a pers,, 489, 495 - pl. dei verbi, 168, 169, 239, 494. pluralis
majestatis, pag. 3952. plus, franc., pag. 2531. Plutone, astron., 363. po,
tibet., pag. 145, 146. Po, 359. poarta, rum., 207. poco, 395. podestà, 191.
poema, 186. poesia e astronomia, 366. poeta, 186. poi, 400. poiché, 443, 447.
poisson, franc., pag. 50. -poli, 370. Polinesìa, 351. Polledro A., pag. 388.
pomodoro, 201, pag. 163. Pompeii, 343. pontefice, 188. Pop, ingl., pag. 3332.
popoli (nomi di), 351. popoli primitivi, 230. populus. lat., pag. 1432. porqué,
porque, spagn., pag. 358, fig. | port, franc., rum., 207. porta, ital., lat.,
207. portasigarette, 223. porte, franc., 207. porto, 207. portogallo, 201.
portus, lat., 207; posizione dell’aggett., 319. posizione dei vocaboli, 69.
posizione del corpo, pag. 3281. potato, ingl., pag. 1581. potenza, aritm., 306.
poubelle, franc., p. 298!. pourquoi, franc., pag. 358, fig. | « Prati », 344.
precedenza degli aggetti- vi, 287. Précieuses, 338. precipitevolissimevolmen-
te, pag. 323!. predicato, pag. 234!. prefissi intensivi, 409. preposizione, 37,
68, 413, 439. preposizioni 446. interiettive, = 9 REPERTORIO preposizioni
articol., 340, 348. «present continuous », in- gl., pag. 701, « present perfect
tense », ingl., pag. 70!. presente, pag. 69!, presto, 400, 416. pretore, 188.
prima, 400, 413. primate, 188. primo, 305, p. 2421, (ma- tem., 322 - i primi
due, 319. prìncipe, principio, 217. principî grammatic., 387. principio
economico, 208. principio del min. sforzo, 438. principio di Fermat, 159. pro,
lat., pag. 1651. processo analit., 91, 385. processo logico-linguisti- COMLDI
processo psicologico-lin- guistico, 15. processo sintetico, 385. pronome, 47
227 - an- tichissimo, 230. pronomi atonici, 241. pronomi di cosa, 482. pronomi
di cortesia, 500. pronomi dimostrativi, 233. pronomi enclitici, 242. pronomi
indefiniti, 245. pronomi integrali, 244 e segg. pronomi interrogat., 277.
pronomi negat., 250 e ss. pronomi neutri, 235. pronomi personali, 233. pronomi
di persona, 238, 479, 482. pronomi proclitici, 242. pronomi quantitativi 256.
pronomi reciproci, 263. pronomi relativi, 266. pronomi tipici, cap. XI, 226 e
segg. pronomi di vicinanza e lontananza, 236. DEIMOTTSIDTEZII A ENI pronunzia
brianzola, 359, pronunzia fiorentina, 359. pronunzia latina, 206. pronunzia
latina del gre- co, pag. 423. pronunzia tedesca, p. 61!. proposizione, 125 -
prop. relat., 271. prosodia latina, 176. pròtasi, 118, 119, 120, 122.
provincia, 218. psicologia linguistica, 437. pss!, pssst!, 471. pu4, cin., pag.
3152. puerta, puerto, spagn. 207. pulce, 181. puma, 131. pumane, duala, pag.
307. punti cardinali nei nomi geografici, 350. « punti di Ponzo », p. 255.
punto esclamativo, 449, punto interrogativo, 449, purché, 443. Purgatory,
ingl., pag. 266. puszta, 380. pyjama(s), ingl., p. 1372. qamar, ar., pag. 145,
146. quae, lat., pag. 200!. quale, 275. qualora, 443. quando, 146, 401, 443.
quando?, 410. quanto?, 410. quantum, lat., pag. 1281, quantunque, 443,
quartieri (noms di), 343, queenslandese, 368. quegli, 235, 482. quella, 235.
quelli, 237. quello, 499, quem, lat., pag. 201!. querce, pag. 1233. questa,
235, 236. questi, 235, 236, 482. questo, 499. qui, 402, 416. qui(s), lat., pag.
2031. quid, lat., pag. 203!. SC GAURE <JOOCQqoo@o
"————@‘lI'‘IIII:SIEGER:'R'IGÉ50 TL TT gu _"————_ REPERTORIO quindi,
400. quiqueriqui, spagn., pag. 332. quo, lat., pag. 343, 344. quod, lat., pag.
2031. quotation marks, ingl., 4031. r, iniziale, pag. 642. “ra, giapp, pag.
398. radar, 192. raddoppiamento conson. iniziale, 172, 448, 172, 242. radici
(origine onomato- ‘ peica), 439. radio, 184 f.). radiogoniometrista, 186. raggi
cosmici, pag. 140 fig. ragia[h], pag. 1351. ragionamento e congiun- zioni, 452.
ragione e fede, pag. 154- 155. ragione e linguaggio, 483. ragioniere, 188.
ragion sufficiente, p. 722, rains (it), ingl, pag. 202. Rajna P., pag. 302.
rango delle interiezioni, 456, 457. Ranska, finl., 375. ranskalainen, finl.,
375. ras, amar., pag. 208, 209. Ras Assir, pag. 257. Re, 223. re, pag. 1351.
re, nota mus., 193. realtà e grammatica, 101. realtà linguist., 491, pag. 383.
recluta, 184. Reed A., pag. 70'. referendum, 192. Rege, 223. reggia, 218.
reggiano, reggino, 371. Reggio Cal., Reggio Em,, 371. i regioni (nomi di), 346
e segg regnar (det), sved., p. 202. regnet (es), ted., p. 202. Rei, port., pag.
3712. religione e linguaggio, 220. Remer V., pag. 723. Reno, 359. res, lat.,
pag. 3572. retorica e teologia, p. 721. rettangolare, 321. Rho, pag. 261.
Rhodes C., pag. 271. Rhodesia, 351. ricsciò, 380. rickshaw, ingl., 380. rien,
franc., pag. 1314. rima, pag. 3041, Rio Colorado, pag. 233. Rio de la Plata,
pag. 2599. « risciacquare in Arno », pagg. 31, 2753. risparmio di energia, pag.
3511, river, ingl., 360. Rivetta P. S., pag. 2571. ro, giavan., pag. 3751. .
‘ro, sufl., 485. robinet, franc., pag. 202!. roditore, 188. Roghudi, pag. 261.
-rokòn, corean., pag. 3651. ròmai, ungher., 375. romanità dell’italiano, p.
127. « Romano de Roma », p. 2952, “rono, suff., 169. ron-ron, franc., pag.
330!. Rooma, finl., 375. roomalainen, finl., 375 Rosmini A., pagg. 301, 3382
Rossetti C., pp. 562, 1881, 246. Ruotsi, finl., 375. Russell R. J., pag. 1881.
Ruwenzorì, 357. Ryi-kyiî, 353. s, vibrazioni, pag. 116! - rumeno, pag. 263! -
im- pura, 298 - suff. plur., 223, 210. Sacchetti F., pag. 22. DIO. ge
REPERTORIO sache, ted., pag. 356. s,ah, pag. 134. Sahara, 361. saint-juniaud,
franc., 371. Saint-Valéry-en-Caux, 371 sa-kawan, giavan., pag. 3751. sake,
ingl., pag. 350!. Saksa, finl., 375. - saksalainen, finl., 375. salassà, tigré, pag. 572.
Salii, 217. Salomone, is., 350. salutissimi, pag. 252!. Salvini A. M,, pag. 221. S. Bonaventura, pag. 72!. S.
Agostino, pag 100!. S. Francesco, 144, p. 1742. pag. 350. Santhià, pag. 260.
Santiago, 371. santiaguefio, spagn., 371. santiaguero. spagn., 371.
santiaguifio, spagn. 371. S. Tommaso, pagg. 371 721, 111, 144, 155, 381.
sarcasmo, 450. sataru, ass.-babil., p. 105. satelliti (nome dei), 363.
satunggil, giavan., pag. 3751, Saturno, astron., 363. saveur, franc., pag.
1241. Savini G., pag. 112. Savj-Lopez P., pagg. 463, 471, Savoia, pag. 159.
Savoia-Marchetti, 197. sa-wiji, giavan., pag. 374!. scacco matto, pag. 134.
scala di durezza, p. 249!. scala del Mohs, pag. 249!. scala del Werner, p.
2491. scarica dell’energia verb., 4l. sceb bàre, cunama, pag. 2301. sehachmatt,
ted., pag. 134, schack, sved., pag. 134. Schelling, pag. 3791. Scmidt G., pag. 1672.
Schopenhauer, pag. 380. Schultz F., pp. 1181, 153. sciah, pers., pag. 134!. sciams, ar., pag. 145. s’ciao, 467. scienza
moderna, p. 170. Scilla, 739. score, ingl., pag. 230!. Scotland Yard, 379.
scriba, pag. 1472. scogli (nomi di), 353. scrittura ideografica, pag. 31,
scrittura di lingue stra- niere, 86. scrittura sanscrita, 86. sé, pron, 280.
sé, prep., 440, 443. sé, stesso, 280. sebbene, 443. secondo, 303. sedicesimo,
pag. 2295. Segneri, pag. 377. Seine, 359. selene, pag. 145, 146. seme, 200.
semien, lat., 199. Sempronio, 284. Senna, 359. sentimento ed espressio- ne, 316
- sent nelle pre- posizioni, 436 - e inte- riezioni, 438 e segg. sentòn,
venez., pag. 3281. seppuku=harakiri, p. 133. Seguana, 359, pag. 1472. serie,
214. sesso, pag. 1462 sestina, pag. 230. shall, ingl., pp. 1003 301".
133,359.ag Ac.agzbzbzbzb sh'ang-chhi, tibet., pag. 3763. sh’e-kyem-pa, tibet.,
pag. 376! she, ingl., pag. 3901, - -should, ingl., pag. 310!. Shu C. C., pag.
118. si, pron., 280. sì, 389 e segg. si (nota music.), 193. si, franc., pag.
3181. -si, finl., pag. 397. = 443 a Siberia, 351. sich, ted., pag. 397. Sicrano,
pag. 214!. sie, ted., pag. 397. sierra, spagn., 358. signa, pag. 2291.
significato lessicale, 443. significato dei pron., 229. siji, giavan., pag.
3751, sik, got., pag. 397. silenziatore, 188. sillaba aperta, 170. sillaba
chiusa, 170. simboli algebrici, 229. sineddoche, 379. sinico-, pag. 2951.
sintassi, 57. sintesi e analisi, 385. sintja, corean., pag. 4092. sinusoide,
321. Siracusa, 343. siriaco siriano, 375. sjebjà, russ., pag. 208, 209.
skorogovorka, russ., pag. 2761. | slang americano, p. 1881. smirniota, 369.
Socrate, pag. 59. Sofà, 191. sofista, pag. 59!. soggetto, 35, 36. ‘ soggetto
collettivo, 57. soggetto parlante o scri- vente, 477. soggetto personale, 493.
soggetto della proposiz., 477. soggetto sing. e plur., 55. soggetto sing.
disgiuntivo, 60 soggetto di verbo passivo, 20. soggetto in 12 pers., 477. sol,
lat., pag. 145. sol, nota music., pag. 160, 193. sole, 364. solforico,
solforoso, pag. 2511. sommo, pag. 244!, sopra, 402. sono, pag. 1151. sora-ta,
pag. 237!. sorcio, 216. sostantivo, 30, 44, 45. sostantivi astratti, 181.
sostanza, pag. 21!. sosung, corean., p. 4092. sotto, 402. sou, franc., pag.
572. soll, franc., pag. 572. sous, franc., pag. 572. sovente, 400. sovietico,
380. Spagnolo G., pag. 377!. spasìbo, russ., 467. \specie, 214. [to] spell,
pag. 335!. ° spelling, pag. 107[ spesso, 400. spezzino, 369. spia, 186.
spiaggia, 218. spicanardo, spiganurdo, p. 184. sport, 223. sport e
interiezioni, 442. squelette, franc., p. 126!. stagioni, 181. stare--gerundio,
pag. 93. stasi, 190. stati (nomi di), 346 e ss. stato d’animo e interiez., 438
e segg. stato in luogo, 404, 427, 428 430 e segg. Stella Polare, 366. steppa,
380. stile giornalistico, 117. sto, slavo, pag. 572. Stoppani A., pag. 1072.
Stora BjOrnen, pag. 2821. strofànto, pag. 422. su, basco, pag. 572. sublime,
321. subordinazione, 441. sud, 192. Sud-America, 349. Sudeti, 358. suffisso
locat., 348. sukim, akaba, pag. 234. sueco, Suecia, spagn. 372. suizo, Suiza,
spagn., 372. Sumatra, 347, 351. — 44%= REPERTORIO — Sumidagawa, 359. summus,
lat., pag. 2442. Sundén A., pag. 70! Syracusae, lat., 343. t, rum., pag. 263!.
Tacchi - Venturi P., pag. 1691. T'ai, 376. T'aiz-uàn!, pag. 272!. Tai-wan, pag.
2721. -taita, corean., pag. 3302. Takayama K., pag. 3U0!. tàk sjebje, russ.,
pag. 208, 209. talà, sotho, pag. 234. Tamigi, 277, 359. Tana, 359.
tananarivese, 368. Tanganytka, 351. tanto, 398. tardi, 400. Targioni-Tozzetti
G., pag. -tari, giapp., pag. 308!. Tarozzi G., pag. 394. Tasso T., pagg. 191,
234, 303, 304, 326. te, 497, 498. te, 191. telefono (interiez.), 442.
telegramma, 186. tellus, lat., 202. telu, giavan., pag. 3751. tem-pa, tibet.,
pag. 376!. tempi composti, 21, 93, 94, 127, 129. tempo, 222. tempo futuro, 152
e segg., 1728 | tempo imperfetto, 144 e segg., 168. tempo passato, 143 e segg.
tempo passato ipotet., 151 tempo perfetto, 167, 169. tempo permansivo, 142.
tempo presente, 137 e ss., 141, 168. tempora, 222. Tennò, pag. 1282. tense,
ingl., pag. 3351... teologia e grammat., 220. teorema, 186. teoremi, 14l.
terminazione dei casi la- tini, 69. terminologia araba, pag. 3113. terminologia
chimica, pag. 2511, terminologia tipograf., p. 2513. terra, it., lat., 202.
Terra, astron., 364. terzina, pag. 230. LESTIRZI Oa testo, 89. « tettè », pag.
3735. Tevere, 359, pag. 2651. textum, lat., pag. 662. Thai, Thailandia, pag. 876
Thames, 360. The Hague, pag. 2593. they, ingl., pag. 397. Thielman P., pag.
99!. Thiene, pag. 261. thon, franc., pag. 50. thou, ingl., pag. 397. thren,
tibet., pag. 4092. thu, got., sass., pag. 397. thunnus, lat., pag. 50. thygater,
gr. pag. 335. te, pron, 498. ti, 497. ti, serb., pag. 397. tibi, lat., 497.
tiburtino, 371. ticinese, 378. i tiga°,:giavan., pag. 375!. tiga-tenga, giavan., p. 228. tigre, 181. time,
ingl., pag. 3351. timere, lat, pag. 3191. tingere, lat., pag. 233!. tisi, 190.
Tissi S., pag. 235!. Titania, astron., 363. Tivoli, 371. tiyang-Jawi, giavan.,
pag. 3751, Tizio, 284. tiz-tiz!, port. 469. tjirro, finl., pag. 2723. tjoiin,
corean., pag. 409! to, ingl., pag. 3441. —- 444 — igtizs1oy Google REPERTORIO
to, russ., pag. 175, 176. tocco, tokko, galla, pag. 572.0 tochter, ted., pag.
335. Toddi, pagg. 149 227, 256, 288, 324, 348, 369, 382, 411. tomismo, pag. 379
e segg. Tommaseo N., pagg. 82, 22, 60, 1922, 2382. toki, toki-doki, giapp., p.
1481, TOkyò, pagg. 277, 2952 tokoro, tokoro-dokoro, giapp., pag. 149. ton,
rum., pag. 50. tonno, pag..50. z tonalità dei pronomi, 241. toni, pag. 117!.
tono e significato, 460. tono interrogativo, 277. “topi, giavan., pag. 572.
topologia, pag. 190!. torpedo, 184. toscanismi, 53. totalità numerica, 308.
toutou, franc., 419. tradizione, pag. 153! - e numerazione, 301. trampoliere,
188. tranvai, 190. trapassato prossimo, 147. Trastevere, pag. 264. tre-alberi,
197. trec'ak, croat., pag. 230. tre-cilindri, 197. tre-quarti, 197. tricastain,
tricastinois, fr., 371. tripolino, tripolitano, 370. Trissino G.-G., pag. 303.
troika, pag. 131. trojka, croat., pag. 230. troppo, 395. tunturî, finl., pag.
2723. tsai4, cin., pag. 75. Tsarigrad, pag. 289. Ts'ing, cin., pag. 2951. tsz4,
cin., pagg. 207, 208. tu, pag. 1721. tu, lit., pag. 397. fu, corean., pag. 572.
turin, franc., 379. turkey, ingl., pag. 292!. tus!, spagn., 469. tutore, 188.
tutto, 248, 249, 308. Twins, ingl., 366, two, ingl., pag. 572. ty, russ., pag.
397. Tyche, pag. 2623. ubi, lat., pag. 343, 344. Uganda, 351. ugo, ugò,
kinyamw., pag. 4091, : ugola, pag. 641. uguaglianza apparente, p. 131, uguale
a..., pag. 248 fig. uh!, 456. uhr, ted., pag. 39!. ulema, 186. Umbriel,
astron., 363. umgangssprache, p. 2972. uno, 264. unde, lat., pagg. 2022, 344.
universum, pag. 29!. uomo, 220. uovo, 200, 221. Urali, 258. urang-utang, 192. .
Urano, astron., 363. urì, alban., arab., pag. 571. urr, somaiedo, pag. 2723.
urrah!, 457. | Ursa Mare, rum., p. 282!. Ursa Mica, rum., p. 2821. u scia
Allah!, pag. 3701. uso, 161, 182. uvanga, eschim., pag. 269. Vaccari O. & E.E.,
pag. 811. vaglia, 186 a). vai de mine!, rum., 461. valéricain, franc., 371.
valeur, franc., pag. 124!. valisoletano,
spagn., 371. Valladolid, 371. valore relativo delle affer- N maz. e negaz.,
391. valore dei vocaboli, 309. — 445=- REPERTORIO valore metrico d. aggett.,
332, 333. Vangelo, pagg. 171, 872, 111. vaporiera, 376. Varady E., pag. 97!.
varesotto, 369. varful, rum., pag. 2723. vay, turc., 461. ve, 498. Vecchia
Castiglia, p. 268, 26%. Veccia, Vaglieri L., pagg. 782, 3113. Vega, pag. 284.
veglionissimo, pag. 252!. Veii, 343. Venere, astron., 363. Venezia Giulia, 349.
Venezuela, 351. venire, aus. passivo, 105, pag. 74 - divenire, 105, 136, 137.
ventilatore, 188. « verbal noun », ingl., pag. 94. « verba timendi », lat., 393
verbi, in geogr., 339. verbi ausiliari, 16. verbi composti, 426. verbi forti,
159. verbi meteorologici, 29, 31 verbi transitivi, 107. Verbo, teol., pagg.
171, 873. verbo, 22, 24, 111, 123, 127, 385 - localizzaz. nel tempo, 125. verbo
intransitivo, 40. verbo singol. e plur., 55. verbo sostantivato, 37. verbo
transitivo, 17, 37, verbum, lat., pag. 171. Vergine, astron., 366. verità, 191.
vermut, 197. vespasiano, 379. Vespucci A., pag. 271. Veslot H., pag. 562.
Vesta, astron., 363. vettore, 188. vezzeggiativo, 334. vi, 403, 498, pag. 175.
vi, serbo, pag. 397. via Gaetana, pag. 299. Via Lattea, pag. 284. vicinanza e
lontananza, 236, 499. « viitorul I» e « II » rum.,, pag. 1002. Viminale, 357,
379. virago, 184. Virgilio, pagg. 6, 45. virgolette, 492, pag. 403. virtù, 191,
223. virtù magica della parola, pag. 107! vocabolario, 76, 309. vocabulary,
ingl., pp. 56), 2972. vocale accentata, 191. vocale aperta, 170. vocale chiusa,
170. vocale finale, 183. vocali alte, 84. vocali anteriori, 84. vocali basse,
84. vocali palatali, 84. vocali posteriori, 84. vocali velari,, 84. vocativo,
237, 496. voce verbale, 111. voi, 490 - voi e Lei, pag. 411. Volga, 359.
volontà; 155. Volsinii, 343. volt, 379 - volt, volta, 432. Volta A., 298. von,
ted., 432. Vosgi, 358. vrh, slav., pag. 2723. vy, russ., pag. 397. Waisman F.,
pag. 182!. wana-wana, giapp., pag. 334. Wangsul-lan, giav., pag. 3751,
wan4-wu4, cin., p. 145-146. ware-ra, giapp. pag. 398. warum, ted., pag. 358. —
446 — REPERTORIO watakushi, giapp., 409. pas. watakushi - domo, giapp. pag.
398. we, sass., ingl., pag. 397. Weerley E., pag. 350. weil, ted., pag. 358. Weil E.,
pag. 1161. werden, ted., pag. 732. what, ingl., pag. 2031. what's-his-name, p.
212. whatyoumaycallit, p. 212. whazzit, pag. 2121. when, ingl., pag. 203!.
where, ingl., pagg. 2031, 343. who, ingl., pag. 203!. why, ingl., pag. 358 fig.
Wieland C. M., pag. 2793. Wilder G. D., pag. 2072. will, ingl., 155, pag. 1003,
pag. 3101. Wilson J. L., pag. 3391. wir, ted., pag. 397. wit, got., pag. 397.
woh, woh-woh, giavan., p. 149. woì, cin., pag. 3963. Wohlgemuth M., pag. 349.
wo3-men, cin., pag. 3963. wong - Ja°wa° giavan., p. 3751. Woo K. T., pag. 118.
would, ingl., pag. 3101. wu}, cin., pagg. 572, 3152. Wundt G., pag. 664. x, 194.
xadrez, port., pag. 134. Y, franc., pag. 1743. Yahveh, pag. 33. yama, giapp.,
pag. 274!. Yamazaki I., pagg. 175?, 284. Yamaguchi H. S. K., pag. 3001.
Yarra-yarra, 359. yang?, cin., pag. 145, 146. yang e vin!, cin., 204. Yang-ma,
pag. 2612. Yang-tze-kiang, 360. yazik, turc., 461. Yedo, pag. 2952. yedokko,
giapp., p. 2952. yin! cin., pagg. 145, 146.. Yò, giapp., 204. yu3, cin., pag.
75!. yuki, giapp., pag. 212. Zacchi P., pag. 152. zahraka!, ar., 468. zambo,
pag. 296, 297. Zapotechi, pag. 2931. zecelea, rum., pag. 2272. zecime, rum,
pag. 2272. zen, e lingua giapp., 73. zickzack, ted., pag. 332. zigzag, pag.
332. Zodiaco, 366, pg. 140, 283.
zona verbale, 34. zun-zun, giapp., pag. 3332. Zutano, spagn., pag. 2141.
zweifel, ted., pag. 3572. == dia FINITO DI STAMPARE il 21 Aprile 1947 nello
stabilimento della CASA EDITRICE DE CARLO in Roma i % n Se a cn i n e i N n nn
a rafPalilià_——" posta daC. Nome compiuto: Pietro Silvio Rivetta di
Solonghello. Pier Silvio di Solonghello. Pseudonimo, A. Toddi. Rivetta. Refs.: Luigi Speranza, pel Gruppo di
Gioco di H. P. Grice, “Grice e Rivetta,” The Swimming-Pool Library, Villa
Speranza, Liguria.
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