GRICE ITALO A-Z S SOL

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Solonghello: la ragione conversazionale (Roma). C G Tòddi -- Pseudonimo del giornalista Pier Silvio Rivetta. M. Roma. Ottimo conoscitore di lingue, addetto all'ambasciata italiana a Tokyo, è poi prof. incaricato di giapponese e cinese all'Istituto orientale di Napoli. Ma soprattutto dedica il suo versatile ingegno al giornalismo come direttore dei periodici La Tribuna illustrata, Noi e il mondo, Travaso delle idee, e redattore del quotidiano La Tribuna. Autore di numerosissimi volumi, di vivace stesura, in cui si riflettono i suoi molteplici interessi e una notevole vena di narratore umoristico (Grammatico giapponese; Validità giorni dieci; La pittura moderna giapponese; Itinerari bizzarri; Avventure e disavventure delle parole; Che bella lingua, il greco; Grammatica rivoluzionaria della lingua italiana; Geometria della realtà e inesistenza della morte; ecc.). «Non tutto il male vien per nuocere? Bugia! Ogni male viene per nuocere. Se produce qualche beneficio, è un male fatto male» (S.)  Pietro Silvio Rivetta di Solonghello, noto anche con lo pseudonimo di Toddi, è stato un filosofo, giornalista, scrittore, illustratore e cineasta italiano.  Membro di una famiglia aristocratica di conti originari di Solonghello, nel Basso Monferrato, nacque da Vittorio S. e Chiara De Blasio. Compagno di classe del critico teatrale Amico, il conte S. si laurea in giurisprudenza ed esorde come giornalista al quotidiano romano La Tribuna.  Trova impiego all'ambasciata italiana a Tokyo. Tornato in Italia, collabora a L'Epoca, e successivamente collabora a Noi e il mondo e a La Tribuna illustrata. Poliglotta, S. conosce ben 14 lingue, tra cui il cinese e il giapponese. Appassionato della cultura orientale, ottenne la cattedra di docente di lingua e cultura giapponese e cinese presso il Regio Istituto Universitario Orientale di Napoli. Pubblica inoltre numerosi volumi riguardanti la cultura, la grammatica e la storia del paese nipponico.  Personalità poliedrica, S. si cimenta nel cinema, con la direzione del film Il castello dalle cinquantasette lampade e in seguito con la creazione a Roma della casa di produzione Selecta-Toddi, dove è principale regista e soggettista con lo pseudonimo Toddi, affiancato da sua moglie, la vignettista russa Vera Ангара, Михайловна, prima attrice e anch'ella soggettista della casa. Attiva per poco più di un anno, la Selecta-Toddi produce complessivamente 12 pellicole, come "L'amore e il codicillo", "Fu così che..." e "Italia, paese di briganti?". Tra gl’attori che lavorano nella casa vi sono Jacobini, Pierozzi, Parpagnoli, Malavasi e altri. È nominato reggente consolare in Giappone. Passa a Il Tevere, è direttore della rivista satirica Il travaso delle idee e in seguitò collabora con Il Popolo di Roma. Collabora all'EIAR, e alla radio S. idea, e conduce le puntate di un programma radiofonico, L'ora del dilettante, le cui trasmissioni partirono dall'auditorio di Torino e che è uno dei più popolari del periodo antecedente alla seconda guerra mondiale. In precedenza S. aveva ideato e condotto, insieme a Campanile, un altro programma radiofonico dal titolo Il mondo per traverso, ove narra al pubblico le curiosità incontrate durante i suoi numerosi viaggi all'estero. Il film Validità giorni dieci diretto da Mastrocinque, il cui soggetto era tratto dall'omonimo romanzo di S., ottenne un discreto successo di pubblico e di critica. È direttore della rivista mensile italo-giapponese Yamato, organo della Società degli amici del Giappone.  Sempre agli inizi degli anni quaranta, istituì a Roma la “Scuola del Benessere Integrale”, fondata sul principio del minimo sforzo e del massimo rendimento. S. infatti è tra i padri della demo-doxalogia. Al termine della guerra è docente alla Facoltà di Giurisprudenza dell'Università di Roma.  Scrittore molto fecondo S. pubblica numerosi volumi, inerenti per la maggior parte alla storia e cultura giapponese, ma anche manuali linguistici e divertenti libri in cui "gioca" con le regole grammaticali della lingua italiana, e altri scritti in varie lingue. Opere (parziale) Saggistica Il teatro al Giappone – Milano, Chronologia Japonica - Firenze, Società Asiatica Italiana, Shinto: la religione nazionale dei giapponesi - Roma, Società Editrice Laziale, Una dinastia che crolla – Milano, Un conciliabolo di scienze. Il I Congresso Internazionale di Fonetica in Amburgo - Roma, Noi e il Mondo, La guerra europea e il Giappone - Roma, Scotti, Rettangolo-Film (25x19) - Articolo apparso sulla rivista "In penombra" con lo pseudon. E. Toddi) Storia del Giappone, dalle origini ai giorni nostri secondo le fonti indigene - Roma, Ausonia, La pittura moderna Giapponese - Roma, Istituto Nazionale LUCE, Momotaro - Fiabe giapponesi come sono narrate ai bimbi del Giappone - Milano, Hoepli, Il paese dell'eroica felicità. Usi e costumi giapponesi - Milano, Hoepli, Il benessere integrale (Alimentazione economica e redditizia. L'arte di respirare, Grafoterapia, Tecnica della Felicità) - Roma, De Carlo, Geometria della realtà e inesistenza della morte. Manuale teorico-pratico per la serenità in questa vita e nell'altra - Roma, De Carlo, Linguistica e didattica Rudimenti di Cinese - Napoli, Regio Istituto Orientale, Katakana, testi ed esercizi - Napoli, Regio Istituto Orientale, Hiragana, testi ed esercizi - Napoli, Regio Istituto Orientale, Grammatica della lingua giapponese parlata - Venezia, Ferrari, Come parlano le trincee – Milano, I cartelli indicatori... nei libri dei popoli – Milano, Metodo rapido e ortodosso per imparare il Mah Jongg - Roma, La Tribuna con lo pseudon. Toddi, Guida per la versione automatica dalla lingua latina - Firenze, Bemporad, Avventure e disavventure delle parole. Bizzarrie e curiosità linguistiche, Milano, Ceschina, Guida per la lingua francese viva, parlata e scritta - Milano, Ceschina, Preferite i prodotti nazionali: curiosità linguistiche stravaganti e sagge - Milano, Ceschina, Che bella lingua, il Greco ! - Milano, Hoepli con lo pseudon. Toddi, I numeri, questi simpaticoni - Milano, Hoepli, con lo pseudon. Toddi, Il centauro maltese. Mostruosità linguistiche nell'isola dei Cavalieri - Milano, Ceschina, Giro d'Italia in cerca della buona lingua - Milano, Hoepli, Kanji ye no dai ippo: ideogrammi per il I Corso di giapponese - Roma, ediz. eliografica, Istituto per il Medio ed Estremo Oriente, Nippongo gaikan; Tavole sinottiche della lingua nipponica - Roma, ediz. eliografica, Istituto per il Medio ed Estremo Oriente, Nihongo no Tebiki - Avviamento facile alla difficile lingua giapponese parlata e scritta - Milano, Hoepli, Grammatica rivoluzionaria e ragionata della LINGUA ITALIANA e di orientamento per lo studio delle lingue straniere - Roma, De Carlo, L'anima delle lingue - Firenze, Le Lingue Estere, L'alfabeto parla di sé - Roma, Ave, Bussola inglese d'orientamento linguistico e culturale - Firenze, Valmartina, Narrativa Il carciofo bisestile. Manuale per nascere felici - Roma, Tiber, con lo pseudon. Toddi, Apri la bocca e chiudi gli occhi - 20 dosi di buon senso per la cura del buon sangue (con nove intermezzi) - Bologna, Cappelli con lo pseudon. Toddi, Validità giorni dieci - Roma, Sapientia, con lo pseudon. Toddi) La felicità col manico - Seconda edizione riveduta ed ampliata del "Carciofo Bisestile" - Milano, Ceschina, con lo pseudon. Toddi, Zero in amore - Milano, Ceschina, con lo pseudon. Toddi, Il destino in pantofole - Milano, Ceschina, con lo pseudon. Toddi, Il sorriso dietro la porta. Psicologia casalinga - Milano, Ceschina, con lo pseudon. Toddi, Itinerari bizzarri: curiosità italiche - Milano, Ceschina, Synetikon marca Toddi - Mastice per il buonumore familiare - Milano, Ceschina, con lo pseudon. Toddi, La patria dei punti cardinali - nuova serie di "Itinerari bizzarri" - Milano, Ceschina, Dove le ragazze non possono dir di no - e altri itinerari bizzarri - Milano, Ceschina, con lo pseudon. Toddi, E tu no! - Milano, Ceschina, I 15 ministeri visti da un non-funzionario - Roma, Cremonese, con lo pseudon. Toddi, Il viaggio di nozze di Re Alboino (Viaggiatori e interviste fuori tempo) - Milano, Ceschina, con lo pseudon. Toddi, Filmografia Il castello dalle cinquantasette lampade, L'isola scomparsa, Al confine della morte, Fu così che..., Il miracolo dell'amore, Le due strade, Dva sagapà para, Italia, paese di briganti?, L'amore e il codicillo, La crisi degli alloggi, Per salvare il porcellino, Il suocero di se stesso, Tocca prima a Teresa, Una tazza di thè, Validità giorni dieci, regia di Camillo Mastrocinque, Note ^ Scheda su S. dal sito della Regione Piemonte, su regione.piemonte.it. Amico, Cronache III tomo, Novecento, 2005, p. 561 ^ AA.VV., Gli italiani trasmessi: la radio, Accademia della Crusca, Sica, A. Verde, Breve storia dei rapporti culturali italo-giapponesi e dell'Istituto Italiano di Cultura di Tokyo, Longo,  ristampato in "Tra una film e l'altra: Materiali sul cinema muto italiano 1907-1920" - Marsilio, Venezia Bibliografia AA. VV. - Annuario della stampa italiana (a cura della Federazione nazionale della stampa italiana e del SINDACATO NAZIONALE FASCISTA dei giornalisti - Milano, Garzanti,  AA. VV. - Bianco e nero, vol. 65 (a cura del Centro sperimentale di cinematografia ) - Milano, Il castoro, Bragaglia - Il piacere del racconto: narrativa italiana e cinema,  Firenze, La Nuova Italia, Formiggini - Chi è?: Dizionario degli Italiani d'oggi - Milano, Formiggini editore, Collegamenti esterni Opere di S., su Liber Liber. Opere di Pietro Silvio Rivetta / Pietro Silvio Rivetta (altra versione), su Open Library, Internet Archive. Pietro Silvio Rivetta, su IMDb, IMDb.com.  "Shinbun: il giornale giapponese" - Articolo di Toddi apparso sul settimanale "Novella" (Anno VII n. 6, Giugno 1925), su blognew.aruba.it. Portale Biografie   Portale Cinema Categorie: Giornalisti italiani del XX secoloScrittori italiani del XX secoloIllustratori italianiIllustratori del XX secoloNati nel 1886Morti nel 1952Nati l'8 luglioMorti il 1º luglioNati a RomaMorti a RomaRegisti italiani del XX secoloSceneggiatori italiani del XX secoloProduttori cinematografici italianiCinema muto italianoStudenti della Sapienza - Università di Roma [altre] GRAMMATICA rivoluzionaria e ragionata DELLA LINGUA ITALIANA e di orientamento per lo studio delle lingue straniere con lIO grafici dell'autore e 16 tavole fuori testo DE CARLO. L’Autore e l’Editore si riservano ogni diritto per tutto ciò che, in questo volume, è nuovo ed originale. De Carlo S. R. L. Roma STAMPATO E RILEGATO NELLO STABILIMENTO DELLA CASA EDITRICE DE CARLO AVVERTENZA. Nella trascrizione dei vocaboli stranieri sono stati adottati alcuni ripieghi tipografici. Così, ad esempio, per il rumeno e il turco l's con la sediglia è stato sostituito con il digramma « sh » o eccezionalmente con ‘ «s,», ed il rumeno t con la sediglia è rappresentato con il digramma «ts» o «tz». Nell'espressione gràfica « a0 » -- svedese, giavanese, siamese --, il circoletto deve intendersi sovrapposto all’a; parimenti, nelle forme «C'», «g'», «n’», ecc. l'apostrofo ha valore di accento sovrapposto alla consonante. Nelle voci portoghesi, l'accento circonflesso sta talora a rappresentare la til di nasalizzazione. Per le lingue indiane, americane, africane e vceaniche son stati seguiti i sistemi più comunemente diffusi nelle rispettive grammatiche. Il cinese è reso con grafia italiana, e va quindi letto a modo nostro. Gl’esponenti numerici indicano il tono delle varie sillabe. Per il giapponese si è adottato il sistema R6maji Hepburn, usando l'accento circonflesso come segno di vocale lunga. Il sistema Nipponsiki (Nipponshiki) a, più razionale, ma il R6maji è più diffuso e più semplice, poi che le vocali van sempre lette all'italiana, sia isolate che nei dittonghi, e le consonanti sempre all'inglese. Analoga è la trascrizione del coreano, osservando però che la vocale i dopo a, u ed o equivale allo umlaut tedesco. Quindi kai= ki, uihata = linata, yoi = yÒ. x pos, 2 — de ‘>! Il lettore intelligente correggerà gl’errori di stampa, dovuti alle circostanze eccezionali. Il repertorio – concetto usato da H. P. Grice: avere un procedimeno nel repertorio -- in fondo al volume potrà servire per il controllo ortografico. Essere.  L’energia verbale. Numero e armonia. Non filiazione ma evoluzione. Le cellule del discorso – chioe che H. P. Grice chiama la ‘conversational move’ -- I modi dell’energia verbale, La localizzazione nel tempo, Psicologia, fisiologia e anatomia del verbo i Rel, L’androceo e il gineceo dei sostantivi sw > è Il plurale è a i corte I tipici surrogati dei sostantivi I pronomi integrali Parole-catena e parole Il pronome-specchio e il Sig. N. Ne Le voci determinanti Le voci descrittive Le parole sulle terre, sui mari e nei cieli é Dai luoghi alle persone e viceversa  - I termometri delle azioni e delle qualità, Gli eredi della declinazione, Le voci connettive, Le voci appassionate INTERMEZZO, Quando si è « di scena » Il discorso personale REPERTORIO degli argomenti delle persone e dei vocaboli ln Essere. Iddio è. Soltanto Iddio è. Il verbo “essere,” nel suo significato completo – cf. H. P. Grice, “Aristotle on the multiplicity of being,” H. P. Grice, “Aristotle on being” --, assoluto e senza limitazione nel tempo o nello spazio o nel modo, può usarsi solamente se riferito a Dio. L’essere è indefinibile, perché è il più semplice e generale di tutti i concetti. Non si può tentare di definire l’essere senza cadere in un assurdo, giacché non si può definire una parola senza cominciare con questa: “è”, sia espressa, sia sottintesa – o implicata come preferisce H. P. Grice, che sa greco – anthropos mikrocosmos. Quindi per definire l’essere bisogna dire che è, e così adoperare nella definizione la parola da definire – Pascal. Ma cf. H. P. Grice on Fa – Tom works --. Dell’essere abbiamo diretta intuizione: ed essa è fondamentale. L’oggetto dell'intelletto è ciò che è -- objectus intellectus esi enis. Dalla fondamentale affermazione: esistono enti, ed enti diversi fra loro, si giunge alle più alte vette del pensiero speculativo, pur in aderenza perfetta con l'obiettiva realtà. Il nostro intelletto non può non dare il suo spontaneo assenso all’evidenza oggettiva del reale e dei primi principî in esso impliciti. di La philosophia perennis aristotelico-tomista – AQUINO (vedasi) è la scienza dell'essere. La grammatica perennis è parte della filosofia, in quanto è un settore della conoscenza e della normativa saggezza. cala e ‘essere ? ATL . o î Le. Ae = dA È . 0 \ | 1 { z °° RA Su "ia & \\ ° % VAI Q a - ERE AN mM) Lod gr ° VISSE & ° N I 1°. 7, er. Pad parc Sta Cc sue divo rn — ÈY@ cip Ò CY —...-+ nz, EGO SVM Su ci» VI SVM tz. o al —.. ; Altive MECCA O ” # Did “ é e i. Fid ® ” - Pd ® ld Solamente Iddio « È » (È n) 4. La grammatica è l'insieme delle norme e leggi che regolano il valore e il nesso dei suoni articolati onde esprimere con precisione e correttezza per mezzo di essi (a voce o con simboli grafici che li rappresenti- x Roio RI SOLTANTO IDDIO « È » no) le limitazioni dell’essere, in corrispondenza coll’obiettiva realtà esistente e pensata. e * * *  Iddio è colui-che-è: in lui si identificano soggetto e predicato verbale. In lui non dobbiamo infatti distinguere l’agente dall’azione, poi che egli è atto puro, e la sua essenza non è distinta dal suo essere. Di lui soltanto si può affermare che è. Ed egli soltanto poteva dare di se stesso la adeguata definizione. Ego sum qui sum. Nelle lingue la cui scrittura rappresenta più o meno regolarmente i suoni dei vocaboli. La grammatica assume aspetto diverso per quelle lingue la cui scrittura è ideo-grafica, ossia con SEGNI che simboleggiano DIRETTAMENTE l’idea, indipendentemente, più o meno, dalla loro manifestaziofie orale. Il pensiero formulato è anch’esso una obiettiva realtà: ed è possibile pensare ed esaminare il pensato, come ente a sé: è una realtà psico-fisica, in quanto nessun pensiero umano è possibile senza l’intervento dello strumento fisiologico – o ‘naturale’ come preferisce H. P. Grice -- dell’intelletto, ossia il cervello, nelle cui cellule corticali il fatto del pensiero produce variazioni bio-chimiche specifiche, connesse con quel che si pensa. Da ciò non deve dedursi che il pensiero possa considerarsi una secrezione del cervello. Al contrario, le cellule cerebro-corticali sono tipicamente modificate dall’attività spirituale, pur essendovi sempre tra spirito e corpo un nesso di inter-dipendenza. S., Geometria della realtà e inesistenza della morte, Roma, De Carlo. Esodo. Il testo ebraico dice letteralmente. Disse Dio a Mosè. Sono colui che è “Io sono.” Ed aggiunse: Così dirai ai figli di Israele: “”Io sono” m'ha inviato a voi. È da notare che, in ebraico, “io sono” – il ‘sum’ di Cartesio – H. P. Grice, “Descartes on clear and distinct perception” -- è regolarmente la prima persona singolare del verbo “essere,” cioè Ehyeh, la quale è qui usata perché dio parla di se stesso. Quando invece L’UOMO – e. g. Mose -- parla di dio lo chiama con la TERZA persona singolare dello stesso verbo, “egli è,” cioè Yahveh (Jahvé). La sacra Bibbia. Introduz. e note di Ricciotti, Firenze, Salani. In qualsiasi altro caso il verbo “essere” ha un significato non assoluto ma limitato o RELATIVO – chioe che H. P. Grice chiama IZZING HAZZING --, e perciò è sempre accompagnato da elementi – co-copulativi -- i quali esprimono tale limitazione. La più semplice limitazione temporale può aversi dando al verbo “essere” il significato – ma non il senso che e unico – univocalita -- di “cominciare ad esistere,” es.: “Sia la luce, e la luce fu. – Genesi – cited by H. P. Grice in Intention and uncertainty – FIAT LUX – Let there be light – future intentional, not future indicative; o dando al verbo “essere” il significato – ma non il ‘senso’, che e unico – univocalita -- di “cessare di esistere,” es.: “Ei fu.” -- Manzoni, Il 5 Maggio); o ri-unendo nel verbo essere le due limitazioni a) e D), es.: Il misero orgoglio d’un tempo che fu. – Capponi. Ignoriamo come gl’ebrei intendessero realmente PRONUNZIATO il nome di dio — che è del resto ineffabile ossia innominabile per rispetto, giacché i testi non indicano le vocali. Le quattro consonanti – TETRAGRAMMATAON -- che io compongono -- JHVH -- implicano, comunque, l’idea dell’essere. Non certo nella mente del compilatore dell’esodo puo spontaneamente, o per elucubrazione filosofica alla H. P. Grice, sbocciare una definizione tanto perfetta. Assai più tardi i Presocratici, in VELIA e in Grecia, cominciarono a porsi il problema dell’essere e della realtà, problema che tuttora assilla le menti più acute e più allenate alle profonde speculazioni filosofiche – vide: H. P. Grice, “Aristotle on the multiplicity of being” and H. P. Grice, “Aristotle on being” -- : e nessuna di queste menti – cf. AOSTA -- e di quelle future saprebbe escogitare una sì grandiosa, semplice e precisa definizione. Non è ciò prova luminosa, atta a dimostrare l’ispirazione diretta dei sacri testi? Super-naturali ipse – iddio -- virtute, ita eos – gl’agiografi -- ad scribendum excitavit et movit, ita scribentibus adstitit, ut ea omnia eaque sola quæ ipse iuberet, ut recte mente conciperent et fideliter conscribere vellent et apte infallibili veritate exprimerent. Secus non ipse esset auctor sacrae scripturae universae . Leone XIII, Enciclica providentissimus deus, Enchir. B.. Vanno sotto il nome di Capponi, sia nei manoscritti come nelle stampe, i Commentari dell’acquisto di Pisa; ma par che piuttosto ne fosse autore il figliolo Neri Capponi. Cfr. L. A. Muratori, Rerum Italicarum Scriptores.: said RETTA E SEGMENTI D’ESSERE. Acconciamente, il valore del verbo “essere” può esprimersi con una RETTA, la quale è infinita nei due sensi, per il significato integrale di essere -- iddio è --: possono raffigurarsi con semi-rette i casi a) e bd). Il primo caso è limitato dal punto o momento iniziale: “La luce fu” equivale a “La luce D’ALLORA fu.” Nel secondo caso, la semi-retta è determinata dal punto terminale: “ei fu” equivale a “ei fu [fino a quel RETTA:» “Dio è” 1000000 0000005: I .. “e la luce fu” YTYT SEMI-RETTE i SEGMENTO: I Pili tempo che fu” (8 7) momento]. In tanto però è esprimibile con una semi-retta, in quanto non si tien conto che l’esistenza di Napoleone HA un inizio. Giacché in tal caso l’essere sarebbe rappresentato da un segmento, quale è appunto nel caso c), in cui l’essere è limitato da A e da B. La limitazione temporale, de-limitante il valore del verbo essere nel suo significato di esistenza -- o accadere --, può essere espressa o implicita – chioe che H. P. Grice chiama l’implicatura. La limitazione è espressa quando altri elementi indicano il principio, la fine, o entrambi. I limiti dell’esistenza. Nel verso “Dinanzi a me non fr cose create”—ALIGHIERI, Inferno -- il complemento “dinanzi a me,” ossia “PRIMA DI me,” è chiaro confine temporale. Nel Verso “Nacqui sub Julio, ancor che FOSSE [è] tardi – ALIGHIERI, Inferno --  l'indicazione “tardi,” connessa a “sub Julio,” localizza nel tempo il momento -- segmento d’essere nel senso, o meglio, SIGNIFICATO o USO, d’avvenire, della nascita di VIRGILIO (vedasi). La limitazione è implicita – o implicata come preferisce H. P. Grice -- allorché il soggetto stesso ha valore temporaneo, istantaneo o di durata, Es.: “È primavera.” [H. P. Grice: “Spring exists”] – “Sono tre mesi che...” – “It’s been seven hours and fifteen days” — “Sono le 4 e 40.” “Saranno le tre meno un quarto.” “Era già l'ora che volge il disìo ai naviganii. – ALIGHIERI, Purgat. La limitazione temporale può mancare quando il verbo “essere” sia – è -- accompagnato da una negazione, poi che in tal caso la sua durata si riduce a zero – The king of France aint’s bald --. Es.: “Non c'è modo di...”; “Né creator né creatura mai — cominciò el — figliol, fu senza amore.” – ARIOSTO (vedasi), Orl. Fur. È evidente l’affinità d’“essere,” nel senso – o meglio, significato, implicatura, od uso -- di esistere, in tempo e luogo limitati, e quello in cui essere ha significato di accadere, avvenire, in quanto esiste la realtà dell’evento – cf. H. P. Grice, “Table alla von Wright” in “Actions and Events” – You have not ceased to eat iron – Non cessas edere ferrum --, es.: “Che è?” – “Che è sfalo?.” Nato nel 70 av. Cr., VIRGILIO (vedasi) era appena ventiseienne quando GIULIO (vedasi) Cesare fu assassinato -- 44 av. Cr. --, e forse il Poeta non era ancora venuto a Roma. La corrispondente espressione dialettale romanesca va scritta “Ched è?,” e NON “Che d’è?”. Pascarella scrive: “E mo ched’è laggiù fra li cancelli? -- Er fattaccio. ma l’apostrofo è abusivo, poi che nessuna vocale è RE pai FUNZIONE DEL VERBO “ESSERE” “Quel che è stato è stato. “Gli domandai che della donna fusse” -- Ariosto, Orl. Fur. Il verbo “essere” può avere una limitazione spaziale. Anche questa limitazione, come la temporale, può essere espressa o implicita, es.: “Chi è?,” ossia: “Chi è qui?”. “Sono io!” (id.). “Quel ore è lî.” “Le chiavi del Mediterraneo sorto nel Mar Rosso” – Maneini. Può aversi anche una localizzazione spaziale metaforica – alla H. P. Grice, You are the cream in my coffee: “Im vino veritas” -- sottinteso o implicato: “est”: “Nel vino *è* la verità. In tutti i casi sin qui elencati, il verbo essere ha significato autonomo, ed equivale ad esistere o stare oppure ad accadere, avvenire, senza altra limitazione che quella temporale o spaziale. In tutti gl’altri casi il verbo essere ha la funzione di affermare o negare un'identità: constatare o negare una qualità nel soggetto; constatare o negare nel soggetto uno stato prodotto dall'azione compiuta di un verbo; constatare o negare nel soggetto uno stato prodotto dall’azione in atto di un altro verbo. La grammatica tradizionale confonde le due prime funzioni, ben diverse fra loro, riunendole in una sola, cui vien dato la impudica ed impropria denomi- stata elisa: ched è il latino “quid” -- italiano “che”. La consonante “d” è rarissima come finale, ma l’abbiamo nella parola “sud.” Andava invece apostrofato il “mo',” tronco per “modo.” (= “ora, adesso.” Come il “Ched è?” romanesco va graficamente trattato quello napoletano, pronunziato quasi “Cher è?” Seduta parlamentare. ria  DI «| nazione di “copula.” Se la proposizione è negativa, la grammatica burocratica parla, con patologica contraddizione in termini, di “copula disgiuntiva”!  Ben distinte tra loro sono le due prime funzioni -- es.: “Questo fiore è una rosa canina” — “Questo fiore è bianco.” Quando afferma o nega una identità tra il soggetto e un altro termine, il verbo essere si basa su uno dei principî fondamentali del nostro pensiero, quale è appunto il principio di identità, affermando, o negando, la « me- EGUAGLIANZA a+b=c Ù Ù ---q90c00d- <--- IDENTITÀ I due valori d’essere (8 13) desimezza » della cosa. Allorché diciamo che “l’ipotenusa è il lato opposto all’angolo retto di un triangolo rettangolo” --  non constatiamo una proprietà o qualità del soggetto, ma defi- Per l’inriverenza che ebbono al sacramento matrimoniale, di copularsi prima che avessono la dispensagione. Guicciardini, Storia d’Italia, Firenze, Torrentino. Disgiuntivi si dicono quei nessi che servono di copula negativa di un predicato a un subbietto. TOMMASEO (vedasi). ii EGUAGLIANZA E IDENTITÀ niamo con altre parole la stessa cosa espressa dal sostantivo, o altro vocabolo o insieme. di vocaboli in funzione di sostantivo. Allorché, invece, si afferma che “il quadrato costruito sull’ipotenusa è uguale alla somma dei quadrati costruiti sui cateti -- Teorema di Pitagora --, s’afferma un’eguaglianza, ossia una delle proprietà del quadrato stesso, il quale non è la somma dei quadrati costruiti sui cateti. Questi son due quadrati diversi da esso. Nei primo caso, infatti, il predicato deve essere un: sostantivo, o vocabolo o insieme di vocaboli in funzione sostantivale, appunto perché NON SI PUÒ AFFERMARE L’IDENTITÀ DI DUE COSE DIVERSE, mentre nel secondo caso il predicato ha carattere aggettivale, attributivo, predicativo. Esprime un connotato, una DIODRIEIA, una qualifica. Nel verso dantesco ALIGHIERI (vedasi): “Or se’ tu quel Virgilio e quella fonte...” – Inferno -- il verbo essere esprime un'identità, che è rafforzata dal “quel” e “quella;” e fonfe e Virgilio sono LA STESSA COSA – allora – H. P. Grice on time-relative identity -- che tu. Né deve trarci in inganno l’uso pratico fatto da Forte – “=def.” -- del segno matematico dell’uguaglianza – “=” --, adoperato correntemente per le due diverse funzioni, ossia anche per esprimere l’identità. Riferendosi alle figure qui riprodotte, il segno “=” – cf. H. P. Grice, “SYSTEM G – first order predicate calclus with identity -- ha ben diverso valore nelle ‘due affermazioni: AB = ipotenusa atb=c. Nella prima affermazione il segno significa “è;”nella seconda significa “equivale a,” “è *uguale a*.” Nel simbolismo della logica matematica, escogitata da Leibniz per assoggettare gl’enti logici ad un calcolo simile a quello algebrico – H. P. Grice, EINHEIT WISSENSCHAFT -- e perfezionata da varî filosofi e matematici e specialmente dal nostro PEANO (vedasi), il segno “ε” – l’iota iniziale del greco “esti,” “è,” significa “è,” “è un ...” --Forti, Logica matematica, Milano, Hoepli. Più ristretta funzione ha quindi il verbo essere, ossia quella di affermazione o negazione parziale – H. P. Grice: “Someone is not hearing a noise” --, quando non stabilisce un'identità ma predica un accidente, ec.: “E li parenti miei furon lombardi, e mantovani. – ALIGHIERI – Inferno. – ma cf. Kripke, che pensa che la sua identitia e essentiale a lui. Non è sempre facile distinguere se il verbo essere abbia – o ha -- l’una o l’altra funzione. Ma la difficoltà di distinguerle, in taluni. Casi, non implica che esse siano – o sono -- identiche e neppure analoghe: Nel verso, “Qual che tu sii, od ombra od omo certo” – ALIGHIERI, Inferno -- quale è la funzione di essere – “sii”? Cf. H. P. Grice: “Love that never told can BE” – “Love that never can be told.” La mancanza di articolo lascia propendere per la interpretazione attributiva, qualificatrice. L'esame in profondità di simili casi è utilissimo, addestrandoci alla comprensione dei processi logico-linguistici e psicologico-linguistici. Attraverso questi meccanismi si rivela la peculiare forma mentis di un popolo come l’italiano, e, anche, di un individuo, come io. Un errore – o malapropismo -- di sintassi o di morfologia può equivalere, come sintomo – o SEGNO -- rivelatore, ad una dislalia cui corrisponde una anomalia — sia pur lievissima — fisio-psichica – Tarzan: “Me, Tarzan; thee, Jane.”. — <+_——€@6»@m6_  In realtà, non si è mai tanto idioti da non aver nulla da dire. Se un idiota non parla, s’è perché ha un ostacolo nella formazione dei simboli motori della parola, nella loro evocazione e nella loro esecuzione. Chi pensa, sia pure con immagini ottiche e tattili-muscolari, deve esprimere il suo pensiero. Se l’idiota a-fasico non parla, s’è che manca della percezione dei rapporti fra le cose ce I SEGNI, ha un difetto specifico d’esprimere in simboli verbali le rappresentazioni e i sentimenti che possiede e le sensazioni che prova. Lo sviluppo del pensiero logico e quello della lingua sono paralleli. Bilancioni, La voce parlata e cantata, normale e patologica, Roma, Pozzi – citato da H. P. Grice, “Models of implicature”.  ROVERE (EE NON AUSILIARE MA PRINCIPE * >» %* Inesattamente si dà al verbo “essere” la qualifica di “verbo ausiliare.” Il verbo “essere” è verbo principe, non servo ma signore. Il verbo “essere” vive sempre di vita propria, anche quando ha la funzione di affermare, o negare, uno speciale stato del soggetto, derivante dall’azione di un altro verbo. Non esistono, anzi, altri verbi se non in quanto contengono, come principio attivo e vitale, il verbo “essere.” POSTULARE CHE IL VERBO “ESSERE” SIA OD È “AUSSILIARE” NEL DISCORSO È COME AFFERMARE CHE L’ANIMA È L’AUSSILIARE DEL CORPO. Ogni voce verbale è scindibile nei due elementi logici ed espressivi che la compongono: cioè appunto nel verbo “essere” elemento indispensabile pell’azione, e nell’elemento specifico che determina il tipo di azione. Na Se l’azione s’esaurisce interamente nel soggetto stesso ed ha il suo risultato completo, -- e perciò l’azione stessa è terminata -- il verbo, detto comunemente IN-transitivo – ma cf. H. P. Grice, aIb, a IZZ b, aHb, a HAZZ b, a IZZES b, a HAZZES b -- , si scinde nei suoi due elementi, Il verbo perde infatti le sue caratteristiche “verbali” di “persona” -- prima, seconda, terza --, di dinamismo sotto i varî aspetti – “modo” --, ed assume quelle tipiche dell’aggettivo -- genere: maschile, femminile. Rimane integro invece il verbo essere, per affermare o negare il risultato statico di questo processo dinamico. Nella proposizione “io sono venuto,” il verbo “essere” ha piena vitalità. “Sono” afferma, nel soggetto, il risultato della compiuta azione IN-transitiva di venire. Nella proposizione, “Questo fiore è sbocciato,” il verbo “essere” afferma nel fiore le condizioni derivanti dalla compiuta azione IN-transitiva di sbocciare. In alcune lingue, più o meno sintetiche, questa separazione o scioglimento, che potremmo chiamare “logo-litico” per la sua analogia con il processo elettro-litico — non avviene. Il latino “veni” equivale al nostro passato remoto ed al nostro passato pros- Analogo al processo di elettro-lisi è quello per cui l’italiano scinde il latino VENI nei due elementi dei quali. consta. L’ideo-gramma cinese dell’azione terminata: l'antico segno del bimbo (a), stilizzato dal pennello nella forma moderna (b), ha perduto le braccia (c) pormanco così l’ideo-gramma lia03, (8 the, -- simo. In questo secondo caso, l’italiano lo scinde in “sono venuto,” ossia “sono” – “esisto” -- nelle condizioni risultanti dalla completa esecuzione dell’azione IN-transitiva “venire.”. Nelle lingue interamente analitiche, come l’isolanti, nelle quali ogni idea, anche accessoria, costituisce un elemento a sé, questa compiutezza dell’azione ha una sua speciale espressione fonica, e, nella scrittura, un simbolo specifico. L’ideogramma ci- Ms RISULTATI DELL’ANALISI Non dissimile è ia funzione del verbo essere nelle forme passive. Qui l’azione verbale è compiuta da persona diversa dal soggetto, e può perciò co-esistere nello siesso tempo. L’intera Îlessione passiva latina -- epistula scribitur -- è scomparsa, per lasciare il posto alla cosiddetta forma passiva italiana. La lettera *è* scritta da “littera (= epistula) scripta est. Anche qui il verbo “essere” ha tutta la sua vitalità, né può essere “passivo” – cf. H. P. Grice on P. F. Strawson: The exhibition was visited by the King of France” -- tipico passivo, nella forma e nel significato, è il participio passato del verbo transitivo, il quale ha perso ogni connotato verbale di persona -- 1°, 2°, 3° --, per assumere quello aggettivale del genere -- maschile, femminile. + poi che il risultato dell’azione non è nella persona o cosa che la compiono, ma nel SOGGETO PAZIENTE di tale azione “transitiva,” più esatto sarebbe chiamare “participio passivo” quello che s’accompagna col verbo essere ad indicare tale stato, e che ufficialmente è detto “participio passato.” Questa distinzione e questa denominazione presenta due vantaggi: chiarisce il diverso uso e significato dei due “participî” passato e passivo -- l'uno è proprio il rovescio della medaglia dell’altro. In “Ho letto il libro,” nese per tale idea è stato ricavato dal segno esprimente « bimbo, fanciullo: questo era raffigurato da un neo-nato con le gambe riunite nelle fasce e le braccia aperte -- in azione: rendendo invisibili le braccia, fuse cioè con il corpo -- perché non più in azione -- l'ideogramma così semplificato esprime la compiutezza e il termine dell’azione espressa dall’ideogramma specifico. li segno si pronuncia lido3, o lao? o la, a seconda della maggiore o minore energia affermativa di tale compiutezza. In molte lingue l’indicativo passato – perfetto -- serve anche da participio passato. Il suffisso “-ed,” tipico del passato e participio passato dell’inglese, è la contrazione di “did,” passato di “to do.”
 = il participio /etto è attivo e passato. In “Il libro è letto da me,” il participio letto è passivo e PRESENTE -- e inoltre elimina il ridicolo contro-senso — al quale legittimamente si ribellano i nevizî di grammatica — per il quale il “soggetto” di un “verbo passivo” resta “soggetto” sebbene l’azione espressa dal verbo sia compiuta da altri. Ad un fanciullo che aspira a conoscere, dalla grammatica, l'aderenza delle parole con il pensiero e con i sentimenti, riesce ben difficile intendere che nella proposizione “Pietro (Strawson) è picchiato da Paolo (Grice),” Pietro STRAWSON è il soggetto del verbo “picchiare,’ sia pure in forma passiva. Assai più facile sarà spiegare a quell’anima semplice, ed anche agl’adulti, che Pietro STRAWSON è, ossia ESISTE, ma nelle condizioni di “picchiato”. Al vocabolo corrisponde la realtà obiettiva, il corpo fisico contuso: dolorosa limitazione dell’essere. Ma se Pietro STRAWSON non fosse – Have you stopped beating your wife? --, non potrebbe essere in tale condizione. I mirabili versi foscoliani “Ahi, sugli estinti Non sorge fiore ove non sia d’umane Lodi onorato e d’amoroso pianto” – Sepolcri --  hanno vera vita e bellezza, nell’accento e nel significato, solamente se “fiore” sia – e -- considerato SOGGETTO di “sia,” e questo come vero verbo “essere,” non “ausiliare,”ma completato anzi, predicativamente, dal “participio passivo.” Non v'è ragione legittima per cui, avendo la lingua italiana scisso alcune voci verbali latine nei loro componenti, questa scisssione, rispondente ad una forma di pensiero e di sentimentò, sia negata da un formalismo nominalistico che continua a considerare tempi composti quelli che sono proprio il risultato di una *s*-composizione. IL SOLO VERBO INDISPENSABILE. Resta invece incorporalo nel vocabolo specifico, per formare il “verbo in azione,” il verbo essere, onde conferire a quello vitalità e diretia efficacia, allorché l’azione va più immediatamente espressa. Ideologicamente, però, anche queste forme risultanti sono sempre scindibili nel verbo essere, indispensabile, e nel participio presente: es.: “Quel fiore olezza” = “Quel fiore *è* olezzanie.” Ogni voce verbale esprime dunque l’idea dell’esistenza reale o intellettuale o l’idea di una determinata modificazione unita all'esistenza. “Essere,” pur limitato e modificato, e pur morfologicamente incorporato nelle voci verbali, rimane sempre l'elemento essenziale dell’azione o dello stato espressi d’esse. “Essere” è il solo verbo indispensabile, persino nel limitato, come l’“essere” assoluto è l’unico necessario in senso assoluto.
On pourrait se passer de tous les verbes, excepté de celui-là seul qui, dans chaque langue, est destiné à exprimer l’idée de l’existence ou réelle ou intellectuelle.Landais, Grammaire générale des grammaires francaises, Paris, Didier. Tutte e singole le cose dell’universo si muovono perché sono mosse, causano perché sono causate, esistono perché c’è chi le fa esistere, hanno varî gradi di perfezione perché li ricevono, tendono al fine perché vi sono dirette. Ma non è possibile procedere all'infinito nella serie delle cose che ricevono il moto, la causalità efficiente, l’esistenza, la perfezione, la tendenza finalistica; bisogna arrivare ad un essere che tutto dà e nulla riceve. Se vogliamo spiegare dunque il moto, la causalità efficiente, l’esistenza, la perfezione e l’ordine del- l'universo, al di là dei motori mossi, delle cause causate, degli esseri contingenti, partecipanti la perfezione e diretti al fine, bisogna collocare un motore immobile, una causa non causata, un essere assolutamente necessario, un essere sommo, una suprema intelligenza ordinatrice, Dio. ZACCHI (vedasi), Dio, Roma, Ferrari. l'i “L'energia verbhale. Il verbo è la parte vitale della lingua. Ogni espressione del pensiero a mezzo della parola, se non sia una semplice interiezione, s’impernia sul verbo. Il verbo è la parola fondamentale ed essenziale del discorso. Il verbo è la parola per eccellenza. Tutti gl’altri elementi del discorso servono a limitare e precisare il fenomeno espresso dal verbo. Talora il verbo può rimanere fonicamente -- e quindi graficamente anche – in-espresso – il “Fa” di H. P. Grice --. Ma ciò non significa che esso manchi interamente nella proposizione, la quale è espressione del pensiero: e, nel pensiero, il verbo è sempre presente ed agente. Allorché, ammirativamente, esclamiamo “Bello!”, intendiamo DIRE – indicare --: “È bello!”. Quando invochiamo “Aiuto!,” questo solo vocabolo non avrebbe nessuna -- La parola, in latino, è “verbum”: traduce il logos greco che, psicologicamente, è il termine della cognizione intellettiva, ossia idea, concetto, “parola della mente.” Teologicamente, il verbo è la seconda persona della SS. Trinità, che procede dal padre per via d’intellezione e di vera generazione spirituale. S. Giovanni ne afferma l’eternità, la personalità, la natura divina e la potenza creativa. In principio erat. Verbum. Omnia per ipsum facta sunt, et sine ipso factum est nihil, quod factuni est; in ipso vita erat.  Joh., I,  —upa  efficacia, se l’appello non significasse: “Datemi ailito! Prestatemi aiuto!”; “Silenzio!” non produrrebbe l’effetto voluto, se non fosse detto ed inteso nel significato completo di “*Fate* silenzio!”: persino i cartelli nelle vetrine dei negozi sottintendono altrettanti verbi quanti sono i “concetti” numerici o di altro genere cui si accenna sinteticamente nei cartelli stessi. [INGRESSO | LIBERO | [OGGI FORTI RIBASSI Persino i cartelli nelle vetrine dei negoziî. Nella comune grammatica tradizionale, il verbo e gl’altri elementi si chiamano parti del discorso. Possiamo accettare questa denominazione, pur generica ed imperietta. Ma dobbiamo dividere le “parti del discorso” in tre distinte categorie: a a) il verbo, o parte vitale ed energetica del discorso; | LE PARTI DEL DISCORSO b) il nome o parte sostantiva del diSCOrso; | | c) le parti accessorie del discorso. Gl’uomini sono arbitri di usare i vocaboli a loro piacimento, ma le parole hanno speciali proprietà, indipendentemente dalla pnl; | È Pri d_P stav Sad. ESTR .. sottintendono altrettanti verbi...  volontà di chi le adopera: e perciò esistono leggi grammaticali precise. Taluno ha negato la grammatica normativa, asserendo che la grammatica si impari “leggendo, leggendo, leggendo, e intanto parlando, parlando parlando: come per capire appunto le regole del nuoto, bisogna buttarsi in acqua, e restarvi un pezzo, e muovervisi, e nuotare; e si sa che si impara a patto che Il verbo può esistere anche isolato, ed esprimere un fenomeno generale, senza soggetto e senza complementi. I verbi esprimenti fenomeni meteorologici sono esempi del verbo isolato – H. P. Grice on P. F. Strawson: “It is raining” – what is “it”? -- e senza limitazione: piove, iuora, grandina, nevica, lampeggia... È artificio di grammatisti voler trovare un “soggetto” sottinteso di “32 persona” in questi verbi – detti peraltro “im-personali”! --, che sono la più evidente manifestazione dell’energia verbale non limitata nei riguardi di un “soggetto” – cf. H. P. Grice and P. F. Strawson on ‘substantial’ like ‘Socrates’ being basic in not being able to be a predicate --. La lingua italiana, logica e geniale insieme, non esprime il soggetto di questi verbi laddove altre lingue – come la gallica -- hanno la necessità formalista di dar loro un soggetto grammaticalmente convenzionale Con ciò non si intende affermare che l’energia verbale possa stare a sé, senza una subsiantia. Commetteremmo lo stesso errore nel quale si dibattono i fisici, i UN PO’ D’ACQUA DA PRINCIPIO SI BEVA. GENTILE (vedasi), La nuova grammatica italiana -- Leonardo. Se così fosse, i migliori nuotatori sarebbero coloro che tanto energicamente si sono immersi, inesperti, nell'acqua e tanto hanno bevuto, da affogare. Esistono invece saggissime “regole del nuoto,” alle quali non è estraneo il “principio di Archimede” e sulle quali premono inderogabili leggi cinematiche e fisiologiche. Così esistono norme e leggi grammaticali. Le limitazioni, determinate dai complementi, sono d’altra natura, e sempre “impersonali.” Anche quando diciamo semplicemente “Piove!,” l’affermazione non è illimitata, ma ben definita nel tempo e nello spazio. Il latino plui: -- senza soggetto -- diventa “il pleut,” ossia “egli piove,” “esso piove” in francese. Ciò è dovuto alla forma mentis nordica, che si rivela nelle forme similari dell’inglese – “it rains” -- del tedesco – “es regnet” --, dello svedese – “det regnar.” Omettono invece l’artificioso pronome lo spagnolo – “llueve” --, il portoghese – “chove” -- , il rumeno – “ploua” -- , che non hanno subìto tale influenza. IO NU CHI PIOVE? quali, affermano che “tutto è vibrazione,” confondono “energia” e “materia,” imponendoci di riuscire a concepire che “tutto vibri,: ma che quel “tutto” è la vibrazione stessa. Logicamente ci chiediamo “che cosa vibri.” Parimenti siamo autorizzati a chiederci “che cosa piova, nevichi, grandini, ecc.” E la risposta ci viene spontanea. “L’acqua, la neve, la grandine!”. I latini dicevano “pluit aqua” – cf. cats and dogs -- La “sostanza” -- e quindi il “sostantivo” o “soggetto” -- è per noi implicito nello stesso verbo meteorologico -- facendo ideologicamente corpo con esso. Questa logica interpretazione ci Îa comprendere perché, con il “participio passato” di questi verbi si debba usare il verbo essere, e non mai avere. Si usa sempre essere con il “participio passivo. S’usa essere nelle iorme riflessive, anche per i verbi che richiedono normalmente avere – “egli ha lavato,” ma “egli s’*è* lavato”: a maggior ragione si deve usar essere per questi verbi, nei quali non si tratta di un’azione, ma di un fenomeno che si esaurisce in sé, d’un avvenimento che accade: perciò dire e scrivere “ha piovuto,” “ha nevicato,” “ha spiovuto,” -- Supponiamo che taluno chieda se il camminare, l’esser sano, lo star seduto, e qualsiasi altra cosa di tal genere siano ciascuno un essere o un non-essere. Nessuna di tali cose esiste per natura da sé, né può esser separata dalla sostanza. Sarà un essere ciò che cammina, ciò che sta seduto, ciò che è sano. LIZIO Aristotele Metaphys. – cf. H. P. Grice and P. F. Strawson, ‘Categories’ – ‘Socrates as substatial in that it cannot be a predicate. -- In italiano, “piove” significa “l’acqua cade dal cielo,” o, più scientificamente: “Avviene una precipitazione atmosferica allo stato liquido. Il giapponese usa un verbo unico – “furu” -- per le varie precipitazioni, ed ha quindi necessità di specificare se CIÒ che “cade” – “furu” -- sia «pioggia» (ame), «neve » (yuki), « grandine » (arare), facendo di questi vocaboli il soggetto del verbo. Ame ga furu, yuki ga furu, arare ga furu... Ri), pr  ecc. è altrettanto erroneo quanto lo sarebbe il dire o scrivere “Ha accaduto,” “ha avvenuto,” “ha capitato”: “Questi giorni è piovuto soavemente.” Usati in senso traslato, questi verbi meteorologici cessano di Îar parte di una speciale categoria, possono avere un soggetto, e anche forme del plurale, non essendo più “impersonali” – “Cats and dog rain.” “Vedi ben quanta in lei dolcezza piove” -- Petrarca.  Astrologhi eccelsi d’ogni parie piovono a dire delle stelle il corso. Sacchetti, Rim.). Il verbo “denota esistenza assoluta o modificata” – TOMMASEO (vedasi); esprime positivamente o negativamente ciò che è avvenuto, avviene o ha probabilità di avvenire. Il verbo è tanto più autonomo e generale quanto meno è accompagnato d’altre “parti del discorso,” le quali diminuiscono la sua ampiezza. L’area di significato nel verbo – H. P. Grice, “Fido is shaggy” -- è in ragione inversa degl’elementi determinanti. Nelle proposizioni seguenti, qui date come esempi, è sempre più precisa, ma sempre più ristretta la zona verbale, ossia quella in cui si svolge il fenomeno verbale, nel tempo, nello spazio, nel modo. Piove. Stamane piove. Stamane a Roma piove; Stamane a Roma piove a calinelle. Nella gran maggioranza dei casi, l'avvenimento espresso dal verbo non è è gene- Salvini, Prose toscane, recitate nell’Accademia della Crusca, Firenze, Manni. DI i hi n’ AREA DELL'AZIONE VERBALE -- rale, ma si limita ad uno o più individui, ad una o più cose. Persone, animali o cose cui è limitato il fenomeno espresso dal verbo costituiscono il soggetto, es.: “urna fanciulla cania.” “Hulti quegli uccellini fuggirono.” “Il treno parte.” “Lo giorno se n’andava” – ALIGHIERI, Inf.; “Venga il Regno duo.” “L'area dell’azione verbale è inversamente proporzionale al numero degl’elementi che la determinano. Il soggetto è un nome – sostantivo -- o una parola che ne fa le veci, o un insieme di parole in funzione di sostantivo. L’avvenimento espresso dal verbo può esser limitato non soltanto dal “soggetto,” ossia non esaurirsi in esso, ma completarsi su un altro elemento; es.: “Il soldato canta uno slornello.” Mo, pre  L'elemento della proposizione sul quale si compie l’azione – transitiva -- espressa dal verbo è il complemento oggetto. Anche il complemento oggetto è sempre un “nome” – “sostantivo” -- o una parola -- o insieme di parole -- che ne fa le veci. Il “verbo” è l’elemento vitale ed energico della proposizione. Sel' energia verbale rimane nel soggetto, il verbo è intransitivo. Nei verbi transitivi, invece, avviene la scarica dell'energia verbale -- azione istantanea -- o il Îlusso dell’energia verbale -- azione continua. È forse audace, ma chiarificatore il parallelo tra energia verbale ed energia elettrica. Considerando il fenomeno linguistico del verbo affine a quello fisico dell’elettricità, comprenderemo come soltanto alcuni vocaboli siano “buoni conduttori” dell’energia verbale. Questi sono i nomi –"sostantivi.” Soltanto i “nomi” – o vocaboli o gruppi di vocaboli che ne assumano le proprietà funzionali -- possono compiere o ricevere l’azione espressa dal verbo, es.: “L’uomo pensa.” Il leone insegue la gazzella.” “La goccia scava la pietra.” “La notte porta consiglio.” Oltre il “soggetto” e il “complemento oggetto,” altri “sostantivi” possono limitare indirettamente l’azione espressa dal verbo, ec.: “La fortuna addice agli audaci.” Penetrando nella natura intima dei vocaboli, comprenderemo che i “sostantivi neutri” – speme, spes -- nelle lingue che posseggono tale genere -- non sono tali solamente perché né maschili né femminili, ma perché presentano una certa inerzia rispetto all’energia verbale, e perciò non assumono forme diverse per il nominativo (soggetto) e per l’accusativo o meglio causativo -- complemento oggetto. In inglese questa continuità è espressa dalla scissione del verbo in “essere” e la tipica forma in “-ing” – inglese antico: ‘-and’ latino italiano CONVERSANDO – “Vado a Londra”, “I am go-ing to London. ca DA a INTEGRITÀ DEI SOSTANTIVI Anche aggregandosi Îra loro e con altri vocaboli, e qualunque sia la loro funzione nella proposizione, i “sostantivi” -- appunto perché tali -- non perdono mai le loro qualità e proprietà intrinseche. Quando diciamo “ ur martello di ferro,” il martello resta martello . verbo : verbo intransitivo transitivo Solamente i “sostantivi” e î vocaboli – o insieme di vocaboli – “sostantivati” sono “buoni conduttori” dell'energia verbale. -- e il ferro resta ferro, sia dal punto di vista grammaticale che da quello fisico e ideologico. “Il ferro del martello” è un’espressione diversa, nella quale però i due “sostantivi” conservano integri i connotati, le proprietà e le caratteristiche. Nelle due formule, “un uomo alto” e “un monte alto,” la parola “alto” ha un significato in funzione del sostantivo al quale si riferisce. Nella proposizione “La casa di Cristoforo Colombo è tutta coperta di edera,” i sostantivi -- casa, n. ESSI -- Cristoforo Colombo, edera -- non sono influenzati dalle altre parole con le quali si trovano in connessione. Queste possono variare, senza alterare la forma, la sostanza e il valore dei “sostantivi.” Il verbo “è” afferma l’esistenza di quella casa in quelle condizioni, e perciò dà vita alla proposizione. L’aggettivo “tutta” ha un significato non totale, ma determinato esattamente dalla dimensione del “sostantivo” al quale si riferisce, ed assume anche la forma del femminile, modificandosi cioè a causa di esso; e lo stesso dicasi di “coperta.” Parimenti, non l’articolo la determina il “genere femminile” della casa, ma viceversa: e la preposizione di ha due funzioni diverse nei due diversi casi: di specificazione – cf. H. P. Grice on Hardie, “And what did you mean by ‘of’?” --  -- “di C. Colombo” -- e strumentale – “d’edera”. – “The house of Columbus is all covered of ivy.” Il discorso è l’esposizione dei fenomeni verbali che si svolgono nei sostantivi, sui sostantivi e tra i sostantivi. Questa introduzione apparentemente prolissa serve a dare un concetto unitario della grammatica, collocando al legittimo posto il verbo, elemento attivo, ed il sostantiivo, elemento “sostanziale.” – H. P. Grice and P. F. Strawson, “Socrates is a substantial because it cannot be a predicate and thus it’s basic. Tutte le alire parti del discorso – ONOMA RHEMA da Platone nel CRATILO -- vanno considerate in rapporto con il verbo e con i sostantivi. Esse infatti possono essere: 4) elementi che fanno le veci del nome, assumendone perciò le caratteristiche e proprietà; e sono: a) il pronome; b) l'aggettivo o il verbo sostantivati; B) elementi che determinano o qualificano il nome; e cioò: c) l’articolo – H. P. Grice, the listing of ‘the’ --; d) l’aggettivo; cla LA GRAMMATICA, PRIMA ‘ARTE C) elementi che qualificano 6) modificano l'azione del verbo; e cioè: e) avverbio; D) elementi che esprimono speciali rapporti tra più sostantivi c più verbi, o tra sostantivi e verbi, -- o eventualmente tra più ag-o gettivi e più avverbî -- ; € 10è: Î) la congiunzione; g) la preposizione; E) elementi che esprimono l’intervento passionale di chi parla; e cioè: h) l’interiezione. Come si vede, anche in una visione grammaticale nuova e anti-burocratica SÌ pos- sono conservare le denominazioni tradizionali, purché queste non formino un’arida terminologia da museo, ma concorrano a dare una limpida interpretazione della “rappresentazione: linguistica.” Affinché questa “rappresentazione” -- nella quale il verbo è l’azione, i sostantivi sono gli attori e le altre parole gl’accessorî del costume e della messin- scena -- sia opera d’arte, è necessario che essa sia armonicamente costruita, secondo precise norme che la grammatica deve insegnare. “Arte prima” è detta la grammatica d’ALIGHIERI – H. P. Grice: “And if Austin loved Chomsky it was just because he dethroned logica and crowned grammatica instead!” --, il quale, tra gli spiriti beati della seconda ghirlanda del cielo quarto, collocò l’autore dell’ars grammatica — codice secolare per ben parlare e ben scrivere – “quel Donato che alla primarie degnò porre mano. – Paradiso. Pone Elio Donato grammatico tra i sapienti, in compagnia dei teologi, poi che la parola è dono di dio. E ogni sgrammaticalura è quasi una bestemmia. Re, x VE  LI Numero e armonia. L'esame dei fenomeni linguistici con i medesimi criterî e metodi che si impiegano nella speculazione delle scienze esatte – H. P. Grice: “Well, I do borrow the radicals from chemistry!” -- e per la tecnica ci permette di riscontrare insospettate analogie, convincendoci sempre più che tutto è coerente nell'universo e che a questa generale armonia debbono intonarsi, e normalmente si intonano, anche le manifestazioni umane, Le norme e leggi grammaticali, che regolano la formulazione del pensiero in parole, son norme e leggi d’armonia: armonia dei vocaboli tra loro, e armonia tra i vocaboli e la realtà, obiettiva e pensata. La presente grammatica è è “rivoluzionaria” non nel senso che essa voglia de-molire l’edificio costruito nei secoli – H. P. Grice: “Austin too thought he was the head of a minor revolution!” -- . Al contrario, intende liberarla dalle artificiose super- strutture, dall’occlusioni abusive -- e dalle aperture non meno arbitrarie --, ed anche dalle numerose “scritte murali’ che ne alterano la simmetria e l’estetica, mentre ostacolano l’orientamento, la comprensione logica, l’interpretazione naturale, intralciando non poco l’uso pratico. È detto uni-versum perché riconosciuto unitariamente e armonicamente rivolto – versum -- un unico fine. Fsso è “governato da Dio con una perpetua ragione” -- O qui perpetua mundum ratione gubernas – BOEZIO (vedasi), De Consolatione Philosophiae.  Vedi 8 4. Ree0,, | E  E sembrerà più “rivoluzionaria” proprio iì ove intende semplificare – VIA L’IMPLICATURA DI GRICE COME GRAMMATICA RAZIONALE -- l’interpretazione dei fenomeni linguistici, rendere le definizioni aderenti alla realtà, snellire le regole, dimostrandone l’armonica derivazione dall’indole della lingua e dal buon senso comune – H. P. Grice, “Common sense and ordinary language: the lay and the learned”. Molto ha nociuto e nuoce alla purezza e dignità della lingua italiana l’illegittima identificazione di essa con il dialetto della TOSCANA. È una vecchia pretesa, che Alighieri — cui non si negherà la competenza come autore italiano e come fiorentino — qualifica “insania.” Colla riflessione si formano le idee di relazione, si raggruppano le idee – sintesi -- , o si dividono -- analisi. E quando io adopero la riflessione per analizzare un’idea, e separare ciò che è comune in essa da ciò che è proprio, allora formo quella operazione che si chiama astrazione. L’astrazione si deve dividere dall’universalizzazione; e l’averla confusa è causa di molti errori. Coll’astrazione si toglie via qualche cosa alla cognizione -- p. es. le note proprie; coll’universalizzazione, s’aggiunge, s’amplifica, in una parola s’universalizza: sottrarre e aggiungere sono parole contrarie. SERBATI (vedasi), Saggio sull’origi- ne delle idee. La lingua italiana è, con certi contemperamenti e mescolanze, il dialetto di FIRENZE, venuto a prevalere per virtù propria, per opportunità geografiche e storiche, per l’eccellenza degli scrittori che ebbero a servirsene, fra tutte le parlate della nostra nazione. Rajna. cit, in Fiamini, Compendio della storia della letteratura italiana, Livorno, Giusti. Post hoc veniamus ad Tuscos, qui, propter amentiam suam infroniti, titulum sibi vulgaris illustris arrogare videntur; et hoc non solum plebea demertat intentio, sed famosos quamplures viros hoc tenuisse comperimus. ALIGHIERI, De Vulgari Eloquentia. E Trissino d’ORO (vedasi) efficacemente traduce. Vegniamo a li Toscani, i quali per la loro pazzia insensati, pare che arrogantemente s'attribuiscano il titolo del volgare illustre; ed in questo non solamente la opinione dei plebei impazzisce, ma ritruovo molti uomini famosi averia avuta -- Ediz. Opere, in Verona, Vallarsi. I LINGUA NAZIONALE E DIALETTO Il “risciacquare in Arno” è uno dei peggiori lavaggi cui possa esser sottoposto il nostro idioma, il quale, al contrario, va mondato di qualsiasi impurità regionale, specialmente quando questa sia in contrasto con i caratteri fondamentali e tipici della lingua nazionale. È vocabolo non nazionale, ossia non italiano, quello che non sia inteso e “sentito” ed usato dalle classi colte di qualunque regione d’Italia. È locuzione non nazionale, ossia non è locuzione “italiana,” quella che non sia intesa, “sentita”  e -- Nel più moderni sistemi di insegnamento delle lingue estere è ritenuto importantissimo elemento il “feeling,” ossia appunto il “sentimento” che ogni vocabolo desta in noi. Esso ci stimola direttamente verso l’“immagine” o l’“idea”: e ci dà anche l'esatta “sfumatura” – H. P. Grice: implicatura -- di significato – shades of meaning, Platts, ways of meaning --: così, ad esempio, il vocabolo inglese fair, riferito aggettivamente al “tempo” -- clima, stato atmosferico --, significa “bello,” ma da esso irradia anche un “feeling” – connotazione – atleta/alto – Grice STEVENSON -- di luminosità. Quando, per intendere un vocabolo, dobbiamo ricorrere alla “traduzione” di esso – “shaggy”, ‘hairy-coated’ --, perdiamo questo feeling e quindi non “sentiamo” il vocabolo. Allorché, fuori di Toscana, s’usi un vocabolo o un’espressione regionale, chi ascolta ricorrerà ad una mentale traduzione, e non avrà quindi la possibilità di “sentire” direttamente il vocabolo o l’espressione “che non appartengono alla sua lingua.” Due secoli prima che la filosofia della lingua ponesse così in rilievo questo elemento psicologico del linguaggio, un coltissimo e geniale prete italiano, professore di greco ed ebraico nell’Università di Padova, lo identificava e gli conferiva la dovuta importanza. I termini oltre il senso diretto ne hanno spesso un altro accessorio di favore o disfavore, di approvazione o di biasimo. Questo secondo senso è ora intrinseco, ed ora estraneo. Ma l’estraneo può abolirsi o quando il vocabolo passa da una nazione all’altra, o anche nella nazione stessa col progresso del tempo; e talora uno scrittore riabilita l’onor di un termine, usandolo con desterità e collocandolo acconciamente. Il senso accessorio è quello che distingue fra loro voci sinonime, e la conoscenza di questo doppio senso è una parte essenziale del gusto. CESAROTTI (vedasi), Saggio sulla filosofia delle lingue. SUR usata dalle classi colte di qualunque regione d’Italia. È buon toscano, eccellente fiorentino ed è armonico dialettalmente con Piazza della Signoria e S. Frediano, dire: « Noi si era in ire» o «Ci si vede al tocco!”. Ma è pessimo italiano: e perciò non è “italiano.” È non meno improprio e scorretto che di- re: « Erimo in ire » o « Se vedemno all'una », romanescamente. I due “toscanismi” s’allontanano infatti dalla buona lingua assai più di quel che se ne allontanino i due “romanismi,” pur volgarissimi, in quanto lo “scarto” dei due primi non è di natura morfologica -- come “erimo” e “se vedemo” --  ma *sintattica* -- H. P. Grice and G. J. Warnock. The syntax of illusion – syntax in linguistic botanising --, ossia incide proprio nella struttura e nella forma mentis dell’idioma. “Noi si era in tre” è errato in sede della logica linguistica italiana. Poi che “noi” è il soggetto della proposizione, il verbo deve avere anche formal- Insistendo sull’affermazione che “il vulgare che noi cerchiamo sia altro che quello che hanno i popoli di Toscana -- ALIGHIERI, loc. cit. trad. Trissino d’ORO --, il Poeta sostiene che, altrimenti, anche le altre parlate regionali avrebbero il medesimo diritto. Il romanesco “erimo” si allontana dall’italiano “eravamo” non molto più di quel che se ne allontani il dantesco « eram »: « Già eram desti, e l’ora s’appressava » (Inf.); e nel romanesco « se» permane integro il latino se, anche quando esso si attenua nel «si » italiano. «Quanto ai modi di dire genuinamente romani, essi — secondo noi — oltre il privilegio di essere nati sulle rive del Tevere, autentica espressione del sentimento del popolo, conservano in maniera efficacissima il ricordo vivo e perenne di antiche costumanze, d'avvenimenti e persino di personaggi, il tutto sapientemente velato dalla nebbia o levigato dall’uso.” Romano e Ponti, Modi di dire popolari romani, Roma, Ars. Non poche di tali espressioni hanno emigrato in altre regioni, e parecchie si sono affermate nazionalmente, appartenendo quindi ‘oramai alla « lingua ». Ra. e LOGICA LINGUISTICA “Noisi era in tre” = 3 campanelli suona o nana 0° aoroppononosooso® Peo no L’analogia elettrotecnica dimostra l'errore di un toscanismo “Noi st-erea- in, tre” eravamo ll verbo esprime l'energia vitale rispetto a tutto il soggetto (8 53) «ada  mente l’estensione che ciò che esso esprime ha nella realtà: deve perciò essere espresso in forma plurale. L’espressione fiorentina è mal congegnata quanto lo sarebbe un impianto elettrico nel quale non vi fossero tante connessioni di circuito quante sono le lampade, i campanelli o altri congegni che debbono essere in funzione; e l’intrusione del pronome indeterminato « st» — del quale sarebbe difficile determinare la natura. e il significato — non fa che accrescere la confusione. Lo stesso dicasi della proposizione: « Ci si vede al iocco », nel senso di « Ci rivedremo all'una ». È esatto e corretto dire « Qui ci si vede bene », nel senso generico — e perciò con un « SÌ » generico — di « Qui le condizioni di visibilità sono buone ». È esatto e corretto dire « Qui ci si vede » nel senso di « Qui qualcuno ci può vedere », « Qui noi siamo visibili »: il « soggetto » è generico, indeterminato: la «zona di azione » del verbo è correttamente determi-  « È chiaro che la differenza tra la lingua volgare -- sermo rusticus, H. P. Grice, ‘ordinary language’ -- e la lingua dotta -- sermo nobilis -- non si limita al lessico, ma si estende alla morfologia e, ancor più, alla sintassi. Quanto alla morfologia, la persona dotta, dopo averne ricavate le leggi con lo studio della lingua viva, si conforma strettamente; né può dirsi, per questo, che la sua lingua non sia naturale.” Tondi, La lingua greca del Salento, Noci, Cressati. Qualche grammatica sente persino il bisogno di chiarire che «il tocco» significa «un'ora dopo mezzogiorno; non il mezzogiorno, come s'intende in alcuni dialetti» -- Morandi & Cappuccini, 8 357. E i vocabolari non son neppure concordi nell’accettare -- Tommaseo, Palazzi -- o escludere -- Petrocchi, Zingarelli -- che «il tocco» possa dirsi anche della prima ora dopo la mezzanotte. L’indicazione oraria «il tocco» è «regionale » quanto lo sono le espressioni partenopee «le due meno un terzo » (i ddoie manco ’nu terzo = le 1 e 40), «le nove e un terzo » (= le 9 e 20). Il « terzo » d’ora non è una misura oraria « nazionale ». E, I SINTOMI DELLA COERENZA nata pronominalmente dal «si»; e il chiaro complemento oggetto » è « noi », rappresentato dal pronome « ci », e il verbo è legittimamente al singolare. È esatto e corretto dire « LÌ ci si vede bene » nel senso generico di « Lì le condizioni di visibilità sono buone ». Perciò il pronoine generico «si» è qui legittimamente usato; e il « ci » non è pronome, ma avverbio di luogo (= « Lì ci sono buone condizioni di visibilità ». È esatto e corretto dire: « Cosfì ci si vede », nel senso di « Costì qualcuno ci vede, o può scorgerci », « Costì noi siamo visibili ». Anche qui il «soggetto » è generico, indeterminato: la «zona» dell’azione verbale è indicata pronominalmente dal «si »: e il chiaro complemento oggetto è «noi», rappresentato da ci, che qui è pro-nome. In queste proposizioni tutto è armonico, equilibrato: la logica linguistica è ben disciplinata e disciplinante. « Ficcordo » o « concordanza » implicano armonia: nel campo logico sono il sintomo della coerenza. Per coerenza, il verbo concorda con il « soggetto », poi che esprime l’azione di questo, limitatamente cioè ad esso. © ‘Dev’essere perciò in forma plurale, quando il soggetto è plurale, e singolare quando il soggetto è singolare. Può essere espresso in forma singolare il verbo che sia retto da più soggetti, 1 quali però vengano considerati come un -- È scorretto, artificioso e lezioso dire: « C'è delle persone che non la pensano così». E si arzigo- . gola che si tratta di un verbo «impersonale »! Ma quelle « persone » ci sono, e sono appunto il « soggetto ». «sie  complesso unico, formando cioè una sola idea (singolare). Nell’efficace distico dantesco « Grandine grossa, e acqua tinta e Neve per l’aer lenebroso si riversa » (Inferno) il verbo è in forma singolare, poi che l’infernale precipitazione atmosferica del 3° cerchio è considerata globalmente come un tutto unico, come appare anche dai versi precedenti: « lo sono al terzo cerchio della picva eierna, maledetta, jredda e greve » A quesla pioggia (« piova »), unica, pur se composta, corrisponde un « soggetto » considerato singolare, pur se formalmente plurale, e appunto ciò rende i versi danteschi più espressivi e aderenti alla realtà. Analogo, pur nel significato inverso, perché negativo, è il fenomeno meteorologico-linguistico nel 59 girone del Purgatorio: « Per che non pioggia, non grando, non neve, non rugiada, non brina più su cade... » Purg. Il «soggetto » formale è composto di ben cinque sostantivi, ed è quindi plurale, ma v'è una negatività totale che li fonde, in perfetta corrispondenza con la purezza atmosferica: e perciò il verbo sta in forma singolare. Al contrario, il verbo può avere forma di plurale allorché il soggetto ha significato collettivo o numerico plurale. Anche in questo caso, la « realtà » si impone, es.: « Una immensa turba di persone lo seguivano »; « La metà dei deputati diedero volo favorevole ». In questa concordanza al senso, il soggetto pensato è quello (plurale) de- — (0 LA MISURA È IL NUMERO gli elementi costituenti il soggetto espresso in forma singolare (collettivo). Tale concordanza col pensiero trova espressione anche nella disposizione e persino nella diversa accentuazione della parola. Infatti, il verbo al plurale sarebbe meno armonicamente usato allorché il nome collettivo (singolare) sia posto in evidenza. In ogni caso, alle due diverse formuiazioni -- verbo al singolare e verbo al plurale -- corrispondono due DIVERSE INTENZIONI – alla H. P. Grice -- nel pensiero di chi parla: dicendo « Dei depu- tati, la metà diede voto favorevole », si considera questa metà del corpo parlamentare come un tutto unico, mentre dicendo « La metà dei deputati diedero voto favorevole », si considerano i deputati singolarmente votanti. Singolarmente considerate dal Poeta sono lc anime componenti la « schiera » dei Sodomiti: « Quando incontrammo d’anime una schiera che venìan lungo l’argine, 2 ciascuna ci riguardava come suol da sera guardar l’un «altro sotto nuova luna ». Inferno. E, pur nel particolare minuto, la prova della grande armonia, della « misura e del numero », che reggono tutta la mirabile struttura della Comedia. La misura e il numero regolano il Creato: «patet quod rerum diversitas exigit quod non sint omnia aequalia, sed sit ordo in rebus et gradus». AQUINO (vedasi), Summa contra Gentiles, Il vero credente spontaneamente e fervidamente si intona a questa universale armonia: l’artista credente vi si ispira, sì che essa si riflette nelia struttura dell’opera d’arte. « L’alta fantasia di Dante costringeva se medesima in una rigida disciplina, al « fren dell’arte » -- Purg.: e può esser curioso notare che dei 14.233 versi onde il poema è coposto, 4.720 costituiscono la I cantica, 4.755 la II, 4.758 la III; e delle 99.542 parole, 33.444 la I, 33.379 la II, 32.719 la III. Ciascuna cantica si chiude poi con la parola stelle. Scherillo, Le origini e lo svolgimento della letteratura italiana: Le Origini: Dante, Petrarca, Boccaccio, Milano, Hoepli. a È La sintassi — ossia l’ordinata disposizione delle parole nel discorso, ed il coerente nesso tra esse — è regolata dal pensiero, e non viceversa. La sintassi ha le sue norme e regole, in quanto queste son conseguenti a quelle del pensiero razionale e affettivo, L’armonia e la coerenza grammaticali e sintattiche non vanno cercate soltanto nella forma, ma, entro e dietro il fenomeno linguistico, va sempre indagato quello logico e psicologico – chioe che H. P. Grice chiama ‘intention-based’. Così molte apparenti contraddizioni e stranezze linguistiche vengono chiarite, e rientrano anch'esse disciplinatamente nella generale armonia. Un'analisi superficiale può farci apparire discordanti l’articolo e il sostantivo della comune espressione: « fe ore una » -- o semplicemente « le una ». Tali espressioni -- analoghe a « lire una » « chilogrammi uno » -- derivano dalla preesistenza di un modulo mentale, corrispondente a quei materiali moduli nei ‘quali bisogna riempire i « bianchi », e che hanno una dicitura fissa: peso: chilogrammi... prezzo: lire... (asta a8s11) Sullo spazio bianco di questo modulo mentale applichiamo -- quasi scriviamo mentalmente-- il valore numerico – “zero tolerance” -- specilico, lasciando al plurale la formula fissa preesistente: e diciamo perciò «chilogrammi uno », « lire una e ceniesimi 50 », « ore una », « le -- In questi moduli l’indicazione metrica è al plurale, poi che la probabilità che il numero da scrivere nello spazio bianco sia superiore ad 1 è assai maggiore che non il caso contrario. Aa L’ARITMETICA È UN’OPINIONE? ore una », e anche semplicemente «/e una ». Il verbo, coerentemente, assume la forma del plurale, accordandosi con il modulo fisso: « Sararmo le ore una ». Sarà bene, però, evitare queste forme, che sanno troppo d’orario ferroviario e di ragioneria: il sostantivo metrico, preposto in tal modo al numerale, serve ad esprimere una precisione pedante: « lire cento » -- ‘couple lires -- son proprio esattamente 100 lire, mentre « cento lire » -- a couple of lires -- può anche avere un valore approssimativo. Paradossale regola può apparire quella che prescrive il verbo al singolare quando il soggetto sia « più d’uno », es.: “Più d'uno la pensa così.” “Più d’uno” è evidentemente plurale, sia nell'espressione che nella numerica realtà. ‘L’aritmetica è dunque un’opinione? Possiamo però chiederci, appunto con matematica pedanteria, in che punto della progressione aritmetica incominci il « plurale ». Evidentemente, poi che non possediamo il « duale » -- che bello e il greco – S. e H. P. Grice – ambidue --, il plurale incomincia con il numero 2. L’èspressione “più d’uno” è però matematicamente e psicologicamente diversa da « almeno due » -- H. P. Grice on ‘some’ at least one – at least two --: v’è uno stato d’animo e un’indeterminatezza per cui, pur oltrepassando l’« uno », non specifichiamo oltre. L’espressione « più d’uno », ha -- « Ore una » significa piuttosto « un’ora di tempo », mentre «le ore una» ha valore indicativo del momento. I DUE SIGNIFICATI SON BEN DIVERSI. Nel primo caso si indica un « segmento » di tempo, nel secondo un « punto » nel tempo: ed infatti alcune lingue hanno due vocaboli ben diversi (es.: Stunde e Uhr in tedesco). i -- A dimostrare come non tutti i popoli la pensino allo stesso modo, e quindi differentemente si esprimano, è interessante notare che in russo, ad esempio, il significato è approssimativo quando il sostantivo metrico PRECEDE il numero: rubljéi sorok è « cir- ca cento rubli », mentre sorok rubljéi ha valore più preciso. Dall’antico ‘indo-europeo, il duale, conservato nel greco in Omero, scomparve nel latino – ma cf. ambidue --. sii Bois quindi un valore simile a quello che in matematica st chiama «asintotico »: tende cioè al «2», ma non lo raggiunge. Inoltre, la presenza del chiaro ed alquanto enfatico « uno » — sul quale infatti cade l'accento principale e significativo dell’espressione — acutizza nel- l’espressione stessa il carattere e ii « sentimento »  di unicità, ossia del « singolare », concorrendo a farci prescegliere appunto la forma singolare del verbo. Altrettanto singolare, ma proprio in senso contrario, appare la regola che impone la forma del plurale per il verbo retto da due sostantivi singolari disgiunti però in modo che, nella realtà, uno solo sia il vero e proprio soggetto: si dovrebbe dire « O Tizio o Caio sposerà Sempronia », poi che uno solo dei due convolerà a nozze con lei – cf. O. P. Wood and H. P. Grice, O. P. Wood, review, Mind – “No passageway: “She is in the kitchen or the bedroom” – bigamia -- , ma si dice correntemente e correttamente « O Tizio o Caio sposeranno Sempronia »; e, in ogni ca- -- Non si confonda l’asìntote, termine matematico, che esprime la «tendenza » geometrica di una curva verso una retta senza mai raggiungerla (e la corrispondente «tendenza » aritmetica o algebrica), con l’asìrndeto, che è l’omissione di congiunzioni nelle enumerazioni: « di que, di là, di su, di giù li mena -- Inf.. Il numero 1,9 è assai vicino al 2; e ancor più lo è il numero 1,99; l’approssimazione cresce aggiungendo ancora i 9/10 dell’unità dell’ultimo ordine espresso; ma anche 1,999999999... non è 2, né pur proseguendo in infinitum, si potrà raggiunger mai il 2. Tra i due valori vi sarà sempre non soltanto una differenza, ma un « salto ». Gli stessi Leibniz e Newton sentirono che qualcosa di insidioso s’annidava - - matematicamente c filosoficamente -— nell’arduo probiema, ma non riuscirono a capire con chiarezza di che si trattasse: e ciò condusse — e conduce — non pochi matematici e filosofi ad « una idea erronea, che per molto tempo ha gettato un’ombra assai oscura sulle basi de! calcoio infinitesimale ». Waisman [esilato da Germania a Oxford], Introduzione a! pensiero matematico, Trad. ital., Torino, Einaudi. Vedi 8 52 a pag. 28, nota. SERI. IS nd PSICOLOGIA E GRAMMATICA so, non si può dire altrimenii che « O Caio o io sposeremo Semprottia » con il verbo al plurale, sebbene il vero soggetto sia singolare, e Sempronia non possa esser BIGAMA, il che è appunto escluso anche formalmente dalla disgiuntiva « o ». 8 qposerd . D sposerò “’Sposeremi N (0 empronia Un plurale (« sposeremo ») che NON IMPLICA bigamìa...  Il caso è interessante: ed è grammaticalmente e psicologicamente complesso. È evidente che «o Tizio sposerà... o Caio sposerà...»: ma entrambi hanno questa « possibilità », e ciò è espresso appunto ‘dalla forma plurale, determinando con essa l’« area verbale », la quale comprende l’azione di entrambi i soggetti. Abbiamo, grammaticalmente una somma dei due singolari, e cioè: sposerà -- sposerà = sposeranrio. È evidente che, in casi simili, la forma plurale del verbo è obbligatoria allor- sla la)  ché, usando quella singolare, non si avrebbe la concordanza di « persona » con il soggetto: bisognerebbe poter dire: sposerà 5 «O Caio o io sposerò Sempronia », ciò che non è possibile – o Caio sposera o io sposero Sempronia -- : onde la necessità del plurale, comprensivo delle due forme. – cf. I promesi sposi – due maschi? -- Il problema non si pone neppure al. lorquando la congiunzione « o » (o altra equivalente) non ha funzione separativa – dilferenziativa -- ma dichiarativa poi che in tal caso Il soggetto è non soltanto singolare, ma unico: si dirà perciò: « La miosotide o occhi della” Madonna o non-ti-scordar-di-me o falco cele- ste è una borraginea », poi che si tratta di un unico soggetto, di un’unica pianta, della stessa cosa. Le altre « denominazioni », dopo la prima, non hanno neppure un loro articolo, appunto perché sono in pura funzione dichiarativa. Si dirà invece: « Lo strofanto o la digitale curano l'arilmìa cardìaca», pur se uno -- Nel testo di questo paragrafo la proposizione « La congiunzione « o », O altra equivalente non hanno funzione separativa» è un altro esempio della apparente discordanza tra il verbo (forma. plurale) e il soggetto -- sostanzialmente singolare --, in quanto una particella separativa esclude l’uso dell’altra equivalente. Abusivamente taluno dice « il miosotide »: il sostantivo è di genere femminile: etimologicamente significa « orecchio di topo », ma poi che la nozione di ‘tale significato non si presenta con il nome, esso ci appare assai più poetico. Si noti anche come un'intera proposizione può « sostantivarsi »>: non-ti-scordar-di- me è un «sostantivo ». a -- La corretta pronunzia «strofànto » è ora rispettata soltanto da alcuni vecchi medici e dagli insegnanti di botanica e di farmacologia. Le « classi giovani» e men legate alla tradizione dicono « stròfanto », sì che probabilmente tale forma finirà per imporsi. Già i latini dicevano che « Graeca per Ausoniae fines sine lege vagantur », non intendendo però che.i vocaboli greci potessero esser pronunziati a capriccio: so Ala ® PENSIERO E REALTA dei due medicamenti esclude l’altro, nel soggetto grammaticale e nell’uso. Il numero, nel significato grammaticale, esprime la singolarità o la pluralità del sostantivo: perciò con esso deve concordare, in forma plurale o singolare, ogni vocabolo che esprime l’azione o lo stato o la qualità o quantità del sostantivo, disciplinando il pensiero in armonia con la realtà. « È nel vero colui che pensa esser diviso ciò che è diviso, e composto ciò che è composto; e nel falso invece chi la pensi altrimenti che le cose non siano. l'accento era regolato o sull’accento greco o sulla « quantità » della penultima sillaba: il vocabolo poteva esser quindi pronunziato o « alla greca » o «alla latina ». Così « stròfanto » è ‘pronunzia « alla greca », e « strofànto » alla romana. Aristotele, Metaphys, VI, 29. Ma 66 ® « “ a Non filiazione,, ma “evoluzione, RI RI A rin (Iv) 64. LA LINGUA ITALIANA NON DERIVA DELLA LATINA, MA È LA STESSA LINGUA LATINA, in un grado ulteriore della sua evoluzione. Una delle più antiche frasi in latino arcaico che ci siano rimaste (« MANIOS MED VHE- VHAKED NUMASIOI »)  differisce dal latino classico (« MANIUS ME FECIT NUMASIO ») assai più di Quel che il latino classico differisca dall’italiano («MANIO MI FECE per NUMA- SIO »). Se chiamiamo « latino arcaico », cioè latino nella Prima fase del suo sviluppo, quello di cui abbiamo campioni i quali tanto si allontanano dalla lingua di CICERONE (vedasi), di GIULIO (vedasi) Cesare, di VIRGILIO (vedasi) e degli altri classi- ©!, non meno legittimamente possiamo considerare “latino » l'idioma in cui ALIGHIERI (vedasi), PETRARCA (vedasi), Boccaccio - _— nel li È l'iscrizione su una fibula d’oro, LAI la sal Lin una tomba di Palestrina e conservata nel- « Mu i XL del Museo Preistorico ed Etnografico (già So Kircheriano »), a Roma. i cn f sla Volta, grande è la differenza che inter- doc parle Prime frasi italiane che si trovano nei TMiRti del Medio Evo, a cominciare dai secoli VII dere deb Italiano d’ALIGHIERI. p. es.: (anno 759). « Red- 960): « S “ uno soldo bono expendibile » — e fini ke I dC ko (= «so come ») kelle terre por kelle Sedette ») € Monstrai trenta anni le possette (= « pos- "te Sancte Marie». — Cfr. E. Monaci, 'estoma>j, è A ; ch ; Ì ttà di Castello, 18gocaliana dei primi secoli, 3 voll., Ci e gli altri grandi classici italiani composero i loro capolavori, e che è, strutturalmente e sostanzialmente, anche la lingua italiana dioggi. ua B11814AM TMT ap MANIOS MED VHEVHAKED NVMASIOI MANIVS ME FECIT NVMASIO A . fece Maniîo mi hé fatt 5 per Numasto Lat. arcaico * Lat. classico :: Lat. classico Italiano In alto: l’antichissima fibula romana (6 64) 65. Tra le lingue dette neo-latine, l'italiana non è, quindi, la « discendente » diretta del latino, ma la CONTIUAZIONE di esso. Le altre lingue neo-latine si diversificarono dal latino, ossia ne derivarono e ne sono quindi la filiazione, per le stesse cause che, in Italia, determinarono a formazione dei dialetti. Pa  Un dialetto –cf. H. P. Grice, idio-lect, coined dopo S. -- assurge all'importanza e funzione di lingua allorché sia « portato alla scrittura e sia diventato mezzo di espressione di una collettività per i suoi bisogni letterarî, politici, amministra- tivi... ». P. Savj-Lopez, Le origini neo-latine, Milano, Hoepli. Per i dialetti italiani è interessante constatare « come le linee degli antichi dominii linguistici ed etnografici pre-romani corrispondano fedelmente ai confini dialettali moderni. Pullè, Le origini dell’Italia contemporanea, Bologna, Monti. Analogamente, le linee che delimi- 4 46 FORZA FONICA E FORZA ANALITICA AI di sopra di tuiti i dialetti italiani si è formata la « lingua italiana », ossia si è sviluppato in latino moderno il latino parlato. Due fattori hanno principalmente concorso a trasformare la lingua latina tanto che essa divenisse la moderna lingua italiana, la quale è sostanzialmente quello che Alighieri usa e fissa nella Divina Comedia. Questi due fattori agirono come due vere e. proprie forze deformanti: possiamo perciò denominarle lorza Îîònica, tendente alla vocalizzazione e, al tempo stesso, alla eliminazione dei contrasti consonantici e delle consonanti finali; e forza analitica, tendente a scindere le forme sintetiche nei loro elementi ideo-logici. Colla declinazione la lingua latina da a ciascun «caso » del sostantivo, degli aggettivi e dei pronomi una particolare desi- = tano i territorî delle varie lingue neo-latine -- spagnolo, portoghese; francese o gallo-romano, ladino, rumeno -- coincidono con quelle etnografiche dei popoli spagnolo, lusitano, gallo-celtico, daco-danubiano. Se la lingua latina è considerata « madre » di questi idiomi, la « paternità » -- maternita -- va” attribuita a ciascuno di detti popoli: e quindi il processo è di « filiazione », e non di « evoluzione » come nella lingua italiana. Anche i nostri dialetti derivano dalla lingua latina per « filiazione »: non la lingua italians. — Cfr. Toddi, Giro d'Italia in cerca della buona lingua, Milano, Hoepli. « Il lessico neo-latino non è formato soltant dal latino volgare, ma anche dal latino letterario, il quale con l’altissimo prestigio della cultura pone il suo suggello sull’unità idiomatica già creata dalla conquista romana: e ancora una volta potremo ripetere che le lingue neo-latine continuano veramente non il latino volgare ma tutto il latino. P. Savj-Lopez. Usiamo il verbo « deformare » non nel senso di « render deforme » o «guastare la forma», ma semplicemente in quello di « alterare la forma, modificarla ». cad forza fonica x forza analitica quei che il latino perse irta PALI cCaresrosgIT o rene vente 0a Rie è N è . . > 7) . Z3A - 9 A ci Po 4 z i ° D : rà ISAIA F A piana na PARA LAROOGI28 8 a ZE a; b'-quel che Ge @ 2 suoni lessicolibi [#f D' x nie ( \ ) we db 5) S dro Sul latino, rappresentato dal quadrato ABDC, hanno agito le due forze ® e a, sì che, come in un parallelogramma di fisiche forze, la risultante ha sollecitato tutto il quadrato a deformarsi, in modo che il punto p passasse in p’. Il lettore immagini il quadrato formato da un filo di ferro, e facilmente lo vedrà assumere la forma del rombo AB'D’C della figura II, in cui il punto p è passato in p’, e tutta l’area si è de- formata, non coincidendo più con quella che il quadrato occupava: ha abbandonato alcune zone (AC°CA, ossia a, e AB’ BA ossia b), e queste rappresentano ciò che, del latino, è andato perduto, sia nella pronunzia che nel lessico: ma la superficic della lingua italiana si è estesa oltre l’area della lingua latina, ed ha coperto nuove zone, sia nei suoni (C°D’°DC’ ossia a’) che nel lessico (B'D’'DB’ ossia b’) Oramai le due figure debbono apparire chiare al lettore. (8 67) BE, gs . 40.000 DISPOSIZIONI DIVERSE nenza, la quale ne esprimeva la funzione sintattica: era quindi possibile riconoscere la funzione stessa indipendentemente dal posto occupato dal vocabolo, e senza necessità di speciali « preposizioni » che la indicassero – H. P. Grice, “I, me, mine” --. I due versi con i quali, dopo i nove introduttivi, ka inizio il racconto nella 22 favola di Fedro, si compongono di 10 parole: « Ranae vagantes liberis paludibus clamore magno regem petiere a Jove ». Comunque vengano disposte tali parole, il significato della proposizione rimarrebbe inalterato e perfettamente comprensibile. Ciò è possibile appunto in virtù delle tipiche desinenze dei « casì ». L’abolizione delle terminazioni tipiche avrebbe reso impossibile il riconoscere la. « funzione » dei vocaboli declinabili, e implica perciò la necessità di indicare (con la – La lingua latina, però, non è «sintetico » al punto da eliminare totalmente le preposizioni, le quali esisterono sin dai primordi di tale lingua. Ne è esempio il « complemento d’agente » a Jove. Il latino arcaico ha il « caso locativo », esistente nel sanscrito, rimasto poi soltanto per alcuni vocaboli. Ed è sintomatico che, a misura che si risale nel tempo, la paleo-linguistica ci mostra lingue sempre più complesse e complicate, fenomeno che non depone certo a favore della teoria secondo la quale la parola sarebbe un’invenzione umana. Soltanto l’espressione «a Jove » è inscindibile, e l’ablativo magno non dev’esser collocato in modo da poter esser ritenuto riferito a Jove: ogni altra disposizione è teoricamente possibile, e i due versi significherebbero sempre: « Le rane scorazzanti per le libere paludi chiesero con gran strepito un re da Giove ». Il fecondissimo e geniale sacerdote matematico Ozanam calcolò che 8 chie- rici possono disporsi in 40.320 modi diversi! (J. Oza- nam, Récréations mathématiques et physiques, Paris. Altrettante disposizioni, e più, potrebbero quin- Ai prendere le 10 parole dei due versi di Fedro. RAR, (> pete PORTOGHESE: . peixe FRANCESE: poisson RUMENO peste Sat ar bere E 0 0 TE 0 e 5 atum PORTOGH, thon - FRANC. ton RUMENO Dalla lingua latina alla lingua italiana. Se la cosa rappresentata subisse le medesime trasformazioni che il vocabolo che l’esprime, il pesce o tonno sagomato nel quadrato della lingua «latina» si modificherebbe prendendo la forma sagomata nel rombo della lingua « italiana ». Si constata che la modificazione è coerente e proiettivamente regolare, appunto perché la lingua latina è « evoluzione » della lingua italiana. Ciò non avviene per le altre lingue, dette neo-latine: ‘elementi estranei al latino concorrono a. determinare un fenomeno non di « evoluzione » ma di « filiazione », nel quale cioè la lingua latina rappresenta uno dei genitori. Delle differenti forme che, nei successivi stadî evolutivi, i vocaboli hanno assunto prima di consolidarsi in quella attuale, abbiamo innumerevoli docu- 600 ‘IL TRAMONTO DELLE DECLINAZIONI. posizione più o meno fissa dei vocaboli nella rase e con l’uso di altri vocaboli specifici) in quali rapporti sintattici stessero le parole fra loro. Ciò corrisponde, del resto, alla tendenza analitica che si anda sempre più affermando nell’indole della lingua latina. Le due « forze » modilicatrici svolgevano, così, un’azione concomitante e interdipendente, in quanto la semplificazione fònica delle finali determinava la necessità della scissione analitica, e questa, a sua volta, rendeva inutili le terminazioni tipiche — o « desinenze » — dei casi. Né tale duplice ed armonico processo si ridusse alle sole « declinazioni »: anche i « gradi di paragone » degl’aggettivi e le « coniugazioni » dei verbi subirono lo stesso destino. Comparativo e superlativo ed alcune voci verbali assunsero forma analitica, scindendosi negli elementi ideo-logici, ossia nelle « parole » corrispondenti alle singole idee componentimenti nei testi delle lingue più diverse. E assistiamo anche a fenomeni evolutivi linguistici che si svolgono sotto i nostri occhi, nel corso di una sola generazione in periodi ancor più brevi, e possiamo riconoscere le cause che determinano tale « evoluzione », perfettamente identificandole. Il principio evoluzionistico geologico di Lyell può esser accettabile, poi che gli strati terrestri sono la concreta documentazione dei successivi stadî. Ma si può legittimamente rimaner saldamente aderenti alla teoria della « fissità della specie » sostenuta dal buon vecchio Linneo nel campo biologico e respingere le teorie trasformiste di Lamark e di Darwin quando queste si presentano tanto sprovviste di « pezze d’appoggio » documentarie, e pretendono imporci una degradante concezione della nostra origine presentandoci soltanto qualche isolato resto di osso, miserrima documentazione che pretende esser « probante » di un fenomeno quantitativamente grandioso: l’evoluzione del genere umano attraverso i millenni! Anche da questo punto di vista lo studio dei fenomeni linguistici è profondamente istruttivo ed ammonitore. La « parola» italiana non ha dunque la medesima «area di significato » che quella latina, allorché questa sia sottoponibile a « Îlessione ». Tipico delle « lingue flessive » — alle quali continua ad appartenere la nostra pur nella sua semplificazione analitica — non è soltanto il fatto che alcune « parti del discorso » assumono forme diverse per le varie funzioni, ma anche ii fatto che tali vocaboli non possono usarsi che in tali forme « flesse ». Ed a ciò corrisponde una non meno tipica forma mentis, quindi con un diverso sviluppo logico-linguistico. Nella lingua greca, nella lingua latina — come in san- scrito e nelle altre lingue « flessive » — la parola « idea » non poteva essere espressa — e quindi « pensata » nel pensiero discorsivo — se non in « nominativo » o « genitivo », o « dativo », ecc., al singolare o al plurale. Finche în italiano, noi dobbiamo dire o « idea » o « idee ». Tipico delle lingue non flessive -- «isolanti » -- è invece la possibilità di esprimere -- e quindi di pensare – Occam, sermo mentalis non ha casi -- anche nella connessione discorsiva -- l’idea pura da ogni specificazione sintattica o grammaticale. E perciò è più appropriata la denominazione di « lingue isolanti » che quella di « lingue monosillabiche », in quanto la loro monosillabicità è un connotato puramente fònico teorico, limitato alla lingua scritta -- oggi incomprensibile senza l’ausilio compensatore della speciale grafia. Nella espressione orale, tali lingue -- quali il cinese, il siamese -- uniscono più sillabe -- generalmente due -- per costituire quelle unità fònico-ideologiche che i moderni grammatici cinesi chiamano ming?-tsz? (letteralm. « espressioni denominanti ») ossia « vocaboli » -- cf. H. P. Grice, “Utterer’s meaning, SENTENCE-meaning, WORD-meaning” – what is a ‘word’? -- Cfr. Aldrich, Hua yù hsiù chih: practical Chinese, Peiping, Vetch. Tipico invece è che in tali lingue ogni elemento ideo-logico semplice costituisca un’entità linguistica a sé, inalterata e « isolata ». Le lingue a g- glutinanti rappresentano lo siadio intermedio fra. le « flessive » e le «isolanti »: posseggono « desinenze », ma queste conservano una relativa autonomia, e si attaccano semplicemente -- si « agglutinano » -- al vo- 69 La _- MENTALITÀ ED ESPRESSIONE La conoscenza di una lingua non soltanto nei suoi aspetti morfologici superficiali. ma in profondità, e lo studio razionale e ragionato della sintassi permettono di comprendere la mentalità del popolo che in quella lingua ha la sua coerente espressione. Utilissimo è perciò io studio ragionato della grammatica italiana, come preparazione indispensabile per ben imparare le lingue estere e per comprendere la peculiare indole di ciascuna di esse. Le lingue flessive sono coerente espressione di quei popoli che, come i mediterranei in genere e particolarmente i latini, hanno per caratteristica fondamentale della loro forma mentis la determinatezza e la precisione, e la innata tendenza a conoscere la realtà per via SPERIMENTALE, analitica e razionale. Gl’asiatici invece, e particolarmente gl’etremo-orientali, e specialissimamente i giapponesi, son portati per natura e per tradizionale allenamento alla comprensione intuitiva e sintetica. Non è facile, per noi, concepire che si possa pensare all’idea « mano » senza associarla ad una mano concreta, e noi determiniamo —- anche mentalmente — se si tratta di una o più mani, e la pensiamo ò le pensiamo in riposo o in azione, oppure, ma successivamente, nei due diversi stati. Perciò, al diverso numero e alla diversa condizione corrispondono « voci » diverse o in diversa funzione: il sostantivo « mano » non può essere espresso che al singolare oppure al plurale ed avere funzione di soggetto, o di complemento oggetto, o di strumentale, ecc. Ad un giapponese, invece, il vocabolo « mano » -- l’idea «mano » --, rappresentato da un «ideogramma », desta l’idea astratta di « mano», aderente più al simbolo – Saussure EQQVS -- che alla realtà, mentre, al tempo stesso, egli ha la rappresentazione intima della mano concreta, né cabolo senza alterarlo (« fletterlo »).  Hamit, Méthode directe et combinée pour l’étude de la langue rurque, Instanbul, Imp. Hamit Bey singolare né plurale, e simultaneamente egli può f- gurarsela (o piuttosto intuirla) in riposo ed in moto, mentre, sempre sinteticamente, l’ideogramma gli rappresenta tutte insieme le differenti pronunce che l’ideogramma può assumere. Così l’idea «idea» può esser considerata nell’astrazione più completa – the idea of idea, the meaning of meaning, citato da H. P. Grice --, pur aderendo, simultaneamente, a tutto ciò che possa avere comunque una struttura ideologica. Negli esercizî religioso-psicologici della sètta buddhistica Zen, la « meditazione » o « concentrazione » ha un carattere tutto speciale, che questi due nostri vocaboli non riescono a rendere, e che sarebbe difficile definire con parole nostre. Ma colui il quale abbia veramente compreso la struttura della lingua giapponese avrà fatto un gran passo per intendere che cosa sia lo Zen, e come in esso possa esser la chiave di tutta la psicologia giapponese, permeando ogni manifestazione spirituale e pratica, familiare e sociale, sentimentale c razionale. Non sembrino Îuor di luogo, in una grammatica italiana -- che però è « ragionata » -- queste note su una lingua ed un popolo così distanti da noi: servono a determinare un estremo dell’ampia gamma nella quale possono classificarsi le lingue in considerazione della -- Ogni « ideogramma », normalmente, ha almeno due pronunzie diverse in giapponese, quando non ne ha parecchie: il segno « mano » si può leggere te, specialmente se isolato, oppure, nei composti, te, shu, zu; l’ideogramma « idea » è letto Kangae e ké. Su que- sta almeno duplice lettura e le sue ragioni, cfr. S., Nihongo no tebiki: avviamento facile alla d:f- ficile lingua giapponese parlata e scritta, Milano, Hoe- pli. Questi esercizî sono molto praticati non soltanto dai sacerdoti e novizi, ma anche dai laici. E vi sono altre pratiche frequenti. le quali hanno sostanzialmente lo stesso fine di allenamento dello spirito all'equilibrio. Tra queste, la celebre « cerimonia del tè ». S., // Paese dell'eroica felicità: usi e costumi giapponesi, Milano, Hoenli. Come non è facile definire la dhyana indiana, dalla quale essa deriva. DR, LA GAMMA DELLE MENTALITÀ «mentalità » che a ciascuna di esse è con- nessa (1). * * %* Denominiamo « parola » in senso generico l’espressione orale, ossia fonica e articolata, del pensiero, o anche la forma del dire. Nella «selva oscura », Virgilio dice a Dante: « Si ho ben la tua parola intesa » (Inf.) ossia: « Se io ho ben capito quel che tu hai detto » -- « ciò che tu INTENDI dire » -- H. P. Grice, intention-based. Più genericamente ancora va interpretata la « parola » allorché Virgilio interrompe il suo dire nell’Anti-purgatorio: « E com'egli ebbe sua parola detta » (Purg.) ossia « appena egli ebbe finito di parlare ». Equivale invece a «favella », cioè «facoltà di parlare » allorché Buonconte da Montefeltro dice al Poeta: « Quivi perdei la vista e la parola». In questa gamma, ad esempio, la lingua inglese occupa un posto diverso da quello che si supporrebbe, ossia a notevole distanza dalla nostra lingua. Il vocabolo “hand,” – cf. Grice, ‘shaggy’ -- ad esempio, non evoca in un anglo-sassone soltanto l’idea di « mano », ma anche quella delle sue possibili attività -- verbo to hand, ecc.. Il fatto che, in inglese, quasi ogni sostantivo di origine sassone possa aver anche funzione verbale fa sì che lo «stimolo ideologico » del vocabolo sia diverso che nelle nostre lingue. Più raro è tale abbinamento per i sostantivi di derivazione latina, specialmente se polisillabi: sicché un inglese italianato – diavolo incarnato -- « sente » in modo diverso un vocabolo sassone e un vocabolo latino, pur se ne ignora la diversa provenienza. Alcuni dantisti sostengono che la proposizione (e perciò il senso) non terminano con la fine di questo verso dantesco, e leggono, con diversa. inter- punzione: e Quivi perdci la vista, e la parola nel nome di Maria finii... ». ossia « conclusi il mio dire pronunziando il nome di Maria ». ua  Parimente diciamo che taluno «ha /a parola facile », o che « la parola ha tradito il suo pensiero ». Oltre questi significati generici — e perciò senza pretesa di precisione — la parola « parola » ne ha anche uno specifico, e serve ad indicare l'insieme dei fonèmi – cf. fonetico, fonematico – Luigi Speranza, unita etica ed unita emica – H. P. Grice – inter-soggetivo -- che esprimono un'idea. In tal senso la parola è l'elemento costitutivo del discorso, equivalente appunto a ciò che l'ELEMENTO – alla GIRGENTI -- è nella chimica e ciò che la cellula è nella fisiologia. Nei suci significa:i generici, la « parola » -- in lingua latina: PARA-BOLA -- è semplice facoltà di esprimersi e l'espressione nel suo insieme: nel secondo senso, specifico, ha valore determinan'!e l’unità fondamentale del discorso. In questo secondo senso, « parola » ha significato affine a « vocabolo ». Il vocabolario di una lingua è la raccolta delle « parole » -- o « vocaboli » -- in uso in quella lingua. Il francese usa “parole” nel senso generico, e “mot” – italiano: motto -- nel senso di « vocabolo »: « C'est pour faire usage de la parole que le mot est établi. On a le don de la parole et la science des mots. GELLNER/Foucault, Les mots et les choses. Girard, Les vrais principes de la langue francaise ou de la parole reduite en méthode, cit. in Landais, Grammaire générale des grammaires francaises, Paris. In inglese, vocabulary ha un significato ancor più specifico: significa il particolare « repertorio di ‘ vocaboli » -- e. g. Grice’s Aunt Matilda’s ‘runt’ – under-sizd person -- di una branca scientifica o che siano noti ad una determinata persona -- idioletto. « My English vocabulary is very poor » significa « Il mio repertorio di vocaboli inglesi è molta povero». ossia « Non conosco molti vocaboli inglesi ». Questo è uro dei numerosi esempî i quali dimostrano che il significato di un « vocabolo » può variare da lingua a lingua, pur quando l’aspetto resti assai simile: e ciò può facilmente trarre in inganno lo studioso. Cfr. in proposito, l'eccellente volume di Rossetti, Tranelli dell'inglese,  Firenze, Le lingue estere; e H. Veslot & J. Banchet, Les traquenards de la version anglaise, Paris, Hachette LA PAROLA E LE PAROLE La « parola» (in senso generico: «facoltà di parlare ») è dono divino; è. universale e generale nel genere umano; le « parole » -- cioè i vocaboli -- -- cf. langue/parole Saussure -- hanno invece. aspetto fonico, uso e valore diverso presso i diversi popoli. Formati che ebbe il Signore Dio daila terra. tutti i volatili del cielo, li condusse ad Adamo, acciò vedesse come chiamarli; il nome infatti col quale Adamo ‘chiama ogni essere vivente, è il suo vero nome. E Adamo chiama coi loro nomi tutti gli animali, e tutti i volatili del cielo, e tutte le bestie della terra. Genesi, traduz. Ricciotti. Non vi è quindi un nesso universale per cui a determinati suoni articolati corrispondano determinate idee definite. Vocaboli di lingue diverse possono coincidere fra loro per suono, e significar cose del tutto. diverse nelle rispettive lingue. Così troviamo, ad esempio, non poche parole che si direbbero italiane ver la loro pronunzia, ma che hanno tutt’altro valore significativo in lingue prossime e lontane: è noto che burro, per gli spagnoli, significa « somaro », bisofio (pronunziato « bisogno ») equivale al nostro vocabolo « recluta »; facultativo è il « medico »; amo, che per noi è voce del verbo amare. significa « padrone » in spagnolo ed è negazione in coreano; in giavanese topi è «cappello » .e mitra è « amico »; per gl’albanesi, gas vuol dir « gioia » e urì è « fame », mentre per gl’arabi le urì son le note fanciulle semprevergini del paradiso coranico; panna è la «signorina » polacca; affàr significa « onesto » in amarico; in russo, pagoda è il « tempo » (stato atmosferico), e scirocco vuol dir «largamente »; /argo vuol dir «lungo » per gli Spagnoli. Il monosillabo tu, che per noi è pronome, vale « due » in coreano ed in inglese (two): tocco è « uno » in galla, salassa è «trenta ».in tigré, sfo è «cento » nelle lingue slave, mentre otto, in giapponese, significa « marito ». Nella lingua telefonica ed in usi similari, gli anglo-sassoni usano oggi il semplice suono o per indicare lo «zero » (es.: 307 = three-oh-seven), mentre lo stesso suono rappresenta il « cinque » (dal cinese ww) in sinico-coreano. Per noi, la sillaba « su » esprime l’idea di «sopra» -- preposizione e avverbio: in francese significa « sotto » -- sous, preposizione --, e anche « soldo » (sowu) e « satollo » (sot), ed in cinese vuol dire « informare », ed in basco « fuoco »; e giù, in giapponese, vuol dir « dieci »... sit Nel suo formarsi, ogni « parola » esprimente un'idea ha dovuto necessariamente stabilire anzitutto un nesso ed un confronto con altre nozioni conosciute già: partire da queste, per individuare, definire e de-nominare l’idea da esprimere: ha eseguito quasi quell’operazione di tiro, con cui, stando ‘| Dopo aver descritto una « parabola », una « parabola » è una « parola... »  i . in un punto, si mira e si colpisce un altro punto: perciò, nella sua formazione, ogni « parola » ha descritto una TRAIETTORIA o « parabola », proprio come quella di un proiettile che, emesso dal punto di partenza -- significato originario o etimologico --, va a colpire con precisione l’”idea” da Fopnimicre -- significato reale e d’uso. Ed è « parabola » anche nel senso di « racconto allegorico », -- H. P. Grice, echatological -- poi che si serve di allusi oni ad a!tro per individuare e definire l’idea. L’uso corrente confonde « parabola » e « traiettoria », sebbene, geometricamente, sian due curve ben diverse. — \4 NJ L'EQUILIBRATO ED EQUILIBRANTE REALISMO L'etimologia è branca linguistica interessante e divertente, poi che ci rivela insospettate origini delle parole e insospettate « parabole » che esse hanno percorso per arrivare al significato attuale. Così, ad esempio, l’etimologia ci rivela che da parabola è venuto parola. Dopo aver compiuto — in tempo più o meno lungo e con vicende varie — la sua traiettoria o parabola, ia « parola » si fissa a rappresentare l’idea specifica – Humpty Dumpty Impenetrability – Luigi Speranza --, salvo a mutar valore col procedere del tempo e attraverso nuove’ vicende, in connessione con un'evoluzione ideologica e come riflesso di un’obiettiva realtà. Il processo evolutivo delle lingue neo-latine, e specialmente quello della lingua italiana, si svolge in armonia col progresso scientifico-filosofico – H. P. Grice to Austin – no, to Warnock – how CLEVER language is! --, ossia con criterio analogo ad esso. Alcuni popoli hanno una mentalità prevalentemente intuitiva – Those spots mean measles, those spots ‘mean’ measles --, talora in contrasto colla « razionalità »: la mentalità latina-italiana ha una struttura sillogistica sintetizzante ed analitica: essa ha maturato quell’equilibrato realismo che, da Socrate a Platone, da Aristotele – la dialettica atenense -- alla mirabile sintesi scolastica. Dal verbo sophizo, « render sapiente » che lo forma, il vocabolo «sofista » qualifica in origine il dotto argomentatore, onesto addestratore degli altri sul cammino della saggezza; ma il prezzolato cavillar dei « sofisti » altera il valore del vocabolo, applicato perciò poi a indicar una trista genìa di pseudo-filosofi. Parimenti l’ingiusto dominio esercitato con violenza fa sì che il vocabolo « tiranno », originariamente significante « Signore, Principe, Sovrano », -- cf. H. P. Grice, ‘Can discs be square?’ -- acquistasse il truce valore che ha oggi. Al contrario, il vocabolo « martire », che in greco era semplicemente « testimone» (martyr), si circonfuse di gloriosa aureola, per l’eroica condotta di coloro che soffrirono tormenti e morte per « testimoniare » come vera la dottrina professata. Le « parole » costituiscono, così, anche l’indelebile registro del bene e del male, rispondendo armonicamente ad un fine generale di giustizia. 12 004 medievale – AQUINO (vedasi) -- , e attraverso i filosofi veramente italici -— e non importatori di nebbie nordiche — sospinge sul cammino assolato e mediterraneo della limpida conoscenza, il nostro intelletto al fine di porlo in armonia -- e quindi aderenza, adaequatio -- con l’obiettiva realtà. Questa armonia tra lo spirito e la realtà costituisce la « verità ». Pure la grammatica, fissando le « norme » RAZIONALI – H. P. Grice reasonable/rational -- del discorso, e disciplinandolo affinché risponda ai suoi fini, è tecnica -- ossia « arte » -- e « scienza »: e, come tale, è anche branca della « saggezza ». In processu generationis humanae semper crevit notitia veritatis». Duns Scoto, Theoremata. = 60 \ Le cellule del discors. Ogni discorso è formato di « parole ». Nel parlare, però, nessuna sensibile separazione fonica isola una parola dall’altra. Possiamo, in casi speciali — H. P. Grice, soot, suit -- ossia per valorizzare con l’espressione le varie idee — distaccare con pause una parola dall’altra, e dire, ad esempio: « È questa la quarta volta che....». o nelle esitazioni, es.: n « Insomma... non... vorrei... » È un artificio, o il risultato di incertezza, timore, ecc.; e le medesime cause possono produrre una pronunzia eccezionale, nella quale persino le sillabe sono articolate ben distinte una dall’altra: « As-so-lu-ta-men-te no! » -- cf. H. P. Grice, “STRESS – Ab-so-blooming-lute-ly!” Ma nemmeno in questi casi eccezionali è possibile sciogliere quei legami fonici che servono di saldatura acustica tra due o più parole; p. es.: « L'ho av-ver-ti-to per l'ul-ti-ma vol-ta ». Questa fusione Îònica avviene in tutte le lingue. Nessuna di esse è pronunziata parola per parola separatamente. Oitre la « pausa », si può avere una separazione ancor più violenta (pur se assai più breve) tra i suoni del discorso: l’« occlusiva laringea », ossia la completa chiusura della rima delle corde vocali. I tedeschi, allorché pronunziano la lingua italiana, non dicono “ioavevoancoravuto” -- io avevo ancora avuto -- , ma “io*avevo*ancora*avuto,” ponendo questa occlusione Ad esempio, la proposizione francese « Zls y ont DI retrouvé leurs bons amis d'’il y a trois ans», che è composta di ben tredici « parole », viene pronunziata correntemente in tre gruppi fònici: ilziòn riruvé loer- bonzamì diliatruazàn. Una delle maggiori difficoltà per chi oda parlare una lingua a lui poco nota, è appunto il riuscire a identificare i confini Îra parola € parola. Se poi egli sia assolutamente digiuno di quella lingua anche l’analisi più minuta non gli permetterà di stabilire dove. nella successione dei suoni ch’egli ode, cadano tali punti separativi. La divisione del discorso in « parole » è mentale e logica. Ed è tanto importante da influenzare persino la struttura fonica della « parola», la quale si afferma anche così come entità a sé. Nelle lingue regolate dalla legge dell'armonia vocalica, l’unità della « parola » come entità a laringea nei punti qui indicati con asterischi. Ma, in tedesco, tale frattura fonica si può avere anche nel corpo della parola: ad es.: « das Amtsalter », « l’an- zianità », si pronunzia « das*amts*alter »; -— in « beer- ben », « ereditare », vi è fra i due e un distacco (« be* erben » — che manca invece in « Beere », « bacca, aci- no ». È ben strano che nessun manuale per l’insegnamento del tedesco esponga questa importantissima caratteristica della pronunzia tedesca. È un appunto (il solo) che si può fare anche a Ferrero, Elementi di fonetica della lingua tedesca, Modena, S. T. mod.. Assai utilmente si potrà consultare: Panconcelli-Calzia, Experimentelle Phonetik, Berlin u. Leipzig, Géòschen. Pur nelle lingue che hanno l’accento in posto fisso – cf. H. P. Grice, conTENT, CONtent -- sempre sulla prima sillaba della parola, come in ungherese o in finnico; oppure sempre sull’ultima, come in francese -- tale connotato non è sufficiente guida alla separazione acustica, poi che si attenua nelle parole secondarie ed è invece accompagnato da accenti – H. P. Grice, STRESS -- secondarî nelle parole lunghe. Beyer und Passy, Elementarbuch des Gesprochenen Franzéò- sisch. Gòthen, Schultze. ea HIER L'UNITÀ DELLA « PAROLA » sé è sentita a tal punto che, in una stessa « parola » si trovano normalmente o soltanto «vocali basse » -- posteriori, velari --, o soltanto « vocali alte » --anteriori, palatali. | etkergettem. 1) A macskal az asztal alòl: (D tupakanpolito oni tall kielletty vocali alte \ (anteriori) P Ì . (2) 1 ra I (8) ù (y) vocail | - N basse a lingua € (a) (posteriori). Esempi di « armonia vocalica »: 1) ungherese: « Ho scacciato il gatto di sotto la tavola »; 2) finlandese: « Vietato fumare »; 3) turco: «Per un innamorato, Bagdad non è lontana» (proverbio) – cf. It’s a long way to Tipperary. L’equivoco interpretativo per il quale il dialetto romanesco dice « un apis » credendo – malaprops, an otter, cherry -- che lapis sia « l’apis », e per il quale abbiamo in italiano « la matita », formatasi da « l’ama-  La pronunzia popolare turca trasforma perciò l'italiano brillante in pIrlanta, modificando in / e a (vo- cali « basse ») i due nostri i, che sarebbero in contrasto con l’a accentata, la quale dà fisonomia fònica alla parola. Parimenti, dal francese congrès il turco popolare forma congrà. Il nome di Karagoòz, il noto protagonista del cosiddetto «teatro delle ombre », contrasta apparentemente con l’armonia vocalica, avendo vocali delle due specie: esso prova invece che, in turco, Kara-g6z è considerato composto da due parole: e infatti significa « Occhio (géòz) nero (kara) ». ii  lita », conferma tale sensibilità che il popolo ha della « parola », i cui confini vengono così stabiliti: in modo erroneo dapprima, per diventare definitivi. Anche la lingua italiana ha leggi fòniche particolari per l’inizio e la fine delle « parole », pur se queste, nel discorso, sono pronunziate legate le une alle altre, riunite in gruppi di respiro. Le leggi e norme delia buona pronunzia e della corretta scrittura formeranno un volume a parte – cf. H. P. Grice, suit, soot --. Qui sono però indispensabili questi cenni fonetici per definire il valore e, anche grammaticalmente, la funzione della « parola ». Molti popoli, nello scrivere, non usano la separazione tra parola e parola, rappresentando così,  __——r—r—r—r——_ 6  Per ematite (haematites), ossia « sanguigna », che designò una pietra da disegnare color sangue. Viceversa il francese chiama l’ugola «la luette », per aver creduto parola unica « l’uette » (da uvulette), cui premette perciò un secondo articolo. Una successiva interpretazione popolare -- a Parigi e nell’Est della Francia -- ha poi fatto sì che «/a luette» apparisse « l’aluette », e, per attrazione paronimica, anche l’ugola è divenuta «l’'alouette ». Sicché questa popolare « rondine » (alouette) inesplicatamente annidatasi in fondo alla bocca, non è che un chicco d’uva (uvuletta), proprio come la nostra « ugola (per uvula). Abbiamo delle vere e proprie idiosincrasìe – cf. H. P. Grice, idioletto -- foniche iniziali di parola: pur possedendo l’articolo maschile plurale gli, sempre prevocalico o precedente gruppi consonantici complessi (s impura, z [cioè is o ds], ps, gn, x [cioè Ks]), non abbiamo nessuna parola incipiente per tale suono: eppure diciamo, con raggruppamento fonico, « gl’ingegni, « gl’In- diani », ecc. Nessuna. parola, in basca, comincia per r; e chi si chiami Ramòn diventa Erramon in Biscaglia o Guipuzcoa. Arrigarai, Euskal- Irakaspidea: Gramàtica del Euskera, San Sebastiàn, S. Ignacio. Men buono, per lo studio del basco, il Método pràctico del Euskera, di M. de Inchaurrondo, Pamplona, Aramendia; povera cosa è il volumetto La lingua basca, di Portal, Milano. ina Ri mi mint + nontiinet Aziz oceania delemic ver asciariolmso mr ue ini iii siii derit iii ri DL e ii rr phi ai iii demi Rem tn ir entire im I d i de io © ©) O te a) fine O è n via (© ao) hs] mM uo ©) e le altre «part verbo Il RR RENTTRI ala l'TTOTo Cal tititrofe;tit TS 13 PIPE IRIZ,ZIA PIT dRtT Re Se RS PERL III TITIOR I <jo elia POILIticRaziot sat È | NARA AE VIII ADISONI ANDSION DI PON, a A GAARA SIATIZIA IRE A Ln II « Il tocco» è espressione regionale ... ($ 53). In alto: Piazza della Funicolare, a Capri, In basso: Firenze e l’Arno, da Palazzo Vecchio con il profilo della campana «la Martinella >, ii di agito © sg + . ae PAROLA E GRAFIA graficamente, la sola pronunzia, indipendentemente cioè dalle idee connesse con i suoni. Anche in sanscrito la scrittura era «seguitata » (kramapàtha): L’India ha dato un grande contributo alla grammatica e alla logica grammaticale, ma anche ora l’isolamento « parola per parola» (pada- pàtha) è più o meno commisto con la grafia « conte- sta ». Nella lingua italiana, l'isolamento grafico delle parole si afferma quando la lingua era già solidamente costituita, Di | Oggi non ci è facile leggere un testo nel quale le sillabe siano graficamente riunite come esse sono oralmente emesse: abbiamo bisogno di vederle raggruppate non come esse lo sono nella nostra voce, ma come lo sono nel nostro pensiero. Tale fenomeno è sintomatico, poi che rivela la forte tendenza analitica che è peculiare nell’indole della lingua italiana. Nel succedersi delle generazioni, ossia nel suo sviluppo, il genio della lingua – H. P. Grice: “How CLEVER Italian is!” -- ha compiuto costantemente un lavoro di indagine analitica. Come i fisiologi hanno ricercato nella struttura dei tessuti orga- Preziosa fonte filologica è l’antichissima grammatica indiana, che raggiunse la vetta nell’Astadhiaii (« Le otto sezioni [grammaticali] »), trattato comprendente circa quattromila regole, compilato da Pànini, vissuto, secondo alcuni, nel V secolo av. Cr. e che, con Vararuci Katiàiana e Patafijali, forma la triade dei grandi grammatici indiani. Secondo Pànini, la grammatica ha sì grande importanza, che la conoscenza profonda di essa può bastare per raggiungere la salvazione. Il grande filologo danese Jespersen – citato come JESPERSON da H. P. Grice (his editors) -- non esita a proclamare l’opera di Panini « la più completa grammatica esistente per qualsiasi lingua, viva © morta ».  In essa vale come criteria di separazione l’interpunzione oppure il non collegamento tra vocale finale e la seguente. tu e Mg rate” SERE det n ent ani SITE RT MV dt Sen no VENERE "POI. RT n Sese © Nd Sharing ii aeneon dai  micati  l'elemento unitario fondamentale, così la lingua italiana cerca di isolare l’unità biologica della lingua. Chiamiamo testo l'insieme dei vocaboli che sono organicamente disposti a formare un discorso -- il « testo » scritto è la rappresentazione con segni del « discorso » orale: e « testo » significa « tessuto ». In anatomia chiamasi «tessuto » il complesso di cellule che formano i varî organi del corpo. Il microscopio ha permesso la scoperta « cellula » -- H. P. Grice, “The theory of text and context – tissue and cell.. Quel che nel tessuto vegetale e animale è la « cellula », nel tessuto linguistico è la « parola ». L’isolamento della « parola » rappresenta quindi un progresso, in quanto attesta una più intima conoscenza, una più approîondita analisi del processo psicologico-linguistico. È un brutto neologismo: « organicato » è in uso da alcuni scienziati per definire quei composti e aggregati che non sono solamente « organici », ma di struttura co-ordinata ad un fine unitario.  Textus, donde textum, è il participio passato (e participio passivo) di texere, e perciò « tessuto ».  Per il fisico Hooke, che diede il nome alle « cellule », queste non possedevano una propria individualità – cf. A-TOMO – atomic semantic, cellular semantic --: erano semplici « cavità » in una massa fondamentale: « il primo naturalista che ha messo in vera luce la struttura cellulare nei vegetali è stato il nostro Malpighi », R. Galati Mosella, / più significativi trovati della citologia, Milano, Sonzogno. Dai fenomeni linguistici noi potremo trarre delle conclusioni sui caratteri generali del pensiero. Le forme diverse del pensiero, nel loro incessante mutamento, reagiscono sulla lingua, mentre questo influisce dal canto suo sul carattere del pensiero: noi non possiamo ammettere che i pensieri dei nostri antenati remoti, si siano svolti nelle stesse forme nostre; anzi, tali mutamenti avvengono sicuramente, sia pur in minor grado, in periodi molto più brevi. Wundt, Vòlkerpsychologie, trad. ital. (« La psicologia dei popoli »), Torino, Bocca. Ù Po — ESA LA CELLULA DEL DISCORSO La « parola », appunto come la cellula, è la più piccola entità significativa del discorso. Non si può quindi scinderla senza pregiudicarne la funzione, ossia il significato – soot, suit, H. P. Grice. Nel processo analitico, allorquando il nostro pensiero riconosce che un vocabolo, pur costituendo una entità semplice, contiene potenzialmente due idee, avviene un fenomeno simile a quello della cariocinesi nelle cellule: la formazione di un doppio nucleo -- due idee – “shag-gy” -- determina la formazione di due cellule distinte. Per questa tendenza analitica la lingua italiana — ossia la lingua latina in ulteriore sviluppo — ha trasformato in due o più parole quasi tutte le forme « declinate » e parecchie forme «coniugate», nonché i « comparativi » ed i « superlativi relativi ». Dopo tali premesse — che appariranno persino prolisse — dobbiamo concludere la lapalissiana verità grammaticale che sono separate quelle parole che non son più unite: dobbiamo rispettare cioè — nelle de-finizioni e nelle regole. — ciò che il genio della lingua ha voluto distinguere – H. P. Grice: “How CLEVER ITALIAN is!” . Impropria e contraria all’indole della lingua italiana è definire e considerare « tempi composti » del verbo, ossia ciascuno dei raggruppamenti di due o tre « parole», come unica « voce » del verbo esprimente l’azione compiuta (passata o passiva). Il latino “veni,” nel suo significato di « passato prossimo », si è scisso nell’italiano « è venuto ». Considerarlo ancora « voce » del verbo “venire" è altrettanto errone» quanto lo sarebbe il rappresentarlo graficamente in una parola sola: “evvenuto.” Nel volume di ortografia ed ortoepìa sarà adeguatamente esaminato l'importante fenomeno del rad- ld L0 Nella denominazione « tempo composto » si può anche intravvedere la preoccupazione di definire un fenomeno il quale non può apparire curioso e contraddittorio se si consideri “è venuto” come voce del verbo “verire”—or ‘went’ come voce del verbo ‘go.’ Allorché diciamo che « Caio è venuto », noi affermiamo anzitutto che Caio «è». Lo affermiamo presente, sia in senso cronologico che locale: sicché la voce « è » è proprio il presente indicativo del verbo « essere ». Ma affermiamo anche che egli è nelle condizioni derivanti in lui dall’aver compiuto l’azione di « venire »: e ciò è espresso dal participio passato del verbo « venire »: venuto. Sicché «Caio è venuto» significa chiaramente quel che significa e cioè che | Caio è venuto e ciò è espresso in tre «parole », manifestando uno pensiero formato da TRE idee: 1) Caio 2) è 3) venuto. Cf. H. P. Grice, Fido is shaggy. Impropria è anche la denominazione di « passato prossimo », appunto perchè il verbo « essere » al presente (« è venuto, sono venuti ») indica che si tratta di un presente: il participio, o attributo, è « passato ». Ma il verbo è presente. E trova, così, la sua logica giustificazione la regola sull’uso di tale forma. Si adopera il cosiddetto « passato prossimo » (ossia il presente del verbo essere con il participio passato come attributo): a) quando perdura la conseguenza o ‘ effetto indicato dal participio passato, es.: « Questa lettera è arrivata ire giorni fa », os- doppiamento consonantico iniziale nella buona pronunzia dell’italiano, ed in quali casi esso avvenga: per ora ci basti constatare che « è venuto » non si pronunzia come « eventuale », e che la durata dell’r non è la stessa in “A ROMA” e in “AROMA”. RETE; QUeBE IL PRESENTE E IL PASSATO sia « è » qui presente, nella condizione determinata dall’essere « arrivata »; Si potrà dire « La lettera arrivò due giorni fa», INTENDENDO – alla H. P. Grice -- che ogni effetto è oramai cessato. b) quando il periodo di tempo espresso non è ancora terminato: « L’anno (oppure il mese, il giorno, il secolo, ecc.) è cominciato bene! », INTENDENDO – alla H. P. Grice -- questo anno (0 mese, gior- no, secolo) che ancora dura; ma si dirà cominciò se tali periodi sono « passati ». C) in eccezione al comma precedente, quando l’evento (o lo stato) è incluso nelle 24 ore in corso. Nel pomeriggio, bisognerebbe dire « Stamane piovve », poi che non è più « stamane »; ma si dice « Stamane è piovuto », poi che l’evento è così vicino da esser considerato incluso nel « presente. Questa regola conferma che il pensiero espresso è di vero e proprio « presen- te ». In molte regioni d’Italia l'influenza dialettale spinge ad usare il cosiddetto « passato prossimo » anche fuori dei limiti prescritti – cf. Et Dieu crea la femme --  dalla regola del $ 96. AI contrario, i siciliani usano spesso il « passato remoto » anche per eventi inclusi in tali limiti temporali, sicché essi dicon persino, nella lingua italiana -- ma non la corretta lingua italiana: « Proprio adesso venne ».  « Il presente è la porzione di tempo che abbiamo la sensazione di occupare. Ma ogni evento che noi percepiamo come presente, per il fatto stesso che lo percepiamo è già avvenuto, ossia è passato. S., Geometria della realtà e inesistenza della morte, Roma, De Carlo. Dice infatti la grammatica tradizionale che il passato prossimo indica anche «azioni e fatti compiuti da così poco tempo, che paiono presenti ». Morandi & Cappuccini. Se « paiono » presenti, è logico che siano anche espressi come tali. È la letterale traduzione del siciliano: « Propriu ora vinni ». Perna, gp La distinzione del « tempo » in considerazione dell’« effetto » perdurante in seguito all’azione è di grande importanza nello studio delle lingue siraniere. Applicando questo criterio separativo e dando a ciascuna « parola » l’autonomia grammaticale che le compete, si rispetta grammaticalmente l’indole della lingua, mentre al tempo stesso si semplificano gl’artificiosi paradigmi, tormento dei giovani e imbarazzo degli adulti – H. P. Grice: “Careful speakers – that most of us are not –” . Tutti i cosiddetti «tempi composti» vengono scissi legittimamente nei loro componenti, sicché. i tradizionali « specchietti » delle coniugazioni vengono già, con ciò, ridotti del 50%.  I grammatici inglesi rimasero incerti nelle definizioni dei « tempi composti » (compound tenses), dividendoli anche in « first double compound », « second double compound », « third double compound » e « triple compound » Priestley, The Rudiments of Grammar, London, Rivington, finché non venne adottata una più moderna terminologia per tali « tempi »: il « passato prossimo » è chiamato « tempo presente perfetto » (present perfect tense), ed è giustamente considerato « presente », differenziato dal semplice « presente » e dal « presente continuo » (present continuous tense: es.: « He is writing ». « Egli scrive (= sta scrivendo) ». Brackenbury, Studies in Idiom, London, Macmillan., e A. Reed & B. Kellogg, Graded Lessons, New York, Maynard. I grammatcii svedesi considerano sia il «presens» (es.: han skrifver, « egli scrive ») che il «perfektum» (es.: han har skrifvit, « egli ha scritto ») come «tempo attuue, di oggi» (nàrva- rande tid). Cfr. A. Sundén,Svensk Spraoklira i sam- mandrag, 10de uppì., Stockholm, Deckman, 8 114. RE | RE I ‘“modi,, dell'energia verbale. Il riconoscimento formale (ossia la coerente formulazione in definizioni e norme grammaticali) di quel che sostanzialmente è avvenuto ed avviene nei fenomeni linguistici italiani, e perciò la interpretazione rivoluzionaria di essi conducono alla logica abolizione di tutto ciò che è artifizio burocratico. La nuova grammatica ha il triplice programma di: a) armonizzare; b) semplificare; c) chiarire. Possiamo considerare b) e e) come logica conseguenza da a). Formati ibridamente con il francese dureau, « ufficio », e il greco Kratos, « potere », i neologismi « burocrate », « burocrazia », « burocraticamente », nel significato peggiore esprimono la supremazia del criterio pedante e formalistico nella pubblica amministrazione, sì che la realtà scompare dietro la « pratica» da « emarginare » e da «evadere »: ciò che importa non è il provvedimento sensato da prendere, ma il « protocollare », 1’« archiviare » la pratica stessa. Nella sua acuta filosofia e con le volute ssrammaticature, Marginati (Locatelli) ha eternato, come tipica, quella « pratica » « che era un curato il quale dice che si non aripparavano l3 chiesa, ci cascava in testa e accusì ci si mettesse una pezza per via gerarchica »; e la complessa procedura fu tale che «un mese dopo cascò la chiesa acciaccando il curato; il capodufficio fu mandato sul posto indove lo fecero cavaliere per il contegno curaggioso. Locatelli, Come ti erudisco il pupo, 37° migliaio, ediz. « Il Travaso » Bologna, Cappelli.  Hausa le definizioni e le regole grammaticali all’obiettiva realtà (ispirarsi cioè anche nella scienza e nella tecnica grammaticali ai criterî di sano realismo su cui poggia sempre più stabilmente da millenni la nostra philosophia perennis) significa stabilire un'armonia. Tutto ciò che, non avendo il suo corrispettivo nella obiettiva realtà, è superiluo, impedisce l'equilibrio, e va perciò eliminato. Tale eliminazione del superfluo giova alla chiarezza delle definizioni e delle norme grammaticali. Come già constatato, le voci verbali della forma passiva latina si (1) Intenzionalmente usiamo il verbo adeguare. con allusione alla tomistica – AQUINO (vedasi) -- adaequatio, chiave di volta della «conoscenza ». «Les choses matérielles sont sensibles en acte, mais ne sont intelligibles qu’en puissance, et tout le procès de la connaissance humai- ne consiste à les amener progressivement, d’abord à l’intelligibilité -en acte (dans la species intelligibilis impressa), puis à l’état d’intellection en acte (dans le verbe mental et l’opération intellective). Maritain, Les degrés du savoir, Paris, Desclée. «Et quoniam tripliciter potest aliquis per sermonem, quem habet apud se, interpretari, ut scili- cet vel notum faciat mentis suae conceptum, vel ut amplius moveat ad credendum, vel ut moveat ad amo- rem vel odium; ideo sermocinalis sive rationalis phi- losophia triplicatur, scilicet: in gremmaticam, logicam et rhetoricam; quarum prima est ad exprimendum, secunda ad docendum, tertia ad movendum. Prima re- spicit raticnem ut apprehensivam, secunda ut indica- tivam, tertia ut motivam ». S. Bonaventura, De reduc- tione artium ad theologiam, T. V, pag. 308. (2) Applicando il criterio filosofico-economico lella « ragion sufficiente ». Cfr. Enriques, /! principio di ragion sufficiente nella costruzione scientifica, in « Riv. di Scienza. « Definitio sit brevis. Sobria enim brevitas per- spicuitati maxime inservit. Adde quod brevis defini- tio facilius retinetur... ». « In definitione nihil redun- det, nihil deficiat ». V. Remer S. I.,, Summa philoso- phiae scholasticae: I: Logica minor, Romae, Univers. Gregor. pas. 49. PER: (FRI « PASSA TO » E « PASSIVO » sono scisse: ognuna di esse è stata sostituita, in italiano, da più « parole », ossia dalle cor- ‘rispondenti voci del verbo essere completate con il « participio passivo ». Nel verbo essere è espressa l’idea verba- le; nel « participio passivo » l’idea passiva, | distintamente. Il« participio passivo » ha i connotati e le. proprietà intrinseche grammaticali dell’ a g- gettivo, e le funzioni sintattiche dell’ a t - tributo. Sebbene prodotto morfologica- mente dal verbo, esso, una volta formato, esorbita dall'ambito verbale: è un’altra par- te del discorso (vedi 8 47 B, d), e come tale va considerato (1). Viene così interamente abolita, nella gram- matica italiana, la coniugazione passiva, poi che non esiste nella linguistica realtà. 104. — Morfologicamente, il participio pas-. sivo coincide con il participio passato: poi che entrambi esptimono il risultato di un’azione compiuta: se il verbo è intransiti- vo, il nostro pensiero non la può considerare « com-- piuta » se non in quanto è semplicemente « passata »; se invece il verbo è transitivo, l’azione è com- piuta per quel tanto di essa che si è trasferito nella persona, nell’animale o cosa che risulta affetta da ta- le passaggio: questa « passività » è espressa dal par- ticipio passivo. 105. — Poi che il soggetto che è così af- fetto acquista la qualità derivantene, il verbo essere esprime tale stato (2). 106. — Le funzioni del « participio passivo » son: ben distinte da quelle del « participio passato ». (1) « Asinus non differt ab equo per solam for- mam, sed per materiam aliam specificam ». Bacone, Opus tertium, ediz. Bewer,  Il tedesco esprime il passivo usando il « par- ticipio passivo » retto dal verbo werden: es.: der Brief wird geschrieben, « la lettera è scritta »: l’idea di pas- sato è espressa o nel verbo werden oppure con il par- ticipio passato di questo: es.: der Brief wurde geschrie-- RR sE .  La prova che esse non si confondono è fornita dal ‘fatto che il «participio passivo » ha significato pre- PRESENTE | ‘Caio PASSATO PRESENTE | PASSATO “Caio A ha ai i COTSO. e eni to” “| (venire) (essere) PRESENTE | PASSATO “Caio ha portato sons e00eo ‘ “la valigia IPRESENTE > PASSATO — stata Ogni « parola » conserva la sua autonomia pur quando collabora intimamente con altre... (8 106). ben, « la lettera era scritta »; das Brief ist geschrieben worden «la lettera è stata scritta » (letteralm.: « è di- venuta scritta »). Cfr. O. Basler, Grammatik der deut- -schen Sprache; eine Anleitung zum Verstindnis des Aufbaus unserer Muttersprache, Leipzig, Bibliogr. ‘ Inst., . — Affine a questo « divenire » (« di-veni- re ») è il nostro verbo venire in sostituzione di essere: es.: « la lettera viene scritta ». A DARE E AVERE sente: per esprimere anche l’idea di passato, bisogna aggiungere il « participio passato » del verbo essere: es.: « il pacco è portato » (azione presente, poi che il participio è soltanto « passivo »); «il pacco è stato portato » (azione passata [« stato », participio « pas- sato » di essere] passiva [« portato »]). * * * 107. — Si comprende così anche perché, mentre il «participio passivo » richiede il verbo essere per esprimere l’esistenza di tale qualità (passività) nel soggetto, il « participio passato » dei verbi transi- tivi attivi richiede il verbo avere, poi che in tal caso il soggetto agisce. Il verbo avere non significa soltanto « pos- sedere ». Infatti lo si adopera non soltanto nel senso di « essere possessore », ma anche come opposto di dare: nell’espressione « dare e avere» c’è un’antitesi di direzione: î > PIA, dare avere AI nostro concetto di « avere » corrispon- dono, in alcune lingue, espressioni che, pur se coerenti con una jorma mentis diversa, gio- vano ad illuminarci: | all'italiano « egli ha molti amici » corri- sponde il latino « ei sunt multi amici »: le due formule, pur dicendo la stessa cosa, stanno Îra loro in posizione antitetica di direzione: italiano: « egli he molti amici »; latino: « a lui s o no molti amici ». È proprio un rapporto analogo a quello di « dare e avere ». Molte lingue ricorrono a locuzioni del tipo della latina per indicare l’apparlenenza e il possesso. L’arabo non possiede un verbo « avere »: « io avevo » si traduce «c’era presso di me» (kén ’andi). —- Nel cinese yu? si fondono le due idee di «essere » (« esservi ») e di « avere », ben distinte peraltro dalle idee di «essere» («esistere »: scih4) ed «esser in qualche posto » (tsai4).  Anche il tipico verbo inglese fo gef ci illu- stra eccellentemente tale rapporto. È un verbo ‘sui generis (1), il quale ha. apparentemente funzioni ed usi varissimi: ma l’idea che è con- nessa con questo verbo, in ogni sua accezio- ne, è unica: è sempre cioè allusiva ad un ac- quisto fisico, fisiologico o morale: molte volte questo « procacciarsi », od « ot!enere », nell’idea corrispondente italiana è incorpora- ta nel verbo: fo gef married, « sposarsi »; 10 get old, «invecchiare »: passare cioè nello ‘ stato di « sposato » 0 di « vecchio ». Allorché, in italiano, diciamo « aver fame >», « aver rabbia », o « aver voglia », si tratta di un « possedere » uno stato fisiologico o psichico, ossia quasi essere in possesso di un’azione. Ì Analogo è il feeling (vedi ìa nota al 8 52) allorché diciamo « ha corso» o « ha portato. E poi che il verbo avere, come ogni altro verbo, contiene il verbo essere (egli ha=egli è avente (8 21-23), il signicato logico che ha ispirato le locu- 0 zioni attive formate con avere + « participio passa- to » è «essere nelle condizioni di chi ha compiuto l’azione espressa dal participio passato ». La costruzione habeo + « part. passato » appare già, e non infrequente, in Cicerone. L’autentico verbo, in queste lo- cuzioni, è il verbo avere, che non va quindi considerato come ausiliare, poi che è, (1) « It gives to the English language a middle voice, or a power of verbal expression which is nei- ther active nor passive ». J. Earle, Philology of English Tongue, 1871.) es. « Get me some paper », « Procuratemi del- la carta »; — fo get evidence, « ottenere la prova »; — to get talked over, « far parlare di sé»; — e per- sino to get run over, « essere ‘investito da un veicolo » (quasi ottenere un investimento »!). (3) «Habeo scriptum », «rationes cognitas har beo », — Cfr. P. Thielman, « Habere » mit dem Part. Perf. Pass., in « Archiv fiir lateinische Lexikographie und Grammatik », Leipzig, II, 372, pag. 415. PA, E ENERGIA LIBERA O DIPENDENTE - al contrario, la « parola » energetica della pro- posizione. Ogni autentica voce verbale è dunque formata da una sola « parola », espri- mente autonomamente un’idea: lo stato o l’azione. L'azione espressa dal verbo può essere indicata come certa: tale forma è quel- la del modo indicativo: «Caio vie- ne », « Caio è venulo ».. I « ella giunse e levò ambe le paline » (Purg., VIII, 10) « Leva in roseo fulgor la cattedrale Le mille guglie bianche e i santi d'oro ». (G. Carducci, Sole e amore) 113. — Può essere congiunta, come ipo- tesi (per mezzo della « congiunzione » se) ad altra azione, o dipendente da altra azione per altro nesso (espresso da altra « congiunzio- ne »): tale forma è quella del modo con- giuntivo»: es.: - « Che l’ubidir, se già fosse, m'è tardi » (Inf.); « Come d’un stizzo verde ch’arso sia dall’un de’ Capi... ». (Inf., XIII, 40) Il congiuntivo può esser usato anche indipendentemen'e, con valore esortativo o imperativo: sulla porta dell’infer- nal città di Dite, i diavoli dicono a Virgilio: « Vien tu solo, e quei sen vada, che sì ardito intrò per questo regno. Sol si ritorni per la folle s'rada: pruovi, se sa...» (Inf., VIII, 89-92) 115. — L'azione espressa dal verbo può esser subordinata ad una condizione: tale forma è quella del modo condizionale: «Se a ciascun l’interno affanno si leggesse in fronte scritto, Sl a  quanti mai, che invidia fanno, ci farebbero pietà. (Metastasio, Giuseppe riconosciuto, I). La condizione non sempre è espli- citamente enunciata, e talora è una condizio» ne generica: es.: « Dovrebbero esser già le dieci ». — « Sarebbe mollo meglio non occu- parserne ». Poi che il « modo condizionale » serve ad esprimere non un avvenimento cer- to, ma più o meno probabile, in quanto dipen- dente dal verificarsi o no della condizione, lo stile giornalistico l’usa spesso (e più spesso ancora ne abusa) per segnalare la non cer- tezza di un evento: « Gli scioperanti accette- rebbero il lodo arbitrale ». Tali forme sono frequenti specialmente nei titoli. Talora la forma interrogativa inten- de diminuire la responsabilità di colui che se- gnala la « probabilità »: « La nota diplomatica sarebbe gia partita? ». Queste forme non nuocciono soltanto al bello stile, ma anche al prestigio giornalistico. Nell’uso di manuali per lo studio delle lingue straniere, si faccia attenzione al significato che spesso si dà alla definizione di « modo condizionale »: spesso infatti si de- finisce tale non quello con cui si esprime l’a- zione subordinata ad una condizione, ma quel- la che esprime la condizione stessa (2). (1) Tali titoli in forma condizionale interrogativa spingono il lettore del giornale a commentare: « E io si chiede a me, che ho comperato il giornale per sa- perlo! ».  Tali denominazioni, che rischiano di porre lo studioso su falsa strada, son frequenti specialmente nelle grammatichec per lingue orientali. Cfr., ad esem- pio: C. A. Bell, Grammar of Colloquial Tibetan, 22 edit., Calcutta, Bengal S.B.D., 1919, pag. 58, 8 15 e segg. — e l’eccellente Grammatica teorico-pratica del- la lingua araba, di L. Veccia Vaglieri, Roma, Ist. p. l'Oriente, 1938, vol. I, pag. 128, 8 262 e segg. sara REI Pi I DUE DIVERSI «SE» Lo studioso di lingue straniere porrà per- cid molta attenzione, distinguendo la prò - tasi, ossia la proposizione che, nel periodo ipotetico esprime la condizione, dall’ a pò - dosi, che esprime l’azione condizionata. La distinzione tra pròtasi e apòdosi è importante sia per il corretto uso del condizio- nale in italiano che per il coordinamento sintattico. nelle lingue straniere. Le norme per l’uso del condizionale non sono altrettanto rispettate dai dialetti quanto lo sono dalla buona lingua nazionale: l’impie- go dialettale del congiuntivo invece del con- dizionale e viceversa si infiltra talora nella lingua, specialmente allorché il periodo sia alquanto complesso, rendendo più difficile l'orientamento logico di chi parla o scrive. I nostri dialetti meridionali sono stati par- ticolarmente influenzati, in ciò, dallo spa- gnolo (1). 120. — Soltanto l’azione condizionata (apòdosi) può essere espressa con il condiziona- le, in buon italiano: non mai l’azione condizio- nante: è perciò crrato dire: «se egli vorrebbe... ». 121. — Si noti però che la congiunzione se può nascondere un tranello: essa non ha sem- pre il significato ipotetico, ossia non sempre serve ad introdurre la premessa (pròtasi) di un periodo condizionale: può avere valore du- bitativo o disgiuntivo. Si potrà dire correttamente: « Non si sa se egli accetterebbe tali condizioni », poi che qui non si tratta di un'ipotesi, ma appunto di un dubbio (2). (1) Ad es.: « Si hubiera venido, lo hubiera dicho » (o anche, indifferentemente, « lo habrìa dicho »), « Se fosse venuto, lo avrebbe detto ».  In tal caso, infatti, la lingua tedesca usa due ‘ congiunzioni diverse per i due diversi casi: « Se do- mani è tempo bello (pròtasi dell’ipotesi) andremo a sso DESCa colma :tAl iran o c0ce lisca te ren bna ttt ire Die ONTO |  Scorretto è, invece, dire: « Se egli accelte- i rebbe, tulti ne ‘sarebbero contenti », poi che in questo caso la congiunzione se ha valore ipo- tetico e serve ad introdurre la pròtasi: bisogna perciò dire: « Se egli accellasse... ». È corretto, nella seconda proposizione, l’uso ! del condizionale (« sarebbero contenti ») poi che costituisce l’apòdosi. I ! 122. — In italiano, la pròtasi può indiffe- | rentemente precedere o seguire l’apòdosi: es.: I « Se egli ci avesse penscto, (pròtasi), lo avrebbe fatto (apòdosi) », oppure « Lo avrebbe fatto, ce si avesse pensato ». Però sentiamo che nella’ prima di queste due costruzioni la condizione è espressa con mag- gior energia che non nella seconda: ed anche l’into- nazione nelle due costruzioni differisce: la pròta- si ha maggior rilievo fònico nella prima, mentre si attenua in tono decrescente nella seconda. Diisseldorf »: « Wenn morgen schònes Wetter ist, fah- ren wir nach Diisseldorf » — «Se dbmani sia tempo bello [o no] (quindi dubbio e non ipotesi) non lo si può sapere »: « Ob morgen schònes Wetter ist, das kann man nicht wissen ». — Cfr. R. Mohr, La lingua tede- sca per gli Italiani: metodo graduale ad uso delle scuo- le e delle persone colte, Roma, Signorelli. — In inglese, il se del primo ca-. so è reso con if (condizionale); nel secondo caso (du- bitativo), si può usare if o whether. -— Le lingue neo- latine hanno riunito nel se (spagn., portogh., franc. si, rumeno s,i) il si ipotetico latino e le varie particelle dubitative: « Rogavit consul adfuissentne ludis necne »: « Il console chiese se essi erano intervenuti ai giochi o no »; « Nesciunt an pro filia eam habeat, an pro an- cilla », « Non sanno se egli la tenga come una figliola o come una serva ». Cfr. in proposito l’ottima espo- sizione in W. Ripman, A Handbook of the Latin Lan- guage, being a Dictionary, classified Vocabulary, and . Grammar, London and Toronto, Dent, 1930, pag. 776 e segg.; la riduzione in italiano di questo manuale sa- rebbe preziosa per i nostri studenti, giovando a ben inquadrare le loro idee. Purtroppo continuano ad es- ser diffusi i manuali più o meno calcati su modelli te- deschi, filiazioni naturali o artificiose della nefasta grammatica di Ferdinando Schultz. — 80 — «mu Forma mentis ed espressione linguistica... ($ 73). Catecumeni della setta Zen, in meditazione. In alto: L'’ottantenne abate buddhista Sugawara Vestovò della «setta della meditazione » (Zen-sh{). hd ll LIPTPERA Edo RA LITTA LIETTA LITAPTERI LL LI IITOtenei delhcsi x . _ = 7 Treo agi Troooerergg IT \FTTTRe:ITT ET PIETER te be LAI LIT TO LILITIETAARO bha 1 CIO tte — asa pay _ —#—Pr _——razt L’ «infinito» è immobile sul quadrante del tempo: le «voci ver- bali» sono lie mobili sfere. DA sLa pensée» di A. RODIN (Parigi: Musée du Luxembourg), I TRE SOLI « MODI » DEL VERBO La nostra elasticità mentale permette an- che di insinuare la pròtasi come inciso nella proposizione esprimen'e l’apòdosi: «Tanto m'agrada il luo comandamento che l'ubidir, se già fosse, m'è fardi ». (Inf.,). - Simile libertà non esiste în alcune lingue, o per lo meno non è alirettanto ampia: e an- che questo fenomeno è interessante, permet- tendo di intendere l’indole dei varî linguaggi, corrispondente alla forma mentis dei rispeiti- vi popoli. Allorché il discorso è puramente narra- tivo ossia obiettivamente espositivo senza cioè im- plicare l’espressione imperativa (2) di chi par- la o scrive, il verbo non può manifestarsi che in uno di questi tre modi: indicativo, congiun- tivo, condizionale. Le altre « voci» sono erroneamente o per le meno impropriamente considerate apparte- nenti al verbo. Possono derivarne morfologi-  Soltanto la posizione determinava la coordi- nazione della proposizione secondaria alla principale nella lingua egiziana antica. Cfr. G. Farina, Grainma- tica della lingua ‘egiziana antica in caratteri gerogli- fici. Milano, Hoepli 1910, pag. 104-105. — Anche in giapponese moderno la pròtasi deve normalmente pre- cedere l’apòdosi. (Le costruzioni ipotetiche giappone- si sono magistralmente esposte, con lodevole limpidi- tà, nella Grammatica della lingua giapponese di O. & E. E. Vaccari, T6ky6, Vaccari, 1942, pagg. 353 e segg. 500, 504; e, per la lingua parlata — e purtroppo sen- za gli ideogrammi — in Balet, Grammaire Japonaise, langue parlée, Paris, Leroux — La Grarimatica giapponese della lingua parlata di G. Scalise, [Milano, 1942] condensa in 20 righe (15 alla pag. 156 e S alle pag. 209-210) le regole, neppur chiare ed esatte, delle proposizioni ipotetiche giapponesi). (2) L’intervento attivo o « presenza scenica » di chi parla o scrive provoca nel discorso tali mutamenti che tutto il problema sarà trattato unitariamente in altra parte della « grammatica rivoluzionaria », costi- tuendone uno dei connotati fondamentali. ==  camente, ma hanno le so taihi e le funzioni di aggettivi (participî), oppure di av - verbî (gerundio), oppure di sostantivi (infinito). Ogni ragionamento procede per «giudizi », che le «proposizioni » esprimono con « parole ». Le « aree di significato » dei tre termini del sillogismo. (È interessante ed istruttivo confrontare l’ergo della dialettica classica con l’erg che, nella moderna fisica, è l’unità di misura dell’« enERGia » nel sistema metri- co C.G.S. (centimetro-grammo-secondo): 1 chilogram- metro = 9,8 107 erg. Il nome di tale unità proviene anch'esso dal greco ergon, « lavoro, efficacia », come . lo scolastico ergo con il quale si esprime conclusiva- mente il risultato del « lavoro » logico, dell'energia dia- lettica, e la convincente efficacia del limpido ragiona- mento sillogistico aristotelico.  _- TT N] n i i ii IL VERO VERBO Il verbo è davvero verbo allorché ne ha le caratteristiche e le funzioni: allorché esprime l'azione in atto, e allorché, per tale proprietà vitale, può dar vita alla proposizione. Soltanto il verbo che venga espresso in uno di questi tre modi (1) rivela l’azione del soggetto, la defi- nisce e limita, e perciò, con il soggetto stesso e con gli eventuali accessorî o complementi, forma una proposizione (2). T_T —Sempre, non considerando per ora l’impera- tivo, per le ragioni di cui nella nota precedente. (2) Una proposizione è, secondo la defini- zione tradizionale, « un giudizio espresso con parole »: il nostro ragionamento procede per « proposizioni »; e « proposizioni » sono i due « giudizî » dai quali, nel sillogismo, si deduce la « conclusione », che è anch’es- sa un «giudizio » e quindi, grammaticalmente, una « proposizione »: « Ratiocinium sive syllogismus ex duobus iudiciis tertium concludit, quatenus instituta comparatione duarum idearum cum tertia, illarum aut identitatem aut diversitatem statuit ». J. Donat, S. J., Logica et Introductio in Philosophiam christianam, Oeniponte (Innsbruck), 1935, c® III, art. 1, 216, 10893 — Ul 1) La localizzazione nel tempo (VID) 125. — Caratteristica proprietà del verbo è quella di esprimere un’azione o uno stato localizzati nel tempo. Anche con altri mezzi viene indicata la lo- calizzazione nel tempo, con maggiore o mi» nore precisione: « alle due meno dieci », «.nel 1492 », « dopo il suo arrivo », « în primavera », « ieri >, « sempre », « spesso », « di quando. in quando », « mai »... Ma tutte queste espressio- ni, anche quando conslino di una sola parola, sono semplici indicazioni temporali, senza si- gnificare un’azione o uno stato: sono fuori della parola che esprime l’azione o lo stato. Nel verbo, invece, la stessa « parola » espri- me l’azione o lo stato e li localizza nel tempo: camminò nana i se camminava mmina camminera aspeltò : aspettava aspetta aspetterà piovve > . 1 pioveva piove pioverà 126. — Può apparire contrastante con l’in- dole analitica della lingua italiana il fatto che essa abbia conservato la coniugaz ione latina, ossia la flessione dei verbi, mentre ha abolito la declinazione ossia la Îlessio- ne dei nomi, dei pronomi e degli aggettivi, ri- solvendo i « casi » in costrutti composti di più parole.  - Tale contraddizione — che sarebbe a sca- pito dell'armonia unitaria della nostra lingua — non v'è: la coniugazione ha tuttora un legittimo nome, rispondente alla sua Îun- zione, pur se l'etimologia stessa ci dice che .non si tratta di un fenomeno analitico ma proprio del contrario. | — PO) — Due elementi concorrono nella « coniugazione» dei ‘ verbi...  B) Due cellule ideologiche, una significante l’azione o lo stato e l’altra localizzante nel tempo, si congiungono per formare un'unica «idea» (azione o stato localizzati nel tempo) e quindi una. « parola », coniugata in determinata forma, così come due cellule si « coniugano » a formarne una sola (ad es. nella nocti-. duca miliaris, protozoo rappresentato nella figura).  « Coniugare » (da con-jugare, « accoppia- re sotto lo stesso giogo (jugum)»), significa « Congiungere », e « coniugi» o « coniugati » sonoi due sposi congiunti in matrimonio, allo — 86— NOBILTÀ DEL VERBO scopo di generare prole (1). Nella « coniuga- zione » del verbo l’idea dell’azione specifica o dello stato specifico si congiunge con quella della localizzazione nel tempo: ma queste due idee, rappresentabili con due «cellule » lin- guistiche, ossia due « parole », si congiungo- no appunto per formare un'idea unica: l’azio- ne o lo stato localizzati nel tempo. Infatti, al- lorché diciamo « camminava », o « mangio », o «corre», o « starà», a ciascuna di queste « parole » non corrispondono, nel nostro pen- siero, due idee, ma una sola: e perciò unica è la parola, pur se generata da due elementi, appunto come, biologicamente, da due cellule che si coniugano si sviluppa una nuova spora o un nuovo germe. 127. — Il verbo è mirabile anche per tale sua intrinseca proprietà, che ci fa comprendere il suo valore funzionale e, insieme, il suo alto significato simbolico (2). Abbiamo così una conferma della necessi- tà di considerare autentiche « voci verbali » soltanto quelle che, in una sola parola, espri- mono l’azione o lo stato in atto nel tempo. Considerare «voci verbali » i cosiddetti « tempi composti » e le «voci passive », ossia pensare e de- (1) « Matrimonium ab eo dicitur, quod foemina idcirco maxime nubere debet, ut mater fiat... Coniu- gium quoque a coniungendo appellatur, quod legitima mulier cum viro quasi in jugo adstringatur ». Catechi- smus ex decreto SS. Concilii Tridentini ad Parochos, Patavii, Gregoriana, 1930, p. II, c. VIII, 2, pag. 284. (2) Cfr. l’evangelico: « Et erunt duo in carne una. Itaque non sunt duo, sed una caro. Quod Deus coniun- xit homo non separet ». Matth., IX, 5-6. (3) Teologicamente, il Verbo è l’'Idea che Iddio genera di se stesso ab aeterno: e perciò il Verbo è nell’eternità: «in principio erat Verbum » Joh., I, 1; — incarnandosi, il Verbo passa dall’eternità nel tem- po, nel mondo fenomenico: « et. Verbum caro fac- tum est, et habitavit in nobis; et vidimus gloriam eius » ibid., I, 14. TER og ‘ finire come scindibili in due o più parole un verbo (voce verbale) è altrettanto contrario all’indole della lingua italiana, quanto lo sarebbe il considerare fa- cilmente solubile il vincolo matrimoniale (1).  È verbo ogni parola la quale esprima di per sé l’azione o lo stato localizzati nel tempo. 129. — Perciò non è « verbo » l’infini- to, in quanto non localizza nel tempo, ap- punto perché ha il cara:tere di « infinito » os- sia, meglio, di un indefinito. Infatti l’« infinito » equivale spesso ad un « sostantivo »: « il mangiare » =" « la nutrizio- ne » ‘0 «il cibo »; ed è di fatto un « sostanti- | VO», potendo avere l’arlicolo, attributi aggetti- vi, lunzienare da soggetto, oggetto, comple- mento: | «Un bel morir lutta la vila onora » (Petrarca, Canzoniere, I, Canz. 20) In questo verso, «un bel morir » potreb- be, se il metro lo permettesse, esser sos!ituito da « una bella merte »: viceversa, nel verso «la morte è fin d'una prigione oscura » (Petrarca, Trionfi, III, 2) il soggetto «la morte » può esser sostituito con il soggetto « lil] morire »: la morte e il morire sono entrambi sosi!antivi; come tali funzionano gramma'icalmente e sin'atticamen- te, ed entrambi significano « cessazione della vita », mentre nessuno dei due significa «la vita cessa, o cesserà, 0 Cessò », L'infinito, come« parte del discorso » non è verbo. 130. — A causa della sua provenienza ver- bale, l’infinito conserva, pur essendo sostan- tivo, la proprietà di poter reggere, come suo complemento, un al'ro sostantivo, e cioè ave- re un « complemento oggetto » (v. 8 37) e non (1) Peggio, anzi, negandone il carattere di « uni- tà » che ne è essenziale. L’ACCUSATIVO CON L'INFINITO | soltanto i complementi che possono accompa- gnare i sostantivi di altra origine: « sì che possibil sia l'andare in suso; ché perder fempo a chi più sa più spiace ». (Purg., III, 77-78). Nel primo di questi due versi l'infinito (so- stantivo) andare può essere sostituito da cam- mino, marcia, percorso, o altro che non siano di diretta origine verbale, poi che il suo com- plemento («im suso») non è « complemento oggetto », mentre nel secondo verso l’infinito perdere, pur essendo sostantivo ed avendo un suo articolo, non potrebbe esser sostituito da un sostantivo non verbale (ad es. « la perdi- fa»), giacché regge un « complemento ogget- to »: la sostituzione obbligherebbe a sostitui- re questo complemento oggetto con un com- plemento indiretto («la perdila di tempo », complemento di specilicazione). L’attento esame di tali meccanismi è assai utile per comprendere la maggiore o minore vitalità dei vocaboli, ossia quanto permanga e funzioni in essi dell’ energia verbale, e so- prattutto sviluppa la facoltà di sentire il tem- peramento delle varie lingue. La comprensione di tale meccanismo ci è di valido aiuto anche per intendere, ad esempio, la natura della tipica costruzione latina dell’« infinito con l’accusativo », sia come soggetto che comc com- plemento oggetto: « vider pueros studere », « Vede i ragazzi studiare »: pueros studere forma un tutto uni- co, in quanto le due idee compongono un solo « com- piemento oggetto »: il caso accusativo dipende però. dal fatto che studere, non essendo un vero verbo non può avere il soggetto in « nominativo », poi che ciò è caratteristico dei soli verbi in funzione ver- bale, ossia effettivamente in azione. Nella proposizio- ne « Necesse est Deum mundum regere » possiamo chiaramente constatare simile fenomeno: infatti la proposizione Deus regit mundum, ha un soggetto in nominativo (Deus) ed un complemento oggetto in ac- ice Qi  cusativo (mundum) poi che l’energia verbale passa effettivamente dall’uno all’altro, e ciò è espresso con un verbo in atto (regit): allorché questa azione vien portata fuori della determinazione temporale e diventa perciò indefinita (infinito) perdendo quindi il suo carattere energetico verbale in atto, anche i due « conduttori » di tale energia cessano di avere la loro funzione specifica (v. $ 41): anche il « nominativo » deve quindi attenuarsi ed assume perciò la forma di « accusativo »: la non distinzione morfologica tra no- minativo e accusativo è una caratteristica del « neu- tro » (v. 8 239). Tutta l’espressione « Deum mundum regere » è « neutra » non solo come « genere » (1), ma anche riguardo all’energia verbale. Il costrutto latino di un infinito con il soggetto all’accusativo, usato allo scopo di esprimere l’azione avulsa dal tempo, è passato anche in italiano per conferire veemenza ammirativa o di sdegno o di altro sentimento alla frase. « Patrem repudiare fi- lium! », « Un padre ripudiare il figlio! ». È ovvio che, in questo caso, l’infinito con- . serva energia sufficiente per animare una vera e pro- pria proposizione. Non dobbiamo considerare « ver- bo » il gerundio, il quale non localizza di per sé nel tempo l’azione o lo stato: tale localizzazione è determinata dal tempo del verbo cui il gerundio avverbialmente si appone: es.: « sfa scrivendo », « stava scri- vendo », « starà scrivendo »j « Qual è colui che suo dannaggio sogna, che sognando desidera sognare ». (Inf., XXX, 136-137) in cui « sognando » equivale a « nel sogno ». (1) Questa minor capacità dei neutri in fun- zione di soggetto, rispetto agli altri due generi, è con- fermata dal fenomeno per cui, in alcune lingue, il soggetto neutro plurale può avere il verbo al singo- lare: es. il greco « panta rhei», « tutto fluisce »: let- teralm.: «tutte le cose (panta neut. plur.) scorre (rhei, singol.) ». 59) IL PRESENTE È PRESENTE Come l’infinito, anche il gerun- dio conserva dell’energia verbale tracce sul- licienti per reggere un « complemento ogget- to»: es.: « Perdonando ie offese si merita maggior lode che vendicandosi » (1). 135. — Parimenti non è «verbo » il partici- pio presente, il quale è «presente» soltanto quando è retto dal verbo essere in tempo presente. 136. — Il participio passato edil par- ticipio passivo esprimono l’azione compiuta o subìta, ma la localizzazione nel tempo è affidata esclusivamente al verbo essere o al verbo avere (o al verbo venire con valore di « divenire », v. 8 105) che li reggono. Perciò non vanno considerati come verbo... ù* * d* ‘137. — La voce verbale che localizza l’a- zione o lo stato nel momento in cui si parla o scrive, o presenta l’azione o lo stato come così localizzati, è in tempo presente; es.: « egli corre », « le stelle splendono »; « il Po ha molti affluenti », « Romolo è il fonda- lore di Roma ». Le voci verbali è e sono (verbo essere), ha ed hanno (verbo avere), viene e vengorto (verbo verire con valore di diveni- re) sono in tempo presente ed espri- mono perciò lo stato presente anche quando sono accompagnate da participio passato o da participio passivo. Non esiste perciò in italiano una forma verbale di passato prossimo e non esiste una forma passiva dei verbi. Esi- stevano in latino: la lingua le ha abolite; an- che la grammatica deve coerentemente rite- nerle scomparse. Per il passato prossimo avrem- mo la curiosa equazione. presente + [partic.] passato = passato (1) In latino: « Zniurias ferendo maiorem laudem quam ulciscendo meretur ». | =  e, per le forme passive, la non meno curiosa equazione: presente + [partic.] passato = presente, ossia be atb=b e atb=a equazioni ‘che non possono sussistere se non dando ad a (nella prima) e a b (nella seconda) il valore zero. | 139. — Rarissimamente il « presente » esprime un’azione istantanea: « sono le 10, 3° e 26” »: un’azio- ne ha sempre una certa durata, ed uno stato ha ne- cessariamente una durata: es.: « la bomba esplode » (1), « l’uccello vola », « il Po nasce dal Monviso e si getta nell'Adriatico ». La continuità e durata dell’azione sono in- dicate: ao a) dalla natura e significato del verbo stesso: « il fiore sboccia », «la palla rimbal- za », « Calo accende una sigaretia »... b) dalla estensione di significato tempo- rale che è implicita nel soggetto, nel comple- mento oggetto: « Je giornate si accorciano », «la Controriforma occupa la seconda metà del XVI secolo e la prima metà del XVII ». c) da un avverbio, o da un complemento di tempo: « è sempre qui », « viene di quando in quando »,.« mon lo si vede mai »... ° d) dalla connessione con altra espres- sione che implichi continuità o durata: « fin- chè c’è vita c'è speranza ». Normalmente, una voce verbale in tempo presente considera l’azione o lo stato specialmente nella sua stabilità, e spesso afferma appunto il perdurare dell’azione o del- lo stato: | « la bufera infernal, che'mai non resta, mena li spirli con la sua ruina... ». (Inf., V, 31-32) (1) Persino la bomba atomica esplode con un pro- cesso di reazione «a catena ». TAG 31 EOOO CON UNO O PIU’ FOTOGRAFI Sono generalmente espresse in tempo presente le verità generali e permanenti, le definizioni, le leggi fisiche, i dogmi, i teoremi, ecc.: « due quan- tità uguali a una terza sono uguali fra loro »; « ogni 2. ha diritto al voto », « l'articolo si usa quando... Il costrutto sta + gerundio (plura- le: stanno + gerundio) si adopera in italiano 99 ‘‘vengono °° opuauaa duunzs ‘*,, Un pezzo di film ci chiarisce la differenza tra « ven- gono » e «stanno venendo » (8 142) allorquando si vuol porre in evidenza la con- tinuità dell’azione: «i ire amici vengono » e «i tre amici stanno venendo » esprimono lo stesso evento, ma la seconda formula dà mag- gior risalto all'estensione dell'a azione che essi « stanno compiendo ». _ BC Con un paragone ispirato dalla cinemato- grafia, potremmo dire che « vengono » è la rappresentazione dell’azione in un solo Îoto- gramma, mentre « stanno venendo » rappre- senta la medesima azione, ma in più foto- grammi, Tale costrutto è molto usato in inglese (1). Alcuni autori chiamano « permansivo » quel tempo che, nelle lingue semitiche, non ha significato temporale specifico, e può quindi applicarsi ad eventi presenti, passati o Îu- {uri (2). * * %* 143. — La voce verbale che localizza l’a- zione o lo stato in momento precedente a quel. lo in cui si parla o scrive è in tempo pas - sato. 144. — La lingua italiana usa una iorma verbale speciale per esprimere l’azione pas- sata non completa, interamente concomitante con altra o ancora PEBGUTOIIE mentre un’altra abbia inizio: « Lo giorno se n’andava, e l'aer bruno toglieva gli animai che sono in terra dalle fatiche loro... (Inf., II, 1-3). (1) La tipica forma in -ing è molto abbondante in inglese giacché anche il «nome verbale » (verbal noun) termina oggi in tal modo, avendo alterato, per mimetismo, la terminazione sassone in -ung: soltanto un’acuta analisi può oggi distinguere la diversa fun- zione di building nelle due proposizioni: « Forty and six years was this temple in building » (« Questo tem- pio è stato in costruzione per 46 anni », « Ci son vo- luti 46 anni per costruire questo tempio ») e « He is engaged in building a sky-scraper » (« È impegnato a costruire un grattacielo »). — Cfr. J.M.D. Meiklejohn, The English Language: its Grammar, History and Li- terature, London, 1887, pag. 82. (2) In assiro, marush=<«è ammalato » o «era ammalato ». Cfr. G. Boson, Assiriotogia, Milano, Hoe- pli, 1918, pag. 38. SL 04 | L'AZIONE INCOMPIUTA Tale tempo si chiama imperfetto, appunto perché non esprime il completo per- fezionamento dell’azione. Non è necessario che l’altra azio- ne, totalmente o parzialmente coincidente nel tempo, sia esplicitamente indicata. L’imper- fetto è spesso usato come Îondale scenico dinanzi al quale il resto del discorso si svol- ge: es.: « era una bella giornata di primave- ra...»: « Scendeva dalla soglia di uno di que- gli usci e veriiva verso il convoglio una don- na, il cui aspetto annunziava una bellezza... » (1 Promessi Sposi). Con maggior evidenza ancora si può esprimere l’estensione dell’azione passa- ta e la sua incompiutezza in coincidenza (to- tale o parziale) con altra, usando il costrutto formato con sfava (plurale stavano) ed ii ge- rundio: la correlazione temporanea, in simili costrutti, è spesso espressa con congiunzioni quali « mentre » (preposta all’azione imperîet- ta), « quando » (preposta all’azione totalmente o parzialmente coincidente nel tempo). 147. — Anche per tali costrutti vale quan- to affermato nel 8 138: la « voce verbale » è soltanto quella « parola» che iocalizza nel tempo l’azione o lo stato, esprimendola in atto. È puro artificio grammatical-burocratico voler considerare « voce verbale » il costrutto chiamato tradizionalmente « trapassato pros- simo »: complica lo studio, disorienta lo stu- dioso e non corrisponde a verità. Nella propo- sizione « ella era uscila » il verbo (« voce ver- bale ») è soltanto la « parola » era con cui si esprime come perdurante nel passato lo stato del soggetto, e la « parola » uscita qualifica aggettivamente tale stato: uscifa ha Îunzione di « attributo »: ha terminazione femminile, appunto perché « aggettivo »: può essere so- stituita da un altro aggettivo, (ed es. « ella era assente »), senza spostare il valore di era nel sigg  tempo; può esser persino rimpiazzata con un avverbio (« ella era fuori ») (1): ed era rimane ‘mentre ANRITTZZZZZ ZEBRA VR N» i scriveva iquella lettera, dd @@@@$è}).YNNTCC___TCc AAA A NY VITARA ARA . ‘sorridevaì stranamente.” ARRAAAAEZZIACRRE CANE, s MUONRNRN* “A è stava \ancora scrivendo, vee S SS STESO quando \sopraggiunse B” aa “ella f era \ già vestita, Nanna! quando ‘giunsero le amiche.” MN VARAAAREAN: N “ella i era già uscita, quando Ègiunsero le amiche ” L’imperfetto è un passato non concluso, on « perfetto », e che totalmente o parzialmente coincide temporalmente con un'altro. (8 147) (1) Infatti in inglese fluido si tradurrebbe « she was out», non soltanto nel significato di «ella era fuori », ma anche in quello di «ella era uscita ». Pa- rimenti « è uscita» si traduce «she is out», poi che è è presente. — Anche la traduzione in tedesco è chia- rificante: « ella è uscita »: « sie ist ausgegangen », con ist in tempo presente: se fosse «voce verbale » ossia . « passato prossimo », la logica linguistica dovrebbe portare a dire « sie ist gegangen aus », trattandosi di « verbo separabile »: ciò non avviene appunto perché ausgegangen non è nemmeno in tedesco « voce ver- bale », ma participio, e regolato quindi dalle norme morfologiche 'e sintattiche degli aggettivi. Ma anche la burocrazia grammaticale tedesca ha accettato l’artifi- ciosa classifica complicante, delizia dei grammatisti di tutti i paesi europei e tormento di tutti gli scolari di tutti i paesi europei. Le lingue vanno sempre più semplificandosi e razionalizzandosi: je grammatiche ufficiali seguono la direzione opposta. Perciò è oppor- iO L'AZIONE PERFETTA imperfetto, perché una « parola » non può essere che quello che è: l'espressione di una « idea ». 148. — La denominazione di imperiîet. to dato a questo tempo, richiede che si deno- mini perietto quel tempo del verbo in cui l'azione è espressa come compiutamente pas- sata: «Nel pensiero di Dio poi simmerse; la croce strinse, e con fÎioca voce pregò », (G. B. Maccari, Nuove Joao 149. — Scompaiono dalla grammatica le denominazioni di « passaio prossimo » e « pas- sato remoto », ed a maggîor ragione quelle di « trapassato prossimo » e «trapassato re- moto ». Il passato è espresso in due forme sol- tanto, quella che esprime l’azione incompiuta (imperiîetto) e quella che l’esprime com. piuta interamente (perîfetio). 150. — Non tutie le lingue hanno questa distinzione (1). | tuna una «rivoluzione » che le renda snelle e in ar- monia col progresso linguistico teorico e pratico. La vera grammatica non deve essere una catena al piede, ma una provvidenziale bussola. (1) Il tedesco «er antwortete », l’olandese « hij antwoordde », \inglese «he answered» significano tanto « egli rispondeva » che «egli rispose ». — L’in- glese usa però il perfetto di essere con il participio continuativo in -ing, quando vuol porre in evidenza la non compiutezza dell’azione: he was answering, « rispondeva », « stava rispondendo »; he was going to London, :-« andava a Londra », « stava andando ‘a Lon- dra ». — In ungherese sono oramai inus!tate, nel lin- guaggio comune, le forme antiche dell’imperfetto in -a- ed -è-, e quelle formate aggiungendo vala («era ») alle forme del presente. All’imperfetto e al perfetto ita- liani corrisponde il perfetto magiaro. — Cfr. E. Vàrady, Grammatica della lingua ungherese, Roma, Edit. Roma. 1931, pag. 103, 8 148-149. "OTRS Il passato non ha valore sol- tanto perché è anteriore al momento in cui si parla o scrive, ma anche perché l’azione, non essendo « presente », assume i caratteri di mi- nore realtà attuale. Questa considerazione aiuta a comprendere perché il passato indica- tivo possa in alcune lingue essere usato là ove noi usiamo il congiuntivo (1): e persino come la semplice forma del passato possa, in altre, assumere addirittura il valore ipote- tico (2). * * %* 152. — Le voci verbali che localizzano l’azione o lo stato in un momento successivo a quello in cui si parla o scrive sono.in tempo futuro. Noi non abbiamo però, in italiano, un vero e pro- prio futuro, come l’aveva il latino, ossia specifica- mente ed esclusivamente riservato ad esprimere even- ti a venire. Più che la localizzazione nel tempo suc- cessivo al presente, il nostro cosiddetto Î u - tur'o esprime l'incertezza dell’azione o dello stato: è piuttosto un dubitativo in fun- zione talvolta di futuro e talvolta di presente. Allorché alla mia domanda « Dov'è la mia pi- pa? » mi si risponde «Sarà sul tavolo », la voce verbale sarà non esprime uno stato Îu- turo, ma afferma che la pipa « probabilmente è sul tavolo ». Con la domanda « Che età avrà quella bel- la signora? » non si chiede quanti anni avrà in avvenire, ma quale LOSS essere oggi, al- (1) Es.: in francese: « Sil était là, il parlerait ». « Se egli fosse (letteralm. « era ») lì, parlerebbe ». (2) Con l’inversione del verbo e del soggetto, l’in- glese esprime l’ipotesi per mezzo del passato, omet- tendo persino la congiunzione if: es.: « Had he been there...» « Se egli fosse stato lì »: letteralm. « [se] era . egli stato lì». Analogamente può fare il tedesco: « Hcitte ich dieses gestern gewusst (invece di: wenn ich...), « se l'avessi saputo ieri ». mr NON FUTURO, MA PROBABILE l’incirca, l’età di lei. Tale interrogazione at- tende infatti una risposta meno precisa di quel che, invece, si esige con la domanda « Che età ha quella bella signora? ». Non ha valore di futuro, ma di « presente probabile », il ripetuto saranno che la musica di Verdi ha reso famoso: « Saranno i disinganni, le veglie, le astinenze. saran le penitenze che il capo gli turbar ». (La forza del Destino) 153. — Morfologicamente, il nostro cosiddetto futuro non deriva dal latino: le forme uamabit, amabunt,- monebit, monebunt, audiet, audient, ecc. sono scomparse. Sembra che il futuro in -bit, -bunt della I e II coniugazione fosse praticamente in uso soltanto in Roma e dintorni: somigliava troppo all’imperietto; e quello in -(i)et, -(i)ent (III e IV coniugazione) si confondeva troppo con il congiuntivo. Per maggior chiarezza, e anche perché il significato si andava man mano modificando, l’italiano sostituì il futuro latino con la forma infinito-ha (plurale: infinito-hanno) così ama- bo fu sostituito da amare-ho=amerò; ad ama- bunt si sostituì amare-hanno = ameranno. Una forma diretta per il futuro è scomparsa in quasi tutte le lingue europee: quelle non latine ricorrono a forme periîra- stiche (2). | (1) Cfr. P. Thielman, « Habere » mit dem Infini- tiv und die Entstehung des romanischen Futurums, in « Archiv. fiir lateinische Lexikograpliie und Gramma- tik », Leipzig, II, 48, pag. 158 e 161.  A forme perifrastiche ricorrono tutte le lin- gue teutoniche e le slave. Il francese usa il verbo aller infinito per esprimere l’azione futura molto pros- sima: « Zl va venir sous peu». « Verrà fra poco ». Il finlandese manca di futuro e lo sostituisce con il pre- = 909 Potrebbe dedursi, da tale fenomeno, che l’intero continente europeo ha mutato opinio- ne in merito agli eventi futuri. 155. — La tendenza a ripudiare le Îorme future si rivela più evidentemente ancora nei dialetti: rarissimamente il romanesco dice « Domani annerà a Frascati»: sostituirà il futuro con il presente (« Domani va a Frasca- ti ») (1), se l’evento è espresso come certo, mentre userà un costrutto diverso a seconda che l’evento sia considerato come necessario, voluto, desiderato: « domani ha da annà a Frascati », « domani vo’ annà a Frascati » (2). L’esame di queste perifrasi dialettali è as- sai utile per intendere il « pensiero » che de- termina, ad esempio, l’uso di wil/ e shall per esprimere in inglese eventi Îuturi (3). 156. — Valgono, naturalmente, anche per il futuro le osservazioni fatte in merito ai « tempi composti ». Scompare dalla grammatica la comica de- nominazione di « futuro passato ». sente. (Cfr. A. Himilainen, Finnisch, Berlin, Langen- scheidt, (s. d.), pag. 29) — Hanno invece un vero e proprio futuro, con una tipica desinenza in -s, il li- tuano e il lettone. (Cfr. M. Aschmies,Litauisch, Berlin, Lingenscheidt, (s. d.) pag. 35; -— e W. Litten, Lettisch, Berlin, Langenscheidt, (s. d.) pag. 35). (1) Il presente per il futuro si trovo già in Cice- rone: « Cum volueris ire, imus tecum », — e, in S. Agostino, il venire habet prepara già il nostro « verrà » (= venire-ha): cfr. A. Regnier, De la latinité des ser- mons de Saint Augustin, 1886, pag. 128. (2) L’idea di volontà interviene anche in rumeno per la formazione di entrambe le forme perifrastiche . di futuro (viitorul I e viitorul II) ottenute con va « vuole », e vor, « vogliono », e l'infinito.  L’inglese usa will e shall per costrutti che spesso possiamo tradurre con il nostro futuro; ma non raramente il will può esprimere semplicemente consuetudine, evento ovvio, senza alcuna idea di fu- turo: ad es.: « Boys will be boys» non significa «I ragazzi saranno ragazzi », ma « Che volete farci? I ragazzi sono ragazzi! ». — — PER OGNI PAROLA UN'IDEA Allorché diciamo: « La letiera sarà arri- vaia mezz'ora fa», esprimiamo un presente dubitativo con le conseguenze di un’azione passata. Ma il vero verbo è sarà, con il valore di « probabilmente è ». E, infatti, la lettera è (con una ceria pro- babilità) nel luogo di arrivo. | Ila realtà corrispondono le « parole »,. ciascuna connessa con una «idea ». — Ne Psicologia, fisiologia e anatomia del verho (VII) L'idea di un’azione o di uno stato loca- lizzati nel tempo è diversa dall’idea della stessa azio- ne o dello stesso stato pensati senza tale localizza- zione. Perciò, come già detto, l’infinito ha carat- tere non di « voce verbale », ma di sostantivo: le « idee » e le « parole » camminare, mangia- re, sedere non includono una determinazione temporale né di momento né di estensione, appunto come passeggiata, cibo, sedia son vocaboli indipendenti da nozioni temporali. Il camminare, il mangiare, il sedere di ieri non differiscono, così espressi, né per forma né come pensiero, dal camminare, dal mangiare, dal sedere di oggi o di domani o di qualsiasi altro « tempo » espresso o pensato, appunto come passeggiata, cibo, sedia restano inva- riati, sia nella forma che nel pensiero, pur se altri elementi della proposizione o del periodo (« complementi di tempo») localizzano nel passato, nel presente o nel Îîuturo la cosa espressa da questi « sostantivi ». | Allorché diciamo: » // dipingere a tempera precedette la pittura a encausto: i primi pit- tori a encausto appaiono in Grecia soltanio nel 1 secolo ed avranno nelle opere di Apelle la loro più alta manifestazione», le idee . espresse dai « sostantivi » dipingere, pittura, pittori, opere, Apelle non sono di per se stes- se localizzate nel tempo; ma altre parole, nel periodo, fan sì che le cose e persone espresse da tali sostantivi siano mentalmente colloca- SUL QUADRANTE DEL TEMPO te in ordine temporale, rispettivamente in passato, presente e Îuturo (po- nendo il I secolo come «presente »: « presente storico »). Invece la determinazione temporale poirà essere contenuta nella medesima parola che esprima contemporaneamen!e l’azione di dipingere, usando tre « voci verbali ». « Si di- pinse (o dipingeva) a iempera prima che si dipingesse a erncauslo: nel ] secolo si dipin- ge già in tal modo, ed Apelle dipingerà pit- ture che... » Le « voci verbali » sono le mobili sfere sul quadrante del tempo, mentre l’« infinito » è inciso — immobile — sul quadrante stesso. Nell’« infinito » l’azione o lo stato non son pensati in atto; però l'infinito ne suggerisce la possibilità. Si comprende, così, come alcune lingue possano trasformare in « verbi » molti « so- stantivi », semplicemente ponendoli in moto, esattamente come si pone in azione un mo- tore che, quando è fermo, è « un motore » (so- stantivo) il quale ha possibilità di essere qual- cosa che « si muove » (verbo) (1). (1) Nella lingua inglese, la particella fo (espri- mente « moto a luogo ») somiglia proprio alla mano-: vella di messa in marcia di un motore d’auto: se la si premette infatti ad un vocabolo che di per sé è un sostantivo, lo si trasforma in «infinito », pronto cioè a divenire « verbo ». Ciò è frequentissimo soprattutto per vocaboli di origine sassone, perché congenitamen- te più rispondenti all’indole della lingua anglosasso- ne. Così, ad esempio, hand è la « mano », ma to hand è « porgere », da cui he hands, «egli porge»; they hand, « essi porgono »; — persino man, « uomo », può divenire to man, « fornire degli uomini necessarî » (una barca da mettere in mare, un argano da far funzionare, una fortezza da presidiare, ecc.): il no- stro comando marinaro « Arma la lancia!» è in in- glese « Man the barge! ». — E la lingua inglese, a sua volta, ci aiuta ad intendere la natura delle scritture ideografiche che, nello stesso segno, condensano spes- so l’idea verbale in potenza ostanayo, infinito) e in atto (verbo). Quando l’azione sia pensata in atto, l’idea rispettiva sembra « flettersi »: conserva il suo significato, ma par quasi curvarsi in direzione di- versa. i In questo senso, meglio ancora che in quello morfologico, si possono chiamare îlessive quelle lingue che, nella strultura della parola, esprimono tale modificazione, La coniugazione, infatti, si ottiene - non alterando o « curvando » (« Îlettendo ») la Satàru sh,8$, in hsieh? A B__ € Le scritture ideografiche condensano nel segno l’idea verbale in potenza e in atto: l’ideogramma « scrive- re », in cuneiforme (A), geroglifico (B) e cinese (C). parola, ma aggiungendo al tema espressivo: speciali terminazioni, le quali possono Incor- porarsi più o meno con esso (1). La vera e propria flessione è quindi piut- tosto ideologica che formale. Avviene, in questo « Îlettersi », un | fenome- no assai simile a quello per cui un raggio lu- TT Le modificazioni interne deîla parola sono più rare che le aggiunte in fine di essa. Tipicamente fles- si anche formalmente sono i cosiddetti « verbi forti », i quali però, appunto perciò, son considerati irrego- lari: ad es.: presente: fa, fanno; passato: fece, fecero; spagnolo: hace, hacen, e hizo, hicieron; portogh.: pres. faz. fazem; pass.: féz, fizeram; franc.: il fait, ils font; il fit, ils firent; tutti dal latino facit, faciunt; feci fe- cerunt. — Il fenomeno avviene anche in lingue flessi- ve non neo-latine: es.: tedesco: er tuf, « egli fa», pas- sato: er tat, imperf. cong. tùte.  UNIVERSALE ARMONIA minoso si « piega » passando da un mezzo di una certa densità ad un altro di densità di- versa: ad esempio dall'aria all'acqua. L’idea connessa con il: verbo, immergendosi nel «tempo », devia, proprio come un’asta im- mersa ‘nell acqua appare piegata: e possiamo. considerare anche che il diverso angolo sia dovuto alla diversa densità dei tre «tempi »: passato, presente e futuro (1). 160. — Queste analogie servono non solo a chia- rire il fenomeno, ma anche a confermare che, in ogni TR AMEN févorto = fiat (1) uit N uu S_ Sl” — ZITTI) sro dol LL Li: MTEMLOTOUMÉVWG | =fideliter  omm ma ni na a diem La più diffusa parola del mondo, che i Settanta tra- dussero « così sia» (1) e che per Aquila significò « fedelmente » (2) $ 160) La virtù arcana della. parola. La formula magico-reli- giosa di sci sillabe, da un talismano lamaista. campo, ogni evento si svolge naturalmente secondo . leggi armoniche, simmetriche, e tutte in funzione di un’unica finalità. ©  Questo « gomito » o angolo dell’idea potrebbe | essere anche studiato ispirandoci proprio al « princi- pio di Fermat » del « minimo percorso »: e per esso  Vi sono, pur nelle parole, nessi più intimi di quelli che una superficiale osservazione ri- velano (1). Le accurate indagini dei filologi dànno spiegazioni del meccanismo fònico dei fenomeni lin- guistici: meno chiariti sono quelli psicologici che li determinano (2): del tutto sconosciute rimangono le cause intime per cui le lingue si modificano secon- do determinate tendenze. E tanto più rimangono im- perscrutabili tali ragioni, quanto più le si voglian ri- cercare in puri fattori materiali di clima e di razza. viene a formarsi una vera e propria immagine « vir- tuale » di un evento che è « proiezione » dal punto di vista dal quale esaminiamo eventi passati, presenti o futuri. L’affermazione platonica che « Iddio geometriz- za» è vera in ogni fenomeno: pure in quelli del no- stro pensiero. (1) L’inglese spelling, ossia la « compitazione » (enunciare lettera per lettera un vocabolo) è la forma continuativa di to spell, che primieramente significò — e tuttora significa — «incantare, ammaliare », poi che spell è anche il « potere magico delle parole ». Non soltanto le superstizioni di quasi tutti i popoli attribuiscono virtù arcane alle parole, ma pur le più alte religioni considerano le parole non soltanto come espressioni di idee, ma anche come veicolo di ener- gie spirituali e superiori. Tutto il mondo buddhista ha iede illimitata nella potenza magico-religiosa della «preghiera in sei sillabe» («OM MA-NI PA-DME IUM »). -- La parola più diffusa che esista sulla ter- ra, perché passata integralmente o quasi nella grande maggioranza delle lingue e tradotta in tutte, cioè l’e- braica invocazione amen, ha tale efficacia intrinseca che il Chatechismus Romanus si conclude con una 'unga trattazione (P. IV, cap. XVII, art. 1-6) per il- iustrare « quis usus et fructus sit huius particulae », «quomodo dictio », e « quanta bona » da essa emani- no. Ed amen è voce verbale ed avverbiale, insieme: . 1 Settanta la tradussero con ghénoito (= fiat) (Ps. XL, 14); nel testo di Aquila è resa con pepistuménos (= fideliter): « ma poco importa che sia tradotta nel- l'uno o nell’altro modo, purché comprendiamo che abbia quella forza che abbiamo detto » (« Parvi re- fert, hoc an illo modo sit redditum, modo habere in- telligamus eam vim, quam diximus » (Catech. Rom.). (2) Cfr. A. Stoppani, La santità del linguaggio, Discorso all'Accademia della Crusca, 25, IX, 1883. == 0a IL SEGRETO D'UN COMUNE ISTINTO L’uso — che getermina la scelta dei vo- caboli e delle forme — « non è ciecamente ar- bitrario, ma vien guidato da certe norme di natura sapientissime, che sono l’umana ra- gione stessa, o, per dir meglio, rampollano da quell’istinto messo in noi da una ragione più alta, cioè dalla sapienza divina » (1). 162. — Per quali ragioni la « coniugazione » » la- tina si semplificò ed armonizzò in quella italiana, co- me rispondendo ad un piano prestabilito, se la tra- sformazione fu opera inconscia del popolo italiano? 163. — Le quattro coniugazioni del latino si ri- dussero a tre, secondo la vocale tematica; e possia- mo conservare la tradizionale divisione: 1 CONIUGAZIONE: verbi ai quali corrisponde l’infinito in -are; II CONIUGAZIONE: verbi ai quali corrisponde l’infinito in -ere; III CONIUGAZIONE: verbi ai quali corrisponde l’infinito in -ire. Ci limiteremo per ora all’esame delle sole forme verbali di quella che, nella grammatica tradizionale, è chiamata « voce di 32 persona (singo- lare e plurale). Questa separazione della cosiddetta « 3? persona » dalle altre è ispirata ad un criterio che è fondamentale nella « grammatica rivo- luzionaria » e ne costituisce forse la caratte» ristica più importante. Essa afferma infatti che il discorso obiettivo, cioè semplicemente espositivo degli eventi senza implicare né di- (1) I. Amilcarelli, Della lingua e dello stile italia- no, Napoli, Leitenitz, 1870, vol. I, pag. 25. — E nella sua profonda trattazione — pur ignorata o quasi non ostante il grande valore dei due grossi volumi — l’autore aggiunge che tale istinto «in nessuna cosa meglio si manifesta, che nel fatto delle lingue; dove non sarebbe possibile niuno general consenso della nazione, se non fosse che tutti parlano, secondo lor natura, come son mossi per la ragione segreta di un comune istinto ». /d. ibid., loc. cit.  rettamente né indirettamente l’azione di chi parla o scrive, ha caratteri differenziali che lo diversificano fortemente dal discorso il qua- le esplicitamente o implicitamente involva la « presenza in scena » del soggetto parlante o scrivente: tale partecipazione influenza i con- cetti, altera le forme ed i cosî!rutti in modo co- sÌ profondo da richiedere legittimamente una trattazione a sé. Molti fenomeni interessanti e significativi non vengono chiariti dalla grammatica tradizionale: non vengono anzi neppure segnalati. Essi passano inav- vertiti giacché l’arbitraria burocratica catalogazione. delle voci verbali in paradigmi artificiosi allontana proprio quelle voci che dovrebbero essere avvicinate e viceversa, sì che le somiglianze e le simmetrie scom- paiono, come scompaiono i significativi contrasti. 165. — L’elencazione delle « voci verbali » secondo la tradizionale cantilena «io ho, iu hai, egli ha, noi abbiamo, voi avete, essi han- no » è quanto di più innaturale vi possa esse- re nell’esposizione dell'attività verbale: nes- sun fatto linguistico o psicologico giustifica tale ordinamento, mentre non pochi legitti- memente vi si oppongono. Nella recitazione stessa del tradizionale ri- tornello o canzoncina grammalicale (coniuga- zione) avvertiamo facilmente l’aritmìa e la dissonanza della 1° e 2° persona plurale: spes- so non soltanto la forma, ma persino la radi- ce stessa è diversa: eppure ciò non ha arre- stato la burocratica manìa dei grammatisti, sì che la filastrocca scolastica continua imper- turbabilmente a suonare (0, meglio, a « disso- nare »): io dissi io ruppi io vado tu dicesti © tu rompesti tu vai egli disse egli ruppe egli va noi dicemmo noi rompemmo noi andiamo voi diceste voi rompeste voi andate essi dissero essi ruppero essi vanno. DOPO DIECI SECOLI... Da più che un millennio tale concatena- mento è stato spezzato nella realtà obiettiva linguistica: la tiritera « dixi, dixisti, dixit, di- ximus, dixistis, dixerunt » oppure « vado, va- dis, vadit, vadimus, vaditis, vaduni » poteva ancora trovare qualche giustificazione nella scuola dell'antica Roma. Ma poi che l’indole del linguaggio, per ragioni che vedremo, ha rotto formalmente e sostanzialmente questo concatenamento, riconoscendolo non confor- me alla nuova mentalità linguistica che modi- ficava parole e idee, ed ha persino attinto ad altre radici verbali alcune voci, proprio per separarle con maggiore evidenza dalle altre, sarà ben giunto il momento (dopo 10 secoli) di porre la grammatica in armonia con la realtà. . 166. — La « grammatica rivoluzionaria » aboli- sce la denominazione di «33 persona »: sicché non saremo più costretti ad affermare ridicolmente che sono « voci verbali di 32 persona » quelle contenute nelle proposizioni: « sul tetto il gatto miagola » (il gatto potrà esser considerato « persona » in una fa- vola di Fedro, non quando zoologicamente miagola sul tetto), « il sole tramonta alle ore 6 e 40 » (il sole, astro e non Febo); «il peggior passo è quello del- l’uscio » (il soggetto proverbiale è il «passo » e non la persona passante), « chiodo scaccia chiodo » (sen- za allusione né materiale né allegorica all’individuo che lo pianta), « /a somma degli angoli di un trian- golo equivale sempre a due retti » (proprio indipen- dentemente da qualunque « persona » che constati o meno tale verità geometrica), « il biglietto costa lire 100 » (e nessuna delle persone collegate direttamente o indirettamente con le operazioni di compra o ven- dita del biglietto ha rapporti grammaticali con il ver- bo «costare »), « piove, Governo ladro!» (né il Go- verno, né altra « 33 persona » sono soggetto del verbo « piovere »)... (1). (1) Pur nell’Inferno dantesco era necessario un minimo di apparenza umana perché le anime dei dan- Sarà facile constatare come l’abo- lizione dei paradigmi artificiosi e la netta di- stinzione tra « discorso obiettivo » e « discor- so con intervento personale » chiariscono i fenomeni linguistici e psicologici e pongono in evidenza le significative analogie delle vo- ci verbali. | * dd %* 168. — I verbi regolari tendono a conser- vare la vocale tematica; il presente è espresso con tale terminazione, l’imper- îetto con l'aggiunta di -va. Il plurale si forma con la voce del singo-. lare cui si aggiunge -i10. PRESENTE: singol.: am-a - cred-e vest-e plur.: am-a-n0 cred-o-no vest-0=J10 IMPERFETTO: singol.: am-a-va —cred-e-va — vest-i-va plur.: am-a-va-no cred-e-va-rto vest-i-va-m0 nati sembrassero « persone »: ..@ ponevam le piante sopra lor vanità che par persona. (Inf.) Per « persona » noi intendiamo un essere umano completo, anima e corpo, indissolubili in un « compo- sto » indistruttibile » (« quoniam Deus creavit homi- nem inexterminabilem », Sap. II, 23). Su questo punto è esplicito il parere di S. Tommaso: « Ego sum Deus Abraham et Deus Isaac et Deus Jacob » quia non est Deus mortuorum, sed viventium » [Matth. XXII, 31- 32]. Sed constat quod quando verba illa dicebantur,. Abraham, Isaac et Jacob non vivebant... Anima Abra- hae non est, proprie loquendo, ipse Abraham, sed pars eius: et sic de aliis. Unde wita animae Abrahae non sufficeret ad hoc quod Abraham sit vivens, vel quod Deus Abraham sit Deus viventis: sed exigitur. vita totius conjuncti, scilicet animae et corporis ». (Summa Theol. Suppl. Qu. 75, art. 1). La religione cri- stiana è rassicurante in quanto garantisce la totale resurrezione dell’uomo, anima e corpo, cioè nella sua unica possibile « personalità », integralmente. Cfr. in proposito Toddi, Geometria della realtà e inesistenza della morte, Roma, De Carlo, 1947. — lil — RIVOLUZIONE COSTRUTTIVA (Come si vede, la «grammatica rivoluzionaria » sistematizza la coniugazione e permette di stabilire delle « regole ». Sicché è «rivoluzionaria » nel senso costruttivo). Il singolare del presente dovrebbe termi- nare in -i nella terza coniugazione, conser- vando la vocale tematica: Îa invece in -e, co- me la seconda, perché già nel latino classico vi era qualche confusione tra la lI e la III co- niugazione (1). Inoltre, la tipica sensibilità acustica della lingua italiana attribuisce a que- sta vocale, particolarmente acuta (2), un valo- re espressivo proporzionale alla sua vivacità, e questa sarebbe eccessiva per la semplice for- ma indicativa presente. Nel plurale del presente le forme in -ono della II e III coniugazione son dovute all’in- îluenza della terminazione lalina -uni, sempre per la confusione delle due coniugazioni. È regolare invece la terminazione -a-no della I coniugazione, poi che già il lalino aveva net- tamente -ani. Si osservi che il suono consonantico fina- le # del latino (-ant, -uni) si è sostituito con la. vocale 0, perché l'italiano non ama i suoni consonantici in fine di parola (3). (1) Tale confusione è frequente nei nostri dialet- ti. — Nello spagnolo, tuiti i verbi della III latina pas- sarono alla II. (2) Vedi 8 208. (3) La determinazione -ono è sostituita da -eno in parecchi dialetti italiani: romanesco crédeno, na- poletano védeno (pronunzia quasi vérene) — In aitri, invece, il plurale non differisce dal singolare: in abruz- — ‘zese, cande significa « canta » e «cantano », candéve è «cantava» e «cantavano ». Identico fenomeno è avvenuto in francese, giacché il chante e ils chantent, il chantait e ils chantaient non differiscono che nella grafia. Lo spagnolo e il portoghese riducono rispetti- vamente a -n e -m (che però è semplice nasalizzazio- ne) tali finali: spagn. canta, cantan; cantaba, canta- ban; portogh.: canta, cantam; cantava, cantavam. Il rumeno si comporta in modo diverso nel presente e “= VIVACITA CONCLUSIVA 169. — Il perfetto si forma accenian- do la vocale tematica: questa, nel singolare della I coniugazione, si muta in -ò; ritorna però integra nel plurale. Il plurale si forma aggiungendo -ro-no al singo- lare, ossia lo stesso suffisso -no che per il presente e l’imperfetto, interponendo la sillaba -ro-. Sicché: PERFETTO: singol.: am-ò cred-é fin-i plur.: am-à-ro-no cred-é-ro-no Îin-i-ro-n0 Si ottengono così delle forme « sdruccio- le », per conservare alla sillaba accentata la sua espressiva vivacità fònica. Si chiaman legittimamente « paro- le tronche » in italiano quelle che terminano con vocale accentata, non soltanto perché molte di esse sono appunto risultanti da un «troncamento » (ciftà per ciltade, virtù per viriude), ma anche perché la voce non si pro- lunga sulla vocale stessa, come nelle « silla- be aperte »  delle parole « piane » (accen- tate sulla penultima): è « troncata ». nell’imperfetto: il latino audit diventa aude, mentre il plurale audiunt diventa aud; nell’imperfetto, audiebat diventa auzià e audiebant dà auziau. — L'italiano se- gue invece una linea costante, coerente a criterî più semplici e più armonici. — (Cfr. G. Savini, La gram- matica e il lessico del dialetto teramano, Torino, Loe- scher, 1881, pag. 63 e segg.). (1) Nella sillaba che termini in consonante, que- sta blocca la possibilità di prolungare la vocale stes- sa, e perciò la sillaba è « chiusa »: se, invece, la silla- ba termina in vocale, questa ha libertà di espandersi senza ostacolo, e perciò la sillaba si dice «aperta ». In italiano le vocali accentate in sillaba aperta sono lunghe e più basse, in sillaba chiusa sono brevi e più acute. Cfr. fato (pron. fato) e fatto. — Tale distin- zione è importante anche nella studio delle lingue straniere. Alcune lingue non hanno che sillabe aperte. Questo connotato avvicina moltissimo la lingua giap- ponese alle lingue del Pacifico: nella scrittura fonica indigena, nella pronunzia e nella metrica, nessuna consonante si appoggia sulla vocale precedente: o è Per ora ci basti notare che la « percussio- ne » che ne risulta si conserva nei vocaboli derivati « chiudendo la sillaba » (ad esempio raddoppiando la consonante seguente, sì che metà di questo doppio suono consonatico ap- partenga alla sillaba precedente) oppure con un espediente « sdrucciolo ». Per mantenere la vivacità Îònica alla vo- cale « tronca » che caratterizza il perfetto si è adottato, nel plurale, un suffisso bissillabo non accentato, formando il vocabolo sdrucciolo. Così si spiega la sillaba -r0-, conservata dal latino -runi (-averuni, -ueruni, ecc.). 171. — Nella II coniugazione oltre la forma © credé usiamo anche la forma credette per il singola- re, e credettero per il plurale. Qui il -f finale latino non è stato elimina- to, né mutato in vocale: si è aggiunta una vo- cale: per conservare però all’-é tematica la sua vivacità si è « chiusa » la sillaba, raddop- piando la consonante: cre-dét-te. Il plurale fa credettero e non credetterono, poi che era superfluo ricorrere all’espediente del suffisso sdrucciolo, quando la « chiusura » della sillaba era già assicurata da -{l-. 172. — Il futuro non ha terminazioni proprie, essendo il risultato dell’infinito + ho e, al plurale, dell’infinito+ hanno: FUTURO: singol.: amer-à creder-à finir-à plur.: amer-à-nroo creder-à-nno finir-à-nrt0 seguita da vocale o fa sillaba a sé. Nello stornello di Sazanami: kiku momiiji « crisantemi e acero Nippon-jti no di tutto il Giappone haregi kana son l’abito di gala ». il secondo verso non è un quinario come gli altri due, ma un settenario (Ni-p-po-n ju-u no), come prescrive la metrica di tale genere poetico. (kaiku). Cfr. Sh. Matsuoka, Go-san-shichi-chò (« Sul ritmo di 5, 3, 7 sil- labe »), in « Bungaku », Téky6, 1933, I, 6. 114. REGOLARITÀ DI FORME La vocale tematica della I coniugazione si attenua in €, per iniluenza della Il coniuga» zione. Il raddoppiamento dell’n nel plurale è do- vuto alla derivazione da hanno, il quale se- gue la norina della « vocale tronca » (ossia « percossa » con vivacità: lo stesso fenomeno si ha nella formazione del plurale di altri ver- bi monosillabi: fa, fanno; dà, dànno, sa, san- no) (1). 2 * * %* 173. — L'italiano affida alla vocale -a il còmpito di esprimere il congiuntivo, differenziando così questo modo dall’ indicati» vo. Poi che la differenziazione, così ottenuta, non avverrebbe nella I coniugazione giacché l’a c'è già nell’indicativo (perché è nel tema), si ha, per la I coniugazione la desinenza «i. . nu plurale si ha regolarmente con l’aggiunta di -no al singolare, come nell’indicativo pre- sente. Sicché si ha: CONGIUNTIVO PRESENTE: singol.: am-i cred-a vest-a plur.: am-i-N0 cred-a-No vest-a-N0 (1) In armonia con questa norma, la forma dia- lettale ponno come plurale di po (= può) è più rego- lare che possono, e la si trova anche in lingua: usato da Dante («il monte — per che i Pisan veder Lucca non ponno », /nf., XXXIII, 29-30; e Par., XXVIII, 101), è frequente ancora in Torquato Tasso: « Vansene gli altri e dan le membra al sonno; Ma i suoi pensieri in lui dormir non ponno ». Gerus. Lib., X, 78). (Cfr. anche VIII, 57; VII, 122; X, 16 e 44, ecc.). La forma possono è ottenuta aggiungendo la desinenza -no al singolare della cosiddetta 12 persona posso, come tengono da tengo e non da tiene. Si noti che anche il plurale del presente indicativo del verbo essere è ottenuto in modo analogo: sono (plurale) non è formato da è ma dalla cosiddetta 12 per- sona, con la quale anzi viene a coincidere (sum e«=io. sono », sunt= « essi SONO »). Nel congiuntivo passato resta invariata, ed è anzi « percossa » fonicamente la vo- cale tematica: il latino fornisce l’elemento consonan- tico adatto, poi che la sibilante s è, delle consonanti, la più penetrante ed espressiva (1), atta perciò ad in- dicare il passato o perfetto del congiuntivo, così come la vocale «tronca» (fonicamente percos- sa) lo esprime nell’indicativo: le tre coniugazioni han- no un’unica desinenza -sse. Il plurale si forma con l’aggiunta di -ro: è inu- tile aggiungere più sillabe, ossia entrambe cuelle del perfetto indicativo (-ro-no), poi che il vocabolo così formato ha già entrambi i requisiti ciascuno dei quali è sufficiente a mantenere « percossa » la vocale: è in sillaba chiusa (a causa del doppio s) ed è in struttura « sdrucciola ». Abbiamo perciò: CONGIUNTIVO PERFETTO: singol.: am-à-sse cred-é-sse — Îin-i-sse plur.: am-à-sse-ro cred-é-sse-ro Îin-ì-sse-ro Le forme sfesse e desse sono irregolari, e probabilmente scelte per evitare equivoci con slesse nel significato di « medesime » e d'esse. Da queste si formano regolarmente i plurali slessero e dessero. Il condizionale italiano non si formò dal latino (2) ma combinando l’infi- (1) Pronunziata isolata, la consonante ‘s « può raggiungere valori compresi tra 9000 e 10000 oscilla- zioni al secondo »». A. Gemelli e G. Pastori, L'analisi elettroacustica del linguaggio, Milano, Università Cat- tol. Sacro Cuore, Scienze Biologiche, 1934, vol. I, pag. 143. — Per chiamare qualcuno, per imporre si- lenzio, usiamo questa consonante: « (p)sss! », « Sss! ». Qualsiasi altra sarebbe inefficace: la labiodentale f ha una frequenza assai più bassa: non più di 5500 oscil- lazioni, e, generalmente, intorno alle 4000. — «La chiusura del velo palatino è la più forte, nell’emissia- ne della sibilante s». G. Panconcelli-Calzia, Experi- mentelle Phonetik, Berlin, de Gruyter, 1921, pag. 109. (2) Né dal condizionale latino si formarono i con- dizionali delle altre lingue « neolatine ». Si ricordi pe- 2% SIMMETRIA DELLE FORME nito con il perfetto del verbo « essere >: da amare-ebbe si iormò amerebbe; da credere- ebbe si ottenne crederebbe: ed i plurali si for- mano con il plurale ebbero: sicché: CONDIZIONALE: . singol.:amer-ebbe creder-ebbe vestir-ebbe plur.: amer-ebbero creder-ebbero vestir-ebbero Si osservi, nella I coniugazione, la mede- sima attenuazione della vocale tematica che nel futuro (amerebbe invece di amarebbe); ve- di $ 169). Così semplificata, la coniugazione del verbo (nel discorso obiettivo o narrativo) si ridu- ce a 7 voci per il singolare ed altrettante per il plu- rale. Semplificata ed esposta in tal modo, la coniugazione del verbo italiano pone in evidenza la simmetria delle forme, connotato tipico della nostra lingua. Non sappiamo come gli antichi Romani pronunziassero la loro lingua: nel latino cer- tamente esisteva, oltre l’accento tònico, un «tono musicale» (1): tale differenza di in- rò quanto già osservato nel 8 118: lo spagnolo ha amara (plur. amaran), « se] amasse (amassero) », di diretta derivazione latina (amaret, amarent): la gram- matica spagnola non ha una denominazione del « con- dizionale »: definisce modo subjuntivo e modo poten- cial i due modi, spesso intercambiabili fra loro. Cfr. Diccionario de la lengua espafiola dell’Accademia, Ma- drid. Il rumeno ha forme speciali. ‘ del verbo «avere » (a aveà) che si combinano con l’infinito, senza fondersi però con esso, ma, anzi, pre- cedendolo: ar studià, « studierebbe » e « studierebbe- ro »; e persino ar aveà « avrebbe » o « avrebbero ». (1) Cfr. E. Weil & L. Benloew. Théorie générale de l’accentuation latine, Paris, Durand, 1855. — Il « tono » ha fondamentale importanza anche in connes- sione con il significato, nelle lingue che hanno tale caratteristica: i Cinesi « stentano a comprendere gli stranieri che in nessun modo tengono conto dei toni  flessione determinò la peculiare prosodìa, la quale non corrisponde affatto alla interpreta- zione fònica che se ne dà nelle scuole (1). Ci- cerone afferma che persino nel comune di- scorso vi è « come un canto sommesso » (2). Il latino era dunque una lingua che po- iremmo dire «cantata » (3), la quale, man mano, venne perdendo il suo carattere melo- dico, ‘avviandosi verso la forma del recitati- VO (4). Questo mutamento richiedeva basi Îfò- niche diverse, menire conferiva la possibilità di un diverso nesso tra « suono » e « signifi- cato ». Tale nuova « armonia » rivela il genio e pronunziano il cinese con un monotono retto tono (cosa sconosciuta in Cina) o con una cantile- na simile a quella delal lingua materna ». F. Bortone, Sillabario Cinese, Zi-ka-wei, 1935 vol. I, pag. 100; — Nel presente volume, le parole cinesi citate sono ac- compagnate da un esponente numerico, il quale indi- ca appunto il « tono » di ciascuna sillaba. Cfr. D. Jo- nes & K. T. Woo, A Cantonese Reader, London, Uni- versity Press, [1912], che è eccellente, ma riguarda il cantonese e non la «lingua mandarinica » (kwuan!- huà4). Per il pechinese, ottimo è il corso del Lingua- phone (in due volumi e 16 dischi doppi) di J. P. Bru- ce, E. D. Edwards & C. C. Shu. (1) È assurdo pensare che i Romani pronunzias- sero i loro versi con un’accentuazione tònica diversa che nel. discorso, € che spezzettassero le frasi in « piedi »: òde- | -runt pec-|-càre bo-|-ni vir-|-tùtis a- e -mòre (F. Schultz, Grammatica latina, 172 ed., Tonno; Chian- tore, (s. d.), pag. 299.. (2) « Est autem in dicendo quidam cantus obscu- rior », De Orat., XVII. (3) Sappiamo da Dionigi di Alicarnasso che gli oratori latini arrivavano a fare anche l'intervallo di quinta, ascendente e discedente. (De compositione ver- borum, c. XI). (4) « La melodia gregori'ana nella sua linea archi- tettonica è calcata sugli accenti grammaticali del te- sto liturgico. Il che vuol dire che le sommità melodi- che coincidono in generale cogli accenti tonici delle parole ». P. Ferretti, Trattato delle forme musicali del Canto Gregoriano, Roma, Pont. Ist. di Musica Sacra, 1934, vol. I, pag. 16. — 1130tme MUSICALITÀ DECLAMATA musicale italiano, nella lingua che è espres- sione artistica del popolo che la parla, se- guendo istintivamente alcune norme di equi- librio sonoro che soltanto uno studio acuto rie- sce a riconoscere, e soltanto in parte. Accadde, nella parlata italiana, un feno- meno di insieme, del quale un episodio mu- sico-teatrale può servirci di esempio come ca- so singolo. Il libretto della Cavalleria Rusti- cana, nel primo testo compilato da G. Targio- ni Tozzetti, si concludeva con due quinarî: Hanno ammazzato compare Macca! Essi erano destinati ad essere musicati: in una melodia tutto l’effetto estetico sarebbe stato affidato alle note musicali: volendone Îa- re un « declamato », Mascagni comprese che bisognava mutare il suono della parola finale, che avrebbe compromesso V’eîficacia: la mu- sica avrebbe dato un tragico acuto; il « recita- tivo» doveva dare un « aculo vocalico » per avere il massimo dell’espressione. I due qui- narî divennero per ciò un endecasillabo, e il cognome Macca Îu sostituito col nome Turid- du (con un i tra due u), formando l’efficacis- simo finale: Hanno ammazzato compare Turiddu! « Tutta la parlata italiana segue sempre questo procedimento musicale » (1). —_==2=p=Hkk11_1À_ (1) M. Campana, La musicalità della lingua ita- liana, Roma, Augustea, 1934, pag. 45-47. — 129 — L'androceo e il gineceo dei sostantivi (IX) 177. — Tutte le parole che, isolate, posso- no essere soggetto o complemento oggetto di un verbo sono no mi, ossia sostantivi, oppure sono altre parti del discorso che fanno le veci o le funzioni di sostantivo (vedi $ 41). Anche un insieme di parole, può esser: soggetto o complemento oggetto id un verbo. In tal caso, l’intero costrutio ha, sintatti- camente, le funzioni di sostantivo: | « è duro calle lo scendere e ’l salir per l'altrui scale (Par., XVII, 59-60). Tutto l’endecasillabo. « Jo scendere e ’| sa- lir per l’allrui scale» serve da soggetto alla voce verbale è: può considerarsi come un’u- nica espressione algebrica incluse Îra paren- tesi e che quindi può esser globalmente ele- vata a potenza, moltiplicata per un numero, sottoposta a segno di «radice», servire da « nominalore » 0 « denominatore », ecc. Ha funzioni di sostantivo, ma è composto di più parole: quindi non è un nome o sostan- tivo. 179. — Nella lingua italiana ogni nome deve appartenere ad uno dei due generi grammaticali: maschile o femminile. Nella sua evoluzione, il latino moderno (ossia l’italiano) ha eliminato il genere neutro, che esisteva nel latino classico e nelle lingue precedenti, e che persiste in altre lingue (1). I nomi o sostantivi SONO « maschili» o «femminili» per ragioni prevalentemente etimologiche e fòniche, ma anche per altre cause che non è facile indagare. Possiamo adottare la denominazione di gene - re maschile e femminile, insistendo però soprattutto sul primo vocabolo di tale denominazio- ne, ossia sulla parola genere, e non attribuendo troppo il valore distintivo di sesso alla qualifica « ma- schile » o « femminile » (2). Sono, ad esempio, grammaticalmente « femminili » la sentinella e la spia, pur se in- dicanti un uomo; son « femminili » l'aquila e la friglia, anche se si tratti del maschio di tali animali. Sono ripartiti nei due generi anche i nomi che esprimono oggetti o idee che non posso- no avere un sesso nella realtà: il fosso è ma- schile, mentre la fossa è femminile; il /egro non è, fisicamente, diverso dalla legna; gran parte delle malattie hanno un nome femmini- le (scialica, idropisia, scarlatlina, influenza), mentre sono maschili il tifo, il carbonchio, lo scorbuto, ecc.; il Coraggio è maschile e l’au- dacia è femminile; maschile è lo spavento e femminile è la paura. (1) Tracce del neutro rimangono nelle lingue neo- latine: lo spagnolo /o bueno, lo malo differiscono da el bueno, el malo; esprimono, appunto con valore neu- tro, ciò che è «buono» o «cattivo » in senso gene- rale e astratto, o « qualunque cosa » buona o cattiva: e l’articolo /o (distinto da el) serve appunto a speci- . ficare tale genere. Parimenti si hanno in porto- ghese i pronomi neutri isfo, « questo », isso, « code- sto », e aquilo, « quello », distinti dai maschili éste, ésse aquele. Anche in italiano sentiamo un valore neutro nel pronome ciò e altri simili. (2) La lingua inglese usa il vocabolo gender nella sola accezione di « genere grammaticale ». Si consi- deri che il nostro vocabolo genere, pur essendo con- nesso con generare, significa semplicemente « specie », GENERE E DESINENZA Né la sola desinenza in -0 o in -a basta. a giustificare l’attribuzione all'uno o all’altro genere: l'asma e il colera sono maschili. Inoltre, la massima irregolarità presentano i nomi in -e, terminazione va- levole per entrambi i generi. Non v’è regola nemmeno per i nomi di ani- mali: il formichiere, il camaleonte, ecc. sono sempre maschili, mentre la vo/pe, la cimice, la pulce, l’anojele, ecc. sono femminili anche se indicano il maschio di tali animali. Oggi si può liberamente dire «il figre » e «la figre », « il [lepre » e la lepre ». Più restii ancora ad una catalogazione ge- nerale sono i sostantivi in -e al quali non cor- . risponde un «sesso» fisico in ciò che essi rappresentano; il mofore è maschile, mentre l'automobile e la juricolare sono femminili (1); il bafltaglione è maschile, mentre la divisione è femminile, Sono maschili i nomi dei mesi (aprile, settembre, ottobre) ed è femminile l’esfate (2); son maschili i nomi "degli alberi (abete, elce), ma è femminile la querce (3); son maschili il rame e l’oltone, ma è femmi- nile la pirife; maschile è il diamanie e femmi- nile è l’orice. « categoria », senza implicare l’idea di « generazione » e tanto meno quella di « sesso ». (1) S’intende « una vettura automobile » e « una ferrovia funicolare »: il francese ha un funicolaire, al maschile, come ellissi di un chemin de fer funiculaire: lo spagnolo preferisce conservare l’espressione intera: un ferrocarril funicular. (2) Le altre tre stagioni hanno la terminazione in -a ed -0. (3) Querce (plur. querci) invece di quercia (plur. querce) è usato frequentemente in Toscana, ed in poesia o nello stile elevato. Però Dante e Petrarca usa- no quercia: « La carne dei mortali è tanto blanda, che giù non basta buon cominciamento dal nascer della quercia al far la ghianda ». (Par., XXII, 85-87) « Spenti son i miei lauri, or querce ed olmi » (Petrarca, Rime, II, Son. 83)  Sono prevalentemente femminili i nomi astratti uscenti in -e, e specialmente i nume- rosissimi in -ione: questione, ragione, addi- zione, interpolazione. Maschili, invece, sono i nomi in -ore, anche se astratti: dolore, calore, valore, colore, sapore, ecc. Complesse e interdipendenti sono le ra- gioni per le quali un sostantivo può aver mutato ge- nere grammaticale dal latino divenendo italiano o BEIPANCS in una lingua neolatina. * x x Comunque, il popolo non ha seguìto un semplice capriccio, ma ha ubbidito ad un istin- to, poi che unanime è stato il consenso nel- l'assegnare al maschile piuttosto che al fem- minile o viceversa un sostantivo che era del- l’altro genere, oppure nel determinare a quale dei due generi dovesse essere assegnato un « neutro » (2). Le cause van forse ricercate in fattori che . non è facile identificare a distanza di tempo, e che forse erano anche difficilmente identifi- cabili nel momento in cui essi agivano (3). (1) I corrispondenti nomi astratti francesi in -eur sono invece femminili: /a douleur, la chaleur, la va- leur, la couleur, la saveur. Son però maschili honneur, déshonneur, bonheur, malheur: mentre è femminile la fleur « il fiore »: e, in spagnolo, son femminili la. flor, « il fiore », Za labor, « il lavoro » (donnesco o dei cam- pi). In portoghese sono femminili a flòr, «il fiore », a còr, «il colore », a dér, «il dolore »; «l’onore » è a honra, con terminazione femminile. (2) Si dice che i «vocaboli seguono l’uso », ma « l’uso può in verità definirsi: viva e certissima espres- sione delle naturali proprietà della lingua e dell’indole del popolo che la parla ». I. Amicarelli, op. cit., vol. I, pag. 25. (3) « Gli antichi, conoscendo più intimamente i valori dei vocaboli, doveano spesso gustare un’occulta allusione, ove noi non ne scorgiamo pur l’ombra... Così veggiamo che Eschine chiama spauracchi e mo- stri alcune frasi di Demostene, che a noi sembrano vi- vaci ed energiche ». M. Cesarotti, Saggio sulla filoso- fia delle lingue, P. II, XIV, 2. cu fia MUTAMENTI DI GENERE Il sostantivo basso-latino amuletum, neu- tro, divenne in italiano e in spagnolo un amu- - leto, ed in portoghese um amuleto, ossia al AMVLE ETVMO ein i Wmulett di “een amulet can amulet : un i pniuleto. fo ‘une amulette I ‘um amuleto. | {0 amuletà <> | - MASCHILE: - — “NEUTRO” Valtr > FEMMINILE: IE Quale sa ha trasformato l'amuletum (neutro) în maschile o femminile? Amuleto scozzese del XV s;e- colo: reca incise, come parole magiche: « Consumma- tum » ed i nomi dei tre Re Magi: Gaspare, Melchior- re e Baldassarre. - maschile, come gran parte dei neutri in -um (ablativo i in -0-, Inizialmente fu maschile an- che in francese (1): poi divenne femminile — une amulelte — com'è femminile i in rumeno. (1) Appare nel 1558 in Pontus de Tyard; è ma- schile in Tabourot, femminile in d’Aubigné. Una causa ha dovuto ben esservi per produr- re questo mutamento (1). ù* * %* 183. — Constatiamo anzitutto che l’assegnazio- ne al genere è determinato assai spesso dalla vo- cale finale del sostantivo, o, più esattamente, che vi è una stretta relazione tra vocale finale e genere grammaticale. Talora è stata modificata la vocale finale, proprio in armonia con il genere: meridies era già maschile in latino, ma con aspetto fem- minile, poi che femminili eran tutti i sostanti- vi in -es della V declinazione. L'italiano ne ha fatto meriggio, con uscita in -0. Tipica terminazione maschile è la robusta vocale o. | Sono infatti maschili in italiano i sostantivi uscen- ti in -0. Fanno eccezione: a) la mano, per diretta eredità dal lati- no (3); (1) Tatuno ritiene che ciò sia dovuto alla finale, -ette, presa per suffisso femminile. (A. Dauzat, Dic- tionnaire étymologique de la langue francaise, Paris, Larousse, 1938; pag. 33). Ciò è possibile, ma il fran- cese ha un squelette, « uno scheletro », al maschile. (2) Il lat. meridies è sempre maschile, sebbene composto da dies, che talvolta è femminile al singo- lare, allorché esprime tempo o termine: praestituta die, « nel giorno prestabilito »: ha assunto la termi- nazione in -a, ma è maschile, in spagnolo e in porto- ‘ghese (el dìa, o dia). (3) Già in latino manus è uno dei pochissimi ‘no- mi della IV declinazione (nominat. e genit. in -us, abiat. in -w) che sono femminili: il femminile acus ha dato il maschile ago all’italiano, e il maschile ac al rumeno (acul, « l’ago », un ac, « un ago », ma femmi- nile al plurale: ace, « aghi », acele, « gli aghi »), men- tre il diminutivo femminile acucula è divenuto aguja in spagnolo, agulha in portoghese e aiguille (< ago » e anche « scambio ferroviario ») in francese. Femminile era porticus in latina, e si è mascolinizzato in « por- tico », mentre arcus, che era maschile sia al singolare ECHI MITOLOGICI b) l'eco, al singolare (« un'eco », con l’a- postroîo), per un riguardo alla ninfa di que- sto nome. | Il plurale, però è maschile: gli echi, poi che la mitologia non registra che una sola Eco (1); c) la virago e l’imago, che stanno latina- mente per viragine e imagine (o immagine): .« Avrem Camilla La gran volsca virago... » (A. Caro, Eneide, XI, 695) « Vedi le triste che lasciaron l’ago, la spuola e °l juso, e jecersi ’ndovine: fecer malie con erbe e con imago ». (Inf.) « Astolfo, poi ch'ebbe cacciato il mago, Levò di su la soglia il grave sasso, E vi ritrovò sotto alcuna imago... » (Ariosto, Orl. Fur., XXII, 23) d) la spicanardo o spiganardo, secondo alcuni pedanti. Ma la graîfìa più corretta è Spi- che al plurale, ha dato al rumeno arc, che è maschile al singolare (arcul, « l’arco ») e femminile al plurale (arce, « archi », arcele, « gli archi »). Femminile era Idus, rimastoci soltanto nella forma plurale, mascoli- nizzandosi: « gl’Idi di marzo ». (1) Soltanto la lingua italiana estende cavallere- scamente anche al nome comune eco la femminilità della ninfa: è maschile in francese, (un écho), in spa- gnolo e portoghese (el eco, o echo) e in rumeno (ecou, « eco », ecoul, «l’eco »), ed è neutro in tedesco (das Echo). La mitologia greco-romana non è, nel nostro ricordo, svanita come presso altri popoli neolatini: l’esclamazione popolare « per Bacco! » documenta quo- tidianamente quanto sia rimasto di romanissimo nel nostro sentimento. Soltanto la malafede politica ga- reggiante con l’ignoranza può spingere un italiano (!) ad affermare che «tra Roma antica e noi c’è rottura . storica, etnica e morale » e che «noi non abbiamo niente a che fare con gli antichi Romani, di cui con- serviamo i ruderi per motivi unicamente topografici ». G. de Ruggiero nel discorso inaugurale dell’Istituto di Studî Romani (! 1944-45. (Cfr. « Avanti! », anno XL VIII, n. 168, 19 dic. 1944). | — 1 .canardi, anche al singolare: e, in ogni caso il genere femminile è determinato dalla parola “spica; | e) alcuni sostantivi moderni, abbrevia- zioni di parole femminili nella forma intera, come aulo per automobile, joio per fotografia, torpedo per torpedine, autoblindo per auto- blindata, ecc. Î) La dinarno e la radio. La prima può considerarsi come abbrevia- zione di « macchina dinamoelettrica »; la ra- dio è femminile per distinguersi dal radio, me- tallo oppure osso dell’avambraccio (1). Tale distinzione fa sì che si chiami « una radio » anche un apparecchio di radiotelefonia: e si dice infatti persino « una radiotrasmittente », « una radioricevente ». Vengono spontaneamente a polarizzarsi nel genere maschile i sostantivi importati dal- le lingue straniere, i quali terminino in -0, anche se non esprimano un essere maschio puro se, nella lin- gua d'origine, non siano di tal genere. Si dice perciò non soltanto « il mikado » (2) e il gaucho, ma anche « un igloo » (3) « un ki- (1) In un primo tempo si adottò radium per il metallo: e tale è il nome di esso nelle altre lingue. AI contrario, il « quanto » della fisica moderna (interpre- tazioni e formule di Einstein e di Planck) tende ad esser sostituito con il latino quantum. Meglio che « quanto di azione », che si presta all’equivoco, si di- rà perciò « quantum di azione », ecc. Così è talvolta opportuno, per chiarezza, sostituire « massimo » e « mi- nimo » con maximum e minimum ogni volta che si esiga una scientifica precisazione. (2) I Giapponesi non usano la parola antiquata mikado più di quel che noi adoperiamo Rege per Re, o Prence per Principe. Usano Tennò (« Celeste Sovra- no »), che ora è vocabolo in uso anche in italiano. In eschimese – H. P. Grice: “Austin was a master of it!” -- idg/o (da cui abbiamo preso igloo per esprimere la « capanna fatta di blocchi di ghiac- cio) è la forma tematica della parola che significa «casa » e che può prendere una ottantina di suffissi diversi, modificatori dell’idea. L’eschimese è un esem- LA VOCALE PIU’ FEMMINILE mono » (o chimono), « un kRakemono » (1), « il macao » (gioco), anche se questi vocaboli non sono di genere maschile nelle lingue dalle quali li abbiam presi. Sentiamo come tipicamente Îîem- minile la riposante vocale -a. Sono prevalentemente femminili, in italia- no, i sostantivi uscenti in -a. Fanno eccezione: | a) la massima parte dei sostantivi in -a i quali indicano persona di sesso maschile: es.: il papa, il poeta, l'artista, l'autista, il boia, l’ulema, il paria, lo scriba, il pediatra, l’au- riga, il pilota, il radiogoniomeirista, il fa- scista, il nazista, l’antinazifascista ed altri nu- merosissimi sostantivi di tal tipo, di vecchio e nuovo conio: giornalista, linguista, idealista, opporiunisia, legittimista, barisia, arrivista, camionettista... Eccezione a questa eccezione sono quei sostantivi in -a i quali, pur riferendosi ad in- dividuo maschio, coincidono con il sostantivo che indica la loro professione: si dice perciò, al femminile, «la guardia» (colui che fa la guardia), « la spia » (che fa la spia) (2), « la pio di lingua « polisintetica »: igdlo è « casa », igdlors- suaq « grande casa », igdlulorpoq (igdlu-lorpog) « casa- ch’egli-costruisce »; igdlorssualiorpog (igdlo-rssua-lior- poqg) « grande-casa-che-egli-costruisce ». 1  Il suono, spesso simile all’italiano, di molti vocaboli giapponesi, non deve lasciar supporre che questa lingua abbia i generi grammaticali: diciamo « una katana » (« spada »): ma il Giapponese non vede nel vocabolo un genere diverso che in kimono, « ve- stito », o kakemono (pannello decorativo). Non ha « genere » neppure kodomo (« ragazzo » o « ragazza », » figlio » o « figlia », come il francese enfant: un en- fant, une enfant, o il russo celavièk, « uomo o donna », « essere umano »). (2) Il familiare « far la spia» non significa sol- tanto « agire da spione » ma anche «dar notizia seguida » (che serve di guida), mentre «il ca- merala » non fa «la camerata », o «il Sren Lama » non fanno «la grande lama » (1), ed « il caricaturisia » non Îa «la caricaturista » ma la « caricatura », e perciò son tutti sostan- tivi maschili. L’uso lezioso toscaneggiante di dire «il guardia » (per guardaboschi ) è altrettanto ri- provevole quanto ‘quello partenopeo di dire «il guardio ». Questo, anzi, è più coerente, poi che mascolinizza la terminazione! Sono anche femminili birba e recluta (2). b) parecchi nomi di cosa o astratti, uscenti in -/a e in -ma e derivati dal greco, co- me poema, telegramma, cablogramma, feore- ma, pianeta, dilemma, dramma (3), ecc. È rò femminile fisima, che non deriva affatto. dal greco physema (4); c) alcuni nomi esotici di animali o di greta e delatoria », coincidendo con il significato che ebbe anche in lingua: dal gotico spànan (affine al lat. specio: ad-spicio, con-spicio) « esplorazione », tale fu il primo suo valore: «Il re cercar fe di Lucina bella, Né sin l’altrieri aver ne poté spia ». (Ariosto, Orl. Fur., XVII, 66) (1) In tibetano [b]la-ma significa « prete », ‘e la traduzione letterale di Dalai-lama è « Sacerdote-Ocea- no », ossia il più grande fra tutti. 2) Entrambe le pronunzie « rècluta » e « reclùta » sono giustificabili, per l’incontro muta-liquida (come « rùbrica » e «rubrica »): più corretto sarebbe « re- clùta », per la derivazione dal francese recrue, ma più diffuso è « rècluta ». (3) Dramma è maschil: come componimento tea- trale (dal neutro greco drama) e può scriversi anche drama (plur. drammi e, più raramente drami), mentre è femminile come nome di monéta (dal greco drach- me, femminile): plur. dramme. | (4) Forse da sofisma: anche in tal caso vi sareb- be mutamento di genere, poi che sophisma, in greco, è neutro.  « NULLA » cose: gorilla, puma, lama (1), pigiama, ben- gala (2). È regolarmente femminile froika (0 froica), che è femminile anche in russo (3). d) il vaglia, nel significato astratto (« uo- mo di gran vaglia », « scrittore di vaglia »), e in quello bancario o postale; e) il sostantivo nulla, che alcuni gram- matici definiscono arbitrariamente avverbio ed altri pronome. Di quale nome fa le veci il nulla? (4). N (1) Più esatto, parlando del ruminante sud-ame- ricano, è scrivere Îlama e pronunziare « gliama », alla spagnola: il vocabolo non ha nulla di comune con il verbo /lamar, « chiamare », provenendo dalla lingua indigena chiciua (quichua). (2) L’inglese coloniale pyjamas, o pajamas, plu- rale, passato poi nella lingua e quindi anche negli altri idiomi europei, è originariamente il persiano paejama, che letteralmente significa « indumento (jama) per le gambe (pae), e indica i pantaloni portati dai Musul- mani di entrambi i sessi. — Il nome bengala, dato ai colorati fuochi di artificio, proviene da quello della provincia indiana Bengala (in inglese Berngal, pronun- zia « bengdl »): si chiamarono « Bengal lights» (luci del Bengala) i segnali pirotecnici usati nelle campa- gne inglesi in India, donde il nome. I bengala a sco- po festivo son chiamati dagli Inglesi « candele roma- ne» (Roman candles) probabilmente in riconosci- mento della superiorità dell’arte italiana, specialmente meridionale, nella fabbricazione di essi. (3) Il russo froika non è il nome di un veicolo, ma dell’attacco di tre cavalli, come per noi « pari- glia » è l’attacco di due: perciò è ridicolo dire o scri- vere « viaggiarono molte verste nella veloce troika »: per voler dar troppo il « colore locale », lo si dipinge con strafalcione italo-russo. (4) L'italiano nulla viene dal latino nulla res, «nessuna cosa »: lo spagnolo e il portoghese nada stanno per res nata, «cosa accaduta », e richiedono perciò il verbo negativo (no es nada, ndo é nada), e la negazione è sottintesa quando vengano usati isolati. Per la stessa ragione vuole il negativo il francese (ce n’est rien, « non è nulla »), giacché rien è il lat. rem, accusativo di res, « cosa ». Contiene invece la negati- va il rumeno nimic, « niente », dal lat. ne mica « nem- — 131 Con l’occidentale nulla possiamo associa- re, grammaticalmente, il buddhico rirvéna. Solamente le vocali -a ed -0, come finali di sostantivi, rivelano una polarizzazione preferen- ziale di questi rispettivamente verso il genere fem- minile e verso il genere maschile. Per i sostantivi uscenti in altra vocale, predomi- na piuttosto, come fattore determinante la scelta, il significato. Tra gli uscenti in -e son maschili quelli indicanti persone di sesso mascolino, come pontefice, primate, fante, esule, ecc., ed i numerosi nomi di pro- fessionisti e artisti in -ere ed -ore: ragioniere, aviere, spedizioniere, parrucchiere, cerimoniere, gondoliere, ecc.; imperatore, genitore, tutore, pretore, ecc. Analogamente, esprimendo la caratteristi- ca e la funzione, sono maschili i nomi in -ere e -ore di animali, meccanismi, strumenti e og- getti a scopo determinato: frampoliere, formi- chiere; roditore, — candeliere, paniere, carnie- re; motore. carburatore, silenziaiore, compres- sore, ventilatore; e persino gli astratti mate- matici o fisici divisore, faflore, denominatore, vettore, i quali hanno anch'essi una funzione specifica ed operante. Gli altri nomi in -e son più difficilmen- te catalogabili secondo norme generali (vedi 8 181). Preferenza per il genere maschile mo- strano i nomi uscenti in -i, ma non son numerosi: es.: brindisi tranvai, beri-beri, harakiri (2): ma son fem- meno una briciola ». — L'inglese nothing è « nessuna cosa » (no thing). — Il tedesco nichts e l'olandese niets son le rispettive negazioni (nicht. niet) sostantivate e di genere neutro. (1) Da ni-vana=<« non essere », con un r eufo- nico interpolato.  Diffusa e persino registrata da qualche dizio- nario rispettabile, è l’errata forma di karakiri, che in giapponese non significa nulla: harakiri è «taglio (Ki- TRE PAROLE DA CORREGGERE | rate mah fràja | o nel significato... (8 190) ri) del ventre (lara) >»: ma i Giapponesi usano più correntemente seppuku, che ha Io stesso significato, e che si scrive quindi con i medesimi ideogrammi, ma invertiti (sep = setsu = kiri, e puku==fuku hara). — Il beri-beri deve il suo nome al singalese beri, « de- bolezza », essendo questa una delle consequenze di tale polineurite epidemica, diffusa in Estremo Orien- te, e dovuta all’alimentazione quasi esclusiva di riso brillato (avitaminosi).  minili quelli di origine greca: es.: metropoli, crisi, stasi, ipotesi, sintesi, analisi, crisi, dieresi; tisi, clo- rosi, elefantiasi, ipodermoclisi; ed in gran DErte so- . no astratti. : sciah sLò scacco. mata -\o matto Na DE Di, . CÀ Ne Ì: Zeliose FRANC. ! ica et 1 su. "” " \ a noi Ca i " Nrpa & a _Ò S_Ò i MA XMATBI Lo «scacco matto » ‘non implica idea di follìa...  Nestia sostantivo italiano termina in -U non ac- centata. Per il loro carattere fòrlico forte, sono ‘ di genere maschile i sostantivi uscenti in vocale ac- centata: esempî: in -à: sofà, baccalà, podestà, scià (1), pascia, DIAGIIZ, UL, i  È il persiano sciah, da cui abbiamo avuto an- che gli scacchi: e l’espressione « scacco matto » ‘non ha nulla di folle, ma è il persiano sciah mate, « il Re / i 134 ta I SOSTANTIVI TRONCHI gagà, ragià, maharagià (1), baccarà; —. in -è: caffè, tè, canapè, viceré, corsè, lacchè, gilè (2); in -ì: giurì, colibrì, lunedì, mariedì, mezzodì, cadì, ecc.; in -ò: falò, pagherò (« un pagherò »), oblò (3); in -ù: fisciù, caucciù, bambù. Fanno eccezione i nomi, quasi tutti astrat- ti) in -tà e -iù, che terminavaon in -fade (-tale) e -lude (- -tute), come città, verità, castità, ca- rità, virtù ,gioventù. Nell’Italia meridionale è frequente la forma està per estate. Per analoga ragione è femminile mercè (da mercede): « lo son ]atta da Dio, sua mercè, tale che la vosira miseria non mi tange » Unf., II, 91-92) È oramai introdotto nell’uso corrente il no- me della musmé, che è anch’esso femmini- le (4). — 192. — Sono maschili tutti i nomi terminanti in consonante: bar, bazar, radar, harem, nord, sud, est, è sorpreso ». Ciò spiega perché tale espressione abbia suoni simili anche in altre lingue: è lo stesso « matto » che si usa per distinguere il colore non brillante. (1) Non rajah e maharajah, con grafìa inglese, che spinge anche ad erronea pronunzia: l’indiano ra- gia significa « Re » (lat. rex, ablat. rege), e maharagia «gran Re». (2) Oramai corset e gilet hanno assunto forma na- zionale e l’uso li ha messi abbondantemente in circo- lazione. (3) I puristi ammoniscono che oblò non è buon italiano, e che si dovrebbe dire « occhio » o « portel- lino »: ma ogni cameriere di bordo riderebbe del pas- seggero il quale gli ordinasse di « chiudere l’occhio » o di « pulir bene il portellino ». (4) AI vocabolo nipponico musmé si è dato arbi-' trariamente un significato più o meno piccante, men- tre, nel paese di origine, vale « fanciulla » o « figlio- la »: la più borghese delle mamme giapponese dirà che ha futari no musmé, ossia « due figlie », come di- rà che ha sannin no muskò, ossia « tre figli maschi ».  ovest, referendum, autobus, film, urang-utang, bùme- rang. 193. — Sono maschili le note musicali, indipen- dentemente dalla loro terminazione: fa, la, re, mi, si, do, sol. 194. — Analogamente possiamo adottare un cri- terio il quale disciplini l’incertezza che regna il me- rito alle lettere dell’alfabeto: si dice « una emme» o «un emme »? Allorché si voglia esprimere il « suo- no », sarà meglio considerar « maschile » qualsiasi lettera: ad es. «l’erre siciliano », « il c schiacciato », «un d raddoppiato ». Considerate come segno grafico, lianno fisonomia femminile le lettere il cui nome termina in -a, mentre sono da considerarsi maschili tutte le altre, ed in special modo quelle che hanno una terminazione ti- picamente maschile: « un’acca maiuscola », «la dop- pia zeta»; ma «un ipsilon maiuscolo ». L’uso ha fis- sato, con espressioni correnti, il genere di alcune let- tere: si dice infatti: « mettere i puntini sugli i», « un trave a doppio T:, «il doppio v », «l’i lungo ». Nel linguaggio matematico, si può dire «un x» e « una x ». Nel primo caso si inten- de piuttosto il segno grafico; nel secondo si allude all’« incognita ». 195. — Sono maschili tutte le lettere greche, che nella lingua originale son tutte di genere neutro. Il rapporto fra diametro e circonîerenza si chiama « p greco », o « pi-greco », per distin- guerlo dal « pi » italiano, che ha lo stesso no- ‘me (1). I 196. — Si considerano maschili tutti i vocaboli e i gruppi di vocaboli «sostantivati »: «il perché », (1) Perciò è inutile la specificazione di « greco » nelle altre lingue, nelle quali il « p» nazionale ha un nome differente dal «pi» dell’alfabeto greco: in fran- cese basterà dire pi, poi che la lettera francece è pé; parimenti in tedesco a « das Pi »; in inglese la lettera latina è pe (pronunzia « pi »), mentre il @ è pi (pro- nunzia « pài »). PIU’ CHE IL LETTERARIO INCHIOSTRO DI «il dolce far niente », «è vietato transitare sui pra- ti», «sono arrivati quando l’ite missa est era già passato », « al fre per otto si può sostituire un sei per quattro ». 197. — Le speciali denominazioni, marche di fabbrica, tipo di merce, ecc. seguono il genere della parola che esprime la cosa: si dice perciò: « un Cin- zano » (intendendo vermut), « un bicchiere di buon Chianti » (vino); «una millecento » (vettura), « una diciotto-ventiquattro » (macchina o lastra o positiva fotografica); « una tre-cilindri » (vettura); « un Savoia- Marchetti» (aeroplano); «una tre-alberi» (nave); «una fuori-serie » (vettura), «un delizioso Lacrima Christi» (vino), «dell’autentico Vedova Clicquot » (vino sciampagna), « un elegantissimo tre-quarti » (ve- stito, mantello). | o 198. — Il genere di un sostantivo può mutare con il tempo e per speciali eventi: nessuno dice più, oggi, «il Genesi », parlando del 1° libro della Bibbia. Dopo ia Grande Guerra, il nome fronte si è militar- mente mascolinizzato: « Colpito alla fronte, cadde sul fronte della IV Armata ». Né i puristi possono cancellare ciò che è stato: scritto assai: più indelebilmente che con letterario in- chiostro. Il plurale è a onde corte (X) 199, — Invece che maschile e femmi- nile, meglio si chiamerebbero solare e luna- re i due « generi » grammaticali, e quindi anche « so- lari » e «lunari» i sostantivi appartenenti all’uno © all’altro. Come già detto, (8 180), le due denomina- zioni « maschile » e « femminile » in uso nel- la terminologia grammaticale non significano infatti che l'appartenenza all'uno o all’altro « genere » sia necessariamente connesso con il sesso della persona, dell'animale o della co- sa che il sostantivo esprime. Un banco, un orologio, un capello o un locomotore, non hanno nulla di mascolino che li distinguano da una sedia, una clessidra, una barba ed una locomotiva: quei sostantivi son definiti « ma- schili » perché, grammaticalmente, seguono le regole vigenti per la classe di sostantivi alla quale, insieme con numerosissimi altri di tut- l'altra specie, normalmente appartengono i so- stantivi che significano individui maschi (u0- mo, leone, gallo) o considerati come tali (ser- pente, verme, granchio); invece la sedia, la clessidra, la barba e la locomotiva si compor- tano, grammaticalmente, come la donna, la leonessa, la gallina (e la faraniola, la lumaca, l’ameba). 200. — Neppure le antiche e moderne nozioni di anatomia, fisiologia e genetica hanno determinato in modo decisivo l’attribuzione dei sostantivi all’uno o all’altro « genere » in considerazione della funzione e dei caratteri dell’uno o dell’altro « sesso ».  È maschile il seme (lat. semen, neut.), ve- getale o animale che esso sia (1), ma non in "i restate, “So i : Ù Arcane connessioni collegano î fenomeni umani — e quindi anche quelli linguistici — con i moti astrali... A) tavola astrologica medioevale di corrispondenze ed l influenze dello Zodiaco sulle parti del corpo umano. B) e C) «epatta» e é lettera domenicale » servono a stabilire le « feste mobili» cattoliche in connessioni con i periodi solari e lunari. — D) tracce di « raggi | cosmici» nella « camera di Wilson », alcuni dei quali curvati o deviati da un campo magnetico. (8 200) 4 (1) Gli antichissimi riconoscevano un semen an- che nella materia prima dei minerali (Lucrezio). CONNESSIONI ARCANE quanto sia fecondatore, poi che è maschile anche l’uovo (lat. ovum, neut.), e lo è anche l’ovulo, mentre è femminile la cellula (1). At- tribuire all’etimologia fonetica le ragioni del- l'attribuzione all’uno o all’altro « genere » non îa che spostare il problema nel tempo, senza con ciò risolverlo. Probabilmente più vicine al vero erano quelle interpretazioni fisiologiche che stabilivano arcane connessioni tra i Îe- nomeni umani e quelli astrali (2). (1) Biologicamente, l’uovo, come l’ovulo è una cellula. (2) Tali connessioni vengono oggi definite strava- ganze « astrologiche » e ridicolizzate come « supersti- ziose »: ma «oggi non si ha più alcuna idea di quel che l’astrologia antica poteva essere, e persino coloro che han cercato di ricostruirla son giunti solo a vere contraffazioni, sia per voler fare di essa l’equivaiente di una scienza sperimentale moderna, poggiante sulla statistica e il calcolo delle probabilità, e quindi infor-° mata da un punto di vista che in nessun modo può esser quello dell'antichità e del Medioevo; sia per dar- si esclusivamente ad un teutativo di restaurazione di - un’« arte divinatoria », la quale fu solo la deviazione di una astrologia già prossima alla sua scomparsa, da considerarsi al massimo come una sua applicazione assai inferiore e ben poco degna di considerazione, come si può ancora constatare nelle civiltà orientali ». R. Guénon, La crisi nel mondo moderno, traduz. ital. I. Evola, Milano, 1937, pag. 108. — Il superbo di- sprezzo ostentato dalla «scienza» moderna verso la sconosciuta o misconosciuta antica saggezza non im- pedisce che si facciano oggi tentativi serî — o almeno qualificati tali — per distillare i dogmi e le norme di un’« astroterapia ». Non si negano, ma anzi si inda- gano i nessi tra macchie solari, raggi cosmici e feno- meni biologici, ma si ritiene inutile e « superstizioso » riconoscere ragioni profonde nel meccanismo del « ca- lendario ecclesiastico », reputando non degni di atten- zicne gli « arcani » motivi (arcani per la nostra igno- ranza) per i quali ia religione cattolica -- pur nemica dichiarata di ogni superstizione — continui a fissare le più importanti manifestazioni del culto, ossia le « feste mobili », con criterî astronomici, ossia « astro- logici» (nel senso non deformato del vocabolo). — Cfr. Clavius, Romani Calendarii a Gregorio XIII P. M. restituti Explicatio, Romae, 1603; — L. Ciccolini, Formole analitiche nel calcolo della Pasqua, Roma, gl Il latino considerava grammaticalmente femminili gli alberi, e ciò poteva apparir logico, in quanto la pianta può esser considerata la madre dei frutti, che in latino erano di genere neutro (1). In italiano, invece, i nomi degli alberi divennero ma- maschili, e femminili, in generale, quelli dei frutti: il ciliegio dà le ciliegie; si chiamano castagno l’albe- ro e il legno, castagna il frutto: così « il noce» e «la noce ». . I grammatici tradizionalisti strepitano a torto contro il nome arancio, verso il quale. sembra propendere la simpatia del popolo, specialmente nell’Italia centro-meridionale, Si può dire « ha mangiato un arancio », senza ti- more che si intenda « un albero di arancio », poi che si dice « ha mangiato un portogallo e un mandarino » (2). E non son frutta mascolinissime (gram- maticalmente) il fico, il cedro, il pistacchio, il limone, l'ananasso? La tendenza maschile ha forse la sua giustificazione nel colore ru- . bicondo, che ha polarizzato quel frutto verso il «genere solare », come il pomodoro.. Il latino arbor (îemm.) è divenuto albero, che è maschile. Forma antiquata è àrbore, che è maschile o femminile, a seconda del « sen- timento » con cui lo si usi: « Portano le galee 1817; — Elementi del Computo Ecclesiastico, nel « Ca- lendario del R. Osservatorio e Museo Astronomico ‘di Roma », 1943, n. s., vol. XIX, pag. 29 e segg. (1) Il «pero» era pirus (femm.) e la «pera» pirum (neut.); così malus, « il melo », e malum, «la mela » « il pomo ». (2) Il francese distingue une mandarine (il frutto) da un mandarin (dignitario cinese). Quest’ultima deno- minazione non viene dal cinese (i Cinesi dicono kuan! o kuan!-fu3), ma dal portoghese mandarim « colui che comanda » (mandar= « comandare »); ed in porto- ghese il frutto è mandarino. Dal Portogallo (Portus Cale) vennero a noi i portogalli. 1490 RAGIONI CHE IGNORIAMO ordinariamente due arbori, quello di maestro e quello di trinchetto » (1); ma « di fiori onoraia arbore amica — le ceneri di molli ombre consoli... » (Foscolo, Sepolcri, 39-40) 202. — Non ragioni botaniche o considerazioni del rapporto di maternità e di figliolanza, e nemmeno la termînazione in -us hanno determinato la masco- linizzazione degli alberi e la femminilizzazione dei frutti (2). Verisimilmente intervennero ragioni di al- tra natura (3). Furon probabilmente le medesime ragioni. . per cui mar ed aèr, entrambi neutri in latino, divennero «il mare» (masch.) e «l'aria» femm.). Così la terra (lat. terra, femm.) assor- bì anche #ellus (femm. non ostante la termi- nazione in -us); il latino ignis (« fuoco ») iu abbandonato, e venne adottato }ocus, che era. piuttosto il « focolare » e specialmente « il bra- ciere acceso per il sacrificio ». L’assegnamento all’uno o all’altro genere andreb- be ricercato piuttosto in ragioni « arcane», in un: (1) Pant. Nav., 47. (2) Mascolinizzandosi, populus (femmin.; genit. populus) divenne «il pioppo». — La facile confu- sione con populus (masch.; genit. populi), « popolo » fece sì che a Roma si chiami Piazza del Popolo quel- la che dovrebbe essere « Piazza del Pioppo», così chiamata per un pioppo stregato, creduto sede dello spirito di Nerone, e che fu abbattuto da Pasquale II nel 1099 per erigervi una cappella, più tardi ingrandi- ta nella chiesa di S. Maria del Popolo. — Cfr. T. Ashby, The Piazza del Popolo, Rome, nella « Town- planning Review », dic. 1924, XI, pag. 73 e segg. — Î VE i Piazza del Popolo, Roma, Palombi, 1946]. (3) Ignoriamo i criterî in base ai quali i varî al- beri fossero consacrati a questa o quella divinità: il cipresso a Plutone, la quercia a Giove, l’alloro ad Apollo: si decorava con corona di quercia chi aves- se salvato la vita ad un cittadino romano; di alloro si cingevano il capo i flamines in determinate feste; con rami di alloro si decoravano i ritratti dei geni- tori e degli avi defunti. n agi  ‘tempo nel quale l'istinto popolare manifestava an- ‘cora più potentemente la sua « sensibilità collettiva », la quale è qualcosa di assai diverso dalla somma del- le sensibilità individuali (1). Nel periodo in cui la lingua italiana anda- va formandosi, agivano sulla sua formazione influenze tipiche, che del resto caratterizza- no tutte le manifestazioni ed attività di tale periodo. Nel suo «Cantico delle Creature», S. Francesco poteva lodare il Signore nel nome di « frate ventu » e « frate focu », per « sora acqua » e per « sora nostra matre terra »: que- sta « mascolinità » e « femminilità » hanno un vero e proprio carattere cosmico. Siamo pro- prio nel periodo in cui il più alto fervore mi- stico e, insieme, il più rigoroso ragionamento collaborano ad intendere e sentire le grandi leggi armoniche che reggono il Creato ed han- no il loro riflesso nello spirto umano (2). (1) «Les représentations appelées collectives... sont communes aux membres d’un groupe social don- né; elles se transmettent de génération en génération; elles s’imposent aux individus et elles éveillent chez ‘eux, selon les cas, des sentiments de respect, de crain- te, d’adoration, etc. Elles ne dépendent pas de l’in- dividu pour existér, mais parce qu’elles se présentent avec des caractères dont on ne peut rendre raison par la seule considération des individus comme tels. C’est ainsi qu’une: langue, bien qu’elle n’existe, à propre- ment parler, que dans l’esprit des individus qui la. parlent, n’en est pas moins une réalité sociale indu- bitable, fondée sur un ensemble de représentations collectives. Car elle s’impose à chacun de ces indivi- dus, elle lui préexiste et elle lui survit ». L. Lévy- Biiihl, Les fonctions mentales dans les sociétés infé- rieures, Paris, Alcan, 1910, Introd. (2) San Francesco muote nel 1226, ossia nell’an- no stesso in cui nasce S. Tommaso d’Aquino; e que- sto colosso della filosofia muore (1274) nove anni pri- ma della nascita (1265) dell’autore della Divina Co- media, tutta permeata di tomismo, (e non soltanto nella sua concezione filosofica e religiosa, nia anche in quella estetica e sentimentale). In questo periodo si forma e consolida la lingua italiana. iL VI I DUE GENERI: SOLARE E LUNARE 203. — Le denominazioni «genere solare» “e «genere Iunare» si intonano alla concezione ‘ sacra, ed hanno bellezza di poesia. Queste due nuove denominazioni, proposte dalla grammatica rivoluzionaria, non appari- rarino più stravaganti di quel che sia l’analo» ga ripartizione delle consonanti arabe in « lu- nari » e «solari» (1). | | si ò fitog O SOL SECITIO | i Do 1. &ile ODI cosesa NV 0 Goo n SEE, tutte le cose ge9, po ARA 19 CLCELCÌ stiro 159 | coecao ses ant rv! OSO id LI so oee0O | veosese. |. Tutte le cose e tutti i fenomeni son dipendenti da un .| «dualismo » affermato dai più diversi sistemi cosmo- gonici e filosofici. (8 203) . (1) Le consonanti arabe si ripartiscono in «so- lari» e «lunari» non perché abbiano diretta connes- sione con i due astri, ma perché posseggono o non . I «generi» grammaticali sono impor- tanti perché rivelano, anche nel campo linguistico, quel « dualismo » che, da Platone in poi, è servito di base a quasi tutti i sistemi filosofici più solidi e per- manenti. Nella cosmogonia cinese, tutte le cose esi- sienti (Warn+-wu*, le « diecimila cose », le « in- numerevoli cose») e quindi tutti i fenomeni dipendono dall’azione dei « due principî: yang? e yin', attivo e passivo, energia e materia, lu- ce ed ombra, ecc.: e questi trovano un riflesso nel po e mo tibetano, nello J0h e in nipponici. Con questi criterî. un nesso può esser ricercato, con reciproca influenza, tra suono e « ge- nere », intendendo però questo non nel senso di « ses- so» ma in quello di ampia ripartizione dualista, nel- la quale rientra (ma non tutta occupandola) anche la distinzione dei sessi (2). posseggono quella « energia assimilatrice » che agi- sce nell’iniziale del vocabolo «sole » a contatto con la liquida (/îm) dell’articolo (al+sciams= assciams), energia che l’iniziale del vocabolo «luna» non pos- siede (alt qgàmar resta inalterato). (1) La terminologia moderna cinese e giapponese si serve di questi due nomi per formare anche i vo- caboli speciali di elettrotecnica (« positivo » e « nega- tivo »). Tutta la medicina «classica » cinese — che è ora in pieno rifiorire in tutto l’Estremo Est — si basa sullo yang? e lo yin!. Importantissimi sono gli studî che si fanno in Giappone, a scopo scientifico e tera- peutico. N. Sakurazawa estende il valore dello yang? e dello yin! anche nel campo delle vibrazioni lumi- ‘nose: il dr. T. Nakayama in quello della biochimica. — Cfr. T. Nakayama, Acupuncture et médecine chi- noises vérifites au Japon, in « Hippocrate », Paris, « déc. 1933, I, 5, pag. 1109 e segg. — Utilmente gli studî vanno estendendosi nel campo dell’acidità e al- calinità fisiologiche, con una originale e chiarificante interpretazione estremo-orientale del « pH ». (2) Il latino sexus significa propriamente « divi- sione », « ripartizione », per la sua affinità con « sec- LIO ». Ut, III « -A », TIPICAMENTE FEMMINILE La natura « melodica » della pronunzia latina faceva sì che la vocale finale avesse valore so- prattutto per la sua « quantità », ossia per il « tono » con cui veniva detta (1). Già però la finale -a si afferma in latino come caratteristica femminile, ossia « lunare » (2). _In italiano, avendo maggior valore il timbro della vocale, (cioè indipendentemente dal « tono ») la finale -a è ancor più tipicamente femminile (vedi 8 186). La vocale a è la più pura e più semplice; è pronunziata con gli organi Îonatorî nello stesso atteggiamento che essi hanno nella po- sizione di riposo: per pronunciarla, basta aprir la bocca ed emetter la « voce », senza alterare la forma delle labbra né collocare in modo speciale la lingua (3). Per tale sua «inerzia »», ben le si addi- rebbe la qualifica di « lunare ». Ben differente è invece l’articolazione della vo- cale o, che nella sensibilità acustica italiana si affer- ma come finale tipicamente « maschile », ossia « so- lare ». . (1) La voce, cioè, si alzava o si abbassava: « Na- tura vero prosodiae in eo est quod aut sursum est aut deorsum: nam in vocis altitudine omnino specta- tur ». Schoell, De accentu linguae latinae veterum grammaticorum testimonia, Leipzig, 1902, pag. 75. (2) Maschili in -a son in latino parecchi nomi co- muni e proprî di individui maschi, nomi di popoli e di fiumi, parecchi dei quali assumono terminazione maschile in italiano, oppure femminilizzano il signi- ficato: agricola, l’« agricoltore »j scriba, lo « scriva- no »; conviva, il « convitato », l’« invitato »; Persa, il « Persiano »; — il fiume Mosa, che è maschile in la- tino, diventa «la Mosa»; il maschile Sequana diven. ta «la Senna», ecc. — Cfr. A. Dauzat, Les noms des Lieux, origine et évolution, Paris, Delagrave, 1932, pag. 197-198. (3) Più diffusamente questi argomenti verranno trattati nel volume di fonetica, pronunzia e grafìa. Le labbra assumono infatti il massimo del- l'arrotondamento, la lingua arretra verso il palato molle (velo palatino: vedi fig. a pag. 63): il suono è grave. 207. — Questa « polarizzazione » della vocale fi- nale verso i due generi persiste, ma in modo diverso, nelle varie lingue neolatine. Son terminazioni tipiche rispettivamente « maschile » e « femminile » le finali -0 ed -a in spagnolo e portoghese; in francese, l’-0 si perde e l’-a si attenua in un suono torbido (e muta): in rumeno si ha il fenomeno misto dei due: latino ital. spagnolo franc. rumeno portogh. portus porto puerto pori pori poria poria puerta porie poarta * * * 208. — l’indole musicale della lingua italiana, e quindi l’istinto collettivo del popolo a risolvere « vocalicamente » i problemi grammaticali, appaiono evidenti nel genialissimo e scientificamente razionale espediente per formare il plurale. Il plurale dei sostantivi italiani è espresso dalla finale vocale -i. La pluralità degli oggetti rappresentati in parole troverebbe la sua più semplice espres- sione ripetendo tante volte il sostantivo quan- ti sono gli oggetti che si intende esprimere: così libro significherebbe « il libro » 0 « un li- bro », librolibro «due libri », librolibrolibro « tre libri », e così di seguito (1). Ma tale si- (1) Alcune lingue hanno il plurale per raddop- piamento, ma soltanto in casi speciali e si tratta piut- tosto di un «plurale generale »: così, ad esempio, il cinese kuo? « paese », forma kuo!-kuo?, « tutti i paesi », «i varî paesi »; nello stesso senso il giapponese for- ma kuni-guni da kuni, « paese »: e toki-doki, « spesso, di quando in quando », da toki, «tempo, volta »;  2A A F‘FZ[(‘1ZI «-1», VOCALE DEL PLURALE stema non sarebbe fonicamente economico (1). Genialmente, l'italiano — istintivamente — invece che aumentare i in tal modo il vocabolo, aumentò al massimo il numero delle vibrazio- ‘ni della vocale finale scegliendo appunio quel- la a « frequenza » più alta, ossia la vocale -i. La vocale -i è tipica desinenza del plurale ita- liano perché è il suono più acuto, ossia a ciclo più alto. 209. — Il latino aveva due terminazioni tipiche per il plurale: in -i ed in -s, ossia vo- calico e consonantico: nella grande concorde evoluzione, l'italiano ha portato alla desinen- za -i anche quei sostantivi che, in latino, ave- vano la terminazione plurale in -S: così lupus, plur. lupi rimase lupi, ma anche piscs, plur. pisces divenne pesci. Lo spagnolo e il portoghese seguirono le via consonantica, unificando nell’uscita in -S tutti i plurali: anche quelli che in latino usci- pe in -i: spagnolo /obo, « lupo », /obos, « lu- ì »; pez, « pesce», peces, « pesci »; portog. lobo, lobos; peixe, peixes. tokoro-dokoro «varî posti», da tokoro, «luogo »; nichi-nichi, «ogni giorno », da nichi, «giorno». Il giavanese anche: ad es.: dongèng «racconto », don- géng-dongèng « racconti d’ogni sorta »; woh « frutto », woh-woh, « varie specie di frutta »; e persino con pa- role straniere: /ampu, « lampada », lampu-lampu, « lam- pade d’ogni specie ». Si pensi anche al valore di plu- ralità continuativa che è nel nostro «eccetera ecce- tera »: e nel continuativo onomatopeico della locu- zione familiare francese «et patati et patata» allu- sivo ad un discorso interminabile. -— Cfr. Toddi, Gui: da alla lingua francese viva parlata e scritta, Milano, Ceschina, 1936, pag. 418 — e L. E. Kastner & J. Marks, A Glossary of Colloquial and Popular French, Lon- don, Dent, 1930, pag. 279. (1) La parola è « un simbolo dell’idea » e il sim- bolo «exprime simplement d’une manière économi- que un acte que l’on juge trop grave pour l’accomplir en réalité ». P. Janet, L’intelligence avant le langage, Paris, Flammarion LADEN POT ARR ER RAT SATTA NA TAR e anta ara ARAN APCRAA TRAVIANZE BI AA RAS ANO ve e afro eni ae i e rei iau Il suono «s» (0 meglio «rumore ») è tra le consonanti ciò che il suono «i» è tra le vocali. (vedi nota al 8 174) (1): 211. — Alla regola generale della formazione del plurale con la desinenza in -i sembrano far ecce- zione i sostantivi femminiti in -a, i quali hanno il plurale in -e. | L’eccezione è apparente, poi che questa -e non è che la risultante di a+i. La desinenza -i esprime il plurale. Per indicare più cose, si usa la vocale che ha più vibrazioni. (8 206) (1) In portoghese l’s finale si pronunzia « SC » (come nell’italiano « scìa »): anche così palatizzata la sibilante è efficace e penetrante, e la si usa per im- porre silenzio. — +150 = L’« A» NON FEMINEO Il suono vocalico e è prodotto dagli orga- ni fonatorî in posizione intermedia fra quella necessaria per emettere il suono a e quella che serve per produrre il suono i. Nell’alîa- beto sànscrito — che è disposto con criterî Îfo- netici — tale suono non è considerato vocale semplice ma « dittongo »: e il suono vocalico lungo ad esso corrispondente è al. Ha $i Su Hr dll Has: dar de Fai) Flo =au) Vai cai) Il au eau) In sanscrito, la: vocale e è un dittongo (=a + i) (8 211) semplici idittonghi 212. — Non formano il plurale in -e, ma in -i, ossia perdono l’-a del singolare, quei sostantivi nei quali tale suono -a non esprime la femminilità (0 « lunarità ») del vocabolo. Questa è la ragione per la quale i « maschili » in -a hanno il plurale in -i: artista (masch.), pliur. arti- sti; ma artista (femm.), plur. artiste. Rimangono inalterati al plurale i sostan- tivi — maschili o femminili che essi siano — i quali già hanno -i come vocale finale al singolare: perciò si dice e scrive «i brindisi, le tesi, le sublimi estasì ». 214. — Rimangono inalterati al plurale i sostan- tivi femminili in -ie provenienti dalla IV declinazio- ne latina, come serie, specie, canizie, superficie (lat. series, species, canities, superficies). | — Quest'ultimo fa però anche, e oggi lo si preferisce, superfici. Il sostantivo moglie fa mogli, giacché deriva da mulier. ‘ 215, — I] due i che risulterebbero dalla modifi- cazione della vocale finale in -i dopo un -i- preceden- te si unificano: perciò abbiamo mogli e non moglii, superfici e non superficii; così anche nei maschili figlio fa figli; occhio fa occhi. A maggior ragione scompare il segno -i- quando, al singolare. serve soltanto ad indicare il suono schiacciato (palatale) del c o g precedente: per- ciò: sorcio, sorci; orologio, orologi. 217. — Però l-i- va conservato: a) quando sia accentato: leggio, leggîi; b) quando l’ometterlo potrebbe generare equi- voci: principio, principii; (per non confonder con prìncipi, da principe). La grafla -ii non è economica: oggi vien. sostituita con -î. L’uso dell’î lungo (principj) è antiquato: in un testo moderno o in un gior- nale fa l’effetto anacronistico di una biga in una stazione ferroviaria. ; Si può usare la grafia -î anche per espri- mere una maggior accuratezza di pronunzia, allorché appunto il suono della parola impli- ca un prolungamento, poi che l’-i finale è pre- ‘ceduto da un -i- tematico: es.: Umversità degli Studî. E talora è bene mantenere distinti i due i: es.: «i carmi dei Salli». 218. — Nei nomi femminili scompare l’-i- che sia puro segno grafico indicante la palatizzazione del _c o del g precedente: guancia fa guance; frangia fa frange; spiaggia fa spiagge. Si conserva però l’-i- quando abbia l’accento: magìa fa magìe; farmacia, farmacie. | . La si conserva anche in provincia (provin- cie) per reminiscenza dell’amministrazione  « PATER FAMILIAS » romana (1); in reggie (da reggia) per non confondere con la voce verbale « egli regge). Si conserva l’-i- anche in tutti quei nomi femmi- nili nei quali esso sia preceduto da vocale: acacia, acacie; socia, socie; camicia, camicie (2); valigia, va- ligie; guarentigia, guarentigie; minugia, minugie. 219. — Assai perplessi sono i grammatici per i plurali dei sostantivi maschili in -co e -go, non aven- do sinora potuto escogitare una norma direttiva, atta a stabilire quando il plurale debba essere in -chi e -ghi e quando in -ci e -gi. Tutte quelle finora formulate contemplano tante eccezioni da perdere il valore di «re- gola ». Unica guida sarà. un buon dizionario, il quale av- vertirà ad es., che cuoco, fuoco, fungo, valico, chi- rurgo, ecc. fanno cuochi, fuochi, funghi, valichi, chi- rurghi, mentre porco, amico, traffico, medico, antro- pofago fanno porci, amici, traffici, medici, antropo- fagi. Mago fa maghi (però «i Re Magi»). Piccola consolazione è sapere che tutti i nomi in -òlogo (di derivazione greca e indi- cante scienziato specializzato) fanno in -gi: feologi, filologi, otorinolaringologi.  Importanti sono i due plurali anomali uomini, da uomo, e dèi da Dio. (1) Alcune forme antiquate restano appunto per affermare una tradizione: il latino pater familias man- ‘tenne la forma arcaica perché essa fosse simbolica custode della tradizionale autorità paterna e della santità familiare: questa forza sentimentale ed espres- siva dell’eccezione non fu capita dai profanatori della grammatica latina: (Schultz e seguaci) i quali si limi- tarono ad elencare le eccezioni, con burocratica in- sensibilità al grandioso fenomeno. — La forza socia- le della nazione inglese ha la sua espressione lingui- stica nel fatto che «l’inglese si scrive come all’epoca Tudor e si pronunzia come all’epoca vittoriana »: co- sì due potenti epoche si perpetuano nel linguaggio e nella grafìa. (2) Invece camice fa camici, e la distinzione è utile per due vocaboli di significato affine ma distinto. Però morologo fa monologhi, perché non si tratta della persona. E così dialogo. Come spiegazione non basta il riferirsi al latino homo e homines, poi che i sostantivi italiani, normalmente, non si son formati dal nominativo ma dall’accusativo o dall’ablativo: da leone(m) e non da leo si è avuto il /eone, da ordine(m) e non da ordo l'ordine. Ma, nel mistico e possente Medio-Evo, calunniato quanto misconosciuto (1), l'aderenza della vi- ta con la fede ed il culto rendeva vivo il voca- bolo evangelico homo. Considerare questo sin- golare « irregolare », senza motivarlo è tra- scurare un fenomeno significativo, espressio- ne intensa di un’epoca (rivedi nota al $ 216): è come visitare una città e volerne intendere la storia medievale senza neppur sbirciare la cattedrale. Analoga spiegazione va data del plurale « irregolare » dèi, sebbene qui il fenomeno sia inverso: deus divenne « dio », come meus di- venne mio (2); ma il sentimento religioso eb- be il suo riflesso sulla lingua: il Dio della —  « Nel 1179 Alessandro III prescrisse che ogni chiesa cattedrale avesse un maestro, «il quale istruis- se gratuitamente i chierici e gli scolari poveri nella grammatica e nelle arti »; particolarmente per le chie- se metropolitane prescrisse che il grammatico fosse distinto dal teologo e che questi tenesse lezione an- che per j laici. Forse in quest’ultimo ordinamento si deve cercare la causa dell’eminente cultura teologica di uomini laici che tutto seppero il profondo sentire cristiano che tanta luce irradiò sui genii italiani del- l’ultimo Medioevo, e fu poesia inarrivabile in Dante, fu arte sublime in Arnolfo di Cambio, in Giotto, in Nicola Pisano: era l'armonia del divino e dell’umano, che risplendeva nei genii in cui tutto era luce, e che il cosiddetto oscuro Medioevo possedette ben più che il secolo dei lumi ». G. B. Nigris, Zl Medioevo, Mila- no, Vita e Pensiero, 1933, pag. 49. (2) Vedi D’Ovidio-Meyer Liibke, Grammatica sto- rica della lingua e dei dialetti italiani. Milano, Hoe- pli, 1919, pag. 60. == ° V'È UN SOLO DIO nuova fede non poteva avere «plurale: dii sa- rebbe suonato eresia: e perciò Îu detto dèi, alla latina, come si disse e sì dice dea, alla latina, lasciando pagani i due vocaboli, poi che pagane eran le idee espresse. Infatti Si può e si deve anzi dire Dii soltanto in senso negativo, allorché si afierma che « le tre Per- sone della SS. Trinità non sono tre Dii, ma un solo Dio». Solamente in tale accezione (negativa), si può avere il plurale grammati- cale e concettuale di Dio: il plurale dèi è tut- l'altra cosa: lo sì scrive infatti con la minu- scola, e sentiamo che, parlando di una singo- la divinità pagana, è ‘preferibile dire « Giove, sommo tra gli dèi », anziché « Giove, sommo dio dell’antichità ». È più chiaro, più ‘ortodos- so e più consono alle ragioni che hanno deter- minato la distinzione tra Dio e dèi, distillando istintivamente nella differenza formale un in- tero brano di Summa Theologica e di fede (1). In questo periodo formidabilmente signiîi-, cativo e plasmante per noi Italiani, si è for- mato, con materiale linguistico pagano (mea domina), il nostro Madonna, mentre il senti- mento e il fervore d'arte traducevano le fede in capolavori tali che il vocabolo si irradiò, e permane gloriosamente italianissimo, in tutti gli idiomi civili. 221. — Maschili al singolare, hanno il plurale , femminile i due sostantivi uovo e miglio, con la de- sinenza -a: uova, miglia. (1) La dottrina dei rapporti tra ragione e fede ha la più chiara formulazione in S. Tommaso: «il fer- vore mistico di cui è pervaso il suo spirito non gli impedisce di mantenere ‘al ragionamento un assoluto rigore: logico, e l’uso dell’argomentazione sillogistica, esente da ogni vano formalismo, e spesso addolcita da esempi e allegorie, aggiunge vigoria e precisione alla dimostrazione. L’equilibrio della mente di S. Tomma- so si manifesta in ogni aspetto della sua sintesi ». L. Stefanini, // pensiero antico e medioevale, Tori- no, S.E.I. III NI OLII I PARI PARO RIE ICI PEARSON E Ca IERIOT, SEE I sparitazana  La desinenza -a del neutro plurale (ovum, plur. ova; — millum e mille, plur. milia) ha prodotto questa îemminilizzazione. L’eteroge- neità del plurale crea dei con!rosensi appa- renti nell’uso: si deve infatti dire: « delle due uova fresche, egli ne ha mangiato uno solo », e « molte miglia delle quali il primo è stato percorso... ». 222. — Parecchi nomi in -o, maschili al singo- lare, hanno al plurale, oltre la forma regolare, un’al- tra forma femminile in -a, generalmente con signi- ficato lievemente o fortemente diverso (1). Così fempo ha il plurale fempi, e anche fempora, nel significato esclusivo, però, dei quattro giorni di digiuno prescritti dalla Chie- sa all’inizio di ciascuna stagione (2): «le Quattro Tempora ». Parimenti: membro, plur. membri; ma son «le membra » quelle del corpo; (1) La grammatica rumena considera neutru ogni sostantivo che sia « de un gen la singular si de alt gen la plural»: es.: vin, « vino », vinuri, « vini», vinurile, « i vini »; amor, amori, amorile; bal (« ballo »), baluri, balurile; amestec (« miscuglio »), amestecuri, ameste- curile; ecc. (2) Le Quattro Tempora ebbero inizialmente ca- rattere eucaristico per ringraziare Iddio dei frutti del- la terra e fargliene quasi sacrificio per mezzo del di- giuno. Nelle ricorrenze e feste cattoliche «tutto fu così ben disposto e alle singole circostanze adattato, cerimonie, parole, canto e ogni altra esteriorità, da far penetrare profondamente nell’animo i misteri e le verità, o i fatti celebrati, e da muoverlo ad affetti ed azioni corrispondenti. Se i fedeli fossero ben istruiti in proposito e celebrassero le feste con lo spirito vo- luto dalla Chiesa nell’istituirle, si otterrebbe una rin- novazione e un accrescimento notevole di fede, di pietà e di istruzione religiosa, e, per conseguenza, l’in- tera vita dei Cristiani ne uscirebbe rinvigorita e mi- gliorata ». Catechismo di Pio X, Append. II.  DA «LE OSSA » A «LE PECCATA » muro, plur. muri, ma son mura quelle di una città, di una fortezza, o anche di una ca- sa, se considerate nel loro i insieme; osso, plur. ossî, ma son «le ossa » quelle del corpo, se considerate nel loro insieme, o di un membro, oppure quelle di grandi ani- mali. . Perciò si dirà:' « i due membri di un'equazione », « il co- mitato si compone di sette membri effettivi », ma « quel bimbo ha le membra gracilissime »; ca « è vieato scrivere sui muri »; ma «fra le mura di un convento »; « O patria mia, vedo le mura e gli archi... » (G. Leopardi, All’Italia, 1) « mangiar la polpa e lasciar gli ossi », ma « le ossa del cranio »; — « è proprio lui in carne e Ossa », «un Sasso che distingua le mie dalle injinite ossa che in terra e in mar semina Morle ». (U. Foscolo, I Sepolcri, 14-15) Un buon vocabolario dà gli opportuni av- vertimenti per l’uso corretto, e indica quelle locuzioni nelle quali il plurale regolare non è ammesso: sarebbe infatti ridicolo sostituire con i plurali regolari maschili quelli femmi- nilizzati in -a delle locuzioni seguenti: « leccarsi le dita »; « avere il lalte alle ginocchia »; «Jar saltar le cervella »; « roba da far cascar le braccia »; « gli Ja le corna »; « volger le terga »; poeticamente, in Dante: «E quel conoscitor delle peccata » (Inf., V, 9) AIAR rr ani IT TI dI TON NOTIFICA rn grI Zona; 4 RR e PILATO LOTITO IERI ONION 3» Maga ISIN PARI NEMENTORI RINT . — Non hanno forma differente per il plu- rale, ossia non mutano nei due numeri tutti quei sostantivi la cui vocale finale non è passihile di mu- tamento: e cioè: a) i sostantivi uscenti in vocale tronca; Il troncamento implica la perdita di una sillaba, nella quale avveniva il mutamento: virtù è abbreviazione sia di virtute che di vir- tuti; città può significar citfade o ciltadi; an- che il monosillabo Re è abbreviazione di Rege odi Regi. I sostantivi a vocale « tronca » perché per- cossa tonicamente non possono alterare que- sta tipica vocale (1): si ha perciò « gli scià », «i caffè », «i falò », « gli gnu» (2). b) i sostantivi in consonante; - È erroneo dire e scrivere «i filmi », poi che non si dice o scrive « gli haremi », «i ba- zari » o «i trami »; ma è non meno erroneo, oltre che antinazionale, scrivere «i films», « gli sporfs », con una desinenza plurale che non è italiana e non è pronunziata. c) le parole sostantivate ossia che han- no solo « funzione » di sostantivo, ma non ne ‘hanno acquistato la natura e le proprietà: Si deve perciò dire «i quando e i come »; « | distinguo »; «1 bravo! »: «1 bene! »j «I bis ». (1) La lingua inglese, per la quale la vocale fina- le non dittongata è rara, la isola graficamente nel piurale: e ciò spiega perché il plurale di potato, do- mino, negro sia potatoes, dominoes, negroes, mentre fanno regolarmente boy, day, key, bee (boys, keys, bees). La vocale in fine di parola ha in inglese valore tonale simile alla nostra accentata. (2) Il nome di questa antilope africana, derivato dalla lingua ottentota, va pronunziato cen il g duro (ghnu) e non con il suono gn come in « sogno ». Abu- - sivamente gli Inglesi lo pronunziano « niù ». PROPRIETA TIPICHE DEI VOCABOLI A questa categoria appartengono i tre so- stantivi vaglia, boia e domino (1). d) i cognomi e i nomi proprî usati come tali, ad indicare individui di una stessa fami- glia o di uguali qualità fisiche o morali: Si dirà perciò: « i Bentivoglio », «i Colon- na», «i Savoia »s — «Î Pietro e i Paolo », « sono altrettanti San Tommaso », « due veri Quasimodo », « fre autentici Barabba ». L’uso è incerto sui due plurali possibili: « due ottimi ciceroni » o « due ottimi cicero- ne ». È evidente che, trattandosi di persone che servon da guida nelle visite dei musei o delle città, si dirà «due ciceroni », come si dice « due automedonti » (2); mentre di due orato- ri, valenti quanto Cicerone si dirà « due Cice- rone », lasciando questo nome al singolare e scrivendolo-con l’iniziale maiuscola. e) a maggior ragione sono invariabili i cogno- mi e nomi di scrittori ed artisti quando significano le loro opere: «alcuni magnifici Carpaccio », « due Tasso in elzeviro e tre Ariosto in-folio ». I nomi delle gentes e delle familiae latine ‘hanno però il plurale regolare: «i Giulil », (quelli della gens Julia), «i Claudii » (della gens Claudia). (1) Il nome vaglia è propriamente voce del ver- bo valere, ossia valga (="« abbia il valore di lire... »). Sconosciuta è l’etimologia del sostantivo boia, e quin. di ignota è la causa della sua invariabilità grammati- cale. — Il gioco del domino deve il suo nome al rin- graziamento che i giocatori (originariamente i mona- ci che lo avevano inventato) pronunziavano alla fine della partita: « Laus Domino! ». È dunque un dativo e non un nominativo. Ciò prova come i vocaboli con- servino delle proprietà tipiche, all’insaputa di coloro che li adoperano. — (E il gioco prova pure che si può servire il Signore ed onorarlo anche con il gio- co, specialmente in una religione che prescrive di « servire Domino in laetitia »). (2) Come il cicerone deve il suo nome al celebre Marco Tullio, così l’automedonte perpetua quello del guidatore del cocchio di Achille. al 'etdiaitron ina IECIAALILI 7797000100044 1] IPT97 0O6d pe EI è; Tonsono L*rRra.. (01 a6e/8 trrde das (PE Sd REbiSdr ASA 3 331% MILIARI AIA cotone nio  f) i sostantivi — in massima parte neologismi . tecnici — che han forma abbreviata o sintetica (vedi 8 184-e e 197): es.: «le foto», « due Cinzano », « po- tenti dinamo », « alcune moto », «tre o quattro mi- tra»; i g) i nomi delle lettere dell’alfabeto italiano o di quello greco, anche se bissillabi o trissillabi: « le acca », (o « gli acca, vedi 8 194), «due enne», « gli omega » (1); | Quelli di una sola sillaba sono invariabili anche perché rientrano nella categoria a), ter- minando in vocale necessariamente accentata perché unica. Per la stessa ragione è inutile elencare a parte, come invariabili, le note musicali: «i ja», «ire»,«i sol» (uscente in consonante). h) i nomi composti, dei quali la seconda parte sia un sostantivo diretto dalla prima parte del com- posto stesso. Generalmente questo secondo elemento del composto è già un sostantivo in forma plura- le: « il portasigarette », «i portasigarette »; il guardacoste, un mangiapreti, un serrafili, un cavatappi, un caccialorpediniere, un lanciasi- luri, un acchiappanuvole, un fagliacarie, un copialettere, ecc., tutti invariabili al plurale. Alcuni però hanno il secondo elemento al sin- golare, ma ciò, generalmente, non impedisce l’'invariabilità: il reggipetto, i reggipetto; il pa- rabrezza, i parabrezza; il portalampada, i por- falampada; e così sono invariabili lo stringi- (1) È corretto pronunziare « òmega » e non « omè- ga », poi che si scrive come parola unica (in greco è «o méga», ossia «o grande »), seguendo la norma la- tina della « quantità » della vocale (l’e è breve) e non quella dell’accento greco; altrimenti bisognerebbe dire: anche « omicròn » (in greco «o mikròn», ossia «0 piccolo ») e «ipsilòn », (in greco «y psilòn», ossia « y spelato, nudo, semplice », perché non dittongato), ed « epsilòn ». — Cfr. L. Macinai e L. Bianchi, Gram- matica greca, Roma, Lux 7 HEI IAA 17 6; 4 4; TE di ji 6; LA LOGICA DEI COMPOSTI naso, l’abbassalingua (strum. med. ), il para- pioggia (1). Non tutti i composti di deine ca- tegoria seguono però la regola: si dice «i parafan- ghi», «i ficcanasi », «i guardaportoni », «i lavama- ni», ecc.; plurali di i ficcanaso, guardapor- tone, ecc. Questi sostantivi hanno un plurale norma- le, perché hanno perduto oramai il loro carat- tere di composto. 225. — Con troppa disinvoltura alcuni gramma- tici hanno affermato *che «il plurale di queste parole composte non è sempre sicuro » (2). Al contrario, l'esame di questi vocaboli e dei rispettivi plurali è interessante e persino divertente, poi che dimostra con quanto acu- me logico ed istintivo equilibrio la lingua sap- pia distinguere ed armonizzare. (1) I superpuristi hanno in orrore questo voca- bolo: bisognerebbe usare « ombrellino » per il para- sole e « ombrello » per il paracqua. (C. Meano, Com- mentario Dizionario italiano della Moda, Torino, En- te Naz. della Moda, 1936, pag. 267). Il Fornaciari trova giustamente ridicolo che si. chiami ombrello lo strumento che non serve a far ombra ma si usa proprio quando non v'è il sole, e piove: il Fanfani, in testa alla falange dei puristi, sostiene che ombrello non deriva da ombra, ma da imber, « pioggia ». Sta a dimostrare il contrario l’inglese umbrella preso dal- l'antico francese umbelle, nel quale i Francesi stessi inserirono nuovamente l'r nel XVI sec. (1588, Mon- taigne): e il latino umbratilis corrobora tale deriva- zione lampante. Ma il Fanfani adduce di « aver sen- tito gattigliare un Senese con un Fiorentino a pro- posito di questa voce ». Sarà più saggio e italiano, ossia non regionalistico ma nazionale, non seguire i dettami di coloro che usano il verbo « gattigliare » come moneta a corso.legale: e diremo parapioggia, limpido vocabolo sostantivo italiano nella forma e nel buonsenso. Ché, se ombrello viene da imber, « piog- gia », sarebbe improprio usarlo come parasole! — Ma la lingua cammina e si perfeziona, anche se i « puri- sti» si affannano a mettere i bastoni o gli ombrelli fra le ruote! (2) A. Panzini, Gwida alla Grammatîca italiana, con un prontuario delle incertezze, Firenze, Bempo- rad,  La forma assunta nel plurale pone in evi- denza il processo mentale e linguistico attra- verso il quale il vocabolo composto si è for- mato. La figura di una mezzaluna rappresen- ta la metà di una luna: al plurale avremo al- . trettanie metà quante sono le mezze-lune raî- ligurate: perciò si dice e scrive mezze-lune: e così mezzenolli, mezzelinte, ecc. Tipici sono i nomi composti con capo-: la seconda parte può infatti esser connessa alla prima in modo diverso: se il secondo ele- mento è un sostantivo o aggettivo con valore attributivo, entrambi gli elementi prendono il suffisso del plurale: un capocuoco è un capo che è cuoco; al plurale saranno altrettanti ca- pi che sono cuochi: quindi capicuochi; il capo- saldo è un capo ossia un punto che è ben sta- bile cioè saldo: al plurale avremo altrettanti capi i quali dovranno esser tutti saldi al loro posto: e quindi capisaldi. Ma un capostazione è capo ossia dirigente della stazione: al plura- le avremo tanti capi, ma il numero delle sta- zioni non varia per ciascuno di essi, e posse- no esser persino parecchi capisiazione della imedesima stazione. Il composto caporione ofire un bell'esem- pio dell’armonia tra forma del plurale e signi- licato: se il caporione è inteso come capo di un rione, il plurale sarà capirione; ma se in- vece si intende non nel senso storico e signi- fica colui che sia capo di una combriccola di bricconi o burloni, perde il caraitere di com- posto, l'etimologia passa in secondo piano, 0 mi. svanisce, ed il plurale è caporio- ni (1 (1) Anche una sottile differenza di pronunzia di- stingue i due significati: come «capo di un rione» il vocabolo diventa di 5 sillabe (caporione), mentre nel significato traslato è di 4 sillabe, senza insistenza fònica sull’-i-. E la stessa sfumatura di pronunzia è, più accentuata ancora, nel plurale: capirione, capo- riont. UNA BUONA GUIDA Molti vocaboli hanno perduto appunto la loro fisonomia di « composti »: perciò sostan- tivi come falsariga, madreperla, melarancio, biancospino, cartapecora sono oramai consi- derali come semplici, ed hanno quindi il plu- rale normale. La sensibilità linguistica è buona guida: essa, ad esempio, ci îa percepire la differenza che v'è tra due plurali possibili del nome pomodoro: si può dire pomidoro e pomodori: nella seconda forma il vocabolo è considerato semplice, ed esprime l’idea nel suo insieme: Invece pomidoro è più lezioso ed insiste sul valore dei componenti: « pomi d’oro ». V’è poi una terza forma di plurale, più popolare, più SImpatica e più pittoresca: pomidori. — 163 — Digitized ù Google I tipici surrogati dei sostantivi (X1) Un sostantivo, il quale sia già noto a chi legge od ascolta, in modo cioè che non vi sia possibilità di equivoco, può essere sostituito da un surrogato. Questa sostituzione ha un triplice scopo: a) economizzare fonèmi; | b) evitare ripetizioni esteticamente nocive; c) porre in rilievo speciali rapporti. 227. — Il vocabolo che serve da surrogato di un nome si chiama «pronome, poi che sostituisce il nome ». da SÈ Secondo la ufficiale definizione della gramma- tica tradizionale, il pronome è quella parte del di- scorso che fa le veci del nome (1).  Non è dunque « pronome » un vocabolo al posto del quale non si possa collocare il nome del quale esso fa le veci. Nel periodo testé enunciato, le due espres- sioni « del quale » e «esso» possono esser sostituite da « del pronome » e « il pronome ». Nella figura qui annessa, la prima propo- sizione contiene tre sostantivi (San Martino, un povero ed il mantello): nelle proposizioni successive, raggruppate sotto i numeri 2 e 3, - (1) Il latino pro (dall’umbro pru, sanscrito pra) aveva il significato fondamentale di « avanti »: da que- sto si svilupparono i due significati di « difesa, van- taggio, favore » (pro-fitto, proteggere, « pro patria », « far buon pro ») e di « sostituzione, scambio » (pro- sindaco, pro-cura); in questo secondo senso esso en- tra a far parte del vocabolo « pro-nome ».  la ripetizione di tali sostantivi non avviene, poi che essi sono sostituiti da surrogati, o « pronomi »: questi, alla lor volta, possono esser sostituiti dai sostantivi che ciascuno di essi rappresenta, e ciò senza alterare né la forma né il significato delle proposizioni. ‘S.Martino € nni - senza un povero “IS i copertose-. i me, se ne va, il dopo aver: fp lo rin- val. ii graziato td È "0 n } ì “Sid on tutto il egli are sino le N0I e ® 6 et pla oznanini Il complesso gioco dei pronomi... (Le due figure son ricavate da un manoscritto miniato del XII secolo) Nella prima proposizione (contrassegnata con il n. 1) era indispensabile usare nomi (so- stantivi), per indicare di quali persone ed 0g- getti si intendeva parlare: erano necessarî vo- caboli con significato specifico: e questa è proprietà essenziale dei « nomi ». Se non si «nomina » la cosa, non si può « conoscere »' VALORE « ALGEBRICO » DEI PRONOMI di che o di chi si parli o scriva (1). Nelle pro- posizioni seguenti basta, invece, quel tanto di allusione che permetta l’identificazione: da ciò l'espediente genialissimo dei « pro-nomi », vo- caboli con significato generale, il quale diven- ta specilico a causa della loro collocazione formale e quindi ideologica. 229. — I « pronomi » sono, nel dis@orso, ciò che le lettere sono nel linguaggio algebrico. L'equazione atb=c— b non ha nessun signilicato quantitativo, poi che ciascuna delle ire lettere che in essa ap- paiono può avere qualsiasi valore (2). Infatti l'equazione stessa risponde perfettamente al- l’interpretazione aritmetica. (I) 0,00005 + 0,00001 = 0,00007 — 0,00001, ma. è anche altrettanto vero che essa corri- sponde non meno esattamenie alla interpreta- zione aritmetica _dD 1.235.336 + 6.444 = 1.248.224 — 6.444, (1) IH sanscrito naman (donde il greco ò-noma, dorico onyma; gotico namò, tedesco name, slavo [n]i- me; — lat. nomen, ital. nome) sta per [g]jnaman, don- de il lat. co-g-no-scere, come ben appare dai compo- sti co-gnomen, co-gnitio, ecc. (2) Le lingue isolanti, alcune agglutinanti, e, fra le europee, l'inglese, ci mostrano come alcuni prono- mi possano presentare una tendenza a ridursi e scom- parire, seguendo cioè un processo evolutivo di sem- plificazione. Cfr. J.M.D. Meiklejohn, The English lan- guage; its Grammar, History, and Literature; Lon- don, Blackwood, 1887, pag. 23. — Vedi anche 8 271. — La ricerca di una «paleolingua » rudimentale e senza pronomi sarebbe altrettanto infruttuosa quanto lo è stato l’affannosa e vana ricerca di un « paleopo- polo » o popolo primitivo senza Dio. (I due problemi hanno una connessione più intima di quanto possa apparire a prima vista). — «L'esplorazione storico- culturale ha constatato che, prima di ogni mitologia astrale e al di sopra di essa, si trova la figura del- l’Essere Supremo ». G. Schmidt, Manuale di Storia comparata delle religioni, 33 ediz., Brescia, Morcellia- na, 1943, pag. 131 (con ricchissima bibliografia). In unequazione, il. simbolo (lettera) può esser sostituito dal suo valore numerico, sen- - za mutare il significato (valore) dell’intera espressione. Non possiamo però scambiare il valore che una lettera ha in un’equazione (ad es.: nella (I)) o serie di equazioni connesse, S.Martino 0000 I gua, incontra —. > un povero | (Senza po gue D: Ti iL mantello; __| QUegli 3 É \; è | prende È me, Se ne va, dopo aver- “o rin- graziato g contutto il “Suo cuore. ha bad. ba Gi a: DI di. epli SI toglie ca S il suo nie ta-?h; 9 glia la metà, eglieladà. | I I pronomi sono i simboli algebrici nel discorso (8 229) con quello che possa avere in un’alira equa- zione (ad es.: nella (II)) o serie di equazioni connesse. | Cosìil valore (significato) di tutti i « pro- nomi » contenuti nella figura della pag. 166 e , Il loro complicato gioco nelle proposizioni UNIVERSALITÀ DEL PRONOME nelle quali compaiono sono dipendenti dalla premessa: in virtù di questa a= San Martino; (III) b= il povero; C = il mantello. Se la premessa fosse stata: « Giorgio incontra un amico senza cappel- lo », le proposizioni successive avrebbero po- tuto esser composte con i medesimi pronomi che nella figura in esame, ma i! valore di essi sarebbe ben diverso, poi che, per la premessa, a = Giorgio; (IV) b= l’amico; c = il cappello. Il pronome questi può dunque significa- re S. Martino, Giorgio o qualunque altro per- sonaggio; il pronome gli può significare « al povero, all'amico, all'individuo N. N. »; il pro- nome /o può sostituire il mantello, il cappello o qualsiasi allro oggetto, come le lettere alge- briche a, b, c possono rappresentare qualsiasi numero; ma non è possibile ad un pronome usato nelle proposizioni del gruppo (IV) il valore (significato) che essi hanno nelle pro- posizioni del gruppo (III) o viceversa. 230. — In questa universalità e, insieme, nella possibilità del significato specifico è la geniale carat- teristica dei pronomi. | E, poi che i pronomi sono, tra le parti del discorso, ira le più antiche, e complicatissimi nella forma, nella connessione ideologica e nell'uso, e presenti nelle lingue considerate « più primitive » (1) essi stanno formidabil- (1) «Il Lévy-Bruhl non ha mai definito in modo esatto che cosa intenda per primitivo... L’autore pone tutti i primitivi allo stesso livello in modo così con- fuso da ricordare per questo i classici dell’evoluzio- nismo ». R. Boccassino, La religione dei primitivi, in « Storia delle religioni » di P. Tacchi Venturi, Torino, UTET, 1939, pag. 53. mente a documentare (con una imponente massa di esempî probanti, in ogni tempo € paese) che il linguaggio non può esser opera di « evoluzione » nel senso che esso sia stato congegnato dall’animale (pitecantropo, antro- poide o altro fantasma scomparso senza trac- ce) il quale decise un bel giorno di trasîor- marsi in uomo ragionevole, artista, creatore, forse per l’arcana virtù magica di coloro che, nei secoli del razionalismo, avrebbero trasmes- so a ritroso nel tempo l’energia miracolosa (1). Il mirabile e logico criterio di economia e del « massimo rendimento », il quale regola tutto il Creato e i suoi fenomeni (2) irova nell’uso dei pro - nomi una sua interessantissima manifestazione. Il ripetere un sostantivo, ossia usare la medesima quan- tità di suoni (e perciò di energia muscolare) per espri- mere idee che, per esser state già espresse, non han- no più il medesimo rilievo che ebbero nella prima emissione (allorché cioè si presentavano come nuove all’ascoltatore) sarebbe stato in contrasto con tale principio, poi che sarebbe bastato un minimum di suoni per riconoscerle. Anche il fenomeno dei pronomi trascende il puro fatto grammaticale, concorrendo a convincerci che (1) Non è raro che i programmatici negatori del- la fede obblighino i loro « fedeli » a credere in feno- meni miracolistici assai più « eccezionali » di quelli che essi per partito preso combattono. E la scienza « arcipositiva » moderna non ha portato forse al mi- steriosissimo dogma irrazionale della « materia-ener- gia? ». Cfr. L. de Broglie, Materia e luce, Milano, Bompiani, 1940. (2) Un massimo scienziato ed artista tipicamente italiano, Leonardo da Vinci, formula e ripete questo fondamentale criterio: «// principio di causalità si identifica col principio di finalità e col principio di ragion sufficiente, senza residui... ” Ogni azione na- turale è fatta per la via brevissima” — ” Nessuna azione naturale si può abbreviare” — ” O mirabile e stupenda necessità, tu costringi colla tua legge tutti gli effetti per brevissima via a partecipare alle lor cause, Questi son li miracoli!” ». F. Orestano, Leonardo da Vinci, Roma, Optima, 1919, pag. 83-86. PRONOMI « SCIENTIFICI » mon è troppo esagerata l’affermazione per cui «la grammatica è parte di metafisica la più sublime » (1).  Brevi e sintetici, i pronomi possono an- ‘che sostituire tutto un insieme di vocaboli, sostanti- vando tutto il loro complesso è ponendosi quindi al posto di tale sostantivo ideologico. Così, ad esempio, dopo aver riferito tutta intera la celebre Prima Catilinaria pronunzia- ta da Cicerone nella storica seduta senatoriale dell'’8 novembre 6 av. Cr., possiamo aggiun- gere: « Cicerone, detio ciò, sollevò le braccia, €... ». La semplice sillaba ciò, pronome, rap- presenta, globalmente sosiantivale (e con la sostituzione del « pronome » al «nome» o « sostantivo » ideologico), tutte le parole e idee dell'intera orazione. ‘’ Anche per questo caso vale il paragone al- gebrico: complicatissima, ad esempio, è, nel- la moderna fisica, la formula quantistica di Planck riassumente la legge dell’intensità di radiazione lungo lo spettro del corpo nero: E, =2hcX—5 i e ben complicato sarebbe il riferirla tutta in- tera ogni volta che ad essa si allude. Sempli- ce e pratico, data l'equazione, è servirsi del solo simbolo E; , intendendo con esso la for- mula completa. Sicché E, è proprio un « pro- nome » scientifico (2). (1) P. Giordani, Opere, Milano, Botroni & Scotti, 1854-65, in 14 voll., vol. I, pag. 323. (2) Parimenti, in chimica il simbolo Cy può es- ser considerato un « pronome » dello stesso tipo, in quanto rappresnta un « gruppo di atomi » (il cui « no- me » è CN): il gruppo, costituito da un atomo di car- bonio ed uno di idrogeno, funziona infatti precisa- mente come un atomo di un metalloide monovalente. — Tipici connotati e proprietà di prono- mi e solamente di pronomi hanno quelli che la gram- matica tradizionale chiama «pronomi dimostrati- vi» (1). i | Questi pronomi tipici, ossia veri e proprî pronomi, si usano infatti per rappresentare individui, animali o cose di cui si sia già parlato o si stia per parlare e ne sostituiscono il nome, senz'altro: riferimento o rapporto. È 235. — Sono «pronomi tipici» (o « dimostrati-. Vi», O « indicativi »): egli, quegli, colui, questi, costui per il maschile ella, quella, colei, questa, costei per il femminile ESSO) cd pae 0000 sei per il neutro I « maschili » (o « solari ») si usano per indicare: le persone o. gli animali umanizzati (ad es., nelle fa- vole). Chiamiamo «neutri» i due pronomi esso e ciò in quanto, pur avendo aspetto maschile (giac- ché l’italiano manca di genere neutro formale), cor- rispondono ad un’« idea» che non è né maschile né femminile. Tali pronomi si usano infatti per surroga» re anche un complesso di vocaboli presi glo- balmente (vedi 8 232). 236. — I pronomi questi (questa) e costui (co- stei) fanno le veci di nomi che, nel periodo, sono più . La grammatica tradizionale considera a parte: egli, ella, esso, definendoli « pronomi personali », in- sieme con io e tu. La grammatica rivoluzionaria nega persino l’esistenza di « pronomi. personali », non ri- scontrando in essi nessuno dei connotati e nessuna delle proprietà dei « pronomi », (vedi $ 480). ‘ (2) Potrebbero venir inseriti qui anche i pronomi neutri quello e questo, ma essi sono propriamente aggettivi dimostrativi sostantivati. Lo sono anche le forme quella e questa, ma la loro « pronominalizza- zione » è più forte, appunto per il carattere di « ge- nere », DECLINAZIONE PRONOMINALE prossimi, mentre colui (e colei) sostituiscono nomi più lontani (I). Prescindiamo qui dal valore che gli stessi vocaboli hanno nel discorso nel quale inter- viene come attore colui che parla o scrive (vedi 8 480 e segg.). 237. — In tutti questi pronomi tipici si conservano abbondantemente le tracce della « decli- nazione », pur se le forme si siano allontanate da quelle latine, e sia stato persino spostato il valore delle desinenze dei casi (2).. Abbiamo infatti: Singolare: genitivo: ne (per i tre generi); dativo: masch.: gli; — femm.: le; accusativo: masch.: lui, lo; — femm.: lei, la; neut.: /o. . (1) In alcune lingue tale vicinanza o lontananza è espressa con speciale evidenza: il francese, ad esem- pio, usa l’enclitica -ci nel primo caso e l’enclitica -là per il secondo: celui-ci, celui-là; celle-ci, celle-là; ed usa cela («ciò ») riferendosi a cose già dette, mentre ceci si riferisce a cose che seguiranno: « Après avoir dit cela, il lui dit encore ceci», « Dopo avergli detto tutto ciò, gli disse ancora questo [che segue] ». — L’inglese ha vocaboli specializzati per riferirsi alle persone in connessione con l’ordine in cui sono state già indicate: «Jack and John are in the garden; the former is reading, the latter is singing», « Gianni e Giovanni sono in giardino: il primo legge e il secon- do canta ». (Si noti che Jack è diminutivo di John ed equivale a « Giovannino », « Giannetto » e non a « Gia- comino! »). (2) L'italiano loro, valevole per tutti i casi, si è formato sul genitivo illorum, sebbene il genitivo non sia normalmente sfruttato per la derivazione in ita- liano, essendo un caso che non è retto da alcuna pre- posizione, e la tendenza analitica scindeva perciò il genitivo in « de + ablativo ». sla . Plurale: nominativo: masch.: eglino (1), essi; femm.: elleno (2), elle, esse genitivo: loro; ne dativo: loro; (e le forme del nominat.) accusativo: masch.: loro, lis | e le forme del femm.: loro, le J nominativo Si hanno anche, per i casi diretti, i plurali: quelli, quei, (ant. queglino); questi; coloro; costoro; per il maschile; — quelle; queste; costoro; coloro per il femminile. I pronomi riservati alle persone non van- no usati riferendosi ad animali e tanto meno per sostituire nomi di oggetti. , Perciò si dirà correttamente: « gli mette il cappello », poi che gli significa « a lui » (per- sona); e « le mette la cultia », poi che /e= a lei: ma sarebbe improprio dire « gli mette il coperchio », trattandosi di un oggetto (= ad esso) (3). (1) Forma antiquata: «E alla madre narrò lo °’nganno, il quale ella ed eglino da Gisippo ricevuto avevano », Boccaccio, Decam., g. 10. (2) Forma antiquata: « E elleno conoscono me », Fioretti di S. Francesco, ediz. Firenze, Tartini, 1718, pag. 60. (3) Questa distinzione tra esseri animati e oggetti è importante, e si rivela ancora più evidente in alcune lingue: il francese, ad esempio, pone precise limita- zioni all’uso di pronomi riservati alle persone: è abu- siva, è vero, l’espressione « on en parle » (nel senso di « si parla di lui »), frequente nel linguaggio fluido: ma anche, nella conversazione più familiare, alla doman- da «Parlera-t-il de Jean? » nessuno risponderebbe: « Certainement il en parlera », si dirà: « Il parlera de lui ». Viceversa, anche parlando di un animale, è cor- retto dire: « Ce chien mord, n’en approchez pas », ap- punto perché l’animale non è persona. Parlando di nersone si dirà « Elle leur a répondu », « Ha risposto loro », ma, parlando di lettere, si dovrà dire: « Elle y a répondu », «Ha risposto ad esse» (letteralmente: « vi ha risposto »: e perciò si dirà, di un recipiente (oggetto) « il faudra y remettre un couvercle ». — Cfr. ANIMATO E INANIMATO . — Importante è constatare un’altra parti- colarità dei pronomi tipici: che, cioè, essi for- mano il plurale assumendo le desinenze caratteristi- ‘che del plurale dei verbi (8 168-169): eglino corrono; costoro dissero; coloro amerebbero; Queste forme, nelle quali è implicita un’i- dea di energia, non sono mai connesse con l’idea neutra, la quale rimane limitata al sin- golare (1). Si può affermare che l’italiano, nella sua struttura e nella sua mentalità linguistica, ha soltanto in questa occasione il concetto e l’e- spressione di « genere neutro ». Non bisogna infatti confondere il « neutro » grammaticale con il concetto di « oggetto inanimato ». Que- sta coincidenza, invece, esiste in alcune lin- gue (2). I 240. — Significativa è anche, in questi « prono- mi tipici» la desinenza in -i del nominativo singola- re (vedi 8 208), sintomo della loro vitalità. — P. Martinon, Comment on parle le francais, Paris, Larousse, 1927, pag. 291. — Questi esempî ci chiari- scono il processo mentale in relazione con l’espressio- ne linguistica. — Non per imitare una lingua straniera, ma per porre l’espressione in- buona lingua nazionale più aderente al pensiero, diremo perciò: « mettercì (o: mettervi) un coperchio ».  Vedi nota al 8 180. (2) L'inglese, salvo specrali eccezioni, usa il pro- nome neutro if, «esso », per tutto ciò che non sia persona. — I Giapponesi, i quali pur conferiscono una sensibilità e persino un’« anima » anche alle cose (cfr. I. Yamazaki, La concezione giapponese della Natura, in « Yamato », 1942, a. II, XII, pag. 296), usano due diversi verbi «essere », uno per gli oggetti e l’altro: per gli esseri animati (persone o animali): hon ga ari- masu, « c'è un libro »; neko ga ori-masu, « c’è un gat- to ». — L’inerzia del neutro è messa in evidenza dal- l’uso del russo TO, dimostrativo neutro, che, aggiun- to encliticamente ad un pronome o avverbio indeter- minato, ne esaspera l’indeterminatezza: ktò-to, « qual- cuno, non so chi », gdjé-to, « in qualche posto, non so dove »; kudà-to, id. (moto a luogo). i Le Questa terminazione, espressione di vita- lità, si trova anche nel nominativo dei femmi- nili (costei, colei); il pronome ella esce in -a per la sua origine aggettivale (lat. illa): ma hon ga arì-masu ì (9 "po - pri Cedesi Pai pri ceti - i! A) esseri animati e cose: in giapponese, il verbo « es- sere» non è il medesimo per un soggetto animato e per un soggetto non vivente (neko ga ori-masu, « c’è un gatto »; hon ga ari-masu, « c’è un libro ») — B) lV’i- nerzia del neutro: il neutro russo «-TO » unito encli- ticamente ad un vocabolo, ne accresce l'indetermina- tezza, (vedi nota al $ 239). l'uso, appunto per questo, tende a sostituirlo con lei (uscente in -i) anche nel nominativo. | 241. -—— I pronomi lui e lei sono propriamente due accusativi: l’uso però tende a dar loro anche il valore di nominativo, e ciò a causa della loro inten- sità tonale. — 176 — (4%) sO = " el : S he” Q v no) % _Ò = v v po iu e) = gas 9 3) 5 $ >= pronome monosillabo sost Cat n U Inaria ») ... il a lin i at cne e C icet C ( ARI MACC IG affresco d lare dell’ | PN POT ICO (parti icerone seaCanaltnan oa C Tre M "na SI ABBUET uan i di i; È hi SEUI È Hi FEAR He sisi ERA, dti ;) MII iii e n A di; FORME E TONALITÀ DI Non soltanto è lecito, ma è obbligatorio adope- rare queste forme, tonalmente. più forti: a) quando, per inversione: (ossia per la prece- denza del verbo), l'intonazione richiede maggiore in- tensità tonale sul soggetto così posposto; b) nelle opposizioni concettuali ad altre per- sone; c) quando siano isolate, sottintendendo il verbo. Perciò sarà erroneo dire «lui arriva con l'elettrotreno delle 5 »; si dovrà dire « egli ar- riva... »; — ma si dirà benissimo « con l’elet- irotreno delle 5 arriva lui, e con il seguente arriva lei ». — Alla domanda: « Chi è stato? » non si può rispondere « È sfafo egli! », ma si dovrà dire « È sfato lui! », 0 anche semplice» mente « Lui! ». Per le stesse ragioni si dice « Poveretto ‘ lui! », « Felice lei! » (1). Al contrario, allorquando, per il minor rilievo che il pensiero dà all’idea espressa dal prono- me, anche l’intensità tonale è minore, l’accusativo di tali pronomi tipici assume una forma «atònica »: lo, la, li, le. | Queste forme atòniche precedono il verbo, pro- “cliticamente (il /o ed il /a potendosi anche ridurre alla sola consonante: «I°» apostrofata); oppure lo seguono encliticamente, sì che, nella scrittura, si fon- de in unica parola con esso: « /o vede, l’abbraccia; li ammira; credevalo; lodanli »; «io l’odiai sì, che non potea vedella » (Ariosto, Orl. Fur., XLIII, 45) In questo verso, vedella sta per vederla, con un’assimilazione che è frequente in molti dialetti. (1) Rivelatore del nesso che lega il « sentimento » con il «caso » grammaticale è il latino, il quale pone in accusativo il nome della persona o cosa che desta il sentimento espresso esclamativamente: infatti, do- po 0 si può usare non solo il vocativo ma anche (ed è più efficace) l’accusativo: « O stultum hominem! » =« Ma che imbecille! »). Il raddoppiamento della consonante si ha invece normalmente quando tali pronomi se- guono una voce verbale « tronca », per la già nota legge fonetica (vedi $ 172): « farallo, ve- stilli » (= « lo farà, li vestì »). Anche altre forme pronominali (dativi gli, le; ge- nitivo ne) diventano atoniche e si aggiungono encli- ticamente al verbo. Non si può raddoppiare la consonante ini- ziale di gli, perché di natura composta (=1+ D | e già quindi equivalente ad una doppia (1): perciò si ha vedranne = ne vedrà; mostrolle = le mostrò; udillo = lo iudì; ma diragli = gli dirà; lanciògli = gli lanciò (2). « e ’I grifon mosse il benedetto carco sì che, però, nulla penna crollonne ». (Purg., XXXII, 26-27) Gli atonici possono anche unirsi Îra lo- ro: in tal caso il pronome gli assume eufo- nicamente la forma glie: e si ottengono così i gruppi: glielo, glieli, gliene, ecc., che si pos- sono scrivere anche staccati: glie /o, glie li, glie ne, ecc. 243. — Il complicato gioco dei pronomi e, spes- so, l’intricato intreccio ideologico che essi determi- nano nelle proposizioni che li contengono richie- (1) L'articolazione italiana del suono gli si può insegnare facilmente agli stranieri, addestrandoli fa- cendoli pronunziare sempre più rapidamente « fil-li-jo, fil-1jo », « filljo, figlio ». (2) Questo vocabolo, così congegnato, non è trop- po bello, ma può servire, ad esempio, nello stile fa- ceto: è bene scriverlo con l’accento (/anciògli) per non confonderlo con il presente in 12 persona (/ànciogli). In greco — sia antico che moderno — il fatto che più enclitiche possano seguirsi (ciascuna inviando il proprio accento sulla precedente) non impedisce che esse si scrivano staccate: es.: dòs moi to, (« damme- lo »: pron. mod. « dhos-mi-to »); an tis pote éipe («x se alcun dicesse »: pron. « an-tìs-pote ìpi »). Cfr. C. Ca- pos, Nouvelle grammaire grecque (gr. moderno), Hei- delberg, Groos, 1908, pag. 11 e segg. — 178 — Ma . — — ur—» & “o —= Faa Lera IL SIGNIFICATO INTUIBILE dono la massima attenzione è cura nel loro uso, af- finché questi ottimi strumenti di semplicità, eleganza: e chiarezza non si risolvano invece in coefficienti di oscurità e confusione: sarà bene che il «nome» che ogni pronome sostituisce non sia troppo lontano da questo nel periodare; la « concordanza » serve appun- to a determinare una maggior chiarezza: un nome maschile o femminile, singolare o plurale deve avere come suo «surrogato » un pronome dello stesso ge- nere e numero. Non è raro, nel parlare familiare, l’uso er- tia del dativo maschile gli per il femmini- e le. Talora può essere imbarazzante stabilire quale sia il nome che il pronome rimpiazza. Vi sono dei casi in cui, ad esempio, il pro- nome la sta invece di un nome femminile che non è espresso perché tale nome non esiste nella lingua italiana: è vano arzigogolare di grammatisti il voler trovare ad ogni costo il «nome » che il « pronome » la sostituisce nel» le espressioni: « Chi la dura la vince ». « Chi la fa, l’aspetta ».. « Me la pagherà! ». «L'ha fatta grossa! ». Ma sappiamo benissimo che cosa si inten- da: il «sentimento » ci rivela intuitivamente Il vero significato, che qualunque « nome » preciso attenuerebbe. , E si ha anche il plurale le, con analogo significato; efficace perché indefinibile: « Ma le pensa proprio tultel ». ta I pronomi integrali (XII) 244. — Mentre i « pronomi tipici » hanno la li- mitata funzione di sostituire il nome, e possono quin- di esser sostituiti alla lor volta con il nome che essi rimpiazzano, poi che non aggiungono alcun altro ele- mento all’idea espressa dal nome stesso, vi sono altri pronomi i quali non hanno puramente e semplicemen- te questa funzione di sostituzione, poi che contengo- no qualche altro elemento. Ricollocando al posto di essi il nome del quale sono « pro-nomi », è infatti necessario aggiungere ancora qualche vocabolo, che cor- risponde appunto a tale elemento inte - grante il significato del nome. Allorché diciamo « uno è venulo », « cia- scuno la pensa a suo modo », « nessuno è lì », «Checché se ne dica », usiamo, come prima parola in ciascuna di queste proposizioni un pronome,. che sostituisce il nome di persona o cosa, ma che non potrebbe esser sostituito semplicemente con il nome che es- so rimpiazza, dovendovisi aggiungere — per mantenere inalterati il significato e il rappor- to ideologico — qualche altro elemento inte- grante il nome stesso: « un uomo è venu- to », « ciascun individuo la pensa a suo mo- do », « nessun uomo è lì », « qualunque cosa se ne dica ». A Paolo e Francesca Dante dice: « venite a noi parlar, s'altri no! niega! » (Inf., V, 81) ss  con una proposizione ipotetica, nella quale il pronome altri sostituisce « persona, Individuo, essere », ma non senz’alira indicazione: ed è infatti una riverente ed eîlicace espressione. che significa « Iddio ». 245. — Come si vede, l’aggettivo specificante che va aggiunto al nome perché questo abbia un signifi- cato equivalente a quello del pronome, coincide spes- | so per forma, e sempre per significato, con il prono- ‘me stesso. Nella grammatica tradizionale questi pro- nomi sono chiamati « indefiniti ». Tale deno- minazione è vaga ed inesatta. Nella grammatica « rivoluzionaria >» essi assumono il nome di pronomi integranti o inte- grali. a 246. — Definizione' di tali pronomi può dunque essere la seguente: « Chiamasi pronome integrale quella par- te del discorso che, sostituendo un nome (e perciò « pro-nome »), aggiunge all’idea espressa da questo l’elemento-limite nel quale essa va intesa » (1). (1) Intenzionalmente usiamo l’espressione mate- matica di «elemento-limite », appunto per stabilire un’analogia con il signicato che la qualifica di « inte- grale » ha nel calcolo differenziale: l’area (di signi- ficato) del pronome è data appunto da tale concetto di limite che il pronome integrale pone all’idea espres- sa dal semplice nome: la definizione corrente di « pro- nomi indefiniti » potrebbe esser accettata con la ri- serva di dare ad essa un valore matematicamente as- sai complesso («integrale indefinito » della funzione della variabile per la: quale s’intende il valore del pronome stesso), e ciò non gioverebbe alla chiarezza. — È interessante notare come i grammatici, nel de- finire « indefiniti » (ossia «illimitati » nel significato) questi pronomi, abbiano commesso un errore assai simile a «quello che per molto tempo ha gettato un’ombra oscura sulle basi del calcolo infinitesimale » (« il cosiddetto rapporto differenziale non è affatto un rapporto, ma è semplicemente il limite di una succes- sione di termini, che sono dei rapporti ») F. Waisman, Introduzione al pensiero matematico, Trad. ital., 22 ediz., Torino, Einaudi, 1941, pag. 205. — Al lettore 2a 182 — usi gie lr PRE INIE Siia rai I a rie RO « TUTTO » NON HA PLURALE 247. — Il «limite» che determina l’ampiezza massima dell’« area di significato » di questi pronomi può essere anche 0 (infinito = indefinito), ma, nel- la grande maggioranza dei casi, il contesto pone un limite più o meno ristretto: sicché questi prono- mi sono quasi sempre «relativamente indefiniti ». Allorché diciamo: « Chiunque avrebbe agi- to come lui », il pronome esprime qualsiasi persona, senza limitazione. Parimenti nel pro- verbio « Ognuno per sé, e Iddio per tuffi ». 248. — Va qui notato che il pronome tutti è ap- punto il plurale di ognuno, ciascuno, come appare — evidente dal proverbio or ora citato (1). Che, per forma, esso sembri il plurale di lutto non deve indurre nel facile errore. Il pronome tutto (con valore neutro = lat. omnia, « tutte le cose ») non può avere plurale, poi che già ha l’estensione massima. 249. — Generalmente, però, vi è una limitazio- ne, normalmente espressa con una proposizione rela- « letterato » queste « divagazioni » matematiche sem- breranno fuori luogo: auspicabile è invece il giorno in cui un intelligente Ministro dell’Istruzione Pubbli- ca comprenderà quale funzione chiarificante e coordi- natrice potrà avere sui giovani avviati nel cammino delle belle lettere lo studio del calcolo infinitesimale, della geometria analitica, e di tutti quegli affascinanti settori matematico-filosofici esclusi oggi dai program- mi della Scuola Media. — Legga il lettore «lettera- to » il delizioso volume dell’Ing. G. Bessière, ZI calcolo differenziale ed integrale reso facile ed attraente, Mi- lano, Hoepli, 1930, e scoprirà insospettati panorami, grandiosi ed inspiratori. E ricordi che Dante aveva una vasta cultura scientifica, e che Wolfango Goethe avrebbe avuto miglior successo nei suoi studî sulla teoria della luce e dei colori, se una maggior cono- scenza delle matematiche l’avesse controllato nel suo « dirizzone » anti-newtoniano. — Cfr. W. Goethe, Zur Farbenlehre, Tiibingen, Gotta, 1810. (1) Tale affermazione vale anche per le altre lin- gue: cfr. il francese « Chacun pour soi, Dieu pour tous »; spagn.: « cada uno para sì. y Dios para todos »; ted. « Ein jeder fir sich, und Gott fiir alle »; ingl.: « Every man for himself, and God for us al/». e  tiva: (vedi 8 266): parlando del proprio amore, dice il Petrarca: « e proval ben chiunque E infin a qui, che d'amor parli o scriva». (In morte di Mad. Laura, s. XLI, 10-11) limitando, nel secondo verso, l’estensione del prono- me chiunque | “chiunque o: chiunque contravvenga...” | ° { violazione della legge So °° a (d(0 ES I. Nella proposizione « La legge è uguale per tutti >, il pronome è illimitato. — II. Nelle disposizioni di legge la zona del pronome chiunque è « infinita» ma non «illimitata» (è limitata dall'angolo). (8 249) Per giuridica coerenza ha valore limitato il chiunque contenuto nelle disposizioni di leg- ge: «Chiunque contravvenga alle presenti LIMITI DELL'AREA PRONOMINALE norme sarà punito... ecc. »: è evidente che la pena non è comminata a chiunque nel senso generale, ma limitatamente a coloro che vio- lino la legge emanata. Tale limitazione può essere rappresentata geome- tricamente con un angolo, il quale ha un’area infi- nita ma non illimitata. Un angolo di 360 gradi esprime ottima- mente il valore di questi pronomi, allorché nessuna determinazione precedente o succes- siva interviene a limitarne l'ampiezza di si- gnificato: tale, ad esempio, è il valore di ognu- no nel detto: « Ognuno ha il suo ramicello [di follia] (1) e il valore di tutti nella massima: « LA LEGGE È UGUALE PER TUTTI » (2). * * * 250. — Analoghe limitazioni hanno i pronomi negativi, in quanto sono gli stessi pronomi che i precedenti, i quali hanno attratto e incorporato la ne- gazione che, propriamente, si riferisce all’azione o allo stato espressi dal verbo. « Nessuno è venuto » significa infatti che ognu- no si è astenuto da tale azione (venire), ossia « ognu- (1) Franc.: « Chacun a sa marotte »; spagn.: « To- dos somos locos, [los unos y los otros] »; ted.: « Jeder hat seine Schelle »; ingl.: « Everyone has his hobby ». (2) Anche tutti, perchè plurale di ognuno, ciascu- no, ecc., e il singolare tutto con valore neutro posso-. . no avere limitazioni: la limitazione numerica è espres- sa in italiano con una forma speciale, ossia interpo- nendo la congiunzione e tra tutti e il numero « tutti e cinque », « tutti e due »: non si tratta in realtà del- la congiunzione, ma di una trasformazione della pre- posizione a, come è rivelato da antichi esempî: « Mettiamo caso ch’un venga a sonare - *N un campanile ove cinque ne siano, E tutte a cinque (campane) le voglia adoprare (A. Firenzuola, Rime burl., I, 289). Tale forma idiomatica italiana non va trasportata nella traduzione in lingue straniere: in francese si dirà «tous les trois». Notare anche la forma idiomatica inglese all of them, « tutti loro » (letteralm.: « tutti di loro », come noi diciamo « due di loro »). se  no non è venuto »: da cui si è avuto, appunto con tale spostamento della negazione, « né-uno è venuto »: «niuno è venuto » (1). È così posto in evidenza il trucco del noto falso sillogismo dei sofisti, i quali pretende- ognuno non è venuto x II Nè a NANO Ci —, (| €DI < Di a cm ef \— 44/8 7. da DL) e . o ‘0, cotipa uno è venuto niuno è venuto La negazione negante il verbo è passata nel pronome... (8 250) vano di dimostrare che «ogni gatto ha tre code », ponendo «nessun gatto» come un gatto realmente esistente (2). (1) Le forme neuno e neuna si trovano ancor nei trecentisti: « Neuna ebbe mai gli dèi sì favorevoli » (Boccaccio, Fiammetta, V). (2) Il noto sofisma era: « Nessun gatto ha due code; ma ogni gatto ha una coda di più che nessun gatto; quindi ogni gatto ha tre code ». Questo falso sillogismo non potrebbe neppure es- ser formulato in quelle lingue nelle quali non esisto- no pronomi e aggettivi negativi: « Nessun gatto ha due code » deve tradursi in giapponese « A qualsiasi —  LA DOPPIA NEGAZIONE – L. J. Cohen on R. C. S. Walker on L. J. Cohen on H. P. Grice, “I don’t want more beer” -- Niuno (e niuna), nessuno (e ressuna) sono i pronomi negativi di ognuno, ciascuno. Poi che escludono persino il singolo individuo, a maggior ra- gione implicano l’esclusione di più persone. Perciò non hanno plurale. 252. — Si osserverà che l’idea connessa a questi pronomi ha sempre un contenuto di pluralità: la forma « singolare » è dovuta al fatto che queste « più persone » son conside- rate uti singulae (ciascuno, ognuno) mentre il plurale (futli) le considera uti universae: si tratta sempre dello stesso contenuto se di- ciamo: | « Ciascurto è padrone in casa propria, ma nessuno è padrone in casa altrui ». « Tutti son padroni in casa propria, ma, nessuno è padrone in casa altrui ». 253. — Il negativo di tutto è nulla o niente. Es.: « Chi tutto - vuole, nulla stringe » (1). 254. — Come il pronome tutto non ha plurale, così non lo ha il suo negativo nulla (e niente). 255. — In italiano non vige rigorosamente la nor- ma per la quale due negazioni affermano, ossia non è rispettato il criterio matematico per cui —(—a)= ta LI Si dice infatti « Non è venuto nessuno »: le due gatto, due code non sono » (Nan no neko ni mo, fu- tatsu no o ga nai), oppure « Gatti di due code non ve ne sono » (Futatsu no o no neko ga nai; — futatsu no o wo motte iru neko ga nai). — Il sofisma poggia appunto sul fatto che la seconda premessa sembra af- fermativa, (« nessun gatto ha due code ») mentre è ne- gativa («nessun gatto » equivalendo a « [ciasc]un gatto non... »): ed interviene perciò, a dimostrare la falsità del ragionamento, la sana regola tradizionale del sillogismo: « Utraque si praemissa neget, nihil inde sequetur ». Non poche argomentazioni delle varie fi- losofie postcartesiane son gatti con tre code! (1) O «Chi troppo vuole, nulla stringe» — cfr. il ted.: « Der alles will haben, soll nichts haben ». negative dànno anzi maggior forza negativa alla pro- posizione (1). Tale duplicazione non è però ammessa allorché il pronome negativo precede il verbo: si dovrà dire quindi: « nessuno è venuto ». La negazione può essere espressa anche con altro vocabolo negativo: si dirà perciò « Senza che l’abbia visto nessuno », ma si do- vrà dire « Senza che alcuno l’abbia visto ». I pedanti obbietteranno che la doppia ne- gazione è sempre da evitare: ma le lingue — e non l’italiano soltanto — camminano pro- prio verso l’uso sempre più invadente di tale raddovpiamento: i « veto » contrarî a tali cor- renti « non otterranno nulla », « non serviran- (1) La doppia negazione appare anche in spagno- lo ed in portoghese: « No falta nada », « Nao falta nada », (« Non manca nulla »). Il rumeno può usarla anche quando il pronome negativo preceda il verbo: « Nimeni nu l’a vazut » (« Nessuno l’ha visto », lette- ralm.: « Nessuno non l’ha veduto »). — L'’equivalente francese « Personne ne l’a vu non contiene propria- mente una doppia negazione, poi che personne (lat. persona) non ha intrinseco valore negativo, e va quin- di sempre accompagnato da negazione. Questa può esser inespressa: alla domanda « Qui l’a vu? » si può rispondere semplicemente « Personne!» intendendo però «... ne l'a vu ». — La doppia negazione è da evi- tare nelle lingue nordiche (ed in altre): si dirà per- ciò in inglese « Nobody saw him »; in tedesco « Nie- mand hat ihn gesehen ». — Il cockney {dialetto-gergo di Londra) e lo slang (= franc. argot) americano in- frangono con grande frequenza il divieto della dop- pia negazione: nello East End londinese si può udire « You don't know nobody » per « You don't know any- body » 0 « You know nobody »; e nei quartieri an- che non popolari di New York non appare troppo «scandaloso dire: « He had never seen nothing like that » (« Egli non aveva visto non mai nulla di si- mile »). — Cfr. R. Kron & R. J. Russell, Slang and Colloquial English, Ettlingen, Bielefie!ds, 1929, pag. 34. — W. Matthews, Cockney Past and Present: a Short History of the Dialect of London, London, Routledge, 1933 — e C. Rossetti, Lingua Americana, Firenze; Lin- gue Estere, 1944, pag. 147. — 188 — “ranno, alcunché », PRONOMI QUANTITATIVI no a nienie», «non convificeranno nessu- no » (1). i * * * » 256. — Pronomi integrali quantitativi so- no troppo, poco, molto, tanto, quanto, ecc., che al- cuni grammatici definiscono impropriamente sostan- tivi: quando non siano avverbi (vedi 8 405) o agget- tivi (vedi 8 384) o chiaramente sostantivati (vedi 8 177), essi sono veri e proprî pronomi: possono es- sere collocati, grammaticalmente e ideologicamente, nella gamma pronominale che ha per estremi niente e tutto (ossia da zero alla totalità). “non lascia altrui passar i do Lal L, t LI Ù e d \ h n° Ù Ù | Ù I Pi IN ì "i 1) se So N Pa . SN L # e “- . Sei, o % ", VIZZAS ni eg 14 n , in A, « altri » = « chiunque » (tutti) fuorché la lupa »; in B, « altri» = « chiunque (tutti) fuorché gli uni ». (8 257) (1) Si dovrebbe dire, correttamente: « Non otte- «Non serviranno ad alcunché » « Non convinceranno alcuno »..Limitazione di natura del tutto speciale è quella che fa sì che l’« area di significato » del pro- nome altri sia illimitata, con esclusione però di una «zona di significato » determinata da altri elementi, estranei al pronome stesso. Nel I Canto della Divina Commedia, la lupa «non lascia altrui passar per la sua via » (Inf., I, 95) . Il pronome altrui (= altri) si riferisce al chiunque, ad eccezione della lupa stessa. Pa- rimenti, nell'espressione « gli uni e gli altri », il significato di aliri non ha altra limitazione che quella di escludere « gli uni ». 258. — Il pronome dltri richiede quindi neces- sariamente un’esplicita dichiarazione correlativa, la quale permetta di conoscere chiaramente la « zona di significato » che è esclusa (1). | 259. — Il pronome dltri ha la privilegiata desi- nenza in -i (caratteristica dei « pronomi tipici » (vedi 8 240); vale per i due numeri (singolare e plurale). Al singolare, però, si usa solo riferendosi a persone. 260. — Come corrispettivo con valore neutro si ha il pronome altro: es.: « altro è dire e altro è fare ». Il valore neutro e generico di tale pronome è evi- ‘dente in numerose espressioni tipiche della nostra (1) Inorridirebbe il lettore non simpatizzante con le matematiche se qui-si affermasse utile ed interes- sante lo studio di questo fenomeno con criterî « to- pologici », ossia riscontrando analogie con i postulati della nuova scienza (la topologia), che può ben defi- nirsi «la geometria senza forme e senza dimensioni ». Anche l’analysis situs è invece meno astrusa e meno lontana dalle pratiche applicazioni (grammaticali com-. prese) di quel che ne possa pensare il profano, atter- rito dall’aspetto esteriore. Lo studioso di buona vo- . lontà potrà consultare utilmente il bello studio rias- suntivo di K. Menger, Bericht iiber die Dimensions theorie, nello «Jahresbericht der Deutschen Mathe- matiker-Vereinigung », 1926, vol. XXXV, fasc. 5-8, pag. 113 essegg. IL COSTRUTTO RECIPROCO H. P. Grice: “He shaved” “He shaved himself” -- lingua: « fra l’altro », « senz'altro », «tutt'altro» (1), «ci vuol altro!», «non fosse altro», «...e tant’al- tro... ». 261. — Il pronome altri, al singolare, non è mai preceduto da articolo: questo si può usare con la for- ma altro, poi che è l’aggettivo sostantivato. Si dirà perciò « Un altro non agirebbe così », ma « Altri agi- rebbe altrimenti ». Sia altri che altro derivano etimologica- mente dal latino alfer, il quale però aveva il significato ristretto di « uno dei due » o « l’al- tro dei due »: es.: Audialur et altera pars (2). L'italiano vi ha incorporato anche il significa- to di alius « altro » (fra più). La distinzione se si tratti di « altro » fra due oppure di « altro » fra più di due è molto importante in alcune lingue (3). 262. — Sebbene tale distinzione si sia perduta in italiano, abbiamo però il pronome entrambi (femm. entrambe) che riunisce «l’uno e l’altro »: « Colei Sofronia, Olindo egli s’appella, D’una cittade entrambi e d'una fede ». (Tasso, Gerus. Lib., II, 16) 263. — Con questi stessi pronomi si forma l’ori- ginale costrutto reciproco «l’un l’altro », che va (1) Tale risposta è frequente, contro la domanda: « Vi dispiace? » o « Vi disturba? » o altra simile. (2) «Si ascolti anche l’altra delle due parti », « Bisogna udire anche l’altra compana ». I latini dice- vano altera ripa per « la sponda opposta »: talora alter equivaleva persino al numerale ordinale « secondo »: anno trecentesimo altero, « nell’anno 302 ». (3) L’inglese ha either, « uno o l’altro (di due) »: es.: either of them can go, « uno o l’altro dei due può andare ». — Ed ha anche il negativo neither: es.: nei- ther of them knows, « nessuno (dei due) sa ». Nel lin- guaggio corrente si usa, pur se abusivamente, anche il verbo al plurale: neither of them know, « nessuno dei due sa» (letteralmente «sanno », come noi di- ciamo « entrambi sanno »). Tale abuso non è troppo deprecato nemmeno dal Dizionario di Oxford. Cfr. The Concise Oxford Dictionary of Current English, 3rd edit., Oxford, 1934, pag. 759. — 191 — ” dea dbm or - Tizio | | = saluta —> _ Cai == saluta=3 Tizio: si salutano l al tro Menjehen follen| cinander helfen [ They are spoaki ng fo each other CETTE icnsicà A) Nel costrutto reciproco, i pronomi « l'uno » e l’al- tro » sono bi-valenti... — B) (tedesco) « Glì uomini deb- bono aiutarsi l'un l altro ». Formato con due pronomi, einander è un avverbio. — O) (inglese) « si parlan l'uno all'altro » (letteralm.: « al ciascun-altro »); each other è un costrutto globale, preceduto da preposizione. (8 263) — 192 — « UN, UNO » HA TRE VALORI DIVERSI considerato in funzione unica, poi che il significato risultante è diverso da quello dei due componenti: infatti la proposizione « Tizio e Caio si salutano l’un * l’altro » non significa soltanto che Tizio saluta Caio, ma che anche Caio saluta Tizio: sicché «l'uno» fa le veci di entrambi i nomi, e la stessa funzione ha « l’altro » Perciò questo idiotismo italiano non va tradotto letteralmente nelle varie lingue: ma soltanto in quelle che ammettono tale ampli- ficazione (1). 264. — Il pronome uno non va confuso con il mumerale né con l’articolo: soltanto come pronome può avere plurale: « gli uni ». Parlando del numero uno ripetuto più vol- te, sarà più corretto e più chiaro dire «gli uno ». È inesatto grammaticalmente e poco chiaro l'esempio addotto dal Tommaseo: « Scrivete cinque uni e ditemi che numero fanno » (2). Più correttamente, più moderna- mente e più elegantemente si dirà: « cinque, UNO », 0, a maggior chiarezza « cinque volte ciîra 1 » (3). (1) Per esprimere tale reciprocità, il greco si ser- vì del tema di dllos, « altro » ripetuto (allo-allo) e ne formò alléloin, « l’un l’altro », il quale, naturalmente, manca di singolare (e manca anche del nominativo): è in forma di duale o di plurale. — Il tedesco ha einander, che, pur formato con ein (« uno ») e ander (< altro »), è avverbio (= « reciprocamente »). — L’in- glese ha in each other (letteralm.: « ciascun l’altro ») un costrutto unico, che va préceduto dalla preposi- zione che noi, invece, inseriamo fra i due pronomi: «They are speaking to each other », « Essi si parlano l’un l’altro », «parlano l’uno all’altro » (letteralm.: « Essi parlano a Vun-l’altro »). (2) N. Tommaseo, Dizionario della Lingua Italia- na, ediz. UTET, Torino, 1929, vol. VI, pag. 340. (3) È vero che si dice « tre zeri », ma tale voca- bolo è di uso assai più frequente, ha aspetto fònico diverso, ed il plurale non ammette equivoci. — Il fran- cese non apostrofa l’articolo le né fa la liaison fònica dinanzi a un quando questo ha valore di numero e — 193 — . — Il « gioco dei pronomi», ossia la loro complessa funzione, ha molta importanza ideologica, grammaticale e stilistica. Chi apprenda una lingua straniera troverà gran giovamento osservando l’uso dei pronomi come rive- latore dell’indole della lingua stessa. Così considerati, gli appariranno più lim- pidi alcuni fenomeni, quali ad esempio, quello dello « stato costrutto » dei nomi érabi cui en- cliticamente venga aggiunto il pronome suî- fisso (1). Molti fenomeni linguistici appaiono strani se li consideriamo senza indagare il processo ideologico che li determina, o se prendiamo come unico punto di vista quello della nostra lingua nazionale. Le frequenti esplorazioni nelle lingue este- re vicine e lontane servono, viceversa, a me- non di.articolo: dice l'un et l’autre », ma «le un qui précède la virgule... »: pronunzia «c'est un fait! » (« c’et-t-un fait »), «è un fatto », «è così»; ma dice senza liaison: ce un est inal écrit, « questo uno è scrit- to male ». (1) L’arabo Kitéb diventa kitàbuhu, «il libro d> lui », e Kitàbuka «il libro di lei », che han significato determinato. Per « un libro di lui (o di lei) bisogna ricorrere ad una perifrasi: « un libro [appartenente] a lui (o a lei). Con due punti di vista di lingue diverse intendiamo il doppio fenomeno: le forme italiane en- clitiche -gli e -le (diedegli= diede +. gli; chiesele = chiese + le) ci fan comprendere come un suffisso pro- nominale possa esser aggiunto, in altra lingua, ad un nome come noi lo aggiungiamo ad un verbo (kirabuhu = kitàb + u + hu; hu=«-gli»; — kitàbuka= kitàb + u-+t-hà; hà = «-le »); ed il significato determinato ci appare più chiaro, quando pensiamo che il france- se « son livre », l’ingiese « his (o her) book », lo spa- gnolo « su libro » significano « il suo libro » (determi- nato), e che anche in queste lingue è necessaria une perifrasi per esprimere «un libro di lui (o di lei)»: «un livre à lui (à elle) », o « un de ses livres »; « one of his books»; o un’inversione come neilo spagnolo «un libro suyo ». IDIOTISMI glio renderci conto delle peculiarità idiomati- che del nostro idioma (1) la cui natura e la cui importanza ci sîuggono, poi che non pre- stiamo ad esse maggior attenzione che alle altre locuzioni, comuni a parecchie lingue: e rischiamo, così, di tradurre alla lettera o qua- si, in lingue straniere ciò che, in queste non ha alcun significato. (1) In inglese, idiom, « idioma », è correntemente usato nel significato di «idiotismo, modo di dire » La lingua inglese è formata prevalentemente di « modi di dire ». Per quelli tradizionali, e per riferimenti sto- rico-letterarî vi è il grosso (1440 pag.) Dictionary of Phrase and Fable, di E. C. Brewer, 105° migliaio, Lon- don, Cassell, 1897; — moderno ed agile è il volumet- to di J. M. Dixon, English Idioms, London, Nelson s. d.;: — abbondante di « idiomatic notes » il manuale pratico di M. M. Mason, English as spoken and writ- ten to-day, London, Nutt, 1910. — 195 — Digitized by Google Parole - catena e parole X O (XI) 266. — Alcuni pronomi hanno non soltanto la funzione di sostituire un nome, ma anche quella di indicare chiaramente il rapporto che intercorre fra questo nome sostituito e lo stesso nome contenuto in un’altra proposizione. Essi segnalano dunque la ripetizione della mede- sima «idea sostantivale » in due proposizioni diverse. Nelle due proposizioni « L'uomo che giun- ge è un amico », il soggetto fisico della prima (« L'uomo è un amico ») è un certo uomo; e il soggetto della seconda (« che giunge ») è an- che un certo uomo, rappresentato dal pronome che, il quale però ha anche l’ufficio di indicare che si tratta del medesimo uomo. Per espri- mere tale nesso non basterebbe dire « L'uomo è venuto; l'uomo è un amico »: bisogna ag- giungere l'indicazione specifica di relazione (identità) contenuta nel pronome relativo: « L'uomo è venuto; quell'uomo è un amico ». 267. — Il pronome relativo più usato in italiano è il pronome che, agilissimo, perché, invariato (in- declinabile), può riferirsi a persona, animale o cosa, di qualunque genere e di qualunque numero, in fun- zione di soggetto, di complemento oggetto, e, oggi più raramente, anche per i casi obliqui (1). (1) Nel verso del Petrarca « Ed io son un di quei che ”l pianger giova », (In vita di Mad. Laura, c. III, 5) il pronome che può esser inteso come dativo, sebbene Non v'è altra parola italiana che sia usata con tanta frequenza, quanto la parola « che » (1). Diciamo « la parola che », poi che tale mo- nosillabo può essere anche congiunzione (ve- di $ 444) la quale è però pur essa derivata dal «pronome, sia nella sua Tunzione connettiva tra proposizione e proposizione, sia in quella con- sequenziale o comparativa, e persino quando, scritta con l’accento (ché) equivale a perché, poi che (poiché; vedi $ 448). 269. — Il nome, espresso in altra proposizione, ed al quale il che si riferisce, costituisce l’ante- il Leopardi ed altri lo intendessero come accusativo, alla latina (« Quem iuvat luctus »). — Il Boccaccio scrisse persino: « Che rusignuolo è questo, a che (= al cui canto) ella vuol dormire? » (Decamer., g. VIII, n. 3). Nel detto proverbiale « Paese che vai, usanza che trovi» il primo « che » equivale a « nel quale ». (1) Nel 1° canto della Divina Commedia il mono- sillabo che ricorre ben 55 volte in 45 terzine. Nell’ul- timo canto appare 59 volte in 48 terzine, con la mate- matica precisa proporzione: 55 145 1:59: 48 Il fenomeno è tale da stupirci come altri consi- mili nell’opera del Poeta, il quale certamente non contò i « che » man mano che li usava nei suoi versi. Né contò i versi di ciascuna cantica: e pure 4.720 compongono la I cantica, 4.755 la seconda; 4.758 la terza; e persino le parole (99.542 in tutto) son distri- buite con eguale regolarità: 33.444 nell’Znferno, 33.379 nel Purgatorio; 33.719 nel Paradiso. Ed ancor più stu- pefacente è la constatazione che persino la frequen- za del «che» secondo le diverse funzioni di prono- me, congiunzione connettiva, congiunzione comparati- va o consequenziale e causativa (che= perché, poi che) ha una proporzione rigorosamente costante nel- la 12 e nell’ultima cantica, e quindi verisimilmente anche nell’altra. Infatti abbiamo: Inferno, Canto I: 28+12+11t4=55 Paradiso, =» XXXIII: 29+13+14+3= 59 Dal che possiamo inferire che il monosillabo che sia ripetuto circa 5.700 volte nelle 4.744 terzine della Divina Commedia. — 193 — ae ri. > META fr ei ra, e UR di tr" Ai Tetide «6 a: saro LA PAROLA PIÙ FREQUENTE “- cedente, del quale il «relativo » che è apppunto. il conseguente; ad es.: « Chi guarda pur con l’occhio che non vede ». . sO (Purg., XV, 134) (occhio = antecedente; che = conseguente). PASTE SII ZASE , CANI] gli (1) y, LA > RO IE f) J La 14 Cantica della Divina Commedia contiene 55 volte la parola «che »... Verisimilmente questa è ripetuta 5.700 volte nelle 4.744 terzine del poema, Xilografia in un’edizione veneziana (ed. Matheo de Codecha) del 1493. (8 268) ‘ 270. — L’antecedente può anch’esso es- ser costituito da un pronome: | «Questo misero modo ‘tengon l’anime triste di coloro che visser sanza infamia e sanza lodo ». (Inf., III, 34-36).  La proposizione « antecedente » può es- sere — e assai spesso lo è — spezzata dalla « conse- guente », la quale viene così ad insinuarsi in essa co- me «inciso »: « Amor, ch'al cor gentil ratto s'apprende, prese costui... ». de (Inf., V, 100-101). . « Amor prese costui» è la proposizione antecedente: « ch'al cor gentil ratto s'apprende » è la conseguente. La proposizione «relativa », cioè conte- nente il pronome «relativo », ha infatti fun- zione globale di attribuito specifico nei riguar- di del sostantivo specificato. Il considerare come attributive (ossia con il valore globale di « aggettivo ») le proposi- zioni relative faciliterà la comprensione del loro comportamento sintatiico in parecchie lin- gue siraniere (1). Parecchie iingue collocano la proposizio- ne relativa in modo che essa sia evidentemen- te in funzione aggettivale rispetto al ncme che essa qualifica (2). Quando l’antecedente è indeterminato, quella che per noi è una «proposizicne relativa » perde il pronome « che » passando in arabo, ed i grammatici arabi la considerano un « qualificativo » del nome. Co- sì « Vidi una donna che aveva con sé un bimbo » si traduce: « Vidi una donna con lei un bimbo », (« ra’aya- tu ’mrahat(an) ma'aha tifl(un) >»), in cui con-lei-un- bimbo è il qualificativo di una donna. — Qualcosa di assai simile avviene nell’inglese corrente, appunto con la soppressione del pronome relativo quando sia .in accusativo o in caso obliquo: « Ha visto il bimbo che la donna portava» si traduce infatti: « Ha visto il bimbo la donna portava» (« He saw the child the woman was carrying »), in cui /a-donna-portava può utilmente esser considerato « qualificativo » di « bim- bo ». Ed infatti noi possiamo trasformare le due pro- posizioni in una sola, con un procedimento che ci chiarisce il fenomeno: « Vide il bimbo portato dalla donna ». I (2) Due lingue lontanissime, quali l’amarico ed il giapponese traducono infatti in modo del tutto paral- lelo l’espressione italiana «l’uomo che venne ieri»: IL SINTETICO PRONOME «CHE » Il sintetico pronome che può esser sem- pre sostituito dalle formule equivalenti il quale, la quale, i quali, le quali. i ‘ Queste, accordandosi chiaramente, per ge- nere e numero, con il nome o pronome che ne sono l’antecedente, servono ad elimi- nare la eventuale possibilità di equivoco, quan. do cioè l’uso del che potrebbe generarlo. Dante, dopo aver parlato « dell’alma Roma e di suo impero » (antecedenti), aggiunge la proposizione relativa: «la quale e ’I quale, a voler dir lo vero, Îùr stabiliti per lo loco santo u’ siede il successor del maggior Piero ». (Inf., II, 22-24). chiarificando nettamente in tal modo un rap- porto che il semplice « che » non avrebbe po- tuto esprimere: /a quale si riferisce a Roma e il quale all'impero. 273. —— Il pronome che (1) ha conservato traccia di declinazione: dal dativo latino (cui) e conglobando in esso anche le funzioni del genitivo (cuius) nonché quelle dei plurali, si è formato il pronome italiano cuì, che vale per tutti i casi tranne il nominatvo: « Molti son gli animali a cvi s'ammoglia » (Inf., I, 100). « Parea ciascuna rubinetto in cui raggio di sole paresse sì acceso... » Parad., XIX, 4-5) in entrambe le lingue essa diventa «i/ che-venne-ieri uomo » (amarico: «tfeulante yamaettàu saeaù »: in giapponese: « kinò kita hito». — Etnicamente, geo- graficamente e per struttura lontanissimo da entram- be le lingue è il basco, che pur ricorre ad espediente analogo, poi che manca di pronomi relativi: tale rap- porto viene espresso con la lettera n posposta al ver- bo, e la nostra proposizione relativa diventa un at- tributo dell’« antecedente »: eldu diran gizonak, « gli uomini che son giunti », letteralmente: «i giunger-che- sono uomini ». 0 (1) Il nostro che deriva dall’accusativo maschile latino quem. — 201 — GRAMMATICA DELLA LINGUA ITALIANA ‘ossia ciascun’anima sembrava un piccolo rubino (1), nel quale brillasse vivido un raggio di sole. 274. — Poi che il pronome cui può significare tanto «il quale » quanto «al quale », nel caso dativo lo si può usare con o senza la preposizione «a »: si può dire egualmente « la persona a cui faceva cenni » o « la persona cui faceva cenni ». Questa seconda for- ma è migliore. Nel genitivo, invece, la preposizione « di » è obbligatoria, tranne però quando l’espressio- ne genitiva venga a trovarsi fra l’articolo ed il nome: Beatrice dice a Virgilio: - «O anima cortese mantovana, di cui la fama ancor nel mondo dura, e durerà quanto ’| mondo lontana » (Inf., II, 58-60) poi che l’articolo segue l’espressione « di cui ». Non avrebbe potuto dirgli « /a di cui fama »: séltanto «la cui fama » era ed è la forma corretta. Ciò è dovuto alla permanenza, nel prono- me cui, anche del valore che aveva l’aggetti- VO latino cuius, cuia, cuium (2). ‘ok k 275. Gravissimo torto è fatto dalla gramma- tica tradizionale al pronome chi, classificandolo con gli altri « relativi », misconoscendo così le sue parti- (1) Il nome francese robinet, dato alla chiavetta terminale di un tubo, appare solo nel XV secolo: fu preso da Robin, soprannome fiabesco e familiare del montone, poi che i « rubinetti » raffiguravano spesso una testa di tale animale. Soltanto in tempi recenti il vocabolo è passato in italiano, ed è ancora ripreso «come « gallicismo » dai puristi. Si trasformò in rubi- netto per influenza del rubino, il cui nome è dovuto al basso latino rubinus, lat. classico rubeus, « FOSSO >. (2) Lo spagnolo dice: « E! padre à cuyos nifios he visto », « Il padre i cui figlioli ho veduto » (lat.: « Pa- ter cuius pueros vidi »). — Il francese direbbe: « Le père dont j'ai vu les enfants », usando un relativo di tutt'altra origine, poi che. dont si è formato da de . unde, come il nostro donde, il quale ha conservato il valore di provenienza da luogo (e PERCIO anche conse- guenza da premesse). — 202 — IL PRONOME BIVALENTE colari proprietà e funzioni, che nettamente lo diver- sificano dagli altri. Nel latino qui (1) e nell'italiano chi è condensato al massimo il valore « relativo ». I « suoni di relazione », ossia quelle paro- le o parti di esse che non esprimono idee spe- cifiche ma i rapporti ira esse (pronomi, arti- coli, preposizioni, congiunzioni, prefissi, suî- fissi) hanno ciascuno una propria struttura intima, che è interessante studiare, poi che essa presenta delle « linee di fcrza e di resi- stenza » proprio come un corpo materiale (2). Pur se non possiamo ancora — poi che è un vasto còmpito a venire — riconoscere e trac- ciare queste linee con un procedimento ana- logo all’esame fotcelastico della più moderna Scienza delle Costruzioni (3), dobbiamo per lo meno intuire tale mirabile insieme di linee di forza, e sentirle, sì che più evidenti ci ap- paiano le « proprietà » tipiche di tali « gruppi di suoni », e ci sia più agevole servircene in armonia con la loro naturale funzione. Un aviatore non può esser buon pilota se egli non conosca la struttura ed il funzionamento del velivolo, e non ne senia il meccanismo in azione. I pronomi che, cui, il quale, ecc. necessitano di un «antecedente »: essi si limitano ad indicare una (1) Dalla stessa radice (sanscr. Kos, ka, Kod: lat. qui[s], quae, quod {[quid]) si son formati anche qualis, quantum; e dall’analogo hwa gotico il sassone AWA, donde l’inglese who, what, which, where, when etc. (2) « Les signes dont la langue est composée ne sont pas des abstractions mais des objets réels ». F. de Saussure, Cours de linguistique générale, Paris, Payot, 1931, pag. 144. (3) Due valorosi tecnici, il prof. Danusso e l'ing. Oberti, banno compiuto nel laboratorio di Meccanica del Politecnico di Milano studî e ricerche di fotoela- sticità, che non sono affatto inferiori a quelli dello U. S. Bureau of Standards di Washington o del Na- tional Physical Laboratory di Teddington (Inghilterra). Da relazione con tale irecsnenie: ma appartengono in- teramente alla proposizione relativa. Il pronome « chi », invece, non necessita di antecedente, poi che lo contiene: è un pronome bi-valente, il quale equi- vale a due pronomi, uno dei quali appartiene alla proposizione antecedente, e l’altro alla relativa. « Chi m'ama, mi segua » è formato da due proposizioni, poi che vi sono due verbi: il pro- nome « Chi » è soggetto di entrambi: equivale infatti a « colui che mi ama mi segua », poten- dosi cioè scindere nei due soggetti. E possibile anche l’operazione inversa, 0s- sia fondere « colui che » in « Chi »: «Qual è colui che sommniando vede » (Parad., XXXIII, 58) può esser ridolto in « Qual è chi vede so- gnando ». 276. — Il pronome chi, indeclinabile, si usa uni- camente per le persone, e vale soltanto per il singo- lare (1): può avere perciò come equivalenti « colui il , quale », « colei la quale ». È interessante constatare che, in tutte le lingue europee (2) e nella gran maggioranza delle al- tre, i pronomi relativi coincidono con gli interro- gativi: la tipica intonazione (3) sembra trasfor- marne interamente il valore e la funzione. (1) Queste esclusioni non valgono per tutte le lin- gue; in ungherese, ad esempio, si usa aki (che ha il plurale akik) per le. persone: aki szeret, kbvet, « chi mi ama, mi segue »; e ami (plur. amik) per le cose in- definite: amire vàrtam, megérkezett, « ciò che atten- devo è avvenuto »; — amely (plur. amelyek) s’usa per cose definite. — In arabo, man, « chi, colui che», e mà, «ciò che» possono rappresentare, pur restando aio anche un caso obliquo: « Allah[u] Khalig{u] mà fî ’l-’alam[i] », « Allah è il creatore di ciò che è nell'universo ». o (2) Tranne il basco, che non ha pronomi rela- tivi. (3) L’intonazione interrogativa non è però ugual- mente modulata in tutte le lingue. Si può anzi affer- — 204 — LE « INCOGNITE » In realtà si tratta proprio dei medesimi pronomi, e la funzione è analoga. L’interroga- ‘a il “un povero | 4 mantello ?_2 sm i ra un inconi chi \é Senza, n, ) mantello <, N NS Î\ / v )) gpr-a SE DE” —>—-=55 il VAT I pronomi interrogativì sono, nel discorso, i simboli algebrici delle incognite’ (8 277) mare che essa varia, in misura minore o maggiore, in tutte le lingue, e persino in molti dialetti. Il tono interrogativo napoletano e siciliano differiscono non poco da quello romano, veneto o genovese. — 205 zione contiene infatti implicitamente una re- lazione con la risposta attesa, altrimenti sa- rebbe inutile rivolgerla. La risposta costitui- sce l’« antecedente virtuale » del pronome in- terrogativo. « Colui che giunge è un amico » è un’aî- fermazione; « Chi è colui che giunge? » è una interrogativa equivalente a « Colui che giun- ge è chi? », ossia « Colui che giunge è X », in cui X è l’incognita (1). I pronomi interrogativi corrispondono infatti a quel che le incognite (x, y, z) sono nella no- tazione algebrica. (1) In alcune lingue la struttura della proposi- zione interrogativa (pronominale o non) non differi- sce dalla positiva: la positiva « Quell’uomo è un ami- co » (cinese: « na4-ko sgén? scîh4 p'éng?-yu»; giappo- nese: « Ano hito wa hòyi desu ») diventa interroga- tiva con la semplice aggiunta di mo in cinese e ka in giapponese; e la domanda « Chi è quell’uomo?» si! traduce sostituendo «chi?» ad «amico », senza Va- riare l’ordine delle parole: « Na4-ko sgén? scîh4 sciùl? » (senza neppure il tono interrogativo). e « Ano hito We dare desu» (con una intonazione assai diversa dalla nostra interrogativa). — 206 — Il pronome - specchio e il Sig. N. N. (XIV) Del tutto a parte va considerato il pro- nome riflessivo, poi che esso « fa le veci» di un nome, ma vi aggiunge l’idea di « rapporto con se stesso ». Questo rapporto, evidentemente, differisce da qualsiasi altro. Nella proposizione « Giorgio si lava », os- sia « Giorgio lava sé » si può ancora scorge- re un’analogia con « Giorgio lava un altro », e si può sostituire il pronome sé (sì) con il nome che questo sostituisce: « Giorgio lava Giorgio ». L'espressione non è economica né elegante, ma il significato è comprensibile. Evidentemente, però, allorché diciamo « Gior- gio si sveglia », l’azione espressa è ben diver- sa da quella che Giorgio compie per destare un’altra persona: sarebbe perciò assurdo ri- solverla sostituendo « Giorgio » al pronome: « Giorgio sveglia Giorgio », Le lingue sono ricorse (1) ad espedienti varî per esprimere questo singolare rapporto. In geroglifico, il gruppo simbolico che lo indica significa « corpo » (h°); l’ideografia ci- nese adottò il segno che indica anch'esso il « Corpo » (ÎsZ') e che anticamente raffigurava il naso, sintesi dell'intera persona (2), oppure (1) Vedi 8 32. (2) Nell’embriologia cinese il naso è il punto di partenza dello sviluppo fetale. Cfr. G. D. Wilder & G. H. Ingram, Analysis of Chinese Characters, Pei- ping, College of Chinese Studies, 1934, pag. 40, n. 104. 200 |  . una linea curvata in modo da simboleggiare le volute dell’aria espirata (chi*) (1). L’amari- co, come altre lingue semitiche e cuscitiche, ie — | Muta bnuxKHero Kax camoro cea CA) i HMUero cede » TaK cede ‘‘così così” (BENE) Un campionario di « riflessivi »: A) « Ama il prossimo come te stesso » (russo) — 2) il tipico riflessivo sjebjà (russo) — C) il gruppo geroglifico per « corpo » — D) ideogrammi cinesi della personalità: (a) forma antica. — E) «Egli andò da sé » (amarico) (8 278) (1) Ossia « il potere emesso da una persona, la sua | azione », ibid., pag. 68, n. 101. — 208 — IL RAPPORTO CON SE STESSO non è riuscito a formare, un pronome riîlessi- | vo, ed usa perciò il pronome personale seguì- to da « testa », « mano », « bocca » € l’agget- tivo possessivo (1). Il più eîficace dei pronomi riflessivi è il russo s/ebjà, il quale vale per tutte le perso- ne (2). 279. — L'esame delle varie forme adottate è in- teressante ed utile per intendere — più intuitivamente che per precisa analisi — la natura di questo parti- colare « rapporto con se stesso », il quale può essere più o meno «intenso », in quanto l’azione espressa dal verbo è connessa più o meno intimamente con la personalità e l’attività psicologica del soggetto. Esiste in fatti una « gradazione » nelle di- verse azioni riflessive espresse nelle propo- sizioni seguenti: « Tizio si veste », « Tizio si peltina », « Ti. zio si nutre », ossia compie queste azioni in modo analogo a quello con cui vestirebbe, pet- tinerebbe, nutrirebbe un ‘altra persona; « Tizio si reca a...», « Tizio si accovaccia » ossia compie azioni che sono anche musco- larmente diverse da quelle che dovrebbe com- piere per recare altri in qualche luogo, o per farlo accovacciare; ‘ «Tizio si imbatte », ossia compie un’azio- (1) « Egli andò da sé» si traduce in amarico: « Essu rasùn hiedù », cioè « Egli la sua testa (ras= « capo ») andò ». (2) « Ama il prossimo come te stesso » si tradu- ce in russo « Ljubì blishnevo kak samavò sijebjà »: letteralmente: « come sé stesso », ma quel sé è rife- rito alla seconda persona. — Il valore di tale prono- me riflessivo è sensibile, più che spiegabile, nelle due tipiche espressioni correnti nicevò sjebje » (letteralm.: « niente a sé stesso »} e tdk sjebije (« così a sé stesso ») che significano entrambe « così così »; la prima però vale « piuttosto bene che male » e la seconda « piutto- sto male che bene ». ne che, in italiano, non può essere espressa se non in forma riflessiva (1); « Tizio si sveglia», « Tizio si ricorda», « Tizio si adira », ossia passa in stati d’animo e di intelletto che non possono essere che per-o sonalissimi. 280. — Il pronome riflessivo italiano ha due forme: sé e si. La prima è più forte, nell’accento e nell’espres- sione. Per tale accento tonale, e per distinguersi dal monosillabo omofono se, che è congiunzione ipoteti- ca, il sé riflessivo reca anche graficamente l’accento (acuto, poi che il suono è chiuso). È invalso l'uso di omettere tale i al- lorché il sé sia seguito da « stesso » 0 « me- desimo ». Non è esalto affermare Da tale omissione sia del tutto ingiustificata (2). L’ap- (1) Si pensi però sempre se vi siano anche altre espressioni equivalenti, in forma non riflessiva, pri- ma di tradurre in lingua straniera. Ii nostro incon- trarsi con equivale infatti a « incontrare »: e in ingle- se sarà to meet, e, per incontri fortuiti, ‘o meet with, to come across. Anche qui è importante il feeling del vocabolo (vedi 8 52 e 108). (2) «Non c’è ragione di creare questa doppia ortografia ». Morandi & Cappuccini, op. cit., pag. 117, 8 379. — Ma è anche inesatto affermare che «in que- sto congiungimento con stesso o medesimo l'accento è inutile perché non si può confondere con se, parti- cella condizionale ». (A. Panzini, Guida alla gramina- tîca italiana, Firenze, Bemporad, 1933, pag. 31). L’ac- cento grafico sui monosillabi che lo hanno rimane obbligatorio anche quando non vi sia possibilità di equivoci: (es.: « Di qua, di là, di giù, di su li mena». Inf., V, 43; — « del bel paese là dove ’l sì sona» "= Inf., XXXIII, 80). L’accento gràfico si conserva poi che rimane il rilievo tonale. — Contravvengono a questa istintiva norma grafico-musicale della lingua nostra gli innovatori che hanno voluto rimpiazzare con un accento l’% nelle due voci verbali ha e hanno (à, ànno), che, infatti, non hanno un rilievo nell’into- nazione. La tradizione aveva istintivamente conser- vato l’A: l'accento è una «stonatura », è uno stimolo ad una «stecca ». E son riconoscibili, nell’artificiosa — 210 — inizino ‘n — L’AGENTE INDETERMINATO parente anomalia corrisponde invece al fatto ionico, poi che in tale posizione il sé perde il suo accento tonale, appoggiandosi procliti- camente sul vocabolo seguente (« stesso », « medesimo »): l'accento va però conservato anche graficamente quando l'intonazione po- ne fonicamente in rilievo tale monosillabo, per ragioni metriche o per intensità di espressio- ne: nella palude infernale del V cerchio il dannato Filippo Argenti compie un’iraconda « azione riflessiva », e l'accento del verso cor- risponde a quello gràfico: « e °] fiorentino spirito bizzarro in sé medesmo si volgea co’ denti »; (Inf., VIII, 62-63).  La forma atona si, enclitica o procli- tica, si usa specialmente ad immediato contatto con il verbo: se enclitica, si aggiunge ad esso formando una sola parola, e raddoppia l’iniziale se segue una voca- le « percossa » fonicamente «tronca» (8 170): « Asperges me » sì dolcemente udissi». (Purg., XXXI, 98) Con il si riflessivo si esprime anche un soggetto generico dell’azione verbale: « Vuolsi così colà dove si puote ciò che si vuole... » (Inf., XII, 95-96 e V, 23-24) 282. — Per tale indeterminatezza dell’agente, il si può dare al verbo il valore passivo. « Egli si lava così» è riflessivo, ma « Questa stoffa si lava così» equivale a « Questa stoffa è lavata (o « viene lavata 2), così », implicando anche, spesso, un’idea di necessità, opportunità o consuetudine » (1): es.: «Si comincia grafìa le forme composte, quali hassi, hallo, hollo? Si dovrà dunque scrivere dssi, dllo, òllo? Sono voci in disuso, ma possono adoperarsi a scopi faceti o iro- nici. Hanvi cogitato (anzi, «ànvi cogitato ») gli in- novatori? 7, (1) La stessa idea è spesso connessa con il pro- nome indeterminato francese on: « Comme on fait son x  così, e non si sa dove si va a finire »; « Come si dice in latino...? »; Per andare alla stazione si volta a si- nistra ». * * %* 283. — Fuori serie, poi che non è un pro- nome ma un sostantivo, va considerato un cu- rioso vocabolo italiano, il quale ha una certa affinità con i pronomi, in quanto fa le veci di un altro nome, anzi di qualsiasi nome che non venga prontamente alla memoria o che si ignori. È il nome coso, da evitare per quanto possibile, ma talora indispensabile: «Che è quel coso? ». Lo strano vocabolo è stato formato stra- namente, ossia mascolinizzando il nome cosa, poi che si tratta infatti di una cosa, ma non definibile (1). 284. — E, finalmente, possiamo chiudere il reparto pronominale con quelli che potreb- bero a buon diritto chiamarsi pronomi propri, poi che fanno le ‘veci di autentici nomi proprî: i nomi Tizio, Caio e Sempronio, venuti in italiano dalla giurisprudenza latina, lit on se couche» (=<« Ciascuno è artefice del pro- prio destino »). Deriva da homme e l’etimologia spie- ga anche la persistenza dell’articolo in alcuni casi (l’on= l'homme). Analoga etimologia ha il pronome indeterminato tedesco man (da Mann, « uomo »): «Wie man sich bettet so schlift man» (proverbio corrispondente a quello francese). — « Ci si abitua a tutto » diventa « On se fait à tout» in francese e « Man gewòhnt sich an Alles» in tedesco. L’inglese usa il generico « one », « uno »: « One gets accustomed to everything ». (1) Con procedimento analogo, il francese ha for- mato il suo coso mascolinizzando in machin il sostan- tivo femminile machine; gli Inglesi usano un come-si- chiama: what-s-his-name o how-do-you-call-it; gli Ame- ricani preferiscono il whatyoumaycallit, e, nel lin- guaggio molto familiare, persino whazzit, abbrevia- zione di what-is-it. ; — 212, | «PRONOMI PROPRI» E NOME UNIVERSALE FULANO |puian zl also Tizio, Caio e Sempronio possono esser chiamati « pro- nomi proprî ». Il nome coso è, tra i sostantivi, ciò che il joker e la matta sono nelle carte da gioco e nei ta- rocchi: vale qualunque altro nome. equivalgono ai simboli algebrici delle quanti» tà indeterminate: rn, n... (1). : Analegamenle usiamo «il Tal de’ Tali», « il sig. N. N. ». (1) Nello stile forense inglese l’ipotetico attore è chiamato John Doe; lo spagnolo ha per « pronomi proprî » Fulano (dall’arabo fulan « un certo »), Zutano (da citano, per il lat. scitus, «noto »), e Mengano (dall’arabo man kana, «chicchessia »; il portoghese usa Fulano, Beltrano e Sicrano. — 214 — Le voci determinanti (XV) 235. — L'idea espressa da un nome può essere modificata, specificata, completata con parole che ne limitino la « quantità », determinandola con maggior o minor precisione, oppure che ne indichino una « pro- prietà » o « qualità ». La parte del discorso che ha tale funzione modi- ficatrice del sostantivo è l'aggettivo. 286. — Gli aggettivi si dividono in due grandi categorie: quelli che modificano il nome esprimendo — sia numericamente che con altra determinazione — la « quantità » della cosa espressa, e sono gli aggettivi determinativi; quelli che modificano il nome esprimendo una « qualità » o « proprietà » della cosa espressa, c sono gli aggettivi qualificativi, che più efficacemen- te potrebbero chiamarsi descrittivi. 287. — I primi (« determinativi ») hanno buon diritto ad una precedenza che la gram- matica tradizionale nega loro (1), mentre tale precedenza esiste nella realtà obiettiva del (1) Cfr. qualsiasi grammatica tradizionale. Una di queste, dopo aver enunciato che l’aggettivo « chia- masi qualificativo nel primo caso, indicativo nel se- condo », consacrando così la tradizionale illegittima precedenza del qualificativo, cita esempî manzoniani, nei quali « un indicativo ne determina un altro o dice la quantità del qualificativo » (perciò logicamente pre- cedendolo). — Trabalza e Allodoli, La Grammatica degli Italiani, Firenze, Le Monnier pensiero e del linguaggio. Infatti, prima di sapere come sia una cosa (qualificandola), dobbiamo conoscere di che cosa si tratti (de- terminandola tra più dello stesso nome). Nel pensiero e nell'espressione, gli agget- tivi determinativi precedono quelli descrittivi: altrio--_—T___ curiosi e lepidi — + Nel pensiero e nell’espressione gli aggettivi determi- nativi hanno la precedenza sui qualificativi. La xilografia è riprodotta dal Terentius, ediz. Joh. Griininger, Stasburgo. UNA LEGITTIMA PRECEDENZA es.: « Quei suoi due altri curiosi e lepidi per- sonaggi ». (1). 288. — Molti aggettivi determinativi coincidono, per forma e per significato, con i pronomi: si distin- guono da questi perché sono accompagnati dal nome: allorché diciamo: « Alcuni libri sono interessanti ed alcuni no », usiamo due volte il vocabolo « alcuni », la prima come aggettivo determinativo (perché ac- compagnato dal nome) e.la seconda come pronome (comprendente cioè anche l’idea del nome). 289. — Da notare l’aferesi del latino ista nell'italiano « sta- » che appare nei composti stasera, stamane, stanotte (2). Non si com- prende perché i puristi debbano criticare il comunissimo e fluido sfavolia. “Dallo stesso aggettivo pronominale iste, ista, istud si è formato lV’articolo sardo su (— « il, lo »), sd (= « la ») (3). 290. — Il più usitato aggettivo determina- tivo è l'articolo il, nelle sue varie forme, tutte derivate dal latino ille, illa, illud. n (1) Poi che si tratta di precedenza logica, essa è rispettata da tutte le lingue con la coerente prece- denza nell’espressione: « ces jolies fleurs », « quelques vieux livres »; « these beautiful flowers », « some old books »; così fin nel lontano Estremo Est: cinese: cé4- ko haoi-k'an4s-ti hua! », « hsieh!-pén chìu4-ti sciù? »; giappon.: « kono kirei-na hana », « ikura-ka-no furui hon ». Eppure «il pensiero orientale si svolge più ampiamente nel campo intuitivo che in quello logico » (P. S. Rivetta, Nihongo no tebiki, cit., pag. 77), e «si, comme l'Europe le pense, la philosophie est en son fond une théorie de la connaissance, on pourrait dire que notre philosophie est absolument étrangère à V’es- prit japonais ». G. Bonneau, Bibliographie de la lit- térature japonaise contemporaine, Tòkyò, Mitsukoshi, 1938, pag. XXXIV.  Non più in uso è la forma « esto, esta »: « Tutta esta gente che piangendo canta », (Purg., XXIII, 64). . (3) O forse dal latino ipse, ipsa, ipsum. — Dal la- tino volgare ecce-iste è venuto il francese ce, cet (femm. ceste dell’XI sec.). — Cfr. G. Rydberg, Zur Geschichte der franzòsischen. Determinativi sono anche gli aggettivi possessivi; quando non sono accompagnati dal nome cui si riferiscono ne fanno anche le veci, dive- «nendo così pronomi possessivi. Essi sono variabili e si accordano in gene- re e numero con il nome cui si riferiscono: però altrui serve, invariato, per entrambi i ge- neri ed entrambi i numeri: « fo pane altrui », « l'altrui sposa », «î diritti altrui ». Si potrebbe ‘considerare altrui come un persistente genitivo di altri (1); ma in tal caso si dovrebbe considerare genitivo anche /o0- ro (2), ch'è pur esso invariato per i due gene- ri e per i due numeri: «/a loro vanità », «i Jatti loro ». 292. — I pronomi possessivi possono esser con- siderati aggettivi possessivi sostantivati, o, viceversa, gli aggettivi possessivi possono considerarsi pronomi ‘che hanno assunto la funzione aggettiva. Spesso ciò che appare « derivazione » non è che formazione parallela. In parecchie lin- gue i pronomi possessivi differiscono formal- mente dai corrispondenti aggettivi possessivi. È perciò assai importante distinguere ideolo- gicamente le due categorie, affinché la coinci- «denza formale del vocabolo italiano non indu- ca a facile errore nelle lingue estere. 293. — È anche importante distinguere il genere e numero della cosa posseduta dal ge- nere e numero del possessore. Così, ad esem- pio, mentre l’italiano Îa concordare l'aggettivo con il nome cui si riferisce (cosa posseduta), l'inglese, -avendo tutti gli aggettivi invariabi- li (3) (e quindi anche i possessivi), usa agget- (1) Dal lat. alterius, genit. di alter, come lui da illins, genit. di ille. — Cfr.C. H. Grandgent, /ntrodu- zione allo studio del latino volgare, trad. ital., Milano, Hoepli, 1914, pag. 214, 8 395. (2) Da illorum, genit. plur. di ille (vedi $ 240). (3) Gli aggettivi inglesi restano invariati persi- no quando sono sostantivati: « The old suffer more from the cold than the young », «I vecchi (senza suf- — 218 — CONCORDANZE tivi possessivi diversi a seconda che il pos- sessore sia maschile, femminile o neutro; noi diciamo « sua moglie » e « suo marito », per- ché moglie è femminile e marito è maschile: l'inglese dice « his wife » e «her husband », tenendo conto del genere del coniuge (« mo- lie di lui », « marito di lei »): ed il possessivo 11s allude ad un possessore neutro. Alcune lingue tengon conto di entrambe le distinzio- ni, ossia nei riguardi del possessore e della cosa posseduta (1). 294. — La concordanza degli aggettivi con il so- santivo cui si riferiscono si ispira ad un criterio mu- sicale e ideologico insieme (2). fisso del plurale) soffrono il freddo più che i giovani (id.) ». Le rare eccezioni, come the Ancients, « gli an- tichi », the goods, «ie merci» (letteralm. «i buoni » per «i beni») son dovute probabilmente a formazio- ni dirette; — Cfr. G. Brackenbury, Studies in English Idiom, London, Macmillan, 1925, pag. 133. (1) Il francese «ses enfants» può avere quattro significati diversi, ossia «i figli» o «le figlie» di lui o di lei: dicendo, in olandese, « zijne pantoffels », si capisce invece immediatamente che non può trattarsi che delle pantofole di lui (zijn è possessivo per pos- sessore maschio; laar se invece chi possiede è una donna). Lo stesso avviene in tedesco, nelle lingue scandinave, ecc. (2) Per quei popoli che non hanno tale concor- ‘danza nella loro lingua, è grave difficoltà uniformarsi a tale criterio allorché parlano una lingua straniera, appunto perché essa richiede connessioni mentali al- le quali non sono allenati. Viceversa a noi è difficile, parlando una lingua ideologicamente lontana dalla nostra, abituarci ad escludere dalle nostre frasi voca- boli che possono essere adoperati soltanto dall’uno o dall’altro sesso. Persino per esprimere l’avversativo «ma» o «però» una donna giapponese non userà shikashi o shikashîì nagara, poi che tali forme sono riservate ai soli uomini: ella dovrà usare ga :o kere- domo, leciti ad entrambi i sessi. Un uomo giapponese potrà dire « Kodomo ga aru shikashi musume ga ari- masen », « ho prole, ma non ho figlie femmine » (let- teralm.: « ragazzi (senza distinzione di sesso) vi sono, però ragazze (musume, pronunzia musmé, vedi 8 193, nota) non ve ne sono »): la stessa frase, in bocca ad una donna stonerebbe, a causa del « però » maschile SRI DTT ONE Liv bo t'trerenosisi.] Mi EA Dopo questi aggettivi determinativi, per- ché collocati dopo di essi nell’ordine mentale e nel- l’espressione linguistica, vengono i determinativi arit- metici ossia i numerali, i quali indicano la quan- tità della cosa espressa. 296. — Sono aggettivi numerali cardinali quelli che indicano il numero puro e semplice, ossia di quante unità simili fra loro si compone la cosa espressa dal nome: es.: «il gioco dei quattro canto- ni», «i Cento giorni», «millecinquecentottantotto lire ». « Nella profonda e chiara sussistenza dell'alto lume parvermi tre giri di tre colori e d’una contenenza ». (Parad., XXXIII, 115-117) 297. — Gli aggettivi numerali cardinali so- no invariabili, tranne l’uno. In latino erano declinabili, oltre unus, una, unum, anche duo, duae, duo e tres, ires, tria nelle unità semplici; le centinaia (ducenti, du- centae, ducenta, ecc... nongenti, nongentae, nongenta, «900 ») (1). Nelle lingue neolatine vigono regole varie, alle quali si deve fare attenzione (2). (shikashi), quanto se ella dicesse « jo Sono dale di soli maschi ». (1) Il latino mille non è un aggettivo ma un sostantivo cardinale, ed ha come plurale millia; indeclinabile al singolare (mille equites, cum mille equitibus), si declina al plurale (duo milia equitum, ossia « due migliaia di cavalieri »; cum duobus mili- bus equitum, «con 2.000 cavalieri »). (2) In francese ad esempio, vingt e cent assumono - forma di plurale nei multipli, purché non siano segui- ti da altri numeri: quatre-vingts soldats, « 80 soldati», ma quatre-vingt-dix soldats, « 90 soldati »; « deux cents francs, ma deux cent cinquante-huit francs ». — Lo spagnolo dice cuatrocientos hombres, « 400 uomini » e quinientas mujeres, « 500 donne », e parimenti il por- ‘toghese: quatrocentos homens, quinhentas mulheres. — Variabili in rumeno sono un e doi, ed hanno forme di plurale nei composti le centinaia (o suta= 100; MENTALITÀ ARITMETICA È anche interessante osservare e compren- dere il « regime » richiesto dai numerali nelle varie lingue, talora con costrutti che sembra- no molto strani, ma che hanno la loro radice nella « mentalità linguistico-aritmetica », tra- smessa atavicamente e persistente pur attra- verso i mutamenti lessicali (1). patru sute= 400) e le migliaia (o mie= 1000; cinci mii = 5000). (1) Un intero volume potrebbe scriversi sulia lin- . guistica aritmetica: l’idea numerica ha le più varie influenze sintattiche: l'arabo ha regole diverse riguar- danti il genere il numero e il caso del sostantivo, a seconda che esso sia determinato da numeri diversi: . i numeri dal 3 al 10 richiedono il plurale del nome, quelli dall’11 al 99 esigono l’accusativo singolare; cen- to, mille e miliardo vogliono il caso obliquo singolare; con il milione si può usare-il singolare o il plurale. — In russo i numeri sino al 4 incluso richiedono il ge- nitivo singolare, persino se sono terminali di numeri anche grossissimi: il genitivo plurale si usa invece per tutti i numeri dal S in su: e vi son regole speciali a seconda che si tratti di esseri animati o cose inani- mate. — In parecchie lingue d’Asia, il numerale espri- me l’idea numerica astratta, la quale non può quindi normalmente collegarsi con un nome che non abbia carattere metrico: si deve perciò ricorrere all’interpo- sizione di « numerali ausiliari » che servano di colle- gamento ideologico: questo criterio ha influenzato an- ‘ che la sintassi :del pidgin-English, ossia del bizzarro linguaggio confezionato nell’Estremo Est costiero con materiale linguistico prevalentemente inglese misto a voci cinesi, il tutto deformato e servito con sintassi cinese: così « You catchee one piecee wifey? » signi- fica « Siete voi sposato? » (letteralmente: « Voi preso ‘un pezzo moglie? »). Una canzonetta che nel 1938 era popolare a Scianghai — e forse lo è ancora — dice, fra l’altro: « Only some piecee word you have, One piecee word in ole Chinee You talkee-talkee «um to me ». « Soltanto poche parole tu conosci ma una (let- teralm. « un pezzo ») in Cinese, — dimmela, dimme- la! ». — Nella lingua cimci della Colombia Britannica, il nome stesso dei numeri varia a seconda della na- tura e forma degli oggetti numerati: così il numero 8 è guandalt, ma per le persone si usa yuktleadal, per i canotti yuktaltk, per gli oggetti lunghi ek tlaedskan; il numero 10 diventa anch' esso rispettivamente gy'ap, kpal, gy'apsk, kpéetskan... L’aggettivo determinativo numerale uno, femmin. una, assumendo valore indeterminato, ha for- mato l’articolo indeterminato, il quale è pur sempre un «aggettivo determinativo ». Nella sua funzione di articolo si è semplificato in un, rimanen- do nella forma intera sol dinanzi a gruppo consonan- tico di pronunzia complicata {(«s impura », Cioè se- guita da consonante, z, gn, ps, x): esempî: un uomo, un animale, un oggetto, uno straniero, uno zero, uno gnomo, uno psicologo (anche un psicologo), uno xilo- fonista. Dinanzi alla semivocale ] si può usare la forma intera o quella monosillabica: uno jo- duro o un jeduro. La prima è preferibile, per chiarezza iònica e per eufemìa. 299. — Che. si tratti di vero aggettivo, anche in tale funzione di « articolo » è provato dal fatto che esso può sostantivarsi e prendere, come gli altri ag- gettivi determinativi, le funzioni e proprietà di « pro- nome »: « un pilastro è caduto e uno è rimasto în piedi ». 309. — Tutti gli aggettivi numerali, quando non signo accompagnati dal nome, si sostantivano: diven- tano cioè veri e propri « nomi ». Se:così non fosse, l’aritmetica sarebbe una scienza che usa a ggettivi come materiale di studio e di operazioni quantitative! Son veri sostantivi i numeri nelle proposizioni: « due e due fanno quattro », « la radice quadra- ta di nove è tre », « 121 è un numero primo », « la regola del tre. fu chiamala la” prima re- gola” » (1). La struttura dei numeri è tra i sintomi più caratteristici i quali rivelino la tipica forma men- tale del popolo che se ne serve. In essa la tradizione (1) « Prima est regula proportionum, quam nunc corrupte vocant De Tri», De Numeris Libri Duo, authore Johanne Noviomago, esposti e illustrati da G. Frizzo, Verona, Dricker, 1901, pag. 110. — 222 — FRANCESE si DI quatre-vingt-di na x th 10. ; pr 99 | GALLESE w arpedwar ugain a deg dar PA Mast: %10° | I DANESE i ni og halvfemsmdstyve È 9 È 4 PrO Ne | =9+(--120])+(5x20) = =9%(- 29).100—= | =9+100-f0=99 | A) Le vere «cifre arabe» differiscono non poco da quelle cui noi diamo tale nome. — B) La numerazio- me a base decimale è dovuta al fatto che abbiamo dieci dita (*). — C-F) I quattro più complicati « 99 » europei. | ($ 301) (*) Da una incisione in legno del Perpetuale delle Feste mobili, & Lunario, di Serafino de Campora « Maestro d’abbaco », Roma, ed. Blado conserva elementi remotissimi resistenti alle forze in- terne ed esterne modificatrici delle lingue (1). 302, — Gli aggettivi determinativi ordinali precisano il posto in una serie in relazione con il nu- mero dei posti che precedono: « quattordicesima fila, quinta sedia », « quarto piano, sesta finestra » sono in- dicazioni che tengon conto dei posti precedenti, indi- cando in relazione a quelli quello occupato, nel tem- po, nello spazio o in un ordine mentale, dalla cosa così determinata Assai spesso il numero « cardinale » vie- ne usato per esprimere un’idea « ordinale »: ad es.: « Questo è il paragrafo 302 ». È facile distinguere i due valori, poi che in questo ca- so, qualunque sia il numero espresso, il signi- ficato è singolare. Nell’esempio citato, infatti, non si tratta di 302 paragrafi, ma del paragra- fo che occupa il 302° posto nella serie, Parimenti allorché diciamo « sono le tre », non affermiamo l’esistenza di tre ore di 60 mi- nuti ciascuna (2), ma indichiamo w'ora, anzi, il punto cronologico in cui ha termine la terza (1) Il francese, pur avendo tutta la sua numera- zione formata con vocaboli tratti dal latino, ha con- servato la base vigesimale, e perciò il « 70 » è reso con « 60 + 10 » (soixante-dix), l'« 80 » con « 4X20 » (quatre- vingts), sì che il «99» francese è espresso con una formula complicatissima: «4XX20+10+9» (quatre. vingt-dix-neuf). — Gili Yoruba della Nigeria non pos- sono nemmeno pensare ad un numerc senza concre- tizzare l’idea quantitativa in quel certo numero di cauri, poi che tali conchiglie servono loro come stru- menti di calcolo, e che distribuiscono in gruppi co- stanti: perciò; ad esempio, il numero 47 è, per essi, « cinque mucchietti di cauri meno tre ». — Cfr. Mann, On the numeral system ‘of the Yoruba nation, in « J.A.I., XVI, pag. 61. (2) Il tedesco distingue l’« ora » come durata (spa- zio di tempo di 60 minuti) che è Stunde, dall’« ora » come punto nel corso del tempo, che è «Uhr»: per- ciò drei Stunde significa « tre ore [di tempo] », mentre drei Uhr significa «le ore tre, le tre ». — 224 — POPOLI ED ORE A 139 Nere Stunde Co x/)l VOTA HORA EST f - Sa ésht ora? asa I | — Hur mycket dir klochan 2 SVED. = Hvor mange Klokken er? yogv — Wiieviel Ubr ites? teo _ Saat kag dîr? TURCO — Hany 6ra van? UNGHER, — Ktéra godzina? POL. -— KoaKo e YacbTb? = Bule. - Ce orà este? RUM. — Que horas so? 1 PORT. — jQué hora es? SPAGN. Ti épo elvat; GRECO — Quelle heure est-il? FR. — Koropni uac? RUSSO — Koja je ura? CROATO —Cik pulkstens? __1eTt. {? INCL. SERBO LT. _ What time Li n Koje je 1002: _ Kas laikas ti - Hoe laat ist?” ivano! — Ob kolikih je? SU. Non in tutte le lingue si chiede allo stesso modo « che ora è? ». (8 302) ora dopo mezzogiorno o dopo mezzanotte (1). Allorché i Francesi dicono Louis Quinze (che taluno traduce pur in italiano « Luigi Quin- dici » per mantenere il sapore gallico) non si tratta di 15 Luigi, ma del 15° dei Luigi (Luigi XV), mentre « quinze louis » sono davvero 15 monete di un luigi l’una (2). La distinzione è importante, poi che la tra- duzione varia, in parecchie lingue, a seconda che si tratti di cardinali veri e proprî o di cardinali in funzione di ordinali. Allorché il portinaio fornisce l’indicazione « Il signor Tale abita al 3° piano, interno 15, scala C », si tratta dell’uscio che è il 15° della serie della scala C, e persino questa indica- zione ha valore ordinale, poi che « C » signi- fica « terza » (cioè dopo la scala A » e la « sca- la B ») (3). ° (1) La domanda stessa « che ora è? » si può pre- sentare ideologicamente e linguisticamente diversa: in alcune lilingue si chiede, alla latina, « Quanta ora sia? ». (A, nella figura annessa): in altre (B), come nella no- stra, che ora sia; in altre ancora (C) che tempo sia; e vi sono infine lingue (D) con espressioni ancora. più tipiche, come l’olandese che chiede quanto tardi sia, o lo sloveno, la cui domanda è:. « Circa quanto è?». (2) Per convenzione, i numeri ordinali si scrivo- no con la numerazione romana, mentre le cifre arabe (dette arabe, ma provenienti dall'India) indicano i nu- meri cardinali: queste perciò, per esprimere gli ordi- nali, vanno completate con l’esponente che indica la desinenza: « 10° » = decimo »; « 4? edizione » = « quar- ta edizione »: non si scriverà « IVa edizione » né « se- colo XIX9 », o « Capitolo XXV° ». — Cfr.. S. Landi, Tipografia, vol. I, Guida per chi stampa e per chi fa stampare; vol. JI, Lezioni di composizione, Milano, Hoepli, 1914-1917, II, pag. 120. ° (3) Così, in qualunque elencazione, le lettere a), b), c), .. hanno valore numerale ordinativo. Quando « contiamo » gli oggetti, il procedimento è di carattere « ordinale »: la stessa idea numerica si basa sul princi- pio fondamentale che da un numero (ordinale) qual- siasi si può sempre passare ad un successivo, ma gli oggetti già contati, presi nella loro totalità costitui- scono un numero globale, nel quale ogni traccia della — 226 — I « DENOMINATORI » SON « NOMI » Gli aggettivi ordinali, sostantivan- dosi, servono anche come « denominatori frazionarî »: sono veri e proprî nomi (1) i quali indicano il nume- ro delle parti in cui è stata divisa l’unità: « un quindi- cesimo » significa il 15° frammento dell’unità che, con- seguentemente, è considerata divisa in 15 parti. Non bisogna però credere che questa coin- cidenza del denominatore Îirazionario con il numerale ordinale sia comune a tutte le lin- gue: molte di esse distinguono nettamente le due espressioni, usando termini diversi (2). successione ordinale scompare, ogni unità equivalendo interamente a tutte le altre. Di qui il concetto di nu- mero cardinale, senza il quale le matematiche non sarebbero possibili. Cfr. T. Dantzig, Le Nombre, lan- gage de la Science, Paris, Payot, 1931, pag. 14, 17 e segg. (1) Per eseguire un’addizione di frazioni, bisogna ridurle tutte allo stesso « denominatore », in modo cicè che siano tutte cose identiche, ed abbiano perciò lo stesso «nome », Nell’espressione «50 centesimi fdi lira] » il denominatore « centesimi » è un nome, come è « soldi » nell’espressione equivalente « 10 soldi ». — Cfr. Toddi, I numeri, questi simpaticoni, Milano, Hoe- pli, 33 ediz., 1945, pag. 119. (2) Anche in italiano, del resto, gli ordinali quali ventesimoterzo invece di ventitreesimo, decimo- sesto invece di sedicesimo, ecc. non possono usarsi come denominatori frazionarî. -- In portoghese, al- cuni denominatori coincidono con gli ordinali, ma la maggior parte ne differisce: così undécimo o décimo primeiro ha significato ordinale, mentre 1/11 si dice un onze avo; però centésimo vale nei duc sensi, poi che centavo si dice solo della moneta brasiliana. — In spa- gnolo la terminazione -avo si fonde con il nuraero: 1/25 = «un veinticincoavo; 1/100 è un centésimo o un centavo, ma si chiama un céntimo la centesima parte di una peseta, di un franco, ecc. — Al nostro « cente- simo » corrispondono tre diversi vocaboli inglesi: hun- dreth come ordinale o frazionario, centime per la cen- tesima parte di lira o franco, cent per la centesima parte di dollaro. — Il rumeno ha i frazionarî (0 cin- cime = 1/5; o zecime = 1/10; o sutine=1/100) ben distinti dagli ordinali (a/ cincilea= «il 50»; al zece- lea = « il 10° »; al sutalea = (il 100°); Aritmeticamente chiarissime sono le espressioni cui molte lingue ricor- rono: « di n parti, tot unità » (molte delle lingue asia- Anche in italiano il denominatore di 1/2 non è espresso con secondo, ma con metà (1). | 304. — Il medesimo significato può avere | anche mezzo, che si adopera però prevalente- | mente in funzione di aggettivo: è quindi coe- rente accordarlo con il nome, anche quando ° MBNTI tiga- tenga °, (RS t 9 . Di Tedeschi e Giavanesi, pur così lontani tra loro, espri- mono allo stesso modo il numero misto « 2 e mezzo ». (8 303) | i i Ù | ‘tiche, alcune africane, ecc.). — È curioso che lingue lontanissime usino speciali espressioni analoghe: così - «2 e 1/2» si enuncia in giavanese tiga-téngah, «la terza metà », esattamente come il tedesco dritthalb. — Cfr. H. Bohatta, Praktische Grammatik der Javanischen Sprache, Wien-Pest, Hartleben, s.d.,-pag. 51. (1) Un tempo, «secondo» ebbe anche il signifi- cato frazionario: « Si divide [lo intero] in due parti fra loro uguali; e ciascuna di dette parti si chiama © la metà o un secondo dello intero ». Opere di Orazio Fineo, divise in cinque parti: Aritmetica, Geometria, Cosmografia e Oriuoli, Venezia, Franceschi, 1587, p. 26.. e ta; DERIVATI NUMERICI sia posposto: « mezza libbra », « due ore e mezza » (1). Più correttamente che «due mezzi fanno un intero », si dirà « due metà fanno un in- tero ». Con riferimento all’evangelico « ef eruni duo in carne una », «la mia metà » ha il si- gnificato di « mia moglie » (2). 305. — Il femminile dell'aggettivo ordinale vie- ne sostantivato, sottintendendo « potenza » per indi- care quante volte un numero (« base ») va moltipli- cato per se stesso: «2°» si legge infatti « due alla ° quinta ». Si possono anche, allo stesso modo, indi- care le « posizioni » ginnastiche o della scher- ma: « In prima! », « In seconda! » (3). Primo e secondo (con i plurali primi e se- condi) esprimono i « minuti » risultanti dalla « prima » o successiva (« seconda ») divisio- ne dell’ora in 60 parti (4). 306. — Innumerevoli sono, nelle varie lingue, i derivati numerici, a scopi pratici o scientifici (5). (1) Dissentiamo da coloro che vorrebbero si di- cesse: « due mele e mezzo », sostenendo che mezzo è indeclinabile se posposto al nome. (Cfr. F. Palazzi, Grammatica italiana moderna, Messina, Principato, 1939, pag. 99). — E perché? (2) Cavallerescamente l’inglese dice «my Better half », «la mia metà migliore ». (3) Cfr. J. Gelli, Ginnastica da camera, -da scuola compensativa e militare, 3% ed., Milano, Hoepli, 1921, pag. 63; — J. Gelli, Scherma italiana, 38 ed., Milano, Hoepli, 1917, pag. 98 e segg. (4) I sottomultipli sono denominati non numeri- camente, sino al « sigma » che è la millesima parte del minuto secondo. (5) Abbiamo così gli ordinali sostantivati otfavo e sedicesimo per i fascicoli stampati, donde le deno- minazioni di in-8° e in-/6° indicanti il formato risul- tante dal numero di piegature del foglio, Cfr. i! magni- fico grosso volume (1116 pag.) di Gianolio Dalmazzo, Il libro e l’arte della stampa, Torino, R. Scuola Ti- pografica, 1926, pag. 395. — Dai distributivi son deri- In alcune lingue e per alcune parole av- vengono i casi inversi: voci non numerali acquistano significato aritmetico più o meno preciso. Così, ad esempio, in italiano una grossa significa « 264 », ossia « dodici dozzine » (1). 308. — La totalità non numerica, ma « di massa » è espressa con il determinativo tutto, (femminile fut- ta), che non può avere plurale (8 248). I plurali tutti e tutte esprimono il totale numeri- co: debbono quindi essere considerati come plurali di ogni, che è invariabile, e che si usa soltanto per il singolare. Allorché diciamo « fulta la parete è imbrat- tala » esprimiamo una realtà oggettiva che è assai diversa da quella che è espressa nella vate la dozzîna, la cinquina, Ya sestina poetica, e la terzina (dall’ordinale l’ottava postica e musicale). Il croato ha forme speciali per indicare la capa- cità di un recipiente: dvojka, trojka, cetvorka, ecc. servono a denominare botti da 2, 3, 4, ecc. misure; e gli stessi nomi si usano per lle carte da gioco; — dvizak (femmin. dvizica o dviska) è un animale ovino di 2 anni, trec'ak (femmin. trec’akinja) un equino e. bovi- no di 3 anni; cetvrtak di 4, e così di seguito. — Il bulgaro può formare un solo vocabolo per indicare l’« età di 5 anni », o il « 150° anniversario ». Cfr. G. Nu- rigian, Grammatica Bulgara, Milano, Hoepli, 1930, pag. 65. (1) L’inglese score, che propriamente significa « in- taglio, intaccatura », passò a significare « còmputo » (perché si teneva conto del bestiame e dei giorni con intaccature su bastoni o asticelle), e quindi indicò — come indica — il « numero dei punti » (persino quelli delle partite a carte si chiamano oggi così), e fu poi fissato il valore: 1 score= una ventina; lalf a score = 10. — Nella lingua dei Cunama dell’Etiopia rara- mente si usa sceb bàre, che è il vero nome per «20 »: più comune è l’espressione koélla, ossia «un uomo completo (con tutte le dita delle mani e dei piedi)»; e, per «40», si dice koé bare, « due uomini ». — Tutte le numerazioni decimali, che prevalgono in ogni con- tinente, derivano dal fatto che abbiamo dieci dita; e_ quella vigesimale, persistente in basco, in francese, in “ix in norvegese, dal ,totale delle ditai (mani e piedi VOCABOLI E REALTA proposizione « tulte le pareti sono imbrattate »: la somma (plurale) non può variare il valore degli addendi (singolare). La prova inversa ‘l'abbiamo esaminando la proposizione « quei PIA. _r Nidi Vota a DI Gera ii ere, =” n TIRÒ ha cdi MOIO < 8 x Sc Oi Ve R e) t La parete A è « tutta imbrattata »: le pareti B non le sono, poi che sono semplicemente imbrattate; ma, poi che « ciascuna di esse » è îmbrattata, esse sono « tutte imbrattate ».. — Tutti (tutte) è il plurale di « ogni ». (ognuno, ciascuno). (8 208) vecchi sono tutti presbili »: non diremo certo che è il plurale di « que/ vecchio è tutto pre- sbite »! È esatto invece, nella realtà e nel pen- siero, che il singolare debba essere « Ognuno (= ogni uno) di quei vecchi è presblle ». Il numero indeterminato è espresso da qualche, che vale per i due generi ed.ha come plurale corrispondente alcuni, alcune: « Qualche casa è anco- ra in piedi» = « Alcune case sono ancora in piedi ». Nell’esaminare il valore dei vocaboli, non la loro forma deve esser considerata, quanto la realtà che essi esprimono. Un grande e ge- niale pedagogo, Giovanni Amos Romensky, detto Comenius, poco noto e pochissimo seguìto nei suoi saggi precetti pedagogici, si la- mentava perché « le scuole insegnano a fare un discorso prima che a conoscer le cose » (1). Pi —& ——»  Comenius, Didactica Magna, Amsterdam, 1657, c. XVI, f. 1, 8 15.-— Ed aggiunge, in merito allo studio delle lingue, che «si fanno le cose fuori tempo, giac- ché non si comincia con la lettura di qualche autore o con qualche dizionario illustrato a dovere, ma con la grammatica, benché gli autori (come anche i dizio- narî) forniscano la materia del discorso, e la gram- matica aggiunga soltanto la forma, ossia le leggi per formare, ordinare e collesare i vocaboli ». (ibid. 8 16). — Nato nel 1592 in Moravia, Comenius morì nel 1671 in Amsterdam. La Didactica Magna, composta dap- prima in lingua ceka, (1628-1632) fu da lui stesso tra- dotta in latino. Buona è la traduzione italiana di V. Gualtieri, ediz. Sandron, Palermo, 1935. é — 232 — Le voci descrittive (XVI 310. — Ricchissima è la categoria degli aggettivi che esprimono una proprietà o qualità del soggetto, e. son perciò «descrittivi» o qualificativi. Otto efficacissimi aggeltivi esprimono « re- gola e .qualità » terribilmente costanti dei fe- nomeni meteorologici infernali del III cerchio: «.. terzo cerchio, della piova, etlerna (1), maladetta, fredda e greve; regola e qualità mai non l’è nova. Grandine grossa e acqua tinta (2) e neve per l’aer fertebroso $i riversa... ». (Inf., VI, 4-10). (1) Dante scrive «etterno », pur se il latino è aeternus; ma questo è contrazione di aeviternus, ossia una «durata » (aevum) che è «tripla» ((ernum) di qualsiasi altra. (2) Il latino tingere significò originariamente « ba- gnare »: ora tincta lacrimis sono, in Ovidio, « le guan- ce bagnate di lagrime »; dalla tunica sanguine tincta (Cic.) è semplice il passaggio al significato di « tin- gere » nel senso italiano. Per analogo fenomeno, l’ag- gettivo spagnolo colorado si specializzò a significare “« rosso ». Tale è il significato ne? nomi geografici Colo- rado e Rio Colorado, che son quindi parenti lingui- stici del « Mar Rosso ». — Nel dialetto cubano «el colorado » è la « scarlattina ». — Ed è anche interes- sante constatare che nell’espressione latina «/oca lu- mine tingere » (che si trova in Lucrezio, grande osser- vatore e interprete dei fenomeni naturali) nel signifi- cato di «illuminare », è adombrata intuitivamente la più moderna teoria delle radiazioni luminose, il colore non essendo una qualità intrinseca dei corpi, ma ri- sultante soltanto da uri «bagno di luce ». — E, nel- La qualità può essere espressa semplice- mente come aggregata al nome, ossia attribuita ad esso, ed in tale funzione attributiva l'aggettivo qualificativo ha un valore ornamentale (1), che è molto importante ai fini dell’efficacia e dell’eleganza lette- raria. Il] gusto e il senso di misura debbono gui- dare lo scrittore e il parlatore nella scelta e l’ultimo canto della Divina Commedia, la meraviglio- sa descrizione della Trinità come cerchi luminosi dei quali « un dall’altro — parea riflesso come iri da iri » non precorre forse la moderna analisi ottica basata tutta sulle divesse « lunghezze d’onda? ». La sensazio- ne coloristica è espressa assai più efficacemente in Dante che in Omero; cfr. W. E. Gladstone, Der Far- bensinn mit besonderer Bericksichtigung der Farben- kenntniss des Homer, Breslau, 1878. -— Nella lingua degli Zulù l’aggettivo /ullaza esprime tanto il verde che l’azzurro, e lo stesso fa la lingua dei negri Sotho con l’aggettivo talà: rosso e giallo son confusi dai Bongo in un’unica parola (kKamaheke), e lo stesso fan- no gli Abaka con il loro aggettivo sukim. — Cfr. Kir- chhoff, Zur Frage liber den Farbensinn der Naturvòl- ker, nella « Deutsche Revue », 1881, III. — « Il genere di vita, l’attenzione, la formazione delle idee astratte, che è l’espressione dello sviluppo psichico, influiscono sullo viluppo del linguaggio... Perciò prima si avran- no i vocaboli per indicare le cose più necessarie e più impressionanti; ed ecco quindi prima parole appro- priate per esprimere il rosso, poi quelle per esprimere l'azzurro ». G. Ovio, La scienza dei colori: visione dei colori, Milano, Hoepli. « Attribuire » significa « assegnare »: e perciò l'attributo è la semplice citazione della qualità | espressa, assegnata al nome cui si riferisce; « predi- care », invece, significa «annunziare pubblicamente una verità », e perciò il predicato afferma (per mezzo del verbo «essere» ad altro) una qualità del soggetto: nella quartina del.Tasso « Così all’egro fanciul porgiamo aspersi di soave licor gli orli del vaso: succhi amari, ingannato, intanto ei beve, e dall'inganno suo vita riceve ». (Gerus. Liber., I, 3). gli aggettivi egro, aspersi, soave, amari, ingannato, suo sono aggettivi usati come «attributi ». Essi sono in- vece « predicati » nelle proposizioni: «il fanciullo è egro (malato) », « gli orli del vaso sono aspersi », « il ESTENSIONE DELL’AGGETTIVO nell’uso di tali aggettivi: la penuria di aggetti- vi rende scarno il discorso, la soverchia ab- bondanza lo rende tronfio; l’impiego di agget- tivi sproporzionati per eccesso o per difetto significativo nuocciono alla sua ellicacia. Il linguaggio dei resoconti sportivi è un pietoso esempio di esagerazioni aggettivali (1). 312. — L'aggettivo « qualificativo » aderisce com- pletamente al nome, sì che la sua estensione-è limitata da questo: in «un foglio bianco » l’idea qualitativa di bianco @oincide, per estensione, con il foglio che essa qualifica: la loro estensione serve a definire la quan- tità delle cose che essi determinano. Mentre la « qualità » è aderente alla cosa, la de- terminazione quantitativa le viene da un rapporto con l'esterno. Allorché diciamo «quel gaio uccellino », « due fogli sovrapposti », « la luna crescente », «un muro dipinto », i determinativi quel, due, la, un sono indicazioni dirette verso le cose, mentre i qualilicativi gaio, sovrapposti, cre- scenie, dipinto esprimono qualità inerenti nel- le cose stesse. licore è soave », « il succo sembra amaro », e nel pro- verbio : «Chi tì lusinga più di quel che suole o t'ha ingannato, od ingannar ti vuole ». (Anche i « participî » aspersi e ingannato sono aggettivi: vedi 8 313). (1) Esageratamente laudativa è l’ode leopardiana « Acun vincitore nel pallone » (« magnanimo campion » — «te fiemendo appella — ai fatti illustri il popolar favore »... — « oggi la patria cara — gli antichi esempi a rinnovar prepara »); a meno che (l’ipotesi è audace) il Leopardi non abbia voluto, invece, fare dell’« iro- nia » o addirittura del sarcasmo. — Cfr. S. Tissi, L’iro- nia leopardiana, (Saggio critico-filosofico), Firenze, Vallecchi, 1920. — Del resto, abitualmente « Leopardi produce l’effetto contrario a quello che si propone... La profonda tristezza con la quale Leopardi spiega la vita, non ti ci fa acquietare, e desideri e cerchi il conforto di un’altra spiegazione ». F. de Sanctis, Scho- penhauer e Leopardi, in « Saggi critici », Milano, 1914, vo.l I, pag. 269. oggi Questa constatazione ci conferma: a) che gli «articoli» sono veri «aggettivi de-. terminativi » (o « indeterminativi »). Infatti nessuna differenza di regime e di funzione li diversifica da questi. Sono, come questi, preceduti dal determinativo futfo, che ha significato generale (« tutto il mondo », . ed fapposti, NEL L'aggettivo determinativo indica dall'esterno; l’agget- tivo qualificativo aderìsce al nome e coincide con esso per estensione... (8 312) « tutti i giorni », « tutte le volte », come direm- mo « fulto quesito mondo », « lutte quelle vol- te »), mentre sono seguiti dai determinativi di significato più ristretto (« l’aliro mondo », « le | poche volte »). Si comporta, insomma, esatta- mente come gli altri « determinativi ». I PARTICIPÎ SONO AGGETTIVI Tranne in italiano, una determinazione possessiva esclude l'articolo, esattamente co- me esclude gli altri determinativi (1). b) che i « participî » (presente, passato e passi- vo) sono veri e proprî aggettivi qualificativi; La qualità o proprietà da essi espressa è quella risultante dallo star compiendo un’azione, (« part. | pres. »), di averla compiuta (« part. passato ») o di averla subìta (« part. passivo »). L’aggeltivo crescente indica appunto la qualità o proprietà di chi cresce; e dipinto è la conseguenza dell’aver subìto l’azione del dipingere: tra rosso e colorato non v'è che differenza di tinta, il primo essendo di signi- ficato generale: ma ciò che è rosso è fisica- men!e e grammaticalmente colorato, e ciò che è coloraio è fisicamente e grammaticalmente rosso, o giallo, o verde, o di altro colore. I participî hanno anche la proprietà di po- ter essere « sostantivati », come gli altri ag- geltivi: es.: « i presenti », « il passato ». In ogni cerchio infernale, Dante trova «novi tormenti e novi tormentiali ». (Inf., VI, 4). (1) Noi diciamo «il mio orologio », laddove le al- tre lingue escludono questa doppia determinazione: spagn. mi reloj, franc. ma montre, ingl. my watch, ted. mein Uhr, ecc. — Il portoghese usa l’articolo: o meu relogio, e lo stesso fa il rumeno: ceasornicul meu, in cui ceasornicul= ceasornic (« orologio ») + ul (arti- colo). — In italiano escludono l’articolo i nomi di gra- di di stretta parentela preceduti dal possessivo: « suo padre », ma « il padre suo »; così « sua cugina », « vo- stro zio», ecc. Lo esigono, invece, quando siano ac- compagnati da aggettivo: « il suo caro nipote» o da un prefisso (che equivale ad un aggettivo) « il vostro pronipote », « il tuo bisnonno ». La regola non è sem- plice. — Il romeno ha locuzioni simili ad alcune no- stre dialettali: « tua madre » si dice mama-ta e (tran- ne il raddoppiamento dell’m) si pronunzia, anche co- me intonazione, proprio come il napoletano mammeta; e « tua sorella » è sord-ta. Gli aggettivi concordano in genere e nu- mero con il nome al quale si riferiscono. Essi ed i pronomi son ie uniche parti del discorso che hanno tale concordanza (1): gli aggettivi perché, nella realtà obiettiva, aderiscono completa- mente alla cosa che determinano o qualificano, e i pronomi perché fanno le veci del nome stesso. 315. — Questa concordanza linguistica è in per- fetta coerenza con la nostra mediterranea forma men- tis, la quale trova la naturale espressione nel più so- lido sistema filosofico che abbia durato e duri nei ‘tempi: la philosophia perennis: anche l’indole della. lingua italiana si è plasmata in armonia con questo criterio fondamentale di adaequatio tra lo spirito e il mondo esterno, tra il pensiero e l’obiettiva realtà, ot- tenendone un insieme coerente, unitariamente armo- nico (2). Tale concordanza si ritrova in tutte le lin- gue neolatine. L' aggettivo è invece invariabile in inglese; ha regole di concordanza molto complesse in tedesco, le terminazioni varian- Il verbo russo ha, nell’indica- tivo passato, tre forme diverse, per i tre generi: on byl, « egli fu, o era »; anà bylà, « ella fu o era »; anò bylo, « esso fu o era ». — Il polacco distingue anche negli altri tempi e modi: così, ad esempio, « sarebbe- ro » è byliby per soggetto maschile e di persona, byly- by per gli altri casi. Analogamente fa il ceko. — Le lingue semitiche hanno una forma verbale speciale per il femminile nella 22 e 34 persona, ma non distinguono il genere nella 1a. (2) Sin da giovane il nostro Rosmini « disegnava il saper umano in grandi alberi diramantisi con ordine bello di un’unica vita, e si addestrava a comporre quelle tavole meravigliose nelle quali le idee madri si veggono via via generare altre idee, e propagarsi giù giù la feconda famiglia, distintane la legittima di- scendenza e cognazione e affinità; onde l’astratto ren- desi quasi palpabile, e le sottili gradazioni del vero si colorano d’intellettuale bellezza ». N. Tommaseo, I! ritratto dì Antonio Rosmini, 1855, c. XIV. — 238 — é LA GRAN MURAGLIA do e spostandosi (1). Il fenomeno rivela, come altri similari — linguistici e non linguistici — la mancanza di un criterio fondamentale uni- co, in corrispondenza con il temperamento del popolo (2). A Ginevra, il monumento della Riforma ha l’a- spetto di una muraglia: e lo è: una muraglia che se- para due mentalità, la mediterranea e la nordica: due diverse visioni e interpretazioni del mondo, con tutte le conseguenze filosofiche, religiose, morali e so- ciali (3). (1) In un costrutto, la desinenza dell’articolo de- terminativo deve apparire in ogni caso una volta, o. nell'articolo, o in altra parola determinativa, o nell’az- gettivo: noi diciamo « in questa lunga strada » e « que- sta strada è lunga », mentre il tedesco dice «in dieser langen Strasse » e « diese Strasse ist lang ». (2) Il tedesco ha la possibilità di formare parolo- ni composti, riunendo in un solo vocabolo chilome- trico molte idee interdipendenti mentre pci scinde in due parti un concetto unico, con i verbi « separabili »: il « distretto di reclutamento di Corpo d’Armata » è Korpsaushebungsbezirk, la « capacità dei carbonili di una nave » è Kohlenfassungsvermògen, mentre « accet- tare » deve, in alcuni casi, spezzarsi in due vocaboli ossia in due idee: « Ha accettato il dono ringraziando » « Er nahm dieses Geschenk mit Dank entegegen », ma resta riunito, con interpolazione di un prefisso in « Er hat dafiir kein Geld entgegengenommen » (« Non ha accettato denaro per questo »). Eppure è lo stesso idio-. ma che è capace di espressioni monosillabiche ed ef- ficaci: « Sag ’mal, wer steht denn dort? », « Dì un po”: chi c’è lì? ». (Nella Germania settentrionale è frequen- tissimo l’uso di mal per einmal). (3) « Davanti al problema dell'Universo le attitu- dini che il pensiero umano può assumere si riducono in sostanza a due: o si ammette insieme a quella del soggetto la realtà del mondo esterno, o si afferma che lo spirito costruisce la natura. Si è realisti nel primo. caso, e nel secondo idealisti... L’idealista domanda, con una contraddizione male dissimulata, di salvare i fenomeni o le apparenze, il realista vuole ancora qualcosa di più ». A. Garbasso, La tradizione del pen- siero toscano, in « Scienza e poesia », Firenze, Le Mon- nier, 1934, pag. 245-246. — Per «idealismo » si inten- de qui il noto nordico indirizzo filosofico, che l’acca- demico F. Severi proponeva giustamente di chiamare  doo 316. — Il fatto che l'aggettivo qualificativo espri- ma una qualità non impedisce che esso, esprimendola, possa implicare una determinazione. Allorché un regolamento prescrive che « ogni conducente di veicoli deve far aiten- zione ai cartelli indicatori », l’aggettivo indi- catori è qualificativo, ma, al tempo stesso, di- stingue quei cartelli dagli altri (ai-quali il con- ducente non deve fare attenzione), e cioè li determina: ma questa sua funzione non altera sostanzialmente ii carattere qualificativo del- l'aggettivo e la sua aderenza al nome. 317. — Le lingue neolatine esprimono. questa spe- ciale funzione, armonizzando forma e pensiero, e pen- siero ed obbiettiva realtà. | Nella quasi totalità delle altre lingue l’ag- gettivo precede in ogni caso il nome cui esso si riferisce (1): le lingue neolatine, invece, piuttosto « ideismo ». — Opera di disorientamento han © fatto e fanno tutti coloro che, in terra nostra, sono coscienti o incoscienti apostoli di tali teorie contrarie alla nostra tradizione e all’indole della nostra stirpe, ed in netto dissidio con la nostra fede. (1) Il tedesco pone prima del nome anche gli ag- gettivi o participî modificati da altri vocaboli: « Die Quadratur ist die Flichenbestimmung einer von krum- men Linien begrenzten Figur » « La quadratura è la determinazione della superficie di una figura limitata da linee curve » letteralm.: « da una da linee curve limitata figura »; — « Die Biihnensprache soll eine edle und darum sehr rein gesprochene Sprache sein » (« La lingua teatrale deve essere una lingua nobile e quindi pronunziata molto pura» letteralm.: «una nobile e molto puramente pronunziata lingua ». — Infatti la Biihnensprache è presa come modello per buona for- ma e corretta pronunzia del tedesco). — Cfr. anche 8 271..— L'inglese invece colloca dopo il sostantivo l'aggettivo che abbia complementi: « A building 40 me- ters high», « Un edificio alto 40 metri»; nonché gli aggettivi comincianti con il prefisso « a- », come dii... « simile », asleep, « addormentato », ufloat, « galleg- giante », alone, « solo », ecc.; o pone dopo il sostan- tivo l’aggettivo cui voglia dare più efficacia: « in times long past », « in tempi molto remoti ». 240: {Usi SOCIETÉ NOUVELLELI pete DE PUBLICITÉ ::(7 ® Lt des Italiens, PARIS (2°) Na 67-90 (Numero unique 10lrgnes). sii « Cartello indicatore » (A) qualifica e determina insie- me, escludendo gli altri cartelli (B) (*)   L’illustrazione A è tolta dal volume « Circu- lez!, texte officîel du Code da la Route, illustré de 50 dessins humoristiques de Pacquérieux », Paris, Denoel, 1930. Se il burocratico Codice della Strada può esser volgarizzato lietamente, non v’è ragione per cui anche la grammatica non possa avere la sua nota gaia. pongono prima del nome l’aggettivo che abbia pura funzione decorativa, mentre lo pongono dopo il nome allorché abbia una funzione de- terminativa: nella proposizione « Egli scorse la bionda fanciulla » l'aggettivo è preposto al nome avendo soltanto un valore decorativo, mentre « Egli scorse la fanciulla bionda » si- gnifica che si tratta di quella, identificabile per aver la qualità di bionda, e non di altra fan- ciulla; perciò l’aggettivo è posposto al no- me (1). 318. — Tale diversa disposizione è dovuta ad una norma di armonia: posposto al nome, l’aggettivo ri- ceve un rilievo fònico maggiore, cadendo su di esso l'accento ritmico della proposizione. Questa norma musicale Îîa sì che, ad esempio, l'aggettivo possessivo posposto al nome sia più intenso affettivamente; tale po- sposizione è abituale nelle esclamazioni, nel- le invocazioni: diciamo, perciò: « Padre no- stro, che sei nei cieli... » (2). 319. — Il collocamento dell’aggettivo prima o dopo del sostantivo produce non soltanto una diversa intensità espressiva, ma talora anche una differenza di significato. Così, ad esempio, un brav’uomo non è la stessa cosa che un uomo bravo; allorché diciamo «i primi due » intendiamo «il 1° e il 2° d: una serie», —_ ——=@& (1) La posposizione al nome può aversi anche nel caso di aggettivo ornamentale, ma è di rigore per gli aggettivi che implicano una determinazione. (2) Il francese non ha questa possibilità espressi- va dei possessivi posposti. Si pensi all’efficacia dell’i- taliano « patria mia!» portogh. « patria minha! », ecc. — Il rumeno può non soltanto posporre al no- me l’aggettivo, ma rinforzarlo anche con l’« articolo improprio » (articolul impropriu): si può tradurre « [il] cavallo bianco », calul! alb, e calul cel alb (lette- ralm.: «il cavallo quello bianco »); « rozele cele fru- moase ate Mariei », «le belle rose di Maria», («le rose quelle belle quelle di Maria »). DAI INUTILI CATEGORIE SPECIALI mentre quando diciamo «i due primi» intendiamo il 1° di una serie e il 1° di un’altra (1). 320. — L'aggettivo preposto anche all’articolo as- sume un valore ancora più intenso esprimendo la qua- lità come stato sopravvenuto: perciò « Ho trovato il bicchiere rotto » non ha lo stesso significato che « Ho trovato rotto il bicchiere ». Particolare attenzione va fatta per parec- chi aggettivi Îrancesi, i quali assumono un diverso significato a seconda che precedano o seguano il nome: così un galani homme è « un galantuomo », mentre un homme galani è « un uomo galante »; un petit homme è « un uomo piccolo (basso) », mentre uri homme pe- tit è piuttosto «un uomo meschino (moral- mente) »; la dernière année » è « l’ultimo an- no » (di una serie, di un corso), mentre l’an- née dernière è «l’anno scorso » (e lo stesso vale per altri nomi che indicano periodi di tempo: siècle, saison, mois, semaine, jour, ecc.). * * % 321. — Alcuni aggettivi esprimono una qualità in modo assoluto ed hanno perciò valore fisso: tali sono, ad esempio, quelli significanti un massimo, qua- li eterno, infinito, immortale, sublime, massimo, mi- nimo, ottimo, pessimo. Questi non possono essere mo- dificati da avverbî o con complementi che ne attenui- no o ne accrescano il valore. Come si vede, non è necessario costituire una categoria speciale per collocarvi i sel (1) Avviene una sostantivizzazione (o, per lo me- no, una «semisostantivizzazione ») dell'uno o dell’al- tro aggettivo: nel primo caso si tratta dei due (sost.), che sono primi (agg.), mentre nel secondo si tratta dei due (agg.) primi (sost.). Ma tale sostantivizzazione non vè quando il sostantivo sia espresso: «i due primi posti », «i primi due posti »; ma, così dicendo, la dif- ferenza è meno chiara, appunto perché non intervie- ne la sostantivizzazione indicatrice. 0  « superlativi » che ci rimangono dal latino (1). Essi hanno perduto tale significato « rela- tivo » (2). Non modificabili sono anche gli aggettivi che si- gnificano qualità o proprietà fisiche, geometriche, fi- losofiche che non ammettono graduazioni, quali, ad esempio, sferico, circolare, rettangolare, sinusoide, in- solubile, monovalente (e bivalente, ecc.) primo (nel senso matematico di indivisibile per altro numero che se stesso e l’unità), immanente, impossibile, impro- crastinabile, assurdo (3). | 322. — Il valore del significato della grande maggioranza degli aggettivi —ossia di tutti quelli che non esprimono una qualità o proprietà assoluta — può essere modificato o con avverbî o con speciali suffissi. Di una cosa si può dire che essa è buona, abba- stanza buona, non molto buona, piuttosto buona, ve- ramente buona (4); di una persona potremo afferma- (1) Le grammatiche elencano come tali: massimo, minimo, sommo, infimo, ottimo, pessimo, qualificando- li come « superlativi » di grande, piccolo, alto, basso, buono, cattivo. (2) Il latino « pessimus omnium poeta » significa- va « il peggiore di tutti i poeti », in summa Sacra Via «in capo alla Via Sacra »; minimus cibus, « la più pic- cola quantità di cibo ». (3) Si dice « Questo è ancora più assurdo », « Non è poi tanto improcrastinabile », ecc., ma sono espres- sioni improprie, o che nella forma di « graduazione » esprimono una negazione, giacché una ‘cosa o è assur- da o non lo è, o è rinviabile, impossibile, ecc., o non lo è. (4) In italiano, a differenza del latino, ottimo non è, morfologicamente — e nemmeno ideologicamente — il « superlativo » di buono, se non ‘in quanto espri- me un «limite ». Assai interessante sarebbe qui un paragone linguistico-matematico, applicando cioè al «grado di significato » degli aggettivi quello stesso criterio per cui, nel calcolo differenziale, per risol- vere qualsiasi problema di « massimo e di minimo » si deve calcolare il coefficiente angolare della tangen- — 244 — I « GRADI DI PARAGONE » re che è onesta, quasi onesta, assolutamente onesta, onestissima; del suò aspetto fisico diremo che è gras- sa, troppo grassa, grassottella, grassoccia, grassissima. 323. — La grammatica rivoluzionaria non nega che esistano dei « gradi » negli aggettivi, nel senso che la « qualità » possa essere espressa appunto in « gra- do » diverso: nega però che vi siano, nelle lingue neo- latine, i « gradi di paragone » degli aggettivi come vi ‘ erano in latino, e come vi sono in altre lingue. Con ciò la grammatica rivoluzionaria chie- de soltanto che si riconosca formalmente ciò che è avvenuto nella linguistica realtà. L’ita- liano, oramai da un millennio, ha scisso il - comparativo e il superlativo latino nei suoi componenti, distinguendo nettamente, ossia in due idee e perciò in due vocaboli, ciò che era morfologicamente e ideologicamente uni- to nel « comparativo » e nel « superlativo » del latino. È doveroso che la grammatica prenda atto di questa oramai millenaria scissione (1). 324. — Il « grado», ossia l’« intensità » dell’ag- gettivo qualificativo è espresso, in italiano, da uno o più vocaboli che modificano l’aggettivo stesso. Il si- gnificato di quest’altro vocabolo o di questi altri vo- caboli è chiaro, e non v'è quindi nessun bisogno di complicare nella grammatica ciò che venne semplifi- te ad una curva. La curva più primitiva è la retta, la cui equazione è del tipo y=a xt. La dblivata di y rispetto ad x è a = tg A; essa è una costante in contrapposizione ad x che è una va- riabile. Si potrebbe così arrivare a tracciare la « cur- va » della « funzione (esponenziale) » dei valori di un aggettivo. Il lettore che, amante di ricerche ed eserci- tazioni matematiche, voglia dilettarsi con lo studio di tali analogie, leggerà utilmente le acute osservazioni di un geniale matematico inglese sulle « curve espo- nenziali »: L. Hogben, La matematica nella storia e nella vita, trad. ital, Milano, Hoepli, 1940, vol. II, pag. 588 e segg. (1) I primi documenti scritti dell’italiano risalgo- no all'VIII e IX secolo: nel XX secolo è tempo di aggiornare la grammatica. cato nella realtà linguistica, in coerenza con il pen- siero, analiticamente (1). L’avverbio « più » significa «in quantità maggiore »: può esprimere una quantità nume- rica superiore all'unità: « Se una o più per- sone... », « Questo problema ammette più so- luzioni ». 325. — In questa funzione, l’avverbio diventa vero e proprio aggettivo determinativo, e può anche essere sostantivato: « Che i più tirano i meno, è verità, posto che sia, nei più, senno e virtù; ma i meno, caro mio, tirano i più, se i più trattiene inerzia o asinità » (G. Giusti) 326. — È notevole che, in italiano, l’espres- sione « più d’uno », che ha chiaro valore di plurale, richieda il verbo al singolare: « Più d'uno la pensa diversamente ». — Vedi, in proposito, il 8 59 (2). 327. — Può anche, sempre in funzione determi- lativa, indicare una maggior quantità della cosa espressa dal nome: « Più gente entra e più danaro si incassa ». È invece avverbio allorché, premesso ad un aggettivo qualificativo, lo modifica sì che venga espressa una maggior quantità della qualità signifi- cata dall’aggettivo: «Né contro il sonno credo che vi sia mezzo più pronto, antidoto migliore ». (G. Guadagnoli. Zl tabacco). (1) Vedi 8 67. (2) Anche l’analoga espressione inglese richiede il verbo al singolare: Many a scholar maintains that... « Più di un erudito sostiene che... » (Si ricordi che scholar ha comunemente il valore di « dotto, erudito, competente in una branca del sapere ». — Cfr. C. Ros- setti, Z tranelli dell’Inglese, 58 ediz., Firenze, Le lingue Estere, 1943, pag. 423). — 246 — IL «SECONDO TERMINE » In questo caso equivale all’avverbio « mag- giormente », che lo può sostituire, sebbene sia meno agile.  Anche gli aggettivi ‘possessivi possono essere rinforzati con avverbî di intensità: « Questa casa oramai è più mia che sua ». | In tal caso, però, l’aggettivo possessivo acquista il carattere e la funzione di qualificativo, inversamen- te cioè a quel che accade talvolta per gli aggettivi qualificativi (8 316). 330. — La grammatica tradizionale pone in par- ticolare evidenza, come « comparativi speciali », 6. ag- gettivi rimastici dai « comparativi » latini (1). Non v’è ragione alcuna per cui tali aggettivi me- ritino di essere considerati a parte: miaggiore di..., migliore di..., inferiore a..., ecc. sono costrutti che, for- malmente e ideologicamente, hanno gli stessi conno- tati che molti altri consimili: eguale a.., connesso con..., diverso da..., valevole per... ossia di aggettivi che esprimono una qualità, ma in connessione con un elemento estraneo all’aggettivo stesso, limitandone il significato in relazione a tale elemento. La matematica, la quale usa il simbolo « + » per indicare la voce «più», e ha simboli per indicare « maggiore di... », « minore di... », abbonda di costrut- ti linguistici i quali provano che tali espressioni van- no considerate tutte come appartenenti alla stessa ca- tegoria, sia ideologicamente che formalmente. Ed an- che gli aggettivi che formano tali costrutti non ap- partengono a categorie diverse. Se la grammatica tradizionale dedica una speciale trattazione al « secondo termine di paragone », essa dovrebbe coerentemente oc- cuparsi nella stessa misura e con lo stesso criterio del « secondo termine di somiglian- za », del « secondo termine di derivazione », del « secondo termine di diversità », ecc. ecc. (1) Cioè gli aggettivi: maggiore, minore, superiore, inferiore, migliore, peggiore; e corrispondono ai co- siddetti « superlativi » del 8 321. DIR La grammatica rivoluzionaria definisce con la denominazione di « complemento di paragone » l'elemento che determina il valore quantitativo o in- tensivo espresso dall’aggettivo modificato dall’avver- bio più, dall’avverbio meno, dall’avverbio tanto (altret- tanto). | e = lenticoa ... = uguale a ... i maggiore di... minore di ... non uguale a ... non maggiore di ... non minore di... x moltiplicato per... : + diviso per... f | parallelo a... + non parallelo I fattoriale di AMA V a 060 A) La matematica usa molti. simboli equivalenti ad aggettivi qualificativi implicanti un rapporto, una con- nessione, un complemento. — B) L'aggettivo « duro.» ha. qualsiasi valore della « scala del Mohs » ed anche oltre... (88 330-331) ANALISI E BUROCRAZIA L'analisi logica, esaminando la proposizione « II topazio è meno duro del co- rindone e più duro del quarzo », afiermerà che gli avverbî più e meno modificano l’aggettivo. qualificativo duro per esprimere che la durez- za non va intesa in senso assoluto, ma rela- tivo: questa relatività espressa dall’avverbio richiede l’altro elemento di confronto o rap- porto, ‘che è appunto il « complemento di pa- ragone » (1). (Come si vede, per la grammatica rivoluzionaria l’analisi logica non va confinata burocratica- mente in un compartimento stagno accuratamente separato da quello dell'analisi grammatica- le: è necessario — se vogliamo comprendere i fe- ‘ nomeni linguistici — che la morfologia sia trat- tata sempre in considerazione della sintassi: la causa finale concorre a determinare la forma dei vo- caboli. Non basta l’anatomia a darci ragione della struttura di un organo: l’istologia è scienza incompleta se non ci dice il perché finale, ossia la relazione tra struttura e funzione. Purtroppo il «respice finem » non serve di bussola alla scienza « moderna » che si proclama obiettiva e che invece prescinde proprio dalla fondamentale obiettiva realtà: che, cioè, l’intero. (1) La durezza, ad esempio, è una proprietà che ha, come la maggioranza delle altre, un valore rela- tivo: di due minerali è più duro quello che riesce a scalfire l’altro: su questa constatazione era basata l’antica « scala di durezza » del Werner, che suddivi- de i minerali in teneri (scalfiti dall’unghia), semiduri (scalfiti dall’acciaio) e duri (non scalfiti dall’acciaio). Oggi si usa prevalentemente la «scala del Mohs», formata di dieci termini dei quali ognuno scalfisce il precedente: 1) talco; 2) gesso; 3) calcite; 4) fluo- rite; 5) corindone; 6) apatite; 7) ortoclasio; 8) quar- zo; 9) topazio; 10) diamante. — L’aggettivo duro può avere tutti i valori della scala, ed un altro elemento, espresso o sottinteso, ne precisa l’intensità, con mag- giore o minore precisione. e Creato con tutti i suoi fenomeni è mirabilmente coor- dinato in un disegno e ad un fine) (1). * * %* 332. — Anche quando non siano modificati da altri vocaboli o con speciali terminazioni, gran parte degli aggettivi qualificativi, esprimendo una qualità passibile di gradazione, hanno un significato non as- soluto ma relativo. Così il valore degli aggettivi bian- co, rosso e verde non è nell’uso comune rigorosamen- te cuello determinato dalla lunghezza d’onda » (4) del- le fisiche vibrazioni luminose: infatti, allorché dicia- mo «la bandiera bianca, rossa e verde » intendiamo colori ben diversi da quelli che i medesimi aggettivi esprimono allorché descrivendo l’aspetto di una per- sona diciamo che ella è «bianca per la paura» o « rossa per la vergogna » o « verde per l’invidia ». Parimenti aggettivi quali grosso (o gran- de) e piccolo, largo e stretto, lungo e corto, al- to e basso, caldo e freddo, pesante e leggero, forte e debole non hanno mai un valore metri- co assoluto: un piccolo elefante è sempre enor- memente più grande che un grosso calabro- ne: si può benissimo « percorrere a lunghi passi un breve percorso » e ciò non significa che il passo abbia una dimensione lineare maggiore che l’intero percorso. 333. — Una maggiore precisazione metrica, ma sempre relativa, viene espressa modificando l’agget- tivo con avverbî, oppure con speciali suffissi. L'aggettivo qualificativo, modificato da un suffisso, acquista così un valore «accrescitivo », (1) La scienza moderna è in crisi per le stesse ra- gioni per cui tutta l’umanità è in crisi: ma «crisi si- gnifica richiamo a non ismarrire il senso di equilibrio nella valutazione delle cose, a non perdere di vista il trascendente fra il groviglio dei sensibili, a seguire senza preconcetti le esigenze e le eventuali conclusio- ni della ragione nella ricerca delle supreme finalità del mondo e della vita ». Nigris, Crisi nella Scienza, Milano, Vita e Pensiero A AO LT A SAETTA e PL ei NON « SUPERLATIVO », MA «INTENSIVO » « diminutivo », « peggiorativo », « comparativo », « vez- zeggiativo », ecc. Tra questi suflissi modificanli l’intensità va annoverato il suffisso -issimo, che è il più forte, ma che non implica necessariamente un grado superlativo assoluto: infatti possiamo dire: « questo cibo è salatissimo, ma quello di ieri era ancora più salato ». Talmente fluttuante è il valore di ciascuno di questi sulfissi, implicando anche sîumature di significato che esorbitano dalla specifica qualità espressa dall’aggettivo, che l’uso di essi è difficilissima per uno straniero: rosso, rossiccio, rossastro, rossissimo esprimono di- versità di intensità ma anche diversità di to- no cromatico; potremo dire grigiasiro, grigio- finto, ma non diremo mai grigissimo; abbia- mo grasso, grassotto, grassottello, grassoccio, grassone (usato piuttosto sostantivato) e gras- sissimo, ma non abbiamo grassastro (1). Nel III Congresso Internazionale dei Linguisti (Roma, 22 settembre 1933) il prof. Viggo Bréòndal del- l'Università di Copenhagen deplorò che le grammati- che delle lingue neolatine continuassero a parlare di un « superlativo », mentre si tratta di un « intensivo »: questo calco grammaticale sul sistema latino è stato condannato da molto tempo dal buon metodo lingui- stico (2). ° (1) Nella terminologia tipografica, grassetto è il nome di un carattere più marcato: e parimenti il ne- retto. Impiegando suffissi diversi, e con l’eventuale aggiunta di prefissi, la nomenclatura chimica ha po- tuto formare aggettivi e aggettivi sostantivati espri- menti la maggiore o minore ossidazione di un acido e del sale derivato: si hanno così, ad esempio: Hz S 04, acido solforico, H=? S 03 acido solfo- roso, K Cl 04 perclorato di potassio, K. CI O2 clorito di potassio; e si hanno anche un ossido manganoso-manga- nico, un ossido ferroso-ferrico, ecc. (2) « Le roman a perdu le superlatif en tant que superlatif (car ottimo en italien ne veut pas dire «le Non dunque « superlativo », ma inten- sivo: e l’intensivo è per l’aggettivo ciò che l’ac- crescitivo è per il nome: grossissimo sta a gros- so come palazzone sta a palazzo. Parecchi dei suffis- si accrescitivi o diminutivi o vezzeggiativi degli agget- tivi coincidono con quelli dei sostantivi (1). 336. — Questa chiarificazione e semplificazione grammaticale italiana giova anche per lo studio del- le lingue straniere: si eviterà di confondere i cosid- detti « comparativo >» e « superlativo » italiani, che non esistono, con tali gradi in quelle lingue che li hanno, come il latino, e le lingue europee derivate dal go- tico. Il cosiddetto comparativo, specificato con l'articolo, serve in italiano a formare il cosid- meilleur »; comme les formes en -issimo, c’est un in- tensif). Il est vrai que dans les grammaires on trouve toujours le système complet: bon, meilleur, le meilleur; bien, mieux, le mieun Mais ce n’est ià qu’un simple calque sur le latin, condanné depuis longtemps par la bonne méthode linguistique ». V. Bròndal, Structure et variabilité des systèmes morphologiques, Rome, 1933 (negli Atti del Congresso e in «Scientia », 1, VIII, 1935, vol. LVIII, n. CCLXXX-8). (1) Nel linguaggio faceto si aggiunge la desinen- za -issimo ad alcuni sostantivi, ottenendo vocaboli di indubbia efficacia, quali salutissimi (« saluti cordialis- simi »), banchettissimo. Oramai di uso corrente è il veglionissimo, che finirà certamente per passare nel linguaggio autorizzato. Abbiamo già il generalissimo. —- L’intensivo direttissimo, sostantivato a scopi ferro- viarî, ha funzioni analoghe a quelle che l’accrescitivo torpedone ha nell’automobilismo turistico. — Il lin- guaggio giudiziario ha ufficialmente adottato la for- mula « giudicare per direttissima », ed abbiamo «la direttissima Roma-Napoli ». — Non vi sono regole per decidere quali desinenze debbano esser usate per al- terare il significato degli aggettivi e dei sostantivi: vi sono simpatie e incompatibilità ideologiche e formali: abbiamo graziosetto, giallino, belloccio con tipiche .sfumature di significato: intelligentino ha sapore iro- nico, saputello esprime eccelttentemente la presuntuo- sità di chi vuol aver l’aria di tutto sapere (il linguag- gio faceto ha costruito, in tal senso, anche « sapone », come comico equivalente di « sapientone »). DI ATTENZIONE AI GRADI! detto « superlativo »: bello, più bello, il più bello. L'articolo determinativo è dunque rite- nuto caratteristico del « superlativo » (1). Pro- prio questa « ricetta grammaticale » può esse- re pessima consigliera per la traduzione in lingue siraniere o classiche. Nel verso del Pe- trarca « Veggio ’1 meglio ed al peggior m'’appiglio » (In vita di Mad. Laura, c. XVII) l’ariicolo che precede meglio e peggiore indu- ce a delinire « superlalivi » i due aggettivi so- stantivati: e, al contrario, essi corrispondono a due « comparativi » (comparativi veri e pro- prî) latini: il verso del Petrarca è infatti imi- tato dal latino: ..« Video meliora proboque: Deteriora sequor ». (Ovidio, Metamorph., VII, 20-21) 337. — Per ben tradurre in quelle lingue che hanno le forme « comparative » e « super- lative », bisogna prescindere daila « forma » italiana, ed esaminare se l’aggettivo modificato esprima una qualità in misura superiore ri- spetto ad altra cosa o altra qualità o altro tem- po, ecc., nel qual caso si tradurrà con il « com- parativo », o se si tratta, invece, di un « pri- (1) Infatti il francese ripete l'articolo allorché l'aggettivo modificato dal plus (o un aggettivo che ne contenga l’idea intensiva) è posposto al nome: l’ami le plus cher, «l’amico più caro » (e non «l’amico il più caro», che è riprovevolissimo gallicismo); /es meilleurs livres possible, oppure les livres les meil- leurs possible. Ma l’articolo può invece mancare quan- do si tratti di un partitivo: ce que j'ai vu de plus in- téressant; ce que nous avons mangé de meilleur. — Il confronto fra lingua e lingua giova a comprendere la vera natura, ossia l’autentico «grado » di questi in- tensivi.  Un intero gruppo di parole può valere da « intensificatore »: così ad esempio, la locuzione fa- miliare francese on ne peut plus in frasi a significato « superlativo »: es.: il est on ne peut plus aimabile. mato » in tale qualità, nel qual caso è eviden- te che la traduzione deve far ricorso al super- lalivo. Si spiega così, ad esempio, perché ad una nostra forma « intensiva » possa corrisponde- re in inglese tanto un comparativo quanto un superlativo: allorché noi diciamo «il più ca- ro », «il più a buon mercato », « il più ulile », « il più comodo », non facciamo differenza al- cuna per il caso che si tratti di due oggetti o di più: ciò prova che si tratta di un « inten- sivo », e che soltanto il « complemento di pa- ragone » stabilisce il valore dell’avverbio « più »: l'inglese, invece, che possiede i « gra- di » degli aggettivi e degli avverbî, dirà ‘he dearer, the cheaper, the more useful, the more comfortable (« comparativo ») se si tratti di uno dei due oggetti, essendo evidente il « pa- ragone » con l’altro, mentre dovrà dire the dearest, the cheapest, the most useful, the most comjortable, se gli oggetti sono ire o più, poi che si tratta di un primato (« superlativo »): non si possono paragonare tre cose come non vi può essere un « superlativo » in un « para- gone » di due cose (1). Noi siamo spontaneamente portati ad esagerare il grado della qualità affermata, appunto per dar maggior rilievo alla qualità stessa: diciamo « pal- lido come un cencio », sebbene nessun pallore epi- dermico possa arrivare mai al bianco assoluto, « rat- to come il fulmine », non intendendo certo la velocità di 300.000 km. a secondo. È la ragione stessa per la quale, sulla deposizione obiettiva dei nostri sensi, la (1) Nella forma mentis anglosassone, questa di- stinzione è fondamentale e si riflette anche in altre espressioni: noi diciamo «le classi ricche », ma nella mente inglese è spontaneo il paragone con l’altra ca- tegoria sociale, e l’espressione è perciò « the richer classes» («comparativo »), cui sono opposte «the poorer classes ». Invece «l’allievo più diligente della. classe » sarà « the most industrious boy in the form ». o) I LA TENDENZA A ESAGERARE tendenza amplificatrice ci porta alle «illusioni ottiche ». Diciamo «È un secolo che l’aspetto », «È ro- ba da morire». Psicologicamente interessanti sono perciò i modi con cui le varie lingue esprimono più o meno esageratamente l’« intensità » aggettivale, con avverbî e terminazioni. A un secolo che aspetto!” (un secolo=20 minuti) (NIITIITITITT) 0000000000000 Vi sono delle esagerazoni linguistiche dovute a cau- se fisio-psichiche analoghe a quelle che creano alcune « illusioni » ottiche... A) Nei « cerchi di Delboeuf » il cerchio interno della figura di sinistra sembra più grande di quello esterno della figura di destra, cui in- vece corrisponde per diametro e circonferenza. — B) Nei «punti di Ponzo», la linea verticale a sinistra sembra più corta di quella di destra, ed invece è del- la stessa lunghezza. (8 338) Le Précieuses si servivano abbondantemente di avverbî quali terriblement, furieusement, formidable-  ment (1). Nell’inglese moderno si dice awfully. good, (letteralm. « spaventosamente buono ») tremendously- glad (« terribilmente contento »). Invece mancano di terminazioni accrescitive, vezzeggiative o peggiora- tive. Noi abbiamo parole, paroline, parolone e. parolacce. (1) E vennero chiamati Zncroyables coloro che esagerarono nell’affettato modo di vestire, di parlare e di gestire. Il nomignolo venne dal loro intercalare « C'est incroyable!» che essi usavano frequentemente. e senza pronunziare la lettera r: « C’est incoyable, ma paole d’honneu! ». — Cfr. Toddi, Guida per la lingua francese viva parlata e scritta, Milano, Ceschina, 1936, pag. 313. Le parole sulle terre, sui mari e nei cieli (VII) Come congruo supplemento alla tratta- zione dei nomi e degli aggettivi, la grammatica rivo- luzionaria ossia aggiornata con i tempi, dà largo svi- luppo alle regole concernenti i vocaboli codificati in un volume diffusissimo e che, pure, non è un testo letteratio: è un volume sui generis, ricchissimo di nomi, alquanto ornato di aggettivi, con alcune pre- posizioni, rare congiunzioni, ma assolutamente man- cante di verbi, di avverbî, e tanto più di interiezioni: l’atlante (1). CSI . (1) « Ah! moglie mia! » è il nome geografico col- lettivo dato alle quindici province orientali e setten- trionali dello Honshà, a ricordo dell’accorata escla- mazione che, dall’alto dello Usvi, il grande guerriero nipponico del III secolo (ufficialmente del II) Yamato- takeru pronunziò ricordando l’eroico sacrificio della consorte Ototachibana-hime, immolatasi nella sotto- stante baia per salvarlo: dalla sua esclamazione (« A tsuma wa ya! ») venne all’intera regione il nome di Azuma, che non è più, però, un’interiezione. — Cfr. P. S. Rivetta, Storia del Giappone secondo le fonti in- digene, Roma, Ausonia, 1920, pag. 26; e Japan-Hand- buch, Nachschlagewerk der Japankunde, Berlin,-Japa- ninstitut, 1941, pag. 654. — Si dice che da un’ammira- tiva frase di Napoleone (« Mais quel beau lieu! ») de- rivi il nome di Beaulieu sulla Costa Azzurra. — Il nome del Capo Guardafui, ossia « Guarda e fuggi! », fu dato dai navigatori italiani all’imponente promon- torio orientale africano detto dagli Arabi Ras Assir, dall’aspetto di leone accovacciato, perché a chi venga da sud o da est, le nebbie frequenti fanno confondere con esso il Falso Capo Guardafui, provocando un pe- ricoloso dirottamento. —- Ma tutte queste interiezioni hanno soltanto valore etimologico, e non conferiscono  L’atlante è un libro senza testo: non ap- partiene alla lelteratura: ne è però ausilio pre- zioso, non soltanto ai fini geografici, ma an- che a quelli direttamente grammaticali relativi alla toponomastica (1). | 340. — Allorché, nell’atlante, un nome geografi- co appare accompagnato dall’articolo, questo va con- siderato come facente parte integrale del nome stes- so: non potrà esserne quindi mai separato, come non potrebbe esser separata la prima sillaba di un qual- siasi altro nome geografico. Perciò si deve sempre dire La Spezia, L'Aquila La Valletta, anche nei casi indiretti, potendosi però, in tal caso, aver anche la fusione con la preposizione (vedi 8 422). Si dirà perciò « La Spezia è capoluogo di provincia », « È partito per l'Aquila», « Ha ricevuto lettere dalla Valletta? ». Lo stesso dicasi per tutti gli altri nomi geogra- fici articolati, sia di luoghi italiani sia di luoghi stra- nieri: alcuni di questi nomi hanno una forma italia- nizzata, altri rimangono nella loro forma originaria. Abbiamo, in Italia, anche La Consuma, La Futa, Il Furlo, La Gaiola, ecc. Italianizzati so- ai nomi geografici derivati la qualifica di « esclama- zioni ». — Anche l’espressione « Zch bringe es dir! » - («Io porto ciò a te!» ossia « Alla tua salute! ») ha generato il nostro « brindisi » (non il nome della città, che è il latino Brundisium), che non va però. qualifi- cato « interiezione ». (1) Dall’italiano gazzetta, « giornale » (così chia- mata perché originariamente ogni numero costava una gazzetta, moneta veneziana del valore di 2 soldi cir- ca), gli Inglesi hanno formato gazetteer, che, dal signi- ficato originario di « gazzettiere » ossia « scrittore per gazzette » passò a quello attuale di « dizionario geo- grafico », in quanto questo fornisce le utili nozioni sui luoghi. Un gazetteer non manca mai nella redazione dei giornali, né negli uffici pubblici e privati: esso in- dica anche, generalmente, la corretta pronunzia dei nomi elencati. — 258 — ni ARR L'ARTICOLO GEOGRAFICO no ll Pireo (1), La Canea (2), L’Aja (3), L’A- vana (4), Il Cairo (5), mentre restano nella forma originaria spagnola La Asunciòn del Venezuela, La Paz per tre ciità importanti di America (in Argentina, Bolivia e California), La Union (in Spagna, Cile e Salvador), La Plata presso Buenos Aires (6), La Corufia e El Ferrol in Galizia; in portoghese O Porto (scritto anche Oporto, non distaccando l’arti- colo O = «il »); in francese Le Bourget, pres- so Parigi, che ha dato il nome anche all’aero- porto, Le Mesnil le Roi, ecc.; in olandese De Kaapsche Hoop nel Transvaal, ecc. 341. — Importante è l’esame di questi articoli, poi che la loro presenza potrebbe indurre in errori (1) Dal greco Tò Péiraion, che i nostri vecchi na- vigatori chiamavano « Porto Leone ». (2) In greco è semplicemnte Kanià: l'articolo fu dato dai Veneziani, quando, nel 1252, fondarono la città sulle rovine dell’antica Cidonia. (3) Dall’olandese ’s Hag (tedesco Den Haag, in- glese The Hague, francese La Haye), abbreviazione di *s Gravenhage, « Il Parco dei Conti »), poi che la città si sviluppò, nel XIII secolo, intorno ad un castello nobiliare. In spagnolo La Habana, dal nome popolare dato ad una statua che è sulla torre di guardia del Castillo della Real Fuerza. Un detto cubano si burla di coloro che «hanno visto L’Avana senza vedere l’Avana ». — Sulle numerose curiosità locali, cfr. il vecchio, ma sempre interessante lavoro di J. M. de la Terre, Lo que fuimos y lo que somos, o la Habana antigua y moderna, La Habana, 1857. (5) In arabo e/-Kahireh, «la Vittoriosa »; gli Egi- ziani la chiamano abitualmente il Masr, « la Capitale ». Gli Arabi premettono l’articolo anche a nomi di altre città: Nazaret diventa in-Ndasre, Alessandria d’Egitto il-Iskandarîje. i (6) È la capitale della provincia di Buenos Aires, questa città essendo la capitale nazionale. In spagno- lo, plata significa « argento » ed è femminile: il nome Rio de la Plata venne dato al gigantesco fiume da Se- bastiano Caboto per i numerosi oggetti d’argento tolti agli indigeni rivieraschi. Più a sud di La Plata è Mar del Plata: in questo nome, Plata è maschile giacché si allude al «territorio » circostante.  di concordanza, sia in italiano che nelle lin- gue straniere. E potrebbe sospingere verso l'errore pro- prio coloro che, conoscendo una lingua stra- AQVISGRANV, VM SN Su ii TENEIORAARNA Lol SANCTE AGATH/E FAN vm ì YStì “N BO» se? Le alterazioni subìte dai nomi geografici sono spesso assai profonde... (8 341) niera, ‘sentirebbero maggiormente l'impulso ad accordare verbo e aggettivi con il numero e il genere indicati dall'articolo. Questo articolo, più o meno incorporato anche formalmente con il nome (1), ha puro (1) Le alterazioni dei nomi geografici sono spesso ancora più profonde che quelle delle parole comuni, con singolari mutilazioni e, insieme, singolarissime persistenze. Non ci stupiremo che il latino Aquisgra- — 260 — ‘ PLURALI APPARENTI valore etimologico, e quasi sempre è il resi- duo di un’abbreviazione (1). Così la città di Los Angeles ha un nome che va interpretato « città dedicata a Nuestra Sefiora la Reina de los Angeles » (2), e la bella capitale della Gran Canaria si chiama Las Palmas a causa della lussureggiante vegetazione, sì che essa è «la città delle palme » (3). Tutti questi no- mi e altri simili vanno quindi considerati sin- golari femminili, indipendentemente dalla loro apparenza: si dirà quindi: « Las Palmas è collegata con il suo porto di La Paz con una tranvia' elettrica di 6 chilometri ». 342. — Questo criterio vale anche per quei nomi che, pur senza articolo, hanno forma num sia divenuto Ais (= Aquis) nella Chanson de Ro- land, poi che « Carles serat ad Ais a sa capele » (Chans. de Rol., 52) da questa cappella carolingia si è avuto il nome mo- derno francese di Aquisgrana Aix-la-Chapelle, mentre per i Tedeschi essa è Aachen, con un allontanamento, dall’originale, non maggiore di quello che, ad esempio, vi sia tra l’originario greco archìatros e il moderno tedesco Arzt, « medico » (in ceko è Cachy, che si pro- nunzia Tsdhi). — Si pensi che forum Livii si è sin- tetizzato in Forlì, e che delle sei sillabe di Sanctae Agathae Fanum: non ne sopravvivono che due in San- thià, ma è rimasta nella grafìa lA, pur eccezionalis- sima in tale posizione. — Cfr. P. Nigra, Notizie stori- che intorno al borgo di Santhià, Vercelli, Guglielmoni, 1876, vol. I, pag. 134. — L’A etimologico eccezional- mente permanente nella grafìa si trova anche in Thie- ne, Rho; nell’estrema Calabria montana sono i due paeselli di Chorìîo e Roghudi. (1) E si trova anche in forma di preposizione arti- colata, come ad esempio nel nome di Desvres (nel Pas-de-Calais), che va pronunziato « dèvr ». (2) Così fu battezzato il 2 agosto 1769, ricorrenza festiva della Madonna degli Angeli, il villaggio che gli indigeni chiamavano Yang-ma. ; (3) La vegetazione tropicale fa ancor più impres- sione a chi abbia lasciato, come ultimo porto, un pae- se a vegetazione temperata. Perciò, ai provenienti dal- l’Europa il connotato appariva più tipico e suggeriva la denominazione geografica. SIA evidente di plurale, come, ad esempio, Buertos Aires. Sarebbe ridicolo e inesatto considerare tal nome un plurale maschile! (1). Si tratta anche qui di un’espressione sintetica: in ori- gine (1536) il nome della città era Puerto de Nuestra Seniora Santa Maria del Buen Hire (2). 343. — Ben diverso era il pensiero dei Latini al- lorché essi parlavano o scrivevano di Syracusae, Vol- sinii, Pompeii, Corioli, Veii, Athenae. Questi nomi erano veri e proprî plurali, poi che l’idea connessa era di conglomerati di rioni, o, meglio, città minori riunite a formare quella che aveva, così, significato collettivo. Si hanno perciò i genitivi plurali Syracu- sarum, Volsiniorum, Veiorum, ecc. Si diceva: « Athenae omnium artium inventrices jue- rutti », letteralm.: « Atene furono le inventrici di tutte le arti»; « Corioli diruti suni » (« furo- no distrutti »); e persino « Syracusas nomina urbs habet », ossia « La città ha i nomi di Si- racuse », ciò che, del resto, corrispondeva alla realtà toponomastica, poi che Syracusae era il nome-somma (quindi plurale) dei cinque Regio; dei quartieri, considerati altrettante cit- tà (3). In italiano tutti i nomi di città o paesi, antichi o moderni, sono singolari, anche se han forma e signi- ficato plurale nella lingua originaria. (1) In spagnolo, aire (come il francese air) è ma- schile; si dice el aire per ragioni eufoniche, come in francese si dice son air. (2) Dal titolo di una compagnia mercantile di Si- viglia; è leggenda che il nome sia stato suggerito dal- l'italiano Leonardo Gribeo, facente parte della spedi- zione di Pedro de Mendoza, e che avrebbe voluto ri- cordare un santuario cagliaritano, Santa Maria della Buon’Aria. — Cfr. V. F. Lòpez, Historia de la Repù- . blica Argentina, in 10 voll., 1883-93. (3) Ortygia, Achradine, Tyche, Epipole e Neapolis. — 262 — IL SAPORE LOCALE In rumeno hanno forma di plurale parec- chi nomi di città, a cominciare dalla capitale che è Bucuresti (1), genitivo Bucurestilor, ap- punto in forma di plurale: non per questo, però, esige al plyrale i verbi ed aggettivi (2). È singolare persino Budapest, che pur è formato, nella realtà e nel nome, dall’unione di Buda e di Pest: diremo perciò: « Buda e Pest formano” Budapest, la quale è... ». 344, —- Esigono invece regolare concordanza completa — in genere e numero — i nomi plurali, maschili o femminili, che indicano quartieri, rioni, lo- calità, passeggiate e simili, e richiedono l’articolo ve- ro e proprio (ossia non soltanto etimologico): così « i Parioli», «i Prati», «le Capannelle» a Roma, «le Cascine », «i Colli » a Firenze, « le Procuratìe » a Ve- nezia, «i Bastioni », «i Viali » ecc. in parecchie città. A Roma si dice indifferentemente « abita ai Prati » e « abita in Prati ». Questa seconda forma ha maggior sapore locale (3). I (1) La mancanza, tra le matrici della linotype, del carattere adatto impedisce di porre la sediglia sotto la lettera s (che dovrebbe averla come il € francese): pa- rimenti non è rappresentato esattamente il t con la sediglia, sostituito per approssimazione con ts, per renderne il suono. (La trascrizione sc per l’s con se- diglia altererebbe troppo l’aspetto grafico). Per le stes- se ragioni viene omesso il segno sulle vocali brevi. (2) Si dice quindi, al singolare « Bucuresti a fos! de multe ori ocupat de armate streine », « Bucarest è stata molte volte occupata da eserciti stranieri », Pari- menti: « Galatsi (plur.) se pomeneste (sing.) po vremea lui Alexandru cel Bun », « Galatz è ricordata sin dal tempo di Alessandro il Buono ». (3) Essa ha quindi una tinta dialettale. Il « Ro- mano de Roma » (v. pag. 127), anche quando parla ita- liano, omette l’articolo dinanzi ad alcuni nomi di rio- ni: dice «l’Esquilino », «la Regola », ma «si trova in Borgo » o « a Borgo », « abita in Panico »: « ... annamo dritti p’er Biscione, Piazza S. Carlo, traversamo Ghetto... » (Pascarella, La serenata, II, 7-8) (esattamente come un Londinese direbbe «we cross PI , — Come regola generale, prendono l’arti- colo tutti i nomi geografici, tranne quelli di città, pae- si e isole minori: sicché si dirà: « È venuto da Creta, passando per lo Stretto di Messina, avvistando lo Stromboli, sostando a Salerno e a Capri ed è sbar- cato al Molo Beverello a Napoli, tra il Vomero e il Vesuvio ». Per le stesse ragioni geografico-sentimen- tali (1) per cui si dice « a Trastereve », si usa dire senza articolo « a Posillipo »; ed è consa- crato sulle ali del canto che «a Marechiaro c'è una finestra » (2). Si può affermare che una imprecazione Piccadilly >»). È tipica la locuzione romanesca « passà ponte » (senza articolo) nel senso di « prendere una de- cisione irrevocabile » (cfr. P. Romano & E. Ponti, Mo- di di dire popolari romani. Roma, A.R.S., 1944, pag. 7). Si intende il ponte per eccellenza, ossia il Ponte S. An- gelo. « Per gli Ebrei di Roma, « ponte » riferito al ghetto è sempre il ponte Quattro Capi, mentre « Pon- tc » riferito alla città è, come per tutti i Romani, il ponte S. Angelo ». C. del Monte, Nuovi sonetti giu- daico-romaneschi, con note esplicative, Roma, Cremo- nese, 1932, pag. 120. — È il ponte cui allude Dante nell'VIII Cerchio: « Come i Roman, per l’esercito molto, l’anno del giubileo, su per lo ponte : hanno a passar la gente nodo colto, che dall'un lato tutti hanno la fronte verso "l castello e vanno a Santo Pietro; dall'altra sponda vanno verso il monte... ».. (Inf., XVIII, 28-33). Anche in puro italiano, non si usa premetter l’ar- ticolo a Trastevere, considerandolo quasi un nome di paese a sé: «tutto il popolo di Trastevere, ottimo sangue romano, da questa sede che sta fra il Gianicolo e Ripa Grande... ». G. d'Annunzio, cit. in L. Huetter, Trastevere, in Roma nei suoi rioni, Roma, Palombi, 1936, pag. 336.  Vedi 8 52 e 108. ù (2) « Marechiaro » non ha l’etimologia che sem- brerebbe ovvia, ma deriva da Mare planum, « Mare tranquillo ». ne D64 ca CON O SENZA ARTICOLO dantesca abbia definitivamente fissato l’arti- colo ai nomi di due isole minori del Tirreno: « Movasi la Capraia e la Gorgona, e jaccian siepe ad Arno sulla joce, sì ch’elli anneghi in te ogni persona! ». . (Inf., XXXIII, 82-84) (1). Le regioni e le grandi isole, così come i nomi degli Stati, possono avere e non avere l’arti- colo: e v’è una lieve differenza di significato. Si può dire indifferentemente: « in Sicilia » o « nella Sicilia » «in Spagna» o «nella Spagna »; si preferisce omet- terlo allorché si tratta di moto a luogo, mentre è di rigore quando si esprime la provenienza. Si dirà quin- di: « È partito dalla Turchia per recarsi in Svizzera » (meglio che « nella Svizzera »). 347. — Non è facile codificare i casi in cui si usi l'articolo o no dinanzi a nomi di Stati, grandi isole nazioni e regioni: generalmente, come si è visto, l’articolo è adoperato. Potrà apparire strano che le grandi isole extra-euro- pee (ed anche Maiorca e Minorca, Creta, Ci- pro nel Mediterraneo) vengano trattate come piccole isole, ossia escludano l’articolo: « a Giava », « da Sumatra », « oltre Luzon », e che invece sia sempre obbligatorio l'articolo per «il Madagascar ». Questa varietà di uso o meno dell’articolo è uno scoglio spesso insidioso allorché ci si esprime nelle lingue straniere. Fortunatamente, parecchie di esse hanno regole tassative ed unificatrici. Ad esempio, non v'è pericolo di errare in tedesco, poi che nomi di città, paesi e isole non vogliono mai l'articolo (2). (1) In questa terzina, invece, l'Arno non ha arti- colo. Si dice, per reminiscenza manzoniana, « risciac- quare in Arno ». A Roma è comune l’espressione « a Tevere » e anche « a fiume » intendendo appunto il Te- vere. (2) « Sein Onkel wohnt in Schanghai », « Suo zio abita a Scianghai »; « Kennen Sie Ungarn? », « Cono- La violazione delle norme grammaticali ‘e sintattiche implicanti localizzazioni geografiche pos- sono non soltanto generare errori, ma anche dar luo- go ad equivoci. Chi parla o scrive usa vocaboli e co- strutti che esprimano l’idea che egli ha già: nell’in- terlocutore o lettore quel vocabolo o costrutto può suggerire invece un’altra idea, la cui espressione coin- ‘cide con il vocabolo e con il costrutto udito o letto. Chi dica, ad esempio, che « Tizio è certis- simamente a Capri » può non sospettare che la sua proposizione possa avere due signifi- cati diversi: uno più vasto, affermante che Ti- zio è « nell'isola di Capri », l’altro, più ristret- to, limitato cioè al « paese di Capri? ». Nel pri- mo caso, Tizio potrebbe anche essere ad Ana- capri, o al Salto di Tiberio, o nella Grotta Az- zurra o sulla vetta del Monte Solaro, mentre nel secondo non deve essersi allontanato trop- po dalla tipica piazzetta intorno alla quale si addensa il paese di « Capri »: la Punta Tra- gara e la Via Krupp son già « fuori Capri » in tal senso, mentre sono «in Capri » nel primo significalo. L’ungherese usa suffissi diversi (corri- spondenti a nostre preposizioni, dato il carat- tere agglutinante della lingua) a seconda che scete l’Ungheria? »; però si dice «Sie gehen in die Schweiz und in die Tiirkei ». — Parco di articoli è anche l’inglese, che ne fa uso solo eccezionalmente «dinanzi ai nomi geografici: « These islands belong to Spain », « Queste isole appartengono alla Spagna »; « Does he like South America? », « Gli piace l'America, Meridionale? ». — Inoltre l’inglese considera nomi geo- . grafici — o per lo meno li assimila ad essi — anche il Cielo, il Paradiso, il Purgatorio, l’Inferno, l’Elisio e il Tartaro (Heaven, Paradise, Purgatory. Hell, Elysium, Tartarus), poi che li usa sempre senza articolo. — Semplificatore è anche lo spagnolo, omettendo l’arti- ‘colo: ir a Parìs, a Francia, a Espafia; — salir para América (« partire per l’America »), volver de Cata- lufia (« ritornare dalla Catalogna »), « la capa se lleva mucho en Espafia» (« Nella Spagna si porta molto il mantello »). LOCALIZZAZIONE AMPIA O RISTRETTA il nome cui si aggiungono debba intendersi come significante una città oppure la provin- cia: così, ad esempio, Szalmàron (= Szaf- ——_—_—» “Tizio rrtogTt è s ri 1 i a C pri. ALTO DI mimi E 9% erat SE ATI ION MONTE SOLARO - SPARE INDI SS =<CAPR ti o TTORE ly ==aezIe. NR: VI ll FEAVIVATA 7 ® TSRM EAU CAI d; pesa, TORRETESA NIUOSED? 4 - ARINA GRANDE <A: sa ia o se nata È o a = PE ep pu re i “Tizio è certamente pi @UGAL VA ci hi cf A) « Essere a Capri» può avere due significati diver- si. — B) In magiaro, due differenti suffissi specificano la localizzazîione ampia o ristretta. (6 348) màr+on) significa «in Szatmàr (città)», : mentre Szalmàrban (= Szatmar + ban) vuol ‘dire « nella provincia di Szatmàr »; Csongràd-  . ròl significa « dalla città di Csongràd », men- tre Csorigràdbò! vuol dire « dalla provincia di Csongràd » (1). ‘ 349. — L'articolo è obbligatorio ogni volta che il nome geografico sia accompagnato da un aggettivo, sia attributivo che facente parte del nome stesso: si dirà quindi « /a vecchia Castiglia » o « la Vecchia Ca- hia Castiglia ) IOBBIIA Les È) è csi) hY So AI DATO FAX Ta 9 DA Di Tri rr a Graficamente la maiuscola e. oralmente, una lievissi- ‘ ma differenza di pronunzia determinano un diverso | significato, (8 349) (1) Nello stesso senso i suffissi locativi -én (-on, -6n), -ròl, -ròl, -ra, -re si diversificano dai suffissi -ben, -bol, -bòl, -ba, -be. — La localizzazione ha una grande. importanza come connotato psicologico-linguistico. Proprio presso alcuni popoli non troppo amanti della precisione espressiva, si trovano costrutti che manca-.  « A » FEMMINILE E «A » MASCHILE stiglia » (1), « il Grande Belt e il Piccolo Belt », « l'I- talia Settentrionale », «la Venezia Giulia», anche quando l’aggettivo sia sostituito da un prefisso o da un genitivo di specificazione: perciò si dirà: « È stato in America ma non so se nel Sud-America o nell’Ame- rica del Nord ». 350. — Da quest’ultimo esempio si vede che le regioni, anche se di genere femminile, sono trattate come maschili allorché son precedute dal nome (che LI è maschile) di un punto cardinale: «il .Nord-Ame- rica» (2). Imbarazzante è la determinazione del genere per le nazioni e regioni il cui nome termina in -a: in America vi sono, allineanti lungo la costa atlantica ma alternantisi come « genere » grammati- cale, « Za Guiana, il Venezuela, la Colombia, il Pana- . ma, la Costa-Rica e il Nicaragua », tutti nomi uscenti in -a e fonicamente non molto diversi fra loro. In no alle nostre lingue: con il semplice suffisso -mo ag- giunto al verbo, la lingua kinyamwesi esprime che l’azione si svolge completamente nel luogo indicato: numba iyi tukulalamo «dormiamo in questa casa » (letteralm.: «la ecco-casa [in cui] dormiamo dentro [e non mai fuori] ». Allorché l’esquimese dice «io » intende sempre «io che sono qui», poi che uvanga è composto di uva+nga (= « iot qui »): Del resto, il francese, « moi qui vous parle » non dice forse qual- cosa di assai simile? (1) Le due espressioni hanno significato diverso, e si differenziano non soltanto graficamente, ma anche, sia pur leggermente, nella pronunzia; nel primo caso, infatti, l'articolo determinativo e l’aggettivo qualifica- tivo si uniscono in un solo gruppo fònico (« lavecchia Castigla ») intendendo così tutta la Castiglia, sempli- cemente qualificata come « vecchia »; nel secondo ca- so, invece « Vecchia » fa gruppo fònico con Castiglia, costituente con essa un’unità toponomastica («la Vec- chiacastiglia »). La differenza fònica è lievissima, ma avvertibile perché intenzionale e perciò particolarmen- te espressiva. (2) Sebbene jug significhi « sud » in serbo, Jugo- slavia è femminile, poiché si considera espressione globale: il punto cardinale si è incorporato con il nome etnico-geografico. — Cfr. U. Vukicevic’, /Istorija Srba, Hrvata i Slovenaca, Beograd, 1921. A Africa « la Rhodesia » è fra « il Beciuana » e « il Tan- ganyika »; in Asia «il Bengala » confina con «la Bir- mania » e fa parte dell’« India Britannica ». Come orientarsi per distinguere i due generi, poi che è noto che non si può dire «/a Nicaragua » né « il Birmania? ». FANFA_RA x “G RENI )) . *oe0000d8*0,° Ò e? 00, 0 Ud dd ‘ cz Si alternano, maschili (M) e femminili (F), nomi di nazioni, pur tutti uscenti in a-. (8 351) Proprio il nostro «senso di latinità » ci è di gui- da nel determinare quali di questi nomi in -a siano indubbiamente femminili e quali invece richiedano aggettivi ed articoli maschili. Per i nomi europei non v'è dubbio possibile, poi che essi sono stati appunto modellati alla latina, dalla Bulgaria all’Irlanda, dalla Lapponia all’ Andalusia; dalla Galizia alla Croazia e alla Siberia. Molti di questi nomi derivano dai nomi dei po- LA GUIDA DELLA LATINITÀ poli, e sono femminili, significando la regione: così la Francia è la regione dei Franchi, l’Andalusia la. regione dei Vandali, l'Arabia la regione degli Ara- bi (1). Son perciò femminili anche quei nomi extraeuro- pei nei quali appunto si è « femminilizzato » alla lati- na il nome di un popolo, o una qualità, o che siano derivati da un nome proprio di persona. Così l’Oceania deve il suo nome all’Ocea- no, la Polinesia alle « molte isole », la Micro- nesia alle « piccole isole », l'Australia al fat- to di essere nell’emisfero Australe. Come da Amerigo Vespucci e da Cristo- foro Colombo ebbero il loro nome l’ America e la Colombia o Columbia, così da Simon Bo- livar prese nome la Bolivia, da Cecil Rhodes la Rhodesia. Non hanno invece questo carattere di de- rivazione alla latina tutti quei nomi che sono la più o meno esatta trascrizione di denomi- nazioni indigene: perciò, pur se terminanti in -a, non sono femminili: così abbiamo « îl Tan- ganyika », «l'Uganda» (=<«/o Uganda»), « l’Angola » («lo Angola ») (2), «il Benga- la » (3), ecc. (1) Gravitano nella sfera storica e culturale « euro- pea » i paesi circummediterranei, appartenenti anch’es- si al mondo latino e che alla civiltà latina diedero un largo contributo: l’Europa in tanto è « civile », in quanto è « Mediterrania ». Da oltre i confini dell’Im- pero Romano, vennero a noi piuttosto i coefficienti ne- gativi, nella cultura e nella morale: dai Vandali a Kent, da Attila a Nietsche, dagli Sciti a Lenin. (2) In lingua suabili, nyika significa « bosco, bo- scaglia » e Tanga è una località costiera. Uganda è erroneamente invece del bantù Buganda, sì che ora si vuole ripristinare la forma corretta. — È curiosa la formazione del nome dell’Angòla, che è originaria- mente il nome indigeno « Ngola », cui i Portoghesi premisero l’articolo femminile « A Ngola »: fondendosi, formò un tutto maschile. (3) Dal regno di Banga o Vanga. La lingua che chiamiamo « bengali » è localmente chiamata Bangga- bhasa. LI — Sumatra e Giava debbono la loro femmi- nilità al fatto di essere grandi isole; Formosa è nome europeo (1). 352. — Nessuna incertezza è possibile per i nomi «di regioni o nazioni che abbiano altra desinenza, vo- calica o consonantica che essa sia: quindi «il Cana- dà », «il Cile», «il Messico », «lo Honduras », « il Marocco », « il Nepal», ecc. 353. — Sono femminili plurali e richiedono sem- pre l’articolo i nomi collettivi di isole, qualunque sia da loro etimologia e la loro terminazione: « le Ebridi », « le Canarie », «Je Ryl-kyà », « le Kurili », « le Antil- le », «le Hawaii »», «le Salomone », ecc. E Sono ‘invece maschili i nomi collettivi di scogli: «i Faraglioni », «i Galli», «i Fratelli ». 356. — Non si dovrebbe dir mai «/e isole Fàr Oer », poi che Oer, in danese, significa « isole » (2). Parimenti, poi che non si dice «il monte Monvi- s0 », « il monte Monte Bianco », non si dovrebbe pre- mettere il nome comune monte a quei nomi che già contengono tale vocabolo: ma, per attenersi scrupolo- samente a questa regola, bisognerebbe aver conoscen- ze linguistiche vaste quanto è vasto il mondo con i suoi numerosissimi idiomi (3). (1) Così chiamata da Spagnoli e Portoghesi: in "Cinese è T’ai? uàn!. Ceduta con il Trattato di Shimo- noseki (1895) ai Giapponesi, è da questi chiamata Tai-wan. (2) È il plurale di « 6 », «isola »: in islandese ey, plùrale eyjer. (3) Chi volesse meticolosamente applicare questa regola, teoricamente giusta, dovrebbe assicurarsi, pri- ma di premettere o no la qualifica di « monte », se il nome orografico straniero contenga o no berg o ge- birge in tedesco; monte, cerro, pefia, pefion in spagno- lo; planina o vrh in slavo; gora in russo, bulgaro, croa- to; ben, beinn, fell in celtico; kaln in lettone; mdggi in estone; iz o urr in samoiedo; mdki, tjùrro, tunturi in finlandese; aivi, péîé in lappone; fell, fjell, fjall, fjoll in islandese; berg o fjéll in svedese; bjerg o fiell in da- nese, hegy in magiaro, hori in sloveno; gora o brdo in jugosalvo; munte, muntele, muntsii, varful in romeno; ‘oros in greco; malj in albanese; dagh in turco. E ciò — 272 — IL « MONTE NON-DUE » adi idee dl de A 2 rali è . -| è Né chi lo contempli da lontano, né chi lo ascenda chiama il « Monte senza pari» con il deformato no- me di « Fusciyvama» — In alto a destra: Etichetta dell’« Albergo Fuji», in vista del sacro Monte, pres- so il Lago di Hakone. — A sinistra: Bollo che, culla vetta, viene apposto sul libretto turistico di chi ab- bia compiuto l’ascensione. —($ 356) Desa 18  Si potranno, però, evitare almeno gli erro- ri più grossolani. Così, ad esempio, dicendo « il Monte Fusciyama » si riesce a riunire tre improprietà in tre parole: infatti, yama signi- fica « monte », in giapponese: tale vocabolo non è mai collegato direttamente con Fusci, e, finalmente, non bisogna dire Fusci ma Fu- gi (1). 357. — Sono maschili tutti i nomi di monti e col- li, qualunque sia la loro terminazione: il Cervino, il Gran Sasso, l’Altissimo, il Monte Rosa (2), l’Everest, l'Olimpo, il Ruwenzori, il Monte Bianco, il Campido- glio, il Viminale, l'Esquilino. soltanta,per le denominazioni orografiche europee; chè, fuori d’Europa,dovrebbe considerare anche gebal arabo con le sue varie forme dialettali, kuh in persiano; kanda in singalese-tamilo; tagh in turki; gangri in ti- betano: doi, pou, kao in siamese; pnom in cambogia- no; goenoeng o gunong in malese; alin o ola in mon- golo; sciàn in cinese; san o yama o take in giappo- nese; senza contare le lingue africane, dal berbero tamgut al somalo bur e all’afrikaans klip. Qualche nome sud-americano contiene l’indio puna, che anche significa « monte ». Non è- possibile tener presente tut- to ciò; però, di quando in quando, assumono speciale importanza allcuni nomi, collegati ad eventi importanti, ed in tal caso, data la frequenza con cui essi ricorro- no nel discorso, è bene tener conto di questa buona norma, controllando l’etimologia. (1) Solamente con la -pronunzia Fuji (trascrizione all'inglese, corrente oramai in tutto l’Est per indicare la lettura « Fùgi ») è giustificato il bisenso con il quale i Giapponesi esaltano il monte veneratissimo, simbo:o della terra nipponica: essi dicono che Fuji è il « Mon- te Non-due » (Fu-ji), ossia «senza pari ». Con il me- desimo ideogramma si esprime graficamente sia il vo- cabolo san che il vocabolo yama, poi che entrambi si- gnificano « monte » e corrispondono quindi alla stessa « idea » (vedi nota al $ 73), e tale ideogramma si leg- ge san allorché è direttamente unito al nome: Fuji-san = «il Fuji-monte », e si legge yama sol quando ne è distaccato: Fuji no yama, «il monte del Fuji ». Ì (2) Il nome non è collegato etimologicamente con il colore, ma va congiunto con l’antico alto tedesco [h] rosa, « ghiaccio, cristallo »: dalla stessa radice indoeu- ropea proviene il nostro « crosta ». L09294 — NON « RISCIACQUARE IN ARNO! » Pochissimi fanno eccezione: la Majeila, la Jung- frau (1). 358. — Le catene di monti hanno generalmente forma plurale e possono essere maschili o femminili: così abbiamo i Pirenei, i Vosgi, i Sudeti, i Carpazi, gli Urali, gli Appennini, ecc.; e le Alpi, le Ande, le Ce- venne, le Madonìe, le Montagne Rocciose. Alcune catene, però, hanno nome singolare, ma- schile o femminile: son maschili /o Himalaya (2), il Caucaso, il Pindo, l'Atlante, ecc.; femminili la Sier- ra Morena, la Sierra Nevada, la Sierra de Grados in Spagna, la Sierra Madre nel Messico ed altre nell’A- merica del Sud, la Cordigliera (delle Ande). Come regola generale, si può affermare che sono maschili i nomi dei fiumi: il Tevere, il Rc- no, il Rodano, il Tamigi, il Nilo. Francesca da Rimini nacque in terra ravennate, «su la marina dove ’i Po discende per aver pace co’ seguaci Sui ». (Inf., V, 97-98). Di questi « seguaci » ossia affluenti, non pochi son di genere femminile: la Dora Baltea, la Dora Riparia, la Bormida, ecc. Nei Promessi Sposi, l’Adda è femminile: « Ftenzo, ora che l’Adda era, si può dir, pas- salta, gli dava fastidio di non saper di certo se lì essa fosse confine... » (cap. XVII) (3). (1) Propriamente la Maiella o Majella è piuttosto un gruppo, la cui zona culminale è costituita dalle cime del Monte Amaro (m. 2795), e dei monti Tre Portoni (m. 2663), Acquaviva (m. 2737) e Pesco Fal- cone (m. 2646); ma nella considerazione popolare e nella letteratura è trattata come vero e proprio « mon- te ». Lo stesso può dirsi del Gran Sasso, che già i Ro- mani chiamarono Fiscellus Mons. -— La Jungfrau è femminile anche nei significato: «la Vergine ». (2) L'articolo non va apostrofato, trovandosi di- nanzi alla più consonantica delle consonanti, ossia l’h aspirata, formata dalla semplice emissione di fiato con gli organi fonatorî in posizione neutra e senza inter- vento delle corde vocali. (3) Questo brano del Manzoni rivela quanto sia stato nocivo «risciacquare in Arno» il suo lavoro: i Da GRAMMATICA DELLA LINGUA ITALIANA In latino eran maschili, salvo pochissime eccezioni, tutti i nomi di fiumi, ed uscivano in -us molti nomi che si son poi feniminilizzati: la Sava, con il suo affluente la Drava, erano Savus e Dravus, la Drina era Drinus, la Ma- recchia Ariminus. Ma eran maschili anche quelli uscenti in -a, come Sequana, (« la Sen- na »), Mosa, Mosella, Duria (« la Dora »), ecc. Non corrisponde a verità l'affermazione che in italiano siano femminili tutti quelli uscenti in -a. Lo sono soltanto quelli che, già femminili nella lingua originaria, hanno assunto una fisonomia italiana che conferma tale genere: così /a Loire è divenuta la Loira, la Seine è la Senna, la Garonne è la Garonna, ecc. Son femminili la Sava, la Drava, la Duna; ma son maschili il Volga, il Lena, l’Oka, sebbene siano fem- minili in russo (I); e maschili anche son altri fiumi extra-europei, appunto perché lontani da una conce- « Renzo, gli dava fastidio » per « a Renzo dava fasti- dio » è una vera e propria doppia sgrammaticatura dia- lettale. — Nel VI capitolo, questo buon contadino brianzolo chiede a Tonio: « M'hai tu inteso? », inter- ragazione che si associa con la tipica intonazione fio- rentina; e questo buon brianzolo è riconosciuto tale, perché « questa sua qualità (di contadino brianzolo) si manifestava da sé nelle parole, nella pronunzia, ne- gli atti », mentre, dalle parole citate e dalla pronunzia connessa con esse, avrebbero dovuto crederlo toscano. Tra i ben 1556 appunti critici che un acre volume (M. Rigillo, Gnomologia dei « Promessi Sposi», Parte prima, Piacenza, Porta, 1929) muove al Manzoni, pa- recchi sono pienamente giustificati. Il romanzo «ci avrebbe guadagnato ad essere, cioè a rimanere in quel- la sincerità di forma in cui era stato concepito ». (Ibid. introduz., V). La 2 edizione, risciacquata in Arno, è molto meno italiana che la prima. (1) Un divertente scioglilingua (skorogovorka, pronunzia: « skaragavorka ») russo dice: — Eta riekà scirokà (pronunzia «scyrakà ») kak Okà (pron. « akà »). i — Kak? Kak Okà? — Tak! Kak Okà! ossia « Questo fiume (femm.) è largo («larga ») come. l’Okà! — Come? Come l’Okà? — Sì, come l’Okà ». È — 276 — VM‘. _ __—11112k2z___mm_ _r__ I GRANDI FIUMI zione fonica latina della vocale -a intesa come desi- nenza femminile: si dirà quindi «i/ Brahmaputra », « lo Yarra Yarra» (che attraversa Melbourne), «il Sumidagawa » (che è «il Tevere di T6ky6 »), « il Loan- gua » (affluente dello Zambesi), « il Tana » (nel Kenia) e « il Giuba » (nella Somalia). Son maschili tutti i nomi di fiumi uscenti in altra vocale o in consonante. Per i nomi uscenti in -e vi poteva esser qualche dubbio in passato: prima della Guerra Europea, non pochi dicevano e scrivevano « la Piave »: il maschile è stato definitivamente sancito nella Leggenda del Piave: « Il Piave mormorava calmo e placido al passaggio... » « Il Piave mormorò: ” Non passa lo straniero!” » (1). . * * * 360. — Per ragioni analoghe a quelle esposte nel 8 356, si può dire «il Fiume Giallo », traduzione di Hoang?-ho?, ma non «il fiume Hoang-ho », poi che ho? significa « fiume »: uguale significato ha chiang! Yang-tze-kiang (2): sicché si dovrà dire o « lo Yang- tze-kiang » o «il fiume Yang-tze ». Tra le peculiarità linguistiche fluviali va notato il diverso collocamento del vocabolo river, « fiume » nell’inglese d'Inghilterra € nell’inglese d'America: l’inglese dice « Lon- don is on the river Thames >», « Londra è sul fiume Tamigi », preponendo river a Thames, (1) Versi e musica di E. A. Mario (pseudonimo di Giovanni Ermete Gaeta) — Cfr. C. Caravaglios, / canti delle Trincee, Roma, 1930 pag. 249. (2) Pronunzia quasi « Iànnz-dsz-ciànn! ». È detto anche, dagli Europei, « il Fiume Azzurro » (« le Fleuve Bleu », « the Blue River »), che non è però traduzione del nome cinese, di incerta etimologia, poi che l’ideo- gramma yang? significa « sollevare, estendere, lodare » e tze (tsz3) può avere numerosi significati. In cinese è chiamato anche C’iang?-chiang!, « Fiume Lungo ».  mentre l'americano dice che « the Hudson ri- ver empties into New York bay », «il fiume Hudson si getta nella baia di New York », po- sponendo river a Hudson. 361. — Ugualmente improprie, per ripetizione, dovrebbero esser considerate le espressioni « il deser- Non dovrebbe esser lecito dire «il deserto del Saha- ra» e « il deserto di Gobi... ». (8 361) to del Sahara » e « il deserto di Gobi », poi che Saha- ra in arabo e gobi in mongolo significano « deser- to » (1). (1) Propriamente sahéra è il plurale di sahrà, « de- serto ». — Al mongo'o gobi corrisponde il cinese Scia!- mo, « Mare di sabbia, deserto », con cui ‘esso viene denominato. Del tutto ingiustificata è la forma, che . pur si trova persino in qualche atlante e qualche ma- nuale di geografia « Deserto dei Gobi »! — Non v'è, purtroppo, una buona grammatica per lo studio del mongolo, né del manciù: assai sommario (50 pagine in tutto, sebbene di gran formato e molto dense) è il ma- nuale di P. G. von Méllendorff, A Manchu Grammar, with analysed texts Shanghai, Presbyt. Miss. Press, 1893. — Mirabile per accuratezza, ampiezza e in ma- — 278 — I NOMI IN CIELO Anche l’astronomia ha le sue norme gram- maticali, disciplinanti le denominazioni dei corpi ce- lesti. Poi che i pianeti hanno i nomi delle antiche divi- nità, il loro genere coincide con il sesso: è di genere femminile Venere, mentre son maschili tutti gli altri: Mercurio, Marte, Giove, Saturno, Nettuno, Urano, Plu- tone, che vanno sempre espressi senza articolo, come i nomi delle divinità corrispondenti. La stessa norma regola i nomi dei pianetini e dei satelliti: son quindi femminili i pianetini Pallade, Giu- none, Vesta; è maschile Eros; dei satelliti galileiani (1) di Giove, è maschile Ganimede, son femminili gli al- LI tri: Zo, Europa, Callisto (2). Dei satelliti di Urano è femminile Titania, son maschili gli altri tre: Ariel, Umbriel, Oberon (3), sempre senza articoli. gnifica edizione con tavole a colori fuori testo è il Méko-go daijiten, (« gran dizionario della lingua mon- gola ») compilato a cura del Ministero giapponese del- la Guerra: 2 voll., Tòkyé. 1932. i (1) Chiamati così, perché scoperti da Galileo: so- no molto più grandi che i non galileiani: Ganimede è 5 volte più grande che la Luna. (2) Comicissimo strafalcione è l’uso dell'articolo e di aggettivi maschili per Callisto la ninfa che, amata da Giove, fu da lui portata in cielo, e collocata dal- l'antica astronomia nel Carro. Dopo Galileo ha mutato sede, ma non sesso. (3) Questi nomi non son presi dalla mitologia gre- co-romana, ma dalle fiabe nordiche, popolando così il cielo anche delle belle fantasie di origine carolingia. Oberon, re delle Fate, appare nei Racconti di Canter- bury di Chaucer e nel Sogno di una notte di mezza estate di Shakespeare. Ed è interessante ricordare che il nome del gaio nano è incasellato nel cielo per ra- gioni che sono anche letterarie: il grande astronomo tedesco Federico Guglielmo Herschell, dopo aver sco- perto Urano nel 1776, scopriva i satelliti, dei quali il quarto nel 1787. Era già popolare quell’opera che giustamente è considerata la gemma tra tutti i. poemi di Cristoforo Martino Wieland, il poema eroico-roman- tico Oberon, compiuto nel 1780. Lo Herschell dimo- strò anch'egli il suo entusiasmo: ed ebbero, così, ono- ri celesti, nella terminologia astronomica, i personag- Regime speciale hanno il Sole, la Terra e la Luna, che richiedono sempre l’articolo, e debbo- no esser scritti con la maiuscola allorché son congsi- derati dal punto di vista astronomico. Si scriverà perciò « la terra » quando tale nome esprima l'elemento in opposizione al mare e al cielo, o sia considerata come mate- ria; in tal caso può mancare di articolo, si di- ce e si scrive « chiaro di luna », « in cielo, in terra e in mare e în ogni luogo », « asciugarsi al sole ». Sono nomi comuni, e possono aver anche il plurale: « Solto due negri e sottilissimi archi son duo negri occhi, anzi duo chiari soli ». (Orlando Fur., VII, 12); e nel proverbio popolare meteorologico: « A la luna settembrina sette lune se le inchina ». Ma vogliono lo stesso regime che gli altri pianeti e satelliti, allorquando sono usati con analogo significato: « La disfanza dalla Terra alla Luna e quella dal Sole a Mercurio... ». Allorché consideriamo la Terra astronomicamen- te, essa diventa un corpo celeste come tutti gli altri: ci poniamo quasi al di fuori di essa: anche gramma- ticalmente essa si comporta perciò come gli altri. Non deve sottrarsi alla legge delle maiuscole, più di quello che, nella obiettiva realtà, possa sottrarsi alla Legge di Bode (1). gi del capolavoro letterario, che sarà ammirato « fin- tanto che la poesia resterà poesia, l’oro oro e il cri- stallo cristallo » (« Solange Poesie Poesie, Gold Gold und Krystall Krystall bleibt, wird das Gedicht als Mei- sterwerk poetischer Kunst geliebt und bewundert wer- den » Goethe). (1) Per la Legge di Bode, così chiamata dal suo scopritore J. E. Bode, le distanze dei pianeti dal Sole possono essere rappresentate aggiungendo 4 a ciascun termine della serie: 0, 3, 6, 12, 24, 48, 96, 192, 384, ossia 4 per Mercurio, 7 per Venere, 10 per la Terra, 16 per Marte, 28 per i pianetini, 52 per Giove, 100 per Saturno, 196 per Urano e 388 per Nettuno. 0280 — OLIMPO E ASTRONOMIA Se, a differenza degli altri pianeti e satelliti, la Luna e la Terra richiedono l’articolo, come lo richie- de il Sole a differenza delle altre stelle, ciò dipende da un’altra regola, che lo prescrive appunto quando il nome dell’astro è anche nome comunè. 365. — Vi è anzi perfetta correlazione tra la maiuscola e l’articolo, nella loro funzione, che è analoga. La maiuscola indica grafica- mente che quello è un nome proprio, ossia appartenente individualmente a quel corpo ce- leste (1). Fonicamente non v'è rischio di con- fusione, poi che quel nome non si usa che; per quel significato proprio. Quando invece il so- stantivo può esser anche nome comune, biso- gna determinare che si tratta di quella tra le cose possibili (in quanto tutte espresse dal nome stesso): « fa Terra » significa « illa n ra»; «la Luna» è « illa luna », «il Sole », « ille SOL ». Prendono l'articolo tutti quei nomi di astri i quali coincidono con un nome comune: si dice perciò «il Cane », «il Centauro », « la Giraffa », « la ‘Vergine », e tanto più quando il nome sia composto con un aggettivo o con una determinazione: «/a Stel- la Polare », « l'Orsa Maggiore », «la Croce del Sud », « la Chioma di Berenice », ecc. Come i gruppi di isole, prendono l’articolo le co- stellazioni che hanno nome plurale: «i Gemelli », «i Pesci », « Le Cefeidi », ecc. Si faccia ben attenzione nell’esprimere in lingue straniere questi nomi astronomici, poi che spesso la COLIGIASIZA tra nome comune e -  La maiuscola denota la singolarità o indivi- dualità. È strano che proprio un eccellente volume di volgarizzazione di astronomia (B. Berro, L’astronomia per tutti, Torino, S.E.I. 1935) degradi i nomi di tutti gli astri, umiliandoli con la minuscola. Nei cieli e nel- l’atlante astronomico, Giove e gli altri luminari hanno lo stesso diritto alla maiuscola che hanno Giove e gli altri dèi nel pantheon e nell’Olimpo: son tutti nomi | proprî.  nome siderale non v'è, in questa o quella lin- gua. Così, ad esempio, la coincidenza della Bilancia..(o Libra) con la comune bilancia, v'è anche in Îrancese (la Balancea) e in inglese (the Balance), ma il Cancro ha un nome ben distinto: fe Cancer e ihe Cancer: come sem- plice animale è rispettivamente écrevisse e crab. Sarebbe un grosso « granchio » collo- carli tra i segni dello Zodiaco. Parimenti i Ge- melli sono in francese /es Gémeaux, distinti dai jumeaux (« gemelli »); l'inglese ha The Twins, che coincide con fwins, ma ha, ad esclusivo significato astronomico, The Ge- mini. Variano, nelle varie lingue, le denomina- zioni dell'Orsa Maggiore e dell'Orsa Mino- re (1). NOR La fantasia dei popoli ha arricchito il firmamento con leggende e con nomi che poi la scienza ha san- zionato, continuando nella stessa via per le denomina- zioni nuove: l’astronomo si è sentito artista e non ha voluto tradire l’anima popolare, che interpreta con miti il ritmo degli astri: i cieli son costellati di lette- ratura e le letterature brillano di tutte le stelle, crean- do così una nuova armonia tra due armonie. (1) L’Orsa Maggiore resta « Maggiore » in spagno- lo (Osa Mayor), ma diventa semplicemente « Grande » in francese (Grande Ourse) e in romeno (Ursa mare); è « grande Orso » in parecchie lingue (ingl. Great Bear; oland. Graote Beer; ted. Grosser Bir; sved. Stora Bjòr- nen): in ceko è « Orsa siderale » (Souvezdì Medvéda). Come noi la chiamiamo anche « Gran Carro », i Fran- cesi la chiamano « Chariot de David », i Romeni «il Carro con i buoi » (Caru! cu boi.») ricordando i sep- tem triones, i sette buoi aranti, da cui il « settentrio- ne ». Per gli Inglesi è «il Carro di Carlo » (Charles’s Wain) trasformando Arturo in Carlomagno; e per gli Americani è the Dipper, ossia un uccello tuffatore. Più uniformi sono le denominazioni dell’Orsa Minore, che, tranne in spagnolo (Osa Menor), è semplicemente « Orsa Piccola » (franc. Petite Ourse, romen): Ursa mica), o « Orso Piccolo » (ted. Kleiner Bàr, ingl. Little Bear, oland. Kleine Beer, sved. Lilla Bjòrnen). — 282 — Bici lane "PR la ina biso: Lager ; LE DUE ORSE La realtà dei fenomeni non riconosce burocratici compartimenti stagni: e nemmeno la realtà viva ed umana riconosce frontiere tra arte, scienza, lettera- tura, filosofia, fede. ia L’Orsa Maggiore e. l'’Orsa Minore. hanno nomi varî nelle varie lingue... (8 366) Appartengono all’astronomia a alla prosodia clas- sica i due esametri latini che elencano mnemonica- mente i dodici segni ‘dello Zodiaco? —-,283, SASSI trio alt dep più A  DB | Il firmamento è co- stellato di miti... A) La costellazione di Andromeda, se- condo l’astronomo Abd-er-Rhaman al- Sàfi, da un mano- scritto arabo del X . secolo. — B) Due esametri mnemo- tecnici peri 12 segni dello Zodia- co. — C) Ogni an- no l’Estremo Orien- te commemora l’in- contro del pastore (Altair) e della tes- PII1SOA MW GUNTARIESTAURUS:GEMINI CANCER: LEOMIRGI: 9 PIAN DPI 1 = KS E, QUA RO STIVA NL ee Te sitrice (Vega) separati dal fiume celeste (la Via Lat- (8 366) sii CI SE Yamazaki, Tanabata-matsuri, la Festa ella stella Vega, in « Yamato, mensile gia Roma-Novara, 1941, I, VII, pag. siii - | [SI IIMBTOR8 RAC | «...««iiii..iIEÉiIECLL.Errt1rt11/<€€€ IL PIÙ ASTRONOMO DEI POETI N La Divina Commedia reca, nel primo canto, la da- ta d'inizio del gran viaggio, con preciso riferimento astronomico e biblico: il più astronomo dei poeti cen- densa con rigorosa esattezza nell’armonia di tre ende- casillabi l’indicazione rigorosa: « prime ore antimeri- diane dell’8 aprile 1300, con il Sole nella costellazione dell’Ariete, come nel giorno iniziale della Creazione »: « e ’l sol montava in su ‘con quelle stelle ch’eran con lui quando l’amor divino mosse da prima quelle cose belle ». ° (Inf., I, 38-40) — 285 — Dai luoghi alle persone e viceversa (XVID. 367. — Dai nomi di luoghi si formano gli ag- gettivi qualificativi geografici. Questa derivazione è, in italiano, assai varia, poi che essa non è ottenuta con suffissi costanti (1). — Predominano i suffissi -ese e -ano, in sostituzio- ne della finale del nome esprimente città, paesi, re- gioni, fiumi, laghi, monti, ecc.: abbiamo, così, da Pie- monte, piemontese; da Bologna, bolognese; da Capri, caprese; da Tivoli, tivolese; da Albano e da Albania, albanese (2), ecc.; e da Africa abbiamo africano, da Australia, australiano; da Orvieto, Orvietano; da Fra- scati, frascatano, ecc. 368. — Il suffisso -ese si può adoperare per for- mare l’aggettivo da tutti quei nomi geografici che con- servano la loro fisonomia esotica: così da New York si ha newyorkese o newyorchese (3); da Queensland, (1) Molto più semplice è la derivazione in tede- sco e nelle altre lingue nordiche, prevalendo il suffisso -ische, con o senza un’n eufonica: così da Italien si ha italienisch, da Amerika amerikanisch. Si formano in -er gli aggettivi sostantivati per indicare gli indigeni: c si hanno, così, ein /taliener, ein Amerikaner. Si han- no però anche formazioni diverse, quali der Deutsche « il Tedesco », der Franzose, der Grieche, der Chine- se, ecc. Sicché anche in tedesco non vi è regola fissa. Più varie ancora sono però le lingue neolatine. (2) Ed albanese è anche l’aggettivo formato da Albany, nome di più città dell'America Settentrionale. (3) La prima forma è preferibile: non v'è infatti nessuna ragione di italianizzare il k in ch, quando si conserva il w nella prima parte del vocabolo. La forma nuovaiorchese è pedante, poi che pochi son coloro che dicono oggi Nuova Iorca per New York. 287, Gi  queenslandese; da Tananarivo, tananarivese; da Can- ton, cantonese; da Pechino, pechinese; da Nanchino, nanchinese (1); dal Canton Ticino, ticinese (2); da Mal- ta, maltese (3), ecc. 369. — Oltre i due suffissi, alquanto frequenti, -ino ed -ense, ve ne sono altri ancora, alcuni dei quali derivati, con alterazioni più o meno gravi, da desi- nenze antiche o locali; così abbiamo perugino da Pe- rugia, sorrentino da Sorrento, spezzino da La Spe- zia (4); estense da Este, parmense da Parma (5), ecc.; ed abbiamo anche comasco da Como, casalasco da Casale (Casalmonferrato) bergamasco da Bergamo, va- resotto da Varese, brianzolo dalla Brianza, cipriota da Cipro, smirniota da Smirne, chioggiotto da Chioggia, (1) Nella lieve italianizzazione, scompare il g finale di Peking (Pei3-ching!, « Capitale del Nord »), Nanking (Nan?-king!, « Capitale del Sud »), che però non è sensibile nella pronuncia cinese: sta solo ad in- dicare il valore dell’n nasale velare sonorizzato (come nell’inglese thing, ring). . (2) Italianissimo è il Canton Ticino, e il fatto di esser politicamente fuori dei confini d’Italia non impe- disce che lo si debba considerare linguisticamente e letterariamente una delle migliori regioni nostre. (3) L’artificiosa promozione del dialetto maltese al rango di lingua non fa che provare maggiormente, con le sue mostruosità, il fatto che la lingua di Malta è l’italiano. — Cfr. Toddi, Jl Centauro maltese, ovvero mostruosità linguistiche nell'Isola dei Cavalieri, Mila- no, Ceschina, 1940. | (4) Mentre il nome della città si scrive con una sola zeta, l'aggettivo ne ha due. In realtà tale conso- nante è, fonicamente, sempre doppia, equivalendo a fs (e a dz se sonora): infatti nessuna differenza di pro- nunzia di essa vi è nel nome della Spezia e nell’agget- tivo. Il cognome dei due scrittori veneziani Carlo e Gaspare Gozzi non si pronunzia diversamente da quel- lo di Manlio Gozi, scrittore sanmarinese. (5) Dei due aggettivi, parmense e parmigiano, il primo è di rango più elevato, latinizzante, e perciò si dice « codice parmense », mentre il secondo è più cor- rente, e si dice quindi «formaggio parmigiano » o, sostantivando l’aggettivo «il parmigiano ». Il pittore cinquecente»co Francesco Mazzola è detto «il Parmi- giano » (e non «il Parmense »), perché quello fu l'ag- gettivo usato dai contemporanei. =D FINE I I I I, e, ‘-’Ò iii Tiosoiratoat_a i... Troesoetoiotiaiai pia tit A ILMITIA L'articolo nei nomi geografici... ($ Il Cairo (Cittadella) — La Turbie (Torre di Augusto) — La alletta (Porta Reale ‘i 3 4 : È è E Considerarstacttren nni inn i rr CITTÀ E ABITANTI palermitano da Palermo, cagliaritano da Cagliari, an- | conetano da Ancona. > i | 370. — La desinenza in -itano dovrebbe essere di rigore per tutti gli aggettivi derivan- bizantino | | costantinopoli fano I stambulino Byzantium | KovatavtivoonoÀ:c sic Tmy Téiv - Istanbul | suearo: Iapnrpaa® è pusso: Hapbrpaa croato. Carigrad ceco: Carihrad ‘amarico: PALTIMIS (Questentinèya) La città dai molti nomi... (Le iniziali contrassegnate con asterisco vanno pronunziate «ts». — Per i Ro- mani, Tsarigrad è una città della Bessarabia). (8 370) — 289 — = Gi A _TT O La  ti da nomi composti con -poli, come Costan-. tinopoli, Adrianopoli, Monopoli (cosiantinopo- litano (1), adrianopolitario, monopolitano, co- me, dal nome comune metropoli si ha metro- politano) (2). Da Tripoli si è formato però l'aggettivo ftripolino, riferentesi alla città, mentre fripoli- tano significa « della Tripolitania » (3). 371. — Con questi suffissi, gli aggettivi qualifi- cativi geografici si formano spesso non dal nome at- tuale della località, ma da quello antico, creandosi così degli allontanamenti tra i due vocaboli: ad esem- pio, l'aggettivo corrispondente a /vrea è eporediese (dal lat. Eporedia), per Gubbio abbiamo eugubino, per Mondovì monregalese, per Frosinone frusenate, per Tivoli tiburtino. | Tali aggettivi geografici eterogenei abbon- dano, ad esempio, in francese: per Forntaine- bleau si ha fontainibléen e bellefontain; per Saint-Julien si ha saini-juniaud; per Saini- Valéry-en-Caux si ha valéricain; per Saint- Paul-Chéteaux, tricastin o tricastinois; da Li- (1) Tre diversi aggettivi geografici derivano dai tre nomi topograficamente coincidenti, poi che la pri- mitiva Bisanzio (Byzàantion), ingrandita da Costantino e promossa al rango di « Nuova Roma » (Néa Roma) fu detta Costantinopoli: perciò nei paesi slavi essa ha tuttora il nome di Tsarigrad, « Città dei Cesari», o anche « Città degli Zar » per la vecchia aspirazione russa a possederla. I Greci la chiamano tuttora, cor- rentemente, Polis, «la Città »: e dalla locuzione greca « eis ten polin » (pronunzia « istimbòlin ») « alla città » (moto a luogo) è derivato il nome turco di /stanbul, unico ammesso oggi ufficialmente. Le lettere indiriz- zate con il nome corrente in Europa sono respinte, essendo Costantinopoli « sconosciuta al portalettere ». (2) Il femminile sostantivato «la metropolitana » significa già, in italiano, « ferrovia sotterranea urba- na », per imitazione del Métropolitain (maschile, che è sottinteso chemin de fer) parigino, abbreviato corren- temente in Metro. (3) Tale distinzione non v'è, ad esempio, in fran- cese: fripolitain significa tanto « tripolitano » che « tri- polino ». — 290 — rn ABITANTI, POPOLI E GENTI moges si ha limougeaud e limousin, donde il nome del veicolo limousine, ecc. Aitenzione anche agli aggettivi geografici francesi per - paesi esteri: « londinese » è loridonien; « ber- linese » berlinois; « lisbonese » lisbonninj; « ci- nese » chinois; « andaluso » andalou, femm. andalouse, ecc. Anche lo spagnolo abbonda di anomalie di tal genere: ad es., per Valladolid si ha valliso- letano o valisoletano (dall'antico nome Vali- soletum); per Madrid, madrilefio; per Càdiz (Cadice), gaditano (dal lat. Gades); da Gibral- tar ,Gibilterra), jibraltarefio; per Sevilla (Si- viglia), sevillano e hispalense; per Santiago de Compostela si ha santiagués, per Santiago de Cuba, sanliaguero; per Santiago del Este- ro, sanfiaguefio, e per Santiago del Chile, san- fiaguino; ecc. (1). Anche noi abbiamo distinzioni di tal genere, poi che usiamo reggiano ‘come aggettivo derivante da Reggio Emilia, e reggino da Reggio Calabria; da Mo- naco di Baviera formiamo monachese mentre da Mo- naco (Principato) formiamo monegasco. 372. — Alcuni aggettivi geografici non sono de- rivati dal nome, ma viceversa: Grecia deriva da gre- co (mentre ellenico deriva da Ellade), Turchia da tur- co, Serbia da serbo, ecc. Si faccia attenzione, nelle varie lingue, a questa « direzione » derivativa che non è ugua- le, pur per gli stessi nomi e aggettivi geogra- fici: per noi, persiano è derivato da Persia: lo spagnolo, invece ha, come aggettivo, persa, (per entrambi i generi). (1) Si tenga presente che lo spagnolo altera non poco anche parecchi nomi di città e regioni straniere, e, di conseguenza, anche gli aggettivi derivati: perciò, ad esempio, sueco è « svedese » (da Suecia, « Svezia »), mentre suizo è «svizzero» (da Suiza « Svizzera »); « tedesco » è alemàn (Alemania, « Germania »); « dane- se », danés e dinamarqués (Dinamarca); « cinese » chi- no (vedi 8 376). Anche il portoghese presenta, pur se in misura minore, peculiarità analoghe. In italiano, tutti questi aggettivi geogra- fici, sostantivandosi, assumono la doppia funzione di esprimere sia l’indigeno del luogo (1), sia la lingua ivi parlata: « gli Spagnoli parlan spagnolo ». 374. — È stata abbandonata una buona vecchia ‘ regola, la quale prescriveva che l’aggettivo gcografico sostantivato dovesse scriversi con la maiuscola allor- ché indica gli abitanti del luogo, mentre la minuscola basta per la lingua (2); nel primo caso, infatti, si tratta di vero e proprio nome proprio, mentre nel se- condo la sostantivizzazione è meno completa, sottin- tendendosi la parola «idioma »: « il francese dei Ca- nadesi è più antiquato che il francese dei Parigini », «un Americano che parli il tipico americano no: è compreso da un Inglese o da un Australiano, sebbene egli parli inglese ». Si scriverà quindi anche: « Quel signore è polacco », ma « Quel signore è un Polacco ». Viene, così, rispettata una buona norma grammaticale, e se ne avvantaggia la chia- rezza. | In merito alla grafìa, la quale, nel caso specifico, rispecchia anche la pronunzia, è Îre- quente l’erronea inversione delle due conso- nanti z/ nell’aggettivo e nome azieco: i due (1) I romanzi di avventura lasciano nei ragazzi una impressione la quale permane anche nell’età adul- ta: quella, cioè, che indigeno implichi più o meno l’idea di « uomo di colore »; e si ha, perciò, una certa rilut- tanza ad ammettere che noi siamo indigeni d’Italia. Ha il medesimo significato che native in inglese, natu- ral in spagnolo (equivalenti al nostro « nativo »). (2) « Obbligatoria l’iniziale maiuscola », Morandi e Cappuccini, op. cit., pag. 99, 8 308. — Gli Italiani sono i soli che, possedendo le maiuscole, non ne fac- ciano uso per la dignità del loro nome nazionale. L’in- glese (lingua) usa la maiuscola per qualsiasi derivato da nome geografico, sostantivo o aggettivo che esso sia, tranne i casi che il vocabolo abbia nettamente as- sunto un altro valore; come china per « porcellana », turkey per «tacchino », ecc. — Il francese segue la buona regola della maiuscola per il nome del popolo e la minuscola per l’aggettivo e per la lingua. — 292 — : ihhd. AL UNA MINUSCOLA UMILIANTE suoni appartengono etimologicamente a due parole, riunite a formare un composto (1). 375. — Pochissimi sono gli aggettivi (sostanti- vati o non) i quali non abbiano la doppia funzione di riferirsi sia agli indigeni che all’idioma: così, ad esem- pio, siriaco, ebraico si usano prevalentemente per in- dicare la lingua, la letteratura, lo stile, mentre per le altre accezioni si adoperano siriano, ebreo. Parecchie lingue distinguono nettamente l’una dall’altra funzione, o come norma gene- rale o per casi specifici. Il tedesco, ad esem- pio, usa la stessa forma che per l’aggettivo per indicare la lingua: die deutsche Sprache, « la lingua tedesca», Sprechen Sie Deutsch? « Parlate tedesco? », ma non per il popolo: ein Deutscher, « un Tedesco » (2). Il primato di semplicità, nella formazione dei derivati geografici spetta alle lingue ag- glutinanti: in ungherese basta aggiungere -i al nome: così da Budapesi si ha budapesiti, « budapestino »; da Becs (pronunzia « bécc' »,) « Vienna », si ha becsi, « viennese »; da Ròma, (1) Gli Aztechi si distinguono dai Coroteghi e da- gli Zapotechi. Un grande contributo per lo studio del- la civiltà di questi popoli e delle loro lingue è stato dato dall’italiano B. Giacalone: Gli Aztechi, Genova, Bozzi, 1934. — Dello stesso autore, / Maia, Genova, Bozzi, 1935, ricco anche di documentazione fotogra- fica. (2) L’inglese differenzia per significato — e quindi anche nell’uso — tre aggettivi e sostantivi: Arab, si- gnifica «un Arabo o appartenente ad un Arabo », Arabian « dell'Arabia », e Arabic si riferisce solo alla lingua, alla letteratura, alla scrittura: si dirà perciò: an Arab girl, « una fanciulla araba », Arab fatalism, Arabian tradition, Arabian philosophy, ecc., ma the Arabian Gulf, « il Golfo d’Arabia », the Arabian fau- na and flora, mentre si dirà an Arabic word, « una pa- rola araba », Arabic literature, the Arabic numerals. Eccezionalmente, la « gomma arabica» è gum arabic (con la minuscola), poi che preso direttamente dalla terminologia farmaceutica. Crf. H. W. Fowler, Mo- dern English Usage, Oxford, Clarendon Press, 1927, (utilissimo anche per i costrutti sintattici). ròmai; da Euròpa, euròpai. In finlandese si ha il suffisso -lainen (o -léinen per l'armonia vo- calica, vedi 8 49 e 84), e quindi da Saksa, « Germania », si ha saksalainen; da Ruoisi, « Svezia », ruoisalainen; da Ranska, « Fran- cia », ranskalainen; da Rooma, « Roma », roo- malainen. Il giapponese aggiunge -jin per in- dicare il popolo, e -go per indicare la lingua: ° Nipponjin è «il Giapponese » 0 «i Giappone- si», Nippongo «il giapponese » (lingua); Ifa- riajin, «PItaliano » e « gli Italiani », ltariago « l'italiano », ecc. i = N PZ = rd ATL ” PES Ti Ne: bMT=<=>"< l "f È « Mapigrukhe Mae Ù \ z 4 K V O Di I (( i Ù e a VARA RI de, a 2 ISIN TATZAS? CRA TRAE AC VIA | IA UU ALUGATTEZIITAA fol \ ))) YI = Pre ant e Non è lecito ignorare alcune nuove denominazioni asiatiche, oggi ufficiali... ma neppure è lecito usare | peri cinesi un vocabolo a significato canino... (8 376) 376. — Poi che i traffici hanno avvicinato i po- poli e persino le guerre hanno avvicinato le lingue, la grammatica e il vocabolario debbono aggiornarsi al- meno quanto una: collezione di francobolli affinché questa non sia più istruttiva che il testo scolastico. Non è più lecito, oggi, usare i vocaboli China e A Ai BISOGNA AGGIORNARSI! chinese, senza aver l’aria di esser rimasti ai tempi in cui il treno era «la vaporiera » (1). Non è lecito oggi ignorare che la Persia ha ripreso l’antico nome di /ran (donde iranico) e che il Siam è oramai ufficialmente la Thai- landia (in siamese Thai, o 7’ai) fornendoci quindi ‘hai come aggettivo che sostituisce « siamese »; né che l'aggettivo e sostantivo corrispondenti al Manciukuo è manciù o man- cese. 377. — Un tempo era sufficiente conosce- re che gli abitanti di Londra, Parigi, Madrid sono rispettivamente Londinesi, Parigini, Ma- drileri. Oggi sono acclimatate da noi voci an- cora straniere, ma di uso comune, quali cock- ney e parigot (2), che avranno prima o poi una traduzione italiana. "o (1) Cina e cinese son più aderenti all’uso inter- nazionale, ed anche più esatti etimologicamente, poi che il nome occidentale deriva da quello della dina- stia degli Ts'ing (pronunzia «c’'ing!=«i Puri»). In cinese, la Cina è Ciùngi-kuo pronunzia quasi « giùn- nguo »), « il Paese di Mezzo ». — Per i nomi composti si deve usare soltanto la forma latinizzata, e perciò si dirà, correttamente, sinico-giapponese, e non cino: giapponese, giacché non si può dire spagno-portoghese o inglese-egiziano, dovendosi usare le forme latinizza- te: ispano-portoghese, anglo-egiziano. Dicendo o scri- vendo « il conflitto cino-giapponese » si intende un con- flitto tra i cani e i Giapponesi! ; (2) Al Romano de Roma, ossia il nato a Roma da genitori romani, corrisponde il cockney, che do- vrebbe essere, per definizione tradizionale, soltanto chi sia « nato entro [la zona in cui si ode] il suono delle campane [della chiesa] di Bow », nel Cheapside (« born within the sound of the Bow Bells»), ma si dice di chiunque si sia interamente acclimatato alla metro- poli. — Un Parigot non è semplicemente un Parisien, ma chi abbia in sé, esasperati, i connotati spirituali e spiritosi derivanti dal vivere a Panam, Pantruche, Pan- tin, tutti soprannomi di « Parigi » in argot parigino. Persino un moderno Giapponese è tutto orgoglioso al- lorché si riconosca in lui un autentico Yedokko, ossia un vero « Tochiese di T6ky6 » (Yedo o Edo è l’antico nome della città, usato sinché essa divenne, nel 1868, la capitale). - a — 295 —. , A  Poteva ancora esser scusabile chi, un se- colo fa, avesse scritto di « una bella creola » credendola congenitamente di pelle color caî- fellatte, ritenendola cioè di sangue misto: oggi MEestiz meticcio, half-breed DO 00098 dà 34 | Hindoo or x x Mohammedan | i DOO BO n BO @ O) DE vI®,C « Meticcio » e « mulatto » non rappresentano tutta la i gamma degli ibridi... (8 377) LINGUA IN CORSO E LINGUA FUORI CORSO gli Italiani dell’America del Sud son troppo vicini a noi, e quindi partecipi della nostra let- teratura, perché a questa sia ancora permesso ‘ un simile errore. E alla distinzione tra metic- cio e mulatto si aggiungeranno ben presto an- che le altre distinzioni terminologiche nella gamma degli ibridi (1). 378. — Accanto alla lingua libresca, spesso as- sai lontana dalla vita e dalla realtà tanto da costituire un idioma a sé, vive la lingua vera ed agile, che sarà la lingua letteraria di domani e che è, intanto, l’au- tentica « lingua parlata ». Nell’apprendere le lingue straniere, biso- gnerà quindi attenersì alla vera lingua che è in circolazione (2), spesso assai diversa da quella propinata dai manuali ad uso scola- stico. Non ci si reca in un paese straniero portando seco, come scorta finanziaria, delle monete fuori cor- so. Il repertorio di vocaboli e di frasi deve essere composto di « valuta corrente » (3). (1) Giuseppina, moglie di Napoleone, era intera- mente di razza bianca, e «creola» sol perché nata alla Martinica. Soltanto il luogo di nascita distingue i « creoli », nati cioè nel Sud-America da genitori euro- pei, dai direttamente immigrati. Si formarono i voca- boli mestizo, ossia « mescolato » e mulato (da « mulo ») per indicare rispettivamente il nato di sangue misto bianco-indio (americano di razza indigena) o bianco- negro, e da tali voci abbiamo meticcio e mulatto. Lo spagnolo d’America ha anche distinzioni terminologi- che speciali per il negro-indio (che è zambo) e lo indio-zambo, che è chino. Nello spagnolo di Cuba, chino indica l’incrocio negro-mulatto. — La lingua in- glese coloniale usa half-caste per il sangue-misto bian- co-indiano (dell’India: con sangue hindù o maomet- tano), mentre usa half- breed per il mestizo (chiamato pure in tal modo). (2) I Tedeschi chiamano Umgangssprache questa « lingua circolante », con opportuno avvicinamento an- che alle Umgangsformen, che sono le « buone manie- re », ossia le forme contemporanee della socevolezza. (3) Per un Inglese, vocabulary non è il « vocabo- lario » — per il quale si usa dictionary — ma piuttosto Molte espressioni classiche conservano integro il loro valore: l'Olimpo è ancora il soggiorno degli dèi, pur se essi siano, ad esempio, i « divi» e le « dive » di Hollywood; e Scilla e Cariddi hanno an- cora la loro piena efficacia simbolica, ma esse sono anche il nome di due modernissime navi-traghetto che trasportano da una sponda all’altra dello stretto i va- goni-letto dei grandi espressi europei. Il linguaggio figurato continua, non meno che nel passato, ad avere il suo pieno vigore: la metafora, la metonimia, la sl- neddoche, l’antonomasiasono « tra- slati » o « tropi » che hanno funzione non di- versa di quella che avessero nelle lingue clas- siche o nelle opere letterarie italiane del ‘300 o del Rinascimento: ma possiamo trovare « un Ercole » sostituito con « un Carnera » e Apol- lo rimpiazzato metaforicamente da Caruso. Alcuni nomi proprî, divenuti comuni, son passati a noi dall’antichità: Marco Tullio Ci- cerone ha dato il vocabolo cicerone a molte lingue europee; e abbiamo il nome di Vespa- siano utilizzato a fini non imperiali (1). La terminologia tecnica è ricca di voci, special- mente metriche, che furono nomi proprî: voli (da Alessandro Volta), watt, Ohin, Joule, ecc., e da cognomi si son formati verbi e parole composte come galvanizzare (dal nostro Gal- vani) e marconigramma, marconiterapia. il « repertorio » di veci. Dal dictionary bisogna intel- ligentemente estrarre il proprio vocabulary, a fini pra- tici, ossia selezionato con .criterî utilitarî. (1) Si dice che al figliolo Tito il quale trovava non dignitosa una tassa imposta sui gabinetti di de- cenza, Vespasiano mostrasse il denaro ricavatone e, fiutatolo dicesse « Non olet! » (« Non ha cattivo odo- re! »). Da questo episodio (cfr. Svetonio, Vita Vespa- siani, c. XXIII) sarebbe nato il vocabolo vespasiano. — In Francia, e specialmente a Parigi si chiama pou- belle il secchio delle immondizie domestiche, perché, nel 1883, ne fu imposto l’uso da M. Poubelle, pre- fetto della Senna. i ITINERARI COMPLICATI L’itinerario linguistico è spesso comples- so e con variazioni insospettate; (1) un ame- j Via Gaetana Palazzo Caetantr Per itinerario complicato, il nome della nutrice di Enea è giunto ad una vîa di Roma... (8 379) (1) Dal nome della nutrice di Enea, Caieta, ven- ne il nome alla città di Gaeta, ov’ella fu sepolta. Da Gaeta si ha il nome proprio Gaetano e da Gaeta è originaria la famiglia dei Caetani che diede alla Chie- sa due papi, dei quali uno fu Bonifacio VIII, il gran nemico di Dante, che pur aggiunse una terza corona alla tiara. Sicché la via Gaetana, a Roma, è «la stra- da che prende il nome dal palazzo della famiglia che  ricano è anche un aperitivo; a Parigi un furin è un vermut, e un martini (dal nome del fab- bricante italiano) ha oggi valore internazio- nale. Nella nebbia del passato scompare l Eli- cona, mentre altri nomi geografici assumono un significato iraslato: il Viminale, per il « Mi- nistero dell'Interno », Palazzo Chigi per il « Ministero degli Affari Esteri», Downing Street per il Foreign Office britannico, Scof- land Yard per la «Questura Centrale» di Londra, ecc. ecc. 380. — Intanto si accreditano anche, in italia- no, vocaboli esotici che son divulgati per via lette- raria, artistica, cinematografica, turistica, politica, co- me pampa, steppa, giungla, puszta, cafion, e, in qual- che scrittore di viaggi in oriente, si trova già, grafica- mente italianizzato in ricsciò il nome della vetturetta a trazione animale che è diffusissima in Estremo Oriente ed in Africa meridionale: il rickshaw (1). I vocaboli migrano e si affermano, e mu- tano significato e assumono nuova importan- za, sospinti da eventi grandiosi o da piccoli fatti banali: la rivoluzione russa ha immesso in tante lingue le voci « sovietico », « bolsce- vismo », ecc., mentre la semplice confezione dei fiammiferi in « bustine » ha reso necessa- prese il cognome dalla città denominata dalla balia di Enea ». Il processo etimologico è alquanto com- plesso, pur trascurando l’origine del nome di Caieta, nutrice di Enea, dovuto a voce greca che significa Montagna Spaccata. (Per strana coincidenza, la Mon- tagna Spaccata è proprio sotto il promontorio di Gaeta). ° (1) Il fin-riki-sha, ossia «vettura (sha) a forza (rikî) di uomo (jin) », fu inventata in Giappone nel 1869 da Yasuke Izumi, Késuke Takayama e T$@chiré Suzuki e prestissimo si diffuse in tutta l’Asia orien- tale e sulle coste sud-orientali africane, mentre il suo nome si trasformava, in inglese coloniale, in rickshaw. Ai tre inventori Tòky6 eresse un monumento, nel parco del monastero buddhico di Zenk6-ji. Cfr. H.S.K. ae We Japanese, Miyanoshita, 1936, vol. II, pag. 77. —  — ir —— ". | | TT. — — ccm |. (E. pn 2 iù. forma senza et ra, nz PP tile LE IMPORTAZIONI RECENTISSIME ria l’estensione di questo vocabolo ad una nuo- va accezione (1). A PC$CP Poccniickan COLManucTUNECHaa: PenepaTMBHaA, Cosetckaa PecnyOnnka COBETCKHI, sovietico 00m1eBH3M, bolscevismo o CI W0O (Ad) | A) La rivoluzione russa ha diffuso alcuni vocaboli... (in alto: la denominazione ufficiale della « Repubblica Socialista Federale Sovietica Russa ») — B) ... la con- fezione dei fiammiferi in « bustine » ha creato una nuova necessità espressiva... — C) La « bomba atomi- ca » ha fatto assurgere a grande importanza un voca- bolo modesto... (I, II e III: Fasi di formazione di un atollo) (8 380) (1) L’inglese dice «un libro di fiammiferi », «a book of matches. — In italiano si va affermando il  Dalla lingua delle isole maldive era passa. to come semplice termine tecnico geografico nelle lingue europee il nome dell'atollo: ed ec- colo assurgere oggi a grande importanza, as- sociato ben tragicamenie alla più gigantesca viltà scientifica e sociale, associata domani a chi sa quale significato metaforico, E tanto più facile sarà la metafora ironica, in quanto proprio quella « scienza » che si è dimostrata così acuta nell'indagine dei segreti intra-atomici per ricavarne il più formidabile mezzo di distruzione, non è ancora riuscita a spiegare perché e come la Natura abbia dato ai minuscoli polipi zoofiti il còmpito di essere meravigliosi ingegneri, e costruire quei gran- diosi cerchi coralliferi, anelli di bellezza ver- deggiante sulle acque dei Mari del Sud (1). È gli animaletti assolvono la loro missione nel- l'universale armonia, assai meglio di quel che l’uomo, a Bikini e altrove, assolva la propria. vocabolo « stecca » per significare un pacco o scatola contenente venti pacchetti di sigarette, secondo la confezione americana ed inglese. (1) Cfr. W. M. Davis, The Coral Reef Problem, 1929 (con abbondante bibliografia, che dà un quadro delle varie ipotesi). Cfr. anche J. S. Gardiner, Maldi- vo nel « Geographic Journal », 1902, XIX, pag. 277- P. Sp pre Betti i N pe I go 7 nen nei i n | I termometri delle azioni e delle qualità (XIX) 381. — La funzione che l’aggettivo ha rispetto al nome, determinandolo o qualificandolo, è compiu- ta rispetto al verbo e all’aggettivo da un’altra « parte del discorso ». L’avverbio è quella parte del discorso che determina o qualifica un verbo o un aggettivo. 382. — Si chiama «avverbio » dal latino ad verbum, intendendo però questo vocabolo non soltanto nel significato di « verbo », ma anche in quello più generico di « parola ». In- fatti, oltre il verbo, l’avverbio può determina- re o qualificare un aggettivo, un sostantivo in funzione aggettivale e persino un altro av- verbio. Esempî: « Molto egli oprò col senno e con la mano; Moltò soffrì nel glorioso acquisto; E invan l'Inferno a lui s'oppose, e invano S’armò d’ Asia e di Libia il popol misto... » (Tasso, Gerusal. Liber. I, 1). in cui l’avverbio molto determina i verbi « o- prare » e « soffrire », mentre l’avverbio invano qualifica i verbi « opporsi » e « armarsi »; « E largamente a’ duo campioni il campo volo riman fra l'uno e l’altro campo.  AL in cui l’avverbio largamenie qualifica È in una certa misura anche determina) l’aggetti- vo « voto » (1). « /1llor sen ritornàr le squadre pie per le dianzi da lor calcale vie ». (Ibid., XI, 15) in cui l’avverbio dianzi qualifica il participio passivo (aggettivo) « calcate ». Nelle espressioni « molto prima », « poco dopo », « assai presto », « incredibilmente tar- di », « ‘assolutamente no », ecc., un avverbio ne modifica un altro, Nell’ espressione « ancor fanciullo », l’avverbio modifica un sostantivo che ha significato qualificativo ossia senso più aggettivale che sostantivo. 383. — In considerazione della loro funzione, gli avverbî possono quindi, non diversamente dagli ag- gettivi, dividersi in avverbi determinativi e avverbî qualificativi. I primi esprimono la « quantità » o «intensità » o servono a localizzare nel tempo o nello spazio; i secondi si riferiscono alla « qualità », al « modo ». Questa distinzione permette di compren- dere perché, logicamente, i primi (determina- tivi) siano prevalentemente adoperati per mo- dificare un aggettivo o un altro avverbio, men- tre i secondi si usano prevalentemente per modificare il significato di un verbo. « Sicco- me questi luoghi sono alquanto (avv. deter- minat.) pericolosi ed è già molto (id.) buio, sarà opportuno procedere cautamente (avv. qualificat.) ». 384. — A tal punto l’avverbio può consi- derarsi « l'aggettivo del verbo », che in non po- (1) La ripetizione, in rima, del medesimo voca- bolo, non è contraria alle buone norme stilistiche, al- lorché esso — come qui il nome « campo » — sia in- teso in due accezioni diverse. 22304 TE - a Pigilihatl.otototolaeiate A. Li: Lio nina re ARSA, MY DI PE pan mi _ a oaprrr[__ = = ne = — - - etna : -- - - et iii a crnt —- Voti io ___9[9[r@s‘@îpu@@cu’ ti si, cerci iii lA let zare tt 4 SNA P ACRI iv . mi Lit U 2% ” ; , F, % = fire ire fore e] Sf De + saretta NAZIONALE ji di} idr impari: = irta = rio a, ae e * Col (3 SII > + #0 or Da) Terre italianissine... ($ In alto: La stazione di Lugano, In basso: La « Piazza Reale», a Gozo (Malta), quando si chiamava ancora così, e non era scomparsa l'insegna del «Caffé Nazionale 2 \ e SSR Lasa RE È ea AVVERBIO E VERBO che lingue lo stesso vocabolo, inalterato, può îunzionare da aggettivo o da avverbio (1). Tale coincidenza è frequente specialmente quando il legame ideologico tra verbo e av- verbio è intimo, come, ad esempio, allorché l’avverbio contiene le idee di colore, sapore, suono e simili, e il verbo esprime la loro ma- nifestazione. Un Francese dice « Ca sent bon » e «ca sent mauvais » (letteralmente « odora buono », « odora cattivo ») per « emette buon odore », «emette cattivo odore », e che noi possiamo esprimere rispettivamente con un ‘unico verbo (« odora », « puzza »), appunto per l’intima connessione tra le due idee, verbale e. avverbiale. Un Inglese dice « This music sounds delighiful » usando l'aggettivo piutto- sto che l’avverbio (delightfully), ossia, let- teralm.: « Questo musica risuona deliziosa- [mente] » (2). | 5 385. — L’aderenza ideologica dell’avverbio con il verbo che esso qualifica è tale che, assai spesso, a) un verbo specifico può, per significa- (1) Il tedesco dice: « Diese Milch schmeckt nicht gut, sie schmeckt sauer », « Questo latte non ha buon sapore (letteralm. « non sa buono »), sa d’acido («sa ‘acido ») », usando avverbialmente gut e sauer, che han- no invece funzione di aggettivi (predicat.) nelle due proposizioni: « Diese Milch ist nicht gut, sie ist sauer .» « Questo latte non è buono: è acido ». (2) E parimenti dirà: « A rose by any other name would smiell as sweet »; letteralm.: « Una rosa sotto qualunque altro nome odorerebbe altrettanto dolce », laddove noi diremmo, in vero italiano fluido: « Co- munque la si chiami (« Qual che sia il nome che le si dia »), una rosa avrà sempre odore soave ». Questi esempî dimostrano come la «traduzione » diretta dal- 1a propria lingua non sia la miglior via per arrivare a rendersi padroni di una lingua straniera. Dalla frase italiana bisogna passare al pensiero non formulato in parole: svilupparlo quindi secondo la forma mentis che è tipica del popolo che si serve spontaneamente di quella lingua.  to, equivalere ad un verbo di significato più generico, accompagnato da un avverbio qua-. lificativo o da un insieme di più parole con valore avverbiale: ad esempio, divorare = mangiare avidamente; urlare = gridare molto forte; Ì b) (reciprocamente) un verbo modifica- to da un avverbio qualificativo può avere, Pa; k out Molta importanza ha la possibilità analitica e sinte- tica...’ (8 385) to wal come equivalente per significato, un verbo specifico nel quale si fondano le due idee: ad es.: imitare scimmiescamente = scimmiol- lare. | È molto importante tener presente questa possibilità analitica e sintetica, giacché le va- — 306 |— ANALISI E SINTESI AVVERBIALE rie lingue si comportano molto diversamente in casi obiettivamente analoghi: noi diciamo, ad esempio, « uscire a piedi »: la traduzione letterale sarebbe ridicola e incomprensibile i in parecchie lingue (1). Essa può ridursi, astraen= ‘do dalla nostra mentalità linguistica, al verbo « uscire » accompagnato da un avverbio che qualifichi specificamente il modo dell’azione: « uscire pedestremente ». L'inglese scinde il verbo « uscire » in « andar fuori », mentre in- ‘corpora con « andare » l’idea di « pedestremen- mente » («a piedi ») e fluidamente dice. « fo walk out » (letteralm.:« passeggiare fuori ») (2) Vi sono lingue nelle quali il processo di analisi e sintesi è talmente diverso dal nostro, che la traduzione nell’uno o nell’altro senso richiede il cambiamento strutturale dell’intera frase, poi che la connessione ideologica è diî- ferente. Alcune lingue africane sono singolarmente povere di avverbî, ma ciò non implica che i popoli che le parlano siano nella impossibi- lità di esprimere le idee corrispondenti ai no- stri avverbi: essi incorporano nel verbo quel- l’idea che, nelle lingue nostre, è espressa se- paratamente con un avverbio o con una locu- zione avverbiale: in lingua duala, per esem- pio, il verbo pumane significa, « venire 0 agi- (1) Ancor più comica sarebbe la traduzione lette- rale di altri idiotismi, quale, ad es., « far quattro pas- si »: il francese può dire « faire deux pas »: in altre lingue, però, si intenderebbe rigorosamente « percor- rere circa m. 1,40 ». In fluido inglese si dirà « To have a stroll», «To take a stroll ». ._ (2) I due procedimenti, analitico e sintetico, de- terminano, alternandosi, le due differenti forme dei verbi « separabili » tedeschi: (chiarendone, così, il fe- nomeno, il quale rimane però pur sempie una « ano- malia »): « Auf die Strasse muss man achtgeben », « Per la strada bisogna far attenzione » (achigeben=acht + geben, « agire attentamente »),, ma « Geben Sie acht! », « Fate attenzione! » (« geben... acht » = achtgeben). — 307 — è.  re presto o troppo presto »; indea, « venire 0 agire tardi o troppo tardi »; /ortdo, « fare vo- lentieri » (1). Pur a chi non intenda dedicarsi allo studio di queste lingue così lontane dalle nostre, è utile l’esa- me di queste differenze; per rendersi conto che ogni lingua ha la sua mentalità, e per affrancarsi da quella visione burocratica grammaticale nazionale, la quale è spesso il più grave impedimento per penetrare nello spirito di un idioma straniero, qualunque esso sia. vo * 386. — Poi che l’avverbio ha la funzione di «li- mitare » il significato del verbo e dell’aggettivo (2), tale limitazione può raggiungere il massimo, ossia far sì che l’azione verbale o la quantità o qualità espres- se dall’aggettivo siano ridotte a zero. Questo «mas- simo » è espresso dagli avverbî negativi, i quali sono quindi da considerarsi collocati ad un estremo della gamma degli « avverbî determinativi »: « Questo fiore non è una rosa canina »; « Questo fiore non è bianco », « Questo fiore non è sbocciato », DI « Questo fiore non olezza » (3); « Caio non è venuto », « Caio non ha corso », ecc. (4). 387. — Le espressioni negative costitui- scono uno dei connotati più caratteristici delle lingue, le quali possono distribuirsi in gruppi (1) La lingua giapponese esprime con una sem- plice terminazione verbale l’azione che avvenga alter- nativamente con un’altra, o che si interrompa per ri- prendere: « un po’ piove e un po’ no» si rende con questa tipica forma: ame ga futtari yandari shimasu, ossia «la pioggia compie [l’azione di] piovere-un-po’ e di cessare-un-po’ ». Parimenti « Qualche volta leggo il giornale, e qualche volta non lo leggo » diventa, in giapponese « Compio [l’azione alternativa di] leggere- un-po’ e non-leggere-un-po’ »: « shinbun wo vyondari yomanakattari itashimasu ». (2) Cfr. 8 4 e segg. e 8 246 e segg. (3) Cfr. figura a pag. 2. (4) Cfr. figura a pag. 74. — 308 — IL POSTO DELLA NEGAZIONE ii E A O ZIA - "353 RITMI = 35, j —__r__ rr | E è una signorina | ella non è una signorina | eg IMUONN!. 12) = | PESA TIT 7 e È i 0]o-san de wa i SGGANMEANGZIAZIZE nar | CMMMAM GU SSMDLLA4À Con il « modulo » italiano alla mano, possiamo con- sfatare gli spostamenti della negazione e del verbo nelle varie lingue... mo a P 9A -@  graduati, a seconda della maggiore o minore aderenza formale della negazione con il verbo. .La lingua italiana occupa un posto intermedio, poi che la negazione è espressa con un avverbio a sé, separato dal verbo. e precedendolo per determinarne la non-azione. Il tedesco, invece, pospone la negazione al verbo: oppure sposta la negazione su un al- tro vocabolo determinante il soggetto, l’ogget- to, un complemento: er kommt heute nichi, « egli oggi non viene » (letteralm.: « egli oggi viene non »); « Ist das ein Friulein? — Nein, das ist kein Fraulein, sondern eine Frau », « È una signorina? » — No, non è una signo- rina (letteralm.: «è nessuna signorina NI è una signora ». 1l francese esprime la negazione con due voci, una preposta e l’altra posposta al verbo: il ne vieni pas arjourd'hui, — elle n’est pas une demoiselle: elle est une dame. Ad un estremo della graduazione può esser collocato l'inglese , il quale non coniuga il verbo del quale si nega l’azione: esso rimane quiescente, nella forma inerte dell’infinito, mentre un altro verbo significa il « non ese- guirsi » dell’azione: al positivo « egli scrive » (he writes) non corrisponde, in inglese, un ne- gativo «egli non scrive», ma l’espressione « he does riot write » ossia « egli non esegue [l’azione di] scrivere » (1). All’estremo opposto van collocate quelle lingue che, come il. giapponese, conglobano la negazione con il verbo, possedendo cioè una ‘coniugazione negativa, con forme proprie, di- (1) Per analoga ragione rimane quiescente il verbo inglese anche nelle forme interrogative (does he wri-. te?, « esegue egli [l’azione di] scrivere? » ossia « scri- ve? »), ipotetiche (he would write, he should write, « compirebbe [l’azione di] scrivere », ossia « scrivereb- be »), future (he will write, he shall write). Slo fi LINGUA E LOGICA stinte dalle positive: Rakimasu, «scrive »; «kakimasen « non scrive » (1). I Altre lingue, infine, hanno entrambe le possibilità, come, ad esempio, il coreano (2). Nello studio di una lingua straniera qua- lunque essa sia, si tenga sempre conto di que- ste differenze strutturali, sempre collegan- dole con il contenuto ideologico. Non è possi- bile, ad esempio, intendere la sintassi araba delle proposizioni negative esaminandole se- condo la nostra « analisi logica »: è una logi- ca linguistica diversa, ma non perciò meno « logica »: (3). Per un Russo è perfettamente .(1) Il « verbo garbato » -masu, obbligatorio nella conversazione cortese, si comporta come tutti gli altri, ed in esso passa la negazione: omettendolo, la nega- zione passa direttamente nella forma verbale sempli- ce: kaku, « scrive » (o anche « scrivo, scrivi, scrivono, scrivete... »), kakanai «non scrive ». Propriamente il suffisso agglutinato -nai ha valore di aggettivo ver- bale, esprimente la non esistenza, e di esso può for- miarsi anche l’avverbio, corrispondente al nostro gerun- dia negativo: kakanakute « non scrivendo », Il nai può usarsi anche attribuitivamente, implicando il verbo. Frase usitatissima nipponica di rassegnazione o di im- posizione, nel senso di « Non c’è nulla da fare », « Bi- sogna accettare le cose come sono », «O mangiare questa minestra... ecc.» è shikata ga nai (letteralm.: « modo d’agire non V'è »). | (2) Se non vi fosse il coreano, il giapponese sa- rebbe per noi, Occidentali, la lingua più complicata: ma il coreano detiene il primato, contenendo tutte le diffi- coltà del giapponese (anche grafiche) più parecchie sue peculiari. La negazione, ad esempio, può esser espressa in un paio di dozzine di modi diversi, a se- conda dei casi. Cfr. A. Eckardt, Koreanische Konver- sations-Grammatik, Heidelberg, Groos, 1923, lezione 148, pag. 121-131. (3) «In modo particolare bisogna tener presente che i termini grammaticali nostri e arabi non sempre collimano, se si abbia un Arabo come insegnante. Di- versi infatti sono i principî di analisi logica donde si muove nei due sistemi grammaticali ». — L. Veccia Vaglieri, Grammatica teorico-pratica della lingua ara- ba, Roma, Ist. p. l'Oriente, 1938, vol. I, pag. 59: e la  «logico » che un verbo negativo, ossia espri- mente un’azione che non si compie, non ab- bia un vero e proprio soggetto né un vero e proprio complemento oggetto: coerentemente, in questo caso, non Îa uso del nominativo per il soggetto né dell’accusativo per il comple- mento oggetto, ma adopera il genitivo: « il pa- dre non è a casa »: olsà met doma (letteralm.: « del padre [si dice chel non è a casa »: ossia si parla di lui, ma non è lui il soggetto vero e proprio); « egli non dà il bicchiere »: on nié daiòt staRana (se egli « non dà », non v’è com- pliemento oggetto, poi che non "dà nulla: ma poiché questa negazione è limitata, in quanto egli può dare altra cosa, il genilivo specifica il rapporto negativo: « egli non dà [e ciò è detto] del bicchiere »). * * %* 388. — L’avverbio negativo può essere usato an- che isolatamente, ossia come negazione sintetica, equivalendo ad un’intera proposizione: in tal caso as- sume una forma speciale, la quale è anche tonica- mente più energica. Per forma e per tono, il nostro no si distingue perciò dal non: questo accompagna sempre il verbo o aggettivo che esso modifica, mentre il no serve come pura e semplice negazione generale, prevalentemente in risposta ad una domanda. Può usarsi perciò anche quando, essendo omesso il verbo o l’aggettivo modificato dalla negazione, que- sta ha funzione sintetica: « Voglia o no, dovrà farlo », chiarissima arabista aggiunge: « Non possiamo trattare la materia secondo le idee degli Arabi, perché turbe- remmo la sicura conoscenza di quei principi gramma- ticali che spesso, con molta fatica, professori di ita- liano e latino sono riusciti a inculcare nelle loro men- ti quali verità assiomatiche » (ibid.). Ma appunto que- sta « assiomaticità » impedisce non di rado la com- prensione di fenomeni linguistici che ne esorbitano, perché derivanti da altra forma mentis. — 312 — IL «NO » ‘mentre si dovrà dire «Voglia o non voglia, dovrà farlo » (1). 389. — Il nostro no equivale a « mort è co- SÌ ». Contrario ad esso è l’avverbio sì, avverbio sintetico, equivalente anch’esso ad una intera proposizione: « è così ». Il latino non aveva un vero e proprio sì: la risposta affermativa si esprimeva ripeten- do il verbo principale della domanda. — Dor- mitne adhuc? (« Dorme ancora? ») — Dormit. (« Dorme » = « Sì »). Oppure si usava ila « COSÌ », abbreviazione di ila est. «è così »: tale forma rimase diffusa, specialmente nello stile curiale, anche quando il linguaggio cor- rente adoperava già il sì, derivato da «sic est », « è COSÌ » (2). Ne fa menzione Dante, nella sua invettiva contro la corruzione invadente a Lucca, ove. « del no, per li danar, vi si fa ita » (Inf., XXI, 42) (3). La negazione isolata era espressa con lo stesso espediente (ripetendo cioè al negativo il verbo principale della domanda) o con mom ita, minime, rinforzato in minime vero, mini- me hercle vero, ossia con un costrutto affer- (1) Anche il francese ha due forme diverse per la negazione isolata (non) e per quella modificante il verbo o l’aggettivo (ne... pas). Nelle altre lingue neo- latine, invece, le due forme coincidono: no in spagno- lo, ndo in portoghese, nu in romeno, mentre il tedesco. le distingue (nein e nicht) e parimenti il russo (niet e mie): in altre lingue la distinzione non è assoluta (l’o- landese ha neen e niet, ma può usare questo per quello; e parimenti lo svedese con nei ed ej, icke, ecc.). (2) « La frase dové esser popolare: valgano questi due esempî di Simone Serdini: « E non si può dir non quando si dice ita »; e « e non vale dir no al suo dir ita ». Scartazzini, Comm. Div. Comm., Milano, Hoe- pli, 1929, pag. 169. (3) Facile era anche la falsificazione grafica, tra- sformando no in ita. . mante che « [non è così eanichiel in minima parte » (1). Anche il mon (dal quale abbiamo ricavato il no) si è formato in modo analogo, derivan- «do da un arcaico noenum (= ne-oenum = ne- unum) « neanche uno ». n Ah #È A 3 # x pu' fel wu met Espedienti curiosi per ottenere ideogrammi negativi... (8 339) & Con diversi espedienti i popoli sono arri- vati ad esprimere la negazione, giacché ciò è ‘meno semplice di quel che potrebbe sembrare .a primo esame: poi che ogni vocabolo implica (1) Ponendo così il germe di costrutti esprimenti la negazione del tutto sin nella sua minima parte: -« non.. . punto », ne... pas, («nemmeno un passo »), .«« non... Mica » (ossia «nemmeno una mollica »): e il milanese « miga » del XIII secolo (Bonvesin da Riva), divenuto il « minga » del milanese d’oggi. Cfr. L. Pa- ‘via, Nuovi studî sulla parlata milanese, Bergamo, 1928, ‘pag.. 217 e 286. — Stesso significato ha il bolognese « brisa » (=<« briciola »). — Cfr. G. Gréòber, Vulgdrla teinische Substrate romanischer Woòrter, nell’« Archiv. fiir lateinische oa und Grammatik », V, 25, 234, 453, e VI, 117, 377. IL TONO DA SIGNIFICATO – L’IMPLICATURA DI GRICE – IL COLORE DI FREGE -- un riferimento ad altra idea (1), a quale idea o insieme di idee ci si può riferire per espri- mere ciò che non è? Le scritture ideografiche ci mostrano quali diversi espedienti son stati trovati per ottenere gli ideogrammi negati- vi (2). 390. — Nel linguaggio parlato, grande im- portanza ha l’intonazione (3), poi che essa può attenuare e persino capovolgere il valore del vocabolo negativo o affermativo. Esiste infat- ‘ti un « tono » di incredulità e di sfida, per cui il no assume il significato di « ma è incredi- bile! », il che è ben diverso dalla negazione . pura e semplice: ed il sì, pronunciato in « to- no » ironico, acquista il valore dubitativo e prevalentemente negativo. Alcune lingue hanno speciali forme per i diversi « no » e per i diversi « sì » (4). (1) Cfr. 8 78. (2) Il segno geroglifico (an) rappresentava due braccia aperte separatesi appunto per esprimere il di- niego. Originariamente l’ideogramma cinese pu‘ raffi- gurava un uccello che tenti inutilmente di raggiungere gli strati superiori dell’atmosfera; il segno fei! era composto da due parti opposte fra loro; l’ideogram- ma wu: mostrava una foresta entro la quale si sia inoltrato un carro dileguandosi tra gli alberi; ‘e final- mente il carattere mei? constava di « acqua » (rappre- sentata dalla corrente e da alcune gocce, e oggi sti- lizzata e sintetizzata dalle «tre gocce »), di un « vor- tice » (in alto a destra) e di una « mano », intendendo, così, che «la mano cerca inutilmente di acciuffare qualcosa che, nell'acqua, sfugge alla vista e alla pre- sa a causa del movimento vorticoso del liquido ». (3) Vedi 8 277. (4) In amarico, ad esempio, auò(n) è la risposta affermativa ad una interrogazione; escì esprime il con- senso o la rispettosa prontezza ad eseguire un ordi- ne; egcuò ha il senso di «sì, davvero! »; degh neu equivale a «sì, va bene »; m’-n cheffà significa «sì: non c’è nulla in contrario », « non c'è nulla di male » ed è quindi concessivo, mentre ihuonàl è dubitativo; e finalmente aiè è dubitativo-interrogativo (« Ah sì? »). Per la negazione, aidèllem è la pura negazione obiet- tiva (« non è così »); embì è un «no» di rifiuto scor- ce Isa me si vede, . — Generalmente, con la negazione pura e semplice si intende escludere l’azione espressa con il ‘verbo sottinteso: e questo verbo è il medesimo della cui non ja nein Za. HET vai, parata = oùyi, dx. APT uom ALLNI° + esci aidèliem Fieccnd embi h 2A . ; "7 | nu Me) — m’-n cheffa iellèm“(\7° LIFE Aihuondi vid AT Afaiè ALFA 9° aiccia-l-m L’amarico ha forme speciali per i diversi « sì » e « no » ($ 390) domanda cui si risponde o che sia stato precedente- mente espresso. Es.: «— Piove? — No» (= non piove). tese, e lo è anche asciafferègn; iellèìm constata che «non vi è », mentre aiduòli-m significa che «non è »: e finalmente aiccià-l-m nega persino la possibilità. Co- a tutti questi diversi vocaboli corrispon- dono altrettante nostre diverse « intonazioni ». — 316 — 22 e A a n « SÌ » E « NO » DIPENDENTI L’affermazione pura e semplice attesta il verifi- carsi dell’azione o dello stato espressi dal suddetto verbo. Es.: « — Piove? — Sì» (= piove). In italiano, e nella IMA GGIoranza delle lin- gue, il no e il sì hanno tale valore, indipen- dentemente dalla forma in cui sia stata rivol- ta la domanda, ossia tanto se la premessa sia in forma positiva che in forma negativa. Es.: « É venuto il sig. Tal de’ Tali? », op- pure « [Nori è venuto il sig. Tal de’ Tali? ». Le risposte « Sì » e « No » affermano o negano rispettivamente che egli sia venuto, senza te- ner conto se la domanda sia stata rivolta nella prima o nella seconda forma, ossia in forma positiva o negativa. In qualche lingua, inve- ce, vi è un nesso di significato tra la forma della domanda e la risposta, in quanto questa conferma o nega l'affermazione o la negazio- ne contenute nella domanda (1). Anche in lingue meno lontane dalle no- stre possiamo trovare una connessione di tal genere, pur se non così rigorosa. Il îrancese, ad esempio, oltre l’affermazione oui, ha anche l'affermazione si (rinforzata eventualmente in « mais si » e « si fait ») che serve ad affermare (1) In giapponese, ad esempio, alla domanda « So- regashi San ga kimashita ka> (« È venuto il sig. Tal de’ Tali? » forma positiva) si risponde come in italia- on: « Sì: è venuto » (Hai: kimashita), o « No: non è venuto ». (Zie: kimasen-deshita »): ma alla domanda espressa in forma negativa (« Non è venuto il sig. T. d. T.? »: Soregashi San ga kimasen-deshita ka ») biso- gna rispondere con criterio inverso che il nostro, poi che il «sì» significherebbe che non è venuto, ossia che le cose stanno proprio come sono espresse nella domanda, mentre il no, negando la negazione della domanda, afferma la; venuta del sig. T. d. T. — E ciò dipende anche dal fatto che la « domanda » nipponica ha, nel tono e nell’intenzione, un minor grado interro- gativo che la nostra: è piuttosto dubitativa che inter- rogativa. — Cfr. nota al 8 277. = GRAMMATICA DELLA LINGUA ITALIANA in contraddizione ad una domanda rivolta in forma negativa (1). 392. — Gli avverbî sintetici sì e no si usano an- che, in italiano, per esprimere l’intermittenza o alter- nanza dell’azione o dello stato, in espressioni come «un giorno sì e uno no», « una finestra sì e una no », ecc. i Anche questi idiotismi non possono veni- re trasportati letteralmente nelle lingue stra- niere: in tedesco, ad esempio, « un giorno sì e uno no » è einen Tag um den andern, oppu- re alle zwei Tage: quest’ultimo costrutto cor- risponde al Îrancese fous les deux jours, lad- dove in inglese si dice every other day (lette ralm. « ogni altro giorno ») (2). Non è buon italiano dire « ogni secondo giorno », pur se questa espressione sia frequente, specialmente nella Venezia Giulia. 393. — Particolare attenzione va posta sul non pleonastico, il quale, non avendo valore nega- tivo, non può esser sempre trasportato in altre lingue. Nel suo primo colloquio con Virgilio, Bea- trice dice: « e temo ch’ei non sia già sì smarrito, ch'io mi sia tardi al soccorso levala » (Inf., II, 64-65). ma ciò che ella teme è che Dante sia già sl smarrito. Abbiamo qui, in italiano, una reminiscenza del tipico costrutto latino dei verba timendi, i (1) « N’est-il pas venu? — Mais si! » (= « Mais si qu'il est venu! »). — Da quest’ultimo tipo di risposta derivano quelle, così frequenti nel discorso familiare: « Que cui; que non »; « Que si, oh! que si! », con tipi- cissime intonazioni. (2) o anche every alternate day, every second day, every two days. Così every other boy significa « uno scolaro su due ».  «NO » = « SÌ » quali spesso rendono perplessi gli studenti classici (1). | 394. — Anormale può apparire anche il fatto che in talune espressioni, la presenza o la mancanza della negazione non influiscono sul significato, il qua- le, invece, dovrebbe essere inverso nei due casî: noi diciamo indifferentemente: a) « Bisogna camminare finché non si arrivi al binario del tram »; i Talora la negazione e l'affermazione dicono la stes- sa cosa...  (1) Ottima è la ricetta pratica data dall’eccellente Dizionarietto della sintassi latina di E. Levi, (Firenze, Barbèra, 1933): « Occorre osselvare che timere etimo- logicamente e sintatticamente risponde al nostro « sgo- mentarsi », « sperar poco », « disperare », assai meglio che al nostro « temere ». «Ciò premesso: a me p. es. la pioggia farebbe comodo, ma ho scarsa speranza che piova: in italiano dico: « Temo che non piova »; in latino: « Timeo uf pluat ». Invece: la pioggia mi dan- neggerebbe, e io dico: « Temo (ho paura) che piova ». In latino: « Timeo ne pluat » (pag. 411).  B) « Bisogna camminare finché non si arrivi al binario del tram». Riferendosi però alla realtà obiettiva, constate- remo che le due espressioni, apparentemente contra- rie, esprimono il medesimo punto di riferimento, con- siderato però da due punti di vista diversi. Infatti, seguendo la prescrizione ©, si deve camminare sino al punto (p) in cui si incro- cia il binario: si percorre cioè tutto il segmento in ciascun punto del quale mon si arriva al binario del tram, se non nel punto finale P (1). 395, — Nella gamma degli avverbî deter- minativi (8 383 e 386), la «limitazione » che essi | determinano può aver differenti gradi: esprimono in- fatti una misura crescente di quantità o intensità gli avverbî nulla, niente, poco, alquanto, abbastanza, as- sai, molto, troppo: * * %* «e quando l'ali juro aperte assai... » (Inf., XXXIV, 72) « era una fraude pur troppo evidente » . (Ariosto, Orl. Fur., V, 26). 396. — Propriamente, nulla e niente hanno più il carattere sostantivale e pronominale che avverbia- le: talora si usano come avverbî, specialmente il se- condo, nel linguaggio corrente: « Ecco una cosa nien- affatto piacevole ». 397. — L’avverbio affatto non ha valore negati- vo, ma esattamente il contrario, poi che significa «completamente »: sicché l’espressione « É affatto dello stesso parere » significa che la persona di cui si tratta condivide interamente l’opinione accennata. Si (1) È una ragione analoga a quella per cui un avvenimento che duri fino alla mezzanotte del 31 di- cembre 1946 ha termine alle ore 0 (zero) del 1° gen- naio 1947. — Negli orarî ferroviarî, la mezzanotte è indicata come «ore 24» per i treni in arrivo e come «ore 0» per i treni in partenza: pur trattandosi dello stesso punto nel tempo. — 320 — 4 =. fa AVVERBÌ CORRELATIVI DI dirà, per il significato negativo, « Egli non è affatto dello stesso parere ». 398. — Gli avverbî correlativi di quantità @€ di intensità determinano in correlazione con altra - quantità o intensità (tanto..., altrettanto..., COSÌ..., ecc.) e richiedono perciò, espresso o sottinicso, il « termi- ne » con il quale essi stabiliscono la connessione: «Tanto gentile e tanto onesta pare la donna mia quando ella altrui saluta, che... 3 (Dante, Vita Nova, XXVI) 399. — A questa categoria appartengono gli av- verbî più e meno, per mezzo dei quali la lingua ita- liana ha sostituito i « gradi di paragone » del latino, che ora non esistono più, morfologicamente (vedi 8 321 e segg.). 400. — Sono avverbi determinativi temporali quelli che localizzano nel tempo l’azione o lo stato, oppure ne determinano la durata, la frequenza, ecc., come ora, .allora, ancora, prima, poi, quindi, presto, tardi, ieri, oggi, domani, alquanto, spesso, sovente, ecc.: « Da ch’ebber ragionato insieme alquanto... » (Inf., IV, 97). 401. — Sono avverbî determinativi tempora- li correlativi quelli che indicano tale localizza- zione o durata in riferimento ad altro termine espres- so o sottinteso: tali sono quando, allorquando, allor- ché, appena: Le forme allorché, allorquando equivalgono ad al- lora che, allora quando: « Allor che fulminato e morto giacque il mio sperar... ». (Petrarca, Canz., IV, 3) 402. — Sono avverbî determinativi locativi quelli che localizzano nello spazio: qui, là, costà, co- stì, colà, sopra, sotto, avanti, dietro (antiq. retro): « Allor si mosse, ed io gli tenni retro». (Inf., I, 136). — 321 — z2I Sono avverbî determinativi locativi correlativi quelli che esprimono una localizza- zione in correlazione ad altra indicazione espressa o sottintesa: donde, dove, ove, e vi, ci, ivi: « Quivi sospiri, . pianti ed alti guai risonavan per l’aer sanza stelle... » (Inf., III, 22-23) 404. — L'italiano non distingue lo « stato in luo- go » dal « moto a luogo »: «il luogo dove si è, e il luogo dove si va». Questa distinzione è importante nella gran maggioranza delle lingue. Alcune lingue riuniscono nel medesimo avverbio le due funzioni temporali e locative: ad es., il francese dice non soltanto /e pays où il éfait, («il paese dove egli era »), ma an- che le momeni où il l'a renconiré, « il momen- to in cui (letteralm. « dove ») l'ha incontrato ». * >» 3 405. — Abbsidanti stia è la categoria degli av- verbî qualificativi, perché, oltre quelli che banno una forma speciale, se ne possono formare da tutti gii aggettivi qualificativi con la semplice aggiun- ta del suffisso -mente. Con l’ablativo menie qualificato da un ag- gettivo, il latino cominciò a denotare uno stato d’animo: forfi mente, obstinala mente, jocunda mente, dubia mente (1). Nei testamenti diven- ne comune la formula sana mente, finché l’uso si estese, con significato più generale, gene- rando così i numerosissimi avverbî di manie- ra nelle DRBHE neolabne (2). (1) Apuleio, I, 6; V, 23. (2) Cfr. H. Goelzer, Etude lexicographique et grammaticale sur la latinité de Saint Jérome, 1884, pag. 428. — Questa formazione degli avverbî in -mente non è comune in rumeno. Cfr. W. Meyer-Liibke, Die lateinische Sprache in den romanischen Ltindern, in «Grundriss der romanischen Philologie, 1904, vol. I, pag. 487. — 322 — UN FALSO PRIMATO Lo spagnolo e il portoghese hanno la ca- ratteristica di poter Îar servire un’unica desi- nenza per più avverbi: Ciceròn escribiò clara, concisa y elegantemente »; « O senhor Dou- tor jalou (« parlò ») simples e humildamenie ». Il francese, da comme, « come», ha for- mato l’avverbio commeni (= « comemente »). — 406. — Gli avverbî in -mente si formano con ‘ l’aggettivo femminile in -a, se l’aggettivo ha tale for- ma, altrimenti togliendo la vocale finale -e; a meno che essa non sia preceduta da due consonanti o da c: perciò da caro si ha caramente; da facile, facilmente; da triste, tristemente; da pari si ha parimente; da semplice, semplicemente; da feroce, ferocemente. 407. — Tutti gli avverbî possono sostantivarsi: « Ma quella ond’'io aspetto il come e ’l quando del mio tacer... ». (Par., XXI, 46-47) 408. — Gran parte di essi possono assumere la forma intensiva, peggiorativa, diminutiva; ad es. spesso, spessissimo; — bene, benino, benone, benissi- mo; — male, maluccio, malaccio, malissimo. Per gli avverbî in -mente le desinenze intensive ed eventualmente le altre (più rare) si pongono all’ag- gettivo formante, prima dell’aggiunta della desinenza verbale: da facile avremo perciò facilmente, ma faci- lissimamente. 409. — Possono anche esser rinforzati con prefissi, come ad esempio nel bellissi- simo avverbio italianissimo ed ingiustamente detronizzato, il quale forma da solo un solen- ne Ra supermagnificentissimamen- fe (1). ‘ (1) « Precipitevolissimevolmente » è un ridicolo av- verbio artificioso il quale ha usurpato il titolo di cam- pione di lunghezza tra i vocaboli italiani. Il legittimo avverbio in -mente formato con il non frequente ag- gettivo precipitevole reso « superlativo » (intensivo) è precipitevolissimamente. Per farne un endecasillabo, vi si è insinuata un’arbitraria metrica « zeppa », ossia — 323 — Tee RR TEOR O Abbiam visto per quale processo logico (8 277) i pronomi relativi assumano funzione interrogativa. Il medesimo fenomeno si verifica per le stesse ragioni, in alcuni avverbî correlativi: essi possono, infatti, esprimere una correlazione (re- lazione) con un elemento incognito e che si desidera conoscere. Tale incognita (x, y, z del simbolismo alge- brico) può riguardare il tempo, il luogo, la quantità o intensità, il modo: ed abbiamo perciò i quattro tipici avverbî interrogativi: .quando?, dove?, quanto?, come? (1). 411. — Il parallelismo diviene evidente, se tali avverbî vengano analizzati risolvendoli ideologica- mente negli elementi costitutivi: un secondo -vol- in aggiunta a quello che già conte- neva. L’avverbio « supermagnificentissimamente » ende- casillabo solidamente costrutto, sonoro, prosodicamen- te ben accentato, armonico tra forma e significato, presenta anche un certificato di prim’ordine: quello di Dante Alighieri che, nel De Vulgari Eloquîo, lo po- ne fra gli « ornativa polysyllaba, quae mixta cum pexis pulchram faciunt harmoniam compaginis». (Lib. II, c. VII). — Cfr. Toddi, Il processo al « precipitevolissi- mevolmente », in « Sapere », Milano, 15 febbr. 1940, n. 123, pag. 86. | (1) Il confronto con le «categorie » aristoteliche ci dimostra quanto intimo sia il nesso tra gramma- tica e filosofia, non soltanto per la «logica» inter- pretazione dei fenomeni linguistici, ma per la loro aderenza all’essenza stessa delle cose e degli eventi, passando quindi dalla /ogica alla ontologia e alla stessa metafisica. « Aristoteles decem suprema gene- ra distinguit; quibus omnia entia creata, exsistentia et possibilia, substantias et substantiarum determina- tiones subsumit... Categoriae a praedscabilibus diffe- runt quia non exhibent diversos modos logicos prae- dicandi, sed diversitates essendi sive discrimina et , classes rerum. Ideo non tam ad logicam, quam potius ad ontologiam pertinent ». J. Donat, Logica et intro- a philosophiam christianam, Innsbruck, 1935, pag. 75. 994 - Ù #7 "EN e # . IL PERCHÉ DEL « PERCHÉ » Infatti: { (positivo) = nel tempo mel quale... « quando > (interrog.) = in quale tempo? {(positivo) = nel luogo nel quale... \(interrog.) = in quale luogo? 412. — Una apparente analogia induce molti grammatici a considerare avverbio an- che il vocabolo perché, sia nella sua Îunzione esplicativa (causale) che in quella interroga- tiva. Il vocabolo perché non ha, invece, le ca- ratteristiche avverbiali, né ‘morfologicamente né ideologicamente: esso si scinde infatti in per-che = « per ciò che » ed è quindi, morîo- logicamente, una congiunzione (vedi 8 448). Inoltre, esso non modifica un aggetti- vo né il solo, verbo ma regge tutt’intera la pro- posizione (1). 413. — La confusione fra avverbio e pre- posizione va anche evitata. Molti avverbî coincidono formalmente con preposizioni. La distinzione però è assai Îacile, giacché l’avverbio non può mai aderire direttamente ad un nome. Così, ad esempio, sopra e sotto sono avverbî quando non reggano un sostan- tivo: « 4 tutti altri sapori esto è di sopra» (Purg., XXVIII, 133) « E io sentì chiavar l’uscio di sotto » | (Inf., XXXIII, 46) Sono invece preposizioni quando reggano un sostantivo: (o pronome): . «Così vidi adunar la bella scola di quel signor dell’altissimo canto | che sovra li altri com’aquila vola » (Inf., IV, 94-96) « dove » (1) L’intera proposizione è sottintesa, retta ap- punto dal perché, quando questo vocabolo è usato isclato, come interrogazione. 1,  «... Una nave piccioletta venir per l’acqua verso noi in quella, sotto ’1 governo d'un sol galeolo ». (Inf., VIII, 15-17) « Ed adombrando il ciel par che s'anneri Sotto un immenso nuvolo di strali ». (Tasso, Gerus. Lib., XVIII, 68) invece, il vocabolo prima, è sempre avver- bio, poi che non regge mai direttamente un sostantivo: si dirà « prima di...» e la « prepo- sizione» di serve ad esprimere la « correla- zione » tra l’avverbio e il termine correlativo. Questo di, infatti, va tradotto coerentemente alla sua îfunzione « comparativa » (1), e ciò dimostra: a) che si tratta anche qui di un « para- gone »; * b) che il nesso non è diretto, e che quin- di il vocabolo prima è avverbio, necessitando appunto di una preposizione per collegarsi con un'idea sostantiva. 414. — Facile è anche la confusione tra avver- bio e aggettivo allorché i due coincidono per forma. L’avverbio è invariabile, l’aggettivo invece con- corda in genere e numero con il nome che esso de- termina o qualifica. « Troppo mia morle |jOra acerba e rea, Se innanzi a me vedessi morir lei ». (Ariosto, Orl. Fur., VI, 10) (l’avverbio modifica gli aggettivi femminili acerba e rea, ed è invariabile) « Qui vidi gente più ch'alirove troppa » (Inf., VII, 25) (l'aggettivo troppo concorda con il nome gen- ie, che esso qualifica). (1) Si intende perché questo di non vada tradot- to con un genitivo ma con un comparativo quam in latino; e perché in inglese si dica before than (com- parat.) e non before of. Però before può essere an- che preposizione, e perciò può reggere direttamente un nome o pronome: before him « prima di lui ». — 326 — & IL GERUNDIO È UN AVVERBIO * * > 415. — La grammatica rivoluzionaria non esita a classificare tra gli avverbî tutti i gerundî: «questi si formano dai verbi mediante ii suffisso inva- riabile -ando, -endo, come la massima parte degli av- verbî qualificativi si formano dagli aggettivi per mez- zo del suffisso -mente: ed anche il significato è ana- logo, esprimendo il « modo » in cui viene compiuta l’azione espressa dal verbo principale, che il gerundio (avverbic) modifica. «Su per la viva luce passeggiando menava io gli occhi per li gradi, mo’ su, mo’ giù e mo’ recirculando » (Inf., XXXI, 46-48). (I due avverbî in rima modificano il verbo menare. L’ultimo verso della terzina è, ad esclusione della congiunzione e, composto interamente di avverbî: il triplice mo' è av- verbio temporale (== « ora »);j Su e giù sono avverhî locaiivi, e recirculando è anch'esso un avverbio (di modo), che Saluvale a « circolar- mente ». | 416. — Ogni avverbio può venir risolto in un so- stantivo retto dall’acconcia proposizione ed eventual- mente determinato o qualificato da un aggettivo: qui =. in questo luogo; così = in. questo modo (1); pre- sto=in modo veloce (oppure di buon mattino, ecc.); abbondantemente = con abbondanza; sempre == in ogni tempo; mai= qualche volta (2); ecc. Anche il gerun- DI (1) Chiarita e chiarificante è perciò l’espressione inglese this way (« [in] questo modo ») nel senso di « COSÌ ». (2) Propriamente « mai » significa « qualche vo!- ta» e richiede quindi la negazione per aver signi- ficato iù .Né lagrime sì belle Di sì besli occhi uscir mai vide il sole ». (Petrarca, Son. 107). E il significato positivo è evidente in espressioni quali « Se mai egli capitasse da queste parti...» e simili. Ciò non impedisce, però, che mai, pur senza la negazione esplicita, la sottintenda, come, ad esem- pio, nel proverbio « Meglio tardi che mai ».  dio può risolversi analiticamente in un sostantivo ret- to da preposizione o in un infinito (che è sostantivo: vedi $ 129 e segg.) retto da preposizione: nella ter- zina dantesca, il gerundio passeggiando =a passeg- gio, nel passeggiare; e recirculando = con movimento circolare. Nella notissima poesiola « La vispa Tere- sa » si susseguono parecchi gerundî: « A lei supplicando l’ajflitta gridò: « Vivendo, volando, che male ti jo? Tu, sì, mi jai male, stringendomi l’ale... » essi possono esser tutti risolti nel modo sud- detto: supplicando = con tono supplichevole (supplichevolmente); vivendo = con la Imia vita; volando = con il Imio] voto, con il [mio] volare; stringendo = con la [tua] stretta, con il tuo] stringere. 417. — Il fatto che il gerundio possa ‘ avere un complemento oggetto o altro com- plemento non attenua la sua qualità di avver- bio, come ($ 131) l'infinito non perde il suo carattere di sostantivo pur se regga un com- plemento oggetto o altro complemento. « .. Seggendo in piuma in fama non si vien, né sotto coltre » . (Inf., XXIV, 46-47) (Il gerundio — ossia avverbio — seggeri- do esprime il « modo » (la posizione) nella quale non si viene in fama; e in piuma speci- fica tale posizione avverbialmente espres- sa) (1). (1) Il dialetto veneziano esprime con una locu- zione avverbiale (« star in sentòn del leto ») la posi- zione di chi stia assiso nel letto, ma a gambe diste- se: l’equivalente italiano dovrebbe essere «stare a bioscia » (Cfr. P. Contarini, Vocabolario portatile del dialetto veneziano, 3% ediz., Venezia 1888, pag. 156), — 328 — GLI « AVVERBI-RUMORE » * * %* 418. — Tra gli avverbî vanno classificati ‘quei tipici ed insieme eccezionali vocaboli che riproduco- no direttamente dei suoni o rumori, ossia le onom a topeiche. Le onomatopeiche sono senza dubbio di. natura speciale per quel che riguarda la loro etimologia, ma la loro funzione ha nettamente carattere avverbiale. Esse costituiscono l’accompagnamerito so- noro (1) dell’azione, e perciò qualificano il baglio con funzione più o meno ornamenta- le (2). ma non si può considerare appartenente alla lingua viva una espressione incomprensibile al 96% delle persone colte. — ‘Abbiamo in italiano avverbî che esprimono speciali posizioni del corpo: bocconi, gi- nocchioni, carponi, tutti con la stessa desinenza, espri- mendo la direzione della bocca, dei ginocchi, del car- po (della mano) verso terra. Per « carponi » il dialetto lugudorese ha le espressioni avverbiali imbàttula, ad s'imbàtula, che valgon forse « gattescamente » (battu = « gatto »). Cfr. V. Martelli, Vocabolario lugudo- rese-campidanese, Cagliari, Il Nuraghe, 1930, p. I, pag. 76; p. II, pag. 179. — Soltanto con gerundî pos- . sono .rendersi in italiano parecchie espressioni av- verbiali còrse, quali a salticchiéra, « saltellando »; a frauléra, «scagliando »; a lampéra, «lanciando (0 lanciandosi) precipitosamente »; nei quali -era è una « desinenza usata a formare modi avverbiali indi- canti la maniera esagerata e frequente di fare una cosa» P. T. Alfonsi, // dialetto còrso nella parlata Balanina Livorno, Giusti, 1932, pag. 58. — Morfolo- gicamente simile ai nostri avverbî in -oni è il còrso camminoni-camminoni, « a passo svelto ». (1) Il coreano, ossia la lingua che più abbonda di voci onomatopeiche, le considera appunto come ele- menti musicali decorativi. Le enciclopedie coreane antiche (fino cioè alla fine del ’700) trattano queste voci sotto il titolo « Musica »: è vero che conside- rano « musica » anche molti altri fenomeni che noi classifichiamo come « fonetici ». Comunque, anche in “coreano, queste voci onomatopeiche sono veri e pro- prî avverbî (pusa). (2) Cfr. 8 311) “"t>a  Son perciò veri e proprî avverbî, tranne nel caso che siano sostantivate, dovendo allo- ra considerarsi nomi non diversi dagli aliri: il ghiaccio dell’infernal lago Cocìto, anche percosso da una gigantesca rupe cadente su di esso, « non avrìa pur dall’orlo fatto cricch. (Inf., XXXII, 30) « i cricch » equivale a « far rumore » con li differenza che il nome « rumore » è sosti- tuito da un avverbio sostantivato, meglio spe- cificante il rumore, perché « onomatopeico ». Così diciamo «il tic-iac dell'orologio », «il prolungato dritin di un campanello », ecc. (1). Ma allorché, generalmente come inciso ossia îra due virgole, la voce onomatopeica inter- viene per esprimere il « modo » in cui il fe- nomeno espresso dal verbo si svolge, evi- dentemente si tratta di un vero e proprio avverbio: « e gli uccellini, cip-cip, cip-cip, ac- correvano giocondi »: l’onomatopeica cip-cip equivale ad un gerundio (« cingueltando ») os- sia ad un avverbio (2). 419. — Le onomatopeiche non mancano in al- cuna lingua, sebbene alcune ne siano poverissime. (1) La presenza dell’articolo conferma la qualità di sostantivo. In alcune lingue, in tali casi, si può an- che formare il plurale: es. « on entendait bien claîre- ment les deux ronrons du chat et de la bouilloire », « si udivano chiaramente i due ronron del gatto e del bricco ». (2) Nelle lingue che più abbondantemente e tipi- camente ne fanno uso, molte di queste onomatopei- che assumono un suffisso avverbiale: ad es. in corea- no il suffisso -taîta o -hata, che è tipico dell’avver- bio: così da gororòk-gororòk, « chicchirichì », si ha ‘gororòk-gororòk-hata (letteralm.: « chicchirichimen- te »). Egualmente può fare il giapponese, anche ric- chissimo di onomatopeiche, usando i suffissi -niî e -to: ad es.: kisha ga poppo-to kemuri wo haite... « il tre- no, sbuffando (letteralm. « vomitando fumo poppo- mente ») »; taiko ga dondon-ri natte iru, «un tambu- ro rulla con il suo rataplan» ({letteralm. « don-don- mente »). — 330 — PAESE CHE VAI, GALLO CHE TROVI È molto interessante osservare che i medesimi suoni o rumori non sono ugualmente interpretati e resi fonicamente nelle diverse lingue, persino quelli che a noi sembrano evidentemente corrispondenti alla nostra riproduzione fonetica. Per noi è evidente che l’abbaiar canino non possa meglio esprimersi che con « bù-bù », menire il vocabolo infantile francese iouiou deriva dall’interpretazione dell’abbaiamento (tou-tou) (1), e l'inglese ha bow-wow (2) ed il giapponese lo esprime nientemeno che con ghin-ghin. Il chicchirichì del gallo ha tante interpre- tazioni onomatopeiche diverse quante sono le lingue che lo riproducono. Vi sono rumori i quali non hanno, acusti- camente, alcuna Îfisonomia che ne Îfaciliti la trascrizione i in vocali e consonanti, sicché l’o- nomatopeica è puramente arbitraria. A noi sembra naturalissimo esprimere con pafapun- fete e con palatrac i rumori di una caduta e di un crollo, mentre per un Anglosassone l’ono- matopeica bang! è impiegata per gli usi più diversi, spesso equivalendo al nostro pum! o bum! Per noi il campanello ha l’indiscutile suo- no di flin o tino, se elettrico, di drin, laddove per un Tedesco esso suona R/ingling. 420. — È anche molto interessante constatare che le lingue non hanno soltanto delle vere e pro- prie onomatopeiche, ma anche delle pseu- do-onomatopeiche, se così vogliamo chiama- re quelle voci che riproducono suoni e rumori non esi- stenti: hanno cioè un carattere evidentemuente musi- cale, esprimendo un suono immaginario: il suono cioè che sarebbe prodotto da un’azione, se questa produ- cesse un suono. (1) Il vocabolo appare anche letterariamente nel XVII secolo (Cyrano de Bergerac). (2) Pronunzia « bàu-uàu »). --,La più tipica ed eificace di queste voci è zip-zag, esistente in tutte le lingue europee. In italiano è un sostantivo, dal quale però si for- ma la locuzionne avverbiale «a zig-zag »: SOT E dukup: ou ju pi ur! eL0 "i & g catia P) cock-a- doodle-doo! Biba B 34K3aKaMH A) Il canto del gallo per noi è « chicchiricchì » (1) € quasi lo stesso è in ceko (2), in tedesco (3), in spagno- lo (4: pronunzia kikirikì), ma diverso è in francese (5), in portoghese (6), in rumeno (7), in russo (8: pro- nunzia kukuriekù, poi che la lettera p è un r e y un u), in giapponese (9: pron. kokekokkéo), in coreano (10: pron. gororok-gororok), in mongolo (11: pron. gogou), in tibetano (12), e, per gli Anglosassoni (13) è cock-a-doodle-doo. — B) « Zigzag » é un sostantivo, come das Zickzack tedesco: e, in russo, lo si usa in «caso strumentale » (zigzakami). (68 418-420) LE « PARA-ONOMATOPEICHE » « camminare a zi ig-zag », « ‘un tracciato a. zig- zag» (1). A tale categoria appartengono anche altre voci, alcune delle quali evidentissimamente avverbiali, es.: « procedere lemme-lemme » (2) 421. — 1Il corretto uso delle onomatopeiche ha importanza non minore di quello degli altri vocaboli: (1) In inglese, zigzag può essere sostantivo (a zig- zag, some zigzags), avverbio (to run zigzag), verbo (fo zigzag, zigzagging): in tedesco è sostantivo de- clinabile (der Zickzack, des Zickzacks; plur. die Zick- zacke) o avverbio (zickzack laufen); il russo ha lo strumentale zigzakami, con funzione -avverbiale. (2) In questa categoria di pseudo-onomatopeiche Oo « para-onomatopeiche », o « onomatopeiche metafo- riche » appare ancora più evidente il temperamento artistico del popolo, poi che l’interpretazione musicale di ciò che non ha suono lascia libero corso alla fan- tasia. Ad un italiano non sembra naturale che. pop possa esprimere efficacemente una partenza improv- visa: e ad un Inglese, invece, è naturalissima l’espres- sione « he went off with a pop», «se ne andò via con un pop », cioè « di colpo » (il pop sarebbe appun- to il « rumore » immaginario di questo «colpo »); ed un Francese dice: « Crack! le voilà parti! ». Le due lingue estremo-orientali onomatopeiche per eccellen- za ci offrono gli esempi più curiosi: il coreano usa l’avverbio onomatopeico napsin-napsin-hata (hata = « -mente ») per esprimere ciò che si fa gingillandosi, scherzevolmente; al nostro « delicatamente, tenera- mente » corrispondono gli avverbî onomatopeici mal- làng-mallàng-hata, mullong-mullong-hata, mulsin-mul- sin-hata, nalsin-nalsin-hata; « nostalgicamente » è ghi- rùk-ghirùk-hata; « velocemente » gallòk-gallok (che cor- risponde al cinese k’udis-k'uàis, k'uài4-K'uài4-ti); « len- tamente » kKamàn-kaman (cinese man4-man4, man4-man4- ti). Per un Giapponese il sapore acre « fa hiri-hiri » (Giri-hiri suru); la carta sottile dà una sensazione « pera-pera », e « parlare fluidamente giapponese » si dice « Nihongo wo pera-pera-ni hanasu > (letteralm.: « Parlare giapponese pera-pera-mente »); altri curiosi esempî sono: O-jiisan mada pin-pin shite iru « il non- no agisce ancora pin-pin », cioè «e arzillo » kodomo wa pata-pata arukimasu, « qual bimbo cammina pata- pata », cioè «a passettini » (cfr. l’inglese « the child walks pit-a-pat »): persino per gli alberi cresciuti ra- pidamente si può usare un’onomatopeica efficace: ano. matsu no ki wa zun-zun sodachimashita, letteralm.:  anzi, poi che esse rappresentano un elemento espres- siva e musicale insieme, ogni erroneo uso, nel parlare una lingua straniera, equivale ad una ridicola stona- tura (1). « quell’albero di pino è cresciuto proprio zun-zun »; € possiamo confrontare il giapponese « osoroshisa de ashi ga wana-wana furuela» (« per lo spavento le gambe tremavano [facendo] wana-wana ») con il no- stro «le gambe fanno lippe-lappe »: ed alla stessa categoria appartiene la curiosa espressione familiare «le gambe fànno Giacomo-Giacomo ». Anche l’ita- liano ha dunque le sue « giapponeserie » avverbiali onomatopeiche. (1) Vi è poi un effetto onomatopeico ottenuto con il raggruppamento di più vocaboli consonanti o asso- nanti producenti nel loro insieme un voluto effetto so- noro rappresentativo. Tipico e bellissimo esempio è il famoso esametro vergiliano descrivente con mira- bile efficacia il rumore del galoppo del cavallo: « Quadrupedante putrem sonitu quatit ungula campum » cui corrisponde il daharòth dahardth del testo ebraico dei Giudici (V, 22). de pen (Gli eredi della declinazione I (XX) 422. — Speciale sviluppo hanno avuto le preposizioni nella trasformazione del latino in italiano. _ Ad esse infatti è stata affidata quella fun- zione connettiva che, nel' latino, si impernia- va sulla deélinazione (1). | Bvratooe / « Declinare » è « assumere una inclinazione »... Esem- pî di «casi» in greco (A), tedesco (B), serbo (C). (8 422) (1) Vedi 8 68. — 335 — À E: IUYATNO \ see  « Declinare » è, etimologicamente, assumere una maggiore pendenza, « inclinare »: implica cioè una no- zione angolare (1). L’azione del verbo transitivo passa direttamente (ossia nel senso che potremmo rappresentare geome- ‘tricamente come « verticali ») sulla cosa che è « ogget- to» di tale azione, ed il sostantivo (o vocabolo so- stantivato) che lo esprime è appunto il « complemen- to oggetto » o «caso diretto »: l’accusativo del latino e delle altre lingue che hanno una declinazione. Allorché diciamo: « Chi lava la testa all’asino per- de il ranno e il sapone », abbiamo, la chiara nozione che l’« oggetto » che si lava è la festa e ciò che si per- de sono il ranno e il sapone, mentre l’asino, pur in- teressato nella faccenda, non ‘è direttamente (ossia tutt'intero) l'oggetto "del primo verbo: è connesso con l’azione di esso in un senso che possiamo appunto considerare « angolare » (2). (1) Nel linguaggio nautico si chiama « declina- zione » appunto l’angolo che l’ago magnetico fa con il meridiano geografico. Questa coincidenza dei due vocaboli, grammaticale e nautico o astronomico, non deve però indurre a confonderli in altre lingue: in inglese, ad esempio, essi, pur coincidendo per etimo-: logia, sono distinti: è declination (o anche variation) quella magnetica o astronomica, mentre è declension quella morfologica grammaticale. Molti termini gram- maticali sono, in inglese, distinti da quelli comuni: così il « genere» è gender (in scienze naturali è ge- nus), il « tempo » è tense e non time; per « far l’ana- lisi grammaticale », l’ingiese ha un verbo speciale, fo parse; e per « compitare lettera per lettera» il verbo to spell (cfr. la nota al 8 160): « How do you spell your name? ». « Come si scrive. il vostro nome? », (2) Il latino esprime in accusativo (caso diretto) ed in dativo (caso obliquo) i due diversi rapporti. — Il proverbio latino non coincide, per vocaboli, con quello italiano, ma mantiene i medesimi rapporti grammaticali, poi che dice: « Zrngrato benefaciens per- dit oleum et operam », « Chi fa bene ad un ingrato (dativo) ‘spreca olio e fatica (accusativo). — Lo stesso concetto non è però espresso con il medesimo « an- golo » nelle varie lingue (cfr. 8 434), potendo ciascuna usare un diverso caso obliquo: il proverbio francese, ad esempio, dice: « A laver la tète d’un dàine, on perd — 336 — L’OBLIQUITA DEI CASI Questa nozione « angolare » (ossia di « declinazione ») è espressa appunto con le - preposizioni, le quali pongono i nomi in « caso obliquo », aîfinché essi possano assumere la iunzione di « complemento indiretto ». Nel latino — come in tutte le lingue che conser. vano la declinazione — tale còmpito era affidato alle desinenze. Per quanto ricca di desinenze potesse essere Q possa essere una lingua, le « possibilità » angolari so- no limitate: il latino aveva sei casi (1), il greco cin- que (2), il tedesco ne ha quattro (3), le lingue slave sei o sette (4), però, con frequenti coincidenze morfo- logiche fra caso e caso. son savon », e lo spagnolo « Lavar cabeza de asno, perdimiento de jabòn »: il proverbio tedesco lava l’asi- no tutt’intero: « Wer den Esel mit Seife wdscht, hat schlechten Lohn davon ». (1) Senza calcolare il « locativo », che nel latino classico ha lasciato solo poche tracce isolate: domi, «in casa»; ruri, « nella villa »; humi, « per terra, in terra »; e nei nomi di luogo. Il domi (e anche domo) di Cicerone diventa in domo in Seneca. — Cfr. C. H. Grandgent, op. cit., pag. 57, 8 86. (2) Nel greco classico rimangono tracce degli altri casi, cioè dell’ablativo, dei locativo e dello strumen- taie. Cfr. L. Macinai e L. Biacchi, Grammatica greca, 22 ediz., Roma, Lux, 1900, pag. 47, $ 19-bis. — Il greco moderno conserva il dativo soltanto nella lingua scritta: la lingua parlata lo sostituisce con l’accusa- tivo preceduto dalla proposizione eis (pronuncia is). —: Cfr. C. Capos, Nouvelle grammaire grecque, Hei- delberg, Groos, 1908, pag. 20; e Palumbo, Grammatica del greco volgare, Heidelberg, Groos, 1907. (3) Lo stesso numero di casi, cioè, che aveva il gotico: nominativo, genitivo, dativo e accusativo: il vocativo non aveva forma propria: si usava — come si usa in tedesco — il nominativo, ma, in alcuni casi, l’accusativo. — Cfr. 8 241. — Cfr. S. Friedmann, Lin- gua gotica, con speciale riguardo al tedesco, inglese, latino e greco, Milano, Hoepli, 1896, pag. 14. i (4) Il russo non ha l’ablativo, ma lo «strumen- tale » (tvarìtelnyi padièsg’) esprimente, senza prepo- sizione, lo strumento, il mezzo dell’azione, ed il « pre- posizionale » (prédlosg'nyi padièsg’), che è sempre ret- — 337 — Tese dgo as ASA E TL ni dn rl|L1111_——1—— _—_mr——_—_——90Ò0ooIÒT  ‘I «casi» son dunque insufficienti ad esprimere tutta la grande varietà dei complementi. Perciò anche. le lingue con nomi a flessione (declinazione) necessi- tano di preposizioni, destinate ad ovviare a tale deficienza espressiva. | | Persino quelle lingue che hanno un grandissimo numero di casi necessitano di preposizioni (o postpo-. sizioni). Il primato per dovizia di «casi» spetta a due lingue agglutinanti: il finlandese con i suoi 15 casi (1) ed il birmano con 17 (2); ma neppure tanta ricchezza morfologica. impedisce a queste due lingue di dover ricorrere a costrutti preposizionali. 424. — Le preposizioni sono così. chiamate perché si « prepongono » al nome, a differenza delle desinenze che erano aggiun- te ad esso nella declinazione. 425. — In origine, la preposizione non era che un avverbio, esprimendo appunto una mo- dificazione ‘dell’azione verbale. Anche nella sua funzione attuale essa, pur reggendo un to da preposizione. — Cfr. R. Gutmann-Polledro & A. Polledro, Grammatica russa teorico-pratica, 3% ediz., Torino, Lattes, 1933, pag. 19. — Il serbo e il croato hanno anche il «locativo », il quale esige però an- ch’esso la preposizione. — Cfr. B. Guyon, Grammatica teorico-pratica della lingua serba, Milano, Hoepli, 1919, pag. 45 e segg. — G. Androvic’, Grammatica della lingua croata, 4% ediz., Milano, Hoepli, 1942, pag. 53 e segg. (1) Nominativo, genitivo, accusativo, partitivo, in- struttivo, comitativo, privativo, essivo, traslativo, ines- sivo, elativo, illativo, adesivo, ablativo, allativo, senza tener conto di un «prolativo » di alcuni sostantivi come meri, « mare » (meritse, « per via di mare »), maa, « terra » (maitse, « per via di terra »). — Cfr. A. Hà- màlainen, Finnisch, Berlin, Langenscheidt, 1917, p. 22 e segg. (2) Nominativo, nominativo specifico, nominativo enfatico, oggettivo, oggettivo specifico, possessivo, da- tivo, dativo finale, causativo, strumentale, connettivo, locativo, locativo specifico, ablativo, ablativo nomi- nativo, vocativo, espletivo. — Cfr. A. Judson, A Gram- mar of the Burmese Language, Rangoon, Phinney, 1888, pag. 17 e segg. NATURA DELLA PROPOSIZIONE sostantivo, è ideologicamente connessa con il verbo, che ne resta modilicato. Allorché diciamo « passarono sotto il ponte» e « passarono sopra il pontc», percepiamo benissimo che non soltanto il ponte è affetto dalla nozione pre- posizionale, ma anche l’azione del passare ha una mo- dificazione (1). 426. — Il valore « avverbiale » viene con- servato e reso ancora più evidente allorché le stesse parole che servono come « preposizio- ni » si combinano con un verbo, generando un verbo composto. È evidentissimo che in verbi quali comporre, sot- tostare, percorrere, trasferire, addurre, circondare, ecc., i varî prefissi (« con- », «sotto- », « per- », lat. trans-, « ad- », lat. circum-) non potrebbero aver fun- zione più tipicamente « avverbiale », cioè modificatri- ce del verbo, poi che formalmente si incorporano ad esso, formando quindi anche nel pensiero un’idea unica con il verbo stesso. La natura avverbiale della preposizione af- fiora nuovamente, allorché essa viene a trovarsi priva (1) Infatti il gesto eventuale che accompagni tali espressioni non allude soltanto al ponte, ma anche allo specilale modo di-passare. — Il gesto, spontaneo ed atavico in ciascun popolo, è commento, interpre- tazione e complemento del linguaggio orale, quando non ne è addirittura un surrogato. Verbo ed avverbio si unificano nell’interpretazione mimica. Presso molti popoli, ad esempio gli Halkomelen della Columbia Britannica, « un terzo almeno dei significati delle loro parole o delle loro frasi è intimamente legato ai gesti. Se un Coroado vuol dire «io andrò nel bosco » egli dice « andare nel bosco » e con un movimento della bocca indica la direzione che vuol prendere ». Ed al- tri numerosi esempî son elencati da L. Lévy-Bruh], Les fonctions mentales dans les sociétés inférieures, Paris, Alcan, 1910, pag. 182 e segg. — « Nell’Africa occidentale non si può parlare nelle tenebre, essendo invisibili-i gesti» A. H. Kingsley, Travels in West Africa, London, 1897, pag. 439, — e «la determina- zione del verbo è stabilita dal gesto che l’accompa- . gna » J. L. Wilson, cit. dal DEE Primitive Culture, vol. I, pag. 149. — 339 — Fe a. I usnesntiotnt -29T YFre pois *» d. del sostantivo cui si riferisce. Perciò il francese può dire « /ls prirent son manteau et s'en allèrent avec », « Presero il suo cappotto e se lo portarono via »: in cui « andarsene-con » forma un’idea unica. E analoga struttura (sintattica e quindi ideologica) è ancor più frequente in inglese: the man she was speaking with, « l’individuo con il quale ella parlava » (letteralmente: « l’individuo [che] ella parlava-con »); the book he is looking for, «il libro che egli sta cercando » (dlette- ralm. « il libro [che] egli guarda-per »). Considerando la « preposizione » aggregata al verbo, e perciò in fun- zione avverbiale, queste strutture ci divengono chiare, e ne è quindi facilitato l’uso. 427. — Queste premesse sorio indispensa- bili perché, chiarendo la natura e le funzioni della preposizione, servono a spiegar- ci anche altri fenomeni che ci apparirebbero illogici se non addirittura paradossali. Così, ad esempio, può sembrar curioso che, nel distinguere lo « stato in luogo » dal « mo- to a luogo », le lingue fornite di declinazione pongano in caso diverso non il nome espri- mente la cosa che sta ferma o si muove, ma il nome esprimente il luogo, le cui condizioni reali non mutano. Si dice in latino Caius Romae habitat, « Caio abi- ta a Roma», e Caius Romam venit, « Caio è venuto a Roma », ponendo in genitivo-locativo oppure in ac- cusativo proprio Roma, che resta immutata, mentre non varia Caio, nel quale è la differenza reale di sta- to o di moto. Parimenti, in altre linguc, l’espressione « nella scatola » assume una forma grammaticale di- versa, a seconda che l’oggetto vi stia o vi sia posto, sebbene la scatola non muti affatto nella realtà. L’apparente stranezza ha invece la sua lo- gica spiegazione allorché si consideri che di- cendo in der Schachiel o v Raròpku o v iàsc’cik (moto a luogo) invece che in der Schachtel o v Raròpkie o v iàsc’cikie (stato in luogo) non si intende che il recipiente subisca una modi- ficazione, ma che sia diverso il rapporto di esso con il verbo: tale diverso rapporto è co #40 = I TRE STADI LOCATIVI mn capsa n ‘capsàm in der Shaohtel in Sie Shadtel B kopoòke _ B Kopo0xy B AIMMKe B SHIHK mn the box into the box nella scatola | en la caja —. | STATO nacara MOTO IN LUOGO dans la boîte AA LUOGO Tre stadî grammaticali: I) Il mota influenza morfo- logicamente il luogo; II) Il moto influenza la prepo- sizione; III) Il moto non influenza né l'una né l'altra (8 427) — 341(=, affini: e EST £ Ye koh «a.  espresso dalla desinenza, la quale è un com- pletamento dell’idea preposizionale: 0, più esattamente, la preposizione ha la funzione di completare ‘specificamente l’idea che la sola desinenza del « caso» non è sufficiente ad esprimere (1). 428. — L'uso del « caso » completato da una preposizione rappresenta uno stadio in- termedio tra l’espressione sintetica e l’anali- tica. Più vicino all’espressione analitica è il co- strutto di quelle lingue nelle quali la difîe- renza tra « stato in luogo » e « moto a luogo » è resa con differenti preposizionui (2). Completamente analitiche son le lingue neolatine, avendo abolito ogni differenza an- che nelle preposizioni: queste hanno il sem- plice significato locativo: se si tratti di « stato » e « moto » sono di pertinenza espres- siva del verbo. 429. — Come si vede, l’esame di differenti lingue serve ad illuminarci sulla evoluzione della mentalità linguistica. Con questi con- ironti constatiamo inolire la grande coerenza della lingua italiana con il criterio fondamen- tale prevalentemente analitico che ne regola le espressioni. (1) Si noti anche l’analogia per cui ila preposi- zione in non è necessaria, in latino, dinanzi a quegli stessi nomi (città e piccole isole) che nelle lingue neolatine non prendono l’articolo (vedi 8 345-347). Essi necessitano di una minor determinazione, poi che la localizzazione è già espressa con sufficiente precisione. ._ (2) Intermedio tra i due stadî (I e II) ossia con le caratteristiche di entrambi è il costrutto locativo greco classico, in cui lo «stato in luogo » è espresso da en con il dativo, ed il « moto a luogo » con eis e l’accusativo. Il greco moderno segue ie norme classi- che nella lingua scritta, mentre nello stile parlato non fa distinzione, usando sempre eis (pronunzia is) o es, o 5 o sé con l’accusativo, sia per lo Stato che per il moto: « eis tèn pòlin», «in città, nella città, alla città » (cfr. 8 370). — 342 — Lama 1 e lAbiuian e cera | amm —_—ointe n, TRE DIVERSI « DOVE» less 430. — Il medesimo criterio ha indotto la nostra lingua ad abolire la differenza morîfo- logica degli avverbî locativi, non di- stinguendosi in essi lo « stato in luogo » dal «« moto a luogo » né dal « moto da luogo » (1). hol? )honnan going to? î coming from? La localizzazione può essere statica o implicare mo- to... (8 430) - Gli studenti di latino non debbono stupirsi se l’in- segnante considera gravissimo errore l’uso di ubi per quo e viceversa (2). (1) Questi -paragrafi son collocati qui, appunto per la loro analogia con le preposizioni locative. Queste rispondono alle domande dei pronomi locativi inter- rogativi. (2) È nota ed istruttiva la barzelletta, utilmente ripetuta ad ogni novizio di studî latini. All’allievo che chiedeva: « Ubi vadis, magister? », l’insegnante rispon- de: « Ad reperiendum quo! » (« A ritrovare il quo! »). i 7. ? 4 dI di hd Pur nelle lingue più lontane, questa differenza, se esiste, va rispettata rigorosamente. Per un Ungherese o per un Giapponese, esatta- mente come per un Tedesco, i tre avverbî interroga- tivi locativi rappresentano tre domande ben diverse, in due delle quali essi riconoscono una vera e propria « freccia di direzione » esprimente il « moto a luogo» o la « provenienza ». L’inglese ha un solo «dove» iniziale, ma esso è completato con una preposizione (propriamente av- verbio; vedi 8 428): il to della domanda per il « moto a luogo » è il medesimo che trasforma la preposizio- ne in (stato in luogo} in into (moto a luogo) (1). Nelle lingue che hanno tale differenza, lo scambio dei diversi avverbî è errore grave, poi che essi corrispondono a tre differenti idee: quo? = [stando] dove? ubi? = [andando] dove? unde? = [venendo] da dove? È perciò un controsenso dire «ubi vadis? », poi che equivarrebbe a « vai stando dove? », oppure « quo es? » che significherebbe «stai fermo movendo verso dove? ». La lingua italiana ha escluso dall’avverbio loca- tivo ogni idea di stato o di moto, e perciò il nostro «dove» ha sostituito tre diversi avverbî latini. In tanto li ha sostituiti però, non in quanto il « dove » equivalga ad essi, ma perché, in coerenza con il gene- rale criterio analitico, ha scisso dall’avverbio ed ha affidato al solo verbo ogni còmpito espressivo delle idee di «stato » o di « moto ». (1) Ed è il medesimo fo, implicante idea di « mes- sa in moto », che l’inglese prepone all’infinito. (Cfr. 8 150 a pag. 97). L’aderenza del to con l’infinito è anzi così intima che l’inserzione di un avverbio o lo- cuzione avverbiale tra i due equivale a «spaccare l’infinito » (to split an infinitive), e ciò è condannato dai puristi come « norma abusiva dello stile scadente » («a shibboleth of second-rate style ». J. F. Genung, The working principles of Rhetoric, Boston, Ginn, 1900, pag. 230. — Cfr. anche la divertente trattazio- ne in H. W. Fowler, A Dictionary of Modern English Usage, Oxford, Clarendon Press, 1927, pag. 558-561). Id _. ni AE ho - 7 dr I VARI UFFICI DEL «DI » * * %* 431. — Il limitato numero di « casi » con- tro la grande varietà di complementi possibili rendeva necessario l’uso di un medesimo caso per complementi diversi, accompagnandolo 0 non con preposizioni. Il genitivo latino, ad esempio, non è mai accom- pagnato da preposizione: sua funzione caratteristica è quella di esprimere il « complemento di specificazio- ne »: ma anche tale complemento può avere significati ben differenti: il « genitivo » che è in flumen Italiae non è del medesimo significato di quello che è in am- phora aquae: nel primo caso si specifica che il fiume è «d’Italia » (genitivo) in quanto è «in Italia », men- tre nel secondo l’anfora è «di acqua» (genitivo) in quanto è piena di acqua, ossia è proprio l’acqua che è nell’anfora e non l’anfora nell’acqua (1). Persino in casi in cui il « complemerto di speci- ficazione » sembra grammaticalmente identico, una certa differenza è osservabile. Allorché diciamo «la casa di Dante », la preposizione « di» non esprime il medesimo rapporto con Dante che allorquando di- ciamo «il poema di Dante » o «il ritratto di Dante »: la casa appartenne a Dante, il poema fu scritto da Dante, il ritratto raffigura Dante: i tre « rapporti » son ‘ben diversi. Ed esiste persino una differenza di rap- porto con Dante allorché diciamo «la casa di Dante » oppure «la tomba di Dante »: in quella era Dante vivo, in questa giacciono i resti di Dante. 432. — Oltre i suddetti complementi, la preposi- zione « di» può servire ad esprimerne parecchi altri, i quali possono non coincidere affatto con il genitivo latino o di altre lingue, né la nostra preposizione va sempre resa con le equivalenti preposizioni in altre lingue (inglese of, tedesco von, francese, spagnolo e portoghese de, ecc.). (1) Tra i numerosi manuali di avviamento allo studio latino ve ne sono di eccellenti: particolare se- gnalazione merita, per chiarezza, quello — pur rigo- rosamente tradizionalista — di Q. Ficari, /anua: analisi logica e prime letture latine, Roma, Sormani, 1938, con un nitido « Quadro sinottico dell’uso dei casi». — 345 — murzvpr Suri fici ire US  Può trattarsi, ad esempio, di un complemento di origine, natura, patria, provenienza: pesce d’acqua dolce ,Dionigi d' Alicarnasso; vien di lontano, porcella- ne di Sèvres, nuovo di zecca, fresco di bucato. « di quella nobil patria natìo » (Inf., X, 26). Può esprimere misura: un foro di 4 millimetri, una pistola di calibro 8, una tensione di 20.000 vol- ta (1), ecc. l Può indicare il soggetto, l'argomento: si parlava molto di lui, un libro di grammatica, che c’è di nuo- \o?; oppure di maniera: di corsa, di trotto, di sfug- gita, dì traverso, di fretta (meglio in fretta). Può anche esprimere complemento di agente o causa: «semo perduti, e sol di ‘tanto offesi, che sanza speme vivemo in disìo ». (Inf., IV, 40-41). E la serie è ben lungi dall’esser completa. . 433. — Non meno ricca di significati diversi è la preposizione da, che ha anch’essa numerosissime accezioni differenti, come appare dalla vignetta ac- clusa, nella quale pur non son compresi molti altri usi: es. un motore da 8 cavalli-vapore, chi fa da sé fa . per tre, l’aspettiamo da tre ore, questa porta si apre da dentro, di là dal confine, ecc. Percepiamo benissimo che tutti questi da esprimo- no relazioni differenti. 434. — Praticissima e facile regola per ri- conoscere di quale complemento si tratti, os- sia come debba esser espressa la preposizione passando ad altra lingua, è quella di sostituire la preposizione stessa con un costrutto che dica esattamente la stessa cosa. Allorché, ad esempio; diciamo la città di Firenze, sentiamo che il rapporto con Firenze non è il mede- . . (D Oppure di 20.000 volt, adottando il vocabolo internazionale; ma non volts, con una desinenza eso- tica per un vocabolo tanto gloriosamente italiano! (cfr. 8 223). i n pra * POLIEDRISMO PREPOSIZIONALE simo che allorché diciamo una veduta di Firenze o i palazzi di Firenze. In questo secondo caso la prepo- sizione di ha il suo vero valore di « specificazione », mentre la città di Firenze significa la città che ha no- me Firenze; e così, diventa evidente che in latino si debba usare non il genitivo ma il « nominativo ». una donna dai capelli ne- ri guarda dalla finestra CARTE DROGHERIA il pacco DAPARATI] | @z--1.datole i stag 7 / \) va dal droghiere ma esce dal | droghiere non lontano a dal droghiere i Una medesima preposizione può aver significati ben differenti esprimendo rapporti diversi... (8 433) Non facile è il corretto uso delle preposi» zioni nelle lingue straniere, e spesso proprio in quelle che maggiormente sembrano avvi- cinarsi alla nostra, poi che più agevole è l'er- rore di trasportare 1 In esse quel tipo di « con- nessione » che ci appare naturale e logico e che, invece, è tipico della nostra lingua, e che 0  quindi può essere — e assai spesso lo è — ben diverso in un altro idioma (1). Analisi e riflessione ci riveleranno, ad esempio, che « andare in bicicletta » non significa essere nel veicolo come quando si va «în treno » o « in barca » o «in aeroplano », e ci sarà agevole comprendere e ricordare perché il francese dica, invece, « aller à bi- ciclette », come dice « aller è cheval », poi che la po- sizione è la stessa. Allorché diciamo « parlare col raso », la preposizione con esprime un rapporto ben diverso di quel che essa esprime allorché diciamo « parlare con un amico »: ed il francese dice infatti « parler du nez », il tedesco « durch die Nose spre- chen ». | 435. — Per analogia con la matematica, possiamo applicare il criterio della « scompo- sizione in fattori primi ». Se il significato della preposizione non è scomponibile in altre idee, la preposizione ha il suo pieno valore, appun- to come un numero non scomponibile in fatto- ri primi è un numero « primo », cioè inscin- dibile (2). 436. — Buona guida è anche il « sentimen- to » (cÎr.8 52 e 8 108), specialmente in quelle espressioni che hanno appunto un contenuto affettivo. Il «dativo etico » esprimeva appunto, in latino, questo rapporto che è parzialmente « finale », mentre esprime anche interesse, affetto, piacere o dispiacere: tale « dativo » — per indicare il quale la qualifica di © (1) « Toute collectivité humaine identifie ou as- simile les idées d’une manière particulière et caracté- ristique. Les peuples divers voient les choses et les faits sous des angles différents et sont diversement impressionnés; chaque nation persoit les étres et les mouvements d’une facon qui lui est propre ». I. Ep- stein, La pensée et la polyglossie, Paris, Payot, 1910, pag. 100. . (2) Per la comprensione razionale dei numeri pri- mi, cfr. Toddi, / numeri, questi simpaticoni, 32 ediz., Milano, Hoepli, 1945, pag. 60 e segg. VE EE (IRE SE BE sa . IL DATIVO ETICO etico è ben appropriata — è conservato in italiano: id vobis bene est, «ciò va bene per voi», questo vi sta bene!» (anche nel senso ironico): « quid mihi Caius agit? « Che diamine mi sta combinando Caio? ». 437. — La comprensione di questo fattore sentimentale in una preposizione giova non di Firenze dildi 3131 2}? 4j 1 | . ni Analizzare le preposizioni con il criterio della scom- posizione in fattori primi... (Firenze, in una xilogra- fia di Michele Wohlgemuth e Guglielmo Pleydenwurff nel Liber Chronicarum di Sebaldo Schedel, . 1493). | i ‘ (8 435) soltanto a renderne la natura e l’efficacia al- lorché si voglia esprimere la medesima cosa in una lingua straniera, ma l’analisi psicolo- gica e linguistica di tali espressioni ci rivela connotati interessanti sulla mentalità dei po- poli e persino sulla loro visione della realtà. ‘949  - Sol chi si ponga da un punto di vista del creden- te potrà infatti intendere tutta l’efficacia espressiva della comune invocazione italiana « Fatelo per le ani- me sante del Purgatorio! »: la preposizione ha ap- punto un contenuto etico-religioso (1): e si intenderà anche il valore, che non è aridamente grammaticale, dei numerosi per che sono nel Cantico delle Creature . di S. Francesco: « Laudatu sii, mì Signore, per frate ventu et per aere, et nubilu, et serenu, et onne tempu... » (1) Il sostantivo inglese sake è tipicamente espres- sivo di questo valore affettivo adombrato in un voca- bolo. Originariamente affine al tedesco Sache, « cosa», ha acquistato un significato prevalentemente etico, proprio come il latino causa, da: cui il nostro « cosa», ha anche dato «causa» nel senso di procedimento giudiziario nel quale sia in gioco l'interesse‘ mate- riale e morale delle parti. (Cfr. E. Weekley, The Ro- mance of Words, London, Murray, 1925, pag. 2). — Le espressioni « for charity's sake! », « for Goodness sake! », « for charity's sake! » (« per l'amor di Dio! »), « for mercy's sake », « for pity's sake! » (« per pietà! »), « for old sake’s sake!» («in nome dei tempi passa- ti! ») illuminano questo feeling, che si ritrova in name- sake che non esprime soltanto « omonimia »: se ad un bimbo è imposto il nome di Jàmes in onore del nonno, il rapporto di esser namesake, ossia « omoni- mo » non è soltanto onomastico ma anche. affettivo. — Parimente non si può intendere la vera differenza intima tra le due postposizioni locative giapponesi ni e de (equivalenti grammaticalmente alla nostra pre- posizione «in») se non si prende come chiave la mono no aware, ossia quel sentimento di tenerezza e sintonia che armonizza in un tutto affettivo esseri umani e cose, e per la quale anche l’ambiente « par- tecipa » all’azione umana. Si comprende così perché il Giapponese usi ni come semplice indicazione di « stato in luogo » senza azione, mentre usa de (strumentale) allorché vi si compia un’azione, qualunque essa sia. poi che anche il luogo è « strumentalmente » connes- so con essa. Es.: niwa ni wa kodomo ga orimasu, « nel giardino c’è un bimbo »; niwa de wa kodomo ga aso- bimasu, « nel giardino un bimbo gioca ». -— 350 — fé Le voci connettive (XX1) 438. — I concetti, espressi in « pro- posizioni » (vedi $ 125), sono connessi fra lo- ro (1). | | Alla concatenazione mentale corrisponde la concatenazione dell’espressione linguisti- ca (2). Tale concatenazione è talora evidente di per sé, ed il nesso tra i concetti non necessita di speciale indicazione con parole specifiche: è sottintesa nella pausa, breve o lunga, che intercorre tra le proposizioni di un periodo e tra i periodi del discorso. Anche nel discorso in cui «si salta di palo in (1) Secondo R. Avenarius il concetto rappre- senta un risparmio di energia, permettendo di abbrac- ciare con il minimo sforzo un gran numero di oggetti, e ciò risponde al criterio che lo Avenarius pone a base della conoscenza, per cui — per il principio d’i- nerzia e del minimo consumo di forza — l’anima non adopera in una percezione più forza di quella che | sia necessaria. — Cfr. A. Avenarius, Kritik der reinen Erfahrung, 1888-1890. — Vedi oltre, $ 452. (2) Secondo un felice paragone di J. Piaget, «il linguaggio fa uso costante di spago », poi che le con- giunzioni e le preposizioni son lo spago del linguag- gio, per tener unite le idee. I bimbi che non sanno an- cora far uso di tali parole di collegamento « sont des enfants qui ne savent pas faire de paquets ». J. Pia- get, La pensée symbolique et la pensée de l’enfant, in «Archives de Psychologie », Genève, 1923, V, pag. 302. ——_ Py VEO dd a.t.  frasca » vi è una connessione, per associazione di idee (I). Ad esprimere la connessione tra le propo- sizioni serve una speciale « parte del discor- so » e cioè la congiunzione. 439. - La congiunzione compie, ri- spetto alle proposizioni, la stessa funzione che la preposizione compierispetto ai nomi ed altre parole. In alcune lingue molte congiunzioni coincidono con le preposizioni (2). La correlazione tra congiunzione e preposizione è dimostrata dal fatto che una preposizione può so- stituirsi ad una congiunzione allorché un verbo di mo- do finito sia mutato in un sostantivo (infinito, cfr. 8 129 e segg.): es. « Siccome egli ha scritto, si è final- mente saputo dov'è » —« Dal suo scrivere (o « dal . l'aver egli scritto ») si è finalmente saputo dov'è ». 440. — Le congiunzioni sono così chiamate perché « congiungono » le proposi- (1) Allorché questa associazione ha calatteri tali da poter apparire stravagante all’interlocutore, sen- tiamo il bisogno di segnalargli l’inattesa ed apparen- temente illogica deviazione. A tale scopo è destinata la formula « a proposito », la quale — contrariamente al significato letterale — serve generalmente ad in- trodurre concetti i quali non presentano una connes- sione con i concetti ai quali fan seguito. Pur se non v'è connsssione «logica », v'è però pur sempre una connessione « ideologica », -costituita appunto dall’as- sociazione di idee. E ciò dimostra ancora quanto complesso e interessante sia lo studio del nesso tra formule linguistiche e pensiero. (2) Il giapponese Kara, ad esempio, è una « post- posizione » che vale la preposizione «da» (prove- nienza, causa) se regge un nome, mentre vale una congiunzione (causale) se regge un verbo: sono tega- mi kara, « dalla sua lettera », Kaita kara, « poich8 [egli] ha scritto »: con la postposizione concretiva no si può sostantivare tutta una proposizione, la quale diventa così un nome e può esser retta da postposi- zioni (= preposizioni): sono tegami wo kaita no de, «per (de, postposiz. strumentale) il fatto di (no) aver scritto la lettera ». ni: 850) tn Scilla e Cariddi non fanno più paura... ($ 378). n TREZIN x SA YSIAVNAL®S> ANDÒ CONCITA POR NOCEREPOLTAROioa ... diversi valori della preposizione « di» ($ 431). La casa di Dante (a Firenze) — La tomba di Dante (a Ravenna)— Il poema di Dante (tavola di D. pA MIcHELINO, in S. Maria del Fiore). RANGO DELLE PROPOSIZIONI zioni: queste possono essere dello stesso ran- go o di rango diverso. Nel primo caso le con- giunzioni sono coordinanti o coordi- native, nelsecondo sono subordina n- tio subordinative. « Lo giorno se n’andava, e l’aer bruno loglieva gli animai che sono in terra dalle fatiche loro; e io sol urto m ’apparecchiava... (Inf., II, 1-4). Le tre proposizioni (1) esprimono tre eventi che «sono sul medesimo piano: sono l’esposizione di tre fatti che avvengono parallelamente, espressi senza nesso di interdipendenza: ia congiunzione e, indican- te tale « coordinazione » è una congiunzione Ccoor- dinativa. Allorché, invece, diciamo: « Se non ‘è vera, è ben trovata », la prima proposizione non è sullo stesso piano che quella principale: esprime una condizione, ossia quasi un retroscena, un «secondo piano »; ap- partiene insomma ad un altro rango. Vi è un nesso di dipendenza, e tale nesso è espresso appunto dalla congiunzione ipotetica se, che è congiunzione subo T- dinativa. 441. — Le preposizioni possono ripartirsi in tante specie quante sono le relazioni di coordinazione e di subordinazione che esse esprimono. 442. — Tra le congiunzioni coordinative le più importanti e Îrequenti sono: le congiunzioni copulative, le qua- li si limitano ad esprimere una pura e sem- plice unione di due proposizioni, affermativa- emnte o negalivamente: tali sono €, ariche (positive); né, neanche, neppure, nemmeno (negative); (1) Non tenendo conto dell’inciso «che sono in terra ».  Specialmente quelle negative possono usarsi cor- relativamente: ed in tal caso si noti che in alcune lin- gue hanno forma diversa pur quando noi useremmo la ripetizione del né: p. es.: « Non mangerete di esso, né lo toccherete » diventa, in inglese: « Ye shall not eat of it, neither shall ye touch it » (Genesi, III, 3). le congiunzioni disgiunitive, le quali stabiliscono un’alternativa, in modo che una delle due proposizioni escluda l’altra: tali sono e, ovvero, oppure, ossia; Valgono anche per queste le osservazioni prece- denti: p. es. «O entrate o uscite! » diventa, in ingle- se: « Either come in or go out! ». le congiunzioni avversative, le quali esprimono un’opposizione; tali sono ma, anzi, tultavia, peraltro, pure, però: « Il mini- stro si ricordi che non i {itoli illustrano gli uomini, ma gli uomini i titoli » (Machiavelli, Pensieri, XIV, 26); le congiunzioni dimostrative o dichiarative, le quali introducono una diversa esposizione dei medesimi conceiti (1): tali sono le congiunzioni cioè, ossia, infatti. 443. — Tra le congiunzioni subordinative le più importanti e frequenti sono: le congiunzioni temporali, di con- temporaneità, precedenza, durata, successio- ne, ecc.: tali sono quando, allorché, come, ap- perta, ecc.: «. Quel giusto figliuol d’ Anchise, che venne da Troia, quando il superbo Ilion ju combusto » (2) (Inf., 1, 73-75) (1) Alcune grammatiche denominano « dichiara- tive » le congiunzioni integranti (vedi 8 444). (2) Secondo taluno deve leggersi invece: « poi che ’l superbo Ilion fu combusto »; ma anche « poi che » è un costrutto congiuntivo temporale. (Cfr. $ 447). — 354 — CONGIUNZIONI INTEGRANTI le congiunzioni condizio nali, e- sprimenti un'ipotesi o condizione: tali sono se, qualora, purché, Con la congiunzione condizionale se coincide la congiunzione dubitativa se, la quale esprime una con- nessione ben diversa: « Se la domanda sarà presen- tata in ritardo, non si sa se essa sarà accettata » (il primo se è condizionale, il secondo è dubitativo). Di tale differenza bisogna tener conto esprimendosi in quelle lingue che hanno voci distinte per i due diver- si casi. (Cfr. $ 113). le congiunzioni causali (perché, poi. ché, giacché), finali (affinché, acciocché, perché), concessive (quantunque, seb- bene, ancorché), ecc. le congiunzioni integranti. 444, — Si può dare il nome di inte- granti a quelle congiunzioni che hanno il còmpito di conglobare in un tutto unitario la proposizione che esse reggono, sì che essa possa servire da soggetto, oggetto o comple- mento circostanziale al verbo della proposi- zione cui è subordinata. La più usitata di tali congiunzioni è che: « E par che sia una cosa venuta di cielo in terra a miracol mostrare » (Vita Nova, XXVI) Tutta la proposizione che segue la congiunzione che è, in questi versi, il soggetto del verbo pare. Pa- rimente accade nei versi: I «Non è ver che sia la morte il peggior di tutti i mali» (Metastasio, Adriano in Siria, a. III, sc. 62) nei quali tutto ciò che segue la congiunzione che serve da soggetto alla proposizione principale « non è ver ». : « Gioco che l'hanno in tasca come noiî » (G. Giusti, Sant'Ambrogio, v. 93) — 355 = ia /S/SS(‘\),\(\‘\‘\‘\‘————#|E e e grzEE A AAIENSINIE  « l'hanno in tasca » (=«l'hanno in uggia », cioè « non lo possono soffrire ») è il complemento oggetto di gioco (= « scommetto »). 445. — Questa congiunzione che può es- ser chiamata anche determinativa, in ° quanto ha Îunzione affine a quella dell’ artico- lo determinativo: è quasi un articolo determi- nativo preposto a tutta la proposizione che es- sa unifica obiettivamente. Infatti, in latino, tutta la proposizione soggettiva o obiettiva si sostantiva nel tipico costrutto del sog- getto in accusativo con il verbo all’infinito: « Deum esse certum est», « È cosa certa che Dio esiste», « Aristoteles censet omnia moveri », « Aristotele cre- de che tutto si muova ». 446. — Il che determinativo non va conîu- so con il che consecutivo (vedi 8 267), il quale è sempre preceduto da un antecedente con il quale è in correlazione: « Il freddo è tal che i bajfi stala!titificanomi- [SI » (1) (A. Boito) 447. — Funzione intermedia Îra la deter- minativa e la consecutiva ha il che quando concorre a formare i costrutti congiuntivi, os- sia accoppiamenti di parole con valore di con- giunzione: fosfo che, appena che, non osianie che, ecc. Talvolta forma un vocabolo unico, fon- dendosi con l’antecedente: poiché, giacché, al- lorché, ecc. equivalgono a poi che, già che, allor che: e si usano, infatti, in entrambe le (1) Questo vocabolo è un arguto campione della possibilità che la lingua italiana ha di collocare l’ac- cento lontano dalla fine quanto ne dista la sillaba più significativa: abbiamo in esso una parola sestisdruc- ciola, la quale, pur avendo nove sillabe, conta metri- camente per quattro sillabe, poi che le cinque sillabe che seguon l’accento contan per una sola. — 356 — « PERCHE » forme, Così son nate anche alire congiunzio- fi, quali acciocché, fuorché; benché, finché, ecc., tutte risolvibili nei loro componenti. 448. — Analoga formazione ha avuto la congiunzione causale e finale perché. 449. — Il perché interrogativo è, invece, un avverbio, edilche in esso contenuto non è la congiunzione che ma il pronome che con significato neutro, equivalente a « che co- sa» (1). La distinzione tra il perché della doman- da e il perché della risposta — che esiste nel- la gran maggioranza delle lingue — v'è anche in italiano, ed a questa differenza ideologica (2) corrisponde anche una differenza di pronun- zia, coerentemente con il significato. Allorché la bella fiamma della curiosità ci fa esprimere il desiderio di conoscere la causa o il fine delle cose noi chiediamo « per che » (3) ed il che è sostanziale (pronome sintetizzante l’incognita -che vo-. gliamo conoscere) e perciò espresso anche fonicamen- te con energia, mentre nella risposta il che del perché è puramente congiuntivo del per con ciò che segue, e vien perciò pronunziato con minor energia. Ciò avviene anche nelle interrogative indirette, nelle quali il perché, appunto perché interrogativo, (1) Cfr. 8 268. (2) Caratteristica della domanda è contenere l’e- spressione dell’incognita (la x matematica, che era ori- ginariamente chiamata res), oppure di porre il dubbio interrogativo su un dilemma (dubbio ha la stessa ra- dice di due, come il tedesco Zweifel deriva da zwei). —- Il cinese ha particelle interrogative diverse, a se- conda che la risposta si possa esprimere con un sem- plice «sì» o «no», oppure se richieda indicazioni più specifiche. ° (3) L’interrogativo latino cur (formatosi da quoi+ rei, cuirei, poi cuire, cuir, cur) è stato scisso nell’ita- liano perché = per+t che, in coerenza con il criterio analitico informante l’evoluzione del nostro idioma (cfr. 8 67). -GRAMMATICA PELLA LINGUA IS H0N conserva la sua importanza. In due versi consecutivi danteschi abbiamo i due perché: « Ma. perché poi‘ ti basti pur la vista, intendi come e perché son costretti » 7 (nf., XI, 20-21). See TED. warum? \i\ weil INGL. ARABO INGL. why? Ri Fa... sen 2 rm OTUerO? ur sy to CUR. perche erche . PEG MT 6. La bella fiamma del « perché? ». (8 449) | cciQsgica È OR ‘2 - _ Fi ti GIUDIZI ARTICOLATI FRA LORO Il primo perché è congiunzione finale, equivale ad affinché ed ha perciò l’ultima sillaba (congiun- zione) fonicamente tanto debole che la parola diven- ta quasi piana; il secondo perché, invece, è avverbio con contenuto di derivazione interrogativa: in esso il che ha carattere pronominale, (equivale a «che cosa, quale ragione ») ed è perciò fonicamente percossa da nitido accento, conservando pur nell’intonazione un che di interrogativo. 450. — Tale distinzione è molto importan- te, non soltanto ad intendere con chiarezza ciò che diciamo, ma anche per la traduzione in altre lingue. Infatti il secondo perché della citazione dantesca va reso con il perché dell’interrogazione — diretta o indiretta — nelle lingue che hanno tale distinzione formale (1). 451. — Normalmente, la congiunzione uni- sce due proposizioni: essa può anche unire, formalmente, due parti della stessa proposi- zione: si tratta, in tal caso di una proposizio- ne composta, nella quale ciascuna delle parti equivale ad una proposizione intera: « È arrivato, ma troppo tardi » equivale a « È arri- valo, ma è arrivato troppo tardi ». 452. — «La congiunzione è propria delle lingue arrivate ad un notevole grado di svi- luppo. Difatti, ciascuna delle. altre parti del discorso non esprime altro che un elemento del giudizio. La congiunzione invece, che uni- sce e articola tra loro i diversi giudizi, e di più (1) E queste lingue, alla lor volta, ci rivelano in modo evidente la differenza ideologica fra i due per- ché: il rumeno ha: pentru ce, in cui ce è pronome, e pentru ca, in cui ca è congiunzione; il francese ha pourquoi (= pour+quoi) e parce que; il russo ha tre interrogativi diversi (« perché? », «a quale scopo? » e « per qual ragione ») formati con diversi casi del pro- nome neutro c’to, mentre il perché di risposta ha, ben distinta, la congiunzione (indeclinabile) c’fo. Re  ne esprime esattamente le diverse relazioni, rende possibile la manifestazione di tutta una ordinata serie di giudizî, ossia di tutl’intero un ragionamento » (1). (1) Morandi & Cappuccini, op. cit., pag. 230, 8 683. — Cfr. anche la nota al $ 436. Le voci appassionate (XXIII) Onomatopeiche degli stati d’animo — intendendo l’« onomatopeica » (0 « parao- nomatopeica ») nel senso chiarito dal $ 418 — possono considerarsi le interiezioni o esclamazioni, in quanto sono la diret- ta interpretazione e manifestazione Îfònica dei sentimenti e delle passioni. 454. — Nella loro forma più genuina, esse sono l’espressione sonora di uno stato d’ani- mo, senza collegamento con radici linguisti- che significative (1). 455. — Le interiezioni possono ripartirsi quindi in tante specie quante sono le diverse passioni e i varî sentimenti e stati d’animo. 456. — Il valore delle interiezioni non di- pende tanto dall’articolazione, ossia dai particolari fonèmi che la costituiscono, quanto dalla intonazione. Il medesimo monosillabo o polisillabo può acqui- stare significati diversissimi, a seconda. deli « tono » con il quale è pronunziato. Così, ad esempio, l’interie- zione ah! può essere di stupore, di ammirazione, di dolore, di contrarietà, di ammonimento severo o bo- nario, di incredulità, ecc. L’interiezione «A! può esprimere la sorpresa, lo (1) Le radici significative, anzi, hanno un’origine onomatopeica o « paraonomatopeica », associata cioè ad uno stato d’animo. spavento, l’intolleranza, l’acquiescenza o approvazio- ne completa (nel senso di «altro che! ma certo! >»), diversificandosi soltanto per il «tono ». La grafìa non registra tali differenze tonali, e neppure la diversa durata della vocale che il « tono » altera, prolungandola più o meno e modulandola su note diverse (1). - Persino quella tipica interiezione che è costituita da un suono emesso a bocca chiusa e prodotto cioè dalla semplice vibrazione delle corde vocali (2), può significare « sì » nel senso più completo, oppure un « sì » con riserva, mentre può essere interrogativo, du- bitativo, ecc. 457. — Anche nel campo delle interiezioni le lingue si diversificano, ciascuna interpre- tando fonicamente sentimenti e stati d'animo secondo il proprio temperamento e lo speciale senso acustico, mentre altri coefficienti pos- (1) Lo ah! di meraviglia può essere breve e senza variazione di nota musicale, oppure prolungarsi con modulazione decrescente (daaal’), mente lo ah! di. disapprovazione e di rimprovero ha un crescendo di intensità (aaaàh!). . (2) Questo suono viene reso graficamente, spe- cialmente dagli Anglosassoni, con « hm! » 0 « hum! », e ne è stato derivato il verbo to hum (olandese hom- melen) il quale significa appunto emettere tale suono a bocca chiusa, o il prodursi di esso: « my head hums » (letteralmente: « la mia testa fa hm ») equivale al no- stro « ho un ronzìo nel capo », o, meglio che un ron- zio, appunto quel suono confuso che la grafia « hm! » o « hum!» vuol esprimere. Il verbo to hum si trova anche in Shakespeare: « The cloudy messenger turns me his back, and hums... ». Nelle antiche assemblee sassoni l’approvazione si esprimeva con tale suono e la disapprovazione con suoni sibilanti. — Il « doppiaggio » cinematografico, dovendo usare per la «riduzione » in italiano suoni la cui articolazione corrisponda all’atteggiamento del- le labbra nell'immagine proiettata, conserva general- mente tale suono, cooperando alla sua diffusione nel nostro linguaggio. DIFFUSIONE DELLE INTERIEZIONI sono intervenire ad influenzare la formazione e l'evoluzione delle espressioni interiettive. Esempio tipico dei risultato di tali influenze è l’interiezione telefonica « allò » che ha oramai una diffusione quasi universale (1). Per tramite sportivo sì è invece diffuso lo urràh! (hurrah!), originariamen- te scandinavo. Insieme con i numerosi vocaboli arti- stici e musicali che, in ogni lingua, documentano il prestigio dell’arte e delle melodie italiche, ha emi- grato negli idiomi. più diversi il nostro aggettivo « bra- vo », diventato interiezione: conserva più o meno il suono italiano, (2) ma, appunto come interiezione ri- mane invariabile pur nelle lingua che hanno la « con- cordanza »: il francese esclama « Bravo! » pur per ap- provare una cantante. A differenza delle onomatopeiche, che sono veri e proprî avverbî e quindi più o meno collegate con il verbo espresso o sottin- teso (cîr. $ 418), le interiezioni hanno caratte- re più autonomo e possono stare anche a sé, in quanto non sono l’espressione di un’idea, o, per lo meno, in esse il « sentimento » preva- le sul concetto. 459. — L’interiezione ha tanto mag- giormente il carattere esclamativo quan. to minore è il significato lessicale che essa contiene. | Lo ahi! di dolore, ad esempio, può esser consi- derato una reazione fisiopsichica ad uno stimolo do- lorifico: come tale, esso è ai margini tra il linguaggio (1) I Giapponesi, che pur hanno sì vastamente adottato la terminologia inglese (specialmente nella forma americana) e chiamano erebétà (= elevator) l'ascensore e birudingu (= building) ogni grosso edi- ficio moderno, rispondono al telefono con il nazio- nale moshi moshi. (2) Poi che in greco moderno il f si pronunzia « Vv », la trascrizione mprabo serve appunto a con- servare all’interiezione il suo valore. fònico italiano. razionale e la pura espressione animale; questa rea- zione fònica, però, si distingue dal semplice « grido » di dolore, che non è articolato. Appunto perciò ha caratteri linguistici, e l’interiezione è « par- te del discorso ». 460. — L’interiezione può essere in diver- so grado connessa sintatticamente — e quin- di anche ideologicamente — con gli altri Voca- boli della proposizione o del periodo di cui a parte. « Ahi! su gli estinti Non sorge fiore ove non sia d’umane Lodi onorato o d’amoroso pianto ». (U. Foscolo, Dei Sepolcri, 88-90) Qui lo ahi! iniziale serve di introduzione interiet- tiva all’intero periodo. Invece, nei versi danteschi « Ahi quanto a dir qual era è cosa dura questa selva selvaggia... » (Inf., I, 4-5) lo ahi serve a intensificare passionalmente il valore determinativo di « quanto », e parimente nei versi man- zoniani : «oh! quante volte, al tacito morir di un giorno inerte... » . (Il Cinque Maggio, 72-73) l’interiezione iniziale oc’! aderisce al determinativo « quante ». La più o meno intima connessione influenza an- che la pronunzia, sia nell’intonazione che nella pausa fra l'intonazione stessa e le altre parole che sono o non sono ideologicamente collegate con essa. 461. — Si può avere persino il fenomeno della interiezione che si fonde con un voca- bolo significativo: così, ad esempio, l’escla- mazione di dolore ahi! forma composti — esclamativi anch'essi — quali ahimé! ahilui!, o, in spagnolo, ay de mi! Il rumeno ha, similmente, vai de mine! — 364 — ee TT — ia ON DESINENZE INTERIETTIVE In latino una interiezione può reggere un caso, sicché la si può considerare una preposizione passionale: ad es. heu me miserum! (Cicerì.); heu stirpem invisam! (Verg.). — Cfr. 8 241). — In turco alcune interiezioni, quali aferin, vay, yaz k, reg- gono il dativo: aferin sana, « bravo tu!» (ietteralm : | «bravo a tel»), vay sana, « disgrazia a tel», yazik sine, « mal per voi! ». Interessantissimo, e tipico, è il fenomeno morfo- logico della lingua coreana, la quale possiede veri e proprî « suffissi interiettivi » (1). . Il fenomeno, del resto, è meno peregrino di quel che possa sembrare, giacché il caso vocativo del gre- co, del latino e di altre lingue è appunto un «caso », nel quale la desinenza ha valore interiettivo: « Eheu fugaces, Postume, Postume, _labuntur anni... » (2). (Orazio, Odi, II, 14, 1-2) La desinenza -e del vocativo è affine all’interie- zione eheu, ma intimamente collegata con il nome, per « declinarlo » (cfr. 8 422). 462. — Dalle interiezioni autonome deri- . vano quelle che, per la maggiore aderenza ad' (1) Ed essi sono anche molto numerosi, ciascuno significando uno speciale sentimento o stato d’animo (cfr. 8 440). Così, ad esempio, il suffisso -rokòn (-iro- kòn dopo una consonante) esprime la meraviglia e si affigge al sostantivo: es.: tjohun ahai-rokòn, « ma che bravo ragazzo!» (letteralm.: «bravo oh-che-ragaz- zo! »); — il suffisso -tjukedta aggiunto al tema ver- bale gli conferisce il senso interiettivo di eccesso: es.: usoso-tjukedta! «c'è da morir dal ridere!» (let- teralmente: « rider-oh-che-non-se-ne-può-più! »); pun- hai-tjukedta! «c'è di che far uscir dai gangheri! ». Persino nel linguaggio infantile abbondano tali desi- nenze, alcune delie quali esclusive nella parlata dei bimbi: ad es. il suffisso -ne (pronunziato quasi -nai per l’enfasi interiettiva) che implica gioia e meravi- glia e che si aggiunge al tema verbale: ajko tjoha! apotji osi-ne! «che gioia! viene papà!» (letteralm.: « Come bello! Il babbo venir-oh-che-gioia! »). (2) « Ohimé, o Postumo, veloci fuggono gli anni! ». at  un vocabolo, assumono funzioni avver- biali o preposizionali. ‘ Così, ad esempio, dall’interiezione oh! deriva lo 0 interiettivo (preposizionale) che si premette ad un nome, ad un aggettivo o ad altro vocabolo. È utile la distinzione grafica, per la quale si scri- ve « 0h! » nel primo caso e semplicemente «o» nel secondo: ma è opportuno scrivere « oh» anche nel secondo, qualora possa sorgere dubbio se si tratti del prefisso preposizionale interiettivo o della congiun- zione disgiuntiva «o » (1): (1) « Oh! che dolci accoglienze caste e pie! » (Petrarca, /n morte di Mad. Laura, son. LXXI) (II) «O passi sparsi, o pensier vaghi e pronti, o tenace memoria, o fero ardore, o possente desire, o debil core, o occhi miei, occhi non già, ma fonti; o fronde, onor delle famose fronti, o sola insegna al gemino valore; o faticosa vita, o dolce errore, che mi fate ir cercando piagge e monti; o bel viso, ov Amor insieme pose gli spronì e ’l fren, ond’è mi punge e volve com’a lui piace, e calcitrar non vale; o anime gentili ed amorose, s'alcuna ha ’! mondo; e voi nude ombre e polve; deh! restate a veder qual è ’! mio male. (Petrarca, /In vita dî Mad. Laura, son. CX) (2) (1) L'inglese ha la pratica regola per la quale si deve scrivere oh quando sia seguìto da segno di in- terpunzione, che appunto isola l’interiezione (« Oh, what a lie! », « Oh! che bugia! »; « OA! how do you know that? », « Toh! E come lo sai? ») mentre si scri- ve senz’h allorché ‘è direttamenie legato alla parola seguente: «O Rome! my country! city of the soul! » (Byron, Childe Harold's Pilgrimage) (2) Questo sonetto dettene il primato interiettivo con i suoî 13 o. Giacomo Leopardi commenta: « È da sapere che O in questo Sonetto sta in due guise: do- dici sono che stanno in forza di dolore ed uno, cioè l’ultimo, in forza di chiamata ». — 366 — bn ani I n De INTERPUNZIONE E INTONAZIONE (111) (Congiunzione): « Lassare "1 velo o per sole o per ombra, Donna, non vi vid'io.. “n ballata 1). 463. — "de nella pronunzia, nettamen- te si distinguono l’« 0h!» e «0» interiettivi dalla congiunzione « 0», poi che questa pro- voca il raddoppiamento della consonante ini- ziale della parola seguente, se consonante v'è (Vedi 8 172 e 242). ΰ facile controllarlo rileggendo il sonetto del Petrarca e constatando che «o pensier» non si pro- “ nunzia come «coperare », né «o dolce» come « odo- re », ma V'è una maggiore « implosione » nell’emissio- ne del suono consonantica che segue l’o iniziale. 464. — Anche quando nessuna desinenza o altro fonèma stia ad indicare il sentimento che accompagna la parola, esso può essere espresso dall'intonazione. Il punto esclamativo non ha il carattere di « segno ortografico di inter - punzione» come gli altri, i quali indica- no una « pausa » più o meno lunga o una se- parazione Îra più idee o concetti: il « punto esclamativo » segnala l'intonazione (1). Raggiunto finalmente il mare, i diecimila greci di Senofonte prorompono nel celebre grido: « Thàlatta! T'hàlatta! ». Il vocabolo « mare » fu da essi arti- colato come nel comune discorso, ma nella into- nazione fu espresso tutto il giubilo dinanzi allo spettacolo del Ponte Eussino, promessa di ritorno in patria. (1) « C'est le plus ou lc moins de liaison entre les idées voisines qui doit seul régler le degré de force . de la ponctuation ». O. C. V. Boiste, Traité de la ponctuation, 1829. — Non a tale criterio si ispirano i due segni grafici che indicano l'interrogazione e l’e- sclamazione. Apparso per la prima volta nel famoso Un vocabolo, un costrutto o un’in- tera proposizione possono assumere un valo- re diverso da quello letterale o addirittura op- posto ad esso, se l’intonazione sia ironica 0 sarcastica: « Ma bertone! benone! »; — « Ah! Sì, sì! È proprio il fior fiore dei galantuo- mini! ». 0 Nell’VIII cerchio della 53 bolgia, Dante afferma, per bocca d’uno dei diavoli arroncigliatori, che a Lucca I «ogn'uom v’è barattier, fuor che Bonturo » ° (Inf., XXI, 41) intendendo appunto al contrario che nel senso lette- rale, che proprio Bonturo Dati fosse il peggiore tra i barattieri (1). i 466. — Illimitato è quindi il numero delle interiezioni possibili in ogni lingua, poi che Salterio di Schoeffer (1459), il punto interrogativo fu formato con la prima e l’ultima lettera del vocabolo latino quaestio, sottoposte l'una all'altra, ad indicare appunto l’intonazione di domanda: ed il punto esclamativo è costituito dall’interiezione latina /o, scritta verticalmente. — Nella scrittura armena non esiste un « punto interrogativo » né un « punto escla- mativo »; si usano due « accenti », i quali contrasse- “ gnano quella vocale che ha tipico rilievo nelle doman- dl de e nelle esclamazioni. Si ha così la possibilità di se- gnalare graficamente quale vocabolo serve di fulcro ‘ alla domanda, il cui significato può esser diverso a seconda che, pur non variando i vocaboli, questa o quella parola sia interrogativamente accentata. (1) Cfr. Minutoli, Dante e il suo secolo, pag. 212. — 368 — PRE: VNKVYWù È reali rs ÈLNYYYÒÎ cc age ES UDO TT Ne TT" RE ; jp 0 VICLG CELA EAT, TYÒ U {ik SRI TRVTTRTOVTZTZETE*eÈ+®É® i) Ni IRE Ò ù \ ì S LI o d TÙ Ò LTT N dd NIN NY T_T} E ” Y >) î serrata Ò TRN TT I Ò TRINÌ REAR \Ò Ò AÒ NN N x CTR TTTA\ & saetta ti È i Mie PAESE CHE VAI... qualsiasi vocabolo o costrutto può assumere valore esclamativo. Esistono, però, tipiche interiezioni e carat- teristici costrutti interiettivi per ciascun po- polo, e persino peculiari interiezioni regionali o ancor più ristrettamente limitate ad un de- terminato paese. i Una interiezione può esser quindi sufficiente a rivelare la nazionalità ed anche il più preciso terri- torio di origine di colui che parla: uno « hombre! » o un «caramba! » rivelano uno spagnolo, « pécaire! » un provenzale e, con una tipica intonazione, persino un Tarasconese (1): lo « heusch! » è caratteristico de- gli Olandesi, e l’interiezione « bre! » pur priva di si- ‘gnificato, è sufficiente a far riconoscere un Serbo. 467. — Alcuni dei vocaboli usati interiet- tivamente conservano la forma ed il signifi- cato originario, mentre altri hanno subìto mo- dificazioni più o meno profonde. Il « good-bye » inglese è « God by you! », il no- stro «ciao! » è la corruzione di « schiavo » (2); il fre- quentissimo « spasìbo » russo è usato anche dal co- munista ateo (o proclamantesi ufficialmente tale) seb- bene sia ancora evidentemente la trasformazione di « spasì Bog », « Iddio! ti salvi! » (3); e, al contrario, il più cattolico degli Spagnoli o il più religioso dei Portoghesi esclameranno rispettivamente « ojalà! » e (1) Cfr. il capitolo « Tarascona senza Tartarino » in Toddi, /l viaggio di nozze di Re Alboino, Viaggia- tori e interviste fuori tempo, Milano, Ceschina, 1941, pag. 165 e segg. (2) Ha il significato di «sono ai vostri servigi »: più evidente è la derivazione nella forma «s'’ciao », dialettalmente frequente nell’Italia Settentrionale. (3) L’originario « spasì Bog! » è tuttora usato dai mendicanti russi, i quali sono grandi recitatori di « Versi spirituali » (duhovnie stihì) ossia compianti re- ligiosi. Un’interessantissima raccolta di tali « com- piaintes » e di canti di accattoni in generale è stata fatta da P. A. Bezsonov, con il titolo Ka- Ijèki Pierehòsgie, « gli storpi erranti », « oxalà! » non ostante la derivazione musulmana delle due interiezioni (1). cuacnoo ‘Il bolscevico ateo dice «spasìbo », ringraziando nel nome di Dio, ed ìl cattolico iberico esclama invocan- ‘do Allah... (8 467) (1 Derivano entrambe da «in 5cia Allah >, 0 « u scia’llah », o — secondo l’Academia Espafiola — da «na scia Allah », « voglia Iddio! ». — 370 — STORIA E INTERIEZIONI 468. — Nelle espressioni interiettive si ri- flettono usi e costumi, sì che alcune di esse sono veri cimelî linguistici, ricchi di carattere e di interesse, | Ne tenga conto lo studioso di lingue estere, poi che una di tali interiezioni, acconciamente usata, può arricchire di «colore locale » il discorso, e giovare anche per la buona intesa con l'interlocutore, quanto — se non più — una dotta citazione poetica o storica. L’avvertimento arabo zalraka, « attenzione » è, letteralmente «il tuo dorso!», con allusione al peri- colo che minaccia da tergo: ed è infatti il grido dei vetturini, come lo sportivo « pista! » è la richiesta di « via libera » degli sciatori. Di uso comune in portoghese è « agua vai! » che sarebbe espressione misteriosa senza la opportuna chiarificazione (1), ed altrettanto Jo sarebbero i co- strutti interiettivi lusitani, tipici e frequenti: «ò da guardia! aqui del Rei! » (2). (1) Quando le città erano sprovviste di fognatura, e tubi di spurgo — come tuttora nei piccoli agglomera- ti non ancora modernizzati igienicamente — alla man- canza di tali impianti si rimediava (e si rimedia) lan- ciando dalla finestra l’acqua immonda facendo prece- dere la non piacevole cateratta dal grido ammonitore per il passante « agua vai! ». Di qui, oltre l’interiezio- ne, anche l’espressione « sem dizer agua vai », che va- le « senza preavviso », specialmente per cosa spiace- vole, con al!usione etimologica alla non gradita doc- cia. Esattamente identico, per significato e per eti- mologia, è il costrutto interiettivo partenopeo » «’a sotto!» (=«da sotto! »), il quale è persino accom- pagnato da una mimica coerente al senso originario, con accenno cioè all’atteggiamento di chi sia brusca- mente irrorato dall’alto. (2) In queste espressioni è il ricordo dei tempi in cui, in caso di pericolo, si invocava l’intervento delle « guardie del Re»: son contrazioni di « acuda aqui a gente del Rei! ». — E si noti anche che, pur oggi, il vocabolo Rei, quando significhi un sovrano porto- ghese, è accompagnato dall’articolo in forma antica (el Rei, o El-Rei, invece che o rei), con intenzione onorifica. Cfr. anche il 8 218 — Cfr. J. Leite de Va- sconcellos, Licéòes de philologia portuguesa, 33 ediz., Lisboa. Lo studioso di lingue straniere dovrà pre- stare molta attenzione anche alle interiezioni, alla loro forma grafica, all’intonazione tipica nell’espres- sione orale, al gesto che le accompagna. Osserverà anche, prendendone buona nota, in quali circostanze ed in quale ambiente esse vengano usate, per evitare figure ridicole o inconvenienti ancora più gravi. Il Serbo che, esprimendosi in italiano, isasse la nazionale interiezione kuku per significare il dolore non otterrebbe che un effetto di ilarità. Per interiezione negativa, in molte lingue si usa un fonema ottenuto con il distacco rapido della lin- gua dagli alveoli degli incisivi superiori: presso altri popoli tale fonèma è scorretto, perché usato soltanto per richiamo verso gli animali domestici, come noi usiamo, per chiamare il gatto, un fonèma che corri- sponde al suono di un bacio ripetuta (1). Persino rivolgendosi agli animali i diversi popolî usano interiezioni diverse: in russo si usa Kys-Kys per chiamare il gatto, mentre in portoghese si usa bizbîz. In Spagna si adopera « tus! » per chiamare i cani, ed in Portogallo « tiztiz! » (2). (1) Questo fonèma può esser trascritto con « p* », intendendosi convenzionalmente l’asterisco come indi- cazione della «inspirazione » invece che della nor- male « espirazione »: infatti il rumore del bacio viene articolato esattamente come ‘il suono consonantico « p», ma l’aria viene « aspirata » invece che emessa. Parimenti potrà indicarsi ‘con « uì* », la tipica pro- nunzia dello «cui» francese, che è interiettivo an- ch’esso e che si usa per far intendere all’interlocutore che si è attenti a ciò che egli dice e se ne intende il senso. E qui, per affinità ideologica e in connessione con la intonazione, può esser menzionata la locuzione « plaît-il? », che serve a chiedere la ripeti- zione di ciò che non si è ben inteso. Nello stesso sen- so l’inglese usa «/ beg your pardon! » (pronunziato spesso contratto in «'beg ’pardon »), con intonazione ben diversa di quella che la stessa espressione ha al- lorché si chiede scusa per disturbo che si arreca. Lo stesso dicasi del tedesco «bitte! », nei due usi ana- loghi. (2) Allorché i Giapponesi udirono i primi Anglo- sassoni dir «come!» per chiamare i loro cani, cre- TSE 3 p E “Re —. K —,,jìi PARLANDO AGLI ANIMALI Il richiamo tpru è dai Russi riservato ai cavalli, come l’albanese pri! Ma in albanese, per i muli, si adopera mus! 470. — li iniefizione può dunque avere anche un significato ambientale, non meno importante che quello diretto. Se, per pregare taluno di spostarsi, gli si dica « poggia! », ossia si usi un .-comando che ha il signi- | ficato di « farsi da parte », ma che si usa dirigendosi a quadrupedi, l’invito non è certo amabile: può es- sere offensivo o scherzoso. | La locuzione francese, che è anche letteraria, « n’entendre ni à hue (oppure à huhau) ni à dia » si- gnifica « non sentir ragioni », ma deriva dai due gridi dei carrettieri per ‘far voltare il cavallo a destra o a sinistra (1). | ° * * %* 471. — Grandissima importanza ha anche il rango delle interiezioni, ossia il livello di maggiore o minor cortesia che esse impli- cano. dettero che questo fosse il nome dell’animale, e per- ciò ne formarono il sostantivo kame, che significò e significa tuttora «cane di razza straniera ». (1) A queste interiezioni corrispondono quelle in altre lingue: l’inglese gee, (o anche gee-ho, gee-up, gee-hup, geewoo) comanda al quadrupede di voltare a destra, mentre haw è il comando contrario. Ed è in- teressante notare che le due interiezioni ippiche han- no esattamente il valore inverso negli Stati Uniti e nel Canadà: ciò deriva dal fatto che, mentre il con- tadino britannico cammina a destra del carro, quello americano usa camminare a sinistra, ed i due gridi di comando esortano l’animale a piegare in direzione del padrone o ad allontanarsi da lui. È ancora una prova dello stretto nesso tra usi locali e peculiarità ‘linguistiche. — Il linguaggio agreste tedesco ha hott e hii (=<«a destra» e «a sinistra»): e la combina- zione dei due comandi ha generato Hottehii e Hotto, che nel linguaggio infantile significa « cavallo » (equi- valente cioè al nostro infantile « tettè »). Dal solo gee si è invece formato il « tettè » pei bimbi anglosassoni, che è gee-gee (pronunzia gigîi). — 373 —  L’interiezione « pss!» (scritta anche « psst ») ser- ve di richiamo, ma non è corretto usarla per attirar l’attenzione di persona di riguardo. Lo stesso dicasi dello « ehi! » dello « ohi! ». È esclamazione di richiamo anche il turco bana bak, ma, poi che lo si usa soltanto dirigendosi ad un facchino, ben s’intende quale significato esso possa assumere se rivolto a persona di altro rango sociale. Gentile ed affettuoso è invece il richiamo catalano noy!, ma, poi che lo si adopera normalmente soltanto dirigendosi ad un bimbo, il significato divienc ironico o scherzoso se tale interiezione è usata verso un adulto. 472. — Pur quelle interiezioni che non si rivolgono direttamente all’interlocutore hanno un loro rango, nel senso che, pur riferen- dosi ad eventi che non lo riguardano ed espri- mendo lo stato d’animo e il sentimento di chi parla, hanno connotati espressivi che ne de- terminano lo stile. Così, ad esempio, l’interiezione diamine! è più raf- finata che diavolo!, della quale è un surrogato: acci- denti! non è esclamazione del linguaggio garbato, spe- cialmente se usata avverbialmente come rafforzativo di altro vocabolo (« Non so dove accidenti si sia fic- cato! »). 473. — La maniîfestazione violenta dei pro- prî sentimenti non è mai indizio di buona edu- cazione: tale criterio regola l'uso delle interie- zioni, poi che su base etica va posta Ve- spressione linguistica, pur là dove essa non è riconoscibile alla superficiale analisi. 474. — Il maggiore o minore riguardo ver- so la persona alla quale ci rivolgiamo non è espresso soltanto dal significato letterale dei vocaboli, ma appunto dal loro rango e dal sentimento che è adombrato in essi. Sono dunque espressioni di stato d’animo non soltanto le interiezioni ma tutte quelle espressioni le quali, oltre il significato — 374 — - ,  = 5 —— P——6€—_—T—_—_— \R%ccii -—i r— ;|I+++o o wm. fo LINGUE ASCENDENTI E DISCENDENTI diretto, implicano un « sentimento di rispetto » verso la persona alla quale si parla. In alcune lingue tale criterio genera addirittura due linguaggi diversi, che possono chiamarsi rispetti- vamente « ascendente » o « discendente »: il giavanese ha due stili, il kra°-ma°, che si usa rivolgendosi a su- periori, e lo ngoko, che si usa rivolgendosi ad infe- riori: fra pari grado si usa uno stile misto, che è detto ma?dya?. Non soltanto i costrutti, ma anche i più elementari vocaboli differiscono nei due stili (1). Le lingue dell’Estremo Oriente hanno, in questo campo, regole complicatissime, le qua- li sono non meno importanti che quelle mor- fologiche e sintattiche. Per la corretta e naturale applicazione di esse è indispensabile porsi dal punto di vista dell’indige- no, e sentire come lui. In giapponese, in cinese, in coreano, in siamese esistono verbi e costrutti « ascendenti » e « discen- denti », prefissi « onorifici » ed «auto-umilianti » (2). (1) Persino la numerazione varia nei due stili: i primi cinque numeri, ad esempio, sono rispettiva- mente: . | kra°mao: 1: satunggil 9. kalih 3. tiga° |. sa-kawan ngoko : °° sa-wiji, siji”’ ro ‘ telu ° pat Sy gangsal lima Vi è poi anche un Kra°ma0-hinggil o « linguaggio ascendente superiore » che si usa verso coloro più altolocati che i semplici superiori diretti: il « rango » è chiamato hinggil-lan in kra°ma°, e duwur-ran in ngoko: coloro che sono «in rango superiore » si chia- mano pa-nginggil in kra°nia° e panduwur in ngoko. Una « domanda » sarà pi-takèn se ascendente e pi- takon se discendente; e la «risposta» sarà jawab se data da un superiore, e wangsul-lan se da un inferio- re. Persino la stessa isola di Giava è Jawi in kra°oma e Ja°wa° in ngoko, ed il Giavanese è rispettivamente tiyang-Jawi e wong-Ja?°wa°. (2) Ciò complica e semplifica al tempo stesso: ad esempio, la nostra domanda « Volete favorirmi il Vo- stro riverito nome? » è totalmente espressa nelle due sillabe cinesi kuei4hsing4, poi che hsing4 significa « co- gnome », e nella sillaba precedente (onorifica) si con- densa l’espressione del massimo riguardo. — 3755 — a  Il più tipico esempio, in quanto più si allontana dalle nostre concezioni linguistiche, ossia dalla nostra for- ma mentis in connessione con il linguaggio, è quello del tibetano, in cui persino il corpo umano ha una doppia terminologia anatomica, una corrente, e l’al- tra di formale etichetta: e tali « pezzi anatomici di cortesia » servono a formulare speciali costrutti lin- guistici esprimenti rispetto ed ossequio (1). 475. — Alla nostra intonazione, che è diretta manifestazione dello stato d’animo, può corrispondere una diversa intonazione nelle lingue straniere, in quanto parte di tale funzione espressiva è devoluta alla forma stessa del vocabolo, implicante un significato passionale. Diversa infatti è l'intonazione in quelle lingue nelle quali la varietà « tonale » ha an- che qualche alira funzione. | | Anche in questo settore, la lingua italiana, in coerenza con il criterio analitico al quale si ispira, ha distinto il «tono » dal puro conte- nuto lessicale semantico dei vocaboli (2). (1) Così, ad esempio, la comune « chiave » è di-mi, ma «la Vostra chiave » diventa «la chiave connessa con l’onoratissima mano » (chhan-di); « aver sete » è kha-kom-pa, ma se si tratta di persona di riguardo, essa sarà letteralmente « venerata-bocca-sete » (sh'’e- kyem-pa); ed il « fazzoletto » (nap’-chhi, « panno da naso ») è « panno da pregevol naso» (sh’ang-chhi); « mostrare », che nel linguaggio corrente è tem-pa, diventa chem-pe-sh'u-wa, ossia «chieder che l’augu- sto occhio intervenga ». Vi sono delle espressioni che sono riservate alle azioni dei soli lama: soltanto di essi, allorché muoiono, si può dire che ku-sh-ing-la phep'-pa, o, ancora più onorificamente, sh'ing-la chhip'- gyu nang-wa, ossia « si son degnati di recarsi in cielo ». (2) Nelle lingue che hanno i « toni », il medesimo fonèma, pronunziato in tono diverso è un altro voca- bolo. (Cfr. nota al $ 176). — « La parola contiene in se stessa il pedem (quantità de’ tempi), il rhythmum (os- sia la relazione dell’arsi e della tesi), e il modum (ossia la chiave del tono). ... Le parole dei latino e del greco antico non sono più pronunziate corretta- mente dai volghi di quelle due nazioni, ‘quindi non fa meraviglia se, corrottasi la -pronunzia della parola, — 376 — ZA II 70 Pe » + I | LE VOCI INCIVILI 476. — Inîimo rango, non soltanto tra le interiezioni, ma tra tutti i vocaboli, occupano . le bestem mie, le quali sono anche rive- latrici del grado di inciviltà di un popolo e dei singoli individui che ne fanno uso (1). I Storicamente, la diffusione della bestemmia è re- lativamente recente (2). Dal punto di vista linguistico e logico, « la bestemmia è l’espressione impotente dello sta- to anormale di un individuo... Diceva il P, Se- gneri: «O ci credete o non ci credete: nel primo caso non vi è maggiore empietà che in- sultare il proprio creatore, nel secondo caso non vi è maggiore imbecillità che prenderse- la col nulla » (3). non furono più distinti-gli organismi ritmici... Rileg- gete il latino ed il greco secondo l’accento tonico delle parole, siabilito dalla ragione quantitativa, e non dagli immaginati accenti srammaticali, voi ve- drete tosto riapparire l’uniformità dei principio rit- mico delle parole, voi le vedrete, come i rettangoli delle mura tebane al suono della lira di Orfeo, al- zarsi e collocarsi di per se stesse nella classica crea- zione poetica greca e latina, come nella non meno splendida della poesia italiana ». S. Becchetti, Ritmica oraziana, 28 ediz., Taranto, Martucci, 1898, pag. V-VI. (1) Giustamente afferma un grande sanscritista che «quanto più bassa è la condizione morale del- l'individuo, quanto più ruînosa la china che egli batte del disonore e del vizio, tanto più acre, intenso, effi- cace, frequente è il turpiloquio di lui ». A. Ballini, La parola, conferenza, Padova, Teatro Garibaldi, 12, II, 1922, e Torino, Teatro Regio 14, V, 1923. (2) « La bestemmia nel Medio-Evo fu linguaggio di eretici e di apostati, ma non divenne mai popolare. Il nostro popolo, la magnifica plebe italiana, che fa- ticosamente assurgeva verso l’altezza dei liberi comu- ni, ebbe sempre in orrore la bestemmia ». « Nella fe- tida corrente di depravazione morale che sgorga dal Manicheismo, la bestemmia serpeggia e si moltiplica ». G. Chiot, La bestemmia attraverso i secoli, in G. Cà- prez, Bestemmia e turpiloquio, Bologna, Cappelli, 1923, pag.. 22 e 20. (3) G. Spagnolo, cit. in G. Càprez, op. cit, pag. 194. Il volume contiene, oltre interessanti mono- grafie, 461 giudizî e massime di personalità sulla be- stemmia. — 377 — Intermezzo ll dualismo, inelutiabilmente conse- guente da ogni sana speculazione, e quindi saldissima base per ogni forma di filosojfare — speculativo o normativo — irova la sua con- ferma e la sua pratica applicazione anche nel- la grammatica, sia per la spiegazione dei fe- nomeni linguistici che per la formulazione delle norme disciplinanti l’uso della parola. Il dualismo è fondamento della phi - losophia perennis, ponendo come certa la realtà obiettiva, che « è », ed « è » in- dipendeniemente e distinta da colui che la pensi. iu | Nel cartesiano « cogito, ergo sum », l’equi- voco sul valore rell’ergo è stato causa dell’er- rore }ondamentale, dal quale sono scaturiti lutti gli altri, sino alle esireme degenerazioni dialettiche, psicologiche e morali dell’« idei- smo » hegheliaro (1) con tutte le sue filiazio- ni, sino alle recentissime, nelle quali van ri- cercafe le cause profonde dell'immane trage- dia mondiale, (1) In una sua conferenza su «L'infinito e la mente umana » (Roma, Associazione per il progresso degli studî morali e religiosi, 9 maggio 1946) l’Acca- demico prof. Francesco Severi giustamente proponeva che si chiami «ideista », meglio che « idealista », l’in- dirizzo filosofico per cui l’idea è considerata princi- pio dell’essere: sarà quindi «ideismo critico » quello di Kant; «ideismo trascendentale » quello di Fichte, Schelling, Hegel; «ideismo volontaristico » quello di Lai  Come i più efficaci slogans della pubblici- là commerciale (1), il « Cogito, ergo sum » è luttora sbandierato da non pochi quale vessil- lo della riscossa filcsofica, mentre è il fitto velario oscurante l’obiettiva realtà. Descaries (2) ju arlefice e vittima dell’e- quivoco dialettico (3): non pochi errori gram- matîicali somigliano al suo, ché dovuti anch’es- si ad un burocratico equivoco verbale (4). La grammatica « rivoluzionaria » lo è so- prattutto in quanto vuol liberare quest'arte e scienza dalle artificiose strutture: vuol ricon- durla alla sua naturale funzione di scienza interpretatrice della realtà linguistica, e, quin- di, alla sua funzione di arte normativa, jormu- Schopenhauer; « ideismo assoluto » quello di Gentile, non molto diverso sostanzialmente dall’« ideismo » di Benedetto Croce: tutte deviazioni « donec paulatim scepticismus et cogitandi dissolutio oritur, quam hoc tempore observamus », J. Donat, Summa Philosophiae Christianae: I: Logica, Innsbruck, Rauch, 1935, pag. 25. (1) « A dir le mie virtù basta un sorriso », « Chi beve birra campa cent’anni », ecc. hanno oggi non minore importanza linguistica che « Datemi un punto di appoggio e vi solleverò il mondo », « Suonate pure le vostre trombe e noi suoneremo le nostre campane ». (2) Grandissimo merito ebbe Renato Descartes (Cartesio) nel campo delle matematiche, ed.al suo ge- nio è dovuta la geometria analitica: nella sua ricerca dei « metodi generali » è la caratteristica di tutta la matematica moderna. Ma la sua impostazione filoso- fica fu la prima causa del grande sbandamento del quale tuttora tragicamente soffriamo. (3) Nel « Cogito, ergo sum », la semplicistica iîn- terpretazione gioca sull’equivoco: « Penso, quindi esi- sto »: ma non esisto, invece, in quanto penso: al con- trario, impossibile mi sarebbe pensare, come qualsiasi altra attività, se non esistessi: il mio pensare è « pro- va », non «causa » del fatto che, anzitutto, io « so- no »: « Cogito, ergo sum» doveva essere interpretato sanamente (scolasticamente): « Penso, quindi è certo . che io esisto [altrimenti non potrei pensare] ». (4) Cfr., ad esempio, il 8 308, in cui si segnala come il «vocabolo », formalisticamente considerato, assuma un’interpretazione contrastante con la obietti- va realtà. AERE PERENNIUS lalrice delle regole per il corretio uso del lin- guaggio. Nel qualificaria grammatica peren. nis, l'auiore è ben lungi dall’osar ripetere l'oraziano « exegi monumentum aere peren- nius! ». A/ contrario, egli fa sua la formula di Ez-Zaggiàg Abu Isciaq Ibrahim ben Sali (1). La presente grammatica è qualificata « pe» rennis» soloin quanto essa si ispira a quel- le norme fondamentali che fanno appunio del- la filosofia aristotelico-tomislica un « monu- mentum aere perennius ». * * Il limpido dualismo iomisticò ci conduce a riconoscere come cerio che ogni jenomeno « è » (2), cioè esiste in sé, indipendeniemente cioè dal fatto che « io » lo pensi o no. Persino il faito stesso che «io penso » è indipenden- fe dal jatto che « io pensi che stia pensando » (3). Esiste una obiettiva realtà dei fatti e fe- (1) Allievo del grande grammatico El-Mobarrad Mohammed ben Yezid el-Azdi (l’autore del celebre trattato Kamil), il filologo Eì-Zaggiàg’, professore a Damasco e a Tiberiade, ove morì ottantenne nel 949, scrisse il Kitab el-Giumal (« Libro delle frasi », opera grammaticale) alla Mecca: dopo aver terminato cia- scun capitolo compiva setîe giri intorno alla Ka’ba, come fanno i pellegrini, e chiedeva ad Allah perdono per gli errori che il capitolo potesse contenere. (2) Il tomismo è stato giustamente definito «la filosofia dell’essere ». — «Per S. Tommaso l'essere non è qualche cosa di oscuro, di misterioso, di incom- prensibile, ma, al contrario, è ciò che la nostra intel- ligenza coglie meglio e subito, in ogni cosa.... La scien- za dell’essere si applica ad ogni forma del sapere, si estende a tutti gli esseri e domina quindi tutte le . scienze». E. Bianchi, Tommaso d'Aquino: la dottrina . dell’anima e la teoria della conoscenza, Firenze, Val- lecchi, 1937, pag. 14-15. (3) Se infatti fosse vero il principio -‘hegheliano, la « realtà » sarebbe soltanto l’idea, ossia in tanto « real- tà » in quanto «io penso di pensare ». Ma anche que- sta dovrebbe esser realtà solo in quanto io Îa pensi,  nomeni (1), delle azioni proprie o altrui, indi- * pendentemente dal jalto che essa sia consia- lata ed espressa con parole. * * * Da questa prima fondamentale nozione si può passare alla seconda: che, cioè, l’esposi- zione dei jenomeni per mezzo della parola può esser semplicemente obiettiva: esporre cioè il fenomeno in sé, senza riferimento alla persona parlante. I concetti espressi son pur sempre « personali », in quanto generati e jor- mulati nella mente di chi parla, e da lu espressi con parole: ma la persona parlante non interviene come elemento del discorso: non è « attore » nel fenomeno espresso dalle parole. Questa forma, prevalente in bilta la pro- duzione letteraria e nel quotidiano linguaggio orale, è quel che si chiama comunemente — ed ufficialmente nella grammatica iradizio- nale — il « discorso in 3° persona ». Si chiama invece « discorso in 1° perso- ria » quello nel quale colui che parla o scrive è « allore» nell'azione: può agire (soggetto del verbo), oppure essere il personaggio su cui cade l’azione alirui (complemento oggetto del verbo), oppure esser semplicemente « di scena » (trovarsi in « caso obliquo » o in altra ossia in quanto «io pensi che penso di pensare »: è così in infinitum, con un comico risultato che è la miglior dimostrazione della sua fallacia. (1) Oltre gli eventi e le azioni, anche lo «stato» è un fenomeno. Del resto, il « divenire » è sempre e dovunque, nel « tempo ». Per tale importante nozione, e per la distinzione tra ciò che è fenomenico, tempo- rale, transeunte, e ciò che è permanente, immutabile ed eterno, cfr. Toddi, Geometria della realtà e ine- sistenza della morte, Roma, De Carlo, 1947, tomo I. pag. 105 e segg. Mn ed by \aO0QLC ©) I DUE DISCORSI connessione complementare con i concetii e- spressi) (1). I due discorsi sono di tipo talmente diver- si, con proprietà e caralteristiche che netta- mente li distinguono uno dall’aliro, sì che è lo- gico, e anche praticamente utile, separarli nei- famente nella grammatica, così come essi s0- no distinti nella linguistica realtà. Ù* * I capitoli seguenti, conclusivi della « gram-. malica rivoluzionaria », Iraltano appunto di lali differenze fra i due tipi di discorso, a se- conda cioè che colui che parla o scrive sia «in scena » o « fuori del palcoscenico ».. Non esiste un « discorso in 2° persona », in quanto l’uso di quesia deriva dal fatto che chi parla o scrive esprime in 2° persona ciò che si riferisce all’azione della persona alla quale egli parla o scrive. È dunque pur sem- pre «discorso in 1° persona»: chi parla 0 scrive è « di scena ». Lo stile letterario nel quale il lettore si rivolge al lettore può esser considerato anch'esso «discorso scenico », nel quale l'« attore » (attore) parli dal prosce- nio, rivolgendosi al pubblico invece che agli altri ‘attori. * * Questo « intermezzo » era necessario, non soltanto per introdurre l'innovazione (distin- zione Îra i due tipi di discorso), ma anche per creare pure materialmente un distacco tra le due traitazioni. (1) Basta, ad esempio, che una proposizione con- tenga un aggettivo possessivo di 18 persona (« mio, miei, mia, mie ») od un riferimento locativo che im- plichi una relazione con chi parli o scriva (« qui. co- sì... »), perché la «18 persona» sia necessariamente coinvolta grammaticalmente e ideologicamente, ossia « sia di scena ». — (Cfr. 8 492 e segg.). Quando si è “di scena,, (XXIII) Perché possa esservi un discorso è necessario, evidentemente: a) che vi sia una persona la quale parli; b) che ella abbia qualcosa da dire. Il « soggetto » parlante non è però neces- sariamente il « soggetto » della proposizione: può essere, anzi, del tutto estraneo alla pro- posizione, ed all’intero discorso. — Ailorché M. Porcio Catone, nelie sedute senato- riali, affermava: « Carthago est delenda », il soggetto grammaticale — e quindi anche ideologico — della proposizione era Cartagine, pur geograficamente lon- tana: Catone era presente in Senato, ma non nella proposizione, che pur egli stesso pronunziava. La sua proposizione, pur esprimendo un pensiero di lui, lo esponeva come indipendente da chi lo aveva pensato e formulato: chiunque altro avrebbe potuto dirla in sua vece, e in nulla la proposizione avrebbe mutato, né formalmente né ideologicamente. « Allorquando, invece, egli diceva: « Ceterum cen- seo Carthaginem esse delendam », « Del resto io cre- do doversi distruggere Cartagine », egli entrava in scena, diveniva attore nell’azione linguistica, « sogget- to » grammaticale del verbo: personaggio, insomma, nella proposizione. Nessun altro avrebbe potuto pronunziare in sua vece quelle stesse parole, poi che censeo (« io credo »), detta da altri, avrebbe significato un’altra cosa, ossia che non Catone, ma un altro era di quell’opinione. == 9gfinca. . — In latino si chiamò originariamente persona la maschera teatrale, così detta perché destinata ad amplificare e far risonare (per-sonare) la voce dell’attore: poi indicò il « personaggio »: dramafis personae erano ap- punto i « personaggi del dramma » (1). Possia- mo perciò riferirci a questo stadio etimologico del vocabolo e chiamare persona quella parte del discorso che esprime il « personag- gio » intervenente come attore nella scena ver- bale. | È esatta l’espressione « parlare in 12 persona», poi che la « 12- persona » è, evidentemente, quella che parla o scrive (vedi 8 477). Chiameremo dunque semplicemente « 13 persona » il vocabolo «io », e gli altri « casi » dello stesso voca- bolo: io è soggetto di 12 persona; me e mi sono oggetto o casi obliqui di 12 per- sona, a seconda che corrispondano ad un accusativo o a un dativo latino (vedi $ 422 e 498). (1) E, poi che ogni personaggio teatrale ha una sua individualità con peculiari connotati fisici e di azione, persona acquistò il significato. attuale, impli- cando l’idea di « personalità ». Esattamente inverso è stato il cammino semantico del vocabolo inglese cha- racter, che significa non soltanto «carattere » ma, | esprimendo l’insieme dei connotati morali ed il tem- peramento di un individuo, assunse anche il signifi- cato di « personaggio » teatrale o letterario: Shake- spearian characters sono « personaggi shakespearia- ni»; — e character può significare anche « reputazio- ne, buona reputazione », e quindi persino il « certi- ficato » che ne fa fede; the character of an employee, the character of a servant possono significare non sol- tanto il «carattere » di un impiegato o di un dome- stico, ma anche l’« attestato » del suo buon carattere, il «certificato di benservito ». — Peculiare della lin- gua inglese è la facilità con cui essa dilata l’« area di significato » di un vocabolo, esprimendo con esso idee che, in altre lingue, sono espresse con « derivati » dal vocabolo. (Cfr. 8 71). ( i } I NON « PRONOMI » MA « PERSONE » - 479. — Contraria alla natura, alle proprie- tà ed alla funzione di fali vocaboli è la deno- minazione di « pronomi » data a tali vocaboli. Il pronome Îa le veci del nome, e può per- ciò esser sostituito dal nome che esso rimpiaz- za, senza che la sostituzione alteri la forma o il significato della frase (1). Nome e pronome debbono cioè equivalersi ideologicamente e funzionalmente (2). Nei 88 229 e 277 è stato abbondantemente illustra- to, anche figurativamente, l’ufficio dei « pronomi », ponendo in evidenza che essi equivalgono a simboli algebrici: sostituiscono i nomi, e la sostituzione non provoca alterazione alcuna né nel nesso logico, né nella forma, né nel significato della frase. Soltanto i vocaboli che rispondono a tali requisiti possono essere definiti « pronomi »: arbitraria ed erronea è l’inclusio- ne tra essi dei cosiddetti « pronomi personali ». (1) Appunto perciò nei cap. XI e XII si è abbon- dantemente insistito sulla chiara definizione dei carat- teri e delle proprietà dei « pronomi ». (2) Pronomi e nomi debbono essere in quel rap- porto che nel linguaggio giuridico è definito « fungi- bilità », ossia la totale possibilità di surrogarsi a vi- cenda: ogni moneta o banconota è « fungibile » con altra del medesimo valore. I cosiddetti « pronomi per- sonali di 12 e 22 persona» hanno come loro caratte- ristica fondamentalmente tipica proprio la « non fun- gibilità » con il nome della persona che essi rappre- sentano. «Io sono Tizio », ha un significato, espri- me un concetto, ha una ragione di esser detto: «io » rappresenta la persona di Tizio, ma non fa le veci del suo nome, e non è perciò sostituibile con esso: « Tizio è Tizio » significa tutt'altra cosa: è un’ovvia ed inu- tile constatazione, del tutto diversa dall’affermazione « io sono Tizio ». — La grammatica deve « rettamente definire », estendendo nel proprio campo il principio giuridico del suum unicuique tribuere: «la ragione umana serve a sentenziare quello che spetta e quello che non spetta ai soggetti di essa » (Taparelli-d’Aze- glio, Saggio teorico di diritto naturale appoggiato sul fatto, 48 ediz., vol. II, c. IT, art. 3). La grammatica ha affinità quindi con la morale e con il diritto. Le regole grammaticali costituiscono la « giurisprudenza del di- SCOTSO ». . — Appunto perché sono « personali », ossia « personaggi » (dramafis personae) in azione diretta sulla scena, agiscono (o parte- cipano passivamente all’azione o sono indi- rettamente ad essa collegati) ben diversamen- 1 incontro. A un povero _| rcntello; _| Quegli 3) y|laprende e, a copertose- \ / ne, sene va, | dopo aver. mi Tin: graziato con tutto i o mitolgo, _. suo cuore. RE il MIO, ne tal "2 2 glio la metà, eglie lado. San Martino entra in scena « in 1° persona »: La per- sona «io» è insostituibile con il nome; non è « pro- nome », e provoca anzi il mutamento dei verbi e dei possessivi che ad essa si riferiscono, mentre i « pro- nomi » che la indicano debbono divenire anch'essi « 1® persona ». Restano inalterati i pronomi, i possessivi ed i verbi che si riferiscono al « povero » ed al mantello, espressi da « nomi» e dai « pronomi» che ne fanno le veci. (8 480) te che allorquando, invece, rimangono assen- ti dalla scena verbale, la quale si svolge inte- ra obiettivamente, perché esposta in pura Îor- ma narrativa,senza tale intervento pe r- sonale. —s 386 Ss O OLIC 1008 le «IO » È INSOSTITUIBILE L'evento che serve di esempio nei 88 229 e 277 per illustrare l’uso dei pronomi e la loro funzione è 2Spo- sto in modo assai differente se esso sia espresso « in 1a persona » da S. Martino: »_.«Ilo incontro un mendicante e... ». (Osservare attentamente la vignetta e ia dicitura). Forma e contenuto ideologico son mutati, pur esprimendo lo stesso evento: i pronomi non son più sostituibili con i nomi, gli aggettivi possessivi espri- ‘ mono in modo ben diverso i rapporti di appartenen- za: i verbi hanno mutato desinenza. Non è possibile sostituire con i nomi i vocaboli « io », « mi » senza al- terare tutta la realtà linguistica e scenica. Di tutti questi fenomeni sostanziali e for- mali la grammatica tradizionale non tiene con- to, definendo « pronomi » proprio quei voca- boli che, generando così profonda trasforma- zione, conferiscono un personalissimo carattere al discorso, che diventa « personale, drammatico, scenico... ». 481. — Queste elementari considerazioni e constatazioni inducono la « grammatica rivo- luzionaria » a proclamare che «io» è non « pronome » ma « persona » (appunto « 1° per- sona »). 482. — Unici « pronomi personali » sono quelli che, altrettanto impropriamente, son det- ti « pronomi di 3° persona ». Poi che sono « pronomi », ossia sostitui- scono i nomi, e tutti i nomi esprimono le idee sostantive «in 3° persona» la definizione « pronome di 3° persona » è altrettanto impro- pria quanto lo sarebbe la definizione di « no- me di 3? persona »: Come esistono nomi di persona, animale o cosa. fungibilmente con essi esistono « pro- nomi di persona » (pronomi personali), « pro- nomi di animale », « pronomi di cosa », a se- conda: del « nome » del quale fanno le veci. Così, ad esempio, quegli, questi, egli, son « pronomi di persona » (maschile); colei, ella —  son « pronomi di persona » (femminile); esso è « pronome di cosa » (1). San Martino .. © incontra mantel la prendoe, copertome- ne,me ne VI, cd 3 graziato con tutto il mio cuore. me la dà. li si toglie i eg , BI suo, ne ta: 2 glia la metà, e Il provero entra in scena in «© persona »: La persona « io » (« me ») è insostituibile con il nome; non è « pro- nome », e provoca anzi il mutamento dei verbi e dei possessivi che ad essa si riferiscono, mentre i « pro- nomi » che la indicano debbono divenire anch’essi « 12 ‘persona ». Restano invece inalterati i pronomi, i pos- sessivi ed i verbi che si riferiscono a San Martino ed al mantello, espressi da « nomi » e da « pronomi » che i ne fanno le veci. (8 482) (1) L'appartenenza al genere maschile o femmini- le non implica che il pronome sia perciò « personale »: parlando anche di cosa, essa è espressa con pronome femminile (cfr. $ 235). — L’inglese, che pur considera neutri tutti gli oggetti, usa il pronome she ir alcuni casi. Una corazzata, che è oggetto, è chiamata man-of- war (« uomo di guerra »): ma di. essa si dice, ad esem- pio, che « she is in the harbour », « essa (pronome fem- minile) è nel porto ». i 0 — 390 — me senza e er | io 3 sii | ‘Li i » fe 22 C___._ _..° ‘‘P.00666460’’«—»a. di i ro ieri «TU» È INSOSTITUIBILE 483. — Non meno radicale è il mutamen- to, nell'intera struttura morfologica e ideologi- ca, pur quando la persona interviene non co- me « soggetto » ma come « complemento og- getto » dell’azione verbale. il mio, ne 2 taglio la metà, e te lado. San Martino è in scena in « 19 persona», e il « pove- ro » è in scena in 29 persona: Le persone «io » e « tu» (« te ») sono, insostituibili con i nomi: non sono « pro- nomi »: provocano, anzi, il mutamento dei verbi e dei possessivi che ad esse si riferiscono, mentre i « pro- ‘ nomi » che le indicano debbono divenire anch'essi, ri- spettivamente, « 132» e «22 persona ». Restano inalte- tello, espresso da un nome e da « pronomi » che ne rati ) pronomi e i possessivi che si riferiscono al man- fanno le veci. (8 482). Nell’esempio citato, il mendicante, rimanendo « complemento oggetto », ma intervenendo «in 12 per- sona », ossia come attore della'scena linguistica, pro- vocherà mutamenti analoghi a quelli già citati: «San Martino incontra me e, vedendomi... ». . — Il bimbo, allorché incomincia a far uso della parola, non ha ancora una chiara idea della per- sonalità. Egli vi arriva lentamente, per gradi, con un laborioso processo mentale di analisi. Egli ode pai- lare di sé, e comincia ad intendere che egli è « Pieri- 1) tu e ch: Pb eo Ea santz: yo incontri aa pit Lo la prendoe, copertome- ne,mene vo, dopo aver: ti rin: graziato con tutto il mio cuore. il tuo, ne ta- = 2 gli la metà, e mela dèi. e _—_______—-- San Martino è in scena in « 29 persona » ed il povero è in scena in « 1° persona ». Le persone « io » (« me ») e «tu» sono insostituibili con i nomi: non sono « pro- nomi »; provocano, anzi, il mutamento deil verbi e dei possessivi che ad esse si riferiscono, mentre i « pro- nomi » che le indicano debbono divenire anch'essi, ri- spettivamente, « 18 persona » e « 22 persona ». Restano inalterati i pronomi), i possessivi ed i verbi che si rife- riscono al mantello, espresso da un nome e da « pro- nomi » che ne fanno le veci. (8 482) no» o « Giorgio »: perciò, nelle sue prime espressioni, usa questi «nomi» per indicare se stesso, come usa altri «nomi» per indicare persone ed oggetti del mondo esterno: « Pierino vuole il pane », « Giorgio è stato bravo »,  =_= =-——— |” — "E" —— E. x A na LA PERSONALITÀ Poi che ode il pronome «lui », anche riferito a sé, usa pur questo per indicare se stesso: « Lui vuole il pane », « Lui è stato buono »: usa il pronome, come sostituto del nome: fin qui, nella evoluzione mentale- linguistica, non vi è differenza né formale né ideolo- gica nel discorso: il pronome fa le veci del nome (1). Solo più tardi, con lo sviluppo dell’intelligenza e la maggior comprensione del mondo esterno, ed il più preciso coordinamento tra parola (ossia pensiero) e realtà (2), egli arriverà a comprendere il valore gram- maticale della persona, ed importantissimo mo- mento per ia sua personalità sarà quello in cui egli dirà: « Zo voglio il pane », « Zo sono stato bravo ». Ha abolito il nome, ha sorpassato il pronome: ha. mu- tato stile cioè forma mentis: è divenuto persona, grammaticalmente e mentalmente. Ha la completa coscienza di se stesso, e perciò sa esprimerla. L’uso della ragione l'ha portato a questa grande conquista (3). (1) Cioè «lui» non equivale ad io: equivale a « Pierino » o « Giorgio ». — Alla treenne Gianna, la mamma chiede: « Gianna, vorresti andare alla spiag- gia? ». La piccina intende già che la risposta deve contenere un’affermazione della propria personalità: ma la forma condizionale del verbo, nuova per lei, le rende difficile la trasformazione in « 18 persona »: e perciò, dopo uno sforzo anglitico-sintetico, rispon- de: « Sì, mammina, ci andresto volentieri ». L'episodio chiarisce il valore delle desinenze personali, mentre: pone in evidenza, appunto con esse, la distinzione tra discorso obiettivo e discorso con intervento personale. (2) « La raison humaine est bàtie sur le langage: elle n’est au fond qu’une manière de parler, d’assem- bler les. mots les uns avec les autres ». P. Janet, L’in- telligence avant le langage, Paris, Flammarion, 1936, pag. 253. (3) « La razza umana, presa in massa, concorda largamente, a proposito di ciò di cui può aver notizia e a cui può dare un nome... V’ha tuttavia un caso del tutto straordinario in cui non si trovano due persone che facciano la stessa scelta. Ognuno di noi divide l’Universo intero in due metà, e per ognuno di noi quasi tutti gli interessi si riferiscono all’una o all’al- tra di queste due metà; soltanto che ognuno disegna -— 393 — hifi lrn  Quando però siederà sui banchi scolastici, la gram- matica burocratica non terrà conto di tutto ciò; la grandiosa realtà scomparirà, negata da una visione artificiosa, ed egli dovrà apprendere che io è « pro- nome », cioè « fa le veci del nome», ed equivale per- ciò a « Pierino » o a « Giorgio ». Poi che la grammatica ha il diritto e il do- vere di formulare regole che rispecchino la realtà obiettiva e linguistica, sarà « rivoluzio- nario » nel senso costruttivo il denominare « persone » e non « pronomi » quei vocaboli insostituibili (io, tu...) la cui presenza nel di- scorso esprime l’azione scenica linguistica, corrispondente alla realtà esposta, e che ri- chiede perciò forme speciali in ogni vocabolo che si riferiscono alla persona stessa. Còmpito della grammatica, è quello di ren- der chiari i fenomeni linguistici, razionalmen- te qualificandoli, e non complicarli, o, peggio ancora, deîormarli. * * * 484. — L’erronea interpretazione e quali- fica, e la tendenza a burocratizzare con in- controllato formalismo hanno prodotto altri | errori e false qualifiche. Per burocralica simmetria si è voluto for- zare la « persona » negli schemi morfologici | degli altri pronomi; e si è affermato che « i0 » ha per suo plurale « noi ». È possibile il plurale di me stesso? bi Basta che io dica che tutti chiamiame le due metà con gli stessi nomi, cioè me e non me, rispettivamente, perché si veda a colpo d’occhio ciò che intendo. Ognu- no di noi dicotomizza il Cosmos in un punto diffe- rente ». G. Tarozzi, Compendio dei principî di psico- logia di W. James, Milano, S.E.L., 1911, pag. 113. — Di questa divisione dell’universo in due parti, essen- ziale per il nostro pensiero, non tien conto la gram- matica formalistica tradizionale. la linea di divisione fra esse in un punto differente. | — 394 — SINGOLARITÀ DELL’« IO » 485. — Caratteristico dell’« io » è la sua « individualità », e quindi « singolarità ». La qualifica di «.noi » come plurale di « io » assu- me addirittura un carattere patologico (1). È esatto affermare che egli, esso, colui, colei, essa, ecc. siano « pronomi » (di persona e di cosa) e che abbiamo per loro « plurali » rispettivi eglino, essi, coloro, esse, ecc., poi che ciascun egli o ciascun es- so, ecc. si trova nel medesimo rapporto ideologico con il soggetto parlante, mentre vi è un solo «io» possi- bile, ed è lo stesso soggetto parlante (2).  Non sembri esagerata tale affermazione. « Les obsédés ne peuvent se débarasser d’une opposition qui tiraille leur esprit en deux sens différents et qu’ils traduisent souvent en disant qu'il y a plusieurs per- sonnes en eux ». P. Janet, op. cit., pag. 58. — La con- vinzione del maniaco, il quale si immagini di essere un altro, troverebbe piena conferma in questa defini- zione della grammatica tradizionale. Il « plurale » è il totale di.una somma, la quale può aversi soltanto con addendìî omogenei: la grammatica tradizionale affer- ma cioè che, come individuo -+ individuo + individuo... = individui così » io + io + io... = noi in cui tutti gli «io» si equivalgono. Sicché Tizio, il quale affermi di essere Cristoforo Colombo o Napo- leone trova sua piena giustificazione in questo plurale « noi », poi che la grammatica lo autorizza ad affer- mare che io (Tizio) + colui (Colombo) + colui Napoleone = noi, LI e, poi che noi è « plurale di io, ossia noi = io + io + io, io e colui si equivalgono; e perciò Tizio = Colombo = Napoleone. — «Lo studio fisio-psicologico della pazzia illumina quello filosofico sulla condotta della ragion sana ». B. Cassinelli, Storia della pazzia, Mila- no, Corbaccio, 1936, pag. 15. (2) Questa assoluta individualità e quindi singo- darità dell’« io » non vien meno neppure quando pa- recchie persone dicano in coro «noi», giacché per ciascuno dei parlanti tale vocabolo significa « to e co- loro che sono con me». L'unico caso di vero « plu- rale » della persona «io » si ha nel pluralis majestatis,  La morfologia è in perfetto accordo con l’idea espressa, poi che tutti questi plurali sono formati dal singolare: conservano lo stesso tema (significativo dell’idea stessa), cui si aggiunge un suffisso (signifi- cante l’idea di pluralità). Questo suffisso è, in italia- no, il medesimo che serve ad esprimere il « plurale » nelle forme verbali (1). Ù | Abbiamo infatti, al singolare: egli canta; — colui corse e, al plurale: | eglino cantano; — coloro corsero, con un parellelismo assai sintomatico. 486. — Che questi suffissi derivino, eti- mologicamente da suffissi latini diversi non diminuisce l’importanza del fenomeno, né ne altera il valore sintomatico. L'italiano è il la- tino trasformato con criterî generali e co- stanti: questi criterî hanno determinato la scel- ta e le modificazioni dei suffissi (2). 487. — Nelle lingue neolatine, come in tut- te le altre europee, e nella quasi totalità delle extraeuropee (3), il « noi » non ha alcun lega- tà IO “ cioè nel « noi » usato dal Sommo Pontefice e dai So- vrani: è un autentico « plurale », ma soltanto formal. mente, rimanendo singolare l’idea espressa. (1) Per « forme verbali » si intendono quelle che la grammatica tradizionale chiama « voci di 32 perso- na» e che la grammatica rivoluzionaria non ha biso- gno di qualificare in tal modo, poi che esse rappre- sentano la forma normale o semplice (narrativa, obiet- tiva) del verbo, ossia senza intervento scenico della persona. (2) Troviamo applicato qui lo stesso criterio per il quale in italiano vengono condotti al plurale in -i anche quei nomi ed aggettivi i quali hanno in latino il plurale in -s. (Cfr..8 208). (3) Pur in quelie lingue nelle quali il « noi » sem- bra formato dal singolare « io », il fenomeno va com- preso intendendo il vero significato dei vocaboli. ]l cinese wo3-mén, « noi », si forma da wo03, « io », aggiun- gendo l’ideogramma mén?, il quale implica l’idea di « pluralità », ma non nel nostro senso di « suffisso plu- rale ». Graficamente esso è costituito infatti dal sim- bolo dell’uomo (o dell’azione umana) e dalla figura- — 396 — vi i vigiizsd y Google | JJ‘tl/ GIG: SI « NOI » NON È IL PLURALE DI «IO » ir” | PRONOMI | itaLno { ord si o pt bn (o Se ii olii Fid dueic n | sorico Ivi Tui Veis" SIR TEDESCO e i ihr er, n | sassone { - la Po è ded | inerese Ile eg hey SERBO | E ip pi | RUSSO Ca | moti); ta mi e | n | tonno f& n pre di Nella linguistica realtà, nessuna affinità etimologica o) morfologica lega «noi» con «io», né «voi» con «tu ». (8 487). zione dei «due battenti di un uscio », i quali non sono uguali ma simmetrici. Ed è sintomatico chse tale « plurale simmetrico » si usi appunto per quelli che la grammatica tradizionale chiama « pronomi personali ».  me etimologico con « io »: non è mai formato | À | secondo lo schema « 10 » + sulîfisso plurale. Se i popoli han distinto nettamente, sia nell’idea (radice, tema del vocabolo), sia nel- l’espressione (forma del vocabolo) il singolare dal plurale, lo « io » dal « noi », ciò documenta nel modo più assoluto e completo che si trat- ta di due cose ben diverse. La grammatica non ha alcun giusto titolo per unire ciò che è nettamente distinto nella obiettiva linguistica realtà. Nel V canto dell’Inferno, Francesca da Riminì dice a Dante: « Noi leggiavamo un giorno per diletto di Lancialotto come amor lo strinse ». (Inf., V, 127-128) Il vocabolo lo è vero e proprio « pronome »: fa le veci di Lancillotto, e infatti questo « nome» può esser sostituito al pronome senza alterare né la for- ma né il significato del periodo: ma « noi » non è né « pronome » né « plurale di (0 »: come plurale di « io », ossia di colei che paria in 18 persona, dovrebbe esser il plurale di « Francesca »! Il «noi» non può esser sostituito da nessun altro vocabolo senza alterare la forma e il significato del periodo. Qualsiasi nome so- stituito ad esso provocherebbe addirittura il passaggio del periodo intero dal « discorso diretto » al discorso obiettivo, narrativo: Francesca e Paolo non sarebbero più gli attori parlanti: si parlerebbe di loro: la 12 per- Sicché anche il plurale cinese non fa che confermare la diversità di questo plurale sui generis dagli altri plurali veri e proprî. — Anche il « noi» giapponese (boku-ra, ware-ra, watakushi-domo) si forma da «io» (boku, ware, watakushi) ma i suffissi -ra e -domo esprimono piuttosto una «categoria» che una « plu- ralità »: sicché questi « noi » hanno il valore di « per- sone come me ». (L’ideogramma è il medesimo che si usa per significare « classe » persino nel sigrificato ferroviario: sicché il giapponese considera il « noi» “come comprensivo di « coloro che sono nella stessa classe con me »), — 398 — ey Google « NOI » NON HA SINGOLARE . sona perderebbe proprio questo suo connotato essen- ziale. 488. — Il plurale « noi » non ha singolare. È un vocabolo a significato collettivo: e- sprime più persone (e perciò è plurale), nelle quali è compresa la f° persona. Non è, quindi, un « plurale di 1° persona » ma un « plurale con 1? persona » (1). Questo plurale sui generis è meno eccezionale di quanto potrebbe sembrare. Esso .presenta infatti una certa analogia con quei nomi che hanno soltanto la forma plurale; alcuni di questi si riferiscono ad og- getti materiali simmetrici come le forbici, le manette, i calzoni, le nari: altri esprimono collettivamente l’in- sieme di più cose concrete o astratte le quali presen- tano una certa eterogeneità pur costituendo nella lo- ro somma qualcosa di unitario: tali sono, ad esempio, le sartie, le regaglie, le fattezze, le moine, le nozze, le esequie, gli sponsali. Nessun grammatico o mari- naio sosterrebbe che sartie sia il plurale d: draglia, o di strallo o di paterazzo, sebbene ciascuna di queste corde (2) sia compresa nel vocabolo sartie; né gram- matico o massaia asserirebbero che regaglie sia il plu- rale di cresta, bargiglio o fegato o di qualsiasi altra parte del pollo che costituiscono ideologicamente tale nome plurale. Parimenti le nozze e gli sponsali impli- cano necessariamente la benedizione nuziale, ma non ne sono il plurale: ché, anzi, non può aversi più di una benedizione nuziale in tutte le cerimonie che (1) Infatti noi può significare « io + tu», «io + voi », «io + colui», «io + tu + colui », « io +-colo- ro », ecc. ossia « io +chiunque altro che non sia io ». — Allorché taluno dice «noi Italianî » non intende « 44 milioni di io », ma «io + tutti i miei connaziona- li »: basta, cioè, che nell’idea collettiva espressa dal vocabolo sia contenuta quella della 7/35 persona, la quale non può essere che una sola. (2) Le draglie sono tese tra il-trinchetto e il bom- presso per farvi scorrere i fiocchi; gli stralli o stragli sostengono gli alberi delle navi dalla parte di prora; i paterazzi frenano lateralmente le parti medie degli alberi. | complessivamente sono espresse dal vocabolo plura- le, nozze o sponsali. Analogo è il rapporto del plu- rale noi con il singolare io, in quanto zoi non è il « plurale » di io, sebbene necessariamente io conten- ga (1). * * %* 489. — Le medesime considerazioni sono, nella loro quasi totalità, estensibili anche alla «2° p<ersona». . La « 2° persona » presuppone però neces- sariamente l'intervento in scena della 1. Si può dire «tu» solo dirigendosi direttamente alla persona, la quale è «2° » appunto perché la « 1° » è parlante, ossia interviene direttamente nell’azione linguistica (2). L'analisi di due terzine dantesche, nel notissimo episodio della Antenora ci permette di ben osservare la radicale differenza tra persone e «pronomi». «Io non so chi tu se’, né per che modo venuto se’ qua giù; ma fiorentino mi sembri veramente quand’io t’odo. Tu dei saper ch'i fui conte Ugolino, e questi è l'arcivescovo Ruggieri: or ti dirò perch’i son tal vicino ». (Inf., XXXIII, 8-15) (1) Il « plurale» grammaticale equivafe a quel che, in aritmetica, è una «somma », la quale presup- pone più addendi omogenei; a, meglio ancora un « multiplo », che è la somma di più addendi uguali tra loro. Questa identità, o, per lo meno, omogeneità (ossia identità deil caratteri essenziali sc non quanti. tativi) è indispensabile affinché sia possibile un’addi- zione. Più frazioni non possono addizionarsi se non siano ridotte allo stesso denominatore, ossia ad una medesima denominazione. 1l plurale « noi » corrispon- de ad un «numero misto »: potrebbe chiamarsi per- sona mista:è infatti misto di « io » e di « non-io ». (2) La persona «alla quale si parla » è detta in tedesco die angeredete Person, usando il participio passivo del verbo anreden, «rivolgersi parlando» (« parlare [reden] a [an]}); ugual valore ha l’espressio- ne inglese ihe person spoken to (letteralmente: «la =. 400 ——_—___hknmTeoeet" ’w@"r—_—_—»_TrT, .yry—_-> -<--—1}___ > —r *————m@—@m@1@——@—@—@—@—@—@—@—È@È@——nÈk21k1kh2kì41kt1kx.c== “e Ì)Îa gt ===“. e = SOLO LA 32 PERSONA HA PRONOMI I vocaboli chi, questi, e i (== gii) dell’ultimo ver- so sono pronomi. Il primo è pronoine interrogativo: equivale a « quale uomo » (cfr. 8 275) ed esprime l’in- cognita (nel significato algebrico); questi fa le veci di « l’uomo che è qui » ed è pronome dimostrativo, sosti- tuendo un nome, con l’agsgiunta di una determina- zione, ed i’ (= gli) significa « a lui » ed è perciò pro- nome personale (i). ossia « all'uomo già nominato » o «arcivescovo Ruggieri ». Le sostituzioni dei «nomi» ai «pronomi» che i ne fanno le veci è possibile, senza che ciò provochi alterazione alcuna né nel significato né nella struttura linguistica delle due terzine (2) Analoga sostituzione ‘ non è invece possibile per i vocaboli io (ed i’ del 40 verso), fu, mi e ti. Ad essi, infatti, non corrispondono, nella realtà linguistica obiettiva, due semplici indivi- dui, ossia il conte Ugolino e Dante, ma due « per- sonaggi in azione linguistica », che sono il conte Ugo- lino e Dante; e sia la forma che le idee che i voca- boli esprimono stabiliscono che il Conte Ugolino è la « 12 persona» e Dante la « 22 persona ». Il valore di « io » è quindi « il-Conte-Ugolino-che- sta-parlando »; e quello di « iu » è « Dante-cui-il-Con- te-U golino-parla ». Anzi, neppure sostituendo con tali complesse formule i due vocaboli si avrebbe la legit- tima e totale sostituzione con equivalenza completa, poi che il significato completo di «io » è « io-Conte- U golino-che-pario », e il significato di « tu» è « Dante- i cui-parlo-in-seconda-persona ». Nei vocaboli usati per . « far le veci» dei due da sostituire bisognerebbe ne- . cessariamente includere questo elemento persona- —— ; persona parlata-a », cioè « alia quale si parla »). Que- «ste formule pongono in maggior evidenza il carattere «diretto del rapporto tra 1? e 22 persona. ; (1) Non « pronome di 38 persona », poi che sol- «tanto la 38 persona può esser rappresentata da un “« pronome »: i vocaboli indicanti la « 13» e la «22» “non fan le veci di esse, ma direttamente le csprimono: “@ perciò son persone, nel senso già chiarito. | (2) Prescindendo, naturalmente dall’alterazione “metrica e prosodica, dipendente soltanto dalla misura : diversa dei vocaboli scambiati. sad _ mC _—_mm——_—_eeeRaI Ti.  le che ne costituisce il fondamentale connotato lin- guistico e ideologico. Essi sono perciò insostituibili. 490. — Il vocabolo « voi » può essere in alcuni casi il plurale di «tu». Rivolgendosi direttamente a più persone, esse son tutte e- gualmente « 2? persona »; sicché abbiamo, per la loro omogeneità, la possibilità di conside rare lu+t1+ iu... = voi. Ma il « voi » può significare anche « fu ed aliri » e può anche significare « voi ed altri »: lu + colui = voi fu + tu + colui = voi. Sicché anche « voi » va definito « plurale con 2* persona », 491. — Tali formule useremo anche per definire grammaticalmente le voci del verbo relative all’azione compiuta dalla 1° o dalla 2? persona, o alla quale partecipino la 1° o la 2? persona. Si dirà. perciò che scrivo è voce singolare (indi- cativo presente) del verbo scrivere, in 18 persona; scrivemmo è «voce (indicativa passata) del verbo scrivere, plurale con 12 persona »; scrivereste è « vo- ce (condizionale presente) del verbo scrivere, plurale con 22 persona); ecc. L’innovazione potrà apparire stramba e disorientante, ma un po’ di riflessione la ‘rive- lerà utile, chiarificatrice, giovando a porre în Ta la grammatica con la linguistica realtà — 402 — Il discorso personale. (XXIV) 492. — Il discorso personaliz- zato o«discorso diretto » costituisce un tipo di discorso del tutto speciale, poi che le per-. sone lo influenzano con le proprietà e ca- ratteristiche che sono loro esclusive. Il discorso « personalizzato » viene anche grafica-| mente distinto, ponendosi tra « virgolette » (1): « Noi veggiam, come quei ch’ha mala luce, ele cose » disse «che ne son lontano ». (Inf., X, 100-101). Ciò non impedisce che esso possa essere normal- mente commisto con il discorso espositivo o obiettivo anche nell’interno delle virgolette stes- se (2). | 493. — La persona, quando divenga soggetto del verbo, influenza la forma verbale. (1) Chiamate « virgolette » (« inverted commas » in inglese, « comillas » in spagnolo, ecc.) per la loro forma grafica, esse sono funzionalmente «segni di citazione » (« quotation marks » in inglese, Anfùhrungs- striche in tedesco, citationstecken o anfòringstecken in svedese, ecc.). Attribuitane l’invenzione ad un im- pressore Guillaume o Guillemet che le avrebbe adot- tate per primo nel 1546, i Francesi le chiamano guille- mets, donde anche il rumeno ghilemele. Più ampia- mente ne tratterà il volume sull’ortografia e pronunzia. (2) Nei due versi danteschi le proposizioni « ch'ha mala luce » è «che son lontano », entrambe relative, hanno la medesima forma e lo stesso contenuto ideo- logico che avrebbero in un contesto narrativo, poi che sono appunto « narrative ».  Perciò il verbo assume desinenze diverse al- lorché non sia semplice esposizione dell’azio- ne o dello stato, ma implichi (e perciò espri- ma) la presenza attiva’ della 1° o della 2° per- sona. 494. — La grammatica rivoluzionaria abo- lisce quindi i paradigmi tradizionali delle co- niugazioni, qualificandoli anzi artificiosa e bu. rocratica elencazione nella quale vengono ar- bitrariamente abbinati fenomeni linguistici che sono invece nettamente separati nella obietti- va realtà. Esiste una sola forma verbale narrativa (0 espositiva o obiettiva), la une ha il suo rego- lare plurale: l’uomo cammina; gli uomini camminano; la bimba cantò la bella canzone; le bimbe caniarono le belle canzoni. Esistono poi le due diverse forme deter- minate dal fatto che il soggetto è o contiene la 1* o la 2° persona: io cammino; tu cammini; io canto; tu canii. Esistono anche forme verbali plurali, le quali non sono però « plurali di 1° o di 2° per- sona », ma, parallelamente a quanto si è detto per i plurali roi e voi (che ne sono il sogget- to), « plurali con 1° o con 2° persona ». Che esse non siano da considerarsi « plu- rali » delle forme singolari è convalidato dal fatto che, anche morfologicamente, esse non hanno alcuna connessione con. quelle: îo cammino, noi camminiamo; tu canti, voi cantate. 495. — Sintomatico è invece il fatto che il « plurale con 1° persona » contenga sempre nella desinenza il fonèma significante la 1° persona: questo fonèma è m, richiamante lo stesso suono consonantico che è in me, mi: PLURALI CON 12 E 22 PERSONA noi camminiamo; noi cantammo; noi vorremmo; se noi fossimo. Parimente, il « plurale con 2? persona » contiene sempre, nella desinenza, il suono f, richiamante lo stesso suono consonantico che è in fe, ti: voi camminate; voi canfaste; voi vorre- sie; se voi foste. Questa coincidenza non è fortuita, ma. rivelatrice e sostanziale. Si è conservata, dal sanscrito (1), in gre- co ed in latino e si è mantenuta in italiano, confer- mando anche in questo settore la grande coerenza che la nostra lingua costantemente mantiene fra suono e significato. Il fenomeno è invece molto attenuato nelle altre lingue neolatine. Il caratteristico suono conso- nantico m si conserva nella forma « plurale con 1 persona » nella desinenza -mos dello spagnolo e del portoghese, e nelle desinenze -[a]m, -[e]m, (i)m del rumeno, mentre il t della forma verbale « plurale con 28 persona » è divenuto -s nelle due lingue iberiche, conservandosi nella desinenza rumena -tsi (scritta -ti con la sediglia sotto il t). Il francese ha unificato tutte le forme verbali, poi che alla differenza grafica non cor- risponde una diversa pronunzia: je marche, tu marches, il marche e ils marchent si pronunziano tutti allo stes- so modo: ma anche in francese è sintomatico che i due piurali personali abbiano una forma diver- sa: nous marchons, in cui la nasalizzazione è appun- to una corruzione dell’m; e vous marchez, in cui -ez = -ets. Delle altre lingue indoeuropee (2), il gotico distin- (1) Le desinenza personali plur. con 18 pers. -ama[h], -ima e plur. con 22 pers. -tha, -[i]ta richiama- no rispettivamente il mà (accusat.) e me (gen., dat.) della 13 persona edil tvà (accus) c fe (gen., dat.) della 22, (2) «La plupart des langues actuellement em- ployées en Europe sont des transformations d’une méme langue, dite indo-européenne, dont la période d’unité est préhistorique, et dont les élémenits compo- sants ont depuis longtemps fortement divergés. L’unité  gueva le due forme plurali « personali » (1): tale dif- ferenza si è perduta nel tedesco. Plurale unico (perso- nale e narrativo) aveva il sassone e quindi unico è anche in inglese. Le desinenze -em, -im (plur. con la pers.) e -ete, -ite (plur. con 2? pers.) conservano in russo le caratteristiche foniche personali. 496. — Esclusivo del discorso perso- nale è la forma « imperativa » del verbo, in quanto essa presuppone necessariamente la presenza attiva di colui che comanda o im- plora. Tale presenza essendo indispensabile, l’imperativo esprime questa sua parte- cipazione diretta esprimendo non soltanto l’a- zione della 22 persona, ma anche lV’ele-. mento volitivo della 1?. L’imperativo, pur indicando l’azione della 22 per- sona, contiene anche un elemento interiettivo della 1® persona: onde il suo carattere esclamativo, il quale tende a contrarre la forma verbale (2). Per- ciò, in quasi tutte le lingue, l’imperativo assume la forma più semplice, riducendosi spesso al puro tema verbale. du groupe n'est plus sensible aujourd’hui au premier coup d’oeil. Il n’en subsiste d’appréciable qu’une va- gue ressemblance générale de structure ». A. Meillet, Les langues dans l'Europe nouvelle, Paris, Payot, 1918, pag. 15. (1) Le desinenze -am del presente, -um del pre- terito, ed -aima, -eima dell’ottativo per il plur. con 1? pers., e le corrispondenti -ith, uth, e -aith, eith per il plur. con 28 pers. richiamano il mik, meina, mis (ac- cus. gen. dat.) della 13 persona, ed il thuk, thei- na, thus della 22. (2) Il fenomeno è analogo a quello per cui, inte- riettivamente ossia nel vocativo, molte forme dialet- tali dei nomi proprî siano tronche sulla sillaba accen- tata: il romanesco dice: « Ah Michè! » per « Michele! », e persino « Ah Giù"! » per « Giulio! » e « Ah Ro!» per « Romolo! »: parimenti il napoletano: « Neh, Gen- nà’! » (Gennaro), «’onna Carmè’!» (« donna Car- mela! »). MO a al L’IMPERATIVO TIPICO I E forma tipica imperativa è soltanto quella per da 22 persona, ossia del comando diretto (1). Coerentemente, minor vigore ha, nei riguardi del- l’azione espressa dal verbo, l'imperativo negativo: il comando o la preghiera possono esser assai forti pur nella negazione, ma più sulla negazione che sul ver- bo è il carattere imperativo. E si spiega perciò perché, in tal caso, l'italiano usi la formula « Non + infinito» (« Non fare!», « Non dire!», negativi di « Fa! » e « Di! »), ed anche altre lingue usino forme che si allontanano dall’imperativo positivo (2). L’imperativo in 38 persona, non essendo rivolto direttamente, ha minor energia interiettiva, e perciò non è espresso con forme tipiche, adottando quelle di altri « modi »: dica, vadano. 497.—La persona può essere « com- plemento oggetto » o « complemento indiret- to ». In tal caso, poi che essa non compie l’a- zione espressa dal verbo, questo rimane in forma normale (narrativa o obiettiva): però la « persona » è presente in scena, rappresentata rispettivamente dalle forme me, mi; te, fi. Le forme me, te conservano il valore di accusa- tivo che avevano in latino quando seguono il verbo e sono poste in rilievo con l’accento. Perciò vanno ‘ scritte separate da esso. Deiivano dall’ablativo quan- do dipendono da preposizione. Le forme mi e ti, deri- vanti dai dativi latini mihi e tibi conservano il loro valore quando precedono il verbo. In posizione diver- sa, i valori si invertono. Per ragioni eufoniche, i dati- (1) Lo spagnolo ha forme speciali anche per l’im- perativo plurale: comed!, « mangiate! », diverso da « vosotros coméis » « voi mangiate » (indicativo); e il portoghese ugualmente: « tirai », « tirate! », diverso da tirais (indicativo). (2) Latino ne facias! (0, meglio ancora, ne fece- ris), «non fare! »; noli me tangere! « non mi tocca- re! ». Alcune lingue hanno però la forma negativa formata con la negazione della positiva: ne fais pas!, «non fare! », ne me touchez pas! »; tedesco: vergiss mein nicht! « non ti scordar di me! ». * — 407 — dacia ai  vi mi e ti diventano me e te quando siano seguiti da pronomi, appoggiandosi procliticamente su essi. E lo stesso dicasi per i plurali ce, ci, e ve, vi: «Non vi mettete in pelago, ché, forse, perdendo me, rimarreste smarriti ». (Par., II, 5-6). \ « Per me si va nella città dolente » (Inf., I, 1). «lo son Beatrice che ti faccio andare » (Inf., I, 70). Queste regole rendono spesso perplesso lo stra- niero che parli italiano, come dubbioso può esser lT'I- taliano allorché voglia esprimere in una lingua estera questi rapporti pronominali connessi con quelli per- sonali (1). Interessante è notare che, mentre le altre parti del discorso (nomi, aggettivi, pronomi) non hanno più, in italiano, le « declinazioni », le persone costituiscono l’unica parte del discorso che le abbia conservate. È ancora una prova che esse si diversificano dagli al- tri vocaboli (2). È un altra caratteristica peculiare del d:- scorso personale. 498. — Le persone influenzano, natu- ralmente, anche gli aggettivi possessivi, i qua- li variano per indicare rispettivamente l’appar- tenenza alla 1° o alla 2° persona: «Quando sarò dinanzi al Signor mio, di te mi loderò sovente a lui ». (Inj., II, 73-74) 499. — Le persone influenzano anche gli aggettivi determinativi, in quanto la pre- senza del soggetto parlante sulla scena rende possibile la « localizzazione » con riferimento ni n (1) Il francese dice « donne-le moi » laddove l’'i- taliano dispone diversamente la « persona » e il « pro- nome »: « dàmmelo ». (2) Le forme lo e gli della cosiddetta « 32 perso- na » son dovute alla influenza delle persone. LOCALIZZAZIONE E CORTESIA alla persona stessa: quesito, codesio e quello esprimono appunto una localizzazione con riferimento alla 1° persona: questo indica la vicinanza ad essa; codesto la vicinanza alia 2° persona (la quale implica la presenza della 1°) e quello la distanza da entrambe (1). Lo stesso dicasi per gli avverbîì analoghi: qui, così, lì. 590. — E, finalmente, la « presenza in sce- na » determina speciali formule per esprimere i diversi gradi di cortesia, ossia il maggiore 0 minor riguardo con cui il discorso è diretto alla 2° persona. | Alcune lingue usano anche per la 18 persona vo- caboli diversi, indicanti la posizione morale e di eti- chetta di essa rispetto all’interlocutore (2). Per la 22 persona, l’italiano genuino usa il « Voi »,. che solo in tal caso è «plurale » (ma solo formal- mente) di 22 persona, ossia di «tu ». Esso è infatti un «tu» ampliato (pluralizzato) per un atto di riguardo, magnificando la persona cui si parla. L’aggettivo che ad esso si riferisce resta al singolare, documentando che si tratta di un plura!e improprio, perché fittizio. (1) In alcune lingue la localizzazione rispetto a. colui che parla influenza anche l’espressione fònica, sì che la maggiore distanza è indicata con un raffor- zamento interiettivo: in kinyamwesi essa è indicata in- fatti con una maggiore intensità di accento sulla sil- laba finale: « quell’albero » (non molto lontano)» è mti gwen-ugo, e « quell’albero [là giù] » è anche mti gwen-ugò, ma pronunziato con la vocale finale pro- lungata e più intensa. (2) In giapponese, ad esempio, l’uso di boku o watakushi per la 12 persona implica che si dà rispet- tivamente del « tu » (omae, kimi) o del « Lei » (anata) alla persona cui si parla. Il coreano, oltre il normale na, può servirsi di altri numerosi « io », connessi per-- sino con la diversa credenza religiosa: umile prono- me cristiano di i? persona è sintja, e ancor più umile è tjOiin, mentre sosung viene usato soltanto dai bud- dhisti. Il tibetano può usare non soltanto nga o nga- rang, ma anche un «io» più umile, ossia da e, nello stile epistolare, thren.  = Il « Lei », relativamente recente e di importazione. spagnola, è anch’esso fittizio, ma presenta caratteri di maggior anomalia. Il « Lei» di cortesia sta a rappre- sentare la « Signoria » della persona alla quale si par- la: questa non è più considerata come presente in sce- na, ma collocata fuori di essa: si parla ad essa o di essa considerandola un’astrazione estranea al « discor- so personale ». st | RIiGlì $ Vo ifiansscnÒ ITA Li z:eenò Il discorso a carambola... Il « dare del Lei » è un biz- zarro espediente di cortesia con il quale alla « perso- na » si sostituisce la sua « Signorìa », la quale, collo- ‘cata artificiosamente « fuori scena », può esser perciò sostituita a sua volta con un pronome. (8 500). Questa finzione è artificiosa, e, poi che il prono- me è femminile anche se rappresentante una persona fisicamente Mascnlle, può dar luogo a curiosi equi voci. —'dld ae L’ITALIANISSIMO « VOI » La coerenza e la chiarezza hanno perciò oppor- tunamente consigliato il ritorno all’italianissimo « Voi » (1). Nessun fanatico del «Lei» oserebbe mai sosti- tuirlo al « Voi» nel linguaggio solenne o nelle pre- ghiere. *o Ro >* I 500 paragrafi che precedono non preten- dono di contenere fulte le norme per un lim- pido e corretto discorso, ma appena le fonda- mentali e di orientamento. Non è esagerato aî- fermare che 5.000 paragrafi con altrettante «regole» sarebbero ancora insulficienti, pur se ogni fenomeno morfologico, sintattico e di connessione Îra pensiero ed espressione fosse formulabile con una regola, Un periodo, una proposizione, una parola, o anche una semplice intonazione sono il ri- sultato di più « regole » o « leggi », che diffe- rentemente confluiscono e — jogicamente — con differenti effetti. Vi è una ragione per cui noi diciamo « sa- le e tabacchi » e non mai «tabacchi e sale »: a noi è spontaneo dire« bianco e nero », « cani e gatti », ecc., mentre per un Anglosassone quest ordine è del tutto « anormale », poi che egli pensa e dice « black and while » (« nero (1) Il « Voi» non altera la direzione della parola, mentre il « Lei» si dirige fuori scena, convenzional- mente, appunto per evitare quel « discorso diretto » che, nella realtà, pone i due interlocutori nella stessa scena linguistica. — La campagna contro il « Lei » e per il ripristino del « Voi» fu iniziata dall’autore nel 1928 (cfr. La Tribuna, 31 ott. e 10 nov., Giornale d'I- talia, 16 dicembre). Ripresa da Bruno Cicognani un decennio più tardi, fu inconsultamente trasformata in provvedimento autoritario. Altrettanto inconsultamen- te, la questione filologica divenne anche più tardi 0g- getto di polemiche a base politica. Per la chiarezza letteraria del problema, cfr. Toddi, Perché il « Lei » non è italiano, in «Sapere », Milano, 15, V, 1939: N. 105, pag. 350 e segg. n Uli  e bianco ») e « cats and dogs» (« gatti e ca- ni »). Più che una ragione, vi è tutto un insie- me di ragioni. Ma anche là ove sarebbe complessa l’ana- lisi dei fattori storici, psicologici, fisiologici, climatici che determinano il particolare feno- meno linguistico, ciò che soprattutto importa è la constatazione della diversità di. espres- sione in quanto rivela una diversità di pen- siero. E, in ciascuna lingua, l’espressione è chia- ra e corretta allorché rende esattamente il pen- siero: ed è sintomo che il pensiero stesso si è ben coordinato in « idee »: un ‘espressione lin- guistica torbida o inesatta — cioè comunque « scorretta — rivela una mal congegnata con- nessione di idee, non corrispondente cioè ad una disciplinata realtà. Coerenza e chiarezza sono i due connotati fondamentali del nostro idioma, il quale è non soltanto armonioso nel senso musicale, ma an- che armonico, nel significato più essenziale, ponendo in armonia l’espressione del pensie- ro con l’obiettiva realtà, ossia ciò che real- mente « è », FINE Liza REPERTORIO degli argomenti, delle persone e dei vocaboli (*) a, caratterist. del femm,, . — (—a)=+a, pag. 187. a, prep. 348. a-, pref. ingl., pag. 240!. -a, femm., persiste nel plur., 212. -a, nei nomi geogr., 351, 259. | Aachen, ted., p. 260, fig. abbassalinguu, 223. abbastanza, 395. a, b, c, - A, B, C, valore ordinale, 302. Abd-er-Rhaman, pag. 184. abete, 181. abitanti (nomi di), 373. ac, rum., pag. 1263. acacia, 218. accento latino, 206. accento in lingue stranie- re, pag. 621, accentuazione latina, 176. accidenti!, 472. acciocché, 443, 447. accrescitivi, 334. accusativo, 422 - nelle e- sclamaz., 241; - nei pro- nomi, 237. Achrad°ne, pag. 262, n. 3. achtgeben, ted., pag. 3072. « adaequatio », pag. 72, n. adal, mald., pag. 301, 302. Adamo, pas. 57, n. 1. 3723, aér, lat., 202. aferin, turc., 461. affar, amar., pag. 572. affatto, 397. affinché, 443. ‘ afloat, ingl., pag. 241!. aggettivo: cap. XV, - 37 - funz. da avverbio, 384- - agg. e avverbio, 414 - concordanza, 314 - gradi, 321 e segg. - po- sizione, 319 - uso e sti- le, 311 - con valore as- soluto, 321. aggett. composti geograf., pag. 2951. è aggett. determin., cap. XV aggett. geograf., 367 e segg. aggett. determinat. locat., ‘ 499. aggett. numer., 295 e segg. aggett. possessivi, 291, 498 - rinforz. da avverbio, 329. aggett. qual:ficat., 286, 300 e segg. - in funzione de- termin., 316 - in funz. attribut, 311. aggett. qualificat. geogr., 367 e segg. aggett. qualificat. nei no- mi geograf., 350. aggett. sostantivati. 37, 300. (*) I numeri, se non preceduti da « pag. » (=« pa- gina »), rimandano ai paragrafi. Gli esponenti riman- dano alle note. — 413 — REPERTORIO ago, pag. 1263. agricola, pag. 1442, agua vai!, port. pag. 371!. aguja, spagn., pag. 126!. ah!, 456, pag. 362, n. 1. iah!, 456, pag. 362!. ahi!, 459, 460, 461. ahimé!, 461. ahilui!, 461. aicc.a-l-m, amar., pag. 316, aidèllem, amar., pag. 314, aiè, amar., pag. 3154. aìguille, franc., pag. 1263. air, franc., pag. 262!. aire, spagn., pag. 2621. aiuto!, 26. aivi, lapp., pag. 2723. Aix, franc., pag. 260. ajédrez, spagn., pag. 134, fig. aki, ungh., pag. 2041. albanese, 367. albanese (lingua) vedi lin- gua albanese. alberi (nomi di), 181. - in lat., 201. albero, 201. alcunché, pag. 1891. ‘ alcuno, pag. 1891. Aldrich H. S., pag. 521. alemàn, spagn., 372. algebra, simbol., 232, 239. alike, ingl., pag. 240!. all, ingl., pag. 185°. Allah, pag. 370!. alle, ted., pag. 1831. alléloin, gr., pag. 192, fig.; pag. 1931. allora, 400. allorché, 401, 443, 447. allorquando, 401. alone, pag. 204!. alouette, franc., pag. 64!. | Alpi, 358. alquanto, 395, 400. Altair, pag. 284. alter, lat., pag. 1912. alternanza, 392. Altissimo, 257. altrettanto, 398. altri, altrui, 257, 258, 291; pag. 189, fig. ‘amulette, franc., alto, pag. 244!. ame, giapp., pag. 212. ameba, 199. amely, ungher., pag. 204!. amen, ebr., pag. 106, 161, « americano », 379. ami, ungher., pag. 204, n. Amilcarelli I., pag. 1081; pag. 1242. amo, spagn., pag. 572. amtsalter, ted., pag. 62. amuleto, 182. 182. an, egiz., pag. 3152. analisi e sintesi, 385. analisi grammatiicale, 331. analisi logica, 331, 431. analogie, 160. ananasso, 201. analysis situs, pag. 1901. anata, giapp., pag. 4001. anconetano, 369. ancorché, 442, andalou, franc., 371. Andalusia, 351. Ande, 358. -ando, 415. Andromeda, pag. 284. Androvic’ G., pag. 336, n. anfòringsticken, svedese, pag. 4031. anfiihrungsstriche, pag. 4031. anglo-, pag. 3951. Angola, 351. anima, delle cose, p. 175:. ted., ‘anima + corpo = perso- na, pag. ill, n. animali, masch. e femm., 181. i -ano;, suff. aggett., 367. anofele, pag. 123. anreden, ted., pag. 4002. antecedente, nelle relati- ve, 269 e seggio Antille, 353. antînazifascista, pag. 129. antonomasia, 379. anybody, ingl., pag. 1881. apis, romanesco, pag. 63. apodosi, 118, 119, 120. Apollo, pag. 143, n. 3. — 414 — wr-m<W W È 'ÀÈÉÉÈhrhqJÎq UPE€©’_'wwo_——uE::[[|k<;iI:-(:(:(::Ii5 REPERTORIO appena, 401, 443, Appennini, 358. Apuleio, pag. 322. Aquisgrana, pag. 261!. pag. 260, fig. Arab, Arabian, ingl., pag. 2931. aqui del Rei!, port., 468. Arabia, 351.0 | arancia, arancio, 201. arare, giapp., pag. 212. arc, rum., pag. 127, n. arbor, lat., 201. _archiatros, gr., pag. 260, fig. Archimede, pas. 20, n. area di significato, 71, 478, argot, pag. 2952. aria, 202. Ariel, 363. Ariminus, 359. Ariosto, pagg. 6, 7, 127, 130, 177, 280, 320, 326. ari-masu, giapp., p. 1752; pag. 176, fig. Aristotele, pag. 21!; pag. 431; pag. 59, 82, 3241; pag. 356. armonia. universale, 49. armonia vocalica, 84. Arnolfo di Cambio, pag. 1541. arrivista, 186. articolazione e intonazio- ne, 441. arte e interiezione, 442. articolo,37-èaggett. determinat., 290, 313 - nei nomi astronom., 365 - nei nomi geograf., 340, 345 e segg. - coi nomi di parentela, 313 n. - nei nomi di quartieri, rioni, ecc., 344 - artic. e numerale, 298 - art. sostantivato, 299. articolo apparente, 84. articolo doppio, pag. 64, n. articolo etimologico, 341. artista, 212. as’, lit., pag. 397. Arabic, asciafferègn, amar., pag. 316. «asco, suff. aggett., 369. asindoto, pag. 401, asintote, pag. 40!. asleep, ingl., pag. 2401. assai, 295. associazione d’idee, 438. assurdo, 321. astri (nomi di), 366. astrologia, pag. 140-141. astronomia (nomi), 363 e segg. aten, ar., pag. 50. Atene, 343, Athenae, lat., 343, atlante, 339. Atlante, 353. atollo, pag. 301 fig. attributo, pag. 234. atum, port., pag. 50. atùn, spagn., pag. 50. arzt, ted., pag. 260 fig. ‘ auò(n) amar., pag. 3154. autista, pag. 129. auto, 184. autoblindo, 184. autobus, 192. automobile, 181. avanti, 402. Avenarius R., pag. 3511. avere, 108, 109 - forma il futuro, 153 - manca in arabo, pag. 751, aviere, 188.0 avo, port., pag. 2272. avverbio, p. 37; cap. XIX; 381 e segg. - av- verbio e aggettivo, 414 - aggettivo del verbo, 381, 384 - incorporato nel verbo, 385 - etimol., 382 - avverbio e prepo- siz., 413 - vale sost. + preposiz. 416 - avv. + verbo = verbo specifico 385. avverbî affermativi, 389. avverbî correlativi, 398, 410. avverbî determinativi, 383 e segg. » — 415,4  avverbî interrogat., 449. avverbî locat., 430 e segg.; 499. avverbî in -mente, 406. avverbî negat., 386 e segg. - negat. sintet., 388. avverbî onomatopeici, 418 e segg. avverbî qualificat., 383, 405 e segg. avverbî sostantivati, 407. avverbî temporali, 400, 401. \ jay de mi! spagn., 461. azione alternata, 385. azione verbale angolare, 422. azione verbale dir., 422. Aztechi, pag. 293!. azteco, 374. Azuma, pag. 257!. baccalà, 191. baccarà, 191. bacio, 469. Bacone, pag. 73!. Balance, franc., ingl., 366. Ballini A., pag. 3771. bambù, 191. bana bak!, turc., 471. banchettissimo, pag. 252!. banggabhasa, beng., pag. LDIAEE bar, 192. Barabba, 223 d). barista, 186. base etica delle zioni, 458. Basler O., pag. 74. basso, pag. 244. battaglione, 121. bazar, 192, 223. Beaulicu, pag. 257!. because, ingl., pag. 358 fig. Becchetti S., pag. 377. Beciuana, 351. becsi, ungher., 375. bee, ingl., pag. 1581. beer, ted., pag. 62. beerben, pag. 62. beinn, celt., pag. 2723. Bell C. A., pag. 782. interie- 402, 403, bellefontain, franc., 371. Beltrano, port., pag. 214!. ben, celt., pag. 2723. benché, 447. Bengala, 351; bengala, p. 131. Benloew L., pag. 1164. berg, ted., pag. 2723. bergamasco, 369. beri-beri, 190. berlinois, franc., 371. Berro B., pag. 281!. bestemmia, 461. Bessière G. pag. 183. Beyer F., pag. 62!. Bezsonov P. A., pag. 3693. Biacchi L., pag. 1601; pag. 3372. Bibbia, pagg. /l, 3, 575, 10717 CIVITAS bien, franc., pag. 252. Bilancia, astron., 366. Bilancioni G., pag. 10!., birba, 186. birudingu, giapp., p. 363!. bitte!, ted., pag. 372. bizbiz, port., 469. bjerg, dan., pag. 27235. blanco, spagn., pag. 296, 297. bocconi, pag. 329. Boccaccio, pagg. 45, 174!, 1861, Boezio, pag. 20!. Bohatta H., pag. 228. boia, 186, 223. Boito A., pag. 356. Boiste O. C. V., pag. 367!. boku, giapp., pag. 398: pag. 4092. boku-ra, giapp., pag. 398. Bolivar S., pag. 271. Bolivia, 351. bolscevismo, 380. bomba atomica, pag. 91!, pag. 300-301. bon, franc., pag. 252. bonheur, pag. 124. Bonifacio VIII, pag. 2991. Bonvesin da Riva, pag. 3ZI4I, book, ingl., pag. 301. ì rvmò0_ù_—òwo WWW ‘él0@q1#10@e’ MMM) Size REPERTORIO Bormida, 359. Bortone F., pag. 118. bow-wow, ingl., 419. boy, ingl., pag. 158. Brackenbury G., pag. 701. Brahmaputra, 359. bravo!, tranc., 457. brdo, jugosl., pag. 2723. bre, serb., 466. Brewer E. C., pag. 1951, brianzolo, 369. Brindisi, pag. 258; brindi- si, pag. 258, 213. brisa, bologn., pag. 3145. Bròndal V., pag. 252. Bruce E. D., pag. 118. Bucarest, 343. Budapest, 343; budapesti, ungher., 375. Buenos Aires, 342. « Biihnensprache », pag. 240!. building, ingl, pag. 363!. Bulgaria, 351. bùmerang, 192. buono, pag. 244!. bureau, franc., pag. 71!. ° burocrazia, pag. 71! - bu- rocrazia grammaticale, 100, 147. burro, spagn., pag. 572. bustina, 380. byl, bylà, bylo, russ., pag. “2381. byliby, bylyby, pol., pag. 2381, ted., cablogramma, 186. Caboto, pag. 2596. cacciatorpediniere, p. 160. Càchy, boem., pag. 260. cada uno, spagn., p. 183. cadì, 191. Càdiz, spagn., 371. caffè, 191, 223. cagliaritano, 369. Caio, 284. calcolo differenziale, pag. 2444, calcolo integrale, p. 183. Callisto, astron., 363. camaleonte, 181. camerata, 186. camice, pag. 1532. camicia, 218. camionettista, 186. Campana M., pag. 1191, Campidoglio, 357. Canadà, 352. canapé, 191. candel:ere, 188. Cane, astron,. 366. canizie, 214. cafion, spagn., 380. canto gregoriano, p. 1184. Canton Ticino, pag. 288. cantonese, 368. Capannelle, 344. caporione, 225. Capos M., pag. 1782; pag. 3372. capostazione, 225. Capponi Gino, pag. 4. Capraia, 345. Caprez G., pag. 3772. Capri, pag. 266, 267; par. 367. icaramba!, spagn. 466. caratteristiche nazionali nelle esclamazioni, 451. carburatore, 188. Carducci G., pag. 77. caricaturista, 186. Caridd?, 379. carità, 191. Carnera, 379. carniere, 188. Caro A., pag. 127. Carpazi, 358. Cartesio, pag. 380. Carul cu boi, rum., pag. 2821. Caruso, 379. casalasco, 369. Cascine, 344. casi, in latino 21 - abbon- danza di casi, 423. caso ablativo, 423. caso adesivo, pag. 3381, caso allativo, pag. 3381. caso comitativo, p. 3381. caso connettivo, p. 3382. caso dativo etico, 426. caso diretto, 422, 478, 498. «dla 27 REPERTORIO caso elativo, pag. 338!. caso espletivo, pag. 3382. caso essivo, pag. 3381. caso genitivo, 431.0 caso illativo, pag. 3381. caso inessivo, pag. 3381. caso istruttivo, pag. 3381. caso locativo, 423, p. 3371. caso obliquo, 422, 478, 498. | caso partitivo, pag. 3381. caso possessivo, p. 3382, caso preposizionale, 423. caso privativo, pag. 3381. caso prolativo, pag. 338!. caso strumentale, 423. caso traslativo, pag. 3381. caso vocativo, 423. Cassinelli B., pag. 3951. Castiglia, pag. 268. castità, 191. Cataluîia, pag. 266. categorie aristoteliche, p. 3241, | catene di monti (nomi), 258. Catone M. P., pag. 385. 358. cattivo, pag. 244!, Caucaso, 358. caucciù, 191. causa, lat., pag. 350!. ce, ci, pron., 498. cedro, 201. Cefeidi, astron.. 366. celaviek (celoviek), pag. 123!. celle-ci, celle-là, franc., p. 1731. cellula, 200, pag« 663. celui-ci, celui-là, franc., p. 1731. cent, ingl., pag. 2272. Centauro, astron., 366. centavo, spagn., pag. 2272. centime, ingl., franc., pag. 2272. céntimo, spagn., pag. 2272. centesimo, pag. 2271. « 3 di Delboeuf », D. cerimoniere, 188. russ., cerro, spagn., pag. 2723. Cervino, 357. . Cesare, pag. 45. Cesarotti Melcn., pag. 31!; pag. 1243. cetvorka, croat., Cevenne, 358. chacun, franc., pag. 1831; ‘pag. 1851. chaleur, franc., pag. 124. character, ingl., pag. 3861. Chariot de David, franc. pag. 2821. Charle’s Wain, ingl., pag. 2821. Chaucer, pag. 2793. che, congiunz., 268, 444, 446; consecut., 447; de- terminat. 446. che, pron., 267 e segg. checkmate, ingl., pag. 134 fig. chem-pe-sh’u-wa, tibet. p. 3761. ched è?, roman., pag. 10!. chess,.ingl., pag. 134, fig. chi, pron. bivalente, 275. Chianti, 197. chicchirichì, 419. chimica, pag. 171. chimono, 185. pag. 230. . China, 376. china, ingl., pag. 292. chino, spagn., pag. 2911; pag. 296-297. chinois, franc., 371. chioggiotto, 369. Chioma di Berenice, 366. Chiot G., pag. 3772. chiunque, 247. Chorìo, pag. 261. chove, port., pag. 202. ci pron., 403, 498, p. 175. -ci, franc., pag. 1731. -cia, gia, (plur. dei nomi in), 218. C’iang?-chiangi, 2771. ciào, 467. ciascuno, 252. Cicerone, pagg. 45, 1007, 118, 159, 171, 298, 337. cicerone, 279. — 418 — dee RI LIZIEoRAI Rita AAA DL ILILIIITIT TTI i i REPERTORIO Cicognani B., pag. 411*. Cile, 352. Cina, 376. cincilea, rum., pag. 2272. cincime, rum., pag. 2272. cinese, 376. cino-, 376; pag. 2951. cinquina, pag. 230. Cinzano, 197, 223. cioè 442. ciò, 235. cipriota, 369. circolare, 321. città (nome di), 343, 427. città, 191, 223. citationstecken, sved., p. 4031, civiltà e linguaggio, 461. civiltà latina, pag. 271!. -C0, -g0, (plur. dei nomi in), 219. « cockney », pag. 2952 - doppia negazione in, p. 1881. cocoroco, rum., pag. 332. codesto, 499. cognomi (plur. dei), 223. colà, 402. colei, 235, 236, 482. colibrì, 191. colli (nomi dei), 357. Colombia, 351. Colombo Cristoforo, pag. 271. colorado, spagn., p. 2331. colore, 181. colori (parole indicanti i), pagg. 233-2342. coloro, 237. colui, 235, 236, 490. comasco, 369. come 443 - come? 410. come!, ingl., pag. 3722. Comenio, pag. 231. comillas, spagn., p. 4031. comparativo 70 - compa- rativi spec., 330. complementi, 125. complemento di agente, 432. complemento di causa, 432. complemento di denomi- nazione, 434. . complemento di misura, 432. — complemento di natura, 432. complemento oggetto, 37, 38, 422. complemento di origine, 432. complemento di prove- nienza, 432. complemento di specifica- zione, 431. « compound tenses », ingl., pag. 701. Computo Ecclesiastico, p. 141-142. | concatenazione mentale e concatenaz. verb., 438. concetto, 438. concordanza, 54 - di ag- gett. 314 - criterio mu- sicale 294 - concord. e forma mentis, 315 - c. dei pronomi, 243. condizione - non sempre espressa: 116. congiunzione, 37; 438 e segg. congiunzioni 442. congiunzioni causali, 443, 448. congiunzioni 443. congiunzioni condizionali, 443 congiunzioni consecutive, 446. congiunzioni coordinative, 440, 442. congiunzioni 442. congiunzioni determinati- ve. 445. congiunzioni dichiarative, 62, 442 avversative, concessive, copulative, congiunzioni dimostrative, 442. congiunzioni disgiuntive, 442. — 419 — REPERTORIO congiunzioni disgiuntive, 442, 447. congiunzioni finali, 443, 448. ‘congiunzioni integranti, «443, 444, 445. congiunzione nei nomi geograf., 339. congiunzioni ipotetiche, 113, 121. congiunzioni subordinati- ve, 440, 443. congiunzioni 443. | congrà, turc., pag. 631. congrès, franc., pag. 601. coniugare, pag. 86. temporali, coniugazione, 91 - non in antitesi con l’in- dole analitica, 126; I, II, III coniug.; 163. coniugazione semplificata, 494. coniugazione passiva (non esiste in italiano), 138. consonante iniziale, 298. consonante (nomi in), 192. conviva, pag. 1472. Constantinoupolis, gr., p. 289 fig. Contarini P., pag. 328!. coordinazione, 441. coquerico!, franc., p. 332. « copula » pag. 12. còr, port., pag. 124. Cordigliera, 358. Corioli, 343. Coroteghi, pag. 2931. correlazione tra domanda e risposta, 391. corsè, 191. corset, franc., pag. 1352. Cortesia e interiezioni, 458 e segg.. cosa, pag. 3501, così, 398, 416. costà, 402. coso, 283. Costantinopoli, pag. 289. . Costa Rica, 351. costei, 235, 236. costellazioni (nomi delle), 366. costoro, 237. © ‘costrutti congiuntivi, 447. costrutti esclamativi, 450. costrutti interiettivi, 453. costui, 235, 236. couleur, franc., pag. 1241. crab, ingl., 366. crack, franc., pag. 3332. creolo, 377. Creta, 347. crisi, 190. crisi della scienza, pag. 2501. criterio analitico e into- nazione, 460. criterio econom., p. 3511. criterio fondament., 315. Croazia, 351. Croce Benedetto, pag. 380. Croce del Sud, 366. c’to, russ., pag. 3591. cucurigu, rum., p. 332. cui, 273, 274. cui, lat., 273. cuius, lat., 273. cur, lat., pag. 3573. curve esponenziali, 2444. cuyo, spagn., pag. 2022. « Cy », pag. 1712. pag. da, pag. 347; par. 433. da, tibet., pag. 4092. dagh, tur., pag. 2723. Dalai Lama, pag. 130. danés, spagn., pag. 291. D'Annunzio G., pag. 264. Dante Alighieri, pagg. 6, 9, 10, 23, 27, 30, 321, 36, 37, 40, 45, 47, 55, 77, 81, 90, 92, 110, 111, 121, 1233, 127, 135, 144: 1541, 157, 181, 183, 190, 198, 199, 200, 201, 202, 204, 210, 211, 2331, 237, 253, 265, 275, 285, 313, 321, 318, 320, 323, 324, 325, 326, 328, 330, 345, 346, 353, 355, 358, 364, 398, 400, 403, 408. — 420 — e ||" €/}])  Dantzig T., pag. 227. dare, pag.. 75. dare-avere, 108. dativo, nci pronomi, 237. D’Aubigné, pag. 1251, Dauzat A., pag. 1261; pag. 1472. Davis W. M., pag. 3021. D'Azeglio Massimo, pag. 3872. de, spagn.., port., 432. de, giapp., pag. 350!. De Arrigarai B., pag. 642. declension, ingl., p. 3351. declination, ingl., p. 3361. declinazione, 422. declinazione latina, 68 - scomparsa in italiano, 91. declinazione delle « perso- ne », 497. declinazione pronominale, 237, 273. declinazione e coniugazio- ne, differenza, 126. definizione, pag. 723 - è al presente, 141 - suoi re- quisiti, 101. degh neu, amar., p. 3154. De Kaapsche Hoop, olan- dese, 340. Demostene, pag. 1243. den Haag, pag. 2593. denominatore, 188. denominatori, 302. derivati numerici, 306. dernier, franc., 320. De Ruggiero G., p. 127!. De Sanctis F., pag. 2351. De Saussure F., pag. 2032. Descartes, vedi Cartesio. deserto, 361. deshonnheur, franc., pag. 1241. desinenza e genere, 183. Desvres, pag. 2611. « derivata », pag. 245. determinatezza delle lin- gue flessive, 73. deutsch, Deutscher, ted.. 375. i di, prep., 431, 432. dia, franc., 470. dia, port.; dia, spagn., p. 1262. dialetti arabi, (nomi geo- _ gr.) pag. 274. dialetti italiani, pag. 461. dialetto, 155 - d. e lingua, pag. 46! - vocat. 496. dialetto abruzzese, p. 113. dialetto bolognese, p. 314! dialeto brianzolo, p. 276. dialetto cantonese, p. 118. dialetto còrso, pag. 329. dialetto fiorentino, p. 276. dialetto genovese, p. 205. dialetto lugudorese, pag. 329. dialetto maltese, p. 2883. dialetto milanese, p. 3141. dialetto napoletano, p. 7, 342, 113, 205, 4062. dialetto romanesco, p. 53, 155, 62, 113, 264, 205, 4062. dialetto sardo, 289, p. 205. dialetto siciliano, p. 205. dialetto toscano, 51. dialetto veneziano, p. 205, pag. 328. diamante, 181. diamine!, 472. diavolo!, 472. | dicotomia dell’Universo, pag. 3933. dictionary, ingl., p. 2972. did, ingl., pag. 13. dieresi, 190. dies, lat., pag. 1262. dietro, 402. dilemma, 186. di-mi, tibet., pag. 376!. diminutivi, 334. dinamarqués, Dinamarca, spagn., pag. 291! dinamo, 186, 223. Dio, 1, 6, 220 - popoli sen- za D., pag. 1672. Dionigi D’Alicarnasso, p. 1183. Dipper, ingl., pag. 282. direttissima, direttissimo, pag. 252!. “i REPERTORIO discorso narrativo e discorso personale, 480 e segg. discorso obiettivo, 164. discorso in 3* persona, p. 379 e segg. discorso personalizzato, 492. dita e numerazione, pag. 2301. divinità (antiche, genere, 363. divisione, 181. divisore, 188. Dixon J. M., pag. 195!. [10] do, ingl., 387; pag. 13. do; nota mus., 193. doko, giapp,. pag. 343, fig. dogmi, espressi al presen- te, 141. domanda, correlaz. con la risposta, 391. domani, 400. domi, lat., pag. 337! domino, 223. domo, lat., pag. 337!. -domo, giapp., pag. 398. Donat J., p. 324:; p. 380. donde, 403, pag. 2022. dongèng,dongéng-dongèng giav., pag. 149. donna, 199. dont, franc., pag. 2022. - doppia negazione, 255. dòr, port., pag. 124!. Dora Baltea, D. Riparia, 259. douleur, franc., pag. 124!. dove, 403; dove?, 410. D’Ovidio, pag. 1542. Downing Street, 379. dozzina, pag. 230. dramma, 186. Drava, 359. Drina, 359. dritthalb, ted., pag. 228. duale, 59. dubbio, pag. 3572. dubitativo (futuro), 155. Duna, 359. Duns Scato, pag. 601. durata dell’azione, 139. . einander, ted., pag. durata dell’imperf., 145. durata del presente, 139. durata dello stato, 139. durezza, pag. 249. dvizak, croat., pag. 230. dvojka, croat., pag. 230. duwur-ran, giav., p. 375!. e=ati, 211. -e (nomi in), 181 - nomi dei fiumi in -e, 359. each other, ingl., p. 192, - 193. Earie J., pag. 76!. ebraico, ebreo, 375. Ebridi, 353. eccuò, amar., pag. 3154. échec, pag. 134, fig. echo, port., écho, franc., pag. 127!. Eckardt A., pag. 3112. echo, 184-b. economia di energia, pag. 3511. economia nel linguaggio, pag. 149!. economia in Natura, 231. economia, proprietà dei pronomi, 226. ecou, rum., pag. 127! écrevisse, franc., 366. Edo = Yedo, pag. 295°. Edwards E. D., pag. 118. egli, 235, 482. eglino, 237. ehi!, 471. 192, 1931. einmal, ted., pag. 2392. Finstein A., pag 1281. eis, gr. mod., pag. 342. either, ingl., pag. 1913. ej, sved., pag. 313!. elce, pag. 123. elefantiasi, 190. elevator, ingl., pag. 363!. Elicona, 379. Elio Donato, pag. 27 el-Kahireh, ar., pag. 2595. ella, 235, 482. elle, 237. ellenico, 372. i MOD REPERTORIO ellenò, 237. El-Mobarrad, pag. 3811. el-Rei, port., pag. 3712. Elysium, pag. 266. ematite, pag. 641. embì, amar., pag. 3154. en, franc., pag. 1743. enclitiche greche, 242. enclitici. (pronomi), 242. -endo, pag. 415. energia nei neutri, 239. energia verbale, 40, 41. enfant, franc., pag. 1291, -ense, 368, 369. entrambi, 262. epatta, pag. 140, fig. Epipole, pag. 2623. eporediese, 371. Epstein J., pag. 348!, equazioni, 229. -. equivoco cartesiano, pag. 380. er, ted., pag. 397. erebéta, giapp., p. 363!. erg, pag. 82. ergo, gr., pag. 82. Eros, astron,. 363. esagerazione, 338. Eschine, pag. 1243. escì, amar., pag. 3154. -ese, 367, 368. esortazioni ippiche, 455. espressioni negative, 386 e segg. Esquilino, 357. esse, pron. 27. essere, 1, 21, 23, 25 - fun- zione del verbo e., 12 - = «accadere », 10 - li- mitaz. spaziale, 11 - li- mitaz. temporale, 7, 8, 9 - nei verbi riflessi, 32 “. con partic. passivo, 105. essi, 237. esso, 235. est, 192. estasi, 213. està, 191. estate, 181, 191. estense, 369. esule, 133. eterno, 321.‘ etimolozia delle zioni, 452. eugubino, 371. «eur, franc., pag. 124. Furopa, 363. europai, ungher., 375. Everest, 357. every, everyone, ingl. pag. 1831. evoluzione, pag. 51. evoluzione delle espres- sioni interiettive, 442. evoluzione della persona- lità, 483. ey, isuand., pag. 2722. Ez-Zaggiàg’, pag. 381. interie- fa, nota mus., 193, 223. facultativo, spagn., p. 572. fair, ingl., pag. 311, falò, 191, 223. Fanfani, pag. 161. Fir Oer, 356. Faraglioni, 353. Farina G., pag. 81!. farmacia, 218. fante, 188. fascista, 186. fattore, 188. fattore etico relig., 437. fattore psicologico, 161. fattore sentimentale, vedi feeling. fattori primi (scomposiz.), 435. Fedro, pagg. 49, 110. feeling, 52, 436; pag. 3501. fe, cin., pag. 3152. fell, celt., isl., pag. 2723. fenomeni umani e astrali, 200. Ferretti P., pag. 1184. Ferrero: V. C., pag. 62. fiat, lat., pag. 106. fico, 201. figlio, 215. film, 192 223. filosofia dell’essere, pag. 381. Fineo O., pag. 2281, Firenzuola A,. pag. 1852. SI, IA  fisciù, 191. fisima, pag. 130. fiumi (nomi di), 359. Flamini F., pag. 302. flessione dell’idea, 159. fleur, franc., pag. 124!. flor, spagn., pag. 124!. flòr, port., pag. 124’. flusso dell’energia verba- le, 41. fiall; island., p. 2723. ficill, sved., p. 2723. fiell, dan., island., pag. 2723. fjoll, island., p. 2723. focus, lat., 202. fontainibléen, franc., 371. forma mentis linguistica, 73 - sviluppo, 483. forma mentis e cortesia, 459, forma passiva, 102. forma verbale narrativa, 494. forma verbale personale, 494. formazione 203. former, ingl., pag. 1731. formichiere, 181, 188. Formosa, 351. Fornaciari, pag. 161!. forza analitica, 67. forza fònica, 67. Foscolo Ugo, pagg. 14, 143, 157, 364, foto, 184, 223. Fowler H. W., pag. 2933; pag. 3441. Francia, 351. frangia, 218. Fratelli, 356. frazioni, 303. fronte, 198. Frosinone, 371. frusenate, 371. frutti, 201. Fuji no yama, Fujisan, pag. 273, 274. Fulano, spagn., port., pag. 214, dell’italano, fungibilità dei pronomi, 479. funiculaire, franc., pag. 123:. funicolare, 181. funzione sintattica, 68. funzioni mentali colletti- ve, pag. 144!. fuoco, 202. fuorché, 447. fuori-serie, 197. furu, giapp., pag. 212. Fusciyama, vedi Fuji. fusione fònica, 83. gaditano, spagn., 371. Gaeta, pag. 299. gagà, 191. galant, 320. Galizia. 351. Galli, 353. gallòk-gallok, corean., p. 3333. galvanizzare, 379. gangsal, giov., pag. 375!. Ganimede, astron., 363. Garbasso A., pag. 2383. Garonna, 359. gas, alban., pag. 572. gaucho, 185. gazetteer, pag. 2581, gdjé-to, russ., pag. 1752. gebirge, ted., pag. 2723. gee, gee-gee, gee-up, gee- wo, ingl., pag. 3731. Gelli J., pag. 2291-2. Gémeaux, franc., 366. Gemelli, astron., 366. Gemelli A., pag. 116!. Gemini, ingl., 366. Gender, ingl., pag. 1222. generalissimo, pag. 2521. genere, 180, 199 - nei nomi geogr., cap. XVII masch. e femm., 199 - neut. 179, 235, 239, 260 - del possessore, 293. genere lunare, 199 e segg. genere solare, 199 e segg. Genesi, 198. genitivo, ne’ pron., 237. genitore, 188. — 424 — Google O dè  Gentile G., pag. 20, 380. Genung J. F., pag. 3441. geometria, pag. 107. geometria cartesiana, pag. 3802. geroglifico, negaz., 390. gerundio, 133, 134, 415 e segg. gesto, 426. [to] get, ingl., pag. 76. ghilemele, rum., p. 4031, ghnu, ottent., pag. 1581, -gia, plur. dei nomi in, 218. Giacalone B., pag. 393! giacché, 443, 447. Giava, 351. gilè, 191. gilet, franc., pag. 1352. Giordani P., pag. 171. giornalista, pag. 129. Giotto, pag. 1541. Giove, pagg. 1433, 155, 363. gioventù, 191. Giraffa, astron., 366. Girard A., pag. 56. gif. giapp., vedi ji. Giuba, 359. giudizio espresso con pa- role, 125. giungla, 380. giurì, 191. Giusti G., pagg. 246, 355. gli 237, 238. 242, 243. gliela, glieli, glielo, gliene. 242. Gladstone W. E., pag. 234. gnu, 223. ‘-g0, plurale dei nomi in, 219. Gobi, 361. Goelzer H., pag. 3222. Goethe W., pagg. 183, 289. gogou, mong.. pag. 332. gondoliere, 188. good-bvye, ingl., 467. gora, russ., bulg., croat., jugosl., pag. 2723. Gorgona, 345. gorilla, 186-c. gororòk-gororòk, corean., pag. 3301. Gozi Manlio, pag. 2884. Gozzi Carlo e Gaspare, pag. 2884. gradi di paragone, 321 e segg. grado superlativo, 321. grafia e tono, 441. grammatica, 4, 81, 101, 231. grammatica araba, pag. 3113. | grammatica indiana, 86. grammatica latina, 121. grammatica normativa, p. 191, grammatica perennis, 3. grande, pag. 244!, Grande Belt, 349. Grande Ourse, franc., pag. 2821. Gran Lama, 130. Gran Sasso, 357. Great Bear, ingl., p. 2821. greco, 372. Gribeo L., pag. 2622. Gròber G., pag. 3141. Groote Beer, oland., pag. 2821. Grosser Br, ted., p. 2821. grosso, 332. gruppi di respiro, 85. gruppo di vocab. sostan- tivato, 232. | Guadagnoli G., pag. 246. guancia, 218. guardia, 186. Gubbio, 371. Guénon R., pag. 1411. Guicciardini, pag. 31, guida, 186. Guiana, 351. guillemets, franc., p. 4031. Gutmann-Polledro R., p. 338. _h etimolog, pag. 261. hai, giapp., pag. 317!. half, ingl., pag. 2292? half-breed, ingl., pag. 296, 297. “405 a  Himilainen A., pag. 100, -i, sui. plur., 208. 3381. -i, nei pronomi, 240, 259. Hamit I., pag. 53. icke, sved., pag. 313!. hand, ingl., pagg. 55, 1041, idealismo e realismo, 315. hara, giapp., pag. 133. idealista, 186. harakiri, giapp., pagg. 132, ideismo, pag. 379!. 133. ideografia pag. 140!. harem, 192, 233. ideogrammi, 73; pag. 54! - -hata, corean., pag. 3302. - negazione, 390. haw, ingl., pag. 373! identità, 13. Hawaii, 353. idiom, ingl., pag. 1951. he, ingl., sass., pag. 397. idioma e idiotismi, 265 - Heaven, ingl., pag. 266. traduzione, 385. Hegel, pagg. 3791, 3813. idiosincrasie fòniche, pag. hegy, ungher., pag. 2723. 642, helios, gr., pag. 145, fig. Idus, lat., pag. 127. Hell, ingl., pag. 266. iellèm, amar., pag. 316. her, ingl., pag. 194!. ieri, 400. Herschell F. G., p. 2793. if, ingl, pag. 982. heu!, lat., 461. igdlo, eschim., pag. 128. heusch!, oland., 466. igloo, eschim., 185. hie, sass., 397. ignis, lat., 202. hinggil-lan, giav., p. 375!. hr, ted., pag. 397. Himalaya, 358.. ihuonàl, amar., pag. 3154. his, ingl., pag. 1941. ile, giapp., pag. 317!. hispalense, spagn., 371. dk, got., pag. 397. hm!, pag. 3622. il Cairo, 340. Hogben L., pag. 245. © il Furlo, 340. homo, lat., 220. illusioni ottiche. 338. Honduras, 352. i il-Masr, pag. 2595. honneur, franc., p. 124!. il Pireo, 340. honra, spagn, pag. 124! imago, lat., pag. 127. Hooke R., pag. 663. imbàttula. cors., pag. 329. hori, siov., pag. 2723. imber, lat., pag. 1611. hott!, ted., pag. 373!. immanente, 321. hottehii, ted., pag. 3731. immortale, 321. hotto, ted., pag. 373t. _ imperativo, 496. Hoang?-ho?, 360. imperatore, 188. ihombre!, spagn., 466. impossibile, 321. .how-do-yo-call-it, ingl., p. in, ital., lat., ingl., ted, 2121. pag. 341. hsieh3, cin., pag. 105. . in, giapp., 204. hsing4, cin., pag. 3752. Inchaurrondo M.. p. 642. hii, ted., pag. 3731. inciso relativo, 271. Hudson, pag. 278. incognita (nel « perché »), hue, franc., 470. 449. hum. pag. 3622. Incroyables, pas. 2561. hundreth, ingl., pag. 2272. indea, duala, pag. 308. hwa, got., pag. 203!. India, 351. . indigeno, pag. 2921. I, ingl., pag. 397. indio, spagn., p. 296. 297. 1, segno grafico, 215 indo-europeo, pag. 393. — 426 — o" " "PT T——— —|-|,,,,;MiIOiIO REPERTORIO . individualità dell’« io », 485. inerzia del neutro, p. 24!; pag. 90!. infatti, 442. inferiore, pag. 247!. infimo, pag. 244. infinito, 321. infinito, nonè verbo, 129 e segg. - idea non localizzata, 157 - immo- bile, 158 - idea, verbale in potenza, 158. infinito con l’accusativo, :131. infinito esclamativo, 132. «ing, ingl., pag. 243; pag. 94!; pag. 971. Ingram G. H., pag. 2072. in-Nasre, pag. 2593. «ino, 369, 371. in-8°, pag. 2295 | in scia Allah, ar., p. 3701. inspirazione, 455. in-16°, pag. 2295. insolubile, 321. intensità degli aggettivi, 324. intensivo, 335. intensivo degli avverbi, 408. interiezione, 37, 438 e segg., cap. XXI - nei nomi geogr., 339. interiezione telefon., 442. interpunzione, 449. intonazione, 390. intonazione interrogat., p. 2043, intonazione ironica, 450. into, ingl., pag. 341. intuizione dell’essere, 2. inversione e tonalità, 241. inverted commas, p. 4031. Io, astron., 363. io, 478 e segg., 481 e segg., pag. 172! - non ha plu- rale, 484. -ione (nomi in), 124. -iota, suff., 369. ipodermoclisi, 190. ipotesi, 190. - hd Iran, iranico, 376. Irlanda, 351. -irokon, corean., p. 3651. - ironia, 450. -isch, ted., pag. 287. isole (nomi di), 427. isole maggiori, 346. isole m.nori, 345. isole (nomi collett.), 353. ispano-, pag. 295!. «issimo, 334, Istanbul, pag. 289. istinto, mentalità colletti- va, pag. 144!. it., ingl., pag. 175:. ita, 389. «itano, 370. Itariago, giapp., 375. Itariajin, giapp., 375. Îvi, 403. ja, ted., pag. 316. ja, serb, russ., pag« 397. Jack, ingl., pag. 173". James W., pag. 394. Janet P., pag. 393!; pag. 149, Ja°wa°o, giav., pag. 375!. jawab, giav., pag. 375!. Jawi, giav., pag. 375". jaque-mate, spagn., p. 134 fig. je, lit., pag. 397. jieder, ted., pag. 1831. Jespersen O., pag. 65. jibraltareîto, spagn., 371. jin-riki-sha, giapp., pag. 3001. jis, lit., pag. 397. Jones D., pag. 118. joule, 379. jù, giapp., pag. 575. Judson A., pag. 338:. Jugoslavia. pag. 269. Julia (gens), pag. 159. jumeaux, franc., 366. Jungfrau, 357. jus, lit., pag. 397. k, pag. 287. ka, giapp., pag. 206!. ka, sanscr., pag. pag. 203!. — 427 REPERTORIO kakemono, giapp., p. 129. kalih, giav., pag. 3751. kaln, lett., pag. 2723. kamaheke, sotho, p. 234. kamàan-kaman, corean., p. 333. kame, giapp., pag. 373. Kant E., pag. 271!; pag. 3791. kara, giapp., pag. 3522. Karagòz, pag. 63!. karakiri (errato), p. 132- 133. Kastner L. E., pag. 149. katana, giapp., pag. 129!. Kellogg B., pag. 70!. key, ingl., pag. 1581. Kha-kom-pa, tibet., 3761. kikeriki, ted., pag. 332. kikiriki, ceko, pag. 282. kimi, giapp., pag. 4092. kimono, giapp., pag. 128. Kingsley A. H., pag. 3391. kiri, giapp., pag. 133. Kitab-el-Giumal, p. 3811. kleine Beer, oland., pag. 2821, kleiner Bùr, ted., p. 2821. kod, sanscr., pag. 2031. kodomo, giapp., pag. 129. koébare, cunama, p. 2301. koélla, cunama, pag. 2301. kokekokkéò, giapp., p. 332. Komensky G. A., p. 231. kos, sanscr., pag: 203!. kra°ma°, giav., 474. kraomao-hinggil, giav. p. 3751, kramapàtha, ind., pag. 65. Kroan R., pag. 1881. kt6-to, russ., pag. 176. 176. kR’uais-k'uai4-ti, cin., pag. 3332. kuant, kuan!-fu?, cin. pag. 1422. 1752, kudd-to, russ., pag. 1752, 176. kuéi4, cin, pag. 3752. kueis-hsing4, cin., p. 3752. pag. kuku, serb., 469. kukuriekti, russ., pag. 332. kuni, kuni-guni, giapp., p- I 148 kuo?, kuo?-kuo, cin., pag. 1481 Kurili, 358. - ku-sh-ing-la-phep”-pa, tib., pag. 376!. kys-kys, russ., 469. fa, pron., 237, 242, 243. —, nota mus., 193. là, avv., 402. La Asunciòn, 340. labor, spagn., pag. 142!. lacchè, 191. La Canea, 340. La Consuma, 340. La Corutta, 340. Lacrima Christi, 197. La Futa, 340. La Caiola, 340. La Habana, pag. 2594. La Haye, pag. 2593. L’Aja, 340. lama, [b}lama, tibet., pag. pag. 130. Lamarck, G. B., pag. 51. lampu, lampu-lampu, giav., pag. 149. Landais N., pag. 151; pag. 561, Landi S., pag. 2262. lao3, cin., pag. 13. La Paz, 340, 341. lapis, 84. La Plata, 340. Lapponia, 351. L'Aquila, 340. largo, spagn., pag. 572. Las Palmas, 341. La Spezia, 340, 369. latinità nei nomi geogr. 351. latter, ingl., pag. 173!. La Uniòn, 340. le, pron., 237, 242, 243. Le Bourget, 340. legame ideologico. 384. legge di Bode, 364. leggi fisiche, 141. = e veÌ7:55;CC0om REPERTORIO . leggi grammaticali, 28. leggio, 217. . Iegittimista, 186. lei, 237, 240, 241. Lei, 410, 500. Leibniz G. W. von, pag. 91, pag. 402. Leite de Vasconcellos J., pag. 3712. lemnie lemme, 420. Le Mesnil le Roi, 340. Lena, 359. Lenin, pag. 271!. leo, lat., 220. Leonardo da Vinci, pag. 1701, | Leone XIII, pag. 4. Leopardi G., pagg. 2351, 3662. lessico neolatino, pag. 471. lettere dell’alfab., ge- nere, 194 - invariabile, 223. lettere greche, 195. lettere a b c, 302. Levi E., pag. 319, Lévy-Bruhl L., pagg. 1681, 3391, li, pron., 242. lîao3, cin., pag. 13. Libra, astron., 366. Lilla Bjòrnen, sved., pag. 2821. lima, ar., pag. 358, fig. — limitazione avverb., 386, 395. limitazione temporale, 7. limite nei pronomi, 246 e segg. limone, 201. limougeaud, franc., 371. limousin, limousine, franc. 371. linee di forza, 275. lingua abaka, 310. lingua afrikaans, p. 2723. lingua albanese, pag. 572 - ora, 302 - nomi geogr., 356. lingua amarica, pag. 572 - affermaz., 390 - prop. relat., 390, pag. 371". 157, lingua angola, pag. 271!. , lingua araba, pag. 571 - «avere» pag. 75! - in- teriez., 453 - ipotet. p. 782 - nomi geogr., 361, 356 - pron. enclit., pag. 194! - pron. relat., pag. 204! - prop. relat., pag. 2001, lingua assira, pag. 105 - permans., pag. 942. lingua bantù, 351. lingua basca, pag. 57! - a- crof., pag. 64 - nume- raz., 307 - relat., 271, 271. lingua bengali, pag. 2713. . lingua berbera, nomi geo- gr., pag. 2723. lingua birmana, 423, lingua bongo, pag. 2331 lingua bulgara, nomi geo- gr., pag. 2723 - numer. spec., 306 - ore, p. 225. lingua cambogiana, nomi geogr., pag. 2723. ‘ lingua catalana, interiez., 456. lingua ceka, nomi astron., 366. lingua celtica, pag. 2723. lingua cimci, 297. lingua cinese, pagg. 12, 57! - « avere », pag. 75! - cortesia 459 - inter- rog., 277 - negaz., 390 - piur., 208 - nomi geo- gr., 351, 356, 360 - toni, 176. lingua coreana, pagg. 571, 3112 - cortesia, 459 - desin. interiett., 446 - negaz., 387 - onomato- peiche, 418. lingua croata, casi, 423 - nomi geogr., pag. 272! - numerali spec., 306. lingua cunama, numerali, 307. lingua danese, 301 - nomi geogr., pag. 272!. — 429 —  lingua ebraica, onomato- pe.che, 421. lingua egizia, ideogram- mi, 390 - negaz., 390 - sintassi, 122. lingua esquimese, p. 1283 - locat., 348 - pron. 18 pers., 348. lingua estone, nomi geo- gr., pag. 2723. lingua finlandese, accento, pag. 62! - casi, 423 - fu- turo, 154 - nomi geogr., pag. 2723 - nomi di po- poli, 375. lingua francese, 29 - ac- cento, pag. 62! - aggett., 320, 384 - ‘agg. possess., pag. 2422 - agg. geogr., 371 - aller+infin., 154 - alternanza, 392 - artic. 340 - avverbî in -ment., 405 - complem. indir., 422 - doppia negaz., 255 - genere dei possess., 293 - gradi di parag., 336 - imperat. negat., 496 - interiez., 442 - lo- cat. e tempor., 404 - masch. e femm., 207 - negaz., 387, 389 - nomi astronom., 366 - nomi in eur., 181 - nomi geo- gr., 340 - numerali, 297 - num. ordin., 302 - nu- meraz. vigesimale, pag. 224! - onomatop., 418 - ore, pag. 225 - passato ipotet. 151 - persone verbali, 495 - plur. ge- ner., 208 - possess., 265 - preposiz. posposta, 426 - pronomi, 236, 238 - risposta, 391 - si con- diz., 121 - si affermat,, 391 - verbo plur. e sing., 166. lingua galla, pag. 57!. lingua gallese, numeraz., 307. lingua giapponese, p. 212, 571, 1282 - azione alter- nat., 385 - congiunz. e postposiz., 429 - inte- . riez. telefon., 442 - in- terrogaz., 277 - -masu, 387 - mentalità, 287 - sillaba, 168 - ipotetiche, 122 - nomi geogr., pag. 2723, 375 - nomi di lin- gue, 375 - nomi di po- poli, 375 - onomatop, pag. 330 - relative, 271 - risposte, 391 - senti- mento, 437 - sesso di chi parla o scrive, 294 . sintassi, 287 - strumen- tale, 439 - verbo negat,, 250, 387. lingua giavanese, p. 57! - cortesia, 459 - denomi- nat. fraz., 305 - plur. gener., 208. lingua gotica, casi, pag. 3373 - plur. verbi, 495. lingua greca, casi, 72, 423 - enclitiche, 242 - nomi in -i, 190 - nomi geogr, pag. 2723 - pron. recipr,, 263 - neutro, 131. lingua greca moderna, in- teriez., 442 - ore p. 225 - Jocat., 423, 428. lingua india, 342, p. 2723. lingua inglese, pag. 13 - | carattere, 73 - aggett. e avverbio, 384 - aggett. invariato, 293, 316 - ag- gett. possess., 313 - al- ternanza, 392 - area di significato, 478 - con- giunz., 442 - fo do, 387 feeling, 52, 437 - forma continua, 41 - genere neut., 482 - gradi di pa- rag., 337 - genere del possessore, 293 - imperf. e perf., 150 - interiez. 441, 453 - interrogat. 337 - ipotetiche, 387 - locat., 430 - negaz., 387 - nomi astron., 366 - no mi geogr., 347, 375,361 > nomi ultraterreni, 347 - a 430: REPERTORIO onomatop,. 419 - ore, pag. 225 - 28 persona, 489 - possess., 265 - pre- cedenza aggettivi, 287 - preposiz. e avverbî, 413, 426 - processo analitico e sintetico, 385 - pron. recipr., 262 - pron. re- lat., 229, 271 - raggrup- pam. ideologico, 385 - termini grammat., 422 - vocale finale, 223 - pas- sato ipotet. 151 - su- perlat., 321 - tempi com- posti, 98. lingua islandese, p. 2723. lingua italiana, 51 - non deriva dal lat., 64 - pri- mi documenti, 323, lingua. kinyamwezi), suffis- so locativo verbale, 348 - locativi, 499. lingua lappone, nomi geo- gr., pag. 2723. lingua latina, sintetismo, 68 - accusat. 267, 422 - accusat. interiett., 446 - affermaz., 389 - avverbî in -mente, 405 - avver- bî locat., 430 - casi, 72, 423 - casa genit., 431 - dativo, 422 - dativo eti- co, 436 - declinaz., 423 - esclamaz. 241 - futu- ro, 153 - fut. perifrast., 155 - habeo+t-part. pass., 109 - imperat. negat., 496 - infinito accusat., 131 - infin. esclamativo, 132 - interiez., 446 - in- terrogat. 449 - masch. in -a, 206 - moto a lun- go. 427 - negaz., 389 - nomi di fiumi, 359 - no- mi di luogo, 342 - neu- tro, 182 - nomi in -us (IV), 184 - numer., 297 - onomatop., 421 - ore, 302 - plur. in -i, in -s, 209 - plur. nei nomi geo- gr., 343 - quam compa- rat:, 413 - religione, 220 - stato in luogo, 427 - tradizione, 218 - verba timendi, 393 - vocativo, 446. lingua latina arcaica, 64. lingua lettone - futuro, 154 - nomi geogr., pag. 2723 - ore, pag. 225. lingua lituana, futuro, 154 - ore, pag. 225. lingua malayalim., 380. . lingua maldiva, 380. lingua malese - nomi geo- gf... pag. 2723. lingua manciù, 361. lingua mandarina, p. 118. lingua mong., nomi geo- gr., 361, pag. 2723 - ono- matop.. pag. 332. lingua nazionale, 52. lingua norvegese - nume- raz., 307 - ore, pag. 225. lingua olandese, articolo, 340 - genere del posses- sore, 293 - imperf. e perf., 150 - negaz., 389 - nomi astron., 366 - nomi geogr., 340 - ore, pag. 225. lingua ottentotta, p. 1582, lingua parlata, 378. lingua pechinese, p. 118. lingua persiana, nomi geo- gr., pag. 2723. lingua pidgin-English, 297 lingua polacca, pag. 57! - ore, pag. 225. lingua portoghese, p. 20? - pag. 188! - aggett. pos- sess., 313, 318 - articolo nei nomi geogr., 340 - avverbî in -mente, 405 - denominat. fraz.. 303 - interiez., 452, 453 - no- mi geogr., 340 - masch. e femm., 207 - negaz. 389 - numerali, 297 - ore, pag. 225 - si ipotet., 121 - genere grammat., 181 - imperat., 496 - neutro, 179 - plur. pers., 495 - verbi forti, 159 - i @l-ea REPERTORIO verbo plur. e sing., 166. lingua rumena, pag. 202 - agg. possess., 313, 318 - avverbio interrog., 450 - cong. causale, 450 - futuro perifrast., 155 - condizionale, 175 - de- nominat. fraz., 303 - doppia negaz., 255 - masch. e femm., 207 - negaz., 389 - nomi a- stron., 366 - nomi geo- gr., pag. 2723 - numer., 297 - ore, pag. 225 - plu- rale eterogeneo, 221 - plur. geogr., 343 - plur. pers., 495 - verbo piur. e sing., 156 - trascriz., 343 - vocali brevi, 340. lingua russa, pag. 392, p. 57! - casì, 423 - con- cord. del verbo, 315 - congiunz. causale, 450 - interiez., 452 - interro- gaz., 450 - moto a luo- go, 427 - negaz., 387, 389 - nomi geogr., 359, pag. 2723 - numer., 297 onomatop., 420 - ore, pag. 225 - scioglilin- gua, 359 - sogg. e og- getto con negat., 387 - stato in luogo, 427 - To, 240 - verbi, 495, lingua samoieda, p. 2723. lingua sanscrita, casi, 72 - desin. verb., 495 - scrit- tura, 86. lingua sassone, 142. lingua serba, casi, 423 - interiez., 454 - nomi geogr., 350, 356 - ore, pag. 225. lingua siamese, cortesia, 459 - nomi geogr., pag. 2723. à lingua singalese, pag. 133 - nomi geogr., p. 2723. lingua slovena, ore, pag. 225. lingua somala, nomi geo- PILEnaAo2723; lingua sotho, colori, pag. 234. lingua spagnola, pag. 202, pag. 57! - artic. nei no- mi geogr., 340 - avver- bî in -mente, 405 - com- plem. indir., 422 - con- dizion., 119 - denomi- nat. fraz. 303 - doppia negaz., 255 - imperat,, 496 - masch. e femm,, 207 - neutro, 179 - no- mi astron., 360 - nomi geogr., 340, 347, 356 - aggett. geogr., 371, 372 - interiez., 452 - modo potenziale, 175 - negaz., 389 - numerali, 297 - ore, pag. 225 - plurale pers., 495 - possess., 265 verbi forti, 159 - verbi di III e II con., pag. 1123. lingua svedese, pag. 202 - negaz., 389 - nomi a- stron., 366 - nomi geo- gr., 356 - ore, pag. 225 - passato pross., 98. lingua suahili, nomi geo- gr., 351. lingua tamil, nomi geogr., pag. 2723. lingua tedesca, pag. 202 - agg. geogr., 367 - agget- tivi, 316 - in funz. di avverbio, 384 - alter- nanza, 392 - artic. nei nomi geogr., 340 - casi, 423 - complem., 422 - concordanza, 315 - de- nominat. fraz., 303 - im- perat. negat., 496 - im- perf. e perf., 950 - mo- to a luogo, 427 - negaz., 387, 389 - nomi astron., 366 - nomi geogr., 340, 347, 356 - onomatop., 419, 420 - part. pass, 147 - passato ipot., 151 - 22 pers., 489 - proces- so analitico e sintetico, 385 - pronunzia, p. 61! ky = «Go 0g le Eee ‘’_,.KL0M0  - stato in luogo, 427 - Umgangssprache, 378 - verbi forti, 159 - verbi separabili, 385 - wer- den+pass., 105 - wenn e ob, 121. lingua tibet., ipotet., 118 - nomi geogr., p. 2723 - onomatop., pag. 332. lingua turca, pag. 52! - armonia vocalica, p. 63 - interiez., 446, 456 - nomi geogr., pag. 2723 - ore, pag. 225. lingua umbra, pru, 227. lingua ungherese, -accen- to, pag. 62! - antico im- perf., 150 - locat., 430 - nomi geogr., pag. 2723, 275 - nomi di popoli, 375 - ore, pag. 225 - pron. relat., 276 - suffis- si locat., 348. lingua yoruba, numeraz., pag. 2241, linguaggio e civiltà, 461. linguaggio femminile, p. - 2192. linguaggio infantile, 483. linguaggio nautico, 422. lingue africane, 385. lingue agglutinanti, p. 52! - casi, 423. lingue flessive, 71, 72, 73, - fless. delle idee, 159. lingue indiane, 191. lingue indoeuropee, pag. 4052, lingue isolanti, 72. | lingue neolat., 65 e segg. - avverbî in -mente, 405 - se, lat. si, 121 - con- cordanza, 315 - condi- zioni, 175 - gradi di pa- rag., 334 - negaz., 389 - numerali, 297 - e realtà, 316 - plur. person., 487, 495 - tracce di neutro, 179. lingue nordiche, doppia negaz., 256. lingue orientali, numerali, 297. lingue del Pacifico, sillabe aperte, pag. 113:, lingue polisintetiche, pag. 1283 > lingue povere di avverbî, 385. lingue primitive, 230.0 lingue semitiche, tempo permansivo, 142 - con- cordanza del verbo, 315 lingue sintetiche, 18. lingue slave, pag. 571 - casi, 423 - futuro peri- frast., 154 - nomi geo- gr., pag. 2723. lingue teutoniche, futuro perifrast., 154. linguista, 186. Linneo, pag. 51. lisbonnin, franc., 371. Little Bear, ingl., p. 282. liturgia, s'gnificato, 222 llama, 186. Ilueve, spagn., pag. 202. lo, pron., 237, 242. lo, artic. spagn., p. 1221. Loangua, 359. lobo, spagn., port., 209. localizzazione nel tempo, 125 e segg. Locatelli L., pag. 711. locomotiva, 199. locomotore, 199; logica e teologia, p. 721. logica linguistica, p. 961, logica orientale, p. 2171. Loira, 359. londinese, 371, 377. londo, duala, p. 308. londonien, franc., 371. lontananza dalla 12 per- sona, 499. loro, pron. 237, pag. 173! agg. possess., 291. «Los Angeles, 341. Lucrezio, pag. 233!. luette, franc., pag. 641. luhlaza, zulù, pag. 234!. lui, pron., 237, 241, 483. “da REPERTORIO luna, pag. 145 - Luna, 363, 364. lunedì, 191. lunghezza d’onda, p. 234. lupus, lat., 209. Luzòn, 347. Lvyeil, pag. SI. ma, 451. maa, finl., pag. 331!. Maccari G B., pag. 97!. Machiavelli N., pag. 354. machin, franc., pag. 2121. Macinai L. 'pagg., 161!, 2372. Madagascar, 347. Madonie 358. Madonna, pag. 155. madrilerio, spagn., 37. ma°?dya?, giavan., 474. miiggi, eston., pag. 2723. maggiore di..., 330, pag. 248, fig. magia, 218. Mago, 219. maharagiah, pagg. 133, 135.1 mai, 416. Maiorca, 347. maitse, finl., pag. 3381. maiuscole nei nomi di po- poli, 374. Majella, 357. miki, finl., pag. 2723. mal, ted., ag. 2382. malattie, genere, 180, 181. malheur, franc., pag. 124!. mallàng - mallang - hatu, giavan., pag. 3332. Malpighi M., pag. 663. Malta, pag. 288. maltese, 368. malum, lat., pag. 142!., malus, lat., pag. 1421. mama-ta, rum., pag. 237!. man, ingl., pag. 104!. man, ted., pag. 212. man, ar., pag. 204,1. mandarin, mandarine, fr., pag. 1422. mandarino, 201. mancese, 376. Mancini P. S., pag. 7. manciù, Manciukuò, 376. man4-man4, cin., p. 3332. mano, 184. manus., lat., pag. 1263. many a..., ingl., pag. 2463. Manzoni A., pagg. 4, 95, 275, 364. mar, lat., 202. marconigramma, 379. marconiterapia, 379. mare, 202. Mar del Plata, pag. 2596. Marechiaro, 345. Mario E. A., 359. Maritain J., pag. 72!. Marocco, 352. Marte, 363. martedì, 191. Martinon P., pag. 175. martyr, gr., pag. 591. marush, assir., pag. 942. _ massimo, 321, pag. 2441. massimo rendimento in Natura, 231. mat, franc., sved., p. 134. mata, pers., pag. 134. matita, pag. 63. Matthiae G., pag. 1432. Matthews W., pag. 1881. maximum, pag. 128!. me, 422, 478, 498. Meano C., pag. 161. medicina cinese, p. 146!. Medio-Evo, pp. 1411, 1541. Mediterrania, pag. 2712. [to] meet, ingl., pag. 210!. mei?, cin., pag. 3152. Meiklejohn J. M. D., pag. 941, meilleur, franc., pag. 252. membro, 222. méen?, cin., pag. 3963 meno, 399. mentalità collettiva, pas. 1441, mentalità greco-latina, 80. mentalità linguistica, 429. . mentalità e numeraz., 301. mentalità orientale, pas. 2171. mentalità tedesca, 315. — 434 — î i ERE 1 O MEI iii, è » °° REPERTORIO -mente, 405. mentre, 146. mercé, 191. i meri, finì., pag. 3381. meridies, lat., pag. 1262. mes, lit., pag. 397. Messico, 352. mestizo, pagg. 296, 297. metà, 303. metafora, 379. Metastasio P., pagg. 78, 355. meticcio, pagg. 296, 297. metonimia, 379. métro, franc., pag. 290. metropoli, 370, pag. 134. métropolitain, franc., pag. 290. Meyer-Liibke W., p. 3222. mezzaluna, pag. 162. mezzo, -a, 304. mezzodì, 191. mi, 422, 478, 498. mi, nota music., 193. Micronesia, 351. mieux, pag. 252. miglio, 221. migliore, pag. 247. migrazione di vocab., 380. mihi, lat., 497. mikado, 185. milita, lat., 221. miliuni, lat., 221. mille, ital., lat., 221. millecento, 197. minga, milan., pag. 3141. ming?-tsz?, cin., pag. 52!. minime, lat., 389. minimo, 321. minimum, pag. 128. minimus, lat., pag. 2442. minore di..., 330, pag. 248. Minorca, 347. mitologia e astronomia, pag. 282. mitra, 223 f). mitra, giavan, pag. 572. -mme, finl., pag. 397. m’n cheffà, amar., p. 3154. mo, cin., pag. 206!. mo, tibet., pag. 145, 146. -mo, kinyamwesi, p. 269. modi del verbo, cap. VI, 123. modo condizionale, 115, 116, 175 - in lingue stra- niere, 117 - anom., 120. modo congiunt., 113 - pas- sato, 174; pres., 173 - esortat., 114. modo imperativo, 123. modo indicativo, 112. modo potenziale, pag. 117. moglie, 214, 215. molto, 395. monachese, 371. Monaci E., pag. 452. Monaco, 371. Mondovì, 371. monegasco, 371. mono no aware, giapp., p. 3501, ‘ monologo, 220. monosillabismo, pag. 521. monovalente, 321. monregalese, 371. Montaigne, pag. 1611. Montagne Rocciose, 358. monte, spagn., pag. 2723. Monte Bianco, 356, 357. Monte Rosa, 357. monti (nomi di), 357 e segg. Morandi & Cappuccini, p. . 2102. Mosa, 359, Mosella, 359. moshi moshi, giapp., pag. 3631. mot, franc., pag. S6!. moto a luogo, 404, 427, 428, 430 e segg. moto da luogo, 428. motore, 181, 188. mulato, spagn., pagg. 296, 297. î mulatto, 377. mulier, lat., 215. mullong-mullong-hata, co- rean., pag. 3332. mulsin-mulsin-hata, pag. 3332. munte, rum., pag. 2723. muntele, tum., pag. 2723. COr., —. Uh REPERTORIO Muratori L.A., pag. 4!. muro, 222. musica e onomatopeiche, 421. musicalità dell’ital., pag. 119. mus[u]ko, giapp., pag. 135. musmeé, giapp., 191. mY, russ., pag. 397. 208, nada, spagn., port., pagg. 131, 1881. “nai, giapp., pag. 311!. Nakayama T., pag. 1463. -nakute, giapp., pag. 311!. naman, sanscr., pag. 166!. name, ted., pag. 1673. namesake, ingl., pag. 3501. namò, got., pag. 1661. nanchinese, 368. Nan?-kingî, pag. 2881. nao, port., pag. 313!. nap'-chhi, tibet., p. 3761. napsin-napsin-hata, cor., pag. 3332. na scia Allah, pag. 3701. native, ingl., pag. 292!. nazioni (nomi di), 346 e segg. nazista, 186. ne, 237. né, 442. “ne, corean., pag. 365!. né... né..., 442. ne... pas, franc., pag. 313!. neanche, 442. Neapolis, pag. 2623. neen, oland., pag. 313!. negazione, 386 e ss. nei, sved., pag. 313!. neither, ingl., pag. 1913. nemmeno, 442. Nepal, 352. neppure, 442. Nerone, pag. 1432. nessuno, 250, 252, 255. Nettuno, astron., 363. neutro, 131. Newton I., pas. 402. New York, 367. nga, tibet., pag. 4091, ngarang, tibet., pag. 4092. RA rc—oqqMmMPm°P—_——_ ngoko, giavan., 474. -ni, finland., pag. 397. ni, giapp., pag. 3501. Nicaragua, 351. nichi, nichi-nichi, giapp. pag. 149. nicht, ted., pag. 3131. nichts, ted., pag. 132. niente, 254, 395, 396. nie, russ., pag. 313!. niet, oland., russ., p. 313!. niets, oland., pag. 132. Nigra P., pag. 261. Nigris G. P., pag. p. 154!, 2501. Nietsche F., pag. 271!. Nihongo, giapp., 375. Nihonjin, giapp., 375. Nilo, 359. nimic, rum., pag. 131. Nippongo, giapp., 375. Nipponjin, 375. nirvana, pag. 132. niuno, 251, pag. 186. -nne, finl., pag. 397. no, 388 e segg. no, spagn., pag. 3131. -no, suff. verb. plur., 168, 169 - suff. pron. plur, 239, 485. nobody, ingl., pag. 188. noi, 487 e segg. nome, 228. nomen, lat., pag. 1661. nomenclatura chim., 334. nomi, 177- buoni con- . duttori, 41 - di fiumi in -a, 359 - geograf. in -a, 351 e segg. - astron. 365 e segg. - di città, 343, 345, 427 - di colli 357 - di costellazioni, 366, - di fiumi, 359 - geogr., cap. XVII - di isole, 343, 345, 353 e segg. - di lingue, 372 - di loca- lità, 344 - di monti, 357 e segg. - di paesi, 343 - di parentela, 313 - di pianeti, 363 -di popoli, 351 - proprî divenuti comuni, 379 - di quar- Google | Ò° REPERTORIO tieri, 344 - di regioni, 345 e segg. - di rioni, 344 - di scogli, 353 - di Stati, 346. nomi in -a, 186. nomi in -e, 187. nomi in -i, 190. nomi in -o, 191. nomi composti, 223. nomi invariab., 213. nomi proprî, 233. nomi topografici, 379. non, no, 388 e segg. - pleon., 393, 394. non, franc., pag. 3131. non ita, lat., 389. note musicali, 193, 223. nothing, pagg. 1881, 132. nord, 192. Nord America, 349. noy, catal., 471. -nsa, finland,, pag. 397. nu, rum., pag. 313!, nulla, pag. 131, 253, 254, 395, 396. numerali ausil., 297. numerali cardinali, 295, 297, 301. numerali ordinali, 302. numerali speciali, 307. numerazione e tradizione, 300. . numerazione giavn., 459. numerazione romana, 302. numeri arabi, 302. numero indetermin., 309. numero singol. e plur., 63, 342. numeri primi, 435. Nurigian G., pag. 230. nyika, suabili, pag. 2712. O, vacat., 462, 463. o, congiunz., pag. 42!. o, numerico, ingl., p. 572. o, numerico, corean., pag. 572. ò, dan., pag. 272. Oberon, astron., 363. oblò, 191. occhio, 215. occlusiva laringea, p. 61!. Oceania, 351. oggi, 400. ognuno, 248, 249, pag. 184. oh!, 460, 462, 463. ohi!, 471. ohm, 379. iojalà!, spagn., 467. -olo, 369. -ologo (nomi in), 219. Okà, 359. Olimpo, 357, 379. ombrello, pag. 1615. Om.mani padme hum, p. 1071. on, franc., pag. 211!. on, russ., serb., pag. 397. one, ingl., pag. 212. i oni, russ., serb., pag. 397. ‘onice, 181. “ono, suff. piur., pag. 112. onomatopeiche, 418 e segg. onze avo, port., pag. 2222. opportunista, 186. oppure, 442. ora, 302. ora, avv., 400. Orazio, pag. 365. ordine nel Creato, p. 37!.. ore una, 58. ori-masu, giapp., p. 1753. orologio, 216. oros, gr., pag. 2723. Orsa Maggiore, 366. Orsa Minore, 366. ortografia, 85. Ortygia, pag. 2623. Osa Mayor, pag. 282!. Osa Menor, pag. 2821. ossia, 442. osso, 222. “ota, 369. otorinolaringologo, 219. ottava, pag. 230. ottavo, pag. 2295. ottimo, 321, pagg. 244), 2512. otto, giapp., pag. 572. -otto, 369. ottone, 181. oui, franc., pag. 372!. out, ingl., pag. 307. — 437—- . REPERTORIO oxala, port., 467. Ozanam G., pag. 492. ove, 403. ovest, 192. Ovidio, pag. 253. ovulo, pag. 1411. ovum, lat., 200, 221. ovvero, 442. TT 195. pùii, lapp., pag. 2723. padapàtha, ind., pag. 65. paesi (nomi), 343. pagherò, 191. Palazzo Chigi, 379. paleolingua, pag. 1672. palermitano, 369. Pallade, astron., 363. pampa, 380. Panam, franc., pag. 2952. Panama, 351. panduwur, giav., p. 3751. pa-nginggil, giavan., pag. 37531, paniere, 188. Pantruche, franc., p. 2952. Panzini A., pagg. l6l!, 2102. papa, 186. paradigmi superflui, 167. Paradise, ing!., pag. 266. parafango, 224. parallelo a.., pag. 248, fig. paraonomatopeiche, 438, 439. parce que, franc., p. 358, g. parentela (nomi di), pag. 2371. paria, 186. parigino., parigot, 371. « Parioli », 344. parmense, parmig., 369. parola, 74, 75, 78, 82 e segg., 208. parole sdrucciole, 168. parole sostantivate, 197. parole tronche, 170. parrucchiere, 188. [to] parse, ingl., pag. 3351. parti del discorso, 27, 34, 37. . personaggi «480. . Pesci, participio, 313 - part. passato e p. passivo 19, 20, 102, 106, 136 - p. presente, 22, 135. Pascarella C., pag. 2633. pascià, 191. passato prossimo, 95, 96, 137, 149. passato remoto, 149 passioni e interiezioni, 438 e segg. passivo (lat.), 102. pat, giavan., pag. 375!. pata-pata, giapp., p. 333?. patati-patata, franc., pag. 149. patatrac!, 419. pater familias, pag. 153:. pausa e intonazione, 449. Pavia L., pag. 314!. pechinese, 368. eggiorativi, 334. peggiore, pag. 247!. Pei3-ping!, pag. 2881. peixe, port., pag. 50. pefia, pefion, spagn., pag. 2723. pentruca, pentruce, rum., pag. 358, fig. per, 437. pera- pera, giapp., pag. 3332. perché, 412, 443, 447, 449, 450. perfetto, 148. persa, spagn., 372. Persia, 372, 376. persiano, 372. persone, 166 - 32 pers., 164, 480. del discorso, personne, franc., perugino, 369. astron., 366. pessimo, 321, pag. 244!. pessimus, lat., pag. 244!. pes,te, rum., pag. 50. petit, franc., 320. Petite Ourse, pag. 2821. Petrarca F., pp. 123, 184, 197, 366, 321, 3272, 367. p.-1881. = dia morso — | 7 im REPERTORIO Pez, spagn., 209, pag. 50. pH, pag. 146!. « philosophia perennis », 2 101, 315, 379. pianeta, 186. pianet; (nomi dei), 363. physema, gr., 130. Piaget J., pag. 3512. Piave, 359. pi, franc., ingl., ted., 195. Piazza del Popolo, pag. 1432. pidgin-English, pag. 221!. Pindo, 358. pin-pin, giapp., pag. 3332. piccolo, 332, pag. 244!. Piccolo Belt, 349.0 pigiama, pag. 1312. piove, pag. 212. Pirenei, 358. pirlanta, turc., pag. 63!. pirite, 181. pirum, pirus, lat., p. 142!. piscis, lat., 209. piscis, lat., 209. « pista! », 468. pistacchio, 201. pi-takèn, giavan., p. 375!. pitecantropo, 230. più, 324, 337, 326, 399 - più d’uno, 59, 326. plaît-îl, franc., page 372!. Planck, pag. 171. planina, slav., pag. 2723. plata, spagn., pag. 259°. pleut (il), franc., pag. 202. PleydenwurtF G., pag. 349. ploua, rum., pag. 202. pluit, lat., 30. plurale, 59, 485 - dei pron., 239 - eterogeneo, 221 - p. generale, 208 - pl. in i-, 208 - in -î, 217 pl. invariab., 223 - pl. con 1? pers., 485 e segg., 495 - pl. con 2a pers,, 489, 495 - pl. dei verbi, 168, 169, 239, 494. pluralis majestatis, pag. 3952. plus, franc., pag. 2531. Plutone, astron., 363. po, tibet., pag. 145, 146. Po, 359. poarta, rum., 207. poco, 395. podestà, 191. poema, 186. poesia e astronomia, 366. poeta, 186. poi, 400. poiché, 443, 447. poisson, franc., pag. 50. -poli, 370. Polinesìa, 351. Polledro A., pag. 388. pomodoro, 201, pag. 163. Pompeii, 343. pontefice, 188. Pop, ingl., pag. 3332. popoli (nomi di), 351. popoli primitivi, 230. populus. lat., pag. 1432. porqué, porque, spagn., pag. 358, fig. | port, franc., rum., 207. porta, ital., lat., 207. portasigarette, 223. porte, franc., 207. porto, 207. portogallo, 201. portus, lat., 207; posizione dell’aggett., 319. posizione dei vocaboli, 69. posizione del corpo, pag. 3281. potato, ingl., pag. 1581. potenza, aritm., 306. poubelle, franc., p. 298!. pourquoi, franc., pag. 358, fig. | « Prati », 344. precedenza degli aggetti- vi, 287. Précieuses, 338. precipitevolissimevolmen- te, pag. 323!. predicato, pag. 234!. prefissi intensivi, 409. preposizione, 37, 68, 413, 439. preposizioni 446. interiettive, = 9 REPERTORIO preposizioni articol., 340, 348. «present continuous », in- gl., pag. 701, « present perfect tense », ingl., pag. 70!. presente, pag. 69!, presto, 400, 416. pretore, 188. prima, 400, 413. primate, 188. primo, 305, p. 2421, (ma- tem., 322 - i primi due, 319. prìncipe, principio, 217. principî grammatic., 387. principio economico, 208. principio del min. sforzo, 438. principio di Fermat, 159. pro, lat., pag. 1651. processo analit., 91, 385. processo logico-linguisti- COMLDI processo psicologico-lin- guistico, 15. processo sintetico, 385. pronome, 47 227 - an- tichissimo, 230. pronomi atonici, 241. pronomi di cosa, 482. pronomi di cortesia, 500. pronomi dimostrativi, 233. pronomi enclitici, 242. pronomi indefiniti, 245. pronomi integrali, 244 e segg. pronomi interrogat., 277. pronomi negat., 250 e ss. pronomi neutri, 235. pronomi personali, 233. pronomi di persona, 238, 479, 482. pronomi proclitici, 242. pronomi quantitativi 256. pronomi reciproci, 263. pronomi relativi, 266. pronomi tipici, cap. XI, 226 e segg. pronomi di vicinanza e lontananza, 236. DEIMOTTSIDTEZII A ENI pronunzia brianzola, 359, pronunzia fiorentina, 359. pronunzia latina, 206. pronunzia latina del gre- co, pag. 423. pronunzia tedesca, p. 61!. proposizione, 125 - prop. relat., 271. prosodia latina, 176. pròtasi, 118, 119, 120, 122. provincia, 218. psicologia linguistica, 437. pss!, pssst!, 471. pu4, cin., pag. 3152. puerta, puerto, spagn. 207. pulce, 181. puma, 131. pumane, duala, pag. 307. punti cardinali nei nomi geografici, 350. « punti di Ponzo », p. 255. punto esclamativo, 449, punto interrogativo, 449, purché, 443. Purgatory, ingl., pag. 266. puszta, 380. pyjama(s), ingl., p. 1372. qamar, ar., pag. 145, 146. quae, lat., pag. 200!. quale, 275. qualora, 443. quando, 146, 401, 443. quando?, 410. quanto?, 410. quantum, lat., pag. 1281, quantunque, 443, quartieri (noms di), 343, queenslandese, 368. quegli, 235, 482. quella, 235. quelli, 237. quello, 499, quem, lat., pag. 201!. querce, pag. 1233. questa, 235, 236. questi, 235, 236, 482. questo, 499. qui, 402, 416. qui(s), lat., pag. 2031. quid, lat., pag. 203!. SC GAURE <JOOCQqoo@o "————@‘lI'‘IIII:SIEGER:'R'IGÉ50 TL TT gu _"————_ REPERTORIO quindi, 400. quiqueriqui, spagn., pag. 332. quo, lat., pag. 343, 344. quod, lat., pag. 2031. quotation marks, ingl., 4031. r, iniziale, pag. 642. “ra, giapp, pag. 398. radar, 192. raddoppiamento conson. iniziale, 172, 448, 172, 242. radici (origine onomato- ‘ peica), 439. radio, 184 f.). radiogoniometrista, 186. raggi cosmici, pag. 140 fig. ragia[h], pag. 1351. ragionamento e congiun- zioni, 452. ragione e fede, pag. 154- 155. ragione e linguaggio, 483. ragioniere, 188. ragion sufficiente, p. 722, rains (it), ingl, pag. 202. Rajna P., pag. 302. rango delle interiezioni, 456, 457. Ranska, finl., 375. ranskalainen, finl., 375. ras, amar., pag. 208, 209. Ras Assir, pag. 257. Re, 223. re, pag. 1351. re, nota mus., 193. realtà e grammatica, 101. realtà linguist., 491, pag. 383. recluta, 184. Reed A., pag. 70'. referendum, 192. Rege, 223. reggia, 218. reggiano, reggino, 371. Reggio Cal., Reggio Em,, 371. i regioni (nomi di), 346 e segg regnar (det), sved., p. 202. regnet (es), ted., p. 202. Rei, port., pag. 3712. religione e linguaggio, 220. Remer V., pag. 723. Reno, 359. res, lat., pag. 3572. retorica e teologia, p. 721. rettangolare, 321. Rho, pag. 261. Rhodes C., pag. 271. Rhodesia, 351. ricsciò, 380. rickshaw, ingl., 380. rien, franc., pag. 1314. rima, pag. 3041, Rio Colorado, pag. 233. Rio de la Plata, pag. 2599. « risciacquare in Arno », pagg. 31, 2753. risparmio di energia, pag. 3511, river, ingl., 360. Rivetta P. S., pag. 2571. ro, giavan., pag. 3751. . ‘ro, sufl., 485. robinet, franc., pag. 202!. roditore, 188. Roghudi, pag. 261. -rokòn, corean., pag. 3651. ròmai, ungher., 375. romanità dell’italiano, p. 127. « Romano de Roma », p. 2952, “rono, suff., 169. ron-ron, franc., pag. 330!. Rooma, finl., 375. roomalainen, finl., 375 Rosmini A., pagg. 301, 3382 Rossetti C., pp. 562, 1881, 246. Ruotsi, finl., 375. Russell R. J., pag. 1881. Ruwenzorì, 357. Ryi-kyiî, 353. s, vibrazioni, pag. 116! - rumeno, pag. 263! - im- pura, 298 - suff. plur., 223, 210. Sacchetti F., pag. 22. DIO. ge REPERTORIO sache, ted., pag. 356. s,ah, pag. 134. Sahara, 361. saint-juniaud, franc., 371. Saint-Valéry-en-Caux, 371 sa-kawan, giavan., pag. 3751. sake, ingl., pag. 350!. Saksa, finl., 375. - saksalainen, finl., 375. salassà, tigré, pag. 572. Salii, 217. Salomone, is., 350. salutissimi, pag. 252!. Salvini A. M,, pag. 221. S. Bonaventura, pag. 72!. S. Agostino, pag 100!. S. Francesco, 144, p. 1742. pag. 350. Santhià, pag. 260. Santiago, 371. santiaguefio, spagn., 371. santiaguero. spagn., 371. santiaguifio, spagn. 371. S. Tommaso, pagg. 371 721, 111, 144, 155, 381. sarcasmo, 450. sataru, ass.-babil., p. 105. satelliti (nome dei), 363. satunggil, giavan., pag. 3751, Saturno, astron., 363. saveur, franc., pag. 1241. Savini G., pag. 112. Savj-Lopez P., pagg. 463, 471, Savoia, pag. 159. Savoia-Marchetti, 197. sa-wiji, giavan., pag. 374!. scacco matto, pag. 134. scala di durezza, p. 249!. scala del Mohs, pag. 249!. scala del Werner, p. 2491. scarica dell’energia verb., 4l. sceb bàre, cunama, pag. 2301. sehachmatt, ted., pag. 134, schack, sved., pag. 134. Schelling, pag. 3791. Scmidt G., pag. 1672. Schopenhauer, pag. 380. Schultz F., pp. 1181, 153. sciah, pers., pag. 134!. sciams, ar., pag. 145. s’ciao, 467. scienza moderna, p. 170. Scilla, 739. score, ingl., pag. 230!. Scotland Yard, 379. scriba, pag. 1472. scogli (nomi di), 353. scrittura ideografica, pag. 31, scrittura di lingue stra- niere, 86. scrittura sanscrita, 86. sé, pron, 280. sé, prep., 440, 443. sé, stesso, 280. sebbene, 443. secondo, 303. sedicesimo, pag. 2295. Segneri, pag. 377. Seine, 359. selene, pag. 145, 146. seme, 200. semien, lat., 199. Sempronio, 284. Senna, 359. sentimento ed espressio- ne, 316 - sent nelle pre- posizioni, 436 - e inte- riezioni, 438 e segg. sentòn, venez., pag. 3281. seppuku=harakiri, p. 133. Seguana, 359, pag. 1472. serie, 214. sesso, pag. 1462 sestina, pag. 230. shall, ingl., pp. 1003 301". 133,359.ag Ac.agzbzbzbzb sh'ang-chhi, tibet., pag. 3763. sh’e-kyem-pa, tibet., pag. 376! she, ingl., pag. 3901, - -should, ingl., pag. 310!. Shu C. C., pag. 118. si, pron., 280. sì, 389 e segg. si (nota music.), 193. si, franc., pag. 3181. -si, finl., pag. 397. = 443 a  Siberia, 351. sich, ted., pag. 397. Sicrano, pag. 214!. sie, ted., pag. 397. sierra, spagn., 358. signa, pag. 2291. significato lessicale, 443. significato dei pron., 229. siji, giavan., pag. 3751, sik, got., pag. 397. silenziatore, 188. sillaba aperta, 170. sillaba chiusa, 170. simboli algebrici, 229. sineddoche, 379. sinico-, pag. 2951. sintassi, 57. sintesi e analisi, 385. sintja, corean., pag. 4092. sinusoide, 321. Siracusa, 343. siriaco siriano, 375. sjebjà, russ., pag. 208, 209. skorogovorka, russ., pag. 2761. | slang americano, p. 1881. smirniota, 369. Socrate, pag. 59. Sofà, 191. sofista, pag. 59!. soggetto, 35, 36. ‘ soggetto collettivo, 57. soggetto parlante o scri- vente, 477. soggetto personale, 493. soggetto della proposiz., 477. soggetto sing. e plur., 55. soggetto sing. disgiuntivo, 60 soggetto di verbo passivo, 20. soggetto in 12 pers., 477. sol, lat., pag. 145. sol, nota music., pag. 160, 193. sole, 364. solforico, solforoso, pag. 2511. sommo, pag. 244!, sopra, 402. sono, pag. 1151. sora-ta, pag. 237!. sorcio, 216. sostantivo, 30, 44, 45. sostantivi astratti, 181. sostanza, pag. 21!. sosung, corean., p. 4092. sotto, 402. sou, franc., pag. 572. soll, franc., pag. 572. sous, franc., pag. 572. sovente, 400. sovietico, 380. Spagnolo G., pag. 377!. spasìbo, russ., 467. \specie, 214. [to] spell, pag. 335!. ° spelling, pag. 107[ spesso, 400. spezzino, 369. spia, 186. spiaggia, 218. spicanardo, spiganurdo, p. 184. sport, 223. sport e interiezioni, 442. squelette, franc., p. 126!. stagioni, 181. stare--gerundio, pag. 93. stasi, 190. stati (nomi di), 346 e ss. stato d’animo e interiez., 438 e segg. stato in luogo, 404, 427, 428 430 e segg. Stella Polare, 366. steppa, 380. stile giornalistico, 117. sto, slavo, pag. 572. Stoppani A., pag. 1072. Stora BjOrnen, pag. 2821. strofànto, pag. 422. su, basco, pag. 572. sublime, 321. subordinazione, 441. sud, 192. Sud-America, 349. Sudeti, 358. suffisso locat., 348. sukim, akaba, pag. 234. sueco, Suecia, spagn. 372. suizo, Suiza, spagn., 372. Sumatra, 347, 351. — 44%= REPERTORIO — Sumidagawa, 359. summus, lat., pag. 2442. Sundén A., pag. 70! Syracusae, lat., 343. t, rum., pag. 263!. Tacchi - Venturi P., pag. 1691. T'ai, 376. T'aiz-uàn!, pag. 272!. Tai-wan, pag. 2721. -taita, corean., pag. 3302. Takayama K., pag. 3U0!. tàk sjebje, russ., pag. 208, 209. talà, sotho, pag. 234. Tamigi, 277, 359. Tana, 359. tananarivese, 368. Tanganytka, 351. tanto, 398. tardi, 400. Targioni-Tozzetti G., pag. -tari, giapp., pag. 308!. Tarozzi G., pag. 394. Tasso T., pagg. 191, 234, 303, 304, 326. te, 497, 498. te, 191. telefono (interiez.), 442. telegramma, 186. tellus, lat., 202. telu, giavan., pag. 3751. tem-pa, tibet., pag. 376!. tempi composti, 21, 93, 94, 127, 129. tempo, 222. tempo futuro, 152 e segg., 1728 | tempo imperfetto, 144 e segg., 168. tempo passato, 143 e segg. tempo passato ipotet., 151 tempo perfetto, 167, 169. tempo permansivo, 142. tempo presente, 137 e ss., 141, 168. tempora, 222. Tennò, pag. 1282. tense, ingl., pag. 3351... teologia e grammat., 220. teorema, 186. teoremi, 14l. terminazione dei casi la- tini, 69. terminologia araba, pag. 3113. terminologia chimica, pag. 2511, terminologia tipograf., p. 2513. terra, it., lat., 202. Terra, astron., 364. terzina, pag. 230. LESTIRZI Oa testo, 89. « tettè », pag. 3735. Tevere, 359, pag. 2651. textum, lat., pag. 662. Thai, Thailandia, pag. 876 Thames, 360. The Hague, pag. 2593. they, ingl., pag. 397. Thielman P., pag. 99!. Thiene, pag. 261. thon, franc., pag. 50. thou, ingl., pag. 397. thren, tibet., pag. 4092. thu, got., sass., pag. 397. thunnus, lat., pag. 50. thygater, gr. pag. 335. te, pron, 498. ti, 497. ti, serb., pag. 397. tibi, lat., 497. tiburtino, 371. ticinese, 378. i tiga°,:giavan., pag. 375!. tiga-tenga, giavan., p. 228. tigre, 181. time, ingl., pag. 3351. timere, lat, pag. 3191. tingere, lat., pag. 233!. tisi, 190. Tissi S., pag. 235!. Titania, astron., 363. Tivoli, 371. tiyang-Jawi, giavan., pag. 3751, Tizio, 284. tiz-tiz!, port. 469. tjirro, finl., pag. 2723. tjoiin, corean., pag. 409! to, ingl., pag. 3441. —- 444 — igtizs1oy Google REPERTORIO to, russ., pag. 175, 176. tocco, tokko, galla, pag. 572.0 tochter, ted., pag. 335. Toddi, pagg. 149 227, 256, 288, 324, 348, 369, 382, 411. tomismo, pag. 379 e segg. Tommaseo N., pagg. 82, 22, 60, 1922, 2382. toki, toki-doki, giapp., p. 1481, TOkyò, pagg. 277, 2952 tokoro, tokoro-dokoro, giapp., pag. 149. ton, rum., pag. 50. tonno, pag..50. z tonalità dei pronomi, 241. toni, pag. 117!. tono e significato, 460. tono interrogativo, 277. “topi, giavan., pag. 572. topologia, pag. 190!. torpedo, 184. toscanismi, 53. totalità numerica, 308. toutou, franc., 419. tradizione, pag. 153! - e numerazione, 301. trampoliere, 188. tranvai, 190. trapassato prossimo, 147. Trastevere, pag. 264. tre-alberi, 197. trec'ak, croat., pag. 230. tre-cilindri, 197. tre-quarti, 197. tricastain, tricastinois, fr., 371. tripolino, tripolitano, 370. Trissino G.-G., pag. 303. troika, pag. 131. trojka, croat., pag. 230. troppo, 395. tunturî, finl., pag. 2723. tsai4, cin., pag. 75. Tsarigrad, pag. 289. Ts'ing, cin., pag. 2951. tsz4, cin., pagg. 207, 208. tu, pag. 1721. tu, lit., pag. 397. fu, corean., pag. 572. turin, franc., 379. turkey, ingl., pag. 292!. tus!, spagn., 469. tutore, 188. tutto, 248, 249, 308. Twins, ingl., 366, two, ingl., pag. 572. ty, russ., pag. 397. Tyche, pag. 2623. ubi, lat., pag. 343, 344. Uganda, 351. ugo, ugò, kinyamw., pag. 4091, : ugola, pag. 641. uguaglianza apparente, p. 131, uguale a..., pag. 248 fig. uh!, 456. uhr, ted., pag. 39!. ulema, 186. Umbriel, astron., 363. umgangssprache, p. 2972. uno, 264. unde, lat., pagg. 2022, 344. universum, pag. 29!. uomo, 220. uovo, 200, 221. Urali, 258. urang-utang, 192. . Urano, astron., 363. urì, alban., arab., pag. 571. urr, somaiedo, pag. 2723. urrah!, 457. | Ursa Mare, rum., p. 282!. Ursa Mica, rum., p. 2821. u scia Allah!, pag. 3701. uso, 161, 182. uvanga, eschim., pag. 269. Vaccari O. & E.E., pag. 811. vaglia, 186 a). vai de mine!, rum., 461. valéricain, franc., 371. valeur, franc., pag. 124!. valisoletano, spagn., 371. Valladolid, 371. valore relativo delle affer- N maz. e negaz., 391. valore dei vocaboli, 309. — 445=- REPERTORIO valore metrico d. aggett., 332, 333. Vangelo, pagg. 171, 872, 111. vaporiera, 376. Varady E., pag. 97!. varesotto, 369. varful, rum., pag. 2723. vay, turc., 461. ve, 498. Vecchia Castiglia, p. 268, 26%. Veccia, Vaglieri L., pagg. 782, 3113. Vega, pag. 284. veglionissimo, pag. 252!. Veii, 343. Venere, astron., 363. Venezia Giulia, 349. Venezuela, 351. venire, aus. passivo, 105, pag. 74 - divenire, 105, 136, 137. ventilatore, 188. « verbal noun », ingl., pag. 94. « verba timendi », lat., 393 verbi, in geogr., 339. verbi ausiliari, 16. verbi composti, 426. verbi forti, 159. verbi meteorologici, 29, 31 verbi transitivi, 107. Verbo, teol., pagg. 171, 873. verbo, 22, 24, 111, 123, 127, 385 - localizzaz. nel tempo, 125. verbo intransitivo, 40. verbo singol. e plur., 55. verbo sostantivato, 37. verbo transitivo, 17, 37, verbum, lat., pag. 171. Vergine, astron., 366. verità, 191. vermut, 197. vespasiano, 379. Vespucci A., pag. 271. Veslot H., pag. 562. Vesta, astron., 363. vettore, 188. vezzeggiativo, 334. vi, 403, 498, pag. 175. vi, serbo, pag. 397. via Gaetana, pag. 299. Via Lattea, pag. 284. vicinanza e lontananza, 236, 499. « viitorul I» e « II » rum.,, pag. 1002. Viminale, 357, 379. virago, 184. Virgilio, pagg. 6, 45. virgolette, 492, pag. 403. virtù, 191, 223. virtù magica della parola, pag. 107! vocabolario, 76, 309. vocabulary, ingl., pp. 56), 2972. vocale accentata, 191. vocale aperta, 170. vocale chiusa, 170. vocale finale, 183. vocali alte, 84. vocali anteriori, 84. vocali basse, 84. vocali palatali, 84. vocali posteriori, 84. vocali velari,, 84. vocativo, 237, 496. voce verbale, 111. voi, 490 - voi e Lei, pag. 411. Volga, 359. volontà; 155. Volsinii, 343. volt, 379 - volt, volta, 432. Volta A., 298. von, ted., 432. Vosgi, 358. vrh, slav., pag. 2723. vy, russ., pag. 397. Waisman F., pag. 182!. wana-wana, giapp., pag. 334. Wangsul-lan, giav., pag. 3751, wan4-wu4, cin., p. 145-146. ware-ra, giapp. pag. 398. warum, ted., pag. 358. — 446 — REPERTORIO watakushi, giapp., 409. pas. watakushi - domo, giapp. pag. 398. we, sass., ingl., pag. 397. Weerley E., pag. 350. weil, ted., pag. 358. Weil E., pag. 1161. werden, ted., pag. 732. what, ingl., pag. 2031. what's-his-name, p. 212. whatyoumaycallit, p. 212. whazzit, pag. 2121. when, ingl., pag. 203!. where, ingl., pagg. 2031, 343. who, ingl., pag. 203!. why, ingl., pag. 358 fig. Wieland C. M., pag. 2793. Wilder G. D., pag. 2072. will, ingl., 155, pag. 1003, pag. 3101. Wilson J. L., pag. 3391. wir, ted., pag. 397. wit, got., pag. 397. woh, woh-woh, giavan., p. 149. woì, cin., pag. 3963. Wohlgemuth M., pag. 349. wo3-men, cin., pag. 3963. wong - Ja°wa° giavan., p. 3751. Woo K. T., pag. 118. would, ingl., pag. 3101. wu}, cin., pagg. 572, 3152. Wundt G., pag. 664. x, 194. xadrez, port., pag. 134. Y, franc., pag. 1743. Yahveh, pag. 33. yama, giapp., pag. 274!. Yamazaki I., pagg. 175?, 284. Yamaguchi H. S. K., pag. 3001. Yarra-yarra, 359. yang?, cin., pag. 145, 146. yang e vin!, cin., 204. Yang-ma, pag. 2612. Yang-tze-kiang, 360. yazik, turc., 461. Yedo, pag. 2952. yedokko, giapp., p. 2952. yin! cin., pagg. 145, 146.. Yò, giapp., 204. yu3, cin., pag. 75!. yuki, giapp., pag. 212. Zacchi P., pag. 152. zahraka!, ar., 468. zambo, pag. 296, 297. Zapotechi, pag. 2931. zecelea, rum., pag. 2272. zecime, rum, pag. 2272. zen, e lingua giapp., 73. zickzack, ted., pag. 332. zigzag, pag. 332. Zodiaco, 366, pg. 140, 283. zona verbale, 34. zun-zun, giapp., pag. 3332. Zutano, spagn., pag. 2141. zweifel, ted., pag. 3572. == dia FINITO DI STAMPARE il 21 Aprile 1947 nello stabilimento della CASA EDITRICE DE CARLO in Roma i % n Se a cn i n e i N n nn a rafPalilià_——" posta daC. Nome compiuto: Pietro Silvio Rivetta di Solonghello. Pier Silvio di Solonghello. Pseudonimo, A. Toddi.  Rivetta. Refs.: Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, “Grice e Rivetta,” The Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria.

 

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