GRICE ITALO A-Z S SIM
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Simbolo: la ragione
conversazionale della filosofia di Giuliano -- Roma – filosofia italiana –
Luigi Speranza (Roma) – Filosofo
italiano. Along
with two other philosophers by the names of Ieroteo and Maxximiniano, he persuades
Giuliano to pave the floor of Hagia Sophia with silver. However, the story is
doubted, as is the existence of these three philosophers. Grice: “It amuses me that the name of this
Italian philosopher is identical with an artificial language invented by J. L.
Austin, Symbolo!”
Luigi Speranza -- Grice e Simichia: la ragione conversazionale dell’élite
di Crotona e la sua diaspora -- Roma – la scuola di Taranto -- filosofia
pugliese -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Taranto). Filosofo pugliese. Filosofo italiano. Taranto, Puglia.
A Pythagorean, cited by Giamblico. “This is the diaspora from Crotona – as if
we would have an Oxonian diaspora, provided the mayor of Oxford deems us
elitists!” – ‘or the gown elitist towards the town, but surely Boris Johnson
never saw himself as gown!’ – Grice.
Luigi Speranza -- Grice e Simioni: la ragione
conversazionale degl’amanti – filosofia veneziana – la scuola di Venezia –
filosofia veneta -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Venezia). Fiosofo veneziano. Filosofo veneto.
Filosofo italiano. Venezia, Veneto. Tra i principali studiosi di PIRANDELLO (si
veda), inizia la sua attività politica militando nelle file del socialismo. Venne
espulso dal partito per indegnità morale. Collabora con l’United States Information
Service. Si trasfere a Monaco di iera per approfondire gli studi per poi
ritornare a Milano. Leader di un collettivo operai-studenti, mentre lavora alla
Mondadori, fonda il collettivo politico metro-politano milanese. Teorizza lo
scontro aperto, e si considera il progenitore delle brigate rosse. Insieme a
circa settanta persone, tra cui componenti del collettivo ed elementi del
dissenso, partecipa al convegno di Chiavari nella sala Marchesani, adiacente la
pensione Stella Maris, nel quale un gruppo di partecipanti dichiara la propria
adesione ad una visione politica. La data di questo convegno viene da taluni
considerata come la data di nascita delle brigate rosse. Altri affermano che la
formazionesia nata con il convegno di Pecorile (Reggio Emilia). L'ultima
attività, prima di passare alla completa clandestinità, a compe come redattore
di "Sinistra proletaria", l'ultimo dei quali riporta in copertina uno
sfondo rosso con disegnato al centro un cerchio nero attorniante le sagome di XIV
mitra. Fonda la scuola di lingue Hyperion, la quale secondo alcuni ha la
funzione di una vera centrale internazionale. Si afferma che e anche il capo
del Super-clan, organizzazione nata da una costola delle brigate rosse. Si insere
nella vita cittadina, ricominciando a frequentare gl’ambienti progressisti e divenendo
vicepresidente della fondazione Pierre. E proprio quale accompagnatore di Pierre,
e ricevuto da Giovanni Paolo II in udienza
privata. Si avvicina al buddhismo tibetano. Si apparta nella campagna di
Truinas, nella Drôme, dove geste un B et B. Craxi, alludendo alla esistenza di
un grande delle brigate rosse (l'eminenza grigia ipotizzata da alcuni che
dall'estero avrebbe guidato, come un burattinaio, molte delle azioni sul suolo
italiano), dichiara che costui poteva essere cercato tra quei personaggi che
avevano cominciato a fare politica con noi e poi sono scomparsi, magari sono a
Parigi a lavorare per il partito armato, frase che venne da molti ritenuto
indicasse come grande proprio lui. L'organizzazione di sinistra extra-parlamentare
Lotta Continua lo accusa di essere un confidente della polizia e in contatto
con i servizi segreti.. Durante la fase iniziale di Mani pulite, e accusato da LARINI
di essere il grande, accuse respinte da lui che le ritenne parte di un'azione
contro Craxi, vista la comune militanza nel socialismo. Hyperion e realmente
una scuola di lingue o la stanza di compensazione di diversi servizi
segreti? Ferrari, In teleselezione dalla
Francia gli ordini ai italiani? Corriere della Sera. Entrambi gli edifici sono
proprietà della curia Il convegno di
Pecorile in Anni di Piombo. Il nucleo storico delle brigate rosse. E morto il
misterioso grande, La Tribuna di Treviso, Fratini, Hyperion: scuola di lingue
chiacchierata, ANSA, repubblica cronaca news/caso
moro_il_bierre_franceschini moretti una_spia riduttivo si sentiva_lenin. Dalla
lotta al buddhismo, in Critica Sociale, Anni di piombo Superclan Hyperion
(Parigi) Venezia Anni di piombo. Corrado Simioni. Simioni. Keywords. Refs.:
Luigi Speranza, “Grice e Simioni” – The Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza-- Grice e Simmaco: la ragione conversazionale del console
filosofo – Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo italiano. A philosopher of considerable
wisdom, also a consul. Quinto
Aurelio Simmaco.
Luigi Speranza -- Grice
e Simoni – la scuola di Caprese -- filosofia italiana – Luigi Speranza Caprese). Filosofo
toscano. Filosofo italiano. Caprese, Toscana. Antenato: Simone de Buonarrota.
Nome: S. Grice: “Some call him Michelangelo, but that’s rude!” -- See the study of Buonarroti’s Moses by Freud,
“filosofia” Michelangelo Buonarroti. CDisambiguazione – Se stai cercando
altri significati, vedi Michelangelo Buonarroti il Giovane, Michelangelo
(disambigua) e Buonarroti (disambigua). Pietro Freccia, statua di
Michelangelo, piazzale degli Uffizi a Firenze. Michelangelo Buonarroti, noto
semplicemente come Michelangelo (Caprese, 6 marzo 1475[1] – Roma), è stato un filosofo
italiano -- pittore, scultore, architetto e poeta italiano. Daniele
da Volterra, Ritratto di Michelangelo Autoritratto (?) come Nicodemo,
Pietà Bandini Michelangelo, disegno di Daniele da Volterra Soprannominato
"Divin Artista" e definito "Artista universale", fu
protagonista del Rinascimento italiano, e già in vita fu riconosciuto dai suoi
contemporanei come uno dei più grandi artisti di tutti i tempi[3]. Personalità
tanto geniale quanto irrequieta, il suo nome è legato ad alcune delle più
maestose opere dell'arte occidentale, fra cui si annoverano il David, il Mosè,
la Pietà del Vaticano, la Cupola di San Pietro e il ciclo di affreschi nella
Cappella Sistina, tutti considerati traguardi eccezionali dell'ingegno
creativo. Lo studio delle sue opere segnò le generazioni artistiche
successive dando un forte impulso alla corrente del manierismo. Nome
Nelle fonti coeve, Michelangelo è chiamato in latino Michael.Angelus (la firma
dell'autore sulla Pietà vaticana è MICHAEL.A[N]GELVS BONAROTVS FLORENT[INVS]) e
in italiano Michelagnolo, come risulta dalla biografia del 1553 Vita di
Michelagnolo Buonarroti scritta da Condivi, suo discepolo e collaboratore. Lo
stesso Vasari lo chiamava Michelagnolo e il nome rimase tale fino alla metà
dell’Ottocento. Il cambio in Michelangiolo prima e la successiva
italianizzazione in Michelangelo poi, avvengono tra l’800 e il ‘900.
Benché tra le nuove generazioni si sia affermata la versione moderna, a Firenze
resiste la variante ottocentesca di Michelangiolo nel parlato degli anziani e
nella denominazione di luoghi simbolo della città (viale Michelangiolo,
piazzale Michelangiolo, Liceo Classico Michelangiolo, ecc.). Biografia
Gioventù Origini Il ricordo del padre sulla nascita di Michelangelo
Michelangelo Buonarroti nasc a Caprese, in Valtiberina, vicino ad Arezzo, da
Ludovico di Leonardo Buonarroti S., podestà al castello di Chiusi e di Caprese,
e Francesca di Neri del Miniato del Sera. La famiglia è fiorentina, ma il padre
si trova nella cittadina per ricoprire la carica politica di podestà. S. è il
secondogenito, su un totale di cinque figli della coppia. I S. di Firenze
fanno parte del patriziato fiorentino. Nessuno in famiglia ha fino ad allora
intrapreso la carriera artistica, né l'arte meccanica (cioè un mestiere che
richiedeva sforzo fisico) poco consona al loro status, ricoprendo piuttosto
incarichi nei pubblici uffici. Due secoli prima un antenato, Simone di
Buonarrota S., è nel consiglio dei cento savi e ha ricoperto le maggiori
cariche pubbliche. Possedeno uno scudo d'arme e patronano una cappella nella
basilica di Santa Croce. All'epoca della nascita di S., la famiglia
attraversa però un momento di penuria economica. Il padre è talmente impoverito
che sta addirittura per perdere i suoi privilegi di cittadino fiorentino. La
podesteria di Caprese, uno dei meno significativi possedimenti fiorentini, è un
incarico politico di scarsa importanza, da lui accettato per cercare di
assicurare una sopravvivenza decorosa alla propria famiglia, arrotondando le
magre rendite di alcuni poderi nei dintorni di Firenze. Il declino influenza
pesantemente le scelte familiari, nonché il destino di S. e la sua personalità:
la preoccupazione per il benessere economico, suo e dei suoi familiari, è una
costante in tutta la sua vita. Già alla fine di marzo, terminata la carica
semestrale di Ludovico Buonarroti, tornò presso Firenze, a Settignano,
probabilmente alla poi detta Villa Michelangelo, dove il neonato venne affidato
a una balia locale[6]. Settignano era un paese di scalpellini, poiché vi si
estraeva la pietra serena, da secoli utilizzata a Firenze nell'edilizia di pregio.
Anche la balia di Michelangelo era figlia e moglie di scalpellini. Diventato un
artista famoso, Michelangelo, spiegando perché preferiva la scultura alle altre
arti, ricordava proprio questo affidamento, sostenendo di provenire da un paese
di "scultori e scalpellini", dove dalla balia aveva bevuto «latte
impastato con la polvere di marmo»[9]. Nel 1481 la madre di Michelangelo
morì; egli aveva soltanto sei anni. L'educazione scolastica del fanciullo venne
affidata all'umanista Francesco Galatea da Urbino, che gli impartì lezioni di
grammatica. In quegli anni conobbe l'amico Francesco Granacci, che lo
incoraggiò nel disegno[6]. Ai figli cadetti di famiglie patrizie era di solito
riservata la carriera ecclesiastica o militare, ma Michelangelo, secondo la tradizione,
aveva manifestato fin da giovanissimo una forte inclinazione artistica, che
nella biografia di Ascanio Condivi, redatta con la collaborazione dell'artista
stesso, viene ricordata come ostacolata a tutti i costi dal padre, che non la
spuntò però sull'eroica resistenza del figlio[10]. Formazione presso il
Ghirlandaio (1487-1488) Michelangelo, San Pietro da Masaccio, 1488-1490
circa. Penna e sanguigna su carta. Staatliche Graphische Sammlung, Monaco. Nel
1487 Michelangelo finalmente approdò alla bottega di Domenico Ghirlandaio,
artista fiorentino tra i più quotati dell'epoca[10]. Ascanio Condivi,
nella Vita di Michelagnolo Buonarroti[11], omettendo la notizia e sottolineando
la resistenza paterna, sembra voler enfatizzare un motivo più che altro
letterario e celebrativo, cioè il carattere innato e autodidatta dell'artista:
dopotutto, l'avvio consenziente di Michelangelo a una carriera considerata
"artigianale", era per il costume dell'epoca una ratifica di una
retrocessione sociale della famiglia. Ecco perché, una volta divenuto famoso,
egli cercò di nascondere gli inizi della sua attività in bottega, parlandone
non come di un normale apprendistato professionale, ma come se si fosse
trattato di una chiamata inarrestabile dello spirito, una vocazione, contro la
quale il padre avrebbe inutilmente tentato di resistere[12]. In realtà
sembra ormai quasi certo che Michelangelo fu mandato a bottega proprio dal
padre a causa dell'indigenza familiare[13]: la famiglia aveva bisogno dei soldi
dell'apprendistato del ragazzo, al quale così non poté essere data
un'istruzione classica. La notizia è data da Vasari, che già nella prima
edizione delle Vite (1550)[14], descrisse, appunto, come fu Ludovico stesso a
condurre il figlio dodicenne nella bottega del Ghirlandaio, suo conoscente,
mostrandogli alcuni fogli disegnati dal fanciullo, affinché lo tenesse con sé,
alleviando le spese per i numerosi figli, e convenendo assieme al maestro un
"giusto et onesto salario, che in quel tempo così si costumava". Lo
stesso storico aretino ricorda le sue basi documentarie, nei ricordi di
Ludovico e nelle ricevute di bottega conservate all'epoca da Ridolfo del
Ghirlandaio, figlio del celebre pittore[10]. In particolare, in un
"ricordo" del padre, datato 1º aprile 1488, Vasari lesse i termini
dell'accordo con i fratelli Ghirlandaio, prevedendo una permanenza del figlio a
bottega per tre anni, per un compenso di venticinque fiorini d'oro[10]. Inoltre
in elenco di creditori della bottega artistica, al giugno 1487, è registrato
anche Michelangelo dodicenne[10]. In quel periodo la bottega del
Ghirlandaio era attiva al ciclo affrescato della Cappella Tornabuoni in Santa
Maria Novella, dove Michelangelo poté certamente apprendere una tecnica
pittorica avanzata[15]. La giovane età del fanciullo (che al termine degli
affreschi aveva quindici anni) lo relegherebbe a mestieri da garzone
(preparazione dei colori, riempimento di partiture semplici e decorative), ma è
altresì noto che egli era il migliore tra gli allievi e non è da escludere che
gli fossero affidati alcuni compiti di maggior rilievo: Vasari riportò come
Domenico avesse sorpreso il fanciullo a "ritrarre di naturale il ponte con
alcuni deschi, con tutte le masserizie dell'arte, et alcuni di que' giovani che
lavoravano", tanto che fece esclamare al maestro "Costui ne sa più di
me". Alcuni storici hanno ipotizzato un suo intervento diretto in alcuni
ignudi del Battesimo di Cristo e della Presentazione al Tempio oppure nello
scultoreo San Giovannino nel deserto, ma in realtà la mancanza di termini di
paragone e riscontri oggettivi ha sempre impossibilitato una definitiva
conferma[16]. Sicuro è invece che il giovane manifestò un forte interesse
per i maestri alla base della scuola fiorentina, soprattutto Giotto e Masaccio,
copiando direttamente i loro affreschi nelle cappelle di Santa Croce e nella
Brancacci in Santa Maria del Carmine[15]. Un esempio è il massiccio San Pietro
da Masaccio, copia dal Pagamento del tributo. Condivi scrisse anche di una
copia da una stampa tedesca di un Sant'Antonio tormentato da diavoli: l'opera è
stata recentemente riconosciuta nel Tormento di sant'Antonio, copia da Martin
Schongauer[6], acquistato dal Kimbell Art Museum di Fort Worth, in
Texas[17]. Al giardino neoplatonico (1488-1490) Copia da Cesare
Zocchi, Michelangelo giovane scolpisce la testa di fauno, Studio Romanelli,
Firenze Molto probabilmente Michelangelo non terminò il triennio formativo in
bottega, a giudicare dalle vaghe indicazioni della biografia del Condivi. Forse
si burlò del proprio maestro, sostituendo un ritratto della mano di Domenico,
che doveva rifare per esercizio, con la sua copia, senza che il Ghirlandaio si
accorgesse della differenza, "con un suo compagno […] ridendosene".
In ogni caso, pare che su suggerimento di un altro apprendista, Francesco
Granacci, Michelangelo cominciò a frequentare il giardino di San Marco, una
sorta di accademia artistica sostenuta economicamente da Lorenzo il Magnifico
in una sua proprietà nel quartiere mediceo di Firenze. Qui si trovava una parte
delle vaste collezioni di sculture antiche dei Medici, che i giovani talenti,
ansiosi di migliorare nell'arte dello scolpire, potevano copiare, sorvegliati e
aiutati dal vecchio scultore Bertoldo di Giovanni, allievo diretto di
Donatello. I biografi dell'epoca descrivono il giardino come un vero e proprio
centro di alta formazione, forse enfatizzando un po' la quotidiana realtà, ma è
senza dubbio che l'esperienza ebbe un impatto fondamentale sul giovane
Michelangelo[15]. Tra i vari aneddoti legati all'attività del giardino è
celebre nella letteratura michelangiolesca quello della Testa di fauno, una
perduta copia in marmo di un'opera antica. Veduta dal Magnifico in visita al
giardino, venne criticata bonariamente per la perfezione della dentatura che si
intravedeva dalla bocca dischiusa, inverosimile in una figura anziana. Ma prima
che il signore finisse il giro del giardino, il Buonarroti si armò di trapano e
martello per scalfire un dente e bucarne un altro, suscitando la sorpresa
ammirazione di Lorenzo. Pare che in seguito all'episodio Lorenzo in persona
chiese il permesso a Ludovico Buonarroti di ospitare il ragazzo nel palazzo di
via Larga, residenza della sua famiglia[19]. Ancora le fonti parlano di una
resistenza paterna, ma le gravose necessità economiche della famiglia dovettero
giocare un ruolo determinante, infatti alla fine Ludovico cedette in cambio di
un posto di lavoro alla dogana, retribuito otto scudi al mese[19]. Verso
il 1490 il giovane artista venne quindi accolto come figlio adottivo nella più
importante famiglia in città. Ebbe così modo di conoscere direttamente le
personalità del suo tempo, come Poliziano, Marsilio Ficino e Pico della
Mirandola, che lo resero partecipe, in qualche misura, della dottrina
neoplatonica e dell'amore per la rievocazione dell'antico. Conobbe inoltre i
giovani rampolli di casa Medici, più o meno a lui coetanei, che diventarono
negli anni successivi alcuni dei suoi principali committenti: Piero, Giovanni,
poi papa Leone X, e Giulio, futuro Clemente VII[19]. Un altro fatto
legato a quegli anni è la lite con Pietro Torrigiano, futuro scultore di buon
livello, noto soprattutto per il suo viaggio in Spagna, da dove esportò modi
rinascimentali. Pietro era noto per la sua avvenenza e per un'ambizione pari
almeno a quella di Michelangelo. Tra i due non correva buon sangue e, una volta
entrati in contrasto, durante un sopralluogo alla cappella Brancacci, finirono
per azzuffarsi; ebbe la peggio Michelangelo, che incassò un pugno del rivale in
pieno volto, rompendosi il naso e avendo deturpato per sempre il profilo[20].
In seguito alla rissa, Lorenzo De Medici esiliò Pietro Torrigiano da
Firenze. Prime opere (1490-1492) Michelangelo, Madonna della Scala,
marmo, 1491 circa. Casa Buonarroti, Firenze. Al periodo del giardino e del
soggiorno in casa Medici risalgono essenzialmente due opere, la Madonna della
Scala (1491 circa) e la Battaglia dei Centauri, entrambe conservate nel museo
di Casa Buonarroti a Firenze. Si tratta di due opere molto diverse per tema
(uno sacro e uno profano) e per tecnica (una in un sottile bassorilievo,
l'altro in un prorompente altorilievo), che testimoniano alcune influenze
fondamentali nel giovane scultore, rispettivamente Donatello e la statuaria
classica[19]. Nella Madonna della Scala l'artista riprese la tecnica
dello stiacciato, creando un'immagine di tale monumentalità da far pensare alle
steli classiche; la figura della Madonna, che occupa tutta l'altezza del
rilievo, si staglia vigorosa, tra notazioni di vivace naturalezza, come il
Bambino è assopito di spalle e i putti, sulla scala da cui prende il nome il
rilievo, occupati nell'insolita attività di tendere un drappo[21].
Michelangelo, Battaglia dei centauri, marmo, 1492 circa. Casa Buonarroti,
Firenze Di poco posteriore è la Battaglia dei centauri, databile tra il 1491 e
il 1492: secondo Condivi e Vasari fu eseguita per Lorenzo il Magnifico, su un
soggetto proposto da Agnolo Poliziano, anche se i due biografi non concordano
sull'esatta titolazione[22]. Per questo rilievo Michelangelo si rifece
sia ai sarcofagi romani, sia alle formelle dei pulpiti di Giovanni Pisano, e
guardò anche al contemporaneo rilievo bronzeo di Bertoldo di Giovanni con una
battaglia di cavalieri, a sua volta ripreso da un sarcofago del Camposanto di
Pisa. Nel rilievo michelangiolesco però viene esaltato soprattutto il dinamico
groviglio dei corpi nudi in lotta e annullato ogni riferimento
spaziale[22]. Michelangelo e Piero de' Medici (1492-1494) Il Crocifisso
di Santo Spirito (1493 circa) Nel 1492 morì Lorenzo il Magnifico. Non è chiaro
se i suoi eredi, in particolare il primogenito Piero, mantennero l'ospitalità
al giovane Buonarroti: indizi sembrano indicare che Michelangelo si ritrovò
improvvisamente senza dimora, con un difficile ritorno alla casa paterna[19].
Piero di Lorenzo de' Medici, succeduto al padre anche nel governo della città,
è ritratto dai biografi michelangioleschi come un tiranno "insolente e
soverchievole", con un difficile rapporto con l'artista, che era di appena
tre anni più giovane di lui. Nonostante ciò, i fatti documentati non lasciano
alcun indizio di una rottura plateale tra i due, almeno fino alla crisi
dell'autunno del 1494[23]. Nel 1493 infatti Piero, dopo essere stato
nominato Operaio in Santo Spirito, dovette intercedere coi frati agostiniani in
favore del giovane artista, affinché lo ospitassero e gli consentissero di
studiare l'anatomia negli ambienti del convento, sezionando i cadaveri
provenienti dall'ospedale del complesso, attività che giovò enormemente alla
sua arte[19]. In questi anni Michelangelo scolpì il Crocifisso ligneo,
realizzato come ringraziamento per il priore. Attribuito a questo periodo è
anche il piccolo Crocifisso di legno di tiglio recentemente acquistato dallo
Stato italiano. Inoltre, probabilmente per ringraziare o per accattivarsi
Piero, dovette scolpire, subito dopo la morte di Lorenzo, un perduto
Ercole[19]. Il 20 gennaio 1494 su Firenze si abbatté una violenta
nevicata e Piero fece chiamare Michelangelo per fare una statua di neve nel
cortile di palazzo Medici. L'artista fece di nuovo un Ercole, che durò almeno
otto giorni, sufficienti per fare apprezzare l'opera a tutta la città[24].
All'opera si ispirò forse Antonio del Pollaiolo per un bronzetto oggi alla
Frick Collection di New York. Mentre cresceva lo scontento per il
progressivo declino politico ed economico della città, in mano a un ragazzo
poco più che ventenne, la situazione esplose in occasione della calata in
Italia dell'esercito francese (1494) capeggiato da Carlo VIII, nei confronti
del quale Piero adottò un'impudente politica di assecondamento, giudicato
eccessivo. Appena partito il monarca, la situazione precipitò rapidamente,
aizzata dal predicatore ferrarese Girolamo Savonarola, con la cacciata dei
Medici e il saccheggio del palazzo e del giardino di San Marco[6]. Resosi
conto dell'imminente crollo politico del suo mecenate, Michelangelo, al pari di
molti artisti dell'epoca, abbracciò i nuovi valori spirituali e sociali di
Savonarola[25]. Il frate, con le sue accalorate prediche e il suo rigorismo
formale, accese in lui sia la convinzione che la Chiesa dovesse essere
riformata, sia i primi dubbi sul valore etico da dare all'arte, orientandola su
soggetti sacri[19]. Poco prima del precipitare della situazione,
nell'ottobre 1494, Michelangelo, nella paura di rimanere coinvolto nei
disordini, quale possibile bersaglio poiché protetto dai Medici, fuggì dalla
città di nascosto, abbandonando Piero al suo destino: il 9 novembre venne
infatti scacciato da Firenze, dove si instaurò un governo popolare[19].
Il primo viaggio a Bologna (1494-1495) San Procolo (1494-1495) Per
Michelangelo si trattava del primo viaggio fuori Firenze, con una prima tappa a
Venezia, dove rimase poco, ma abbastanza per vedere probabilmente il monumento
equestre a Bartolomeo Colleoni del Verrocchio, dal quale trasse forse
ispirazione per i volti eroici e "terribili"[26]. Si diresse
poi a Bologna, in cui venne accolto, trovando ospitalità e protezione, dal nobile
Giovan Francesco Aldrovandi, molto vicino ai Bentivoglio che allora dominavano
la città. Durante il soggiorno bolognese, durato circa un anno, l'artista si
occupò, grazie all'intercessione del suo protettore, del completamento della
prestigiosa Arca di san Domenico, a cui avevano già lavorato Nicola Pisano e
Niccolò dell'Arca, che era morto da pochi mesi, in quel 1494. Scolpì così un
San Procolo, un Angelo reggicandelabro e terminò il San Petronio iniziato da
Niccolò[27]. Si tratta di figure che si allontanano dalla tradizione di primo
Quattrocento delle altre statue di Niccolò dell'Arca, con una solidità e una
compattezza innovative, nonché primo esempio di quella "terribilità"
michelangiolesca nell'espressione fiera e eroica del San Procolo[28], nel quale
pare abbozzata un'intuizione embrionale che si svilupperà nel famoso
David. A Bologna lo stile dell'artista era infatti velocemente maturato
grazie alla scoperta di nuovi esempi, diversi dalla tradizione fiorentina, che
lo influenzarono profondamente. Ammirò i rilievi della Porta Magna di San
Petronio di Jacopo della Quercia. Da essi attinse gli effetti di "forza
trattenuta", data dai contrasti tra parti lisce e stondate e parti dai
contorni rigidi e fratturati, nonché la scelta di soggetti umani rustici e
massicci, che esaltano le scene con gesti ampi, pose eloquenti e composizioni
dinamiche[29]. Anche le stesse composizioni di figure che tendono a non
rispettare i bordi quadrati dei riquadri e a debordare con le loro masse
compatte e la loro energia interna furono motivo di suggestione per le future
opere del fiorentino, che nelle scene della Volta Sistina citerà diverse volte
queste scene vedute in gioventù, sia negli insiemi, sia nei particolari. Anche
le sculture di Niccolò dell'Arca devono essere state sottoposte ad analisi da
parte del fiorentino, come il gruppo in cotto del Compianto sul Cristo morto,
dove il volto e il braccio di Gesù saranno richiamati di lì a breve nella Pietà
vaticana. Inoltre Michelangelo rimase colpito dall'incontro con la
pittura ferrarese, in particolare con le opere di Francesco del Cossa ed Ercole
de' Roberti, come il monumentale Polittico Griffoni, gli espressivi affreschi
della cappella Garganelli o la Pietà del de' Roberti[27]. L'imbroglio del
Cupido (1495-1496) Rientrato a Firenze nel dicembre 1495, quando la situazione
appariva ormai calmata, Michelangelo trovò un clima molto diverso. Nella città
dominata dal governo repubblicano di ispirazione savonaroliana erano nel
frattempo rientrati alcuni Medici. Si trattava di alcuni esponenti del ramo
cadetto che, per l'occasione, presero il nome di "Popolani" per
accattivarsi le simpatie del popolo, presentandosi come protettori e garanti
delle libertà comunali. Tra questi spiccava Lorenzo di Pierfrancesco,
bis-cugino del Magnifico, che era da tempo una figura chiave della cultura
cittadina, committente di Botticelli e di altri artisti. Fu lui a prendere
sotto protezione Michelangelo, commissionandogli due sculture, entrambe
perdute, un San Giovannino e un Cupido dormiente[27]. Il Cupido in
particolare fu al centro di una vicenda che portò di lì a poco Michelangelo a
Roma, in quello che può dirsi l'ultimo dei suoi fondamentali viaggi formativi.
Su suggerimento forse dello stesso Lorenzo e probabilmente all'insaputa di
Michelangelo, si decise di sotterrare il Cupido, per patinarlo come un reperto
archeologico e rivenderlo sul fiorente mercato delle opere d'arte antiche a
Roma. L'inganno riuscì, infatti di lì a poco, con l'intermediazione del
mercante Baldassarre Del Milanese, il cardinale di San Giorgio Raffaele Riario,
nipote di Sisto IV e uno dei più ricchi collezionisti del tempo, lo acquistò
per la cospicua somma di duecento ducati: Michelangelo ne aveva incassati per
la stessa opera appena trenta[27]. Poco dopo, tuttavia, le voci del fruttuoso
inganno si sparsero fino ad arrivare alle orecchie del cardinale, che per avere
conferma e richiedere indietro i soldi, spedì a Firenze un suo intermediario,
Jacopo Galli, che risalì a Michelangelo e riuscì ad avere conferma della
truffa. Il cardinale andò su tutte le furie, ma volle anche conoscere
l'artefice capace di emulare gli antichi facendoselo spedire a Roma, nel luglio
di quell'anno, dal Galli. Con quest'ultimo, in seguito, Michelangelo strinse un
solido e proficuo rapporto[27]. Primo soggiorno romano (1496-1501) Arrivo
a Roma e il Bacco (1496-1497) Michelangelo accettò senza indugio l'invito a
Roma del cardinale, nonostante questi fosse nemico giurato dei Medici: di nuovo
per convenienza voltava le spalle ai suoi protettori[30]. Arrivò a Roma
il 25 giugno 1496. Il giorno stesso il cardinale mostrò a Michelangelo la sua
manutenzione di sculture antiche, chiedendogli se se la sentiva di fare
qualcosa di simile. Neppure dieci giorni dopo, l'artista iniziò a scolpire una
statua a tutto tondo di un Bacco (oggi al Museo del Bargello), raffigurato come
un adolescente in preda all'ebbrezza, in cui è già leggibile l'impatto con la
statuaria classica: l'opera infatti presenta una resa naturalistica del corpo,
con effetti illusivi e tattili simili a quelli della scultura ellenistica;
inedita per l'epoca è l'espressività e l'elasticità delle forme, unite al tempo
stesso con un'essenziale semplicità dei particolari. Ai piedi di Bacco scolpì
un fauno che sta rubando qualche acino d'uva dalla mano del dio: questo gesto
destò molta ammirazione in tutti gli scultori del tempo poiché il giovane
sembra davvero mangiare dell'uva con grande realismo. Il Bacco è una delle
poche opere perfettamente finite di Michelangelo e dal punto di vista tecnico
segna il suo ingresso nella maturità artistica[31]. L'opera, forse
rifiutata dal cardinale Riario, rimase in casa di Jacopo Galli, dove
Michelangelo viveva. Il cardinale Riario mise a disposizione di Michelangelo la
sua cultura e la sua collezione, contribuendo con ciò in maniera determinante
al miglioramento del suo stile, ma soprattutto lo introdusse nell'ambiente
cardinalizio dal quale sarebbero arrivate presto importantissime commissioni.
Eppure, ancora una volta Michelangelo mostrò ingratitudine verso il mecenate di
turno: a proposito del Riario fece scrivere dal suo biografo Condivi che era un
ignorante e non gli aveva commissionato nulla[32]. Pietà
(1497-1499) Michelangelo, Pietà, 1497-1499, marmo. Basilica di San
Pietro, Città del Vaticano. Grazie sempre all'intermediazione di Jacopo Galli,
Michelangelo ricevette altre importanti commissioni in ambito ecclesiastico,
tra cui forse la Madonna di Manchester, la tavola dipinta della Deposizione per
Sant'Agostino, forse il perduto dipinto con le Stigmate di san Francesco per
San Pietro in Montorio, e, soprattutto, una Pietà in marmo per la chiesa di
Santa Petronilla, oggi nella Basilica di San Pietro[33]. Quest'ultima
opera, che suggellò la definitiva consacrazione di Michelangelo nell'arte
scultorea - ad appena ventidue anni - era stata commissionata dal cardinale
francese Jean de Bilhères de La Groslaye, ambasciatore di Carlo VIII presso
papa Alessandro VI, che desiderava forse adoperarla per la propria sepoltura.
Il contatto tra i due dovette avvenire nel novembre 1497, in seguito al quale
l'artista partì alla volta di Carrara per scegliere un blocco di marmo
adeguato; la firma del contratto vero e proprio si ebbe poi solo nell'agosto
del 1498. Il gruppo, fortemente innovativo rispetto alla tradizione scultorea
delle Pietà tipicamente nordica, venne sviluppato con una composizione
piramidale, con la Vergine come asse verticale e il corpo morto del Cristo come
asse orizzontale, mediate dal massiccio panneggio. La finitura dei particolari
venne condotta alle estreme conseguenze, tanto da dare al marmo effetti di
traslucido e di cerea morbidezza. Entrambi i protagonisti mostrano un'età
giovane, tanto che sembra che lo scultore si sia ispirato al passo dantesco
"Vergine Madre, Figlia di tuo Figlio"[34]. La Pietà fu importante
nell'esperienza artistica di Michelangelo non solo perché fu il suo primo
capolavoro ma anche perché fu la prima opera da lui fatta in marmo di Carrara,
che da questo momento divenne la materia primaria per la sua creatività. A
Carrara l'artista manifestò un altro aspetto della personalità: la
consapevolezza del proprio talento. Lì infatti acquistò non solo il blocco di
marmo per la Pietà, ma anche diversi altri blocchi, nella convinzione che -
considerato il suo talento - le occasioni per utilizzarli non sarebbero
mancate[35]. Cosa ancora più insolita per un artista di quei tempi,
Michelangelo si convinse che per scolpire le proprie statue non aveva bisogno
di committenti: avrebbe potuto scolpire di propria iniziativa opere da vendere
una volta terminate. In pratica Michelangelo diventava un imprenditore di sé
stesso e investiva sul proprio talento senza aspettare che altri lo facessero
per lui[35]. Rientro a Firenze (1501-1504) Passaggio per Siena (1501) Nel
1501 Michelangelo decise di tornare a Firenze. Prima di partire Jacopo Galli
gli ottenne una nuova commissione, questa volta per il cardinale Francesco
Todeschini Piccolomini, futuro papa Pio III. Si trattava di realizzare quindici
statue di Santi di grandezza leggermente inferiore al naturale, per l'altare
Piccolomini nel Duomo di Siena, composto architettonicamente una ventina di
anni prima da Andrea Bregno. Alla fine l'artista ne realizzò solo quattro (San
Paolo, San Pietro, un San Pio e San Gregorio), spedendole da Firenze fino al
1504, per di più con un uso massiccio di aiuti. La commissione delle statue
senesi, destinate a nicchie anguste, iniziava infatti a essere ormai troppo
stretta per la sua fama, in luce soprattutto delle prestigiose opportunità che
si stavano profilando a Firenze[36]. Rientro a Firenze: il David
(1501) Michelangelo, David, 1501-1504, marmo. Galleria dell'Accademia,
Firenze. Nel 1501 Michelangelo era già rientrato a Firenze, spinto da necessità
legate a "domestici negozi"[37]. Il suo ritorno coincise con l'avvio
di una stagione di commissioni di grande prestigio, che testimoniano la grande
reputazione che l'artista si era conquistato durante gli anni passati a
Roma. Il 16 agosto del 1501 l'Opera del Duomo di Firenze gli affidò ad
esempio una colossale statua del David da collocare in uno dei contrafforti
esterni posti nella zona absidale della cattedrale. Si trattava di un'impresa
resa complicata dal fatto che il blocco di marmo assegnato era stato
precedentemente sbozzato da Agostino di Duccio nel 1464 e da Antonio Rossellino
nel 1476, col rischio che fossero state ormai asportate porzioni di marmo
indispensabili alla buona conclusione del lavoro[38]. Nonostante la
difficoltà, Michelangelo iniziò a lavorare su quello che veniva chiamato
"il Gigante" nel settembre del 1501 e completò l'opera in tre anni.
L'artista affrontò il tema dell'eroe in maniera insolita rispetto
all'iconografia data dalla tradizione, rappresentandolo come un uomo giovane e
nudo, dall'atteggiamento pacato ma pronto a una reazione, quasi a simboleggiare,
secondo molti, il nascente ideale politico repubblicano, che vedeva nel
cittadino-soldato - e non nel mercenario - l'unico in grado di difendere le
libertà repubblicane. I fiorentini riconobbero immediatamente la statua come un
capolavoro. Così, anche se il David era nato per l'Opera del Duomo e quindi per
essere osservato da un punto di vista ribassato e non certo frontale, la
Signoria decise di farne il simbolo della città e come tale venne collocata nel
luogo col maggior valore simbolico: piazza della Signoria. A decidere di questa
collocazione della statua fu una commissione appositamente nominata e composta
dai migliori artisti della città, tra i quali Davide Ghirlandaio, Simone del
Pollaiolo, Filippino Lippi, Sandro Botticelli, Antonio e Giuliano da Sangallo,
Andrea Sansovino, Leonardo da Vinci, Pietro Perugino[39]. Leonardo da
Vinci, in particolare, votò per una posizione defilata del David, sotto una
nicchia nella Loggia della Signoria, confermando le voci di rivalità e cattivi
rapporti tra i due geni[40]. Confronto tra il profilo del Louvre e
il profilo scultoreo di Palazzo Vecchio conosciuto come l'Importuno di
Michelangelo[41] Contemporaneamente alla collocazione del David, Michelangelo
potrebbe essere stato coinvolto nella realizzazione del profilo scultoreo
inciso sulla facciata di Palazzo Vecchio conosciuto come L'Importuno di
Michelangelo. L'ipotesi[41] su un possibile coinvolgimento di Michelangelo
nella creazione del profilo si fonda sulla forte somiglianza di quest'ultimo con
un profilo disegnato dall'artista, databile agli inizi del XVI secolo, oggi
conservato al Louvre.[42] Inoltre il profilo fu probabilmente scolpito con il
permesso delle autorità cittadine, infatti la facciata di Palazzo Vecchio era
costantemente presieduta da guardie. Quindi il suo autore godeva di una certa
considerazione e libertà d'azione. Lo stile fortemente caratterizzato del
profilo scolpito è vicino a quello dei profili di teste maschili disegnati da
Michelangelo nei primi anni del XVI secolo. Quindi anche il ritratto scultoreo
di Palazzo Vecchio dovrebbe essere datato all'inizio del XVI secolo,[43] la sua
esecuzione coinciderebbe con la collocazione del David[44] e potrebbe forse
rappresentare uno dei membri della suddetta commissione.[45] Leonardo e
Michelangelo Leonardo dimostrò interesse per il David, copiandolo in un suo
disegno (sebbene non potesse condividere la spiccata muscolarità dell'opera),
ma anche Michelangelo fu influenzato dall'arte di Leonardo. Nel 1501 il maestro
da Vinci espose nella Santissima Annunziata un cartone con la Sant'Anna con la
Vergine, il Bambino e l'agnellino (perduto), che "fece maravigliare tutti
gl'artefici, ma finita ch'ella fu, nella stanza durarono due giorni d'andare a
vederla gl'uomini e le donne, i giovani et i vecchi"[46]. Lo stesso
Michelangelo vide il cartone, restando forse impressionato dalle nuove idee
pittoriche di avvolgimento atmosferico e di indeterminatezza spaziale e
psicologica, ed è quasi certo che l'abbia studiato, come dimostrano i disegni
di quegli anni, dai tratti più dinamici, con una maggiore animazione dei
contorni e con una maggiore attenzione al problema del legame tra le figure,
risolto spesso in gruppi articolati in maniera dinamica. La questione
dell'influenza leonardesca è un argomento controverso tra gli studiosi, ma una
parte di essi ne legge le tracce nei due tondi scultorei da lui eseguiti negli
anni immediatamente successivi[47]. Ampiamente riconosciute sono indubbiamente
due delle innovazioni stilistiche di Leonardo assunte e fatte proprie nello
stile di Michelangelo: la costruzione piramidale delle figure umane, ampie
rispetto agli sfondi naturali, e il "contrapposto", portato al
massimo grado dal Buonarroti, che rende dinamiche le persone i cui arti vediamo
spingersi in opposte direzioni spaziali. Nuove commissioni Tondo Taddei Tondo Doni Il David tenne
occupato Michelangelo fino al 1504, senza impedire però che si imbarcasse in
altri progetti, spesso a carattere pubblico, come il perduto David bronzeo per
un maresciallo del Re di Francia (1502), una Madonna col Bambino per il
mercante di panni fiammingo Alexandre Mouscron per la sua cappella familiare a
Bruges (1503) e una serie di tondi. Nel 1503-1505 circa scolpì il Tondo Pitti,
realizzato in marmo su commissione di Bartolomeo Pitti e oggi al Museo del
Bargello. In questa scultura spicca il diverso rilievo dato ai soggetti, dalla
figura appena accennata di Giovanni Battista (precoce esempio di
"non-finito"), alla finitezza della Vergine, la cui testa ad
altorilievo arriva a uscire dal confine della cornice. Tra il 1503 e il
1504 realizzò un tondo dipinto per Agnolo Doni, rappresentante la Sacra
Famiglia con altre figure. In essa, i protagonisti sono grandiose proporzioni e
dinamicamente articolati, sullo sfondo di un gruppo di ignudi. I colori sono
audacemente vivaci, squillanti, e i corpi trattati in maniera scultorea ebbero
un effetto folgorante sugli artisti contemporanei. Evidente è qui il distacco
netto e totale dalla pittura leonardesca: per Michelangelo la migliore pittura
è quella che maggiormente si avvicina alla scultura, cioè quella che possedeva
il più elevato grado di plasticità possibile[48] e, dopo le prove a olio non
terminate che possiamo vedere a Londra, realizzerà qui un esempio di pittura
innovativa, pur con la tradizionale tecnica della tempera stesa con fitti
tratteggi incrociati. Curiosa è la vicenda legata al pagamento dell'opera: dopo
la consegna il Doni, mercante molto attento alle economie, stimò l'opera una
cifra "scontata" rispetto al pattuito, facendo infuriare l'artista
che si riprese la tavola, esigendo semmai il doppio del prezzo convenuto. Al
mercante non restò che pagare senza esitazione pur di ottenere il dipinto. Al
di là del valore aneddotico dell'episodio, lo si può annoverare fra i
primissimi esempi (se non il primo in assoluto) di ribellione dell'artista nei
confronti del committente, secondo il concetto allora assolutamente nuovo della
superiorità dell'artista-creatore rispetto al pubblico (e quindi alla
committenza)[49]. Del 1504-1506 circa è infine il marmoreo Tondo Taddei,
commissionato da Taddeo Taddei e ora alla Royal Academy of Arts di Londra: si
tratta di un'opera dall'attribuzione più incerta, dove comunque spicca
l'effetto non-finito, presente nel trattamento irregolare del fondo dal quale
le figure sembrano emergere, forse un omaggio all'indefinito spaziale e
all'avvolgimento atmosferico di Leonardo[50]. Gli Apostoli per il Duomo
(1503) Il 24 aprile 1503, Michelangelo ricevette anche un'impegnativa con i
consoli dell'Arte della Lana fiorentina per la realizzazione di dodici statue
marmoree a grandezza naturale degli Apostoli, destinate a decorare le nicchie
nei pilastri che reggono la cupola della cattedrale fiorentina, da completarsi
al ritmo di una all'anno[47]. Il contratto non poté essere onorato per
varie vicissitudini e l'artista fece in tempo a sbozzare solo un San Matteo,
uno dei primi, vistosi esempi di non-finito[47]. La Battaglia di Cascina
(1504) Copia del cartone della Battaglia di Cascina di Michelangelo,
eseguita da Aristotele da Sangallo nel 1542 e conservata presso la Holkham Hall
di Norfolk Tra l'agosto e il settembre 1504, gli venne commissionato un
monumentale affresco per la Sala Grande del Consiglio in Palazzo Vecchio che
doveva decorare una delle pareti, alta più di sette metri. L'opera doveva celebrare
le vittorie fiorentine, in particolare l'episodio della Battaglia di Cascina,
vinta contro i pisani nel 1364, che doveva andare a fare pendant con la
Battaglia di Anghiari dipinta da Leonardo sulla parete vicina[47].
Michelangelo fece in tempo a realizzare il solo cartone, sospeso nel 1505,
quando partì per Roma, e ripreso l'anno dopo, nel 1506, prima di andare
perduto; divenuto subito uno strumento di studio obbligatorio per i
contemporanei, e la sua memoria è tramandata sia da studi autografi sia da
copie di altri artisti. Più che sulla battaglia in sé, il dipinto si
focalizzava sullo studio anatomico delle numerose figure di "ignudi",
colte in pose di notevole sforzo fisico[47]. Il ponte sul Corno d'Oro
(1504 circa) Come riporta Ascanio Condivi, tra il 1504 e il 1506 il sultano di
Costantinopoli avrebbe proposto all'artista, la cui fama iniziava già a
travalicare i confini nazionali, di occuparsi della progettazione di un ponte
sul Corno d'Oro, tra Istanbul e Pera. Pare che l'artista avesse addirittura
preparato un modello per la colossale impresa e alcune lettere confermano
l'ipotesi di un viaggio nella capitale ottomana[51]. Si tratterebbe del
primo cenno alla volontà di imbarcarsi in un grande progetto di architettura,
molti anni prima dell'esordio ufficiale in quest'arte con la facciata per San
Lorenzo a Firenze[52]. Il progetto per il tamburo di Santa Maria del
Fiore (1507) Nell'estate 1507 Michelangelo fu incaricato dagli Operai di Santa
Maria del Fiore di presentare, entro la fine del mese di agosto, un disegno o
un modello per il concorso relativo al completamento del tamburo della cupola
del Brunelleschi[53]. Secondo Giuseppe Marchini, Michelangelo avrebbe inviato
alcuni disegni a un legnaiolo per la costruzione del modello, che lo stesso
studioso ha riconosciuto in quello identificato con il numero 143 nella serie
conservata presso il Museo dell'Opera del Duomo[54]. Questo presenta
un'impostazione sostanzialmente filologica, tesa a mantenere una certa
continuità con la preesistenza, mediante l'inserimento di una serie di
specchiature rettangolari in marmo verde di Prato allineate ai capitelli delle
paraste angolari; era prevista un'alta trabeazione, chiusa da un cornicione
dalle forme analoghe a quello di Palazzo Strozzi. Tuttavia questo modello non
fu accolto dalla commissione giudicatrice, che successivamente approvò il
disegno di Baccio d'Agnolo; il progetto prevedeva l'inserimento di un massiccio
ballatoio alla sommità, ma i lavori furono interrotti nel 1515, sia per lo
scarso favore ottenuto, sia a causa dell'opposizione di Michelangelo, che,
secondo il Vasari, definì l'opera di Baccio d'Agnolo una gabbia per
grilli[55]. Intorno al 1516 Michelangelo eseguì alcuni disegni
(conservati presso Casa Buonarroti) e fece costruire, probabilmente, un nuovo
modello ligneo, identificato, seppur con ampie riserve, col numero 144
nell'inventario del Museo dell'Opera di Santa Maria del Fiore[56]. Ancora una
volta si registra l'abolizione del ballatoio, a favore di un maggiore risalto
degli elementi portanti; in particolare un disegno mostra l'inserimento di alte
colonne binate libere in corrispondenza degli angoli dell'ottagono, sormontate
da una serie di cornici fortemente aggettanti (un'idea che sarà successivamente
elaborata anche per la cupola della basilica di San Pietro in Vaticano). Le
idee di Michelangelo non furono comunque concretizzate. A Roma sotto
Giulio II (1505-1513) Ricostruzione ipotetica del primo progetto per la
tomba di Giulio II (1505) La tomba di Giulio II, primo progetto (1505) Fu
probabilmente Giuliano da Sangallo a raccontare a papa Giulio II Della Rovere,
eletto nel 1503, gli strabilianti successi fiorentini di Michelangelo. Papa
Giulio infatti si era dedicato a un ambizioso programma di governo che
intrecciava saldamente politica e arte, circondandosi dei più grandi artisti
viventi (tra cui Bramante e, in seguito, Raffaello) nell'obiettivo di
restituire a Roma e alla sua autorità la grandezza del passato
imperiale[47]. Chiamato a Roma nel marzo 1505, Michelangelo ottenne il
compito di realizzare una sepoltura monumentale per il papa[57], da collocarsi
nella tribuna (in via di completamento) della basilica di San Pietro. Artista e
committente si accordarono in tempi relativamente brevi (appena due mesi) sul
progetto e sul compenso, permettendo a Michelangelo, riscosso un consistente
acconto, di dirigersi subito a Carrara per scegliere personalmente i blocchi di
marmo da scolpire[58]. Il primo progetto, noto tramite le fonti,
prevedeva una colossale struttura architettonica isolata nello spazio, con una
quarantina di statue, dimensionate in scala superiore al naturale, su tutte e
quattro le facciate dell'architettura[58]. Il lavoro di scelta ed
estrazione dei blocchi richiese otto mesi, dal maggio al dicembre del 1505[58].
Particolare dell'ipotetico profilo della montagna da scolpire come un
Colosso, Casa Buonarroti, 44 A[59] Ricostruzione ipotetica del primo
progetto per la tomba di Giulio II (1505)[57] Secondo il fedele biografo
Ascanio Condivi, in quel periodo Michelangelo pensò a un grandioso progetto, di
scolpire un colosso nella montagna stessa[59], che potesse guidare i naviganti:
i sogni di tale irraggiungibile grandezza facevano parte dopotutto della
personalità dell'artista e non sono ritenuti frutto della fantasia del
biografo, anche per l'esistenza di un'edizione del manoscritto con note
appuntate su dettature di Michelangelo stesso (in cui l'opera è definita
"una pazzia", ma che l'artista avrebbe realizzato se avesse potuto
vivere di più). Nella sua fantasia Michelangelo sognava di emulare gli antichi
con progetti che avrebbero richiamato meraviglie come il colosso di Rodi o la
statua gigantesca di Alessandro Magno che Dinocrates, citato in Vitruvio,
avrebbe voluto modellare nel Monte Athos[51]. Rottura e riconciliazione
con il papa (1505-1508) Durante la sua assenza si mise in moto a Roma una sorta
di complotto ai danni di Michelangelo, mosso dalle invidie tra gli artisti
della cerchia papale. La scia di popolarità che aveva anticipato l'arrivo a
Roma dello scultore fiorentino doveva infatti averlo reso subito impopolare tra
gli artisti al servizio di Giulio II, minacciando il favore del pontefice e la
relativa disposizione dei fondi che, per quanto immensi, non erano infiniti.
Pare che fu in particolare il Bramante, architetto di corte incaricato di
avviare - pochi mesi dopo la stipula del contratto della tomba - il grandioso
progetto di rinnovo della basilica costantiniana, a distogliere l'attenzione
del papa dal progetto della sepoltura, giudicata di cattivo auspicio per una
persona ancora in vita e nel pieno di ambiziosi progetti[60]. La
targa che a Bologna ricorda il soggiorno di Michelangelo del 1506 e la fusione
della perduta statua di Giulio II benedicente (1506-1508) Fu così che nella
primavera del 1506 Michelangelo, mentre tornava a Roma carico di marmi e di
aspettative dopo gli estenuanti mesi di lavoro nelle cave, fece l'amara
scoperta che il suo progetto mastodontico non era più al centro degli interessi
del papa, accantonato in favore dell'impresa della basilica e di nuovi piani
bellici contro Perugia e Bologna[61]. Il Buonarroti chiese invano
un'udienza chiarificatrice per avere la conferma della commissione ma, non
riuscendo a farsi ricevere nonché sentendosi minacciato (scrisse «s'i' stava a Roma
penso che fussi fatta prima la sepoltura mia, che quella del papa»[61]), fuggì
da Roma sdegnato e in tutta fretta, il 18 aprile 1506. A niente servirono i
cinque corrieri papali mandati per dissuaderlo e tornare indietro, che lo
inseguirono raggiungendolo a Poggibonsi. Rintanato nell'amata e protettiva
Firenze, riprese alcuni lavori interrotti, come il San Matteo e la Battaglia di
Cascina. Ci vollero ben tre brevi del papa inviati alla Signoria di Firenze e
le continue insistenze del gonfaloniere Pier Soderini («Noi non vogliamo per te
far guerra col papa e metter lo Stato nostro a risico»), perché Michelangelo
prendesse infine in considerazione l'ipotesi della riconciliazione[61].
L'occasione venne data dalla presenza del papa a Bologna, dove aveva sconfitto i
Bentivoglio: qui l'artista raggiunse il pontefice il 21 novembre 1506 e, in un
incontro all'interno del Palazzo D'Accursio, narrato con toni coloriti dal
Condivi, ottenne l'incarico di fondere una scultura in bronzo che
rappresentasse lo stesso pontefice a figura intera, seduto e in grande
dimensione, da collocare al di sopra della Porta Magna di Jacopo della Quercia,
nella facciata della basilica civica di San Petronio.[61] L'artista si
fermò quindi a Bologna per il tempo necessario all'impresa, circa due anni. A
luglio 1507 avvenne la fusione e il 21 febbraio 1508 l'opera venne scoperta e
installata, ma non ebbe vita lunga. Poco amata per l'espressione del
papa-conquistatore, più minacciosa che benevolente, fu abbattuta in una notte
del 1511, durante il rovesciamento dalla città e il rientro temporaneo dei
Bentivoglio[61]. I rottami, quasi cinque tonnellate di metallo, vennero inviati
al duca di Ferrara Alfonso d'Este, rivale del papa, che li fuse in una
bombarda, battezzata per dileggio la Giulia, mentre la testa bronzea era
conservata in un armadio[62]. Una parvenza di come doveva apparire questo
bronzo michelangiolesco possiamo averla osservando la scultura di Gregorio
XIII, ancora oggi conservata sul portale del vicino Palazzo Comunale, forgiata
da Alessandro Menganti nel 1580. La volta della Cappella Sistina
(1508-1512) Lo stesso argomento in dettaglio: Volta della Cappella
Sistina. La volta della Cappella Sistina «Senza aver visto la Cappella Sistina non è
possibile formare un'idea completa di ciò che un uomo è capace di
raggiungere.» (Johann Wolfgang von Goethe) I rapporti con Giulio II
rimasero comunque sempre tempestosi, per il forte temperamento che li
accomunava, irascibile e orgoglioso, ma anche estremamente ambizioso. A marzo
del 1508 l'artista si sentiva sciolto dagli obblighi col pontefice, prendendo
in affitto una casa a Firenze e dedicandosi ai progetti sospesi, in particolare
quello degli Apostoli per la cattedrale. Nell'aprile Pier Soderini gli
manifestò la volontà di affidargli una scultura di Ercole e Caco. Il 10 maggio
però un breve papale lo raggiunge aggiungendogli di presentarsi alla corte
papale[63]. Subito Giulio II decise di occupare l'artista con una nuova,
prestigiosa impresa, la ridecorazione della volta della Cappella Sistina[64]. A
causa del processo di assestamento dei muri, si era infatti aperta, nel maggio
del 1504, una crepa nel soffitto della cappella rendendola inutilizzabile per molti
mesi; rinforzata con catene poste nel locale sovrastante da Bramante, la volta
aveva bisogno però di essere ridipinta. L'impresa si dimostrava di proporzioni
colossali ed estremamente complessa, ma avrebbe dato a Michelangelo l'occasione
di dimostrare la sua capacità di superare i limiti in un'arte quale la pittura,
che tutto sommato non sentiva come sua e non gli era congeniale. L'8 maggio di
quell'anno l'incarico venne dunque accettato e formalizzato[64]. Come nel
progetto della tomba, anche l'impresa della Sistina fu caratterizzata da
intrighi e invidie ai danni di Michelangelo, che sono documentati da una
lettera del carpentiere e capomastro fiorentino Piero Rosselli spedita a
Michelangelo il 10 maggio 1506. In essa il Rosselli racconta di una cena
servita nelle stanze vaticane qualche giorno prima, a cui aveva assistito. Il
papa in quell'occasione aveva confidato a Bramante l'intenzione di affidare a
Michelangelo la ridipintura della volta, ma l'architetto urbinate aveva
risposto sollevando dubbi sulle reali capacità del fiorentino, scarsamente
esperto nell'affresco. Nel contratto del primo progetto erano previsti
dodici apostoli nei peducci, mentre nel campo centrale partimenti con
decorazioni geometriche. Di questo progetto rimangono due disegni di
Michelangelo, uno al British Museum e uno a Detroit. Ignudo
Insoddisfatto, l'artista ottenne di poter ampliare il programma iconografico,
raccontando la storia dell'umanità "ante legem", cioè prima che Dio
inviasse le Tavole della Legge: al posto degli Apostoli mise sette Profeti e
cinque Sibille, assisi su troni fiancheggiati da pilastrini che sorreggono la
cornice; quest'ultima delimita lo spazio centrale, diviso in nove
scompartimenti attraverso la continuazione delle membrature architettoniche ai
lati di troni; in questi scomparti sono raffigurati episodi tratti della
Genesi, disposti in ordine cronologico partendo dalla parete dell'altare:
Separazione della luce dalle tenebre, Creazione degli astri e delle piante,
Separazione della terra dalle acque, Creazione di Adamo, Creazione di Eva,
Peccato originale e cacciata dal Paradiso terrestre, Sacrificio di Noè, Diluvio
universale, Ebbrezza di Noè; nei cinque scomparti che sormontano i troni lo
spazio si restringe lasciando posto a Ignudi che reggono ghirlande con foglie
di quercia, allusione al casato del papa cioè Della Rovere, e medaglioni
bronzei con scene tratte dall'Antico Testamento; nelle lunette e nelle vele vi
sono le quaranta generazioni degli Antenati di Cristo, riprese dal Vangelo di
Matteo; infine nei pennacchi angolari si trovano quattro scene bibliche, che si
riferiscono ad altrettanti eventi miracolosi a favore del popolo eletto:
Giuditta e Oloferne, Davide e Golia, Punizione di Aman e il Serpente di bronzo.
L'insieme è organizzato in un partito decorativo complesso, che rivela le sue
indubbie capacità anche in campo architettonico,[65][66] destinate a rivelarsi
pienamente negli ultimi decenni della sua attività[67]. Il tema generale
degli affreschi della volta è il mistero della Creazione di Dio, che raggiunge
il culmine nella realizzazione dell'uomo a sua immagine e somiglianza. Con
l'incarnazione di Cristo, oltre a riscattare l'umanità dal peccato originale,
si raggiunge il perfetto e ultimo compimento della creazione divina, innalzando
l'uomo ancora di più verso Dio. In questo senso appare più chiara la
celebrazione che fa Michelangelo della bellezza del corpo umano nudo. Inoltre
la volta celebra la concordanza fra Antico e Nuovo Testamento, dove il primo
prefigura il secondo, e la previsione della venuta di Cristo in ambito ebraico
(con i profeti) e pagano (con le sibille). Creazione di Adamo[68]
Montato il ponteggio Michelangelo iniziò a dipingere le tre storie di Noè
gremite di personaggi. Il lavoro, di per sé massacrante, era aggravato
dall'insoddisfazione di sé tipica dell'artista, dai ritardi nel pagamento dei
compensi e dalle continue richieste di aiuto da parte dei familiari[6]. Nelle
scene successive la rappresentazione divenne via via più essenziale e
monumentale: il Peccato originale e cacciata dal Paradiso terrestre e la
Creazione di Eva mostrano corpi più massicci e gesti semplici ma retorici; dopo
un'interruzione dei lavori, e vista la volta dal basso nel suo complesso e
senza i ponteggi, lo stile di Michelangelo cambiò, accentuando maggiormente la
grandiosità e l'essenzialità delle immagini, fino a rendere la scena occupata
da un'unica grandiosa figura annullando ogni riferimento al paesaggio
circostante, come nella Separazione della luce dalle tenebre. Nel complesso della
volta queste variazioni stilistiche non si notano, anzi vista dal basso gli
affreschi hanno un aspetto perfettamente unitario, dato anche dall'uso di
un'unica, violenta cromia, recentemente riportata alla luce dal restauro
concluso nel 1994. In definitiva, la difficile sfida su un'impresa di
dimensioni colossali e con una tecnica a lui non congeniale, con il diretto
confronto coi grandi maestri fiorentini presso i quali si era formato (a
partire da Ghirlandaio), poté dirsi pienamente riuscita oltre ogni aspettativa[64].
Lo straordinario affresco venne inaugurato la vigilia di Ognissanti del
1512[67]. Qualche mese dopo Giulio II moriva. Il secondo e terzo progetto
per la tomba di Giulio II Lo stesso argomento in dettaglio: Tomba di
Giulio II. Mosè Nel febbraio 1513,
con la morte del papa, gli eredi decisero di riprendere il progetto della tomba
monumentale, con un nuovo disegno e un nuovo contratto nel maggio di
quell'anno. Si può immaginare Michelangelo desideroso di riprendere lo
scalpello, dopo quattro anni di estenuante lavoro in un'arte che non era la sua
prediletta. La modifica più sostanziale del nuovo monumento era l'addossamento
a una parete e l'eliminazione della camera mortuaria, caratteristiche che
vennero mantenute fino al progetto finale. L'abbandono del monumento isolato,
troppo grandioso e dispendioso per gli eredi, comportò un maggiore affollamento
di statue sulle facce visibili. Ad esempio le quattro figure sedute, invece che
disporsi sulle due facciate, erano adesso previste in prossimità dei due angoli
sporgenti sulla fronte. La zona inferiore aveva una partitura analoga, ma senza
il portale centrale, sostituito da una fascia liscia che evidenziava
l'andamento ascensionale. Lo sviluppo laterale era ancora consistente, poiché
era ancora previsto il catafalco in posizione perpendicolare alla parete, sul
quale la statua del papa giacente era retta, da due figure alate. Nel registro
inferiore invece, su ciascun lato, restava ancora spazio per due nicchie che
riprendevano lo schema del prospetto anteriore. Più in alto, sotto una corta
volta a tutto sesto retta da pilastri, si trovava una Madonna col Bambino entro
una mandorla e altre cinque figure[61]. Tra le clausole contrattuali
c'era anche quella che legava l'artista, almeno sulla carta, a lavorare
esclusivamente alla sepoltura papale, con un termine massimo di sette anni per
il completamento[69]. Lo scultore si mise al lavoro di buona lena e
sebbene non rispettò la clausola esclusiva per non precludersi ulteriori
guadagni extra (come scolpendo il primo Cristo della Minerva, nel 1514),
realizzò i due Prigioni oggi al Louvre (Schiavo morente e Schiavo ribelle) e il
Mosè, che poi venne riutilizzato nella versione definitiva della tomba[69]. I
lavori vennero spesso interrotti per viaggi alle cave di Carrara. Nel
luglio 1516 si giunse a un nuovo contratto per un terzo progetto, che riduceva
il numero delle statue. I lati vennero accorciati e il monumento andava
assumendo così l'aspetto di una monumentale facciata, mossa da decorazioni
scultoree. Al posto della partitura liscia al centro della facciata (dove si
trovava la porta) viene forse previsto un rilievo bronzeo e, nel registro
superiore, il catafalco viene sostituito da una figura del papa sorretto come
in una Pietà da due figure sedute, coronate da una Madonna col Bambino sotto
una nicchia[61]. I lavori alla sepoltura vengono bruscamente interrotti dalla
commissione da parte di Leone X dei lavori alla basilica di San
Lorenzo[52]. Michelangelo e Sebastiano del Piombo In quegli stessi anni,
una competizione sempre più accesa con l'artista dominante della corte papale,
Raffaello, lo portò a stringere un sodalizio con un altro talentuoso pittore,
il veneziano Sebastiano del Piombo. Occupato da altri incarichi, Michelangelo
spesso forniva disegni e cartoni al collega, che li trasformava in pittura. Tra
questi ci fu ad esempio la Pietà di Viterbo[70]. Nel 1516 nacque una
competizione tra Sebastiano e Raffaello, scatenata da una doppia commissione
del cardinale Giulio de' Medici per due pale destinate alla sua sede di
Narbona, in Francia. Michelangelo offrì un cospicuo aiuto a Sebastiano,
disegnando la figura del Salvatore e del miracolato nella tela della
Resurrezione di Lazzaro (oggi alla National Gallery di Londra). L'opera di Raffaello
invece, la Trasfigurazione, venne completata solo dopo la scomparsa
dell'artista nel 1520[71]. A Firenze per i papi medicei La facciata di
San Lorenzo (1516-1519) Il modello ligneo del progetto di Michelangelo
per San Lorenzo Nel frattempo il figlio di Lorenzo il Magnifico, Giovanni, era
salito al soglio pontificio col nome di Leone X e la città di Firenze era
tornata ai Medici nel 1511, comportando la fine del governo repubblicano con
alcune apprensioni in particolare per i parenti di Michelangelo, che avevano
perso incarichi d'ordine politico e i relativi compensi[72]. Michelangelo
lavorò per il nuovo papa fin dal 1514, quando rifece la facciata della sua
cappella a Castel Sant'Angelo (dal novembre, opera perduta); nel 1515 la
famiglia Buonarroti ottenne dal papa il titolo di conti palatini[73]. In
occasione di un viaggio del papa a Firenze nel 1516, la facciata della chiesa
"di famiglia" dei Medici, San Lorenzo, era stata ricoperta di
apparati effimeri realizzati da Jacopo Sansovino e Andrea del Sarto. Il
pontefice decise allora di indire un concorso per realizzare una vera facciata,
a cui parteciparono Giuliano da Sangallo, Raffaello, Andrea e Jacopo Sansovino,
nonché Michelangelo stesso, su invito del papa. La vittoria andò a
quest'ultimo, all'epoca impegnato a Carrara e Pietrasanta per scegliere i marmi
per il sepolcro di Giulio II[72]. Il contratto è datato 19 gennaio
1518[73]. Il progetto di Michelangelo, per il quale vennero eseguiti
numerosi disegni e ben due modelli lignei (uno è oggi a Casa Buonarroti)
prevedeva una struttura a nartece con un prospetto rettangolare, forse ispirato
a modelli di architettura classica, scandito da potenti membrature animate da
statue in marmo, bronzo e da rilievi. Si sarebbe trattato di un passo
fondamentale in architettura verso una concezione nuova di facciata, non più
basata sulla mera aggregazione di elementi singoli, ma articolata in modo
unitario, dinamico e fortemente plastico[74]. Il lavoro procedette però a
rilento, a causa della scelta del papa di servirsi dei più economici marmi di
Seravezza, la cui cava era mal collegata col mare, rendendo difficile il loro
trasporto per via fluviale fino a Firenze. Nel settembre 1518 Michelangelo
sfiorò anche la morte per una colonna di marmo che, durante il trasporto su un
carro, si staccò colpendo micidialmente un operaio accanto a lui, un evento che
lo sconvolse profondamente, come raccontò in una lettera a Berto da Filicaia
datata 14 settembre 1518[75]. In Versilia Michelangelo creò la strada per il
trasporto dei marmi, ancora oggi esistente (anche se ampliata nel 1567 da
Cosimo I). I blocchi venivano calati dalla cava di Trambiserra ad Azzano,
davanti al Monte Altissimo, fino al Forte dei Marmi (insediamento sorto proprio
in quell'occasione) e da lì imbarcate in mare e spedite a Firenze tramite
l'Arno. Nel marzo 1520 il contratto fu rescisso, per la difficoltà
dell'impresa e i costi elevati. In quel periodo Michelangelo lavorò ai Prigioni
per la tomba di Giulio II, in particolare ai quattro incompiuti oggi alla
Galleria dell'Accademia. Scolpì probabilmente anche la statua del Genio della
Vittoria di Palazzo Vecchio e alla nuova versione del Cristo risorto per
Metello Vari (opera portata a Roma nel 1521), rifinita da suoi assistenti e
posta nella basilica di Santa Maria sopra Minerva[72]. Tra le commissioni
ricevute e non portate a termine c'è una consulenza per Pier Soderini, per una
cappella nella chiesa romana di San Silvestro in Capite (1518)[76]. La
Sagrestia Nuova Lo stesso argomento in
dettaglio: Sagrestia Nuova. Sagrestia Nuova Il mutamento dei desideri
papali venne causato dai tragici eventi familiari legati alla morte degli
ultimi eredi diretti della dinastia medicea: Giuliano Duca di Nemours nel 1516
e, soprattutto, Lorenzo Duca d'Urbino nel 1519. Per ospitare degnamente i resti
dei due cugini, nonché quelli dei fratelli Magnifici Lorenzo e Giuliano,
rispettivamente padre e zio di Leone X, il papa maturò l'idea di creare una
monumentale cappella funebre, la Sagrestia Nuova, da ospitare nel complesso di
San Lorenzo. L'opera venne affidata a Michelangelo prima ancora del definitivo
annullamento della commissione della facciata; dopotutto l'artista poco tempo
prima, il 20 ottobre 1519, si era offerto al pontefice per realizzare una
sepoltura monumentale per Dante in Santa Croce, manifestando quindi la sua
disponibilità a nuovi incarichi[72]. La morte di Leone sospese il progetto solo
per breve tempo, poiché già nel 1523 venne eletto suo cugino Giulio, che prese
il nome di Clemente VII e confermò a Michelangelo tutti gli
incarichi[72]. Il primo progetto michelangiolesco era quello di un
monumento isolato al centro della sala ma, in seguito a discussioni con i
committenti, lo cambiò prevedendo di collocare le tombe dei Capitani addossate
al centro delle pareti laterali, mentre quelle dei Magnifici, addossate
entrambe alla parete di fondo davanti all'altare. L'opera venne iniziata
nel 1525 circa: la struttura in pianta si rifaceva alla Sagrestia Vecchia,
sempre nella chiesa di San Lorenzo, del Brunelleschi: a pianta quadrata e con
piccolo sacello anch'esso quadrato. Grazie alle membrature, in pietra serena e
a ordine gigante, l'ambiente acquista un ritmo più serrato e unitario;
inserendo tra le pareti e le lunette un mezzanino e aprendo tra queste ultime
delle finestre architravate, dà alla sala un potente senso ascensionale
concluso nella volta a cassettoni di ispirazione antica. Le tombe che
sembrano far parte della parete, riprendono nella parte alta le edicole, che
sono inserite sopra le otto porte dell'ambiente, quattro vere e quattro finte.
Le tombe dei due capitani si compongono di un sarcofago curvilineo sormontato
da due statue distese con le Allegorie del Tempo: in quella di Lorenzo il
Crepuscolo e l'Aurora, mentre in quella di Giuliano la Notte e il Giorno. Si
tratta di figure massicce e dalle membra poderose che sembrano gravare sui
sarcofagi quasi a spezzarli e a liberare le anime dei defunti, ritratti nelle
statue inserite sopra di essi. Inserite in una nicchia della parete, le statue
non sono riprese dal vero ma idealizzate mentre contemplano: Lorenzo in una
posa pensierosa e Giuliano con uno scatto repentino della testa. La statua
posta sull'altare con la Madonna Medici è simbolo di vita eterna ed è fiancheggiata
dalle statue dei Santi Cosma e Damiano (protettori dei Medici) eseguite su
disegno del Buonarroti, rispettivamente da Giovanni Angelo Montorsoli e
Raffaello da Montelupo. All'opera, anche se non continuativamente,
Michelangelo lavorò fino al 1534, lasciandola incompiuta: senza i monumenti
funebri dei Magnifici, le sculture dei Fiumi alla base delle tombe dei Capitani
e, forse, di affreschi nelle lunette. Si tratta comunque di uno straordinario
esempio di simbiosi perfetta tra scultura e architettura[77]. Nel
frattempo Michelangelo continuava a ricevere altre commissioni che solo in
piccola parte eseguiva: nell'agosto 1521 inviò a Roma il Cristo della Minerva,
nel 1522 un certo Frizzi gli commissionò una tomba a Bologna e il cardinale
Fieschi gli chiese una Madonna scolpita, entrambi progetti mai eseguiti[76];
nel 1523 ricevette nuove sollecitazioni da parte degli eredi di Giulio II, in
particolare Francesco Maria Della Rovere, e lo stesso anno gli venne
commissionata, senza successo, una statua di Andrea Doria da parte del Senato
genovese, mentre il cardinal Grimani, patriarca di Aquileia, gli chiese un
dipinto o una scultura mai eseguiti[76]. Nel 1524 papa Clemente gli commissionò
la biblioteca Medicea Laurenziana, i cui lavori avviarono a rilento, e un
ciborio (1525) per l'altare maggiore di San Lorenzo, sostituito poi dalla
Tribuna delle reliquie; nel 1526 si arrivò a una drammatica rottura coi Della
Rovere per un nuovo progetto, più semplice, per la tomba di Giulio II, che
venne rifiutato[72]. Altre richieste inevase di progetti di tombe gli
pervengono dal duca di Suessa e da Barbazzi canonico di San Petronio a
Bologna[72]. L'insurrezione e l'assedio (1527-1530) Copia dalla
Leda e il cigno di Michelangelo, alla National Gallery di Londra Un motivo
comune nella vicenda biografica di Michelangelo è l'ambiguo rapporto con i
propri committenti, che più volte ha fatto parlare di ingratitudine
dell'artista verso i suoi patrocinatori. Anche con i Medici il suo rapporto fu
estremamente ambiguo: nonostante siano stati loro a spingerlo verso la carriera
artistica e a procurargli commissioni di altissimo rilievo, la sua convinta
fede repubblicana lo portò a covare sentimenti di odio contro di essi,
vedendoli come la principale minaccia contro la libertas fiorentina[77].
Fu così che nel 1527, arrivata in città la notizia del Sacco di Roma e del
durissimo smacco inferto a papa Clemente, la città di Firenze insorse contro il
suo delegato, l'odiato Alessandro de' Medici, cacciandolo e instaurando un
nuovo governo repubblicano. Michelangelo aderì pienamente al nuovo regime, con
un appoggio ben oltre il piano simbolico. Il 22 agosto 1528 si mise al
servizio del governo repubblicano, riprendendo la vecchia commissione
dell'Ercole e Caco (ferma dal 1508), che propose di mutare in un Sansone con
due filistei[72]. Il 10 gennaio 1529 venne nominato membro dei "Nove di
milizia", occupandosi di nuovi piani difensivi, specie per il colle di San
Miniato al Monte[72]. Il 6 aprile di quell'anno riceve l'incarico di "Governatore
generale sopra le fortificazioni", in previsione dell'assedio che le forze
imperiali si apprestavano a cingere[77]. Visitò appositamente Pisa e Livorno
nell'esercizio del proprio ufficio, e si recò anche a Ferrara per studiarne le fortificazioni
(qui Alfonso I d'Este gli commissionò una Leda e il cigno, poi andata
perduta[76]), rientrando a Firenze il 9 settembre[72]. Preoccupato per
l'aggravarsi della situazione, il 21 settembre fuggì a Venezia, in previsione
di trasferirsi in Francia alla corte di Francesco I, che però non gli aveva
ancora fatto offerte concrete. Qui venne però raggiunto prima dal bando del
governo fiorentino che lo dichiarò ribelle, il 30 settembre. Tornò allora nella
sua città il 15 novembre, riprendendo la direzione delle fortezze[72]. Di
questo periodo rimangono disegni di fortificazione, realizzate attraverso una
complicata dialettica di forme concave e convesse che sembrano macchine
dinamiche atte all'offesa e alla difesa. Con l'arrivo degli Imperiali a
minacciare la città, a lui è attribuita l'idea di usare la platea di San
Miniato al Monte come avamposto con cui cannoneggiare sul nemico, proteggendo
il campanile dai pallettoni nemici con un'armatura fatta di materassi
imbottiti. Le forze in campo per gli assedianti erano però soverchianti e
con la sua disperata difesa la città non poté altro che negoziare un trattato,
in parte poi disatteso, che evitasse la distruzione e il saccheggio che pochi
anni prima avevano colpito Roma. All'indomani del ritorno dei Medici in città
(12 agosto 1530) Michelangelo, che sapeva di essersi fortemente compromesso e
temendo quindi una vendetta, si nasconde rocambolescamente e riuscì a fuggire
dalla città (settembre 1530), riparando a Venezia[77]. Qui restò brevemente,
assalito da dubbi sul da farsi. In questo breve periodo soggiornò all'isola
della Giudecca per mantenersi lontano dalla vita sfarzosa dell'ambiente
cittadino e leggenda vuole che avesse presentato un modello per il ponte di
Rialto al doge Andrea Gritti. La sala di lettura della Biblioteca
Medicea Laurenziana Lo scalone nel vestibolo della Biblioteca Medicea
Laurenziana La Biblioteca Medicea Laurenziana (1530-1534) Il perdono di
Clemente VII non si fece però attendere, a patto che l'artista riprendesse
immediatamente i lavori a San Lorenzo dove, oltre alla Sagrestia, si era
aggiunto cinque anni prima il progetto di una monumentale libreria. È chiaro
come il papa fosse mosso, più che dalla pietà verso l'uomo, dalla
consapevolezza di non poter rinunciare all'unico artista capace di dare forma
ai sogni di gloria della sua dinastia, nonostante la sua indole
contrastata[77]. All'inizio degli anni trenta scolpì anche un Apollino per
Baccio Valori, il feroce governatore di Firenze imposto dal papa[72]. La
biblioteca pubblica, annessa alla chiesa di San Lorenzo, venne interamente
progettata dal Buonarroti: nella sala di lettura si rifece al modello della
biblioteca di Michelozzo in San Marco, eliminando la divisione in navate e
realizzando un ambiente con le mura scandite da finestre sormontate da
mezzanini tra pilastrini, tutti con modanature in pietra serena. Disegnò anche
i banchi in legno e forse lo schema di soffitto intagliato e pavimento con
decorazioni in cotto, organizzati in medesime partiture. Il capolavoro del
progetto è il vestibolo, con un forte slancio verticale dato dalle colonne
binate che cingono il portale timpanato e dalle edicole sulle pareti.
Solo nel 1558 Michelangelo fornì il modello in argilla per lo scalone, da lui
progettato in legno, ma realizzato per volere di Cosimo I de' Medici, in pietra
serena: le ardite forme rettilinee e ellittiche, concave e convesse, vengono
indicate come una precoce anticipazione dello stile barocco. Il 1531 fu
un anno intenso: eseguì il cartone del Noli me tangere, proseguì i lavori alla
Sagrestia e alla Liberia di San Lorenzo e per la stessa chiesa progettò la
Tribuna delle reliquie; Inoltre gli vennero chiesti, senza esito, un progetto
dal duca di Mantova, il disegno di una casa da Baccio Valori, e una tomba per
il cardinale Cybo; le fatiche lo condussero anche a una grave
malattia[72]. Nell'aprile 1532 si ebbe il quarto contratto per la tomba
di Giulio II, con solo sei statue. In quello stesso anno Michelangelo conobbe a
Roma l'intelligente e bellissimo Tommaso de' Cavalieri, con il quale si legò
appassionatamente, dedicandogli disegni e composizioni poetiche[72]. Per lui
approntò, tra l'altro, i disegni col Ratto di Ganimede e la Caduta di Fetonte,
che sembrano precorrere, nella potente composizione e nel tema del compiersi
fatale del destino, il Giudizio universale[78]. Rapporti molto tesi ebbe,
invece, con il guardarobiere pontificio e Maestro di Camera Pietro Giovanni
Aliotti, futuro vescovo di Forlì, che Michelangelo, considerandolo troppo
impiccione, chiamava il Tantecose. Il 22 settembre 1533 incontrò a San
Miniato al Tedesco Clemente VII e, secondo la tradizione, in quell'occasione si
parlò per la prima volta della pittura di un Giudizio universale nella
Sistina[72]. Lo stesso anno morì il padre Ludovico[72]. Nel 1534 gli
incarichi fiorentini procedevano ormai sempre più stancamente, con un ricorso
sempre maggiore di aiuti[79]. L'epoca di Paolo III (1534-1545) Il
Giudizio universale (1534-1541) Giudizio universale Cristo,
dettaglio del Giudizio universale L'artista non approvava il regime politico
tiranneggiante del duca Alessandro, per cui con l'occasione di nuovi incarichi
a Roma, tra cui il lavoro per gli eredi di Giulio II, lasciò Firenze dove non
mise mai più piede, nonostante gli accattivanti inviti di Cosimo I negli anni
della vecchiaia[79]. Clemente VII gli aveva commissionato la decorazione
della parete di fondo della Cappella Sistina con il Giudizio universale, ma non
fece in tempo a vedere nemmeno l'inizio dei lavori, perché morì pochi giorni
dopo l'arrivo dell'artista a Roma. Mentre l'artista riprendeva la Sepoltura di
papa Giulio, venne eletto al soglio pontificio Paolo III, che non solo confermò
l'incarico del Giudizio, ma nominò anche Michelangelo pittore, scultore e
architetto del Palazzo Vaticano[72]. I lavori alla Sistina poterono
essere avviati alla fine del 1536, per proseguire fino all'autunno del 1541.
Per liberare l'artista dagli incarichi verso gli eredi Della Rovere Paolo III
arrivò a emettere un motu proprio il 17 novembre 1536[72]. Se fino ad allora i
vari interventi alla cappella papale erano stati coordinati e complementari,
con il Giudizio si assistette al primo intervento distruttivo, che sacrificò la
pala dell'Assunta di Perugino, le prime due storie quattrocentesche di Gesù e
di Mosè e due lunette dipinte dallo stesso Michelangelo più di vent'anni
prima[79]. Al centro dell'affresco vi è il Cristo giudice con vicino la
Madonna che rivolge lo sguardo verso gli eletti; questi ultimi formano
un'ellissi che segue i movimenti del Cristo in un turbine di santi, patriarchi
e profeti. A differenza delle rappresentazioni tradizionale, tutto è caos e
movimento, e nemmeno i santi sono esentati dal clima di inquietudine, attesa,
se non paura e sgomento che coinvolge espressivamente i partecipanti. Le
licenze iconografiche, come i santi senza aureola, gli angeli apteri e il
Cristo giovane e senza barba, possono essere allusioni al fatto che davanti al
giudizio ogni singolo uomo è uguale. Questo fatto, che poteva essere letto come
un generico richiamo ai circoli della Riforma Cattolica, unitamente alla nudità
e alla posa sconveniente di alcune figure (santa Caterina d'Alessandria prona
con alle spalle san Biagio), scatenarono contro l'affresco i severi giudizi di
buona parte della curia. Dopo la morte dell'artista, e col mutato clima
culturale dovuto anche al Concilio di Trento, si arrivò al punto di provvedere
al rivestimento dei nudi e alla modifica delle parti più sconvenienti.
Una statua equestre Nel 1537, verso febbraio, il duca d'Urbino Francesco Maria
I Della Rovere gli chiese un abbozzo per un cavallo destinato forse a un
monumento equestre, che risulta completato il 12 ottobre. L'artista però si
rifiutò di inviare il progetto al duca, poiché insoddisfatto. Dalla
corrispondenza si apprende anche che entro i primi di luglio Michelangelo gli
aveva progettato anche una saliera: la precedenza del duca rispetto a tante
commissioni inevase di Michelangelo è sicuramente legata alla pendenza dei
lavori alla tomba di Giulio II, di cui Francesco Maria era erede[76].
Quello stesso anno a Roma riceve la cittadinanza onoraria in
Campidoglio[76]. Piazza del Campidoglio Piazza del Campidoglio in
una stampa di Étienne Dupérac (1568) Paolo III, al pari dei suoi predecessori,
fu un entusiasta committente di Michelangelo. Con il trasferimento sul
Campidoglio della statua equestre di Marco Aurelio, simbolo dell'autorità
imperiale e per estensione della continuità tra la Roma imperiale e quella
papale, il papa incaricò Michelangelo, nel 1538, di studiare la ristrutturazione
della piazza, centro dell'amministrazione civile romana fin dal Medioevo e in
stato di degrado[76]. Tenendo conto delle preesistenze vennero mantenuti
e trasformati i due edifici esistenti, già ristrutturati nel XV secolo da
Rossellino, realizzando di conseguenza la piazza a pianta trapezoidale con
sullo sfondo il palazzo dei Senatori, dotato di scala a doppia rampa, e
delimitata ai lati da due palazzi: il Palazzo dei Conservatori e il cosiddetto
Palazzo Nuovo costruito ex novo, entrambi convergenti verso la scalinata di
accesso al Campidoglio. Gli edifici vennero caratterizzati da un ordine gigante
a pilastri corinzi in facciata, con massicce cornici e architravi. Al piano
terra degli edifici laterali i pilastri dell'ordine gigante sono affiancati da
colonne che formano un insolito portico architravato, in un disegno complessivo
molto innovativo che rifugge programmaticamente dall'uso dell'arco. Il lato
interno del portico presenta invece colonne alveolate che in seguito ebbero una
grande diffusione[80]. I lavori furono compiuti molto dopo la morte del
maestro, mentre la pavimentazione della piazza fu realizzata solo ai primi del
Novecento, utilizzando una stampa di Étienne Dupérac che riporta quello che
doveva essere il progetto complessivo previsto da Michelangelo, secondo un
reticolo curvilineo inscritto in un'ellisse con al centro il basamento ad
angoli smussati per la statua del Marc'Aurelio, anch'esso disegnato da
Michelangelo. Verso il 1539 iniziò forse il Bruto per il cardinale
Niccolò Ridolfi, opera dai significati politici legata ai fuorusciti
fiorentini[72]. La Crocifissione per Vittoria Colonna (1541) La
copia della Crocifissione per Vittoria Colonna di Marcello Venusti Dal 1537
circa Michelangelo aveva iniziato la vivida amicizia con la marchesa di Pescara
Vittoria Colonna: essa lo introdusse al circolo viterbese del cardinale
Reginald Pole, frequentato, tra gli altri, da Vittore Soranzo, Apollonio
Merenda, Pietro Carnesecchi, Pietro Antonio Di Capua, Alvise Priuli e la
contessa Giulia Gonzaga. In quel circolo culturale si aspirava a una
riforma della Chiesa cattolica, sia interna sia nei confronti del resto della
Cristianità, alla quale avrebbe dovuto riconciliarsi. Queste teorie
influenzarono Michelangelo e altri artisti. Risale a quel periodo la Crocifissione
realizzata per Vittoria, databile al 1541 e forse dispersa, oppure mai dipinta.
Di quest'opera ci restano solamente alcuni disegni preparatori di incerta
attribuzione, il più famoso è senz'altro quello conservato al British Museum,
mentre buone copie si trovano nella concattedrale di Santa Maria de La Redonda
e alla Casa Buonarroti. Inoltre esiste una tavola dipinta, la Crocefissione di
Viterbo, tradizionalmente attribuita a Michelangelo, sulla base di un
testamento di un conte viterbese datato al 1725, esposta nel Museo del Colle
del Duomo di Viterbo, più ragionevolmente attribuibile ad ambiente
michelangiolesco[81]. Secondo i progetti raffigurava un giovane e
sensuale Cristo, simboleggiante un'allusione alle teorie riformiste cattoliche
che vedevano nel sacrificio del sangue di Cristo l'unica via di salvezza
individuale, senza intermediazioni della Chiesa e dei suoi
rappresentanti. Uno schema analogo presentava anche la cosiddetta Pietà
per Vittoria Colonna, dello stesso periodo, nota da un disegno a Boston e da
alcune copie di allievi. In quegli anni a Roma Michelangelo poteva quindi
contare su una sua cerchia di amici ed estimatori, tra cui oltre alla Colonna,
Tommaso de' Cavalieri e artisti quali Tiberio Calcagni e Daniele da Volterra[79].
Cappella Paolina (1542-1550) La Conversione di Saulo, dettaglio Nel 1542
il papa gli commissionò quella che rappresenta la sua ultima opera pittorica,
dove ormai anziano lavorò per quasi dieci anni, in contemporanea ad altri
impegni[79]. Il papa Farnese, geloso e seccato del fatto che il luogo ove la
celebrazione di Michelangelo pittore raggiungesse i suoi massimi livelli fosse
dedicato ai papi Della Rovere, gli affidò la decorazione della sua cappella
privata in Vaticano che prese il suo nome (Cappella Paolina). Michelangelo
realizzò due affreschi, lavorando da solo con faticosa pazienza, procedendo con
piccole "giornate", fitte di interruzioni e pentimenti. Il
primo a essere realizzato, la Conversione di Saulo (1542-1545), presenta una scena
inserita in un paesaggio spoglio e irreale, con compatti grovigli di figure
alternati a spazi vuoti e, al centro, la luce accecante che da Dio scende su
Saulo a terra; il secondo, il Martirio di san Pietro (1545-1550), ha una croce
disposta in diagonale in modo da costituire l'asse di un ipotetico spazio
circolare con al centro il volto del martire. L'opera nel suo complesso è
caratterizzata da una drammatica tensione e improntata a un sentimento di
mestizia, generalmente interpretata come espressione della religiosità
tormentata di Michelangelo e del sentimento di profondo pessimismo che
caratterizza l'ultimo periodo della sua vita. La conclusione dei lavori
alla tomba di Giulio II (1544-1545) La Tomba di Giulio II Dopo gli ultimi
accordi del 1542, la tomba di Giulio II venne posta in essere nella chiesa di
San Pietro in Vincoli tra il 1544 e il 1545 con le statue del Mosè, di Lia
(Vita attiva) e di Rachele (Vita contemplativa) nel primo ordine. Nel
secondo ordine, al fianco del pontefice disteso con sopra la Vergine col
Bambino si trovano una Sibilla e un Profeta. Anche questo progetto risente
dell'influsso del circolo di Viterbo; Mosè uomo illuminato e sconvolto dalla
visione di Dio è affiancato da due modi di essere, ma anche da due modi di
salvezza non necessariamente in conflitto tra di loro: la vita contemplativa
viene rappresentata da Rachele che prega come se per salvarsi usasse unicamente
la Fede, mentre la vita attiva, rappresentata da Lia, trova la sua salvezza
nell'operare. L'interpretazione comune dell'opera d'arte è che si tratti di una
specie di posizione di mediazione tra Riforma e Cattolicesimo dovuta
sostanzialmente alla sua intensa frequentazione con Vittoria Colonna e il suo
entourage. Nel 1544 disegnò anche la tomba di Francesco Bracci, nipote di
Luigi del Riccio nella cui casa aveva ricevuto assistenza durante una grave
malattia che l'aveva colpito in giugno[72]. Per tale indisposizione, nel marzo
aveva rifiutato a Cosimo I de' Medici l'esecuzione di un busto[76]. Lo stesso
anno avviarono i lavori al Campidoglio, progettati nel 1538. Vecchiaia
(1546-1564) Gli ultimi decenni di vita di Michelangelo sono caratterizzati da
un progressivo abbandono della pittura e anche della scultura, esercitata ormai
solo in occasione di opere di carattere privato. Prendono consistenza invece
numerosi progetti architettonici e urbanistici, che proseguono sulla strada
della rottura del canone classico, anche se molti di essi vennero portati a
termine in periodi seguenti da altri architetti, che non sempre rispettarono il
suo disegno originale[79]. Palazzo Farnese (1546-1550) La facciata
di Palazzo Farnese A gennaio 1546 Michelangelo si ammalò, venendo curato in
casa di Luigi del Riccio. Il 29 aprile, ripresosi, promise una statua in
bronzo, una in marmo e un dipinto a Francesco I di Francia, che però non riuscì
a fare[76]. Con la morte di Antonio da Sangallo il Giovane nell'ottobre
1546, a Michelangelo vennero affidate le fabbriche di Palazzo Farnese e della
basilica di San Pietro, entrambe lasciate incompiute dal primo[72]. Tra
il 1547 e il 1550 l'artista progettò dunque il completamento della facciata e
del cortile di Palazzo Farnese: nella facciata variò, rispetto al progetto del
Sangallo, alcuni elementi che danno all'insieme una forte connotazione plastica
e monumentale ma al tempo stesso dinamica ed espressiva. Per ottenere questo
risultato accrebbe in altezza il secondo piano, inserì un massiccio cornicione
e sormontò il finestrone centrale con uno stemma colossale (i due ai lati sono
successivi). Basilica di San Pietro in Vaticano (1546-1564)
Progetto per la basilica vaticana nell'incisione di Étienne Dupérac Per quanto
riguarda la basilica vaticana, la storia del progetto michelangiolesco è
ricostruibile da una serie di documenti di cantiere, lettere, disegni,
affreschi e testimonianze dei contemporanei, ma diverse informazioni sono in
contrasto tra loro. Infatti, Michelangelo non redasse mai un progetto
definitivo per la basilica, preferendo procedere per parti[82]. In ogni caso,
subito dopo la morte dell'artista toscano furono pubblicate diverse stampe nel
tentativo di restituire una visione complessiva del disegno originario; le
incisioni di Étienne Dupérac si imposero subito come le più diffuse e
accettate[83]. Michelangelo pare che aspirasse al ritorno alla pianta
centrale del Bramante, con un quadrato inscritto nella croce greca, rifiutando
sia la pianta a croce latina introdotta da Raffaello Sanzio, sia i disegni del
Sangallo, che prevedevano la costruzione di un edificio a pianta centrale
preceduto da un imponente avancorpo. Demolì parti realizzate dai suoi
predecessori e, rispetto alla perfetta simmetria del progetto bramantesco,
introdusse un asse preferenziale nella costruzione, ipotizzando una facciata
principale schermata da un portico composto da colonne d'ordine gigante (non
realizzato). Per la massiccia struttura muraria, che doveva correre lungo tutto
il perimetro della fabbrica, ideò un unico ordine gigante a paraste corinzie
con attico, mentre al centro della costruzione costruì un tamburo, con colonne
binate (sicuramente realizzato dall'artista), sul quale fu innalzata la cupola
emisferica a costoloni conclusa da lanterna (la cupola fu completata, con
alcune differenze rispetto al presunto modello originario, da Giacomo Della
Porta). Tuttavia, la concezione michelangiolesca fu in gran parte
stravolta da Carlo Maderno, che all'inizio del XVII secolo completò la basilica
con l'aggiunta di una navata longitudinale e di un'imponente facciata sulla
base delle spinte della Controriforma. Nel 1547 morì Vittoria Colonna,
poco dopo la scomparsa dell'altro amico Luigi del Riccio: si tratta di perdite
molto amare per l'artista[72]. L'anno successivo, il 9 gennaio 1548 muore suo
fratello Giovansimone Buonarroti. Il 27 agosto il Consiglio municipale di Roma
propose di affidare all'artista il restauro del ponte di Santa Maria. Nel 1549
Benedetto Varchi pubblicò a Firenze "Due lezzioni", tenute su un
sonetto di Michelangelo[72]. Nel gennaio del 1551 alcuni documenti della
cattedrale di Padova accennano a un modello di Michelangelo per il
coro[76]. La serie delle Pietà (1550-1555 circa) La Pietà
Bandini La Pietà Rondanini Dal 1550 circa iniziò a realizzare la
cosiddetta Pietà dell'Opera del Duomo (dalla collocazione attuale nel Museo
dell'Opera del Duomo di Firenze), opera destinata alla sua tomba e abbandonata
dopo che l'artista frantumò, in un accesso d'ira due o tre anni più tardi, il
braccio e la gamba sinistra del Cristo, spezzando anche la mano della Vergine.
Fu in seguito Tiberio Calcagni a ricostruire il braccio e rifinire la Maddalena
lasciata dal Buonarroti allo stato di non-finito: il gruppo costituito dal
Cristo sorretto dalla Vergine, dalla Maddalena e da Nicodemo è disposto in modo
piramidale con al vertice quest'ultimo; la scultura viene lasciata a diversi
gradi di finitura con la figura del Cristo allo stadio più avanzato. Nicodemo
sarebbe un autoritratto del Buonarroti, dal cui corpo sembra uscire la figura
del Cristo: forse un riferimento alla sofferenza psicologica che lui,
profondamente religioso, portava dentro di sé in quegli anni. La Pietà
Rondanini venne definita, nell'inventario di tutte le opere rinvenute nel suo
studio dopo la morte, come: "Un'altra statua principiata per un Cristo et
un'altra figura di sopra, attaccate insieme, sbozzate e non finite".
Michelangelo nel 1561 donò la scultura al suo servitore Antonio del Francese
continuando però ad apportarvi modifiche sino alla morte; il gruppo è
costituito da parti condotte a termine, come il braccio destro di Cristo, e da
parti non finite, come il torso del Salvatore schiacciato contro il corpo della
Vergine quasi a formare un tutt'uno. Successivamente alla scomparsa di
Michelangelo, in un periodo imprecisato, questa scultura fu trasferita nel
palazzo Rondanini di Roma e da questi ha mutuato il nome. Attualmente si trova
nel Castello Sforzesco, acquistata nel 1952 dalla città di Milano da una
proprietà privata[84]. Le biografie Nel 1550 uscì la prima edizione delle
Vite de' più eccellenti pittori, scultori e architettori di Giorgio Vasari che
conteneva una biografia di Michelangelo, la prima scritta di un artista
vivente, in posizione conclusiva dell'opera che celebrava l'artista come
vertice di quella catena di grandi artefici che partiva da Cimabue e Giotto,
raggiungendo nella sua persona la sintesi di perfetta padronanza delle arti
(pittura, scultura e architettura) in grado non solo di rivaleggiare ma anche
di superare i mitici maestri dell'antichità[85]. Nonostante le premesse
celebrative ed encomiastiche, Michelangelo non gradì l'operazione, per le
numerose scorrettezze e soprattutto per una versione a lui non congeniale della
tormentata vicenda della tomba di Giulio II. L'artista allora in quegli anni
lavorò con un suo fedele collaboratore, Ascanio Condivi, facendo pubblicare una
nuova biografia che riportava la sua versione dei fatti (1553). A questa
attinse Vasari, oltre che in seguito a una sua diretta frequentazione
dell'artista negli ultimi anni di vita, per la seconda edizione delle Vite,
pubblicata nel 1568[85]. Queste opere alimentarono la leggenda
dell'artista, quale genio tormentato e incompreso, spinto oltre i propri limiti
dalle condizioni avverse e dalle mutevoli richieste dei committenti, ma capace
di creare opere titaniche e insuperabili[79]. Mai avvenuto fino ad allora era
poi che questa leggenda si formasse quando ancora l'interessato era in
vita[79]. Nonostante questa invidiabile posizione raggiunta dal Buonarroti in
vecchiaia, gli ultimi anni della sua esistenza sono tutt'altro che tranquilli,
animati da una grande tribolazione interiore e da riflessioni tormentate sulla
fede, la morte e la salvezza, che si trovano anche nelle sue opere (come le
Pietà) e nei suoi scritti[79]. Altri avvenimenti degli anni cinquanta Nel
1550 Michelangelo aveva terminato gli affreschi alla Cappella Paolina e nel
1552 era stato completato il Campidoglio. In quell'anno l'artista fornì anche
il disegno per la scala nel cortile del Belvedere in Vaticano. In scultura
lavorò alla Pietà e in letteratura si occupa delle proprie biografie. Nel
1554 Ignazio di Loyola dichiarò che Michelangelo aveva accettato di progettare
la nuova chiesa del Gesù a Roma, ma il proposito non ebbe seguito[76]. Nel 1555
l'elezione al soglio pontificio di Marcello II compromise la presenza
dell'artista a capo del cantiere di San Pietro, ma subito dopo venne eletto
Paolo IV, che lo confermò nell'incarico, indirizzandolo soprattutto ai lavori
alla cupola. Sempre nel 1555 morirono suo fratello Gismondo e Francesco Amadori
detto l'Urbino che lo aveva servito per ventisei anni[72]; una lettera a Vasari
di quell'anno gli dà istruzioni per il compimento del ricetto della Libreria
Laurenziana[76]. Nel settembre 1556 l'avvicinarsi dell'esercito spagnolo
indusse l'artista ad abbandonare Roma per riparare a Loreto. Mentre faceva
sosta a Spoleto venne raggiunto da un appello pontificio che lo obbligò a
tornare indietro[72]. Al 1557 risale il modello ligneo per la cupola di San
Pietro e nel 1559 fece disegni per la basilica di San Giovanni Battista dei
Fiorentini, nonché per la cappella Sforza in Santa Maria Maggiore e per la
scalinata della Biblioteca Medicea Laurenziana. Forse quell'anno avviò anche la
Pietà Rondanini[72]. Porta Pia a Roma (1560) Porta Pia Nel 1560
fece un disegno a Caterina de' Medici per la tomba di Enrico II. Inoltre lo
stesso anno progetto la tomba di Giangiacomo de' Medici per il Duomo di Milano,
eseguita poi da Leone Leoni[72]. Verso il 1560 progettò anche la
monumentale Porta Pia, vera e propria scenografia urbana con la fronte
principale verso l'interno della città. Il portale con frontone curvilineo
interrotto e inserito in un altro triangolare è fiancheggiato da paraste
scanalate, mentre sul setto murario ai lati si aprono due finestre timpanate,
con al di sopra altrettanti mezzanini ciechi. Dal punto di vista del linguaggio
architettonico, Michelangelo manifestò uno spirito sperimentale e
anticonvenzionale tanto che si è parlato di
"anticlassicismo"[86]. Santa Maria degli Angeli (1561)
Santa Maria degli Angeli; praticamente del progetto di Michelangelo sono
visibili solo le volte Ormai vecchio, Michelangelo progettò nel 1561 una
ristrutturazione della chiesa di Santa Maria degli Angeli all'interno delle
Terme di Diocleziano e dell'adiacente convento dei padri certosini, avviati a
partire dal 1562. Lo spazio della chiesa fu ottenuto con un intervento che, dal
punto di vista murario, oggi si potrebbe definire minimale[87], con pochi setti
di muro nuovi entro il grande spazio voltato del tepidarium delle terme,
aggiungendo solo un profondo presbiterio e dimostrando un atteggiamento moderno
e non distruttivo nei confronti dei resti archeologici. La chiesa ha un
insolito sviluppo trasversale, sfruttando tre campate contigue coperte a
crociera, a cui sono aggiunte due cappelle laterali quadrate. Console dell'Accademia
delle Arti del Disegno Il 31 gennaio 1563 Cosimo I de' Medici fondò, su
consiglio dell'architetto aretino Giorgio Vasari, l'Accademia e Compagnia
dell'Arte del Disegno di cui viene subito eletto console proprio il Buonarroti.
Mentre la Compagnia era una sorta di corporazione cui dovevano aderire tutti
gli artisti operanti in Toscana, l'Accademia, costituita solo dalle più
eminenti personalità culturali della corte di Cosimo, aveva finalità di tutela
e supervisione sull'intera produzione artistica del principato mediceo. Si
trattava dell'ultimo, accattivante invito rivolto a Michelangelo da parte di
Cosimo per farlo tornare a Firenze, ma ancora una volta l'artista declinò: la
sua radicata fede repubblicana doveva probabilmente renderlo incompatibile col
servizio al nuovo duca fiorentino[79]. La morte La tomba di
Michelangelo in Santa Croce A un solo anno dalla nomina, il 18 febbraio 1564,
quasi ottantanovenne, Michelangelo morì a Roma, nella sua modesta residenza di
piazza Macel de' Corvi (distrutta quando venne creato il monumento a Vittorio
Emanuele II), assistito da Tommaso de' Cavalieri. Si dice che fino a tre giorni
prima avesse lavorato alla Pietà Rondanini[79]. Pochi giorni prima, il 21
gennaio, la Congregazione del Concilio di Trento aveva deciso di far coprire le
parti "oscene" del Giudizio universale. Nell'inventario redatto
qualche giorno dopo il decesso sono registrati pochi beni, tra cui la Pietà,
due piccole sculture di cui si ignorano le sorti (un San Pietro e un piccolo
Cristo portacroce), dieci cartoni, mentre i disegni e gli schizzi pare che
fossero stati bruciati poco prima di morire dal maestro stesso. In una cassa
viene poi ritrovato un cospicuo "tesoretto", degno di un principe,
che nessuno si sarebbe immaginato in un'abitazione tanto povera. Le
solenni esequie a Firenze La morte del maestro venne particolarmente sentita a
Firenze, poiché la città non era riuscita a onorare il suo più grande artista
prima della morte, nonostante i tentativi di Cosimo. Il recupero dei suoi resti
mortali e la celebrazione di esequie solenni divenne quindi un'assoluta
priorità cittadina[88]. A pochi giorni dalla morte, suo nipote Lionardo
Buonarroti arrivò a Roma col preciso compito di recuperare la salma e
organizzarne il trasporto, un'impresa forse ingigantita dal resoconto del
Vasari nella seconda edizione delle Vite: secondo lo storico aretino i romani
si sarebbero opposti alle sue richieste, desiderando inumare l'artista nella
basilica di San Pietro, al che Lionardo avrebbe trafugato il corpo di notte e
in gran segreto prima di riprendere la strada per Firenze[89]. Appena
arrivata nella città toscana (11 marzo 1564), la bara venne portata in Santa
Croce e ispezionata secondo un complesso cerimoniale, stabilito dal
luogotenente dell'Accademia delle Arti del Disegno, Vincenzo Borghini. Si
trattò del primo atto funebre (12 marzo) che, per quanto solenne, venne presto
superato da quello del 14 luglio 1564 in San Lorenzo, patrocinato dalla casata
ducale e degno più di un principe che di un artista. L'intera basilica venne
addobbata riccamente con drappi neri e di tavole dipinte con episodi della sua
vita; al centro venne predisposto un catafalco monumentale, ornato di pitture e
sculture effimere, dalla complessa iconografia. L'orazione funebre venne
scritta e letta da Benedetto Varchi, che esaltò "le lodi, i meriti, la
vita e l'opere del divino Michelangelo Buonarroti"[89]. L'inumazione
avvenne infine in Santa Croce, in un sepolcro monumentale disegnato da Giorgio
Vasari, composto da tre figure piangenti che rappresentano la pittura, la
scultura e l'architettura[89]. I funerali di Stato suggellarono lo status
raggiunto dall'artista e furono la consacrazione definitiva del suo mito, come
artefice insuperabile, capace di raggiungere vertici creativi in qualunque campo
artistico e, più di quelli di qualunque altro, capaci di emulare l'atto della
creazione divina. Arma Stemma Blasonatura Cimiero D'azzurro a due
cotisse d'oro, e il capo d'Angiò cucito, abbassato sotto un altro capo d'oro,
caricato di una palla d'azzurro marcata di un giglio d'oro in mezzo alle
lettere L. X. per concessione di papa Leone X. Un cane uscente con un osso in
bocca. Rime Frontespizio delle Rime, edizione 1960 Un sonetto sulle
fatiche alla volta della Sistina, copiato in bella e con uno schizzo autografo
Da lui considerata come una "cosa sciocca", la sua attività poetica
si viene caratterizzando, a differenza di quella usuale nel Cinquecento
influenzata dal Petrarca, da toni energici, austeri e intensamente espressivi,
ripresi dalle poesie di Dante. I più antichi componimenti poetici datano
agli anni 1504-1505, ma è probabile che ne abbia realizzati anche in
precedenza, dato che sappiamo che molti suoi manoscritti giovanili andarono
perduti. La sua formazione poetica avvenne probabilmente sui testi di
Petrarca e Dante, conosciuti nella cerchia umanistica della corte di Lorenzo
de' Medici. I primi sonetti sono legati a vari temi collegati al suo lavoro
artistico, a volte raggiungono il grottesco con immagini e metafore bizzarre.
Successivi sono i sonetti realizzati per Vittoria Colonna e per Tommaso de'
Cavalieri; in essi Michelangelo si concentra maggiormente sul tema neoplatonico
dell'amore, sia divino sia umano, che viene tutto giocato intorno al contrasto
tra amore e morte, risolvendolo con soluzioni ora drammatiche, ora ironicamente
distaccate. Negli ultimi anni le sue rime si focalizzano maggiormente sul
tema del peccato e della salvezza individuale; qui il tono diventa amaro e a
volte angoscioso, tanto da realizzare vere e proprie visioni mistiche del
divino. «Di giorno in giorno insin da' mie prim'anni, Signor, soccorso tu
mi fusti e guida, onde l'anima mia ancor si fida di doppia aita ne' mie doppi
affanni[90].» Le rime di Michelangelo incontrarono una certa fortuna negli
Stati Uniti, nell'Ottocento, dopo la loro traduzione da parte del grande
filosofo Ralph Waldo Emerson. La tecnica scultorea di Michelangelo
Schizzo esplicativo per cavatori con blocchi e misure, Casa Buonarroti Da un
punto di vista tecnico, Michelangelo scultore, come d'altronde spesso accade
negli artisti geniali, non seguiva un processo creativo legato a regole fisse;
ma in linea di massima sono comunque tracciabili dei principi consueti o più
frequenti[91]. Innanzitutto Michelangelo fu il primo scultore che, nella
pietra, non tentò mai di colorire né di dorare alcune parti delle statue; al
colore preferiva infatti l'esaltazione del "morbido fulgore"[92]
della pietra, spesso con effetti di chiaroscuro evidenti nelle statue rimaste
prive dell'ultima finitura, con i colpi di scalpello che esaltano la
peculiarità della materia marmorea[91]. Gli unici bronzi da lui eseguiti
sono distrutti o perduti (il David De Rohan e il Giulio II benedicente);
l'esiguità del ricorso a tale materiale mostra con evidenza come egli non amasse
gli effetti "atmosferici" derivati dal modellare l'argilla. Egli
dopotutto si dichiarava artista "del levare", piuttosto che "del
mettere", cioè per lui la figura finale nasceva da un processo di
sottrazione della materia fino al nucleo del soggetto scultoreo, che era come
già "imprigionato" nel blocco di marmo. In tale materiale finito egli
trovava il brillio pacato delle superfici lisce e limpide, che erano le più
idonee per valorizzare l'epidermide delle solide muscolature dei suoi
personaggi[91]. Studi preparatori Studio per un dio fluviale nel
blocco di marmo, 1520-1525, British Museum Il procedimento tecnico con cui
Michelangelo scolpiva ci è noto da alcune tracce in studi e disegni e da
qualche testimonianza. Pare che inizialmente, secondo l'uso degli scultori
cinquecenteschi, predisponesse studi generali e particolari in forma di schizzo
e studio. Istruiva poi personalmente i cavatori con disegni (in parte ancora
esistenti) che fornissero un'idea precisa del blocco da tagliare, con misure in
cubiti fiorentini, talora arrivando a delineare la posizione della statua entro
il blocco stesso. A volte oltre ai disegni preparatori eseguiva dei modellini
in cera o argilla, cotti o no, oggetto di alcune testimonianze, seppure
indirette, e alcuni dei quali si conservano ancora oggi, sebbene nessuno sia
sicuramente documentato. Più raro è invece, pare, il ricorso a un modello nelle
dimensioni definitive, di cui resta però l'isolata testimonianza del Dio
fluviale[91]. Col passare degli anni però dovette assottigliare gli studi
preparatori in favore di un attacco immediato alla pietra mosso da idee
urgenti, suscettibili tuttavia di essere profondamente mutate nel corso del
lavoro (come nella Pietà Rondanini)[91]. Preparazione del blocco Il
Giorno, dettaglio Il Crepuscolo, dettaglio Tondo Pitti, dettaglio
Il primo intervento sul blocco uscito dalla cava avveniva con la
"cagnaccia", che smussava le superfici lisce e geometriche a seconda
dell'idea da realizzare. Pare che solo dopo questo primo appropriarsi del marmo
Michelangelo tracciasse sulla superficie resa irregolare un rudimentale segno
col carboncino che evidenziava la veduta principale (cioè frontale) dell'opera.
La tecnica tradizionale prevedeva l'uso di quadrati o rettangoli proporzionali
per riportare le misure dei modellini a quelle definitive, ma non è detto che
Michelangelo facesse tale operazione a occhio. Un altro procedimento delle fasi
iniziali dello scolpire era quello di trasformare la traccia a carboncino in
una serie di forellini che guidassero l'affondo via via che il segno a matita
scompariva[91]. Sbozzatura A questo punto aveva inizio la vera e propria
scolpitura, che intaccava il marmo a partire dalla veduta principale, lasciando
intatte le parti più sporgenti e addentrandosi man mano negli strati più
profondi. Questa operazione avveniva con un mazzuolo e con un grosso scalpello
a punta, la subbia. Esiste una preziosa testimonianza di B. de Vigenère[93],
che vide il maestro, ormai ultrasessantenne, accostarsi a un blocco in tale
fase: nonostante l'aspetto "non dei più robusti" di Michelangelo,
egli è ricordato mentre butta giù «scaglie di un durissimo marmo in un quarto
d'ora», meglio di quanto avrebbero potuto fare tre giovani scalpellini in un
tempo tre o quattro volte maggiore, e si avventa «al marmo con tale impeto e
furia, da farmi credere che tutta l'opera dovesse andare in pezzi. Con un solo
colpo spiccava scaglie grosse tre o quattro dita, e con tanta esattezza al
segno tracciato, che se avesse fatto saltar via un tantin più di marmo correva
il rischio di rovinar tutto»[91]. Sul fatto che il marmo dovesse essere
"attaccato" dalla veduta principale restano le testimonianze di
Vasari e Cellini, due devoti a Michelangelo, che insistono con convinzione sul
fatto che l'opera dovesse essere lavorata inizialmente come se fosse un
rilievo, ironizzando sul procedimento di avviare tutti i lati del blocco,
trovandosi poi a constatare come le vedute laterali e tergale non coincidano
con quella frontale, richiedendo quindi "rattoppi" con pezzi di
marmo, secondo un procedimento che «è arte da certi ciabattini, i quali la
fanno assai malamente»[94]. Sicuramente Michelangelo non usò
"rattoppamenti", ma non è da escludere che durante lo sviluppo della
veduta frontale egli non trascurasse le vedute secondarie, che ne erano diretta
conseguenza. Tale procedimento è evidente in alcune opere non finite, come i
celebri Prigioni che sembrano liberarsi dalla pietra[91]. Scolpitura e
livellatura Dopo che la subbia aveva eliminato molto materiale, si passava alla
ricerca in profondità, che avveniva tramite scalpelli dentati: Vasari ne
descrisse di due tipi, il calcagnuolo, tozzo e dotato di una tacca e due denti,
e la gradina, più fine e dotata di due tacche e tre o più denti. A giudicare
dalle tracce superstiti, Michelangelo doveva preferire la seconda, con la quale
lo scolpire procede «per tutto con gentilezza, gradinando la figura con la
proporzione de' muscoli e delle pieghe»[95]. Si tratta di quei tratteggi ben
visibili in varie opere michelangiolesche (si pensi al viso del Bambino nel
Tondo Pitti), che spesso convivono accanto a zone appena sbozzate con la subbia
o alle più semplici personalizzazioni iniziali del blocco (come nel San
Matteo)[91]. La fase successiva consisteva nella livellatura con uno
scalpello piano, che eliminava le tracce della gradina (una fase a metà
dell'opera si vede nel Giorno), a meno che tale operazione non venisse fatta
con la gradina stessa[91]. Rifinitura Appare evidente che il maestro,
nell'impazienza di vedere palpitare le forme ideate, passasse da un'operazione
all'altra, attuando contemporaneamente le diverse fasi operative. Restando
sempre evidente la logica superiore che coordinava le diverse parti, la qualità
dell'opera appariva sempre altissima, pur nei diversi livelli di finitezza,
spiegando così come il maestro potesse interrompere il lavoro quando l'opera
era ancora "non-finita", prima ancora dell'ultima fase, spesso
approntata dagli aiuti, in cui si levigava la statua con raschietti, lime,
pietra pomice e, in ultimo, batuffoli di paglia. Questa levigatura finale,
presente ad esempio nella Pietà vaticana garantiva comunque quella
straordinaria lucentezza, che si distaccava dalla granulosità delle opere dei
maestri toscani del Quattrocento[91]. Il non finito di Michelangelo
Non-finito nella Pietà Bandini Una delle questioni più difficili per la
critica, nella pur complessa opera michelangiolesca, è il nodo del non finito.
Il numero di statue lasciate incompiute dall'artista è infatti così elevato da
rendere improbabile che le uniche cause siano fattori contingenti estranei al
controllo dello scultore, rendendo alquanto probabile una sua volontà diretta e
una certa compiacenza per l'incompletezza[96]. Le spiegazioni proposte
dagli studiosi spaziano da fattori caratteriali (la continua perdita di
interesse dell'artista per le commissioni avviate) a fattori artistici
(l'incompiuto come ulteriore fattore espressivo): ecco che le opere incompiute
paiono lottare contro il materiale inerte per venire alla luce, come nel celebre
caso dei Prigioni, oppure hanno i contorni sfocati che differenziano i piani
spaziali (come nel Tondo Pitti) o ancora diventano tipi universali, senza
caratteristiche somatiche ben definite, come nel caso delle allegorie nelle
tombe medicee[96]. Alcuni hanno collegato la maggior parte degli
incompiuti a periodi di forte tormento interiore dell'artista, unito a una
costante insoddisfazione, che avrebbe potuto causare l'interruzione prematura
dei lavori. Altri si sono soffermati su motivi tecnici, legati alla particolare
tecnica scultorea dell'artista basata sul "levare" e quasi sempre
affidata all'ispirazione del momento, sempre soggetta a variazioni. Così una
volta arrivati all'interno del blocco, a una forma ottenuta cancellando via la
pietra di troppo, poteva capitare che un mutamento d'idea non fosse più
possibile allo stadio raggiunto, facendo mancare i presupposti per poter
portare avanti il lavoro (come nella Pietà Rondanini)[96]. La
personalità Lo stesso argomento in dettaglio: Aspetti psichici nell'opera
di Michelangelo. Una delle versioni del ritratto di Michelangelo di
Daniele da Volterra La leggenda dell'artista geniale ha spesso messo in seconda
luce l'uomo nella sua interezza, dotato anche di debolezze e lati oscuri.
Queste caratteristiche sono state oggetto di studi in anni recenti, che,
sfrondando l'aura divina della sua figura, hanno messo a nudo un ritratto più
veritiero e accurato di quello che emerge dalle fonti antiche, meno
accondiscendente ma sicuramente più umano[89]. Tra i difetti più evidenti
della sua personalità c'erano l'irascibilità (alcuni sono arrivati a ipotizzare
che avesse la sindrome di Asperger[97]), la permalosità, l'insoddisfazione
continua. Numerose contraddizioni animano il suo comportamento, tra cui
spiccano, per particolare forza, l'atteggiamento verso i soldi e i rapporti con
la famiglia, che sono due aspetti comunque intimamente correlati[89].
Michelangelo si autoritrasse forse come pelle senza corpo nel Giudizio
universale Sia il carteggio, sia i libri di Ricordi di Michelangelo fanno
continue allusioni ai soldi e alla loro scarsità, tanto che sembrerebbe che
l'artista vivesse e fosse morto in assoluta povertà. Gli studi di Rab Hatfield
sui suoi depositi bancari e i suoi possedimenti hanno tuttavia delineato una
situazione ben diversa, dimostrando come durante la sua esistenza egli riuscì
ad accumulare una ricchezza immensa. Basta come esempio l'inventario redatto
nella dimora di Macel de' Corvi all'indomani della sua morte: la parte iniziale
del documento sembra confermare la sua povertà, registrando due letti, qualche
capo di vestiario, alcuni oggetti di uso quotidiano, un cavallo; ma nella sua
camera da letto viene poi rinvenuto un cofanetto chiuso a chiave che, una volta
aperto, dimostra un tesoro in contanti degno di un principe. A titolo di
esempio con quel contante l'artista avrebbe potuto benissimo comprarsi un
palazzo, essendo una cifra superiore a quella sborsata in quegli anni (nel
1549) da Eleonora di Toledo per l'acquisto di Palazzo Pitti[89]. Ne emerge
quindi una figura che, benché ricca, viveva nell'austerità spendendo con grande
parsimonia e trascurandosi fino a limiti impensabili: Condivi ricorda ad
esempio come fosse solito non togliersi gli stivali prima di andare a letto,
come facevano gli indigenti[89]. Questa marcata avarizia e l'avidità, che
continuamente gli fanno percepire in maniera distorta il proprio patrimonio,
sono sicuramente dovute a ragioni caratteriali, ma anche a motivazioni più
complesse, legate al difficile rapporto con la famiglia[96]. La penosa
situazione economica dei Buonarroti doveva averlo intimamente segnato e forse
aveva come desiderio quello di lasciar loro una cospicua eredità per
risollevarne le sorti. Ma ciò è contraddetto apparentemente dai suoi rifiuti di
aiutare il padre e i fratelli, giustificandosi con un'immaginaria mancanza di
liquidi, mentre in altre occasioni arrivava a chiedere la restituzione di somme
prestate in passato, accusandoli di vivere delle sue fatiche, se non di
approfittarsi spudoratamente della sua generosità[96]. La presunta
omosessualità La tomba di Cecchino Bracci nella basilica di Santa Maria
in Aracoeli a Roma, realizzata su disegno di Michelangelo Diversi storici[98]
hanno affrontato il tema della presunta omosessualità di Michelangelo
esaminando i versi dedicati ad alcuni uomini (Febo Dal Poggio, Gherardo Perini,
Cecchino Bracci, Tommaso de' Cavalieri). Si veda, ad esempio, il sonetto
dedicato a Tommaso de' Cavalieri - scritto nel 1534 - in cui Michelangelo
denunciava l'abitudine del popolo di vociare sui suoi rapporti amorosi:
«E se 'l vulgo malvagio, isciocco e rio, di quel che sente, altrui segna e
addita, non è l'intensa voglia men gradita, l'amor, la fede e l'onesto
desìo.[99]» Sul disegno della Caduta di Fetonte, al British Museum,
Michelangelo scrisse una dedica a Tommaso de' Cavalieri. Molti sonetti
furono dedicati anche a Cecchino Bracci, di cui Michelangelo disegnò il
sepolcro nella Basilica di Santa Maria in Aracoeli. In occasione della morte
prematura di Cecchino, Buonarroti scrisse un epitaffio (pubblicato la prima
volta solo nel 1960) dalla forte ambiguità carnale[101]: «La carne terra,
e qui l'ossa mie, prive de' lor begli occhi, e del leggiadro aspetto fan fede a
quel ch'i' fu' grazia nel lecto, che abbracciava e 'n che l'anima
vive.[102]» In realtà, l'epitaffio non dice nulla su tale presunta
relazione tra i due. Del resto, gli epitaffi di Michelangelo furono
commissionati da Luigi Riccio e da questi retribuiti mediante doni di natura
gastronomica, mentre la conoscenza tra il Buonarroti e il Bracci fu solo
marginale[103]. I numerosi epitaffi scritti da Michelangelo per Cecchino
furono pubblicati postumi dal nipote, che però, spaventato dalle implicazioni
omoerotiche del testo, avrebbe modificato in più punti il sesso del
destinatario, facendone una donna[104]. Le edizioni successive avrebbero
ripreso il testo censurato, e solo l'edizione Laterza delle Rime, nel 1960,
avrebbe ristabilito la dizione originaria. Il tema del nudo maschile in
movimento è comunque centrale in tutta l'opera michelangiolesca, tanto che è
celebre la sua attitudine a rappresentare anche le donne coi tratti
spiccatamente mascolini (un esempio su tutti, le Sibille della volta della
Cappella Sistina)[100]. Non è una prova inconfutabile di attitudini
omosessuali, ma è innegabile che Michelangelo non ritrasse mai una sua
"Fornarina" o una "Violante", anzi i protagonisti della sua
arte sono sempre vigorosi individui maschili. Nel 1536 o 1538 è da
collocarsi il primo incontro con Vittoria Colonna. Nel 1539 la donna rientrò a
Roma e lì crebbe l'amicizia con Michelangelo, che la amò (almeno dal punto di
vista platonico) enormemente e su cui ebbe una grande influenza, verosimilmente
anche religiosa. A lei l'artista dedicò alcuni tra i più profondi e potenti
componimenti poetici della sua vita[100]. Il biografo Ascanio Condivi
ricordò anche come l'artista dopo la morte della donna si rammaricava di non
aver mai baciato il viso della vedova nello stesso modo in cui aveva stretto la
sua mano. Michelangelo non prese mai moglie e non sono documentate sue
relazioni amorose né con donne né con uomini. In tarda età si dedicò a
un'intensa e austera religiosità[100]. Le fonti su Michelangelo
Ritratto di Michelangelo nella seconda edizione delle Vite di Vasari
Michelangelo è l'artista che, forse più di qualunque altro, incarna il mito di
personalità geniale e versatile, capace di portare a termine imprese titaniche,
nonostante le complesse vicende personali, le sofferenze e il tormento dovuto
al difficile momento storico, fatto di sconvolgimenti politici, religiosi e
culturali. Una fama che non si è affievolita coi secoli, restando più che mai
viva anche ai giorni nostri. Se il suo ingegno e il suo talento non sono
mai stati messi in discussione, nemmeno dai più agguerriti detrattori, ciò da
solo non basta a spiegarne l'aura leggendaria, né sono sufficienti la sua
irrequietezza, o la sofferenza e la passione con cui partecipò alle vicende
della sua epoca: sono tratti che, almeno in parte, sono riscontrabili anche in altri
artisti vissuti più o meno nella sua epoca. Sicuramente il suo mito si alimentò
anche di sé stesso, nel senso che Michelangelo fu il primo e più efficace dei
suoi promotori, come emerge dalle fonti fondamentali per ricostruire la sua
biografia e la sua vicenda artistica e personale: il carteggio e le tre
biografie che lo riguardarono al suo tempo[85]. Il carteggio Nella sua
vita Michelangelo scrisse numerose lettere che in larga parte sono state
conservate in archivi e raccolte private, tra cui spicca il nucleo collezionato
dai suoi discendenti a casa Buonarroti. Il carteggio integrale di Michelangelo
è stato pubblicato nel 1965 e dal 2014 è interamente consultabile online.
Nei suoi scritti l'artista descrive spesso i propri stati d'animo e si sfoga
delle preoccupazioni e i tormenti che lo affliggono; inoltre nello scambio
epistolare approfitta spesso per riportare la propria versione dei fatti,
soprattutto quando si trova accusato o messo in cattiva luce, come nel caso dei
numerosi progetti avviati e poi abbandonati prima del completamento. Spesso si
lamenta dei committenti che gli volgono le spalle e lancia pesanti accuse
contro chi lo ostacola o lo contraddice. Quando si trova in difficoltà, come
nei momenti più oscuri della lotta con gli eredi della Rovere per il monumento
sepolcrale a Giulio II, il tono delle lettere si fa più acceso, trovando sempre
una giustificazione della propria condotta, ritagliandosi la parte di vittima
innocente e incompresa. Si può arrivare a parlare di un disegno ben preciso,
attraverso le numerose lettere, teso a scagionarlo da tutte le colpe e a
procurarsi un'aura eroica e di grande resistenza ai travagli della
vita[107]. La prima edizione delle Vite di Vasari (1550) Nel marzo del
1550, Michelangelo, quasi settantacinquenne, si vide pubblicata una sua
biografia nel volume delle Vite de' più eccellenti pittori, scultori e
architettori scritto dall'artista e storico aretino Giorgio Vasari e pubblicato
dall'editore fiorentino Lorenzo Torrentino. I due si erano conosciuti brevemente
a Roma nel 1543, ma non si era instaurato un rapporto sufficientemente
consolidato da permettere all'aretino di interrogare Michelangelo. Si trattava
della prima biografia di un artista composta quando era ancora in vita, che lo
indicava come il punto di arrivo di una progressione dell'arte italiana che va
da Cimabue, primo in grado di rompere con la tradizione "greca", fino
a lui, insuperabile artefice in grado di rivaleggiare con i maestri
antichi[85]. Nonostante le lodi l'artista non approvò alcuni errori,
dovuti alla mancata conoscenza diretta tra i due, e soprattutto ad alcune
ricostruzioni che, su temi caldi come quello della sepoltura del papa,
contraddicevano la sua versione costruita nei carteggi[107]. Vasari dopotutto
pare che non avesse cercato documenti scritti, affidandosi quasi esclusivamente
ad amicizie più o meno vicine al Buonarroti, tra cui Francesco Granacci e
Giuliano Bugiardini, già suoi collaboratori, che però esaurivano i loro
contatti diretti con l'artista poco dopo dell'avvio dei lavori alla Cappella
Sistina, fino quindi al 1508 circa[108]. Se la parte sulla giovinezza e sugli
anni venti a Firenze appare quindi ben documentata, più vaghi sono gli anni
romani, fermandosi comunque al 1547, anno in cui dovette essere completata la
stesura[108]. Tra gli errori che più ferirono Michelangelo c'erano le
disinformazioni sul soggiorno presso Giulio II, con la fuga da Roma che era
stata attribuita all'epoca della volta della Cappella Sistina, dovuta a un
litigio col papa per il rifiuto a svelargli in anticipo gli affreschi: Vasari
conosceva i forti disappunti tra i due ma all'epoca ne ignorava completamente
le cause, cioè la disputa sulla penosa vicenda della tomba[109]. La
biografia di Ascanio Condivi Non è un
caso che appena tre anni dopo, nel 1553, venne data alle stampe una nuova
biografia di Michelangelo, opera del pittore marchigiano Ascanio Condivi, suo
discepolo e collaboratore. Il Condivi è una figura di modesto rilievo nel
panorama artistico e anche in campo letterario, a giudicare da scritti
certamente autografi come le sue lettere, doveva essere poco portato.
L'elegante prosa della Vita di Michelagnolo Buonarroti è infatti assegnata
dalla critica ad Annibale Caro, intellettuale di spicco molto vicino ai
Farnese, che ebbe almeno un ruolo di guida e revisore[107]. Per quanto
riguarda i contenuti, il diretto responsabile dovette essere quasi certamente
Michelangelo stesso, con un disegno di autodifesa e celebrazione personale
pressoché identico a quello del carteggio. Lo scopo dell'impresa letteraria era
quello espresso nella prefazione: oltre a fare d'esempio ai giovani artisti,
doveva "sopplire al difetto di quelli, et prevenire l'ingiuria di questi
altri", un chiaro riferimento agli errori di Vasari[107]. La
biografia del Condivi non è quindi scevra da interventi selettivi e
ricostruzioni di parte. Se si dilunga molto sugli anni giovanili, essa tace ad
esempio sull'apprendistato alla bottega del Ghirlandaio, per sottolineare il
carattere impellente e autodidatta del genio, avversato dal padre e dalle
circostanze. Più rapida è la rassegna degli anni della vecchiaia, mentre il
cardine del racconto riguarda la "tragedia della sepoltura"
(l'interminabile iter per la tomba di Giulio II), ricostruita molto
dettagliatamente e con una vivacità che ne fa uno dei passi più interessanti
del volume. Gli anni immediatamente precedenti all'uscita della biografia
furono infatti quelli dei rapporti più difficili con gli eredi Della Rovere,
minati da duri scontri e minacce di denuncia alle pubbliche autorità e di
richiesta degli anticipi versati, per cui è facile immaginare quanto premesse
all'artista fornire una sua versione della vicenda. Altra pecca della
biografia del Condivi è che, a parte rare eccezioni come il San Matteo e le
sculture per la Sagrestia Nuova, essa tace sui numerosi progetti non finiti,
come se con il passare degli anni il Buonarroti fosse ormai turbato dal ricordo
delle opere lasciate incompiute[108]. La seconda edizione delle Vite di
Vasari (1568) A quattro anni dalla scomparsa dell'artista e a diciotto dal
primo lavoro, Giorgio Vasari pubblicò una nuova edizione delle Vite per
l'editore Giunti, riveduta, ampliata e aggiornata. Quella di Michelangelo in
particolare era la biografia più rivisitata e la più attesa dal pubblico, tanto
da venire pubblicata anche in un libretto a parte dallo stesso editore. Con la
morte la leggenda dell'artista si era infatti ulteriormente accresciuta e
Vasari, protagonista delle esequie a Michelangelo svoltesi solennemente a
Firenze, non esita a riferirsi a lui come al "divino" artista.
Rispetto all'edizione precedente appare chiaro come in quegli anni Vasari si
sia maggiormente documentato e come abbia avuto modo di accedere a informazioni
di prima mano, grazie a un forte legame diretto che si era stabilito tra i
due. Il nuovo racconto è quindi molto più completo e verificato anche da
numerosi documenti scritti. Le lacune vennero colmate con la sua frequentazione
dell'artista negli anni del lavoro presso Giulio III (1550-1554) e con
l'appropriazione di interi brani della biografia del Condivi, un vero e proprio
"saccheggio" letterario: identici sono alcuni paragrafi e la
conclusione, senza alcuna menzione della fonte, anzi l'unica citazione del
marchigiano si ha per rinfacciargli l'omissione dell'apprendistato presso la
bottega del Ghirlandaio, fatto invece noto da documenti riportati dallo stesso
Vasari[109]. La completezza della seconda edizione è motivo di vanto per
l'aretino: "tutto quel [...] che si scriverrà al presente è la verità, né
so che nessuno l'abbi più praticato di me e che gli sia stato più amico e
servitore fedele, come n'è testimonio fino chi nol sa; né credo che ci sia
nessuno che possa mostrare maggior numero di lettere scritte da lui proprio, né
con più affetto che egli ha fatto a me". I Dialoghi romani di
Francisco de Hollanda L'opera che da alcuni storici è stata considerata
testimonianza delle idee artistiche di Michelangelo sono i Dialoghi romani
scritti da Francisco de Hollanda come completamento del suo trattato sulla natura
dell'arte De Pintura Antiga, scritto verso il 1548 e rimasto inedito fino al
XIX secolo. Durante il suo lungo soggiorno italiano, prima di tornare in
Portogallo, l'autore, allora giovanissimo, aveva frequentato, intorno al 1538,
Michelangelo allora impegnato nell'esecuzione del Giudizio universale,
all'interno del circolo di Vittoria Colonna. Nei Dialoghi fa intervenire
Michelangelo come personaggio a esprimere le proprie idee estetiche
confrontandosi con lo stesso de Hollanda. Tutto il trattato, espressione
dell'estetica neoplatonica, è comunque dominato dalla gigantesca figura di
Michelangelo, come figura esemplare dell'artista genio, solitario e
malinconico, investito di un dono "divino", che "crea"
secondo modelli metafisici, quasi a imitazione di Dio. Michelangelo diventò
così, nell'opera di De Hollanda e in genere nella cultura occidentale, il primo
degli artisti moderni. Caratteristiche fisiche Nel 2021 il paleopatologo
Francesco M. Galassi e l'antropologa forense Elena Varotto del FAPAB Research
Center di Avola, in Sicilia, hanno esaminato le scarpe e una pantofola
conservate a Casa Buonarroti, che la tradizione ritiene appartenute al genio
rinascimentale, ipotizzando che l'artista fosse alto circa 1 metro e 60[113]:
un dato concorde con quanto sostenuto dal Vasari, il quale nella sua biografia
dell'artista sostiene che il maestro fosse "di statura mediocre, di spalle
largo, ma ben proporzionato con tutto il resto del corpo. Opere Lo
stesso argomento in dettaglio: Opere di Michelangelo. Opere letterarie Rime di
Michelangelo Buonarroti raccolte da Michelangelo suo Nipote, in Firenze,
appresso i Giunti, 1623. Rime di Michelangelo Buonarroti il Vecchio, con il
commento di G. Biagioli, Parigi, presso l'editore in via Rameau nº 8, 1821.
Rime e lettere, precedute dalla vita dell'autore scritta da Ascanio Condivi,
Firenze, Barbèra, Le rime di Michelangelo Buonarroti, a cura di Cesare Guasti,
Le Monnier, Firenze, 1863. Le lettere di Michelangelo Buonarroti, a cura di
Gaetano Milanesi, Le Monnier, Firenze, 1875. Die Dichtungen des Michelagniolo
Buonarroti, a cura di C. Frey, Berlino, 1897 Edizioni moderne: Rime,
Prefazione di A. Castaldo, Roma, Oreste Garroni Editore, 1910. Le rime e le
lettere, precedute dalla vita di Michelangelo per Luigi Venturi, Collana
Classici Italiani, Milano, Istituto Editoriale Italiano; Milano, Bietti, 1933.
Poesie, Prefazione di Giovanni Amendola, Lanciano, Carabba, 1920. Le rime,
Prefazione e note di Foratti, Milano, R. Caddeo, 1921. Lettere e rime, per cura
di Guido Vitaletti, Torino, SEI, 1925. Le rime, Introduzione, note e cura di
Valentino Piccoli, Collezione Classici Italiani, Torino, UTET. Rime, a cura di
Gustavo Rodolfo Ceriello, Collana BUR, Rizzoli, Milano, 1954. Rime, a cura di
Enzo Noè Girardi, Laterza, Bari, 1960. Il carteggio di Michelangelo, edizione
postuma di Giovanni Poggi, a cura di Paola Barocchi e Renzo Ristori, 5 voll.,
Firenze, S.P.E.S., 1965-83. Rime, premessa, note e cura di Ettore Barelli,
Introduzione di Giovanni Testori, Milano, Rizzoli, 1975; Fabbri Editore,
1995-2001. Rime e lettere, a cura di Paola Mastrocola, UTET, Torino, 1992-2015;
De Agostini, 2015. Rime, a cura di Matteo Residori, Introduzione di Mario
Baratto, con un saggio di Thomas Mann, Collana Oscar Classici, Milano,
Mondadori, 1998. Rime, a cura di Stella Fanelli, Prefazione di Cristina Montagnani,
Garzanti, Milano, 2006. Le rime di Michelangelo, a cura di Marzio Pieri e Luana
Salvarani, La Finestra Editrice, Trento, 2006, ISBN 978-88-880-9771-8.
[riproduce l'edizione delle Rime stampate a Firenze nel 1623] Rime, a cura di
T. Gurrieri, Collana Classici, Firenze, Barbès. Rime, a cura di Paolo Zaja,
Collana Classici, Milano, BUR-Rizzoli, Canzoniere, a cura di Maria Chiara
Tarsi, Biblioteca di scrittori italiani, Milano, Guanda, Rime e lettere, A cura
di Antonio Corsaro e Giorgio Masi, Collezione Classici della letteratura
europea, Milano, Bompiani, 2016, ISBN 978-88-452-8291-1. Omaggi Michelangelo è
stato raffigurato sulla banconota da 10.000 lire italiane dal 1962 al
1977. Film e documentari cortometraggio - Rolla e Michelangelo di Romolo
Bacchini (1909) documentario - Michelangelo di Kurt Oertel (1938) documentario
- Il titano, storia di Michelangelo di Kurt Oertel (1950) film tv - Vita di
Michelangelo di Silverio Blasi (1964) lungometraggio - Il tormento e l'estasi
di Carol Reed (1965) documentario - Michelangelo: The Last Giant di Tom
Priestley (1966) documentario - The Secret of Michelangelo di Milton Fruchtman
(1968) film tv - La primavera di Michelangelo di Jerry London (1990)
cortometraggio - Lo sguardo di Michelangelo di Michelangelo Antonioni (2004)
documentario - The Divine Michelangelo di Tim Dunn e Stuart Elliott (2004) film
tv - Michelangelo Superstar di Wolfgang Ebert e Martin Papirowski
lungometraggio - Michelangelo - Infinito con Enrico Lo Verso (2018) film
lungometraggio - "Il peccato - Il furore di Michelangelo" di A.
Konchalovsky Opere teatrali e musicali Ferdinand Avenarius, Faust bei
Michelangelo, in: Kunstwart Hugo Ball, Die Nase des Michelangelo, Leipzig, 1911
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Scultori italiani Architetti italiani
Architetti italiani NNati a Caprese Michelangelo Morti a Roma Michelangelo
Buonarroti Buonarroti Poeti italiani Sepolti nella basilica di Santa CrocePoeti
italiani del XV secolo Architetti rinascimentaliArtisti di scuola
fiorentinaPittori italiani del RinascimentoPoeti italiani trattanti tematiche
LGBTPersonalità celebrate nel calendario liturgico luterano[altre]. Michelangelo
Buonarroti Simoni. Keywords: the theory of everything. Refs.: “Grice e Simoni.”
Simoni.
Luigi Speranza -- Grice e Simoni: la ragione
conversazionale degl’ ‘eretici’ reazionari italiani – gl’acuti – i nobili – filosofia
toscana -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Lucca). Filosofo italiano. Lucca, Toscana. Studia
con BENDINELLI e PALEARIO, due umanisti in dore d’eresia. Il secondo fine sul
rogo a Roma. Legge sostenuto dal padre e dal patrizio veneziano MOCENIGO e peregrina
nei maggiori studi d'Italia: Bologna, Pavia, Ferrara, e Napoli. Si laurea a Padova.
Diversi ma tutti autorevoli i suoi professori: da MAGGI a CARDANO, da BOLDONI a
BRASAVOLA. La sua formazione e di stampo del LIZIO, come s'insegna nello studio
padovano, con una forte esigenza razionalistica che ha riflessi nel campo
religioso, tale da mettere in dubbio l'immortalità dell'anima e a creare
sospetti di eresia tra i professori e gl’studenti di quella università. Con
questa preparazione, S. fa ritorno a Lucca, dove scrive saggi di argomento
filosofico. Lucca ha vissuto un periodo concitato d’aperti conflitti
sociali e poi di tentativi di riforme politiche, portate avanti dal
gonfaloniere BURLAMACCHI e dal circolo di filosofi riuniti intorno a VERMIGLI. Quando
ritorna a Lucca, quella fervida attività è già stata spenta dalla reazione
cattolica guidata da GUIDICCIONI, ma certo quelle idee di riforma circolano
ancora sotterraneamente, e forse lui stesso le ha già raccolte durante i suoi
trascorsi nelle diverse università da lui frequentate. Sta di fatto che è chiamato
dall’autorità lucchesi a dare spiegazioni sulle proprie opinioni. Per tutta
risposta non fidandosi troppo delle sue forze, cerca la salvezza con la fuga. Munito
solo di un cavallo e dei propri risparmi, dopo aver preso commiato dalla
famiglia, fugge, accompagnato da un servitore, alla volta di Ginevra. Negl’atti
ufficiali della repubblica di Lucca, la sua condanna per eresia si formalizza. A
Ginevra, patria del calvinismo, si forma una numerosa colonia di emigrati
italiani e tra questi non pochi sono i lucchesi. La comunità italiana è
inserita in una propria chiesa e S. vi ha l'incarico di catechista. Preso a
benvolere dall'influente teologo BEZA, ottenne di insegnare filosofia: un
incarico dapprima senza compenso, poi retribuito insieme con la nomina a professore.
Anche il padre Giovanni si stabilì a Ginevra. In quello stesso periodo gli
venne aumentato lo stipendio, ottenne un alloggio gratuito e, nell'accademia è istituita
appositamente per lui la cattedra. Pubblica saggi. Presso Crespin apparve
il suo “In librum Aristotelis de sensuum instrumentis et de his quae sub sensum
cadunt commentarius unus” è il commento al “De sensu et sensibilibus” di
Aristotele. In esso define la verità filosofica -- una premessa tipica del
lizio padovano ma poi cerca di dimostrare che la ragione, indagando la natura,
può giungere al divino, rivelando le verità di fede. In tal modo, sostiene che
anche ogni questione ha natura razionale e, qualora sorgano contrasti, la
ragione è in grado di comporli, indicando la via da seguire per una corretta
interpretazione. Una conseguenza, seppure non esplicita nel commento, della
prevalenza della ragione sulla fede, è che il dogma espressione della
tradizionale sub-ordinazione della ragione alla fede non ha motivo di esistere.
Il suo LIZIO che poco concede alla teologia si conferma con i successivi
commenti all'Etica Nicomachea e al De anima, mentre S. condusse una lunga e
dura polemica contro il filosofo Schegk. Questi, proprio all'opposto del S. usa
argomenti tratti dalla scolastica per dimostrare la realtà della teoria, allora
caldeggiata in ambienti luterani, della ubiquità del corpo di Cristo. S.
risponde con argomenti di carattere fisico dimostrando l'irrealtà di tale
assunto. Un olo corpo fisico non può che occupare, nello stesso tempo, un unico
spazio determinato. Anche Cristo, in vita, e soggetto alla legge naturale. Dopo
la morte, Cristo mantenne soltanto una natura divina. Non è sostenibile l'idea
che il divinopossa mutare una legge naturale in legge trans-naturale o
sovra-naturale. Ente perfetto e primo motore immobile come lo delinea
Aristotele il divino agisce sulla natura unicamente attraverso la sua
perfezione che indirizza al bene gl’esseri naturali. Il suo carattere
collerico e l'alta considerazione che ha di sé lo porta a una lite clamorosa
con BALBANI, un altro lucchese. Durante il matrimonio della figlia di questi, S.
lo copre d'insulti, con grave scandalo delle autorità di Ginevra, che fanno
imprigionare S. e lo espulsero dall'accademia. A nulla valsero le suoi scuse
presentate -- è del resto probabile che la severità del consiglio e del
Concistoro ginevrino e motivata anche dalla freddezza e dallo suo spirito
d'indipendenza dimostrato che pure si dichiara calvinista in materia di
religione. Tuttavia BEZA gli mantenne ancora la sua amicizia e lo forne di una
lettera di raccomandazione con la quale si dirige alla volta di Parigi. A
Parigi ottenne una buona accoglienza. I calvinisti qui chiamati ugonotti sono
ancora tollerati e le lusinghiere referenze gli fanno ottenere una cattedra di
filosofia al collège royal, dove le sue lezioni ottenneno subito un grande
concorso di pubblico. Come scrisve a BEZA, alle sue lezioni assistevano sei o
settecento uomini barbati, dottori, professori, et altri di robba lunga, preti,
frati, giesuiti et altra simil razza d'uomini. Si ha congratulazioni di RAMO,
che volle incontrarlo e lo chiama “felicissimum et praestantissimum ingenium
italicum”, non però quelle del collega CHARPENTIER, che teme che fosse stato
mandato da Ginevra per turbare questa scuola. Sa che la sua permanenza a Parigi
è precaria. Il nome di Ginevra mi nuoce più che il nome di ugonotto -- né puo
valere molto la protezione del cardinale COLIGNY, passato al calvinismo. Rifere
di aver rifiutato offerte sostanziose da parte cattolica per insegnare in loro
collegi, a prezzo di una sua conversione, e di attendersi un prossimo editto
che affronta il problema della convivenza tra cattolici e ugonotti. Un
editto effettivamente ci e, emanato da Carlo IX, con il quale si proibe ai
protestanti l'insegnamento pubblico. Così, perduti anche i suoi saggi che gli
furono sequestrati, e costretto ad abbandonare la Francia. Si apre un
nuovo periodo di difficoltà. Non potendo insegnare a Ginevra, cerca di ottenere
un incarico a Zurigo e a Basilea, sollecitando in tal senso altr’emigrati italiani
come l'editore PERNA e il filosofo umanista CURIONE, ma invano. I sospetti di
anti-trinitarismo che gravano sul suo conto, da quando fa visita nel carcere di
Berna all'eretico GENTILE poco prima che
questi venisse giustiziato, e il recente scandalo provocato a Ginevra non
agevolavano il suo inserimento nelle élite filosofica delle città
svizzere. Ottenne bensì una raccomandazione da BULLINGER per un posto di
insegnante a Heidelberg, ma anche qui rimane poco tempo. La sua amicizia con
l'anti-trinitario ERASTO, il suo a LIZIO senza compromessi dal nulla, nulla si
crea, sostenne in una pubblica lezione, cosicché anche Cristo era stato creato
dal divino Padre e il suo carattere spigoloso gl’alienarono ogni simpatia e
dove riprendere la via di Basilea. Ottenne una cattedra straordinaria di
filosofia a Lipsia. Se puo fregiarsi della stima d’Augusto I, non eguale
considerazione ottenne dai suoi colleghi, che fanno gruppo a sé e lo isolarono.
Non si perde d'animo. Molto popolare tra gli studenti per la vivacità delle sue
lezioni e lo spirito critico che infonde negl’allievi, fonda, all'interno
dell'Università, un'accademia sul modello umanistico italiano, battezzandola degl’acuti.
Degl’acuti, entra a far parte un gruppo di suoi studenti. Le discussioni
dovevano vertere sulla interpretazione di passi del LIZIO i filosofi così
raggruppati intorno a lui dettero ben presto dello spirito critico e dell'idea
di esser superiori agl’altri, che il vivace professore finisce per insinuare
nei loro animi. Pasquinate anonime contro un professore, e un litigio clamoroso
tra questo e S., iniziano una serie di incidenti che ha termine con la
soppressione degl’acuti. La soppressione degl’acuti, decisa dal senato
universitario, testimonia i difficili rapporti intercorrenti tra l'università e
lui, che per altro in città era reputato ospite illustre, professionista
affermato e ricercato, uomo di mondo e di cultura dalla posizione prestigiosa,
che gode della stima e del rispetto dei suoi concittadini, e la cui fama
oltrepassa la frontiera del paese che gli dava ospitalità. Infatti, oltre a
insegnare filosofia e ad avere allievi anche illustri, come il prìncipe RADZIWIŁL,
esercita la professione medica, vantando clienti di riguardo. Pubblica il suo saggio
filosofico più originale, la “De vera nobilitate”, dedicato ad Augusto I. La
vera nobiltà è la virtù (ANDREIA) dell'anima umana, la quale è intesa alla
maniera del LIZIO, come forma del corpo. La virtù dell'anima è perciò
strettamente legata alla particolare costituzione del corpo, trasmessa
nell'individuo di generazione in generazione dal seme del padre, che
costituisce la causa efficiente del singolo essere. Non per nulla da ‘genere’ deriva
‘generoso’. Se pure non ogni nobile è generoso, chi è generoso è considerato
nobile. Le differenze sociali tra gl’uomini e le conformazioni dei loro corpi
sono egualmente corrispondenti per necessità naturale. La natura vuole infatti
fare diversamente il corpo dei liberi da quelli dei servi. Questi robusti e con
deformità necessarie al loro particolare utilizzo. Quelli diritti e belli,
perché non desti tali fatiche, ma alla vita civile. L’educazione svolge una
funzione per la formazione dell'uomo, ma resta inferiore a quella naturale. Di
due uomini, di diversa estrazione sociale ma educati allo stesso modo, il
nobile risulta meglio formato, in quanto la natura lo ha costituito di una
materia superiore. L'educazione ha lo stesso effetto della medicina. Fa
recuperare la propria condizione di salute, ma non può migliorarla oltre il
limite fissato dalla natura. Viene da sé che le famiglie nobili d’Italia diano
lustro alla nazione italiana, formando l'élite della società civile sotto
l'aspetto culturale e politico. Questo avviene nella nazione italiana, di
antica civiltà in sostanza. Presso i barbari non può esistere nobiltà. Il
barbaro e giustamente detto servo per natura e in quanto servo non porta in lui
nessuna virtù, essendo nato per servire sotto una tirannia e non in un regio e
civile governo. La virtù dei nobili non possono consistere nell'accumulare
ricchezze, ma essa e ugualmente attiva e pratica. E la virtù civili del
politico, che si occupa del benessere dei cittadini, quelle del medico, che si
occupa della salute degl’individui, del fisiologo, che studia la natura e
infine del metafisico, che studia le cose divine. Queste ultime, insieme alla
virtù della contemplazione, è però meglio riservarle nella vita che ci attende
dopo la morte, quando quei problemi saranno facilmente risolti. Queste cose
sono irrise dai politici, tra i quali, non tra gl’angeli, si discute di
nobiltà. Nel frattempo, è opportuno dedicarsi alle cose di questo mondo ed
essere utili alla società degl’uomini. Si loda Socrate il quale, trascurate le
altre parti della filosofia, coltiva quella sola che era più adatta ai costumi
degl’uomini e alle istituzioni civili. Che la vera nobiltà si debba esprimere
nell'attività pratica e civile è ribadito più volte. La nobiltà spunta fuori
dalla società civile, non dalla solitudine e la virtù spirituale, come
quelle mostrate dai mistici e dai contemplativi, non e virtù nobile propria dell'essere
umano. Questa virtù discende direttamente dal divino e perciò non derivano da
generazione spermatica naturale del padre, non sono frutto della carne e del
sangue il fondamento della vera nobiltà e non essendo ereditarie non puo essere
considerata virtù nobile. Naturalmente, ai innobili non possono essere affidati
incarichi di responsabilità nel governo della società, ma al più solo
l'esercizio di magistrature minori. Derivando dal sangue la nobiltà, non si può
diventare autenticamente nobili attraverso conferimenti onorifici, anche se
concessi d’un sovrano mentre, al contrario, un autentico nobile non può essere
privato della fama e dell'onore, perché in lui opera sempre quella forza e
quell'efficacia naturale ricevuta dai suoi antenati. Dopo questa applicazione
dei principi del LIZIO al vivere civile e al governo dello stato, che deve
essere affidato a chi per natura fa parte degl’ottimati, si dedica a trattare
temi propriamente medici. Appare a Lipsia il suo “De partibus animalium” ove
descrive la conformazione del feto, la “De vera ac indubitata ratione
continuationis, intermittentiae, periodorum febrium humoralium”; l'”Artificiosa
curandae pestis methodus” ; la “Synopsis brevissima novae theoriae de
humoralium febrium natura” -- temi di drammatica attualità, a Lipsia, investita
da un'epidemia di peste. Ottene il permesso di esercitare la professione
medica all'interno dell'università, pur senza ottenere, oltre quella
straordinaria di filosofia, anche una cattedra di medicina. Presenta ad Augusto
I una proposta di riforma universitaria. S'indica la necessità di una maggiore
cura nell'assunzione dei professori, che dovevano dimostrare non solo di
possedere la necessaria scienza, ma anche capacità didattiche. Dovevano anche
essere obbligati a tenere un maggior numero di lezioni s'imponevano multe ai
professori inadempienti mentre la durata dell'anno accademico venne prolungata.
Particolare cura dedica all'insegnamento. Dovevano tenere lezioni V professori,
tra i quali un chirurgo che avrebbe tenuto esercitazioni di anatomia e fatto
dimostrazioni pratiche di cura delle diverse affezioni. La qualità
dell'insegnamento teorico anda migliorata. Ritene che corressero troppe affermazioni
dogmatiche, che sarebbero dovute essere verificate dalla pratica e dal rigore
della dimostrazione dialettica. A questo proposito opina che avrebbe giovato
un'accurata conoscenza delle opere del LIZIO. Non mancano poi critiche
severe sull'attuale andamento a Lipsia. I rettori sono scelti grazie alle loro
aderenze, si promuovevano studenti immeritevoli, vi è scarsa pulizia, la
farmacia universitaria è mal tenuta. Tali proposte e simili critiche non
potevano che alimentare ancor più l'ostilità dei colleghi. Egli non sembra
preoccuparsene. La stima dell'Elettore Augusto si mantene immutata, se lo fa nominare
Professore di filosofia e lo promuove a suo primo medico personale. Avvenne
tuttavia che, su sollecitazione della chiesa luterana, la quale prepara una
confessione di fede che in particolare tutti funzionari e gl’impiegati, a vario
titolo, dello stato avrebbero dovuto firmare, l'elettore pretese tale
sottoscrizione anche dal professor S., ottenendone un netto
rifiuto. Racconta lo stesso S. che, avendo rifiutato costantemente di
sotto-scrivere quella che i teologi sassoni denominarono Formula di Concordia,
il Principe Elettore rivolge il suo sdegno contro di me. Al che S. decide di
andarsene e, nonostante l'Elettore cerca d'impedirlo, da l'ultimo saluto a
quelle popolazioni. Si trasfere a Praga, dove venne assunto quale medico
personale di Rodolfo II. Tale incarico e il carattere cattolico dell'Impero di
cui era ora suddito rendeva necessario un chiarimento sulle sue posizioni
religiose, poiché è nota la rottura avvenuta a Ginevra con i calvinisti e a
Lipsia con i luterani. S. si adegua facilmente alla nuova situazione e abiura
pubblicamente le passate convinzioni, ritratta quanto nei suoi scritti poteva
esservi di eretico e abbraccia formalmente il cattolicesimo. Si tratta di una
scelta di convenienza, seppure comprensibile nel clima torbido delle
persecuzioni e dell'intolleranza. Lo scrive lui stesso all'amico Selnecker, un
teologo luterano. Confesso di aver abiurato, anche se non avrei voluto farlo
neppure a costo del mio sangue. Di tale mio atto altri comunque sono i
responsabili. In nessun altro modo avrei potuto infatti salvare la mia vita,
quella di mia moglie e dei miei figli che speravo di poter condurre con me. La
moglie muore poco dopo e i tre figli rimasero affidati a Lipsia al nonno
materno. Io, un italiano perseguitato a causa della religione luterana,
dichiarato nemico della patria, esposto per decreto del senato all'agguato di
sicari. E ricorda la sorte di chi non si è piegato a compromessi. I che vidi
con questi occhi il Paleologo, esule per causa di religione, condotto su
richiesta del legato pontificio dalla Moravia a Vienna, e di qui trascinato in
catene a Roma (si sente dire che ormai è stato crudelmente arso sul rogo), io
che sono circondato da ogni parte da infinite difficoltà e pericoli di ogni
genere, che cosa avrei dovuto fare? Questa lettera non venne agl’occhi dei
gesuiti, che vantarono il successo ottenuto con la presunta conversione del
filosofo famoso, il quale avrebbe promessoa dir lorodi collaborare nella lotta
agl’eretici. La loro soddisfazione non dovette però durare a lungo, o forse
essi stessi credettero poco alla conversione del S., se lo storico gesuita SACCHINI
puo qualificarlo di miserabile uomo che in disprezzo di ogni religione sprofonda
nell'empietà, mentre tra i protestanti BEZA, alla notizia della sua
conversione, commenta di essere sempre stato convinto che l'unico divino è in
realtà Aristotele, del Lizio. Monau, dopo aver ricordato i suoi continui
trascorsi da cattolico si è fatto calvinista, da calvinista anti-trinitario, da
anti-trinitario luterano, e ora di nuovo papista. Lo stratteggia da uomo
profano ed empio, come indicano sia i suoi costumi, sia i suoi discorsi, sia
tutta la sua vita. Forse egli stesso sente di essere circondato da un clima di
diffidenza se non di disprezzo, perché prende la risoluzione di lasciare le
terre dell'impero per trasferirsi in Polonia. Sembra che sia stato un
altro italiano, BUCCELLA, medico personale del re Stefano Báthory, a
raccomandarlo come medico della corte di Cracovia. BUCCELLA, di fede
anabattista, gode di notevole considerazione, né la sua fama d’eretico gl’aveva
pregiudicato l'esercizio della professione in quella Polonia che era ancora un
paese tollerante. Il prestigioso incarico e la fama stessa di cui da tempo gode
gl’apre le porte della migliore società. Riprese a pubblicare alcuni saggi: la “Disputatio
de putredine” è una confutazione, sulla scorta di Aristotele del Lizio, delle
teorie d’Erasto, mentre la “Historia aegritudinis ac mortis magnifici et
generosi domini a Niemsta” è una relazione sulla morte di un borgomastro. Sulla
malattia di quest'ultimo torna nel “Simonius supplex” insieme con una delle
solite polemiche che lo videro ora opporsi al medico di SQUARCIALUPI. Una nuova
svolta nella sua si verifica con la
malattia e la morte del re Stefano. Báthory si sente male nel suo castello di
Grodno, e nel consulto tenuto da BUCCELLA e da S. emersero serie divergenze. BUCCELLA
giudica molto grave le condizioni di Stefano. S. ritenne che non ci è nessun
pericolo. Due giorni dopo le condizioni del re si aggravarono e i due medici si
trovarono d'accordo nell'imporre un salasso al re ma in contrasto sulla dieta. S.
e favorevole a fargli bere del vino, che BUCCELLA intende invece proibire.
Nemmeno nella diagnosi si trovarono d'accordo. Per BUCCELLA, il re soffre di
asma. Per S., d’epilessia. Sopravvenne una nuova grave crisi e il re perde
conoscenza. Pur giudicando molto gravi le sue condizioni di salute, S.
rassicura i circostanti, perché, a suo dire, non c'è ancora pericolo di morte.
Appena pronunzia queste parole che il re spira. Lascia il castello e non volle
assistere all'autopsia, sostenendo che è inutile, poiché l'epilessia “ab
infernis partibus ducit originem” e non lascia tracce nel cadavere. Coordinata
da BUCCELLA, l'autopsia è effettuata da Zigulitz, che accerta una grave
alterazione dei due reni. La ri-cognizione dello scheletro di Báthory conferma
che la morte avvenne per de-generazione renale, uremia e calcolosi. Cracovia:
chiesa di San Francesco pubblica a sua difesa lo “Stephani primi sanitas, vita medica,
aegritudo, mors” che e violentemente contestato dal “De morbo et obitu
serenissimi magni Stephani” scritto da Chiakor su ispirazione di BUCCELLA. La
polemica prosegue a lungo, coinvolgendo altr’amici di BUCCELLA, e degenerando
in insulti e attacchi sulle convinzioni filosofiche dei due protagonisti. Contro
S., tra gl’altri, e indirizzato l'opuscolo “Simonis Simoni lucensis, primum
romani, tum calviniani, deinde lutherani, denuo romani, semper autem athei
summa religio”. Alla fine, Sigismondo III ri-conferma BUCCELLA nella carica di
medico curante, escludendo S. da ogni incarico di corte. Da allora, le
notizie su lui si fanno scarse. Pur senza avere incarichi ufficiali, mantenne
una ricca clientela e gode della considerazione di Rodolfo, dei principi Radziwiłł, di Pavlowski e
dei gesuiti, dai quali si fa ri-ilasciare un salva-condotto per rientrare in
Italia e recarsi a Roma. Precauzione necessaria, con i suoi trascorsi: una
precauzione maggiore e però quella di rinunciare al viaggio. La sua vita
agitata ha così fine a Cracovia, come lo ricorda la lapide posta sulla sua
tomba nella chiesa di S. Francesco. La data di nascita si deduce dalla lapide
sepolcrale, poi andata distrutta in un incendio, posta nella chiesa di S. Francesco,
a Cracovia, nella quale era scritto che il Simoni «ultimum diem clausit III.” Il
testo della lapide è in S. Ciampi, Viaggio in Polonia, Queste notizie biografiche
si apprendono da saggio di S., “Scopae, quibus verritur confutation”. Per
secoli gli storici discuteno del luogo della sua nascita. Verdigi, “S. filosofo
e medico”, Madonia, “S. da Lucca”; Lucchesini, Come scrive egli stesso: S., “Synopsis
brevissima” Madonia, S. da Lucca, Tommasi, “Sommario della storia di Lucca”; Pascal, “Da Lucca a Ginevra. Studi
sull'emigrazione religiosa lucchese”; Fabris, “La filosofia di S.” n Verdigi, S.,
S. S. a Teodoro di Beza, in Pascal, Da
Lucca a Ginevra, e in Verdigi, S. S. a Beza, in Verdigi, S., Madonia, S. Pierro,
La vita errabonda di uno spirito einquieto. S. S. S., “Simonius supplex” in Madonia, S. da Lucca, Firpo, Alcuni
documenti sulla conversione al cattolicesimo dell'eretico lucchese. Il paleo-logo
e decapitato in carcere e il cadavere
arso pubblicamente a Roma, nel campo de' fiori. Firpo, Alcuni documenti sulla
conversione al cattolicesimo di un eretico lucchese; Sacchini, Historia
Societatis Jesu, in Verdigi, S., Beza, lettera a Gwalther, in Pascal, Da Lucca
a Ginevra, Monau, lettera a Crato, in Caccamo, “Eretici italiani” Pierro, La
vita errabonda di uno spirito inquieto. S., Madonia, S. da Lucca. Altre saggi:
“In librum Aristotelis de sensuum instrumentis et de his quae sub sensum cadunt
commentarius unus” (Geneva, Crispinum); “Commentariorum in Ethica Aristotelis
ad Nicomachum, liber primus” (Geneva, apud Ioannem Crispinum); “Interpretatio
eorum quae continentur in praefatione Simonis Simonij Lucensis, Doct. Med. et
Philosophiae cuidam libello affixa, cuius inscriptio est: Declaratio eorum quae
in libello D. D. Iacobi Schegkii, et c.” (Geneva, Crispinum); “Phisiologorum
omnium principiis Aristotelis De anima libri III” (Lipsiae, Võgelin); Anti-schegkianorum
liber I, in quo ad obiecta Schegkii respondetur, vetera etiam non nulla,
dialectica et phisiologica praesertim, errata eiusdem, male defensa et excusata
inculcantur, novaque quam plurima peiora prioribus deteguntur” (Basilea, Perna);
“Responsum ad elegantissimam illam modestissimamque praephationem Schegkii, cui
titulum fecit Prodromus antisimonii”; “Ad amicum quendam epistola, in qua vere
ostenditur, quid causae fuerit, quod responsum illud, quo maledicus, et multis
erroribus refertus Schegkij doctoris et professoris Tubingensis liber plene
refellitur, nondum in lucem prodierit” (Pariggi, in vico Jacobaeo); “De vera
nobilitate” (Lipsiae, Rhamba); “De partibus animalium, proprie vocatis Solidis,
atque obiter de prima foetus conformatione” (Lipsiae, Rhamba); “De vera ac
indubitata ratione continuationis, intermittentiae, periodorum febrium
humoralium” (Lipsiae, Bervaldi); “Artificiosa curandae pestis methodus,
libellis duobus comprehensa” (Lipsiae, Steinmann); “Synopsis brevissima novae
theoriae de humoralium frebrium natura, periodis, SIGNIS, et curatione, cuius
paulo post copiosissima et accuratissima consequentur hypomnemata; annexa
eiusdem autoris brevi de humorum differentiis dissertatione. Accessit eiusdem
Simonis examen sententiae a Brunone Seidelio latae de iis, quae Jubertus ad
axplicandam in paradoxis suis disputavit” (Basilea, Perna); “Historia
aegritudinis ac mortis magnifici et generosi domini a Niemsta” (Cracovia,
Lazari); “Disputatio de putredine” (Cracovia, Lazari); “Commentariola medica et
physica ad aliquot scripta cuiusdam Camillomarcelli SQUARCIALUPI nunc medicum
agentis in Transilvania” (Vilna, Velicef); “Simonius supplex ad incomparabilem
virum, praeclarisque suis facinoribus de universa republica literaria egregie
meritum Marcellocamillum quendam Squarcilupum Thuscum Plumbinensem triumphantem”;
“Pars in qua de peripneumoniae nothae
dignitione curationeque in domino a Niemista, de subiecto febris, de rabie
canis, de starnutamento, de infecundis nuptiis agitur” (Cracovia, Rodecius); “D.
Stephani primi Polonorum regis magnique Lithuaniae ducis vita medica,
aegritudo, mors” (Nyssae, Reinheckelii); “Responsum ad epistolam cuiusdam G.
Chiakor Ungari, de morte Stephani primi”; “Responsum ad Refutationem scripti de
sanitate, victu medico, aegritudine, obitu, D. Stephani Polonorum regis,
Olomutii, Scopae, quibus verritur confutatio, quam advocati Nicolai Buccellae
Itali chirurgi anabaptistae innumeris mendaciorum, calumniarum, errorumque
purgamentis infartam postremo emiserunt (Olomutii, Milichtaler); Appendix
scoparum in N. BUCCELLAM, Sacchini, Historiae Societatis Iesu” (Antverpiae, Nutii);
Ciampi, “Viaggio in Polonia” (Firenze, Gallett); Lucchesini” (Lucca, Giusti); Tommasi,
Sttoria di Lucca” (Firenze, Vieusseaux); Pascal, “Da Lucca a Ginevra. Studi
sull'emigrazione religiosa lucchese” -- Rivista storica italiana, Cantimori, “Un
italiano a Lipsia” Studi Germanici -- Pierro, La vita errabonda di uno spirito inquieto,
Minerva, Torino; Caccamo, “Eretici italiani” (Firenze, Sansoni); Firpo, “Alcuni
documenti sulla conversione al cattolicesimo dell'eretico lucchese S.”, “Annali
della Scuola normale superiore di Pisa, Madonia, Rinascimento, Firenze, Sansoni, Madonia,
Il soggiorno in Polonia, in «Studi e ricerche I», Verdigi, Lucca, Tiraboschi su
S., in Biblioteca Modenese, Modena, Ciampi,
Viaggio in Polonia, Lucchesini, Della storia letteraria del Ducato lucchese, Tommasi, Sommario della storia di Lucca, su S. Antischegkianorum liber I. S., De vera
nobilitate; S/ Artificiosa curandae pestis methodus. Simone Simoni. Simoni.
Keywords: nobilitaà, eretici italiani. Luigi Speranza, “Grice e Simoni” – The
Swimming-Pool Library. Simoni.
Luigi Speranza -- Grice e Simonide: la ragione conversazionale e la
filosofia sotto il principato di Valente. la filiale dell’Accademia – Roma –
filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo
italiano. A member of the Accademia, well known for living a principled and
disciplined life. He is, unfortunately, accused of involvement in a plot
against the prince VALENTE (si veda). S.’s
refusal to betray any secret lets to him being burnt alive.
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