GRICE ITALO A-Z S SOA
Luigi Speranza -- Grice e Soave: la prammatica filosofica – filosofia
italiana -- Luigi Speranza
(Lugano). Filosofo italiano. Soave. Figlio di Carlo Giuseppe Soave,
italiano, e la tedesca Clara Herik. SOAVE Francesco Soave, all'anagrafe Gian
Francesco, nacque a Lugano, città della Svizzera italiana che a lungo seguì le
sorti della vicina regione Lombardia e in particolare della città di Milano,
sotto il cui dominio rimane fino all'occupazione francese e infine svizzera dei
primi anni del Cinquecento. Al momento della nascita di S. il comune fa quindi
parte della confederazione elvetica, ma la sua configurazione socio-linguistica
presentava caratteri fortemente italiani. S. è ben presto avviato agli studi
canonici presso il collegio S. Antonio della sua città natale, sotto la guida
dei padri somaschi, e dove veste l'abito. Spostatosi a Milano per concludere il
suo anno di noviziato, prende i voti nel convento di S. Pietro in Monforte e
nello stesso anno si trasfere a Pavia nel collegio di S. Maiolo, dove rimane
per i due anni successivi e compì i suoi primi studi di carattere FILOSOFICO.
Continua poi con gli studi a Roma presso il collegio Clementino, dove si dedica
nuovamente alle teologia e affinò le sue conoscenze nelle lingue classiche,
oltre che nelle lingue moderne romanze e non (l'inglese, il tedesco, il
francese e presumibilmente anche lo spagnolo). Lascia Roma e, dopo un periodo a
Milano, si stanzia a Parma dove lo aspetta VENINI, suo amico e confratello,
direttore, su nomina del ministro Tillot, del collegio della Reale Paggeria,
dove S diviene docente di lettere. Successivamente S., a causa della chiusura
del collegio e sempre sotto la protezione di Tillot, insegna poesia a Parma,
ruolo per il quale compose un'antologia latina e una grammatica della lingua
italiana. Il testo e le teorie linguistiche annesse richiamano la dottrina
sensista di Condillac e dello stesso VENINI (si veda). S. s’interessa ben
presto dei problemi relativi al linguaggio, ispirandosi alle riflessioni di
altri studiosi, per lo più stranieri, come Leibniz, Descartes, Wilkins,
Kircher, Dalgarno, Locke, e nei confronti dei quali poco ha d’invidiare in
fatto di riconoscimenti. Partecipa a un concorso che vaglia le teorie
sull'origine del linguaggio bandito dall'Accademia delle scienze di Berlino,
fondata da Leibniz stesso, dove raggiunse il secondo posto, preceduto solamente
dal lavoro di Herder. Il saggio che gli valge il podio si intitola “Ricerche
intorno all'istituzione naturale di una società e di una lingua e all'influenza
dell'una e dell'altra sulle umane cognizioni,” ed è rivisto, tradotto in
italiano e pubblicato a Milano nell'opera miscellanea Istituzioni di logica,
metafisica ed etica. È da sempre affascinato dalle teorie di Locke, di cui cura
la traduzione in italiano del compendio di Wynne dei libri II, III, e IV,
relativi rispettivamente ai suoi ragionamenti intorno alle idee – the way of
ideas --, alle PAROLE – the way of words – title of Grice’s collection -- e
alla conoscenza dell'allora già celebre Saggio sull'intelletto umano.
Empirista, grammatico, traduttore e, assieme a CESAROTTI (si veda), maggior
esponente del sensismo italiano, S. frequenta gl’ambienti più prestigiosi del
suo tempo. CESAROTTI (si veda) nacque a Padova e ivi muore. È abate e
professore di retorica e belle lettere nella sua città natale, prima di
trasferirsi a Venezia come precettore della famiglia Grimani, dove conosce, tra
gli altri, Goldoni. Traduttore di Voltaire, è nominato professore di lingua
greca ed ebraica a Padova. Traduce opere dal latino e dalle lingue moderne,
divenne teorico dell'estetica e della lingua come dimostra il Saggio sopra la
lingua italiana, stampato in edizione definitiva col titolo di Saggio sulla
filosofia delle lingue applicato alla lingua italiana. Nel saggio, che si appoggia
alle idee sensiste di Brosses e Condilllac, lo studioso condivide le sue teorie
circa l'origine della parola e delle parole - teorie del tutto simili a quelle
di Soave- e, dopo aver spiegato, secondo idee anche piuttosto moderne, che non
ha senso considerare alcune lingue migliori di altre, parla dei rapporti
arbitrari che sussistono tra le parole (i suoni) e le idee che esprimono, e
delle incomprensioni che questi possono comportare: «Il rapporto tra I...] il
vocabolo e '1 corpo visibile è vago, confuso, moltiplice, avendo un corpo molti
e molti aspetti per cui può appartenere ad un altro, né potendo chi ascolta
aver mezzo di conoscere in che si faccia consistere cotesta relazione»
[CESAROTTI (si veda), Saggio sulla filosofia delle lingue, Padova, Brandolese].
Nel corso del suo saggio affronta i più comuni problemi di retorica e
scrittura, analizzando le varie parti del discorso, lodando o rimproverando i
vari usi, ma rimanendo comunque conscio del fatto che la lingua muta
continuamente e che «Le cause morali e politiche colla loro lenta influenza
portano un'alterazione nel sistema intellettuale del secolo, e ne configurano
il genio, la scelta linguistica. In questo senso egli costruisce una sorta di
grammatica universale, una grammatica che deve tendere all'etimologia e deve
essere libera da tutti gli elementi che possono creare ambiguità.fu maestro
personale del nipote del governatore austriaco di Milano, Carlo Gottardo di
Firmian, lo stesso che gli affidò la cattedra di filosofia morale e poi di logica
e metafisica presso il liceo di Brera. Trovandosi nuovamente a Lugano, insegna
lì dove i suoi studi erano cominciati, al collegio S. Antonio, e dove ebbe come
alunno MANZONI (si vda) – si veda: TRABALZA (si veda). Ancora si trasfere a
Napoli su invito del principe di Angri Marcantonio Doria che lo volle come
precettore del figlio. Viene richiamato a Milano per dirigere le scuole
cittadine. Ènominato, da Napoleone Bonaparte in persona, membro dell'Istituto
nazionale, ente nato per conservare e riunire le nuove scoperte dell'arte e
delle scienze. Fu autore della Grammatica ragionata della lingua italiana che,
assieme alla Grammatica di CORTICELLI (si veda), si situa tra le grammatiche
più importanti. CORTICELLI nasce a Piacenza e muore vicino Bologna. Prete,
filosofo, teologo, studioso della lingua e membro dell'Accademia della CRUSCA
(“I don’t give a hoot what the dictionary says” – Grice), tratta ampiamente
della lingua toscana nella grammatica Regole ed osservazioni della lingua
toscana ridotte a metodo e nello scritto dal sapore boccaccesco intitolato
Della toscana eloquenza discorsi cento detti in dieci giornate da dieci nobili
giovani in una villereccia adunanza. Nei suoi ultimi anni si dedica alla
critica della dottrina fenomenica kantiana, che si situa su posizioni opposte
rispetto al suo empirismo moderato, e delle idee di altri filosofi come Darwin
e Tracy, pur sempre empiristi, ma evidentemente volti all'aspetto
materialistico di quelle teorie. S. si spense infine di un male improvviso a
Pavia. Le informazioni biografiche qui riportate si trovano nella pagina
relativa a S. alla Treccani, Dizionario-Biografico dell’ENCICLOPEDIA, cur.
Micheli. Gli Opuscoli Metafisici come summa: Locke, Herder, Condillac e il
linguaggio. Nella ricerca italiana di una lingua internazionale e, prima
ancora, di una lingua "perfetta", trova un posto di riguardo la
figura di S., per il suo interessante contributo e la sua vivace curiosità
verso questi argomenti. Nei suoi Opuscoli metafisici. Istituzioni di logica, metafisica
ed etica troviamo i due saggi, “Ricerche intorno all'istituzione naturale di
una società e di una lingua e all'influenza dell'una e dell'altra sulle umane
cognizioni” e “Riflessioni intorno all'istituzione d'una lingua universale,” in
cui S. riflette sul linguaggio, sulle sue origini, sulla perfezione di una
lingua. Il carattere evidentemente FILOSOFICO di questi trattati deve spiegarsi
in relazione agli studi coevi d’altri filosofi e del dibattito linguistico
tanto attivo in quell'epoca. La linguistica risiede ancora tra le attività
della RIFLESSIONE FILOSOFICA – l’opinioni di Grice --, non potendosi avvalere
di un metodo e di una trattazione scientifica e rigorosa. L'interesse di S. per
la materia deve sicuramente avere tre radici ben distinte: da un lato la sua
ampia conoscenza delle lingue moderne e delle lingue antiche, nonché la sua
attività di traduttore, devono aver creato la base per le prime elucubrazioni
sui disagi che le differenze linguistiche portano nel campo della comunicazione
scritta e orale internazionale; in secondo luogo gli studi filosofici
sull'empirismo e i suoi propugnatori devono aver sollecitato le riflessioni
sull'origine del linguaggio e, di riflesso, sulle caratteristiche che una
lingua perfetta - o naturale - dovrebbe avere e il cui risultato è la
teorizzazione di come dovrebbe apparire un'ipotetica lingua artificiale ad uso
internazionale; in ultimo, la sua professione di professore, nonché la
pubblicazione di opuscoli e grammatiche per l'assimilazione della lingua
italiana, devono aver allenato la sua capacità di spiegare le intricate forme
di una lingua e svolto una qualche influenza sulla volontà di rendere più
semplice l'apprendimento.La filosofia di S. si fa sostenitrice della teoria
sensista, come dimostrano le parole di apertura del secondo capitolo delle
Ricerche che recitano «Che le umane cognizioni come da prima sorgente derivino
dalle sensazioni, ella è cosa già troppo manifesta. S., «Ricerche intorno
all'istituzione naturale di una società e di una lingua e all'influenza
dell'una e dell'altra sulle umane cognizioni», in Istituzioni di logica,
metafisica ed etica, Venezia, Graziosi. la conoscenza deriva allora per S.
dall'esperienza che l'uomo fa del mondo, e in particolare dalle sensazioni che
questa esperienza provoca in esso. Poiché non sarà allora conoscibile qualcosa
che non siasperimentabile, egli rigetta la teoria innatista, che vuole che vi
siano nella coscienza umana delle idee o dei principi ingeniti, così come
qualche anno prima aveva fatto anche Locke nel suo Saggio sull'intelletto
umano, dove, parlando delle idee e da dove esse derivino, così dichiara:
Supponiamo dunque che lo spirito sia per così dire un foglio bianco, privo di
ogni carattere, senza alcuna idea. In che modo verrà ad esserne fornito? Da
dove proviene quel vasto deposito che la fantasia industriosa e illimitata
dell'uomo vi ha tracciato con una varietà quasi infinita? Da dove si procura
tutto il materiale della ragione e della conoscenza? Rispondo con una sola
parola: dall'ESPERIENZA. Su di essa tutta la nostra conoscenza si fonda e in
ultimo deriva. LOCKE, Saggio sull'intelletto umano, a cura di Abbagnano,
Abbagnano, Milano, RBA Italia S.r.l., 2017 («I grandi filosofi RBA»), e come
sostenne anche Herder circa un secolo più tardi nel Saggio sull'origine del
linguaggio del 1772: Se proprio vogliamo chiamare linguaggio questi accenti
immediati della sensazione, a me pare, dunque, che l'origine di esso sia
affatto naturale. Non soltanto essa non è sovrumana, ma è innegabilmente
animale, in quanto legge naturale di una macchina sensitiva. HERDER, Saggio
sull'origine del linguaggio, cur. Amicone, Milano, RBA Italia («I grandi
filosofi RBA»). Le idee di S. offrono un evidente e continuo richiamo alle
teorie di questi studiosi, sebbene le espressioni con cui egli si riferisce
agli stessi concetti siano a volte differenti: succede allora che le sensazioni
di Locke e Herder, ovvero l'azione primariamente inconscia attraverso la quale
l'animo - termine che valga qui come sinonimo di coscienza o ragione - riconosce
le cose esterne e, in ultimo, le idee stesse delle cose, vengano chiamate
percezioni, e l'atto riflessivo, cioè l'atto che permette di determinare e
individuare le singole idee e di comporle fra loro a creare idee più complesse,
modificazione. Il linguaggio per Soave è una diretta derivazione di questa
facoltà umana di disporre della ragione: esso si sviluppa fin dal primo
pensiero, che si ha in occasione della propria nascita. Ecco che la facoltà di
linguaggio, e la sua stessa struttura e grammatica cominciano a costruirsi nel
momento stesso in cui si viene al mondo, ed è condizione fondamentale e
costituente dell'essere uomo: la ragione determina l'essenza umana al
suointerno, il linguaggio al suo esterno. Ogni esperienza a cui l'individuo
partecipa determina la formazione di nuove idee o amplia o combina quelle
esistenti, in un processo che non può dirsi finito fino alla sua stessa morte,
e la presenza di queste idee suscettibili di ragione scatena parimenti il
mutare e l'ampliarsi del sistema di linguaggio che a esse è riferito. Secondo
questo principio, il linguaggio, che è espressione esterna dell'idea interna,
«si evolve secondo lo sviluppo della mente».RAFFELE SIMONE, «Seicento e
Settecento», in Storia della linguistica, II, a cura di Giulio C. Lepschy,
Bologna, Il Mulino, 1990, p. 361. Si consideri anche che «l'idea che le lingue
determinino, almeno fino a un certo punto, il carattere nazionale e il modo di
pensare dei parlanti, è estremamente diffusa nel diciottesimo secolo e risale
anche più indietro. Solo per citare alcuni nomi, idee simili si trovano in
Francia con Condillac, Diderot, ecc.; in Italia in parte con Vico e certamente
con Cesare Beccaria e Cesarotti» [MORPURGO DAVIES, «La linguistica
dell'Ottocento», in Storia della linguistica, cur. di Lepschy, Bologna, Il
mulino]. Non è quindi improbabile e, anzi, è del tutto possibile che Soave
fosse entrato in contatto anche con le teorie secondo le quali la percezione
della realtà è in qualche modo condizionata dal linguaggio. E in ultima si può
immaginare che egli concepisse la realtà e il linguaggio come due entità che a
vicenda possono condizionarsi. La riflessione poi deve essere anch'essa
intrinseca: se l'uomo percepisce fin dal primo istante e ne è in qualche misura
conscio, egli deve essere in grado di riconoscere tale operazione, e ciò è
possibile solamente tramite la riflessione: così Locke intende quando afferma
che «La percezione è la prima idea semplice della riflessione» ° Quest'ultima,
coadiuvata dalle operazioni di memoria, che consentono di ripescare idee
precedentemente conosciute, è l'aspetto che permette all'intelletto di creare
nuove ipotesi e teorie, ovvero in ultimo ciò che permette la scoperta.Proprio
l'abbandono di questo secondo requisito fondamentale della conoscenza Soave
rimprovera a Condillac: abate francese di qualche anno più anziano, fu il
maggiore esponente del sensismo, grazie soprattutto al suo Saggio sull'origine
delle conoscenze umane. Tuttavia nella sua ultima opera, il Trattato delle
sensazioni, Condillac abbandona la distinzione tra l'esperienza e la
riflessione e riconosce nella sola sensazione il principio che sviluppa tutte
le facoltà umane, di fatto subordinando ad essa ogni altra azione.'' Étienne
Bonnot, abate di Condillac, nacque a Grenoble e muore a Beaugency. Vive a lungo
a Parigi, dove entrò in contatto con gli ambienti filosofici illuministici. Il
suo Saggio è considerato la più coerente e compiuta formulazione della
gnoseologia dell'Illuminismo francese. Nelle Ricerche Soave distingue due tipi
distinti di memoria, la memoria dei segni e quella delle idee, la prima delle
quali di molto più estesa rispetto alla seconda poiché, asserisce, «è assai più
agevole il richiamare i segni delle idee, che non l'idee medesime, specialmente
ove trattisi d'idee astratte»: nel caso in cui quindi vi fossero due ragazzi
selvaggi che incontrandosi dovessero tentare di comunicare, per loro sarebbe
difficile se nonimpossibile ricorrere alla memoria dei gesti, non
condividendoli affatto. I secoli successivi vedeno un proliferare degli studi
antropologici e linguistici eseguiti non di rado anche su popolazioni lontane
dall'Occidente: la scoperta dell'America, l'intensificarsi dell'esplorazione e
della colonizzazione dei territori dell'Africa e dell'Asia offrirono agli studiosi
notevole materiale di studio. Complicato risulterebbe allora anche affidarsi
alla facoltà di riflessione, giacché in mancanza di memoria «le congiunzioni
d'idee si faranno in loro quasi tutte fortuitamente»$ il linguaggio, inteso
dapprima come sistema di segni - con riferimento sicuro al segno gestuale, ma
non si esclude un'allusione forse al segno linguisticamente inteso - appare
allora elemento costituente della capacità non solo comunicativa, ma anche di
riflessione e di memoria.Il fatto che tra due potenziali interlocutori sia
impedita (dalla barriera dell'ignoranza) la condivisione del sistema di segni,
preclude qualsiasi tipo di scambio comunicativo e quindi di arricchimento
conoscitivo. Ciò, per S., non significa che dalle parole derivi la conoscenza
delle cose e a questo proposito egli dubita dell'asserzione di Rousseau secondo
il quale «le idee generali I..] non si possono nell'animo introdurre, che col
soccorso delle parole, e l'intelletto non le apprende, che per via di
proposizioni». S. sostiene piuttosto che le qualità intrinseche alle parole ne
permettano la conoscenza e che le stesse, assieme alle proposizioni, permettano
di esternare questa conoscenza interna. Certo è che la discussione è permessa
solamente se il sistema delle parole è condiviso, altrimenti a ciascuno
rimarrebbe oscuro il significato associato alla determinata realizzazione
fonica. E cioè, in fondo, parlando lingue difterenti è permessa si la
conoscenza del mondo esterno, ma non lo scambio comunicativo. Glice Ceresiano e
la lingua internazionale in caratteri mistz Dalle precedenti riflessioni
filosofiche deve essere derivato il bisogno di indagare sulla diversità
linguistica dei popoli e sulla possibilità o meno dell'adozione di una lingua
universalmente utilizzata, quantomeno per le conoscenze scientifiche. Così S.
pubblica il saggio in esame, le Riflessioni intorno all'istituzione d'una
lingua universale. Dato alle stampe con lo pseudonimo di Glice Ceresiano Nome
che S. utilizza anche in occasione della pubblicazione di un opuscolo contro la
Rivoluzione francese e intitolato Vera idea della rivoluzione di Francia,
lettera di Glice Ceresiano ad un amico. e dedicato a un certo Clottofilo
Euganeo, forse da identificarsicon il linguista padovano CESAROTTI (si veda),
costituisce il primo esempio e il più interessante tentativo di ideazione di
una lingua internazionale in Italia. L'epiteto 'ceresiano' deriva con ogni
probabilità dal secondo nome del lago di Lugano, ovvero il lago Ceresio, dalla
leggenda che vede coinvolto il signore del lago, Céreso, e un pesce senza nome.
Glice puo valere come nome parlante e significare allora 'dolce', dal greco
yukús, ma il riferimento è più incerto. In 'Clottofilo', probabile errore di
stampa per Glottofilo, è facilmente riconoscibile un amante della lingua, o del
linguaggio, e 'Euganeo' esprime il luogo di provenienza del destinatario così
come è per l'autore in 'Ceresiano'. Il trattato si apre con le considerazioni
circa l'innegabile utilità che una lingua universale avrebbe nello scacchiere internazionale.
Soave argomenta in favore di tale utilità in maniera piuttosto breve, perché
ritiene che la praticità di una lingua universale sia immediatamente
comprensibile e, come tale, inconfutabile: Una lingua, che intesa fosse da
tutte le nazioni, e che riparasse così al disagio della babelica confusione, e
chi non vede di qual vantaggio sarebbe? Alla propagazione soprattutto, e
all'accrescimento delle scienze sembra ella a' nostri giorni divenuta omai
necessaria; perciocché le opere interessanti, che nelle lingue latina,
italiana, gallica, Inglese, Tedesca, ec. si van tuttodì pubblicando, o in buona
parte riescon nulle per noi, o ci costringono a consumare con lungo tedio quel
tempo, e quell'industria nello studio delle parole, che nello studio delle cose
più utilmente sarebbesi impiegato. S., Riflessioni intorno all'istituzione
d'una lingua universale», in Istituzioni di logica, metafisica ed etica, Pisa,
presso Nistri. S. individua due metodi attraverso i quali è possibile
raggiungere l'utilizzo di una lingua internazionale. Il primo, e più
complicato, prende come base una lingua gia esistente. Il secondo, per certi
aspetti più semplice, compone ex novo un sistema che prende dalle varie lingue
le soluzioni più ingegnose e, a suo dire, facilmente praticabili. Muovere da un
sistema linguistico già esistente presenta degli inconveniente legati alla
successiva supremazia che sarebbe riservata alla nazione dalla quale verrebbe
scelta la lingua d'utilizzo. Ogni paese avrebbe interesse che la sua fosse la
lingua imposta alle altre poiché ciò dimostrerebbe la sua superiorità, dapprima
in ambito comunicativo, e poi in tutti gli altri. Possedere il dominio
linguistico significherebbe in un certo senso possedere anche quello sociale e
poi economico, a discapito di tutte le altre lingue - e nazioni - escluse. Per
questo motivo ogni nazione pretenderebbe di essere la prescelta e un congresso
di tutte sarebbe forse l'unico mododi prendere in considerazione tutti i
candidati. Ma anche allora il problema non sarebbe di certo risolto. La lingua
è parte fondante dell'identità nazionale, tanto che qualora si procedesse con
una riunione di tal guisa «ogni verbo, ogni nome, ogni menoma particella vi
desterebbe liti infinite, nelle quali volendo ognuno esser giudice, mai non avreste
decisione. Senzaché, quando pure si componessero gli animi, dalla misura di
tanti varj idiomi qual risultato ne avreste voi? Una lingua a mosaico, un
vestito da Zanni, una Babelle peggior dell'antica» 58Egli quindi scarta anche
l'idea di comporre la lingua secondo una commistione di quelle esistenti,
ovvero di creare una lingua composita a posteriori. E non accetta nemmeno la
possibilità di creare una lingua con vocaboli tutti di nuova fattura poiché,
spiega, pochi sarebbero pronti ad accettarla e a mettere da parte l'amor
proprio in virtù di un bene maggiore. Neanche l'istituzione di una lingua del
tutto simbolica, come quelle numeriche o le pasigrafie, sarebbe soddisfacente,
visto che la sua lettura risulterebbe particolarmente complicata. E ancora, per
ovviare al problema dell'imprecisione semantica delle parole, nemmeno la
tentazione di esprimere ogni idea con caratteri a sé stanti risulterebbe
praticabile, vista l'incapacità dei più a imparare una tale mole di simboli
legati all'infinità di concetti e oggetti potenzialmente esprimibili.Nonostante
si dimostri sempre scettico sulla reale applicabilità internazionale di una
lingua inventata e consideri più concretizzabile il semplice mantenimento
dell'uso della lingua latina tra i dotti, S. non si esenta dal tentare di
creare un linguaggio universale e passa quindi all'esposizione del suo
progetto, definibile di tipo misto, composto d’elementi di lingue preesistenti
e d’elementi di pura invenzione, le cui conditiones sine quibus non devono
essere la chiarezza espositiva e la facilità di apprendimento e lettura. Per
essere tale la lingua ideale deve presentare due caratteristiche fondamentali:
ad ogni idea deve corrispondere uno ed un solo segno, in modo da non lasciare
spazio ad ambiguità o interpretazioni. La lingua deve essere composta dal minor
numero di segni possibile, così da evitare di sovraccaricare la memoria. Prima
di analizzare nello specifico la proposta di S. è bene sottolineare che egli
lavorò su di un piano prettamente teorico, così come molti altri fecero a quel
tempo: con il suo trattato non consegna ai posteri un nuovo codice pronto
all'uso, ma si limita ad esporre le caratteristiche che questo dove avere,
evitando di fornire esempi concreti. I caratteri che egli propone per esprimere
le cose fisiche non sono alfabetici, ma quanto più imitativi. Per indicare il
sole, ad esempio, S. propone che si utilizzi un simbolo che lo richiami il più
possibile, e così deve essere anche per i caratteri che designano il fiore, la
luna, l'uomo, ecc. Per quanto riguarda invece tutti gli altri nomi egli si
avvale del sistema alfabetico latino inteso nelle sue forme tonde, maiuscole e
minuscole, corsive, e composto anche delle sue «lettere molteplici» come 's' e
's' (da intendere come [s] e [z]), ¡' e 'j, 'u' e 'v', i nessi di geminate, i
nessi composti, le abbreviazioni, le abbreviazioni in corsivo, in maiuscolo,
ecc. e così giudica a sua disposizione un parterre di lettere che supera il
centinaio. Non contento, assume che il numero di questi simboli possa duplicare,
triplicare, e ancora di più se si usassero dimensioni differenti (es. a a a 2).
Come ultima ratio, se nemmeno un inventario segnico così formato dovesse
bastare, Soave propone di ricorrere agli alfabeti greco, ebraico, arabo e agli
altri. Il tutto può essere ulteriormente ampliato grazie all'uso dei segni
diacritici come l'apostrofo, i vari accenti, il punto, le linee, le virgolette,
dei numeri in esponente e insomma tutti quei simboli e segni che potevano
facilmente trovarsi in una stamperia dell'epoca. Sulla disposizione di questi
caratteri egli dispone solamente che ogni segno che specifichi il carattere a
cui si accompagna sia a questo vicino - ma ben riconoscibile, a mo' delle
lingue tipologicamente agglutinanti -, e così sia anche nel caso di parole
formate da più caratteri insieme; per il resto, ogni carattere deve essere
separato dagli altri. Si veda ora nello specifico com'egli intende questi
caratteri. I pronomi e nomi personali identificati dai nuovi caratteri, di cui
non fornisce la grafia, significherebbero 'io', 'tu', 'sé', 'egli', 'questo',
'codesto', 'quello', ', 'il medesimo', 'che', 'il quale'. La scelta successiva
è quella di non creare altri caratteri ex novo per indicare il femminile, il
maschile plurale e il femminile plurale; preferisce piuttosto inserire nel
sistema linguistico dei segni diacritici (un apostrofo, una tilde, non viene
specificato) che li distinguano dai corrispettivi maschili singolari - segni la
cui applicazione è estesa anche alle altri parti del discorso - a guisa di
morfemi grammaticali. In aggiunta asserisce che il pronome 'egli' è in fondo
superfluo visto che sua la funzione può essere compresa in 'quello' e 'il
medesimo'. Infine, 'questo', 'codesto', 'quello' e 'medesimo' possono ricoprire
ugualmente la funzione di aggettivi, per cui non è necessario avere caratteri
differenti per questi.Le preposizioni e le congiunzioni Per quanto riguarda le
preposizioni Soave riconosce che basterebbero ben pochi caratteri per
sostituirle giacché sono poche - 'di"', 'a', 'da', 'per', 'con', 'senza',
'sopra', 'sotto', 'tra', 'verso' e 'contro' -, brevi nella realizzazione ed
esprimenti idee o relazioni semplici. I caratteri delle congiunzioni esprimono
i significati di 'e', 'né', 'ma', 'anzi, 'perché', 'perciò', 'siccome', 'così',
'benché', 'pure'. Le interiezioni Soave propone la riduzione delle interiezioni
a soli sei segni, che esprimano i sentimenti di dolore, allegrezza, desiderio,
supplica, minaccia e timore.Gli avverbi L'avverbio di affermazione 'sì' e
quello di negazione 'no' sarebbero esprimibili ugualmente con due caratteri -
ipoteticamente brevi, vista la frequenza d'utilizzo - che indicassero
l'affermazione e la negazione. Il carattere esprimente l'avverbio 'no' vale
anche per le frasi negative il cui senso sarebbe introdotto da 'non'. L'autore
tace sulla possibile posizione di questi avverbi, per cui non sappiamo se essi
siano da anteporre o posporre alle particelle del discorso che accompagnano. Ai
significati degli avverbi di luogo 'qua', 'là', 'costà', 'su', 'giù'
suppliscono rispettivamente: per i primi tre i caratteri che hanno significato
di 'questo', 'codesto' e 'quello' assieme al segno avverbiale; per gli ultimi
due quelli delle preposizioni 'sopra' e 'sotto'. Gl’avverbi di quantità
significanti 'molto', 'poco', 'quasi', 'abbastanza' sono indicati con il segno
diacritico avverbiale in aggiunta ai caratteri esprimenti i significati
aggettivali di 'molto', 'poco', 'vicino' e 'bastante'. Allo stesso modo sono
trattati gli avverbi di qualità 'bene' e 'male'.I verbi Soave sceglie di
semplificare la grammatica della sua lingua universale (almeno rispetto a
quella italiana o latina) facendo confluire la pluralità di tempi verbali a lui
conosciuti in sole tre unità esprimenti l'idea di passato, presente e futuro. Con
l'aggiunta di altri due segni diacritici costanti ai caratteri verbali
principali è poi possibile dar loro delle sfumature di significato differente,
identificando così «i passati di poco o di molto, e i futuri prossimi o rimoti.
Per quanto riguarda i verbi che derivano da sostantivi, è necessario indicarli
con il carattere del nome da cui derivano assieme al segno che ne indichi la
natura di verbo. S. sceglie di creare tre segni distinti: un segno per i verbi
transitivi attivi; un segno per i verbi transitivi passivi; un segno per i
verbi intransitivi o neutri;assieme ai quali esso indicherà l'infinito del
verbo. Per indicare le diverse persone, tempi e modi sono necessari altri
segni: per indicare le persone basta premettere i caratteri che indicano i pronomi
o i nomi personali; per indicare i tempi sono necessari gli stessi caratteri
che indicano gli avverbi di tempo; il modo, se non fosse già intuibile dal
contesto, varia da caso a caso: il condizionale sarà dato assieme
all'interiezione di desiderio; l'imperativo con il proprio segno distintivo; il
congiuntivo nuovamente con un altro segno distintivo; il participio ha un suo
segno distintivo e deve esservene uno per ogni tempo, alla maniera dei greci; a
ciascun participio è accostato allora un carattere degli avverbi di tempo;
l'indicativo sarà riconoscibile perché mancante di questi segni aggiuntivi, ma
pur sempre accompagnato dal numero e dal genere della persona. Non è necessario
inventare dei segni particolari per il gerundio e il supino in quanto essi possono
essere sostituiti: dalla costruzione di [preposizione + infinito] al modo dei
latini o dei greci, così come il lat. IN AMANDO (it. 'nell'amare') o AD
AMANDUM, it. 'ad amare'; dai participi, come il lat. AMANS, it. 'amando. Per
una comprensione più rapida si propone una tabella riassuntiva. Ciascun tempo
verbale e le sue peculiari caratteristiche vanno immaginate accompagnate dal
carattere esprimente il significato del sostantivo da cui il verbo deriva. I te
mpi verbali sono ordinati in ordine crescente di segni diacritici o caratteri
da cui sono composti. «NATURA» (transitivo attivo/passivo - intransitivo) ALTRI
SEGNI O CARATTERI (caratteri degli avverbi di tempo/segni delle interiezioni)
NUMERO E GENERE (carattere dei pronomi o dei pronomi personali con relativi
segni aggiuntivi) MODO INFINITO + INDICATIVO +++ IMPERATIVO ++++ PARTICIPIO
++++ CONGIUNTIVO ++++ CONDIZIONALE ++++ Gli articoli Per S. è sufficiente
solamente un unico articolo che sia in grado di esprimere il maggior grado di
determinatezza qualora accompagni un nome. Di nuovo, esso è un semplice segno
diacritico.I nomi Una volta esposte le regole che soggiacciono alla formazione
delle parti del discorso per così dire "mobili". "mobili",
cioè che fungono da collegamento tra i nomi e ne esprimono i movimenti, le
azioni e le relazioni, S. passa alla trattazione della parte del discorso che
esprime la cosa in sé e che necessita del maggior numero di caratteri come gli
oggetti, i pensieri, i sentimenti, le cose del mondo sensibile, ecc.I significati
dei nomi generali sono suddivisi in una prima macrocategoria di classi (di cui
non è dato l'elenco completo, ma che l'autore esemplifica in 'animale',
'vegetale', 'minerale') espressa da un carattere ciascuno; successivamente ogni
classe presenta al suo interno la specificazione dell'essere particolare (come
'gatto', 'quercia', 'marmo'), anch'essa espressa tramite dei caratteri
particolari. I due caratteri vanno allora composti, ad ottenere un duo di grafi
che significhi qualcosa di simile a 'animale-gatto' e così che, qualora non si
conoscesse il significato dell'essere particolare, ma si conoscesse quello
della classe di appartenenza, sarebbe facilmente accessibile - anche
deducendolo dal contesto - il significato finale dei due caratteri composti, e
viceversa.Per quanto riguarda i nomi propri non è necessario, poiché
inutilmente difficile e dispendioso, inventare nuovi caratteri, ma basterà
anteporre il carattere esprimente 'individuo' ai caratteri distesi del nome per
intero. Supponendo per esempio che il segno per indicare l'essere umano sia un
apostrofo anteposto al nome del soggetto, il risultato sarebbe qualcosa del
tipo «'Giovanni».Questo tipo di procedura Soave sceglie di mantenerlo anche per
tutte quelle classi di nomi che necessitano di essere specifici, come i nomi di
botanica, medicina, fisica, anatomia, metafisica, cioè tutti quei nomi la cui
abbreviazione comporterebbe, più che una facilitazione, una ulteriore
ambiguità. Come suggerisce l'autore infatti, se in un trattato di geografia si
scegliesse infatti di utilizzare ad esempio l'abbreviazione «'Ro», chi potrebbe
dire se si tratti di Roma e non di Rouen?La possibilità di scrivere per esteso
questi nomi affinché vengano compresi in ogni paese, sostiene Soave, è data dal
fatto che essi sono nomi universalmente condivisi e conosciuti. Qui però è
facile individuare un punto debole di questo sistema di scrittura, poiché è
evidente che l'ultimaattermazione non può dirsi veritiera nemmeno per la sola
Europa: per fare un esempio piuttosto semplice, il nome della Germania è
conosciuto nei vari paesi come Germany, Allemagne, Deutschland, Tyskland,
Niemcy, ecc., ed è certo che chiunque - in questo caso italiani e inglesi
esclusi - non abbia una certa qual conoscenza delle altre lingue sarebbe
spaesato alla lettura di «Germania» nel proprio libro di testo, così come se un
italiano che ignora le lingue slave si trovasse di fronte a «'Niemcy». I
problemi, ovviamente, si moltiplicherebbero per quanti hanno sistemi di
scrittura differenti da quello latino. Per ovviare al problema Soave propone
però di redigere un vocabolario che riporti l'insieme di questi nomi propri.Per
quanto riguarda i nomi comuni che non appartengono a nomenclature scientifiche,
Soave suggerisce di introdurre due segni che indichino 'opposizione' e
'negazione': così ad esempio il concetto di 'tenebre' potrebbe esprimersi
attraverso il carattere della 'luce' opportunamente accompagnato dal segno
diacritico o dal carattere che ne esprime la negazione, e l'"odio'
potrebbe essere indicato dal carattere dell'amore' accompagnato da quello di
'opposto'.Lo sguardo attento dello studioso è alla ricerca, come già detto
inizialmente, dell'esattezza linguistica e della non ambiguità tra i
significati che le parole (o i caratteri) veicolano. Se questi accorgimenti non
sono possibili in una lingua storico-naturale per sua stessa costituzione, essi
lo sono in una lingua inventata a tavolino e, per questo motivo, egli prende
delle ulteriori decisioni in merito, predisponendo: l'abolizione dei perfetti sinonimi
- sebbene nelle varie lingue essi siano pressoché rari, se non inesistenti, a
ben vedere; per termini simili ma non perfetti sinonimi, ovvero tutti quei
termini che esprimono delle sfumature diverse di significato ma si riferiscono
allo stesso referente/idea/ecc., l'indicazione con lo stesso carattere
accompagnato da segni opportuni che esprimano questa differenza di
significato.Gli aggettivi Tutti gli aggettivi derivanti da sostantivi sono da
indicarsi mediante l'apposizione di segni che ne indichino la funzione
sintattica. Il significato di 'terrestre' si otterrebbe con [carattere 'terra'
segno 'aggettivo'] e il risultato potrebbe essere qualcosa del tipo «Õ»,
considerando «*» simbolo aggettivale e «O» il carattere per la terra. Lo
studioso rende noto al lettore che vi è anche il caso contrario, ovvero quello
in cui il sostantivo deriva dall'aggettivo, ma, prosegue, poiché non in tutte
le lingue i processi di derivazione seguono le stesse vie e poiché in una
lingua inventata nessun senso ha curarsi dell'origine delle parole, ribadisce
che i caratteri di base costituiranno i sostantivi e quelli accompagnati dal
segno aggettivale gli aggettivi. Per la formazione dei comparativi è
sufficiente anteporre al carattere aggettivale i segni «+» (maggioranza) e «-»
(minoranza), del tipo intuitivo «+ [carattere che indica 'alto']» = 'più alto
di' o «- (carattere che indica 'alto']» = 'meno alto di'. Allo stesso modo, a
discapito forse della chiarezza espositiva, ma guadagnando in semplicità, si
compongono anche i superlativi relativi e assoluti. Non sono fornite
indicazioni sui comparativi di uguaglianza.Il numero Per esprimere il plurale
di nomi, aggettivi, verbi, pronomi è necessaria l'esistenza di un segno
apposito; nel caso in cui questo segno non sia scritto allora significa che il
carattere in questione esprime valore singolare.I generi La distinzione di
genere nei nomi è utile solamente nel caso degli esseri animali e fuor di
questi ogni altro carattere è di genere neutro e non deve riportare alcun
segno. Il vantaggio è che in questo modo, se un carattere è accompagnato dal
simbolo del genere, si potrà dedurre con sicurezza che si tratta di un animale
o, in generale, di un essere animato. Gli aggettivi seguiranno la stessa
soluzione dei nomi che accompagnano e gli avverbi si accorderanno ai nomi che
sostituiscono, secondo il genere e il numero.In via del tutto sperimentale, e
in mancanza di esempi concreti nell'elaborato di Soave, si propone una
personale realizzazione in lingua inventata di una celebre frase di Orazio,
tratta dalle Epistole, che Soave sicuramente conosceva poiché ne curò la
traduzione in italiano: Caelum non animum mutant qui trans mare currunto? La
frase latina di Quinto Orazio Flacco è tratta dalle Epistulae: 'coloro i quali
corrono attraverso il mare, cambiano cielo, non animo'] - e con essa egli
ricorda ai suoi lettori che non si sfugge mai a sé stessi.Supponendo di
utilizzare dei caratteri imitativi per le parole caelum (lett. it. 'cielo', ma
qui vale in senso lato per 'luogo') e mare; un carattere intermedio tra
l'imitativo e il puro segno per il pronome qui (vale per soggetto, it. 'coloro
i quali'), per i verbi mutant (lett. it. 'mutano', 'cambiano') e currunt (lett.
it. 'corrono', ma vale per 'attraversano'); caratteri alfabetici per indicare
animum (it. 'animo', qui 'mente', 'pensiero'), risulterebbe allora qualcosa di
simile: - ANIMUM F X" 0o "Segni aggiuntivi sono il simbolo dei
secondi (che si trova in apice dei caratteri per 'mutant', 'qui', 'currunt')
che aggiunge il significato di plurale, e i punti sovrapposti ai caratteri dei
verbi, che corrispondono a valore transitivo quando sono doppi (anche in
riferimento alla valenza verbale), e a valore intransitivo quando sono
singoli.In via teorica la lettura e la composizione di questo tipo di
linguaggio paiono facilitate dalla non trascurabile componente intuitiva che la
lingua comporta, grazie all'introduzione di caratteri imitativi, lettere già
note e segni ricorrenti che ne modulano il significato; ma a ben vedere il
risultato finale è più un rebus che un codice che goda delle caratteristiche
della semplicità e dell'esattezza. Al netto delle sue stesse conclusioni in
campo linguistico, Soave in persona scredita l'idea che si possa realmente
introdurre dal nulla una lingua studiata a tavolino e pretendere che questa
venga assimilata dalla popolazione. Peraltro - aggiunge Soave -, nel caso
fortuito in cui pure si riuscisse a diffondere un tale codice, l'operazione non
avrebbe nemmeno senso, perché equivarrebbe ad adoperare una lingua gia esistente
e ben rodata.La sua proposta a questo punto restringe il campo d'azione, perché
«Lascio la difficoltà di recarla fra i popoli dell'Asia, dell'Africa, e
dell'America, a' quali pure per essere universale dovrebbe farsi comune. Qual
commercio letterario, direte voi, abbiamo noi coi Tartari, cogli Abissini, e
cogli Huroni, onde importare ci debba, che la nostra lingua da loro venga
accettata? Or ben, e restringiamoci pur soltanto all'Europa» Una volta
ristretto il campo alla sola Europa, Soave sostiene che una lingua
internazionale (ma non più inventata a questo punto) sarebbe utile affinché
tutte le genti del Vecchio Continente possano intendere le opere letterarie
degli altri paesi senza dover ricorrere al sussidio di un traduttore. Ma per
far ciò ogni opera fino a quel momento composta ed edita avrebbe dovuto essere
riscritta nella lingua universale, e quale paeserinuncerebbe a scrivere nella
propria lingua madre? E qualora anche vi si riuscisse, perché spendersi per
inventarne una nuova e non utilizzare invece una lingua già esistente? A questo
punto pare evidente quindi che per Soave la glossopoiesi ad uso internazionale
non può essere accolta, non tanto per le sue caratteristiche intrinseche che,
anzi, sono da considerarsi più che valide, ma quanto per l'inapplicabilità
reale di tali sistemi linguistici dovuta a problematiche di tipo sociale e di
supremazia. Così sul finire delle Riflessioni, e dopo aver descritto ampiamente
il suo progetto di lingua, l'autore rivela che l'unica lingua che davvero potrebbe
- e dovrebbe - definitivamente assurgere a internazionale è il latino, lingua
già condivisa dai dotti, ma, in fondo, senza nazione. Soave. Keywords:
semantica filosofica. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Soave”. Soave.
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